Fraternità e Comandamenti

GESU’ DI NAZARETH

 

LA BUONA NOVELLA AI PICCOLI DEL GREGGE DI GESU’

 

Gesu glorioso

Il Vangelo eterno (Ap 14,6)

 

LIBRO   3

CAP. 84 – 140

 

La Fraternità e i dieci comandamenti.

 

SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI

 

A cura di Fray Jesus Maria de Cabnaconde S.O.S

(Servo dell’Ordine dei Salvatori)

S O M M A R I O

“Leggete il Vangelo e vivetelo in queste sue tinte di perfezione”.

84. L’incontro con Lazzaro di Betania.

L’Amico del Messia.

L’arrivo a Betania.

Un servo apre il cancello.

L’Amico.

L’Amico buono.

L’amore misericordioso.

Corrompe quello che turba lo spirito.

85. Con Simone Zelote al Tempio, dove sta parlando l’Iscariota, e poi al Getsemani, dove è Giovanni.

Ricordi e nostalgie.

Il padrone del gregge

La dolce Galilea.

La bella Nazaret.

L’umile e grande Regina.

Illusioni, onestà e trasparenza.

Testimonianza dell’Iscariota.

Illusione dell’Iscariota.

Onestà di Simone Zelote.

Trasparenza di Giovanni e la mamma di Annalia

86. L’incontro con il milite Alessandro alla porta dei Pesci.

Dialogo col milite.

Per evitare i castighi di Dio (discorso).

Quesiti vari.

Quesiti sull’anima

Giuda e i pastori.

87. Con pastori e discepoli presso Doco. Isacco resta in Giudea.

Sapienza e fede di Isacco.

Tutto è pazienza e ordine (Insegnamento)

I conoscitori del Messia.


88. Nella pianura di Esdrelon. L’amore di Giovanni e dei pochi come lui. Visita  al pastore Giona.

Amare per solo amore. (Insegnamento)

Nella pianura di Esdrelon.

L’Amore è avido di amore

Parabola del seme coraggioso.

Premio alla paziente attesa.

Evangelizzare i vivi e i morti.

Angeli custodi.

Esperienza carismatica del Portavoce.

Apparizione di Satana

89. Commiato da Giona, che Simone Zelote pensa di affrancare. Arrivo  di Gesù a Nazareth.

Il segno degli amici del Messia.

Uomini o macchine?

Colei che effonde i doni d’amore.

Sigillo di protezione.

Il segno degli amici del Messia.

“Che è dunque Dio?”.

Il ritorno del Messia a Nazaret.

Il ritorno.

L’arrivo.

Le notizie.

La santificatrice

90. L’arrivo dei discepoli e dei pastori  a Nazareth.

Stanchezza del Messia.

Maria al lavoro.

Maria d’Alfeo.

Mondo fetido e motoso.

Il Fratello discepolo.

La bontà di Pietro.

L’arrivo dei discepoli e dei pastori.

L’amore di Pietro.

Tenerezza e sincerità di Pietro.

“Il fratello discepolo”.


91. Lezione ai discepoli nell’uliveto presso Nazareth. Regole della Fraternità del Messia.

Scienza e coscienza della propria missione.

Prima regola: amore e fusione.

Seconda regola: uguaglianza.

Terza regola: fratellanza.

Quarta regola: unione e condivisione.

Il Messia  non fa differenza di persone.

Ingiusto rimprovero dell’Iscariota.

Gesù non fa differenza di persone.

Rispetto dovuto a Maria Vergine.

92. Seconda lezione alla Fraternità  “La meta è Dio”.

Regole nell’agire.

Ambientazione.

Quinta regola: “Fate il bene e datelo al Signore”.

Sesta regola: “Non giudicate mai alcuno”.

Sesta regola: “Nessuno accusi gli altri”.

Ottava regola: Non mettere nulla al di sopra di Dio

“Quel che è scritto sarà”.

Esempio di Maria Vergine.

I nuovi Caini dei nuovi Abeli.

Il delitto perfetto.

93. Terza lezione alla Fraternità“La formazione apostolica”.

Sapienza d’agricoltore.

Il bacio del mattino.

Sapienza d’agricoltore.

Colazione nell’orto.

Formazione apostolica (Lezione).

Similitudine della natura.

Similitudine del temporale.

Similitudine del vignaiolo.

I Chiamati.

L’astio è veleno.

L’idea del messia

I Chiamati.

Dal vecchio Alfeo

94. Guarigione della Bella di Corazim. Gesù parla nella sinagoga di Cafarnao.

La bella di Corazim.

Gesù invitato ad istruire il popolo.

In cerca di una lebbrosa.

Conversione della lebbrosa.

Guarigione nell’anima.

Guarigione nel corpo.

Gesù nella sinagoga.

Il peccato di Davide e di Sansone (Lezione biblica).

L’esempio di Davide.

L’esempio di Sansone.

L’esempio della Bella di Corazim.

Disorientante scatto del’Iscariota.

95. Giacomo d’Alfeo accolto tra i discepoli. Gesù parla presso il banco  di Matteo.

L’ incontro con Giacomo e Matteo.

Vocazione di Giacomo d’Alfeo.

L’acre di Pietro.

“Non vi è tassa per il discepolo del Maestro”

L’uomo onesto (Insegnamento).

Onestà in ogni mestiere.

Con le ricchezze difficilmente si acquista il Cielo.

Valute che valgono nel Regno dei Cieli.

Non c’è pentimento finché dura l’appetito peccaminoso.

Relatività tra fede e miracolo.

Pianto di Maria d’Alfeo.

L’incredulità vanifica il miracolo.

Promesse di Gesù alle anime fedeli.

96. Discorso messianico “La sfida  tra l’Eterno e Satana”.

Duello dell’Amore con l’Odio.

Nemici del Messia.

Vaglio delle coscienze.

La sfida di Satana.

Duello dell’Amore contra l’Odio.

Conseguenze del peccato della prostituzione.

“Siate corredentori!”.

Doveri salvifici del Messia.

Potenze che levano la colpa.

Siate corredentori.

La più alta dignità dell’uomo.

Siate casti negli sguardi.

Castità permanente.

97. La chiamata di Matteo.

L’arte di far pace.

La gioia di Gesù.

Dolci anime innocenti.

Strategie dell’Apostolo.

Vocazione di Matteo.

“Seguimi!”(Mt 99; Mr 2,13-14; Lc 5,27-28).

Patto d’amore con la Fraternità(Mt 9,10; Mc 2,15;

Lc 5,29)..

La chiamata del Cristo.

Il convito (Mc 2,15) .

Lo scandalo farisaico(Mt 9,11; Mc 2,16; Lc 5,30).

Il Messia è il Salvatore dei peccatori (Mt 9,12-13;  Mc 2.17; Lc 5,31-32).

98. Incontro con la Maddalena sul lago e lezione ai discepoli presso Tiberiade.

Collisione sul lago.

Tredici in barca.

Maddalena la tentatrice.

L’Iscariota interpella Simone Zelote.

L’Iscariota discute con Pietro.

Linee dell’apostolato (Lezione)

Pedagogia del Messia – Maestro.

Natura e finalità della fraternità.

Voi siete il sale della terra.

Voi siete la luce del mondo.

Chiamati alla santità.

Onestà e sincerità nella vocazione.

Gli eroi del Cristo.

Linee essenziali dell’apostolato.

Esser sempre vigili e pronti.

Fedeli dovete essere al Pade

Matenete viva la vostra anima.

No siate disonesti, falsi né ambigui.

Siate umili, dolci, pazienti..

Siate sincerità, schietti.

Siate casti nel fare il bene.

Siate sposi fedeli della vostra vocazione a Dio.

Siate alieni da fame d’oro, di carne, di potenza.

Siate contenti del poco.

Siate santi.

Non siate intransigenti.

Non giudicate.

Miglioratevi con pazienza, fermezza, eroicità.

Divenite Tabernacoli dell’Amore.

99. A Tiberiade nella casa di Cusa.

Tiberiade.

Assenza di Gionata.

Malattia di Giovanna.

Fede della nutrice.

Giuda e Giacomo sono due forti.

Il cuore dei figli

100. A Nazareth dal vecchio e malato Alfeo. Non è facile la vita dell’apostolo.

L’arrivo a Nazaret.

Gara di carità.

La Fraternità apostolico.

Un amico fedele.

A casa del vecchio iroso Alfeo.

La pazzia d’Alfeo.

Una barriera d’amore.

Collera senile del vecchio iroso Alfeo.

Il Messia è la Bontà, è l’Amore.

Il rancore ostacola la guarigione.

L’animo dei discepoli.

Satira dell’Iscariota.

Eroica fedeltà.

L’animo dei discepoli.

L’aspide.

La “Madre” e gli “Apostoli” (Insegnamento).

La Madre.

Lo stile apostolico.

Madre e Vergine.

101. Gesù interroga la Madre in merito  ai discepoli.

La Confidente del cuore.

La consigliere del Messia.

La Discepola del Messia.

102. Incontro con l’ex-pastore Gionata e guarigione di Giovanna di Cusa.

Interessi opposti.

Dio onora i suoi servi.

L’Iscariota preferisce gli interessi di casa.

Lo scrupolo di Giacomo.

La fede merita premio.

L’ex-pastore Giona adora il Messia.

La fede merita premio.

Preparativi e partenza.

L’Uomo biondo dagli occhi di cielo.

Eventi nel viaggio.

“Sii felice. Dio ti ama”.

“Eccomi”.

“Sii sanata. Sorgi!”(Lc 8,2-3).

“Sii felice. Dio ti ama”.

103. Sul Libano dai pastori Beniamino e Daniele.

Fango dietro la porpora.

Santi contenti di morire.

Panorama libico.

L’uomo-iena.

Gli amici fedeli.

104. Aava riconciliata con il marito. Notizie sulla morte di Alfeo e  sul riscatto di Giona.

Il caso di una moglie sterile.

Città marittima.

Apostolato d’Andrea.

E Pietro dietro.

La moglie non ha colpa di essere sterile.

Consigli allo sposo di una moglie sterile.

Preghiera per la donna sterile.

La Promessa di Gesù.

C’è posta per il Messia.

Il postino

Lettera della “Mamma”.

Lettera di Lazzaro.

Lettera di Doras a Lazzaro.

L’acquisto di un grande merito in Cielo.

Maria Vergine ha bisogno di pace.

105. A Nazareth per la morte di Alfeo. Lenta conversione del cugino Simone.

Primazia dello spirito.

Venti diversi(Lc 4.14-15).

Gesù cede alla volontà di tutti..

L’Amore non è amato.

Più che il sangue è lo spirito.

“Non mancate alla legge d’amore”.

Venerare le spoglie dei defunti.

La Grazia e la volontà (Insegnamento).

106. Cacciata da Nazareth e conforto  alla Madre. Riflessioni.

Il Messia Liberatore.

La sinagoga(Lc 4,16-17).

Il Messia Liberatore(Lc 4,18-21).

Incredulità e ostilità (Lc 4,22-27).

Il Messia se ne va dal cuore incredulo(Lc 4.28-30).

Conforto alla Madre.

Missione del Messia.

Le cause dei dolori di Gesù e di Maria.

Si riprende il tempo perduto

Il serpe.

Le volpi astute.

La velva.

I massi.


107. Gesù e la Madre da Giovanna  di Cusa.

Giovanna e Cusa.

Gioia di ospitare Maria.

Motivo di riflessione.

Lode al Fiore della stirpe regale.

108. Discorso ai vendemmiatori. Bambino paralitico guarito per intercessione della Madre di Gesù.

Intervista a Maria.

I vendemmiatori.

Intervista a Maria.

Nel rustico loggiato.

Le azioni oneste. (Discorso messianico).

La prima potenza per ottenere benedizione.

Dal timore all’amore.

L’onesto e il disonesto.

Amare Dio e prossimo.

Benedizione messianica.

Nelle braccia di Maria.

109. Nei campi di Giocana e in quelli di Doras. Morte di Giona nella casa  di Nazareth.

Nella terra dei Lupi.

Bestie da soma!

Cani da frustare!

Amati dal Messia.

Maestri d’aratura.

Servi del Dio d’Abramo.

I membri del Regno dei Cieli (Insegnamento messianico)

Il Santo e la Bestia.

Incontro del Santo e la bestia.

Operazione riscatto.

L’uomo sciacallo.

Fariseo subdolo, mentitore, spergiuro, assassino.

Morire da uomo libero.

“Amico fedele, sei libero”.

A morte il Messia!

Il milite romano Publio.

Una è la dottrina, per tutti.

Dolce sorella morte.

110. In casa di Giacobbe presso il lago Meron.

Il lago Meron.

La fede e le opere.

Attività dell’anima oltre la terra.

La Giustizia di Dio che sarà mai?

Solidarietà del povero Giacobbe.

Dirottati dalla pioggia.

Solidarietà e accoglienza.

Condivisione.

111. Incontro con Salomon al guado del Giordano. Parabola sulla conversione  dei cuori.

Il barcaiolo saggio.

La sapienza di Salomone.

I grandi odiano il Messia.

La conversione dei cuori (Parabola).

L’agricoltore e i campi.

Il Maestro e i cuori .

Il delitto si compie nel cuore.

Profezia sui tre periodi della Chiesa.

Sapienza di Simone Zelote.

112. Giuda Iscariota sorpreso a Gerico.  A Betania da Lazzaro, che presenta Marta.

Lo schiavo della carne.

Aglae in via di conversione.

Lo schiavo della carne.

Il bugiardo matricolato.

Il perfetto simulatore.

In casa di Lazzaro.

Pace alla donna casta.

Il tormento di Lazzaro.

La preghiera senza il perdono  non giova.

La possessione diabolica.

Il carisma di liberazione.


113. Ritorno a Betania dopo la festa  dei Tabernacoli.

Nota del Portavoce.

Gli amici di Lazzaro vogliono conoscere Gesù.

Gesù è venuto per i poveri.

Giudizio di Nicodemo sull’Iscariota.

114. Al convito di Giuseppe d’Arimatea, presenti anche Gamaliele e Nicodemo.

Giuseppe d’Arimatea uno che conta.

I possessi di Giuseppe d’Arimatea.

Accoglienza di uno che conta.

Gli invitati.

Dibatito sulla santità del Battista e il Messia.

La tesi di Felice.

Risposte di Gesù.

Gamaliele attende il Segno.

115. Guarigione di un bambino colpito dal cavallo di Alessandro. Gesù scacciato dal Tempio.

Il Tempio.

Violazione del luogo sacro.

Il romano chiede un miracolo.

Il bambino miracolato.

Il Messia cacciato dal Tempio.

Testimonianza dell’Iscariota.

Testimonianza del Romano.

116. Al Getsemani con Gesù, i discepoli parlano dei pagani e della “velata”. Il colloquio con Nicodemo.

“Pagani si resta di volontà”.

Una donna romana.

“Pagani si resta di volontà”.

Aglae la “Velata”.

L’incontro con Nicodemo.

Nicodemo cerca il Messia in segreto.

“Prudenza non è viltà”.

Consiglio umano di Nicodemo.

Segreto per credere e comprendere (Gv 3,1-2).

Formazione all’età spirituale perfetta. (Insegnamento)

Occorre rinascere(Cv 3, 3-7).

Metodi per rinascere (Gv 3,8).

Fede nelle cose del cielo (Gv 3, 9-13).

Credere in Gesù per rinascere (Gv 3,14-16).

Fede nel nome di Gesù (Cv 3,17-1 8).

Amare Gesù per rinascere (Cv 3,19-21).

Morire per rinascere

117. Lazzaro mette a disposizione di Gesù una casetta nella piana dell’Acqua Speciosa.

Sentiero ripido.

La gioia di servire.

La dolce albergatrice.

Il grande amico di Gesù.

Il redentore individuale è l’amore.

118. Inizio di vita in comune all’Acqua Speciosa e discorso di apertura.

Inizio di vita in fraternità (Gv 3,22).

La casetta che ospita la Fraternità.

La Provvidenza e gli operatori del Regno.

“Vogliatevi bene!”.

Il Maestro buono.

Catechesi sulla “vita”.

Errato concetto della “vita”.

Origine e natura della “vita”.

La “vita” è eterna.

Doveri verso la vita.

La primavera della vita vera.

119. 1°Comandamento: “Io sono il Signore Dio tuo”. Gesù battezza  come Giovanni.

Fatti del giorno.

Versioni sul Natale del Messia.

Il Messia è l’Amore misericordioso.

Catechesi sul 1° Comandamento.

Tempo di giustizia e di prova.

“Io sono il Signore Dio tuo”.

“Io sono il tuo Liberatore”.

Evangelizzazione

Il Battesimo di Gesù (Gv 3,22-24)

E’ battesimo anche il pianto.

Istituzione del Sacramento del Battesimo.

Il dono della preghiera .

Il carisma del miracolo.

Condizione per meritare il carisma del miracolo.

Basta la grazia di ogni giorno.

120. Non ti farai degli dèi nel mio cospetto.Catechesi sul 1° Comandamento

Comandamento del Dio forte e geloso

“Non ti farai degli dèi nel mio cospetto”.

Ambiente

Dio onnipresente.

Gli dèi bugiardi.

Dio forte e geloso.

Il Dio misericordioso.

“Fate di ogni cuore un cielo”.

Evangelizzazione.

121. Catechesi sul 2° Comandamento: “Non proferire invano il mio Nome”.  La visita di Mannanen.

Fatti del giorno

Data da celebrare

La pesantezza degli apostoli, Quanta!

Ciò che fa diverso il Cielo dalla terra

Una visita per onesto fine

I due cavalli pazzi.

L’apostolo di natura geloso

Accoglienza con l’ostile di Pietro.

Catechesi sul 2° Comandamento.

“Quando si nomina invano il nome di Dio?”.

Dio è di tutti gli uomini.

Sacrilegio perfetto.

Ciò che muta il sacrilegio in rito.

Il nome di chi cerca Gesù

In nome di Dio.

122. 4°Comandamento : “Onora il padre e la madre” Guarigione di un ebete..

Fatti del giorno

Ambiente.

Giuda chiede aiuto!

Giuda va contro corrente.

Missione e’ consumarsi.

Un dolore segreto.

“Il Nome di Gesù è miracolo contro i morbi”.

“In ogni malattia c’è l’unghia di Satana”.

“Il Nome che fu fuggire  Satana”

Lavoro del Precursore.

Catechesi: “Onora il padre e la madre”

L’amore si prova a fatti.

Il rispetto s’impara da piccoli

“Onora il padre e la madre”.

Dovere di figli.

Dovere di discepoli.

Dovere di amici.

Chi manca a un genitore manca a Dio.

Dovere dei genitori.

Evangelizzazione

Accenno agli eventi.

La crudeltà di un figlio

La fede di una madre

123. 6° comandamento: “Non fornicare”.  L’affronto di cinque notabili.

Fatti del giorno

Incoraggiamento al Portavoce.

Sotto lo scroscio della pioggia.

Generosità di Pietro

Catechesi: “Non fornicare”

“Non fornicate”.

Vizio legalizzato nel matrimonio.

L’atto deve essere fecondazione

Il piacere è un tossico che crea dipendenza

Scellerataggine.

Bestialità della fornicazione.

Depravazione.

Aglae: un cencio lurido che diverrà fiore

Il pentimento rinnova, purifica, sublima

Evangelizzazione

I cinque notabili.

Le ironie di Pietro

L’affronto

Le insinuazioni.

La difesa degli apostoli

“Ognuno dà ciò che ha”

124. La “velata” viene ospitata nella casetta dell’Acqua Speciosa.

“Siete tutte ‘anime’”.

Ambiente.

Costanza di Aglae

“Siete tutti ‘anime’ ”

Giuda confessa.

Aglae, anima coraggiosa

Accoglienza in nome della Misericordia.

Far il bene per il bene.

Chi ama salva se stesso e gli altri

125. 3° comandamento: “Santifica la festa”. Guarigione di un bambino dalle gambe fratturate.

Fatti del giorno

Il bambino dalle gambe fratturate.

Catechesi sul riposo sabbatico

Ordine salutare nell’ordine fisico.

Ordine salutare nell’ordine morale

Ordine salutare nell’ordine spirituale

“Lavora di un onesto lavoro”.

Come santificare la festa

Torni a cadere? Torna a rialzarti.

La fede del  bambino

Il miracolo.

126. 5° comandamento: “Non ammazzare”. Morte di Doras.

Catechesi

Premesse

Intervento di Cleofa.

La colpa si misura dalle circostanze.

Chi ho colpito?

Cosa è l’uomo?

L’Uomo Dio Gesù Redentore.

Uccidendo l’uomo si offende Dio

Luogo: Dove ho colpito?

Mezzi: con quali mezzi ho colpito?

Causa: Perché ho colpito?

Modo: Come ho colpito?

Tempo:  Quando ho colpito

Maledetto sadismo Satanico.

Caino colpisce ancora

Morte di Doras il Mostro crudele.

Non è lecito colpire Dio

127. I discorsi dell’Acqua Speciosa:  “Non tentare il Signore Iddio tuo”. Testimonianza del Battista.

Fatti del giorno

Ambiente

Tre discepoli del Battista.

Notizie sull’impenitente Doras.

Mannanen

Aglae: lordura che diverrà fiamma

Discussione tra i discepoli(Gv 3,25-26).

Gioia del Precursore del Messia (Gv 3,27-28).

Bisogna che il Messia cresca (Gv 3,29-30).

Il Messia è al di sopra di tutti(Gv 3,31-33).

Chi crede nel Messia ha la Vita eterna(Gv 3,34-36).

Colui che più al Cielo si accosta.

Colui che più al Cielo si accosta.

Guai ai derisori di Dio

Il pentimento è purificazione

Chiedere con gli atti il perdono

Morte dell’impenitente.

128. 10° Comandamento: “Non desiderare la donna d’altri”. Guarigione di un giovane lussurioso.

I fatti del giorno

Giovane e lebbroso per lussuria.

Confessione del lebbroso pentito

Per pietà a una madre.


Catechesi: “Non desiderare la donna d’altri”.

La dimenticanza

Il desiderio.

La tentazione.

L’adultero.

Ribrezzo della lussuria.

Evangelizzazione

Il sorriso del Messia

L’amore fortifica.

Nota del Portavoce

129. Liberazione di un romano indemoniato.

Evangelizzazione dei romani

Ambiente.

Sforzo che merita premio.

Cosa è l’anima?

Che è filosofia?

Che è Dio?

Liberazione dell’indemoniato.

L’Unificatore universale (Discorso messianico)

Il Profeta Eliseo.

Il Messia Gesù di Nazaret .

L’anima è l’essenza spirituale dell’uomo.

L’Unificatore universale

Evangelizzazione.

Sete del Dio vero.

Le patrie passano. Ma il Cielo resta

L’unica cosa utile

130. 8° Comandamento: “Non dirai falsa testimonianza”. Il piccolo Asrael.

Fatti del giorno

Fiere che annusano…

Maledicenti, mentitori e vigliacchi

Tempi nuovi, nuovi sistemi.

Sapienza acquisita alla scuola di Maria.

Il piccolo Asrael futuro evangelizzatore.

Catechesi: “Non dirai falsa testimonianza”.

Il bugiardo è due volte assassino.

I moventi della Menzogna.

Qualità della Verità.

Le cose che odia il Signore.

Conferma del piccolo del Signore

131. 7° Comandamento: “Non rubare e non desiderare ciò che è d’altri”. Il peccato di Erode.

Catechesi

Le cose necessarie all’uomo

Quando il desiderio è peccato.

L’invidia separa da Dio e unisce a Satana.

Libertà dai desideri.

Libertà dai desideri impuri.

Il peccato di Erode

Il peccato è meretricio con Satana.

Evangelizzazione

La misericordia è il più gradito dei sacrifici.

Lunga storia di lacrime (non trascritta).

132. Discorso conclusivo. Commento  al de profundis e miserere. Predizione del primato spirituale a Simon Pietro.

Purificazione dell’uomo.

Base dell’edificio della perfezione

La festa della purificazione.

Distruggere gli dei individuali.

Abbattere le concupiscenze.

Purificare col pentimento, costruire con la fede.

Il nuovo altare.

De profundis.

Miserere.

L’anno di grazia.

Preghiera del Buon Pastore.

Evangelizzazione

Aglae, povera donna senza casa.

25 dicembre, festa delle luci.

Pietro, il Nauta eterno.

133. Andrea modello ideale del sacerdote. Una lettera della Madre. Gesù costretto a lasciare l’Acqua Speciosa.

Fatti del giorno

Ambiente

L’amicizia di Dio deve farci audaci.

Andrea, l’apostolo giusto.

I santi Sacerdoti. (Insegnamento).

I Sacerdoti maestri e i Sacerdoti mimi.

I santi Sacerdoti

L’apostolo dal silenzioso e attivo amore.

Lettera della Mamma.

La gioia di essere insieme.

Lettera di Maria.

Mondo di cattivi.

Non facili entusiasmi, non facili depressioni.

L’Iscariota è depresso.

Il Maestro non forza nessuno

Lavoro delle donne.

Messianica prudenza.

134. La guarigione di Jerusa a Doco.

La Salvezza entra in casa

La casa di Marianna.

Gioie e lamenti.

Guarigione di Jerusa.

La salvezza è entrata in casa.

135. L’arrivo a Betania. Un discorso di Gesù ascoltato dalla Maddalena.

Fatti del giorno.

Betania.

La nuova cittadina di Betania.

Dolore per Lazzaro.

Lacrime per Marta.

In casa di Simone Zelote

Dovere, diritto e desiderio del Messia.

Consiglio dell’amico Lazzaro.

Uno solo è l’amore dell’anima. (Insegnamento)

Dio fa di ogni male un bene.

Il fiume buono e il rivo malvagio.

Il fiume buono e il rivo malvagio.

L’anima dei peccatori.

L’amore dell’anima: è Dio.

Il segreto del  Redentore e dei redentori.

136. Le Encenie in casa di Lazzaro, presente y pastori. Potere della volontà e rievocazione della nascita di Gesù.

La festa delle luci.

Ambiente

Gesù passeggia in meditazione.

Splendori dei redenti.

Sorpresa …!

“Cadano le regole per dare posto all’amore”.

Il Natale del Messia.

Ricordi del Natale.

La verità di tanti nel giorno del giudizio.

L’Immacolata concezione.

La sempre Vergine .

L’Annunciazione.

Giuseppe era un santo.

Gli eventi all’alba del Messia.

L’annuncio degli angeli ai pastori.

L’adorazione dei Sapienti.

Formazione spirituale di Zaccaria.

Smarrimento.

L’Evangelista Matteo.

Inno levitico(Neemia 9,5-37).

137. Ritorno all’Acqua Speciosa e scontro con i farisei che hanno aggredito e scacciato la “velata”.

Gesù condanna la violenza.

Il dono del vero apostolo.

I “salvatori”.

Salita sul monte della redenzione.

Il Maestro condanna la violenza.

La malizia uccide l’anima.

Gesù piange per le anime.

138. Commiato dal fattore. Timoneo diviene discepolo. Partenza  per la Galilea.

Commiato dal fattore

Aglae divenuta donna onesta

Commiato dal fattore


Il sinagogo Timoneo diviene discepolo

Verso la casa del sinagogo

Lo scrupolo del sinagogo.

Il sinagogo, discepolo del Messia.

Incomincia il ritorno verso la Galilea(Gv 4,1-3)..

139. Sui monti presso Emmaus. Il carattere di Giuda Iscariota  e le qualità dei buoni.

Il carattere di Giuda Iscariota.

Giuda nelle migliori disposizioni di spirito.

Vivo desiderio di piacere Gesù.

Importanza dell’ordine morale.

Guai ai soli.

Guai ai soli.

Le qualità dei buoni.

Le qualità per essere buoni.

I due estremi della retta della perfezione.

Senza illusioni non si hanno delusioni.

140. A Emmaus, dal sinagogo Cleofa. Un caso di incesto.

Dal sinagogo Cleofa.

La fede di Cleofa.

Il Messia e il suo Regno spirituale.

Il Messia e la  sua dottrina.

Il tempo della misericordia.

Incesto involontario

Quando è l’atto moralmente cattivo?

“Io sono la Misericordia e la Pace”.

Fine del primo anno di evangelizzazione

 

 

Gesù il Messia ritornato

“Leggete il Vangelo e vivetelo in queste sue
tinte di perfezione”.

 

“Ma che credete? Che Io, che ero così alieno dai discorsi, abbia aggiunto parole per il gusto di dire delle parole? No. Io ho detto il puro necessario per portarvi alla perfezione. E se nel grande insegnamento evangelico vi è di che dare salvezza alla vostra anima, nei tocchi più minuti vi è di che darvi la perfezione.

I primi sono i comandi. Disubbidire a quelli vuol dire morire alla Vita. I secondi sono i consigli. Ubbidire a questi vuol dire avere sempre più sollecita santità e accostarsi sempre più alla Perfezione del Padre.

Leggete, leggete il Vangelo, e leggetelo anche nelle frasi più minute. Vivetelo in queste sue tinte di perfezione. Cominciate dall’amore. Sembra il più difficile precetto e consiglio. Ma è la chiave di tutto. Di tutto il Bene. Di tutta la Gioia. Di tutta la Pace.”

 

 

 

 

Gesù di Nazareth

 


84. L’incontro con Lazzaro di Betania[1].

L’Amico del Messia.

L’arrivo a Betania.

1Una chiarissima aurora estiva. Più che aurora, già infanzia di giorno, perché il sole è già fuori da ogni limite d’orizzonte e sale sempre più, ridente alla terra ridente. Non vi è stelo che non rida con un luccichio di rugiade. Pare che gli astri notturni si siano polverizzati divenendo ori e gemme per tutti gli steli, per tutte le fronde; persino per i sassi sparsi al suolo, le cui scagliette silicee, bagnate dalla guazza, paiono cipria di diamanti o polvere d’oro.

2Gesù e Simone camminano lungo una stradetta che si allontana facendo un V dalla via maestra. Vanno verso dei magnifici frutteti e campi di lino alto quanto un uomo, già prossimo alla segatura. Altri campi, più lontani, mostrano solo un grande rosseggiare di papaveri fra il giallore delle stoppie.

3«Siamo già nei possessi dell’amico mio. Vedi; Maestro, che la distanza stava nella prescrizione della Legge[2]. Mai mi sarei permesso inganno con Te. Dietro quel pometo è la cinta del giardino, in essa è la casa. Ti ho fatto venire da questa scorciatoia appunto per stare nel miglio prescritto».

Informazioni sul amico Lazaro

4«É molto ricco il tuo amico!»

«Molto. Ma non felice. La sua casa ha possessi anche altrove».

5«É fariseo?».

«Il padre non lo era. Lui… è molto osservante. Ti ho detto: un vero israelita».

6Camminano ancora un poco. Ecco un alto muro; poi, oltre questo, piante e piante, dalle quali appena emerge la casa. Il terreno qui fa una piccola elevazione, ma non tale da permettere che l’occhio penetri nel giardino, tanto vasto che noi lo chiameremmo parco.

La casa di Lazzaro è aperta agli amici.

7Girano l’angolo. Il muro prosegue uguale, lasciando cadere dal suo sommo rami scapigliati di rose e gelsomini tutti olezzanti e splendidi nelle loro corolle rugiadose. Ecco il cancello pesante di ferro lavorato. Simone batte col pesante battente di bronzo.

8«L’ora e molto mattutina per entrare, Simone», obbietta Gesù.

«Oh! il mio amico si alza al primo sole, non trovando conforto che nel suo giardino o fra i libri. La notte è per lui tormento. Non tardare oltre, Maestro, a dargli la tua gioia».

Un servo apre il cancello.

9«Aseo, ti saluto. Di’ al tuo padrone che Simone lo Zelote è venuto, col suo Amico».

Il servo parte di corsa, dopo averli fatti entrare dicendo: «Il vostro servo vi saluta. Entrate, ché la casa di Lazzaro è aperta agli amici».

Fisionomia del’Amico Lazaro.

10Simone, pratico del luogo, piega non verso il viale centrale, ma verso un sentiero che fra siepi di rose va verso una pergola di gelsomini.

Infatti è da lì che dopo poco si avanza Lazzaro. Sempre magro e pallido, come sempre l’ho visto, alto, dai capelli corti e non folti né ricci, dalla barbetta rada e appena limitata al basso del mento. Veste di lino candidissimo e cammina a fatica, come chi ha male alle gambe.

La fede di Lazaro nel Messia atteso.

11Quando vede Simone fa un gesto di affettuoso saluto e poi, come può, corre verso Gesù e si getta a ginocchio, curvandosi sino al suolo per baciare l’orlo della veste di Gesù, dicendo: «Io non sono degno di tanto onore. Ma, poi che la tua santità si umilia sino alla mia miseria, vieni, mio Signore, entra, e sii padrone nella mia povera casa».

12«Alzati, amico. E ricevi la mia pace».

Lazzaro si alza e bacia le mani di Gesù e lo guarda con venerazione non scevra da curiosità. Camminano verso la casa.

«Quanto ti ho aspettato, Maestro! Ogni alba dicevo: “Oggi verrà”, e ogni sera dicevo: “E anche oggi non l’ho visto!”».

13«Perché mi attendevi con tanta ansia?».

«Perché… che attendiamo noi di Israele se non Te?».

14«E tu credi che Io sia l’Atteso?».

Le raggioni della fede di Lazaro.

15«Simone non ha mai mentito, né è un ragazzo che si esalti per delle nubi menzognere. L’età e il dolore lo hanno fatto maturo come un sapiente. 16E poi… anche egli non ti avesse conosciuto per la verità del tuo essere, le tue opere avrebbero parlato e ti avrebbero detto “Santo”. Chi fa le opere di Dio deve essere uomo di Dio. E Tu le fai. E le fai in modo che dice quanto Tu sei l’Uomo di Dio. 17Egli, l’amico mio, è venuto a Te per nomea di miracolo, e miracolo ebbe. E di altri miracoli so che la tua via è segnata. Perché non credere allora che Tu sei l’Atteso? Oh! è così dolce credere ciò che è buono! 18Tante cose non buone dobbiamo fingere di credere buone, per amor di pace, per inutilità di poterle mutare; tante parole subdole che paiono adulazioni, lodi, benignità, e sono invece sarcasmo e biasimo, veleno coperto di miele, dobbiamo mostrare di credere pur sapendole veleno, biasimo e sarcasmo… dobbiamo farlo perché… non si può fare altrimenti e siamo deboli contro tutto un mondo che è forte, e siamo soli contro tutto un mondo che ci è contro nemico… Perché, allora, aver difficoltà a credere ciò che è buono? 19Del resto, i tempi sono maturi e i segni dei tempi ci sono. Quanto ancora potrebbe mancare, a fare quadrato il credere e inintaccabile dal dubbio, lo mette la nostra volontà di credere e di placarci il cuore nella certezza che l’attesa è finita e che il Redentore c’è, c’è il Messia… 20Colui che renderà pace ad Israele e ai figli di Israele, Colui che… ci farà morire senza affanno, sapendoci redenti, e vivere senza quel pungolo di nostalgie per i nostri morti… Oh! i morti! Perché rimpiangerli se non perché, non avendo più i figli, non hanno ancora il Padre e Dio?».

L’Amico buono.

21«É molto che ti è morto il padre?».

«Tre anni, e sette che mi è morta la madre… Ma non li rimpiango più da qualche tempo… Anche io vorrei essere dove spero che siano in attesa del Cielo».

22«Non avresti allora a ospite il Messia».

«È vero. Ora io sono da più di loro, perché ti ho… e il cuore si placa per questa gioia. Entra, Maestro. Concedimi l’onore di fare della mia casa la tua. Oggi è sabato e non posso farti onore convitando amici…».

23«Non lo desidero. Oggi sono tutto per l’amico di Simone e mio».

Entrano in una bella sala, dove dei servi sono pronti a riceverli. «Vi prego seguirli», dice Lazzaro. «Vi potrete rinfrescare prima del pasto mattutino». E mentre Gesù e Simone vanno in altro luogo, Lazzaro dà ordini ai servi. Comprendo che la casa è ricca, e signorile oltre che ricca…

     24Gesù beve latte che Lazzaro gli vuole assolutamente servire personalmente prima di sedersi per il pasto mattutino.

Bontà y la justiciafacilitano la missione del Messia

25Sento Lazzaro volgersi a Simone e dirgli: «Ho trovato l’uomo che è disposto ad acquistare i tuoi beni, e al prezzo che il tuo intendente ha fatto come giusto. Non leva una dramma».

26«Ma è disposto ad osservare le mie clausole?».

«É disposto. Accetta tutto pur di essere in quelle terre. Ed io ne sono contento, perché almeno so con chi confino. Però, come tu vuoi rimanere assente alla vendita, così pure egli vuole rimanerti sconosciuto. Ed io ti prego di cedere a questo suo desiderio».

27«Non vedo motivo di non farlo. Tu, amico mio, mi farai le veci… Tutto sarà bene quello che fai. Mi basta solo che il mio servo fedele non sia messo sulla via… 28Maestro, io vendo, e per mio conto sono felice di non avere più nulla che mi leghi ad una qualsiasi cosa che non sia il tuo servizio. Ma ho un vecchio servo fedele, l’unico che è rimasto dopo la mia sventura e che, già te l’ho detto, mi ha sempre aiutato nella segregazione, curando i miei beni come i propri, facendoli anzi passare, con l’aiuto di Lazzaro, per propri, per salvarmeli e potermi sovvenire con essi. 29Ora non sarebbe giusto io lo rendessi senza casa, adesso che vecchio è. Ho deciso che una piccola casa, ai margini dei beni, resti sua, e che parte della somma gli sia data per suo sostentamento futuro. I vecchi, sai? Sono come l’edera. Vissuti sempre in un posto, troppo soffrono ad esserne strappati. Lazzaro lo voleva con lui, perché Lazzaro è buono. Ma ho preferito fare così. Soffrirà meno il vecchio…».

30«Anche tu sei buono, Simone. Se tutti fossero giusti come te, più facile sarebbe la mia missione…», osserva Gesù.

L’amore misericordioso.

Il Messia usa amore e misericordia.

«Trovi il mondo restio, Maestro?», chiede Lazzaro.

31«Il mondo?… No. La forza del mondo: Satana. Se esso non fosse padrone dei cuori e li tenesse in sua possessione, Io non troverei resistenza. Ma il Male è contro al Bene, ed Io devo vincere in ognuno il male per mettervi il bene… e non tutti vogliono…».

«É vero! Non tutti vogliono! Maestro, che parole trovi per chi è colpevole, per convertirlo, per piegarlo? Parole di rampogna severa, come quelle che empiono la storia di Israele verso i colpevoli, e l’ultimo a usarle è il Precursore, oppure parole di pietà?»

32«Amore uso e misericordia. Credi, Lazzaro, che su chi è caduto ha più potere uno sguardo d’amore che una maledizione».

Esempio delle sabbie movili.

«E se l’amore è deriso?».

33«Insistere ancora. Insistere sino all’estremo. Lazzaro, conosci quelle terre in cui il suolo traditore inghiotte gli incauti?».

«Sì. Ho letto, poiché nel mio stato molto leggo, e per passione e per trascorrere le lunghe ore di insonnia, ho letto di esse. So che ve ne sono nella Siria e nell’Egitto, ed altre presso i Caldei. E so che esse sono come ventose. Aspirano quando hanno preso. Un romano dice che sono bocche dell’Inferno, abitate da mostri pagani. É vero?».

36«Non è vero. Non sono che speciali formazioni del suolo terrestre. L’Olimpo non c’entra. L’Olimpo cesserà di essere creduto ed esse ci saranno ancora, e il progredire dell’uomo non potrà che dare una più vendica spiegazione del fatto ma non eliminare il fatto. Ora Io ti dico: come hai letto di esse, avrai pure letto come si possa salvare colui che in esse è caduto».

«Sì, con un canapo lanciato, con un palo, anche un ramo. Talora poca cosa basta a dare a colui che affonda quel minimo per sorreggersi, e più, quel tanto da star calmo, senza dibattersi in attesa di maggiori soccorsi».

35«Ebbene. Il colpevole, il posseduto è uno che è assorbito dall’ingannevole suolo coperto di fiori alla superficie e che sotto è mobile fango. Credi tu che, se uno sapesse cosa è mettere anche un atomo di sé in possesso di Satana, lo farebbe? Ma non sa… e dopo… O lo paralizza lo stupore e il veleno del Male, o lo fa impazzire e, per sfuggire al rimorso di essersi perduto, colui si dibatte, si appiglia ad altro fango, suscita pesanti onde col suo moto inconsulto, e queste sempre più affrettano il suo perire. L’amore è il canapo, il filo, il ramo di cui tu parli. Insistere, insistere… finché è afferrato… Una parola… un perdono… un perdono più grande della colpa… tanto per fermare la discesa e attendere il soccorso di Dio… Lazzaro, sai che potere ha il perdono? Porta Dio in aiuto del soccorritore… Tu leggi molto?».

Corrompe quello che turba lo spirito.

«Molto. Né so se faccio bene. Ma la malattia e… e altre cose mi hanno privato di molte delizie dell’uomo… e ora non ho che la passione dei fiori e dei libri… Delle piante e anche dei cavalli… So che mi si critica. Ma posso io andare nei miei possessi, in questo stato (e scopre delle enormi gambe tutte fasciate), a piedi o anche a cavallo di una mula? Devo usare un carro, e rapido anche. Perciò ho preso dei cavalli e mi ci sono affezionato, lo dico. Ma se Tu mi dici che è male… li mando a vendere».

36«No, Lazzaro. Non sono queste le cose che corrompono. Corrompe quello che turba lo spirito e lo allontana da Dio».

«Ecco, Maestro. Questo vorrei sapere. Io leggo molto. Non ho che questo conforto. Mi piace sapere… credo che in fondo sia meglio sapere che fare il male, sia meglio leggere che… che fare altre cose. Ma io non leggo solo le pagine nostre. Mi piace conoscere anche il mondo degli altri, e Roma e Atene mi attirano. Ora io so quanto male venne ad Israele quando si corruppe con gli Assiri e l’Egitto[3], e quanto male fecero a noi i governi ellenizzanti[4]. Non so se un privato possa fare a sé lo stesso male che Giuda fece a se stesso e a noi suoi figli. Ma Tu che ne pensi? Voglio Tu mi ammaestri. Tu che non sei un rabbi, ma sei il Verbo sapiente e divino».

37Gesù lo guarda fissamente, per qualche minuto, uno sguardo penetrante e nello stesso tempo lontano. Pare che, trapassando il corpo opaco di Lazzaro, Egli ne scruti il cuore e, passando oltre ancora, veda chissà che… Parla infine: «Ne hai turbamento, di quello che leggi? Ti stacca da Dio e dalla sua Legge?».

«No, Maestro. Mi spinge invece a confronti fra il nostro vero e la falsità pagana. Confronto e medito le glorie di Israele, i suoi giusti, i patriarchi, i profeti, e le losche figure delle storie altrui. Paragono la nostra filosofia, se così si può chiamare la Sapienza che parla nei testi sacri, con la povera filosofia greca e romana, in cui sono faville di fuoco ma non la sicura fiamma che arde e splende nei libri dei nostri Saggi. E dopo, con ancora maggior venerazione, mi inchino con lo spirito ad adorare il nostro Dio parlante in Israele attraverso atti, persone e scritti nostri».

 

Amare santamente non è peccato.

38«E allora continua a leggere… Ti servirà conoscere il mondo pagano… Continua. Puoi continuare. Manca in te il fermento del male e della cancrena spirituale. Perciò puoi leggere e senza paura. L’amore vero che hai al tuo Dio rende sterili i germi profani che la lettura può spargere in te. In tutte le azioni dell’uomo vi è possibilità di bene o di male. A seconda che si compiono. Amare non è peccato se si ama santamente. Lavorare non è peccato se si lavora quando è giusto. Guadagnare non è peccato se ci si accontenta dell’onesto. Istruirsi non è peccato se, per l’istruzione, non si uccide l’idea di Dio in noi. Mentre è peccato anche servire l’altare, se lo si fa per utile proprio. Ne sei persuaso, Lazzaro?».

«Sì, Maestro. Avevo chiesto questo ad altri, e mi hanno finito di sprezzare… Ma Tu mi dai luce e pace. Oh! se tutti ti udissero!… Vieni, Maestro. Fra i gelsomini è rezzo e silenzio. Dolce è riposare in attesa della sera fra le loro fresche ombre».

Escono e tutto ha fine.

85. Con Simone Zelote al Tempio, dove sta parlando l’Iscariota, e poi al Getsemani, dove è Giovanni[5].

Ricordi e nostalgie.

Il padrone del gregge

1Gesù è con Simone in Gerusalemme. Fendono la folla di venditori e di ciuchini, che pare una processione per la via, e mentre lo fanno Gesù dice: «Saliamo al Tempio prima di andare al Get-Semmì. Pregheremo il Padre nella sua Casa».

«Solo quello, Maestro?».

2«Solo quello. Non posso trattenermi. Domani all’alba vi è il convegno alla porta dei Pesci e, se la folla insiste, come posso esser libero di andarvi? Voglio vedere gli altri pastori. Li spargo, veri pastori, per la Palestina, perché chiamino a raccolta le pecore e il Padrone del gregge sia conosciuto almeno di nome, di modo che, quando quel nome Io lo dica, esse sappiano che sono Io il Padrone del gregge e vengano a Me per avere carezze».

«É dolce avere un Padrone come Te! Le pecore ti ameranno».

3«Le pecore… ma non i capri… Dopo aver visto Giona, andremo a Nazaret e poi a Cafarnao. Simon Pietro e gli altri soffrono di tanta assenza… Andremo a farli felici e a farci felici. Anche l’estate a questo ci consiglia. La notte è fatta per il riposo, e troppo pochi sono quelli che pospongono il riposo alla conoscenza della Verità. L’uomo… oh! l’uomo! Si dimentica troppo di avere un’ anima e pensa e si preoccupa solo della carne. Il sole, nel giorno, è violento. Impedisce l’andare e impedisce l’ammaestrare nelle piazze e per le vie. Rende gli spiriti assonnati come i corpi, tanto spossa. E allora… andiamo ad ammaestrare i miei discepoli. Là nella dolce Galilea, verde e fresca d’acque. Ci sei mai stato?».

«Una volta di passaggio e d’inverno, in una delle mie peregrinazioni penose da un medico all’altro. Mi piacque…».

La dolce Galilea.

4«Oh! è bella! Sempre. Nell’inverno e più nelle altre stagioni. Ora, d’estate, ha delle notti così angeliche… Sì, pare proprio che siano fatte per i voli degli angeli, tanto sono pure. 5Il lago… Il lago, nella sua cerchia di monti più o meno vicini, sembra proprio fatto per parlare di Dio ad anime che cercano Dio. É un pezzo di cielo caduto fra il verde, ed il firmamento non lo abbandona, ma vi si specchia con i suoi astri e li moltiplica così… quasi per presentarli al Creatore sparsi su una lastra di zaffiro. 6Gli ulivi scendono sin quasi alle onde e son pieni di usignoli. E anche essi cantano la loro lode al Creatore, che li fa vivere in quel luogo tanto dolce e placido.

La bella Nazaret.

7E la mia Nazaret! Tutta stesa al bacio del sole, tutta bianca e verde, ridente, fra i due giganti del grande e del piccolo Hermon, e il piedestallo dei monti che sorreggono il Tabor, piedestallo dalle dolci chine tutte verdi, che alzano incontro al sole il loro signore spesso nevoso, ma così bello quando il sole ne fascia la cima, che allora diviene di un alabastro rosato, mentre al lato opposto il Carmelo è di lapislazzuli in certe ore di gran sole, in cui tutte le vene di marmi o di acque, di boschi o di prati, si mostrano coi loro diversi colori, ed è delicata ametista alla prima luce, e di viola-celeste berillo alla sera, ed è un blocco solo di sardonice quando la luna lo mostra tutto nero, sul latteo-argenteo della sua luce. E poi, giù, a meridione, il tappeto fertile e fiorito della piana di Esdrelon.

L’umile e grande Regina.

8E poi… e poi, oh! Simone! Là c’è un Fiore! Un Fiore c’è che vive solitario, olezzando purezza e amore per il suo Dio e per il suo Figlio! C’è mia Madre. 9Tu la conoscerai, Simone, e mi dirai se c’è creatura simile a Lei, anche in umana grazia, sulla Terra. Bella è, ma tutto è superato da ciò che dal suo interno emana. 10Se un brutale la dispogliasse d’ogni sua veste, la sfregiasse e la mandasse raminga, Ella ancor apparirebbe Regina e in veste regale, perché la sua santità le farebbe manto e splendore. 11Tutto può darmi il mondo di male, ma tutto al mondo perdonerò perché per venire al mondo e redimerlo ho avuto Lei, l’umile e grande Regina del mondo, che il mondo ignora, ma per la quale ha avuto il Bene ed ancor più avrà nei secoli. 12Eccoci al Tempio. Osserviamo la forma giudaica del culto. Ma in verità ti dico che la vera Casa di Dio, l’Arca Santa è il suo Cuore, a cui è velo la carne purissima, e su cui sono le virtù a far ricamo».

Sono entrati e camminano per il primo ripiano. Passano per un portico, diretti ad un secondo ripiano.

Testimonianza dell’Iscariota.

Convizione dell’Iscariota.

9«Maestro, guarda là Giuda fra quel crocchio di gente. E ci sono anche farisei e sinedristi. Io vado a sentire che dice. Mi lasci?».

10«Vai. Ti attenderò presso il Gran Portico».

Simone va lesto e si mette in modo da udire ma da non essere visto.

11Giuda parla con grande convinzione: «.. .e qui ci sono persone che voi tutti conoscete e rispettate, che possono dire chi io ero. Ebbene io vi dico che Egli mi ha mutato. Il primo redento sono io. Molti fra voi venerano il Battista. Egli pure lo venera, e lo chiama “il santo pari ad Elia per missione, ma ancor più grande di Elia”. 12Ora, se Battista è tale, Costui che il Battista chiama “l’Agnello di Dio”, e sulla sua santità giura di averlo visto incoronare dal Fuoco dello Spirito di Dio mentre una voce dai Cieli lo proclamava “Figlio diletto di Dio che va ascoltato”, non può essere che il Messia. 13Lo è. Io ve lo giuro. Non sono un rozzo né uno stolto. Lo è. Io l’ho visto nelle opere e ne ho udito la parola. E vi dico: è Lui, il Messia. Il miracolo lo serve come uno schiavo il padrone. Malattie e sventure cadono come cose morte e viene gioia e salute. E i cuori si mutano ancor più dei corpi. Lo vedete da me. 14Non avete malati, non pene da soccorrere? Se le avete, venite domani all’alba alla porta dei Pesci. Egli vi sarà e vi farà felici. Intanto, ecco, in suo nome ai poveri io do questo soccorso».

15E Giuda distribuisce delle monete a due storpi e a tre ciechi, e per ultimo forza una vecchietta ad accettare le ultime monete. Poi congeda la folla e resta con Giuseppe d’Arimatea, Nicodemo, e altri tre che non conosco.

Autorealizzazione dell’Iscariota

16«Ah! ora sto bene!», esclama Giuda. «Non ho più nulla. E sono come Egli vuole».

«In verità non ti conosco più. Credevo fosse uno scherzo. Ma vedo che fai sul serio», esclama Giuseppe.

17«Sul serio. Oh! io per il primo non mi riconosco. Sono ancora una belva immonda rispetto a Lui. Ma già sono molto mutato».

«E non apparterrai più al Tempio?», chiede uno degli a me sconosciuti.

18«Oh! no. Sono del Cristo. Chi lo avvicina, a meno che non sia un aspide, non può che amarlo. E non desidera più che Lui».

Illusioni, onestà e trasparenza.

Illusione dell’Iscariota.

19«Non verrà più qui?», chiede Nicodemo.

«Certo che verrà. Ma non ora».

«Vorrei udirlo».

«Ha già parlato in questo luogo, Nicodemo».

«Lo so. Ma io ero con Gamaliele… lo vidi… ma non mi fermai».

«Che disse Gamaliele, Nicodemo?».

«Disse: “Qualche nuovo profeta”. Non altro disse».

«E tu non gli dicesti quello che io ti dissi, Giuseppe? Tu gli sei amico…».

20«Lo dissi. Ma mi rispose: “Abbiamo già il Battista e, secondo le dottrine degli scribi, almeno cent’anni devono essere fra questo e quello per preparare il popolo alla venuta del Re. Io dico che ce ne vogliono meno”, ha soggiunto, “perché il tempo è compiuto ormai”. E ha finito: “Però io non posso ammettere che il Messia si manifesti così… Un giorno ho creduto iniziasse la manifestazione messianica, perché il suo primo bagliore era veramente lampo celeste. Ma poi… un grande silenzio si è fatto ed io penso di essermi sbagliato”».

«Prova a parlarne ancora. Se Gamaliele fosse con noi e voi con lui…».

«Non vi ci consiglio», obbietta uno dei tre sconosciuti.

21«Il Sinedrio è potente, ed Anna lo regge con astuzia e avidità. Se il tuo Messia vuole vivere, gli consiglio di rimanere oscuro. A meno che non si imponga con la forza. Ma allora c’è Roma…».

«Se il Sinedrio lo udisse, si convertirebbe al Cristo».

«Ah! Ah! Ah!», ridono i tre sconosciuti e dicono: «Giuda, ti credevamo mutato, ma ancora intelligente. Se è vero quello che tu dici di Lui, come puoi pensare che il Sinedrio lo segua? Vieni, vieni, Giuseppe: É meglio per tutti. Dio ti protegga, Giuda. Ne hai bisogno». E se ne vanno. Giuda resta col solo Nicodemo.

Onestà di Simone Zelote.

22Simone si squaglia e va dal Maestro. «Maestro, io mi accuso di aver peccato di calunnia con la parola e col cuore. Quell’uomo mi disorienta. Lo credevo quasi un tuo nemico, e l’ho udito parlare di Te in tal modo che pochi fra noi lo fanno, specie qui dove l’odio potrebbe sopprimere prima il discepolo e poi il Maestro. E l’ho visto dare denaro ai poveri, e cercare di convincere i sinedristi…»

23«Lo vedi, Simone? Sono contento che tu lo abbia visto in tal momento. Lo dirai anche agli altri quando lo accuseranno. Benediciamo il Signore per questa gioia che mi dai, per la onestà tua nel dire: “Ho peccato”, e per l’opera del discepolo che credevi malvagio e non lo è». Pregano a lungo, poi escono.

24«Non ti ha visto?».

«No. Ne sono sicuro».

25«Non gli dire nulla. É un’anima molto malata. Una lode sarebbe simile a cibo dato ad un convalescente di gran febbre di stomaco. Lo farebbe peggiorare, perché si glorierebbe del sapersi notato. E dove entra orgoglio…».

«Tacerò. Dove andiamo?».

26«Da Giovanni. Sarà, in quest’ora calda, alla casa dell’Uliveto». Vanno lesti, cercando ombra per le vie tutte di fuoco dal gran sole. Superano il sobborgo polveroso, valicano la porta delle mura, escono nell’abbacinante campagna e da questa negli ulivi, dagli ulivi alla casa.

Trasparenza di Giovanni.

27Nella cucina, fresca e oscura per la tenda messa alla porta, è Giovanni. Sonnecchia, e Gesù lo chiama: «Giovanni!».

«Tu Maestro? Ti aspettavo per la sera».

28«Sono venuto prima. Come ti sei trovato, Giovanni?».

«Come un agnello che ha smarrito il pastore. E parlavo a tutti di Te, perché parlarne era già un poco averti. Ad alcuni parenti ne ho parlato, a conoscenti, ad estranei. Anche ad Anna… E ad uno storpio che mi sono fatto amico con tre denari. Me li avevano dati e li ho dati a lui. 29E anche ad una povera donna, dell’età di mia madre, che piangeva in un crocchio di donne su una porta. Ho chiesto: “Perché piangi?”. Mi ha detto: “Il medico mi ha detto: ‘Tua figlia è malata di tisi. Rassegnati. Ai primi temporali di ottobre morrà’. Non ho che quella: è bella, buona e ha quindici anni. Doveva andare sposa a primavera e invece del cofano di nozze le devo preparare il sepolcro”. Le ho detto: “Io conosco un Medico che te la può guarire se hai fede”. “Più nessuno la può guarire. Tre medici l’hanno vista. Sputa già sangue”. “Il mio”, ho detto, “non e un medico come i tuoi. Non cura con le medicine. Ma col suo potere. É il Messia…”. Una vecchietta allora ha detto: “Oh! credi, Elisa! Io conosco un cieco che ha visto per Lui!”, e la madre allora è passata dalla sfiducia alla speranza e ti attende… Ho fatto bene? Non ho fatto che questo».

30«Hai fatto bene. E a sera andremo dai tuoi amici. Giuda lo hai più visto?».

«Più, Maestro. Ma mi ha mandato cibi e denari, che ho dato ai poveri. E mi ha mandato a dire che li usassi pure, perché erano suoi».

31«È vero. Giovanni, domani andiamo verso la Galilea…».

«Ne sono lieto, Maestro. Penso a Simon Pietro. Chissà come ti attende! Passiamo anche da Nazaret?».

32«Anche, e vi sostiamo in attesa di Pietro, Andrea e di tuo fratello Giacomo».

«Oh! restiamo in Galilea?».

33«Vi restiamo per qualche tempo».

Giovanni ne è felice. E sulla sua felicità cessa tutto.

86. L’incontro con il milite Alessandro alla porta dei Pesci[6].

Dialogo col milite.

1Ancora un’aurora. Ancora le teorie di asinelli che si affollano presso la porta ancor chiusa. E ancora Gesù con Simone e Giovanni. Dei venditori lo riconoscono e gli si affollano intorno. Anche un milite di guardia accorre a Lui quando la porta viene aperta e lo vede. E lo saluta: «Salve, galileo. Di’ a questi irrequieti di esser meno ribelli. Si lamentano di noi. Ma non fanno che maledirci e disubbidire. E dicono che ciò è culto per loro. Che religione hanno se è fondata sulla disubbidienza?».

2«Compatiscili, soldato. Sono come coloro che hanno in casa un ospite non voluto e più forte di loro. E non possono che vendicarsi con la lingua e col ripicco».

«Sì. Ma noi dobbiamo fare il nostro dovere. E allora li dobbiamo punire. E così sempre più diventiamo gli ospiti non voluti».

3«Hai ragione. Tu devi fare il tuo dovere. Ma fallo sempre con umanità. Pensa sempre: “Se fossi nel loro caso, che farei?”. Vedrai che allora ti verrà per i soggetti tanta pietà».

«Mi piace sentirti parlare. Tu sei senza sprezzo, senza alterigia. Gli altri palestinesi ci sputano dietro, ci insultano, mostrano schifo di noi… a meno che non ci sia da spellarci a dovere per una donna o per degli acquisti. Allora l’oro di Roma non fa più schifo».

4«L’uomo è l’uomo, soldato».

«Sì. Ed è più bugiardo della scimmia. Non è piacevole però stare fra chi è come serpe in agguato… Anche noi abbiamo casa e madri e spose e figli, e la vita ci preme».

La forza del popolo di Dio (discorso).

La frusta di Dio.

5«Ecco, se ognuno ricordasse questo, non ci sarebbero più odii. Tu hai detto: “Che religione hanno?”. Ti rispondo: una religione santa che per primo comando ha l’amore verso Dio e verso il prossimo. Una religione che insegna ubbidienza alle leggi. Anche se di Stati nemici, perché, 6udite, o miei fratelli in Israele, nulla avviene senza che Dio lo permetta. Anche le dominazioni: sventure senza pari per un popolo. Ma che quasi sempre, se questo popolo con rettezza si esamina, possono dirsi volute dallo stesso, coi suoi modi di vivere contrari a Dio. Ricordatevi i Profeti.

Come evitare la punizione di Dio.

7Quante volte hanno parlato su questo! Quante hanno mostrato coi fatti passati, presenti e futuri, che il dominatore è il castigo, la verga del castigo sulle spalle del figlio ingrato. E quante volte hanno insegnato il modo di non più averlo: tornare al Signore. Non è ribellione né guerra quella che sana ferite e lacrime e scioglie catene. É il vivere da giusti. Allora Dio interviene. E che possono le armi e le schiere di armati contro i fulgori delle coorti angeliche lottanti in favore dei buoni? Siamo colpiti? Meritiamo di non esserlo più col nostro vivere da figli di Dio. Non ribadite le vostre catene con dei peccati sempre novelli.

La grandeza viene da Dio.

8Non permettete che i gentili vi credano senza religione o più pagani di loro per il vostro modo di vivere. Siete il popolo che ha avuto da Dio stesso la Legge. Osservatela. Fate che anche i dominatori si inchinino davanti alle vostre catene dicendo: “Sono soggetti, ma sono più grandi di noi, di una grandezza che non sta nel numero, nel denaro, nelle armi, nella potenza, ma che viene dal loro provenire da Dio. Qui brilla la divina paternità di un Dio perfetto, santo, potente. Qui è il segno di una vera Divinità. Traluce dai suoi figli”.

Come portare Dio ai pagani.

9E meditino su questo, e vengano alla verità del Dio vero, lasciando l’errore. Ognuno, anche il più povero, anche il più ignorante fra il popolo di Dio, può essere maestro ad un gentile, maestro con la sua maniera di vivere e predicare Dio ai pagani con gli atti di una vita santa.

Andate. La pace sia con voi».

Quesiti vari.

10«Tarda Giuda, e anche i pastori», osserva Simone.

«Attendi qualcuno, galileo?», chiede il soldato che ha ascoltato attentamente.

11«Degli amici».

«Entra nel fresco dell’androne. Il sole scotta sin dalle prime ore. Vai in città?».

12«No. Torno in Galilea».

«A piedi?».

13«Sono povero: a piedi».

«Hai moglie?».

14«Ho una Madre».

«Anche io. Vieni… se di noi non hai lo schifo che gli altri hanno».

15«Solo la colpa mi fa ribrezzo».

Il soldato lo guarda ammirato e pensoso. «Con Te non avremo mai da intervenire. Il gladio non si alzerà mai su Te. Sei buono. Ma gli altri!…».

16Gesù è nella penombra dell’androne. Giovanni è verso la città. Simone si è seduto su un masso che fa da panchina.

«Come ti chiami?».

17«Gesù».

Quesiti sul carisma.

«Ah! sei quello che fa miracoli anche sui malati?! Io credevo che fossi solo un mago… Ne abbiamo anche noi. Un mago buono, però. Perché ce ne sono certuni… Ma i nostri non sanno guarire i malati. Come fai?».

18Gesù sorride e tace.

«Usi formule magiche? Hai unguenti di midollo di morti, serpenti disseccati e resi polvere, pietre magiche prese negli antri dei pitoni?».

19«Nulla di questo. Ho solo il mio potere».

«Allora sei proprio santo. Noi abbiamo gli arùspici e le vestali… e alcuni fra loro fanno prodigi… e dicono che sono i più santi. Ma ci credi Tu? Sono peggio degli altri».

20«E allora perché li venerate?».

«Perché… perché è la religione di Roma. E se un suddito non rispetta la religione del suo Stato, come può rispettare il Cesare e la patria, e giù, giù, tante cose?».

21Gesù guarda fissamente il soldato. «In verità tu sei avanti nella via della giustizia. Procedi, o milite, e giungerai a conoscere ciò che la tua anima sente avere in sé, senza saper dare a questa cosa un nome».

Quesiti sull’anima

«L’anima? Cosa è?».

22«Quando tu morrai, dove andrai?».

«Mah!… non so. Se morrò da eroe, sul rogo degli eroi… se sarò un povero vecchio, un niente, forse marcirò nella mia tana o sul bordo di una via».

23«Questo per il corpo. Ma l’anima dove andrà?».

«Non so se tutti gli uomini hanno l’anima o se l’hanno solo quelli che Giove destina ai Campi Elisi dopo una vita portentosa, seppure non li trae all’Olimpo come fu di Romolo».

24«Tutti gli uomini hanno un’anima. E questa è quella cosa che distingue l’uomo dall’animale. Vorresti essere simile ad un cavallo? ad un uccello? ad un pesce? Carne che, morendo, è solo marciume?».

«Oh! no. Io sono uomo e preferisco essere tale».

25«Ebbene, ciò che ti fa uomo è l’anima. Senza questa tu saresti nulla più che un animale parlante».

«E dove è? Come è?».

26«Non ha corpo. Ma è. E in te. Viene da Chi ha creato il mondo e a Lui ritorna dopo la morte del corpo».

27«Dal Dio d’Israele, secondo voi».

«Dal Dio solo, uno, eterno, supremo Signore e Creatore dell’universo».

28«E anche un povero soldato come me ha l’anima, e questa torna a Dio?».

«Sì. Anche un povero soldato, e la sua anima avrà Dio ad Amico se fu sempre buona, o Dio a Punitore se fu malvagia».

«Maestro, ecco Giuda coi pastori e delle donne. Se vedo bene, vi è la fanciulla di ieri», dice Giovanni.  

29«Io vado, soldato. Sii buono».

«Non ti vedrò più? Vorrei sapere ancora…».

30«Io resto in Galilea sino al settembre. Se puoi, vieni. A Cafarnao o a Nazaret tutti ti diranno di Me. A Cafarnao chiedi di Simon-Pietro. A Nazaret, di Maria di Giuseppe. É mia Madre. Vieni. Ti parlerò del Dio vero».

«Simon-Pietro… Maria di Giuseppe. Verrò, sol che possa. E, se Tu torni, ricordati di Alessandro. Sono della centuria di Gerusalemme».

Gratitudine di Annalia.

Giuda e i pastori sono ormai nell’androne.

31«Pace a voi tutti», dice Gesù. E vorrebbe dire altro, ma una giovinetta esile, ma ridente, fende il gruppo e gli si butta ai piedi: «La benedizione tua, ancora, su me, Maestro e Salvatore, e il mio bacio ancora a Te!». E gli bacia le mani.

32«Va’. Sii lieta, buona. Buona figlia, poi buona sposa, e poi buona madre. Insegna ai tuoi pargoli futuri il mio Nome e la mia dottrina. Pace a te e a tua madre. Pace e benedizione a tutti quelli che sono amici di Dio. Pace anche a te, Alessandro».

Gesù si allontana.

Sconfite e vittorie del apostolado.

«Abbiamo fatto tardi. Ma ci hanno assediato quelle donne», spiega Giuda. «Erano al Getseiemmi e volevano vederti. Noi eravamo andati, senza sapere l’un degli altri, là, per fare con Te la strada. Ma Tu eri già andato via e invece c’erano loro. Le volevamo lasciare… Ma erano più insistenti di mosche. Volevano sapere tante cose… Hai guarito la fanciulla?».

33«Sì».

«E hai parlato al romano?».

34«Sì. É un cuore onesto. E cerca la Verità…».

Giuda sospira.

35«Perché sospiri, Giuda?», chiede Gesù.

«Sospiro perché… perché vorrei che fossero i nostri quelli che cercano la Verità. Invece o la fuggono, o la scherniscono, o restano indifferenti. Sono sfiduciato. Ho voglia di non rimettere piede qui e di non fare altro che ascoltare Te. Tanto, come discepolo non riesco a fare nulla».

36«E credi tu che Io riesca molto? Non ti sconfortare, Giuda. Sono le lotte dell’apostolato. Più sconfitte che vittorie. Ma sconfitte qui. Lassù sono sempre vittorie. Il Padre vede la tua buona volontà e, se anche questa non riesce, ti benedice lo stesso».

«Oh! Tu sei buono!». Giuda gli bacia una mano. «Io diventerò mai buono?».

37«Sì, se lo vorrai».

«Credo di esserlo stato in questi giorni… Ho sofferto ad esserlo… perché ho molti appetiti… ma lo sono stato pensando sempre a Te».

38«Persevera, allora. Tu mi dai tanta gioia. E voi che notizie mi date?», chiede ai pastori.

«Elia ti saluta e ti manda un poco di cibo. E dice di non dimenticarlo».

39«Oh! Io ho nel cuore i miei amici! Andiamo sino a quel paesello nel verde. Poi a sera proseguiremo. Sono felice di esser con voi, di andare dalla Madre e di aver parlato della Verità ad un onesto. Sì, sono felice. Se sapeste che è per Me fare la mia missione e vedere che ad essa vengono i cuori, ossia al Padre, oh! come sempre più mi seguireste con lo spirito!…».

 Non vedo altro.

87. Con pastori e discepoli presso Doco. Isacco resta in Giudea[7].

La Fede di Isacco.

1«E io ti dico, Maestro, che sono più buoni gli umili. Questi a cui mi rivolsi ebbero derisione o noncuranza. Oh! i piccoli di Jutta! Isacco parla a Gesù. Sono tutti a crocchio sull’erba del margine fluviale. Isacco pare dia il resoconto delle sue fatiche.

2Giuda interviene e, caso raro, chiama a nome il pastore: «Isacco, io penso come te. Perdiamo tempo e fede a loro contatto. Io ci rinuncio».

3«Io no. Ma ne soffro. Rinuncerò solo se il Maestro lo dice. Sono abituato da anni a soffrire per fedeltà alla verità. Non potevo mentire per ingraziosirmi i potenti. E sai quante volte vennero per burlarsi di me, nella mia stanza di infermo, promettendomi oh! certo false promesse!  aiuti se avessi detto che avevo mentito e che Tu, Gesù, non eri Tu il neonato Salvatore?! Ma io non potevo mentire.

4Mentire sarebbe stato rinnegare la mia gioia, sarebbe stato uccidere la mia speranza unica, sarebbe stato respingerti, o Signore mio! Respingere Te!

5Nel buio della mia miseria, nello squallore della mia infermità, avevo sempre un cielo sparso di stelle: il volto di mia madre, unica gioia della mia vita di orfano, il volto di una sposa

che non fu mai mia e alla quale serbai l’amore anche oltre la morte. Queste le due stelle minori.

6E poi due stelle più grandi, pari a purissime lune: Giuseppe e Maria, sorridenti ad un Neonato e a noi poveri pastori,

7e fulgido, al centro del mio cielo del cuore, il volto tuo, innocente, soave, santo, santo, santo. Non potevo respingere questo mio cielo! Non volevo levarmi la sua luce che più pura non vi è. La vita piuttosto avrei respinto, e fra i tormenti, che respingerti, mio ricordo benedetto, mio Gesù Neonato!».

8Gesù posa la sua mano sulla spalla di Isacco e sorride.

La Sapienza del pastore Isacco.

Giuda parla ancora: «E allora tu insisti?».

9«Io insisto. Oggi, domani e domani ancora. Qualcuno verrà».

«Quanto durerà il lavoro?».

10«Non so. Ma credi. Basta non guardare avanti né indietro. Fare giorno per giorno. E, se a sera si è fatto con utile, dire: “Grazie, mio Dio”; se senza utile, dire: “Spero nel tuo aiuto per domani”».

11«Sei saggio».

«Non so neppure che voglia dire ciò. Ma faccio nella mia missione quello che ho fatto nella mia malattia. Quasi trent’anni di infermità non sono un giorno!».

«Eh! lo credo! Io non ero ancora nato e tu già eri infermo».

12«Ero infermo. Ma non li ho mai contati quegli anni. Non ho mai detto: “Ecco, torna nisam ed io non rifiorisco con le rose. Ecco, torna tisri ed io ancora qui languo”. Andavo avanti, parlando a me e ai buoni di Lui. Mi accorgevo che gli anni passavano, perché i piccoli di un giorno venivano a portarmi i loro dolci di nozze e quelli delle nascite dei loro piccini. Ora, se guardo indietro, ora che sono da vecchio tornato giovane, che vedo del passato? Nulla. É passato».

13«Nulla qui. Ma in Cielo è “tutto” per te, Isacco, e quel tutto ti attende», dice Gesù.

Tutto è pazienza e ordine (Insegnamento)

Stanchezza e fretta, radici della supervia

14E poi, parlando a tutti: «Bisogna fare così. Lo faccio anche Io. Andare avanti. Senza stanchezze. La stanchezza è ancora una radica della superbia umana. E così la fretta. Perché ci si nausea delle sconfitte, perché ci si inquieta delle lentezze? Perché l’orgoglio dice: “A me dire di no? Con me tanta attesa? Questa è mancanza di rispetto per l’apostolo di Dio”.

La creazione, opera di tranquila operazione

15No, amici. Guardate tutto il creato e pensate a Chi lo fece. Meditate sul progredire dell’uomo e pensate alla sua origine. Pensate a quest’ora che si compie e calcolate quanti secoli l’hanno preceduta. Il creato è opera di calma creazione. Il Padre non fece disordinatamente tutto. Ma fece per successivi tempi il creato.

L’uomo, opera di paziente progresso

16L’uomo è opera di un progredire paziente, l’uomo attuale, e sempre più progredirà nel sapere e nel potere. Questi poi saranno santi o non santi a seconda del suo volere. Ma l’uomo non si fece dotto di un subito. 17I Primi, espulsi dal Giardino, dovettero imparare tutto, lentamente, continuamente. Imparare persino le cose più semplici: che il chicco del grano è più buono sfarinato e poi impastato e poi cotto. E imparare come sfarinarlo e come cuocerlo. 18Imparare come fare accesa la legna. Imparare come si fa una veste guardando il vello degli animali. Come una tana osservando le fiere. Come un giaciglio osservando i nidi. 19Imparare a curarsi con le erbe e le acque osservando le bestie che con esse si curano per istinto. 20Imparare a viaggiare per deserti e per mari studiando le stelle, domando i cavalli, imparando l’equilibrio nelle acque, a lui insegnato da un guscio di noce galleggiante sull’onda di un rio. 21Quante sconfitte prima di riuscire! Ma riuscì. E andrà oltre. Non sarà più felice per questo, perché, più che nel bene, si farà esperto nel male. Ma progredirà.

La redenzione,opera paciente.

22La Redenzione non è opera paziente? Decisa nei secoli dei secoli, e oltre decisa, ecco che viene ora che i secoli l’hanno preparata. Tutto è pazienza. Perché essere impazienti, allora? Non poteva Dio far tutto in un baleno? Non poteva l’uomo, dotato di ragione, uscito dalle mani di Dio, saper tutto in un baleno? Non potevo Io venire all’inizio dei secoli? Tutto poteva essere. Ma nulla deve essere violenza. Nulla. La violenza è sempre contraria all’ordine; e Dio, e ciò che da Dio viene, è ordine. Non vogliate essere da più di Dio».

I conoscitori del Messia. (

I conoscitori del Messia. (dialogo)

Cosa vuol dire conoscere?

«Ma allora quando sarai conosciuto?».

23«Da chi, Giuda?».

«Ma dal mondo!».

24«Mai».

«Mai? Ma non sei il Salvatore?».

25«Lo sono. Ma il mondo non vuole essere salvato. Solo nella misura da uno a mille mi vorrà conoscere, e nella misura da uno a diecimila mi seguirà realmente. E dico ancora molto. Non sarò conosciuto neppure dai miei più intimi».

«Ma, se ti sono intimi, ti conosceranno».

26«Sì, Giuda. Mi conosceranno come Gesù, l’israelita Gesù. Ma non mi conosceranno come Quello che sono. In verità vi dico che non sarò conosciuto da tutti i miei intimi. Conoscere vuol dire amare con fedeltà e virtù… e vi sarà chi non mi conoscerà».

Chi tradisce il Messia è un Satana.

27Gesù ha la sua mossa di rassegnato sconforto, che sempre ha quando annuncia il futuro tradimento: apre le mani e le tiene così, volte all’infuori, col volto accorato che non guarda né gli uomini né il cielo, ma solo il suo futuro destino di Tradito.

«Non lo dire, Maestro», supplica Giovanni.

«Noi ti seguiamo per sempre più conoscerti», dice Simone e a lui fanno coro i pastori.

28«Come una sposa ti seguiamo e ci sei più caro di essa; più gelosi di Te che di una donna noi siamo. Oh! no. Noi ti conosciamo già tanto che non possiamo più misconoscerti. Lui (e Giuda indica Isacco) dice che rinnegare il tuo ricordo di Neonato sarebbe stato per lui più atroce di perdere la vita. E non eri che un neonato. Noi ti abbiamo Uomo e Maestro. Noi ti udiamo e vediamo le tue opere. Il tuo contatto, il tuo alito, il tuo bacio sono la nostra continua consacrazione e la nostra continua purificazione. Solo un satana potrebbe rinnegarti dopo esser stato tuo intimo!».

Redentore non giustiziere delle anime

29«È vero, Giuda. Ma vi sarà».

«Guai a lui! Sarò il suo giustiziere», esclama Giovanni di Zebedeo.

30«No. Lascia al Padre la giustizia. Sii il suo redentore. Il redentore di quest’anima che tende a Satana. Ma salutiamo Isacco. La sera è venuta. Io ti benedico, servo fedele. Sai allora che Lazzaro di Betania è nostro amico e che vuole aiutare i miei amici. Io vado. Tu resti. Arami il terreno arido di Giuda. Poi verrò. Tu sai, al bisogno, dove trovarmi. La mia pace a te»

Gesù benedice e bacia il suo discepolo.

88. Nella pianura di Esdrelon. L’amore di Giovanni e dei pochi come lui. Visita
al pastore Giona
[8].

Amare per solo amore. (Insegnamento)

Nella pianura di Esdrelon.

