LA BUONA NOVELLA AI
PICCOLI
DEL GREGGE DI
GESU’
LIBRO 9
CAP. 338-363
Vinti e vincitori di Satana. La trasfigurazione. Il Pane dei forti
SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI
A cura di Fray Jesus Maria de Cabnaconde S.O.S
(Servo dell’Ordine dei Salvatori)
PRESENTAZIONE
Studio liberamente tratto dalla fonte, L’Evangelo come mi è stato rivelato, (MARIA VALTORTA, Ed. CEV, Isola del Lire), per l’uso privato della scuola di Dio Uno e Trino y dedicato al Piccolo resto, col nuovo titolo: “La Buona novella ai piccoli del Gregge di Gesù”, titolo voluto da Gesù (Quadernetti N° 48,1). Nella scuola sarà usato col titolo biblico “il Vangelo eterno” (Ap 14,6). In questo Vangelo, Il Figlio dell’Uomo, si è rivelato, secondo la sua promessa (Mt 24, 3-40; Lc 17,26-30). Con questa rivelazione comincia la sua seconda Evangelizzazione, senza più far sentire la sua voce in pubblico, ma nel cuore di chi lo ascolta per audio o leggendolo nel libro (Is 42,2-4), per guidarlo alla conoscenza completa della sua persona e della sua dottrina mediante la luce dello Spirito Santo (Gv 14,26; 16,13) e prepararlo all’Evento della sua seconda venuta per l’Avvento del suo Regno (Mt 21,43).
Questa Buona Novella è il Vangelo eterno che dobbiamo annunciare agli abitanti della terra e ad ogni nazione, razza, lingua e paese. (Ap. 14,6-7)
Il Curatore
DICHIARAZIONE
Dopo approfondita e responsabile valutazione, dichiaro che questo studio comparato e approfondito del Vangelo rivelato a Maria Valtorta[1] e ora pubblicato col titolo voluto dal suo autore “La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù”[2], contiene integralmente i quattro Vangeli[3] e dimostra che il Vangelo rivelato a Maria Valtorta è compimento della promessa di Gesù (Gv 14,26), è il Libro del Signore (Is 34,16), è il Libro di memorie scritto davanti al Signore (Ml 3,16-20), è la strada appianata chiamata Via santa (Is 35,8-10), è il libro delle parole miracolose (Is 29,18-24), è il Vangelo eterno (Ap 14,6-7), è Opera di Gesù suo autore divino. Quindi senza la fede in questo Vangelo non c’è salvezza: “Andate in tutto il mondo proclamate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi non crederà sarà dannato” (Mc 16,15-16)
Il curatore
AVERTIMENTO
LA RIVELAZIONE DI GESÙ A MARIA VALTORTA È PAROLA DI DIO
CHI LA RESPINGE COMETE PECCATO CONTRO LO SPIRITO SANTO
La maledizione del Re dei re, emessa da Gesù il 16 giugno di 1950, pende sulla gerarchia cattolico colpevole dal delitto più grande verso l’umanità.
Se la Gerarchia non si pente, lasciando ai fedeli libero apostolato, alla luce di questa rivelazione, la maledizione colpirà la cristianità globale, cosi come tutto l’Israele fu colpito per il peccato della sua gerarchia.
Non è lecito negare l’origine soprannaturale della rivelazione di Gesù a Maria Valtorta perché è delitto imperdonabile essendo peccato contro lo Spirito Santo.
Gesù il Messia ritornato[4]
L’ unico nemico da combattere.
L’unico Nemico è Satana. Di quello siate nemici acerrimi, scendendo in battaglia contro di lui e contro i peccati che portano Satana nei cuori.
Siate instancabili nel combattere il Male quale che sia la forma che assume. E pazienti. Non c’è limitazione all’operare dell’apostolo, perché non c’è limitazione all’operare del Male. Il demonio non dice mai: “Basta. Ora sono stanco e mi riposo”. Egli è l’instancabile. Passa agile come il pensiero, e più ancora, da questo a quell’uomo, e tenta e prende, e seduce, e tormenta, e non dà pace. Assale proditoriamente e abbatte se non si è più che vigilanti. Delle volte si insedia da conquistatore per debolezza dell’assalito, altre vi entra da amico, perché il modo di vivere della preda cercata è già tale da essere alleanza col Nemico. Tal’altra, scacciato da uno, gira e piomba sul migliore, per farsi vendetta dello smacco avuto da Dio o da un servo di Dio. Ma voi dovete dire ciò che dice lui: “Io non riposo”. Lui non riposa per popolare l’Inferno. Voi non dovete riposare per popolare il Paradiso. Non dategli quartiere. Io vi predico che più lo combatterete più vi farà soffrire. Ma non dovete tenere conto di ciò. Egli può scorrere la Terra. Ma nel Cielo non penetra. Perciò là non vi darà più noia. E là saranno tutti quelli che lo hanno combattuto…».
Gesù di Nazareth
338. Giuda Iscariota perde il potere del miracolo La parabola del coltivatore[5].
Miracoli e fatti della missione.
Gioioso incontro.
1La strada che conduce a Sefet lascia la pianura di Corazin per assalire un gruppo montagnoso abbastanza rilevante e molto folto di piante. Un corso d’acqua scende da questi monti, certo diretto al lago di Tiberiade.
2I pellegrini attendono a questo ponte che li raggiungano gli altri mandati al lago di Merom. Non attendono molto, infatti. Puntuali all’appuntamento, essi vengono avanti lesti e si riuniscono con gioia al Maestro e ai compagni, riferendo sul come si svolse il loro viaggio, benedetto da alcuni miracoli fatti a turno, da «tutti gli apostoli», dicono. Ma Giuda di Keriot corregge: «Meno che da me, che non sono riuscito a nulla». E la sua mortificazione, nel confessarlo, è penosa.
Evangelizzazione a fatti.
3«Ti abbiamo detto che era perché avevamo di fronte un grande peccatore», gli risponde Giacomo di Zebedeo. E spiega «Sai, Maestro? Era Giacobbe, molto ammalato. E ti invoca per questo, perché ha paura della morte e del giudizio di Dio. Ma e più avaro che mai, ora che prevede un vero disastro nei suoi raccolti, completamente rovinati dal gelo. Ha perduto tutto il grano da seme e non può seminarne altro, perché è malato e la serva, sfiancata di fatiche e di fame – perché lui economizza anche la farina da pane, preso come è dalla paura di essere un giorno senza mangiare – non ce la fa ad arare il campo. Noi – abbiamo forse peccato perché abbiamo lavorato tutto il venerdì e oltre il tramonto, fino all’ultima luce e persino con delle fiaccole e dei falò accesi per vedere – noi abbiamo arato una grande estensione di terreno. Filippo, Giovanni e Andrea sanno fare e io anche. Abbiamo sgobbato… Simone, Matteo e Bartolomeo ci venivano dietro ripulendo le zolle dal grano nato e morto, e Giuda è andato in tuo nome a chiedere un poco di seme a Giuda ed Anna, promettendo la nostra visita di oggi. Lo ha avuto, ed eletto. Allora abbiamo detto: “Domani semineremo”. Per questo abbiamo tardato un poco. Perché abbiamo cominciato all’inizio del tramonto. L’Eterno ci perdoni per il motivo per cui peccammo.
L’Iscariota avvilito per il potere perso.
4Giuda, intanto, rimaneva presso il letto di Giacobbe per convertirlo. Lui sa parlare meglio di noi. Almeno così hanno voluto dire di loro anche Bartolomeo e lo Zelote. Ma Giacobbe era sordo ad ogni argomento. Voleva la guarigione perché la malattia gli costa e insolentiva la serva come una poltrona. Per calmarlo, visto che diceva: “Mi convertirò se guarisco”, Giuda gli impose le mani. Ma Giacobbe restò malato come prima. Giuda, sconfortato, ce lo disse. Provammo noi prima di coricarci. Ma non ebbimo miracolo. Ora Giuda sostiene che è perché lui è in tua disgrazia, avendoti dispiaciuto, ed è avvilito. Ma noi diciamo che è perché avevamo di fronte un peccatore ostinato, il quale pretende di ottenere tutto ciò che vuole, mettendo termini e dando ordini anche a Dio. Chi ha ragione?».
5«Voi sette. Avete detto il vero. E Giuda e Anna? I loro campi?».
«Rovinati alquanto. Ma loro hanno mezzi, e tutto è già riparato. Ma sono buoni, quelli! Tieni. Ti mandano quest’offerta e questi cibi. Sperano vederti qualche volta. Quello che rattrista è lo stato d’animo di Giacobbe. Io avrei voluto guarirgli l’anima più che il corpo…», dice Andrea.
Evangelizzazione carismatica.
Matteo.
6«E negli altri luoghi?».
«Oh! Sulla via di Deberet, presso il paese, abbiamo – è stato Matteo – guarito uno con le febbri, che tornava da un medico che lo aveva dato per spacciato. Sostammo da lui e la febbre non è tornata dal tramonto all’aurora, ed egli asseriva di sentirsi bene e forte.
Andrea.
7Poi a Tiberiade fu Andrea che guarì un barcaiolo che si era spezzata una spalla cadendo sul ponte. Gli impose le mani e la spalla guarì. Figurati l’uomo! Ci volle portare senza spesa a Magdala e a Cafarnao, poi a Betsaida, e là è rimasto, perché vi sono i discepoli Timoneo di Aera, Filippo d’Arbela, Ermasteo e Marco di Giosia, uno dei liberati dal demonio presso Gamala. Vuole essere discepolo anche Giuseppe il barcaiolo… I bambini, da Giovanna, stanno bene. Non sembrano più quelli. Erano nel giardino e giocavano con Giovanna e Cusa…».
8«Li ho visti. Ci sono passato Io pure. Continuate».
Bartolomeo.
9«A Magdala è stato Bartolomeo che ha convertito un cuore vizioso e guarito un corpo vizioso. Come ha parlato bene! Ha mostrato che il disordine dello spirito genera disordine nel corpo, e ogni concessione alla disonestà degenera in perdita della tranquillità, della salute e infine dell’anima. Quando lo ha visto pentito e persuaso, gli ha imposto le mani e l’uomo è guarito. Volevano trattenerci a Magdala. Ma noi abbiamo ubbidito proseguendo, dopo la notte, per Cafarnao. Lì vi erano cinque che chiedevano grazia da Te. E stavano per tornare via sconfortati. Li guarimmo. Non abbiamo visto nessuno perché ci rimbarcammo subito per Betsaida, per evitare domande da Eli, Uria e compagni.
Marziam il catechista.
10A Betsaida! Ma racconta tu, Andrea, a tuo fratello…», termina Giacomo di Zebedeo che ha sempre parlato.
11«Oh! Maestro! Oh! Simone! Ma se vedeste Marziam! Non si riconosce più! …».
12«Oh! sorte! Non sarà già divenuto una femmina?», esclama e interroga Pietro.
13«No, anzi! Un bel giovinetto, alto ed esile per la grande crescita… Una cosa meravigliosa! Stentammo a conoscerlo. È alto come tua moglie e come me…».
14«Oh! bene! Né io, né te, né Porfirea siamo palme! Tutt’al più potremo essere paragonati a piante di pruno…», dice Pietro, che però gongola sentendo che suo figlio d’adozione si è sviluppato.
15«Sì, fratello. Ma solo alle Encenie egli era ancora uno stento fanciullino che a malapena ci raggiungeva le spalle. Ora è proprio un giovane uomo, nella statura, nella voce e nella gravità. Ha fatto come quelle piante che stagnano per anni e poi all’improvviso hanno un rigoglio stupefacente. Tua moglie ha avuto un gran da fare ad allungare vesti e a farne di nuove. E le fa con grandi orli e grandi balze alla vita, perché giustamente prevede che Marziam crescerà ancora. E più cresce in sapienza. Maestro, l’umiltà saggia di Natanaele non ti aveva detto che per quasi due mesi Bartolomeo fu maestro al più piccolo e più eroico dei discepoli, che si alza avanti giorno per pasturare le pecore, spezzare le legna, attingere l’acqua, accendere il fuoco, spazzare, fare gli acquisti per amore della mamma putativa, e poi nel pomeriggio, fino a notte tarda, studia e scrive come un piccolo dottore. Pensa! Ha riunito tutti i fanciulli di Betsaida e al sabato tiene loro piccole lezioni evangeliche. Così i piccoli, che per non avere turbamento alle funzioni vengono esclusi dalla sinagoga, hanno la loro giornata di preghiera come i grandi. E mi dicono le madri che è bello sentirlo parlare, e che i fanciulli lo amano e ubbidiscono con rispetto divenendo più buoni. Che discepolo si farà!».
16«Ma guarda! guarda! Io… sono commosso… Il mio Marziam! Ma già anche a Nazareth, eh! che eroismo per… quella bambina. Rachele, vero?». Pietro si è fermato in tempo, divenendo di porpora per la paura di aver detto troppo.
17Per fortuna Gesù lo soccorre e Giuda è cogitabondo e distratto. O finge d’esserlo. Gesù dice: «Già! Rachele. Ricordi bene. È guarita. E i campi daranno molto grano. Vi passammo Io e Giacomo. Tanto può il sacrificio di un fanciullo giusto».
Altri miracoli.
18«A Betsaida fu Giacomo che fece miracolo su un povero storpio, e Matteo, sulla via, verso la casa di Giacobbe, guarì un fanciullo. Ma proprio oggi, sulla piazza di quel villaggio presso il ponte, Filippo e Giovanni hanno guarito, il primo uno malato d’occhi, e il secondo un fanciullo indemoniato».
19«Avete fatto tutti bene. Molto bene. Ora andremo fino a quel paese sulle pendici e ci fermeremo in qualche casa a dormire».
Progetti per il pellegrinaggio di primavera.
20«E Tu, Maestro mio, che hai fatto? Come sta Maria? E l’altra Maria?», chiede Giovanni.
21«Stanno bene e vi salutano tutti. Stanno preparando vesti e quanto occorre per il pellegrinaggio di primavera. E non vedono l’ora di farlo per stare con noi».
22«Anche Susanna e Giovanna e nostra madre hanno la stessa ansia», dice sempre Giovanni.
23Bartolomeo dice: «Anche mia moglie colle figlie vuole venire quest’anno, dopo tanti anni, a Gerusalemme. Dice che mai più sarà bello come quest’anno… Non so perché lo dica. Ma ella sostiene che se lo sente in cuore».
24«Certo allora verrà anche la mia. Non me l’ha detto… Ma ciò che fa Anna fa sempre anche Maria», dice Filippo.
25«E le sorelle di Lazzaro? Voi che le avete viste…», chiede Simone Zelote.
26«Ubbidiscono con sofferenza all’ordine del Maestro e alla necessità… Lazzaro è molto sofferente, vero, Giuda? Quasi sempre è coricato. Ma con molta ansia attendono il Maestro», dice Tommaso.
27«Presto sarà Pasqua e andremo da Lazzaro».
Non stancarsi alle prime sconfitte.
28«Ma Tu che hai fatto a Nazareth e a Corozim?».
29«A Nazareth ho salutato i parenti e gli amici e i parenti dei due discepoli. A Corozim ho parlato nella sinagoga e ho guarito una donna. Abbiamo sostato dalla vedova alla quale è morta la madre. Un dolore e un sollievo insieme, per le poche risorse e per quanto tempo sottraeva l’assistenza dell’inferma al lavoro della vedova, che si è messa a filare per conto di altri. Ma non è più disperata. Ha il necessario assicurato ed è paga di ciò. Giuseppe va ogni mattina presso un falegname del Pozzo di Giacobbe per apprendere il mestiere».
30«Sono più buoni quelli di Corozim?», chiede Matteo.
31«No, Matteo. Sono sempre più cattivi», confessa schiettamente Gesù.
32«E ci hanno maltrattati. I più potenti, è naturale. Non il popolo semplice».
33«È un gran postaccio. Non ci andare più», dice Filippo.
34«Ne avrebbe dolore il discepolo Elia, e la vedova e la donna guarita oggi e gli altri buoni».
35«Sì. Ma sono tanto pochi che… io non mi occuperei più del luogo. Tu lo hai detto: “È inlavorabile”», dice Tommaso.
36«Altra cosa è la resina e altra i cuori. Qualcosa resterà, come seme sprofondato sotto zolle e zolle molto compatte. Ci terrà molto a spuntare. Ma finalmente spunterà. Così di Corozim. Un giorno nascerà ciò che Io ho seminato. Non bisogna stancarsi alle prime sconfitte.
La parabola del buon coltivatore.
Il padrone impaziente (Lc 13,6-9)[6].
37Sentite questa parabola. Potrebbe essere intitolata: “La parabola del buon coltivatore”.
38Un ricco aveva una grande e bella vigna, nella quale erano anche piante di fichi di diverse qualità. Alla vigna attendeva un suo servo, esperto vignaiolo e potatore di piante da frutto, che faceva il suo dovere con amore al padrone e alle piante. Tutti gli anni il ricco, nella stagione migliore, andava a più riprese alla sua vigna per vedere maturare le uve e i fichi e gustarne, cogliendoli con le sue mani dalle piante. Un giorno, dunque, si diresse a un fico che era di qualità buonissima, l’unica pianta di quella qualità che fosse nella vigna. Ma anche quel giorno, come nei due anni precedenti, lo trovò tutto fogliame e niente frutta. Chiamò il vignaiolo e disse: “Sono tre anni che vengo a cercare frutta su questo fico e non trovo che foglie. Si capisce che la pianta ha finito di fruttificare. Tagliala, dunque. È inutile che sia qui ad occupare posto e ad occupare il tuo tempo, per poi non concludere niente. Segala, bruciala, ripulisci il terreno dalle sue radici e nel posto suo mettici una pianticina novella. Fra qualche anno darà frutto essa”. Il vignaiolo, che era paziente e amoroso, rispose: “Tu hai ragione. Ma lasciami fare ancora per un anno. Io non segherò la pianta. Ma, anzi, con ancora maggior cura le zapperò intorno il suolo, la concimerò e la poterò. Chissà che non fruttifichi ancora. Se dopo quest’ultima prova non farà frutto, ubbidirò al tuo desiderio e la taglierò”.
39Corozim è il fico che non dà frutti. Io sono il buon Coltivatore. E il ricco impaziente siete voi. Lasciate fare al buon Coltivatore».
Il paziente coltivatore giustificato.
40«Va bene. Ma la tua parabola non conclude. Il fico, l’anno di poi, fece frutto?», chiede lo Zelote.
41«Non fece frutto e fu reciso. Ma il coltivatore fu giustificato del recidere una pianta ancora giovine e fiorente, perché aveva fatto tutto il suo dovere. Io pure voglio essere giustificato per causa di coloro sui quali dovrò mettere la scure e reciderli dalla mia vigna, dove sono piante sterili o velenose, nidi di serpi, succhiatori di succhi, parassiti o tossici che guastano e nuocciono i compagni discepoli, o anche che penetrano strisciando con le loro radici malevole per proliferare, non chiamati, nella mia vigna, ribelli ad ogni innesto, entrati solo per spiare, denigrare e sterilire il mio campo. Questi li reciderò quando tutto sarà tentato per convertirli. E per intanto, prima della scure, alzo la cesoia e il coltello del potatore e sfrondo e innesto… Oh! sarà un lavoro duro. Per Me che lo faccio, per coloro che lo subiranno. Ma va fatto. Perché si possa dire in Cielo: “Egli ha tutto compiuto, ma essi sono divenuti sempre più sterili e malvagi più Egli li ha potati, innestati, scalzati, concimati, con sudore e lacrime, con fatiche e sangue”… Eccoci al paese. Andate avanti tutti e chiedete alloggio. Tu, Giuda di Keriot, resta con Me».
L’elemento essenziale per l’esorcismo.
42Restano soli e, nelle penombre della sera, procedono vicini nel massimo silenzio.
43Infine Gesù dice, come parlando a Sé stesso: «Eppure, anche se si è caduti in disgrazia di Dio per avere contravvenuto alla sua Legge, sempre si può tornare ad essere ciò che eravamo, rinunciando al peccato…». Giuda non risponde niente.
44Gesù riprende: «E se si è capito che non si può più avere il potere da Dio, perché Dio non è là dove è Satana, con facilità si può rimediare, preferendo ciò che Dio concede a ciò che vuole la superbia nostra».
Giuda tace.
45Gesù – e sono già alla prima casa del paese – sempre come parlando a Sé stesso dice: «E pensare che Io ho sofferto aspra penitenza perché egli si ravveda e torni al Padre suo…».
46Giuda ha un sussulto, alza il capo, lo guarda… ma non dice nulla.
47Anche Gesù lo guarda… e poi chiede: «Giuda, a chi parlo?».
L’Iscaariota non si pente e rimane indemoniato.
48«A me, Maestro. È per Te che io non ho più potere. Perché Tu me lo hai levato per aumentarlo a Giovanni, a Simone, a Giacomo, a tutti, fuorché a me. Non mi ami, ecco! E finirò per non amarti e per maledire l’ora in cui ti ho amato, rovinandomi agli occhi del mondo per un re imbelle che si lascia soverchiare anche dalla plebe. Non questo speravo da Te!».
49«Neppure Io da te. Ma non ti ho mai ingannato, Io. E non ti ho mai costretto. Perché dunque rimani al mio fianco?».
50«Perché ti amo. Non posso separarmi più da Te. Mi attiri e mi fai ribrezzo. Ti desidero come l’aria per il respiro e.… mi fai paura. Ah! Sono maledetto! Sono dannato! Perché non mi cacci il demonio, Tu che puoi?». Il viso di Giuda è livido e stravolto, pazzo, pieno di paura e di odio… Ricorda già, sebbene pallidamente, la maschera satanica del Giuda del Venerdì Santo.
51E Gesù ricorda nel volto il Nazareno flagellato che, seduto nel cortile del Pretorio sul mastello capovolto, guarda i suoi schernitori con tutta la sua pietà amorosa. Dice, e sembra che un singhiozzo sia già nella sua voce: «Perché non c’è pentimento in te, ma solo ira contro Dio, quasi Egli fosse il colpevole del tuo peccato».
52Giuda dice fra i denti una brutta imprecazione…
L’Iscariota rifiuta la compagnia di Gesù.
53«Maestro, abbiamo trovato. Cinque in un luogo, tre nell’altro, due in un altro, e uno e uno in altri due. Non fu possibile fare meglio», dicono i discepoli.
54«Va bene. Io vado con Giuda di Keriot», dice Gesù.
55«No. Preferisco essere solo. Sono inquieto. Non ti lascerei riposare…».
56«Come vuoi tu… Allora andrò con Bartolomeo. Voi farete ciò che vorrete. Intanto andiamo dove è più posto, per poter cenare insieme».
339. La notte peccaminosa di Giuda Iscariota. Verso Meieron[7].
Andando verso Meieron.
Noia e svogliatezza.
1Una bella aurora di primavera fa rosato il cielo e liete le colline. I discepoli se ne allietano l’uno con l’altro mentre si riuniscono all’inizio del paese in attesa dei ritardatari.
«Il primo giorno che non faccia freddo, dopo le grandinate», dice Matteo sfregandosi le mani.
«Doveva ben venire! Siamo alla neomenia di adar!», esclama Andrea.
«Bene! Bene! Se si doveva andare sui monti col fresco dei giorni passati! …», commenta Filippo.
2«Ma dove si va, poi?», chiede Andrea.
«Chissà… Di qui si va a Sefet o a Meieron. Ma poi?», gli risponde Giacomo di Zebedeo, e si volta a chiedere ai due figli di Alfeo: «Lo sapete voi dove si va?».
3«Gesù ci ha detto che vuole andare verso settentrione. Nulla più», dice laconico Giuda d’Alfeo.
«Un’altra volta? Alla prossima luna si deve iniziare il pellegrinaggio di Pasqua…», dice non troppo entusiasta Pietro.
«Faremo più che a tempo», gli ribatte il Taddeo.
«Sì. Ma niente riposo a Betsaida…
«Vi passeremo certo per prendere le donne e Marziam», risponde Filippo a Pietro.
4«Quello che vi prego è di non mostrarvi annoiati, svogliati o altro. Gesù è afflittissimo… Ieri sera piangeva. L’ho trovato che piangeva mentre noi preparavamo la cena. Non pregava, fuori sulla terrazza, come credevamo. Ma piangeva», dice Giovanni.
«Perché? Glielo hai chiesto?», chiedono tutti.
«Sì. Ma non mi ha detto che: “Amami, Giovanni”».
«Forse… è per quelli di Corozim».
L’Iscariota, un Apostolo strano.
5Lo Zelote, che sta sopraggiungendo, dice: «Il Maestro è qui che viene con Bartolomeo. Andiamogli incontro».
E vanno, ma continuano il loro discorso: «O è per Giuda. Ieri sera erano rimasti soli…», dice Matteo.
6«Già! E Giuda aveva dichiarato prima che era inquieto e non voleva nessuno con sé», osserva Filippo.
«Neanche col Maestro ha voluto stare! E io che ci sarei stato tanto volentieri!», sospira Giovanni.
«Anche io!», dicono tutti gli altri.
7«Quell’uomo non mi piace… O è malato, o è stregato, o è matto, o è indemoniato… Qualche cosa ha», dice sicuro il Taddeo.
8«Eppure, credetelo, nel viaggio di ritorno fu esemplare. Ha sempre difeso il Maestro e gli interessi del Maestro come nessuno di noi mai fece. L’ho visto io, l’ho sentito io! E spero che non avrete dubbi sulla mia parola», asserisce Tommaso.
9«Ti pare che non ti si creda? Ma no, Toma! E ne abbiamo piacere che Giuda sia meglio di noi. Ma tu lo vedi! È strano, sì o no?», chiede Andrea.
10«Oh! per strano è strano. Ma forse soffre per cose intime… Forse anche perché non ha fatto miracolo. È un poco orgoglioso. Oh! a buon fine! Ma ci tiene a fare molto, ad essere encomiato…».
11«Uhm! Sarà! Il fatto è che il Maestro è triste. Guardatelo là se sembra più l’uomo che abbiamo conosciuto. Ma, viva il Signore! Se riesco a scoprire chi è colui che fa soffrire il Maestro… Basta! So io ciò che gli faccio», dice Pietro.
12Gesù, che parla fitto fitto con Natanaele, li vede e affretta il passo sorridendo.
13«La pace a voi. Ci siete tutti?».
«Manca Giuda di Simone… e credevo fosse da Te, perché alla casa dove era a dormire mi hanno detto di avere trovato la stanza vuota e tutto in ordine…», spiega Andrea.
14Gesù corruga un momento la fronte e si concentra nel suo pensiero chinando il capo.
15Poi dice: «Non importa. Andiamo lo stesso. Direte a quelli delle ultime case che noi andiamo a Meieron e poi a Giscala. Se Giuda ci cerca, lo mandino là. Andiamo».
La vera causa della sofferenza di Gesù.
16Tutti sentono tempesta per aria e ubbidiscono senza fiatare. Gesù continua a parlare con Bartolomeo, più avanti degli altri di qualche passo. E sento passare dei grandi nomi nel loro discorso: Hillele, Giaele, Barac e glorie patrie che passano nella mente e nei discorsi, e commenti ammiratori sui grandi dottori. E rimpianti in Bartolomeo…
«Oh! fosse stato ancora vivo il Saggio! Hillele era buono, ma anche forte. Non si sarebbe lasciato turbare. Da sé ti avrebbe giudicato!».
17«Non te la prendere, Bartolmai! E benedici l’Altissimo che lo ha preso nella sua pace. Lo spirito del Saggio non conobbe così il turbamento di tanto odio per Me».
«Mio Signore! Non odio soltanto! …».
18«Più odio che amore, amico. E così sarà sempre».
«Non essere triste. Noi ti difenderemo…»
19«Non è la morte che mi angoscia… È vedere il peccato degli uomini».
«La morte no!… Non parlare di morte. Non arriveranno a tanto… perché hanno paura…».
20«L’odio sarà più forte della paura. Bartolomeo, quando sarò morto, poi quando sarò lontano, nel Cielo santo, dillo agli uomini: “Egli, più che per la morte, soffrì per il vostro odio”…»
«Maestro! Maestro! Maestro! Non dire così! Nessuno ti odierà tanto da farti morire. E Tu puoi sempre impedirlo, Tu che sei potente…».
21Gesù sorride mestamente, direi stancamente, mentre sale col suo passo misurato la strada montana che conduce a Meieron e che, più si alza, più discopre un vasto e bel panorama sul lago di Tiberiade – che appare dallo squarcio di una gola sulle colline vicine che, ad arco, fanno da paravento alla vista del lago di Merom – e poi, oltre il lago di Tiberiade, sull’altipiano d’Oltre-Giordano, fino ai frastagliati monti lontani dell’Auran, della Traconite e della Perea.
22Gesù accenna però in direzione nord-nordest dicendo: «Dopo la Pasqua dovremo andare là, nella tetrarchia di Filippo. E appena ne avremo il tempo per essere di nuovo per la Pentecoste a Gerusalemme».
«Ma non ti converrebbe di più farlo adesso? Passando nell’Oltre-Giordano, verso le sue sorgenti… ritornando per la Decapoli…»
23Gesù si passa la mano sulla fronte, con mossa stanca di chi ha la mente annebbiata[8], e mormora: «Non so, non so ancora!… Bartolomeo! …». Quanto sconforto, dolore, invocazione è nella voce!…
Bartolomeo si curva un poco, come ferito da quel tono strano e nuovo in Gesù, e dice, affannoso d’amore: «Maestro? Che hai? Che vuoi dal vecchio Natanaele?».
24«Nulla, Bartolmai… La tua preghiera[9]… Perché Io veda bene ciò che è da fare… Ma ci chiamano, Bartolmai… Fermiamoci qui…».
L’Iscariota un Apostolo corrotto.
25E si arrestano presso un ciuffo di alberi. Spuntano dalla curva del sentiero gli altri in gruppo: «Maestro, Giuda ci segue correndo a perdifiato…».
«Lo aspetteremo, dunque».
E Giuda infatti appare presto, di corsa…
26«Maestro… ho fatto tardi… Sono rimasto addormentato e.…».
«Dove, se a casa non ti ho trovato?», chiede stupito Andrea.
27Giuda resta per un minuto interdetto, ma svelto si riprende dicendo: «Oh! mi spiace che la mia penitenza si sia rivelata! Sono stato nel bosco tutta la notte a pregare, a fare sacrificio… All’alba mi ha vinto il sonno. Sono un debole io… Ma il Signore altissimo compatirà il suo povero servo. Non è vero, Maestro? Mi sono destato tardi e tutto indolenzito».
28«Infatti hai un viso molto sciupato», osserva Giacomo di Zebedeo.
29Giuda ride: «Eh! già! Ma ho l’anima più lieta. La preghiera fa bene. La penitenza dà ilare cuore. E dà umiltà e generosità. Maestro, perdona il tuo stolto Giuda…», e si inginocchia ai piedi di Gesù.
30«Sì. Alzati e andiamo».
31«Dammi la pace con un tuo bacio. Sarà il segno che mi hai perdonato i malumori di ieri. Non ti ho voluto, è vero. Ma era perché volevo pregare…».
32«Avremmo potuto pregare insieme…».
33Giuda ride e dice: «No, Tu non potevi pregare con me questa notte, essere dove io ero…».
34«Oh! bella! Perché? È sempre con noi e ci ha insegnato Lui a pregare!», dice stupito Pietro.
35Ridono tutti. Ma Gesù non ride. Guarda fisso Giuda che lo ha baciato e che lo guarda con un occhio ilare di pungente malizia, come se lo sfidasse. Osa ripetere: «Non è vero che non potevi essere con me questa notte?».
36«Non potevo. Non potevo e non potrò mai, infatti, condividere gli abbracci del mio spirito col Padre mio, con un terzo, tutto carne e sangue, quale tu sei, e nei luoghi dove tu vai. Amo la solitudine popolata d’angeli per dimenticare che l’uomo è un fetore di carne corrotta dal senso, dall’oro, dal mondo e da Satana».
37Giuda non ride più neppure con gli occhi. Risponde serio: «Hai ragione. Il tuo spirito ha visto il vero. Dove andiamo allora?».
La tomba dei giusti.
38«A venerare le tombe dei grandi rabbi e degli eroi dì Israele».
39«Che? Come? Ma Gamaliele non ti ama. Ma gli altri ti odiano!», dicono in molti.
40«Non importa. Io mi inchino alle tombe dei giusti che attendono redenzione. Vado a dire alle loro ossa: “Presto Colui che vi alitò lo spirito vostro sarà nel Regno dei Cieli, pronto a scendere di là all’estremo Giorno, per farvi rivivere in eterno nel Paradiso”[10]».
41Vanno, vanno finché trovano il paese di Meieron. Bello, ben tenuto, pieno di luce e di sole, fra ubertose colline e vette.
42«Sostiamo. Nel pomeriggio andremo da qui verso Giscala. Le grandi tombe sono sparse per queste chine in attesa del risveglio glorioso».
340. Ravvedimento di
Giuda Iscariota e scontro con i rabbi al sepolcro
di
Hillele[11].
Morale strana dell’Iscariota.
L’Iscariota, Apostolo bugiardo.
1Dal paese di Meieron Gesù coi suoi apostoli prende una strada in direzione nord-ovest, sempre montana, fra boschi e pascoli, e continua a salire. Forse hanno già venerato delle tombe perché sento che ne parlano fra di loro.
2Adesso è proprio l’Iscariota che è davanti con Gesù. Si capisce che a Meieron hanno ricevuto e dato elemosine, e Giuda ne dà il rendiconto, dicendo le offerte ricevute e le elemosine date. Termina dicendo: «Ed ora ecco qui la mia offerta. L’ho giurato questa notte di dartela per i poveri, per penitenza. Non è molta. Ma non ho molto denaro. Però ho persuaso mia madre a mandarmene sovente attraverso a molti amici. Le altre volte che lasciavo la casa era con molto denaro. Ma questa volta, dovendo girare per i monti da solo o col solo Tommaso, ne ho preso il sufficiente per la durata del viaggio. Preferisco fare così. Soltanto… dovrò qualche volta chiederti licenza di separarmi per qualche ora da voi per andare dai miei amici. Ho già combinato tutto… Maestro, la moneta la tengo sempre io? Ancora io? Ti fidi ancora di me?».
3«Giuda, tu dici tutto da te stesso. E non ne so il motivo per il quale lo fai. Sappi che per Me nulla è mutato… perché spero, con questo, che abbia a mutare tu e ritornare ad essere il discepolo di un tempo, e divenire il giusto per la cui conversione a tale Io prego e soffro».
Le conseguenze del peccato.
4«Hai ragione, Maestro. Ma col tuo aiuto certo lo diventerò. Del resto… sono imperfezioni di gioventù. Cose senza peso. Servono, anzi, a potere comprendere i propri simili e a curarli».
5«In verità, Giuda, la tua morale è molto strana! E dovrei dire di più. Mai non si è visto un medico che si ammali volontariamente per poter poi dire: “Adesso so curare meglio i malati di questo male”. Sicché Io sono un incapace?».
6«Chi lo dice, Maestro?».
«Tu. Io non faccio peccati, perciò allora non so curare i peccatori».
«Tu sei Tu. Ma noi non siamo Tu e occorriamo della esperienza per saper fare…».
7«É la tua vecchia idea. La stessa di un venti lune fa. Solo che allora giudicavi che Io dovessi peccare per essere capace di redimere. In verità mi stupisco che tu non abbia cercato di correggere questo mio… difetto, secondo i tuoi modi di giudicare, e di dotarmi di questa… capacità di comprendere i peccatori».
8«Tu scherzi, Maestro. E ne ho piacere. Mi facevi pena. Eri tanto triste. E che sia proprio io che ti faccio scherzare mi dà doppio piacere. Ma io non ho mai pensato ad erigermi a tuo pedagogo. E del resto, lo vedi! Ho corretto il mio modo di pensare, tanto che dico che solo per noi è necessaria questa esperienza. Per noi, poveri uomini. Tu sei il Figlio di Dio, non è vero? Hai dunque una sapienza che non abbisogna di esperienze per essere tale».
9«Ebbene, allora sappi che anche l’innocenza è sapienza, molto più sapienza della bassa e pericolosa conoscenza del peccatore. Dove l’ignoranza santa del male renderebbe limitata la capacità di guidarsi e di guidare, sopperisce il ministero angelico, che non è mai assente presso un cuore puro. E credi che gli angeli, purissimi quali sono, sanno però anche distinguere il Bene e il Male e condurre il puro, che custodiscono, sul sentiero giusto e ad atti giusti. Il peccato non è aumento di sapienza. Non è luce. Non è guida. Mai. É corruzione. É accecamento. É caos. Di modo che chi lo ha fatto ne saprà il sapore, ma anche avrà perduto la capacità di sapere molte altre spirituali cose e non avrà più un angelo di Dio, spirito di ordine e di amore, a guidarlo, ma avrà un angelo di Satana a condurlo su un disordine sempre maggiore per l’odio insaziabile che divora questi spiriti diabolici».
Necessità e conseguenze del pentimento.
10«E.… senti, Maestro. Se uno volesse tornare ad avere la guida angelica? Basta il pentimento, oppure il veleno del peccato perdura anche dopo che si è pentito ed è stato perdonato?… Sai? Uno che si è dato al vino, ad esempio, se anche giura di non ubriacarsi più, e lo giura con vera volontà di farlo, sente sempre lo stimolo a bere. E soffre…».
11«Certo. Soffre. Per questo non si dovrebbe mai rendersi schiavi di ciò che è male. Ma soffrire non è peccare. É espiare. Così come un ubriacone pentito non fa peccato ma acquista merito se resiste eroicamente allo stimolo e non beve più vino, altrettanto chi ha peccato, e si pente, e resiste ad ogni stimolo, acquista un merito, né gli manca l’aiuto soprannaturale per questa resistenza. Essere tentati non è peccato. Anzi è battaglia che procura vittoria. E, credilo anche, in Dio non c’è che il desiderio di perdonare e di aiutare chi ha sbagliato ma poi si pente…». Giuda tace qualche tempo…
12Poi, prendendo la mano di Gesù, la bacia dicendo, stando curvo sulla mano baciata: «Ma io ieri sera ho passato la misura. Ti ho insultato, Maestro… Ti ho detto che finirò ad odiarti… Quante bestemmie ho detto! Possono mai essermi perdonate?».
13«Il più grande peccato è disperare della misericordia divina… Giuda, Io l’ho detto: “Ogni peccato contro il Figlio dell’uomo sarà perdonato”. Il Figlio dell’uomo è venuto per perdonare, per salvare, per guarire, per portare al Cielo. Perché vuoi tu perdere il Cielo? Giuda! Giuda! Guardami! Lavati l’anima nell’amore che esce dai miei occhi…».
L’Iscariota pentito.
14«Ma non ti faccio ribrezzo?».
«Sì… Ma l’amore è più grande del ribrezzo. Giuda, povero lebbroso, il più grande lebbroso di Israele, vieni ad invocare la salute da Chi te la può dare…».
«Dammela, Maestro».
15«No. Non così. Non c’è in te il pentimento vero e la volontà ferma. C’è solo un conato di amore superstite per Me, per la tua passata vocazione. C’è un agitarsi di sentimento, ma tutto umano. Non è male tutto questo. É anzi il primo passo verso il Bene. Coltivalo, aumentalo, innestalo col soprannaturale, fanne un vero amore per Me, un ritorno vero a ciò che eri quando a Me venisti, quello almeno, quello almeno! Fanne non un palpito transitorio, emotivo, di sentimentalismo inattivo, ma un vero sentimento, attivo, di attrazione al Bene. Giuda, Io aspetto. Io so aspettare. Io prego. Sono Io che sopperisco, in quest’attesa, il tuo angelo disgustato. La mia pietà, la mia pazienza, il mio amore, essendo perfetti, sono superiori a quelli angelici e possono rimanere al tuo fianco, fra i fetori disgustosi di quello che ti fermenta in cuore, per aiutarti…»
16Giuda è commosso, in realtà, non per finta. Con labbra tremanti e voce resa malferma da ciò che lo commuove, pallido, chiede: «Ma Tu sai realmente ciò che ho fatto?».
17«Tutto, Giuda. Vuoi che te lo dica o preferisci che Io ti risparmi questo avvilimento?».
«Ma… non posso credere, ecco…».
18«Andiamo a ritroso, allora, e diciamo all’incredulo la verità. Tu questa mattina hai mentito già più volte. E sui denari e sul modo come hai passato la notte. Tu ieri sera hai cercato di soffocare con la lussuria ogni tuo altro sentimento, ogni odio, ogni rimorso. Tu…»
«Basta! Basta! Per carità non andare oltre! O io fuggirò dal tuo cospetto».
19«Dovresti all’opposto stringerti ai miei ginocchi chiedendo perdono».
«Sì, sì! Perdono! Perdono, Maestro mio! Perdono! Aiutami! Aiutami! É più forte di me! Tutto è più forte di me».
20«Fuorché l’amore che dovresti avere per Gesù… Ma vieni qui, che ti vinca la tentazione e te ne liberi». E lo piglia fra le braccia, piangendo silenziose lacrime sul capo bruno di Giuda.
Gli altri, indietro di qualche metro, si sono prudentemente fermati e commentano.
Commenti benevoli.
21«Vedete?! Forse Giuda ha proprio dei dispiaceri».
«E questa mattina se ne è aperto col Maestro».
«Che stolto! Io lo facevo subito».
«Saranno cose penose».
«Oh! non sarà certo per mala condotta di sua madre! É una santa donna lei! Che dunque di penoso?».
«Forse interessi che vanno male…».
«Ma no! Spende e benefica di suo con generosità».
22«Bene! Affari suoi! L’importante è che sia d’accordo col Maestro, e pare che sia così. Parlano da tanto e con pace. Ora sono abbracciati… Molto bene».
23«Sì, perché è uno capace ed ha tante conoscenze. É buona cosa che sia d’accordo e di buona volontà con noi e specie col Maestro».
24«Gesù ha detto a Ebron che le tombe dei giusti sono luoghi di miracolo, o su per giù… In questi luoghi ve ne sono molte. Forse hanno fatto miracolo, sul turbamento di Giuda, quelle di Meieron».
25«Oh! allora finirà di farsi santo ora alla tomba di Hillele. Non è Giscala quella?».
«Sì, Bartolomeo».
«Eppure lo scorso anno non passammo di qui…».
«Sfido! Venivamo dall’altra parte!».
26Gesù si volta e li chiama. Accorrono festosi.
Giscala fiorente città rabbinica.
Il passaggio degli apostoli.
27«Venite. La città è prossima. Dobbiamo attraversarla per trovare la tomba di Hillele. Facciamolo in gruppo», dice Gesù senza spiegare altro, mentre gli undici sbirciano curiosi Lui e Giuda. Ma se quest’ultimo ha un viso pacificato ma dimesso, Gesù non ha un viso radioso. É solenne, ma serio.
Entrano in Giscala, che è vasta e bella e ben tenuta. Vi deve essere un fiorente centro rabbinico, perché vedo molti dottori raccolti in gruppi qua e là, con allievi vicino a loro in ascolto delle loro lezioni. Il passaggio degli apostoli, e specie del Maestro, è molto notato e molti si accodano al loro gruppo. Qualcuno sogghigna, altri chiamano Giuda di Keriot. Ma lui è al fianco del Maestro e non si volta neppure. Escono dalla città e vanno alla casa nei cui pressi è la tomba di Hillele.
Il verso delle iene.
28«Che sfacciataggine!».
«É imprudente e impudente!».
«Ci provoca».
«Profanatore!».
«Diglielo, Uziel».
29«Io non mi contamino. Diglielo tu, Saul, che sei soltanto allievo».
«No. Diciamolo a Giuda. Vallo a chiamare».
Il giovane detto Saul, un mingherlino, pallido, tutt’occhi e bocca, va da Giuda e gli dice: «Vieni. Ti vogliono i rabbi».
30«Non vengo. Sto dove sono. Lasciatemi stare».
Il giovane torna e riferisce ai suoi capi.
31Intanto Gesù, nel cerchio dei suoi, prega con venerazione presso il sepolcro ben candido di calcina di Hillele.
32I rabbi si accostano piano, come serpi silenziose, e osservano; e due, barbuti, anziani, tirano la veste di Giuda, che nel mettersi in preghiera si è trovato non più difeso dalle coppie degli altri compagni.
«Ma che volete, insomma?», chiede piano ma con risentimento.
«Neanche pregare si può?»
«Una parola sola. Poi ti lasciamo in pace».
Simone Zelote e il Taddeo si voltano e zittiscono i sussurroni. Giuda si scosta due o tre passi e chiede: «Che volete?».
33Non intendo ciò che gli mormora il più vecchio all’orecchio. Ma vedo bene l’atto di Giuda che si scansa d’impeto dicendo: «No. Lasciatemi in pace, anime di veleno. Non vi conosco, non vi voglio più conoscere».
34Una risata di scherno esce dal gruppetto rabbinico e una minaccia: «Bada ciò che fai, stolto ragazzo!».
35«Badateci voi. Via! Andate pure a dirlo agli altri. A tutti gli altri. Avete capito? Rivolgetevi a chi vi pare. Non a me, demoni che siete», e li pianta in asso.
Ha parlato tanto forte che gli apostoli si sono voltati stupefatti.
36Gesù no. Neppure per la risata di scherno e la promessa: «Ci rivedremo, Giuda di Simone! Ci rivedremo!», che risuona nel silenzio del luogo.
37Giuda torna al suo posto, anzi sposta Andrea che si era messo vicino a Gesù e, quasi per essere difeso e protetto, prende un lembo del mantello di Gesù fra le mani.
Crudeltà degli energumeni.
38L’ira si avventa su Gesù, allora. Si fanno avanti, minacciosi, e urlano: «Che fai qui, Tu, anatema di Israele? Via! Non fare fremere le ossa del Giusto che non sei degno di avvicinare. Lo diremo a Gamaliele e ti faremo punire».
Gesù si volta e li guarda. Uno per uno.
39«Perché ci guardi così, indemoniato?».
«Per conoscere bene i vostri volti e i vostri cuori. Perché non solo il mio apostolo si rivedrà con voi. Ma Io pure. E vorrò avervi ben conosciuto per potervi subito ben ravvisare».
«Bene, ci hai visti? Vattene. Gamaliele, se ci fosse, non lo permetterebbe».
«Lo scorso anno fui qui con lui…».
«Non è vero, mentitore!».
40«Chiedeteglielo e, poiché egli è un onesto, vi dirà che sì. Io amo e venero Hillele, e rispetto e onoro Gamaliele. Sono due uomini nei quali si appalesa l’origine dell’uomo per la loro giustizia e sapienza, che ricorda che l’uomo è fatto a somiglianza di Dio».
«In noi no, eh?», interrompono gli energumeni.
41«In voi è offuscata dagli interessi e dall’odio».
«Uditelo! In casa altrui così parla e offende! Via! Via di qui, corruttore dei migliori d’Israele! O noi daremo mano alle pietre. Qui non c’è Roma a proteggerti, trescatore col nemico pagano…».
42«Perché mi odiate? Perché mi perseguitate? Che vi ho fatto di male? Alcuni di voi hanno avuto da Me benefici, tutti rispetto. E allora perché siete con Me crudeli?». Gesù è umile, mite, afflitto e amoroso. Li supplica di amarlo.
43Essi prendono questo per un segno di debolezza e di paura e incalzano. La prima pietra vola e sfiora Giacomo di Zebedeo. Questo, rapido, fa l’atto di reagire col lanciarla agli assalitori, mentre tutti si stringono intorno a Gesù. Ma sono dodici contro un centinaio circa. Un’altra pietra colpisce alla mano Gesù che sta ordinando ai suoi di non reagire. La mano, ferita sul dorso, sanguina. Pare già ferita dal chiodo…
Il Messia è la Fonte di acqua viva.
44Allora Gesù non prega più. Si raddrizza, imponente, li guarda, li fulmina coi suoi sguardi. Ma un altro sasso fa sanguinare Giacomo d’Alfeo sulla tempia. Gesù deve paralizzare ogni altro atto col suo potere, a difesa dei suoi apostoli che, ubbidienti, subiscono la sassaiola senza reagire.
45E quando i vili sono dominati dal volere di Gesù, Egli – ed è di una imponenza spaventosa – dice con voce tonante: «Me ne vado. Ma sappiate che, per quanto fate, Hillele vi avrebbe maledetti. Me ne vado. Però ricordate che neppure il mar Rosso arrestò gli israeliti dal loro cammino segnato da Dio. Tutto si spianò e si fece strada al volere di Dio[12] che passava. E ciò è anche per Me. Come egizi e filistei, amorrei, cananei e ogni altro popolo non arrestarono la marcia trionfale di Israele[13], così voi, peggio che tali, non arresterete il cammino e la missione di Me: Israele. Ricordate che fu cantato al pozzo dell’acqua data da Dio: “Sgorga, o pozzo, pozzo scavato dai principi, preparato dai capi del popolo, col dator della Legge, coi loro bastoni”[14]. Io sono quel Pozzo! Quel Pozzo Io sono[15]! Scavato dai Cieli per tutte le preghiere, le giustizie dei veri principi e capi del Popolo santo, che non siete voi. No. Non lo siete. Per voi mai il Messia sarebbe venuto, perché non ve lo meritate. Perché la sua venuta è la vostra rovina. Perché l’Altissimo sa tutti i pensieri degli uomini e li sa da sempre, da prima che fosse Caino da cui venite, e Abele al quale Io sono simile, da prima che fosse Noè mia figura, Mosè che per primo ha usato il mio simbolo[16], da prima che fosse Balaam che profetizzò la Stella[17], e Isaia e tutti i profeti. E sa i vostri, Dio, e ne inorridisce. Ne ha sempre inorridito, così come ha sempre giubilato per i giusti per i quali era giusto mandarmi, e che veramente, oh! sì! veramente mi hanno aspirato dalla profondità dei Cieli per portare l’Acqua viva alla sete degli uomini. Io sono la Fonte di Vita eterna. Ma voi non vi volete bere[18]. E morrete[19]».
46E passa lentamente in mezzo ai paralizzati rabbini e allievi e prosegue la sua via, lento, solenne, in un silenzio stupefatto di uomini e di cose.
341. La mano ferita di Gesù. Guarigione di un sordomuto ai confini siro-fenici[20].
Presso i confini fenici (Mc 7,31) [21].
Pianto d’amore.
1Non so dove abbiano pernottato i pellegrini. So che è di nuovo mattina, che sono per via, sempre per luoghi montuosi, e che Gesù ha la mano fasciata e Giacomo di Alfeo ha fasciata la fronte, mentre Andrea zoppica forte e Giacomo di Zebedeo è senza la sacca, che ha preso suo fratello Giovanni.
2Per due volte Gesù ha chiesto: «Ce la fai a camminare, Andrea?».
«Sì, Maestro. Cammino male per la fasciatura. Ma il dolore non è forte». E la seconda volta aggiunge: «E la tua mano Maestro?».
3«Una mano non è una gamba. Sta a riposo e duole poco».
«Uhm! Poco non credo, così gonfia e aperta fino all’osso come è… L’olio fa bene. Ma forse era meglio se di quell’unguento di tua Madre ce ne facevamo dare un poco da…».
4«Da mia Madre. Hai ragione», dice svelto Gesù sentendo ciò che sta per uscire dalle labbra di Pietro, che arrossisce confuso, guardando con uno sguardo così desolato il suo Gesù che Egli ne sorride e appoggia proprio la mano ferita sulla spalla di Pietro per attirarlo a Sé.
«Ti farà male a stare così».
5«No, Simone. Tu mi vuoi bene e il tuo amore è un grande olio salutare».
«Oh! allora, se è per questo, dovresti già essere guarito! Abbiamo sofferto tutti di vederti trattato così, e c’è chi ha pianto». E Pietro guarda Giovanni e Andrea…
6«Olio e acqua sono buona medicina, ma il pianto d’amore e di pietà è più potente di tutto. E, vedete? Io sono molto più lieto oggi di ieri. Perché oggi so quanto siete ubbidienti e amorosi di Me. Tutti», e Gesù li guarda col suo sguardo soave, nella cui ormai abituale mestizia è una luce tenue di gioia, questa mattina.
“Ma che iene!”.
«Ma che iene! Mai visto un odio tale!», dice Giuda d’Alfeo. «Dovevano essere tutti giudei».
7«No, fratello. Non c’entra la regione. L’odio è uguale dappertutto. Ricordati che a Nazareth, da mesi, fui cacciato e mi si voleva prendere a colpi di pietra. Non te lo ricordi?», dice calmo Gesù, e ciò serve a consolare quelli che sono giudei delle parole del Taddeo.
8Tanto consolare che l’Iscariota dice: «Ma questo lo dirò. Oh! se lo dirò! Non facevamo nulla di male. Non abbiamo reagito e Lui ha parlato tutto amore all’inizio. E a sassate, come serpi, ci hanno preso. Lo dirò».
9«E a chi mai, se sono tutti contro di noi?».
«Lo so io a chi. Intanto, non appena vedo Stefano o Erma, glielo dico. Lo saprà subito Gamaliele. Ma a Pasqua lo dirò a chi so io. Dirò: “Non è giusto fare così. Siete illegali nel vostro furore. Voi siete colpevoli, non Lui”».
10«Faresti meglio a non andarci molto vicino a quei signori!… Mi sembra che anche tu sia in colpa agli occhi loro», consiglia saggiamente Filippo.
11«È vero. Meglio è che non li avvicini mai più. Sì. È meglio. Ma a Stefano lo dirò. Lui è buono e non avvelena…».
12«Lascia andare, Giuda. Non muteresti nulla in meglio. Io ho perdonato. Non ci pensiamo più», dice calmo e persuasivo Gesù.
Lacrime di pietà.
13Due volte, incontrando ruscelli, tanto Andrea come i due Giacomi si bagnano le fasce che hanno sulle contusioni. Gesù no. Prosegue tranquillo come non sentisse dolore.
14Pure il dolore deve essere sensibile se, quando si fermano per mangiare, deve chiedere ad Andrea di spezzargli il pane; se, quando gli si slaccia un sandalo, deve pregare Matteo di legarglielo di nuovo…; se, soprattutto, nello scendere per una scorciatoia precipitosa e urtando in un tronco perché gli scivola il piede, non può reprimere un lamento, e se gli si arrossa di nuovo la benda di sangue, tanto che alla prima casa di un paese, dove giungono verso il tramonto, si fermano chiedendo acqua e olio per medicargli la mano che appare, levate le bende, molto gonfia, bluastra nel dorso con la ferita rosseggiante al centro.
Mentre aspettano che la donna della casa accorra con quanto desiderano, si curvano tutti ad osservare la mano ferita e fanno i loro commenti. Ma Giovanni si ritira un poco più in là a nascondere il suo pianto.
15Gesù lo chiama: «Vieni qui. Non è un gran male. Non piangere».
16«Lo so. Lo avessi io non piangerei. Ma l’hai Tu. E non lo dici tutto il male che ti fa questa cara mano, che non ha mai nuociuto a nessuno», risponde Giovanni, al quale Gesù ha abbandonato la sua mano ferita, che Giovanni carezza dolcemente sulla punta delle dita, sul polso, tutto intorno alla lividura, e che volta dolcemente per baciarla sul palmo e appoggiare la sua guancia nel cavo della mano dicendo: «Scotta… Oh! quanto ti deve dolere!», e lacrime di pietà cadono su essa.
17La donna porta l’acqua e l’olio, e con un lino Giovanni vuole detergere il sangue che imbratta la mano, e con delicatezza fa scorrere l’acqua tiepida sul posto ferito e poi la unge, la fascia con strisce pulite e sulla legatura pone un bacio. Gesù gli mette l’altra mano sulla testa china.
Guarigione del sordo muto.
Opera di misericordia.
18La donna chiede: «È tuo fratello?».
«No. È il mio Maestro. Il nostro Maestro».
«Da dove venite?», chiede ancora agli altri.
«Dal mare di Galilea».
«Lontano! Perché?».
«Per predicare la Salute».
19«È quasi sera. Fermatevi in casa mia. Casa da poveri. Ma di onesti. Posso darvi del latte non appena tornano i miei figli con le pecore. Il mio uomo vi accoglierà volentieri».
«Grazie, donna. Se il Maestro vorrà, resteremo qui».
La donna va alle sue faccende mentre gli apostoli chiedono a Gesù cosa devono fare.
20«Sì. È bene. Domani andremo a Cedes e poi verso Paneade. Ho pensato, Bartolomeo. Conviene fare come tu dici. Mi hai dato un buon consiglio[22]. Spero trovare così altri discepoli e mandarli avanti a Me a Cafarnao. So che a Cedes devono ormai esservene stati alcuni, fra i quali i tre pastori libanesi».
Torna la donna e chiede: «Ebbene?».
«Sì, donna buona. Restiamo qui per la notte».
21«E per la cena. Oh! graditela. Non mi pesa. E poi ci è stata insegnata la misericordia da alcuni che sono i discepoli di quel Gesù di Galilea, detto il Messia, che fa tanti miracoli e predica il Regno di Dio. Ma qui non c’è mai venuto. Forse perché siamo ai confini siro-fenici. Ma sono venuti i suoi discepoli. Ed è già molto. Per la Pasqua noi del paese vogliamo andare tutti in Giudea per vedere se lo vediamo questo Gesù. Perché abbiamo dei malati e i discepoli ne hanno guariti alcuni, ma altri no. E fra questi c’è un giovane figlio di un fratello della moglie di mio cognato».
Notizie sul sordo muto.
22«Che ha?», chiede Gesù sorridendo.
«È… Non parla e non sente. Nato così. Forse un demonio è entrato nel seno della madre per farla disperare e soffrire. Ma è buono, come indemoniato non fosse. I discepoli hanno detto che per lui ci vuole Gesù di Nazareth, perché deve essere con qualche cosa di mancante, e solo questo Gesù… 5Oh! ecco i miei figli e il mio sposo! Melchia, ho accolto questi pellegrini in nome del Signore e stavo raccontando di Levi… Sara, va’ presto a mungere il latte e tu, Samuele, scendi a prendere olio e vino nella grotta, e porta mele dal solaio. Spicciati Sara, prepareremo i letti nelle stanze alte».
23«Non ti affaticare, donna. Staremo bene da per tutto. Potrei vedere l’uomo di cui parlavi?».
«Sì… Ma… Oh! Signore! Ma sei forse Tu il Nazareno?».
24«Sono Io».
La donna crolla in ginocchio strillando: «Melchia, Sara, Samuele! Venite ad adorare il Messia! Che giorno! Che giorno! E io l’ho in casa mia! E gli parlavo così! E gli ho portato l’acqua per lavare la ferita… Oh! …»; è strozzata di emozione. Ma poi corre al catino e lo vede vuoto: «Perché avete gettato quell’acqua? Era santa! Oh! Melchia! Il Messia da noi».
25«Sì. Ma sta’ buona, donna, e non lo dire a nessuno. Va’ piuttosto a prendere il sordomuto e portamelo qui…», dice Gesù sorridendo…
Miracolo nel miracolo (Mc 7,32-35)[23].
26…E presto Melchia torna col giovane sordomuto e con i parenti di lui e mezzo paese almeno… La madre dell’infelice adora Gesù e lo supplica.
27«Sì, sarà come tu vuoi», e preso per mano il sordomuto lo attira un po’ fuori dalla folla che si accalca, e che gli apostoli, per pietà della mano ferita, si danno da fare a respingere. Gesù si accosta bene il sordomuto, gli pone gli indici nelle orecchie e la lingua sulle labbra socchiuse, poi, alzando gli occhi al cielo che imbruna, alita sul volto del sordomuto e grida forte: «Apritevi!», e lo lascia andare.
28Il giovane lo guarda un momento mentre la folla bisbiglia. È sorprendente la mutazione del volto prima apatico e mesto del sordomuto e poi sorpreso e sorridente. Si porta le mani alle orecchie, le preme e le stacca… Si persuade che sente per davvero e apre la bocca dicendo: «Mamma! Io sento! Oh! Signore, io ti adoro!».
Raccomandazioni (Mc 7,36-37)[24].
29La folla è presa dal solito entusiasmo e tanto più lo è perché si chiede: «E come può già saper parlare se mai udì parola da quando è nato? Un miracolo nel miracolo! Gli ha slegato la favella e aperto le orecchie e insieme lo ha istruito a parlare. Viva Gesù di Nazareth! Osanna al Santo, al Messia!».
30E si premono contro di Lui che alza la sua mano ferita a benedire, mentre alcuni, istruiti dalla donna della casa, si bagnano il viso o le membra con le superstiti gocce rimaste nel catino.
31Gesù li vede e grida: «Per la vostra fede siate tutti guariti Andate alle vostre case. Siate buoni, onesti. Credete nella parola del Vangelo. E tenete ciò che sapete per voi finché sia l’ora, di bandirlo sulle piazze e per le vie della Terra. La mia pace sia con voi».
32Ed entra nella vasta cucina, dove splende il fuoco e tremolano le luci di due lucerne.
342. A Cédès. Il segno chiesto dai farisei e la profezia di Abacuc[25].
Antica città levitica e di rifugio.
Bella città cintata.
1La città di Cedes è su di un monticello, un poco isolato da una lunga catena che da nord a sud è al suo oriente, mentre ad occidente una catena collinosa, quasi parallela, procede ugualmente da nord a sud. Due linee parallele che però restringono formando quasi un abbozzo di X. Al punto più stretto, e più appoggiato alla catena orientale che a quella occidentale, è il monte che ha sulle sue pendici Cedes, che si estende dalla cima alle coste piuttosto pianeggianti e che domina la vallata fresca e verde, molto stretta all’est, più ampia ad ovest.
2É una bella città cintata e con belle case e una imponente sinagoga, come imponente è la fontana dalle molte bocche che lasciano cadere acqua fresca ed abbondante in un sottoposto bacino, dal quale partono rivi destinati ad alimentare altre fonti, forse, o giardini. Non so.
La scorta di Gesù.
3Gesù vi penetra in giorno di mercato. La sua mano non è più fasciata, ma ha ancora una crosta bruna e un ampio lividore sul dorso. Anche Giacomo di Alfeo ha una crosticina rosso bruna alla tempia e un ampio livido tutt’intorno. Andrea e Giacomo di Zebedeo, meno colpiti, non mostrano più segni della passata avventura e camminano spediti guardandosi intorno, e specie ai lati e alle spalle, perché si sono scaglionati vicino, davanti e dietro a Gesù. Ho l’impressione che si siano fermati nel luogo descritto ieri o nelle sue vicinanze per due o tre giorni, forse per riposare oppure per distanziare i rabbi, nella tema che si fossero diretti nelle città principali per la speranza di coglierli in fallo e nuocere loro ancora. Almeno così fanno pensare i loro discorsi.
4«Ma questa è città di rifugio!», dice Andrea.
«Proprio loro a rispettare il rifugio e la santità di un luogo! Come sei ingenuo, fratello!», gli risponde Pietro.
5Gesù è fra i due Giuda. Davanti a Lui sono Giacomo e Giovanni all’avanguardia, e poi l’altro Giacomo con Filippo e Matteo. Dietro di Lui Pietro, Andrea e Tommaso. Ultimi, Simone Zelote e Bartolomeo.
Cani ringhiosi, sparvieri rapaci e serpi astute.
6Tutto va bene fino all’entrata in una bella piazza, quella della vasca e della sinagoga, sulla quale sono fitte le persone che trattano di affari. Il mercato invece è più in basso e a sud ovest della città, là dove sfocia la via maestra che viene da sud e l’altra, quella fatta da Gesù, che viene da ovest, le quali strade, confluendo ad angolo retto, si fondono nell’unica che penetra sotto la porta fino a mutarsi in una vasta piazza bislunga dove sono asini e stuoie, venditori, compratori e il solito baccano…
7Ma giunti invece a questa piazza più bella – il cuore della città, credo, non tanto perché sia equidistante dal perimetro delle mura, quanto perché la vita spirituale e commerciale di Cedes pulsa qui, e pare lo dica anche la sua posizione sopraelevata dal più del paese, dominatrice, atta ad essere difesa come una cittadella – cominciano i guai. Come tanti ringhiosi cani in attesa di dare addosso a un inerme cucciolo, o meglio come tanti segugi alla posta della selvaggina di cui hanno sentito l’odore nel vento, un gruppo numeroso di farisei e sadducei, con mescolato, a drogarlo, un pizzico dei rabbini visti a Giscala, fra i quali quello detto Uziel, è addossato al portale ampio e bello di sculture e fregi della ricca sinagoga. E subito si accennano l’un l’altro Gesù e gli apostoli.
8«Ohimé, Signore! Sono anche qui!», dice sgomento Giovanni volgendosi indietro a parlare con Gesù.
9«Non temere. Va avanti sicuro. Però quelli che non si sentono di affrontare quei disgraziati si ritirino andando all’albergo. Voglio assolutamente parlare qui, antica città levitica e di rifugio»[26].
10Protestano tutti: «Maestro, e puoi pensare che ti si lasci solo?! Ci uccidano tutti, se vogliono. Ma noi condivideremo la tua sorte».
Profezia di Abacuc sul Messia.
Invito all’ascolto.
11Gesù passa davanti al gruppo nemico e va a collocarsi contro il muro di un giardino dal quale piovono i petali candidi di un pero in fiore. Il muro scuro e la nuvola candida sono contorno e corona al Cristo, che ha davanti i suoi dodici.
12Gesù inizia a parlare, e la sua bella voce tonata, che dice: «O voi qui raccolti, venite ad ascoltare la Buona Novella, perché più utile dei commerci e delle monete è la conquista del Regno dei Cieli», empie la piazza e fa volgere chi è in essa.
13«Oh! ma quello è il Rabbi galileo!», dice uno.
«Venite, andiamo ad ascoltarlo. Forse farà miracolo».
E un altro: «Io a Betginna ne ho visto fare uno da Lui. E come parla bene! Non come quegli sparvieri rapaci e quelle serpi astute».
Gesù è presto circondato di folla. E prosegue a parlare a questa folla attenta.
L’anima è il luogo dove si parla con Dio.
14«Dal cuore di questa città levitica Io non voglio ricordare la Legge. So che è presente ai vostri cuori come in poche città di Israele, e lo dimostra anche l’ordine che ho osservato in essa, l’onestà di cui mi hanno dato prova i mercanti dai quali ho acquistato il cibo per Me e il mio piccolo gregge, e questa sinagoga, ornata come si conviene al luogo dove si onora Iddio. Ma in voi è un luogo dove pure si onora Iddio, un luogo in cui sono le aspirazioni più sante e dove risuonano le parole più dolcemente speranzose della nostra fede e le preghiere più ardenti perché la speranza si muti in realtà. L’anima. Ecco il luogo santo e singolo, dove si parla di Dio e con Dio in attesa che la Promessa si compia.
15Ma la Promessa è compiuta. Israele ha il suo Messia, il quale vi porta la parola e la certezza che il tempo della Grazia è venuto, che la Redenzione è vicina, che il Salvatore è fra voi, che il Regno senza sconfitte ha inizio.
Israele ha il suo Messia.
16Quante volte voi avrete udito leggere Abacuc! E i più meditativi fra voi avranno mormorato: “Io pure posso dire: ‘Fino a quando, o Signore, io dovrò gridare senza avere da Te ascolto?’.” Secoli sono che Israele geme così. Ma ora il Salvatore è venuto. La grande rapina, il perpetuo affanno, il disordine e l’ingiustizia causati da Satana stanno per cadere, perché il Mandato da Dio sta per reintegrare l’uomo nella sua dignità di figlio di Dio e di coerede del Regno di Dio. Guardiamo la profezia di Abacuc con occhi novelli, e sentiremo che essa testimonia di Me e parla già il linguaggio della Buona Novella che Io porto ai figli di Israele.
Trionfo dell’opposizione.
17Ma qui sono Io che devo gemere: “É fatto il giudizio, ma l’opposizione trionfa”[27]. E Io gemo con tanto dolore. Non tanto per Me che sono al disopra del giudizio umano, quanto per coloro che per essere oppositori si condannano, e per quelli che da questi oppositori sono traviati. Vi fa stupore quanto Io dico? Fra voi sono mercanti di altri luoghi d’Israele. Essi vi possono dire che Io non mento. Non mento conducendo vita contraria a ciò che insegno, non facendo ciò che si spera dal Salvatore, e non mento dicendo che l’opposizione umana si erige contro al giudizio di Dio che mi ha mandato e contro il giudizio delle turbe umili e sincere che mi hanno sentito e giudicato per quello che Io sono».
18Alcuni fra la folla mormorano: «É vero! É vero! Noi del popolo lo vogliamo e lo sentiamo santo. Ma essi (e indicano i farisei e compagni) lo osteggiano».
È donato a Satana l’anima che non si dà al Messia.
19Gesù continua: «Per fare questa opposizione è lacerata la Legge, e sempre più lo sarà, fino ad essere abolita pur di commettere la suprema ingiustizia, che però non durerà a lungo. E beati quelli che nella breve e paurosa sosta, in cui sembrerà che l’opposizione abbia trionfato su Me, sapranno continuare a credere nel Gesù di Nazareth, nel Figlio di Dio, nel Figlio dell’uomo, predetto dai Profeti. Io potrei compiere il giudizio di Dio fino in fondo, salvando tutti i figli d’Israele. Ma non lo potrò, perché l’empio trionferà contro sé stesso, contro il suo sé stesso migliore, e come conculca i miei diritti e conculca i miei credenti, così conculcherà i diritti del suo spirito, che ha bisogno di Me per essere salvato e che viene donato a Satana pur di negarlo a Me».
Invito di Mattia il sinagogo.
20I farisei rumoreggiano. Ma un imponente vegliardo si è da qualche momento avvicinato al luogo dove è Gesù, ed ora, in una pausa del discorso, dice: «Te ne prego. Entra nella sinagoga e ammaestra da quel luogo. Nessuno più di Te ne ha il diritto. Sono Mattia, il sinagogo. Vieni, e la Parola di Dio sia nella mia casa come è sulla tua bocca».
21«Grazie, giusto di Israele. La pace sia sempre con te». E Gesù, attraverso alla folla che si divide come un’onda per lasciarlo passare, e poi si rinchiude in scia e lo segue, riattraversa la piazza ed entra nella sinagoga, passando di nuovo davanti ai ringhiosi farisei. I quali, però, entrano essi pure nella sinagoga, cercando di farsi largo con prepotenza. Ma la gente li guarda male dicendo: «Di dove venite? Andate nelle vostre sinagoghe ad attendere il Rabbi. Qui è casa nostra e ci stiamo noi». E rabbini, sadducei e farisei devono sopportare e stare umilmente presso l’uscio per non essere scacciati dagli abitanti di Cedes.
L’ evento incredibile.
