Natura del Regno Messianico

GESU’ DI NAZARETH

 

LA BUONA NOVELLA AI PICCOLI
DEL GREGGE DI GESU’

 

Gesu glorioso

 

LIBRO   12

CAP. 461-504

 

Natura del Regno del Messia Gesù di Nazareth.

 

SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI

 

A cura di Fray Jesus Maria de Cabnaconde S.O.S

(Servo dell’Ordine dei Salvatori)


S O M M A R I O

PRESENTAZIIONE

DICHIARAZIONE

AVERTIMENTO

Gesù il Messia ritornato

461. Un complotto per l’elezione di Gesù a re. Il greco Zenone e la lettera di Sintica con la notizia della morte di Giovanni  di Endor.

Il Regno si fa con l’amore nei cuori.

Sulle rive del lago.

Annunziare la venuta del Messia.

Gli orfanelli Maria e Mattia.

Chi semina venti, raccoglie tempeste.

Il Regno si fa con l’amore nei cuori.

Preghino i fanciulli per l’avvento del Regno.

Fedeltà del pastore Gionata.

Concetti sbagliati del Regno messianico.

Giovanna consacra al Messia i suoi averi.

Il cuore della discepola fedele.

Folle concetto del Regno messianico.

Pensiero dei gentili e dei subdoli farisei.

La Legge e il Regno sono nel cuore.

Incontro di Zenone con il Dio vero.

Zenone travolto dal dolore.

Quesiti sulla dottrina del Messia.

L’anima di Zenone.

La via che porta ad essere dio.

Lettera di Sintica.

Lettura di Gesù in privato.

La nuova patria immortale.

Commenti sulla morte di Giovanni.

Contenuto della lettera.

Zenone, futuro apostolo cristiano.

Profezia sulla Roma cristiana.

Intervallo.

Il seme del cristianesimo.

Sul transito di Giovanni.

Intervallo.

Consapevolezza della Verità.

Intervallo.

La scelta delle anime.

Tutto per il trionfo del Messia.

Il sacrificio della Missionaria.

Il grande bambino buono.

La Consolatrice.

La Messaggera di vita.

La vera libertà.

Sacrificio della discepola.

I morti sentono l’amore della preghiera.

462. Discorso e guarigioni alle sorgenti termali di Emmaus di Tiberiade.

Alle Terme di Emmaus.

Mutamento nella natura.

A Tarichea per le terme di Emmaus.

Città cosmopolita.

La grazia sveglia l’indifferenza dei gentili

Niente grazia per chi ama il peccato.

Luoghi di licenza degradante

Chi uccide sé stesso va lasciato a sé stesso.

Alle Terme di Emmaus di Tiberiade.

Sofferenti d’ogni malattie nel padiglione israelita.

La misericordia apre la porta alla grazia.

Pausa. Il greco Zenone.

Dottrina fondata sull’amore.

L’ amore è Sapienza e luce.

Autorità e potere divino del Messia.

Dare per avere.

L’obolo: Dio vede il pensiero.

Dimostrazione del potere messianico.

463. A Tarichea, discorso sulla natura del regno messianico. Conversione di Galazia e Zenone. Invito di Cusa a Gesù.

A Tarichea.

La penisola di Tarichea.

Il lungomare.

Fedeli del Messia.

Natura del Regno messianico. (discorso)

Il Dio di tutti gli uomini.

Il Messia di tutti gli uomini in un unico popolo.

I falsi dèi dei gentili.

Chiamati ad essere dèi.

Il Cristo Salvatore.

Morale messianica.

Cronaca del giorno.

La voce dello Spirito.

Volontà di Cusa.

Conversione di Galazia.

Per la salvezza di un’anima.

Conversione di Zenone

Volontà di Pietro.

Volontà di Gesù.

464. Nella casa di campagna di Cusa la tentata elezione di Gesù a re. La testimonianza del Prediletto.

Nella casa di campagna di Cusa.

Il Messia non è un vile.

Gesù deve temere i falsi amici

L’uomo incostante turba sé stesso.

La strada che percorre il carro.

L’arrivo

Saluto cumulativo.

Rito di presentazione

Appuntamento al banchetto.

Meditazione distensiva.

Il tentativo di eleggere re il Messia.

Abluzioni e bizzarro convito.

Eloquente discorso di Cusa.

Intesa dei commensali.

Silenzio del Messia.

Il Regno del Messia.

Il Messia boccia la proposta.

Il Messia corregge le idee storte.

Il Regno del Messia non è di questo mondo.

La più grande sventura di un popolo.

Una bugiarda afermazioni.

Nel turbine delle imposizioni.

Il Messia Redentore.

La più grande sventura di un popolo.

Smascherati i lupi vestiti d’agnelli

Gli amici buoni del Messia.

Peccato noto al Messia.

Clamore di pareri e reciproci insulti.

Incontro col Prediletto.

Verso un luogo solitario.

L’amore di un cuore di fanciullo.

La testimonianza del Prediletto (Gv 6,15).

Lezione di umiltà e fedeltà.

Il confidente della vita del Messia.

L’umile.

Il Testimone.

Il Prediletto.

Il “discepolo”.

Il “figlio” della Madre di Dio.

Prove della vocazione.

Ragioni della tentata proclamazione.

465. A Betsaida per un incarico segreto a Porfirea e partenza affrettata  da Cafarnao.

Incarico segreto a Porfirea.

A Betsaida da Porfirea.

Notizie su Marziam.

Segreto affidato a Porfirea.

Il Messia pronto a compiere il sacrificio.

Pedagogia di Dio – Maestro.

Dolore di Porfirea.

Incontro con gli Apostoli.

Partenza affrettata da Cafarnao.

Giacomo interroga il Maestro.

466. La sosta presso gli anziani  coniugi Giuda e Anna.

Informazioni.

Dio aiuta i suoi servi.

Compito dei discepoli.

Solidarietà.

Ubbidienza lieta.

467. Parabola della distribuzione delle acque. Perdono condizionato per il contadino Giacobbe. Avvertimenti agli apostoli mentre vanno a Corozim.

Parabola della distribuzione delle acque.

In attesa del Maestro.

La parabola:

Un ricco padrone buono.

Dipendenti bugiardi col padrone.

Dipendenti ingiusti col prossimo.

Dipendenti crudeli con i loro simili.

Giustizia è nel cuore del buon padrone.

Giustizia per tutti.

Applicazione.

Soci nell’ opera della Provvidenza.

Continuatori dell’Opera del Messia.

Avvertimenti agli apostoli.

Perdono condizionato.

L’ orazione è riposo.

Consiglio per ogni tempo.

Servi della Pace.

Sarà così dolce trovarci lassù!

468.Un ravvedimento di Giuda Iscariota e  gli episodi che illustrano la sua figura.

Su gli episodi dei tre anni di vita pubblica.

Imperfetto ordine cronologico dei Vangeli.

Il Vangelo di Giovanni

I Vangeli sinottici

Sul modo di meditare e pregare di Gesù

Gesù in meditazione oltre la mezzanotte

Canto di un usignolo innamorato

Un ciuffo di madreselva in fiore

Uno spicchio di lago

Un lontano biancheggiare di paese

Solita posizione in preghiera

Sulla divina catechesi di Gesù all’Iscariota

Il desiderio di stare con Gesù.

Utilità del creato e merita rispetto.

Gli uccellini sono d’esempio agli uomini!

Sono cattivi gli uomini.

Lo sventurato dramma dell’Iscariota.

Ravvedimento dell’Iscariota.

È l’amore che salva.

Necessità della confessione.

La gioia del Salvatore.

Il riposo è nella gioia di salvare.

Lo sventurato dramma di Giuda.

469. Commiato dai pochi fedeli  di Corozim.

Consigli di vita cristiana.

Il discepolo parla con la bontà.

Il discepolo cristiano.

L’amore cristiano.

470. Lezione sul matrimonio ad una suocera che è scontenta della nuora.

I monti di Giscala.

Ragione del preconcetto delle suocere.

Doveri del matrimonio.

Lo stupore.

Considerazioni sul dialogo con la suocera.

Sosta in aperta campagna.

471. Filippo e l’era messianica. Respinto l’invito ad andare a Giscala. Incontro con il levita Giuseppe detto Barnaba.

Filippo armonizza le profezie messianiche.

Lavandosi nel fresco rio.

Profezie contro i dominatori d’Israele

Profezie sul Regno e il Re Messia

“Vorrei in voi un altro amore”.

Gesù ha raccolto in pugno le dodici tribù!

La Trinità arde di compiere il perdono

Tutti sulla via maestra.

Incontro con Giuseppe, detto Barnaba.

Il Messia non giudica. Il Messia perdona!

Due misure in Israele.

Gesù legge i cuori

Giuseppe detto Barnaba.

Lezione su Dio-Amore.

Condizioni per cui un’azione diviene peccato.

Il principale attributo di Dio è l’amore

Dio- Amore misericordioso.

L’Amore di Dio è rifugio dell’anima dopo il peccato

La Legge ultima sarà perfetta come Dio

Le leggi religiose sono schiavitù verso Dio

Gesù riconosce ad ognuno il suo

472. La nuova Legge e la richiesta insidiosa di un giudizio su un fatto accaduto a Giscala.

Cosa vuol dire afferrare il Messia.

Umanità di Pietro quanta!

Afferrare Gesù è afferrare la sua dottrina.

Il Messia, un perfetto fedele israelita.

Il Messia inquisito.

Tre scribi osservanti.

Cronaca nera

Esame della situazione.

Un bacano da mercato.

Un giudizio del Messia Gesù.

Premesse del giudizio

La giustizia nuova.

Padre di quelli che non hanno padre.

Gesù venuto a perfezionare la Legge.

Gesù profeta simile a Mosè

Dio vi ha mandato il suo Verbo

Fondatore del Regno di Dio

Sentenza del Giudice e Salvatore Gesù

Solo Gesù giudica con giustizia

Barnaba un frutto ancora acerbo.

473. Guarigione di un bambino cieco di Sidone e un insegnamento per  le mogli di oggi.

Esperienza carismatica sulla Assunzione.

Una casetta a un sol piano

Ambiente messo a luogo di dormizione

Bellezza della Mamma

Quando le parole di Gesù scendono fino al cuore

Gesti-base che hanno valore di parola

Guarigione di un bambino cieco di Sidone.

Sulla piazza della sinagoga.

Una donna di Sidone.

Un bambino nato senza occhi.

«Vedi! Lo voglio! E loda il Signore!».

Testimonianza.

Lezione per le famiglie.

Potenza della fede.

Potenza dell’umiltà.

Fedeltà coniugale.

474. Una visione che si perde in un rapimento d’amore.

Rapimento d’amore del Portavoce.

Stile di vita pellegrina del Messia.

Rapimento d’amore del Portavoce.

Adorante effusione di amore e di ringraziamento.

Traboccamento dell’amore.

Per amore delle anime.

Umiltà del Portavoce.

Mistica voce sulla terra.

Stato spirituale degli apostoli.

475. Un sospetto di Pietro e digressione sugli ebrei. La pietà di Abele di Betlemme per i propri nemici.

Seguendo la marcia degli apostoli.

Ancora mezzo assonnati ma già in cammino.

Sentenza equanime del Messia.

Pellegrinaggio israelita.

Israeliti e Cristiani Digressione del portavoce.

Abele specchio dei sentimenti di Gesù.

Intercessione di Abele per i suoi nemici.

Abele offre la vita per i suoi nemici.

Il bacio del Messia.

476. Lezione sul modo di curare le anime e il perdono ai due peccatori divenuti lebbrosi.

Lezione sulla cura delle anime.

Lebbrosi che rifiutano la guarigione

Costanza nel lavoro per la conversioni.

Le anime sono dissimili come il bosco di Terebinti.

L’arte dei Maestri e Medici di anime.

Il segreto è l’amore.

L’ amore vi consacra al ministero delle anime.

Perdono ai due peccatori divenuti lebbrosi.

Fede nel Messia misericordioso.

Pentimento di Aser e del servo.

Penitenza proporzionata al peccato.

Missione per Abel.

Non è mai difficile ciò che si fa con gioia.

477. A colloquio con la Madre nel bosco di Matatia. Le sofferenze morali

di Gesù e di Maria.

A colloquio con la Madre.

Nel bosco di Matatia.

Il Messia incontro alla Madre.

La cura materna di Maria.

Potenza d’amore divino di Maria.

La coppia perfetta.

Al Messia non è concesso il conforto.

Ciò che Maria non approva, compatisce.

Verso l’aurora della vera luce.

La gioia del Maestro.

Il dolore di Maria.

Maria piange sul cuore di Gesù.

Per la Madre non ci sono segreti.

Le sofferenze morali di Gesù e Maria.

Trentatré anni di agonia di Maria.

Il Sacrificio di vedere soffrire la Madre.

Il sacrificio di sopportare la umanità degli apostoli

Sacrificio consumato col tradimento dei cristiani

478. A colloquio con Giuseppe e Simone d’Alfeo che vanno alla festa dei Tabernacoli.

Il Messia è il Re universale.

Una prima acqua d’autunno

Il Messia se ne andava per la Galilea (Gv 7,1).

A colloquio con Giuseppe D’Alfeo.

Giuseppe il testimone di Gesù

Concetto sbagliato sul Messia.

Il giusto riconosce che Gesù è il Messia.

I grandi odiano il Messia senza motivo.

Il Messia è Re per natura.

Messia è invitato a manifestarsi al mondo

(Gv 7,3-4).

Il tempo del Messia (Gv 7,6-7)

Fra il Messia e il mondo è un abisso.

Il tranello degli uomini e di Satana

Parole di Gamaliele

479. Con Giovanni presso la torre di Jezrael in attesa dei contadini  di Giocana.

La Missione del Messia.

Il giogo della stanchezza.

Per il Messia occorre fare più che il dovere

Il modo della redenzione mistero per gli apostoli.

Fedeltà alla missione del Messia.

Fedeltà sino all’eroismo.

480. Partenza da Jezrael dopo la visita notturna dei contadini di Giocana.

Dio premia sempre la fede.

Partenza all’aurora.

Dio premia sempre la fede.

I fedeli affidati a gli apostoli e ai discepoli.

Il Padre veglia sui figli diletti.

481. Arrivo ad Engannim. Macchinazioni  di Giuda Iscariota per sventare un’insidia.

Menzogne e verità velate.

Arrivo ad Engannim.

Il Messia odia la menzogna

Bagno caldo e verità velate.

“Tutto meno il peccato”.

L’ insidia sventata (Gv 7,10)

Le macchinazioni dell’Iscariota

Perché piange il Messia?

482. In cammino con un pastore samaritano la cui fede viene premiata.

Premio alla fede e alla bontà provata.

Attraverso i monti samaritani.

Solidarietà ed accoglienza.

È sorto un profeta più grande di Elia.

Non mentire, neppure a buon fine.

Il pastore messo alla prova della fede

Messo alla prova della bontà

Affidamento all’angelo dei pellegrini.

Fosti buono e Dio ti consolerà

Fede e bontà premiata

Dirottati da fratello cane.

Gesù impone la sua volontà al animale

483. Gli apostoli discutono sull’odio dei giudei. I dieci lebbrosi guariti  in Samaria.

La lotta delle Tenebre contro la Luce.

Caratteristiche samaritane

L’odio giudeo senza misura.

L’Apostolo indecifrabile.

Posseduti dallo spirito di odio

Se l’Odio toccasse l’abisso.

La lotta delle Tenebre contro la Luce.

La sapienza rifiorisce negli apostoli.

Il più grande Maestro è l’Amore

Consapevolezza

Potenza della lode e del ringraziamento.

I dieci lebbrosi (Lc 17,11-12)

Dolore supplicante (Lc 17,12-14).

Lode carismatica (Lc 17,14-15).

Potenza della lode carismatica.

Gratitudine del Samaritano?” (Lc 17,16-18).

Efrem vuol dire doppio frutto (Lc17,19)

484. Sosta obbligata presso Efraim e parabola del melagrana.

Forza della Parola.

Tutto il paese in attesa

Fame della parola.

Fraternità unita dalla parola di Dio.

Il regno inizia nel cuore dell’uomo

Sosta obbligata.

Il Messia imponente come un dio.

Il dono di un fanciullo

Parabola del melagrana

L’odio divide le nazioni.

Unità della razza umana.

Il veleno delle separazioni.

La buona volontà annulla le separazioni.

Il comandamento che unisce le nazioni.

485. L’arrivo con gli apostoli a Betania, dove sono già alcuni discepoli con Marziam. Astuzie dell’Iscariota.

Con l’amico del cuore.

L’ arrivo a Betania

L’amico sta tanto male.

Baci e lacrime sui piedi del Messia.

“Abbiate una fede sconfinata nel Signore”.

“Veglia e sorveglia su te stessa”.

Con l’amico del cuore.

Due case di pace e d’amore.

Piano intelligente e birichino dell’Iscariota

486. Al Tempio per la festa dei Tabernacoli. Discorso sulla  natura del Regno.

Al Tempio

Il Messia sorvegliato.

Il Messia segno di contraddizione (Gv 7,11-13).

Mistero per Gamaliele.

Venuta del Messia e avvento del Regno

I segni della venuta del Cristo (Gv. 7,14)

Obiezioni non accolte da Gesù

Argomentazione finita in domanda a Gesù

La superbia è la lussuria della mente.

La mente del superbo fornica con Satana

La lussuria è disordine e violenza

L’avvento del Regno di Dio (Lc 17,20-21).

Dottrina, volontà e opera del Messia.

I Giudei sono stupiti

La dottrina del Messia (Gv 7,15-16).

La volontà e la gloria del Messia (Gv 7,17-18).

La Legge è di Dio, Mosè è il portatore (Gv 7,19-20)

Nulla servirà a dare la fede a Israele

Chi uccide Gesù non osserva la Legge di Mosè

Giudicate con retto giudizio (Gv 7,21-24).

Il giorno del figlio dell’uomo (Lc 17,22-25)

Il tempo di Gesù volge alla fine

Tempo dei falsi schernitori

Tempo delle sparizioni private

Tempo della apparizione finale

Gesù soffrirà tutto il dolore dell’umanità

487. Al Tempio per la festa dei Tabernacoli. Discorso sulla  natura del Cristo.

Origine del Messia.

Il Tempio affollato

Viva attesa dei gentili

Interrogativi sul Messia (Gv 7,25-26).

Origine del Messia (Gv 7,28-30).

Tumulto sedato da Gamaliele

Il Messia è Figlio di Dio

Il Messia è vero Dio.

Il Messia è Dio incarnato nell’Uomo Gesù.

Il Messia è Sacerdote eterno e vittima perfetta.

Beati quelli che credono

Incertezze nell’ auditorio

Quelli che non vogliono capire.

Il segno promesso a Gamaliele.

Gamaliele schernito dagli stolti

488. Al Tempio per la festa dei Tabernacoli. Partenza segreta  per Nobe dopo la preghiera.

Per poco tempo ancora…

Il Messia ricercato.

La folla ama il Messia (Gv 7,31).

Parole misteriose del Messia (Gv 7,33-34)

Interrogative (Gv 7,33-36).

Chi l’ha visto?

Partenza segreta.

Luoghi sicuri per il Messia.

Andare da Gesù

489. A Nobe. Parabola del re incompreso dai sudditi e miracolo sul vento.

Il Messia Re incompreso.

Nobe ospita il Messia

Le parole dell’anziano Simeone

Parabola del Re incompreso

Il Signore dei venti.

L’ amico amoroso

L’ uragano minaccia sciagura

Miracolo sul turbine

Il racconto si colora

490. Al campo dei Galilei con i cugini apostoli. Dubbi sull’Iscariota e conversione del levita Zaccaria.

L’uomo spiritualmente buono.

Al campo dei Galilei

La misericordia è sempre premiata

Ha più valore lo spirito che la carne

È più buono chi è spiritualmente buono

Dimensioni dell’amore.

L’ obolo per i poveri

Pregare per l’uomo cattivo

Amare l’uomo strano

Medicina per calmare le ire

L’ ora di decidere per un bene eterno

Conferma

491. Al Tempio nell’ultimo giorno della festa dei Tabernacoli. Discorso  sull’Acqua viva.

Il Consigliere del suo popolo.

I seguaci del Messia al completo.

Il Messia consiglia i dubbiosi.

“Chi ha sete venga a Me e beva!” (Gv 7,37-38).

Discorso sulle risurrezioni.

I segnati dal Tau.

Risurrezione dei corpi e fine del mondo

Risurrezione degli spiriti.

Discoro sull’acqua viva.

Il Tempio, l’altare e l’acqua viva

Opera dello Spirito Santo (Gv 7,39)

Assensi e consensi (Gv 7,40-41)

Le guardie mandate ad arrestare il Messia (Gv 7,32)

Alcuni irriducibili (Gv 7,44).

Fatti del giorno.

Onestà delle guardie (Gv 7,45-49):

Coraggio di Nicodemo (Gv 7,50-53).

Invito a far la volontà di Dio.

Saluti e commiato

492. A Betania viene ricordato  Giovanni di Endor.

L’uomo e il suo rimorso.

“Elisa trionfa nella sua gioia”

Consigli al Messia.

L’ uomo ha ucciso il rimorso.

Chi odia suo fratello è un demonio.

493. Tre avvenimenti accaduti presso la fonte di En Rogel, fede dei tre Savi, fedeltà dei servi di Davide e il  peccato di Adonia.

Libero arbitrio e destino?

La fonte di En Rogel.

Gli apostoli questionano fra loro.

La sosta dei tre Savi d’Oriente.

La fedeltà dei servi di Davide

Il peccato di Adonia.

La volontà dell’uomo fa compiere il ben o il male.

Il guardiano le mura e il tetto del pozzo.

Consigli ai gentili

Consigli ai credenti.

“La vita del peccatore è sita in un baratro”

494. La donna adultera e l’ipocrisia  dei suoi accusatori.

Ipocrisia degli accusatori.

Il Messia ammaestra nel tempio (Gv 8,1-2).

Le iene trascinano la loro preda (Gv 8,3).

I morsi delle iene (Gv 8,4-6).

I peccati delle iene (Gv 8,6).

Sentenza del Salvatore (Gv 8,7-9).

Titoli onorifici delle iene.

Il Salvatore perdona (Gv 8,9.11).

L’adultero e la lussuria.

Il male desiderato è già peccato

L’ uomo buono è pietoso

Rispetto e carità con i colpevoli

“Viva Maria!”

495. Istruzioni sul perdono ai peccatori. Congedo ai discepoli sulla via  di Betania.

L’arte dei maestri spirituali.

Il Messia e i suoi incondizionati.

Quelli che fanno la parte del serpente.

Pazienza misericordiosa.

L’arte dei maestri delle anime

Requisiti per essere veri maestri.

L’arte del medico spirituale.

L’uomo spirituale.

Per la causa di Dio-Padre

Il camaleonte cambia colore

Per la causa del nostro Padre!

Umiltà, abnegazione e ubbidienza.

496. Improvvisa possessione diabolica dell’Iscariota durante una sosta nella casetta di Salomon.

Chi è l’uomo cattivo?

Accoglienza solerte

Più solerte della sposa del Cantico.

Solidarietà cristiana.

È cattivo chi uccide il suo spirito.

Turbamento dell’Iscariota

La Luce abbacinerà gli odiatori della Luce

Giuda indemoniato

Cena vegetariana.

497. Un’ora di sconforto di  Simon Pietro.

Per Pietro vivere è Cristo.

Pietro è proprio molto accasciato..

Una di quelle ore di tristezza e di tedio

Opera di Satana.

Vivere Per Pietro è il Messia.

La preghiera fuga i fantasmi di satana.

La Stella che guiderà il mondo.

Rifugio di occasione.

498. Esortazione al Taddeo e a Giacomo di Zebedeo a seguito di un diverbio  con l’Iscariota.

L’anticarità dà dolore al Messia.

Diverbio con l’Iscariota

L’ anticarità dà dolore al Messia.

L’apostolo baldanzoso e sfrontato.

L’apostolo umile e sincero.

L’apostolo intransigente.

Confessione dei peccati.

Confessione dei peccati.

Divinizzare la natura umana.

Imitare l’Uomo Gesù.

Divinizzare la natura umana.

Imitare l’uomo Pietro

499. Fuga da Esebon e incontro con un mercante di Petra.

La fede genera certezza.

Messia e apostoli messi in fuga.

Il mercante chiede guarigione dei figli

Fede certa del mercante

Verso Nebo

La risurrezione è verità.

500. Riflessioni di Bartolomeo e Giovanni  dopo un ritiro sul monte Nebo.

La figura del Messia nel tempo.

Discesa rompicollo.

L’apostolo turbatore.

Figura del Messia falsata nel tempo

La Redenzione è in atto fino alla fine dei secoli

Gesù contento tra i semplici

501. Parabola dei figli lontani. Guarigione dei due figli ciechi dell’uomo di Petra.

Il Messia sempre compiacente

Bella mattina di autunno.

Il Messia compiacente.

Come si merita il Regno dei Cieli.

Parabola dei figli lontani dalla casa paterna.

Applicazione: Volontà tessa ad ubbidire Dio.

Sacrificio spirituale.

Lebbra spirituale

La Legge è necessaria non i commenti

Guarigione dei due figli ciechi.

Fede provata

La paura di Tamar

Guarigione di Fara

Guarigione di Tamar

Pane amaro e miele che tempera

Commiato

502. Altro sconforto di Pietro e lezione sulle possessioni, sia divine  che diaboliche.

Le possessioni spirituali.

Sconforto di Pietro

La possessione diabolica

La possessione divina

Le peggiori possessioni.

Ospitalità

L’ Iscariota giudica ingiusto il Maestro

503. Gli apostoli indagano sul Traditore. Un sadduceo e l’infelice moglie di un negromante. Saper distinguere il soprannaturale dall’occulto.

La meta del Messia è L’Olocausto.

Le serpi lavorano in solitudine

Ansia di consumare l’Olocausto?

A che visione sorriderà il Messia?

Il sospetto è anticarità e crea chimere.

Indagine sul traditore

Pietro non vuol essere il traditore.

Un amico dell’Iscariota

Il sospetto crea chimere

Chi non ubbidisce non è perfetto.

Negromanzia e occultismo.

Il Sadduceo

L’infelice moglie di una negromante

L’ occultismo no è lecito

Requisitoria ai Satanisti.

Giù la maschera

Popoli dell’Agnello

Satanisti e assassini

Doppia astuzia con i demoniaci

Nostalgia della Madre.

Il soprannaturale e l’occulto

Nozioni.

Modi in cui possono manifestarsi gli spiriti.

Le manifestazioni profetiche.

Manifestazioni medianiche.

Via Satana se volete aver Cristo.

Mandato al Portavoce.

504. Marziam preparato al distacco. Ritorno al villaggio di Salomon  e morte di Anania.

Nella volontà del Padre.

Inversione di marcia.

Stillicidio del piovigginare minuto.

Volontà di consolare il Messia.

Voto di Obbedienza.

Morte di Anania

La morte del giusto.

Sia benedetta la volontà del Padre.

PRESENTAZIONE

Studio liberamente tratto dalla fonte, L’Evangelo come mi è stato rivelato, (MARIA VALTORTA, Ed. CEV, Isola del Lire), per l’uso privato della scuola di Dio Uno e Trino y dedicato al Piccolo resto, col nuovo titolo: “La Buona novella ai piccoli del Gregge di Gesù”, titolo voluto da Gesù (Quadernetti N° 48,1). Nella scuola sarà usato col titolo biblico “il Vangelo eterno” (Ap 14,6). In questo Vangelo, Il Figlio dell’Uomo, si è rivelato, secondo la sua promessa (Mt 24, 3-40; Lc 17,26-30). Con questa rivelazione comincia la sua seconda Evangelizzazione, senza più far sentire la sua voce in pubblico, ma nel cuore di chi lo ascolta per audio o leggendolo nel libro (Is 42,2-4), per guidarlo alla conoscenza completa della sua persona e della sua dottrina mediante la luce dello Spirito Santo (Gv 14,26; 16,13) e prepararlo all’Evento della sua seconda venuta per l’Avvento del suo Regno (Mt 21,43).

Questa Buona Novella è il Vangelo eterno che dobbiamo annunciare agli abitanti della terra e ad ogni nazione, razza, lingua e paese. (Ap. 14,6-7)

 

Il Curatore

DICHIARAZIONE

     Dopo approfondita e responsabile valutazione, dichiaro che questo studio comparato e approfondito del Vangelo rivelato a Maria Valtorta[1] e ora pubblicato col titolo voluto dal suo autore “La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù”[2], contiene  integralmente i quattro Vangeli[3]  e dimostra che il Vangelo rivelato a Maria Valtorta è compimento della promessa di Gesù (Gv 14,26), è il Libro del Signore (Is 34,16), è il Libro di memorie scritto davanti al Signore (Ml 3,16-20), è la strada appianata chiamata Via santa (Is 35,8-10), è il libro delle parole miracolose (Is 29,18-24), è il Vangelo eterno (Ap 14,6-7), è Opera di Gesù suo autore divino. Quindi senza la fede in questo Vangelo non c’è salvezza: “Andate in tutto il mondo proclamate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi non crederà sarà dannato” (Mc 16,15-16)

 

 

Il curatore


AVERTIMENTO

 

LA RIVELAZIONE DI GESÙ A MARIA VALTORTA È PAROLA DI DIO

 

CHI LA RESPINGE COMETE PECCATO CONTRO LO SPIRITO SANTO

 

La maledizione del Re dei re, emessa da Gesù il 16 giugno di 1950, pende sulla gerarchia cattolico colpevole dal delitto più grande verso l’umanità.

 

 Se la Gerarchia non si pente, lasciando ai fedeli libero apostolato, alla luce di questa rivelazione, la maledizione colpirà la cristianità globale, cosi come tutto l’Israele fu colpito per il peccato della sua gerarchia.

Non è lecito negare l’origine soprannaturale della rivelazione di Gesù a Maria Valtorta perché è delitto imperdonabile essendo peccato contro lo Spirito Santo.


Gesù il Messia ritornato[4]

Preparare gli spiriti all’avvento del Regno di Dio.

«La benedizione ai buoni. La benedizione sull’Opera nascente. Rientra nell’orbita di quella preparazione degli spiriti all’avvento del mio Regno, di quella coesione per fare resistenza al Disgregatore del mondo, il quale affretta le sue opere e le fa più aguzze per demolire in tempo sollecito e completamente. Puoi dunque dare all’Opera stessa quanto hai: sofferenze, preghiere, opere».

Instaurare il Regno di Dio nel cuore dell’uomo

«…dal cuore escono… i buoni pensieri, le rette intenzioni, le ferme volontà d’esser santi, gli eroismi che vi danno il Cielo, i pentimenti sinceri che cancellano anche il ricordo delle vostre colpe dalla mente di Dio e vi portano a Lui, e Lui a voi, per il suo bacio di Padre».

«Per questo ti uso. Per il mio Regno nel cuore degli uomini che non mi conoscono più quale sono. Quando mi conoscessero per quello che sono, molti, molti, molti verrebbero a Me. Voglio che vengano. Ho pietà di queste turbe. In esse molti sono traviati perché non conoscono il Pastore».

Gesù di Nazareth

461. Un complotto per l’elezione di Gesù a re. Il greco Zenone e la lettera di Sintica con la notizia della morte di Giovanni
di Endor
[5].

Il Regno si fa con l’amore nei cuori.

Sulle rive del lago.

1Tiberiade ha riversato tutti i suoi abitanti sulle rive del lago o sul lago stesso per trovare refrigerio nella brezza, che scorre sulle acque e scuote le piante dei giardini lungo la sponda. Mentre i ricchi di questa città, in cui si mescolano molte razze per molti motivi lì riunite, si danno conforto su comode barche da diporto, o dalle ombre verdi dei giardini guardano le evoluzioni delle barche sulle acque di turchese, già depurate dal giallore che vi aveva messo l’acquazzone della sera avanti; i poveri, specie i bambini, ruzzano sulla spiaggia, là dove le ondette vengono a morire, e i loro stridetti per il freddo dell’acqua, che li colpisce più su che non vogliano, sembrano gridi di rondine.

Annunziare la venuta del Messia.

2Le barche di Pietro e di Giacomo si accostano a riva e dirigono verso il moletto.

3«No. Al giardino di Giovanna», ordina Gesù.

Pietro ubbidisce senza parlare e la barca, seguita dalla gemella, con una virata perfetta che fa una scia spumeggiante in forma di interrogativo ripiega verso l’approdo del giardino di Cusa e vi si accosta e ferma. Gesù scende per primo e dà la mano alle due Marie per aiutarle a scendere sul piccolo moletto.

4«Ora voi andate al molo grande e mettetevi a predicare il Signore. Vedrete un uomo che si avvicinerà chiedendovi dove sono. É l’uomo di Antiochia. Conducetemelo dopo avere licenziato la folla».

«Sì… ma… Che dobbiamo dire alla gente? Predicare la tua venuta o predicare la tua dottrina?».

5«La mia venuta. Dire che all’aurora Io parlerò a Tarichea e curerò i malati. Uno di voi sorvegli le barche, o mettete qualche discepolo a farlo, perché siano pronte alla partenza. Andate e la pace sia con voi». E si avvia verso il cancello che si chiude sul pontile.

Gli orfanelli Maria e Mattia.

6Le due Marie lo seguono silenziose. Nell’ampio giardino, dove delle pertinaci rose fioriscono ancora sebbene molto rade, non si vede nessuno. Ma si sentono i gridi felici dei due piccoli che giuocano. Gesù cerca con la mano passata fra i rabeschi del cancello di far scorrere il paletto. Ma non vi riesce. Cerca se c’è qualcosa che possa far rumore e richiamare l’attenzione. Ma non c’è.

7Allora, sentendo più vicine le vocette dei due bambini, chiama forte: «Maria!». Le due voci si ammutoliscono di colpo… Gesù ripete: «Maria!» …

8Ecco là, in mezzo al prato, tenuto rasato come un tappeto dal quale si alzino i cespi ben tenuti dei roseti, spunta a passetti brevi, circospetti, un ditino sulle labbra, gli occhi indagatori scrutanti in ogni senso, la fanciullina, e poi, qualche passo indietro, seguito da un agnellino bianco come una spuma, ecco Mattia.

9«Maria! Mattia!», grida forte Gesù.

La voce guida gli sguardi innocenti. I due fanciulli volgono gli occhi verso il cancello e vedono Gesù col viso contro le sbarre che sorride loro.

«Il Signore! Corri, Mattia, dalla mamma… Chiama Elia o Michea… Che vengano ad aprire…».

10«Va’ te. Io vado dal Signore…», e corrono tutti e due a braccia tese, due farfalle, una bianca, una rosata dal capino bruno. Ma per fortuna, nel correre, chiamano i servi e questi, armati di innaffiatoi e rastrelli, accorrono, di modo che finalmente il cancello si apre e i due bambini si rifugiano nelle braccia di Gesù, che li bacia e varca la soglia tenendoli per mano.

Chi semina venti, raccoglie tempeste.

11«La mamma è in casa con le sue amiche. Noi ci mandano via, allora, perché non ci vogliono», spiega spicciativo Mattia.

12«Non dire così male. Ci manda via la mamma perché quelle dame sono romane e parlano ancora dei loro dèi e noi, i salvati di Gesù, dobbiamo conoscere Lui solo. É per questo, Signore. Mattia è troppo piccolo e non capisce», dice, graziosa nella sua assennatezza di creatura che ha sofferto e che perciò è più matura, più adulta che non l’età comporti.

13«Ci manda via anche il padre quando vengono quelli della Corte. E mi piacerebbe perché sono quasi tutti soldati… guerrieri… La guerra! É bella la guerra! Fa vincere! Manda via i romani. Abbasso Roma! Viva il regno d’Israele», grida fieramente il piccolo.

14«Non è bella la guerra, Mattia, e tante volte non si vince la guerra, e allora da soggetti si diventa schiavi».

«Ma il tuo Regno deve venire. E per farlo venire si farà la guerra. E si manderà via tutti, anche Erode, e Tu sarai re».

15«Ma taci, stolto. Lo sai che non devi ripetere ciò che senti. Fanno bene a cacciarti. Non sai che puoi fare del male al padre, alla madre e anche a Gesù dicendo così?», dice Maria. E poi spiega: «É venuto un giorno quello che è come un principe e parente di Erode e che è tuo discepolo, a parlare col padre. E gridavano tanto, non erano soli ma con molti altri…».

16«Tutti belli, con belle spade e parlavano di guerra…», interrompe Mattia.

17«Taci, dico! E gridavano tanto che si è sentito, e questo stolto da allora non fa che parlare di ciò. Diglielo Tu che non deve… La mamma lo ha detto e il padre ha minacciato di portarlo in cima al grande Ermon, in una grotta, con uno schiavo sordo e muto, finché non ha imparato a tacere. E là dovrebbe tacere perché, se parla con lo schiavo, quello non sente e non risponde, se urla vengono le aquile e i lupi a mangiarlo…».

18«Un castigo veramente terribile», dice Gesù sorridendo, e carezza il fanciullo che ha perduto la baldanza e si stringe a Gesù, come se già vedesse le aquile e i lupi pronti a divorarlo tutt’intero, compresa la linguetta imprudente. «Un castigo veramente terribile!», ripete.

19«Eh! sì, e io ho paura che gli tocchi e di rimanere senza Mattia, e piango… Ma lui non ha pietà né di me né della mamma e ci farà morire di dolore…».

20«Non lo faccio apposta… Ho sentito… e dico… É tanto bello… pensare che i romani siano vinti e cacciato Erode e Filippo, e Gesù sia Re d’Israele», termina in un sussurro, nascondendo il viso contro le vesti di Gesù per smorzare ancor più il suono della sua voce.

Il Regno si fa con l’amore nei cuori.

21«Mattia non dirà queste cose mai più. A Me lo promette e lo manterrà. Non è vero? Così lui non sarà divorato, Giovanna e Maria non moriranno di dolore, Cusa non sarà inquieto e Io non sarò odiato. Perché, vedi, Mattia, tu mi fai odiare dicendo queste cose. Hai piacere che Gesù sia perseguitato? Pensa che rimorso se un giorno dovessi dire a te stesso: “Io ho fatto perseguitare Gesù che mi ha salvato, e tutto per aver ripetuto quanto ho sentito per caso”. Quelli erano uomini. E gli uomini perdono sovente la vista di Dio perché sono peccatori. Non vedendo Dio, non vedono la Sapienza e fanno degli errori anche a scopo buono, o che credono tale.

Preghino i fanciulli per l’avvento del Regno.

22Ma i fanciulli sono buoni. I loro spiriti vedono Dio e Dio riposa nel loro cuore. Perciò devono capire le cose con sapienza e dire che il mio Regno non si farà con la violenza, sulla Terra, ma con l’amore, nei cuori. E devono pregare perché gli uomini capiscano questo mio Regno come lo capiscono i fanciulli. Le preghiere dei bambini vengono portate dai loro angeli in Cielo e l’Altissimo le converte in grazie. E Gesù ha bisogno di queste grazie per fare, degli uomini che pensano alla guerra e al regno temporale, degli apostoli che comprendono che Gesù è pace e che il suo Regno è spirituale e celeste. Vedi questo agnelletto? Potrebbe mai sbranare?».

«Eh! no! Se potesse farlo, il padre non ce lo avrebbe regalato per non farci sbranare».

23«Ecco, hai detto bene. Anche il Padre che è nei Cieli non mi avrebbe mai mandato se Io avessi avuto potenza e volontà di sbranare. Io sono l’Agnello e il Pastore. E sono mite e mansueto come l’agnello e sono Colui che riunisce con amore, con verga di Pastore buono e non con lancia e spada di guerriero. Hai capito? E prometti a Me, proprio a Me, di non parlare mai più di queste cose?».

«Sì, Gesù. Ma… aiutami Tu… perché da solo…».

24«Ti aiuterò. Guarda, ti carezzo le labbra e così sapranno stare chiuse».

Fedeltà del pastore Gionata.

25«Maestro mio. Santa questa sera che mi concede di vederti!», dice Gionata accorrendo dalla casa e prostrandosi ai piedi di Gesù.

26«Pace a te, Gionata. Posso vedere Giovanna?».

«Ella sta venendo. Ha licenziato le romane per venire da Te».

27Gesù lo guarda interrogativamente, ma non chiede nulla. Cammina in direzione della casa, ascoltando Gionata che parla di Cusa «molto disgustato con Erode» e che dice: «Per amore della mia padrona ti prego di frenarlo, perché vuole fare cose che… non farebbero bene né a Te né a lui, ma a Te soprattutto».

Concetti sbagliati del Regno messianico.

Giovanna consacra al Messia i suoi averi.

28Giovanna, in una splendida veste bianca, sulla quale scende dal capo un velo che pare una filigrana d’argento tanto è trapunto in argento – e non so come la leggerezza della stoffa regga quel ricamo a broccato d’argento – cinta del diadema sottile fatto un poco a punta sul davanti, come una mitria tempestata di perle, perle agli orecchi in pesanti orecchini, perle alla base del collo, perle ai polsi e alle dita – un’apparizione di bellezza, purezza e grazia – viene lesta verso il Signore e, incurante della sua bella veste, si prostra sulla polvere del vialetto e bacia i piedi di Gesù.

«La pace a te, Giovanna».

29«Quando Tu sei con me sempre è pace in me e nella mia casa… Madre! …», e fa per baciare i piedi di Maria, ma questa l’accoglie fra le braccia baciandola. Il bacio viene scambiato anche con Maria di Alfeo.

30Gesù, dopo i saluti, dice: «Devo parlarti, Giovanna».

«Eccomi, Maestro. Maria, la mia casa è tua. Ordina ciò che vi occorre. Io vado col Maestro…».

Il cuore della discepola fedele.

31Gesù si è già spostato andando nel prato, ben in vista di tutti, ma isolato tanto che nessuno lo possa ascoltare. Giovanna lo raggiunge.

32«Giovanna, devo accogliere un messo da Antiochia, da Sintica certo. Ho pensato di farlo nella tua casa. Qui, nel tuo giardino…».

«Tu sei il padrone di tutto quanto è di Giovanna».

33«Anche del tuo cuore?». Gesù la fissa acutamente.

34«Tu sai già, Maestro! Ne ero quasi certa. Ora lo sono del tutto. Cusa… l’incoerenza degli uomini è ben grande! Il loro spirito di interesse è ben forte! E la loro pietà per le mogli è tanto poca! Noi siamo… Che siamo mai, anche noi mogli dei migliori? Un gioiello che si ostenta o si nasconde a seconda che può fare utile… Una mima che deve ridere o piangere, attirare o respingere, parlare o tacere, mostrarsi o stare nascosta secondo che l’uomo vuole… sempre per suo interesse… É triste la nostra sorte, Signore! E degradante, anche!».

35«In compenso vi è dato di saper salire più in alto nello spirito».

36«Questo è vero. Hai saputo da Te o te ne hanno parlato? Hai visto Mannaen? Ti cercava…».

37«No. Non ho visto alcuno. É qui?».

38«Sì. Tutti siamo qui… Voglio dire: tutti i cortigiani di Erode… e molti per odiarlo. Fra questi anche Cusa da quando, per volere di Erodiade, Erode si compiace di mortificare il suo intendente… Signore, ti ricordi che a Bétèr ti dissi che egli mi voleva separare da Te perché temeva lo sfavore di Erode? Non sono passati che pochi mesi… E già egli vuole ora che io… che io… Sì, Signore. Egli vorrebbe che io ti persuadessi ad accettare il suo aiuto per diventare re al posto del Tetrarca… Io lo devo dire perché sono donna, soggetta perciò all’uomo, e donna ebrea per giunta, perciò più che mai soggetta al volere dello sposo. E lo dico… E non ti consiglio… perché spero di conoscere già che Tu… oh! Tu non ti farai re col favore delle lance prezzolate. Oh!… che ho detto! Non dovevo parlare così… Dovevo lasciarti prima ascoltare Cusa e Mannaen e altri… E se tacevo, non facevo male?… Signore, aiutami a vedere il giusto…».

Folle concetto del Regno messianico.

39«Il giusto è nel tuo cuore, Giovanna. Né con le coorti romane, né con le lance israelite, Io mi farò re, anche se Roma e Israele volessero pacificare questa regione col mio mezzo. Ho già capito abbastanza per ricostruire le cose. Mattia ha avuto imprudenti parole. Gionata ha accennato a disgusti. Tu dici il resto. Io completo così: una folle idea del regno mio spinge i buoni, non ancora giusti, come Mannaen, a creare moti capaci di instaurare il regno d’Israele secondo l’idea fissa dei più. Un pungente, ardente bisogno di vendicarsi di un affronto spinge altri, fra i quali il tuo sposo, alla stessa cosa. Su questi due motivi fa leva l’astuzia farisaica, sadducea, scriba e anche erodiana, per riuscire a disfarsi di Me facendomi apparire agli occhi di chi ci domina quale non sono. Tu hai licenziato le romane per dirmi questo, per non tradire Cusa, né Mannaen, né altri.

Pensiero dei gentili e dei subdoli farisei.

40Ma ti dico in verità che chi mi ha capito più di tutti sono i gentili. Mi chiamano il filosofo, forse mi giudicano un sognatore, un irrealista, un infelice, secondo loro per i quali tutto è nella violenza. Ma hanno capito, almeno essi lo hanno capito, che Io non sono di questa Terra e che il mio Regno non è di questa Terra. Non temono di Me, ma dei miei seguaci. Hanno ragione. Essi, chi per amore, chi per orgoglio, sarebbero capaci di qualunque atto pur di raggiungere la loro idea: fare di Me – il Re dei re, il Re universale – un povero re di un piccolo stato… E in verità Io devo più guardarmi da questa insidia che lavora nell’ombra, aizzata dai miei veri nemici, che non sono nel palazzo proconsolare di Cesarea, né in quello del Legato in Antiochia, e neppure in Antonia, ma sono sotto i tefilim, le fimbrie e gli zizit delle vesti ebraiche e specie sotto gli ampi tefilim ed i fioccosi zizit messi alle ampie vesti dei farisei e scribi per dimostrare ancor più ampia aderenza alla Legge La Legge e il Regno sono nel cuore[6].

La Legge e il Regno sono nel cuore.

41Ma la Legge è nel cuore, non sulle vesti… Se fosse nel cuore, costoro che si odiano, ma che ora si riuniscono dimenticando l’odio per nuocere – l’odio che scavava profondi burroni fra l’una e l’altra casta d’Israele e che ora non è separato più ma è livellato, perché i burroni sono colmi dell’odio per Me – se fosse nel cuore di costoro la Legge, e non appesa e legata alle vesti, alla fronte, alla mano, così come un selvaggio si attacca amuleti, conchiglie, ossa, rostri d’avvoltoi per superstizione e ornamento, se fosse nel cuore questa Legge, se la Sapienza non fosse scritta dentro i tefilim ma sulle fibre del cuore, essi comprenderebbero chi Io sono e che contro di Me, per distruggermi come Verbo e come Uomo, non possono andare. Io devo perciò difendermi dagli amici e dai nemici, ingiusti ugualmente nei loro odi come nei loro amori. Io devo cercare di guidare gli amori e sopire gli odi. Io lo faccio, per fare il mio dovere. E lo farò sinché avrò edificato il Regno, bagnando le pietre col mio Sangue perché si cementino. Quando vi avrò aspersi del mio Sangue, i vostri cuori non vacilleranno più. Parlo dei cuori a Me fedeli. Del tuo, Giovanna, così in lotta fra le due forze e i due amori che sono su te e in te: Io – Cusa».

42«Ma vincerai Tu, Signore».

43«Vincerò Io. Sì».

«Cerca però di salvare anche Cusa… Ama chi amo».

44«Amo chi ti ama».

«Ama Cusa che ti ama…».

45«La menzogna non è per quella fronte, pura come le perle che la cingono e che ora arrossa nello sforzo di volersi e volermi persuadere di un amore di Cusa».

«Eppure egli ti ama».

46«Sì. Per il suo interesse. Come per il suo interesse non mi amava a Zio e a Siram… Ma ecco Simone di Giona con lo straniero. Andiamo da loro…».

Incontro di Zenone con il Dio vero.

Zenone travolto dal dolore.

47Vanno sino all’ampio vestibolo che è sul dietro della casa, più un portico semitondo aperto sul parco che un vestibolo; e il parco si prolunga nella casa, in questo vestibolo a semicerchio, aperto sul giardino e ornato di colonne con rami di roseti ora senza fiori e ramaglie gentili di gelsomini, stellate di fiori e di altri arrampicanti purpurei dei quali ignoro il nome.

48«La pace sia con te, straniero. Mi volevi?»

49«Salute e gloria, Signore. Ti volevo. Ho una lettera per Te. Me l’ha data una donna greca ad Antiochia. Sono… No, non sono più greco perché ho preso cittadinanza romana per continuare il mio appalto. Sono fornitore delle milizie romane. Li odio. Ma vettovagliarli è fruttuoso. Per quanto ci hanno fatto, cicuta dovrei mescolare alle farine. Ma bisognerebbe avvelenarli tutti. Pochi non serve. Farebbero peggio… Si credono lecito tutto perché sono forti. Dei barbari sono, rispetto ai greci. Ci hanno rubato tutto per ornarsi del nostro e fingersi civili. Ma gratta la crosta, che è tinta della nostra civiltà, e scopri sempre un Amulio, un Romolo, un Tarquinio… Scopri sempre un Bruto uccisore di chi lo benefica. Ora hanno Tiberio! Poco ancora per loro! Hanno Seiano. Hanno ciò che sta loro bene. Il ferro, le catene, i delitti che hanno fatto si rivoltano contro loro stessi e mordono le carni dei bruti romani. Poco, ancor troppo poco. Ma ciò che è legge avverrà. Quando il mostro sarà divenuto enorme per suo proprio peso, precipiterà e imputridirà. E i vinti rideranno sull’enorme cadavere e diventeranno di nuovo i vincitori. Così sia. Tutti i piedi dei conquistatori a premere colei che ha tutto schiacciato con la sua espansione brutale… Ma perdona, Signore. Il perpetuo dolore mi ha travolto ancora una volta…

Quesiti sulla dottrina del Messia.

50Dicevo che una greca mi ha dato una lettera per Te e mi ha detto che Tu sei il Virtuoso perfetto. Virtuoso… Sei giovane per esserlo… I grandi spiriti dell’Ellade spesero la vita per diventarlo un poco… Eppure la donna mi ha detto la tua Idea. Se veramente credi in ciò che insegni, Tu sei grande… É vero che Tu vivi per prepararti alla morte per dare al mondo la sapienza del vivere da dèi e non da bruti, siccome ora gli uomini fanno? É vero che Tu asserisci esservi solo una ricchezza degna di essere raggiunta: quella delle virtù? É vero che sei venuto per redimere, ma che la redenzione si inizia in noi stessi, seguendo i tuoi insegnamenti? É vero che noi possediamo l’anima e dobbiamo averne cura essendo cosa divina, imperitura, incorruttibile per sua natura, ma che noi, noi soli vivendo da bruti possiamo sdivinizzare pur non potendola distruggere? Rispondi, o Grande!».

51È vero. Tutto è vero».

L’anima di Zenone.

52«Per Zeus! Questo diceva anche il sommo Nostro. Ma pareva una musica alla quale mancasse una nota, una lira alla quale mancasse una corda. Ogni tanto si sentiva un vuoto, invalicato dal filosofo. Tu lo hai colmato, se realmente sei venuto non soltanto per insegnare ma anche per morire, non costretto a ciò da alcuno, ma per volontà propria di ubbidienza al Dio, ciò che cambia la tua morte da suicidio in sacrificio… Per la divina Pallade! Nessuno dei nostri dèi fece mai questo. Dunque deduco esser Tu più di essi. La greca dice che essi non sono, e Tu solo sei… Parlo io dunque ad un dio? E può un dio ascoltare così un vettovagliatore ladro e astioso del nemico, un miserabile uomo? Perché mi ascolti?».

53«Perché vedo la tua anima».

«La vedi?!!! Come è?».

54«Contorta, sporca, anguicrinita, amara, ignorante, nonostante che il tuo intelletto sia ben diverso da quello di un barbaro. Ma dentro del tempio brutto hai un altare che attende, come quello che è nell’Areopago e attende la stessa cosa. Attende il Dio vero».

La via che porta ad essere dio.

55«Te allora, perché la greca dice che Tu sei il Dio vero. Ma, per Zeus, è vero ciò che dici della mia anima. Sei più chiaro e sicuro dell’oracolo delfico. Ma Tu predichi pace e amore e perdono. Difficili virtù. E continenza predichi, e onestà d’ogni specie… Esser ciò è esser dèi più grandi degli dèi, perché essi… oh! non sono pacifici, onesti, magnanimi!… Essi sono la perfezione delle passioni male dell’uomo, eccetto Minerva che è almeno sapiente… La stessa Diana!… Pura, ma crudele… Sì, esser ciò che Tu predichi è esser più degli dèi. Se lo divenissi… per il bellissimo Ganimede! Lui, da giovanetto ad aquila olimpica e divo coppiere. Ma Zenone, da fornitor di biade ai barbari padroni a dio… Ma lascia che io mi ci interni in questo pensiero, e leggi la lettera della donna, intanto…», e l’uomo si dà a passeggiare come un peripatetico.

Lettera di Sintica.

Lettura di Gesù in privato.

56Pietro, stanco, vedendo che il discorso era lungo, si era comodamente seduto su un sedile dell’atrio e nel fresco dell’ambiente, nel morbido dei cuscini gettati sul sedile, si è messo tranquillamente a sonnecchiare… Però deve aver tenuto un orecchio vigile, perché lo desta il rumore del sigillo spezzato e della pergamena svoltolata, e sorge in piedi, strofinandosi gli occhi assonnati. Si accosta al Maestro che legge, ritto in piedi sotto un lampadario di lastre di mica delicatamente violacea. La luce essendo tenue, adatta a illuminare il luogo senza levargli l’incanto della luna nelle notti serene, Gesù tiene alto il foglio per leggere le parole, e Pietro, molto più basso del Maestro, standogli al fianco, cerca di allungare il collo, di alzarsi in punta di piedi per vedere, ma non può.

57«E’ Sintica, eh? Che dice?», chiede due volte e supplica: «Leggi forte, Maestro!».

58Ma Gesù risponde: «Sì. È lei… Dopo…», e legge, legge, e finito il primo foglio lo piega e se lo mette nelle pieghe della cintura e riprende la lettura sul secondo foglio.

59«Quanto ha scritto, eh?! Come sta Giovanni? E chi è quell’uomo?». Pietro è insistente come un bambino.

60Gesù è talmente assorto che non lo ascolta più. Anche il secondo foglio è finito e segue la sorte del primo.

61«Si sciupano lì. Dalli a me da tenere…», e certo pensa: «e da sbirciare». Ma, alzando gli occhi per seguire le mani del Maestro che svolgono il terzo e ultimo foglio, vede brillare una lacrima sospesa sulle ciglia bionde di Gesù.

62«Maestro?! Piangi?! Perché, Maestro mio?», dice e gli si stringe contro abbracciandolo alla vita col suo braccio muscoloso e corto.

63«E’ morto Giovanni…».

«Oh! poveretto! Quando?».

64«Ai primi grandi calori… desiderandoci tanto…».

65«Oh! povero Giovanni!… Ma già… era finito!… È il dolore di separarsi… Tutto per dei serpenti! Li conoscessi per nome!… Leggi forte, Signore. Volevo bene, io, a Giovanni!».

66«Dopo. Dopo leggerò. Taci ora». Gesù legge attento…

Pietro si allunga ancor più per vedere… La lettura è finita.      

67Gesù ripiega il foglio e dice: «Chiama mia Madre».

«Non leggi?».

68«Attendo gli altri… Intanto congederò quell’uomo».

La nuova patria immortale.

69E mentre Pietro entra in casa, dove sono le discepole con Giovanna, Gesù va dal greco: «Quando parti?».

«Oh! devo andare a Cesarea dal Proconsole e poi a Joppe dopo aver acquistato merci. Partirò fra un mese, in tempo per evitare le tempeste di novembre. Partirò per mare. Hai bisogno di me?».

70«Sì, per rispondere. La greca dice che mi posso fidare di te».

«Ci dicono falsi. Ma abbiamo anche la capacità di non esserlo. Fidati di me. Puoi preparare lo scritto e cercarmi per i Tabernacoli presso Cleante, quello che mi fornisce di formaggi di Giudea per le tavole dei romani. Terza casa dopo la fonte del villaggio di Betfage. Non puoi sbagliare».

71«Anche tu non puoi sbagliare se prosegui la via in cui hai messo piede. Addio, uomo. La civiltà greca ti porti a quella cristiana».

«Non mi rimproveri di odiare?».

72«Senti che dovrei farlo?».

«Sì. Perché Tu riprovi l’odio come passione indegna e abborri la vendetta».

73«E tu che ne pensi?».

«Che colui che non odia e perdona è più grande di Giove».

74«Raggiungi allora quella grandezza… Addio, uomo. La tua famiglia ami Sintica e nell’esilio in cui siete prendete le vie della Patria immortale: il Cielo. Chi crede in Me e pratica le mie parole avrà quella Patria. La Luce ti illumini. Va’ in pace».

L’uomo saluta e si avvia. Poi si ferma, torna indietro, chiede: «Non ti sentirò parlare?».

75«All’aurora parlerò a Tarichea. Ma dopo vado verso la Siro fenicia e poi; non so per che strada, a Gerusalemme».

«Ti cercherò. E domani sarò a Tarichea per giudicare se sei eloquente come saggio».

Se ne va definitivamente.

Commenti sulla morte di Giovanni.

76Le donne sono nell’atrio e con Pietro commentano la morte di Giovanni. Ma sono venuti anche gli altri rimasti per la città ad avvisare che domani mattina il Rabbi sarà a Tarichea. E tutti parlano del povero Giovanni di Endor e sono ansiosi di sapere.

77«Egli è morto, Figlio?», domanda Maria.

«Sì. É nella pace».

«Veramente ha finito di soffrire», sospira Pietro.

78«É uscito dalla carcere definitivamente».

«Sarebbe stato giusto non avesse sofferto l’ultimo dolore dell’esilio», osserva con impeto Giuda d’Alfeo.

«Una purificazione di più».

79«Oh! io non vorrei per me questa purificazione. Ogni altra, ma non morire lontano dal Maestro!», grida Giacomo di Zebedeo.

80«Eppure… moriremo tutti così… Maestro… portaci via con Te!», dice Andrea dopo gli altri.

81«Non sai ciò che chiedi, Andrea. Questo è il posto vostro fino alla mia chiamata. Ma sentite ciò che scrive Sintica.

Contenuto della lettera.

Zenone, futuro apostolo cristiano.

82“Sintica di Cristo al Cristo Gesù, salute.

83L’uomo che ti porterà questi fogli è un mio connazionale, mi ha promesso di cercarti sinché non ti ha trovato, riserbando per ultimo luogo Betania dove lascerà la lettera presso Lazzaro se non avesse potuto trovarti in nessun luogo. Egli è uno che si rifà come può di tutto il male che ha ricevuto, egli e i suoi avi, da parte di Roma. Per tre volte Roma li ha colpiti, e in molti modi, e sempre coi suoi metodi. Egli, con arguzia greca, dice che ora munge le vacche tiberine per far loro sputare le capre elleniche. É fornitore della casa del Legato e di molte case romane di questa piccola Roma, e grande città regina d’Oriente. Inoltre, dopo le raffinatezze per i ricchi, è riuscito a carpire, con astuta maniera fatta di omaggi servili che coprono odio insanabile, le forniture per le coorti d’Oriente. Il suo metodo non lo approvo. Ma ognuno ha il suo modo. Io avrei preferito il pane mendicato per la via agli scrigni d’oro avuti dall’oppressore. E così avrei fatto sempre se ora un altro motivo, che non è l’utile per me, non mi avesse spinta ad imitare il greco per il mio scopo.

84Ma in fondo è un buon uomo, e buona è sua moglie e le tre figlie e un figlio. Li ho conosciuti nella piccola scuola di Antigonio, ed essendosi ammalata all’inizio della primavera la madre, l’ho curata col balsamo e così sono entrata in casa loro. Molte case mi avrebbero ricevuta con piacere come maestra e ricamatrice. Case nobili e case commerciali, ma io ho preferito questa per un motivo che non è l’essere casa di greci. Ora ti spiegherò.

85Io ti prego di compatire Zenone anche se Tu non puoi approvare il suo pensiero. Egli è come certi terreni aridi, quarziferi alla superficie ma ottimi sotto la crosta dura. Io spero riuscire a levare questa crosta creata da tanto dolore e mettere a nudo il buon terreno. Sarebbe un grande aiuto per la tua Chiesa, essendo Zenone noto e collegato con tanti dell’Asia minore e della Grecia, oltre Cipro, Malta, e persino in Iberia, dove in ogni luogo ha parenti e amici, come lui greci e perseguitati, oppure anche romani delle milizie, o delle magistrature, utilissimi un giorno alla tua causa.

Profezia sulla Roma cristiana.

86Signore, mentre scrivo, da una delle terrazze della casa vedo Antiochia coi suoi moli sul fiume, il palazzo del Legato nell’isola, le sue vie regali, le sue mura dalle cento e cento torri poderose, e se mi volgo vedo la cresta del Sulpio che mi sovrasta con le sue caserme, e l’altro palazzo del Legato. Sono così fra le due manifestazioni della potenza romana, io povera donna soggetta, sola. Ma non mi dànno paura. Anzi penso che ciò che non può l’ira degli elementi e la forza di tutto un popolo in rivolta, farà la debolezza che non dà ombra, la apparente debolezza, spregevole ai potenti, di chi è una forza perché possiede Dio: Te.

87Penso, e te lo dico, che questa forza romana sarà la forza cristiana quando ti avrà conosciuto, e che dalle cittadelle della romanità pagana occorrerà iniziare il lavoro, perché esse saranno sempre le padrone del mondo e una romanità cristiana vorrà dire una cristianità universale. Quando questo? Non so. Ma sento che sarà. Onde guardo con un sorriso queste testimonianze di potenza romana, pensando a quel giorno che metteranno le insegne e la loro forza a servizio del Re dei re. Le guardo come si guardano amici utili che ancora non sanno di esserlo, che faranno soffrire prima di essere conquistati, ma che, conquistati che siano, porteranno Te, la conoscenza di Te sino ai confini del mondo.

88Io, povera donna, oso dire ai miei grandi fratelli in Te che, quando sarà l’ora della conquista del mondo al tuo Regno, non da Israele, troppo chiuso nel suo rigorismo mosaico inasprito da quello fariseo e delle altre caste per essere conquistato, ma da qui, dal mondo romano, dalle propaggini di esso – i tentacoli con cui essa Roma strozza ogni fede, ogni amore, ogni libertà che non sia quale essa vuole, ad essa utile – da qui dovrà iniziarsi la conquista degli spiriti alla Verità.

89Tu lo sai, Signore. Ma io parlo per i fratelli che non possono credere che anche noi, i gentili, si abbia anelito al Bene. Ai fratelli dico che sotto la corazza pagana vi sono cuori delusi del vuoto pagano, nauseati della vita che conducono perché così si usa, stanchi di odio, di vizio, di durezza. Vi sono spiriti onesti, ma che non sanno dove appoggiarsi per trovare appagamento al loro anelito al Bene. Date ad essi una Fede che li appaghi. Morranno per essa portandola sempre più avanti come una fiaccola fra le tenebre, come gli atleti dei giuochi ellenici”».

Intervallo.

90Gesù ripiega il primo foglio e, mentre gli ascoltatori commentano lo stile, la forza, le idee di Sintica, e si chiedono perché non è più ad Antigonio, Gesù svolge il secondo foglio.

Pietro, finora rimasto seduto, si torna ad avvicinare come per sentire meglio e riprende a sollevarsi sulle punte dei piedi per vedere, stringendosi a Gesù.

91«Simone, fa tanto caldo e tu mi opprimi», dice sorridendo Gesù. «Torna al tuo posto. Non hai sentito fino ad ora?».

«Sentito? Sì. Ma non ho veduto. E ora voglio vedere, perché Tu è da quel foglio lì che sei mutato e hai pianto… E non è solo per Giovanni… Che era morente si sapeva…».

92Gesù sorride ma, per impedire a Pietro di sbirciare da dietro le spalle sullo scritto, si addossa alla più vicina colonna, incurante di allontanarsi dalla luce del lampadario che, in compenso, se non illumina il foglio illumina molto il viso di Gesù.

Pietro, ben deciso a vedere, a capire, trascina uno sgabello di fronte a Gesù e si siede tenendo gli occhi fissi sul volto del Maestro.

Il seme del cristianesimo.

93«”Tanto sono convinta di questo che, rimasta sola, ho lasciato Antigonio per Antiochia, certa di potere lavorare più in questo terreno, dove come a Roma tutte le razze si fondono e mescolano, che là dove impera Israele… Non posso, io, donna, partire alla conquista di Roma. Ma se l’Urbe mi è irraggiungibile, sulla figlia più bella dell’Urbe, la più somigliante alla madre in tutto la Orbe, io getto il seme… Su quanti cuori cadrà? In quanti germoglierà? In quanti verrà trasportato altrove e attenderà gli apostoli per germinare? Non so. Non chiedo di sapere. Faccio. Offro al Dio che ho conosciuto, e che appaga il mio spirito e il mio intelletto, il lavoro. In questo Dio credo come a Dio unico e onnipotente. So che non delude chi è di buona volontà. Questo mi basta e mi sorregge nel fare.

Sul transito di Giovanni.

94Maestro, Giovanni è morto il sesto giorno avanti le none di giugno secondo i romani, quasi alla neomenia di tamuz secondo gli ebrei.

Signore… A che dirti ciò che sai? Eppure lo dico per i fratelli. Giovanni morì da giusto e, per la verità sulle sue sofferenze, dovrei dire da martire.

Io l’ho assistito con tutta la pietà che una donna può avere, con tutto il rispetto che si ha per un eroe, con tutto l’amore che si ha per un fratello. Ma ciò non ha impedito una sofferenza tale che io, non per disgusto o stanchezza ma per compassione, pregavo l’Eterno di chiamarlo alla pace. Egli diceva: ‘alla libertà’.

95Che parole uscivano dalla sua bocca! Può mai un uomo che è sceso fino in fondo, come egli diceva, salire a tanta luce di sapienza? Oh! la morte è proprio il mistero che rivela la nostra origine, e la vita è lo scenario che nasconde il mistero. Uno scenario che ci viene dato senza disegni e sul quale noi possiamo lavorare ciò che vogliamo. Egli vi aveva scritto molte cose, non tutte belle. Ma le ultime furono sublimi. Dal cielo fosco del basso, su cui erano disegni di dolore umano e di umana violenza, come sapiente artefice era passato a sempre più luminosi segni, decorando di virtù lo scorcio della sua vita cristiana e finendo in una luminosità fulgida di anima perduta in Dio.

Io te lo dico: non parlò, ma cantò il suo ultimo poema. Non morì, ma assurse. Né io potei distinguere con esattezza quando era ancora l’uomo che parlava o quando già parlava lo spirito figlio di Dio.

96Signore, ho letto, Tu lo sai, tutte le opere dei filosofi per cercare un pascolo all’anima legata dalle doppie catene della schiavitù e del paganesimo. Ma quelle erano opere d’uomo. Qui non erano più voci d’uomo, erano parole di super-uomo, di spirito regale, più, di spirito semidivino.

97Io ho vegliato sul mistero, che non sarebbe stato capito d’altronde da quelli che ci ospitavano, buoni con l’uomo ma israeliti nel più ampio e completo senso del nome… E quando negli ultimi tocchi dell’amore Giovanni non fu più che un amore parlante, io ho allontanato ognuno e ho raccolto io sola ciò che Tu certo sai…

98Signore… quell’uomo è morto, è ‘uscito finalmente dalla carcere, è andato nella libertà’, come egli diceva col filo di voce degli ultimi giorni e con lo sguardo acceso d’estasi, stringendomi la mano e svelandomi il Paradiso con le sue parole. Quell’uomo è morto insegnandomi a vivere, perdonare, credere, amare. È morto preparandomi all’ultimo tempo della tua vita.

Signore, tutto so. Mi aveva istruito sui profeti nelle sere d’inverno. Conosco il Libro come una vera israelita. Ma so anche ciò che il Libro non specifica…

99Maestro mio e mio Signore… io lo imiterò. E io vorrei lo stesso favore, ma penso che sia più eroico non chiederlo, e fare la tua volontà…”»

Intervallo.

100Gesù ripiega il foglio e fa per prendere il terzo.

«No, no, Maestro! Non può essere… C’è dell’altro. Non può essere finito così presto il foglio!», esclama Pietro.

«Tu non leggi tutto! Perché, Signore? Voi! Protestate. Sintica ha scritto più per noi che per Lui, e Lui non ci legge».

101«Non insistere, Pietro!».

«Sì che insisto! Eccome se insisto! Ho visto, sai, che il tuo occhio andava più in basso di colpo e che, c’è trasparenza, non hai letto le ultime righe. Non starò quieto che finché rileggi la fine di quel foglio. Piangevi prima!… E che? C’è forse da piangere in quello che hai letto? Dispiace, sì, saperlo morto… ma una morte così non fa piangere! Io credevo che fosse morto male, perdendo il suo spirito… Invece… Leggi, su! Madre! Giovanni! Voi che ottenete tutto…».

102«Ascoltalo, Figlio mio, e se anche è cosa penosa a sapersi berremo tutti il calice…».

103«Sia come volete…

Consapevolezza della Verità.

104“Conosco il Libro come una vera israelita. Ma so anche ciò che il Libro non specifica, ossia che ormai la tua Passione non tarderà a compiersi, poiché Giovanni è morto e Tu gli hai promesso breve sosta nel Limbo. Egli me lo ha detto. Egli mi ha detto che Tu avevi promesso di levarlo prima che conoscesse come e dove può giungere l’odio d’Israele verso Te, e ciò per impedire che per amore di Te egli odiasse i tuoi torturatori. Ora egli è morto… e Tu sei dunque prossimo a morire… No. A vivere. Veramente a vivere con la tua Dottrina, con Te stesso in noi, con la Divinità in noi dopo che il tuo Sacrificio ci renderà la vita dell’anima, la Grazia, l’unione col Padre, col Figlio, con lo Spirito Santo.

105Maestro, mio Salvatore, mio Re, mio Dio… forte è la mia tentazione, anzi è stata forte, di raggiungerti ora che Giovanni dorme col corpo nel sepolcro e riposa con lo spirito nell’attesa. Raggiungerti per essere con le altre presso la tua ara. Ma le are vanno ornate non solo della vittima, ma di ghirlande in onore del Dio per il cui onore si celebra il sacrificio. Io metto la mia violacea ghirlanda di discepola lontana ai piedi della tua ara. Vi metto l’ubbidienza, il lavoro, il sacrificio di non vederti e ascoltarti… Ah! sarà ben duro! È ben duro ora che sono finiti i tuoi colloqui soprannaturali con Giovanni e io non ne godo più!… Signore, alza la tua mano sulla tua serva perché ella sappia fare solo la tua volontà e ti sappia servire”».

Intervallo.

106Gesù piega il foglio e guarda i volti degli ascoltatori. Sono pallidi. Ma Pietro mormora: «Non capisco perché piangevi… Credevo ci fosse altro…».

107«Piangevo perché confrontavo l’uxoricida, il galeotto di un tempo e la schiava pagana con troppi in Israele».

«Ho capito! Ti angoscia che gli ebrei siano inferiori ai gentili, e i sacerdoti e principi ai galeotti. Hai ragione. Ero stolto! Che donna questa donna! Peccato che abbia dovuto andar via! …»

Gesù spiega il terzo foglio.

108«”E sappia imitare in tutto il discepolo e fratello che è già nella pace, che vi è andato dopo aver compiuto ogni purificazione… in tuo onore e per alleviare le tue sofferenze”».

«Ah! no, poi!». Pietro è saltato con agilità sul sedile prima che Gesù possa scostarsi e vede che non è possibile esser già là dove Gesù guarda. Occorre tenere presente che la cartapecora si arrotola su sé stessa man mano che è lasciata libera in alto, e perciò molte righe sono ormai nascoste nell’alto del foglio.

109Gesù alza la testa e, con volto più mesto che triste, dolce ma fermo, respinge il suo apostolo e dice: «Pietro, il tuo Maestro sa ciò che ti fa bene! Lascia che Io ti dia ciò che ti è buono…».

Pietro è tocco da quelle parole, e più dallo sguardo di Gesù, così implorante, lucido di una lacrima che sta per cadere. Scende dal sedile dicendo: «Ubbidisco… Ma che ci sarà mai lì?!».

La scelta delle anime.

110Gesù riprende a leggere: «”Ed ora che ho parlato di altri, parlo di me. Ho lasciato Antigonio dopo la sepoltura di Giovanni. Non perché mi trattassero male. Ma perché sentivo che non era il mio posto. Perché lo sentivo? Non so. Lo sentivo. Come ti ho detto, avevo conosciuto molte famiglie perché molti erano venuti a noi. Ho preferito sistemarmi presso quella di Zenone, proprio perché è nell’ambiente dove conto lavorare.

111Una donna romana mi voleva nella sua splendida casa presso i Colonnati di Erode. Una ricchissima siriana mi invitava a maestra nel laboratorio di stoffe che il marito, di Tiro, ha impiantato in Seleucia. Una vedova proselite, madre di sette fanciulle, abitante presso il ponte Seleucio, mi voleva per rispetto a Giovanni, maestro dei fanciulli. Una famiglia greco-assira, con empori in una via presso il Circo, chiedeva che io andassi da essa perché nel tempo dei giuochi potevo essere utile. Infine un romano, già centurione, credo, certo militare, qui rimasto con non so quale preciso impegno, guarito lui pure con il balsamo, insisteva per avermi.

112No. Non volevo i ricchi, non i mercanti. Volevo anime, e anime greche e romane, perché sento che da queste deve iniziarsi l’espansione della tua Dottrina nel mondo.

Seminatrice del Regno.

113Ed eccomi in casa di Zenone sulle pendici del Sulpio, presso le caserme. La cittadella incombe minacciosa dalla vetta. Eppure, così arcigna come è, è migliore dei ricchi palazzi dell’Onfolo e del Ninfeo, e vi ho amici. Un milite che ti conosce, di nome Alessandro. Un semplice cuore di fanciullo chiuso in un gran corpo di soldato. E lo stesso tribuno, da poco giunto qui da Cesarea, sotto la sua clamide ha un retto cuore. Nella sua semplicità rozza si avvicina più alla Verità Alessandro. Ma anche il tribuno, che ti ammira come un retore perfetto, un filosofo ‘divino’, come egli dice, non è ostile alla Sapienza, se anche ancora non può accogliere la Verità. Ma conquistare questi e le loro famiglie con un minimo di tua conoscenza vuol dire gettare il seme di questa conoscenza a settentrione e mezzogiorno, a oriente e occidente, perché le milizie sono come dei grani agitati dal ventilabro, meglio, delle pule che il mulinello del vento, in questo nostro caso il volere dei Cesari e le necessità di dominio, sparge per ogni dove.

Tutto per il trionfo del Messia.

114Quando verrà un giorno che i tuoi apostoli, come uccelli lanciati a volo, si spargeranno sulla Terra, grande aiuto sarà per loro trovare nei luoghi di apostolato uno, uno solo, anche uno solo che non ignori che Tu fosti. Per questa idea curo anche le membra dolenti dei vecchi gladiatori e quelle ferite dei giovani gladiatori. Per questo non sfuggo più le donne romane, per questo sopporto quelli che mi erano dolore… Tutto. Per Te.

115Se sbaglio, consigliami con la tua sapienza. Sappi solo, ma lo sai, che i miei sbagli vengono da incapacità, ma non da malizia. Signore, la tua serva ti ha detto tanto… un niente del tanto che ho in cuore. Ma Tu vedi il mio spirito. Signore… Quando vedrò il tuo volto? Quando rivedrò tua Madre, i fratelli?… La vita è un sogno che passa. Passerà la separazione. Sarò in Te, e con loro, e sarà la gioia e la libertà per me, anche per me, come per Giovanni.

116Mi prostro ai tuoi piedi, mio Salvatore. Benedicimi con la tua pace.

117A Maria di Nazareth, alle discepole, pace e benedizione. Agli apostoli e ai discepoli, pace e benedizione. A Te, Signore, gloria e amore.

118Ho letto. Madre, vieni con Me. Voi attendetemi, oppure riposate. Io non rientro. Resto in preghiera con mia Madre. Giovanna, se alcuno mi cerca, sono nel chiosco presso il lago».

Il sacrificio della Missionaria.

Il grande bambino buono.

119Pietro ha tratto in disparte Maria e le parla concitato ma sotto voce. Maria gli sorride e mormora qualcosa. Poi raggiunge suo Figlio che segue il sentiero appena visibile nella notte.

120«Che voleva Simone di Giona?».

«Sapere, Figlio mio. É come un bambino… un grosso bambino… Ma è tanto buono».

121«Sì, è molto buono. E ha pregato te, che sei buonissima, per sapere… Ha scoperto il punto debole: te e Giovanni. Lo so. Mostro di non saperlo, ma lo so. Ma non posso sempre cedere per farlo contento… Non occorreva, Gionata. Stavamo anche al buio», dice vedendo Gionata accorrere con una lucerna d’argento e dei cuscini che dispone sulla tavola e sui sedili del chiosco.

«Lo ha ordinato Giovanna. La pace a Te, Maestro».

«E a te».

Restano soli.

La Consolatrice.

122«Dicevo che non sempre posso accontentarlo. Questa sera non potevo. Tu sola puoi sapere i punti che ho taciuto. Ti ho voluta per questo e anche per stare con te, Mamma… Stare con te nelle ultime ore prima di una separazione è radunare tanta dolce forza da esserne ricco per molte ore di solitudine fra il mondo, che non mi capisce o mi capisce male. E stare con te nelle prime ore di un ritorno è ritemprarsi subito nella tua dolcezza di tutti i calici che devo bere nel mondo… e che sono così disgustosi e amari».

123Maria lo carezza senza parlare. Ritta in piedi presso Lui seduto, è la Madre che conforta il Figlio. Ma Egli la fa sedere e dice: «Ascolta…»; e allora Maria, nella posa attenta, seduta di fronte a Lui, diviene la discepola che pende dalle labbra di Gesù Maestro.

La Messaggera di vita.

124«Sintica scrive parlando di Antiochia: “Qui il volere – non so distinguere dove cessa quello degli uomini e ha inizio quello di Dio, perché non sono saggia – qui il volere, più forte del mio desiderio, mi ha portata, e chissà che ciò non sia stato tutto volere di Dio. Certo è che, quasi di sicuro per una grazia del Cielo, io amo ormai questa città che, con le vette del Casio e dell’Amano a vegliarla da due lati e le creste verdi delle Montagne nere più lontano, molto mi ricorda la patria perduta. E mi pare che questo sia il primo passo di ritorno verso la mia terra, e non già passo di pellegrina stanca che torna per morire, ma di messaggera di vita che viene a dare vita a chi le fu madre. Mi pare che da qui, rondine riposata al volo e nutrita di Sapienza, io debba volare là, alla città dove vidi la luce e dalla quale voglio, vorrei salire alla Luce dopo aver dato la Luce che mi fu data.

125I miei fratelli in Te, lo so, non approverebbero questo pensiero. Vogliono solo per loro la tua sapienza. Ma sbagliano. Un giorno capiranno che il mondo aspetta, e che il mondo sprezzato sarà il migliore. Io preparo loro la via. Non qui soltanto, ma con quanti qui fanno capo e poi tornano ad altri paesi, e non distinguo tanto se sono gentili o proseliti, greci o romani, o di altre colonie dell’Impero e della Diaspora. Parlo, suscito volontà di conoscerti… Il mare non è fatto di una nuvola che si svuota. É fatto di nuvole, nuvole, nuvole che si svuotano sulla terra e si riversano in mare. Io sarò una nuvola. Il mare sarà il cristianesimo. Voglio moltiplicare la conoscenza di Te per contribuire a formare il mare del cristianesimo. Io, greca, so parlare ai greci, non tanto con l’idioma quanto con la comprensione… Io, già schiava dei romani, so lavorare i romani di cui conosco i punti sensibili. E, per quanto ho vissuto fra gli ebrei, so anche come trattare costoro, specie qui dove i proseliti sono numerosi. Giovanni è morto per la tua gloria. Io vivrò per la tua gloria. Benedici i nostri spiriti”.

La vera libertà.

126E più oltre, là dove parla della morte di Giovanni, là dove non ho lasciato che Simone leggesse, è scritto: “Giovanni è morto dopo aver compiuto ogni purificazione, anche l’estrema, del perdono a coloro che col loro modo di fare lo hanno ucciso e ti hanno costretto ad allontanarlo. So il nome di costoro, almeno del principale di costoro. Giovanni me lo ha rivelato dicendo: ‘Diffida sempre di lui. É un traditore. Ha tradito me, tradirà Lui e i compagni. Ma io perdono all’Iscariota come Egli perdonerà. É già tanto grande l’abisso in cui lui giace che non voglio farlo più profondo col mio non perdonargli di avermi ucciso separandomi da Gesù. Il mio perdono non lo salverà. Nulla lo salverà, perché è un demonio[7]. Non lo dovrei dire, io che fui assassino, ma io avevo almeno un’offesa a farmi folle. Egli inveisce su chi non gli ha fatto del male e finirà col tradire il suo Salvatore. Ma gli perdono perché la bontà di Dio ha fatto del suo livore verso di me il mio bene. Vedi? Tutto ho espiato. Egli, il Maestro, me lo ha detto ieri sera. Ho tutto espiato. Ora esco dal carcere. Ora entro veramente nella libertà, libero anche dal peso del ricordo del peccato di Giuda di Keriot verso un infelice che aveva trovato la pace presso il suo Signore’.

Sacrificio della discepola.

127Io pure, a suo esempio, lo perdono di avermi strappata a Te, alla Madre benedetta, alle sorelle discepole, all’udirti, al seguirti sino alla morte, per essere presente al trionfo tuo di Redentore. E lo faccio per Te, in tuo onore e per alleviare le tue sofferenze. Sta’ in pace, mio Signore. Il nome dell’obbrobrio che è fra le file dei tuoi seguaci non uscirà dalle mie labbra, e con questo non uscirà niente di quanto ho sentito da Giovanni quando il suo io parlava con la tua invisibile, letificante Presenza. Sono stata in forse se venire da Te prima di sistemarmi nella nuova dimora. Ma ho sentito che mi sarei tradita col ribrezzo per l’Iscariota e che ti avrei nuociuto presso i tuoi nemici. Ho sacrificato così anche questo conforto… certa che il sacrificio non sarà senza frutto e senza premio”.

I morti sentono l’amore della preghiera.

128Ecco, Madre. Potevo leggere questo a Simone?».

129«No. Non a lui, non agli altri. Nel mio dolore ho la gioia di questa morte santa di Giovanni… Figlio, preghiamo perché egli senta il nostro amore e.… e perché Giuda non sia l’obbrobrio… Oh! è orrendo!… Eppure… noi perdoneremo…»

«Preghiamo…».

130Si alzano in piedi e pregano nella luce tremula della lampada, fra cortine di rami penduli, mentre la risacca ha un respiro sincopato contro la sponda…

462. Discorso e guarigioni alle sorgenti termali di Emmaus di Tiberiade[8].

Alle Terme di Emmaus.

Mutamento nella natura.

1Il lago non è che un enorme sardonico fra il castone dei colli, appena visibile sotto il chiarore delle stelle, essendo già tramontata la luna. Gesù è solo nel chiosco verde, col capo reclinato sugli avambracci posati sul tavolo presso la lampada, che dà gli ultimi guizzi. Ma non dorme. Ogni tanto alza il capo, guarda ancora i fogli spiegati sul tavolo, tenuti stesi dalla lampada messa sull’alto del foglio e dagli avambracci messi sul basso del foglio, e poi reclina nuovamente il capo.

2Il silenzio è assoluto. Sembra dormire anche il lago nella calmeria afosa. Poi ecco, contemporanei, un fruscio di vento fra le fronde, un solitario schiaffo d’onda sulla riva, un mutamento nella natura, direi uno scricchiolio di elementi che si ridestano. La non-luce della primissima alba è già una luce, per quanto l’occhio non se ne avveda ancora girando lo sguardo sul giardino deserto. É lo specchio del lago che dà indizio di questo rinascere della luce, perché il suo sardonico nero, plumbeo, si fa più chiaro, e lentamente, riflettendo il cielo che inalba, da plumbeo si fa grigio-ardesia e poi grigio-ferro, poi diviene un opale e infine eccolo riflettere il cielo con un azzurreggiare d’acque paradisiaco.

A Tarichea per le terme di Emmaus.

3Gesù si alza in piedi, raccoglie i fogli, prende la lampada, spentasi al primo soffio di brezza, e si dirige verso la casa. Incontra una serva che si inchina. Poi un giardiniere che si dirige alle aiuole, col quale scambia il saluto. Entra nell’atrio dove altri servi compiono le prime faccende.

4«La pace a voi. Potreste chiamare i miei?».

«Sono già alzati, Signore. E il carro per le donne è già pronto. Anche Giovanna è alzata. É nell’atrio interno».

5Gesù va, attraverso la casa, all’atrio che è dalla parte della via. Là infatti sono tutti raccolti.

6«Andiamo. Madre, il Signore sia con te. Maria, con te pure, e la mia pace vi accompagni. Addio, Simone. Porta la mia pace a Salome e ai bambini».

Gionata apre il pesante portone. Nella via è il carro coperto. La via fra le case non è ancor molto in luce ed è deserta affatto. Le donne salgono col parente e il carro si avvia.

7«Andiamo subito noi pure. Andrea, corri avanti, dove sono le barche, e dì ai garzoni di raggiungerci a Tarichea».

«Come? Andiamo a piedi? Faremo tardi…».

8«Non importa. Precedetemi mentre mi accomiato da Giovanna».

Gli apostoli si avviano…

«Io ti seguo, Signore. O, meglio, ti precedo, perché verrò con la barca».

9«Dovrai attendere a lungo…».

«Non conta. Lasciami venire».

10«Sia come tu vuoi. Cusa non c’è?».

«Non è rincasato, Signore».

11«Gli dirai che lo saluto e lo esorto ad essere giusto. Carezza per Me i bambini. E.… tu che hai compreso il tuo Maestro convinci Cusa che è in errore, e con lui tutti quelli che vogliono fare del Cristo un re temporale».

12Anche Gesù esce nella via e raggiunge lesto gli apostoli.

13«Andiamo per la via di Emmaus. Molti infelici vanno alle sorgenti, chi per ottenere guarigione, chi per ottenere soccorsi».

«Ma noi non abbiamo uno spicciolo…», obbietta Giacomo di Zebedeo.

14Gesù non risponde.

Città cosmopolita.

15Le vie si popolano di minuto in minuto e di due classi di persone molto diverse. Ossia di ortolani, venditori, servi, schiavi, popolani che si affrettano ai mercati, e di ricchi gaudenti che in lettighe o su cavalcature vanno essi pure verso le sorgenti, suppongo termali se devono dare guarigione.

16Tiberiade deve essere proprio un poco cosmopolita, perché fra i gitanti si vedono persone di nazioni diverse. Romani appesantiti dalla vita oziosa e viziosa, greci azzimati e certo non meno licenziosi dei romani, ma con una maschera lasciata dal vizio diversa nell’espressione da quella dei latini, gente della costa fenicia, ebrei per lo più anziani, cadenze, lingue, vesti diverse, e qualche pallido volto di malato e di malata, o stanchi volti di patrizie… e anche volti di gaudenti dei due sessi che procedono in gruppi, chi a cavallo presso le lettighe, chi in lettiga, scherzando, discutendo di futili argomenti, facendo scommesse…

La via è bella. Un viale ombroso che fra gli intercolonni dei fusti lascia vedere il lago da un lato, la campagna dall’altro. Il sole, ormai sorto, ravviva le tinte delle acque e dei vegetali.

     La grazia sveglia l’indifferenza dei gentili

17Molti si volgono a guardare Gesù e un sussurro lo segue. Parole ammirative di donne, satire di uomini, scherni talora, brontolii altre volte, qualche supplica di sofferente che Gesù raccoglie, le uniche raccolte fra le molte, e che esaudisce.

Quando rende agili le membra anchilosate dall’artrite di uno di Tiro, l’indifferenza ironica di molti gentili si scuote.

Niente grazia per chi ama il peccato.

18«Euhè!», esclama un vecchio romano dal volto borsuto di gozzovigliatore.

«Euhè! Guarire così è bello. Io lo chiamo».

«Non fa per te, vecchio Sileno. Che vorresti fare, guarito che fossi?».

«Tornare a godere!».

«Allora inutile andare dal triste Nazareno».

«Io vado, e scommetto ciò che ho che…».

«Non scommettere. Perdi».

«Lascialo scommettere. É ancor ubriaco. Ci godremo i suoi denari».

Il vecchio traballante scende di lettiga e raggiunge Gesù, che ascolta una madre ebrea che gli parla di sua figlia, un’esangue fanciulla che conduce per mano.

Luoghi di licenza degradante

19«Non temere, donna. Tua figlia non morirà. Torna a casa. Non la condurre alle sorgenti. Non vi acquisterebbe la salute del corpo e perderebbe la purezza dell’anima. Sono luoghi di licenza degradante», e lo dice ben forte, in modo che tutti sentano.

«Ho fede, Rabbi. Torno a casa mia. Benedici le tue serve, Maestro».

Chi uccide sé stesso va lasciato a sé stesso.

14Gesù le benedice e fa per avviarsi. Il romano lo tira per la veste: «Guariscimi», ordina.

15Gesù lo guarda e chiede: «Dove?».

I romani, e con essi dei greci e dei fenici, si sono radunati e sogghignano e scommettono. Degli israeliti, che si sono scostati mormorando: «Profanazione! Anatema!», e altre parole del genere, si fermano, però, curiosi…

16«Dove?», chiede Gesù.

«Da per tutto. Sono malato… ih! ih! ih!». Non so se rida o pianga, tanto è strano il verso che gli esce dalla bocca. Sembra che il grasso flaccido, lasciatogli da anni di vizi, opprima persino le corde vocali. L’uomo enumera i suoi malanni e dice la sua paura di morire.

17Gesù lo guarda severo e risponde: «Devi infatti temere la morte poiché hai ucciso te stesso», e gli volge le spalle. L’altro cerca di riprenderlo per le vesti, mentre i presenti sghignazzano. Ma Gesù si libera dalla stretta e va via.

18«Pollice verso, Appio Fabio! Pollice verso! Il detto re degli ebrei non ti ha graziato. Dacci la borsa. Scommessa perduta». Greci e romani fanno un baccano attorniando il deluso, che con un urtone li scansa e si dà a correre, per quanto può, così obeso, tenendosi alta la veste, traballando con tutta la sua massa segosa. Ma inciampa e cade nella polvere fra le risa altissime dei suoi amici, che lo strascicano presso un albero contro il cui tronco l’ebbro si stringe, piangendo del pianto sciocco degli ubbriachi.

Alle Terme di Emmaus di Tiberiade.

19Le sorgenti sono prossime certo, perché la folla è folta sempre più, rifluendo da molte vie verso un luogo solo. Odor di acque solforose stagna nell’aria.

«Scendiamo verso riva per evitare questi immondi?», chiede Pietro.

20«Non sono tutti immondi, Simone. Anche molti di Israele sono fra essi», dice Gesù.

21Le terme sono raggiunte. Una serie di edifici bianchi di marmi, separati da viali, in faccia al lago, separati da esso da una specie di vasto piazzale alberato, sotto il quale passeggiano i convenuti in attesa del bagno, o per reazione dopo lo stesso. Delle teste di medusa in bronzo, sporgenti dal muro di un edificio, gettano acque fumanti in una vasca di marmo che, bianca all’esterno, è rossastra nel suo interno come se fosse ricoperta di ferro rugginoso.

Sofferenti d’ogni malattie nel padiglione israelita.

22Molti ebrei vanno alle fonti e con dei calici bevono l’acqua minerale. Non vedo che ebrei fare questo e a questo padiglione. Credo indovinare che gli israeliti osservanti abbiano voluto un loro proprio luogo per evitare contatti con i gentili.

23Molti malati sono nelle portantine in attesa della cura e vedendo Gesù molti gridano: «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me».

24Gesù si dirige a questi. Paralitici, artritici, anchilosati, fratturati le cui ossa non si saldano, malati di anemie, di ghiandole, donne avvizzite avanti tempo, fanciulli anzitempo adulti. E poi, sotto agli alberi, mendichi che si lagnano chiedendo l’obolo.

25Gesù si ferma presso i malati. Si sparge la voce che il Rabbi parlerà e guarirà. La gente, anche quella delle altre razze, si avvicina per vedere.

La misericordia apre la porta alla grazia.

26Gesù si volge intorno. Sorride vedendo uscire, con ancora i capelli umidi della doccia fatta, il greco mandato da Sintica. Alza subito la voce per farsi sentire: «La misericordia apre le porte alla grazia. Siate misericordiosi per ottenere misericordia. Tutti gli uomini sono poveri in qualche cosa: chi nelle monete, chi negli affetti, chi nella libertà, chi nella salute. E tutti gli uomini hanno bisogno di aiuto dal Dio che ha creato l’universo e che può, unico Padre, soccorrere i suoi figli».

Pausa. Il greco Zenone.

27Fa una pausa come per dare tempo alla gente di scegliere se venire ad ascoltare o se recarsi ai bagni. Ma i bagni sono dimenticati dai più. Israeliti o gentili si affollano a sentire, e dei romani, scettici, nascondono la loro curiosità sotto lo scherzo: «Oggi non manca il retore a fare di questo luogo una terme romana», dicono.

28Il greco Zenone fende la folla gridando: «Per Zeus! Stavo per recarmi a Tarichea e qui ti trovo!».

Dottrina fondata sull’amore.

L’ amore è Sapienza e luce.

29Gesù prosegue: «Ieri mi fu detto: “É difficile eseguire ciò che Tu fai”. No. Non è difficile. La mia dottrina si fonda sull’amore, e l’amore non è mai difficile ad eseguirsi. Cosa predica la mia dottrina? Il culto di un vero Dio, l’amore al prossimo nostro. L’uomo, eterno fanciullo, ha paura delle ombre e segue le chimere perché non conosce l’amore. L’amore è sapienza e luce. É sapienza perché scende ad istruire. É luce perché viene a illuminare. Là dove è luce cessano le ombre, e dove è sapienza muoiono le chimere. Fra chi mi ascolta sono dei gentili. Essi dicono: “Ove è Dio?”. Dicono: “Chi ci assicura che il tuo Dio sia il vero?”. Dicono: “Con che ci assicuri di essere veritiero nella tua parola?”. Non sono soltanto i gentili a dire questo.

Autorità e potere divino del Messia.

30Anche altri mi chiedono: “Con che potere fai queste cose?”. Col potere che mi viene dal Padre, da quel Padre che ha messo tutte le cose a servizio dell’uomo sua creatura prediletta e che mi manda ad istruire gli uomini miei fratelli. Può il Padre, che ha dato potere alle viscere del suolo di fare medicamentose le acque delle sorgenti, aver limitato il potere al suo Cristo? E chi, quale Dio, se non il Dio vero, può concedere al Figlio dell’uomo di fare i prodigi che ricreano le membra distrutte? In quale tempio di idoli si vede che i ciechi ricuperino la vista e i paralitici il moto, in quale i morenti, ad un “voglio” di un uomo, sorgono sani più dei sani? Ebbene Io, per dar lode al Dio vero e per fare che sia da voi conosciuto e lodato, dico a questi qui adunati, quale che sia la loro razza e religione, che avranno la salute che chiedono a delle acque, e l’avranno da Me, Acqua viva, che do la vita del corpo e dello spirito a chi crede in Me e opera misericordia con retto cuore.

Dare per avere.

31Io non chiedo cose difficili. Chiedo un movimento di fede ed uno di amore. Aprite il cuore alla fede. Aprite il cuore all’amore. Date per avere. Date le povere monete per avere aiuto da Dio. Cominciate ad amare i fratelli. Sappiate avere misericordia. I due terzi fra voi sono malati perché egoisti e concupiscenti. Abbattete l’egoismo, frenate le concupiscenze. Acquisterete in salute fisica e in sapienza. Abbattete la superbia. E sarete beneficati dal vero Dio. Io vi chiedo l’obolo per i poveri e poi vi farò il dono della salute».

L’obolo: Dio vede il pensiero.

32E Gesù alza un lembo del manto e lo tende per accogliere le monete. Le molte monete che pagani e israeliti si affrettano a gettarvi. E non sono solo monete che vengono date, ma anche anelli o altri gioielli gettati con noncuranza dalle donne romane, che nel giungere a Gesù lo guardano, e qualcuna mormora qualche parola alla quale Gesù assente o risponde brevemente.

33L’offerta è finita. Gesù chiama gli apostoli perché gli conducano i mendichi e, con la stessa rapidità con cui il gruzzolo si era formato, ecco che si disfa sino all’ultimo picciolo. Restano dei gioielli che Gesù rende alle donatrici, non essendovi sul luogo nessuno che li acquisti per mutarli in monete. E per consolare le donatrici dice loro: «Il desiderio equivale all’atto. L’offerta data è preziosa come fosse stata distribuita, perché Dio vede il pensiero dell’uomo».

Dimostrazione del potere messianico.

34si raddrizza e grida: «Da chi mi viene il potere? Dal vero Dio. Padre, fa’ risplendere Te nel Figlio tuo. In tuo nome Io ordino ai morbi: andate!».

35Ed è l’ormai molte volte visto risorgere di malati, raddrizzarsi di storpiati, muoversi di paralitici, ed è il colorirsi di volti, lo splendere di occhi, il gridio degli osanna, le felicitazioni fra loro dei romani, fra i quali vi sono due donne e un uomo risanati e che vogliono imitare i guariti d’Israele e, non giungendo ancora ad umiliarsi come gli ebrei nel bacio sui piedi del Cristo, si chinano, prendono un lembo del manto e lo baciano.

36E poi Gesù si avvia sottraendosi alla folla. Ma non vi si sottrae perché, meno qualche ostinato gentile o qualche ebreo ancor più colpevolmente ostinato, tutti lo seguono per la strada che va a Tarichea.

463. A Tarichea, discorso sulla natura del regno messianico. Conversione di Galazia e Zenone. Invito di Cusa a Gesù[9].

A Tarichea.

La penisola di Tarichea.

1La penisoletta di Tarichea si protende nel lago facendo una profonda insenatura a sud-ovest, di modo che non è errato dire che, più che una penisola, è un istmo circondato dalle acque per quasi tutto il suo perimetro, rimanendo congiunto alla terra solo per una piccola parte. Almeno così era ai tempi di Gesù, nei quali io la vedo. Non so se poi, nel corso di venti secoli, le arene e i ciottoli, portati da un torrentello che sbocca proprio nell’insenatura di sud-ovest, abbia potuto modificare l’aspetto del luogo, insabbiando la piccola baia e allargando perciò la lingua di terra dell’istmo.

2La baia è quieta, azzurrina con striature di giada là dove rispecchia il verde degli alberi, che si protendono dalla costa verso il lago. Molte barche ondulano lievemente sulle acque appena mosse.

Il lungomare.

3Quello che mi colpisce è una bizzarra diga che, tutta ad archi posati sulle ghiaie della riva, fa come una passeggiata, un molo, che so io, diretto verso ovest. Non capisco se è stata fatta per ornamento o se per qualche utile scopo che non capisco. Questa passeggiata, diga o molo, è ricoperta da uno spesso strato di terra, sul quale sono stati messi degli alberi tanto fitti, sebbene non grandi, che formano una galleria di verde sopra la strada. Molta gente ozia passeggiando sotto quella galleria stormente, che dalla brezza, dalle acque e dalle fronde trae un coefficiente gradito di frescura.

4Si vede nettamente l’imboccatura del Giordano e il defluire delle acque del lago nel letto del fiume, facendo qualche mulinello, qualche ingorgo presso i piloni di un ponte, direi romano per la sua architettura a robusti piloni, messi a tagliamare (non so se dico bene, meglio direi fatti così ) contro gli spigoli dei quali si frange la corrente delle acque con tutto un giuoco madreperlaceo di luci sotto al sole che le percuote così frante, e soverchiantesi per defluire nella gola del fiume, incassato, dopo aver avuto tanta ampiezza nel lago. Quasi al termine del ponte, sull’altra riva, una cittadina bianca, sparsa fra il verde di campagne ubertose. E più su, verso il nord, ma sulla costa orientale del lago, il borgo che precede Ippo e i boschi, alti sulla scogliera, oltre i quali è Gamala, ben visibile in cima del suo colle.

Fedeli del Messia.

5Gesù, seguito da un codazzo di gente che lo segue da Emmaus e che si è aumentata con quelli che già lo attendevano a Tarichea – e fra questi è Giovanna, venuta nella sua barca – si dirige proprio alla diga alberata. E si ferma al centro di essa, avendo le acque alla destra, la spiaggia alla sinistra. Chi può si pone sulla via alberata; chi non può trovare posto sulla via si mette giù sulla spiaggia, ancora un poco umida per l’alta marea notturna o per qualche altra ragione e parzialmente ombreggiata dalle fronde degli alberi della diga, oppure fa accostare le barche e vi prende posto all’ombra delle vele.

Gesù fa cenno di parlare e tutti fanno silenzio.

Natura del Regno messianico. (discorso)

Il Dio di tutti gli uomini.

6«É detto: “Ti movesti per salvare il tuo popolo, per salvarlo col tuo Cristo”[10]. É detto: “Ed io mi rallegrerò nel Signore ed esulterò in Dio mio Gesù”[11].

7Il popolo di Israele ha preso per sé questa parola e ha dato ad essa un significato nazionale, personale, egoista, che non corrisponde alla verità sulla persona del Messia. Ha dato un significato limitato, che avvilisce la grandezza dell’idea messianica ad una comune manifestazione di potenza umana e di sopraffazione vittoriosa sui dominatori trovati in Israele dal Cristo[12].

8Ma la verità è diversa. É grande, illimitata. Viene dal Dio vero, dal Creatore e Signore del Cielo e della Terra, dal Creatore dell’Umanità, da Quello che, come ha moltiplicato gli astri nel firmamento e ha coperto di piante d’ogni specie la Terra e l’ha popolata di animali e messo pesci nelle acque e uccelli nell’aria, così ha moltiplicato i figli dell’Uomo da Lui creato perché fosse re del Creato e sua creatura prediletta. Ora, come potrebbe il Signore, Padre di tutto il genere umano, essere ingiusto per i figli dei figli dei figli di quelli nati dall’Uomo e dalla Donna, da Lui formati con la materia: terra, e con l’anima: il suo alito divino? E come trattare questi diversamente da quelli, quasi che non venissero da un’unica sorgente, quasi che non da Lui, ma da qualche altro essere soprannaturale e antagonista ne fossero stati creati degli altri rami, e perciò stranieri fossero, bastardi, spregevoli?

9Il vero Dio non è un povero dio di questo o quel popolo, un idolo, una figura irreale. É la sublime Realtà, è la Realtà universale, è l’Essere Unico, Supremo, Creatore di tutte le cose e di tutti gli uomini. È perciò il Dio di tutti gli uomini. Egli li conosce anche se essi non lo conoscono. Egli li ama anche se essi, non conoscendolo, non lo amano, o anche se lo conoscono male e lo amano male, o pur conoscendolo non lo sanno amare.

10La paternità non cessa quando un figlio è ignorante, stolto o malvagio. Il padre si studia di istruire il figlio perché istruirlo è amore. Il padre si affatica a rendere meno stolto il figlio deficiente. Il padre con lacrime, con indulgenze, con castighi salutari, con perdoni misericordiosi, cerca di correggere il figlio malvagio e farlo buono. Questo il padre-uomo. E il Padre-Dio sarà forse da meno di un padre-uomo? Ecco allora che il Padre-Dio ama tutti gli uomini e vuole la loro salvezza. Egli, Re di un regno infinito, Re eterno, guarda il suo popolo, fatto di tutti i popoli sparsi sulla Terra, e dice: “Ecco il popolo dei miei creati, il popolo che va salvato col mio Cristo. Ecco il popolo per il quale è stato creato il Regno dei Cieli. Ed ecco l’ora di salvarlo col Salvatore”.

Il Messia di tutti gli uomini in un unico popolo.

11Chi è il Cristo? Chi il Salvatore? Chi il Messia? Molti sono i greci qui presenti e molti, anche non greci, sanno ciò che vuol dire la parola Cristo. Cristo è dunque il consacrato, l’unto di olio regale per compiere la sua missione. Consacrato a che? Forse alla piccola gloria di un trono? Forse a quella più grande di un sacerdozio? No. Consacrato a riunire sotto un unico scettro, in un unico popolo, sotto un’unica dottrina, tutti gli uomini, perché siano fratelli fra loro e figli di un unico Padre, figli che conoscono il Padre e che ne seguono la Legge per aver parte nel suo Regno.

12Re, in nome del Padre che lo ha mandato, il Cristo regna come a sua natura conviene, ossia divinamente, perché da Dio. Dio ha messo tutto a sgabello dei piedi del Cristo suo, ma non già perché Egli opprima, sibbene perché Egli salvi. Infatti il suo nome è Gesù, che in lingua ebraica vuol dire Salvatore. Quando il Salvatore salverà dalla insidia e ferita più fiera, un monte sarà sotto i suoi piedi e una moltitudine di ogni razza coprirà il monte, a simboleggiare che Egli regna e si innalza su tutta la Terra e su tutti i popoli. Ma il Re sarà nudo, senza altra ricchezza che il suo Sacrificio, per simboleggiare che Egli non tende che alle cose dello spirito, e che le cose dello spirito si conquistano e si redimono con i valori dello spirito e l’eroicità del sacrificio, e non con la violenza e l’oro. Lo sarà per rispondere – a quelli che lo temono come a quelli che per un falso amore lo esaltano e lo deprimono insieme, volendolo re secondo il mondo, come a quelli che lo odiano senz’altra ragione che il tremore di esser spogliati di ciò che a loro è caro – che Egli è Re spirituale, questo solo, mandato per insegnare agli spiriti a conquistare il Regno, l’unico Regno che Io sono venuto a fondare.

13Io non vi do leggi nuove. Agli israeliti confermo la Legge del Sinai; ai gentili dico: la legge per possedere il Regno non è che la legge di virtù che ogni creatura di morale elevata da sé stessa si impone, e che, per la fede nel Dio vero, diviene, da legge di morale e di virtù umana, legge di morale soprumana.

I falsi dèi dei gentili.

14O gentili! Voi usate proclamare dèi i grandi uomini delle vostre nazioni e li mettete fra le schiere dei numerosi e irreali dèi, di cui popolate l’Olimpo che vi siete creato per avere qualcosa in cui credere, perché la religione, una religione è necessaria all’uomo, così come è necessaria una fede, essendo la fede lo stato permanente dell’uomo e l’incredulità l’anormalità accidentale. E non sempre questi uomini elevati a deità valgono neppur come uomini, essendo grandi talora per forza bruta, talaltra per astuzia potente, altra ancora per potenza in qualche modo acquistata. Cosicché portano seco loro, come doti di superuomini, delle miserie che l’uomo saggio vede per quello che sono: marciume di passioni scatenate. Che Io dica il vero lo mostra il fatto che nel vostro Olimpo chimerico voi non avete saputo mettere uno solo di quei grandi spiriti che hanno saputo intuire l’Ente supremo e sono stati agenti intermedi fra l’uomo animale e la Divinità, che hanno istintivamente sentita col loro spirito meditativo e virtuoso. Dallo spirito che ragiona del filosofo, del vero grande filosofo, allo spirito del vero credente che adora il vero Dio, il passo è breve, mentre dallo spirito del credente all’io dell’astuto, del prepotente, o del materialmente eroe, è un abisso. Eppure nel vostro Olimpo non sono stati da voi collocati coloro che, per la virtù della vita, si alzarono tanto sulla massa umana sino ad avvicinarsi ai regni dello spirito, ma sono coloro che avete temuto come padroni crudeli, o che avete adulato per servilismo di schiavi, oppure ammirato come esemplare vivente di quelle libertà di istinti animali che ai vostri appetiti anormali paiono scopo e meta nella vita.

Chiamati ad essere dèi.

15E avete invidiato coloro che sono stati ascritti fra gli dèi, trascurando quelli che più si sono accostati alla divinità con la pratica e la dottrina insegnata e vissuta di una vita virtuosa. Ora in verità Io vi do modo di divenire dèi. Colui che fa ciò che Io dico e crede in ciò che Io insegno, colui salirà nel vero Olimpo e dio[13] sarà, dio figlio di Dio[14] in un Cielo dove non è corruzione di sorta e dove l’Amore è l’unica legge. In un Cielo dove ci si ama spiritualmente, senza l’ottusità e senza le insidie dei sensi a far nemici l’un l’altro gli abitanti, così come avviene nelle vostre religioni.

Il Cristo Salvatore.