1Per un sentieruolo fra campi arsi, tutti stoppie e grilli, Gesù cammina avendo ai lati Levi e Giovanni. Dietro, in gruppo, sono Giuseppe, Giuda e Simone.

É notte. Ma non c’è refrigerio. La terra è un fuoco che continua a bruciare anche dopo l’incendio del giorno. La rugiada non può nulla su questa arsione. Io credo che si asciughi ancor prima di toccare il suolo, tanta è la vampa che esce dai solchi e dalle crepe del suolo.

Tacciono tutti, spossati e accaldati. Ma vedo Gesù sorridere. La notte è chiara, per quanto la luna calante appena appaia ora all’estremo oriente.

2«Credi che ci sarà?», chiede Gesù a Levi.

«Ci sarà certo. In questo tempo sono riposte le messi, né ancora sono iniziate le raccolte delle frutta. I contadini sono perciò occupati a sorvegliare vigneti e pometi dai predoni, e non si allontanano, specie quando i padroni sono esosi come quello che ha Giona. Samaria è vicina e quando quei rinnegati possono… oh! ci danneggiano volentieri, noi di Israele. Non sanno che poi i servi sono bastonati? Sì, che lo sanno. Ma ci odiano, ecco».

3«Non avere astio, Levi», dice Gesù.

«No. Ma vedrai per loro colpa come fu ferito Giona cinque anni or sono. Da allora vive la notte di guardia. Perché il flagello è supplizio crudele…».

4«C’è ancora molto ad arrivare?».

«No, Maestro. Vedi là dove finisce questo squallore e c’è quel mucchio scuro? Là sono i pometi di Doras, il duro fariseo. Se mi lasci, vado avanti per farmi udire da Giona».

5«Va’».

L’unico amore di Giovanni.

«Ma sono tutti così i farisei, Signor mio?», chiede Giovanni. «Oh! non vorrei esser a loro servizio! Preferisco la mia barca».

6«É la barca la prediletta?», chiede semiserio Gesù.

«No, sei Tu! La barca lo era quando io non sapevo che c’era l’Amore sulla Terra», risponde pronto Giovanni.

7Gesù ride della sua veemenza. «Non sapevi che sulla Terra c’era l’amore? E come sei nato, allora, se tuo padre non amò tua madre?», chiede Gesù come per burla.

«Quell’amore è bello, ma non mi seduce. Sei Tu il mio amore, sei Tu l’Amore sulla Terra per il povero Giovanni».

“L’Amore è avido di amore”

8Gesù lo stringe a Sé e dice: «Avevo voglia di sentirtelo dire. L’Amore è avido di amore, e l’uomo alla sua avidità dà e darà sempre impercettibili stille, come queste che cadono dal cielo e sono tanto meschine che si consumano a mezz’aria, nella vampa dell’estate. Anche le stille d’amore degli uomini si consumeranno a mezz’aria, uccise da vampe di troppe cose. Il cuore ancora le spremerà… ma gli interessi, gli amori, gli affari, le avidità, tante, tante cose umane, le bruceranno. E che salirà a Gesù? Oh! troppo poca cosa! Gli avanzi, i superstiti di tutti i palpiti umani, gli interessati palpiti degli umani per chiedere, chiedere, chiedere, mentre il bisogno urge. Amarmi per solo amore sarà proprietà di pochi: dei Giovanni…

Parabola del seme coraggioso.

9Guarda una spiga rinata. É forse un seme caduto alla mietitura. Ha saputo nascere, resistere al sole, alla siccità, alzarsi, incespire, far spiga… Senti, è già formata. Non c’è che lei, viva, in questi campi spogliati. Fra poco i chicchi maturi cadranno al suolo rompendo la veste glabra che li tiene serrati allo stelo, e saranno carità per gli uccellini, oppure, dando il cento per uno, rinasceranno ancora e, prima che l’inverno riporti l’aratro alle zolle, saranno di nuovo maturi, e sfameranno molti uccelli già stretti dalla fame delle più tristi stagioni…

Quelli che ameranno per amore.

10Vedi, Giovanni mio, quanto può fare un seme coraggioso? Così saranno i pochi che mi ameranno per amore. Uno solo servirà alla fame di tanti. Uno solo farà bella la zona dove è, prima era, il brutto del nulla. Uno solo farà vita dove era morte e a lui verranno gli affamati. Mangeranno un chicco del suo amore operoso e poi, egoisti e svagati, voleranno via. 11Ma anche a loro insaputa quel chicco deporrà germi vitali nel loro sangue, nel loro spirito… e torneranno… E oggi, e domani, e domani ancora, come diceva Isacco, verrà aumentata la cognizione dell’Amore nei cuori. Lo stelo, spogliato, non sarà più nulla. Un arso filo di paglia. Ma dal suo sacrificio quanto bene! E sul suo sacrificio quanto premio!».

L’atenzione dell´ínnamorato.

12Gesù, che si era fermato un istante davanti ad un esile spiga nata ai bordi del sentiero, in una cunella che in tempi di piogge forse era ruscello, ha poi proseguito, ascoltato sempre da Giovanni nella sua solita posa di innamorato che beve non solo le parole ma le mosse dell’amato. 13Gli altri, che parlano fra loro, non si accorgono del dolce colloquio. Ora è raggiunto il pometo e sostano, riunendosi tutti. Il caldo è tale che sudano nonostante siano senza mantello. Tacciono e attendono.

Jonás il pastore della paziente attesa.

Fede nella promessa di Maria.

14Dal folto oscuro, che ora appena la luna illumina, emerge la macchia chiara di Levi e, dietro, un’altra ombra più scura. «Maestro, qui è Giona».

15«La mia pace venga a te!», saluta Gesù prima ancora che Giona lo raggiunga.

Ma Giona non risponde. Corre e si butta piangendo ai suoi piedi e li bacia. Quando può parlare dice: «’Quanta attesa di Te! Quanta! Quanto sconforto sentire la vita passare, venire la morte, e dover dire: “E non l’ho visto!”. Eppure, no, non tutta la speranza moriva. Neppur quando fui per morire. Dicevo: “Ella lo ha detto: ‘Voi lo servirete ancora’, ed Ella non può aver detto cosa non vera. É la Madre dell’Emmanuele. Nessuna perciò più di Lei ha seco Dio, e chi ha Dio sa ciò che è di Dio”».

16«Alzati. Ella ti saluta. L’hai avuta vicina e vicina l’hai. Nazaret l’ospita».

«Tu! Lei! A Nazaret? Oh! l’avessi saputo! Di notte, nei freddi mesi del ghiaccio, quando dorme la campagna e i cattivi non possono nuocere ai coltivatori, sarei venuto, di corsa, a baciarvi i piedi, e sarei tornato via col mio tesoro di certezza. Perché non ti sei manifestato, Signore?».

“Bisogna saper attendere”.

17«Perché non era l’ora. Ora l’ora è venuta. Bisogna saper attendere. Tu l’hai detto: “Nei mesi del gelo quando la campagna dorme”. Eppure è già seminata, non è vero? Ebbene, Io pure ero come il chicco già seminato. E tu mi avevi visto all’atto della semina. Poi ero scomparso. Seppellito sotto un necessario silenzio. Per crescere e giungere al tempo della messe e splendere agli occhi di chi mi aveva visto Neonato e del mondo. Quel tempo è venuto. Ora il Neonato è pronto ad esser Pane del mondo. E per primi cerco i miei fedeli, ed a loro dico: “Venite. Sfamatevi di Me”».

L’uomo lo ascolta, sorridendo beato, e continua a dire, come fra sé: «Oh! ci sei proprio! Ci sei proprio!».

Fede nel ricordo del Messia.

18«Sei stato per morire? Quando?».

«Quando fui fustigato a morte perché m’erano state spogliate due vigne. Guarda quante ferite!».

Cala la veste e mostra le spalle tutte segnate da cicatrici irregolari.

«Con una frusta di ferro mi ha percosso. Ha contato i grappoli raccolti, si vedeva dove il picciolo era stato strappato, e mi ha dato un colpo per ogni grappolo. E poi mi ha lasciato là, semimorto. Mi ha soccorso Maria, una giovane sposa di un mio compagno che mi ha sempre voluto bene. Suo padre era il fattore prima di me, ed io, venuto qui, alla bambina ho messo amore perché si chiamava Maria. Mi ha curato e sono guarito dopo due mesi, perché le piaghe col caldo si erano invelenite e davano febbre forte. Ho detto al Dio di Israele: “Non importa. Fammelo rivedere il tuo Messia. E non mi importa questo male. Prendilo per sacrificio. Non posso sacrificarti mai. Sono servo di un crudele e Tu lo sai. Neppure a Pasqua mi permette di venire al tuo altare. Prendi me per ostia. Ma dammi Lui!”».

Il nuovo ordine di evangelizzatore.

Basta la buona volontà.

19«E l’Altissimo ti ha fatto contento. Giona, mi vuoi servire come i tuoi compagni già fanno?».

«Oh! come farò?».

20«Come essi fanno. Levi sa e ti dirà quanto è semplice servire Me. Voglio solo la tua buona volontà».

 «Quella te l’ho fin data quando Tu vagivi. Per essa tutto ho superato. Tanto gli sconforti che gli odii. É… che qui non si può parlare che poco… Il padrone una volta mi ha colpito col piede perché io insistevo che Tu eri. Ma quando egli era lontano, e con chi potevo fidarmi, oh! lo dicevo il prodigio di quella notte!».

21«E allora ora di’ il prodigio del mio incontro. Vi ho trovati quasi tutti, e tutti fedeli. Non è questo un prodigio? Sol per avermi contemplato con fede e amore vi siete fatti giusti presso Dio e gli uomini».

«Oh! ora avrò un coraggio! Un coraggio! Ora so che ci sei e posso dire: “Egli è là. Andate a Lui!…”. Ma dove, Signore mio?».

22«Per tutto Israele. Sino a settembre starò in Galilea. Nazaret o Cafarnao mi avranno sovente, e da lì mi si potrà trovare. Poi… sarò dovunque. Sono venuto a radunare le pecore d’Israele».

«Oh! mio Signore! Troverai molti caproni. Diffida dei grandi in Israele!».

Evangelizzare vivi e i morti

23«Nulla mi faranno di male se non sarà l’ora. Tu, ai morti, ai dormenti, ai vivi, di’: “Il Messia è fra noi”».

«Ai morti, Signore?».

24«Ai morti dello spirito. Gli altri, i giusti morti nel Signore, già trasalgono di gioia per la prossima liberazione dal Limbo. Dillo ai morti: Io sono la Vita. Dillo ai dormenti: Io sono il Sole che sorge levando dal sonno. Dillo ai vivi: Io sono la Verità che essi cercano[9]».

Il milagro è dono per i buoni.

«E guarisci anche i malati? Levi mi ha detto di Isacco. Solo per lui il miracolo, perché il tuo pastore, o per tutti?».

25«Ai buoni il miracolo per giusto premio. Ai men buoni per spingerli alla bontà vera. Ai malvagi anche, talora, per scuoterli e farli persuasi che Io sono e che Dio è con Me. Il miracolo è un dono. Il dono è per i buoni. Ma Colui che è Misericordia e che vede la pesantezza umana, non scuotibile che per evento potente, ricorre anche a questo per poter dire: “Tutto ho fatto con voi e nulla è valso. Dite dunque da voi stessi che vi devo più fare”».

Angeli custodi.

26«Signore, non ti sdegna entrare nella mia casa? Se Tu mi assicuri che il ladro non penetrerà nei poderi, io ti vorrei ospitare e chiamare intorno a Te i pochi che ti conoscono per la mia parola. Il padrone ci ha piegati e franti come steli ignobili. Non abbiamo che la speranza di un premio eterno. Ma, se Tu ti mostri ai cuori avviliti, essi avranno un’altra forza in loro».

27«Vengo. Non temere per piante e vigneti. Puoi credere che gli angeli ti faranno guardia fedele?».

28«Oh! Signore! Li ho visti i tuoi servi celesti. Credo. E vengo con Te sicuro. Benedette queste piante e queste vigne che hanno vento e canzone di ali e voci angeliche! Benedetto questo suolo che Tu santifichi col tuo piede! Vieni, Signore Gesù! Udite, piante e viti. Udite, zolle. Ora quel Nome, che a voi confidai per mia pace, lo dico a Lui. Gesù è qui. Udite, e per rami e tralci sussulti la linfa. Il Messia è con noi».

Tutto termina su queste gioiose parole.

Esperienza carismatica del Portavoce.

Apparizione di Satana[10]

29Se non fosse tempo di coprifuoco l’avrei mandato a chiamare, tanto sono stata terrorizzata dall’apparizione del demonio. Vero Demonio, senza camuffamenti di sorta. Ossia un alto, sottile, fumoso personaggio dalla fronte bassa e stretta, viso pontuto, occhi fondi e di uno sguardo talmente cattivo, ironico, falso che per poco non mi sono data a gridare al soccorso.

30Stavo pregando, al buio della mia stanza mentre Marta era in cucina, e pregavo proprio il Cuore Immacolato di Maria quando presso la porta chiusa mi è apparso lui. Scuro nello scuro, eppure ne ho visto tutti i particolari del corpo nudo e brutto non per deformità ma per un che di ferocia e di serpentino che traspariva da ogni suo membro.

31Non ho visto né corna né coda, ne piede biforcuto, né ali come generalmente logorano. Ma tutto il suo mostruoso era nell’espressione. Per dire quello che era dovrei dirlo : Falsità, Ironia, Ferocia, Odio, Agguato. Questo era quanto diceva la sua espressione subdola e cattiva.

32Mi derideva e mi insultava. Ma non osava venire più accosto. Era là, inchiodato presso l’uscio. Vi è stato lo spazio di un buon dieci minuti e poi se ne è andato. Ma io sudavo freddo e caldo insieme.

33Mentre sgomenta mi chiedevo perché di quella venuta, ha detto Gesù : “Perché tu lo avevi così duramente respinto nel suo principale elemento”. Mentre pregavo Maria, mi era tornata insistente la… non so come chiamarla perché non è voce, non è idea, non è niente eppure è qualcosa che dice: (“Se non c’eri tu qui succedeva qualcosa. Per tuo merito non è accaduta. Perché tu sei tanto amata da Dio. “Io  non so se faccio bene o male, ma mi pare di fare bene quando sento questo dico : “Va’ via, Satana. Non mi tentare”. Perché se è Gesù che dice questo, lo accetto. Ma nessun altro Io deve dire per stuzzicare in me il compiacimento verso me stessa.” ”).

34Dunque Gesù disse : “ Perché tu lo avevi così duramente respinto nel suo principale elemento la superbia. Oh! se ti potesse far cadere in quella! Lo hai visto bene? Non hai notato come il suo aspetto, direi la sua sovranità o paternità, appaia e traspaia da coloro che lo servono anche temporaneamente?

35Non guardare se in una persona esso ti appariva coll’aspetto ripugnante di un animale di sozzura e libidine, di un mostro enfiato dal fermento, dal lievito della lussuria.

36Questo perché quella povera creatura è un letamaio di molti vizi e peccati, ma quelli carnali sono in essa i maggiori. Pensa a tutti quelli che in altre maniere ti hanno fatto sussultare e soffrire.

37Quelli che, magari per un’ora, sono stati strumenti di Satana per tormentare un’anima fedele, darle dolore, portarla a desolazione. Non avevano, nel ferire, la stessa espressione di dispetto crudele che hai visto, perfetta, in lui? Oh! egli traluce nei suoi servi! Ma non aver paura. Non ti può far male se tu resti con Me e Maria. Ti odia. Oh! Senza misura. Ma è impotente a nuocerti. Se tu la tua anima non la rivuoi per darla a te stessa e la lasci nel riparo del mio Cuore, come vuoi che egli possa far male alla tua anima?

38Scrivi questo e scrivi anche le altre minori visioni che hai avute. Il Padre  le deve sapere tutte e non è senza scopo saperle. E sappi che viene il tempo della mia primavera. Quella che dò ai miei prediletti. Le viole e le primule costellano i prati a primavera. La compartecipazione ai miei dolori costella i giorni di preparazione alla Passione nei miei amici. Va’ in pace. Ti benedico, per fluire di dileguare la rimanente paura, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.

89. Commiato da Giona, che Simone Zelote pensa di affrancare. Arrivo
di Gesù a Nazareth
[11].

Il segno degli amici del Messia.

Uomini o macchine?

1Appena appena un baluginare di luce. Sulla porta di una misera capanna, e dico così perché chiamarla casa è troppo onore, sono Gesù coi suoi e con Giona e altri miseri contadini come lui. E’ l’ora del commiato.

2«Non ti vedrò più, mio Signore?», chiede Giona.

«Tu ci hai portato la luce nel cuore. La tua bontà ha fatto di queste giornate una festa che durerà per tutta la vita. Ma Tu lo hai visto come siamo trattati. Il giumento ha più cure di noi. E la pianta è più umanamente trattata. Essi sono denaro. Noi siamo solo macine che diamo denaro. E andiamo usati sinché uno muore per eccesso d’uso. Ma le tue parole sono state tante carezze d’ali. Il pane ci è parso più abbondante e buono, poiché Tu con noi lo gustavi, questo pane che egli non dà ai suoi cani. Torna a spezzarlo con noi, Signore. Solo perché sei Tu, oso dire questo. Per chiunque altro sarebbe offesa offrirti un ricovero ed un cibo che sdegna il mendico. Ma Tu… »

3«Ma Io trovo in essi un profumo e un sapore celesti, perché vi è in essi fede e amore. Verrò, Giona. Verrò. Resta al tuo posto, tu legato come animale alle stanghe. Il tuo posto sia la tua scala di Giacobbe. E invero dal Cielo a te vanno e vengono gli angeli, attenti a raccogliere tutti i tuoi meriti e portarli a Dio. Ma Io verrò a te. A sollevare il tuo spirito. Rimanetemi tutti fedeli. Oh! Io vorrei darvi pace anche umana. Ma non posso. Vi devo dire: soffrite ancora. E ciò è triste per Uno che ama…».

Colei che effonde i doni d’amore.

4«Signore, se Tu ci ami, non è più soffrire. Prima non avevamo nessuno che ci amasse… Oh! se potessi, io almeno, vedere tua Madre!».

5«Non ti angustiare. Io te la condurrò. Quando più dolce è la stagione, verrò con Lei. Non incorrere in castighi disumani per fretta di vederla. Sappila attendere come si attende il sorgere di una stella, della prima stella. Ella ti apparirà d’improvviso, proprio come fa la stella vespertina che ora non c’era e subito dopo palpita nel cielo. E pensa che anche da ora Ella effonde i suoi doni d’amore su te. Addio, voi tutti. La mia pace vi sia tutela contro le durezze di chi vi angustia. Addio, Giona. Non piangere. Hai atteso tanti anni, con fede paziente. Io ti prometto ora un’attesa ben breve. Non piangere. Non ti lascerò solo. La tua bontà ha asciugato il mio pianto puerile. Non basta la mia ad asciugare il tuo?».

«Sì… ma Tu vai… e io resto…».

6«Amico, Giona, non farmi partire accasciato dal peso di non poterti sollevare…».

«Non piango, Signore… Ma come farò a vivere senza più vederti, ora che so che sei vivo?».

Sigillo di protezione.

7Gesù carezza ancora il vecchio disfatto e poi si stacca. Ma, ritto sul limite della misera aia, apre le braccia benedicendo la campagna. Poi si avvia.

«Che hai fatto, Maestro?», chiede Simone che ha notato l’insolito gesto.

8«Ho messo un sigillo su tutte le cose. Perché i satana non possano, nuocendo ad esse, nuocere a quegli infelici. Non potevo nulla di più…».

Il segno di Dio è la santa misericordia.

Lo Zelote vuole riscatare Giona:

9«Maestro… andiamo avanti più svelti. Ti vorrei dire una cosa che non fosse udita».

Si staccano ancor più dal gruppo e Simone parla.

«Vorrei dirti che Lazzaro ha ordine di usare la somma per soccorrere tutti coloro che in nome di Gesù ad esso ricorrono. Non potremmo affrancare Giona? Quell’uomo è sfinito e non ha più che la gioia di averti. Diamogliela. La sua opera, lì, che vuoi che sia? Libero, sarebbe il tuo discepolo in questa pianura così bella e così desolata. Qui i più ricchi in Israele hanno terre opime e le spremono con usura crudele, esigendo dai lavoratori il cento per uno. Lo so da anni. Qui poco potrai sostare, perché qui impera la setta farisaica e non credo ti sarà mai amica. I più infelici in Israele sono questi lavoratori oppressi e senza luce. Tu l’hai udito, neppure per la Pasqua hanno pace e preghiera, mentre i duri padroni, con grandi gesti e studiate manifestazioni, si mettono in prima fila fra i fedeli. Avranno almeno la gioia di sapere che Tu ci sei, di udire, ripetute da uno che non ne altererà uno iota, le tue parole. Se credi, Maestro, dà ordini, e Lazzaro farà».

Chi fa felice il prossimo fa felice Gesù.

10«Simone, Io avevo compreso perché tu ti spogliavi di tutto. Non mi è ignoto il pensiero dell’uomo. E ti ho amato anche per questo. Facendo felice Giona, fai felice Gesù. Oh! come mi angustia vedere soffrire chi è buono! La mia condizione di povero e spregiato dal mondo non mi angustia che per questo. Giuda, se mi udisse, direbbe: “Ma non sei Tu il Verbo di Dio? Ordina, e le pietre diverranno oro e pane per i miseri. Ripeterebbe l’insidia di Satana. Ben Io voglio sfamare le fami. Ma non come Giuda vorrebbe. Ancora siete troppo informi per capire la profondità di quanto dico.

Il Segno di Dio in comune.

11Ma a te lo dico: se Dio a tutto provvedesse, commetterebbe furto verso i suoi amici. Li priverebbe della facoltà di essere misericordiosi e di ubbidire perciò al comandamento d’amore. I miei amici devono avere questo segno di Dio, in comune con Lui: la santa misericordia che è di opere e di parole. E le infelicità altrui danno modo ai miei amici di esercitarla. Hai compreso il pensiero?».

“Che è dunque Dio?”.

12«É profondo. Lo medito. E mi umilio, comprendendo quanto sono ottuso e quanto grande è Dio, che ci vuole con tutti i suoi attributi più dolci per dirci suoi figli. Dio mi si svela, nella sua molteplice perfezione, da ogni luce che Tu mi getti nel cuore. Di giorno in giorno, come uno che procede in luogo sconosciuto, io aumento la cognizione di questa immensa Cosa che è la Perfezione che ci vuole chiamare “figli”, e mi pare di salire come un’aquila o di immergermi come un pesce in due profondità senza confine quali sono il cielo e il mare, e sempre più salgo e mi immergo, né mai tocco limite. Ma che è dunque Dio?».

“Dio è l’Amore divenuto Dio”.

13«Dio è l’irraggiungibile Perfezione, Dio è la compiuta Bellezza, Dio è l’infinita Potenza, Dio è l’incomprensibile Essenza, Dio è l’insuperabile Bontà, Dio è l’indistruttibile Compassione, Dio è l’immisurabile Sapienza, Dio è l’Amore divenuto Dio. É l’Amore! É l’Amore!

 

Possesso completo di Dio

14Tu dici che più conosci Dio nella sua perfezione e più ti pare di salire o immergerti in due profondità senza confine, di azzurro senz’ombre… Ma, quando tu capirai cosa è l’Amore divenuto Dio, non salirai, non ti immergerai più nell’azzurro, ma in un gorgo incandescente di fiamme, e sarai aspirato verso una beatitudine che ti sarà morte e vita. Dio lo avrai, con completo possesso, quando, per la tua volontà, sarai riuscito a comprenderlo e a meritarlo. Allora ti fisserai nella sua perfezione»[12].

«O Signore!»… Simone è sopraffatto.

Il ritorno del Messia a Nazaret.

Il ritorno.

15Si fa il silenzio. La strada viene raggiunta. Gesù sosta in attesa degli altri.

Quando il gruppo si riunisce, Levi si inginocchia: «Dovrei lasciarti, Maestro. Ma il tuo servo ti fa una preghiera. Portami da tua Madre. Costui è orfano come me. Non negare a me ciò che a lui dai perché veda un volto di madre…».

16«Vieni. Quanto in nome di mia Madre si chiede, in nome di mia Madre Io do»

17… Gesù è solo. Cammina velocemente fra boschi di ulivi carichi di ulivette già ben formate. Il sole, per quanto verso il tramonto, dardeggia oltre la cupola grigio-verde delle piante preziose e pacifiche, ma non buca l’intrico dei rami che con minuti occhiellini di luce. La via maestra, invece, incassata fra due prode, è un nastro di polverosa incandescenza abbacinante.

18Gesù procede e sorride. Raggiunge un balzo… e sorride ancor più vivamente. Ecco là Nazaret… pare tremolare nel sole, tanto l’incandescenza del sole la stringe. Gesù scende ancor più veloce. Raggiunge la via, ora, senza curarsi del sole. Pare che voli, tanto va lesto, col mantello, che si è messo a riparo sul capo, che si gonfia e palpita ai lati e dietro a Lui. La via è deserta e silenziosa sino alle prime case. Lì qualche voce di bimbo o di donna si sente venire dagli interni e dagli orti, che spenzolano sin sulla via le fronde dei loro alberi. 19Gesù ne approfitta, di queste chiazze d’ombra, per sfuggire all’implacabile sole. Svolta per una stradetta che per metà è nell’ombra. Lì vi sono donne che si affollano ad un pozzo fresco. Lo salutano quasi tutte e con voci acute di ben tornato.

Sorpresa a la Madre.

20«La pace a voi tutte… Ma fate silenzio. Voglio fare una sorpresa a mia Madre».

«Sua cognata è andata via ora con una brocca fresca. Ma deve tornare. Sono rimaste senz’acqua. La sorgiva è asciutta o si sperde nel suolo ardente prima di giungere al tuo orto. Non sappiamo. Maria d’Alfeo lo diceva ora. Eccola che viene».

21La madre di Giuda e Giacomo viene con un’anfora sul capo e una per mano. Non vede subito Gesù e grida: «Così faccio più presto. Maria è tutta triste, perché i suoi fiori muoiono di sete. Sono ancora quelli di Giuseppe e di Gesù, e le pare che le si strappi il cuore a vederli languire».

22«Ma ora che vede Me…», dice Gesù apparendo da dietro il gruppo.

«Oh! il mio Gesù! Te benedetto! Lo vado a dire…».

23«No. Vado Io. Dammi le anfore».

«La porta è solo accostata. Maria è nell’orto. Oh! come sarà felice! Parlava di Te anche stamane. Ma con questo sole! Venire! Sei tutto sudato! Sei solo?».

24«No. Con amici. Ma sono venuto avanti. Per vedere prima la Mamma. E Giuda?»,

«È a Cafarnao. Vi va spesso…». Maria non dice altro. Ma sorride, mentre asciuga col suo velo il volto bagnato di Gesù.

«Mamma! Cara!».

25Le brocche sono pronte. Gesù se ne carica due a bilico sulle spalle, usando la sua cintura, e l’altra la porta con la mano.

Va, svolta, giunge alla casa, spinge la porta, entra nella stanzetta che pare scura rispetto al gran sole esterno, alza piano la tenda che fa riparo alla porta dell’orto, osserva.

26Maria è ritta presso un rosaio, volgendo le spalle alla casa, e compassiona la pianta assetata. Gesù posa la brocca a terra, e il rame suona battendo contro un sasso. «Già qui, Maria?», dice la Mamma senza voltarsi. «Vieni, vieni. Guarda questo rosaio! E questi poveri gigli. Morranno tutti se non li soccorriamo. Porta anche delle cannucce per sorreggere questo stelo che cade».

27«Tutto ti porto, Mamma».

Maria si volge di scatto. Resta per un secondo ad occhi sbarrati, poi con un grido corre a braccia tese verso il Figlio, che ha già aperto le sue e l’attende con un sorriso tutto amore.

«Oh! Figlio mio!».

28«Mamma! Cara!».

29L’espansione è lunga, soave, e Maria è tanto felice che non vede, non sente quanto sia accaldato Gesù. Ma poi si sovviene: «Perché, Figlio, in tale ora? Sei di porpora e sudi come una spugna. Vieni, vieni dentro. Che la Mamma ti asciughi e rinfreschi. Ora ti porto una veste nuova e sandali mondi. Ma Figlio! Figlio! Perché in giro con questo sole? Muoiono le piante per il calore e Tu, mio Fiore, vai in giro!».

30«Per venire prima da te, Mamma!».

“Come mi manchi!”

«Oh! caro! Hai sete? Certo l’hai. Ora ti preparo…».

31«Sì, del tuo bacio, Mamma. Delle tue carezze. Lasciami stare così, col capo sulla tua spalla, come quando ero piccino… Oh! Mamma! Come mi manchi!».

32«Ma dimmi di venire, Figlio, ed io verrò. Che ti è mancato per la mia assenza? cibo a Te gradito? vesti fresche? letto ben fatto? Oh! dimmelo, mia Gioia, che t’è mancato. La tua serva, o Signor mio, cercherà di provvedere».

33«Nulla che tu non fossi…».

Gesù, che è rientrato tenuto per mano dalla Mamma e che si è seduto sulla cassapanca presso la parete, avendo di fronte Maria che cinge con le braccia, stando col capo contro il suo cuore e baciandola di tanto in tanto, ora la guarda fissa. «Lascia che Io ti guardi. Che mi empia la vista di te, Mamma mia santa!».

«Prima la veste. E male stare così bagnato. Vieni».

34Gesù ubbidisce. Quando torna in una veste fresca, il colloquio riprende, soave.

Le notizie e doni per la Madre.

La Madre di tutti

35«Sono venuto con discepoli e amici. Ma li ho lasciati nel bosco di Melca. Verranno domani all’aurora. Io… non potevo più attendere. La mia Mamma!…», e le bacia le mani.

36«Maria di Alfeo si è ritirata per lasciarci soli. Anche lei ha capito la mia sete di te. Domani… domani sarai tu dei miei amici ed Io dei nazareni. Ma questa sera tu sei l’Amica mia ed Io il tuo. Ti ho portato… oh! Mamma, ho trovato i pastori di Betlemme. E ti ho portato due di essi: sono orfani e tu sei la Madre. Di tutti. E più degli orfani. E ti ho portato anche uno che ha bisogno di te per vincere se stesso. E un altro che è un giusto e che ha pianto. E poi Giovanni… E ti ho portato il ricordo di Elia, di Isacco, Tobia ora Mattia, Giovanni e Simeone. Giona è il più infelice. Ti porterò a lui. L’ho promesso. Altri li cercherò ancora. Samuele e Giuseppe sono nella pace di Dio».

Notizie di Betlemme.

«Fosti a Betlemme?».

37«Sì, Mamma. Vi ho portato i discepoli che avevo meco. E ti ho portato questi fioretti, nati fra le pietre della soglia».

«Oh!». Maria prende gli steli disseccati e li bacia.

«E Anna?».

38«É morta nella strage di Erode».

«Oh! misera! Ti amava tanto!».

39«I betlemmiti hanno molto sofferto. E non sono stati giusti coi pastori. Ma hanno molto sofferto…».

«Ma con Te furono buoni allora!».

40«Sì. Per questo vanno compatiti. Satana è invidioso di quella loro bontà e li aizza al male. Sono stato anche a Ebron. I pastori, perseguitati…»

«Oh! fino a tanto?!».

41«Sì. Furono aiutati da Zaccaria, e per lui ebbero padroni e pane, anche se duri padroni. Ma sono anime di giusti, e delle persecuzioni e delle ferite si sono fatti pietre di santità. Li ho radunati. Ho guarito Isacco e… e ho dato il mio Nome ad un piccino… A Jutta, dove Isacco languiva e da dove risorse, vi è ora un gruppo innocente che si chiama Maria, Giuseppe e Jesai…».

«Oh! il tuo Nome!».

Il Figlio di Dio chiede aiuto alla Madre.

La Maestra di virtù

42«E il tuo, e quello del Giusto. E a Keriot, patria di un discepolo, un fedele israelita mi morì sul cuore. Di gioia di avermi avuto… E poi… oh! quante cose ho da dirti, mia perfetta Amica, Madre soave! Ma per prima, Io te ne prego, chiedo da te tanta pietà per quelli che verranno domani. Ascolta: mi amano… ma non sono perfetti. Tu, Maestra di virtù… oh! Madre, aiutami a farli buoni… Io li vorrei tutti salvare…» Gesù è scivolato ai piedi di Maria. Ora Lei appare nella sua maestà di Madre.

La santificatrice

«Figlio mio! Che vuoi che faccia la tua povera Mamma più di Te?».

43«Santificarli… La tua virtù santifica. Te li ho portati apposta. Mamma… un giorno ti dirò: “Vieni”, perché allora sarà urgente santificare gli spiriti, perché Io trovi in loro volontà di redenzione. E Io solo non potrò… 44Il tuo silenzio sarà attivo come la mia parola. La tua purezza aiuterà la mia potenza. La tua presenza terrà indietro Satana… e tuo Figlio, Mamma, troverà forza nel saperti vicina. Verrai, non è vero, mia dolce Madre?».

L’Evangelizzatrice.

45«Gesù! Caro! Figlio! Non ti sento felice… Che hai, Creatura del mio cuore? Fu duro con Te il mondo? No? Mi è sollievo crederlo… ma… Oh! sì. Verrò. Dove Tu vuoi. Come Tu vuoi. Quando Tu vuoi. Anche ora, sotto al sole, sotto le stelle come nel gelo e fra i piovaschi. Mi vuoi? Eccomi».

46«No. Ora no. Ma un giorno… Come è dolce la casa! E la tua carezza! Lasciami dormire così, col capo sui tuoi ginocchi. Sono tanto stanco! Sono sempre il tuo Figliolino… E Gesù realmente si addormenta, stanco e spossato, seduto sulla stuoia, col capo in grembo alla Madre che lo carezza sui capelli, beata.

90. L’arrivo dei discepoli e dei pastori
a Nazareth
[13].

La stanchezza del Messia.

Maria al lavoro.

1Vedo Maria che, scalza e solerte, va e viene per la sua casetta alle prime luci del giorno. Nella sua veste di un azzurro tenue pare una gentile farfalla che sfiori senza rumore pareti e oggetti. Si accosta alla porta che dà sulla strada e l’apre con cura di non fare rumore; la lascia socchiusa, dopo aver dato un’occhiata sulla via ancora deserta. Riordina, apre porte e finestre, entra nel laboratorio dove, ora che è abbandonato dal Legnaiuolo, sono i telai di Maria, e anche lì si dà da fare. Copre con cura uno dei telai, su cui è una tessitura iniziata, e sorride ad un suo pensiero nel guardarla.

2Esce nell’orto. I colombi le si affollano sulle spalle. E con voli brevi, da una spalla all’altra, per avere il posto migliore, rissosi e gelosi per amore di Lei, l’accompagnano sino ad un ripostiglio dove sono provviste di cibarie. Ella ne trae grani per loro e dice: «Qui, oggi qui. Non fate rumore. É tanto stanco!». E poi prende farina e va in una stanzetta presso il forno e si pone a fare il pane. Lo impasta e sorride. Oh! come sorride oggi, la Mamma. Pare la giovinetta Madre della Natività, tanto è ringiovanita dalla gioia. Dalla pasta del pane ne leva un mucchio e lo pone da parte, coprendolo, e poi ripiglia il lavoro, accaldandosi, coi capelli resi più chiari da una lieve incipriatura di farina.

Maria d’Alfeo.

3Entra piano Maria d’Alfeo. «Già al lavoro?».

«Sì. Faccio il pane e, guarda, le focacce di miele che a Lui piacciono tanto».

«Fa’ quelle. La pasta del pane è tanta. Te la lavoro io».

Maria d’Alfeo, robusta e più popolana, lavora con lena al suo pane, mentre Maria intride miele e burro nei suoi dolci e ne fa tanti tondi che pone su una lastra.

«Non so come fare ad avvisare Giuda… Giacomo non osa… e gli altri…». Maria d’Alfeo sospira.

«Oggi verrà Simon Pietro. Viene sempre il secondo giorno dopo il sabato, col pesce. Manderemo lui da Giuda».

«Se vorrà andare…».

«Oh! Simone non mi dice mai di no».

Stanchezza del Messia.

4«La pace su questo vostro giorno», dice Gesù apparendo.

Le due donne sobbalzano alla voce di Lui. 

«Già alzato? Perché? Volevo Tu dormissi…»

5«Ho dormito un sonno da cuna, Mamma. Tu non devi aver dormito…».

«Ti ho guardato dormire… Facevo sempre così quando eri piccino. Nel sonno sorridevi sempre… e quel tuo sorriso mi restava per tutto il giorno in cuore come una perla… Ma questa notte non sorridevi, Figlio. Sospiravi come chi è afflitto…». Maria se lo guarda con struggimento.

6«Ero stanco, Mamma. E il mondo non è questa casa dove tutto è onestà e amore….. tu sai Chi sono e puoi capire cosa è per Me il contatto col mondo. É come chi cammina su una strada fetida e motosa. Anche se è attento, un poco di fango lo spruzza, e il fetore penetra anche se egli si sforza di non respirare… e se costui è uomo che ama ciò che è lindura e aria pura, puoi pensare se ciò gli fa noia…».

«Sì, Figlio. Io capisco. Ma mi fa pena che Tu soffra…»

7«Ora sono con te e non soffro. C’è il ricordo… Ma serve a fare più bella la gioia d’esser con te». E Gesù si china a baciare la Mamma. Carezza anche l’altra Maria, che entra tutta rossa per avere acceso il forno.

«Bisognerà avvisare Giuda», è la preoccupazione di Maria d’Alfeo.

8«Non occorre. Giuda sarà qui, oggi».

«Come lo sai?». Gesù sorride e tace.

Presentazione di tuttia Maria.

La bontà di Pietro.

9«Figlio, tutte le settimane, in questo giorno, viene Simon Pietro. Mi vuole portare il pesce pescato nelle prime vigilie. E giunge verso il finire dell’ora di prima. Sarà felice, oggi. E’ buono Simone. Nelle ore che resta, ci aiuta. Vero, Maria?».

10«Simon Pietro è un onesto e un buono», dice Gesù.

«Ma anche l’altro Simone, che fra poco vedrai, è un grande cuore. Vado loro incontro. Staranno per venire».

E Gesù esce, mentre le donne, infornato il pane, tornano in casa, dove Maria si rimette i sandali e torna con una veste di lino tutta candida. Passa qualche tempo e, nell’attesa, Maria d’Alfeo dice: «Non hai fatto in tempo a finire quel lavoro».

«Lo finirò presto. E il mio Gesù ne avrà refrigerio d’ombra senza averne gravato il capo».

I pastori.

La porta viene spinta dal di fuori.

11«Mamma, ecco i miei amici. Entrate».

Entrano in gruppo i discepoli e i pastori. Gesù tiene per le spalle i due pastori e li guida alla Madre: «Ecco due figli che cercano una madre. Sii la loro gioia, Donna».

12«Io vi saluto… Tu?… Levi… tu? Non so, ma per l’età, Egli mi ha detto, sei certo Giuseppe. Quel nome è dolce e sacro qui dentro. Vieni, venite. Con gioia vi dico: la mia casa vi accoglie e una Madre vi abbraccia, in ricordo di quanto voi, tu in tuo padre, avete avuto di amore per il mio Bambino».

I pastori sembrano incantati, tanto sono estatici.

13«Sono Maria, sì. Tu hai visto la Madre felice. Sono sempre quella. Anche ora felice di vedere il Figlio mio fra cuori fedeli».

Simone Zelote.

14«E questo è Simone, Mamma».

«Tu hai meritato la grazia perché sei buono. Lo so. E la Grazia di Dio sia sempre con te».

Simone, più esperto degli usi del mondo, si inchina fino a terra, tenendo le braccia incrociate sul petto, e saluta: «Ti saluto, Madre vera della Grazia, e altro non chiedo all’Eterno, ora che conosco la Luce e te, più di luna soave».

Giuda di Keriot.

15«E questo è Giuda di Keriot».

«Ho una madre, ma il mio amore per lei scompare rispetto alla venerazione che sento per te».

«No. Non per me. Per Lui. Io sono perché Egli è. Né nulla per me voglio. Ma solo per Lui chiedo. So quanto hai onorato il Figlio mio nella tua patria. Ma ancora ti dico: sia il tuo cuore il luogo in cui Egli riceve da te il sommo onore. Allora io ti benedirò con cuore di Madre».

«Il mio cuore è sotto il calcagno del Figlio tuo. Felice oppressione. La morte sola scioglierà la mia fedeltà».

Giovanni di Zebedeo.

16«E questo è il nostro Giovanni, Mamma».

«Ero tranquilla da quando sapevo che tu eri presso Gesù. Ti conosco e riposo nello spirito quando ti so col Figlio mio. Sii benedetto, mia quiete». Lo bacia.

 Presentazione di tutti a Pietro.

L’arrivo di Pietro.

17La voce aspra di Pietro si fa udire da fuori: «Ecco il povero Simone che porta il suo saluto e…» É entrato ed è rimasto di stucco.

18Ma poi getta per terra il paniere rotondo, che aveva penzoloni sulla schiena, e si getta giù anche lui dicendo: «Ah! Signore eterno! Però… No, questa non me la dovevi fare, Maestro! Esser qui… e non far sapere niente al povero Simone! Dio ti benedica, Maestro! Ah! come sono felice! Non ne potevo più di stare senza di Te!», e gli carezza la mano, senza dar retta a Gesù che gli dice: «Alzati, Simone. Ma alzati, dunque».

«Mi alzo, sì. Ma però… Ehi, tu, ragazzo! (il ragazzo è Giovanni) tu almeno potevi correre a dirmelo! Ora fila, subito. A Cafarnao, a dirlo agli altri… e prima in casa di Giuda. Sta per arrivare tuo figlio, donna. Svelto. Fa’ conto di essere una lepre che ha dietro i cani».

Giovanni parte ridendo.

Pietro si è infine alzato. Continua a tenere fra le sue corte, tozze mani dalle vene rilevate, la lunga mano di Gesù e lo bacia senza lasciarlo, nonostante voglia dare il suo pesce che è a terra, nel paniere.

 «Eh! no. Non voglio che Tu te ne vada un’altra volta senza di me. Mai più, mai più così tanto senza vederti! Ti seguirò come l’ombra segue il corpo e la corda l’ancora. Dove sei stato, Maestro? Io mi dicevo: “Oh! dove sarà? Che farà? E quel bambino di Giovanni saprà curarlo? Starà attento che non si stanchi troppo? Che non resti senza cibo?”. Eh! ti conosco!… Sei più magro! Sì. Più magro. Non ti ha curato bene! Gli dirò che… Ma dove sei stato, Maestro? Non mi dici nulla!».

20«Aspetto che tu mi lasci parlare!».

«E’ vero. Ma… ah! vederti è come un vino nuovo. Va al capo solo con l’odore. Oh! il mio Gesù!». Pietro quasi piange per reazione di gioia.

I pastori.

21«Anche Io ho sentito desiderio di te, di voi tutti, anche se ero con cari amici. Ecco, Pietro. Questi sono due che mi hanno amato da quando ero di poche ore. Più ancora: hanno già sofferto per Me. Qui vi è un figlio senza padre né madre per causa mia. Ma ha tanti fratelli in voi tutti, non è vero?».

«Lo chiedi, Maestro? Ma se, per un caso, il Demonio ti amasse, lo amerei perché ti ama. Siete poveri anche voi, vedo. E allora siamo uguali. Venite che vi baci. Sono pescatore, ma ho il cuore più tenero di un piccioncino. E sincero. Non guardate se sono rude. Il duro è di fuori. Dentro sono tutto miele e burro. Coi buoni però… perché coi malvagi…».

Giuda di Keriot.

22«E questo è il nuovo discepolo».

«Mi pare di averlo già visto…».

«Sì. É Giuda di Keriot, e il tuo Gesù per mezzo suo ebbe buone accoglienze in quella città. Vi prego di amarvi, anche se di diversa regione. Siete tutti fratelli nel Signore».

«E come tale lo tratterò, se sarà proprio tale. E… sì… (Pietro guarda fisso Giuda, uno sguardo aperto e ammonitore) e… sì… e meglio che lo dica, così mi conosci subito, e bene. Lo dico: non ho molta stima dei giudei in genere e dei cittadini di Gerusalemme in particolare. Ma sono onesto. E sulla mia onestà ti assicuro che metto da parte tutte le idee che ho su voi e che voglio vedere in te solo il fratello discepolo. Ora a te a non farmi mutare pensiero e decisione».

Simone Zelote.

23«Anche con me, Simone, hai tali preconcetti?», chiede lo Zelote sorridendo.

«Oh! non ti avevo visto! Con te? Oh! con te, no. Hai l’onestà dipinta sul volto. Ti trasuda la bontà dal cuore all’esterno, come olio odorifero da vaso poroso. E sei anziano. Ciò non è sempre un merito. Delle volte più si invecchia, più si diventa falsi e cattivi. Ma tu sei di quelli che fanno come i vini pregiati. Più diventano vecchi e più si fanno schietti e buoni».

24«Hai giudicato bene, Pietro», dice Gesù. «Ora venite. Mentre le donne lavorano per noi, sostiamo sotto la pergola fresca. Come è bello stare con gli amici! Andremo poi tutti insieme per la Galilea e oltre. Ossia, tutti no. Levi, ora che è fatto contento, tornerà da Elia a dirgli che Maria lo saluta. Vero, Mamma?».

«Che lo benedico, e così Isacco e gli altri. Il Figlio mio mi ha promesso di condurmi seco… ed io verrò da voi, primi amici del mio Bambino».

«Maestro, vorrei che Levi portasse a Lazzaro lo scritto che sai».

25«Preparalo, Simone. Oggi è festa piena. Domani sera Levi partirà. In tempo per giungere prima del sabato. Venite, amici…».

Escono nella verde ortaglia e tutto ha fine.

91. Lezione ai discepoli nell’uliveto presso Nazareth[14]. Regole della Fraternità del Messia.

Principi fondamentali della Fraternità.

Scienza e coscienza della propria missione.

1Vedo Gesù con Pietro, Andrea, Giovanni, Giacomo, Filippo, Tommaso, Bartolomeo, Giuda Taddeo, Simone e Giuda Iscariota e il pastore Giuseppe, uscire dalla sua casa e andare fuori Nazaret. Ma nelle immediate vicinanze, sotto un folto d’ulivi.

2Dice: «Venite a Me intorno. In questi mesi di presenza e di assenza Io vi ho pesati e studiati. Vi ho conosciuti ed ho conosciuto, con esperienza d’uomo, il mondo. Ora Io ho deciso di mandarvi nel mondo. Ma prima devo ammaestrarvi per rendervi capaci di affrontare il mondo con la dolcezza e la sagacia, la calma e la costanza, con la coscienza e la scienza della vostra missione[15]. 3Questo tempo di furore solare, che vieta ogni lunga peregrinazione per la Palestina, sarà usato da Me per la vostra istruzione e formazione di discepoli. Come un musico ho sentito ciò che in voi è discorde e vengo a mettervi in nota per l’armonia celeste che dovete trasmettere al mondo, in mio nome. 4Trattengo questo figlio (e accenna Giuseppe) perché delego a lui l’incarico di portare ai suoi compagni le mie parole, perché anche là si formi un nucleo valido che mi annunci non con il solo annuncio del mio essere, ma con le più essenziali caratteristiche della mia dottrina[16].

Prima regola: amore e fusione.

5Per prima cosa vi dico che è assolutamente necessario in voi amore e fusione[17]. Cosa siete voi? Uomini di ogni classe sociale, e di ogni età, e di ogni luogo. Ho preferito prendere coloro che sono vergini di dottrine e cognizioni, perché più facilmente in essi penetrerò con la mia dottrina, ed anche perché – essendo voi destinati ad evangelizzare coloro che saranno nell’assoluta ignoranza del Dio vero – voglio che, ricordando la loro primitiva ignoranza di Dio, non ne abbiano sdegno e con pietà li ammaestrino, ricordando con quanta pietà Io li ho ammaestrati.

Seconda regola: uguaglianza.

6Io sento in voi un’obbiezione: “Noi non siamo dei pagani, anche se senza cultura intellettuale”. No. Non lo siete. Ma non solo voi, sibbene anche quelli che fra voi rappresentano i dotti ed i ricchi, siete avvolti in una religione che, snaturata per troppe ragioni, di religione non ha che il nome. 7In verità vi dico che molti sono coloro che si gloriano di essere figli della Legge. Ma di essi otto parti su dieci non sono che idolatri che hanno confuso fra nebbie di mille piccole religioni umane la vera, santa, eterna Legge del Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe. 8Perciò, guardandovi l’un l’altro, tanto voi pescatori umili e senza cultura, come voi che siete mercanti o figli di mercanti, ufficiali o figli di ufficiali, ricchi o figli di ricchi, dite: “Siamo tutti uguali. 9Tutti abbiamo le stesse manchevolezze e tutti abbisogniamo dello stesso ammaestramento. Fratelli nei difetti personali o nazionali, dobbiamo d’ora in poi divenire fratelli nella conoscenza della Verità e nello sforzo di praticarla”[18].

Terza regola: fratellanza.

10Ecco: fratelli. Voglio che tali vi chiamiate e tali vi vediate. Voi siete come una famiglia sola. Quando è che una famiglia prospera e il mondo l’ammira? Quando è unita e concorde. Se un figlio diviene nemico dell’altro, se un fratello nuoce all’altro, può mai la prosperità di quella famiglia durare? No. Invano il padre di famiglia si sforza a lavorare, a spianare le difficoltà, ad imporsi al mondo. I suoi sforzi restano senza riuscita, perché i beni si sgretolano, le difficoltà aumentano, il mondo deride per questo stato di lite perpetua che spezzetta cuore e sostanze, che unite erano potenti contro il mondo, in un mucchietto di piccoli, piccoli interessi contrari, di cui si approfittano i nemici della famiglia per sempre più accelerarne la rovina.

Quarta regola: unione e condivisione.

11Così non sia mai di voi. Siate uniti. Amatevi. Amatevi per aiutarvi. Amatevi per insegnare ad amare. Osservate. Anche ciò che ci circonda ci insegna questa grande forza. Guardate questa tribù di formiche che accorre tutta verso un luogo. Seguiamola. E scopriremo la ragione del loro non inutile accorrere verso un punto… Ecco qua. Questa loro piccola sorella ha scoperto, con i suoi organi minuscoli e a noi invisibili, un grande tesoro sotto questa larga foglia di radicchio selvatico. É un pezzo di midolla di pane, forse caduta ad un contadino qui venuto a curare i suoi ulivi, a qualche viandante che ha sostato in quest’ombra mangiando il suo cibo, o ad un bambino festoso sull’erba fiorita. Come poteva da sola trascinare nella tana questo tesoro mille volte più grosso di lei? Ed, ecco, ha chiamato una sorella e le ha detto: “Guarda. E corri, presto, a dire alle sorelle che qui c’è cibo per tutta la tribù e per molti giorni. Corri prima che scopra questo tesoro un uccello e chiami i suoi compagni e lo divorino”. E la formichina è corsa, anelante per asperità di terreno, su, giù per ghiaie e steli sino al formicaio e ha detto: “Venite. Una di noi vi chiama. Ha trovato per tutte. Ma da sola non può portarlo qui. Venite”.

12E tutte, anche quelle che, già stanche di tanto lavoro fatto per tutto il giorno, riposavano per le gallerie della tana, sono corse; anche quelle che stavano ammucchiando le provviste nelle celle di ammasso. Una, dieci, cento, mille… Guardate… Afferrano con le branche, sollevano facendo del loro corpo carretto, strascicano puntando le zampine al suolo. Questa cade… l’altra, là, quasi si storpia perché la punta del pane la inchioda in un rimbalzo fra la sua estremità e un sasso; questa ancora, così piccina, una giovinetta della tribù, si ferma spossata… ma pure, ecco, ripreso fiato, riparte. Oh! come sono unite! Guardate: ora il pezzo di pane è tutto abbracciato da esse e va, va, lentamente, ma va. Seguiamolo… Ancora un poco, piccole sorelle, ancora un poco e poi la vostra fatica sarà premiata. Non ne possono più. Ma non cedono. Riposano e poi ripartono… Ecco raggiunto il formicaio. E ora? Ora al lavoro per recidere in briciole la grossa mollica. Guardate che lavoro! Chi taglia e chi trasporta… Ecco finito. Ora tutto è in salvo e, felici, esse scompaiono dentro quella crepa, giù per le gallerie. Sono formiche. Null’altro che formiche. Eppure sono forti perché unite.

Meditate su questo. Avete nulla da chiedermi?».

Il Messia  non fa differenza di persone.

Ingiusto rimprovero dell’Iscariota.

«Io vorrei chiederti: ma in Giudea non ci torniamo più?», chiede Giuda Iscariota.

13«E chi lo dice?».

«Tu, Maestro. Hai detto di preparare Giuseppe perché istruisca gli altri in Giudea! Tanto te ne sei avuto a male da non tornare più là?».

«Che ti hanno fatto in Giudea?», chiede Tommaso curioso; e Pietro, veemente, nello stesso tempo: «Ah! allora avevo ragione a dire che eri tornato sciupato. Che ti hanno fatto i “perfetti” in Israele?».

14«Nulla, amici. Nulla di più di quanto troverò anche qui. Girassi tutta la Terra, avrò da per tutto amici mescolati ai nemici. Ma, Giuda, Io ti avevo pregato di tacere…». vero, ma… No, non posso tacere quando vedo che Tu preferisci la Galilea alla mia patria. Sei ingiusto, ecco. Anche là hai avuto onori…».

Gesù non fa differenza di persone.

15«Giuda! Giuda… oh! Giuda. Tu sei ingiusto in questo rimprovero. E da te ti accusi, lasciandoti prendere dall’ira e dall’invidia. Io mi ero industriato a far conoscere solo il bene ricevuto nella tua Giudea, e senza mentire avevo potuto, con gioia, dire questo bene per farvi amare, voi di Giudea. Con gioia. Perché per il Verbo di Dio non esiste separazione di regioni, antagonismi, inimicizie, diversità[19]. Vi amo tutti, o uomini. Tutti… 16Come puoi dire che preferisco la Galilea, quando ho voluto compiere i primi miracoli e le prime manifestazioni sul suolo sacro del Tempio e della Città Santa e cara ad ogni israelita? 17Come puoi dire che faccio parzialità se di voi undici discepoli – ossia dieci, perché mio cugino è famiglia, non è amicizia – quattro sono giudei? E se vi unisco i pastori, tutti giudei, tu vedi di quanti di Giuda Io sono amico. 18Come puoi dire che non vi amo se, Io che so, ho regolato l’andare in modo da dare il Nome mio ad un piccolo d’Israele e di raccogliere lo spirito ad un giusto d’Israele? 19Come puoi dire che non vi amo, voi giudei, se alla rivelazione della mia Nascita e della mia preparazione alla missione ho voluto due giudei contro un solo di Galilea? Mi rimproveri di ingiustizia. Ma esaminati, Giuda, e vedi se l’ingiusto non sei tu».

20Gesù ha parlato con maestà e dolcezza. Ma, anche non avesse detto di più, sarebbero bastati i tre modi come ha detto: «Giuda» all’inizio del discorso per dare una grande lezione. Il primo «Giuda» era detto dal Dio maestoso che richiama al rispetto, il secondo dal Maestro che insegna con dottrina già paterna, il terzo era preghiera di amico addolorato dal modo dell’amico.

Giuda ha chinato il capo mortificato, ancora iracondo, reso brutto dal suo affiorare di bassi sentimenti.

Pietro non sa tacere. «E almeno chiedi perdono, ragazzo. Se ero io al posto di Gesù, non te la cavavi con delle parole! Altro che ingiusto! Sei senza rispetto, bel signorino! É così che vi educano quelli del Tempio? O sei tu non educabile? Perché, se sono loro…».

Rispetto dovuto a Maria Vergine.

21«Basta, Pietro. Ho detto Io quanto era da dire. Anche da questo vi darò domani ammaestramento. 22E ora ripeto a tutti quanto avevo detto a questi in Giudea: non dite a mia Madre che suo Figlio fu maltrattato dai giudei. Già è tutta accorata per aver intuito che ho pena. Rispettate mia Madre. Vive nell’ombra e nel silenzio. Attiva solo in virtù ed orazione per Me, per voi, per tutti. Lasciate che le luci fosche del mondo e le aspre contese restino lungi dal suo asilo fasciato di riserbo e di purezza. Non mettete neppur l’eco dell’odio dove tutto è amore. 23Rispettatela. Ella è coraggiosa più di Giuditta[20], e lo vedrete. Ma non forzatela, prima dell’ora, a gustare la feccia che sono i sentimenti dei disgraziati del mondo. Di coloro che non sanno neppur rudimentalmente cosa è Dio e Legge di Dio. Quelli di cui vi parlavo in principio: gli idolatri che si credono sapienti di Dio e che perciò uniscono idolatria a superbia. Andiamo».

E Gesù si avvia di nuovo verso Nazaret. 

92. Seconda lezione alla Fraternità
“La meta è Dio”
[21].

Regole nell’agire.

Ambientazione.

1Ancora Gesù istruisce i suoi, che ha portato all’ombra di un enorme noce che si spenzola dal suo posto, soprastante l’orto di Maria, fin sullo stesso orto. La giornata è burrascosa, prossima ad un temporale, e forse per questo Gesù non si è allontanato molto dalla casa. Maria va e viene dalla casa all’orto, ed ogni volta alza il capo e sorride al suo Gesù seduto sull’erba, presso il tronco, e circondato dai discepoli. Gesù dice:

Quinta regola: Fare l bene e darlo al Signore.

2 «Vi ho detto ieri che quanto ieri ha provocato una parola imprudente sarebbe servito di lezione oggi. Ecco la lezione.

3Pensate certo, e vi sia regola nell’agire, che nulla di quanto è nascosto rimane sempre tale[22]. O è Dio che prende la cura di rendere note le opere di un suo figlio attraverso i suoi segni di miracolo, o attraverso le parole dei giusti che riconoscono i meriti di un fratello. Oppure è Satana che, attraverso la bocca di un imprudente, non voglio dire di più, compie rivelazioni su ciò che i buoni hanno preferito tacere per non eccitare all’anticarità, o svisa le verità in modo da creare confusione nei pensieri. Perciò viene sempre il momento che l’occulto viene reso noto.

4Ora abbiate sempre questo presente al pensiero. E vi sia freno nel male, senza peraltro darvi pungolo di bandire ciò che è il bene che compite.

5Quante volte uno fa per bontà, vera bontà, ma umana bontà! Ed essendo umano, ossia essendo di non perfetta intenzione il suo agire, desidera sia noto agli uomini, e spuma e si arrovella nel vedere che resta ignoto, e studia il modo di farlo noto. No, amici. Non così. 6Fate il bene e datelo al Signore eterno. Oh! Lui saprà, se è bene per voi che sia, farlo noto anche agli uomini. Se invece questo potrebbe annullare il vostro agire da giusti sotto un rigurgito di compiacimento d’orgoglio, ecco che allora il Padre lo tiene segreto, riserbandosi di rendervene gloria in Cielo al cospetto di tutta la Corte celeste.

Sesta regola: Mai giudicare dalle apparenze .

7E chi vede un atto mai giudichi dalle apparenze[23].  Non accusate mai, perché le azioni degli uomini possono avere talora brutti aspetti e celare altri motivi. Un padre, ad esempio, può dire al figlio ozioso e crapulone: “Vattene”, e ciò può parere durezza e negazione dei doveri paterni. Ma non sempre lo è. Il suo “vattene” è condito di un pianto bene amaro, più del padre che del figlio, ed è accompagnato dalla parola, e dal voto che essa si avveri: “Tornerai quando sarai pentito del tuo ozio”. È anche giustizia verso gli altri figli, perché impedisce che un crapulone consumi in vizi ciò che è degli altri oltre che suo. Male, invece, se quella parola viene detta da un padre che è lui in colpa, verso Dio o verso la prole, perché nel suo egoismo si giudica più di Dio e reputa di avere diritto anche sullo spirito del figlio. No. 8 Lo spirito è di Dio e neppur Dio violenta la libertà dello spirito di donarsi o meno. Per il mondo paiono uguali gli atti. Ma quanto è diverso l’uno dall’altro! Il primo è giustizia, il secondo è arbitrio colpevole. Perciò non giudicate mai alcuno.

Setima regola: “Nessuno accusi gli altri”.

9Ieri Pietro ha detto a Giuda: “Che maestro hai avuto?”. Non lo dica più. Nessuno accusi gli altri di quanto vede in uno o in lui[24]. I maestri hanno una stessa parola per tutti gli scolari. Come avviene allora che dieci scolari divengono giusti e dieci divengono malvagi? É perché ognuno aggiunge di suo ciò che ha nel cuore, e questo pesa verso il bene o pesa verso il male. Come può allora il maestro essere accusato di aver male insegnato, se il bene da lui inculcato viene annullato dal troppo male che regna in un cuore? Il primo fattore di riuscita è in voi[25]. Il maestro lavora il vostro io. Ma se voi siete non suscettibili di migliorie, che può fare il maestro? Che sono Io? In verità vi dico che non vi sarà maestro più sapiente, paziente e perfetto di Me. Eppure, ecco, anche di qualcuno dei miei si dirà: “Ma che maestro ebbe?”.

Ottava regola: Non mettere nulla al di sopra di Dio

10Non vi fate mai soverchiare, nel giudicare, da motivi personali. Ieri Giuda, amando la sua regione più che giusto non sia, ha reputato vedere in Me ingiustizia verso la stessa. Sovente l’uomo soggiace a questi elementi imponderabili che sono l’amore patrio, o l’amore ad una idea, e devia, come alcione disorientato, dalla sua mèta. 11La mèta è Dio[26]. Tutto vedere in Dio per vedere bene. Non mettere sé o altra cosa al di sopra di Dio. 12E se proprio uno sbaglia… o Pietro! o voi tutti! non siate intransigenti. Lo sbaglio che tanto vi urta fatto da uno di voi, non lo avete proprio mai fatto voi? Ne siete sicuri? E ammesso che non lo abbiate mai fatto, che vi resta a fare? Ringraziarne Dio e basta. E vigilare. Tanto vigilare. Continuamente. Per non cadere domani in quello che fino ad oggi è stato evitato[27]. 13Vedete? Oggi il cielo è scuro per prossima grandine. E noi, scrutando il cielo, abbiamo detto: “Non allontaniamoci da casa”. Orbene, se così sappiamo giudicare per le cose che, per quanto pericolose, sono un nulla rispetto ai pericoli di perdere l’amicizia di Dio col peccare, perché non sappiamo giudicare dove può essere pericolo per l’anima?

“Quel che è scritto sarà”.

Esempio di Maria Vergine.

14Guardate, ecco là mia Madre. Potete pensare in Lei tendenza al male? Ebbene, posto che amor la sprona a seguirmi, Ella lascerà la sua casa quando il mio amore lo vorrà. 15Ma stamane Ella, dopo avermene ancora pregato – perché Ella, la Maestra mia, mi diceva: “Fra i tuoi discepoli vi sia anche tua Madre, Figlio. Io voglio imparare la tua dottrina”, Ella che questa dottrina ha posseduto nel suo seno e prima ancora nel suo spirito, per dono dato da Dio alla Madre futura del suo Verbo incarnato – Ella ha detto: “Però… Tu giudica se io posso venire senza che possa perdere l’unione con Dio, senza che ciò che è mondo, e che Tu dici penetra coi suoi fetori, possa corrompere questo mio cuore che fu ed è, e vuole essere, solo di Dio. Io mi scruto e, per quanto so, mi pare di poterlo fare, perché… (e qui si è data senza sapere la più alta lode) perché non trovo diversità dalla mia pace candida di quando ero un fiore del Tempio a questa che ho in me, ora che da più di sei lustri sono la donna di casa. Ma io sono una indegna serva che mal conosce e più male ancora giudica le cose dello spirito. 16Tu sei il Verbo, la Sapienza, la Luce. E puoi essere luce per la tua povera Mamma che accetta di non vederti più, piuttosto che di essere non grata al Signore”. Ed Io le ho dovuto dire, col cuore che mi tremava di ammirazione: “Mamma, Io te lo dico. Non tu sarai corrotta dal mondo. Ma il mondo sarà imbalsamato da te“[28].

17Mia Madre, lo udite, ha saputo vedere i pericoli del vivere fra il mondo, anche per Lei pericoli, anche per Lei. E voi uomini non li vedreste?[29] Oh! che invero Satana è in agguato. E solo i vigilanti saranno i vincitori. Gli altri? Chiedete degli altri? Per gli altri quel che è scritto sarà».

I nuovi Caini.

«Che è scritto, Maestro?».

18«”E Caino saltò addosso ad Abele e l’uccise. E il Signore disse a Caino: ‘Dove è tuo fratello? Che ne hai fatto? La voce del suo sangue grida a Me. Or dunque sarai maledetto sopra la terra, che ha conosciuto il sapore del sangue umano per mano di un fratello che ha aperto le vene al fratello suo, né più cesserà quest’orrida fame della terra per il sangue umano. E la terra, avvelenata da questo sangue, ti sarà sterile più di donna che l’età ha disseccata. E tu fuggirai cercando pace e pane. E non li troverai. Il tuo rimorso ti farà vedere sangue su ogni fiore ed erba, su ogni acqua e cibo. Il cielo ti parrà sangue e sangue il mare, e dal cielo e dalla terra e dal mare ti verranno tre voci: quella di Dio, quella dell’Innocente, quella del Demonio. E, per non udirle, ti darai la morte’ “[30]».

«Non dice così la Genesi», osserva Pietro.

19«No. Non la Genesi. Io lo dico. E non erro. Io lo dico per i nuovi Caini dei nuovi Abeli. Per coloro che, per non vigilare su se stessi e sul Nemico, diverranno tutt’uno con lui».

Il delitto perfetto.

«Ma fra noi non ve ne saranno, non è vero, Maestro?».

20«Giovanni, quando il Velo del Tempio sarà lacerato, una grande verità brillerà scritta su tutta Sionne».

«Quale, mio Signore?».

21«Che i figli delle tenebre invano sono stati a contatto con la Luce. Ricordalo, Giovanni».

«Sarò io, Maestro, un figlio delle tenebre?».

22«No. Tu no. Ma ricordalo per spiegare il Delitto al mondo».

«Quale delitto, Signore? Quello di Caino?».

23«No, quello è il primo accordo dell’inno di Satana. Parlo del Delitto perfetto. L’inconcepibile Delitto. Quello che, per comprenderlo, bisogna guardarlo attraverso il sole del divino Amore e attraverso la mente di Satana. Perché solo l’Amor perfetto ed il perfetto Odio, solo l’infinito Bene e l’infinito Male possono spiegare tale Offerta e tale Peccato. Sentite? Pare che Satana oda e urli di desiderio di compierlo. Andiamo, prima che la nube si rompa in folgori e grandine».

E scendono di corsa giù per il balzo, saltando nell’orto di Maria, mentre la tempesta scoppia veemente.

93. Terza lezione alla Fraternità“La formazione apostolica”[31].

Sapienza d’agricoltore.

Il bacio del mattino.

1Gesù esce nell’orto, che appare tutto lavato dal temporale della sera avanti. E vede sua Madre curva su delle pianticelle. La saluta, raggiungendola. Come è dolce il loro bacio! Gesù la cinge alle spalle col braccio sinistro e se la attira baciandola sulla fronte, al limite dei capelli, e poi si china per essere baciato sulla guancia dalla Madre. Ma quello che completa la soavità dell’atto è lo sguardo che accompagna il bacio. Quello di Gesù tutto amore, pur con quel che di maestoso e protettore che ha; quello di Maria tutto venerazione per quanto sia tutto amore. Quando si baciano così, pare che il più adulto sia Gesù e Lei una figlia giovinetta che riceva dal padre, o dal fratello di molto maggiore, il bacio del mattino.

Sapienza d’agricoltore.

2«Hanno avuto danno i tuoi fiori dalla grandine di ieri sera e dal vento della notte?», chiede Gesù.

«Nessun danno, Maestro. Solo una grande spettinatura nelle fronde», risponde prima di Maria la voce un poco rauca di Pietro.

3Gesù alza il capo e vede Simon Pietro che, con la sola tunica più corta, lavora a raddrizzare dei rami curvati in alto del fico.

3«Sei già al lavoro?».

«Eh! noi pescatori dormiamo come i pesci: in ogni ora, in ogni luogo, ma per quel tanto che ci lasciano stare in riposo. E ci si fa l’abitudine. Questa mattina ho sentito cigolare la porta all’alba e mi sono detto: “Simone, Ella già è alzata. Su, svelto! Va’ con le tue grosse mani a darle aiuto”. Lo pensavo che Ella pensasse ai suoi fiori nella notte tutta vento. E non ho sbagliato. Eh! le conosco le donne!… Anche mia moglie si rivolta nel letto come un pesce nella rete, quando c’è tempesta, e pensa alle sue piante… Poveretta! Qualche volta le dico: “Scommetto che ti ruzzoli meno quando è il tuo Simone sbattuto come un fuscello sul lago”. Ma sono ingiusto, perché è una brava moglie. Pare non vero che abbia per madre… Bene: taci, Pietro. Questo non c’entra. Non sta bene mormorare e imprudentemente far sapere ciò che è bontà tacere. Vedi, Maestro, che anche nella mia testa d’asino è entrata la tua parola?».

4Gesù risponde ridendo: «Dici tutto da te. A Me non resta che approvare e ammirare la tua sapienza di agricoltore».

«Ha già legato tutti i tralci che si erano slegati, puntellato quel pero troppo carico e passato quelle funi sotto quel melograno cresciuto solo da una parte», osserva Maria.

5«Già! Pare un vecchio fariseo. Non pende che dove gli fa comodo. E io l’ho lavorato come una vela e gli ho detto: “Non sai che il giusto è nel mezzo? Vieni qui, testone, se no ti schianti per troppo peso”. Ora sono dietro a questo fico. Ma per egoismo. Penso alla fame di tutti: fichi freschi e pane caldo! Ah! neanche l’Antipa ha un pasto così buono! Ma bisogna andare adagio, perché il fico ha rami tenerelli come il cuore di una fanciulla quando dice la sua prima parola d’amore, e io sono pesante, e i fichi più buoni sono in alto. Si sono già asciugati a questo primo sole. Devono essere una delizia. Ehi! tu, ragazzo. Non mi guardare solamente. Svegliati! Dammi quel cesto».

Colazione nell’orto.

7Giovanni, che è apparso dal laboratorio, ubbidisce, arrampicandosi anche lui sul grosso fico. Quando i due pescatori scendono, sono usciti dal laboratorio anche Simone Zelote, Giuseppe e Giuda Iscariota. Non vedo gli altri.

8Maria porta del pane fresco, piccoli pani scuri e tondi, e Pietro col suo coltelluccio li apre e sopra vi apre i fichi, e offre prima a Gesù e poi a Maria e agli altri. Mangiano con gusto nell’orto rinfrescato e tutto bello, nel sole di un mattino sereno, anche per la recente pioggia che ha deterso l’aria.

Pietro dice: «É venerdì… Maestro, domani è sabato…».

«Non fai una scoperta», osserva l’Iscariota.

«No. Ma il Maestro sa che voglio dire…».

9«Lo so. Questa sera andremo al lago, dove hai lasciato la barca, e veleggeremo per Cafarnao. Domani parlerò là».

Pietro gongola.

Entrano in gruppo Tommaso, Andrea, Giacomo, Filippo, Bartolomeo e Giuda Taddeo, che certo dormono altrove. Si salutano.

10Gesù dice: «Rimaniamo qui uniti. Così ci sarà anche un nuovo discepolo. Mamma, vieni».

Si siedono chi su un sasso, chi su un sediolo, facendo cerchio intorno a Gesù, che si è seduto sul banco di pietra che è contro la casa, avendo al fianco la Madre e ai piedi Giovanni, che ha scelto di stare per terra pur di stare vicino. Gesù parla, piano e con maestà come sempre.

Formazione apostolica (Lezione).

Similitudine della natura.

11«A che paragonerò la formazione apostolica? Alla natura che ci circonda. Voi vedete. La terra nell’inverno pare morta. Ma dentro ad essa i semi lavorano e le linfe si nutrono di umori, depositandoli nelle fronde sotterranee – così potrei chiamare le radici – per poi averne gran dovizia per le fronde superiori quando è il tempo di fiorire. Anche voi siete paragonabili a questa terra invernale: brulla, spogliata, brutta. Ma su voi è passato il Seminatore ed ha gettato un seme. Presso voi è passato il Coltivatore ed ha fatto gli scassi intorno al vostro tronco piantato nella terra dura, duro e aspro come essa, perché alle radici giungesse nutrimento di umori delle nubi e dell’aria, e lo fortificasse per futuro frutto. E voi avete accolto il seme e lo scasso, perché è in voi buona volontà di fruttificare nel lavoro di Dio.

Similitudine del temporale.

12Ancora paragonerò la formazione apostolica a quel temporale che ha percosso e piegato, e parve violenza inutile. Ma guardate quanto bene ha fatto. Oggi l’aria è più pura, nuova, senza polvere e afa. Il sole è lo stesso sole di ieri. Ma non ha più quell’ardere che pareva febbre, perché giunge a noi attraverso a strati purificati e freschi. Le erbe, le piante sono sollevate come gli uomini, perché la mondezza, perché la serenità sono cose che allietano. Anche i contrasti servono per giungere ad una più esatta conoscenza e ad una chiarificazione. Altrimenti sarebbero soltanto cattiveria. E che sono i contrasti se non i temporali che provocano le nubi di diversa specie? E queste nubi non si accumulano piano piano nei cuori coi malumori inutili, con le piccole gelosie, con le fumose superbie? Poi viene il vento della Grazia e le unisce, perché scarichino tutti i loro cattivi umori e torni il sereno.

Similitudine del vignaiolo.

13Ancora la formazione apostolica è simile al lavoro che Pietro faceva stamane per dar gioia a mia Madre: è raddrizzare, legare, sostenere, oppure sciogliere, a seconda delle tendenze e delle necessità, per fare di voi dei “forti” al servizio di Dio. Raddrizzare le idee sbagliate, legare le prepotenze carnali, sostenere le debolezze, tagliare all’occorrenza le tendenze, sciogliere le schiavitù e le timidezze. Voi dovete essere liberi e forti. Come aquile che, lasciato il picco natìo, sono solo del volo sempre più alto. Il servizio di Dio è il volo. Le affezioni sono il picco.

I Chiamati.

L’astio è veleno.

14Uno di voi oggi è triste perché suo padre declina a morte. E vi declina col cuore chiuso alla Verità e al figlio che la segue. Più ancora che chiuso, ostile. Ancor non gli ha detto l’ingiusto: “Vattene” di cui ieri parlavo, autoproclamandosi da più di Dio. Ma il suo cuore serrato e le sue labbra suggellate non sono ancora capaci di dire neppure: “Segui la voce che ti chiama”. Non pretenderebbero, né il figlio, né Io che vi parlo, di sentir dire da quelle labbra: “Vieni e con te venga il Maestro. E Dio sia benedetto per aver scelto nella mia casa un suo servo, creando così una parentela più eccelsa del sangue col Verbo del Signore”. Ma almeno Io, per il suo bene, e il figlio, per ancor più complesso motivo, vorremmo sentire in lui non parole nemiche.

15Ma non pianga questo figlio. Sappia che in Me non vi è rancore né sdegno verso il padre suo. Ma solo pietà. Sono venuto ed ho sostato, pur sapendo l’inutilità della sosta, perché un giorno questo figlio non mi dicesse: “Oh! perché non sei venuto?!”. Sono venuto per dargli la persuasione che tutto è inutile quando il cuore si serra nell’astio. Sono venuto per confortare anche una buona che di questa scissura della famiglia soffre come di un coltello che le separi fasci di fibre. Ma tanto questo figlio che questa buona siano persuasi che in Me non risponde astio ad astio. Io rispetto l’onestà del vecchio credente che è fedele, anche se ha una fede deviata, a ciò che è stata la sua religione sino a quest’ora. Tanti ve ne sono in Israele…

L’idea del messia

 16Per questo vi dico: sarò accettato più dai pagani che dai figli di Abramo. L’umanità ha corrotto l’idea del Salvatore e ne ha abbassato la soprannaturale regalità ad una povera idea di sovranità umana. Io devo fendere la dura scorza dell’ebraismo, penetrare, ferire per giungere al fondo e portare, là dove è l’anima di esso ebraismo, la fecondazione della nuova Legge.

17Oh! che invero Israele, cresciuto intorno al nocciolo vitale della Legge del Sinai, è divenuto simile ad un mostruoso frutto dalla polpa a strati sempre più fibrosi e duri, protetti all’esterno da un guscio tetragono ad ogni penetrazione, anche alla espulsione del germe, che l’Eterno giudica esser venuto il momento che crei la nuova pianta della fede nel Dio uno e trino. Io, per permettere che la volontà di Dio si compia e l’ebraismo divenga cristianesimo, devo intaccare, perforare, penetrare, fare strada sino al nocciolo e scaldarlo col mio amore, perché si desti e si gonfi, germogli, cresca, cresca, cresca, divenga la pianta potente del cristianesimo, religione perfetta, eterna, divina. E in verità vi dico che l’ebraismo sarà perforabile solo per una parte a cento. Perciò non reputo reprobo questo israelita, che non mi vuole e che non vorrebbe darmi il figlio.