22Gesù è al suo posto, presso il sinagogo e altri della sinagoga, non so se figli o coadiutori. Riprende a parlare: «Abacuc dice – e come vi invita con amore ad osservare! – “Gettate gli occhi sopra le nazioni e osservate, restate meravigliati, stupefatti, perché ai vostri giorni è avvenuta una cosa che nessuno crederà quando gli sarà raccontata”[28]. Anche ora abbiamo nemici materiali sopra Israele. Ma lasciate cadere il piccolo particolare della profezia e guardiamo solo il grande vaticinio tutto spirituale di essa. Perché le profezie, anche se sembra che abbiano un riferimento materiale, sono sempre di contenuto spirituale. La cosa dunque che è avvenuta – ed è tale che nessuno potrà accettarla se non convinto dell’infinita bontà del vero Iddio – è che Egli abbia mandato il suo Verbo per salvare e redimere il mondo. Dio che si separa da Dio[29] per salvare la creatura colpevole. Eppure Io sono mandato a ciò. E nessuna delle forze del mondo potrà trattenere il mio empito di Trionfatore su re e tiranni, su peccati, su stoltezze. Io vincerò perché Io sono il Trionfatore».
Segni dei tempi messianici.
Gli ironici contraddittori.
23Una risata di scherno e un urlo parte dal fondo della sinagoga.
La gente protesta; il sinagogo, che sta persino ad occhi chiusi, tanto è concentrato nell’ascoltare Gesù, si alza in piedi e impone silenzio, minacciando l’espulsione dei disturbatori.
24«Lasciali fare. Anzi, invitali a esporre le loro contraddittorie», dice Gesù a voce alta.
«Oh! bene! Questo è bene! Lasciaci venire vicino a Te. Ti vogliamo interrogare», urlano ironici i contraddittori.
«Venite. Lasciateli passare, o voi di Cedes». E la folla, con sguardi ostili e boccacce – ne manca qualche epiteto – li lascia venire avanti.
25«Che volete sapere?», chiede severo Gesù.
«Tu dunque dici che sei il Messia? Ne sei proprio certo?».
26Gesù, con le braccia incrociate sul petto, guarda chi ha parlato con un tale impero che a costui cade di colpo l’ironia e si azzittisce. Ma un altro riprende la parola e dice: «Non puoi pretendere che ti si creda sulla parola tua. Chiunque può mentire anche in buona fede. Ma per credere ci vogliono prove. Dacci dunque delle prove che Tu sei ciò che dici di essere».
27«Israele è pieno delle mie prove», dice reciso Gesù.
«Oh! quelle!… Piccole cose che qualunque santo può fare. Sono state già fatte e saranno fatte ancora dai giusti di Israele!», dice un fariseo.
28Un altro aggiunge: «Né è detto che Tu le faccia per santità e per aiuto di Dio! Si dice, e in verità è molto credibile, che Tu sia aiutato da Satana. Vogliamo altre prove. Superiori. Quali Satana non le può dare».
«Ma sì! Una morte vinta…», dice un altro.
«L’avete avuta».
29«Erano parvenze di morte. Mostraci uno disfatto che si rianimi e ricomponga, ad esempio. Per avere sicurezza che Dio è con Te. Dio, l’unico che possa ridare alito al fango che già torna polvere».
«Non fu mai chiesto questo ai Profeti per credere in essi».
I contraddittori chiedono un segno (Mt 16,1; Mc 8,11)[30].
30Un sadduceo grida: «Tu sei più di un profeta. Tu, almeno Tu lo dici, sei il Figlio di Dio!… Ah! Ah! Perché allora non agisci da Dio? Su, dunque! Dacci un segno! Un segno!».
31«Ma sì! Un segno dal Cielo che ti indichi Figlio di Dio, e allora noi ti adoreremo», urla un fariseo.
32«Certo! Dici bene, Simone! Non vogliamo ricadere nel peccato di Aronne[31]. Non adoriamo l’idolo, il vitello d’oro. Ma potremmo adorare l’Agnello di Dio! Non sei Tu? Purché il Cielo ci indichi che lo sei», dice quello che ha nome Uziel e che era a Giscala, e ride sarcastico.
33Prende a vociare un altro: «Lascia parlare me che sono Sadoc, lo scriba d’oro. Odimi, o Cristo. Tu sei stato preceduto da troppi che Cristi non erano. Basta di frodi. Un segno che Tu sei tale. E Dio, se è con Te, non me lo può negare. E noi crederemo in Te e ti aiuteremo. Altrimenti, sai ciò che ti aspetta, secondo il comandamento di Dio»[32].
Il segno del Giudice eterno.
34Gesù alza la destra ferita e la mostra bene al suo interlocutore.
35«Vedi questo segno? Tu lo hai fatto. Hai messo l’indice ad un altro segno. E quando vedrai che esso sarà inciso sulla carne dell’Agnello, tu giubilerai. Guardalo! Lo vedi? Lo vedrai anche in Cielo, quando apparirai a rendere conto del tuo modo di vivere. Perché Io ti giudicherò e sarò col mio Corpo glorificato lassù, con i segni del mio ministero e del vostro, del mio amore e del vostro odio. E lo vedrai tu pure, Uziel, e tu, Simone, e lo vedrà Caifa e Anna, e molti altri, all’ultimo Giorno, giorno d’ira, giorno tremendo, e per questo preferirete esser nel profondo, perché il mio segno sulla mano ferita vi dardeggerà più dei fuochi d’Inferno».
36«Oh! queste sono parole e bestemmie! Tu in Cielo col corpo?! Bestemmiatore! Tu giudice in luogo di Dio?! Anatema su Te! Tu insultatore del Pontefice! Meriteresti di essere lapidato», urlano in coro farisei, sadducei e dottori.
Il Messia protetto dal sinagogo.
37Il sinagogo si alza di nuovo, patriarcale, splendido nella sua canizie come un Mosè, e grida: «Cedes è città di rifugio città levitica. Rispettate…».
38«Vecchie storie! Non contano più!».
39«Oh! lingue blasfeme! Voi siete peccatori, non Lui, ed io lo difendo. Egli non dice nulla di male. Egli spiega i Profeti e ci porta la Promessa Buona e voi lo interrompete, voi lo tentate, voi lo offendete. Non lo permetto. Egli è sotto la protezione del vecchio Mattia, della stirpe di Levi per padre e di Aronne per madre. Uscite e lasciate che ammaestri la mia vecchiezza e la virilità dei figli miei». E tiene la mano rugosa di vecchio sull’avambraccio di Gesù, come a difesa.
40«Ci dia un segno vero. E noi ce ne andremo convinti», urlano i nemici.
Segni dei tempi messianici (Mt 16,2-3)[33].
41«Non ti inquietare, Mattia. Parlo Io», dice Gesù calmando il sinagogo. E rivolto ai farisei, sadducei e dottori, dice: «Quando viene la sera voi scrutate il cielo e se esso rosseggia al tramonto voi, per vecchio detto, sentenziate: “Domani il tempo sarà bello perché il tramonto arrossa il cielo”. Ugualmente all’alba, quando nell’aria pesante per nebbie e vapori il sole non si annuncia d’oro, ma pare che spanda sangue sul firmamento, voi dite: “Non passerà il giorno che sarà tempesta”. Voi dunque sapete leggere il futuro del giorno dai segni instabili del cielo e da quelli ancora più volubili dei venti. E non arrivate a distinguere i segni dei tempi? Ciò non onora la vostra mente e la vostra scienza, e disonora completamente il vostro spirito e la vostra presunta sapienza.
Il segno di Giona (Mt 16,4)[34].
42Voi siete di una generazione malvagia e adultera, nata in Israele dal connubio di chi ha fornicato col Male. Voi ne siete gli eredi e aumentate la vostra malvagità e il vostro adulterio ripetendo il peccato dei padri di questo errore. Ebbene, sappilo Mattia, sappiatelo voi di Cedes e chiunque è presente come fedele o come nemico. Questa è la profezia che Io dico, di mio, al posto di quella che volevo spiegare di Abacuc: a questa generazione malvagia e adultera che chiede un segno non le sarà dato che quello di Giona… Andiamo. La pace sia con i buoni di volontà». E da una porta laterale, che si apre su una strada silenziosa fra orti e case, si allontana insieme agli apostoli.
Il Tempo del Messia è venuto.
Confessione e professione di fede.
43Ma quelli di Cedes non si danno per vinti. Alcuni lo seguono e, vistolo entrare in un piccolo albergo nei sobborghi orientali del paese, ne portano notizia al sinagogo e ai concittadini. E Gesù sta ancora mangiando quando il cortile assolato dell’albergo diviene stipato di gente, e il vecchio sinagogo con altri anziani di Cedes si fa sull’uscio della stanza dove è Gesù e si inchina implorando: «Maestro, in noi è rimasto il desiderio della tua parola. Tanto bella era, spiegata da Te, la profezia di Abacuc! Perché c’è chi ti odia, dovranno rimanere senza conoscerti coloro che ti amano e credono nella tua verità?».
44«No, padre. Non sarebbe giustizia punire i buoni per causa dei malvagi. Udite allora…», (e Gesù lascia di mangiare per farsi sulla porta e parlare a chi si affolla nel quieto cortile).
45«Nelle parole del vostro sinagogo è un’eco di quelle di Abacuc. Egli, per sé e per voi tutti, confessa e professa che Io sono la Verità. Abacuc confessa e professa: “Dal principio Tu sei, e sei con noi e non morremo”[35]. E così sarà. Non perirà chi crede in Me. Mi dipinge il Profeta come Colui che Dio ha stabilito per giudicare, come Colui che Dio ha reso forte per castigare, come Colui i cui occhi sono troppo puri per vedere il male e che avrà l’insopportabilità della iniquità[36]. Ma se è vero che il peccato mi fa ripugnanza, pure vedete che Io apro le braccia, perché sono il Salvatore, a coloro che sono pentiti del loro peccare. Per questo volgo lo sguardo anche sopra il colpevole e invito colui che è empio a pentirsi… [37]
Colui che doveva venire.
46O voi di Cedes, città levitica, città santificata dal bando della carità per chi è colpevole di un delitto – e ogni uomo ha delitti verso Dio, verso la sua anima, verso il suo prossimo – venite allora a Me, Rifugio dei peccatori. Qui, nel mio amore, neppure l’anatema di Dio potrebbe colpirvi, perché il mio sguardo supplice per voi muta l’anatema di Dio in benedizione di perdono. Udite, udite! Scrivete nei vostri cuori questa promessa come Abacuc scrisse la sua profezia certa sul rotolo. Là è detto: “Se tarda, aspettatelo, perché chi deve venire verrà senza tardare”[38]. Ecco: Colui che doveva venire è venuto. Io sono.
Guai agli increduli del tempo messianico.
47“Chi è incredulo non ha in sé un’anima giusta”, dice il Profeta, e nella sua parola è la condanna di quelli che mi hanno tentato e insultato. Non Io li condanno. Ma il Profeta che mi ha antevisto e che in Me ha creduto. Egli, come dipinge Me, il Trionfatore, così dipinge l’uomo superbo, dicendo che è senza onore avendo aperto la sua anima alla cupidigia e all’insaziabilità, come è cupido e insaziabile l’inferno[39]. E minaccia: “Guai a colui che accumula roba non sua e si mette addosso denso fango”[40]. Le male azioni contro il Figlio dell’uomo sono questo fango, e il volere spogliare Lui della sua santità, acciò non offuschi la propria, è cupidigia. “Guai”, dice il Profeta, “a chi raduna nella sua casa i frutti della sua perversa avarizia per mettere in alto il suo nido, credendo di salvarsi dagli artigli del male”[41].
48Ciò è disonorarsi e uccidere la propria anima. “Guai a colui che edifica una città sul sangue e allestisce castelli sull’ingiustizia”[42]. In verità troppo Israele cementa le sue cupide fortezze sulle lacrime e sul sangue, e aspetta l’ultimo per fare il più duro impasto. Ma che può una fortezza contro gli strali di Dio? Che, un pugno di uomini contro la giustizia di tutto il mondo che griderà di orrore per il delitto senza pari? [43] Oh! come ben dice Abacuc! “A che giova la statua?”[44]. E statua idolatrica è ormai la mendace santità di Israele. Solo il Signore è nel suo Tempio santo, e solo a Lui si inchinerà la Terra e tremerà di adorazione e di spavento, mentre il segno promesso verrà dato una e una volta, e il Tempio vero nel quale Dio riposa salirà glorioso a dire nei Cieli: “É compiuto!”, così come lo avrà singhiozzato alla Terra per mondarla col suo annuncio.
49“Fiat!” disse l’Altissimo. E il mondo fu. “Fiat” dirà il Redentore, e il mondo sarà redento. Io darò al mondo di che essere redento. E redenti saranno quelli che avranno volontà di esserlo.
La preghiera del Profeta.
50Ora sorgete. Diciamo la preghiera del Profeta, ma come è giusto dirla in questo tempo di grazia: “Ho sentito, o Signore, il tuo annuncio e ne ho giubilato”[45]. Non è più tempo di spavento, o credenti nel Messia.
51“Signore, la tua opera è nel mezzo degli anni, falla vivere nonostante le insidie dei nemici. Nel mezzo degli anni la farai manifesta”[46]. Sì. Quando l’età sarà perfetta, l’opera verrà compiuta.
52“E nello sdegno splenderà la misericordia”[47], perché sdegno sarà solo per coloro che avranno gettato reti e lacci e lanciato frecce all’Agnello Salvatore.
53“Iddio verrà dalla Luce al mondo”[48]. Io sono la Luce venuta a portarvi Dio. Il mio splendore inonderà la Terra sgorgando a fiumi “là da dove le corna puntute” avranno squarciato le Carni della Vittima[49], ultima vittoria “della Morte e di Satana, che fuggiranno vinti davanti al Vivente e al Santo”[50].
54Gloria al Signore! Gloria a Colui che ha fatto! Gloria al Datore del sole e degli astri! All’Artefice dei monti. Al Creatore dei mari. Gloria, infinita gloria al Buono che volle il Cristo a salvezza del suo popolo, a redenzione dell’uomo[51]. Unitevi, cantate con Me, perché la Misericordia è venuta al mondo ed è prossimo il tempo della Pace. Colui che vi tende le mani vi esorta a credere e a vivere nel Signore, perché il tempo è vicino in cui Israele sarà giudicato con verità.
55La pace sia a voi qui presenti, alle vostre famiglie, alle vostre case».
Commiato.
56Gesù traccia un ampio gesto di benedizione e fa per ritirarsi. Ma il sinagogo prega: «Resta ancora».
«Non posso, padre».
57«Almeno mandaci i tuoi discepoli».
«Li avrete senza fallo. Addio. Va’ in pace».
Restano soli…
58«Ma io vorrei sapere chi ce li ha mandati fra i piedi. Sembrano negromanti…», dice Pietro.
59L’Iscariota si fa avanti, pallido. Si inginocchia ai piedi di Gesù.
«Maestro, io sono il colpevole. Ho parlato in quel paese… con uno di loro del quale ero ospite…».
60«Come? Altro che penitenza! Tu sei…».
61«Silenzio, Simone di Giona! Tuo fratello sinceramente si accusa. Onoralo per questa sua umiliazione. Non ti crucciare, Giuda. Io ti perdono. Tu lo sai che Io perdono. Sii più prudente un’altra volta… Ed ora andiamo. Cammineremo finché la luna dura. Dobbiamo passare il fiume avanti l’alba. Andiamo. Qui dietro ha inizio il bosco. Perderanno le tracce di noi sia i buoni che i malvagi. Domani saremo sulla via di Paneade».
343. Il lievito dei
farisei. Le opinioni sul Figlio dell’uomo Il primato
a Simon Pietro[52].
Guardatevi dell’odio e dell’eresia.
Ambiente panoramico.
1La pianura fiancheggia il Giordano prima che questo si getti nel lago di Merom. Una bella pianura su cui di giorno in giorno crescono più rigogliosi i cereali e s’infiorano gli alberi da frutto. I colli oltre i quali è Cedes sono ora alle spalle dei pellegrini, che infreddoliti camminano lesti nelle prime luci del giorno, guardando con desiderio il sole che ascende e cercandolo non appena il suo raggio tocca i prati e carezza le fronde. Devono avere dormito all’aperto, al massimo in un pagliaio, perché le vesti sono sgualcite e conservano festuche di paglia e foglie secche che essi si vanno levando man mano che le scoprono nella luce più forte.
2Il fiume si annuncia per il suo fruscio, che pare forte nel silenzio mattutino della campagna e per una folta riga di alberi dalle foglie novelle, che tremolano alla lieve brezza del mattino. Ma ancora non si vede, sprofondato come è nella pianura piatta. Quando le sue acque azzurre, ingrossate da numerosi torrentelli che scendono dai colli occidentali, si vedono luccicare fra il verde novello delle sponde, si è quasi sulla riva.
Infettati da elementi farisaici.
3«Facciamo la riva fino al ponte, oppure passiamo il fiume qui?», chiedono a Gesù che era solo, meditabondo, e che si è fermato ad attenderli.
4«Vedete se c’è barca per passare. È meglio andare di qui…».
5«Sì. Al ponte che è proprio sulla via per Cesarea Paneade potremmo incontrare da capo qualcuno messo sulle tracce», osserva Bartolomeo accigliato, guardando Giuda.
6«No. Non mi guardare male. Io non sapevo di venire qui e non ho detto nulla. Era facile capire che da Sefet Gesù sarebbe andato alle tombe dei rabbi e a Cédès. Ma mai avrei pensato volesse spingersi fino alla capitale di Filippo. Perciò essi lo ignorano. E non li troveremo per mia colpa né per loro volontà. A meno che non abbiano Belzebù che li conduce», dice calmo e umile l’Iscariota.
7«Questo è bene. Perché con certa gente… Bisogna avere occhio e misurare le parole, non lasciare indizi dei nostri progetti. Stare attenti a tutto si deve. Altrimenti la nostra evangelizzazione si tramuterà in perpetua fuga», ribatte Bartolomeo.
8Tornano Giovanni e Andrea. Dicono: «Abbiamo trovato due barche. Ci passano per una dramma a barca. Scendiamo sull’argine».
9E nelle due barchette, in due riprese, passano sull’altra sponda. La pianura piatta e fertile li accoglie anche qui. Una pianura fertile, ma poco popolata. Solo i contadini che la coltivano hanno casa in essa.
Guardatevi dal lievito dei farisei (Mt 16,5-6; Mc 8,14-15)[53].
10«Umh! Come faremo per il pane? Io ho fame. E qui… non ci sono neppure le spighe filistee… Erba e foglie, foglie e fiori. Non sono una pecorella né un’ape», mormora Pietro ai compagni, che sorridono dell’osservazione.
11Giuda Taddeo si volta – era un poco più avanti – e dice: «Compreremo pane al primo paese».
12«Sempre che non ci facciano fuggire», termina Giacomo di Zebedeo.
13«Guardatevi, voi che dite di stare attenti a tutto, dal prendere il lievito dei farisei e dei sadducei. Mi sembra che lo stiate facendo, senza riflettere a ciò che fate di male. State attenti! Guardatevi!», dice Gesù.
Uomini di poca fede (Mt 16,7-8; Mc 8,17-19)[54].
14Gli apostoli si guardano l’un l’altro e bisbigliano: «Ma che dice? Il pane ce lo ha dato quella donna del sordomuto e l’oste di Cedes. E questo è ancora qui. L’unico che abbiamo. Né sappiamo se potremo trovarne da prendere per la nostra fame. Come dunque dice che comperiamo da sadducei e farisei pane col loro lievito? Forse non vuole che si comperi in questi paesi…».
Gesù, che era di nuovo avanti tutto solo, torna a voltarsi.
15«Perché avete paura di rimanere senza pane per la vostra fame? Anche se tutti qui fossero sadducei e farisei, non rimarreste senza cibo per il mio consiglio. Non è di quel lievito che è nel pane che Io parlo. Perciò potrete comperare dove vi pare il pane per i vostri ventri. E se nessuno ve lo volesse vendere, non rimarreste senza pane lo stesso. Non vi ricordate dei cinque pani con cui si sfamarono cinquemila persone? Non vi ricordate che ne raccoglieste dodici panieri colmi di avanzi? Potrei fare per voi, che siete dodici e avete un pane, ciò che feci per cinquemila con cinque pani.
Il lievito che corrompe (Mt 16,11-12)[55].
16Non capite a quale lievito alludo? A quello che gonfia nel cuore dei farisei, sadducei e dottori, contro di Me. È odio, quello. Ed è eresia. Ora voi state andando verso l’odio come fosse entrato in voi parte del lievito farisaico. Non si deve odiare neppure chi ci è nemico. Non aprite neppure uno spiraglio a ciò che non è Dio. Dietro al primo entrerebbero altri elementi contrari a Dio. Talora, per troppo volere combattere con armi uguali i nemici, si finisce a perire o a essere vinti. E, vinti che siate, potreste per contatto assorbire le loro dottrine. No. Abbiate carità e riservatezza. Voi non avete in voi ancora tanto da poterle combattere, queste dottrine, senza esserne infettati. Perché alcuni elementi di esse li avete pure voi. E l’astio per loro ne è uno. Ancora vi dico che essi potrebbero cambiare metodo per sedurvi e levarvi a Me, usandovi mille gentilezze, mostrandosi pentiti, desiderosi di fare pace. Non dovete sfuggirli. Ma quando essi cercheranno darvi le loro dottrine, sappiate non accoglierle. Ecco quale è il lievito di cui parlo. Il malanimo, che è contro l’amore, e le false dottrine. Vi dico: siate prudenti».
Lievito e veleno.
17«Quel segno che i farisei chiedevano ieri era “lievito”, Maestro?», chiede Tommaso.
18«Era lievito e veleno».
«Hai fatto bene a non darglielo».
19«Ma glielo darò un giorno».
«Quando? Quando?», chiedono curiosi.
20«Un giorno…».
«E che segno è? Non lo dici neppure a noi, i tuoi apostoli? Perché lo si possa riconoscere subito», chiede voglioso Pietro.
21«Voi non dovreste avere bisogno di un segno».
«Oh! non per poter credere in Te! Non siamo la gente che ha molti pensieri, noi. Noi ne abbiamo uno solo: amare Te», dice veementemente Giacomo di Zebedeo.
Professione di fede e primato di Pietro.
“Chi dice la gente che Io sia”? (Mt 16,14; Mc 8,27; Lc 9,19)[56].
22«Ma la gente, voi che l’avvicinate, così alla buona, più di Me, e senza la soggezione che Io posso incutere, che dice che Io sia? E come definisce il Figlio dell’uomo?».
23«Chi dice che Tu sei Gesù, ossia il Cristo, e sono i migliori. Gli altri ti dicono Profeta, altri solo Rabbi, e altri, Tu lo sai, ti dicono pazzo e indemoniato».
24«Qualcuno però usa per Te il nome stesso che Tu ti dai, e ti dice: “Figlio dell’uomo”».
25«E alcuni anche dicono che ciò non può essere, perché il Figlio dell’uomo è ben altra cosa. Né è sempre negazione questa. Perché in fondo essi ammettono che Tu sei da più del Figlio dell’uomo: sei il Figlio di Dio. Altri invece dicono che Tu non sei neppure il Figlio dell’uomo, ma un povero uomo che Satana agita o che sconvolge la demenza. Tu vedi che i pareri sono molti e tutti diversi», dice Bartolomeo.
Il Figlio dell’uomo.
26«Ma per la gente chi è dunque il Figlio dell’uomo?».
27«È un uomo nel quale siano tutte le virtù più belle dell’uomo, un uomo che raduni in sé tutti i requisiti di intelligenza, sapienza, grazia che pensiamo fossero in Adamo, e taluni a questi requisiti aggiungono quello del non morire. Tu sai che già circola la voce che Giovanni Battista non sia morto. Ma solo trasportato altrove dagli angeli, e che Erode, per non dirsi vinto da Dio, e più ancora Erodiade, abbiano ucciso un servo e, sottratto il capo di lui, abbiano mostrato come cadavere del Battista il corpo mutilato del servo.
28Tante ne dice la gente! Perciò pensano in molti che il Figlio dell’uomo sia o Geremia, o Elia, o qualcuno dei Profeti e anche lo stesso Battista, nel quale era grazia e sapienza, e si diceva il Precursore del Cristo. Cristo: l’Unto di Dio. Il Figlio dell’uomo: un grande uomo nato dall’uomo. Non possono ammettere in molti, o non lo vogliono ammettere, che Dio abbia potuto mandare suo Figlio sulla Terra. Tu lo hai detto ieri: “Crederanno solo coloro che sono convinti dell’infinita bontà di Dio”. Israele crede nel rigore di Dio più che nella sua bontà…», dice ancora Bartolomeo.
29«Già. Si sentono infatti tanto indegni che giudicano impossibile che Dio sia tanto buono da mandare il suo Verbo per salvarli. Fa ostacolo al loro credere in ciò lo stato degradato della loro anima», conferma lo Zelote. E aggiunge: «Tu lo dici che sei il Figlio di Dio e dell’uomo. Infatti in Te è ogni grazia e sapienza come uomo. Ed io credo che realmente chi fosse nato da un Adamo in grazia ti avrebbe somigliato per bellezza e intelligenza ed ogni altra dote. E in Te brilla Dio per la potenza. Ma chi lo può credere fra coloro che si credono dèi e misurano Dio su sé stessi, nella loro superbia infinita? Essi, i crudeli, gli odiatori, i rapaci, gli impuri, non possono certo pensare che Dio abbia spinto la sua dolcezza a dare Sé stesso per redimerli, il suo amore a salvarli, la sua generosità a darsi in balìa dell’uomo, la sua purezza a sacrificarsi fra noi. Non lo possono, no, essi che sono così inesorabili e cavillosi nel cercare e punire le colpe».
Professione di fede (Mt 16,15-16; Mc 8,29; Lc 9,20)[57].
30«E voi chi dite che Io sia? Ditelo proprio per vostro giudizio, senza tenere conto delle mie parole o di quelle altrui. Se foste obbligati a giudicarmi, che direste che Io sia?».
31«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente», grida Pietro inginocchiandosi a braccia tese verso l’alto, verso Gesù, che lo guarda con un volto tutto luce e che si curva a rialzarlo per abbracciarlo dicendo:
32«Te beato, o Simone, figlio di Giona! Perché non la carne né il sangue te lo ha rivelato, ma il Padre mio che è nei Cieli. Dal primo giorno che venisti da Me ti sei fatto questa domanda, e poiché eri semplice e onesto hai saputo comprendere ed accettare la risposta che ti veniva dai Cieli. Tu non vedesti manifestazioni soprannaturali come tuo fratello e Giovanni e Giacomo. Tu non conoscevi la mia santità di figlio, di operaio, di cittadino come Giuda e Giacomo, miei fratelli. Tu non ricevesti miracolo né vedesti farne, né ti diedi segno di potenza come feci e come videro Filippo, Natanaele, Simon Cananeo, Tommaso, Giuda. Tu non fosti soggiogato dal mio volere come Levi il pubblicano. Eppure tu hai esclamato: “Egli è il Cristo!”.
Primato di Pietro (Mt 16,17-19; Mc 8,30; Lc 9,21)[58].
33Dalla prima ora che mi hai visto, hai creduto, né mai la tua fede fu scossa. Per questo Io ti ho chiamato Cefa. E per questo su te, Pietra, Io edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’Inferno non prevarranno contro di lei. A te darò le chiavi del Regno dei Cieli. E qualunque cosa avrai legata sulla Terra sarà legata anche nei Cieli. E qualunque cosa avrai sciolta sulla Terra sarà sciolta anche nei Cieli, o uomo fedele e prudente di cui ho potuto provare il cuore. E qui, da questo momento, tu sei il capo, al quale va data ubbidienza e rispetto come ad un altro Me stesso. E tale lo proclamo davanti a tutti voi».
Lacrime di umiltà
34Se Gesù avesse schiacciato Pietro sotto una grandine di rimproveri, il pianto di Pietro non sarebbe stato così alto. Piange tutto scosso dai singhiozzi, col volto sul petto di Gesù. Un pianto che avrà solo riscontro in quello infrenabile del suo dolore di rinnegatore di Gesù. Ora è pianto fatto di mille sentimenti umili e buoni… Un altro poco dell’antico Simone – il pescatore di Betsaida che al primo annuncio del fratello aveva riso dicendo: «Il Messia appare a te!… Proprio!», incredulo e ridanciano – un poco tanto dell’antico Simone si sgretola sotto quel pianto per far apparire, sotto la crosta assottigliata della sua umanità, sempre più nettamente il Pietro, pontefice della Chiesa di Cristo.
35Quando alza il viso, timido, confuso, non sa che fare un atto per dire tutto, per promettere tutto, per rinforzarsi tutto al nuovo ministero: quello di gettare le sue braccia corte e muscolose al collo di Gesù e obbligarlo a chinarsi per baciarlo, mescolando i suoi capelli, la sua barba, un poco ispidi e brizzolati, ai capelli e alla barba morbidi e dorati di Gesù, guardandolo poi con uno sguardo adorante, amoroso, supplichevole, degli occhi un poco bovini, lucidi e rossi delle lacrime sparse, tenendo nelle sue mani callose, larghe, tozze, il viso ascetico del Maestro curvo sul suo, come fosse un vaso da cui fluisse liquore vitale… e beve, beve, beve dolcezza e grazia, sicurezza e forza, da quel viso, da quegli occhi, da quel sorriso…
Segreto imposto da Gesù (Mt 16,21; Mc 8,29; Lc 9,21)[59].
36Si sciolgono infine, tornando ad andare verso Cesarea di Filippo, e Gesù dice a tutti: «Pietro ha detto la verità. Molti l’intuiscono, voi lo sapete. Ma voi, per ora, non dite ad alcuno ciò che è il Cristo nella verità completa di ciò che sapete. Lasciate che Dio parli nei cuori come parla nel vostro. In verità vi dico che quelli che alle mie asserzioni o alle vostre aggiungono la fede perfetta e il perfetto amore, giungono a sapere il vero significato delle parole “Gesù, il Cristo, il Verbo, il Figlio dell’uomo e di Dio”».
344. Incontro con i
discepoli a Cesarea
di Filippo e spiegazione del
segno di Giona[60].
La casa di accoglienza.
Cesarea di Filippo.
1La città deve essere di recente costruzione come lo è Tiberiade e Ascalona. Messa a piano inclinato, culmina nella fortezza massiccia irta di torri, fiancheggiata da muraglie ciclopiche, difesa da fossati profondi nei quali scende parte dell’acqua di due fiumiciattoli che, quasi uniti ad angolo prima, si allontanano poi, scorrendo uno al di fuori della città e uno al di dentro. Belle vie, piazze, fontane, un atteggiarsi delle costruzioni alla moda di Roma, dicono che anche qui l’ossequio servile dei Tetrarchi si è manifestato calpestando ogni rispetto alle usanze della Patria.
2La città, forse perché nodo di importanti strade maestre e carovaniere per Damasco, Tiro, Sefet e Tiberiade, come indicano ad ogni porta i cippi indicatori, è piena di movimento e di folla. Pedoni, cavalieri, lunghe carovane di asini e di cammelli si incrociano per le vie ampie e ben tenute, e crocchi di negozianti o di sfaccendati sostano nelle piazze, sotto i portici, presso le abitazioni lussuose – forse vi sono anche delle terme – trattando di affari o oziando in chiacchiericci fatui.
3«Sai dove potremmo trovarli?», chiede Gesù a Pietro.
«Sì. Mi hanno detto quelli che ho interrogato che i discepoli del Rabbi sogliono radunarsi per i pasti in una casa di fedeli israeliti, presso la cittadella. E me l’hanno descritta. Non posso sbagliare: una casa d’Israele anche all’aspetto esterno, con una facciata senza finestre esterne e un alto portone con lo spioncino, con sul fianco del muro una piccola fontana e le muraglie alte del giardino che si prolungano per due lati in piccoli vicoli, e una terrazza alta sul tetto piena di colombi».
4«Va bene. Allora andiamo» …
La vecchietta generosa di cuore e di lingua.
Traversano tutta la città fino alla cittadella. Raggiungono la casa ricercata, bussano. Allo spioncino si affaccia il viso rugoso di una vecchia.
5Gesù si fa avanti, saluta: «La pace sia con te, donna. Sono tornati i discepoli del Rabbi?».
«No, uomo. Sono verso la “grande sorgente” con altri venuti da molti paesi dell’altra sponda a cercare proprio del Rabbi. Sono tutti in attesa di Lui. Anche Tu sei di quelli?».
6«No. Io cercavo i discepoli».
«Allora guarda: vedi quella via quasi di fronte alla fontanella? Prendi quella e va’ in su, fino a che ti trovi di faccia ad un muraglione di rocce dal quale esce dell’acqua in una specie di vasca che poi diventa come un fiumicello. Lì vicino li troverai. Ma vieni da lontano? Vuoi rinfrescarti, entrare qui ad attenderli? Se vuoi, chiamo i padroni miei. Sono buoni israeliti, sai? E credono nel Messia. Discepoli solo per averlo visto una volta a Gerusalemme nel Tempio. Ma ora i discepoli del Messia li hanno istruiti su Lui e hanno fatto miracoli qui, perché…».
7«Va bene, buona donna. Tornerò più tardi coi discepoli. La pace a te. Torna pure alle tue faccende», dice Gesù con bontà ma anche con autorità per fermare quella valanga di parole.
Si rimettono in cammino e i più giovani degli apostoli ridono di gusto per la scenetta della donna e fanno sorridere anche Gesù.
8«Maestro», dice Giovanni, «pareva lei la “grande sorgente”. Non ti pare? Gettava parole a onda continua e ha fatto di noi tante vasche che si mutano in ruscello perché sono piene di parole…»
9«Sì. Io spero che i discepoli non avranno fatto miracoli sulla sua lingua… Sarebbe da dire: avete fatto troppo miracolo», dice il Taddeo, che contrariamente al solito ride di gusto.
10«Il bello sarà quando ci vedrà ritornare e conoscerà il Maestro per quello che è! Chi la farà più tacere?», chiede Giacomo di Zebedeo.
11«No, anzi resterà muta dallo stupore», dice, prendendo parte ai giovanili commenti, Matteo.
12«Ne loderò l’Altissimo se lo stupore le paralizzerà la lingua. Sarà perché sono quasi digiuno, ma il certo è che le sue parole a turbine mi hanno dato il capogiro», dice Pietro.
«E come strillava! Che sia sorda?», chiede Tommaso.
«No. Credeva sordi noi», risponde l’Iscariota.
13«Lasciatela stare, povera vecchietta! Era buona e credente. Il suo cuore è generoso come la sua lingua», dice semiserio Gesù.
«Oh! allora! Maestro mio, allora quella vecchia è eroica tanto è generosa», dice ridendo di gusto Giovanni.
La gioia dei discepoli.
14La parete rocciosa e calcarea è già visibile e già si ode il mormorio dell’acque che ricadono nel bacino.
15«Ecco il ruscello. Seguiamolo… Ecco la fonte… e là… Beniamino! Daniele! Abele! Filippo! Ermasteo! Siamo qui! C’è il Maestro!», grida Giovanni ad un folto gruppo di uomini che sono raccolti intorno ad uno che non si vede.
16«Taci, ragazzo, o sarai simile tu pure a quella vecchia gallina», consiglia Pietro.
17I discepoli si sono voltati. Hanno visto. E vedere e precipitarsi a salti giù dallo scaglione è stata tutta una cosa. Vedo, ora che si snodano dal gruppo serrato, che ai molti discepoli, anziani ormai, sono mescolati abitanti di Cédès e anche del paese del sordomuto. Devono aver preso vie più dirette, perché hanno preceduto il Maestro. La gioia è molta. Le domande e le risposte anche. Gesù, paziente, ascolta e risponde finché, con altri due, spunta il magro e sorridente Isacco, carico di provviste.
18«Andiamo alla casa ospitale, mio Signore. E là ci dirai ciò che noi non abbiamo potuto dire perché neppure noi lo sappiamo. Questi, gli ultimi venuti – e sono con noi da poche ore -vogliono sapere ciò che è per Te il segno di Giona che Tu hai promesso di dare alla generazione malvagia che ti perseguita», dice Isacco.
19«Lo spiegherò loro nell’andare…».
Andare! É una parola! Come se un odore di fiori si fosse sparso nell’aria e numerose api fossero accorse ad esso, da ogni parte accorre gente per unirsi a quelli che stanno intorno a Gesù.
20«Sono i nostri amici», spiega Isacco.
21«Gente che ha creduto e che ti attendeva…».
22«Gente che da questi, e da lui in specie, ha avuto grazie», urla uno della folla accennando Isacco.
23Isacco si fa di bragia e quasi per scusarsi dice: «Ma io sono il servo. Questo è il Padrone. Voi che attendete, ecco il Maestro Gesù!».
24Allora sì! L’angolo quieto di Cesarea, un poco fuori mano, confinato come è alla periferia, diviene più movimentato di un mercato. E più rumoroso. Osanna! Acclamazioni! Suppliche! Di tutto c’è.
25Gesù procede molto lentamente, stretto in quella tenaglia d’amore. Ma sorride e benedice. Tanto lentamente che alcuni fanno a tempo a correre via, a spargere la notizia e a ritornare con amici o parenti, tenendo alti i bambini perché possano giungere senza danno fino a Gesù, che li carezza e benedice.
Paternità e maternità spirituali.
26Giungono così alla casa di prima e bussano. La vecchia serva di prima, sentendo le voci, apre senza ritegno. Ma… vede Gesù framezzo alla folla acclamante e capisce… Piomba al suolo gemendo: «Pietà, mio Signore. La tua serva non ti aveva conosciuto e non ti ha venerato!».
27«Nulla di male, o donna. Tu non conoscevi l’Uomo, ma credevi in Lui.
28Questo è quello che ci vuole per essere amati da Dio. Alzati e conducimi dai tuoi padroni».
29La vecchia ubbidisce, tremebonda di rispetto. Ma vede i padroni, pure annichiliti di rispetto, schiacciati contro la parete nel fondo dell’androne un poco oscuro. Li accenna: «Eccoli».
30«La pace a voi e a questa casa. Vi benedica il Signore per la vostra fede nel Cristo e per la vostra carità ai suoi discepoli», dice Gesù andando incontro ai due vecchi coniugi, o fratello e sorella.
31Lo venerano, lo accompagnano sull’ampia veranda dove sono preparate molte mense sotto un velano pesante. La vista spazia su Cesarea e sui monti che ha alle spalle e ai fianchi. I colombi intrecciano voli dalla terrazza al giardino pieno di piante in fiore. Mentre un vecchio servo aumenta i posti, Isacco spiega: «Beniamino e Anna non accolgono solo noi ma quanti vengono alla tua ricerca. Lo fanno in tuo Nome».
32«Li benedica ogni volta il Cielo».
«Oh! abbiamo mezzi e non abbiamo eredi. Al termine della vita adottiamo per figli i poveri del Signore», dice semplicemente la vecchia.
33E Gesù le pone la mano sul capo canuto dicendo: «E questo ti fa madre più che se avessi concepito sette e sette volte. Ma ora permettete che spieghi a questi ciò che desideravano sapere, per potere congedare poi i cittadini e sederci a mensa».
34La terrazza è invasa di gente, e sempre ne entra e si accalca negli spazi liberi. Gesù è seduto fra una corona di bambini che lo guardano estatici coi loro occhioni innocenti. Volge le spalle alla tavola e sorride a questi fanciulli anche parlando del grave argomento. Sembra che legga sulle faccine innocenti le parole della verità richiesta.
I segni non convertono i malvagi.
Il segno di Giona (Lc 11,29)[61].
35«Udite. Il segno di Giona che ho promesso ai malvagi e che prometto anche a voi, non perché siate malvagi, ma anzi perché possiate raggiungere la perfezione del credere quando lo vedrete compito, è questo. Come Giona rimase tre giorni nel ventre del mostro marino e poi fu reso alla terra per convertire e salvare Ninive, così ugualmente sarà per il Figlio dell’uomo. Per calmare i marosi di una grande satanica tempesta, i grandi di Israele crederanno utile sacrificare l’Innocente. Non faranno che aumentare i loro pericoli, perché oltre Satana conturbatore avranno Dio punitore dopo il loro delitto. Potrebbero vincere la tempesta di Satana credendo in Me. Ma essi non lo fanno perché vedono in Me la ragione dei loro turbamenti, paure, pericoli e smentite alla loro insincera santità. Ma quando sarà l’ora, il mostro insaziabile che è il ventre della Terra, che inghiotte ogni uomo che muore, si riaprirà per restituire la Luce al mondo che l’ha rinnegata.
36Ecco dunque che, come Giona fu un segno per i Niniviti della potenza e della misericordia del Signore, così il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione. Con la differenza che Ninive si convertì, mentre Gerusalemme non si convertirà, perché piena della generazione malvagia di cui ho parlato. Perciò la Regina del Mezzogiorno sorgerà nel Giorno del Giudizio contro gli uomini di questa generazione e li condannerà. Perché ella venne, ai suoi giorni, dai confini della Terra per udire la sapienza di Salomone, mentre questa generazione che mi ha fra mezzo ad essa non vuole udirmi e mi perseguita e caccia come un lebbroso e un peccatore, Io che sono assai più di Salomone. Anche i Niniviti sorgeranno nel dì del Giudizio contro la generazione malvagia che non si converte al Signore Iddio suo, essi che si convertirono alla predicazione di un uomo. Io sono da più di un uomo, fosse egli pure un Giona o qualunque altro Profeta.
37Perciò darò il segno di Giona a chi chiede un segno senza possibili equivoci. Uno e un segno darò a chi non piega la fronte proterva davanti alle prove già date di vite che tornano per mio volere. Darò tutti i segni. E quello di un corpo disfatto che torna vivo e integro, e quello di un Corpo che da Sé si risuscita perché al suo Spirito è dato ogni potere. Ma non saranno grazie codeste. Non saranno alleggerimento della situazione. Né qui, né nei libri eterni. Ciò che è scritto è scritto. E come pietre per una prossima lapidazione, le prove si accumuleranno. Contro di Me per nuocermi senza riuscirvi. Contro di loro per travolgerli in eterno sotto la condanna di Dio agli increduli malvagi. Ecco il segno di Giona di cui ho parlato. Avete altro da chiedere?».
38«No, Maestro. Lo riporteremo al nostro sinagogo, che era molto vicino alla verità nel giudicare il segno promesso».
39«Mattia è un giusto. La Verità si svela ai giusti come si svela a questi innocenti che meglio di ogni altro sanno chi Io sono.
Il segno dei bambini.
40Lasciatemi, prima di congedarvi, che Io senta lodare la misericordia di Dio dagli angeli della Terra. Venite, fanciulli».
I bambini, che erano stati fermi con pena fino a quel punto, corrono a Lui.
41«Ditemi, creature senza malizia, per voi quale è il mio segno?».
«Che Tu sei buono».
«Che fai guarire la mamma col tuo Nome».
«Che vuoi bene a tutti».
«Che sei bello non come può esserlo un uomo».
«Che fai buono anche chi era cattivo come mio padre».
Il più piccolo discepolo.
42Ogni bocchina infantile o fanciulla annuncia una dolce proprietà di Gesù e denuncia pene che Gesù ha mutato in sorrisi. Ma più caro di tutti è un frugolo di un quattro anni, che si arrampica sul grembo di Gesù e gli si stringe al collo dicendo: «Il tuo segno è che vuoi bene a tutti i bambini e che i bambini ti vogliono bene. Un bene grande così…», e spalanca le braccette grassottelle e ride, per poi stringersi di nuovo al collo di Gesù strofinando la guancia infantile alla guancia di Gesù che lo bacia chiedendo: «Ma perché mi volete bene se non mi avete mai visto prima d’ora?».
«Perché sembri l’angelo del Signore».
43«Tu non lo hai visto, piccino…», tenta Gesù sorridendo.
44Il bambino resta un momento interdetto. Ma poi ride scoprendo tutti i dentini e dice: «Ma lo ha ben visto la mia anima! Lo dice la mamma che ce l’ho, ed è qui, e Dio la vede, e l’anima ha visto Dio e gli angeli, e li vede. E la mia anima ti conosce perché sei il Signore».
45Gesù lo bacia sulla fronte dicendo: «Ti si aumenti per questo bacio la luce nell’intelletto», e lo depone in terra, e il bambino corre saltellando dal padre, tenendosi la mano premuta sulla fronte dove è stato baciato, e grida: «Dalla mamma, dalla mamma! Che baci qui dove ha baciato il Signore e le torni la voce e non pianga più».
46Spiegano a Gesù che è una sposa malata nella gola, desiderosa di miracolo e non miracolata dai discepoli, che non hanno potuto guarire quel male intoccabile tanto è profondo.
47«La guarirà il più piccolo discepolo, il figlioletto suo. Va’ in pace, uomo. E abbi fede come tuo figlio», dice congedando il padre del fanciullino.
48Bacia gli altri bimbi, che sono rimasti vogliosi dello stesso bacio sulla fronte, e congeda i cittadini. Restano i discepoli e quelli di Cédès e dell’altro luogo.
L’ordine di partenza.
49Mentre si attendono i cibi, Gesù ordina la partenza per l’indomani di tutti i discepoli, che lo precederanno a Cafarnao per unirsi con gli altri venuti da altri luoghi.
50«Prenderete poi con voi Salome e le mogli e figlie di Natanaele e Filippo, e Giovanna e Susanna, man mano che scendete verso Nazareth. Là prenderete con voi mia Madre e la madre dei miei fratelli e le accompagnerete a Betania, nella casa dove è Giuseppe, nelle terre di Lazzaro. Noi verremo dalla Decapoli».
«E Marziam?», chiede Pietro.
51«Ho detto “precedetemi a Cafarnao”. Non “andate”. Ma da Cafarnao potranno avvisare le donne del nostro arrivo, di modo che siano pronte, quando noi andremo verso Gerusalemme per la Decapoli. Marziam, ormai giovanetto, andrà coi discepoli scortando le donne…»
52«É che… volevo portare anche la moglie a Gerusalemme, poverina. Lo ha sempre desiderato e … non c’è mai venuta perché non volevo noie io… Ma vorrei farla contenta quest’anno. É tanto buona!».
53«Ma sì, Simone. Ragione di più che Marziam vada con lei. Faranno lentamente il viaggio e ci ritroveremo tutti là…».
54Il vecchio padrone di casa dice: «Così poco da me?».
55«Padre, molto ancora ho da fare, e voglio essere a Gerusalemme otto giorni almeno avanti la Pasqua. Considera che la prima fase della luna di adar è finita…».
56«È vero. Ma tanto ti ho desiderato… Mi pare di essere nella luce del Cielo ad averti… e che la luce si debba spegnere come Tu parti».
57«No, padre. Te la lascerò in cuore. E alla moglie tua. A tutta questa casa ospitale».
58Si siedono alle tavole e Gesù offre e benedice i cibi, che poi il servo distribuisce alle diverse tavole.
345. Miracolo al
castello di
Cesarea Paneade[62].
Dorca madre e vedova a diciassette anni
Il castello del tetrarca
1Sono finite le mense nella casa ospitale. E Gesù esce con i dodici, i discepoli e il vecchio padrone di casa. Ritornano alla “grande sorgente”. Ma non si fermano lì. Continuano la strada salendo sempre in direzione nord.
2La strada presa, per quanto parecchio in salita, è comoda, perché è una vera strada, atta anche a carri e cavalcature. In cima ad essa, sulla vetta del monte, è un massiccio castello, o fortezza che sia, che stupisce per la sua forma singolare. Sembrano due costruzioni messe a un dislivello di qualche metro l’una dall’altra, di modo che la più arretrata, e la più guerresca, è sopraelevata sull’altra e la domina e difende. Un alto e largo muro, su cui sono tozze e quadrate torri, è fra l’una e l’altra costruzione, che pure è un’unica costruzione, perché è cinta da un’unica cinta di muraglie a pietroni bugnati, diritte oppure un poco oblique alla base, per sostenere meglio il peso del bastione. Non vedo il lato di ovest. Ma i due lati nord e sud scendono a picco, tutt’uno col monte che è isolato e che scoscende a picco da quei due lati. E credo che anche il lato ovest sia nelle stesse condizioni.
3Il vecchio Beniamino, per l’orgoglietto proprio di ogni cittadino verso la sua città, illustra il castello del Tetrarca, che è, oltre che castello, luogo di difesa della città, e ne enumera la bellezza e la potenza, la solidità, le comodità di cisterne e vasche, di spazio, di ampio raggio di visione, di posizione, ecc. ecc.
4«Anche i romani lo dicono bello. E loro se ne intendono…» termina il vecchio. E aggiunge: «Io conosco l’intendente. Per questo posso entrare. Vi farò vedere il più ampio e bel panorama della Palestina».
5Gesù ascolta benignamente. Gli altri un poco sorridono, loro che hanno visto tanti panorami… ma il vecchio è così buono che non hanno cuore di mortificarlo e lo secondano nel suo desiderio di mostrare cose belle a Gesù.
6Giungono alla vetta. La vista è veramente bella anche dalla piazzuola che è davanti al ferrato portone di accesso. Ma il vecchio dice: «Venite, venite!… Dentro è più bello. Andremo sulla torre più alta della cittadella. Vedrete… E penetrano nell’androne oscuro scavato nella muraglia larga molti metri, fino ad un cortile nel quale sono ad attenderli l’intendente con la famiglia. I due amici si salutano e il vecchio spiega lo scopo della visita.
7«Il Rabbi d’Israele?! Peccato che Filippo sia assente. Desiderava vederlo perché ne è giunta fama. Egli ama i rabbi veri, perché sono gli unici che hanno difeso il suo diritto e anche per fare dispetto all’Antipa, che non li ama. Venite, venite!…». L’uomo ha sbirciato Gesù sul principio, poi ha pensato bene di onorarlo con un inchino degno di un re.
8Passano un altro androne, ecco un secondo cortile e una nuova pusterla ferrata che immette in un terzo cortile, oltre il quale è un fondo fossato e il muraglione turrito della cittadella. Visi curiosi di armigeri e di attendenti alle case si affacciano per ogni dove. Penetrano nella cittadella e poi, per una scaletta, salgono sul bastione e da questo a una torre. Nella torre entrano solo Gesù con l’intendente, Beniamino e i dodici. Di più non potrebbero, perché vi stanno già stipati come acciughe. Gli altri restano sul bastione.
9Ma che vista quando dalla torre Gesù e chi è con Lui escono sulla terrazzetta che corona la torre e sporgono tutti il viso dall’alto parapetto di macigni! Sporgendosi verso l’abisso che è su questo lato ovest, il più alto del castello, si vede tutta Cesarea stesa ai piedi di questo monte, e la si vede bene, essendo a sua volta non piatta ma su delle dolci pendici. Oltre Cesarea si stende tutta la fertile pianura che precede il lago di Meron. E sembra un piccolo mare di un verde tenero, con uno sfaccettìo d’acque di turchesi chiare, brillanti nella distesa verdolina come brandelli di cielo sereno. E poi vaghi colli, messi come colline di smeraldo scuro, striato dell’argento degli ulivi, sparsi qua e là ai confini della pianura. E pennacchi aerei di alberi in fiore, oppure palle compatte di alberi fioriti… Ma guardando verso nord e oriente ecco il Libano potente, l’Ermon che brilla al sole con le sue nevi perlate e i monti dell’Iturea; e la valle del Giordano, per la cuna chiusa fra i colli del mar di Tiberiade e i monti della Gaulanite, appare in un ardito scorcio, perdendosi in lontananze di sogno.
10«Bello! Bello! Molto bello!», esclama Gesù ammirando, e pare benedica o che voglia abbracciare questi luoghi tanto belli col suo aprire di braccia e sorridere di viso. E risponde agli apostoli che chiedono questa o quella spiegazione, indicando i luoghi dove furono, ossia le regioni e le direzioni in cui esse sono.
«Ma io non lo vedo il Giordano», dice Bartolomeo.
11«Non lo vedi, ma è là, presso quella vastità fra due catene di monti. Subito dopo quella di ponente è il fiume. Noi scenderemo di là, ché la Perea e la Decapoli ancora aspettano l’Evangelizzatore».
Povera Dorca!
12Ma intanto si volge, interrogando quasi l’aria, per un lamento lungo, soffocato, che non per la prima volta ferisce il suo orecchio. E guarda l’intendente come per chiedergli che avviene.
13«È una delle donne del castello. Una sposa. Sta per avere un bambino. Il primo e l’ultimo, perché lo sposo è morto alle calende di casleu. Non so se camperà neppure, perché la donna da quando è vedova non fa che struggersi in pianto. É un’ombra. Senti? Neppure ha forza di gridare… Certo… Vedova a diciassette anni… E si amavano molto. Mia moglie e la suocera le dicono: “Nel figlio ritroverai Tobia”. Ma sono parole…».
14Scendono dalla torre e fanno il giro dei bastioni, sempre ammirando il luogo e il panorama. Poi l’intendente vuole offrire per forza delle bibite e delle frutta ai visitatori ed entrano in una vasta camera del castello anteriore, dove i servi portano le cose ordinate.
15Il lamento è più straziante e vicino, e l’intendente se ne scusa anche perché il fatto trattiene sua moglie lontana dal Maestro. Ma un grido ancor più penoso del lamento di prima succede a questo e fa rimanere a mezz’aria le mani che portano le frutta o i calici alle bocche.
Il bambino nato morto.
16«Vado a vedere che è avvenuto», dice l’intendente. Ed esce mentre la cacofonia di grida e pianti entra ancora più forte dalla porta socchiusa.
17Ritorna l’intendente: «Le è morto il bambino appena nato… Che strazio! Cerca di rianimarlo con le fuggenti forze… Ma non respira più. É nero! …», e scrolla il capo terminando: «Povera Dorca!».
18«Portami il bambino».
«Ma è morto, Signore».
19«Portami il bambino, dico. Così come è. E di’ alla madre che abbia fede».
L’intendente corre via. Torna: «Non vuole. Dice che non lo dà a nessuno. Sembra pazza. Dice che facciamo così per levarglielo».
20«Conducimi sulla soglia della sua stanza. Che mi veda».
«Ma…».
21«Lascia andare! Mi purificherò dopo, se mai…».
Vanno lesti per un corridoio oscuro fino ad una porta chiusa. Gesù stesso la apre rimanendo sulla soglia di fronte al letto, su cui una diafana creatura stringe al cuore un esserino che non dà segno di vita.
22«La pace a te, Dorca. Guardami. Non piangere. Sono il Salvatore. Dammi il tuo piccino…».
23Cosa ci sia nella voce di Gesù non so. So che la disperata, che al primo vederlo si era ferocemente stretto il neonato al cuore, lo guarda, e il suo occhio straziato e folle si apre ad una luce dolorosa ma piena di speranza. Cede l’esserino avvolto in lini sottili alla moglie dell’intendente… e resta là, a mani tese, la vita, la fede negli occhi dilatati, sorda alle preghiere della suocera che la vorrebbe adagiare sui guanciali.
Risurrezione di Jesai-Tobia.
24Gesù prende il fagottino di carni semifredde e di tele, e tiene il piccino ritto per le ascelle, e appoggia la sua bocca alle labbruzze socchiuse, stando curvo perché la testolina spenzola indietro. Soffia forte nelle fauci inerti… Sta colle labbra appoggiate alla bocchina per un attimo, poi si stacca… e un pigolio da uccellino trema nell’aria immota… un secondo più forte… un terzo… e infine un vero vagito in un tentennare di testolina, in un annaspare di manine, di piedini, mentre, nel lungo, trionfale pianto del neonato, si colora la testolina pelata, la faccetta minuscola… e gli risponde il grido della madre: «Figlio mio! Il mio amore! Il seme del mio Tobia! Sul cuore! Sul cuore della mamma… che muoia felice…», dice in un sussurro che si spegne in un bacio e in un abbandono di reazione comprensibile.
«Ella muore!», gridano le donne.
25«No. Entra in un giusto riposo. Quando si sveglia ditele di chiamare il fanciullo: Jesai-Tobia. La rivedrò al Tempio il giorno della sua purificazione. Addio. La pace sia con voi».
26Richiude lentamente e si volge per tornare dove era, dai suoi discepoli. Ma essi sono tutti lì, mucchio commosso che ha visto e che lo guarda ammirato. Tornano insieme nel cortile. Salutano l’intendente sbalordito, che non fa che ripetere: «Come se ne dispiacerà il Tetrarca di non esserci stato!», e riprendono la discesa per tornare in città.
27Gesù posa la mano sulla spalla del vecchio Beniamino dicendo: «Io ti ringrazio per ciò che ci hai mostrato e per essere stato la ragione di un miracolo»…
346. Primo annuncio della Passione e il rimprovero a Simon Pietro[63].
Il segreto dei nomi di Gesù e di Maria.
Panorama primaverile.
1Gesù deve avere lasciato la città di Cesarea di Filippo alle prime luci del mattino, perché ora essa è già lontana coi suoi monti e la pianura è di nuovo intorno a Gesù, che si dirige verso il lago di Meron per poi andare verso quello di Gennezaret. Sono con Lui gli apostoli e tutti i discepoli che erano a Cesarea. Ma che una carovana così numerosa sia per la via non fa stupore a nessuno, perché altre carovane si incontrano già, dirette a Gerusalemme, di israeliti o proseliti che vengono da tutti i luoghi della Diaspora e che desiderano sostare per qualche tempo nella Città Santa per sentire i rabbi e respirare a lungo l’aria del Tempio.
2Vanno lesti sotto un sole ormai alto ma che non dà ancora noia, perché è un sole di primavera che scherza con le fronde novelle e con le ramaglie fiorite e suscita fiori, fiori, fiori da ogni parte. La pianura che precede il lago è tutta un tappeto fiorito e l’occhio, volgendosi ai colli che la circondano, li vede pezzati dei ciuffi candidi, tenuamente rosei, o rosa deciso, o rosa quasi rosso, degli svariati alberi da frutto, e, passando presso le rare case dei contadini o presso le mascalcie seminate per la via, la vista si rallegra sui primi rosai fioriti negli orti, lungo le siepi o contro i muri delle case.
«I giardini di Giovanna devono essere tutti in fiore», osserva Simone Zelote.
Gli Apostoli innamorati di Maria
3«Anche l’orto di Nazareth deve parere un cesto pieno di fiori. Maria ne è la dolce ape che va da roseto a roseto e da questi ai gelsomini che presto fioriranno, ai gigli che già hanno i bocci sullo stelo, e coglierà il ramo del mandorlo come sempre fa, anzi ora coglierà quello del pero o del melograno per metterlo nell’anfora nella sua stanzetta. Quando eravamo bambini le chiedevamo ogni anno: “Perché tieni sempre lì un ramo di albero in fiore e non ci metti invece le prime rose?”; e Lei rispondeva: “Perché su quei petali io vedo scritto un ordine che mi venne da Dio e sento l’odore puro dell’aura celeste”. Te lo ricordi, Giuda?», chiede Giacomo d’Alfeo al fratello.
4«Sì. Me lo ricordo. E ricordo che, divenuto uomo, io attendevo con ansia la primavera per vedere Maria camminare per il suo orto sotto le nuvole dei suoi alberi in fiore e fra le siepi delle prime rose. Non vedevo mai spettacolo più bello di quella eterna fanciulla trasvolante fra i fiori, fra voli di colombi…».
5«Oh! andiamoci presto a vederla, Signore! Che veda anche io tutto questo!», supplica Tommaso.
6«Non abbiamo che affrettare la marcia e sostare ben poco, nelle notti, per giungere a Nazareth in tempo», risponde Gesù.
«Mi accontenti proprio, Signore?».
7«Sì, Tommaso. Andremo a Betsaida tutti, e poi a Cafarnao, e lì ci separeremo, noi andando con la barca a Tiberiade e poi a Nazareth. Così ognuno, meno voi giudei, prenderemo le vesti più leggere. L’inverno è finito».
8«Sì. E noi andiamo a dire alla Colomba[64]: “Alzati, affrettati, o mia diletta, e vieni perché l’inverno è passato, la pioggia è finita, i fiori sono sulla terra… Sorgi, o mia amica, e vieni, colomba che stai nascosta, mostrami il tuo viso e fammi sentire la tua voce”».
9«E bravo Giovanni! Sembri un innamorato che canti la sua canzone alla sua bella!», dice Pietro.
10«Lo sono. Di Maria lo sono. Non vedrò altre donne che sveglino il mio amore. Solo Maria, l’amata da tutto me stesso».
11«Lo dicevo anche io un mese fa. Vero, Signore?», dice Tommaso.
12«Io credo che siamo tutti innamorati di Lei. Un amore così alto, così celestiale!… Quale solo quella Donna può ispirarlo. E l’anima ama completamente la sua anima, la mente ama e ammira il suo intelletto, l’occhio mira e si bea nella sua grazia pura che dà diletto senza dare fremito, così come quando si guarda un fiore… Maria, la Bellezza della Terra e, credo, la Bellezza del Cielo…», dice Matteo.
13«È vero! È vero! Tutti vediamo in Maria quanto è di più dolce nella donna. E la fanciulla pura, e la madre dolcissima. E non si sa se la si ama più per l’una o l’altra grazia…», dice Filippo.
14«La si ama perché è “Maria”. Ecco!», sentenzia Pietro.
I nomi di Gesù e Maria.
15Gesù li ha ascoltati parlare e dice: «Avete detto tutti bene. Benissimo ha detto Simon Pietro. Maria si ama perché è “Maria”. Vi ho detto, andando a Cesarea, che solo coloro che uniranno fede perfetta ad amore perfetto giungeranno a sapere il vero significato delle parole: “Gesù, il Cristo, il Verbo, il Figlio di Dio e il Figlio dell’uomo”. Ma ora anche vi dico che c’è un altro nome denso di significati. Ed è quello di mia Madre. Solo coloro che uniranno perfetta fede a perfetto amore giungeranno a sapere il vero significato del nome “Maria”, della Madre del Figlio di Dio. E il vero significato comincerà ad apparire chiaro ai veri credenti e ai veri amorosi in un’ora tremenda di strazio, quando la Genitrice sarà suppliziata col suo Nato, quando la Redentrice redimerà col Redentore[65], agli occhi di tutto il mondo e per tutti i secoli dei secoli».
«Quando?», chiede Bartolomeo, mentre si sono fermati sulle sponde di un grosso ruscello nel quale bevono molti discepoli.
Sosta per il pasto condito di gioia.
16«Fermiamoci qui a spartire il pane. Il sole è a mezzogiorno. A sera saremo al lago di Merom e potremo abbreviare la via con delle barchette», risponde Gesù evasivamente.
17Si siedono tutti sulla erbetta tenera e tiepida di sole delle rive del ruscello, e Giovanni dice: «È un dolore sciupare questi fiorellini così gentili. Sembrano pezzettini di cielo caduti qui sui prati». Sono centinaia e centinaia di miosotis.
18«Rinasceranno più belli domani. Sono fioriti per fare, delle zolle, una sala di convito al loro Signore», lo consola Giacomo suo fratello.
19Gesù offre e benedice il cibo e tutti si danno a mangiare allegramente. I discepoli, come tanti girasoli, guardano tutti in direzione di Gesù, che è seduto al centro della fila dei suoi apostoli.
Sosta per il pasto condito di gioia.
20Il pasto è presto finito, condito di serenità e di acqua pura. Ma, posto che Gesù resta seduto, nessuno si muove. Anzi i discepoli si spostano per venire più vicino, per sentire ciò che dice Gesù, che gli apostoli interrogano. E interrogano ancora su quanto ha detto prima di sua Madre.
21«Sì. Perché essermi madre per la carne sarebbe già grande cosa. Pensate che è ricordata Anna di Elcana come madre di Samuele[66]. Ma egli non era che un profeta. Eppure la madre è ricordata per averlo generato. Perciò ricordata, e con lodi altissime, lo sarebbe Maria per avere dato al mondo Gesù il Salvatore. Ma sarebbe poco, rispetto al tanto che Dio esige da Lei per completare la misura richiesta per la redenzione del mondo[67]. Maria non deluderà il desiderio di Dio. Non lo ha mai deluso. Dalle richieste di amore totale a quelle di sacrificio totale, Ella si è data e si darà. E quando avrà consumato il massimo sacrificio, con Me, per Me[68], e per il mondo, allora i veri fedeli e i veri amorosi capiranno il vero significato del suo Nome. E nei secoli dei secoli, ad ogni vero fedele, ad ogni vero amoroso, sarà concesso di saperlo. Il Nome della Grande Madre, della Santa Nutrice, che allatterà nei secoli dei secoli i pueri di Cristo col suo pianto per crescerli alla Vita dei Cieli».
«Pianto, Signore? Deve piangere tua Madre?», chiede l’Iscariota.
22«Ogni madre piange. E la mia piangerà più di ogni altra».
«Ma perché? Io ho fatto piangere la mia qualche volta, perché non sono sempre un buon figlio. Ma Tu! Tu non dai mai dolore a tua Madre».
23«No. Io non le do infatti dolore come Figlio suo. Ma gliene darò tanto come Redentore. Due saranno quelli che faranno piangere di un pianto senza fine la Madre mia: Io per salvare l’Umanità, e l’Umanità col suo continuo peccare. Ogni uomo vissuto, vivente, o che vivrà, costa lacrime a Maria».
24«Ma perché?», chiede stupito Giacomo di Zebedeo.
«Perché ogni uomo costa torture a Me per redimerlo».
25«Ma come puoi dire questo di quelli già morti o non ancora nati? Ti faranno soffrire quelli viventi, gli scribi, i farisei, i sadducei, con le loro accuse, le loro gelosie, le loro malignità. Ma non più di così», asserisce sicuro Bartolomeo.
La missione del Redentore.
Idea sbagliata sul Redentore.
26«Giovanni Battista fu anche ucciso… e non è il solo profeta che Israele abbia ucciso e il solo sacerdote, del Volere eterno, ucciso perché inviso ai disubbidienti a Dio».
27«Ma Tu sei da più di un profeta e dello stesso Battista, tuo Precursore. Tu sei il Verbo di Dio. La mano d’Israele non si alzerà su di Te», dice Giuda Taddeo.
28«Lo credi, fratello? Sei in errore», gli risponde Gesù.
29«No. Non può essere! Non può avvenire! Dio non lo permetterà! Sarebbe un avvilire per sempre il suo Cristo!». Giuda Taddeo è tanto agitato che si alza in piedi.
30Anche Gesù lo imita e lo guarda fisso nel volto impallidito, negli occhi sinceri. Dice lentamente: «Eppure sarà», e abbassa il braccio destro, che aveva alto, come se giurasse.
31Tutti si alzano e si stringono più ancora intorno a Lui – una corona di visi addolorati ma più ancora increduli – e mormorii vanno per il gruppo:
«Certo… se così fosse… il Taddeo avrebbe ragione».
32«Quello che avvenne del Battista è male. Ma ha esaltato l’uomo, eroico fino alla fine. Se ciò avvenisse al Cristo sarebbe uno sminuirlo».
33«Cristo può essere perseguitato, ma non avvilito».
34«L’unzione di Dio è su di Lui».
35«Chi potrebbe più credere se ti vedessero in balìa degli uomini?».
36«Noi non lo permetteremo».
37L’unico che tace è Giacomo di Alfeo. Suo fratello lo investe: «Tu non parli? Non ti muovi? Non senti? Difendi il Cristo contro Sé stesso!». Giacomo, per tutta risposta, si porta le mani al viso e si scosta alquanto, piangendo.
38«È uno stolto!», sentenzia suo fratello.
39«Forse meno di quanto lo credi», gli risponde Ermasteo. E continua: «Ieri, spiegando la profezia, il Maestro ha parlato di un corpo disfatto che si reintegra e di uno che da sé si resuscita. Io penso che uno non può risorgere se prima non è morto».
40«Ma può essere morto di morte naturale, di vecchiaia. Ed è già molto ciò per il Cristo!», ribatte il Taddeo e molti gli danno ragione.
41«Sì, ma allora non sarebbe un segno dato a questa generazione che è molto più vecchia di Lui», osserva Simone Zelote[69].
42«Già. Ma non è detto che parli di Se stesso», ribatte il Taddeo, ostinato nel suo amore e nel suo rispetto.
43«Nessuno che non sia il Figlio di Dio può da Se stesso risuscitarsi, così come nessuno che non sia il Figlio di Dio può essere nato come Egli è nato. Io lo dico. Io che ho visto la sua gloria natale», dice Isacco con sicura testimonianza.
Primo annuncio della Passione (Mt 16,21; Mc 8,31-32)[70].
44Gesù, con le braccia conserte, li ha ascoltati parlare guardandoli a turno. Ora fa Lui cenno di parlare e dice: «Il Figlio dell’uomo sarà dato in mano degli uomini perché Egli è il Figlio di Dio ma è anche il Redentore dell’uomo. E non c’è redenzione senza sofferenza. La mia sofferenza sarà del corpo, della carne e del sangue, per riparare i peccati della carne e del sangue. Sarà morale per riparare ai peccati della mente e delle passioni. Sarà spirituale per riparare alle colpe dello spirito. Completa sarà. Perciò all’ora fissata Io sarò preso, in Gerusalemme, e dopo molto avere già sofferto per colpa degli Anziani e dei Sommi Sacerdoti, degli scribi e dei farisei, sarò condannato a morte infamante. E Dio lascerà fare perché così deve essere, essendo Io l’Agnello di espiazione per i peccati di tutto il mondo. E in un mare di angoscia, condivisa da mia Madre e da poche altre persone, morirò sul patibolo, e tre giorni dopo, per mio solo volere divino, risusciterò a vita eterna e gloriosa come Uomo e tornerò ad essere Dio in Cielo col Padre e con lo Spirito. Ma prima dovrò patire ogni obbrobrio ed avere il cuore trafitto dalla Menzogna e dall’Odio».
Pietro tenta il Signore (Mt 16,22; Mc 832)[71].
45Un coro di grida scandalizzate si leva per l’aria tiepida e profumata di primavera.
46Pietro, con un viso sgomento, e scandalizzato lui pure, prende Gesù per un braccio e lo tira un poco da parte dicendogli piano all’orecchio: «Ohibò, Signore! Non dire questo. Non sta bene. Tu vedi? Essi si scandalizzano. Tu decadi dal loro concetto. Per nessuna cosa al mondo Tu devi permettere questo; ma già una simile cosa non ti avverrà mai. Perché dunque prospettarla come vera? Tu devi salire sempre più nel concetto degli uomini, se ti vuoi affermare, e devi terminare magari con un ultimo miracolo, quale quello di incenerire i tuoi nemici. Ma mai avvilirti a renderti uguale ad un malfattore punito». E Pietro pare un maestro o un padre afflitto che rimproveri, amorevolmente affannato, un figlio che ha detto una stoltezza.