16Io non vengo a chiedere atti rumorosamente eroici. Vengo a dirvi: vivete da creature dotate di anima e ragione, e non da bruti. Vivete in modo da meritare di vivere, realmente vivere, con la parte immortale di voi nel Regno di Colui che vi ha creati. Io sono la Vita. Vengo a insegnarvi la Via per andare alla Vita. Vengo a dare la vita per voi tutti, e a darvela per darvi la risurrezione dalla vostra morte, dal vostro sepolcro di peccato e di idolatria. Io sono la Misericordia. Vengo a chiamarvi, a radunarvi tutti. Io sono il Cristo Salvatore. Il mio Regno non è di questo mondo. Eppure, a chi crede in Me e nella mia parola, un regno nasce nel cuore sin dai giorni del mondo, ed è il Regno di Dio, il Regno di Dio in voi.

17Di Me è detto che sono Colui che porterà la giustizia fra le nazioni[15]. É vero. Perché, se i cittadini di ogni nazione facessero ciò che Io insegno, odii, guerre, sopraffazioni avrebbero fine. È detto di Me che Io non alzerei la voce a maledire i peccatori, né la mano a distruggere coloro che sono come canne fesse e lucignoli fumiganti[16] per la loro maniera di vivere indecorosa. É vero. Io sono il Salvatore e vengo ad irrobustire coloro che sono lesionati, a dare umore a coloro la cui luce è fumosa per mancanza di succhi necessari. É detto di Me che sono Colui che apre gli occhi ai ciechi e trae dal carcere i prigionieri e porta alla luce quelli che erano nelle tenebre del carcere[17]. É vero. I ciechi più ciechi sono coloro che neppur con la vista dell’anima vedono la Luce, ossia il vero Dio. Io vengo, Luce del mondo, perché vedano. I prigionieri più prigionieri sono coloro che hanno per catene le loro passioni malvagie. Ogni altra catena diviene nulla con la morte del prigioniero. Ma le catene dei vizi durano e incatenano anche oltre la morte della carne. Io vengo a scioglierle.

Morale messianica.

18Io vengo a levare dalle tenebre del sotterraneo carcere dell’ignoranza di Dio tutti coloro che il paganesimo soffoca sotto il cumulo delle sue idolatrie. Venite alla Luce ed alla Salvezza. Venite a Me, perché il mio Regno è il vero e la mia Legge è buona. Non vi chiede che di amare l’unico Dio e il prossimo vostro, e perciò di ripudiare gli idoli e le passioni[18] che vi fanno duri di cuore, aridi, sensuali, ladri, omicidi.

19Il mondo dice: “Opprimiamo il povero, il debole, il solo. Sia la forza il nostro diritto, la durezza il nostro abito, l’intransigenza, l’odio, la ferocia, le nostre armi. Il giusto, perché non reagisce, sia conculcato, e oppressi la vedova e l’orfano che hanno debole voce”[19]. Io dico: siate dolci e mansueti, perdonate ai nemici, soccorrete i deboli, siate giusti nel vendere e nell’acquistare, anche nel diritto siate magnanimi, non approfittandovi del vostro poter premere sugli oppressi. Non vendicatevi. Lasciate a Dio la cura di tutelarvi. Siate morigerati in ogni tendenza, perché la temperanza è prova di forza morale, mentre la concupiscenza è prova di debolezza. Siate uomini e non bruti, e non temete di essere troppo decaduti e di non poter risorgere.

20In verità vi dico che, come un fango può tornare acqua pura evaporando al sole, purificandosi nel lasciarsi ardere ed elevandosi al cielo per ricadere in pioggia o in rugiada scevra di inquinamento e salutare, purché sappia farsi colpire dal sole, così gli spiriti che si accosteranno alla gran Luce che è Dio e grideranno a Lui: “Ho peccato, sono fango, ma anelo a Te, Luce” diverranno spiriti che ascendono purificati al loro Creatore. Levate alla morte l’orrore, facendo della vostra vita una moneta per acquistare la Vita. Spogliatevi del passato come di una veste sozza e rivestitevi di virtù.

21Io sono la Parola di Dio e in suo Nome vi dico che chi avrà fede in Lui e buona volontà, chi avrà pentimento del passato e proposito retto per l’avvenire, sia che sia ebreo o gentile, diverrà figlio di Dio e possessore del Regno dei Cieli. Vi ho detto in principio: “Chi è il Messia?”. Vi dico ora: Io sono che vi parlo, e il mio Regno è nei vostri cuori se lo accogliete e poi sarà nel Cielo, che Io vi aprirò se saprete perseverare nella mia Dottrina. Questo è il Messia e nulla più. Re di un regno spirituale, del quale col suo Sacrificio aprirà le porte a tutti gli uomini di buona volontà».

Cronaca del giorno.

La voce dello Spirito.

22Gesù ha finito di parlare e fa per avviarsi verso una scaletta che dalla diga conduce alla riva. Forse vuole raggiungere la barca di Pietro, che beccheggia presso un rudimentale approdo. Ma si volge di colpo e guarda fra la folla e grida: «Chi mi ha invocato per lo spirito e per la carne?».

Nessuno risponde.

23Egli ripete la domanda e gira i suoi splendidi occhi sulla folla che si assiepa dietro alle sue spalle, non solo sulla via ma anche giù, sulla rena. Ancora silenzio.

Matteo osserva: «Maestro, chissà quanti in questo momento hanno sospirato a Te sotto l’emozione delle tue parole» 

24«No. Un’anima ha gridato: “Pietà”, e Io l’ho sentita. E per dirvi che è vero rispondo: “Ti sia fatto secondo che chiedi, perché giusto è il moto del tuo cuore”». E alto, splendido, stende imperiosamente la mano verso il lido.

Volontà di Cusa.

25Tenta avviarsi ancora verso la scaletta, ma gli si pone di fronte Cusa, sceso, si capisce, da qualche barca, e lo saluta profondamente. «Ti cerco da molti giorni. Ho fatto il giro del lago sempre inseguendoti, Maestro. Urge che io ti parli. Sii mio ospite. Ho molti amici con me».

26«Ieri ero a Tiberiade».

«Me lo hanno detto. Ma non sono solo. Vedi quelle barche dirette all’altra riva? Là sono molti che ti vogliono. Fra questi anche dei tuoi discepoli. Vieni, ti prego, nella mia casa oltre il Giordano».

27«É inutile, Cusa. So ciò che vuoi dirmi».

«Vieni, Signore».

28«Malati e peccatori mi attendono; lasciami…».

«Anche noi ti attendiamo, malati di ansia per il tuo bene. E vi sono anche dei malati nella carne, anche…».

29«Hai sentito le mie parole? A che insisti dunque?».

«Signore, non ci respingere, noi…».

Conversione di Galazia.

30Una donna si è fatta largo fra la folla. Sono ormai abbastanza pratica di vesti ebraiche per capire che non è ebrea, e di vesti… oneste per capire che costei è una disonesta. Ma, a velare le sue fattezze e le sue grazie, forse troppo procaci, si è avviluppata tutta in un velo, ceruleo come la veste ampia, eppure provocante nella forma che le lascia scoperte le braccia bellissime. Si getta a terra e striscia fra la polvere sino a giungere a toccare la veste di Gesù, che prende fra le dita e bacia proprio sull’orlo, e piange, tutta scossa da singhiozzi.

31Gesù, che stava per rispondere a Cusa con un: «Voi siete in errore e.…», china lo sguardo e dice: «Eri tu quella che mi invocavi?».

32«Sì… e non sono degna della grazia che mi hai fatto. Non avrei dovuto neppure chiamarti con lo spirito. Ma la tua parola… Signore… io sono peccatrice. Se mi scoprissi il volto, molti ti direbbero il mio nome. Sono… una cortigiana… e una infanticida… e il vizio mi aveva resa malata… Ero ad Emmaus, ti ho dato un gioiello, …me lo hai reso… e un tuo sguardo… mi è sceso in cuore… Ti ho seguito… Hai parlato. Io ho detto in me le tue parole: “Sono fango, ma anelo a Te, Luce”. Ho detto: “Guariscimi l’anima e poi, se vuoi, la carne”. Signore, sono guarita nella carne… e l’anima? …».

33«L’anima ti è guarita per il pentimento. Va’ e non peccare mai più. Ti sono rimessi i tuoi peccati».

34La donna bacia di nuovo il lembo della veste e si alza. Nel farlo le scivola il velo.

35«La Galazia! La Galazia!», gridano in molti e urlano contumelie, e anche raccolgono ghiaia e rena e la gettano sulla donna che si curva e resta intimorita.

36Gesù alza la mano severo. Impone silenzio.

37«Perché la insultate? Non lo facevate quando era peccatrice. Perché ora che si redime?».

«Lo fa perché vecchia e malata». Urlano in molti e hanno voci di scherno.

38Veramente la donna, sebbene non più giovanissima, è ancora ben lungi da essere vecchia e brutta come dicono. Ma la folla è così.

39«Passa avanti a Me e scendi in quella barca. Ti riaccompagnerò a casa per altra via», ordina Gesù, e dice ai suoi: «Mettetela in mezzo a voi e accompagnatela».

Per la salvezza di un’anima.

40L’ira della folla, aizzata da qualche intransigente israelita, si rovescia tutta su Gesù, e fra urli di: «Anatema! Falso Cristo! Protettore di prostitute! Chi le protegge le approva. Più! Le approva perché le gode», e simili frasi urlate, meglio, abbaiate e latrate soprattutto da un gruppetto di energumeni ebrei, non so di che casta, fra questi urli, delle ben lanciate manate di sabbia umida raggiungono il viso di Gesù e lo bruttano.

41Egli alza il braccio e si deterge la guancia senza protestare. Non solo, ma ferma col gesto Cusa e qualche altro che vorrebbero reagire in sua difesa e dice: «Lasciateli fare. Per la salvezza di un’anima soffrirei ben di più! Io perdono!».

Conversione di Zenone

42Zenone, quello di Antiochia, che non si era mai allontanato dal Maestro, esclama: «Ora veramente so chi sei! Un vero dio e non un retore falso! La greca ha detto il vero! Le tue parole alle terme mi avevano deluso. Queste conquistato. Il miracolo mi ha stupito. Il tuo perdono agli offensori conquistato. Addio, Signore! Penserò a Te e alle tue parole».

43«Addio, uomo. La Luce ti illumini il cuore».

Volontà di Pietro.

44Cusa insiste di nuovo mentre vanno verso l’approdo, mentre sulla diga succede una gazzarra fra romani e greci da un lato e israeliti dall’altro.

«Vieni! Per poche ore soltanto. È necessario. Ti riaccompagnerò io stesso. Sei benigno alle meretrici e vuoi esser inesorabile con noi?».

45«Va bene. Verrò. É necessario, infatti…». Si volge agli apostoli già nelle barche: «Andate avanti. Io vi raggiungerò…»

«Vai solo?», chiede Pietro poco contento.

46«Sono con Cusa…»

«Uhm! E noi non si può venire? Per cosa ti vuole coi suoi amici? Perché non è venuto a Cafarnao?».

«Ci siamo venuti. Non c ‘eravate».

«Ci aspettavate. Ecco tutto!».

«Invece siamo venuti sulle vostre tracce».

«Venite adesso a Cafarnao. Deve essere il Maestro che viene da voi?»

«Simone ha ragione», dicono gli altri apostoli.

42«Ma perché non volete che venga con me? É forse la prima volta che viene in casa mia? Non mi conoscete forse?».

«Sì che ti conosciamo. Ma non conosciamo gli altri, ecco».

43«E di che temete? Che io sia amico dei nemici del Maestro?».

«Non so niente io! Mi ricordo la fine di Giovanni profeta, io!».

44«Simone! Tu mi fai offesa. Sono uomo d’onore. Ti giuro che prima che venisse torto un capello al Maestro mi farei trafiggere. Mi devi credere! La mia spada è al suo servizio…».

«Eh!… Che trafiggano te… Che servirebbe? Dopo… Sì, lo credo, ti credo… Ma, tu morto, sarebbe la sua volta. Preferisco il mio remo alla tua spada, la mia povera barca e soprattutto i nostri semplici cuori a suo servizio».

45«Ma con me è Mannaen. Credi a Mannaen? E c’è anche il fariseo Eleazar; quello che tu conosci, e il sinagogo Timoneo, e Natanael ben Fada. Tu non lo conosci questo. Ma è un capo importante e vuole parlare col Maestro. E c’è Giovanni detto l’Antipa di Antipatride, favorito da Erode il Grande, ora vecchio e potente, padrone di tutta la valle del Gahas, e.…».

«Basta, basta! Tu fai dei gran nomi, a me nulla dicono, meno due… e vengo anche io…».

«No. Vogliono parlare col Maestro…».

46«Vogliono! E chi sono? Vogliono?! Ed io non voglio. Sali qui, Maestro, e andiamo. Non voglio sapere di nessuno io, non mi fido che di me stesso io. Su, Maestro. E tu va’ in pace a dire a costoro che non siamo randagi. Sanno dove trovarci», e spinge Gesù senza tanti riguardi, mentre Cusa protesta a gran voce.

Volontà di Gesù.

47Gesù interviene definitivamente: «Non temere, Simone. Nulla mi accadrà di male. Lo so. Ed è bene che Io vada. Bene per Me. Intendimi…», e lo fissa con i suoi occhi splendidi come per dirgli: «Non insistere. Capiscimi. Vi sono ragioni che consigliano che Io vada».

48Simone cede a malincuore. Ma cede, come dominato… Però borbotta fra i denti malcontento.

49«Va’ tranquillo, Simone. Io stesso ti riaccompagnerò il Signore mio e tuo», promette Cusa.

«Quando?».

«Domani».

50«Domani?! Tanto ci vuole per dire due parole? Siamo fra terza e sesta… Prima di sera, se non è con noi, veniamo noi da te, ricordalo. E non noi soli…», e lo dice con un tono che non lascia dubbi sull’intenzione.

51Gesù posa la mano sulla spalla di Pietro. «Ti dico, Simone, che non mi faranno male. Mostra che credi nella mia vera natura. Io te lo dico. Io so. Non mi faranno nulla. Vogliono soltanto spiegarsi con Me… Va’… Conduci la donna a Tiberiade, sosta pure da Giovanna, potrai vedere che non mi rapiscono con barche e armati…».

52«Già, ma la sua casa (e accenna a Cusa) la conosco. So che dietro c’è la terra, non è un’isola, c’è dietro Galgala e Gamala, Aera, Arbela, Gerasa, Bozra, e Pella e Ramot e quante mai città».

53«Ma non temere, dico! Ubbidisci. Dammi un bacio, Simone. Va’! Anche a voi». Li bacia e li benedice. Quando vede la barca andare grida loro: «Non è la mia ora. E finché non è, nulla e nessuno potrà alzare la mano su Me. Addio, amici».

54Si volge a Giovanna, che appare visibilmente turbata e pensierosa, e dice anche a lei: «Non temere. É bene che ciò avvenga. Va’ in pace». E a Cusa: «Andiamo. Per mostrarti che non ho paura. E per guarirti…».

«Non sono malato, Signore…».

55«Tu lo sei. Io te lo dico. E molti con te. Andiamo».

56Sale sulla barca snella e ricca e si siede. I rematori iniziano la voga sulle acque chete, facendo un arco per sfuggire alla corrente sensibile là verso il termine del lago, presso lo sbocco di esso nel fiume.

464. Nella casa di campagna di Cusa la tentata elezione di Gesù a re. La testimonianza del Prediletto[20].

Nella casa di campagna di Cusa.

Il Messia non è un vile.

1Sull’altra sponda, presso al passaggio costituito dal ponte, attende già un carro coperto.

2«Sali, Maestro. Non ti affaticherai per quanto sia lungo il tragitto, non tanto per lunghezza di via quanto perché ho ordinato di tenere qui sempre delle coppie di buoi, per non dare ombra agli ospiti più ligi alla Legge… Vanno compatiti…».

3«Ma dove sono essi?».

«Ci hanno preceduti su altri carri. Tobiolo?».

«Padrone!», dice il conducente che sta aggiogando i buoi.

4«Gli altri ospiti dove sono?».

«Oh! molto avanti. Staranno per arrivare alla casa».

«Lo senti, Maestro?».

5«Ma se non fossi venuto?».

«Oh! Eravamo certi che saresti venuto. Perché non avresti dovuto venire?».

6«Perché!! Cusa, Io sono venuto per mostrarti che non sono un vile. Vili sono unicamente i malvagi, coloro che hanno delle colpe per cui temono la giustizia… La giustizia degli uomini, purtroppo. Mentre dovrebbero temere per prima, per unica, quella di Dio. Ma Io non ho colpe e non ho paura degli uomini».

Gesù deve temere i falsi amici

«Ma Signore! Quelli che sono con me ti venerano tutti! Come me. E non ti dobbiamo fare paura per niente! Ti vogliamo dare onore, non insulto!». Cusa è addolorato e quasi sdegnato.

7Gesù, seduto di fronte a lui, mentre il carro procede lento, cigolando, fra le verdi campagne, risponde: «Più che l’aperta guerra dei nemici Io devo temere quella subdola dei falsi amici, o l’ingiusto zelo di amici veri ma che ancora non mi hanno capito. E tu sei di questi. Non ricordi ciò che dissi a Bétèr?».

«Io ti ho capito, Signore», mormora Cusa, ma non molto sicuro e senza rispondere direttamente alla domanda.

L’uomo incostante turba sé stesso.

8«Sì. Mi hai capito. Sotto la ventata del dolore e della gioia, il tuo cuore si era fatto limpido come, dopo un temporale e un arcobaleno, è limpido l’orizzonte. E vedevi giusto. Poi… Volgiti, Cusa, a guardare il nostro mar di Galilea. Pareva così limpido all’aurora! Nella notte le guazze avevano deterso l’atmosfera e il fresco notturno aveva calmato l’evaporar delle acque. Cielo e lago erano due specchi di zaffiro chiaro che si riflettevano le singole bellezze, e i colli, intorno, erano freschi e mondi come li avesse creati Dio nella notte. Ora guarda. La polvere delle strade costiere, percorse da persone e animali, l’ardore del sole che fa fumare i boschi e i giardini come caldaie sopra un focolare e incendia il lago facendone evaporar le acque, guarda come hanno turbato l’orizzonte. Prima le sponde parevano vicine, nitide come erano nel gran nitore dell’aria; ora, guarda… Paiono tremolare offuscate, confuse, simili a cose che si vedono attraverso un velo d’acque impure. Così è successo in te. Polvere: umanità. Sole: orgoglio. Cusa, non turbare te stesso…».

Cusa china il capo, giocherellando macchinalmente con gli ornamenti della sua veste e la fibbia della ricca cintura che sorregge la spada.

9Gesù tace, stando quasi ad occhi chiusi come preso da sonno. Cusa ne rispetta il riposo, o ciò che egli crede tale.

La strada che percorre il carro.

10Il carro va lento in direzione sud-est, verso delle lievi ondulazioni che sono, almeno credo, il primo scaglione dell’altipiano che limita la valle del Giordano da questo lato orientale. Certo per ricchezza di acque sotterranee, o di qualche corso d’acqua, le campagne sono fertilissime e belle; grappoli e frutti appaiono da ogni fronda.

Il carro devia su una strada privata, lasciando quella maestra, e si interna sotto un viale foltissimo, sotto il quale è ombra e frescura, almeno relativa, rispetto alla fornace che è l’assolata via maestra.

Una casa bassa, bianca, di signorile aspetto, è in fondo al viale. Casette più umili sono sparse qua e là per i campi e i vigneti.

Il carro supera un ponticello e un limite oltre il quale il frutteto si muta in giardino dal viale sparso di ghiaia. Al rumore diverso delle ruote sul ghiaino Gesù apre gli occhi.

L’arrivo

11«Siamo arrivati, Maestro. Ecco gli ospiti che ci hanno sentiti e accorrono», dice Cusa.

E infatti molti, tutti di ricca condizione, si affollano all’inizio del viale e salutano con pomposi inchini il Maestro che giunge. Vedo e riconosco Mannaen, Timoneo, Eleazaro, e mi pare di vedere altri non nuovi ma dei quali non so dire il nome. E poi molti e molti mai visti, o per lo meno mai notati particolarmente. Vi sono molti con spade, e vi sono altri che in luogo delle spade ostentano gli abbondanti fronzoli farisaici e sacerdotali o rabbinici.

Saluto cumulativo.

12Il carro si arresta e Gesù scende per il primo, inchinandosi in un saluto cumulativo. I discepoli Mannaen e Timoneo si fanno avanti scambiando un saluto particolare. E poi si avanza Eleazaro (il fariseo buono del convito in casa di Ismael) e con lui si fanno largo due scribi che ci tengono a farsi riconoscere. Sono quello che a Tarichea ebbe guarito il figlioletto il giorno della prima moltiplicazione dei pani, e l’altro che ai piedi del monte delle Beatitudini dette cibo a tutti. E un altro ancora si fa largo: il fariseo che in casa di Giuseppe, al tempo dei grani, fu istruito da Gesù sul vero movente della sua ingiusta gelosia.

 Rito di presentazione

13Cusa procede alle presentazioni e le risparmio a tutti. Perché c’è da perdere la testa fra i molti Simone, Giovanni, Levi, Eleazar; Natanaele, Giuseppe, Filippo, ecc. ecc.; sadducei, scribi, sacerdoti, erodiani per la più parte, anzi dovrei dire che gli ultimi sono i più, e qualche pizzico di proseliti e di farisei, due sinedristi e quattro sinagoghi e, sperduto non so come qui dentro, un esseno.

14Gesù si inchina ad ogni nome, dando un acuto sguardo ad ogni viso e talora avendo un lieve sorriso, come quando qualcuno, a rendere più chiara la sua identità, specifica qualche fatto che lo mise in rapporto con Gesù.

15Così un certo Gioacchino di Bozra dice: «Mia moglie Maria fu da Te guarita dalla lebbra. Te benedetto».

16E l’esseno: «Ti udii quando parlasti presso Gerico e un fratello nostro lasciò le rive del mar Salato per seguirti. E ancora seppi di Te per il miracolo di Eliseo di Engaddi. In quelle terre noi puri viviamo attendendo…».

17Cosa attendano non so. So che, dicendolo, costui guarda con un’aria di superiorità un po’ esaltata gli altri, che non posano certo a mistici ma, per la più parte, paiono usufruire allegramente dei benesseri che la loro posizione concede loro.

Appuntamento al banchetto.

18Cusa sottrae il suo Ospite alle cerimonie dei saluti e lo conduce in una comoda stanza da bagno, dove lo lascia alle abluzioni d’uso, certo gradite con quel caldo, e torna dai suoi ospiti, coi quali confabula animatamente, e giungono quasi ad una disputa perché i presenti sono di pareri diversi. Chi vuole intavolare subito il discorso. Quale? Chi invece propone di non assalire subito il Maestro, ma di persuaderlo avanti del loro rispetto profondo. Vince quest’ultima parte che è la più numerosa, e Cusa, da padrone di casa, chiama i servi per ordinare un banchetto da farsi verso sera, lasciando tempo a Gesù, «che è stanco e lo si vede, di riposare», cosa che viene accettata da tutti, tanto che, quando Gesù riappare, gli ospiti si accomiatano con grandi inchini lasciandolo con Cusa, che lo conduce in una stanza ombrosa dove è un basso giaciglio coperto di ricchi tappeti.

Meditazione distensiva.

19Ma Gesù, rimasto solo dopo aver consegnato ad un servo i sandali e la veste, perché fossero ripuliti dalla polvere e dai segni delle peregrinazioni del giorno avanti, non dorme. Seduto sulla sponda del lettuccio, i piedi scalzi sulla stuoia del pavimento, la corta tunica o sottoveste che gli copre il corpo sino ai gomiti e ai ginocchi, pensa intensamente. E se l’abbigliamento così ridotto lo fa apparire più giovane nella splendida e perfetta armonia del corpo virile, l’intensità del pensiero, che non è certo lieto, gli incide rughe e gli appesantisce il viso in una espressione di stanchezza dolorosa che lo invecchia.

Nessun rumore nella casa, nessuno nella campagna dove maturano i grappoli nel calore pesante. Le tende oscure che cadono davanti alle porte e alle finestre non hanno il minimo ondulare.

Passano le ore così…

20La penombra cresce col decrescere del sole. Ma il caldo persiste. E persiste la meditazione di Gesù.

Infine la casa dà segni di risveglio. Si sentono delle voci, degli scalpiccii, degli ordini.

Cusa muove piano la tenda per vedere senza disturbare.

21«Entra! Non dormo», dice Gesù.

Cusa entra: è già nella veste ornata del banchetto. Guarda e vede che il lettuccio non mostra segno di aver accolto un corpo.

«Non hai dormito? Perché? Sei stanco…».

22«Ho riposato nel silenzio e nell’ombra. Mi basta».

«Ti farò portare una veste…».  

23«No. La mia certo è asciugata. Preferisco quella. Intendo partire non appena ha termine il banchetto. Ti prego provvedere acciò Io abbia il carro e la barca».

«Come vuoi, Signore… Avrei voluto trattenerti sino a domani all’aurora…».

24«Non posso. Devo andare…». Cusa esce con un inchino…

Si sente un gran parlottio…

25Passa dell’altro tempo. Torna il servo con la veste di lino fresca di lavatura, odorosa di sole, e coi sandali nettati dalla polvere e ammorbiditi con dell’olio o del grasso che li fa lucidi e flessuosi. Un altro lo segue con un catino, un’anfora e degli asciugamani, e depone tutto su un basso tavolo. Escono…

Il tentativo di eleggere re il Messia.

Abluzioni e bizzarro convito.

26… Gesù raggiunge gli ospiti nell’atrio che divide la casa da nord a sud, creando un luogo ventilato e gradevole, sparso di sedili e ornato di tende leggere, variegate, che modificano la luce senza ostacolare l’aria. Ora, tirate da parte, lasciano vedere la verde cornice che circonda la casa.

27Gesù è imponente. Nonostante non abbia dormito, sembra essersi nutrito di forza ed è regale nell’incesso. Il lino della veste appena indossata è candidissimo e i capelli, fatti lucidi dal bagno del mattino, splendono dolcemente incorniciando il volto del loro color dorato.

28«Vieni, Maestro. Attendevamo Te soltanto», dice Cusa e lo conduce per il primo nella stanza dove sono le mense.

Si siedono dopo la preghiera e una supplementare abluzione alle mani, e il pranzo ha inizio, pomposo come sempre e silenzioso sul principio. Poi il ghiaccio si rompe.

29Gesù è vicino a Cusa, e Mannaen è dall’altro suo lato avendo per compagno Timoneo. Gli altri sono distribuiti da Cusa, con esperienza di cortigiano, sui lati della tavola fatta a U. Soltanto l’esseno si è ostinatamente rifiutato di prendere parte al banchetto e di sedersi alla tavola con gli altri, e soltanto quando un servo, per ordine di Cusa, gli offre un cestello prezioso colmo di frutta, accetta di sedere davanti ad una bassa tavola, dopo non so quante abluzioni e dopo essersi rialzate le larghe maniche della sua veste candida per tema di macchiarle o per rito, non so.

30É un bizzarro convito, dove si procede più per sguardi che per discorsi. Appena brevi frasi di cortesia e uno studiarsi reciprocamente, ossia Gesù studia i presenti e questi studiano Lui.

Infine Cusa fa cenno ai servi di ritirarsi dopo aver posato larghi vassoi di frutta fresche, per essere state tenute forse nel pozzo, bellissime, direi quasi ghiacciate tanto mostrano quella brinatura caratteristica delle frutta tenute in ghiacciaia.

I servi escono dopo avere acceso anche le lampade, per ora inutili, perché ancora il giorno è luminoso nel lungo tramonto estivo.

Eloquente discorso di Cusa.

31«Maestro», inizia Cusa, «Tu ti devi essere chiesto il perché di questo ritrovo e di questo nostro silenzio. Ma ciò che ti dobbiamo dire è molto grave, e orecchie imprudenti non lo devono sentire. Ora siamo soli e possiamo parlare. Tu lo vedi. Il massimo rispetto è in tutti i presenti verso di Te. Sei fra uomini che ti venerano come Uomo e come Messia. La tua giustizia, la tua sapienza, i doni dei quali Dio ti ha fatto padrone, sono noti e ammirati fra noi. Tu per noi sei il Messia d’Israele. Messia secondo l’idea spirituale e secondo quella politica. Sei l’Atteso a por fine al dolore, all’avvilimento di tutto un popolo. E non solo di questo popolo rinchiuso nei confini d’Israele, meglio, della Palestina, ma al popolo di tutto Israele, delle mille e mille colonie della Diaspora, sparse per tutta la Terra e facenti echeggiare il Nome di Jeovè sotto ogni cielo e facenti conoscere le promesse e le speranze, che ora si compiono, di un Messia restauratore, di un Vendicatore, di un Liberatore e creatore della vera indipendenza e della patria d’Israele, ossia della Patria più grande che sia nel mondo, la Patria, regina e dominatrice, annullatrice di ogni passato ricordo e di ogni segno vivente di servaggio, l’Ebraismo trionfante su tutto e su tutti, e per sempre, perché così è stato detto e così si compie. Signore, qui, davanti a Te, Tu hai tutto Israele nei rappresentanti delle diverse classi di questo popolo eterno, castigato ma beneamato dall’Altissimo che lo proclama “suo”. Hai il cuore pulsante e sacro d’Israele coi membri del Sinedrio ed i sacerdoti, hai la potenza e la santità con i farisei e i sadducei, hai la sapienza con gli scribi e i rabbi, hai la politica e il valore con gli erodiani, hai il censo con i ricchi, il popolo coi mercanti e possidenti, hai la Diaspora coi proseliti, hai persino i separati che ora si sentono di riunirsi perché vedono in Te l’Atteso: gli esseni, gli irraggiungibili esseni. Guarda, o Signore, questo primo prodigio, questo grande segno della tua missione, della tua verità. Tu, senza violenza, senza mezzi, senza ministri, senza milizie, senza spade, raduni tutto il tuo popolo come un serbatoio raduna le acque di mille sorgenti. Tu, quasi senza parole, senza, assolutamente senza imposizioni, ci riunisci, noi popolo diviso da sventure, da odi, da idee politiche e religiose, e ci pacifichi. O Principe della pace, giubila di aver redento e restaurato prima ancora di aver preso scettro e corona. Il tuo Regno, l’atteso Regno d’Israele è sorto. Le nostre ricchezze, le nostre potenze, le nostre spade, sono ai tuoi piedi. Parla! Ordina! L’ora è venuta».

Intesa dei commensali.

32Tutti approvano il discorso di Cusa. Gesù, le braccia conserte sul petto, tace.

33«Non parli? Non rispondi, o Signore? Forse ti ha stupito la cosa… Forse ti senti impreparato e dubiti soprattutto che sia impreparato Israele. Ma non è. Ascolta le nostre voci. Io parlo, e con me Mannaen, per la Reggia. Essa non merita più di esistere. É l’obbrobrio marcioso d’Israele. É la tirannia vergognosa che opprime il popolo e si curva servile ad adulare l’usurpatore. La sua ora è venuta. Sorgi, o Stella di Giacobbe[21], e fuga le tenebre di quel coro di delitti e di vergogne. Qui sono quelli che, detti erodiani, sono i nemici dei profanatori del nome per loro sacro degli Erodei. Parlate, voi».

34«Maestro. Io sono vecchio e mi ricordo ciò che era lo splendore di un tempo. Come nome di eroe messo ad una sitente carogna, tale è il nome di Erode portato dai degeneri discendenti, avvilenti il nostro popolo. É l’ora di ripetere il gesto più volte fatto da Israele, quando degli indegni monarchi si sedevano sui dolori del popolo[22]. Tu solo sei degno di fare questo gesto».

Silenzio del Messia.

Gesù tace.

35«Maestro, ti pare che noi si possa dubitare? Abbiamo scrutato le Scritture. Tu sei quello. Tu devi regnare», dice uno scriba.

36«Tu devi essere Re e Sacerdote. Novello Nehemia[23], più grande di questo devi venire e purificare. L’altare è profanato. Lo zelo dell’Altissimo ti sproni», dice un sacerdote.

37«Molti di noi ti hanno combattuto. Quelli che temono il tuo regnare sapiente. Ma il popolo è con Te e i migliori di noi col popolo. Abbiamo bisogno di un sapiente».

38«Di un puro abbisogniamo».

«Di un vero re».

«Di un santo».

39«Di un redentore. Sempre più siamo schiavi, e di tutto e di tutti. Difendici, Signore!».

40«Nel mondo siamo calpestati perché, nonostante il numero e la ricchezza, siamo come pecore senza pastore. Chiama a raccolta col vecchio grido: “Alle tue tende, o Israele!”[24], e da ogni punto della Diaspora come leva sorgeranno i tuoi sudditi, ribaltando i vacillanti troni dei potenti che non sono amati da Dio».

41Gesù tace sempre. Unico seduto, calmo, come non si trattasse di Lui, in mezzo a questa quarantina di scalmanati, dei quali raccolgo appena un decimo delle ragioni perché parlano tutti insieme in una confusione da mercato, Egli conserva la sua posa e il silenzio.

Tutti urlano: «Di’ una parola! Rispondi!».

Il Regno del Messia.

Il Messia boccia la proposta.

42Gesù si alza in piedi lentamente, puntando le mani sull’orlo della tavola. Si fa un silenzio profondo. Bruciato dal fuoco di ottanta pupille. Egli apre le labbra e gli altri l’aprono come per aspirare la sua risposta. E la risposta è breve, ma netta: «No».

43«Ma come? Ma perché? Ci tradisci? Tradisci il tuo popolo! Rinnega la sua missione! Ripudia l’ordine di Dio! …». Un baccano! Un tumulto! Visi che si fanno cremisi, occhi che si accendono, mani che quasi minacciano… Più che dei fedeli sembrano dei nemici. Ma così è: quando un’idea politica domina i cuori, anche i miti divengono fiere per chi contrasta quella loro idea.

44Al tumulto succede un silenzio strano. Sembra che, esaurite le forze, tutti si sentano esausti, sopraffatti. Si guardano interrogativamente, desolati i più… alcuni inquieti…

Il Messia corregge le idee storte. 

45Gesù volge lo sguardo intorno. Dice: «Sapevo che per questo mi volevate qui. E sapevo l’inutilità del vostro passo. Cusa può dire che l’ho detto a Tarichea. Sono venuto per mostrarvi che non temo insidia alcuna, perché non è l’ora. E non la temerò quando l’ora dell’insidia sarà su Me, perché per questo sono venuto. E sono venuto per persuadervi. Voi, non tutti, ma molti fra voi, siete in buona fede. Ma Io devo correggere l’errore nel quale in buona fede siete caduti. Vedete? Io non vi rimprovero. Non rimprovero nessuno, neppure quelli che, per essere miei discepoli fedeli, dovrebbero sapere con giustizia e regolare le proprie passioni con giustizia. Non rimprovero te, giusto Timoneo, ma ti dico che in fondo al tuo amore che mi vuole onorare è ancora il tuo io, che si agita e sogna un tempo migliore in cui tu possa vedere colpiti coloro che ti colpirono. Non rimprovero te, Mannaen, per quanto tu mostri di avere dimenticato la sapienza e l’esempio tutti spirituali che avesti da Me, e dal Battista prima di Me; ma ti dico che anche in te è una radice di umanità che risorge dopo l’incendio del mio amore. Non rimprovero te, Eleazaro, uomo giusto tanto per la vecchia che ti fu lasciata, giusto sempre, e ora non giusto; e non rimprovero te, Cusa, benché lo dovrei perché in te più che in tutti quelli che mi volete re in buona fede è vivo il tuo io. Re, sì, mi vuoi. Non c’è insidia nel tuo dire. Non vieni per cogliermi in fallo, per denunciarmi al Sinedrio, al re, a Roma. Ma più che l’amore – tu credi che sia tutto amore e non è – più che l’amore tu operi per vendicarti di offese che la reggia ti ha date. Io sono tuo ospite. Dovrei tacere la verità sui tuoi sentimenti. Ma Io sono la Verità in tutte le cose. E parlo. Per tuo bene. E così è di te, Gioacchino di Bozra, e di te, scriba Giovanni, e di te pure, e di te, e di te, e di te». Indica questo, quello, senza rancore, ma con tristezza… e prosegue: «Non vi rimprovero. Perché so che non siete voi che volete questo, spontaneamente.

Il Regno del Messia non è di questo mondo.

46É l’Insidia, è l’Avversario che lavora, e voi… voi siete, senza saperlo, dei succubi nelle sue mani. Anche l’amore, anche del vostro amore, o Timoneo, o Mannaen, o Gioacchino, o voi che realmente mi amate, anche della vostra venerazione, o voi che in Me sentite il Rabbi perfetto, anche di questo egli, il Maledetto, si serve per nuocere e nuocermi. Ma Io dico a voi, come a chi non è nei vostri sentimenti e con scopi che scendono sempre più in basso, fino ad essere tradimenti e delitti, vorrebbe che Io accettassi d’esser re, Io dico: “No. Il mio Regno non è di questo mondo. Venite a Me, ché Io instauri il mio Regno in voi, non altro”. Ed ora lasciatemi andare».

La più grande sventura di un popolo.

Una bugiarda afermazioni.

47«No, Signore. Noi siamo ben decisi. Noi abbiamo già messo in moto ricchezze, preparato piani, deciso di uscire da questa incertezza che tiene inquieto Israele e della quale se ne approfittano gli altri per nuocere a Israele. Tu sei insidiato. É vero. Hai nemici nel Tempio stesso. Io, uno degli Anziani, non lo nego. Ma per porre fine a questo c’è questo: la tua unzione. E noi siamo pronti a dartela. Non è la prima volta che in Israele uno è proclamato re così, per porre fine a sciagure nazionali e a discordie[25]. Qui c’è chi in nome di Dio lo può fare. Lasciaci fare», dice uno dei sacerdoti.

48«No. Non vi è lecito. Non ne avete l’autorità».

«Il Sommo Sacerdote è il primo a volere questo, anche se non appare. Non può più permettere lo stato attuale di dominazione romana e di scandalo regale».

49«Non mentire, sacerdote. Sulle tue labbra è doppiamente impura la bestemmia. Tu forse non sai e sei ingannato. Ma nel Tempio ciò non si vuole».

«La credi dunque una menzogna la nostra asserzione?».

50«Sì. Se non di tutti voi, di molti fra voi. Non mentite. Io sono la Luce e illumino i cuori…».

«A noi ci puoi credere», gridano gli erodiani.

«Noi non amiamo Erode Antipa né alcun altro».

51«No. Voi amate voi soli. É vero. E non potete amare Me. Vi farei da leva per ribaltare il trono per aprirvi la via ad un più potente potere e per aggravare il popolo di peggiore oppressione. Un inganno a Me, al popolo e a voi stessi. Roma schiaccerebbe tutti, dopo che voi aveste schiacciato».

Nel turbine delle imposizioni.

52«Signore, fra le colonie della Diaspora vi sono uomini pronti a insorgere… le nostre sostanze per questo», dicono i proseliti.

53«E le mie e tutto l’appoggio della Auranite e Traconite», urla quello di Bozra.

54«So ciò che mi dico. I nostri monti possono coltivare un esercito, e salvo da insidie, per lanciarlo poi come stormo d’aquile al tuo servizio».

55«Anche la Perea».

«Anche la Gaulanite».

«La valle del Gahas con Te!».

56«E con Te le rive del mar Salato coi nomadi che ci credono dèi, se Tu consenti di unirti a noi», urla l’esseno e prosegue con uno sproloquio da esaltato che si perde nel clamore.

57«I montanari della Giudea sono della razza dei re forti».

58«E quelli dell’Alta Galilea sono eroi della tempra di Debora[26]. Anche le donne, anche i bambini eroi!».

59«Ci credi pochi? Siamo schiere e schiere. Il popolo è tutto con Te. Tu sei il re della stirpe di Davide, il Messia! Questo il grido sulle labbra di sapienti e di ignoranti, perché questo è il grido dei cuori. I tuoi miracoli… le tue parole… I segni…». Una confusione che non riesco a seguire.

60Gesù, come roccia ben salda avvolta da un turbine, non si muove, neppure reagisce.

É impassibile. E la ridda delle preghiere, imposizioni, ragioni, continua.

61«Tu ci deludi! Perché vuoi la nostra rovina? Vuoi fare da Te? Non puoi. Matatia Maccabeo non rifiutò l’aiuto degli Assidei e Giuda liberò Israele con l’aiuto di questi… Accetta!!! »[27]. Ogni tanto l’urlo si accomuna su questa parola.

Il Messia Redentore.

62Gesù non cede. Uno degli Anziani, molto anziano anche d’età, parlotta con un sacerdote e uno scriba più vecchi di lui. Si fanno avanti. Impongono silenzio. Parla il vecchio scriba, che ha chiamato a sé anche Eleazaro e i due scribi Giovanni: «Signore, perché non vuoi cingere il serto di Israele?».

63«Perché non è mio. Non sono figlio di principe ebreo».

 64«Signore, Tu forse non sai. Io, con questo e questo, fummo chiamati un giorno perché tre Sapienti vennero chiedendo dove era Colui che era nato re degli ebrei. Capisci? “Nato re”. Fummo riuniti noi, principi dei sacerdoti e scribi del popolo, da Erode il Grande, per la risposta. E con noi era Hillele il Giusto. La risposta nostra fu: “A Betlem di Giuda”. Tu, ci consta, là sei nato e grandi segni accompagnarono la tua nascita. Fra i tuoi discepoli sono dei testimoni di essa. Puoi Tu negare che fosti adorato Re dai tre Sapienti?».

«Non nego».

65«Puoi negare che il miracolo ti precede e ti accompagna e ti segue come segno del Cielo?».

«Non nego».

66«Puoi negare di essere il Messia promesso?».

«Non nego».

67«E allora, in nome del Dio vivo, perché vuoi defraudare le speranze di un popolo?».

«Io vengo a compire le speranze di Dio».

«Quali?».

68«Quelle della redenzione del mondo, della formazione del Regno di Dio. Il mio Regno non è di questo mondo. Riponete le vostre sostanze e le vostre armi. Aprite gli occhi e lo spirito a leggere le Scritture e i Profeti e ad accogliere la mia Verità, e avrete il Regno di Dio in voi».

La più grande sventura di un popolo.

69«No. Le Scritture parlano di un re liberatore».

70«Dalla schiavitù satanica, dal peccato, dall’errore, dalla carne, dal gentilesimo, dall’idolatria. Oh! che vi ha fatto Satana, o ebrei, popolo sapiente, per farvi così cadere in errore sulle verità profetiche? Che vi fa, o ebrei, fratelli miei, per farvi così ciechi? Che, che vi fa, o miei discepoli, perché anche voi più non comprendiate? La più grande sventura di un popolo e di un credente è quella di cadere in una falsa interpretazione dei segni. E qui si compie questa sventura. Interessi personali, preconcetti, esaltazioni, malo amore di patria, tutto serve a creare il baratro… il baratro dell’errore in cui un popolo perirà misconoscendo il suo Re».

Smascherati i lupi vestiti d’agnelli

«Tu ti misconosci».

71«Voi vi misconoscete e mi misconoscete. Io non sono il re umano. E voi… Voi, tre quarti di voi qui adunati lo sapete e volete il mio male, non il mio bene. Fate per astio, non per amore. Vi perdono. Dico ai retti di cuore: “Tornate in voi, non siate i servi inconsci del male”. Lasciatemi andare. Non c’è altro da dire».

Un silenzio pieno di stupore…

Gli amici buoni del Messia.

72Eleazaro dice: «Io non ti sono nemico. Credevo fare bene. E non sono solo… Amici buoni pensano come me».

73«Lo so. Ma dimmi, tu, e sii sincero: che dice Gamaliele?».

«Il rabbi?… Dice… Sì, dice: “L’Altissimo darà il segno se questo è il suo Cristo”».

74«Dice bene. E che Giuseppe l’Anziano?».

«Che Tu sei il Figlio di Dio e regnerai da Dio».

75«Giuseppe è un giusto. E Lazzaro di Betania?».

«Soffre… Poco parla… Ma dice… che Tu regnerai soltanto quando i nostri spiriti ti accoglieranno».

76«Lazzaro è saggio. Quando i vostri spiriti mi accoglieranno. Per ora voi, anche quelli che credevo spiriti accoglienti, non accogliete il Re e il Regno, e in ciò è il mio dolore».

Peccato noto al Messia.

«Insomma Tu rifiuti?», urlano in tanti.

77«L’avete detto».  

«Ci hai fatto compromettere, ci danneggi, ci…», urlano altri: erodiani, scribi, farisei, sadducei, sacerdoti…

78Gesù lascia la tavola e va verso questo gruppo, dardeggiandolo con i suoi sguardi. Che occhi! Essi, involontariamente, si ammutoliscono, si restringono al muro…

79Gesù va proprio viso a viso, e dice, piano, ma con un ‘incisività che taglia come una sciabolata: «É detto: “Maledetto chi colpisce di nascosto il suo prossimo e accetta doni per condannare a morte un innocente”[28]. Io a voi dico: vi perdono. Ma il vostro peccato è noto al Figlio dell’uomo. Se non vi perdonassi Io… Per molto meno furono inceneriti da Jeovè molti d’Israele». Ma è tanto terribile nel dire questo che nessuno osa muoversi, e Gesù alza la pesante doppia cortina ed esce nell’atrio senza che nessuno osi un gesto.

Clamore di pareri e reciproci insulti.

80Solo quando la tenda cessa di agitarsi, ossia dopo qualche minuto, essi si riscuotono.

«Bisogna raggiungerlo… Bisogna tenerlo…», dicono i più inferociti.

81«Bisogna farsi perdonare», sospirano i migliori, ossia Mannaen, Timoneo, dei proseliti, quello di Bozra, i retti di cuore, insomma. Si affollano fuori della sala. Cercano, interrogano i servi: «Il Maestro? Dove è?».

82Il Maestro? Nessuno lo ha visto, neppure quelli che erano alle due porte dell’atrio. Non c’è… Con torce e fanali lo cercano fra le ombre del giardino, nella stanza dove aveva riposato. Non c’è, e non c’è il suo mantello lasciato sul letto, la sua borsa lasciata nell’atrio…

83«Ci è sfuggito! É un satana! No. È Dio. Fa ciò che vuole. Ci tradirà! No. Ci conoscerà per quello che siamo». Un clamore di pareri e di reciproci insulti. I buoni gridano: «Voi ci avete sedotti. Traditori! Dovevamo immaginarlo!». I malvagi, ossia i più, minacciano, e la zuffa, perduto il capro espiatorio su cui volgersi, volge le sue due parti in sé stesse…

Incontro col Prediletto.

Verso un luogo solitario.

84E Gesù dove è? Io lo vedo, per suo volere, molto lontano, verso il ponte sull’imbocco del Giordano. Va veloce come portato dal vento. I capelli ondeggiano intorno al volto pallido, la veste sbatte come una vela nel rapido andare. Poi, quando è sicuro che si è distanziato, si inselva nei falaschi della sponda e prende la riva di oriente e, appena trova i primi scogli dell’alta scogliera, vi sale, incurante della poca luce che rende pericoloso il salire sulla costa scoscesa. Sale, sale sino ad uno scoglio proteso sul lago, vegliato da una quercia secolare, e là si siede, pone un gomito sul ginocchio, sulla palma della mano puntella il mento e, con lo sguardo fisso nella vastità che imbruna, appena visibile più per il chiarore della veste e il pallore del volto, sta…

L’amore di un cuore di fanciullo.

85Ma c’è chi lo ha seguito. Giovanni. Un Giovanni seminudo, ossia con la sola corta veste di pescatore, con i capelli tesi di chi è stato in acqua, affannato eppure pallido. Si accosta piano al suo Gesù. Pare un’ombra che scivoli sulla scogliera scabra. Si ferma poco lontano. Sorveglia Gesù… Non si muove. Pare un masso aggiunto al masso. La tunica scura lo annulla ancor più, solo il viso e le gambe e braccia nude sono un poco visibili nell’ombra notturna.

86Ma quando, più che vedere, sente piangere Gesù, allora non resiste più e si accosta finché lo chiama: «Maestro!».

87Gesù sente il sussurro e alza il capo; pronto a fuggire, si raccoglie la veste.

88Ma Giovanni grida: «Che ti hanno fatto, Maestro, perché Tu più non conosca Giovanni?».

89E Gesù riconosce il suo Prediletto. Gli tende le braccia e Giovanni vi si lancia, e i due piangono per due diversi dolori e un unico amore.

90Ma poi il pianto calma e Gesù per il primo torna alla netta visione delle cose[29]. Sente e vede Giovanni seminudo, con la tunica umida, le carni ghiacce, scalzo. «Come sei qui, in questo stato? Perché non sei con gli altri?».

91«Oh! non mi sgridare, Maestro. Non potevo stare… Non potevo lasciarti andare… Mi sono spogliato della veste, di tutto meno questo, e mi sono gettato a nuoto tornando a Tarichea e da lì, per la riva, a corsa al ponte e poi via, via, dietro di Te, e sono rimasto nascosto nel fosso presso la casa, pronto a venire in tuo aiuto, almeno a sapere se ti rapivano, se ti nuocevano. E ho sentito molte voci in contesa e poi ho visto Te passarmi veloce davanti. Parevi un angelo. Per seguirti senza perderti di vista sono caduto in fossi e acquitrini e sono tutto fangoso. Ti avrò macchiato la veste… Ti guardo da quando sei qui… Tu piangevi?… Che ti hanno fatto, mio Signore? Ti hanno insultato? Percosso?».

92«No. Mi volevano fare re. Un povero re, Giovanni! E molti volevano farlo in buona fede, per vero amore, per scopo buono… I più… per potermi denunziare e levarmi di mezzo…».

«Chi sono costoro?».

93«Non chiederlo».

«E gli altri?».

94«Non chiedere neppure il nome di questi. Non devi odiare e non devi criticare… Io perdono…».

«Maestro… c’erano discepoli?… Dimmi questo solo».

95«Sì».

«E apostoli?».

96«No, Giovanni. Nessun apostolo».

«Veramente, Signore?».

97«Veramente, Giovanni».

98«Ah! Lode a Dio di ciò… Ma perché piangi ancora, Signore? Io sono con Te. Io ti amo per tutti. E anche Pietro, e Andrea e gli altri… Quando hanno visto che mi gettavo nel lago, mi hanno dato del pazzo, e Pietro era furente, e mio fratello diceva che volevo morire nei gorghi. Ma poi hanno capito e mi hanno urlato: “Dio sia con te. Va’. Va’…”. Ti amiamo noi. Ma nessuno come me, povero fanciullo».

99«Sì. Nessuno come te. Hai freddo, Giovanni! Vieni qui sotto il mio mantello…».

«No, ai tuoi piedi, così… Maestro mio! Perché tutti non ti amano come il povero fanciullo che io sono?».

100Gesù se lo attira sul cuore sedendosi al suo fianco.

«Perché non hanno il tuo cuore di fanciullo…».

La testimonianza del Prediletto (Gv 6,15)[30].

«Ti volevano far re? Ma non hanno capito ancora che il tuo Regno non è di questa Terra?».

101«Non hanno capito!».

«Senza far nomi, racconta, Signore…».

102«Ma tu non lo dirai ciò che Io ti ho detto?».

«Se Tu non vuoi, Signore, non lo dirò…».

103«Non lo dirai altro che quando gli uomini vorranno mostrarmi come un comune capo popolo. Un giorno questo verrà. Tu ci sarai. E dirai: “Egli non fu re della Terra perché non volle. Perché il suo Regno non era di questo mondo. Egli era il Figlio di Dio, il Verbo incarnato, e non poteva accettare ciò che è terreno. Volle venire nel mondo e vestire una carne per redimere le carni e le anime e il mondo, ma non soggiacque alle pompe del mondo e ai fomiti del peccato, e nulla di carnale e mondano fu in Lui. La Luce non si fasciò di Tenebre, l’Infinito non accolse cose finite, ma delle creature, limitate per la carne e il peccato, fece delle creature che più gli fossero uguali, portando i credenti in Lui alla regalità vera e instaurando il suo Regno nei cuori, avanti di instaurarlo nei Cieli, dove sarà completo ed eterno con tutti i salvati“. Questo dirai, Giovanni, a chi mi vorrà tutto uomo, a chi mi vorrà tutto spirito, a chi negherà che Io abbia subito tentazione… e dolore. Dirai agli uomini che il Redentore ha pianto… e che essi, gli uomini, sono stati redenti anche dal mio pianto…».

«Sì, Signore. Come soffri, Gesù…».

104«Come redimo! Ma tu mi consoli del soffrire. All’alba partiremo di qua. Troveremo una barca. Tu credi se dico che potremo andar senza remi?».

105«Io crederei anche se Tu dicessi che andremmo senza barca… Restano abbracciati, avvolti nell’unico mantello di Gesù, e Giovanni, nel tepore, finisce ad addormentarsi, stanco, come un bambino fra le braccia della mamma.

Lezione di umiltà e fedeltà[31].

Il confidente della vita del Messia.

Dice Gesù:

106«Ecco che, per i retti di cuore, è stata data questa pagina evangelica sconosciuta e tanto, tanto illustrativa. Giovanni, scrivendo dopo molti lustri il suo Vangelo, ha una breve allusione al fatto. Ubbidiente al desiderio del suo Maestro, del quale illustra più di ogni altro evangelista la natura divina, svela agli uomini questo particolare ignorato, e lo svela con quel suo ritegno verginale che fasciava tutte le sue azioni e parole di un pudore umile e ritroso.

107Giovanni, il mio confidente dei fatti più gravi della mia vita, non si è mai pomposamente ammantato di questi miei favori. Ma anzi, leggete bene, pare che soffra nel rivelarli e che dica: “Devo dire ciò perché è verità che esalta il mio Signore, ma vi chiedo perdono di dovermi mostrare unico nel saperla”, e con concise parole accenna al particolare solo a lui noto.

L’umile.

108Leggete il primo capitolo del suo Vangelo, dove narra il suo incontro con Me: “Giovanni Battista si trovava di nuovo con due suoi discepoli… I due discepoli, udite queste parole… Andrea, fratello di Simon Pietro, era uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e avevano seguito Gesù. Il primo in cui Andrea si imbatté…”[32]. Egli non si nomina, anzi egli si offusca dietro Andrea che pone in luce.

109A Cana era con Me, e dice: “Gesù era coi suoi discepoli… e i suoi discepoli credettero in Lui”[33]. Erano gli altri che avevano bisogno di credere. Egli già credeva. Ma si unifica agli altri come creatura bisognosa di vedere miracoli per credere.

Il Testimone.

110Testimone alla prima cacciata dei mercanti dal Tempio[34], al colloquio con Nicodemo[35], all’episodio della Samaritana[36], non dice mai: “Io c’ero”, ma conserva la linea di condotta presa a Cana e dice: “I suoi discepoli” anche quando era lui solo o lui e un altro. E così continua, non nominandosi mai, mettendo anzi sempre avanti i compagni, quasi non fosse stato il più fedele, il sempre fedele, il perfettamente fedele.

 Il Prediletto.

111Ricordate la delicatezza con cui accenna all’episodio della Cena, dal quale risulta che egli era il prediletto riconosciuto tale anche dagli altri, che a lui ricorrono quando vogliono sapere i segreti del Maestro: “Cominciarono perciò i discepoli a guardarsi l’un l’altro, non sapendo a chi il Maestro alludesse. Stava uno di loro, quello da Gesù prediletto, posando sul petto di Lui. A questo fa cenno Simon Pietro e chiese: ‘Di chi parla?’. E quello, posato come era sul petto di Gesù, chiese a Lui: ‘Chi è mai, Signore?”‘[37].

112Neppur si nomina come chiamato nel Getsemani con Pietro e Giacomo. Neppur dice: “Io seguii il Signore”. Dice: “Lo seguì Simon Pietro e un altro discepolo, e quest’altro, essendo noto al Pontefice, entrò con Gesù nell’atrio del Pontefice”[38]. Senza Giovanni Io non avrei avuto il conforto di vedere lui e Pietro nelle prime ore della cattura. Ma Giovanni non se ne vanta.

Il “discepolo”.

113Personaggio fra i principali nelle ore della Passione, l’unico apostolo sempre presente ad essa amorosamente, pietosamente, eroicamente presente presso il Cristo, presso la Madre, di fronte a Gerusalemme scatenata, tace il suo nome anche nell’episodio saliente della Crocifissione e delle parole del Morente: “Donna, ecco tuo figlio”, “Ecco tua madre”. É il “discepolo”, il senza nome, senza altro nome che quello che è la sua gloria dopo essere stato la sua vocazione: “il discepolo”.

Il “figlio” della Madre di Dio.

114Divenuto il “figlio” della Madre di Dio, neppur dopo questo onore si esalta, e nella Risurrezione dice ancora: “Pietro e l’altro discepolo (ai quali Maria di Lazzaro aveva detto del sepolcro vuoto) uscirono e andarono… Correvano… ma quell’altro discepolo corse più di Pietro e arrivò primo e chinatosi vide… ma non entrò…”[39]. Tratto di umiltà soave! Lascia, egli, il prediletto, il fedele, che Pietro, il capo, benché peccatore per viltà, entri per primo. Non lo giudica. É il suo Pontefice. Lo soccorre anzi con la sua santità, perché anche i “capi” possono, hanno anzi bisogno dei sudditi per esser sorretti. Quanti sudditi migliori dei “capi”! Non negate mai la vostra pietà, o sudditi santi, ai “capi” che flettono sotto il peso che non sanno portare, o ai quali il fumo dell’onore dà cecità ed ebbrezza. Siate, o sudditi santi, i cirenei dei vostri Superiori; siate, sii, o mio piccolo Giovanni, perché a te per tutti parlo, i “Giovanni” che corrono avanti e guidano i “Pietri”, e poi si fermano lasciandoli entrare, per il rispetto alla loro carica, e che – oh! capolavoro di umiltà! – e che, per non mortificare i “Pietri” che non sanno comprendere e credere, giungono a mostrarsi, a lasciar credere, che sono ottusi e increduli essi pure come i “Pietri”[40].

115Leggete l’ultimo episodio sul lago di Tiberiade. É ancor Giovanni che, ripetendo l’atto fatto altre volte, riconosce il Signore nell’Uomo ritto sulla riva e, dopo aver spartito il cibo insieme, nella domanda di Pietro: “E di costui che ne sarà?”[41] è sempre “il discepolo”, nulla più.

Prove della vocazione.

116Per quanto riguarda lui, si annulla. Ma, quando è da dire cosa che faccia risplendere di luce sempre più divina il Verbo di Dio incarnato, ecco che Giovanni alza i veli e rivela un segreto. Nel sesto capitolo del Vangelo egli dice: “Accortosi che volevano rapirlo per farlo re, fuggì di nuovo solo sul monte”[42]. Ed è resa nota ai credenti questa ora del Cristo, perché i credenti sappiano che molteplici e complesse furono le tentazioni e le lotte mosse al Cristo nelle sue diverse caratteristiche di Uomo, di Maestro, di Messia, di Redentore, di Re, e che gli uomini e Satana – l’eterno istigatore degli uomini – non risparmiarono nessuna insidia al Cristo per sminuirlo, abbatterlo, distruggerlo. All’Uomo, all’eterno Sacerdote, al Maestro come al Signore si mossero in assalto le malizie sataniche e umane, larvate dei pretesti più accettabili come buoni, e le passioni del cittadino, del patriota, del figlio, dell’uomo, furono tutte stuzzicate o tentate per scoprire un punto debole sotto cui far leva.

117Oh! figli miei che non riflettete che alla tentazione iniziale e alla tentazione ultima, e delle mie fatiche di Redentore vi paiono “fatiche” solo le ultime, e dolorose solo le ore estreme, e amare e disilludenti solo le estreme esperienze, sostituitevi per un’ora a Me, fate conto di essere voi quelli ai quali viene prospettata pace coi compatrioti, aiuto degli stessi, possibilità di compiere le purificazioni necessarie per rendere santo il Paese diletto, le possibilità di restaurare, riunire le sparse membra d’Israele, di por fine al dolore, al servaggio, al sacrilegio.

118E non dico: sostituitevi a Me, pensandovi offerta una corona. Dico solo di avere il mio cuore di Uomo per un’ora, e dite: la seducente proposta, come vi avrebbe lasciati? Trionfatori fedeli alla divina Idea, o non piuttosto vinti? Ne sareste usciti più che mai santi e spirituali, o avreste distrutto voi stessi coll’aderire alla tentazione o col cedere alle minacce? E con che cuore ne sareste usciti, dopo aver constatato sino a che punto Satana spingeva le sue armi per ferirmi nella missione e negli affetti, traviandomi su errata via i discepoli buoni, e mettendomi in lotta aperta coi nemici ormai smascherati, resi feroci dall’essere stati scoperti nelle loro trame?

Ragioni della tentata proclamazione.

119Non state col compasso e misurino, col microscopio e la scienza umana, non state con argomentazioni pedanti da scriba a misurare, a confrontare, a confutare se Giovanni ha detto bene, fino a quanto è vero questo o quello. Non sovrapponete la frase di Giovanni all’episodio dato ieri per vedere se i contorni combacino. Non ha sbagliato Giovanni per debolezza di vecchio e non ha sbagliato il piccolo Giovanni per debolezza di malata. Questo ha detto ciò che ha visto. Il grande Giovanni, dopo molti lustri dal fatto, ha narrato ciò che sapeva e, con fine concatenazione dei luoghi e dei fatti, ha svelato il segreto noto a lui solo della tentata, e non senza malizia, incoronazione del Cristo.

 

120A Tarichea, dopo la prima moltiplicazione dei pani, sorge nel popolo l’idea di fare del Rabbi nazareno il re d’Israele. Sono presenti Mannaen, lo scriba e altri molti che, imperfetti ancora nello spirito ma onesti nel cuore, raccolgono l’idea e se ne fanno fautori per dare onore al Maestro, per porre fine alla lotta ingiusta contro Lui, per errore nell’interpretazione delle Scritture, errore diffuso per tutto Israele, accecato da sogni di regalità umana, e per speranza di santificare la patria contaminata da molte cose.

121E molti, come era naturale, aderiscono all’idea semplicemente. E molti fingono subdolamente di aderirvi per nuocermi. Uniti questi ultimi dall’odio per Me, dimenticano i loro odi di casta, che li avevano sempre tenuti divisi, e si alleano per tentarmi onde poi dare un’apparenza legale al delitto che già era deciso dai loro cuori. Sperano in una mia debolezza, in un mio orgoglio. Essi, orgoglio e debolezza, e la mia conseguente accettazione della corona offerta, avrebbero dato una giustificazione alle accuse che volevano lanciare contro di Me. E dopo… Dopo sarebbero serviti a dar pace al loro spirito subdolo e preso dai rimorsi, perché si sarebbero detti, sperando di poterlo credere: “Roma, non noi, ha punito il Nazareno agitatore”. L’eliminazione legale del loro Nemico. Tale era per loro il loro Salvatore…

122Ecco le ragioni della tentata proclamazione. Ecco la chiave dei più forti odi successivi. Ecco, infine, l’alta lezione del Cristo. La comprendete? É lezione di umiltà, di giustizia, di ubbidienza, di fortezza, di prudenza, di fedeltà, di perdono, di pazienza, di vigilanza, di sopportazione, verso Dio, verso la propria missione, verso gli amici, verso gli illusi, verso i nemici, verso Satana, verso gli uomini suoi strumenti di tentazione, verso le cose, verso le idee. Tutto deve essere contemplato, accettato, respinto, amato o no, guardando il fine santo dell’uomo: il Cielo, la volontà di Dio.

123Piccolo Giovanni. Questa è stata una delle ore di Satana per Me. Come le ha avute il Cristo così le hanno i piccoli Cristi. Bisogna subirle e superarle senza superbie e senza sfiducie. Non sono senza scopo. E scopo buono. Non temere però. Dio, durante queste ore, non abbandona, ma sorregge chi è fedele. E dopo scende l’Amore a fare, dei fedeli, dei re. E, oltre ancora, finita l’ora della Terra, salgono i fedeli al Regno, in pace per sempre, vittoriosi per sempre… La mia pace, piccolo Giovanni, coronato di spine. La mia pace…».

465. A Betsaida per un incarico segreto a Porfirea e partenza affrettata
da Cafarnao
[43].

Incarico segreto a Porfirea.

A Betsaida da Porfirea.

1«Dirigi la barca a Betsaida», ordina Gesù che è con Giovanni in una piccola barca, proprio un guscio di noce, a metà del lago che schiarisce lentamente col crescere del giorno.

2Giovanni ubbidisce senza parlare. Un venticello piuttosto vibrato fa tendere la piccola vela e scorrere veloce la barca, che piega persino su un lato, tanto è veloce il suo andare. La costa orientale scorre rapidamente e la curva del lato settentrionale del lago si fa sempre più vicina.

3«Approda prima del paese. Voglio andare da Porfirea senza che altri mi veda, e tu raggiungimi poi al luogo solito e attendimi nella barca».

«Sì, Maestro. E se alcuno mi vede?».

4«Trattieni tutti senza dire dove sono. Farò presto».

5Giovanni osserva sulla spiaggia un punto buono per approdare e lo trova in un ricordo, proprio un ricordo di torrente sabbioso, nel quale gli uomini hanno levato delle sabbie per qualche loro bisogno, di modo che fa un golfettino di pochi metri, ma nel quale una barca può accostare alla sponda alta un cinquanta centimetri dall’acqua.

6Va là. La barca striscia un poco sul greto ma riesce ad accostare, e Giovanni la tiene ferma alla sponda afferrando una radica che sporge fuor dalla rena. Gesù salta sulla sponda. Giovanni punta il remo contro la stessa, fa forza per spingere la barca di nuovo nel lago. Vi riesce. Alza il volto luminoso del suo sorriso buono e dice: «Addio, Maestro».

7«Addio, Giovanni», e Gesù si avvia fra le piante mentre Giovanni bordeggia con la sua barchetta.

Notizie su Marziam.

8Gesù piega verso l’interno, passa fra ortaglie alle spalle di Betsaida. Va lesto per evitare di entrare in paese quando questo si anima. Giunge senza fare incontri alla casa di Pietro. Bussa alla porta della cucina. Dopo qualche secondo la testa di Porfirea si affaccia guardinga al disopra del muretto del tetto. Vede e fa un «Oh!» di stupore. Raccoglie con una mano i suoi splendidi capelli – l’unica sua bellezza – che ha sciolti sulle spalle e corre giù dalla scaletta, scalza come è, nell’affrettata toletta del mattino.

«Signore! Tu! Solo?».

9«Sì, Porfirea. Marziam dove è?».

«Dorme. Dorme ancora. É rimasto un poco triste, un poco languido il fanciullo… e lo risparmio un poco. È Anche l’età… la crescita… Mentre dorme non pensa e non piange…».

10«Piange sovente?».

«Sì, Maestro. Io credo che sia la sua debolezza attuale. E cerco irrobustirlo… e consolarlo… Ma egli dice: “Io resto solo. Tutti quelli che amo se ne vanno. Quando non ci sarà più Gesù…” e lo dice come Tu fossi per lasciarci… Certo… ha avuto molto dolore nella sua vita… Ma io, ma Simone, lo amiamo… Tanto, credilo, Maestro».

11«Lo so. Ma la sua anima sente… Porfirea, ho bisogno di parlarti proprio di queste cose. Per questo sono venuto, senza Simone, a quest’ora. Dove possiamo andare per parlare in modo che Marziam non ci senta e che nessuno disturbi?».

«Signore… Non ho che… la mia stanza nuziale, oppure la stanza delle reti… Sopra c’è Marziam, c’ero io pure perché, per sfuggire il calore, siamo andati a dormire là sopra…».

12«Andiamo nella stanza delle reti. É più lontana e Marziam non ci sentirà anche se si sveglia».

«Vieni, Signore», e Porfirea lo guida nel rustico stanzone ingombro di un po’ di tutto: reti, remi, provviste, fieno per le pecore, un telaio… Porfirea si affretta a sgombrare una specie di tavola addossata alla parete e spolverarla con un batuffolo di stoppa perché il Maestro si sieda.

13«Non importa, donna. Non sono stanco».

Porfirea alza i suoi miti occhi al viso sbattuto, affaticato di Gesù, e sembra voglia dire: «Sì, che lo sei». Ma, abituata a tacere, non parla.

Segreto affidato a Porfirea.

14«Ascolta, Porfirea. Tu sei una buona donna e una buona discepola. Io ti ho molto amata da quando ti conobbi e con molta gioia ti ho accolta discepola e ti ho affidato il fanciullo. Ti so prudente e virtuosa come poche. E so che sai tacere. Virtù rarissima nelle donne. Per tutte queste cose Io sono venuto a parlarti in segreto e a confidarti una cosa che nessuno sa, neppure gli apostoli, neppure Simone. Te la confido perché ti devo dire come ti devi regolare in futuro con Marziam… e con tutti… Sono sicuro che tu accontenterai il Maestro tuo in ciò che ti chiede e sarai prudente come sempre…».

15Porfirea, che è divenuta proprio di porpora sentendo l’encomio del suo Signore, non fa che assentire col capo, troppo commossa – lei così timida e abituata ad essere premuta sempre da volontà prepotenti, che impongono senza sapere se lei è disposta ad acconsentire…- troppo commossa per poter dire, con le parole, che acconsente.

16«Porfirea… Io non tornerò mai più da queste parti. Mai più sino a che tutto sia compiuto… Tu sai, non è vero, ciò che devo compiere? …».

17Porfirea, a queste parole, ha lasciato andare i suoi capelli che ancora teneva raccolti sulla nuca con la sinistra e ha, più che un grido, un singhiozzo che soffoca portandosi le due mani al volto, mentre scivola in ginocchio gemendo: «Lo so, Signore, mio Dio…», e piange con silenzioso pianto, che non si accusa che per le lacrime che stillano a terra dalle dita compresse sul volto.

 Il Messia pronto a compiere il sacrificio.

18«Non piangere, Porfirea. Per questo sono venuto. Io sono pronto… e pronti sono coloro che, servendo il Male, serviranno il Bene, in verità, perché faranno sorgere l’ora della Redenzione. Potrebbe compiersi anche ora, perché tanto Io che essi siamo preparati… e ogni altra ora che scorre o evento che avverrà non saranno che… perfezionamento al loro delitto… e al mio Sacrificio. Ma anche queste ore, ancora numerose, che succederanno prima di quell’ora, serviranno… Vi è ancora qualche cosa da compiere e da dire, perché tutto ciò che era da compiersi per la mia conoscenza sia fatto… Ma Io non tornerò più qui… Guardo per l’ultima volta questo luogo… ed entro per l’ultima volta in questa casa onesta… Non piangere… Non ho voluto andarmene senza darti l’addio e la benedizione del tuo Maestro. Porterò con Me Marziam. Lo porterò con Me andando ora verso i confini fenici e poi quando scenderò in Giudea per i Tabernacoli. Non mi mancherà modo di rimandarlo prima del pieno inverno. Povero fanciullo! Godrà di Me per qualche tempo. E poi… Porfirea, non è bene che Marziam sia presente nella mia ora. Perciò tu non lo lascerai partire per la Pasqua…».

Pedagogia di Dio – Maestro.

«Il precetto, Signore…».

19«Io lo assolvo dal precetto. Sono il Maestro, Porfirea, e sono Dio, tu lo sai. Come Dio posso assolvere, in anticipo, da una omissione che non è neppur tale, perché Io la ordino per un motivo di giustizia. L’ubbidienza al mio comando è già di sua assoluzione all’omissione del precetto, perché l’ubbidienza a Dio – e questa è anche un sacrificio per Marziam – è sempre superiore a ogni altra cosa. E sono Maestro. Non è buon Maestro chi non sa misurare le qualità e le reazioni di un suo discepolo e non sa meditare sulle conseguenze che uno sforzo, superiore a ciò che il discepolo può sopportare, può produrre nello stesso. Anche nell’imporre la virtù bisogna essere prudenti e non pretendere un massimo, che la formazione spirituale o le forze generali dell’essere non possono dare. Esigendo una virtù o un dominio spirituale troppo forti rispetto al grado di forze spirituali, morali e anche fisiche raggiunto dalla creatura, si può produrre una dispersione delle forze già accumulate e un frantumamento dell’essere nei suoi tre gradi: spirituale, morale, fisico. Marziam, povero bambino, ha troppo sofferto già e ha troppo conosciuto la brutalità dei suoi simili, sino a rasentare l’odio per essi. Non potrebbe sopportare ciò che sarà la mia Passione: mare di amor doloroso in cui laverò i peccati del mondo, e mare di odio satanico che cercherà di sommergere tutti coloro che Io ho amato e annullare tutto il mio lavoro di Maestro. In verità ti dico che anche i più forti piegheranno sotto la marea di Satana, almeno per breve tempo… Ma Io non voglio che Marziam pieghi e beva quell’onda desolante… É un innocente… e mi è caro… Io ho pietà, molta, di chi ha già sofferto più che le forze proprie non consentano… Ho richiamato all’a di là lo spirito di Giovanni di Endor…»

«È morto Giovanni? Oh! Marziam aveva scritto molti rotoli per lui… Un altro dolore per il fanciullo! …».

20«Gli dirò Io della morte di Giovanni… Dicevo che l’ho levato dalla vita per preservare lui pure dall’urto di quell’ora. Anche Giovanni aveva troppo sofferto dagli uomini. Perché risvegliare i sentimenti sopiti? Dio è buono. Prova i suoi figli. Ma non è un incauto esperimentatore… Oh! se gli uomini sapessero fare altrettanto! Quante meno rovine di cuori, o anche semplicemente quante meno burrasche pericolose nei cuori… Ma, tornando a Marziam, egli non deve venire alla Pasqua futura. Per ora tu non parlerai. Quando sarà il momento gli dirai così: “Il Maestro mi ha dato ordine di non mandarti a Gerusalemme. E ti promette un premio singolare se tu gli ubbidirai”. Marziam è buono e ubbidirà… Porfirea, questo Io voglio da te. Il tuo silenzio, la tua fedeltà, il tuo amore».

Dolore di Porfirea.

     21«Tutto ciò che vuoi, mio Signore. Tu onori troppo la tua povera serva… Non merito tanto… Va’ in pace, Maestro e Dio. Io farò ciò che Tu vuoi…». Ma il dolore la vince e si abbatte col viso a terra – prima era sempre rimasta in ginocchio, rilassata sui calcagni, cogli occhi fissi sul volto di Gesù – si abbatte a terra, tutta coperta dal mantello dei suoi capelli corvini, e singhiozza forte: «Ma che dolore, Maestro! Oh! che dolore! Cosa finisce! Cosa finisce per il mondo! Cosa per noi che ti amiamo! Cosa per la tua serva! L’Unico! L’Unico che mi ha proprio amata! che non mi ha mai sprezzata! che non ha fatto il prepotente con me! che mi ha trattata come le altre, io così ignorante, povera, stolta! Oh! io e Marziam, perché a me lo ha detto Marziam per il primo, ci eravamo poi messi in pace… Tutti dicevano che non poteva esser vero… Tutti: Simone, Natanaele, Filippo… le loro donne… e loro sanno, loro sono sapienti… e Simone… eh! il mio Simone, se Tu lo hai scelto deve valere qualcosa!… e tutti! tutti dicevano che non può essere… Ma ora Tu lo dici, Tu lo dici… e non si può dubitare della tua parola…». É proprio desolata e commovente nel suo dolore.

22Gesù si curva sino a metterle una mano sul capo: «Non piangere così… Marziam sentirà… Lo so… Nessuno ci crede, nessuno vuol giungere a credere… e la stessa loro sapienza e lo stesso loro amore sono causa del loro non credere… Ma così è… Porfirea, Io me ne vado. Prima di lasciarti ti benedico per ora e per sempre. Pensa sempre che ti ho amata e che sono stato contento del tuo amore per Me. Non ti dico: persevera in esso. So che lo farai, perché il ricordo del tuo Maestro sarà sempre la tua dolcezza e in essa ti rifugerai. La tua dolcezza e la tua pace, anche nell’ora della morte. Pensa allora che il tuo Maestro è morto per aprirti il Paradiso e che ti attende là… Su, alzati. Io vado a svegliare Marziam e a trattenerlo. Tu cancella le tracce del tuo pianto e poi raggiungici. Giovanni mi attende per portarmi a Cafarnao. Se hai cose da mandare a Simone, preparale. Ricordati che egli necessiterà delle sue vesti pesanti…».

23Porfirea, vera creatura di sommissione e pronta ubbidienza, bacia i piedi di Gesù e fa l’atto di alzarsi; poi un’onda di amore le fa perdere la testa e, arrossendo vivamente, prende le due mani di Gesù e le bacia una due, dieci volte. Poi si alza e lo lascia andare…

24Gesù esce, sale sulla terrazza, penetra sotto una specie di padiglione fatto di vele tese su corde, sotto il quale sono i due giacigli. Marziam dorme ancora quasi a viso in giù, premuto sul piccolo guanciale. Non si vede che uno zigomo del viso brunetto e un braccio lungo e magro uscire dal lenzuolo che lo copre.

25Gesù si siede in terra presso il lettuccio e carezza lievemente le ciocche scomposte che ricadono sulla guancia pallida del dormente, il quale fa un movimento ma non si sveglia ancora. Gesù ripete l’atto e poi si china a baciare sulla fronte il volto che ora è scoperto.

26Marziam apre gli occhi e vede Gesù al suo fianco, curvo su di lui. Quasi non crede, forse pensa di sognare, ma Gesù lo chiama e allora il giovinetto sorge a sedere e si getta fra le braccia di Gesù, vi si rifugia… «Tu qui, Maestro?»

27«Sono venuto a prenderti per portarti con Me per qualche mese. Sei contento?».

«Oh! E Simone?».

28«È a Cafarnao. Sono venuto Io e Giovanni…».

«É tornato anche lui? Sarà felice! Gli darò ciò che ho scritto».

29«Non parlo di Giovanni di Endor, ma di Giovanni di Zebedeo. Non sei contento?».

«Sì. Gli voglio bene. Ma anche all’altro… quasi di più…».

30«Perché, Marziam? Giovanni di Zebedeo è tanto buono».

«Sì, ma l’altro è tanto infelice e io pure lo sono stato e un poco lo sono ancora… Fra gente che soffre ci si intende e ci si ama…».

31«Saresti contento di sapere che non soffre più e che è molto felice?».

32«Sì che lo sarei. Ma egli non può essere felice altro che se è con te. Oppure… È forse morto, Signore?».

33«É nella pace e bisogna essere contenti di questo, senza egoismi, perché egli è morto da giusto e perché ora non c’è più separazione fra il suo spirito e il nostro. Abbiamo un amico di più che prega per noi».

34Marziam ha due lacrimoni sul viso, veramente molto smagrito e pallido, ma mormora: «È vero».

35Gesù non dice altro in merito, né fa osservazioni sullo stato fisico e morale di Marziam, che è visibilmente indebolito. Ma anzi dice: «Su, andiamo. Ho già parlato con Porfirea. Certo ha preparato le tue vesti. Mettiti in ordine tu pure, ché Giovanni ci attende. Faremo una sorpresa a Simone. Non è quella la sua barca che torna a Cafarnao? Forse ha pescato nel ritorno…».

«É quella, sì. Dove andiamo, Signore?».

36«A settentrione e poi in Giudea».

«Per tanto?».

37«Per tanto».

38Marziam, animato dall’idea di stare con Gesù, si alza lesto e scende di corsa a lavarsi nel lago, e torna con ancora i capelli umidi, gridando: «Ho visto Giovanni. Mi ha fatto un cenno di saluto. É alla foce, fra le canne…».

«Andiamo».

Incontro con gli Apostoli.

39Scendono. Porfirea sta finendo di chiudere due sacche e spiega: «Ho pensato di mandare poi le vesti pesanti. Per mio fratello, per i Tabernacoli, al Getsemani. Camminerete più spediti tanto te che il padre», e mentre finisce di legare le cinghie accenna a quanto ha preparato: latte, pane, frutta…

40«Prenderemo tutto e mangeremo in barca. Voglio andare prima che la riva si affolli. Addio, Porfirea. Dio ti benedica sempre e la pace dei giusti sia sempre in te. Vieni, Marziam» …

41Traversano presto il breve tratto di strada e, mentre Marziam va da Giovanni, Gesù va alla barca, subito raggiunto dai due che corrono fra i canneti e saltano in barca puntando subito il remo per mettersi in acqua fonda.

42Il breve tragitto è presto compiuto e si fermano sulla spiaggetta di Cafarnao, in attesa della barca di Pietro che sta per giungere. L’ora li salva dall’assedio della gente e possono mangiare in pace il loro pane e frutta, stesi sulla rena all’ombra della barca. Simone non conosce la barchetta e perciò, solo quando mette piede sulla riva e vede alzarsi da dietro la barca Gesù, si accorge di Lui.

«Maestro! e tu, Marziam! Ma da quando?».

43«Da ora. Sono passato da Betsaida. Fa’ presto. Bisogna partire subito…».

44Pietro lo guarda e non dice nulla. Lui e i compagni scaricano la barca del pesce preso, delle sacche delle vesti, compresa quella di Giovanni che si può finalmente rivestire. E Simone chiede qualcosa al compagno, che gli fa cenno come dire: «Aspetta…».

Vanno alla casa. Entrano. Gli apostoli rimasti accorrono.

45«Fate presto. Si va via subito. Prendete tutto perché non si torna qui», ordina Gesù.

46Gli apostoli si sbirciano fra loro e c’è una mimica di segni fra l’uno e l’altro gruppo. Ma ubbidiscono. Anzi io credo che lo facciano sollecitamente per poter parlare fra loro nelle altre stanze…

Partenza affrettata da Cafarnao.

47Gesù resta nella cucina con Marziam e si accomiata dai padroni di casa. Ma non dice loro: «Non torno più», e neppure lo dice, passando per la via, a chi di Cafarnao lo vede e saluta. Li saluta semplicemente, come fa tutte le volte che se ne va. Si ferma soltanto alla casa di Giairo. Ma Giairo non è ancora tornato… Incontra presso la fonte la vecchietta che abita vicino alla casa della madre del piccolo Alfeo, e le dice: «Fra poco verrà qui una vedova. Ti cercherà. Si stabilisce qui. Siile amica e amate molto il bambino e i suoi fratelli… Fatelo santamente, in nome mio…».

48Riprende ad andare dicendo: «Avrei voluto salutare tutti i bambini…».

49«Puoi farlo, Maestro. Perché non ti sei riposato? Sei molto stanco. Il tuo volto è pallido e hai l’occhio stanco. Ti farà male… Fa ancora caldo e Tu non hai certo dormito né a Tiberiade né là da…Cusa…»

50«Non posso, Simone. Devo andare in alcuni luoghi e poco tempo c’è…».

     51Sono presso la riva. Gesù chiama i garzoni di Pietro e li saluta, dando ordine che la barchetta sia riportata nel paese avanti Ippo e resa a Saul di Zaccaria. Prende la via ombrosa che costeggia il fiume. La segue sino ad un bivio e si inoltra per questa parte.

52«Dove andiamo, Signore?», chiede Simone che aveva parlato sottovoce sino allora con i compagni.

56«Da Giuda e Anna, e poi a Corozim. Voglio salutare i miei buoni amici…».

Altra occhiata degli apostoli fra loro e altro parlottio sotto-voce.

Giacomo interroga il Maestro.

57Infine Giacomo d’Alfeo si fa avanti e raggiunge Gesù, che è avanti a tutti con Marziam.

58«Fratello, non torniamo più da queste parti, che dici che vuoi salutare gli amici? Noi desideriamo saperlo».

59«Certo che ci tornerete. Ma fra molti mesi».

«E Tu?».

60Gesù fa un gesto evasivo… Marziam si ritira discretamente, riunendosi agli altri. Ossia a tutti meno Giacomo d’Alfeo che è con Gesù e all’Iscariota che è solo, in coda, piuttosto cupo, come svogliato.

61«Fratello, che ti è accaduto?», dice Giacomo posando una mano sulla spalla di Gesù.

62«Perché lo chiedi?».

63«Perché… Non so. Tutti ce lo chiediamo. Ci sembri diverso… Sei venuto solo con Giovanni… Simone ha detto che eri stato ospite di Cusa… Non riposi… Non saluti che pochi… Sembra che Tu non voglia tornare qui… E il tuo volto… Non meritiamo più di sapere? Neppure io… Tu mi amavi… Mi hai detto cose che solo io so…».

64«Ti amo ancora. Ma non ho nulla da dire. Ho perduto un giorno più del previsto. Lo riguadagno».

65«Era necessario andare al settentrione?».

66«Sì, fratello».

67«Allora… Oh! Tu hai sofferto. Lo sento…».

68Gesù lo abbraccia, passando un braccio dietro le spalle del cugino: «È morto Giovanni di Endor. Lo sai?».

«Me lo ha detto Simone mentre preparavo le vesti. E poi? …».

69«Mi sono separato da mia Madre».

«E poi?».

70Giacomo, più basso di Gesù, lo guarda da sotto in su, insistente, indagatore.

71«E poi sono contento di essere con te, con voi, con Marziam. Lo terrò con Me qualche mese. Ne ha bisogno. É triste e sofferente. Lo hai visto?».

72«Sì. Ma non è nulla di questo… Non lo vuoi dire. Non importa. Ti voglio bene anche se non mi tratti da amico».

73«Giacomo, tu mi sei più che amico. Ma il mio cuore ha bisogno di riposare…».

74«E perciò di non parlare di ciò che ti è dolore. Ho capito. È Giuda che ti addolora?».

«Giuda? Tuo fratello?».

«No. L’altro».

75«Perché questa domanda?».

76«Non so. Mentre Tu eri via, Giuda è stato cercato più volte da un messo di non sappiamo chi. Egli lo ha sempre respinto, ma…».

77«In voi ogni atto di Giuda è sempre un delitto. Perché mancare alla carità? …».

«Perché egli è così torvo, turbato. Sfugge i compagni. È svogliato…».

78«Lascialo fare. Da più di due anni è con noi e sempre è stato così… Pensa come saranno felici i due vecchi. E sai perché vado là? Voglio raccomandare loro il piccolo falegname di Corozim…»

79Si allontanano parlando. Dietro di loro, in gruppo, vengono gli apostoli, che hanno atteso Giuda per non lasciarlo indietro solo, nonostante sia così palesemente annoiato da non incitare proprio ad averlo seco.

466. La sosta presso gli anziani
coniugi Giuda e Anna
[44].

Informazioni.

1Vi giungono accaldati, nonostante abbiano camminato fra i frutteti folti che piegano sotto il peso delle frutta mature. Dai vigneti, numerosi e bellissimi, viene il caratteristico odore delle viti quando i grappoli già sono maturi e le foglie cominciano il loro appassimento autunnale.

2Si vedono giungere per primi due contadini che tornano dai frutteti carichi di cesti di mele bellissime, e danno l’avviso ad un servo che passa la voce. Intanto i due contadini salutano Gesù e annunciano che «molti discepoli sono a sosta nella casa, venendo dai monti della Gaulanite e dall’Iturea diretti a Gerusalemme» e che «i loro padroni hanno deciso di andare con essi ai Tabernacoli[45] per la Decapoli e la Perea». Ma non fanno a tempo a finire le loro informazioni che già i padroni, preceduti e seguiti da molti discepoli, accorrono fuor della casa incontro al Maestro.

3Fra i discepoli sono quasi tutti quelli che erano i pastori a Betlemme, e con loro sono altri, come il primo lebbroso guarito e lo storpio risanato, suo amico e altri ancora, ossia quelli dell’Oltre-Giordano, meno Timoneo. Non vedo Isacco, non Stefano né Erma, non Ermasteo e Giuseppe di Emmaus, non Abele di Betlemme né Nicolai di Antiochia, e neppure Giovanni d’Efeso. Ad essi si mescolano servi e contadini, fra i quali il fanciullo miracolato dalla paralisi nell’altra vendemmia e sua madre.

Dio aiuta i suoi servi.

4«La pace sia con tutti voi e a questa casa», dice Gesù alzando la mano a benedire.

«Entra, Maestro, e riposa sotto il nostro tetto. É ancor calda la stagione per camminare in queste ore. Ma ti daremo ristoro, e fresche sono le stanze per la notte».

 5«Non sosterò qui che poche ore. A sera vado via. Poco c’è ai Tabernacoli e devo ancora andare in più luoghi».

6I padroni sono delusi, ma non insistono. Dicono soltanto: «Speravamo che ci attendessi. Domani ha luogo la vendemmia, e la raccolta delle frutta è già iniziata. E dopo la pigiatura saremmo tutti partiti con questi tuoi discepoli. Siamo vecchi e molto insicure sono le strade da quando delle bande di ladroni sono venuti, non sappiamo da dove, a infestare questa riva del Giordano. Si annidano nei monti di Rabatamon e di Galaad, lungo la valle del Jaboc, e piombano sulle carovaniere. I legionari di Roma danno loro caccia… Ma… Sono forse buoni gli incontri con loro? Preferiamo essere con questi. Sono i tuoi discepoli e Dio li protegge certo».

7Gesù ha un sorriso arguto ma non dice nulla in merito. Entra nella casa gradendo i rinfreschi che gli ospiti offrono alle membra e alle gole assetate, e dopo ascolta i discepoli che raccontano del lavoro fatto sui monti: «Ma con poco frutto, Maestro. Poco anche a Cesarea di Filippo, dove, però, non fummo molestati. Ma ci torneremo con Te. E allora!».

Compito dei discepoli.

8Gesù li guarda, non li disillude, risponde: «Perseverando, certo li convertirete. Dio aiuta sempre i suoi servi». E poi Gesù li lascia, raggiungendo la padrona di casa che personalmente prepara le mense, e l’invita ad uscire con Lui perché le deve parlare. La buona vecchietta non se lo fa dire due volte e, per non andare nel caldo, fuori di casa, conduce Gesù in una stanza lunga, fresca, a settentrione.

9«Anna, tu sempre dici che vorresti servirmi in tutti i modi…».

10«Sì, mio Signore. Io e Giuda. Ma Tu non ricorri mai a noi. È gran festa ora per noi, perché i tuoi discepoli sono un poco di Te e averli in casa ci sembra servirti».

11«Lo è infatti, perché ciò che è fatto ad un discepolo è fatto al Maestro, e anche un solo calice d’acqua o un pane dato in soccorso di chi si affatica per Me troverà compenso da Dio stesso. I discepoli curano lo spirito dei fedeli, e i fedeli devono aver amore ai discepoli e sovvenirli, pensando che essi hanno rinunciato a tutto, pronti anche a rinunciare alla vita pur di dare ai fedeli la Via, la Vita e la Verità, che il loro Maestro ha dato loro col comando di darla ai fedeli».

12«Oh! Signore, lascia che io chiami il mio Giuda. É così santa la tua parola! …».

13«Chiama il tuo Giuda», consente sorridendo Gesù.

E la donna esce per tornare col marito, al quale sta ripetendo le parole del Maestro.

14«Noi, credilo, lo faremmo volentieri. Ma siamo fuori strada e, certo è per questo, i tuoi discepoli poco vengono qui», dice il vecchio e si sente un rimpianto per questo essere lasciato in disparte.

Solidarietà.

15«Dirò loro di venire sovente. E intanto Io vi chiedo una grazia…».

16«Tu? Ma è grazia per noi servirti! Ordina, Signore. Siamo vecchi e non possiamo seguirti come molti fanno. Ma di servirti abbiamo desiderio. Che vuoi? Fossero, anche questi vigneti e questa casa, tanto cari perché del padre mio e perché qui sono nati i figli nostri, di tuo gradimento, se Tu li vuoi te li diamo. Promettici soltanto la misericordia divina sui nostri spiriti».

17«Non dubitate che essa vi possa mancare. Ma non chiedo tanto sacrificio. Udite. Io vado in Giudea e l’inverno viene. A Corozim è una vedova con molti figli, e il maggiore è poco più che fanciullo. Suo padre era falegname…».

18«Ah! Il falegname! Oh! tutti ne hanno parlato del tuo atto… Ma Corozim non si è convertita, benché più che la parola il tuo atto doveva farlo. La madre ha lavorato ai grani… Ma è di poca salute… Sappiamo, sappiamo».

18«Ebbene, Io non vi chiedo di farne degli oziosi, ma di aiutarli. Non vi mancherà bisogno di aggiustare questo o quello. Pensate a Giuseppe e il compenso doveroso sia completato dalla pietà amorosa».

20«Oh! Maestro! Così poco? Io direi, che dici, donna? Io direi di prendere le due fanciulline che spigolarono da noi. La casa è grande, e tu sei vecchia, e vecchie sono Maria e Noemi… Per le piccole cose…».

21«Così faremo, Giuda. In ricordo della piccola nostra… Dell’unica figlia, Signore… Fiorì tre primavere… e poi… Tanti gli anni passati… ma il dolore è qui… Se Tu eri già fra noi, ella non sarebbe morta… Io non l’avrei perduta… Una figlia è sempre un sorriso…». La vecchia è commossa e il vecchio sospira.

22«Non è perduta… Vi attende… È uno spirito innocente e siate certi di ritrovarlo. Più bisogna temere per quei figli che sono adulti e che non sono completamente nelle vie del Signore…».

23«É vero! É vero!… Tu sai, Signore… Tutto Tu sai. In questa casa così quieta c’è questo dolore… Maestro, il sacrificio può ottenere grazia talora?».

«Non talora. Sempre».

24«Ah! questo è dolce sentirselo dire. Va’ in pace, Maestro. La vedova di Corozim sarà aiutata e Tu li troverai contenti a primavera. Perché, se li raccomandi per l’inverno, segno è che non torni sino a primavera».

«Non torno… Scendo in Giudea e non torno».

Ubbidienza lieta.

25«E viene in Giudea anche il piccolo discepolo?».

26«Sì. Marziam viene in Giudea…»

«Lungo viaggio, Maestro. É molto patito…».

27«Ha perso l’ultimo parente. Voi sapete la sua storia… e questo nuovo dolore lo ha indebolito».

28«É anche l’età e la crescita… Ma sappiamo… e sappiamo anche il bene che fa. Un piccolo maestro, proprio un piccolo maestro… Il parente stava nella piana di Esdrelon, non è vero? Ed è morto là? E lui là ha sofferto?».

29«Sì, donna. Perché lo chiedi?».

30«Perché… Maestro, non dovrei dirlo io a Te che sei Maestro. Ma io sono donna e madre, e ho pianto… Ti dico: perché lo vuoi portare verso quei luoghi? Lascialo a me sino a Gerusalemme… Mi sembrerà di scendere alla Città santa ancora con i figli giovinetti… ed egli non si affaticherà né soffrirà più ancora. Vengono anche gli altri discepoli…».

31Gesù pensa. Obbietta: «Marziam è felice di esser con Me, ed Io con lui».

32«Sì. Ma, se Tu glielo dici, egli ubbidirà contento. Non saranno che pochi giorni di separazione. Cosa sono poco più di due settimane per chi è giovane tanto? Ha tempo di goderti…»

33Gesù la guarda, guarda il vecchio, così ignari che non sia molto il tempo che resta da godere il Salvatore. Ma non dice nulla. Apre le braccia come dire: «Sia fatto come volete», e dice soltanto: «Allora chiamate Marziam e Simone».

34Il vecchio esce e torna coi due. Simone ha lo sguardo indagatore. Sembra in sospetto di chissà che. Ma quando sente il motivo si calma e dice: «Dio vi dia bene! Il figlio è molto sciupato e, dico il vero, mi pareva imprudenza farlo camminare tanto…».

35«Ma io venivo volentieri! Ero col Maestro e, se il Maestro mi portava seco, segno era che potevo andare… Lui fa tutto bene…», e quasi Marziam ha le lacrime nella voce.

36«E’ vero, Marziam. Ma bisogna essere anche condiscendenti. Questi sono due buoni amici. Per Me e per i miei amici tutti. Io acconsento a questo loro desiderio e tu…».

37«Come Tu vuoi, Maestro mio. Ma a Gerusalemme però…»

38«A Gerusalemme vieni con Me», promette Gesù.

E Marziam, buono, non ribatte nulla.

39Escono dalla stanza e Gesù si riunisce ai discepoli, che sono felici di quest’incontro impensato.

40Il vecchio padrone ronza intorno al gruppo. Gesù lo nota. Lo interroga.

42«Ecco, è che vorrei una tua parola. Sei stanco. Lo vedo. Ma avanti le mense, prima del riposo, perché almeno fino a sera riposerai, non dirai nulla?».

43«Parlerò avanti di partire. Così anche i servi della casa e dei campi potranno sentirmi. Ora tua moglie ci chiama. Lo vedi? …».

44E Gesù si alza entrando nella stanza dove sono preparate le tavole per gli ospiti benedetti.

467. Parabola della distribuzione delle acque. Perdono condizionato per il contadino Giacobbe. Avvertimenti agli apostoli mentre vanno a Corozim[46].

Parabola della distribuzione delle acque.

In attesa del Maestro.

1Certo si è diffusa la notizia che c’è il Maestro e che parlerà avanti sera, e i dintorni della casa sono formicolanti di gente che bisbiglia, perché sa che il Maestro riposa e non lo vuole destare. Aspettano pazienti sotto le piante, difesi dal sole ma non dal calore, che è forte ancora. Non ci sono malati, almeno così mi pare, ma, come sempre, ci sono bambini, e Anna per tenerli quieti fa distribuire delle frutta.

2Ma Gesù non ha sonno lungo, ed è ancor alto il sole quando appare scostando la tenda e sorridendo alla folla. É solo. Gli apostoli probabilmente continuano a dormire. Gesù si avvia verso la gente, andando a mettersi verso la sponda bassa di un pozzo che certo serve ad irrigare le piante di questo frutteto, perché canaletti di irrigazione partono a raggiera dal pozzo allungandosi poi fra tronco e tronco. Si siede sull’orlo basso e inizia subito a parlare.

La parabola:

Un ricco padrone buono.

«Udite questa parabola.

3Un ricco signore aveva molti dipendenti sparsi in molti luoghi dei suoi possedimenti, i quali non erano tutti ricchi di acque e di terre feconde. C’erano anche dei luoghi che pativano per mancanza d’acque, e più dei luoghi pativano le persone, perché, se il terreno era coltivato con piante che resistevano all’asciuttore, la gente soffriva molto per le acque scarse. Il ricco signore aveva invece, proprio nel luogo dove lui abitava, un lago ricco d’acque, che vi sgorgavano da sotterranee sorgenti.

4Un giorno il signore volle fare un viaggio per tutti i suoi possedimenti e vide che alcuni, i più vicini al lago, erano ricchi di acque; gli altri, lontani, ne erano privi: solo quella poca che Dio mandava con le piogge. E vide anche che quelli che avevano acque abbondanti non erano buoni coi fratelli privi d’acque e lesinavano anche una secchia d’acqua con la scusa di temere di rimanere privi di acque. Il signore pensò. E decise così: “Farò deviare le acque del mio lago a quelli più vicini, dando loro l’ordine di non rifiutare più l’acqua ai miei servi lontani e che sono sofferenti per la siccità del suolo”.

5E intraprese i lavori subito, facendo scavare canali che portavano l’acqua buona del lago ai possessi più vicini, dove fece scavare grandi cisterne, di modo che l’acqua si adunasse abbondante, aumentando la ricchezza d’acque che già era nel luogo, e da queste fece partire canali minori per alimentare altre cisterne più lontane. E poi chiamò coloro che vivevano in questi luoghi e disse: “Ricordatevi che ciò che ho fatto non l’ho fatto per dare a voi il superfluo, ma per favorire attraverso voi quelli che mancano anche del necessario. Siate perciò misericordiosi come io lo sono”, e li congedò.

Dipendenti bugiardi col padrone.

6Passò del tempo e il ricco signore volle fare un nuovo viaggio per tutti i suoi possessi. Vide che quelli più prossimi si erano abbelliti e non solo erano ricchi di piante utili, ma anche di piante ornamentali, di vasche e piscine e fontane, messe per ogni dove delle case e presso le case.

7“Avete fatto di queste dimore delle case di ricchi”, osservò il signore. “Neppure io ho tante bellezze superflue”; e chiese ancora: “Ma gli altri vengono? Avete dato a loro con abbondanza? I canali minori sono nutriti?”.

8“Sì. Quanto hanno chiesto hanno avuto. E sono anche esigenti, non sono mai contenti, non hanno prudenza e misura, vengono a tutte le ore a chiedere, come se noi fossimo i loro servi, e ci dobbiamo difendere per tutelare le cose nostre. Non si contentavano più dei canali e delle piccole cisterne. Venivano fino alle grandi”.

9“È per questo che avete cintato i luoghi e messo in ognuno questi cani feroci?”.

“Per questo, signore. Entravano senza riguardo e pretendevano levarci tutto e sciupavano…”

10“Ma voi avete realmente dato? Lo sapete che per essi ho fatto questo, e voi vi ho fatti intermediari fra il lago e le loro terre aride. Non capisco… Avevo fatto prendere dal lago tanto da averne per tutti, ma senza sciupio”.

 11“Eppure, credi che noi non abbiamo mai negato l’acqua”.

Dipendenti ingiusti col prossimo.

12Il signore si diresse ai possessi più lontani. Le alte piante adatte al suolo arido erano verdi e fronzute. “Hanno detto il vero”, disse il signore vedendole fremere al vento da lontano. Ma, come si avvicinò ad esse e poi si inoltrò sotto di esse, vide il terreno arso, morte quasi le erbe che brucavano a fatica pecore anelanti, sabbiose le ortaglie presso le case, e poi vide i primi coltivatori, patiti, l’occhio febbrile e avviliti… Lo guardavano e abbassavano il capo ritirandosi come per paura.

13Egli, stupito di quel contegno, li chiamò a sé. Si accostarono tremanti. “Di che temete? Non sono più il vostro signore buono che ha avuto cura di voi e con provvidente lavoro vi ha sollevato dalla miseria d’acque? Perché quei volti di malati? Perché queste terre aride? Perché i greggi sono così sparuti? E voi perché sembrate paurosi di me? Parlate senza timore. Dite al vostro signore ciò che vi fa soffrire”.

14Un uomo parlò per tutti. “Signore, noi abbiamo avuto una grande delusione e molta pena. Tu ci avevi promesso soccorso e noi abbiamo perduto anche quello che avevamo prima e abbiamo perduto la speranza in te”.

15“Come? Perché? Non ho fatto venire l’acqua abbondante ai più vicini dando ordine che l’abbondanza fosse per voi?”.

“Così hai detto? Proprio?”.

16“Così. Certamente. Non potevo, per ragioni di suolo, far giungere sin qui l’acqua direttamente. Ma con buona volontà potevate andare ai piccoli canali delle cisterne, andarvi con otri e asini a prenderne quanta volevate. Non vi bastavano gli asini e gli otri? E io non c’ero per darveli?”.

17“Ecco! Io lo avevo detto! Ho detto: ‘Non può essere il signore che ha dato l’ordine di negarci l’acqua’. Se eravamo andati!”

18“Abbiamo avuto paura. Ci dicevano che l’acqua era un premio per loro e noi eravamo castigati”. E raccontarono al buon padrone che i conduttori dei possessi beneficati avevano detto loro che il signore, per punire i servi delle terre aride che non sapevano produrre di più, aveva dato l’ordine di misurare non solo l’acqua delle cisterne ma quella dei primitivi pozzi, di modo che, se prima ne avevano anche duecento bati al giorno per loro e le terre, presi con gran fatica di strada e di peso, ora più neppur cinquanta ne avevano, e per averne tanto per gli uomini e gli animali dovevano andare nei rigagnoli di confine ai luoghi benedetti, là dove traboccavano le acque dei giardini e dei bagni, e prendere quell’acqua motosa, e morivano. Morivano di malattia e di sete, e morivano gli ortaggi e le pecore…

Dipendenti crudeli con i loro simili.

19“Oh! questo è troppo! E deve finire. Prendete le vostre masserizie e i vostri animali e seguitemi. Faticherete un poco, esausti come siete, ma poi sarà la pace. Io andrò piano per permettere alla vostra debolezza di seguirmi. Io sono un padrone buono, un padre per voi, e ai miei figli provvedo”. E si pose in cammino lentamente, seguito dalla triste turba dei suoi servi e degli animali, che però già giubilavano per il ristoro dell’amore del buon padrone.

20Giunsero alle terre ricchissime d’acque. Ai confini di esse. Il padrone prese qualcuno fra i più forti e disse: “Andate in mio nome a chiedere ristoro”.

21“E se ci lanciano contro i cani?”.

22“Io sono dietro voi. Non temete. Andate dicendo che io vi mando e che non chiudano il cuore alla giustizia, perché le acque sono di Dio e tutti gli uomini sono fratelli. Che aprano subito i canali”.

23Andarono. E il padrone dietro. Si presentarono ad un cancello. E il padrone rimase nascosto dietro il muro di cinta. Chiamarono. Accorsero i conduttori.

24“Che volete?”.

25“Abbiate misericordia di noi. Moriamo. Ci manda il padrone coll’ordine di prendere le acque che ha fatto venire per noi. Dice che le acque a lui le ha date Dio ed egli a voi per noi, perché siamo fratelli, e di aprire subito i canali”.

26“Ah! Ah!”, risero i crudeli.

27“Fratelli questa turba di cenciosi? Morite? Tanto meglio. Prenderemo i vostri luoghi, vi porteremo là le acque. Allora sì che le porteremo! E faremo quei luoghi buoni. Le acque per voi? Stolti siete! Le acque sono nostre”.

28“Pietà. Moriamo. Aprite. Lo ordina il padrone”.

29I cattivi conduttori si consultarono fra loro, poi dissero: “Attendete un momento”, e corsero via. Poi tornarono e aprirono. Ma avevano i cani e pesanti randelli… I poveri ebbero paura. “Entrate, entrate… Non entrate ora che vi abbiamo aperto? Poi direte che non fummo generosi…”. Un incauto entrò e una grandine di bastonate gli piovve addosso mentre i cani, levati di catena, si avventavano sugli altri. Il padrone uscì da dietro al muro.

Giustizia è nel cuore del buon padrone.

30“Cosa fate, crudeli? Ora vi conosco, voi e i vostri animali, e vi colpisco”, e con le frecce frecciò i cani ed entrò poi, severo e irato. “Così è che eseguite i miei ordini? Per questo vi ho dato queste ricchezze? Chiamate tutti i vostri. Vi voglio parlare. E voi”, disse rivolto ai servi assetati, “entrate con le vostre donne e bambini, pecore e asini, colombi e ogni animale, e bevete, e rinfrescatevi, e cogliete queste frutta succose, e voi, piccoli innocenti, correte fra i fiori. Godete. Giustizia è nel cuore del buon padrone e giustizia sarà per tutti”.

31E mentre gli assetati correvano alle cisterne, si tuffavano nelle piscine, e il bestiame alle vasche, e tutto era tripudio per essi, gli altri accorrevano da ogni parte paurosi.

Giustizia per tutti.

32Il padrone salì sull’orlo di una cisterna e disse: “Avevo fatto questi lavori e vi avevo fatto depositari del mio comando e di questo tesoro perché vi avevo eletti a miei ministri. Nella prova avete fallito. Parevate buoni. Dovevate esserlo, perché il benessere dovrebbe rendere buoni, riconoscenti verso il benefattore, ed io vi avevo sempre beneficato dandovi la conduzione di queste terre irrigue. L’abbondanza e l’elezione vi ha fatti duri di cuore, aridi più delle terre che avete reso del tutto aride, malati più di questi arsi di sete. Perché essi con l’acqua possono guarire, mentre voi con l’egoismo avete arso il vostro spirito e difficilmente guarirà e con molta fatica tornerà in voi l’acqua della carità. Ora io vi punisco. Andate nelle terre di questi e soffrite ciò che essi soffrirono”.

33“Pietà, signore! Pietà di noi! Ci vuoi dunque far perire? Meno pietoso tu per noi uomini che noi per gli animali?”.

34“E questi che sono? Non sono uomini vostri fratelli? Che pietà aveste? Vi chiedevano acqua, deste colpi di bastone e sarcasmo. Vi chiedevano ciò che è mio e che io avevo dato, e voi lo negaste dicendolo ‘vostro’. Di chi le acque? Neppur io dico che l’acqua del lago è mia se anche mio è il lago. L’acqua è di Dio. Chi di voi ha creato una sola goccia di rugiada? Andate!… E a voi dico, a voi che avete sofferto: siate buoni. Fate loro ciò che avreste voluto a voi fatto. Aprite i canali che essi hanno chiuso e fate defluire le acque ad essi, non appena potrete. Vi faccio i miei distributori a questi colpevoli fratelli, ai quali lascio il modo e il tempo di redimersi. E il Signore altissimo più di me vi affida la ricchezza delle sue acque, perché voi diveniate la provvidenza di chi ne è privo. Se saprete far questo con amore e giustizia, accontentandovi del necessario, dando il superfluo ai miseri, essendo giusti, non dicendo vostro ciò che è dono avuto, e più che dono deposito, grande sarà la vostra pace, e l’amore di Dio e il mio saranno sempre con voi”.