18Perciò dico al figlio: non piangere per la carne ed il sangue che soffrono di sentirsi respinti dalla carne e dal sangue che li generarono. Perciò dico: non piangere neppure per lo spirito. La tua sofferenza lavora più di ogni altra cosa a pro dello spirito tuo e suo, di questo tuo padre che non comprende e non vede. E dico anche: non ti creare dei rimorsi per essere più di Dio che del padre.

I Chiamati.

19A tutti voi dico: più del padre, della madre, dei fratelli, è Dio. Io sono venuto ad unire non secondo la Terra, la carne e il sangue, ma secondo lo spirito e il Cielo. Perciò devo disunire le carni ed i sangui per prendere meco gli spiriti atti al Cielo sin da questa Terra, per prendere i servi del Cielo. Perciò sono venuto a chiamare i “forti”, a farli ancor più forti, perché di “forti” è fatto il mio esercito di miti. Miti ai fratelli, forti verso il proprio io e l’io del sangue famigliare.

20Non piangere, cugino. Il tuo dolore, Io te lo assicuro, opera presso Dio a pro di tuo padre e dei tuoi fratelli più di ogni parola, non solo tua, ma anche mia. Non entra la parola dove il preconcetto fa barriera, credilo. Ma la Grazia entra. E il sacrificio è calamita di grazia.

21In verità vi dico che quando Io chiamo a Dio non vi è altra ubbidienza più alta di questa. E occorre farla senza neppure arrestarsi a calcolare quanto e come reagiranno gli altri al vostro andare verso Dio. Neppure deve arrestarsi per seppellire il padre. Di questo eroismo ne avrete premio, e premio non per voi soli, ma anche per coloro dai quali vi strappate con urlo di cuore, e la cui parola sovente vi percuote più di una guanciata, perché vi accusa di esser figli ingrati e vi maledice, nel suo egoismo, come ribelli. No. Non ribelli. Santi. I primi nemici dei vocati sono i famigliari. Ma fra amore e amore bisogna sapere distinguere e amare soprannaturalmente. Ossia amare più il Padrone del soprannaturale che i servi di esso Padrone. Amare i parenti in Dio. E non più di Dio».

Dal vecchio Alfeo

22Gesù tace e si alza andando presso al cugino che, a capo chino, frena a fatica il pianto. Lo carezza. «Giuda… Io ho lasciato mia Madre per seguire la mia missione. Questo ti levi ogni dubbio sull’onestà del tuo agire. Se non fosse stato atto buono, l’avrei fatto Io verso la Madre mia che non ha, oltre tutto, altri dopo Me?».

Giuda si passa la mano di Gesù sul volto e annuisce col capo. Ma non può dire altro.

23«Andiamo noi due, da soli, come quando eravamo bambini e Alfeo giudicava che Io ero il più giudizioso fra i ragazzi di Nazaret. Andiamo a portare al vecchio questi bei grappoli d’uva d’oro. Che non creda che lo trascuro e che gli sono nemico. Anche tua madre e Giacomo ne avranno piacere. Gli dirò che domani Io sarò a Cafarnao e che suo figlio è tutto per lui. Sai, i vecchi sono come i bambini: gelosi. E sospettosi sempre di essere trascurati. Bisogna compatirli…»

24Gesù è scomparso, lasciando nell’orto i discepoli, ammutoliti dalla rivelazione di un dolore e di una incompatibilità fra un padre e un figlio per causa di Gesù. Maria ha accompagnato Gesù sino alla porta, ed ora rientra sospirando con pena.

Tutto finisce.

94. Guarigione della Bella di Corazim. Gesù parla nella sinagoga di Cafarnao[32].

La bella di Corazim.

Gesù invitato ad istruire il popolo.

1Gesù esce dalla casa della suocera di Pietro insieme ai suoi discepoli, meno Giuda Taddeo. Lo vede per primo un ragazzo e dà l’avviso anche a chi non lo vuole sapere. Gesù, che va sulla riva del lago e si siede sul bordo della barca di Pietro, è subito attorniato da cittadini che lo festeggiano per il suo ritorno e gli fanno mille domande, alle quali Gesù risponde con la sua insuperabile pazienza, sorridente e placido come se tutto quel cicaleccio fosse un’armonia celeste.

Viene anche l’arcisinagogo. Gesù si alza per salutarlo. Il loro reciproco saluto è pieno di orientale rispetto.

«Maestro, posso attenderti per l’istruzione al popolo?».

2«Senza dubbio, se tu e il popolo lo desiderate».

«Lo abbiamo desiderato per tutto questo tempo. Essi lo possono dire».

Il popolo infatti lo dice con un nuovo gridio.

3«E allora, a metà del vespro sarò da te. Ora andate tutti. Devo andare a trovare un che mi vuole».

La gente si allontana a malincuore, mentre Gesù con Pietro e Andrea va con la barca sul lago. Gli altri discepoli restano a terra.

In cerca di una lebbrosa.

4La barca veleggia per breve tratto e poi i due pescatori la spingono in un piccolo seno fra due basse colline, che paiono essere state in origine una sola, franata al centro per erosione di acque o moto tellurico, formando un minuscolo fiordo che, per non essere norvegese, non ha abeti, ma solo scapigliati ulivi, nati non si sa come su quelle pareti scoscese, fra massi franati e scheggioni affioranti, e intreccianti le loro fronde, contorte dai venti del lago che qui devono lavorare non poco, fino a formare come un tetto sotto cui spuma un torrentello bizzoso, tutto rumore perché tutto cascate, tutto spuma perché casca di metro in metro, ma in realtà un vero nanerottolo fra i corsi d’acqua.

5Andrea salta in acqua per tirare la barca il più possibile contro la sponda e legarla ad un tronco, mentre Pietro lega la vela e assicura un’asse per far ponte a Gesù.

«Però», dice, «ti consiglierei a scalzarti, levarti la veste e fare come noi. Quel matto lì (e accenna al torrentello) fa bollire l’acqua del lago e non è sicuro il ponte con quel rollio».

6Gesù ubbidisce senza discutere. A terrà si rimettono i sandali e Gesù anche la lunga veste. Gli altri due restano con le corte sottovesti scure.

7«Dove è?», chiede Gesù.

«Si sarà inselvata, sentendo delle voci. Sai… con quel che ha addosso e indietro…».

8«Chiamala».

Pietro urla forte: «Sono il discepolo del Rabbi di Cafarnao. E c’è il Rabbi. Vieni fuori».

Nessuno dà segno di vita.

«Non si fida», spiega Andrea.

«Un giorno ci fu chi la chiamò dicendo: “Vieni, ché c’è cibo”, e poi la prese a sassate. Noi l’abbiamo vista allora per la prima volta, perché, io almeno, non me la ricordavo quando era la Bella di Corazim».

9«E che avete fatto allora?».

«Le abbiamo gettato un pane e del pesce e uno straccio, un pezzo di vela rotta che tenevamo per asciugarci, perché era nuda. Poi siamo fuggiti per non contaminarci».

10«Come siete tornati allora?».

I discepoli della Pietà

11«Maestro… Tu eri via e noi si pensava che fare per farti conoscere sempre più. Abbiamo pensato a tutti i malati, a tutti i ciechi, storpi, muti… e anche a lei. Abbiamo detto: “Proviamo Sai… molti… oh! per colpa nostra certo, ci hanno dato dei pazzi e non ci hanno voluto ascoltare. Altri invece ci hanno creduto. A lei ho parlato proprio io. Sono venuto solo con la barca e per più notti di luna. La chiamavo, le dicevo: “Sul sasso, ai piedi dell’ulivo, è pane e pesce. Vieni sicura”, e me ne andavo. Lei doveva aspettare di vedermi scomparire per venire, perché non la vedevo mai. La sesta volta la vidi ritta sulla riva, proprio lì dove sei. Mi aspettava… Che orrore! Non scappai pensando a Te… Mi disse: “Chi sei? Perché hai pietà?”.

9Ho detto: “Perché sono discepolo della Pietà”.

“Chi è?”.

“É Gesù di Galilea”.

“E vi insegna ad avere pietà di noi?”.

“Di tutti”.

“Ma sai chi sono?”.

“Sei la Bella di Corazim, ora la lebbrosa”.

“E anche per me vi è pietà?”.

“Lui dice che la sua pietà è su tutti, e noi, per esser come Lui, la dobbiamo avere per tutti”.

Qui, Maestro, la lebbrosa ha bestemmiato senza volere. Ha detto: “Allora anche Lui deve essere stato un grande peccatore”.

Lánima che aborre il peccato sana.

12Le ho detto: “No. É il Messia, il Santo di Dio”. Volevo dirle: “Sii maledetta per la tua lingua”, ma non ho detto che quello perché ho pensato: “Nella sua rovina ella non può pensare alla misericordia divina”. Allora si è messa a piangere e ha detto: “Oh! se è il Santo non può, non può avere pietà della Bella. Per la lebbrosa potrebbe… ma per la Bella no. Ed io che speravo…”.

Ho chiesto: “Che speravi, donna?”.

“La guarigione… tornare nel mondo… fra gli uomini… morire mendicante, ma fra gli uomini…, non come belva in covo di belve alle quali faccio orrore”.

 Le ho detto: “Mi giuri che, se torni nel mondo, sarai onesta?”. E lei: “Sì. Dio mi ha colpita giustamente per il mio peccare. Il pentimento è in me. L’anima mia porta la sua espiazione, ma aborre il peccato in eterno”.

Mi è sembrato allora di poterle promettere in tuo nome salvezza. Mi ha detto: “Torna, torna ancora… Parlami di Lui. Che la mia anima lo conosca prima del mio occhio…”. E venivo a parlarle di Te, come so…».

Conversione della lebbrosa.

Guarigione dell’anima

13«E Io vengo a dare la salvezza alla prima convertita del mio Andrea» (perché è Andrea che ha sempre parlato, mentre Pietro è andato su per il torrente, saltando di sasso in sasso e chiamando la lebbrosa).

Infine ella mostra il suo orrido volto fra le fronde di un ulivo. Vede ed ha un grido.

«E scendi dunque», esclama Pietro. «Non ti voglio lapidare! Là, lo vedi? C’è il Rabbi Gesù».

La donna si lascia ruzzolare sul pendìo, dico così tanto scende veloce, e giunge ai piedi di Gesù prima che Pietro torni presso il Maestro.

«Pietà, Signore!».

14«Puoi credere che Io te la possa dare?».

«Sì, perché sei santo e perché io sono pentita. Io sono il Peccato, ma Tu sei la Misericordia. Il tuo discepolo è stato il primo ad avere misericordia di me ed è venuto a darmi pane e fede. Mondami, Signore, prima l’anima della carne. Perché io sono tre volte impura e, se una mondezza devi darmi, una sola, ecco, ti chiedo quella dell’anima mia peccatrice. Prima di aver udito le tue parole, che egli mi ripeteva, io dicevo: guarire per tornare fra gli uomini. Ora che so, dico: esser perdonata per avere vita eterna».

15«E perdono ti do. Null’altro che questo, però…».

«Che Tu sia benedetto! Vivrò nella pace di Dio nella mia tana… libera… oh! libera dai rimorsi e dalle paure. Più paura la morte ora che sono perdonata! Più paura Dio ora che Tu mi hai assolta!».

Guarigione nel corpo.

16«Vai al lago e lavati. Sta’ dentro finché ti chiamo».

La donna, miserrima larva di donna scheletrita, corrosa, dalle chiome spettinate, dure, canute, si alza dal suolo e scende nell’acqua del lago, si immerge insieme al suo sbrendolo di veste che ben poco copre.

«Perché l’hai mandata a lavarsi? É vero che il suo fetore ammorba, ma… non capisco», dice Pietro.

17«Donna, esci e vieni qui. Prendi quel telo che è su quel ramo» (è il telo usato da Gesù per asciugarsi dopo il breve guado da barca a terra).

La donna emerge ubbidiente, nuda affatto, essendosi spogliata del suo straccio nell’acqua, per prendere il telo asciutto. Il primo ad urlare è Pietro che la guarda, mentre Andrea, più schivo, le volta le spalle. Ma all’urlo del fratello si volta e urla a sua volta. La donna, che aveva gli occhi tanto fissi su Gesù da non occuparsi d’altro, a quegli urli, a quelle mani che l’accennano, si guarda… E vede che, con la veste stracciata, è rimasta nel lago anche la sua lebbra. Non corre, come sarebbe da pensarsi. Si accascia, raggomitolandosi sulla riva, vergognosa della sua nudità, emozionata al punto che rimane incapace d’altro che non sia piangere con un lamento lungo e sfinito, che è più straziante di qualunque grido.

21Gesù si avvia… la raggiunge… le getta addosso il telo, la carezza appena sul capo, le dice: «Addio. Sii buona. Hai meritato, per la sincerità del tuo pentimento, la grazia. Cresci nella fede del Cristo. E ubbidisci alla legge della purificazione».

22La donna piange sempre, sempre, sempre… Solo quando sente lo struscio dell’asse che Pietro ritira sulla barca, alza il capo, tende le braccia e grida: «Grazie, Signore. Grazie, benedetto. Oh! benedetto, benedetto!…».  17Gesù le fa un gesto di addio prima che la barca svolti lo sperone del piccolo fiordo e scompaia…

Gesù entra nella sinagoga.

18Gesù, ora con tutti i discepoli, entra nella sinagoga di Cafarnao dopo aver attraversato la piazza e la via che ivi conducono. La notizia del nuovo miracolo deve essere già corsa, perché vi è molto sussurrio e molti commenti.

Proprio sul limitare della porta della sinagoga vedo[33]  il futuro apostolo Matteo. Se ne sta lì, mezzo dentro e mezzo fuori, non so se vergognoso o se seccato da tutti gli ammicchi di cui è fatto segno e anche da qualche epiteto poco piacevole che gli viene indirizzato. Due impaludati farisei raccolgono studiatamente i loro ampli manti, come avessero paura di raccattare la peste sfiorando con essi il vestimento di Matteo.

19Gesù, entrando, lo fissa per un attimo e per un attimo sosta. Ma Matteo china il capo e basta.

Pietro, appena passati oltre, dice piano a Gesù: «Sai chi è quell’uomo arricciato, profumato più di una femmina? É Matteo, il nostro esattore… Che ci viene a fare qui? É la prima volta. Forse non ha trovato i compagni, e le compagne soprattutto, con i quali passa il sabato, spendendo in orgie quel che ci succhia in tasse duplicate e triplicate per averne per il fisco e per il vizio».

20Gesù guarda Pietro così severamente che Pietro diventa rosso come un papavero e china il capo, fermandosi, in modo che da primo diventa l’ultimo nel gruppo apostolico.

21Gesù è al suo posto. Dopo dei canti e delle preghiere fatti col popolo, si volta per parlare. L’archisinagogo gli chiede se vuole qualche rotolo, ma Gesù risponde: «Non occorre. Ho già il soggetto». E inizia:

Il peccato di Davide e di Sansone (Lezione biblica).

L’esempio di Davide.

22«Il grande re d’Israele, Davide di Betlemme, dopo aver peccato pianse, nella contrizione del suo cuore, gridando a Dio il suo pentimento e chiedendo da Dio perdono. Davide aveva avuto lo spirito oscurato dalla caligine del senso, e questo gli aveva impedito di più vedere il Volto di Dio e di comprenderne la parola.

23Il Volto, ho detto. Nel cuore dell’uomo è un punto che si ricorda del Volto di Dio, il punto più eletto, quello che è il nostro Sancta Sanctorum, quello da cui vengono le sante ispirazioni e le sante decisioni, quello che profuma come un altare, splende come un rogo, canta come sede di serafini. Ma quando il peccato fuma in noi, ecco che quel punto si offusca tanto che cessa la luce, il profumo, il canto, e solo resta puzzo di pesante fumo e sapor di cenere. 24Ma quando torna la luce, perché un servo di Dio seco la porta all’oscurato, ecco che allora costui vede la sua bruttezza, la sua condizione inferiore, e inorridito di sé esclama come re Davide: “Abbi pietà di me, Signore, secondo la tua grande misericordia, e per la tua infinita bontà lavami dal mio peccato”[34], e non dice: “Non posso esser perdonato, perciò insisto nel peccare”. Ma dice[35]: “Io sono umiliato, contrito io sono, ma, te ne prego, Tu che sai come nella colpa sono nato, di aspergermi e mondarmi perché pari a neve delle cime io ritorni”. 25Ma dice ancora[36]: “Non di arieti e di bovi sarà il mio olocausto, ma la contrizione vera del cuore. Perché io so che questa Tu vuoi da noi e non la disprezzi”. Questo diceva Davide dopo il peccato e dopo che il servo del Signore, Natan, lo ebbe fatto pentito.

26Questo, a più ragione, devono dire i peccatori, ora che il Signore non manda ad essi un suo servo, ma il Redentore stesso, il suo Verbo, il quale, giusto e dominatore non solo degli uomini, ma anche dei superi e degli inferi, è sorto fra il suo popolo come la luce dell’aurora, che al levarsi del sole al mattino brilla senza nubi.

L’esempio di Sansone.

27Avete già letto come l’uomo, preda a Mammona, sia più debole di un etico morente, anche se avanti era il “forte”. Sapete come Sansone fu nulla dopo aver ceduto al senso. Io voglio che voi conosciate la lezione di Sansone, figlio di Manue, destinato a vincere i filistei, oppressori d’Israele[37].

28Condizione prima per esser tale era che sin dal suo concepimento fosse tenuto vergine da ciò che stuzzica il senso basso e fa connubio di viscere d’uomo con carni immonde: ossia vino e sicera e carni grasse, che accendono i lombi di un fuoco impuro.

29Condizione seconda: che per essere il liberatore fosse sacro al Signore sin dall’infanzia, e tale restasse per continuo nazareato. Sacro è colui che non solo esternamente ma internamente santo si conserva. Allora Dio è con lui.

30Ma la carne è carne, e Satana è Tentazione. E Tentazione prende strumento, per combattere Dio in un cuore e nei suoi santi decreti, con la carne che eccita l’uomo: con la donna. Ecco allora tremare la forza del “forte” ed esso divenire un debole che sciupa la dote datagli da Dio. Ora ascoltate: Sansone venne legato con sette corde di nervi freschi, con sette corde nuove, fissato al suolo con sette trecce dei suoi capelli. E sempre egli aveva vinto.

31Ma non si tenta invano il Signore neppure nella sua bontà. Non è lecito. Egli perdona, perdona, perdona. Ma esige volontà di uscire dal peccato per continuare a perdonare. Stolto chi dice: “Signore, perdono” e poi non fugge ciò che lo induce a continuo peccato! Sansone, vittorioso tre volte, non fugge Dalila, il senso, il peccato, e annoiato a morte, dice il Libro, ed essendogli venuto meno l’animo, dice il Libro, svelò il segreto: “La mia forza è nelle mie sette trecce”.

32Non vi è nessuno fra voi che, stanco della grande stanchezza del peccato, senta venirgli meno l’animo, perché nulla accascia quanto la mala coscienza, e stia per darsi vinto al Nemico? No, chiunque tu sia, no, non lo fare. Sansone dette alla Tentazione il segreto di vincere le sue sette virtù: le sette simboliche trecce, le sue virtù, ossia la sua fedeltà di nazareo; si addormentò stanco sul seno della donna e fu vinto. Cieco, schiavo, impotente, per aver rifiutato la fede al suo voto. Né tornò il “forte”, il “liberatore” che quando, nel dolore di un pentimento vero, ritrovò la sua forza…

33Pentimento, pazienza, costanza, eroismo, e poi, o peccatori, Io vi prometto di essere i liberatori di voi stessi. In verità vi dico che non vi è battesimo che valga, né vi è rito che serva, se non vi è pentimento e volontà di rinunciare al peccato. In verità vi dico che non vi è peccatore tanto peccatore, che non possa far rinascere col suo pianto le virtù che il peccato ha strappate dal suo cuore.

L’esempio della Bella di Corazim.

34Oggi una donna, una colpevole d’Israele, punita da Dio per il suo peccato, ha ottenuto misericordia per il suo pentimento. Misericordia, ho detto. Meno ne avranno coloro che per essa non ne ebbero e sulla già punita infierirono senza pietà. Costoro non avevano lebbra di colpa in loro? Ognun si esamini… e abbia pietà per averne. Io vi tendo la mano per questa pentita che torna fra i vivi dopo una segregazione di morte. Simone di Giona, non Io, ritirerà l’obolo per la pentita, che sulle soglie della vita torna alla Vita vera. E non mormorate, voi grandi. Non mormorate. Io non ero quando ella era la Bella. Ma voi eravate. Altro non dico».

35«Ci accusi di esser stati suoi amanti?»; chiede astioso uno dei due vecchi.

«Ognuno abbia di fronte il suo cuore e le sue azioni. Io non accuso. Parlo in nome della Giustizia. Andiamo». E Gesù esce coi suoi.

Disorientante scatto del’Iscariota.

36Ma Giuda Iscariota viene trattenuto dai due che pare lo conoscano alquanto. Odo che dicono: «Anche tu sei con Lui? È santo realmente?».

L’Iscariota ha uno di quei suoi disorientanti scatti: «Vi auguro di giungere almeno a capire la sua santità».

«Ma ha guarito in sabato, intanto».

«No. Ha perdonato in sabato. E che giorno più atto al perdono del sabato? Non mi date nulla per la redenta?».

«Non diamo il nostro denaro alle meretrici. É offerto al Tempio santo».

Giuda fa una risata irriverente e li pianta in asso, raggiungendo il Maestro che sta rientrando nella casa di Pietro, il quale gli sta dicendo: «Ecco, il piccolo Giacomo, appena fuor dalla sinagoga, mi ha dato oggi due borse in luogo di una, e sempre per incarico di quello sconosciuto. Ma chi è, Maestro? Tu lo sai… Dimmelo».

37Gesù sorride: «Te lo dirò quando avrai imparato a non mormorare su nessuno».

E tutto ha fine.

95. Giacomo d’Alfeo accolto tra i discepoli. Gesù parla presso il banco
di Matteo
[38].

L’ incontro con Giacomo e Matteo.

Vocazione di Giacomo d’Alfeo.

1É una mattina di mercato in Cafarnao. La piazza è piena di venditori di ogni e più disparata merce.

2Gesù, che arriva nella stessa venendo dal lago, vede venirgli incontro i cugini Giuda e Giacomo. Si affretta alla loro volta e, dopo averli abbracciati con affetto, chiede premurosamente: «Vostro padre? Che è avvenuto?».

«Nulla di nuovo per la sua vita», risponde Giuda.

3«E allora, perché sei venuto? Ti avevo detto: “resta”».

4Giuda abbassa il capo e tace. Ma quello che esplode, ora, è Giacomo: «É per colpa mia che egli non ti ha ubbidito. Sì. Per colpa mia. Ma io non ho potuto sopportare ancora. Tutti contro. E perché? Faccio forse del male ad amarti? Lo facciamo forse? Mi aveva fin qui trattenuto uno scrupolo di fare male. Ma ora che so, ora che Tu lo hai detto che sopra Dio neppure il padre è, allora io non ho più sopportato. Oh! ho cercato di essere rispettoso, di fare capire le ragioni, di raddrizzare le idee.

5Ho detto: “Perché mi combattete? Se è il Profeta, se è il Messia, perché volete che il mondo dica: ‘La sua famiglia gli fu nemica. In un mondo che lo seguiva essa mancò’? Perché, se è l’infelice che voi dite, non dobbiamo essere noi di famiglia presso la sua demenza, per impedirle di essergli nociva e di esserci nociva?”.

6O Gesù, così dicevo per ragionare umanamente, come loro ragionavano. Ma Tu lo sai che io e Giuda non ti crediamo folle. Tu lo sai che vediamo in Te il Santo di Dio. Tu lo sai che sempre ti abbiamo guardato come la nostra Stella maggiore. Ma non ci hanno voluto capire. Neanche più ascoltare ci hanno voluto. Ed io sono venuto via. Fra la scelta, o Gesù o la famiglia, ho scelto Te. Eccomi, se appena mi vuoi. Se poi non mi vorrai, allora sarò il più infelice degli uomini, perché non avrò più nulla. Non la tua amicizia e non l’amore della famiglia».

7«A questo siamo? O Giacomo mio, mio povero Giacomo! Non avrei voluto vederti soffrire così, perché ti amo. Ma se il Gesù-Uomo con te piange, il Gesù-Verbo per te giubila. Vieni. Io sono certo che la gioia di esser portatore di Dio fra gli uomini aumenterà di ora in ora il tuo gaudio sino a raggiungere la piena estasi nell’ora estrema della Terra e nella eterna del Cielo».

8Gesù si volge e chiama i suoi discepoli, che si erano fermati prudentemente qualche metro lontano. «Venite, amici. Il mio cugino Giacomo è ora dei miei amici e perciò vostro amico. Quanto ho desiderato quest’ora, questo giorno per lui, il mio perfetto amico d’infanzia, il mio buon fratello di giovinezza!».

L’acre di Pietro.

I discepoli fanno festa al nuovo venuto e a Giuda che da giorni non vedevano.

«Ti avevamo cercato a casa… ma eri sul lago».

9«Sì, sul lago per due giorni con Pietro e gli altri. Pietro ha avuto buona pesca. Non è vero?».

«Sì, e ora, questo mi spiace, dovrò dare tante didramme a quel ladro là…», e accenna il gabelliere Matteo, che ha il banco assediato da gente che paga per il suolo, credo, o per le derrate.

10«Sarà tutto in proporzione, dico. Più peschi e più paghi, ma anche più guadagni».

«No, Maestro. Più pesco e più guadagno. Ma, se faccio peso doppio di pesca, quello là non mi fa pagare il doppio. Mi fa dare il quadruplo… Sciacallo!».

11«Pietro! Ebbene, andiamo proprio là vicino. Voglio parlare. Vi è gente sempre presso quel banco di gabella».

«Sfido io!», borbotta Pietro. «Gente e maledizioni».

12«Ebbene, Io andrò a mettervi benedizioni. Chissà che un poco di onestà non entri nel gabelliere».

«Stai pure tranquillo che la tua parola non passerà per la sua pelle di coccodrillo».

13«Vedremo».

«Che gli dirai?».

14«Nulla direttamente. Ma parlerò in modo che vada anche a lui».

«Dirai che è ladro tanto chi assalta sulle strade come chi scortica i poveri che lavorano per avere il pane, non per le femmine e le ebbrezze?».

15«Pietro, vuoi parlare tu per Me?».

«No, Maestro. Non saprei parlare bene».

16«E con l’acre che hai dentro faresti male a te e a lui».

“Non vi è tassa per il discepolo del Maestro”

17Sono giunti presso al banco della gabella.

Pietro fa per pagare. Gesù lo ferma e dice: «Dammi le monete. Pago Io, oggi».

Pietro lo guarda stupito e poi dà una borsa di pelle con dei soldi.

18Gesù aspetta il suo turno e, quando è di fronte al gabelliere, dice: «Pago per otto corbe di pesce di Simone di Giona. Le corbe eccole là, ai piedi dei garzoni. Verifica, se credi. Ma fra onesti non dovrebbe che bastare la parola. E credo tu mi creda tale. Quanto è la tassa?».

19Matteo, che era seduto al suo banco, al punto in cui Gesù dice: «Credo che tu mi creda tale», si alza in piedi. Basso e già anzianotto, su per giù come Pietro, mostra però il viso stanco del gaudente ed una palese confusione. Sta a capo chino sul principio, poi lo alza e guarda Gesù. E Gesù lo guarda fisso, serio, dominandolo con tutta la sua imponente statura.

20«Quanto?», ripete Gesù dopo un poco.

«Non vi è tassa per il discepolo del Maestro», risponde Matteo. E a voce più bassa aggiunge: «Prega per l’anima mia».

21«La porto in Me, perché raccolgo i peccatori. Ma tu… perché non la curi?». E Gesù gli volge le spalle subito dopo, tornando a Pietro che è trasecolato di stupore. Anche altri sono trasecolati. Bisbigliano, ammiccano…

22Gesù si pone addossato ad un albero, a un dieci metri da Matteo, e inizia a parlare.

L’uomo onesto (Insegnamento).

Onestà in ogni mestiere.

23«Il mondo è paragonabile ad una grande famiglia i cui componenti fanno mestieri diversi e tutti necessari. Vi sono gli agricoltori, i pastori, i vignaiuoli, i carpentieri, i pescatori, i muratori, gli operai del legno e del ferro, e poi gli scrivani, i soldati, gli ufficiali destinati a speciali missioni, i medici, i sacerdoti. Di tutto c’è. Non potrebbe il mondo esser fatto di una sola classe. Tutte necessarie, tutte sante, se tutte fanno ciò che devono con onestà e giustizia. Come si può giungere a questo se Satana tenta da tante parti? Pensando a Dio che tutto vede, anche le opere più nascoste, e alla sua legge che dice: “Ama il tuo prossimo come ti ami, non fargli ciò che non vorresti a te fatto, non rubare in nessun modo”[39].

Le ricchezze e la conquista del Cielo.

24Dite, o voi che mi udite: quando uno muore, porta forse seco le borse dei suoi denari? E anche se fosse così stolto da volerle seco nel sepolcro, le può forse usare nell’altra vita? No. Le monete divengono metalli corrosi sulla putredine di un corpo disfatto. Ma la sua anima altrove sarebbe nuda, più povera del Giobbe beato[40], priva del più piccolo quattrino, anche se qui e nella tomba essa avesse lasciato talenti e talenti. Anzi, udite, udite! Anzi in verità vi dico che con le ricchezze difficilmente si acquista il Cielo, ma anzi generalmente con esse si perde il Cielo, anche se ricchezze onestamente avute o per eredità o per guadagno, perché pochi sono i ricchi che sanno usare giustamente delle ricchezze.

Valute che valgono per il Regno di Dio.

25Che occorre allora per avere questo Cielo benedetto, questo riposo nel seno del Padre? Occorre non essere avidi di ricchezze. Non avidi nel senso di volerle ad ogni costo, anche mancando ad onestà e amore. Non avidi nel senso che, avendole, si amino più del Cielo e del prossimo, negando carità al prossimo che è bisognoso. Non avidi per quanto le ricchezze possono dare, ossia donne, piaceri, ricca mensa, vesti di sfarzo che sono offesa a chi ha freddo e fame. Vi è sì, vi è una maniera per cambiare le monete ingiuste del mondo in valuta che vale nel Regno dei Cieli. Ed è la santa furbizia di fare delle ricchezze umane, sovente ingiuste o causa di ingiustizia, delle ricchezze eterne. Ossia guadagnare con onestà, rendere ciò che ingiustamente si ebbe, usare dei beni con parsimonia e distacco, sapendosene separare, perché prima o poi essi ci lasciano – oh! pensare questo! – mentre il bene compiuto non mai più ci lascia.

Non c’è pentimento finché dura l’appetito.

18Tutti vorremmo esser detti “giusti” e tali esser creduti, e come tali premiati da Dio. Ma come può Dio premiare chi solo ha nome di giusto ma non ha le opere? Come può dire: “Ti perdono”, se vede che il pentimento è solo verbale, ma non accompagnato da vero mutamento di spirito? Non vi è pentimento finché dura l’appetito per l’oggetto per cui peccammo. Ma quando uno si umilia, quando uno si mutila del membro morale di una mala passione, che può chiamarsi donna o oro, dicendo: “Per Te, Signore, non più di questo”, ecco allora che veramente è pentito. E Dio lo accoglie dicendo: “Vieni, mi sei caro come un innocente ed un eroe”».

Relatività tra fede e miracolo.

Pianto di Maria d’Alfeo.

27Gesù ha finito. Se ne va senza neppure voltarsi verso Matteo, che è venuto presso il cerchio degli ascoltatori sin dalle prime parole. Quando sono presso la casa di Pietro, la moglie di lui corre incontro a dire al marito qualcosa. Pietro fa cenno a Gesù di venirgli vicino. «C’è la madre di Giuda e Giacomo. Vuol parlare con Te, ma non vuole esser vista. Come facciamo?».

28«Così. Io entro in casa come per riposare e voi tutti andate a distribuire l’obolo ai poveri. Tieni anche le monete della tassa non voluta. Va’».

29Gesù fa un cenno di commiato a tutti, mentre Pietro li arringa per persuaderli ad andare con lui.

30«Dove è la madre, donna?», chiede Gesù alla moglie di Pietro.

«Sulla terrazza, Maestro. Vi è ombra ancora e fresco. Sali pure. Vi è anche più libertà che in casa».

31Gesù sale per la scaletta. In un angolo, sotto la folta pergola di vite, seduta su una panchetta messa presso il parapetto, tutta vestita di scuro, col velo molto calato sul volto, è Maria d’Alfeo. Piange piano, senza rumore.

32Gesù la chiama: «Maria! Zia cara!».

Lei alza un povero viso angosciato e tende le mani: «O Gesù! Quanto dolore è nel mio cuore!».

33Gesù le è presso. La forza a stare seduta. Ma Lui resta in piedi col suo mantello ancor drappeggiato addosso, tenendo una mano sulle spalle della zia e l’altra fra le mani di lei.

34«Che hai? Perché tanto pianto?».

«Oh! Gesù! Sono scappata di casa dicendo: “Vado a Cana a cercare uova e vino per il malato”. Presso Alfeo è tua Madre che cura come Lei sa fare, e sono tranquilla. Ma in realtà sono venuta qui. Ho corso per tutte le notti per giungere qui più presto. E non ne posso più… Ma la fatica è nulla. É il dolore del cuore che mi fa male!… Il mio Alfeo… il mio Alfeo… i miei figli… oh! perché fra quelli di un sangue tanta differenza, e questa essere come le due pietre di una macina per stritolare il cuore di una madre? Sono con Te Giuda e Giacomo? Sì? Allora sai… Oh! Gesù! Il mio Alfeo perché non comprende? Perché muore? Perché vuol morire così? E Simone e Giuseppe? Perché, perché non con Te ma contro di Te?».

35«Non piangere, Maria. Io non ho rancore per loro. L’ho detto anche a Giuda. Io capisco e compatisco. Se è per questo che piangi, non piangere più».

 «Per questo, sì, perché ti offendono. Per questo e poi, e poi, e poi… perché non voglio che lo sposo mio muoia a Te nemico. Dio non lo perdonerà… e io… oh! non lo avrò più neppur nell’altra vita…».

Maria è proprio angosciata. Piange a grossi lacrimoni sulla mano sinistra che Gesù le ha abbandonata, ed ogni tanto la bacia, e alza il suo povero volto straziato.

36«No», dice Gesù. «No. Non dire così. Io perdono. E se perdono Io…».

L’incredulità vanifica il miracolo.

37«Oh! vieni, Gesù. Vieni a salvargli l’anima e il corpo. Vieni… Dicono anche, per accusarti, già dicono che hai levato due figli ad un padre che muore, e lo dicono per Nazaret, capisci? Ma dicono anche: “Fa da per tutto miracoli e nella sua casa non li sa fare”, e perché ti difendo dicendo: “Che può, se l’avete cacciato quasi coi vostri rimproveri, se non credete?”, mi contendono».

38«Hai detto bene: se non credete. Come posso fare dove non si crede?».

«Oh! Tu puoi tutto! Io credo per tutti! Vieni. Fa’ un miracolo… per la tua povera zia…».

39«Non posso»[41]. Gesù è mestissimo nel dirlo. Ritto in piedi, stringendo al suo petto la testa della piangente, pare confessi la sua impotenza alla natura serena, pare chiamarla testimone della sua pena di non potere per decreto eterno.

La donna piange più forte.

Promesse di Gesù alle anime fedeli.

40«Ascolta, Maria. Sii buona. Io ti giuro che se potessi, se fosse bene farlo, lo farei. Oh! strapperei al Padre questa grazia, per te, per mia Madre, per Giuda e Giacomo e anche, sì, anche per Alfeo, Giuseppe e Simone. Ma non posso. Tu ora hai tanto male al cuore e non puoi capire la giustizia di questo mio non potere. Te la dico, ma non la capirai lo stesso. 41Quando fu l’ora del transito di mio padre, e tu sai se era giusto e se mia Madre lo amava, Io non lo trassi a vita ancora. Non è giusto che la famiglia in cui un santo vive sia esente dalle inevitabili sventure della vita. Se così fosse, Io dovrei essere eterno sulla Terra, eppure presto morrò, né Maria, la santa Madre mia, potrà strapparmi alla morte. Non posso. Quel che posso è questo. E lo farò». 42Gesù si è seduto e si è preso il capo della parente sulla spalla. «Questo farò. Prometterti, per questo dolore, la pace al tuo Alfeo, assicurarti che non ne sarai divisa, darti la mia parola che la nostra famiglia sarà riunita nel Cielo, ricomposta in eterno e che, fin che Io viva ed oltre, infonderò sempre alla mia cara parente tanta pace, tanta forza, sino a fare di lei una apostola presso tante povere donne che più facile sarà a te, donna, avvicinare. 43Sarai la mia diletta amica in questo tempo di evangelizzazione. La morte, non piangere, la morte di Alfeo ti libera dai doveri maritali e ti eleva a quelli più sublimi di un mistico sacerdozio[42] femminile, tanto necessario presso l’altare della gran Vittima e presso tanti pagani, che piegheranno più l’animo davanti all’eroismo santo delle donne discepole che non a quello dei discepoli. Oh! che il tuo nome, zia cara, sarà come una fiamma nel cielo cristiano… 44Non piangere più. Va’ in pace. Forte, rassegnata, santa. Mia Madre… fu vedova prima di te… e ti conforterà come Lei sa. Vieni. Non voglio tu parta sola sotto questo sole. Pietro ti accompagnerà con la barca sino al Giordano e di lì a Nazaret con un asinello. Sii buona».

«Benedicimi, Gesù. Dammi forza Tu».

45«Sì, ti benedico e ti bacio, zia buona». E la bacia teneramente, tenendola ancora a lungo contro il suo cuore sinché la vede calmata.

96. Discorso messianico “La sfida
tra l’Eterno e Satana”
[43].

Duello dell’Amore con l’Odio.

Nemici del Messia.

1Gesù è a Betsaida. Parla stando ritto sulla barca che lo ha ivi portato e che è quasi arenata sulla riva, tenuta legata ad un palo di un moletto rudimentale. Molta gente, seduta a semicerchio sulla rena, lo ascolta. Gesù ha appena iniziato il suo discorso.

2«… e qui vedo che mi amate anche voi di Cafarnao, voi che mi avete seguito, trascurando commerci e comodi pur di udire la parola che vi ammaestra. So anche che, più che trascuranza di commerci e perciò danno alla vostra borsa, questo vi porta derisione e può portarvi danno anche sociale. 3Lo so che Simone, Eli, Uria e Gioacchino sono a Me contrari. Oggi contrari, domani nemici. E vi dico perché Io non inganno nessuno, né voglio ingannare voi, miei amici fedeli che per nuocere a Me, per darmi dolore, per vincermi coll’isolarmi, essi, i potenti di Cafarnao, useranno tutti i mezzi… Insinuazioni come minacce, derisioni come calunnie. Tutto userà il Nemico comune per strappare anime al Cristo e farsene prede. Io vi dico: chi persevererà sarà salvo[44]; ma anche vi dico: chi ha più amore alla vita e al benessere che alla salute eterna è libero di andare, di lasciarmi, di occuparsi della piccola vita e del transitorio benessere. Io non trattengo nessuno.

Vaglio delle coscienze.

4L’uomo è essere libero. Io sono venuto a liberare vieppiù l’uomo. E dal peccato, e ciò per lo spirito. E dalle catene di una religione svisata, oppressiva, che soffoca sotto fiumi di clausole, di parole, di precetti, la vera parola di Dio, netta, breve, luminosa, facile, santa, perfetta. La mia venuta è vaglio delle coscienze. Io raccolgo il mio grano sull’aia e lo batto colla dottrina di sacrificio e lo crivello col crivello della sua stessa volontà. La pula, le saggine, le vecce, le zizzanie voleranno via leggere e inutili, cadranno pesanti e nocive e saranno pasto ai volatili, e nel mio granaio entrerà solo il grano eletto, puro, solido, buono. Il grano: i santi.

La sfida di Satana.

5Una sfida è corsa da secoli fra l’Eterno e Satana. Satana, inorgoglito dalla prima vittoria sull’uomo, ha detto a Dio: “I tuoi creati saranno per sempre miei. Nulla, neppure il castigo, neppure la Legge che loro vuoi dare li farà capaci di guadagnarsi il Cielo, e questa tua Dimora da cui mi hai cacciato, cacciato me[45], l’unico intelligente fra i tuoi creati, ti rimarrà vuota, inutile, triste come tutte le cose inutili”.

6E l’Eterno rispose al Maledetto: “Questo ancor potrai sinché il tuo veleno è solo a regnare nell’uomo. Ma Io manderò il mio Verbo, e la sua parola neutralizzerà il tuo veleno, sanerà i cuori, li guarirà dalla demenza di cui li hai macchiati o insatanassati, ed essi torneranno a Me. Come pecore che sviate ritrovano il pastore, essi torneranno al mio Ovile, e il Cielo sarà popolato. Per essi l’ho fatto. E tu digrignerai i tuoi orridi denti per rabbia impotente, là nel tuo orrido regno, prigione e maledetto, e su te verrà ribaltata dagli angeli la pietra di Dio e sigillata, e tenebre e odio saranno teco e coi tuoi, mentre luce e amore, canto e beatitudine, e libertà infinita, eterna, sublime, sarà dei miei”. 7E Mammona con risata di scherno ha giurato: “E sulla mia Geenna io giuro che quando sarà l’ora io verrò. Sarò onnipresente presso gli evangelizzati, e vedremo se io o Tu saremo vincitori”.

Duello dell’Amore contra l’Odio.

8Sì, che Satana vi insidia per vagliarvi. Ed Io pure vi circuisco per vagliarvi. I contendenti sono due: Io e lui. Voi nel mezzo. Il duello dell’Amore con l’Odio, della Sapienza con l’Ignoranza, della Bontà col Male è su voi e intorno a voi. A stornare i colpi malvagi su voi, Io basto. Mi frappongo fra l’arma satanica e il vostro essere, e accetto di esser ferito in vostra vece perché vi amo. Ma i colpi all’interno di voi, voi li dovete stornare con la vostra volontà[46], correndo verso di Me, mettendovi nella mia Via che è Verità e Vita. 9Chi non è voglioso di Cielo non avrà il Cielo. Chi non è atto ad esser discepolo del Cristo sarà pula leggera che il vento del mondo seco trasporta. Chi è nemico del Cristo è seme nocivo che rinascerà nel regno satanico.

Conseguenze del peccato di prostituzione.

10Io so perché siete venuti, voi di Cafarnao. E tanto ho la coscienza pura del peccato che mi si addebita, e in nome del quale inesistente peccato mi si mormora dietro, insinuandovi che udirmi e seguirmi è complicità col peccatore, che non temo di rendere nota la ragione a questi di Betsaida.

11 Fra voi, cittadini di Betsaida, vi sono degli anziani che non hanno dimenticato, per diverse ragioni, la Bella di Corazim. Vi sono uomini che con essa peccarono, vi sono donne che per essa piansero. Piansero e – oh! ancor non ero venuto a dire: “Amate chi vi nuoce”! – piansero e poi giubilarono quando la seppero morsa dalla putredine, trasudata dalle sue viscere impure all’esterno del suo splendido corpo, figura di quella lebbra più grave che le aveva roso l’anima di adultera, omicida e meretrice. Adultera settanta volte sette, e con chiunque avesse nome “uomo” e avesse denaro. Omicida sette volte sette dei suoi concepimenti bastardi; meretrice per vizio e neppur per bisogno.

12Oh! vi capisco, mogli tradite! Comprendo il vostro giubilare quando vi fu detto: “Le carni della Bella sono più fetide e sfatte di quelle di una carogna giacente nel fosso di una via maestra, preda ai corvi ed ai vermi. Ma vi dico: sappiate perdonare. Dio ha fatto le vostre vendette, e poi Dio ha perdonato. Perdonate voi pure. Io l’ho perdonata anche in nome vostro, perché vi so buone, o donne di Betsaida che mi salutate col grido: “Benedetto l’Agnello di Dio! Benedetto Colui che viene in nome del Signore!” Se sono Agnello, e tale mi conoscete, se vengo fra voi, Io Agnello, voi dovete divenire tutte pecore mansuete, anche quelle che un lontano, ormai lontano dolore di sposa tradita, fa con istinti di fiera che difende il suo nido. Non potrei rimanere fra voi se tigri e iene foste, Io che Agnello sono.

“Siate corredentori!”.

Doveri salvifici del Messia.

13Colui che viene nel Nome santissimo di Dio a raccogliere giusti e peccatori per portarli al Cielo, è andato anche dalla pentita e le ha detto: “Sii mondata. Va’ ed espia”. Questo l’ho fatto in sabato. E di questo mi si accusa. Accusa ufficiale. La seconda è di aver avvicinato una meretrice. Una che fu meretrice. Ora non era che un’anima piangente sul suo peccato. 14Ebbene, Io dico: l’ho fatto e lo farò. Portatemi il Libro, scrutatelo, studiatelo, svisceratelo. Trovate, se vi riesce, un punto che vieti al medico di curare un malato, ad un levita di occuparsi dell’altare, ad un sacerdote di non ascoltare un fedele, solo perché è sabato. Ed Io, se lo trovate e me lo mostrate, dirò, battendomi il petto: “Signore, ho peccato al tuo cospetto e a quello degli uomini. Non sono degno del perdono. Ma, se Tu vuoi esser pietoso al tuo servo, Io ti benedirò finché duri il mio soffio vitale”. Perché quell’anima era una malata. E del medico hanno bisogno i malati. Era un altare profanato ed aveva bisogno che un levita lo mondasse. Era un fedele che andava a piangere nel Tempio vero del Dio vero, ed aveva bisogno del sacerdote che ve l’introducesse. In verità vi dico che Io sono il Medico, il Levita, il Sacerdote. In verità vi dico che, se Io non farò il mio dovere, sperdendo anche una sola delle anime che hanno pungolo di salvezza col non salvarla, Dio Padre me ne chiederà conto e mi punirà per quest’anima perduta.

15Ecco il mio peccato, secondo i potenti di Cafarnao. Avrei potuto attendere il giorno dopo il sabato a farlo. Sì. Ma perché tardare di altre ventiquattro ore a riammettere nella pace di Dio un cuore contrito? Era in quel cuore l’umiltà vera, la sincerità cruda, il dolore perfetto. Io ho letto in quel cuore. La lebbra era ancora sul suo corpo. Ma il cuore ne era già guarito per il balsamo di anni di pentimento, di lacrime, di espiazione. Non aveva bisogno quel cuore, per essere avvicinato da Dio, senza per questa vicinanza rendere impura l’aura santa che circonda Iddio, altro che della mia riconsacrazione. L’ho fatto. Ella è uscita dal lago monda anche nelle carni. Ma ancor più monda nel cuore.

Potenze che levano la colpa.

16Quanti, oh! quanti di quelli che sono entrati nelle acque del Giordano, per ubbidire al comando del Precursore, non ne sono usciti mondi come lei! Perché il loro battesimo non era atto volontario, sentito, sincero di uno spirito che voleva prepararsi al mio avvento. Ma solo una forma per apparire perfetti in santità agli occhi del mondo. Perciò era ipocrisia e superbia. Due colpe che aumentavano il cumulo di colpe preesistenti nel loro cuore. 17Il battesimo di Giovanni non è che un simbolo. Vi vuol dire: “Mondatevi dalla superbia umiliandovi a dirvi peccatori; dalle lussurie lavandovi dalle scorie di esse”. Ma è l’anima che va battezzata con la volontà vostra, per essere monda al convito di Dio. Non vi è colpa tanto grande che non possa esser lavata dal pentimento prima, dalla Grazia poi, dal Salvatore infine[47]. Non vi è peccatore tanto grande che non possa alzare la faccia atterrata e sorridere ad una speranza di redenzione. Basta che egli sia completo nel rinunciare alla colpa, eroico nel resistere alla tentazione, sincero nella volontà di rinascere.

Siate corredentori.

18Io ora vi dico una verità che ai miei nemici sembrerebbe bestemmia. Ma voi siete i miei amici. Parlo specialmente per voi, miei discepoli già scelti, e poi per tutti voi che mi ascoltate. Vi dico: gli angeli, spiriti puri e perfetti, viventi nella luce della SS. Trinità e in essa giubilanti, nella loro perfezione hanno, e riconoscono di averla, una inferiorità rispetto a voi, uomini lontani dal Cielo. Hanno l’inferiorità del non potersi sacrificare, del non poter soffrire per cooperare alla redenzione dell’uomo.

19E che vi pare? Dio non prende un suo angelo per dirgli: “Sii il redentore dell’Umanità”. Ma prende suo Figlio. E sapendo che, per quanto sia incalcolabile il Sacrificio e infinito il suo potere, ancor manca- ed è bontà paterna che non vuole fare differenza fra il Figlio del suo amore e i figli del suo potere – alla somma di meriti da contrapporre alla somma dei peccati che d’ora in ora l’Umanità accumula, ecco che non prende altri angeli a colmare la misura e non dice loro: “Soffrite per imitare il Cristo”, ma lo dice a voi, a voi uomini. Vi dice: “Soffrite, sacrificatevi, siate simili al mio Agnello. Siate corredentori…”[48].

20Oh! ecco: Io vedo coorti di angeli che, lasciando per un istante di roteare nell’estasi adorante intorno al Fulcro Trino, si inginocchiano, volti alla Terra, e dicono: “Voi benedetti che potete soffrire col Cristo e per l’eterno Dio, nostro e vostro!”.

La più alta dignità dell’uomo.

21Molti non comprenderanno ancora questa grandezza. E’ troppo superiore all’uomo. Ma quando l’Ostia sarà immolata, quando il Grano eterno risorgerà per mai più morire, dopo esser stato colto, battuto, spogliato e sepolto nelle viscere del suolo, allora verrà l’Illuminatore superspirituale e illuminerà gli spiriti, anche quelli più tardi, rimasti però fedeli al Cristo Redentore, e allora comprenderete che non ho bestemmiato, ma vi ho annunciato la più alta dignità dell’uomo, quella di essere corredentore, anche se prima non era che peccatore. Intanto preparatevi ad essa con purità di cuore e di intenti. Più puri sarete e più comprenderete. Perché l’impurità, quale essa sia, è sempre fumo che annebbia e appesantisce vista e intelletto.

Siate casti negli sguardi.

22Siate puri. Iniziate ad esserlo dal corpo per passare allo spirito. Iniziate dai cinque sensi per passare alle sette passioni. Iniziate dall’occhio, senso che è re e che apre la via alla più mordente e complessa delle fami. L’occhio vede la carne della donna e concupisce la carne. L’occhio vede la ricchezza dei ricchi e concupisce l’oro. 23L’occhio vede la potenza dei governanti e concupisce il potere. Abbiate occhio pacato, onesto, morigerato, puro, e avrete desideri pacati, onesti, morigerati e puri. Più puro sarà il vostro occhio e più puro sarà il vostro cuore. Siate vigilanti sul vostro occhio, avido scopritore dei pomi tentatori. 24Siate casti negli sguardi se volete esser casti nel corpo. Se avrete castità di carne, avrete castità di ricchezza e di potere. Tutte le castità avrete e sarete amici di Dio.

Castità permanente.

25Non temete di esser beffati per essere casti. Temete solo di essere nemici di Dio. Un giorno udii dire: “Sarai beffato dal mondo come bugiardo o come eunuco se mostri di non appetire alla donna”. In verità vi dico che Dio ha messo il coniugio per elevarvi a suoi imitatori nel procreare e a suoi aiutanti nel popolare i Cieli. Ma vi è uno stato più alto, davanti al quale si inchinano gli angeli che ne vedono la sublimità senza poterla imitare. 26Uno stato che, perfetto quando durò dalla nascita alla morte, non è però precluso a coloro che più non sono vergini, ma strappano  la loro fecondità, maschile o femminile che sia, annullano la loro virilità animale per divenire fecondi e virili solo nello spirito. É l’eunuchismo senza imperfezione naturale né mutilazione violenta o volontaria. L’eunuchismo che non vieta di accostarsi all’altare[49], ma anzi da esso sarà, nei futuri secoli, servito e circondato l’altare. L’eunuchismo più alto, quello a cui fa da strumento amputatore la volontà di appartenere a Dio solo, e conservare a Lui casto il corpo e il cuore perché siano in eterno fulgidi della candidezza cara all’Agnello.

27Ho parlato per il popolo e per gli eletti fra il popolo. Ora, prima di entrare a spezzare il pane e dividere il sale nella casa di Filippo, ecco che Io vi benedico tutti: i buoni per premio, i peccatori per infondere coraggio di venire verso Colui che è venuto a perdonare. La pace sia con tutti voi».

28Gesù scende dalla barca e passa fra la folla che gli si accalca intorno. All’angolo di una casa è ancora Matteo che ha ascoltato da lì il Maestro, non osando di più. Giunto a quell’altezza, Gesù si ferma e, come se benedicesse tutti, benedice ancora una volta, guarda Matteo e poi se ne va di nuovo fra il gruppo dei suoi, seguito dal popolo, e scompare in una casa.

Tutto ha fine.

97. La chiamata di Matteo[50].

L’arte di far pace.

La gioia di Gesù.

1Stamane ripensavo alla sua espressione di ieri quando io leggevo la visione. Lei era addirittura trasecolato e l’ho detto a Gesù che mi era vicino.

2Mi ha risposto: “E’ per questo che le do. Non puoi immaginare con che gioia m’illumino ai miei veri amici. Mi do così, al mio Romualdo, per sua gioia, per amore, per aiuto, e perché Io lo vedo. Non avevo segreti per Giovanni. Non né ho per i Giovanni. Dì all’anziano Giovanni che gli do tanta pace e buona pesca. A te niente pesca. A te solo l’opera femminile di intrecciare le reti con lo stame che Io ti do. Lavora, lavora. E non te la prendere se non ti resta tempo per fare altro. In questo lavoro è tutto. E neanche te la prendere se non vengo a dirti: “La pace a te”. Si saluta quando si giunge o quando si parte. Ma quando si è sempre presenti non si saluta. La permanenza è già pace. La mia permanenza. E tu non mi hai ospite. Tu mi sei addirittura fra le braccia e non ti poso un momento. Ho tanto da dirti del mio tempo mortale! Però ecco, oggi ti faccio contenta e ti dico: “La mia pace sia con te.”


Dolci anime innocenti.

Quasi subito dopo vedo questo.

Ancora la piazza del mercato di Cafarnao. Ma in un’ora più calda, in cui il mercato è già finito e sulla piazza sono solo degli sfaccendati che parlano e dei bambini che giuocano.

Gesù, in mezzo al suo gruppo, viene dal lago verso la piazza, carezzando bambini che gli corrono incontro e interessandosi alle loro confidenze. Una bambina mostra un grande sgraffio sanguinante sulla fronte e accusa il fratellino di averglielo fatto.

2«Perché hai fatto male alla sorella? Non sta bene».

«Non l’ho fatto apposta. Volevo cogliere quei fichi e ho preso un bastone. Ma era troppo pesante e mi è cascato addosso a lei… Li coglievo anche per lei».

3«È vero, Giovanna?».

«È vero».

4«Vedi allora che tuo fratello non ti ha voluto fare del male. Voleva anzi darti una gioia. Perciò ora fate subito pace e vi date un bacio. I buoni fratellini, e anche i buoni bambini, non devono conoscere mai il rancore. Su…»

I due bambini piangenti si baciano. Piangono tutti e due: una per il dolore dello sgraffio, l’altro per il dolore di aver dato dolore.

5Gesù sorride davanti a quel bacio condito di lacrimoni. «Oh! ecco! Ora, perché vedo che siete buoni, i fichi ve li raccolgo Io. E senza bastone». Sfido io! Alto come è, e col braccio così lungo, arriva senza fatica a farlo. Coglie è distribuisce.

Accorre una donna: «Prendi, prendi, Maestro. Ora ti porto del pane».

6«No. Non è per Me. E per Giovanna e Tobiolo. Ne avevano voglia».

«E avete disturbato il Maestro per questo? Oh! che indiscreti! Perdona, Signore».

7«Donna, c’era da fare una pace… e l’ho fatta con l’oggetto stesso della guerra: i fichi. Ma i bambini non sono mai indiscreti. A loro piacciono i dolci fichi e a Me… piacciono le loro dolci anime innocenti. Mi levano tanto amaro…».

«Maestro… sono i signori quelli che non ti amano. Ma noi, popolo, ti vogliamo bene. E loro sono pochi, mentre noi siamo tanti…».

8«Lo so, donna. Grazie del tuo conforto. La pace sia con te. Addio, Giovanna! Addio, Tobiolo! Siate buoni. Senza farvi del male e senza volervi del male. Non è vero?».

«Sì, sì, Gesù», rispondono i due bambinelli.

Strategie dell’Apostolo.

9Gesù si incammina e dice sorridendo: «Oh! ora che con l’aiuto dei fichi si è messo sereno dove erano nubi, andiamo a… Dove dite che andiamo?».

10Gli apostoli non sanno. Chi dice un luogo, chi l’altro. Ma Gesù scrolla sempre il capo e ride.

Pietro dice: «Io rinuncio. A meno che Tu non lo dica… Ho delle idee nere, oggi. Tu non lo hai visto. Ma quando sbarcavamo c’era Eli, il fariseo. Più verde del solito! E ci guardava in un modo!».

11«Lascialo guardare».

«Eh! per forza. Ma ti assicuro, Maestro, che per far pace con quello lì non bastano due fichi!».

12«Cosa ho detto alla mamma di Tobiolo? “Ho fatta pace con lo stesso oggetto della guerra”. E così cercherò di fare pace riverendo, posto che secondo loro li ho offesi, i notabili di Cafarnao. Così anche qualcun’altro sarà contento».

«Chi?».

13Gesù non risponde alla domanda e continua: «Non riuscirò, probabilmente, perché manca la volontà, in loro, di fare pace. Ma udite: se in tutte le contese il più prudente sapesse cedere e, in luogo di accanirsi a voler ragione, conciliasse, magari spartendo a metà quello che, anche voglio ammettere, fosse suo di diritto, sarebbe sempre meglio e più santo. Non sempre uno nuoce col partito preso di nuocere. Delle volte fa male senza volere. Pensate sempre questo e perdonate. 14Eli e gli altri credono di servire Dio con giustizia agendo come fanno. Con pazienza e costanza, e tanta umiltà e buona grazia, cercherò di farli persuasi che un nuovo tempo è venuto e che Dio, ora, vuole essere servito a seconda che Io insegno. La furbizia dell’apostolo è la buona grazia, l’arma la costanza, la riuscita l’esempio e la preghiera per i convertendi».

Vocazione di Matteo.

“Seguimi!”(Mt 99; Mr 2,13-14; Lc 5,27-28)[51].

15Sono giunti sulla piazza. Gesù va diritto verso il banco delle gabelle, dove Matteo sta tirando i suoi conti e verificando le monete, che suddivide per categorie, mettendole in sacchetti di diverso colore e collocandoli in un forziere di ferro, che due servi attendono di trasportare altrove.

Appena l’ombra gettata dall’alto corpo di Gesù si allunga sul banco, Matteo alza il capo per vedere chi è il ritardatario pagatore. Pietro, intanto, dice, tirando Gesù per una manica: «Non c’è nulla da pagare, Maestro. Che fai?».

16Ma Gesù non gli dà retta. Guarda fisso Matteo, che si è subito alzato in piedi con atto reverente. Un altro sguardo trapanante. Ma questo non è lo sguardo del giudice severo dell’altra volta. È uno sguardo di chiamata e di amore. Lo avviluppa, lo satura di amore. Matteo diventa rosso. Non sa che fare, che dire…

17«Matteo, figlio di Alfeo, l’ora è suonata. Vieni. Seguimi!», impone Gesù maestosamente.

«Io? Maestro, Signore! Ma sai chi sono? Per Te, non per me, lo dico…».

18«Vieni. Seguimi, Matteo, figlio d’Alfeo», ripete più dolce.

«Oh! come posso aver trovato grazia presso Dio? Io… Io…».  

19«Matteo, figlio di Alfeo, Io ti ho letto il cuore. Vieni, seguimi». Il terzo invito è una carezza.

«Oh! subito, mio Signore!» e Matteo, piangente, esce da dietro il banco, senza neppur occuparsi di raccogliere le monete sparse sul banco, di chiudere il cofano. Nulla.

«Dove andiamo, Signore?», chiede quando è presso a Gesù. «Dove mi porti?».

20«A casa tua. Vuoi ospitare il Figlio dell’uomo?».

«Oh!… ma… ma che diranno quelli che ti odiano?».

21«Io ascolto quel che si dice in Cielo, e là si dice: “Gloria a Dio per un peccatore che si salva!”, e il Padre dice: “In eterno la Misericordia si alzerà nei Cieli e si librerà sulla Terra e, poiché di un eterno amore, di un perfetto amore Io ti amo, ecco che anche a te uso misericordia”. Vieni. E, con la mia venuta, oltre che il cuore ti si santifichi la casa».

«Già purificata l’ho, per una speranza che avevo nell’anima mia… ma che la ragione non poteva credere che fosse vera… Oh! io coi tuoi santi…», e guarda i discepoli.

22«Sì. Coi miei amici. Venite. Vi unisco. E siate fratelli».

26I discepoli sono talmente stupefatti che non hanno ancor trovato modo di dir parola. Hanno camminato in gruppo dietro a Gesù e Matteo nella piazza tutta sole, e ormai assolutamente vuota di popolo, per un breve tratto di strada che arde in un sole abbacinante. Non c’è un vivente per le strade. Solo il sole e la polvere. Entrano in casa. Una bella casa dal largo portone che si apre sulla via. Un bell’atrio ombroso e fresco, oltre il quale si vede un ampio cortile messo a giardino.

Patto d’amore con la Fraternità(Mt 9,10; Mc 2,15;

Lc 5,29).[52].

23«Entra, Maestro mio! Portate acqua e bevande». I servi accorrono col richiesto. Matteo esce a dare ordini mentre Gesù e i suoi si rinfrescano. Poi torna.

«Ora vieni, Maestro. La sala è più fresca… Ora verranno amici… Oh! voglio sia fatta gran festa! È la mia rigenerazione… E la mia… è la mia circoncisione vera, questa… Tu mi hai circonciso il cuore col tuo amore… Maestro, sarà l’ultima festa… Ora non più feste per il pubblicano Matteo. Non più feste di questo mondo… Solo la festa interna dell’essere redento e di servire Te… di essere amato da Te… Quanto ho pianto… Quanto, in questi mesi… Sono quasi tre mesi che piango… Non sapevo come fare… volevo venire… Ma come venire da Te, Santo, con la mia anima sporca?…».

24«Tu la lavavi col pentimento e con la carità. Per Me e per il prossimo. Pietro? Vieni qui».

Pietro, che ancora non ha parlato tanto è sbalordito, viene avanti. I due uomini, ugualmente anziani, bassotti, tarchiati, sono di fronte, e Gesù è fra l’uno e l’altro, sorridente, bello.

25«Pietro, tu mi hai chiesto tante volte chi era lo sconosciuto della borsa portata da Giacomo. Eccolo, lo hai di fronte».

«Chi? Questo lad… Oh! perdona, Matteo! Ma chi lo poteva pensare che eri tu? e che proprio tu, nostra disperazione per la tua usura, fossi capace di strapparti tutte le settimane un pezzo di cuore dando quel ricco obolo?».

«Lo so. Vi ho ingiustamente tassati. Ma ecco, io mi inginocchio davanti a voi tutti e vi dico: non mi cacciate! Egli mi ha accolto. Non siate da più di Lui nella severità».

26Pietro, che si trova ai piedi Matteo, lo alza di colpo, di peso, rudemente e affettuosamente: «Su, su. Non a me né agli altri. A Lui chiedi perdono. Noi… va’ là, su per giù siamo tutti ladri come te… Oh! l’ho detto! Maledetta lingua! Ma sono fatto così: quel che penso dico, quel che ho in cuore ho sul labbro. Vieni, che facciamo patto di pace e di amore», e bacia sulle guance Matteo.

Anche gli altri lo fanno, più o meno affettuosamente. Dico così perché Andrea è sostenuto, per la sua timidezza, e Giuda Iscariota è gelido. Pare che abbracci un fascio di rettili, tanto il suo abbraccio è scostante e breve.

Matteo esce, sentendo rumore.

La chiamata del Cristo.

27«Però, Maestro», dice Giuda Iscariota, «mi pare che ciò non sia prudente. Già ti accusano i farisei di qui, e …. Un pubblicano fra i tuoi! Un pubblicano dopo una meretrice!… Hai deciso di rovinarti? Se così è, dillo che…».

«Che noi ce la filiamo, vero?», termina Pietro ironico.

«E chi parla con te?».

28«Lo so che tu non parli con me, ma io, invece, parlo con la tua signora anima, con la tua purissima anima, con la tua sapiente anima. Lo so che tu, membro del Tempio, senti fetore di peccato in noi, poveri, che del Tempio non siamo. Lo so che tu, completo giudeo, amalgama di fariseo, sadduceo ed erodiano, mezzo scriba e briciola di esseno ne vuoi altre di nobili parole?  ti senti male fra noi, come uno splendido agone capitato in una rete piena di ghiozzi. Ma che ci vuoi fare? Egli ci ha presi e noi… ci restiamo. Se ti senti male… va’ via tu. Respireremo meglio tutti. Anche Lui, che, lo vedi?, è sdegnato per me e per te. Per me perché manco di pazienza e anche… sì, anche di carità, ma più con te che non capisci nulla, con tutta la tua tela di nobili attributi, e che non hai carità, non umiltà, non rispetto. Nulla hai, ragazzo. Ma solo un gran fumo… e voglia Dio sia fumo innocuo».

29Gesù ha lasciato che Pietro parlasse rimanendo ritto, severo, con le braccia conserte, la bocca ben serrata e gli occhi… poco raccomandabili. Alla fine dice: «Hai detto tutto, Pietro? Anche tu hai purificato il tuo cuore dal lievito che c’era dentro? Bene hai fatto. Oggi è Pasqua d’Azzimi per un figlio di Abramo. La chiamata del Cristo è come il sangue dell’agnello sulle vostre anime, e dove essa è non scenderà più la colpa. Non scenderà se colui che la riceve ad essa è fedele. Liberazione è la mia chiamata e va festeggiata senza lieviti di sorta».

A Giuda non una parola. Pietro tace mortificato.

30«L’ospite torna», dice Gesù. «E con degli amici. Non mostriamo ad essi altro che virtù. Chi non riesce a tanto esca. Non siate pari a farisei, che opprimono con comandi che loro per primi non osservano».

Il convito (Mc 2,15) [53].

31Rientra Matteo con altri uomini, e il convito ha luogo. Gesù è al centro, tra Pietro e Matteo. Parlano di molte cose e Gesù con pazienza spiega a questo e a quello quanto vogliono. Vi sono anche lamenti sui farisei che li sprezzano.

32«Ebbene, venite a chi non vi sprezza. E poi agite in modo che i buoni, almeno, non vi possano sprezzare», risponde Gesù.

«Tu sei buono. Ma sei solo!».

33«No. Questi sono come Me, e poi… c’è il Padre Iddio che ama chi si pente e vuole tornare suo amico. E mancasse all’uomo ogni cosa, ma restasse il Padre, non sarebbe già piena la gioia dell’uomo?».

Il convito è ai dolciumi quando un servo fa un cenno al padrone di casa e gli dice qualche cosa.

«Maestro: Eh, Simone e Gioachino chiedono di entrare e parlarti. Li vuoi vedere?».

34«Certo».

«Ma… i miei amici sono pubblicani».

35«Ed essi vengono per vedere proprio questo. Lasciamolo loro vedere. Non servirebbe il nasconderlo. Non servirebbe per il bene, ché il male aumenterebbe l’episodio sino a dire che qui erano anche meretrici. Entrino».

Lo scandalo farisaico(Mt 9,11; Mc 2,16; Lc 5,30)[54].

36Entrano i tre farisei, si guardano intorno con un riso cattivo e stanno per parlare. Ma Gesù, che si è alzato e andato loro incontro insieme a Matteo, li precede. Mette una mano sulla spalla di Matteo e dice: «O veri figli di Israele, Io vi saluto e vi do una grande notizia che certo farà giubilante il vostro cuore di perfetti israeliti, che sospira all’osservanza della Legge da parte di tutti i cuori per dare gloria a Dio. Ecco: Matteo, figlio di Alfeo, da oggi non è più il peccatore, lo scandalo di Cafarnao. Una pecora rognosa di Israele si è sanata. Giubilate! Dietro a lui altre pecore peccatrici si saneranno e la vostra città, della cui santità tanto vi interessate, diverrà gradita al Signore come santa. Egli lascia tutto per servire Dio. Date il bacio di pace all’israelita sviato che torna nel seno di Abramo».

37«E vi torna coi pubblicani? In gaio convito? Oh! invero che è una conversione propizia! Guarda là, Eh, quello è Giosia, il procacciatore di femmine».

38«E quello Simon d’Isacco, l’adultero».

39«E quello? Ecco Azaria, il biscazziere nella cui bisca romani e giudei giuocano, rissano, si ubriacano e vanno a donne».

«Ma, Maestro. Sai almeno chi sono costoro? Lo sapevi?».

40«Lo sapevo».

«E voi, allora, voi di Cafarnao, voi discepoli, perché lo avete permesso? Mi fa stupore, Simone di Giona!».

«E tu, Filippo, noto anche qui, e tu Natanaele! Ma io trasecolo! Tu, vero israelita! Come mai hai permesso che il tuo Maestro mangiasse coi pubblicani e i peccatori?».

«Ma non c’è dunque più ritegno in Israele». I tre sono scandalizzati del tutto.

41Gesù dice: «Lasciate in pace i miei discepoli. Io l’ho voluto. Io solo».

«Eh! già! si capisce. Quando si vuol fare i santi e non lo si è, si cade presto in errori imperdonabili!

«E quando si allevano al non rispetto i discepoli – e ancor mi brucia la risata irriverente di costui, giudeo e del Tempio, a me Eli il fariseo! – non si può che esser senza rispetto per la Legge. Si insegna ciò che si sa».

Il Salvatore dei peccatori (Mt 9,12-13;  Mc 2.17; Lc 5,31-32)[55].

42«Ti sbagli, Eli. Vi sbagliate tutti. Si insegna ciò che si sa. È vero. Ed Io, che so la Legge, la insegno a chi non la sa: ai peccatori, perciò. Voi… vi so già padroni della vostra anima. I peccatori non lo sono. Io ricerco la loro anima, la ridò loro, perché a loro volta me la portino, così come è: malata, ferita, sporca, ed Io la curi e mondi. Sono venuto per questo. Sono i peccatori che hanno bisogno del Salvatore. Ed Io vengo a salvarli. Comprendetemi… e non mi odiate senza ragione».

43Gesù è dolce, persuasivo, umile… Ma i tre sono tre ispidi cardi tutti aculei… ed escono con mosse di disgusto.

«Sono andati… Ora ci criticheranno dovunque», mormora Giuda Iscariota.

44«E lasciali fare! Fa’ solo che il Padre non ti abbia a criticare. Non esser mortificato, Matteo, né voi, suoi amici. La coscienza ci dice: “Non fate del male”. Basta così».

Gesù si risiede al suo posto e tutto ha fine.

98. Incontro con la Maddalena sul lago e lezione ai discepoli presso Tiberiade[56].

Collisione sul lago.

Tredici in barca.

1Gesù con tutti i suoi – ormai sono in tredici, più Lui – sono, sette per barca, sul lago di Galilea. Gesù è nella barca di Pietro, la prima, insieme a Pietro, Andrea, Simone, Giuseppe e i due cugini. Nell’altra sono i due figli di Zebedeo con gli altri, ossia l’Iscariota, Filippo, Tommaso, Natanaele e Matteo.

Le barche veleggiano svelte, spinte da un vento fresco di borea, che appena increspa l’acqua in tante rughettine, appena sottolineate da un filo di spuma che fa un tulle sull’azzurro di turchese del bel lago sereno. Vanno, lasciandosi dietro due scie che alle basi si baciano, confondendo le loro spume gioconde in un unico riso di acque, perché vanno quasi di conserva, quella di Pietro appena più avanti di un due metri.

Da barca a barca, lontane pochi metri l’una dall’altra, si scambiano parole e commenti. Da questi arguisco che i galilei illustrano e spiegano ai giudei i punti del lago, i loro commerci, le personalità che vi abitano, le distanze dal luogo di partenza e di arrivo, ossia Cafarnao e Tiberiade. Le barche non pescano, sono solo adibite a trasporto delle persone.

Gesù si astrae dai discorsi.

2Gesù è seduto a prua e gode visibilmente della bellezza che lo circonda, del silenzio, di tutto quell’azzurro puro di cielo e di acque a cui fanno anello sponde verdi, disseminate di paesi tutti bianchi fra il verde. Si astrae dai discorsi dei discepoli, molto in avanti sulla prora, quasi sdraiato su un fascio di vele, a capo sovente chino su quello specchio di zaffiro che è il lago, come studiasse il fondale e si interessasse di quanto vive in quelle acque limpidissime. Ma chissà a cosa pensa…

Pietro lo interroga due volte per sapere se il sole – che ormai, alzato del tutto da oriente, prende in pieno la barca nel suo raggio, non ancor rovente ma già caldo – lo disturbi; un’altra volta gli dice se vuole anche Lui pane e cacio come gli altri. Ma Gesù non vuole nulla, né tenda né pane. E Pietro lo lascia in pace.

Le dee giudee.

3Un gruppetto di piccole barche da diporto, quasi scialuppe, ma tutte ricche di baldacchini purpurei e di morbidi cuscini, taglia per traverso la strada alle barche dei pescatori. Suoni, risate, profumi passano con esse.

Sono piene di belle donne e di gaudenti romani e palestinesi, ma più romani, o per lo meno non palestinesi, perché qualcuno deve essere greco; almeno così arguisco dalle parole di un giovane magro, snello, bruno come un’uliva quasi matura, tutto azzimato in una corta veste rossa, limitata da una pesante greca al fondo e tenuta alla vita da una cintura che è un capolavoro di orafo. Dice: «Ellade è bella! Ma neppur la olimpica mia patria ha questo azzurro e questi fiori. E, invero, non stupisce che le dee l’abbiano abbandonata per qui venire. Sfogliamo sulle dee, non più greche ma giudee, i fiori, le rose e gli omaggi…». E sparge sulle donne della sua barca i petali di splendide rose, e altre ne getta nella barca vicina.

Risponde un romano: «Sfoglia, sfoglia, greco! Ma Venere è con me. Io non sfoglio, io colgo le rose su questa bella bocca. È più dolce!». E si china a baciare, sulla bocca aperta al riso, Maria di Magdala, semisdraiata sui cuscini e col capo biondo in grembo al romano.

Evitato  il cozzo dura il battibecco.

8Ormai le barchette sono proprio contro alle barche pesanti, e sia per imperizia dei vogatori, sia per giuoco di vento, per poco non cozzano.

«State attenti, se vi preme la vita», urla Pietro inferocito mentre vira, dando un colpo di barra, per evitare il cozzo. Insulti di uomini e grida di spavento delle donne vanno da barca a barca.

I romani insultano i galilei dicendo: «Scansatevi, cani d’ebrei che siete».

Pietro e gli altri galilei non lasciano cadere l’insulto e Pietro specialmente, rosso come un galletto, ritto proprio sul bordo della barca che beccheggia fortemente, con le mani sui fianchi, risponde per le rime, non risparmiando né romani, né greci, né ebrei, né ebree. Anzi a queste dedica tutta una collana di appellativi onorifici che lascio nella penna. Il battibecco dura finché il groviglio di chiglie e di remi non si è dipanato, e ognuno va per la sua via.

 

Maddalena appunta gli occhi sul volto di Gesù.

5Gesù non ha mai cambiato posizione. È rimasto seduto, assente, senza sguardi né parole per le barche e i loro occupanti. Appoggiato su un gomito, ha continuato a guardare la sponda lontana come nulla accadesse. Gli viene gettato anche un fiore. Non so da chi, certo da una donna, perché sento una risatina femminile accompagnare l’atto. Ma Lui… niente. Il fiore lo colpisce quasi sul volto e casca sulle tavole, finendo sotto ai piedi del bollente Pietro.

Quando le barchette stanno per allontanarsi, vedo che la Maddalena si alza in piedi e segue la traccia che le indica una compagna di vizio, ossia appunta i suoi occhi splendidi sul volto sereno e lontano di Gesù. Quanto lontano dal mondo quel volto…

Provocazioni dell’Iscariota

L’Iscariota interpella Simone Zelote.

6«Di’, Simone!», interpella l’Iscariota. «Tu che sei giudeo come me, rispondi. Ma quella bellissima bionda in grembo al romano, quella che si è alzata in piedi poco fa, non è la sorella di Lazzaro di Betania?».

«Non so nulla io», risponde asciutto Simon Cananeo.

«Sono tornato fra i vivi da poco e quella donna è giovane…».

«Non mi vorrai dire che tu non conosci Lazzaro di Betania, spero! So bene che gli sei amico e ci sei stato anche col Maestro».

«E se ciò fosse?».