Il rimprovero a Pietro (Mt 16,23; Mc 8,33)[72].
47Gesù, che era un poco curvo per ascoltare il bisbiglio di Pietro, si alza severo, con dei raggi negli occhi, ma raggi di corruccio, e grida forte, che tutti sentano e la lezione serva per tutti: «Va’ lontano da Me, tu che in questo momento sei un satana che mi consigli a venir meno all’ubbidienza del Padre mio! Per questo Io sono venuto! Non per gli onori! Tu, col consigliarmi alla superbia, alla disubbidienza e al rigore senza carità, tenti sedurmi al Male. Va’! Mi sei scandalo! Tu non capisci che la grandezza sta non negli onori ma nel sacrificio e che nulla è apparire un verme agli uomini se Dio ci giudica angeli? Tu, uomo stolto, non capisci ciò che è grandezza di Dio e ragione di Dio e vedi, giudichi, senti, parli, con quel che è dell’uomo».
48Il povero Pietro resta annichilito sotto il rimprovero severo; si scansa mortificato e piange… E non è il pianto gioioso di pochi giorni prima. Ma un pianto desolato di chi capisce di avere peccato e di avere addolorato chi ama.
49E Gesù lo lascia piangere. Si scalza, rialza le vesti e passa a guado il ruscello. Gli altri lo imitano in silenzio. Nessuno osa dire una parola. In coda a tutti è il povero Pietro, invano consolato da Isacco e dallo Zelote.
L’ Amore deve essere Luce non Tenebre.
50Andrea si volge più di una volta a guardarlo e poi mormora qualcosa a Giovanni, che è tutto afflitto. Ma Giovanni scuote il capo con cenni di diniego. Allora Andrea si decide. Corre avanti. Raggiunge Gesù. Chiama piano, con apparente tremore: «Maestro! Maestro!…».
51Gesù lo lascia chiamare più volte. Infine si volge severo e chiede: «Che vuoi?».
«Maestro, mio fratello è afflitto… piange…».
52«Se lo è meritato».
«È vero, Signore. Ma egli è sempre un uomo… Non può sempre parlare bene».
53«Infatti oggi ha parlato molto male», risponde Gesù. Ma è già meno severo e una scintilla di sorriso gli molce l’occhio divino.
54Andrea si rinfranca e aumenta la sua perorazione a pro del fratello. «Ma Tu sei giusto e sai che amore di Te lo fece errare…».
55«L’amore deve essere luce, non tenebre. Egli lo ha fatto tenebre e se ne è fasciato lo spirito».
56«È vero, Signore. Ma le fasce si possono levare quando si voglia. Non è come avere lo spirito stesso tenebroso. Le fasce sono l’esterno. Lo spirito è l’interno, il nucleo vivo… L’interno di mio fratello è buono».
57«Si levi allora le fasce che vi ha messo».
Chi molto riceve molto deve dare.
58«Certamente che lo farà, Signore! Lo sta già facendo. Volgiti a guardarlo come è sfigurato dal pianto che Tu non consoli. Perché severo così con lui?».
59«Perché egli ha il dovere di essere “il primo” così come Io gli ho dato l’onore di esserlo. Chi molto riceve molto deve dare…».
60«Oh! Signore! È vero, sì. Ma non ti ricordi di Maria di Lazzaro? Di Giovanni di Endor? Di Aglae? Della Bella di Corozim? Di Levi? A questi Tu hai tutto dato… ed essi non ti avevano dato ancora che l’intenzione di redimersi… Signore!… Tu mi hai ascoltato per la Bella di Corozim e per Aglae… Non mi ascolteresti per il tuo e mio Simone, che peccò per amore di Te?».
61Gesù abbassa gli occhi sul mite che si fa audace e pressante in favore del fratello come lo fu, silenziosamente, per Aglae e la Bella di Corozim, e il suo viso splende di luce: «Va’ a chiamarmi tuo fratello», dice, «e portamelo qui».
«Oh! grazie, mio Signore! Vado…», e corre via, lesto come una rondine.
È Amore non permettere deviazioni.
62«Vieni, Simone. Il Maestro non è più in collera con te. Vieni, che te lo vuole dire».
«No, no. Io mi vergogno… Da troppo poco tempo mi ha rimproverato… Deve volermi per rimproverarmi ancora…».
63«Come lo conosci male! Su, vieni! Ti pare che io ti porterei ad un’altra sofferenza? Se non fossi certo che ti attende là una gioia, non insisterei. Vieni».
«Ma che gli dirò mai?», dice Pietro avviandosi un poco recalcitrante, frenato dalla sua umanità, spronato dal suo spirito che non può stare senza la condiscendenza di Gesù e senza il suo amore. «Che gli dirò?», continua a chiedere.
64«Ma nulla! Mostragli il tuo volto e basterà», lo rincuora il fratello.
Tutti i discepoli, man mano che i due li sorpassano, guardano i due fratelli e sorridono, comprendendo ciò che avviene.
65Gesù è raggiunto. Ma Pietro si arresta all’ultimo momento. Andrea non fa storie. Con una energica spinta, uso quelle che dà alla barca per spingerla al largo, lo butta avanti. Gesù si ferma… Pietro alza il viso… Gesù abbassa il viso… Si guardano… Due lacrimoni rotolano giù per le guance arrossate di Pietro…
66«Qui, grande bambino irriflessivo, che ti faccia da padre asciugando questo pianto», dice Gesù e alza la mano, sulla quale è ancora ben visibile il segno della sassata di Giscala, e asciuga con le sue dita quelle due lacrime.
67«Oh! Signore! Mi hai perdonato?», chiede Pietro tremebondo, afferrando la mano di Gesù fra le sue e guardandolo con due occhi di cane fedele che vuole farsi perdonare dal padrone inquieto.
68«Non ti ho mai colpito di condanna…».
«Ma prima…».
69«Ti ho amato. È amore non permettere che in te prendano radice deviazioni di sentimento e di sapienza. Devi essere il primo in tutto, Simon Pietro».
70«Allora… allora Tu mi vuoi bene ancora? Tu mi vuoi ancora? Non che io voglia il primo posto, sai? Mi basta anche l’ultimo, ma essere con Te, al tuo servizio… e morirci al tuo servizio, Signore, mio Dio!».
71Gesù gli passa il braccio sulle spalle e se lo stringe al fianco.
72Allora Simone, che non ha mai lasciato andare l’altra mano di Gesù, la copre di baci… felice. E mormora: «Quanto ho sofferto!… Grazie, Gesù».
73«Ringrazia tuo fratello, piuttosto. E sappi in futuro portare il tuo peso con giustizia ed eroismo. Attendiamo gli altri. Dove sono?».
74Sono fermi dove erano quando Pietro aveva raggiunto Gesù, per lasciare libero il Maestro di parlare al suo apostolo mortificato. Gesù accenna loro di venire avanti. E con loro sono un branchetto di contadini che avevano lasciato di lavorare nei campi per venire ad interrogare i discepoli.
L’Ordine dei salvatori.
Essere al servizio del Messia.
75Gesù, tenendo sempre la mano sulla spalla di Pietro, dice:
«Da quanto è avvenuto voi avete compreso che è cosa severa essere al mio servizio. L’ho dato a lui il rimprovero. Ma era per tutti. Perché gli stessi pensieri erano nella maggioranza dei cuori, o ben formati o solo in seme. Così Io ve li ho stroncati, e chi ancora li coltiva mostra di non capire la mia Dottrina, la mia Missione, la mia Persona.
76Io sono venuto per essere Via, Verità e Vita. Vi dò la Verità con ciò che insegno. Vi spiano la Via col mio sacrificio, ve la traccio, ve la indico. Ma la Vita ve la dò con la mia Morte.
Condizioni per seguire il Messia (Mt 16,24-26; Mc 8,34-37; Lc 9,23-25)[73].
77E ricordate che chiunque risponde alla mia chiamata e si mette nelle mie file per cooperare alla redenzione del mondo deve essere pronto a morire per dare ad altri la Vita. Perciò chiunque voglia venire dietro a Me deve essere pronto a rinnegare sé stesso, il vecchio se stesso con le sue passioni, tendenze, usi, tradizioni, pensieri, e seguirmi col suo nuovo se stesso.
78Prenda ognuno la sua croce come Io la prenderò. La prenda se anche gli sembra troppo infamante. Lasci che il peso della sua croce stritoli il suo se stesso umano per liberare il sé stesso spirituale, al quale la croce non fa orrore ma anzi è oggetto di appoggio e di venerazione perché lo spirito sa e ricorda. E con la sua croce mi segua. Lo attenderà alla fine della via la morte ignominiosa come Me attende? Non importa. Non si affligga, ma anzi giubili, perché l’ignominia della Terra si muterà in grande gloria in Cielo, mentre sarà disonore l’essere vili di fronte agli eroismi spirituali. Voi sempre dite di volermi seguire fino alla morte. Seguitemi allora, e vi condurrò al Regno per una via aspra ma santa e gloriosa, al termine della quale conquisterete la Vita senza mutazione in eterno. Questo sarà “vivere”. Seguire, invece, le vie del mondo e della carne è “morire”. Di modo che se uno vorrà salvare la sua vita sulla Terra la perderà, mentre colui che perderà la vita sulla Terra per causa mia e per amore al mio Vangelo la salverà. Ma considerate: che gioverà all’uomo guadagnare tutto il mondo se poi perde la sua anima?
Testimoniare in favore di Gesù (Mt 16,27; Mc 8,38; Lc 9,26)[74].
79E ancora guardatevi bene, ora e in futuro, di vergognarvi delle mie parole e delle mie azioni. Anche questo sarebbe “morire”. Perché chi si vergognerà di Me e delle mie parole in mezzo alla generazione stolta, adultera e peccatrice, di cui ho parlato, e sperando averne protezione e vantaggio la adulerà rinnegando Me e la mia Dottrina e gettando le perle avute nelle gole immonde dei porci e dei cani per averne in compenso escrementi al posto di monete, sarà giudicato dal Figlio dell’uomo quando verrà nella gloria del Padre suo e cogli angeli e i santi a giudicare il mondo. Egli allora si vergognerà di questi adulteri e fornicatori, di questi vili e di questi usurai e li caccerà dal suo Regno, perché non c’è posto nella Gerusalemme celeste per gli adulteri, i vili, i fornicatori, bestemmiatori e ladri. E in verità vi dico che ci sono alcuni dei presenti fra i miei discepoli e discepole che non gusteranno la morte prima di avere veduto il Regno di Dio fondarsi, col suo Re incoronato e unto».
80Riprendono ad andare parlando animatamente, mentre il sole cala lentamente nel cielo…
347. A Betsaida.
Profezia sul martirio di Marziam e degli apostoli. La guarigione
di un cieco[75].
Come andando a un convito d’amore.
Di corsa raggiungono Betsaida.
1Non camminano più, ma corrono nella nuova aurora ancor più ridente e schietta delle precedenti, tutta un brillio di rugiade che piovono, insieme a petali multicolori, sulle teste e sui prati, a mettere altri colori di fiori sfogliati presso quelli innumeri dei fioretti dritti sugli steli delle prode e delle zolle, e ad accendere nuovi diamanti sui fili dell’erba novella. Corrono fra canti di uccelli in amore e canti di brezza leggera e di acque ridarelle che sospirano o che arpeggiano, scorrendo fra i rami, carezzando i fieni e i grani che si alzano giorno per giorno, oppure fluendo via fra le sponde, piegando dolcemente gli steli che toccano le acque limpide. Corrono come andassero a un convito d’amore. Anche gli anziani come Filippo, Bartolomeo, Matteo, lo Zelote, condividono la fretta ilare dei giovani. E così è fra i discepoli, dove i più vecchi emulano i più giovani nel camminare veloce.
Bella figura giovanile.
2E ancora non sono asciugate le rugiade sui prati quando raggiungono la zona di Betsaida, stretta nel poco spazio fra il lago, il fiume e il monte. E dal bosco del monte scende per un sentiero un giovanetto curvo sotto un fascio di ramaglie. Scende svelto, quasi correndo, e per la sua posizione non vede gli apostoli… Canta felice, correndo così sotto il suo fascio di legna e, giunto sulla via maestra, alle prime case di Betsaida, getta a terra il suo carico e si raddrizza per riposare gettando indietro i capelli morati. É alto e snello, diritto, forte nel corpo e nelle membra agili e magre. Una bella figura di giovinetto.
«É Marziam», dice Andrea.
«Sei matto? Quello è un uomo ormai», gli risponde Pietro.
3Andrea mette le mani ad imbuto alla bocca e lo chiama forte. Il giovinetto, che stava curvandosi per riprendere il peso, dopo essersi stretta la cintura alla corta tunica che appena gli giunge al ginocchio e che è aperta sul petto, perché probabilmente non lo contiene più, si volge in direzione del richiamo e vede Gesù, Pietro, gli altri che lo guardano, fermi presso un gruppo di salici piangenti che sciolgono le loro chiome sulle acque di un largo ruscello, l’ultimo affluente di sinistra del Giordano avanti il lago di Galilea, sito proprio al limite del paese. Lascia ricadere la fascina, alza le braccia e grida: «Il mio Signore! Il padre mio!», e si slancia a corsa.
4Ma anche Pietro si lancia a corsa, guada il ruscello senza neppure levarsi i sandali, limitandosi a raccogliere le vesti, e poi corre sulla via polverosa, lasciando le larghe impronte umide dei suoi sandali sul terreno asciutto.
«Padre mio!».
«Figlio caro!».
5Sono nelle braccia l’uno dell’altro, e veramente Marziam è alto come Pietro, di modo che i suoi capelli morati spiovono sul volto di Pietro nel bacio d’amore, ma sembra più alto, così snello come è. Però Marziam si scioglie dal dolce abbraccio e riprende la corsa verso Gesù, che è ormai al di qua del rio e viene avanti lentamente fra la corona degli apostoli.
Auguri e complimenti!
6Marziam gli cade ai piedi, a braccia alzate, e dice: «Oh! mio Signore, benedici il tuo servo!».
7Ma Gesù si china, lo rialza e se lo prende sul cuore baciandolo su ambe le guance e augurandogli «continua pace e aumento in sapienza e in grazia nelle vie del Signore».
8Anche gli altri apostoli festeggiano il giovinetto e, specie quelli che non lo vedevano da mesi, si congratulano con lui del suo sviluppo.
9Ma Pietro! Ma Pietro! Se lo avesse procreato lui non se ne compiacerebbe tanto! Gli gira intorno, lo guarda, lo tocca e chiede a questo e a quello: «Ma non è bello? Ma non è ben fatto? Guardate come è dritto! Che petto alto! Che gambe diritte!… Un po’ magro, con poco muscolo ancora. Ma promette bene! Proprio bene! E il viso? Guardate se sembra più quell’esserino che mi sono portato in braccio lo scorso anno, e mi pareva portare un uccellino stento, scuro, triste, pauroso… Brava Porfirea! Ah! è proprio stata brava con tutto il suo miele, burro, olio, uova e fegati di pesce. Merita proprio che glielo dica subito. Mi lasci, eh! Maestro? andare dalla mia sposa?».
«Vai, vai, Simone. Io ti raggiungerò presto».
Profezia su Pietro e Marziam.
Marziam, che è ancora per mano di Gesù, dice.: «Maestro, certo il padre mio ora ordina convito alla mamma. Lascia che io ti lasci per aiutarla…»
10«Va’. E Dio ti benedica perché onori chi ti è padre e madre».
Marziam corre via, riprende il suo fascio di legna, se lo carica e raggiunge Pietro, camminando al suo fianco.
«Sembrano Abramo e Isacco mentre salgono il monte[76]», osserva Bartolomeo.
«Oh! povero Marziam! Ci mancherebbe quella!», dice Simone Zelote.
«E povero mio fratello! Non so se avrebbe forza di fare l’Abramo…», dice Andrea.
11Gesù lo guarda e poi guarda il capo brizzolato di Pietro che si allontana vicino al suo Marziam, e dice: «In verità vi dico che un giorno verrà che Simon Pietro gioirà sapendo imprigionato, percosso, flagellato, messo in procinto di morte il suo Marziam, e che avrebbe animo di stenderlo di sua mano sul patibolo per rivestirlo della porpora dei Cieli e per fecondare col sangue del martire la Terra, invidioso e dolente solo per un motivo: di essere non lui al posto del figlio e dipendente, perché la sua elezione a Capo supremo della mia Chiesa lo obbligherà a riservarsi per essa finché Io gli dirò: “Va’ a morire per essa”. Voi non conoscete ancora Pietro. Io lo conosco».
«Prevedi il martirio per Marziam e per mio fratello?».
12«Te ne duoli, Andrea?».
«No. Mi dolgo che Tu non lo preveda anche per me».
13«In verità, in verità vi dico che sarete tutti rivestiti di porpora meno uno».
«Chi? Chi?».
14«Lasciamo il silenzio sul dolore di Dio», dice mesto e solenne Gesù.
Guarigione di un cieco (Mc 8,22-26)[77].
15E tutti tacciono intimoriti e pensosi. Entrano nella prima via di Betsaida, fra ortaglie piene di verde novello. Pietro, con altri di Betsaida, sta conducendo a Gesù un cieco. Marziam non c’è. Certo è rimasto ad aiutare Porfirea. Con quelli di Betsaida e i parenti del cieco sono molti discepoli venuti a Betsaida da Sicaminon e altre città, fra i quali Stefano, Erma, il sacerdote Giovanni e Giovanni lo scriba e molti altri. (Ormai a tenerli a mente è un bel pasticcio. Sono tanti).
16«Te l’ho condotto, Signore. Era qui in attesa da più giorni», spiega Pietro mentre il cieco e i parenti fanno una nenia di: «Gesù, Figlio di Davide, pietà di noi!», «poni la tua mano sugli occhi del figlio mio ed egli vedrà», «abbi pietà di me, Signore! Io credo in Te!».
17Gesù prende per mano il cieco e retrocede con lui di qualche metro per metterlo al riparo dal sole che inonda ormai la via. Lo addossa al muro fronzuto di una casa, la prima del paese, e gli si pone di fronte. Si bagna i due indici di saliva e gli strofina le palpebre con le dita umide, poi gli preme le mani sugli occhi, con la base della mano nell’incavo delle occhiaie e le dita sperse fra i capelli dell’infelice. Prega così. Poi leva le mani: «Che vedi?», chiede al cieco.
18«Vedo degli uomini. Certo sono uomini. Ma così mi figuravo gli alberi vestiti di fiori. Ma certo sono uomini perché camminano e si agitano verso di me».
19Gesù impone nuovamente le mani e poi le torna a levare dicendo: «Ed ora?».
20«Oh! ora vedo bene la differenza fra gli alberi piantati nella terra e questi uomini che mi guardano… E vedo Te! Come sei bello! I tuoi occhi sono uguali al cielo e i tuoi capelli sembrano raggi di sole… e il tuo sguardo e il tuo sorriso sono da Dio. Signore, io ti adoro!», e si inginocchia a baciargli l’orlo della veste.
21«Alzati e vieni da tua madre, che per tanti anni ti è stata luce e conforto e della quale tu conosci solo l’amore».
22Lo prende per mano e lo conduce alla madre, che è inginocchiata a qualche passo di distanza in adorazione come prima lo era in supplicazione.
23«Alzati, donna. Ecco tuo figlio. Egli vede la luce del giorno, e voglia il suo cuore seguire la Luce eterna. Va’ a casa. Siate felici. E siate santi per riconoscenza a Dio. Ma passando dai villaggi non dite a nessuno che Io ti ho guarito, acciò la folla non si precipiti qui per impedirmi di andare dove è giusto che Io vada a portare conferma di fede e luce e gioia ad altri figli del Padre mio».
24E rapido, per un sentierino fra gli orti, scantona andando verso la casa di Pietro, nella quale entra salutando Porfirea col suo dolce saluto.
348. Mannaen riferisce su Erode Antipa e da Cafarnao va con Gesù a Nazareth. Svelate le trasfigurazioni della Vergine[78].
La reggia di Erode Antipa.
Fra una rete di tenerezza.
1Quando pongono piede sulla spiaggetta di Cafarnao, sono accolti dal gridio dei bambini che emulano le rondini indaffarate alla costruzione dei nidi novelli, tanto scorrono veloci, garrendo con le loro vocette, dalla spiaggia alle case, ilari della semplice gioia dei fanciulli, per i quali è spettacolo meraviglioso e magico oggetto un pesciolino trovato morto sulla riva, o un sassetto che l’onda ha levigato e che, per il suo colore, sembra una pietra preziosa, o il fiore scoperto fra due sassi, o lo scarabeo cangiante catturato a volo. Tutti prodigi da far vedere alle mamme, perché prendano parte alla gioia del loro figliolino.
2Ma ora queste rondinelle umane hanno visto Gesù e tutti i loro voli convergono verso di Lui, che sta per porre piede sulla spiaggetta. Ed è una tepida valanga viva di carni fanciulle, è una catena soave di manine tenerelle, è un amore di cuori infantili quello che si abbatte su Gesù, che ne è stretto, legato, riscaldato come da un dolce fuoco.
3«Io! Io!».
«Un bacio!».
«A me!».
«Anche io!».
«Gesù! Ti voglio bene!».
«Non andare più via per tanto!».
«Venivo tutti i giorni qui a vedere se venivi».
«Io andavo alla tua casa».
«Tieni questo fiore, era per la mamma, ma te lo do».
«Ancora un bacio a me, bello forte. Quello di prima non mi ha toccato perché Giaele mi ha spinto indietro…».
4E le vocette continuano mentre Gesù tenta camminare fra quella rete di tenerezze.
5«Ma lasciatelo un poco stare! Via! Basta!», gridano discepoli e apostoli cercando di allentare la stretta. Ma sì! Sembrano liane munite di ventose! Di qui vengono staccate, di là si appiccicano.
Mannaen.
6«Lasciate! Lasciate fare! Con pazienza arriveremo», dice sorridendo Gesù, e fa passi inverosimilmente piccoli per potere procedere senza calpestare piedini nudi. Ma quello che lo libera dall’amorosa stretta è il sopraggiungere di Mannaen con altri discepoli, fra i quali i pastori che erano in Giudea.
7«La pace a Te, Maestro!», tuona l’imponente Mannaen nel suo splendido abito, senza più ori alla fronte e alle dita, ma con una magnifica spada al fianco che suscita l’ammirazione venerabonda dei bambini, i quali, davanti a questo magnifico cavaliere vestito di porpora e con una così stupenda arma al fianco, si scansano intimoriti. E così Gesù può abbracciarlo e abbracciare Elia, Levi, Mattia, Giuseppe, Giovanni, Simeone e non so quant’altri.
8«Come mai sei qui? E come hai saputo che ero sbarcato?».
«Saputo, lo si è saputo dai gridi dei bambini. Hanno trapassato i muri come frecce di gioia. Ma qui sono venuto pensando che è prossimo il tuo viaggio in Giudea e che certo vi prenderanno parte le donne… Ho voluto esserci anche io… Per proteggerti, Signore, se non è troppa superbia il pensarlo. Vi è molta effervescenza in Israele contro di Te. Dolorosa cosa a dirsi. Ma Tu non la ignori».
Parlando così, raggiungono la casa e vi entrano.
Questa è la reggia!
9Mannaen continua il suo discorso dopo che il padrone di casa e la moglie hanno venerato il Maestro.
10«Ormai l’effervescenza e l’interessamento su di Te ha pervaso ogni luogo, scuotendo e richiamando l’attenzione anche dei più ottusi e distratti da cose molto diverse da ciò che Tu sei. Le notizie di ciò che Tu operi sono penetrate persino dentro alle sozze muraglie di Macheronte o nei lussuriosi rifugi di Erode, siano essi il palazzo di Tiberiade o i castelli di Erodiade o la splendida reggia degli Asmonei presso il Sisto. Superano come ondate di luce e di potenza le barriere di tenebre e di bassezza, abbattono i cumuli del peccato messi a fare da trincea e da riparo ai sozzi amori della Corte e ai truci delitti, saettano come strali di fuoco scrivendo parole ben più gravi di quelle del convito di Baldassarre[79] sulle licenziose pareti delle alcove e delle sale del trono e dei banchetti. Urlano il tuo Nome e la tua potenza, la tua natura e la tua missione. E Erode ne trema di paura; ed Erodiade si convelle nei letti, paurosa che Tu sia il Re vendicatore che le leverà ricchezze e immunità, se pur non anche la vita, gettandola in balia delle turbe che faranno vendetta dei suoi molti delitti. Si trema a Corte. E per Te. Si trema di paura umana e di paura sovrumana. Da quando la testa di Giovanni è caduta mozzata, sembra che un fuoco arda le viscere dei suoi uccisori. Non hanno più neppure la loro misera pace di prima, pace da porci sazi di crapule, che trovano silenzio ai rimproveri della coscienza nell’ubriachezza o nella copula. Non c’è più nulla che li pacifichi… Sono perseguitati… E si odiano dopo ogni ora di amore, sazi l’uno dell’altra, incolpandosi l’un l’altro di aver commesso il delitto che turba, che ha passato la misura; mentre Salome, come presa da un demonio, è scossa da un erotismo che degraderebbe una schiava delle macine. La Reggia è fetente più di una cloaca.
11Erode mi ha interrogato più volte su Te. Ed io ogni volta ho risposto: “Per me è il Messia, il Re d’Israele dell’unica stirpe regale, quella di Davide. É il Figlio dell’uomo detto dai Profeti, è il Verbo di Dio, Colui che, per essere il Cristo, l’Unto di Dio, ha il diritto di regnare su ogni vivente”. Ed Erode sbianca di paura sentendo in Te il Vendicatore. E respinge la paura, l’urlo della coscienza che il rimorso sbrana, dicendo – poiché i cortigiani per confortarlo dicono che Tu sei Giovanni falsamente creduto morto, e con ciò lo fanno basire più che mai di orrore, oppure Elia, o qualche altro profeta dei tempi passati – dicendo: “No, non può essere Giovanni! Quello io l’ho fatto decapitare, e la sua testa l’ha Erodiade in sicura custodia. E non può essere uno dei profeti. Non si rivive, una volta morti. Ma non può essere neppure il Cristo. Chi lo dice? Chi lo dice che lo è? Chi osa dirmi che Egli è il Re dell’unica stirpe regale? Io sono il Re! Io! E non altri. Il Messia è stato ucciso da Erode il Grande: in un mare di sangue è stato affogato, appena nato. Sgozzato è stato come un agnellino… e aveva pochi mesi… Lo senti come piange? Il suo belato mi grida sempre dentro alla testa insieme al ruggito di Giovanni: ‘Non ti è lecito’… Non mi è lecito?! Sì. Tutto mi è lecito, perché io sono ‘il re’. Qua vino e donne, se Erodiade si rifiuta ai miei amplessi, e che danzi Salome per svegliare il mio senso spaurito dai tuoi paurosi racconti”.
12E si ubriaca fra le mime della Corte, mentre nelle sue stanze ulula la femmina folle le sue bestemmie al Martire e le sue minacce a Te, e nelle sue Salome conosce cosa è essere nata dal peccato di due libidinosi e avere aderito ad un delitto, ottenendolo con l’abbandono del corpo alle smanie lubriche di un sozzo. Ma poi torna in sé Erode e vuole sapere di Te, e vorrebbe vederti. E per questo favorisce le mie venute a Te, nella speranza che io ti porti a lui. Cosa che non farò mai, per non portare la tua santità in un antro di fiere immonde. E vorrebbe averti Erodiade per colpirti. E lo grida col suo stilo fra le mani… E vorrebbe averti Salome, che ti ha visto, a tua insaputa, a Tiberiade lo scorso etamim, e che insania di Te… Questa è la Reggia, Maestro! Ma io vi resto, perché sorveglio così le intenzioni su Te».
Ogni ubbidienza è scritta in Cielo.
13«Io te ne sono grato, e l’Altissimo te ne benedice. É anche questo servire l’Eterno nei suoi decreti».
«L’ho pensato. E per questo sono venuto».
14«Mannaen, Io ti prego di una cosa, poiché sei venuto. Non con Me ma con le donne scendi verso Gerusalemme. Io vado con questi per via ignota e non potranno farmi del male. Ma esse sono donne e indifese, e chi le accompagna è di animo mite e ammaestrato ad offrire la guancia a chi già l’ha percosso. La tua presenza sarà protezione sicura. Un sacrificio, comprendo. Ma staremo insieme in Giudea. Non negarmelo, amico».
15«Signore, ogni tuo desiderio è legge per il tuo servo. Sono al servizio della Madre tua e delle condiscepole da questo momento fino a quando Tu vorrai».
16«Grazie. Anche questa tua ubbidienza sarà scritta in Cielo. Ora dedichiamo l’attesa delle barche per tutti curando i malati che mi attendono».
A Gerusalemme per Magdala e Nazareth.
Imbarco per Magdala.
17E Gesù scende nell’orto dove sono barelle o infermi e li sana rapidamente, mentre accoglie l’ossequio di Giairo e degli amici, pochi, di Cafarnao.
18Le donne, intanto – e sono Porfirea e Salome, più l’anziana moglie di Bartolomeo e quella meno anziana di Filippo con le figlie giovinette – si occupano delle vivande per la numerosa turba di discepoli, che saranno sfamati con le corbe di pesce che Betsaida e Cafarnao hanno offerto. E un gran sventrare di ventri argentati, ancora palpitanti, un gran sciacquare di pesci nei catini, un grande sfrigolio degli stessi sulle graticole, avviene in cucina, mentre Marziam, con altri discepoli, alimenta i fuochi e porta brocche d’acqua in aiuto delle donne. Il pasto è presto pronto e presto consumato. Ed essendo ormai reclutate le barche per il trasporto di tanti, non resta che imbarcarsi per Magdala, su un lago d’incanto, tanto è sereno, angelico nel castone smeraldino delle rive. I giardini e la casa di Maria di Magdala si aprono ospitali nel meriggio solare ad accogliere il Maestro e i suoi discepoli, e tutta Magdala si riversa a salutare il Rabbi che va verso Gerusalemme.
Marcia solerte verso Nazareth.
19E le fresche pendici dei colli galilei sentono la marcia solerte e lieta della turba fedele, seguita da un comodo carro dove sono Giovanna con Porfirea, Salome, le mogli di Bartolomeo e Filippo e le due giovinette figlie di quest’ultimo, più i ridenti Maria e Mattia, irriconoscibili nell’aspetto da quello che erano cinque mesi addietro.
20Marziam marcia bravamente con gli adulti, anzi, per volere di Gesù, è proprio nel gruppo apostolico, fra Pietro e Giovanni, e non perde parola di quanto dice Gesù.
21Il sole splende in un cielo purissimo e folate tiepide portano odore di bosco, di mentucce, di viole, dei primi mughetti, dei rosai sempre più fioriti e, sovrano su tutti, quell’odore fresco, lievemente amarognolo, dei fiori delle piante da frutto, che da ogni dove spargono neve di petali sulle zolle erbose. Tutti ne hanno fra i capelli mentre procedono in un continuo cinguettio d’uccelli, fra canti di seduzione e trepidi richiami da folto a folto, tra i maschi audaci e le femmine pudiche, mentre le pecore brucano, pingui di maternità, e i primi agnellini urtano il musetto rosato nella tonda mammella per aumentare la secrezione del latte, oppure caroleggiano sui prati d’erba tenerella come bambini felici.
Fiori e doni per Maria.
22Come viene presto Nazareth dopo Cana, dove Susanna si unisce alle altre donne portando seco i prodotti della sua terra in ceste e vasi, e un intero tralcio di rose rosse tutte in bocci, prossimi a schiudersi, «da offrirsi a Maria», dice.
23«Io pure, vedi?», dice Giovanna scoprendo una specie di cassa dove sono adagiate rose e rose fra muschi umidi: «Le prime e le più belle. Sempre un nulla per Lei, tanto cara!».
24Vedo che ogni donna ha portato derrate per il viaggio pasquale, e con le derrate chi questo fiore, chi quella pianta per l’orto di Maria; e Porfirea si scusa di non avere portato che un vaso di canfora, splendido nelle minute foglioline glauche che sprigionano il loro aroma solo a sfiorarle. «Maria la desiderava questa pianta balsamica…», dice. E tutte la elogiano per la bellezza rigogliosa dell’arboscello. «Oh! l’ho vegliato tutto l’inverno, tenendolo al riparo dal gelo e dalla grandine nella mia stanza. Marziam mi aiutava a portarlo al sole ogni mattina, a ritirarlo ogni sera… E quel caro fanciullo, se non ci fosse stata la barca e ora il carro, se lo sarebbe caricato sulle spalle per portarlo a Maria, facendo cortesia a Lei e a me», dice l’umile donna, che si rinfranca sempre più per la bontà di Giovanna e che non sta in sé dalla gioia di essere in viaggio per Gerusalemme, e col Maestro, il suo uomo e il suo Marziam.
25«Non ci sei mai stata?».
«Finché visse mio padre, ogni anno. Ma poi… La madre non vi andò più… I fratelli mi ci avrebbero portata, ma facevo comodo alla madre e non mi lasciava andare. Dopo ho sposato Simone… e non sono stata più molto bene in salute. Simone avrebbe dovuto stare molto in viaggio e si annoiava… Rimanevo perciò a casa ad attenderlo… Il Signore vedeva il mio desiderio… ed era come facessi il sacrificio nel Tempio…», dice la mite donna.
26E Giovanna, che l’ha vicina, le mette la mano sulle splendide trecce dicendole: «Cara!». E in quell’aggettivo c’è tanto amore, tanta comprensione e tanto significato.
La Madre di tutti i buoni.
27Ecco Nazareth… ecco la casa di Maria d’Alfeo, che è già fra le braccia dei figli, e con le mani, gocciolanti e rosse del bucato che sta facendo, se li carezza, e poi corre, asciugandosele nel grembiule grossolano, ad abbracciare Gesù… Ed ecco la casa di Alfeo di Sara, immediatamente precedente quella di Maria. E Alfeo che ordina al nipotino più grande di correre ad avvertire Maria, e intanto sgamba a passi da gigante verso Gesù con una bracciata di nipotini fra le braccia, e lo saluta insieme a quella nidiata stretta fra le braccia come un mazzo di fiori offerto a Gesù. Ed ecco Maria farsi sulla porta, nel sole, nel suo abito da casa di un chiaro azzurro un poco stinto, l’oro dei capelli splendente vaporoso sulla fronte verginale e massiccio nel pesante nodo delle trecce sulla nuca, e cadere sul petto del Figlio che la bacia con tutto il suo amore.
28Gli altri si fermano prudenti per lasciarli liberi nel primo incontro. Ma Ella subito si stacca e volge il viso, inattaccabile all’età, ora tutto roseo per la sorpresa e luminoso di sorriso, e saluta con la sua voce d’angelo: «La pace a voi, servi del Signore e discepoli del Figlio mio. La pace a voi, sorelle nel Signore», e con le discepole, scese dal carro, scambia un bacio fraterno.
29«Oh! Marziam! Ora non potrò più tenerti fra le braccia! Sei un uomo ormai. Ma vieni dalla Mamma di tutti i buoni, che un bacio te lo darò ancora. Caro! Dio ti benedica e ti faccia crescere nelle sue vie, robusto e come cresce il tuo corpo giovinetto, e più ancora. Figlio mio, dovremo portarlo a suo nonno. Sarà felice di vederlo così», dice poi volgendosi a Gesù.
30E poi abbraccia Giacomo e Giuda d’Alfeo. E dà loro la notizia che certo essi amano: «Quest’anno Simone viene con me, come discepolo del Maestro. Me lo ha detto».
31E uno per uno saluta i più noti, i più influenti, avendo per ognuno una parola di grazia. Mannaen viene condotto a Lei da Gesù e presentato come sua scorta nel viaggio verso Gerusalemme.
32«Tu non vieni con noi, Figlio?».
33«Madre, ho altri luoghi da evangelizzare. Ci vedremo a Betania».
34«La tua volontà sia fatta ora e sempre. Grazie, Mannaen. Tu: angelo umano; i nostri custodi: angeli del Cielo; e noi saremo sicure come fossimo nel Santo dei Santi». E offre la sua manina a Mannaen in segno di amicizia. E il cavaliere, cresciuto nel fasto, si inginocchia per baciare la mano gentile che si offre a lui.
La piccola casa di Nazareth.
35Intanto sono stati scaricati i fiori e quanto deve restare a Nazareth. Poi il carro va al suo destino in qualche scuderia della città. La piccola casa pare un roseto per le rose sparse ogni dove dalle discepole. Ma la pianta di Porfirea, posata sulla tavola, raccoglie la più viva ammirazione di Maria, che la fa portare in luogo acconcio secondo le indicazioni della moglie di Pietro. Non possono certo entrare tutti nella minuscola casa, nell’orto che non è una tenuta né un podere, ma che sembra salire verso il cielo sereno, farsi aereo, tante sono le nuvole dei fiori sulle piante del brolo. E Giuda d’Alfeo, sorridendo, chiede a Maria: «Hai colto anche oggi il tuo ramo per la tua anfora?».
36«Senza dubbio, Giuda: E quando siete venuti lo contemplavo…».
37«E risognavi, Mamma, il tuo mistero lontano», dice Gesù abbracciandola col braccio sinistro e attirandosela contro il cuore.
Maria alza il viso imporporato e sospira: «Sì, Figlio mio… e risognavo il primo palpito del tuo cuore in me…».
38Gesù dice: «Restino le discepole, gli apostoli, Marziam, i discepoli pastori, il sacerdote Giovanni, Stefano, Erma e Mannaen. Gli altri si spargano in cerca di alloggio…».
Case di accoglienza.
39«Molti possono stare in casa mia…», urla dalla soglia, sulla quale è bloccato, Simone d’Alfeo.
«Sono loro condiscepolo e li reclamo».
40«Oh! fratello, vieni avanti, che ti possa baciare», dice espansivo Gesù, mentre Alfeo di Sara e Ismaele e Aser; i due discepoli, ex-asinai, di Nazareth, a loro volta dicono: «A casa nostra. Venite, venite!».
41I discepoli non prescelti se ne vanno e può essere chiusa la porta… per essere riaperta però subito dopo per la venuta di Maria d’Alfeo, che non può stare lontana anche se si sciupa il suo bucato. Sono quasi quaranta persone e perciò si spargono nell’orto tiepido e quieto, finché sono distribuiti i cibi, che ognuno trova con sapori celesti tanto è felice di consumarli nella casa del Signore, distribuiti da Maria.
42Torna Simone, che ha sistemato i discepoli, e dice: «Non mi hai chiamato come gli altri, ma io ti sono fratello e ci sto lo stesso».
Rivelazione dei misteri di Maria.
Il Figlio fa conoscere la Madre.
43«Bene vieni, Simone. Vi ho qui voluti per farvi conoscere Maria. Molti di voi conoscete la “madre” Maria, alcuni la “sposa” Maria. Ma nessuno conosce la “vergine” Maria. Io ve la voglio fare conoscere in questo giardino in fiore, nel quale il vostro cuore viene col desiderio nelle lontananze forzate e come ad un riposo nelle fatiche dell’apostolato.
44Vi ho ascoltato parlare, voi apostoli, discepoli e parenti, ed ho sentito le vostre impressioni, i vostri ricordi, le vostre asserzioni sulla Madre mia. Io vi trasfigurerò tutto questo, molto ammirativo ma ancora molto umano, in un soprannaturale conoscere. Perché mia Madre, prima di Me, va trasfigurata agli occhi dei più meritevoli, per mostrarla quale Essa è. Voi vedete una donna. Una donna che per la sua santità vi pare diversa dalle altre, ma che in realtà vedete come un’anima fasciata dalla carne, come quella di tutte le sue sorelle di sesso. Ma Io ora vi voglio scoprire l’anima di mia Madre. La sua vera ed eterna bellezza.
45Vieni qui, Madre mia. Non arrossire. Non ritrarti intimidita, colomba soave di Dio. Tuo Figlio è la Parola di Dio e può parlare di te e del tuo mistero, dei tuoi misteri, o sublime Mistero di Dio. Sediamoci qui, in quest’ombra leggera di alberi in fiore, presso la casa, presso la tua stanza santa. Così! Alziamo questa tenda ondeggiante e ne escano onde di santità e di Paradiso da questa stanza verginale, a saturare di te tutti noi… Sì. Io pure. Che Io mi profumi di te, Vergine perfetta, per potere sopportare i fetori del mondo, per potere vedere candore avendo saturata la pupilla del tuo Candore… Qui Marziam, Giovanni, Stefano, e voi discepole, bene di fronte alla porta aperta sulla dimora casta della Casta fra tutte le donne. E dietro voi, amici miei. E qui, al mio fianco, tu, diletta Madre mia.
L’eterna bellezza dell’anima di Maria.
46Vi ho detto poc’anzi “l’eterna bellezza dell’anima di mia Madre”. Sono la Parola e perciò so usare della parola senza errore. Ho detto “eterna”, non “immortale”. E non senza scopo l’ho detto. Immortale è chi, essendo nato, non muore più. Così l’anima dei giusti è immortale in Cielo, l’anima dei peccatori è immortale nell’inferno, perché l’anima, creata che sia, non muore più che alla grazia. Ma l’anima ha vita, esiste dal momento che Dio la pensa. É il Pensiero di Dio che la crea. L’anima di mia Madre è da sempre pensata da Dio. Perciò è eterna nella sua bellezza, nella quale Dio ha riversato ogni perfezione per averne delizia e conforto.
L’anima della Madre fuso nell’Amore col Padre.
47É detto nel libro del nostro avo Salomone (Proverbi 8, 22-31), che ti antevide e perciò profeta tuo può essere detto: “Dio mi possedette all’inizio delle sue opere, fin dal principio, avanti la Creazione. Ab eterno io fui stabilita, al principio, prima che fosse fatta la Terra. Non erano ancora gli abissi ed io ero concepita. Non ancora le sorgenti delle acque sgorgavano, non ancora le montagne erano fermate sulla loro grave mole, ed io già ero. Prima delle colline io ero partorita. Egli non aveva ancora fatto la Terra, i fiumi, né i cardini del mondo, ed io già ero.
48Quando preparava i cieli e il Cielo, io ero presente. Quando con legge inviolabile chiuse sotto la volta l’abisso, quando rese stabile in alto la volta celeste e vi sospese le fonti delle acque, quando fissò al mare i suoi confini e dette legge alle acque di non passare il loro termine, quando gettava i fondamenti della Terra, io ero con Lui a ordinare tutte le cose. Sempre nella gioia io scherzavo dinanzi a Lui continuamente. Scherzavo nell’universo”.
49Sì, o Madre di cui Dio, l’Immenso, il Sublime, il Vergine, l’Increato, era gravido, e ti portava come il suo dolcissimo pondo, giubilando di sentirti agitarti in Lui, dandogli i sorrisi dei quali fece il Creato! Tu che a dolore partorì per darti al Mondo, anima soavissima, nata dal Vergine per essere la “Vergine”, Perfezione del Creato, Luce del Paradiso, Consiglio di Dio, che guardandoti poté perdonare la Colpa perché tu sola, da te sola, sai amare come tutta l’Umanità messa insieme non sa amare. In te il Perdono di Dio! In te il Medicamento di Dio, tu, carezza dell’Eterno sulla ferita dall’uomo fatta a Dio! In te la Salute del mondo, Madre dell’Amore incarnato e del concesso Redentore! L’anima della Madre mia! Fuso nell’Amore col Padre, Io ti guardavo dentro di Me, o anima della Madre mia!… E il tuo splendore, la tua preghiera, l’idea di essere da te portato, mi consolavano in eterno del mio destino di dolore e di esperienze disumane di ciò che è il mondo corrotto per il Dio perfettissimo. Grazie, o Madre! Io sono venuto già saturo delle tue consolazioni, Io sono sceso sentendo te sola, il tuo profumo, il tuo canto, il tuo amore… Gioia, gioia mia!
La maternità verginale.
50Ma udite, voi che ora sapete che una sola è la Donna nella quale non è macchia, una sola la Creatura che non costa ferita al Redentore, udite la seconda trasfigurazione di Maria, l’Eletta di Dio.
51Era un sereno pomeriggio di adar ed erano in fiore gli alberi nell’orto silenzioso, e Maria, sposa a Giuseppe, aveva colto un ramo di albero in fiore per sostituirlo all’altro che era nella sua stanzetta. Da poco era venuta a Nazareth, Maria, presa dal Tempio per ornare una casa di santi. E con l’anima tripartita fra il Tempio, la casa e il Cielo, Ella guardava il ramo in fiore, pensando che con uno simile, sbocciato insolitamente, un ramo reciso in questo brolo nel colmo dell’inverno e fioritosi come per primavera davanti all’Arca del Signore – forse lo aveva scaldato il Sole-Iddio raggiante sulla sua Gloria – Dio le aveva significato la sua volontà… E pensava ancora che nel giorno delle nozze Giuseppe le aveva portato altri fiori, ma mai simili al primo che portava scritto sui petali leggeri: “Ti voglio unita a Giuseppe”… Tante cose pensava… E pensando salì a Dio. Le mani erano solerti fra la rocca e il fuso, e filavano un filo più sottile d’uno dei capelli del suo capo giovinetto…
52L’anima tesseva un tappeto d’amore, andando solerte, come spola sul telaio, dalla Terra al Cielo. Dai bisogni della casa, dello sposo, a quelli dell’anima, di Dio. E cantava, e pregava. E il tappeto si formava sul mistico telaio, si srotolava dalla Terra al Cielo, saliva a sperdersi lassù… Formato di che? Dai fili sottili, perfetti, forti, delle sue virtù, dal filo volante della spola che Ella credeva “sua”, mentre era di Dio: la spola della Volontà di Dio sulla quale era avvolta la volontà della piccola, grande Vergine d’Israele, la Sconosciuta al mondo, la Conosciuta da Dio, la sua volontà avvolta, fatta una con la Volontà del Signore. E il tappeto si infiorava di fiori d’amore, di purezza, di palme di pace, di palme di gloria, di mammole, di gelsomini… Ogni virtù fioriva sul tappeto dell’amore che la Vergine di Dio svolgeva, invitante, dalla Terra al Cielo. E poiché il tappeto non bastava, Ella lanciava il cuore cantando: “Venga il mio Diletto nel suo giardino e mangi il frutto dei suoi pomi… Il mio Diletto discenda nel suo giardino, all’aiuola degli aromi, a pascersi tra i giardini, a coglier gigli. Io son del mio Diletto, e il mio Diletto è mio, Egli che si pasce fra i gigli!”[80]. E da lontananze infinite, fra torrenti di Luce, veniva una Voce quale orecchio umano non può udire, né gola umana formare.
L’amore è forte più della morte.
53E diceva: “Quanto sei bella, amica mia! Quanto sei bella![81]… Miele stillano le tue labbra… Un giardino chiuso tu sei, una fonte sigillata, o sorella, mia sposa…” [82], e insieme le due voci si univano per cantare l’eterna verità: “L’amore è forte più della morte. Nulla può estinguere o sommergere il ‘nostro’ amore”[83]. E la Vergine trasfigurava così… così… così… mentre scendeva Gabriele e la richiamava, col suo ardere, alla Terra, le riuniva lo spirito alla carne, perché Ella potesse intendere e comprendere la richiesta di Colui che l’aveva chiamata “Sorella” ma che la voleva “Sposa”.
54Ecco, là avvenne il Mistero… E una pudica, la più pudica di tutte le donne, Colei che neppure conosceva lo stimolo istintivo della carne, tramortì davanti all’Angelo di Dio, perché anche un angelo turba[84] l’umiltà e la verecondia della Vergine, e solo si placò udendolo parlare, e credette, e disse la parola per cui il “loro” amore divenne Carne e vincerà la Morte, né nessun’acqua potrà estinguerlo, né malvagità sommergerlo…»
“Una Donna chiuderà in sé l’Uomo”.
55Gesù si china dolcemente su Maria che gli è scivolata ai piedi quasi estatica, nella rievocazione dell’ora lontana, luminosa di una luce speciale che pare le esali dall’anima, e le chiede sommessamente: «Quale la tua risposta, o Purissima, a chi ti assicurava che divenendo Madre di Dio non avresti perduto la tua perfetta Verginità?».
56E Maria, quasi in sogno, lentamente, sorridendo, con gli occhi dilatati per un pianto felice: «Ecco l’Ancella del Signore! Si faccia di me secondo la sua Parola»[85], e reclina la testa sui ginocchi del Figlio, adorando.
57Gesù la vela col suo manto, nascondendola agli occhi di tutti, e dice: «E fu fatto. E si farà sino alla fine. Sino all’altra e all’altra ancora delle sue trasfigurazioni. Sarà sempre “l’Ancella di Dio”.
58Farà sempre come dirà “la Parola”. Mia Madre! Questa è mia Madre. Ed è bene che voi cominciate a conoscerla in tutta la sua santa Figura… Madre! Madre! Rialza il tuo viso, Diletta… Richiama i tuoi devoti alla Terra dove per ora siamo…», dice scoprendo Maria dopo qualche tempo, durante il quale non era rumore oltre al ronzio delle api e al chioccolio della piccola fonte.
59Maria alza il viso molle di pianto e sussurra: «Perché, Figlio, mi hai fatto questo? I segreti del Re sono sacri…».
60«Ma il Re li può svelare quando vuole. Madre, l’ho fatto perché sia compreso il detto di un Profeta: “Una Donna chiuderà in sé l’Uomo”[86], e l’altro dell’altro Profeta: “La Vergine concepirà e partorirà un Figlio”[87].
61E anche perché essi, che inorridiscono di troppe cose, per loro avvilenti, del Verbo di Dio, abbiano a contrappeso tante altre cose che li confermino nella gioia di essere “miei”. Così non si scandalizzeranno mai più e conquisteranno anche per ciò il Cielo…
62Ora chi deve andare alle case ospitali vada. Io resto con le donne e Marziam. Domani all’alba siano qui tutti gli uomini, ché voglio condurvi qui vicino. Poi torneremo a salutare le discepole per poi tornare a Cafarnao a radunare altri discepoli e inviarli dietro a queste» …
349. La
Trasfigurazione sul monte Tabor e l’epilettico guarito ai piedi del monte.
Un commento per i prediletti[88].
All’appuntamento di Dio.
Un’ alba serena.
1Chi mai fra gli uomini non ha visto, almeno per una volta, un’alba serena di marzo? Se quest’uno c’è, è un grande infelice, perché ignora una delle grazie più belle della natura risvegliata da primavera, tornata vergine, fanciulla, quale doveva esserlo nel primo giorno.
2In questa grazia, che è pura in ogni suo aspetto e cosa – dalle erbe novelle e rugiadose ai fioretti che si dischiudono, come bimbi che nascono, al primo ridere della luce del giorno; agli uccelli che si destano con un frullo d’ali e dicono il primo cip? interrogativo, preludio a tutti i loro canori discorsi della giornata; all’odore stesso dell’aria che ha perduto nella notte, per il lavacro delle rugiade e l’assenza dell’uomo, ogni corruzione di polvere, fumo e sentore di corpi umani – vanno Gesù, gli apostoli e i discepoli. È con essi anche Simone d’Alfeo.
All’ appuntamento di Dio si va veloce.
3Vanno in direzione sud est, valicando i colli che fanno corona a Nazareth,
superando un torrente, traversando una pianura stretta fra i colli nazareni e un gruppo di monti verso
est. 2Questi monti sono preceduti dal cono semitronco del Tabor che mi ricorda
stranamente, nella sua vetta, la lucerna dei nostri carabinieri vista di profilo:
.
Lo raggiungono.
4Gesù si ferma e dice: «Pietro, Giovanni e Giacomo di Zebedeo vengano con Me sul monte. Voi spargetevi alla sua base, dividendovi verso le strade che la costeggiano, e predicate il Signore. Verso sera voglio essere di nuovo a Nazareth. Non allontanatevi dunque molto. La pace sia con voi». E volgendosi ai tre chiamati dice: «Andiamo».
5E prende la salita senza più volgersi indietro e con un passo così sollecito che fa faticare Pietro a stargli dietro.
6In un momento di sosta Pietro, rosso e sudato, gli chiede col fiato grosso: «Ma dove andiamo? Non ci sono case sul monte. Sulla cima quella vecchia fortezza. Vuoi andare a predicare là?».
7«Avrei preso l’altro versante. Ma tu vedi che gli volgo le spalle. Non andremo alla fortezza, e chi è in essa non ci vedrà neppure. Vado ad unirmi col Padre mio, e vi ho voluti con Me perché vi amo. Su, lesti!».
8«Oh! mio Signore! Non potremmo andare un poco più adagio, invece, e parlare di quanto abbiamo sentito e visto ieri, che ci ha tenuti desti tutta la notte per parlarne?».
9«Agli appuntamenti di Dio si va sempre veloci. Forza, Simon Pietro! Lassù vi farò riposare». E riprende a salire…
Il monte Tabor (Mt 17,1; Mc 9,2; Lc 9,28)[89].
10Sono col mio Gesù su un alto monte. Con Gesù sono Pietro, Giacomo e Giovanni. Salgono ancor più in alto e l’occhio spazia per aperti orizzonti che un bel giorno sereno rende netti nei particolari fino nelle lontananze.
11Il monte non fa parte di un sistema montano come è quello della Giudea; sorge isolato avendo, rispetto al luogo dove ci troviamo, l’oriente in faccia, il nord alla sinistra, il sud a destra e dietro, a ovest, la vetta che si alza di ancora qualche centinaio di passi.
12È molto elevato e l’occhio è libero di vedere per un largo raggio. Il lago di Genezaret pare un lembo di cielo sceso a incastonarsi fra il verde della terra, una turchese ovale chiusa da smeraldi di diverse gradazioni, uno specchio che tremula e si increspa a un vento lieve e sul quale scivolano, con agilità di gabbiani, le barche dalle vele spiegate, leggermente curvate verso l’onda azzurrina, proprio con la grazia del volo candido di un alcione, scorrente l’onda in cerca di preda. Poi ecco che dalla vasta turchese esce una vena, di un azzurro più pallido là dove il greto è più ampio, e più scuro là dove le rive si stringono e l’acqua è più profonda e cupa per l’ombra che vi gettano gli alberi che crescono vigorosi presso il fiume, nutriti dal suo umore. Il Giordano pare una pennellata quasi rettilinea nel verde della pianura.
13Dei paeselli sono sparsi per la pianura al di qua e al di là del fiume. Alcuni sono proprio un pugno di case, altri sono più vasti, già arieggianti a cittadine. Le vie maestre sono rughe giallognole fra il verde. Ma qua, dalla parte del monte, la pianura è molto più coltivata e fertile, molto bella. Si vedono le diverse colture coi loro diversi colori ridere al bel sole che scende dal cielo sereno.
14Deve essere primavera, forse marzo, se calcolo la latitudine della Palestina, perché vedo i grani già alti, ma ancora verdi, ondulare come un mare glauco, e vedo i pennacchi dei più precoci fra gli alberi da frutto mettere come delle nuvolette bianche e rosee su questo piccolo mare vegetale, poi prati tutti in fiore per gli alti fieni sui quali pecorelle pascolanti paiono mucchietti di neve ammucchiata qua e là sul verde.
15Proprio vicino al monte, sulle colline che ne sono la base, basse e brevi colline, sono due cittadine, una verso sud, una verso nord. La pianura fertilissima si estende specialmente e più ampiamente verso il sud.
16Gesù, dopo una breve sosta al fresco di un ciuffo di alberi, certo concessa per pietà di Pietro che nelle salite fatica palesemente, riprende a salire. Va fin quasi sulla vetta, là dove è un pianoro erboso che ha un semicerchio di alberi verso la costa.
Sul luogo della Trasfigurazione.
17«Riposate, amici. Io vado là a pregare». E accenna con la mano ad un ampio sasso, una roccia che affiora dal monte e che si trova perciò non verso la costa ma verso l’interno, la vetta.
18Gesù si inginocchia sulla terra erbosa e appoggia le mani e il capo al masso, nella posa che prenderà anche nella preghiera del Getsemani. Il sole non lo colpisce perché la vetta lo ripara. Ma il resto dello spiazzo erboso è tutto lieto di sole, sino al limite d’ombra dello scrimolo alberato sotto il quale si sono seduti gli apostoli.
19Pietro si leva i sandali e ne scuote via polvere e sassolini e sta così, scalzo, coi piedi stanchi fra l’erba fresca, quasi steso, col capo su un ciuffo smeraldino che sporge più degli altri sulla sua zolla come un guanciale. Giacomo lo imita, ma per stare comodo cerca un tronco d’albero al quale appoggia il suo mantello e su questo le spalle. Giovanni resta seduto e osserva il Maestro. Ma la calma del luogo, il venticello fresco, il silenzio e la stanchezza vincono anche lui, e la testa gli si abbassa sul petto e così le palpebre sugli occhi. Non dormono profondamente nessuno dei tre, ma sono in quella sonnolenza estiva che intontisce.
Esperienze del soprannaturale.
La trasfigurazione (Mt 17,2; Mc 9,3; Lc 9,29)[90].
20Li scuote una luminosità così viva che annulla quella del sole e dilaga e penetra fin sotto il verde dei cespugli e alberi sotto cui si sono messi.
21Aprono gli occhi stupiti e vedono Gesù trasfigurato. Egli è ora tale e quale come lo vedo nelle visioni del Paradiso. Naturalmente senza le Piaghe e senza il vessillo della Croce. Ma la maestà del Volto e del Corpo è uguale, uguale ne è la luminosità, e uguale la veste che da un rosso cupo si è mutata nel diamantifero e perlifero tessuto immateriale che lo veste in Cielo. Il suo Viso è un sole dalla luce siderale ma intensissima, nel quale raggiano gli occhi di zaffiro. Sembra più alto ancora, come la sua glorificazione ne avesse aumentato la statura. Non saprei dire se la luminosità, che rende persino fosforescente il pianoro, provenga tutta da Lui o se alla sua propria si mesca quella che ha concentrata sul suo Signore tutta la luce che è nell’universo e nei cieli. So che è qualche cosa di indescrivibile.
22Gesù è ora in piedi, direi anzi che è alzato da terra, perché fra Lui e il verde del prato vi è come un vaporare di luce, uno spazio dato unicamente da una luce sul quale pare Egli si eriga. Ma è tanto viva che potrei anche ingannarmi, e il non vedere più il verde dell’erba sotto le piante di Gesù potrebbe esser provocato da questa luce intensa che vibra e fa onde come si vede talora nei grandi fuochi. Onde, qui, di un colore bianco, incandescente. Gesù sta col Volto alzato verso il cielo e sorride ad una sua visione che lo sublima.
23Gli apostoli ne hanno quasi paura e lo chiamano, perché non pare più a loro che sia il loro Maestro tanto è trasfigurato. «Maestro, Maestro», chiamano piano ma con ansia.
24Egli non sente.
«È in estasi», dice Pietro tremante. «Che vedrà mai?».
I tre si sono alzati in piedi. Vorrebbero accostarsi a Gesù, ma non osano.
Apparizione di Mosè e di Elia (Mt 17,3; Mc 9,4; Lc 9,30-31)[91].
25La luce aumenta ancora per due fiamme che scendono dal cielo e si collocano ai lati di Gesù. Quando sono stabilite sul pianoro, il loro velo si apre e ne appaiono due maestosi e luminosi personaggi. L’uno più anziano, dallo sguardo acuto e severo e da una lunga barba bipartita. Dalla sua fronte partono corni di luce che me lo indicano per Mosè. L’altro è più giovane, scarno, barbuto e peloso, su per giù come il Battista, al quale direi assomiglia per statura, magrezza, conformazione e severità. Mentre la luce di Mosè è candida come è quella di Gesù, specie nei raggi della fronte, quella che emana Elia è solare, di fiamma viva.
26I due Profeti prendono una posa di riverenza davanti al loro Dio Incarnato e, sebbene Questi parli loro con famigliarità, essi non abbandonano la loro posa riverente. Non comprendo neppure una delle parole dette.
Mistero e bellezza d’un estasi (Mt 17,4-5; Mc 9,4; Lc 9,32-34)[92].
27I tre apostoli cadono a ginocchio tremanti, col volto fra le mani. Vorrebbero vedere, ma hanno paura.
28Finalmente Pietro parla: «Maestro, Maestro. Odimi». Gesù gira lo sguardo con un sorriso verso il suo Pietro, che si rinfranca e dice: «È bello lo stare qui con Te, Mosè e Elia. Se vuoi facciamo tre tende per Te, per Mosè e per Elia, e noi stiamo qui a servirvi…».
29Gesù lo guarda ancora e sorride più vivamente. Guarda anche Giovanni e Giacomo. Uno sguardo che li abbraccia con amore. Anche Mosè e Elia guardano i tre fissamente. I loro occhi balenano. Devono essere come raggi che penetrano i cuori.
La voce di Dio (Mt 17,5-6; Mc 9,7; Lc 9,35-36)[93].
30Gli apostoli non osano dire altro. Intimoriti, tacciono. Sembrano un poco ebbri come chi è sbalordito. Ma quando un velo che non è nebbia, che non è nuvola, che non è raggio, avvolge e separa i Tre gloriosi dietro uno schermo ancor più lucido di quello che già li circondava e li nasconde alla vista dei tre, e una Voce potente e armonica vibra ed empie di sé lo spazio, i tre cadono col volto contro l’erba.
31«Questo è il mio Figliuolo diletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo».
32Pietro nel gettarsi bocconi esclama: «Misericordia di me, peccatore! È la Gloria di Dio che scende!». Giacomo non fiata. Giovanni mormora con un sospiro, come fosse prossimo a svenire: «Il Signore parla!».
Consapevolezza (Mt 17,7-8; Lc 9.36)[94].
33Nessuno osa alzare la testa anche quando il silenzio si è rifatto assoluto. Non vedono perciò neppure il tornare della luce alla sua naturalezza di luce solare e mostrare Gesù rimasto solo e tornato il Gesù solito nella sua veste rossa.
Egli cammina verso loro sorridendo e li scuote e tocca e chiama per nome.
34«Alzatevi. Sono Io. Non temete», dice, perché i tre non osano alzare il volto e invocano misericordia sui loro peccati, temendo che sia l’Angelo di Dio che vuol mostrarli all’Altissimo.
35«Levatevi, dunque. Ve lo comando», ripete Gesù con imperio. Essi alzano il volto e vedono Gesù che sorride.
«Oh! Maestro, Dio mio!», esclama Pietro. «Come faremo a viverti accanto ora che abbiamo visto la tua gloria? Come faremo a vivere fra gli uomini, e noi, uomini peccatori, ora che abbiamo udito la voce di Dio?».
Il segreto del Re (Mt 17,9; Mc 9,9-10; Lc 9,36)[95].
36«Dovrete vivermi accanto e vedere la mia gloria sino alla fine. Siatene degni perché il tempo è vicino. Ubbidite al Padre mio e vostro. Torniamo ora fra gli uomini, perché sono venuto per stare fra essi e per portare essi a Dio. Andiamo. Siate santi per ricordo di quest’ora, forti, fedeli. Avrete parte alla mia più completa gloria. Ma non parlate ora di questo che avete visto ad alcuno. Neppure ai compagni. Quando il Figlio dell’uomo sarà risuscitato dai morti e tornato nella gloria del Padre, allora parlerete. Perché allora occorrerà credere per aver parte nel mio Regno».
Il ritorno d’Elia (Mt 17,10.13; Mc 9,11-13)[96].
37«Ma non deve venire Elia per preparare al tuo Regno? I rabbi dicono così».
38«Elia è già venuto ed ha preparato le vie al Signore. Tutto avviene come è stato rivelato. Ma coloro che insegnano la Rivelazione non la conoscono e non la comprendono, e non vedono e riconoscono i segni dei tempi e i messi di Dio. Elia è tornato una volta. La seconda verrà quando il tempo ultimo sarà vicino per preparare gli ultimi a Dio. Ma ora è venuto per preparare i primi al Cristo, e gli uomini non lo hanno voluto riconoscere e lo hanno tormentato e messo a morte. Lo stesso faranno col Figlio dell’uomo, perché gli uomini non vogliono riconoscere ciò che è loro bene».
I tre chinano la testa pensosi e tristi, e scendono per la via dalla quale sono saliti insieme a Gesù.
L’esperienza di Pietro[97].
39…Ed è ancora Pietro che dice, in una sosta a mezza via: «Ah! Signore! Dico anche io come tua Madre ieri: “Perché ci hai fatto questo?”; e anche dico: “Perché ci hai detto questo?”. Le tue ultime parole hanno cancellato la gioia della gloriosa vista dai nostri cuori! Gran giorno di paure questo! Prima ci ha fatto paura la grande luce che ci ha destati, più forte che se il monte ardesse o che se la luna fosse scesa a raggiare sul ripiano, sotto i nostri occhi; poi il tuo aspetto e il tuo staccarti dal suolo come fossi per volare via. Ho avuto paura che Tu, disgustato dalle nequizie di Israele, te ne tornassi ai Cieli, magari per ordine dell’Altissimo. Poi ho avuto paura di vedere apparire Mosè, che i suoi del suo tempo non potevano più vedere senza velo tanto splendeva sul suo volto il riflesso di Dio[98], e ancora era uomo, mentre ora è spirito beato e acceso di Dio, e Elia… Misericordia divina! Ho creduto essere giunto al mio ultimo momento, e tutti i peccati della mia vita, da quando rubavo le frutta nella dispensa da piccino, all’ultimo di averti mal consigliato giorni or sono, mi sono venuti alla mente. Con che tremore me ne sono pentito! Poi mi parve che mi amassero quei due giusti… e ho osato parlare. Ma anche il loro amore mi faceva paura, perché io non merito l’amore di simili spiriti. E dopo… e dopo!… La paura delle paure! La voce di Dio!… Geové che ha parlato! A noi! Ci ha detto: “Ascoltatelo!”. Tu. E ti ha proclamato “suo Figlio diletto nel quale Egli si compiace”. Che paura! Geové!… a noi!… Certo solo la tua forza ci ha tenuti in vita!… Quando Tu ci hai toccato, e le tue dita ardevano come punte di fuoco, io ho avuto l’ultimo spavento. Ho creduto che fosse l’ora di essere giudicato e che l’Angelo mi toccasse per prendermi l’anima e portarla all’Altissimo… Ma come ha fatto tua Madre a vedere… a sentire… a vivere, insomma, quell’ora che Tu hai detto ieri, senza morire, Lei che era sola, giovanetta, senza di Te?».
40«Maria, la Senza Macchia, non poteva avere paura di Dio. Eva non ne aveva paura finché fu innocente. Ed Io c’ero. Io, il Padre e lo Spirito, Noi, che siamo in Cielo e in Terra e in ogni luogo, e che avevamo il nostro Tabernacolo nel cuore di Maria», dice dolcemente Gesù.
41«Che cosa! Che cosa!… Ma dopo Tu hai parlato di morte… E ogni gioia è finita… Ma perché proprio a noi tre tutto questo? Non era bene darla a tutti questa visione della tua gloria?».
42«Appunto perché tramortite udendo parlare di morte, e morte per supplizio, del Figlio dell’uomo, l’Uomo-Dio vi ha voluto fortificare per quell’ora e per sempre con la precognizione di ciò che Io sarò dopo la Morte. Ricordatevi tutto questo, per dirlo a suo tempo… Avete capito?».
43«Oh! sì, Signore. Non è possibile dimenticare. E sarebbe inutile raccontare. Ci direbbero “ebbri”».
L’epilettico guarito al piede del monte.
Motivi di una disputa (Mt 17,14; Mc 9,14-16; Lc 9,37)[99].
44Tornano ad andare verso la valle. Ma, giunti ad un punto, Gesù piega per un viottolo ripido in direzione di Endor, ossia dal lato opposto di quello nel quale ha lasciato i discepoli.
«Non li troveremo», dice Giacomo. «Il sole inizia la discesa. Si staranno radunando in tua attesa nel luogo dove li lasciasti».
45«Vieni e non crearti stolti pensieri».
Infatti, come la boscaglia si apre in una prateria che scende mollemente a toccare la via maestra, vedono tutta la massa dei discepoli, accresciuta da viandanti curiosi, da scribi venuti da non so dove, agitarsi alla base del monte.
46«Ohimè! Scribi!… E disputano già!», dice Pietro accennandoli. E scende gli ultimi metri a malincuore.
Ma anche quelli giù in basso li hanno visti e se li accennano e poi si danno a correre verso Gesù, gridando: «Come mai, Maestro, da questa parte? Stavamo per venire al posto detto. Ma ci hanno trattenuti in dispute gli scribi e in suppliche un padre affannato».
47«Di che disputavate fra voi?».
«Per un indemoniato. Gli scribi ci hanno scherniti perché non abbiamo potuto liberarlo. Ci si è messo Giuda di Keriot da capo, di puntiglio. Ma fu inutile. Allora abbiamo detto: “Mettetevici voi”. Hanno risposto: “Non siamo esorcisti”. Per caso sono passati alcuni venienti da Caslot-Tabor, fra i quali erano due esorcisti. Ma anche loro niente. Ecco il padre che viene a pregarti. Ascoltalo».
Posseduto da un spirito maledetto (Mt 17,14-15; Mc 9,17-18; Lc 9,38-39)[100].
48Un uomo, infatti, viene avanti supplichevole e si inginocchia davanti a Gesù rimasto sul prato in pendenza, di modo che è più alto della via di almeno tre metri e ben visibile a tutti, perciò.
49«Maestro», gli dice l’uomo, «io venivo a Cafarnao con il figlio mio per cercare Te. Te lo portavo, l’infelice figlio mio, perché Tu lo liberassi, Tu che cacci i demoni e guarisci ogni malattia. Egli è preso spesso da uno spirito muto. Quando lo prende, egli non può più che fare gridi rochi, come una bestia che si strozza. Lo spirito lo butta a terra ed egli là si rotola digrignando i denti, spumando come un cavallo che morda il morso, e si ferisce o rischia di morire affogato o bruciato, oppure sfracellato, perché lo spirito più di una volta lo ha buttato nell’acqua, nel fuoco, o giù dalle scale. I tuoi discepoli ci si sono provati, ma non hanno potuto. Oh! Signore buono! Pietà di me e del mio fanciullo!».
Generazione incredula (Mt 17,16-17; Mc 9,19; Lc 9,40-41)[101].
50Gesù fiammeggia di potenza mentre grida: «O generazione perversa, o turba satanica, legione ribelle, popolo dell’inferno incredulo e crudele, fino a quando dovrò stare a contatto con te? Fino a quando ti dovrò sopportare?». È imponente, tanto che si fa un silenzio assoluto e cessano i sogghigni degli scribi.
Gesù dice al padre: «Alzati e portami qui tuo figlio».
Tutto è concesso a chi crede (Mc 9,20-24; Lc 9,42)[102].