Applicazione.

Soci nell’ opera della Provvidenza.

35La parabola è finita e ognuno la può capire. Vi dico solo che chi è ricco è il depositario di questa ricchezza che Dio gli concede con l’ordine di essere distributore di essa a chi soffre. Pensate quale onore vi fa Dio chiamandovi a soci nell’opera della Provvidenza in favore dei poveri, malati, vedove, orfani.  Dio potrebbe far piovere denaro, vesti, cibi sui passi del povero. Ma allora leverebbe all’uomo ricco dei grandi meriti: quelli della carità ai fratelli. Non tutti i ricchi possono essere dotti, ma tutti possono essere buoni. Non tutti i ricchi possono curare i malati, seppellire i morti, visitare gli infermi e i carcerati. Ma tutti i ricchi, o anche semplicemente chi non è povero, può dare un pane, un sorso d’acqua, una veste smessa, accogliere presso la fiamma chi trema, sotto il tetto chi non ha casa ed è nella pioggia o nel solleone. Il povero è chi manca del necessario per vivere. Gli altri non sono poveri, sono di mezzi ristretti, ma sempre ricchi rispetto a chi muore di fame, di stenti, di freddo.

Continuatori dell’Opera del Messia.

36Io me ne vado. Io non posso più beneficare i poveri di questi luoghi. E il mio cuore soffre pensando che essi perdono un amico… Ebbene, Io che vi parlo, e voi sapete chi sono, vi chiedo di essere la provvidenza dei poveri che restano senza il loro Amico misericordioso. Fate elemosina e amateli in mio Nome, per mio ricordo… Siate i miei continuatori. Sollevate il mio cuore accasciato con questa promessa: che nei poveri vedrete sempre Me e che li accoglierete come i più veri rappresentanti di Cristo, che è povero, che volle essere povero per amore dei più infelici della Terra e per espiare con le sue ristrettezze e col suo struggente amore le prodigalità ingiuste e gli egoismi degli uomini.

37Ricordate! La carità, la misericordia è premiata in eterno. Ricordate! La carità, la misericordia è assoluzione dalle colpe. Dio molto perdona a chi ama. E l’amore agli indigenti che non possono ricambiare è l’amore più meritorio agli occhi di Dio. Ricordate queste mie parole sino all’estremo della vita, e sarete salvi e beati nel Regno di Dio.

38La mia benedizione scenda su chi accetta la parola del Signore e la fa azione».

Avvertimenti agli apostoli.

Perdono condizionato.

39Gli apostoli e Marziam coi discepoli sono usciti pian piano di casa mentre Egli parlava e sono in un mucchio compatto dietro alla gente. Ma si fanno avanti quando Gesù ha finito di parlare, raccogliendo nel passare l’obolo che molti offrono. E portano questi denari a Gesù. Dietro a loro si insinua un uomo patito e di ben povero aspetto. Procede così a capo chino che non posso vederlo in viso. Va ai piedi di Gesù e, battendosi il petto, geme: «Io ho peccato, Signore, e Tu mi hai punito. L’ho meritato. Ma almeno dammi il tuo perdono prima di partire. Abbi pietà di Giacobbe peccatore!». Alza il viso e riconosco, più perché si nomina che per l’aspetto distrutto, il contadino beneficato una volta, punito un’altra per la sua durezza verso i due orfanelli.

40«Il mio perdono! Tu volevi guarigione da questo, un tempo. E ti crucciavi perché i grani erano sciupati. Questi seminarono per te. Sei forse senza pane?».

«Ho il sufficiente».

41«E non è forse perdono?». Gesù è molto severo.

«No. Vorrei morire di fame ma sentire che l’animo è in pace. Ho cercato nel mio poco di riparare… Ho pregato e pianto… Ma Tu solo puoi perdonare e dare pace al mio spirito. Signore, non ti chiedo che perdono…».

42Gesù lo guarda fissamente… Gli fa alzare il volto che l’uomo ha reclinato e lo trivella con i suoi occhi splendenti, stando un poco curvo su di lui… Poi dice: «Va’. Avrai o non avrai il perdono a seconda di come vivrai nel tempo che ti resta».

«Oh! Signor mio! Non così! Hai perdonato a colpe più grandi…».

43«Non erano persone beneficate come tu eri stato e non avevano peccato contro gli innocenti. Sempre sacro il povero, ma sacri più di tutti l’orfano e le vedove. Non conosci la Legge? …»

44L’uomo piange. Voleva un subito perdono. Gesù resiste: «Sei sceso due volte e non hai avuto fretta di risalire… Ricorda. Ciò che ti sei permesso, tu, uomo, può permettersi Dio. E sempre molto buono è Dio se ti dice che non ti nega il perdono assolutamente, ma lo condiziona al tuo modo di vivere sino alla morte. Va’».

45«Benedicimi almeno… Perché io abbia più forza di esser giusto».

46«Ho benedetto già».

«No, così no. A me in particolare. Vedi il mio cuore…».

47Gesù gli posa la mano sul capo e dice: «Ho detto. Ma questa carezza ti persuada che, se sono severo, non ti odio. Il mio amore severo è per salvarti, è per trattarti da amico infelice, non perché sei povero, ma perché fosti cattivo. Ricorda che ti ho amato, che ho avuto compassione del tuo spirito, e questo ricordo ti faccia voglioso di avermi amico non più severo».

48«Quando, Signore? Dove ti troverò se Tu dici che vai via?».

49«Nel mio Regno».

50«Quale? Dove lo fondi? Io ci verrò…»

51«Il mio Regno sarà nel tuo cuore se lo farai buono, e poi sarà in Cielo. Addio. Devo partire perché cala la sera e devo benedire chi lascio», e Gesù lo congeda rivolgendosi poi ai discepoli e ai padroni di casa, che benedice a uno a uno.

L’ orazione è riposo.

52Poi riprende il cammino dopo aver dato a Giuda i denari…

Il verde della campagna lo inghiotte, mentre cammina verso sud-ovest in direzione di Cafarnao…

53«Cammini troppo, Maestro!», esclama Pietro.

«Noi siamo stanchi. Tanti stadi abbiamo già fatto…».

54«Sii buono, Simone. Presto saremo alle viste di Corozim. Voi ci entrerete andando in quelle poche case che ci sono amiche e specialmente nella casa della vedova. E direte al piccolo Giuseppe che lo voglio salutare all’alba. Me lo condurrete sulla via che sale verso Giscala…». 

«Ma Tu non vieni in Corozim?».

55«No. Vado a pregare sul monte».

56«Sei sfinito. Sei pallido. Perché ti trascuri? E perché non vieni con noi? Perché non entri in città?». Lo subissano di domande. Il loro affetto è talora pesante.

57Ma Gesù è paziente… e pazientemente risponde: «Voi lo sapete! Per Me l’orazione è riposo. Fatica è stare fra la gente quando non vi sto per guarire o per evangelizzare. Andrò dunque sul monte. Là dove altre volte sono andato. Voi sapete il luogo».

«Sul sentiero che va da Gioacchino?».

58«Sì. Sapete dove trovarmi. All’alba vi verrò incontro…».

«E … andremo verso Giscala?».  

59«É la via giusta per andare verso i confini siro-fenici. Ho detto ad Afeca che vi sarei andato. Vi andrò».

«É perché… Non ricordi l’altra volta?».

60«Non temere, Simone. Hanno cambiato modi. Al momento mi onorano…».

Consiglio per ogni tempo.

61«Oh! Ti amano allora?».

 62«No. Mi odiano più di prima. Ma, non potendo abbattermi con le loro forze, cercano di farlo coi loro inganni. Tentano sedurre l’Uomo… E per sedurre si usano gli onori, anche se falsi. Anzi… Venite tutti qui vicino», dice poi agli altri, che procedevano in gruppo vedendo che Gesù parlava con Pietro in privato.

63Si riuniscono. Gesù dice: «Dicevo a Simone – e lo dico a tutti, perché non ho segreti per i miei amici – dicevo a Simone che coloro che mi sono nemici hanno mutato maniera per nuocermi, ma non hanno mutato il loro pensiero verso di Me. Perciò, come prima usavano l’insulto e la minaccia, ora usano gli onori. Per Me, e certo anche per voi. Siate forti e sapienti. Non vi lasciate ingannare dalle parole bugiarde, non dai doni, e non dalle seduzioni. Ricordate ciò che dice il Deuteronomio: “I donativi accecano gli occhi dei savi ed alterano le parole dei giusti”[47]. Ricordate Sansone[48]. Era nazareo[49] di Dio sino dalla nascita, sin dal seno della madre, che lo concepì e formò in astinenza per ordine dell’angelo, onde fosse un giusto giudice di Israele. Ma tanto bene dove finì? E come? E per chi? E non altre volte, con onori e monete, e con donne prezzolate, fu abbattuta la virtù per fare il giuoco dei nemici? Ora voi siate accorti e vigilate per non essere presi d’inganno e servire i nemici anche inconsciamente. Sappiate tenervi liberi come gli uccelli, che preferiscono il cibo parco e la frasca per il riposo alle dorate gabbie, dove il cibo è molto, e comodo è il giaciglio, ma dove sono prigionieri del capriccio degli uomini. Pensate che voi siete i miei apostoli, servi perciò solo a Dio, così come Io sono servo solo alla volontà del Padre. Cercheranno di sedurvi, forse lo hanno già fatto, prendendovi ognuno per il punto più debole, perché i servi del Male sono astuti essendo istruiti dal Maligno. Non credete alle loro parole. Non sono sincere. Se lo fossero, Io vi direi per il primo: “Salutiamo costoro come nostri buoni fratelli”. Invece bisogna diffidare delle loro azioni e pregare per loro, perché buoni diventino. Io lo faccio. Prego per voi, che non siate tratti in inganno dalla nuova guerra, e per essi. Perché cessino di ordire inganni al Figlio dell’uomo e offese a Dio suo Padre. E voi imitatemi. Pregate molto lo Spirito Santo. Egli vi dia luci per vedere. E siate puri se volete averlo amico. Io, prima di lasciarvi, vi voglio fortificare. Vi assolvo se avete fin qui peccato. Di tutto vi assolvo. Siate buoni in avvenire. Buoni, sapienti, casti, umili e fedeli. La grazia della mia assoluzione vi fortifichi… Perché piangi, Andrea? E tu perché ti turbi, fratello mio?».

«Perché questo mi sembra un addio…», dice Andrea.

Servi della Pace.

64«E credi che con così poche parole vi saluterei? Non è che un consiglio per questi tempi. Vedo che siete tutti turbati. Ciò non vi deve accadere. Il turbamento turba la pace. La pace deve essere sempre in voi. Voi siete a servizio della Pace, ed Essa vi ama tanto che vi ha eletti come primi suoi servi. Vi ama. Dovete perciò pensare che vi aiuterà sempre, anche quando sarete rimasti soli. La Pace è Dio. Se voi sarete fedeli a Dio, Egli sarà in voi. E con Lui in voi, di che avete a temere? E chi potrà separarvi da Dio se voi non vi mettete in condizioni di perderlo? Solo il peccato separa da Dio[50]. Ma il resto: tentazioni, persecuzioni, morte, neppur la morte, separano da Dio. Ma anzi a Lui più uniscono, perché ogni tentazione vinta alza di un gradino verso il Cielo, perché le persecuzioni vi ottengono un raddoppiato amore protettivo di Dio, e la morte del santo o del martire non è che fusione con il Signore Iddio.

Sarà così dolce trovarci lassù!

65In verità vi dico che, meno i figli della perdizione, nessuno dei miei grandi discepoli morrà più prima che Io abbia aperto le porte dei Cieli. Perciò nessuno dei miei discepoli fedeli dovrà attendere l’abbraccio di Dio dopo esser trapassato da questo esilio caliginoso alle luci dell’altra vita. Non vi direi questo se non fosse vero. Voi vedete. Anche oggi avete visto uno che, dopo un traviamento, è tornato nelle vie della giustizia. Non bisognerebbe peccare. Ma Dio è misericordioso e perdona a chi si pente. E chi si pente può superare anche chi non ha peccato, se il suo pentimento è assoluto ed è eroica la sua virtù susseguente al pentimento. Sarà così dolce trovarci lassù! Vedervi salire a Me, e corrervi Io incontro ad abbracciarvi, portandovi dal Padre mio dicendo: “Ecco un mio diletto. Egli mi ha sempre amato e perciò ti ha sempre amato da quando Io gli ho detto di Te. Ora è venuto. Benedicilo, Padre mio, e la tua benedizione sia la sua corona splendente”. Amici miei… Amici qui e amici in Cielo. Non vi pare che ogni sacrificio sia leggero per ottenere questa eterna gioia? Siete rasserenati, ormai. Dividiamoci qui. Io salgo lassù e voi siate buoni… Diamoci un bacio…».

66E li bacia uno per uno. Giuda piange nel baciarlo. Ha atteso di essere l’ultimo, lui che cerca sempre di essere il primo, e sta avviticchiato a Gesù, baciandolo più volte e sussurrandogli fra i capelli, presso l’orecchio: «Prega, prega, prega per me…».

67Si separano, andando Gesù verso il colle e gli altri proseguendo verso Corozim, che già biancheggia fra il verde degli alberi.

468.Un ravvedimento di Giuda Iscariota e
gli episodi che illustrano la sua figura
[51].

Su gli episodi dei tre anni di vita pubblica.

Imperfetto ordine cronologico dei Vangeli.

Dice Gesù:

1«Intanto ti dico che l’episodio di mercoledì (20-9), se farete un’opera regolare, lo dovete collocare un anno avanti la mia morte, perché accadde al tempo della messe del mio 32° anno. Necessità di conforto e istruzione per te, diletta, e per altri, mi hanno costretto a seguire un ordine speciale nel dare le visioni e i dettati relativi. Ma vi indicherò, a suo tempo, come distribuire gli episodi dei tre anni di vita pubblica. L’ordine dei Vangeli è buono, ma non perfetto come ordine cronologico. Un osservatore attento lo nota.

Il Vangelo di Giovanni

2Colui che avrebbe potuto dare l’esatto ordine dei fatti, per esser stato meco dall’inizio della evangelizzazione alla mia ascesa, non lo ha fatto, perché Giovanni, figlio vero della Luce, si è occupato e preoccupato di far rifulgere la Luce attraverso la sua veste di Carne agli occhi degli eretici, che impugnavano la verità della Divinità chiusa in carne umana. Il Vangelo sublime di Giovanni ha raggiunto il suo scopo soprannaturale, ma la cronaca della mia vita pubblica non ne ha avuto aiuto.

I Vangeli sinottici

3Gli altri tre evangelisti mostrano uguaglianze fra loro, come fatti, ma ne alterano l’ordine di tempo, perché di tre uno solo era stato presente a quasi tutta la mia vita pubblica: Matteo, e non l’aveva scritta che quindici anni dopo, mentre gli altri li scrissero più oltre ancora, e per averne udito il racconto da mia Madre, da Pietro, da altri apostoli e discepoli.

4Vi voglio dare una guida nel riunire i fatti del triennio, anno per anno. Ed ora vedi e scrivi. L’episodio segue quello di mercoledì (20-9)».   

Sul modo di meditare e pregare di Gesù

Gesù in meditazione oltre la mezzanotte

5Vedo Gesù che lentamente passeggia avanti e indietro per un sentieruolo campestre luminoso di luna. É luna piena. E splende col suo faccione ridente in un cielo serenissimo. Ma per la sua posizione nel cielo, nel quale inizia il tramonto, arguisco che deve esser oltre la mezzanotte.

6Gesù cammina pensando e pregando certo, per quanto io non oda parola. Ma non perde di vista le cose che gli sono intorno.

Canto di un usignolo innamorato

7Una volta si ferma ad ascoltare sorridendo il gran canto di un usignolo innamorato, che fa tutta una melodia di arpeggi e trilli e note dà a-solo, ben tenute, così forti e lunghe che pare impossibile escano da quel piccolo essere tutto piuma. Per non turbarlo neppure col fruscio dei sandali sui piccoli ciottoli del sentiero e della veste sull’erba, Gesù si è fermato a braccia conserte e volto alzato e sorridente. Socchiude persino gli occhi per concentrarsi meglio nell’udire, e quando l’usignolo termina con un acuto che sale, che sale, sale per scala di terza (se dico bene, ricordando, non so) e finisce con una nota acutissima, tenuta finché il fiato regge, Egli approva e applaude mutamente curvando due o tre volte il capo con un sorriso contento.

Un ciuffo di madreselva in fiore

8Ora invece si curva su un ciuffo di madreselva in fiore, che odora acutamente dai suoi mille e mille calici bianchi, simili a bocche sbadiglianti di serpe, nelle quali tremola la lingua dei pistilli giallognoli e brilla la ditata d’oro sul petalo inferiore. I fiori, sotto la luna, paiono ancor più bianchi, argentei quasi. Gesù li ammira e odora e li carezza con la mano.

Uno spicchio di lago

9Torna sui suoi passi. Il luogo deve essere lievemente elevato, perché il chiaro di luna mostra a sud qualcosa che luccica come vetro bagnato di luna, uno spicchio di lago, certo, perché fiume non è e non è mare, dato che si vede che delle colline lo bordano al lato opposto a quello dove è Gesù.

10Gesù guarda quel placido brillio d’acque quiete nella calma della notte estiva.

Un lontano biancheggiare di paese

11Poi fa un mezzo giro su Sé stesso, da sud a ovest, e guarda un biancheggiare di paese, lontano al massimo un due chilometri, più meno che più. Un bel paesone. Si ferma a guardarlo e scuote il capo seguendo un pensiero che lo affligge molto.

Solita posizione in preghiera

12Poi riprende la sua passeggiata lenta ed il suo orare. Finché si siede su un grosso sasso, ai piedi di un albero molto alto, e prende la sua posizione solita, coi gomiti sulle ginocchia e gli avambracci in fuori, con le mani unite in preghiera.

Sulla divina catechesi di Gesù all’Iscariota

Il desiderio di stare con Gesù.

13Sta così qualche tempo e vi starebbe di più se un uomo, un’ombra, non avanzasse dal folto verso di Lui e lo chiamasse: «Maestro?».

14Gesù si volge, poiché chi avanza viene da dietro a Gesù, e dice: «Giuda? Che vuoi?».

15«Dove sei, Maestro?».

«Ai piedi del noce. Vieni avanti». E Gesù si alza e si fa sul sentiero, nel chiaro di luna, perché Giuda lo possa vedere.

16«Sei venuto, Giuda, a fare un poco di compagnia al tuo Maestro?». Ora sono vicini, e Gesù pone con affetto un braccio sulla spalla del discepolo. «Oppure vi è bisogno di Me in Corazim?».

17«No, Maestro. Nessun bisogno. Ho avuto desiderio di venire da Te».

18«Vieni allora. C’è posto per tutti e due su questo sasso».

19Si siedono ben vicini. Silenzio. Giuda non parla. Guarda Gesù. Lotta.

20Gesù lo vuole aiutare. Lo guarda dolcemente, ma acutamente.

Utilità del creato e merita rispetto.

21«Che bella notte, Giuda! Guarda come tutto è puro! Io credo che più pura non fu la prima notte che rise sulla Terra e sul sonno di Adamo nel terrestre Paradiso. Senti come odorano quei fiori. Fiutali. Ma non ne cogliere. Sono tanto belli e puri! Me ne sono astenuto Io pure, perché coglierli è profanarli. È sempre male usare violenza. Alla pianta come all’animale. All’animale come all’uomo. Perché levare la vita? Così bella la vita quando è spesa bene!… E quei fiori la spendono bene perché odorano, rallegrano coi loro aspetti e profumi, danno miele alle api e alle farfalle e cedono a queste l’oro dei loro pistilli per mettere delle piccole gocce di topazio sulla perla delle ali, e fanno da letto ai nidi…

Gli uccellini sono d’esempio agli uomini!

22Se eri qui poco fa sentivi un usignolo cantare così dolcemente la sua gioia di vivere e di lodare il Signore. Cari uccellini! Come sono d’esempio agli uomini! Di poco si appagano, e solo di ciò che è lecito e santo. Un granello e un vermolino perché il Padre Creatore lo dà loro; e se non c’è non sentono ira o sdegno, ma ingannano la fame della carne coll’empito del cuore, che li fa cantare le lodi del Signore e le gioie della speranza. Son felici di esser stanchi per aver volato dall’alba a sera per farsi un nido, tepido, morbido, sicuro, non per egoismo, ma per amor di prole. E cantano per la gioia di amarsi con onestà. L’usignolo per l’usignola e ambi per i figli. Gli animali sono sempre felici, perché non hanno rimorsi e rimproveri nel loro cuore.

Sono cattivi gli uomini.

23Noi li facciamo infelici perché l’uomo è cattivo, irrispettoso, prepotente, crudele. E non gli basta esserlo coi suoi simili. Trabocca la sua cattiveria sugli inferiori. E più ha dentro dei rimorsi, più la sua coscienza lo punge, e più incrudelisce sugli altri. Sono certo, per esempio, che quel cavaliere che oggi spronava a sangue il suo cavallo così sudato e stanco, e lo frustava sino a fargli alzare il pelo a righe sul collo e sui fianchi, e fin su quelle così morbide froge e sulle scure palpebre che si chiudevano dolenti sugli occhi così rassegnati e dolci, non aveva l’anima tranquilla. O andava a un delitto verso l’onestà o ne veniva». Gesù tace e pensa.

Lo sventurato dram­ma dell’Iscariota.

Ravvedimento dell’Iscariota.

24Giuda tace. Pensa anche lui. Poi parla: «Come è bello, Maestro, udirti parlare così! Tutto si illumina agli occhi, alla mente, al cuore… e tutto torna facile. Anche dire: “Voglio esser buono!”. Anche dirti… anche dirti… dirti: “Maestro, io pure sono con l’anima turbata! Non aver ribrezzo di me, Maestro, Tu che ami tanto chi è puro!”».

25«Oh, mio Giuda! Io ribrezzo? Amico, figlio, che hai che ti turba?».

26«Tienimi con Te, Maestro. Tienimi stretto… Ho giurato d’esser buono dopo che Tu mi hai così dolcemente parlato. Ho giurato di tornare il Giuda dei primi giorni, che ti seguivo e che ti amavo come sposo ama la sua sposa, e non vagheggiavo che Te, trovando in Te ogni appagamento. Ti amavo così, Gesù…».

27«Lo so… e ti ho amato per questo… Ma ti amo ancora, o mio povero amico ferito…».

28«Come sai che lo sono? Sai di che? …».

29Silenzio. Gesù guarda Giuda con un occhio così dolce… Pare che un pianto lo faccia più largo e dolce, temperandone il fulgore. Un occhio di bimbo innocente e inerme che si dona tutto nell’amore.

È l’amore che salva.

30Giuda gli scivola ai piedi, col volto sulle ginocchia e le braccia strette ai fianchi, e geme: «Tienimi con Te, Maestro… tienimi… La mia carne urla come un demonio… e se cedo ecco che viene tutto il male… So che Tu sai e che però attendi che io dica… Ma è duro, Maestro, dire: “Ho peccato”».

31«Lo so, amico. Per questo bisognerebbe agire bene. Per non dover poi avvilirsi a dire: “Ho peccato”. Ma però, Giuda, è anche in questo una grande medicina. Il dover fare sforzo nel dire la colpa trattiene dalla stessa; e se si è compiuta, la pena dell’accusarsi è già penitenza che redime. Se poi uno soffre non tanto per orgoglio di sé e per paura del castigo, ma perché sa che mancando ha dato dolore, allora, Io te lo dico, la colpa si annulla. É l’amore che salva».

Necessità della confessione.

32«Io ti amo, Maestro. Ma sono tanto debole… Oh! Tu non mi puoi amare! Tu sei puro e ami i puri… Non mi puoi amare, perché io sono… io sono… Oh! Gesù, levami la fame del senso! Lo sai che demonio è?».

33«Lo so. Non l’ho esaudita, ma so che voci ha».

34«Lo vedi? Lo vedi? Ne hai tanto ribrezzo che solo nel dirlo il tuo volto si sconvolge. Oh! non mi puoi perdonare!».

35«Giuda. E non ricordi Maria? E non Matteo? E non quel pubblicano divenuto lebbroso? E non quella donna, meretrice romana, alla quale profetizzai sorte nel Cielo, perché dopo il mio perdono avrà forza di vita santa?».

36«Maestro… Maestro… Maestro… Oh! che male ho in cuore!… Questa sera sono fuggito… fuggito da Corazim… perché se rimanevo… se rimanevo… ero perduto. Sai… è come chi beve e diviene malato… Il medico gli leva il vino e ogni bevanda inebriante, e colui guarisce e sta sano finché non risente quel sapore… Ma se cede, una volta sola, e ne risente sapore… gli viene una sete… una sete di quel bere… che non resiste più… e beve e beve… e torna malato… malato per sempre… folle… posseduto… posseduto da quel suo demone… da quel suo demone… Oh! Gesù, Gesù, Gesù!… Non lo dire agli altri… Non lo dire… Ho vergogna di tutti…».

37«Ma non di Me».

38Giuda capisce male. «É vero! Perdono! Dovrei aver più vergogna di Te che d’ogni altro, perché Tu sei perfetto…».

39«No, figlio. Non dicevo questo. Il tuo dolore, la tua angoscia, il tuo avvilimento non ti facciano velo. Ho detto che di tutti ti puoi vergognare. Ma non di Me. Un figlio non ha paura e vergogna del padre buono, e un malato di un medico valente. E all’uno e all’altro va la confessione senza timore, poiché uno ama e perdona, l’altro capisce e guarisce. Io ti amo e capisco. Perciò ti perdono e guarisco.

La gioia del Salvatore.

40Ma dimmi, Giuda. Cosa è che ti dà nelle mani del tuo demone? Io? I fratelli? Le donne di vizio? No. È la tua volontà. Ora Io ti perdono e guarisco… Che gioia mi hai data, o mio Giuda! Già tanto gioivo di questa notte serena, profumata, lieta di canti, e ne lodavo il Signore. Ma ora la gioia che tu mi dai supera questo chiaro di luna, questi profumi, questa pace, questi canti. Senti? L’usignolo pare si unisca per dirti con Me che è felice del tuo buon volere, lui, il piccolo canoro, così pieno di buon volere per fare ciò per cui fu creato. E anche questo primo vento del mattino, che passa sui fiori e li desta, facendo scivolare nel cavo del calice un diamante di rugiada perché la trovino fra poco la farfalla e il raggio di sole, ed una se ne faccia ristoro e l’altro esiguo specchio al suo gran fulgore.

41Guarda: la luna tramonta. L’alba si annuncia con questo canto lontano di gallo. Le tenebre della notte e le fantasime della notte dileguano. Vedi come è passato veloce e dolce il tempo che, se non fossi venuto a Me, sarebbe passato fra disgusto e rimorso? Vieni sempre, quando hai paura di te. Il proprio io!!! Grande amico, grande tentatore, grande nemico e grande giudice, Giuda! E, vedi? Mentre è amico sincero e fedele se fosti buono, sa essere amico insincero se buono non sei, e dopo esserti stato complice si eleva a giudice inesorabile e ti tortura coi suoi rimproveri… Lui è feroce nel rimproverare… Non Io! Ebbene, andiamo. La notte è passata…».

Il riposo è nella gioia di salvare.

42«Maestro, io non ti ho lasciato riposo… e oggi dovrai tanto parlare…».

43«Ho riposato nella gioia che tu mi hai dato. Non ho riposo migliore di quello di dire: “Oggi ho salvato un che periva”. Vieni, vieni… Scendiamo a Corazim! Oh! se questa città sapesse imitarti, Giuda!».

44«Maestro… che dirai ai miei compagni?».

45«Nulla se non chiedono… Se chiedono dirò che parlammo delle misericordie di Dio… É argomento vero e così sconfinato che la più lunga vita non basta a svolgerlo. Andiamo…».

46E scendono, alti, diversamente belli ma ugualmente giovani, l’Uno presso l’altro, e scompaiono dietro ad un gruppo d’alberi…

Lo sventurato dram­ma di Giuda[52].

Dice Gesù:

47«É episodio di misericordia come quelli della Maddalena. Ma, se farete un libro, meglio sarà se mettete ordinatamente di fila le epoche anziché le categorie, limitandovi a dire in testa o in calce ad ogni episodio a quale categoria appartiene.

 

48Perché illustro la figura di Giuda? Molti se lo chiederanno.

49Rispondo. La figura di Giuda è stata troppo svisata nei secoli. E ultimamente snaturata del tutto. Ne hanno, in certe scuole, fatto quasi l’apoteosi come dell’artefice secondo e indispensabile della Redenzione. Molti, poi, pensano che egli piegò ad un improvviso, feroce assalto del Tentatore. No. Ogni caduta ha premesse nel tempo. Più la caduta è grave e più ha una preparazione. Gli antefatti spiegano il fatto. Non si precipita e non si sale d’improvviso. Né nel bene. Né nel male. Vi sono coefficienti lunghi e insidiosi alle discese, e pazienti e santi alle ascese.

50E lo sventurato dramma di Giuda può darvi tanti insegnamenti per salvarvi, e conoscere il metodo di Dio e le sue misericordie per salvare e perdonare coloro che scendono verso l’Abisso.

51Non si arriva al delirio satanico, in cui hai visto dibattersi Giuda dopo il Delitto, se non si è tutti corrotti da aliti di Inferno, aspirati per anni con voluttà. Quando uno compie anche un delitto, ma tratto ad esso da un improvviso evento che ne sconvolge ragione, soffre ma sa espiare; perché ancor delle parti del cuore sono sane da veleno infernale. Al mondo che nega Satana, perché l’ha tanto in sé da non accorgersi più di esso, l’ha aspirato ed è divenuto parte dell’io, Io mostro che Satana è. Eterno e immutabile nel metodo usato per fare di voi le sue vittime.

52Basta ora. Tu sta’ con la mia pace».

469. Commiato dai pochi fedeli
di Corozim
[53].

Consigli di vita cristiana.

Il discepolo parla con la bontà.

1Non è ancora l’aurora quando Gesù si incontra con gli undici, che hanno in mezzo a loro il piccolo falegname Giuseppe, il quale parte come una freccia appena vede Gesù e gli si stringe ai ginocchi con la semplicità di chi è ancora fanciullo. Gesù si china a baciarlo in fronte e poi, tenendolo per mano, va dove sono Pietro con gli altri.

2«La pace a voi. Non credevo trovarvi già qui».

«Il fanciullo si è svegliato che ancora era notte ed è voluto venire per paura di giungere in ritardo», spiega Pietro.

«La madre sarà qui fra poco con gli altri figli. Ti vuole salutare», aggiunge Giuda d’Alfeo.

3«E così la donna che era rattrappita, la figlia di Isacco, la madre di Elia e altri che hai guariti. Ci hanno ospitato…».

4«E gli altri?».

«Signore…».

5«Corozim conserva il suo spirito duro. Comprendo. Non importa. Il buon seme è gettato e germinerà un giorno… per merito di questi…», e guarda il fanciullo.

«Sarà discepolo e convertirà?».  

6«Discepolo è, non è vero, Giuseppe?».

«Sì. Ma non so parlare, e per quel che so non mi ascoltano».

7«Non importa. Tu parlerai con la tua bontà».

8Gesù prende fra le sue lunghe mani il visetto del fanciullo e gli parla stando un poco curvo sul visetto alto levato. 

Il discepolo cristiano.

9Io me ne vado, Giuseppe. Sii buono. Sii lavoratore. Perdona a chi non vi ama. Sii riconoscente a chi ti benefica. Pensa sempre questo: che in chi ti benefica è presente Dio, e perciò accogli con rispetto ogni benefizio senza pretenderlo, senza dire: “Ozierò perché c’è chi pensa a me”, senza sciupare il soccorso avuto. Lavora perché il lavoro è santo, e tu, fanciullo, sei l’unico uomo nella tua famiglia. Ricorda che aiutare la madre è onorarla. Ricorda che dare buon esempio ai fratellini e vegliare all’onore delle sorelle è un dovere. Desidera di avere il giusto e lavora per averlo, ma non invidiare il ricco e non avere desideri di ricchezze per poter godere molto. Ricordati che il tuo Maestro ti insegnò non solo la parola di Dio ma l’amore al lavoro, l’umiltà e il perdono. Sii sempre buono, Giuseppe, e torneremo a stare insieme un giorno».

«Ma non torni più? Dove vai, Signore?».

10«Vado dove la volontà del Padre dei Cieli vuole. La sua volontà deve sempre essere più forte della nostra e più cara a noi della nostra, perché è sempre volontà perfetta. Anche tu, nella vita, non mettere la tua volontà avanti a quella di Dio. Tutti gli ubbidienti si ritroveranno in Cielo e sarà gran festa allora. Dammi un bacio, fanciullo».

L’amore cristiano.

11Un bacio! Molti baci e lacrime gli dà il fanciullo, e così avvinghiato al collo di Gesù lo trova la madre che sopraggiunge fra la nidiata dei figli e gli altri pochissimi, sette in tutto, di Corozim.

10«Perché piange mio figlio?», chiede la donna dopo aver salutato il Maestro.

12«Perché ogni addio è dolore. Ma, se anche saremo divisi, sempre uniti saremo se il vostro cuore continuerà ad amarmi. Voi sapete come e in che consiste l’amore per Me. Nel fare ciò che vi ho insegnato, perché chi fa ciò che uno gli ha insegnato dimostra di avere stima – e stima è sempre amore – di quella persona. Fate dunque quello che vi ho insegnato con la parola e l’esempio, e fate quello che vi insegneranno i miei discepoli in mio Nome. Non piangete. Il tempo è breve, e presto saremo riuniti e in modo migliore.

13E anche non piangete per egoismo. Pensate a quanti ancora mi attendono, a quanti dovranno morire senza avermi visto, a quanti dovranno amarmi senza avermi mai conosciuto. Voi mi avete avuto più di una volta e potete avere facilitata la fede e la speranza dalla carità che è fra noi. Essi invece dovranno avere una grande, una cieca fede per poter giungere a dire: “Egli è veramente il Figlio di Dio, il Salvatore, e la sua parola è veritiera”. Una grande fede per potere avere la grande speranza della vita eterna e dell’immediato possesso di Dio dopo una vita di giustizia. Dovranno amare chi non hanno conosciuto, chi non hanno udito, chi non hanno visto operare prodigi. Eppure, solo se ameranno così, avranno la vita eterna.

14Voi benedite il Signore che vi ha beneficato dandovi la conoscenza di Me. Ora andate. Siate fedeli alla Legge del Sinai e al mio comando nuovo di amarvi tutti come fratelli, perché nell’amore è Dio. Amare anche chi vi odia, perché Dio vi ha per primo dato l’esempio di amare gli uomini che col peccato mostrano odio a Dio.

15Perdonate sempre come Dio ha perdonato agli uomini m6ndando il suo Verbo Redentore a cancellare la Colpa, motivo di rancore e separazione. Addio. In voi sia la mia pace. Ricordate le mie azioni, nei vostri cuori, per fortificare gli stessi contro le parole di chi vorrà persuadervi che Io non sono il vostro Salvatore. Conservate la mia benedizione per vostra forza nelle prove della vita futura».

16Gesù stende le mani dicendo la benedizione mosaica sul piccolo gregge prostrato ai suoi piedi. Poi si volge e se ne va…

470. Lezione sul matrimonio ad una suocera che è scontenta della nuora[54].

I monti di Giscala.

1I monti selvosi e fertili dove si trova Giscala offrono ristoro di verde, di brezze, di acque, e orizzonti sempre variati e bellissimi a seconda che la via si volge a questo o a quel punto cardinale. A nord è un susseguirsi di cime boscose dai più variati verdi, direi un ascendere della terra verso l’azzurro firmamento al quale pare offrire, in omaggio riconoscente delle acque e dei raggi che esso le dona, tutte le sue bellezze vegetali. A nord-est l’occhio, dopo essersi soffermato affascinato sul gioiello trascolorante, a seconda delle ore e della luce, del grande Hermon che alza il suo cono più alto, simile a gigantesco obelisco di diamante, di opale, di pallidissimo zaffiro, o di tenuissimo rubino, o d’acciaio appena temprato – a seconda che il sole lo bacia o lo lascia e le scapigliate nuvole portate dai venti fanno giuochi di luce sulle sue nevi eterne – scende lungo le chine smeraldine dei suoi pianori, e creste, e gole e picchi, che sono a base del gigante regale.

2E poi ecco che, girando sempre più a est, si stende il vasto altipiano verde della Gaulanite e Auranite, limitato al suo estremo oriente dai monti sfumanti nelle nebbie delle lontananze, e nel suo occidente dal verde diverso che è lungo il Giordano e ne segna la valle. E più vicini, splendidi come due zaffiri, i due laghi di Meron, nel suo cerchio basso di irrigua pianura, e di Tiberiade, vago come un delicato pastello fra i suoi colli che lo cingono, diversi di aspetto e di tinte, e le sue rive eternamente fiorite: sogno d’oriente per i ciuffi di palmizi ondulanti la cima alla brezza dei vicini monti, poesia dei nostri più bei laghi per la pace delle acque e le culture delle rive.

3E poi, a sud, il Tabor dalla caratteristica vetta, e il piccolo Hermon tutto verde a vegliare sulla piana di Esdrelon, di cui si intuisce la distesa per una vastità di orizzonte non interrotto da elevazioni montuose, e ancor più giù, a mezzogiorno, gli alti potenti monti della Samaria, che si dilungano oltre la vista dell’uomo verso la Giudea. Unico che non appare è il lato ovest, dove deve essere il Carmelo e la pianura risalente verso Tolemaide, nascosti da una catena più alta di questa, di modo che ne è impedita la vista[55]. Mi sforzo a dare la visione topografica, perché credo di non aver mai data questa dai monti dove è Giscala. Una delle viste più belle della Palestina (e non rida nessuno alle spalle della povera disegnatrice, se ne ha fatto uno schizzo orrendo…).

4Gesù procede seguendo la strada fra i monti, talora solo, talaltra raggiunto da questo o da quello fra i suoi apostoli.

5Si ferma una volta ad accarezzare i bambini di un pastore che giuocano vicino al gregge, e accetta il latte che il pastore, che lo ha riconosciuto come il Rabbi descritto a lui da altri che lo hanno visto, gli vuole dare «per Te e per i tuoi».

Ragione del preconcetto delle suocere.

6Un’altra volta ascolta una vecchietta che, non sapendo chi Egli è, gli racconta le sue pene famigliari per una nuora che è bisbetica e senza rispetto. Pur compatendo la vecchietta, Gesù la esorta ad essere paziente, a persuadere alla bontà con la bontà: «Devi essere madre anche se lei non ti è figlia. Sii veritiera: se invece che nuora ti fosse figlia, i suoi difetti ti parrebbero così gravi?».

La vecchietta pensa… e poi confessa: «No… Ma una figlia è sempre una figlia…».

7«E se una tua figlia ti dicesse che nella casa dello sposo la madre di lui la maltratta, che diresti?».

«Che è cattiva. Perché dovrebbe insegnare gli usi della casa -ogni casa ha i suoi- con bontà, specie se la sposa è giovane. Direi che dovrebbe ricordarsi di quando fu sposa novella, e come aveva piacere per l’amore della suocera se aveva avuto grazia tanta da trovarla buona, e come aveva sofferto se aveva avuto una suocera cattiva. E non far soffrire ciò che non aveva sofferto, o non far soffrire perché sa cosa è soffrire. Oh! la difenderei la figlia mia!».

8«Quanti anni ha tua nuora?».

«Diciotto, Rabbi. Sposata a Giacobbe da tre».

9«Molto giovane. É fedele al marito?».

«Oh! sì. Sempre in casa e tutta amore per lui e il piccolo Levi e la piccola, piccola tutt’affatto, Anna, come me. É nata a Pasqua… Tanto bella è!».

10«Chi ha voluto che si chiamasse Anna?».

«Maria, eh! Levi era il nome del suocero e lo ha messo Giacobbe al primogenito, e Maria, quando ha avuto la bambina, ha detto: “A questa il nome della madre”».

11«E non ti pare amore e rispetto questo?».

12La vecchia pensa… Gesù incalza: «Lei onesta, lei tutta casa, lei amorosa sposa e madre, lei premurosa di darti una gioia… Poteva mettere alla figlia il nome di sua madre: ha messo il tuo… lei onora la tua casa con la sua condotta…».

«Oh! questo sì! Non è come quella sciagurata di Jisabel».

13«E allora? Perché ti lamenti e porti querele su di lei? Non ti pare di fare due misure nel giudicare la nuora diversamente da come giudicheresti per una figlia? …».

 

 

14«É che… è che…, ella mi ha preso l’amore del figlio. Prima era tutto per me, ora ama lei più di me…». L’eterna vera ragione dei preconcetti delle suocere trabocca finalmente dal cuore della vecchietta insieme alle lacrime dagli occhi.

15«Ti fa mancare qualcosa tuo figlio? Ti trascura da quando è sposo? …».

«No. Non lo posso dire. Ma insomma ora è della moglie…», e il pianto geme più forte.

Doveri del matrimonio.

16Gesù ha un pacato sorriso di compatimento per la gelosa vecchietta. Ma, dolce come sempre, non rimprovera. Compatisce la sofferenza della madre e cerca di medicarla. Appoggia la sua mano sulla spalla della vecchietta come per guidarla perché le lacrime l’accecano, forse per farle sentire col suo contatto tanto amore che ella ne sia consolata e guarita, e le dice: «Madre, e non è bene che ciò sia? Tuo marito lo ha fatto con te, e sua madre lo ha, non perso, come tu dici e pensi, ma lo ha avuto meno suo perché il tuo sposo divideva il suo amore fra la madre e te. E il padre di tuo marito, a sua volta, ha lasciato di essere tutto della madre per amare la madre dei suoi figli. E così via di generazione in generazione, risalendo nei secoli sino ad Eva, la prima madre che vide i figli suoi dividere l’amore che avevano, prima tutto esclusivamente per i genitori, con le loro spose. Ma non dice la Genesi: “Ecco finalmente l’osso delle mie ossa e la carne della mia carne[56]… L’uomo lascerà per lei suo padre e sua madre e si unirà alla sua moglie e i due saranno una sola carne”? Tu dirai: “Fu parola d’uomo”. Sì. Ma di che uomo? Egli era in stato di innocenza e grazia. Rispecchiava perciò senza ombre la Sapienza che lo aveva creato e ne conosceva le verità. Per la Grazia e l’innocenza possedeva anche gli altri doni di Dio in misura piena. Col senso sottomesso alla ragione aveva una mente non offuscata da vapori concupiscenti. Per la scienza proporzionata al suo stato diceva parole di verità. Profeta era dunque. Perché tu sai che profeta vuol dire chi parla in nome di un altro[57]. E poiché i profeti veri parlano sempre di cose attinenti allo spirito e al futuro, anche se apparentemente, attinenti al tempo presente e alla carne – perché nei peccati della carne e nei fatti del tempo presente sono i semi delle punizioni future, o i fatti del futuro hanno radice in un evento antico; ad esempio, la venuta del Salvatore ha origine dalla colpa di Adamo, e le punizioni d’Israele, predette dai profeti, hanno seme dalla condotta di Israele – così Colui che muove le loro labbra a dire cose dello spirito non può che essere lo Spirito eterno, che tutto vede in un eterno presente. E lo Spirito eterno parla nei santi, ché non può abitare nei peccatori. Adamo era santo, ossia la giustizia era piena in lui, ed era in lui la presenza di tutte le virtù, perché Dio alla sua creatura aveva infuso la pienezza dei suoi doni. Adesso, per giungere alla giustizia e al possesso delle virtù, molto deve faticare l’uomo, perché i fomiti del male sono in lui.

17Ma in Adamo non erano quei fomiti, anzi era la Grazia a farlo di poco inferiore a Dio suo Creatore. Perciò parole di grazia dicevano le sue labbra. Parola di verità è dunque questa: “L’uomo lascerà per la donna il padre e la madre e si unirà alla moglie e saranno una carne sola”. Tanto assoluto e vero questo, che il Buonissimo, a confortare le madri e i padri, mise poi nella Legge il quarto comando: “Onora il padre e la madre”[58]. Comando che non termina con le nozze dell’uomo, ma dura oltre le nozze. Prima, istintivamente, i buoni onoravano i parenti anche dopo averli lasciati per fare una nuova famiglia. Da Mosè in poi è obbligo di Legge. E ciò per temperare i dolori dei genitori, che troppe volte venivano dimenticati dai figli dopo le loro nozze. Ma la Legge non ha annullato il profetico detto di Adamo: “L’uomo lascerà per la donna padre e madre”. Era parola giusta, e vive. Rispecchiava il pensiero di Dio. E il pensiero di Dio è immutabile perché perfetto. Tu, madre, devi dunque accettare senza egoismi l’amore del figlio tuo per la sua donna. E santa sarai tu pure. Del resto, ogni sacrificio ha un compenso sin dalla Terra. Non ti è dolce baciare i nipoti, figli di tuo figlio? E non ti sarà placida la sera e il tuo ultimo sonno con un delicato amore di figlia vicino, a tenere il posto di quelle che non hai più nella casa? …».

Lo stupore.

18«Come sai che le figlie mie, tutte maggiori al maschio, sono sposate e lontane?… Sei Tu pure profeta? Rabbi sei. Lo dicono i fiocchi della tua veste e, anche non li avessi, lo dice la tua parola. Perché parli da grande dottore. Sei forse amico di Gamaliele? Egli era qui solo ieri l’altro. Ora non so… E molti rabbi erano con lui, e molti fra i suoi discepoli prediletti. Ma Tu forse giungi tardi».

19«Conosco Gamaliele. Ma non vado da lui. Non entro neppure in Giscala…».

«Ma chi sei? Un rabbi certo. E parli meglio ancora di Gamaliele…».

20«E allora fa’ ciò che ti ho detto. E la pace sarà in te. Addio, madre. Io proseguo».  

«Tu certo entri in città».

21«Sì… Madre! …».

«Gli altri rabbi non sono umili così per una povera donna… Certo Colei che ti ha portato è santa più di Giuditta, se ti ha dato questo dolce cuore per ogni creatura».

22«Santa è, in verità».

«Dimmi il suo nome».

23«Maria».

«E il tuo?».

24«Gesù».

«Gesù! …». La vecchietta è trasecolata dallo stupore. La notizia la paralizza e inchioda là dove l’ha udita.

Considerazioni sul dialogo con la suocera.

25«Addio, donna. La pace sia con te», e Gesù va via lesto, quasi di corsa, prima che ella si rinvenga dal suo riflettere. E gli apostoli lo seguono con lo stesso passo, fra un grande svolazzio di vesti, invano inseguiti dai gridi della donna che supplica: «Fermatevi! Rabbi Gesù! Fermati! Voglio dirti una cosa…».

26Rallentano quando ormai il folto dei monti selvosi li ha nuovamente nascosti, né più si vede la via che conduce a Giscala partendo da questa mulattiera.

«Come hai parlato bene alla donna», dice Bartolomeo.

27«Una lezione da dottore! Male che era lei sola…», osserva Giacomo d’Alfeo.

28«Voglio ricordarmi queste parole…», esclama Pietro.

29«La donna ha capito, o quasi, dopo il tuo Nome… Ora andrà dicendo di Te nella città…», dice Tommaso.

30«Purché non stuzzichi le vespe e, ce le scagli!», mormora Giuda di Keriot.

31«Oh! siamo lontani ormai!… E fra queste selve non si lascia traccia e non avremo disturbi», dice ottimista Andrea.

32«Anche li avessimo… È la pace in una famiglia che ho ricostruita», risponde Gesù a tutti.

33«Ma come sono! Tutte uguali le suocere!», dice Pietro.

34«No. Ne abbiamo conosciute di buone. Ti ricordi la suocera di Jerusa di Doco? E la suocera di Dorca di Cesarea di Filippo?».

35«Ma sì, Giacomo… Qualcuna buona c’è…», consente Pietro; ma certo pensa che la sua è un tormento.

Sosta in aperta campagna.

36«Fermiamoci e mangiamo. Riposeremo dopo per giungere al paese della valle per la notte», ordina Gesù.

37E sostano in una verde e piccola conca, pare l’interno di una grande conchiglia smeraldina incrostata al monte e aperta ad accogliere nella sua pace i pellegrini. La luce è dolce, nonostante l’ora, per gli alberi che, alti e potenti, fanno una volta frusciante al prato. La temperatura è mite per la brezza che scorre sui monti. Una piccola sorgiva mette un filo d’argento fra due macigni scuri e canta sottovoce perdendosi fra le erbe folte, in un minuscolo letto che si è scavato, largo un palmo e tutto coperto dagli steli delle rive, ondulanti al venticello, e scendendo poi, con una cascatella di bambola, al sottoposto balzo. L’orizzonte, fra due tronchi poderosi, presenta una vaporosità di orizzonte lontano, verso i monti del Libano, che è meravigliosa…

471. Filippo e l’era messianica. Respinto l’invito ad andare a Giscala. Incontro con il levita Giuseppe detto Barnaba[59].

Filippo armonizza le profezie messianiche.

Lavandosi nel fresco rio.

1É dolce la sosta sul piccolo pianoro. Ma è prudente scendere a valle mentre dura il giorno, perché la notte sarebbe precoce e oscura sotto quel folto d’alberi che copre il monte. Gesù si alza per il primo e va a rinfrescarsi il volto, le mani e i piedi nel minuscolo rio che crea la piccola sorgiva. Poi chiama i suoi apostoli, addormentati fra l’erba, invitandoli a prepararsi ad andare. E mentre essi lo imitano, uno dopo l’altro, lavandosi nel fresco rio e riempiendo le borracce al filo d’acqua che sgorga dal masso, Egli va ad attenderli al limite del praticello, presso i due alberi secolari che lo limitano ad est, e guarda l’orizzonte lontano.

Lo raggiunge per primo Filippo e, guardando là dove il suo Maestro guarda, gli dice: «Bella questa vista! Tu l’ammiri…».

2«Sì. Ma non guardavo soltanto la sua bellezza».

Profezie contro i dominatori d’Israele

3«E che, allora? Forse pensavi a quando sarà grande Israele, di quei luoghi oltre il Libano e l’Oronte, che nei secoli ci afflissero e ancora sono afflizione, perché là risiede il cuore della potenza che ci opprime col Legato? Tremenda è infatti la profezia su loro di uno e più profeti: “Schiaccerò l’assiro nella mia terra, lo calpesterò sulle mie montagne… Questa è la mano stesa sulle nazioni… E chi potrà trattenerla?… Ecco, Damasco cesserà di essere e resterà come un mucchio di pietre di una rovina… Questo è ciò che toccherà a coloro che ci hanno saccheggiati”[60]. Isaia parla! E parla Geremia: “Metterò il fuoco sulle mura di Damasco e divorerà le mura di Benadab”[61]. E ciò avverrà quando il Re d’Israele, il Promesso, prenderà il suo scettro, e Dio avrà perdonato al suo popolo col dargli il Re Messia…

Profezie sul Regno e il Re Messia

4Oh! lo dice Ezechiele! “Voi, montagne d’Israele, gettate i vostri rami, portate i vostri frutti per il mio popolo d’Israele, perché è vicino a tornare… A voi ricondurrò il mio popolo ed essi ti avranno in possesso ereditario… Non farò più sentire contro te gli oltraggi delle nazioni…”[62]. Ed i salmi cantano con Etan Esraita: “Ho trovato il mio servo Davide e l’ho unto col mio olio santo. La mia mano l’assisterà… Nulla potrà contro lui il nemico… Nel mio nome crescerà in potenza… Stenderà sul mare la sua mano, sopra i fiumi la sua destra… E Io lo farò primogenito, il sovrano fra i re della Terra”[63]. E Salomone canta: “Durerà quanto il sole e la luna… Dominerà da mare a mare, e dal fiume sino all’estremità della Terra… Lo adoreranno tutti i re della Terra, tutti i popoli gli saran soggetti…”[64].. Tu, Messia perché in Te sono tutti i segni dello spirito e della carne, tutti i segni dati dai profeti. Alleluia a Te, Figlio di Davide, Re Messia, Re santo!».

5«Alleluia!», gridano in coro gli altri, che si sono riuniti a Gesù e a Filippo e hanno sentito le parole di questo. E l’alleluia si ripercuote, per eco, di gola in gola, di colle in colle…

“Vorrei in voi un altro amore”.

6Gesù li guarda, mestissimo… E dice in risposta: «Ma non ricordate ciò che dice Davide del Cristo, e ciò che del Cristo dice Isaia[65]… Prendete il dolce miele, l’inebriante vino dai profeti… ma non pensate che per essere Re dei re il Figlio dell’uomo dovrà bere il fiele e l’aceto e vestirsi con la porpora del suo Sangue… Ma non è colpa vostra se non capite… E il vostro errore nel capire è amore. Vorrei in voi un altro amore. Ma per ora non potete… Secoli di peccato sono contro gli uomini a impedire in loro la Luce. Ma la Luce abbatterà le muraglie ed entrerà in voi… Andiamo».

Ritornano sulla mulattiera, che avevano lasciata per salire al remoto pianoro, e scendono lesti verso la valle. Gli apostoli parlano fra loro sottovoce…

Gesù ha raccolto in pugno le dodici tribù!

7Poi Filippo corre avanti, raggiunge il Maestro, chiede: «Ti sono spiaciuto, Signore? Non volevo… Sei in rancore con me?».

8«No, Filippo. Ma vorrei che almeno voi comprendeste…»

«Guardavi là con tanto desiderio…».

9«Perché pensavo a quanti luoghi non mi hanno ancora avuto. E non mi avranno… perché il mio tempo fugge… Come è breve il tempo dell’uomo! E come è lento l’uomo nel fare!… Come lo spirito sente queste limitazioni della Terra… Ma… Padre, sia fatta la tua volontà!».

10«Però tutte le regioni delle vecchie tribù le hai percorse, Maestro mio. Almeno una volta le hai santificate, onde si può dire che hai raccolto in pugno le dodici tribù…».

La Trinità arde di compiere il perdono

11«Ciò è vero. Voi, poi, farete ciò che il tempo non mi ha lasciato fare».

12«Tu che fermi i fiumi e calmi i mari, non potresti rallentare il tempo?».

13«Potrei. Ma il Padre in Cielo, il Figlio in Terra, l’Amore in Cielo e in Terra ardono di compiere il Perdono…», e Gesù si immerge in una meditazione profonda, che Filippo rispetta lasciandolo solo e riunendosi ai compagni, ai quali riferisce il suo dialogo.

Tutti sulla via maestra.

14La valle è ormai prossima e già si vede una strada, una vera strada maestra che venendo da sud procede verso ovest, facendo curva proprio ai piedi del monte per seguirne la base e proseguire poi diritta verso un bel paese adagiato fra il verde presso un fiumiciattolo, che presentemente non è che una sassaia che fra sasso e sasso drizza qualche resistente canneto, specie al centro dove un filo, proprio un filo d’acqua, si ostina a scorrere verso mare.

Si riuniscono tutti prima di prendere la via maestra, ma non hanno fatto che pochi metri quando due uomini vengono loro incontro con cenni di saluto.

Incontro con Giuseppe, detto Barnaba.

Il Messia non giudica. Il Messia perdona!

15«Due discepoli dei rabbi, e uno è levita. Che vogliono?», dicono fra loro gli apostoli per nulla contenti dell’incontro. Io non so da che deducano che sono discepoli e che uno è levita. Non capisco ancora bene il linguaggio dei fiocchi e delle frange[66] e altri segreti del vestiario israelita.

16Gesù, quando è a due metri circa dai due e quando non è possibile nessun equivoco, perché la via è ormai libera dei viandanti che a piedi o su cavalcature si affrettavano verso il paese, risponde al saluto ripetuto e si ferma in attesa.

17«La pace a Te, Rabbi», dice ora a voce il levita che prima si era limitato a profondi inchini.

18«La pace a te. E a te», dice Gesù rivolgendosi all’altro.

«Sei Tu il Rabbi di nome Gesù?».

19«Lo sono».

20«Una donna è entrata avanti sesta in città e ha detto di aver parlato per via con un rabbi più grande di Gamaliele, perché oltre che sapiente è buono. La cosa è giunta a noi e i maestri ci hanno mandato, tutti quanti eravamo e sospendendo la partenza verso Gerusalemme, per trovarti. Due ad ogni strada che da Giscala scende sulle vie del piano. A loro nome e a nostro mezzo ti dicono: “Vieni nella città, ché ti vogliamo interrogare”».

21«E per qual motivo?».

«Perché Tu sentenzi su un fatto accaduto in Giscala, del quale durano le conseguenze».

22«E non avete i grandi dottori d’Israele per sentenziare? Perché rivolgersi al Rabbi sconosciuto?».

«Se sei Colui che dicono i rabbi, Tu non sei sconosciuto. Non sei Tu Gesù di Nazareth?».

23«Lo sono».

«La tua sapienza è nota ai rabbi».

24«E a Me è noto il loro astio verso di Me».

25«Non in tutti, Maestro. Il più grande e giusto non ti odia».

26«Lo so. Neppure mi ama. Mi studia. Ma rabbi Gamaliele è in Giscala?».

«No. É già partito per essere a Sefori avanti il sabato. Partito subito dopo il giudizio».

27«E allora perché mi cercate? Io pure devo rispettare il sabato e appena posso giungere in tempo a quel luogo. Non mi trattenete oltre».

«Hai paura, Maestro?».

28«Non ho paura, perché so che nessuna potestà è data per ora ai miei nemici. Ma lascio ai sapienti la gioia di giudicare».

«Che vuoi dire?».  

29«Che Io non giudico. Io perdono».

«Tu sai giudicare meglio d’ogni altro. Gamaliele lo ha detto. Ha detto: “Solo Gesù di Nazareth giudicherebbe con giustizia qui”».

30«Sta bene. Ma ormai avete giudicato. E la cosa non ha più riparo. Io avrei dato giudizio di far calmare le passioni prima di colpire. Se c’era colpa, il colpevole poteva pentirsi e redimersi. Se colpa non c’era, non sarebbe accaduto il supplizio che per qualcuno è, agli occhi di Dio, uguale ad omicidio premeditato».

31«Maestro! Ma come sai? La donna ha giurato che hai parlato con lei solo delle sue cose… e… Tu sai… Sei allora veramente profeta?».

32«Io son chi sono[67]. Addio. La pace a te. Il sole si curva verso occidente», e gli volge le spalle andando verso il paese.

33«Bene hai fatto, Maestro! Certo ti insidiavano!». Gli apostoli sono solidali col Maestro. Ma le loro lodi, le loro ragioni sono troncate dai due di prima, che li raggiungono supplicando Gesù di risalire a Giscala.

Due misure in Israele.

34«No. Il tramonto mi coglierebbe per via. Dite a chi vi manda che Io osservo la Legge, sempre, quando l’osservarla non lede il comandamento più grande di quello sabatico: quello dell’amore».  

«Maestro, Maestro, te ne supplichiamo. Qui proprio è caso di amore e giustizia. Vieni con noi, Maestro».

35«Non posso. E neppur voi potete risalire in tempo».

«Abbiamo licenza di farlo per questo caso».

36«E che? Si è alzata la voce se Io guarivo un malato e lo assolvevo in sabato, e a voi è concesso di violare il sabato per un’oziosa disputa? Ci sono forse due misure in Israele? Andate! Andate! E lasciatemi andare».

Gesù legge i cuori  

37«Maestro, Tu sei profeta. Tu sai perciò. Io lo credo e costui lo crede. Perché ci respingi?».

38«Perché! …». Gesù li guarda fisso fisso, fermandosi. I suoi occhi severi, che trafiggono e penetrano oltre i veli della carne a leggere i cuori, guardano dominatori i due che ha davanti. E poi i suoi occhi, così insostenibili nel rigore, così dolci nell’amore, cambiano sguardo e prendono una espressione così amorosa, così misericordiosa che, se prima il cuore tremava di timore per lo sguardo potente, ora trema di emozione davanti al brillare dell’amore del Cristo.

39«Perché!», ripete… «Non Io, ma gli uomini respingono il Figlio dell’uomo, e questo deve diffidare dei suoi fratelli. Ma a chi non ha malizia nel cuore Io dico: “Venite”, e dico anche: “Amatemi” a coloro che mi odiano…».

«E allora, Maestro…».

40«E allora Io vado al paese per il sabato».

«Attendici, almeno».

41«Al tramonto del sabato parto. Non posso attendere».

Giuseppe detto Barnaba.

42I due si guardano, si consultano restando indietro; poi uno, quello dal volto più aperto e che ha quasi sempre parlato lui, torna di corsa.

43«Maestro, io resto con Te sino a dopo il sabato».

44Pietro, che è a fianco di Gesù, gli tira la veste obbligandolo a voltarsi dalla sua parte e gli sussurra: «No. Una spia». Giuda Taddeo alle spalle del cugino sibila: «Diffida». Natanaele, che è andato avanti con Simone e Filippo, si volta e fa gli occhiacci per dire: «No». Persino i due più fidenti, Andrea e Giovanni, fanno cenno di no col capo da dietro le spalle dell’importuno.

45Ma Gesù non tiene conto delle loro sospettose paure e risponde brevemente: «Resta», e gli altri si devono rassegnare. L’uomo, contento, si sente meno estraneo, sente il bisogno di dire il suo nome, chi è, perché è in Palestina, lui nato nella Diaspora, ma consacrato a Dio dalla nascita perché fu «consolazione ai parenti» che, grati al Signore d’averlo, lo affidarono ai parenti in Gerusalemme perché fosse del Tempio, e là, servendo la Casa di Dio, conobbe il rabbi Gamaliele e ne divenne discepolo attento e amato: «Mi hanno chiamato Giuseppe perché come l’antico[68] ho levato alla madre la pena di esser sterile. Ma la madre sempre mi diceva “mia consolazione” mentre mi nutriva, e Barnaba son divenuto[69], per tutti. Anche il grande rabbi mi chiama così, perché egli si consola nei discepoli migliori».

46«Fa’ che tale ti dica anche Dio, anzi soprattutto ti chiami così Dio», dice Gesù.

Lezione su Dio-Amore.

Condizioni per cui un’azione diviene peccato.

Entrano in paese.

47«Sei pratico?», chiede Gesù.

«No. Non ci sono mai stato. É la prima volta che vengo qui, in Neftali. Mi ha portato seco, con altri, il rabbi, perché sono rimasto solo…».

48«Hai Dio ad amico?».

«Lo spero. Cerco di servirlo come meglio posso».

49«Allora non sei solo. Solo è il peccatore».

«Posso peccare io pure…».

50«Tu discepolo di un grande rabbi, sai certo le condizioni per cui un’azione diviene peccato».

«Tutto, Signore, è peccato. L’uomo pecca continuamente. Perché sono più i precetti dei momenti del giorno. E non sempre il pensiero e le circostanze ci aiutano a non peccare».

 

Il principale attributo di Dio è l’amore

51«In verità anzi le circostanze, soprattutto esse, sovente ci inducono a peccare. Ma hai chiaro il concetto del principale attributo di Dio?».

«Giustizia».

52«No».

«Potenza».

53«Neppure» …

«Rigore».

54«Men che mai».

«Eppure… ciò fu sul Sinai[70]  e poi ancora…».

55«Allora fu visto l’Altissimo fra i fulmini. Essi cingevano di aureole tremende il volto del Padre e Creatore. In verità voi non conoscete il vero volto di Dio. Se lo conosceste, e se ne conosceste lo spirito, sapreste che il principale attributo di Dio è l’Amore, e Amore misericordioso»[71].

«So che l’Altissimo ci ha amati. Siamo il popolo eletto. Ma servirlo è tremendo!».

56«Se tu conosci che Dio è Amore, come puoi dirlo tremendo?».

«Perché peccando noi perdiamo il suo amore».

57«Ti ho chiesto avanti se tu sai le condizioni per cui un’azione diviene peccato».

58«Quando non è azione dei sei centotredici precetti, delle tradizioni, delle decisioni, consuetudini, benedizioni e preghiere, oltre le dieci imposizioni della Legge, oppure non è come gli scribi insegnano queste cose, allora è peccato».

59«Anche se l’uomo non lo fa con piena avvertenza e perfetto consenso della volontà?».

«Anche. Perciò chi può dire: “io non pecco”? Chi può sperare di aver pace in Abramo alla sua morte?».

Dio- Amore misericordioso.

60«Sono gli uomini perfetti nello spirito?».

«No. Perché Adamo peccò e noi abbiamo quella colpa in noi. Essa ci fa deboli. L’uomo ha perduto la Grazia del Signore, unica forza per reggerci…» 

61«E il Signore lo sa?».

«Egli tutto sa».

62«E allora credi tu che Egli non abbia misericordia tenendo conto di ciò che indebolisce l’uomo? Credi tu che Egli esiga dai colpiti ciò che poteva esigere dal primo Adamo? In ciò sta la differenza che voi non considerate. Dio è Giustizia, sì. É Potenza, sì. Può essere anche Rigore per l’impenitente che continua nel suo peccare. Ma quando Egli vede che un suo fanciullo – tutti fanciulli sulla Terra, che è un’ora di eternità per lo spirito, il quale si fa adulto al suo esame spirituale di maggiorenne eterno nel giudizio particolare – quando Egli vede che un suo fanciullo manca perché svagato, perché tardo nel saper discernere, perché poco istruito, perché debole tanto in una o in più cose, pensi tu che il Padre Santissimo lo possa giudicare con inesorabile rigore?

L’Amore di Dio è rifugio dell’anima dopo il peccato

63Tu lo hai detto. L’uomo ha perduto la Grazia, forza per reagire alla Tentazione e agli appetiti. E Dio lo sa. E non bisogna tremare di Dio e fuggirlo come Adamo dopo la colpa. Ma ricordarsi che Egli è Amore. Il suo volto splende sugli uomini, ma non per incenerirli. Bensì per confortarli come il sole conforta coi suoi raggi. L’amore, non il rigore raggia da Dio. Raggi di sole, non saettar di fulmini. E del resto… Cosa, di suo, ha imposto l’Amore? Una soma che non si può portare? Un codice dagli innumerabili capitoli che si possono dimenticare? No. Dieci soli comandi[72]. Per tenere l’animale uomo imbrigliato come puledro che senza briglie va a rovina.

La Legge ultima sarà perfetta come Dio

64Ma quando l’uomo sarà salvato, quando gli sarà resa la Grazia, quando sarà il Regno di Dio, ossia il Regno dell’amore, ai figli di Dio e sudditi del Re sarà dato un solo comando e in esso tutto sarà: “Ama il tuo Dio con tutto te stesso e il tuo prossimo come te stesso”. Perché credi, o uomo, che Dio-Amore non può che alleggerire il giogo e renderlo dolce, e l’amore renderà dolce il servire Dio, non più temuto, ma amato. Amato soltanto, amato per Sé stesso e amato nei fratelli nostri. Come sarà semplice la Legge ultima! Così come è Dio, che è perfetto nella sua semplicità. Senti: ama Dio con tutto te stesso, ama il tuo prossimo come te stesso.

Le leggi religiose sono schiavitù verso Dio

65Medita. I pesanti sei centotredici precetti e tutte le preghiere e benedizioni non sono già enumerate in queste due frasi, spogliandosi dei cavilli inutili che non sono religione, ma schiavitù verso Dio? Se ami Dio, certo lo onori a tutte le ore. Se ami il prossimo, certo non fai cosa a lui dolorosa. Non menti, non rubi, non uccidi o ferisci, non sei adultero. Non è così?».

Gesù riconosce ad ognuno il suo

56«Così è… Maestro giusto, io vorrei stare con Te. Ma Gamaliele ha già perso per Te i migliori discepoli… Io…».

57«Non è ancora l’ora che tu venga a Me. Quando essa sarà, il tuo stesso maestro te lo dirà, perché egli è un giusto».

«Lo è, vero? Tu lo dici?».

68«Lo dico perché è verità. Non sono uno che abbatte per alzarsi sull’abbattuto. Riconosco ad ognuno il suo… Ma ci chiamano… Certo hanno trovato gli alloggi per noi. Andiamo…

472. La nuova Legge e la richiesta insidiosa di un giudizio su un fatto accaduto a Giscala[73].

Cosa vuol dire afferrare il Messia.

Umanità di Pietro quanta!

1«Non mi piace per niente questa sosta con quell’uomo che si è unito a noi…», brontola Pietro che è con Gesù in un folto orto-frutteto.

2Deve essere già il pomeriggio del sabato, perché il sole è ancora alto, mentre era già crepuscolo quando erano arrivati al paese.

3«Dopo le preghiere partiremo. É sabato. Non si poteva camminare. E ci ha fatto bene questo riposo. Non sosteremo più sino al prossimo sabato».

«Ma Tu hai poco riposato. Tutti quei malati!»

4«Tanti che ora lodano il Signore. Per risparmiarvi tanta strada avrei sostato qui due giorni per dar tempo ai guariti di portare la notizia oltre confine. Ma non avete voluto».

5«No! No! Vorrei già essere lontano. E.… non ti fidare troppo, Maestro. Tu parli! Tu parli! Ma sai che ogni tua parola in certe bocche si muta in veleno per Te? Perché ce lo hanno mandato?».

6«Tu lo sai».

«Sì. Ma perché c’è rimasto?».

7«Non è il primo che rimane dopo avermi avvicinato».

Pietro scuote il capo, non è persuaso. E mastica: «Una spia!… Una spia! …».

8«Non giudicare, Simone. Potresti pentirti un giorno del tuo giudizio attuale…».

«Non giudico. Ho paura. Per Te. E questo è amore. E l’Altissimo non mi può punire di amarti».

9«Non dico che ti pentiresti di questo, ma di aver pensato male di un tuo fratello».

«Lui è fratello di quelli che ti odiano. Perciò non è mio fratello».

10La logica, umanamente, è giusta, ma Gesù osserva: «É discepolo di Gamaliele. Gamaliele non è contro Me».

«Ma neppure è con Te».

11«Chi non è contro è con Me[74], anche se non sembra. Non si può pretendere che un Gamaliele, il più grande dottore che abbia Israele, oggi, un pozzo di sapere rabbinico, una vera miniera nella quale sono tutte le… sostanze della scienza rabbinica, possa prontamente ripudiare tutto per prendere… Me. Simone, è difficile anche a voi prendere Me lasciando tutto il passato…».

«Ma noi ti abbiamo preso!».

Afferrare Gesù è afferrare la sua dottrina.

12«No. Sai cosa è prendere Me? Non è amarmi e seguirmi soltanto. Questo è molto merito dell’Uomo che sono e che attira le vostre simpatie. Prendere Me è prendere la mia dottrina, che è uguale all’antica nella Legge divina, ma che è completamente diversa da quella legge, da quell’ammasso di leggi umane che sono venute accumulandosi nei secoli, formando tutto un codice e un formulano che di divino non ha nulla. Voi, tutti gli umili in Israele, e anche qualche grande molto giusto, vi lamentate e criticate le sottigliezze formalistiche degli scribi e farisei, le loro intransigenze e durezze… ma non ne siete immuni voi pure. Non è colpa vostra. In secoli e secoli avete, voi ebrei, assimilato lentamente le… esalazioni umane dei maneggiatori della pura e sovrumana Legge di Dio. Tu sai. Quando uno continua per anni e anni a vivere in un certo modo diverso da quello natio, perché in paese non suo, e ci vivono i suoi figli e i figli dei figli, avviene che la sua progenie finisce per divenire come quella del luogo in cui si trova. Si acclimata tanto da perdere persino l’aspetto fisico nazionale, oltre che le abitudini morali e, purtroppo, anche da perdere la religione dei padri… Ma ecco gli altri. Andiamo alla sinagoga». 

Il Messia, un perfetto fedele israelita.

«Parli Tu?».

13«No. Sono un semplice fedele. Ho parlato coi miracoli questa mattina…».

14«Purché ciò non sia stato nocivo…». Pietro è proprio scontento e impensierito, ma segue il Maestro, che si è unito agli altri apostoli e che viene raggiunto per via dall’uomo di Giscala e da altri, forse del paese. Nella sinagoga il sinagogo, con deferenza, si volge a Gesù dicendo: «Vuoi spiegare, o Rabbi, la Legge?».

15Ma Gesù ricusa e, come un semplice fedele, segue tutte le cerimonie, baciando come gli altri il rotolo che porge il vice sinagogo (dico così perché non so come si chiami questo aiutante del sinagogo) ed ascoltando la spiegazione del punto scelto dal sinagogo. Certo però che, se anche non parla, il suo aspetto è già una predica per il modo come prega… Molti lo guardano. Il discepolo di Gamaliele non lo perde d’occhio un minuto. E gli apostoli non perdono d’occhio il discepolo, sospettosi come sono.

16Gesù non si volge neppure quando su una soglia della sinagoga succede del brusio che fa distrarre molti. Ma il rito ha fine e la gente esce sulla piazza dove è la sinagoga. Gesù, per quanto fosse più verso il fondo che verso la cima della sinagoga, esce uno degli ultimi e si dirige verso la casa per prendere la sacca e partire. Molti del luogo lo seguono e fra essi il discepolo di Gamaliele, che viene chiamato, un certo momento, da tre addossati ad una casa. Parla con essi e con essi si fa largo verso Gesù.

Il Messia inquisito.

Tre scribi osservanti.

17«Maestro, costoro ti vogliono parlare», dice richiamando l’attenzione di Gesù che parlava con Pietro e suo cugino Giuda.

«Scribi! L’avevo detto!», esclama Pietro già turbato.

18Gesù saluta profondamente i tre che lo salutano e chiede: «Che volete?».

19Parla il più anziano: «Non sei venuto. Noi veniamo. E perché nessuno pensi che abbiamo peccato nel sabato, diciamo a tutti che abbiamo diviso la strada in tre tempi. Il primo sinché l’ultima luce del tramonto ebbe vita. Il secondo, di sei stadi, mentre la luna illuminava i sentieri. Il terzo ha termine ora e non ha superato la misura legale. Questo per le nostre e vostre anime. Ma per il nostro intelletto ti chiediamo la tua sapienza. Sei a conoscenza di quanto è accaduto nella città di Giscala?».

20«Vengo da Cafarnao. Nulla so».

Cronaca nera

21«Odi. Un uomo, che si era assentato per lunghi affari dalla sua casa, tornando seppe che nella sua assenza la moglie lo aveva tradito e sino al punto da partorire un figlio, che non poteva essere del marito perché egli è stato assente per quattordici mesi. L’uomo ha ucciso occultamente la moglie. Ma, denunciato da uno che seppe dalla serva, secondo la legge d’Israele è stato ucciso. L’amante, che secondo la legge dovrebbe essere lapidato, si è rifugiato a Cedes e certamente cercherà di raggiungere da lì altri luoghi. Il bastardo, che il marito voleva, per uccidere esso pure, non fu consegnato dalla donna che lo allattava, la quale è andata a Cedes per commuovere il vero padre del lattante a occuparsi di suo figlio, perché il marito della nutrice si oppone a tenere il bastardo in casa. Ma l’uomo l’ha respinta insieme al figlio, dicendo che esso gli sarebbe di ostacolo nella fuga. Secondo Te, come giudichi il fatto?».

22«Non trovo che sia più giudicabile. Ogni giudizio, giusto od ingiusto, è già stato dato».

23«Quale, secondo Te, il giudizio giusto e quale l’ingiusto? È sorta divergenza fra di noi circa il supplizio dell’omicida».

Esame della situazione.

24Gesù li guarda fisso fisso uno dopo l’altro. Poi dice: «Io parlerò. Ma prima rispondete alle mie domande, quale che sia il loro peso. E siate sinceri. L’uomo omicida della moglie era del luogo?».

25«No. Vi si era stabilito da quando aveva sposato la donna, che era del luogo». 

26«L’adultero era del luogo?».

«Sì»

27«Come l’uomo tradito seppe di esserlo? Era pubblica la colpa?».

«No, veramente, e non si capisce come l’uomo poté saperlo. La donna si era assentata da mesi, dicendo che per non stare sola andava a Tolemaide da parenti suoi, e tornò dicendo che aveva preso seco il figliolino di una parente morta».

28«Quando era in Giscala era sfacciata la sua condotta?».

«No. Anzi, tutti stupimmo che Marco fosse in relazione con lei».

«Il mio parente non è peccatore. É uno accusato innocente», dice uno dei tre, che non ha ancora mai parlato.

29«Era tuo parente? Chi sei?», chiede Gesù.

«Il primo degli Anziani di Giscala. Per questo ho voluto morto l’omicida, perché uccise non solo, ma uccise un innocente», e guarda bieco il terzo, che è sui quarant’anni e che ribatte: «La Legge dice che sia ucciso l’omicida».

30«Tu volevi morta la donna e l’adultero».

«Così è la Legge».

31«Se non c’era altra ragione, nessuno avrebbe parlato».

32La disputa si accende fra i due antagonisti, che quasi dimenticano Gesù. Ma quello che ha parlato per primo, il più vecchio, impone silenzio dicendo, imparziale: «Non si può negare che l’omicidio sia stato consumato, come non si può negare che la colpa ci sia stata. La donna l’ha confessata al marito. Ma lasciamo parlare il Maestro».

33«Io dico: come il marito lo seppe? Non mi avete risposto».

Quello che difende la donna dice: «Perché ci fu chi parlò non appena il marito fece ritorno».

34«E allora Io dico che costui non era puro nel suo animo», dice Gesù abbassando le palpebre a velare il suo sguardo perché non accusi.

 

Un bacano da mercato.

Ma quello di quarant’anni, e che voleva la morte della donna e dell’adultero, scatta: «Io non avevo nessuna fame di lei».

35«Ah! ora è chiaro! Sei stato tu che hai parlato! Lo sospettavo, ma ora ti sei tradito! Assassino!».

«E tu favoreggiatore dell’adultero. Se tu non lo avessi avvertito, non ci sarebbe sfuggito. Ma è tuo parente! Così si fa la giustizia in Israele! Per questo difendi anche la memoria della donna: per difendere il parente. Di lei sola non ti preoccuperesti».

36«E tu, allora? Tu, che hai gettato l’uomo contro la donna per vendicarti delle sue ripulse?».

37«E tu che, unico, hai testimoniato contro l’uomo? Tu che pagavi una serva in quella casa perché ti favorisse? Non è valido il testimonio unico. Lo dice la Legge».

Un baccano da mercato!

38Gesù e il vecchione cercano calmare i due che rappresentano due interessi e due correnti opposte e che svelano un odio insanabile fra due famiglie. Ci riescono a fatica e ora parla Gesù, calmo, solenne, e per prima cosa si difende dall’accusa venuta da uno dei contendenti: «Tu che proteggi le prostitute…»

Un giudizio del Messia Gesù.

Premesse del giudizio

39«Io non solo dico che l’adulterio consumato è delitto contro Dio e il prossimo, ma dico: anche colui che ha desideri impuri per la moglie di un altro è adultero nel suo cuore e commette peccato. Guai se ogni uomo che ha desiderato la donna d’altri dovesse venire messo a morte! I lapidatori dovrebbero avere sempre le selci in mano. Ma se il peccato resta molte volte impunito dagli uomini sulla Terra, il peccato sarà scontato nell’altra vita, perché l’Altissimo ha detto: “Non fornicherai e non desidererai la donna d’altri”, e parola di Dio va ubbidita. Però anche dico: “Guai a colui per il quale si commette uno scandalo e guai al delatore del suo prossimo”. Qui si è mancato da parte di tutti. Del marito. Aveva proprio necessità di abbandonare la moglie per tanto tempo? L’aveva trattata sempre con quell’amore che conquista il cuore della compagna? Ha esaminato sé stesso per vedere se, prima di lui dalla donna, non era stata offesa la donna da lui? La legge del taglione dice: “Occhio per occhio, dente per dente”. Ma se lo dice per esigere riparazione, deve questa esser data da un solo? Io non difendo l’adultera. Ma dico: quante volte ella avrebbe potuto accusare di questo peccato il suo consorte?».

La gente sussurra: «É vero! É vero!», e approvano anche il vecchio di Giscala e il discepolo di Gamaliele.

40Gesù prosegue: «…Io dico: come non ha temuto Dio colui che per vendetta ha causato tanta tragedia? L’avrebbe voluta in seno alla sua famiglia? Io dico: l’uomo che è fuggito e che, dopo aver goduto e causato rovine, ora ripudia anche l’innocente, crede fuggendo di salvarsi dal Vendicatore eterno? Questo Io dico.

La giustizia nuova.

41E dico ancora. La Legge esigeva la lapidazione degli adulteri e l’uccisione dell’omicida. Ma un giorno verrà che la Legge, necessaria per trattenere la violenza e la lussuria degli uomini non fortificati dalla Grazia del Signore, sarà modificata, e se resteranno i comandamenti: “Non ammazzare e non commettere adulterio”, le sanzioni contro questi peccati saranno rimesse ad una giustizia più alta che non quella dell’odio e del sangue. Una giustizia rispetto alla quale la superstite e sempre fallace e immeritevole giustizia dei giudici umani, tutti e forse più volte adulteri, se non omicidi, sarà meno che nulla. Parlo della giustizia di Dio, che chiederà ragione agli uomini anche dei desideri impuri dai quali vengono le vendette, le delazioni, gli omicidi, e soprattutto chiederà ragione del perché vengono negate ai colpevoli le ore per redimersi, e perché agli innocenti viene imposto di portare il peso delle colpe altrui. Tutti colpevoli qui. Tutti. Anche i giudici mossi da opposti moti di vendetta personale. Uno solo l’innocente. E a questo va la mia pietà. Io non posso tornare indietro. Ma chi di voi sarà caritatevole al pargolo ed a Me che soffro per lui?».

Padre di quelli che non hanno padre.

42Gesù guarda la folla con occhi di mesta preghiera.

In molti dicono: «Che vuoi? Però ricorda: è un bastardo».

43«A Cafarnao vi è una donna di nome Sara. É di Afeca. Una mia discepola. Portatele il fanciullo e ditele: “Gesù di Nazareth te lo affida”. Quando il Messia che attendete avrà fondato il suo Regno e messo le sue leggi, che non annullano la Parola del Sinai ma ne danno il compimento con la carità, i bastardi non saranno più senza madre, perché Io sarò il Padre di quelli che non hanno padre e dirò ai miei fedeli: “Amate questi per amore di Me”. E altre cose saranno mutate, perché la violenza verrà sostituita dall’amore.

Gesù venuto a perfezionare la Legge.

44Voi credevate forse che, interrogandomi, Io negassi la Legge. E per questo mi avete cercato. Dite a voi stessi e a chi vi ha mandato che Io sono venuto a perfezionare la Legge, non mai a negarla. Dite a voi e agli altri che Colui che predica il Regno di Dio non può certo insegnare ciò che nel Regno di Dio sarebbe orrore e non potrebbe essere accolto perciò.

Gesù profeta simile a Mosè

45Dite anche a voi e agli altri di ricordare il Deuteronomio: “Il Signore Dio tuo ti susciterà della tua nazione, dei tuoi fratelli, un profeta. Ascoltalo. Così chiedesti al Signore Dio tuo presso l’Oreb e dicesti: ‘Che io non senta più la voce del Signore mio Dio e non venga più questo grandissimo fuoco e non muoia’[75]. E il Signore mi disse: ‘Hanno detto bene, ed Io susciterò loro, di mezzo ai loro fratelli, un profeta simile a te, e porrò le mie parole nella sua bocca, ed egli dirà loro tutto quello che Io gli avrò comandato. E se qualcuno non vorrà ascoltare le parole che egli dirà in mio nome, Io ne farò vendetta”‘[76].

Dio vi ha mandato il suo Verbo

46Dio vi ha mandato il suo Verbo perché parlasse senza che la sua voce vi uccidesse. Tanto era stato già detto da Dio all’uomo, già più che l’uomo non meritasse di udire da Dio. Tanto con la Legge del Sinai e coi profeti. Ma tanto ancora andava detto, e Dio lo ha serbato per il suo profeta del tempo di Grazia, per il Promesso al suo popolo, nel quale è la Parola di Dio e nel quale sarà compito il perdono.

Fondatore del Regno di Dio

47Fondatore del Regno di Dio, Egli codificherà la Legge coi nuovi precetti di amore, perché il tempo dell’amore è venuto. E non chiederà vendetta all’Altissimo per chi non lo ascolta, ma solo che il fuoco di Dio sciolga il granito dei cuori e la Parola di Dio possa penetrarli e fondarvi il Regno, che è Regno dello spirito come il Re di esso è Re spirituale. A chiunque amerà il Figlio dell’uomo, il Figlio dell’uomo darà Via, Verità, Vita per andare a Dio, conoscerlo e vivere la Vita eterna. A chiunque accetterà la mia parola si apriranno in lui sorgenti di luce, per cui conosceranno il senso nascosto delle parole della Legge e vedranno che i divieti non sono minacce ma inviti di Dio, che vuole gli uomini beati e non dannati, benedetti e non maledetti.

Sentenza del Giudice e Salvatore Gesù

48Una volta di più, di una cosa ormai risolta, come la santità non l’avrebbe risolta, voi avete fatto strumento inquisitore per cogliermi in peccato. Ma Io so di non peccare. E non temo dicendo il mio pensiero che è questo: l’uomo omicida ha scontato, con il disonore prima e la morte poi, l’aver fatto del guadagno la mèta della sua vita. La donna ha scontato con la morte il suo peccato e – ciò vi farà stupore ma così è – e la sua confessione, nell’intento di piegare il marito a pietà per l’innocente, ha diminuito il suo peso presso Dio. Gli altri – tu e tu, e chi è fuggito senza pietà neppure per la sua creatura – siete maggiormente colpevoli dei due primi. Mormorate? Voi non avete espiato con la morte, e in voi non erano le attenuanti del marito tradito e non sono le attenuanti dell’essere trascurata e della confessione della donna. E tutti avete un peccato, tutti meno la nutrice dell’innocente. Quello di respingere questo innocente come un male vergognoso. Avete saputo uccidere l’omicida. Avreste saputo uccidere anche gli adulteri. Ciò che è giustizia severa l’avete saputo fare e l’avreste saputo fare. Ma non uno ha saputo e sa aprire le braccia alla pietà per l’innocente. Ma non siete responsabili completamente. Non sapete… Non sapete mai di preciso quello che fate e quello che andrebbe fatto. E in ciò è la vostra scusante.

 Solo Gesù giudica con giustizia

49Quando questo discepolo di Gamaliele è venuto a Me, mi ha detto: “Vieni. Ti vogliono interrogare su un fatto di cui durano le conseguenze”. Le conseguenze sono l’innocente. Ebbene? Ora che sapete il mio pensiero, mutate forse il vostro giudizio là dove ancora è mutabile? A costui Io ho detto: “Io non giudico. Io perdono”. Gamaliele ha detto: “Solo Gesù di Nazareth giudicherebbe con giustizia qui”. Io, come ho detto a costui, avrei consigliato tutti, dico tutti, di attendere a colpire dopo un attento esame e dopo che le passioni fossero calmate. Molte cose potevano essere mutate senza offendere la Legge. La cosa è avvenuta, ormai. E Dio perdoni a chi si è pentito o si pentirà di essa. Non ho altro da dire. Ossia ho ancora una cosa: Dio vi perdoni una volta ancora di aver tentato il Figlio dell’uomo».

Barnaba un frutto ancora acerbo.

50«Non io, Maestro! Non io! Io… Amo rabbi Gamaliele come un discepolo deve amare il suo maestro: più di un padre. Più, perché un rabbi forma l’intelletto, che è più grande cosa della carne. E…. non posso lasciare il mio rabbi per Te. Ma ecco. Per salutarti non trovo che le parole del cantico di Giuditta. Fioriscono dal fondo del cuore, perché ho sentito giustizia e sapienza in tutte le tue parole. “Adonai, Signore, Tu sei grande e magnifico nella tua possanza. Nessuno può superarti. Nessuno può resistere alla tua voce. Quelli che ti temono saranno innanzi a Te in tutto!” …Signore, io scenderò a Cafarnao dalla donna che Tu dici… E tu prega per me, perché il mio granito si sciolga e vi penetri la Parola che fonda il Regno di Dio in noi… Ora ho capito. Noi ci inganniamo. E noi discepoli siamo i meno colpevoli…».

43«Che dici, o stolto?», interrompe violento l’Anziano di Giscala volgendosi al discepolo di Gamaliele.

44«Che dico? Dico che ha ragione il mio maestro. E chi tenta Costui al regno temporale è un satana, perché Costui è un vero Profeta dell’Altissimo e la Sapienza parla sulle sue labbra. Dimmi, Maestro, che devo fare?».

«Meditare».

«Ma…».

45«Meditare. Sei un frutto acerbo. E vai innestato anche. Pregherò per te. Venite voi…». E, con gli apostoli carichi delle sacche, inizia il suo cammino lasciando dietro Sé i commenti. 

473. Guarigione di un bambino cieco di Sidone e un insegnamento per
le mogli di oggi
[77].

Esperienza carismatica sulla Assunzione.

Una casetta a un sol piano

1Nella penosissima serata di ieri e nell’ancor più penosa notte, durante la quale le sofferenze cardiache non mi hanno dato tregua, sono stata confortata dalla contemplazione dell’Assunzione della Vergine che già le ho descritta.

2E’ proprio una casetta a un sol piano, il terreno, sormontata da una terrazza come le case d’Oriente. Un cubo bianchissimo semplicissimo di calcina, interrotto dalle sole porte che danno certo anche luce alle stanzette. Dico stanzette perché, dato che è un cubo di sì e no sei metri di lato, non può certo avere dei grandi ambienti. La casetta è in mezzo a degli ulivi, dei grossi e folti ulivi. I tronchi sembrano ancora più scuri rispetto al bianco della casetta che sorge in una piccola radura fra gli alberi che le sono lontani un due metri al massimo.

Ambiente messo a luogo di dormizione

3La prima volta che ebbi la visione, tanto ero intenta ad osservare gli angeli sulla terrazza che non avevo osservato molto i particolari. Avevo guardato la casetta e chi c’era sopra e chi ne usciva. E basta. Direi che la Mamma non era stata portata fuori dalla casa dove si era addormentata. Forse era di proprietà di Giovanni? 0 di un parente dello stesso? Ho l’im­pressione che il Prediletto abbia messo a luogo di dormizione un ambiente della casa per non separarsi dalla Madre del Salvatore, e ciò anche per una sua convinzione sulla incorruttibilità di Maria.

4. Ecco perché allora essa è in questa casetta che, data la sua posizione in un uliveto, potrebbe essere stata un frantoio con annessa abitazione del proprietario. Non so perché io pensi così. Ma è così netta la mia persuasione che penso mi venga dal mio interno ammonitore. Se fossi in errore Gesù me la correggerebbe.

5Il resto della visione è tutto uguale alla prima. Insomma fuorché il partico­lare degli ulivi non vi è nessuna differenza o aggiunta.

 

Bellezza della Mamma

6Mi beo della luce candidissima dello stuolo angelico e della bellezza della Mamma che dorme fra le braccia angeliche e si sveglia nella luce che piove dal Paradiso per sorridere al Figlio che scende ad accoglierla…

7Questa dolcezza, senza assopire il dolore fisico, me lo rende sopporta­bile perché l’anima, beata, la vince, col suo gaudio, anche sui dolori fisici.

8Poi viene l’alba e una larva di riposo… poi viene l’Ave Maria che mi sveglia. Dicendo, fra il dormiveglia, il primo dei tre Angelus, sorrido al ricordo della gloriosa visione. E poi ripeto ad ogni toccheggiare di campane per la prima Messa, l’Angelus. Mi veniva spontaneo di fare così…

Quando le parole di Gesù scendono fino al cuore

9E dopo, nel silenzio della casa che dorme ancora, ripenso alle visioni dei giorni passati, alle parole di Gesù… e mi pare di avere sulle labbra il miele e che esso scenda fino al cuore. Quanto conforto, quanta pace per noi, poveri peccatori, danno quelle parole! Vorrei che tutto il mondo le udisse. Ma udite come le odo io, che posso trascriverle ma non posso far sentire l’amore, la pietà, la maestà della voce del mio Signore. Se il più duro dei peccatori, il più disperato dei disperati, il più vizioso degli uomini udisse Gesù quando parla, si convertirebbe, spererebbe, si salverebbe.

    10Io ho in me questo tesoro… Non ho che da volere scegliere per trovare la gemma che cerco in quel momento. Me ne ha date di ogni qualità. Per tutte le contingenze e gli stati e bisogni del mio cuore nei diversi momenti del giorno. Io non posso ricordare parola per parola le parole che Egli mi dice da sedici mesi, è naturale! Ma come uno che ha mangiato un succosissimo frutto, anche dopo ore che ne ha gustato risente sulla lingua e sul palato la freschezza e la bontà di quel frutto, così io porto in me il succo delle sue parole e lo ritrovo subito, per mia gioia, quando ne voglio.

Gesti-base che hanno valore di parola

11Così non posso ricordare tutti i gesti visti nelle visioni. Ma vi sono in ogni visione quei dati gesti che più mi colpiscono: i gesti-base, dirò, quelli che da sé soli hanno valore di parola, e quelli li ritrovo subito al momento nello sperare, nell’avere sconfinata fiducia nel mio Signore.

12Come dimenticare certi sguardi, certi gesti, certi sorrisi? Potrei nominargliene alcuni… ma ho poca forza, oggi, meno del solito, e Gesù mi apre una visione proprio ora.

Guarigione di un bambino cieco di Sidone.

Sulla piazza della sinagoga.

13Vedo Gesù che, circondato dagli apostoli e da popolo, esce da una sinagoga. Capisco che è una sinagoga perché dalla porta spalancata vedo lo stesso ammobigliamento che ho visto in quella di Nazareth, in una delle visioni preparatorie alla Passione.

14La sinagoga è sulla piazza centrale del paese. Una piazza nuda, senza altro che case intorno, una vasca al centro, alimentata da una fontana che getta una bell’acqua limpida da un’unica bocca fatta di una pietra scavata a tegolo. La vasca serve ad abbeverare i quadrupedi e i molti colombi che svolazzano da casa a casa, la fonte ad empire le brocche delle donne, belle anfore di rame, molte lavorate a martello, altre lisce, che splendono al sole. Perché vi è sole e caldo. La terra della piazza è asciutta, giallognola come è quando un gran sole la secca. Non vi è neanche un albero sulla piazza. Ma ciuffi di fichi e tralci d’uva traboccano dai muretti degli orti, che si allungano nelle quattro vie che sboccano sulla piazza. Deve essere una fine d’estate e una fine di giornata. Perché sulle pergole vi è uva matura e il sole non cade a perpendicolo ma ha i raggi obliqui del tramonto.

15Sulla piazza dei malati attendono Gesù. Non vedo però fra questi nessun miracolo. Egli passa, si curva su loro, li benedice e conforta, ma non li risana, almeno in quel momento. Vi sono anche donne con dei bambini e uomini di ogni età. Paiono noti al Salvatore, perché Egli li saluta a nome ed essi gli si affollano intorno con confidenza. Gesù carezza i bambini curvandosi amorosamente su loro.

Una donna di Sidone.

16In un angolo della piazza è una donna con un bambino o bambina (sono vestiti tutti di una uguale tunichella a colori chiari). Non pare del luogo. Direi che è di condizione sociale più elevata degli altri. La veste è più lavorata, con galloni e pieghe; non è la semplice tunica delle popolane, che ha un cordone alla vita per unico ornamento e modellatura della veste. Questa donna ha invece un abito più complicato che, senza essere il capolavoro di vestiario che erano quelli della Maddalena, è già molto aggraziato. In testa un velo leggero, molto più di quello che hanno le altre, il quale non è che un lino sottile, mentre questo invece è quasi una mussola tanto è lieve. Esso è appuntato a metà testa, con grazia, e lascia vedere e intravvedere la capigliatura castana ben pettinata, con ciocche intrecciate semplicemente ma con una cura più esperta di quella delle altre donne, che hanno delle trecce in groppo sulla nuca o passate a cerchio sul capo. Sulle spalle un mantello vero e proprio, ossia una stoffa non so se cucita o tessuta in tondo, che intorno al collo ha un gallone finito in una fermatura d’argento. La stoffa del mantello cade ampia sino al malleolo con belle pieghe.

17La donna ha per mano il bambino o bambina che ho detto. Un bel bambino di un sette anni circa. É anche robusto, ma per niente vivace. Sta quieto quieto, a capo chino, per mano della mamma, senza occuparsi di quanto avviene.

18La donna guarda, ma non osa avvicinarsi al gruppo che si è stretto intorno a Gesù. Pare indecisa, in contrasto fra la voglia di andare e la tema di farsi avanti. Ma poi decide una cosa di mezzo: attirare l’attenzione di Gesù. Vede che Questo ha preso fra le braccia un bambolone tutto roseo e ridente che una madre gli ha offerto e che, parlando ad un vecchietto, se lo stringe al cuore con moto di cuna. Si curva sul suo bambino e gli dice qualche cosa.

19Il bambino alza il capo. Vedo allora un visetto triste, dagli occhi chiusi. É cieco. «Pietà di me, Gesù!», dice. La vocina infantile incrina l’aria ferma della piazza e va, col suo lamento, sino al gruppo.

20Gesù si volge e vede. Si muove subito. Con una sollecitudine amorosa. Non consegna neppure il pargolo, che ha in braccio, alla madre. Va, alto e bellissimo, verso il povero ciechino, che dopo il suo grido ha riabbassato il capo, inutilmente sollecitato dalla madre a ripetere il grido.

Un bambino nato senza occhi.

21Gesù è di fronte alla donna. La guarda. Anche lei lo guarda; poi, timidamente, china lo sguardo. Gesù l’aiuta. Ha reso l’infante, che aveva in braccio, alla donna che glielo aveva porto.

22«Donna, è tuo questo figlio?».

«Sì, Maestro, è il mio primogenito».

23Gesù lo accarezza sulla testolina chinata. Gesù pare non abbia visto la cecità del piccolo. Ma penso che lo faccia di proposito per far formulare alla madre la sua richiesta.

24«L’Altissimo ha dunque benedetto la tua casa con numerosa prole e dandoti per primo il maschio sacro al Signore».

«Ho un maschio solo, questo, e tre altre bambine. E non ne avrò altri…». Un singhiozzo.

25«Perché piangi, donna?».

«Perché il mio maschio è cieco, Maestro!»

26«E tu vorresti che egli vedesse. Puoi credere?».

«Credo, Maestro. Mi hanno detto che Tu hai aperto gli occhi che erano chiusi. Ma il mio bambino è nato con occhi seccati. Guardalo, Gesù. Sotto le palpebre non c’è nulla…».

27Gesù alza verso di Sé il visetto precocemente serio e guarda sollevando col pollice le palpebre. Un vuoto è di sotto. Torna a parlare tenendo alzato con una mano il visetto verso di Sé.

28«Perché sei venuta, allora, donna?».

«Perché… lo so che è più difficile per il mio bambino… ma se è vero che Tu sei l’Atteso, Tu lo puoi fare. Il Padre tuo ha fatto i mondi… Non potresti Tu fare due pupille alla mia creatura?».

29«Tu credi che Io vengo dal Padre, Signore Altissimo?».

«Credo questo e che Tu tutto possa».

«Vedi! Lo voglio! E loda il Signore!».

30Gesù la guarda come per valutare quanta fede sia in lei e di che purezza sia tal fede. Ha un sorriso. Poi dice: «Bambino, vieni a Me», e lo conduce per mano su un muretto alto un mezzo metro, che si alza dalla strada a una casa, una specie di spalletta per riparare questa dalla via che ha una svolta in quel punto.

31Quando il bambino è ben sicuro su quel rialzo, Gesù si fa serio, imponente. La folla si accalca intorno a Lui, al bambino e alla madre trepidante. Io vedo Gesù di lato, di profilo. Tutto paludato nel suo mantello blu scurissimo sulla veste appena un poco più chiara, ha un viso ispirato. Pare più alto e fin più robusto, come sempre quando sprigiona una potenza di miracolo. E questa volta è una delle volte che mi pare più imponente. Pone le mani sul capo del bambino, le mani aperte, ma coi due pollici si appoggia alle orbite vuote. Alza il capo e prega intensamente ma senza muovere labbro. Un colloquio, certo, col Padre suo. Poi dice: «Vedi! Lo voglio! E loda il Signore!», e alla donna: «Sia premiata la tua fede. Eccoti il figlio che sarà il tuo onore e la tua pace. Mostralo a tuo marito. Egli tornerà al tuo amore e nuovi giorni felici conoscerà la tua casa».

Testimonianza.

32La donna, che ha già avuto un grido acutissimo di gioia vedendo che, levati i pollici divini, dalle occhiaie vuote due splendidi occhi azzurro cupo come quelli del Maestro la fissano stupiti e felici sotto la frangia dei morati capelli, ha un altro grido e, pur tenendo il figlio serrato contro il cuore, si inginocchia ai piedi di Gesù dicendo: «Anche questo sai? Ah! Tu sei veramente il Figlio di Dio», e gli bacia la veste e i sandali, e poi si alza trasfigurata di gioia e dice: «Udite tutti. Io vengo dalla lontana terra di Sidone. Sono venuta perché un’altra madre mi ha parlato del Rabbi di Nazareth. Mio marito, giudeo e mercante, ha in quella città i suoi empori per il commercio con Roma. Ricco e fedele alla Legge, non mi amò più da quando io, dopo avergli dato un maschio infelice, gli ho partorito tre femmine e poi sono divenuta sterile. Egli si è allontanato dalla sua casa ed io, senza essere ripudiata, ero nelle stesse condizioni di una ripudiata, e già sapevo che egli voleva disfarsi di me per avere da altra donna un erede capace di continuare il commercio e godere delle ricchezze paterne. Prima di partire sono andata dallo sposo e gli ho detto: “Attendi, signore. Attendi che io torni. Se tornerò col figlio ancor cieco, ripudiami. Ma altrimenti non ferire a morte il cuor mio e negare un padre ai figli tuoi”. Ed egli mi ha giurato: “Per la gloria del Signore, donna, io ti giuro che se mi riporti il figlio sano – non so come potrai fare, poiché il tuo ventre non seppe dargli occhi – io tornerò a te come ai giorni del primo amore”. Il Maestro non poteva sapere nulla del mio dolore di sposa, eppure mi ha consolata anche in questo. Gloria a Dio e a Te, Maestro e Re». La donna è daccapo in ginocchio e piange di gioia.

33«Va’. Di’ a Daniele, tuo marito, che Colui che ha creato i mondi ha dato due chiare stelle per pupille al piccolo sacro al Signore. Perché Dio è fedele alle sue promesse ed ha giurato che chi crede in Lui vedrà ogni sorta di prodigio. Sia ora fedele lui al giuramento che ha fatto e non commetta peccato di adulterio. Di’ questo a Daniele. Va’. Sii felice. Benedico te e questo fanciullo, e con te chi ti è caro».

34La folla ha un coro di lodi e di felicitazioni, e Gesù entra in una casa vicina come per riposare.

35La visione cessa così. E le assicuro che mi ha profondamente colpita.

Lezione per le famiglie[78].

Potenza della fede.

Dice Gesù:

36«Dio, per coloro che hanno fede in Lui, supera sempre le richieste dei figli e dà più ancora. Credilo questo e credetelo tutti. Alla donna che da Sidone era venuta a Me con le due spade infisse nel segreto del cuore e, poiché svelare certe intime sventure è più penoso che dire: “Sono malato”, non osa che dirmene il nome di una, Io do anche il secondo miracolo.

37Agli occhi del mondo sarà parso, e sembrerà tuttora, che sia molto più facile rendere concordia a due sposi separati da un motivo che ormai è superato, e felicemente, che non dare due pupille a due occhi nati senza pupilla. Ma no. Non è così. Fare due pupille per il Signore e Creatore è cosa semplicissima, come rendere ad un cadavere il soffio della vita. Il Padrone della vita e della morte, il Padrone di tutto quanto è nel creato, non manca certo di soffio vitale da rinfondere ai morti e di due gocce d’umore per un occhio essiccato. Basta che voglia, che può. Perché ciò dipende dal volere di Lui solo. Ma, quando si tratta di concordia fra uomini, ci vuole la “volontà” degli uomini unita al desiderio di Dio. Dio non violenta che raramente la libertà umana[79]. In via di massima vi lascia liberi di agire come volete.

38Quella donna, vivente in paese di idolatri e rimasta credente come lo sposo nel Dio dei suoi padri, merita già benignità da Dio. Spingendo poi la sua fede oltre il limite delle misure umane, superando i dubbi e le negazioni della maggioranza dei credenti giudei – e lo prova il suo dire allo sposo: “Attendi il mio ritorno”, certa di tornare col figlio guarito – merita doppio miracolo. Merita anche questo difficile miracolo di aprire gli occhi dello spirito al suo consorte, occhi che si erano spenti a vedere l’amore e il dolore della sposa, e facevano a lei colpa di ciò che colpa non è.

Potenza dell’umiltà.

39Voglio anche, e questo per le spose, che si rifletta all’umiltà rispettosa di questa loro sorella.

40“Sono andata dallo sposo e gli ho detto: attendi, signore”. Ella era dalla parte della ragione, perché fare colpa ad una madre di un difetto di nascita è stoltezza e crudeltà. Già il suo cuore è franto dalla vista della sua creatura infelice. Doppiamente è dalla parte della ragione, perché trascurata dal marito da quando è sterile, ed è a conoscenza della sua intenzione di divorzio, eppure rimane la “moglie”. Ossia la compagna fedele e sottomessa al compagno, come è voluto da Dio e insegnato dalla Scrittura[80]. Non ribellione né sete di vendetta o intenzione di trovare altro uomo per non essere la “donna sola”. “Se non tornerò col figlio guarito, ripudiami. Ma, altrimenti, non ferire a morte il cuor mio e non negare un padre ai tuoi figli”. Non sembra di sentire parlare Sara[81] e le antiche donne ebree?

Fedeltà coniugale.

41Come è diverso, o mogli, il vostro linguaggio di ora! Ma, anche, come è diverso quello che voi ottenete da Dio e dallo sposo. E le famiglie si distruggono sempre più. Come sempre, nel compiere il miracolo, ho dovuto dare un segno che lo re2desse ancor più incisivo. Avevo da persuadere tutto un mondo, chiuso nelle barriere di tutta una secolare maniera di pensare e guidato da una setta che mi era nemica. Ecco la necessità di far splendere chiaramente il mio potere soprannaturale. Ma l’insegnamento della visione non è in questo. É nella fede, nella umiltà, ma fedeltà al coniuge, nella giusta via presa, o mogli e madri che avete trovato spine dove vi promettevate delle rose, per vedere nascere sugli aculei che vi feriscono nuovi rami fioriti.

42Volgetevi al Signore Iddio vostro, che ha creato il coniugio perché l’uomo e la donna non fossero soli e si amassero formando una carne sola e indissolubile, posto che fu insieme congiunta, e che vi ha dato il Sacramento perché sulle nozze scendesse la benedizione sua, e per i meriti miei voi aveste quanto vi è necessario nella nuova via di coniugi e di procreatori. E, per volgervi a Lui con volto e animo sicuri, siate oneste, buone, rispettose, fedeli, vere compagne dello sposo, non semplici ospiti della sua casa, o, peggio ancora, estranee che un caso riunisce sotto un tetto come due che il caso riunisce in un albergo di pellegrini.

43Troppe volte questo avviene ora. L’uomo manca? Male fa. Ma questo non giustifica la maniera di agire di troppe mogli. Ancor meno la giustifica quando ad un buon compagno voi non sapete rendere bene per bene e amore per amore. Non voglio neppure contemplare il troppo comune caso di vostre carnali infedeltà, che non vi fanno dissimili dalle meretrici, con l’aggravante di fare del vizio ipocritamente e di sporcare l’altare della famiglia intorno al quale sono le anime angeliche dei vostri innocenti. Ma parlo della vostra infedeltà morale al patto d’amore giurato davanti al mio altare.

44Ebbene, Io ho detto: “Colui che guarda una donna con desiderio commette adulterio nel suo cuore”; Io ho detto: “Colui che rimanda la moglie con libello di divorzio l’espone all’adulterio”. Ma ora, ora che troppe mogli sono delle estranee al marito, Io dico: “Coloro che non amano in anima, mente e carne il loro compagno, lo spingono all’adulterio, e se a costui Io chiederò il perché del suo peccato, non lo farò da meno per colei che non ne è l’esecutrice, ma la creatrice”. La Legge di Dio occorre saperla comprendere in tutta la sua estensione e profondità, e occorre saperla vivere in piena verità.

45Sta’ con la mia pace, tu cui questo non tocca, e tieni il tuo cuore fisso in Me».

474. Una visione che si perde in un rapimento d’amore[82].

Rapimento d’amore del Portavoce.

Stile di vita pellegrina del Messia. 

1Come sovente fanno mentre camminano, forse per alleggerire con questa distrazione la monotonia del continuo camminare, gli apostoli parlano fra loro, riepilogando e commentando gli ultimi avvenimenti, interrogando ogni tanto il Maestro, che generalmente parla poco, tanto per non essere scortese, riserbando questa fatica solo quando è il caso di ammaestrare la gente o i suoi apostoli, correggendo idee storte, confortando degli infelici.