«E posto che ciò è, dico io, tu devi conoscere anche la peccatrice che è sorella di Lazzaro. La conoscono anche le tombe! È dieci anni che fa parlare di sé. Ha incominciato ad esser leggera appena fu pubere. Ma da oltre quattro anni! Non puoi ignorare lo scandalo, anche se eri nella “valle dei morti”. Ne parlò tutta Gerusalemme. E Lazzaro si è rinchiuso allora a Betania… Ha fatto bene, del resto. Nessuno avrebbe più messo piede nel suo splendido palazzo di Sionne, dove anche lei andava e veniva. Intendo dire: nessuno che fosse santo. In campagna… si sa!… E poi, ormai lei è da per tutto, fuorché a casa sua… Ora certo è a Magdala… Sarà in qualche nuovo amore… Non rispondi? Puoi smentirmi?».

«Non smento. Taccio».

«Allora è lei? Anche tu l’hai riconosciuta!».

«L’ho vista bambina, e pura, allora. La rivedo ora… Ma la riconosco. Impudicamente ripete l’effigie della madre sua, una santa».

«E allora perché quasi negavi che il tuo amico l’avesse per sorella?».

«Le nostre piaghe, e quelle di coloro che amiamo, si cerca di tenerle coperte. Specie quando si è onesti».

Giuda ride verde.

L’Iscariota discute con Pietro.

7«Dici bene, Simone. E tu sei un onesto», osserva Pietro.

«E tu l’avevi riconosciuta? A Magdala, a vendere il tuo pesce, ci vai certo, e chissà quante volte l’hai vista!…».

«Ragazzo, sappi che quando si ha le reni stanche di un onesto lavoro, le femmine non fanno più voglia. Si ama solo il letto onesto della nostra sposa».

«Eh! ma la roba bella piace a tutti! Almeno, non foss’altro, si guarda».

«Perché? Per dire: “Non è cibo per la tua mensa”? No, sai. Dal lago e dal mestiere ho imparato diverse cose, e una è questa: che pesce d’acqua dolce e di fondale non è fatto per acqua salsa e corso vorticoso».

«Vuoi dire?».

«Voglio dire che ognuno deve stare al suo posto, per non morire in malo modo».

«Ti faceva morire la Maddalena?».

«No. Ho cuoio duro. Ma… me lo dici: ti senti male tu, forse?».

«Io? Oh! non l’ho neppur guardata!…».

«Bugiardo! Scommetto che ti sei roso per non essere su questa prima barca e averla più vicina… Avresti sopportato anche me per esser più vicino… Tanto è vero quel che dico, che mi onori della tua parola, in grazia sua, dopo tanti giorni di silenzio».

«Io? Ma se non sarei stato neppur visto! Guardava continuamente il Maestro, lei!».

«Ah! Ah! Ah! e dice che non la guardava! Come hai fatto a vedere dove guardava, se non la guardavi?».

21Ridono tutti, meno Giuda, Gesù e lo Zelote, all’osservazione di Pietro. Gesù pone termine alla discussione, che ha mostrato di non udire, chiedendo a Pietro: «Quella è Tiberiade?».

«Sì, Maestro. Ora faccio l’accostata».

8«Attendi. Puoi metterti in quel seno quieto? Vorrei parlare a voi soltanto».

«Misuro il fondo e te lo so dire». E Pietro cala una lunga pertica e va lento verso riva.

9«Si può, Maestro. Vado ancora contro sponda?».

«Il più che puoi. C’è ombra e solitudine. Mi piace».

Pietro va fin sotto riva. La terra è lontana al massimo un quindici metri. «Ora toccherei».

10«Ferma. E voi venite accosto più che potete e udite».

11Gesù lascia il suo posto e viene a sedersi al centro della barca, su una panchetta che va da sponda a sponda. Di fronte ha l’altra barca, intorno gli altri della sua.

Linee dell’apostolato (Lezione)

Pedagogia del Messia – Maestro.

12«Udite. Vi parrà che Io mi astragga talora dai vostri discorsi e sia perciò un maestro infingardo che non sorveglia la propria scolaresca. Sappiate che l’anima mia non vi lascia un momento. Avete mai visto un medico che studia uno malato di un male ancora incerto e di contrastanti sintomi? Lo tiene d’occhio dopo averlo visitato, lo sorveglia e nel sonno e nella veglia, al mattino e alla sera, e nel silenzio e nel parlare, perché tutto può esser sintomo e guida a decifrare il morbo nascosto e ad indicare una cura. Lo stesso faccio Io con voi. Vi tengo con fili invisibili, ma sensibilissimi, che si innestano in Me e mi trasmettono le anche più lievi vibrazioni del vostro io. Vi lascio credere di esser liberi, perché vi palesiate sempre più per quello che siete, cosa che avviene quando uno scolaro, o un maniaco, si crede perso di vista dal sorvegliante.

Natura e finalità della fraternità.

13Voi siete un gruppo di persone, ma formate un nucleo, ossia una cosa sola. Perciò siete un complesso che si forma a ente e che va studiato nelle singole sue caratteristiche, più o meno buone, per formarlo, amalgamarlo, smussarlo, accrescerlo nei lati poliedrici e farne un unico “che” perfetto. Perciò Io vi studio. E studio su voi anche mentre voi dormite.

Voi siete il sale della terra.

14Cosa siete voi? Cosa dovete divenire? Voi siete il sale della Terra. Tali dovete divenire: sale della Terra. Con il sale si preservano le carni dalla corruzione e con la carne molte altre derrate. Ma potrebbe il sale salare se non fosse salato? Con voi Io voglio salare il mondo per renderlo insaporito di sapor celeste. Ma come potete salare se mi perdete voi sapore?

15Cosa vi fa perdere sapore celeste? Ciò che è umano. L’acqua del mare, del vero mare, non è buona a bere tanto è salata, non è vero? Eppure, se uno prende una coppa di acqua di mare e la getta in un’idria di acqua dolce, ecco che può bere, perché l’acqua di mare è tanto diluita che ha perso il suo mordente. L’umanità è come l’acqua dolce che si mescola alla vostra salsedine celeste. Ancora, se per un supposto si potesse derivare un rio dal mare e immetterlo nell’acqua di questo lago, potreste poi voi ritrovare quel filo di acqua salata? No. Si sarebbe perso in tanta acqua dolce. Così avviene di voi quando immergete la vostra missione, meglio: la sommergete, in tanta umanità.

16Siete uomini. Sì. Lo so. Ma, e Io chi sono? Io sono Colui che ha seco ogni forza. E che faccio Io? Io vi comunico questa forza poi che vi ho chiamati. Ma che giova che Io ve la comunichi se voi la disperdete sotto valanghe di senso e di sentimenti umani?

Voi siete la luce del mondo.

17Voi siete, dovete essere, la luce del mondo. Vi ho scelti, Io, Luce di Dio, fra gli uomini, per continuare ad illuminare il mondo dopo che Io sarò tornato al Padre. 18Ma potete voi dare luce se siete lanterne spente o fumose? No, che anzi col vostro fumo ‒ peggio è il fumo ambiguo all’assoluta morte di un lucignolo ‒ voi offuschereste quel barlume di luce che ancora possono avere i cuori. Oh! miseri quelli che cercando Dio si rivolgeranno agli apostoli e in luogo di luce avranno fumo! Scandalo e morte ne avranno. Ma maledizione e castigo ne avranno gli apostoli indegni.

Chiamati alla santità.

19Grande sorte la vostra! Ma anche grande, tremendo impegno! Ricordatevi che colui a cui più è dato, più è tenuto a dare. E a voi il massimo è dato, di istruzione e di dono. Siete istruiti da Me, Verbo di    Dio, e ricevete da Dio il dono di essere “i discepoli”, ossia i continuatori del Figlio di Dio. Io vorrei che voi meditaste sempre questa vostra elezione, e ancor vi scrutaste, e ancor vi pesaste… e se uno sente di esser atto ad esser fedele – non voglio neppur dire: se uno non si sente che peccatore e impenitente; dico solo: se uno si sente atto ad esser solo un fedele – ma non sente in sé nerbo di apostolo, si ritiri.

20Il mondo, per chi è amante di esso, è tanto vasto, bello, sufficiente, vario! Offre tutti i fiori e tutti i frutti atti al ventre e al senso. Io non offro che una cosa: la santità. Questa, sulla Terra, è la cosa più angusta, povera, erta, spinosa, perseguitata che esista. Nel Cielo la sua angustia si muta in immensità, la sua povertà in ricchezza, la sua spinosità in tappeto fiorito, il suo esser erta in sentiero liscio e soave, la sua persecuzione in pace e beatitudine. Ma qui è fatica da eroe esser santi. Io non vi offro che questo.

Onestà e sincerità nella vocazione.

21Volete voi rimanere con Me? Non vi sentite di farlo? Oh! non vi guardate stupiti o addolorati! Mi sentirete fare ancora molte volte questa domanda. E quando la sentirete, pensate che il mio cuore nel farla piange, perché è ferito dalla vostra sordità alla vocazione. Esaminatevi, allora, e poi giudicate con onestà e sincerità, e decidete. Per non essere dei reprobi, decidete. Dite: “Maestro, amici, io conosco di non essere fatto per questa via. Vi do bacio di commiato e vi dico: pregate per me”. Meglio così che tradire. Meglio così…

22Che dite? Chi tradire? Chi? Me. La mia causa, ossia la causa di Dio – perché Io sono uno col Padre – e voi. Sì. Vi tradireste. L’anima vi tradireste, dandola a Satana. Volete rimanere ebrei? Ed Io non vi forzo a cambiare. Ma non tradite. Non tradite la vostra anima, il Cristo e Dio. Io vi giuro che né Io, né i fedeli a Me vi criticheranno, né vi additeranno allo sprezzo delle turbe fedeli. Poco fa un vostro fratello ha detto una grande parola: “Le nostre piaghe e quelle di coloro che amiamo si cerca di tenerle nascoste”. E colui che si separerebbe sarebbe una piaga, una cancrena che, nata nel nostro organismo apostolico, si staccherebbe per cancrena completa, lasciando un segno doloroso che con ogni cura terremmo nascosto.

Gli eroi del Cristo.

23No. Non piangete, o voi migliori. Non piangete. Io non vi porto rancore, né sono intransigente per vedervi così tardi. Siete appena presi e non posso pretendere che siate perfetti. Ma non lo pretenderò neppure fra anni, dopo aver detto cento e duecento volte le stesse cose inutilmente. Anzi, udite, fra anni sarete, almeno alcuni, meno ardenti di ora che siete neofiti. La vita è così… l’umanità è così… Perde lo slancio dopo il primo balzo. 24Ma (Gesù si alza di scatto) ma Io vi giuro che Io vincerò. Depurati per natural selezione, fortificati da soprannaturale mistura, voi migliori diverrete i miei eroi. Gli eroi del Cristo. Gli eroi del Cielo. La potenza dei Cesari sarà polvere rispetto alla regalità del vostro sacerdozio. Voi, poveri pescatori di Galilea, voi ignoti giudei, voi, numeri fra la massa degli uomini presenti, sarete più noti, acclamati, venerati di Cesare e di tutti i Cesari che ebbe e avrà la Terra. Voi noti, voi benedetti in un prossimo futuro e nel più remoto dei secoli, sino alla fine del mondo.

25A questa sublime sorte Io vi eleggo. Voi che siete onesti nella volontà. E, perché di essa siate capaci, vi do le linee essenziali del vostro carattere di apostoli.

Linee del carattere apostolato.

Esser sempre vigili e pronti.

26Esser sempre vigili e pronti. I vostri lombi siano cinti, sempre cinti, e le vostre lampade accese come è di coloro che da un attimo all’altro devono partire o correre incontro ad un che arriva. E infatti voi siete, voi sarete, sin che la morte vi fermi, gli instancabili pellegrini alla ricerca di chi è errante; e finché la morte la spenga, la vostra lampada deve esser tenuta alta e accesa per indicare la via agli sviati che vengono verso l’ovile di Cristo.

Fedeli al  Padrone della messe.

27Fedeli dovete essere al Padrone che vi ha preposti a questo servizio. Sarà premiato quel servo che il Padrone trova sempre vigilante e che la morte sorprende in stato di grazia. Non potete, non dovete dire: “Io sono giovane. Ho tempo di fare questo e quello, e poi pensare al Padrone, alla morte, all’anima mia”. Muoiono i giovani come i vecchi, i forti come i deboli. E all’assalto della tentazione sono vecchi e giovani, forti e deboli, ugualmente soggetti.

Matenere viva l’ anima.

28Guardate che l’anima può morire prima del corpo e voi potete portare, senza sapere, in giro un’anima putrida. È così insensibile il morire di un’anima! Come la morte di un fiore. Non ha grido, non ha convulsione… china solo la sua fiamma come corolla stanca, e si spegne. Dopo, molto dopo talora, immediatamente dopo talaltra, il corpo si accorge di portare dentro un cadavere verminoso, e diviene folle di spavento, e si uccide per sfuggire a quel connubio… Oh! non sfugge! Cade proprio con la sua anima verminosa su un brulicare di serpi nella Geenna.

No essere disonesti, falsi né ambigui.

29Non siate disonesti come sensali o causidici che parteggiano per due opposti clienti, non siate falsi come i politicanti che dicono “amico” a questo e a quello, e poi sono di questo e di quello nemici. Non pensate di agire in due modi. Dio non si irride e non si inganna. Fate con gli uomini come fate con Dio, perché offesa fatta agli uomini è come fatta a Dio. Vogliate che Dio veda voi quali volete esser veduti dagli uomini.

Umili, dolci, pazienti..

30Siate umili. Non potete rimproverare il vostro Maestro di non esserlo. Io vi do l’esempio. Fate come faccio. Umili, dolci, pazienti. Il mondo si conquista con questo. Non con violenza e forza. Forti e violenti siate contro i vostri vizi. Sradicateli, a costo di lacerarvi anche lembi di cuore. Vi ho detto, giorni or sono, di vigilare gli sguardi. Ma non lo sapete fare. Io vi dico: meglio sarebbe diveniste ciechi con lo strapparvi gli occhi ingordi, anziché divenire lussuriosi.

Sinceri schietti.

31Siate sinceri. Io sono Verità. Nelle eccelse come nelle umane cose. Voglio siate schietti voi pure. Perché andare con inganno o con Me, o coi fratelli, o con il prossimo? Perché giocare di inganno? Che? Tanto orgogliosi qual siete, e non avete l’orgoglio di dire: “Voglio non esser trovato bugiardo”? E schietti siate con Dio. Credete di ingannarlo con forme di orazione lunghe e palesi? Oh! poveri figli! Dio vede il cuore!

Casti nel fare il bene.

32Siate casti nel fare il bene. Anche nel fare elemosina. Un pubblicano ha saputo esserlo prima della sua conversione. E voi non lo sapreste? Sì, ti lodo, Matteo, della casta offerta settimanale che Io e il Padre solo conoscevamo tua, e ti cito ad esempio. È una castità anche questa, amici. Non scoprire la vostra bontà come non scoprireste una figlia giovinetta agli occhi di una folla. Siate vergini nel fare il bene. È vergine l’atto buono quando è esente da connubio di pensiero di lode e di stima o da fomite di superbia.

Sposi fedeli della vocazione a Dio.

33Siate sposi fedeli della vostra vocazione a Dio. Non potete servire due padroni. Il letto nuziale non può accogliere due spose contemporaneamente. Dio e Satana non possono dividersi i vostri amplessi. L’uomo non può, e non lo possono né Dio né Satana, condividere un triplice abbraccio in antitesi fra i tre che se lo danno.

Alieni da fame d’oro, di carne, di potenza.

34Siate alieni da fame d’oro come da fame di carne, da fame di carne come da fame di potenza. Satana questo vi offre. Oh! le sue bugiarde ricchezze! Onori, riuscita, potere, dovizie: mercati osceni che hanno a moneta la vostra anima.

Contenti del poco.

35Siate contenti del poco. Dio vi dà il necessario. Basta. Questo ve lo garantisce come lo garantisce all’uccello dell’aria, e voi siete da ben più degli uccelli. Ma vuole da voi fiducia e morigeratezza. Se avrete fiducia, Egli non vi deluderà. Se avrete morigeratezza, il suo dono giornaliero vi basterà.

Santi.

36Non siate pagani, pur essendo, di nome, di Dio. Pagani sono coloro che, più che Dio, amano l’oro e il potere per apparire dei semidei. Siate santi e sarete simili a Dio nell’eternità.

Non siate intransigenti.

37Non siate intransigenti. Tutti peccatori, vogliate essere con gli altri come vorreste che gli altri con voi fossero: ossia pieni di compatimento e perdono.

Non giudicate.

38Non giudicate. Oh! non giudicate! Da poco siete con Me, eppure vedete quante volte già Io, innocente, fui a torto mal giudicato e accusato di peccati inesistenti. Il mal giudizio è offesa. E solo chi è santo vero non risponde offesa ad offesa. Perciò astenetevi da offendere per non essere offesi. Non mancherete così né alla carità né alla santa, cara, soave umiltà, la nemica di Satana insieme alla castità. Perdonate, perdonate sempre. Dite: “Perdono, o Padre, per essere da Te perdonato dei miei infiniti peccati”.

Migliorarsi d’ora in ora.

39Miglioratevi d’ora in ora, con pazienza, con fermezza, con eroicità. E chi vi dice che divenire buoni non sia penoso? Anzi vi dico: è fatica più grande di tutte. Ma il premio è il Cielo e merita perciò consumarsi in questa fatica.

Divenite Tabernacoli dell’Amore.

40E amate. Oh! quale, quale parola devo dire per persuadervi all’amore? Nessuna ve ne è atta a convertirvi ad esso, poveri uomini che Satana aizza! E allora, ecco Io dico: “Padre, affretta l’ora del lavacro. Questa terra e questo tuo gregge è arido e malato. Ma vi è una rugiada che lo può molcere e mondare. Apri, apri la fonte di essa. Me apri, Me. Ecco, Padre. Io ardo di fare il tuo desiderio che è il mio e quello dell’Amore eterno. Padre, Padre, Padre! Guarda il tuo Agnello e siine il Sacrificatore”».

41Gesù è realmente ispirato. Ritto in piedi, a braccia aperte a croce, il volto verso il cielo, coll’azzurro del lago di dietro, nella sua veste di lino, pare un arcangelo orante.

Mi si annulla il vedere su questo suo atto.

99. Gesù in Tiberíades cerca
il pastore Jonatán nella casa di Cusa

 Gesù in Tiberíades cerca
il pastore Jonatán nella casa di Cusa[57].

Tiberiade.

1Vedo la bella e nuova città di Tiberiade. Che sia nuova e ricca me lo dice tutto il suo insieme, che ha un piano regolatore più ordinato di quello delle altre città palestinesi e presenta un insieme armonico e civile come neppure lo ha Gerusalemme. Bei viali e vie diritte, munite già di un sistema di fognature per cui non stagnano acque e immondezze per le strade, vaste piazze con fontane, fatte di larghi bacini di marmo le più belle. Palazzi già arieggianti allo stile di Roma con porticati ariosi. Da alcuni portoni aperti in quest’ora mattutina l’occhio vede ampi vestiboli, peristili di marmo decorati di tende preziose, di sedili, di tavolini; quasi tutti hanno al centro un cortile lastricato di marmo, con una fonte a zampillo, e vasche di marmo piene di piante in fiore. Insomma è una imitazione dell’architettura di Roma, abbastanza bene copiata e riccamente scimmiottata.

2Le case più belle sono nelle vie più prossime al lago. Le tre prime, parallele al medesimo, sono veramente signorili. La prima, lungo il viale che segue la dolce curva del lago, è addirittura splendida. L’ultima parte di essa è un seguito di ville che hanno la facciata principale sulla via posteriore, e verso il lago hanno degli opulenti giardini che scendono sino ad esser lambiti dalle onde. Quasi tutte hanno un piccolo porticciuolo, in cui sono barche da diporto con baldacchini preziosi e sedili purpurei.

Città di svago e commercio.

3Gesù pare sia sceso dalla barca di Pietro non nel porto di Tiberiade, ma in qualche altro luogo, forse dei sobborghi, e viene avanti per il viale lungo lago.

«Sei mai stato a Tiberiade, Maestro?», chiede Pietro.

4«Mai».

«Eh! l’Antipa ha fatto le cose bene, e in grande, per adulare Tiberio! È un bel venduto, quello lì!…».

5«Mi pare più città di riposo che di commerci».

«I commerci sono dall’altra parte. Ma ha anche molto commercio. È ricca».

6«Queste case? Palestinesi?».

«Sì e no. Molte sono di romani, ma molte… eh! sì! Per quanto piene di statue e simili fole, sono di ebrei». Pietro sospira e mormora: «…ci avessero levato solo l’indipendenza… ma ci hanno levato la fede… Più pagani di loro stiamo diventando!…».

7«Non per colpa loro, Pietro. Loro hanno le loro abitudini e non ci forzano a farle nostre. Ma siamo noi che ci vogliamo corrompere. Per utile, per moda, per servilismo…»

«Dici bene. Ma il primo è il Tetrarca…»

8«Maestro, siamo giunti», dice il pastore Giuseppe. «Questa è la casa dell’intendente d’Erode».

Jonatán intendente di Cusa.

Sono fermi al limite del viale, dove questo presenta una biforcazione per cui il viale diviene la seconda delle vie, mentre le ville restano fra questa e il lago. La casa indicata è la prima, bellissima, tutta avvolta in un giardino fiorito. Fragranze e rami di gelsomini e rose si spargono fino sul lago.

8«E qui sta Gionata?».

«Qui, mi hanno detto. È l’intendente dell’intendente. Lui è capitato bene. Cusa non è cattivo, ed è giusto nel riconoscere i meriti del suo intendente. É uno dei pochi della corte che sia un onesto. Vado a chiamarlo?».

«Va’».

9Giuseppe va all’alto portone e bussa. Accorre il portinaio. Confabulano fra loro. Vedo che Giuseppe ha una mossa di disappunto e che il portinaio mette fuori la sua testa grigia e guarda Gesù, e poi chiede qualche cosa alla quale Giuseppe annuisce. Parlano ancora fra loro.

 Poi Giuseppe viene verso Gesù, che ha atteso pazientemente all’ombra di un albero.

10«Gionata non c’è. È sull’Alto-Libano. È andato a portare in quell’aria fresca e pura Giovanna di Cusa, molto malata. Dice il servo che è andato lui perché Cusa è a corte e non può venire via dopo lo scandalo della fuga di Giovanni il Battezzatore, e la malata peggiorava e il medico diceva che qui sarebbe morta. Però il servo dice di entrare a riposarti. Gionata ha parlato del Messia bambino e anche qui sei, di nome, conosciuto e atteso».

11«Andiamo».

Nutriti dalla storia del Messia.

12Il gruppo si muove. Il portinaio, che ha sbirciato, vede e chiama altri servi e spalanca il portone, fino allora socchiuso, e corre incontro a Gesù con vero rispetto. «Spargi, Signore, la tua benedizione su noi e su questa triste casa. Entra. Oh! come Gionata se ne dorrà di non esserci! Era la sua speranza: vederti. Entra, entra, e con Te i tuoi amici».

Nell’atrio sono servi e serve di ogni età. Tutti rispettosamente proni nel saluto e pur curiosi. Una vecchietta piange in un angolo.

13Gesù entra e benedice col suo gesto e il suo saluto di pace. Gli offrono ristoro. Gesù siede su un sedile e tutti gli si fanno intorno.

14«Vedo che non vi sono ignoto», osserva Gesù.

«Oh! Gionata ci ha allevati col tuo racconto. È buono Gionata. Lui dice di esserlo solo perché il bacio che ti ha dato lo ha fatto buono. Ma è anche perché lo è».

15«Io ho dato e ho ricevuto baci… ma, come tu dici, solo nei buoni questi aumentarono la bontà. Ora è assente? Ero venuto per lui».

«L’ho detto: è sul Libano. Là ha degli amici… É l’ultima speranza per la giovane padrona; se questo non giova…».

Malattia di Giovanna.

16La vecchierella nel suo angolo piange più forte. Gesù la guarda interrogativamente.

«É Ester, la nutrice della padrona. Piange perché non si può rassegnare a perderla».

17«Vieni, madre. Non piangere così», invita Gesù. «Vieni qui presso a Me. Non è detto che malattia voglia dire morte!».

«Oh! è morte! è morte! Da quando ebbe quell’unico parto infelice, ella mi muore! Le adultere hanno parti segreti e pur vivono, e lei, lei buona, onesta, cara, tanto cara, deve morire!».

18«Ma che ha, ora?».

«Febbre che la consuma… E come una lampada che arde a gran vento… ogni giorno più forte e lei più debole. Oh! io volevo andare con lei. Ma Gionata ha voluto serve giovani, perché ella è priva di forze e va mossa di peso ed io non sono più buona… Buona di quello, no… ma di amarla, sì… Io l’ho raccolta dal seno di sua madre… ero serva sposa io pure, e avevo da un mese avuto un figlio, ed io le ho dato latte, perché la madre, debole, non poteva… io da madre le ho fatto quando fu orfana e appena sapeva dir “mamma”. Mi sono fatta canuta e rugosa vegliandola nelle sue malattie… io l’ho vestita da sposa, io l’ho condotta nel talamo… io ho sorriso alle sue speranze di madre… io ho pianto con lei sul nato, morto… Tutti i sorrisi e lacrime della sua vita ho raccolto… Tutti i sorrisi e i conforti del mio amore le ho dato… e ora ella muore e non mi ha vicina…».

19La vecchia fa pena. Gesù la accarezza, ma non giova.

Fede della nutrice.

20«Ascolta, madre. Hai fede?».

«In Te? Sì».

21«In Dio, donna. Puoi credere che Dio può tutto?».

«Lo credo, e credo che Tu, suo Messia, lo puoi. Oh! già si parla nella città del tuo potere! Quell’uomo lì (e accenna a Filippo) tempo fa parlava dei tuoi miracoli presso la sinagoga. E Gionata gli chiese: “Dove è il Messia?”, e lui ha detto: “Non so”. Gionata mi disse allora: “Fosse qui, io te lo giuro, ella si sanerebbe”. Ma Tu non eri qui… e lui è andato via con lei… e ora ella morirà…»

22«No. Abbi fede. Dimmi proprio quel che hai nel cuore: puoi credere che ella non morrà per la tua fede?».

«Per la mia fede? Oh! se vuoi quella, eccotela. Anche la vita prenditi, la mia vecchia vita… solo fammela veder sanata».

23«Io sono la Vita. Do vita e non morte. Tu le hai dato la vita, un giorno, col latte del tuo seno, ed era povera vita che poteva finire. Ora con la tua fede le dai una vita senza fine. Sorridi, madre».

«Ma lei non c’è…» la vecchia è fra la speranza e il timore. «Lei non c’è, e Tu sei qui…».

24«Abbi fede. Ascolta. Io ora vado a Nazaret per qualche giorno. Ho anche là degli amici malati… Poi andrò al Libano. Se Gionata torna entro sei giorni, mandalo a Nazaret, da Gesù di Giuseppe. Se non viene, andrò Io».

«Come lo troverai?».

25«Mi guiderà l’arcangelo di Tobia[58]. Tu fortificati nella fede. Non ti chiedo che questo. Non piangere più, madre».

La vecchia, invece, piange più forte. É ai piedi di Gesù e tiene il capo sulle ginocchia divine, baciando e lacrimando sulla mano benedetta. Gesù, con l’altra, l’accarezza e, posto che altri servi dolcemente la rampognano di sfinirsi nel pianto, Egli dice: «Lasciatela fare. Ora è pianto di sollievo. Le fa bene. Siete contenti tutti che la padrona risani?».

«Oh! è tanto buona! Quando uno è così, non è padrone, è un amico e lo si ama. Noi l’amiamo. Credilo».

26«Vi leggo in cuore. Siate voi pure sempre più buoni. Io vado. Non posso attendere. Ho la barca. Vi benedico».

«Torna, Maestro, torna ancora!».

27«Tornerò. Più e più volte. Addio. La pace a questa casa e a voi tutti». Gesù esce con i suoi, accompagnato dai servi che lo acclamano.

 

I cugini Giscomo e Giuda

Giuda e Giacomo sono due forti.

«Sei più conosciuto qui che a Nazaret», osserva tristemente il cugino Giacomo.

29«Questa casa è preparata da uno che ha avuto fede vera nel Messia. Per Nazaret Io sono il legnaiuolo… Nulla più».

«E… e noi non abbiamo la forza di predicarti per quel che sei…».  

30«Non l’avete?».

«No, cugino. Non siamo eroici come i tuoi pastori…».

31«Lo credi, Giacomo?». Gesù sorride guardando il suo cugino che tanto assomiglia al suo padre putativo, così di un bruno castano negli occhi e nei capelli, e colorito nel volto brunetto, mentre Giuda è più pallido nella cornice della barba nerissima e dei capelli ondulati e ha i suoi occhi di un azzurro quasi violaceo, che vagamente ricordano quelli di Gesù. «Ebbene, Io ti dico che non ti conosci. Tu e Giuda siete due forti».

I cugini crollano il capo.

32«Vi persuaderete che non erro».

Il cuore dei figli

«Andiamo proprio a Nazaret?».

33«Sì. Voglio parlare a mia Madre e… e fare ancora qualche altra cosa. Chi vuole venire, venga».

Tutti vogliono venire. I più contenti sono i cugini: «É per il padre e la madre, capisci?».

34«Capisco. Passeremo da Cana e poi andremo là».

«Da Cana? Oh! allora andremo da Susanna. Ci darà uova e frutta per il padre, Giacomo».

«E certo anche del suo buon miele. Egli lo ama tanto!».

«E lo nutre».

«Povero padre! Soffre tanto! Come pianta sradicata si sente mancare la vita… e non vorrebbe morire…».

Giacomo guarda Gesù. Con muta preghiera… Ma Gesù non mostra di vederlo.

«Giuseppe pure morì così, di dolori, vero?».

35«Sì», risponde Gesù.

«Ma egli soffriva meno perché era rassegnato».

«E poi aveva Te».

36«Anche Alfeo potrebbe avere Me…».

I cugini sospirano mesti, e tutto ha fine.

100. A Nazareth dal vecchio e malato Alfeo. Non è facile la vita dell’apostolo[59].

L’arrivo a Nazaret.

Gara di carità.

1Gesù è coi suoi per le belle colline di Galilea. Per sfuggire al sole ancora alto, per quanto volgente al tramonto, camminano sotto gli alberi, quasi sempre ulivi.

2«Oltre quel ciglio è Nazaret», dice Gesù. «Fra poco ci siamo. Ora Io vi dico che al limite della città ci separeremo. Giuda e Giacomo andranno subito dal padre loro, come il loro cuore desidera. Pietro e Giovanni distribuiranno ai poveri, che certo saranno presso la fontana, l’obolo. Io e gli altri andremo a casa per la cena e poi penseremo al riposo».

«Noi torneremo dal buon Alfeo. Glielo abbiamo promesso l’altra volta. Ma però io verrò solo per salutarlo. Cedo il letto a Matteo, che ancor non è uso ai disagi», dice Filippo.

«No. Tu no, che sei anziano. Non lo permetto. Ho avuto comodo giaciglio fino ad ora, ma che sonni d’inferno vi facevo! Credi, ora sono così in pace che mi pare dormire fra le piume anche se mi sdraio sui sassi. Oh! è la coscienza quella che fa o non fa dormire!», risponde Matteo.

Si accende una gara di carità con Matteo fra i discepoli Tommaso, Filippo e Bartolomeo, che, si capisce, sono quelli che l’altra volta erano in casa di questo Alfeo (che non è certo il padre di Giacomo, perché costui parla con Andrea e dice: «Un posto per te ci sarà sempre come l’altra volta, anche se il padre è più malato»).

Vince Tommaso: «Io sono il più giovane del gruppo. Il letto lo cedo io. Lasciami fare, Matteo. Un poco per volta ti abituerai. Credi mi pesi? No. Sono come un innamorato che pensa: “…sarò sul duro, ma sono vicino al mio amore”». Tommaso, uomo sui trentotto anni, ride gioviale, e Matteo cede.

Nazaret è ormai a pochi metri con le sue prime case.

«Gesù… noi andiamo», dice Giuda.

3«Andate, andate».

I due fratelli vanno quasi di corsa.

«Eh! il padre è padre», mormora Pietro.

«Anche se ci fa il broncio, è sempre nostro sangue, e il sangue tira più di una fune. E poi… Mi piacciono i tuoi cugini. Sono molto buoni».

4«Sono molto buoni, sì. E sono umili, tanto da non studiarsi neppure per misurare quanto lo sono. Credono sempre di esser manchevoli, perché il loro spirito vede il buono in tutti, men che in loro. Faranno molta strada…».

La Fraternità apostolico.

5Ormai sono in Nazaret. Delle donne vedono Gesù e lo salutano, anche uomini e bimbi lo fanno. Ma qui non vi sono le acclamazioni degli altri luoghi al Messia: qui sono amici che salutano l’Amico che torna. Chi più, chi meno espansivamente. In molti vedo anche una ironica curiosità nell’osservare il gruppo eterogeneo che è con Gesù, e che non è certo un gruppo di dignitari regali, né di pomposi sacerdoti. Accaldati, impolverati, vestiti molto modestamente, meno Giuda Iscariota, Matteo, Simone e Bartolomeo – e li ho messi in ordine decrescente di eleganza – paiono più un’accolta di popolani in viaggio per qualche mercato, che non dei seguaci di un re. Il quale Re, di suo, non ha che l’imponenza della statura e soprattutto l’imponenza dell’aspetto.

Fanno qualche metro e poi Pietro e Giovanni si staccano andando a destra, mentre Gesù con gli altri procede fino ad una piazzetta piena di bambini vocianti intorno ad una vasca piena di acqua, alla quale le madri attingono.

Un amico fedele.

6Un uomo vede Gesù e fa un cenno di stupore gioioso. Si affretta verso Lui e lo saluta: «Ben tornato! Non ti attendevo così presto! Tieni: bacia il mio ultimo nipote. É il piccolo Giuseppe. É nato in questa tua assenza», e gli porge un piccolino che ha fra le braccia.

7«Giuseppe l’hai chiamato?».

 «Sì. Non dimentico il mio quasi parente e, più ancora che parente, il mio grande amico. Ora ho tutti i nomi più cari messi anche ai nipoti: Anna, la mia amica di quando ero piccino, e Gioacchino. Poi Maria… oh! quando nacque che festa! Me lo ricordo quando me la dettero a baciare e mi dissero: “Vedi? Quel bell’arcobaleno è stato il ponte per il quale Essa è scesa dal Cielo. Gli angeli usano quella via li”, e davvero pareva un angiolino, tanto era bella… Ora ecco Giuseppe. Se sapevo che tornavi tanto presto, aspettavo Te per la circoncisione».

8«Ti ringrazio per il tuo amore ai nonni e al padre e Madre mia. É un bel bambino. Sia giusto in eterno come il giusto Giuseppe». Gesù palleggia il piccolino, che fa abbozzi di risatine piene di latte.

«Se mi attendi, vengo con Te. Aspetto che siano piene le anfore. Non voglio che mia figlia Maria si affatichi. Anzi, guarda, faccio così. Do le brocche ai tuoi, se le prendono, e parlo un poco con Te, da solo».

 «Ma certo che le prendiamo! Non siamo dei re assiri», esclama Tommaso e per primo afferra una brocca.

«Allora, guardate, Maria di Giuseppe in casa non c’è. É dal cognato, sai? Ma la chiave è in casa mia. Fatevela dare per entrare in casa, nel laboratorio, voglio dire».

9«Sì, sì, andate. Anche in casa. Poi vengo Io».

Gli apostoli se ne vanno e Gesù resta con Alfeo.

A casa del vecchio iroso Alfeo.

La pazzia d’Alfeo zio del Messiia.

10«Volevo dirti… Sono tuo vero amico… E quando uno è vero amico, ed è più vecchio, ed è del luogo, può parlare. Credo che debba parlare… Io… io non ti voglio consigliare. Tu sai meglio di me. Solo ti voglio avvertire che… oh! non voglio fare la spia, né metterti in cattiva luce i parenti. Ma io credo in Te, Messia, e… e mi fa male, ecco, vedere che essi dicono che Tu non sei Tu, ossia il Messia, che Tu sei un malato, che Tu rovini la famiglia e i parenti. La città… Sai, Alfeo è molto stimato e perciò la città ascolta anche loro, e ora è malato e fa pena… Anche la pena delle volte serve a far fare cose ingiuste. Vedi, io c’ero quella sera che Giuda e Giacomo difesero Te e la loro libertà di seguirti… Oh! che scena! Io non so come tua Madre ci resista! E quella povera Maria d’Alfeo? Le donne sono sempre vittime in certe situazioni di famiglia».

11«Ora i cugini sono dal padre…».

«Dal padre? Oh! li compiango! Il vecchio è proprio fuori di sé e, se non fosse, mi farebbe ancora più pena perché… rovinerebbe l’anima sua».

12«Pensi che tratterà male i figli?»

«Ne sono certo. Mi spiace per loro e per le donne… Dove vai?».

12«A casa d’Alfeo».

«No, Gesù! Non ti fare mancare di rispetto!».

13«I cugini mi amano al disopra di loro stessi ed è giusto Io li paghi di uguale amore… Là vi sono due donne a Me care… Vado. Non trattenermi».

Una barriera d’amore.

14E Gesù si affretta verso la casa di Alfeo, mentre l’altro resta pensieroso in mezzo alla via. Gesù va veloce. Eccolo sul limite dell’orto di Alfeo. Lo raggiunge un pianto di donna e urla scomposte di uomo. Gesù va ancor più veloce per quei pochi metri che separano la via dalla casa, attraverso l’orto tutto verde. É quasi sulla soglia della casa quando alla porta si affaccia la Mamma e vede il Figlio.

15«Mamma!».

«Gesù!».

Due gridi di amore. Gesù fa per entrare, ma Maria dice: «No, Figlio». E si mette sulla soglia a braccia aperte, le mani strette agli stipiti, una barriera di carne e d’amore, e ripete: «No, Figlio. Non lo fare».

16«Lascia, Mamma. Non accadrà nulla». Gesù è calmissimo, nonostante l’accentuato pallore di Maria certo lo turbi. Prende il polso sottile di Lei, stacca la mano dallo stipite e passa.

Collera senile del vecchio iroso Alfeo.

17Nella cucina sono sparse al suolo, e ridotte a viscida melma, le uova, i grappoli d’uva, il vaso del miele portati da Cana. Da un’altra stanza viene una voce querula di vecchio che impreca, che accusa, che si lamenta, in una di quelle collere senili così ingiuste, impotenti, penose a vedersi e dolorose a subirsi: «… ecco la mia casa distrutta, divenuta zimbello di tutta Nazaret, ed io qui, solo, senza aiuto, colpito nel cuore, nel rispetto, nei bisogni!… Ecco che ti resta, Alfeo, per aver agito da vero fedele! E perché? Perché? Per un folle. Un folle che fa folli i miei stolti figli. Ahi! Ahi! Che dolori!».

18E la voce di Maria d’Alfeo, lacrimosa, che supplica: «Buono, Alfeo, buono! Lo vedi che ti fai del male? Vieni, che ti aiuto a coricarti… Sempre buono tu, sempre giusto… Perché ora così con te? Con me? Con quei poveri figli?…».

19«Niente! Niente! Non mi toccare! Non voglio! Buoni i figli? Ah! sì! Davvero! Due ingrati! Mi portano miele dopo avermi fatto pieno d’assenzio. Mi portano uova e frutta, dopo essersi cibati del mio cuore! Va’ via, ti dico. Via! Non voglio te. Voglio Maria. Lei sa fare. Dove è ora quella debole femmina che non sa farsi ubbidire dal Figlio?».

Maria d’Alfeo, cacciata, entra in cucina mentre Gesù sta per entrare nella stanza di Alfeo. Lo vede e gli crolla addosso singhiozzando disperata, mentre Maria, la Vergine, va umile e paziente dal vecchio iroso.

20«Non piangere, zia. Ora vado Io».

«Nooh! Non ti fare insultare! Pare pazzo. Ha il bastone. No, Gesù, no. Ha colpito anche i figli».

21«Non mi farà nulla», e Gesù fermamente, sebbene dolcemente, mette da parte la zia ed entra.

Il Messia è la Bontà, è l’Amore.

22«Pace a te, Alfeo».

Il vecchio, che sta per coricarsi fra mille querele e rimproveri a Maria, perché non sa fare (prima diceva che Lei sola sapeva fare), si volta di scatto. «Qui? Qui a beffarti di me? Anche questo?».

23«No. A portarti pace. Perché così inquieto? Ti peggiori. Mamma, lascia. Lo sollevo Io. Non ti farò male e non farai fatica. Mamma, solleva le coperture». E Gesù prende con cura quel mucchietto d’ossa rantolante, bolso, cattivo, piangente, misero, e lo appoggia con cura, come fosse un neonato, sul letto. «Ecco, così. Come facevo al padre mio. Più alto questo cuscino. Starai sollevato e respirerai meglio. Mamma, metti qui, sotto le reni, quello lì, piccolino. Starà più morbido. Ora così la luce, che non gli colpisca gli occhi pur lasciando entrare aria pura. Ecco fatto. Ora… ho visto un decotto sul fuoco. Portalo, Mamma. E ben dolce. Sei tutto sudato e stai raffreddando. Ti farà bene».

Maria esce ubbidiente.

«Ma io… ma io… Perché sei buono con me?».

24«Perché ti voglio bene, lo sai».

«Io te ne volevo… ma ora…».

25«Ora non me ne vuoi più. Lo so. Ma Io te ne voglio, e ciò mi basta. Poi mi amerai…».

«E allora… ahi, ahi… che dolori! e allora, se è vero che mi vuoi bene, perché fai offesa ai miei capelli bianchi?».

26«Non ti offendo, Alfeo, in nessun modo. Ti onoro».

«Onoro? Sono lo zimbello di Nazaret, ecco».

27«Perché, Alfeo, dici così? Zimbello in che ti faccio?».

«Nei figli. Perché ribelli? Per Te. Perché deriso? Per Te».

Tutto è perdonato a chi soffre.

28«Dimmi: se Nazaret ti lodasse per la sorte dei tuoi figli, sentiresti lo stesso dolore?».

«Allora no! Ma Nazaret non mi loda. Mi loderebbe se davvero Tu fossi un che va a conquista. Ma di lasciarmi per un poco men che demente, che va per il mondo attirandosi odi e beffe, povero, in mezzo a poveri! Ah! chi non riderebbe! Povera mia casa! Povera casa di Davide, come finisci! Ed io dovevo vivere tanto per vedere questa sventura? Vedere Te, tralcio ultimo della gloriosa stirpe, corromperti in demenza per troppa servilità! Ah! sventura su noi dal giorno che il mio imbelle fratello si lasciò unire a quella insipida e pur prepotente donna, che su lui ebbe ogni imperio. L’ho detto, allora: “Giuseppe non è per le nozze. Sarà infelice!”. E lo fu. Lui lo sapeva come era, e di nozze non ne aveva mai voluto sapere. Maledizione alla legge delle orfane eredi![60] Maledizione al destino. Maledizione a quegli sponsali».

29La “Vergine erede” è tornata col decotto, in tempo per sentire le geremiadi del cognato. É ancor più pallida. Ma la sua grazia paziente non è turbata. Va da Alfeo e con un dolce sorriso lo aiuta a bere.

30«Sei ingiusto, Alfeo. Ma hai tanto male che tutto ti è perdonato», dice Gesù che gli sorregge il capo.

Il rancore ostacola la guarigione.

«Oh! sì! Tanto male! Dici che sei il Messia! Fai prodigi. Così dicono. Almeno, per pagarmi dei figli che hai preso, mi guarissi. Guariscimi… e ti perdonerò».

31«Tu perdona ai figli. Comprendi la loro anima, ed Io ti darò sollievo. Se hai rancore, non posso fare nulla[61]».

«Perdonare?». Il vecchio fa uno scatto che naturalmente acutizza tutti gli spasimi, e ciò lo inferocisce di nuovo. «Perdonare? Mai! Va’ via! Via, se devi dirmi questo! Via! Voglio morire senza essere oltre turbato».

32Gesù ha un gesto rassegnato. «Addio, Alfeo. Me ne vado… Devo proprio andare? Zio… devo proprio andare?».

«Se non mi accontenti, si, vattene. E di’ a quei due serpenti che il vecchio padre muore in rancore con loro».

33«No. Questo no. Non perdere l’anima tua. Non amarmi, se vuoi. Non credermi il Messia. Ma non odiare. Non odiare, Alfeo. Deridimi. Dimmi folle. Ma non odiare».

L’Amore ama suo nemico

«Ma perché mi vuoi bene, se io ti insulto?».

34«Perché son Quello che tu non vuoi riconoscere. Sono l’Amore. Mamma, Io vado alla casa».

«Sì, Figlio mio. Fra poco verrò».

35«Ti lascio la mia pace, Alfeo. Se mi vuoi, mandami a chiamare, a qualunque ora, e verrò».

Gesù esce, calmo come niente fosse accaduto. Solo è più pallido.

«Oh! Gesù, Gesù, perdonalo», geme Maria d’Alfeo.

36«Ma sì, Maria. Non ce n’è neppure bisogno di farlo. Ad uno che soffre tutto si perdona. Ora è più calmo già. La Grazia lavora anche all’insaputa dei cuori. E poi c’è il tuo pianto, e certo il dolore di Giuda e Giacomo e la loro fedeltà alla vocazione. La pace nel tuo ambasciato cuore, zia». La bacia ed esce nell’orto per andare a casa.

Quando sta per porre piede nella via, ecco entrare Pietro e, dietro a questo, Giovanni, anelanti come chi ha corso.

«Oh! Maestro! Ma che è stato? Giacomo mi ha detto: “Corri a casa mia. Chissà come è trattato Gesù”. Ma no, sbaglio. É entrato Alfeo, quello della fontana, e ha detto a Giuda: “Gesù è a casa tua”, e allora Giacomo ha detto così… I tuoi cugini sono atterrati. Io non ci capisco nulla. Ma ti vedo… e mi rassicuro».

37«Niente, Pietro. Un povero malato che i dolori rendono insofferente. Ora è tutto finito».

L’animo dei discepoli.

Satira dell’Iscariota.

38«Oh! ne sono lieto! E tu perché qui?».

Pietro interpella l’Iscariota che accorre lui pure, e il tono non è molto soave.

«Ci sei anche tu, mi pare».

«Mi hanno pregato di venirci e ci sono venuto».

«Anche io ci sono venuto. Se il Maestro era in pericolo, e nella sua patria, io, che l’ho già difeso nella Giudea, lo posso difendere anche in Galilea».

«A questo bastiamo noi. Ma non ce ne è bisogno in Galilea».

«Ah! Ah! Ah! Infatti! La sua patria lo espelle come un cibo indigesto. Bene. Ne sono contento per te, che ti sei fatto scandalo per un piccolo incidente avvenuto in Giudea, dove Lui è sconosciuto. Qui, invece!…», e Giuda termina con una fischiatina che è un poema di satira.

«Senti, ragazzo. Sono poco in vena di sopportarti. Smettila, perciò, se ti preme… qualcosa. Maestro, ti hanno fatto male?».

39«Ma no, Pietro mio. Te lo assicuro. Andiamo più svelti a consolare i cugini».

Interno martirio dei cugini.

40Vanno, entrano nel grande laboratorio. Giuda e Giacomo sono presso il grande bancone da falegname, Giacomo in piedi, Giuda seduto su uno sgabello e col gomito sul banco, il capo sulla mano. Gesù va a loro sorridente, per rassicurarli subito che il suo cuore li ama: «Alfeo è più quieto, ora. I dolori si calmano e tutto torna pace. State quieti voi pure».

«Lo hai visto? E la mamma?».

41«Ho visto tutti».

Giuda chiede: «Anche i fratelli?».

42«No. Non c’erano».

«C’erano. Non si sono voluti mostrare a Te. Ma a noi! Oh! se avessimo fatto un delitto, così non saremmo stati trattati. E noi che venivamo volando da Cana per la gioia di rivederlo e portargli ciò che a lui piace! Lo amiamo e… e non ci capisce più… non ci crede più».

Giuda piega il braccio e piange col capo sul banco. Giacomo è più forte. Ma il suo viso esprime un interno martirio.

43«Non piangere, Giuda. E tu, non soffrire».

«Oh! Gesù! Siamo figli… e ci ha maledetti. Ma, anche se questo ci strazia, no, non torniamo indietro! Siamo tuoi, e tuoi saremo anche se per staccarci da Te ci minacciano di morte!», esclama Giacomo.

44«E tu dicevi che non eri capace d’eroismo? Io lo sapevo. Ma tu da te lo dici. In verità tu sarai fedele anche contro la morte. E tu pure». Gesù li carezza. Ma essi soffrono. Il pianto di Giuda empie la volta di pietra. E qui ho modo di vedere meglio l’anima dei discepoli.

L’anima dei discepoli..

45Pietro, che ha il suo onesto viso addolorato, esclama: «Eh! sì! É un dolore… Cose tristi. Ma, ragazzi miei (e li scuote con affetto) non è da tutti meritare quelle parole… Io… io mi accorgo che sono stato un fortunato nella mia chiamata. Quella brava donna di mia moglie mi dice sempre: “É come fossi ripudiata, perché tu non sei più mio. Ma dico: ‘Oh! felice ripudio”‘. Ditelo anche voi. Perdete un padre, ma acquistate Dio».

46Il pastore Giuseppe, stupito, nella sua ignara sorte di orfano, che un padre possa esser cagione di pianto, dice: «Credevo di essere il più infelice perché senza padre. Mi accorgo che è meglio piangerlo morto che nemico».

47Giovanni si limita a baciare e carezzare i compagni.

48Andrea sospira e tace. Si strugge di parlare, ma la sua timidezza lo imbavaglia.

49Tommaso, Filippo, Matteo e Natanaele parlano piano in un angolo col rispetto di chi è presso un dolore vero.

50Giacomo di Zebedeo prega, appena intelligibilmente, perché Dio dia pace.

51Simone Zelote, oh! quanto mi piace il suo atto! Lascia il suo angolo e viene presso i due afflitti, pone una mano sul capo di Giuda, l’altro braccio intorno alla vita di Giacomo, e dice: «Non piangere, figlio. Egli ce lo aveva detto, a me e a te: “Vi unisco: tu che per Me perdi un padre e tu che hai cuore di padre senza aver figli”. E non abbiamo capito quanto vi era di profezia nelle parole. Ma Egli sapeva. Ecco, io ve ne prego. Sono vecchio e sempre ho sognato d’esser detto “padre”. Accettatemi per tale ed io, come padre, vi benedirò mattina e sera. Ve ne prego, accettatemi per tale».

I due annuiscono fra singhiozzi più forti.

L’aspide.

52Entra Maria e corre presso i due afflitti. Carezza sulla testa morata Giuda e sulla guancia Giacomo. E’ pallida come un giglio. Giuda le prende la mano e la bacia, e chiede: «Che fa?».

«Dorme, figlio. La mamma vi manda il suo bacio», e li bacia ambedue.

53La voce aspra di Pietro esplode: «Senti, vieni qui un momento, che ti voglio dire una cosa», e vedo Pietro che afferra con la sua robusta mano un braccio dell’Iscariota e lo porta fuori, sulla via. E poi torna solo.

54«Dove l’hai mandato?», chiede Gesù.

55«Dove? A prendere aria, se no finivo che l’aria gliela davo io in un altro modo… e non l’ho fatto solo per Te. Oh! ora si sta meglio. 56Chi ride davanti ad un dolore è un aspide, ed io le serpi le schiaccio… Qui ci sei Tu… e l’ho solo mandato al chiaro di luna. 57Sarà… ma io diventerò anche uno scriba, cosa che solo Dio può farla in me che appena so che sono al modo; ma lui, neanche con l’aiuto di Dio diventa buono. Te lo assicura Simone di Giona, e non sbaglio. No! Non te la prendere! Non gli è parso vero di uscire da una tristezza. E’ più arido di una selce al sole d’agosto. 58Su, ragazzi! Qui c’è una Madre che più dolce non l’ha neppure il Cielo. 59Qui c’è un Maestro che è più buono di tutto il Paradiso, 60qui ci sono tanti cuori onesti che vi amano sinceramente. 61Le burrasche fanno bene: fan cadere la polvere. Domani sarete più freschi di fiori, più svelti di uccelli, per seguire il nostro Gesù».

62E su queste semplici e buone parole di Pietro tutto ha fine.

La “Madre” e gli “Apostoli” (Insegnamento).

La Madre.

Dice poi Gesù: 

63«Dopo questa visione metterai quella che ti ho dato nella primavera 1944, quella in cui Io chiedevo alla Madre mia le sue impressioni sugli apostoli. 64Ormai le loro figure morali hanno già dato sufficienti bagliori perché possa esser messa qui quella visione, senza creare scandalo in nessuno. 65Non avevo bisogno del consiglio di alcuno. Ma quando eravamo soli, mentre i discepoli erano sparsi in famiglie amiche o per le borgatelle vicine, durante le soste mie a Nazaret, come m’era dolce parlare e chiedere consiglio alla mia dolce Amica, la Mamma, e avere conferma, dalla sua bocca di grazia e sapienza, di quanto già Io avevo visto. 66Non sono mai stato altro che “il Figlio” con Lei. E fra i nati di donna non ci fu una madre più “madre” di Lei, in tutte le perfezioni delle materne virtù umane e morali, né ci fu figlio più “figlio” di Me nel rispetto, nella confidenza, nell’amore.

Lo stile apostolico.

67Ed ora che anche voi avete avuto un minimo di conoscenza coi Dodici, delle loro virtù, dei loro difetti, del loro carattere, delle loro lotte, 68c’è ancora qualcuno che dice che mi fu facile unirli, elevarli, formarli? 69E c’è ancora qualcuno che giudica essere facile la vita dell’apostolo, e per essere un apostolo, ossia, sovente, per credersi tale, giudica avere diritto ad una vita piana, senza dolori, contrasti, sconfitte? 70C’è ancora qualcuno che, perché mi serve, pretende che Io sia il suo servo e faccia miracoli a getto continuo in suo favore, facendo della sua vita un tappeto fiorito, facile, umanamente glorioso? 71La mia via, il mio lavoro, il mio servizio è la croce, il dolore, le rinunce, il sacrificio. L’ho fatto Io. Lo facciano coloro che si vogliono dire “miei”.

Madre e Vergine.

72Questo non è per i Giovanni, ma per i dottori malcontenti e difficili. E ancora per i dottori del cavillo dico che ho usato il termine “zio” e “zia”, inusato nelle lingue palestinesi, per chiarire e definire una irrispettosa questione sulla mia condizione di Unigenito di Maria e sulla Verginità pre e post parto di mia Madre, la quale mi ebbe per spirituale e divino connubio e, lo si ripeta ancora una volta, non conobbe altre unioni, né ebbe altri parti. Carne inviolata, che neppure Io lacerai, chiusa sul mistero di un seno-tabernacolo, trono della Trinità e del Verbo incarnato».

101. Gesù interroga la Madre in merito
ai discepoli
[62].

La Confidente del cuore.

1Ora vedo, due ore circa dopo la su descritta, la casa di Nazareth. Riconosco la stanzetta dell’addio, aperta sull’orticello dove ora le piante sono tutte coperte di fronde.

2Gesù è con Maria. Seduti l’uno presso l’altra sul sedile di pietra contro la casa. Sembra che la cena sia già avvenuta e che, mentre gli altri, se altri ve ne sono – io non vedo nessuno – si sono già ritirati, Madre e Figlio si beino a vicenda in una dolce conversazione.

3La voce interna mi dice che è quella una delle prime volte che Gesù torna a Nazareth dopo il battesimo, il digiuno del deserto e la costituzione del collegio apostolico soprattutto.

4Egli narra alla Madre le sue prime giornate di evangelizzazione, le prime conquiste di cuori.

5Maria pende dalle labbra del suo Gesù. É più magra, Maria, più pallida, come avesse sofferto in questo tempo. Sotto i suoi occhi si sono scavate due ombre, come quelle di chi molto piange e pensa. Ma ora è felice e sorride. Sorride accarezzando la mano del suo Gesù. É felice di averlo là, di stare cuore a cuore con Lui nel silenzio della sera che scende.

6Deve essere estate, perché già il fico ha i suoi primi frutti maturi che si stendono fin verso la casa, e Gesù ne coglie alcuni alzandosi in piedi, ed i più belli li dà alla Madre, sbucciandoli con cura e offrendoli in una corona di buccia rovesciata, come fossero boccioli bianchi striati di rosso, fra una corolla di petali candidi dentro, violacei di fuori. Li offre sulla palma della sua mano e sorride vedendo che la Mamma li gusta.

La consigliere del Messia.

7Poi, a bruciapelo, le chiede: «Mamma, hai visto i discepoli? Che ne pensi?».

Maria, che sta per portare alla bocca il terzo fico, alza il capo, sospende il gesto, trasale, guarda Gesù.

8«Che ne pensi, ora che te li ho mostrati tutti?», incalza Gesù.

9«Credo che ti amino e che potrai ottenere da loro molto. Giovanni… amalo Giovanni come Tu sai amare. É un angelo. Io sono in pace quando penso che è con Te. Anche Pietro… è buono. Più duro perché più vecchio, ma schietto e convinto. E suo fratello. Essi ti amano così come sono capaci, per ora. Poi ti ameranno di più. Anche i cugini nostri, ora che si sono convinti, ti saranno fedeli.

L’uomo di Keriot.

10Ma l’uomo di Keriot… quello non mi piace, Figlio. Il suo occhio non è limpido e il suo cuore meno ancora. Mi fa paura».

«Con te è tutto rispetto».

        11«Troppo rispetto. Anche con Te è tutto rispetto. Ma non è per Te Maestro; è per Te futuro Re, da cui spera utile e lustro. Era un nulla, appena un poco da più degli altri a Keriot. Spera di avere al tuo fianco un ruolo di importanza e… oh! Gesù, non voglio offendere la carità, ma penso, anche se pensare non lo voglio, che in caso che Tu lo deluda egli non esiterà a sostituirsi a Te, a cercare di farlo. É ambizioso, avido e vizioso. Più adatto ad essere cortigiano di un re terreno che un apostolo tuo, Figlio mio. Mi fa paura!». E la Mamma guarda il suo Gesù con due occhi sgomenti nel viso pallido.

La Discepola del Messia.

12Gesù sospira. Pensa. Guarda sua Madre. Le sorride per rincuorarla: «Anche questo ci vuole, Mamma. Se non fosse lui, sarebbe un altro. Il mio Collegio deve rappresentare il mondo, e nel mondo non tutti sono angeli e non tutti sono della tempra di Pietro e Andrea. Se scegliessi tutte le perfezioni, come potrebbero le povere anime malate osare sperare di divenire mie discepole? Io sono venuto a salvare ciò che è perduto, Mamma. Giovanni è salvo di suo. Ma quanti non lo sono!».

13«Non ho paura di Levi. Egli si è redento perché si è voluto redimere. Ha lasciato il suo peccato insieme al suo banco di gabelliere e si è fatto un’ anima nuova per venire con Te. Ma Giuda di Keriot no. Anzi l’orgoglio fa sempre più sua la sua vecchia anima brutta. Ma Tu le sai queste cose, Figlio. Perché me le chiedi? Io non posso che pregare e piangere per Te. Tu sei il Maestro. Anche della tua povera Mamma».

La visione cessa qui. 

102. Incontro con l’ex-pastore Gionata e guarigione di Giovanna di Cusa[63].

Interessi opposti.

Dio onora i suoi servi.

1I discepoli stanno cenando nell’ampio laboratorio di Giuseppe. Il bancone fa da tavola, sulla quale vi è quanto serve. Ma vedo che il laboratorio è anche dormitorio. Sugli altri due tavoloni del falegname sono stuoie che li mutano in giacigli, e dei bassi lettucci (stuoie su graticci) sono stati messi lungo le pareti. Gli apostoli parlano fra loro e col Maestro.

«Allora vai proprio sul Libano?», chiede l’Iscariota.

2«Non prometto mai per non mantenere. E qui l’ho promesso due volte: ai pastori ed alla nutrice di Giovanna di Cusa. Ho atteso i cinque giorni che le avevo detto, e ancor vi ho aggiunto oggi per prudenza. Ma ora vado. Appena la luna sorge partiremo. Sarà lungo cammino anche se useremo la barca sino a Betsaida. Ma voglio dare gioia al mio cuore salutando anche Beniamino e Daniele. Tu lo vedi che anime hanno i pastori. Oh! merita andarli ad onorare, perché neppur Dio si diminuisce onorando un suo servo, ma anzi accresce la sua giustizia».

«Con questo caldo! Guarda quello che fai. Per Te lo dico».

3«Le notti sono già meno afose. Il sole ancor per poco è in Leone, e i temporali fanno meno ardente il calore. E poi, ve lo ripeto. Non obbligo alcuno a venire. Tutto spontaneo in Me e intorno a Me. Se avete commerci o se vi sentite stanchi, sostate. Ci ritroveremo dopo».

Gli interessi dell’Iscariota.

4«Ecco, Tu lo dici. Io avrei da pensare ad interessi di casa. Viene il tempo delle vendemmie e mia madre mi aveva pregato di vedere degli amici… Sai, io sono il capo-famiglia, in fondo. Voglio dire: sono l’uomo della mia famiglia».

Pietro borbotta: «Meno male che si ricorda che la madre è sempre la prima dopo il padre».

Giuda, sia che non senta o non voglia sentire, non mostra di intendere il borbottio, che del resto Gesù frena con uno sguardo mentre Giacomo di Zebedeo, seduto presso Pietro, gli dà una tirata alla veste per farlo tacere.

5«Vai pure, Giuda. Devi andare, anzi. Non bisogna mancare di ubbidienza alla madre».

«Allora vado subito, se permetti. Sarò a Naim in tempo per trovare ancora alloggio. Addio Maestro, addio amici».

6«Sii amico della pace e merita di aver sempre Dio con te. Addio», dice Gesù mentre gli altri salutano con un cumulativo saluto.

Non c’è molta pena a vederlo partire, anzi… Pietro, forse per la paura che Giuda si penta, lo aiuta a stringere le cinghie del suo sacco ed a infilarlo a tracolla, lo accompagna sulla porta del laboratorio, già aperta come lo è l’altra che da questo va nell’orto, certo per ventilare la stanza afosa dopo un giorno torrido, sta sull’uscio a guardarlo andare e, quando lo vede proprio allontanarsi, fa una mossa di gioia e di ironico addio, e torna fregandosi le mani. Non dice niente… ma ha già detto tutto. Qualcuno, che ha visto, ride sotto i baffi.

Lo scrupolo di Giacomo.

7Ma Gesù non lo nota, perché scruta il cugino Giacomo che si è fatto rosso e si è incupito, smettendo di mangiare le sue ulive. Lo interroga: «Che hai?».

«Hai detto: “Non bisogna mancare di ubbidienza alla madre…”. E noi, allora?».

8«Non avere scrupolo. In linea di massima così si deve. Quando non si è che uomini e figli di una carne. Ma quando si è preso un’altra natura e un’altra paternità, no. Questa, più alta, si segue nei suoi ordini e desideri. Giuda è arrivato prima di te e di Matteo… ma è tanto indietro ancora. Bisogna che si formi, e lo farà molto lentamente. Abbiate carità con lui, abbi carità, Pietro! Io capisco… ma ti dico: abbi carità. Sopportare le persone moleste è una virtù non indifferente. Usala».

Il giusto e bollente Pietro.

9«Sì, Maestro… Ma quando lo vedo così… così… Bene, taci, Pietro, che tanto Lui capisce…, mi pare di esser una vela troppo tesa dal vento… Scricchiolo, scricchiolo nello sforzo, e mi si rompe sempre qualche cosa… Ma Tu sai, cioè non sai perché come barcaiolo non vali nulla, te lo dico perciò, che se a una vela si rompono per troppa tensione tutti i legami, ti giuro che questa dà un tale schiaffo allo stolto barcaiolo che lo sbalordisce… Ecco, io sento che… rischio di avere i lacci tutti rotti… e allora… É meglio, sì, che ogni tanto lui se ne vada. Così la vela si calma per mancanza di vento, e faccio a tempo a rinforzare i legami».

10Gesù sorride e crolla il capo, compatendo il giusto e bollente Pietro.

La fede merita premio.

L’ex-pastore Giona adora il Messia.

11Un grande suonare di zoccoli ferrati e un vocio di monelli si fa per la via. «Qui è! Qui è! Ferma, uomo». E, prima che Gesù e discepoli se ne rendano ragione, davanti al vano dell’uscio si presenta il corpo scuro di un cavallo fumante di sudore, e scende un cavaliere che si precipita dentro come un bolide e si prostra ai piedi di Gesù e glieli bacia con venerazione. Tutti guardano stupiti. «Chi sei? Che vuoi?».

«Gionata sono».

Un grido di Giuseppe, che per essere seduto dietro l’alto bancone e per la fulmineità dell’ arrivo non ha potuto riconoscere l’amico, risponde. Il pastore corre presso al prostrato: «Tu, proprio tu!…».

12«Sì. Adoro il mio adorato Signore! Trent’anni di speranza, oh! lunga attesa! ecco: ora fioriti come fior di agave solitario, e fioriti in un colpo, in un’estasi beata, più beata ancora di quella lontana! Oh! il mio Salvatore!».

13Donne, bambini e qualche uomo, fra cui il buon Alfeo di Sara con ancora un pezzo di pane e cacio in mano, si affollano sull’uscio e fin dentro lo stanzone.

14«Alzati, Gionata. Stavo per venire a cercarti, e con te Beniamino e Daniele…».

«Lo so…».

15«Alzati, che ti dia il bacio che ho dato ai tuoi compagni». Lo forza ad alzarsi e lo bacia.

La fede merita premio.

16«Lo so», ripete il robusto vecchio, ben portante e ben vestito. «Lo so. Ella aveva ragione. Non era delirio di morente! Oh! Signore Iddio! Come l’anima vede e come ti sente, quando Tu la chiami!». Gionata è commosso.

17Ma si riprende. Non perde il suo tempo. Adorante e pur attivo, va al suo scopo: «Gesù, Salvatore e Messia nostro, sono venuto a pregarti di venire con me. Ho parlato con Ester e mi ha detto… Ma prima, prima Giovanna ti aveva parlato e mi ha detto… oh! non deridete un uomo felice, voi che udite, felice e angosciato finché non avrò il tuo “Vengo”. 18Sai che ero in viaggio con la padrona morente. Che viaggio! Da Tiberiade a Betsaida fu buono. Ma poi, lasciata la barca e preso un carro, per quanto l’avessi attrezzato del mio meglio, fu una tortura. Si andava piano, di notte, ma ella soffriva. A Cesarea di Filippo fu per morire dai trabocchi sanguigni. Sostammo… 19La terza mattina, sette giorni or sono, mi manda a chiamare. Pareva già morta, tanto era bianca e sfinita. Ma, quando l’ho chiamata, ha aperto i suoi dolci occhi di gazzella morente e mi ha sorriso. Mi ha fatto cenno con la manina gelata di curvarmi, perché ha solo un filo di voce, e mi ha detto: “Gionata, riportami a casa. Ma subito”. Era così grande lo sforzo del suo comando, lei che è sempre più dolce di una pargola buona, che le si sono colorate le guance e tornati per un attimo fulgidi gli occhi. 20Ha continuato: “Ho sognato la mia casa di Tiberiade. Dentro c’era Uno dalla faccia di stella, alto, biondo, cogli occhi di cielo e una voce più dolce di suono d’arpa. Mi diceva: ‘Io sono la Vita. Vieni. Torna. Ti attendo per dartela’. Voglio andare”. 21Io dicevo: “Ma padrona! Non puoi! Stai male! Ora, quando starai meglio, vedremo”. Lo credevo delirio di morente. Ma lei ha pianto e poi… – oh! è la prima volta che l’ha detto in questi sei anni che m’è padrona, e si è fin seduta, lei che non può nulla, per l’ira – e poi mi ha detto: “Servo, lo voglio. Io sono la padrona tua. Ubbidisci!”, e poi si è rovesciata fra il sangue. 22Ho creduto morisse… e ho detto: “Facciamola contenta. Morire per morire!… Non avrò rimorso di averla scontentata alla fine, dopo avere sempre voluto farla contenta”. Che viaggio! Non voleva riposo fuorché nelle ore fra terza e sesta. Ho sfinito i cavalli per fare presto. Siamo arrivati a Tiberiade all’ora di nona, stamane… 23Ed Ester mi ha detto… Allora ho capito che eri Tu che l’avevi chiamata. Perché l’ora era quella e quello il giorno in cui Tu promettevi miracolo ad Ester e apparivi allo spirito della mia padrona. Ha voluto ripartire appena data l’ora di nona, e me mi ha mandato avanti… Oh! vieni, Salvatore mio!».

24«Subito vengo. La fede merita premio. Chi mi vuole mi ha. Andiamo».

Preparativi e partenza.

25«Attendi. Ho gettato una borsa ad un giovane dicendo: “Tre, cinque, quanti asini volete, se non avete cavalli, e presto, alla casa di Gesù”. Staranno per venire. Faremo più presto. Spero incontrarla presso Cana. Se almeno…».

«Cosa, Gionata?».

«Se almeno è viva…».

26«Viva è. Ma, anche fosse morta, Io sono Vita. Ecco mia Madre».

La Vergine, certo avvertita da qualcuno, infatti sta accorrendo seguita da Maria d’Alfeo. «Figlio, Tu parti?».

27«Sì, Madre. Vado con Gionata. É venuto. Lo sapevo di potertelo mostrare. Ho atteso per questo un giorno di più».

Gionata ha prima salutato profondamente con le braccia incrociate sul petto, ora si inginocchia e solleva appena la veste di Maria e ne bacia l’orlo dicendo: «Saluto la Madre del mio Signore!».

28Alfeo di Sara dice ai curiosi: «Eh! che ne dite? Non c’è da vergognarsi ad esser solo noi senza fede?».

Uno szoccolìo numeroso si ode nella via. Sono i ciuchini. Credo che siano tutti quelli di Nazaret, e sono tanti che basterebbero ad uno squadrone. Mentre Gionata sceglie i migliori e contratta, pagando senza lesinare, e prende due nazareni con altri ciuchini per tema che qualche animale per via si sferri, e perché possano riportare indietro tutta questa ragliante cavalleria asinina, Maria e l’altra Maria aiutano a chiudere sacchi e bisacce.

29Maria d’Alfeo dice ai figli: «Lascerò qui i vostri letti. E li carezzerò… Mi parrà di farvi carezze. Siate buoni, degni di Gesù, figli… ed io… io sarò felice…», e intanto piange a grossi goccioloni.

30Maria aiuta invece il suo Gesù e se lo carezza con amore, facendo mille raccomandazioni e incarichi per gli altri due pastori libanesi, perché Gesù dichiara che non tornerà prima di averli ritrovati.

L’Uomo biondo dagli occhi di cielo.

31Partono. La sera è scesa e il primo quarto di luna si alza ora. In testa è Gesù con Gionata, dietro tutti gli altri. Finché sono in città vanno al passo, perché la gente si affolla. Ma, appena fuori, vanno al trotto in una carovana sonante di zoccoli e bubboli.

32«É nel carro con Ester», spiega Gionata. «Oh! mia padrona! Che gioia farti felice! Portarti Gesù! Oh! mio Signore! Averti qui, al mio fianco! Averti! Hai proprio il viso di stella che lei ti ha veduto, e sei biondo e dagli occhi di cielo e la tua voce è proprio un suono d’arpa… Oh! ma tua Madre! La porterai alla padrona, un giorno?».

33«Verrà la padrona a Lei. Saranno amiche».

«Sì? Oh!… Sì, lo può essere. É sposa e fu madre, Giovanna. Ma ha un’anima pura come una vergine. Può stare vicino a Maria benedetta».

Eventi nel viaggio.

34Gesù si volge per una fresca risata di Giovanni, imitato da tutti gli altri.

«Sono io, Maestro, che faccio ridere. Sulla barca sono più sicuro di un gatto… ma qui sopra! Sembro una botte lasciata libera sul ponte di un naviglio preso dal libeccio!», dice Pietro.

35Gesù sorride e lo rincuora, promettendo di finire presto la trottata.

«Oh! non è niente. Se i ragazzi ridono, niente di male. Andiamo, andiamo a far felice questa buona».

36Gesù si volge ancora per un altro scoppio di risa.

Pietro esclama: «No. Questo non te lo dico, Maestro. Ma perché no? Sì, che lo dico. Dicevo: “Il nostro supremo ministro si roderà le mani sapendo che è mancato proprio quando c’era da “fare il pavone presso una dama”. E loro ridono. Ma è così. Sono sicuro che, se se lo fosse immaginato, non aveva più le vigne paterne da tutelare».

37Gesù non ribatte.

La via si fa presto su questi somarelli ben pasciuti. Nel chiaro di luna Cana è superata.

40«Se permetti, ti precedo. Fermo il carro. Le scosse la fanno tanto soffrire».

38«Vai pure».

Gionata mette il cavallo al galoppo.

39Ancora via e via nel bianco della luna. E poi ecco la forma scura di un grande carro coperto, fermo al bordo della via. Gesù eccita il suo asino, che prende un piccolo galoppo sghimbescio. Eccolo al carro. Smonta.

“Sii felice. Dio ti ama”.

“Eccomi”.

40«Il Messia!», annuncia Gionata.

La vecchia nutrice si getta dal carro sulla via, dalla via nella polvere.

«Oh! salvala! Sta morendo».

41«Eccomi». E Gesù sale sul carro, dove è steso un mucchio di cuscini e su questi un esile corpo. Vi è un fanaletto in un angolo e coppe e anfore. Vi è una giovane serva che piange, asciugando il sudore gelato della morente.

Gionata accorre con uno dei fanali del carro.

42Gesù si china sulla donna abbandonata, veramente morente. Non vi è differenza fra il candore della veste di lino e il pallore fin lievemente azzurrino delle mani e del volto emaciati. Solo le folte sopracciglia e le lunghe ciglia nerissime mettono un colore su quel volto di neve. Non ha neppure più quel rosso infausto dei tisici sui pomelli smunti. Le labbra sono appena un’ombra di un rosa violaceo, semiaperte nel respiro difficile.

43Gesù le si inginocchia al fianco e l’osserva. La nutrice le prende una mano e la chiama. Ma l’anima, già alle soglie della vita, non sente più nulla.

Sono giunti i discepoli e i due giovani di Nazaret, e si affollano al carro.

“Sii sanata. Sorgi!”(Lc 8,2-3)[64].

44Gesù pone una mano sulla fronte della moribonda, che apre per un momento gli occhi annebbiati e vaghi e poi li richiude.

«Non sente più», geme la nutrice. E piange più forte.

45Gesù fa un gesto: «Madre, udrà. Abbi fede». E poi chiama: «Giovanna! Giovanna! Sono Io! Io che ti chiamo. Sono la Vita. Guardami, Giovanna».

La morente apre con uno sguardo più vivo i suoi grandi occhi neri e guarda il volto su lei chinato. Ha un moto di gioia e un sorriso. Muove piano le labbra in una parola che però non prende suono.

46«Sì, Io sono. Sei venuta e Io son venuto. A salvarti. Puoi credere in Me?».

La morente annuisce col capo. Tutta la vitalità è accumulata nello sguardo e tutta la parola che non può altrimenti esprimere.

47«Ebbene (Gesù, pur rimanendo in ginocchio e con la sinistra sulla fronte di lei, si raddrizza e prende l’aspetto di miracolo) ebbene, Io lo voglio. Sii sanata. Sorgi». Leva la mano e si alza in piedi.

48Una frazione di minuto e poi Giovanna di Cusa, senza aiuto di sorta, si siede, ha un grido e si butta ai piedi di Gesù, gridando con voce forte e felice: «Oh! amarti, o mia Vita! Per sempre! Tua! Per sempre tua! Nutrice! Gionata! Io sono guarita! Oh! presto! Correte a dirlo a Cusa. Che venga ad adorare il Signore! Oh! benedicimi, ancora, ancora, ancora! Oh! mio Salvatore». Piange e ride baciando le vesti e le mani di Gesù.

“Sii felice. Dio ti ama”.

49«Ti benedico, sì. Che altro vuoi che ti faccia?»

«Nulla, Signore. Fuorché amarmi e lasciare che io ti ami».

50«E un bambino non lo vorresti?».

«Oh! un bambino!… Ma fa’ Tu, Signore. Io ti abbandono tutto: il mio passato, il mio presente, il mio futuro. Tutto ti devo e tutto ti do. Da’ Tu, alla tua serva, ciò che sai meglio».

51«La vita eterna, allora. Sii felice. Dio ti ama. Io vado. Ti benedico e vi benedico».

«No, Signore. Sosta nella mia casa, che ora, oh!, ora è realmente roseto fiorito. Permettimi di rientrarvi con Te… Oh! me felice!».

52«Vengo. Ma ho i miei discepoli».

«I miei fratelli, Signore. Giovanna avrà per loro, come per Te, cibo e bevanda ed ogni ristoro. Fammi felice!».

53«Andiamo. Rimandate i ciuchi e seguiteci a piedi. La strada è poca, ormai. Andremo lentamente perché ci possiate seguire. Addio, Ismaele e Aser. Salutate ancora mia Madre per Me e i miei amici».