51L’uomo va e torna con altri uomini, al centro dei quali è un ragazzo sui dodici-quattordici anni. Un bel fanciullo, ma dallo sguardo un poco ebete, come fosse sbalordito. Sulla fronte rosseggia una lunga ferita e più sotto biancheggia una cicatrice antica. Non appena vede Gesù che lo fissa coi suoi occhi magnetici, ha un grido roco e un contorcimento convulsivo di tutto il corpo, mentre cade a terra spumando e rotando gli occhi, di modo che appare solo il bulbo bianco, mentre si rotola per terra nella caratteristica convulsione epilettica.
52Gesù viene avanti qualche passo per giungergli vicino e dice: «Da quando gli avviene ciò? Parla forte, che tutti sentano».
53E l’uomo, urlando, mentre il cerchio della folla si stringe e gli scribi si mettono più in alto di Gesù per dominare la scena, dice: «Fin da bambino. Te l’ho detto: spesso cade nel fuoco, nell’acqua o giù dalle scale e dagli alberi, perché lo spirito lo assale all’improvviso e lo scaraventa così per finirlo. È tutto pieno di cicatrici e di bruciature. Molto è se non è rimasto acciecato dalle fiamme del focolare. Nessun medico, nessun esorcista, neppure i tuoi discepoli lo hanno potuto guarire. Ma Tu, se, come credo fermamente, puoi qualche cosa, abbi pietà di noi e soccorrici».
54«Se puoi credere così, tutto mi è possibile, perché tutto è concesso a chi crede».
55«Oh! Signore, se io credo! Ma se ancora non credo a sufficienza, aumenta Tu la mia fede, perché sia completa e ottenga il miracolo», dice l’uomo piangendo, inginocchiato presso il figlio più che mai in convulsione.
L’ esorcismo (Mt 17,18; Mc 9,25-27; Lc 9,42-43)[103].
56Gesù si raddrizza, si tira indietro due passi e, mentre la folla più che mai stringe il suo cerchio, grida forte: «Spirito maledetto, che fai sordo e muto il fanciullo e lo tormenti, Io te lo comando: esci da lui e non rientrarvi mai più!».
57Il fanciullo, pur stando coricato al suolo, fa dei balzi paurosi, puntando testa e piedi ad arco, e ha gridi disumani; poi, dopo un ultimo balzo, nel quale si rivolta bocconi battendo la fronte e la bocca su un masso emergente dall’erba, che si fa rossa di sangue, resta immoto.
58«È morto!», gridano in molti. «Povero fanciullo!», «Povero padre!», compiangono i migliori.
59E gli scribi, ghignando: «Ti ha servito bene il Nazareno!», oppure: «Maestro, come è? Questa volta Belzebù ti ha fatto fare brutta figura…», e ridono velenosamente.
60Gesù non risponde a nessuno. Neppure al padre, che ha rivoltato il figlio e gli asciuga il sangue della fronte e delle labbra ferite, gemendo, invocando Gesù. Ma si china, il Maestro, e prende per mano il fanciullo. E questo apre gli occhi con un sospirone, come si destasse da un sonno, si siede e sorride. Gesù lo attira a Sé, lo fa alzare in piedi e lo consegna al padre, mentre la folla grida di entusiasmo e gli scribi fuggono, inseguiti dalle beffe della folla…
61«E ora andiamo», dice Gesù ai suoi discepoli. E, congedata la folla, gira il fianco del monte portandosi sulla via già fatta al mattino.
Commento alla visione[104].
La gioia del dono da vigoria.
Dice Gesù:
62«Ti ho preparata a meditare la mia Gloria. Domani la Chiesa la celebra. Ma Io voglio che il mio piccolo Giovanni la veda nella sua verità per comprenderla meglio. Non ti eleggo soltanto a conoscere le tristezze del tuo Maestro e i suoi dolori. Chi sa stare meco nel dolore deve aver parte meco nella gioia.
63Voglio che tu, davanti al tuo Gesù che ti si mostra, abbia gli stessi sentimenti di umiltà e pentimento dei miei apostoli.
64Mai superbia. Saresti punita perdendomi.
65Continuo ricordo di Chi sono Io e di chi sei tu.
66Continuo pensiero alle tue manchevolezze e alla mia perfezione per avere un cuore lavato dalla contrizione. Ma insieme anche tanta fiducia in Me.
67Io ho detto: “Non temete. Alzatevi. Andiamo. Andiamo fra gli uomini perché sono venuto per stare con essi. Siate santi, forti e fedeli per ricordo di quest’ora”. Lo dico anche a te e a tutti i miei prediletti fra gli uomini, a quelli che mi hanno in maniera speciale.
68Non temete di Me. Mi mostro per elevarvi, non per incenerirvi.
69Alzatevi: la gioia del dono vi dia vigoria e non vi ottunda nel sopore del quietismo, credendovi già salvi perché vi ho mostrato il Cielo.
70Andiamo insieme fra gli uomini. Vi ho invitati a sovrumane opere con sovrumane visioni e lezioni perché possiate essermi di maggiore aiuto. Vi associo alla mia opera. Ma Io non ho conosciuto e non conosco riposo. Perché il Male non riposa mai e il Bene deve essere sempre attivo per annullare il più che si può l’opera del Nemico. Riposeremo quando il Tempo sarà compiuto. Ora occorre andare instancabilmente, operare continuamente, consumarsi indefessamente per la messe di Dio. Il mio contatto continuo vi santifichi, la mia lezione continua vi fortifichi, il mio amore di predilezione vi faccia fedeli contro ogni insidia.
Le forze dell’Anticristo sono in marcia.
71Non siate come gli antichi rabbini che insegnavano la Rivelazione e poi non le credevano al punto da non riconoscere i segni dei tempi e i messi di Dio. Riconoscete i precursori del Cristo nel suo secondo avvento, poiché le forze dell’Anticristo sono in marcia e, facendo eccezione alla misura che mi sono imposta, perché conosco che bevete a certe verità non per spirito soprannaturale ma per sete di curiosità umana, vi dico in verità che quello che molti crederanno vittoria sull’Anticristo, la pace ormai prossima, non sarà che sosta per dare tempo al Nemico del Cristo di ritemprarsi, medicarsi delle ferite, riunire il suo esercito per una più crudele lotta.
Le “voci” del Re, del Fedele, del Verace.
72Riconoscete, voi che siete le “voci” di questo vostro Gesù, del Re dei re, del Fedele e Verace che giudica e combatte con giustizia e sarà il Vincitore della Bestia e dei suoi servi e profeti, riconoscete il vostro Bene e seguitelo sempre. Nessun bugiardo aspetto vi seduca e nessuna persecuzione vi atterri. La vostra “voce” dica le mie parole. La vostra vita sia per quest’opera. E se avrete sorte, sulla Terra, comune al Cristo, al suo Precursore e ad Elia, sorte cruenta o sorte tormentata da sevizie morali, sorridete alla vostra sorte futura e sicura che avrete comune con Cristo, con il suo Precursore, col suo Profeta.
73Pari nel lavoro, nel dolore e nella gloria. Qui Io Maestro ed Esempio. Là Io Premio e Re. Avermi sarà la vostra beatitudine. Sarà dimenticare il dolore. Sarà quanto ogni rivelazione è ancora insufficiente a farvi capire, perché troppo superiore è la gioia della vita futura alla possibilità di immaginare della creatura ancora unita alla carne».
350. Lezione ai
discepoli sul potere
di vincere i demoni[105].
Il carisma dell’esorcismo.
Ambiente serale.
1Sono ora nella casa di Nazareth, nuovamente. Anzi, per essere più precisi, sono sparsi sul balzo degli ulivi in attesa di separarsi per il riposo. E hanno acceso un piccolo falò per rischiarare la notte, perché è già sera e la luna si alza tardi. Ma la sera è tiepida «fin troppo», sentenziano i pescatori prevedendo prossime piogge, ed è bello stare lì, tutti uniti, le donne nell’orto fiorito intorno a Maria, gli uomini quassù; e sullo scrimolo del balzo, di modo da essere ugualmente di questi e di quelle, Gesù, che risponde a questo o a quello, mentre le discepole ascoltano attente. Deve essere stato raccontato del lunatico guarito ai piedi del monte e ancora ne durano i commenti.
Gli esorcisti
2«Ci sei voluto proprio Tu!», esclama il cugino Simone.
«Oh! ma neppure vedendo che anche i loro esorcisti non potevano nulla, pure confessando di avere usato le formule più forti, li ha persuasi quei gheppi!», dice crollando il capo il traghettatore Salomon.
3«E neppure dicendo agli scribi le loro conclusioni, li persuaderanno».
«Già! Mi pareva che parlassero bene, non è vero?», domanda uno che non conosco.
4«Molto bene. Hanno escluso ogni sortilegio demoniaco nel potere di Gesù, dicendo che essi si sono sentiti invasi da pace profonda quando il Maestro fece il miracolo, mentre, dicevano, quando esce, da uno, potere malvagio essi lo sentono come una sofferenza», risponde Erma.
Possessione diabolica e malattia.
5«Però, eh? che spirito forte! Non se ne voleva andare! Ma come mai, poi, non lo teneva sempre? Era uno spirito scacciato, sperduto, oppure è tanto santo il fanciullo che di suo lo cacciava?», chiede un altro discepolo del quale non so il nome.
6Gesù risponde di spontanea volontà: «Ho più volte spiegato che ogni malattia, essendo un tormento e un disordine, può celare Satana, e Satana può celarsi in una malattia, usarla, crearla per tormentare e fare bestemmiare Dio. Il fanciullo era un malato, non un posseduto. Un’anima pura. Per questo tanto con gioia l’ho liberata dall’astutissimo demonio, che voleva dominarla tanto da renderla impura».
Sul carisma dell’esorcismo (Mc 9,28-29; Mt 17,21)[106].
7«E perché, allora, se era una semplice malattia, noi non ci siamo riusciti?», chiede Giuda di Keriot.
«Già! Gli esorcisti si capisce che non potessero nulla se non era un indemoniato! Ma noi…», osserva Tommaso.
8E Giuda di Keriot, al quale non va giù lo scacco di aver provato molte volte sul fanciullo, ottenendo soltanto di farlo cadere in smanie se non in convulsioni, dice: «Ma noi, anzi, sembrava gli si facesse peggio. Ti ricordi, Filippo? Tu che mi aiutavi hai sentito e visto i lazzi che egli mi faceva. Mi ha persino detto: “Va’ via! Fra me e te il più demonio sei tu”. Il che ha fatto ridere alle mie spalle gli scribi».
9«E te ne sei dispiaciuto?», chiede Gesù come con noncuranza.
«Certo! Non è bello essere beffati. E non è utile quando si è tuoi apostoli. Ci si perde di autorità».
10«Quando si ha Dio con sé, si è autorevoli anche se tutto il mondo beffa, Giuda di Simone».
11«Va bene. Ma però Tu aumenta, almeno in noi apostoli, il potere. Perché certe disfatte non ci succedano più».
12«Che Io aumenti il potere non è giusto e non servirebbe. Voi lo dovete fare di vostro, per riuscire. È per vostra insufficienza che non siete riusciti, e anche per avere sminuito quanto vi avevo dato con elementi non santi, che avete voluto aggiungere sperando maggiori trionfi».
13«Lo dici per me, Signore?», chiede l’Iscariota.
«Tu saprai se lo meriti. Io parlo a tutti».
14Bartolomeo chiede: «Ma allora cosa è necessario avere per vincere questi demoni?».
15«La preghiera e il digiuno. Non necessita altra cosa. Orate e digiunate. E non solo nella carne. Perciò bene è che il vostro orgoglio sia rimasto digiuno di soddisfazione. L’orgoglio sazio rende apatica la mente e l’anima, e diviene tiepida, inerte l’orazione, così come il corpo troppo sazio è sonnolento e pesante. E ora andiamo pure noi al giusto riposo. Domani all’alba tutti, meno Mannaen e i discepoli pastori, siano sulla via di Cana. Andate. La pace sia con voi».
Istruzioni per il pellegrinaggio pasquale.
16Ma poi trattiene Isacco e Mannaen e dà particolari istruzioni per il domani, giorno di partenza per le discepole e Maria, che insieme a Simone d’Alfeo e Alfeo di Sara iniziano il pellegrinaggio pasquale.
17«Passerete da Esdrelon perché Marziam veda il vecchio. Darete ai contadini la borsa che vi ho fatto dare da Giuda di Keriot. E per il viaggio soccorrerete con l’altra, che Io vi ho dato poco fa, quanti poveri incontrate. Giunti a Gerusalemme, andate a Betania e dite di attendermi per la neomenia di nisam. Potrò tardare ben poco da quel giorno. Vi affido la persona a Me più cara e le discepole. Ma sto tranquillo che esse saranno sicure. Andate. Ci rivedremo a Betania e staremo a lungo insieme».
18Li benedice e, mentre essi si allontanano nella notte, Egli balza giù, nell’orto, ed entra in casa dove già sono le discepole e la Madre, che con Marziam stanno stringendo i cordoni delle sacche da viaggio e disponendo ogni cosa per l’assenza la cui durata non è nota.
351. Il tributo al Tempio pagato con la moneta trovata in bocca al
pesce[107].
Affidamento alla paternità di Dio.
Lamenti di frate economo.
1Le due barche prese per tornare a Cafarnao scivolano su un lago inverosimilmente quieto, un vero lastrone di cristallo celeste che si ricompone subito nella sua liscia unità non appena le due barche sono passate. Non sono però le barche di Pietro e di Giacomo, ma due altre prese a nolo a Tiberiade, forse. E sento che Giuda un poco si lamenta per essere rimasto senza denaro dopo quest’ultima spesa.
2«Agli altri si è pensato. Ma a noi? Come faremo adesso? Speravo che Cusa… Ma niente. Siamo nelle condizioni di un mendico, uno dei tanti che ora si mettono sulle strade per questuare ai pellegrini», brontola sottovoce con Tommaso.
3Ma questo, bonario, risponde: «Che c’è di male se così è? Io non mi preoccupo per niente».
«Già! Ma però all’ora del cibo sei quello che vuoi mangiare più di tutti».
«Sicuro! Ho fame. Sono gagliardo anche in quella. Ebbene, oggi invece di chiedere a chi ministra pane e pietanza, lo chiederò direttamente a Dio».
4«Oggi! Oggi! Ma domani saremo nelle stesse condizioni, e dopo domani lo stesso, e andiamo verso la Decapoli dove siamo sconosciuti, e là sono mezzo pagani. E non c’è solo il pane, ma anche i sandali che si sciupano, e i poveri che ti annoiano, e ci si potrebbe sentire male e…».
5«E se vai avanti ancora, fra poco mi avrai fatto morto e avrai anche da pensare a un funerale. Oh! quanti pensieri! Io… non ne ho proprio nessuno. Sono allegro, tranquillo come uno appena nato».
Affidamento alla Paternità di Dio.
6Gesù, che pareva assorto nei suoi pensieri, seduto a prua, proprio quasi sul bordo, si volge e dice forte a Giuda che è a poppa, ma lo dice come se parlasse a tutti: «Che si sia senza uno spicciolo è molto bene. Brillerà di più la paternità di Dio anche nelle cose più umili».
7«Da un po’ di giorni per Te è tutto bene. Bene che non avvenga miracolo, bene che non si abbiano offerte, bene avere dato tutto quello che avevamo, tutto è bene, insomma… Ma io mi ci trovo molto a disagio… Sei un caro Maestro, un santo Maestro, ma per la vita materiale… non vali nulla», dice senza acredine Giuda, come facesse osservazione ad un fratello buono, della cui bontà improvvida anche si gloria.
8E Gesù, sorridendo, gli risponde: «É il mio pregio migliore essere un uomo che valgo un nulla per la vita materiale… E ripeto: molto bene essere senza uno spicciolo», e sorride luminosamente.
9La barca strofina sul greto, si ferma. Ne scendono mentre l’altra barca si accosta per fermarsi. Gesù, con Giuda, Tommaso, Giuda e Giacomo, Filippo e Bartolomeo, si avvia alla casa… Pietro sbarca dalla seconda con Matteo, i figli di Zebedeo, Simone Zelote e Andrea. Ma mentre tutti si avviano, Pietro resta sulla riva a parlare coi barcaioli che li hanno condotti e che forse conosce, e poi li aiuta a partire di nuovo. Indi si riveste della veste lunga e rimonta la spiaggia per andare verso casa.
Affidamento alla Paternità di Dio.
10Mentre traversa la piazza del mercato, gli vengono incontro due e lo fermano dicendo: «Ascolta, Simone di Giona».
11«Ascolto. Che volete?».
«Il tuo Maestro, solo perché è tale, le paga o non le paga le due dramme dovute al Tempio?».
«Certo che le paga! Perché non lo dovrebbe fare?».
«Ma… perché si dice il Figlio di Dio e …».
«E lo è», ribatte reciso Pietro, già rosso di sdegno. E termina: «Però, siccome è anche un figlio della Legge, e il migliore che la Legge abbia, paga come ogni israelita le sue dramme…»
«Non ci risulta. Ci hanno detto che non lo fa e lo consigliamo a farlo».
12«Um-m-m», mugola Pietro che ha già la pazienza prossima ad esaurirsi. «Um-m-m… Non ha bisogno dei vostri consigli il mio Maestro. Andate in pace e dite a chi vi manda che le dramme saranno pagate alla prima occasione».
13«Pagate alla prima occasione!… Perché non subito? Chi ci assicura che lo farà, se Egli è sempre qua e là senza mèta?».
14«Non subito perché al momento non possiede un briciolo di quattrino. Potreste capovolgerlo e non ne cascherebbe uno spicciolo. Siamo tutti senza un denaro, perché noi, che non siamo farisei, che non siamo scribi, che non siamo sadducei, che non siamo ricchi, che non siamo spie, che non siamo aspidi, usiamo dare ciò che abbiamo ai poveri, per sua dottrina. Capito? E ora abbiamo dato tutto e, finché non ci pensa l’Altissimo, possiamo morire di fame o metterci a questuare sull’angolo della via. Dite anche questo a quelli che dicono che Lui è un crapulone. Addio!», e li pianta in asso, andandosene borbottando e ardendo di irritazione. Entra in casa e sale nella stanza alta, dove è Gesù che ascolta uno che lo prega di andare in una casa sul monte dietro Magdala, dove c’è uno che muore.
Brilla la paternità di Dio (Mt 17,25-27) [108].
15Gesù congeda l’uomo promettendo di andarvi subito e poi, partito questo, si volge a Pietro, che si è seduto in un angolo pensieroso, e gli dice: «Che ne dici, Simone? Secondo le regole, i re della Terra da chi ricevono i tributi e il censo? Dai propri figli o dagli estranei?».
Pietro ha un sussulto e dice: «Come sai, Signore, ciò che ti dovevo dire?».
16Gesù sorride facendo un atto come dire: «Lascia andare»; poi dice: «Rispondi a ciò che ti chiedo».
«Dagli estranei, Signore».
17«Dunque i figli ne sono esenti, come infatti è giusto. Perché un figlio è del sangue e della casa del padre, e non deve pagare al padre che il tributo di amore e di ubbidienza. Dunque Io, Figlio del Padre, non dovrei pagare tributo al Tempio, che è la casa del Padre. Tu hai risposto bene a coloro. Ma siccome c’è una differenza fra te e loro, ed è questa: che tu credi che Io sono il Figlio di Dio, ed essi e chi li ha mandati non lo credono, così, per non scandalizzarli, pagherò il tributo, e subito, mentre essi sono ancora sulla piazza a riscuotere».
18«E con che, se non abbiamo uno spicciolo?», chiede Giuda che si è avvicinato con gli altri. «Vedi se è necessario avere qualche cosa?».
19«Ce lo faremo prestare dal padrone di casa», dice Filippo.
20Gesù fa cenno con la mano di tacere e dice: «Simone di Giona, va’ sulla riva del mare e getta, più lontano che puoi, una lenza munita di un amo robusto. E non appena il pesce abbocca, tira a te la lenza. Sarà un grosso pesce. Sulla riva aprigli la bocca, vi troverai dentro uno statere. Prendilo, raggiungi quei due e paga per Me e per te. Poi porta il pesce. Lo arrostiremo e Tommaso ci farà carità di un poco di pane. Mangeremo e andremo subito da chi sta per morire. Giacomo e Andrea, preparate le barche, andremo con esse a Magdala, tornando a sera a piedi per non ostacolare la pesca a Zebedeo e al cognato di Simone».
La pesca di Pietro.
21Pietro se ne va, e lo si vede dopo poco sulla riva montare su una barchetta mezza nell’acqua e gettare una funicella sottile e forte, munita di un piccolo sasso o piombo verso la fine e terminata nel filo sottile della lenza vera e propria. Le acque del lago si aprono con spruzzi d’argento quando il peso si sprofonda in esso, e poi tutto torna quieto mentre le acque si placano dopo un lontanarsi di giri concentrici…
22Ma dopo un po’ la funicella, che era molle nelle mani di Pietro, si tende e vibra… Pietro tira, tira, tira, mentre la corda subisce scosse sempre più energiche. Infine dà uno strattone e la lenza emerge colla sua preda che volteggia per aria, ad arco sopra la testa del pescatore, e poi si abbatte sulla rena giallastra, dove si contorce nello spasimo dell’amo che gli fende il palato e dell’asfissia che incomincia.
23É un magnifico pesce, grosso come rombo del peso di almeno tre chili. Pietro gli strappa l’amo dalle labbra carnose, gli ficca in gola il suo grosso dito e ne estrae una grossa moneta d’argento. La alza tenendola fra il pollice e l’indice per mostrarla al Maestro, che è al parapetto della terrazza. E poi raccoglie la funicella, la arrotola, raccoglie il pesce e corre via, verso la piazza.
24Gli apostoli sono tutti di stucco… Gesù sorride e dice: «E così avremo levato uno scandalo…».
25Rientra Pietro: «Stavano per venire qui. E con Eli, il fariseo. Ho cercato di essere gentile come una fanciulla e li ho chiamati dicendo: “Ehi! messi del Fisco! Prendete. Queste sono quattro dramme, vero? Due per il Maestro e due per me. E siamo a posto, vero? Arrivederci nella valle di Giosafat, specie con te, caro amico. Si sono risentiti perché ho detto “Fisco”. “Siamo del Tempio, non del Fisco”. “Riscuotete tasse come i gabellieri. Ogni riscuotitore per me è ‘fisco’” ho risposto. Ma Eli mi ha detto: “Insolente! Mi auguri la morte?”. “No, amico! Mai più. Ti auguro felice viaggio alla valle di Giosafat. Non vai per la Pasqua a Gerusalemme? Dunque allora potremo incontrarci per là, amico”. “Non lo desidero e non voglio che tu ti permetta di dirmi tuo amico”. “Infatti è troppo onore”, ho risposto. E sono venuto via. Il bello è che c’era mezza Cafarnao, che ha visto che ho pagato per Te e per me. E quel vecchio serpente non potrà più dire nulla».
26Gli apostoli hanno dovuto ridere tutti per il racconto e la mimica di Pietro.
27Gesù vuole stare serio. Ma un lieve sorriso scappa tuttavia dalle sue labbra mentre dice: «Sei peggio della senape», e termina: «Cuocete il pesce e facciamo presto. Al tramonto voglio essere qui di nuovo».
352. Un convertito dalla Maddalena. Parabola per
il piccolo Beniamino e lezioni su chi è il più grande nel regno
dei Cieli, sullo scandalo ai bambini
e sull’uso del nome di Gesù[109].
Il convertito dalla Maddalena.
Sulla condizione per aver miracolo.
1E proprio mentre si incendiano cielo e lago per i fuochi del tramonto, essi ritornano verso Cafarnao. Sono contenti. Parlano fra di loro. Gesù parla poco, ma sorride. Notano che, se il messaggero fosse stato più preciso, avrebbero potuto risparmiare della strada. Ma però, anche, dicono che la fatica è valsa, perché un gruppo di piccoli figli ha avuto il padre guarito quando già raffreddava per la morte vicina, e anche perché non sono più senza un minimo di denaro.
2«Ve lo avevo detto che il Padre avrebbe provveduto a tutto», dice Gesù.
«Ed è un antico amante di Maria di Magdala?», chiede Filippo.
«Pare… A quello che ci hanno detto…», risponde Tommaso.
«A Te, Signore, che disse l’uomo?», chiede Giuda d’Alfeo.
3Gesù sorride evasivamente.
«Io l’ho visto più di una volta con lei quando andavo a Tiberiade con amici. Questo è certo», asserisce Matteo.
«Su, fratello, accontentaci… L’uomo ti chiese solo di guarire o di essere perdonato anche?», chiede Giacomo di Alfeo.
4«Che domanda senza ragione! Quando mai il Signore non esige pentimento per concedere grazia?», dice l’Iscariota con alquanto sdegno per Giacomo d’Alfeo.
«Mio fratello non ha detto una stoltezza. Gesù guarisce o libera e poi dice: “Va’ e non più peccare”», gli risponde il Taddeo.
«Ma perché vede già il pentimento nei cuori», ribatte l’Iscariota.
5«Negli indemoniati non c’è pentimento né volontà di essere liberati. Non uno lo ha dimostrato tutto ciò. Ricordati ogni caso e vedrai che o fuggivano o si avventavano nemici o, quanto meno, tentavano l’una o l’altra cosa, e non vi riuscivano solo perché impediti a compierla dai parenti», replica il Taddeo.
«E dal potere di Gesù», aumenta lo Zelote.
6«Ma allora Gesù tiene conto del volere dei parenti che rappresentano il volere dell’indemoniato, il quale, se non fosse impedito dal demonio, vorrebbe liberazione».
7«Oh! quante sottigliezze! E per i peccatori allora? Mi pare che usi la stessa formula, anche se non sono indemoniati», dice Giacomo di Zebedeo.
8«A me ha detto: “Seguimi”, e non gli avevo ancora detto una parola io, in merito al mio stato», osserva Matteo.
«Ma te la vedeva in cuore», dice l’Iscariota che vuole avere sempre ragione ad ogni costo.
Apostolato della Maddalena.
9«E va bene! Ma quell’uomo, a voce di popolo grande libidinoso e grande peccatore, e non indemoniato, o meglio non posseduto – perché un demonio, coi suoi peccati, lo doveva avere a maestro se non a possessore – moribondo, e così via, cosa ha chiesto insomma? Stiamo andando a passeggio fra le nubi, mi pare… Stiamo alla prima domanda», dice Pietro.
10Gesù lo accontenta: «Quell’uomo ha voluto essere solo con Me per potere parlare con libertà. Non ha esposto subito il suo stato di salute… ma quello dello spirito suo. Ha detto: “Sono morente, ma non ancora come ho fatto credere per poterti avere con sollecitudine. Ho bisogno del tuo perdono per guarire. Ma mi basta questo. Se guarire non mi farai, mi rassegnerò. L’ho meritato. Ma fa’ salva l’anima mia”, e mi ha confessato le sue molte colpe. Una nauseante catena di colpe…». Gesù dice così, ma il suo viso splende di gioia.
«E Tu ne sorridi, Maestro? Mi fa specie!», osserva Bartolomeo.
11«Sì, Bartolmai. Ne sorrido perché esse non sono più e perché con le colpe ho saputo il nome della redentrice. L’apostolo fu una donna in questo caso».
«Tua Madre!», dicono in molti.
E altri: «Giovanna di Cusa! Se lui andava a Tiberiade sovente, forse la conosce».
12Gesù scrolla il capo.
Gli chiedono: «Chi allora?».
13«Maria di Lazzaro», risponde Gesù.
«È venuta qui? Perché non si è fatta vedere da nessuno di noi?».
14«Non è venuta. Ha scritto al suo antico compagno di colpa. Ho letto le lettere. Supplicano tutte la stessa cosa: di ascoltarla, di redimersi come lei si è redenta, di seguirla nel bene come l’aveva seguita nella colpa, e con parole di lacrime lo pregano di alleggerire l’anima di Maria dal rimorso di avere sedotto la sua anima. E lo ha convertito. Tanto che si era isolato nella sua campagna per vincere le tentazioni delle città. La malattia, più di rimorso d’anima che di fisico, ha finito di prepararlo alla Grazia. Ecco. Siete contenti adesso? Comprendete ora perché sorrido?».
«Sì, Maestro», dicono tutti. E poi, vedendo che Gesù allunga il passo come per isolarsi, si mettono a bisbigliare fra di loro…
I discepoli della dottrina cristiana.
15Sono già alle viste di Cafarnao quando, allo sbocco della via fatta da loro con quella che costeggia il lago venendo da Magdala, incrociano i discepoli venuti a piedi, evangelizzando da Tiberiade. Tutti meno Marziam, i pastori e Mannaen, che sono andati da Nazareth verso Gerusalemme con le donne. E anzi i discepoli sono aumentati per qualche altro elemento che si è unito a loro di ritorno dalla missione e che porta seco nuovi proseliti della dottrina cristiana.
16Gesù li saluta dolcemente, ma subito si torna ad isolare in una meditazione ed orazione profonda, avanti di qualche passo da loro.
17Gli apostoli invece si imbrancano con i discepoli, specie coi più influenti, ossia Stefano, Erma, il sacerdote Giovanni, Giovanni lo scriba, Timoneo, Giuseppe di Emmaus, Ermasteo (che da quel che capisco vola sulla via della perfezione), Abele di Betlemme di Galilea, la cui madre è in fondo alla turba con altre donne. E discepoli e apostoli si scambiano domande e risposte su quanto è avvenuto da quando si sono lasciati. Così viene raccontato della guarigione e conversione di oggi, e del miracolo dello statere nella bocca del pesce… Questo, per le cause che lo hanno originato, suscita un grande parlare che si propaga da fila a fila come un fuoco appiccato a paglie asciutte…
Il piccolo Beniamino di Cafarnao[110].
Dialogo animato.
18Vedo Gesù che cammina per una strada di campagna, seguito e contornato dai suoi apostoli e discepoli.
Il lago di Galilea traluce poco lontano tutto quieto e azzurro sotto un bel sole o di primavera o di autunno, perché non è un sole violento come quello estivo. Ma direi che è primavera, perché la natura è molto fresca, senza quei toni dorati e stanchi che si vedono in autunno.
19Sembra che, data la sera che si avvicina, Gesù si ritiri nella casa ospitale e si diriga perciò al paese che si vede già apparire. Gesù, come fa sovente, è qualche passo più avanti dei discepoli. Due o tre, non di più, ma tanto da poter isolarsi nei suoi pensieri, bisognoso di silenzio dopo una giornata di evangelizzazione. Cammina assorto, tenendo nella mano destra un rametto verde, certo colto a qualche cespuglio, col quale frusta leggermente, soprappensiero, le erbe della proda.
20Dietro di Lui i discepoli parlano invece animatamente. Rievocano gli episodi della giornata e non hanno la mano troppo leggera per pesare i difetti altrui e le altrui cattiverie. Tutti più o meno criticano il fatto che quelli della riscossione del tributo al Tempio abbiano voluto essere pagati da Gesù.
21Pietro, sempre veemente, definisce ciò un sacrilegio, perché il Messia non è tenuto a pagare il tributo: «Questo è come volere che Dio paghi a Se stesso», dice. «E ciò non è giusto. Se poi credono che Egli non sia il Messia diventa un sacrilegio».
22Gesù si volta un momento e dice: «Simone, Simone, ce ne saranno tanti che dubiteranno di Me! Anche fra chi crede di esser sicuro e incrollabile nella fede in Me. Non giudicare i fratelli, Simone. Giudica sempre per primo te stesso».
23Giuda, con un sorrisetto ironico, dice all’umiliato Pietro che ha curvato il capo: «Questa è per te. Perché sei il più anziano vuoi sempre fare il dottore. Non è detto che si vada giudicati nel merito per età. Fra noi vi è chi ti supera per sapere e per potere sociale».
Dispute sul primato (Lc 9,46)[111].
24Si accende una discussione sui rispettivi meriti. E chi vanta d’esser fra i primi discepoli, e chi appoggia la sua tesi di preferenza al posto influente lasciato per seguire Gesù, e chi dice che nessuno come lui ha dei diritti perché nessuno come lui ha convertito tanto se stesso passando da pubblicano a discepolo. La discussione va per le lunghe e, se non temessi di offendere gli apostoli, direi che assume il tono di una vera lite.
25Gesù se ne astrae. Pare non udire più nulla. Intanto si è giunti alle prime case del paese, che so essere Cafarnao. Gesù prosegue, e gli altri dietro, sempre discutendo.
Beniamino, l’agnellino fedele.
26Un bimbetto di un sette, otto anni, corre saltellando dietro a Gesù. Lo raggiunge sorpassando il gruppo vociferante degli apostoli. È un bel bambino dai capelli castano scuro tutti ricciuti, corti. Ha due occhietti neri, intelligenti nel visetto bruno. Chiama confidenzialmente il Maestro come lo conoscesse bene. «Gesù», dice, «mi lasci venire con Te fino a casa tua?».
27«La mamma lo sa?», chiede Gesù guardandolo con un sorriso buono.
«Lo sa».
28«In verità?». Gesù, pur sorridendo, guarda con sguardo penetrante.
«Sì, Gesù, in verità».
29«Allora vieni».
Il bambino fa un salto di gioia e afferra la mano sinistra di Gesù che gliela porge. Con che amorosa fiducia il bambino mette la sua manina bruna nella lunga mano del mio Gesù! Vorrei fare altrettanto anche io!
Utilità delle parabole.
30«Raccontami una bella parabola, Gesù», dice il bambino saltellando al fianco del Maestro e guardandolo da sotto in su con un visetto splendente di gioia.
31Anche Gesù lo guarda con un allegro sorriso che gli schiude la bocca ombreggiata di baffi e dalla barba biondo-rossa, che il sole accende come fosse d’oro. Gli occhi di zaffiro scuro gli ridono di gioia mentre guarda il bambino.
32«Cosa te ne fai della parabola? Non è un giuoco».
«È più bella di un giuoco. Quando vado a dormire me la penso e poi me la sogno e domani me la ricordo e me la ridico per esser buono. Mi fa esser buono».
33«Te la ricordi?».
«Sì. Vuoi che ti dica tutte quelle che mi hai dette?».
34«Sei bravo, Beniamino, più degli uomini, che dimenticano. In premio ti dirò la parabola».
35Il bambino non salta più. Cammina serio e composto come un adulto e non perde una parola, non un’inflessione di Gesù, che guarda attentamente, senza più occuparsi neppure di dove mette i piedi.
Parabola dell’agnellino fedele.
36«Un pastore molto buono, venuto a conoscenza che in un luogo del creato erano molte pecore abbandonate da pastori poco buoni, le quali pericolavano su vie perverse e in pascoli nocivi e andavano sempre più verso burroni privi di luce, venne in quel posto e, sacrificando tutto il suo avere, acquistò quelle pecore e quegli agnelli. Voleva portarli nel suo regno, perché quel pastore era anche re come lo sono stati tanti re in Israele. Nel suo regno quelle pecore e quegli agnelli avrebbero trovato pascoli sani, fresche e pure acque, vie sicure e ripari inabbattibili contro i ladroni e i lupi feroci. Perciò quel pastore radunò le sue pecore e i suoi agnelli e disse loro: “Sono venuto a salvarvi, a portarvi dove non soffrirete più, dove non conoscerete più insidie e dolore. Amatemi, seguitemi perché io vi amo tanto e per avervi mi sono sacrificato in tutti i modi. Ma se mi amerete, il mio sacrificio non mi peserà. Venitemi dietro e andiamo”. E il pastore davanti, dietro le pecore, presero il cammino verso il regno della gioia.
37Il pastore ogni momento si volgeva per vedere se lo seguivano, per esortare le stanche, per rincuorare le sfiduciate, per soccorrere le malate, per carezzare gli agnelli[112]. Come le amava! Dava loro il suo pane e il suo sale e per primo assaggiava l’acqua delle fonti e la benediva per sentire se era sana e per renderla santa. Ma le pecore – lo credi, Beniamino? – le pecore dopo qualche tempo si stancarono. Prima una, poi due, poi dieci, poi cento, rimasero indietro a brucare l’erba fino ad empirsi senza poter più muoversi, e si sdraiarono stanche e sazie nella polvere e nel fango. Altre si spenzolarono sui precipizi nonostante il pastore dicesse: “Non lo fate”; talune, poiché egli si metteva dove era maggior pericolo per impedire a loro di andarvi, lo urtarono col capo protervo e tentarono di precipitarlo più di una volta. Così molte finirono nei burroni e morirono miseramente. Altre si azzuffarono fra di loro e, incorna e intesta, si uccisero fra loro. Solo un agnellino non si distrasse mai. Esso correva, belando, e diceva col suo belato al pastore: “Ti amo”; correva dietro al pastore buono e, quando giunsero alle porte del suo regno, non erano che loro due: il pastore e l’agnellino fedele. Allora il pastore non disse: “entra”, ma disse: “vieni”, e lo prese sul petto, fra le braccia, e lo portò dentro chiamando tutti i suoi sudditi e dicendo loro: “Ecco. Costui mi ama. Voglio che sia meco in eterno. E voi amatelo perché esso è il prediletto del mio cuore”. La parabola è finita, Beniamino. Ora mi sai dire: chi è quel pastore buono?».
Il segreto dell’amore e dell’ubbidienza.
«Tu sei, Gesù».
38«E quell’agnellino chi è?».
«Io sono, Gesù».
39«Ma ora Io andrò via. Tu ti dimenticherai di Me».
«No, Gesù. Non ti dimenticherò perché ti amo».
40«L’amore ti cesserà quando non mi vedrai più».
«Dirò dentro di me le parole che Tu mi hai dette e sarà come Tu fossi presente. Ti amerò e ubbidirò così. E, dimmi, Gesù: Tu ti ricorderai di Beniamino?».
41«Sempre».
«Come farai a ricordarti?».
42«Mi dirò che tu mi hai promesso d’amarmi e di ubbidirmi e mi ricorderò così di te».
«E mi darai il tuo Regno?».
43«Se sarai buono, sì».
«Sarò buono».
44«Come farai? La vita è lunga».
«Ma anche le tue parole sono tanto buone. Se io me le dirò e farò quello che esse dicono di fare, mi conserverò buono per tutta la vita. E lo farò perché ti amo. Quando si vuol bene non è fatica essere buoni. A me non è fatica ubbidire alla mamma perché le voglio bene. Non mi sarà fatica essere ubbidiente a Te perché ti voglio bene».
45Gesù si è fermato e guarda il visetto acceso dall’amore più che dal sole. La gioia di Gesù è così viva che pare un altro sole si sia acceso nella sua anima e irraggi dalle pupille. Si china e bacia sulla fronte il bambino.
Lezione sul primato nel regno dei cieli.
Imparare dai piccoli (Lc 9,47-48) [113].
46Si è fermato davanti ad una casetta modesta con un pozzo sul davanti. Gesù va poi a sedersi presso il pozzo e là lo raggiungono i discepoli, che ancora stanno misurando le rispettive prerogative.
47Gesù li guarda. Poi li chiama: «Venite qui intorno e udite l’ultimo insegnamento della giornata, voi che vi fate rochi nella celebrazione dei vostri meriti e pensate di aggiudicarvi un posto in base a quelli. Vedete questo fanciullo? Egli è nella verità più di voi. La sua innocenza gli dà la chiave per aprire le porte del mio Regno. Egli ha compreso, nella sua semplicità di pargolo, che nell’amore è la forza per divenire grandi e nell’ubbidienza fatta per amore quella per entrare nel mio Regno. Siate semplici, umili, amorosi di un amore che non è solo dato a Me ma è scambievole fra di voi, ubbidienti alle mie parole, a tutte, anche a queste, se volete giungere dove entreranno questi innocenti. Imparate dai piccoli. Il Padre rivela loro la verità come non la rivela ai sapienti».
48Gesù parla tenendo ritto contro le sue ginocchia Beniamino, al quale tiene le mani sulle spalle. Ora il volto di Gesù è pieno di maestà. È serio, non corrucciato, ma è serio. Proprio da Maestro. L’ultimo raggio di sole gli fa un nimbo di raggi sul capo biondo.
La visione mi cessa qui, lasciandomi piena di dolcezza nei miei dolori.
Timore riverenziale[114].
49Dunque: i discepoli non sono potuti entrare nella casa, è naturale. Per numero e per rispetto. Non lo fanno mai se non sono invitati a farlo, in massa o in particolare, dal Maestro. Noto sempre un grande rispetto, un grande ritegno, nonostante l’affabilità del Maestro e la sua lunga dimestichezza. Anche Isacco, che potrei dire il discepolo primo, nel numero dei discepoli, non si concede mai libertà di andare a Gesù senza che un sorriso, almeno un sorriso del Maestro, non lo chiami vicino.
50Un po’ diverso, no?, dal modo spicciativo e quasi burlesco con cui molti trattano ciò che è soprannaturale… Questo è un mio commento, e che sento giusto, perché non mi va giù che la gente abbia con ciò che è al di sopra di noi i modi che non abbiamo per gli uomini pari a noi, solo che siano un cincino da più di noi… Mah!… E andiamo avanti…
51I discepoli, dunque, si sono sparsi sulla riva del lago a comperare pesce per la cena, pane e quanto occorre. Torna anche Giacomo di Zebedeo e chiama il Maestro, che è seduto sulla terrazza con Giovanni accoccolato ai suoi piedi in un dolce e abbandonato colloquio… Gesù si alza e si sporge dal parapetto.
52Giacomo dice: «Quanto pesce, Maestro! Mio padre dice che Tu hai benedetto le reti con la tua venuta. Guarda: questo è per noi», e mostra una cesta di pesce che sembra d’argento.
53«Dio gli dia grazie per la sua generosità. Preparatelo, che dopo cena andremo sulla riva coi discepoli».
54E così fanno. Il lago è nero nella notte, in attesa della luna che si alza tardi. E più di vederlo lo si sente borbottare, sciacquettare fra i sassi del greto. Solo le inverosimili stelle dei paesi d’oriente si specchiano nelle acque tranquille. Si siedono in cerchio intorno ad una barchetta capovolta, sulla quale si è seduto Gesù. E i piccoli fanali delle barche, portati qui, al centro del circolo, illuminano appena i volti più vicini. Quello di Gesù è tutto illuminato da sotto in su per un fanaletto messo ai suoi piedi, e tutti perciò lo possono vedere bene mentre parla a questo e a quello.
Mutare il castigo in benedizione.
55E sul principio è una conversazione alla buona, famigliare. Ma poi assume il tono di una lezione. Anzi Gesù lo dice apertamente:
56«Venite e ascoltate. Fra poco ci separeremo e voglio ammaestrarvi ancora per formarvi meglio.
57Oggi Io vi ho sentito discutere e non sempre con carità. Ai maggiori fra voi ho già dato la lezione. Ma voglio darla a voi pure, né farà male a questi, di voi maggiori, se se la sentono ripetere. Ora il piccolo Beniamino non è qui contro i miei ginocchi. Dorme nel suo letto e sogna i suoi sogni innocenti. E forse la sua anima candida è qui fra mezzo a noi lo stesso. Ma fate conto che egli, o qualche altro fanciullo, sia qui, a vostro esempio. Voi, in cuor vostro, avete tutti un chiodo fisso, una curiosità, un pericolo. Questo: essere il primo nel Regno dei Cieli. Questa: sapere chi sarà questo primo. E infine il pericolo: il desiderio ancora umano di sentirsi rispondere “tu sei il primo nel Regno dei Cieli” dai compagni compiacenti o dal Maestro, soprattutto dal Maestro del quale sapete la verità e la conoscenza del futuro. Non è forse così? Le domande tremano sulle vostre labbra e vivono in fondo al cuore.
58Il Maestro, per vostro bene, aderisce a questa curiosità per quanto Egli abborra di cedere alle curiosità umane. Il vostro Maestro non è un ciarlatano che si interroga per due spiccioli fra i frastuoni di un mercato. E non è uno preso dallo spirito pitonico il quale gli procura denaro col fargli fare l’indovino, per aderire alle ristrette menti dell’uomo che vogliono sapere il futuro per “regolarsi”. L’uomo non si può regolare da sé. Dio lo regola se l’uomo ha fede in Lui! E non serve sapere, o credere di sapere il futuro, se poi non si ha il mezzo per stornare il futuro profetizzato. Il mezzo è uno solo: la preghiera al Padre e Signore perché per sua misericordia ci aiuti. In verità vi dico che la preghiera fidente può mutare un castigo in benedizione. Ma chi ricorre agli uomini per potere, da uomo e con mezzi da uomo, deviare il futuro, non sa pregare affatto o sa pregare molto male. Io, questa volta, perché questa curiosità può darvi buon insegnamento, rispondo ad essa, Io che aborro le domande curiose e irrispettose.
“Il più grande” nel Regno dei cieli (Mt 18,3-4)[115].
59Voi vi chiedete: “Chi fra noi è il più grande nel Regno dei Cieli?”.
60Io annullo la limitazione del “fra noi” e allargo i confini a tutto il mondo presente e futuro, e rispondo: “Il più grande nel Regno dei Cieli è il minimo fra gli uomini”. Ossia quello che è considerato “minimo” dagli uomini. Il semplice, l’umile, il fiducioso, l’ignaro. Perciò il fanciullo, o chi sa rifarsi anima di fanciullo. Non è la scienza, non il potere, non la ricchezza, non l’attività, anche se buona, quelle che vi faranno “il più grande” nel beato Regno. Ma è l’essere come i pargoli per amorevolezza, umiltà, semplicità, fede.
61Osservate come mi amano i fanciulli, e imitateli. Come credono in Me, e imitateli. Come ricordano ciò che dico, e imitateli. Come fanno ciò che insegno, e imitateli. Come non insuperbiscono di ciò che fanno, e imitateli. Come non si ingelosiscono di Me e dei compagni, e imitateli. In verità vi dico che se non mutate il vostro modo di pensare, di agire e di amare, e non ve lo rifate sul modello dei pargoli, non entrerete nel Regno dei Cieli. Essi sanno ciò che voi sapete, di essenziale, nella mia dottrina. Ma con quale differenza praticano ciò che insegno! Voi dite per ogni atto buono che compite: “Io ho fatto”. Il fanciullo mi dice: “Gesù, mi sono ricordato di Te oggi, e per Te ho ubbidito, ho amato, ho trattenuto una voglia di rissa… e sono contento perché Tu, io lo so, sai quando sono buono e ne sei contento”. E ancora osservate i fanciulli quando mancano. Con che umiltà mi confessano: “Oggi sono stato cattivo. E mi spiace perché ti ho dato dolore”. Non cercano scuse. Sanno che Io so. Credono. Si dolgono per il mio dolore.
Accoglienza di bambini (Mt 18,5; Mc 9,37)[116].
62Oh! cari al cuor mio, fanciulli in cui non è superbia, doppiezza, lussuria! Io ve lo dico: divenite simili ai fanciulli se volete entrare nel mio Regno. Amate i fanciulli come l’esempio angelico che ancora potete avere. Che come angeli dovreste essere. A vostra scusa potreste dire: “Noi non vediamo gli angeli”. Ma Dio vi dà i fanciulli per modelli, e quelli li avete fra voi. E se vedete un fanciullo abbandonato materialmente, o abbandonato moralmente e che può perire, accoglietelo in mio Nome, perché essi sono i molto amati da Dio. E chiunque accoglie un fanciullo in mio Nome accoglie Me stesso, perché Io sono nell’anima dei fanciulli, che è innocente.
E chi accoglie Me, accoglie Colui che mi ha mandato, il Signore Altissimo.
Sacralità del fanciullo (Mt 18,6-7; Mc 9,42; Lc 17,1-3)[117].
63E guardatevi dallo scandalizzare uno di questi piccoli il cui occhio vede Iddio. Non si deve mai dare scandalo a nessuno. Ma guai, tre volte guai, chi sfiora il candore ignaro dei fanciulli! Lasciateli angeli più che potete. Troppo ripugnante è il mondo e la carne per l’anima che viene dai Cieli! E il fanciullo, per la sua innocenza, è ancora tutt’anima. Abbiate rispetto all’anima del fanciullo e al suo stesso corpo, come avete rispetto al luogo sacro. Sacro è anche il fanciullo perché ha Dio in sé. In ogni corpo è il tempio dello Spirito. Ma il tempio del fanciullo è il più sacro e profondo, è oltre il doppio Velo. Non scuotete neppure le tende della sublime ignoranza della concupiscenza col vento delle vostre passioni.
64Io vorrei un fanciullo in ogni famiglia, in mezzo ad ogni accolta di persone, perché fosse di freno alle passioni degli uomini. Il fanciullo santifica, dà ristoro e freschezza solo col raggio dei suoi occhi senza malizia. Ma guai a coloro che levano santità al fanciullo col loro modo di agire scandaloso! Guai a coloro che con le loro licenze danno malizie ai fanciulli! Guai a coloro che con le loro parole e ironie ledono la fede in Me dei fanciulli! Sarebbe meglio che a tutti questi si legasse al collo una pietra da macina e si gettassero in mare perché affogassero col loro scandalo. Guai al mondo per gli scandali che dà agli innocenti! Perché se è inevitabile che avvengano scandali, guai all’uomo che per sua causa li provoca.
Evitare l’occasione di scandalo (Mt 18,8-9; Mc 9,43; Lc 9,48-49)[118].
65Nessuno ha il diritto di fare violenza al suo corpo e alla sua vita. Perché vita e corpo ci vengono da Dio, e solo Lui ha diritto di prenderne delle parti o il tutto. Ma però Io vi dico che se la vostra mano vi scandalizza è meglio che la mozziate, che se il vostro piede vi porta a dare scandalo è bene che voi lo mozziate. Meglio per voi entrare monchi o zoppi nella Vita che essere gettati nel fuoco eterno con le due mani e i due piedi. E se non basta avere mozzo un piede o una mano, fate che vi siano mozzati anche l’altra mano o l’altro piede, per non fare più scandalo e per avere tempo da pentirvi prima di essere lanciati dove il fuoco non si estingue, e rode come un verme in eterno. E se è il vostro occhio che vi è cagione di scandalo, cavatevelo. È meglio essere orbi di un occhio che essere nell’inferno con tutti e due. Con un occhio solo, o anche senz’occhi, giunti al Cielo vedreste la Luce, mentre coi due occhi scandalosi, tenebre e orrore vedreste nell’inferno. E questo solo.
L’agelo custode (Mt 18,10)[119].
66Ricordatevi tutto questo. Non disprezzate i piccoli, non scandalizzateli, non derideteli. Sono da più di voi, perché i loro angeli vedono sempre Iddio che dice loro le verità da rivelare ai fanciulli e a quelli dal cuor di fanciullo.
67E voi come fanciulli amatevi fra di voi. Senza dispute, senza orgogli. State in pace fra voi. Abbiate spirito di pace con tutti. Fratelli siete, nel nome del Signore, e non nemici. Non ci sono, non ci devono essere dei nemici per i discepoli di Gesù. L’unico Nemico è Satana. Di quello siate nemici acerrimi, scendendo in battaglia contro di lui e contro i peccati che portano Satana nei cuori.
L’ unico nemico da combattere .
I vincitori di lucifero.
68Siate instancabili nel combattere il Male quale che sia la forma che assume. E pazienti. Non c’è limitazione all’operare dell’apostolo, perché non c’è limitazione all’operare del Male. Il demonio non dice mai: “Basta. Ora sono stanco e mi riposo”. Egli è l’instancabile. Passa agile come il pensiero, e più ancora, da questo a quell’uomo, e tenta e prende, e seduce, e tormenta, e non dà pace. Assale proditoriamente e abbatte se non si è più che vigilanti. Delle volte si insedia da conquistatore per debolezza dell’assalito, altre vi entra da amico, perché il modo di vivere della preda cercata è già tale da essere alleanza col Nemico. Tal’altra, scacciato da uno, gira e piomba sul migliore, per farsi vendetta dello smacco avuto da Dio o da un servo di Dio. Ma voi dovete dire ciò che dice lui: “Io non riposo”. Lui non riposa per popolare l’Inferno. Voi non dovete riposare per popolare il Paradiso. Non dategli quartiere. Io vi predico che più lo combatterete più vi farà soffrire. Ma non dovete tenere conto di ciò. Egli può scorrere la Terra. Ma nel Cielo non penetra. Perciò là non vi darà più noia. E là saranno tutti quelli che lo hanno combattuto…».
Esorcizzare in nome di Gesù è sempre lecito
(Mc 9,38; Lc 9,49. [120].
69Gesù si interrompe bruscamente e chiede: «Ma insomma, perché date sempre noia a Giovanni? Che vogliono da te?».
Giovanni si fa rosso come una fiamma e Bartolomeo, Tommaso, l’Iscariota chinano la testa vedendosi scoperti.
70«Ebbene?», chiede con imperio Gesù.
«Maestro, i miei compagni vogliono che io ti dica una cosa».
71«Dilla, dunque».
«Oggi, mentre Tu eri da quel malato, e noi giravamo per il paese come Tu avevi detto, abbiamo visto un uomo, che non è tuo discepolo e che neppure mai abbiamo notato fra quelli che ascoltano la tua dottrina, il quale cacciava dei demoni in tuo nome da un gruppo di pellegrini che andavano a Gerusalemme. E ci riusciva. Ha guarito uno che aveva un tremito che gli impediva ogni lavoro, e ha reso la favella ad una fanciulla che era stata assalita nel bosco da un demonio in forma di cane che le aveva legato la lingua. Egli diceva: “Vattene, demonio maledetto, in nome del Signore Gesù il Cristo, Re della stirpe di Davide, Re d’Israele. Egli è il Salvatore e Vincitore. Fuggi davanti al suo Nome!”, e il demonio fuggiva realmente. Noi ci siamo risentiti. E glielo abbiamo proibito. Ci ha detto: “Che faccio di male? Onoro il Cristo liberandogli la via dai demoni che non sono degni di vederlo”. Gli abbiamo risposto: “Non sei esorcista secondo Israele e non sei discepolo secondo Cristo. Non ti è lecito farlo”. Ha detto: “Fare il bene è sempre lecito”, e si è ribellato alla nostra ingiunzione dicendo: “E continuerò a fare ciò che faccio”. Ecco, volevano ti dicessi questo, specie ora che Tu hai detto che in Cielo saranno tutti quelli che hanno combattuto Satana».
L‘arma vincente, il nome Gesù (Mc 9,39; Lc 9,50)[121].
72«Va bene. Quell’uomo sarà di questi. Lo è. Egli aveva ragione e voi torto. Infinite sono le vie del Signore e non è detto che solo quelli che prendono la via diretta giungano al Cielo. In ogni luogo e in ogni tempo, e con mille modi diversi, ci saranno creature che verranno a Me, magari da una strada inizialmente cattiva. Ma Dio vedrà la loro retta intenzione e li attirerà alla via buona. Ugualmente vi saranno alcuni che per ebbrezza concupiscente e triplice usciranno dalla via buona e prenderanno una via che li allontana o addirittura li dirotta. Non dovete perciò mai giudicare i vostri simili. Solo Dio vede. Fate di non uscire voi dalla via buona, dove, più che la vostra volontà, quella di Dio vi ci ha messi. E quando vedete uno che crede nel mio Nome e per esso opera, non lo chiamate straniero, nemico, sacrilego. È sempre un mio suddito, amico e fedele, perché crede nel Nome mio, spontaneamente e meglio di molti fra voi. Per questo il mio Nome sulla sua bocca opera prodigi pari ai vostri e forse più. Dio lo ama perché mi ama, e finirà di portarlo al Cielo. Nessuno che faccia prodigi in mio Nome mi può essere nemico e dire male di Me. Ma col suo operare dà al Cristo onore e testimonianza di fede. In verità vi dico che credere al mio Nome è già sufficiente a salvare la propria anima. Perché il mio Nome è Salvezza. Perciò vi dico: se lo incontrerete ancora, non glielo proibite più. Ma anzi chiamatelo “fratello” perché tale è, anche se è ancora fuori del recinto del mio Ovile. Chi non è contro di Me è con Me. Chi non è contro di voi è con voi».
«Abbiamo peccato, Signore?», chiede attrito Giovanni.
73«No. Avete agito per ignoranza, ma senza malizia. Perciò non c’è colpa. Però in avvenire sarebbe colpa, perché ora sapete. Ed ora andiamo alle nostre case. La pace sia con voi».
74Se crede, può mettere, dopo la fine della visione di oggi, il dettato che segue quella del piccolo Beniamino (7-3-44). A sua facoltà.
La scienza dell’amore[122]
Dice poi Gesù:
75«Quello che ho detto al mio piccolo discepolo lo dico anche a voi. Il Regno è degli agnelli fedeli che mi amano e mi seguono senza perdersi in lusinghe, mi amano sino alla fine. E dico a voi ciò che ho detto ai miei discepoli adulti: “Imparate dai piccoli”.
76Non è l’esser dotti, ricchi, audaci quello che vi fa conquistare il Regno dei Cieli. Non è l’esserlo umanamente. Ma è l’esserlo della scienza dell’amore, che fa dotti, ricchi, audaci soprannaturalmente. Come illumina l’amore a comprendere la Verità! Come fa ricchi per acquistarla! Come fa audaci per conquistarla! Che fiducia che ispira! Che sicurezza!
77Fate come il piccolo Beniamino, il mio piccolo fiore che m’ha profumato il cuore quella sera ed ha cantato ad esso una musica angelica, che ha ricoperto l’odore dell’umanità ribollente nei discepoli e il rumore delle beghe umane.
78E tu vuoi sapere che avvenne poi di Beniamino? Rimase il piccolo agnello di Cristo e, perduto il suo grande Pastore poiché era tornato al Cielo, si fece discepolo di quello che più mi somigliava, prendendo per sua mano il battesimo e il nome di Stefano primo mio martire. Fu fedele sino alla morte e con lui i suoi parenti, trascinati alla Fede dall’esempio del loro piccolo apostolo famigliare.
79Non è conosciuto? Molti sono gli sconosciuti dagli uomini conosciuti da Me nel mio Regno. E di questo sono felici. La fama del mondo non aggiunge una scintilla all’aureola dei beati.
80Piccolo Giovanni, cammina sempre con la tua mano nella mia. Andrai sicura e, giunta al Regno, non ti dirò “entra” ma “vieni”, e ti prenderò fra le braccia per posarti là dove il mio Amore t’ha preparato un posto e il tuo amore lo ha meritato.
81Va’ in pace. Ti benedico».
353. La seconda
moltiplicazione dei pani e il miracolo della moltiplicazione
della Parola[123].
La moltiplicazione dei pani.
“Il Signore non sceglie i giganti”.
Dice Gesù:
1«Maria. Di’: “Eccomi” come le stelle di cui parla la profezia[124] e piena di letizia vieni ad ascoltare Me.
2 È la vigilia della Pentecoste. La Sapienza non è scesa una volta sola col suo fuoco, Ella scende sempre a darvi i suoi lumi. Basta che la amiate e la cerchiate come tesoro preziosissimo. Il mondo perisce perché ha deriso e respinto la Sapienza camminando fuori delle sue vie. Molta scienza ha messo l’uomo nella sua mente. Ma è più ignorante di quando era primitivo. Allora cercava la via del Signore e tendeva l’animo per accoglierne le parole. Ora cerca tutto fuorché ciò che dovrebbe cercare e riempie il suo essere di tutte le più inutili e pericolose parole. Ma non di quelle che sarebbero la sua vita,
3“Il Signore” dice Baruc “non scelse i giganti per comunicare ad essi la parola della Sapienza”[125]. No, Il Signore non sceglie i giganti. Non li sceglie, Non li sceglie, uomini laici o consacrati che vi credete molto soltanto perché siete pieni di orgoglio e agli occhi miei siete meno di stridule cicale. Il Signore non guarda le vostre patenti né le vostre cariche, non la veste e non il nome che avete. Queste sono come brecce messe su quello che Dio guarda per misurarne il valore: l’animo. E se non avete animo accesso di Carità, generoso nel sacrificio, umile, casto, no, che il Signore Iddio non vi sceglie per suoi prediletti”, per depositari delle sue ricchezze sapienziali.
4Non siete voi che potete dire a Me: “Voglio esser io colui che sa”. Io sono, che posso dire Voglio che costui sappia”. Posso avere per voi della pietà, questa ancora, perché siete degli infelici, malati delle più brutte lebbre. Ma quanto ad avere per voi una predilezione di scelta, no. Non lo meritate.
5Sappiate meritarlo con una vita retta in tutto. Ché se conservate fede ai vostri obblighi più gravi, ma mancate nelle cose meno palesi ma più profonde, non siete più retti, Non lo siete. E questo vostro livore non è che un motivo umano che si veste di una bugiarda veste di zelo. L’intenzione non è retta. Perciò non vale.
6E tu vieni a conversare col Maestro tuo. Vieni ché Io ti traggo dal sepolcro del dolore, né ti accascio con una visione, d’altronde già vista, di terrificante maestà. Della risurrezione dei morti osserva solo il lato spirituale applicato alla solennità attuale. È lo Spirito di Dio che infuso in voi dà la Vita. Amalo, invocalo, siigli fedele. Avrai la Vita e la Pace. Quella oltre la terra. Questa anche sulla terra.»
Ambiente e natura (Mt 15,29)[126]
Una serena visione.
7Vedo un posto che non è certo pianura. Non è neppure montagna. Dei monti sono ad oriente ma lontani alquanto. Poi c’è una valletta e altre elevazioni più basse e piatte. Dei pianori erbosi. Sembra che siano le prime pendici di un gruppo collinoso. Il terreno è piuttosto arsiccio e nudo d’alberi. Vi è della corta e rada erba sparsa fra un terreno ciottoloso. Qua e là qualche ciuffetto molto basso di cespugli spinosi. Ad occidente l’orizzonte si allarga ampio e luminoso. Non vedo altro, come natura. É ancora giorno, ma direi che comincia la sera, perché l’occidente è rosso per il tramonto mentre i monti a oriente sono già violacei nella luce che diviene crepuscolare. Un principio di crepuscolo che fa più nere le spaccature profonde e appena violette le parti più elevate.
8Gesù è ritto su un grosso pietrone e parla a molta, ma molta folla sparsa sul pianoro. I discepoli lo circondano. Egli, ancor più alto perché il suo rustico piedestallo lo eleva, domina la folla di tutte le età e condizioni sociali che gli sta intorno.
Ogni peccato è una malattia (Mt 15,30-31)[127].
9Deve aver compito dei miracoli, perché sento che dice: «Non a Me ma a Chi mi ha mandato dovete offrire lode e riconoscenza. E la lode non è quella che esce come suono di vento da labbra distratte. Ma è quella che sale dal cuore ed è il sentimento vero del vostro cuore. Questa è gradita a Dio. I guariti amino il Signore di un amore di fedeltà. E lo amino i parenti dei guariti. Del dono della salute riconquistata non fatene cattivo uso. Più che delle malattie del corpo, abbiate paura di quelle del cuore. E non vogliate peccare. Perché ogni peccato è una malattia. E ve ne sono tali che possono dare la morte. Ora dunque, o voi tutti che ora giubilate, non distruggete la benedizione di Dio col peccato. Cesserebbe il giubilo vostro perché le male azioni levano la pace, e dove non è pace non è giubilo. Ma siate santi. Siate perfetti come il Padre vostro vuole. Lo vuole perché vi ama, e a coloro che ama vuol dare un Regno. Ma nel suo Regno santo non entrano che coloro che la fedeltà alla Legge rende perfetti. La pace di Dio sia con voi».
La compassione di Gesù (Mt 15,32; Mc 8,1-3)[128].
10E Gesù tace. Incrocia le braccia sul petto e con le braccia così conserte osserva la turba che gli sta intorno. Poi guarda in giro. Alza gli occhi al cielo sereno e che si fa sempre più scuro per la luce che decresce. Pensa. Scende dal suo masso. Parla ai discepoli. «Ho pietà di questa gente. Mi segue da tre giorni. Non ha più provviste seco. Siamo lontani da ogni paese. Temo che i più deboli soffrano troppo se Io li rimando senza nutrirli».
Solidarietà e condivisione (Mt 15, 33-34; Mc 8,3-4)[129].
11«E come vuoi fare, Maestro? Tu lo dici: siamo lontani da ogni paese. In questo luogo deserto dove trovare pane? E chi ci darebbe tanto denaro da comperarlo per tutti?».
12«Non avete nulla con voi?».
«Abbiamo pochi pesci e qualche pezzo di pane. L’avanzo del nostro cibo. Ma non basta a nessuno. Se Tu lo dai ai vicini succede una sommossa. Privi noi e non fai del bene a nessuno». É Pietro che parla.
13«Portatemi quanto avete».
14Portano una cestella con dentro sette tozzi di pane. Non sono neppure pani interi. Paiono grosse fette tagliate da grandi pagnotte. I pesciolini, poi, sono una manciata di povere bestioline abbruciacchiate dalla fiamma.
L’opera d’amore (Mt 15,35-39; Mc 8,6-10)[130].
15«Fate sedere questa folla a cerchi di cinquanta e che stia ferma e zitta se vuol mangiare».
16I discepoli, parte salendo su delle pietre, e parte circolando fra la gente, si danno un gran da fare per mettere l’ordine chiesto da Gesù. Dài e dài, ci riescono. Qualche bambino piagnucola perché ha fame e sonno, qualche altro frigna perché, per farlo ubbidire, la mamma, o qualche altro parente, gli ha amministrato uno schiaffo.
17Gesù prende i pani, non tutti, naturalmente: due, uno per mano, e li offre, e poi li posa e benedice. Prende i pesciolini, sono così pochi che stanno quasi tutti nel cavo delle sue lunghe mani. Offre essi pure e poi li posa e benedice essi pure.
18«E ora prendete, girate fra la folla e date ad ognuno, con abbondanza».
I discepoli ubbidiscono.
19Gesù, ritto in piedi, bianca figura dominante questo popolo di seduti in larghi circoli che coprono tutto il pianoro, osserva e sorride.
20I discepoli vanno e vanno, sempre più lontano. Danno e danno. E sempre la cesta è piena di cibo. La gente mangia mentre la sera cala, e vi è un grande silenzio e una grande pace.
L’ opera dello Spirito Santo[131]. (Insegnamento)
Dice Gesù:
21«Ecco un’altra cosa che darà noia ai dottori difficili. L’applicazione che Io faccio a questa visione evangelica. Non ti faccio meditare sulla mia potenza e bontà. Non sulla fede e ubbidienza dei discepoli. Nulla di questo. Ti voglio far vedere l’analogia dell’episodio con l’opera dello Spirito Santo.
22Vedi: Io dò la mia parola. Dò tutto quanto potete capire e perciò assimilare per farne cibo all’anima. Ma voi siete tanto resi tardi dalla fatica e dall’inedia che non potete assimilare tutto il nutrimento che è nella mia parola. Ve ne occorrerebbe molta, molta, molta. Ma non sapete riceverne molta. Siete tanto poveri di forze spirituali! Vi fa peso senza darvi sangue e forza. Ed ecco che allora lo Spirito opera il miracolo per voi. Il miracolo spirituale della moltiplicazione della Parola. Ve ne illumina, e perciò la moltiplica, tutti i più riposti significati, di modo che voi, senza gravarvi di un peso che vi schiaccerebbe senza corroborarvi, ve ne nutrite e non cadete più affranti lungo il deserto della vita.
Sette pani e pochi pesci!
23Ho predicato tre anni e, come dice il mio diletto Giovanni, “se si dovessero scrivere tutte le parole ed i miracoli che ho detto e compiuto per dare a voi un cibo abbondante, capace di portarvi senza debolezze sino al Regno, non basterebbe la Terra a contenere i volumi”[132]. Ma se anche ciò fosse stato fatto, non avreste potuto leggere tale mole di libri. Non leggete neppure, come dovreste, il poco che di Me è stato scritto. L’unica cosa che dovreste conoscere, come conoscete le parole più necessarie sin dalla più tenera età.
24E allora l’Amore viene e moltiplica. Anche Egli, Uno con Me e col Padre, ha “pietà di voi che morite di fame” e, con un miracolo che si ripete da secoli, raddoppia, decuplica, centuplica i significati, le luci, il nutrimento di ogni mia parola. Ecco così un tesoro senza fondo di celeste cibo. Esso vi è offerto dalla Carità. Attingetene senza paura. Più il vostro amore attingerà in esso e più esso, frutto dell’Amore, aumenterà la sua onda.
25Dio non conosce limiti nelle sue ricchezze e nelle sue possibilità. Voi siete relativi. Egli no. É infinito. In tutte le sue opere. Anche in questa di potervi dare in ogni ora, in ogni evento, quelle luci che vi abbisognano in quel dato istante. E come nel giorno di Pentecoste lo Spirito effuso sugli apostoli rese la loro parola comprensibile a Parti, Medi, Sciti, Cappadoci, Pontici e Frigi, e simile a lingua natia ad Egizi e Romani, Greci e Libici, così ugualmente Esso vi darà conforto se piangete, consiglio se chiedete, compartecipazione di gioia se gioite, con la stessa Parola.
26Oh! che realmente se lo Spirito vi illustra: “Va’ in pace e non voler peccare”, questa frase è premio per chi non ha peccato, incoraggiamento all’ancora debole che non vuole peccare, perdono al colpevole che si pente, rimprovero temperato di misericordia a colui che non ha che una larva di pentimento. E non è che una frase. Delle più semplici. Ma quante ce ne sono nel mio Vangelo! Quante che sono come bocci di fiore, che dopo un’acquata e un sole d’aprile si aprono fitti sul ramo, dove prima ve ne era solo uno fiorito, e lo coprono tutto con gioia di chi li mira!
27Riposa, ora. La pace dell’Amore sia con te».
354. Il discorso sul
Pane del Cielo, nella sinagoga di Cafarnao, e la defezione
di molti discepoli[133].
I cercatori del Messia.
Quelli che cercano Gesù (Gv 6,22-24)[134].
1La spiaggia di Cafarnao formicola di gente che sbarca da una vera flottiglia di barche di tutte le dimensioni. E i primi che sbarcano vanno cercando fra la gente se vedono il Maestro, un apostolo, o almeno un discepolo. E vanno chiedendo…
2Un uomo, finalmente, risponde: «Maestro? Apostoli? No. Sono andati via subito dopo il sabato e non sono tornati. Ma torneranno perché ci sono i discepoli. Ho parlato adesso con uno di loro. Deve essere un grande discepolo. Parla come Giairo! È andato verso quella casa fra i campi, seguendo il mare».
3L’uomo che ha interrogato fa correre la voce e tutti si precipitano verso il luogo indicato. Ma, fatto un duecento metri sulla riva, incontrano tutto un gruppo di discepoli che vengono verso Cafarnao gestendo animatamente. Li salutano e chiedono: «Il Maestro dove è?».
4I discepoli rispondono: «Nella notte, dopo il miracolo, se ne è andato coi suoi, colle barche, al di là del mare. Vedemmo le vele, al candore della luna, andare verso Dalmanuta».