2Gesù era la «Parola», ma non era certo la «chiacchiera»! Paziente e gentile come nessuno, senza mostrare mai di aver noia per dovere ripetere un concetto una, due, dieci, cento volte, per farlo entrare nelle teste corazzate dai precetti farisaici e rabbinici, incurante della sua stanchezza, che talora è tanta da essere certo anche sofferenza, pur di levare la sofferenza morale o fisica ad una creatura. Ma è palese come preferisca tacere, isolarsi in un silenzio meditativo capace di durare molte ore, se non ne viene strappato da qualcuno che lo interroga. Generalmente e sempre un poco più avanti dei suoi apostoli, va allora a testa un poco china, alzandola di tanto in tanto a guardare il cielo, la campagna, le persone, gli animali. Guardare ho detto. Ma ho detto male. Devo dire: amare. Perché è sorriso, sorriso di Dio, quello che da quelle pupille si riversa a carezzare il mondo e le creature, sorriso-amore. Perché è amore che traluce, che si espande, che benedice, che purifica la luce del suo sguardo, sempre intenso, ma intensissimo quando esce da un raccoglimento…

Rapimento d’amore del Portavoce.

3Cosa saranno i suoi raccoglimenti? Io penso -e sono certa di non sbagliare, perché basta osservare l’espressione del suo viso per vedere ciò che sono- io penso che sono ben più delle nostre estasi, nelle quali la creatura già vive in Cielo. Sono la «riunione sensibile di Dio con Dio». Sempre presente e unita la Divinità al Cristo, che era Dio come il Padre. In Terra come in Cielo il Padre è nel Figlio e il Figlio è nel Padre, che si amano e amandosi generano la Terza Persona. La potenza del Padre è la generazione del Figlio, e l’atto di generare e di essere generato crea il Fuoco, ossia lo Spirito dello Spirito di Dio. La Potenza si volge alla Sapienza che ha generata, e questa si volge alla Potenza nella gioia di essere l’Uno per l’Altro e di conoscersi per ciò che sono. E, posto che ogni conoscenza buona reciproca crea amore – anche le nostre conoscenze imperfette – ecco lo Spirito Santo… Ecco Quello che, se fosse possibile mettere una perfezione nelle perfezioni divine, sarebbe da chiamarsi la Perfezione della Perfezione. Lo Spirito Santo! Colui che al solo pensarlo empie di luce, di gioia, di pace…

4Nelle estasi del Cristo, quando l’incomprensibile mistero dell’Unità e Trinità di Dio si rinnovava nel Santissimo Cuore di Gesù, quale completa, perfetta, incandescente, santificante, gaudiosa, pacifica produzione di amore doveva generarsi ed effondersi come calore da una ardente fornace, come incenso da ardente turibolo, a baciare col bacio di Dio le cose create dal Padre, fatte per mezzo del Figlio-Verbo, fatte per l’amore, per il solo Amore, ché tutte le operazioni di Dio sono Amore?

5E questo è lo sguardo dell’Uomo-Dio quando, da Uomo e da Dio, alza gli occhi, che hanno contemplato in Sé il Padre, Sé stesso e l’Amore, a guardare l’Universo, ammirando la potenza creativa di Dio, come Uomo; giubilando di poterla salvare nelle creature regali di essa creazione, gli uomini, come Dio.

6Oh! non si può, nessuno potrà, né poeta, né artista, né pittore, rendere visibile alle folle quello sguardo di Gesù uscente dall’abbraccio, dalla riunione sensibile con la Divinità, unita ipostaticamente all’Uomo sempre, ma non sempre così profondamente sensibile all’Uomo che era Redentore e che perciò ai suoi molti dolori, ai suoi molti annichilimenti doveva aggiungere anche questo, grandissimo, di non poter più essere sempre nel Padre, nel gran vortice dell’Amore come era in Cielo: onnipotente… libero… gioioso. Splendida la potenza del suo sguardo di miracolo, dolcissima l’espressione del suo sguardo d’uomo, mestissima la luce di dolore nelle ore di dolore… Ma sono sguardi ancora umani, sebbene perfetti d’espressione. Questo, questo sguardo di Dio che si è contemplato e amato nella Triniforme Unità, non è più paragonabile, non c’è aggettivo per esso…

Adorante effusione di amore e di ringraziamento.

7E l’anima gli si prostra davanti, adorando, resa “nulla” nella conoscenza di Dio, resa beata dal contemplare il suo infinito amore. I torrenti di delizie si versano nell’anima mia… Io sono beata! Ogni dolore, ogni ricordo si annulla sotto le onde dell’amore di Gesù Dio… e queste onde mi alzano al Cielo, al Cielo, a Te!… Grazie, mio adorabile Amore!… Grazie!… Ora ti servo ancora… La creatura è tornata donna, è tornata “il portavoce” dopo essere stata per un attimo “serafino”. Torna donna, torna creatura-martire, forse un altro tormento le è già alle spalle… Ma nel mio spirito brilla la luce che Tu mi hai data, la beatifica luce di averti contemplato; né torrenti di lacrime, né torture crudeli potranno spegnerla.

8Grazie, mio Benedetto! Tu solo mi ami! Comprendo Paolo come mai finora! «Chi potrà separarci dall’amore di Cristo?… Di queste cose siamo vincitori in virtù di Colui che ci ha amati… Io sono sicuro che né la morte, né la vita, né gli angeli, né i principati, né le virtù, né le cose presenti né le future, né la potenza, né l’altezza, né la profondità, né altra cosa creata potrà separarci dalla carità di Dio che è in Gesù Cristo Signor nostro».

9É il peana vittorioso, giubilante, che squilla dalle schiere dei vittoriosi, degli amatori, dei salvati dall’amore, perché questa è la santità: la salvezza avuta perché si è stati amati e si è amato. Che già squilla! E lo spirito, ancor qui, prigioniero sulla Terra, lo sente e canta la sua gioia, la sua fiducia, la sua certezza… E luce, più ancora luce viene, e le parole luminose dell’Apostolo si illuminano ancor più, ancor più… «… la carità di Dio che è in Gesù Cristo Signor nostro». Ecco, ora comprendo le parole di Azaria, di questo inverno: «Gesù è il compendio dell’amore dei Tre». Ecco! Tutto l’Amore è in Lui.

10Noi possiamo trovare questo Amore di Dio, noi uomini, senza attendere il ritorno a Dio, senza attendere il Cielo, amando Gesù. Ecco! A chi crede si aprono dentro fonti d’acqua viva, fonti di luce, fonti di amore, perché chi crede va a Gesù, perché chi crede, crede che Gesù è nell’Eucarestia con il suo Corpo, Sangue, Anima, Divinità, come era in Terra, come è in Cielo, col suo Cuore, col suo Cuore! E nel Cuore di Gesù è la carità di Dio. E quando l’uomo riceve il Corpo Ss. di Gesù accoglie in sé il Cuore di Gesù. Ha perciò in sé non solo Gesù, ma ha la Carità di Dio, ossia ha Dio Padre, Figlio, Spirito Santo, perché la Carità di Dio è la SS. Trinità che è un’unica cosa: l’Amore.

Traboccamento dell’amore.

11L’Amore che si spartisce in tre fiamme per farci triplicemente felici. Felici di avere un Padre, un Fratello, un Amico. Felici di avere chi provvede, chi ammaestra, chi ama. Felici di avere Dio! Oh! non posso più!… Signore, troppo grande è il tuo dono! Chi me lo ottiene dai Cieli? Sei tu, Beatissima Madre, contemplata nel tuo fulgore di Assunta Regina del Cielo? Sei tu, amoroso di Cristo, dolce Giovanni di Betsaida, amico mio? Sei tu, amabile Patriarca protettore dei perseguitati, sollecito provveditore di conforti, Giuseppe veneratissimo? Sei tu, mia grande sorellina Teresa del B. G., che mi ottieni ciò che da ventuno anni chiedo: che trabocchino nell’anima mia le onde dell’Amore? Oh! se tu sei, compi l’opera.

 12Ottienimi di morire non in uno di questi assalti d’amore. Sono anche io una piccola anima e non desidero cose straordinarie. Ma di morire dopo uno di questi assalti d’amore, quando sono tornata “piccola anima, piccolissima”, fatta ancor più piccola dalla conoscenza di ciò che è l’Infinito Amore, dopo uno di questi assalti, perché dopo si è come ribattezzati dall’amore e non restano ombre di macchie in noi. L’amore arde… O sei tu, Azaria, buon amico, che per tutte le lacrime che hai raccolte dal mio ciglio e portate in Cielo mi hai ottenuta quest’ora di beatitudine? Se tu sei, che tu ne sia benedetto!

Per amore delle anime.

13Però a te, a Teresa, a Giuseppe, a Giovanni e Maria SS., io non chiedo che questa estasi mi torni ancora, ad empirmi di gaudio e di fuoco. Ma vi chiedo, vi supplico, che vada ad altri cuori, e specie a quelli che voi sapete, a quei cuori che torturano il mio e dispiacciono a Dio, che non sanno sentire e non sanno ubbidire. Se quei cuori avranno anche un attimo solo di questi assalti d’amore, si convertiranno all’Amore, al vero Amore. Ameranno. Con tutti se stessi. Con l’intelletto soprattutto, dal quale cadranno le muraglie del razionalismo, della scienza umana, che negano e che ostacolano la fede semplice e buona e mettono confini al potere di Dio. E col cuore dove si fonderanno, come cera al fuoco, le croste dell’egoismo, dell’invidia, dell’astio… Fatelo, miei carissimi. Io accetto di non porre mai più le labbra sul calice ristoratore dell’amore, accetto di bere sempre, sino al ritorno a Dio, al calice amaro di tutte le rinunzie, ma che essi tornino sul sentiero luminoso, che essi si santifichino in ogni loro azione per meritare lo sguardo di Gesù-Dio, così come mi fu concesso di goderlo oggi.

14Meritarlo qui, possederlo per sempre in Cielo, così come, sperando nel mio Signore, confido possederlo io pure…

Umiltà del Portavoce[83].

15Rileggo. Penso ai teologi che leggeranno queste pagine. Forse troveranno degli errori nel mio parlare sull’estasi, sui raccoglimenti di Gesù. Ricordino che io sono una povera ignorante, che non so di teologia né di termini teologici, e che mi sforzo di dire ciò che vedo così come posso e con quelle frasi che la mia povera mente può formare…

Mistica voce sulla terra[84].

16Dico a Gesù: «Signore, ieri Tu mi hai travolta e tutto si è smarrito in Te. La visione…». Sorride con dolce e divina letizia e risponde accarezzandomi: «Hai cantato invece che raccontato. Hai cantato. Tutto il Paradiso cantava ieri le glorie di mia Madre, e tu hai cantato insieme al Paradiso, e il Paradiso ha ascoltato ad un certo momento il tuo “a solo”. Sai quando? Quando tu hai chiesto di non godere, ma che “essi” siano invasi dall’amore per essere salvati. Il Cielo amante ha ascoltato te, perché rinunciare alla beatitudine perché altri abbiano la  

Vita è concesso solo a chi è sulla Terra essendo già cittadino dei Cieli.

17I Santi per il tuo canto si sono ricordati di quando essi erano i cantori sulla Terra. Gli Angeli hanno ascoltato guardando con fraterno compiacimento il tuo Azaria. Maria ha sorriso offrendo il tuo canto all’Amore. E l’Amore, oh! mia Maria! e l’Amore ti ha baciata… e ti bacia ancora. Sta’ nel gaudio. Tu hai compreso l’Amore. Io sono in te, e in Me c’è Dio Uno e Trino come hai compreso. Percorri le vie della gioia soprannaturale oggi, invece delle strade di Palestina incontro al dolore di Gesù…

18Maria, non sei felice di essere nelle condizioni che erano le mie nell’ultimo mio anno? É un dono anche questo, e una luce per capirmi. Senza un’esperienza propria, e proporzionata, la creatura non potrebbe capire ciò che fu la mia lunga Passione. Ma oggi, come ieri, percorri le vie della gioia celeste. Dio è con te. Sta’ in pace».

Stato spirituale degli apostoli.

19E così, i discorsi degli apostoli sull’episodio di Giscala, sul miracolo del bambino cieco, su Tolemaide alla quale sono diretti, sulla strada a gradini tagliati nella roccia, dove si sono spinti per giungere all’ultimo paese di confine fra la Siro-Fenicia e la Galilea – e deve essere quella vista da me quando andavano ad Alessandroscene – su Gamaliele ecc., se ne sono andati. Ossia sono rimasti, per quanto ne ho sentito, nel mio cuore. Dico solo che volevo dire questo.

20…Che gli apostoli, che nei primi tempi, meno spiritualmente formati, disturbavano il Maestro facilmente, ora, più spiritualmente evoluti, rispettano i suoi isolamenti e preferiscono parlare fra loro, più indietro di due o tre metri. Soltanto quando necessita loro un’informazione, un giudizio, oppure diventa imperioso il loro amore per il Maestro, allora si accostano a Lui.

475. Un sospetto di Pietro e digressione sugli ebrei. La pietà di Abele di Betlemme per i propri nemici[85].

Seguendo la marcia degli apostoli.

Ancora mezzo assonnati ma già in cammino.

1«Alzatevi e andiamo», ordina Gesù ai suoi che dormono pesantemente su dei fieni, più falaschi che fieni, accatastati su un campo prossimo ad un fiumiciattolo che attende le piogge d’autunno per nutrire il suo alveo di acque.

2Gli apostoli ubbidiscono senza parlare, ancor mezzo assonnati. Raccolgono le sacche, si mettono i mantelli che avevano usato per coperte nella notte e si incamminano con Gesù.  

«Andiamo per il Carmelo?», chiede Giacomo d’Alfeo.

3«No. Per Sefori. E poi prenderemo la via per Mageddo. Il tempo basta appena…», risponde Gesù.

4«Sì. E le notti si fanno troppo umide e fredde per dormire nei campi, quando per qualche motivo non ci accoglie una casa», osserva Matteo.

5«Gli uomini! Ma come sono facili a dimenticare!… Signore? Ma sarà sempre così?», domanda Andrea.

«Sempre».

6«E allora! Se così è con Te, quando faremo noi, appena voltate le spalle, sarà cancellato tutto», dice sconfortato Tommaso.

Sentenza equanime del Messia.

7«Io dico però che qui c’è qualcuno che fa dimenticare. Perché gli uomini, sì, dimenticano con facilità. Però non sempre dimenticano. Io vedo che fra noi, fra noi uomini, ci si ricorda delle cose avute e date. Per Te, invece… No, sono sempre quei tali che lavorano a cancellare il ricordo di Te», dice Pietro.

8«Non fare giudizi senza una base sicura», dice Gesù.

«Maestro, è che la base ce l’ho!».

9«Ce l’hai? Cosa hai scoperto?», chiede l’Iscariota molto interessato, e con lui anche altri chiedono uguale. Ma l’interesse di Giuda è il più vivo, direi affannoso.

10Pietro, che guardava Gesù, si volta e guarda l’Iscariota… uno sguardo attento, svegliato, sospettoso, e tace, guardandolo, per qualche momento. Poi dice: «Oh! niente… e tutto, se non ti dispiace saperlo. Tanto da, se fossi uno che ha voglia di usare tutti i mezzi per riuscire, tanto da correre a denunciare molte cose a chi ci governa, e sono sicuro che qualcuno passerebbe dei guai. Ma io preferisco non riuscire, anziché avere degli aiuti da quella parte. Nelle cose di Dio non metto che l’aiuto di Dio, e mi sembrerebbe di portare profanazione nelle cose di Dio a mettere loro a.… loro per… aiuto a schiacciare i rettili. Sono rettili anche loro… e.… non mi fiderei… Capaci di schiacciare i denunciati e i denunciatori insieme… Così… faccio da me. Ecco!».

11«Ma non ti accorgi di fare offesa al Maestro?».

«Io? Perché?».

«Perché Lui li avvicina».

12«Lui è Lui, e se li avvicina non lo fa per averne utile ma per portarli a Dio. Lui è capace di farlo… e lo fa. Ma non corre dietro a loro… Vedi che… devono essere loro a venire a Lui per sentire “il filosofo”, come dicono. Ma ora non ne hanno più tanta voglia, mi pare. E io non piango».

13«Parevi contento anche tu per Pasqua!».

«Pareva. L’uomo è stolto molte volte. Ora non pare più, e non è più. E ho ragione».

14«Come creatura che non mescola l’utile umano alle cose spirituali hai ragione, Simone. Ma come apostolo che si rallegra che altri si allontanino dalla Luce, no. Non hai ragione. Se pensassi che ogni anima conquistata alla Luce è una gloria per il tuo Maestro, non parleresti così», dice Gesù.

15Giuda Iscariota guarda Pietro con un sorriso sarcastico. E Pietro lo vede… ma si domina e non dice niente.

16Gesù anche vede e dice, accennando a Pietro, ma come parlasse a tutti: «Sappiate però che è più scusabile un eccesso di scrupolo religioso, a fine buono, che non un incurante passare sopra tutto pur di raggiungere un fine umano. Ve l’ho detto più volte: è la volontà buona o non buona quella che dà peso all’azione. E in questo caso è volontà buona, anche se imperfetta nella forma, opporsi a portare l’umano nel sovrumano e ciò che uno reputa immondo presso Dio. Non è giusta la sua intransigenza perché Io sono venuto per tutti. Ma è molto vicino alla perfezione il suo giudizio che nelle cose di Dio si deve ricorrere solo al suo aiuto soprannaturale, senza mendicare aiuti umani, interessati o utilitari». E con questa sentenza equanime Gesù pone fine alla discussione.

Pellegrinaggio israelita.

17Hanno superato a piedi asciutti un altro letto fluviale arso dall’estate e raggiunto la via maestra che va da Sicaminon verso la Samaria, credo, se ben mi ricordo il luogo visto altra volta. La via è molto frequentata nell’imminenza della festa ed ha già preso l’aspetto caratteristico delle strade palestinesi nelle epoche di pellegrinaggi obbligatori al Tempio[86]. Viandanti, asini, carri con persone sopra, con tende, suppellettili per le soste fra tappa e tappa e nella stessa Gerusalemme, sempre sovraffollata nelle solennità, tanto da consigliare di accamparsi sui colli che la cingono, sol che la stagione lo conceda.

18In questa, poi, dei Tabernacoli, è ancor più sensibile questa emigrazione di intere famiglie, non perché siano più numerosi i pellegrini che non per Pasqua e Pentecoste, ma perché, dovendo obbligatoriamente vivere sotto le capanne per qualche giorno, hanno le suppellettili che nelle altre solennità tutti cercano di non trascinarsi dietro. É veramente l’esodo di un popolo che si riversa da tutte le vie verso la capitale, come il sangue da ogni vena affluisce al cuore.

Israeliti e Cristiani Digressione del portavoce.

19Per capire anche ora l’ostinata religione d’Israele, così tenace, così compatta – per cui i correligionari si aiutano fra loro in qualunque posto si trovino spinti dalla sorte e, qual che si sia la nazione dove sono nati, non è questa cosa ostacolo perché altro ebreo di altra nazione si senta sempre fratello e compatriota del correligionario che incontra – bisogna tenere presente che essi, dispersi, perseguitati, scherniti, apparentemente senza una vera patria, non si sentono nulla di tutto ciò. Hanno la loro Patria, quella che il loro Jeové ha loro dato; hanno la loro capitale, Gerusalemme, e là, da ogni parte del mondo, converge il meglio dei loro esseri: lo spirito, il cuore. Hanno peccato? Dio li ha puniti? Le profezie si sono avverate? Sì, è vero. Ma resta quella, luminosa, causa per loro di luminosa speranza, della ricostruzione del regno d’Israele… di questo Messia che deve venire… E in un dolore che trema di aver demeritato da Dio, e in un perpetuo interrogativo: «Ma era Gesù di Nazareth il vero Messia?», essi cercano di ricostituirsi a Nazione per averlo, questo Messia, essi cercano di conservare questa tenace fede alla loro religione per meritare perdono da Dio e vedere compiersi la promessa.

20Io sono una povera donna, non so di problemi politici, non mi sono mai interessata degli ebrei attuali e dei loro guai, qualche volta anche ho riso di loro che aspettano ancora Chi è venuto e hanno crocifisso, il loro pianto mi è parso coccodrillesco alquanto, le loro azioni non mi sono sembrate né mi sembrano tali da meritare ciò che sperano da Dio, non il Cristo che ormai verrà solo all’Ultimo Giorno, ma neppure la ricostruzione della razza ebrea, dispersa, in Nazione indipendente. Ma però, ora che vedo, spiritualmente, i padri degli ebrei attuali, comprendo il loro dramma secolare e la loro tenacia, la fonte di questa loro tenacia. É ancora il Popolo di Dio che per volere di Dio converge verso la Terra promessa ai Padri, ai Patriarchi, il popolo che da centinaia di secoli compie il rito mosaico, pensando a Gerusalemme, al suo Tempio splendente sul Moria. Impediti ad andarvi? Sì. Ma ci va lo spirito.

21Le baionette, i cannoni, le carceri servono contro l’uomo, non contro lo spirito. Israele non può perire perché è rimasto nella sua religione. Teorica, farisaica, rituale e priva di ciò che è vita vera di una religione: la corresponsione dello spirito al rito materiale? Tutto quello che volete. Ma intorno allo sbriciolato corpo che fu Nazione, ed ora è infiniti frammenti sparsi su tutta la Terra, stanno a tenerlo raccolto le fasce di idee, riti, precetti secolari, venuti da profeti e rabbi e, come faro visibile da tutte le parti del mondo, splende un luogo, Gerusalemme, e il suo nome è come un grido a raccolta, è come un vessillo sventolato a richiamo, a memento, a promessa. No. Non può essere questo popolo messo a tacere da nessuna forza umana.

22Una forza più grande dell’umana è in lui. Tutto questo si capisce quando si osserva questo popolo andare per vie impervie, in stagioni disagiose, incurante di tutto ciò che è pena, ilare della gioia di andare alla Città Santa. Tutto ciò si capisce vedendoli andare ricchi con poveri, fanciulli con vecchi, dalla Palestina o dalla Diaspora, verso il loro cuore: Gerusalemme. Tutto ciò si capisce sentendoli cantare i loro canti… E, lo confesso, e io vorrei che noi, i cristiani e cattolici, fossimo come loro, avessimo per il cuore del cattolicesimo, Roma, la Chiesa, e per chi vive in esso, il Pietro attuale, il sentimento di questi che vedo andare, andare, andare; vorrei avessimo ciò che essi hanno, più la nostra Fede perfetta perché cristiana.

23Mi diranno: «Sono pieni di difetti». E noi? Ne siamo senza? Senza, noi fortificati dalla Grazia e dai Sacramenti? Noi che dovremmo essere «perfetti come lo è il Padre che è nei Cieli»? Ho fatto una digressione. Ma, seguendo la marcia degli apostoli confusi con le altre turbe d’Israele, il pensiero lavora…

Abele specchio dei sentimenti di Gesù.

Intercessione di Abele per i suoi nemici.

24E lavora finché ad un incrocio di via un gruppo di discepoli non vede il Maestro e gli si affolla intorno. Fra essi è Abele di Betlemme, che si getta subito ai piedi di Gesù dicendo: «Maestro, ho tanto pregato l’Altissimo perché mi facesse incontrare con Te. E non lo speravo più. Ma Egli mi ha esaudito. Ora Tu esaudisci il tuo discepolo».

25«Che vuoi, Abele? Vieni là, al limitare del campo. Qui vi è troppa gente e diamo noia».

Vanno in massa dove Gesù indica, e là Abele dice ciò che vuole.

26«Maestro, Tu mi hai salvato da morte e da calunnia e hai fatto di me un tuo discepolo. Dunque Tu mi ami molto?».

27«Lo puoi chiedere?».

«Lo chiedo per essere certo che Tu esaudisci la mia preghiera. Quando Tu mi hai salvato, hai castigato i miei nemici con orribile castigo. Tu lo hai dato, giusto è certo. Ma, oh! Signore! è molto orribile! Io ho cercato quei tre. Ogni volta che venivo da mia madre li cercavo. Sui monti, nelle caverne presso la mia città. E non li trovavo mai».

28«Perché li cercavi?».

«Per parlare loro di Te, Signore. Perché, credendo in Te, ti invocassero e ottenessero perdono e guarigione. Solo nell’estate li ho trovati, e non insieme. Uno, quello che mi odiava per causa di mia madre, si è separato dagli altri che sono andati più su, verso i monti più alti di Jiftael. Loro mi hanno detto dove egli è… E di loro mi hanno dato la traccia dei pastori di Betlemme, quelli che ti hanno ospitato quella sera. I pastori coi loro greggi girano tanto e sanno tante cose. Loro sapevano che nel monte della Bella Sorgente erano i due lebbrosi che cercavo. Sono andato. Oh! …». L’orrore si dipinge sul viso del giovane uomo, quasi ancor giovinetto.

        29«Continua».

«Essi mi hanno riconosciuto. Io non potevo riconoscere in quei due mostri i miei concittadini… Mi hanno chiamato… e mi hanno pregato, come fossi un dio… Il servo più di tutti mi ha fatto pietà. Per il suo puro pentimento. Non vuole che il tuo perdono, Signore… Aser vuole anche la guarigione. Ha una vecchia madre, Signore, una vecchia madre che muore di dolore in città…».

30«E l’altro? Perché si è diviso?».

«Perché è un demonio. Principale colpevole, adultero già quando divenne omicida, eccitatore di Aser, corruttore del servo di Gioele, che è un poco stolto e facilmente dominabile, continua ad essere un demonio. Dalla sua bocca odio e bestemmie, dal suo cuore odio e crudeltà. Ho visto anche lui… Volevo farlo buono. Rovinò su me come un avvoltoio e solo nella fuga, in me rapida e resistente perché giovane e sano, ebbi salvezza. Ma non dispero di salvarlo. Tornerò… Una, due, tante volte con soccorsi, con amore. Mi farò amare. Egli crede che io vada a schernire la sua rovina. Io vado per riedificarla. Se può giungere ad amarmi, mi ascolterà; se mi ascolterà, finirà per credere in Te. Questo voglio. Gli altri, oh! fu facile perché da loro hanno meditato e compreso. E il servo è divenuto il semplice maestro dell’altro, perché nel servo è tanta fede, tanto desiderio di perdono. Vieni, Signore! Io ho promesso loro di condurti a loro quando ti avessi incontrato».

Abele offre la vita per i suoi nemici.

31«Abele, il loro delitto era grande, molti delitti in uno. Poco è il tempo che hanno espiato…».

«Grande è stato il tormento e il pentimento loro. Vieni».

32«Abele, essi ti volevano morto».

«Non importa, Signore. Io voglio per loro la vita».

33«Quale vita?».

«Quella che Tu dài, quella dello spirito, il perdono, la redenzione».

34«Abele, erano i tuoi Caini e ti hanno odiato come più non si può. Ti volevano levare tutto: vita, onore e madre…».

35«Sono stati i miei benefattori, perché per essi ho avuto Te. Io li amo per questo loro dono e ti chiedo che siano dove io sono, al tuo seguito. Voglio la loro salvezza come la mia, più della mia, perché più grande è il loro peccato».

36«Cosa offriresti a Dio in cambio della loro salvezza, se ti chiedesse un’offerta?».

37Abele pensa un momento… poi dice sicuro: «Anche me stesso. La mia vita. Perderei un pugno di fango per possedere il Cielo. Una perdita felice. Un acquisto grande, infinito: Dio, il Cielo. E due peccatori salvati: i primogeniti del gregge che spero condurti e offrirti, o Signore».

Il bacio del Messia.

38Gesù fa un atto che non fa mai così in pubblico. Si china, perché è molto più alto di Abele, e prendendogli il capo fra le mani lo bacia sulla bocca dicendo: «Così sia», almeno credo che così voglia dire il suo «Maranata»[87]. E aggiunge: «Per i tuoi sentimenti ti sia fatto secondo che chiedono le tue parole. Vieni con Me. Mi condurrai. Giovanni, vieni con Me. E voi andate avanti. Per la via di Mageddo ad Engannim. Là mi attenderete, se ancora non mi avrete incontrato».

39«E predicheremo Te e la tua dottrina», dice l’Iscariota.

40«No. Mi attenderete. Semplicemente. Tenendo condotta di giusti e umili pellegrini e nulla più. Essendo fra voi come fratelli. E passerete, nell’andare, dai contadini di Giocana, dando loro ciò che avete e dicendo che il Maestro, se potrà, passerà da Jezrael all’aurora di due giorni da oggi. Andate. La pace sia con voi».

476. Lezione sul modo di curare le anime e il perdono ai due peccatori divenuti lebbrosi[88].

Lezione sulla cura delle anime.

Lebbrosi che rifiutano la guarigione

1L’aspro nodo di Jiftael domina a nord precludendo l’orizzonte. Ma là dove le coste dirute di questo gruppo montano hanno inizio, e si mostrano quasi a picco sulla via carovaniera che da Tolemaide va verso Sefori e Nazareth, sono molte caverne fra blocchi rocciosi sporgenti dal monte, sospesi sugli abissi, messi a far da tetto e da base a questi antri.

2Come sempre presso le strade più importanti, isolati ma nello stesso tempo prossimi tanto da essere visti e soccorsi dai viandanti, stanno dei lebbrosi. Una piccola colonia di lebbrosi, i quali gettano il loro grido di avviso e quello di invocazione, vedendo passare Gesù con Giovanni e Abele. E Abele alza il viso verso di loro dicendo: «Questo è Colui del quale vi ho parlato. Lo conduco dai due che sapete. Non avete nulla da chiedere al Figliol di Davide?».

3«Ciò che a tutti chiediamo: pane, acqua, a satollarci mentre i pellegrini passano. Dopo, nell’inverno, è fame…».

«Non ho cibo, oggi. Ma ho con me la Salute…».

4Ma il suggestionante invito a ricorrere alla Salute non viene accolto. I lebbrosi si ritirano dal balzo, volgendo le spalle e girando lo sperone del monte per vedere se altri pellegrini vengono dall’altra via.

5«Credo siano dei marinai gentili o idolatri affatto. Sono venuti da poco, cacciati da Tolemaide. Venivano dall’Africa. Non so come si siano ammalati. So che, partiti sani dai loro paesi e dopo lungo giro intorno alle coste africane per prendere avorio, e credo anche perle per venderle ai mercanti latini, sono arrivati qui malati. E i magistrati del porto li hanno isolati e hanno bruciato persino la nave. Chi è andato verso le vie della Siro-Fenicia e chi qui. I più malati questi, perché quasi non camminano più. Ma hanno l’anima più malata ancora. Ho cercato di dare un poco di fede… Non chiedono che cibo…».

Costanza nel lavoro per la conversioni.

6«Nelle conversioni bisogna avere costanza. Ciò che non riesce in un anno riesce in due o più. Insistere a parlare di Dio, anche se paiono come le rocce che li ricoverano».

7«Faccio male allora a pensare al loro cibo?…

Mi ero messo a portare prima del sabato sempre del cibo, perché di sabato gli ebrei non viaggiano e nessuno pensa a loro…».

8«Hai fatto bene. Tu lo hai detto. Sono pagani. Perciò più premurosi della carne e del sangue che dell’anima. L’amorosa premura che tu hai per la loro fame risveglia la loro affezione verso lo sconosciuto che pensa a loro. E quando ti ameranno ti ascolteranno anche se parli di altro che non sia cibo. L’amore prelude sempre ad un seguire colui che si è imparato ad amare. Essi ti seguiranno un giorno nelle vie dello spirito.

9Le opere di misericordia corporale spianano la via a quelle spirituali, le quali la fanno tanto libera e piana che l’entrata di Dio in un uomo, preparato in tal modo al divino incontro, avviene ad insaputa dello stesso individuo. Egli si trova in sé Dio e non sa da dove è entrato. Da dove! Talora dietro un sorriso, dietro una parola di pietà, dietro un pane, si è iniziata l’apertura della porta di un cuore chiuso alla Grazia e si è iniziato il cammino di Dio per entrare in quel cuore. Le anime! Esse sono la cosa più varia che ci sia. Nessuna materia, e sono tante le materie che sono sulla Terra, è così variata nei suoi aspetti quanto lo sono le anime nelle loro tendenze e reazioni.

Le anime sono dissimili come il bosco di Terebinti.

10Vedete questo potente terebinto? É in mezzo a tutto un bosco di terebinti, simili ad esso nella specie. Quanti sono? Cento e cento, mille forse, forse più. Coprono questo aspro fianco di monte, soverchiando col loro profumo aspro e salutare di resine ogni altro odore della valle e del monte. Ma guardate. Mille e più, e non uno in grossezza, altezza, potenza, pendenza, disposizione, che sia uguale all’altro, se si osserva bene. Chi dritto come una lama, chi volto a settentrione o mezzogiorno, a oriente od occidente. Chi nato in piena terra, chi là su uno scrimolo che non si sa come possa reggerlo e come possa esso sostenersi così proteso nel vuoto, quasi a far ponte con l’altro versante, alto sopra quel torrente, ora asciutto ma così turbinoso nelle epoche di pioggia. Chi contorto come se un crudele lo avesse oppresso mentre era tenera pianta, chi senza difetti. Chi chiomato sino quasi alla base, chi schiomato e avente appena un ciuffetto sulla cima. Quello con rami solo a destra. L’altro là fronzuto in basso e arso nella vetta bruciata da un fulmine. Questo morto che sopravvive in un ostinato ramo, unico, che è sorto quasi alla radice, raccogliendo la superstite linfa che era morta nell’alto. E questo che vi ho indicato per primo, bello come più non potrebbe, ha forse un ramo, un rametto, una foglia – che dico dicendo una foglia sulle migliaia che porta? – che sia simile all’altra? Sembra che lo siano. Ma non lo sono. Guardate questo ramo, il più basso. Osservate in esso la cima, solo la cima del ramo. Quante foglie saranno su quella cima? Forse duecento aghetti verdi e sottili. Eppure, guardate! Ve ne è una simile all’altra in colore, robustezza, freschezza, flessibilità, portamento, età? Non vi è.

L’arte dei Maestri e Medici di anime.

11Così le anime. Tante quante sono, tante le loro diversità di tendenze e reazioni. E non è buon maestro e medico di anime chi non le sa conoscere e lavorare a seconda delle diverse loro tendenze e reazioni. Non è un lavoro facile, amici miei. Ci vuole studio continuo, abitudine alla meditazione che illumina più di ogni lunga lettura su testi fissi. Il libro che deve studiare un maestro e medico di anime sono le anime stesse. Tanti fogli quante anime, e in ogni foglio molti sentimenti e passioni passate, presenti e in embrione. Perciò studio continuo, attento, meditativo, pazienza costante, sopportazione, fortezza nel saper medicare le piaghe più putride per risanarle senza mostrare schifo, che avvilisce il piagato, e senza una falsa pietà che, per non mortificare collo scoprire il marciume e non nettare per tema di far soffrire la parte marcia, lascia incancrenire il male corrompendo tutto l’essere; prudenza, nel contempo, per non esacerbare con modi troppo rudi le ferite dei cuori e per non infettarsi al loro contatto, volendo fare i sicuri che non temono di infettarsi trattando coi peccatori.

Il segreto è l’amore.

12E tutte queste virtù, necessarie al maestro e medico di anime, dove trovano la loro luce per vedere e capire, la loro pazienza, talora eroica, per perseverare ricevendo freddezze, qualche volta offese, la loro fortezza per medicare saggiamente, la loro prudenza per non nuocere al malato e a sé stessi? Nell’amore. Sempre nell’amore. Esso dà luce a tutto, dà saggezza, dà fortezza e prudenza. Preserva dalle curiosità, che sono via ad assumere le colpe che si sono curate. Quando uno è tutto amore, non può entrare in lui altro desiderio e altra scienza che non quella d’amore. Vedete? I medici dicono che, quando uno fu morente per una malattia, difficilmente di essa si ammala mai più, perché ormai il suo sangue l’ha ricevuta e l’ha vinta. Il concetto non è perfetto, ma non è neppure in tutto errato. Ma l’amore, che è salute invece che malattia, fa ciò che dicono i medici e per tutte le passioni non buone. Chi ama fortemente Dio e i fratelli non fa cosa che possa dare dolore a Dio e ai fratelli; perciò, anche avvicinando i malati dello spirito e venendo a conoscenza di cose che l’amore aveva sino allora velate, non se ne corrompe, perché resta fedele all’amore e il peccato non entra. Che volete che sia il senso per uno che ha vinto il senso con la carità? Che le ricchezze per chi nell’amore di Dio e delle anime trova ogni tesoro? Che la gola, che l’avarizia, che l’incredulità, che l’accidia, che la superbia per chi non appetisce che a Dio, per chi dà sé stesso, anche sé stesso per servire Dio, per chi nella sua Fede trova ogni suo bene, per chi è pungolato dalla fiamma instancabile della carità e opera instancabilmente per dare gioia a Dio, per chi conosce Dio -amarlo è conoscerlo- e non può più insuperbire perché si vede quale è rispetto a Dio?

L’ amore vi consacra al ministero delle anime.

13Un giorno voi sarete sacerdoti della mia Chiesa. Sarete perciò i medici e maestri di spiriti. Ricordate queste mie parole. Non sarà il nome che porterete, né la veste, né le funzioni che eserciterete che vi faranno sacerdoti, ossia ministri di Cristo, maestri e medici di anime, ma sarà l’amore che possederete che vi farà tali. Esso vi darà tutto quanto occorre per esserlo, e le anime, tutte diverse fra loro, giungeranno ad un ‘unica somiglianza: quella del Padre, se voi le saprete lavorare con l’amore».

14«Oh! che bella lezione, Maestro!», dice Giovanni.

15«Ma ci riusciremo mai noi ad essere così?», aggiunge Abele.

16Gesù guarda l’uno e l’altro, e poi passa un braccio sul collo di entrambi e se li attira a Sé, l’uno a destra, l’altro a sinistra, e li bacia sui capelli dicendo: «Voi ci riuscirete perché avete compreso l’amore».

Perdono ai due peccatori divenuti lebbrosi.

Fede nel Messia misericordioso.

17Camminano ancora per qualche tempo, sempre più difficilmente per l’asperità del sentiero inciso quasi sul ciglio del monte. Sotto, lontana, è una via, e si vede la gente in cammino su essa.

18«Fermiamoci, Maestro. Là, vedi, da quella piattaforma di roccia, i due calano con una fune un cesto ai passanti, e oltre quella piattaforma è la loro grotta. Ora li chiamo». E getta un grido facendosi avanti, mentre Gesù e Giovanni restano indietro, nascosti da arbusti folti.

19Pochi istanti e poi un volto… chiamiamolo volto perché è messo al sommo di un corpo, ma potrebbe chiamarsi anche muso, mostro, incubo… si affaccia da sopra un macchione di more.

19«Tu? Ma non eri partito per i Tabernacoli?».

«Ho trovato il Maestro e sono tornato indietro. Egli è qui!».

20Se Abele avesse detto: «Jeové si libra sul vostro capo», io credo che sarebbe stato meno subitaneo e reverente il grido, l’atto, lo slancio dei due lebbrosi -perché mentre Abele parlava si era affacciato anche l’altro- nel gettarsi fuori, sulla piattaforma, in pieno sole, e nel prostrarsi viso a terra gridando: «Signore, noi abbiamo peccato. Ma la tua misericordia è più grande del nostro peccato!». Lo gridano senza neppure assicurarsi se Gesù è veramente lì, o se è ancora lontano, in cammino verso di loro. La loro fede è tale che fa vedere anche ciò che gli occhi, per le piaghe delle palpebre e la rapidità del gettarsi a terra, non hanno certo visto.

21Gesù avanza mentre essi ripetono: «Signore, il nostro peccato non merita perdono, ma Tu sei la Misericordia! Signore Gesù, per il tuo Nome salvaci. Tu sei l’Amore che può vincere la Giustizia».

22«Io sono l’Amore. È vero. Ma su Me è il Padre. Ed Egli è la Giustizia», dice severo Gesù facendosi con Giovanni in avanti sul sentiero.

Pentimento di Aser e del servo.

23I due alzano gli sfigurati volti e lo guardano fra le lacrime che scorrono unite a sostanze marciose. Orribili a vedersi quei volti! Vecchi? Giovani? Chi il servo? Chi Aser? Impossibile dirlo. La malattia li ha uguagliati, facendone due forme di orrore e nausea. Come deve loro apparire Gesù, ritto in mezzo al sentiero, col sole che lo fascia di raggi e ne accende il biondo dei capelli, non so. So che lo guardano e poi si coprono il volto gemendo: «Jeové! La Luce!». Ma poi gridano ancora: «Il Padre ti ha mandato per salvare. Egli ti chiama la sua dilezione. Egli in Te si compiace. Egli non ti negherà di darci il perdono».

24«Il perdono o la salute?».

«Il perdono», grida uno. E l’altro: «. e poi la salute. Mia madre muore di dolore per me».

25«Se Io vi perdono resta sempre la giustizia degli uomini, per te soprattutto. Che vale allora il mio perdono per fare felice tua madre?», tenta Gesù per fare dire le parole che attende per operare il miracolo.

26«Vale. Ella è una vera israelita. Vuole per me il seno d’Abramo. E per me non vi è quel luogo in attesa del Cielo, perché io ho peccato troppo».

«Troppo. Lo hai detto».

27«Troppo!… É vero… Ma Tu… Oh! quel giorno c’era tua Madre… Dove è tua Madre ora? Ella aveva pietà della madre di Abele. L’ho visto. E se ora sentisse avrebbe pietà della mia. Gesù, Figlio di Dio, pietà in nome di tua Madre!»

28«E che fareste dopo?».

«Dopo?». Si guardano sgomenti. Il «dopo» è la condanna degli uomini, è lo sprezzo, o la fuga, l’esilio. Davanti alla prospettiva della guarigione essi tremano come della perdita di una salvezza.

29Come ci tiene l’uomo alla vita! I due, presi nel dilemma di guarire ed essere condannati dalla legge degli uomini, o vivere lebbrosi, quasi preferiscono vivere lebbrosi. Lo dicono, lo confessano con queste parole: «Il supplizio è orrendo!». Lo dice soprattutto quello che capisco essere Aser, uno dei due omicidi…

30«É orrendo. Ma almeno è giustizia. Voi lo davate a questo innocente, per loschi fini tu, per un pugno di monete tu».

31«É vero! O Dio mio! Ma egli ci ha perdonato. Perdona Tu pure. Vuol dire che moriremo. Ma l’anima sarà salva».

32«La donna di Gioele fu lapidata perché adultera. I quattro figli stentano la vita con la madre di lei, perché i fratelli di Gioele li hanno scacciati come bastardi impadronendosi dei beni del fratello. Lo sapete?».

«Ce lo disse Abele…»

33«E chi ripara alla loro sventura?». La voce di Gesù è un tuono, veramente è voce di Dio Giudice e fa paura. Solo nel sole, dritto e rigido, è figura di spavento. I due lo guardano con paura. Benché il sole debba inviperire le loro piaghe, non si muovono, come non si muove Gesù che ne è tutto avvolto. Gli elementi perdono valore in queste ore di anime…

Penitenza proporzionata al peccato.

34Aser dice dopo qualche tempo: «Se Abele vuole amarmi sino in fondo, vada da mia madre e le dica che Dio mi ha perdonato e.…».

«Io non ti ho perdonato ancora».

35«Ma lo farai perché vedi il mio cuore… E le dirà che tutto quanto è mio vada ai figli di Gioele per mio volere. Sia che io muoia, sia che io viva, rinuncio alla ricchezza che mi ha fatto vizioso».

36Gesù sorride. Si trasfigura nel sorriso passando dal volto severo al volto pietoso, e con voce mutata dice: «Vedo il vostro cuore. Alzatevi. E alzate il vostro spirito a Dio benedicendolo. Recisi come siete dal mondo, potete andarvene senza che il mondo sappia di voi. E il mondo vi attende per darvi modo di soffrire e di espiare».

37«Ci salvi, Signore?! Ci perdoni?! Ci guarisci?!».

«Sì. Vi lascio la vita, perché la vita è sofferenza specie per chi ha dei ricordi come i vostri. Ma ora non potete uscire di qui. Abele deve venire con Me, deve andare come tutti gli ebrei a Gerusalemme. Attendete il suo ritorno. Esso coinciderà con la vostra guarigione. Egli penserà a portarvi al sacerdote e ad avvisare tua madre. Io dirò ad Abele ciò che deve e come deve fare. Potete credere alle mie parole, anche se me ne vado senza guarirvi?».

38«Sì. Signore. Però ripetici che perdoni allo spirito nostro. Questo sì. Poi tutto verrà quando vorrai».

39«Io vi perdono. Rinascete con uno spirito nuovo e non vogliate più peccare. Ricordate che, oltre all’astenervi dal peccare, dovete compiere atti di giustizia volti ad annullare completamente il vostro debito agli occhi di Dio, e che perciò la vostra penitenza deve essere continua perché grande è il debito vostro, ben grande! Il tuo in specie coinvolge tutti i comandamenti del Signore. Pensaci e vedrai che non uno ne è escluso. Ti sei dimenticato di Dio, hai messo il senso a tuo idolo, hai fatto delle feste giorni di deliri oziosi, hai offeso e disonorato tua madre, hai contribuito a uccidere e a voler uccidere, hai rubato l’esistenza e volevi rubare un figlio a una madre e hai privato di padre e madre quattro fanciulli, sei stato lussurioso, hai detto falsa testimonianza, desideravi impudicamente la donna che era fedele allo sposo defunto, hai desiderato ciò che era di Abele tanto da voler sopprimere Abele per impadronirti del suo».

Aser geme ad ogni proposizione: «E’ vero, è vero!».

40«Come vedi, Dio avrebbe potuto incenerirti senza ricorrere ai castighi degli uomini. Ti ha risparmiato perché Io potessi salvare uno di più. Ma l’occhio di Dio ti sorveglia e la sua intelligenza ricorda. Andate», e si volge tornando nel folto presso Abele e Giovanni, che si erano messi al riparo sotto le piante della costa. E i due, ancor sfigurati, forse sorridenti -ma chi può dire quando sorride un lebbroso? – con la voce caratteristica dei lebbrosi, stridula, metallica, mancante di continuità, con brusche disuguaglianze, intonano, mentre Egli scende il monte per il sentiero pauroso, il salmo 140…[89]

Missione per Abel.

41«Essi sono felici!», dice Giovanni.

«Io pure», dice Abele.

42«Credevo che li guarissi subito», dice ancora Giovanni.

«Io pure, come sempre fai».

43«Sono stati grandi peccatori. Questa attesa è giusta per chi ha tanto peccato. Ora ascolta, Anania…»

44«Mi chiamo Abele, Signore», dice stupito il giovane e guarda Gesù come per chiedersi: «Perché si sbaglia?».

45Gesù sorride: «Per Me sei Anania, perché veramente sembri nato dalla bontà del Signore[90]. Siilo sempre più. E ascolta. Al ritorno dai Tabernacoli andrai nella tua città dicendo alla madre di Aser di fare ciò che il figlio vuole e che col più sollecito dei modi sia eseguito, dando tutto in riparazione meno un decimo. E ciò per pietà della vecchia madre, la quale insieme a te lasci Betlemme di Galilea e vada a Tolemaide, ad attendere il figlio che con te la raggiungerà col compagno. Tu, sistemata la donna presso qualche discepolo della città, andrai a prendere quanto occorre per la purificazione dei lebbrosi e non li lascerai altro che quando sarà tutto fatto. Il sacerdote non sia di quelli che sanno del passato, ma uno di altri luoghi».

«E dopo?».

46«Dopo tu torni alla tua casa o ti riunisci ai discepoli. Ed essi, i guariti, prenderanno le vie dell’espiazione. Io dico l’indispensabile. E lascio l’uomo libero di agire in seguito…».

Non è mai difficile ciò che si fa con gioia.

47E scendono, scendono, instancabili, nonostante le asperità della via e del calore del sole… Instancabili, ma silenziosi per molto tempo.

48Poi Abele rompe il silenzio dicendo: «Signore, ti posso chiedere una grazia?».

49«Quale?».

«Di lasciarmi andare nella mia città. Mi spiace di lasciarti. Ma quella madre…».

50«Vai. Ma non ti attardare. Farai appena in tempo a raggiungere Gerusalemme».

51«Grazie, Signore! Non troverò che lei, povera vecchia, vergognosa di tutto da quando Aser peccò. Ma ora sorriderà ancora. Che le devo dire in tuo nome?».

52«Che le sue lacrime e le sue preghiere hanno ottenuto grazia e che Dio la conforta a sperare sempre più e la benedice. Ma prima di lasciarci sostiamo per un’ora. Non di più. Non è tempo di sostare. E poi tu andrai per la tua parte, Io e Giovanni per la mia, e per scorciatoie. E tu, Giovanni, andrai avanti. Da mia Madre. Le porterai questa sacca con le vesti di lino e verrai con quelle di lana. Andrai a dirle che la voglio vedere e che l’attendo nel bosco di Matatia, quello della moglie. Lo sai. Parla con Lei sola e vieni presto».

«Lo so dove è il bosco. E Tu? Solo? Resti solo?».

53«Resto col Padre mio. Non temere», dice Gesù alzando la mano e posandola sulla testa del discepolo prediletto, seduto sull’erba al suo fianco. E gli sorride dicendo: «Ma dovremmo esserci a sera…».

«Maestro, quando ti devo far contento non sento stanchezza, lo sai. E andare dalla Madre!… É come se gli angeli portassero. Non è poi molto lontano».

54«Non è mai lontano ciò che si fa con gioia… Ma tu sosterai la notte a Nazareth».

«E Tu?».

55«E Io… Starò col Padre mio dopo esser stato con mia Madre un poco. E poi mi incamminerò all’alba, prendendo la strada del Tabor senza entrare a Nazareth. Lo sai che devo essere a Jezrael all’aurora di dopodomani».

«Ti stancherai molto, Maestro. Lo sei già».

56«Avremo tempo di riposarci nell’inverno. Non temere. E non sperare di poter andare, con pace come qui, sempre evangelizzando. Conosceremo molte soste…». Gesù china il capo pensoso, sbocconcellando il suo pane più per fare compagnia ai due che, giovani e lieti di essere col Maestro, mangiano di gusto, che per voglia di cibo. Tanto che smette di farlo e si assorbe in uno dei suoi silenzi, che i due rispettano tacendo, riposando al rezzo del monte, i piedi scalzi a cercar frescura sull’erba nata ai piedi dei tronchi potenti. E sonnecchierebbero anche, ma Gesù alza il capo e dice: «Andiamo. Al bivio ci lasceremo».

57E, riallacciati i sandali, si mettono in cammino. L’ombra del bosco e il vento che viene da settentrione li aiuta a sopportare la pesantezza dell’ora ancora calda, sebbene non più torrida come nei mesi di piena estate.

477. A colloquio con la Madre nel bosco di Matatia. Le sofferenze morali

di Gesù e di Maria[91].

A colloquio con la Madre.

Nel bosco di Matatia.

1Gesù è solo. Solo su un pianoro un poco fatto a conca, che con una lieve e pur continua ondulazione sale per il versante dei colli che cingono certo il lago di Galilea, perché lo vedo in basso, a destra, incupire il suo azzurro bellissimo per il sopraggiungere del tramonto, che ritira dà molta parte di lago il folgorante saettare dei raggi solari. Dietro alla conca, a nord, le montagne di Arbela e oltre, più alte, quelle di oltre lago dove sorgono Meieron e Giscala, e a nord est, lontano, ma potente e regale sempre da qualunque parte lo si veda, il Grande Ermon, che il sole al tramonto percuote bizzarramente nel picco maggiore, facendolo di un topazio rosa ad occidente e lasciandolo al suo colore opalino, tendente a quell’indefinibile sfumatura di un niveo azzurrino che ho visto qualche volta sulle vette delle nostre Alpi di confine.

2Io guardo a nord, e questo vedo, come vedo senza fatica a destra, in basso, il lago, a sinistra e più alti i colli che impediscono di vedere la pianura della costa. Ma se mi volgo a mezzogiorno vedo il Tabor oltre dolci colline, che sono certo quelle che cingono Nazareth. Una cittadina è giù, in basso, presso una via di grande transito, dove la gente si affretta per raggiungere i luoghi di tappa.

3Gesù non guarda nulla di ciò che guardo io. Cerca soltanto un posto per sedere e lo elegge ai piedi di un poderosissimo leccio, che con le sue fronde ha riparato le erbe del suolo dal solleone, per cui esse sono ancora fresche e folte come se l’estate non fosse passata bruciando.

4Gesù ha così di fronte il lago, al fianco il sentiero fra le piante per il quale è salito, all’altro lato le ondulazioni che recingono a nord la conca prativa e boschiva dove si trova, e tutta verde, perché le piante sono per lo più lecci e altre, ossia piante perenni, che l’autunno non tocca. Soltanto qua e là mostrano un punto rosso sangue per una foglia che trascolora prima di cadere, cedendo il posto a quella embrionale che già nasce vicina a quella che muore.

5Gesù, molto stanco, si appoggia al tronco potente e sta qualche tempo ad occhi chiusi, come per riposare. Ma poi prende la sua posa abituale, staccandosi dal tronco, piegandosi un poco in avanti, con i gomiti sui ginocchi, gli avambracci sporti in avanti, le mani unite con le dita intrecciate. E pensa. E prega certo. Ogni tanto, per qualche rumore che avviene vicino a Lui -uccelli che rissano cercando il posto per la notte, qualche animale fra l’erba che fa precipitare un sasso per la china, un ramo che urta contro un altro per un soffio solitario di vento- alza gli occhi e, con uno sguardo assorto che certo non vede, li volge in direzione del rumore, specie se è in direzione della stradina che sale fra i lecci. Poi li riabbassa di nuovo concentrandosi in Sé stesso. Due volte guarda con attenzione il lago che ora è già in ombra, e poi volge il capo a guardare ad occidente, dove il sole è scomparso dietro i colli boscosi, e la seconda volta si alza e va proprio sul sentiero e guarda se sale qualcuno, poi torna al suo posto.

Il Messia incontro alla Madre.

6Infine ecco un rumore di passi e due figure che spuntano: Maria vestita di azzurro cupo e Giovanni carico di sacche. E Giovanni chiama due volte: «Maestro!», e appena Gesù si volge dice: «Ecco tua Madre», e l’aiuta a valicare un piccolo rio e alcuni ciottoloni, messi sul sentiero con l’intenzione di rassodarlo e renderlo comodo a chi sale o scende, in realtà con l’utile di farne dei veri trabocchetti per il piede semi scalzo.

7Gesù si alza subito per venire incontro alla Madre e l’aiuta con Giovanni a salire la macia franata, che dovrebbe trattenere il pianoro. In realtà solo i radicioni dei lecci fanno questo ufficio. Ora Maria è sorretta dal Figlio che l’osserva e le chiede: «Sei stanca?».

«No, Gesù», e gli sorride.

8«Mi sembra invece che tu lo sia. Mi spiace averti fatta venire. Ma non potevo venire Io…».

«Oh! non è nulla, Figlio mio. Un poco accaldata sono. Ma qui si sta bene… Tu piuttosto sei tanto stanco e anche il povero Giovanni…».

9Ma Giovanni scuote il capo ridendo e deponendo la sacca, nuova e ben gonfia, di Gesù e la sua sull’erba, ai piedi del leccio, e si ritira dicendo: «Vado giù. Ho visto una fonticella. Mi rinfresco un poco in quell’acqua. Ma sentirò se mi chiamate», e si ritira lasciando liberi i Due.

La cura materna di Maria.

10Maria si allenta il manto e si leva il velo asciugandosi il sudore che le imperla la fronte. E guarda Gesù e gli sorride e ne beve il sorriso, perché Egli pure le sorride mentre le carezza la mano e se la appoggia sulla guancia per averne la carezza. Così «figlio» in quell’atto che gli ho visto fare altre volte! Maria libera la mano e gli ravvia i capelli, levandone un pezzettino di corteccia d’albero rimasta fra le ciocche, ed ogni mossa delle dita è una carezza tanto è l’amore con cui è fatta. E parla: «Sei tutto sudato, Gesù. Il manto sulle spalle è umido come ti fosse piovuto addosso. Ma ora potrai prenderne un altro. Questo lo ritiro io. É stinto dal sole e dalla polvere. Avevo tutto pronto, e… Aspetta! So che hai appena mangiato e una crosta di vecchio pane con un pugno di ulive, salate tanto da morderti le fauci. Me lo ha detto Giovanni, che non faceva che bere appena arrivato. Ma io ti ho portato pane fresco. L’avevo appena sfornato, e un favo di miele che avevo tolto ieri dall’alveare per darlo ai bambini di Simone. Ma per loro ne ho altri favi. Prendilo, Figlio mio. É della nostra casa…», e si curva ad aprire la sacca che ha, sopra a tutte le cose che contiene, un basso cestino di vimini con delle frutta e, sopra a queste, un favo avvolto in lunghe foglie di vite, e offre tutto al Figlio con del pane fresco e croccante.

Potenza d’amore divino di Maria.

11E, mentre Gesù mangia, Ella leva dalla sacca gli indumenti che ha preparato per i mesi invernali, solidi, caldi, atti a riparare dal freddo e dall’acqua, e li mostra a Gesù che le dice: «Quanto lavoro, Mamma! Avevo ancora quelli dello scorso inverno…»

12«Gli uomini, quando stanno lontani dalle donne loro, devono avere tutto di nuovo per non avere bisogno di riparare niente per essere ordinati. Ma non ho sciupato nulla. Questo mio mantello è il tuo accorciato e ritinto. Per me va bene ancora. Ma per Te non andava più. Tu sei Gesù…».

13Dire cosa c’è in questa frase è impossibile. «Tu sei Gesù». Una frase semplice. Ma tutto l’amore della Madre, della discepola, dell’ebrea antica per il Promesso Messia e dell’ebrea del tempo benedetto che possiede Gesù, è in quelle poche parole. Se la Madre si fosse prostrata adorando suo Figlio come Dio, non avrebbe avuto che una forma ancor limitata nella sua forma venerabonda. Ma in queste parole è più di un’adorazione formale delle ginocchia che si piegano, della schiena che si curva, della fronte che tocca il suolo: qui è tutto l’essere di Maria, la sua carne, il suo sangue, la sua mente, il suo cuore, il suo spirito, il suo amore, che adora totalmente, perfettamente il Dio-Uomo.

14Io non ho mai visto cosa più grande, più assoluta, di queste adorazioni di Maria al Verbo di Dio che le è Figlio, ma che Ella sempre ricorda che le è Dio. Nessuna delle creature che, guarite o convertite da Gesù, vedo adorare il loro Salvatore, neppure le più ardenti, neppure quelle inavvertitamente teatrali sotto l’impeto dell’amore, hanno un “che” che assomigli a questo. Esse amano totalmente, ma sempre da creature alle quali manca sempre qualcosa per essere perfette. Maria ama, oso dire, divinamente. Ama più che creatura. Oh! è proprio la Figlia di Dio immune da colpa! Per questo può amare così… E penso a cosa ha perduto l’uomo col Peccato d’origine… Penso a cosa ci ha rubato Satana col suo travolgere i Progenitori. Ci ha levato questa potenza di amare Dio come lo ha amato Maria… Ci ha levato la potenza di amare bene.

La coppia perfetta.

Al Messia non è concesso il conforto.

15Intanto che io considero queste cose guardando la Coppia perfetta, Gesù, finito il suo pasto, è scivolato a sedere sull’erba ai piedi della Madre, posandole il capo sui ginocchi come un fanciullo stanco e anche triste che si rifugia dall’unica che lo può confortare. E Maria lo carezza sui capelli, sfiora la fronte liscia del suo Gesù. Sembra che voglia fugare tutte le stanchezze e tutte le pene che sono in quel suo Figlio, con quella carezza. Gesù chiude gli occhi e Maria sospende la carezza, rimanendo con la mano posata sui capelli, guardando davanti a Lei, pensosa, immobile. Crede forse che Gesù si addormenti. È tanto stanco…

16Ma Gesù riapre gli occhi quasi subito, vede che la sera viene, vede che non è concesso prolungare quell’ora di conforto e allora alza il capo, rimanendo seduto dove è, e parla. «Lo sai, Mamma, da dove vengo?».

«Lo so. Me lo ha detto Giovanni. Due anime che tornano a Dio. Una gioia per Te e per me».

17«Sì. Scendo a Gerusalemme con questa gioia».

«A conforto della delusione che hai avuta lo stesso giorno che ci siamo lasciati».

18«Come lo sai? Te lo ha detto Giovanni? Egli solo sa…».

«No. Io gliene ho chiesto. Ma Giovanni ha risposto: “Madre, fra poco tu lo vedrai. Chiedine a Lui”».

19Gesù sorride dicendo: «Giovanni è fedele sino allo scrupolo».

Ciò che Maria non approva, compatisce.

20Una sosta. Poi Gesù chiede: «Chi dunque te ne ha parlato?».

21«Non a me. Sono venuti dei… degli uomini da Giuseppe tuo fratello. E.… egli è venuto da me. Era ancora un poco… Sì, Figlio mio. É sempre meglio dire la verità. Un poco inquieto dopo il tuo incontro con lui a Cafarnao, e specialmente dopo il discorso che fu tra Giuseppe e Giuda e Giacomo. Si sono visti in tua assenza e anche Giacomo, anzi, soprattutto Giacomo fu severo… Molto… Direi troppo. Però l’Eterno, sempre buono, ha tratto da questo dissapore un bene. Certo perché è stato un dissapore venuto da due fonti d’amore. Diverse, è vero, ma sempre amore. Imperfette, è vero. Perché, se fossero perfette, se almeno una fosse perfetta, non sarebbe trascesa all’ira… Dire ira forse è troppo forte per dare un nome allo stato d’animo di Giacomo, ma certo egli fu molto, molto severo… Tu lo avresti certamente richiamato alla carità. Io… non ho approvato, ma ho compatito perché ho compreso ciò che rendeva così inquieto il sempre paziente Giacomo. Non si può pretendere che sia perfetto… É un uomo. É ancora molto uomo lui pure. Oh! ce ne è della via da percorrere ancora perché Giacomo giunga ad essere un giusto come era il mio Giuseppe! Egli… sapeva dominarsi sempre… ed essere sempre buono…

Verso l’aurora della vera luce.

22Ma io divago! Dicevo che l’amore imperfetto dei due per Te -perché ti amano, oh! tanto. Anche Giuseppe, benché non sembri a prima vista. Ma è proprio amore per Te tutte le cure che si prende anche per questa povera donna. Ed è amore per Te il suo modo di pensare, da vecchio israelita fisso nelle sue idee come suo padre. Cosa darebbe per vederti amato da tutti! A modo suo… Certo…-. Ma, venendo al fatto, ti devo dire che Giuseppe, al quale non ha fatto male il contegno sicuro di Giacomo, si è messo a venire da me ogni giorno, e sai perché? Perché gli spieghi le Scritture, “come tu e tuo Figlio le capite” ha detto. Spiegare le Scritture alla luce della Verità!… É difficile quando chi ci ascolta è un Giuseppe d’Alfeo, ossia uno che crede fermamente al regno temporale del Messia, alla sua nascita regale e a tante altre cose!

23Ma a fargli accettare l’idea che il Re d’Israele deve essere di stirpe regale, di Davide sì, ma non occorre che sia nato in una reggia, mi ha servito l’orgoglio suo stesso. Egli… oh! come ci tiene ad esser della stirpe di Davide! Gli ho detto dolcemente tante cose… e questa idea l’ho raddrizzata in lui. Egli ammette, ora, per concordanza con le profezie, che Tu sei il profetizzato. Ma non sarei riuscita, oh! non sarei, a farlo convinto che Tu, che la tua grandezza vera è proprio nell’essere Re nello spirito, unica cosa che ti possa fare Re universale ed eterno, se non fosse venuta in due riprese della gente a cercarlo… I primi, ancora quelli di Cafarnao e altri con loro, dopo averlo nuovamente sedotto con abbacinanti promesse di grandezza per tutta la casa, vedendolo meno propenso a cedere in loro favore -essi pretendevano che egli ti forzasse e mi forzasse a farti accettare una corona- si sono traditi passando a minacce… Le solite velate minacce che essi usano. Coltelli taglienti avvolti in morbida lana per farli parere innocui… E Giuseppe ha reagito dicendo: “Io sono il più vecchio, ma Egli è maggiorenne e nella nostra famiglia non mi risulta siano mai stati degli stolti o dei pazzi. Come maggiorenne già da quattro lustri, Egli sa ciò che si fa. Andate dunque e interrogatelo, e se Egli ricusa lasciatelo stare. É responsabile delle sue azioni”.

24Ma poi, e proprio la vigilia del sabato, sono venuti dei tuoi discepoli… Mi guardi, Figlio? Lascia che io non ti dica il loro nome, ma lascia che ti dica di perdonarli… Un figlio che avesse alzato le mani sulla canizie del padre, un levita che avesse profanato l’altare e temesse l’ira di Jeové, non sarebbero come essi erano… Venivano da Cafarnao dove ti avevano cercato… Avevano fatto le vie del lago da Cafarnao a Magdala e poi a Tiberiade sperando trovarti. E si erano incontrati con Erma e Stefano, che scendevano con altri a Gerusalemme dopo essere stati ospiti di Gamaliele qualche giorno. Io non voglio dire ciò che essi hanno detto, ciò che ti vogliono dire, e ardono di dirtelo. Ma le loro parole avevano aumentato ancor più il dolore dei discepoli che furono traviati tanto da unirsi a chi ti voleva tradire con una bugiarda unzione. Quando vennero era da me Giuseppe. E bene fu. Oh! Giuseppe non è ancora giunto alla Luce, ma è già nel crepuscolo della sua aurora. Giuseppe ha capito l’insidia e.… ti ama molto, ora, Giuseppe nostro. Ti ama, non oso dire giustamente, ma almeno da parente anziano che soffre del tuo soffrire, che veglia sulla tua incolumità, che conosce i tuoi nemici…

25Ecco perché so cosa ti hanno fatto, Figlio mio. Un dolore… E una gioia, perché in più di uno ti ha riconosciuto per ciò che sei. Per Te e per me, questo dolore e questa gioia. E perdoniamo a tutti, non è vero? Io ho già perdonato i pentiti, per quanto mi era concesso».

26«Mamma, potevi dare ogni perdono anche per Me. Perché Io avevo già perdonato vedendo il loro cuore. Sono uomini… Hai detto bene tu!… Ma Io ho anche la gioia di vedere Giuseppe procedere verso l’aurora della vera Luce…».

27«Sì. Egli sperava vederti. Era bene che lo vedessi. Oggi era assente sino al tramonto. E avrà dolore a non vederti. Ma lo potrà fare a Gerusalemme».

28«No, Madre. Io non starò a Gerusalemme in modo da esser visto. Ho bisogno di evangelizzare la città e i posti ad essa vicini, e ne sarei subito cacciato se mi scoprissero. Dovrò dunque agire come uno che fa il male, mentre voglio fare solo del bene… Ma così è».

La gioia del Maestro.

29«Allora non vedrai Giuseppe? Egli parte domani per i Tabernacoli. Potevate fare il viaggio insieme…».

30«Non posso…».

«Tanto ti perseguitano già, Figlio mio?». Che affanno è nella voce della Madre!

31«No, Madre. No. Non più di prima. Rassicurati. Anzi… Spiriti buoni vengono a Me. Altri, che buoni non sono, si arrestano meditando mentre prima colpivano senza ragione, i discepoli aumentano, quelli anziani sempre più si formano, gli apostoli si perfezionano. Non dico di Giovanni, egli è stato sempre una grazia che il Padre mi ha fatta; ma dico di Simone di Giona e degli altri. Simone, che posso dire giorno per giorno si muta da uomo qual era in apostolo, e tu sai ciò che voglio dire. E mi dà tanta gioia. E Natanaele e Filippo che si sciolgono dai legami delle loro idee. E Tommaso e… Ma che dico! Tutti. Sì, credilo. Tutti in quest’ora sono buoni: la mia gioia. Tu devi stare quieta sapendomi con loro: amici, consolatori, difensori del tuo Figlio. Fossi tu così difesa e amata!».

32«Oh! io ho Maria, ho le mogli di Giuseppe e Simone e loro stessi e i bambini. Ho il buon Alfeo. E poi chi non vuol bene a Maria di Nazareth, a Nazareth? Tu devi stare tranquillo… Un intero paese ama la tua Mamma».

33«Ma non mi ama ancora, meno pochi. Lo so, e so che il loro amore per te è intriso della compassione che si ha per la madre di un folle e di un vagabondo. Ma tu sai che non lo sono e che ti amo. Tu sai che il separarmi da te è l’ubbidienza, non dico più grande, ma più amorosamente dolorosa che il Padre mi chiede…».

Il dolore di Maria.

34«Sì, Figlio mio! Sì. Lo so. Io non mi rammarico di nulla. Certo vorrei essere, preferirei essere con Te, fra il fango, nel vento, all’addiaccio, perseguitata, stanca, senza tetto e fuoco, senza pane, come Te tante volte, anziché nella mia casa, mentre Tu sei lontano e non so come sei mentre ti penso. Tu con me, e io con Te, soffriresti meno, ed io meno soffrirei… Perché sei mio Figlio e ti potrei sempre tenere fra le braccia e difenderti dal freddo, dal duro delle pietre e soprattutto dal duro dei cuori col mio amore, col mio petto, con le mie braccia. Sei mio Figlio. Ti ho tenuto tanto sul cuore nella grotta, nel viaggio in Egitto e al ritorno, sempre, quando le insidie della stagione e degli uomini potevano nuocerti. Perché non potrei farlo ora? Non sono forse più tua Madre perché ora Tu sei l’Uomo? Non può dunque più una madre essere tutto per il figlio perché egli non è più piccino? Io penso che se sarò con Te non potranno farti male… perché nessuno… No. Sono stolta… Tu sei il Redentore… e gli uomini, l’ho visto, non hanno pietà neppure della loro stessa madre… Ma lasciami venirti vicino. Tutto è meglio per me ad esserti lontana».

35«Se gli uomini fossero più buoni sarei tornato a Nazareth ancora. Ma anche Nazareth… Non importa. Verranno a Me. Per ora Io vado ad altri… E non posso portarti con Me. Non tornerò qui che quando essi sapranno chi sono. Ora vado in Giudea… Salgo al Tempio… Poi resterò per quelle contrade… Percorrerò ancora una volta la Samaria. Lavorerò dove c’è più da lavorare. Per questo, o Madre, ti consiglio a prepararti a raggiungermi al principio di primavera e a stabilirti presso Gerusalemme. Ci vedremo con più facilità. Io risalirò sino alla Decapoli ancora qualche volta e ci vedremo ancora… Lo spero. Ma generalmente resterò in Giudea. Gerusalemme è la pecora più bisognosa di cure, perché in verità è più cocciuta di un vecchio montone e più rissosa di un capro inselvatichito. Vado ad effondervi la Parola come rugiada che non si stanca di cadere sulla sua aridità…».

36Gesù si alza in piedi, si arresta, guarda sua Madre che lo fissa attenta. Apre la bocca, poi scuote il capo dicendo: «C’è ancor questo da dire prima dell’ultima cosa… Madre, se Giuseppe vuole parlarmi, sia verso l’alba di dopodomani sulla strada che da Nazareth per il Tabor va a Jezrael. Vi sarò solo o con Giovanni».

«Lo dirò, Figlio mio».

Maria piange sul cuore di Gesù.

37Un silenzio, un alto silenzio, perché gli uccelli hanno finito di rissare fra le fronde e anche il vento tace mentre il crepuscolo infittisce. Poi Gesù, che pare avere cercato a fatica le parole da dire per ultime, dice: «Mamma, la sosta è finita… Un bacio, Mamma. E la tua benedizione». Si baciano e benedicono a vicenda.

38Poi Gesù, chinandosi a raccogliere il velo di sua Madre e chiamando Giovanni come per rendere meno gravi le parole, dice: «Quando verrai in Giudea portami la mia veste più bella. Quella che mi hai tessuta per le feste solenni. A Gerusalemme devo essere “Maestro” nel senso più vasto, e anche più sensibilmente umano, poiché quegli spiriti chiusi e ipocriti guardano più l’esterno, la veste, che l’interno, la dottrina. E così anche Giuda di Keriot sarà contento… e contento Giuseppe che mi vedrà proprio in veste regale. Oh! sarà un trionfo! E la veste tessuta da te vi contribuirà…», e sorride scuotendo il capo per smorzare la verità tagliente che celano quelle parole.

39Ma Maria non si inganna. Sorge in piedi e si appoggia al braccio di Gesù esclamando: «Figlio!», e con uno strazio che mi fa soffrire.

Per la Madre non ci sono segreti.

40Gesù la raccoglie sul cuore ed Ella gli piange sul cuore… «Mamma, ti ho voluto parlare in quest’ora di pace per questo… Ti affido il mio segreto e quanto ho di caro quaggiù. Nessuno dei discepoli sa che non torneremo da queste parti altro che quando tutto sarà compiuto. Ma tu… Per te non ci sono segreti… Te lo avevo promesso, Mamma. Non piangere. Ancora molte ore abbiamo da stare insieme. Per questo ti dico: “Vieni in Giudea”. L’averti vicina mi compenserà della fatica della più difficile evangelizzazione a quei duri di cuore che fanno ostacolo alla Parola di Dio. Vieni con le discepole galilee. Mi sarete tanto utili. Giovanni provvederà all’asilo per te e per loro. Ora, prima che egli torni, preghiamo insieme. Poi tu tornerai al paese, ed Io pure verrò nella notte…».

41Pregano insieme, e sono alle ultime parole del Pater quando appare Giovanni che ai semi luce, quando è vicino, vede e resta stupito per il segno del pianto sul volto di Maria. Ma non dice nulla in merito. Saluta il Maestro e gli dice: «Sarò all’aurora sulla via fuori Nazareth… Vieni, Madre. Fuori dal bosco c’è ancora luce, e giù la strada è luminosa affatto per le lanterne messe ai carri in cammino…».

42Maria bacia ancora Gesù, piangendo nel suo velo, e poi, sorretta da Giovanni che la tiene per il gomito, scende sul sentiero, e poi giù, verso la valle.

43Gesù resta solo, a pregare, a pensare, a piangere. Perché piange Gesù guardando scendere sua Madre. E poi torna dove era prima e riprende la posizione di prima, mentre l’ombra e il silenzio si fanno sempre più folti intorno a Lui.

Le sofferenze morali di Gesù e Maria[92].

Trentatré anni di agonia di Maria.

Dice Gesù:

44«Anche questo non ho dimenticato dei dolori di Maria, mia Madre. L’avere dovuto straziarla con l’attesa del mio soffrire, l’avere dovuto vederla piangere. É per questo che non le nego nulla. Ella mi ha dato tutto. Io le do tutto. Ella ha sofferto tutto il dolore. Io le do tutta la gioia. Vorrei che, quando pensate a Maria, meditaste questa sua agonia durata trentatré anni e culminata ai piedi della Croce. Ella l’ha sofferta per voi. Per voi le derisioni della folla che la giudicava madre di un pazzo. Per voi i rimproveri dei parenti e delle persone d’importanza. Per voi la mia apparente sconfessione: “Mia Madre ed i miei fratelli sono coloro che fanno la volontà di Dio”. E chi più di Lei la faceva, ed una Volontà tremenda, che le imponeva la tortura di vedere suppliziare il Figlio? Per voi le fatiche di raggiungermi qua e là. Per voi i sacrifici, da quello di lasciare la sua casetta e mescolarsi alle folle, a quello di lasciare la sua piccola patria per il tumulto di Gerusalemme.

Il Sacrificio di vedere soffrire la Madre.

45Per voi il dovere essere a contatto con colui che covava in cuore il tradimento. Per voi il dolore di sentirmi accusato di possessione diabolica, di eresia. Tutto, tutto per voi. Voi non sapete quanto l’ho amata la Madre mia. Voi non riflettete come il cuore del Figlio di Maria fosse sensibile agli affetti. E credete che la mia tortura sia stata puramente fisica, al massimo vi aggiungete la tortura spirituale dell’abbandono finale del Padre. No, figli. Anche le passioni dell’uomo Io le ho provate. Ho sofferto di veder soffrire mia Madre, di doverla condurre, come agnella mansueta, al supplizio, di doverla straziare coi successivi addii, a Nazareth prima dell’evangelizzazione, in questo che vi ho mostrato e che precede la mia imminente Passione, in quello – quando già essa è in atto col tradimento dell’Iscariota – prima della Cena, in quello atroce sul Calvario.

Il sacrificio di sopportare la umanità degli apostoli

46Ho sofferto di vedermi schernito, odiato, calunniato, circuito da curiosità malsane che non evolvevano in bene ma anzi in male. Ho sofferto di tutte le menzogne che ho dovuto udire o vedere agenti al mio fianco. Quelle dei farisei ipocriti, che mi chiamavano maestro e mi facevano domande non per fede nella mia intelligenza ma per tendermi tranelli; quelle dei beneficati da Me e che mi si volsero in accusatori nel Sinedrio e nel Pretorio; quella, quella premeditata, lunga, sottile di Giuda, che m’ha venduto ed ha continuato a fingersi discepolo, che m’ha indicato ai carnefici col segno dell’amore. Ho sofferto della menzogna di Pietro, preso da paura umana. Quanta menzogna, e tanto rivoltante per Me che sono Verità! Quanta, anche ora, ve ne è rispetto a Me!

Sacrificio consumato col tradimento dei cristiani

47Dite di amarmi, ma non mi amate. Avete il mio Nome sulle labbra, e in cuore adorate Satana e seguite una legge contraria alla mia. Ho sofferto pensando che davanti al valore infinito del mio Sacrificio – il Sacrificio di un Dio – troppo pochi si sarebbero salvati. Tutti, dico: tutti coloro che nei secoli dei secoli della Terra avrebbero preferito la morte alla vita eterna, rendendo vano il mio Sacrificio, Io li ho avuti presenti. E con questa cognizione sono andato incontro alla morte.

48Vedi, piccolo Giovanni, che il tuo Gesù e la Madre sua hanno sofferto acutamente nel loro io morale. E lungamente. Pazienza, dunque, se dovrai soffrire. “Nessun discepolo è da più del Maestro”. Io l’ho detto. Domani parlerò dei dolori dello spirito. Ora riposa. La pace sia con te».

478. A colloquio con Giuseppe e Simone d’Alfeo che vanno alla festa dei Tabernacoli[93].

Il Messia è il Re universale.

Una prima acqua d’autunno

1Sorge appena il sole sulla natura rorida di una breve pioggia, caduta certo da poco perché la polvere della via ne è ancora bagnata senza peraltro essere divenuta fango. Ecco perché dico che è piovuto da poco e che la pioggia è stata breve. Una prima acqua d’autunno, un’avvisaglia delle piogge novembrine che muteranno le strade palestinesi in un viscido nastro di mota. Ma questa, leggera, propizia ai viandanti, non ha fatto che bagnare la polvere -l’altro flagello di Palestina, riserbato ai mesi estivi, come il fango a quelli invernali- e lavare l’atmosfera e le foglie e le erbe, che brillano tutte, deterse, al primo raggio del sole. Un venticello dolce, puro, scorre per gli uliveti che coprono i colli nazareni, e sembra che un volo d’angeli scorra fra le piante pacifiche, tanto le fronde hanno nel loro frusciare un suono di grandi penne mosse in volo, e brillano nel loro argento imbrillantato, piegandosi tutte da un lato, come se dietro all’ angelico volo rimanesse una scia di paradisiaca luce.

Il Messia se ne andava per la Galilea (Gv 7,1)[94].

2La città è già sorpassata di qualche stadio quando Gesù, che ha camminato per delle scorciatoie fra i colli, entra nella strada maestra che da Nazareth va verso la piana di Esdrelon, la strada carovaniera che di minuto in minuto si anima di pellegrini. Fa pochi altri stadi sulla via quando ad un bivio -dove essa biforca presso una pietra miliare che sui due lati opposti porta scritto “Jafia Simonia – Betlem Carmelo” a ovest, e “Xalot – Naim scytopolis – Engannim” ad est- vede fermi sul ciglio della strada i suoi cugini Giuseppe e Simone, insieme a Giovanni di Zebedeo, che lo salutano subito.

A colloquio con Giuseppe D’Alfeo.

3«La pace a voi! Già qui siete? Io contavo di fermarmi qui aspettandovi e di essere il primo… e già vi trovo», e li bacia visibilmente contento di vederli.

4«Non potevi giungere per primo. Per tema che Tu passassi prima che noi qui fossimo, siamo partiti al lume delle stelle, subito offuscate dalle nubi».

5«Vi avevo detto che mi avreste visto. Allora tu, Giovanni, non hai dormito».

«Poco, Maestro, ma sempre più di Te certo. Ma non fa nulla», e il sereno viso di Giovanni sorride, vero specchio del suo felice carattere sempre contento di tutto.

Giuseppe il testimone di Gesù

6«Ebbene, fratello mio. Mi volevi parlare?», dice Gesù a Giuseppe.

«Sì… Vieni un poco dentro quel vigneto. Saremo più in pace», e per primo Giuseppe d’Alfeo si inoltra fra due filari di viti già dispogliate del loro frutto. Solo qualche racimolo resta ancora sui tralci, fra le foglie che biondeggiano prossime a cadere, per la fame del povero e del pellegrino, secondo le prescrizioni mosaiche[95].

7Gesù lo segue con Simone. Giovanni resta sulla via, ma Gesù lo chiama dicendo: «Puoi venire, Giovanni. Tu sei il mio testimonio».

«Ma…», dice l’apostolo guardando interdetto i due figli d’Alfeo.

8«No, no. Vieni pure. Anzi, vogliamo che tu senta le nostre parole», dice Giuseppe e allora Giovanni scende a sua volta nel vigneto, dove tutti insieme si inoltrano tanto, seguendo la curva dei filari, da essere non visti dalla via.

Concetto sbagliato sul Messia.

«Gesù, io ho avuto gioia vedendo che mi ami», dice Giuseppe.

9«E lo potevi dubitare? Non ti ho sempre amato?».

10«Io pure ti ho sempre amato. Ma… nel nostro amore da qualche tempo non ci comprendevamo più. Io… non potevo approvare ciò che facevi. Perché mi pareva la tua rovina, quella di tua Madre e la nostra. Tu sai… Tutti noi galilei anziani ricordiamo come fu percosso Giuda il galileo[96] e come furono dispersi i suoi parenti e seguaci e confiscati i loro beni. Chi non fu ucciso fu mandato alle galere e i suoi beni confiscati. Io non volevo questo per noi. Perché… Sì, mi pareva che non dovesse essere vero che proprio da noi, della stirpe di Davide, sì, ma così… Non ci manca il pane, questo no, e ne venga data lode all’Altissimo. Ma dove è la grandezza regale che tutte le profezie attribuiscono a colui che sarà Messia?[97] E sei Tu la verga che percuote per dominare?[98] Luce non fosti al sorgere[99]. Neppure nella tua casa nascesti!… Oh! le so bene le profezie! Noi, legno secco ormai. Ma nulla diceva che lo avesse il Signore rivestito di fronde[100]. E Tu che sei, se non un giusto?

11Questi i pensieri per cui ti combattevo, gemendo sulla nostra rovina. E su questo mio gemere ecco venire dei tentatori a far divampare ancor più le mie idee di grandezza, di regalità… Gesù, tuo fratello fu stolto. Ho creduto ad essi e ti ho dispiaciuto. É duro confessarlo, ma lo devo dire. E Tu pensa che tutto Israele era in me, come me stolto, come me sicuro che la forma del Messia non fosse quale Tu ce la dai… É duro dire: “Ho sbagliato! Abbiamo sbagliato e sbagliamo! Da secoli”. Ma tua Madre mi ha spiegato le parole dei profeti.

Il giusto riconosce che Gesù è il Messia.

        12Oh! sì! Ha ragione Giacomo. E ha ragione Giuda. Sentite da Lei, così come essi le sentirono da fanciulli, si vede che Tu sei il Messia. Ecco. I miei capelli imbiancano perché non sono più un fanciullo, e non lo ero neppure quando Maria tornò dal Tempio sposata a Giuseppe. E ricordo quei giorni. E la riprovazione stupita di mio padre quando vide che il fratello non compiva le nozze in breve tempo. Stupore suo, stupore di Nazareth. E anche mormorazione. Perché non è d’uso lasciar scorrere tanti mesi avanti le nozze, mettendosi in condizioni di peccare e di… Gesù, io ho stima di Maria e onoro la memoria del parente mio. Ma il mondo… Per il mondo non è stato un buon momento… Tu… Oh! ora io so. Tua Madre mi ha spiegato le profezie. Ecco perché Dio volle che avessero ritardo le nozze. Perché la tua nascita coincidesse con grande editto e Tu nascessi in Betlem di Giuda. E… tutto, sì, mi ha spiegato Maria, ed è stato come una luce a capire quanto Ella per umiltà ha taciuto. E dico: sei il Messia. Così ho detto, così dirò. Ma dirlo non era ancora cambiare la mente… perché la mia mente pensa re il Messia. Le profezie parlano… ed è difficile poter capire altro carattere nel Messia che non sia di re… Mi segui? Sei stanco?».

13«No, ascolto».

14«Ebbene… Quelli che seducevano il mio cuore sono tornati e volevano che io ti forzassi… E, perché non ho voluto, dal loro volto è caduto il velo e sono apparsi qual sono. I falsi amici: i veri nemici… E altri sono venuti, piangenti come peccatori, e li ho uditi. Hanno ripetuto le tue parole nella casa di Cusa… Ora io so che Tu regnerai sugli spiriti, ossia sarai Colui in cui tutta la sapienza d’Israele si accentra per dare leggi nuove e universali. In Te la sapienza dei patriarchi e quella dei giudici, e quella dei profeti, e quella dei nostri avi Davide e Salomone, in Te la sapienza che guidò i re, Neemia ed Esdra, in Te quella che resse i Maccabei. Tutta la sapienza di un popolo, del nostro popolo, del Popolo di Dio. Capisco che Tu darai al mondo, tutto soggetto al tuo potere, le tue leggi sapientissime. E veramente popolo di santi sarà il tuo popolo.

I grandi odiano il Messia senza motivo.

15Ma, fratello mio, non puoi far questo da solo. Mosè, per tanto meno, si scelse degli aiuti. E non era che un popolo! Tu… Tutto il mondo! Tutto ai tuoi piedi!… Ah! Ma per far questo Tu devi farti conoscere… Perché sorridi con le labbra, stando ad occhi chiusi?».

16«Perché ascolto e perché mi chiedo: “Mio fratello dimentica di avermi rimproverato perché mi facevo conoscere, dicendo che avrei nuociuto a tutta la famiglia!”. Ecco perché sorrido. E anche penso che da due anni e sei mesi Io non faccio che farmi conoscere».

17«E’ vero. Ma… Chi ti conosce? Dei poveri. Dei contadini. Dei pescatori. Dei peccatori. E delle donne! Bastano le dita della mano a contare, fra chi ti conosce, chi non è una nullità senza valore. Io dico che Tu devi farti conoscere dai grandi d’Israele. Dai Sacerdoti, dai Principi dei Sacerdoti, dagli Anziani, dagli Scribi, dai grandi Rabbi d’Israele, da tutti quelli che sono pochi ma valgono una moltitudine. Questi ti devono conoscere! Essi, quelli che non ti amano, fra le loro accuse che, ora lo capisco, sono false, una ne hanno di vera, di giusta: quella che Tu li trascuri. Perché non vai per quello che sei e li conquisti colla sapienza tua? Sali al Tempio e insediati nel Portico di Salomone -sei della stirpe di Davide e profeta, quel posto ti spetta, a nessuno come a Te spetta, di diritto- e parla».

18«Ho parlato. Mi hanno odiato per questo».

19«Insisti. E parla da re. Non ricordi la potenza, la maestà degli atti di Salomone? Se (splendido questo se!) Tu sei proprio il profetizzato dai profeti, come le profezie viste con gli occhi dello spirito illustrano, Tu sei più che uomo. Egli, Salomone, non era che uomo. E allora mostrati per ciò che sei, ed essi ti adoreranno».

20«Mi adoreranno i Giudei, i Principi e i Capi delle famiglie e tribù d’Israele? Non tutti, ma qualcuno che non mi adora mi adorerà in spirito e verità. Ma non sarà ora. Prima devo cingere la corona e prendere lo scettro e vestire la porpora».

21«Ah! Allora sei re, lo sarai presto! Tu lo dici! É come io pensavo! É come molti pensano!».

22«In verità tu non sai come Io regnerò. Solo Io e l’Altissimo, e poche anime alle quali lo Spirito del Signore si è compiaciuto di rivelarlo, ora e nei tempi passati, sappiamo come regnerà il Re d’Israele, l’Unto di Dio».

Il Messia è Re per natura.

23«Però, ascolta anche me, fratello. Però Giuseppe ha ragione. Come vuoi che ti amino o che ti temano se Tu sfuggi sempre di sbalordirli? Non vuoi chiamare Israele alle armi? Il vecchio grido di guerra e vittoria non lo vuoi dire? Ma almeno -non è la prima volta che così avvengono le acclamazioni al trono in Israele- ma almeno per osanna di popolo, ma almeno per avere saputo strappare questo osanna colla tua potenza di Rabbi e Profeta, diventa re», dice Simone d’Alfeo.

24«Già lo sono. Da sempre».

25«Sì. Ce lo ha detto un capo del Tempio. Sei nato re dei giudei. Ma Tu non ami la Giudea. Sei un re disertore perché ad essa non vai. Sei un re non santo se non ami il Tempio dove il volere di un popolo ti ungerà re. Senza il volere di un popolo, se ad esso non vuoi importi con violenza, Tu non puoi regnare», ribatte Simone.

26«Senza il volere di Dio, vuoi dire, Simone. Che è il volere del popolo? Che è il popolo? Per chi è popolo? Chi lo regge tale? Dio. Non dimenticarlo, Simone. E Io sarò ciò che Dio vuole. Per suo volere sarò ciò che devo essere. E nulla potrà impedire che Io lo sia. Non avrò da gettare Io il grido a raccolta. Israele sarà tutto presente alla mia proclamazione. Non avrò Io da salire al Tempio per essere acclamato. Mi ci porteranno. Tutto un popolo mi ci porterà, perché Io salga sul mio trono. Mi accusate di non amare la Giudea… Nel cuore di essa, in Gerusalemme, Io diverrò il “Re dei Giudei”. Saul non fu proclamato re a Gerusalemme, e Davide neppure, e neppure Salomone. Ma Io sarò unto Re in Gerusalemme. Ma ora Io non andrò pubblicamente al Tempio e non mi ci insedierò, perché non è la mia ora».

Messia è invitato a manifestarsi al mondo

(Gv 7,3-4)[101].

27Giuseppe riprende la parola. «Tu fai passare la tua ora. Io te lo dico. Il popolo è stanco degli oppressori stranieri e dei nostri capi. Questa è l’ora. Io te lo dico. Tutta la Palestina, meno la Giudea, e non tutta, ti segue come Rabbi e più ancora. Sei come un vessillo alato su una vetta. Tutti ti guardano. Sei come un’aquila e tutti seguono il tuo volo. Sei come un vendicatore. E tutti attendono che Tu scocchi la freccia. Va’. Lascia la Galilea, la Decapoli, la Perea, le altre regioni, e va’ nel cuore d’Israele, nella cittadella dove tutto il male è racchiuso e da dove deve venire tutto il bene, e conquistala. Anche là hai discepoli. Ma tiepidi, perché poco ti conoscono. Ma pochi, perché non vi sosti. Ma dubbiosi, perché non hai fatto là le opere che hai fatto altrove. Vattene in Giudea, affinché anche quelli vedano ciò che Tu sei attraverso le tue opere. Tu rimproveri i giudei di non amarti. Ma come puoi pretendere di esserlo se stai nascosto a loro? Nessuno, che cerchi e desideri di essere acclamato in pubblico, fa di nascosto le sue opere, ma le fa in modo che il pubblico le veda. Se Tu dunque puoi fare prodigi sui cuori, sui corpi e sugli elementi, va’ là e fatti conoscere al mondo».

Il tempo del Messia (Gv 7,6-7)[102]

28«Ve l’ho detto: non è la mia ora. Non è ancor venuto il mio tempo. A voi sembra sempre il tempo giusto, ma così non è. Io devo prendere il tempo mio. Non prima. Non poi. Prima sarebbe inutile. Mi farei cancellare dal mondo e dai cuori prima di aver compiuto la mia opera. E il lavoro già fatto non darebbe frutto, perché non compito e non aiutato da Dio, il quale vuole che Io lo compia senza tralasciarne una parola o un’azione. Io devo ubbidire al Padre mio. E non farò mai ciò che sperate, perché ciò servirebbe a nuocere al disegno del Padre mio.

29Io vi capisco e vi compatisco. Non ho rancore per voi. Non ho neppure stanchezza, tedio per la vostra cecità… Non sapete. Ma Io so. Voi non sapete. Voi vedete la superficie del volto del mondo. Io vedo il profondo. Il mondo mostra a voi un volto ancor buono. Non vi odia, non perché vi ami ma perché non meritate il suo odio. Siete troppo poca cosa. Ma odia Me, perché Io sono un pericolo per il mondo. Un pericolo per la falsità, per la cupidigia, per la violenza che è il mondo.

Fra il Messia e il mondo è un abisso.

30Io sono la Luce, e la luce illumina. Il mondo non ama la luce, perché essa disvela le azioni del mondo. Il mondo non mi ama, non mi può amare, perché sa che Io sono venuto a vincerlo nel cuore degli uomini e nel re tenebroso che lo domina e lo travia. Il mondo non si vuole convincere che Io sono il suo Medico e Medicina e, come un folle, vorrebbe abbattermi per non essere guarito. Il mondo ancora non vuole persuadersi che Io sono il Maestro, perché ciò che Io dico è contrario a ciò che esso dice. E allora cerca di strozzare la Voce che parla al mondo per ammaestrarlo a Dio, per mostrargli la vera natura delle sue azioni che sono malvagie.

31Fra Me e il mondo è un abisso. E non per mia colpa. Io sono venuto per dare al mondo la Luce, la Via, la Verità, la Vita. Ma il mondo non mi vuole accogliere, e la mia luce per esso diviene tenebre, perché sarà la causa della condanna di coloro che non mi vollero. Nel Cristo è tutta la Luce per coloro fra gli uomini che lo vogliono accogliere, ma sono anche nel Cristo tutte le tenebre per coloro che mi odiano e mi respingono. Per questo, all’inizio dei miei giorni mortali, Io sono stato profeticamente indicato come “segno di contraddizione”. Perché, a seconda di come sarò accolto, sarà salute o condanna, morte o vita, luce o tenebre.

Il tranello degli uomini e di Satana

32Ma coloro che mi accolgono, in verità in verità vi dico che diverranno figli della Luce, ossia di Dio, nati, per avere accolto Dio, a Dio. Perciò, se Io sono venuto per fare degli uomini dei figli di Dio, come posso Io fare di Me un re, come, per amore o per odio, per semplicità o malizia, molti in Israele volete fare? Non comprendete che distruggerei Me stesso, il vero Me stesso, ossia il Messia, non il Gesù di Maria e Giuseppe di Nazareth? Distruggerei il Re dei re, il Redentore, il Nato da una Vergine chiamato Emmanuele, chiamato l’Ammirabile, il Consigliere, il Forte, il Padre del secolo futuro, il Principe della pace, Dio, Colui il cui impero e la cui pace non avrà[103], ma avendo il mondo a sgabello ai suoi piedi, a sgabello ai suoi piedi tutti i suoi nemici e il Padre al suo fianco, come è detto nel libro dei Salmi[104], per diritto sovrumano di origine divina? Non capite che Dio non può essere Uomo altro che per perfezione di bontà, per salvare l’uomo, ma non può, non deve avvilire Sé stesso a povere cose umane? Non capite che se Io accettassi la corona, questo regno come voi lo concepite, confesserei che sono un falso Cristo, mentirei a Dio, rinnegherei Me stesso e il Padre, e peggio di Lucifero sarei, perché priverei Dio della gioia di avervi, sarei peggio di Caino per voi, perché vi condannerei ad un perpetuo esilio da Dio in un Limbo senza speranza di Paradiso?

33Tutto questo non capite? Non capite il tranello degli uomini per farmi cadere? Il tranello di Satana per colpire l’Eterno nel suo Diletto e nelle sue creature: gli uomini? Non capite che questo è il segno che Io sono più che uomo, che Io sono l’Uomo-Dio? Questo mio non appetire che a cose spirituali per darvi il Regno spirituale di Dio?… Non capite che il segno che Io…».

«Le parole di Gamaliele!», esclama Simone.

Parole di Gamaliele

34«…che Io non sono un re, ma il Re, è questo odio di tutto l’Inferno e di tutto il mondo verso di Me? Io devo insegnare, soffrire, salvarvi. Questo devo. E questo Satana non vuole e non vogliono i satana. Uno di voi ha detto: “Le parole di Gamaliele”. Ecco. Egli non è mio discepolo e non lo sarà mai mentre Io sarò di questo mondo. Ma egli è un giusto. Ebbene, fra quelli che mi tentano e che vi tentano al povero regno umano, è forse Gamaliele?».

35«Oh! no! Stefano ha detto che il rabbi, saputo ciò che è avvenuto da Cusa, ha esclamato: “Il mio spirito trassale domandandosi se Egli possa essere veramente ciò che dice. Ma ogni domanda sarebbe morta prima di formarsi nella mente, e per sempre, se Egli avesse acconsentito a questa cosa. Il Fanciullo che io ho sentito ha detto che la schiavitù come la regalità non saranno quali le credevamo, mal comprendendo i profeti, ossia materiali, ma dello spirito, per opera del Cristo, Redentore dalla colpa e fondatore del Regno di Dio negli spiriti. Io ricordo quelle parole. E misuro il Rabbi su quelle. Se nel misurarlo Egli fosse inferiore a quell’altezza, io lo respingerei come peccatore e mentitore. E ho tremato di vedere disciogliersi nel nulla la speranza che quel Fanciullo vi ha messa”», dice Simone.

«Sì, ma intanto non lo dice il Messia», ribatte Giuseppe.

36«Attende un segno, dice», risponde Simone.

«E Tu daglielo allora! E che sia potente».

37«Gli darò ciò che gli ho promesso. Ma non ora. Andate voi intanto a questa festa. Io non ci vengo pubblicamente, come rabbi, come profeta, per impormi, perché non è ancora il mio tempo».

38«Ma almeno in Giudea ci andrai? Darai ai giudei delle prove che li facciano convinti? Perché non possano dire…».

39«Sì. Ma credi che gioveranno alla mia pace? Fratello, più Io farò e più sarò odiato. Ma ti accontenterò. Darò loro delle prove che più grandi non potranno essercene… e dirò loro parole capaci di mutare i lupi in agnelli, le dure pietre in molle cera. Ma non gioveranno…». Gesù è triste.

«Ti ho dato dolore? Dicevo per tuo bene».

40«Non tu mi dài dolore… Vorrei però che tu mi capissi, che tu, fratello mio, mi vedessi per ciò che sono… Vorrei andarmene con la gioia di saperti mio amico. L’amico comprende e tutela gli interessi dell’amico…».

41«E io ti dico che lo farò. So che ti odiano. Ormai lo so. Per questo sono venuto. Ma Tu lo sai. Veglierò su Te. Sono il maggiore. E rintuzzerò le calunnie. E penserò a tua Madre», promette Giuseppe.

42«Grazie, Giuseppe. É grande il mio peso, e tu lo sollevi. Il dolore, un mare, si avanza con le sue onde a sommergermi, e con esso l’odio… Ma, se ho il vostro amore, nulla è. Perché il Figlio dell’uomo ha un cuore… e questo cuore ha bisogno di amore…».

43«E io te lo do. Sì. Per l’occhio di Dio che mi vede, io ti dico che te lo do. Va’ in pace, Gesù, al tuo lavoro. Io ti aiuterò. Ci volevamo bene. Poi… Ma ora torniamo quelli di un tempo. Uno per l’altro. Tu: il Santo, io: l’uomo, ma uniti per la gloria di Dio. Addio, fratello».

44«Addio, Giuseppe».

45Si baciano, e poi è la volta di Simone che chiede: «Benedicici perché si aprano i nostri cuori a tutta la luce».

46Gesù li benedice e prima di lasciarli dice ancora: «Vi affido mia Madre…».

«Va’ in pace. Avrà due figli in noi».

Si lasciano.

47Gesù torna sulla via e con Giovanni al fianco si dà a camminare svelto svelto.

48Dopo un bel poco di tempo Giovanni rompe il silenzio per chiedere: «Ma Giuseppe d’Alfeo è o non è convinto ormai?».

49«Non ancora».

«E allora Tu cosa sei per lui? Messia? Uomo? Re? Dio? Non ho capito bene. Mi pare che egli…».

50«Giuseppe è come in uno di quei sogni del mattino, in cui la mente già si accosta alla realtà alleggerendosi del sonno pesante che dava irreali sogni talora d’incubo. I fantasmi della notte recedono, ma ancora la mente fluttua nel sogno che non si vorrebbe avesse fine, perché bello… Così lui. Si avvicina al risveglio. Ma per ora carezza ancora il sogno. Lo trattiene quasi. Perché per lui è bello… Ma bisogna saper prendere ciò che l’uomo può dare. E lodare l’Altissimo per la trasformazione sin qui avvenuta. Beati i fanciulli! Così facile per loro credere!», e Gesù passa un braccio alla cintura di Giovanni, che sa esser fanciullo e credere, per fargli sentire il suo amore.

479. Con Giovanni presso la torre di Jezrael in attesa dei contadini
di Giocana
[105].

La Missione del Messia.

Il giogo della stanchezza.

1«Sei molto stanco, Giovanni. Eppure bisognerebbe giungere ad Engannim avanti il tramonto di domani».

«Ci arriveremo, Signore», dice Giovanni e sorride, benché sia persino pallido di stanchezza, lui che ha camminato più di tutti. E cerca di prendere un passo più spedito per persuadere il Maestro che non è molto stanco. Ma presto ricade nell’andatura di chi non ne può più, spalle curve, capo che pende in avanti come fosse oppresso da un giogo, piedi che trascinano e incespicano sovente.

2«Dammi almeno le sacche. La mia è pesante».

«No, Maestro. Tu non sei meno stanco di me».

3«Tu lo sei di più, perché da Nazareth sei venuto nel bosco di Matatia e poi sei tornato a Nazareth».

«E ho dormito in un letto. Tu no. Tu hai vegliato nel bosco e presto sei partito».

4«Anche tu. Lo ha detto Giuseppe. Siete partiti con le stelle».

«Oh! ma le stelle durano sino all’alba!», sorride Giovanni. Poi aggiunge, facendosi serio: «E non è il poco sonno che dà dolore…».

5«Che altro, Giovanni? Che ti ha dato dolore? Forse che i miei fratelli…».

Per il Messia occorre fare più che il dovere

6«Oh! no, Signore! Anche quelli… Ma ciò che mi fa pesante… no, non pesante… Ciò che mi fa vecchio è che ho visto piangere tua Madre… Non mi ha detto perché piangeva e io non gliel’ho chiesto, benché ne avessi voglia. Ma l’ho tanto guardata che mi ha detto: “A casa ti parlerò. Ora no, perché piangerei più forte”. E a casa mi ha parlato così dolce e così triste che ho pianto anche io».

7«Che ti ha detto?»

8«Mi ha detto di volerti un gran bene, di non darti mai neanche un piccolo dolore, perché dopo ne avrei tanto rimorso. Mi ha detto: “Facciamo tutto il nostro dovere nei mesi che ci restano, e più che il dovere”. Perché il dovere soltanto è poco per Te che sei Dio. E mi ha detto anche -e questo mi ha fatto soffrire tanto e, non lo avesse detto Lei, non potrei crederlo- e mi ha detto: “Ed è anche poco fare soltanto il dovere verso uno che se ne va, che non potremo poi più servire… Per poter stare rassegnati poi, quando Egli non sarà più fra noi, bisogna aver fatto più che il dovere. Bisogna aver dato tutto, tutto l’amore, le cure, l’ubbidienza, tutto, tutto. Allora nello strazio della separazione si dice: ‘Oh! io posso dire che, finché fu volontà di Dio che io lo avessi, io non ho trascurato un attimo di amarlo e servirlo”‘.

9E io ho detto: “Ma proprio se ne va il Maestro? Ha ancora tanto da fare! Ci sarà tempo…”. E Lei ha scosso il capo dicendo, e due grandi lacrime le scendevano dagli occhi: “La Manna vera, il vivo Pane tornerà al Padre quando l’uomo si felicita di rigustare il sapore del grano novello… E noi saremo soli, allora, Giovanni. Io, per confortarla, ho detto: “Un gran dolore. Ma se Egli torna al Padre noi ne dobbiamo gioire. Nessuno gli potrà fare più del male”. E Lei ha gemuto: “Oh! ma prima!”, e io ho creduto di capire. Ma sarà proprio così, Signore? Proprio, proprio? Vedi, non è che noi non si creda alle tue parole. Ma è che noi ti amiamo e… Io non ti dirò come Simone un giorno: questo non ti può accadere. Io credo, tutti crediamo… Ma ti amiamo e… Oh! Signor mio! I peccati dell’amore sono proprio peccati?».

Il modo della redenzione mistero per gli apostoli.

10«L’amore non pecca mai[106], Giovanni».

11«E allora noi, che ti amiamo, siamo pronti a combattere e uccidere per difenderti. I galilei non sono amati dagli altri proprio perché ci dicono rissosi. Ebbene, giustificheremo la fama che abbiamo difendendoti. Siamo sui luoghi dove, al tempo di Debora, Barac distrusse l’esercito di Sisara, coi suoi diecimila[107]. E quei diecimila erano di Neftali e Zabulon. E noi veniamo da quelli. Il nome ora è diverso, ma il cuore è uguale».

12«Erano diecimila… Ma ora, foste anche dieci volte diecimila, che potreste?»[108].

«Che? Temi le coorti? Non sono tante, e poi… Essi non ti odiano. Non dai noia. Non pensi al regno, ad un regno che strappi una preda alle aquile romane. Non interverranno fra noi e i tuoi nemici, ed essi saranno presto vinti».

13«Mille, diecimila, centomila foste, che sarebbe contro la volontà del Padre? Io la devo compire.»[109].

14Giovanni, accasciato, non parla più. É strana questa cocciutaggine, questa incapacità mentale, anche nei migliori seguaci di Gesù, a comprendere la sua più grande missione! Lo accettano come Maestro, come Messia. Credono alla sua facoltà di salvare e redimere. Ma quando si trovano di fronte al modo come redimerà, ecco che il loro intelletto si chiude. Sembra persino che per loro perdano valore le profezie. Ed è tutto dire in israeliti, che si può dire che respirano e camminano e si nutrono e vivono per mezzo delle profezie! Tutto è vero di ciò che portano i libri sacri, meno questo: che il Messia debba patire e morire, essere vinto dagli uomini. Questo non lo possono accettare. Mi sembrano dei ciechi e dei sordi ai quali Gesù si affanni a mostrare quadri della sua futura Passione perché vi possano leggere ciò che essa sarà. Ma essi chiudono gli occhi. Non vedono e non capiscono perciò.

La sera, un poco fosca, si avanza mentre giungono in vista di Jezrael.

Fedeltà alla missione del Messia.

15Gesù conforta Giovanni -che non ha più parlato e che va come un sonnambulo, tanto è stanco- dicendo: «Presto vi saremo. Tu vi entrerai a cercare un ricovero per te».

«E per Te».

16«No, Giovanni. Io resterò presso la via che viene dalla pianura. Penso che essi verranno a notte, e voglio consolarli e rimandarli prima dell’alba».

«Sei così stanco… e forse pioverà come la notte passata. Vieni almeno sino a metà della vigilia del gallo»[110].

17«No, Giovanni».

«Allora resto con Te. Siamo vicini alle terre dei farisei e… E poi l’ho promesso a tua Madre e a me stesso. Non voglio avere da farmi rimproveri io…».

18Delle torri, adibite non so a che uso, sono ai quattro angoli di Jezrael. Devono essere antiche già da quando le vedo io. Sembrano quattro arcigni giganti messi a far da carcerieri alla cittadina, posta su un’altura dominante la pianura, che si sta annullando nell’ombra precoce di una sera nuvolosa.

19«Saliamo su quel pendio presso la torre. Vedremo tutta la via senza essere visti. Vi è erba per stendersi, e lo scalino davanti alla porta ci accoglierà se verrà l’acqua», dice Gesù.

20Salgono. Si siedono su un bassissimo muretto, semi rovinato, che è a un dieci metri dalla torre. Si direbbe un riparo che in antico fosse messo intorno a questo torrione. Ora è quasi tutto crollato e l’erba folta ne ricopre i ruderi con grandi cascate di convolvoli selvatici e un erigersi di altre erbe, proprie delle rovine, dalle larghe foglie pelose, delle quali non conosco il nome.