I due nazareni, sbalorditi, vanno coi loro raglianti somari, mentre il carro intraprende il ritorno con il suo carico di gioia, ora. Dietro vengono in gruppo i discepoli commentanti il fatto.

E tutto ha fine.

103. Sul Libano dai pastori Beniamino
e Daniele
[65].

Fango dietro la porpora.

1Gesù cammina a fianco di Gionata lungo un argine verde e perciò ombroso. Dietro sono gli apostoli, che parlano fra di loro. Ma Pietro se ne stacca e viene avanti e, franco come sempre, chiede a Gionata: «Ma non era più svelta la via che va a Cesarea di Filippo? Abbiamo preso questa e… quando arriveremo? Tu con la padrona ci sei pure andato per quella!».

«Con una malata ho osato tutto. Ma pensa che io sono di un cortigiano di Antipa, e Filippo, dopo quel lurido incesto, non vede molto bene i cortigiani di Erode… Non è per me, sai, che temo. Ma non voglio dare a voi, al Maestro particolarmente, delle noie e crearvi dei nemici. Nella Tetrarchia di Filippo occorre la Parola come in quella di Antipa… e se vi odiano, come potete? Al ritorno verrete da quella via, se credete meglio».

2«Lodo la tua prudenza, Gionata. Ma al ritorno conto passare verso le terre fenicie», dice Gesù.

«Sono avvolte nelle tenebre dell’errore».

3«Mi affaccerò ai confini per ricordare loro che vi è una Luce».

4«Credi che Filippo si rifarebbe su un servo del torto fattogli dal fratello?», domanda Pietro a Gionata.

«Sì, Pietro. L’uno equivale l’altro. Li dominano tutti gli istinti più bassi, e non fanno distinzione. Sembrano animali e non uomini, credilo».

«Eppure noi, ossia Lui, parente di Giovanni, lo dovrebbe aver caro. Giovanni, in fondo, ha parlato anche in suo nome e favore, parlando in nome di Dio».

4«Non vi chiederebbe neppure da dove venite, né chi siete. Visti con me, se mi riconoscesse o gli fossi indicato da qualche nemico della casa d’Antipa come servo del suo Procuratore, sareste subito incarcerati. Se sapeste che fango dietro le vesti di porpora! Vendette, soprusi, delazioni, lussurie e furti sono l’impasto della loro anima. Anima?… Mah! diciamo così. Io credo non abbiano più anima. Lo vedete. A buon fine. Ma perché fu libero Giovanni? Per una vendetta fra due ufficiali della corte. Uno, per levare di mezzo l’altro, favorito tanto dall’Antipa da avere in custodia Giovanni, per una somma, di notte, aprì la carcere… io credo abbia stordito il rivale con un vino drogato, e al mattino di poi… il miserello perse la testa al posto del Battezzatore evaso. Uno schifo, te lo dico».

«E il tuo padrone ci sta? Mi pare buono».

«Lo è. Ma non può fare diversamente. Suo padre, e il padre di suo padre, furono della corte del Grande Erode, e il figlio lo dovette essere per forza. Non approva. Ma non può che limitarsi a tenere lontana la moglie da quella corte di vizio».

«E non potrebbe dire: “Mi fai ribrezzo” e andarsene?».

«Potrebbe. Ma, pur essendo buono tanto, non è ancora capace di tanto. Vorrebbe dire quasi certamente: morte. E chi vuole morire per onestà di spirito, portata al punto più alto? Un santo come il Battista. Ma noi, poveretti!».

Santi contenti di morire.

5Gesù, che li ha lasciati parlare fra loro, interviene: «Fra non molto su ogni punto della Terra conosciuta saranno fitti come fiori su un prato d’aprile i santi contenti di morire per questa onestà alla Grazia e per amore a Dio!».

«Davvero? Oh! mi piacerebbe salutare questi santi e dire loro: “Pregate per il povero Simone di Giona! “», dice Pietro.

6Gesù lo guarda fisso e sorridente.

«Perché mi guardi così?».

7«Perché tu li vedrai come loro assistente e li vedrai quando ti assisteranno».

«A che, Signore?»

8«A divenire la Pietra consacrata dal Sacrificio, su cui si celebrerà ed edificherà la mia Testimonianza».

«Non ti capisco».

9«Capirai».

Gli altri discepoli, che si erano accostati e che hanno udito, parlottano fra loro.

10Gesù si volge: «In verità vi dico che dell’uno o dell’altro supplizio tutti sarete provati. Per ora è quello della rinuncia agli agi, agli affetti, agli utili. Dopo sarà una sempre più vasta cosa, sino a quella eccelsa che vi cingerà di un diadema immortale. Siate fedeli. Ma voi tutti lo sarete. E questo avrete».

«Ci uccideranno i giudei, il Sinedrio, forse, per amor nostro a Te?»

11«Gerusalemme lava le soglie del suo Tempio col sangue dei suoi Profeti e dei suoi Santi. Ma anche il mondo attende d’esser lavato… Templi e templi di dèi orrendi vi sono. Saranno in futuro templi del Dio vero, e la lebbra del paganesimo sarà mondata con l’acqua lustrale fatta del sangue dei martiri».

«Oh! Dio altissimo! Signore! Maestro! Io non sono degno di tanto! Debole sono! Pauroso del male! Oh! Signore!… O rimanda il tuo inutile servo, o dammi Tu forza. Non vorrei farti sfigurare, Maestro, con la mia vigliaccheria». Pietro si è gettato ai piedi del Maestro e lo supplica proprio col cuore nella voce.

12«Alzati, mio Pietro. Non avere paura. Ancor molto hai da camminare… e verrà l’ora che non vorrai che compiere l’ultima fatica. E allora avrai tutto, dal Cielo e da te stesso. Io ti starò a guardare ammirato».

«Tu lo dici… ed io lo credo. Ma sono un così povero uomo!».

Si rimettono a camminare…

Panorama libico.

13… e dopo una bella interruzione riprendo a vedere quando già si è lasciata la pianura per inerpicarsi su un monte selvoso e sempre più alto. Non deve neppure essere lo stesso giorno, perché, mentre allora la mattina era già torrida, qui è appena una bella aurora che accende, su tutti gli steli, diamantini liquidi. Boschi e boschi di conifere sono stati superati e dominano dall’alto e, come duomi verdi, accolgono nei loro intercolomni i pellegrini instancabili.

14 Veramente questo Libano è una catena stupenda. Non so se sia Libano tutto il complesso, o questo monte solo. So che vedo giogaie selvose ergersi in nodo alto ed aggrovigliato di creste e di balze, di valli e pianori lungo i quali scorrono, per poi rimbalzare a valle, dei torrenti che paiono nastri di argento lievemente verd’azzurro. Uccelli d’ogni genere empiono di canti e di voli i boschi di conifere, tutto un profumo di resine in quest’ora mattutina. Voltandosi verso valle, meglio, verso occidente, si vede lontano ridere il mare, ampio, quieto, solenne, e tutta la costa che si dilunga a nord, a sud, con le sue città, i suoi porti e i rari corsi d’acqua che sfociano in mare, facendo appena una virgola lucente sulla terra arida, colla loro poca acqua che il sole dell’estate asciuga, e una ditata giallastra nell’azzurro marino.

15«Sono belli questi posti», osserva Pietro.

«Non c’è neppure tanto caldo», dice Simone.

«Con questi alberi il sole fa poca noia…», aggiunge Matteo.

L’uomo-iena.

16«Li hanno presi qui i cedri del Tempio?», chiede Giovanni.

«Qui. Sono questi boschi che danno i legni più belli. Il padrone di Daniele e Beniamino ne ha moltissimi, oltre che ricche mandrie. Li segano sul posto e poi li portano a valle per quelle canalature o a braccia. Lavoro difficile, quando i tronchi devono essere usati interi, come lo fu per il Tempio. Ma paga bene e molti lo servono. E poi è abbastanza buono. Non è come quel feroce Doras. Povero Giona!», risponde Gionata.

«Ma come mai i suoi servi sono quasi schiavi?

Mi ha detto Giona, a me che gli dicevo: “Ma piantalo in asso e vieni con noi. Un pane per te, Simone di Giona lo avrà sempre”; mi diceva: “Non posso se non mi riscatto”. Che storia è?», domanda Pietro.

22«Doras, e non lui solo in Israele, usa così: quando vede un servo buono, lo porta con sottile astuzia ad esser schiavo. Gli addebita somme non vere, che il poveretto non può pagare, e quando la somma è sufficiente dice: “Tu mi sei schiavo per debito”».

«Oh! vergogna! Ed è fariseo!».

17«Sì. Giona, finché ebbe risparmi, ha potuto pagare… poi… Un anno fu la grandine, un altro la secca. Il grano e la vite dettero poco, e Doras moltiplicò il danno per dieci e dieci ancora… Poi Giona fu malato per troppo lavoro. E Doras gli prestò la somma per la cura, ma volle il dodici per uno, e poiché Giona non lo aveva aggiunse questo al resto. Breve: dopo qualche anno c’era un debito che lo rese schiavo. E non lo lascerà andare mai… Sempre troverà altre scuse ed altri debiti…». Gionata è triste pensando all’amico.

18«E il tuo padrone non poteva…».

 «Che? Farlo trattare da uomo? E chi si mette contro i farisei? Doras è uno dei più potenti; credo sia anche parente col Sommo Sacerdote… Almeno così si dice. Una volta, quando fu bastonato a morte ed io lo seppi, piansi tanto che Cusa mi disse: “Lo riscatto io per farti contento”. Ma Doras gli rise sul viso e non accettò nulla. Eh! quello lì… Ha i campi più ricchi d’Israele… ma, ti giuro, sono concimati dal sangue e dalle lacrime dei suoi servi».

19Gesù guarda lo Zelote e lo Zelote guarda Lui. Sono ambedue addolorati.

«E questo, di Daniele, è buono?».

«E’ umano, almeno. Vuole, ma non opprime. E, posto che i pastori sono onesti, li tratta con amore. Sono i capi del pascolo. Me, mi conosce e rispetta perché sono servo di Cusa e… potrei servire al suo utile… Ma perché, Signore, l’uomo è così egoista?».

20«Perché l’amore fu strozzato nel Paradiso terrestre. Ma Io vengo ad allentare il laccio ed a rimettere vita all’amore».

Il Bambino di Betlemme.

Gli amici degni.

«Eccoci nei possessi di Eliseo. I pascoli sono ancora lontani. Ma in quest’ora le pecore sono quasi sempre negli ovili per il sole. Vado a vedere se ci sono». E Gionata parte quasi di corsa.

Torna dopo qualche tempo con due brizzolati e robusti mandriani, che veramente si precipitano giù per la china per venire da Gesù.

21«La pace a voi».

«Oh! Oh! Il nostro Bambino di Betlemme!», dice uno; e l’altro: «Pace di Dio, venuta a noi, che Tu sia benedetta». Gli uomini sono proni nell’erba. Non è così profondo il saluto ad un altare quanto questo al Maestro.

22«Alzatevi. Vi rendo la benedizione e felice sono di farlo, perché essa viene con gioia su chi ne è degno».

«Oh! degni noi!».

Gli amici fedeli.

23«Sì, voi, sempre fedeli».

«E chi non lo sarebbe stato? Chi può cancellare quell’ora? Chi dire: “Non è vero ciò che vedemmo”? Chi dimenticare che Tu ci hai sorriso per dei mesi, quando, tornando fra le pecore a sera, noi ti chiamavamo e Tu battevi le manine al suono dei nostri zufoli?… Te lo ricordi, Daniele? Quasi sempre vestito di bianco nelle braccia della Madre, Tu ci apparivi fra raggi di sole sul prato di Anna o dalla finestra, e parevi un fiore posato sulla neve della veste materna».

Amicci del cuore.

24«E quella volta che sei venuto, facendo i primi passi, ad accarezzare un agnellino meno riccio di Te? Come eri felice! E noi non sapevamo che fare delle nostre rustiche persone. Avremmo voluto esser degli angeli per apparirti meno rozzi…».

25«Oh! amici miei! Io vedevo il vostro cuore, e quello vedo anche ora».

«E ci sorridi come allora!».

«E sei venuto fin qui, dai poveri pastori!».

Amici per sempre.

26«Dai miei amici. Ora sono contento. Vi ho tutti ritrovati e più non vi perderò. Potete ospitare il Figlio dell’uomo e i suoi amici?».

«Oh! Signore! Ma lo chiedi? Non ci manca pane e latte. Ma avessimo un solo boccone te lo daremmo, pur di tenerti con noi. Vero, Beniamino?».

«Il cuore ti daremmo per cibo, nostro desiderato Signore!».

27«Andiamo, allora. Parleremo di Dio…».

L’amore è inteso da tutti

28«E dei tuoi parenti, Signore. Giuseppe, tanto buono! Maria… oh! la Madre! Ecco, voi guardate questo narciso rugiadoso. É bello e puro nella sua testa che pare una stella diamantata. Ma Lei… oh! questo è sozzura rispetto alla Madre! Un suo sorriso era purificazione, l’incontrarla una festa, l’udirla santificarsi. Te le ricordi quelle parole anche tu, Beniamino».

29«Sì. Te le posso ridire, Signore. Perché quanto Ella ci disse, nei mesi che la potemmo udire, è scritto qui (e si batte il petto). É la pagina della nostra sapienza. E questa la comprendiamo anche noi, perché è parola di amore. E l’amore… oh! l’amore è inteso da tutti! Vieni, Signore, entra e benedici questa dimora felice».

30Entrano in una stanza presso il vasto ovile e tutto ha fine.

104. Aava riconciliata con il marito. Notizie sulla morte di Alfeo e
sul riscatto di Giona
[66].

Apostolato de Andrea.

Città marittima.

1Gesù è nella bellissima città marittima che sulla cartina ha quel golfo naturale, ampio e ben protetto, capace di molti navigli, reso ancor più sicuro da una diga portuale potente. Deve essere molto usato anche militarmente, perché vedo triremi romane con dei soldati a bordo. Stanno sbarcando, non so se per avvicendamento di truppe o se per rinforzamento di presidio. Il porto, ossia la città portuale, mi ricorda vagamente Napoli, dominata dai monti vesuviani.

2Gesù è seduto in una povera casa presso il porto. Casa di pescatori certo, forse amici di Pietro o di Giovanni, perché vedo che questi sono molto a loro agio nella casa e coi suoi abitanti. Non vedo il pastore Giuseppe. E naturalmente non vedo neanche l’Iscariota, ancora assente. Gesù parla, alla buona, con i componenti la famiglia e con altri venuti ad udirlo. Ma non è una vera predica. Sono parole piane, di consiglio, di conforto, come solo Lui può darle.

3Rientra Andrea, che pare uscito per qualche incombenza perché ha anche delle pagnotte fra le mani. Si accosta tutto rosso, perché attirare su lui l’attenzione deve essere un vero supplizio, e, più che dire, mormora: «Maestro, potresti venire con me? Vi… vi sarebbe da fare un poco di bene. Tu solo puoi».

Apostolato d’Andrea.

4Gesù si alza senza neppure chiedere cosa è questo bene.

Ma Pietro chiede: «Dove lo porti? É stanco tanto. É ora di cena. Lo possono aspettare anche domani».

«No… è da fare subito. É…»

«Ma parla, gazzella spaurita! Ma guardate se un uomo grande e grosso deve essere così!… Mi pare un pesciolino impigliato nella rete!».

5Andrea diventa ancor più rosso. Gesù lo difende coll’attirarlo a Sé: «A Me piace così. Lascialo fare. Tuo fratello è come un’acqua salutare. Lavora nel profondo e senza rumore, esce come un filo dalla terra, ma chi l’accosta è guarito. Andiamo, Andrea».

«Vengo anche io! Voglio vedere dove ti porta», ribatte Pietro.

Andrea supplica: «No, Maestro. Io e Te soli. Se c’è gente non si può… É cosa di cuori…».

«Che c’è? Ora fai il paraninfo?».

Andrea non risponde al fratello. Dice a Gesù: «Un uomo vuole ripudiare una sposa e… e io ho parlato. Ma non sono buono. Ma se parli Tu… oh! ti riesce, perché l’uomo non è malvagio. É… è… te lo dirà lui».

E Pietro dietro.

6Gesù esce con Andrea senza dire altro.

Pietro resta un poco incerto, poi dice: «Ma io vado. Voglio almeno vedere dove vanno». Ed esce, nonostante gli altri gli dicano di non farlo.

Andrea sta per svoltare da una vietta popolana. E Pietro dietro. Rigira per una piazzetta piena di comari. E Pietro dietro. Si infila in un portone che dà in un ampio cortile cinto da casette basse e povere. Dico portone perché c’è un arco. Ma la porta non c’è. E Pietro dietro. Gesù entra in una di queste casette con Andrea. Pietro si apposta lì fuori. Una donna lo vede e l’interroga: «Sei parente di Aava? E quei due anche? Siete venuti a riprenderla?».

«Taci, gallina! Non devo esser visto».

Far tacere una donna! É cosa difficile. E, posto che Pietro la fulmina con gli occhiacci, lei va a parlare ad altre comari. Il povero Pietro è in un momento circondato da un cerchio di donne, ragazzi e anche uomini che, solo per imporsi a vicenda silenzio, fanno un rumore che denuncia la loro presenza. Pietro si rode di stizza… ma non giova.

Il caso di una moglie sterile.

La moglie non ha colpa di essere sterile.

7Dall’interno viene la voce piena, bella, pacata di Gesù, insieme a quella spezzata di una donna e ad una chiusa, roca, di uomo.

8«Se fu sempre buona sposa, perché ripudiarla? Ti ha mai mancato?».

«No, Maestro, te lo giuro! L’ho amato come la pupilla del mio occhio», geme la donna.

E l’uomo, breve e duro: «No. Non mi ha mancato altro che nell’essere sterile. Ed io voglio figli. Non voglio la maledizione di Dio sul mio nome[67]».

9«Non ne ha colpa tua moglie di esser tale».

«Me ne fa colpa. A me e ai miei, come di un tradimento…».

10«Donna, sii sincera. Sapevi d’esser tale?».

«No. Ero e sono in tutto come tutte. Anche il medico l’ha detto. Ma non riesco ad avere figli».

11«Lo vedi che non ti ha tradito. Anche lei soffre di questo. Rispondi tu pure sinceramente: se ella fosse madre, la ripudieresti?».

«No. Lo giuro. Non ne ho motivo. Ma il rabbino l’ha detto, e l’ha detto lo scriba: “La sterile è la maledizione di Dio nella casa e tu hai diritto e dovere di darle libello di divorzio e non affliggere la tua virilità privandola di figli”. Io faccio ciò che la Legge dice».

Consigli allo sposo di una moglie sterile.

12«No. Ascolta. La Legge dice: “Non commettere adulterio”[68]  e tu stai per commetterlo. Il comandamento iniziale è questo e non altro. E se, per la durezza dei vostri cuori, Mosè concesse il divorzio[69], ciò fu per impedire tresche e concubinati odiosi a Dio. 13Poi sempre più il vostro vizio lavorò sulla clausola di Mosè, ottenendo le malvagie catene e le omicide pietre che sono le condizioni attuali della donna, vittima sempre del vostro prepotere, del vostro capriccio, della vostra sordità e cecità di affetti. 14Io te lo dico: non ti è lecito fare ciò che vuoi fare. É offesa a Dio il tuo atto. Abramo ripudiò forse Sarai? E Giacobbe, Rachele? Ed Elcana, Anna? E Manue, la sposa? 15Conosci il Battezzatore? Sì? Ebbene, sua madre non fu sterile sino alla vecchiezza e poi partorì il santo di Dio[70], così come la sposa di Manue partorì Sansone[71], ed Anna d’Elcana Samuele[72], e Rachele Giuseppe[73] e Sarai Isacco[74]? 16Alla continenza dello sposo, alla sua pietà per la sterile, alla sua fedeltà alle nozze, Dio concede premio, e premio celebrato nei secoli, così come dà sorriso al pianto delle sterili, non più sterili, né avvilite, ma gloriose nel tripudio d’esser madri. 17Non ti è lecito offendere l’amore di costei. Sii giusto ed onesto. Dio ti premierà oltre il tuo merito».

18«Maestro, Tu solo parli così… Io non sapevo. Avevo chiesto ai dottori e mi avevano detto: “Fallo”. Ma non una parola per dirmi che Dio premia con doni un atto buono. Siamo in mano loro… e ci chiudono gli occhi e il cuore con una mano di ferro. Non sono cattivo, Maestro. Non ti sdegnare con me».

19«Non ti sdegno. Mi fai pietà ancor più di questa donna piangente. Perché il suo dolore avrà fine con la vita. Il tuo comincerà allora, e per l’eternità. Pensaci».

«No, che non comincerà. Non lo voglio. Mi giuri sul Dio di Abramo che quanto Tu dici è verità?».

20«Io sono Verità e Scienza[75].. Chi crede in Me avrà in Lui giustizia, sapienza, amore e pace».

«Io ti voglio credere. Sì, ti voglio credere. Sento in Te qualche cosa che non è negli altri. Ecco. Ora vado dal sacerdote e gli dico: “Non la ripudio più. La tengo, e chiedo solo a Dio che mi aiuti a sentire meno il dolore di essere senza figli”. Aava, non piangere. Diremo al Maestro di venire ancora per tenermi buono, e tu… continua a volermi bene».

La donna piange più forte per il contrasto dal dolore di prima alla gioia attuale.

21Gesù sorride, invece. «Non piangere. Guardami. Guardami, donna».

Ella alza il capo. Lo guarda nel volto luminoso col suo volto lacrimoso.

Preghiera per la donna sterile.

22«Vieni qui, uomo. Mettiti in ginocchio presso la sposa. Ora Io vi benedico e santifico la vostra unione. Udite:

23“Signore Dio dei padri nostri, che dal fango facesti Adamo e gli desti a compagna Eva perché ti popolassero di uomini la Terra allevandoli nel tuo santo timore, scendi con la tua benedizione e la tua misericordia, apri e feconda le viscere che il Nemico teneva chiuse per portare ad un duplice peccato di adulterio e di disperazione. Abbi pietà di questi due figli, Padre santo, Creatore supremo. Falli felici e santi. Ella feconda come una vigna, egli protettore come l’olmo che la regge. Scendi, o Vita, a dar vita. Scendi, o Fuoco, a scaldare. Scendi, o Potente, ad operare. Scendi! Fa’ che, per la festa di lode per le feconde messi del veniente anno, essi ti offrano il loro vivo manipolo, il loro primogenito, figlio sacro a Te Eterno che benedici coloro che in Te sperano”[76]». Gesù ha pregato con voce di tuono, a mani tese sulle due teste chine.

Valore della Promessa di Gesù.

La gente non si trattiene più e si assiepa, Pietro in prima linea.

24«Alzatevi. Abbiate fede e siate santi».  

«Oh! resta, Maestro!», pregano i due riconciliati.

25«Non posso. Tornerò. Più e più volte».

«Resta, resta. Parla anche a noi!», grida la folla.

26Ma Gesù benedice e non si ferma. Promette solo di tornare presto. E, seguito da una piccola folla, va alla sua casa ospitale.

27«Uomo curioso, che ti dovrei fare?», chiede per via a Pietro.

«Quello che vuoi. Ma intanto io c’ero…».

Entrano nella casa, congedano il popolo che commenta le parole udite, e si pongono a cena.

Pietro è ancora curioso. «Maestro, ma il figlio ci sarà proprio?».

28«Mi hai mai visto promettere cose che non si avverano? Ti pare che Io mi permetta di usare la fiducia nel Padre per mentire e deludere?».

«No… ma… A tutti gli sposi potresti fare così?».

29«Potrei. Ma lo faccio solo dove vedo che un figlio può essere spinta alla santificazione. Dove sarebbe ostacolo non lo faccio».

Pietro si arruffa i capelli brizzolati e tace.

C’è posta per il Messia.

Il postino

Entra il pastore Giuseppe. É tutto impolverato come chi ha molto camminato.

30«Tu? Come mai?», chiede Gesù dopo il bacio di saluto.

«Ho lettere per Te. Tua Madre me le ha date, e una è sua. Eccole».

E Giuseppe porge tre piccoli rotoli di una specie di pergamena sottile, legati da un nastrino. Quella più voluminosa ha anche un sigillo che la chiude. Un’altra ha solo il nodo, la terza mostra un sigillo spezzato.

Lettera della “Mamma”.

 31«Questa è di tua Madre», dice Giuseppe indicando quella col nodo. Gesù la svolge e la legge. Prima piano e poi forte.

32«”Al mio amato Figlio pace e benedizione. Mi è giunto all’ora prima delle calende della luna di elul un messo da Betania. Egli era Isacco pastore, al quale detti bacio di pace e ristoro in tuo nome ed in mia riconoscenza. Mi ha portato queste due lettere che ti mando, dicendomi a voce che l’amico Lazzaro di Betania ti sollecita ad accondiscendere alla sua preghiera. Amato Gesù, mio benedetto Figlio e Signore, io pure avrei da pregarti di due cose. L’una di ricordarti che mi hai promesso di chiamare la tua povera Mamma per istruirla nella Parola. La seconda di non venire a Nazaret senza avermi prima parlato”».

33Gesù ha una brusca sosta e si alza andando fra Giacomo e Giuda. Li abbraccia stretti e finisce ripetendo a mente le parole: «”Alfeo è tornato nel seno di Abramo alla passata luna piena, e grande fu il cordoglio della città…”». I due figli piangono sul petto di Gesù, che termina: «” … All’ultima ora ti avrebbe voluto. Ma Tu eri lontano. Questo però è conforto per Maria, che vede in questo un perdono di Dio, e deve dare pace anche ai nipoti”. Udite? Ella lo dice. Ed Ella sa quello che dice».

«Dammi la lettera», supplica Giacomo.

34«No, ti farebbe male».

«Perché? Che può dire di più penoso della morte di un padre?… «Che ci ha maledetti», sospira Giuda.

35«No. Non questo», dice Gesù.

«Tu lo dici… per non trafiggerci. Ma così è».

36«Leggi, allora».

37E Giuda legge: «”Gesù, ti prego, e te ne prega anche Maria: non venire a Nazaret finché il cordoglio non è finito. L’amore per Alfeo rende ingiusti i nazareni verso Te, e tua Madre piange perciò. Il buon amico Alfeo mi consola e calma il paese. Molto rumore ha fatto il racconto di Aser e Ismaele per la moglie di Cusa. Ma Nazaret è ora mare agitato da venti diversi. Ti benedico, Figlio mio, e ti chiedo pace e benedizione sull’anima mia. Pace ai nipoti.

La Mamma”.»

Gli apostoli commentano e confortano i fratelli piangenti. Ma Pietro dice: «E quelle non le leggi?».

Lettera di Lazzaro.

38Gesù fa un cenno di assenso e apre quella di Lazzaro. Chiama Simone Zelote. Leggono insieme, in un angolo. Poi aprono l’altro rotolo e leggono anche quello, discutono fra loro; e vedo che lo Zelote cerca persuadere Gesù su qualche cosa, ma non la vince.

39Gesù, coi rotoli in mano, viene in mezzo alla stanza e dice: «Udite, amici. Siamo tutti una famiglia e non vi sono segreti fra noi. E, se il male è pietà tenerlo occulto, il bene è giustizia farlo noto. Udite ciò che scrive Lazzaro di Betania:

40“Al Signore Gesù pace e benedizione, e pace e salute al mio amico Simone. Ho ricevuto la tua lettera, e da servo quale sono ho messo il mio cuore, la mia favella ed ogni mio mezzo al tuo servizio per farti contento ed avere l’onore di esserti servo non disutile. Sono andato da Doras, nel suo castello di Giudea, a pregarlo di vendermi il servo Giona come Tu desideri. Confesso che, se non era preghiera di Simone, amico fedele, per Te, non avrei affrontato quello sciacallo irridente, crudele e nefasto. Ma per Te, mio Maestro e Amico, sento capacità di affrontare anche Mammona. Ciò perché penso che chi lavora per Te ti ha vicino e perciò è difeso. E aiutato certo lo sono stato, perché contro ogni previsione ho vinto. Dura fu la discussione e avvilenti le prime ripulse. Tre volte dovetti inchinare a questo aguzzino potente. Poi mi impose un’attesa di giorni. Infine ecco la lettera. Degna dell’aspide. Ed io quasi non oso dirti: ‘Cedi per riuscire allo scopo’, perché egli non è degno di averti. Ma non c’è altro modo. Io ho accettato in tuo nome ed ho firmato. Se ho fatto male, dammene rampogna.

41Ma, credi, ho cercato servirti il meglio che potevo. Ieri è venuto un tuo discepolo giudeo, dicendo che veniva in tuo nome a sapere se c’era notizia da portarti. Si disse Giuda di Keriot. Ma ho preferito attendere Isacco per dare la lettera. E mi fu stupore che Tu avessi mandato altri, sapendo che ogni sabato viene da me Isacco per il suo riposo. Altro non ho da dire. Solo, baciandoti i piedi santi, ti prego di condurli dal tuo servo e amico Lazzaro, come hai promesso. A Simone salute. A Te, Maestro e Amico, bacio di pace e preghiera di benedizione.

Lazzaro”.

Lettera di Doras a Lazzaro.

42Ed ora l’altra: “A Lazzaro salute. Ho deciso. Per doppia somma avrai Giona. Però metto questi patti e non muterò su essi per nessuna ragione. Voglio che prima Giona termini i raccolti dell’anno, ossia sarà consegnato alla luna di tisri, a fine luna. Voglio che venga personalmente a prenderlo Gesù di Nazaret, al quale chiedo di entrare sotto il mio tetto per conoscerlo. Voglio immediato pagamento dietro regolare contratto. Addio.

Doras”».

 

«Che peste!», grida Pietro.

L’acquisto di un grande merito in Cielo.

«Ma chi paga? Chissà cosa chiede, e noi… siamo sempre senza un picciolo!».

43«Simone paga. Per fare contento Me e il povero Giona. Non acquista che un rudere d’uomo, che non lo servirà per nulla. Ma acquista un grande merito in Cielo».

«Tu Oh!». Tutti sono stupiti. Persino i figli di Alfeo escono dal loro dolore per lo stupore.

44«Lui è. É giusto che ciò sia noto».

«Sarebbe anche giusto che fosse noto perché Giuda di Keriot è andato da Lazzaro. Chi ce lo aveva mandato? Tu».

45Ma Gesù non risponde a Pietro. É molto serio e pensoso. Esce dalla sua meditazione solo per dire: «Date ristoro a Giuseppe e poi andiamo al riposo. Io preparerò risposta per Lazzaro… Isacco è ancora a Nazaret?».

Maria Vergine ha bisogno di pace.

46«Mi attende».

47«Andremo tutti».

«Nooh! Tu Madre dice…». Tutti sono in subbuglio.

48«Tacete. Così voglio. La Madre parla col suo cuore d’amore. Io giudico con la mia ragione. Preferisco fare questo mentre non c’è Giuda. E voglio tendere la mano amica ai cugini Simone e Giuseppe, e con loro piangere prima che il cordoglio sia finito. Poi torneremo a Cafarnao, a Genezaret, sul lago insomma, attendendo la fine della luna di tisri. E prenderemo le Marie con noi. Vostra madre ha bisogno di amore. Glielo daremo. E la mia ha bisogno di pace. Io sono la sua pace».

«Credi che a Nazaret?…», chiede Pietro.

49«Non credo nulla».

«Ah! bene! Perché, se le dovessero fare del male, o darle dolore!… L’avrebbero a fare con me!», dice Pietro tutto rabbuffato.

50Gesù lo carezza, ma è soprappensiero. É triste, direi. Poi va fra Giuda e Giacomo e si siede tenendoli abbracciati per consolarli.

Gli altri parlano piano per non turbare il loro dolore.

105. A Nazareth per la morte di Alfeo. Lenta conversione del cugino Simone[77].

Primazia dello spirito.

Rosso di tramonto a Nazareth

1La sera scende fra un gran rosso di tramonto che, come un fuoco che si spegne, diventa sempre più cupo sino ad assumere quasi il colore di un viola rubinato. Una tinta splendida, rara, che pennella, sfumandosi lentamente, l’occidente, fino a svanire nel cobalto scuro del cielo, là dove l’oriente sempre più avanza con le sue stelle e il suo arco di luna crescente, già volgente alla seconda fase. Gli agricoltori si affrettano alle case, che già mostrano i focolari accesi per le volute di fumo che escono dalle basse casette di Nazaret.

Venti diversi(Lc 4.14-15)[78].

2Gesù sta per tornare in città e, contrariamente a quanto vorrebbero gli altri, non vuole che alcuno vada ad avvisare la Madre. «Non accadrà nulla. Perché agitarla avanti?», dice.

3Eccolo già fra le case. Qualche saluto, qualche bisbiglio dietro le spalle, qualche villana voltata di spalle e sbatacchiata d’usci quando il gruppo apostolico passa.

4La mimica di Pietro è un vero poema. Ma anche gli altri sono un poco inquieti. I figli di Alfeo sembrano due condannati. Procedono a capo basso ai fianchi di Gesù, ma pure osservano tutto e ogni tanto hanno sguardi sgomenti fra loro e di apprensione per Gesù. Il quale, come niente fosse, risponde con la consueta affabilità ai saluti e si curva ad accarezzare i bambini, che nella loro semplicità non prendono parte con questo o con quello e sono sempre amici del loro Gesù, che è sempre così affettuoso con loro.

5Uno – un tombolino grasso grasso che avrà al massimo quattro anni – gli corre incontro staccandosi dalla veste materna e gli tende le braccine dicendo: «Prendimi!» e, poi che Gesù lo accontenta e lo prende, lo bacia con la sua bocchina tutta impiastricciata del fico che succhia, e poi spinge il suo amore sino ad… offrire un pezzetto di fico a Gesù, dicendo: Prendi! É buono!». Gesù accetta l’offerta e ride di essere imboccato da quell’omino in erba.

Gesù cede alla volontà di tutti..

6Isacco, carico di brocche, viene dalla fonte. Vede Gesù, posa le brocche e grida: «Oh! il mio Signore!» correndo incontro a Lui. «Tua Madre è tornata ora a casa. Era dalla cognata. Ma… hai ricevuto la lettera?», chiede.

7«Sono qui per questo. Non dire nulla alla Mamma, per ora. Prima vado a casa di Alfeo».

8Isacco, prudente, non dice altro che: «Ti ubbidirò» e prende le sue anfore, diretto a casa.

«Ora noi andremo. Voi, amici, ci attenderete qui. Starò poco».

«No davvero! Non entreremo nella casa del lutto, ma staremo lì fuori. Non è vero?», dice Pietro.

«Pietro ha ragione. Staremo nella via. Ma a Te vicino».

9Gesù cede alla volontà di tutti. Ma sorride e dice: «Non mi faranno nulla. Credete. Non sono cattivi. Sono solamente appassionati umanamente. Andiamo».

L’Amore non è amato.

10Eccoli nella via della casa, eccoli sulla soglia dell’orto. Gesù va avanti. Dietro Giuda e Giacomo. Ecco Gesù sulla soglia della cucina. In essa, presso il focolare, è Maria d’Alfeo che cucina e piange. In un angolo Simone e Giuseppe, con altri uomini, sono seduti a crocchio. Fra gli uomini è Alfeo di Sara. Stanno li, zitti come tante statue. Sarà sistema? Non so.

11«Pace a questa casa e pace allo spirito che l’ha lasciata».

La vedova ha un grido ed una mossa istintiva di respingere Gesù, di porsi fra Lui e gli altri. Simone e Giuseppe si alzano foschi e interdetti. Ma Gesù non mostra accorgersi del loro atteggiamento ostile. Va ai due uomini – Simone ha già i suoi cinquant’anni e forse più, a giudicare l’aspetto – e tende loro le mani in atto di amoroso invito. I due sono più interdetti che mai. Ma non osano fare un atto villano. Alfeo di Sara trepida e soffre visibilmente. Gli altri uomini sono chiusi, in attesa di una indicazione.

12«Simone, tu, capo famiglia ormai, perché non mi accogli? Io vengo a piangere con te. Quanto avrei voluto esser con voi nell’ora del duolo! Ma non per mia colpa fui lontano. Sei giusto, Simone. E lo devi dire».

L’uomo sta sempre sostenuto.

13«E tu, Giuseppe, dal nome a Me caro, perché non accogli il mio bacio? Non mi permettete di piangere con voi? La morte è laccio per i veri affetti. E noi ci amammo. Perché ora deve essere disunione?».

«Per Te il nostro padre morì crucciato», dice duro Giuseppe.

14E Simone: «Dovevi rimanere. Lo sapevi che egli era morente. Perché non sei rimasto? Ti voleva….»

«Non avrei potuto fare per lui più di quanto abbia già fatto[79]. E voi lo sapete…».

Simone, più giusto, dice: «E’ vero. Lo so che sei venuto e che ti ha cacciato. Ma era un malato e un afflitto».

15«Lo so ed ho detto a tua madre e ai tuoi fratelli: “Non ho rancore perché comprendo il suo cuore”. Ma sopra tutti è Dio. E Dio questo dolore voleva per tutti. Per Me che, credete, ne ho sofferto come di uno strappo di carne viva; per il padre vostro, che in questa pena ha compreso una grande verità che per tutta la vita gli era rimasta oscura; per voi, che per questo dolore avete modo di fare un sacrifizio salutare più del giovenco immolato; e per Giacomo e Giuda, che ora non sono di te meno formati, o mio Simone, perché tanto dolore (per loro è la soma maggiore e li opprime come pietra di macina) li ha resi adulti e di perfetta età agli occhi di Dio».

Più che il sangue è lo spirito.

16«Che verità ha visto il padre? Una sola: che il suo sangue, nell’ultima ora, gli fu nemico», ribatte duro Giuseppe.

17«No. Che più che il sangue è lo spirito. Ha compreso il dolore di Abramo e per questo ebbe Abramo[80]  a suo aiuto», risponde Gesù.

18«Fosse vero! Ma chi lo assicura?».

19«Io, Simone. E, più che Io, la morte di tuo padre. Non mi ha cercato? Tu l’hai detto».

20«L’ho detto. E’ vero. Voleva Gesù. E diceva: “Almeno lo spirito non morto! Lui lo può fare. Io l’ho respinto e non verrà più. Oh! morte senza Gesù! Che orrore che sei! Perché l’ho cacciato?”. Sì, questo diceva. E diceva ancora: “Egli mi chiese tante volte: ‘Devo andare?’ ed io l’ho mandato… Ora non viene più”. Ti voleva, ti voleva. 21Tua Madre ti mandò a cercare, ma non ti trovarono a Cafarnao e lui pianse tanto, e con le ultime forze prese la mano di tua Madre e la volle vicina. Non parlava che a stento. Ma diceva: “La Madre è un poco il Figlio. Io tengo la Madre per avere qualcosa di Lui, perché ho paura della morte”. Povero padre mio!».

Non c’ è miracolo dove c’ è odio e incredulita.

22Vi è una scena orientale di urla e atti di dolore, alla quale tutti prendono parte. Anche Giacomo e Giuda, che Non c’hanno osato entrare. Il più pacato è Gesù, che piange soltanto.

«Tu piangi? Lo amavi allora?», chiede Simone.

23«Oh! Simone! Lo chiedi? Ma, se avessi potuto, credi che avrei permesso questo suo dolore? Ma Io sono col Padre, ma non da più del Padre».

«Guarisci i morenti, ma lui non lo hai guarito», dice aspro Giuseppe.

24«Non credeva in Me».

«Questo è vero, Giuseppe», osserva il fratello Simone.

La Legge dell’amore.

25«Non credeva e non deponeva il rancore. Io non posso nulla dove è incredulità e odio. Perciò vi dico: non odiate oltre i fratelli vostri. Eccoli. Il loro strazio non abbia gravame dal vostro rancore. Vostra madre è straziata più da quest’odio che vive, che dalla morte che ha termine in se stessa e, nel padre vostro, ha termine nella pace perché il suo desiderio di Me gli fu perdono di Dio. Di Me, per Me, non vi parlo e non chiedo. Io sono nel mondo, ma non sono del mondo. Quel che dentro a Me vive mi ripaga di ciò che il mondo mi nega. Soffro con la mia umanità, ma elevo lo spirito oltre la Terra e giubilo nelle cose celesti. Ma essi!… Non mancate alla legge d’amore e di sangue. Amatevi. Non vi è offesa verso il sangue in Giacomo e Giuda. Ma, se anche vi fosse, perdonate. Guardate con occhio giusto le cose e vedrete che i più offesi sono loro, non compresi nelle necessità dell’anima rapita da Dio. Eppure in loro non vi è rancore. Ma solo desiderio di amore. Non è vero, cugini?».

Giuda e Giacomo, che la madre tiene stretti a sé, annuiscono fra il pianto.

26«Simone, sei il maggiore. Dai l’esempio…».

«Io… per me… Ma il mondo… ma…»

27«Oh! il mondo! Esso dimentica e cambia ad ogni alba che sorge… Ed Io! Vieni, dammi il tuo bacio di fratello. Io ti amo. Lo sai. Spogliati da queste scaglie che ti fanno duro e che tue non sono, ma sono imposte da chi t’è estraneo e meno giusto di te. Tu giudica col tuo retto cuore, sempre».

28Simone, ancora un poco con ritrosia, apre le braccia. Gesù lo bacia e poi lo porta ai fratelli. Si baciano fra pianti e lamenti.

29«Ora tu, Giuseppe».

«No. Non insistere. Io ricordo il dolore del padre».

30«In verità tu lo perpetui con questo tuo rancore».

«Non importa. Io sono fedele».

Venerare le spoglie dei defunti.

31Gesù non insiste. Si volge a Simone: «La sera è tarda. Ma se tu volessi… Il nostro cuore arde di venerare le sue spoglie. Dove è Alfeo? Dove l’avete posto?».

«Dietro la casa. Dove l’uliveto cessa contro la balza. Un sepolcro dignitoso».

32«Ti prego. Conducimi ad esso. Maria, fa’ cuore. Lo sposo giubila perché ti vede sul seno i figli. Rimanete. Io vado con Simone. Siate in pace! Siate in pace! Giuseppe, a te dico quanto dissi al padre tuo: “Non ho rancore. Ti amo. Quando mi vuoi, chiamami. Verrò a piangere con te”. Addio».

E Gesù esce con Simone… Gli apostoli sbirciano curiosi. Ma vedono i due di buon accordo e sono contenti.

33«Venite voi pure», dice Gesù. «Sono i miei discepoli, Simone. Loro pure desiderano onorare tuo padre. Andiamo».

Vanno per l’uliveto e tutto ha fine.

La Grazia e la volontà (Insegnamento)[81].

La Grazia è relativa alla giustizia

Dice Gesù:

34«Come vedi, Simone, meno cocciuto, si è piegato, se non completamente almeno in parte, alla giustizia con santa prontezza. E non mio discepolo subito, né tanto meno apostolo, come nella tua ignoranza lo chiamasti ora è un anno, ma almeno spettatore non nemico divenne dopo quest’incontro per la morte di Alfeo. 35Tutore anche della madre sua e mia, quando un uomo doveva scortarle e difenderle dalle satire della gente. 36Non forte al punto di imporsi contro chi mi diceva “folle”; ancora tanto uomo da vergognarsi un poco di Me e da avere preoccupazioni per i pericoli della famiglia tutta, per il mio apostolato contrario alle sètte. 37Ma già sulla via del Bene. Su cui poi, dopo il Sacrificio, seppe procedere sempre più sicuro sino a confessarmi col sangue. 38La Grazia opera talora fulmineamente, talaltra lentamente. Ma sempre opera dove c’è volontà di esser giusti. 39Va’ in pace. Sta’ in pace fra i tuoi dolori. Il tempo preparatorio alla Pasqua ha inizio e tu porta per Me la Croce. Ti benedico, Maria della Croce di Gesù».

106. Cacciata da Nazareth e conforto
alla Madre. Riflessioni
[82].

Il Portatore ella Buono Novella.

La sinagoga(Lc 4,16-17)[83].

1Vedo uno stanzone quadrato. Dico stanzone, per quanto capisca che è la sinagoga di Nazareth (come mi dice l’interno ammonitore) perché non c’è altro che le pareti nude tinte di giallino e una specie di cattedra da un parte. Vi è anche un alto leggìo con sopra dei rotoli. Leggìo, scansia, dica come crede. E, insomma, una specie di tavola inclinata, sorretta su un piede e sulla quale sono allineati dei rotoli.

2Vi è della gente che prega, non come preghiamo noi, ma volti tutti da un lato con le mani non congiunte ma come su per giù sta un sacerdote all’altare.

3Vi sono delle lampade messe così: e sopra alla cattedra e al leggìo.

4Non vedo lo scopo di questa veduta, che non si cambia e che mi resta fissa così per del tempo. Ma Gesù mi dice di scriverla e lo faccio…

5Mi trovo nella sinagoga di Nazareth, da capo.

6Ora il rabbino legge. Sento la cantilena della voce nasale, ma non capisco le parole dette in una lingua a me ignota. Fra la gente vi è anche Gesù coi cugini apostoli e con altri che sono certo parenti essi pure, ma che non conosco.

7Dopo la lettura, il rabbino volge lo sguardo sulla folla in muta domanda. Gesù si fa avanti e chiede di tenere Lui l’adunanza, oggi.

Il Messia Liberatore(Lc 4,18-21)[84].

8Odo la sua bella voce leggere il passo di Isaia citato dal Vangelo: «Lo spirito del Signore è sopra di Me…». 9E odo il commento che Egli ne fa, dicendosi «il portatore della Buona Novella, della legge d’amore che sostituisce il rigore di prima con la misericordia, per cui tutti coloro che la colpa d’Adamo fa malati nello spirito, e nella carne per riflesso, perché il peccato sempre suscita vizio, e il vizio malattia anche fisica, otterranno la salute. 10Per cui tutti coloro che sono prigionieri dello Spirito del male avranno liberazione. 11Io sono venuto a rompere queste catene, a riaprire la via dei Cieli, a dar luce alle anime accecate e udito alle anime sorde. 12E’ venuto il tempo della Grazia del Signore. Ella è fra voi, Ella è questa che vi parla. 13I Patriarchi hanno desiderato vedere questo giorno, di cui la voce dell’Altissimo ha proclamato l’esistenza ed i Profeti hanno predetto il tempo. 14E già, portata a loro da ministero soprannaturale, conoscono che l’alba di questo giorno s’è levata, e il loro ingresso nel Paradiso è ormai vicino e ne esultano coi loro spiriti, santi ai quali non manca che la mia benedizione per esser cittadini dei Cieli. 15Voi lo vedete. Venite alla Luce che è sorta. Spogliatevi delle vostre passioni per esser agili a seguire il Cristo. Abbiate la buona volontà di credere, di migliorare, di volere la salute, e la salute vi sarà data. Essa è in mia mano. 16Ma non la do che a chi ha buona volontà di averla. Perché sarebbe offesa alla Grazia darla a chi vuol continuare a servire Mammona».

Cuori increduli e ostili (Lc 4,22-27)[85].

17Il mormorio si leva per la sinagoga. Gesù gira lo sguardo. Legge sui volti e nei cuori e prosegue: 18«Comprendo il vostro pensiero. Voi, poiché sono di Nazareth, vorreste un favore di privilegio. Ma questo per il vostro egoismo, non per potenza di fede. 19Onde Io vi dico che in verità nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Altri paesi mi hanno accolto e mi accoglieranno con maggior fede, anche quelli il cui nome è scandalo fra di voi. Là Io mieterò i miei seguaci, mentre in questa terra nulla potrò fare, perché m’è chiusa e ostile. 20Ma vi ricordo di Elia e d’Eliseo. Il primo trovò fede in una donna fenicia e il secondo in un siro. E a quella e a questo poterono operare il miracolo. I morenti di fame d’Israele ed i lebbrosi d’Israele non ebbero pane e mondezza, perché il loro cuore non aveva la buona volontà come perla fine che il Profeta vedeva. Questo succederà a voi pure, che siete ostili e increduli alla Parola di Dio».

Il Messia se ne va dal cuore incredulo(Lc 4.28-30)[86].

21La folla tumultua e impreca e tenta mettere le mani addosso a Gesù. 22Ma gli apostoli-cugini – Giuda, Giacomo e Simone – lo difendono, ed allora gli infuriati nazareni cacciano fuori dalla città Gesù. Lo inseguono con minacce, non solamente verbali, sino al ciglio del monte. Ma Gesù si volge e li immobilizza col suo sguardo magnetico, e passa incolume in mezzo a loro, scomparendo su per un sentiero del monte.

Conforto alla Madre.

23Vedo una piccola, piccolissima borgata. Un pugno di case. Una frazione, diremmo noi ora. É più alta di Nazareth, che si vede più sotto, e dista dalla stessa pochi chilometri. Una borgatella misera misera.

24Gesù parla con Maria stando seduto su un muretto presso una casuccia. Forse è una casa amica, o per lo meno ospitale secondo le leggi dell’ospitalità orientale. E Gesù ci si è rifugiato dopo esser stato scacciato da Nazareth, per attendere gli apostoli che certo si erano sparsi nella zona mentre Egli era presso la Madre.

25Con Lui non ci sono che i tre apostoli-cugini, i quali, in questo momento, sono raccolti nell’interno della cucina e parlano con una donna anziana che Taddeo chiama «madre». 26Perciò capisco che è Maria di Cleofa. É una donna piuttosto anziana e la riconosco per quella che era con Maria SS. alle nozze di Cana. Certo Maria di Cleofa e i figli si sono ritirati là per lasciare liberi Gesù e la Madre di parlare.

27Maria è afflitta. Ha saputo del fatto della sinagoga ed è addolorata. Gesù la consola. Maria supplica il Figlio di stare lontano da Nazareth, dove tutti sono maldisposti verso di Lui, anche gli altri parenti, che lo giudicano un pazzo desideroso di suscitare rancori e dispute. Ma Gesù fa un gesto sorridendo. Pare dica: «Ci vuol altro, lascia perdere!». Ma Maria insiste.

 La Missione del Messia.

28Allora Egli risponde: «Mamma, se il Figlio dell’uomo dovesse andare unicamente là dove è amato, dovrebbe volgere il suo passo da questa Terra e tornare al Cielo. Ho ovunque dei nemici. Perché la Verità è odiata, ed Io sono Verità. Ma Io non sono venuto per trovare facile amore. 29Io sono venuto per fare la volontà del Padre e redimere l’uomo. L’amore sei tu, Mamma, il mio amore, quello che mi compensa di tutto. Tu e questo piccolo gregge, che tutti i giorni si accresce di qualche pecorella che Io strappo ai lupi delle passioni e porto nell’ovile di Dio. 30l resto è il dovere. Sono venuto per compiere questo dovere e lo devo compiere anche fino a sfracellarmi contro le pietre dei cuori tetragoni al bene. Anzi, solo quando sarò caduto, bagnando di sangue quei cuori, Io li ammollirò stampandovi il mio segno che annulla quello del Nemico. Mamma, sono sceso dal Cielo per questo. Non posso che desiderare di compiere questo».

Madre del Reentor.

31 «Oh! Figlio! Figlio mio!». Maria ha la voce straziata. Gesù la più che mai velata, come una sacerdotessa.

32«Starò assente qualche tempo, per farti contenta. Quando sarò vicino manderò ad avvisarti».

33«Manda Giovanni. Mi pare di vedere un poco Te nel vedere Giovanni. Anche la madre sua è piena di cure per me e per Te. Ella spera, è vero, un posto di privilegio per i suoi figli. É donna ed è mamma, Gesù. Bisogna compatirla. Ne parlerà anche a Te. Ma ti è devota sinceramente. E quando sarà liberata dall’umanità, che fermenta in lei come nei suoi figli, come negli altri, come in tutti, Figlio mio, sarà grande nella fede. 34É doloroso che tutti sperino da Te un bene umano, un bene che, anche se non è umano, è egoista. Ma il peccato è in loro con la sua concupiscenza. Ancora l’ora benedetta, e tanto, tanto temuta, per quanto l’amore di Dio e dell’uomo me la faccia desiderare, in cui Tu annullerai il Peccato, non è venuta. Oh! quell’ora! Come trema il cuore della tua Mamma per quell’ora! Che ti faranno, Figlio? Figlio Redentore, di cui i Profeti dicono tanto martirio?».

35«Non ci pensare, Mamma. Dio ti aiuterà in quell’ora. Me e te aiuterà Dio. E dopo sarà la pace. Te lo dico una volta ancora. Ora va’, ché la sera scende e lungo è il cammino. Io ti benedico».


Le cause dei dolori di Gesù e di Maria[87].

Si riprende il tempo perduto

Dice Gesù:

36«Piccolo Giovanni, molto lavoro oggi. Ma siamo indietro di un giorno e non si può andare piano. Ti ho dato la forza per questo, oggi. Le quattro contemplazioni te le ho concesse per poterti parlare sui dolori di Maria e miei, preparatori alla Passione. Avrei dovuto parlarne ieri, sabato, giorno dedicato a mia Madre. Ma ho avuto pietà. Oggi si riprende il tempo perduto. Dopo i dolori che ti ho fatto conoscere, Maria ha avuto anche questi. Ed Io con Lei.

Il serpe.

37Il mio sguardo aveva letto nel cuore di Giuda Iscariota. Nessuno deve pensare che la Sapienza di Dio non sia stata capace di comprendere quel cuore[88]. Ma, come ho detto a mia Madre, egli ci voleva. Guai a lui per esser stato il traditore![89] Ma un traditore ci voleva. 38Doppio, astuto, avido, lussurioso, ladro, e intelligente e colto più della massa, egli aveva saputo imporsi a tutti. Audace, mi spianava la via, anche se era via difficile. 39Gli piaceva, oltre tutto, emergere e far risaltare il suo posto di fiducia presso di Me. Non era servizievole per istinto di carità. Ma unicamente perché era uno di quelli che voi chiamereste “faccendoni”. Ciò gli permetteva anche di tenere la borsa e di avvicinare la donna. Due cose che, insieme alla terza, la carica umana, amava sfrenatamente.

40La Pura, l’Umile, la Distaccata dalle ricchezze terrene, non poteva non avere ribrezzo di quel serpe. Io pure ne avevo ribrezzo. Ed Io solo ed il Padre e lo Spirito sappiamo quali superamenti ho dovuto sostenere per poterlo sopportare vicino. Ma te li spiegherò in altro tempo.

Le volpi astute.

41Ugualmente non ignoravo l’ostilità dei sacerdoti, farisei, scribi e sadducei. Erano volpi astute che cercavano spingermi nella loro tana per sbranarmi. 42Avevano fame del mio sangue. E cercavano di mettermi trappole ovunque per catturarmi, per avere arma di accusa, per levarmi di mezzo. 43Per tre anni è stata lunga l’insidia e non si è placata altro che quando mi hanno saputo morto. Quella sera hanno dormito felici. 44La voce del loro accusatore era per sempre estinta. Lo credevano. No. Non è ancora spenta. Non lo sarà mai e tuona, tuona e maledice i loro simili di ora. 45Quanto dolore ebbe mia Madre per colpa di loro! Ed Io quel dolore non lo dimentico.

La velva.

46Che la folla fosse volubile, non era cosa nuova. Essa è la belva che lecca la mano del domatore, se è armata di scudiscio o se offre un pezzo di carne alla sua fame. Ma, basta che il domatore cada e non possa più usare lo scudiscio, oppure non abbia più prede per la sua fame, che essa si avventa e lo sbrana. 47Basta dire la verità ed essere dei buoni per essere odiati dalla folla dopo il primo momento di entusiasmo. La verità è rimprovero e monito. La bontà spoglia dello scudiscio e fa sì che i non buoni non temano più. Onde: “crucifige”, dopo aver detto: “osanna”. 48La mia vita di Maestro è satura di queste due voci. E l’ultima è stata “crucifige”. L’osanna é come l’anelito che prende il cantore per aver fiato di fare l’acuto. 49Maria, nella sera del Venerdì Santo, ha riudito in sé tutti gli osanna bugiardi, divenuti urli di morte per la sua Creatura, e ne è rimasta trafitta. Anche questo Io non lo dimentico.

I massi.

50L’umanità degli apostoli! Quanta! Portavo sulle braccia, per alzarli al Cielo, dei massi che pesavano verso terra. Anche coloro che non si vedevano ministri di un re terreno come Giuda Iscariota, coloro che non pensavano come lui di salire, all’occorrenza, in mia vece sul trono, erano sempre, però, ansiosi di gloria. 51Venne il giorno che anche il mio Giovanni e suo fratello appetirono a questa gloria, che vi abbaglia come un miraggio anche nelle cose celesti. Non santo anelito al Paradiso, che voglio che abbiate. Ma desiderio umano che la vostra santità sia conosciuta. Non solo, ma esosità di cambiavalute, di usuraio per cui, per un poco di amore dato a Colui al quale Io vi ho detto dovete dare tutti voi stessi, pretendete un posto alla sua destra in Cielo.

52No, figli. No. Prima occorre saper bere tutto il calice che Io ho bevuto. Tutto: con la sua carità data in compenso dell’odio, con la sua castità contro le voci del senso, con la sua eroicità nelle prove, col suo olocausto per amore di Dio e dei fratelli. Poi, quando s’è tutto compiuto del proprio dovere, dire ancora: “Siamo servi inutili”, e attendere che il Padre mio e vostro vi conceda, per sua bontà, un posto nel suo Regno. 53Occorre spogliarsi, come mi hai visto spogliato nel Pretorio, di tutto ciò che è umano, tenendo solo quell’indispensabile che è rispetto verso il dono di Dio che è la vita, e verso i fratelli ai quali possiamo essere utili più dal Cielo che sulla Terra, e lasciare che Dio vi rivesta della stola immortale, fatta candida nel sangue dell’Agnello.

 

54Ti ho mostrato i dolori preparatori della Passione. Altri te li mostrerò. Per quanto siano sempre dolori, è stato riposo per l’anima tua il contemplarli. Ora basta. Sta’ in pace».

107. Gesù e la Madre da Giovanna
di Cusa
[90].

Giovanna e Cusa.

1Vedo Gesù andare verso la casa di Giovanna di Cusa. Quando il servo portinaio vede Chi è colui che giunge, ha un tal grido di festa che tutta la casa è a rumore. Gesù entra sorridente, benedicendo.

2Giovanna accorre dal giardino tutto in fiore per precipitarsi a baciare i piedi del Maestro. E viene anche Cusa, che si inchina profondamente prima, e poi bacia l’orlo della veste di Gesù.

3Cusa è un bell’uomo sui quarant’anni. Non molto alto, ma ben costrutto, capelli neri che appena alle tempie hanno qualche filo d’argento, occhi vivi e scuri, colorito pallido e una barba quadrata, nera, ben curata.

4Giovanna è più alta del marito. Della passata infermità non conserva che una accentuata snellezza, che però è già meno scheletrica di allora. Pare una palma sottile e flessuosa terminante nella bella testolina dai profondi occhi neri e dolcissimi. Ha una massa di capelli corvini graziosamente pettinati. La fronte liscia e alta pare ancora più bianca sotto quel nero schietto, e la piccola bocca, ben disegnata, spicca col suo rosso sano fra le guance di un pallore delicato, come lo hanno i petali di certe camelie. É una bellissima donna… ed è quella che dà la borsa a Longino, sul Calvario. Allora è piangente, stravolta e tutta velata. Qui sorride ed è a capo scoperto. Ma è lei.

Gioia di ospitare Maria.

«A che devo la gioia di averti mio ospite?», chiede Cusa.

5«Al mio bisogno di una sosta in attesa di mia Madre. Vengo da Nazaret… e devo far venire con Me la Madre mia per qualche tempo. Andrò a Cafarnao con Lei».

«Perché non da me? Io non ne sono degna, ma…», dice Giovanna.

6«Tu ne sei ben degna. Ma mia Madre ha seco la cognata, vedova da pochi giorni».

«Grande è la casa per ospitare più d’uno. E Tu mi hai dato tanta gioia che non t’è precluso nessun punto di essa. Ordina, Signore, Tu che hai allontanato la morte da questa dimora e le hai reso la mia rosa fiorita e fiorente», dice Cusa in appoggio alla moglie, che deve molto amare. Lo capisco da come la guarda.

7«Non ordino. Ma accetto. Mia Madre è stanca e ha molto sofferto in questi ultimi tempi. Teme per Me, ed Io le voglio mostrare che vi è chi mi ama».

«Oh! portala qui, allora! Io l’amerò come figlia e ancella», esclama Giovanna.

8Gesù acconsente.

Cusa esce a dare subito ordini in merito e, mentre la visione si sdoppia lasciando Gesù nello splendido giardino di Cusa, intento a parlare con Cusa e la moglie, io seguo e vedo l’arrivo del carro comodo e veloce con cui Gionata è andato a rilevare Maria a Nazaret.

Motivo di riflessione.

9Naturalmente la città si mette in subbuglio per il fatto. E quando Maria e la cognata, ossequiate come due regine da Gionata, salgono sul carro, dopo avere affidato ad Alfeo di Sara le chiavi di casa, il subbuglio cresce. Il carro parte, mentre Alfeo si vendica dell’atto villano fatto a Gesù nella sinagoga, dicendo: «I samaritani sono meglio di noi! Vedete un di Erode come venera la Madre di Lui?… E noi! Mi vergogno d’essere nazareno».

10Vi è un vero tumulto fra i due partiti. Vi è chi defeziona dal partito avverso per venire verso Alfeo e chiedere mille cose.

11«Ma certo!», risponde Alfeo. «Ospiti della casa del Procuratore. Avete sentito che ha detto il suo intendente: “Il mio padrone ti supplica di onorare la sua casa”. Onorare, capite? Ed è il ricco e potente Cusa, e la moglie è una principessa regale. Onorare! E noi, ossia voi, l’avete preso a sassate. Vergogna!».

12I nazareni non ribattono e Alfeo prende più vigore. «Già, avendo Lui, si ha tutto! E non serve appoggio d’uomo. Ma vi pare inutile avere ad amico Cusa? Vi pare propizio che egli ci disprezzi? É il Procuratore del Tetrarca, sapete? Dite niente! Fate, fate i samaritani col Cristo! Vi attirerete l’odio dei grandi. E allora… oh! allora vi voglio vedere! Senza aiuti dal Cielo e senza aiuti dalla Terra! Stolti! Cattivi! Miscredenti!»

13La grandine degli improperi e dei rimproveri continua, mentre i nazareni se ne vanno mogi come cani frustati. Alfeo resta solo come un arcangelo vindice sull’uscio di casa di Maria…

Lode al Fiore della stirpe regale.

14…E’ tarda sera quando per la splendida via lungo lago giunge, al trotto dei robusti cavalli, il carro di Gionata. I servi di Cusa, già di sentinella alla porta, danno il segnale ed accorrono con lampade, aumentando il chiarore che sparge la luna.

15Giovanna e Cusa accorrono. Anche Gesù appare sorridente, e dietro è il gruppo apostolico. Quando Maria scende, Giovanna si prostra fino a terra e saluta: «Lode al Fiore della stirpe regale. Lode e benedizione alla Madre del Verbo Salvatore»; e Cusa fa un inchino che più profondo non lo può fare neppure davanti ad Erode, e dice: «Sia benedetta quest’ora che a me ti conduce. Benedetta tu, Madre di Gesù».

16Maria risponde soave ed umile: «Benedetto il nostro Salvatore e benedetti i buoni che amano il Figlio mio».

17Entrano tutti in casa, accolti dai più vivi segni di ossequio.

18Giovanna tiene per mano Maria e le sorride dicendo: «Mi permetterai che io ti serva, non è vero?».

19«Non me. Lui, sempre Lui servi ed ama. E mi avrai già dato tutto. Il mondo non l’ama… E’ il mio dolore».

20«So. Perché questo disamore di una parte del mondo, mentre altri per Lui darebbero la vita?».

21«Perché Egli è il segno di contraddizione per molti. Perché Egli è il fuoco che depura il metallo. L’oro si monda. Le scorie cadono al fondo e sono gettate via. Mi fu detto fin da quando era piccino[91]… E giorno per giorno la profezia si compie…».

22«Non piangere, Maria. Noi l’ameremo e lo difenderemo», conforta Giovanna.

23Ma Maria continua il suo pianto silenzioso, che solo Giovanna vede, nell’angolo semioscuro dove sono sedute.  

Tutto ha fine.

108. Discorso ai vendemmiatori. Bambino paralitico guarito per intercessione della Madre di Gesù[92].

Intervista a la Madre del Messia.

I vendemmiatori.

1Tutte le campagne della Galilea sono nel gaio lavoro della vendemmia. Gli uomini, arrampicati sulle alte scale, colgono dalle pergole e dalle viti; le donne, col capo carico di cesti, portano grappoli d’oro e rubino là dove i pigiatori attendono. Canti, risate, scherzi corrono da poggio a poggio, da orto ad orto, insieme a odor di mosti e ad un grande ronzare di api, che paiono ebbre tanto vanno veloci e danzanti dai superstiti tralci, ancor ricchi di grappoli, ai cesti ed ai tini dove si perdono gli acini, da esse cercati, nella brodaglia torbida dei mosti. I bambini, tinti di succo come tanti fauni, fanno un gridio di rondini correndo sull’erba, nelle corti, per le vie.

2Gesù è diretto verso un paese a poca distanza dal lago. Un paese di pianura, però; pare un ampio alveo fra due lontani sistemi montuosi che vanno verso nord. La pianura è ben irrigata, perché un fiume (penso sia il Giordano) la traversa. Gesù passa per la strada maestra ed è salutato da molti col grido: «Rabbi! Rabbi!». Gesù passa e benedice.

Intervista a la Madre.

3Prima del paese è una ricca proprietà, e all’inizio della stessa due coniugi anziani sono in attesa del Maestro. «Entra. Quando il lavoro cesserà, tutti qui affluiranno ad udirti. Quanta gioia Tu porti! Essa si spande da Te come la linfa per i tralci e diventa vino di letizia per i cuori. Quella è tua Madre?», dice il padrone di casa.

4«É Lei. Ve l’ho condotta perché ora anch’Ella è nella schiera dei miei discepoli. L’ultimo in ordine di accoglimento, il primo in ordine di fedeltà. É l’Apostolo. Mi ha predicato prima ancora che nascessi… Madre, vieni. Un giorno, erano i primi tempi che evangelizzavo, questa madre non mi fece rimpiangere te, tanto fu dolce col tuo Figlio stanco».

5«Il Signore ti dia grazia, donna pietosa».

«Ho grazia perché ho il Messia e te. Vieni. La casa è fresca, e pacata vi è la luce. Potrai riposare. Sarai stanca».

6«Non mi è stanchezza altro che l’odio del mondo. Ma seguirlo e udirlo! É stato il mio desiderio dalla più lontana infanzia».

«Tu sapevi di essere la futura Madre del Messia?».

7«Oh! no. Ma speravo vivere tanto da poterlo udire e servire, ultima fra i suoi evangelizzati, ma fedele! oh! fedele!».

«Lo odi e lo servi. E sei la prima. Sono madre io pure ed ho dei figli sapienti. Quando li sento parlare il mio cuore balza d’orgoglio. E tu che provi udendo Lui?».

8«Un’estasi soave. Mi sprofondo nel mio nulla e la Bontà, che è Lui stesso, seco ugualmente mi solleva. Vedo allora con semplice sguardo la Verità eterna, ed Essa si fa carne e sangue del mio spirito».

«Benedetto il tuo cuore! É puro e perciò così comprende il Verbo. Noi siamo più duri perché pieni di colpe…».

9 «Vorrei dare a tutti il mio cuore per questo, perché l’amore vi fosse luce a comprendere. Perché, credilo, è l’amore – ed io sono la Madre e perciò naturale è in me l’amore – quello che rende facile ogni impresa».

10Le due donne parlano ancora fra loro, la vecchia presso la tanto, sempre tanto giovane Madre del mio Signore, mentre Gesù parla col padrone presso i tini in cui schiere e schiere di vendemmiatori rovesciano grappoli e grappoli. Gli apostoli, seduti all’ombra di una pergola di gelsomini, gustano con buon appetito uva e pane.

11La giornata volge al tramonto e il lavoro cessa lentamente. I coloni sono ormai tutti nell’ampia corte rustica, dove è un forte odore d’uve pigiate. Anche altri coloni vengono da case vicine.

Esperienza carismatica del Portavoce.

12Gesù sale su una scaletta che porta ad un’ala a loggiato, sotto cui sono ricoverati sacchi di derrate e attrezzi agricoli. Come sorride Gesù nel salire quei pochi scalini! Lo vedo sorridere fra l’ondeggiare dei soffici capelli che una brezza serale smuove. E vorrei sapere perché sorride così luminosamente. La letizia di questo sorriso entra, come quel vino di cui parlava il padrone di casa, nel mio cuore, molto triste oggi, e lo solleva.

13(Non è la prima cosa che mi sollevi oggi. Già da stamane, e lei mi aveva visto piangere per un sempre vivo dolore di spirito, Egli, nella Comunione, mi era apparso come sempre quando lei dice: «Ecce Agnus Dei». Ma non si era limitato a guardarla con amore, Padre, e a sorridere a me. Aveva lasciato il suo fianco, alla sinistra del letto, ed era passato a destra col suo passo lungo, lievemente ondeggiante in avanti, ed era venuto a destra, dandomi carezze, sensibili, con le sue lunghe mani e dicendomi: «Non piangere!»… Ma ora il suo sorriso mi inonda di pace).

14Si volge. Siede sull’ultimo scalino, al sommo della scala che diviene una tribuna per i più fortunati uditori, ossia per i padroni di casa, per gli apostoli e per Maria, la quale, sempre umile, non aveva neppur cercato di salire in quel posto d’onore, ma vi è condotta dalla padrona. É proprio seduta un gradino sotto Gesù, di modo che la sua testa bionda è all’altezza dei ginocchi del Figlio e, essendo seduta di lato, Ella lo può guardare in viso, col suo sguardo di colomba innamorata. Il profilo soave di Maria spicca nitido come in un marmo contro il muro scuro del rustico loggiato.

Più giù sono gli apostoli ed i padroni di casa. Nella corte tutti i villici, chi in piedi, chi seduto per terra, chi arrampicato sui tini e sulle piante di fichi che sono ai quattro angoli della corte.

Le azioni oneste. (Discorso messianico).

Potenza per ottenere benedizione.

15Gesù parla lentamente, affondando la mano in un ampio sacco di grano posto dietro le spalle di Maria; pare scherzi con quei chicchi o li carezzi con piacere, mentre con la destra gestisce pacatamente.

16«Mi è stato detto: “Vieni, o Gesù, a benedire il lavoro dell’uomo”. E sono venuto. In nome di Dio lo benedico. Perché ogni lavoro, se onesto, merita benedizione dal Signore eterno. Ma l’ho detto: la prima potenza per ottenere benedizione da Dio è l’essere onesti in tutte le azioni.

Il timore di Dio.

17Ora guardiamo insieme quando e come le azioni sono oneste. Lo sono quando sono compiute avendo presente allo spirito l’eterno Iddio.

18Può mai peccare uno che dica: “Dio mi guarda. Dio ha i suoi occhi su me, né delle mie azioni perde un particolare”? No. Non può. Perché il pensiero di Dio è un salutare pensiero, e più di ogni minaccia umana trattiene l’uomo dal peccare. Ma temerlo solo si deve l’eterno Iddio? No. Udite. Vi fu detto: “Temi il Signore Iddio tuo”[93]. Ed i Patriarchi hanno tremato, e tremato hanno i Profeti quando il Volto di Dio, o un angelo del Signore, apparve ai loro spiriti giusti[94]. E invero, in tempo di corruccio divino, l’apparizione del Soprannaturale deve far tremare il cuore. Chi, ancorché puro come un pargolo, non trema davanti al Potente, davanti al cui fulgore eterno stanno adoranti gli angeli, proni nell’alleluia paradisiaco? L’insostenibile fulgore di un angelo, Dio lo tempera di velo pietoso, per concedere all’occhio umano di mirarlo senza averne bruciate pupilla e mente. Che dunque sarà il vedere Dio?

Al timore deve succedere l’amore

19Ma questo, finché il corruccio dura. Quando ad esso subentra pace e il Dio d’Israele dice: “Io l’ho giurato. E mantengo il mio patto. Ecco Colui che mando, ed Io sono, pure non Io essendo, ma la mia Parola che si fa Carne per essere Redenzione”, allora al timore deve succedere l’amore, e solo amore all’eterno Dio va dato, in letizia, poiché l’età di pace è venuta per la Terra e fra Dio e l’uomo. Quando i primi venti di primavera spargono il polline del fior della vigna, ancora deve l’agricoltore temere, ché tante insidie possono essere tese dall’intemperie e dagli insetti al frutto. Ma quando giunge l’ora lieta del vendemmiare, ecco che allora cessa ogni timore e il cuore giubila nella certezza del raccolto.

Guai a quelli che respingono il Messia

20Preannunciato dalle parole dei Profeti, il Germoglio della stirpe di Jesse è venuto[95]. Ora è fra voi. Grappolo opimo che vi porta il succo della Sapienza eterna e non chiede che d’essere colto e spremuto per esser Vino agli uomini. Vino di letizia senza fine per quelli che di Lui si nutriranno. Però guai a quelli che, avendo avuto a loro portata questo Vino, l’avranno respinto, e tre volte guai a quelli che, dopo essersene pasciuti, l’avranno rigettato o mescolato nel loro interno ai cibi di Mammona.

L’onesto e il disonesto.

21Ed ecco che Io ritorno al concetto primo. La prima potenza per avere benedizione di Dio, sia sulle opere dello spirito che sulle opere dell’uomo, è l’onestà di intenti. 22É onesto colui che dice: “Io seguo la Legge non per averne lode dagli uomini, ma per fedeltà a Dio”. 23É onesto colui che dice: “Io seguo il Cristo non per i miracoli che fa, ma per i consigli che mi dà di vita eterna”. 24É onesto colui che dice: “Io lavoro non per avido lucro, ma perché anche il lavoro è stato messo da Dio come mezzo di santificazione per il suo valore formativo, mortificativo, preservativo, elevativo. 25Io lavoro per potere aiutare il mio prossimo. 26Io lavoro per poter fare risplendere i prodigi di Dio, che di un granello minuscolo fa cespo di spighe, di un seme d’uva fa grande vigna, di un nocciolo fa una pianta e di me, uomo, povero niente che sono tratto dal nulla per il suo volere, fa un suo aiutante nell’opera indefessa del perpetuare biade, viti e frutteti, come del popolare la Terra di uomini“.

El hombre onesto.

27Vi sono persone che lavorano come bestie da soma. Ma senza altra religione che questa: aumentare le loro ricchezze. Muore al loro fianco il compagno più sfortunato di stenti e di fatica? I figli di questo misero muoiono per fame? Che importa all’avido accumulatore di ricchezze?

28Vi sono altri che, ancor più duri, non lavorano, ma fanno lavorare, e loro accumulano col sudore altrui.

29Altri ancora che dilapidano ciò che con esosità estorcono dall’altrui fatica.

30In verità per costoro non è onesto il lavoro. E non dite: “Eppure Dio li protegge”. No. Non li protegge. Oggi avranno un’ora di trionfo. Ma presto saranno colpiti da un rigore divino, che nel tempo o nell’eternità ricorderà loro il precetto: “Io sono il Signore Iddio tuo. Amami al disopra di tutte le cose e ama il prossimo tuo come te stesso”[96].

31Oh! che allora, se quelle parole risuoneranno in eterno, saranno più tremende dei fulmini del Sinai!

Amare Dio e prossimo.

32Molte, troppe sono le parole che vi sono dette. Io vi dico queste sole: “Amate Dio. Amate il prossimo”. Esse sono come il lavoro che fa fecondo il tralcio, fatto intorno alla vite in primavera. 33L’amore di Dio e di prossimo è come l’erpice che pulisce il suolo dalle erbe nocive dell’egoismo e delle male passioni; 34è come la zappa che scava un anello intorno al tralcio perché sia isolato dal contagio d’erbe parassite e nutrito di fresche acque d’irrigazione; 35è come cesoia che leva il superfluo per condensare il vigore e dirigerlo là dove darà frutto; 36è laccio che stringe e sostiene insieme al palo robusto;

37è infine sole che matura i frutti del buon volere e ne fa frutti di vita eterna.

Giubilo temporale e giubilo eterno

38Ora voi giubilate perché l’anno fu buono e ricche le messi e opima la vendemmia. Ma in verità vi dico che questo vostro giubilo è men che minuto granello di rena rispetto al giubilo senza misura che sarà vostro quando l’eterno Padre vi dirà: “Venite, miei fecondi tralci innestati con la vera Vite. Voi vi siete prestati ad ogni operazione, anche se penosa, pur di dare gran frutto, e ora a Me venite densi dei succhi dolci dell’amore verso Me ed il prossimo. Fiorite nei miei giardini per tutta l’eternità”.

il cento per uno a chi ama Dio.

39Tendete a questa eterna letizia. Con fedeltà perseguite questo bene, con riconoscenza benedite l’Eterno che vi aiuta a raggiungerlo. Beneditelo per la grazia della sua Parola, beneditelo per la grazia del buon raccolto. Amate con riconoscenza il Signore e non temete. Dio dà il cento per uno a chi lo ama».

40Gesù avrebbe finito. Ma tutti gridano: «Benedici, benedici! La tua benedizione su noi!».

Benedizione messianica.