5«Ah! ecco! Noi lo cercammo a Magdala presso la casa di Maria e non c’era! Però… potevano dircelo i pescatori di Magdala!».
6«Non lo avranno saputo. Sarà forse andato sui monti d’Arbela in preghiera. Ci fu già un’altra volta, lo scorso anno avanti Pasqua. Io l’ho incontrato allora, per somma grazia del Signore al suo povero servo», dice Stefano.
«Ma non torna qui?».
7«Certamente tornerà. Ci deve dare il commiato e gli ordini. Ma che volete?».
«Sentirlo ancora. Seguirlo. Farci suoi».
La verità sulla propria vocazione.
8«Adesso va a Gerusalemme. Lo ritroverete là. E là, nella Casa di Dio, il Signore vi parlerà se per voi è utile seguirlo. Perché è bene che sappiate che, se Egli non respinge alcuno, noi abbiamo in noi elementi che sono respingenti la Luce. Ora, chi ne ha tanti da essere non solo saturo di essi – che poco male sarebbe, perché Egli è Luce e nel divenire lealmente suoi con volontà decisa la sua Luce ci penetra e vince le tenebre – ma da esserne composto e affezionato ad essi come alla carne della nostra persona, allora è bene che costui si astenga dal venire, a meno che non si distrugga per ricrearsi novello. Meditate, dunque, se avete in voi la forza di assumere un nuovo spirito, un nuovo modo di pensare, un nuovo modo di volere. Pregate per poter vedere la verità sulla vostra vocazione. E poi venite, se credete. E voglia l’Altissimo, che ha guidato Israele nel “passaggio”, guidare voi, in questo “pèsac”, a venire sulla scia dell’Agnello, fuori dai deserti, alla Terra eterna, al Regno di Dio», dice Stefano parlando per tutti i compagni.
9«No, no! Subito! Subito! Nessuno fa ciò che Egli fa. Lo vogliamo seguire», dice la folla in tumulto.
10Stefano ha un sorriso di molte espressioni. Apre le braccia e dice: «Perché vi ha dato il buono e abbondante pane volete venire? Credete che vi dia in futuro solo questo? Egli promette ai suoi seguaci ciò che è sua dote: il dolore, la persecuzione, il martirio. Non rose ma spine, non carezze ma schiaffi, non pane ma pietre sono pronte per i “cristi”. E così dico senza essere bestemmiatore, perché i suoi veri fedeli saranno unti coll’olio santo fatto della sua Grazia e del suo patire; e “unti” noi saremo per essere le vittime sull’altare e i re nel Cielo».
11«Ebbene? Ne sei geloso forse? Ci sei tu? Ci vogliamo essere noi pure. Il Maestro è di tutti».
12«Sta bene. Ve lo dicevo perché vi amo e voglio che sappiate ciò che è essere “discepoli”, onde non essere poi dei disertori. Andiamo allora tutti insieme ad attenderlo alla sua casa. Il tramonto ha inizio ed ha principio il sabato. Egli verrà per passarlo qui avanti la partenza».
Intervista a Stefano ed Erma.
13E vanno verso la città, parlando. E molti interrogano Stefano ed Erma, che li ha raggiunti, i quali, agli occhi degli israeliti, hanno una luce speciale perché allievi prediletti di Gamaliele.
14Molti chiedono: «Ma che dice Gamaliele di Lui?», altri: «Vi ci ha mandati lui?», e altri ancora: «Non si è doluto di perdervi?», oppure: «E il Maestro che dice del grande rabbi?».
15I due rispondono pazienti: «Gamaliele parla di Gesù di Nazareth come del più grande uomo d’Israele».
«Oh! più grande di Mosè?», dicono quasi scandalizzati.
16«Egli dice che Mosè è uno dei tanti precursori del Cristo. Ma non è che il servo del Cristo».
17«Allora per Gamaliele questo è il Cristo? Dice così? Se così dice rabbi Gamaliele, la cosa è decisa. Egli è il Cristo!».
18«Non dice ciò. Non riesce ancora a credere questo, per sua sventura. Ma dice che il Cristo è sulla Terra perché egli gli ha parlato molti anni fa. Egli e il saggio Illele. E attende il segno che quel Cristo gli ha promesso per riconoscerlo», dice Erma.
19«Ma come ha fatto a credere che quello era il Cristo? Che faceva quello? Io sono vecchio quanto Gamaliele, ma non ho mai sentito che da noi fossero fatte le cose che il Maestro fa. Se non si persuade di questi miracoli, che vide mai di miracoloso in quel Cristo per potergli credere?».
20«Lo vide unto della Sapienza di Dio. Egli dice così», risponde ancora Erma.
21«E allora cosa è per Gamaliele questo?».
«Il più grande uomo, maestro e precursore di Israele. Quando potesse dire: “È il Cristo”, sarebbe salva l’anima sapiente e giusta del mio primo maestro», dice Stefano e termina: «Ed io prego perché ciò sia, a qualunque costo».
«E se non lo crede il Cristo, perché vi ha mandati?».
«Noi volevamo venirci. Egli ci ha lasciati venire dicendo che era bene».
«Forse per poter sapere e riferire al Sinedrio…», dice insinuando uno.
22«Uomo come parli? Gamaliele è un onesto. Non fa la spia a nessuno, e specie ai nemici di un innocente!», scatta Stefano e pare un arcangelo tanto è sdegnato e quasi raggiante nel suo sdegno santo.
«Gli sarà spiaciuto perdervi, però», dice un altro.
23«Sì e no. Come uomo che ci voleva bene, sì. Come spirito molto retto, no. Perché ha detto: “Egli è da più di me e di me più giovane. Perciò io potrò chiudere gli occhi in pace sul vostro futuro sapendovi del ‘Maestro dei maestri’”».
24«E Gesù di Nazareth che dice del grande rabbi?».
«Oh! non ha che parole elette per lui!».
«Non ne è invidioso?».
25«Dio non invidia», dice severo Erma. «Non fare supposizioni sacrileghe».
«Ma per voi allora è Dio? Ne siete certi?».
26E i due ad una voce: «Come di essere vivi in questo momento». E Stefano termina: «E vogliate crederlo pure voi per possedere la vera Vita».
“Predestinazione” e “Primizia”.
Sono da capo sulla spiaggia che si muta in piazza e la traversano per andare a casa. Sulla soglia è Gesù che carezza dei bambini.
Discepoli e curiosi si affollano chiedendo: «Maestro, quando sei venuto?».
27«Da pochi momenti». Il viso di Gesù ha ancora la maestà solenne, un poco estatica, di quando ha molto pregato.
28«Sei stato in orazione, Maestro?» chiede Stefano a voce bassa per riverenza, così come ha curva la persona per lo stesso motivo.
29«Sì. Da che lo comprendi, figlio mio?» dice Gesù posandogli la mano sui capelli scuri con una dolce carezza.
30«Dal tuo volto d’angelo. Sono un povero uomo, ma è tanto limpido il tuo aspetto che su esso si leggono i palpiti e le azioni del tuo spirito».
31«Anche il tuo è limpido. Tu sei uno di quelli che fanciulli restano…»[135].
32«E che c’è sul mio viso, Signore?».
33«Vieni in disparte e te lo dirò», e lo prende per il polso portandolo in un corridoio oscuro. «Carità, fede, purezza, generosità, sapienza[136]; e queste Dio te le ha date, e tu le hai coltivate e più lo farai. Infine, secondo il tuo nome, hai la corona: d’oro puro, e con una grande gemma che splende sulla fronte. Sull’oro e sulla gemma sono incise due parole: “Predestinazione” e “Primizia” [137]. Sii degno della tua sorte[138], Stefano. Va’ in pace con la mia benedizione». E gli posa nuovamente la mano sui capelli, mentre Stefano si inginocchia per poi curvarsi a baciargli i piedi.
Tornano dagli altri.
«Questa gente è venuta per sentirti…» dice Filippo.
34«Qui non si può parlare. Andiamo alla sinagoga. Giairo ne sarà contento».
35Gesù davanti, dietro il corteo degli altri, vanno alla bella sinagoga di Cafarnao; e Gesù, salutato da Giairo, vi entra, ordinando che tutte le porte restino aperte perché chi non riesce ad entrare possa sentirlo dalla via e dalla piazza che sono a fianco della sinagoga.
36Gesù va al suo posto, in questa sinagoga amica, dalla quale oggi, per buona sorte, sono assenti i farisei, forse già partiti pomposamente per Gerusalemme. E inizia a parlare.
Ricerca sbagliata: quella sensuale (Gv 6,25-26[139].
37«In verità vi dico: voi cercate di Me non per sentirmi e per i miracoli che avete veduto, ma per quel pane che vi ho dato da mangiare a sazietà e senza spesa. I tre quarti di voi per questo mi cercava e per curiosità, venendo da ogni parte della Patria nostra. Manca perciò nella ricerca lo spirito soprannaturale, e resta dominante lo spirito umano con le sue curiosità malsane, o per lo meno di una imperfezione infantile, non perché semplice come quella dei pargoli, ma perché menomata come l’intelligenza di un ottuso di mente. E con la curiosità resta la sensualità e il sentimento viziato. La sensualità che si nasconde, sottile come il demonio di cui è figlia, dietro apparenze e in atti apparentemente buoni, e il sentimento viziato che è semplicemente una deviazione morbosa del sentimento e che, come tutto ciò che è “malattia”, abbisogna e appetisce a droghe che non sono il cibo semplice, il buon pane, la buona acqua, lo schietto olio, il puro latte, sufficienti a vivere e a vivere bene. Il sentimento viziato vuole le cose straordinarie per essere scosso e per provare il brivido che piace, il brivido malato dei paralizzati, che hanno bisogno di droghe per provare sensazioni che li illudano di essere ancora integri e virili. La sensualità che vuole soddisfare senza fatica la gola, in questo caso, col pane non sudato, avuto per bontà di Dio.
38I doni di Dio non sono consuetudine, sono lo straordinario. Non si possono pretenderli, né impigrirsi dicendo: “Dio me li darà”. È detto: “Mangerai il pane bagnato col sudore della tua fronte” [140], ossia il pane guadagnato col lavoro. Ché se Colui che è Misericordia ha detto: “Ho compassione di queste turbe, che mi seguono da tre giorni e non hanno più da mangiare e potrebbero venire meno per via prima di avere raggiunto Ippo sul lago, o Gamala, o altre città”, e ha provveduto, non è però detto che Egli debba essere seguito per questo.
Ricerca giusta: quella spirituale (Gv 6,27)[141].
39Per molto di più di un po’ di pane, destinato a divenire sterco dopo la digestione, Io vado seguito. Non per il cibo che empie il ventre ma per quello che nutre l’anima. Perché non siete soltanto animali che devono brucare e ruminare, o grufolare e ingrassare. Ma anime siete! Questo siete! La carne è la veste, l’essere è l’anima[142]. È lei che è duratura. La carne, come ogni veste, si logora e finisce, e non merita curarla come fosse una perfezione alla quale va data ogni cura.
40Cercate dunque ciò che è giusto procurarsi, non ciò che è ingiusto. Cercate di procurarvi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna. Questo, il Figlio dell’uomo ve lo darà sempre, quando voi lo vogliate. Perché il Figlio dell’uomo ha a sua disposizione tutto quanto viene da Dio, e può darlo, Egli padrone, e magnanimo padrone, dei tesori[143] del Padre Dio, che ha impresso su di Lui il suo sigillo perché gli occhi onesti non siano confusi. E se voi avrete in voi il cibo che non perisce, potrete fare opere di Dio essendo nutriti del cibo di Dio».
Origine, natura, ed effetti della manna.
Necessità di credere nel Messia (Gv 6,28-29)[144].
41«Che cosa dobbiamo fare per fare le opere di Dio? Noi osserviamo la Legge e i Profeti. Perciò già siamo nutriti di Dio e facciamo opere di Dio».
42«È vero. Voi osservate la Legge. Meglio ancora: voi “conoscete” la Legge. Ma conoscere non è praticare. Noi conosciamo, ad esempio, le leggi di Roma, eppure un fedele israelita non le pratica altro che in quelle formule che sono imposte dalla sua condizione di suddito. Per il resto noi, parlo dei fedeli israeliti, non pratichiamo le usanze pagane dei romani pur conoscendole. La Legge che voi tutti conoscete ed i Profeti dovrebbero, infatti, nutrirvi di Dio e darvi perciò capacità di fare opere di Dio. Ma per fare questo dovrebbero essere divenute un tutt’uno con voi, così come è l’aria che respirate e il cibo che assimilate, che si mutano entrambi in vita e sangue. Mentre essi rimangono estranei, pure essendo di casa vostra, così come può esserlo un oggetto della casa, che vi è noto e utile, ma che, se venisse a mancare, non vi leva l’esistenza. Mentre… oh! provate un poco a non respirare per qualche minuto, provate a stare senza cibo per giorni e giorni… e vedrete che non potete vivere. Così dovrebbe sentirsi il vostro io nella denutrizione e nell’asfissia della Legge e dei Profeti, conosciuti ma non assimilati e fatti tutt’uno con voi. Questo Io sono venuto ad insegnare e a dare: il succo, l’aria della Legge e dei Profeti, per ridare sangue e respiro alle vostre anime morenti di inedia e di asfissia. Voi siete simili a bambini che una malattia rende incapaci di conoscere ciò che è atto a nutrirli. Avete davanti dovizie di cibi, ma non sapete che vanno mangiati per mutarsi in cosa vitale, ossia che vanno veramente fatti nostri, con una fedeltà pura e generosa alla Legge del Signore che ha parlato a Mosè e ai Profeti per voi tutti. Venire dunque a Me per avere aria e succo di Vita eterna, è dovere. Ma questo dovere presuppone una fede in voi. Perché se uno non ha fede, non può credere alle parole mie, e se non crede non viene a dirmi: “Dammi il vero pane”. E se non ha il vero pane non può fare opere di Dio, non avendo capacità di farle. Perciò per essere nutriti di Dio e per fare opere di Dio è necessario che voi facciate l’opera-base, che è questa: credere in Colui che Dio ha mandato».
Origine della Manna (Gv 6,30-33)[145].
43«Ma che miracoli fai Tu dunque perché noi si possa credere in Te come il Mandato da Dio e perché si possa vedere su Te il sigillo di Dio? Che fai Tu che già, sebbene in forma minore, non abbiano fatto i Profeti? Mosè ti ha superato, anzi, perché, non per una volta tanto, ma per quarant’anni, nutrì di meraviglioso cibo i nostri padri. Così è scritto: che i nostri padri per quarant’anni mangiarono la manna del deserto, ed è detto che perciò Mosè diede loro da mangiare pane venuto dal cielo, egli che poteva»[146].
44«Siete in errore. Non Mosè ma il Signore poté fare questo. E nell’Esodo si legge: “Ecco: Io farò piovere del pane dal cielo. Esca il popolo e ne raccolga quanto basta giorno per giorno, e così Io provi se il popolo cammina secondo la mia legge. E il sesto giorno ne raccolga il doppio per rispetto al settimo dì che è il sabato” [147]. E gli ebrei videro il deserto ricoprirsi, mattina per mattina, di quella “cosa minuta come ciò che è pestato nel mortaio e simile alla brina della terra, simile al seme di coriandolo, e dal buon sapore di fior di farina incorporata col miele” [148]. Dunque non Mosè, ma Dio provvide alla manna. Dio che tutto può. Tutto. Punire e benedire. Privare e concedere. Ed Io ve lo dico, delle due cose preferisce sempre benedire e concedere a punire e privare.
Natura ed effetti della Manna
45Dio, come dice la Sapienza, per amore di Mosè – detto dall’Ecclesiastico “caro a Dio e agli uomini, di benedetta memoria, fatto da Dio simile ai santi nella gloria, grande e terribile per i nemici, capace di suscitare e por fine ai prodigi, glorificato nel cospetto dei re, suo ministro al cospetto del popolo, conoscitore della gloria di Dio e della voce dell’Altissimo, custode dei precetti e della Legge di vita e di scienza”[149] – Dio, dicevo, per amore di questo Mosè, nutrì il suo popolo col pane degli angeli, e dal cielo gli donò un pane bell’e fatto, senza fatica, contenente in sé ogni delizia ed ogni soavità di sapore[150]. E – ricordate bene ciò che dice la Sapienza – e poiché veniva dal Cielo, da Dio, e mostrava la sua dolcezza ai figli, aveva per ognuno il sapore che ognuno voleva, e dava ad ognuno gli effetti desiderati[151], essendo utile tanto al pargolo, dallo stomaco ancora imperfetto, come all’adulto, dall’appetito e digestione gagliardi, alla fanciulla delicata come al vecchio cadente. E anche, per testimoniare che non era opera d’uomo, capovolse le leggi degli elementi, onde resisté al fuoco, esso, il misterioso pane che al sorgere del sole si squagliava come brina. O meglio: il fuoco – è sempre la Sapienza che parla – dimenticò la propria natura per rispetto all’opera di Dio suo Creatore e dei bisogni dei giusti di Dio, di modo che, mentre è solito ad infiammarsi per tormentare, qui si fece dolce per fare del bene a quelli che confidavano nel Signore[152].
46Per questo allora, trasformandosi in ogni maniera, servì alla grazia del Signore, nutrice di tutti, secondo la volontà di chi pregava l’eterno[153] Padre, affinché i figli diletti imparassero che non è il riprodursi dei frutti che nutrisce gli uomini, ma è la parola del Signore quella che conserva chi crede in Dio[154]. Infatti non consumò, come poteva, la dolce manna, neppure se la fiamma era alta e potente, mentre bastava a scioglierla il dolce sole del mattino[155], affinché gli uomini ricordassero e imparassero che i doni di Dio vanno ricercati dall’inizio del giorno e della vita, e che per averli occorre anticipare la luce e sorgere, per lodare l’Eterno, dalla prima ora del mattino[156].
47Questo insegnò la manna agli ebrei. Ed Io ve lo ricordo perché è dovere che dura e durerà sino alla fine dei secoli. Cercate il Signore ed i suoi doni celesti senza poltrire fino alle tarde ore del giorno e della vita. Sorgete a lodarlo prima ancora che lo lodi il sorgente sole, e pascetevi della sua parola che conserva e preserva e conduce alla Vita vera.
Sul nutrimento spirituale.
Condizioni per una buona comunione eucaristica (Gv 6,34-36)[157].
48Non Mosè vi diede il pane del Cielo, ma in verità lo diede il Padre Iddio, e ora, in verità delle verità, è il Padre mio quello che vi dà il vero Pane, il Pane novello, il Pane eterno che dal Cielo discende, il Pane di misericordia, il Pane di Vita, il Pane che dà al mondo la Vita, il Pane che sazia ogni fame e leva ogni languore, il Pane che dà, a chi lo prende, la Vita eterna e l’eterna gioia».
49«Dacci, o Signore, di codesto pane, e noi non morremo più».
50«Voi morrete come ogni uomo muore, ma risorgerete a Vita eterna se vi nutrirete santamente di questo Pane, perché esso fa incorruttibile chi lo mangia[158]. Riguardo a darvelo sarà dato a coloro che lo chiedono al Padre mio con puro cuore, retta intenzione e santa carità. Per questo ho insegnato a dire: “Dacci il pane quotidiano”. Ma coloro che si nutriranno indegnamente diverranno brulichio di vermi infernali, come i gomor di manna conservati contro l’ordine avuto[159]. E questo Pane di salute e vita diverrà per loro morte e condanna. Perché il sacrilegio più grande sarà commesso da coloro che metteranno quel Pane su una mensa spirituale corrotta e fetida, o lo profaneranno mescolandolo alla sentina delle loro inguaribili passioni. Meglio per loro sarebbe non averlo mai preso!»[160].
51«Ma dove è questo Pane? Come lo si trova? Che nome ha?».
Questa è la Volontà di Dio-Padre (Gv 6,37-40)[161].
52«Io sono il Pane di Vita. In Me lo si trova. Il suo nome è Gesù. Chi viene a Me non avrà più fame, e chi crede in Me non avrà mai più sete, perché i fiumi celesti si riverseranno in lui estinguendo ogni materiale ardore. Io ve l’ho detto, ormai. Voi mi avete conosciuto, ormai. Eppure non credete. Non potete credere che tutto quanto è in Me. Eppure così è. In Me sono tutti i tesori di Dio. E a Me tutto della terra è dato, onde in Me sono riuniti i gloriosi cieli e la militante terra, e fino la penante e attendente massa dei trapassati in grazia di Dio sono in Me, perché in Me e a Me è ogni potere. Ed Io ve lo dico: tutto quanto il Padre mi dà verrà a Me. Né Io scaccerò chi a Me viene, perché sono disceso dal Cielo non per fare la mia volontà ma quella di Colui che mi ha mandato. E la volontà del Padre mio, del Padre che mi ha mandato, è questa: che Io non perda nemmeno uno di quelli che mi ha dato, ma che Io li risusciti all’ultimo giorno. Ora la volontà del Padre che mi ha mandato è che chiunque conosce il Figlio e crede in Lui abbia la vita Eterna e Io lo possa risuscitare nell’Ultimo Giorno, vedendolo nutrito della fede in Me e segnato del mio sigillo».
Origine e natura divina del Messia (Gv 6,41-47)[162].
53Vi è non poco brusìo nella sinagoga e fuori della stessa per le nuove e ardite parole del Maestro. E questo, dopo avere per un momento preso fiato, volge gli occhi sfavillanti di rapimento là dove più si mormora, e sono precisamente i gruppi in cui sono dei giudei. Riprende a parlare.
54«Perché mormorate fra voi? Sì, Io sono il figlio di Maria di Nazareth figlia di Gioacchino della stirpe di Davide, vergine consacrata nel Tempio e poi sposata a Giuseppe di Giacobbe, della stirpe di Davide. Voi avete conosciuto, in molti, i giusti che dettero vita a Giuseppe, legnaiolo regale, e a Maria, vergine erede della stirpe regale. Ciò vi fa dire: “Come può costui dirsi disceso dal Cielo?», e il dubbio sorge in voi.
55Vi ricordo i Profeti nelle loro profezie sull’Incarnazione del Verbo[163]. E vi ricordo come, più per noi israeliti che per qualsiasi altro popolo, è dogmatico che Colui che non osiamo chiamare non potesse darsi una Carne secondo le leggi della umanità[164], e umanità decaduta per giunta. Il Purissimo, l’Increato, se si è mortificato a farsi Uomo[165] per amore dell’uomo, non poteva che eleggere un seno di Vergine più pura dei gigli[166] per rivestire di Carne la sua Divinità.
56Il pane disceso dal Cielo al tempo di Mosè è stato riposto nell’arca d’oro, coperta dal propiziatorio, vegliata dai cherubini, dietro i veli del Tabernacolo. E col pane era la Parola di Dio. E giusto era che ciò fosse, perché sommo rispetto va dato ai doni di Dio e alle tavole della sua SS. Parola[167]. Ma che allora sarà stato preparato da Dio per la sua stessa Parola e per il Pane vero che è venuto dal Cielo? Un’arca più inviolata e preziosa dell’arca d’oro, coperta dal prezioso propiziatorio della sua pura volontà di immolazione[168], vegliata dai cherubini di Dio[169], velata dal velo di un candore verginale[170], di una umiltà perfetta[171], di una carità sublime e di tutte le virtù più sante.
57E allora? Non capite ancora che la mia paternità è in Cielo e che perciò Io di là vengo? Sì, Io sono disceso dal Cielo per compiere il decreto del Padre mio, il decreto di salvazione degli uomini secondo quanto promise al momento stesso della condanna[172] e ripeté ai Patriarchi e ai Profeti.
58Ma questo è fede. E la fede viene data da Dio a chi ha l’animo di buona volontà. Perciò nessuno può venire a Me se non lo conduce a Me il Padre mio, vedendolo nelle tenebre ma rettamente desideroso di luce. È scritto nei Profeti: “Saranno tutti ammaestrati da Dio” [173]. Ecco. È detto: È Dio che li istruisce dove andare per essere istruiti di Dio. Chiunque, dunque, ha udito in fondo al suo spirito retto parlare Iddio, ha imparato dal Padre a venire a Me».
59«E chi vuoi che abbia sentito Iddio o visto il suo Volto?» chiedono in diversi che cominciano a mostrare segni di irritazione e di scandalo. E terminano: «Tu deliri, oppure sei un illuso».
60«Nessuno ha veduto Iddio eccetto Colui che è da Dio; questo ha veduto il Padre. E questo Io sono.
L’Eucaristia e le sue conseguenze eterne
(Gv 6,48-51)[174].
61Ed ora udite il “credo” della vita futura, senza il quale non ci si può salvare.
62In verità, in verità vi dico che chi crede in Me ha la Vita eterna. In verità, in verità vi dico che Io sono il Pane della Vita eterna.
63I vostri padri mangiarono nel deserto la manna e morirono. Perché la manna era un cibo santo ma temporaneo, e dava vita per quanto necessitava a giungere alla terra promessa da Dio al suo popolo. Ma la Manna che Io sono non avrà limitazione di tempo e di potere. È non solo celeste, ma è divina, e produce ciò che è divino: l’incorruttibilità, l’immortalità di quanto Dio ha creato a sua immagine e somiglianza. Essa non durerà quaranta giorni, quaranta mesi, quaranta anni, quaranta secoli. Ma durerà finché durerà il tempo, e sarà data a tutti coloro che di essa hanno fame santa e gradita al Signore, che giubilerà di darsi senza misura agli uomini per cui si è incarnato, onde abbiamo la Vita che non muore.
64Io posso darmi, Io posso transustanziarmi per amore degli uomini, onde il pane divenga Carne e la Carne divenga Pane per la fame spirituale degli uomini, che senza questo Cibo morirebbero di fame e di malattie spirituali[175]. Ma se uno mangia di questo Pane con giustizia, egli vivrà in eterno. Il pane che Io darò sarà la mia Carne immolata per la vita del mondo, sarà il mio amore sparso nelle case di Dio, perché alla mensa del Signore vengano tutti coloro che sono amorosi o infelici e trovino ristoro al loro bisogno di fondersi a Dio e di trovare sollievo al loro penare».
Vero Cibo e Bevanda di vita eterna (Gv 6,52-58)[176].
65«Ma come può darci da mangiare la tua carne? Per chi ci hai presi? Per belve sanguinarie? Per selvaggi? Per omicidi? A noi ripugna il sangue e il delitto».
66«In verità, in verità vi dico che molte volte l’uomo è più di una belva, e che il peccato fa più che selvaggi, che l’orgoglio dà sete omicida, e che non a tutti dei presenti ripugnerà il sangue e il delitto. E anche in futuro l’uomo tale sarà, perché Satana, il senso e l’orgoglio lo fanno belluino. E perciò con maggior bisogno che mai dovete e dovrà l’uomo sanare se stesso dai germi terribili con l’infusione del Santo.
67In verità, in verità vi dico che se non mangerete la Carne del Figlio dell’uomo e non berrete il suo Sangue, non avrete in voi la Vita. Chi mangia degnamente[177] la mia carne e beve il mio Sangue ha la Vita eterna ed Io lo risusciterò all’Ultimo Giorno. Perché la mia Carne è veramente Cibo e il mio Sangue è veramente Bevanda. Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue rimane in Me ed Io in lui. Come il Padre vivente mi inviò, ed Io vivo per il Padre, così chi mi mangia vivrà anch’egli per Me e andrà dove lo mando, e farà ciò che Io voglio, e vivrà austero come uomo e ardente come serafino, e sarà santo, perché per potersi cibare della mia Carne e del mio Sangue si interdirà le colpe e vivrà ascendendo per finire la sua ascesa ai piedi dell’Eterno.»
Fattori che determinano la salvezza.
La crisi di fede (Gv 6,59-60)[178].
68«Ma costui è folle! Chi può vivere in tal modo? Nella nostra religione è solo il sacerdote che deve essere purificato per offrire la vittima. Qui Egli ci vuole fare, di noi, tante vittime della sua follia. Questa dottrina è troppo penosa e questo linguaggio è troppo duro! Chi li può ascoltare e praticare?» sussurrano i presenti, e molti sono discepoli già riputati tali.
69La gente sfolla commentando. E molto assottigliate appaiono le file dei discepoli quando restano solo nella sinagoga il Maestro e i più fedeli. Io non li conto, ma dico che, ad occhio e croce, sì e no si arriva a cento. Perciò ci deve essere stata una bella defezione anche nelle schiere dei vecchi discepoli ormai al servizio di Dio.
70Fra i rimasti sono gli apostoli, il sacerdote Giovanni e lo scriba Giovanni, Stefano, Erma, Timoteo, Ermasteo, Agapo, Giuseppe, Salomon, Abele di Betlemme di Galilea e Abele il già lebbroso di Corozim col suo amico Samuele, Elia (quello che lasciò di seppellire il padre per seguire Gesù), Filippo di Arsela, Aser e Ismaele di Nazareth, più altri che non conosco di nome. Questi tutti parlano piano fra loro commentando la defezione degli altri e le parole di Gesù, che pensieroso sta con le braccia conserte appoggiato ad un alto leggio.
Il senso spirituale (Gv 6,61-63)[179].
71«E vi scandalizzate di ciò che ho detto? E se vi dicessi che vedrete un giorno il Figlio dell’uomo ascendere al Cielo dove era prima e sedersi al fianco del Padre? E che avete capito, assorbito, creduto fino ad ora? E con che avete udito e assimilato? Solo con l’umanità? È lo spirito quello che vivifica e ha valore. La carne non giova a niente. Le mie parole sono spirito e vita, e vanno udite e capite con lo spirito per averne vita.
L’incredulità uccide lo spirito (Gv 6,64-66). [180].
72Ma ci sono molti fra voi che hanno lo spirito morto perché è senza fede. Molti di voi non credono con verità. E inutilmente stanno presso Me. Non ne avranno Vita ma Morte. Perché vi stanno, come ho detto in principio, o per curiosità, o per umano diletto, o, peggio, per fini ancora più indegni. Non sono portati qui dal Padre per premio alla loro buona volontà, ma da Satana. Nessuno può venire a Me, in verità, se non gli è concesso dal Padre mio. Andate pure, voi che vi trattenete a fatica perché vi vergognate, umanamente, di abbandonarmi, ma avete ancora maggior vergogna di rimanere al servizio di Uno che vi pare “pazzo e duro”. Andate. Meglio lontani che qui per nuocere».
73E molti si ritraggono di fra i discepoli, fra i quali lo scriba Giovanni e Marco, il geraseno indemoniato, guarito mandando i demoni nei porci. I discepoli buoni si consultano e corrono dietro a questi fedifraghi tentando di fermarli.
74Nella sinagoga sono ora Gesù, il sinagogo e gli apostoli…
75Gesù si volge ai dodici che, mortificati, stanno in un angolo e dice: «Volete andarvene anche voi?». Lo dice senza acredine e senza mestizia. Ma con molta serietà.
76Pietro, con impeto doloroso, gli dice: «Signore, e dove vuoi che si vada? Da chi? Tu sei la nostra vita e il nostro amore. Tu solo hai parole di Vita eterna. Noi abbiamo conosciuto che Tu sei il Cristo, Figlio di Dio. Se vuoi, cacciaci. Ma noi, di nostro, non ti lasceremo neppure… neppure se Tu non ci amassi più…», e Pietro piange senza rumore, con grandi lacrimoni…
77Anche Andrea, Giovanni, i due figli di Alfeo, piangono apertamente, e gli altri, pallidi o rossi per l’emozione, non piangono, ma soffrono palesemente.
L’apostolo-demonio (Gv 6,70)[181].
78«Perché vi dovrei cacciare? Non sono stato Io che ho eletto voi dodici? …».
79Giairo, prudentemente, si è ritirato per lasciare Gesù libero di confortare o redarguire i suoi apostoli. Gesù, che ne nota la silenziosa ritirata, dice, sedendosi accasciato come se la rivelazione che fa gli costasse uno sforzo superiore a quello che Egli può fare, stanco come è, disgustato, addolorato: «Eppure uno di voi è un demonio».
80La parola cade lenta, paurosa, nella sinagoga, nella quale è solo allegra la luce delle molte lampade… e nessuno osa dire nulla. Ma si guardano l’un con l’altro con pauroso ribrezzo e angosciosa indagine e, con una ancor più angosciosa e intima domanda, ognuno esamina sé stesso…
81Nessuno si muove per qualche tempo. E Gesù resta solo, sul suo sedile, le mani incrociate sui ginocchi, il viso basso. Lo alza infine e dice: «Venite. Non sono già un lebbroso! O mi credete tale? …».
82Allora Giovanni corre avanti e gli si avviticchia al collo dicendo: «Con Te, allora, nella lebbra, mio solo amore. Con Te nella condanna, con Te nella morte, se credi che ciò ti attenda…»; e Pietro striscia ai suoi piedi e li prende e se li mette sugli omeri e singhiozza: «Qui, premi, calpesta! Ma non mi fare pensare che Tu diffidi del tuo Simone».
83Gli altri, vedendo che Gesù carezza i due primi, si fanno avanti e baciano Gesù sulle vesti, sulle mani, sui capelli… Solo l’Iscariota osa baciarlo sul viso.
54Gesù si alza di scatto, e quasi lo respinge bruscamente tanto lo scatto è improvviso, e dice: «Andiamo a casa. Domani sera, di notte, partiremo con le barche per Ippo».
355. Il nuovo
discepolo Nicolai di Antiochia e il secondo annuncio
della Passione[182].
I consolatori del Messia.
Mossa stanca e sofferente di Gesù.
1Gesù è tutto solo sulla terrazza della casa di Tommaso di Cafarnao. Il paese ozia nel sabato, già molto ridotto nei suoi abitanti, perché i più zelanti nelle pratiche di fede sono già partiti per Gerusalemme, e così pure quelli che vi si recano con le famiglie ed hanno bambini che non possono fare marce lunghe ed obbligano gli adulti a soste e a brevi tragitti. Così manca, nella giornata già di suo un po’ nuvolosa, la nota d’oro dell’infanzia giuliva.
2Gesù è molto pensieroso. Seduto su una panchetta bassa, in un angolo, presso il parapetto, le spalle alla scala, quasi nascosto da questo parapetto, tiene un gomito sul ginocchio e appoggia la fronte sulla mano con mossa stanca, quasi di sofferenza.
Davide, il piccolo consolatore.
3È interrotto nel suo meditare dalla venuta di un fanciullino che vuole salutarlo prima di partire per Gerusalemme. «Gesù! Gesù!», chiama ad ogni scalino, non vedendo Gesù perché il muretto lo nasconde alla vista di chi è in basso. E Gesù è così concentrato che non sente la vocetta leggera e il passo da colombino… di modo che, quando il piccolo arriva sulla terrazza, Egli è ancora in quella posizione di sofferenza. E il bambino ne resta intimorito. Si ferma sul limitare della terrazza, si mette un ditino fra le labbra e pensa… poi decide e lentamente viene avanti… ormai è quasi alle spalle di Gesù… si china per vedere ciò che fa… e dice: «No, bello! Non piangere! Perché? Per quei brutti omacci di ieri? Lo diceva il padre mio con Giairo che sono indegni di Te. Ma Tu non devi piangere. Io ti voglio bene. E te ne vuole la mia sorellina e Giacomo e Tobiolo, e Giovanna e Maria e Michea e tutti, tutti i bambini di Cafarnao. Non piangere più…», e gli si stringe al collo, carezzoso, finendo: «Altrimenti piangerò anche io, e piangerò sempre… per tutto il viaggio…».
4«No, David, non piango più. Tu mi hai consolato. Sei solo? Quando partite?».
«Dopo il tramonto. Colla barca fino a Tiberiade. Vieni con noi. Il padre mio ti vuole bene, sai?»
5«Lo so, caro. Ma devo andare da altri bambini… Io ti ringrazio di essere venuto a salutarmi e ti benedico, piccolo Davide. Diamoci il bacio di addio e poi torna dalla mamma. Lo sa che sei qui? …».
«No. Sono scappato via perché non ti ho visto coi tuoi discepoli e ho pensato che piangevi».
6«Non piango più. Lo vedi. Va’, va’ dalla mamma che forse ti cerca con spavento. Addio. Sta’ attento agli asini delle carovane. Vedi? Ce ne sono fermi da ogni parte».
«Ma non piangi proprio più?».
7«No. Non ho più dolore. Tu me lo hai levato. Grazie, bambino».
8Il bambino scende saltellando la scaletta e Gesù lo osserva. Poi crolla il capo e torna al suo posto nella penosa meditazione di prima.
Giairo, un sinagogo saggio.
9Passa del tempo. Il sole, nelle schiarite di nuvole, si mostra nella sua discesa.
10Un passo più pesante sulla scala. Gesù alza il viso. Vede Giairo che sta dirigendosi da Lui. Lo saluta. Ne è salutato con rispetto.
11«Come mai qui, Giairo?».
12«Signore! Io forse ho sbagliato. Ma Tu che vedi il cuore degli uomini vedrai che nel mio errore non era malanimo. Io non ti ho invitato alla sinagoga per parlare, oggi. Ma ho tanto sofferto per Te, ieri, e tanto ti ho visto soffrire che… non ho osato. Ho interrogato i tuoi. Mi hanno detto: “Vuole stare solo”… Ma poco fa è venuto Filippo, padre di Davide, dicendomi che il suo bambino ti ha visto piangere. Ha detto che Tu lo hai ringraziato di essere venuto da Te. Sono venuto io pure. Maestro, chi ancora è a Cafarnao sta per adunarsi alla sinagoga. E la sinagoga mia è tua, Signore».
13«Grazie, Giairo. Oggi parleranno altri in essa. Io verrò come semplice fedele…».
«Né vi saresti tenuto. Tua sinagoga è il mondo. Non vieni proprio, Maestro?».
14«No, Giairo. Sto qui col mio spirito davanti al Padre che mi capisce e che non trova colpe in Me». Gesù ha un brillio di lacrime nell’occhio mesto.
«Io pure non trovo colpe in Te… Addio, Signore».
15«Addio, Giairo». E Gesù si siede di nuovo, sempre meditabondo.
La figlia di Giairo.
16Leggera come una colomba sale, nella sua veste bianca, la figlia di Giairo. Guarda… Chiama piano: «Salvatore mio!». Gesù volge il capo, la vede, le sorride, le dice: «Vieni a Me».
17«Sì, mio Signore. Ma io vorrei portarti agli altri. Perché deve essere muta la sinagoga, oggi?».
18«Vi è tuo padre e tanti altri per empirla di parole».
19«Ma sono parole… La tua è la Parola. Oh! mio Signore! Con la tua parola mi hai restituito alla mamma e al padre mio, ed ero morta. Ma guarda quelli che ora vanno verso la sinagoga! Molti sono più morti di me allora. Vieni a dare loro la Vita».
20«Figlia, tu la meritavi; essi… Nessuna parola può dare vita ad uno che per sé elegge la morte»[183].
21«Sì, mio Signore. Ma vieni lo stesso. C’è anche chi vive sempre più, sentendoti… Vieni. Metti la tua mano nella mia e andiamo. Io sono la testimonianza del tuo potere, e sono pronta a testimoniarlo anche davanti ai tuoi nemici, anche a prezzo che mi venga levata questa seconda vita, che d’altronde non è più mia. Tu me l’hai data, Maestro buono, per pietà di una madre e di un padre. Ma io…». La fanciulla, una bella fanciulla già donnina, dai dolci occhioni splendenti nel viso puro e intelligente, si arresta per un’onda di pianto che la strozza, gocciando dalle lunghe ciglia sulle guance.
22«Perché piangi, ora?», chiede Gesù ponendole la mano sui capelli.
«Perché… mi è stato detto che Tu dici che morrai…».
23«Tutti si muore, fanciulla».
«Ma non così come Tu dici! Io… oh! ora io non avrei voluto essere tornata viva, per non vedere ciò, per non esserci quando… questo orrore sarà…».
24«Allora non ci saresti neppure stata per darmi la consolazione che mi dai ora. Non sai che la parola, anche una sola, di un puro e di uno che mi ama, leva ogni pena da Me?».
«Sì? Oh! allora Tu non ne devi più avere perché io ti amo più del padre, della madre e della mia vita!».
25«Così è».
26Allora vieni. Non stare solo. Parla per me, per Giairo, per la mamma, per il piccolo Davide, per quelli che ti amano, insomma. Siamo tanti e saremo più ancora. Ma non stare solo. Viene malinconia», e materna d’istinto come ogni donna onesta, termina dicendo: «Con me vicino nessuno ti farà male. Ed io, del resto, ti difenderò».
Ogni pianta dà il suo frutto.
27Gesù si alza e l’accontenta. La mano nella mano, traversano le vie ed entrano nella sinagoga da una porta laterale.
28Giairo, che sta leggendo ad alta voce un rotolo, sospende la lettura e dice, inchinandosi profondamente: «Maestro, te ne prego, per i retti di cuore parla. Preparaci alla Pasqua con la tua santa parola».
29«Stai leggendo dei Re, non è vero?».
30«Sì, Maestro. Cercavo di fare riflettere che chi si separa dal Dio vero cade in idolatria di vitelli d’oro».
31«Bene hai detto. Nessuno ha da dire nulla?».
32Si alza un brusio fra la folla. Chi vuole che parli Gesù e chi urla: «Abbiamo fretta. Si dicano le preghiere e si cessi l’adunanza. Andiamo a Gerusalemme, d’altronde, e là udremo i rabbi», e chi urla così sono i molti disertori di ieri, che il sabato ha trattenuto a Cafarnao.
33Gesù li guarda con somma mestizia e dice: «Avete fretta. È vero. Anche Dio ha fretta di giudicarvi. Andate pure». Poi, volgendosi a quelli che li rimproverano, dice: «Non li sgridate. Ogni pianta dà il suo frutto».
34«Signore! Ripeti il gesto di Nehemia! [184] Parla contro di loro, Tu, Sacerdote supremo!», grida sdegnato Giairo, e gli fanno coro gli apostoli, i discepoli fedeli e quelli di Cafarnao.
35Gesù apre le braccia a croce e, pallidissimo, un vero viso straziato eppure dolcissimo, grida: «Ricordati di Me, o mio Dio! E in bene! E ricordati pure in bene di loro! Io li perdono!».
Il nuovo discepolo.
Nicolai di Antiochia.
36La sinagoga si svuota, rimanendo i fedeli a Gesù…
37E vi è uno straniero in un angolo. Un uomo robusto che nessuno osserva, al quale nessuno parla. Del resto egli pure non parla con nessuno. Guarda solo fissamente Gesù, tanto che il Maestro volge il suo sguardo in quella direzione, lo vede e chiede a Giairo chi sia.
«Non so. Uno di passaggio certo».
38Gesù lo interpella: «Chi sei?».
«Nicolai, proselite di Antiochia, diretto a Gerusalemme per la Pasqua».
39«Chi cerchi?».
«Te, Signore Gesù di Nazareth. Ho desiderio di parlarti».
40«Vieni». E avutolo vicino esce con lui nell’orto dietro la sinagoga per ascoltarlo.
41«Ho parlato ad Antiochia con un tuo discepolo di nome Felice. Ho ardentemente desiderato di conoscerti. Mi ha detto che luogo di sosta tua è Cafarnao, e hai la Madre a Nazareth. E anche che vai al Getsemani o a Betania. L’Eterno fa che io ti trovi al primo luogo. C’ero ieri… E ti ero presso stamane mentre Tu piangevi pregando, presso la fonte… Ti amo, Signore. Perché sei santo e mite. Credo in Te. Le tue azioni, le tue parole mi avevano già fatto tuo. Ma la tua misericordia di poco fa, per i colpevoli, mi ha deciso. Signore, accoglimi al posto di chi ti abbandona! Vengo a Te con tutto quanto ho: la vita e i beni, tutto». Si è inginocchiato dicendo le ultime parole.
42Gesù lo guarda fissamente… poi dice: «Vieni. Da oggi sarai del Maestro. Andiamo dai tuoi compagni».
Tornano nella sinagoga, dove è un grande parlare dei discepoli e degli apostoli con Giairo.
43«Ecco un nuovo discepolo. Il Padre mi consola. Amatelo come un fratello. Andiamo con lui a dividere il pane e il sale. Poi nella notte voi partirete con lui per Gerusalemme e noi colle barche andremo a Ippo… E non dite la mia strada a nessuno, onde Io non sia trattenuto».
La prova della vocazione.
44Ma intanto il sabato è finito, e quelli che vogliono fuggire Gesù sono in folla sulla spiaggia, per contrattare i traghetti per Tiberiade. E litigano con Zebedeo che non vuole cedere la sua barca, già pronta, vicina a quella di Pietro, per la partenza nella notte di Gesù con i dodici.
«Io vado ad aiutarlo!», dice Pietro che è irritato.
45Gesù, ad evitare urti troppo forti, lo trattiene dicendo: «Andiamo tutti, non tu solo».
46E vanno… E gustano l’amarezza di vedere che i fuggenti se ne vanno senza un saluto, tagliando netto ogni discussione pur di allontanarsi da Gesù… e sentono anche qualche epiteto spregevole e consigli acri ai fedeli discepoli…
47Gesù si volge per tornare a casa dopo che la turba ostile se ne è andata, e dice al nuovo discepolo: «Li senti? Questo è ciò che ti attende venendo a Me».
48«Lo so. Per questo resto. Ti avevo visto in un giorno glorioso fra folla che ti acclamava salutandoti “re”. Ho scosso le spalle dicendo: “Un altro povero illuso! Un’altra piaga per Israele!”, e non ti ho seguito perché parevi un re, e neppure a Te pensavo più. Ora ti seguo perché nelle tue parole e nella tua bontà vedo il promesso Messia».
Secondo annuncio della Passione (Mt 17,22-23; Mc 9,30-32; Lc 9,43-45)[185].
49«In verità tu sei più giusto di molti altri. Però ancora una volta lo dico. Chi spera in Me un re terreno si ritiri. Chi sente che si vergognerà di Me nel cospetto del mondo accusatore si ritiri. Chi si scandalizzerà di vedermi trattato da malfattore si ritiri. Ve lo dico mentre ancora potete farlo senza essere compromessi agli occhi del mondo. Imitate coloro che fuggono su quelle barche, se non vi sentite di condividere la mia sorte nell’obbrobrio per poterla condividere poi nella gloria. Perché questo sta per avvenire: il Figlio dell’uomo sta per essere accusato e messo poi nelle mani degli uomini, i quali lo uccideranno come un malfattore e crederanno averlo vinto. Ma inutilmente avranno fatto il loro delitto. Perché Io risorgerò dopo tre giorni e trionferò. Beati quelli che sapranno essere meco fino alla fine!».
L’Iscariota, modello dei traditori.
50Sono giunti alla casa e Gesù affida ai discepoli il nuovo venuto, salendo da solo dove era prima. Anzi entra nella stanza superiore e si siede, pensando.
Salgono dopo un poco l’Iscariota con Pietro.
51«Maestro, Giuda mi ha fatto riflettere a delle cose giuste».
52«Dille».
53«Tu prendi questo Nicolai, un proselito, e del quale ignoriamo il passato. Già tante noie abbiamo avuto… e abbiamo. E ora? Che sappiamo di lui? Possiamo fidarci? Giuda giustamente dice che potrebbe essere una spia mandata dai nemici».
54«Ma sì! Un traditore! Perché non vuole dire da dove viene e chi lo manda? Io l’ho interrogato, ma dice solo: “Sono Nicolai di Antiochia, proselite”. Io ho fieri sospetti».
55«Ti ricordo che egli viene perché mi vede tradito».
«Può essere menzogna! Può essere un tradimento!».
56«Chi dovunque vede menzogna o vede tradimento è anima capace di tali cose, perché si misura sul proprio modello», dice serio Gesù.
57«Signore, Tu mi offendi!», grida Giuda sdegnato.
58«Lasciami, dunque, e vai con chi mi abbandona».
Giuda esce sbatacchiando la porta con mal modo.
Gesù-Messia, Re solo per lo spirito.
59«Però, Signore, Giuda non ha tutti i torti… E poi non vorrei che… quell’uomo dicesse di Giovanni. Non può essere che l’uomo di Endor il Felice che ti manda questo…».
60«Così è certamente. Ma Giovanni di Endor è prudente ed ha ripreso il suo antico nome. Sta’ tranquillo, Simone. Un uomo che si fa discepolo, perché sente che la mia causa umana è già persa, non può essere che uno retto di spirito. Ben diverso è quello di colui che ora è uscito, e che è venuto a Me perché sperava di essere il principe di un re potente… e non si persuade che Io sono Re solo per lo spirito…».
«Sospetti di lui, Signore?».
61«Di nessuno. Ma in verità ti dico che dove giungerà Nicolai, discepolo e proselite, Giuda di Simone apostolo, israelita e giudeo, non giungerà».
Il Cuore di Gesù.
62«Signore, io avrei voglia di interrogare Nicolai su… Giovanni».
63«Non lo fare. Giovanni non gli ha dato incarichi perché è prudente. Non essere tu l’imprudente».
«No, Signore. Te lo chiedevo soltanto…».
64«Scendiamo ad affrettare le cene. A notte alta partiremo… Simone… mi ami tu?».
«Oh! Maestro! Ma che dici?».
65«Simone, il mio cuore è più scuro del lago in una notte di tempesta e tanto agitato come quello…» [186].
66«Oh! Maestro mio!… Che ti devo dire, se io sono ancor più… scuro e agitato di Te? Ti dirò: “Ecco il tuo Simone. E se ti può dare conforto il mio cuore, prenditelo”. Non ho che questo, ma è sincero».
67Gesù gli pone per un momento la testa sul petto ampio e robusto e poi si alza e scende, con Pietro[187].
356. Verso Gadara. Le
eresie di Giuda Iscariota e le rinunce di Giovanni
che vuole solo amare[188].
L’Iscariota, un volontario di Satana.
Verso Gadara.
1Gesù è già nell’Oltre-Giordano. E, da quello che comprendo, è questa che si vede in alto di una collina tutta verde, la città di Gadara, e anche è la prima città che toccano dopo essere sbarcati sulla sponda sud-orientale del lago di Galilea, perché lì sono sbarcati, lasciando di scendere a Ippo dove erano stati preceduti dalle barche portanti gli ostili a Gesù. Penso siano sbarcati perciò proprio di fronte a Tarichea, allo sbocco del Giordano dal lago.
2«Tu la sai la via più breve per andare a Gadara, non è vero? Te la ricordi?», chiede Gesù.
«E come! Quando saremo alle sorgenti calde sul Yarmoc non avremo che seguire la via», risponde Pietro.
3«E le sorgenti dove le trovi?», chiede Tommaso.
«Oh! basta avere naso per trovarle. Puzzano qualche miglio avanti di esserci!», esclama Pietro arricciando con disgusto il naso.
L’apostolo subdolo e inquisitore.
4«Non sapevo che tu soffrivi di dolori…», osserva Giuda Iscariota.
«Dolori io? E quando mai?».
«Eh! sei così pratico delle sorgenti calde sul Yarmoc che ci devi essere stato».
5«Mai avuto bisogno di sorgenti, io, per stare bene! I veleni dalle ossa mi sono usciti colle sudate dell’onesto lavoro… e del resto, avendo più lavorato che goduto, dei veleni ne sono entrati pochi, sempre pochi in me…»
«Questa è per me, non è vero? Già! Io sono colpevole di tutte le cose! …», dice inquieto Giuda.
6«Ma chi ti ha morso? Tu chiedi, io rispondo, a te come avrei risposto al Maestro o a un compagno. E credo che nessuno di loro, neppure Matteo che… è stato un gaudente, se ne sarebbe avuto a male».
«Ebbene, io me ne ho a male!».
7«Non ti sapevo così delicato. Ma della supposta insinuazione te ne chiedo scusa. Per amore del Maestro, sai? Del Maestro che ha già tante afflizioni dagli estranei senza avere bisogno di averne altre da noi. Guardalo, invece di correre dietro alle tue sensibilità, e vedrai che ha bisogno di pace e di amore».
8Gesù non parla. Guarda soltanto Pietro e gli sorride riconoscente.
9Giuda non risponde in merito all’osservazione giusta di Pietro. É chiuso e inquieto. Vuole mostrarsi cortese, ma la stizza, il malumore, la delusione che ha in cuore gli trapelano dallo sguardo, dalla voce, dall’espressione e persino dall’andatura prepotente, che fa un grande sbatacchio di suole come per sfogarsi, percuotendo con ira il suolo per dare uno sfogo a tutto quello che gli bolle dentro. Ma si sforza a parere calmo e a voler fare il cortese, non ci riesce, ma tenta… Chiede a Pietro: «E allora come conosci questi luoghi? Forse ci sei stato per tua moglie?».
10«No, ci sono passato quando nell’etamin siamo venuti in Auranite col Maestro. Io ho accompagnato la Madre e le discepole sino alle terre di Cusa. E perciò, venendo da Bozra, sono passato di qui», risponde sinceramente e prudentemente Pietro.
11«Tu solo eri?», chiede ironico Giuda.
«Perché? Credi che io non valga da solo molti, quando è il caso di valere e c’è un lavoro di fiducia da fare e lo si fa con amore, per di più?».
12«Oh! quanta superbia! Vorrei averti visto!».
«Avresti visto un uomo serio che accompagnava delle donne sante».
13«Ma eri proprio solo?», chiede con vero atto da inquisitore Giuda.
«Ero coi fratelli del Signore».
14«Ah! ecco! Cominciano le ammissioni!».
«E cominciano a tirarmi i nervi! Si può sapere che hai?».
13È vero. È una vergogna», dice il Taddeo.
«Ed è ora di finirla», rincara Giacomo di Zebedeo.
«Non ti è lecito schernire Simone», rimprovera Bartolomeo.
15«Che, te lo dovresti ricordare, è il capo di noi tutti», termina lo Zelote.
16Gesù non parla.
«Oh! io non schernisco nessuno, non ho proprio nulla. Solo mi piace stuzzicarlo un po’…»
17«Non è vero! Tu menti! Tu fai domande astute perché vuoi arrivare a stabilire qualcosa. Il subdolo crede tutti subdoli. Qui non ci sono segreti. C’eravamo tutti, abbiamo fatto tutti la stessa cosa: quella ordinata dal Maestro. E non c’è altro. Lo capisci?», grida proprio irato l’altro Giuda.
18«Silenzio. Siete pari a femmine litigiose. Avete tutti torto. E mi vergogno di voi», dice severo Gesù.
Si fa un silenzio fondo mentre vanno verso la città sulla collina.
Rompe il silenzio Tommaso dicendo: «Che cattivo odore!».
Le Terme di acque solforose.
19«Sono le sorgenti. Quello è lo Yarmoc e quelle costruzioni le terme dei romani. Oltre quelle è una bella via tutta lastricata che va a Gadara. I romani vogliono viaggiare bene. Bella è Gadara!», dice Pietro.
«Sarà anche più bella perché qui non ci troveremo certi… esseri, in abbondanza almeno», brontola fra i denti Matteo.
20Passano il ponte sul fiume fra acri odori di acque solforose. Rasentano le terme, passano fra i veicoli romani, prendono una bella via, pavimentata a larghi lastroni, che conduce alla città in cima alla collina, bella fra la sua cinta di mura.
21Giovanni si fa presso al Maestro: «É vero che dove sono quelle acque li è stato in antico precipitato nelle viscere del suolo un dannato? Mia madre ce lo diceva da piccini, per farci capire che non si deve peccare, se no l’inferno si apre sotto i piedi del maledetto da Dio e lo inghiotte. E poi, per ricordo e ammonizione, restano delle fessure dalle quali esce odore, calore e acque d’inferno. Io avrei paura a bagnarmi in esse…».
22«Di che, fanciullo? Non ne saresti corrotto. Più facile è essere corrotti da quegli uomini che hanno dentro l’inferno e ne emanano fetore e veleni. Ma si corrompono solo quelli che hanno già tendenza a farlo da loro».
L’inferno
23«Ne potrei essere corrotto io?».
24«No. Anche tu fossi in una turba di demoni, no».
«Perché? Cosa ha di diverso dagli altri, lui?», chiede subito Giuda di Keriot.
25«Ha che è puro in tutti i modi, e perciò vede Dio», risponde Gesù.
E Giuda ride malignamente.
26Giovanni torna a chiedere: «Allora non sono bocche dell’inferno quelle sorgenti?».
27«No. Sono all’opposto cose buone messe dal Creatore per i suoi figli. L’inferno non è chiuso nella Terra. É sulla Terra, Giovanni. Nel cuore degli uomini[189]. E oltre si completa».
L’ apostolo volutamente eretico.
28«Ma c’è proprio l’inferno?», chiede l’Iscariota.
«Ma che dici?», gli chiedono i compagni scandalizzati.
29«Dico: c’è proprio? Io, e non sono solo, non ci credo».
«Pagano!», urlano con orrore.
30«No. Israelita. Siamo in molti a non credere certe fole, in Israele».
«Ma allora come fai a credere al Paradiso?», «E alla giustizia di Dio?», «Dove metti i peccatori?», «Come spieghi Satana?», urlano in tanti.
31«Dico quello che penso. Mi è stato rimproverato di essere un mentitore poco fa. Io dimostro che sono sincero anche se questo vi scandalizza di me e mi rende odioso agli occhi vostri. Del resto non sono solo in Israele, da quando Israele si è progredito nel sapere col contatto degli ellenisti e dei romani, che crede così. Né il Maestro, l’unico del quale rispetto il giudizio, può rimproverare né me né Israele, Lui che protegge ed è palesemente amico di greci e romani… Io parto da questo concetto filosofico. Se tutto è controllato da Dio, tutto ciò che facciamo è per sua volontà, e perciò ci deve premiare tutti a un modo perché non siamo che automi mossi da Lui. Noi siamo esseri privi di volontà. Lo dice anche il Maestro: “La volontà dell’Altissimo. La volontà del Padre”. Ecco l’unica Volontà. Ed è tanto infinita che schiaccia e annulla la volontà limitata delle creature. Perciò tanto il bene che il male, che sembra che noi facciamo, lo fa Dio, perché ce lo impone. Perciò non ci punirà del male e sarà così esercitata la sua giustizia, perché le nostre colpe non sono volontarie ma imposte da chi vuole che le facciamo perché bene e male siano sulla Terra. Chi è cattivo è il mezzo espiativo dei meno cattivi. E per sé soffre di non poter essere considerato buono, e così espia la sua parte di colpa. Gesù l’ha detto. L’inferno è sulla Terra e nel cuore degli uomini. Satana io non lo sento. Non c’è. Lo credevo un tempo. Ma da qualche tempo sono sicuro che tutto è fola. E credere così è giungere alla pace».
32Giuda sciorina queste… teorie con una sicumera talmente formidabile che gli altri restano senza fiato… Gesù tace. E Giuda lo stuzzica: «Non ho ragione, Maestro?».
L’ apostolo divenuto demonio.
33«No». Il “no” e così secco che pare uno scoppio.
34«Eppure io… Satana non lo sento e non ammetto il libero arbitrio, il Male. E tutti i sadducei sono con me, e con me sono molti altri, d’Israele o meno. No. Satana non c’è».
35Gesù lo guarda. Uno sguardo che è così complesso che non si può analizzare. É da giudice e da medico, da addolorato, da sbalordito… c’è tutto…
36Giuda, ormai lanciato, termina: «Sarà perché sono meglio degli altri, più perfetto, che ho superato il terrore degli uomini per Satana».
37E Gesù zitto. E lui stuzzica: «Ma parla! Perché io non ne ho terrore?».
38Gesù tace.
«Non rispondi, Maestro? Perché? Hai paura?».
39«No. Sono la Carità. E la Carità trattiene il suo giudizio fino a che non è obbligata a darlo… Lasciami e ritirati», dice in ultimo, perché Giuda cerca di abbracciarlo, e termina in un soffio, stretto per forza fra le braccia del bestemmiatore: «Mi fai ribrezzo! Satana non lo vedi e senti perché è tutt’uno con te. Va’ via, demonio!».
40Giuda, sfrontato, lo bacia e ride, come se il Maestro gli avesse detto in segreto qualche lode. Torna dagli altri, che si sono fermati esterrefatti, e dice: «Vedete? Io so aprire il cuore al Maestro. E lo faccio felice perché gli mostro la mia confidenza e ne ho lezione. Voi invece!… Mai osate parlare. Perché siete dei superbi. Oh! io sarò quello che saprà più di tutti di Lui. E potrò parlare…».
L’apostolo infelice.
41Sono raggiunte le porte della città. Vi entrano tutti insieme perché Gesù li ha attesi. Ma mentre passano l’androne Gesù ordina: «I miei fratelli e Simone vadano avanti ad adunare la gente».
42 «Perché non io, Maestro? Non mi dài più delle missioni? Non sono più necessarie ora? Me ne hai date due di seguito, e lunghe dei mesi…».
43«E te ne sei lamentato dicendo che volevo allontanarti. Ora ti lamenti perché ti tengo vicino?».
44Giuda non sa che rispondere e tace. Va avanti con Tommaso, lo Zelote, Giacomo di Zebedeo e Andrea. Gesù si ferma per lasciare passare Filippo, Bartolomeo, Matteo e Giovanni, come volesse stare solo. Lo lasciano fare. Ma l’amoroso cuore di Giovanni, che ha avuto più volte un luccicare di lacrime negli occhi durante le dispute e le bestemmie di Giuda, fa voltare dopo poco l’apostolo, in tempo per vedere che Gesù, credendosi inosservato nella vietta solitaria e cupa per i continui archivolti che la coprono, si porta le mani alla fronte con un gesto di dolore, curvandosi come chi soffre tanto. Lascia in asso i compagni, il biondo Giovanni, e torna dal Maestro suo: «Che hai, Signor mio? Soffri di nuovo tanto, come quando ti ritrovammo ad Aczib? Oh! mio Signore!».
45«Nulla, Giovanni, nulla! Aiutami tu, col tuo amore. E taci con gli altri. Prega per Giuda».
46«Sì, Maestro. É molto infelice, non è vero? É nelle tenebre e non sa di esserci. Crede di avere raggiunto la pace… É pace la sua?».
47«É molto infelice», dice Gesù accasciato.
48«Non ti accasciare così, Maestro. Pensa a quanti peccatori, induriti nel peccato, sono tornati buoni. Così farà Giuda. Oh! Tu lo salverai certo! Questa notte la passerò in orazione per questo. Dirò al Padre di fare di me uno che sa solo amare, non voglio più che questo. Sognavo di dare la vita per Te o di fare brillare la tua potenza attraverso alle mie opere. Ora non più di questo. Rinuncio a tutto, scelgo la vita più umile e comune e chiedo al Padre di dare tutto il mio a Giuda… per farlo contento… e perché così si volga alla santità… Signore… io dovrei dirti delle cose… Io credo sapere perché Giuda è così».
49«Vieni questa notte. Pregheremo insieme e parleremo».
50«E il Padre mi ascolterà? Accetterà il mio sacrificio?».
«Il Padre ti benedirà. Ma ne soffrirai…».
51«Oh! no! Basta che veda Te contento… e che Giuda… e che Giuda…».
52«Sì, Giovanni. Guarda, ci chiamano. Corriamo».
Premio alla fede.
53La vietta diviene una bella via. La via diviene arteria ornata di portici e fontane. E si orna di piazze l’una più bella dell’altra. Si incrocia con un’altra arteria uguale, e certo nel fondo è un anfiteatro. E malati diversi sono già radunati in un angolo dei portici in attesa del Salvatore.
54Pietro viene incontro a Gesù: «Hanno conservato la fede in ciò che dicemmo di Te in etamin. Sono venuti subito».
55«Ed Io subito premierò la loro fede. Andiamo».
56E va, nel tramonto avanzato che tinge di rosso i marmi, a sanare coloro che lo attendono con fede.
357. Giovanni e le
colpe di Giuda Iscariota. I farisei e la questione
del divorzio[190].
La rivincita del firmamento.
Selve di splendori.
1Le magnifiche stelle di una serena notte di marzo splendono nel cielo d’Oriente, così larghe e vivide che sembra che il firmamento si sia abbassato come un baldacchino sulla terrazza della casa che ha accolto Gesù. Una casa molto alta, e messa in uno dei punti più alti della città, di modo che l’orizzonte infinito si apre davanti e intorno a chi guarda da ogni parte. E se la terra si annulla nella oscurità della notte non ancora allietata dalla luna, che è nella fase decrescente, il cielo splende nelle sue mille e mille luci. È veramente la rivincita del firmamento, che espone vittoriosamente le sue aiuole d’astri, le sue praterie di Galatea, i suoi giganti planetari, i suoi boschi di costellazioni contro le effimere vegetazioni della terra che, anche se secolari, sono sempre di un’ora rispetto a queste che sono da quando il Creatore fece il firmamento. E perdendosi a guardare lassù, passeggiando lo sguardo per i viali splendenti dove sono piante le stelle, pare di percepire le voci, i canti di quelle selve di splendori, di quell’enorme organo della più sublime delle cattedrali, nel quale mi piace immaginare facciano da mantici e registri i venti delle corse astrali e voci le stelle lanciate nelle loro traiettorie. Tanto più pare di percepirlo perché il silenzio notturno di Gadara dormente è assoluto. Non canta una fonte, non canta un uccello. Il mondo dorme, e dormono le creature. Dormono gli uomini, meno innocenti delle altre creature, i loro sonni, più o meno quieti, nelle case buie.
Palpiti di luce per la Luce del mondo.
2Ma dalla porta della stanza che sbocca sulla terrazza inferiore, perché ve ne è una superiore sulla stanza più alta, sbuca un’ombra alta, appena visibile nella notte per il biancore del viso e delle mani sulla veste oscura, ed è seguita da un’altra più bassa. Camminano in punta di piedi per non destare quelli che forse dormono nella stanza sottostante, e in punta di piedi salgono la scaletta esterna che porta all’ultima terrazza. Poi si prendono per mano e vanno così a sedersi su una panca che corre lungo il parapetto molto alto che cinge la terrazza. La panchetta bassa e il parapetto alto fanno sì che ogni cosa dispaia dai loro occhi. Anche ci fosse la più chiara luna in cielo, scendente ad illuminare il mondo, per essi sarebbe un nulla. Perché la città è nascosta tutta, e con essa le ombre più oscure, nello scuro della notte, dei monti vicini. Solo il cielo si mostra a loro con le sue costellazioni di primavera e le magnifiche stelle di Orione: di Rigel e Beteigeuze, di Aldebaran, del Perseo, e Andromeda e Cassiopea e le Pleiadi unite come sorelle. E Venere zaffirea e diamantata, e Marte di pallido rubino, e il topazio di Giove, sono i re del popolo astrale e palpitano, palpitano come salutando il Signore, affrettando i loro palpiti di luce per la Luce del mondo.
Detersi nella luce.
3Gesù alza il capo a guardarle, appoggiandolo contro il muretto alto, e Giovanni lo imita perdendosi a guardare lassù dove si può ignorare il mondo… Poi Gesù dice: «Ed ora che ci siamo detersi[191] nelle stelle, preghiamo».
4Si alza in piedi e Giovanni lo imita. Una lunga preghiera, silenziosa, pressante, tutt’anima, le braccia aperte a croce, il viso alzato, volto a oriente dove si annuncia un primo lucore di luna. E poi il Pater detto insieme, lentamente, non una, ma tre volte, e sempre con un aumento di insistenza nel chiedere, che è chiaramente denunciato nella voce. Una supplica che separa l’anima dalla carne, lanciandola sulle vie dell’infinito, tanto è ardente.
5Poi silenzio. Si siedono dove erano prima, mentre la luna inalba sempre più la terra dormiente.
Le colpe di Giuda Iscariota.
Gesù dà luce al discepolo amato.
6Gesù passa un braccio sulle spalle di Giovanni e se lo attira a Sé dicendo: «Dimmi dunque ciò che senti di dovermi dire. Quali sono le cose che il mio Giovanni ha intuite, con l’aiuto della luce spirituale, nell’anima tenebrosa del compagno?».
«Maestro… io sono pentito di averti detto questo. Farò due peccati…».
7«Perché?».
«Perché ti darò dolore svelandoti anche quello che non sai e… perché… Maestro, è peccato dire il male che vediamo in un altro? Sì, non è vero? E allora come posso dire questo, ledendo la carità?!…». Giovanni è angosciato.
8Gesù dà luce alla sua anima: «Ascolta, Giovanni. Per te è da più il Maestro o il condiscepolo?».
«Il Maestro, Signore. Tu sei il più».
9«E che sono Io per te?».
«Il Principio e la Fine. Sei il Tutto»[192].
10«Credi tu che Io, essendo Tutto, sappia anche tutto ciò che è?».
«Sì, Signore. Per questo è in me un grande contrasto. Perché penso che Tu sai e soffri. E perché ricordo che mi hai detto un giorno che talora Tu sei l’Uomo, solo l’Uomo, e perciò il Padre ti fa conoscere ciò che è essere uomo, che deve guidarsi secondo ragione. E penso anche che Dio, per pietà di Te, potrebbe occultarti queste brutte verità…» [193].
Misericordia per le anime malate.
11«Attieniti a questo pensiero, Giovanni. E parla. Con confidenza. Confidare, a chi ti è “Tutto”, ciò che sai, non è peccato. Perché il “Tutto” non si scandalizza né mormora né mancherà di carità, neppure col pensiero, verso l’infelice. Sarebbe peccato se tu dicessi quello che sai a chi non può essere tutto amore, ai compagni, ad esempio, che farebbero mormorazioni ed anche assalirebbero il colpevole senza misericordia, nuocendo a lui e a loro stessi. Perché bisogna avere misericordia, una misericordia sempre tanto più grande quanto più abbiamo di fronte una povera anima malata di tutti i mali. Un medico, un pietoso infermiere, oppure una madre, se il male di uno malato è poco, poco si impressionano e poco lottano per guarirlo. Ma se il figlio oppure l’uomo è molto malato, in pericolo di vita, già cancrena e paralisi, come lottano, vincendo ripugnanze e fatiche, per guarirlo! Non è così?».
«Così è, Maestro», dice Giovanni, che ha preso la sua posa abituale del braccio allacciato al collo del Maestro e il capo appoggiato sulla spalla di Lui.
12«Ebbene, non tutti sanno avere misericordia per le anime malate. Perciò si deve essere prudenti nel rendere noti i loro mali, acciò il mondo non le fugga e non nuoccia loro col disprezzo. Un malato che si vede schernito si incupisce e si peggiora. Ma se invece è curato con ilare speranza può guarire, perché l’ilarità fiduciosa dell’assistente entra in lui e aiuta l’opera del farmaco. Ma tu sai che Io sono Misericordia e che non mortificherò Giuda. Parla dunque senza scrupoli. Non sei una spia. Sei un figlio che confida al padre, con amoroso affanno, il male scoperto nel fratello, perché il padre lo curi. Suvvia…».