21Sbocconcellano all’ultima luce un poco di pane. Non hanno altro. Giovanni, benché stanchissimo, sbircia fra i rami di un fico nato fra le pietre, tutto storto e spettinato, e scopre fra le foglie che tendono a ingiallire qualche ficuzzo risparmiato dagli uccelli e dai ragazzi. Li mangiano completando così il pasto. L’acqua l’hanno nelle fiaschette. Il pasto è presto finito.

Fedeltà sino all’eroismo.

22«Sarà abitata la torre?», chiede assonnato Giovanni.

23«Non credo. Non trapela né luce né voce da essa. Volevi chiedere ricovero? Non ne puoi più…».

«Oh! no. Dicevo per dire… Ma si sta bene qui…».

24«Stenditi almeno, Giovanni. L’erba è folta e qui non deve aver piovuto ancora. Il suolo è asciutto».

25«No… No… Signore. Non ho sonno… Parliamo. Dimmi qualche cosa… Una parabola… Mi siedo qui ai tuoi piedi. Mi basta di mettere la testa sulle tue ginocchia…», e si siede appoggiando il capo, col volto verso il cielo, sui ginocchi di Gesù. Fa sforzi eroici per non dormire. Cerca parlare per vincere il sonno… Cerca di interessarsi a ciò che vede… stelle in cielo, lumi sulla via. Sempre più numerose le prime, perché il vento ha soffiato via le nubi; sempre più rari i secondi, perché la notte ha sospeso il cammino dei pellegrini. Solo qualche ostinato persiste ad andare col suo carro munito di una lanterna, che ballonzola legata al tetto di stuoie o di coperte steso sugli archi del carro.

Ma lo stesso silenzio sempre più fondo concilia il sonno…

26Giovanni, con una voce sempre più lontana, dice: «Quante luci in cielo! E guarda: sembra che qualcuna sia scesa sulla terra e trema e palpita come lassù… Ma sono più piccole e brutte… Noi non possiamo fare le stelle… Nelle nostre c’è fumo, c’è odor di lucignolo… e tutto le può spegnere… Lo hai detto Tu, una volta, che per spegnere la luce in noi basta una farfalla e paragonavi le farfalle alle seduzioni del mondo… E poi dicevi che… mentre le farfalle possono spegnere un lume, l’ala degli angeli, e chiamavi angeli le cose spirituali, fanno più viva la luce che è in noi… Io… l’angelo… la luce…». Giovanni scivola piano piano nel sonno e si stende senza volere, atterrato dalla fatica.

27Gesù aspetta che sia proprio adagiato e poi gli insinua la sacca sotto la testa, gli stende il mantello addosso con mosse paterne. In un ultimo guizzo di lucidità Giovanni mormora ancora: «Non dormo, sai, Maestro?… È solo che così vedo più stelle e ti vedo meglio…», e passa a vedere meglio Gesù e il cielo stellato, sognandoli in un sonno profondo.

28Gesù torna a sedersi sul suo verde sedile. Appoggia il gomito destro al ginocchio, appoggia la guancia sulla palma della mano e pensa, prega, guardando la via deserta ormai, mentre ai suoi piedi il Prediletto, un braccio ripiegato sotto il capo, dorme con la placidità di un fanciullo.

480. Partenza da Jezrael dopo la visita notturna dei contadini di Giocana[111].

Dio premia sempre la fede.

Partenza all’aurora.

1«Giovanni, è l’aurora. Alzati e andiamo», dice Gesù scuotendo l’apostolo perché si risvegli. «Maestro! É già sorto il sole! Quanto ho dormito! E Tu?».  

2«Anche Io, al tuo fianco sotto i nostri mantelli».

«Ah! Ti sei persuaso che i contadini non venivano e ti sei adagiato! Lo avevo previsto…».

3Gesù sorride e risponde: «Essi sono venuti quando la posizione delle stelle dell’Orsa diceva che si iniziava il gallicinio[112]».

«Oh! Non ho sentito nulla!». Giovanni è mortificato. «Perché non mi hai tenuto desto?».

4«Eri tanto stanco. Parevi un fanciullo che dormisse in una cuna. Perché svegliarti?».

«Ma per farti compagnia!».

5«Me la facevi con il tuo sonno sereno. Ti sei addormentato parlando di angeli, di stelle, di anime, di luce… e certo hai continuato nel sonno a vedere angeli, stelle, e il tuo Gesù… Perché riportarti alle nequizie del mondo quando ne eri così lontano?».

Dio premia sempre la fede.

«E se… se invece dei contadini fossero saliti qui dei malviventi?».

6«Ti avrei chiamato, allora. Ma chi doveva venire?».

«Ma… Non so… Giocana ad esempio… Ti odia…»

7«Lo so. Ma sono venuti soltanto i suoi servi. Nessuno ha tradito… perché tu pensi anche questo: che qualcuno abbia parlato per nuocere a Me e a loro. Ma nessuno ha tradito. E ho fatto bene ad attenderli qui. Il nuovo intendente è degno del padrone e ha ordini severissimi. Non manco alla carità dicendoli crudeli. Un altro nome sarebbe menzogna… Sono corsi via appena è stata sera scura, pregando il Signore che li facesse incontrare con Me. Dio premia sempre la fede e conforta i suoi figli infelici. Se non mi avessero trovato, sarebbero stati qui sino a mattutino e poi sarebbero tornati indietro per farsi trovare all’aurora sui campi… E così li ho visti e benedetti…».

I fedeli affidati a gli apostoli e ai discepoli.

«E sei triste di averli visti così oppressi».

8È vero. Tante tristezze… Per ciò che dici, per non avere avuto nulla da dare al loro corpo sfinito, per il pensiero che non li vedrò più…».

«Lo hai detto a loro?».

9«No. Perché mettere un dolore là dove già tutto è dolore?».

«Li avrei salutati volentieri anche io per un’ultima volta».

10«Per te non è l’ultima volta. Tu, anzi, insieme ai condiscepoli, molto ti occuperai di loro quando Io me ne sarò andato. Affido a voi tutti i miei seguaci, e specie coloro che sono i più infelici e che nella fede hanno il loro unico sostegno e l’unica gioia nella speranza del Cielo».

«Oh! Maestro mio! Dirò anche io come tuo fratello Giuseppe: va’ in pace, Maestro. Io, così come so fare, ti continuerò. Credilo».

Il Padre veglia sui figli diletti.

11«Ne sono sicuro. Andiamo… La via si anima. Le nubi si accavallano in cielo e la luce scema anziché crescere. Oggi pioverà e tutti si affrettano verso la nuova tappa. Ma le nubi sono state buone con noi. La notte fu tiepida e non c’è stata pioggia per noi che eravamo all’aperto. Il Padre sempre veglia sui suoi figli diletti».

«Diletto Tu, Maestro. Io…».

12«Tu gli sei diletto perché mi ami».

«Oh! questo sì. Sino alla morte…».

13E, mescolati fra la folla, si allontanano verso il sud…

481. Arrivo ad Engannim. Macchinazioni
di Giuda Iscariota per sventare un’insidia
[113].

Menzogne e verità velate.

Arrivo ad Engannim.

1Il tempo ha proprio mantenuto le sue promesse e si è risolto in un’acqua uggiosa, minuta, persistente. Chi è sui carri si difende bene. Ma chi è a piedi o sui somarelli si bagna e ne ha molestia, soprattutto chi all’uggia dell’acqua, che gli bagna la testa e le spalle, unisce quella della fanghiglia sempre più molle che penetra nei sandali, si incrosta alle caviglie e schizza sulle vesti. I pellegrini si sono tirati sul capo, magari piegati a due doppi, i mantelli o delle coperte, e sembrano tutti tanti frati incappucciati.

2Gesù e Giovanni, a piedi, sono ben bagnati. Ma si preoccupano più di proteggere le sacche, dove sono le vesti di ricambio, che se stessi. Così giungono ad Engannim e si danno a cercare gli apostoli, dividendosi per trovarli prima. É Giovanni quello che li trova, ossia trova Giacomo di Zebedeo, che ha fatto le provviste per il sabato.

Il Messia odia la menzogna

3«Eravamo in pensiero. E, se non vi vedevamo, tornavamo indietro nonostante il sabato… Dove è il Maestro?».

«É andato a cercarvi. Chi primo trova va presso il fabbro».

4«Allora… Guarda. Noi siamo in quella casa. Una buona donna con tre figlie. Va’ subito dal Maestro e vieni…». Giacomo abbassa la voce e bisbiglia guardandosi intorno: «Ci sono molti farisei… e.… con male intenzioni certo. Ci hanno interrogato perché Egli non era con noi. Volevano sapere se è andato avanti o se è indietro. Abbiamo detto prima: “Non sappiamo”. Non ci hanno creduto. Ed era giusto, perché come possiamo dire, noi, che non sappiamo dove Egli è? Allora l’Iscariota, lui non ha tanti scrupoli, ha detto: “É andato avanti”; e posto che non erano persuasi e facevano domande con chi, con che, quando era andato, se era noto che l’altro venerdì era verso Giscala, ha detto: “A Tolemaide prese posto su una nave e ci ha preceduti, perciò. Scenderà a Joppe entrando a Gerusalemme per la porta di Damasco, per andare subito da Giuseppe d’Arimatea nella sua casa di Bezeta”».

5«Ma perché tante menzogne?», chiede scandalizzato Giovanni.

6«Mah! Glielo abbiamo detto anche noi. Ma ha riso dicendo: “Occhio per occhio, dente per dente, e menzogna per menzogna. Basta sia salvo il Maestro. Lo cercano per nuocergli. Lo so”. Pietro gli ha osservato che fare il nome di Giuseppe poteva dare noie allo stesso. Ma Giuda ha risposto: “Correranno là e, vedendo lo stupore di Giuseppe, capiranno che non è vero”. “Ti odieranno, allora, per la beffa che hai loro fatta…”, abbiamo obbiettato. Ma lui ha riso dicendo: “Oh! me ne rido del loro odio. So come tenerlo innocuo…”. Ma va’, Giovanni. Cerca di trovare il Maestro e vieni con Lui. L’acqua ci serve. I farisei sono nelle case per non bagnarsi le immense vesti…».

7Giovanni dà al fratello la sacca e fa per correre via. Ma Giacomo lo trattiene per dirgli: «E non dire al Maestro le menzogne di Giuda. Anche se dette a scopo buono, sono sempre menzogne. E il Maestro odia la menzogna…».

«Non lo dirò», e Giovanni corre via.

Giacomo ha detto giusto. I ricchi sono già nelle case. Nelle vie si agita, in cerca di ricovero, soltanto la povera gente…

Bagno caldo e verità velate.

8Gesù è sotto un androne presso la mascalcia. Giovanni lo raggiunge e gli dice: «Vieni presto. Li ho trovati. Potremo rivestirci di vesti asciutte». Non dice di più per spiegare la sua fretta.

9Raggiungono presto la casa. Entrano dalla porta lasciata accostata. Lì, subito dietro, sono gli undici apostoli che si affollano intorno a Gesù, come se non lo vedessero da molti mesi. La padrona di casa, una donnina appassita, striminzita, occhieggia da una porta socchiusa.

10«La pace a voi», dice Gesù con un sorriso e li abbraccia senza differenze nell’affetto. Tutti parlano insieme volendo dire tante cose. Ma Pietro urla: «State zitti! E lasciatelo andare. Non vedete come è bagnato e stanco?», e al Maestro: «Ti ho fatto preparare un bagno caldo e.… dammi qua quel mantello bagnato… e le vesti calde. Le ho prese nella tua sacca…». Poi si volta verso l’interno della casa e grida: «Ehi! donna! L’Ospite è arrivato. Porta le acque ché al resto ci penso io».

11E la donna, timida come tutti quelli che hanno sofferto -e il suo volto dice che ella ha sofferto- traversa silenziosa il corridoio, seguita da tre giovinette che le somigliano nell’esilità e nell’espressione, per andare nella cucina a prendere i paioli pieni d’acqua bollente.

12«Vieni, Maestro. E anche tu, Giovanni. Siete freddi come degli annegati. Ma ho fatto cuocere del ginepro con dell’aceto per metterlo nell’acqua. Fa bene».

Infatti i paioli, passando, hanno sparso un odore di aceto e di altri aromi.

13Gesù, nell’entrare in una stanzetta dove sono due larghi mastelli (ossia due tinozzette di legno forse destinate ai bucati), guarda la donna che esce con le figlie e la saluta: «La pace a te e alle tue figlie. E il Signore ti compensi».

«Grazie, Signore…», dice lei e sguscia via.

14Pietro entra con Gesù e Giovanni. Chiude la porta e sussurra: «Bada che non sa chi Tu sei… Siamo pellegrini tutti, e Tu sei un rabbi, noi i tuoi amici. É vero, in fondo… Non è… Umh! già! non è che una verità velata… Troppi farisei e.… troppo interessati di Te. Regolati… Dopo parleremo», e se ne va lasciandoli soli e tornando presso i compagni seduti in una stanzetta.

“Tutto meno il peccato”.

15«E ora? Che diremo al Maestro? Se diciamo che abbiamo mentito ne avrà dolore. Ma… non possiamo non dirglielo», dice Pietro.

«Ma non sacrificarti! Io ho mentito e io lo dirò».

16«E lo farai più triste ancora. Non hai visto come è mesto?».

«Ho visto. Ma è perché è stanco… Del resto… So anche dire ai farisei: “Vi ho mentito”. Queste sono inezie. L’importante è che Egli non abbia a soffrire».

17«Io non direi nulla. A nessuno. Se lo dici a Lui, non otterrai di tenerlo nascosto. Se a loro, non otterrai di salvarlo dalle insidie…», osserva Filippo.

«Lo vedremo», dice sicuro Giuda.

18Passa poco tempo e Gesù rientra con le vesti asciutte, ristorato dal bagno. Giovanni lo segue. Parlano di tutto quanto è avvenuto al gruppo apostolico e al Maestro e Giovanni. Ma nessuno dice nulla dei farisei sinché Giuda non dice: «Maestro, so di sicuro che Tu sei cercato da chi ti odia. E per salvarti ho sparso la voce che Tu non vai a Gerusalemme per le vie solite, ma per mare sino a Joppe… Essi si riverseranno di là, ah! ah!».

19«Ma perché mentire?».

«Ed essi perché mentono?»

«Ma essi sono essi, e tu non sei, non dovresti essere come loro…»

20«Maestro, io sono una cosa sola: uno che conosce loro e che ti vuole bene. Vuoi Tu rovinarti? Io sono pronto a impedirlo. Ascoltami bene e senti il mio cuore nelle mie parole. Tu domani non esci di qui…».

«Domani è sabato…».

«Va bene. Ma non esci di qui. Ti riposi, ti…»

21«Tutto meno il peccato, Giuda. Nessuna considerazione mi farà accettare di mancare alla santificazione del sabato».

«Essi…».

22«Facciano ciò che vogliono. Io non peccherò. Se lo facessi, oltre il mio peccato che peserebbe su Me, darei nelle loro mani un’arma per rovinarmi. Non ricordi che già mi dicono profanatore del sabato?» 

«Il Maestro ha ragione», dicono gli altri.

23«Va bene… Farai ciò che vuoi per il sabato. Ma per la strada no. Non facciamo la via di tutti, Maestro. Ascoltami. Disorientali…».

L’ insidia sventata (Gv 7,10)[114]

24«Ma insomma! Cosa sai di preciso, tu che parli?!», urla Simone agitando le sue corte braccia. «Maestro, ordinagli di parlare!».

25«Pace, Simone. Se tuo fratello è venuto a conoscenza di un pericolo, forse con pericolo per sé stesso, e ce ne avverte, noi non dobbiamo trattarlo come un nemico, ma essergliene grati. Se egli non può tutto dire, perché potrebbe compromettere terze persone non abbastanza coraggiose per prendere l’iniziativa di parlare, ma ancora abbastanza oneste da non permettere un delitto, perché lo volete forzare a parlare? Lasciatelo dunque parlare, ed Io accetterò quanto di buono è nel suo progetto, respingendo ciò che potrebbe non essere buono. Parla, Giuda».

26«Grazie, Maestro. Tu solo mi conosci veramente per ciò che sono. Io dicevo. Dentro ai confini della Samaria potremmo andar sicuri. Perché in Samaria comanda Roma più che in Galilea e Giudea, e loro, chi ti odia, non vuole noie con Roma. Però, sempre per disorientare le spie, io dico di non seguire la via diretta, ma uscendo di qui dirigersi a Dotain e poi, senza giungere a Samaria, tagliare il paese e passare per Sichem, poi giù a Efraim, per l’Adomin e il Carit e giungere di lì a Betania».

«Via lunga e difficile, se piove in specie»

«Pericolosa! L’Adomim …»

«Sembra che tu cerchi il pericolo…».

27Non c’è entusiasmo negli apostoli. Ma Gesù dice: «Giuda ha ragione. Seguiremo questa via. Dopo avremo tempo di riposarci. Ho ancora altro da fare prima che l’ora giunga e sia perfetta, e non devo, per stoltezza, mettermi nelle loro mani sinché tutto non è compiuto. Passeremo da Lazzaro, così. Egli certo è molto malato e mi attende… Mangiate voi. Io mi ritiro. Sono stanco…».

«Ma neppure un po’ di cibo! Non sei malato, eh?».

28«No, Simone. Ma sono sette giorni che non tocco un letto. Addio, amici. La pace sia con voi…». E si ritira.

Le macchinazioni dell’Iscariota

29Giuda giubila: «Avete visto? Egli è umile e giusto e non respinge ciò che sente buono…».

«Sì… ma… Credi che sia contento? Proprio contento?».

«Non lo credo… Ma capisce che ho ragione…».

«Io vorrei sapere come hai fatto a sapere tante cose. Eppure… sei sempre stato con noi!»

30«Sì. E voi mi sorvegliate come una bestia pericolosa. Lo so. Ma non fa nulla. Ricordate questo: anche un mendico, e anche un ladrone può servire a sapere, e anche una donna. Io ho parlato con un mendico e l’ho beneficato. Con un ladrone e ho scoperto… Con una… donna e.… quante cose può sapere una donna!».

31Gli apostoli si guardano strabiliati. Con gli sguardi si interrogano. Quando? Dove Giuda ha saputo ed ha avvicinato?…

32Egli ride e dice: «E con un soldato! Sì. Perché la donna aveva detto tanto da mandarmi dal milite. E ho avuto conferma. E ho fatto sapere… Tutto è lecito quando è necessario. Anche le cortigiane e le milizie!».

«Sei… tu sei…!», dice Bartolomeo frenando ciò che stava per dire.

33«Sì. Sono io. Nulla più che io. Un peccatore per voi. Ma io, con tutti i miei peccati, servo meglio il Maestro che voi. E del resto… Se una cortigiana sa ciò che vogliono fare i nemici di Gesù, segno è che essi vanno dalle cortigiane o le hanno con loro, ballerine e mie, per rallegrarsi… E se ce le hanno loro vicine… posso averle anche io. Mi ha servito, vedete? Pensate che ai confini della Giudea Egli poteva essere preso. E ditemi saggio per averlo evitato…».

Perché piange il Messia?

34Tutti sono pensierosi e mangiano svogliatamente il loro cibo. Poi Bartolomeo si alza.

«Dove vai?».

«A trovarlo… Non sono convinto che dorma. Gli porterò del latte caldo… e vedrò».

Esce, sta via qualche tempo. Torna.

35«Era seduto sul letto… e piangeva… Tu lo hai addolorato, Giuda. Io lo pensavo».

«Lo ha detto Lui? Vado a spiegarmi».

«No. Non lo ha detto. Anzi ha detto che hai i tuoi meriti tu pure. Ma io l’ho capito. E non andare. Lascialo in pace».

36«Siete tutti stolti. Egli soffre perché è perseguitato, impedito nella sua missione. Questo è», si ribella Giuda.

37E Giovanni conferma: «É vero. Ha pianto anche prima di riunirsi a voi. Molto soffre, anche per la Madre, per i fratelli, per i contadini infelici. Oh! tanto dolore!»

«Racconta, racconta…».

38«Lasciare la Madre è dolore. Vedere che non lo si comprende, che nessuno lo comprende, è dolore. Vedere che i servi di Giocana…»

39«Eh! sì! Quelli è proprio un dolore vederli!… Sono contento che Marziam non li abbia visti. Avrebbe sofferto e odiato il fariseo…», dice Pietro.

40«Ma i miei fratelli hanno fatto soffrire ancora Gesù?», chiede severo Giuda Taddeo.

41«No, anzi! Si sono visti e hanno parlato con amore e si sono lasciati con pace e con promesse buone. Ma Egli li vorrebbe… come noi… e più di noi tutti… Vorrebbe tutti noi convinti del suo Regno e della natura di esso. E noi…».

42Giovanni non dice di più… E il silenzio scende nella stanzetta illuminata da un lume a due becchi, che illumina dodici volti diversamente pensosi.

482. In cammino con un pastore samaritano la cui fede viene premiata[115].

Premio alla fede e alla bontà provata.

Attraverso i monti samaritani.

1Non so dire in che luogo della Samaria ci si trova. Certamente nel bel mezzo dei monti samaritani, per quanto questi non siano i più alti. Perché i più alti sono più a sud, con le loro cime ben erte contro il cielo che si è rasserenato.

2Gli apostoli camminano più che possono intorno a Gesù. Ma il sentiero, una scorciatoia, non permette che ciò avvenga sovente, e il gruppo si forma e si scioglie continuamente.

Solidarietà ed accoglienza.

3Molti pastori sono con le loro mandrie sui monti, e ad essi si rivolgono gli apostoli per domandare se il sentiero è sempre quello che conduce alla via carovaniera che dal mare va a Pella. Per quanto siano dei samaritani, rispondono sempre senza sgarberie alle domande. E uno, anzi, ad un intreccio di stradine che vanno in tutti i sensi per poi biforcarsi ancora in altri nodi, dice: «Fra poco io scendo a valle. Riposate alquanto e faremo la via insieme. Se vi smarriste in questi monti… non sarebbe buona cosa…». Abbassa la voce e aggiunge: «I ladroni…», si guarda intorno come temesse di averli vicini e minacciosi. Poi, rassicurato, dice ancora: «Dalle falde del Garizim e dell’Ebal essi scendono e si spargono in questi tempi di pellegrinaggi. E trovano sempre da fare, nonostante che i romani rinforzino la guardia sulle vie… perché c’è sempre gente che evita le vie battute, per fare più presto o per altri motivi».

4«Avete molti malandrini, eh?», dice con un sorrisetto significativo Filippo.

«Credi che siano samaritani, tu, galileo?», dice subito risentito il pastore.

È sorto un profeta più grande di Elia.

5Interviene l’Iscariota il quale, essendo stato lui il promotore di quella deviazione di itinerario, si sente in dovere di eliminare ogni incidente increscioso. «No, no! Ma è perché, sapendovi ospitali, chi fa del male altrove viene a rifugiarsi qui. É come se… se foste tutto un luogo di asilo. I malfattori sanno bene che nessuno, né galileo né giudeo, li inseguirebbe qui, e se ne approfittano. E anche la natura li serve. Questi monti…».

6«Ah! credevo che pensaste… Ma i monti, sì, servono molto. I due più alti, poi… Sì… ma… quanti ce ne conduce l’Adomin e la gola d’Efraim! Di tutte le razze, eh! eh! e.… i soldati di Roma sono furbi… A snidarli non vanno. Già solo le serpi e le aquile possono conoscere e penetrare nelle loro tane. E si raccontano cose tremende. Ma sedete. Vi do del latte… Samaritano sì, ma so anche io il Pentateuco! E con chi non offende non offendo. Voi… non offendete, eppure siete galilei e giudei. Ma si dice che vi è sorto un profeta che insegna ad amarci. Se non pensassi che secondo gli scribi e farisei d’Israele noi siamo maledetti, così dicono, direi che i grandi profeti che ci hanno amati, benché samaritani, sono tornati in Lui, come dicono alcuni, per rivivere. Ma io non ci credo… Ecco il latte… Però mi piacerebbe incontrare questo profeta. Dicono che l’altro profeta, quello che s’era rifugiato ai nostri confini e che noi non abbiamo tradito – quelli che ci insultano dovrebbero ricordarlo – lo abbia detto che questo profeta sorto in Israele è più grande di Elia. Lo ha chiamato l’Agnello di Dio, il Cristo. E dei samaritani di Sichem gli hanno parlato, e dicono grandi cose di Lui, e molti si sono messi sulle vie grandi perché si pensa che passi. Anzi – è la prima volta che avviene – anche dei giudei, dei farisei e dottori ci hanno interrogati in ogni città, dicendo che se lo vediamo si corra avanti a dire che giunge, perché gli vogliono fare gran festa».

Non mentire, neppure a buon fine.

7Gli apostoli si guardano sottecchi, ma prudentemente non parlano. Giuda, con i suoi brillanti occhi neri, pieni di una luce di trionfo, sembra dire: «Avete sentito? Persuasi adesso che ho ragione?».

8Il pastore continua a parlare: «Voi certo lo conoscete. Da dove venite?».

«Dall’alta Galilea», risponde presto Giuda.

«Ah! siete… No. Tu non sei galileo».

«Siamo di tutti i luoghi. Siamo andati in pellegrinaggio alle tombe dei dottori».

9«Ah! Siete discepoli forse… Ma quest’uomo non è egli stesso un rabbi?», dice indicando Gesù.

«Siamo discepoli. Bene hai detto. Sì, è un rabbi quest’uomo. Ma tu sai che da rabbi a rabbi c’è differenza…».

10«So. Certo che costui è giovane e avrà ancora da imparare dai grandi dottori del Tempio vostro», e una palese punta di disprezzo è nell’aggettivo possessivo. Ma Giuda, sempre così pronto a ribattere, è di una remissività meravigliosa.

11Gli altri non parlano, Gesù è come assorto, e perciò la frecciata non suscita repliche. Giuda, anzi, dice sorridendo: «É molto giovane infatti. Ma è il più sapiente fra noi», e per mettere fine alla conversazione, che potrebbe farsi pericolosa, dice: «Hai ancora molto da stare qui? Perché vorremmo essere giù, a notte».

«No. Vengo. Raduno le pecore e vengo».

12«Va bene. Noi si va avanti, intanto…», e si alza con gli altri prendendo subito il sentiero. E, quando un boschetto folto si frappone fra lui e il pastore, ride, ride, dicendo: «Ma come è facile prendere in giro la gente! E vi siete persuasi adesso che io non mentivo e non ero stolto?».

«No. Non mentivi… ma hai mentito ora».

13«Mentito? No. Come lo puoi dire, Filippo? Ho saputo dire la verità senza che si muti in danno. Non veniamo forse dall’alta Galilea? Non siamo forse di tutti i luoghi? Non siamo forse un giorno andati a prendere sassate per venerare le tombe dei dottori? E non ci siamo passati vicini anche nell’ultimo viaggio verso Giscala? Ho negato forse che Gesù è un rabbi? Ho forse detto che non è sapiente più di tutti noi?… Nel dire questo io pensavo, e ridevo nel cuore, che nel dire “noi” offendevo i rabbi, tutti inferiori al Maestro, benché credano di non esserlo, e prendevo in giro il pastore… Ah! Ah! Ah! Le cose bisogna saperle dire… e si dice tutto senza peccare e senza danneggiare».

14Giuda d’Alfeo fa una smorfia di disgusto e dice: «Per me è sempre mentire».

15«Eh! già! L’ho fatto io! Ma hai sentito, eh? Hanno messo giù le prevenzioni, i ribrezzi, la boria, per dire a dei samaritani di segnalare il passaggio del Maestro per fargli festa ai confini! Ah! Ah! Che festa!».

16«La festa! Anche essi hanno saputo parlare e pensare, parlando con menzogna, ad una verità… Giuda di Keriot ha ragione», dice Tommaso.

17Gesù si volta e dice: «Sì. Il loro: un inganno. E odioso. Ma anche il dire una cosa per l’altra a buon fine è sempre riprovevole. Credi tu che il Signore abbia bisogno di questo per proteggere il suo Messia? Non mentire più, neppure a buon fine. L’animo si abitua ad immaginare la menzogna e le labbra a proferirla. No, Giuda. Evita l’insincerità».

«Lo farò, Maestro. Ma tacciamo adesso. Il pastore sta raggiungendoci di corsa».

Il pastore messo alla prova della fede

18Infatti, spingendosi avanti le pecore che, sentendo prossimo l’ovile, si danno a correre della loro corsa ballonzolante, belando, urtandosi fra di esse, passando per forza fra gli apostoli e quasi travolgendoli, sopraggiunge il pastore seguito dal pastorello e dal cane, e non si ferma che quando riesce con l’aiuto del fanciullo e del cane a raffrenare le pecore, a riunirle perché non si spargano o scendano a valle da sole.

19«Sono le bestie più stolide che siano sulla terra. Ma sono tanto utili!», dice asciugandosi il sudore e sospira: «Eh! se ci fosse ancora Ruben! Ma con questo fanciullo soltanto! …». Scuote il capo scendendo dietro alle sue pecore che il cane e il fanciullo, in testa al gregge, tengono raccolte. E monologa: «Se sapessi trovarlo quel profeta, samaritano come sono, gli parlerei…».

20«E che gli diresti?», chiede Gesù.

21«Direi: “Avevo una moglie buona come un’acqua di monte ad un assetato, e l’Altissimo me l’ha presa. Avevo una figlia buona come la madre, me la vide un romano e la volle in moglie portandola lontano. Avevo il maschio primogenito e mi era tutto… scivolò sul monte, un giorno che pioveva, e si è rotta la spina ed è immobile e ora sta anche male, perché dentro si è ammalato, e i medici dicono che morirà. Io non ti chiedo perché l’Eterno mi ha punito. Ma ti prego di guarirmi il figliò”».

22«E credi che potrebbe guarirtelo?».

«Sì, certo che lo credo! Ma non lo vedrò mai…».

23«Perché ne sei certo? Egli non è samaritano».

«E’ un giusto. É il Figlio di Dio, si dice».

24«Voi, nei padri, avete offeso Dio».

25«E’ vero. Ma è detto anche che Dio perdonerà alla Colpa dell’uomo mandando il Redentore. Nel Pentateuco, vicino alla condanna ad Adamo ed Eva, si legge questa promessa[116]. E il Libro la porta ancora e ancora. Se perdona quella colpa, può non avere misericordia di me, che non ho colpa di esser nato samaritano? Io credo che, se il Messia sapesse il mio dolore, ne avrebbe pietà».

26Gesù sorride ma non dice niente. Anche gli apostoli hanno un sorriso d’intesa, che però il pastore non nota.

Messo alla prova della bontà

27«Quel fanciullo allora non è tuo figlio?», domanda poi Gesù.

«No. É figlio di una vedova che ne ha otto di maschi e fa la fame. Io l’ho preso per aiuto… e per figlio… per non essere solo dopo… quando Ruben sarà nel sepolcro…», e sospira.

28«Ma se tuo figlio guarisse, che faresti di questo?».

«Lo terrei. É buono e ne ho pietà…», abbassa la voce dicendo: «Egli non sa… Ma suo padre è morto nelle galere».

29«Che aveva fatto per meritarlo?».

«Nulla di volontario. Ma il suo carro travolse un soldato ubriaco e fu accusato di averlo voluto fare…».

30«Come sapete che è morto?».

«Oh! non si sopravvive molto al remo! Ma notizia certa ci è giunta per via di un mercante di Samaria, che lo vide levare dai ceppi morto e gettare a mare oltre le Colonne».

31«E proprio lo terresti con te?».

«Pronto a giurarlo. Lui infelice, io infelice. E non sono solo. Altri hanno preso i figli della vedova ed ella è rimasta con le tre fanciulle. Sempre troppe. Ma meglio essere in quattro che in dodici… Ma non occorre che io giuri!… Ruben morirà…»

Affidamento all’angelo dei pellegrini.

32Già si vede la via, ed è molto battuta da pellegrini che si affrettano ai luoghi di sosta. La sera è prossima.

«Hai dove dormire?», chiede il pastore.

33«No, in verità».

«Ti direi: “vieni”, ma la casa è piccola per tutti. Però lo stabbio è grande».

34«Dio ti compensi come mi avessi ospitato. Ma proseguo ancora finché non tramonterà la luna».

«Come vuoi. Ma non temi di smarrirti? E di fare incontri brutti?».

35«Per i ladroni mi protegge la mia povertà e quella dei compagni miei. Per la via mi affido all’angelo dei pellegrini».

Fosti buono e Dio ti consolerà

36«Devo andare avanti al gregge. Il fanciullo non sa ancora… E la via è piena di carri…», e corre avanti per guidare in salvo le pecore.

37«Maestro, ora viene il brutto. C’è da percorrere un pezzo di strada fra la gente…», sussurrano gli apostoli. Eccoli sulla via, dietro alle pecorelle che procedono in fila, strette fra il monte e il vincastro del pastore e la vigilanza del cane. Il fanciullo è adesso vicino a Gesù che lo accarezza.

38Giungono ad un bivio. Il pastore ha fermato il gregge dicendo: «Ecco. Questa è la via per Te. E questa è la mia. Ma, se vieni verso il paese, ne trovi una terza più breve per giungere al paese vicino. Guarda: vedi quel sicomoro gigante? Vai fin là e poi torci a destra. Vedrai una piazzetta con una fontana e, dopo questa, una casa, nera di fumo. É il fabbro. Oltre la sua casa c’è la via. Non puoi sbagliare. Addio».

39«Addio. Fosti buono e Dio ti consolerà».

40Il pastore va per la sua via, Gesù per la sua. Intorno al primo le pecore, intorno al secondo gli apostoli. Due pastori in mezzo al loro gregge… 

Fede e bontà premiata

41Sono ormai divisi, nascosti da un gruppo di case che si insinuano fra la via maestra, seguita dal pastore, e questa stradetta che penetra in un povero sobborgo del paese, il più povero, credo… silenzioso, solitario… La povera gente è già nelle case, e le porte socchiuse mostrano i fuochi nelle cucine… La sera scende con le caligini del crepuscolo.

42«Ci fermeremo appena fuor del paese», dice Giuda.

«Vedo là delle case nei campi».

«No. Meglio proseguire». I pareri sono diversi.

     43É raggiunta la fontana. Vi accorrono a lavarsi e ad empire le fiaschette. Ecco il fabbro. Sta chiudendo la sua nera officina. Ecco la via che va verso i campi… Vi si addentrano.

44Ma un grido viene da lontano, dal paese.

«Rabbi! Rabbi! Mio figlio! Cittadini! Venite! Dove è il Pellegrino?».

45«Ma cercano noi, Signore! Che hai fatto?».

«Correte. Se raggiungiamo quel bosco nessuno ci vede più».

46Corrono attraverso ad un prato coperto dell’ultimo fieno segato, raggiungono un poggetto, vi si inerpicano, spariscono inseguiti dalle voci, che sono numerose ora, e dalle persone che si spargono fuor dal paese, chiamando più che guardando, perché ormai le penombre annullano molte cose. Si fermano ai piedi del poggetto.

47«Era il Rabbi che andò a Sichem, vi dico. Non poteva essere che Lui. E mi ha guarito Ruben. E io non l’ho riconosciuto. Rabbi! Rabbi! Rabbi! Lascia che ti veneri! Dimmi dove ti celi!».

48L’eco solo risponde e pare che dica: «Abbi! Abbi! Abbi!», e muti l’ultima parola in «cieli». «Ma non può essere lontano», dice il fabbro. «Mi è passato davanti poco prima che tu accorressi…»

«Eppure non c’è. Lo vedi. La via è nuda di gente. Egli doveva fare questa».

Dirottati da fratello cane.

49«Non sarà nel bosco?».

50«No. Aveva fretta…». Poi cerca aiuto nel suo cane, lo eccita: «Cerca! Cerca!», e per un momento sembra che il cane possa svelare il nascondiglio, perché si dirige al bosco dopo avere annusato il prato. Ma poi la bestia si ferma interdetta, una zampa alzata, il muso in aria… poi, illuso da non so che cosa, parte abbaiando in direzione tutt’opposta e la gente dietro, a corsa… «Oh! sia lodato il Signore!», esclamano gli apostoli tirando un sospiro di sollievo, e non possono trattenersi dal dire al Maestro: «Ma che hai fatto, Signore?», e quasi lo sgridano di averlo fatto. «Lo sai che è bene che Tu non sia segnalato, e Tu…»

51«E non dovevo premiare una fede? E non è bene che mi credano sulla via che da Dotain va a Pella? Non volete forse che non comprendano più niente?»

Gesù impone la sua volontà al animale

52È vero. Hai ragione! Ma se la bestia ti scopriva?».

53«Oh! Simone! E tu pensi che chi impone la sua volontà, anche a distanza, ai morbi e agli elementi, e scaccia i demoni, non possa imporla ad un animale? Ora cerchiamo di raggiungere la via oltre la curva che fa. Non ci vedranno più. Andiamo».

54E quasi a tentoni procedono nel boschetto del colle, sinché tornano sulla via, piccola, bianca nella luna che sorge, lontana dal paese che il colle nasconde del tutto…

483. Gli apostoli discutono sull’odio dei giudei. I dieci lebbrosi guariti
in Samaria
[117].

La lotta delle Tenebre contro la Luce.

Caratteristiche samaritane

1Sono sempre fra i monti, e monti ben rudi, su certe stradette dove non passano certo dei carri, ma soltanto viandanti a piedi o persone cavalcanti i forti somari della montagna, più alti e robusti dei soliti somarelli delle zone meno accidentate. Un’osservazione che a molti potrà parere inutile, ma che io faccio lo stesso.

2In Samaria vi sono delle diversità dagli usi degli altri luoghi. Sia nel vestire come in tante altre cose. E una è l’abbondanza di cani, insolita altrove, che mi colpisce, come mi ha colpito la presenza di porci nella Decapoli. Molti cani, forse, perché la Samaria ha molti pastori e avrà molti lupi in quei monti così selvaggi. Molti anche perché i pastori in Samaria li vedo per lo più soli, al massimo con un fanciullo, pascolanti il gregge proprio, mentre altrove sono per lo più in molti a tutelare greggi numerose di capi di proprietà di qualche ricco. Fatto è che qui ogni pastore ha il suo cane, o più cani, a seconda del numero di pecore del suo gregge.

3Un’altra caratteristica sono proprio questi asini quasi alti quanto un cavallo, robusti, atti a scalare questi monti con dei carichi pesanti sul basto, sovente carichi delle legna forti che si trovano su questi magnifici monti coperti di boschi secolari.

4Altra particolarità: la scioltezza nel modo di fare degli abitanti che, senza essere dei «peccatori», come li giudicavano giudei e galilei, sono aperti, franchi, senza bigotterie, senza tutte quelle storie che hanno gli altri. E ospitali. Questa constatazione mi fa pensare che nella parabola del buon samaritano non ci sia stata soltanto l’intenzione voluta di far risaltare che il buono e il cattivo è da per tutto, in tutti i luoghi e razze, e anche fra eretici ci possono essere dei retti di cuore, ma proprio anche la reale descrizione delle abitudini samaritane verso chi è bisognoso di aiuto. Si saranno fermati al Pentateuco, sento che parlano di questo e non d’altro, ma lo praticano, almeno verso il prossimo, con più dirittura degli altri con i loro sei centotredici codicilli di precetti ecc. ecc[118].

L’odio giudeo senza misura.

5Gli apostoli parlano col Maestro e, nonostante siano incorreggibilmente israeliti, devono riconoscere e lodare lo spirito che hanno trovato negli abitanti di Sichem i quali, lo comprendo dai discorsi che sento, hanno invitato Gesù a sostare fra di loro.

6«Hai sentito, eh?», dice Pietro, «come hanno detto chiaramente che sanno l’odio giudeo? Hanno detto: “Per Te e su Te c’è più odio che su noi samaritani per quanti siamo e quanti fummo. Ti odiano senza limite”».

7«E quel vecchio? Come ha detto bene: “È in fondo giusto che sia così, perché Tu non sei un uomo ma sei il Cristo, il Salvatore del mondo, e perciò sei il Figlio di Dio, perché solo un Dio può salvare il mondo corrotto. Perciò, essendo Tu senza limite come Dio, senza limitazioni nel tuo potere, nella tua santità e nel tuo amore, come sarà senza limite la tua vittoria sul Male, così è naturale che il Male e l’Odio, tutt’una cosa col Male, siano senza limiti contro Te”. Ha proprio detto bene! E questa ragione spiega tante cose!», dice lo Zelote.

8«Che spiega secondo te? Io… io dico che spiega soltanto che sono degli stolti», dice Tommaso spicciativo.

«No. La stoltezza sarebbe ancora una scusante. Ma stolti non sono».

9«Ebbri allora, ebbri di odio», replica Tommaso.

«Neppure. L’ebbrezza cede dopo essersi scatenata. Questo livore non cede».

10«E sì che più scatenato di così! È tanto che lo è.… che ormai avrebbe dovuto cadere».

11«Amici, esso non ha ancora toccato la mèta», dice Gesù calmo, come se la mèta dell’odio non fosse il suo supplizio.

«No?! Ma se non ci lasciano in pace mai?!».

L’Apostolo indecifrabile.

12«Maestro, essi ancora non si persuadono che ho detto il vero. Ma l’ho detto. Oh! se l’ho detto! E dico anche che, se era per voi, sareste caduti tutti nella trappola come ci cadde il Battista. Ma non riusciranno perché io veglio…», dice l’Iscariota.

13E Gesù lo guarda. E lo guardo anche io domandandomi, e me lo chiedo da qualche giorno, se la condotta dell’Iscariota è causata da un buono e reale ritorno sulla via del bene e dell’amore per il suo Maestro, una liberazione dalle forze umane e extraumane che lo tenevano, o se sia un più raffinato lavoro di preparazione al colpo finale, un asservimento maggiore ai nemici di Cristo e a Satana. Ma Giuda è un essere talmente speciale che non è decifrabile. Solo Dio può capirlo. E Dio, Gesù, cala un velo di misericordia e di prudenza su tutte le azioni e sulla personalità del suo apostolo… un velo che si lacererà, completamente illuminando tanti perché, ora misteriosi, soltanto quando saranno aperti i libri dei Cieli[119].

Posseduti dallo spirito di odio

14Gli apostoli sono talmente preoccupati dall’idea che l’odio dei nemici non ha ancora raggiunto il suo termine, che non parlano più per qualche tempo. Poi Tommaso si rivolge ancora allo Zelote dicendo: «E allora, se non sono ebbri né stolti, se il loro odio spiega tante cose e non questa, che spiega allora? Che sono? Non lo hai detto…».

15«Che sono? Dei posseduti[120]. Ciò che dicono di Lui essi sono. Questo spiega il loro accanimento che non conosce sosta, che anzi sempre più cresce più si appalesa la sua potenza.

Se l’Odio toccasse l’abisso.

16Ha detto bene quel samaritano. In Lui, Figlio del Padre e di Maria, Uomo e Dio, è l’Infinità di Dio, e infinito è l’Odio[121] che a questa Infinità perfetta si oppone, anche se nel suo essere senza limite l’Odio non è perfetto, perché solo Dio è perfetto nelle sue azioni. Ma se l’Odio potesse toccare l’abisso della perfezione, esso scenderebbe a toccarlo, si precipiterebbe a toccarlo anzi, per rimbalzare poi, per la veemenza stessa della sua caduta nell’abisso d’inferno, contro il Cristo, a ferirlo con tutte le armi strappate all’abisso infernale. Il firmamento, regolato da Dio, ha un solo sole. Esso si alza e raggia e scompare lasciando il posto al sole più piccolo che è la luna, e questa, dopo aver raggiato a sua volta, tramonta per cedere il posto al sole. Gli astri molto insegnano agli uomini, perché essi si assoggettano ai voleri del Creatore. Ma gli uomini no. E un esempio è questo, di questo voler opporsi al Maestro. Che accadrebbe se la luna in un’aurora dicesse: “Non voglio scomparire e torno per la via già fatta”? Certo che cozzerebbe contro al sole con orrore e danno di tutto il creato. Essi questo vogliono fare, credendo di poter frantumare il Sole…».

La lotta delle Tenebre contro la Luce.

17«È la lotta delle Tenebre contro la Luce. La vediamo ogni giorno nelle albe e nelle sere. Le due forze che si contrastano, che prendono a vicenda il dominio sulla Terra. Ma le tenebre sono sempre vinte, perché assolute non sono mai. Un poco di luce emana sempre, anche nella notte più priva d’astri. Pare che l’aria da sé stessa la crei negli infiniti spazi del firmamento e l’effonda, anche se limitatissima, a far persuasi gli uomini che gli astri non sono spenti. E io dico che ugualmente, in queste particolari tenebre del Male contro la Luce che è Gesù, sempre, nonostante ogni sforzo delle Tenebre, la Luce sarà a confortare chi crede in Essa», dice Giovanni[122] sorridendo al suo pensiero, raccolto in sé stesso come se monologasse.

18Il suo pensiero viene raccolto da Giacomo d’Alfeo. «Nei Libri il Cristo è detto “Stella del mattino”[123]. Una notte dunque Egli pure conoscerà, e -spavento mio! – noi pure la conosceremo, una notte, un tempo in cui non parrà forte la Luce, ma vittoriose le Tenebre. Ma, posto che Egli è detto Stella del mattino in modo che esclude un limite nel tempo, io dico che dopo la momentanea notte Egli sarà Luce mattutina, pura, fresca, verginale, rinnovante il mondo, simile a quella che successe al Caos nel primo giorno. Oh! sì. Il mondo sarà ricreato nella sua Luce».

19«E maledizione sarà sui reprobi che avranno voluto alzare le mani a colpire la Luce ripetendo gli errori già fatti, da Lucifero ai profanatori del popolo santo. Jeové lascia libero l’uomo nelle sue azioni. Ma, per amore dell’uomo stesso, non permetterà che l’Inferno prevalga»[124], termina Giuda d’Alfeo.

La sapienza rifiorisce negli apostoli.

20«Oh! meno male che, dopo tanto sopore di spiriti, per cui tutti sembravamo come ottusi e tardi per vecchiezza precoce, la sapienza rifiorisce sulle nostre labbra! Non sembravamo più noi! Ora ritrovo lo Zelote, e Giovanni, e i due fratelli di un tempo!», dice l’Iscariota felicitandosi.

21«Non mi pare che fossimo cambiati tanto da non parere più noi», dice Pietro.

22«Se lo eravamo! Tutti. Tu per il primo. E poi Simone e gli altri, me compreso. Se uno c’era che era su per giù quello di sempre, era Giovanni».

«Uhm! Non so proprio in che…».

23«In che? Taciturni, come stanchi, indifferenti, pensierosi… Mai più si sentiva una delle conversazioni, simili a tante di un tempo, simili a quella di ora, che servono tanto…».

24«A disputare», dice il Taddeo ricordando come infatti sovente degenerassero in battibecchi.

25«No. A formarsi. Perché non tutti si è come Natanaele, né come Simone, né come voi di Alfeo, per nascita e sapienza. E chi lo è meno impara sempre da chi lo è più», ribatte l’Iscariota.

Il più grande Maestro è l’Amore

26«Veramente… io direi che più che tutto è necessario formarsi in giustizia. E di questa ce ne ha date magnifiche lezioni Simone», dice Tommaso.

«Io? Ma tu vedi male. Io sono il più stolto di tutti», dice Pietro.

27«No. Tu sei quello che più sei cambiato. In questo ha ragione Giuda di Keriot. Non c’è più che ben poco in te del Simone che ho conosciuto io quando venni con voi, e che, perdona, rimase qual era per tanto tempo. Da quando ti ho ritrovato dopo la separazione per le Encenie, tu non hai fatto che trasformarti. Ora sei… sì, lo dico: sei più paterno e nello stesso tempo più austero. Compatisci tutti i tuoi poveri fratelli, mentre prima… E si vede, io almeno vedo, che ciò ti costa. Ma vinci te stesso. E mai come ora, che poco parli e poco rimproveri, ci incuti rispetto…».

28«Ma amico mio! Tu sei molto buono a vedermi così… Io, meno che l’amore per il Maestro, che mi cresce sempre, non ho proprio cambiato in nulla».

29«No. Toma ha ragione. Tu sei molto cambiato», confermano in molti.

30«Mah! voi lo dite…», dice Pietro stringendosi nelle spalle. E aggiunge: «Soltanto il giudizio del Maestro sarebbe sicuro. Ma mi guardo bene dal chiederglielo. Egli sa la mia debolezza e sa che anche una lode mal data potrebbe nuocere al mio spirito. Perciò non mi loderebbe, e farebbe bene. Capisco sempre meglio il suo cuore e il suo sistema, e ne vedo tutta la giustizia».

31«Perché hai animo retto e perché ami sempre più. Chi ti fa vedere e capire è il tuo amore per Me. Maestro tuo, il vero e più grande Maestro che ti fa capire il tuo Maestro, è l’Amore», dice Gesù che fino a quel momento ha ascoltato e taciuto.

Consapevolezza

32«Io credo che… sia anche il dolore che ho dentro…».

«Dolore? Perché?», chiedono alcuni.

33«Eh! per tante cose, che poi, in fondo, sono una sola cosa: tutto quello che soffre il Maestro… e il pensiero di quello che soffrirà.

34Non si può essere più svagati come i primi tempi, svagati come dei fanciulli che non sanno, adesso che si conosce di cosa sono capaci gli uomini e come si deve soffrire per salvarli. Ohilà! Credevamo tutto facile nei primi tempi! Credevamo che bastasse presentarsi perché gli altri venissero dalla nostra parte! Credevamo che conquistare Israele e il mondo fosse come… gettare una rete su un fondo pescoso. Poveri noi! Io penso che, se non ci riesce Lui a far buona preda, noi non ne faremo nessuna. Ma questo è niente ancora! Io penso che essi sono cattivi e lo fanno soffrire. E credo che questo sia il motivo del nostro cambiamento in generale…».

35«È vero. Per la mia parte, è vero», conferma lo Zelote.

36«Anche per me. Anche per me», dicono gli altri.

37«Io è tanto che ero inquieto per questo e ho cercato di… avere buoni aiuti. Ma mi hanno tradito… e voi non mi avete capito… E io non ho capito voi. Credevo che foste così come siete per stanchezza dello spirito, per sfiducia, per delusione…», confessa l’Iscariota.

38«Io non ho mai sperato umane gioie e perciò non sono deluso», dice lo Zelote.

39«Io e mio fratello lo vorremmo vittorioso, ma per sua gioia. Lo abbiamo seguito per amor di parenti prima che di discepoli. Lo abbiamo sempre seguito sino da fanciulli, Egli il più piccolo per età di noi fratelli, ma tanto più grande sempre di noi…», dice Giacomo con la sua ammirazione sconfinata per il suo Gesù.

40«Se un dolore abbiamo è che non tutti noi della parentela lo amiamo nello spirito e col solo spirito. Ma non siamo i soli in Israele ad amarlo male», dice il Taddeo.

41Giuda Iscariota lo guarda e forse parlerebbe, ma è distratto da un grido che li raggiunge da un poggetto che sovrasta il paesino che stanno costeggiando cercando la via per entrarvi.

Potenza della lode e del ringraziamento.

I dieci lebbrosi (Lc 17,11-12)[125]

42«Gesù! Rabbi Gesù! Figlio di Davide e Signore nostro, abbi pietà di noi».

43«Dei lebbrosi! Andiamo, Maestro, altrimenti il paese accorrerà e ci tratterrà fra le sue case», dicono gli apostoli.

44Ma i lebbrosi hanno il vantaggio di essere più avanti di loro, alti sulla via, ma almeno a un cinquecento metri dal paese, e scendono zoppicando sulla via e corrono verso Gesù ripetendo il loro grido.

45«Entriamo nel paese, Maestro. Essi non vi possono entrare», dicono alcuni apostoli, ma altri ribattono: «Già delle donne si affacciano a guardare. Se entriamo sfuggiremo i lebbrosi, ma non di esser conosciuti e trattenuti».

Dolore supplicante (Lc 17,12-14)[126].

46E mentre sono incerti sul da farsi, i lebbrosi si fanno sempre più vicini a Gesù che, incurante dei ma e dei se dei suoi apostoli, ha proseguito per la sua strada. E gli apostoli si rassegnano a seguirlo, mentre donne coi bambini alle gonnelle e qualche uomo vecchio rimasto in paese vengono a vedere, stando a prudente distanza dai lebbrosi, che però si fermano a qualche metro da Gesù e ancora supplicano: «Gesù, abbi pietà di noi!».

47Gesù li contempla un istante; poi, senza accostarsi a questo gruppo di dolore, chiede: «Siete di questo paese?».

48«No, Maestro. Di luoghi diversi. Ma quel monte, dove stiamo, dall’altra parte guarda sulla via per Gerico, ed è buono per noi quel luogo…».

49«Andate allora al paese vicino al vostro monte e mostratevi ai sacerdoti».

50E Gesù riprende a camminare spostandosi sul ciglio della via per non sfiorare i lebbrosi, che lo guardano avvicinare senza avere altro che uno sguardo di speranza nei poveri occhi malati. E Gesù, giunto alla loro altezza, alza la mano a benedire.

51La gente del paese, delusa, ritorna nelle case… I lebbrosi si inerpicano di nuovo sul monte per andare verso la loro grotta o verso la via di Gerico.

52«Hai fatto bene a non guarirli. Non ci avrebbero più lasciati andare quelli del paese…».

«Sì, e bisognerebbe giungere ad Efraim prima di notte».

53Gesù cammina e tace. Il paese ormai è nascosto alla vista dalle curve della via molto sinuosa, perché segue i capricci del monte ai piedi del quale è tagliata.

Lode carismatica (Lc 17,14-15)[127].

54Ma una voce li raggiunge: «Lode al Dio altissimo e al suo vero Messia. In Lui è ogni potenza, sapienza e pietà! Lode al Dio altissimo che in Lui ci ha concesso la pace. Lodatelo, uomini tutti dei paesi di Giudea e di Samaria, della Galilea e dell’Oltre Giordano. Sino alle nevi dell’altissimo Hermon, sino alle arse petraie dell’Idumea, sino alle arene bagnate dalle onde del Mar Grande risuoni la lode all’Altissimo ed al suo Cristo. Ecco compita la profezia di Balaam[128]. La Stella di Giacobbe splende sul cielo ricomposto della patria riunita dal vero Pastore. Ecco anche compiute le promesse fatte ai patriarchi![129] Ecco, ecco la parola di Elia che ci amò. Uditela, o popoli di Palestina, e comprendetela. Più non si deve zoppicare da due parti, ma scegliere si deve per luce di spirito, e se lo spirito sarà retto bene sceglierà. Questo è il Signore, seguitelo! Ah! che finora fummo puniti perché non ci siamo sforzati a comprendere! L’uomo di Dio[130] maledisse il falso altare profetando: “Ecco, nascerà dalla casa di Davide un figlio chiamato Jeosciuè, il quale immolerà sopra l’altare e consumerà ossa di Adamo. E l’altare allora si squarcerà fin nelle viscere della Terra e le ceneri dell’immolazione si spargeranno a settentrione e mezzogiorno, a oriente e là dove tramonta il sole”. Non vogliate fare come lo stolto Ocozia, che mandava a consultare il dio di Acaron mentre l’Altissimo era in Israele[131]. Non vogliate essere inferiori all’asina di Balaam, la quale per il suo ossequio allo spirito di luce avrebbe meritato la vita, mentre sarebbe caduto percosso il profeta che non vedeva[132]. Ecco la Luce che passa fra noi. Aprite gli occhi, o ciechi di spirito, e vedete», e uno dei lebbrosi li segue sempre più da vicino, anche sulla via maestra ormai raggiunta, indicando Gesù ai pellegrini.

Potenza della lode carismatica.

55Gli apostoli, seccati, si volgono due o tre volte intimando al lebbroso, perfettamente guarito, di tacere. E lo minacciano quasi l’ultima volta.

56Ma egli, cessando per un momento di alzare così la voce per parlare a tutti, risponde: «E che volete, che io non glorifichi le grandi cose che Dio mi ha fatto? Volete che io non lo benedica?».

«Benedicilo in cuor tuo e taci», gli rispondono inquieti.

57«No, che non posso tacere. Dio mette le parole sulla mia bocca», e riprende forte: «Gente dei due luoghi di confine, gente che passate per caso, fermatevi ad adorare Colui che regnerà nel nome del Signore. Io deridevo tante parole. Ma ora le ripeto perché le vedo compiute. Ecco muoversi tutte le genti e venire giubilando al Signore per le vie del mare e dei deserti, per i colli e i monti. E anche noi, popolo che abbiamo camminato nelle tenebre, andremo alla gran Luce che è sorta, alla Vita, uscendo dalla regione di morte. Lupi, leopardi e leoni quali eravamo, rinasceremo nello Spirito del Signore e ci ameremo in Lui, all’ombra del Germoglio di Jesse divenuto cedro, sotto il quale si accampano le nazioni raccolte da Lui ai quattro punti della Terra. Ecco, viene il giorno in cui la gelosia di Efraim avrà fine, perché non c’è più Israele e Giuda, ma un solo Regno: quello del Cristo del Signore. Ecco, io canto le lodi del Signore che mi ha salvato e consolato. Ecco, io dico: lodatelo e venite a bere la salvezza alla fonte del Salvatore. Osanna! Osanna alle grandi cose che Egli fa! Osanna all’Altissimo che ha messo in mezzo agli uomini il suo Spirito rivestendolo di carne, perché divenisse il Redentore!»[133].

58È inesauribile. 9La gente aumenta, si affolla, ingombra la via. Chi era indietro accorre, chi era avanti torna indietro. Quelli di un piccolo paese, presso il quale sono ormai, si uniscono ai passanti.

Gratitudine del Samaritano?” (Lc 17,16-18)[134].

59«Ma fallo tacere, Signore. Egli è il samaritano. Lo dice così la gente. Non deve parlare di Te, se Tu non permetti neppure che noi ti si preceda più predicandoti!», dicono inquieti gli apostoli.

60«Amici miei, ripeto le parole di Mosè a Giosuè figlio di Num, che si lamentava perché Eldad e Medad profetavano negli accampamenti: “Sei tu geloso per me, in mia vece? Oh! profetasse così tutto il popolo, e il Signore desse a tutti il suo spirito!”[135]. Ma pure mi fermerò e lo congederò per farvi contenti».

61E si ferma voltandosi e chiamando a Sé il lebbroso guarito, che accorre e si prostra dinanzi a Gesù baciando la polvere.

62«Alzati. E gli altri dove sono? Non eravate in dieci? Gli altri nove non hanno sentito bisogno di ringraziare il Signore. E che? Su dieci lebbrosi, dei quali uno solo era samaritano, non si è trovato altro che questo straniero che sentisse il dovere di tornare indietro a rendere gloria a Dio, prima di rendere sé stesso alla vita e alla famiglia? Ed egli è detto “samaritano”. Non più ubbriachi sono allora i samaritani, posto che vedono senza traveggole e accorrono sulla via di Salute senza barcollare? Parla dunque la Parola un linguaggio straniero se lo intendono gli stranieri e non quelli del suo popolo?».

63Gira gli splendidi occhi sulla folla di ogni luogo della Palestina che si trova presente. E sono insostenibili nei loro balenii quegli occhi… Molti chinano il capo e spronano le cavalcature o si danno a camminare allontanandosi…

Efrem vuol dire doppio frutto (Lc17,19)[136]

64Gesù china gli occhi sul samaritano inginocchiato ai suoi piedi, e lo sguardo si fa dolcissimo. Alza la mano, che teneva abbandonata lungo il fianco, in un gesto di benedizione e dice: «Alzati e vattene. La tua fede ha salvato in te più ancora della tua carne. Procedi nella luce di Dio. Va’».

65L’uomo bacia nuovamente la polvere e prima di alzarsi chiede: «Un nome, Signore. Un nome nuovo, perché tutto è nuovo in me, e per sempre».

66«In che terra ci troviamo?».

«In quella d’Efraim».

67«Ed Efrem chiamati da ora in poi, perché due volte la Vita ti ha dato vita. Va’»[137].

E l’uomo si alza e va.

68La gente del luogo e qualche pellegrino vorrebbero trattenere Gesù. Ma Egli li soggioga con il suo sguardo che non è severo, anzi è molto dolce nel guardarli, ma che deve sprigionare una potenza, perché nessuno fa un gesto per trattenerlo.

69E Gesù lascia la via senza entrare nel paesino, traversa un campo, poi un piccolo rio e un sentiero, e sale sul poggio orientale, tutto boscoso, e si inselva con i suoi dicendo: «Per non smarrirci seguiremo la via, ma stando nel bosco. Dopo quella curva, la strada si appoggia a questo monte. Vi troveremo qualche grotta per dormire, superando all’alba Efraim…».

484. Sosta obbligata presso Efraim e parabola del melagrana[138].

Forza della Parola.

Tutto il paese in attesa

1E Gesù crede infatti di poter superare Efraim nelle prime luci dell’alba, ancora tutta silenziosa e con le vie deserte, senza che nessuno lo veda. Per prudenza gira intorno alla città senza entrarvi, nonostante l’ora più che mattutina.

2Ma quando, dalla vieta che hanno percorso, alle spalle del paese, sboccano sulla via maestra, si trovano di fronte tutto il paese, potrei dire, e col paese altri venuti dagli altri luoghi già superati, i quali indicano a quelli d’Efraim il Signore non appena lo vedono apparire. Fortunatamente sono assolutamente assenti farisei, scribi e simili.

3Quelli di Efraim mandano avanti i notabili del paese, dei quali uno, dopo un solenne saluto, dice per tutti: «Abbiamo saputo che Tu eri fra noi e che non avevi sdegnato di avere pietà di alcuno. Sapevamo già che eri stato pietoso per quelli di Sichem. E ti abbiamo desiderato. Ora Colui che vede i pensieri degli uomini ti ha condotto fra noi. Sosta e parla, ché anche noi siamo figli di Abramo».

4«Sostare non mi è concesso…».

Fame della parola.

5«Oh! sappiamo che ti cercano. Ma non da questa parte. Questa città è al limite del deserto e delle montagne del Sangue. Essi non ci passano volentieri. E questa volta, poi, dopo i primi non ne vedemmo più uno».

6«Non posso sostare…».  

7«Ti attende il Tempio. Lo sappiamo. Ma credi a noi. Ci giudicate come dei proscritti perché non chiniamo la fronte davanti ai pontefici d’Israele. Ma è forse Dio il pontefice? Siamo lontani. Ma non tanto da non sapere che i sacerdoti vostri non sono meno indegni dei nostri. E noi pensiamo che Dio non può più essere con loro. No. Nella nuvola dell’incenso più non si cela l’Altissimo. Potrebbero cessare di arderlo e potrebbero entrare nel Santo dei Santi senza paura di rimanere inceneriti dal fulgore di Dio posato sulla sua gloria. E noi adoriamo Dio sentendolo fuori delle pietre disabitate dei templi vuoti. E non diciamo più vuoto il nostro tempio del vostro, se volete accusarci di avere un tempio idolo. Tu vedi che siamo equanimi. Ma per questo ascoltaci».

Fraternità unita dalla parola di Dio.

8Prende un tono solenne: «Meglio sarebbe che Tu ti fermassi ad adorare il Padre fra quelli che almeno riconoscono di avere uno spirito di religione vuoto di verità come gli altri, che non vogliono riconoscerlo e ci offendono. Soli, sfuggiti come lebbrosi, senza profeti e senza dottori, noi abbiamo almeno saputo essere uniti sentendoci fratelli. E nostra legge è il non tradire, perché è scritto: “Non andare dietro alla turba per fare il male, e nel giudizio non deviare nella verità per stare al parere dei più”[139]. É scritto: “Non far morire l’innocente e il giusto, perché io ho in odio l’empio. Non accettare doni, che accecano anche i sapienti e sovvertono le parole dei giusti. Non essere molesto allo straniero, perché voi lo sapete cosa voglia dire essere stranieri in terra d’altri”[140]. E nelle benedizioni dette proprio dal Garazim, monte caro al Signore se lo ha eletto a monte di benedizione, è promesso ogni bene a chi si attiene alla vera Legge che è nel Pentateuco[141]. Ora, se noi respingiamo come idoli le parole degli uomini ma conserviamo quelle di Dio, possiamo forse esser detti idolatri? La maledizione di Dio è su chi colpisce di nascosto il suo prossimo e accetta mercede per condannare a morte un innocente. Noi non vogliamo essere maledetti da Dio per le nostre azioni[142]. Perché per essere samaritani non saremo maledetti, essendo Dio il Giusto che premia il bene là dove si trova. É questa la nostra fiducia nel Signore».

9Si raccoglie un istante, poi riprende: «Per tutto questo ti diciamo: meglio sarebbe per Te restare fra noi. Il Tempio ti odia e ti cerca per darti dolore. E non quello solo. Sempre troppo starai fra coloro che ti rigettano come un obbrobrio. Non dai giudei ti verrà l’amore».

Il regno inizia nel cuore dell’uomo

10«Non posso sostare. Ma ricorderò le vostre parole. Vi dico intanto di perseverare nell’osservanza delle leggi di giustizia che avete ricordate e che scaturiscono dal precetto dell’amore del prossimo. Il precetto che, con quello dell’amore a Dio, forma il comandamento principale della Religione antica[143] e della mia. A chi vive da giusto non è lontana la via del Cielo. Un sol passo porterà coloro che sono sul sentiero vicino, separati soltanto da un puntiglio, ormai, più che da una convinzione, nella via del Regno di Dio».

«Il tuo!».

11«Il mio. Ma non il regno quale lo immaginano gli uomini, regno di potere temporale, giusto e magari violento per essere potente. Bensì il Regno che ha inizio dentro il cuore degli uomini, ai quali il Re spirituale dà un codice spirituale e darà un premio spirituale. Darà il Regno. Questo Regno nel quale non saranno esclusivamente giudei, o galilei, o samaritani, ma saranno tutti coloro che sulla Terra ebbero una unica fede: la mia, ed in Cielo porteranno un unico nome: santi. Le razze e le divisioni fra razza e razza restano sulla Terra, limitate ad essa. Nel mio Regno non saranno razze diverse, ma unicamente quella dei figli di Dio. I figli di Un Solo non possono che essere di un’unica stirpe. Ora lasciatemi andare. Ancora lunga è la via che devo compiere prima di notte».

12«Vai a Gerusalemme?».

«A Ensemes».

Sosta obbligata.

13«Allora noi ti indicheremo una via che soltanto noi conosciamo per andare al guado senza sosta e senza offesa. Tu non hai carichi né carri, e la puoi fare. A nona[144] sarai al luogo. E conoscere quel sentiero ti sarà buona cosa. Ma riposa fra noi un’ora e accetta il pane e il sale e dacci in cambio la tua parola».

14«Sia fatto come volete. Ma rimaniamo qui dove siamo. È tanto dolce il giorno e bello questo luogo».

15Infatti sono in una conca tutta a frutteti, al centro della quale scorre un torrentello che le prime piogge hanno alimentato e che scorre via garrulo e lucente al sole, scendendo fra pietroni che lo rompono in spume madreperlacee verso il Giordano. Gli arbusti, che hanno resistito all’estate, sembrano godere sulle due rive della polvere minuta delle acque rotte in spuma e brillano tutti fremendo dolcemente ad un vento temperate, che sa di mele mature e di mosti che fermentano.

Il Messia imponente come un dio.

16Gesù va proprio presso il torrente e si siede su un masso, avendo sul capo l’ombra leggera di un salice e al fianco le acque ridarelle che scendono a valle. La gente si accomoda sull’erba rinascente sulle due sponde. Portano intanto dal paese pane, latte appena munto, formaggi, frutta e miele, e le offrono a Gesù perché se ne cibi con i suoi. E lo guardano mangiare, dopo aver offerto e benedetto il cibo, così semplice come un mortale, così sovranamente bello e spiritualmente imponente come un dio. Ha una veste di lana bianca un poco avoriata, come è il colore della lana filata in casa, e il manto azzurro cupo gettato sulle spalle. Il sole, filtrando dal salice, accende i suoi capelli di scintille d’oro, continuamente spostate a seconda che si spostano le foglioline leggere del salice. E un raggio riesce a carezzargli la gota sinistra facendo del ricciolo molle, nel quale finisce la ciocca ricadente lungo la guancia, una matassa di oro filato, che ripete più pallidamente il suo colore nella barba morbida e non eccessiva che copre il mento e il basso del viso. La pelle, di un color avorio antico, nella luce del sole mostra il delicato ricamo delle vene sulle guance e sulle tempie, e una traversa, dal naso ai capelli, la fronte liscia e alta…

17Io penso che proprio da quella vena ho visto cadere tanto sangue per una spina che la trafiggeva durante la Passione… Sempre, quando vedo Gesù così bello e ordinato nella sua virile accuratezza, io ricordo come lo ridussero i patimenti e gli insulti degli uomini…

Il dono di un fanciullo

18Gesù mangia e sorride a dei fanciulli che gli si sono stretti ai ginocchi abbandonando il capo su di essi, oppure guardandolo mangiare come vedessero chissà che. E Gesù, giunto alle frutta e al miele, ne dà a loro, imboccando i più piccini di chicchi d’uva o di molliche intinte nel filante miele, come fossero tanti nidiaci.

19Un bambino -certo piacciono a lui e spera di averne- corre via fra la gente andando verso ad un frutteto e torna con le braccia strette al piccolo petto, a fare di esso e delle braccia un vivo cestello, dove riposano tre melagranate di una grossezza e bellezza meravigliose, e le offre insistendo a Gesù.

20Gesù prende i frutti e ne apre due facendone tante parti quanti sono i suoi piccoli amici e le distribuisce. Poi, prendendo in mano la terza, si alza in piedi e inizia a parlare tenendo sulla palma sinistra, bene in vista, la splendida melagranata.

Parabola del melagrana

L’odio divide le nazioni.

21«A cosa paragonerò Io il mondo in generale e in particolare la Palestina, un tempo, e nel pensiero di Dio, unita in un’unica nazione e poi scissa da un errore e da un cocciuto odio fra fratelli? A che paragonerò Israele, così come si è ridotto per sua volontà? Lo paragonerò a questa melagranata.

22E in verità vi dico che i dissapori, che sono fra giudei e samaritani, si ripetono in forma e misura diversa, ma con un’unica sostanza di odio, fra tutte le nazioni del mondo e talora fra province di una stessa nazione.

Unità della razza umana.

23E si dicono insuperabili come fossero cose create da Dio stesso. No. Il Creatore non ha fatto tanti Adami e tante Eve per quante sono le razze l’una all’altra avversa, per quante sono le tribù, per quante sono le famiglie che si sono l’una contro l’altra erette nemiche[145]. Ha fatto un solo Adamo ed una sola Eva, e da essi sono venuti gli uomini tutti, sparsisi poi a popolare la Terra, come fosse una sola casa che sempre più si arricchisce di stanze a mano a mano che crescono i figli e si sposano procreando i nipoti ai padri loro.

      24Perché allora tanto odio fra gli uomini, tante barriere, tante incomprensioni? Avete detto: “Sappiamo essere uniti sentendoci fratelli”. Non basta. Dovete amare anche quelli che non sono samaritani.

Il veleno delle separazioni.

25Guardate questo frutto. Voi ne conoscete il sapore oltre che la bellezza. Chiuso come è, già vi promette il succo dolce del suo interno. Aperto, rallegra anche la vista con le sue file serrate di acini, simili a tanti rubini chiusi in un forziere. Ma guai all’incauto che lo morde senza averlo privato delle separazioni amarissime poste fra famiglia e famiglia di acini. Si attossicherebbe le labbra e le viscere, e respingerebbe il frutto dicendo: “É veleno”.

26Ugualmente, le separazioni e gli odi fra popolo e popolo, tribù e tribù, fanno “veleno” ciò che era stato creato per essere dolcezza. Sono inutili, non fanno, come in questo frutto, che creare dei limiti che levano spazio e danno compressione e dolore. Sono amari e a chi addenta, ossia a chi morde il vicino che non ama per dargli offesa e dolore, danno un’amarezza che avvelena lo spirito. Sono incancellabili? No. La buona volontà li annulla, così come anche la mano di un fanciullo leva queste pareti di amarezza nel dolce frutto che il Creatore fece per delizia dei suoi figli.

La buona volontà annulla le separazioni.

27E la buona volontà l’ha, per primo fra tutti, lo stesso unico Signore, che è Dio dei giudei come dei galilei e dei samaritani come dei batanei[146]. E lo dimostra mandando l’unico Salvatore, che salverà questi e quelli senza chiedere altro che la fede nella sua Natura e Dottrina. Il Salvatore che vi parla passerà abbattendo le inutili barriere, cancellando il passato che vi ha divisi, per sostituirlo con un presente che vi affratella nel suo Nome. Voi tutti di qui e di oltre confine non avete che assecondarlo, e l’odio cadrà, e cadrà l’avvilimento che suscita rancore, e cadrà l’orgoglio che suscita ingiustizia.

Il comandamento che unisce le nazioni.

28Il mio comandamento è questo: che gli uomini si amino da fratelli quali sono. Si amino come il Padre dei Cieli li ama e come li ama il Figlio dell’uomo, che per la natura umana che ha assunto si sente fratello degli uomini, e che per la sua Paternità si sa padrone di vincere il Male con tutte le sue conseguenze. Avete detto: “É nostra legge non tradire”. Allora per prima cosa non tradite le vostre anime privandole del Cielo. Amatevi gli uni e gli altri, amatevi in Me e la pace verrà agli spiriti degli uomini, come è stato promesso. E verrà il Regno di Dio, che è regno di pace e di amore per tutti coloro che hanno retta volontà di servire il Signore Dio loro.

29Io vi lascio. La Luce di Dio illumini i vostri cuori… Andiamo…»

30Si ravvolge nel mantello, si mette a tracolla la sua sacca e si avvia per il primo, avendo al fianco Pietro da una parte e il notabile, che ha parlato all’inizio, dall’altra. Dietro gli apostoli e, dietro ancora, perché in gruppo non è possibile procedere sulla vieta lungo il torrente, dei giovani di Efraim…

485. L’arrivo con gli apostoli a Betania, dove sono già alcuni discepoli con Marziam. Astuzie dell’Iscariota[147].

Con l’amico del cuore.

L’ arrivo a Betania

1I variati verdi delle campagne intorno a Betania appaiono alla vista non appena è superato uno scrimolo di monte e si pone piede sullo spiovente sud del monte, che scende con una strada a zig-zag verso Betania. Il verd’argento degli ulivi, il verde forte dei pometi, spruzzato qua e là dei primi giallori delle foglie, lo spettinato e più giallastro verde delle viti, lo scuro e compatto verde delle querce e dei carrubi, misti al marrone dei campi, già arati e in attesa di seme, e al verde fresco dei prati che rimettono l’erba novella e degli orti fertili, formano come un tappeto multicolore a chi domina Betania e i suoi dintorni dall’alto. E, svettanti sul verde più basso, i pennelli delle palme da datteri, sempre eleganti e ricordanti l’Oriente.

2La piccola città di Ensemes, accucciata in mezzo al verde e tutta accesa dal sole che inizia il tramonto, è presto superata, e dopo essa è superata la fonte larga, ricca d’acque, che è un poco al nord dove inizia Betania, e poi ecco le prime case fra il verde…

3Sono arrivati dopo tanto cammino, e faticoso cammino. E, per quanto stanchissimi, sembrano rinvigorirsi soltanto per essere presso la casa amica di Betania.

L’amico sta tanto male.

4La cittadina è quieta, quasi vuota. Molti abitanti devono avere già trasmigrato a Gerusalemme per la festa. Perciò Gesù passa inosservato sino nelle vicinanze della casa di Lazzaro. Soltanto quando è presso il giardino inselvatichito della casa, dove erano tutte quelle gralle, incontra due uomini che lo riconoscono e lo salutano e poi chiedono: «Vai da Lazzaro, Maestro? Fai bene. Sta tanto male. Noi ne veniamo dopo avergli portato il latte delle nostre asinelle, l’unico cibo che il suo stomaco regge ancora, insieme ad un poco di succo di frutta e miele. Le sorelle non fanno che piangere. Sono sfinite di veglia e di dolore… E lui non fa che desiderarti. Io credo che sarebbe già morto, ma l’ansia di rivederti lo ha fatto vivere sin qui».

5«Vado subito. Dio sia con voi».

«E.… lo guarisci?», chiedono incuriositi.

6«La volontà di Dio si manifesterà su lui e con essa la potenza del Signore», risponde Gesù lasciando perplessi i due, e si affretta al cancello del giardino. Lo vede un servo e corre ad aprire, ma senza alcuna esclamazione di gioia. Appena aperto il cancello, si inginocchia a venerare Gesù e dice con voce addolorata: «Bene vieni, o Signore! E voglia la tua venuta essere segno di gioia a questa casa in pianto. Lazzaro, il mio padrone…».

Baci e lacrime sui piedi del Messia.

7«Lo so. Siate tutti rassegnati alla volontà del Signore. Egli premierà il sacrificio della vostra volontà alla sua. Va’ e chiama Marta e Maria. Io le attendo nel giardino».

8Il servo corre via e Gesù lo segue adagio, dopo aver detto agli apostoli: «Io vado da Lazzaro. Voi riposate, che ne avete bisogno…».

9E infatti, mentre si affacciano sulla soglia le due sorelle e quasi stentano a riconoscere il Signore tanto i loro occhi sono stanchi di veglie e di lacrime, e il sole che proprio le colpisce negli occhi aumenta la difficoltà di vedere, altri servi, da una porta secondaria, escono incontro agli apostoli conducendoli con loro.

10«Marta! Maria! Sono Io. Non mi riconoscete?».

11«Oh! il Maestro!», esclamano le due sorelle e si dànno a correre verso di Lui, gettandosigli ai piedi e soffocando a stento i singhiozzi. Baci e lacrime scendono sui piedi di Gesù, come già nella casa di Simone il fariseo.

12Ma questa volta Gesù non sta rigido come allora a ricevere il lavacro del pianto di Marta e Maria. Ora si china e le tocca sul capo, le carezza e benedice con quel gesto e le forza ad alzarsi dicendo: «Venite. Andiamo sotto la pergola dei gelsomini. Potete lasciare Lazzaro?».

13Più a cenni che a parole, fra i singhiozzi, esse dicono di sì. E vanno sotto il chiosco ombroso, sul cui frondame folto e scuro qualche tenace stellina di gelsomino biancheggia e odora.

“Abbiate una fede sconfinata nel Signore”.

14«Dite dunque…».

15«Oh! Maestro! Vieni in una ben triste casa! Noi siamo rese stolte dal dolore. Quando il servo ci ha detto: “Vi è uno che vi cerca”, non abbiamo pensato a Te. Quando ti abbiamo visto, non ti abbiamo riconosciuto. Ma vedi? I nostri occhi sono bruciati dal pianto. Lazzaro muore…», e il pianto riprende interrompendo le parole delle sorelle che hanno parlato alternativamente.

16«E Io sono venuto…».

17«A guarirlo?! Oh! mio Signore!», dice Maria raggiando di speranza fra le righe delle lacrime.

«Ah! io lo dicevo! Se Egli viene…», dice Marta congiungendo le mani con atto di gioia.

18«Oh! Marta! Marta! Che sai tu delle operazioni e dei decreti di Dio?».

«Ohimè, Maestro! Tu non lo guarirai?!», esclamano insieme ripiombando nel dolore.

19«Io vi dico: abbiate una fede sconfinata nel Signore. Continuate ad averla nonostante ogni insinuazione e ogni evento, e vedrete grandi cose quando il vostro cuore non avrà più motivo di sperare di vederle. Che dice Lazzaro?».

20«Un’eco delle tue parole è nelle sue. Egli ci dice: “Non dubitate della bontà e potenza di Dio. Qualunque cosa avvenga, Egli interverrà per vostro e mio bene e per il bene di molti, di tutti quelli che come me e come voi sapranno rimanere fedeli al Signore”. E quando è in grado di farlo ci spiega le Scritture, non legge che quelle ormai, e ci parla di Te, e dice che egli muore in un tempo felice, perché l’era di pace e perdono si è iniziata. Ma lo sentirai… perché dice anche altre cose, che ci fanno piangere anche più che per il fratello…», dice Marta.

“Veglia e sorveglia su te stessa”.

21«Vieni, Signore. Ogni minuto che scorre è rubato alla speranza di Lazzaro. Egli contava le ore… Diceva: “Eppure per la festa sarà a Gerusalemme e verrà…”. Noi, noi che sappiamo molte cose, che non diciamo a Lazzaro per non dargli dolore, avevamo meno speranza, perché pensavamo che Tu non venissi per sfuggire a chi ti cerca… Marta molto pensava così. Io meno perché… io, se fossi al tuo posto, sfiderei i nemici. Non sono di quelle che ho paura degli uomini, io. E ora non ho paura più neanche di Dio. So quanto è buono per le anime pentite…», dice Maria e lo guarda col suo sguardo d’amore.

22«Di nulla hai paura, Maria?», chiede Gesù.

«Del peccato… e di me stessa… Ho sempre paura di ricadere nel male. Penso che Satana mi deve molto odiare».

23«Hai ragione. Sei una delle anime più odiate da Satana. Ma sei anche una delle più amate da Dio. Ricordalo».

24«Oh! lo ricordo. É la mia forza questo ricordo! Ricordo ciò che dicesti in casa di Simone. Hai detto: “Molto le è perdonato perché molto ha amato”, e a me: “Ti sono perdonati i peccati. La tua fede ti ha salvata. Va’ in pace”. Hai detto “i peccati”. Non molti. Tutti. E allora penso che mi hai amata, o Dio mio, senza misura. Ora, se la mia povera fede di allora, quale poteva essere sorta in un’anima gravata di colpe, ha tanto ottenuto da Te, la mia fede di ora non potrà difendermi dal Male?».

25«Sì, Maria. Veglia e sorveglia su te stessa. É umiltà e prudenza. Ma abbi fede nel Signore. Egli è con te».

Con l’amico del cuore.

26Entrano in casa. Marta va dal fratello. Maria vorrebbe servire Gesù. Ma Gesù vuole prima andare da Lazzaro. Ed entrano nella stanza in penombra dove si consuma il sacrificio.

«Maestro!».

27«Amico mio!».

28Le braccia scheletrite di Lazzaro si tendono in alto, quelle di Gesù si chinano ad abbracciare il corpo dell’amico languente. Un lungo abbraccio. Poi Gesù riadagia il malato sui guanciali e lo contempla con pietà. Ma Lazzaro sorride. É felice. Nel volto distrutto non splendono vivi che gli occhi infossati, ma fatti luminosi della gioia di avere lì Gesù.

29«Lo vedi? Sono venuto. E per stare molto con te».

30«Oh! non puoi, Signore. A me tutto non si dice. Ma so tanto da dirti che non puoi. Al dolore che ti dànno essi aggiungono il mio, la mia parte, non concedendomi di spirare fra le tue braccia. Ma io, che ti amo, non posso per egoismo tenerti presso di me, nel pericolo… io ho già provveduto… Tu devi cambiare sempre luogo. Tutte le mie case ti sono aperte. I custodi hanno ordini e così i fattori dei miei campi. Ma non andare per sostare al Getsemani. Esso è molto sorvegliato. Dico la casa. Perché fra gli ulivi, specie quelli in alto, puoi andare, e da molte vie, senza che essi lo sappiano. Marziam, lo sai che è già qui? Marziam fu interrogato da alcuni mentre era nel frantoio con Marco. Volevano sapere dove eri, se venivi. Il fanciullo ha risposto molto bene: “Egli è israelita e verrà. Per dove non so, avendolo lasciato al Meron”. Così ha impedito che ti dicessero peccatore e non ha mentito».

31«Io ti ringrazio, Lazzaro. Ti darò ascolto. Ma ci vedremo sovente lo stesso». Lo contempla ancora.

Due case di pace e d’amore.

32«Mi guardi, Maestro? Lo vedi come sono ridotto? Come un albero che si spoglia di foglie in autunno, io mi spoglio ora per ora di carne, di forza e di ore di vita. Ma dico il vero dicendo che, se mi spiace non vivere tanto da vedere il tuo trionfo, giubilo di andarmene per non vedere, impotente come sono a frenarlo, l’odio che aumenta intorno a Te».

33«Non sei impotente; mai lo sei. Tu provvedi al tuo Amico prima ancora che Egli giunga. Ho due case di pace e, potrei dire, ugualmente care: quella di Nazareth e questa. Se là c’è mia Madre: l’amore celeste quasi quanto il Cielo per il Figlio di Dio, qui ho l’amore degli uomini per il Figlio dell’uomo. L’amore amico, credente, venerante… Grazie, amici miei!».

34«Tua Madre non verrà mai?».

35«All’inizio di primavera».

«Oh! allora io non la vedrò più…».

36«No. Tu la vedrai. Io te lo dico. Mi devi credere».

«A tutto, Signore. Anche in ciò che i fatti smentiscono».

37«Marziam dove è?».

«A Gerusalemme coi discepoli. Ma viene qui a sera. Fra poco, ormai. E i tuoi apostoli? Non sono con Te?».

38«Sono di là con Massimino, che li soccorre nella loro stanchezza ed estenuazione».

«Avete molto camminato?».

39«Molto. Senza tregua. Ti racconterò… Adesso riposa. Io ti benedico per ora». E Gesù lo benedice e si ritira.

Piano intelligente e birichino dell’Iscariota

40Gli apostoli sono ora con Marziam e con quasi tutti i pastori, che riferiscono delle insistenze dei farisei per sapere di Gesù e dicono che ciò li ha insospettiti, tanto che loro discepoli hanno pensato di mettersi di guardia ad ogni strada che conduce entro Gerusalemme per avvisare il Maestro.

41«Infatti», riferisce Isacco, «siamo sparsi su tutte le vie a qualche stadio dalle porte, e a turno facciamo una notte qui. Questa è la nostra».

42«Maestro», ride Giuda, «essi dicono che alla porta di Jaffa c’era oggi mezzo Sinedrio e si questionavano fra loro perché alcuni ricordavano le mie parole di Engannim, altri giuravano di aver saputo che eri stato a Dotain, altri dicevano che ti hanno visto invece presso Efraim, e ciò li faceva furenti non sapendo più dove eri…», e ride della burla giuocata ai nemici di Gesù.

43«Domani mi vedranno».

44«No. Domani andiamo noi. Abbiamo già fissato. Tutti in gruppo e mettendoci bene in vista».

45«Non voglio. Tu mentiresti».

46«Ti giuro che non mentirò. Se non mi dicono niente, non dico niente. Se ci interrogano se sei con noi, dirò: “E non vedete che non c’è?”, e se vorranno sapere dove sei risponderò: “Cercatelo voi. Come volete che io sappia dove è il Maestro in questo momento?”. Infatti io non potrò certo sapere se sei in casa, qui, o per i frutteti, o non so dove».

47«Giuda, Giuda, ti ho detto…».

48«E io ti dico che hai ragione. Ma questa mia non sarà semplicità di colomba, ma prudenza di serpente. Tu la colomba, io il serpe. E insieme formeremo quella perfezione che hai insegnato». Prende il tono che ha Gesù quando insegna e dice, imitando a perfezione il Maestro: «”Io vi mando come pecore fra i lupi. Siate dunque prudenti come le serpi e semplici come le colombe… Non vi preoccupate di come rispondere, perché in quel momento vi verranno messe sulle labbra le parole, essendoché non voi parlate, ma parla in voi lo Spirito… Quando vi perseguiteranno in una città fuggite in un’altra, finché venga il Regno del Figlio dell’uomo…” Le ricordo ed è l’ora di applicarle».

49«Non le ho dette così e non queste sole», obbietta Gesù.

50«Oh! per ora necessita ricordare queste sole e dirle così. So ciò che vuoi dire. Ma, se non si è confermata la fede in Te, e questa è pietra nel tuo Regno, non è bene darsi in mano ai nemici. Dopo… diremo e faremo il resto…».

51E l’espressione di Giuda è così brillante di intelligenza e di birichineria che conquista tutti, meno Gesù che sospira. É veramente l’uomo seduttore, al quale nulla manca per trionfare sugli uomini.

52Gesù sospira e pensa… Ma si arrende, sentendo che non è tutto malvagio il provvedimento di Giuda. Il quale, trionfante, formula tutto il suo piano.

53«Noi dunque andremo domani e dopo domani sino al dì dopo il sabato. E staremo in una capanna di frasche nella valle del Cedron, da perfetti israeliti. Essi si stancheranno di attenderti… e allora verrai. Intanto starai qui, in pace, in riposo. Sei esausto, Maestro mio. E noi non lo vogliamo. Chiuse le porte, uno di noi verrà a dirti ciò che essi fanno. Oh! sarà bello vederli delusi!».

54Tutti assentono e Gesù non oppone resistenza. Forse la veramente grande stanchezza, forse il desiderio di dare a Lazzaro conforto, tutto il conforto prima della lotta finale, contribuiscono a questo cedere. Forse anche la necessità reale di mantenersi libero, sinché non siano compiute tutte le opere che sono necessarie perché Israele non dubiti della sua Natura avanti di giudicarlo come reo… Certo è che dice: «E così sia. Però non cercate dispute ed evitate le menzogne. Piuttosto tacete. Ma non mentite. Ora andiamo, ché Marta ci chiama. Vieni, Marziam. Ti trovo in migliore aspetto…».

55Si allontana parlando con un braccio passato intorno alle spalle del discepolo giovanetto.

486. Al Tempio per la festa dei Tabernacoli. Discorso sulla
natura del Regno
[148].

Al Tempio

Il Messia sorvegliato.

1Gesù entra nel Tempio. É con i suoi apostoli e con numerosissimi discepoli che conosco almeno di viso. E in coda a tutti, ma già uniti al gruppo come volessero mostrare che vogliono essere considerati come seguaci del Maestro, visi nuovi, ignoti tutti, meno quello arguto del greco venuto da Antiochia. Egli parla con altri, forse dei gentili come lui, e mentre Gesù e i suoi proseguono per penetrare nel cortile degli Israeliti egli, e questi che con lui parlano, si fermano nel cortile dei Pagani.

2Naturalmente l’entrata di Gesù nel Tempio superaffollato non passa inosservata. Un sussurro nuovo si alza come da un alveare disturbato e copre le voci dei dottori che tengono le loro lezioni sotto al portico dei Pagani. Le lezioni del resto si sospendono d’incanto e allievi degli scribi corrono in tutti i sensi a portare la notizia dell’arrivo di Gesù, di modo che, quando Egli entra nella seconda cinta dove è l’atrio degli Israeliti, già diversi farisei, scribi e sacerdoti sono scaglionati ad osservarlo. Ma non gli dicono nulla, fintanto che Egli prega, e neppure gli si accostano. Lo sorvegliano unicamente.

Il Messia segno di contraddizione (Gv 7,11-13)[149].

3Gesù torna nel portico dei Pagani. E loro dietro. E il codazzo dei malintenzionati cresce, come cresce quello dei curiosi o dei bene intenzionati. E sussurri sottovoce scorrono fra la gente. Ogni tanto qualche voce più forte: «Lo vedete se è venuto? Egli è un giusto. Non poteva mancare alla festa». Oppure: «Che è venuto a fare? A traviare ancor di più il popolo?». O anche: «Siete contenti ora? Ora vedete dove è? Lo avete tanto chiesto!».

4Voci isolate e subito ammorzate, strozzate nelle gole da sguardi significativi di discepoli e di seguaci che minacciano, col loro stesso amore, gli astiosi nemici. Voci ironiche, velenose, di nemici che gettano uno schizzo di veleno e poi si chetano perché hanno paura della folla. E tacere della folla, dopo una manifestazione significativa in favore del Maestro, perché ha paura delle rappresaglie dei potenti. Il regno della paura reciproca…

5L’unico che non ha paura è Gesù. Cammina adagio, con maestà, verso il luogo dove vuole andare, un poco assorto eppure pronto ad uscire dal suo assorbimento per carezzare un fanciullo che una madre gli porge, o sorridere ad un vecchio che lo saluta benedicendolo.

Mistero per Gamaliele.

6Nel portico dei Pagani, ritto in piedi fra un gruppo di allievi, è Gamaliele. Con le braccia conserte sul petto, nel suo splendente abito candidissimo e amplissimo, che sembra anche più bianco, messo a contrasto dell’alto tappeto rosso cupo, steso al suolo nel punto dove è Gamaliele, egli pare che pensi, a capo un po’ chino, e non si interessi di ciò che avviene. Fra i suoi discepoli invece è l’agitazione della più grande curiosità. Uno, piccoletto, monta persino su un alto sgabello per vedere meglio.

7Però, quando Gesù è all’altezza di Gamaliele, il rabbi alza il volto, e i suoi occhi profondi sotto la fronte di pensatore si affiggono un istante sul volto pacato di Gesù. Uno sguardo scrutatore, tormentoso e tormentato. Gesù lo sente e si volge. Lo guarda. I due baleni, degli occhi nerissimi e degli occhi di zaffiro, si intrecciano. Quello di Gesù aperto, mite, che si lascia scrutare; quello di Gamaliele impenetrabile, volto a conoscere e voglioso di lacerare il mistero della verità -perché per lui è un mistero il Rabbi galileo- ma farisaicamente geloso del suo pensiero, di modo che si serra ad ogni indagine che non sia di Dio. Un attimo. Poi Gesù prosegue e rabbi Gamaliele riabbassa la testa sul petto, sordo ad ogni domanda retta, ansiosa, di alcuni che gli sono intorno, o subdola e astiosa di altri: «É Lui, maestro? Che ne dici?», «Bene! Cosa giudichi? Chi è Costui?».

Venuta del Messia e avvento del Regno

I segni della venuta del Cristo (Gv. 7,14)[150]

8Gesù va al posto che si è scelto. Oh! non ha tappeti sotto i piedi! Non è neppure sotto il portico. É semplicemente addossato ad una colonna, ritto in piedi sul gradino più alto, in fondo al portico. Il posto più meschino. Intorno apostoli, discepoli, seguaci, curiosi. Più oltre farisei, scribi, sacerdoti, rabbi. Gamaliele non lascia il posto dove è.

9Gesù si mette a predicare per la centesima volta la venuta del Regno di Dio e la preparazione di esso Regno. E potrei dire che, amplificati in potenza, ripete gli stessi concetti trattati quasi allo stesso posto venti anni prima. Parla della profezia di Daniele[151], del Precursore predetto dai profeti[152], ricorda la stella dei Magi, la strage degli Innocenti. E fatte queste premesse per mostrare i segni della venuta del Cristo sulla Terra, cita, a conferma della sua venuta, i segni attuali che accompagnano il Cristo docente, come prima gli altri accompagnavano l’avvento del Cristo incarnato, ossia ricorda la contraddizione che lo accompagna, la morte del Precursore e i miracoli che continuamente avvengono, confermando che Dio è col suo Cristo. Non aggredisce mai i suoi antagonisti. Sembra che non li veda nemmeno. Parla per confermare nella fede i suoi seguaci, per illuminare sulla verità quelli che sono, senza colpa, ancora all’oscuro sulla verità…

Obiezioni non accolte da Gesù

10Una voce aspra parte dall’estremità della folla: «Come può Dio essere nei tuoi miracoli se essi avvengono in giorno proibito? Anche ieri hai guarito un lebbroso sulla via di Betfage».

11Gesù guarda il suo interruttore e non risponde. Continua a parlare della liberazione dal dominio che opprime gli uomini e dell’instaurazione del Regno di Cristo, eterno, invincibile, glorioso, perfetto.

12«E quando questo?», dice sogghignando uno scriba. E aggiunge: «Lo sappiamo che ti vuoi fare re. Ma un re tuo pari sarebbe rovina di Israele. Dove sono le tue potenze di re? Dove le milizie, dove i tesori, dove le alleanze? Tu sei folle!». E molti suoi pari scuotono il capo ridendo con scherno.

Argomentazione finita in domanda a Gesù

13Un fariseo dice: «Non fate così. A questo modo non sapremo mai cosa intende Egli per regno, quali leggi, quali manifestazioni questo regno avrà. E che? Forse che il regno antico d’Israele fu di un subito perfetto come ai tempi di Davide e Salomone? Non ricordate quante incertezze e ore oscure prima dello splendore regale del re perfetto[153]? Per avere il primo re fu necessario prima formare l’uomo di Dio che lo ungesse, e perciò levare la sterilità ad Anna d’Elcana e ispirarle di offrire il frutto del suo seno[154]. Meditate il cantico di Anna[155]. Esso è lezione alla nostra durezza e cecità: “Nessuno è santo come il Signore… Non vogliate moltiplicare, vantandovi, le parole superbe… Il Signore fa morire e vivere… innalza il povero… Egli rende sicuri i passi dei suoi santi, e gli empi taceranno perché l’uomo non per la sua forza è forte, ma per quella che gli viene da Dio”. Oh! ricordate! “Il Signore giudicherà i confini della Terra e darà l’impero al suo re ed esalterà la potenza del suo Cristo”[156]. Il Cristo delle profezie non doveva forse venire da Davide? E allora tutte le premesse, dalla nascita di Samuele in poi, non sono premesse al regno del Cristo? Tu, Maestro, non sei forse di Davide, nato a Betlemme?», chiede infine direttamente a Gesù.

14«Tu lo hai detto», risponde Gesù brevemente.

La superbia è la lussuria della mente.

«Oh! Allora soddisfa le nostre menti. Tu vedi che il tacere non è buona cosa, perché fomenta le nubi del dubbio nei cuori».  

15«Non del dubbio. Della superbia. É più grave ancora».

«Come? Dubitare di Te è meno grave di essere superbi?».

16«Sì. Perché la superbia è la lussuria della mente. Ed è il peccato più grande, essendo lo stesso peccato di Lucifero. Dio tante cose perdona, e la sua luce splende amorosa ad illuminare le ignoranze e fugare i dubbi. Ma non perdona alla superbia che lo deride dicendosi più grande di Lui».

17«Chi lo dice fra noi che Dio è più piccolo di noi? Noi non bestemmiamo…», urlano in diversi.

18«Non lo dite con le labbra. Ma lo confermate con gli atti. Volete dire a Dio: “Non è possibile che il Cristo sia un galileo, un popolano. Non è possibile che sia costui”. Che cosa è impossibile a Dio?». La voce di Gesù è un tuono. Se prima era un poco dimesso nell’aspetto, appoggiato come un mendico alla sua colonna, ora si raddrizza, si scosta dal pilastro, alza maestosamente il capo sul collo e dardeggia la folla coi suoi occhi fulgenti. É ancora sul gradino, ma è come fosse sull’alto di un trono, tanto è regale il suo aspetto.

La mente del superbo fornica con Satana

19La gente arretra, quasi impaurita, e nessuno risponde all’ultima domanda. Poi un rabbi, piccolo, grinzoso, brutto d’aspetto come certo è di anima, chiede, facendo precedere la domanda da una risatina falsa e chioccia: «La lussuria si compie quando si è in due. La mente con chi la compie? Essa non è corporea. Come allora può peccare lussuriosamente? A che, essendo incorporea, si congiunge per peccare?», e ride strascicando le parole e la risatina.

20«A chi? A Satana. La mente del superbo fornica con Satana contro Dio e contro l’amore».

La lussuria è disordine e violenza

21«E Lucifero con chi fornicò per divenire Satana, se ancor non era Satana?».  

22«Con sé stesso. Col suo proprio pensiero intelligente e disordinato. Cosa è la lussuria, o scriba?».

«Ma… te l’ho detto! E chi non sa che è la lussuria? Tutti l’abbiamo esperimentata…».

23«Non sei un rabbi sapiente, poiché non sai l’essenza vera di questo peccato universale, trino frutto del Male. Così come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono la trina forma dell’Amore. La lussuria è disordine, o scriba. Disordine guidato da una intelligenza libera e cosciente, che sa che il suo appetito è male, ma lo vuole saziare ugualmente. La lussuria è disordine e violenza contro le leggi naturali, contro la giustizia e l’amore verso Dio, verso noi stessi, verso i fratelli nostri. Ogni lussuria. Quella carnale come quella che mira alle ricchezze e potenze della Terra, come quella di coloro che vorrebbero impedire al Cristo la sua missione, perché trescano con la smodata ambizione che trema di essere colpita da Me».

24Un grande sussurro va per la folla. Gamaliele, rimasto solo sul suo tappeto, rialza il capo e getta uno sguardo acuto su Gesù.

L’avvento del Regno di Dio (Lc 17,20-21)[157].

25«Ma quando dunque verrà il Regno di Dio? Tu non hai risposto…», torna a incalzare il fariseo di prima.

26«Quando il Cristo sarà sul trono che Israele gli prepara, più alto di ogni altro trono, più alto di questo stesso Tempio».

27«Ma dove lo si sta apparecchiando, che nessun apparato si vede? Può esser mai vero che Roma lasci che Israele risorga? Le aquile sono dunque divenute cieche per non vedere ciò che si prepara?».

 28«Il Regno di Dio non viene con apparato. Solo l’occhio di Dio vede il suo formarsi, perché l’occhio di Dio legge nell’interno degli uomini. Perciò non andate cercando dove è questo Regno, dove si prepara. E non credete a chi dice: “Si congiura in Batanea, si congiura nelle caverne del deserto d’Engaddi, si congiura sulle rive del mare”. Il Regno di Dio è in voi, dentro di voi, nel vostro spirito che accoglie la Legge venuta dai Cieli come legge della vera Patria, legge che praticandola fa cittadini del Regno. Per questo prima di Me è venuto Giovanni a preparare le vie dei cuori, per le quali doveva penetrare in essi la mia Dottrina. Con la penitenza si sono preparate le vie, con l’amore il Regno sorgerà e cadrà la schiavitù del peccato che interdice agli uomini il Regno dei Cieli».

Dottrina, volontà e opera del Messia.

I Giudei sono stupiti

29«Ma veramente quest’uomo è grande! E voi dite che è un artigiano?», dice forte uno che ascoltava attentamente. E altri, giudei alla veste e forse sobillati dai nemici di Gesù, si guardano interdetti e guardano i loro sobillatori chiedendo: «Ma che ci avete insinuato? Chi può dire che quest’uomo travia il popolo?», e altri ancora: «Noi ci chiediamo e vi chiediamo queste cose: se è vero che nessuno di voi lo ha istruito, come sa tanta sapienza? Dove l’ha imparata, se non ha mai studiato con nessun maestro?», e rivolgendosi a Gesù: «Di’, dunque. Dove hai trovato questa tua dottrina?».

La dottrina del Messia (Gv 7,15-16)[158].

30Gesù alza un viso ispirato e dice: «In verità, in verità vi dico che questa dottrina non è mia, ma è di Colui che mi ha mandato fra voi. In verità, in verità vi dico che nessun maestro me l’ha insegnata, né l’ho trovata in nessun libro vivente, o in nessun rotolo, o monumento di pietra. In verità, in verità vi dico che mi sono preparato a quest’ora udendo il Vivente parlare al mio spirito. Ora l’ora è venuta perché Io dia al popolo di Dio la Parola venuta dai Cieli. E lo faccio, e lo farò sino all’ultimo respiro e, dopo che lo avrò esalato, le pietre che mi udirono, e che non si ammollirono, conosceranno un timore di Dio più forte di quello che provò Mosè sul Sinai[159], e nel timore, con voce di verità, benedicente o maledicente, le parole della mia respinta dottrina si incideranno sulle pietre. E quelle parole non si cancelleranno più. Il segno resterà. 29Luce a chi lo accoglierà, almeno allora, con amore. Assolute tenebre a chi neppure allora comprenderà che è la volontà di Dio che mi ha mandato a fondare il suo Regno.

La volontà e la gloria del Messia (Gv 7,17-18)[160].

31Nel principio della creazione fu detto: “Sia fatta la luce”[161]. E la luce fu nel caos. Nel principio della mia vita fu detto: “Sia pace agli uomini di buona volontà”. La buona volontà è quella che fa la volontà di Dio e non la combatte. Ora, chi fa la volontà di Dio e non la combatte sente che non mi può combattere, perché sente che la mia dottrina viene da Dio e non da Me stesso. Cerco forse Io la mia gloria? Dico forse che Io sono l’autore della Legge di grazia e dell’era di perdono? No. Io non prendo la gloria che non è mia, ma do gloria alla gloria di Dio, Autore di tutto ciò che è buono. Ora la mia gloria è fare ciò che il Padre vuole che Io faccia, perché questo dà gloria a Lui. Chi parla in suo favore per avere lode cerca la sua propria gloria. Ma chi potendo, anche senza cercarla, avere gloria dagli uomini per ciò che fa o dice, la respinge dicendo: “Non è mia, da Me creata, ma essa procede da quella del Padre così come Io da Lui procedo”, è nella verità, e in Lui non c’è ingiustizia, dando ad ognuno il suo senza nulla tenersi di ciò che suo non è. Io sono perché Egli mi ha voluto».

La Legge è di Dio, Mosè è il portatore (Gv 7,19-20)[162]

32Gesù ha una sosta. Gira gli occhi sulla folla, fruga nelle coscienze. Le legge. Le pesa. Riapre le labbra: «Voi tacete. Per metà ammirati, per l’altra metà pensierosi di come potete farmi tacere. Di chi sono i dieci comandamenti? Da dove vengono? Chi ve li ha dati?».

«Mosè!», grida la folla.

33«No. L’Altissimo. Mosè, suo servo, ve li ha portati. Ma essi sono di Dio.

Nulla servirà a dare la fede a Israele

34Voi, che avete le formule ma non avete la fede, in cuor vostro dite: “Noi Dio non lo vedemmo. Non noi, non gli ebrei ai piedi del Sinai”. Oh! Non vi sono sufficienti, a credere che Dio era presente, neppure le folgori che incendiavano il monte mentre Dio folgoreggiava tuonando al cospetto di Mosè. Non vi servono neppure le folgori e i terremoti a credere che Dio è su voi a scrivere il Patto eterno di salvezza e di condanna. Una epifania nuova, tremenda vedrete, e presto, fra queste mura. E le latebre sacre usciranno dalle tenebre, perché sarà iniziato il Regno della Luce, e il Santo dei Santi sarà innalzato al cospetto del mondo non più celato sotto la triplice cortina. E non crederete ancora. Che dunque ci vorrà per farvi credere? Che le folgori della Giustizia vi incidano le carni? Ma allora la Giustizia sarà placata. E scenderanno le folgori dell’Amore. Eppure, neppur esse scriveranno sui vostri cuori, su tutti i vostri cuori, la Verità e susciteranno il pentimento e poi l’amore…».

35Gli occhi di Gamaliele sono ora fissi, in un volto teso, sul volto di Gesù…

Chi uccide Gesù non osserva la Legge di Mosè

36«Ma Mosè sapete che era uomo fra gli uomini, di lui vi hanno lasciato descrizione i cronisti del suo tempo. Eppure, anche sapendo chi era, da Chi e come ebbe la Legge, l’osservate forse? No. Nessuno di voi l’osserva».

Un urlo di protesta è fra la folla.

37Gesù impone silenzio: «Dite che non è vero? Che voi l’osservate? E allora perché cercate di uccidermi? Non lo vieta il quinto comandamento di uccidere l’uomo? Voi non ammettete in Me il Cristo? Ma non potete negare che Io sia l’uomo. Ora perché cercate di uccidermi?».

38«Ma Tu sei folle! Tu sei indemoniato! Un demonio parla in Te e ti fa delirare e dire menzogne! Nessuno di noi pensa ad ucciderti! Chi vuole ucciderti?», urlano proprio quelli che lo vogliono fare.

Giudicate con retto giudizio (Gv 7,21-24)[163].

39«Chi? Voi. E cercate le scuse per farlo. E mi rimproverate di colpe non vere. Mi rimproverate, non è la prima volta, perché ho guarito un uomo in sabato. E non dice Mosè di avere pietà anche dell’asino e del bue caduto perché esso rappresenta un bene per tuo fratello? E Io non dovrei avere pietà del corpo malato di un fratello, per il quale la salute riconquistata è un bene materiale e un mezzo spirituale a benedire Iddio e ad amarlo per la sua bontà? E la circoncisione che Mosè vi diede, per averla avuta già dai patriarchi, non la praticate forse anche nel sabato? Se circoncidendo un uomo in sabato non è violata la legge mosaica del sabato, perché essa serve a fare di un maschio un figlio della Legge, perché vi sdegnate con Me se di sabato ho guarito un uomo tutto, nel corpo e nello spirito, e ne ho fatto un figlio di Dio? Non giudicate secondo l’apparenza e la lettera. Ma giudicate con retto giudizio e con lo spirito, perché la lettera, le formule, le apparenze sono morte cose, scenari dipinti ma non vita vera, mentre lo spirito delle parole e apparenze è vita reale e fonte di eternità. Ma voi non capite queste cose perché non le volete capire. Andiamo».

Il giorno del figlio dell’uomo (Lc 17,22-25)[164]

Il tempo di Gesù volge alla fine

40E volge le spalle a tutti, andando verso l’uscita, seguito e attorniato dai suoi apostoli e discepoli, che lo guardano con pena per Lui e con sdegno verso i nemici.