41E Gesù si alza in piedi, apre le braccia e tuona: «Il Signore vi benedica e custodisca, vi mostri la sua faccia e abbia di voi pietà. Il Signore volga su voi il suo volto e vi dia la sua pace. Il nome del Signore sia nei vostri cuori, sulle vostre case e sui vostri campi».

Nelle braccia di Maria.

42La folla, la piccola folla adunata, ha un gridio di gioia e di acclamazioni al Messia. Ma poi tace e si fende per lasciare passare una madre che ha sulle braccia un bambino di circa dieci anni, paralitico. Ai piedi della scala lo tende, come lo offrisse a Gesù.

«È una mia serva. Il suo maschio cadde lo scorso anno dall’alto della terrazza ed ebbe spezzate le reni. Per tutta la vita giacerà sulla schiena», spiega il padrone.

«Ha sperato in Te tutti questi mesi…», aggiunge la padrona.

43«Dille che venga a Me».

Ma la povera donna è così emozionata che pare abbia lei una paralisi. Trema tutta e incespica nella lunga veste montando gli alti gradini col figlio sulle braccia.

44Maria si alza in piedi, pietosa, e le scende incontro. «Vieni. Non temere. Mio Figlio ti ama. Dammi la tua creatura. Salirai meglio. Vieni, figlia. Sono madre io pure», e le prende il fanciullo, al quale sorride dolcemente, salendo poi col suo pietoso carico che le pesa sulle braccia. La madre del fanciullo le va dietro piangente.

45Maria è ora davanti a Gesù. Si inginocchia e dice: «Figlio! Per questa madre!». Non altro.

46Gesù non chiede neppure il suo solito: «Che vuoi che ti faccia? Credi che Io lo possa fare?». No. Oggi sorride e dice: «Donna, vieni qui».

47La donna va proprio accosto a Maria. Gesù le pone una mano sulla testa e dice solo: «Sii lieta», e ancor non ha finito di dire la parola che il fanciullo, fino allora steso pesantemente sulle braccia di Maria e con le gambe ciondoloni, si siede di scatto e, con un grido di festa: «Mamma!», corre a rifugiarsi sul seno materno.

I gridi di osanna sembra vogliano penetrare nel cielo tutto rosso nel tramonto.

48La donna, col figlio stretto al cuore, non sa che dire e lo chiede: «Che, che devo fare per dirti che son felice?».

49E Gesù, carezzandola ancora: «Essere buona, amare Dio e il tuo prossimo, e allevare in questo amore il figlio tuo».

50Ma la donna non è ancor contenta. Vorrebbe… vorrebbe… e infine chiede: «Un bacio tuo e di tua Madre al mio bambino».

51Gesù si china e lo bacia, e Maria pure. E mentre la donna va via felice, fra un codazzo di amici acclamanti, Gesù spiega alla padrona: «Non è occorso di più. Egli era nelle braccia di mia Madre. Anche senza parola lo avrei sanato, perché Ella è felice quando può consolare un’afflizione ed Io la voglio fare felice».

52E fra Gesù e Maria va uno di quegli sguardi che solo chi li ha visti li può capire, tanto sono profondi di significato.

109. Nei campi di Giocana e in quelli di Doras. Morte di Giona nella casa
di Nazareth
[97].

Nella terra dei Lupi.

Bestie da soma!

1Rivedo il piano di Esdrelon, di giorno, un giorno seminuvoloso di fine autunno. Vi deve essere stata della pioggia nella notte, una delle prime piogge dei tristi mesi invernali, perché la terra è umida per quanto non fangosa. E vi è ancora vento. Un vento umido che strappa le foglie ingiallite e penetra nelle ossa col suo alito pregno d’umidità.

Nei campi sono rare coppie di buoi all’aratro. Rivoltano a fatica la terra grassa e pesante di questa fertile pianura per prepararla al seme. E quello che mi fa pena è vedere che in certi luoghi sono gli stessi uomini che fanno l’ufficio dei buoi, spingendo il vomere con tutta la forza delle loro braccia, e persino del petto, puntando i piedi nel suolo già smosso, faticando come schiavi in quest’opera in cui faticano anche i robusti giovenchi.

Anche Gesù guarda e vede. E il suo volto si fa triste fino al pianto.

I discepoli – undici, perché Giuda è ancora assente e i pastori non ci sono più – parlano fra loro, e Pietro dice: «Piccola, povera, faticosa anche la barca… Ma cento volte meglio di questo servizio da bestie da soma!». E poi interroga: «Maestro, saranno già servi di Doras?».

Risponde Simone Zelote: «Non credo. I suoi campi sono oltre quel frutteto, mi pare. E noi non li vediamo ancora».

Cani da frustare!

2Ma Pietro, curioso sempre, lascia la strada e va lungo una proda fra due campi. Sui margini di essa si sono seduti per un momento quattro magri e sudati agricoltori. Anelano per la fatica. Pietro li interroga: «Siete di Doras?».

«No. Siamo del suo parente però, di Giocana siamo. E tu chi sei?».

«Sono Simone di Giona, pescatore di Galilea fino alla luna di ziv. Ora Pietro di Gesù di Nazaret, il Messia della Buona Novella». Pietro dice questo col rispetto e la gloria con cui uno direbbe: «Appartengo all’alto e divino Cesare di Roma» e molto più ancora. Il suo onesto viso splende proprio nella gioia del professarsi di Gesù.

«Oh! il Messia! Dove, dove è?», dicono i quattro infelici.

«Quello è. Quello alto e biondo, vestito di rosso scuro. Quello che guarda ora qui, e sorride attendendomi».

«Oh!… Se noi si andasse… ci caccerebbe?».

«Cacciarvi? Perché? É l’amico degli infelici, dei poveri, degli oppressi, e mi pare che voi… sì, siate proprio di questi…».

«Oh! se lo siamo! Mai come quelli di Doras. Almeno abbiamo pane a volontà e non siamo frustati altro che se si smette il lavoro, ma…».

«Sicché, se ora il bel signorino Giocana vi trovasse qui a parlare, vi…».

«Ci frusterebbe come non frusta i suoi cani…».

 Pietro fa una fischiatina significativa. Poi dice: «Allora è meglio fare così…», e messe le mani ad imbuto alla bocca chiama forte: «Maestro. Vieni qui. Ci sono dei cuori che soffrono e ti vogliono».

«Ma che dici?! Lui?! Da noi?! Ma noi siamo servi ignobili’!». I quattro sono esterrefatti di tanto ardire.

«Ma le frustate non sono piacevoli. E se capita quel bel fariseo non vorrei averne una porzione anche io…», ride Pietro scuotendo con la sua manona il più esterrefatto dei quattro.

Amati dal Messia.

3Gesù, col suo lungo passo, sta già raggiungendoli. I quattro non sanno che fare. Vorrebbero corrergli incontro, ma il rispetto li paralizza. Poveri esseri che la cattiveria umana ha reso di tutto impauriti. Cadono bocconi al suolo, adorando di lì il Messia che viene a loro.

4«La pace a tutti coloro che mi desiderano. Chi mi desidera ha desiderio di bene, ed Io lo amo come un amico. Alzatevi. Chi siete?».

Ma i quattro alzano appena il volto dal suolo e stanno in ginocchio e muti.

Parla Pietro: «Sono quattro servi del fariseo Giocana, parente di Doras. Vorrebbero parlarti, ma… se arriva lui sono legnate, e allora ti ho detto: “Vieni”. Su, ragazzi. Non vi mangia! Abbiate fiducia. Pensate che sia un vostro amico».

«Noi… noi sappiamo di Te… Lo diceva Giona…»

5«Vengo per lui. Lo so che mi ha annunciato. Che sapete di Me?».

«Che sei il Messia. Che ti ha visto piccino, che gli angeli hanno cantato la pace ai buoni con la tua venuta, che sei stato perseguitato… ma che ti sei salvato, e che ora hai cercato i tuoi pastori e… e li ami. Questo lo diceva ora, queste ultime cose. E noi pensavamo: se è così buono da amare e cercare dei pastori, certo vorrebbe un poco di bene anche a noi… Abbiamo tanto bisogno di chi ci ami…».

6«Io vi amo. Soffrite molto?».

«Oh!… Ma quelli di Doras più ancora. Se Giocana ci trovasse qui a parlare!… Ma oggi è a Gerghesa. Ancora non è tornato dai Tabernacoli. Però il suo intendente questa sera ci darà il cibo dopo avere misurato il lavoro. Ma non importa. Riprenderemo il tempo non riposando per il pasto dell’ora di sesta».

Maestri d’aratura.

7«Di’, ragazzo. Non sarei buono io di mandare avanti quell’arnese lì? É un lavoro difficile?», chiede Pietro.

«Difficile no. Ma faticoso. Ci vuole forza».

«Ce l’ho. Fammi vedere. Se riesco, tu parli ed io faccio il bove. Tu, Giovanni, Andrea e Giacomo, avanti alla lezione. Passiamo dai pesci ai vermi del suolo. Su!». Pietro mette mano all’asse traversa del timone. Ad ogni aratro sono due uomini, l’uno di qua, l’altro di là della lunga stanga timoniera. E guarda e imita tutte le mosse del contadino. Forte come è, e riposato, lavora bene e l’uomo lo loda.

«Sono un maestro d’aratura», esclama contento il buon Pietro. «Su, Giovanni! Vieni qui. Un toro e un giovenco per aratro. All’altro, Giacomo e quel muto vitello del fratello mio. Forza! Ah… issa!», e le due coppie di aratori vanno affiancate rivoltando la terra e tracciando i solchi per il lungo campo, e al limite di esso rivoltano l’aratro e fanno il nuovo solco. Sembra che abbiano fatto sempre i contadini.

Servi del Dio d’Abramo.

«Come sono buoni i tuoi amici!», dice il più audace dei servi di Giocana. «Tu li hai fatti tali?».

8«Io ho dato una regola alla loro bontà. Come tu fai con le cesoie del potatore. Ma la bontà era in loro. Ora fiorisce bene perché vi è chi la cura».

«Sono umili anche. Amici tuoi e servire così dei poveri servi!».

9«Con Me non possono essere che coloro che amano l’umiltà, la mitezza, la continenza, l’onestà e l’amore, soprattutto l’amore. Perché chi ama Dio e prossimo ha di conseguenza tutte le virtù e acquista il Cielo».

«Anche noi potremo averlo, noi che non abbiamo tempo di pregare, di andare al Tempio, di neppure alzare il capo dal solco?».

10«Rispondete: è in voi odio verso chi vi tratta così duramente? É in voi ribellione e rimprovero a Dio per avervi messi fra gli infimi della Terra?».

«Oh! no, Maestro! É la nostra sorte. Ma quando, stanchi, ci buttiamo sul giaciglio, diciamo: “Ebbene, il Dio di Abramo lo sa che siamo tanto sfiniti che non possiamo dirgli di più di: ‘Sia benedetto il Signore!”‘, e anche diciamo: “Anche oggi abbiamo vissuto senza peccare”… Sai… potremmo anche frodare un pochino, e col pane mangiare un frutto, o versare dell’olio sull’erbe lessate. Ma il padrone ha detto: “Ai servi basta il pane e l’erbe cotte, e nel tempo della messe un poco d’aceto nell’acqua per temperare la sete e dare il vigore”. E noi lo facciamo. Infine… si potrebbe stare peggio».

11«Ed Io vi dico che in verità il Dio d’Abramo sorride ai vostri cuori, mentre volge viso acerbo a coloro che lo insultano nel Tempio con bugiarde preghiere mentre non amano i loro simili».

«Oh! ma fra simili si amano! Almeno… sembra così, perché si venerano a vicenda con doni e inchini. É con noi che non hanno amore. Ma noi siamo diversi da loro, ed è giusto».

I membri del Regno dei Cieli (Insegnamento messianico)

12«No. Nel Regno del Padre mio non è giusto. E diverso sarà il modo di giudicare. Non i ricchi e potenti, perché tali, avranno onori. Ma solo coloro che avranno sempre amato Dio amandolo sopra se stessi ed ogni altra cosa quale il denaro, il potere, la donna, la mensa;

13e amando i propri simili che sono tutti gli uomini, sia che siano ricchi o poveri, noti o ignoti, dotti o senza coltura, buoni o malvagi.

14Sì, anche i malvagi bisogna amarli. Non per la loro malvagità, ma per la pietà verso la loro anima da loro ferita a morte. Occorre amarli di un amore che supplica il Padre celeste di guarirli e redimerli.

15Nel Regno dei Cieli saranno beati coloro che avranno onorato il Signore con verità e giustizia, e amato i genitori ed i parenti per rispetto;

16coloro che non avranno rubato in nessun modo e nessuna cosa, ossia avranno dato e preteso il giusto, anche nel lavoro dei servi;

17coloro che non avranno ucciso né riputazioni né creature e non avranno avuto desiderio di uccidere, anche se i modi degli altri sono tanto crudeli da sollevare il cuore a sdegno e a rivolta;

18coloro che non avranno giurato il falso danneggiando il prossimo e la verità;

19coloro che non avranno commesso adulterio o vizio carnale quale che sia;

20coloro che miti e rassegnati avranno sempre accettato la loro sorte senza invidie verso gli altri.

21Di questi è il Regno dei Cieli, ed anche il mendico può essere lassù un re beato, mentre il Tetrarca nel suo potere sarà men che nulla, più che nulla anzi: sarà pasto di Mammona se avrà agito contro la legge eterna del Decalogo».

22Gli uomini sono a bocca aperta ad udirlo. Presso a Gesù sono Bartolomeo, Matteo, Simone, Filippo, Tommaso, Giacomo e Giuda d’Alfeo. Gli altri quattro continuano il loro lavoro, rossi, accaldati, ma allegri. Basta Pietro a tenere allegri tutti.

Attento alla Belva.

L’uomo iena.

«Oh! come aveva ragione Giona di dirti “Santo”! Tutto in Te è santo. Le parole, lo sguardo, il sorriso. Noi non abbiamo mai sentito l’anima così!…»

23«É molto che non vedete Giona?».

«Da quando è malato».

24«Malato?».

«Sì, Maestro. Non ne può più. Si trascinava già prima. Ma dopo i lavori d’estate e la vendemmia non sta più in piedi. Eppure… lo fa lavorare quel… Oh! Tu dici che bisogna amare tutti. Ma è molto difficile amare le iene! E Doras è più di una iena».

25«Giona lo ama…».

«Sì, Maestro. E io dico che è santo come quelli che per fedeltà al Signore Iddio nostro sono stati uccisi con martirio».

26«Hai detto bene. Come ti chiami?».

«Michea, e questo Saulo, e questo Gioele, e questo Isaia».

27«Ricorderò i vostri nomi al Padre. E dite che Giona è molto malato?».

«Sì. Appena finito il lavoro si butta sullo strame e noi non lo vediamo. Ce lo dicono altri servi di Doras».

28«É sul lavoro a quest’ora?».

«Se sta ritto, sì. Dovrebbe essere oltre quel pometo».

 

L’uomo senz’anima

29«Fu buono il raccolto di Doras?».

«Oh! celebre in tutta la regione. Le piante ebbero puntello per le frutta di grossezza di miracolo, e Doras dovette fare fabbricare nuovi tini perché l’uva non avrebbe potuto esser posta in quelli soliti, tant’era».

30«Allora Doras avrà premiato il suo servo!».

«Premiato! Oh! Signore, come lo conosci male!».

31«Ma Giona mi disse che anni or sono lo colpì a morte per la perdita di qualche grappolo e che divenne schiavo per debiti, avendogli il padrone fatto accusa di perdita per poca messe. Quest’anno che ebbe miracolosa abbondanza, avrebbe dovuto dunque dargli premio».

«No. Lo frustò ferocemente, accusandolo di non avere gli scorsi anni ottenuto la stessa abbondanza per non avere curato la terra a dovere».

«Ma quest’uomo è una belva!», esclama Matteo.

32«No. É un senza anima», dice Gesù. «Vi lascio, figli, con una benedizione. Avete pane e cibo per oggi?».

«Abbiamo questo pane», e mostrano una pagnotta scura tratta da un sacchetto gettato al suolo.

33«Prendete il mio cibo. Non ho che questo. Ma Io sono da Doras oggi e…».

Verso l’antro del lupo e lo sciacallo.

«Tu da Doras?».

34«Si. Per riscattare Giona. Non lo sapevate?».

«Nessuno sa nulla… diffida, Maestro. Sei come una pecora nell’antro del lupo».

35«Non potrà farmi nulla. Prendete il mio cibo. Giacomo, dai quanto abbiamo. Anche il vostro vino. Giubilate un poco anche voi, poveri amici. E per l’anima e per il corpo. Pietro! Andiamo».

«Vengo, Maestro. Non c’è che questo solco da finire». E corre a Gesù congestionato di fatica. Si asciuga col mantello che aveva spogliato, se lo rimette e ride felice. I quattro non finiscono di ringraziare.

«Passerai di qui, Maestro?». «Sì, attendetemi. Saluterete Giona. Lo potete fare?».

36«Oh! sì. Il campo doveva essere arato a sera. Più di due terzi è fatto. Come bene e svelto! Sono forti i tuoi amici! Dio vi benedica. Oggi per noi è più di festa d’Azzimi. Oh! che Dio vi benedica tutti! Tutti! Tutti!».

37Gesù se ne va dritto al pometo. Lo traversano, giungono ai campi di Doras. Altri contadini all’aratro o curvi a mondare i solchi dalle erbe strappate. Ma Giona non c’è. Gesù è riconosciuto e, senza lasciare il lavoro, gli uomini lo salutano.

38«Dove è Giona?».

«Dopo due ore è caduto sul solco ed è stato portato a casa. Povero Giona. Ancora per poco ha da soffrire. É proprio alla fine. Mai più avremo un amico più buono».

 39«Me avete sulla Terra ed egli in seno ad Abramo. I morti amano i vivi di duplice amore: il loro e quello che assumono essendo con Dio, amore perfetto perciò».

«Oh! vai subito da lui. Che ti veda sul suo soffrire!».

40Gesù benedice e va.

«Ed ora che farai? Che dirai a Doras?», chiedono i discepoli.

41«Andrò come nulla sapessi. Se egli si vede preso di fronte è capace di infierire su Giona e sui servi».

«Ha ragione il tuo amico: è uno sciacallo», dice Pietro a Simone.

«Lazzaro non dice mai altro che il vero e non è maldicente. Lo conoscerai e lo amerai», risponde questi.

Si vede la casa del fariseo. Larga, bassa, ma ben costrutta, in mezzo ad un frutteto ormai spoglio. Casa di campagna ma ricca e comoda. Pietro e Simone vanno avanti ad avvertire.

Doras il fariseo perfetto nel Male.

Vecchio rapace, bocca di serpente.

Esce Doras. Un vecchio dal profilo duro di vecchio rapace. Occhi ironici, bocca di serpe che guizza in un sorriso falso fra la barba più bianca che nera. «Salute, Gesù», saluta famigliarmente e con palese degnazione.

42Gesù non dice: «Pace»; risponde: «Essa ti ritorni».

«Entra. La casa ti accoglie. Sei stato puntuale come un re».

43«Come un onesto», ribatte Gesù.

Doras ride come di una celia.

44Gesù si volge e dice ai discepoli, non invitati: «Entrate. Sono i miei amici».

«Vengano… ma… quello non è il gabelliere figlio d’Alfeo?».

45«Questo è Matteo il discepolo del Cristo», dice Gesù con un tono che… l’altro capisce e torna a ridere più verde di prima.

46Doras vorrebbe schiacciare il «povero» maestro galileo sotto l’opulenza della sua casa, che dentro è fastosa. Fastosa e gelida. I servi paiono schiavi. Vanno curvi, sgattaiolando rapidi, timorosi sempre di punizione. Si sente la casa in cui regna freddezza e odio. Ma Gesù non si schiaccia con l’esposizione delle ricchezze né con il ricordargli il censo e le parentele… e Doras, che capisce l’indifferenza del Maestro, lo porta seco per il frutteto-giardino, mostrando piante rare e offrendo frutti delle stesse che i servi portano su vassoi e in coppe d’oro. Gesù gusta e loda la squisitezza delle frutta, parte conservate come in un giulebbe, e sono pesche bellissime, parte allo stato naturale e sono pere di una grossezza rara.

47«Le ho io solo in tutta la Palestina e credo che neppure nella intera penisola ve ne siano. Le ho mandate a prendere in Persia e più lontano ancora. La carovana mi costò quanto un talento. Ma neanche i Tetrarca hanno questi frutti. Forse neanche Cesare li ha. Ne conto i frutti e voglio tutti i noccioli. E le pere solo alla mia tavola si consumano, perché non voglio che ne sia carpito un seme. Ad Anna ne mando, ma solo di già cotte perché siano sterili».

Fariseo orgoglioso e superbo.

48«Sono piante di Dio, però. E gli uomini sono tutti uguali».

«Uguali? Noooh! Io uguale a… ai tuoi galilei?».

49«L’anima viene da Dio, ed Egli le crea uguali».

«Ma io sono Doras, il fedele fariseo!…». Pare un tacchino che faccia la ruota nel dirlo.

50Gesù lo dardeggia con i suoi occhi di zaffiro che si fanno sempre più accesi, segno che denuncia in Lui o rigurgito di pietà o di severità. Gesù è tanto più alto di Doras e lo domina, imponente nel suo abito purpureo presso il piccolo, un poco curvo fariseo incartapecorito nel suo abito di un’ampiezza e una abbondanza di frange impressionante.

Fariseo subdolo, mentitore.

Doras, dopo qualche tempo di auto-ammirazione di sé, esclama: «Però, Gesù, perché mandare nella casa di Doras, il puro fariseo, Lazzaro, fratello di una meretrice? Tuo amico Lazzaro? Ma non devi! Non sai che è nell’anatema perché la sorella Maria è meretrice?».

51«Non conosco altro che Lazzaro e le sue azioni che sono oneste».

«Ma il mondo ricorda il peccato di quella casa e vede che la sua macchia si estende sugli amici… Non vi andare. Perché non sei fariseo? Se vuoi… io sono potente… ti faccio accogliere per tale nonostante Tu sia galileo. Tutto io posso nel Sinedrio. Anna è in mia mano come questo lembo del mio mantello. Saresti più temuto».

52«Voglio solo essere amato».

«Io ti amerò. Vedi che già ti amo cedendo al tuo desiderio e dandoti Giona».

53«L’ho pagato».

«E’ vero, e mi sono stupito che Tu potessi versare tale somma».

54«Non Io. Un amico per Me».

«Bene, bene. Non indago. Dico: vedi che ti amo e voglio farti contento. Avrai Giona dopo il pasto. Solo per Te faccio questo sacrificio…», e ride del suo crudele riso.

55Gesù lo dardeggia sempre più severo con le braccia conserte al petto. Sono ancora nel giardino-frutteto in attesa del pasto.

Preso dalla febbre dell’oro.

56«Però Tu mi devi fare contento. Gioia per gioia. Io ti do il servo migliore. Mi privo perciò di un utile futuro. Quest’anno la tua benedizione – so che sei venuto all’inizio del gran calore – mi ha dato raccolti che hanno reso celebri i miei poderi. Ora benedici le mie mandre ed i miei campi. Per l’anno prossimo non rimpiangerò Giona… e intanto troverò uno suo pari. Vieni, benedici. Dammi la gioia d’esser celebrato per tutta la Palestina e di avere ovili e granai rigurgitanti di ogni bene. Vieni», e lo afferra e cerca trascinarlo, preso dalla febbre dell’oro.

57Ma Gesù resiste: «Dove è Giona?», chiede severo.

 «All’aratura. Ha voluto fare ancora questo per il suo buon padrone. Ma prima che il pasto sia finito verrà. Intanto vieni a benedire le mandre, i campi, i frutteti, le vigne, i frantoi. Tutto, tutto… Oh! come saranno fertili l’anno veniente! Vieni dunque».

Fariseo mentitorespergiuro, assassino.

58«Dove è Giona?», tuona Gesù più forte.

«Ma te l’ho detto! Presiede l’aratura. É il primo servo e non lavora: presiede».

59«Mentitore!».

«Io? Lo giuro su Jeové!».

60«Spergiuro!».

«Io? Io spergiuro? Io che sono il fedele più fedele? Guarda come parli!».

61«Assassino!». Gesù ha sempre più elevato la voce, e l’ultima parola è un tuono.

I discepoli gli si fanno intorno, i servi si affacciano dalle porte timorosi. Il volto di Gesù è insostenibile nella sua severità. Gli occhi sembrano emanare raggi fosforescenti.

Doras ne ha un attimo di paura. Si fa più piccolo, matassa di stoffa finissima presso l’alta persona di Gesù vestita di pesante lana rosso cupo. Ma poi la superbia lo riprende e urla con la sua voce squittente, proprio come quella delle volpi: «In casa mia ordino io solo. Esci, vile galileo».

62«Uscirò dopo avere maledetto te, i tuoi campi, armenti e vigne, per questo e per gli anni avvenire».

«No, questo no! Sì. È vero. Giona è malato. Ma è curato. Bene è curato. Ritira la tua maledizione».

“Amico fedele, sei libero ora”

63«Dove è Giona? Un servo mi conduca a lui, subito. Io l’ho pagato e, poi che per te è una merce, una macchina, tale lo considero; e poi che l’ho acquistato, lo voglio».

Doras trae un fischietto d’oro dal seno e fischia tre volte. Un nuvolo di servi della casa e della terra sbucano da ogni parte, corrono, talmente curvi da strisciare quasi, fino presso il temuto padrone.

«Portate Giona a costui e consegnatelo. Dove vai?».

64Gesù neppure risponde. Cammina dietro i servi che si sono precipitati oltre il giardino verso le case dei contadini, le luride tane dei miseri contadini. Entrano nella stamberga di Giona.

Questo ha finito di scheletrirsi e anela seminudo per la febbre sul graticcio di canne, su cui fa da materasso una veste rattoppata e da copertura un ancor più rotto mantello. La giovane dell’altra volta lo cura come può.

65«Giona! Amico mio! Sono venuto a prenderti!».

«Tu? Signor mio! Muoio… ma sono felice di averti qui!».

66«Amico fedele, sei libero ora, e qui non morrai. Ti porto a casa mia».

«Libero? Perché? A casa tua? Ah, sì! lo avevi promesso che l’avrei vista tua Madre».

67Gesù è tutto amore, curvo sul miserabile letto dell’infelice. E Giona pare rianimarsi dalla gioia.

68«Pietro, tu sei forte. Solleva Giona, e voi date il mantello. È troppo duro questo letto per uno nel suo stato».

I discepoli si spogliano dei loro mantelli con prontezza, li piegano a più doppi e li stendono, di alcuni fanno guanciale. Pietro depone il suo carico d’ossa e Gesù lo copre col suo stesso mantello.

69«Pietro, hai denaro?».

«Sì, Maestro, ho quaranta denari».

70«Va bene. Andiamo. Coraggio, Giona. Un poco di fatica ancora, poi tanta pace nella mia casa, presso Maria…».

«Maria… sì… oh! la tua casa!». Nel suo sfinimento piange il povero Giona. Non sa che piangere.

71«Addio, donna. Ti benedirà il Signore per la tua misericordia».

«Addio Signore, addio Giona. Prega, pregate per me». La giovane piange…

Doras affidato al Dio del Sinai!

Quando sono sulla soglia, ecco Doras. Giona ha un atto di paura e si ripara il viso. Ma Gesù gli pone una mano sul capo ed esce al suo fianco, più severo di un giudice. Il misero corteo esce nella corte rustica, prende il sentiero del brolo.

«Quel letto è mio! Ti ho venduto il servo. Non il letto».

72Gesù gli butta ai piedi la borsa senza parlare. Doras la prende, la svuota. «Quaranta denari e cinque didramme. É poco!».

73Gesù squadra, ed è impossibile dire cosa è il suo atto, l’avido e ripugnante aguzzino e non risponde.

«Almeno dimmi che ritiri l’anatema!»

74Gesù lo fulmina con un nuovo sguardo e una breve frase: «Ti affido al Dio del Sinai», e passa eretto oltre, a fianco della rustica lettiga portata con precauzione da Pietro e Andrea.

75Doras, vedendo che tutto è inutile, che la condanna è certa, urla: «Ci rivedremo, Gesù! Oh! ti avrò fra le unghie ancora! Guerra a morte ti farò. Prenditi pure questo straccio d’uomo. Non mi serve più. Risparmierò il seppellimento. Va’, va’, satana maledetto! Ma tutto il Sinedrio ti metterò contro. Satana! Satana!».

Viaggio verso  la casa della Madre.

Il milite romano Publio.

76Gesù non mostra di udire. I discepoli sono costernati. Gesù si occupa solo di Giona. Cerca i sentieri più piani, più riparati, fino a che giunge ad un crocicchio presso i campi di Giocana. I quattro contadini corrono a salutare l’amico che parte e il Salvatore che benedice.

77Ma lunga è la strada da Esdrelon a Nazaret, né si può procedere spediti con quel pietoso carico. Lungo la via maestra non vi è nessun carro o carretto. Nulla. Procedono in silenzio. Giona pare che dorma. Ma non abbandona la mano di Gesù.

Verso sera, ecco un carro militare romano che li raggiunge.

78«In nome di Dio, fermate», dice Gesù alzando il braccio. I due soldati fermano; dalla tenda tirata sul carro, poiché comincia a piovere, fa capolino un graduato tutto pomposo.

«Che vuoi?», chiede a Gesù.

79«Ho un amico morente. Vi chiedo posto per lui sul carro».

«Non si potrebbe… ma… sali. Non siamo cani neppure noi».

Viene issata la barella.

«Tuo amico? Chi sei?».

80«Rabbi Gesù di Nazareth».

«Tu? Oh!…».

Il graduato lo guarda curioso. «Se sei Tu allora… salite in quanti più potete. Basta non vi facciate vedere… È ordine così… ma sopra l’ordine c’è anche l’umanità, no? E Tu sei buono. Lo so. Eh! noi soldati sappiamo tutto… Come lo so? Anche le pietre parlano in bene e in male, e noi abbiamo orecchie ad udirle per servire Cesare. Tu non sei un falso Cristo come gli altri di prima, sediziosi e ribelli. Tu sei buono. Roma lo sa. Quest’uomo… è molto malato».

81«Lo porto da mia Madre per questo».

«Umh! lo curerà per poco! Dagli un poco di vino. È in quella borraccia. Tu, Aquila, sferza i cavalli e tu, Quinto, dammi la razione di miele e burro. E, mia, ma gli farà bene. Ha molta tosse e il miele medica».

Una è la dottrina, per tutti.

82«Sei buono».

«No. Sono meno cattivo di molti. E sono contento di averti con me. Ricordati di Publio Quintilliano dell’Italica. Sto a Cesarea. Ma ora vado a Tolemaide. Ispezione d’ordine».

83«Non mi sei nemico tu».

«Io? Nemico dei cattivi. Mai dei buoni. E vorrei essere buono anche io. Dimmi: per noi, uomini d’arme, quale dottrina Tu predichi?».

84«Una è la dottrina, per tutti. Giustizia, onestà, continenza, pietà. Esercitare il proprio ufficio senza abusi. Anche nella dura necessità delle armi, seguire l’umanità. E cercare di conoscere la Verità, ossia Dio uno ed eterno, senza la quale conoscenza ogni azione rimane priva di grazia e perciò di premio eterno».

«Ma quando sono morto, che me ne faccio del bene fatto?».

85«Chi viene al Dio vero trova quel bene nell’altra vita».

«Rinasco un’altra volta? Divento tribuno o anche imperatore?»

86«No. Diventi simile a Dio sposandoti alla sua eterna beatitudine nel Cielo».

«Come? Nell’Olimpo io? Fra gli dèi?».

87«Non vi sono dèi. Vi è il Dio vero. Quello che Io predico. Quello che ti ode e segna la tua bontà e il tuo desiderio di conoscere il Bene».

«Questo mi piace! Non sapevo che Dio si potesse occupare di un povero soldato pagano».

88«Egli ti ha creato, Publio. Perciò ti ama e ti vorrebbe con Lui».

«Eh! … perché no? Ma… nessuno ci parla di Dio… mai…».

89«Io verrò a Cesarea e mi udrai».

«Oh! sì. Ed io verrò ad udirti. Ecco là Nazaret. Io ti vorrei servire ancora. Ma se sono visto…».

90«Scendo, e ti benedico per la tua bontà».

«Salve, Maestro».

91«Il Signore vi si mostri, militi. Addio».Scendono. Riprendono l’andare.

 

Dolce sorella morte.

Dolce casa di Nazaret.

92«Fra poco riposerai, Giona», rincuora Gesù.

Giona sorride. È sempre più calmo man mano che scende la sera e che è sicuro di esser lontano da Doras.

Giovanni col fratello corre avanti, ad avvisare Maria. E quando il piccolo corteo giunge in Nazaret quasi deserta nella sera che scende, Maria è già sulla soglia in attesa del Figlio.

93«Madre, ecco Giona. Si ricovera sotto la tua dolcezza per cominciare a gustare il suo Paradiso. Felice, Giona?».

«Felice! Felice!», mormora come in estasi lo sfinito. Viene portato nella stanzetta dove morì Giuseppe.

94«Sei sul letto di mio padre. E qui è la Madre, e qui sono Io. Vedi? Nazaret diventa Betlemme, e tu ora sei il piccolo Gesù fra due che ti amano, e questi sono quelli che venerano in te il servo fedele. Gli angeli non li vedi, ma alitano su te le loro ali di luce e cantano le parole del salmo natalizio…».

Dolce morire tra Gesù e Maria.

95Gesù versa la sua dolcezza sul povero Giona che si accascia di attimo in attimo. Pare che abbia resistito fino allora per morire qui… ma è beato. Sorride, cerca baciare la mano di Gesù, quella di Maria, e di dire, dire… ma l’affanno spezza la parola. Maria lo conforta come una madre. E lui ripete: «Sì… sì» col suo sorriso beato nel volto scheletrito. I discepoli, sulla porta dell’orto, tacciono e osservano commossi.

96«Dio ha ascoltato il tuo lungo desiderio. La Stella della tua lunga notte ora diventa la Stella del tuo eterno mattino. Tu ne sai il Nome», dice Gesù.

97«Gesù, il tuo! Oh! Gesù! Gli angeli… Chi mi canta l’inno angelico? L’anima l’ode… ma anche l’orecchio lo vuole udire… Chi, per farmi dormire felice… Ho tanto sonno! Tanta fatica ho fatto!… Tante lacrime… Tanti insulti… Doras… io lo perdono… ma non voglio sentire la sua voce e la sento… È come la voce di Satana presso al mio morire. Chi me la copre quella voce con le parole venute dal Paradiso?».

98È Maria che, sull’aria stessa della sua ninna-nanna, canta piano: «Gloria a Dio negli alti Cieli e pace agli uomini quaggiù». E lo ripete due o tre volte, poiché vede che Giona si fa calmo nell’udirla.

99«Non parla più Doras», dice dopo qualche tempo. «Solo gli angeli… Era un Bambino… in una greppia… fra un bue e un asino… ed era il Messia… Ed io l’ho adorato… e con Lui c’era Giuseppe e Maria…». La voce si spegne in un breve gorgoglio e subentra il silenzio.

100«Pace in Cielo all’uomo di buona volontà! È morto. Lo metteremo nel nostro povero sepolcro. Merita di attendere la risurrezione dei morti presso al giusto mio padre», dice Gesù.

E mentre, avvertita da non so chi, entra Maria d’Alfeo, tutto cessa.

110. In casa di Giacobbe presso il lago Meron[98].

La fede e le opere

Il lago Meron.

1Direi che oltre il lago di Galilea e oltre il mar Morto la Palestina avesse un altro piccolo lago o stagno, uno specchio d’acqua insomma, di cui ignoro il nome. In fatto di misurazioni io non valgo niente, ma ad occhio direi che questo piccolo bacino può essere di un tre chilometri per due circa. Poca, ben poca cosa come si vede. Ma è grazioso nel suo cerchio verde e nel suo specchio così azzurro e placido da parere una grande scaglia di smalto celeste, venata al centro da una pennellata più chiara e lievemente più mossa, forse per la corrente del fiume che in esso si getta a nord per uscire a sud e che, per la lievità dello specchio d’acqua, che credo oltretutto sia poco profondo, non perde la sua corsa, ma come vena viva in un acqua ferma segna questa sua vitalità e presenza col colore diverso e il lieve corrugamento delle acque.

2Non barche a vela sul laghetto, solo qualche piccola barchetta a remi da cui un solitario pescatore cala o estrae le sue nasse da pesca, oppure traghetta un viandante che vuole abbreviare la strada. E greggi, greggi e greggi, che scendono certo dai pascoli montani per l’autunno che avanza e pasturano su queste rive dai prati verdi e ben nutriti.

3Al vertice sud del lago, poiché è di forma ovale, passa una strada maestra che si dilunga da est ad ovest, meglio da un nord-est ad un sud-ovest. Abbastanza ben tenuta e molto battuta da passeggeri diretti ai paesi sparsi per la zona. Su questa via procede Gesù coi suoi.

La fede e le opere.

4 La giornata è piuttosto cupa e Pietro osserva: «Era meglio non andare da quella donna. Le giornate si fanno sempre più brevi e più brutte… e Gerusalemme è ancora tanto lontana».

5«Arriveremo a tempo. E credimi, Pietro, è più ubbidire a Dio fare del bene che fare una cerimonia esterna. Quella donna ora benedice Iddio con tutte le sue creature, intorno al capo di famiglia che è tanto guarito da poter ritrovarsi a Gerusalemme per i Tabernacoli, mentre avrebbe dovuto per quel tempo dormire sotto le bende e gli aromi in un sepolcro. Non corrompere mai la fede con l’esteriorità degli atti. Non si deve criticare mai. Ma come puoi anche farti stupore dei farisei, se tu pure cadi in un errore di pietà e chiudi il cuore al prossimo dicendo: “Servo Dio e basta”?».

«Hai ragione, Maestro. Sono più ignorante di un asinello».

6«Ed Io ti tengo con Me per farti sapiente. Non avere paura. Cusa mi ha offerto il carro fino quasi a Jaboc. Da lì al guado è poco cammino. Ha tanto insistito, e con ragioni così giuste, che ho ceduto per quanto Io giudichi che il Re dei poveri deve servirsi dei mezzi dei poveri. Ma la morte di Giona ha imposto un ritardo, e devo adattare il mio pensiero a questo imprevisto».

Attività dell’anima oltre la terra.

7I discepoli parlano di Giona compiangendo la sua misera vita e invidiando la sua felice morte.

Simone Zelote mormora: «Non ho potuto farlo felice e dare al Maestro un vero discepolo maturatosi nel lungo martirio e nella incrollabile fede… e me ne duole. Ha tanto bisogno il mondo di creature fedeli, convinte di Gesù, per equilibrare i tanti che negano e negheranno!

8«Non importa, Simone», risponde Gesù. «Egli è più felice ora. E più attivo. E tu hai fatto più di quanto avrebbe fatto chiunque per lui e per Me. Anche per lui ti ringrazio. Ora egli sa chi fu il suo liberatore. E ti benedice».

«Allora maledice Doras, anche», esclama Pietro.

9E Gesù lo guarda e chiede: «Lo credi? Sei in errore. Giona era un giusto. Ora è un santo. Non ha odiato e maledetto da vivo. Non odia e maledice adesso. Guarda al Paradiso, dal suo luogo di sosta, e poiché già sa che presto il Limbo lascerà uscire gli attendenti, giubila. Null’altro fa».

La Giustizia di Dio che sarà mai?

«E a Doras… attaccherà il tuo anatema?».

10«In che senso, Pietro?».

«Ma… facendolo meditare e mutare… oppure… colpendolo di castigo».

11«L’ho  affidato alla Giustizia di Dio. Io, l’Amore, l’ho abbandonato».

«Misericordia! Non vorrei essere in lui!».

«Neppure io!».

«Ed io neppure!».

«Nessuno vorrebbe, perché la Giustizia del Perfetto che sarà mai?», dicono i discepoli.

12«Sarà estasi ai buoni, sarà folgore ai satana, amici. In verità vi dico: essere per tutta la vita schiavo, lebbroso, mendico, è felicità regale rispetto ad un’ora, una sola ora, di punizione divina».

Solidarietà del povero Giacobbe.

Dirottati dalla pioggia.

«Piove, Maestro. Che facciamo? Dove andiamo?».

Infatti sul lago, che si è incupito riflettendo il cielo, ora tutto coperto di nubi plumbee, cadono e rimbalzano i primi goccioloni di una pioggia che promette di intensificare.

13«In qualche casa. Chiederemo ricovero in nome di Dio».

«E speriamo di trovare uno che sia buono come quel romano. Non li credevo così… Li avevo sempre sfuggiti come immondi e vedo che… sì, se tiro le somme sono meglio di tanti di noi», dice Pietro.

14«Ti piacciono i romani?», chiede Gesù.

«Eh! … li trovo non peggiori a noi. Solo sono dei samaritani…».

15Gesù sorride e non dice niente.

Vengono raggiunti da una donnetta che spinge avanti otto pecore.

«Donna. Sai dire dove possiamo trovare un tetto?…», domanda Pietro.

«Io sono serva di un uomo povero e solo. Ma se volete venire… io credo che il padrone vi prenderà con bontà».

«Andiamo».

16Vanno sotto l’acquazzone, svelti in mezzo alle pecore che trottano coi loro corpi obesi per sfuggire l’acquata. Lasciano la via maestra per prendere una stradetta che conduce ad una casetta bassa. Riconosco la casa del contadino Giacobbe, quello di Mattia e Maria, i due orfanelli della visione d’agosto, mi pare.

Le miserie di Giacobbe.

17«Ecco, è là! Correte avanti mentre io porto le pecore nell’ovile. Oltre il muretto è una corte e da questa si va alla casa. Sarà in cucina. Non guardate se è di poche parole… Ha molti affanni».

La donna va ad un bugigattolo a destra. Gesù coi suoi piega a sinistra. Ecco l’aia col pozzo e il forno in fondo e la pianta del melo in un lato, ed ecco la porta spalancata della cucina, in cui brucia del fuoco di frasche e un uomo sta aggiustando un attrezzo rurale rotto.

 18«Pace a questa casa. Ti chiedo ricovero per la notte per Me e i miei compagni», dice Gesù sulla soglia della porta.

19L’uomo alza il capo. «Entra», dice, «e Dio ti renda la pace che offri. Ma… pace qui! È nemica di Giacobbe la pace da qualche tempo. Entra, entra!… Entrate tutti. Il fuoco è l’unica cosa che posso darvi con abbondanza… perché… Oh! ma… Ma Tu, ora che ti levi il cappuccio (Gesù si era coperto il capo col lembo del manto, tenendolo stretto con la mano sotto la gola) e ti vedo bene… Tu sei, sì, sei il Rabbi galileo, quello che dicono Messia e fa miracoli… Sei Tu? Dillo, in nome di Dio».

20«Sono Gesù di Nazaret, il Messia. Mi conosci?».

«Ti ho udito alla passata luna parlare in casa di Giuda ed Anna… ero fra i vendemmiatori perché… sono povero… Una catena di sciagure: grandine, bruchi, malattie nelle piante e nelle pecore… Per me, solo con una serva, mi bastava il mio avere. Ma ora ho fatto debiti perché sono perseguitato dalla sventura… Per non vendere tutte le pecore ho fatto lavoro in casa d’altri… Tanto, i miei campi!… Pareva li avesse percorsi la guerra tanto erano bruciati, e sterili le viti e gli ulivi. Da quando mi è morta la donna, e sono sei anni, sembra che Mammona si diverta. Lo vedi? Sto lavorando a questo aratro. Ma ha il legno tutto rotto. Come faccio? Non sono legnaiuolo e lego, lego. Ma non serve. E devo guardare anche allo spicciolo, ora… Venderò un’altra pecora per aggiustare gli attrezzi. Il tetto fa acqua… ma mi preme più il campo della casa. Peccato! Le pecore sono tutte pregne… speravo rifare la mandra… Mah!».

21«Vedo che vengo a dare peso dove già vi è tanto peso».

22«Peso Tu? No. Ti ho sentito parlare e… nel cuore mi è rimasto quel che dicevi. È vero che io ho lavorato onestamente, eppure… Ma penso che forse non ero ancora buono abbastanza. Penso che forse la buona era la moglie che aveva pietà di tutti, povera Lia morta troppo presto, troppo per il suo uomo… Penso che il benessere di quei tempi venisse dal Cielo per lei. E voglio farmi più buono, per quello che Tu dici e per imitare la mia sposa. E non chiedo molto… solo di rimanere in questa casa dove lei è morta, dove io sono nato… e avere un pane per me e la serva che mi fa da donna e da pastora e mi aiuta come può. Non ho più servi. Ne avevo due e mi bastavano, lavorando anche io nei campi e nell’uliveto… Ma ho pane per me solo e scarso anche…».

23«Non te ne privare per noi…».

«No, Maestro. Non ne avessi che un boccone, te lo darei. È onore per me averti… Non lo avrei sperato mai. Ma ti dico le mie miserie perché Tu sei buono e capisci».

Solidarietà e accoglienza.

24«Sì, capisco. Dammi quel martello. Non si fa così. Così spezzi il legno. Dammi anche quello spunzone, ma dopo averlo arroventato. Si forerà il legno meglio e passeremo il cavicchio di ferro senza fatica lasciami fare. Ero legnaiuolo…»

«Tu lavorare per me? No!».

25«Lasciami fare. Tu mi ospiti. Io ti aiuto. Bisogna amarsi fra uomini dando ognuno quello che si può».

«Tu dai la pace, dai la sapienza e dai il miracolo. Dai già molto, molto!».

26«Do anche il lavoro. Su, obbedisci…».

E Gesù, che è con la sola veste, lavora svelto e pratico allo scheggiato timone, fora, lega, inchiavarda, prova finché lo sente forte.

27«Potrà lavorare per ancora molto. Fino all’anno venturo. E allora lo potrai fare nuovo».

«Lo credo io pure. Quel vomere è stato nelle tue mani e mi benedirà la terra».

28«Non per questo, Giacobbe, te la benedirà».

«Perché allora, mio Signore?».

29«Perché tu usi misericordia. Non ti chiudi nel rancore dell’egoismo e dell’invidia, ma accetti la mia dottrina e la metti in pratica. Beati i misericordiosi. Avranno misericordia».

«In che te l’uso, Signor mio? Quasi non ho posto e cibo per il tuo bisogno. Non ho che il buon volere, e mai come ora mi pesa l’essere indigente per non avere da fare onore a Te e ai tuoi amici».

30«Mi basta il tuo desiderio. In verità ti dico che anche un solo calice d’acqua dato in mio nome è grande cosa agli occhi di Dio. Io ero uno stanco viandante sotto la bufera, tu mi hai ospitato. Viene l’ora del cibo e tu mi dici: “Ti offro quanto ho”. La notte scende, e tu mi offri un tetto amico. E che vuoi fare di più? Confida, Giacobbe. Il Figlio dell’uomo non guarda alla pompa del ricevimento e del cibo, guarda al sentimento del cuore. Il Figlio di Dio dice al Padre: “Padre, benedici i miei benefattori e tutti quelli che in mio nome sono misericordiosi ai fratelli”. Questo dico per te».

Un alimento che ha sapore di celo.

La serva, che mentre Gesù lavorava all’erpice ha parlato col padrone, torna con del pane, del latte appena munto, poche mele vizze e un vassoio di ulive.

«Non ho di più», si scusa l’uomo.

31«Oh! che Io vedo fra il tuo cibo un cibo che tu non vedi! E di quello mi pasco perché ha sapore celeste».

«Ti nutri forse, Tu Figlio di Dio, di qualche cibo a Te portato dagli angeli? Forse Tu vivi del pane dello spirito».

32«Sì. Più che il corpo ha valore lo spirito, e non in Me solo. Ma non mi cibo di pane angelico. Sibbene dell’amore del Padre e degli uomini. Questo Io trovo anche sulla tua mensa e ne benedico il Padre che a te mi ha condotto con amore, e te benedico che con amore mi accogli e amore mi dai. Ecco il mio cibo in un con il fare la volontà del Padre mio».

«Benedici allora e offri Tu per me il cibo a Dio. Oggi Tu sei il Capo della mia famiglia e sempre sarai il mio Maestro e Amico».

33Gesù prende ed offre il pane tenendolo sulle palme altolevate e prega con un salmo, credo. Poi si siede, spezza e distribuisce…

Tutto così ha fine.

111. Incontro con Salomon al guado del Giordano. Parabola sulla conversione
dei cuori
[99].

Il barcaiolo saggio.

La sapienza di Salomone.

1«Mi fa stupore che il Battista non sia qui», dice Giovanni  al Maestro. Sono tutti alla sponda orientale del Giordano, presso il famoso guado dove un tempo battezzava il Battista.

«E non c’è neppure sull’altra sponda», osserva Giacomo.

«L’avranno riacciuffato sperando un’altra borsa», commenta Pietro. «Sono certi arnesi da croce quelli di Erode!».

2«Passeremo di là e domanderemo», dice Gesù.

Passano,infatti, e ad un barcaiolo dell’altra sponda chiedono: «Non battezza più qui il Battista?».

«No. É ai confini della Samaria. A questo si è ridotti! Un santo deve mettersi presso i samaritani per salvarsi dai cittadini di Israele. E che vi stupite se Dio ci abbandona? Io ho un solo stupore: che non faccia di tutta la Palestina una Sodoma e Gomorra!…»

3«Non lo fa per i giusti che sono in essa, per coloro che, senza ancora essere del tutto giusti, sentono sete di giustizia e seguono le dottrine di coloro che predicano santità», risponde Gesù.

4«Due, allora. Il Battista e il Messia. Il primo lo conosco perché l’ho anche servito qui al Giordano col portargli a traghetto qualche fedele e non volendo nulla, perché egli dice di contentarsi del giusto. Mi pareva giusto accontentarmi del guadagno che facevo per altri servizi e che fosse ingiusto richiedere paga per portare un anima verso la purificazione. Ho preso del pazzo dagli amici. Ma infine… Contento io del mio poco, chi può lamentarsi? Del resto vedo che di fame non sono ancora morto, e spero che alla morte mi sorrida Abramo».

5«Tu sei nel giusto, uomo. Chi sei?», chiede Gesù.

«Oh! ho un nome ben grande e ci rido, perché non ho sapienza che per il remo. Mi chiamo Salomon».

6«Hai la sapienza di giudicare che chi coopera ad una purificazione non deve corromperla col denaro. Io te lo dico: non Abramo soltanto, ma il Dio di Abramo ti sorriderà alla tua morte come a figlio fedele».

«Oh, Dio! Dici davvero? Chi sei?».

I grandi di Gerusalemme odiano il Messia.

7«Sono un giusto».

«Senti, ti ho detto che ce ne sono due in Israele: uno è il Battista, l’altro il Messia. Sei Tu il Messia?». 

8«Sono Io».  

«Oh! eterna misericordia! Ma… ho sentito un giorno dei farisei dire… Lasciamo andare… Non mi voglio sporcare la bocca. Tu non sei come ti dicevano. Lingue bifide più di quelle delle vipere!…».

9«Sono Io e ti dico: tu non sei molto lontano dalla Luce. Addio, Salomon. La pace sia con te».

«Dove vai, Signore?». L’uomo è sbalordito dalla rivelazione e ha preso un tono tutto diverso. Prima era un bonaccione che parlava. Ora è un fedele che adora.

10«A Gerusalemme per Gerico. Ai Tabernacoli vado».

«A Gerusalemme? Ma… anche Tu?».

11«Sono figlio della Legge Io pure. Non annullo la Legge. Vi do luce e forza per seguirla con perfezione».

«Ma Gerusalemme già ti odia! Voglio dire: i grandi, i farisei di Gerusalemme. Ti ho detto che ho sentito…».

Ora del trionfo delle tenebre.

12«Lasciali fare. Loro fanno il loro dovere, quello che credono sia il loro dovere. Io faccio il mio. In verità ti dico che, finché non sarà l’ora, nulla potranno».

«Che ora, Signore?», chiedono i discepoli e il barcaiolo.

13«Quella del trionfo delle Tenebre».

«Vivrai fino alla fine del mondo?».

14«No. Vi sarà una tenebra più atroce di quella degli astri spenti e del nostro pianeta, morto con tutti i suoi uomini. E sarà quando gli uomini soffocheranno la Luce che Io sono. In molti il delitto è già avvenuto. Addio, Salomon».

«Ti seguo, Maestro».

15«No. Vieni fra tre giorni nel Bel Nidrasc. La pace a te».

Gesù si mette in cammino fra i discepoli pensierosi.

16«Che pensate? Non abbiate timore né per Me, né per voi.

Gli agricoltori e i loro camoi (Parabola).

Campi dei pigri e dei gaudenti.

17Siamo passati per la Decapoli e la Perea, e ovunque abbiamo visto agricoltori all’opera nei campi. Dove la terra era ancora sotto le stoppie e le gramigne, arida, dura, ingombra di piante parassite che i venti d’estate avevano portato e seminato rapendone i semi alle desolazioni desertiche. Erano i campi dei pigri e dei gaudenti.

I campi dei volonterosi.

18Altrove la terra era già aperta dal vomere e mondata, col fuoco e con la mano, da pietre, rovi e gramigne. E ciò che prima era male, ossia le inutili piante, ecco che con la purificazione del fuoco e del taglio si erano mutate in bene: in concime, in sali utili alla fecondazione. La terra avrà pianto sotto il dolore della lama che la apriva e frugava e sotto il morso del fuoco che la scorreva sulle ferite. Ma riderà più bella a primavera, dicendo: “L’uomo mi ha torturata per darmi questa opulenta messe che mi fa bella”. E questi erano i campi dei volonterosi.

I campi dei generosi

19Altrove ancora la terra era già soffice, monda anche dalle ceneri, un vero letto nuziale per gli sponsali della zolla col seme e per il fecondo connubio che dà tanta gloria di spighe. Ed erano i campi dei generosi fino alla perfezione dell’operosità.

Il Maestro e i cuori .

20Or bene, uguale è dei cuori. Io sono il Vomere e la mia parola è Fuoco. Per preparare al trionfo eterno. 21Vi è chi, pigro o gaudente, ancor non mi chiede, non mi vuole, si appaga del suo vizio, delle passioni malvagie, che paiono veste di verde e di fiori e sono triboli e spine che lacerano a morte lo spirito, lo legano e ne fanno fascina per i fuochi della geenna. 22Per ora Decapoli e Perea sono così… e non quelle sole. Non mi si chiede miracoli perché non si vuole il taglio della parola e l’ardore del fuoco. Ma verrà la loro ora. 23Altrove vi è chi accetta questo taglio e questo ardore, e pensa: “É penoso. Ma mi purifica e mi farà fertile al Bene”. Sono quelli che, seppure non hanno l’eroismo di fare, lasciano che Io faccia. Il primo passo nella mia via. 24Vi sono infine quelli che aiutano col loro solerte, diuturno lavoro, il mio lavoro, e non camminano, ma volano sulla strada di Dio. Questi sono i discepoli fedeli: voi e gli altri che sono sparsi per Israele».

Il delitto si compie nel cuore.

«Ma siamo pochi… contro tanti. Siamo umili… contro i potenti. Come difenderti se ti volessero nuocere?».

26«Amici. Ricordate il sogno di Giacobbe. Egli vide una moltitudine incalcolabile di angeli salire e scendere per la scala che andava dal Cielo al patriarca. Una moltitudine, eppure non era che una parte delle schiere angeliche… Ebbene, se anche tutte le schiere che alleluiano a Dio nel Cielo scendessero intorno a Me a difesa, quando sarà l’ora nulla potranno. La giustizia si deve compire…»

«L’ingiustizia vorrai dire! Perché Tu sei santo e, se ti fanno del male, se ti odiano, sono degli ingiusti».

27«Per questo dico che in alcuni il delitto è già compiuto. Chi cova pensiero di omicidio è già omicida, chi di furto è già ladro, chi di adulterio è già adultero, chi di tradimento è già traditore. Il Padre sa ed Io so. Ma Egli mi lascia andare. Ed Io vado. Perché per questo sono venuto. Ma ancora le messi matureranno e saranno seminate una e una volta prima che il Pane e il Vino siano dati in cibo agli uomini»[100].

Il Redentore e i tre calici.

Profezia sui tre periodi della Chiesa.

«Si farà banchetto di giubilo e di pace, allora!».

28«Di pace? Sì. Di giubilo? Anche. Ma… oh, Pietro! oh, amici! Quante lacrime saranno fra il primo ed il secondo calice! E solo dopo aver bevuto l’ultima goccia del terzo calice, il giubilo sarà grande fra i giusti, e sicura la pace agli uomini di retta volontà»[101].

«E Tu ci sarai, non è vero?».

29«Io?… Quando mai manca al rito il capo della famiglia? E non sono Io il Capo della grande famiglia del Cristo?».

Sapienza di Simone Zelote.

30Simone Zelote, che non ha mai parlato, dice come parlando a se stesso: «”Chi è Costui che viene con le vesti tinte di rosso? É bello nel suo vestito e cammina nella grandezza della sua forza”. “Sono Io che parlo con giustizia e proteggo in modo da salvare”. “Perché dunque i tuoi panni sono tinti di rosso e le tue vesti sono come quelle di chi pigia nello strettoio?”. “Da Me solo ho pigiato nello strettoio. É venuto l’anno della mia redenzione”[102]».

31«Tu hai compreso, Simone», osserva Gesù.

«Ho compreso, mio Signore». I due si guardano; gli altri li guardano stupiti, e fra loro si chiedono: «Ma parla delle vesti rosse che indossa Gesù anche ora, o della porpora di re di cui si cingerà quando sarà l’ora?».

32Gesù si astrae e pare non oda nulla più. Pietro prende in disparte Simone e chiede: «Tu che sei sapiente e umile, spiega alla mia ignoranza le tue parole».

33«Sì, fratello. Il suo nome è Redentore. I calici del banchetto di pace e giubilo fra l’uomo e Dio, e Terra e Cielo, Egli da Sé li empirà del suo Vino, pigiando Se stesso nella sofferenza per amore di noi tutti. 34Perciò sarà presente, nonostante che le potestà delle Tenebre abbiano allora apparentemente soffocato la Luce che è Lui. 35Oh! molto bisogna amarlo, questo nostro Cristo, perché molto sarà disamato. Facciamo che nell’ora della derelizione non ci possa giungere e rimproverare il lamento davidico: “Un branco di cani (e fra questi noi pure) mi si è messo d’intorno”».

«Tu dici?… Ma noi lo difenderemo, a costo di morire con Lui».

Esempio dell’acqua del cielo e del cristalo.

36«Noi lo difenderemo… Ma uomini siamo, Pietro. E il nostro coraggio si scioglierà prima ancora che a Lui vengano sciolte le ossa… Sì. Noi faremo come l’acqua gelata del cielo che un fulmine scioglie in pioggia e poi il vento riagghiaccia sul suolo. Così noi! Così noi!

37Il nostro presente coraggio d’essergli discepoli, perché il suo amore e la sua vicinanza ci condensano in virile ardimento, sotto il fulmine percuotitore di Satana e dei satana si scioglierà… E di noi che resterà più?

38Poi, dopo la vile e necessaria prova, ecco che la fede e l’amore ci renderanno di nuovo compatti e saremo come un cristallo che non teme incisione. Ma questo sapremo e potremo se molto lo ameremo finché lo abbiamo.

39Allora… sì, penso che allora non saremo, per la sua parola, dei nemici e dei traditori».

Il sorriso del Figlio di Dio.

40«Tu sei sapiente, Simone. Io… sono senza lettere. E chiedere a Lui tante cose anche mi vergogno… E mi fa male quando sento che sono cose di lacrime… 41Guarda il suo volto: pare che lo lavi un pianto segreto. Guarda i suoi occhi. Non guardano né il cielo, né il suolo. Sono aperti su un mondo a noi ignoto. 42E il suo andare come è stanco e curvo! Pare invecchiato nel suo pensare. 43Oh! non lo posso vedere così! Maestro! Maestro! Sorridi. Non ti posso vedere così mesto. 44Mi sei caro come un figlio, e ti darei il mio petto per guanciale, per farti dormire e sognare altri mondi… Oh! perdona se ti ho detto: “figlio”! É che ti amo, Gesù».

45«Sono il Figlio… Quel nome è il mio Nome. Ma non sono mesto più. Lo vedi? Sorrido perché voi mi siete amici. Ecco là in fondo Gerico, tutta rossa nel tramonto. Due di voi vadano a cercare alloggio. Io e gli altri andremo ad attendervi a fianco della sinagoga. Andate».

46E tutto ha fine mentre Giovanni con Giuda Taddeo partono alla ricerca di una casa ospitale.

112. Giuda Iscariota sorpreso a Gerico.
A Betania da Lazzaro, che presenta Marta
[103].

Lo schiavo della carne.

Aglae in via di conversione.

1La piazza del mercato di Gerico, coi suoi alberi e i suoi venditori vocianti. In un angolo il gabelliere Zaccheo intento alle sue… estorsioni legali e illegali. Deve fare anche un poco il compra e vendi di preziosi, perché vedo che pesa e giudica monili e oggetti di metallo nobile, non so se dati in cambio di monete per impossibilità di pagare le gabelle altrimenti o se venduti per altre necessità.

2Ora è la volta di una snella donna tutta coperta da un mantellone di un colore fra ruggine e bigio. Ha anche il viso coperto da un telo di bisso molto fitto e giallognolo che non permette di vederla in viso. Non si nota che la snellezza del corpo, che tale appare anche e nonostante tutto quel paludamento bigiognolo che l’avviluppa. 3Deve esser giovane, almeno a giudicare da quel minimo che si vede, ossia una mano che esce per un momento dal mantello e porge un braccialetto d’oro, e dai piedi calzati di sandali non tanto semplici, ma già muniti di tomaia e di un intreccio di strisce di cuoio per cui si vedono solo le dita, lisce e giovanili, ed un poco della caviglia snella e bianchissima. 4Tende il suo bracciale senza dire parola, riceve il denaro senza fare obbiezioni e si volta per andarsene.

5Mi accorgo ora che ha alle spalle l’Iscariota che la osserva attentamente e, quando lei sta per andarsene, le dice una parola che non afferro bene. Ma lei, come fosse muta, non risponde e se ne va lesta nel suo fagotto di panni.

Il segugio che odora la preda.

5Giuda interroga Zaccheo: «Chi è?».

«Non chiedo il nome ai miei clienti, specie quando sono mansueti come quella».

«Giovane, vero?».

«Pare».

«Ma è giudea?».

«E chi lo sa?! L’oro è giallo in tutti i paesi».

«Fammi vedere quel braccialetto».

«Lo vuoi comperare?».

«No».

«E allora niente. Che credi? Che si metta a parlare per lei?».

«Volevo vedere se capivo chi era…».

«Tanto ti preme? Sei negromante che indovini o cane da segugio che sente l’odore? Va’ là, datti pace. Se è così, o è onesta e infelice o è lebbrosa. Perciò… niente da fare».

«Non ho fame di donna», risponde sprezzante Giuda.

«Sarà… Ma con quel viso ci credo poco. Bene, se non vuoi altro scansati. Ho altri da servire».

Giuda se ne va stizzito e chiede ad un venditore di pane e ad uno di frutta se conoscono la donna che prima aveva comperato pane e mele da loro, e se sanno dove abita. Non lo sanno. Rispondono: «Viene da qualche tempo, ogni due o tre giorni. Ma dove sta non sappiamo».

«Ma come parla?», incalza Giuda. I due ridono e uno risponde: «Con la lingua».

Il bugiardo matricolato.

6Giuda li insolentisce e se ne va… a cascare proprio in mezzo al gruppo di Gesù e i suoi, che vengono a comperare pane e companatico per il loro pasto giornaliero. La sorpresa è reciproca e… non molto entusiasta.

7Gesù dice solo: «Qui sei?»; e mentre Giuda farfuglia qualcosa, Pietro dà in una fragorosa risata e dice: «Ecco, io sono cieco e miscredente. Non vedo le vigne. E non credo al miracolo».

«Ma che dici?», chiedono due o tre discepoli.

«Dico il vero. Qui non ci sono vigne. E non posso credere che Giuda qui, fra questa polvere, vendemmi solo perché è discepolo del Rabbi».

«La vendemmia è finita da un pezzo», risponde duro Giuda.

«E di molte miglia è lontana Keriot», finisce Pietro.

«Tu mi attacchi subito. Mi sei nemico».

«No. Sono meno gonzo di quello che tu vorresti».

8«Basta», impone Gesù. Ma è severo. Si rivolge a Giuda: «Non pensavo vederti qui. Ti pensavo quanto meno a Gerusalemme per i Tabernacoli».

«Ci vado domani. Ero qui in attesa di un amico di famiglia che…».

9«Ti prego: basta».

«Non mi credi, Maestro? Ti giuro che io…».

10«Non ti ho chiesto nulla e ti prego di non dire nulla. Sei qui. Basta così. Conti venire con noi o hai ancora affari da fare? Rispondi senza riguardi».

      «No… ho finito. Tanto quel tale non viene ed io vado per la festa a Gerusalemme. E Tu dove vai?».

11«A Gerusalemme».

«Oggi stesso?».

12«Questa sera sono a Betania».

«Da Lazzaro?».

13«Da Lazzaro».

«Vengo anche io, allora».

14«Vieni pure fino a Betania. Poi Andrea con Giacomo di Zebedeo e Tommaso andranno al Get Semni a preparare e ad attendere noi tutti, e tu andrai con loro». Gesù marca talmente le parole che quello non reagisce.

«E noi?», chiede Pietro.

15«Tu con i cugini miei e con Matteo andrete dove vi manderò per tornare a sera. Giovanni, Bartolomeo, Simone e Filippo resteranno con Me, ossia andranno per Betania ad annunciare che il Rabbi è venuto e parlerà loro all’ora di nona».

Vanno solleciti per le campagne spoglie. C’è aria di burrasca, non nel cielo sereno ma nei cuori, e tutti lo sentono e procedono in silenzio.

Il perfetto simulatore.

16Quando giungono a Betania e venendo da Gerico per quella via la casa di Lazzaro si incontra fra le prime, Gesù congeda il gruppo che deve andare a Gerusalemme, poi l’altro che manda verso Betlem dicendo: «Andate sicuri. Troverete a mezza via Isacco, Elia e gli altri. Dite che sarò a Gerusalemme per molti giorni e che li attendo per benedirli».

Intanto Simone ha bussato al cancello e si è fatto aprire. I servi danno l’avviso e accorre Lazzaro.

17Giuda Iscariota, che si era già dilungato di qualche metro, torna indietro con la scusa di dire a Gesù: «Ti ho spiaciuto, Maestro. L’ho capito. Perdonami», e intanto sbircia dal cancellone aperto nel giardino e verso la casa.

18«Sì. Va bene. Vai. Vai. Non fare attendere i compagni».

Giuda deve pure andarsene. Pietro mormora: «Sperava che ci fosse un cambio di ordine».

19«Questo mai, Pietro. So quello che faccio. Ma tu compatiscilo quell’uomo…».

«Cercherò. Ma non prometto… Addio, Maestro. Vieni, Matteo, e voi due. Andiamo presto».

20«La mia pace con voi, sempre».

21Gesù entra con i quattro rimasti e, dopo il bacio con Lazzaro, presenta Giovanni, Filippo e Bartolomeo, e poi li congeda rimanendo solo con Lazzaro.

La giovane sorella Marta.

Aspetto físico

22Vanno verso casa. Questa volta sotto il bel porticato è una donna. É Marta. Non alta come la sorella – ma sempre alta, bruna mentre l’altra è bionda e rosea – è però una bella giovane dal corpo armonicamente grassoccio e ben modellato e dalla testolina morata, sotto cui è la fronte brunetta e liscia e due dolci e mansueti occhi neri, lunghi, vellutati fra le ciglia scure. Ha il naso lievemente curvo verso il basso e una piccola bocca molto rossa fra il color brunetto delle gote. Sorride e mostra dei denti forti e candidissimi.

Abito ricco e casto.

23Veste di lana azzurro cupo con galloni in rosso e verde cupo al collo e ai limiti delle ampie maniche corte fino al gomito, da cui escono altre maniche di lino finissimo e bianco, strette al polso da un cordoncino che le arriccia. Anche al sommo del petto, alla radice del collo, sporge questa camicetta finissima e bianca, tenuta stretta da un cordone. Ha per cintura una sciarpa azzurra, rossa e verde di stoffa molto fina, che le serra il sommo delle anche e le ricade con un fiocco di frange sul lato sinistro. Un abito ricco e casto.

Sorella buona, donna casta

24«Ho una sorella, Maestro. Eccola. É Marta, buona e pia. Il conforto e l’onore della famiglia e la gioia del povero Lazzaro. Prima era la prima ed unica gioia mia. Ora è la seconda, perché la prima sei Tu».

Marta si prostra fino a terra e bacia l’orlo della veste di Gesù.

25«Pace alla sorella buona e alla donna casta. Alzati».

Marta si alza ed entra in casa con Gesù e Lazzaro. Poi chiede di assentarsi per le cure di casa.

26«É la mia pace…», mormora Lazzaro e guarda Gesù. Uno sguardo scrutatore. Ma Gesù mostra di non vederlo.

Il tormento di Lazzaro.

Comenti su Doras.

     Lazaro domanda: «E Giona? ».

27«É morto».

«Morto? Allora…».

28 «L’ho avuto in fin di vita. Ma è morto libero e felice in casa mia, a Nazaret, fra Me e mia Madre».

«Doras te lo ha finito prima di dartelo!

29«Di fatica, sì, e anche di percosse…».

«È un demonio e ti odia. Odia tutto il mondo quella iena… A Te non ha detto che ti odia?..»

30«Me lo ha detto».

«Diffida, Gesù, di lui. É capace di tutto. Signore… che ti ha detto Doras? Non ti ha detto di sfuggirmi? Non ti ha messo in luce obbrobriosa il povero Lazzaro?».

31«Credo che tu mi conosca a sufficienza per capire che da Me giudico e con giustizia e che, quando amo, amo senza pesare se questo amore può farmi bene o male secondo le luci del mondo».

 «Ma quell’uomo è feroce, è atroce nel ferire e nel nuocere… Mi ha tormentato anche giorni fa. Mi è venuto qui e mi ha detto… Oh! che ho già tanto tormento! Perché volermi levare anche Te?».

32«Io sono il conforto dei tormentati e il compagno degli abbandonati. Sono venuto a te anche per questo».

Il tormento di Lazzaro.

«Ah! Tu allora sai?… Oh! mia vergogna!».

33«No. Perché tua? So. E che perciò? Avrò anatema per te che soffri? Io sono Misericordia, Pace, Perdono, Amore per tutti; e che sarò per gli innocenti? Tu non hai il peccato per cui soffri. Dovrei infierire su te se ho pietà anche di lei?…».

«L’hai vista?».

34«L’ho vista. Non piangere».

Ma Lazzaro, col capo abbandonato sulle braccia conserte su un tavolo, piange con singhiozzi penosi. Marta si affaccia e guarda. Gesù le fa cenno di stare zitta. E Marta se ne va con dei lacrimoni che scendono senza rumore. Lazzaro si calma poco a poco e si umilia per la sua debolezza. Gesù lo conforta e, poi che l’amico desidera ritirarsi un momento, esce nel giardino e passeggia fra le aiuole dove resiste ancora qualche rosa porpurea.

Bisogna perdonare per essere perdonati.

Marta lo raggiunge dopo poco. «Maestro… Lazzaro ha parlato?».

35«Sì, Marta».

«Lazzaro non sa darsi pace da quando sa che Tu sai e che l’hai vista…».

36«Come lo sa?».

«Prima quell’uomo che era con Te e che si dice tuo discepolo, quello giovane, alto, bruno e senza barba… poi Doras. Ci ha frustati col suo disprezzo, questo. L’altro ha detto solo che l’avete vista sul lago… coi suoi amanti…».

37«Ma non piangete per questo! Credete che Io ignorassi la vostra ferita? La sapevo da quando ero nel Padre… Non ti accasciare, Marta. Solleva cuore e fronte».

«Prega per lei, Maestro. Io prego… ma non so perdonare del tutto, e forse l’Eterno respinge l’orazione».

38«Bene hai detto: perdonare bisogna per essere perdonati e ascoltati. Io prego già per lei. Ma dammi il tuo perdono e quello di Lazzaro. Tu, sorella buona, puoi parlare e ottenere ancora più di Me. La sua ferita è troppo aperta e bruciante perché anche la mia mano la sfiori. Tu puoi farlo. Datemi il vostro perdono pieno, santo, ed Io farò…».

39«Perdonare… Non potremo. La madre nostra è morta di dolore per le sue maleazioni e… erano ancora lievi rispetto a quelle di ora. Io vedo le torture della madre… le ho sempre presenti. E vedo ciò che soffre Lazzaro».

La possessione diabolica.

40«È una malata, Marta, una folle. Perdonate».

«È una indemoniata, Maestro».

41«E che è la possessione diabolica se non una malattia dello spirito contagiato da Satana al punto di snaturarsi in un essere spirituale diabolico?

42Come spiegare altrimenti certe perversioni negli umani? Perversioni che rendono l’uomo molto peggiore delle belve in ferocia, più libidinoso delle scimmie in lussuria, e così via, e ne fanno un ibrido in cui sono fusi l’uomo, l’animale e il demonio?

43Questa è la spiegazione di ciò che ci stupisce come una mostruosità inspiegabile in tante creature.

44Non piangere. Perdona. Io vedo. Perché Io ho una vista più alta di quella dell’occhio e del cuore. Ho vista di Dio. Vedo. Ti dico: perdona perché è malata».

Il potere del nome di Ges.

«E guariscila, allora!».

45«La guarirò. Abbi fede. Ti farò felice. Ma tu perdona e di’ a Lazzaro che lo faccia. Perdona. Amala ancora. Avvicinala. Parlale come fosse una come te. Parlale di Me…».

«Come vuoi che capisca Te, Santo?».

46«Sembrerà che non comprenda. Ma anche solo il mio Nome è salvezza. Fa’ che mi pensi e mi nomini. Oh! Satana fugge quando il mio Nome viene pensato da un cuore. 47Sorridi, Marta, a questa speranza. Guarda questa rosa. La pioggia dei giorni scorsi l’aveva mortificata, ma il sole di oggi, guarda, l’ha schiusa, ed essa è ancor più bella perché la pioggia che permane fra petalo e petalo l’ingemma di diamanti. Così sarà la vostra casa… Pianto e dolore ora, e poi… gioia e gloria. 48Va’. Dillo a Lazzaro mentre Io, nella pace del tuo giardino, prego il Padre per Maria e per voi…». Tutto ha fine così.

113. Ritorno a Betania dopo la festa
dei Tabernacoli
[104].

Nota del Portavoce.

1Non so come farò a scrivere tanto, perché sento che Gesù si vuole presentare col suo Evangelo vissuto ed io ho sofferto tutta la notte per ricordare la visione seguente, della quale ho scarabocchiato le parole udite, come potevo, per non dimenticarle[105]. […]. Ora poi, e sono le 11, vedo questo.

Gli amici di Lazzaro.

2Gesù è di nuovo da Lazzaro. Da ciò che odo, comprendo che i Tabernacoli sono già avvenuti e che Gesù’ è tornato a Betania per l’insistenza dell’amico, che non vorrebbe mai essere separato da Gesù. Comprendo anche che Gesù è da Lazzaro col solo Simone e Giovanni, mentre gli altri sono sparsi nella zona. E comprendo infine che vi fu come un ritrovo di amici, ancora fedeli a Lazzaro, da lui convitati per fare loro conoscere Gesù. 3Tutto questo comprendo perché Lazzaro illustra ancora meglio le caratteristiche morali di ognuno. Parla così di Giuseppe d’Arimatea, definendolo «uomo giusto e vero israelita». Dice: «Non osa dirlo, perché teme il Sinedrio di cui fa parte e che già ti odia. Ma spera in Te il Predetto dai profeti. Di suo mi ha chiesto di venire per conoscerti e giudicarti di suo, non parendogli giusto quello che di Te dicevano i tuoi nemici… 4Fino dalla Galilea sono venuti dei farisei ad accusarti di peccato. Ma Giuseppe ha giudicato così: “Chi opera miracolo ha seco Dio. Chi ha Dio non può essere in peccato. Ma anzi non può essere altro che un che Dio ama”. E ti vorrebbe ad Arimatea, nella sua casa. Mi ha detto di dirtelo. Ed io te ne prego, ascolta il mio e il suo pregare».

Gesù è venuto per i poveri.

5«Sono venuto per i poveri ed i sofferenti d’anima e corpo, più che per i potenti che vedono in Me solo un oggetto d’interesse. Ma andrò da Giuseppe. Non è partito preso in Me contro i potenti. Un mio discepolo – quello che per curiosità e per importanza, che da se stesso si arroga, da te è venuto senza mio ordine… ma è giovane e va compatito – può testimoniare il mio rispetto alle caste potenti che si autoproclamano “le tutrici della Legge” e…, fanno capire, le sostenitrici dell’Altissimo. Oh! che l’Eterno da Sé solo si sostiene. Nessun fra i dottori ha mai avuto quel rispetto che Io ebbi verso gli ufficiali del Tempio».

«Lo so. E questo sanno molti e molti… Ma solo i migliori danno a questo atto il nome giusto. Gli altri… lo chiamano “ipocrisia”».