L’ apostolo corrotto e corruttore.
13Giovanni sospira forte, poi curva ancora di più il capo, lasciandolo scivolare sul petto di Gesù, e dice: «Come è penoso parlare di cose putride!… Signore… Giuda è un impuro… e mi tenta a impurità. Che egli mi schernisca non me ne importa. Ma mi duole che egli venga a Te sozzo dei suoi amori. Da quando è tornato mi ha tentato più volte. Quando il caso ci lascia soli – ed egli lo provoca in tutti i modi – egli non fa che parlare di donne… ed io ne ho il disgusto che avrei essendo immerso in fetide materie che tentassero filtrarmi in bocca…».
14«Ma ne sei turbato nel profondo?».
«Turbato come? L’anima mia freme. La ragione grida contro queste tentazioni… Io non voglio essere corrotto…».
15«Ma la tua carne che fa?».
«Si raggriccia di ribrezzo».
16«Questo solo?».
«Questo, Maestro, e piango allora perché mi pare che Giuda non potrebbe recare maggior offesa a chi si è consacrato a Dio. Dimmi: ciò farà lesione alla mia offerta?».
17«No. Non più di una manata di fango gettata su una lastra di diamante. Non incide la lastra, non la penetra. Basta una coppa d’acqua pura gettata sopra essa per nettarla. Ed è più bella di prima».
18«Detergimi allora».
«La tua carità ti deterge e il tuo angelo. Nulla resta su te. Sei un altare pulito sul quale scende Iddio. 5E che altro fa Giuda?».
L’ apostolo ladro.
19«Signore, egli… Oh! Signore!». La testa di Giovanni scivola più in basso ancora.
«Che?».
20«Egli… Non è vero che siano soldi suoi quelli che ti dà per i poveri. Sono i soldi dei poveri che egli ruba per sé, per essere lodato di generosità non vera. Tu lo hai inferocito perché nel ritorno dal Tabor gli hai levato tutti i denari. E a me ha detto: “Ci sono spioni fra noi”. Io ho detto: “Spioni di che? Rubi tu forse?”. “No”, mi ha risposto, “ma però uso previdenza e faccio due borse. Qualcuno lo ha detto al Maestro e Lui mi ha imposto di dare tutto, così forte lo ha imposto che fui come legato a farlo”. Ma non è vero, Signore, che faccia ciò per previdenza. Lo fa per avere denaro. Ne potrei deporre con la quasi certezza di dire il vero».
21«Quasi certezza! Questo dubbio, sì, che è lieve colpa. Non puoi accusarlo di essere ladro se non ne sei assolutamente certo. Le azioni degli uomini hanno talora brutto aspetto, ma sono buone».
22«È vero, Maestro. Non lo accuserò più neppure col pensiero. Ma però che abbia due borse, e quella che dice sua e che ti dà sia ancora tua e lo faccia per essere lodato, è vero. E io questo non lo farei. Sento che non è bene farlo».
23«Hai ragione. 6Che altro devi dire?».
L’ apostolo negromante.
24Giovanni alza un viso spaventato, apre la bocca per parlare e poi la chiude e scivola in ginocchio nascondendo il viso fra la veste di Gesù, che gli mette una mano sui capelli.
25«Su, dunque! Potresti aver visto male. Io ti aiuterò a vedere bene. Mi devi anche dire ciò che tu pensi sulle probabili cause del peccare di Giuda».
26«Signore, Giuda si sente senza la forza che vorrebbe per fare i miracoli… Tu lo sai che ci ha sempre ambito… Ti ricordi di Endor? E invece… è quello che ne fa meno. Da quando è tornato, poi, non riesce più a nulla… e nella notte se ne lamenta anche in sogno, come fosse un incubo e… Maestro, Maestro mio!».
27«Su. Parla. Fino in fondo».
28«E impreca… e fa della magia. Questa non è menzogna e non è dubbio. L’ho visto io. Mi sceglie per compagno perché dormo sodo. Perché dormivo sodo, anzi. Ora, lo confesso, lo sorveglio, e il mio sonno è meno profondo perché appena si muove io lo sento… Ho fatto male forse. Ma ho finto di dormire per vedere ciò che faceva. E per due volte l’ho visto e sentito fare cose brutte. Io non mi intendo di magia. Ma quella è tale».
«Solo?».
29«No e sì. A Tiberiade io l’ho seguito. È andato in una casa. Ho chiesto dopo chi ci sta. Uno che fa negromanzia con altri. E quando Giuda è uscito, quasi a mattina, dalle parole dette ho capito che si conoscono e sono in tanti… e non tutti stranieri. Chiede al demonio la forza che Tu non gli dài. È per questo che io sacrifico la mia al Padre perché la passi a lui, e lui non sia più peccatore».
30«Dovresti dargli la tua anima. Ma questo né il Padre né Io lo permetteremmo…».
Satana non fa male ai Giovanni.
31Un lungo silenzio. Poi Gesù dice con voce stanca: «Andiamo, Giovanni. Scendiamo. Riposeremo in attesa dell’alba».
«Sei più triste di prima, Signore! Ho fatto male a parlare!».
32«No. Io sapevo già. Ma tu almeno sei più sollevato… e ciò è quello che conta».
«Signore, devo sfuggirlo?».
33«No. Non temere. Satana non nuoce ai Giovanni. Li terrorizza, ma non può levare loro la grazia che Dio continuamente fa loro. Vieni. A mattina parlerò e poi andremo a Pella. Occorre fare presto, perché il fiume è già gonfio per le nevi che sciolgono e per le acque degli scorsi giorni. Presto sarà in piena, molto più che la luna cerchiata predice piogge abbondanti…».
Scendono e scompaiono nella stanza inferiore alla terrazza.
Denunzia di uomo sedizioso.
34È mattina. Una mattina di marzo. Perciò schiarite e nuvole si alternano nel cielo. Ma le nuvole soverchiano le schiarite, tendendo ad impossessarsi del cielo. Un’aria calda soffia a respiri sincopati e fa pesante l’aria, velandola di una polvere venuta forse dalle zone dell’altipiano.
«Se non muta vento, questa è acqua!», sentenzia Pietro uscendo dalla casa con gli altri.
35Ultimo esce Gesù, che si accomiata dalle padrone di casa, mentre il padrone si unisce a Lui. Si dirigono verso una piazza.
36Dopo pochi passi li ferma un graduato romano che è insieme a dei militi. «Sei Tu Gesù di Nazareth?».
37«Lo sono».
«Che fai?».
38«Parlo alle turbe».
«Dove?».
39«In piazza».
«Parole sediziose?».
40«No. Precetti di virtù».
«Bada! Non mentire. Roma ne ha basta di falsi dèi».
41«Vieni tu pure. Vedrai che non mento».
L’uomo che ha ospitato Gesù sente il dovere di interloquire: «Ma da quando tante domande a un rabbi?».
42«Denunzia di uomo sedizioso».
43«Sedizioso? Lui? Ma tu prendi abbaglio, Mario Severo! Questo è l’uomo più mite della Terra. Te lo dico io».
44Il graduato si stringe nelle spalle e risponde: «Meglio per Lui. Ma così ebbe denunzia il centurione. Vada pure. È avvisato». E si volta tutto di un pezzo, andandosene coi subalterni.
«Ma chi può essere stato? Io non capisco!», dicono in diversi.
45Gesù risponde: «Lasciate di capire. Non serve. Andiamo mentre molti sono sulla piazza. Poi partiremo anche di qui».
Questione sul divorzio.
Discorso interrotto.
46La piazza deve essere una piazza piuttosto commerciale. Non è un mercato ma poco meno, perché cinta di fondachi in cui sono depositi di merce di ogni genere. E la gente si affolla in essi. Perciò vi è molta gente sulla piazza e qualcuno ammicca a Gesù e presto un cerchio di gente è intorno al «Nazareno». Un cerchio composto di ogni genere e classe e nazione. Chi c’è per venerazione, chi per curiosità.
47Gesù fa cenno di parlare.
«Udiamolo!», dice un romano che esce da un magazzino.
«Non ci sarà da sentire una lamentazione?», gli risponde un suo simile.
48«Non lo credere, Costanzo. È meno indigesto di uno dei soliti retori nostri».
49«A chi mi ascolta, pace! È detto nell’Esdra, nella preghiera di Esdra[194]: “E che diremo ora, o Dio nostro, dopo le cose avvenute? Che, se abbiamo abbandonato i tuoi comandamenti da Te intimati a mezzo dei tuoi servi…”».
50«Fermati, Tu che parli. Il soggetto te lo diamo noi», urla un pugno di farisei che si fanno largo fra la gente. Quasi subito riappare la scorta armata e si ferma all’angolo più vicino. I farisei sono ora di fronte a Gesù. «Sei Tu il Galileo? Gesù di Nazareth sei?».
51«Lo sono!».
«Lode a Dio che ti abbiamo trovato!». Veramente hanno certi ceffi così astiosi che non mostrano di essere in gioia per l’incontro…
Il più vecchio parla: «Ti seguiamo da molti giorni, arrivando sempre dopo che Tu sei partito».
52«Perché mi seguite?».
«Perché sei il Maestro e vogliamo essere ammaestrati in un punto oscuro della Legge».
53«Non vi sono punti oscuri nella Legge di Dio».
«In essa no. Ma, eh! eh!… Ma sulla Legge sono venute le “sovrapposizioni”, come Tu dici, eh! eh!… e hanno fatto oscurità».
54«Penombre, al massimo. E basta volgere l’intelletto a Dio per distruggere esse pure».
«Non tutti lo sanno fare. Noi, per esempio, rimaniamo in penombra. Tu sei il Rabbi, eh! eh! Aiutaci dunque».
Indissolubilità del matrimonio (Mt 19,3-6;
Mc 10,2-9)[195].
55«Che volete sapere?».
56«Volevamo sapere se è lecito all’uomo ripudiare per un motivo qualsiasi la propria moglie. È una cosa che spesso avviene, ed ogni volta crea molto rumore là dove avviene. Si rivolgono a noi per sapere se è lecito. E noi, a seconda del caso, rispondiamo».
57«Approvando l’avvenuto nel novanta per cento dei casi. E il dieci per cento che resta disapprovato è nella categoria dei poveri o dei nemici vostri».
«Come lo sai?».
58«Perché così avviene in tutte le cose umane. E unisco nella categoria la terza classe, quella che, se fosse lecito il divorzio, più ne avrebbe diritto, perché quella dei veri casi penosi, quali una lebbra incurabile, oppure una condanna a vita, o malattie innominabili…».
«Allora per Te non è mai lecito?».
59«Né per Me, né per l’Altissimo, né per nessuno che sia di animo retto. Non avete letto che il Creatore, nel principio dei giorni, creò l’uomo e la donna? E li creò maschio e femmina; e non aveva bisogno di farlo, che, se avesse voluto, avrebbe potuto, per il re della creazione, fatto a sua immagine e somiglianza, creare altro modo di procreazione, e ugualmente buono sarebbe stato, pur essendo dissimile da ogni altro naturale. E disse: “Così per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà con la moglie e i due saranno una sola carne”[196]. Dunque Dio li congiunse in una sola unità. Non sono dunque più “due” ma “una” sola carne. Ciò che Dio ha congiunto, perché vide che “è buona cosa”, l’uomo non lo divida, perché, se così avvenisse, cosa non più buona sarebbe».
Il ripudio mosaico (Mt 19,7-8; Mc 10,5)[197].
60«Ma perché allora Mosè disse: “Se un uomo ha preso una donna con sé, ma essa non ha trovato grazia ai suoi occhi per qualcosa di turpe, egli scriverà un libello di ripudio, glielo consegnerà in mano e la manderà via di casa sua”?».
61«Lo disse per la durezza del vostro cuore. Per evitare, con un ordine, dei disordini troppo gravi. Per questo vi permise di ripudiare le mogli. Ma dal principio non fu così. Perché la donna è da più della bestia, la quale è, a seconda del capriccio del padrone o delle libere circostanze di natura, sottoposta a questo o a quel maschio, carne senz’anima che si accoppia per riprodurre. Le vostre mogli hanno un’anima come voi l’avete, e non è giusto che voi la calpestiate senza sentirne compassione. Che se è detto nella condanna: “Tu sarai sottoposta alla potestà del marito ed egli ti dominerà”[198], ciò deve avvenire secondo giustizia e non con prepotenza che lede i diritti dell’anima libera e degna di rispetto. Voi, ripudiando, come lecito non vi è, portate offesa all’anima della vostra compagna, alla carne gemella che alla vostra si è unita, al tutto che è la donna che avete sposata esigendo la sua onestà, mentre, o spergiuri, andate ad essa disonesti, menomati, talora corrotti, e continuate ad esserlo, cogliendo ogni occasione per poterla colpire e dare maggior campo alla libidine insaziabile che è in voi. Prostitutori delle mogli vostre! Per nessun motivo potete separarvi dalla donna che vi è congiunta secondo la Legge e la Benedizione.
Caso di concubinato (Mt 19,9) [199].
62Solo nel caso che la grazia vi tocchi, e comprendiate che la donna non è un possesso ma un’anima, e perciò ha diritti uguali ai vostri di essere riconosciuta parte dell’uomo e non suo oggetto di piacere, e solo nel caso che sia tanto duro il vostro cuore da non sapere elevarla a moglie, dopo averla goduta come una prostituta, solo nel caso di levare questo scandalo di due che convivono senza benedizione di Dio sulla loro unione, voi potete rimandarla. Perché allora la vostra non è unione ma fornicazione, e sovente senza onore di figli, perché disciolti contro natura o allontanati come vergogna. In nessun altro caso. In nessun altro. Perché se figli illegittimi avete dalla vostra concubina, avete il dovere di porre fine allo scandalo sposandola, se liberi siete.
Il caso di adulterio consumato (Mc 10,10-12). [200].
63Non contemplo il caso dell’adulterio consumato ai danni della moglie ignara. Per quello sono sante le pietre della lapidazione e le fiamme dello sceol. Ma per chi rimanda la propria moglie legittima perché di essa è sazio e ne prende un’altra, non c’è che una sentenza: costui è adultero. E adultero è chi prende la ripudiata, perché se l’uomo si è arrogato il diritto di separare ciò che Dio ha congiunto, l’unione matrimoniale continua, agli occhi di Dio, e maledetto è chi passa a seconda moglie senza essere vedovo. E maledetto è chi riprende la donna prima sua e poi, rimandatala per ripudio e abbandonatala alle paure della vita, onde essa cede a nuove nozze per il suo pane, la riprende se resta vedova del secondo marito. Perché, anche che vedova sia, ella fu adultera per colpa vostra, e voi raddoppiereste il suo adulterio. Avete compreso, o farisei che mi tentate?».
Questi se ne vanno scornati, senza rispondere.
Castità permanente e volontaria (Mt 19,10-12). [201].
64«Severo è l’uomo. Se fosse a Roma vedrebbe però che il fango ribolle ancor più fetente», dice un romano.
65Anche alcuni di Gadara brontolano: «Dura cosa essere uomini, se bisogna essere casti così! …».
66E alcuni più forte: «Se tale è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, meglio stare senza nozze».
67E questa ragione ripetono anche gli apostoli mentre ripigliano la via verso la campagna, dopo aver lasciato quelli di Gadara. Lo dice Giuda con scherno. Lo dice Giacomo di Zebedeo con rispetto e riflessione; e Gesù risponde all’uno e all’altro:
68«Non tutti capiscono questo, né lo capiscono bene. Alcuni infatti preferiscono il celibato per essere liberi di secondare i vizi. Altri per evitare di poter peccare essendo mariti non buoni. Ma solo alcuni, ai quali è concesso, comprendono la bellezza di essere scevri di sensualità e di anche onesta fame di donna. E sono i più santi, i più liberi, i più angelici sulla Terra. Parlo di coloro che si fanno eunuchi per il Regno di Dio. Ci sono negli uomini quelli che nascono tali. Altri che tali vengono fatti. I primi sono mostruosità che devono suscitare compassione, i secondi abusi che vanno repressi. Ma c’è infine la terza categoria: di eunuchi volontari che, senza usarsi violenza, e perciò con doppio merito, sanno aderire alla richiesta di Dio e vivono da angeli perché l’abbandonato altare della Terra abbia ancora fiori e incensi per il Signore. Costoro negano alla parte inferiore soddisfacimento per crescere la parte superiore, onde fiorisca in Cielo nelle aiuole più prossime al trono del Re. E in verità vi dico che non sono dei mutilati, ma sono degli esseri dotati di ciò che manca ai più fra gli uomini. Non oggetto perciò di stolto scherno, ma anzi di grande venerazione. Comprenda ciò chi deve, e rispetti, se può».
Gli ammogliati fra gli apostoli bisbigliano fra loro.
69«Che avete?», chiede Gesù.
«E noi? Noi non sapevamo questo e abbiamo preso donna. Ma ci piacerebbe essere come Tu dici…», dice per tutti Bartolomeo.
70«Né vi è interdetto farlo d’ora in poi. Vivete in continenza, vedendo nella compagna la sorella, e grande merito ne avrete agli occhi di Dio. Ma affrettate il passo. Per essere a Pella prima della pioggia».
358. A Pella. Il giovinetto Jaia e la madre di Marco di Giosia[202].
A Pella una turba di stolti.
Da Gadara a Pella.
1La strada che da Gadara va a Pella corre per una zona fertile, distesa fra due ordini di colli, l’uno più alto dell’altro. Sembrano due enormi scalini di una scala da giganti favolosi, per salire dalla valle del Giordano ai monti dell’Auran. Quando la strada si accosta maggiormente allo scaglione di occidente, l’occhio domina non solo sui monti dell’altra sponda, credo quelli della Galilea meridionale e certamente quelli della Samaria, ma anche sulla verde bellezza che fa da ala all’azzurro fiume dall’una parte e dall’altra. Quando se ne scosta, avvicinandosi alle catene di oriente, allora perde di vista la valle del Giordano, ma ancora vede le cime delle catene di Samaria e di Galilea stagliarsi col loro verde sul cielo grigio. In giorno di sole sarebbe un bel panorama, dalle tinte vaghe di bellezza e decise. Oggi che il cielo è ormai tutto coperto di nuvole basse, ammonticchiate dallo scirocco che cresce sempre e spinge nuovi ammassi di nuvole pesanti a sovrapporsi a quelli già esistenti, abbassando il cielo con tutta questa ovatta grigia e arruffata, il panorama perde la luminosità dei verdi, che appaiono smorzati come per una opacità di nebbia.
Turba di ciechi, miseria, sudiciume, stracci.
2Qualche paesello viene raggiunto e sorpassato senza che accada nulla di notevole. L’indifferenza accoglie e segue il Maestro. Solo gli accattoni non mancano di interessarsi del gruppo di pellegrini galilei, e vanno chiedendo elemosina. Non mancano i soliti ciechi dagli occhi per lo più distrutti dal tracoma, o i quasi ciechi che vanno a capo basso, mal soffrendo la luce, rasente ai muri, talora soli, altre volte uniti ad una donna o ad un bambino. In un paese, dove si interseca la strada per Pella con quella di Gerasa e Bosra per il lago di Tiberiade, ve ne è tutta una turba, che assalta le carovane coi suoi lamenti simili ad uggiolii di cani, rotti ogni tanto da veri ululati. Stanno in ascolto, un gruppo di miseria, di sudiciume e di stracci, addossato alle mura delle prime case, rosicchiando croste di pane e ulive, oppure sonnecchiano mentre le mosche pascolano a loro piacere sulle palpebre ulcerate; ma al primo rumore di zoccoli o al primo scalpiccio di numerosi piedi, sorgono e vanno, simili ad un cencioso coro di tragedia antica, tutti con le stesse parole gli stessi gesti, verso i sopravvenienti. Qualche moneta vola e qualche tozzo di pane, e i ciechi o i semi-ciechi annaspano nella polvere e nelle lordure per trovare l’obolo. Gesù li osserva e dice a Simone Zelote e a Filippo: «Portate loro denaro e pane. Il denaro lo ha Giuda, il pane Giovanni».
L’animale è meno stolto dello stolto vero.
3I due vanno avanti solleciti a fare quanto è stato ordinato e si fermano a parlare mentre Gesù viene avanti adagio, ritardato da una fila di asinelli che sbarra la via. I mendichi sono stupiti del saluto e della grazia con i quali vengono salutati e beneficati dai sopraggiunti, e chiedono: «Chi siete che avete buona grazia con noi?».
4«I discepoli di Gesù di Nazareth, il Rabbi di Israele, Colui che ama i poveri e gli infelici perché è il Salvatore, e passa annunziando la Buona Novella e facendo miracoli».
5«Il miracolo è questo», dice uno dalle palpebre atrocemente devastate. E picchia sul suo pezzo di pane pulito, vero animale che non sente e ammira che le cose materiali.
La iena se ne intende solo di carogne.
6Una donna, che passa con le brocche di rame e che sente, dice: «Taci là, lurido poltrone». E si volge ai discepoli dicendo: «Non è del paese. Ed è rissoso e violento coi suoi simili. Bisognerebbe cacciarlo perché ruba ai poveri del paese. Ma abbiamo paura delle sue vendette»; e piano, proprio con un filo di voce, mormora: «Si dice che sia un ladrone che per anni ha rubato e ucciso, calando dai monti di Caracamoab e di Sela, che ora è detta Petra dai dominatori, coloro che fanno le vie dei deserti. Si dice che è un soldato disertore di quel romano venuto là a … fare conoscere Roma… Elio, mi pare, e un altro nome ancora… Se lo fate bere racconta… Ora, cieco, è capitato qui… É quello il Salvatore?», chiede poi accennando Gesù che è passato diritto.
«É quello. Gli vuoi parlare?».
«Oh! no!», dice la donna indifferente.
Un miracolo parlerà del Messia.
Jaia, il fanciullo cieco
7I due apostoli la salutano e si avviano a raggiungere il Maestro. Ma un tumulto avviene fra i ciechi e vi è un pianto quasi di fanciullo. Si voltano in diversi, e la donna di prima, che è sulla soglia della sua casa, spiega: «Sarà quel crudele che leva i soldi ai più deboli. Fa sempre così».
8Anche Gesù si è voltato a guardare…
Infatti un fanciullo, meglio, un adolescente, esce sanguinando e piangendo dal gruppo e si lamenta: «Tutto mi ha levato! E la mamma non ha più pane!».
Chi compassiona, chi ride…
9«Chi è?», chiede Gesù alla donna.
«Un fanciullo di Pella. Povero. Viene mendicando. Tutti ciechi nella casa, per malattia presa l’uno dall’altro. Il padre è morto. La madre sta in casa. Il giovinetto chiede l’obolo ai passanti e ai contadini».
Il ragazzo viene avanti col suo bastoncello, asciugandosi il pianto e il sangue, che gli scende dalla fronte, con un angolo del suo mantello sdruscito.
10La donna lo chiama: «Fermati, Jaia. Ti laverò la fronte e ti darò un pane!».
11«Avevo denaro e pane per più giorni! Ora più niente! La mamma mi aspetta per mangiare…», si lamenta l’infelice mentre si deterge con l’acqua della donna.
Il ceco si fa condurre alla Luce.
12Gesù si fa avanti e dice: «Ti darò quanto ho. Non piangere».
«Ma Signore! Perché? Dove alloggeremo? Che faremo?», dice inquieto Giuda.
13«Loderemo Dio che ci conserva sani. É già somma grazia».
Il ragazzo dice: «Oh! sì che lo è! Ci vedessi! Lavorerei io, per la mamma».
14«Vorresti guarire?».
«Sì».
15«Perché non vai dai medici?».
«Nessuno ci ha mai guariti. Ci hanno detto che c’è Uno in Galilea che non è medico ma guarisce. Ma come si fa ad andare da Lui?».
«Va’ a Gerusalemme. Al Getsemani. É un uliveto alle falde del monte degli ulivi presso la via di Betania. Chiedi di Marco e di Giona. Tutti quelli del sobborgo di Ofel te lo indicheranno. Puoi unirti a una carovana. Ne passano tante. A Giona chiedi di Gesù di Nazareth…»
«Ecco! É quello il nome! Mi guarirà?».
16«Se hai fede, sì».
«E fede ho. Tu dove vai, Tu che sei buono?».
17«A Gerusalemme, per la Pasqua».
«Oh! prendimi con Te! Non ti darò noia. Dormirò all’aperto e mi basterà un pezzo di pane! Andiamo a Pella… Tu vai là, vero? E lo diciamo alla madre, e poi si va… Oh! vederci! Sii buono, Signore! …». E il giovanetto si inginocchia cercando i piedi di Gesù per baciarli.
18«Vieni. Ti condurrò alla luce».
«Te benedetto!».
Sulla via della santità.
19Riprendono a camminare e la mano affusolata di Gesù tiene per un braccio il fanciullo per guidarlo sollecitamente. E il fanciullo parla.
«Tu chi sei? Un discepolo del Salvatore?».
20«No».
«Ma lo conosci, almeno?».
21«Sì».
«E credi che mi guarirà?».
22«Lo credo».
«Ma… vorrà denaro? Non ne ho. I medici ne vogliono tanto! Alla fame siamo andati per curarci…»
23«Gesù di Nazareth non vuole che fede e amore».
«É molto buono, allora. Però anche Tu sei buono», dice il giovinetto, e per prendere e carezzare la mano che lo conduce palpeggia la manica della veste.
«Che bell’abito che hai! Sei un signore! Non ti vergogni di me, stracciato come sono?».
24«Mi vergogno solo delle colpe che disonorano l’uomo».
«Io ho quelle di mormorare qualche volta sul mio stato e di desiderare abiti caldi, pane e soprattutto la vista».
25Gesù lo carezza: «Non sono colpe disonoranti queste. Però cerca di non avere neanche queste imperfezioni e sarai santo».
«Ma se guarisco non le avrò più… Oppure… non guarisco e Tu lo sai, e mi prepari alla mia sorte e mi istruisci a santificarmi come Giobbe?».
26«Tu guarirai. Ma dopo, soprattutto dopo, devi sempre essere contento del tuo stato anche se non sarà dei più lieti».
27Pella è raggiunta. Le ortaglie che sempre precedono le città espongono la fecondità delle loro aiuole con un verzichio rigoglioso di verdure. Delle donne intente al lavoro sui solchi, oppure alle conche del bucato, salutano Jaia e gli dicono: «Torni presto, oggi. Ti è andata bene?», o anche: «Hai trovato un protettore, povero figlio?». Una, anziana, grida dal fondo di un’ortaglia: «O Jaia! Se hai fame c’è una scodella per te. Se no per tua madre. Vai a casa? Prendila».
28«Vado a dire alla mamma che vado con questo signore buono a Gerusalemme per guarire. Conosce Gesù di Nazareth e mi ci conduce».
Fede che spia e salva.
La madre di Marco, l’indemoniato.
29La via, quasi alle porte di Pella, è piena di folla. Vi sono mercanti, ma vi sono anche pellegrini.
30Una donna di buon aspetto, che viaggia su un ciuco, accompagnata da una serva e da un servo, si volta sentendo parlare di Gesù e poi tira le redini, ferma il ciuco, scende e si dirige da Gesù. «Tu conosci Gesù di Nazareth? E vai da Lui? Io pure ci vado… Per la guarigione di un figlio. Vorrei parlare col Maestro perché…». Si mette a piangere sotto il fitto velo.
31«Che malattia ha tuo figlio? Dove sta?».
«È di Gerasa. Ma ora è verso la Giudea. Va come un invasato… Oh! che ho detto!».
32«È indemoniato?».
«Signore, lo era e fu guarito. Ora… è più demonio di prima perché… Oh! posso dire questo solo a Gesù di Nazareth!».
33«Giacomo, prendi il fanciullo fra te e Simone, e andate avanti con gli altri. Mi attenderete di là della porta. Donna, puoi mandare avanti i servi. Parleremo fra noi».
34La donna dice: «Ma Tu non sei il Nazareno! Solo a Lui io voglio parlare. Perché Lui solo può capire e avere misericordia».
35Ormai sono soli, però. Gli altri vanno avanti per conto loro. Gesù attende che la via sia vuota e poi dice: «Puoi parlare. Io sono Gesù di Nazareth».
La donna ha un gemito e fa per cadere in ginocchio.
36«No. La gente non deve sapere per ora. Andiamo. Là vi è una casa aperta. Chiederemo riposo e parleremo. Vieni».
Vanno per una stradella fra due ortaglie ad una casa popolana sulla cui aia ruzzano dei bambini.
37«La pace sia con voi. Mi permettete di fare riposare la donna per qualche momento? Devo parlare con lei. Veniamo da lontano per poterci parlare e Dio ci ha uniti prima della mèta».
38«Entrate. L’ospite è benedizione. Vi daremo latte e pane, e acqua per i piedi stanchi», dice una vecchia.
39«Non occorre. Ci basta un luogo quieto per poter parlare».
«Venite», e li conduce su una terrazza che si inghirlanda di una vite che sboccia in foglie smeraldine.
Restano soli.
La madre spia per il figlio.
40«Parla, donna. Io l’ho detto: Dio ci ha uniti prima della mèta per tuo sollievo».
41«Non c’è, non c’è sollievo più per me! Avevo un figlio. Divenne indemoniato. Una belva nei sepolcri. Nulla lo teneva. Nulla lo guariva. Ti vide. Ti adorò con la bocca del demonio e Tu lo guaristi. Voleva venire con Te. Tu pensasti alla madre sua e me lo mandasti. A ridarmi vita e ragione che vacillavano così, per il dolore di un figlio indemoniato. E lo mandasti anche perché ti predicasse, posto che voleva amarti. Io… oh! esser madre di nuovo e di un figlio santo! Di un tuo servo! Ma dimmi, dimmi! Quando lo hai mandato indietro Tu sapevi che egli era… che sarebbe divenuto un demonio ancora? Perché è un demonio, che ti lascia dopo tanto bene avuto, dopo averti conosciuto, dopo essere stato eletto al Cielo… Dimmelo! Lo sapevi? Ma io vaneggio! Parlo e non ti dico perché è un demonio… È tornato come un folle da qualche tempo, oh! pochi giorni! ma più penosi per me dei lunghi anni in cui fu posseduto… E allora credevo che mai avrei avuto dolori più grandi di quello… È venuto… e ha demolito la fede che Gerasa coltivava per Te, per tuo e suo merito, dicendo infamie di Te. E ti precede verso il guado di Gerico facendoti del male, facendoti del male!».
42La donna, che non si è mai levata il velo dietro il quale singhiozza straziatamente, si getta ai piedi di Gesù supplicando: «Va’ via! va’ via! Non ti fare insultare! Io sono partita, d’accordo col marito malato, pregando Dio di trovarti. Mi ha esaudita! Oh! ne sia benedetto! Non voglio, non voglio permettere io che Tu, Salvatore, sia malmenato per causa di mio figlio! Oh! perché l’ho messo al mondo? Ti ha tradito, Signore! Riporta male le tue parole. Il demonio lo ha ripreso. E… oh! Altissimo e Santo! Pietà di una madre! E sarà dannato. Mio figlio, mio figlio! Prima non ne aveva colpa di essere pieno di demoni. Era una sventura capitata a lui. Ma ora! Ma ora che Tu lo avevi graziato, ora che aveva conosciuto Dio, ora che Tu lo avevi istruito! Ora egli ha voluto essere un demonio, e nessuna forza lo libererà più! Oh! Oh!». La donna è gettata al suolo, mucchio di vesti e di carni che si agitano nei singhiozzi. E geme: «Dimmi, dimmi, che devo fare per Te, per mio figlio? Per riparare! Per salvare! No. Riparare! Tu vedi che il mio dolore è riparazione. Ma salvare! Non posso salvare il rinnegatore di Dio. È dannato… E per me, israelita, cosa è questo? Tormento».
Con che mezzi si salvano le anime?
43Gesù si china. Le posa la mano sulla spalla. «Alzati, calmati! Tu mi sei cara. Ascolta, povera madre».
«Non mi maledici di averlo generato?!».
44«Oh! no! Non sei responsabile del suo errore e, sappilo per tuo conforto, puoi invece essere causa della sua salvezza. Le rovine dei figli possono essere riparate dalle madri. E tu lo farai. Il tuo dolore, perché è buono, non è sterile, ma è fecondo. Per il tuo soffrire sarà salva l’anima che ami. Tu espii per lui, ed espii con così retta intenzione che tu sei l’indulgenza del figlio tuo. Egli tornerà a Dio. Non piangere».
45«Ma quando? Quando mai?».
46«Quando il tuo pianto si sarà disciolto nel mio Sangue».
47«Il tuo Sangue? Ma allora è vero ciò che egli dice? Che Tu sarai ucciso perché degno di morte?… Bestemmia orrenda!».
48«È verità vera nella prima parte. Io sarò ucciso per farvi degni di Vita. Sono il Salvatore, donna. E salvezza si dà con la parola, con la misericordia e con l’olocausto. Per tuo figlio questo ci vuole. E questo darò. Ma tu aiutami. Dammi il tuo dolore. Va’ con la mia benedizione. Conservala in te per poter essere misericorde e paziente presso tuo figlio e ricordargli così che Un altro fu misericorde con lui. Va’, va’ in pace».
49«Ma Tu non parlare a Pella! Non parlare in Perea! Egli te li ha messi contro. E non è solo. Ma io vedo e parlo solo di lui…».
50«Parlerò con un atto. E sarà sufficiente ad annullare l’opera di altri. Va’ in pace alla tua casa».
51«Signore, ora che mi hai assolta di averlo generato, vedi il mio volto per conoscere quale è il viso di una madre quando è straziata», e si scopre il volto dicendo: «Ecco la faccia della madre di Marco di Giosia, rinnegatore del Messia e torturatore della sua genitrice», e riabbassa poi il fitto velo sul volto devastato dal pianto gemendo: «Nessun’altra madre d’Israele sarà pari a me nel dolore!».
52Scendono dal luogo ospitale e riprendono la via. Entrano in Pella e si riuniscono: la donna ai servi, Gesù ai discepoli. Ma la donna lo segue come affascinata mentre Gesù va dietro al ragazzo che si dirige alla sua casupola, situata in uno scantinato di una costruzione addossata al fianco del monte, caratteristica di questa città che sale a scaglioni, di modo che il terreno del lato ovest è il secondo piano del lato est, ma in realtà è un terreno anche là, perché vi si può accedere dalla via soprastante che è al livello dell’ultimo piano. Non so se riesco a spiegarmi bene.
Fede della madre di Jaia.
53Il ragazzo chiama forte: «Madre! Madre!».
Dall’antro misero e buio viene avanti una donna ancora giovane, cieca, disinvolta perché cognita dell’ambiente.
54«Già di ritorno, figlio mio? Così numerosi gli oboli da farti tornare mentre è ancora alto il giorno?».
55«Mamma, ho trovato uno che conosce Gesù di Nazareth e che dice che mi conduce da Lui per essere guarito. É molto buono. Mi lasci andare, mamma?».
56«Ma sì, Jaia! Anche se resto sola, va’, va’, benedetto, e guardalo anche per me il Salvatore!».
57L’adesione, la fede della donna è assoluta.
58Gesù sorride. Parla: «Tu non dubiti, donna, né di me, né del Salvatore?».
59«No. Se tu lo conosci e gli sei amico, non puoi essere che buono. Lui poi! Va’, va’, figlio! Non tardare un momento. Diamoci un bacio e va’ con Dio».
60Si baciano, trovandosi a tentoni. Gesù pone sulla tavola grezza un pane e delle monete.
61«Addio, donna. Qui vi è di che procurarti cibo. La pace sia con te».
Guarigione di Jaia, evangelizzatore della Luce.
62Escono. La comitiva riprende l’andare. Cadono le prime gocce di pioggia.
«Ma non ci fermiamo? Piove…», dicono gli apostoli.
63«Ci fermeremo a Jabes Galaad. Camminate».
Si tirano su i mantelli sul capo e Gesù stende il suo sul capo del ragazzo. La madre di Marco di Giosia lo segue coi servi, sul suo asinello. Sembra non si possa separare da Lui.
Escono da Pella. Si inoltrano per la campagna verde e triste nella giornata piovosa.
64Fanno almeno un chilometro, poi Gesù si ferma. Prende il capo del ciechino fra le mani e lo bacia sugli occhi spenti dicendo: «Ed ora torna indietro. Va’ a dire a tua madre che il Signore premia chi ha fede, e va’ a dire a quelli di Pella che questo è il Signore». Lo lascia andare e si allontana rapido.
65Ma non passano tre minuti che il ragazzo grida: «Ma io ci vedo! Oh! non fuggire! Tu sei Gesù! Fa’ che io veda Te per primo!», e cade in ginocchio sulla via bagnata di pioggia.
66La donna gerasena e i servi da una parte, gli apostoli dall’altra, corrono a vedere il miracolo. Anche Gesù torna, lentamente, sorridente. Si china ad accarezzare il ragazzo. «Va’, va’ dalla mamma e sappi credere in Me, sempre».
67«Sì, Signor mio… Ma alla mamma nulla?! Nel buio lei che crede come me?».
68Gesù sorride più luminosamente ancora. Si guarda intorno. Vede sul ciglio della via un ciuffo di margheritine roride d’acqua. Si china e le coglie, le benedice, le dà al fanciullo. «Passale sugli occhi di tua madre ed ella vedrà. Io non torno indietro. Io vado avanti. Chi è buono mi segua col suo spirito e parli di Me ai dubbiosi. Tu parla di Me a Pella che tituba nella fede. Va’. Dio è con te».
69E poi si volge alla donna di Gerasa: «E tu seguilo. Questa è la risposta di Dio a tutti coloro che tentano sminuire la fede degli uomini nel Cristo. E ciò rafforzi la tua fede e quella di Giosia. Va’ in pace».
70Si separano. Gesù riprende la marcia a sud. Il fanciullo, la gerasena e i servi, verso nord. Il velo dell’acqua fitta li separa come dietro una tenda fumosa…
359. Nella capanna di Mattia
presso Jabes Galaad[203].
Una genìa di ribelli.
Respinti e cacciati da ogni luogo.
1La valle profonda e boscosa dove sorge Jabes Galaad è sonante per un torrentello molto gonfio che va spumando al prossimo Giordano. Cupezza di crepuscolo e cupezza di giornata aggravano gli aspetti cupi delle selve, e perciò il paese appare triste e inospitale fin dal primo momento.
2Tommaso, sempre di buon umore nonostante che le sue vesti siano nello stato di un panno levato da una tinozza, dalla testa ai fianchi e dai fianchi ai piedi fango che cammina, dice: «Uhm! non vorrei che dopo secoli si vendicasse su di noi, questo paese, della brutta sorpresa avuta da Israele[204]. Basta! Andiamo a soffrire per il Signore».
3Non li accoppano, questo no. Ma li cacciano da ogni luogo, chiamandoli ladroni e peggio ancora, e Filippo con Matteo devono fare una bella corsa per salvarsi da un grosso cane che un pastore ha aizzato contro di loro, andati a bussare alla porta dell’ovile chiedendo ricovero per la notte, «almeno sotto le tettoie delle bestie».
Un branco di brontoloni.
4«E ora che facciamo?».
«Non abbiamo pane».
«E non denari. Senza denari non si trova né pane né alloggio!».
«E siamo fradici, gelati, affamati».
«E viene la notte. Saremo belli domani mattina, dopo una notte nel bosco!».
5Su dodici che sono, sette brontolano apertamente, tre hanno il malcontento scritto sul viso e, anche se tacciono, è come parlassero. Simone Zelote va a capo chino, indecifrabile. Giovanni pare sulla brage accesa e la sua testa si volta veloce dai brontoloni a Gesù, da questo a quelli, con la pena dipinta sul viso. Gesù continua ad andare personalmente, posto che gli apostoli si rifiutano o lo fanno con timore, a bussare di casa in casa, percorrendo paziente le stradette mutate in pantani scivolosi e fetidi. Ma dovunque è respinto.
6Sono all’estremità del paese, là dove la valle già si allarga nei pascoli della pianura transgiordanica. Qualche rara casa resta ancora… E sono tutte delusioni…
7«Cerchiamo nei campi. Giovanni, riesci tu a salire su quest’olmo? Dall’alto puoi vedere».
«Sì, mio Signore».
«L’olmo è scivoloso di pioggia. Il ragazzo non riuscirà e si farà del male. Così, per soprappiù, avremo anche un ferito», brontola Pietro.
8E Gesù, mite: «Salirò Io».
9«Questo poi no!», urlano in coro. E più di tutti urlano i pescatori, aggiungendo: «Se è pericoloso per noi che siamo pescatori, cosa vuoi potere Tu che non ti sei mai arrampicato sugli spigoli e sulle corde?».
10«Lo facevo per voi. Per cercarvi un ricovero. Per Me è indifferente. Non è l’acqua quella che mi è penosa…».
11Quanta tristezza! Quanto richiamo alla pietà per Lui è nella voce! Qualcuno lo sente e tace. Altri, e questi sono proprio Bartolomeo e Matteo, dicono: «Ormai è troppo tardi per provvedere. Si doveva pensarci prima».
12«Già, e non fare i capricci col volere partire da Pella benché già piovesse. Sei stato caparbio e imprudente, e ora tutti ne paghiamo lo scotto. Cosa vuoi provvedere, ora? Se avessimo avuto una ben nutrita borsa, vedi che tutte le case si sarebbero aperte! Perché non fai un miracolo, almeno un miracolo per i tuoi apostoli, Tu che ne fai anche agli indegni?», dice Giuda di Keriot gestendo come un matto, aggressivo, tanto che gli altri, benché in fondo la pensino in parte come lui, sentono il bisogno di richiamarlo al rispetto.
13Gesù pare già il Condannato che guarda mite i suoi carnefici. E tace. Questo tacere, che si fa sempre più frequente in Gesù da qualche tempo, preludio al “grande tacere” davanti al Sinedrio, a Pilato e a Erode, mi fa tanta pena. Mi sembrano quelle pause di silenzio che si sentono nel lamento di un morente, che non sono calma nei dolori ma preludio della morte. Mi sembra che gridino, questi silenzi di Gesù, più di ogni parola, col loro tacere, e dicano tutto il dolore di Gesù davanti all’incomprensione degli uomini e al loro disamore. E la sua mitezza che non reagisce, lo stare così col capo un po’ basso, me lo fanno apparire già legato, consegnato al livore degli uomini.
«Perché non parli?», gli chiedono.
14«Perché direi parole che il vostro cuore non intenderebbe in quest’ora… Andiamo. Cammineremo per non ghiacciarci… E perdonate…».
15Si volta rapido, mettendosi in testa alla comitiva che un po’ lo compassiona, un po’ lo accusa e un po’ dà la voce ai compagni.
Una capanna in vista.
16Giovanni resta lentamente indietro, fa in modo che non se ne accorga nessuno. Poi va ad un alto piantone, mi pare un pioppo o un frassino, e gettati via mantello e veste si dà a salire seminudo, faticosamente, finché i primi rami non gli agevolano la salita. Va su, su, su, come un gatto. Talora scivola, anche, ma si riprende. É quasi in vetta. Scruta l’orizzonte nelle ultime luci, che qui, in aperta pianura, e per un assottigliamento delle nubi plumbee, sono più chiare che nella valle. Aguzza lo sguardo in ogni senso. Ed ha infine un atto di gioia. Si lascia scivolare rapidamente a terra, si riveste, si dà a correre raggiungendo e sorpassando i compagni. Eccolo al fianco del Maestro. Dice col fiato corto per la fatica fatta e la corsa: «Una capanna, Signore… una capanna verso oriente… Ma occorre tornare indietro… Sono salito su un albero… Vieni, vieni…».
17«Io vado con Giovanni da questa parte. Se volete venire venite, altrimenti proseguite sino al prossimo paese lungo il fiume. Ci troveremo là», dice Gesù serio e deciso. Lo seguono tutti per i prati ammollati.
«Ma si torna verso Jabes!».
«Io non vedo case…».
«Chissà cosa ha visto il ragazzo!»
«Un pagliaio forse».
«O la capanna di un lebbroso».
Modello di ospitalità.
L’uomo del cuore grande e ornato.
18«Così finiamo di bagnarci. Questi prati sembrano spugne», brontolano gli apostoli. Ma non è una capanna di lebbroso né un pagliaio quello che si disvela da dietro un fitto di tronchi. É una capanna, questo sì. Larga, bassa, simile ad un povero ovile, col tetto di paglia per metà e i muri di mota che a fatica tengono a posto i quattro piloni angolari di pietre grezze. Un recinto a palafitte è intorno alla casupola e dentro vi sono delle verdure stillanti acqua.
19Giovanni dà la voce. Si affaccia un vecchio. «Chi è?».
«Pellegrini diretti a Gerusalemme. Un ricovero in nome di Dio!», dice Gesù.
20«Sempre. É dovere. Ma capitate male. Ho poco spazio e non ho letti».
«Non importa. Avrai fuoco almeno». L’uomo armeggia alla chiusura e l’apre.
«Entrate e la pace sia con voi».
21Passano per la minuscola ortaglia. Entrano nell’unica stanza che è cucina e camera da letto. Un fuoco arde sul focolare. Vi è ordine e povertà. Non un utensile più del necessario.
«Vedete! Non ho che il cuore grande e ornato, io! Ma se vi adattate… Avete pane?».
«No. Un pugno di ulive…».
22«Io non ho pane per tutti. Ma vi farò una cosa col latte. Ho due pecore. Mi bastano. Vado a mungerle. Volete darmi i mantelli? Li stenderò nell’ovile, qui dietro. Asciugheranno un poco e domani con la fiamma faranno il resto».
23L’uomo esce carico delle stoffe umide. Tutti sono vicino alla fiamma e si rallegrano del calore.
24Torna l’uomo con una rustica stuoia. La stende. «Levatevi i sandali. Li sciacquerò dal fango e li appenderò, che si asciughino. E vi darò acqua calda per levarvi la mota dai piedi. La stuoia è rustica ma pulita e alta. Vi potrà fare piacere più del suolo freddo».
25Stacca un paiolo colmo di acqua verdastra, perché delle verdure bollono in essa, e versa l’acqua metà in un catino e metà in una conca. La allunga con acqua fredda e dice: «Ecco. Vi ristorerà. Lavatevi. Questa è una tela pulita».
26E intanto traffica al fuoco, lo avviva, versa il latte in un paiolo, lo mette al fuoco. E appena leva il bollore vi cala dei semi che mi sembrano o orzo tritato o miglio sgusciato. E rimesta la sua pappa.
L’uomo buono e giusto come Giobbe.
27Gesù, che si è lavato fra i primi, gli viene vicino: «Dio ti dia grazia per la tua carità»[205].
28«Non faccio che rendere ciò che ho avuto da Lui. Ero lebbroso. Dai trentasette ai cinquantuno lebbroso. Poi sono guarito. Ma al paese ho trovato morti i parenti, la moglie, e devastata la casa. E poi ero “il lebbroso”… Sono venuto qui. E mi sono fatto il nido. Da me e con l’aiuto di Dio. Prima una capanna di falaschi. Poi una di legno. Poi dei muri… E tutti gli anni una cosa nuova. L’anno passato ho fatto il luogo delle pecore. Le ho comperate fabbricando stuoie che vendo e stoviglie di legno. Ho un melo, un pero, un fico, una vite. Dietro ho un campetto d’orzo, davanti le verdure. Quattro coppie di colombi e due pecore. Fra poco avrò gli agnelli. E speriamo che siano femmine questa volta. Benedico il Signore e non chiedo di più. E Tu chi sei?».
29«Un galileo. Hai prevenzioni?».
«Alcuna, benché di razza giudea. Se avessi avuto figli, avrei potuto averne uno come Te… Faccio da padre ai colombini… Mi sono abituato a stare solo».
30«E per le Feste?».
«Empio le mangiatoie e vado. Prendo a nolo un asino. Corro, faccio, e torno. Mai mi è mancata una foglia. Dio è buono».
31«Sì, coi buoni e con i meno buoni. Ma i buoni sono sotto le sue ali».
32«Sì. Lo dice anche Isaia[206]… Me, mi ha protetto».
«Sei stato lebbroso però», osserva Tommaso.
33«E sono divenuto povero e solo. Ma, ecco, questa è grazia di Dio, tornare uomo e avere tetto e pane. Il mio modello nella sventura fu Giobbe. Spero di meritare come lui la benedizione di Dio, non in ricchezze ma in grazia».
34«L’avrai. Sei un giusto. Come ti chiami?»
«Mattia».
35E stacca il suo paiolo, lo porta sulla tavola, vi aggiunge burro e miele, fruga, rimette al fuoco e dice: «Ho solo sei stoviglie fra piatti e scodelle. Farete a turno».
36«E tu?».
«Chi ospita si serve per ultimo. Per primi i fratelli che Dio manda. Ecco. É pronto. E questo fa bene». E versa delle ramaiolate di pappa fumante in quattro piatti e due scodelle. I cucchiai di legno ci sono.
37Gesù consiglia i più giovani a mangiare.
«No. Tu, Maestro», dice Giovanni.
38«No, no. É bene che si sazi Giuda e veda che c’è sempre cibo per i figli».
L’Iscariota cambia colore ma mangia.
39«Sei un rabbi?». «Sì. Questi sono i miei discepoli».
40«Io andavo dal Battista, quando era a Betabara. Sai nulla del Messia? Dicono che c’è e che Giovanni lo ha indicato. Quando vado a Gerusalemme spero sempre di vederlo. Ma non ci sono mai riuscito. Io compio il rito e non mi fermo. Per questo sarà che non lo vedo. Qui sono isolato e poi… Gente non buona in Perea. Ho parlato con dei pastori, vengono qui per i pascoli. Loro sapevano. Mi hanno detto. Che parole! Chissà poi quando dette da Lui! …»
41Gesù non si disvela. É la sua volta di mangiare e lo fa serenamente presso il vecchio buono.
42«E ora? Come faremo per il sonno? Vi cedo il letto. Ma è uno solo… Io andrò dalle pecore».
43«No, ci andremo noi. Il fieno è buono per chi è stanco».
Pella e Jabes, città pentite.
44La cena è finita e pensano di coricarsi per partire all’aurora. Ma il vecchio insiste e nel suo letto ci va Matteo, molto costipato. Ma l’aurora è un diluvio. Come partire sotto quelle cateratte? Danno ascolto al vecchio e sostano. Intanto le vesti vengono spazzolate, asciugate, unti i sandali, riposate le membra. Il vecchio ricuoce orzo nel latte per tutti e poi mette delle mele nella cenere. Il loro pasto. E lo stanno consumando quando viene dal di fuori una voce.
45«Un altro pellegrino? Come faremo?», dice il vecchio. Ma si alza ed esce ravvolto in una coperta di lana grezza, impermeabile. Nella cucina vi è calore di fuoco, ma non di buon umore. Gesù tace.
46Torna il vecchio con gli occhi sbarrati. Guarda Gesù, guarda gli altri. Pare abbia paura… pare sia incerto e indagatore. Infine dice: «Fra voi c’è il Messia? Ditelo, ché quei di Pella lo cercano per adorarlo, per un grande miracolo fatto da Lui. Hanno bussato da ieri sera a tutte le case fino al fiume, fino al primo paese… Ora, al ritorno, hanno pensato a me. Qualcuno ha indicato la mia casa. Sono fuori, coi carri. Tanta gente!».
47Gesù si alza. I dodici dicono: «Non ci andare. Se hai detto che era prudente avere evitato di sostare a Pella, è inutile mostrarti ora».
48«Ma allora!… Oh! Benedetto! Benedetto Tu e chi ti ha mandato. E me che ti ho accolto! Tu sei il Rabbi Gesù, quello… Oh!».
L’uomo è in ginocchio, fronte a terra.
49«Sono Io. Ma lasciami andare da questi che mi cercano. Poi verrò da te, uomo buono».
50Si libera le caviglie strette dalle mani del vecchio ed esce nell’ortaglia inondata.
«Eccolo! Eccolo! Osanna!».
52Si gettano dai carri. Sono uomini e donne, e c’è il ciechino di ieri e la madre, e c’è la gerasena. Incuranti del fango, si inginocchiano e supplicano: «Torna, torna indietro! Da noi. A Pella».
53«No, a Jabes», urlano altri, certo di Jabes. «Ti vogliamo! Siamo pentiti di averti cacciato!», urlano quelli di Jabes.
54«No, da noi. A Pella dove è vivo il tuo miracolo. A loro gli occhi. A noi la luce nell’anima».
55«Non posso. Vado a Gerusalemme. Là mi troverete».
«Sei corrucciato perché ti abbiamo scacciato».
56«Sei disgustato perché sai che avevamo creduto alle calunnie di un peccatore».
La madre di Marco si copre il viso piangendo.
«Dillo tu, Jaia, a Colui che ti ha amato, di tornare».
57«Mi troverete a Gerusalemme. Andate e perseverate. Non siate simili ai venti che vanno in ogni direzione. Addio».
«No. Vieni. Ti rapiamo con la forza se non vieni».
58«Voi non alzerete la mano su Me. Questa è idolatria, non vera fede. La fede crede anche senza vedere. Persevera anche se combattuta. Cresce anche senza miracoli. Resto da Mattia, che ha saputo credere senza nulla vedere e che è un giusto».
59«Almeno accetta i nostri doni. Denaro, pane. Ci hanno detto che avete dato tutto quanto avevate a Jaia e a sua madre. Prendi un carro. Andrai con quello. Lo lascerai a Gerico da Timone alberghiere. Prendilo. Piove e pioverà. Sarai riparato. Farai presto. Mostraci che non ci odii».
60Essi al di là della palizzata, Gesù al di qua, si guardano, e quelli di là tumultuano. Dietro a Gesù il vecchio Mattia in ginocchio, a bocca aperta, e poi, in piedi, gli apostoli.
61Gesù tende la mano e dice: «Accetto per i poveri. Ma non accetto il carro. Sono il Povero fra i poveri. Non insistete. Jaia, donna, e tu di Gerasa, venite, che vi benedica in particolare».
62E avutili vicini, poiché Mattia ha aperto la palizzata, li carezza e benedice, e li congeda. Benedice poi gli altri che si sono affollati sulla soglia, dando agli apostoli monete e viveri, e li congeda.
Frutto della Misericordia.
Torna in casa…
«Perché non hai parlato loro?».
63«Parla il miracolo dei due ciechi».
«Perché non hai preso il carro?».
64«Perché è bene andare a piedi».
65E si volge a Mattia: «Ti avrei ricompensato con le benedizioni. Ora posso unirvi un poco di denaro per le spese che ti costiamo…»
66«No, Signore Gesù… Non lo voglio. Ho fatto ciò di buon cuore. E ora, ora lo faccio servendo il Signore. Non paga il Signore. Non vi è tenuto. Sono io che ho avuto, non Tu! Oh! questo giorno! Verrà, col suo ricordo, fino nell’altra vita!».
67«Hai detto bene. La tua misericordia verso i pellegrini la troverai scritta in Cielo[207], e così il tuo pronto credere… Non appena schiarirà un poco ti lascerò. Essi potrebbero tornare. Insistenti finché il miracolo li scuote, e poi… torpidi come prima, o nemici. Io vado. Fino ad ora ho sostato cercando convertirli. Ora vengo e passo, senza sostare. Vado al mio destino che mi incalza. Dio e l’uomo mi spronano, e non posso più sostare. Mi pungola l’amore e mi pungola l’odio. Chi mi ama mi può seguire. Ma il Maestro non corre più dietro alle pecore riottose».
«Non ti amano, Maestro divino?», chiede Mattia.
68«Non mi comprendono».
«Cattivi sono».
69«Li appesantiscono le concupiscenze».
70L’uomo non osa più essere confidenziale come prima. Pare sia di fronte all’altare. Gesù, all’opposto, ora che non è più lo Sconosciuto, è meno sostenuto e parla al vecchio come a un parente.
71E così passano le ore fino ad un principio di meriggio. La nube, rotta, promette sospensione alla pioggia. Gesù ordina la partenza. E, mentre il vecchio va a prendere i mantelli asciutti, depone in un cassetto delle monete e fa mettere pani e formaggi in una madia.
72Torna il vecchio e Gesù lo benedice. Poi riprende il cammino, volgendosi ancora a guardare la testa bianca che sporge dalla palizzata oscura.
360. Il malumore
degli apostoli e il riposo in una grotta. L’incontro con Rosa
di Gerico[208]
Il malumore degli apostoli.
Fra tre corsi d’acqua in piena.
1La pianura del lato orientale del Giordano, per le continue piogge, pare divenuta una laguna, specie nel luogo dove si trovano adesso Gesù e gli apostoli. Hanno da poco superato un torrente che scende da una stretta gola delle vicine colline, che sembra facciano tutta una diga ciclopica, dal nord al sud, lungo il Giordano, rotta qua e là da strette vallate dalle quali sgorga l’inevitabile torrente. Sembra che una grande smerlettatura di colli sia stata messa da Dio a fare contorno alla grande valle del Giordano, da questa parte. Direi persino una smerlettatura monotona, tanto è uguale nelle sporgenze, negli aspetti e anche molto nelle altezze.
2Il gruppo apostolico è fra i due ultimi torrenti, straripati per giunta presso le rive, e perciò più ampi di letto, specie quello a sud che è imponente per la massa d’acqua che convoglia dalle montagne e che rumoreggia torbida nell’avviarsi al Giordano, che si sente a sua volta frusciare forte, specie là dove le curve naturali, quasi potrei dire le strozzature che ha di continuo, o la confluenza di un suo emissario, producono un ingorgo d’acque. Orbene, Gesù fra questo triangolo mozzo, fatto di tre corsi d’acqua in piena, e trarre le gambe da quel pantano non è cosa facile.
La virtù si perfeziona nella prova.
3L’umore apostolico è più torbido della giornata. Ed è tutto dire. Tutti vogliono dire la loro. E ogni cosa detta cela, sotto apparenza di un consiglio, un rimprovero. É l’ora dei: «Io lo avevo detto», «Se si fosse fatto come consigliavo», ecc. ecc., così urtanti per chi ha commesso un errore ed è già accasciato di averlo fatto.
4Qui si dice: «Era meglio passare il fiume all’altezza di Pella e andare per l’altra parte, che è meno brutta», oppure: «Era bene prenderlo quel carro! Abbiamo fatto i bravi, ma poi…», e anche: «Se rimanevamo sui monti non c’era questo fango!».
5Giovanni dice: «Siete i profeti delle cose fatte. Chi lo prevedeva questo insistere di pioggia?».
6«É il suo tempo. Era da prevedersi», sentenzia Bartolomeo.
7«Gli altri anni non era così, avanti Pasqua. Io venni a voi che il Cedron non era certo pieno, e l’anno passato ebbimo persino dell’asciuttore. Voi, che vi lamentate, non ricordate la sete che ebbimo nella pianura filistea?», dice lo Zelote.
8«Eh! É naturale! Parlano i due saggi e ci danno la voce!», dice ironico Giuda di Keriot.
9«Tu taci, per favore. Sai solo criticare. Ma al momento buono, quando c’è da parlare con qualche fariseo o simile, sei zitto come avessi la lingua legata», gli dice inquieto il Taddeo.
10«Sì. Ha ragione. Perché non hai ribattuto una parola, all’ultimo paese, a quei tre serpenti? Tu lo sapevi che siamo stati anche a Giscala e a Meieron, rispettosi e ossequienti, e che là c’è voluto andare Lui, proprio Lui che onora i grandi rabbi defunti. Ma non hai parlato! Tu sai come Egli esige da noi rispetto alla Legge e ai sacerdoti. Ma non hai parlato! Ora parli. Ora, perché c’è da fare della ironia sui migliori di noi e da fare critiche a ciò che fa il Maestro», incalza Andrea che, di solito paziente, oggi è proprio nervoso.
11«Taci tu. Giuda ha torto, lui che è amico di molti, di troppi samaritani…», dice Pietro.
12«Io? Chi sono questi? Fanne il nome, se puoi».
«Sì, caro. Tutti i farisei, sadducei, potenti di cui vanti l’amicizia, e che ti conoscano si vede! Me, non mi salutano mai. Ma tu, sì».
13«Ne sei geloso! Ma io sono uno del Tempio e tu no».
14«Per grazia di Dio sono un pescatore. Sì. E me ne vanto».
15«Un pescatore tanto stolto che non ha saputo neppure prevedere questo tempo».
16«No! L’ho detto: “Luna di nisam e fatta con pioggia vuol acqua che scende a moggia”», sentenzia Pietro.
17«Ah! qui ti ci volevo! E tu che ne dici, Giuda d’Alfeo? E tu, Andrea? Anche Pietro, il Capo, critica il Maestro!».
18«Io non critico proprio nessuno. Dico un proverbio».
19«Che, a chi lo intende, è critica e rimprovero».
20«Sì… Ma tutto ciò non serve ad asciugare la terra, mi pare. Ormai ci siamo e ci dobbiamo stare. Serbiamo il fiato per sradicare i piedi da questo pantano», dice Tommaso.
21E Gesù? Gesù tace. Va un poco avanti, sguazzando nella melma, o cercando zolle erbose emergenti. Ma anche quelle basta calpestarle perché schizzino acqua fino a metà stinco, come se il piede avesse premuto una vescica invece di una zolla erbosa. Tace, li lascia parlare, malcontenti, tutt’affatto uomini, niente più che uomini che il minimo disturbo rende irascibili e ingiusti.
L’Amore salva amando.
22Ormai è vicino il più meridionale dei fiumi e Gesù, vedendo passare lungo l’argine inondato un uomo su un mulo, chiede: «Dove è il ponte?»
«Più su. Ci passo anche io. L’altro, a valle, quello romano, è sott’acqua ormai».
Altro coro di brontolii… Ma si affrettano a seguire l’uomo che parla con Gesù.
23«Ti conviene, però, buttarti a monte», dice. E termina: «Torna in piano quando trovi il terzo fiume dopo il Yaloc. Allora sarai vicino al guado. Ma fa’ presto. Non sostare. Perché il fiume gonfia d’ora in ora. Che brutta stagione! Il gelo prima, poi l’acqua. E forte così. Un castigo di Dio. Ma è giusto! Quando non si lapidano i bestemmiatori della Legge, Dio punisce. E noi ne abbiamo di quelli! Tu sei galileo, non è vero? Allora conoscerai quello di Nazareth che i buoni abbandonano perché causa di ogni male. Le folgori attira con la sua parola! I castighi! Bisogna sentire cosa raccontano di Lui quelli che erano con Lui. Hanno ragione i farisei di perseguitarlo. Chissà che ladrone è! Deve fare paura come un Belzebù. Mi era venuta voglia di andarlo a sentire, perché prima mi era stato detto un gran bene di Lui. Ma… erano discorsi di quelli della sua banda. Tutta gente senza scrupoli come Lui. I buoni lo abbandonano. E fanno bene. Io, già, per mio conto, non ci vado più a vederlo. E se il caso me lo porta vicino, lo prendo a sassate, come è dovere contro i bestemmiatori».
24«Lapidami, allora. Sono Io Gesù di Nazareth. Io non fuggo e non ti maledico. Sono venuto per redimere il mondo versando il mio Sangue. Eccomi. Sacrificami, ma diventa giusto».
25Gesù dice questo aprendo un poco le braccia stese verso terra, lo dice lentamente, mitemente e mestamente. Ma se avesse maledetto non avrebbe fatto più impressione all’uomo, che tira così bruscamente le redini che il mulo fa uno scarto e per poco non cade dall’argine nel fiume in piena. Gesù si abbranca al morso e trattiene la bestia, in tempo, salvando uomo e mulo. L’uomo non fa che ripetere: «Tu! …», e vedendo l’atto che lo salva urla: «Ma ti ho detto che ti avrei lapidato… Non capisci?».
26«Ed Io ti dico che ti perdono e che anche per te soffrirò per redimerti. Questo è il Salvatore».
Il dolore di essere tradito, rinnegato, abbandonato.
27L’uomo lo guarda ancora, dà una tallonata nel fianco del mulo e parte di corsa… Fugge… Gesù china il capo… Gli apostoli sentono il bisogno di dimenticare il fango e la pioggia e tutte le altre miserie per consolarlo. Gli si fanno intorno e dicono: «Non ti affliggere! Di briganti non ne abbiamo bisogno. E quello è tale. Perché solo un malvagio può credere vere le calunnie su Te e avere paura di Te».
«Però», dicono anche, «che imprudenza, Maestro! E se ti faceva del male? Perché dire che eri Tu Gesù di Nazareth?».
28«Perché è la verità… Andiamo verso i monti come ha consigliato. Perderemo un giorno, ma voi uscirete dal pantano».
«Anche Tu» obbiettano.
29«Oh! per Me non conta. É il pantano delle anime morte quello che mi affatica», e due lacrime gocciano dai suoi occhi.
30«Non piangere, Maestro. Noi brontoliamo, ma ti vogliamo bene. Se possiamo incontrare i tuoi denigratori! Ne faremo vendetta».
31«Voi perdonerete come Io perdono[209]. Ma lasciatemi piangere. Sono l’Uomo, infine! E l’essere tradito, rinnegato, abbandonato, mi dà dolore!».
32«Guarda noi, guarda noi. Pochi e buoni. Nessuno di noi ti tradirà né ti abbandonerà. Credilo, Maestro».
33«Neanche dirle certe cose! É offesa alla nostra anima pensare che noi si possa tradire!», esclama l’Iscariota.
34Ma Gesù è afflitto. Tace, e lente lacrime rotolano sulle gote pallide di un viso stanco e smagrito.
Si avvicinano ai monti.
35«Saliremo lassù, o costeggeremo le basi? Vi sono paesi a mezza costa. Guarda. Di qua e di là del fiume», gli osservano.
36«La sera scende. Cerchiamo di raggiungere un paese. Questo o quello è indifferente».
37Giuda Taddeo, che ha occhi molto buoni, scruta le pendici. Va vicino a Gesù. Dice: «All’occorrenza ci sono spacchi nel monte. Li vedi là? Ci rifugeremo in quelli. Sarà sempre meglio che nel fango».
38«Faremo fuoco», conforta Andrea.
39«Con la legna umida?», chiede ironico Giuda di Keriot.
40Nessuno gli risponde. Pietro mormora: «Benedico l’Eterno che non sono con noi né le donne né Marziam».
La sosta in una grotta.
La grotta – ricovero.
41Passano il ponte, molto preistorico, che è proprio ai piedi della valle, e prendono il lato meridionale di questa, per una strada mulattiera diretta ad un paese. Le ombre scendono rapide. Tanto che decidono rifugiarsi in una vasta grotta per sfuggire ad un piovasco violento. Forse è una grotta che serve di rifugio ai pastori, perché vi è strame e sudiciume e un rozzo focolare.
42«Come letto non serve. Ma per fare del fuoco…», dice Tommaso accennando le ramaglie trite e sporche, che sono sparse al suolo insieme a felci secche e rami di ginepro o altra pianta simile. E le spinge, con l’aiuto di un bastone, verso il focolare. Le ammucchia e dà fuoco. Fumo e fetore, insieme a odore di resine e ginepri, si alzano dal fuoco. Eppure è gradito quel calore, e tutti fanno semicerchio mangiando, alla luce mobile delle fiamme, pane e formaggio.
43«Si poteva però tentare al paese», dice Matteo che è roco e infreddato.
44«Oh! senti! per ripetere la storia di tre sere fa? Qui non ci caccia nessuno. Staremo seduti su quelle legna e faremo fuoco finché potremo.
45Ora che ci si vede, ce n’è della legna! Guarda, guarda! Anche paglia!… É proprio un ovile. Certo per l’estate, o per quando trasmigrano. E di qui? Dove si va? Prendi un ramo acceso, Andrea, ché voglio vedere», ordina Pietro che gira in vena di scoperte. Andrea ubbidisce. Si infilano per una stretta fessura che è in una parete della grotta.
46«Badate non ci siano bestie brutte!», urlano gli altri. «O dei lebbrosi», dice il Taddeo.
47Dopo un momento viene la voce di Pietro. «Venite! Venite! Qui si sta meglio. C’è pulito e asciutto, e ci sono panche di legno, e legna per bruciare. Ma è una reggia per noi! Portate dei rami accesi, ché facciamo subito fuoco».
48Deve essere proprio un ricovero di pastori. E questa è la grotta dove quelli in riposo dormono, mentre nell’altra vegliano quelli di guardia a turno al gregge. É una escavazione nel monte, molto più piccola e forse fatta dall’uomo, o per lo meno ampliata e solidificata con pali messi a sorreggere la volta. Una cappa di camino primordiale si spiega a gancio verso la prima grotta per aspirare il fumo che non avrebbe uscita.
49Dei pancacci e della paglia sono contro le pareti, nelle quali sono infissi arpioni per agganciare lucerne e vesti o bisacce.
50«Ma va benone! Sù, facciamo molto fuoco! Staremo caldi e si asciugheranno i mantelli. Via le cinture; facciamone funi per stendervi sopra i mantelli», ordina Pietro, e poi aggiusta le panche e le paglie e dice: «E ora un po’ per uno si dorme e un po’ per uno si tiene vivo il fuoco. Per vederci e per stare caldi. Che grazia di Dio!».
51Giuda borbotta fra i denti. Pietro si volta risentito. «Rispetto alla grotta di Betlemme, dove il Signore è nato, questa è una reggia. Se c’è nato Lui, potremo starci noi per una notte».
52«Anche è più bella delle grotte di Arbela. Là di bello non c’era che il nostro cuore, più buono di ora», dice Giovanni e si sperde in un suo mistico ricordo.
53«É anche molto migliore di quella che ospitò il Maestro per prepararsi alla predicazione», dice severo lo Zelote guardando l’Iscariota come per dirgli di farla finita.
54Gesù apre la bocca per ultimo: «Ed è senza misura più calda e comoda di quella in cui feci penitenza per te, Giuda di Simone, in questo tebet».
55«Penitenza per me? Perché? Non ce ne era bisogno!».
56«In verità dovremmo Io e te passare la vita in penitenza per liberare te da tutto ciò che ti aggrava. E non basterebbe ancora»[210].
57La sentenza, data con pacatezza ma tanto decisa, cade come una folgore nel gruppo sbigottito… Giuda abbassa il viso e si ritira in un angolo. Non ha l’audacia di reagire.
I volti degli apostoli che dormono.
58«Io resto sveglio. Al fuoco bado Io. Dormite voi», ordina Gesù dopo qualche tempo.