41Egli, pallido, sorride loro dicendo: «Non siate tristi. Voi mi siete amici. E fate bene ad esserlo. Perché il mio tempo volge alla fine. Presto verrà il tempo che desidererete vedere uno di questi giorni del Figlio dell’uomo. Ma non potrete più vederlo. Allora vi sarà di conforto dirvi: “Noi lo amammo e gli fummo fedeli finché fu fra noi”.

Tempo dei falsi schernitori

42E per deridervi e farvi apparire folli vi diranno: “Il Cristo è tornato. È qui! É là!”. Non credete a quelle voci. Non andate, non vi mettete a seguire questi falsi schernitori. Il Figlio dell’uomo, una volta andato via, non tornerà più sino al suo Giorno.

Tempo delle sparizioni private

43E allora il suo manifestarsi sarà simile al lampo che sfolgoreggia e balena da una parte all’altra del cielo, così velocemente che l’occhio stenta a seguirlo.

Tempo della apparizione finale

44Voi, non voi soli, ma nessun uomo potrebbe seguirmi nel mio apparire finale per raccogliere tutti coloro che furono, sono e saranno. Ma prima che questo avvenga bisogna che il Figlio dell’uomo soffra molto. Soffra tutto. Tutto il dolore dell’Umanità, e inoltre sia reietto da questa generazione».

Gesù soffrirà tutto il dolore dell’umanità

45«Ma allora, mio Signore, Tu soffrirai tutto il male di cui sarà capace di colpirti questa generazione», osserva il pastore Mattia.

46«No. Ho detto: tutto il dolore dell’Umanità. Essa era prima di questa generazione e sarà, per generazioni e generazioni, dopo questa. E sempre peccherà. E il Figlio dell’uomo gusterà tutta l’amarezza dei peccati passati, presenti e futuri sino all’ultimo peccato, nel suo spirito, avanti di essere il Redentore. E oltre la sua gloria ancora soffrirà, nel suo spirito d’amore, nel vedere che l’Umanità calpesta il suo amore. Voi non potete capire per ora… Andiamo ora in questa casa. Essa mi è amica».

47E bussa ad una porta, che si apre lasciandolo entrare senza che il portinaio mostri stupore per il numero delle persone che entrano dietro Gesù.

487. Al Tempio per la festa dei Tabernacoli. Discorso sulla
natura del Cristo
[165].

Origine del Messia.

Il Tempio affollato

1Il Tempio è ancor più affollato del giorno avanti. E nella folla che empie e si agita nel primo cortile vedo molti gentili, molti più di ieri. Sono tutti in viva attesa, tanto gli israeliti come i gentili. E parlano, gentili con gentili, ebrei con ebrei fra di loro, a capannelli sparsi qua e là, senza perdere d’occhio le porte.

2I dottori, sotto i portici, si affannano ad alzare la voce per attirare e fare sfoggio di eloquenza. Ma la gente è distratta ed essi predicano a pochi allievi. Gamaliele c’è. Al suo posto. Ma non parla. Passeggia avanti e indietro sul suo sontuoso tappeto, con le braccia conserte, il capo chino, meditando, e la lunga veste, l’ancor più lungo mantello, che ha disciolto e che pende trattenuto da due rosoni d’argento alle spalle, gli fanno dietro uno strascico che egli respinge col piede quando torna sui suoi passi. I suoi discepoli, i più fedeli, addossati al muro, lo guardano in silenzio, intimoriti, e rispettano la meditazione del loro maestro.

3Dei farisei, dei sacerdoti, mostrano di avere un gran da fare, e vanno e vengono… La gente, che capisce le loro vere intenzioni, se li addita e qualche commento parte come un razzo bruciante a bruciare la loro ipocrisia. Ma essi fingono di non sentire. Sono pochi rispetto ai molti che non odiano Gesù e che invece odiano loro, e trovano perciò prudente non reagire.

Viva attesa dei gentili

4«Eccolo! Eccolo! Viene dalla porta Dorata, oggi!».

«Corriamo!».

«Io resto qua. Verrà qua a parlare. Non perdo il posto».

«Neppure io, anzi quelli che se ne vanno fanno posto a noi che restiamo».

5«Ma lo lasceranno parlare?».

«Se lo hanno lasciato entrare!…»

«Sì, ma è un’altra cosa. Come figlio della Legge non possono impedirgli di entrare. Ma come rabbi possono cacciarlo se vogliono».

6«Quante differenze! Se lo lasciano andare a parlare al Dio, perché non lo devono lasciar parlare a degli uomini?» (questo è un gentile che parla).

È vero», dice un altro gentile.

7«Noi perché siamo impuri non ci lasciate andare là, ma qui sì, sperando che si diventi circoncisi…».

8«Taci, Quinto. È per questo che lo lasciano parlare a noi. Sperando di potarci come fossimo alberi. Noi invece veniamo per mettere le sue idee come rami d’innesto in noi selvatici».

«Dici bene. L’unico che non ci sdegni!».

9«Oh! per questo! Quando si va con una borsa di monete a comperare non ci sdegnano neanche gli altri».

10«Guarda! Noi gentili siamo rimasti padroni del luogo. Sentiremo bene! E vedremo meglio! Mi piace vedere i visi dei suoi nemici. Per Giove! Un combattimento di volti…».

11«Taci! Non ti far sentire a nominare Giove. É proibito qui».

12«Oh! fra Giove e Jeové non c’è che poca differenza. E fra dèi non si offenderanno… Io sono venuto per buon desiderio di ascolto. Non per deridere. Se ne parla tanto da per tutto di questo Nazareno! Ho detto: è buona la stagione e vado a sentirlo. C’è chi va più lontano a sentire gli oracoli.».

«Da dove vieni?».

«Da Perge. E tu?».

«Da Tarso».

«Io sono quasi ebreo. Mio padre era un ellenista di Iconio. Ma sposò ad Antiochia di Cilicia una romana e poi morì prima che io nascessi. Ma il seme è ebreo».

13«Tarda a venire… Che lo abbiano preso?».

«Non temere. Ce lo direbbero gli urli della folla. Questi ebrei strillano come gazze inquiete, sempre…».

«Oh! eccolo proprio. Verrà proprio qui?».

14«Non vedi che ad arte hanno occupato tutti i luoghi meno quest’angolo? Senti quanti ranocchi gracidano per fingersi maestri?».

15«Quello là tace, però. É vero che è il più grande dottore d’Israele?».

«Sì, ma… che pedante! Lo ascoltai un giorno e per digerire la sua scienza ho dovuto bere molte coppe di falerno da Tito a Bezeta». Ridono fra loro.

Interrogativi sul Messia (Gv 7,25-26)[166].

16Gesù si avvicina lentamente. Passa davanti a Gamaliele, il quale non alza neppure la testa, e poi va al posto di ieri.

17La gente, ora mista di israeliti, proseliti e gentili, capisce che sta per parlare e sussurra: «Ecco che parla pubblicamente e non gli dicono niente».

18«Forse i principi e i capi hanno riconosciuto in Lui il Cristo. Ieri Gamaliele, andato via il Galileo, ha parlato molto con degli Anziani».

19«Possibile? Come hanno fatto a riconoscerlo di un subito, se solo poco prima lo ritenevano un degno di morte?».

«Forse Gamaliele possedeva delle prove…».

20«E che prove? Che prove volete che abbia in favore di quell’uomo?», investe uno.

«Sta’ zitto, sciacallo. Non sei che l’ultimo degli scrivani. Chi ti ha interrogato?», e gli danno la baia. Egli si allontana.

Origine del Messia (Gv 7,28-30)[167].

21Ma ne subentrano altri, non appartenenti al Tempio, ma certo agli increduli giudei: «Le prove le abbiamo noi. Noi sappiamo di dove è costui. Ma il Cristo, quando verrà, nessuno saprà di dove sia. Di Quello non sapremo l’origine. Ma di questo!!!  É figlio di un falegname di Nazareth, e tutto il suo paese può portare qui testimonianza contro noi se mentiamo…».

22Intanto si sente la voce di un gentile che dice: «Maestro, parla un poco a noi, oggi. Ci è stato detto che Tu asserisci essere tutti gli uomini venuti da un solo Dio, il tuo. Tanto che li chiami figli del Padre. Una simile idea ebbero anche dei poeti stoici nostri. Dissero: “Noi siamo progenie di Dio”. I tuoi connazionali ci dicono più impuri di bestie. Come concili le due tendenze?».

23La questione è posta secondo le consuetudini delle dispute filosofiche, almeno credo. E Gesù sta per rispondere, quando più forte si alza la disputa fra i giudei increduli e quelli credenti, e una voce stridula ripete: «Egli è un semplice uomo. Il Cristo non sarà tale. Tutto sarà di eccezione in Lui. Forma, natura, origine…».

Tumulto sedato da Gamaliele

24Gesù si volge in quella direzione e dice forte: «Dunque conoscete Me e conoscete da dove vengo? Ne siete ben sicuri? E anche quel poco che sapete non vi dice nulla? Non vi è conferma alle profezie? Ma voi tutto di Me non conoscete. In verità, in verità vi dico che Io non sono venuto da Me e da dove voi credete che Io sia venuto. É la stessa Verità, che voi non conoscete, quella che mi ha mandato».

Un urlo di sdegno si alza dai nemici.

25«La stessa Verità. Voi non sapete le sue opere. Voi non sapete le sue vie. Quelle vie per le quali Io sono venuto. L’odio non può conoscere le vie e le opere dell’Amore. Le tenebre non possono sostenere la vista della Luce. Ma Io conosco Colui che mi ha mandato perché Io sono suo, sua parte[168] e un Tutto con Lui. Ed Egli mi ha mandato perché Io compia ciò che il suo Pensiero vuole».

26Avviene un tumulto. I nemici si avventano per mettergli addosso le mani, catturarlo, percuoterlo. Apostoli, discepoli, popolo, gentili, proseliti, reagiscono per difenderlo. Accorrono altri in soccorso dei primi e forse riuscirebbero, ma Gamaliele, che fino a quel momento pareva estraneo ad ogni cosa, lascia il suo tappeto e viene verso Gesù, respinto da chi lo vuole difendere sotto il porticato, e grida: «Lasciatelo stare. Voglio sentire ciò che dice».

27Più del drappello di legionari, che dall’Antonia accorrono a sedare il tumulto, fa la voce di Gamaliele. Il tumulto cade come un turbine che si spezza, e si cheta il clamore in un brusio. I legionari, per prudenza, restano presso la cinta esterna, ma inutili ormai. «Parla», ordina Gamaliele a Gesù. «Rispondi a chi ti accusa». Il tono è imperioso, ma non schernitore.

28Gesù si fa avanti, verso il cortile. Pacato, riprende a parlare. Gamaliele resta dove è, e i suoi discepoli si affannano a portargli tappeto e sgabello perché stia comodo. Ma egli rimane in piedi, con le sue braccia conserte, il capo chino, gli occhi chiusi, concentrato ad ascoltare.

Il Messia è Figlio di Dio

29«Mi avete accusato senza ragione come se avessi bestemmiato in luogo di aver detto la verità. Io, non per difendermi, ma per darvi la luce acciò possiate conoscere la Verità, parlo. E non parlo per Me stesso. Ma parlo ricordando le parole nelle quali credete e sulle quali giurate. Esse testimoniano di Me. Voi, lo so, non vedete in Me che un uomo simile a voi, inferiore a voi. E vi pare che sia impossibile che un uomo possa essere il Messia. Almeno pensate che avesse ad essere un angelo, questo Messia, che deve essere di un’origine talmente misteriosa da poter essere re solo per l’autorità che il mistero della sua origine suscita. Ma quando mai nella storia del nostro popolo, nei libri che formano questa storia e che saranno libri eterni quanto il mondo, perché ad essi dottori di ogni paese e di ogni tempo attingeranno per corroborare la loro scienza e le loro ricerche sul passato con le luci della verità, quando mai in questi libri è detto che Dio abbia parlato ad un suo angelo per dirgli: “Tu mi sarai d’ora in poi Figlio perché Io ti ho generato”[169]?».

Il Messia è vero Dio.

30Vedo Gamaliele che si fa dare una tavoletta e delle pergamene e si siede scrivendo…

31«Gli angeli, creature spirituali, serve dell’Altissimo e sue messaggere, sono state create da Lui[170] come l’uomo, come gli animali, come tutto ciò che fu creato. Ma non sono state generate da Lui. Perché Dio genera unicamente un altro Sé stesso, non potendo il Perfetto generare altro che un Perfetto, un altro Essere pari a Sé stesso, per non avvilire la sua perfezione col generare[171] una creatura di Sé inferiore.

32Or dunque, se Dio non può generare gli angeli e neppure elevarli alla dignità di suoi figli, quale sarà il Figlio al quale Egli dice: “Tu sei mio Figlio. Oggi ti ho generato”?[172] E di che natura sarà se, generandolo, Egli dice indicandolo ai suoi angeli: “E Lui adorino tutti gli angeli di Dio”?[173] E come sarà questo Figlio, per meritare di sentirsi dire dal Padre, da Colui che è per sua grazia se gli uomini lo possono nominare col cuore che si annichila adorando: “Siedi alla mia destra finché Io faccia dei tuoi nemici sgabello ai tuoi piedi”?[174] Quel Figlio non potrà essere che Dio come il Padre, del quale divide gli attributi e le potenze, e col quale gode della Carità che li letifica negli ineffabili e inconoscibili amori della Perfezione per Se stessa.

33Ma, se Dio non ha giudicato conveniente elevare al grado di Figlio un angelo, avrebbe mai potuto dire di un uomo ciò che disse di Colui che qui vi parla -e molti fra voi che mi combattete eravate presenti quando lo disse- là al guado di Betabara, al finire di tre anni da questo? Voi lo udiste[175] e tremaste. Perché la voce di Dio è inconfondibile, e senza una sua speciale grazia atterra chi la ode[176] e ne scrolla il cuore.

Il Messia è Dio incarnato nell’Uomo Gesù.

34Cosa è dunque l’Uomo che vi parla? É forse uno nato da seme e da volere d’uomo come tutti voi? E potrebbe l’Altissimo aver posto lo Spirito suo ad abitare una carne priva di grazia, quale è quella degli uomini nati da voler carnale? E potrebbe l’Altissimo, a soddisfare la gran Colpa, essere pago del sacrificio di un uomo? Pensate. Egli non elegge un angelo ad esser Messia e Redentore, può mai allora eleggere un uomo ad esserlo? E poteva il Redentore essere soltanto Figlio del Padre senza assumere natura umana, ma con mezzi e poteri che superano le umane deduzioni? E il Primogenito di Dio poteva mai aver dei genitori[177], se Egli è il Primogenito eterno?

35Non vi si sconvolge il superbo pensiero davanti a questi interrogativi, che salgono verso i regni della Verità, sempre più vicini ad essa, e che trovano risposta solo in un cuore umile e pieno di fede?

36Chi deve essere il Cristo? Un angelo? Più che un angelo. Un uomo? Più che un uomo. Un Dio? Sì, un Dio. Ma con unita una Carne, perché essa possa compiere l’espiazione della carne colpevole. Ogni cosa va redenta attraverso la materia con cui peccò. Dio avrebbe perciò dovuto mandare un angelo per espiare le colpe degli angeli decaduti, e che espiasse per Lucifero e i suoi seguaci angelici. Perché, lo sapete, anche Lucifero peccò. Ma Dio non manda uno spirito angelico a redimere gli angeli tenebrosi. Essi non hanno adorato il Figlio di Dio, e Dio non perdona il peccato contro il suo Verbo generato dal suo Amore[178]. Però Dio ama l’uomo e manda l’Uomo, l’Unico perfetto, a redimere l’uomo e a ottenere pace con Dio. E giusto è che solo un Uomo-Dio possa compiere la redenzione dell’uomo e placare Dio.

37Il Padre e il Figlio si sono amati e compresi[179]. E il Padre ha detto: “Voglio”. E il Figlio ha detto: “Voglio”. E poi il Figlio ha detto: “Dammi”. E il Padre ha detto: “Prendi”, e il Verbo ebbe una Carne[180] la cui formazione è misteriosa, e questa Carne[181] si chiamò Gesù Cristo, Messia, Colui che deve redimere gli uomini, portarli al Regno, vincere il demonio, infrangere le schiavitù.

Il Messia è Sacerdote eterno e vittima perfetta.

38Vincere il demonio! Non poteva un angelo, non può compiere ciò che il Figlio dell’uomo può. E per questo, alla grande opera ecco che Dio non chiama gli angeli ma l’Uomo. Ecco l’Uomo della cui origine voi siete incerti, negatori o pensosi. Ecco l’Uomo. L’Uomo accettevole a Dio. L’Uomo rappresentante di tutti i suoi fratelli. L’Uomo come voi nella somiglianza, l’Uomo superiore e diverso a voi per la provenienza, il quale, non da uomo ma da Dio generato e consacrato al suo ministero, sta davanti all’eccelso altare per essere Sacerdote e Vittima per i peccati del mondo, eterno e supremo Pontefice, Sommo Sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec[182].

39Non tremate! Io non tendo le mani alla tiara pontificale[183]. Un altro serto mi aspetta. Non tremate! Io non vi toglierò il razionale[184]. Un altro è già pronto per Me. Ma tremate soltanto che per voi non serva il sacrificio dell’Uomo e la misericordia del Cristo. Vi ho tanto amati, vi amo tanto che ho ottenuto dal Padre di annichilire Me stesso. Vi ho tanto amati e vi amo tanto che ho chiesto di consumare tutto il dolore del mondo per darvi la salute eterna.

40Perché non mi volete credere? Non potete credere ancora? Non è detto del Cristo: “Tu sei Sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec”? Ma quando si è iniziato il sacerdozio? Forse ai tempi di Abramo?[185] No. E voi lo sapete. Il re di giustizia e di pace[186] che appare ad annunciarmi, con figura profetica, all’aurora del nostro popolo, non vi ammonisce che c’è un sacerdozio più perfetto, che viene direttamente da Dio, così come Melchisedec di cui nessuno poté mai dare le origini[187] e che viene chiamato “il sacerdote” e sacerdote rimarrà in eterno?[188] Non credete più alle parole ispirate? E, se ci credete, come mai, o dottori, non sapete dare una spiegazione accettabile alle parole che dicono, e di Me parlano: “Tu sei Sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec”?

41Vi è dunque un altro sacerdozio, oltre, prima di quello di Aronne. E di questo è detto “sei”. Non “fosti”. Non “sarai”. Sei sacerdote in eterno. Ecco allora che questa frase preannuncia che l’eterno Sacerdote non sarà della nota stirpe di Aronne, non sarà di nessuna stirpe sacerdotale. Ma sarà di provenienza nuova, misteriosa come Melchisedec[189]. È di questa provenienza. E se la potenza di Dio lo manda, segno è che vuole rinnovare il Sacerdozio e il rito perché divenga giovevole all’Umanità[190].

Beati quelli che credono

42Conoscete voi la mia origine? No. Sapete voi le mie opere? No. Intuite voi i frutti di esse? No. Nulla conoscete di Me. Vedete dunque che anche in questo sono il “Cristo”, la cui origine e natura e missione devono essere sconosciute fin quando a Dio non piaccia svelarle agli uomini. Beati quelli che sapranno, che sanno credere prima che la rivelazione tremenda di Dio non li schiacci col suo peso al suolo e ve li inchiodi e stritoli sotto la folgorante, potente verità tuonata dai Cieli, urlata dalla terra: “Costui era il Cristo di Dio”.

43Voi dite: “Egli è di Nazareth. Suo padre era Giuseppe. Sua madre è Maria”. No. Io non ho padre che mi abbia generato uomo. Io non ho madre che mi abbia generato Dio. Eppure ho una carne e l’ho assunta per misteriosa opera dello Spirito, e sono venuto fra voi passando per un tabernacolo santo[191]. E vi salverò, dopo avere formato Me stesso per volere di Dio, vi salverò facendo uscire il vero Me stesso dal tabernacolo del mio Corpo[192] per consumare il grande Sacrificio di un Dio che si immola per la salvezza dell’uomo[193].

44Padre, Padre mio! Io te l’ho detto all’inizio dei giorni: “Eccomi a fare la tua volontà”. Io te l’ho detto all’ora di grazia prima di lasciarti per rivestirmi di carne onde patire: “Eccomi a fare la tua volontà”. Io te lo dico ancora una volta per santificare coloro per i quali sono venuto: “Eccomi a fare la tua volontà”. E te lo dirò ancora, sempre, sinché la tua volontà sia compiuta…[194]».

Incertezze nell’ auditorio

Quelli che non vogliono capire.

45Gesù, che ha alzato le braccia verso il cielo, pregando, ora le abbassa e le raccoglie sul petto e china la testa, chiude gli occhi e si sprofonda in una orazione segreta.

46La gente bisbiglia. Non tutti hanno capito, anzi i più (e io con loro) non hanno capito. Siamo troppo ignoranti[195]. Ma intuiamo che Egli ha enunciato delle grandi cose. E tacciamo ammirati.

47I malevoli, che non hanno capito o non hanno voluto capire, ghignano: «É un delirante!». Ma non osano dire di più e si scostano o si avviano alle porte scuotendo il capo. Tanta prudenza io credo sia il frutto delle lance e daghe romane che brillano al sole contro la muraglia estrema.

Il segno promesso a Gamaliele.

48Gamaliele si fa largo fra i rimasti. Giunge presso Gesù, che prega ancora, assorto, lontano dalla folla e dal luogo, e lo chiama: «Rabbi Gesù!».

49«Che vuoi, rabbi Gamaliele?», chiede Gesù alzando il capo, con gli occhi ancora assorti in un’interna visione.

«Una spiegazione da Te».

«Parla».

50«Ritiratevi tutti!», ordina Gamaliele e con un tale tono che apostoli, discepoli, seguaci, curiosi, e gli stessi discepoli di Gamaliele, si scostano alla svelta. Restano soli l’uno di fronte all’altro. E si guardano. Gesù sempre mite e dolce, l’altro autoritario senza volere e involontariamente superbo nell’aspetto. Espressione venutagli certo da anni di ossequio esagerato.

51«Maestro… Mi sono state riportate delle tue parole. Dette ad un convito… che io ho disapprovato perché insincero. Io combatto o non combatto, ma sempre apertamente… Ho meditato quelle parole. Le ho confrontate a quelle che sono nel mio ricordo… E ti ho atteso, qui, per interrogarti su esse… E prima ho voluto sentirti parlare… Essi non hanno capito. Io spero di poter capire. Ho scritto le tue parole mentre le dicevi. Per meditarle. E non per nuocerti. Mi credi?».

52«Ti credo. E voglia l’Altissimo farle fiammeggiare al tuo spirito».

53«Così sia. Odi. Le pietre che devono fremere sono forse quelle dei nostri cuori?».

54«No, rabbi. Queste (e indica le muraglie del Tempio con atto circolare). Perché lo chiedi?».

55«Perché il mio cuore ha fremuto quando mi furono riportate le tue parole del convito e le tue risposte ai tentatori. Credevo che quel fremito fosse il segno…».

56«No, rabbi. É troppo poco il fremito del tuo cuore e quello di pochi altri per essere il segno che non lascia dubbi… Anche se tu, con raro giudizio di umile conoscimento di te, definisci il tuo cuore: pietra. Oh! Rabbi Gamaliele, proprio non puoi far del tuo impietrito cuore un luminoso altare accogliente Iddio? Non per mio utile, rabbi. Ma perché la tua giustizia sia completa…». E Gesù guarda dolcemente l’anziano maestro, che si tormenta la barba e insinua le dita sotto il copricapo stringendosi la fronte e mormorando, e curva il capo per dirlo: «Non posso… Non posso ancora… Ma spero… Quel segno lo darai sempre?».

57«Lo darò».

58«Addio, rabbi Gesù».

59«Il Signore venga a te, rabbi Gamaliele».

Gamaliele schernito dagli stolti

60Si separano. Gesù fa un cenno ai suoi e con essi si avvia fuori del Tempio. Scribi, farisei, sacerdoti, discepoli di rabbi si precipitano come tanti avvoltoi intorno a Gamaliele, che sta mettendosi nell’alta cintura i fogli che ha scritto.

61«Ebbene? Che te ne pare? Un pazzo? Hai fatto bene a scrivere quei deliri. Ci serviranno. Hai deciso? Sei persuaso? Ieri… oggi… Più che non occorra per persuaderti». Parlano tumultuariamente e Gamaliele tace mentre si assetta la cintura, chiude il calamaio che vi ha appeso, rende al suo discepolo la tavoletta su cui si è appoggiato per scrivere sulle pergamene.

62«Non rispondi? Da ieri non parli…», incalza un suo collega.

63«Ascolto. Non voi. Lui. E cerco di riconoscere nelle parole di ora la parola che mi ha parlato un giorno. Qui».

64«E la trovi forse?», ridono in molti.

65«Così come un tuono, che ha diversa voce a seconda se è più vicino o più lontano. Ma è sempre rumore di tuono».

«Suono inconcludente, allora», beffeggia uno.

66«Non ridere, Levi. Nel tuono può essere anche la voce di Dio, e noi essere tanto stolti da crederla rumore di nubi lacerate… Non ridere neppur tu, Elchia, e tu Simone, che il tuono non si abbia a cangiare in fulmine e incenerirvi…».

67«Allora… tu… quasi dici che il Galileo è quel fanciullo che con Illele credeste profeta, e che quel fanciullo e quell’uomo sono il Messia…», chiedono motteggiatori, per quanto in sordina, perché Gamaliele si fa rispettare.

68«Non dico nulla. Dico che il rumore del tuono è sempre rumore di tuono».

69«Più vicino o più lontano?».

70«Ahimè! Le parole sono più forti, come l’età lo importa. Ma i venti anni passati hanno fatto venti volte più chiuso il mio intelletto sul tesoro che possiede. E il suono penetra più debolmente…». E Gamaliele lascia cadere la testa sul petto, meditabondo.

71«Ah! Ah! Ah! Invecchi e ti fai stolto, Gamaliele! Prendi per realtà i fantasmi. Ah! Ah! Ah!», ridono tutti.

72Gamaliele ha una sdegnosa alzata di spalle. Poi raccoglie il suo manto, che gli pendeva dalle spalle, vi si avvolge a più giri tanto è ampio, e volta le spalle a tutti senza ribattere parola, sprezzante nel suo silenzio.


488. Al Tempio per la festa dei Tabernacoli. Partenza segreta
per Nobe dopo la preghiera
[196].

Per poco tempo ancora…

Il Messia ricercato.

1Senza preoccuparsi affatto del malanimo altrui, Gesù torna al Tempio per la terza giornata. Non deve però aver dormito in Gerusalemme, perché i suoi sandali mostrano di essere per bene impolverati. Forse ha passato la notte sui colli che sono intorno alla città. E con Lui devono essere stati i suoi fratelli Giacomo e Giuda insieme a Giuseppe (pastore) e a Salomon. Si incontra con gli altri apostoli e discepoli presso la muraglia orientale del Tempio.

2«Sono venuti, sai? Tanto da noi, come dai discepoli più noti. Bene è stato che Tu non ci fossi!».

«Dobbiamo sempre fare così».

3«Sta bene. Ma ne parleremo dopo. Andiamo».  

La folla ama il Messia (Gv 7,31)[197].

4«Una gran turba ti ha e ci ha preceduti esaltando i tuoi miracoli. Quanti si sono persuasi e credono in Te! Avevano ragione i tuoi fratelli, in questo», dice Giovanni apostolo.

5«Sono andati a cercarti persino da Annalia, sai?».

6«E al palazzo di Giovanna. Ma non hanno trovato altro che Cusa… e con un umore! Li ha cacciati come cani, dicendo che in casa sua non vuole spie e che ne ha avuto basta di loro. Ce lo ha detto Gionata, che è qui col padrone», dice Daniele (pastore).

7«Sai? Gli scribi volevano disperdere quelli che ti attendevano col persuaderli che Tu non sei il Cristo. Ma essi hanno risposto: “Il Cristo non è? E chi volete allora che sia? Potrà mai un altro uomo fare i miracoli che fa Lui? Li hanno forse fatti gli altri che si dicevano il Cristo? No, no. Potranno sorgere cento e mille impostori, magari creati da voi, e che dicano di essere il Cristo. Ma nessuno che possa venire farà mai più miracoli come quelli che Egli fa e tanti quanti Lui ne fa”. E perché scribi e farisei sostenevano che li fai perché sei un Belzebù[198], essi hanno risposto: “Oh! allora voi ne dovreste fare di strepitosi, perché certo che sì che voi siete dei Belzebù rispetto al Santo”», racconta Pietro, e ride, e ridono tutti ricordando l’uscita della folla e lo scandalo degli scribi e farisei che se ne erano andati sdegnati.

8Sono ormai dentro al Tempio e vengono subito circondati dalla folla ancor più numerosa che non fosse gli scorsi giorni.

9«Pace a Te, Signore! Pace! Pace!», gridano gli israeliti.

10«Salve, Maestro!», salutano i gentili.

11«La pace e la luce vengano a voi», risponde Gesù con un unico saluto.

12«Temevamo che ti avessero preso, o che non venissi per prudenza e per disgusto. E ci saremmo sparsi a cercarti per ogni luogo», dicono molti.

13Gesù ha un pallido sorriso e domanda: «Allora non mi volete perdere?».

14«E se ti perdiamo, Maestro, chi ci darà più le lezioni e le grazie che Tu ci dai?».

15«Le mie lezioni resteranno in voi e ancor più le capirete[199] quando Io me ne sarò andato… E per la mia assenza di fra mezzo agli uomini non cesseranno le grazie di scendere su coloro che pregheranno con fede».

Parole misteriose del Messia (Gv 7,33-34)[200]

16«Oh! Maestro! Ma te ne vuoi proprio andare? Di’ dove vai e noi ti verremo dietro. Abbiamo tanto bisogno di Te!».

17«Il Maestro lo dice per sentire se lo amiamo. Ma dove volete che vada il Rabbi d’Israele se non in Israele, qui?».

18«In verità vi dico che ancora per poco tempo Io sono con voi e vado da quelli ai quali il Padre mi ha mandato. Dopo mi cercherete e non mi troverete. E dove Io sono voi non potrete venire. Ma ora lasciatemi andare. Oggi Io non parlerò qui dentro. Ho dei poveri che mi attendono altrove e non possono venire perché molto ammalati. Dopo la preghiera Io andrò da essi». E con l’aiuto dei suoi discepoli si fa largo andando verso il cortile degli Israeliti.

Quelli che restano si guardano fra loro.

Interrogative (Gv 7,33-36)[201].

19«Dove mai andrà?».

«Dal suo amico Lazzaro certo. É molto malato».

20«Io dicevo: dove andrà, non oggi, ma quando ci lascerà per sempre. Non avete sentito che ha detto che noi non potremo trovarlo?».

       «Forse andrà a radunare Israele, evangelizzando i dispersi di noi fra le nazioni. La Diaspora[202] spera come noi nel Messia».

«Oppure andrà a insegnare ai pagani per attirarli al suo Regno».

21«No. Non deve essere così. Sempre potremmo trovarlo, anche fosse nell’Asia lontana, o nel centro dell’Africa, o in Roma, in Gallia, in Iberia, o in Tracia o fra i Sarmati. Se Egli dice che non lo troveremmo anche cercandolo, segno è che non sarà in nessuno di questi luoghi».

22«Ma già! Che vorrà dire questo suo dire: “Mi cercherete e non mi troverete, e dove Io sono voi non potrete venire”? Io sono… Non: Io sarò… Dove è dunque? Non è qui fra noi?». 

«Io te lo dico, Giuda! Egli pare uomo, ma è uno spirito!».

23«Ma no! Fra i discepoli vi sono quelli che lo hanno visto neonato. Anzi, più ancora! Hanno visto la Madre gravida di Lui poche ore prima che nascesse».

24«Ma sarà poi proprio quel fanciullino, ora divenuto uomo? Chi ci assicura che non sia un altro essere?».

«Eh! no. Egli potrebbe essere un altro e i pastori sbagliarsi. Ma la Madre! Ma i fratelli! Ma tutto un paese!».

25«I pastori hanno riconosciuto la Madre?».

«Certo che sì…».

26«Allora… Ma perché allora dice: “Dove Io sono voi non potrete venire”? Per noi c’è il futuro: potrete. Per Lui resta il presente: sono. Non ha dunque futuro questo Uomo?[203]».

«Non so che ti dire. É così».

«Io ve lo dico. É un pazzo».

«Lo sarai tu, spia del Sinedrio».

«Io spia? Io sono un giudeo che lo ammira. E avete detto che va da Lazzaro?».

27«Nulla abbiamo detto, vecchio spione. Non sappiamo nulla. E se sapessimo non te lo diremmo. Va’ a dire a chi ti manda che lo cerchino di loro. Spia! Spia! Pagato!».

L’uomo vede la mal parata e se la svigna.

28«Ma noi stiamo qui! Fossimo usciti, lo avremmo visto. Corri di là! Corri di qua!… Diteci che via ha preso. Ditegli che non vada da Lazzaro».

Quelli di gambe leste galoppano via… E tornano…

«Non c’è più… Nella folla si è mescolato e nessuno sa dire…».

29Delusa, la folla si scioglie lentamente…

Chi l’ha visto?

Partenza segreta.

30Ma Gesù è molto più vicino di quanto essi non credano. Uscito da qualche porta, ha girato intorno all’Antonia ed è uscito dalla città per la porta del Gregge, scendendo nella valle del Cedron, che ha pochissima acqua al centro del letto. Gesù lo passa saltando sulle pietre che emergono dall’acqua e si avvia per il monte degli Ulivi, che in quel punto sono folti e mescolati ancora ai macchioni che fanno tetra, direi funebre, questa parte di Gerusalemme, stretta fra le fosche muraglie del Tempio che domina da quel lato con tutto il suo monte, e il monte Uliveto dall’altro. Più a sud la valle si schiarisce e si allarga, ma qui è proprio stretta, una unghiata di gigantesco artiglio che ha scavato un solco profondo fra i due monti Moria e Uliveto.

31Gesù non va verso il Getsemani, anzi va tutto in senso opposto, verso nord, sempre camminando sul monte che poi si allarga in una valle selvaggia dove, più addossato ad un altro giro di colli bassi e pure selvaggi e sassosi, scorre il torrente che fa un arco al nord della città. Agli ulivi subentrano là alberelli sterili, spinosi, contorti, scapigliati, mescolati a rovi che gettano i loro tentacoli da ogni lato. Un luogo molto triste, molto solitario. Ha qualche cosa di luogo infernale, apocalittico. Qualche sepolcro, e nulla più. Neppure dei lebbrosi. Ed è strana questa solitudine contrastante con la folla della città, così vicina e così piena di gente e di rumore. Qui, tolto il gorgoglio dell’acqua sui sassi e il fruscio del vento fra le piante nate fra le pietre, non si sente nessun rumore. Manca persino la nota allegra degli uccelli, così numerosi fra gli ulivi del Getsemani e dell’Uliveto. Il vento piuttosto forte che viene da nord-est, sollevando piccoli mulinelli di polvere, respinge il rumore della città, e il silenzio, un silenzio da luogo di morte, regna nel luogo, opprimente, quasi pauroso.

Luoghi sicuri per il Messia.

32«Ma si va proprio per di qui?», chiede Pietro a Isacco.

«Sì, sì. Ci si va anche da altre strade, uscendo dalla porta di Erode, e meglio da quella di Damasco. Ma è bene che voi conosciate i sentieri meno noti. Noi abbiamo girato tutti i dintorni per conoscerli e per insegnarveli. Potrete andare così dove volete, nelle vicinanze, senza passare per le vie solite».

33«E.… c’è da fidarsi di quei di Nobe?», dice ancora Pietro.

34«Come della tua casa stessa. Tommaso lo scorso inverno, Nicodemo sempre, il sacerdote Giovanni suo discepolo e altri hanno fatto del piccolo paese un luogo suo».

35«E tu hai fatto più di tutti», dice Beniamino (pastore).

«Oh! io!! Allora tutti si è fatto, se io ho fatto. Ma credi, Maestro, che ora tutto intorno alla città hai dei luoghi sicuri…».

36«Anche Rama…», dice Tommaso che ci tiene alla sua città.

«Mio padre e mio cognato hanno pensato a Te con Nicodemo».

38«Allora anche Emmaus», dice un uomo che non mi è nuovo, ma non so dire di preciso chi è, anche perché di Emmaus ne ho trovate più di una in Giudea, senza parlare di quel luogo presso Tarichea.

39«É lontana per andare e venire come faccio ora. Ma non mancherò di venirci qualche volta».

«E a casa mia», dice Salomon.

40«Là certamente almeno una volta per salutare il vecchio».

«C’è anche Bétèr».

«E Betsur».

41«Non andrò in casa delle discepole, ma quando sarà necessario le chiamerò a Me».

42«Io ho un amico sincero presso En Rogel. La sua casa ti è aperta. E nessuno penserà, di quelli che ti odiano, che Tu sei così vicino a loro», dice Stefano.

43«Il giardiniere dei Giardini reali ti può ospitare. É tutt’uno con Mannaen, che gli ha ottenuto quel posto… e poi… Tu lo hai guarito un giorno…».

44«Io? Non lo conosco…».

45«Era, a Pasqua, fra i poveri che Tu guaristi da Cusa. Un colpo di falce sporca di letame gli faceva marcire una gamba, e il suo primo padrone lo aveva cacciato per questo. Mendicava per i suoi figli. E Tu lo hai guarito. Mannaen lo ha poi messo ai Giardini, ottenendogli il posto in un momento buono dell’Antipa. Ora quell’uomo fa tutto ciò che Mannaen dice. E per Te poi…», dice Mattia (pastore).

Andare da Gesù

46«Non ho mai visto Mannaen con voi…», dice Gesù fissando molto Mattia, che cambia colore e si turba.

47«Vieni avanti con Me». Il discepolo lo segue.

48«Parla!».

49«Signore… Mannaen ha sbagliato… e soffre molto, e con lui Timoneo e qualche altro ancora. Non hanno pace perché Tu…».

50«Non crederanno che ho odio per loro…».

«Noooh! Ma… Hanno paura delle tue parole e del tuo volto».

51«Oh! che errore! Proprio perché hanno sbagliato devono venire alla Medicina. Sai dove sono?».

«Sì, Maestro».

52«Allora va’ da essi e di’ loro che li aspetto a Nobe».

53Mattia se ne va senza perdere tempo. Il sentiero sul monte si alza di modo che è visibile tutta Gerusalemme vista da nord… Gesù con i suoi le volge le spalle, andando proprio in senso opposto alla città.

489. A Nobe. Parabola del re incompreso dai sudditi e miracolo sul vento[204].

Il Messia Re incompreso.

Nobe ospita il Messia

1É un paese raccolto, abbastanza ben tenuto. Gli abitanti sono nelle case perché c’è un gran vento. Ma quando i discepoli vanno ad avvertire che c’è Gesù, ecco che tutte le donne ed i bambini e i vecchi, che l’età ha fatto rimanere in paese, si affollano intorno a Gesù che si è fermato sulla piazzetta principale. Il paese, essendo su un’altura, ha aria e luce anche nella giornata fosca e l’occhio spazia da esso verso Gerusalemme a sud e verso Rama a nord (dico Rama perché è scritto su un cippo con l’indicazione delle miglia).

2La gente è molto commossa. Essere divenuti coloro che ospitano il Signore è per loro una cosa così nuova e commovente! Un vecchio, un vero patriarca, lo dice per tutti, e le donne col capo assentono, assentono.

Le parole dell’anziano Simeone

3Abituati ad essere schiacciati dalla superbia sacerdotale e farisaica, sono timorosi… Ma Gesù li mette subito a loro agio, prendendo in braccio una bambinella che fa i primi passetti, accarezzando il vecchione, dicendo: «Non mi avevate ancora visto?».

4«Da lontano… Passare sulla via… Qualche uomo al Tempio. Ma per noi, tanto vicini alla città, è ancor più difficile avere ciò che altri hanno venendo da lontano», dice il vecchione.

5«E’ sempre così, padre. Ciò che sembra facilitare le cose, le fa difficili, perché tutti si appoggiano all’idea che sia facile. Ma ora ci conosceremo. Ritirati, padre. L’autunno spira i suoi venti, ed essi non sono propizi ai patriarchi».

6«Oh! sono rimasto solo! Non ha più valore il giorno per me…».

«La figlia è sposata lontano e la moglie gli è morta alle Encenie», spiega una donna.

7«Giovanni, non devi dire così, oggi che hai il Rabbi con te. Lo desideravi tanto!», gli dice una vecchierella.

8«E’vero. Ma… Tu sei il Messia, non è vero?».

9«Sì, padre».

10«E allora che posso desiderare di più, ora che l’ho visto e che vedo compiuta la promessa fatta ad Abramo?[205] Un vecchio, allora il vecchio era lui, cantò un giorno nel Tempio -io c’ero perché quel giorno la mia Lia si purificava del suo unico parto, e io ero presso di lei, e prima di noi aveva compiuto il rito. Una poco più che fanciulla…- un vecchio cantò baciando il Nato di quella Fanciulla: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace, perché i miei occhi hanno visto il Salvatore”. Quel Neonato eri Tu, allora. Oh! me! me beato! Io allora ho pregato il Signore dicendo: “Fa’ che io pure possa morire dopo averlo conosciuto”. Ora ti conosco. Sei qui. La mano del mio Signore è posata sulla mia testa. La sua voce mi ha parlato. L’Eterno mi ha esaudito. E che dirò se non le parole del vecchio Simeone dotto e giusto? Le dico: “Lascia, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace, perché gli occhi miei hanno conosciuto il tuo Cristo!”».

11«Non vuoi attendere di vedere il suo Regno?», dice una donna.

«No, Maria. Le feste non sono per i vecchi. E io non credo ciò che i più dicono. Io ricordo le parole di Simeone… Ha promesso una spada nel cuore di quella Fanciulla perché il mondo non amerà tutto il Salvatore… Ha detto che rovina o risurrezione verrà a molti per Lui… e c’è Isaia… e c’è Davide… No. Preferisco morire e attendere la sua grazia… E di là il suo Regno…».

12«Padre, tu vedi meglio dei giovani. Il mio Regno è quello dei Cieli. Ma per te la mia venuta non è rovina, perché tu sai credere in Me. Andiamo nella tua casa. Io resto con te», e guidato dal vecchio va ad una casetta bianca in una stradina fra orti, che si spogliano di foglie per la rapina del vento, e vi entra con Pietro e i due figli di Alfeo e Giovanni. Gli altri si spargono per le altre case…

…per tornare dopo qualche tempo a stipare la casetta, l’orto, il terrazzo sul tetto, fino a salire sul muretto a secco che separa un lato di orto dalla via, su un noce potente e su un melo parimente robusto, incuranti del vento che cresce sempre e solleva il polverone.

13Vogliono sentire Gesù. E Gesù tergiversa per qualche tempo, sinché inizia a parlare stando sulla soglia della cucina, di modo che la voce si sparga entro e fuori la casa.

Parabola del Re incompreso

14«Un re potente, il cui regno era molto vasto, volle venire un giorno a visitare i suoi sudditi. Egli abitava in una reggia eccelsa dalla quale, per mezzo dei suoi servi e messaggeri, mandava i suoi ordini e i suoi benefici ai sudditi che perciò sapevano della sua esistenza, dell’amore che aveva per essi, dei suoi propositi, ma non lo conoscevano affatto di persona, non sapevano la sua voce e il suo linguaggio. In una parola, sapevano che c’era ed era il loro Signore, ma nulla più. E, come sovente avviene, per questo fatto molte delle sue leggi e delle sue provvidenze venivano svisate, o per mala volontà o per incapacità di comprenderle, tanto che gli interessi dei sudditi e i desideri del re, che li voleva felici, ne subivano danno. Egli era costretto a punirli talora e ne soffriva più di loro. E le punizioni non cagionavano miglioramento. Disse allora: “Io andrò. Parlerò direttamente a loro. Mi farò conoscere. Mi ameranno e mi seguiranno meglio e diverranno felici”. E lasciò la sua eccelsa dimora per venire fra il suo popolo.

15Molto stupore cagionò la sua venuta. Il popolo si commosse, si agitò, chi con giubilo, chi con terrore, chi con ira, chi con diffidenza, chi con odio. Il re, paziente, senza stancarsi mai, si pose ad avvicinare tanto chi l’amava come chi lo temeva, come chi lo odiava. Si pose a spiegare la sua legge, ad ascoltare i suoi sudditi, a beneficarli, a sopportarli. E molti finirono ad amarlo, a non sfuggirlo più perché troppo grande; qualcuno, pochi, cessò anche di diffidare e di odiare. Erano i migliori. Ma molti rimasero ciò che erano, non avendo buona volontà in loro. Ma il re, che era molto saggio, sopportò anche questo rifugiandosi nell’amore dei migliori per avere premio delle sue fatiche.

16Però, che avvenne mai? Avvenne che anche fra i migliori non tutti lo compresero. Veniva da tanto lontano! Il suo linguaggio era così nuovo! Le sue volontà così diverse da quelle dei sudditi! E non fu capito da tutti… Anzi alcuni gli dettero dolore, e col dolore gli procurarono nocumento, o almeno rischiarono di procurarglielo, per averlo mal capito. E, quando compresero di avergli dato pena e danno, fuggirono desolati dal suo cospetto, né più andarono a lui temendo la sua parola.

17Ma il re aveva letto nei loro cuori e ogni giorno li chiamava col suo amore, pregava l’Eterno di concedergli di ritrovarli per dire loro: “Perché mi temete? É vero. La vostra incomprensione mi ha dato dolore, ma l’ho vista senza malizia, frutto soltanto di incapacità a comprendere il mio linguaggio tanto diverso dal vostro. Ciò che mi addolora è il vostro temermi. Ciò mi dice che non solo non mi avete capito come re, ma anche come amico. Perché non venite? Ma tornate dunque. Ciò che la gioia di amarmi non vi aveva fatto comprendere, ve lo ha reso chiaro il dolore di avermi dato dolore. Oh! venite, venite, amici miei. Non aumentate le vostre ignoranze con lo starmi lontano, le vostre caligini col nascondervi, le vostre amarezze coll’interdirvi il mio amore. Vedete? Soffriamo tanto io che voi ad essere divisi. Più ancora io che voi. Venite dunque e datemi gioia”.

18Così voleva parlare il re. E così parla. E Dio parla così anche a coloro che peccano. E così parla il Salvatore a coloro che possono aver sbagliato.

19E così parla il Re d’Israele ai suoi sudditi. Il vero Re d’Israele, quello che dal regno piccolo della Terra vuole portare i suoi sudditi al grande Regno dei Cieli. In esso non possono entrare quelli che non seguono il Re, quelli che non imparano a comprendere le sue parole e il suo pensiero. Ma come imparare se al primo errore si sfugge il Maestro?

20Nessuno si accasci se ha peccato e si è pentito, se ha sbagliato e riconosce l’errore. Venga alla Fonte che cancella gli errori e che dà luce e sapienza, e si disseti ad essa che arde di donarsi, ed è venuta dal Cielo per donarsi agli uomini».

Il Signore dei venti.

L’ amico amoroso

21Gesù tace. Solo il vento fa sentire la sua voce sempre più forte. Sul cucuzzolo del monticello dove è Nobe si accanisce tanto che gli alberi scricchiolano paurosamente.

22La gente è costretta a ritirarsi nelle case. Ma, quando si è diradata e Gesù torna in casa chiudendo la porta, Mattia, seguito da Mannaen e Timoneo, sbuca da dietro il muretto ed entra nell’orticello bussando alla porta chiusa.

23Gesù stesso viene ad aprire. «Maestro, eccoli!», dice Mattia indicando i due, che sono rimasti vergognosi sul limitare dell’orto e non osano alzare il viso a guardare Gesù.

24«Mannaen! Timoneo! Amici miei!», dice Gesù uscendo nell’orto e rinchiudendo la porta, per significare a quelli di dentro che non escano a curiosare. E va verso i due, a braccia aperte, già aperte all’abbraccio.

25I due alzano il viso, tocchi dall’amore che trema nella voce del Maestro, gli vedono il volto e l’occhio, tutti pieni d’amore, e la loro paura cade, corrono avanti con un grido roco di pianto: «Maestro!», e gli cadono ai piedi abbracciandogli le caviglie, baciando i piedi nudi, bagnandoli di lacrime.

26«Amici miei! Non lì. Qui sul cuore. Vi ho tanto atteso! E tanto capito! Suvvia!», e cerca rialzarli.

27«Perdono! Oh! perdono!… Non negarcelo, Maestro. Abbiamo sofferto tanto!».

28«Lo so. Ma se foste venuti prima, prima vi avrei detto: “Vi amo”».

29«Ci ami? Maestro?! Come prima?!», dice per primo Timoneo alzando un volto interrogativo.

«Più di prima, perché ora siete guariti da ogni umanità nel vostro amore per Me».

30«É vero! Oh! il mio Maestro!», e Mannaen scatta in piedi e non resiste più. Si getta sul petto di Gesù e Timoneo lo imita…

31«Vedete come si sta bene qui? Non è meglio qui che in una povera reggia? Dove avermi di più, e più potente, dolce, ricco di tesori senza fine, che avendomi Salvatore, Redentore, Re spirituale, Amico amoroso?».

32«É vero! É vero! Oh! ci avevano sedotti! E ci pareva onorarti, e che fosse giusto il loro pensiero!».

33«Non ci pensate più. É passato. Appartiene al passato. Lasciate che il tempo, scorrendo veloce come il turbine che ci percuote, lo porti lontano, lo sperda per sempre… Ma entriamo in casa. Non è possibile rimanere qui…».

L’ uragano minaccia sciagura

34É infatti un vero turbine quello che si avventa da nord sul paese. Rami che schiantano, tegoli che volano, qualche muretto insicuro delle terrazze sui tetti che cade con fragore. Il noce e il melo si torcono come se volessero svellersi dal suolo. Entrano in casa e i quattro apostoli guardano stupiti il volto ancor umido di lacrime dei due discepoli, in contrasto col sorriso che pure è sul loro viso. Ma non dicono niente.

35«Qualche sciagura si prepara», dice il vecchio Giovanni.

36«Sì. Quelli che sono ancora sotto le capanne non so come faranno…», dice Pietro.

37Il vento è tale che le fiammelle di un lume a tre becchi, acceso per illuminare la stanza chiusa, vacillano nonostante le porte sbarrate.

38Al frastuono del vento, che cresce sempre più e percuote la casa con terriccio e detriti, tanto che sembra cada della grandine sottile, si mescolano urli di donne, sempre più vicini. Sono spose spaventate, madri in angoscia: «I nostri mariti! I figli nostri! Sono per via. Abbiamo paura. É crollato un muro della casa abbandonata… Signore! Gesù! Pietà!».

Miracolo sul turbine

39Gesù sorge in piedi, apre a stento la porta che il vento comprime con tutta la sua violenza. Delle donne, curve per resistere al vento -una vera tromba d’aria sotto un cielo pauroso- gemono tendendo le braccia.

40«Entrate. Non temete!», dice Gesù. E guarda il cielo e le piante prossime ad essere schiantate.

41«Rientra, Gesù! Vedi come si schiantano i rami e cadono embrici? Non è prudente rimanere fuori», grida Giuda d’Alfeo.

42«Poveri ulivi! Questa è grandine. Dove cade hanno finito di cogliere», sentenzia Pietro.

43Gesù non rientra. Esce anzi del tutto, fra il turbine che gli torce la veste e solleva i capelli. Apre le braccia, prega, e poi ordina: «Basta! Lo voglio!», e rientra in casa.

44Il vento ha un ultimo muggito e poi cade di colpo. É impressionante il silenzio che si fa dopo tanto fragore. É tale che dalle case sporgono visi stupiti. Restano i segni dell’aeromoto: foglie, rami spezzati, brandelli di tende. Ma tutto è quieto. Il firmamento risponde alla terra, non più sconvolta, con un alleggerirsi di nubi che da nere si fanno chiare, si spargono senza far danno, ma lasciando cadere una spruzzata di pioggia che finisce di purificare l’aria intorbidata da tanta polvere.

45«Ma che è stato?»

«Così è finito?».

«Pareva la fine, e ora si fa sereno?». Voci che interrogano da casa a casa.

46Le donne che erano corse da Gesù corrono fuori. «Il Signore! Il Signore è con noi! Ha fatto il miracolo! Ha fermato il vento! Ha rotto le nubi! Osanna! Osanna! Lode al Figlio di Davide. Pace! Benedizione! Cristo è con noi! Con noi è il Benedetto! Il Santo! Il Santo! Il Santo! Il Messia è con noi! Alleluia!».

47Il paese riversa fuori tutti i suoi abitanti reali e quelli occasionali, ossia apostoli e discepoli, che accorrono tutti alla casetta dove è Gesù. Tutti vogliono baciarlo, toccarlo, esaltarlo.

48«Lodate il Signore Altissimo. Egli è il Padrone dei venti e delle acque. Se Egli ha ascoltato il suo Figlio lo è stato per premiare la fede e l’amore che voi avete avuto in Lui».

49E vorrebbe congedarli. Ma chi calma un paese in festa, agitato da un miracolo palese? Specie se è un paese pieno di donne? Gli sforzi di Gesù sono vani. Egli sorride paziente, mentre il vecchio che lo ospita gli lava di lacrime e baci la mano sinistra.

Il racconto si colora

50Ecco i primi uomini trafelati, impauriti, di ritorno da Gerusalemme. Temono chissà che sciagure. Vedono il popolo in festa.

51«Che è? Che è stato? Ma non avete avuto bufera? Dal monte si vedeva sparire la città sotto nubi di polvere. Credevamo fosse crollata. E qui è tutto salvo!».

52«Il Signore! Il Signore! Venuto in tempo per salvarci da rovina. Solo la casa maledetta è caduta, e qualche tegolo e qualche ramo. E voi? Che è successo in Gerusalemme?».

53Le domande, le risposte si incrociano. Ma gli uomini si fanno largo per andare a venerare il Salvatore. Solo dopo spiegano che la paura era in città per la bufera imminente, e tutti fuggivano dalle capanne nelle case, e i padroni degli uliveti piangevano già sul loro raccolto… quando di un tratto il vento si era calmato e il cielo schiarito con poca pioggia… e tutta la città era stupita. E, poiché la fantasia lavora subito in certi casi, gli uomini riportano che, mentre la gente fuggiva, molti che erano stati nel Tempio i giorni prima, vedendo che il Moria era il più investito dalle raffiche, tanto che i banchi dei cambiavalute erano stati rovesciati e dei danni si erano fatti nella casa del Pontefice, dicevano che era il castigo di Dio per gli insulti fatti al suo Messia. E su, e su, e su… Più uomini arrivano e più si colora il racconto. A momenti diventa più apocalittico di ciò che non è il racconto del Venerdì Santo…

490. Al campo dei Galilei con i cugini apostoli. Dubbi sull’Iscariota e conversione del levita Zaccaria[206].

L’uomo spiritualmente buono.

Al campo dei Galilei

1«Giuda e Giacomo, venite con Me».

I due figli di Alfeo non se lo fanno dire due volte. Si alzano subito, uscendo con Gesù da una casetta di un sobborgo a sud di Gerusalemme, dove sono accolti oggi.

2«Dove andiamo, Gesù?», chiede Giacomo.

«A salutare i galilei sull’Uliveto».

3Vanno per qualche tempo verso Gerusalemme, poi rasentano dei piccoli colli dove sono delle case fra il verde, certo case padronali, tagliano la strada per Betania e Gerico, la più a sud che va a finire fra Tofet e Siloan, girano dietro ad un altro colle che è già una propaggine dell’Uliveto, tagliano l’altra via che va direttamente a Betania dall’Uliveto, e per una stradetta secondaria fra gli ulivi salgono al campo dei Galilei, dove già le tende si sono molto diradate e restano, a ricordo dell’affollamento, frasche ormai avvizzite gettate al suolo, resti di focolari rudimentali che hanno bruciacchiato l’erba, ceneri, tizzi, ciarpame, come sempre rimane dove fu un accampamento.

4La stagione fredda e precocemente piovosa ha accelerato la partenza dei pellegrini. Carovane di donne e bambini sono in partenza anche ora. Gli uomini, specie quelli validi, sono rimasti ancora per terminare la festa.

5I galilei che credono nel Signore devono essere stati avvertiti forse da qualche discepolo, perché li vedo tutti e di ogni paese che mi è più noto. Nazareth coi due discepoli, Alfeo, quello che Gesù ha perdonato dopo la morte di sua madre, e qualche altro. Non vedo però né Giuseppe né Simone d’Alfeo. Ma non mancano in compenso altri, fra cui il sinagogo, che appare visibilmente imbarazzato a salutare con deferenza Gesù dopo averlo tanto ostacolato. Però si aiuta dicendo che i parenti di Gesù sono alloggiati da «quell’amico che sai», per via dei bambini che soffrivano del vento della notte. E Cana è presente con lo sposo di Susanna, suo padre e altri, e così Naim col suo risuscitato e altri, e Betlemme di Galilea con molti cittadini, e le città occidentali del lago con i loro abitanti…

La misericordia è sempre premiata

6«La pace a voi! La pace a voi!», saluta Gesù passando fra essi, carezzando i bambini ancora presenti, i suoi piccoli amici dei luoghi Galilei, ascoltando Giairo che gli dice come gli spiacque non esserci l’ultima volta.

7Gesù si informa se la vedova di Afeca si è stabilita a Cafarnao e se ha accettato l’orfano di Giscala.

«Non so, Maestro. Forse ero già partito…», dice Giairo.

8«Sì, sì, è venuta una donna che dà tanto miele e carezze ai bambini. E ci fa le focacce. E ci vanno sempre a mangiare quei bambini che venivano da Te. E l’ultimo giorno ci ha fatto vedere un bambino piccino piccino. Ha comperato due capre per il latte. E ci ha detto che è il figlio del Cielo e del Signore. E non è venuta alla festa come voleva, perché non poteva portarsi dietro un bambino così piccino. E ci ha detto, a noi, di dirti che lo amerà con giustizia e ti benedice».

9I bambini di Cafarnao fanno un cinguettio di passerotti intorno a Gesù, orgogliosi di sapere, loro, ciò che neppure il sinagogo sa, e di avere, loro, a far da ambasciatori presso il Maestro buono, che li ascolta con l’attenzione con cui ascolterebbe degli adulti e che risponde: «E voi le direte che Io pure la benedico e che ami i fanciulli per Me. E voi vogliatele bene, non ve ne approfittate perché è buona, non amatela soltanto per il miele e le focacce, ma perché è buona. Buona tanto da avere compreso che chi ama in mio nome un fanciullo mi fa felice. E imitatela tutti, piccini o adulti che siate, pensando sempre che colui che accoglie un fanciullo in mio nome ha il suo posto segnato nel Cielo. Perché la misericordia è sempre premiata, anche se è un sol calice d’acqua dato in mio nome, ma la misericordia usata ai fanciulli, salvandoli non soltanto dalla fame, sete, freddo, ma dalla corruzione del mondo, è infinitamente premiata… Sono venuto a benedirvi prima che partiate. Porterete la mia benedizione alle vostre donne, alle vostre case…».

Ha più valore lo spirito che la carne

«Ma non torni da noi, Maestro?».

10«Tornerò… Ma non ora. Dopo Pasqua…».

«Oh! se Tu stai tanto, certo ti dimenticherai della promessa…».  

11«Non temete. Prima potrà cessare di splendere il sole che Gesù si dimentichi di chi spera in Lui».

«Sarà lungo il tempo!»

12«E triste!».

«Se ci ammaliamo…».

«Se abbiamo delle pene…».

«Se nelle nostre case scende la morte…».

«Chi ci aiuterà?», dicono in diversi di diversi luoghi.

13«Iddio. Egli è con voi, se voi rimanete in Me con la vostra volontà».

14«E noi? Noi da poco crediamo in Te. Lo confessiamo. Non avremo conforto allora? Eppure ora, dopo che ti abbiamo visto fare miracoli e sentito parlare nel Tempio, oh! ti crediamo…».

15«E ne ho grande gaudio perché, che i miei concittadini siano sulla via della Salute, è il mio più ardente desiderio».

«Ci ami così? Ma noi per tanto tempo ti abbiamo offeso e deriso!».

16«É il passato. Non è più. Siate fedeli per l’avvenire e in verità vi dico che in Terra come in Cielo è cancellato il vostro passato».

17«Ti fermi con noi? Divideremo il pane come tante volte a Nazareth, quando eravamo tutti uguali e nei sabati ci riposavamo negli uliveti, oppure come quando Tu eri soltanto Gesù e venivi con noi e come noi a Gerusalemme per le feste…». C’è un rimpianto e un desiderio dei tempi passati nella voce dei nazareni che si sono persuasi.

18«Volevo andare da Giuseppe e Simone. Ma vi andrò dopo. Mi siete tutti fratelli in Dio, e per Me ha più valore lo spirito e la fede che la carne e il sangue, perché questi ultimi periscono mentre gli altri sono immortali».

È più buono chi è spiritualmente buono

E, mentre alcuni si affrettano ad allestire i fuochi per arrostire le carni, a nettare dei pezzi di uliveto per renderli atti alle mense, i più anziani e alti di grado, di ogni luogo di Galilea, si stringono in cerchio intorno a Gesù, domandandogli come mai quella mattina e il dì avanti non era al Tempio e se ci tornerà domani, ultimo giorno della festa.

19«Ero altrove… Ma domani certo ci sarò».

«E parlerai?».

20«Se potrò…».

Alfeo di Sara abbassa la voce e, guardandosi intorno, sussurra al Maestro: «I tuoi fratelli sono andati per assicurarti aiuti in città… Quel tale sa molte cose essendo parente per via di donne con uno del Tempio… Giuseppe si preoccupa di Te, sai? In fondo… è buono».

21«Lo so. E sarà sempre più buono quando sarà spiritualmente buono».

22Giungono altri galilei dalla città. Il numero di quelli intorno a Gesù si aumenta, con grande dispiacere dei bambini respinti dagli adulti e che non riescono a farsi strada sino a Gesù, fintanto che Egli nota lo stuolo innocente e imbronciato e dice sorridendo: «Lasciate venire a Me i miei fanciulli».

23Oh! che allora, mentre il cerchio si rompe, allegri di nuovo come uno stormo di uccelli, essi corrono a Gesù, che se li carezza mentre continua a parlare con gli adulti. E la sua mano, lunga e brunetta ancora dal molto sole preso in estate, passa e ripassa sulle testoline nere e castane, con qualche capino d’oro sperduto fra le teste brune che gli stanno più che possono contro, col visetto nascosto fra le sue vesti, sotto al manto, allacciati ai ginocchi, ai fianchi, golosi della sua carezza, beati di averla.

 Dimensioni dell’amore.

L’ obolo per i poveri

24Mangiano in cerchio dopo che Gesù ha benedetto il cibo e lo ha spartito, con una serena e amichevole unione di cuori.

Gli altri, che non sono seguaci di Gesù, guardano da lontano, derisori e increduli. Ma nessuno si cura di essi…

25Il pasto ha termine. Gesù si alza per il primo e chiama Giairo, Alfeo, Daniele di Naim, Elia di Corozim, Samuele (l’ex storpio di non so dove), poi un certo Uria, uno dei tanti Giovanni, uno dei tanti Simone, un Levi, un Isacco, Abele di Betlemme ecc. ecc., uno per paese, insomma, e aiutato dai cugini fa tante parti uguali di due borse ben piene e ne dà una parte ad ogni chiamato perché la usi per i poveri dei singoli paesi.

26Poi, rimasto senza un picciolo, benedice tutti e si accomiata. E si vorrebbe accomiatare dirigendosi verso il Getsemani per rientrare in città dalla porta delle Pecore. Ma quasi tutti lo seguono, specie i bambini che non gli lasciano andare la veste e i lembi del mantello, e certo gli danno noia, ma Egli li lascia fare…

Pregare per l’uomo cattivo

27E quel bambino di Magdala, Beniamino, che un giorno disse chiaro il suo giudizio a Giuda di Keriot, lo tira per la veste finché Gesù si china ad ascoltarlo particolarmente.

28«Ce lo hai più con Te quel cattivo?».

«Quale cattivo? Con Me non ce ne sono…», dice Gesù sorridendogli.

29«Sì che ce ne sono! Quell’uomo alto e nero che rideva… sai, quello che gli ho detto che era bello di fuori e brutto di dentro… quello è cattivo».

«Parla di Giuda», dice il Taddeo che è dietro a Gesù e sente.

30«Lo so», gli risponde Gesù voltandosi, e poi al bambino: «Certo che è con Me quell’uomo. É un mio apostolo. Ma ora è molto buono… Perché scuoti la testa? Non si deve pensare male del prossimo, specie di quello che non si conosce».

31Il bambino china il capo e tace. «Non mi rispondi?».

«Tu non vuoi che io dica le menzogne… e io ti ho promesso di non dirle e l’ho fatto. Ma se ora ti dico che sì, che credo che è buono, dico cosa non vera, perché penso che è cattivo. Posso tenere chiusa la bocca per farti piacere, ma non posso tenere chiusa la testa per non pensare».

32L’uscita è così impetuosa e logica, nella sua semplicità ancora fanciullesca, che quelli che la sentono ridono tutti. Tutti meno Gesù che sospira e dice: «Ebbene, tu devi fare una cosa. Pregare perché diventi buono, se proprio ti sembra cattivo. Devi essere il suo angelo. Lo farai? Se diventa più buono Io ne avrò più gioia. Dunque tu, pregando per questo, preghi perché Io sia felice».

33«Lo farò. Ma se lui è cattivo e non diventa buono con Te, che io preghi non farà nulla».

34Gesù tronca la discussione fermandosi e chinandosi a baciare i fanciulli. Poi ordina a tutti di tornare indietro…

Amare l’uomo strano

35Quando sono soli Gesù e i due cugini, Giuda d’Alfeo, dopo un po’ di silenzio, come se avesse prima ragionato in sé stesso, dice, concludendo: «Ha ragione! In tutto ha ragione! Io la penso come lui».

36«Ma di chi parli?», gli chiede suo fratello Giacomo, che procedeva assorto un poco avanti sul sentierino che permette il passo a una sola persona per volta.

37«Di Beniamino, parlo. E di ciò che ha detto. E.… ma Tu non lo vuoi sentire, e ti dico anche io che Giuda è… Non è un vero apostolo… Non è sincero, non ti ama, non…».

38«Giuda! Giuda! Perché darmi dolore?».

«Fratello mio, perché ti amo. E ho paura dell’Iscariota, paura più di lui che di un serpente…».

39«Sei ingiusto. Senza di lui forse Io sarei stato già catturato».

40«Gesù ha ragione. Giuda ha molto fatto. Si è attirato odi e beffe senza risparmio, ma ha lavorato e lavora per Gesù», dice Giacomo.

41«Io non posso pensare che Tu sia stolto, che Tu sia mentitore… E mi chiedo perché allora Tu sostieni Giuda. Non parlo per gelosia, non per odio. Parlo perché sento dentro che egli è cattivo, che egli è insincero… Tutto quello che per tuo amore posso ammettere è che sia pazzo. Un povero pazzo che oggi delira in un senso, domani in un altro. Ma buono no, non è. Diffida, Gesù! Diffida… Nessuno di noi è buono. Ma guardaci bene. Il nostro occhio è limpido. Osservaci bene. La nostra condotta è uguale. Ma non ti dice nulla il fatto che le beffe fatte ai farisei non gli vengano fatte scontare da essi? Nulla che quelli del Tempio non reagiscano alle sue parole? Nulla che lui abbia sempre amici proprio fra quelli che apparentemente offende? Nulla che abbia sempre denaro? Non dico noi due, ma anche Natanaele, che è ricco, anche Tommaso, al quale non mancano i mezzi, non hanno che il necessario. Egli… Oh! «

42Gesù tace… Giacomo osserva: «In parte mio fratello ha ragione. Certo è che Giuda trova sempre il modo di… star solo, di andare da solo… di… Ma non voglio mormorare e giudicare. Tu sai…».

43«Sì. Io so. E per questo dico che non voglio giudizi. Quando sarete nel mondo a sostituirmi, avvicinerete creature ben più strane di Giuda. Che apostoli sareste se li eliminaste perché sono strani? Anzi, appunto perché lo sono, li dovrete amare con paziente amore per renderli agnelli del Signore.

Medicina per calmare le ire

44Ora andiamo da Giuseppe e Simone. Avete sentito, non è vero? Essi lavorano in segreto per Me. Direte: amore di famiglia. Sì. É vero. Ma è sempre amore. Vi siete lasciati male l’ultima volta. Rappacificatevi ora. Loro e voi avete torto e ragione. Ognuno riconosca il suo torto e non alzi la voce sulla sua parte di ragione».

«Egli mi ha offeso molto offendendo moltissimo Te», dice Giacomo.

45«Tu assomigli molto a Giuseppe mio padre. E Giuseppe tuo fratello assomiglia ad Alfeo tuo padre. Ebbene, Giuseppe fu sovente criticato dal fratello maggiore, ma egli lo compatì e perdonò sempre. Perché era un grande giusto il padre mio! Siilo altrettanto tu».

46«E se mi rimprovera come fossi ancora un pargolo? Tu sai che quando è inquieto non intende ragione…».

47«Tu taci. L’unica medicina per calmare le ire. Taci con umiltà e pazienza e, se senti che non puoi più tacere senza sgarbi, te ne vai. Saper tacere! Saper fuggire! Non per viltà, non per mancanza di parole, ma per virtù, per prudenza, per carità, per umiltà. Nelle dispute è così difficile conservare la giustizia! E la pace dello spirito. Qualcosa scende sempre ad alterare nel profondo, a intorbidare, a fare del frastuono. E l’immagine di Dio che si riflette in ogni spirito buono viene offuscata, svanisce, né più si possono sentire le sue parole. Pace! Pace tra fratelli. Pace anche coi nemici. Se essi sono nemici nostri, sono amici di Satana. Ma vorremmo divenire noi pure amici di Satana, odiando chi ci odia? Come potremmo portarli all’amore se fossimo noi fuori dell’amore? Voi mi direte: “Gesù, Tu lo hai detto già molte volte e lo fai, ma sempre sei odiato”. Lo dirò sempre. Quando non sarò più con voi, ve lo ispirerò dal Cielo. E vi dico anche di non contare le sconfitte, ma le vittorie. Lodiamone il Signore! Non passa luna che non segni qualche conquista. Questo deve notare l’operaio di Dio, giubilandone nel Signore, senza il rovello che quelli del mondo hanno quando perdono una delle loro povere vittorie. Se farete così…»

L’ ora di decidere per un bene eterno

48«La pace a Te, Maestro. Non mi conosci?», dice un giovane che risaliva dalla città verso il Getsemani.

49«Tu?… Tu sei il levita che lo scorso anno fosti con noi insieme al sacerdote».

«Sono io. Come mi hai riconosciuto, Tu che vedi tutto un mondo intorno a Te?».

50«Non dimentico i volti e gli spiriti nelle loro caratteristiche».

51«Che caratteristica ha il mio spirito?».

«Buona. E insoddisfatta. Stanco sei di ciò che ti circonda. Il tuo spirito tende a cose migliori. Senti che ci sono. Senti che è l’ora di decidere per un Bene eterno. Senti che oltre le caligini c’è un Sole, la Luce. Tu vuoi la Luce».

52Il giovane si getta in ginocchio: «Maestro, Tu lo hai detto! È vero. Io ho questo nel cuore. E non sapevo decidermi. Il vecchio sacerdote Gionata ha creduto, poi è morto. Era vecchio. Io sono giovane. Ma ti ho sentito parlare nel Tempio… Non mi respingere, Signore, perché non tutti ti odiano là, ed io sono di quelli che ti amano. Dimmi che devo fare, essendo levita…».

53«Il tuo dovere sino al tempo nuovo. Riflettere, perché tu non vai incontro alla gloria terrena col venire a Me, ma al dolore. Se persevererai, avrai gloria in Cielo. Istruirti nella mia dottrina. Confermarti in essa…».

54«Con che?».

«Il Cielo stesso ti confermerà coi suoi segni. Riconfermarti con l’aiuto dei miei discepoli e sempre più conoscere e praticare ciò che Io ho insegnato. Fa’ questo e avrai la vita eterna».

55«Lo farò, Signore. Ma… posso servire ancora nel Tempio?».

56«Te l’ho detto: sino al tempo nuovo».

57«Benedicimi, Maestro. Sarà la mia nuova consacrazione».

58Gesù lo benedice e lo bacia. Si separano.

Conferma

59«Vedete? Così è la vita degli operai del Signore. Un anno fa in quel cuore è caduto il seme. E non parve vittoria, perché non venne subito a noi. Dopo un anno, a confermare le mie parole di poco prima, ecco che egli viene. Una vittoria. E non rende, questa, bella la giornata per noi?».

60«Hai sempre ragione, Gesù mio… Ma sta’ attento a Giuda! Sono stolto a dirlo. Lo so. Tu sai… Ma nel cuore c’è questo tormento… e non lo dico agli altri, ma c’è… e sono certo che anche gli altri lo hanno».

61Gesù non ribatte. Dice: «Sono contento che Giuseppe e Nicodemo mi abbiano dato quel denaro. Posso così mandare un aiuto ai miei poverelli di Galilea…».

62Sono giunti alla porta e vi entrano confondendosi fra la folla.

491. Al Tempio nell’ultimo giorno della festa dei Tabernacoli. Discorso
sull’Acqua viva
[207].

Il Consigliere del suo popolo.

I seguaci del Messia al completo.

1Il Tempio è addirittura rigurgitante di gente. Manca però molto dell’elemento femminile e dei fanciulli. Il persistere di una stagione ventosa e con precoci acquazzoni, violenti anche se brevi, deve aver persuaso le donne alla partenza insieme coi fanciulli. Ma gli uomini di ogni parte della Palestina e i proseliti della Diaspora affollano letteralmente il Tempio per fare le ultime preghiere, le ultime offerte, e ascoltare le ultime lezioni degli scribi.

2I galilei seguaci di Gesù sono al completo, coi capi più importanti in prima fila, e al centro, molto compreso della sua qualità di parente, è Giuseppe d’Alfeo con il fratello Simone. Un altro gruppo serrato e in attesa è quello dei settantadue discepoli, dico così per dire i discepoli eletti da Gesù ad evangelizzare, mutato di numero e di volti perché alcuni degli anziani non ci sono più dopo la defezione seguita al discorso del Pane del Cielo, e altri se ne sono uniti di nuovi come Nicolai d’Antiochia. Terzo gruppo, pure molto unito e numeroso, quello dei giudei, fra i quali vedo il sinagogo di Emmaus, di Ebron, di Keriot; di Jutta invece è presente il marito di Sara, e di Betsur i parenti di Elisa.

3Sono presso la porta Bella ed è chiara la loro intenzione di circondare il Maestro non appena appaia. Infatti Gesù non può fare un passo entro la cinta senza che questi tre gruppi lo circondino, quasi ad isolarlo dai malevoli o anche da coloro che sono soltanto dei curiosi.

4Gesù si dirige all’atrio degli Israeliti per le preghiere, e gli altri lo seguono compatti per quanto lo permette l’affollamento, sordi ai malcontenti di chi deve scansarsi e far posto al gran numero di persone che è intorno a Gesù. Egli è fra i fratelli. E non è dolce come quello di Gesù lo sguardo, né umile come quello di Gesù il contegno di Giuseppe d’Alfeo, che squadra espressivamente alcuni farisei…

Il Messia consiglia i dubbiosi.

5Pregano e poi ritornano nel cortile dei Pagani. Gesù si siede umilmente al suolo, con le spalle al muro del portico e con un semicerchio che sempre più si fa fitto per file e file di persone, che si mettono alle spalle delle file più vicine a Lui, si siedono, oppure si addossano stando in piedi: un convergere di volti e di sguardi su un unico Volto. I curiosi, gli ignari venuti da lontano, i malevoli, sono oltre questa barriera di fedeli e si sforzano a vedere allungando i colli, sollevandosi sulle punte dei piedi.

6Gesù ascolta intanto questo e quello che chiede consigli, o riferisce notizie. Parlano così i parenti di Elisa riferendo di lei e domandando se può venire a servire il Maestro. Ed Egli risponde: «Non rimango qui. Più tardi verrà». E parla il parente di Maria di Simone, madre di Giuda di Keriot, dicendo che egli è rimasto a guardare i poderi, ma Maria è quasi sempre con la madre di Joanna. Giuda sbarra gli occhi stupito, ma non parla. E parla il marito di Sara, dicendo che presto gli nascerà un altro figlio e chiede come chiamarlo. Gesù risponde: «Giovanni se maschio, Anna se femmina». E il vecchio sinagogo di Emmaus gli sussurra piano qualche caso di coscienza, e Gesù piano gli risponde. E così via.

Intanto la gente cresce sempre più. Gesù alza il capo e guarda. Essendo il portico sopraelevato di alcuni gradini, Egli, pur stando seduto al suolo, domina buona parte di cortile, da quel lato, e vede volti e volti.

“Chi ha sete venga a Me e beva!” (Gv 7,37-38)[208].

7Si alza in piedi e dice a gran voce, con tutta la sua tonata e forte voce: «Chi ha sete venga a Me e beva! Dal seno di coloro che credono in Me scaturiranno fiumi d’acqua viva».

8La sua voce riempie l’ampio cortile, gli splendidi porticati, certo valica anche quelli di questo lato e si propaga altrove, soverchia ogni altra voce, come un armonico tuono pieno di promesse. Dice e poi tace qualche istante, come se avesse voluto enunciare il tema del discorso e poi dare tempo, a chi non ha interesse di ascoltarlo, di andarsene senza disturbare poi. Gli scribi ed i dottori tacciono, ossia abbassano le loro voci in un sussurro certo malevolo. Gamaliele non lo vedo.

9Gesù si fa avanti, fra il semicerchio che si apre al suo venire per poi rinchiudersi alle sue spalle, mutandosi da semicerchio in anello. Cammina adagio, maestosamente. Sembra scivolare sui marmi policromi del pavimento, col manto un poco allentato che gli fa dietro un accenno di strascico. Va sull’angolo del portico, del gradino sporgente sul cortile, e là si ferma. Domina così due lati della prima cinta. Alza il braccio destro nel suo atto abituale di quando inizia a parlare, mentre con la sinistra stretta sul petto si tiene a posto il manto.

Discorso sulle risurrezioni.

I segnati dal Tau.

Ripete le parole iniziali:

10«Chi ha sete venga a Me e beva! Dal seno di coloro che credono in Me scaturiranno fiumi d’acqua viva!

       11Colui che vide la teofania del Signore, il grande Ezechiele[209], sacerdote e profeta, dopo avere profeticamente visto gli atti impuri nella profanata casa del Signore[210], dopo avere sempre profeticamente visto che solo i segnati dal Tau[211] saranno viventi nella Gerusalemme vera, mentre gli altri conosceranno una e una strage, una e una condanna, uno e un castigo -e il tempo è vicino, o voi che mi udite, è vicino, è più vicino di quanto voi pensiate, onde vi esorto come Maestro e Salvatore a non tardare oltre a segnarvi del segno che salva, a non tardare oltre a mettere in voi la Luce e la Sapienza, a non tardare oltre a pentirvi e piangere, per voi e per gli altri, per potervi salvare- Ezechiele, dopo aver visto tutto questo e altro ancora, parla di una terribile visione. Quella delle ossa aride[212].

Risurrezione dei corpi e fine del mondo

12Un giorno verrà che su un mondo morto, sotto un firmamento spento, appariranno allo squillo angelico ossa e ossa di morti. Come un ventre che si apre per partorire, così la Terra espellerà dalle sue viscere ogni osso d’uomo che è morto su di essa ed è sepolto nel suo fango, da Adamo all’ultimo uomo. E sarà allora la risurrezione dei morti per il grande e supremo giudizio, dopo il quale, come un pomo di Sodoma, il mondo si svuoterà, divenendo un nulla, e cesserà il firmamento coi suoi astri. Tutto avrà termine, meno due cose eterne, lontane, agli estremi di due abissi di una profondità incalcolabile, in antitesi totale nella forma e nell’aspetto e nel modo con cui in essi proseguirà in eterno la potenza di Dio: il Paradiso: luce, gioia, pace, amore; l’Inferno: tenebre, dolore, orrore, odio.

Risurrezione degli spiriti.

13Ma credete voi che, perché il mondo non è ancora morto e le trombe angeliche non suonano a raccolta, lo sterminato campo della Terra non sia coperto di ossa senza vita, disseccate oltremodo, inerti, separate, morte, morte, morte? In verità vi dico che così è. Fra i viventi, perché respirano ancora, innumerevoli sono coloro che sono simili a cadaveri, alle ossa aride viste da Ezechiele. Chi sono costoro? Sono quelli che non hanno in loro la vita dello spirito.

14Ve ne sono in Israele come in tutto il mondo. E che fra i gentili e gli idolatri non siano che morti che attendono di essere vitalizzati dalla Vita, è cosa naturale, e dà dolore soltanto a coloro che possiedono la vera Sapienza, perché Essa fa loro comprendere che l’Eterno ha creato le creature per Lui e non per le idolatrie, e si affligge di vederne tante nella morte. Ma se l’Altissimo ha questo dolore, ed è già grande, quale dolore sarà il suo per quelli del suo Popolo che sono ossa biancheggianti, senza vita, senza spirito?

15Gli eletti, i prediletti, i protetti, i nutriti, gli istruiti da Lui direttamente o dai suoi servi e profeti, perché devono essere colpevolmente ossa aride, mentre per loro ha sempre gemuto un filo d’acqua vitale dal Cielo e li ha abbeverati di Vita e Verità? Perché si sono disseccati essi, piantati nella terra del Signore? Perché il loro spirito è morto, quando tutto un tesoro sapienziale lo Spirito Eterno ha messo a loro disposizione perché ne attingessero e vivessero? Chi, con qual prodigio potranno tornare alla Vita, se essi hanno lasciato le fonti, i pascoli, le luci date da Dio, e brancolano fra le caligini, e bevono fonti non pure, e si pascono di cibi non santi?

16Non torneranno dunque mai più vivi? Sì. In nome dell’Altissimo Io lo giuro. Molti risorgeranno. Dio ha già pronto il miracolo, anzi esso è già attivo, esso ha già operato in alcuni, e delle ossa aride si sono rivestite di vita perché l’Altissimo, al quale nulla è vietato, ha mantenuto la promessa e la mantiene, e sempre più la completa. Egli, dall’alto dei Cieli, grida a queste ossa che attendono la Vita: “Ecco, Io infonderò in voi lo spirito e vivrete”. Ed ha preso il suo Spirito, Sé stesso ha preso, e ha formato una Carne a rivestire la sua Parola, e l’ha mandata a questi morti perché, parlando ad essi, si infondesse di nuovo in essi la Vita.

17Quante volte nei secoli Israele ha gridato: “Sono inaridite le nostre ossa, la nostra speranza è morta, siamo staccati!”. Ma ogni promessa è sacra, ogni profezia è vera. Ecco che è venuto il tempo in cui il Messo di Dio apre le tombe per trarne i morti e vivificarli per condurli seco nella vera Israele, nel Regno del Signore, nel Regno del Padre mio e vostro.

Discoro sull’acqua viva.

Il Tempio, l’altare e l’acqua viva

18Io sono la Risurrezione e la Vita! Io sono la Luce venuta ad illuminare chi giaceva nelle tenebre! Io sono la Fonte che zampilla Vita eterna. Chi viene a Me non conoscerà la Morte. Chi ha sete di Vita venga e beva. Chi vuole possedere la Vita, ossia Dio, creda in Me, e dal suo seno sgorgheranno non stille, ma fiumi d’acqua viva. Perché chi crede in Me formerà con Me il nuovo Tempio, dal quale scaturiscono le acque salutari delle quali parla Ezechiele.

19Venite a Me, o popoli! Venite a Me, o creature! Venite a formare un unico Tempio, perché Io non respingo nessuno, ma per amore vi voglio con Me, nel mio lavoro, nei miei meriti, nella mia gloria.

20“E io vidi acque che scaturivano di sotto la porta della casa, ad oriente… E le acque scendevano nel lato destro, a mezzogiorno dell’altare”[213].

21Quel Tempio sono i credenti nel Messia del Signore, nel Cristo, nella Nuova Legge, nella Dottrina del tempo di Salute e di Pace. Come di pietre sono formati i muri di questo tempio, così di spiriti vivi saranno formate le mistiche mura del Tempio che non morrà in eterno e che dalla Terra assurgerà al Cielo, come il suo Fondatore, dopo la lotta e la prova.

22Quell’altare dal quale sgorgano le acque, quell’altare a oriente sono Io. E le mie acque sgorgano da destra perché la destra è il posto degli eletti al Regno di Dio. Sgorgano da Me per riversarsi nei miei eletti e farli ricchi delle acque vitali, portatori di esse, spargitori di esse a settentrione e a mezzogiorno, a oriente e occidente, per dare Vita alla Terra nei suoi popoli che attendono l’ora di Luce, l’ora che verrà, che assolutamente verrà per ogni luogo prima che la Terra cessi di essere.

23Sgorgano e si spargono le mie acque mescolate a quelle che Io stesso ho dato e darò ai miei seguaci, e pur essendo sparse per bonificare la Terra saranno unite in un solo fiume di Grazia, sempre più profondo, sempre più vasto, accrescentesi giorno per giorno, passo per passo, delle acque dei nuovi seguaci, finché diverrà come un mare che bagnerà ogni luogo per santificare tutta la Terra.

Opera dello Spirito Santo (Gv 7,39)[214]

24Dio questo vuole. Dio questo fa. Un diluvio ha lavato il mondo dando morte ai peccatori[215]. Un nuovo diluvio, di altro liquido che pioggia non sia, laverà il mondo dando Vita. E, per un misterioso atto di grazia, gli uomini potranno esser parte di quel diluvio santificatore, unendo le loro volontà alla mia, le loro fatiche alla mia, le loro sofferenze alla mia. E il mondo conoscerà la Verità e la Vita. E chi vorrà parteciparvi potrà[216]. E solo chi non vorrà essere nutrito delle acque di Vita diverrà luogo paludoso e pestifero, o rimarrà tale[217], e non conoscerà i pingui raccolti dei frutti di grazia, sapienza, salute, che conosceranno coloro che vivranno in Me[218].

25In verità vi dico per un’altra volta che chi ha sete e venga a Me beverà e non avrà più sete, perché la mia Grazia aprirà in lui fonti e fiumi d’acqua viva. E chi non crede in Me perirà come salina dove la vita non può sussistere.

26In verità vi dico che dopo di Me non cesserà la Fonte, perché Io non morrò ma vivrò e, dopo che me ne sarò andato, andato e non morto[219], ad aprire le porte dei Cieli, un Altro verrà[220] che mi è uguale[221] e che completerà la mia opera facendovi comprendere quello che vi ho detto[222] e incendiandovi[223] per farvi “luci”, posto che avete accolto la Luce».

Gesù tace.

Assensi e consensi (Gv 7,40-41)[224]

27La folla, che è stata silenziosa sotto l’impero del discorso, bisbiglia ora e commenta in diversa maniera.

28Chi dice: «Che parole! Egli è un vero profeta!».

29Chi: «È il Cristo. Ve lo dico. Neppur Giovanni parlava così. E nessun profeta è così forte».

30«E poi Egli ci fa capire i profeti, anche Ezechiele, tanto oscuro nei suoi simboli».

31«Sentito, eh!? Le acque! L’altare! È chiaro!».

32«E le ossa aride?! Hai visto come si sono turbati scribi e farisei e sacerdoti? Hanno capito il salmo!».

Le guardie mandate ad arrestare il Messia (Gv 7,32)[225]

33«Già! E hanno mandato le guardie. Ma esse!… Si sono dimenticate di prenderlo e sono rimaste come pargoli che vedono gli angeli. Guardatele là! Sembrano sbalordite».

34«Guarda! Guarda! Un magistrato le richiama e rimprovera. Andiamo a sentire!».

Alcuni irriducibili (Gv 7,44)[226].

35Intanto Gesù guarisce dei malati che gli vengono portati e non si cura di altro finché, facendosi largo fra la gente, un gruppo di sacerdoti e farisei, capitanati da un uomo sui trenta-trentacinque anni, che vedo scansare da tutti con un timore che è quasi un terrore, lo raggiunge.

36«Ancora sei qui? Vattene! In nome del Sommo Sacerdote!».

37Gesù si alza -era curvo su un paralitico- e li guarda calmo e mite. Poi torna a curvarsi per imporre le mani al malato.

38«Vattene! Hai capito? Seduttore di folle. O ti faremo arrestare».

39«Va’, e loda il Signore con una vita santa», dice Gesù al malato che sorge guarito, e questa è la sua unica risposta, mentre quelli che minacciano spumano veleno e la folla li ammonisce a non fare del male a Gesù coi suoi osanna.

40Ma, se Gesù è mite, non lo è Giuseppe d’Alfeo che, raddrizzandosi impettito, gettando il capo indietro per parere più alto, grida: «Eleazaro, o tu che coi tuoi pari vorresti abbattere lo scettro del Figlio eletto di Dio e di Davide, sappi che tu stai tagliando ogni pianta, la tua per prima, quella di cui tanto sei borioso. Perché la tua nequizia agita sul tuo capo la spada del Signore!», e direbbe dell’altro, ma Gesù gli posa la mano sulla spalla dicendo: «Pace, pace, fratello mio!», e Giuseppe, paonazzo di sdegno, tace.

Fatti del giorno.

Onestà delle guardie (Gv 7,45-49)[227]:

41Si avviano verso l’uscita. E fuori della cinta viene riportato a Gesù che i capi dei sacerdoti e i farisei hanno rimproverato le guardie per non avere arrestato Gesù, e che esse si erano scusate dicendo che nessuno aveva mai parlato come Gesù. Risposta che aveva fatto imbestialire i principi dei sacerdoti e i farisei, fra i quali erano molti sinedristi. Tanto che, per provare alle guardie che solo gli stolidi potevano essere sedotti da un pazzo, volevano venire ad arrestarlo come bestemmiatore. Anche per insegnare alla folla a capire la verità.

Coraggio di Nicodemo (Gv 7,50-53)[228].

42Ma Nicodemo, che era presente, si era opposto dicendo: «Non potete procedere contro di Lui. La nostra Legge vieta di condannare un uomo prima di averlo sentito e aver visto ciò che fa. E noi da Lui abbiamo sentito e visto soltanto cose non condannabili». Al che l’ira dei nemici di Gesù si era riversata su Nicodemo con minacce e insulti e beffe, come fosse uno stolto e un peccatore. E Eleazar ben Anna era partito personalmente, coi più furenti, per cacciare Gesù, non osando fare di più, data la folla.

Invito a far la volontà di Dio.

43Giuseppe d’Alfeo è furente. Gesù lo guarda e dice: «Lo vedi, o fratello?». Non dice di più… ma c’è tanto in quelle parole! C’è il monito che Egli ha ragione se parla o se tace, c’è il ricordo di sue parole, c’è l’indice di ciò che è la Giudea nelle caste più importanti, di ciò che è il Tempio e così via.

44Giuseppe china il capo e dice: «Hai ragione…». Tace pensoso. Poi, d’improvviso, getta le braccia intorno alle spalle di Gesù e gli piange sul petto dicendo: «Povero fratello mio! Povera Maria! Povera Madre!». Credo che Giuseppe intuisca chiaramente, in questo momento, la sorte di Gesù…

45«Non piangere! Fa’ tu pure, come Io faccio, la volontà del Padre nostro!», lo conforta Gesù e lo bacia per consolarlo.

Saluti e commiato

46Quando Giuseppe è un poco calmato, si avviano verso la casa dove egli è ospite e là si salutano baciandosi. E Giuseppe, molto, molto commosso, dice per ultime parole: «Va’ in pace, Gesù! Su tutto. Quello che ti ho detto presso Nazareth te lo ripeto, e più fortemente ancora. Va’ in pace. Abbi solo le cure del tuo lavoro. Al resto penso io. Va’ e Dio ti conforti», E lo bacia ancora, paterno nella faccia e nella carezza che, come una benedizione di capo famiglia, gli posa sul capo. Poi Giuseppe saluta i fratelli. Si salutano anche con Simone. Ma noto che Giacomo, non so per qual motivo, è piuttosto sostenuto con Giuseppe e viceversa. Invece con Simone c’è più affettuosità. L’ultima parola di Giuseppe a Giacomo è: «Devo dunque dire che ti ho perduto?».

47«No, fratello. Devi dire che tu sai dove sono e che perciò sta in te a trovarmi. Senza rancore. Con molte orazioni per te, anzi. Ma nelle cose dello spirito non bisogna prendere due sentieri insieme. Tu sai ciò che voglio dire…».

«Lo vedi che io lo difendo…».

48«Difendi l’uomo e il parente. Non basta per darti quei fiumi di Grazia di cui Egli parlava. Difendi il Figlio di Dio, senza paura del mondo, senza calcolo di interesse, e sarai perfetto. Addio. Ti raccomando la madre nostra e Maria di Giuseppe…».

49Gesù -non so se ha sentito, perché intento a salutare gli altri nazareni e galilei- finiti i saluti ordina: «Andiamo sull’Uliveto. Da lì ci dirigeremo in qualche luogo…».

492. A Betania viene ricordato
Giovanni di Endor
[229].

L’uomo e il suo rimorso.

“Elisa trionfa nella sua gioia”

1Una casa di Betania sempre più triste, ma sempre accogliente… La presenza di amici e discepoli non leva la tristezza alla casa. Vi sono Giuseppe, Nicodemo, Mannaen, Elisa e Anastasica che, a quel che comprendo, non hanno saputo resistere lontane da Gesù e se ne scusano come di una disubbidienza, ben decise però a non andarsene. Ed Elisa ne spiega le valide ragioni che sono: l’impossibilità per le sorelle di Lazzaro di seguire il Maestro, per dare a Lui e agli apostoli quelle cure muliebri che sono necessarie ad un gruppo di uomini soli e perseguitati per giunta.

2«Noi sole possiamo. Perché Marta e Maria non possono lasciare il fratello. Giovanna non c’è. Annalia è troppo giovane per venire con voi. Niche è bene che stia là dove è per accogliervi là. I miei capelli bianchi evitano le mormorazioni. Io ti precederò dove Tu andrai, o starò dove Tu mi dici, e Tu avrai sempre una madre vicina, ed io penserò di avere ancora un figlio. Farò ciò che Tu vuoi, ma lasciami servirti».

3Gesù acconsente sentendo che tutti trovano giusta la cosa. Forse anche, nelle grandi amarezze che certo ha nel cuore, desidera vicino un cuore materno in cui trovare un riflesso della dolcezza materna…

Elisa trionfa nella sua gioia.

4Gesù dice: «Starò sovente a Nobe. Tu andrai nella casa del vecchio Giovanni. Me l’ha offerta per le mie soste. Ti troverò ad ogni nostro ritorno…».

Consigli al Messia.

«Conti andare via nonostante le piogge?», chiede Giuseppe d’Arimatea.

5«Sì. Voglio andare ancora verso la Perea sostando nella casa di Salomon. Poi verso Gerico e la Samaria. Oh! vorrei andare in tanti luoghi ancora…».

6«Non allontanarti troppo, Maestro, dalle strade presidiate e dalle città presidiate da un centurione. Essi sono incerti. E anche gli altri lo sono. Due paure. Due sorveglianze. Su Te. E a vicenda. Ma credi che, per Te, sono meno pericolosi i romani…».

7«Ci hanno abbandonato…», scatta Giuda di Keriot.

8«Lo credi? No. Fra quei gentili che ascoltano il Maestro puoi discernere forse i mandati da Claudia o da Ponzio? Fra i liberti della prima e delle sue amiche non sono pochi quelli che potrebbero parlare nel Bel Nidrasc se fossero israeliti. Non dimenticare mai che dei dotti ce ne sono in ogni luogo, che Roma asservisce il mondo, che i suoi patrizi amano prendersi il bottino migliore per ornamento alle loro case. Se i ginnasiarchi e i presidi dei Circhi scelgono ognuno ciò che a loro può dare guadagno e gloria, i patrizi scelgono quelli che per coltura o bellezza sono decoro e soddisfazione delle case e di loro stessi… Maestro, questo discorso mi suscita un ricordo… Mi è concesso farti una domanda?».

«Parla».

L’ uomo ha ucciso il rimorso.

9«Quella donna, quella greca che era qui lo scorso anno… e che era un capo d’accusa per Te, dove è? Molti hanno cercato sapere… non per buon fine. Ma io non ho cattivo desiderio… Soltanto… Che sia tornata nell’errore non mi pare possibile cosa. C’era in lei un grande intelletto e una giustizia sincera. Ma non vederla più…».

10«In un luogo della Terra ella, la pagana, ha saputo esercitare per un israelita perseguitato la carità che gli israeliti non avevano».

«Vuoi parlare di Giovanni di Endor? É con lei?».

11«É morto».

«Morto?».

12«Sì. E lo si poteva lasciar morire a Me vicino… Non c’era molto da attendere… Coloro, e sono tanti, che hanno lavorato per provocare il suo allontanamento, hanno commesso un omicidio come avessero alzato la mano armata di coltello su di lui. Gli hanno spaccato il cuore. E anche sapendolo morto di questo, non pensano di essere degli omicidi. Non sentono rimorso di esserlo stati. Si può uccidere in molti modi i fratelli. Con l’arma e con la parola, o con qualche azione malvagia. Come un riferire, a chi perseguita, i luoghi del perseguitato, il levare ad un infelice un asilo di conforto… Oh! in quanti modi si uccide… Ma l’uomo non ne sente rimorso. L’uomo, e questo è il segno della sua decadenza spirituale, ha ucciso il rimorso».

13É così severo Gesù dicendo queste parole che nessuno trova forza di parlare. Si sogguardano, a capo chino, confusi, anche i più innocenti e buoni.

14Gesù, dopo un silenzio, dice: «Non occorre che nessuno riporti ai nemici del morto e ai miei ciò che ho detto, per farli giubilare satanicamente. Ma, se vi interrogano, rispondete pure che Giovanni è in pace, col corpo in un sepolcro lontano e lo spirito in attesa di Me».

«Signore, questo ti ha dato molta pena?», chiede Nicodemo.

15«Che? La sua morte?».

«Sì».

«No.

16La sua morte mi ha dato pace perché è stata la sua pace. Pena, una grande pena mi hanno dato quelli che per un basso sentimento hanno denunciato al Sinedrio la sua presenza fra i discepoli e prodotto la sua partenza. Ma ognuno ha il suo sistema, e solo una grande volontà buona può mutare gli istinti e i sistemi. Però vi dico: “Chi ha denunciato denuncerà ancora. Chi ha fatto morire farà ancora morire. Guai a lui, però. Crede di vincere e perde. E lo attende il giudizio di Dio».

Chi odia suo fratello è un demonio.

17«Perché mi guardi così, Maestro?», chiede Giovanni di Zebedeo turbandosi e arrossendo come fosse colpevole.

18«Perché se guardo te nessuno penserà, neppure il più malvagio, che tu possa avere odiato un tuo fratello».

19«Sarà stato qualche fariseo o qualche romano… Egli li serviva d’uova…», dice Giuda di Keriot.

20«Un demonio è stato. Ma gli ha fatto del bene volendogli nuocere. Ha affrettato la sua completa purificazione e la sua pace».

21«Come lo hai saputo? Chi ti ha portato la notizia?», chiede Giuseppe.

22«Ha forse bisogno il Maestro di avere chi gli porta le notizie? Non vede forse le azioni degli uomini? Non è andato a chiamare Giovanna perché venisse a Lui e guarisse? Cosa impossibile a Dio?», dice veemente Maria di Magdala.

23«E’ vero, donna. Ma pochi possiedono la tua fede… E per questo ho fatto una stolta domanda».

24«Va bene. Ma ora, Maestro, vieni. Lazzaro si è destato e ti attende…». E se lo porta via, recisa e decisa, troncando ogni altro possibile discorso o domanda.

493. Tre avvenimenti accaduti presso la fonte di En Rogel, fede dei tre Savi, fedeltà dei servi di Davide e il
peccato di Adonia
[230].

Libero arbitrio e destino?

La fonte di En Rogel.

1Gesù torna da Betania per la via bassa (dirò così per dire quella più lunga, che non passa per il monte degli Ulivi e che entra in città passando dal sobborgo di Tofet).

2Sosta prima a dare soccorsi ai lebbrosi che non hanno saputo chiedergli che pane, e poi va diritto ad un ampio bacino quadrangolare, coperto e chiuso da tutti i lati, meno che da uno. Un pozzo, un grande pozzo coperto, il più grande che io abbia visto. É più grande di quello della samaritana, e deve essere anche più ricco d’acque, perché il suolo all’intorno risente del suo nutrimento e mostra molta fertilità, in contrasto con l’arida e sepolcrale valle di Hinnon, che si intravvede di scorcio a nord-ovest. Solo una costruzione di pietra massiccia, quale è quella del pozzo e della sua copertura, avrebbe potuto resistere all’umidore del suolo. E le pietre, che anche senza essere esperti si possono giudicare antiche, resistono, scure e potenti, a protezione dell’acqua preziosa.

3Nonostante che la giornata sia tetra e nonostante la vicinanza dei sepolcri dei lebbrosi, che infondono sempre una grande tristezza nelle vicinanze, il luogo è sereno, sia per la sua grande fertilità, sia per avere dietro di sé, a nord, dei vasti giardini ricchi di alberi d’ogni specie, che alzano le loro folte cime contro il cielo bigio che si abbassa sulla città, e davanti, a sud, la valle del Cedron che si allarga di letto e si fa più nutrito d’acque, così come la valle si fa più allegra e ricca di luce, seguendo la via che va a Betania e a Gerico per un buon tratto.

4Molta gente, donne con anfore, asinai con secchi, carovane in partenza o in arrivo, sostano presso il pozzo e attingono acqua. Il suolo è umido per un largo tratto per le secchie che gocciano mentre vengono riversate nei recipienti.

5Quiete e dolci voci di donne, trillanti vocette di bambini, voci gravi, roche, robuste di uomini, ragli d’asini e versacci di cammelli che, accucciati sotto il loro carico, attendono che il cammelliere ritorni con l’acqua. Una scena molto caratteristica, in un tramonto fosco, nel quale il cielo ha strane chiazzature di un giallo innaturale, improvviso, che sparge una luce strana su tutto, mentre più su nubi pesanti e plumbee si accavallano correndo verso occidente.

Le parti più alte della città sono spettrali nella luce strana contro l’orizzonte plumbeo striato di pennellate solfuree.

Gli apostoli questionano fra loro.

6«Tutt’acqua questa, e vento…», sentenzia Pietro e chiede: «Dove andiamo questa sera?».

7«Dall’uomo dei Giardini. Domani salgo al Tempio e.…».

«Ancora? Guarda ciò che fai! Piuttosto accetta l’invito dei liberti presso la loro sinagoga», consiglia Simone Zelote.

8«Allora, sinagoga per sinagoga, ce ne sono altre, e che hanno mostrato di volerlo! Perché proprio essi?», dice Giuda di Keriot.

«Perché sono i più sicuri. E la ragione si comprende senza che io la dica», ribatte lo Zelote.

9«Sicuri!! Cosa te ne fa certo?».

«Il fatto che hanno saputo restare fedeli nonostante ciò che hanno passato».

10«Non questionate fra voi. Domani salgo al Tempio. L’ho detto. Adesso rimaniamo qui un poco. É sempre luogo di buona evangelizzazione».

«Non più di un altro. Non so perché lo preferisci».

La sosta dei tre Savi d’Oriente.

11«Perché, Giuda? Per molte ragioni che dirò a chi si aduna, e per una che dico a voi in particolare. A questo pozzo della fonte di Rogel sostarono incerti e delusi i tre Savi d’Oriente, essendosi qui annullata la stella che li aveva guidati da tanto lontano. Qualsiasi altro uomo avrebbe sconfidato di Dio e di sé stesso. Essi pregarono sino all’alba presso i loro stanchi cammelli, unici desti fra gli addormentati servi, e poi all’alba sorsero dirigendosi alle porte, sfidando il pericolo di esser presi per pazzi e per sobillatori, sfidando anche il pericolo della vita. Regnava Erode, il sanguinario, ricordatevelo. E bastava molto meno della frase che essi, i Savi, volevano dirgli, perché egli decretasse ad essi la morte. Ma essi cercavano Me. Non cercavano gloria, ricchezze, onori. Cercavano Me, Me soltanto. Un pargolo: il loro Messia, il loro Dio. La ricerca di Dio, perché è buona, dà sempre tutti gli aiuti e gli ardimenti. Le paure, le cose basse sono il retaggio di chi sogna basse cose. Essi anelavano ad adorare Dio. Erano forti di questo loro amore. E, poche ore dopo, l’amore ebbe premio, perché qui, nella notte lunare, riapparve la stella ai loro occhi.

12Non manca mai la stella di Dio a chi con giustizia e amore cerca Iddio. I tre Savi! Potevano sostare fra i falsi onori che Erode dava loro dopo la risposta dei principi dei sacerdoti e degli scribi e dottori. Erano tanto stanchi!… Ma non sostarono neppur per una notte e, prima che si chiudessero le porte, uscirono per sostare qui sino all’alba. Poi… non l’alba solare, ma l’alba di Dio riapparve a far di argento la via, la stella li chiamò con le sue luci e vennero alla Luce. Beati! Beati essi e chi li sa imitare!».

13Gli apostoli e Marziam con Isacco sono intenti ad ascoltare, col volto beato che sempre hanno quando Gesù rievoca la sua nascita, e Isacco assente, sospira, sorride al ricordo… con un volto estatico, lontano dal luogo e dal tempo, tornato indietro di oltre trenta anni, a quella notte, a quella stella che egli vide certo fra il suo gregge…

14Altra gente si è accostata, perché la via è di molto transito, e ascolta, e qualcuno ricorda la fantastica carovana e la notizia da essa portata… e le conseguenze di essa.

La fedeltà dei servi di Davide

15«Questo è sempre luogo di consiglio. La storia sempre si ripete. Questo è sempre luogo di prova. Per i buoni, per i cattivi. Ma tutta la vita è una prova alla fede e alla giustizia dell’uomo. Vi ricordo la fedeltà di Cusai, di Sadoc e Abiatar; di Gionata e Achimaas, che da questo luogo partirono per salvare il loro re e furono da Dio protetti perché giustamente agivano[231].

Il peccato di Adonia.

16Vi ricordo un evento connesso a questo stesso luogo e non sortito a bene perché sopruso, e perciò non benedetto da Dio. Presso la pietra di Zoelet, vicino alla fontana di Rogel, Adonia cospirò contro il volere di suo padre e si fece proclamare re da quelli del suo partito. Ma non gli giovò l’abuso perché, prima che finisse il banchetto, gli osanna sonanti in Gihon lo resero edotto, prima ancor che parlasse Gionata di Abiatar, che Salomone era re ed egli, che aveva voluto usurpare il trono, doveva fidare soltanto nella misericordia di Salomone[232]. Troppi ripetono i gesti di Adonia e combattono il vero Re, o congiurano contro di Lui seguendo il partito che sembra il più forte. E troppo pochi, così facendo, sapranno poi stringersi all’altare chiedendo perdono e fidando nella misericordia di Dio.

La volontà dell’uomo fa compiere il ben o il male.

17Potremo, noi che abbiamo considerato tre avvenimenti accaduti presso questo pozzo, dire che il luogo è soggetto ad influssi buoni o non buoni? No. Non il luogo. Non il tempo. Non gli avvenimenti, ma la volontà dell’uomo è quella che turba le azioni dell’uomo. En Rogel ha visto la fedeltà dei servi di Davide e il peccato di Adonia, così come ha visto la fede dei tre Savi. É lo stesso pozzo. Alle sue pietre e alle sue acque si sono appoggiati e dissetati Gionata e Achimaas, come Adonia e i suoi, come i tre Savi. Ma l’acqua e le pietre hanno visto tre cose diverse: una fedeltà al re Davide, un tradimento al re Davide, e una fedeltà a Dio e al Re dei re. É sempre la volontà dell’uomo quella che fa compiere il bene o il male. E sulla volontà dell’uomo getta le sue luci la volontà di Dio e i suoi vapori velenosi la volontà di Satana. Sta all’uomo accogliere la luce o il veleno e divenire giusto o peccatore[233].

Il guardiano le mura e il tetto del pozzo.

18A questo pozzo è messo un guardiano perché nessuno corrompa le acque. E oltre al guardiano gli sono stati dati delle mura e un tetto, perché il vento non vi spingesse dentro foglie e lordure che inquinassero le acque preziose. Anche all’uomo Dio ha messo un guardiano: la volontà intelligente e cosciente dell’uomo; e dei ripari: i comandamenti e i consigli angelici, perché lo spirito dell’uomo non fosse corrotto scientemente o inconsapevolmente. Ma quando l’uomo corrompe la sua coscienza, il suo intelletto, non ascolta le ispirazioni del Cielo, calpesta la Legge, è come se fosse un guardiano che lascia incustodito il pozzo, o come un folle che ne smantelli le difese. Lascia libero il campo ai nemici satanici, alle concupiscenze del mondo e della carne e alle tentazioni che, anche se non vengono poi assecondate, è sempre prudente sorvegliare e respingere.