6«Ognuno dà ciò che in sé ha, Lazzaro».

«E’ vero. Ma vai da Giuseppe. Ti vorrebbe per il prossimo sabato».

7«E vi andrò. Puoi farglielo sapere».

Critica di Nicodemo sull’Iscariota.

«Anche Nicodemo è buono. Anzi… mi ha detto… Posso dirti una critica su un dei tuoi discepoli?».

8«Dilla. Se è giusto, giusto dirà; se ingiusto, criticherà una conversione, perché lo Spirito dà luce allo spirito dell’uomo se è uomo retto; e lo spirito dell’uomo guidato dallo Spirito di Dio ha sapienza soprumana e legge le verità dei cuori».

9«Mi ha detto: “Non critico la presenza degli ignoranti né dei pubblicani fra i discepoli del Cristo. Ma non giudico degno di esser fra i suoi colui che non so se sia seco Lui o contro Lui, pari a camaleonte che prende colore e aspetto da ciò che ha vicino”».

Risposta del Messia

 10«Costui è l’Iscariota. Lo so. Ma, credete tutti, giovinezza è vino che fermenta e poi depura. Nel fermentare gonfia e spuma e trabocca per ogni parte per esuberanza di vigore. Vento di primavera piega in tutti i sensi, e pare folle scapigliatore di fronde. Ma è quello che dobbiamo ringraziare per fecondatore di fiori. Giuda è vino e vento. Ma malvagio non è. Il suo modo scompiglia e turba, urta anche e fa soffrire. Ma non è tutto malvagio… è un puledro di sangue ardente».

Turbamenti di Lazzaro

«Tu lo dici… Io non sono competente a giudicarlo. Di lui mi è rimasto l’amaro dell’avermi detto che Tu l’avevi vista…».

11«Ma quell’amaro si tempera di miele, ora, per la mia promessa…».

«Sì. Ma io ricordo quel momento… La sofferenza non si dimentica anche se è cessata».

12«Lazzaro, Lazzaro! Ti turbi di troppe cose… e così meschine! Lascia scorrere i giorni: bolle di aria che sfumano e non tornano coi loro colori allegri o tristi. E guarda al Cielo. Quello non dilegua: è per i giusti».

«Sì, Maestro e Amico. Non voglio giudicare l’essere Giuda con Te, né il tuo tenerlo teco. Pregherò che non ti nuoccia».

13Gesù sorride e tutto ha fine.

114. Al convito di Giuseppe d’Arimatea, presenti anche Gamaliele e Nicodemo[106].

Giuseppe d’Arimatea Rettore dei Giudei.

I possessi di Giuseppe d’Arimatea.

1Arimatea è ancora montuosa. Non so perché, me la figuravo in pianura. Invece è sui monti, per quanto già digradanti verso il piano che in certe svolte della strada appare, fertile, ad occidente e sfuma all’orizzonte, in questa mattina di novembre, in una nebbietta bassa che pare una distesa d’acqua senza confine.

2Gesù è con Simone e Tommaso. Non ha altri apostoli seco. Ho l’impressione che gradui saggiamente gli effetti dei tipi da avvicinare e, a seconda degli ambienti, porti seco quelli che possono essere accettati senza dare troppo urto all’ospite. Questi giudei devono essere più… suscettibili di donnine romantiche…

3Sento che parlano di Giuseppe d’Arimatea, e Tommaso, che forse lo conosce molto bene, ne illustra i possessi ampli e belli che si estendono sul monte, specie dalla parte di Gerusalemme, sulla via che dalla capitale viene verso Arimatea e congiunge poi questo luogo con Joppe. Sento che dicono così, e Tommaso celebra anche i campi che ha Giuseppe lungo le vie della pianura.

4«Ma almeno qui non sono trattati da bestie gli uomini! Oh! quel Doras!», dice Simone. Infatti qui i lavoratori sono ben pasciuti e ben vestiti, ed hanno quel che di soddisfatto di chi sta bene. Salutano rispettosamente, perché certo sanno già chi è quell’Uomo alto e bello che va per le campagne di Arimatea verso la casa del loro padrone, e l’osservano parlando fra loro sottovoce.

Il saluto di Giuseppe d’Arimatea.

Quando già la casa di Giuseppe appare, ecco un servo che dopo un inchino profondo chiede: «Sei Tu il Rabbi atteso?».

5«Sono Io», risponde Gesù.

L’uomo saluta profondamente e va di corsa ad avvertire il padrone. 

Infatti, prima ancora che Gesù giunga al limite della casa – tutta recinta da un’alta siepe di sempreverdi che sostituisce, in questa, l’alto muro che ha la casa di Lazzaro e che l’isola dalla strada, senza però fare altro che una continuazione del giardino molto alberato, e ora anche molto spoglio di foglie, che recinge la casa – Giuseppe d’Arimatea, nelle sue ampie vesti a frange, viene incontro a Gesù e si inchina profondamente con le braccia conserte sul petto. Non è il saluto umile di chi riconosce in Gesù il Dio fatto Carne e che si umilia alla genuflessione sino al suolo e al bacio sui piedi o sull’orlo della veste, ma è sempre un grande saluto di rispetto. Anche Gesù si inchina ugualmente e poi dà il suo saluto di pace.

 

 

Dialogo con Gesù

«Entra, Maestro. Mi hai fatto felice accettando l’invito. Non

speravo in Te tanta condiscendenza».

6«Perché? Vado anche da Lazzaro e…».

«Lazzaro ti è amico… io sono lo sconosciuto».

7«Sei un’anima che cerca la Verità. La Verità non ti respinge perciò».

«Tu sei la Verità?».

8«Io sono Via, Vita e Verità. Chi mi ama e segue avrà in sé la Via certa, la Vita beata e conoscerà Dio; perché Dio, oltre che Amore e Giustizia, è Verità».

«Sei un grande Dottore. Ogni tua parola spira sapienza».

Dialogo con Simon Zelote.

     9Poi si volge a Simone: «Sono lieto che tu pure ritorni, dopo tanta assenza, nella mia casa».

«Non per mio volere ne fui assente. Tu sai che sorte ebbi e quanto pianto fu nella vita del piccolo Simone che tuo padre amava».

«Lo so. E credo tu sappia che non fu mai in me parola in tuo sfavore».

«So tutto. Il mio servo fedele mi ha detto che anche a te devo se mi fu rispettato l’avere. Dio te ne compensi».

«Ero qualcosa nel Sinedrio e ho usato questo essere per giovare, con giustizia, ad un amico della mia casa».

«Molti erano gli amici della mia, e molti erano qualcosa nel Sinedrio. Ma non erano come te giusti…».

Dialogo con Tommaso.

10«E questo, chi è? Non mi è nuovo… ma non so dove…».

«Sono Tommaso, detto Didimo….»

«Ah! ecco! Vivo ancora il vecchio padre?».

«Vivo. Nei suoi commerci, coi fratelli. Io l’ho lasciato per il Maestro. Ma ne è felice».

«È un vero israelita e, poiché è giunto a credere che Gesù di Nazaret è il Messia, non può che esser felice che suo figlio sia fra i suoi prediletti».

Sono ormai nel giardino, presso la casa.

Gli invitati.

Lazzaro.

11«Ho trattenuto Lazzaro. É in biblioteca che legge un sunto delle ultime sedute del Sinedrio. Non voleva fermarsi perché… So che ormai Tu sai… Per questo non voleva fermarsi. Ma ho detto: “No. Non è giusto che tu ti vergogni così. In casa mia nessuno ti farà offesa. Resta. Chi si isola è solo contro tutto un mondo. E poiché il mondo è più cattivo che buono, il solo viene abbattuto e calpestato”. Ho detto bene?».

12«Bene hai detto e bene hai fatto», risponde Gesù.

Gamaliele.

«Maestro… oggi ci sarà Nicodemo e… Gamaliele. Te ne duole?».  

13«Perché dovrei dolermene? Riconosco la sua sapienza».

«Sì. Ne aveva voglia di vederti e… e voleva stare duro sul suo detto. Sai… idee. Dice che lui il Messia lo ha già visto e che attende il segno che Egli gli ha promesso, alla sua manifestazione. Ma dice anche che Tu sei “un uomo di Dio”. Non dice “l’Uomo”. Dice “un uomo di Dio”. Sottigliezze rabbiniche, vero? Non te ne offendi, vero?».

14Gesù risponde: «Sottigliezze. Bene hai detto. Bisogna lasciarli fare. I migliori si poteranno da sé di tutte le inutili ramaglie che li fanno tutta fronda e niente frutto, e verranno a Me».

«Ti ho voluto dire le sue parole perché certo le dirà a Te pure. E’ schietto», fa notare Giuseppe.

15«Virtù rara e che apprezzo molto», risponde Gesù.

«Sì. Gli ho anche detto: “Però col Maestro è Lazzaro di Betania”. Ho detto così perché… sì, insomma, per causa di sua sorella. Ma Gamaliele ha risposto: “Lei è presente? No? E allora? Il fango cade dalla veste che non è più nel fango. Lazzaro lo ha scosso da sé. E non me ne contamina la veste. E poi giudico che, se nella sua casa va un uomo di Dio, posso avvicinarlo anche io, dottore della Legge”».

16«Gamaliele giudica bene. Fariseo e dottore sino alla midolla, ma onesto e giusto ancora».

«Sono contento di sentirtelo dire. Maestro, ecco Lazzaro».

Il pungolo di Lazaro.

17Lazzaro si china a baciare la veste di Gesù. E’ felice di esser con Lui, ma si vede anche palesemente il suo orgasmo in attesa dei convitati. Certo mi è che il povero Lazzaro, alle sue note torture, note agli uomini perché tramandate dalla storia, ha da aggiungere questa, ignota e non riflettuta dai più, della sofferenza morale di quel tremendo pungolo che è il pensiero: «Che dirà questi a me? Che pensa di me? Come mi considera? Mi ferirà con parole o sguardo di sprezzo?». Pungolo che tormenta tutti quelli che hanno qualche macchia nella loro famiglia.

Giungono Nicodemo e Gamaliele

18Ormai, entrati nella ricchissima sala dove sono pronte le mense, non attendono che Gamaliele e Nicodemo, perché altri quattro ospiti sono già venuti. Li sento presentare col nome rispettivo di Felice, Giovanni, Simone e Cornelio.

Vi è un grande rumore di servi che accorrono quando giungono Nicodemo e Gamaliele, il sempre imponente Gamaliele, dallo splendido abito di neve filata che porta con maestà di re. Giuseppe si precipita ad incontrarlo e il saluto fra i due è di un ossequio pomposo. Anche Gesù è inchinato, e si inchina al grande rabbino che lo saluta col saluto: «Il Signore sia con Te», al quale Gesù risponde: «E la sua pace ti sia sempre compagna». Anche Lazzaro si inchina e così gli altri.

Gamaliele prende posto al centro della mensa, fra Gesù e Giuseppe. Dopo Gesù è Lazzaro. Dopo Giuseppe, Nicodemo.

Ha inizio il pasto.

 19Ha inizio il pasto dopo le preci di rito, che Gamaliele dice dopo un tutto orientale scambio di cortesie fra i tre principali personaggi, ossia Gesù, Gamaliele e Giuseppe.

Gamaliele è molto dignitoso, ma non superbo. Ascolta più che parlare. Ma si capisce che medita su ogni parola di Gesù, e spesso lo guarda coi suoi fondi occhi scuri e severi. Quando Gesù tace per esaurimento dell’argomento, è Gamaliele che con una opportuna domanda riaccende le conversazioni.

Lazzaro sulle prime è un poco confuso. Ma poi si rinfranca e parla anche lui.

Allusioni dirette alla personalità di Gesù non ce ne sono fino a pasto quasi finito. Allora si accende, fra quello chiamato Felice e Lazzaro, al quale poi si unisce a sostegno Nicodemo, e infine quello di nome Giovanni, una discussione circa la prova, in favore o contro un individuo, che sono i miracoli.

20Gesù tace. Sorride talora di un misterioso sorriso, ma tace. Anche Gamaliele tace. Tiene un gomito puntato sul letto e fissa intensamente Gesù. Pare voglia decifrare qualche parola soprannaturale incisa nella pelle pallida e liscia del volto magro di Gesù. Sembra ne analizzi ogni fibra.

Dibatito sulla santità del Battista e il Messia.

La tesi di Felice.

21Felice sostiene che è inoppugnabile la santità di Giovanni, e, da questa indiscussa e indiscutibile santità, ne trae una conseguenza non favorevole a Gesù Nazareno, autore di molti e noti miracoli. 22Dice: «Non è il miracolo prova di santità, perché la vita del profeta Giovanni ne è priva. Eppure nessuno in Israele conduce una vita pari alla sua. Lui non banchetti, non amicizie, non comodi. Lui sofferenze e prigionie per l’onore della Legge. Lui solitudine, perché, sì, ha discepoli, ma seco loro non convive e trova colpe anche nei più onesti e tuona su tutti. 23Mentre… eh! mentre il qui presente Maestro di Nazaret ha, è vero, fatto miracoli, ma vedo che anche Lui ama ciò che la vita offre e non sdegna amicizie e, questo perdona se un degli Anziani del Sinedrio te lo dice, ed è troppo facile a dare, in nome di Dio, perdono e amore anche a peccatori noti e segnati da anatema. Non lo dovresti fare, Gesù».

Obiezione di Lazaro.

24Gesù sorride e non parla. Lazzaro risponde per Lui: «Il nostro potente Signore è padrone di dirigere i suoi servi come e dove vuole. A Mosè ha concesso il miracolo. Ad Aronne, suo primo pontefice, non l’ha concesso. E allora? Che ne concludi? Più santo l’uno dell’altro?».

«Certamente», risponde Felice.

«Allora il più santo è Gesù che fa miracolo».

Felice è disorientato. Ma si aggrappa ad un appiglio: «Ad Aronne era già dato il pontificato. Bastava».

Intervento di Nicodemo.

25«No, amico», risponde Nicodemo.

«Il pontificato era una missione. Santa, ma non più di missione. Non sempre e non tutti i pontefici d’Israele furono santi. Eppure furono pontefici, anche se santi non erano».

«Non vorrai dire che il Sommo Sacerdote sia uomo privo di grazia!…», esclama Felice.

Giovanni.

26«Felice… non entriamo nel fuoco che brucia. Io, te, Gamaliele, Giuseppe, Nicodemo, tutti sappiamo tante cose…», dice quello di nome Giovanni.

«Ma come? Ma come? Gamaliele, intervieni!…». Felice è scandalizzato.

«Se è giusto, dirà la verità che non vuoi udire», dicono i tre che sono accesi contro Felice.

Giuseppe cerca di mettere pace.

27Giuseppe cerca di mettere pace. Gesù sta zitto e così Tommaso, lo Zelote e l’altro Simone amico di Giuseppe.

34Gamaliele pare giocare con le frange del suo abito, ma guarda da sotto in su Gesù.

«Parla dunque, Gamaliele», urla Felice.

«Sì. Parla. Parla», dicono i tre.

Prudenza di Gamaliel.

28«Io dico: le debolezze della famiglia si tengono celate», dice Gamaliele.

«Non è una risposta!», urla Felice.

«Pare che tu confessi che vi sono colpe nella casa del Pontefice!».

«É bocca di verità», dicono i tre.

Gamaliele si raddrizza e si volge a Gesù: «Qui è il Maestro che eclissa i più dotti. Parli Lui in merito».

Risposte di Gesù.

L’uomo e la misione.

29«Lo vuoi. Ubbidisco. Io dico: L’uomo è uomo. La missione è oltre l’uomo. Ma l’uomo, investito di una missione, diventa capace di compierla da superuomo quando per una vita santa ha ad amico Dio. É Lui che ha detto: “Tu sei sacerdote secondo l’ordine da Me dato”. 30Cosa è scritto sul razionale[107]? “Dottrina e Verità”. Questo dovrebbero avere coloro che sono i pontefici. 31Alla Dottrina si giunge con costante meditazione, tesa a conoscere il Sapientissimo. Alla Verità con la fedeltà assoluta al Bene. Chi tresca col Male entra nella Menzogna e perde Verità».

32«Bene! Hai risposto da grande rabbino. Io, Gamaliele, te lo dico. Mi superi».

Il milagro.

«Spieghi allora, costui, perché Aronne non fece miracoli e Mosé sì», strepita Felice.

33Gesù risponde pronto: «Perché Mosè doveva imporsi sulla massa oscura e pesante, e anche contraria, degli israeliti, e giungere ad avere un ascendente su essi, tale da piegarli al volere di Dio. 34L’uomo è l’eterno selvaggio e l’eterno bambino. É colpito da ciò che esce dalle regole. Il miracolo è tale. É una luce agitata davanti alle pupille oscurate, è un suono suonato presso le orecchie tappate. Sveglia. Richiama. Fa dire: “Qui è Dio”».

«Lo dici a tuo pro», ribatte Felice.

La santità

35«A mio pro? E che mi aggiungo facendo miracolo? Posso parere più alto se mi metto un filo d’erba sotto il piede? Tale è il miracolo rispetto alla santità. 36Vi sono santi che non hanno fatto mai miracoli. Vi sono maghi e negromanti che con forze oscure li fanno, ossia fanno cose sovrumane ma che sante non sono, e loro sono demoni. Io sarò Io anche se non farò più miracolo».

37«Benissimo! Sei grande, Gesù!», approva Gamaliele.

Il Messia secondo Gamaliel

Opinione di Gamaliel.

38«E chi è, secondo te, questo “grande”?», incalza Felice rivolto a Gamaliele.

«Il più grande profeta che io conosca, sia nelle sue opere che nelle sue parole», risponde questi.

«É il Messia, ti dico, Gamaliele. Credilo, tu sapiente e giusto», dice Giuseppe.

«Come? Anche tu, rettore dei giudei, tu, l’Anziano, gloria nostra, cadi in questa idolatria di un uomo? Ma chi te lo prova che è il Cristo? Io non lo crederò neppure se lo vedrò fare miracoli. Ma perché davanti a noi non ne fa uno? Diglielo tu che lo lodi, diglielo tu che lo difendi», dice Felice a Gamaliele e a Giuseppe.

«Non l’ho invitato per trastullo degli amici e ti prego ricordare che è mio ospite», risponde serio Giuseppe. Felice si alza e se ne va stizzito e villano.

l’aculeo nel cuore de Gamaliel.

39Vi è un silenzio. Gesù si volge a Gamaliele: «E tu non chiedi miracoli per credere?».

«Non saranno i miracoli di un uomo di Dio quelli che mi leveranno l’aculeo, che porto nel cuore, di tre domande che sempre rimangono senza risposta».

«Quali domande?».

«É vivo il Messia? Era quello? É questo?».

45«É Lui, ti dico, Gamaliele!», esclama Giuseppe.

«Non lo senti santo? Diverso? Potente? Sì? E allora? Che attendi per credere?».

Testimoneanza di Gamaliel

40Gamaliele non risponde a Giuseppe. Si rivolge a Gesù: «Una volta… non ti spiaccia, o Gesù, se io sono tenace nelle mie idee… Una volta, quando ancora viveva il grande e saggio Illele, io credetti, e lui con me, che il Messia fosse in Israele. Grande balenare di sole divino in quel freddo giorno di un insistente inverno! Era Pasqua… L’uomo tremava per le messi assiderate… Io dissi, dopo aver udito quelle parole: “Salvo è Israele! Da oggi dovizia nei campi e benedizioni nei cuori! L’Atteso si è manifestato col suo primo fulgore”. E non errai. Tutti potete rammentarvi che raccolto vi fu quell’anno embolismico, dai tredici mesi[108], che in questo si ripete…».

41«Che parole udisti? Da chi dette?».

«Da uno… un poco più che bambino… ma Dio splendeva sul suo volto innocente e soave… Sono diciannove anni che penso e ricordo… e cerco riudire quella voce… che parlava parole di sapienza… Quale parte di Terra l’accoglie? Io penso:… “Era Dio. In veste di fanciullo per non terrorizzare l’uomo. E come baleno che scorrendo i firmamenti ratto appare ad oriente e a ponente, a settentrione e a meridione, Egli, il Divino, scorre, nella sua veste di misericordiosa bellezza, con voce e viso di bimbo e pensiero divino, la Terra per dire agli uomini: ‘Io sono”‘. Così penso… “Quando tornerà in Israele?… Quando?”. E penso: “Quando Israele sarà altare per il suo piede di Dio”; e geme il cuore, vedendo l’abbiezione d’Israele: “Mai Oh! dura risposta! E vera! Può la Santità scendere nel suo Messia finché l’abominio è in noi?».

Manifestazione del Messia.

42 «Lo può e lo fa, perché è Misericordia», risponde Gesù.

Gamaliele lo guarda pensoso e poi chiede: «Quale è il tuo vero Nome?».

43E Gesù si alza, imponente, e dice: «Io son chi sono. Il Pensiero e la Parola del Padre. Sono il Messia del Signore».

«Tu?… Non lo posso credere. Grande la tua santità. Ma quel Bambino in cui io credo, ecco, ha detto allora: “Io darò un segno… Queste pietre fremeranno quando sarà la mia ora”. Io attendo quel segno per credere. Me lo puoi Tu dare per persuadermi che sei Tu l’Atteso?».

Gamaliele attende il segno.

44I due, ora in piedi ambedue, alti, solenni, l’uno nell’ampio abito di lino candido, l’altro nel semplice abito di lana rosso cupo, l’uno anziano, l’altro giovane, dagli occhi dominatori e profondi entrambi, si guardano fissamente.

45Poi Gesù abbassa il braccio destro, che aveva piegato sul petto, e come giurasse esclama: «Questo segno vuoi? E questo avrai! Ripeto le lontane parole: “Le pietre del Tempio del Signore fremeranno alle mie ultime parole”. Attendi quel segno, dottore di Israele, uomo giusto, e poi credi, se vuoi avere perdono e salvezza. Beato in anticipo se potessi credere avanti! Ma non puoi. Secoli di credenze errate, su una promessa giusta, e cumuli di orgoglio, ti fanno baluardo alla Verità e alla Fede».

«Bene dici. Attenderò quel segno. Addio. Il Signore sia con Te».

46«Addio, Gamaliele. Lo Spirito eterno ti illumini e conduca».

Tutti salutano Gamaliele, che se ne va con Nicodemo e con Giovanni e Simone (sinedrista). Restano Gesù, Giuseppe, Lazzaro, Tommaso, Simone Zelote e Cornelio.

«Non si piega… Vorrei averlo fra i tuoi discepoli. Peso decisivo in tuo favore… e non riesco», dice Giuseppe.

47«Non te ne dolere. Nessun peso sarà atto a salvarmi dalla bufera che già si prepara. Ma Gamaliele, se non si piega in favore, neppure si piegherà contro al Cristo. E’ uno che attende…».

Tutto ha fine.

115. Guarigione di un bambino colpito dal cavallo di Alessandro. Gesù scacciato dal Tempio[109].

Il Tempio.

1L’interno del Tempio. Gesù è coi suoi molto presso al Tempio vero e proprio, ossia al Luogo Santo dove solo entravano i sacerdoti. É un bellissimo cortilone al quale si accede per un atrio e dal quale per un altro, ancora più ricco, si passa all’alta terrazza su cui è il cubo del Santo. 2É inutile! Vedessi mille volte il Tempio e lo descrivessi duemila, sia per la complessità del luogo, sia per la mia ignoranza dei nomi e per l’incapacità di fare un grafico, sarò sempre incompleta nel descrivere questo pomposo e labirintico luogo…

3Sembrano in preghiera. Anche molti altri israeliti, tutti uomini, sono lì e pregano ognuno per proprio conto. Scende la sera precoce di una plumbea giornata di novembre.

 Violazione del luogo sacro.

4Un vocìo, in cui è una stentorea e inquieta voce di uomo che bestemmia anche in latino, si mesce a stridule e acute voci ebraiche. Vi è come il tramestio di una lotta e una acuta voce femminile grida: «Oh! lasciatelo andare! Egli dice che Lui lo salverà».

5Il raccoglimento del suntuoso cortile è rotto. Molte teste si volgono verso il punto da cui vengono le voci. E si volge anche Giuda Iscariota, che è anche lui coi discepoli. Alto come è vede e dice: «Un soldato romano che lotta per entrare! Viola, ha già violato il luogo sacro! Orrore!». Molti fanno eco.

«Lasciatemi passare, can di giudei! Qui è Gesù. Lo so! Voglio Lui! Delle vostre pietre stupide non so che fare. Il bambino muore e Lui lo salva. Via! Ipocrite iene…».

6Gesù, che quando ha capito che si voleva Lui si è subito diretto verso l’atrio sotto cui si agitava la mischia, giunge ad esso e grida: «Pace e rispetto al luogo e all’ora dell’offerta».

«Oh! Gesù! Salve! Sono Alessandro. Fate largo, cani!».

7E Gesù pacato: «Sì, fate largo. Condurrò altrove il pagano che non sa che è per noi questo luogo».

Il romano chiede un miracolo.

Il cerchio si fende e Gesù raggiunge il soldato, che ha la corazza insanguinata.

8«Sei ferito? Vieni. Qui non si può stare», e lo conduce per l’altro cortile e oltre.

«Non sono ferito io. Un bambino… Il mio cavallo, presso l’Antonia, mi ha preso la mano e l’ha travolto. Gli zoccoli gli hanno aperto la testa. Procolo ha detto: “Nulla da fare!”. Io… non ne ho colpa… ma per me è successo e la madre è là disperata. Ti avevo visto passare… venire qui… Ho detto: “Procolo no, ma Lui sì”. Ho detto: “Donna, vieni. Gesù lo sanerà”. Mi hanno trattenuto quei dementi… e forse il bambino sarà morto».

9«Dove è?», chiede Gesù.

«Sotto quel portico, in grembo alla madre», risponde il milite già visto alla porta dei Pesci.

10«Andiamo». E Gesù va lesto più ancora, seguito dai suoi e da un codazzo di gente.

Il Messia chiede fede alla madre

11Sui gradini che limitano il portico, addossata ad una colonna, è una donna straziata che piange sul figlioletto morente. Il bambino è terreo, con le labbra violacee semiaperte nel rantolo caratteristico dei colpiti al cervello. Una benda lo stringe al capo, rossa di sangue sulla nuca e sulla fronte.

12«Ha aperta la testa davanti e dietro. Si vede il cervello. E’ tenero il capo a quell’età, e il cavallo era grosso e ferrato da poco», spiega Alessandro.

13Gesù è presso la donna che non parla neppure più, agonizzante sul figlio che muore. Le pone la mano sul capo. «Non piangere, donna», dice con tutta la soavità di cui è capace, ossia infinita. «Abbi fede. Dammi il tuo bambino».

14La donna lo guarda inebetita. La folla impreca ai romani e compiange il morente e la madre. Alessandro è fra il contrasto dell’ira per le accuse ingiuste, la pietà e la speranza.

Il bambino miracolato.

15Gesù si siede presso la donna, poi che vede che ella non sa fare più nessun gesto. Si china. Prende fra le sue lunghe mani il piccolo capo ferito, si china più ancora, si piega sulla cerea faccina, alita sulla bocchina rantolante… Qualche attimo. Poi ha un sorriso che appena si vede fra le ciocche di capelli piovute in avanti. Si raddrizza. Il bimbo apre gli occhietti e fa un atto per sedersi. La madre teme sia l’estremo conato e urla tenendolo sul cuore.

16«Lascialo andare, donna. Bambino, vieni a Me», dice Gesù sempre seduto a fianco della donna e tendendo le braccia con un sorriso. E il bambino si getta sicuro in quelle braccia e piange col pianto non del dolore, ma della paura che torna con il tornare del pensiero.

17«Non c’è il cavallo, non c’è», rassicura Gesù. «Tutto è passato. Ti fa più male qui?».

 «No. Ma ho paura, ho paura!».

18«Lo vedi, donna. Non è che la paura. Ora passa. Portatemi dell’acqua. Il sangue e la benda lo impressionano. Dammi una delle mele che hai, Giovanni… Prendi, piccino. Mangia. É buona…»

Portano dell’acqua, anzi è il soldato Alessandro che la porta nel suo elmo. Gesù fa l’atto di sciogliere la benda. Alessandro e la madre dicono: «No! Risorge… ma la testa è aperta!…».

19Gesù sorride e scioglie la benda. Uno, due, tre, otto giri. Leva le pezze insanguinate. Dalla metà della fronte alla nuca, a destra, è un solo grumo di sangue ancora molle fra i capellucci del bambino. Gesù intinge una benda e lava.

«Ma sotto è la ferita… se levi il grumo tornerà a sanguinare», insiste Alessandro.

La madre si tappa gli occhi per non vedere.

20Gesù lava, lava, lava. Il grumo si scioglie… ecco i capellucci nettati. Sono umidi, ma sotto non vi è ferita. La fronte anche è sana. Solo ha un segnetto rosso dove la cicatrice è nata.

La gente urla di stupore. La donna osa guardare, e quando vede non si trattiene più. Crolla tutta addosso a Gesù e lo abbraccia insieme al bambino e piange.

21Gesù sopporta quell’espansione e quella pioggia di lacrime.

«Io ti ringrazio, Gesù», dice Alessandro. «Mi dolevo di aver ucciso questo innocente».

22«Hai avuto bontà e fiducia. Addio, Alessandro. Va’ al tuo servizio».

Il Messia cacciato dal Tempio.

Ufficiali: Vai e stai coi tuoi pagani

23Alessandro sta per andarsene quando arrivano come tanti cicloni degli ufficiali del Tempio e dei sacerdoti. «Il Sommo Sacerdote ti intima a mezzo nostro di uscire dal Tempio, Te e il pagano profanatore. Subito. Avete turbato l’offerta dell’incenso. Costui è penetrato dove è luogo di Israele. Non è la prima volta che per causa tua il Tempio è a rumore. Il Sommo Sacerdote, e con lui gli Anziani di turno, ti ordinano di non porre più piede qui dentro. Vai e stai coi tuoi pagani».

Alessandro: Non siamo dei cani neppure noi.

24«Non siamo dei cani neppure noi. Egli lo dice: “Vi è un Dio solo, Creatore dei giudei e dei romani”. Se questa è la sua Casa ed io sono creato da Lui, potrò entrarci io pure», risponde Alessandro, punto dallo sprezzo con cui i sacerdoti dicono «pagani».

Gesù: Non si vieta ad un fedele di pregare.

25«Taci, Alessandro. Io parlo», interloquisce Gesù, che dopo avere baciato il piccolo lo ha reso alla madre e si è alzato in piedi. Dice al gruppo che lo scaccia: «Nessuno può vietare ad un fedele, ad un vero israelita che nessuno può provare reo di peccato, di pregare presso il Santo».

Ufficiali: Usurpatore del diritto di insegnare.

26«Ma di spiegare nel Tempio la Legge, sì. Te ne sei preso il diritto senza averlo e senza chiederlo. Chi sei? Chi ti conosce? Come usurpi un nome e un posto non tuo?».

Gesù: Chiede a Giuda di testimoniare.

27Gesù li guarda con certi occhi! Poi dice: «Giuda di Keriot. Vieni avanti».

Giuda non pare entusiasta dell’invito. Aveva cercato di eclissarsi non appena erano venuti i sacerdoti e gli ufficiali del Tempio (che però non hanno veste militare: deve essere una carica civile). Ma deve ubbidire, perché Pietro e Giuda d’Alfeo lo spingono avanti.

28«Giuda, rispondi. E voi guardatelo. Lo conoscete. É del Tempio. Lo conoscete?». Devono rispondere: «Sì».

29«Giuda, che ti feci fare quando parlai qui per la prima volta? E tu di che ti stupisti? Ed Io che ti dissi in risposta al tuo stupore? Parla, e sii schietto».

Giuda: Dichiara con schiettezza.

30«Mi disse: “Chiama l’ufficiale di turno, che Io gli possa chiedere permesso di istruire”. E si nominò e dette prove del suo essere e della sua tribù… ed io me ne stupii come di inutile formalità, dato che Egli si dice il Messia. E Lui mi disse: “É necessario, e quando sarà l’ora ricorda che Io non ho mancato di rispetto al Tempio e ai suoi ufficiali”. Sì. Ha detto così. Per la verità lo devo dire».

Giuda in principio parlava un poco incerto, come seccato. Ma poi, con uno di quei trapassi bruschi suoi propri, si è fatto sicuro, fin quasi arrogante.

«Mi fa stupore che tu lo difendi. Hai tradito la nostra fiducia in te», rimprovera un sacerdote a Giuda.

«Non ho tradito nessuno. Quanti fra voi sono del Battista! E sono traditori perciò? Io sono di Cristo. Ecco».

Gli anziano che danno l’ordine di espulsione.

Ufficiali: Doras e Felice, ebrei. Gioacchino di Cafarnao e Giuseppe itureo.

31«Ebbene. Costui non deve parlare qui. Venga come fedele. É fin troppo per uno amico di pagani, meretrici, pubblicani…»

32«Rispondete a Me, ora», dice Gesù, severo ma calmo. «Chi sono gli Anziani di turno?».

«Doras e Felice, giudei. Gioacchino di Cafarnao e Giuseppe itureo».

 

 

Gesù: la bava dei rettili non sommergerà la Voce di Dio

33«Ho capito. Andiamo. Riportate ai tre accusatori, poiché l’itureo non ha potuto accusare, che il Tempio non è tutto Israele e Israele non è tutto il mondo, e che la bava dei rettili, per quanto sia tanta e velenosissima, non sommergerà la Voce di Dio, né il suo veleno paralizzerà il mio andare fra gli uomini finché non sarà l’ora. E dopo… oh! dite loro che dopo gli uomini faranno giustizia dei carnefici e solleveranno la Vittima facendo di Essa il loro unico amore. Andate. E noi andiamo».

E Gesù si ammantella nel suo pesante mantellone scuro ed esce in mezzo ai suoi.

Alessandro: “Tu sei veramente un Uomo, non uomo”

34In coda è Alessandro, rimasto alla disputa. Fuori del recinto, presso la torre Antonia, dice: «Io ti saluto, Maestro. E ti chiedo perdono di esser stato causa di rampogna per Te».

35«Oh! non te ne dolere! Cercavano l’appiglio. Lo hanno trovato. Se non eri tu, era un altro… Voi, a Roma, fate i giuochi nel Circo con fiere e serpenti, non è vero? Ebbene, ti dico che nessuna belva è più feroce e subdola dell’uomo che vuol uccidere un altro uomo».

36«Ed io ti dico che al servizio di Cesare ho percorso tutte le regioni di Roma. Ma non ho mai, fra i mille e mille soggetti incontrati, trovato uno più divino di Te. No, che anche i nostri dèi non sono come Te divini! Sono vendicativi, crudeli, rissosi, bugiardi. Tu sei buono. Tu sei veramente un Uomo non uomo. Salute, Maestro».

37«Addio, Alessandro. Procedi nella Luce».

Tutto ha fine. 

116. Al Getsemani con Gesù, i discepoli parlano dei pagani e della “velata”. Il colloquio con Nicodemo[110].

“Pagani si resta di volontà”.

Il centurione romano.

1Gesù è nella cucina della casetta dell’Uliveto, a cena fra i suoi discepoli. Parlano dei fatti della giornata, che però non è quella precedentemente descritta, perché sento parlare di altri avvenimenti, fra cui la guarigione di un lebbroso avvenuta presso i sepolcri lungo la via di Betfage.

2«Vi era anche un centurione romano ad osservare», dice Bartolomeo. E aggiunge: «Mi ha chiesto, dall’alto del suo cavallo: “L’uomo che tu segui fa spesso simili cose?”; e alla mia risposta affermativa ha esclamato: “Allora è più grande di Esculapio e diventerà ricco più di Creso”. 3Ho risposto: “Sarà sempre povero secondo il mondo, perché non riceve ma dà e non vuole che anime da portare al Dio vero”. Il centurione mi ha guardato stupito e poi ha spronato il cavallo andandosene al galoppo».

La romana ed i discepoli.

4«C’era anche una dama romana nella sua lettiga. Non poteva essere che una donna. Aveva le tende calate, ma occhieggiava da esse. Ho visto», dice Tommaso.

5«Sì. Era presso la curva alta della via. Aveva dato ordine di fermarsi quando il lebbroso aveva gridato: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Allora aveva una tenda scostata ed io ho visto che ti ha guardato con una lente preziosa, e poi ha riso ironica. Ma quando ha visto che Tu, solo col comando, lo hai guarito! Allora mi ha chiamato e mi ha chiesto: “Ma è quello che dicono il vero Messia?”. Ho risposto di sì e lei mi ha detto: “E tu sei con Lui?”, e poi ha chiesto: “É proprio buono?”», dice Giovanni.

Prima qualità del discepolo.

6«Allora l’hai vista! Come era?», chiedono Pietro e Giuda.

«Mah!… Una donna…».

«Che scoperta!», ride Pietro. E l’Iscariota incalza: «Ma era bella, giovane, ricca?».

«Sì. Mi pare fosse giovane e anche bella. Ma guardavo più verso Gesù che verso lei. Volevo vedere se il Maestro si metteva di nuovo per via…».

«Sciocco!», mormora fra i denti l’Iscariota. 

«Perché?», lo difende Giacomo di Zebedeo.

«Mio fratello non era un ganimede in cerca d’avventure. Ha risposto per educazione. Ma non ha mancato alla sua prima qualità».

«Quale?», chiede l’Iscariota.

«Quella di discepolo che ha per suo unico amore il Maestro».

Giuda china il capo stizzito.

Cosa è il paganesimo?.

7«E poi… non è molto bene farsi vedere parlare coi romani», dice Filippo.

«Già ci accusano di esser galilei e perciò meno “puri” dei giudei. E ciò per nascita. Poi ci accusano di sostare sovente a Tiberiade, luogo di ritrovo dei gentili, dei romani, fenici, siri… E poi… oh! di quante cose ci accusano!…».

8«Sei buono, Filippo, e metti un velo sulla durezza della verità che dici. Ma essa è, senza il velo, questa: di quante cose mi accusano», dice Gesù che fino allora ha taciuto.

«In fondo non hanno del tutto torto. Troppi contatti coi pagani», dice l’Iscariota.

9«Credi tu pagani solo coloro che non hanno legge mosaica?», chiede Gesù.

«E quali altri allora?».

10«Giuda!… Puoi giurare sul nostro Dio di non avere paganesimo in cuore? E puoi giurare non lo abbiano gli israeliti più in vista?».

«Ma, Maestro… degli altri non so… ma io… io di me posso giurare».

11«Cosa è per te, secondo il tuo pensiero, il paganesimo?», chiede Gesù ancora.

Ma è il seguire una religione non vera, adorare gli dèi», ribatte veemente Giuda.

12«I quali sono?».

«Gli dèi di Grecia e Roma, quelli d’Egitto… insomma gli dèi dai mille nomi e dalle inesistenti persone che secondo i pagani empiono i loro Olimpi».

13«Nessun altro dio esiste? Solo questi olimpici?».

«E quale altro? Non sono fin troppi?».

Paganesimo dei discepoli del Cristo.

14«Troppi. Sì, troppi. Ma ve ne sono altri e ai loro altari vengono bruciati incensi da ogni uomo, anche dai sacerdoti, scribi, rabbi, farisei, sadducei, erodiani, tutte persone d’Israele, non è vero? Non solo, ma ne vengono bruciati anche dai miei discepoli».

«Ah! questo poi no!», dicono tutti.

15«No? Amici… Chi non ha fra voi un culto o più culti segreti? Uno ha la bellezza e l’eleganza. L’altro l’orgoglio del suo sapere. Un altro incensa la speranza di divenire un grande, umanamente. Un altro ancora adora la femmina. Un altro il denaro… Un altro si prostra davanti al suo sapere… e così via. In verità vi dico che non vi è uomo che non sia intinto di idolatria. Come allora sdegnare i pagani per sventura, quando, pur essendo col Dio vero, pagani si resta di volontà?».

«Ma siamo uomini, Maestro», esclamano in molti.

16«E’ vero. Ma allora… abbiate carità per tutti, perché Io sono venuto per tutti e voi non siete da più di Me».

«Ma intanto ci fanno accuse e la tua missione viene inceppata».

17«Andrà avanti lo stesso».

Aglae

La “Velata”.

18«A proposito di donne», dice Pietro che, forse perché è seduto presso Gesù, è talmente in solluchero che è buono buono.

19«E’ da un poco di giorni, e anzi da quando hai parlato a Betania la prima volta dopo il ritorno in Giudea, che una donna, tutta velata, ci segue sempre.

20Non so come faccia a sapere le nostre intenzioni. So che, o in fondo alle ultime file di popolo che ascolta se Tu parli, o dietro al popolo che ti segue se cammini, o anche dietro a noi se andiamo ad annunciarti per le campagne, c’è quasi sempre.

21A Betania la prima volta mi ha sussurrato dietro al velo: “Quell’uomo che dici parlerà è proprio Gesù di Nazaret?”. Le ho risposto di sì, e la sera era dietro il tronco di un albero ad udirti. Poi l’avevo persa di vista. Ma ora, qui a Gerusalemme, l’ho già vista due o tre volte.

22Oggi le ho chiesto: “Hai bisogno di Lui? Sei malata? Vuoi l’obolo?”. Ha risposto sempre di no col capo, perché non parla mai con nessuno».

Sospetti sulla sua identità.

23«A me ha detto un giorno: “Dove abita Gesù?”, e le ho detto: “Al Get Semnì”», dice Giovanni.

«Bravo stolto! Non dovevi. Dovevi dirle: “Scopriti. Fatti conoscere e te lo dirò”», dice l’Iscariota iracondo.

«Ma quando mai chiediamo queste cose?!», esclama Giovanni, semplice e innocente.

«Gli altri si vedono. Questa sta tutta velata. O è una spia o è una lebbrosa. Non deve seguirci e sapere. Se è spia è per fare del male. Forse è pagata dal Sinedrio per questo…».

«Ah! usa questi sistemi il Sinedrio?», chiede Pietro. «Ne sei sicuro?».

«Sicurissimo. Sono stato del Tempio e so».

«Bella roba! A questa si adatta come un cappuccio la ragione detta dal Maestro poco fa…», commenta Pietro.

«Quale ragione?». Giuda è già rosso di stizza.

«Quella che anche fra i sacerdoti ci sono dei pagani».

«Che c’entra questo col pagare una spia?».

«C’entra, c’entra! É già dentro anzi! Perché pagano? Per abbattere il Messia e trionfare loro. Dunque si mettono sull’altare loro con le loro sudice anime sotto le vesti monde», risponde con il suo buon giudizio popolano Pietro.

«Bene, insomma», abbrevia Giuda. «Quella donna è un pericolo per noi o per la folla. Per la folla se lebbrosa, per noi se spia».

«Cioè: per Lui, se mai», ribatte Pietro.

«Ma cadendo Lui si cade anche noi…».

«Ah! Ah!», ride Pietro e termina: «E se si cade, l’idolo va in pezzi e ci si rimette tempo, stima e forse la pelle, e allora, ah! ah!… e allora è meglio cercare che non cada o… scansarsi in tempo, vero? Io, invece, guarda. Lo abbraccio più stretto. Se cade, abbattuto dai traditori di Dio, voglio cadere con Lui», e Pietro abbraccia stretto, con le sue corte braccia, Gesù.

«Non credevo di aver fatto tanto male, Maestro», dice tutto triste Giovanni che è di fronte a Gesù. «Picchiami, maltrattami, ma salvati. Guai se fossi io la causa del tuo morire!… Oh! non me ne darei pace. Sento che il volto mi si scaverebbe per il continuo pianto e se ne brucerebbe la vista. Che ho fatto mai! Ha ragione Giuda: sono uno stolto!».

L’inizio di una rinascita spirituale.

 24«No, Giovanni. Non lo sei e hai fatto bene. Lasciatela venire. Sempre. E rispettate il suo velo. Può essere messo a difesa di una lotta fra il peccato e la sete di redimersi. Sapete voi che ferite si incidono su un essere quando questa lotta avviene? Sapete che pianto e che rossore? 25Tu hai detto, Giovanni, caro figlio dal cuor di fanciullo buono, che il tuo volto si scaverebbe per il continuo pianto se mi fossi causa di male. 26Ma sappi che, quando una coscienza ridestata incomincia a rodere una carne, che fu peccato, per distruggerla e trionfare con lo spirito, essa deve per forza consumare tutto quanto fu attrazione della carne, e la creatura invecchia, appassisce sotto la vampa di questo fuoco trivellatore. 27Solo dopo, a redenzione completa, si ricompone una seconda, santa e più perfetta bellezza, perché è il bello dell’anima che affiora dallo sguardo, dal sorriso, dalla voce, dall’onesta alterezza della fronte sulla quale è sceso e splende come diadema il perdono di Dio».

«Allora non ho fatto male?…».

28«No. E male non ha fatto Pietro. Lasciatela fare. Ed ora ognuno vada al suo riposo. Io resto con Giovanni e Simone ai quali devo parlare. Andate».

L’incontro con Nicodemo (Gv 3,1)[111].

Nicodemo cerca il Messia in segreto.

I discepoli si ritirano. Forse dormono nel frantoio. Non so. Vanno via e certo non rientrano in Gerusalemme, perché le porte sono chiuse da ore.

29«Hai detto, Simone, che Lazzaro ti ha mandato Isacco con Massimino, oggi, mentre Io ero presso la torre di Davide. Che voleva?».

 «Voleva dirti che Nicodemo è da lui e che voleva parlarti in segreto. Mi sono permesso di dire: “Che venga. Il Maestro lo attenderà nella notte”. Non hai che la notte per essere solo. Per questo ti ho detto: “Congeda tutti, meno Giovanni e me”. Giovanni serve per andare al ponte del Cedron ad attendere Nicodemo, che è in una delle case di Lazzaro, fuori le mura. Io servivo a spiegare. Ho fatto male?».

30«Hai fatto bene. Vai, Giovanni, al tuo posto».

Ritirata da Gerusalemme per seconda volta.

31Restano soli Simone e Gesù. Gesù è pensieroso. Simone rispetta il suo silenzio. Ma Gesù lo rompe d’improvviso e, come terminando ad alta voce un interno discorso, dice: «Sì. É bene fare così. Isacco, Elia, gli altri, bastano per tenere viva l’idea che già si afferma fra i buoni e negli umili. Per i potenti… vi sono altre leve. Vi è Lazzaro, Cusa, Giuseppe, altri ancora… Ma i potenti… non mi vogliono. Temono e tremano per il loro potere. Io andrò lontano da questo cuore giudeo, sempre più ostile al Cristo».

«Torniamo in Galilea?».

32«No. Ma lontano da Gerusalemme. La Giudea va evangelizzata. É Israele essa pure. Ma qui, lo vedi… Tutto serve ad accusarmi. Mi ritiro. E per la seconda volta…».

Ultime accuse del Sinedrio contro Gesù (Gv 3,2)[112].

«Maestro, ecco Nicodemo», dice Giovanni entrando per primo.

Si salutano e poi Simone prende Giovanni ed esce dalla cucina, lasciando soli i due.

33«Maestro, perdona se ti ho voluto parlare in segreto. Diffido per Te e per me di molti. Non tutta viltà la mia. Anche prudenza e desiderio di giovarti più che se ti appartenessi apertamente. Tu hai molti nemici. Io sono uno dei pochi che qui ti ammirano. Mi sono consigliato con Lazzaro. Lazzaro è potente per nascita, temuto perché in favore presso Roma, giusto agli occhi di Dio, saggio per maturazione di ingegno e cultura, tuo vero amico e mio vero amico. Per tutto questo ho voluto parlare con lui. E sono felice che egli abbia giudicato nel mio stesso modo. Gli ho detto le ultime… discussioni del Sinedrio su Te».

34«Le ultime accuse. Di’ pure le verità nude come sono».

«Le ultime accuse. Sì, Maestro. Io ero in procinto di dire: “Ebbene, io pure sono dei suoi”. Tanto perché in quell’assemblea ci fosse almeno uno che fosse in tuo favore. Ma Giuseppe, che mi era venuto vicino, mi ha sussurrato: “Taci. Teniamo occulto il nostro pensiero. Ti dirò poi”. E uscito di là ha detto; sì, ha detto: “Giova di più così. Se ci sanno discepoli, ci tengono all’oscuro di quanto pensano e decidono, e possono nuocergli e nuocerci. Come semplici studiosi di Lui, non ci faranno sotterfugi”. Ho capito che aveva ragione. Sono tanto… cattivi! Anche io ho i miei interessi e i miei doveri… e così Giuseppe… Capisci, Maestro».

Consiglio umano di Nicodemo.

35«Non vi dico nessuna rampogna. Prima che tu venissi, dicevo questo a Simone. E ho deciso anche di allontanarmi da Gerusalemme».

«Ci odi perché non ti amiamo!».

36«No. Non odio neppure i nemici».

37«Tu lo dici. Ma così è. Hai ragione. Ma che dolore per me e Giuseppe! E Lazzaro? Che dirà Lazzaro, che proprio oggi ha deciso di farti dire di lasciare questo luogo per andare in una delle sue proprietà di Sionne. Tu sai? Lazzaro è potente in ricchezza. Buona parte della città è sua e così molte terre di Palestina. 38Il padre, al suo censo ed a quello di Eucheria della tua tribù e famiglia, aveva unito quanto era ricompensa dei romani al servitore fedele, ed ai figli ha lasciato ben grande eredità. E, quel che più conta, una velata ma potente amicizia con Roma. 39Senza quella, chi avrebbe salvato dall’improperio tutta la casa dopo l’infamante condotta di Maria, il suo divorzio, solo avuto perché era “lei”, la sua vita di licenza in quella città che è suo feudo e in Tiberiade che è l’elegante lupanare dove Roma e Atene hanno fatto letto di prostituzione per tanti del popolo eletto? 40Veramente, se Teofilo siro fosse stato un proselite più convinto, non avrebbe dato ai figli quella educazione ellenizzante che uccide tanta virtù e semina tanta voluttà e che, bevuta ed espulsa senza conseguenze da Lazzaro, e specie da Marta, ha contagiato e proliferato nella sfrenata Maria, ed ha fatto di lei il fango della famiglia e della Palestina. No, senza la potente ombra del favore di Roma, più che ai lebbrosi, sarebbe stato mandato a loro anatema. Ma posto che così è, approfittane».


“ho detto e quello che ho detto faccio”.

41«No. Mi ritiro. Chi mi vuole verrà a Me».

«Ho fatto male a parlare!». Nicodemo è accasciato.

42«No. Attendi e persuaditi», e Gesù apre una porta e chiama: «Simone! Giovanni! Venite da Me».

Accorrono i due. «Simone, di’ a Nicodemo quanto ti dicevo quando entrò lui».

«Che per gli umili bastano i pastori, per i potenti Lazzaro, Nicodemo e Giuseppe con Cusa, e che Tu ti ritiri lontano da Gerusalemme pur senza lasciare la Giudea. Questo dicevi. Perché me lo fai ripetere? Che è avvenuto?»

43«Nulla. Nicodemo temeva che Io me ne andassi per le sue parole».

«Ho detto al Maestro che il Sinedrio è sempre più nemico, e che era bene si mettesse sotto la protezione di Lazzaro. Ha protetto i tuoi beni perché ha dalla sua Roma. Proteggerebbe anche Gesù».

«E’ vero. E’ un buon consiglio. Per quanto la mia casta sia invisa anche a Roma, pure una parola di Teofilo mi ha conservato l’avere durante la proscrizione e la lebbra. E Lazzaro ti è molto amico, Maestro».

44«Lo so. Ma ho detto. E quello che ho detto faccio».

«Noi ti perdiamo, allora!».

45«No, Nicodemo. Dal Battista vanno uomini di tutte le sette. Da Me potranno venire uomini di tutte le sette e di tutte le cariche».

«Noi venivamo a Te sapendoti da più di Giovanni».

46«Potete venirci ancora. Sarò un rabbi solitario Io pure come Giovanni, e parlerò alle turbe vogliose di sentire la voce di Dio e capaci di credere che Io sono quella Voce. E gli altri mi dimenticheranno. Se almeno saranno capaci di tanto».

Formazione all’età spirituale perfetta.
(Insegnamento)

Non basta amare e meditare (Gv 3,2)[113].

47«Maestro, Tu sei triste e deluso. Ne hai ragione. Tutti ti ascoltano. E credono in Te tanto da ottenere miracoli. Persino uno di Erode, uno che deve per forza avere corrotta la bontà naturale in quella corte incestuosa. Persino dei soldati romani. Solo noi di Sionne siamo così duri… Ma non tutti. Lo vedi… 48Maestro, noi sappiamo che sei venuto da parte di Dio, suo dottore che più alto non c’è. Lo dice anche Gamaliele. Nessuno può fare i miracoli che Tu fai se non ha seco Iddio. 49Questo credono anche i dotti come Gamaliele. Come allora avviene che non possiamo avere la fede che hanno i piccoli d’Israele? Oh! dimmelo proprio. Io non ti tradirò anche se mi dicessi: “Ho mentito per avvalorare le mie sapienti parole sotto un sigillo che nessuno può deridere”. 50Sei Tu il Messia del Signore? l’Atteso? la Parola del Padre, incarnata per istruire e redimere Israele secondo il Patto[114]?».

51«Da te lo domandi, o altri ti mandano a chiederlo?».

«Da me, da me, Signore. Ho un tormento qui. Ho una burrasca. Venti contrari e contrarie voci. Perché non in me, uomo maturo, quella pacifica certezza che ha costui, quasi analfabeta e fanciullo, e che gli mette quel sorriso beato sul volto, quella luce negli occhi, quel sole nel cuore? Come credi tu, Giovanni, per essere così sicuro? Insegnami, o figlio, il tuo segreto, il segreto per cui sapesti vedere e capire il Messia in Gesù Nazareno!».

Giovanni si fa rosso come una fragola e poi china il capo come si scusasse di dire una cosa così grande, e risponde semplicemente: «Amando».

«Amando! E tu, Simone, uomo probo e sulle soglie della vecchiezza, tu dotto e tanto provato da essere indotto a temere inganno dovunque?».

«Meditando».

52«Amando! Meditando! Io pure amo e medito, e non sono certo ancora!».

Occorre rinascere(Cv 3, 3-7)[115].

53Interloquisce Gesù dicendo: «Io te lo dico il segreto vero. Costoro seppero nascere nuovamente, con uno spirito nuovo, libero da ogni catena, vergine da ogni idea. E compresero perciò Dio. Se uno non nasce di nuovo, non può vedere il Regno di Dio né credere nel suo Re».

Come rinascere di nuovo? (Gv 3,4-7)[116]

54«Come può un uomo rinascere essendo già adulto? Espulso dal seno materno, l’uomo non può mai più rientrarvi. Alludi forse alla rincarnazione come la credono tanti pagani? Ma no, non è possibile in Te questo. E poi non sarebbe un rientrare nel seno, ma un rincarnare oltre il tempo. Perciò non più ora. Come? Come?». 55«Non vi è che una esistenza della carne sulla Terra e una eterna vita dello spirito oltre Terra[117]. Ora Io non parlo della carne e del sangue. Ma dello spirito immortale, il quale per due cose rinasce a vera vita. Per l’acqua e per lo Spirito. Ma il più grande è lo Spirito, senza il quale l’acqua non è che simbolo. 56Chi si è mondato con l’acqua deve purificarsi poi con lo Spirito e con Esso accendersi e splendere, se vuole vivere in seno a Dio qui e nell’eterno Regno. 57Perché ciò che è generato dalla carne è e resta carne, e con essa muore dopo averla servita nei suoi appetiti e peccati[118]. Ma ciò che è generato dallo Spirito è spirito, e vive tornando allo Spirito Generatore dopo aver allevato sino all’età perfetta il proprio spirito[119]. 58Il Regno dei Cieli non sarà abitato che da esseri giunti all’età spirituale perfetta. Non meravigliarti dunque se dico: “Bisogna che voi nasciate di nuovo”.

Metodi per rinascere (Gv 3,8)[120].

59Costoro hanno saputo rinascere. Il giovane ha ucciso la carne e fatto rinascere lo spirito mettendo il suo io sul rogo dell’amore. Tutto fu arso di ciò che era materia. Dalle ceneri ecco sorgere il suo nuovo fiore spirituale, meraviglioso elianto che sa volgersi al Sole eterno. 60Il vecchio ha messo la scure della meditazione onesta ai piedi del vecchio suo pensiero ed ha sradicato la vecchia pianta lasciando solo il pollone della buona volontà, dal quale ha fatto nascere il suo nuovo pensiero. Ora ama Dio con spirito nuovo e lo vede. 61Ognuno ha il suo metodo per giungere al porto. Ogni vento è buono purché si sappia usare la vela. Voi sentite soffiare il vento e dalla sua corrente potete regolarvi a dirigere la manovra. Ma non potete dire da dove esso viene né chiamare quello che vi occorre. 62Anche lo Spirito chiama e viene chiamando e passa. Ma solo chi è attento lo può seguire. Conosce la voce del padre il figlio, conosce la voce dello Spirito lo spirito da Lui generato».

Fede nelle cose del cielo (Gv 3, 9-13)[121].

«Come può avvenire questo?»

63«Tu, maestro in Israele, me lo chiedi? Tu ignori queste cose? Si parla e si testifica di ciò che sappiamo e abbiamo visto. Or dunque Io parlo e testifico di ciò che so. Come potrai mai accettare le cose non viste se non accetti la testimonianza che Io ti porto? Come potrai credere allo Spirito se non credi all’incarnata Parola? Io sono disceso per risalire e meco trarre coloro che sono quaggiù. Uno solo è disceso dal Cielo: il Figlio dell’uomo. E uno solo al Cielo salirà col potere di aprire il Cielo: Io, Figlio dell’uomo.

Credere nel Messia crocifisso (Gv 3,14-16)[122].

64Ricorda Mosè. Egli alzò un serpente nel deserto per guarire i morbi d’Israele[123]. Quando Io sarò innalzato, coloro che ora la febbre della colpa fa ciechi, sordi, muti, folli, lebbrosi, malati, saranno guariti e chiunque crederà in Me avrà vita eterna. Anche coloro che in Me avranno creduto, avranno questa beata vita.

Fede nel nome di Gesù Salvatore (Cv 3,17-1 8)[124].

65Non chinare la fronte, Nicodemo. Io sono venuto a salvare, non a perdere. Dio non ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo perché chi è nel mondo sia condannato, ma perché il mondo sia salvo per mezzo di Lui. 66Nel mondo Io ho trovato tutte le colpe, tutte le eresie, tutte le idolatrie. Ma può la rondine che vola ratta sulla polvere sporcarsene la piuma? No. Porta solo per le triste vie della Terra una virgola d’azzurro, un odore di cielo, getta un richiamo per scuotere gli uomini e far loro alzare lo sguardo dal fango e seguire il suo volo che al cielo ritorna. 67Così Io. Vengo per portarvi meco. Venite!… Chi crede nel Figlio unigenito non è giudicato. É già salvo, perché questo Figlio perora al Padre e dice “Costui mi amò”. Ma chi non crede è inutile faccia opere sante. É già giudicato perché non ha creduto nel nome del Figlio unico di Dio.

Amare Gesù per rinascere (Cv 3,19-21)[125].

68Quale è il mio Nome, Nicodemo?».

 «Gesù».

69«No. Salvatore. Io sono Salvazione. Chi non mi crede, rifiuta la sua salute ed è giudicato dalla Giustizia eterna.

70E il giudizio è questo: “La Luce ti era stata mandata, a te e al mondo, per esservi salvezza, e tu e gli uomini avete preferito le tenebre alla Luce perché preferivate le opere malvagie, che ormai erano la consuetudine vostra, alle opere buone che Egli vi additava da seguire per essere santi”.

71Voi avete odiato la Luce perché i malfattori amano le tenebre per i loro delitti, e avete sfuggito la Luce perché non vi illuminasse nelle vostre piaghe nascoste. Non per te, Nicodemo. Ma la verità è questa. E la punizione sarà in rapporto alla condanna, nel singolo e nella collettività.

72Riguardo a coloro che mi amano e mettono in pratica le verità che insegno, nascendo perciò nello spirito per una seconda volta, che è la più vera, ecco Io dico che essi non temono la Luce, ma anzi ad essa si accostano, perché la loro luce aumenta quella da cui furono illuminati, reciproca gloria che fa beato Dio nei suoi figli e i figli nel Padre.

73No, che i figli della Luce non temono d’essere illuminati. Ma anzi col cuore e con le opere dicono: “Non io; Egli il Padre, Egli il Figlio, Egli lo Spirito hanno compiuto in me il Bene. Ad essi gloria in eterno”. E dal Cielo risponde l’eterno canto dei Tre che si amano nella loro perfetta Unità: “A te benedizione in eterno, figlio vero del nostro volere”.

74Giovanni, ricorda queste parole per quando sarà l’ora di scriverle. Nicodemo, sei persuaso?».

«Maestro… sì. Quando potrò parlarti ancora?».

75«Lazzaro saprà dove condurti. Andrò da lui prima di allontanarmi di qui».

«Io vado, Maestro. Benedici il tuo servo».

76«La mia pace sia teco».

Nicodemo esce con Giovanni.

Morire per rinascere

77Gesù si volge a Simone: «Vedi l’opera della potestà delle Tenebre? Come un ragno, tende la sua insidia e invischia e imprigiona chi non sa morire per rinascere farfalla, tanto forte da lacerare la tela tenebrosa e passare oltre, portando a ricordo della sua vittoria brandelli di lucente rete sulle ali d’oro, come orifiamme e labari vinti al nemico. Morire per vivere. Morire per darvi la forza di morire. Vieni, Simone, al riposo. E Dio sia con te».

Tutto ha fine.

117. Lazzaro mette a disposizione di Gesù una casetta nella piana dell’Acqua Speciosa[126].

Betania in un sereno giorno di novembre.

1Gesù sale per il ripido sentiero che porta al pianoro su cui è costruita Betania. Non segue questa volta la via maestra, ha preso questa più ripida e più rapida, che viene in direzione da nord-ovest verso est e che è molto meno battuta forse perché tanto ripida. Solo i viaggiatori frettolosi se ne servono, quelli che hanno delle mandre e che preferiscono non metterle nell’andirivieni della via maestra, quelli che come Gesù, oggi, non vogliono farsi notare da molti. Egli sale avanti, parlando fitto fitto con lo Zelote. Dietro, in gruppo, sono i cugini con Giovanni e Andrea, poi un altro gruppo di Giacomo di Zebedeo con Matteo, Tommaso, Filippo, ultimi Bartolomeo con Pietro e l’Iscariota.

2Ma quando è raggiunto l’altipiano, su cui Betania ride al sole di una serena giornata di novembre, e dal quale, guardando verso oriente, si vede la valle del Giordano e la via che viene da Gerico, Gesù dà ordine a Giovanni di andare ad avvertire Lazzaro del suo arrivo. Mentre Giovanni se ne va a passo rapido, Gesù procede coi suoi lentamente, salutato per ogni dove da persone del luogo.

Il Messia chiede ricovero.

3La prima a venire dalla casa di Lazzaro è una donna che si prostra fino a terra dicendo: «Felice questo giorno per la casa della mia signora. Vieni, Maestro. Ecco Massimino e, già sul cancello, ecco Lazzaro».

4Anche Massimino accorre. Non so di preciso chi sia costui. Ho l’impressione che sia o un parente meno ricco e ospitato dai figli di Teofilo, oppure un intendente dei loro grandi averi, ma trattato da amico per il suo merito e per il lungo tempo di servizio nella casa. Forse è figlio di qualche intendente del padre, rimasto poi al posto dello stesso presso i figli di Teofilo. E’ di poco più anziano di Lazzaro, ossia sarà sui trentacinque anni, poco più. «Non speravamo averti così presto», dice.

5«Chiedo ricovero per una notte».

«Fosse per sempre ci faresti felici».

6Sono sulla soglia e Lazzaro bacia e abbraccia Gesù e saluta i discepoli. Poi, tenendo un braccio intorno alla vita di Gesù, entra con Lui nel giardino e si isola dagli altri chiedendo subito: «A che devo la gioia di averti?».

7«All’odio dei sinedristi».

«Ti hanno fatto del male? Ancora?»

8«No. Ma me lo vogliono fare. E non è l’ora. Finché non avrò arato tutta la Palestina e sparso il seme, non devo essere abbattuto».

Lázaro, felice di essere utile al Messia.

«Devi anche cogliere il tuo raccolto, Maestro buono. É giusto che così sia».

9«Il mio raccolto lo raccoglieranno i miei amici. Essi metteranno la falce dove Io ho seminato. Lazzaro, Io ho deciso di allontanarmi da Gerusalemme. So che non serve, lo so in anticipo. Ma servirà a potere evangelizzare, se non altro. A Sionne mi è negato anche questo».

«Ti avevo mandato a dire da Nicodemo di andare in una delle mie proprietà. Nessuno osa violarle. Potresti fare il tuo ministero senza molestie. E, oh! casa mia! La più beata di tutte le mie case per essere santificata dal tuo insegnare, dal tuo respirare in essa! Dammi la gioia di esserti utile, Maestro mio».

10«Lo vedi che già sto dandotela. Ma a Gerusalemme non posso rimanere. Non sarei molestato Io, ma si farebbe molestia a coloro che venissero. Vado verso Efraim, fra questo luogo e il Giordano. Là evangelizzerò e battezzerò come il Battista».

«Nelle campagne di quel luogo io ho una casetta. Ma è ricovero agli attrezzi dei lavoratori. Talora vi dormono quando vanno al tempo dei fieni o delle viti. É misera. Un semplice tetto su quattro muri. Ma è sempre nelle mie terre. E lo si sa… Il saperlo farà da spauracchio agli sciacalli. Accetta, Signore. Manderò i servi a prepararla…»

11«Non occorre. Se vi dormono i tuoi contadini basterà pure a noi».

Marta la dolce albergatrice.

12«Non metterò ricchezze, ma completerò il numero dei letti, oh! poveri come Tu vuoi, e farò portare coperte, sedili, anfore e coppe. Dovrete pure mangiare e coprirvi, specie in questi mesi d’inverno. Lasciami fare. Non farò neppure io. Ecco Marta che viene a noi. Ella ha il genio pratico e solerte di tutte le cure famigliari. É fatta per la casa e per essere il conforto dei corpi e degli spiriti che sono nella casa.

13Vieni, mia dolce e pura albergatrice! Lo vedi? Io pure mi sono rifugiato sotto la sua materna cura, nella sua parte di eredità. Non rimpiango mia madre troppo duramente, così.

14Marta, Gesù si ritira nella piana dell’Acqua Speciosa. Di specioso non c’è che il fertile suolo; la casa è un ovile. Ma Egli vuole una casa da poveri. Bisogna fornirla del minimo. Dai ordini, tu, tanto brava!», e Lazzaro bacia la mano bellissima della sorella, che si leva poi a carezzarlo con vero amore di madre.

15Poi Marta dice: «Vado subito. Porto con me Massimino e Marcella. Gli uomini del carro aiuteranno a sistemare. Benedicimi, Maestro, così porterò meco qualcosa di tuo».

16«Sì, mia dolce albergatrice. Ti chiamerò come Lazzaro. Ti do il mio cuore da portare con te, nel tuo».

Lázaro, abbraccia la causa del Messia.

17«Lo sai, Maestro, che oggi è per queste campagne Isacco con Elia e gli altri? Mi hanno chiesto pascolo giù nella piana, per essere un poco insieme, ed ho acconsentito. Oggi trasmigrano. Li attendo per il pasto».

18«Ne ho gioia. Darò a loro istruzioni…».

«Sì. Per poterci tenere a contatto. Qualche volta verrai però…»

19«Verrò. Ne ho parlato già con Simone. E, poiché non è giusto che Io invada la tua casa con i discepoli, andrò in casa di Simone…».

«No, Maestro. Perché questo dolore?».

20«Non indagare, Lazzaro. Io so che è bene».

«Ma allora…».

21«Ma allora sarò sempre nei tuoi possessi. Ciò che anche Simone ignora Io lo so. Colui che volle acquistare, senza mostrarsi e senza discutere, pur di stare presso a Lazzaro di Betania, era il figlio di Teofilo, il fedele amico di Simone lo Zelote e il grande amico di Gesù di Nazaret. 22Colui che ha raddoppiato la somma per Giona e non ha inciso sull’avere di Simone per dare gioia allo stesso di potere molto fare per il Maestro povero e per i poveri del Maestro, è uno che ha nome Lazzaro. 23Colui che discreto e attento muove, dirige, aiuta tutte le forze buone per darmi aiuto e conforto e protezione, è Lazzaro di Betania. Io so».

Segreto per ottenere la grazia di Dio.

«Oh! non lo dire! Avevo creduto di fare così bene e in segreto!».

24«E per gli uomini c’è il segreto. Ma non per Me. Io leggo nel cuore. 25Vuoi che ti dica il perché la tua già naturale bontà intinge di perfezione soprannaturale? É perché chiedi dono soprannaturale, chiedi la salvezza di un anima e la santità tua e di Marta. 26E senti che non basta essere buoni secondo il mondo, ma occorre esser buoni secondo le leggi dello spirito per avere la grazia da Dio. 27Tu non hai udito le mie parole. Ma Io ho detto: “Quando fate il bene fatelo in segreto, e il Padre ve ne darà grande ricompensa”. Tu lo hai fatto per naturale impulso all’umiltà. Ed in verità ti dico che il Padre prepara a te una ricompensa che tu neppure puoi immaginare».

«La redenzione di Maria?! …»

28«Questa e più, più ancora».

Il Signore regna e con Lui i suoi santi

«Cosa allora, Maestro, di più impossibile di questo?».

29Gesù lo guarda e sorride. Poi dice col tono di un salmo:

«Il Signore regna e con Lui i suoi santi.

30Dei suoi raggi intreccia corona e sul capo dei santi la posa. Onde in eterno essa splenda agli occhi di Dio e dell’universo.

31Di che metallo è contesta? Di quali pietre decorata? Oro, oro purissimo è il cerchio ottenuto col duplice fuoco dell’amore divino e dell’amore dell’uomo, lavorata a cesello dalla volontà che martella, lima, taglia e affina.

32Perle con grande dovizia e smeraldi più verdi dell’erba nata ad aprile, turchesi dal colore del cielo, opali dal color della luna, ametiste come viole pudiche, e diaspri e zaffiri e giacinti e topazi. Questi incastonati per tutta la vita. E poi un cerchio di rubini messi per ultimo lavoro, un gran cerchio sulla fronte gloriosa.

33Poiché il benedetto avrà avuto fede e speranza, avrà avuto mitezza e castità, temperanza e fortezza, giustizia e prudenza, misericordia senza misura, e in fondo avrà scritto col sangue il mio Nome e la fede in Me, il suo amore in lui per Me, e il suo nome in Cielo.

34Esultate, o giusti del Signore. L’uomo ignora e Dio vede.

35Egli scrive nei libri eterni le mie promesse e le vostre opere, e con esse i vostri nomi, principi del secolo futuro, trionfatori eterni col Cristo del Signore».

È l’amore il redentore individuale.

Lazzaro lo guarda stupito. Poi mormora: «Oh!… io… non sarò capace…».

36«Lo credi?», e Gesù coglie un ramo flessibile di salice spiovente sul sentiero e dice: «Guarda: come la mia mano piega facilmente questo ramo, così l’amore piegherà la tua anima e ne farà corona eterna. È l’amore il redentore individuale. Chi ama inizia la sua redenzione. Il completamento di essa lo compierà il Figlio dell’uomo».

Tutto ha fine.

118. Inizio di vita in comune all’Acqua Speciosa e discorso di apertura[127].

Inizio di vita in fraternità (Gv 3,22)[128].

La casetta che ospita la Fraternità.

1Se si paragona questa bassa e rustica casetta alla casa di Betania, certo è un ovile, come dice Lazzaro. Ma se la si paragona alle case dei contadini di Doras, è una abitazione ancora bella.

Molto bassa e molto larga, costruita solidamente, ha una cucina, ossia un caminone in una stanza tutta affumicata in cui è un tavolo, dei sedili, delle anfore e una rustica rastrelliera dove sono dei piatti e delle coppe. Una larga porta di legno grezzo le dà luce oltre che accesso. Poi, sulla stessa parete dove si apre questa, sono altre tre porte che danno accesso a tre cameroni lunghi e stretti, dalle pareti scialbate a calce e il suolo di terreno battuto come la cucina. In due di questi sono ora dei lettucci. Paiono dei piccoli dormitori. I molti arpioni infissi nelle pareti testimoniano che lì venivano appesi attrezzi e forse anche prodotti agricoli. Ora servono da attaccapanni, sorreggendo mantelli e bisacce. Il terzo camerone (più largo corridoio che camerone, perché è sproporzionata la larghezza alla lunghezza) è vuoto. Doveva servire anche a ricovero di animali, perché ha una greppia e anelli al muro e presenta quelle buche nel suolo proprie di terreni percossi da zoccoli ferrati. Ora non c’è nulla.

2Fuori, presso questo ultimo locale, un largo portico rustico, fatto di un tetto coperto di fascine e lavagne appoggiato su tronchi d’albero appena scorticati. Non è neppure portico, è tettoia perché è aperto da tre lati: due lunghi almeno dieci metri, l’altro stretto di un cinque metri, non più. In estate una vite deve stendere i suoi rami da tronco a tronco nel lato di meridione. Ora è spoglia e mostra i suoi scheletrici rami, come spoglio è un fico gigantesco che d’estate ombreggia la vasca al centro dell’aia, certo messa per abbeverare le bestie. E a fianco di un pozzo rudimentale, ossia di un buco a livello di suolo, appena un giro di pietre piatte e bianche lo segnala.

3Questa la casa che ospita Gesù e i suoi nel luogo detto «Acqua Speciosa». Campi, anzi, prati e vigne la circondano, e a distanza di un circa trecento metri (non prenda per articolo di fede le mie misurazioni) si vede un’altra casa, in mezzo ai campì, più bella perché munita di terrazzo sul tetto, che questa invece non ha. Oltre questa altra casa, boschi di ulivi e di altre piante, parte spoglie, parte fronzute, celano la vista.

Fatti e non parole.

4Pietro con il fratello e con Giovanni lavorano di gusto a scopare l’aia e i cameroni, a riaggiustare i letti, ad attingere l’acqua. Anzi Pietro fa tutto un armeggio intorno al pozzo per aggiustare e rinforzare le funi e rendere più pratico e comodo il prendere acqua. Invece i due cugini di Gesù lavorano di martello e di lima a serrature e imposte, e Giacomo di Zebedeo li aiuta segando e lavorando d’ascia come un arsenalotto.

Nella cucina traffica Tommaso e pare un cuoco provetto, tanto sa dosare fuoco e fiamma e pulire svelto le verdure che il bel Giuda si è degnato di portare dal paese vicino. Capisco che c’è un paese, più o meno grosso, perché Giuda spiega che il pane lo fanno solo due volte per settimana e che perciò per quel giorno non c’è pane.

Pietro sente e dice: «Faremo delle focacce sulla fiamma. Là c’è la farina. Svelto, levati la veste e impasta, poi a cuocerle ci penso io. Sono capace». E non posso che ridere vedendo che l’Iscariota si umilia, in sottoveste, ad intridere la farina, impolverandosi ben bene.

6Gesù non c’è e con Lui manca Simone, Bartolomeo, Matteo e Filippo.

I brontolii di Giuda di Keriot.

7«Il più brutto è oggi», risponde Pietro ad un borbottio di Giuda di Keriot.

«Ma domani andrà già meglio. E a primavera andrà bene del tutto…».

«A primavera? Ma staremo qui sempre?», dice spaventato Giuda.

«Perché? Non è una casa? Piovere, non ci piove. Acqua da bere c’è. Il focolare non manca. E che vuoi di più? Io ci sto benissimo. Anche perché non sento puzza di farisei e compagni…».

«Pietro, andiamo a ritirare le reti», dice Andrea e trascina via il fratello prima che incominci una diatriba fra lui e l’Iscariota.

«Quell’uomo non mi può vedere», esclama Giuda.

«No. Non lo puoi dire. É così schietto con tutti. Ma è buono. Sei tu che sei sempre malcontento», risponde Tommaso che invece ha sempre un ottimo umore.

«É che io mi credevo altra cosa…».

«Mio cugino non ti vieta di andare alle altre cose», dice pacato Giacomo d’Alfeo.

«Credo che tutti, perché stolti, credevamo altra cosa il seguirlo. Ma è perché siamo di dura cervice e di grande superbia. Egli non ha mai nascosto il pericolo e la fatica di seguirlo».

Giuda borbotta fra i denti. Gli risponde l’altro Giuda, il Taddeo, che lavora intorno ad una mensola della cucina per tramutarla in piccolo armadio: «Hai torto. Anche secondo le consuetudini hai torto. Ogni israelita deve lavorare. E noi lavoriamo. Ti pesa tanto il lavoro? Io non lo sento, perché da quando sono con Lui ogni fatica perde il suo peso».

«Anche io non rimpiango niente. E sono contento di essere proprio come in famiglia ora», dice Giacomo di Zebedeo.

«Faremo molto, qui!…», osserva ironico Giuda di Keriot.

«Ma insomma cosa vuoi? Cosa pretendi? Una corte da satrapo? Non ti permetto di criticare ciò che fa mio cugino. Hai capito?», esplode il Taddeo.