59E dopo poco allo scoppiettio della legna si unisce il respiro pesante dei dodici stanchi, sdraiati sulle pancacce fra la paglia. E Gesù, se la paglia cade e li lascia scoperti, si alza e la ridistende sul dormiente, amoroso come una madre. E pure piange mentre contempla i volti ermetici nel sonno di taluni, o placidi, o corrucciati. Guarda l’Iscariota che pare ghignare anche nel sonno, torvo, a pugni stretti… Guarda Giovanni che dorme con una mano sotto la guancia, il viso velato dai capelli biondi, roseo, sereno come un bimbo in cuna. Guarda il volto onesto di Pietro e quello severo di Natanaele, quello butterato dello Zelote, quello aristocratico di suo cugino Giuda, e si ferma a lungo a guardare Giacomo di Alfeo che è un Giuseppe di Nazareth molto giovane. Sorride sentendo i monologhi di Tommaso e di Andrea, che sembra parlino al Maestro. Copre molto Matteo che respira a fatica, prendendo altra paglia per tenerlo caldo e la stende sui piedi di Matteo dopo averla scaldata alla fiamma. Sorride sentendo Giacomo proclamare: «Credete nel Maestro e avrete la Vita» … e continuare in una predica a personaggi di sogno. E si china a raccogliere una borsa dove Filippo tiene ricordi cari, mettendogliela piano sotto la testa. E negli intervalli medita e prega…
Il Messia disarmato contro il mondo.
60Il primo a destarsi è lo Zelote. Vede Gesù ancora presso il fuoco acceso nella grotta ben calda. E dal mucchio delle legna ridotto a una miseria comprende che sono passate molte ore. Scende dal suo giaciglio e viene in punta di piedi da Gesù. «Maestro, non vieni a dormire? Veglio io».
61«É l’alba, Simone. Sono andato di là poco fa. Ho visto il cielo che già schiarisce».
62«Ma perché non ci hai chiamati? Sei stanco Tu pure!».
63«Oh! Simone! Avevo tanto bisogno di pensare… e di pregare», e gli appoggia il capo sul petto.
64Lo Zelote, ritto presso Lui seduto, lo carezza e sospira. Chiede: «Pensare a che, Maestro? Tu non hai bisogno di pensare. Tu sai tutto».
65«Pensare non a ciò che devo dire. Ma a ciò che devo fare. Io sono disarmato contro il mondo astuto, perché Io non ho la malizia del mondo e l’astuzia di Satana. Ed il mondo mi vince[211]… E sono tanto stanco…».
66«E addolorato. E noi contribuiamo a questo, Maestro buono che non meritiamo di avere. Perdona me ed i compagni. Lo dico per tutti».
67«Vi amo tanto… Soffro tanto… Perché così spesso non mi capite?».
Quelli che causano a Gesù la prima tortura.
68Il loro bisbiglio sveglia Giovanni, che è il più vicino. Apre i suoi occhi celesti, si guarda stupito intorno, poi ricorda e si alza subito, venendo alle spalle dei due che parlano.
69Sente così le parole di Gesù: «Perché tutto l’odio e le incomprensioni divenissero un nulla sopportabile, mi basterebbe il vostro amore, la vostra comprensione… Invece non mi capite… E questa è la mia prima tortura. É pesante! Pesante! Ma non ne avete colpa. Siete uomini… Sarà il vostro dolore non avermi capito quando non potrete più riparare… Per questo, perché allora espierete le superficialità di ora, le meschinità di ora, le ottusità di ora, Io vi perdono e in anticipo dico: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno né il dolore che mi danno”».
L’umiltà è amore.
70Giovanni scivola sul davanti, e in ginocchio, e abbraccia le ginocchia del suo Gesù afflitto, ed è già prossimo al pianto mentre sussurra: «Oh! Maestro mio!».
71Lo Zelote, che ha sempre sul petto la testa di Gesù, si china a baciarlo sui capelli dicendo: «Eppure ti amiamo tanto! Ma pretenderemmo da Te una capacità di difenderti, di difenderci, di trionfare. Ci avvilisce vederti uomo, soggetto agli uomini, alle intemperie, alla miseria, alla cattiveria, ai bisogni della vita… Stolti siamo. Ma così è. Per noi sei il Re, il Trionfatore, il Dio. Non riusciamo a capire la sublimità della tua abnegazione a tanto per amor nostro. Perché Tu solo sai amare. Noi non sappiamo…».
72«Sì, Maestro. Simone dice bene. Non sappiamo amare come ama Dio: Tu. E ciò che è infinita bontà, infinito amore, lo scambiamo per debolezza e ce ne approfittiamo… Aumenta il nostro amore, aumenta il tuo amore, Tu che ne sei la fonte, fallo straripare come ora straripano i fiumi, imbevici, saturaci di esso, così come lo sono i prati lungo la valle. Non necessita sapienza, valore, austerità per essere perfetti come Tu vuoi. Basta avere l’amore… Signore, io me ne confesso per tutti: non sappiamo amare».
73«Voi, i due che più capiscono, vi accusate. Siete l’umiltà. Ma l’umiltà è amore. Ma anche gli altri non hanno che un diaframma per essere come voi. Ed Io lo abbatterò. Perché infatti sono Re, Trionfatore e Dio. In eterno. Ma ora sono l’Uomo. La mia fronte pesa già sotto il supplizio della mia corona. É sempre stata una torturante corona essere l’Uomo… Grazie, amici. Mi avete consolato. Perché questo ha di buono l’essere uomini: avere una madre che ama e degli amici sinceri. Ora destiamo i compagni. Non piove più. I manti sono asciutti. I corpi riposati. Mangiate e partiamo».
74Alza la voce lentamente finché il «partiamo» è un ordine sicuro. Tutti sorgono e si rammaricano di avere sempre dormito mentre Gesù ha vegliato. Si rassettano, mangiano, prendono i mantelli, spengono il fuoco ed escono sul sentiero umido iniziando la discesa fino alla mulattiera che segue la costa, abbastanza in pendenza per non essere un mare di fango.
L’incontro con Rosa di Gerico.
Una donna sbarra il sentiero.
75La luce è ancora poca perché non c’è sole né sereno. Ma sufficiente a vedere. Andrea e i due figli di Alfeo sono avanti a tutti. Ad un certo punto si chinano, guardano e corrono indietro. «C’è una donna! Pare morta! Sbarra il sentiero».
76«Oh! che noia! Si comincia male. Come si fa? Ora bisognerà anche purificarsi!». I primi brontolii del giorno.
77«Andiamo a vedere noi se è morta», dice Tommaso a Giuda Iscariota.
78«Io non ci vengo per niente», risponde l’Iscariota.
79«Vengo io con te, Toma», dice lo Zelote e va avanti. L’avvicinano, si curvano, e Tommaso corre indietro urlando.
«É assassinata, forse», dice Giacomo di Zebedeo.
«Oppure morta di freddo», risponde Filippo.
Ma Tommaso li raggiunge e grida: «Ha la veste scucita dei lebbrosi…», e pare abbia visto il diavolo tanto è stranito.
80«Ma è morta?», chiedono. E chi lo sa! Io sono scappato».
Lo Zelote si rialza e viene sollecito verso Gesù. Dice: «Maestro, una sorella lebbrosa. Non so se è morta. Non direi. Mi sembra che il cuore batta ancora».
81«L’hai toccata?!», urlano molti scostandosi.
«Sì. Non ho paura della lebbra da quando sono di Gesù. E ho pietà perché so cosa è l’essere lebbroso. Forse l’infelice è stata colpita, perché sanguina al capo. Forse era scesa in cerca di cibo. È tremendo, sapete, morire di fame e dovere sfidare gli uomini per avere un pane».
82«È molto sciupata?».
«No. Anzi non so come è fra i lebbrosi. Non ha scaglie, né piaghe, né cancrene. Forse lo è da poco. Vieni, Maestro. Te ne prego. Come per me, abbi pietà della sorella lebbrosa!».
83«Andiamo. Datemi pane, formaggio e quel poco di vino che ancora abbiamo».
«Non la farai bere dove noi beviamo!», urla terrorizzato l’Iscariota.
84«Non temere. Beverà nella mia mano. Vieni, Simone».
La donna è infetta.
85Vanno avanti… ma la curiosità manda avanti anche gli altri. Senza più noia per l’acqua che è fra il fogliame e che piove sulle teste dai rami scossi, né del musco zuppo, salgono sulla costa per vedere senza essere vicino alla donna. E vedono che Gesù si china, la prende per le ascelle e la trascina seduta contro un masso. La testa pende come fosse morta.
86«Simone, rovesciale il capo, ché le possa far scendere in gola un po’ di vino». Lo Zelote ubbidisce senza paura e Gesù, tenendo alta la zucchetta, fa cadere delle stille di vino fra le labbra socchiuse e livide. E dice: «È gelata, l’infelice! Ed è tutta bagnata».
87«Se non era lebbrosa la potevamo portare dove fummo noi», dice impietosito Andrea.
«Ci mancherebbe altro!», scatta Giuda.
«Ma se non è lebbrosa! Non ha segno di lebbra».
«Ha la veste. Basta quella».
88Il vino agisce intanto. La donna ha un sospiro stanco. Gesù gliene cola in bocca un sorso vedendo che inghiotte. La donna apre due occhi annebbiati e spaventati. Vede degli uomini. Tenta alzarsi e fuggire gridando: «Sono infetta! Sono infetta!». Ma le forze non la soccorrono. Si copre il volto con le mani gemendo: «Non mi lapidate! Sono scesa perché ho fame… Sono tre giorni che nessuno mi getta nulla…».
89«Qui c’è pane e formaggio. Mangia. Non avere paura. Bevi un po’ di vino dalla mia mano», dice Gesù versandosi nel cavo della mano un po’ di vino e dandoglielo.
Rosa di Gerico.
«Ma non hai paura?», dice l’infelice sbalordita.
90«Non ho paura», risponde Gesù. E sorride alzandosi in piedi, ma restando presso la donna che mangia avida il pane e il formaggio. Pare una belva affamata. Ansa perfino nell’ansia di nutrirsi. Poi, sedata l’animalità delle viscere vuote, si guarda intorno… Conta a voce alta: «Uno… due… tre… tredici… Ma allora?… Oh! Chi è il Nazareno? Tu, non è vero? Solo Tu puoi avere pietà di una lebbrosa come hai avuto! …». La donna si pone in ginocchio a fatica per la debolezza.
91«Sono Io, sì. Che vuoi? Guarire?».
«Anche… Ma prima devo dirti una cosa… Io sapevo di Te. Me ne avevano parlato alcuni, passati tanto tempo fa… Tanto? No. Era l’autunno. Ma per un lebbroso… ogni giorno è un anno… Avrei voluto vederti. Ma come potevo venire in Giudea, in Galilea? Mi chiamano “lebbrosa”. Ma non ho che una piaga sul petto, e me l’ha data il marito che mi ha presa vergine e sana, e sano non era. Ma è un grande… e tutto può. Anche dire che io l’avevo tradito venendo a lui malata, e ripudiarmi così, per prendere un’altra donna di cui era invaghito. Mi ha denunciata per lebbrosa, e perché volli scolparmi fui presa a sassate. Era giusto, Signore? Ieri sera un uomo è passato da Bet Jaboc avvisando che Tu venivi e dicendo venirti incontro per cacciarti. Io c’ero… Discesa fino alle case perché avevo fame. Avrei frugato nei letamai per sfamarmi… Io che ero la “signora” avrei cercato strappare al pollame un poco di impasto inacidito…».
92Piange… Poi riprende: «L’ansia di trovarti, per Te, per dirti: “Fuggi!”; per me, per dirti: “Pietà!”, mi ha fatto dimenticare che, contrariamente alla legge nostra, cani, porci e polli vivono presso le case d’Israele, ma che il lebbroso non può scendere a chiedere un pane, neppure se è una che di lebbrosa ha solo il nome. E mi sono fatta avanti, chiedendo dove eri. Non mi hanno vista subito nell’ombra e mi hanno detto: “Sale per l’argine del fiume”. Ma poi mi hanno vista e mi hanno dato pietre per pane. Sono corsa via, nella notte, per venire incontro a Te, per sfuggire i cani. Avevo fame, avevo freddo, avevo paura. Sono caduta dove mi hai trovata. Qui. Ho creduto di morire. Invece ho trovato Te. Signore, non sono lebbrosa. Ma questa piaga qui alla mammella mi impedisce di tornare fra i viventi. Io non chiedo di tornare Rosa di Gerico come al tempo del padre mio, ma almeno di vivere fra gli uomini e seguire Te. Quelli che mi hanno parlato in ottobre hanno detto che Tu hai discepole e che con loro eri… Ma prima salvati Tu. Non morire, Tu che sei buono!».
“La tua fede ti ha guarita”.
93«Io non morirò finché non è il mio tempo. Va’ là, a quel masso. Vi è una grotta sicura. Riposati e poi va’ dal sacerdote».
«Perché, Signore?». La donna trema d’ansia.
94Gesù sorride: «Torna la Rosa di Gerico che fiorisce nel deserto e che è sempre viva anche se pare morta. La tua fede ti ha guarita».
95La donna socchiude la veste sul petto, guarda e grida: «Più niente! Oh! Signore, mio Dio!», e cade fronte a terra.
96«Datele pane e cibi. E tu, Matteo, dalle un paio dei tuoi sandali. Io darò un mantello. Che possa andare, quando sarà ristorata, dal sacerdote. Dalle anche l’obolo, Giuda. Per le spese di purificazione. L’attenderemo al Getsemani per darla a Elisa. Mi ha chiesto una figlia».
«No, Signore. Non riposo. Vado. Subito. Subito».
97«Scendi al fiume, allora, lavati, mettiti il manto addosso…».
«Signore, io lo do alla sorella lebbrosa. Lascia che lo faccia ed io la condurrò da Elisa. Io guarisco una seconda volta, vedendo me in lei, felice», dice lo Zelote.
98«Sia come vuoi. Dalle quanto serve. Donna, ascolta bene. Andrai a purificarti e poi andrai a Betania, cercherai di Lazzaro e dirai che ti ospiti finché Io vengo. Va’ in pace».
99«Signore! Quando potrò baciarti i piedi?».
100«Presto. Va’. Ma sappi che solo il peccato mi fa ribrezzo. E perdona allo sposo perché per suo mezzo hai trovato Me».
101«È vero. Lo perdono. Vado… Oh! Signore! Non ti fermare qui dove ti odiano. Pensa che ho camminato esausta, per una notte, per venirtelo a dire, e che se invece di Te trovavo altri potevo essere uccisa a sassate come una serpe».
102«Lo ricorderò. Va’, donna. Brucia la veste. Accompagnala, Simone. Noi vi seguiremo. Al ponte vi raggiungeremo».
Si separano.
“La tua fede ti ha guarita”.
«Però ora bisogna purificarsi. Siamo impuri tutti».
103«Non era lebbra, Giuda di Simone. Io te lo dico».
«Ebbene, io mi purificherò. Non voglio impurità su di me».
«Candido giglio!», esclama Pietro.
«Se non si sente impuro il Signore, vuoi sentirtici tu?».
104«E per una che Lui dice non lebbrosa? Ma che aveva, Maestro? Tu hai visto la piaga?».
105«Sì. Un frutto della lussuria maschile. Ma non era lebbra. E se l’uomo fosse stato onesto non l’avrebbe scacciata, perché egli era più di lei malato. Ma tutto serve ai lussuriosi per saziare la loro fame. Tu, Giuda, se vuoi va’ pure. Ci ritroveremo al Getsemani. E purificati! Purificati! Però la prima delle purificazioni è la sincerità. Tu sei ipocrita. Ricordalo. Ma va’ pure».
106«No, che resto! Se Tu lo dici, io credo. Non sono perciò impuro e resto con Te. Tu vuoi dire che io sono lussurioso e che profittavo del fatto per… Ti dimostro che il mio amore sei Tu».
Vanno lesti per la discesa.
361. Due innesti che trasformeranno gli apostoli. Maria di Magdala avverte Gesù di un pericolo. Miracolo sul fiume Giordano in piena[212].
Imperfezione degli apostoli, quanta!
Il portavoce.
1Finalmente posso scrivere quanto mi occupa la vista mentale e l’udito mentale dalla prima alba di stamane, rendendomi sofferente per lo sforzo di udire le cose esterne e di casa mentre devo vedere e udire le cose di Dio, e insofferente di ogni altra cosa che non sia ciò che lo spirito vede. Quanta pazienza mi ci vuole a… non perdere la pazienza nell’attendere il momento di dire a Gesù: «Eccomi! Ora puoi andare avanti»! Perché, l’ho detto più volte e lo ripeto, quando io non posso proseguire o iniziare il racconto di ciò che vedo, allora la scena si ferma alle prime battute, oppure al punto in cui vengo interrotta, per poi svolgersi oltre, e di nuovo, quando sono libera di seguirla. Credo che ciò voglia Dio perché io non ometta o erri neppure un particolare, cosa che potrebbe accadermi se io scrivessi qualche tempo dopo aver visto.
2Assicuro sulla mia coscienza che quanto scrivo, perché lo vedo o lo odo, lo scrivo mentre lo vedo e odo. Ecco dunque cosa vedo da stamane, e il mio interno ammonitore mi dice esser l’inizio di una lunga e bella visione.
Tempo da lupi.
3Gesù, con un tempo da lupi, cammina per una fangosissima via di campagna. La strada è un piccolo fiume di mota che sfalda e schizza ad ogni pedata, una mota giallastra, collosa, scivolosa come sapone molle, che si appiglia ai sandali, li aspira come una ventosa, e nello stesso tempo sfugge sotto essi, rendendo penoso l’andare fra tanto sdrucciolio.
4Deve aver piovuto e ripiovuto in quei giorni. E il cielo ancora ne promette, basso, plumbeo come è, corso da nuvoloni pesanti che spingono dei venti di scirocco o greco, così pesanti che l’aria pare, nella bocca, un corpo dolciastro come una patina mielosa. Non dà sollievo questo sincopato soffio di vento, che piega le erbe e i rami e poi passa e tutto ritorna nell’immobilità pesante dell’afa tempestosa. Ogni tanto un nuvolone si apre e grosse gocce, calde come venissero da una doccia tiepida, scendono a far bolle nella mota, che schizza ancor più bene sulle vesti e le gambe.
5Il basso delle tuniche, per quanto Gesù e i suoi le abbiano rialzate, facendole molto rimboccare alla vita coll’aiuto del cordone che le serra alla cintura, è tutto una pillacchera di fango, molto umido in basso, quasi secco negli schizzi più alti. Vesti e mantelli, anche questi portati il più possibile in alto, tenendoli piegati in mezzo per pulizia e per doppio riparo dagli acquazzoni brevi ma violenti, ne sono tutti bruttati. I piedi, poi, e le gambe sino a mezzo stinco, sembra abbiano una spessa calza di bernoccoluta lana, la quale invece è mota, mota e mota che si è incrostata su essi.
Fin qui l’inizio. Poi ora prosegue.
Mercati e viaggi si fanno col tempo buono.
6I discepoli si lamentano un poco del tempo e della strada e, sia detto pure, anche della voglia, poco… igienica del Maestro, di andare in giro con un tempo simile.
7Gesù pare non senta. Ma sente. E due o tre volte si volta leggermente indietro – camminano quasi in fila indiana per tenere il lato sinistro della via, un poco più elevato del destro e perciò meno motoso – si volge a guardarli. Ma non parla.
8L’ultima volta è il più anziano dei discepoli che dice: «Oh! povero me! Con questo umido che mi si asciuga addosso voglio sentirne dei dolori! Sono vecchio io! Non ho più trent’anni!».
9E Matteo anche lui borbotta: «E io, allora? Io non c’ero abituato… Quando pioveva a Cafarnao, tu lo sai, Pietro, non andavo fuori della mia casa. Mettevo dei servi al banco della gabella e questi mi portavano coloro che dovevano pagare. Avevo organizzato un vero servizio per questo. Già… chi era in giro con tempi brutti? Uhm! Qualche melanconico e basta. Mercati e viaggi si fanno col tempo buono…».
Imperfetti e deboli, ottusi e pavidi.
10«Tacete! ché sente!», dice Giovanni.
11«Ma no che non sente. Pensa, e quando pensa… e come noi non si esista», dice Tommaso.
12«E quando fissa una cosa non lo smuove nessuna giusta considerazione. Vuol fare ciò che vuole. Non si fida che di Se stesso. Sarà la sua rovina. Si consigliasse un poco con me… So tante cose io!», dice Giuda col suo sussiego di “fa tutto” e di son più degli altri”.
13«Che sai?», chiede Pietro, subito rosso come un galletto.
«Tutto tu sai! Che amici hai? Sei forse un grande d’Israele? Ma va’ là! Anche tu sei un pover’uomo come me e gli altri. Un poco più bello… Ma bellezza di gioventù è fiore che dura un giorno! Anche io ero bello!».
14Una fresca risata di Giovanni spezza l’aria. Anche gli altri ridono, e scherzano un poco Pietro per le sue rughe, le sue gambe un poco divaricate come quelle di tutti i marinai, i suoi occhi un poco bovini e arrossati dai venti del lago.
15«Ridete pure, ma è così. E poi, non mi interrompete. Di’ tu, Giuda. Che amici hai? Che sai? Per sapere ciò che fai capire, devi avere amici fra i nemici di Gesù. E chi ha amici fra i nemici è un traditore. Ehi! ragazzo! Bada a te se ti preme la tua bellezza! Perché, se è vero che non sono più bello, è vero che sono ancora forte, e a farti sdentato o a sfondarti un occhio non farei fatica», dice Pietro.
16«Che modi di parlare! Proprio da rozzo pescatore!», dice Giuda con sprezzo di principe offeso.
17«Sì, signore, e me ne vanto. Pescatore, ma schietto come il mio lago, che se vuol far tempesta non dice: “Fo calmeria”, ma ha quel brivido e si mette, a testimoni alla balza dei cieli, certi fiocchi di nuvole che, sol che un non sia bestia o ebbro, capisce il salmo e si regola. Tu… tu mi pari questo fango che pare solido e, guarda», (e dà una energica pedata, e il fango schizza fin sul mento del bell’Iscariota).
18«Ma Pietro! Questi sono modi indegni! Bel frutto ti fanno le parole del Maestro sulla carità!».
19«E anche a te sull’umiltà e la sincerità. Avanti. Sputa ciò che sai. Che sai? È vero che sai, o ti dài delle arie per far credere che hai amici potenti? Povero verme che sei!».
20«Quello che so, so, e non lo vengo a dire a te per far succedere delle risse come ti piacerebbe, galileo qual sei. Ripeto che se il Maestro fosse meno testardo sarebbe gran bene. E meno violento. La gente si stanca di sentirsi offendere».
21«Violento? Ma se lo fosse dovrebbe farti volare nel fiume, subito. Un bel volo al disopra di quegli alberi. Così ti laveresti il fango che ti sporca il profilo. Magari servisse a lavarti il cuore che, sarà che mi sbagli, deve esser più crostoso delle mie gambe infangate».
22Infatti Pietro, molto peloso e basso di statura, ha le gambe più fangose. Lui e Matteo sono proprio di creta sin quasi al ginocchio.
«Ma insomma finitela!», dice proprio Matteo.
I due innesti.
23Giovanni, che ha notato un rallentamento di Gesù, sospetta che Egli abbia udito e, affrettando il passo, superando due o tre compagni, lo raggiunge e gli si mette al fianco e lo chiama: «Maestro!», dolcemente come sempre e con quello sguardo d’amore, volgendo il capo in alto, perché più basso e perché tiene verso il centro della via e perciò oltre il piccolo rialzo su cui tutti camminano.
24«Oh, Giovanni! Mi hai raggiunto?». Gesù gli sorride.
Giovanni, studiandone con amore e apprensione il volto per capire se ha udito, risponde: «Sì, Maestro mio. Mi vuoi?».
25«Sempre ti voglio. Tutti vi vorrei e col tuo cuore! Ma se tu resti lì e cammini da quel posto ti finisci di bagnare».
«Non mi importa, Maestro! Nulla mi importa pur di stare presso a Te!».
26«Sempre vuoi stare con Me? Tu non pensi che Io sono imprudente e che posso mettere in impiccio anche voi. Non ti senti offeso perché non ascolto i tuoi consigli?».
«Oh! Maestro! Hai udito, allora?». Giovanni è costernato.
27«Ho udito tutto. Dalle prime parole. Ma non te ne addolorare. Non siete perfetti. Lo sapevo da quando vi volli. E non pretendo lo diveniate rapidamente. Prima dovete esser resi da selvatici a domestici con due innesti…».
«Quali, Maestro?».
28«L’uno di sangue e l’uno di fuoco. Dopo sarete degli eroi del Cielo e convertirete il mondo, iniziando da voi».
«Di sangue? Di fuoco?».
29«Sì, Giovanni. Il Sangue: il mio…».
«No, Gesù!». Giovanni lo interrompe con un gemito.
Dannazione eterna di un apostolo.
30«Buono, amico. Non mi interrompere. Ascolta tu per primo queste verità. Lo meriti. Il Sangue: il mio. Tu lo sai. Sono venuto per questo. Sono il Redentore. Pensa ai Profeti. Non hanno omesso un iota nel descrivere la mia missione. Sarò l’Uomo descritto da Isaia. E quando sarò svenato il mio Sangue feconderà voi. Ma non mi limiterò a questo. Tanto imperfetti e deboli, ottusi e pavidi siete, che Io, glorioso al fianco del Padre, vi manderò il Fuoco, la Forza che procede dal mio essere per generazione dal Padre e che lega il Padre e il Figlio in un anello indissolubile facendo, di Uno, Tre: il Pensiero, il Sangue, l’Amore. Quando lo Spirito di Dio, anzi lo Spirito dello Spirito di Dio, la Perfezione delle Perfezioni divine, verrà su voi, voi non sarete più quali siete. Ma nuovi, potenti, santi… Ma, per uno, nullo sarà il Sangue e nullo il Fuoco. Poiché il Sangue avrà avuto per lui potere di dannazione e in eterno conoscerà un altro fuoco in cui arderà eruttando sangue e inghiottendo sangue, ché sangue vedrà ovunque poserà il suo occhio mortale o il suo occhio spirituale, dal momento che avrà tradito il Sangue di un Dio».
«Oh! Maestro! Chi è?».
31«Lo saprai un giorno. Ora ignora. E per la carità non cercare neppure di indagare. L’indagine presuppone sospetto. Non devi sospettare dei tuoi fratelli, perché il sospetto è già mancanza di carità».
«Mi basta che Tu mi assicuri che non sarò io né Giacomo a tradirti».
32«Oh! non tu! E non Giacomo. Tu sei il mio conforto, Giovanni buono!», e Gesù gli pone un braccio sulle spalle e se lo attira a Sé, e camminano così allacciati.
Maddalena avverte Gesù di un pericolo.
Sera piovosa.
33Tacciono per qualche tempo. Anche gli altri tacciono ora. Si sente solo lo scalpiccio dei piedi nella mota.
Poi un altro rumore si fa sentire. Un fruscio gorgogliante, direi un russare pesante di persona catarrosa. Un borbottare monotono, interrotto ogni tanto da piccoli schianti.
34«Senti?», dice Gesù. «Il fiume è vicino».
«Ma al guado non arriveremo che a notte. Fra poco ha inizio la sera».
35«Dormiremo in qualche capanna. E domani passeremo. Avrei voluto giungere prima, perché d’ora in ora la piena cresce. Senti? I canneti delle rive si spezzano sotto il peso delle acque cresciute».
«Ti hanno tanto trattenuto in quei villaggi della Decapoli! Noi lo dicevamo a quei malati: “Un’altra volta!”, ma…».
36«Ma chi è malato vuol guarire, Giovanni. E chi ha pietà guarisce subito, Giovanni. Non importa. Passeremo lo stesso. Voglio fare l’altra sponda prima di tornare a Gerusalemme per la Pentecoste».
Tacciono di nuovo. La sera scende con la rapidità delle sere piovose. L’andare, nel crepuscolo sempre più scuro, si fa ancor più difficile. Anche gli alberi che sono lungo la via aumentano, con le loro fronde, l’oscurità.
37«Passiamo dall’altra parte della via. Ormai siamo proprio vicini al guado. Cercheremo qualche capanna».
Notte di luna.
38Traversano, seguiti dagli altri. Valicano una fossetta fangosa, più fango che acqua, che va gorgogliando a gettarsi nel fiume. Quasi a tentoni passano fra albero e albero, dirigendosi verso il fiume il cui rumore è sempre più vicino e forte. Un primo raggio di luna fora le nubi, si insinua fra l’una nube e l’altra e scende facendo scintillare l’acqua motosa del Giordano, molto gonfio e largo in quel punto[213]. (Se calcolo bene, il fiume è largo dai cinquanta ai sessanta metri. Sono una vera ochetta in fatto di misure, ma penso che la mia casa avrebbe potuto entrare in quel greto nove o dieci volte almeno, ed era larga cinque metri e mezzo circa). Non è più il bello e quieto e azzurro Giordano, dalle acque calme e basse che lasciano scoperta la rena fine del greto alle sponde, là dove cominciano i canneti che sono sempre un fremito sonoro. Ora l’acqua ha tutto invaso, e i primi canneti, piegati, spezzati e sommersi, non si vedono più, al massimo se qualche nastro delle foglie ondula a pelo d’acqua e pare faccia un cenno di addio e un’invocazione d’aiuto. L’acqua è già ai piedi dei primi alberoni. Non so che alberi siano. Sono alti e fronzuti, compatti come una muraglia, scura nella notte scura. Qualche salice tuffa le cime delle sue chiome sfatte nell’acqua giallastra.
Il coraggio di una donna.
39«Qui non si guada più», dice Pietro.
«Qui no. Ma là, vedi? si passa ancora», dice Andrea.
Difatti due quadrupedi passano con cautela il fiume. L’acqua giunge a toccare il ventre delle bestie.
«Se passano loro, passano anche le barche».
40«É però meglio passare subito, anche se è notte. Le nuvole sono diradate e la luna c’è. Non lasciamo passare il momento. Cerchiamo se c’è barca…». E Pietro getta per tre volte un lungo e lamentoso «Oh… è!».
Nessuna risposta.
«Andiamo giù, proprio al guado. Melchia coi suoi figli ci deve essere. É la sua stagione più bella. Ci passerà».
Camminano il più svelti che possono sul sentieruolo che costeggia proprio il fiume, che quasi lo lambe.
41«Ma non è una donna quella?», dice Gesù guardando i due che coi cavalli hanno ormai superato il fiume e sono fermi sul sentiero.
«Una donna?». Pietro e gli altri non vedono e distinguono se è uomo o donna quel fagotto scuro che è sceso e attende.
«Sì. É una donna. È … è Maria. Guardate, ora che è nel raggio di luna».
«Buon per Te che vedi. Beati i tuoi occhi!».
La donna audace sventa un attentato.
42«Maria è. Che può volere?», e Gesù grida: «Maria!».
43«Rabbonì! Tu sei? Sia lode a Dio ché ti ho trovato!», e Maria corre come una gazzella verso Gesù. Non so come non incespichi nel sentiero accidentato. Ha lasciato cadere un primo pesante mantellone ed ora viene avanti col suo velo e col manto più leggero attorcigliato al corpo sulla veste scura. Quando raggiunge Gesù gli piomba ai piedi senza occuparsi del fango. É anelante ma felice. Ripete: «Gloria a Dio che mi ha fatto trovare Te!».
44«Perché, Maria? Che accade? Non eri a Betania?».
«Ero a Betania con tua Madre e le donne, come Tu avevi detto… Ma ti sono venuta incontro… Lazzaro non poteva perché soffre molto… Allora sono venuta io col servo…»
45«Tu in giro sola con un ragazzo e con questa stagione!».
«Oh! Rabbonì! non mi vorrai dire che pensi che io abbia paura. Non ho avuto paura di fare tanto male… Non l’ho ora di fare il bene».
46«E allora? Perché sei venuta?».
«Per dirti di non passare… Di là ti aspettano per farti del male… L’ho saputo… L’ho saputo da un erodiano che un tempo… che un tempo mi amava… L’abbia detto per amore, ancora, o per odio, non so… So che l’altro ieri l’altro mi ha vista attraverso il cancello e mi ha detto: “Maria stolta, stai aspettando il tuo Maestro? Bene fai, ché sarà l’ultima volta perché, come passa e viene in Giudea, è preso. Guardalo bene e poi scappa, perché non è prudente essergli vicino, ora…”. Allora… puoi pensare con che cuore… ho indagato… Tu sai… molti ho conosciuto… e dandomi magari della pazza e della… posseduta mi parlano ancora… Ho saputo che è vero. Allora ho preso due cavalli e sono venuta, senza dire nulla a tua Madre… per non addolorarla. Torna via… subito via, Maestro. Se sanno che Tu sei qui, oltre Giordano, vengono qui. E anche Erode ti cerca… e Tu sei troppo vicino a Macheronte ormai. Va’ via, va’ via per pietà, via per pietà, Maestro! …».
Quella che fa più cammino nell’amore.
46«Non piangere, Maria…».
«Ho paura, Maestro!».
47«No! Paura tu, tanto coraggiosa da passare il fiume in piena di notte! …».
«Ma quello è un fiume e quelli sono uomini tuoi nemici e che ti odiano… Dell’odio per Te ho paura… Perché ti amo, Maestro».
48«Non temere. Non mi prenderanno ancora. Non è il mio tempo. Anche mettessero schiere e schiere di soldati lungo tutte le vie, non mi prenderanno. Non è la mia, ora. Ma farò come tu vuoi. Tornerò indietro…».
49Giuda borbotta qualcosa fra i denti e Gesù risponde: «Sì, Giuda. Proprio come tu dici. Ma proprio nella prima metà della tua frase. Le do retta a questa, sì, le do retta. Ma non perché è donna, come tu insinui, ma perché è quella che ha fatto più cammino d’amore. Maria, torna a casa finché lo puoi. Io andrò indietro e passerò… dove potrò, e andrò in Galilea. Vieni con mia Madre e le altre a Cana in casa di Susanna. Là vi dirò che c’è da fare. Va’ in pace, benedetta. Dio è con te».
50Gesù le pone la mano sul capo, benedicendola così. Maria prende le mani di Cristo e le bacia, e poi si alza e torna indietro. Gesù la guarda andare. La guarda raccogliere il mantellone e metterselo, e poi raggiungere il cavallo, montarvi e riprendere il guado e passare.
51«E ora andiamo», dice. «Volevo farvi riposare, ma non posso. Ho cura della vostra incolumità, checché Giuda pensi diverso. E, credete, se cadeste in mano ai miei nemici sarebbe peggio, per la vostra salute, dell’acqua e del fango…».
Miracolo sul fiume Giordano in piena.
Non mentire mai, Dio ama i sinceri
52Tutti abbassano il capo comprendendo il rimprovero celato e dato in risposta ai loro discorsi di prima. Vanno, vanno, vanno per tutta la notte, fra schiarite di nuvole e brevi piovaschi. Un’alba livida li sorprende presso un poverissimo villaggio, steso presso il fiume con le sue casupole motose. Il fiume è largo un poco meno che al guado. Delle barche sono tirate in secco fin dentro all’abitato per salvarle dalla piena.
Pietro getta il suo grido: «Oh!… è!».
Viene fuori da una catapecchia un uomo gagliardo ma anziano.
«Che vuoi?».
«Barche per passare».
«Impossibile! Il fiume è troppo pieno… La corrente…».
53«Ehi, amico! A chi lo dici? Sono pescatore di Galilea».
«Il mare è un conto… ma qui è fiume… non ci voglio rimettere la barca. E poi… non ne ho che una, e tu e i tuoi siete in molti».
«Bugiardo! Vuoi dirmi che hai una barca sola?».
«Mi si secchino gli occhi se mento, io…».
54«Bada che non ti si secchino per davvero. Questo è il Rabbi di Galilea che dà occhi ai ciechi e che… può farti contento seccandoti i tuoi…»
«Misericordia! Il Rabbi! Perdonami, Rabbonì!»
55«Sì. Ma non mentire mai. Dio ama i sinceri. Perché dire che hai una barca sola quando tutto il paese può smentirti? Troppo avvilente per un uomo la menzogna e l’esser smascherato! Mi dài le tue barche?».
«Tutte, Maestro».
56«Quante ne occorrono, Pietro?».
«In tempi normali due bastavano. Ma col fiume in piena è più difficile la manovra e ce ne vogliono tre».
«Prendile, pescatore. Ma come farò a riaverle?».
57«Vieni in una. Non hai figli?».
«Ho un figlio e due generi e dei nipoti».
«Due per barca bastano per il ritorno».
«Andiamo».
Chi porta Dio non deve temere.
58L’uomo chiama gli altri e con l’aiuto di Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni, spingono le barche in acqua. La corrente è forte e cerca trascinarle subito via. Le corde che le trattengono ai tronchi più prossimi sono tese come su un arco e scricchiolano nello sforzo. Pietro guarda. Guarda le barche, guarda il fiume, guarda e scuote il capo e si arruffa con una mano i capelli brizzolati, e poi dà un’occhiata curiosa a Gesù.
59«Temi, Pietro?».
«Eh! … quasi, quasi…».
60«Non temere. Abbi fede. E anche tu, uomo. Chi porta Dio e i suoi messi non deve temere. Scendiamo in barca. Io nella prima».
61Il padrone delle barche ha una mossa rassegnata. Deve pensare che è venuta l’ultima ora sua e quella dei suoi parenti. Al minimo deve pensare di perdere le barche o di andare chissà dove.
62Gesù è già in barca. In piedi a prua. Scendono gli altri in questa e nelle altre due barche. Resta solo a terra un vecchietto, il garzone forse, che sorveglia le funi.
63«Ci siamo?».
«Ci siamo».
«Pronti i remi?».
«Pronti».
«Molla, tu, da riva».
64Il vecchietto disattorciglia i canapi dal cavicchio che ne faceva nodo presso il tronco. Le barche, man mano che sono libere, sbandano un attimo verso sud sul filo della corrente. Ma Gesù ha il suo viso di miracolo.
65Cosa dica al fiume non so. So che la corrente si arresta quasi. Non ha che il moto lento del Giordano quando non è in piena. Le barche tagliano l’acqua senza fatica, anzi con una velocità che deve stupire il padrone delle barche.
Miracolo sul fiume.
66Eccoli dall’altra parte. Smontano con facilità, né la corrente tenta portare più giù le barche mentre sono fermi i remi.
«Maestro, vedo che sei veramente potente», dice il padrone delle barche.
«Benedici il tuo servo e ricordati di me, peccatore».
67«Perché potente?».
«Eh! ti par poco?! Hai sospeso la corrente del Giordano in piena! …».
68«Giosuè l’ha già fatto questo miracolo e più grande, poiché sparirono le acque dal fiume, per far passare l’Arca…».
69«E tu, uomo, hai passato la vera Arca di Dio», dice Giuda col suo sussiego.
70«Dio altissimo! Sì, lo credo! Tu sei il vero Messia! Il Figlio di Dio altissimo. Oh! lo dirò per città e paesi della sponda, questo lo dirò, questo che hai fatto, questo che ti ho visto fare! Torna, Maestro! Il mio povero paese ha malati in gran numero. Vieni a sanarli!».
71«Verrò. Tu intanto predica in mio Nome fede e santità per esser graditi a Dio. Addio, uomo. Va’ in pace. E non temere per il ritorno».
72«Non temo. Se temessi, ti avrei chiesto di aver pietà per la mia vita. Ma credo in Te e nella tua bontà, e vado senza chiedere. Addio».
73Rimonta in barca e per primo mette la prua al fiume e va. Sicuro. Veloce. Tocca sponda.
74Gesù, che è stato fermo sino a quando lo ha visto a terra, fa un gesto di benedizione. Poi si ritira verso la via.
75Il fiume riprende il suo andare vorticoso… E tutto finisce cosi.
362. Missione e destino delle “voci di Dio”. L’incontro con la Madre e con le discepole[214].
La missione delle “voci” nella Chiesa.
Sull’altra sponda.
1Sono ora dall’altra parte del Giordano e camminano lesti in direzione sud ovest, puntando verso una seconda catena di colli, più elevata della prima, di basse colline, oltre le quali è la pianura del Giordano. Dai loro discorsi comprendo che hanno evitato la pianura per non ricadere nella melma lasciata dall’altra parte e pensano di andare dove devono seguendo le strade interne, che sono meglio tenute e meglio praticabili, specie in tempo di pioggia.
2«Verso che punto saremo?», chiede Matteo che si orienta male.
«Fra Silo e Betel di certo. Riconosco i monti», dice Tommaso.
«Ci siamo passati da poco, con Giuda, che a Bétèl fu ospite di alcuni farisei».
«Potevi esserlo anche tu. Non ci sei voluto venire. Ma né io né loro ti abbiamo detto: “Non venire».
3«E neppure io dico che me lo avete detto. Dico solo che ho preferito rimanere coi discepoli che evangelizzavano qui».
E l’incidente ha termine. Anzi Andrea si rallegra dicendo: «Se a Betel abbiamo farisei amici, non saremo assaliti».
«Ma noi andiamo indietro. Non a Gerusalemme», gli obbiettano.
«Ci dovremo pure andare per la Pasqua! Neppure so come faremo…».
«Ma sì! Perché ha detto che torna a Cana? Potevano ritornare le donne, e noi compiere il pellegrinaggio…».
«É destino che mia moglie non faccia la Pasqua a Gerusalemme!», esclama Pietro.
Giovanni interpella Gesù che parla fitto fitto con lo Zelote: «Maestro, come faremo ad andare e tornare in tempo?».
4«Non lo so. Mi affido a Dio. Se saremo in ritardo non sarà colpa mia».
I costruttori della Chiesa.
«Hai fatto bene ad essere prudente», dice lo Zelote.
5«Oh! per Me sarei andato avanti. Perché non è ancora la mia ora. Questo lo sento. Ma come avreste sopportato, voi, l’avventura, voi che da qualche tempo siete così… stanchi?».
6«Maestro… hai ragione. Sembra che un demonio abbia messo il suo alito fra di noi. Siamo tanto cambiati!».
7«L’uomo si stanca. Vuole le cose rapide. E sogna le cose stolte. Quando si avvede che altro è il sogno dalla realtà, si turba e, se non è di buona volontà, flette. Non ricorda che l’Onnipotente, che poteva in un attimo fare del Caos l’Universo, lo fece con fasi ordinate e separate in spazi di tempo detti giorni[215].
8Io devo dal Caos spirituale di tutto un mondo trarre il Regno di Dio. E lo farò. Io ne costruirò le basi, le sto costruendo, e devo spezzare la roccia durissima per tagliarvi dentro le fondamenta che non crolleranno. Voi alzerete lentamente i muri. I vostri successori continueranno l’opera, in altezza e in larghezza. Come Io morirò nell’opera, così voi morirete, e ce ne saranno altri e altri che moriranno cruentemente o incruentemente, ma consumati da questo lavoro che richiede spirito di immolazione, di generosità, e lacrime, e sangue, e pazienza senza misura…».
Destino delle future “voci” del Cristo.
Pietro insinua la sua testa brizzolata fra Gesù e Giovanni.
«Si può sapere cosa dite?».
9«Oh! Simone! Vieni qui. Si parlava della futura Chiesa. Spiegavo che, contro le vostre frette, stanchezze, sconforti e così via, ella richiede calma, costanza, sforzo, fiducia. Spiegavo che richiede il sacrificio di tutti i suoi membri. Da Me che ne sono Fondatore e che ne sono la mistica Testa, a voi, a tutti i discepoli, a tutti quelli che avranno nome di cristiani e appartenenti alla Chiesa universale. E in verità nella grande scala delle gerarchie saranno sovente i più umili, coloro che sembreranno semplicemente dei, “numeri”, quelli che renderanno veramente vitale la Chiesa. In verità dovrò sovente rifugiarmi in questi[216] per continuare a mantenere viva la fede e la forza dei sempre rinnovati collegi apostolici, e di questi apostoli dovrò farne dei tormentati da Satana e dagli uomini invidiosi, superbi e increduli. Né il loro martirio morale sarà meno penoso di quello materiale, presi come saranno fra la volontà attiva di Dio e la volontà malvagia dell’uomo, strumento di Satana, che cercherà con ogni studio e violenza di farli apparire menzogneri, folli, ossessi, per paralizzare la mia opera in loro e i frutti della stessa, che sono altrettanti colpi vittoriosi contro la Bestia».
«E resisteranno?».
10«E resisteranno anche senza avermi materialmente con loro. Dovranno credere non solo a ciò che è dovere di credere, ma anche alla loro segreta missione, crederla santa, crederla utile, crederla venuta da Me, mentre intorno a loro fischierà Satana per terrorizzarli, e urlerà il mondo per deriderli, e i non sempre perfettamente luminosi ministri di Dio per condannarli. Questo è il destino delle mie future voci[217]. Eppure non avrò altro modo che questo per scuotere, riportare al Vangelo e al Cristo gli uomini!
I consacrati ad aprire i sigilli.
11Ma per tutto quello che avrò richiesto da loro, imposto loro e da loro ricevuto, oh! darò loro eterna gioia, una gloria speciale! In Cielo è un libro chiuso. Solo Dio può leggerlo. In esso sono tutte le verità. Ma Dio talora leva i sigilli e risveglia le verità già dette agli uomini costringendo un uomo, eletto a tale sorte, a conoscere passato, presente e futuro quale il misterioso libro lo contiene. Avete mai visto un figlio, il più buono della famiglia, od uno scolaro, il più buono della scuola, essere chiamato dal padre o dal maestro a leggere in un libro di adulti e ad averne spiegazione? Sta a fianco del padre o del maestro, circondato da un loro braccio, mentre l’altra mano del padre o del maestro segna con l’indice le righe che vuole lette e conosciute dal prediletto.
12Così fa Dio con i suoi consacrati a tal sorte. Li attira e li tiene col suo braccio, e li forza a leggere ciò che Egli vuole, e a saperne il significato, e a dirlo poi, e averne scherno e dolore.
Compartecipi della gloria del Capostipite
13Io, l’Uomo, sono il Capostipite di coloro che dicono le Verità del libro celeste, e ne ho scherno, dolore e morte. Ma il Padre già prepara la mia Gloria. Ed Io, salito ad essa, preparerò la gloria di quelli che avrò forzato a leggere nel libro chiuso i punti che ho voluto, e al cospetto di tutta l’Umanità risorta e dei cori angelici Io li indicherò per quello che furono, chiamandoli presso di Me mentre aprirò i sigilli del Libro che ormai sarà inutile tenere chiuso, ed essi sorrideranno rivedendo scritte, rileggendo le parole che già furono loro illuminate quando soffrivano sulla Terra».
I martiri della ottusità malvagia del mondo.
14«E gli altri?», chiede Giovanni, attentissimo alla lezione.
«Quali altri?».
«Gli altri, che come me non hanno letto sulla Terra quel libro, non conosceranno mai ciò che dice?»
15«In Cielo ai beati tutto sarà noto. Essi conosceranno, assorbiti nella Sapienza infinita».
«Subito? Appena morti?».
16«Subito, appena entrati nella Vita».
«Ma allora perché all’Ultimo Giorno Tu farai vedere che li chiami a conoscere il Libro?».
17«Perché non ci saranno solo i beati a vedere questo. Ma tutta l’Umanità. E nella parte dei dannati molti saranno di coloro che hanno deriso le voci di Dio come quelle di folli e di indemoniati, e li avranno tormentati per quel loro dono. Lunga ma doverosa rivincita concessa a questi martiri della ottusità malvagia del mondo».
Il prediletto e amico di Dio.
18«Come sarà bello vedere ciò!», esclama Giovanni rapito.
19«Sì. E vedere tutti i farisei arrotare i denti di rabbia», dice Pietro e si sfrega le mani.
20«Oh! io penso che guarderò soltanto Gesù e i benedetti che leggeranno con Lui il Libro…», risponde Giovanni, sognante quell’ora, gli occhi spersi in chissà che visione di luce, fatti più lucidi da un’onda di pianto emotivo che non sgorga ma fa splendida l’iride celeste, un sorriso di fanciullo sulle labbra rosse.
21Lo Zelote lo guarda, anche Gesù lo guarda. Ma Gesù non dice niente. Lo Zelote invece dice: «Tu guarderai te stesso, allora! Perché, se fra noi ve ne è uno che sarà “voce di Dio” sulla Terra e sarà chiamato a leggere i punti del Libro sigillato, quello sei tu, Giovanni, prediletto di Gesù e amico di Dio».
22«Oh! non lo dire! Io sono il più ignorante di tutti. E se Gesù non dicesse che dei fanciulli è il Regno dei Cieli, io penserei non poterlo mai avere, tanto sono un buono a nulla. Non è vero, Maestro, che io valgo solo perché sono simile ad un fanciullo?».
23«Sì, tu appartieni alla beata puerizia. E che tu sia benedetto per ciò!».
L’incontro con la Madre e con le discepole.
Il carro delle donne.
24Camminano ancora qualche tempo, poi Pietro, che guarda indietro per la strada carovaniera sulla quale ormai sono, esclama: «Misericordiosa Provvidenza! Ma quello è il carro delle donne!».
25Tutti si volgono. É realmente il pesante carro di Giovanna che viene avanti al trotto di due robusti cavalli. Si fermano ad attenderlo. La coperta di cuoio tutta calata non permette di vedere chi è dentro ad esso. Ma Gesù fa cenno di fermare, e il conducente ha una esclamazione gioiosa quando vede Gesù, ritto sul bordo della strada a braccio alzato.
26Mentre l’uomo ferma i due cavalli che sbuffano, si affaccia dall’apertura della tenda il viso magro di Isacco: «Il Maestro!», grida.
27«Madre, sii lieta! É qui!».
28Voci di donne, trapestio di passi, avvengono nel carro, ma prima che una sola di loro scenda sono già balzati a terra Mannaen, Marziam e Isacco, che accorrono a venerare il Maestro.
29«Ancora qui, Mannaen?».
30«Fedele alla consegna. E ora più che mai perché le donne avevano paura… Ma… Ti abbiamo ubbidito perché si deve ubbidire, ma credi che non c’era nulla di preoccupante. So di certo che Pilato ha richiamato all’ordine i turbolenti, dicendo che chiunque creerà sedizioni in questi giorni di festa sarà punito duramente. Credo non estranea a questa protezione di Pilato la moglie, e soprattutto le dame amiche della moglie. A Corte si sa tutto e nulla. Ma si sa abbastanza…», e Mannaen si scansa per cedere il posto a Maria, che è scesa dal carro ed ha fatto i pochi metri di strada, tutta trepida e commossa.
Incontro con la madre.
31Si baciano mentre le discepole, tutte, venerano il Maestro. Non ci sono però né Maria né Marta di Lazzaro.
32Maria mormora: «Quanto affanno da quella sera! Figlio, come ti odiano tutti!», e delle lacrime scendono lungo le righe rosse che segnano sul viso il segno di molte altre, fatte in quei giorni.
33«Ma tu vedi che il Padre provvede. Non piangere, dunque! Io sfido tutto l’odio del mondo con coraggio. Ma una sola tua lacrima mi accascia. Suvvia, Madre santa!!», e tenendola abbracciata con un braccio a Sé si volge alle discepole per salutarle, ed ha particolari parole per Giovanna che è voluta tornare indietro per accompagnare Maria.
34«Oh! Maestro! Non è una fatica stare con tua Madre. Maria è trattenuta a Betania dalle sofferenze del fratello. Sono venuta io. Ho lasciato i bambini alla moglie del custode del palazzo, che è buona e materna. Ma già c’è anche Cusa che veglia, e pensa Tu se mancherà nulla al caro Mattia che mio marito predilige! Però anche Cusa mi ha detto che la partenza era inutile. La remora del Proconsole ha spezzato le unghie anche ad Erodiade. Egli poi, il Tetrarca, trema di paura e non ha che un pensiero: vegliare acciò che Erodiade non lo rovini agli occhi di Roma. La morte di Giovanni ha distrutto molte cose in favore di Erodiade. Ed Erode sente anche, e molto bene, che il popolo è in rivolta contro di lui per l’uccisione di Giovanni. La volpe intuisce che il peggior castigo sarebbe perdere la protezione astiosa e deridente di Roma. Il popolo lo assalirebbe subito. Perciò, oh! non dubitare! Non farà nulla di sua iniziativa!».
Ritorno a Gerusalemme.
35«Allora torniamo a Gerusalemme! Potete procedere tranquilli sulla vostra incolumità. Andiamo. Le donne rimontino sul carro e con esse Matteo e chi è stanco. Riposeremo a Bétèl. Andiamo».
36Le donne ubbidiscono. Salgono con esse Matteo e Bartolomeo. Gli altri preferiscono seguire il carro a piedi insieme a Mannaen con Isacco e Marziam. E Mannaen racconta come abbia fatto le indagini per sapere quanto di vero era nella millanteria dell’erodiano, che aveva gettato un vento di dolore nella quieta accolta di Betania presso Lazzaro, «molto sofferente», dice Mannaen.
37«É venuta una donna a Betania?».
38«No, Signore. Ma noi vi manchiamo da tre giorni. Chi è?».
39«Una discepola. La darò ad Elisa perché è giovane, sola e senza mezzi».
40«Elisa è nel palazzo di Giovanna. Voleva venire. Ma è molto costipata. Spasimava per vederti. Diceva: “Ma non capite che io ho la mia pace nel vederlo?”».
Marziam l’evangelizzatore.
41«Le darò anche una gioia con questa giovane. E tu, Marziam, non parli?».
«Ascolto, Maestro».
42«Il ragazzo ascolta e scrive. Da uno, dall’altro, si fa ripetere le tue parole e scrive, scrive. Ma le avremo dette bene, noi?», dice Isacco.
43«Le guarderò Io e aggiungerò ciò che manca nel lavoro del mio discepolo», dice Gesù accarezzando la guancia brunetta di Marziam. E chiede: «E il vecchio padre? Lo hai visto?».
44«Oh, sì! Non mi riconosceva. Ha pianto di gioia. Ma lo vedremo al Tempio perché Ismael li manda. Anzi ha dato loro più giorni quest’anno. Ha paura di Te».
45«Sfido io! Dopo lo scherzetto avvenuto a Chanania in scebat!», dice Pietro e ride.
46«La paura di Dio non costruisce però, anzi demolisce. Non è amicizia. É solo attesa che si muta spesso in livore. Ma ognuno dà ciò che può…».
47Proseguono la strada e li perdo di vista.
363. A Rama, in casa della sorella di Tommaso. Discorso della porta stretta e apostrofe a Gerusalemme[218].
In casa della sorella di Tommaso.
L’ invito di Tommaso.
1Tommaso, che era in fondo alla comitiva e che parlava con Mannaen e con Bartolomeo, si stacca dai compagni e raggiunge il Maestro che è davanti con Marziam e Isacco.
2«Maestro, fra poco siamo vicini a Rama. Non verresti a benedire il bambino di mia sorella? Ella desidera tanto di vederti! Potremmo sostare lì. C’è posto per tutti. Accontentami, Signore!».
3«Ti accontento. E con gioia! Domani entreremo in Gerusalemme riposati».
«Oh! allora vado avanti ad avvertire! Mi lasci andare?».
4«Va’. Ma ricordati che non sono l’amico mondano. Non obbligare i tuoi a molta spesa. Trattami da “Maestro”. Hai capito?».
5«Sì, mio Signore. Lo dirò ai parenti. Vieni, Marziam, con me?».
«Se Gesù vuole…».
6«Vai, vai, figlio».
Gli altri, che hanno visto Tommaso e Marziam andare in direzione di Rama, sita un poco a sinistra della strada che dalla Samaria, credo, va a Gerusalemme, affrettano il passo per chiedere cosa succede.
7«Andiamo in casa della sorella di Toma. In tutte le case dei parenti vostri ho sostato. È giusto che vada anche da lui. E l’ho mandato avanti per questo».
8«Allora, se permetti, oggi io pure andrò avanti. Per vedere un poco se non ci sono novità. Al tuo ingresso alla porta di Damasco ci sarò io se c’è del brutto. Altrimenti ti vedrò… Dove, Signore?», dice Mannaen.
9«A Betania, Mannaen. Vado subito da Lazzaro. Ma le donne le lascerò a Gerusalemme. Vado da solo. Anzi. Te ne prego. Dopo la sosta di oggi, tu scorta le donne alle loro case».
«Come vuoi Tu, Signore».
10«Avvisate il conducente di seguirci a Rama».
Infatti il carro viene in su lentamente per stare dietro alla comitiva apostolica. Isacco e lo Zelote restano fermi ad attenderlo mentre tutti gli altri prendono la strada secondaria che con una dolce pendenza conduce alla collinetta, molto bassa, sulla quale è Rama.
11Tommaso, che non sta nei suoi panni e appare anche più rubicondo per la gioia che gli splende in viso, è all’ingresso del paese, in attesa. Corre incontro a Gesù: «Che felicità, Maestro! Vi è tutta la mia famiglia! Mio padre che tanto voleva vederti, la madre mia, i fratelli! Come sono contento!». E si mette a fianco di Gesù, passando attraverso il paese così impettito che sembra sia un conquistatore nell’ora del trionfo.
In casa della sorella.
12La casa della sorella di Tommaso è ad un crocevia verso l’est della città. È la caratteristica casa israelita benestante, dalla facciata quasi priva di finestre, il portone ferrato, col suo spioncino, la terrazza per tetto e le muraglie del giardino, alte e scure, che si prolungano dietro la casa sormontate dalle chiome degli alberi da frutto.
13Ma oggi non ha bisogno la servente di guardare dallo spioncino. Il portone è tutto aperto e tutti gli abitanti della casa sono schierati nell’atrio, e si vede un continuo allungarsi di mani adulte che afferrano un fanciullo o una fanciulla della folta schiera dei bambini, i quali, irrequieti, esaltati dall’annunzio, rompono continuamente i ranghi e le gerarchie e sguizzano sul davanti della famiglia, ai posti di onore, dove in prima fila sono i genitori di Tommaso e la sorella col marito.
14Ma quando Gesù è sulla soglia, chi li tiene più i frugoli? Sembrano una chiocciata che esca dal nido dopo una notte di riposo. E Gesù riceve l’urto di questa schiera garrula e gentile, che si abbatte contro i suoi ginocchi e lo stringe, alzando le faccette in cerca di baci, e che non si stacca nonostante i richiami materni o paterni e neppure per qualche scappellotto che Tommaso amministra per rimettere ordine.
15«Lasciali fare! Lasciali fare! Fosse tutto il mondo così!», esclama Gesù, curvo ad accontentare tutti quei frugolini.
Il saluto del Padre di Tommaso.
16Infine può entrare fra i saluti più venerabondi degli adulti. Ma quelli che mi piacciono particolarmente sono i saluti del padre di Tommaso, un vecchio caratteristicamente giudeo, il quale viene rialzato da Gesù, che lo vuole baciare «per riconoscenza alla sua generosità nel dargli un apostolo».
17«Oh! Dio mi ha amato più di ogni altro in Israele, perché mentre ogni ebreo ha un maschio, il primogenito, sacro al Signore[219], io ne ho due: il primo e l’ultimo; e l’ultimo è ancor più sacro perché, senza essere levita né sacerdote, fa ciò che neppure il Sommo Sacerdote fa: vede costantemente Iddio e ne accoglie i comandi!», dice con la voce un poco tremula dei vecchi, fatta ancor più tremula dall’emozione. E termina: «Dimmi solo una cosa per far contenta l’anima mia. Tu che non menti, dimmi: questo figlio mio, per il modo come ti segue, è degno di servirti e meritare la Vita eterna?».
18«Riposa in pace, padre. Il tuo Toma ha un grande posto nel cuore di Dio per il modo come si conduce, ed avrà un grande posto in Cielo per il modo come avrà servito Iddio fino all’ultimo respiro».
19Tommaso boccheggia come un pesce per l’emozione di quanto sente dire.
Abbondanti benedizioni.
20Il vecchio alza le mani tremule, mentre due righe di pianto scendono fra le incisioni delle profonde rughe a sperdersi nel barbone patriarcale, e dice: «Su te la benedizione di Giacobbe, la benedizione del patriarca[220] al giusto fra i figli: “L’Onnipotente ti benedica colle benedizioni del Cielo di sopra, colle benedizioni dell’abisso che giace di sotto, colle benedizioni delle mammelle e del seno. Le benedizioni di tuo padre sorpassino quelle dei padri di lui e, finché non venga il desiderio dei colli eterni, posino sul capo di Toma, sul capo di colui che è nazareo[221] fra i suoi fratelli!”».
E tutti rispondono: «Così sia».
21«Ed ora benedici Tu, o Signore, questa casa e soprattutto questi che sono sangue del mio sangue», dice il vecchio accennando ai fanciulli.
22E Gesù, aprendo le braccia, tuona la benedizione mosaica[222] e la allunga dicendo: «Dio, alla cui presenza camminarono i vostri padri, Dio che mi pasce dalla mia adolescenza fino a questo giorno, l’angelo che mi ha liberato da ogni male, benedica questi fanciulli, portino essi il mio Nome e anche i nomi dei miei padri e si moltiplichino copiosamente sopra la Terra», e termina prendendo l’ultimo nato dalle braccia della madre per baciarlo sulla fronte dicendo: «E in te scendano come miele e burro le virtù elette che abitarono nel Giusto di cui ti è dato il nome, facendolo pingue per i Cieli e ornato come palma dai biondi datteri e cedro di regale fronda».
23Sono tutti commossi ed estatici. Ma poi un trillìo di gioia esplode da tutte le bocche e accompagna Gesù, che entra nella casa e non si ferma che quando è nel cortile, nel quale presenta agli ospiti la Madre, le discepole, gli apostoli e i discepoli.
La vigna santificata dalla presenza del Signore.
24Non è più mattina, e non è più mezzogiorno. Il raggio malato di un sole che fora a fatica le nuvole scapigliate di un tempo che stenta a rimettersi, dice che il sole si avvia al tramonto e il giorno al crepuscolo.
25Le donne non ci sono più e con loro non c’è più Isacco e Mannaen, mentre Marziam è rimasto ed è beato al fianco di Gesù, che esce di casa andando con gli apostoli e con tutti i parenti maschi di Tommaso a vedere alcune vigne che pare abbiano un pregio speciale. Tanto il vecchio come il cognato di Tommaso illustrano la posizione del vigneto e la rarità delle piante, che per ora non hanno che foglioline tenerelle.
26E Gesù benignamente ascolta queste spiegazioni, interessandosi di potature e di sarchiamenti come della cosa più utile della Terra. Alla fine dice sorridendo a Tommaso: «Te la devo benedire questa dote della tua gemella?».
27«Oh! mio Signore! Io non sono Doras né Ismaele. So che il tuo alito, la tua presenza in un luogo è già benedizione. Ma se vuoi alzare la tua destra su queste piante fallo, e certo santo sarà il loro frutto».
«E abbondante no? Che ne dici, padre?».
28«Basta santo. Santo basta! Ed io lo pigerò e te lo manderò per la Pasqua prossima, e lo userai nel calice del rito».
29«È detto. Ci conto. Voglio nella Pasqua futura consumare il vino di un vero israelita».
Escono dalla vigna per tornare in paese.
Fedeli di Rama.
30La notizia della presenza in paese di Gesù di Nazareth si è diffusa e quelli di Rama sono tutti sulle strade con una gran voglia di avvicinarsi.
31Gesù vede e dice a Tommaso: «Perché non vengono? Hanno forse tema di Me? Di’ loro che li amo».
32Oh! Tommaso non se lo fa dire due volte! Va da un crocchio all’altro, così svelto che pare un farfallone che voli di fiore in fiore. E non se lo fanno dire due volte neppure quelli che sentono l’invito. Corrono tutti, passandosi la voce, intorno a Gesù, di modo che, giunti al crocevia dove è la casa di Tommaso, vi è una discreta folla che parla con rispetto con gli apostoli e coi famigliari di Tommaso chiedendo questo o quello.
33Comprendo che Tommaso ha lavorato molto nei mesi d’inverno, e molto della dottrina evangelica è nota in paese. Ma desiderano averne particolare spiegazione, e uno, al quale ha fatto grande impressione la benedizione data da Gesù ai piccoli della casa ospitale e quanto ha detto di Tommaso, chiede: «Saranno dunque tutti dei giusti per questa tua benedizione?».
34«Non per essa. Ma per le loro azioni. Io ho dato ad essi la forza della benedizione per corroborarli nelle loro azioni. Ma sono essi che devono fare le azioni e fare soltanto giuste azioni per avere il Cielo. Io benedico tutti… ma non tutti si salveranno in Israele».
«Anzi, se ne salveranno molto pochi, se vanno avanti così come vanno», brontola Tommaso.
«Che dici?».
35«Il vero. Chi perseguita il Cristo e lo calunnia, chi non pratica ciò che Egli insegna, non avrà parte al suo Regno», dice col suo vocione Tommaso.
Discorsi sulla salvezza.
“Sii generoso con la tua anima”.
36Uno lo tira per la manica: «È molto severo?», chiede accennando a Gesù.
«No. Anzi è troppo buono».
«Io, che dici, mi salverò? Non sono fra i discepoli. Ma tu lo sai come sono e come ho sempre creduto a quello che tu mi dicevi. Ma più di così non so fare. Cosa devo fare di preciso per salvarmi, oltre quello che faccio già?».
«Chiediglielo a Lui. Avrà la mano e il giudizio più dolce e giusto del mio».
37L’uomo si fa avanti. Dice: «Maestro, io sono osservante della Legge e da quando Toma mi ha ripetuto le tue parole cerco di esserlo di più. Ma sono poco generoso. Faccio ciò che devo fare assolutamente. Mi astengo dal fare ciò che non è bene fare perché ho paura dell’Inferno. Ma amo però i miei comodi e… lo confesso, studio molto di fare le cose in modo di non peccare ma di non disturbare neppure troppo me stesso. Facendo così mi salverò?».
38«Ti salverai. Ma perché essere avaro col buon Dio che è tanto generoso con te? Perché pretendere per sé solo la salvezza, carpita a fatica, e non la grande santità che dà subito eterna pace? Suvvia, uomo! Sii generoso con l’anima tua!».
39L’uomo dice umilmente: «Ci penserò, Signore. Ci penserò. Sento che Tu hai ragione e che io faccio torto all’anima mia obbligandola a lunga purgazione prima di avere la pace».
40«Bravo. Questo pensiero è già un principio di perfezionamento».
La porta è stretta (Lc 13,22-24)[223].
41Un altro di Rama chiede: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
42«Se l’uomo sapesse condursi con rispetto verso sé stesso e con amore reverenziale a Dio, tutti gli uomini si salverebbero, come Dio lo desidera. Ma l’uomo non procede così. E, come uno stolto, si trastulla con l’orpello invece di prendere l’oro vero. Siate generosi nel volere il Bene. Vi costa? In questo è il merito. Sforzatevi di entrare per la porta stretta. L’altra, ben larga e ornata, è una seduzione di Satana per traviarvi. Quella del Cielo è stretta, bassa, nuda e scabra. Per passarvi occorre essere agili, leggeri, senza pompa e senza materialità. Occorre essere spirituali per poterlo fare. Altrimenti, venuta l’ora della morte, non riuscirete a varcarla. E in verità si vedranno molti che cercheranno di entrarvi senza potervi riuscire, tanto sono obesi di materialità, infronzolati di pompe mondane, irrigiditi da una crosta di peccato, incapaci a piegarsi per la superbia che fa loro da scheletro.
Il tempo è limitato (Lc 13,25)[224].
43E verrà allora il Padrone del Regno a chiudere la porta, e quelli fuori, quelli che non avranno potuto entrare al tempo giusto, stando fuori busseranno all’uscio gridando: “Signore, aprici. Ci siamo anche noi”. Ma Egli dirà: “In verità Io non vi conosco, né so da dove venite”. Ed essi: “Ma come? Non ti ricordi di noi? Noi abbiamo mangiato e bevuto con Te e noi ti abbiamo ascoltato quando Tu insegnavi nelle nostre piazze”. Ma Egli risponderà: “In verità Io non vi riconosco.
Gli operatori d’iniquità (Lc13,26-27)[225].
44Più vi guardo e più mi apparite fatti sazi di ciò che Io ho dichiarato cibo impuro. In verità più Io vi scruto e più vedo che voi non siete della mia famiglia. In verità, ecco, ora vedo di chi siete figli e sudditi: dell’Altro. Avete per padre Satana, per madre la Carne, per nutrice la Superbia, per servo l’Odio, per tesoro avete il peccato, per gemme i vizi. Sul vostro cuore è scritto: ‘Egoismo’. Le vostre mani sono sporche delle rapine fatte ai fratelli. Via di qui! Lontani da Me, voi tutti, operatori di iniquità”.
La verifica finale (Lc 13,28)[226].
45E allora, mentre dal profondo dei Cieli verranno fulgidi di gloria Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti e giusti del Regno di Dio, essi, quelli che non hanno avuto amore ma egoismo, non sacrificio ma mollezza, saranno cacciati lontano, confinati al luogo dove il pianto è eterno e dove non c’è che terrore. E i risorti gloriosi, venuti da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno, si aduneranno alla mensa nuziale dell’Agnello, Re del Regno di Dio.
Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti
(Lc 13,29-30)[227]
46E si vedrà allora che molti che parvero i “minimi” nell’esercito della Terra saranno i primi nella cittadinanza del Regno. E così pure vedranno che non tutti i potenti d’Israele sono potenti in Cielo, e non tutti gli eletti dal Cristo alla sorte di suoi servi hanno saputo meritare di essere eletti alla mensa nuziale. Ma bensì vedranno che molti, creduti “i primi”, saranno non solo ultimi, ma non saranno neppure ultimi. Perché molti sono i chiamati, ma pochi quelli che dell’elezione sanno farsi una vera gloria».
I sciacalli in cerca dell’agnello.
I serpenti tentatori.
47Mentre Gesù parla, con un pellegrinaggio diretto a Gerusalemme, o venuto da Gerusalemme sopra-affollata in cerca di alloggio, sopraggiungono dei farisei. Vedono l’assembramento e si avvicinano a vedere. Presto scorgono la testa bionda di Gesù splendere contro il muro oscuro della casa di Tommaso.
48«Fate largo, che vogliamo dire una parola al Nazareno», urlano prepotenti.
Con nessun entusiasmo la folla si apre e gli apostoli vedono venire verso di loro il gruppo farisaico.
«Maestro, pace a Te!».
49«La pace a voi. Che volete?».
«Vai a Gerusalemme?».
50«Come ogni fedele israelita».
«Non ci andare! Un pericolo ti aspetta là. Noi lo sappiamo perché veniamo di là, incontro alle nostre famiglie. E siamo venuti ad avvertirti perché abbiamo saputo che eri a Rama».
51«Da chi, se è lecito chiederlo?», chiede Pietro, insospettito e pronto ad attaccare una disputa.
«Ciò non ti riguarda, uomo. Sappi solo, tu che ci chiami serpenti, che presso il Maestro i serpenti sono molti e che faresti bene a diffidare dei troppi, e dei troppo potenti, discepoli».