19Figli di Gerusalemme, ebrei, proseliti, viandanti che il caso ha qui riunito ad ascoltare la voce di Dio, siate sapienti della vera sapienza, che è saper difendere il proprio io dalle azioni che disonorano l’uomo.

Consigli ai gentili

20Vedo qui molti gentili. Ad essi dico che non c’è solo da acquistare ricchezze e mercanzie, ma c’è un’altra cosa da acquistare, ed è la vita per la propria anima; perché l’uomo ha un’anima in sé, una cosa impalpabile, ma che è quella che lo fa vivo, una cosa che non muore anche dopo che è morta la carne, una cosa che ha diritto a vivere la sua vera, eterna vita, e non la può vivere se l’uomo uccide il vero sé stesso con le sue male azioni.

21L’idolatria e il gentilesimo non sono insuperabili. Il sapiente medita e dice: “Perché devo seguire degli idoli e vivere senza speranze di una vita più buona, mentre andando al Dio vero io posso conquistare la gioia in eterno?”. L’uomo è avaro dei suoi giorni e la morte gli fa orrore. Più è avvolto nelle tenebre di false religioni o nella non fede, e più teme la morte. Ma colui che viene alla vera Fede perde il terrore della morte, perché sa che oltre la morte è una vita eterna, dove gli spiriti si ritroveranno e non saranno più pene né separazioni. Non è difficile seguire la via della Vita. Basta credere nell’unico vero Dio, amare il prossimo ed amare l’onestà in tutte le azioni.

Consigli ai credenti.

22Voi d’Israele sapete quali sono le cose comandate e quali le proibite. Ma Io dico a questi che ascoltano e che porteranno lontano, con loro, le mie parole, quali sono queste cose… (e dice il Decalogo).

23La vera religione sta in questo, non nei sacrifici vani e pomposi. Ubbidire ai precetti di una morale perfetta, di una virtù senza difetto, usare misericordia, fuggire ciò che disonora l’uomo, lasciare le vanità, le divinazioni dell’errore, gli auguri bugiardi, i sogni dei malvagi, come dice il libro sapienziale, usare con giustizia i doni di Dio, ossia la salute, la prosperità, le ricchezze, l’intelletto, il potere, non avere superbia che è segno di stoltezza, perché l’uomo è vivo, sano, ricco, sapiente, potente finché Dio glielo concede, non avere desideri smodati che talora portano sino al delitto. Vivere, in una parola, da uomini e non da bruti, per dignità anche verso sé stessi.

“La vita del peccatore è sita in un baratro”

24Discendere è facile, risalire è difficile. Ma chi vorrebbe vivere in un baratro putrido solo perché vi è caduto, e non cercherebbe di uscirne risalendo sulle vette fiorite e piene di sole? In verità vi dico che la vita del peccatore è sita in un baratro, e così la vita nell’errore. Ma quelli che accolgono la Parola di verità e vengono alla Verità salgono sulle vette, nella Luce.

25Andate ora tutti alle vostre mete. E ricordate che, presso la fonte di Enrogel, la Fonte della Sapienza vi ha dato da bere le sue acque perché ne abbiate ancora sete e torniate a Lei».

26Gesù si fa largo e si avvia verso la città, lasciando la gente a commentare, a interrogare e a rispondere.

494. La donna adultera e l’ipocrisia
dei suoi accusatori
[234].

Ipocrisia degli accusatori.

Il Messia ammaestra nel tempio (Gv 8,1-2)[235].

1Vedo l’interno del recinto del Tempio, ossia uno dei tanti cortili contornati da porticati. E vedo anche Gesù, il quale, molto ammantellato nel suo manto che lo fascia sopra la veste, non bianca ma rosso cupo (sembra una stoffa di lana pesante), parla a della folla che lo circonda.

2Direi che è una giornata invernale, perché vedo che tutti sono molto ammantellati, e che faccia piuttosto freddo, perché invece di star fermi tutti camminano alla svelta come per scaldarsi. Vi è del vento che smuove i mantelli e solleva la polvere dei cortili.

Le iene trascinano la loro preda (Gv 8,3)[236].

3Il gruppo che si stringe intorno a Gesù, l’unico che stia fermo mentre tutti gli altri, intorno a questo o a quel maestro, vanno avanti e indietro, si fende per lasciar passare un drappello di scribi e farisei gesticolanti e più che mai velenosi. Sprizzano veleno dallo sguardo, dal colore del volto, dalla bocca. Che vipere! Più che condurre, trascinano una donna sui trent’anni, scapigliata, disordinata nelle vesti come chi è stata malmenata, e piangente. La buttano ai piedi di Gesù come fosse un mucchio di cenci o una spoglia morta. E lei resta là, rannicchiata su sé stessa, col volto appoggiato alle due braccia, nascosto da esse che le fanno cuscino fra il volto e il suolo.

I morsi delle iene (Gv 8,4-6)[237].

4«Maestro, costei è stata colta in flagrante adulterio. Suo marito l’amava, nulla le faceva mancare. Ella era regina nella sua casa. E lei lo ha tradito perché è una peccatrice, una viziosa, un’ingrata, una profanatrice. Adultera è, e come tale va lapidata. Mosè l’ha detto[238]. Nella sua legge lo comanda che queste tali siano lapidate come bestie immonde. E immonde sono. Perché tradiscono la fede e l’uomo che le ama e le cura, perché come terra mai sazia sempre sono affamate di lussuria. Peggio delle meretrici sono, perché senza morso di bisogno danno sé stesse per dare cibo alla loro impudicizia. Corrotte sono. Contaminatrici sono. A morte devono esser condannate. Mosè l’ha detto. E Tu, Maestro, che ne dici?».

5Gesù, che aveva interrotto di parlare all’arrivo tumultuoso dei farisei e che aveva guardato la muta astiosa con sguardo penetrante e poi aveva chinato lo sguardo sulla donna avvilita, gettata ai suoi piedi, tace. Si è curvato, restando seduto, e con un dito scrive sulle pietre del portico, che la polvere sollevata dal vento copre di terriccio. Quelli parlano e Lui scrive.

6«Maestro? Parliamo a Te. Ascoltaci. Rispondici. Non hai capito? Questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Nella sua casa. Nel letto dell’uomo suo. Ella lo ha sporcato con la sua libidine».

Gesù scrive.

7«Ma è stolto quest’uomo! Non vedete che non capisce nulla e traccia dei segni sulla polvere come un povero folle?».

8«Maestro, per il tuo buon nome, parla. La tua sapienza risponda al nostro interrogare. Ti ripetiamo: questa donna non mancava di nulla. Aveva vesti, cibo, amore. E ha tradito».

Gesù scrive.

9«Ha mentito all’uomo che aveva fiducia in lei. Con bocca mendace l’ha salutato e col sorriso l’ha accompagnato alla porta, e poi ha aperto la porta segreta e ha ammesso il suo amante. E mentre il suo uomo era assente per lavorare per lei, essa, come una bestia immonda, s’è avvoltolata nella sua lussuria».

10«Maestro, è una profanatrice della Legge oltre che del talamo. Una ribelle, una sacrilega, una bestemmiatrice».

I peccati delle iene (Gv 8,6)[239].

11Gesù scrive. Scrive e cancella lo scritto col piede calzato dal sandalo e scrive più in là, girandosi piano su Sé stesso per trovare altro spazio. Sembra un bambino che giuochi. Ma quello che scrive non è parola di giuoco. Ha scritto successivamente: «Usuraio», «Falso», «Figlio irriverente», «Fornicatore», «Assassino», «Profanatore della Legge», «Ladro», «Libidinoso», «Usurpatore», «Marito e padre indegno», «Bestemmiatore», «Ribelle a Dio», «Adultero». Scritto e riscritto mentre sempre nuovi accusatori parlano.

12«Ma insomma, Maestro! Il tuo giudizio. La donna va giudicata. Non può col suo peso contaminare la terra. Il suo fiato è veleno che turba i cuori».

Sentenza del Salvatore (Gv 8,7-9)[240].

13Gesù si alza. Misericordia! Che viso! È un balenare di lampi che si avventano sugli accusatori. Sembra ancor più alto, tanto tiene la testa eretta. Sembra un re sul suo trono, tanto è severo e solenne. Il manto gli è caduto da una spalla e fa un lieve strascico dietro a Lui. Ma Egli non se ne cura. Con volto chiuso e senza la più lontana traccia di sorriso sulla bocca e negli occhi, pianta questi occhi in volto alla folla, che arretra come davanti a due lame ben pontute. Fissa uno per uno. Con una intensità di indagine che fa paura. I fissati cercano di arretrare nella folla e di nascondersi in essa. Il cerchio così si allarga e sgretola come minato da una forza occulta.

14Infine parla. «Chi di voi è senza peccato scagli sulla donna la prima pietra». E la voce è un tuono accompagnato da un ancor più vivo lampeggiare di sguardi. Gesù ha conserto le braccia sul petto e sta così, ritto come un giudice, in attesa. Il suo sguardo non dà pace. Fruga, penetra, accusa.

Titoli onorifici delle iene.

15Prima uno, poi due, poi cinque, poi a gruppi, i presenti si allontanano a capo basso. Non solo gli scribi e i farisei, ma anche quelli che erano prima intorno a Gesù ed altri che si erano accostati per sentire il giudizio e la condanna e che, tanto quelli che questi, si erano uniti per insolentire la colpevole e chiedere la lapidazione.

16Gesù resta solo con Pietro e Giovanni. Non vedo gli altri apostoli.

17Gesù si è rimesso a scrivere, mentre la fuga degli accusatori avviene, e ora scrive: «Farisei», «Vipere», «Sepolcri di marciume», «Menzogneri», «Traditori», «Nemici di Dio», «Insultatori del suo Verbo» …

Il Salvatore perdona (Gv 8,9.11)[241].

18Quando tutto il cortile si è svuotato e un gran silenzio si è fatto, non rimanendo che il fruscio del vento e quello di una fontanella in un angolo, Gesù alza il capo e guarda. Ora il volto si è placato. È mesto, ma non più irato. Dà un’occhiata a Pietro, che si è lievemente allontanato appoggiandosi ad una colonna, ed una a Giovanni che, quasi dietro a Gesù, lo guarda col suo sguardo innamorato. Gesù ha un’ombra di sorriso guardando Pietro e un più vivo sorriso guardando Giovanni. Due sorrisi diversi.

19Poi guarda la donna, ancora prostrata e piangente ai suoi piedi. L’osserva. Si alza, si riaggiusta il manto come fosse in procinto di mettersi in cammino. Fa un cenno ai due apostoli di avviarsi verso l’uscita.

20Quando resta solo, chiama la donna. «Donna, ascoltami. Guardami». Ripete il comando, perché essa non osa alzare il viso. «Donna, siamo soli. Guardami».

21La disgraziata alza un viso su cui pianto e polvere fanno una maschera di avvilimento.

22«Dove sono, o donna, quelli che ti accusavano?». Gesù parla piano. Con serietà pietosa. Tiene il volto e il corpo lievemente piegati verso terra, verso quella miseria, e gli occhi sono pieni di una espressione indulgente e risanatrice. «Nessuno ti ha condannata?».

23La donna, fra un singulto e l’altro, risponde: «Nessuno, Maestro».

24«E neppure Io ti condannerò. Va. E non peccare più. Va alla tua casa. E sappi farti perdonare. Da Dio e dall’offeso. Non abusare della benignità del Signore. Va».

25E la aiuta a rialzarsi prendendola per una mano. Ma non la benedice e non le dà la pace. La guarda avviarsi, a capo chino e lievemente barcollante sotto la sua vergogna, e poi, quando è scomparsa, si avvia a sua volta coi due discepoli.

L’adultero e la lussuria[242].

Il male desiderato è già peccato

Dice Gesù:

26«Quello che mi feriva era la mancanza di carità e di sincerità negli accusatori. Non che mentissero nell’accusa. La donna era realmente colpevole. Ma erano insinceri facendosi scandalo di cosa da loro commessa le mille volte e che unicamente una maggior astuzia e una maggior fortuna avevano permesso rimanesse occulta. La donna, al suo primo peccato, era stata meno astuta e meno fortunata. Ma nessuno dei suoi accusatori ed accusatrici -perché anche le donne, se non alzavano la loro parola, la accusavano in fondo al cuore- erano scevri di colpa.

27Adultero è chi trascende all’atto e chi appetisce all’atto e lo desidera con tutte le sue forze. La lussuria è tanto in chi pecca che in chi desidera di peccare.

28Ricordati, Maria, la prima parola del tuo Maestro, quando ti ho chiamata dall’orlo del precipizio dove eri: “Il male non basta non farlo. Bisogna anche non desiderare di farlo”.

29Chi accarezza pensieri di senso, e suscita con letture e spettacoli cercati appositamente e con abitudini malsane sensazioni di senso, è ugualmente impuro come chi commette la colpa materialmente[243]. Oso dire: è maggiormente colpevole. Perché va col pensiero contro natura[244], oltre che contro morale. Non parlo poi di chi trascende a veri atti contro natura. L’unica attenuante di costui è in una malattia organica o psichica. Chi non ha tale scusante è di dieci gradi inferiore alla bestia più lurida. Per condannare con giustizia occorrerebbe essere immuni da colpa.

30Vi rimando a dettati passati, quando parlo delle condizioni essenziali per esser giudice.

31A Me non erano ignoti i cuori di quei farisei e di quegli scribi, non quelli di coloro che si erano uniti ad essi nell’inveire contro la colpevole. Peccatori contro Dio e contro il prossimo, erano in loro colpe contro il culto, colpe contro i genitori, colpe contro il prossimo, colpe, soprattutto numerose, contro le mogli loro. Se per un miracolo avessi ordinato al loro sangue di scrivere sulla loro fronte il loro peccato, fra le molte accuse avrebbe imperato quella di “adulteri” di fatto o di desiderio.

L’ uomo buono è pietoso

32Io ho detto: “È quello che viene dal cuore che contamina l’uomo”. E, tolto il mio cuore, non vi era alcuno fra i giudici che avesse il cuore incontaminato. Senza sincerità e senza carità. Neppure l’esser simili a lei nella fame concupiscente li induceva a carità. Io ero che avevo carità per l’avvilita. Io, l’Unico che ne avrei dovuto aver schifo. Ma ricordatevi però questo: che quanto più uno è buono e più è pietoso verso i colpevoli. Non indulge alla colpa per sé stessa. Questo no. Ma compatisce i deboli che alla colpa non hanno saputo resistere.

33L’uomo! Oh! più che canna fragile e vilucchio sottile è facile ad esser piegato dalla tentazione e portato ad avvinghiarsi là dove spera trovare un conforto. Perché molte volte la colpa avviene, specie nel sesso più debole, per questa ricerca di conforto. Perciò Io dico che chi manca di affetto per la sua donna, ed anche per la figlia sua propria, è per novanta parti su cento responsabile della colpa della sua donna o della sua creatura e ne risponderà per esse. Tanto l’affetto stolto, che è soltanto stupido schiavismo di un uomo ad una donna o di un genitore ad una figlia, quanto una trascuratezza d’affetti, o peggio una colpa di propria libidine che porta un marito ad altri amori e dei genitori ad altre cure che non siano i figli, sono fomite ad adulterio e prostituzione e, come tali, sono da Me condannati.

34Siete esseri dotati di ragione e guidati da una legge divina e da una legge morale. Avvilirsi perciò ad una condotta da selvaggi o da bruti dovrebbe fare orrore alla vostra grande superbia. Ma la superbia, che in questo caso sarebbe anche utile, voi l’avete per ben altre cose.

Rispetto e carità con i colpevoli

35Ho guardato Pietro e Giovanni in diversa maniera, perché al primo, uomo, ho voluto dire: “Pietro, non mancare tu pure di carità e di sincerità”, e dirgli pure, come a futuro mio Pontefice: “Ricorda quest’ora e giudica come il tuo Maestro, in avvenire”; mentre al secondo, giovane dall’anima di bambino, ho voluto dire: “Tu puoi giudicare, e non giudichi perché hai il mio stesso cuore. Grazie, amato, d’esser tanto mio da essere un secondo Me”.

36Ho allontanato i due prima di chiamare la donna per non aumentare la sua mortificazione con la presenza di due testimoni. Imparate, o uomini senza pietà. Per quanto uno sia colpevole, va sempre trattato con rispetto e carità. Non gioire del suo annichilimento, non accanircisi contro neppure con sguardi curiosi. Pietà, pietà per chi cade!

37Alla colpevole indico la via da seguirsi per redimersi. Tornare alla sua casa, umilmente chiedere perdono e ottenerlo con una vita retta. Non cedere più alla carne. Non abusare della bontà divina e della bontà umana per non scontare più duramente di ora la duplice o molteplice colpa. Dio perdona, e perdona perché è la Bontà. Ma l’uomo, per quanto Io abbia detto: “Perdona al fratello tuo settanta volte sette”, non sa perdonare due volte.

38Non le do pace e benedizione perché non era in lei quella completa recisione dal suo peccato che è richiesta per esser perdonati. Nella sua carne, e purtroppo nel suo cuore, non era la nausea per il peccato. Maria di Magdala, sentito il sapore del mio Verbo, aveva avuto disgusto per il peccato ed era venuta a Me con la volontà totale di essere un’altra. In costei era ancora un ondeggiamento fra le voci della carne e dello spirito. Né ella, nel turbamento dell’ora, aveva ancora potuto mettere la scure contro il ceppo della carne e reciderla per andare mutilata del suo peso bramoso al Regno di Dio. Mutilata di ciò che era rovina, ma accresciuta di ciò che è salvezza.

39Vuoi sapere se si è poi salvata? Non a tutti fui Salvatore. Per tutti lo volli essere, ma non lo fui perché non tutti ebbero la volontà d’esser salvati. E questo è stato uno dei più penetranti strali della mia agonia del Getsemani.

“Viva Maria!”

40Và in pace tu, Maria di Maria, e non voler più peccare neppure nelle inezie. Sotto il manto di Maria non stanno che cose pure. Ricordalo.

41Un giorno Maria mia Madre ti ha detto: “Io vi chiedo con lacrime al Figlio mio”. E un’altra volta: “Lascio al mio Gesù la cura di farmi amare… Quando mi amate vengo. E la mia venuta è gioia e salvezza”.

42La Mamma ti ha colata. E a Lei ti ho data. Ti ci ho portata, anzi, perché so che là dove Io posso piegare con l’autorità Ella vi porta con la carezza dell’amore e vi ci porta meglio ancora di Me. Il suo tocco è un sigillo davanti al quale Satana fugge. Ora hai la sua veste e se sei fedele alle preghiere dei due Ordini[245] mediti ogni giorno tutta la vita della Mamma nostra. Le sue gioie e i suoi dolori. Ossia le mie gioie e i miei dolori. Perché dal momento che da Verbo divenni Gesù Io ho con Lei e per gli stessi motivi giubilato o pianto.

43Vedi dunque che amare Maria è amare Gesù. È amarlo più facilmente. Perché Io ti faccio portare la croce e sulla croce ti ci metto. La Mamma invece ti porta o sta ai piedi della croce per riceverti sul cuore che non sa che amare. Anche nella morte il seno di Maria è più dolce d’una cuna. Chi spira in Lei non sente che le voci dei cori angelici che turbinano intorno a Maria. Non vede tenebre ma il dolce raggio della Stella Mattutina. Non ode pianto ma il suo sorriso: Non conosce terrore. Chi osa strappare, di Noi che l’amiamo, una sua creatura dalle braccia di Maria?

44Non dire “Grazie” a Me. Dillo a Lei che non si è voluta ricordare di nulla di te fuorché del poco bene che hai fatto e dell’amore che hai 0er Me e per questo ti ha voluta, per domare sotto il suo piede ciò che la tua buona volontà non riusciva a domare. Grida: “Viva Maria!” E sta’ ai suoi piedi ai piedi della Croce. Ti ornerai la veste di rubini del mio Sangue e delle perle del suo pianto. Avrai una veste da retina per l’entrata nel mio Regno.

Va’ in pace. Ti benedico».

495. Istruzioni sul perdono ai peccatori. Congedo ai discepoli sulla via
di Betania
[246].

L’arte dei maestri spirituali.

Il Messia e i suoi incondizionati.

1Gesù ha raggiunto i dieci apostoli e i principali discepoli alle falde del monte Uliveto, vicino alla fontana di Siloan. Quando essi vedono venire a passo sollecito Gesù fra Pietro e Giovanni, gli vanno incontro, ed è proprio vicino alla fonte che si riuniscono.

2«Saliamo alla via di Betania. Lascio la città per qualche tempo.  Andando vi dirò ciò che dovete fare» ordina Gesù.

3Fra i discepoli vi sono anche Mannaen e Timoneo che, rasserenati, hanno ripreso il loro posto. E vi sono Stefano ed Erma, Nicolai, Giovanni d’Efeso, il sacerdote Giovanni e tutti, insomma, i più notabili per sapienza oltre gli altri, semplici, ma tanto attivi per grazia di Dio e volere proprio.

Quelli che fanno la parte del serpente.

«Lasci la città? Ti è accaduto qualcosa?», chiedono in molti.

4«No. Ma vi sono luoghi che attendono…».  

«Che hai fatto questa mattina?».

5«Ho parlato… I profeti… Ancora una volta. Ma essi non intendono…».

«Nessun miracolo, Maestro?», chiede Matteo.

6«Nessuno. Un perdono. E una difesa».

«Chi era? Chi offendeva?».

7«Coloro che si credono senza peccato accusavano una peccatrice. Io l’ho salvata».

«Ma se era peccatrice avevano ragione essi».

8«La sua carne era certamente peccatrice. La sua anima… Molto avrei da dire sulle anime. E non direi peccatrici solo quelle la cui colpa è palese. Sono peccatrici anche quelle che spingono altri a peccare. E di un peccato più astuto. Fanno insieme la parte del serpente e del peccatore»[247].

Pazienza misericordiosa.

«Ma che aveva fatto la donna?».

9«Adulterio».

«Adulterio?! E Tu l’hai salvata?! Non dovevi!!», esclama l’Iscariota.  

10Gesù lo guarda fissamente, poi chiede: «Perché non dovevo?».

«Ma perché… ti può nuocere. Tu lo sai come ti odiano e cercano accuse contro Te! È certo… Salvare un’adultera è andare contro la Legge».

11«Io non ho detto che la salvavo. Ho detto loro che soltanto chi era senza peccato la colpisse. E nessuno l’ha colpita perché nessuno era senza peccato. Ho dunque confermato la Legge che commina la lapidazione agli adulteri, ma ho anche salvato la donna perché non si è più trovato un lapidatore».

«Ma Tu…».

12«Volevi che la lapidassi Io? Sarebbe stata giustizia, perché Io l’avrei potuta lapidare. Ma non sarebbe stata misericordia».

«Ah! era pentita! Ti ha supplicato e Tu…»

13«No. Non era neppure pentita. Era soltanto avvilita e paurosa».

«Ma allora!… Perché?… Non ti capisco più! Prima riuscivo ancora a capire i tuoi perdoni a Maria di Magdala, a Giovanni di Endor, a.… insomma a molti pec…»

 14«Di’ pure: a Matteo. Non me ne ho a male. Anzi, ti sono grato se tu mi aiuti a ricordare il mio debito di riconoscenza al mio Maestro», dice Matteo calmo e dignitoso.

15«Sì, ebbene, anche a Matteo… Ma essi erano pentiti del loro peccato, della loro vita licenziosa. Ma questa!… Non ti capisco più! E non sono solo io a non capirti…»

16«Lo so. Non mi capisci… Mi hai sempre capito poco. E non tu solo. Ma ciò non muta il mio modo di agire».

«Il perdono va dato a chi lo chiede».

17«Oh! Se Iddio dovesse dare il perdono soltanto a chi lo chiede! E colpire subito chi alla colpa non fa seguire il pentimento! Tu non ti sei mai sentito perdonato prima di esserti pentito? Puoi proprio dire che ti sei pentito, e per questo sei stato perdonato?».

«Maestro, io…».

L’arte dei maestri delle anime

18«Uditemi tutti, perché molti fra voi trovano che Io ho sbagliato e che Giuda ha ragione. Qui è Pietro e Giovanni. Essi hanno sentito ciò che Io ho detto alla donna e ve lo possono ripetere. Non sono stato stolto nel perdonare. Non ho detto ciò che dissi ad altre anime, alle quali perdonavo perché erano completamente pentite[248]. Ma ho dato modo e tempo a quell’anima di giungere al pentimento e alla santità, se vorrà raggiungerli. Ricordatevelo per quando sarete i maestri delle anime.

Requisiti per essere veri maestri.

19Due cose è essenziale avere per poter essere veri maestri e degni di essere maestri. Prima cosa: una vita austera per sé stessi, di modo da poter giudicare senza le ipocrisie di condannare negli altri ciò che a noi si perdona. Seconda: una paziente misericordia per dare modo alle anime di guarire e di fortificarsi.

L’arte del medico spirituale.

20Non, tutte le anime guariscono istantaneamente dalle loro ferite. Alcune lo fanno per successive fasi, e talora lente e soggette a ricadute. Cacciarle, condannarle, impaurirle non è arte di medico spirituale.

21Se le cacciate da voi, torneranno per rimbalzo a gettarsi fra le braccia dei falsi amici e maestri. Aprite le vostre braccia e il vostro cuore, sempre, alle povere anime. Che esse sentano in voi un vero e santo confidente, sulle cui ginocchia non si vergognano di piangere. Se voi le condannate privandole degli aiuti spirituali, sempre più le farete malate e deboli.

L’uomo spirituale.

22Se voi le impaurite di voi e di Dio, come potranno alzare gli occhi a voi e a Dio? L’uomo incontra per primo giudice l’uomo. Solo l’essere che vive spiritualmente sa incontrare per primo Iddio. Ma la creatura che è già giunta a vivere spiritualmente non cade in colpa grave[249]. La sua parte umana può ancora avere debolezze, ma lo spirito forte veglia e le debolezze non divengono colpe gravi. Mentre l’uomo, che ancora è molto carne e sangue, pecca e incontra l’uomo. Ora, se l’uomo, che gli deve indicare Dio e formare lo spirito, gli incute paura, come può il colpevole abbandonarsi a lui? E come può dire: “Mi umilio perché credo che Dio è buono e che perdona”, se vede che un suo simile non è buono?

23Voi dovete essere il termine di paragone, la misura di ciò che è Dio, così come un picciolo è la parte che fa capire la ricchezza di un talento. Ma se voi siete crudeli con le anime, voi piccioli che siete una parte dell’Infinito[250] e lo rappresentate, cosa crederanno allora esse che sia Dio? Quale durezza intransigente penseranno in Lui? Giuda, tu che giudichi con severità, se in questo momento Io ti dicessi: “Io ti denuncerò al Sinedrio per pratiche magiche…”»

Per la causa di Dio-Padre

Il camaleonte cambia colore

«Signore! Non lo farai! Sarebbe… sarebbe… Tu sai che è.…»

24«So e non so. Ma tu vedi come subito invochi pietà per te… e tu sai che non saresti condannato da essi perché…».

«Che vuoi dire, Maestro? Perché dici questo?», dice molto agitato Giuda interrompendo Gesù.

25Il quale, molto calmo ma con uno sguardo che trivella il cuore a Giuda, e nello stesso tempo frena il suo turbato apostolo sul quale convergono gli sguardi degli altri undici apostoli e di molti discepoli, dice: «Ma perché essi ti amano. Hai buoni amici, tu, là dentro. Lo hai detto più volte».

26Giuda tira un sospiro di sollievo, si asciuga un sudore strano in quel giorno freddo e ventoso, e dice: «É vero. Amici vecchi. Ma non credo che se peccassi…».

27«E chiedi pietà perciò?».

«Certamente. Sono ancora imperfetto e voglio divenire perfetto».

28«Lo hai detto. Anche quella creatura è molto imperfetta. Gli ho dato tempo a divenire buona, se vuole».

Giuda non ribatte più.

Per la causa del nostro Padre!

29Sono ormai sulla via di Betania, già lontani da Gerusalemme.

30Gesù si ferma e dice: «E voi, avete dato ai poveri ciò che vi ho dato? Avete fatto tutto ciò che vi avevo detto?».

«Tutto, Maestro», dicono apostoli e discepoli.

31«Allora sentite. Ora Io vi benedirò e vi congederò. Vi spargerete, come sempre, per la Palestina. Vi radunerete di nuovo qui per la Pasqua. Non mancate allora… e in questi mesi fortificate il vostro cuore e quello di chi crede in Me. Siate sempre più giusti, disinteressati, pazienti. Siate ciò che vi ho insegnato di essere. Girate per città, paesi, case sperdute. Non evitate nessuno. Sopportate tutto. Non è il vostro io ciò che servite, così come Io non servo l’io di Gesù di Nazareth, ma servo il Padre mio. Voi pure servite il Padre vostro. Perciò i suoi interessi, non i vostri, devono esservi sacri, anche se possono procurare dolore o lesione ai vostri interessi umani.

Umiltà, abnegazione e ubbidienza.

32Abbiate spirito di abnegazione e di ubbidienza. Potrà accadere che Io vi chiami o vi ordini di stare dove siete. Non giudicate il mio ordine. Quale che sia, ubbidite, credendo fermamente che esso è buono ed è dato per vostro bene.

      33E non abbiate invidia se alcuni saranno chiamati e altri no da Me. Voi vedete… Alcuni si sono staccati da Me… e Io ne ho sofferto. Erano quelli che ancora volevano regolarsi con la loro mente. La superbia è la leva che ribalta gli spiriti e la calamita che me li strappa. Non maledite chi mi ha lasciato. Pregate perché torni… I miei pastori staranno due a due nelle immediate vicinanze di Gerusalemme. Isacco per ora viene con Me insieme a Marziam. Amatevi molto fra voi. Aiutatevi a vicenda. Amici miei, tutto il resto ve lo dica il vostro spirito, ricordandovi ciò che ho insegnato, e ve lo dicano i vostri angeli[251]. Io vi benedico».

34Tutti si prostrano, mentre Gesù dice la benedizione mosaica[252].

35Poi si affollano a salutare Gesù. Infine si separano da Lui, che coi dodici, Isacco e Marziam, procede sulla via di Betania.

36«Ora sosteremo il tempo di salutare Lazzaro e poi proseguiremo verso il Giordano».

37«Andiamo a Gerico?», chiede interessato Giuda di Keriot.

38«No. A Betabara».

«Ma… la notte…».

39«Non mancano case e paesi da qui al fiume…».

40Nessuno parla più e, tolto il frusciare degli ulivi e lo scalpiccio dei passi, non resta altro rumore.

496. Improvvisa possessione diabolica dell’Iscariota durante una sosta nella casetta di Salomon[253].

Chi è l’uomo cattivo?

Accoglienza solerte

1Per non essere visti dalla gente, entrano nel villaggio dove è la casetta di Salomon risalendo l’argine del fiume. Precauzione direi inutile, perché cala la precoce sera novembrina o di fine ottobre e la gente è già nelle case. La strada è vuota, assolutamente vuota e, se non fosse qualche belato, si direbbe un luogo deserto. Scuotono il cancelletto. É chiuso. Ben chiuso sull’orticello, che nella penombra appare tutto ordinato.

2«Chiamate! É nella cucina. Un filo di luce trapela dalle imposte», dice Gesù.

3Tommaso, dalla voce potente, si incarica di chiamare il vecchio, che subito apre la porta guardando verso la via. É incerto per la poca luce esterna, lui che viene dalla cucina dove splende il fuoco e vi è un lume acceso.

4Ma quando Gesù dice: «Siamo noi», il vecchio riconosce subito la voce e grida: «Il Maestro!», e scende il rustico gradino correndo ad aprire.

5«Il mio Signore! Entra, entra nella tua casa, e che sia benedetto questo giorno che termina con la tua venuta!», dice armeggiando intorno alle chiusure del cancello, e spiega: «Sono solo e chiudo per bene… Capaci di tutto i ladroni. Ce ne sono alcuni che fanno danno or qua or là, venendo a valle dai monti di Galaad. Non che tema per la mia vita. Ma avevo preparato per Te e… Ecco, Maestro. Vieni. É umida la sera. I tuoi capelli sono bagnati dalla guazza…»

Più solerte della sposa del Cantico.

6«E tu sei più solerte[254] della sposa del Cantico, padre. Non ti pesa scomodarti per accogliere il Pellegrino», dice Gesù sorridendo.

7«Scomodarmi? Come era lungo questo tempo! Un giorno dopo l’altro, uno dopo l’altro. Avevo seminato i vostri semi e vedevo crescere bene le verdure. Dicevo: “Se Egli venisse, certo questo gli piacerebbe”. Ma sono venute a maturazione e non sei venuto… E vedevo colorire i frutti sulle piante e con dolore ne mangiavo, perché Tu non ne mangiavi. Quella pecora mi ha dato un agnello, tutto bianco. Lo serbai per tanto, per mangiarlo con Te. Speravo vederti prima dei Tabernacoli. Poi… un agnello tutto per me… Troppo! L’ho cambiato con una pecorina e furono buoni con me non volendo differenza. Ma delle frutta e dei formaggi ne ho serbati più che ho potuto per Te, e pesce secco e legumi e ancora ho qualche melone. E un poco di vino… io non ne bevo, ma l’ho preparato per Te, per l’inverno».

Solidarietà cristiana.

8Parla mentre ripulisce il tavolo e vi appoggia sopra le stoviglie e attizza il fuoco, aumenta l’acqua nel paiolo e si dà da fare, felice. Non sembra più il povero vecchio di pochi mesi prima.

9Esce, torna con del latte, si scusa: «É poco perché una è la pecora che dà latte. Ma fra poco saranno due. Per Te però basta».

10É paterno, devoto e paterno insieme. Ha preso i mantelli umidi, i sandali motosi e li ha portati altrove. É tornato con delle mele e dei melagrane e uva e ancor qualche fico per metà seccato, e spiega: «Li ho asciugati così, tanto per farteli sentire. Pensavo… pensavo che il mio Anania li amava tanto preparati così!». La voce, prima serena, si abbassa in tono di mestizia mentre dice queste parole, e termina: «e.… pensavo ti avessero a piacere e mi pareva, preparandoli, di… di prepararli ancora per il figlio di mio figlio». Scuote il capo, si sforza a sorridere con un luccicore di pianto negli occhi.

11Gesù, che si era seduto alla tavola, si alza e gli passa un braccio sulla spalla, attirando a Sé il vecchietto: «Molto mi piacciono. Una cosa che mi ricorda la mia infanzia… E mio padre. Ma non dovevi privarti di tante cose per Me. Ai vecchi fanno bene. Devi stare sano e forte, per accogliermi così sempre. É così dolce trovare una casa così, con un padre che ci attende. Non è vero, voi, amici miei?».

12«Certo che è vero! Ed è tanto bello che ci si impigrisce senza aiutare Anania», dice Pietro e si alza dicendo: «Su, andiamo a preparare i nostri letti mentre Gesù parla con l’uomo».

13«Oh! non occorre! Sono sempre pronti. E tutto vi è pulito… Solo che… Non bastano. Siete più di dodici. Ma io andrò sul fieno e.…».

14«Questo no, padre. Ci andrò io, allora», dice Giovanni.

«No, io», dicono Andrea e altri.

15«Non è necessario. Io me la dormo qui su questa tavola. Non è certo più dura del fondo della mia barca, e Marziam…» dice Pietro.

16«Dorme con Me», lo interrompe Gesù.

17«O con me, se lo vuoi… come faceva il piccolo Anania», dice il vecchio e il suo occhio prega.

18«Sì, Maestro. Tu mi hai ancora. Egli… Vado con lui», dice Marziam.

19Gesù lo accarezza, comprendendo il suo atto.

È cattivo chi uccide il suo spirito.

20«Sono venuti più volte a cercarti dopo la Pentecoste. Poi non sono più venuti», dice il vecchietto poi.

21«Chi lo cercava?».

22«Farisei, eh! E altri come loro. Volevano interrogarti. Ma io ho detto: “Andate al suo paese. Non è qui, né so quando verrà…”. Era vero. E si sono stancati di venire. E cercavano un altro, un certo Giovanni, che dicevano che era con Te e che forse pensavano nascosto qui. Io ho detto: “Ma è il suo apostolo ed è con Lui”. Hanno detto: “É forse guercio il suo apostolo? Vecchio, malato, morente?”. Ho capito che non eri tu, e ho risposto: “Io conosco solo l’apostolo Giovanni, un giovane buono più di un pargolo e sano di cuore e di carne”. Mi hanno minacciato. Ma che potevo dire di diverso? Questa è verità…».

23«Sì. Questa è verità. E sii sempre veritiero; anche se mi dovessi nuocere, non mentire mai, padre».

24«Signore, i miei capelli si sono imbianchiti cercando io sempre di ubbidire il Signore. E fra le ubbidienze è anche quella di non dire false cose. Ma… perché ti cercano così, Signore? Io ero cieco. A Gerusalemme non andavo perciò. Ci sono tornato ora… Per il puro rito. Perché volevo esser qui ad attenderti… E ho sentito odio e amore intorno a Te… E ho giudicato che c’è più odio che amore fra i capi del popolo. Ero nel Tempio quella mattina che ti volevano offendere… e sono fuggito desolato ad attenderti e piangere qui. Perché l’uomo è tanto cattivo?».

25«Perché ha ucciso il suo spirito. E con lo spirito la sua capacità di sentire il rimorso di essere ingiusto»[255].

26«É vero!… E ti cercano per farti del male?».

27«Sì».

28«Sì!! Israele vuole nuocere al suo Re? Orrore! Israele si condanna ai castighi profetici![256]… Oh! sono contento, ora, che mio figlio sia morto… e vorrei morire anche io per non vedere il peccato d’Israele…».

29Si fa un gran silenzio. Solo le legna hanno voce sul focolare.

Turbamento dell’Iscariota

30«Ma parliamo d’altro! Sempre voci di morte! di odio! di tradimento! Basta! Basta! Non le posso sentire!», dice l’Iscariota stravolto, torvo, agitato e agitantesi per la cucina con le gambe, con le braccia, con tutto sé stesso.

31«Giuda ha ragione», dicono in molti.

32«Ma non voler sentire non giova. Giova il non acconsentire», dice Gesù col suo atto rassegnato di aprire le mani, a palme volte in su, sulla rustica tavola.

33«Che vuoi dire? Acconsentire! Chi acconsente a questo?». Giuda gli agita le mani quasi sul viso, stando curvo, quasi gettato attraverso la tavola per avvicinarsi al Maestro.

La Luce abbacinerà gli odiatori della Luce

34«Chi? Tutti quelli che già sognano di vedermi perire nel mio sangue. Sangue! Sangue del tuo Messia! Sangue su te, Terra che non vuoi il tuo Signore! Sangue splendente più di quelle fiamme! Sangue, fuoco nel gelo e nelle tenebre di un mondo di delitto! Sperano di uccidere la Luce levandole il sangue. Ma Luce è lo spirito; sangue è ancor materia. La materia appesantisce lo spirito. Il sangue gettato su una lastra di mica fa più debole la luce, non è forse vero? Ebbene, in verità, in verità vi dico che, come quella legna non luceva sinché non divenne fiamma e le sue resine accendendosi si sono mutate in splendore, e ora è un incandescente bagliore, così, quando il tutto sarà compiuto e il sangue e la carne saranno stati consumati dal sacrificio, ecco, come quel fuoco là, che ora ha tutto mutato in luce, lo spirito mio più che mai fiammeggerà sul mondo, e Luce più che mai sarò. Una tal Luce che abbacinerà per sempre gli odiatori della Luce, i suoi uccisori. Una tal Luce che si fonderanno le auree porte dei Cieli chiuse all’Umanità da tanti secoli e il Cielo si aprirà ai giusti[257]. Una tal Luce che perforerà i macigni che sono volta all’Abisso, e l’atroce fuoco dell’Inferno diverrà atrocissimo sotto le folgori dei miei raggi. E guai, guai, guai a quelli che avranno insidiato la Luce! Sangue e Luce! Queste due cose saranno davanti a loro sino a farli folli e disperati[258]. Demoni!».

35Gesù, che si era alzato in piedi quando diceva «in verità», e aveva fatto paura tanto era imponente nella bassa cucina, dalle pareti scure, aureolato dalle fiamme del focolare, si siede e tace.

Giuda indemoniato

36Tutti si guardano fra loro. Tutti meno Giuda, che pare ipnotizzato a guardare le legna ardenti… Ipnotizzato e spaventato. Uno spavento che gli dà una maschera atroce, di un pallore livido verdastro, su cui il bruciare delle legna mette ditate rossastre. Mi ricorda la sua spaventosa faccia del venerdì santo. Poi si volta di scatto e grida: «Ma taci! Taci! Perché ci tormenti?!»[259], ed esce sbattendo violentemente la porta…

37«A suo modo. É vero. Ma egli ti ama molto… e soffre di sentire certe parole», dice Tommaso. E termina: «Fanno così male anche a noi! Ma noi siamo meno… strani, diciamo: strani…».

Cena vegetariana.

Nessun altro parla. Lo stesso Gesù tace…

38«Le verdure sono cotte, caldo è il latte…», dice piano il vecchietto, rimasto intimidito, e quasi non osa dire queste comuni parole dopo tale incidente…

39«Chiamate Giuda e ceniamo», ordina Gesù.

40Giovanni esce a chiamare il compagno. Rientrano… Giuda ha un viso tormentato. Ma un tormentato senza pace… Si siede però a tavola e si alza con gli altri quando Gesù offre e benedice, e lo sogguarda quando Gesù fa le parti serbando per Sé l’ultima.

41Tutti vorrebbero rompere la tristezza che regna nel luogo.

43Nessuno ci riesce, finché Gesù stesso si rivolge al vecchietto chiedendogli se il paesello e i luoghi vicini hanno accolto la parola del Signore.

44«Sì, sì, Maestro. E molto, molto bene. Direi meglio qui che nell’altra sponda. Sai… è molto viva qui la memoria del Battista, e i suoi discepoli, che ora sono tuoi, la tengono desta, e sulle parole di lui illustrano Te. E poi… qui… Pochi sono in Perea e nella Decapoli i farisei, e perciò…».

497. Un’ora di sconforto di
Simon Pietro
[260].

Per Pietro vivere è Cristo.

Pietro è proprio molto accasciato..

1Non so dove sono. Certo non più nella valle del Giordano, ma già sui monti che la costeggiano, perché vedo la valle verde e il bel fiume azzurro giù in basso, mentre vette di monti ben alti emergono sul vasto acrocoro che si stende ad oriente del Giordano.

2Vedo Pietro che, solitario su una piccola elevazione, guarda fisso a nord-est e sospira, molto triste. Della legna è ai suoi piedi, certo colta nei boschi che coprono questo colle. Un piccolo paese si annida fra il verde. Pietro è proprio molto accasciato. Finisce col sedersi sul suo fastello e a prendersi la testa fra le mani, tutto raggomitolato. Sta così immemore del tempo e di ogni cosa, così assorto che non lo scuotono neppure il passare di alcuni fanciulli dietro ad alcune caprette ghiribizzose. I fanciulli lo osservano e poi corrono via dietro le capre verso il paesello. Il sole cala lentamente e Pietro non si muove.

Una di quelle ore di tristezza e di te­dio

3Per il viottolo che sale dal paesello al poggio si avanza Gesù. Va piano, evitando di far rumore. Raggiunge così il luogo dove è Pietro. E lo chiama stando ritto davanti a lui: «Simone!».

«Maestro!», Pietro ha un sobbalzo e alza un viso turbato dicendo quella parola.

4«Che facevi, Simone? I tuoi compagni sono tutti ritornati. Tu solo non facevi ritorno ed eravamo in pensiero. Tanto che tuo fratello e i figli di Zebedeo insieme a Toma e a Giuda si sono sparsi sui monti, mentre i miei fratelli con Isacco e Marziam sono scesi verso il piano».

«Mi spiace… Mi spiace di aver dato pena e fatica…».

5«Ti vogliono bene i tuoi compagni… É stato proprio Giuda che si è impensierito per il primo e ha rimproverato Marziam per averti lasciato andar solo».

«Uhm!».

6«Simone, che hai?».

«Nulla, Maestro».

7«Che facevi qui, su questo balzo, solo, mentre la sera scende?».

«Guardavo…».

8«Avrai guardato, Simone. Ma ora non guardavi… Ti sono passati vicino dei fanciulli e hanno avuto quasi paura che tu fossi morto, tanto eri curvo su te stesso. Sono corsi all’ovile che ci ha ospitati e me lo hanno detto. Sono venuto… Cosa guardavi, Simone?».

9«Guardavo… Guardavo verso Ramot Galaad, verso Gerasa, Bosra, Arbela… il nostro viaggio dello scorso anno, così bello, così… La Madre con noi! Le discepole… Giovanni di Endor… Il mercante… Persino lui era buono e serviva a far buono il viaggio… Quante cose cambiate! Quanta diversità… e quanto dolore!… Ecco cosa guardavo: il passato».

Opera di Satana.

10«E l’avvenire, o mio Simone». Gesù si siede sul fastello a fianco di Pietro e gli passa un braccio sulle spalle parlandogli: «Guardavi l’orizzonte… e la tristezza te lo ha offuscato. Il presente come un turbine ha alzato nuvole paurose e ti ha celato il sereno ricordo pieno di promesse e di speranze, e ti ha impaurito. Simone, tu soggiaci ad una di quelle ore di tristezza e di tedio che la nostra natura umana incontra sul suo cammino. Nessuno ne è esente. Perché queste ore le suscita chi odia l’uomo. E tanto più l’uomo serve Dio, e più Satana cerca di impaurirlo e stancarlo per staccarlo dal suo ministero. Tu anche soggiaci ad un’ora di stanchezza… Il continuo martellare della persecuzione sul tuo Maestro ti affatica. E infine -e non sai che non sei tu, ma che è il Tentatore- tu ascolti una voce che ti sussurra: “E domani? Che sarà domani?»

Vivere Per Pietro è il Messia.

11«Signore, è vero. Tu leggi il mio cuore. Ma Tu anche vedi che, se chiedo così, non è per paura per me. É perché… No. Non potrei mai vederti tormentato… Tu parli sovente di delitto, di tradimento. Io… Oh! non sono solo io! Quanti, specie fra i vecchi, non ti hanno chiesto di morire prima di vedere offeso il loro Re? E io!… Io, Tu sai, Tu sei tutto per me. Niente più che non sia Tu mi interessa. Non è, come dice Giuda, nostalgia della mia barca e della mia donna… Guarda, Tu vedi se dico il vero. Io ho tanto insistito per avere Marziam. La mia umanità voleva almeno un figlio adottivo al posto dei figli che la donna non mi ha dato, mortificando la mia virilità che voleva perpetuarsi. Ma ora, ma oggi io… Lo amo, sì. Ma se Tu me lo togliessi non reagirei. Solo ti direi… ma no! Non direi nulla!».

12«Solo mi diresti? Termina».

«É inutile, Maestro».

13«Di’!».

14«Direi: “Dallo a chi più di me lo faccia crescere da giusto”. Non di più! Ossia… e questo te lo dico, piangendo, per lui, per me, per mio fratello, e anche per Giovanni e Giacomo… e anche per gli altri, ma noi… noi siamo i tuoi primi…». Pietro scivola in ginocchio appoggiandosi ai ginocchi di Gesù, le mani alte, a palme in su, supplici, delle lacrime sulle gote a sperdersi nella barba…

15«…Lo dico per noi: facci morire, portaci via prima che noi… Oh! io pensavo, penso sempre, da mesi -e Tu vedi se è pensiero che mi rode e mi invecchia, è un continuo timore che non mi lascia libero neppure il sonno- io penso che, se proprio sarà come Tu dici, potrei essere io pure il traditore, o esserlo Andrea, o Giovanni, o Giacomo, o Marziam… E se non si arriva a questo, essere uno di quelli che Tu dicevi anche tre sere fa da Anania, uno di quelli che giungono a volere levato il tuo Sangue, uno, anche uno di quelli che non sanno per viltà opporsi a questo e acconsentono al male per paura del male… Io… se dovessi anche solo acconsentire col non reagire, per paura… Maestro, oh! Maestro mio, io mi ucciderei per punirmi o.… ucciderei, se li incontrassi, i tuoi uccisori. Io… se non vuoi questo, fammi morire prima, subito, qui… La vita è nulla, ma mancare all’amore per Te… Essere uno di quelli… essere… vedere e non…». É così agitato che gli mancano persino le parole. Si curva col viso sui ginocchi di Gesù piangendo di un pianto aspro di uomo rude, anziano, poco uso al pianto, e sconvolto da troppi sentimenti.

 16Gesù gli posa le mani sul capo, come per calmare quel dolore e fugare i pensieri turbatori, e parla: «Amico mio, e credi tu che, se anche tu avessi a.… non essere perfetto in quell’ora, il Signore, che è giusto, non peserebbe il tuo errore col peso del tuo amare e volere presenti? E temi che questo aureo amare e volere possa esser meno pesante della tua momentanea imperfezione e insufficiente ad ottenerti indulgenza da Dio, e con l’indulgenza tutti i soccorsi per tornare te, il mio Simone diletto?».

17«Fammi morire! Salvami! Ho paura».

18«Tu sei la mia Pietra, Simone. Posso Io sbriciolare la Pietra su cui fonderò Colei che mi deve perpetuare sulla Terra?».

19«Ne sono indegno. Lo sento. Sono un povero uomo, ignorante, peccatore. Tutte le male tendenze sono in me. Non sono degno, non sono degno! Diverrò perverso. Omicida. Tutto il peggio… Fammi morire. Capisci che, se io dovessi scoprire chi ti odia…».

20«É tutto un mondo che mi odia, Simone. Bisogna perdonare…».

21«Parlo del principale colpevole. Uno che sia il principale ci sarà e.…».

22«Vi saranno tanti uno, e tutti avranno la loro mansione principale…»

23«Quale mansione? Quella di… Oh! non me lo far dire! Ma io…».

La preghiera fuga i fantasmi di satana.

24«Ma tu devi perdonare, come Me e con Me. Perché ti turbi così, Simone, pensando ciò che potresti fare per punire? Lascia al Signore questo compito. Tu ama e perdona, compatisci e perdona. Essi, tutti quelli che saranno colpevoli verso il tuo Gesù, hanno tanto bisogno di essere aiutati ad avere perdono!».

25«Non c’è perdono per essi».

26«Oh! come sei severo coi fratelli, Simone! Sì, che c’è perdono anche per loro, se essi si ravvedono. Guai se tutti i miei offensori non avessero ad essere perdonati! Su, alzati, Simone. Certo l’affanno dei tuoi compagni si è aumentato vedendo che anche Io non sono più all’ovile. Ma, anche a costo di farli soffrire qualche tempo ancora, prima di andare da loro preghiamo. Preghiamo insieme. Non c’è altro da fare per riacquistare pace, forza spirituale, amore, compatimento… anche verso noi stessi. La preghiera fuga i fantasmi di Satana, ci fa sentire vicino Dio. E con Dio vicino, tutto si può affrontare e sopportare con giustizia e merito. Preghiamo così, Io e te insieme, qui, da questo monte dal quale si dispiega tanta parte della nostra Patria, come a Mosè dal Nebo si dispiegò la vista della Terra Promessa[261].

La Stella che guiderà il mondo.

27Noi, più fortunati di lui, a questa Terra che sarà del Cristo portiamo la Parola e la Salute. Io per primo, e poi tu. Guarda! Nelle ultime luci si vedono ancora i monti giudei. Ma oltre c’è la pianura, il mare, poi altre terre, il mondo… Esse, esso, ti attendono, Pietro. Attendono te per sapere che c’è un Dio vero. Un Dio che darà la vera luce alle anime che brancolano nel buio del gentilesimo e dell’idolatria. Guarda, la luce terrena si offusca. Come potrebbero i viandanti non perdere la direzione in una notte senza luce? Ma ecco là la stella della Polare. Essa sorge già per guidare i viandanti. La mia Religione sarà la stella che guiderà i viandanti spirituali sulla via del Cielo. E tu sarai tanto unito ad essa da essere una sola luce con Me e con la mia Dottrina, o mio Pietro, o mia Pietra benedetta. Preghiamo per quell’ ora in cui gli uomini si salveranno per il mio Nome. “Padre nostro che sei nei Cieli…”»

28Dice lentamente il Pater tenendo per mano Pietro, e pare i presenti al Padre alzando così le braccia e le mani, nella cui destra è la sinistra dell’apostolo.

29«E ora scendiamo. E lasciamo qui le tristezze inutili e gli inutili crucci sul domani. Insieme al pane quotidiano il Padre ci darà domani, ogni domani, i suoi aiuti. Ne sei persuaso, Simone?».

30«Sì, Maestro, lo credo», dice con fermezza Pietro che ha un volto non più turbato, ma austero come da pochi mesi ha sempre, e che lo fa apparire tanto trasformato dal pescatore rozzo e ridanciano che era nei primi due anni.

Rifugio di occasione.

31Scendono, Gesù davanti, dietro Pietro col suo fastello, e quasi alla prima casa del paese trovano gli apostoli agitati.

«Ma dove eri andato?», gridano a Pietro.

32«Saremmo qui da molto, ma mi sono fermato con lui a parlare guardando verso Gerasa…», risponde per lui Gesù.

33Piegano a destra, ad una rovina di ovile semidiroccato. Entro una staccionata, per metà caduta e per il resto muffosa e traballante, è una tettoia di mura grezze, mal coperta, mal chiusa da muraglie per tre lati, da tavole nel quarto. Dentro nulla, fuorché un po’ di paglia al suolo e un focolare primitivo in un angolo. Penso che nel paese non li abbiano accolti e che si siano rifugiati lì…

498. Esortazione al Taddeo e a Giacomo di Zebedeo a seguito di un diverbio
con l’Iscariota
[262].

L’anticarità dà dolore al Messia.

Diverbio con l’Iscariota

1«Ma vuoi proprio andare per questa via? Non mi pare prudente per molte ragioni…», obbietta l’Iscariota.

2«Quali? Non sono forse venuti a Me, sino a Cafarnao, uomini di questi paesi, cercando salute e sapienza? Non sono anche essi creature di Dio?»

3«Sì… Ma… Non è prudente per Te andare troppo vicino a Macheronte… É un luogo infausto ai nemici di Erode».

4«Macheronte è lontana. E non ho tempo di andare sin là. Vorrei andare fino a Petra ed oltre… Ma non giungerò che a mezza via e meno ancora. Ad ogni modo andiamo…».

«Giuseppe ti ha consigliato…».

5«Di stare su vie sorvegliate. Questa è appunto la via d’Oltre Giordano che i romani vigilano fortemente. Non sono vile, Giuda, e neppure imprudente».

«Io non mi fiderei. Io non mi allontanerei da Gerusalemme. Io…».

6«Ma lascialo fare, il Maestro. Lui è il Maestro e noi i suoi discepoli. Quando mai si è visto che è il discepolo a consigliare il Maestro?», dice Giacomo di Zebedeo.

7«Quando? Non sono passati anni che tuo fratello ha detto al Maestro di non andare ad Acor e Lui lo ha ascoltato. Adesso ascolti me».

8«Sei geloso e prepotente. Se mio fratello ha parlato ed è stato ascoltato, segno è che era giusta parola e andava ascoltata. Bastava guardarlo Giovanni quel giorno per capire che era giustizia ascoltarlo!».

9«Oh! con tutta la sua sapienza non lo ha mai saputo difendere, e mai lo saprà fare. É recente invece ciò che ho fatto io venendo a Gerusalemme».

10«Hai fatto il tuo dovere. Anche mio fratello lo avrebbe fatto all’occasione, con altri modi, perché egli non sa mentire neppure per cose buone, e ne sono lieto…».

11«Tu mi offendi. Mi dici menzognero…».

12«Eh! vuoi che ti dica sincero, se hai mentito così abilmente senza mutar colore?».

«Lo facevo…».

13«Sì. Lo so. Lo so! Per salvare il Maestro. Ma non mi va, e non va a nessuno di noi. Preferiamo la semplice risposta del vecchio. Preferiamo tacere ed essere detti stolti, malmenati anche, ma non mentire. Si incomincia per una cosa buona e si finisce con una cosa non buona».

14«Chi è malvagio. Non io. Chi è stolto. Non io».

L’ anticarità dà dolore al Messia.

15«Basta! Avendo ragione, finite ad avere torto, un torto diverso da quello che vi rinfacciate, perché è torto contro la carità. Ciò che Io penso sulla sincerità tutti lo sapete. Ciò che esigo nella carità anche. Andiamo. Queste vostre dispute mi sono più penose degli insulti dei nemici».

16E Gesù, palesemente inquieto, si dà a camminare velocemente, da solo, per una via che, senza bisogno di essere archeologi, si capisce essere costruita dai romani. Va verso sud, quasi diritta a perdita d’occhio fra due catene di monti non indifferenti. Strada monotona, cupa per le coste boschive che la serrano impedendo di spaziare sull’orizzonte, ma ben tenuta. Ogni tanto qualche ponte romano gettato su torrenti e fiumiciattoli, che certo scendono al Giordano o al mar Morto. Non so di preciso, perché i monti mi impediscono di vedere ad occidente, dove devono essere fiume e mare. E qualche carovana sulla strada, carovana che risale forse dal mar Rosso e va chissà mai dove, con molti cammelli e cammellieri e mercanti di razza palesemente diversa da quella ebraica.

L’apostolo baldanzoso e sfrontato.

17Gesù è sempre avanti, solo. Dietro, divisi in due gruppi, gli apostoli parlottanti fra loro. I galilei avanti. Dietro, i giudei più Andrea e Giovanni e i due discepoli che si sono uniti ad essi. I due gruppi cercano, uno di consolare Giacomo, rimasto depresso dal severo rimprovero del Maestro, l’altro di persuadere Giuda a non essere sempre così ostinato e aggressivo. E tutti e due i gruppi sono concordi nel consigliare i due rimproverati ad andare dal Maestro e far pace con Lui.

18«Io? Ma io ci vado subito. So di aver ragione. So le mie azioni. Non sono io che ho insinuato del male. E vado», dice l’Iscariota. È baldanzoso, direi sfrontato. Accelera il passo per raggiungere Gesù. Mi domando una volta di più se egli in quei giorni era già pronto a tradire e cospirava già con i nemici del Cristo…

L’apostolo umile e sincero.

19Giacomo, invece, che in fondo è il meno colpevole, è così accasciato di aver dato dolore al Maestro che non ha il coraggio di andare avanti. Lo guarda, il suo Maestro, che ora parla con Giuda… Lo guarda, e il desiderio della sua parola di perdono è vivo sul suo volto. Ma il suo stesso amore, sincero, costante, forte, gli fa sembrare imperdonabile il suo malfatto.

20Ora i due gruppi si sono riuniti, e anche Simone Zelote, Andrea, Tommaso e Giovanni dicono: «Ma via! Non lo conoscessi! Egli ti ha già perdonato!»; e con molta acutezza di giudizio Bartolomeo, anziano e saggio, dice posando la mano sulla spalla di Giacomo: «Io te lo dico: per non suscitare altre tempeste Egli ha dato imparzialmente rimprovero a voi due. Ma il suo cuore lo diceva a Giuda soltanto».

L’apostolo intransigente.

21«É così, Tolmai! Mio fratello consuma Sé stesso nel sopportare quell’uomo che si ostina a voler ravvedere, e si stanca nel cercare di farcelo apparire… come noi siamo. Egli è il Maestro, e io… sono io… Ma fossi io Lui, oh! l’uomo di Keriot non sarebbe con noi!», dice il Taddeo con dei lampi negli occhi bellissimi che ricordano quelli di Cristo.

22«Tu credi? Tu sospetti? Cosa?», dicono in diversi.

23«Nulla. Nulla di preciso. Ma quell’uomo non mi piace».

24«Non ti è mai piaciuto, fratello. Una ripulsione irragionevole perché sorta al primo incontro. Tu me lo hai confessato. È contraria all’amore. Dovresti vincerla, non fosse altro che per dar gioia a Gesù», dice calmo e persuasivo Giacomo d’Alfeo.

25«Hai ragione, ma… non ci riesco. Vieni, Giacomo, andiamo insieme da mio Fratello», e Giuda di Alfeo prende risolutamente il braccio di Giacomo di Zebedeo e lo trascina con sé. Giuda li sente venire e si volta, e poi dice a Gesù qualche cosa. Gesù si ferma e li attende. Giuda, malizioso nello sguardo, osserva il mortificato apostolo.

26«Scusa, scansati un poco. Ho bisogno di parlare con mio Fratello», dice il Taddeo. La frase è cortese, ma molto asciutto ne è il tono.

27L’Iscariota ha un risolino, poi con una scrollatina di spalle torna sui suoi passi unendosi agli altri.

Confessione dei peccati.

28«Gesù, noi siamo peccatori…», dice Giuda Taddeo.

29«Io sono peccatore, non te», mormora Giacomo a capo chino.

30«Noi siamo peccatori, Giacomo, perché ciò che tu hai detto io l’ho pensato, l’ho approvato, ce l’ho in cuore. Perciò io pure sono in peccato. Perché dal mio cuore esce il giudizio verso Giuda a contaminare la mia carità… Gesù, non dici nulla ai tuoi discepoli che riconoscono il loro peccato?».

31«Che devo dire che già non sappiate? Vi mutate forse verso il compagno per le mie parole?».

32«No. Non più di quanto egli si muti per quelle che Tu gli dici», gli risponde, sincero per sé e per gli altri, suo cugino.

33«Lascia fare, Giuda, lascia fare! Io ho sbagliato. Di me si tratta e devo occuparmi di me, non di altri. Maestro, non essere inquieto con me…».

Confessione dei peccati.

34«Giacomo, Io vorrei da te, da tutti, una cosa. Ho tanto dolore, per tante incomprensioni che incontro… per tante resistenze cocciute. Voi lo vedete… Su un luogo che mi dà gioia, tre non me ne danno, e mi cacciano come un malfattore. Ma quella comprensione, quell’aderenza che gli altri non mi danno, vorrei averla almeno da voi. Che il mondo non mi ami, che Io mi senta soffocato da tutto quest’odio, da questa antipatia, inimicizia, sospetto che mi circonda, dalle brutture di ogni specie, dagli egoismi, da tutto quanto solo il mio infinito amore per l’uomo mi fa sopportare, è penoso. Ma lo soffro ancora con sopportazione. Sono venuto per soffrire di questo da quelli che odiano la Salute. Ma voi! No, questo non sopporto! Questo, che voi non siate capaci di amarvi fra voi e perciò di comprendermi. Questo, che voi non aderiate al mio spirito, sforzandovi di fare ciò che Io faccio.

Divinizzare la natura umana.

Imitare l’Uomo Gesù.

35Credete, potete credere voi tutti, che Io non veda gli errori di Giuda, che ignori cosa alcuna di lui? Oh! persuadetevi che non è così. Ma, se avessi voluto dei perfetti nello spirito, avrei fatto incarnare degli angeli e me ne sarei contornato. Lo avrei potuto fare. Sarebbe stato un vero bene? No. Da parte mia sarebbe stato egoismo e sprezzo. Avrei evitato il dolore che mi viene dalle vostre imperfezioni, e avrei sprezzato gli uomini creati dal Padre mio e tanto amati da Lui da mandarmi a salvarli. E da parte dell’uomo sarebbe stato nocumento per il futuro. Finita la mia missione, risalito al Cielo coi miei angeli, che sarebbe rimasto di atto a continuare la mia missione, e chi? Quale uomo avrebbe potuto sforzarsi a fare ciò che dico, se solo un Dio e degli angeli avessero dato l’esempio di una vita nuova, regolata dallo spirito? È stato necessario che Io vestissi una carne per persuadere l’uomo che, volendo, l’uomo può essere casto e santo in tutti i modi. Ed è stato necessario che Io prendessi degli uomini, così, quelli che col loro spirito risposero all’appello del mio spirito, senza guardare se erano ricchi o poveri, dotti o ignoranti, cittadini o paesani. Li prendessi così come li trovavo, e il mio e loro volere li trasformasse lentamente in maestri di altri uomini.

Divinizzare la natura umana.

36L’uomo può credere all’uomo, all’uomo che vede. È difficile all’uomo, tanto decaduto, credere a Dio che non vede. Non erano ancora terminati i fulmini sul Sinai e già ai piedi del monte l’idolatria era sorta[263]… Non era ancora morto Mosè, il cui volto non si poteva guardare[264], e già si peccava contro la Legge[265]. Ma quando voi, trasformati in maestri, sarete come esempio, come testimonianza, come lievito fra gli uomini, essi non potranno più dire: “Sono dei discesi fra gli uomini e noi non li possiamo imitare”. Dovranno dire: “Sono uomini come noi. Certo in loro sono gli stessi istinti e stimoli nostri, le stesse reazioni, eppure essi sanno resistere agli stimoli e istinti, e avere altre reazioni ben diverse dalle nostre brutali”. E si persuaderanno che l’uomo si può divinizzare, solo che voglia entrare nelle vie di Dio. Osservate i gentili e gli idolatri. Tutto il loro Olimpo, tutti i loro idoli li fanno forse più buoni? No. Perché essi, se sono increduli, dicono che i loro dèi sono fola; se sono credenti, pensano: “sono dèi e io uomo, e non si sforzano di imitarli. Voi dunque cercate di divenire altri Me. E non abbiate frette. L’uomo si evolve lentamente da animale ragionevole in essere spirituale. Compatitevi, compatitevi! Nessuno, tolto Dio, è perfetto.

Imitare l’uomo Pietro

37E ora tutto è passato, non è vero? Trasformatevi con ferma volontà imitando Simone di Giona, che in meno di un anno ha fatto passi di gigante. Eppure… Chi era uomo fra voi più uomo di Simone con tutte le mende di un’umanità molto materiale?».

38«È vero, Gesù. È il mio studio continuo quell’uomo. E la mia ammirazione», confessa il Taddeo.

39«Sì. Io sono con lui dalla fanciullezza. Lo conosco come mi fosse un fratello. Ma ora ho di fronte un Simone nuovo. Ti confesso che quando dicesti che era il nostro capo, io, e non io solo, sono rimasto perplesso. Mi pareva il meno indicato di tutti Simone rispetto all’altro Simone e a Natanaele! Simone rispetto a mio fratello e ai tuoi fratelli! Soprattutto a questi cinque! Mi sembrava proprio un errore… Adesso dico che Tu avevi ragione».

40«E voi non vedete che la superficie di Simone! Ma Io ne vedo il profondo. Per essere perfetto ha ancora molto da fare e da patire. Ma in tutti vorrei la sua buona volontà, la sua semplicità, la sua umiltà e il suo amore…».

41Gesù guarda avanti, pare veda chissà che. È assorto in un suo pensiero e sorride a quel che vede. Poi abbassa gli occhi su Giacomo e gli sorride.

42«Allora… sono perdonato?!».

43«Vorrei poter perdonare tutti come a te… Ecco, quella città deve essere Esebon. L’uomo lo ha detto: dopo il ponte a tre archi è la città. Attendiamo gli altri per entrare insieme in città».

499. Fuga da Esebon e incontro con un mercante di Petra[266].

La fede genera certezza.

Messia e apostoli messi in fuga.

1Non vedo la città di Esebon. Gesù e i suoi ne escono già, e dai volti degli apostoli comprendo che è stata una delusione. Sono seguiti o, meglio, inseguiti a distanza di qualche metro da una turba vociferante e minacciosa…

2«Questi luoghi intorno al mar Salato[267] sono maledetti come il mare stesso», dice Pietro.

3«Questo luogo! Sempre quello del tempo mosaico, e Tu sei troppo buono per punirlo come fu punito allora. Ma quello ci vorrebbe. E soggiogarli con le potenze del Cielo o con quelle della Terra. Tutti. Sino all’ultimo uomo e all’ultimo luogo», dice Natanaele inquieto, con un bagliore di sdegno negli occhi incassati. La razza ebraica risalta fortemente nell’apostolo, magro e anziano, sotto l’impeto dello sdegno, e lo fa assomigliare molto ai molti rabbi e farisei che contrastano sempre Gesù. Il quale si volge e alza la mano dicendo: «Pace! Pace! Saranno essi pure attirati alla Verità. Ma ci vuole pace. Ci vuole compatimento. Non siamo mai venuti qui. Non ci conoscono. Altri luoghi furono così la prima volta, ma poi mutarono».

4«È che questi sono luoghi come Masada. Venduti! Torniamo al Giordano», insiste Pietro.

5Ma Gesù va, per la via miliare ora ripresa, verso il sud. I più accesi contro di Lui lo perseguono sempre, attirando l’attenzione dei viandanti. Uno -deve essere un ricco mercante, o per lo meno uno alle dipendenze di un mercante- che guida una lunga carovana diretta a nord, osserva stupefatto fermando il cammello. E col suo si fermano tutti gli altri. Guarda Gesù, guarda gli apostoli, così inermi e benigni nell’aspetto, guarda i vociferatori minacciosi che sopraggiungono e li interpella curioso. Non sento le sue parole, ma quelle urlate a risposta: «È il Nazareno maledetto, folle, indemoniato. Non lo vogliamo fra le nostre mura!».

Il mercante chiede guarigione dei figli

6L’uomo non chiede di più. Volta il cammello, urla qualcosa ad uno dei suoi che lo seguiva da presso e incita la bestia, che in poche falcate raggiunge gli apostoli.

7«In nome del vostro Dio, chi è fra voi Gesù il Nazareno?», chiede agli apostoli Matteo, Filippo, Simone Zelote e a Isacco, che sono nell’ultimo gruppetto.

 8«Perché lo chiedi? Anche tu per dargli noia? Non bastano i suoi compatrioti? Anche tu ti ci metti?», dice molto inquieto Filippo.

9«Sono meglio di quelli. E chiedo grazia. Non mi respingete. Lo chiedo in nome del vostro Dio».

10Qualcosa nella voce persuade i quattro, e Simone dice: «Il primo avanti a tutti insieme ai due più giovani».

11L’uomo stuzzica di nuovo l’animale perché Gesù, già avanti, è andato ancor più avanti durante il breve dialogo che Egli ignora.

«Signore!… Ascolta un infelice…», dice, come lo ha raggiunto.

Gesù, Giovanni e Marziam si voltano stupiti.

12«Che vuoi?».

«Sono di Petra, Signore. Per conto d’altri passo le mercanzie venienti dal mar Rosso sino a Damasco. Non sono povero. Ma è come se lo fossi. Ho due figli, Signore, e il male li ha presi agli occhi, e ciechi sono, uno tutt’affatto -il primo che si è ammalato- l’altro quasi cieco e presto del tutto. I medici non fanno miracoli, ma Tu sì».

13«Come lo sai?».

«Conosco un ricco mercante che ti conosce. Sosta nel mio recinto. Qualche volta anche lo servo. Mi ha detto, vedendo i figli: “Solo Gesù di Nazareth li potrebbe guarire. Cercalo”. Ti avrei cercato. Ma ho poco tempo io, e devo seguire le vie più indicate».

14«Quando vedesti Alessandro?»

«Fra le due feste vostre di primavera. Da allora ho fatto altri due viaggi, ma non ti ho mai incontrato. Signore, abbi pietà!».

15«Uomo, Io non posso scendere a Petra, né tu puoi lasciare la carovana…».

«Sì che posso. Arisa è fidato. Lo mando avanti con lentezza. Io volo a Petra. Ho un cammello più veloce del vento del deserto e agile più di gazzella. Prendo i figli e un altro servo fedele. Ti raggiungo. Tu li guarisci… Oh! la luce ai loro occhi di stelle nere, ora coperti da nube folta! E io proseguo, mentre essi tornano alla madre. Vedo che prosegui, Signore. Dove ti dirigi?».

16«Andavo a Dibon…»

«Non ci andare. È piena di… di quelli di Macheronte. Posti maledetti, Signore. Non ti levare agli infelici, Signore, per darti ai maledetti».

17«Quel che dicevo io», brontola Bartolomeo fra la barba, e molti gli danno ragione.

Fede certa del mercante

18Ormai sono tutti intorno a Gesù e all’uomo di Petra. I cittadini di Esebon invece, visto che la carovana pare benigna al Perseguitato, tornano indietro. La carovana, ferma, attende l’esito e la decisione.

19«Uomo, se non vado per le città di mezzogiorno, volgo a settentrione. E non è detto che ti ascolti».

20«Lo so che sono abbietto per voi d’Israele. Sono incirconciso, non merito ascolto. Ma Tu sei il Re del mondo, e nel mondo ci siamo anche noi…».

21«Non è questo. E’… Come puoi credere che Io faccia ciò che i medici non hanno potuto?».

22«Perché Tu sei il Messia di Dio ed essi sono uomini. Tu sei il Figlio di Dio. Me lo ha detto Misace, e io lo credo. Tu puoi fare tutto, anche per un povero come io sono». La risposta è sicura e l’uomo la completa lasciandosi scivolare a terra, senza neppure far inginocchiare il cammello, e si prostra tutto nella polvere.

23«La tua fede è più grande di quella di molti. Va’. Sai dove è il Nebo?».

24«Sì, Signore quel monte è il Nebo. Sappiamo anche noi di Mosè. Grande! Troppo grande per non saperlo. Ma Tu più grande. Come una roccia al monte il paragone fra Mosè e Te».

25«Va’ a Petra, Io ti aspetterò sul Nebo…»

«Vi è un paese ai piedi per i visitatori al monte. E vi sono alberghi… Io sarò là fra dieci giorni al più. Forzerò la bestia, e se Colui che ti manda mi protegge non incontrerò tempeste».

26«Va’. E torna più presto che puoi. Devo andare altrove…».

«Signore! Io… non sono circonciso. La mia benedizione ti è obbrobrio. Ma quella di un padre non è obbrobrio mai. Ti benedico e vado».

Verso Nebo

27Prende un fischietto d’argento e fischia tre volte. L’uomo in testa alla carovana viene al galoppo. Si parlano. Si salutano. Poi l’uomo torna alla carovana che si mette in moto. L’altro risale sul suo cammello e va via verso il sud di galoppo. Gesù e i suoi si rimettono in cammino.

«Andiamo proprio al Nebo?».

28«Sì. Lasceremo le città per le pendici dei monti Abarim. Molti pastori ci saranno. Conosceremo da essi la via al monte Nebo, ed essi da noi la Via al monte di Dio. E poi sosteremo qualche giorno come facemmo sui monti d’Arbela e presso il Carit».

29«Oh! come sarà bello! E ci faremo più buoni. Sempre ne siamo scesi, da quei luoghi, più forti e più buoni», dice Giovanni.

30«E ci parlerai di tutto quanto il Nebo ricorda. Fratello, ti ricordi, quando eravamo fanciulli, un giorno che Tu facesti Mosè che benediva Israele prima di morire?», dice Giuda d’Alfeo.

31«Sì. E tua Madre gridò vedendoti steso come morto? Ora andiamo proprio al Nebo», dice Giacomo di Alfeo.

32«E Tu benedirai Israele. Sei il vero Duce del Popolo di Dio!», esclama Natanaele.

La risurrezione è verità.

33«Ma non ci muori. Tu non muori mai, non è vero, Maestro?», chiede con uno strano risolino Giuda di Keriot.

34«Io morirò[268] e risorgerò[269] come è detto.

35Molti uomini moriranno senza esser morti in quel giorno. E mentre i giusti risorgeranno, anche se morti da anni[270], i viventi nella carne, ma dallo spirito definitivamente morto in quel giorno, non risorgeranno. Bada di non essere tu di questi».

36«E Tu bada di non farti sentire a ripetere che risorgerai. La dicono bestemmia», ribatte Giuda di Keriot.

37«È verità. E la dico».

38«Che fede, quell’uomo! E quel Misace!», dice lo Zelote tentando una diversione.

39«Ma chi è Misace?», chiedono quelli che non erano lo scorso anno nel viaggio dell’Oltre Giordano. E si allontanano parlando di queste cose, mentre Gesù riprende con Marziam e Giovanni il discorso interrotto prima.

500. Riflessioni di Bartolomeo e Giovanni
dopo un ritiro sul monte Nebo
[271].

La figura del Messia nel tempo.

Discesa rompicollo.

1«Rimpiangerò sempre questo monte e questo riposo nel Signore», dice Pietro mentre si apprestano a scendere, da una costa molto selvaggia, a valle.

2Sono in una catena di monti ben alti. A oriente, oltre la valle, altri monti, e monti a sud, e monti ancor più alti a nord. A nord-ovest la verde valle del Giordano che sfocia nel mar Morto. A ovest prima il cupo mare e poi, oltre, il petroso aridume desertico, interrotto solo dall’oasi splendida di Engaddi, e poi i monti giudei. Un panorama imponente, vasto. L’occhio si può spingere dove vuole. E dimenticare, in tanta visione di vita vegetale, che si suppone o si sa abitata, la tetra vista del lago Asfaltide[272] privo di vele, di vita, cupo sempre anche sotto il sole, mesto anche nella bassa e protesa penisola che dal lato orientale, quasi a metà lago, si protende in esso. Ma che sentieri per scendere a valle! Solo gli animali selvaggi si possono trovare a loro agio su quei sentieri. Se non potessero afferrarsi a fusti e cespugli, non sarebbe possibile scendere dalla vetta, il che fa motteggiare l’Iscariota.

L’apostolo turbatore.

3«Eppure vorrei tornarci ancora», ribatte Pietro.

«Hai gusti singolari. Qui è peggio ancora del primo luogo e del secondo».

4«Ma non peggio del luogo dove il nostro Maestro si preparò alla predicazione», obbietta Giovanni.

5«Eh! per te è sempre bello tutto…».

«Sì. Tutto ciò che è intorno al mio Maestro è bello e buono e lo amo».

6«Bada che in questo tutto ci sono anche io, e sovente ci sono i farisei, sadducei, scribi, erodiani… Ami anche questi?».

«Egli li ama».

7«E tu, ah! ah! fai come fa Lui, eh? Ma Lui è Lui, e tu sei tu. Non so se potrai sempre amare, tu che impallidisci quando senti parlare di tradimento e morte, o vedi chi ha voglia di queste cose».

«Segno è che non sono che molto imperfetto, se mi turbo per tema per Lui e per sdegno verso i colpevoli».

8«Ah! ti turbi anche di sdegno? Non credevo… Allora se tu, per un caso, vedessi un giorno uno che nuocesse realmente al Maestro, che faresti?».

«Io?! Me lo chiedi? La Legge dice: “Occhio per occhio, dente per dente”[273]. Le mie mani diverrebbero tenaglie intorno alla sua gola».

9«Oh! oh! Egli dice che si deve perdonare! Così bene ti ha fatto il meditare?».

«Lasciami, turbatore! Perché mi tenti e disturbi? Cosa hai nel cuore tu? Vorrei potervi leggere…».

10«A chi scruta le acque del mar Morto non appare il mistero del fondo. Sono, quelle acque, pietra di sepolcro sulla putredine che hanno accolto», dice alle loro spalle Bartolomeo, rimasto indietro a tutti. Gli altri, bene o male, sono avanti e non hanno sentito. Ma Bartolomeo sì. E si intromette nella conversazione dei due, e il suo occhio è ammonitore.

11«Oh! il saggio Tolmai! Ma non vorrai certo dire che io sono come il mar Salato!».

12«Non parlavo a te, ma a Giovanni. Vieni con me, figlio di Zebedeo. Io non ti turberò», e prende per un braccio Giovanni come per cercare sostegno, lui anziano, sull’agile e giovane compagno.

13Giuda rimane ultimo e fa alle loro spalle un atto brutto d’ira. Pare giuri a sé stesso qualche cosa, o minacci…

Figura del Messia falsata nel tempo

14«Che voleva dire Giuda? E tu che volevi dire?», chiede Giovanni al vecchiotto Natanaele. 

«Non ci pensare, amico. Pensiamo invece a tutto quanto ci ha spiegato il Maestro in questi giorni. Come si è compreso Israele!».

15«È vero. Io non capisco come il mondo non lo comprenda!».

«Neppur noi lo comprendiamo completamente, Giovanni. Non lo vogliamo comprendere. Vedi che ostacolo abbiamo ad accettare la sua idea messianica?».

«Sì. In tutto gli crediamo ciecamente, ma non in questo. Tu che sei dotto, me ne sai dire il perché? Noi che troviamo ottusi i rabbi rispetto al Cristo, perché allora noi pure non giungiamo all’idea perfetta di una regalità spirituale del Messia?».

16«Me lo sono chiesto molte volte. Perché vorrei giungere a ciò che tu chiami idea perfetta. E credo di potermi dare pace dicendo a me stesso che ciò che combatte in noi, volonterosi di seguirlo non solo materialmente e dottrinalmente, ma anche spiritualmente, contro questa accettazione, sono tutti i secoli che ci sono dietro… e che ci sono dentro. Dentro a noi. Vedi? Guarda a oriente, mezzogiorno e occidente. Ogni pietra ha un ricordo e un nome. Ogni pietra, ogni fonte, ogni sentiero, ogni villaggio o castello, ogni città, ogni fiume, ogni monte, cosa ci ricorda? Cosa ci grida? La promessa di un Salvatore. Le misericordie di Dio al suo popolo. Come goccia d’olio da un otre forato, il piccolo gruppo iniziale, il nucleo del futuro popolo d’Israele, si espanse con Abramo per il mondo sino al lontano Egitto e poi, sempre più numeroso, tornò con Mosè alle terre del padre Abramo, ricco di sempre più vaste promesse e più sicure e dei segni della paternità di Dio, costituito vero Popolo perché munito di una Legge che più santa non vi è[274]. Ma che è accaduto poi? Ciò che è avvenuto a quella cima che sol poco fa raggiava nel sole. Guardala ora. È avvolta di nuvole che ne cambiano l’aspetto. Se non si sapesse che è dessa e la dovessimo riconoscere per dirigerci su sicura via, lo potremmo, così come è alterata da coltri di nuvole spesse che sembrano dossi e gioghi? In noi è successo così. Il Messia è ciò che Dio ha detto ai padri nostri, ai patriarchi e profeti. Immutabile. Ma ciò che noi vi abbiamo messo di nostro, per… spiegarcelo, secondo la povera sapienza umana, ecco che ci ha creato un Messia, una figura morale del Messia così falsa, che noi il vero Messia non lo riconosciamo più. E noi, coi secoli e con le generazioni che sono dietro a noi, crediamo al Messia che ci siamo ideati noi, al Vendicatore, al Re umano, molto umano, e non riusciamo, benché diciamo che sì, che ci crediamo, a concepire il Messia e Re quale è realmente, così pensato e voluto da Dio. Così è, amico!».

La Redenzione è in atto fino alla fine dei secoli

17«Ma non riusciremo allora mai, noi, almeno noi, a vedere, a credere, a volere il Messia reale?».

«Ci riusciremo. Se non dovessimo riuscirvi, Egli non ci avrebbe eletti. E se l’Umanità non avesse mai a dovere giungere a beneficiare del Messia, l’Altissimo non lo avrebbe mandato».

18«Ma Egli redimerà la Colpa anche senza l’aiuto dell’Umanità! Per suo solo merito».

19«Amico mio, sarebbe una grande redenzione quella dalla Colpa d’origine. Ma non completa. In noi ci sono altre colpe individuali, oltre quella di origine. Ed esse, per essere lavate, hanno bisogno del Redentore e della fede di chi ricorre a Lui come a sua Salute. Io penso che la Redenzione sia in atto sino alla fine dei secoli. Il Cristo non sarà inattivo un attimo da quando sarà Redentore e darà all’Umanità la Vita che è in Lui, così come una sorgente si dà continuamente a chi ha sete, un dì dopo l’altro, una luna dopo l’altra, un anno dopo l’altro, un secolo dopo l’altro[275]. L’Umanità sarà sempre bisognosa di Vita. Egli non può cessare di darla a chi spera e crede in Lui con sapienza e giustizia»[276].

«Tu sei dotto, Natanaele. Io sono un povero ignorante».

20«Tu fai per istinto spirituale ciò che io compio penosamente per riflessione mentale: la nostra trasformazione da israeliti in cristiani. Ma tu giungerai più presto al termine, perché sai amare più che pensare. L’amore ti trasporta e ti trasforma».

«Tu sei buono, Natanaele. Fossimo tutti come te!». Giovanni sospira forte.

21«Non ci pensare, Giovanni! Preghiamo per Giuda», gli dice l’anziano apostolo che ha compreso il sospiro di Giovanni…

Gesù contento tra i semplici

22«Oh! siete qui voi pure! Vi guardavamo venire. Cosa avevate da parlare tanto?», chiede sorridendo Tommaso.

23«Parlavamo dell’antico Israele. Dove è il Maestro?».

«È andato, con i fratelli e Isacco, avanti, da un pastore malato. Ci ha detto di andare avanti per la via sino a quella che sale alla cima».

«Andiamo, allora».

24Scendono ora per un sentiero meno rompicollo sino ad una vera via mulattiera che sale sul Nebo. Una manciata di case è fra il bosco. Più in basso, quasi a valle, un paese vero e proprio biancheggia sulle pendici ormai quasi pianeggianti. Dalla stradetta dove sono, vedono gente entrare nel paese.

25«Lo attendiamo là quel di Petra?», chiede Pietro.

«Sì. Quello è il paese. Speriamo sia giunto. In quel caso domani riprenderemo il cammino verso il Giordano. Non so. Non mi sento per niente tranquillo qui», dice Matteo.

26«Il Maestro aveva detto di andare molto più avanti», dice l’Iscariota.

«Sì. Ma spero che si convinca al contrario».

27«Ma di che hai paura? Di Erode? Dei suoi sgherri?».

28«Gli sgherri non sono soltanto presso Erode. Oh! ecco il Maestro! I pastori sono numerosi e felici. Questi sono conquistati. Sono nomadi. Andranno spargendo la buona novella che il Messia è nella sua terra», dice ancora Matteo.

29Gesù li raggiunge con un seguito di pastori e greggi.

30«Andiamo. Facciamo appena a tempo a giungere al paese. Costoro ci ospiteranno. Sono conosciuti». Gesù è contento di essere fra i semplici che sanno credere nel Signore.

501. Parabola dei figli lontani. Guarigione dei due figli ciechi dell’uomo di Petra[277].

Il Messia sempre compiacente

Bella mattina di autunno.

1Una bella mattina di autunno. Tolte le foglie giallorosse che coprono il suolo e ricordano la stagione, è tanto verde l’erba con qualche fioretto che sboccia dai cespi rinati alle piogge di ottobre, è così serena l’aria che circola fra i rami in parte già spogli, che vien fatto di pensare ad un inizio di primavera, molto più che le piante a fogliame perenne, che si mescolano a quelle a fogliame annuale, mettono la nota allegra delle nuove fogliette smeraldine, nate ai vertici dei rametti, presso i rami spogli di altre piante, e così pare che queste gettino le prime foglie. Le pecore escono dai chiusi e belando si avviano con gli agnelli delle figliate di autunno ai pascoli. L’acqua di una fonte, messa all’inizio del paese, splende come liquido diamante al sole che la bacia e, ricadendo nello scuro bacino, fa tutto uno scintillio multicolore contro una casetta dalle mura annerite dal tempo.

Il Messia compiacente.

2Gesù si siede su un muretto che limita la via da un lato e attende. I suoi gli stanno intorno. E anche gli abitanti del paese, mentre i pastori, obbligati dal gregge, per non dilungarsi troppo, in luogo di salire più in alto, si spargono ai due lati della via verso il piano.

Dalla via che da valle sale al Nebo per il momento non viene alcuno.

«Verrà poi?», interrogano gli apostoli.

3«Verrà. E noi lo attenderemo. Non voglio deludere una speranza che si forma e distruggere una futura fede», risponde Gesù.

4«Non state bene fra noi? Abbiamo dato il meglio che avevamo», dice un vecchione che si scalda al sole.

5«Meglio che altrove, padre. E la vostra bontà avrà premio da Dio», gli risponde Gesù.

6«Allora parlaci ancora. Qui vengono talora degli zelanti farisei e dei superbi scribi. Ma non hanno parole per noi. É giusto. Essi sono i separati per elevatezza da… tutto, e i sapienti. Noi… Ma non si deve allora conoscere nulla noi, perché la sorte ci ha fatto nascere qui?».

Come si merita il Regno dei Cieli.

Parabola dei figli lontani dalla casa paterna.

7«Nella Casa del Padre mio non ci sono separazioni e differenze per quelli che giungono a credere in Lui e a praticare la sua Legge, ché è il codice della sua volontà che l’uomo viva da giusto per avere eterno premio nel suo Regno.

8Udite. Un padre aveva molti figli. Taluni erano sempre vissuti in stretto contatto con lui; altri, per ragioni diverse, erano stati relativamente più lontani dal padre. Ma però, sapendo i desideri paterni, nonostante gli fossero lontani, potevano agire come se egli fosse presente. Altri ancora, perché ancor più lontani, e fin dal primo giorno della loro nascita allevati fra servi che parlavano altre lingue e avevano altri usi, si sforzavano a servire il padre per quel poco che, più per istinto che per sapere, conoscevano a lui gradito. Un giorno il padre, che non ignorava come, nonostante i suoi ordini, i suoi servi si fossero astenuti da far conoscere i pensieri del padre a questi lontani, perché nel loro orgoglio li riputavano inferiori, disamati sol perché non coabitanti col padre, volle radunare tutta la sua prole. E la chiamò a sé. Ebbene, credete voi che giudicasse per linea di umano diritto, dando il possesso dei beni soltanto a quelli che erano stati sempre nella sua casa, o quanto meno lontani non tanto da impedir loro di sapere i suoi ordini e desideri? Egli anzi seguì tutt’altro concetto e, osservando le azioni di quelli che erano stati giusti per amore del padre, conosciuto soltanto di nome, e lo avevano onorato con tutte le loro azioni, li chiamò a sé vicino dicendo: “Doppio merito il vostro di esser giusti, poiché lo foste per sola volontà vostra e senza aiuti. Venite e circondatemi. Ne avete ben diritto! I primi mi hanno sempre avuto e ogni loro azione era regolata dal mio consiglio e premiata dal mio sorriso. Voi avete dovuto agire solo per fede ed amore. Venite. Ché nella mia casa è pronto il vostro posto, è pronto da tempo, ed ai miei occhi non costituisce differenza l’esser sempre stati della casa o l’esser stati lontani; ma differenza hanno le azioni che, vicini o lontani da me, i miei figli hanno compiuto”.

Applicazione: Volontà tessa ad ubbidire Dio.

9Questa la parabola. E la sua spiegazione è questa: che scribi o farisei, viventi intorno al Tempio, possono non essere nel Giorno eterno nella Casa di Dio, e che molti, che sono tanto lontani da sapere soltanto succintamente le cose di Dio, potranno essere allora nel suo seno. Perché ciò che dà il Regno è la volontà dell’uomo tesa all’ubbidienza a Dio, e non il cumulo di pratiche e di scienza. Fate dunque quanto vi ho spiegato ieri. Fatelo senza eccessivo timore che paralizza, fatelo senza calcolo di sfuggire con ciò al castigo. Fatelo perciò soltanto per amore a Dio, che vi ha creati per amarvi ed essere amato da voi. E avrete posto nella Casa paterna».

 «Oh! parlaci ancora!».

«Che vi devo dire?».

Sacrificio spirituale.

10«Ieri Tu dicevi che vi sono sacrifici più graditi a Dio di quello degli agnelli e degli arieti, e anche che vi sono lebbre più vergognose di quelle della carne. Non ho capito bene il tuo pensiero», dice un pastore e termina: «Prima che un agnello sia di un anno, e sia il più bello del gregge, senza macchia e difetto, sai quanti sacrifici occorre fare, e quante volte superare la tentazione di farne il montone del gregge o venderlo per tale? Ora, se per un anno si resiste ad ogni tentazione, e lo si cura e ci si affeziona ad esso, perla della mandria, sai quanto è grande il sacrificio di immolarlo senza utile e con dolore? Può esservi sacrificio più grande da offrire al Signore?».

11«Uomo, in verità ti dico che il sacrificio non sta nella bestia immolata, ma nello sforzo che tu hai fatto di conservarla per immolarla. In verità vi dico che sta venendo il giorno in cui, come dice la parola ispirata, Dio dirà: “Non ho bisogno del sacrificio degli agnelli e degli arieti”[278], ed esigerà un sacrificio unico e perfetto. E da quell’ora ogni sacrificio sarà spirituale[279]. Ma già è detto da secoli quale sacrificio predilige il Signore. Davide esclama piangendo: “Se Tu avessi desiderato un sacrificio, te lo avrei offerto, ma a Te non piacciono gli olocausti. Il sacrificio a Dio è lo spirito compunto (e Io aggiungo: ubbidiente e amoroso, perché si può compiere anche sacrificio di lodi e di gaudio e d’amore, non solo di espiazione). Il sacrificio a Dio è lo spirito compunto; il cuore contrito ed umiliato Tu, o Dio, non lo disprezzi”[280]. No. Non disprezza neppure il cuore che ha peccato e si è pentito, il Padre vostro. E allora, come accoglierà il sacrificio del cuore puro, giusto, che lo ama? Questo è il sacrificio più gradito. Il quotidiano sacrificio della volontà umana a quella divina, che vi si mostra nella Legge, nelle ispirazioni e negli avvenimenti giornalieri.

Lebbra spirituale

12E così non è la lebbra della carne la più vergognosa ed escludente dal cospetto degli uomini e dai luoghi di preghiera. Ma è la lebbra del peccato. È vero che essa passa molte volte ignorata agli uomini. Ma vivete per gli uomini o per il Signore? Tutto ha fine qui o prosegue nell’altra vita? Voi lo sapete. E allora siate santi per non essere lebbrosi agli occhi di Dio, che vedono i cuori degli uomini, e conservatevi mondi nello spirito per poter vivere in eterno».

«E se uno ha peccato forte?».

      13«Non imiti Caino[281], non imiti Adamo ed Eva[282]. Ma corra ai piedi di Dio e con vero pentimento gli chieda pietà. Un malato, un ferito va al medico per guarire. Un peccatore vada a Dio per avere perdono. Io…».

La Legge è necessaria non i commenti

14«Tu qui, Maestro?», grida uno che sale per la via, tutto ammantellato e fra molti altri.

15Gesù si volta a guardarlo.

«Non mi riconosci? Sono rabbi Sadoc. Ogni tanto ci incontriamo».

16«Il mondo è sempre piccolo quando Dio vuol fare incontrare le persone. Ci incontreremo ancora, rabbi. Intanto, la pace sia con te».

17L’altro non rende il saluto di pace, ma chiede: «Che fai qui?».

18«Ciò che tu stai per fare, ho fatto. Non ti è sacro questo monte?».

19«Lo hai detto. E ci vengo coi miei discepoli. Ma io sono uno scriba!».

20«E Io sono un figlio della Legge. Venero dunque Mosè come tu lo veneri».

21«Ciò è menzogna. Tu annulli la sua parola con la tua e pretendi alla tua ubbidienza, non più alla nostra».

22«Alla vostra no. Essa è vostra. Ma non è necessaria…».

«Non è necessaria? Orrore!».

23«No, non più che nelle tue vesti non sono necessari, a ripararti dalle arie autunnali, i fluenti e abbondanti zizit[283] che ti ornano la veste; É la veste quella che ti protegge. Così, delle molte parole che vengono insegnate, Io accetto le necessarie e sante, quelle mosaiche, e non curo le altre».

«Samaritano! Non credi ai profeti!».

24«I profeti voi neppure li osservate. Se li osservaste, non mi direste samaritano».

25«Ma lascialo stare, Sadoc. Vuoi parlare con un demonio?», dice un altro pellegrino sopraggiungente con altre persone. E, volgendo lo sguardo duro sul gruppo intorno a Gesù, vede Giuda di Keriot e lo saluta beffardamente.

Guarigione dei due figli ciechi.

Fede provata

26Forse succederebbe qualche incidente, perché i paesani vogliono difendere Gesù. Ma si fa largo urlando l’uomo di Petra, seguito da un servo. Sia lui che il servo hanno un bimbo fra le braccia. «Lasciatemi passare. Signore, mi sono fatto attendere troppo?».

27«No, uomo. Vieni a Me».

28La gente si apre per lasciarlo passare. Egli viene a Gesù e si inginocchia, deponendo per terra una fanciullina dal capo fasciato di lino. Il servo lo imita mettendo a terra un fanciullo dagli occhi opachi.

29«I miei figli, Maestro Signore!», dice e nella breve frase trema tutto il dolore e la speranza di un padre.

30«Hai avuto molta fede, uomo. E se ti avessi deluso? Se non mi avessi trovato? Se ti dicessi che non te li posso guarire?».

31«Non ti crederei. E non crederei neppure all’evidenza di non vederti. Direi che ti sei nascosto per provare la mia fede e ti cercherei finché ti avessi trovato».

32«E la carovana? Il tuo guadagno?».

33«Queste cose? E che sono rispetto a Te, che puoi guarire i miei figli e darmi una fede sicura in Te?».

La paura di Tamar

34«Scopri il volto della bambina», ordina Gesù.

«Lo tengo coperto perché ella soffre molto della luce».

35«Sarà un attimo di dolore soltanto», dice Gesù.

36Ma la piccola si mette a piangere disperatamente e non vuole essere sfasciata.

37«Fa così perché crede che Tu la tormenti col fuoco come i medici», spiega il padre lottando per levare le manine della bambina dalle fasce.

38«Oh! non temere, fanciulla. Come ti chiami?». La bimba piange e non risponde. Risponde il padre per lei: «Tamar, da dove è nata. E il maschio Fara».

39«Non piangere, Tamar. Non ti faccio male. Senti le mie mani. Non hanno nulla fra le dita. Vieni in grembo a Me. Intanto guarirò tuo fratello, ed egli ti dirà ciò che ha provato. Vieni qui, fanciullo».

Guarigione di Fara

40Il servo gli spinge presso i ginocchi il povero ciechino dagli occhi spenti dal tracoma.

41Gesù lo carezza sul capo e gli chiede: «Sai chi sono?».

«Gesù Nazareno, il Rabbi d’Israele, il Figlio di Dio».

42«Vuoi credere in Me?».

«Sì».

43Gesù gli pone la mano sugli occhi, coprendogli più di metà volto. Dice: «Voglio! E la luce delle pupille apra la via alla luce della Fede». Leva la mano.

44Il bambino ha un grido portandosi le mani agli occhi e poi dice: «Padre! Io vedo!». Ma non corre al padre. Nella sua spontaneità di bimbo si attacca al collo di Gesù e lo bacia sulle guance e resta così, attaccato al suo collo, colla testolina rifugiata sulla spalla di Gesù a riabituare le pupille al sole.

45La folla grida al miracolo, mentre il padre vorrebbe levare il fanciullo dal collo di Gesù.

46«Lascialo. Non dà noia. Soltanto, o Fara, di’ a tua sorella ciò che ti ho fatto».

47«Una carezza, Tamar. Pareva la mano della mamma. Oh! guarisci anche tu e giuocheremo ancora!».

Guarigione di Tamar

48La bambina, con ancora un poco di riluttanza, si fa mettere sui ginocchi di Gesù, che la vorrebbe guarire senza neppur toccarle le fasce. Ma scribi e compagni urlano: «É un trucco. La bambina ci vede. Una congiura per sorprendere la buona fede vostra, o abitanti di questo luogo».

«Mia figlia è malata. Io…».

49«Lascia stare! Tu, Tamar, ora sei buona e lasci che Io ti levi le fasce».

50La bambina, persuasa, lascia fare. Che vista quando l’ultimo lino cade! Due piaghe rosse, crostose, gonfie, sono al posto degli occhi, e lacrime e pus gocciano da esse. La gente ha un sussurro di raccapriccio e di pietà, mentre la bambina si porta le manine al viso per ripararsi dalla luce che la deve far soffrire orribilmente; sulle tempie rosseggiano recenti scottature. Gesù le scansa le manine e sfiora leggermente quella rovina poggiandovi sopra la mano e dicendo: «Padre, che creasti la luce per gioia dei viventi e desti pupille persino al moscerino, rendi la luce a questa tua creatura, perché ti veda e in Te creda, e dalla luce della Terra entri, con la Fede, nella luce del tuo Regno»[284].

51Leva la mano… «Oh!», gridano tutti. Non ci sono più piaghe.

Ma la piccola tiene ancora gli occhi chiusi.

52«Aprili, Tamar. Non temere. La luce non ti farà male».

53La bambina ubbidisce un poco timorosa e apre le palpebre su due vivaci occhietti neri.

54«Padre mio! Ti vedo!», ed essa pure si abbandona sulla spalla di Gesù per abituarsi lentamente alla luce.

55La folla è in un subbuglio di festa, mentre l’uomo di Petra si getta singhiozzando di gioia ai piedi di Gesù.

56«La tua fede ha avuto il suo premio. Da ora innanzi la tua riconoscenza porti la tua fede nell’Uomo alla sfera più alta: a quella nel vero Dio. Alzati e andiamo».

57E Gesù mette a terra la bambina, che sorride felice, e si stacca dal fanciullo alzandosi. Li carezza ancora e vorrebbe fendere il cerchio di gente che si affolla per vedere gli occhi risanati.

Pane amaro e miele che tempera

58«Dovresti chiedere anche tu la guarigione per i tuoi occhi velati», dice un discepolo ad un vecchio, condotto a mano tanto ha gli occhi appannati.

59«Io?! Io?! Non voglio la luce da un demonio. Anzi! A Te grido, o Dio eterno! Ascoltami. A me! A me le tenebre assolute! Ma che io non veda il volto del demonio, di quel demonio, di quel sacrilego, usurpatore, bestemmiatore, deicida! Caino le ombre sui miei occhi per sempre. Le tenebre, le tenebre per non vederlo mai, mai, mai!». Sembra un demonio lui! Nel suo parossismo si percuote le occhiaie come volesse far scoppiare gli occhi.

60«Non temere. Non mi vedrai. Le Tenebre non vogliono la Luce, e la Luce non si impone a chi la respinge. Io vado, o vecchio. Non mi vedrai più sulla Terra. Ma mi vedrai ugualmente, altrove»[285].

       61E Gesù, con un accasciamento che gli aumenta l’andatura propria dei molto alti, lievemente pendente in avanti, si avvia per la discesa. É tanto accasciato che pare già il Condannato che scende il Moria col carico della Croce… E le urla dei nemici, aizzati dal vecchio furente, molto assomigliano agli urli della folla di Gerusalemme nel venerdì santo.

62L’uomo di Petra, mortificato, con la bambina che gli piange spaurita fra le braccia, mormora: «Per me, Signore! Per causa mia! Tu tanto bene a me! E io a Te! Ho messo nella tenda sul cammello delle cose per Te. Ma che sono rispetto agli insulti che ti ho procurato? Mi vergogno di esserti venuto vicino…».

63«No, uomo. Quello è il mio pane amaro di ogni giorno. E tu sei il miele che lo temperi. Il pane è sempre più del miele. Ma basta una goccia di miele a far dolce molto pane».

64«Tu sei buono… Ma dimmi almeno: che devo fare per medicare queste ferite?».

65«Serba la fede in Me. Per ora, come e per quanto puoi. Fra non molto… Sì. I miei discepoli verranno sino a Petra e oltre. Allora segui la loro dottrina, perché Io parlerò in loro. E per il momento parla a quei di Petra di ciò che ti ho fatto, onde, quando questi che mi circondano e altri verranno in mio Nome, non sia sconosciuto ad essi questo mio Nome».

Commiato

66Ai piedi della discesa, sulla via romana, sono fermi tre cammelli. Uno con la sola sella, gli altri col baldacchino. Li sorveglia un servo.

67L’uomo va ad una tenda e ne prende degli involti: «Ecco», dice offrendoli a Gesù.

68«Ti saranno utili. Non mi ringraziare. Io solo devo benedire Te per quanto mi hai dato. Se puoi farlo su degli incirconcisi, benedici me ed i miei figli, o Signore!», e si inginocchia coi bambini. I servi lo imitano.

69Gesù stende le mani pregando sottovoce con gli occhi fissi al cielo.

70«Va’. Sii giusto e troverai Dio sulla tua via e lo seguirai senza più perderlo. Addio, Tamar! Addio, Fara!». Li carezza prima che salgano coi servi uno per cammello. Le bestie si alzano al crrr crrr dei cammellieri e si volgono prendendo il trotto per la via verso sud. Due manine brune si sporgono dalle tende e due vocine dicono: «Addio, Signore Gesù! Addio, padre!».

71L’uomo sta per montare a sua volta. Si china a terra e bacia la veste di Gesù, poi monta in sella e parte verso il nord.

72«Ed ora andiamo», dice Gesù avviandosi a sua volta verso nord.

73«Come? Non vai più dove volevi?», chiedono.

74«No. Non possiamo più andare!… Le voci del mondo avevano ragione!… E questo perché il mondo è astuto e sa le opere del demonio… Andremo a Gerico…»

75Come è triste Gesù!… Tutti lo seguono, carichi dei fagotti dati dall’uomo, accasciati e senza parola…

502. Altro sconforto di Pietro e lezione sulle possessioni, sia divine
che diaboliche
[286].

Le possessioni spirituali.

Sconforto di Pietro

1Il guado di Betabara è appena superato. Al di là del fiume azzurro e abbastanza pieno di acque per essersi nutrito degli affluenti colmati dalle piogge di autunno, si vede l’altra sponda, quella orientale, con molte persone gesticolanti. Sulla sponda occidentale, invece, qui dove sono Gesù coi suoi, non c’è che un pastore e un gregge brucante l’erba verde della sponda.

2Pietro si getta a sedere su un avanzo di muretto che si trova lì, senza neppure asciugarsi le gambe umide per il guado. Perché di questa stagione usano le barche, è vero, ma, per non arenarle in questo luogo di basso fondo, le usano nella parte più fonda, fermandosi a deporre i traghettati là dove la chiglia struscia già sulle erbe sommerse. Cosicché per qualche passo chi traghetta deve camminare nell’acqua.

3«Cosa hai? Ti senti male?», gli chiedono.

«No. Ma non ne posso più. Sul Nebo quella violenza, e prima a Esebon, e prima a Gerusalemme, e prima a Cafarnao, e dopo il Nebo a Calliroe, e ora a Betabara… Oh!», curva il capo fra le mani e piange…

4«Non ti accasciare, Simone. Non farmi povero anche del tuo, del vostro coraggio!», gli dice Gesù andandogli vicino e posando una mano sulla pesante veste grigia che copre l’apostolo.

5«Non posso, non posso vedere! Non posso vederti malmenato così! Se mi lasciassi reagire… forse potrei. Ma così… dovermi contenere… e assistere ai loro insulti, alle tue sofferenze, come un pargolo impotente… oh! mi si spezza tutto di dentro e divento uno straccio… Ma guardate se è possibile vederlo così! Pare un malato, uno che muore di febbri… Pare un colpevole inseguito che non trova dove sostare a prendere un boccone, a bere un sorso, a cercarsi una pietra per posarvi il capo! Quella iena del Nebo! Quei serpenti di Calliroe! Quel forsennato che ancora è là! (e indica l’altra sponda). Meno demonio quello di Calliroe, per quanto sia il secondo soltanto che Tu dici dominato da Belzebù!

La possessione diabolica

6Io ho paura degli indemoniati, penso che se li ha presi così Satana devono essere stati cattivi molto. Ma… l’uomo può cadere senza assoluta volontà di farlo. Invece quelli che senza essere ossessi fanno così come fanno, con tutta la loro ragione libera!… Oh! non li vincerai mai, posto che non li vuoi castigare? Ed essi… ti vinceranno…». E il pianto del fedele apostolo, che si era un poco inaridito sotto il fuoco dello sdegno, riprende forte…

7«Pietro mio, e credi che essi non siano ossessi? Credi che per esserlo occorra essere come quello di Calliroe e altri che abbiamo incontrato? Credi che l’ossessione si manifesti soltanto con le grida incomposte, i balzi, le furie, la mania di vivere nelle tane, i mutismi, le membra impedite, la ragione intorpidita, di modo che l’ossesso dice e fa incoscientemente? No. Vi sono anche le ossessioni, anzi le possessioni più sottili e potenti, le più pericolose, perché non ostacolano e indeboliscono la ragione perché non faccia cose buone, ma la sviluppano, anzi, la aumentano perché sia potente nel servire colui che la possiede. 

La possessione divina

8Dio, quando possiede un intelletto[287] e lo usa perché lo serva, trasfonde nello stesso, e nelle ore in cui lo stesso è al servizio di Dio, una intelligenza soprannaturale che aumenta di molto l’intelligenza naturale del soggetto. Credete ad esempio che Isaia, Ezechiele, Daniele e gli altri profeti, se avessero dovuto leggere e spiegare quelle profezie come scritte da altri, non avrebbero trovato le oscurità indecifrabili che vi trovano i contemporanei? Eppure, Io ve lo dico, mentre le ricevevano, essi le comprendevano perfettamente. Guarda, Simone. Prendiamo questo fiore nato qui ai tuoi piedi. Che vedi tu nell’ombra che avvolge il calice? Nulla. Vedi un calice profondo e una piccola bocca e nulla più. Ora guardalo mentre lo colgo e lo porto qui sotto quest’occhio di sole. Che vedi?».

9«Vedo dei pistilli, vedo del polline, e una coroncina di peluzzi che paiono ciglia intorno ai pistilli, e una strisciolina tutta cigliata minutamente che orna il petalo largo e i due più piccoletti… e vedo una gocciolina di rugiada nel fondo del calice… e.… oh! ecco! Un moscerino è sceso dentro, a bere, e si è invischiato nel peluzzo cigliato e non si libera più… Ma allora! Fammi vedere meglio. Oh! Il peluzzo è come mielato, appiccica… Ho capito! Dio glielo ha fatto così o perché la pianta si nutra, o si nutrano gli uccellini venendo a beccare le mosche, o si pulisca l’aria di esse… Che meraviglia!».

10«Senza la forte luce del sole non avresti visto nulla, però».

«Eh! no!».

11«Ugualmente avviene nella possessione divina. La creatura, che di suo mette unicamente la buona volontà di amare totalmente il suo Dio, l’abbandono ai suoi voleri, la pratica delle virtù e il dominio delle passioni, viene assorbita in Dio e nella Luce che è Dio, nella Sapienza che è Dio, tutto vede e comprende. Dopo, cessata l’azione assoluta, subentra nella creatura lo stato in cui il ricevuto si trasforma in norma di vita e di santificazione, ma torna oscuro, meglio, crepuscolare ciò che prima sembrava tanto chiaro.

Le peggiori possessioni.

12Il demonio, perpetuo scimmiottatore di Dio, produce un effetto analogo negli ossessi della mente, sebbene limitato perché soltanto Dio è infinito, nei suoi posseduti che spontaneamente gli si sono dati per trionfare, e comunica loro intelligenza superiore ma unicamente volta al male, a nuocere, a offendere Dio e l’uomo. Però l’azione satanica, trovando nell’anima consensi, è continua, portando perciò per gradi alla totale scienza del Male. Sono queste le peggiori possessioni. Nulla appare all’esterno, e perciò non sono sfuggiti questi ossessi. Ma esse sono. Come ho più volte detto, il Figlio dell’uomo sarà colpito da quelli posseduti in tale maniera».

13«Ma Dio non potrebbe colpire l’Inferno?», chiede Filippo.

14«Potrebbe. É il più forte».

«E perché non lo fa per difenderti?».

15«Le ragioni di Dio saranno note in Cielo[288]. Su, andiamo. E non vi accasciate».

Ospitalità

16Il pastore, che ha ascoltato pur non facendone mostra, chiede: «Hai dove andare? Sei atteso?».

17«No, uomo. Dovrei andare oltre Gerico. Ma non sono atteso».

18«E sei molto stanco, Rabbi?».

19«Stanco, sì. Non ci hanno concesso alloggio né soste dal Nebo».

20«Allora… Ti volevo dire… Io sono di presso a Betagla l’antica… Ho il padre cieco e non posso andare lontano per non lasciarlo per delle lune. Ma ne soffre il cuore e il gregge. Se Tu volessi… Ti darei alloggio. Non è lontano. Il vecchio crede tanto in Te. Giuseppe, figlio di Giuseppe, tuo discepolo, lo sa».

21«Andiamo». L’uomo non se lo fa dire due volte. Raduna il gregge e lo avvia verso il paese, che deve essere a nord ovest del luogo dove sono ora. Gesù si pone dietro al gregge coi suoi.

L’ Iscariota giudica ingiusto il Maestro

22«Maestro», dice l’Iscariota dopo qualche tempo, «Betagla non offre certo chi può acquistare i doni di quell’uomo…».

23«Quando andremo a Gerico per andare da Niche li venderemo».

24«É che… l’uomo, questo, è povero e bisognerà compensarlo. Non ho più un picciolo».

25«Viveri ne abbiamo, e molti. Anche per qualche mendico. Non occorre di più per ora».

26«Come vuoi Tu. Ma era meglio che Tu mi mandassi avanti. Avrei potuto…».

27«Non occorre».

28«Maestro, ciò è sfiducia! Perché non ci mandi più come prima, a due a due?».

29«Perché vi amo e penso al bene vostro».

30«Non è bene tenerci così ignoti. Penseranno che… siamo indegni, incapaci… Una volta ci lasciavi andare, predicavamo, facevamo miracoli, eravamo conosciuti…».

31«Te ne rammarichi di non farlo più? Ti faceva bene andare senza di Me? Sei il solo che se ne lamenta di non andare da solo… Giuda!».

«Maestro, Tu lo sai se ti amo!», dice sicuro Giuda.

32«Lo so. E perché il tuo spirito non si corrompa ti tengo con Me. Sei già quello che raccoglie e distribuisce, che vende o permuta per i poverelli. Basta così. Ed è già troppo. Osserva i tuoi compagni. Non uno chiede ciò che tu chiedi».

33«Ma ai discepoli lo hai concesso… É una ingiustizia questa differenza».

34«Giuda, sei l’unico a dirmi ingiusto… Ma ti perdono. Va avanti. E mandami Andrea».

35E Gesù rallenta per attendere Andrea e parlargli in disparte. Non so cosa gli dice. So che Andrea sorride col suo mite sorriso e si china a baciare le mani del Maestro e poi torna avanti. Gesù resta solo, in coda a tutti… e molto a testa china procede asciugandosi il volto col lembo del suo manto come se sudasse. Ma sono lacrime e non stille di sudore, quelle che scorrono sulle sue guance scarne e pallide.

503. Gli apostoli indagano sul Traditore. Un sadduceo e l’infelice moglie di un negromante. Saper distinguere il soprannaturale dall’occulto[289].

La meta del Messia è L’Olocausto.

Le serpi lavorano in solitudine

1E ancora Gesù che va, instancabilmente, per le vie di Palestina. Il fiume è ancora alla sua destra, ed Egli procede nello stesso senso della bell’acqua, azzurra e scintillante là dove il sole la bacia, verde-blu presso le rive dove l’ombra degli alberi si riflette coi suoi verdi cupi.

2Gesù è in mezzo ai suoi discepoli. Odo Bartolomeo chiedergli: «Allora andiamo proprio verso Gerico? Non temi qualche insidia?».

3«Non temo. Sono giunto a Gerusalemme per la Pasqua da altra via ed essi, delusi, non sanno più dove prendermi senza dare troppo nell’occhio alle folle. Credimi, Bartolomeo, che per Me vi è meno pericolo in una città popolosa che per sentieri remoti. Il popolo è buono e sincero. Ma è anche impetuoso. E insorgerebbe se mi catturassero quando Io sono fra esso per evangelizzare e guarire. Le serpi lavorano in solitudine e in ombra. E poi… ho ancora oggi e oggi e oggi da lavorare… Poi… verrà l’ora del Demonio[290] e voi mi perderete. Per ritrovarmi poi. Credete a questo. E sappiate crederlo quando gli eventi sembreranno più che mai smentirmi».

Ansia di consumare l’Olocausto?

4Gli apostoli sospirano, crucciati, e lo guardano con amore e pena, e Giovanni ha un gemito: «No!», e Pietro lo circonda delle sue corte e robuste braccia come a difesa e dice: «O mio Signore e Maestro!». Non dice di più. Ma c’è tanto in quelle poche parole.

5«Così è, amici. Per questo sono venuto. Siate forti. Vedete come Io procedo sicuro verso la mia meta, come uno che va verso il sole e sorride al sole che lo bacia in fronte. Il mio Sacrificio sarà un sole per il mondo. La luce della Grazia scenderà nei cuori, la pace con Dio li farà fecondi, i meriti del mio martirio faranno gli uomini capaci di guadagnarsi il Cielo. E che voglio se non questo? Mettere le vostre mani nelle mani dell’Eterno, Padre mio e vostro, e dire: “Ecco, Io ti riconduco questi figli. Guarda, o Padre, sono mondi. Possono tornare a Te”. Vedervi stretti sul suo seno e dire: “Amatevi infine, ché l’Uno e gli altri avete ansia di questo, e di non esservi potuti amare ne soffrivate acutamente”. Ecco la mia gioia. E ogni giorno che mi avvicina al compimento di questo ritorno, di questo perdono, di questa unione, aumenta la mia ansia di consumare l’olocausto per darvi Dio e il suo Regno».

A che visione sorriderà il Messia?

6Gesù è solenne e quasi estatico nel dire ciò. Cammina, diritto nella sua veste azzurra e nel suo manto più scuro, a capo scoperto in questa ancor fresca ora del mattino, e pare sorrida a chissà quale visione che i suoi occhi vedono contro l’azzurro di un cielo sereno. Il sole, che lo bacia sulla gota sinistra, accende più ancora lo sfavillante suo sguardo e mette scintille d’oro nella sua capigliatura, mossa da un lieve vento e dal suo passo, e accentua il rosso delle labbra aperte al sorriso, e pare accendere tutto il viso di una letizia che in realtà viene dall’interno del suo adorabile Cuore, acceso dalla carità per noi.

Il sospetto è anticarità e crea chimere.

Indagine sul traditore

7«Maestro, posso dirti una parola?», chiede Tommaso.

8«Quale?».

«Ieri l’altro Tu hai detto che il Redentore, Tu, avrà un traditore. Come potrà un uomo tradire Te, Figlio di Dio?».

9«Un uomo, infatti, non potrebbe tradire il Figlio di Dio, Dio come il Padre. Ma costui non sarà un uomo. Sarà un demonio in corpo d’uomo. Il più posseduto, il più ossesso degli uomini. Maria di Magdala aveva sette demoni, e l’indemoniato di pochi giorni or sono era dominato da Belzebù. Ma in costui sarà Belzebù e tutta la sua corte demoniaca[291]… Oh! che invero l’Inferno sarà in quel cuore per dargli ardire di vendere come agnello al beccaio il Figlio di Dio ai suoi nemici!».

10«Maestro, ora questo uomo è già in possesso di Satana?».

11«No, Giuda. Ma inclina a Satana, e inclinare a Satana vuol dire mettersi nelle condizioni di precipitare in esso»[292] (Gesù parla all’Iscariota).

12«E perché non viene a Te per guarirsi dalla sua inclinazione? Sa di averla o lo ignora?».

13«Se lo ignorasse non sarebbe colpevole come lo è, poiché sa di tendere al male e di non persistere nelle risoluzioni di uscirne. Se persistesse, verrebbe a Me… ma non viene… Il veleno penetra e la mia vicinanza non lo monda, perché non è desiderata ma fuggita… Il vostro sbaglio, o uomini. Fuggite da Me quanto più di Me avete bisogno» (Gesù ha risposto ad Andrea).

14«Ma è venuto a Te qualche volta? Lo conosci? E noi lo conosciamo?».

15«Matteo, Io conosco gli uomini anche prima che essi conoscano Me[293]. E tu lo sai e costoro lo sanno. Sono lo che vi ho chiamati perché vi conoscevo».

16«Ma noi lo conosciamo?», insiste Matteo.

17«E potete non conoscere chi viene al vostro Maestro? Voi siete miei amici e condividete con Me cibo, riposo e fatiche. Fin la mia casa vi ho aperto, la casa della mia Madre santa. Vi porto ad essa perché quell’aura che in essa spira vi faccia capaci di comprendere il Cielo con le sue voci e i suoi comandi. Vi porto ad essa come un medico porta i suoi malati, appena risorti da un seguito di morbi, a delle fonti salutari che li fortifichino vincendo i resti dei morbi che possono sempre rifarsi nocivi. Perciò non ignorate nessuno di quelli che vengono a Me».

18«In che città l’hai incontrato?».

19«Pietro, Pietro!».

20«E’vero, Maestro, sono peggio di una donna pettegola. Perdonami. Ma è l’amore, sai…».

21«So, e per questo ti dico che non mi disgusta il tuo difetto. Ma levati anche questo».

«Sì, Signore mio».

Pietro non vuol essere il traditore.

22Il sentiero si stringe, preso fra un filare di piante e un fossatello, e il gruppo si assottiglia. Gesù parla proprio con l’Iscariota, al quale dà ordini per le spese e le elemosine. Dietro, due per due, sono gli altri. In coda, solo, è Pietro. Pensa. Cammina a capo basso, raccolto talmente nei suoi pensieri che neppur si accorge di rimanere distanziato dagli altri.

23«Ehi! tu, uomo!», lo interpella uno che passa a cavallo.

«Sei col Nazareno?».

«Sì. Perché?».

«Andate a Gerico?».

24«Ti preme saperlo? Io non so nulla. Vado dietro al Maestro e non chiedo nulla. Ovunque Egli va è ben fatto. La via è quella di Gerico, ma potremmo anche tornare nella Decapoli. Chissà! Se vuoi sapere di più, là è il Maestro».

25L’uomo sprona e Pietro gli fa dietro una smorfia curiosa e borbotta: «Non mi fido, mio bel signore. Siete tutti una massa di cani! Non voglio esser io il traditore. Giuro a me stesso: questa bocca sarà sigillata. Ecco», e fa un segno alle sue labbra come le chiudesse a lucchetto.

Un amico dell’Iscariota

26L’uomo a cavallo ha raggiunto Gesù. Lo interpella. Ciò dà modo a Pietro di raggiungere gli altri. Quando l’uomo riparte, fa un cenno di saluto all’Iscariota. Nessuno lo nota, meno Pietro che viene ultimo. E che pare non applauda a quel saluto. Prende Giuda per una manica e gli chiede: «Chi è? Lo conosci? Come mai?».

27«Di vista. É un ricco di Gerusalemme».

28«Hai amicizie in alto, tu! Bene… purché sia bene. Dimmi un po’: è quel viso di volpe quello che ti dice tante cose?».

«Quali cose?».

«Mah! quelle che dici di sapere sul Maestro!».

«Io?».

29«Sì. Tu. Non ricordi quella sera d’acqua e fango? Al tempo della piena?».

30«Ah! No! No! Ma ci pensi ancora a delle parole dette in un momento di malumore?».

31«Io penso a tutto quanto può far del male a Gesù: cose, persone, amici, nemici… E sono sempre pronto a mantenere le promesse che faccio a chi vuole fare del male a Gesù. Addio».

32Giuda lo guarda andare in modo curioso. Vi è stupore, dolore, stizza, e direi anche più: livore.

Il sospetto crea chimere

33Pietro raggiunge Gesù e lo chiama.

34«Oh! Pietro! Vieni!». Gesù gli pone il braccio sulla spalla.

«Chi era quell’ispido giudeo?».

35«Ispido, Pietro? Se era tutto liscio e profumato!».

«Aveva ispida la coscienza. Diffida, Gesù».

36«Ti ho detto che non è ancora il mio tempo. E quando quel tempo sarà, nessuna diffidenza mi salverà… se volessi salvarmi. Anche le pietre griderebbero e mi farebbero catena se volessi salvarmi».

«Sarà… Ma diffida… Maestro?».

37«Pietro? Che hai?».

«Maestro… ho una cosa da dirti e un peso sul cuore».

38«Una cosa? Un peso?».

«Sì. Il peso è un peccato. La cosa è un consiglio».

39«Comincia dal peccato».

40«Maestro… io… io odio… io ho ribrezzo, ecco, se non odio, perché Tu non vuoi che si odii, per uno di noi. Mi pare di esser vicino alla tana da cui esce fetore di serpi in fregola… e non vorrei ne uscissero per nuocerti. Quell’uomo è una tana di serpi e lui stesso è in fregola col demonio».

41«Come lo deduci?».

42«Mah!… Non so. Sono rozzo e ignorante, ma scemo non sono. Sono abituato a leggere nei venti e nelle nubi… e m’è venuto occhio anche per i cuori. Gesù… ho paura».

43«Non giudicare, Pietro. E non sospettare. Il sospetto crea chimere. Si vede ciò che non c’è».

44«Dio eterno lo voglia che nulla ci sia. Ma io non sono sicuro».

45«Chi è, Pietro?».

46«Giuda di Keriot. Si vanta di avere alte amicizie, e anche poco fa quel brutto ceffo lo ha salutato come si saluta chi è ben conosciuto. Prima non le aveva».

Chi non ubbidisce non è perfetto.

47«Giuda è quello che riceve e distribuisce. Ha modo di avvicinare i ricchi. Sa fare».

«Già! Sa fare… Maestro, dimmi la verità. Tu non hai sospetti?».

48«Pietro, mi sei tanto caro per il tuo cuore. Ma ti voglio perfetto. Perfetto non è chi non ubbidisce. Io ti ho detto: non giudicare e non sospettare».

«Ma intanto non mi dici…».

49«Fra poco saremo presso a Gerico e ci fermeremo ad attendere una donna la quale non può riceverci in casa sua…».

«Perché? É una peccatrice?».

50«No. É un’infelice. Quel cavaliere che ti ha dato tanta noia è venuto a dirmi di attenderla. E l’attenderò, per quanto sappia di non poter fare nulla per lei. E sai chi ha messo lei e il cavaliere sulle tracce mie? Giuda. Tu vedi che è ragione onesta la sua conoscenza con quel giudeo».

51Pietro china il capo e tace, confuso. Forse non persuaso, e curioso ancora. Ma tace.

Negromanzia e occultismo.

Il Sadduceo

52Gesù si ferma fuori le mura della città e, stanco, si siede al rezzo di un ciuffo d’alberi, che fanno ombra a una fonte presso la quale sono quadrupedi all’abbeverata. I discepoli si siedono, pure in attesa. Deve essere una parte molto secondaria della città, perché, tolti questi cavalli e asini, certo di mercanti in viaggio, non c’è folla.

53Viene avanti una donna, tutta avvolta in un mantellone scuro e molto coperta nel volto. Il velo fitto e scuro scende fino a metà volto. É con lei il cavaliere di prima, ora a piedi, e altri tre uomini pomposamente vestiti.

«Ti salutiamo, Maestro».

54«Pace a voi».

«Questa è la donna. Odila e secondala nel suo desiderio».

55«Se lo potrò».

«Tu puoi tutto».

56«Lo credi, tu, sadduceo?».

Il sadduceo è quello che era a cavallo.

«Io credo a quello che vedo».

57«E hai visto che posso?».

«Ho visto».

58«E perché posso, lo sai?». Silenzio.

«Posso sapere, Io, come tu giudichi che Io possa?». Silenzio.

L’infelice moglie di una negromante

59Gesù non si occupa più di lui né degli altri. Parla alla donna: «Che vuoi?».

«Maestro… Maestro…».

60«Parla, dunque, senza timore».

61La donna ha uno sguardo obliquo sui suoi accompagnatori, i quali lo interpretano a modo loro.

62«La donna ha il marito ammalato e ti chiede la sua guarigione. É persona influente, della corte d’Erode. Ti conviene esaudirla».

63«Non perché è influente, ma perché ella è infelice, l’esaudirò se posso. Già l’ho detto. Che ha tuo marito? Perché non è venuto? E perché non vuoi che Io vada a lui?».

Altro silenzio e altro sguardo obliquo.

64«Vuoi parlarmi senza testimoni? Vieni». Si scostano di qualche passo. «Parla».

«Maestro… io credo in Te. Tanto credo che sono certa Tu sai tutto di lui, di me, della nostra disgraziata vita… Ma lui non crede… Ma lui ti odia… Ma lui…».

65«Ma lui non può guarire perché non ha fede. Non solo non ha fede in Me. Ma neppure nel Dio vero».

«Ah! Tu sai!».

66La donna piange disperatamente. «É un inferno la mia casa! Un inferno! Tu liberi gli ossessi. Sai cosa è il demonio, perciò. Ma questo demonio sottile, intelligente, falso e istruito, lo conosci? Sai a quali pervertimenti porta? Sai a che peccati? Sai che rovina causa intorno a sé? La mia casa? É una casa? No. É la soglia dell’Inferno. Mio marito? É mio marito? Ora è malato e non mi cura. Ma, anche quando era ancora forte e desideroso d’amore, era un uomo quello che mi abbracciava, che mi teneva, che mi aveva? No! Ero fra le spire di un demonio, sentivo l’alito e il viscidume di un demonio. Gli ho voluto tanto bene, gliene voglio. Sono la sua donna e mi ha preso la verginità quando ero poco più che bambina: avevo appena quattordici anni. Ma anche quando l’ora mi riportava a quella prima ora, e con essa mi riportava le sensazioni intatte del primo abbraccio che mi ha fatto donna, io, con la parte più eletta di me per la prima, poi con la carne ed il sangue, repellevo di orrore quando mi risovvenivo che egli è lurido di negromanzia[294]. Mi pareva che non il mio uomo ma i morti che egli evoca[295] mi fossero sopra a saziarsi di me… E anche ora, ora, anche solo a guardarlo, morente e ancora immerso in quella magia, ne ho ribrezzo. Non vedo lui… Satana vedo. O mio dolore! Neppur nella morte sarò con lui, perché la Legge lo vieta. Salvalo, Maestro. Ti chiedo di guarirlo per dargli tempo di guarirsi». La donna piange angosciosamente.

67«Povera donna! Io non lo posso guarire».

«Perché, Signore?».

68«Perché egli non vuole».

«Sì. Ha paura della morte. Sì, che vuole».

69«Non vuole. Non è un folle, non è un posseduto che non sa il suo stato e non chiede liberazione perché non ha facoltà di libero pensiero. Non è uno dal volere impedito. É uno che vuole esser tale. Sa che ciò che fa è vietato. Sa che è maledetto dal Dio d’Israele. Ma persiste. Anche se Io lo guarissi, e comincerei dall’anima, tornerebbe al suo satanico godimento. La sua volontà è corrotta. È ribelle. Non posso».

La donna piange più forte. Si accostano quelli che l’hanno accompagnata.

L’ occultismo no è lecito

70«Non la accontenti, Maestro?».

«Non posso».

71«Ve lo avevo detto io? E le ragioni?».

72«Tu, sadduceo, le chiedi? Ti rimando al libro dei Re. Leggi quel che disse Samuele a Saul[296]

e quello che disse Elia a Ocozia[297]. Lo spirito del profeta rimprovera il re di averlo disturbato evocandolo dal regno dei morti. Non è lecito farlo. Leggi il Levitico[298], se più non ricordi la parola di Dio, Creatore e Signore di tutto quanto è, Tutore della vita e di coloro che sono nella morte. Morti e viventi sono nelle mani di Dio e non vi è lecito strapparli ad esse. Né per vana curiosità, né per sacrilega violenza, né per maledetta incredulità. Che volete sapere? Se c’è un futuro eterno? E dite di credere in Dio. Se Dio c’è, avrà pure una corte. E che corte sarà se non eterna come Lui, fatta di spiriti eterni?[299] Se dite di credere in Dio, perché non credete alla sua parola? Non dice la sua parola: “Non praticherete divinazione, né osserverete i sogni”? Non dice: “Se uno si rivolgerà ai maghi e agli indovini e fornicherà con essi, Io rivolterò contro di lui la mia faccia e lo sterminerò di mezzo al suo popolo”? Non dice: “Non vi fate degli dèi di getto”? E che siete voi? Samaritani e perduti o siete figli d’Israele? E che siete: stolti o capaci di ragione? E se ragionate negando l’immortalità dell’anima, perché evocate i morti? Se immortali non sono quelle parti incorporee che animano l’uomo, che più avanza di un uomo oltre la morte? Putredine e ossa, calcinate ossa emergenti da un verminaio. E se non credete a Dio, tanto da ricorrere a idoli e segni per avere guarigione, denaro, responsi, come fece costui di cui chiedete salute, perché vi fate degli dèi di getto e credete che essi vi possano dire parole più vere, più sante, più divine di quelle che Dio vi dice? Ora Io vi dico la stessa risposta di Elia ad Ocozia: “Perché tu hai mandato dei messi a consultare Belzebù, dio di Accaron, come se non vi fosse un Dio in Israele da poter consultare, per questo non scenderai dal letto sopra il quale sei salito, e di certo morrai nel tuo peccato”[300]».

Requisitoria ai Satanisti.

Giù la maschera

73«Sei sempre Tu che insulti e ci attacchi. Te lo faccio osservare. Noi ti veniamo incontro per…».

74«Per trarmi in trappola. Ma vi leggo il cuore. Giù la maschera, erodiani venduti al nemico di Israele! Giù la maschera, farisei falsi e crudeli! Giù la maschera, sadducei, veri samaritani! Giù la maschera, scribi dalla parola contraria ai fatti! Giù la maschera, o voi tutti, violatori della Legge di Dio, nemici del Vero, concubini col Male! Giù, profanatori della Casa di Dio! Giù, sobillatori di deboli coscienze! Giù, sciacalli che odorate la vittima nel vento che l’ha sfiorata e seguite quella pista e guatate, attendendo l’ora propizia di uccidere, e vi leccate le labbra su cui già pregustate il sapore del sangue e sognate quell’ora…

Popoli dell’Agnello

75O barattieri e fornicatori, che vendete per molto meno di un pugno di lenticchie la vostra primogenitura[301] fra i popoli e non avrete più benedizione, ché altri popoli si vestiranno del vello dell’Agnello di Dio e veri Cristi appariranno agli occhi dell’Altissimo, il quale, sentendo la fragranza del suo Cristo emanare da loro, dirà[302]: “Ecco l’odore del mio Figlio! Simile all’odore di un fiorito campo benedetto da Dio. Su voi la rugiada del Cielo: la Grazia. In voi la pinguedine della Terra: i frutti del mio Sangue. In voi abbondanza di frumento e vino: il mio Corpo e il mio Sangue, che darò per vita agli uomini e ricordo di Me. Voi servano i popoli, a voi si inchinino le genti, perché là dove sarà il segno del mio Agnello là sarà Cielo. E la Terra al Cielo è soggetta. Siate padroni dei vostri fratelli, perché i seguaci del mio Cristo saranno i re dello spirito avendo la Luce, e ad essa Luce gli altri volgeranno lo sguardo sperando nel suo aiuto. Si inchinino davanti a voi i figli di vostra madre: la Terra. Sì, tutti i figli della Terra si inchineranno un giorno al mio Segno. Maledetto sia chi vi maledice e benedetto chi vi benedice, perché benedizione e maledizione a voi date vengono a Me, Padre e Dio vostro”. Questo dirà.

Satanisti e assassini

76Questo, o fornicatori che, potendo aver ad amata sposa dell’anima la vera fede, fornicate con Satana e le sue false dottrine. Questo dirà, o assassini. Assassini di coscienze e assassini di corpi. Qui sono delle vostre vittime. Ma se due cuori sono assassinati, un Corpo non lo avrete che per il tempo di Giona. E poi Esso, con la sua immortale Essenza congiunto, vi giudicherà».

77Gesù è terribile in questa requisitoria. Terribile! Credo che sarà su per giù così l’Ultimo Giorno.

78«E dove sono questi assassinati? Tu farnetichi! Tu sei un concubino con Belzebù. Tu fornichi con lui e nel suo nome operi miracoli. Né puoi nel nostro caso, perché noi possediamo l’amicizia di Dio».

79«Satana non caccia sé stesso. Io caccio i demoni. In nome di chi, allora?». Silenzio. «Rispondete!».

80«Ma non merita occuparsi di questo ossesso! Ve lo avevo detto. Non ci avete creduto. Uditelo da Lui. Rispondi, Nazareno folle. Conosci Tu il sciemanflorasc?».

81«Non ne ho bisogno!».

82«Udite? Ancora una domanda. Non sei Tu stato in Egitto?».

«Sì».

83«Vedete? Chi è il negromante, il satana? Orrore! Vieni, donna. Santo è tuo marito rispetto a costui. Vieni!… Occorrerà tu ti purifichi. Hai toccato Satana! …». E se ne vanno, trascinando la piangente con vivi gesti di repulsione.

84Gesù, con le braccia conserte, li segue coi lampi dei suoi sguardi.

Doppia astuzia con i demoniaci

85«Maestro… Maestro…». Gli apostoli sono terrorizzati, e della violenza di Gesù e delle parole dei giudei.

86Pietro chiede, è fin curvo nel dirlo: «Che hanno voluto dire con quelle ultime domande? Che è quella cosa?». «Che? Il sciemanflorasc?[303]» (già! che è questo affare?).

«Sì. Che è?».

88«Non ci pensare. Confondono il Vero colla Menzogna, Dio con Satana, e nella loro superbia satanica pensano che Dio, per piegarsi ai voleri degli uomini, abbia bisogno d’esserne scongiurato col suo tetragramma. Il Figlio parla col Padre il linguaggio vero e con esso, per amore reciproco di Padre e di Figlio, si compiono i miracoli».

89«Ma perché ti ha chiesto se sei stato in Egitto?».

90«Perché il Male si serve delle cose più innocue per farne atto d’accusa verso chi vuole colpire. La mia sosta infantile in terra d’Egitto sarà fra i capi di accusa nella loro ora di vendetta. Voi e i futuri sappiate che con Satana astuto e coi suoi servitori fedeli occorre aver doppia astuzia. Per questo ho detto: “Siate astuti come serpenti, oltreché semplici come colombe”. Questo per non dare che il minimo delle armi in mano ai demoniaci. E non serve ugualmente. Andiamo».

Nostalgia della Madre.

«Dove, Maestro? A Gerico?».

91«No. Prendiamo una barca e passiamo di nuovo nella Decapoli. Risaliremo il Giordano sino all’altezza di Enon e poi sbarcheremo. E poi alle sponde di Genezaret prenderemo altra barca e passeremo a Tiberiade e di lì a Cana e a Nazareth. Ho bisogno di mia Madre. E anche voi l’avete. Ciò che il Cristo non fa con la sua parola fa Maria col suo silenzio. Ciò che non fa la mia potenza fa la sua purezza. Oh! Madre mia!».

92«Piangi, Maestro? Tu piangi? Oh! no! Noi ti difenderemo! Noi ti amiamo!».

93«Non piango e non temo per coloro che mi vogliono male. Piango perché i cuori sono più duri del diaspro e nulla posso su molti di loro. Venite, amici».

94E scendono a riva e sulla barca di uno rimontano il fiume. Tutto finisce così. 

Il soprannaturale e l’occulto[304]

Nozioni.

Dice Gesù:

«Tu e chi ti guida meditate molto la mia risposta a Pietro.

 

95Il mondo -e per mondo intendo non solo i laici- nega il soprannaturale, ma poi, davanti alle manifestazioni di Dio, è pronto a tirare in ballo non il soprannaturale ma l’occulto[305]. Confondono l’una cosa con l’altra. Ora udite: soprannaturale è ciò che da Dio viene. Occulto è ciò che viene da fonte extra terrena ma che non ha radice in Dio.

Modi in cui possono manifestarsi gli spiriti.

96In verità vi dico che gli spiriti possono venire a voi. Ma come? In due modi. Per comando di Dio o per violenza d’uomo. Per comando di Dio vengono angeli e beati e spiriti che già sono nella luce di Dio. Per violenza d’uomo possono venire spiriti sui quali anche un uomo ha comando, perché immersi in plaghe più basse di quelle umane, in cui ancora è un ricordo di Grazia, se più non vi è la Grazia attiva. I primi vengono spontanei, ubbidienti ad un solo comando: il mio. E seco portano la verità che Io voglio conosciate. Gli altri vengono per un complesso di forze congiunte. Forze di uomo idolatra con forze di Satana-idolo. Possono darvi verità? No. Mai. Assolutamente mai. Può una formula, anche se insegnata da Satana, piegare Dio al volere dell’uomo? No. Dio viene sempre spontaneo. Una preghiera vi può unire a Lui, non una magica formula.

Le manifestazioni profetiche.

97E se alcuno obbietta: “Samuele apparve a Saul”, Io dico: “Non già per merito della maga. Ma per volere mio, allo scopo di scuotere il re, ribelle alla Legge mia”. Taluni diranno: “E i profeti?”. I profeti parlano per conoscenza di Verità, che ad essi si infonde direttamente o per ministero angelico. Altri obbietteranno: “E la mano scrivente nel convito di re Baldassarre?”. Leggano costoro la risposta di Daniele[306]: “…anche tu ti sei innalzato contro il Dominatore del Cielo… celebrando gli dèi di argento, bronzo, ferro, oro, legno, pietra, i quali non vedono, né odono, né conoscono, e non hai glorificato quel Dio in mano del quale è ogni tuo respiro ed ogni tuo movimento. Per questo, da Lui è stato mandato il dito (spontaneamente mandato, mentre tu, re stolto e stolto uomo, non vi pensavi e badavi a empirti il ventre e a gonfiarti la mente) di quella mano la quale ha scritto ciò che là si trova”.

Manifestazioni medianiche.

98Sì. Talora Dio vi richiama con manifestazioni che voi chiamate “medianiche”, che sono in realtà pietà di un Amore che vi vuole salvare. Ma non dovete volerle creare voi. Quelle che create non sono mai sincere. Non sono mai utili. Non portano mai del bene. Non fatevi schiavi di ciò che vi rovina. Non vogliate dirvi e credervi più intelligenti degli umili, che piegano alla Verità depositata da secoli nella mia Chiesa, sol perché siete dei superbi che cercate nella disubbidienza permessi ai vostri illeciti istinti. Rientrate e rimanete nella Disciplina più e più volte secolare. Da Mosè a Cristo, da Cristo a voi, da voi all’ultimo giorno quella è, e non altra.

Via Satana se volete aver Cristo.

99Scienza questa vostra? No. La scienza è in Me e nella mia Dottrina, e la sapienza dell’uomo è nell’ubbidirmi. Curiosità senza pericolo? No. Contagio di cui poi subite le conseguenze. Via Satana se volete aver Cristo. Sono il Buono. Ma non vengo a convivenza collo Spirito del Male. O Io o lui. Scegliete.

Mandato al Portavoce.

100O mio “portavoce”, dì questo a chi va detto. É l’ultima voce che andrà a costoro. E tu e chi ti dirige siate cauti. Le prove divengono controprove in mano del Nemico e dei nemici dei miei amici. Siate attenti! Andate con la mia pace».

504. Marziam preparato al distacco. Ritorno al villaggio di Salomon
e morte di Anania
[307].

Nella volontà del Padre.

Inversione di marcia.

1«Alzatevi e partiamo. Andiamo di nuovo al fiume e cerchiamo una barca. Va’ tu, Pietro, con Giacomo. Che ci porti sin presso Betabara. Sosteremo un giorno da Salomon e poi…».

«Ma non si andava a Nazareth?».

2«No. Nella notte ho deciso. Mi spiace per voi. Ma devo tornare indietro».

«Io sono felice!», esclama Marziam.

«Starò ancora con Te!».

3«Sì, per quanto, povero fanciullo, tu vedi ben tristi giorni al mio fianco!».  

«É ben perciò che amo restare con Te. Per darti amore. Questo solo io voglio. Non chiedo di più».

4Gesù lo bacia sulla fronte.  

«E ripassiamo da Betabara?», chiede Matteo.

5«No. Traversiamo il fiume con la barca di qualche pescatore».  

Stillicidio del piovigginare minuto.

6Torna Pietro con Giacomo. «Nessuna barca, Maestro, sino a sera… E.… lo devo dire?».

«Dillo».

«E sono passati di qui alcuni… Devono avere pagato bene o minacciato forte… Non credo che a sera troverai barca ugualmente… Sono spietati…».

Pietro sospira.

7«Non importa. Mettiamoci in cammino… e il Signore ci aiuterà».

8La stagione è brutta, piove, c’è fango. La strada è motosa lungo l’argine, la pioggia si aumenta della rugiada della notte, abbondante lungo il fiume. Ma vanno lo stesso sullo stretto rialzo che costeggia la via, meno motoso e meno soggetto allo stillicidio della pioggiolina minuta ma continua, per un filare di pioppi che riparano alquanto, quando però un soffio di vento non fa precipitare di colpo tutte le gocce d’acqua trattenute fra i rami.

9«Eh! ormai è il suo tempo!», dice filosoficamente Tommaso rialzandosi la veste.

«É il suo tempo!», conferma Bartolomeo e sospira.

10«Ci asciugheremo in qualche luogo. Non saranno tutti… eccitati contro di noi», dice Pietro.

«Potremo sempre trovare una barca… Non è detto!», aggiunge Giacomo d’Alfeo.

11«Se avessimo molto denaro si troverebbe tutto. Ma non ha voluto che andassi a vendere a Gerico!», dice Giuda di Keriot.

«Taci! Te ne prego. Il Maestro è tanto afflitto! Taci!», supplica Giovanni.

12«Taccio. Anzi non faccio che rallegrarmi del suo ordine. Così non si può dire che quei sadducei di presso a Gerico li ho mandati io», e guarda Pietro.

Ma Pietro è assorto e non vede né risponde.

13Vanno, vanno sotto la pioggiolina fina come nebbia, nella giornata grigiastra. Ogni tanto parlano fra loro. Ma sembra parlino con sé stessi, tanto le parole sembrano conclusioni ad un dialogo con un invisibile interlocutore.

14«Dovremo finire a fermarci in qualche luogo».

«Tutti i luoghi sono uguali, perché in tutti vengono loro».

«Persecuzione per persecuzione, meglio è stare in città. Almeno non ci si bagna».

15«Ma a cosa vogliono arrivare?». 

«Povera Maria! Se sapesse!».

«Dio altissimo, proteggi i tuoi servi!», e così via… Poi si uniscono e discutono sottovoce.

Volontà di consolare il Messia.

16Gesù è davanti, solo… Solo! Finché lo raggiunge Marziam con lo Zelote.

«Gli altri sono scesi sul greto. Per vedere se c’è barca… Si farebbe più presto. Ci vuoi con Te?».

17«Venite. Di che parlavate prima?».

«Del tuo soffrire».

«E dell’odio degli uomini. Cosa possiamo fare per sollevarti e per frenare l’odio?», chiede lo Zelote.

18«Per il mio dolore c’è il vostro amore… Per l’odio… non c’è che sopportarlo… É una cosa che cessa con la vita della Terra… e questo pensiero dà pazienza e fortezza nel sopportarlo. Marziam! Fanciullo! Perché sei turbato?».

«Perché questo mi ricorda Doras…»

19«Hai ragione. É tempo che Io ti rimandi a casa…».

«No! Gesù! No! Perché mi vuoi punire di un male che non ho fatto?».  

20«Non punire. Ma preservare… Io non voglio che tu ricordi Doras. Cosa si alza in te dietro a questo ricordo? Rispondi…».

21Marziam piange a capo chino, poi alza il viso e dice: «Hai ragione. Lo spirito mio non è capace di vedere e perdonare, non è ancora capace. Ma perché mi allontani? Se Tu soffri, io con più ragione ti devo stare vicino. Mi hai pur consolato, Tu, sempre! Non sono più il fanciullo stolto che lo scorso anno ti diceva: “Non farmi vedere il tuo dolore”. Sono un vero uomo, ora. Lascia che io resti! Signore! Oh! diglielo tu, Simone!».

22«Il Maestro sa ciò che è bene per noi. E forse… Egli ti vuole dare qualche incarico… Non so… Dico il mio pensiero…».

 23«Hai detto bene. Lo avrei tenuto, e con tanta gioia, fin oltre le Encenie. Ma… Mia Madre è sola lassù. Il rumore dell’odio è forte tanto. Potrebbe temere più del bisogno. É sola mia Madre. E certo piange. Tu andrai da Lei a dirle che Io la saluto e che l’attendo ormai. Per dopo le Encenie. E non dirai altro, Marziam».

«Ma se mi interroga?».

24«Oh! puoi non mentire dicendo… che la vita del suo Gesù è come questo cielo di etamin. Nuvole e pioggia, talora bufera. Ma non mancano i giorni di sole. Come ieri, come forse domani. Tacere non è mentire. Le dirai i miracoli che hai visto. Le dirai che Elisa è con Me. Che Anania mi ha accolto come un padre. Che a Nobe sono in casa di un buon israelita. Il resto… Sul resto stia il silenzio. E poi andrai da Porfirea. E vi starai finché Io non ti chiamo».

Voto di Obbedienza.

25Marziam piange più forte. «Perché piangi così? Non sei contento di andare da Maria? Ieri lo eri…», dice Simone.

«Ieri sì. Perché andavamo tutti. E poi piango perché ho paura di non vederti più… Oh! Signore! Signore! Mai più sarà per me felice il giorno come lo fu in questi giorni!».

26«Ci vedremo ancora, Marziam. Te lo prometto».

«Quando? Non prima di Pasqua. É lungo!».

27Gesù tace. «Veramente non mi vuoi prima di Pasqua?». Gesù gli passa un braccio intorno alle spalle ancora esili e se lo attira a Sé.

28«Perché vuoi sapere il futuro? Oggi siamo. Domani non siamo più. L’uomo, anche il più ricco e potente, non può aggiungere un giorno alla sua vita. Essa, e tutto il futuro, è nelle mani di Dio…».

«Ma per Pasqua io devo venire al Tempio. Sono israelita. Tu non puoi farmi peccare!».

29«Tu non peccherai. E il primo peccato che mi devi promettere di non fare mai è quello della disubbidienza. Tu ubbidirai. Sempre. A Me ora, a chi ti parlerà in mio Nome poi. Lo prometti? Ricordati che Io, tuo Maestro e Dio, ho ubbidito al Padre mio e ubbidirò sino alla… fine del mio giorno». Gesù è solenne nel dire queste ultime parole.

30Marziam, quasi affascinato, dice: «Ubbidirò. Lo giuro. Davanti a Te e a Dio eterno».

Un silenzio. Poi lo Zelote chiede: «Va in su da solo?».

31«No certamente. Con dei discepoli. Ne troveremo altri oltre Isacco».

«Mandi in Galilea anche Isacco?».

32«Sì. Tornerà indietro con mia Madre».

33Chiamano dal fiume. I tre si spostano, traversano la via vanno verso l’acqua.  

«Guarda, Maestro. Abbiamo trovato. E non vogliono nulla. Son parenti di un miracolato. Ma portano rena a quel paese. Bisogna andare fin là a piedi, poi ci prendono».

34«Dio li compensi. Saremo a sera da Anania».

Pietro, contento, risale verso la via e vede il viso turbato di Marziam.  

«Che hai? Che ha fatto?».

35«Nulla di male, Simone. Gli ho detto che, giunto al primo luogo dove troverò discepoli, lo rimanderò a casa. Ed egli se ne rattrista».

«A casa… Già!… Ma è giusto… La stagione…». Pietro riflette. Poi guarda Gesù e lo tira per la manica, facendolo abbassare sino alla sua bocca. Gli parla all’orecchio: «Maestro, ma perché lo mandi senza attendere…».

36«Per la stagione, lo hai detto».

«E poi?».

37«Simone, non ti voglio mentire. E poi perché è bene che Marziam non si avveleni il cuore…».

38«Hai ragione, Maestro. Avvelenarsi il cuore… Ecco! É proprio quello che finisce ad avvenire». Alza la voce: «Il Maestro ha proprio ragione. Tu andrai e.… ci vedremo a Pasqua. Infine… viene presto… Passato casleu… Oh! in breve tempo è il bel nisam. Sì, certo! Ha ragione…». La voce di Pietro si fa meno sicura. Ripete lentamente e con mestizia: «Ha ragione…», e parlando a sé stesso: «Che sarà accaduto da qui a nisam?». Si batte la mano sulla fronte con mossa desolata.

Morte di Anania

39E vanno, vanno nell’umida giornata. Non piove più sino a che, fangosi sino alle ginocchia, non montano in cinque piccole barche umide e renose che scendono di nuovo seguendo la corrente. Allora la pioggia riprende e, battendo sull’acqua calma del fiume che riflette il cielo bigio di nuvole, vi disegna tanti cerchi che si fanno e si sfanno di continuo, con un giuoco di sfaccettii madreperlacei.

40Sembra un paesaggio deserto. Sugli argini, nelle minuscole borgate fluviali, non si vede anima viva. La pioggia fa chiuse le case, deserte le vie. Cosicché, quando nel primo crepuscolo sbarcano là dove è il paesello di Salomon, trovano silenziosa e vuota la via, e giungono alla casa senza esser visti da nessuno. Bussano. Chiamano. Niente. Solo il tubare dei colombi, e il belare delle pecorelle, e il rumore della pioggia.

«Non c’è nessuno. Che facciamo?».  

41«Andate alle case del paese. A quella del piccolo Micael per prima», ordina Gesù.

E, mentre gli apostoli più giovani vanno via lesti, Gesù coi più anziani resta presso la casa e osservano e commentano.

42«Tutto chiuso… Anche il cancello ben legato e assicurato. Guarda! C’è persino un grosso chiodo. E le finestre chiuse a notte. Che tristezza! E quel lagno di pecore e di colombi? Che sia malato? Che ne pensi, Maestro?».

43Gesù crolla il capo. É stanco e triste… Tornano di corsa gli apostoli. Andrea è il primo a venire e grida, mentre ancora è lontano qualche metro: «É morto… Anania è morto… Non si può entrare nella casa perché ancora non è purificata[308]… Da poche ore è nel sepolcro. Se potevamo venire ieri… Ora viene la donna, la madre di Micael».

«Ma cosa ci perseguita?!», prorompe Bartolomeo.

«Povero vecchio! Era così felice! Stava così bene! Ma come? Quando si è ammalato?». Parlano tutti insieme.

La morte del giusto.

44Sopraggiunge la donna e, stando a distanza da tutti, dice: «Signore, la pace sia con Te. La mia casa ti è aperta. Ma… io non so se… Ho preparato il morto. Per questo ti sto lontana. Però ti posso indicare le case che ti accoglieranno».

45«Sì, donna. Dio ti compensi, e con te chi usa pietà ai viandanti. Ma come morì l’uomo?».

«Oh! non so. Non fu malato. Ieri l’altro stava bene. Sì, certo. Stava bene. Micael era venuto al mattino a prendere le due pecore per unirle alle nostre. Era stabilito. E io gli avevo portato a sesta[309] delle vesti che gli avevo lavate. Era a tavola e mangiava, tutt’affatto sano. A sera ancora Micael aveva riportato le pecore e gli aveva preso due brocche d’acqua, e lui gli aveva regalato due focaccine che si era fatto. Ieri mattina mio figlio venne per le pecore. Era tutto chiuso come ora e nessuno rispose ai gridi del fanciullo. Egli spinse il cancello, ma non riuscì ad aprirlo. Era proprio chiuso. Allora si spaventò Micael e corse da me. Io e lo sposo corremmo e con noi altri. Abbiamo aperto il cancello, abbiamo bussato alla cucina… abbiamo forzato la porta… Era ancora seduto presso il focolare col capo reclinato sul tavolo, la lucerna ancora vicina, ma spenta come lui, un coltelluccio ai piedi, una scodella di legno mezza incisa… La morte lo ha preso così… Sorrideva… Era in pace… Oh! che viso da giusto gli era venuto! Pareva perfino più bello… Io… È poco che di lui mi curavo. Ma mi ci ero affezionata… e piango…».

46«Egli è in pace. Tu stessa l’hai detto. Non piangere! Dove lo avete messo?».

«Sapevamo che lo amavi tanto e allora lo abbiamo messo nel sepolcro che Levi si è costruito da poco. L’unico, perché Levi è ricco. Noi non siamo ricchi. Là, in fondo, oltre la via. Ora, se Tu vuoi, purificheremo tutto e.…».

Sia benedetta la volontà del Padre.

47«Sì. Prenderai le pecore e i colombi, e il resto conservatelo per Me e i miei. Che Io possa sostarvi qualche volta. Dio ti benedica, donna. Andiamo al sepolcro».

«Lo vuoi risuscitare?», chiede stupito Tommaso.

48«No. Per lui non sarebbe gioia. Là dove è, è più felice. Lo desiderava d’altronde…».

49Ma Gesù è molto accasciato. Sembra che tutto si unisca per aumentare la sua mestizia.

50Sulle porte delle case, delle donne guardano e salutano commentando. Presto è raggiunto il sepolcro: un piccolo cubo di fresco costruito.

51Gesù prega vicino ad esso. Poi si volge, con un umidore di pianto negli occhi, e dice: «Andiamo… Nelle case del paese. Nella nostra casetta non c’è più chi ci attende per benedirci… Padre mio! La solitudine fascia il Figlio tuo, il vuoto si fa sempre più vasto e più fosco. Coloro che mi amano se ne vanno, e restano coloro che mi odiano… Padre mio! La tua volontà sia sempre fatta e benedetta…»

52Ritornano verso il paese, e due qui, tre là, entrano nelle case di quelli che non hanno toccato il morto, per trovare ricovero e ristoro.

 

 

 

 

 


[1] MARIA VALTORTA, L’Evangelo come mi è stato rivelato, Ed. CEV, Isola del Lire

[2] Titolo voluto da Gesù, MARIA VALTORTA, Quadernetti N° 48,1).

[3] Matteo, Marco, Luca, Giovanni.

[4]Quest’Opera è manifestazione, è rivelazione, è venuta del FIGLIO DELL’UOMO, in compimento della Sua profezia: “La venuta del Figlio dell’Uomo sarà come nei giorni di Noè e di Lot. Così sarà il tempo in cui il Figlio dell’Uomo si rivelerà” (Mt 24,37-40; Lc 17,26-30). La Malvagità di oggi ha superato la Malizia di quei tempi, fedelmente Gesù ha compiuto la sua promessa.  Gesù si è rivelato in quest’Opera? Quindi Gesù è venuto. Come il Verbo venne a Nazareth fatto Uomo, per redimere; rimasse con noi fatto Pane, per nutrirci; Ora il Verbo è tornato a noi fatto Libro, per guidarci nella Nuova Evangelizzazione del mondo.

[5]23 luglio 1946.

[6]Sarà per te segno sulla tua mano e ricordo fra i tuoi occhi, perché la legge del Signore sia sulla tua bocca (Es 13,9). “Ordina agli Israeliti che si facciano, di generazione in generazione, fiocchi agli angoli delle loro vesti e che mettano al fiocco di ogni angolo un cordone di porpora viola. Avrete tali fiocchi e, quando li guarderete, vi ricorderete di tutti i comandi del Signore per metterli in pratica” (Nm15,37-39). “Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Dt 6,8-9).

[7]Allora satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici”. (Lc 22,3). “Non ho forse scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un demonio! Egli parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: questi infatti stava per tradirlo, uno dei Dodici (Gv 6,70-71). Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota di tradirlo (Gv 13,2).

[8]26 luglio 1946.  Poema: VI, 154 

[9]27 luglio 1946.  Poema: VI, 155 

[10]“Sei uscito per salvare il tuo popolo, per salvare il tuo consacrato”. (Abacuc 3,13)

[11]“Ma io gioirò nel Signore, esulterò in Dio mio salvatore. Il Signore Dio è la mia forza, egli rende i miei piedi come quelli delle cerve e sulle alture mi fa camminare” (Abacuc 3,18-19).

[12]Hai demolito la cima della casa dell’empio, l’hai scalzata fino alle fondamenta. Con i tuoi dardi hai trafitto il capo dei suoi guerrieri che irrompevano per disperdermi con la gioia di chi divora il povero di nascosto” (Abacuc 3,13-14)

[13]In quel giorno il Signore farà da scudo agli abitanti di Gerusalemme e chi tra di loro vacilla diverrà come Davide e la casa di Davide come Dio, come l’angelo del Signore davanti a loro” (Zac 12,8). L’attribuzione del termine “dio” a creature è legittima, ancor più legittima, perché viene riferito ad esse in considerazione dello stato di cui godranno in Cielo: “Vi esorto dunque a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto: Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Efesini 4,6). “Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi?” (Gv 10,34). “Io ho detto: ‘Voi siete dèi, siete tutti figli dell’Altissimo. Eppure morirete come ogni uomo, cadrete come tutti i potenti’” (Sal 82,6-7).

[14]“Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio” (Rm8, 14.17). “E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!” (Galati 4,6). “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio” (1 Gv 3,1-2).

[15]“Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni”. (Is 42,1).

[16]“Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta” (Is 42,2-3).

[17]“Ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione color che abitano nelle tenebre” (Is 42,6-7).

[18]“Io sono il Signore: questo è il mio nome; non cederò la mia gloria ad altri, né il mio onore agli idoli” (Is 42,8).

[19]“Spadroneggiamo sul giusto povero, non risparmiamo le vedove, nessun riguardo per la canizie ricca d’anni del vecchio. La nostra forza sia regola della giustizia, perché la debolezza risulta inutile” (Sap 2,10-11). 

[20]30 luglio 1946.  Poema: VII, 156 

[21]Numero 24,17

[22]Così dice il Signore vostro Redentore, il Santo di Israele: “Per amor vostro l’ho mandato contro Babilonia e farò scendere tutte le loro spranghe, e quanto ai Caldei muterò l’oro clamori in lutto. Io sono il signore, il vostro Santo, il creatore di Israele, il vostro re” (Is 43,14-15). “Il Signore avanza come un prode, come un guerriero eccita il suo ardore; grida, lancia urla di guerra, si mostra forte contro i suoi nemici. Per molto tempo ho taciuto, ho fatto silenzio, mi sono contenuto; ora griderò come una partoriente, mi affannerò e sbufferò insieme” (Is 42,13-14).

[23]Neemia disse agli uomini: Voi vedete la miseria nella quale ci troviamo; Gerusalemme è in rovina e le sue porte sono consumate dal fuoco. Venite, ricostruiamo le mura di Gerusalemme e non saremo più insultati! … Il Dio del cielo ci darà successo. Noi, suoi servi, ci metteremo a costruire” (Neemia 2,17-18).

[24]Quando compresero che il re di Giuda non dava loro ascolto, tutti gli Israeliti risposero al re: “Che parte abbiamo con Davide? Nulla in comune con il figlio di Iesse. Alle tue tende, Israele! Ora pensa alla tua casa, Davide” (1 Re 12,16)

[25]E il signore disse a Samuele: “fino a quando piangerai su Saul, mentre io l’ho rigettato perché non regni su Israele? Riempi di olio il tuo corno e parti. Ti ordino di andare da Iesse il Betlemmita, perché tra i suoi figli mi sono scelto un re” (1 Sam 16,1)

[26]Giudici capitoli 4 e 5

[27]1 Maccabei cap. 2

[28] Deuteronomio 27,24

[29]< Espressione usata dalla Scrittrice per indicare che Gesù, vero Dio ma anche vero uomo, quando cessò di piangere e di avere gli occhi pieni di lacrime, che impediscono di vederci bene, tornò alla chiara visione fisica delle cose >

[30]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo. (Gv 6,15).

[31]31 luglio 1946. Poema: VII, 157 

[32]Gv 1,35-40

[33]Gv 2,2-11

[34]Gv 2,22

[35]Gv 3,1-21

[36]Gv 4,5-26

[37]Gv 13,22-25

[38]Gv 18,15

[39]Gv 20,3-6

[40]< Come ai primordi del Cristianesimo, Giovanni, che non occupava il primo posto tra i Messi del Signore, non conobbe debolezze anche nelle più difficili ore, Pietro invece, capo supremo del Collegio apostolico, le conobbe; così potrà accadere sino al ritorno del Salvatore alla fine dei tempi: e, realmente, qualche volta ciò si è verificato nel corso bimillenario della storia della Chiesa. Anche per questo motivo, la sacra Liturgia invita tutti a pregare per i capi della famiglia cristiana, Papi e Vescovi, affinché non cedano mai sotto il peso della loro grave responsabilità. Successe, e probabilmente potrà risuccedere per l’avvenire che, tra i più umili fedeli oranti, ve ne siano a volte alcuni più santi dei loro capi spirituali, ai quali però dovranno sempre dimostrare, col cuore e coi fatti, la più larga comprensione, il più profondo rispetto, la più umile obbedienza, come a rappresentanti di Dio. Gli autentici santi di tutti i tempi si sono sempre distinti e si distinguono per questa marcata triplice caratteristica >

[41]Gv 21,7-24

[42]Gv 6,15

[43]L’agosto 1946.  Poema: VII, 158 

[44] 3 agosto 1946.  Poema: VII, 159 

[45] Esodo 23,14-17

[46] 5 agosto 1946.  Poema: VII, 160 

[47]Dt 16,19

[48]Giudice Cap. 13 – 16

[49]Numeri Cap 6

[50]Rm 8,31-39

[51]23 settembre 1944.  Poema: VII, 161. Dice Gesù: «Qui metterete la visione del 23 settembre 1944: Non ho riposo migliore che dire: “Ho salvato uno che pe­riva”, e il dettato che segue».

[52] Poema: VII, 162 

[53]6 agosto 1946.  Poema: VII, 163 

[54]7 agosto 1946.  Poema: VII, 164 

[55]“Mi sforzo a dare la visione topografica, perché credo di non aver mai data questa dai monti dove è Giscala. Una delle viste più belle della Palestina (e non rida nessuno alle spalle della povera disegnatrice, se ne ha fatto uno schizzo orrendo…)”. Lo schizzo è riportato nel “Poema dell’Uomo – Dio”, volume settimo Pag.1276. 

[56] Genesi 2,23-24.

[57] 2 Samuele 23,2; Is 51,16; 59,21; Ger. 1,9

[58]Es. 20,12; Lv 19,3; Dt 5,16; Sir 3,2-18

[59] 10 agosto 1946.  Poema: VII, 165 

[60]“Come ho pensato, accadrà e succederà come ho deciso. Io spezzerò l’Assiro nella mia terra e sui miei monti lo calpesterò. Allora sparirà da loro il suo giogo, il suo peso dalle loro spalle”. Questa è la decisione presa per tutta la terra e questa è la mano stesa su tutte le genti… Chi gliela farà ritirare? (Is 14,24-27); “Damasco sarà eliminata dal numero delle città, diverrà un cumulo di rovine. A Damasco sarà tolta la sovranità. Alla sera, ecco era tutto uno spavento, prima del mattino non è già più. Questo è il destino dei nostri predatori e la sorte dei nostri saccheggiatori” (17,1-3.14).

[61]Ger 49,27

[62]“E voi, monti d’Israele, mettete rami e producete frutti per il mio popolo d’Israele perché sta per tornare. Ecco infatti a voi, a voi io mi volgo; sarete ancora lavorati e sarete seminati. Moltiplicherò sopra di voi gli uomini, tutta la gente d’Israele, e le città saranno ripopolate e le rovine ricostruite. Non ti farò più sentire gli insulti delle nazioni e non ti farò più subire lo scherno dei popoli” Ez.36,8. 12. 15

[63]“Ho trovato Davide, mio servo, con il mio santo olio l’ho consacrato; la mia mano è il suo sostegno, il mio braccio è la sua forza. La mia fedeltà e la mia grazia saranno con lui e nel mio nome si innalzerà la sua potenza. Egli mi invocherà: Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza. Io lo costituirò mio primogenito, il più alto tra i re della terra” (Sal 89,21-23. 26,28)

[64]“Il suo regno durerà quanto il sole, quanto la luna, per tutti i secoli. Scenderà come pioggia sull’erba, come acqua che irrora la terra. Nei suoi giorni fiorirà la giustizia e abbonderà la pace, finché non si spenga la luna. E dominerà da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra. A lui tutti i re si prostreranno, lo serviranno tutte le nazioni. Egli libererà il povero che grida e il misero che non trova aiuto, avrà pietà del debole e del povero e salverà la vita dei suoi miseri” (Sal 71,5-13).

[65]“L’insulto ha spezzato il mio cuore e vengo meno. Ho atteso compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati. Hanno messo nel mio cibo veleno e quando avevo sete mi hanno dato aceto” (Sal 68,21-22); “Chi è costui che viene da Edom, da Bozra con le vesti tinte di rosso? Costui, splendido nella sua veste, che avanza nella pienezza della sua forza? – “Io, che parlo con giustizia, sono grande nel soccorrere”. – Perché rossa è la tua veste e i tuoi abiti come quelli di chi pigia nel tino? – “Nel tino ho pigiato da solo e del mio popolo nessuno era con me. Li ho pigiati con sdegno, li ho calpestati con ira. Il loro sangue è sprizzato sulle mie vesti e mi sono macchiato tutti gli abiti, poiché il giorno della vendetta era nel mio cuore e l’anno del mio riscatto è giunto” (Is 63,1-3).

[66]Il Signore disse a Mosè: “Ordina agli Israeliti che si facciano, di generazione in generazione, fiocchi agli angoli delle loro vesti e che mettano al fiocco di ogni angolo un cordone di porpora viola. Avrete tali fiocchi e, quando li guarderete, vi ricorderete di tutti i comandi del Signore per metterli in pratica; non andrete vagando dietro il vostro cuore e i vostri occhi, seguendo i quali vi prostituite” (Nm 15,37-39).  “Sarà per te segno sulla tua mano e ornamento fra i tuoi occhi, per ricordare che con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall’Egitto e perché la legge del Signore sia sulla tua bocca” (Es 13,9.16).

[67]Es 3,13-15; Is 42,8

[68]Poi Dio si ricordò anche di Rachele; Dio la esaudì e la rese feconda. Essa concepì e partorì un figlio e disse: Dio ha tolto il mio disonore”. E lo chiamò Giuseppe dicendo: “Il Signore mi aggiunga un altro figlio!”. (Gen 30, 22.24). 

[69]Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba, che significa “figlio dell’esortazione”, un levita originario di Cipro, che era padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò l’importo deponendolo ai piedi degli apostoli (Atti 4,36-37).

[70]Es 19,9-20,21

[71]“Non temere, perché non dovrai più arrossire. Poiché tuo sposo è il tuo creatore, Signore degli eserciti è il suo nome; tuo redentore è il Santo di Israele, è chiamato Dio di tutta la terra. Come una donna abbandonata e con l’animo afflitto, ti ha il Signore richiamata. Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù? Dice il tuo Dio. Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti riprenderò con immenso amore. In un impeto di collera ti ho nascosto per un poco il mio volto; ma con affetto perenne ho avuto pietà di te… Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pacedice il Signore che ti usa misericordia” (Is 54,4-10); 1 Gv 4, 7-16

[72] Es 20,1-17; Dt 5,1-22

[73] 12 agosto 1946.  Poema: VII, 166 

[74]“Chi non è contro di noi è per noi” (Mc 9,40)

[75]Es 20,19

[76]Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto. Avrai così quanto hai chiesto al Signore tuo Dio, sull’Oreb, il giorno dell’assemblea, dicendo: Che io non oda più la voce del Signore mio Dio e non veda più questo grande fuoco, perché non muoia. Il Signore mi rispose: Quello che hanno detto, va bene; Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò. Se qualcuno non ascolterà le parole, che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto (Dt 18,15-19).

[77]15 agosto 1944.  Poema: VII, 167. Dice Gesù: «Qui metterete la visione del 15 agosto 1944: Gesù guarisce il bambino nato cieco di Sidone».

[78]17 agosto 1944.  Poema: VII, 168 

[79]“Il padrone allora disse al servo: Esci per le strade e lungo le siepi, spingili a entrare, perché la mia casa si riempia. Perché vi dico: Nessuno di quegli uomini che erano stati invitati assaggerà la mia cena” (Lc 14,23-24). È interessante la vocazione di Saulo in atti 26,12-18 è una delle rare volte che Dio forza la libertà a seguire la strada giusta.

[80]Poi il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile” (Gen 2,18)

[81]“Come Sara che obbediva ad Abramo, chiamandolo signore. Di essa siete diventate figlie, se operate il bene e non vi lasciate sgomentare da alcuna minaccia” (1 Pt 3,6)

[82]15 agosto 1946.  Poema: VII, 169 

[83]Alle 12 del 15 agosto 1946.

[84]Scritto il 16 agosto 1946.

[85] 17 agosto 1946.  Poema: VII, 170 

[86] Tabernacoli. Es 23,14-19; 34,18-23; Lv 23; Dt 16,1-17

[87]< L’espressione aramaica, liturgica, “Maranata”, per la verità, non significa “Così sia” ma indica la vicinanza del Signore. Se infatti si divide: “Maranata”, significa “Il Signore viene”; se invece si divide: “Marana tha”, significa “Signore, vieni”! In questi due ultimi sensi lega bene con il presente contesto >

[88]19 agosto 1946.  Poema: VII, 171 

[89]Nella bibbia di Gerusalemme corrisponde al salmo 116: “Amo il Signore perché ascolta il grido della mia preghiera. Verso di me ha teso l’orecchio nel giorno in cui lo invocavo.

Mi stringevano funi di morte, ero preso nei lacci degli inferi. Mi opprimevano tristezza e angoscia e ho invocato il nome del Signore: “Ti prego, Signore, salvami”. Buono e giusto è il signore, il nostro Dio è misericordioso” (Sal.116,1-5).

[90]< Anania, infatti, secondo l’etimologia ebraica, significa: “Colui che il Signore ha graziosamente dato” >

[91]21 agosto 1946.  Poema: VII, 172 

[92]Scritto il 14 febbraio 1944.

[93]22 agosto 1946.  Poema: VII, 173 

[94]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Dopo questi fatti Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più andare per la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo (Gv 7,1).

[95]“Quando, facendo la mietitura nel tuo campo, vi avrai dimenticato qualche mannello, non tornerai indietro a prenderlo; sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova, perché il signore tuo Dio ti benedica in ogni lavoro delle tue mani. Quando bacchierai i tuoi ulivi, non tornerai indietro a ripassare i rami: saranno per il forestiero, per l’orfano e per la vedova. Quando vendemmierai la tua vigna, non tornerai indietro a racimolare: sarà per il forestiero, per l’orfano e par la vedova Deuteronomio (24,19-21).

[96]“Sorse Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse molta gente a seguirlo, ma anch’egli perì e quanti s’erano lasciati persuadere da lui furono dispersi” (Atti 5,37).

[97]Il Signore eleverà la potenza del suo Messia (1Sam 2,10). Il suo regno durerà quanto il sole (Sal 72). Sulle sue spalle è il segno di sovranità (Is 9,5-6). Il Regno sarà del Signore (Abd 21). Il suo dominio sarà da mare a mare (Zc 9,9-10). Maestà e bellezza sono davanti a Lui, potenza e splendore nel suo santuario. Dite tra i popoli: “Il signore regna!” (Sal 96,6.10).

[98]Pasci il tuo popolo con la tua verga, il gregge della tua eredità, che sta solitario nella foresta in mezzo ai giardini.  (Mi 7,14). Il bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza (Sal 23,4). Destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro (Ap 12,5)

[99]Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele (Num 24,17).

[100]Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse (Is 11,1)

[101]VANGELO SECONDO GIOVANNI: I suoi fratelli gli dissero: “Parti di qui e va’ nella Giudea vedano le opere che tu fai. Nessuno infatti agisce di nascosto, se vuole venire riconosciuto pubblicamente. Se fai tali cose, manifestati al mondo!” (Gv 7,3-4).

[102]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Gesù allora disse loro: “Il mio tempo non è ancora venuto, il vostro invece è pronto. Il mondo non può odiare voi, ma odia me, perché di lui Io attesto che le sue opere sono cattive (Gv 7,6-7)

[103]“Ascoltate, casa di Davide! Ecco: la vergine concepirà un figlio, che chiamerà Emmanuele (Is 7,13-14). Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace; Grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e sempre; questo farà lo zelo del Signore “(Isaia 9,6-7)

[104]Oracolo del Signore al mio Signore: “Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi” (Salmo 109,1)

[105]24 agosto 1946.  Poema: VII, 172 

[106]“Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca: chi è nato da Dio preserva sé stesso e il maligno non lo tocca. Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del maligno” (1 Gv 5,18)

[107]In quel tempo era giudice d’Israele una profetessa, Debora. Essa mandò a chiamare Barak e gli disse: “Va’, marcia sul monte Tabor e prendi con te diecimila figli. Io attirerò verso di te al torrente Kison Sisara e lo metterò nelle tue mani” (Giudici 4,4-16).

[108]Il cavallo non giova per la vittoria (Sal 3,17)

[109]< nella luce di questa Volontà di Dio Padre, che Gesù non può e non vuole trasgredire, si devono intendere i molti “Non posso” che il Figlio, secondo quest’Opera, profferisce frequentemente; gli altri “Non posso” si spiegano e causa della indegnità degli uomini > Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato (Gv 6,38).

[110]< Di vigilia o veglia come suddivisione della notte, e di canto del gallo o gallicinio, si parla spesso nella Bibbia: Gedeone e i cento uomini che erano con lui giunsero all’estremità dell’accampamento, all’inizio della veglia di mezzanotte, quando appena aveva o cambiato le sentinelle (Gdc 7,19); Il giorno dopo Saul divise il grosso in tre schiere e irruppe in mezzo al campo nemico sul far del mattino (1 Sam 11,11) ; Verso la  fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare (Mt 14,25); “E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così beati loro!” (12,38).

[111]26 agosto 1946.  Poema: VII, 175 

[112]< Di vigilia o veglia come suddivisione della notte, e di canto del gallo o gallicinio, si parla spesso nella Bibbia: Gedeone e i cento uomini che erano con lui giunsero all’estremità dell’accampamento, all’inizio della veglia di mezzanotte, quando appena aveva o cambiato le sentinelle (Gdc 7,19); Il giorno dopo Saul divise il grosso in tre schiere e irruppe in mezzo al campo nemico sul far del mattino (1 Sam 11,11) ; Verso la  fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare (Mt 14,25); “E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così beati loro!” (12,38).

[113]27 agosto 1946.  Poema: VII, 176 

[114]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Ma andati i suoi fratelli alla festa, allora vi andò anche Lui; non apertamente però; di nascosto (Gv 7,10).

[115]28 agosto 1946.  Poema: VII, 177 

[116]“Io porrò inimicizia tra te (serpente) e la Donna tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Genesi 3,15).

[117]29 agosto 1946.  Poema: VII, 178 

[118]< cioè i commentari rabbinici della Bibbia. Vedine un tipo in Sapienza dal capitolo 16 al Cap. 19. L’autore continua ad aggiungere particolari ai racconti biblici anteriori interpretandoli liberamente secondo il genere letterario del midrash>

[119]Allora parlarono tra di loro i timorati di Dio. Il signore porse l’orecchio e li ascoltò: un libro di memorie fu scritto davanti a lui per coloro che lo temono e che onorano il suo nome (Malachia 3,16); Ora tu, Daniele, chiudi queste parole e sigilla questo libro, fino al tempo della fine: allora molti lo scorreranno e la loro conoscenza sarà accresciuta” (Dn 12,4); “Io continuavo a guardare, quand’ecco furono collocati troni e un vegliardo si assise. La corte sedette e i libri furono aperti” (Dn 7,9-10); “In quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro” (Dn 12,1) Chi sarà superstite in Gerusalemme sarà chiamato santo, cioè quanti saranno iscritti per restare in vita (Is 4,2-3).

[120]“Mi investono con parole di odio, mi combattono senza motivo. In cambio del mio amore mi muovono accuse, mentre io sono in preghiera. Mi rendono male per bene e odio in cambio di amore” (Sal 109,3-5); “Poi mi fece vedere il sommo sacerdote Giosuè, ritto davanti all’angelo del Signore, e satana era alla sua destra per accusarlo” (Zaccaria 3,1). Quanti hanno odiato il Messia senza motivo, hanno dato a satana l’occasione di essere in loro e posseduti da satana hanno accusato e ucciso il Messia.

[121]< In tutto questo discorso dello Zelote figurano vari modi di esprimersi d’indole popolare; non errati perciò, quantunque non da giudicarsi a stretto rigore di Sapienza sovrumana o di scienza umana >

[122]“La Luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta” (Gv 1,5); “Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. Chi ama suo fratello, dimora nella luce e non v’è in lui occasione di inciampo. Ma chi odia suo fratello è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove fa, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi” (1 Gv 2,9-11).  Gesù è nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo (Gv1,9).

[123]Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele (Numeri 24,17). “Io, Gesù, sono la stella radiosa del mattino” (Ap. 22,16). Questa stella, Gesù, è destinata a spuntare nei nostri cuori, come dice l’Apostolo: “Fate bene a volgere l’attenzione, alla parola dei profeti, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori” (2 Pt 1,9). Darò, al vincitore, la stella del mattino (Ap. 2,28).

[124]L’Inferno prevale solo sui volontari del Male, cioè su coloro che volontariamente si danno a Satana. Il Signore parlando di uno che per seconda volta si fece possedere da satana, ebbe a dire: “Ora la sua intelligenza ha voluto satana e Satana ha messo in lui una forza demoniaca intelligente. Contro questa seconda possessione nulla posso. Dovrei violentare la volontà libera dell’uomo”.

[125]VANGELO SECONDO LUCA: Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samara e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi (Lc 17,11-12).

[126]VANGELO SECONDO LUCA: I quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: “Gesù maestro, abbi pietà di noi!”. Appena li vide, Gesù disse: “Andate a presentarvi ai sacerdoti” (Lc 17,12-14).

[127]VANGELO SECONDO LUCA:  E mentre essi andavano, furono sanati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce (Lc 17,14-15).

[128]“Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (Numeri 24,17)

[129]Oracolo di Dio a Davide: “Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del suo regno. Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio” (2 Sam 7,12-14). “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra” (Sal. 2,7-8).

[130]L’uomo di Dio maledisse l’altare degli idoli: “Altare, altare, così dice il Signore: Ecco nascerà un figlio nella casa di Davide, chiamato Giosia, il quale immolerà su di te i sacerdoti delle alture che hanno offerto incenso su di te, e brucerà su di te ossa umane” (1 Re cap. 13,1-5)

[131]Elia disse al re Acazia: “Così dice il Signore: Poiché hai mandato messaggeri a consultare Baal-Zebub, dio di Ekròn, come se in Israele ci fosse, fuori di me, un Dio da interrogare, per questo, dal letto, su cui sei salito, non scenderai, ma certamente morirai”. Difatti morì, (2 Re 1,16).

[132]L’asina, vedendo l’angelo che stava sulla strada con la spada sguainata in mano, deviò dalla strada e cominciò ad andare per i campi. Balaam percosse l’asina per rimetterla sulla strada. Allora l’angelo si fermò in un sentiero infossato tra le vigne, che aveva un muro di qua e un muro di là. L’asina vide l’angelo, si serrò al muro e strinse il piede di Balaam contro il muro e Balaam la percosse di nuovo. L’angelo passò di nuovo più avanti e si fermò in un luogo stretto, tanto stretto che non vi era modo di ritirarsi né a destra, né a sinistra. L’asina vide l’angelo e si accovacciò sotto Balaam; l’ira di Balaam si accese ed egli percosse l’asina con il bastone. Allora il Signore aprì la bocca all’asina ed essa disse a Balaam: “Che ti ho fatto perché tu mi percuota già per la terza volta? Balaam: “Perché ti sei beffata di me! Se avessi una spada in mano, ti ammazzerei subito”. L’asina: “Non sono io la tua asina sulla quale hai sempre cavalcato fino ad oggi? Sono forse abituata ad agire così? Allora il Signore aprì gli occhi a Balaam ed egli vide l’angelo del Signore, che stava sulla strada con la spada sguainata (Numeri 22,1-35).

[133]Isaia nei capitoli 11 e 12 canta le gesta del Re vincitore.

[134]VANGELO SECONDO LUCA: E si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: “Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio. All’infuori di questo straniero?” (Lc 17,16-18).

[135]Due uomini erano rimasti nell’accampamento e lo spirito si posò su di essi; erano fra gli iscritti ma non erano usciti per andare alla tenda; si misero a profetizzare nell’accampamento. Un giovane corse a riferire la cosa a Mosè. Allora Giosuè disse: “Mosè, signor mio, impediscili!” Mosè gli rispose: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito!” (Num 11,24-30)

[136]VANGELO SECONDO LUCA: “Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!” (Lc17,19).

[137]< Efrem infatti, alla lettera significa: Doppio frutto >

[138]31 agosto 1946.  Poema: VII, 178 

[139]“Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo- so per deviare verso la maggioranza, per falsare la giustizia (Es 23,2).

[140]“Ti terrai lontano da parola menzognera. Non far morire l’innocente e il giusto, perché io non assolvo il colpevole. Non accetterai doni, perché il dono acceca chi ha gli occhi aperti e perverte anche le parole dei giusti. Non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri nel paese d’Egitto” (Esodo 23,7-9)

[141]“Se tu obbedirai fedelmente alla voce del signore tuo Dio, preoccupandoti di mettere in pratica tutti i suoi comandi che io ti prescrivo, Il Signore tuo dio ti metterà sopra tutte le nazioni della terra. Sarai benedetto nella città e benedetto nella campagna.  Benedetto sarà il frutto del tuo seno, il frutto del tuo suolo e il frutto del tuo bestiame (Dt 28,1-14).

[142]“Maledetto chi uccide il suo prossimo in segreto! Maledetto chi accetta un regalo per condannare a morte un innocente! (Dt 27,24-25).

[143]“Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” Dt 6,4-5

[144]Prima corrisponde all’incirca, alle nostre ore 7; terza alle ore 9; sesta alle ore 12; nono alle ore 15.

[145]“La Sapienza protesse il padre del mondo, formato per primo da Dio, quando fu creato solo” (Sap 10,1).

[146]< cioè: abitanti della idumea, regione sud della Palestina, ove sorgeva Acrabatane: “Allora Giuda mosse guerra i figli di Esau nell’Idumea e nella Acrabatene, perché assediavano Israele; inflisse loro un grave colpo e li umiliò e si impadronì delle loro spoglie” (1 Maccabei 5,3).

[147]2 settembre 1946.  Poema: VII, 180 

[148]3 settembre 1946.  Poema: VII, 181 

[149]VANGELO SECONDO GIOVANNI: I Giudei intanto lo cercavano durante la festa e dicevano: “dov’è quel tale?”. E si faceva sommessamente un gran parlare di Lui tra la folla; gli uni infatti dicevano: “È buono!”. Altri invece: “No, inganna la gente!”. Nessuno però ne parlava in pubblico, per paura dei Giudei (Gv 7,11-13)

[150]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Quando ormai si era a metà della festa, Gesù salì al tempio e vi insegnava. (Gv. 7,14).

[151]“Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua santa città per mettere fine all’empietà, mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, portare una giustizia eterna, suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei santi.

     Sappi e intendi bene, da quando uscì la parola sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme fino a un principe consacrato, vi saranno sette settimane. Durante sessantadue settimane saranno restaurati, riedificati piazze e fossati, e ciò in 6empi angosciosi.

     Dopo sessantadue settimane, un consacrato sarà soppresso senza colpa in lui; il popolo di un principe che verrà distruggerà la città e il santuario; la sua fine sarà un’inondazione e, fino alla fine, guerra e desolazioni decretate.

Egli stringerà una forte alleanza con molti per una settimana e, nello spazio di metà settimana, farà cessare il sacrificio e l’offerta; sull’ala del tempio porrà l’abominio della desolazione e ciò sarà sino alla fine, fino al termine segnato sul devastatore” (Dn 9,24-27).

[152]“Io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore, che voi cercate; l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate” (Malachia 3,1)

[153]1 Samuele 8,1-9

[154]1 Samuele 1,10-11

[155]Cantico di Anna (1 Samuele 2,1-10

[156]“L’Altissimo tuonerò dal cielo Il Signore giudicherà gli estremi confini della terra; darà forza al suo re ed eleverà la potenza del suo Messia” (1 Samuele 2,10).

[157]VANGELO SECONDO LUCA: Interrogato di farisei: “Quando verrà il Regno di Dio?”. Rispose: “Il Regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o eccolo là. Perché il Regno di Dio è dentro di voi!” (Lc 17,20-21).

[158]VANGELO SECONDO GIOVANNI: I Giudei ne erano stupiti e dicevano: “Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?”. Gesù rispose: “La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato”. (Gv 7,15-16).

[159]Esodo 19,16ss.

[160]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Chi vuol fare la sua volontà, conoscerà se questa dottrina viene da Dio, o se Io parlo da me stesso: chi parla da sé stesso, cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che l’ha mandato, è veritiero, e in Lui non c’è ingiustizia” (Gv 7,17-18).

[161]Gen 1,3

[162]VANGELO SECONDO GIOVANNI: “Non è stato forse Mosè a darvi la Legge? Eppure nessuno di voi osserva la Legge! Perché cercate di uccidermi?”. Rispose la folla: “Tu hai un demonio! Chi cerca di ucciderti?” (Gv 7,19-20).

[163]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Rispose Gesù: “Un’opera sola ho compiuto, e tutti ne siete stupiti. Mosè vi ha dato la circoncisione – non che essa venga da Mosè ma dai patriarchi – e voi circoncidete un uomo anche di sabato. Ora se un uomo riceve la circoncisione di sabato perché non sia trasgredita la Legge di Mosè, voi vi sdegnate contro di me perché ho guarito interamente un uomo di sabato? Non giudicate secondo le apparenze, ma giudicate con giusto giudizio!” (Gv 7,21-24).

[164]VANGELO SECONDO LUCA: Disse ancora ai discepoli: “Verrà un tempo in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: Eccolo là, o eccolo qua; non andateci, non seguiteli. Perché come il lampo, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga ripudiato da questa generazione” (Lc 17,22-25).

[165]4 settembre 1946.  Poema: VII, 182 

[166]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Intanto alcuni di Gerusalemme dicevano: “Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, e non gli dicono niente. Che forse i capi abbiano riconosciuto davvero che egli è il Cristo? (Gv 7,25-26)

[167]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: “Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure Io non sono venuto da me e chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io però lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato”. Allora cercarono di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettergli le mani addosso, perché non era ancora giunta la sua ora (Gv 7,28-30).

[168]< Espressione popolare, per indicare l’origine del Figlio dal Padre, la sua consustanzialità, e l’essere una delle Tre Persone divine >

[169]Infatti a quale degli angeli Dio ha mai detto: “Tu sei mio figlio; oggi ti ho generato? E ancora: “Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio? (Eb 1,5)

[170]Mentre degli angeli dice: “Egli fa i suoi angeli pari ai venti, e i suoi ministri come fiamma di fuoco” del Figlio invece afferma: “Il tuo trono, Dio, sta in eterno” (Eb 1,7-8.) In questo testo si vede una descrizione della natura degli angeli e quindi inferiore a quella del Figlio sul suo trono immutabile perché di natura divina.

[171]< Si noti come, nel contesto, l’Autore distingua tra “generare” e “Creare”: Dio non “genera” se non il suo consustanziale ed eterno Figlio; “creò” invece angeli, uomini, animali, piante e ogni essere inanimato >

[172]Egli mi ha detto: “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato” (Sal. 2,7).

[173]E di nuovo, quando introduce il primogenito nel mondo, dice: “Lo adorino tutti gli angeli di Dio” (Ebrei 1,6). E altrove dice: “Si prostrino a lui tutti gli dèi” (Sal 97,7)

[174]Oracolo del signore al mio Signore: “Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi”. Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion: “Domina in mezzo ai tuoi nemici. A te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori; dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato” (Sal 110,1-3)

[175]Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mt3,16-17).

[176]Appena Gesù disse “Sono io”, indietreggiarono e caddero a terra (Gv 18,6).

[177]< Difatti Giuseppe fu soltanto padre putativo; Maria verissima Madre, ma in virtù di concepimento e parto miracolosi; e nessuno dei due fu genitore “della Divinità” del Figlio di Dio >

[178]Chi non crede a Dio, fa di lui un bugiardo, perché non crede alla testimonianza che Dio ha reso a suo Figlio. E la testimonianza è questa: Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita (1 Gv 5,10-12).

[179]In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio (Gv 1,1)

[180]E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità (Gv 1,14).

[181]< “carne”, qui, significa uomo, nella completezza della sua natura individuale psico-fisica, come in Gv 1,14; 17,2 >

[182]“Cristo non si attribuì la gloria di sommo sacerdote, gliela conferì colui che gli disse: Tu sei sacerdote per sempre, alla maniera di Melchisedek”. (Eb 5,6)

[183]“Farai una lamina d’oro puro e vi inciderai, come su di un sigillo: “Sacro al Signore”. L’attaccherai con un cordone di porpora viola al turbante, sulla parte anteriore. Starà sulla fronte di Aronne” (Es 28,36).

[184]Arone porterà i nomi degli Israeliti sul pettorale del giudizio, sopra il suo cuore, quando entrerà nel Santo come memoriale davanti al Signore per sempre (Es 28,29).

[185]Questo Melchisedek infatti, re di Salem, sacerdote del Dio Altissimo, andò incontro ad Abramo e lo benedisse; a lui Abramo diede la decima di ogni cosa (Eb 7,1-2).

[186]Anzitutto il suo nome tradotto significa re di giustizia; inoltre anche re di Salem, cioè di pace (Eb 7,2)

[187]Egli è senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita (Eb 7,3)

[188]Fatto simile al figlio di Dio e rimane sacerdote in eterno (Eb 7,3).

[189]Ciò risulta ancor più evidente dal momento che, a somiglianza di Melchisedek, sorge un altro sacerdote, che non è diventato tale per ragione di una prescrizione carnale, ma per la potenza di una vita indefettibile. Gli è resa infatti questa testimonianza: Tu sei sacerdote in eterno alla maniera di Melchisedek (Eb 7,15-17).

[190]Si ha così l’abrogazione di un ordinamento precedente a causa della sua debolezza e inutilità e si ha invece l’introduzione di una speranza migliore, grazie alle quale ci avviciniamo a Dio (Eb 7, 18.19)

[191]Tale era infatti il sommo sacerdote che ci occorreva: santo,

innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli (Eb 7,7,26)

[192]Egli non ha bisogno ogni giorno, come gli altri sommi sacerdoti, di offrire sacrifici prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo, poiché egli ha fatto questo una volta per tutte, offrendo sé stesso (Eb 7,27).

[193]Noi abbiamo un sommo sacerdote così grande che si è assiso alla destra del trono della maestà nei cieli, ministro del santuario e della vera tenda che il Signore, e non un uomo, ha costruito (Eb 8,1-2).

[194]È impossibile eliminare i peccati con il sangue di tori e di capri. Per questo, entrando nel mondo, cristo dice: Tu non hi voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà. Con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio per stabilirne uno nuovo. Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre (Eb 10,4-10).

[195]< Fa impressione l’umile professione di ignoranza della scrittrice. Maria Valtorta, dopo un discorso, profondo e ricco di substrato e citazioni bibliche, come il precedente. Tale professione di ignoranza si spiega alla luce della convinzione che essa aveva di non essere se non lo strumento, il portavoce e la penna di Dio >

[196]5 settembre 1946.  Poema: VII, 183 

[197]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Molti della folla invece credettero in Lui, e dicevano: “Il Cristo, quando verrà, potrà far segni più grandi di quelli che ha fatto costui?” (Gv 7,31).

[198]Beelzebùl: divinità Cananea il cui nome significa “Baal il principe”. Spesso è anche detto “Baal del letamaio” e con un gioco di parole che deride il vero nome del dio di Ekròn (2 Re 1,2-8) si trasforma questo titolo in “Baal delle mosche”, ma per l’ortodossia monoteista significa “principe dei demoni”.

[199]Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto (Gv 14,26).

[200]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Gesù disse: “Per poco tempo ancora rimango con voi, poi vado da colui che mi ha mandato. Voi mi cercherete, e non mi troverete; e dove sono Io, voi non potrete venire” (Gv 7,33-34)

[201]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Dissero dunque tra loro i Giudei: “Dove mai sta per andare costui, che noi non potremmo trovarlo? Andrà forse da quelli che sono dispersi fra i Greci e ammaestrerà i Greci? Che discorso è questo che ha fatto: Mi cercherete e non mi troverete e dove sono Io voi non potrete venire?” (Gv 7,33-36).

[202]Il Signore ricostruisce Gerusalemme, raduna i dispersi d’Israele. Risana i cuori affranti e fascia le loro ferite; egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome (Sal 147,2-4). Alle dodici tribù disperse nel mondo, salute. Ai fedeli dispersi eletti secondo la prescienza di Dio Padre, mediante la santificazione dello spirito, per obbedire a Gesù cristo e per essere aspersi del suo sangue: grazia e pace a voi in abbondanza (Gc 1,1: 1Pt 1,1-2).

[203]Io sono l’Alfa e l’Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente! (Ap.1,9

[204]6 settembre 1946.  Poema: VII, 184 

[205]Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione? Fu così che Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato come giustizia. Sappiate dunque che figli di Abramo sono quelli che vengo dalla fede. E la Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato i pagani per la fede, preannunziò ad Abramo questo lieto annunzio: In te saranno benedette tutte le genti (Gal 3,5-89).

[206]10 settembre 1946.  Poema: VII, 185 

[207]13 settembre 1946.  Poema: VII, 186 

[208]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno” (Gv 7,37-38).

[209]Mentre mi trovavo fra i deportati sulle rive del canale Chebàr, i cieli si aprirono ed ebbi visioni divine…Io guardavo ed ecco un uragano avanzare dal settentrione, una grande nube e un turbinìo di fuoco, che splendeva tutto intorno, e in mezzo si scorgeva come un balenare di elettro incandescente… (Ez 1,1-4).

[210]“Ecco a settentrione della porta dell’altare l’idolo della gelosia, proprio all’ingresso… poi vidi ogni sorta di rettili e di animali abominevoli e tutti gli idoli del popolo d’Israele raffigurati intorno alle pareti… poi vidi donne sedute che piangevano Tammuz… poi vidi all’ingresso del tempio, fra il vestibolo e l’altare, circa venticinque uomini, con le spalle voltate al tempio e la faccia a oriente che, prostrati, adoravano il sole…” Mi disse: “Come se fosse piccola cosa per la casa di Giuda, commettere simili nefandezze in questo luogo, hanno riempito il paese di violenze, per provocare la mia collera. Eccoli, vedi, che si portano il ramoscello sacro alle narici. Ebbene anch’io agirò con furore (Ez 8,1-18).                               

[211]“Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un Tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono”. Agli altri disse: “Seguitelo attraverso la città e colpite! Il vostro occhio non perdoni, non abbiate misericordia. Vecchi, giovani, ragazze, bambini e donne, ammazzate fino allo sterminio: solo non toccate chi abbia il tau in fronte; cominciate dal mio santuario!” (Ez 9,1-11).

[212]Il Signore mi portò in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa… Io profetizzai come mi era stato ordinato; mentre io profetizzavo, sentii un rumore e vidi un movimento fra le ossa, che si accosta -vano l’uno all’altro, ciascuno al suo corrispondente. Guardai ed ecco sopra di esse i nervi, la carne cresceva e la pelle le ricopriva, ma non c’era spirito in loro… Io profetizzai come mi aveva comandato e lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi (Ez 37,1-14).

[213]Mi condusse all’ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente. Quell’acqua scendeva sotto il lato destro del tempio dalla parte meridionale dell’altare (Ez 47,1-2)

[214]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in Lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato glorificato (Gv 7,39).

[215]Il diluvio durò quaranta giorni. Così fu sterminato ogni essere che era sulla terra: con gli uomini, gli animali domestici, i rettili e gli uccelli del cielo; essi furono sterminati dalla terra (Gen 7, 17.23).

[216]Queste acque sboccate in mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché quelle acque dove giungo, risanano e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà (Ez 47,8-9).

[217]Pero le sue paludi e le sue lagune non saranno risanate: saranno abbandonate al sale (Ez 47,11).

[218]Lungo il fiume, su una riva e sull’atra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui fronde non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina (Ez 47,12).

[219]“Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le scritture” (1 Cor 15,3-4). È andato alla morte e risorgendo gloriosamente ha vinto la morte quindi non è morte, ma vive per sempre.

[220]“Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future” (Gv 16,12-13).

[221]Il Verbo è Dio (Gv 1,1) Dio prese carne in Gesù (Gv 1,14). A lo stesso modo lo spirito Santo è Dio perché Dio è Spirito Santo (Gv4,24).

[222]“Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26).

[223]Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi (Att 2,3-4).

[224]VANGELO SECONDO GIOVANNI: All’udire queste parole, alcuni fra la gente dicevano: “Questi è davvero il profeta!”. Altri dicevano: “Questi è il Cristo!” (Gv 7,40-41).

[225]VANGELO SECONDO GIOVANNI: I farisei intanto udirono che la gente sussurrava queste cose di Lui e perciò i sommi sacerdoti e i farisei mandarono delle guardie per arrestarlo (Gv 7,32).

[226]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno gli mise le mani addosso (Gv 7,44)

[227]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Le guardie tornarono quindi dai sommi sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: “Perché non lo avete condotto?”. Risposero le guardie: “Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!”. Ma i farisei replicarono loro: “Forse vi siete lasciati ingannare anche voi? Forse gli ha creduto qualcuno fra i capi, o fra i farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!”. (Gv 7,45-49).

[228]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Disse allora Nicodemo, uno di loro, che era venuto precedentemente da Gesù: “La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?”. Gli risposero: “Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea”. E tornarono ciascuno a casa sua (Gv 7,50-53).

[229]14 settembre 1946.  Poema: VII, 187 

[230]16 settembre 1946.  Poema: VII, 188 

[231]Cusai sventa i piani di Achitòfe contro Davide: l2 Samuele 17,1-16)

[232]Intrighi e paura di Adonia: 1 Re 1,1-53

[233]a) È Dio che ha donato e dona all’uomo la volontà libera, o libero arbitrio e lo rispetta.  b) È Dio che dà al libero arbitrio la forza per volere, e con aiuti soprannaturali lo aiuta a voler il bene. c) Ma il volere il bene o il male dipende solo dall’uomo che liberamente sceglie ed eseguisce il bene, meritando per la vita eterna o sceglie ed eseguisce il male demeritando per la vita eterna.  

[234]20 marzo 1944.  Poema: VII, 189. Dice Gesù: «Qui metterete la visione dell’adultera, avuta il 20 marzo 1944».

[235]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo al tempio e tutto il popolo andava da Lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava (Gv 8,1-2)

[236]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postola nel mezzo (Gv 8,3)

[237]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo (Gv 8,4-6).

[238]Quando un uomo verrà colto in fallo con una donna maritata, tutti e due dovranno morire: l’uomo che ha peccato con la donna e la donna. Così toglierai il male da Israele (Dt 22,22; Levitico 20,10).

[239]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra (Gv 8,6).

[240]VANGELO SECONDO GIOVANNI: E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi (Gv 8,7-9).

[241]VANGELO SECONDO GIOVANNI: Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Ne anch’io ti condanno: va’ e d’ora in poi non peccare più (Gv 8,9.11).

[242] Poema: VII, 190 

[243]“…Io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (Mt 5,28).

[244]Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio li creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra” (Gn 1,27-28). Il sacramento del Matrimonio è memoriale di questa benedizione. Quindi il rapporto uomo donna è benedetto da Dio quando osserva le leggi di Dio. Perciò il fantasticare a vuoto, l’accarezzare pensieri sensuali non è più la volontà di Dio, in questo senso è atto mentale contro la natura stabilita da Dio.

[245]< Cioè dell’Ordine di san Francesco e dell’Ordine dei Servi di Maria: dei quali, con i dovuti permessi dell’Autorità ecclesiastica, era ugualmente Terziaria >.

[246]17 settembre 1946.  Poema: VII, 191 

[247]Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche (Lucifero).

Rispose l’uomo: “La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”. Rispose la donna: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato” (Gn 31.12-13).

[248]Signore disse, parlando dell’adultera: “Non le do pace e benedizione perché non era in lei quella completa recisione dal suo peccato che è richiesta per esser perdonati. Nella sua carne, e purtroppo nel suo cuore, non era la nausea per il peccato”. Quindi l’adultera non ebbe l’assoluzione, la remissione, il perdono dei suoi peccati in attesa di un vero pentimento.

[249]“Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca: chi è nato da Dio preserva sé stesso e il maligno non lo tocca. Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del maligno” (1Gv 5,18).

[250]“Come un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri” (Rm 12,4-5). “Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!” (1 Cor 6,12-20).

[251]“Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato. Abbi rispetto della sua presenza, ascolta la sua voce e non ribellarti a lui; egli infatti non perdonerebbe la vostra trasgressione, perché il mio nome è in lui. Se tu ascolti la sua voce, Io sarò l’avversario dei tuoi avversari” (Es 23,20-22).

[252]“Il Signore ti benedica e ti custodisca. Il Signore ti mostri il suo volto e abbia di te misericordia. Il Signore volgo su di te il suo sguardo e ti dia pace” (Numeri 6,24-26).

[253]18 settembre 1946.  Poema: VII, 192 

[254]Io dormo, ma il mio cuore veglia. Un rumore! È il mio diletto che bussa: “Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, perfetta mia; perché il mio capo è bagnato di rugiada, i miei riccioli di gocce notturne”. “Mi sono tolta la veste; come indossarla ancora? Mi sono lavata i piedi; come ancora sporcarli?”. Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio e un fremito mi ha sconvolta. Mi sono alzata per aprire al mio diletto. Ho aperto allora al mio diletto, ma il mio diletto già se n’era andato, era scomparso. Io venni meno, per la sua scomparsa. (Cc 5,2-6).

[255]“Efraim ha visto la sua infermità e Giuda la sua piaga. Efraim è ricorso all’Assiria e Giuda si è rivolto al gran re; ma egli non potrà curarvi, non guarirà la vostra piaga, perché io sarò come un leone. Io farò strage e me ne andrò. Me ne ritornerò alla mia dimora finché non avranno espiato e cercheranno il mio volto, e ricorreranno a me nella loro angoscia”. (Osea 5,13-15).

[256]“Metterò gli uomini in angoscia e cammineranno come ciechi, perché han peccato contro il Signore; il loro sangue sarà sparso come polvere e le loro viscere come escrementi. Neppure il loro argento, neppure il loro oro potranno salvarli” (Sofonia 1,17-18).

[257]Il Signore Dio scacciò Adamo ed Eva dal giardino di Eden e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita (Gn 3,24).  “Beati coloro che lavano le loro vesti: avranno parte all’albero della vita e potranno entrare per le porte nella città. Fuori i cani, i fattucchieri, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!” (Ap 22,14-15).

[258]Allusione al Giuda folle e disperato, nel Venerdì Santo, dopo il grande Delitto. Ma senza attendere il Venerdì Santo, un poco di quella follia già lo tormenta nel momento stesso che il Messia termina il suo discorso profetico, come si legge nel brano 36 di questo capitolo.

[259]Voci dei demoni. Indica che Giuda era già sotto l’influsso o impero dei demoni: Mt 8,28-34; Mc 5,1-13; Lc 8,26-33.

[260]20 settembre 1946.  Poema: VII, 193 

[261]Il Signore disse a Mosè: “Sali su questo monte degli Abarim, sul monte Nebo, che è nel paese di Moab, di fronte a Gerico, e mira il paese di Canaan, che io do in possesso agli Israeliti. Tu vedrai il paese davanti a te, ma là, nel paese che io sto per dare agli Israeliti, tu non entrerai!” (Dt. 32,48-52).

[262]21 settembre 1946.  Poema: VII, 194 

[263]Alla fine dei quaranta giorni e delle quaranta notti, il Signore mi diede le due tavole di pietra, le tavole dell’alleanza. Poi il Signore mi disse: Scendi in fretta di qui, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dall’Egitto, si è traviato; presto si sono allontanati dalla via che io avevo loro indicata: si sono fatti un idolo di metallo fuso (Deuteronomio 9,11-12; Esodo Cap.32; Dt 9,7-29).

[264]Se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre, fu circonfuso di gloria, al punto che i figli d’Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore pure effimero del suo volto, quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito? Forte ditale speranza, ci comportiamo con molta franchezza e non facciamo come Mosè che poneva un velo sul suo volto, perché i figli di Israele non vedessero la fine di ciò che era solo effimero. Ma le loro menti furono accecate; infatti fino ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, alla lettura dell’Antico testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato. Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; ma quando ci sarà la conversione al Signore, quel velo sarà tolto” (2 Cor 3,7-16).

[265]Perché io conosco la tua ribellione e la durezza della tua cervice. Se fino ad oggi, mentre vivo ancora in mezzo a voi, siete stati ribelli contro il Signore, quanto più lo sarete dopo la mia morte!” (Dt 31,27).

[266]22 settembre 1946.  Poema: VII, 195 

[267]È il Mar Morto, detto anche Mare del Sale, delle Saline, Salato, Salsissimo, del Deserto, della Solitudine, dei Sodomiti, o lago Asfaltide, dov’era la Pentacoli, distrutta e maledetta da Dio, con zolfo e fuoco discesi dal cielo a causa della immoralità contro natura, dilagante nella regione: Ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sodoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo (Gn 19,23-26).

[268]Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte. Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno nella sua bocca (Is 53,8-9). Come acqua sono versato. Su polvere di morte mi hai deposto (Sal 22,15-16).

[269]Quando offrirà sé stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza (Is 53,10-11). Il Signore mi ha provato duramente, ma non mi ha consegnato alla morte (Sal 118,18). E Io vivrò per lui (Sal 22,30) Non morirò, resterò in vita e annunzierò le opere del Signore (Sal 118,17)

[270]A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere (Sal 22,30).

[271]23 settembre 1946.  Poema: VII, 196 

[272]È il Mar Morto, detto anche Mare del Sale, delle Saline, Salato, Salsissimo, del Deserto, della Solitudine, dei Sodomiti, o lago Asfaltide.

[273]Vita per vita: occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido (Es 21,23-25). Questa parola che non è nei dieci comandi, dice il Signore che, è stata messa perché l’uomo privo della Grazia è tal belva che non può che comprendere la vendetta. Questa parola ora è annullata dalla nuova parola: “Ama chi ti odia, prega per chi ti perseguita, giustifica chi ti calunnia, benedici chi ti maledice, benefica chi ti fa danno, sii pacifico col rissoso, condiscendente con chi ti è molesto…”.

[274]Quando Mosè ebbe finito di scrivere su un libro tutte le parole di questa legge, ordinò ai leviti che portavano l’arca dell’alleanza del Signore: “Prendete questo libro della legge e mettetelo a fianco dell’arca dell’alleanza del Signore vostro Dio; vi rimanga come testimonio contro di voi” (Dt 31,24-26)

[275]Dio Padre opera sempre, così anche il Cristo figlio di Dio opera sempre perché è avvocato di tutta l’umanità presso il Padre: “abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Gv 2,1-2). “Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore” (Eb 7,25).

[276]“Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica- Chi condannerà? Cristo Gesù, Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore (Rm 8,31-39).

[277]24 settembre 1946.  Poema: VII, 197 

[278]“Che m’importa dei vostri sacrifici senza numero? Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di giovenchi; il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco” (Is 1,11). “Anche se voi mi offrite olocausti, io non gradisco i vostri doni e le vittime grasse come pacificazione io non le guardo” (Amos 5,22).

[279]“Poiché voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Osea 6,6). “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente” (Rm 12,1-2)

[280]Sal 51,19.

[281]Non mentire al Signore e non allontanarti dalla sua presenza: Allora il Signore disse a Caino: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Egli rispose: “Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?” E Caino si allontanò dal Signore (Gn 4,9-16).

[282]Non nasconderti dal Signore: Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo Adamo con sua moglie Eva si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino (Gen 3,8-10).

[283]Il Signore aggiunse a Mosè: “Ordina agli Israeliti che si facciano fiocchi agli angoli delle loro vesti e che mettano al fiocco di ogni angolo un cordone di porpora viola. Avrete tali fiocchi e, quando li guarderete, vi ricorderete di tutti i comandi del signore per metterli in pratica e sarete santi per il vostro Dio” (Nm 15,37-35).

[284]< Concisa e bellissima orazione, redatta secondo il classico stile biblico e liturgico (lode e domanda, armoniosamente connesse) >

[285]Allusione al Giudizio universale: Mt 25,31-46

[286]25 settembre 1946.  Poema: VII, 198 

[287]< Si legga, con attenzione, la dottrina qui esposta a riguardo delle possessioni divine, poiché la Scrittrice, Maria Valtorta, più volte l’applicherà a sé, umilmente ma decisamente, per spiegare il fenomeno della sua Opera, cioè di questi libri. Tale era la sua profonda persuasione, che però non imponeva agli altri >

[288]Questa è la vita eterna che conoscano te unico Dio vero e colui che hai mandato Gesù Cristo.

[289]3 ottobre 1944.  Poema: VII, 199 Dice Gesù: «Qui metterete la visione del 3 ottobre 1944: “La moglie del sadduceo negromante”».

[290]Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato (Lc 4,13). “Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre” (Lc 22,53).

[291]È verità di fede che in un uomo può stare Belzbu con la sua corte. Infatti quando Gesù si accingeva ad esorcizzare l’indemoniato geraseno domando: “Come ti chiami? “Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti” (Mc 5,1-20).

[292]L’uomo inclina a Satana quando accoglie in cuor suo i brutti suggerimenti del diavolo: Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota di tradire Gesù…” (Gv 13,2). L’uomo precipita in Satana quando viene posseduto: E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui (Gv 13,27).

[293]L’uomo inclina a Satana quando accoglie in cuor suo i brutti suggerimenti del diavolo: Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota di tradire Gesù…” (Gv 13,2). L’uomo precipita in Satana quando viene posseduto: E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui (Gv 13,27).

[294]“Tu hai rigettato il tuo popolo, la casa di Giacobbe, perché rigurgitano di maghi orientali di indovini come i Filistei” (Is 2,6). “Tu sarai irreprensibile verso il Signore tuo Dio, perché le nazioni, di cui tu vai ad occupare il paese, ascoltano gli indovini e gli incantatori, ma quanto a te, non così ti ha permesso il Signore tuo Dio” (Dt 18,13).

[295]“Quando vi diranno: “Interrogate gli spiriti e gli indovini che bisbigliano e mormorano formule. Forse un popolo non deve consultare i suoi dèi? Per i vivi consultare i morti? voi non fatelo attenetevi invece alla Rivelazione, alla Testimonianza dei profeti” (Cfr. Is8,19-20).

[296]Samuele era morto e tutto Israele aveva fatto il lamento su di lui… Saul disse ai suoi ministri: “Cercatemi una negromante, perché voglio andare a consultarla”. Essa disse: “Chi devo evocarti?”. Rispose: “Evocami Samuele”. La donna disse a Saul; “Vedo un essere divino che sale dalla terra”. Samuele disse a Saul: “Perché mi hai disturbato e costretto a salire? Perché mi vuoi consultare, quando il Signore si è allontanato da te ed è divenuto tuo nemico? Poiché non hai ascoltato il comando del Signore Il Signore ha strappato da te il regno e abbandonerà Israele insieme con te nelle mani dei Filistei” (1 Sam 28,3-19).

[297]Elia disse a acacia: “Poiché hai mandato messaggeri a consultare Baal-Zebub, dio di Ekròn, come se in Israele ci fosse, fuori di me, un Dio da interrogare, per questo, dal letto, su cui sei salito, non scenderai, ma certamente morirai”. Difatti morì (2 Re 1,16-17).

[298]“Non rivolgetevi agli idoli” Levitino 19,4. “Se un uomo si rivolge ai negromanti e agli indovini per darsi alle superstizioni dietro a loro, io volgerò la faccia contro quella persona e la eliminerò dal suo popolo” (Levitino 20,6). “Devasterò le vostre alture di culto agli idoli, distruggerò i vostri altari per l’incenso agli dèi, butterò i vostri cadaveri sui cadaveri dei vostri idoli e io vi avrò in abominio. Devasterò i vostri santuari” (Levitino 26,30-31).

[299]< cioè di angeli, creati da Dio ma che sussisteranno in eterno >

[300](2 Re 1,16-17).

[301]Una volta Giacobbe aveva cotto una minestra di lenticchie; Esau arrivò dalla campagna ed era sfinito: Disse a Giacobbe: “lasciami mangiare un po’ di questa minestra rossa, perché sono sfinito”. Giacobbe disse: “Vendimi subito la tua primogenitura”. Quegli lo giurò e vendette la primogenitura a Giacobbe (Genesi 25,29-34).

[302]“Ecco l’odore di un campo come l’odore di un campo che il Signore ha benedetto. Dio ti conceda rugiada del cielo e terre grasse e abbondanza di frumento e di mosto. Ti servano i popoli e si prostrino davanti a te le genti. Sii il signore dei tuoi fratelli e si prostrino davanti a te i figli di tua madre. Chi ti maledice sia maledetto e chi ti benedice sia benedetto!” (Gen 27,27-29).

[303]Si tratta di espressione usata, per scongiuri, da persone dedite alla magia: Molti di quelli che avevano abbracciato la fede venivano a confessare in pubblico le loro pratiche magiche e un numero considerevole di persone che avevano esercitato le arti magiche portavano i propri libri e li bruciavano alla vista di tutti (Att 19,13-19).

[304] Poema: VII, 200 

[305]Ora vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù cristo e alla nostra riunione con lui, di non lasciarvi così facilmente confondere e turbare, né da pretese ispirazioni, né da parole, né da qualche lettera fatta passare come nostra” (2 Tessalonicesi 2,1-2). Nella scrittura non mancano le chiare regole per distinguere l’autentico soprannaturale dalle sue contraffazioni: “Ora voi avete l’unzione ricevuta dal Santo e tutti avete la scienza. Nessuna menzogna viene dalla verità. Chi è il menzognero se non colui che nega che Gesù è il Cristo?” (1 Gv 2,20-22). “Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi nel mondo” (1 Gv 4,1).

[306]Daniele 5,22-24

[307]26 settembre 1946.  Poema: VII, 201 

[308]Il contato dei morti era considerato impuro: “Nessuno di essi si avvicinerà a un cadavere per non rendersi immondo…” (Ez 44,25).

[309] Corrispondenza delle ore ebraiche con le ore latine: prima: ore 7; terza: ore 9; sesta: ore 12; nona: ore 15 all’incirca.

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