«Ohè! Non vorrai insinuare che Mannaen o…».
Messaggio alla vecchia volpe (Lc 13,31-33)[228].
52«Silenzio, Pietro. E tu, fariseo, sappi che nessun pericolo può distogliere un fedele dal suo dovere. Se si perde la vita è nulla. Quello che è grave è perdere la propria anima contravvenendo alla Legge. Ma tu lo sai. E sai che Io lo so. Perché allora mi tenti? Non sai forse che Io so perché lo fai?».
53«Non ti tento. È verità. Molti fra noi saranno tuoi nemici. Ma non tutti. Noi non ti odiamo. Sappiamo che Erode ti cerca e ti diciamo: parti. Vattene via di qua, perché se Erode ti cattura certo ti uccide. È ciò che desidera».
54«È ciò che desidera, ma che non farà. Questo lo so Io. Del resto, andate a dire a quella vecchia volpe che Colui che egli cerca è a Gerusalemme. Infatti Io vengo cacciando i demoni, operando guarigioni senza nascondermi. E lo faccio e farò oggi, domani e dopodomani, finché il mio tempo non sarà finito. Ma bisogna che Io cammini finché non ho toccato il termine. E bisogna che oggi e poi un’altra e un’altra e un’altra volta ancora, Io entri in Gerusalemme, perché non è possibile che il mio cammino si fermi prima. E deve compiersi in giustizia, ossia in Gerusalemme».
Lupi e sciacalli in caccia dell’agnello.
«Il Battista è morto altrove».
55«È morto in santità, e santità vuol dire “Gerusalemme”. Che se ora Gerusalemme vuol dire “Peccato”, ciò è solo per ciò che non è che terrestre e che presto non sarà più. Ma Io parlo di ciò che è eterno e spirituale, ossia della Gerusalemme dei Cieli. In essa, nella sua santità, muoiono tutti i giusti ed i profeti. In essa Io morirò e voi inutilmente volete indurmi al peccato. E morirò, anche, fra le colline di Gerusalemme, ma non per mano di Erode, sebbene per volere di chi mi odia più sottilmente di lui, perché vede in Me l’usurpatore del Sacerdozio ambito e il purificatore d’Israele da tutti i morbi che lo corrompono. Non addossate dunque a Erode tutta la smania di uccidere, ma prendete ognuno la vostra parte, che, in verità, l’Agnello è su un monte sul quale salgono da ogni parte lupi e sciacalli, per sgozzarlo e…».
Apostrofe a Gerusalemme (Mt 23,37). [229].
I farisei fuggono sotto la grandine delle scottanti verità…
56Gesù li guarda fuggire. Si volge poi a mezzogiorno, verso una luminosità più chiara che forse indica la zona di Gerusalemme, e mestamente dice: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i tuoi profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte non ho voluto radunare i tuoi figli come fa l’uccello sul suo nido radunando i suoi piccoli sotto le sue ali, e tu non hai voluto!
Potenza della lode (Mt 23,38-39; Lc 13,35)[230].
57Ecco! Ti sarà lasciata deserta la Casa dal tuo vero Padrone. Egli verrà, farà, come vuole il rito, come deve fare il primo e l’ultimo d’Israele, e poi se ne andrà. Non sosterà più fra le tue mura per purificarti con la sua presenza. E ti assicuro che tu e i tuoi abitanti non mi vedrete più, nella mia vera figura, finché non sia il giorno in cui diciate: “Benedetto Colui che viene in nome del Signore”… E voi di Rama ricordate queste parole e tutte le altre, onde non avere parte nel castigo di Dio. Siate fedeli… Andate. La pace sia con voi».
E Gesù si ritira nella casa di Tommaso con tutti i famigliari di esso e i suoi apostoli.
Il Mandato di Gesù al “Portavoce”[231].
Dice Gesù:
58«Tredici anni sono, Io ti sigillavo sotto il peso dell’infermità, spezzando parola e attività. Hai dovuto per anni salvare col dolore. Poi ti ho fatto fontana per salvare con la Parola. Ti ho fatto “portavoce”. Oggi, mia violetta nascosta, ti autorizzo a disporre delle cose udite e vedute. Con prudenza, senza avarizia, con santità e per santo fine.
59Era mio chiaro e fermo desiderio che nessuno potesse attingere alla cisterna, nella quale si riversa la mia Parola attraverso te, se prima essa non era completamente empita. Ma posto che si è voluto attingerne a stille, e in verità ciò non mi è molto piaciuto perché Imprudente e sminuente l’opera, è stolto che si soffochi ogni respiro alla polla originaria quando poi l’acqua che essa getta non è raccolta in serbatoi per essere usata a tempo debito e con le dovute cautele e tutele, acciò non sia inquinata da elementi estranei, o carpita, o altro, ma è suddivisa e sparsa in mille rivoletti, perdendo la sua imponente bellezza, sperdendosi nell’aridume profano di un deserto più o meno razionalista e incredulo, servendo anche a manovre di spiriti derisori e ostili.
60Perciò, piccolo Giovanni, quando vedrai che il mio verbo può divenire “balsamo” e salvazione, dà Il mio “verbo”. Non avere paura. Vedrai con chiarezza a chi è bene darlo. Ti illumina la Luce. E prega tanto, tanto, tanto per i sacerdoti che in queste feste saliranno all’altare per la prima volta. Che il loro sia un vero Natale. Una nascita al Cristo, col Cristo e per il Cristo. Ce ne è bisogno. Avere dei sacerdoti santi non impedirà di avere guerre e stragi. Ma almeno farà sì che non moriate tutti Imbestiati come state principiando. Dovrei, oh! che in verità dovrei ripetere l’atto della cacciata dal Tempio dei profanatori! Sono disgustato profondamente.
61Violetta della Croce, prega per i ministri del tuo Gesù… Va’ in pace, anima mia, mia crocifissa, mia voce, mia figlia, mia gioia…» E mi prende con le sue lunghe mani il viso chinandosi su me fino a sfiorarmi coi capelli la fronte e a respirarmi in volto
La piccola Cristoforo:
62«Sappi che Io adeguo le manifestazioni all’ambiente e allo scopo per i quali Io le ho suscitate. Tu hai avuto missione di essere voce mondiale. Devi cantare l’inno della Misericordia dell’Amare. della Sapienza e della Perfezione, per tutte le orecchie e per tutti i cuori, per tutte le Intelligenze e per tutte le anime. Perciò, dopo averti formata a questa capacità ‑ e non insuperbire perché tutto quanto hai te l’ho dato Io per questa missione, anche l’essere sola, tutto – ti ho fatto “voce” completa, un gigante, tu, pigmeo. Ma non sei tu; sono Io in te. Perciò sono Io il gigante, mia piccola Cristoforo che porti Cristo ma ne sei portata»; e più oltre: «E tu sei la violetta della Croce, nascosta, la consacrata. Ecco dunque che non desideri conoscenze, che tremi di essere conosciuta. Questo ti pare una denudazione. Non temere! I tuoi veli non saranno alzati suoi tuoi mistici amori. Sta’ buona! Sta’ buona! Non tremare di sofferenza, o mia violetta, sorella e sposa. Io solo conosco te. Ed Io permetto si sappia fin dove Io voglio»
S O M MA R I O
338. Giuda Iscariota perde il potere del miracolo La parabola del coltivatore.
Miracoli e fatti della missione.
L’Iscariota avvilito per il potere perso.
Progetti per il pellegrinaggio di primavera.
Non stancarsi alle prime sconfitte.
La parabola del buon coltivatore.
Il padrone impaziente (Lc 13,6-9).
Il paziente coltivatore giustificato.
L’elemento essenziale per l’esorcismo.
L’Iscaariota non si pente e rimane indemoniato.
L’Iscariota rifiuta la compagnia di Gesù.
339. La notte peccaminosa di Giuda Iscariota. Verso Meieron.
L’Iscariota, un Apostolo strano.
La vera causa della sofferenza di Gesù.
L’Iscariota un Apostolo corrotto.
340. Ravvedimento di Giuda Iscariota e scontro con i rabbi al sepolcro di Hillele.
L’Iscariota, Apostolo bugiardo.
Necessità e conseguenze del pentimento.
Giscala fiorente città rabbinica.
Il Messia è la Fonte di acqua viva.
341. La mano ferita di Gesù. Guarigione di un sordomuto ai confini siro-fenici.
Presso i confini fenici (Mc 7,31) .
Miracolo nel miracolo (Mc 7,32-35).
342. A Cédès. Il segno chiesto dai farisei e la profezia di Abacuc.
Antica città levitica e di rifugio.
Cani ringhiosi, sparvieri rapaci e serpi astute.
Profezia di Abacuc sul Messia.
L’anima è il luogo dove si parla con Dio.
È donato a Satana l’anima che non si dà al Messia.
I contraddittori chiedono un segno (Mt 16,1; Mc 8,11).
Il Messia protetto dal sinagogo.
Segni dei tempi messianici (Mt 16,2-3).
Confessione e professione di fede.
Guai agli increduli del tempo messianico.
343. Il lievito dei farisei. Le opinioni sul Figlio dell’uomo Il primato a Simon Pietro.
Guardatevi dell’odio e dell’eresia.
Infettati da elementi farisaici.
Guardatevi dal lievito dei farisei (Mt 16,5-6; Mc 8,14-15).
Uomini di poca fede (Mt 16,7-8; Mc 8,17-19).
Il lievito che corrompe (Mt 16,11-12).
Professione di fede e primato di Pietro.
“Chi dice la gente che Io sia”? (Mt 16,14; Mc 8,27; Lc 9,19).
Professione di fede (Mt 16,15-16; Mc 8,29; Lc 9,20).
Primato di Pietro (Mt 16,17-19; Mc 8,30; Lc 9,21).
Segreto imposto da Gesù (Mt 16,21; Mc 8,29; Lc 9,21).
344. Incontro con i discepoli a Cesarea di Filippo e spiegazione del segno di Giona.
La vecchietta generosa di cuore e di lingua.
Paternità e maternità spirituali.
I segni non convertono i malvagi.
345. Miracolo al castello di Cesarea Paneade.
Dorca madre e vedova a diciassette anni
346. Primo annuncio della Passione e il rimprovero a Simon Pietro.
Il segreto dei nomi di Gesù e di Maria.
Gli Apostoli innamorati di Maria
Sosta per il pasto condito di gioia.
Sosta per il pasto condito di gioia.
Primo annuncio della Passione (Mt 16,21; Mc 8,31-32).
Pietro tenta il Signore (Mt 16,22; Mc 832).
Il rimprovero a Pietro (Mt 16,23; Mc 8,33).
L’ Amore deve essere Luce non Tenebre.
Chi molto riceve molto deve dare.
È Amore non permettere deviazioni.
Essere al servizio del Messia.
Condizioni per seguire il Messia (Mt 16,24-26; Mc 8,34-37; Lc 9,23-25).
Testimoniare in favore di Gesù (Mt 16,27; Mc 8,38; Lc 9,26).
347. A Betsaida. Profezia sul martirio di Marziam e degli apostoli. La guarigione di un cieco.
Come andando a un convito d’amore.
Di corsa raggiungono Betsaida.
Guarigione di un cieco (Mc 8,22-26).
Ogni ubbidienza è scritta in Cielo.
A Gerusalemme per Magdala e Nazareth.
Marcia solerte verso Nazareth.
Rivelazione dei misteri di Maria.
Il Figlio fa conoscere la Madre.
L’eterna bellezza dell’anima di Maria.
L’anima della Madre fuso nell’Amore col Padre.
L’amore è forte più della morte.
“Una Donna chiuderà in sé l’Uomo”.
All’ appuntamento di Dio si va veloce.
Il monte Tabor (Mt 17,1; Mc 9,2; Lc 9,28).
Sul luogo della Trasfigurazione.
Esperienze del soprannaturale.
La trasfigurazione (Mt 17,2; Mc 9,3; Lc 9,29).
Apparizione di Mosè e di Elia (Mt 17,3; Mc 9,4; Lc 9,30-31).
Mistero e bellezza d’un estasi (Mt 17,4-5; Mc 9,4; Lc 9,32-34).
La voce di Dio (Mt 17,5-6; Mc 9,7; Lc 9,35-36).
Consapevolezza (Mt 17,7-8; Lc 9.36).
Il segreto del Re (Mt 17,9; Mc 9,9-10; Lc 9,36).
Il ritorno d’Elia (Mt 17,10.13; Mc 9,11-13).
L’epilettico guarito al piede del monte.
Motivi di una disputa (Mt 17,14; Mc 9,14-16; Lc 9,37).
Posseduto da un spirito maledetto (Mt 17,14-15; Mc 9,17-18; Lc 9,38-39).
Generazione incredula (Mt 17,16-17; Mc 9,19; Lc 9,40-41).
Tutto è concesso a chi crede (Mc 9,20-24; Lc 9,42).
L’ esorcismo (Mt 17,18; Mc 9,25-27; Lc 9,42-43).
Le forze dell’Anticristo sono in marcia.
Le “voci” del Re, del Fedele, del Verace.
350. Lezione ai discepoli sul potere di vincere i demoni.
Possessione diabolica e malattia.
Sul carisma dell’esorcismo (Mc 9,28-29; Mt 17,21).
Istruzioni per il pellegrinaggio pasquale.
351. Il tributo al Tempio pagato con la moneta trovata in bocca al pesce.
Affidamento alla paternità di Dio.
Affidamento alla Paternità di Dio.
Affidamento alla Paternità di Dio.
Brilla la paternità di Dio (Mt 17,25-27) .
Il convertito dalla Maddalena.
Sulla condizione per aver miracolo.
I discepoli della dottrina cristiana.
Il piccolo Beniamino di Cafarnao.
Dispute sul primato (Lc 9,46).
Beniamino, l’agnellino fedele.
Parabola dell’agnellino fedele.
Il segreto dell’amore e dell’ubbidienza.
Lezione sul primato nel regno dei cieli.
Imparare dai piccoli (Lc 9,47-48) .
Mutare il castigo in benedizione.
“Il più grande” nel Regno dei cieli (Mt 18,3-4).
Accoglienza di bambini (Mt 18,5; Mc 9,37).
Sacralità del fanciullo (Mt 18,6-7; Mc 9,42; Lc 17,1-3).
Evitare l’occasione di scandalo (Mt 18,8-9; Mc 9,43; Lc 9,48-49).
L’ unico nemico da combattere .
Esorcizzare in nome di Gesù è sempre lecito
L‘arma vincente, il nome Gesù (Mc 9,39; Lc 9,50).
353. La seconda moltiplicazione dei pani e il miracolo della moltiplicazione della Parola.
“Il Signore non sceglie i giganti”.
Ogni peccato è una malattia (Mt 15,30-31).
La compassione di Gesù (Mt 15,32; Mc 8,1-3).
Solidarietà e condivisione (Mt 15, 33-34; Mc 8,3-4).
L’opera d’amore (Mt 15,35-39; Mc 8,6-10).
L’ opera dello Spirito Santo. (Insegnamento)
354. Il discorso sul Pane del Cielo, nella sinagoga di Cafarnao, e la defezione di molti discepoli.
Quelli che cercano Gesù (Gv 6,22-24).
La verità sulla propria vocazione.
“Predestinazione” e “Primizia”.
Ricerca sbagliata: quella sensuale (Gv 6,25-26.
Ricerca giusta: quella spirituale (Gv 6,27).
Origine, natura, ed effetti della manna.
Necessità di credere nel Messia (Gv 6,28-29).
Origine della Manna (Gv 6,30-33).
Condizioni per una buona comunione eucaristica (Gv 6,34-36).
Questa è la Volontà di Dio-Padre (Gv 6,37-40).
Origine e natura divina del Messia (Gv 6,41-47).
L’Eucaristia e le sue conseguenze eterne
Vero Cibo e Bevanda di vita eterna (Gv 6,52-58).
Fattori che determinano la salvezza.
La crisi di fede (Gv 6,59-60).
Il senso spirituale (Gv 6,61-63).
L’incredulità uccide lo spirito (Gv 6,64-66). .
355. Il nuovo discepolo Nicolai di Antiochia e il secondo annuncio della Passione.
Mossa stanca e sofferente di Gesù.
Davide, il piccolo consolatore.
Secondo annuncio della Passione (Mt 17,22-23; Mc 9,30-32; Lc 9,43-45).
L’Iscariota, modello dei traditori.
Gesù-Messia, Re solo per lo spirito.
356. Verso Gadara. Le eresie di Giuda Iscariota e le rinunce di Giovanni che vuole solo amare.
L’Iscariota, un volontario di Satana.
L’apostolo subdolo e inquisitore.
L’ apostolo volutamente eretico.
357. Giovanni e le colpe di Giuda Iscariota. I farisei e la questione del divorzio.
Palpiti di luce per la Luce del mondo.
Gesù dà luce al discepolo amato.
Misericordia per le anime malate.
L’ apostolo corrotto e corruttore.
Satana non fa male ai Giovanni.
Indissolubilità del matrimonio (Mt 19,3-6;
Il ripudio mosaico (Mt 19,7-8; Mc 10,5).
Caso di concubinato (Mt 19,9) .
Il caso di adulterio consumato (Mc 10,10-12). .
Castità permanente e volontaria (Mt 19,10-12). .
358. A Pella. Il giovinetto Jaia e la madre di Marco di Giosia.
Turba di ciechi, miseria, sudiciume, stracci.
L’animale è meno stolto dello stolto vero.
La iena se ne intende solo di carogne.
Un miracolo parlerà del Messia.
Il ceco si fa condurre alla Luce.
La madre di Marco, l’indemoniato.
Con che mezzi si salvano le anime?
Guarigione di Jaia, evangelizzatore della Luce.
359. Nella capanna di Mattia presso Jabes Galaad.
Respinti e cacciati da ogni luogo.
L’uomo del cuore grande e ornato.
L’uomo buono e giusto come Giobbe.
360. Il malumore degli apostoli e il riposo in una grotta. L’incontro con Rosa di Gerico
Fra tre corsi d’acqua in piena.
La virtù si perfeziona nella prova.
Il dolore di essere tradito, rinnegato, abbandonato.
I volti degli apostoli che dormono.
Il Messia disarmato contro il mondo.
Quelli che causano a Gesù la prima tortura.
L’incontro con Rosa di Gerico.
Imperfezione degli apostoli, quanta!
Mercati e viaggi si fanno col tempo buono.
Imperfetti e deboli, ottusi e pavidi.
Dannazione eterna di un apostolo.
Maddalena avverte Gesù di un pericolo.
La donna audace sventa un attentato.
Quella che fa più cammino nell’amore.
Miracolo sul fiume Giordano in piena.
Non mentire mai, Dio ama i sinceri
Chi porta Dio non deve temere.
362. Missione e destino delle “voci di Dio”. L’incontro con la Madre e con le discepole.
La missione delle “voci” nella Chiesa.
Destino delle future “voci” del Cristo.
I consacrati ad aprire i sigilli.
Compartecipi della gloria del Capostipite
I martiri della ottusità malvagia del mondo.
L’incontro con la Madre e con le discepole.
In casa della sorella di Tommaso.
Il saluto del Padre di Tommaso.
La vigna santificata dalla presenza del Signore.
“Sii generoso con la tua anima”.
La porta è stretta (Lc 13,22-24).
Il tempo è limitato (Lc 13,25).
Gli operatori d’iniquità (Lc13,26-27).
La verifica finale (Lc 13,28).
Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti
I sciacalli in cerca dell’agnello.
Messaggio alla vecchia volpe (Lc 13,31-33).
Lupi e sciacalli in caccia dell’agnello.
Apostrofe a Gerusalemme (Mt 23,37). .
Potenza della lode (Mt 23,38-39; Lc 13,35).
Il Mandato di Gesù al “Portavoce”.
1
[1] MARIA VALTORTA, L’Evangelo come mi è stato rivelato, Ed. CEV, Isola del Lire
[2] Titolo voluto da Gesù, MARIA VALTORTA, Quadernetti N° 48,1).
[3] Matteo, Marco, Luca, Giovanni.
[4] Quest’Opera è manifestazione, rivelazione, venuta del FIGLIO DELL’UOMO,
in compimento della Sua profezia: “La venuta del Figlio dell’Uomo sarà come nei giorni di Noè e di Lot. Così sarà il tempo in cui il Figlio dell’Uomo si rivelerà” (Mt 24,37-40; Lc 17,26-30). La Malvagità di oggi ha superato la Malizia di quel tempo, fedelmente Gesù ha compiuto la promessa. È con noi
[5] 22 novembre 1945. Poema: V, 26
[6] VANGELO SECONDO LUCA: Il Signore replicò: “Ipocriti, non scioglie forse, di sabato, ciascuno di voi il bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? È questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto legata diciott’anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?” (Lc 13,15-16).Disse anche questa parabola: “Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vango a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai” (Lc 13,6-9).
[7] 23 novembre 1945. Poema: V, 27
[8] Certamente Gesù, stanco dalla fatica, amareggiato dall’odio, ma soprattutto addolorato dalla conoscenza di quella notte peccaminosa del suo apostolo Giuda Iscariota, non poteva umanamente avere la mente lucida se è vero che Lui, a parte il peccato, ha condiviso tutto con noi. Quindi, così come siamo soliti di fare noi uomini quando abbiamo la mente offuscata per fatica, preoccupazione o dolore; così Gesù in quel momento ha avuto la mente annebbiata a tal punto di non poter decidere sulla scelta da fare. Gesù non ha mai recitato la parte del Redentore.
[9] Dio ha mandato il proprio figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne (Cfr. Rm 8,3).
“Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio” (2Cor 65,21). “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno” (Gal. 3,13; Dt 21,23). “Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova” (Eb 2,17-18).
[10] Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà; la loro speranza è piena di immortalità. Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé: li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto. Nel giorno del loro giudizio risplenderanno; come scintille nella stoppia, correranno qua e là. Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro. Quanti confidano in lui comprenderanno la verità; coloro che gli sono fedeli vivranno presso di lui nell’amore, perché grazia e misericordia sono riservate ai suoi eletti (Sapienza 3,1-9).
[11] 24 novembre 1945. Poema: V, 28
[12] Il Signore disse a Mosè: “Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all’asciutto” (Es 14,15). Divise il mare e li fece passare e fermò le acque come un argine (Sal 78,13). Fece loro attraversare il Mar Rosso, guidandoli attraverso molte acque; sommerse invece i loro nemici e li rigettò dal fondo dell’abisso (Sap 10,18-19).
[13] “Manderò davanti a te un angelo e scaccerò il Cananeo, l’Amorreo, l’Hittita, il Perizzita, l’Eveo e il Gebuseo” (Esodo 33,2). Allora, quando il Signore mise gli Amorrei nelle mani degli Israeliti, Giosuè disse al Signore sotto gli occhi di Israele: “Sole, fermati in Gabaon e tu, luna, sulla valle di Aialon”. Si fermò il sole e la luna rimase immobile finché il popolo non si vendicò dei nemici… Il Signore combatteva per Israele (Giosuè 10,12-14).
[14] Numeri 21,17-18
[15] Mi condusse poi all’ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio, dal lato destro usciva acqua (Ez 47,1). Rispose loro Gesù: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Egli parlava del tempio del suo corpo (Gv 2,19-21). Quando Gesù espiro sulla croce, uno dei soldati gli colpì il fianco destro con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua (Cfr. Gv 19,34). Gesù è il pozzo d’acqua viva profetizzato da tempi antichi: “Vi sarà una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità” (Zc 13,1). In quel giorno acque vive sgorgheranno sempre, estate e inverno da Gerusalemme (Zc 14,8). “Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza” (Is 12,3).
[16] Esodo 17,1-7; Numeri 20,1-13.
[17] Numeri 24,15-19.
[18] “Essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua” (Ger. 1,13)
[19] “O speranza di Israele, Signore, quanti ti abbandonano resteranno confusi; quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato la fonte di acqua viva, il Signore” (Ger 17,13).
[20] 25 novembre 1945. Poema: V, 29
[21] VANGELO SECONDO MARCO. Di ritorno dalla regione di Tiro, passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decapoli (Mc 7,31).
[22] Il consiglio dato da Bartolomeo era di ritornare per la Decapoli (vedere n.139, brano 40). Infatti il Vangelo di Marco pone la guarigione del sordomuto nel ritorno per la Decapoli.
[23] VANGELO SECONDO MARCO: E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano. E portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua. Guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: “Effetà” cioè: “Apriti!”. E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente (Mc 7,32-35).
[24] VANGELO SECONDO MARCO: E domandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più Egli lo raccomandava, più essi ne parlavano. E pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti” (Mc 7,36-37).
[25] 26 novembre 1945. Poema: V, 30
[26] Il Signore disse a Mosè: “Designerete città che siano per voi città di asilo, dove possa rifugiarsi l’omicida che avrà ucciso qualcuno involontariamente, per errore o per inavvertenza, senza averlo odiato prima, perché possa aver salva la vita fuggendo in una di quelle città. Queste città vi serviranno di asilo contro il vendicatore del sangue, perché l’omicida non sia messo a morte prima di comparire in giudizio dinanzi alla comunità” (Numeri 35,912; Es 21,12-13; Dt 4,42; 19,1-13; Giosuè 20,1-9). Consacrarono dunque Kades (Cédès), Sichem, Ebron Bezer, Ramot e Golan. Queste furono le città di rifugio stabilite per tutti gli Israeliti (Giosuè 20,7-9).
[27] Abacuc 1,4
[28] “Guardate fra i popoli e osservate, inorridite e ammutolite: c’è chi compirà ai vostri giorni una cosa che a raccontarla non sarebbe creduta” (Ab 1,5).
[29] “Il Padre stesso vi ama, poiché voi mi avete amato, e avete creduto che io sono venuto da Dio. Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre” (Gv 16,27-28). Perciò, l’espressione “Dio che si separa da Dio per salvare la creatura colpevole” equivale a questa: “Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo” e a quella del Credo: per noi uomini e per la nostra salvezza, discese dal Cielo. “per noi uomini e per la nostra salvezza, discese dal Cielo, sede del “Padre nostro che” è “nei cieli” >
[30] VANGELO SECONDO MATTEO: I farisei e i caducei si avvicinarono a Gesù per metterlo alla prova e incominciarono a discutere con Lui e gli chiesero che mostrasse loro un segno dal cielo (Mt 16,1; Mc 8,11).
[31] Esodo 32,1-2
[32] “Chiunque maledirà il suo Dio, porterà la pena del suo peccato. Chi bestemmiali nome del Signore dovrà essere messo a morte: tutta la comunità lo dovrà lapidare. Straniero o nativo del paese, se ha bestemmiato il nome del Signore, sarà messo a morte” (Levitico 24,15-16)
[33] VANGELO SECONDO MATTEO: Ma egli rispose: “Quando si fa sera, voi dite: Bel tempo, perché il cielo rosseggia; e al mattino: Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi?” (Mt 16,2-3).
[34] VANGELO SECONDO MATTEO: “Una generazione perversa e adultera cerca un segno, ma nessun segno le sarà dato se non il segno di Giona”. E lasciatili, se ne andò (Mt 16,4).
[35] ” Non sei tu fin da principio, Signore, il mio Dio, il mio Santo? Noi non moriremo (Abacuc 1,12). Signore Tu lo hai scelto per far giustizia, l’hai reso forte, o Roccia, per castigare”
[36] “Signore Tu lo hai scelto per far giustizia, l’hai reso forte, o Roccia, per castigare. Tu dagli occhi così puri che non puoi vedere il male e non puoi guardare l’iniquità, perché, vedendo i malvagi, taci mentre l’empio ingoia il giusto?” (Abacuc 1,13)
[37] “Tu tratti gli uomini come pesci del mare, come un verme che non ha padrone. Egli li prende tutti all’amo, li tira su con il giacchio, li raccoglie nella rete, e contento ne gode” (Abacuc 1,14-15)
[38] “Mi metterò di sentinella, in piedi sulla fortezza, a spiare, per vedere che cosa mi dirà, che cosa risponderà ai miei lamenti. Il Signore rispose e mi disse: “Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette perché la si legga speditamente. È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mente; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà” (Ab 2,1-3)
[39] “La ricchezza rende malvagi; il superbo non sussisterà; spalanca come gli inferi le sue fauci e, come la morte, non si sazia” (Ab 2,5).
[40] “Guai a chi accumula ciò che non è suo, – e fino a quando? – e si carica di pegni! Forse che non sorgeranno a un tratto i tuoi creditori, non si sveglieranno i tuoi esattori e tu diverrai loro preda? Poiché tu hai spogliato molte genti, gli altri popoli spoglieranno te, a causa del sangue umano versato, della violenza fatta alla regione, alla città e ai suoi abitanti” (Ab 2,6-8).
[41] “Guai a chi è avido di lucro, sventura per la sua casa, per mettere il nido in luogo alto, e sfuggire alla stretta della sventura. Hai decretato il disonore alla tua casa; hai soppresso popoli numerosi, hai fatto del male contro te stesso. La pietra infatti griderà dalla parete e dal tavolato risponderà la trave” (Ab 2,9-11).
[42] “Guai a chi costruisce una città sul sangue e fonda un castello sull’iniquità. Non è forse volere del Signore degli eserciti che i popoli fatichino per il fuoco e le nazioni si stanchino per un nulla? Poiché, come le acque colmano il mare, così la terra dovrà riempirsi di conoscenza della gloria del Signore” (Ab 2,12-14)
[43] Il delitto senza pari fu il deicidio. D’allora in poi i delitti già annunziati dal profeta si moltiplicano fino ai nostri giorni: “Guai a chi fa bere i suoi vicini versando droga per ubriacarli e scoprire le loro nudità. Ti sei saziato di vergogna, non di gloria. Bevi, e ti colga il capogiro. Si riverserà su di te il calice della destra del Signore e la vergogna sopra il to onore, poiché lo scempio fatto alle foreste ricadrà su di te e il massacro degli animali ti colmerà di spavento, a causa del sangue umano versato, della violenza fatta alla regione, alla città e a tutti i suoi abitanti” (Ab 2,15-17).
[44] “A che giova un idolo perché l’artista si dia pena di scolpirlo? O una statua fusa o un oracolo falso, perché l’artista confidi in essi, scolpendo idoli muti? Guai a chi dice al legno: “Svegliati”, e alla pietra muta: “Alzati”. Ecco, è ricoperta d’oro e d’argento ma dentro non c’è soffio vitale. Il Signore risiede nel suo santo tempio. Taccia, davanti a lui, tutta la terra!” (Ab 2,18-20).
[45] “Signore, ho ascoltato il tuo annunzio” (Ab 3,2).
[46] “Signore, ho avuto timore della tua opera. Nel corso degli anni manifestala falla conoscere nel corso degli anni” (Ab 3,2).
[47] “Nello sdegno ricordati di avere clemenza” (Ab 3,2)
[48] “Dio viene da Teman, il Santo dal monte Paràn” (Ab 3,3). Teman è un paese esposto al sole, quindi luogo solare luogo di abbondante luce.
[49] “La sua maestà ricopre i cieli, delle sue lodi è piena la terra. Il suo splendore è come la luce, bagliori di folgore escono dalle sue mani: là si cela la sua potenza” (Ab 3,3-4).
[50] “Davanti a lui avanza la peste, la febbre ardente segue i suoi passi. Si arresta e scuote la terra, guarda e fa tremare le genti; le montagne eterne s’infrangono, e i colli antichi riabbassano: i suoi sentieri nei secoli” (Ab 3,5-796).
[51] “Ma io gioirò nel Signore, esulterò in Dio mio salvatore. Il Signore Dio è la mia forza, egli rende i miei piedi come quelli delle cerve e sulle alture mi fa comminare” (Ab 3,18-19).
[52] 27 novembre 1945. Poema: V, 31
[53] VANGELI ARMONIZZATI: Nel passare però all’altra riva, i discepoli avevano dimenticato di prendere il pane e non avevano con sé sulla barca che un pane solo. Allora Gesù li ammoniva dicendo: “Fate bene attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei e dal lievito di Erode!” (Mt 16,5-6; Mc 8,14-15).
[54] VANGELI ARMONIZZATI: Ma essi parlavano tra loro e dicevano: “Non abbiamo preso il pane!”. Accortosene, Gesù chiese: “Perché, uomini di poca fede, andate dicendo che non avete il pane? Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?”. Gli dissero: “Dodici”. (Mt 16,7-8; Mc 8,17-19).
[55] VANGELO SECONDO MATTEO: “Come mai non capite ancora che non alludevo al pane quando vi ho detto: Guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei?”. Allora essi compresero che egli non aveva detto che si guardassero dal lievito del pane, ma dalla dottrina dei farisei e dei sadducei. (Mt 16,11-12).
[56] VANGELI ARMONIZZATI: Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: “Chi dice la gente che Io sia?”. Risposero: “Alcuni giovani il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti, per altri uno degli antichi profeti che è risorto” (Mt 16,14; Mc 8,27; Lc 9,19).
[57] VANGELI ARMONIZZATI: Disse loro: “Voi chi dite che Io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente” (Mt 16,15-16; Mc 8,29; Lc 9,20).
[58] VANGELI ARMONIZZATI: e Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei Cieli. E Io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del Regno dei Cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei Cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei Cieli” (Mt 16,17-19; Mc 8,30; Lc 9,21).
[59] VANGELI ARMONIZZATI: Egli allora ordinò loro severamente di non dire ad alcuno che egli era il Cristo (Mt 16,21; Mc 8,29; Lc 9,21).
[60] 28 novembre 1945. Poema: V, 32
[61] VANGELO SECONDO LUCA: Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: “Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non gli sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona. Poiché come Giona fu un segno per quelli di Ninive. Così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione. Quelli di Ninive sorgeranno nel giudizio insieme con questa generazione e la condanneranno; perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, ben più di Giona c’è qui”. (Lc 11,29).
[62] 29 novembre 1945. Poema: V, 33
[63] 30 novembre 1945. Poema: V, 34
[64] “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna… O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro” (Cantico dei Cantici 2,10-14).
[65] Maria è la Corredentrice profetizzata da Simeone, quando dice: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2,34-35).
[66] 1 Samuele 1,1-28.
[67] “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Colosesi 1,24).
[68] < La Madre, associandosi nel Sacrificio a suo Figlio, deve avere arrecato gran conforto alla santissima Umanità della Vittima: “Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo” (Lc 22,43).
[69] < aggiunge > il cui spirito di riflessione è sempre acutissimo.
[70] VANGELI ARMONIZZATI: Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto. E cominciò a insegnar lor che il Figlio dell’uomo doveva essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venir ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. Gesù faceva questo discorso apertamente (Mt 16,21; Mc 8,31-32).
[71] VANGELI ARMONIZZATI: Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. E cominciò a protestare dicendo: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai” (Mt 16,22; Mc 832).
[72] VANGELI ARMONIZZATI: Ma Egli voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: “Lungi da me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” (Mt 16,23; Mc 8,33).
[73] VANGELI ARMONIZZATI: Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, diceva a tutti: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima e rovina sé stesso? E che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria anima? (Mt 16,24-26; Mc 8,34-37; Lc 9,23-25).
[74] VANGELI ARMONIZZATI: “Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi. Poiché il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni” (Mt 16,27; Mc 8,38; Lc 9,26).
[75] 1 dicembre 1945. Poema: V, 35
[76] Genesi Cap. 22
[77] VANGELO SECONDO MARCO: Giunsero a Betsàida, dove gli condussero un cieco pregandolo di toccarlo. Allora preso il cieco per mano, lo condusse fuori del villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli disse: “Vedi qualcosa?”. Quegli, alzando gli occhi, disse: “Vedo gli uomini, poiché vedo come degli alberi che camminano”. Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente e fu sanato e vedeva a distanza ogni cosa. E lo rimandò a casa dicendo: “Non entrare nemmeno nel villaggio” (Mc 8,22-26)
[78] 2 dicembre 1945. Poema: V, 36
[79] Daniele Cap. 5
[80] “Il mio diletto era sceso nel suo giardino fra le aiuole del balsamo a pascolare il gregge nei giardini e a cogliere gigli. Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me; egli pascola il gregge tra i gigli” (Cantico dei cantici: Ct 6,2-3).
[81] “Come sei bella, amica mia, come sei bella! … Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia… Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa con un solo tuo sguardo… Quanto sono soavi le tue carezze” (Ct 4,1.7.9.10)
[82] “Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa, c’è miele e latte sotto la tua lingua e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano. Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata” (Ct 4,11-12).
[83] “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore! Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo. Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, onta ne avrebbe” (Ct 8,6-7)
[84] A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto (Lc 1,29
[85] Lc 1,38
[86] “Ritorna, vergine di Israele, ritorna alle tue città. Fino a quando andrai vagando figlia ribelle? Poiché il signore crea una cosa nuova sulla terra: “La donna cingerà l’uomo!” (Ger. 31,21-22).
[87] “Il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele” (Is 7,14).
[88] 3 dicembre 1945. Poema: V, 37
[89] (Dice Gesù: «Qui innestate la Trasfigurazione avuta il 5 agosto 1944, ma senza il dettato unito alla stessa. Finito di copiare la Trasfigurazione dello scorso anno, P M. copierà ciò che ti mostro ora»).
VANGELI ARMONIZZATI: Sei o circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, loro soli, e li condusse in disparte, e salì su un alto monte a pregare (Mt 17,1; Mc 9,2; Lc 9,28).
[90] VANGELI ARMONIZZATI: E, mentre pregava, fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce, splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche (Mt 17,2; Mc 9,3; Lc 9,29).
[91] VANGELI ARMONIZZATI: Ed ecco due uomini parlavano con Lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme (Mt 17,3; Mc 9,4; Lc 9,30-31).
[92] VANGELI ARMONIZZATI: Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con Lui. Mentre questi si separavano da Lui, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli non sapeva quel che diceva, poiché erano stati presi dallo spavento (Mt 17,4-5; Mc 9,4; Lc 9,32-34).
[93] VANGELI ARMONIZZATI: Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all’entrare in quella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce che diceva: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo”. All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore (Mt 17,5-6; Mc 9,7; Lc 9,35-36).
[94] VANGELI ARMONIZZATI: Appena la voce cessò, Gesù restò solo, si avvicinò (ai discepoli) e, toccatili, disse: “Alzatevi e non temete”. Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo (Mt 17,7-8; Lc 9.36).
[95] VANGELI ARMONIZZATI: E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti. Essi tacquero e in quel giorno non riferirono a nessuno ciò che avevano visto (Mt 17,9; Mc 9,9-10; Lc 9,36).
[96] VANGELI ARMONIZZATI: Allora i discepoli gli domandarono: “Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?”. Ed egli rispose: “Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. Ma come sta scritto del Figlio dell’uomo? Che deve soffrire molto ed essere disprezzato. Or bene, Io vi dico che Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, l’hanno trattato come hanno voluto, come sta scritto di lui. Così anche il figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro”. Allora i discepoli compresero che egli parlava di Giovanni il Battista (Mt 17,10.13; Mc 9,11-13).
[97] SCRITTO IL 3 DICEMBRE 1945
[98] Esodo 34,29-35
[99] VANGELI ARMONIZZATI: Il giorno seguente, quando furono discesi dal monte e giunti presso i discepoli, li videro circondati da molta folla e da scribi che discutevano con loro. Tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. Ed egli li interrogò: “Di che cosa discutete con loro?” (Mt 17,14; Mc 9,14-16; Lc 9,37).
[100] VANGELI ARMONIZZATI: Si avvicinò a Gesù un uomo che, gettatosi in ginocchio, si mise a gridare: Maestro, ho portato da te mio figlio. Signore, abbi pietà di mio figlio, perché è l’unico che ho. Egli è epilettico e soffre molto. È posseduto da uno spirito muto. Quando lo afferra, lo getta al suolo, cade spesso nel fuoco e spesso nell’acqua e subito egli grida, lo scuote ed egli dà schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce, e solo a fatica se ne allontana lasciandolo sfinito. (Mt 17,14-15; Mc 9,17-18; Lc 9,38-39).
[101] VANGELI ARMONIZZATI: allora in risposta, disse loro: “O generazione incredula e perversa! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Conducimi qui tuo figlio (Mt 17,16-17; Mc 9,19; Lc 9,40-41).
[102] VANGELI ARMONIZZATI: E glielo portarono. Alla vista di Gesù lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a guerra, si rotolava spumando. Gesù interrogò il padre: “Da quanto tempo gli accade questo?”. Ed egli rispose: “Dall’infanzia; anzi, spesso lo ha buttato nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci”. Gesù gli disse: “Sa tu puoi! Tutto è possibile per chi crede”. Il padre del fanciullo rispose ad alta voce: “Credo, aiutami nella mia incredulità” (Mc 9,20-24; Lc 9,42).
[103] VANGELI ARMONIZZATI: Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito immondo dicendo: “Spirito muto e sordo, Io te l’ordino, esci da lui e non vi rientrare più”. E il demonio uscì da lui gridando e scuotendolo fortemente. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: “È morto”. Ma Gesù, presolo per mano, lo sollevò ed egli si alzò in piedi. E da quel momento il ragazzo fu guarito e lo consegnò a suo padre. E tutti furono stupiti per la grandezza di Dio (Mt 17,18; Mc 9,25-27; Lc 9,42-43).
[104] Dice Gesù: «E ora qui Padre Migliorini può mettere il commento alla visione del 5 agosto 1944 (quaderno A 930) cominciando dalle parole: “Non ti eleggo soltanto a conoscere le tristezze del tuo Maestro e i suoi dolori. Chi sa stare meco nel dolore deve avere parte meco nella gloria”. E tu riposa, fedele, piccolo Giovanni, ché il tuo riposo è bon meritato. La mia pace sia gioia in te».
[105] 4 dicembre 1945. Poema: V, 38
[106] VANGELI ARMONIZZATI: Entrò poi in una casa e i discepoli gli chiesero in privato: “Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?”. Ed egli disse loro; Questa specie di demoni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera e il digiuno” (Mc 9,28-29; Mt 17,21).
[107] 5 dicembre 1945. Poema: V, 39
[108] VANGELO SECONDO MATTEO: Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: “Che cosa ti pare, Simone? I re di questa terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli altri?”. Rispose: “Dagli estranei”. E Gesù: “Quindi i figli sono esenti. Ma perché non si scandalizzino, va’ al mare, getta l’amo e il primo pesce che viene prendilo, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala a loro per me e per te” (Mt 17,25-27).
[109] 6 dicembre 1945. Poema: V, 40
[110] Dice Gesù: «Qui metterete la visione del 7 marzo 1944: “Il piccolo Beniamino di Cafarnao” senza il commento. E proseguirete con il resto della lezione e della visione. Va avanti».
Premetto di omettere l’ultima frase: «La visione mi cessa qui ecc.». Sarebbe fuori luogo ora che la visione prosegue.
[111] VANGELO SECONDO LUCA: frattanto sorse una discussione tra loro, chi di essi fosse il più grande (Lc 9,46).
[112] <in calce> Nota. Dolce figura del Buon Pastore Divino, come previsto e descritto dai Profeti: Geremia 23,1-6; Ezechiele Cap. 34; Zaccaria 11,4-17; 13,7-9)
[113] VANGELO SECONDO LUCA: Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un fanciullo, se lo mise vicino e disse: “Chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è grande” (Lc 9,47-48)
[114] SCRITTO IL 6 DICEMBRE 1945.
[115] VANGELO SECONDO MATTEO: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerò piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli” (Mt 18,3-4)
[116] VANGELI ARMONIZZATI: “E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato” (Mt 18,5; Mc 9,37)
[117] VANGELI ARMONIZZATI: “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare. Guai al mondo per gli scandali! E inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo! State attenti a voi stessi!” (Mt 18,6-7; Mc 9,42; Lc 17,1-3).
[118] VANGELI ARMONIZZATI: “Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella viga monco e zoppo, che avere due mani e due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno. E se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nel Regno di Dio con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella geenna del fuoco, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue. Perché ciascuno sarà salato con il fuoco” (Mt 18,8-9; Mc 9,43; Lc 9,48-49).
[119] VANGELO SECONDO MATTEO: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei Cieli” (Mt 18,10)
[120] VANGELI ARMONIZZATI: Giovanni prese la parola dicendo: “Maestro, abbiamo visto un tale che scacciava demoni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito e vietato, perché non era dei nostri e non è tra i tuoi seguaci” (Mc 9,38; Lc 9,49.
[121] VANGELI ARMONIZZATI: Ma Gesù gli rispose: “Non glielo impedite, non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi, è per noi, chi non è contro di voi, è per voi” (Mc 9,39; Lc 9,50).
[122] SCRITTO IL 7 MARZO 1944. Poema: V, 41
Se crede, può mettere, dopo la fine della visione di oggi, il dettato che segue quella del piccolo Beniamino (7-3-44). A sua facoltà.
[123] 28 maggio 1944, ore 2 ant.ne della Pentecoste. Poema: V, 42
[124] “È Lui che invia la luce ed essa va, che la richiama ed essa obbedisce con tremore. Le stelle brillano dalle loro vedette e gioiscono; egli le chiama e rispondono: “Eccoci!” e brillano di gioia per colui che le ha create” (Baruc 3,32-38).
[125] “Là nacquero i famosi giganti dei tempi antichi, alti di statura, esperti nella guerra; ma Dio non scelse costoro e non diede loro la via della sapienza: perirono perché non ebbero saggezza, perirono per la loro insipienza” (Baruc 3,26-28).
[126] VANGELO SECONDO MATTEO: Allontanandosi di là, Gesù giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, si fermò là. (Mt 15,29).
[127] VANGELO SECONDO MATTEO: Attorno a Lui si radunò molta folla recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì. E la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi raddrizzati, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E glorificavano il dio di Israele. (Mt 15,30-31).
[128] VANGELI ARMONIZZATI: Allora Gesù chiama a sé i discepoli e disse: “Sento compassione di questa folla: ormai da tre giorni mi vengono dietro e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non svengano lungo la strada e alcuni di loro vengono da lontano” (Mt 15,32; Mc 8,1-3).
[129] VANGELI ARMONIZZATI: Gli risposero i discepoli: “E come si potrebbe sfamarli di pane qui, in un deserto? E dove potremmo noi trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?”. Ma Gesù domandò: “Quanti pani avete?”. Risposero: “Sette, e pochi pesciolini”. (Mt 15, 33-34; Mc 8,3-4).
[130] VANGELI ARMONIZZATI: Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, Gesù prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò, li dava ai discepoli, e i discepoli li distribuivano alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati. Dei pezzi avanzati portarono via sette sporte piene. Quelli che avevano mangiato erano quattromila uomini, senza contare le donne e i bambini. Congedata la folla, Gesù salì sulla barca e andò nella regione di Magedan, dalle parti di Dalmatùta (Mt 15,35-39; Mc 8,6-10).
[131] Poema: V, 43
[132] Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contener i libri che si dovrebbero scrivere” (Giovanni 21,24-25).
[133] 7 dicembre 1945. Poema: V, 44. Prima della visione del 7-12 va messa quella della seconda moltiplicazione dei pani, avuta il 28 maggio 1944, col relativo dettato.
[134] VANGELO SECONDO GIOVANNI: Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, notò che c’era una barca sola e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma soltanto i suoi discepoli erano partiti. Altre barche erano giunte nel frattempo da Tiberiade, presso il luogo dove avevano mangiato il pane dopo che il Signore aveva reso grazie. Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Gesù (Gv 6,22-24).
[135] E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto (di Stefano) come quello di un angelo (Att 6,15).
[136] Stefano intanto, pieno di grazia e di fortezza, faceva grandi prodigi e miracoli tra il popolo (Atti 6,8).
[137] Ma Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra (Atti 7,55).
[138] Lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E così lapidavano Stefano mentre pregava e diceva: “Signore Gesù, accogli il mio spirito. Poi piegò le ginocchia e gridò forte: “Signore, non imputar loro questo peccato”. Detto questo, morì (Atti 7,
[139] VANGELO SECONDO GIOVANNI: Trovatolo di là del mare, gli dissero: “Rabbì, quando sei venuto qua?”. Gesù rispose: “In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati” (Gv 6,25-26).
[140] “All’uomo disse: “Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre. Con il sudore della tua fronte mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!”. (Genesi 3,17-19).
[141] VANGELO SECONDO GIOVANNI: “Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di Lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo” (Gv 6,27).
[142] La carne è l’elemento che l’uomo ha in comune con gli animali quindi elemento materiale, corruttibile, imperfetto, perituro, visibile, terreno, mortale, temporale; l’anima è l’elemento che l’uomo ha in comune con Dio e gli altri esseri spirituali puri, cioè con gli angeli, quindi elemento spirituale, incorruttibile, perfetto, imperituro, imbisibile, celeste, immortale, eterno.
[143] In Cristo sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2,3).
[144] VANGELO SECONDO GIOVANNI: Gli dissero allora: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”. Gesù rispose: “Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato” (Gv 6,28-29).
[145] VANGELO SECONDO GIOVANNI: Allora gli dissero: “Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo”. Rispose loro Gesù: “In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo; quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (Gv 6,30-33).
[146] Gli Israeliti mangiarono la manna finché furono arrivati ai confini del paese di Canaan (Esodo 16,35)
[147] Esodo 16,4-5
[148] “Ecco sulla superficie del deserto vi era una cosa minuta e granulosa, minuta come è la brina sulla terra. Gli Israeliti la videro e si dissero l’un l’altro: “Man hu: che cos’è?”, Mose disse loro: “È il pane che il Signore vi ha dato in cibo”. Ora la manna era simile al seme del coriandolo e aveva l’aspetto della resina odorosa. Il popolo la riduceva in farina con la macina o la pestava nel mortaio, la faceva cuocere nelle pentole o ne faceva focacce” (Essodo 16,14-15; Numeri 11,7-8).
[149] “Fece sorgere un uomo di pietà, che riscosse una stima universale e fu amato da Dio e dagli uomini: Mosè, il cui ricordo è benedizione. Lo rese glorioso come i santi e lo rese grande a timore dei nemici. Per la sua parola fece cessare i prodigi e lo glorificò davanti ai re; gli diede autorità sul suo popolo e gli mostrò una parte della sua gloria. Lo santificò nella fedeltà e nella mansuetudine; lo scelse fra tutti i viventi. Gli fece udire la sua voce; lo introdusse nella nube oscura e gli diede a faccia a faccia i comandamenti, legge di vita e di intelligenza, perché spiegasse a Giacobbe la sua alleanza, i suoi decreti a Israele” (Siracide 45,1-6).
[150] “Sfamasti il tuo popolo con un cibo degli angeli, dal cielo offristi loro un pane già pronto senza fatica, capace di procurare ogni delizia e soddisfare ogni gusto” (Sap 16,20)
[151] “Questo tuo alimento manifestava la tua dolcezza verso i tuoi figli; esso si adattava al gusto di chi l’inghiottiva e si trasformava in ciò che ognuno desiderava” (Sap 16,21).
[152] La manna come “Neve e ghiaccio resistevano al fuoco senza sciogliersi, perché riconoscessero che i frutti dei nemici il fuoco distruggeva ardendo tra la grandine e folgoreggiando tra le piogge. Al contrario, perché si nutrissero i giusti, dimenticava perfino la propria virtù. La creazione infatti, a te suo creatore obbedendo, si irrigidisce per punire gli ingiusti, ma s’addolcisce a favore di quanti confidano in te” (Sap 16,22-24).
[153] “Per questo anche allora, adattandosi a tutto, serviva alla tua liberalità che tutti alimenti, secondo il desiderio di chi era nel bisogno (Sap 16,25).
[154] “Perché i tuoi figli, che ami, o Signore, capissero che non le diverse specie di frutti nutrono l’uomo, ma la tua parola conserva coloro che credono in te” (Sap 16,26).
“Ciò che infatti non era stato distrutto dal fuoco si scioglieva appena scaldato da un breve raggio di sole” (Sap 16,27).
[156] “Perché fosse noto che si deve prevenire il sole per renderti grazie e pregarti allo spuntar della luce, poiché la speranza dell’ingrato si scioglierà come brina invernale e si disperderà come un’acqua inutilizzabile” (Sap.16,28-29).
[157] VANGELO SECONDO GIOVANNI: Allora gli dissero: “Signore, dacci sempre questo pane”. Gesù rispose: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. Vi ho detto però che voi mi avete visto e non credete” (Gv 6,34-36).
[158] “In essa c’è uno spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, sena macchia, terso, inoffensivo, amate del bene, acuto, libero, benefico, amico dell’uomo, stabile, sicuro, senz’affanni, onnipotente, onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi” (Sap. 7,22-23).
[159] Ne raccolsero chi molto chi poco. Si misurò con l’omer: colui che ne aveva preso di più, non ne aveva di troppo, colui che ne aveva preso di meno non ne mancava: avevano raccolto secondo quanto ciascuno poteva mangiarne. Poi Mosè disse loro: “Nessuno ne faccia avanzare fino al mattino”; Essi non obbedirono a Mosè e alcuni ne conservarono fino al mattino; ma vi si generarono vermi e imputridì (Esodo 16,17-20).
[160] “Tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma della maggior parte di loro Dio non si compiacque e perciò furono abbattuti nel deserto. Ora ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono. Non diventate idolatri come alcuni di loro, secondo quanto sta scritto: Il popolo sedette a mangiare e a bere e poi si alzò per divertirsi. Non abbandoniamoci alla fornicazione, come vi si abbandonarono alcuni di essi e ne caddero in un solo giorno ventitremila. Non mettiamo alla prova il Signore, come fecero alcuni di essi, e caddero vittime dei serpenti. Non mormorate, come mormorarono alcuni di essi, e caddero vittime dello sterminatore. Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per ammonimento nostro” (1 Cor 10,3-11)
[161] VANGELO SECONDO GIOVANNI: “Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che Io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in Lui abbia la vita eterna; Io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,37-40).
[162] VANGELO SECONDO GIOVANNI: Intanto i Giudei mormoravano di Lui perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal Cielo”. E dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di Lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?”. Gesù rispose: “Non mormorate tra di voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e Io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da Lui, viene a me. Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna” (Gv 6,41-47).
[163] “Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele cioè Dio con noi” (Is 7,14; 8,8.10).
“Susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerò da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra. Nei suoi giorni giuda sarà salvato e Israele starà sicuro nella sua dimore; questo sarà il nome con cui lo chiameranno: Signore-nostra-giustizia” (Ger 23,5-4). “È noto infatti che il Signore nostro è germogliato da Giuda” (Eb 7,14).
[164] “Ecco un uomo che si chiama Germoglio: spunterà da sé e ricostruirà il tempio del Signore. Egli riceverà la gloria, egli siederà da sovrano sul suo trono” (Zaccaria 6,12-13).
[165] “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spoglio sé stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini…” (Filp. 2,6-8).
[166] “In essa c’è uno spirito santo, senza macchia, terso; nulla di contaminato in essa s’infiltra. È un riflesso della luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e un’immagine della sua bontà” (Sap 7,22.25-26).
[167] “Dietro il secondo velo poi c’era una Tenda, detta Santo dei Santi, con l’altare d’oro per i profumi e l’arca dell’alleanza tutta ricoperta d’oro, nella quale si trovavano un’urna d’oro contenente la manna, la verga di Aronne che aveva fiorito e le tavole dell’alleanza” (Ebrei 9,4-5).
[168] Allora Maria disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38).
[169] “E sopra l’arca stavano i cherubini della gloria, che facevano ombra al luogo dell’espiazione” (Eb. 9,5)
[170] “Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia. Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata” (Ct. 4,7.12)
[171] “Bruna sono ma bella. Non state a guardare che sono bruna, poiché mi ha abbronzato il sole. I figli di mia madre si sono sdegnati con me: mi hanno messo a guardia delle vigne” (Ct 1,5-6). Si riferisce, non al colore della pelle, ma all’umiltà perfetta maturata sotto il sole della carità. Per il colore della pelle di Maria possiamo citare: “Chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole?” (Ct 6,10). L’aurora è rosea, la luna è bianca e il sole è biondo…” La chioma del tuo capo è come la porpora un re è stato preso dalle tue trecce.
” (Ct 7,6).
[172] Allora il Signore Dio disse al serpente: “… Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gen 3,15).
[173] “Tutti i tuoi figli saranno discepoli del Signore, grande sarà la prosperità dei tuoi figli” (Is 54,13). “Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande” (Ger 31,34). “Ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2,22).
[174] VANGELO SECONDO GIOVANNI: “Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in terno e il pane che Io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,48-51).
[175] “Chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati” (1 Cor 11,29-31)
[176] VANGELO SECONDO GIOVANNI: Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Gesù disse: “In verità, in verità vi dico: “se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e Io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e Io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e Io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno” (Gv 6,52-58).
[177] “Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini sé stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice” (1 Cor 11,27-28).
[178] VANGELO SECONDO GIOVANNI: Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao. Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?” (Gv 6,59-60).
[179] VANGELO SECONDO GIOVANNI: Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: “Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che do la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita” (Gv 6,61-63).
[180] VANGELO SECONDO GIOVANNI: “Ma vi sono alcuni tra voi che non credono”. Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E continuò: “Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio”. Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con Lui (Gv 6,64-66).
[181] VANGELO SECONDO GIOVANNI: Rispose Gesù: “Non ho forse scelto Io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!”. Egli parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: questi infatti stava per tradirlo, uno dei Dodici” (Gv 6,70).
[182] 9 dicembre 1945. Poema: V, 45
[183] “Non dire: “Mi sono ribellato per colpa del Signore”, perché ciò che egli detesta, non devi farlo. Non dire: “Egli mi ha sviato”, perché egli non ha bisogno di un peccatore. Il Signore odia ogni abominio, esso non è voluto da chi teme Dio. Egli da principio creò l’uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere. Se vuoi, osserverai i comandamenti; l’essere fedele dipenderà dal tuo buon volere. Egli ti ha posto davanti il fuoco e l’acqua; là dove vuoi stenderai la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà. Egli non ha comandato a nessuno di essere empio e non ha dato a nessuno il permesso di peccare” (Sir.15,11-20).
[184] Neemia riprese duramente i notabili e i magistrati perché esigevano un interesse da usuraio dai loro fratelli: “Quello che voi fate non è ben fatto. Non dovreste voi camminare nel timore del nostro Dio per non essere scherniti dagli stranieri nostri nemici? Anch’io e i miei fratelli abbiamo dato loro in prestito denaro e grano. Ebbene, condoniamo loro questo debito! Rendete loro oggi stesso i loro beni e l’interesse del denaro del grano, vino e olio di cui siete creditori nei loro riguardi” (Neemia 4,7-11)
[185] VANGELI ARMONIZZATI: Mentre i discepoli si trovavano insieme in Galilea e mentre tutti erano sbalorditi per tutte le cose che faceva, Gesù istruiva i suoi discepoli e diceva loro: “Ascoltate bene quello che sto per dirvi: Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni risusciterà”. Ed essi furono molto rattristati e non riuscivano a capire queste parole; per loro restavano così misteriose che non ne comprendevano il senso e avevano paura di rivolgergli domanda su tale argomento (Mt 17,22-23; Mc 9,30-32; Lc 9,43-45).
[186] Più il Signore si avvicinava all’ora delle tenebre, ora in cui fu quasi sommerso dalla tristezza e dall’angoscia: “La mia anima è triste fino alla morte” (Mt 26,37-38), più cominciava a provare le ore di oscurità.
[187] Gesù trasse conforto da un angelo (Lc 22,43). Ora ne trae dal suo Pietro.
[188] 10 dicembre 1945. Poema: V, 46
[189] “Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota di tradirlo, Gesù si alzò da tavola…Si commosse profondamente e dichiarò: In verità, uno di voi mi tradirà” (Gv13,2.21)
[190] 11 dicembre 1945. Poema: V, 47
[191] < Tuffandosi nella contemplazione della incontaminata e splendida opera del Padre, Gesù si detergeva dalla tristezza causatagli dal contatto con l’umana malizia; Giovanni, si detergeva anche dalle immancabili debolezze terrene >
[192] Così dice il Re di Israele, il suo Redentore, il Signore degli eserciti: “Io sono il primo e io l’ultimo; fuori di me non vi sono dèi. Chi è come me? Si faccia avanti e lo proclami, lo riveli di presenza e me lo esponga…” (Is 44,6-7). “Io, il Signore, sono il primo e io stesso sono con gli ultimi” (Is 41,4). “Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente! Il Principio e la Fine” (Ap. 1,8; 21,6). “Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’ultimo, il Principio e la Fine” (Ap 22,13).
[193] “Quanto a quel giorno e a quell’ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre” (Mt 24,36) Il Cristo ha ricevuto dal Padre la conoscenza di tutto ciò che interessava la sua missione, ma ha potuto ignorare certi punti del piano divino per volontà del Padre.
[194] “Ma ora, che dire, Dio nostro, dopo questo? Poiché abbiamo abbandonato i tuoi comandi che tu avevi dato per mezzo dei tuoi servi, i profeti, dicendo: Il paese di cui voi andate a prendere il possesso è un paese immondo, per le nefandezze di cui l’hanno colmato con le loro impurità per questo non dovrete mai contribuire alla loro prosperità e al loro benessere. Dopo ciò che è venuto su di noi a causa delle nostre cattive azioni e per la nostra grande colpevolezza, benché tu, Dio nostro, ci abbia punito meno di quanto meritavano le nostre colpe e ci abbia concesso di formare questo gruppo di superstiti, potremmo forse noi tornare a violare i tuoi comandi e a imparentarci con questi popoli abominevoli? Non ti adireresti contro di noi fino a sterminarci, senza lasciare resto né superstite? Signore, Dio di Israele, per la tua bontà è rimasto di noi oggi un gruppo di superstiti: eccoci davanti a te con la nostra colpevolezza. Ma a causa di essa non possiamo resistere alla tua presenza!”. (Esdra 9,10-14)
[195] VANGELI ARMONIZZATI: E avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: “È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”. Ed Egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio all’inizio della creazione li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (Mt 19,3-6; Mc 10,2-9).
[196] Genesi 1,26-28; 2,7. 18-25
[197] VANGELI ARMONIZZATI: Gli obiettarono: “Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di mandarla via?”. Rispose loro Gesù: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così (Mt 19,7-8; Mc 10,5).
[198] Alla donna disse: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà” (Genesi 3,16).
[199] VANGELO SECONDO MATTEO: “Perciò Io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio” (Mt 19,9),
[200] VANGELO SECONDO MARCO: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un altre commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 10,10-12).
[201] VANGELO SECONDO MATTEO: Gli dissero i discepoli: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”. Egli rispose loro: “Non tutti possono capirlo, ma solo coloro i quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il Regno dei Cieli. Chi può capire, capisca” (Mt 19,10-12).
[202] 12 dicembre 1945. Poema: V, 48
[203] 13 dicembre 1945. Poema: V, 49
[204] Allora Israele mandò messaggeri a Sicon, re degli Amorrei, re di Chesbon, e gli disse: Lasciaci passare dal tuo paese, per arrivare al nostro; permettimi solo il transito. Ma Sicon non si fidò che Israele passasse per i suoi confini; anzi radunò tutta la sua gente, si accampò a Iaaz e combatté contro Israele. Il Signore mise Sicon e tutta la sua gente nelle mani d’Israele, che lo sconfisse; votò allo sterminio ogni città, uomini, donne, bambini; non lasciò alcun superstite dalla città che è sul torrente stesso, fino a Galaad (Gdc 11,19-22; Dt 2,26-36; (Num. 21,21-35).
[205] “Il Signore ti ripaghi quanto hai fatto e il tuo salario sia pieno da parte del Signore, Dio d’Israele” (Ruth 2,12).
[206] “Quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (Is 40,31); “Custodiscimi come pupilla degli occhi, proteggimi all’ombra delle tue ali” (Salmo 16,8). “Dimorerò nella tua tenda per sempre, all’ombra delle tue ali troverò riparo (60,5-6). “Quando nel mio giaciglio di te mi ricordo e penso a te nelle veglie notturne, a te che sei stato il mio aiuto, esulto di gioia all’ombra delle tue ali” (62,7-9). “Egli ti libererà dal laccio del cacciatore, dalla peste che distrugge. Ti coprirà con le sue penne sotto le sue ali troverai rifugio” (90,3-4); “Come un’aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali” (Dt 32,10-11);
[207] “Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno” (138,16). I nomi dei collaboratori del Vangelo sono scritti nel libro della vita (Filp. 4,2).
“Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro” (12,1). “Chi sarà rimasto in Sion e chi sarà superstite in Gerusalemme sarà chiamato santo, cioè quanti saranno iscritti per restare in vita in Gerusalemme” (Is 4,3). “Il vincitore sarà vestito di bianche vesti, non cancellerò il suo nome dal libro della vita” (Ap 3,5).
“La bestia che hai visto era ma non è più, salirà dall’Abisso, ma per andare in perdizione. E gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo, stupiranno al vedere che la bestia era e non è più ma riapparirà” (17,8). “Poi vidi i morti, grandi e piccoli, ritti davanti al trono, Furono aperti dei libri. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere” (20,12). Il Signore disse a Mosè: “Io cancellerò dal mio libro colui che ha peccato contro di me” (Es 32,3033). “Siano cancellati dal libro dei viventi e tra i giusti non siano iscritti” (Sal. 68,29).
[208] 14 dicembre 1945. Poema: V, 50
[209] < Gesù perdonando, dimostra di essere vero Dio (Mt 9,1-8; Mc 2,1-12; Lc 5,17-26); piangendo, dà prova di essere altresì vero Uomo (Lc 19,41-44; Ebrei 5,5-10 >.
[210] “Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!” (Mt 26,24; Mc 14,21; Lc 22,21); “No ho scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!”. Egli parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: questi infatti stava per tradirlo (Gv 6,70-71). Infatti, il diavolo aveva messo in cuore a Giuda di tradire Gesù (Gv 13,2) “Giuda comprò un pezzo di terra con i proventi del suo delitto e poi precipitando in avanti si squarciò in mezzo e si sparsero fuori tutte le sue viscere. La cosa è divenuta cosi nota a tutti gli abitanti di Gerusalemme, che quel terreno è stato chiamato nella loro lingua Akeldamà, cioè Campo di sangue. Infatti sta scritto nel libro dei Salmi: La sua dimora diventi deserta, e nessuno vi abiti. Il suo incarico lo prenda un altro (Atti 1,18-20)” Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli” (Mt 25,41). Dalla presenza di questi gravissimi passi biblici affermiamo l’eterna dannazione di Giuda, deicida e suicida impenitente. Nella luce di tale convinzione si capisce e si intende la frase: “E non basterebbe ancora”.
[211] < Senza dubbio Satana e il mondo, cioè i malvagi indemoniati (Lc 13,27 o asserviti al maligno, inflissero clamorosa sconfitta alla Vittima volontariamente priva di armi celesti e terrene (Mt 26,47-56; Mc 14,43-52; Lc 22,47-53; Gv 18,1-11), amareggiandola sempre più, flagellandola, crocifiggendola, custodendone la sepoltura. Satana però, astuto sì ma insipiente perché ormai sprovvisto della sapienza frutto di Spirito Santo, non immaginava neppure che proprio da quella miserabile vittoria delle tenebre (Lc 22,53) doveva sorgere il mirabile trionfo della Luce, precisamente perché l’Incarnato Verbo, “Uomo dei dolori”, si era volontariamente sottoposto all’umiliante sconfitta affinché “qui in ligno vincebat, in ligno quoque vinceretur” come si canta nel prefazio della Santa Croce (vedi anche: Is. 52,13; 53,12; Filippesi 2,5-11) >
[212] 17 settembre 1944. Poema: V, 51. 15 dicembre. Dice Gesù: «Qui metterete la visione del “Miracolo del Giordano in piena”, avuta il 17 settembre 1944».
[213] (Se calcolo bene, il fiume è largo dai cinquanta ai sessanta metri. Sono una vera ochetta in fatto di misure, ma penso che la mia casa avrebbe potute entrare in quel greto nove o dieci volte almeno, ed era larga cinque metri e mezzo circa).
[214] 16 dicembre 1945. Poema: V, 52
[215] “Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno. Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Allora Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. (Genesi 1,3; 2,1-2)
[216] < Si pensi al notevole influsso che hanno esercitato sulla Chiesa, dopo i santi della prima ora, accanto agli altri grandi Pontefici e Vescovi e sempre con filiale dipendenza dalla sacra Gerarchia cattolica, umili sevi di Dio quali S. Francesco d’Assisi. Sta. Caterina da Siena, Sta. Margherita Maria Alacoque e molti ancora, a volte illetterati o quasi, come Sta. Bernardetta Subirous, la confidente della Vergine a Lourdes >
[217] Tutti sappiamo la martoriata vita dello stigmatizzato dei nostri giorni, Padre Pio di Pietralcina detto da Gesù “il suo trastullo”; di questo apostolo ne ha fato un tormentato da Satana e dagli uomini invidiosi, superbi e increduli; essatamente come disse 2000 anni fa. E che dire di Teresa Neuman, di Teresa Musgo, di Elena Aiello, Maria Valtorta: sembra che il signora pensava a loro quando disse: “ Né il loro martirio morale sarà meno penoso di quello materiale, presi come saranno fra la volontà attiva di Dio e la volontà malvagia dell’uomo, strumento di Satana, che cercherà con ogni studio e violenza di farli apparire menzogneri, folli, ossessi, per paralizzare la mia opera in loro e i frutti della stessa, che sono altrettanti colpi vittoriosi contro la Bestia”.
[218] 17 dicembre 1945. Poema: V, 53
[219] Genesi 22,1-19; Esodo 13,1-2; 22,29-30; 34,19-20; Levitino 8; Numeri 3,12-13, 40-51; 8,5-26
[220] Genesi 49,25-26
[221] Numeri 6
[222] Numeri 6,22-27
[223] VANGELO SECONDO LUCA: Passava per città e villaggi, insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: “Signore, sono pochi quelli che si salvano? Rispose: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno” (Lc 13,22-24).
[224] VANGELO SECONDO LUCA: “Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete” (Lc 13,25)
[225] VANGELO SECONDO LUCA: “Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità!” (Lc13,26-27)
[226] VANGELO SECONDO LUCA: “Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori” (Lc 13,28).
[227]VANGELO SECONDO LUCA: “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel Regno di Dio. Ed ecco, ci sono alcuni tra gli uomini che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi” (Lc 13,29-30)
[228] VANGELO SECONDO LUCA: In quel momento si avvicinarono alcuni farisei a dirgli: “Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere”. Egli rispose: “Andate a dire a quella volpe: Ecco, Io scaccio i demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno avrò finito. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente Io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme” (Lc 13,31-33).
[229] VANGELO SECONDO MATTEO: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!” (Mt 23,37).
[230] VANGELO SECONDO LUCA: Ecco: la vostra casa vi sarà lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” (Mt 23,38-39; Lc 13,35).
[231] SCRITTO IL 18 DICEMBRE 1945