«Taci, fratello. Gesù non vuole queste dispute. Parliamo il meno possibile e facciamo il più possibile. Sarà meglio per tutti. D’altronde… se Lui non riesce a mutare i cuori… puoi sperarlo tu con le tue parole?», dice Giacomo d’Alfeo.

«Il cuore che non muta è il mio, vero?», chiede l’Iscariota aggressivo.

Ma Giacomo non gli risponde. Anzi si mette un chiodo fra le labbra e inchioda intanto vigorosamente delle assi, facendo un fragore tale che il borbottio di Giuda si perde.

La Provvidenza e gli operatori del Regno.

8Passa qualche tempo, poi entrano contemporaneamente Isacco, con delle uova e una cesta di pagnotte fragranti, e Andrea con dei pesci in una nassa.

«Ecco», dice Isacco. «Le manda il fattore e dice se occorre niente. Ha ordine così».

«Lo vedi che di fame non si muore?», dice Tommaso all’Iscariota. E poi dice: «Dammi il pesce, Andrea. Che bello! Ma come si fa a prepararlo?… Qui non so fare».

«Ci penso io», dice Andrea. «Sono pescatore», e si mette in un angolo a sventrare i suoi pesci ancora vivi.

«Sta venendo il Maestro. Ha fatto un giro in paese e per le campagne. Vedrete che presto ci sarà chi viene. Ha già guarito un malato d’occhi. E poi io avevo già percorso queste campagne e sapevano…».

«Eh! già! Io, io!… Tutto i pastori… Noi abbiamo lasciato, io almeno, una vita sicura e abbiamo fatto questo e quello, ma non si è fatto nulla…».

Isacco guarda l’Iscariota stupito… ma filosoficamente non ribatte. Gli altri lo imitano… ma bollono di dentro.

9«Pace a voi tutti». É Gesù sulla soglia, sorridente, buono. Pare che il sole aumenti splendore per la sua venuta.

«Che bravi! Tutti al lavoro! Posso aiutarti, cugino?».

«No, riposa. Ho finito».

«Siamo carichi di cibarie. Tutti hanno voluto dare. Se tutti avessero i cuori degli umili!», dice Gesù un poco mesto.


Tutti abili nel campo del Messia.

10«Oh! il mio Maestro! Che Dio ti benedica!». E’ Pietro che entra con un fascio di legna sulle spalle e che saluta così, sotto il suo peso, il suo Gesù.

11«Anche te, Pietro, ti benedica il Signore. Avete molto lavorato!».

«E più lavoreremo nelle ore di libertà. Abbiamo una villa in campagna noi!… E ne dobbiamo fare un Eden. Intanto ho aggiustato il pozzo, tanto per vedere di notte dove è, e per essere sicuri di non perdere le brocche nel calarle. Poi… lo vedi che bravi i tuoi cugini? Tutte cose necessarie per chi deve vivere in un luogo a lungo, e io, pescatore, non avrei saputo. Proprio bravi. Anche Tommaso. Potrebbe mettersi nella cucina di Erode. Anche Giuda è bravo. Ha fatto delle splendide focacce…»

«E inutili. C’è il pane», risponde di malumore Giuda. Pietro lo guarda e mi aspetto qualche risposta pepata, ma Pietro scuote il capo, aggiusta la cenere e vi stende su le sue focacce. «Fra poco è tutto pronto», dice Tommaso. E ride.

25«Parlerai oggi?», domanda Giacomo di Zebedeo.

«Sì. Fra sesta e nona. I vostri compagni l’hanno detto. Mangiamo perciò solleciti».

“Vogliatevi bene!”.

12Ancora qualche tempo e poi Giovanni pone il pane sul desco, prepara i sedili, porta le coppe e le anfore, e Tommaso porta le verdure cotte e il pesce arrostito. Gesù è al centro, offre e benedice, distribuisce e tutti mangiano di gusto. Stanno ancora mangiando quando nell’aia si affacciano delle persone. Pietro si alza e va sulla porta: «Che volete?».

«Il Rabbi. Non parla qui?».

«Parla. Ma ora mangia perché è uomo Lui pure. Sedetevi là sotto e attendete».

Il gruppetto va sotto la rustica tettoia.

«Però viene il freddo e pioverà spesso. Io dico che sarebbe bene usare quella stalla vuota. L’ho pulita a dovere. La greppia sarà lo scanno…»

«Non fare ironie stolte. Il Rabbi è rabbi», dice Giuda.

«Ma che ironie! Se è nato in una stalla, potrà parlare da una greppia!».

13«Pietro ha ragione. Ma, ve ne prego, vogliatevi bene!». Gesù pare persino stanco nel dire queste parole.

Il Maestro buono.

14Terminano di mangiare e Gesù esce subito per andare presso la piccola folla.

«Aspetta, Maestro», gli grida dietro Pietro. «Tuo cugino ti ha fatto un sedile perché è umido il suolo là sotto».

15«Non occorre. Tu sai. Parlo in piedi. La gente vuole vedermi ed Io la voglio vedere. Piuttosto… fate sedili e lettucci. Forse verranno dei malati… e serviranno».

«Sempre per gli altri Tu pensi, Maestro buono!», dice Giovanni e gli bacia la mano.

16Gesù va col suo sorriso lievemente mesto verso la piccola folla. Con Lui vanno tutti i discepoli.

Pietro, che è proprio a fianco di Gesù, lo fa chinare e gli mormora piano: «Dietro al muro è quella donna velata. L’ho vista. É lì da stamane. Ci è venuta dietro da Betania. La caccio o la lascio?»

17«Lasciala. L’ho detto». 

«Ma se è spia come dice l’Iscariota?».

18«Non lo è. Fidati di quanto ti dico. Lasciala e non dire nulla agli altri. E rispetta il suo segreto».

«Ho taciuto perché pensavo fosse bene…».

Catechesi sulla “vita”.

Errato concetto della “vita”.

19«Pace a voi che cercate la Parola», incomincia Gesù. E va in fondo al loggiato avendo alle spalle il muro della casa. Parla lentamente alla ventina di persone sedute per terra o addossate alle colonne, nel tepore di un solicello novembrino.

20«L’uomo cade in un errore nel considerare la vita e la morte e nell’applicare questi due nomi. 21Chiama “vita” il tempo in cui, partorito dalla madre, inizia il respiro, il nutrimento, il moto, il pensiero, l’azione; 22e chiama “morte” il momento in cui cessa di respirare, mangiare, muoversi, pensare, operare, e diviene una spoglia fredda e insensibile, pronta a rientrare in un seno, quello di un sepolcro. Ma non è così. Io voglio farvi capire la “vita”, indicarvi le opere atte alla vita.

Origine e natura della “vita”.

23Vita non è esistenza. Esistenza non è vita. Esiste anche questa vigna che si lega a queste colonne. Ma non ha la vita di cui Io parlo. Esiste anche quella pecora che bela legata a quell’albero lontano. Ma non ha la vita di cui Io parlo. 24La vita di cui Io parlo non comincia con l’esistenza e non ha termine col finire della carne. La vita di cui Io parlo ha inizio non in un seno materno. Ha inizio quando dal Pensiero di Dio viene creata un’anima per abitare una carne, ha termine quando il Peccato la uccide!

Natura della “Vita.”

25Prima l’uomo non è che un seme che cresce, seme di carne, invece che di glutine o di midollo come lo è quello delle biade o quello delle frutta.

26Prima non è che un animale che si forma, un embrione di animale non dissimile da quello che ora gonfia nel seno di quella pecora.

27Ma dal momento che in questo concepimento d’uomo si infonde questa parte incorporea, e che pure è la più potente nella sua incorporeità che sublima, ecco che allora l’embrione animale non solo esiste come cuore pulsante, ma “vive” secondo il Pensiero creatore, e diviene l’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, il figlio di Dio, il cittadino futuro dei Cieli.

La “vita” è eterna[129].

28Ma questo avviene se la vita dura. L’uomo può esistere avendo immagine d’uomo, ma già non essendo più uomo. Essendo cioè un sepolcro in cui putrefà la vita. Ecco perciò che Io dico: la vita non comincia con l’esistenza e non ha termine col finire della carne. La vita ha inizio prima della nascita. 29La vita, poi, non ha più termine perché l’anima non muore, ossia non si annulla. Muore al suo destino, che è quello celeste, ma sopravvive nel suo castigo se così ha meritato. 30A questo destino beato muore col morire alla Grazia. Questa vita, colpita da una cancrena che è la morte al suo destino, dura nei secoli nella dannazione e nel 31tormento. Questa vita, conservata invece tale, raggiunge la perfezione del vivere facendosi eterna, perfetta, beata come il suo Creatore.

Doveri verso la vita.

32Abbiamo dei doveri verso la vita? Sì. Essa è un dono di Dio. Ogni dono di Dio va usato e conservato con cura, perché è cosa santa quanto il Donatore. Malmenereste voi il dono di un re? No. Passa agli eredi, e agli eredi degli eredi, come gloria della famiglia. E allora perché malmenare il dono di Dio? 33Ma come lo si usa e conserva questo dono divino? In che modo tenere in vita il paradisiaco fiore dell’anima per conservarlo ai Cieli? Come ottenere di “vivere” al di sopra ed oltre l’esistenza?

34Israele ha chiare leggi in proposito e non ha che osservarle. Israele ha profeti e giusti che danno esempio e parola per praticare le leggi. Israele ha anche ora i suoi santi. Non può, non dovrebbe errare quindi Israele.

35Invece Io vedo macchie nei cuori e spiriti morti pullulare da ogni dove. Onde vi dico: fate penitenza; aprite l’animo alla Parola; mettete in pratica la Legge immutabile; rinsanguate l’esausta “vita” che langue in voi; se già l’avete morta, venite alla Vita vera, a Dio. 36Piangete sulle vostre colpe. Gridate: “Pietà!”. Ma risorgete. Non siate dei morti viventi per non essere domani degli eterni penanti[130]. 37Io non vi parlerò d’altro che del modo di giungere o di conservare la vita. Un altro vi ha detto[131]: “Fate penitenza. Mondatevi dal fuoco impuro delle lussurie, dal fango delle colpe”. 38Io vi dico: poveri amici, studiamo insieme la Legge. Riudiamo in essa la voce paterna del Dio vero. E poi insieme preghiamo l’Eterno dicendo: “La tua misericordia scenda sui nostri cuori”.

La primavera della vita vera.

39Ora è cupo inverno. Ma fra poco verrà primavera. Uno spirito morto è più triste di un bosco spogliato dal gelo. Ma se umiltà, volontà, penitenza e fede penetreranno in voi, come bosco a primavera la vita tornerà in voi, e voi fiorirete a Dio per portare poi domani, nel domani dei secoli e dei secoli, perenne frutto di vita vera. 40Venite alla Vita! Cessate di esistere solamente e cominciate a “vivere”. La morte allora non sarà “fine”, ma principio sarà. Il principio di un giorno senza tramonto, di un gioia senza stanchezza e misura. 41 La morte sarà il trionfo di ciò che visse prima della carne, e trionfo della carne che sarà chiamata, alla risurrezione eterna, a compartecipare a questa Vita, che Io prometto nel nome del Dio vero a tutti coloro che avranno “voluto” la “vita” per la loro anima calpestando il senso e le passioni per godere della libertà dei figli di Dio.

42Andate. Ogni giorno a quest’ora Io vi parlerò dell’eterna verità. Il Signore sia con voi».

43La gente sfolla piano con molti commenti. Gesù torna nella solitaria casetta e tutto ha fine.

119. 1°Comandamento: “Io sono il Signore Dio tuo”. Gesù battezza
come Giovanni
[132].

Fatti del giorno.

Versioni sul Natale del Messia.

1La gente è almeno duplicata da ieri. Vi sono anche persone meno popolane. Alcuni sono venuti su ciuchini e consumano il loro pasto sotto la tettoia, ai pali della quale hanno legato gli asinelli, in attesa del Maestro.

La giornata è fredda ma serena. La gente parlotta fra sé, e i più eruditi spiegano chi è e perché il Maestro parla da quel luogo. Uno dice: «Ma è da più del Giovanni?».

«No. É diverso. Quello, io ero del Giovanni, è il Precursore, ed è la voce della giustizia. Questo è il Messia, ed è la voce della sapienza e misericordia».

«Come lo sai?», chiedono in molti.

Versione leggenda.

2«Me lo hanno detto tre discepoli perpetui del Battista. Se sapeste che cose! Loro l’hanno visto nascere. Pensate, è nato dalla luce. C’era una luce così forte che loro, che erano pastori, sono scappati fuori dall’ovile, fra le bestie impazzite di terrore, e hanno visto che tutta Betlemme era in fuoco, e poi dal Cielo sono venuti giù degli angeli e hanno spento il fuoco con le ali, e in Terra c’era Lui, il Bambino nato dalla luce. Tutto il fuoco è diventato una stella…».

«Ma no! Non è così».

«Sì, è così. Me lo ha detto uno che era stalliere a Betlemme quando io ero bambino. Ora che il Messia è uomo, se ne vanta».

«Non è così. La stella è venuta dopo, è venuta con quei maghi d’oriente, quelli che uno era parente di Salomone, e perciò del Messia, perché Lui è di Davide e Davide è padre di Salomone, e Salomone amò la regina di Saba perché era bella e per i doni che gli aveva portato, e ne ebbe un figlio che è di Giuda pur essendo d’oltre Nilo».

«Ma cosa racconti? Sei pazzo?!».

«No. Vuoi dire che non è vero che gli portò, il parente, gli aromi come è uso fra re e di quella schiatta?».

Versione approssimativa.

3«Lo so io come è vero», dice un altro. «É così. Io lo so perché Isacco è uno dei pastori e mi è amico. Dunque: il Bambino è nato in una stalla della casa di Davide. Era profezia[133]…».

«Ma non è di Nazaret?».

«Lasciatemi parlare. E nato a Betlemme perché è di Davide, ed era tempo d’editto. I pastori hanno visto una luce che più bella non c’è, e il più piccolo, perché era un innocente, vide per primo l’angelo del Signore che parlò con musica d’arpa dicendo: “É nato il Salvatore. Andate e adorate”, e poi angeli e angeli cantarono: “Gloria a Dio e pace agli uomini buoni”. E i pastori andarono e videro un bambinello in una greppia fra un bue e un asino, e la Madre e il padre. E lo adorarono e poi lo condussero nella casa di una buona. E il Bambino cresceva come tutti, bello, buono, tutto amore. E poi vennero i magi da oltre Eufrate e oltre Nilo, perché avevano visto una stella e riconosciuto in essa la stella di Balaam[134]. Ma il Bambino era già capace di camminare. E re Erode ordinò lo sterminio per gelosia di regno. Ma l’angelo del Signore aveva avvertito del pericolo e i pargoli di Betlemme morirono, ma non Lui che era fuggito oltre Matarea. E poi è tornato a Nazaret a fare il legnaiolo, e giunto al suo tempo, dopo che il Battista, suo cugino, lo ebbe annunciato, ha iniziato la missione e prima ha cercato i suoi pastori. Isacco lo trasse da paralisi, dopo trent’anni di infermità. E Isacco è instancabile nel predicarlo. Ecco».

Giudizi e pregiudizi.

4«Ma i tre discepoli del Battista me le hanno proprio dette quelle parole!», dice il primo mortificato.

«E vere sono. Quello che non è vero è la descrizione dello stalliere. Se ne vanta? Farebbe bene a dire ai betlemmiti d’essere buoni. Né a Betlemme né a Gerusalemme può predicare».

«Sì! Figurati se scribi e farisei vogliono le sue parole! Quelli sono vipere e iene, come li chiama il Battista».

Una gamba in cancrena.

5«Io vorrei essere guarito. Vedi? Ho una gamba in cancrena. Ho sofferto la morte a venire qui sul ciuco. Ma l’avevo cercato a Sionne e non c’era più…», dice uno.

13«L’hanno minacciato di morte…», risponde un altro.

«Cani!».

«Sì. Di dove vieni?».

«Da Lidda».

«Lunga strada!».

 

Il Messia è l’Amore misericordioso.

Un giovane disprato

6«Io… io vorrei dirgli un mio errore… L’ho detto al Battista… ma sono scappato, tanto mi ha assalito di rampogne. Penso non poter essere più perdonato…», dice un altro ancora.

«Che hai fatto mai?».

«Molto male. A Lui lo dirò. Che dite? Mi maledirà?».

«No. Io l’ho sentito parlare a Betsaida. Per caso ero là. Che parole!!! Parlava di una peccatrice. Ah! quasi avrei voluto essere lei per meritarle!…», dice un vecchio imponente.

1«Eccolo che viene», gridano in diversi.

«Misericordia! Mi vergogno!», dice il colpevole e fa per fuggire.

Nessun peccato è più grande di Dio.

7«Dove fuggi, figlio mio? Tanto nero hai nel cuore da odiare la Luce al punto di doverla fuggire? Tanto hai peccato da avere paura di Me: Perdono[135]? Ma che peccato puoi avere commesso? Neppure se avessi ucciso Iddio dovresti temere, se avessi in te vero pentimento[136]. Non piangere! Oppure vieni, piangiamo insieme».

17Gesù, che alzando una mano ha imposto al fuggente un arresto, ora lo tiene stretto a Sé, e poi si volge a chi attende e dice: «Un solo momento. Per sollevare questo cuore. E poi vengo a voi». E si dilunga oltre la casa, urtando, nello svoltare l’angolo, contro la donna velata, al suo posto d’ascolto. Gesù la guarda fisso un attimo, poi fa ancora un dieci passi e si ferma: «Che hai fatto, figlio?».

Confessione del peccato.

8L’uomo cade in ginocchio. É un uomo sui cinquant’anni. Un volto bruciato da molte passioni e devastato da un tormento segreto. Tende le braccia e grida: «Per godere con le femmine tutta l’eredità paterna, ho ucciso la madre e il fratello… Non ho avuto più pace… Il mio cibo… sangue! Il mio sonno… incubo!… Il mio piacere… Ah! nel seno delle femmine, nel loro grido di lussuria, sentivo il gelo della madre morta e il rantolo del fratello avvelenato. Maledette le femmine di piacere, aspidi, meduse, murene insaziabili, rovina, rovina, rovina mia!».

“Ció che Dio perdona, di tutti è perdonato.”

9«Non maledire. Io non ti maledico…»

«Non mi maledici?».

10«No. Piango e mi addosso il tuo peccato!… Come è pesante! Mi frange le membra. Ma lo abbraccio stretto per consumarlo per te… e a te do perdono. Sì. Io ti rimetto il tuo grande peccato». Stende le mani sul capo dell’uomo singhiozzante e prega: «Padre, anche per lui il mio Sangue sarà versato. Per ora ecco il pianto e la preghiera. Padre, perdona perché egli è pentito. Il tuo Figlio, al cui giudizio ogni cosa è rimessa, così vuole!… Sta ancora per qualche minuto così, poi si curva, alza l’uomo e gli dice: «La colpa è rimessa. A te ora espiare con una vita di penitenza quanto resta del tuo delitto».

«Dio mi ha perdonato? E la madre? E il fratello?».

«Ciò che Dio perdona, da chiunque è perdonato. Va’ e non peccare mai più».

L’uomo piange più forte e gli bacia la mano. Gesù lo lascia al suo pianto. Torna verso la casa. La donna velata fa un atto come per andargli incontro, ma poi china il capo e non si muove. Gesù le passa davanti senza guardarla.

Catechesi sul 1° Comandamento.

Tempo di giustizia e di prova.

É al suo posto. Parla:

12Un’anima è tornata al Signore. Sia benedetta la sua onnipotenza che strappa dalle spire demoniache le anime sue create e le riporta sulla via dei Cieli. 13Perché quell’anima si era perduta? Perché aveva perduto di vista la Legge.

14 É detto nel Libro che il Signore si manifestò sul Sinai in tutta la sua terribile potenza[137], per dire anche con essa: “Io sono Dio. Questo è il mio volere. E questi sono i fulmini che ho pronti per coloro che saranno ribelli al volere di Dio”. 15E prima di parlare impose che nessuno del popolo salisse per contemplare Colui che è, e che anche i sacerdoti si purificassero prima di accostarsi al limite di Dio, per non essere percossi. 16Questo perché era tempo di giustizia e di prova. I Cieli erano chiusi come da pietra sul mistero del Cielo e sul corruccio di Dio, e solo le lame della Giustizia saettavano dai Cieli sui figli colpevoli. Ma ora no. 17Ora il Giusto è venuto a consumare ogni giustizia ed è venuto il tempo in cui, senza folgori e senza termini, la Parola divina parla all’uomo per dare all’uomo Grazia e Vita.

“Io sono il Signore Dio tuo”.

18La prima parola del Padre e Signore è questa: “Io sono il Signore Dio tuo”[138].

19Non vi è attimo del giorno che questa parola non suoni e non sia scritta dalla voce e dal dito di Dio. Dove? Dovunque. 20Tutto lo dice continuamente. Dall’erba alla stella, dall’acqua al fuoco, dalla lana al cibo, dalla luce alle tenebre, dalla sanità alla malattia, dalla ricchezza alla povertà. Tutto dice: “Io sono il Signore. 21Per Me hai questo. Un mio pensiero te lo dona, un altro te lo leva, né vi è forza di eserciti né di difese che ti può preservare dalla mia volontà”. 22Urla nella voce del vento, canta nel riso dell’acqua, profuma nell’olezzo del fiore, s’incide sui dossi montani e sussurra, parla, chiama, grida nelle coscienze: “Io sono il Signore Iddio tuo”.

23Non ve lo dimenticate mai! Non chiudetevi gli occhi, le orecchie, non strozzate la coscienza per non udirla, questa parola. 24Tanto essa è e viene il momento che sulla parete del convito o sull’onda sconvolta del mare, sul labbro ridente del fanciullo o sul pallore del vecchio che muore, sulla fragrante rosa o sul fetido sepolcro, viene scritta dal dito di fuoco di Dio.

Tanto viene il momento che fra le ebbrezze del vino e del piacere, fra il turbine degli affari, nel riposo della notte, in una solitaria passeggiata, essa alza la sua voce e dice: 25“Io sono il Signore Iddio tuo” e non questa carne che baci avido, e non questo cibo che ingordo ingolli, e non quest’oro che avaro accumuli, e non questo letto su cui poltrisci; e non serve il silenzio, l’esser soli, dormenti, a farla tacere.

26“Io sono il Signore Iddio tuo”, il Compagno che non ti abbandona, l’Ospite che non puoi cacciare. 27Sei buono? Ecco che l’ospite e compagno è l’Amico buono. 28Sei perverso e colpevole? Ecco che l’ospite e compagno diviene il Re irato e non dà pace. Ma non lascia, non lascia, non lascia. 29Solo ai dannati è concesso separarsi da Dio. Ma la separazione è il tormento insaziabile ed eterno.

“Io sono il tuo Liberatore”.

30“Io sono il Signore Iddio tuo” e aggiunge: “che ti trassi dalla terra d’Egitto, dalla casa della schiavitù”. Oh! che invero, ora, proprio lo dice! Da che Egitto, da che Egitto ti trae, verso la terra promessa che non è questo luogo, ma il Cielo! L’eterno Regno del Signore in cui non sarà più fame e sete, e freddo e morte, ma tutto stillerà gioia e pace, e di pace e di gioia sarà sazio ogni spirito.

31Dalla schiavitù vera ora vi trae. Ecco il Liberatore. Io sono. Vengo a spezzare le vostre catene. Ogni dominatore umano può conoscere morte e per la sua morte essere liberi i popoli schiavi. Ma Satana non muore. E’ eterno[139]. Ed è il dominatore che vi ha messo in ceppi per trascinarvi dove vuole. Il Peccato è in voi. E il Peccato è la catena con cui Satana vi tiene. Io vengo a spezzare la catena. In nome del Padre vengo. E per desiderio mio. Ecco perciò che si compie la non compresa promessa: “ti trassi dall’Egitto e dalla schiavitù”.

32Ora questo ha spiritualmente compimento. Il Signore Iddio vostro vi trae dalla terra dell’idolo che sedusse i Progenitori, vi strappa alla schiavitù della Colpa, vi riveste di Grazia, vi ammette nel suo Regno. In verità vi dico che coloro che verranno a Me potranno, con dolcezza di paterna voce, sentire l’Altissimo dire nel cuore beato: “Io sono il Signore Iddio tuo e che ti traggo a Me, libero e felice”.

33Venite. Volgete al Signore cuore e volto, preghiera e volontà. L’ora della Grazia è venuta».

Evangelizzazione

Il Battesimo di Gesù (Gv 3,22-24)[140]

34Gesù ha terminato. Passa benedicendo e carezzando una vecchietta ed una bambinella morettina e tutta ridente.

«Guariscimi, Maestro. Ho tanto male!», dice il malato di cancrena.

35«Prima l’anima, prima l’anima. Fai penitenza…».

«Dammi il battesimo come Giovanni. Non posso andare a lui. Sono malato».

36«Vieni».

Gesù scende verso il fiume che è oltre due grandissimi prati e il bosco che lo nasconde. Si scalza e così l’uomo, che si è trascinato lì con le stampelle. Scendono alla riva e Gesù, facendo coppa con le due mani unite, sparge l’acqua sul capo dell’uomo, che è nell’acqua fino a mezzo stinco.

37«Ora levati le bende», ordina Gesù mentre risale sul sentiero. L’uomo ubbidisce. La gamba è risanata. La folla grida il suo stupore.

«Anche io!», «Anche io», «Io pure il battesimo da Te!», gridano in molti.

38Gesù, che è già a mezza strada, si volge: «Domani. Ora andate e siate buoni. La pace sia con voi».

E’ battesimo anche il pianto.

39Tutto ha fine e Gesù torna in casa, nella cucina oscura nonostante siano ancora le prime ore del pomeriggio. I discepoli gli si affollano intorno. E Pietro chiede: «Quell’uomo che hai condotto dietro casa, che aveva?».

40«Bisogno di purificazione».

«Non è però tornato, ne c’era a chiedere battesimo».

41«É andato dove l’ho mandato».

«Dove?».

42«All’espiazione, Pietro».

«In carcere?».

43«No. Alla penitenza per tutta la vita che gli resta».

«Non si purifica allora con l’acqua?».

«E’ acqua anche il pianto».

44«Questo è vero. Ora che hai fatto il miracolo chissà quanti verranno!… Erano già il doppio oggi…».

Istituzione del Sacramento del Battesimo.

Abusare dei Doni è prendersi  gioco di Dio.

45«Sì. Se Io dovessi fare tutto, non potrei. Voi battezzerete. Prima uno per volta, poi sarete in due, tre, in molti. E Io predicherò e guarirò i malati e i colpevoli».

«Noi battezzare? Oh! io non ne sono degno! Levami, Signore, questa missione! Ho bisogno io d’essere battezzato!». Pietro è in ginocchio e supplica.

Ma Gesù si china e dice: «Proprio tu battezzerai per il primo. Da domani».

«No, Signore! Come faccio se sono più nero di quel camino?».

Gesù sorride della sincerità umile dell’apostolo in ginocchio contro le sue ginocchia, sulle quali tiene congiunte le sue grosse mani di pescatore. E poi lo bacia sulla fronte, al limite dei capelli brizzolati e ruvidi nel loro arricciolarsi: «Ecco. Ti battezzo con un bacio[141]. Sei contento?».

«Farei subito un altro peccato per averne un altro!».

«Questo no. Non si irride Dio abusando dei suoi doni».

“Sii buono Giuda”

46«E a me non dai un bacio? Qualche peccato l’ho anche io», dice l’Iscariota.

Gesù lo guarda fissamente. Il suo occhio tanto mutevole passa dalla luce di letizia, che lo faceva chiaro mentre parlava con Pietro, ad una cupezza severa e direi stanca, e dice: «Sì… anche a te. Vieni. Io non ho ingiustizia con nessuno. Sii buono, Giuda. Se tu volessi!… Sei giovane. Tutta una vita per salire sempre, fino alla perfezione della santità…». E lo bacia.

Significato d’ogni passo in avanti

47«Ora tu, Simone, amico mio. E tu, Matteo, mia vittoria. E tu, saggio Bartolmai. E tu, Filippo fedele. E tu, Tommaso dall’ilare volontà. Vieni, Andrea dal silenzio attivo. E tu, Giacomo del primo incontro. Ed ora tu, gioia del Maestro tuo. E tu, Giuda, compagno di fanciullezza e di gioventù. E tu, Giacomo, che mi richiami il Giusto nell’aspetto e nel cuore. Ecco, tutti, tutti… Ma ricordate che il mio amore è molto, ma ci vuole anche la vostra buona volontà. Un passo più avanti nella vostra vita di miei discepoli lo farete da domani. Ma pensate che ogni passo in avanti è un onore e un obbligo».

La preghiera ed il carisma del miracolo.

Il dono della preghiera .

48«Maestro… un giorno hai detto a me, Giovanni, Giacomo e Andrea che ci avresti insegnato a pregare. Io penso che, se pregassimo come Tu preghi, saremmo capaci di essere degni del lavoro che Tu vuoi da noi», dice Pietro.

«Ti ho anche risposto, allora: “Quando sarete abbastanza formati, vi insegnerò la preghiera sublime. Per lasciarvi la mia preghiera. Ma anche essa sarà nulla se non la dirà che la bocca. Per ora ascendete con l’anima e la volontà a Dio”. La preghiera è un dono che Dio concede all’uomo e che l’uomo dona a Dio».

«E come? Non siamo ancora degni di pregare? Tutto Israele prega…», dice l’Iscariota.

«Sì, Giuda. Ma tu vedi dalle sue opere come prega Israele. Io non voglio fare di voi dei traditori. Chi prega con l’esterno, e dentro è contro il bene, è un traditore».

Il carisma del miracolo.

49«E i miracoli quando ce li fai fare?», chiede sempre Giuda.

«Noi i miracoli, noi? Misericordia eterna! Ma pure si beve acqua pura! Noi i miracoli? Ma, ragazzo, farnetichi?». Pietro è scandalizzato, spaventato, fuori di sé.

«L’ha detto Lui a noi, in Giudea. Non è forse vero?».

«Sì. É vero. Io l’ho detto. E voi lo farete. Ma finché in voi sarà troppa carne, non avrete miracoli».

«Faremo dei digiuni», dice l’Iscariota.

50«Non serve. Per carne intendo le passioni corrotte, la triplice fame, e dietro a questa perfida trinità il codazzo dei suoi vizi… Pari a figli di una lurida bigama unione, la superbia della mente genera, con l’avidità della carne e del potere, tutto il male che è nell’uomo e nel mondo».

«Noi per Te tutto abbiamo lasciato», ribatte Giuda.

«Ma non voi stessi».

«Dobbiamo morire allora? Pur di esser con Te lo faremmo. Io almeno…».

51«No. Non chiedo la vostra morte materiale. Chiedo che muoia l’animalità e la satanicità in voi, e questa non muore finché la carne viene saziata e menzogna, orgoglio, ira, superbia, gola, avarizia, accidia, sono in voi[142]».

Basta la forza di ogni giorno.

«Siamo tanto uomini presso a Te, tanto santo!», mormora Bartolomeo.

«E fu sempre così santo. Noi lo possiamo dire», asserisce il cugino Giacomo.

52«Egli lo sa come siamo… non dobbiamo accasciarci perciò. Ma dirgli solo: dàcci giorno per giorno la forza di servirti. Se noi dicessimo: “Siamo senza peccato” saremmo ingannati e ingannatori. E di chi poi? Di noi che sappiamo ciò che siamo, anche se non lo vogliamo dire? Di Dio che non si inganna? Ma dicendo: “Siamo deboli e peccatori. Aiutaci con la tua forza e il tuo perdono”, Dio allora non ci deluderà, e nella sua bontà e giustizia ci perdonerà e ci purificherà dalle iniquità dei nostri poveri cuori».

53«Te beato, Giovanni. Poiché la Verità parla sulle tue labbra che hanno profumo di innocenza e non baciano che l’adorabile Amore», dice Gesù alzandosi e si attira sul cuore il prediletto che ha parlato dal suo angolo buio.

120. Non ti farai degli dèi nel mio cospetto[143].Catechesi sul 1° Comandamento

Comandamento del Dio forte e geloso

“Non ti farai degli dèi nel mio cospetto”.

1«É detto: “Non ti farai degli dèi nel mio cospetto. Non ti farai nessuna scultura, né rappresentazione di quello che è lassù nel cielo o quaggiù in terra o nelle acque sotto la terra. Non adorerai tali cose, né presterai loro culto. Io sono il Signore Iddio tuo, forte e geloso, che visito l’iniquità dei padri sopra i figli fino alla terza e quarta generazione di quelli che mi odiano, e faccio misericordia fino alla millesima di quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti”».

Ambiente

2La voce di Gesù rimbomba nello stanzone pieno di folla, perché piove e tutti sono rifugiati in esso. In prima linea quattro sofferenti, ossia un cieco condotto da una donna, un bambino tutto crostoso, una donna gialla per itterizia o per malaria, e uno portato su una barellina.

3Gesù parla appoggiato alla greppia vuota. Giovanni e i due cugini, insieme a Matteo e Filippo, sono presso a Lui, mentre Giuda con Pietro, Bartolomeo, Giacomo e Andrea sono sull’uscio e regolano l’entrata di quelli che ancora arrivano, mentre Tommaso con Simone girano fra la gente facendo tacere i bambini, raccogliendo gli oboli, ascoltando richieste.

Dio onnipresente.

Sempre siamo al suo cospetto.

      4“Non ti farai degli dèi nel mio cospetto”.

        5Avete udito come Dio sia onnipresente col suo sguardo e la sua voce. In verità sempre siamo al suo cospetto. Chiusi nell’interno di una camera o fra il pubblico del Tempio, ugualmente siamo al suo cospetto. Benefattori nascosti che anche al beneficato celiamo il nostro volto o assassini che assaliamo il viandante in una gola solitaria e lo trucidiamo, ugualmente siamo al suo cospetto. 6Al suo cospetto è il re in mezzo alla sua corte, il soldato sul campo di battaglia, il levita nell’interno del Tempio, il saggio curvo sui libri, il contadino sul solco, il mercante al suo banco, la madre curva sulla cuna, la sposa nella camera nuziale, la vergine nel segreto della paterna dimora, il bimbo che studia nella scuola, il vecchio che si stende per morire. Tutti al suo cospetto e tutte le azioni dell’uomo ugualmente al suo cospetto.

       7Tutte le azioni dell’uomo! Tremenda parola! E consolante parola! Tremenda se azioni di peccato, consolante se azioni di santità. Sapere che Dio vede. Freno al mal fare. Conforto al ben fare. Dio vede che bene agisco. Io so che Egli non dimentica ciò che vede. Io credo che Egli premia le buone azioni. Perciò sono certo di avere di queste premio e su questa certezza mi riposo. Essa mi darà serena vita e placida morte, perché in vita e in morte sarà la mia anima consolata dal raggio stellare dell’amicizia di Dio. Così ragiona colui che agisce bene.

Gli dèi bugiardi.

8Ma colui che agisce male, perché non pensa che fra le azioni proibite sono i culti idolatrici? Perché costui non dice: “Dio vede che, mentre fingo culto santo, adoro un dio o degli dèi bugiardi, ai quali ho eretto un altare segreto agli uomini ma noto a Dio”? Quali dèi, direte, se neppure nel Tempio è figura di Dio? Quale volto hanno questi dèi, se al vero Dio ci fu impossibile dare un volto?

9Sì. Impossibile dare un volto, perché il Perfetto e il Purissimo non può essere degnamente raffigurato dall’uomo. Solo lo spirito intravede la sua incorporea e sublime bellezza e ne ode la voce, ne gusta la carezza quando Egli si effonde presso un suo santo meritevole di questi contatti divini. Ma l’occhio, l’udito, la mano dell’uomo non possono vedere e udire, e perciò ripetere con il suono sulla cetra, col mazzuolo e lo scalpello sul marmo, ciò che è il Signore. Oh! felicità senza fine quando, o spiriti dei giusti, vedrete Iddio! Il primo sguardo sarà l’aurora della beatitudine che nei secoli e dei secoli vi sarà compagna.

10Eppure ciò che non potemmo fare per il vero Dio, ecco che l’uomo fa per gli dèi bugiardi. Ed uno erige l’altare alla donna; l’altro all’oro; l’altro al potere; l’altro alla scienza; l’altro ai trionfi militari; l’uno adora l’uomo potente, suo simile in natura, solo superiore in prepotenza o fortuna; l’altro adora se stesso e dice: “Non c’è altri pari a me”. Ecco gli dèi di coloro che sono del popolo di Dio.

11Non stupitevi dei pagani che adorano animali, rettili ed astri. Quanti rettili! Quanti animali! Quanti astri spenti adorate nei vostri cuori! Le labbra pronunziano parole di menzogna per adulare, per possedere, per corrompere. E non sono queste le preghiere degli idolatri segreti? I cuori covano pensieri di vendetta, di mercimonio, di prostituzione. E non sono questi i culti agli dèi immondi del piacere, dell’avidità, del male?

Dio forte e geloso.

12É detto: “Non adorerai nulla di ciò che non è il tuo Dio vero, unico, eterno”. É detto: “Io sono il Dio forte e geloso“.

13Forte: nessuna altra forza è più forza della sua. L’uomo è libero di fare, Satana è libero di tentare. Ma quando Dio dice: “Basta”, l’uomo non può più male agire e Satana non può più tentare. Respinto questo nel suo inferno, abbattuto quello dal suo abuso nel mal fare, perché vi è un limite ad esso, oltre il quale Dio non permette si vada.

14Geloso. Di che? Di quale gelosia? La meschina gelosia dei piccoli uomini? No. La santa gelosia di Dio sui suoi figli. La giusta gelosia. L’amorosa gelosia. Vi ha creati. Vi ama. Vi vuole. Sa ciò che vi nuoce. Conosce ciò che è atto a separarvi da Lui. Ed è geloso di questo “che”, che si intromette fra il Padre ed i figli e li svia dall’unico amore che è salute e pace: Dio. 15Comprendete questa sublime gelosia che non è gretta, che non è crudele, che non è carceriera. Ma che è amore infinito, che è infinita bontà, che è libertà senza limiti, che si dà alla creatura finita per aspirarla nell’eternità a Sé e in Sé e farla compartecipe della sua infinità. Un padre buono non vuole godere le sue ricchezze da solo. Ma vuole che i figli con lui le godano. In fondo, più per i figli che per sé le ha accumulate. Ugualmente Dio. Ma portando in questo amore e desiderio la perfezione che è in ogni sua azione.

Il Dio misericordioso.

16Non deludete il Signore. Egli promette castigo sui colpevoli e sui figli dei figli colpevoli. E Dio non mente mai nelle sue promesse. Ma non abbattete l’animo vostro, o figli dell’uomo e di Dio. Udite, ed esultate, l’altra promessa: “E faccio misericordia fino alla millesima di quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti”. 17Fino alla millesima generazione dei buoni. E fino alla millesima debolezza dei poveri figli dell’uomo, i quali cadono non per malizia ma per sventatezza e per tranello di Satana. Più ancora. Io vi dico che Egli vi apre le braccia se col cuore contrito e col volto lavato dal pianto voi dite: “Padre, io ho peccato. Lo so. Me ne umilio e a Te mi confesso. Perdonami. Il tuo perdono sarà la mia forza per tornare a ‘vivere’ la vera vita”.

18Non temete. Prima che voi peccaste per debolezza Egli sapeva che avreste peccato. Ma solo il suo Cuore si chiude quando persistete nel peccato volendo peccare, facendo di un dato peccato o di molti peccati i vostri dèi d’orrore. Abbattete ogni idolo, fate posto al Dio vero. Egli scenderà con la sua gloria a consacrare il vostro cuore quando si vedrà Lui solo in voi.

“Rendete a Dio la sua dimora”.

19Rendete a Dio la sua dimora. Non nei templi di pietra, ma nel cuore degli uomini essa è. Lavatene la soglia, liberate l’interno da ogni inutile o colpevole apparato. Dio solo. Solo Lui. Tutto è Lui! E per nulla è inferiore al Paradiso il cuore di un uomo in cui sia Dio, il cuore di un uomo che canti il suo amore all’Ospite Divino.

Fate di ogni cuore un Cielo.

20Fate di ogni cuore un Cielo. Iniziate la coabitazione con l’Eccelso. Nel vostro eterno domani essa si perfezionerà in potenza e gioia. Ma qui sarà già tale da superare il tremebondo stupore di Abramo, Giacobbe e Mosè. Perché non sarà più l’incontro folgorante e spaurente col Potente, ma la permanenza con il Padre e l’Amico che scende per dire: “La mia gioia è stare fra gli uomini. Tu mi fai felice. Grazie, figlio”».

Evangelizzazione.

Il Messia apre la via della pace.

21La folla, che supera il centinaio, esce dopo qualche tempo dall’incantamento. Chi si accorge di piangere, chi di sorridere per la stessa speranza di gioia. Infine la folla pare svegliarsi, ha come un brusio, un sospiro potente, e infine un grido come di liberazione: «Te benedetto! Tu ci apri la via della pace!».

22Gesù sorride e risponde: «La pace è in voi se voi seguite da oggi il Bene».

Miracoli per contatto.

23Poi va dai malati e passa la mano sul bambino malato, sul cieco e sulla donna tutta gialla, si curva sul paralitico e dice: «Voglio».

24L’uomo lo guarda e poi urla: «Il calore è nel corpo spento!» e sorge in piedi, così come è, finché gli buttano addosso la coperta del lettuccio, mentre la madre solleva il bambino senza più croste e il cieco sbatte gli occhi per il primo contatto con la luce, e delle donne urlano: «Dina non è più gialla come i ranuncoli selvaggi».

Il Mesía assalito letteralmente.

25Il subbuglio è al colmo. Chi grida, chi benedice, chi spinge per vedere, chi cerca uscire per andare a dirlo al paese. Gesù è assalito da tutte le parti.

26Pietro vede che lo schiacciano quasi e urla: «Ragazzi! Soffocano il Maestro! Forza a fare largo», e con una vera ginnastica di gomiti e anche di qualche pedata negli stinchi, i dodici riescono a farsi largo e a liberare Gesù, a portarlo fuori.

«Domani ci penso io», dice. «Tu alla porta e gli altri in fondo. Ti hanno fatto male?».

27«No».

Il Messía felie col suo popolo.

«Parevano pazzi! Che modi!».

28«Lasciali fare. Erano felici… ed Io con loro. Andate da chi chiede battesimo. Io entro in casa. Tu, Giuda, con Simone dai l’obolo ai poveri. Tutto. Noi abbiamo molto più che giusto non sia per degli apostoli del Signore. Va’, Pietro, va’. Non temere di fare troppo. Io ti giustifico al Padre poiché Io ti comando. Addio, amici».

29E Gesù, stanco e sudato, si chiude nella casa, mentre i discepoli fanno ognuno il proprio compito presso i pellegrini.

121. Catechesi sul 2° Comandamento: “Non proferire invano il mio Nome”.
La visita di Mannanen
[144].

Fatti del giorno

Data da celebrare

1Giorno di ricordo che non si può perdere! Il Volto velato si è scoperto. Lo “Sconosciuto” si è fatto conoscere. Il Maestro ha chiamato “Maria”… e Maria è divenuta Giovanni. Il mio pianto asciugato dal tuo bacio e dalla tua promessa!… E “nascita” nello spirito per tutto volere. La gente non sa. Ma io so. Lei, Padre, sa. Posso non celebrare questa data?… E la celebro al servizio di Dio,  benedicendo fatica e pena di questo servizio perché… oh! Quell’ora del 1° marzo 1943 è tale che anche la croce è niente.

La pesantezza degli apostoli, Quanta!

2I discepoli sono tutti sossopra. Paiono un alveare stuzzicato, tanto sono agitati. Parlano, sbirciano fuori, guardano in tutti i sensi… Gesù non c’è. Infine decidono su quanto li agita e Pietro ordina a Giovanni: «Vai a cercare il Maestro. É nel bosco sul fiume. Digli che venga subito o dica quel che si deve fare».

Giovanni va via di galoppo. L’Iscariota dice: «Io non capisco perché tanto orgasmo e tanta scortesia. Io sarei andato e l’avrei accolto con tutti gli onori… E’ un onore il suo, per noi. Dunque…»

«Non so niente io. Lui sarà diverso dal suo parente di latte… Ma… chi sta con le iene ne prende odore e istinto. Del resto, tu vorresti via quella donna… Però bada a te! Il Maestro non vuole, e io sono a sua tutela. Se la tocchi… io non sono il Maestro… Tanto per tua norma».

«Ih! chi è mai?! La bella Erodiade, forse?».

«Ma non fare lo spiritoso!».

«Sei tu che me lo fai fare. Le hai fatto intorno la guardia reale come ad una regina…».

«Il Maestro mi ha detto: “Bada non sia disturbata e rispettala”. Io lo faccio».

«Ma chi è? Lo sai?», chiede Tommaso.

«Io no».

«Su, dillo… Tu lo sai…», insistono in vari.

«Vi giuro che non so nulla. Il Maestro certo lo sa. Ma io no».

«Bisogna farglielo chiedere da Giovanni. A lui dice tutto».

«Perché? Cosa ha di speciale Giovanni? É un dio tuo fratello?».

«No, Giuda. É il più buono di noi».

«Potete risparmiarvi la fatica», dice Giacomo di Alfeo.

«Ieri mio fratello l’ha vista, mentre rientrava dal fiume col pesce che gli aveva dato Andrea, e l’ha chiesto a Gesù. Lui ha risposto: “Non ha volto. É uno spirito che cerca Dio. Per Me non è altro e così voglio sia per tutti”. E ha detto quel “voglio” in una tal maniera… che vi consiglio a non insistere».

Pedro smaschera il cuore dell’Iscariote.

3«Andrò io da lei», dice Giuda di Keriot.

«Provati se sei capace», dice Pietro, rosso come un galletto.

«Mi fai la spia con Gesù?».

«Lascio quel mestiere a quelli del Tempio. Noi del lago il pane lo guadagniamo col lavoro e non con la delazione. Non avere mai paura di una spiata da Simone di Giona. Ma non mi stuzzicare e non permetterti di disubbidire al Maestro, perché ci sono io…».

«E chi sei tu? Un povero uomo come me».

«Sissignore. Anzi più povero, più ignorante, più rozzo di te. Lo so e non me ne accoro. Mi accorerei se fossi pari a te nel cuore. Ma il Maestro mi ha dato questo incarico e lo faccio».

«Pari a me nel cuore? E che c’è nel mio cuore da farti schifo? Parla, accusa, offendi…».

«Ma insomma!», scatta lo Zelote e con lui Bartolomeo.

«Ma insomma, smettila Giuda. Rispetta i capelli di Pietro».

«Rispetto tutti, ma voglio sapere che c’è in me…».

«Subito servito… Lasciatemi parlare… C’è superbia, tanta da empire questa cucina, c’è falsità e c’è lussuria».

«A me falso?». Si interpongono tutti, e Giuda deve tacere.

La mancanza di amore fra gli uomini .

4Simone, pacato, dice a Pietro: «Scusa, amico, se ti dico una cosa. Lui ha dei difetti. Ma anche tu ne hai alcuni. E uno è non compatire i giovani. Perché non tieni conto dell’età, della nascita… di tante cose? Vedi, tu agisci per amore verso Gesù. Ma non ti accorgi che queste dispute lo stancano? A lui non lo dico (e accenna a Giuda) ma a te, maturo e onesto tanto, faccio questa preghiera. Egli ha tante pene per i nemici. Ma dargliene noi pure! Ha tanta guerra intorno. Ma perché crearne anche nel suo nido?».

«E’ vero. Gesù è molto triste e anche smagrito», dice Giuda Taddeo.

«La notte lo sento che si volta e si gira sul suo lettuccio e sospira. Sere fa mi sono alzato e ho visto che piangeva pregando. Gli ho detto: “Che hai?”. E Lui mi ha abbracciato e mi ha detto: “Voglimi bene. Come è faticoso essere il ‘Redentore’!”»

«Anche io l’ho trovato col segno del pianto nel bosco del fiume», dice Filippo.

«E alla mia occhiata interrogativa Egli ha risposto: “Sai cosa è che fa diverso il Cielo dalla Terra, dopo la diversità della non presenza visibile di Dio? É la mancanza di amore fra gli uomini. Mi strangola come un capestro. Sono venuto qui a spargere seme agli uccellini per essere amato da esseri che si amano”».

Solo Gesù conosce i cuori.

5Giuda Iscariota (deve essere un poco squilibrato) si getta in terra e piange come un ragazzo.

Entra proprio in quel mentre Gesù con Giovanni: «Ma che avviene? Questo pianto?…».

«Colpa mia, Maestro. Ho sbagliato. Ho rimproverato Giuda troppo duramente», dice franco Pietro.

«No… io… io… il colpevole sono io. Io sono… Io ti do dolore… io non sono buono… io disturbo, metto malumore, disubbidisco, sono… Ha ragione Pietro. Ma aiutatemi dunque ad essere buono! Perché qui io ho una cosa, qui nel cuore, che mi fa fare cose che non vorrei fare. É più forte di me… e do dolore a Te, a Te, Maestro, al quale vorrei dare solo gioia… Credilo! Non è falsità…».

6«Ma sì, Giuda. Non ne dubito. Tu sei venuto a Me con piena sincerità di cuore, con vero slancio. Ma sei giovane… Nessuno, neppure tu stesso, ti conosce come Io ti conosco. Su, alzati e vieni qui. Poi parleremo noi due da soli. 7Intanto parliamo di quello per cui mi avete chiamato. Che male c’è se anche Mannanen è venuto? Non può uno, collaterale d’Erode, aver sete del Dio vero? Temete per Me? Ma no. Abbiate fede nella mia parola. Quell’uomo non viene che per onesto fine».

Il fratello di late di Erode.

«Perché non si è fatto conoscere allora?», chiedono i discepoli.

8«Appunto perché viene come “anima”, non come fratello di latte di Erode. Si è avvolto nel silenzio perché pensa che davanti alla parola di Dio nulla è la parentela con un re… Noi rispetteremo il suo silenzio».

«Ma se lo mandasse lui, invece?…».

«Chi? Erode? No. Non abbiate paura».

«Chi lo manda allora? Come sa di Te?».

9«Ma per lo stesso Giovanni mio cugino. Credete che in carcere non mi avrà predicato? Ma per …ma per la voce della folla… ma per lo stesso odio dei farisei… Anche le fronde e l’aria parlano di Me, ormai. Il sasso è gettato nell’acqua immobile e il bastone ha percosso il bronzo. Le onde vanno sempre più vaste, portando all’acqua lontana la rivelazione, e il suono lo confida agli spazi… La Terra ha imparato a dire: “Gesù” e mai più tacerà. Andate, e siate seco lui cortesi come con chiunque. Andate. Io resto con Giuda».

I discepoli vanno.

L’auriga capace ma imprudente.

I due cavalli pazzi.

10Gesù guarda Giuda ancor lacrimoso e chiede: «Ebbene? Non hai nulla da dirmi? Tutto Io so di te. Ma voglio saperlo da te. Perché questo pianto? E soprattutto perché questo squilibrio che ti tiene sempre così malcontento?».

«Oh! sì, Maestro. Lo hai detto. Io sono di natura geloso. Tu lo sai certo. E soffro a vedere che… a vedere tante cose. Questo mi rende inquieto e… ingiusto. E divento cattivo mentre non lo vorrei, no…».

11«E non piangere di nuovo! Di che sei geloso? Abituati a parlare con la tua vera anima. Tu parli molto, anche troppo. Ma con che? Con l’istinto e con la mente. Segui tutto un faticoso e continuo lavoro per dire ciò che vuoi dire: parlo di te, del tuo io, perché per quello che devi dire degli altri e agli altri non ti poni redine e confine. Ugualmente non poni redine e confine alla tua carne. Essa è il tuo cavallo pazzo. Sembri un auriga al quale l’intendente delle corse abbia dato due cavalli pazzi. L’uno è il senso, l’altro… vuoi udire quale è l’altro? Sì? E’ l’errore che non vuoi domare. Tu, auriga capace ma imprudente, ti fidi della tua capacità e credi sia sufficiente. Vuoi giungere primo… non perdi tempo a mutare almeno un cavallo. E anzi li aizzi e sferzi. Vuoi essere “il vincitore”. Vuoi l’applauso… Non sai che ogni vittoria è certa quando è conquistata con costante, paziente, prudente lavoro? Parla con la tua anima. É da lì che voglio venga la tua confessione. O devo dirti Io quello che hai dentro?».

L’apostolo di natura geloso

«Trovo che anche Tu non sei giusto e non sei fermo, e ne soffro».

12«Perché mi accusi? In che ho mancato agli occhi tuoi?».

«Quando io volevo portarti dai miei amici Tu non hai voluto dicendo: “Preferisco stare fra gli umili”. Poi Simone e Lazzaro ti hanno detto che era bene mettersi sotto la protezione di un potente e Tu hai accettato. Tu dai preferenza a Pietro, a Simone, a Giovanni… Tu…»

13«Che altro?».

«Null’altro, Gesù».

14«Nuvole!… Vesciche nella spuma dell’onda. Mi fai pena, perché sei un miserabile che ti torturi potendo gioire. Puoi dire che è lussuoso questo luogo? Puoi dire che non ci fu una grande ragione che mi spinse ad accettarlo? Se Sionne fosse meno matrigna ai suoi profeti sarei qui, nascosto come un che teme la giustizia umana e che si rifugia in un luogo d’asilo?».

«No».

15«E allora? Puoi dire che a te non ho dato missioni come agli altri? Puoi dire che fui acerbo con te quando anche hai mancato? Tu non fosti sincero… Le vigne!… Oh! le vigne! Che nome avevano quelle vigne? Tu non fosti compiacente con chi soffriva e si redimeva. Tu non fosti neppur rispettoso verso di Me. E gli altri hanno visto… Eppure una sola voce si è alzata a difesa, e sempre. La mia. Gli altri avrebbero diritto di esser gelosi perché, se c’è stato uno protetto, sei tu».

Giuda piange avvilito e commosso.

16«Io vado. É l’ora in cui sono di tutti. Tu resta. E medita».

«Perdonami, Maestro. Non potrò aver pace se non ho il tuo perdono. Non essere triste per causa mia. Sono un ragazzo cattivo… Amo e tormento… Così con la madre… Così con Te… Così con la sposa se domani avessi una sposa… Sarebbe meglio morissi!…».

17«Sarebbe meglio ti ravvedessi. Ma sei perdonato. Addio».

Comprensione e solidarietà.

Gesù esce e accosta l’uscio. Fuori è Pietro: «Vieni, Maestro. É già tardi. E c’è tanta gente. Fra poco scende la sera. E Tu neppure hai mangiato… Quel ragazzo è causa di tutto».

18«Quel “ragazzo” ha bisogno di voi tutti per non essere più causa di queste cose. Vedi di ricordartelo, Pietro. Se fosse tuo figlio lo compatiresti?…»

«Uhm! Sì e no. Lo compatirei… ma… gli insegnerei anche qualcosa, anche se già uomo, come a un monello cattivo. Già, fosse mio figlio, non sarebbe così…».

19«Basta».

«Sì, basta, Signore mio. Ecco là Mannanen. E’ quello con quel mantello quasi nero tanto è rosso scuro. Mi ha dato questo per i poveri e mi ha detto se può restare a dormire».

20«Che hai risposto?».

«La verità: “Abbiamo letti solo per noi. Vai al paese”».

21Gesù non dice nulla. Però lascia in asso Pietro e va da Giovanni, al quale dice qualche cosa. Poi raggiunge il suo posto e inizia a parlare.

Catechesi sul 2° Comandamento.

“Quando si nomina invano il nome di Dio?”.

22«La pace sia a voi tutti e con la pace vi venga luce e santità.    

23 É detto: “Non proferire invano il mio Nome”[145].

24Quando è che lo si nomina invano? Solo quando lo si bestemmia? No. Anche quando lo si nomina senza rendersi degni di Dio. Può dire un figlio: “Amo il padre e l’onoro” se poi, a tutto quello che il padre da lui desidera, oppone opera contraria? Non è dicendo: “padre, padre” che si ama il genitore. Non è dicendo: “Dio, Dio” che si ama il Signore.

25In Israele in cui, come ieri l’altro ho spiegato, vi sono tanti idoli nel segreto dei cuori, vi è anche una ipocrita lode a Dio, lode alla quale non corrispondono le opere dei lodatori. 26In Israele vi è anche una tendenza: quella di trovare tanti peccati nelle cose esteriori, e a non volerli trovare, là dove realmente sono, nelle cose interiori. 27In Israele vi è anche una stolta superbia, una antiumana e antispirituale abitudine: quella di giudicare bestemmia il Nome del nostro Dio su labbra pagane, e si giunge a proibire ai gentili di accostarsi al Dio vero perché si giudica ciò sacrilegio.

Questo fino ad ora. Ora non più.

Dio è di tutti gli uomini.

28Il Dio d’Israele è lo stesso Dio che ha creato tutti gli uomini. Perché impedire che i creati sentano l’attrazione del loro Creatore? 29Credete voi che i pagani non sentano qualcosa nel fondo del cuore, qualcosa di insoddisfatto che grida, che si agita, che cerca? Chi? Che? Il Dio ignoto. 30E credete voi che se un pagano tende se stesso all’altare del Dio ignoto – a quell’altare incorporeo che è l’anima in cui sempre è un ricordo del suo Creatore, è l’anima che attende di esser posseduta dalla gloria di Dio, così come lo fu il Tabernacolo eretto da Mosè secondo l’ordine avuto[146], e che piange finché questo possesso non la tiene – Dio respinga il suo offrirsi come si respinge una profanazione? 31E credete voi che sia peccato quell’atto, suscitato da un onesto desiderio dell’anima che svegliata da appelli celesti dice: “Vengo” al Dio che le dice: “Vieni”, mentre sia santità il corrotto culto di un d’Israele che offre al Tempio quanto avanza dal suo godimento, ed entra al cospetto di Dio e lo nomina, questo Purissimo, con anima e corpo che è tutta una verminaia di colpe?

Sacrilegio perfetto.

32No. In verità vi dico che la perfezione del sacrilegio è in quell’israelita che con anima impura pronuncia invano il Nome di Dio. É pronunciarlo invano quando, e stolti non siete, quando per lo stato dell’anima vostra sapete che inutilmente lo pronunciate. Oh! che Io vedo il volto sdegnato di Dio che si volge con disgusto altrove quando un ipocrita lo chiama, quando lo nomina un impenitente! E ne ho terrore, Io che pure non merito quel corruccio divino.

Ciò che muta il sacrilegio in rito.

33Leggo in più di un cuore questo pensiero: “Ma allora, fuorché i pargoli, nessuno potrà chiamare Iddio, perché dovunque nell’uomo è impurità e peccato”. No. Non dite così. É dai peccatori che quel Nome va invocato. É da coloro che si sentono strozzati da Satana e che vogliono liberarsi dal peccato e dal Seduttore. Vogliono. Ecco ciò che muta il sacrilegio in rito. Volere guarire. Chiamare il Potente per essere perdonati e per essere guariti. Invocarlo per mettere in fuga il Seduttore.

34É detto nella Genesi che il Serpente tentò Eva nell’ora in cui il Signore non passeggiava nell’Eden[147]. Se Dio fosse stato nell’Eden, Satana non avrebbe potuto esservi. Se Eva avesse invocato Iddio, Satana sarebbe fuggito. Abbiate sempre nel cuore questo pensiero. E con sincerità chiamate il Signore. Quel Nome è salvezza.

35Molti di voi vogliono scendere a purificarsi. Ma purificatevi il cuore, incessantemente, scrivendovi sopra con l’amore la parola: Dio. Non bugiarde preghiere. Non consuetudinarie pratiche. Ma col cuore, col pensiero, con gli atti, con tutto voi stessi dite quel Nome: Dio. Ditelo per non essere soli. Ditelo per essere sostenuti. Ditelo per essere perdonati.

La filiale parola d’amore.

36Comprendete il significato della parola del Dio del Sinai: “Invano” e quando dire “Dio” non è mutazione in bene. Ed è peccato allora. “Invano” non è quando, come il battito di sangue nel cuore, ogni minuto del vostro giorno e ogni vostra onesta azione, bisogno, tentazione, dolore, vi riporta sulle labbra la filiale parola d’amore: “Vieni, Dio mio!”. Allora, in verità, non peccate nominando il Nome santo di Dio.

Andate. La pace sia con voi».

Evangelizzazione.

L’uomo vestito di rosso.

37Non c’è nessun malato. Gesù resta con le braccia conserte addossato alla parete, sotto la tettoia in cui già calano le ombre. Gesù guarda chi parte sui ciuchini, chi si affretta al fiume per un impulso di purificazione, chi attraverso ai campi si dirige al paese. L’uomo vestito di rosso cupissimo pare incerto sul da farsi. Gesù lo tiene d’occhio. Infine costui si muove e va al suo cavallo, poiché costui ha un bellissimo cavallo bianco ornato di una gualdrappa rossa che spenzola da sotto la sella piena di borchie.

Fratelli nel Nome di Dio.

38«Uomo, attendimi», dice Gesù e lo raggiunge. «La sera scende. Hai dove dormire? Vieni da lontano? Sei solo?».

L’uomo risponde: «Da molto lontano… e andrò… non so… In paese, se troverò… se no… a Gerico… Vi ho lasciato la scorta di cui non mi fidavo».

39«No. Ti offro il mio letto. É già pronto. Hai cibo?».

«Nulla ho. Credevo trovare più ospitale paese…».

40«Nulla vi manca».

«Nulla. Neppur l’odio per Erode. Sai chi sono?».

41«Il nome di quelli che mi cercano è uno solo: fratelli nel nome di Dio. Vieni. Spezzeremo il pane insieme. Puoi ricoverare il cavallo in quello stanzone. Io dormirò lì e te lo guarderò…»

«No, questo mai. Io dormirò lì. Accetto il pane ma non di più. Non metterò il mio corpo sozzo dove Tu adagi il tuo santo».

42«Santo mi credi?».

«Santo ti so. Giovanni, Cusa… le tue opere… le tue parole… La reggia ne è suonante come conchiglia che conserva il rumore del maroso. Io scendevo da Giovanni… poi l’ho perso. Ma mi aveva detto: “Uno che è più di me ti raccoglierà e ti eleverà”. Non potevi essere che Te. Sono venuto quando ho saputo dove eri».

Ospitalità messianica.

43Sono rimasti soli sotto la tettoia. I discepoli parlottano presso la cucina e sbirciano.

Torna dal fiume lo Zelote, che era oggi il battezzatore, con gli ultimi battezzati. Gesù li benedice e poi dice a Simone: «L’uomo è il pellegrino che cerca ricovero in nome di Dio. E nel nome di Dio lo salutiamo amico».

Simone si inchina e l’uomo pure. Entrano nello stanzone e Mannanen lega il cavallo alla greppia. Accorre Giovanni, avvertito da un cenno di Gesù, e porta erba e un secchio d’acqua. Accorre anche Pietro con un lumicino ad olio perché è già scuro.

«Qui starò benissimo. Dio vi compensi», dice il cavaliere e poi entra fra Gesù e Simone nella cucina in cui fa da luce un fascio di stipa acceso allora.

Tutto ha fine.

122. 4°Comandamento : “Onora il padre e la madre” Guarigione di un ebete.[148].

Fatti del giorno

Ambiente.

1Gesù passeggia lentamente su e giù lungo la sponda del fiume. Il giorno si deve essere fatto da poco, perché la nebbia di una triste giornata invernale stagna ancora sui canneti delle rive. Non c’è nessuno, a perdita d’occhio, sulle due sponde del Giordano. Solo nebbietta bassa, fruscio di acqua contro i canneti, borbottio di acque che per le piogge cadute i giorni avanti sono piuttosto motose, e qualche richiamo di uccelli, corto, triste, come lo è quando è cessata la stagione degli amori e i pennuti sono intristiti per la stagione e il poco cibo.

2Gesù li ascolta e pare interessarsi molto al richiamo di un uccellino, che con una regolarità di orologio piega il capino verso nord e dice un «ciruit?» lamentoso, e poi piega il capino a sud e ripete il suo interrogativo «ciruit?» senza risposta. Finalmente l’uccelletto pare avere avuto una risposta nel «cip» che viene dall’altra sponda e frulla via, attraverso il fiume, con un piccolo strido di gioia. Gesù fa un gesto come per dire: «Meno male!», poi riprende la passeggiata.

Giuda chiede aiuto!

«Ti disturbo, Maestro?», chiede Giovanni che viene dai prati. 3«No. Che vuoi?». 4«Volevo dirti… mi pare che sia una notizia che ti possa dare sollievo e sono venuto subito, anche per consigliarmi con Te. 5Ero a scopare i nostri stanzoni ed è venuto Giuda di Keriot. Mi ha detto: “Ti aiuto”. Sono rimasto stupito perché fa sempre poco volentieri anche il comandato di queste umili cose… 6ma non ho detto nulla più che questo: “Oh! grazie! Farò più presto e meglio”. Lui si è messo a scopare e abbiamo fatto presto. Allora ha detto: “Andiamo nel bosco. Sono sempre i vecchi che portano le legna. Non sta bene. Andiamo noi. Io non so molto fare. Ma se m’insegni…”. E siamo andati. 7 E mentre ero lì che legavo con lui le fascine mi ha detto: “Giovanni, ti voglio dire una cosa”. “Parla”, ho detto. E pensavo che fosse qualche critica. 8Invece ha detto: “Io e te siamo i più giovani. Bisognerebbe stare più uniti. Tu hai quasi paura di me, ed hai ragione perché io non sono buono. Ma credi… non lo faccio apposta. 9Delle volte ho il bisogno di essere cattivo. Forse perché, unico come ero, mi hanno viziato. E vorrei diventare buono. I vecchi, lo so, mi guardano poco bene. I cugini di Gesù sono urtati perché… sì, io ho mancato molto con loro, e anche con il loro cugino. 10Ma tu sei buono e paziente. Voglimi bene. Fa’ conto che io sia un fratello, cattivo, sì, ma che bisogna amare anche se cattivo. Lo dice anche il Maestro che bisogna fare così. 11Quando mi vedi fare poco bene, dimmelo. E poi non mi lasciare sempre solo. Quando vado in paese, vieni anche tu. Mi aiuterai a non fare del male. 12Ieri ho sofferto molto. Gesù mi ha parlato ed io l’ho guardato. Nel mio sciocco rancore non guardavo né me stesso né gli altri. Ieri ho guardato e ho visto… 13Hanno ragione di dire che Gesù è sofferente… ed io sento che ne ho colpa anche io. Non voglio più averla. Vieni con me. Ci verrai? Mi aiuterai ad essere meno cattivo?”. 14Così ha detto, e io, te lo confesso, avevo il cuore che mi batteva come quello di un passero preso da un ragazzo. Batteva di gioia perché ho piacere che lui diventi buono, per Te ne ho piacere, e batteva un poco di paura perché non vorrei diventare come è Giuda. 15Ma poi mi è venuto in mente quanto mi avevi detto il giorno che prendesti Giuda, e ho risposto: “Sì, che ti aiuterò. Ma io devo ubbidire, e se ho altri ordini…”. Pensavo: ora lo dico al Maestro e se Lui vuole lo faccio, se non vuole mi farò dare ordine di non andare lontano dalla casa».

16«Senti, Giovanni. Io ti lascio andare. Però mi devi promettere che se senti che qualche cosa ti turba, tu me lo vieni a dire. Mi hai dato tanta gioia, Giovanni. Ecco qua Pietro col suo pesce. Vai, Giovanni».

Giuda va contro corrente.

17Gesù si volge a Pietro: «Buona pesca?».

«Umh! Non molto. Pesciolini… Ma tutto fa. C’è Giacomo che brontola perché qualche animale ha roso la fune e si è persa una rete. Ho detto: “E lui non doveva mangiare? Abbi compatimento per la povera bestia”. Ma Giacomo non la intende così…», ride Pietro.

18«Quello che dico Io di uno che è un fratello. E quello che voi non sapete fare».

«Parli di Giuda?».

19«Parlo di Giuda. Egli ne soffre. Ha desideri buoni e tendenze perverse. Ma dimmi un poco tu, esperto pescatore. Quando Io volessi andare in barca sul Giordano e raggiungere il lago di Genezaret come potrei fare? Ci riuscirei?».

«Eh! sarebbe un lavorone! Ma ci riusciresti con barchette piatte… Faticoso, sai? Lungo! Bisognerebbe sempre misurare il fondo, avere occhio alle rive e alle secche, ai boschetti galleggianti, alla corrente. La vela non serve in questi casi, anzi… Ma vuoi tornare sul lago seguendo il fiume? Guarda che contro corrente si va male. Bisogna essere in molti, se no…».

20«Tu l’hai detto. Quando uno è un vizioso, per andare al Bene deve andare contro corrente, e non può, da solo, uno riuscire. Giuda è proprio uno di questi. E voi non lo aiutate. Il meschino va su, solo, e urta nel fondale, sfrega sulle secche, si impiglia nei boschetti galleggianti, viene preso dai gorghi. D’altronde, se misura il fondo, non può contemporaneamente tenere il timone o il remo. Perché allora lo si rimprovera se non procede? Avete pietà degli estranei e di lui, vostro compagno, no? Non è giusto. Vedi là Giovanni e lui che vanno al paese a prendere pane e verdure? Egli ha chiesto in grazia di non andare solo. E l’ha chiesto a Giovanni, perché non è sciocco e sa come voi vecchi la pensate su lui».

 

«E Tu lo hai mandato? E se si guasta anche Giovanni?».

«Chi? Mio fratello? Perché si guasta?», chiede Giacomo che giunge con la rete ripescata contro un canneto.

«Perché Giuda va con lui».

«Da quando?». 

21«Da oggi, ed Io l’ho permesso».

«Allora, se lo permetti Tu…».

22«Sì, lo consiglio anzi a tutti. Lo lasciate troppo solo. Non siate dei giudici per lui solo. Non è peggiore di tanti. Ma è più viziato, fin dall’infanzia».

«Sì, deve essere così. Se avesse avuto per padre e madre Zebedeo e Salome, così non sarebbe. I miei parenti sono buoni. Ma si ricordano di avere un diritto e un dovere sui figli».

23«Hai detto giusto. Oggi parlerò proprio di questo. Ora andiamo. Vedo già della gente che si muove sui prati».

Un pellegrinaggio in piena regola

Missione e’ consumarsi.

«Io non so come faremo più a vivere. Non c’è più ora di mangiare, di pregare, di riposare… e la gente aumenta sempre», dice Pietro fra ammirato e seccato.

24«Te ne duoli? Segno che vi è ancora ricerca di Dio».

«Sì, Maestro. Ma Tu ne soffri. Sei rimasto anche senza mangiare ieri, e questa notte senza altre coperture che il tuo mantello. Se lo sapesse tua Madre!».

25«Benedirebbe Dio che mi porta tanti fedeli».

«E rampognerebbe me al quale si è raccomandata», finisce Pietro.

Vengono in giù verso di loro, gesticolando, Filippo e Bartolomeo. Vedono Gesù e affrettano il passo dicendo: «Oh! Maestro! Ma come facciamo? C’è un vero pellegrinaggio; e malati, e piangenti, e poveri senza mezzi che vengono da lontano».

26«Compreremo pane. I ricchi danno oboli. Non c’è che da usarli».

«Le giornate sono brevi. La tettoia è già ingombra di gente in bivacco. Le notti sono umide e fredde».

27«Hai ragione, Filippo. Ci stringeremo tutti in uno stanzone. Possiamo farlo, e attrezzeremo gli altri due per coloro che non possono raggiungere le case entro sera».

«Ho capito! Fra poco dovremo chiedere agli ospiti il permesso di mutarci la veste. Saranno così invadenti che ci faranno fuggire noi», brontola Pietro.

Un dolore segreto.

28«Vedrai altre fughe, Pietro mio! Che ha quella donna?».

Ormai sono già sull’aia e Gesù nota una donna piangente.

«Mah! C’era anche ieri, e anche ieri piangeva. Quando Tu parlavi con Mannanen si è mossa per venirti incontro, poi se ne è andata. Deve stare al paese, o qui vicino, perché è tornata. Malata non pare…».

29«La pace sia con te, donna», dice Gesù passandole accosto.

E lei risponde piano: «E con Te».

Null’altro. Ci saranno almeno quelle trecento persone. Sotto la tettoia sono degli zoppi, ciechi, muti; uno tutto agitato da un tremito; un giovinetto palesemente idrocefalo, tenuto per mano da un uomo. Non fa che mugolare, sbavare, dimenare il suo testone dall’espressione ebete.

30«É forse figlio di quella donna?», chiede Gesù.

«Non so. Simone si occupa dei pellegrini, e sa».

Chiamano lo Zelote e l’interrogano. Ma l’uomo non è con la donna. Essa è sola.

«Non fa che piangere e pregare. E mi ha chiesto poco fa: “Guarisce anche i cuori il Maestro?”», spiega lo Zelote.

«Sarà qualche moglie tradita», commenta Pietro.

31Mentre Gesù va verso i malati, Bartolomeo con Matteo vanno alla purificazione con molti pellegrini.

La donna nel suo angolo piange e non si muove.

“Il Nome di Gesù è miracolo”.

Guarigione dell’ebete col nom di Gesù.

32Gesù non nega a nessuno il miracolo. Bello quello dell’ebete al quale infonde intelletto con l’alito, tenendo poi il testone fra le sue lunghe mani. Tutti si affollano. Anche la velata, forse perché c’è molta gente, osa avvicinarsi alquanto e si pone presso la donna piangente.

33Gesù dice al cretino: «Io voglio in te la luce dell’intelletto per fare via alla luce di Dio. Odi, di’ con Me: “Gesù”. Dillo. Lo voglio».

L’ebete, che prima mugolava come una bestia, null’altro che un mugolo, farfuglia a fatica: «Gesù», anzi: «Gegiù». 

34«Ancora», ordina Gesù tenendo sempre fra le mani la testa deforme e dominandolo col suo sguardo.

«Geesù».

35«Ancora».

«Gesù!», dice finalmente il cretino. E l’occhio non è più così vuoto d’espressione, la bocca ha un sorriso diverso.

36«Uomo», dice Gesù al padre. «Hai avuto fede! Tuo figlio è guarito. Interrogalo. Il nome di Gesù è miracolo contro i morbi e le passioni».

L’uomo dice al figlio: «Chi sono io?». E il ragazzo: «Il padre mio». L’uomo si stringe al cuore il figlio e spiega: «Mi è nato così. La sposa m’è morta nel parto e lui era impedito nella mente e nella favella. Ora vedete. Ho avuto fede, sì. Vengo da Joppe. Che devo fare per Te, Maestro?».

37«Essere buono. E con te il figlio tuo. Nulla più».

«E amarti. Oh! andiamo subito a dirlo alla madre di tua madre. É lei che mi ha persuaso a questo. Che sia benedetta!».

I due vanno felici. Della passata sventura non resta che la grossa testa del ragazzo. L’espressione e la parola sono normali.

“In ogni malattia c’è l’unghia di Satana”.

«Ma è guarito per volontà tua o per potere del Nome tuo?», chiedono in molti.

38«Per volontà del Padre, sempre benigno al Figlio. Ma anche il mio Nome è salvezza. Voi lo sapete: Gesù vuol dire Salvatore. La salvezza è dell’anima e dei corpi. Chi dice il Nome di Gesù con vera fede risorge dai morbi e dal peccato, perché in ogni malattia spirituale o fisica è l’unghia di Satana, il quale crea le malattie fisiche per portare alla ribellione e alla disperazione attraverso la sofferenza della carne, e quelle morali o spirituali per portare alla dannazione».

«Allora secondo Te in ogni afflizione del genere umano non è estraneo Belzebù».

39«Non è estraneo. Per lui malattia e morte sono entrate nel mondo. E delitto e corruzione ugualmente per lui sono entrati nel mondo. Quando vedete uno tormentato da qualche sventura, pensate pure che egli soffre per Satana. Quando vedete che uno è causa di sventura, pensate anche che egli è strumento di Satana».

“Il Nome che fa fuggire  Satana”

«Ma le malattie vengono da Dio»

40«Le malattie sono un disordine nell’ordine. Perché Dio ha creato l’uomo sano e perfetto. Il disordine, portato da Satana nell’ordine dato da Dio, ha portato seco le infermità della carne e le conseguenze delle stesse, ossia la morte, oppure le ereditarietà funeste[149]. 41 L’uomo ha ereditato da Adamo ed Eva la macchia di origine. Ma non quella sola. 42E la macchia sempre più si estende abbracciando i tre rami dell’uomo: la carne sempre più viziosa e perciò debole e malata, il morale sempre più superbo e perciò corrotto, lo spirito sempre più incredulo ossia sempre più idolatra. 43Perciò occorre, come ho fatto Io con quel deficiente, insegnare il Nome che fuga Satana, scolpirlo nella mente e nel cuore, metterlo sull’io come un sigillo di proprietà».

«Ma Tu ci possiedi? Chi sei, che tanto ti credi?».

44«Fosse così! Ma non è. Vi possedessi, sareste già salvi. E sarebbe il mio diritto. Perché Io sono il Salvatore e dovrei avere i miei salvati. Ma coloro che avranno fede in Me li salverò».

Lavoro del Precursore.

45«Giovanni… -io vengo da Giovanni- mi ha detto: “Vai da Colui che parla e battezza presso Efraim e Gerico. Egli ha il potere di sciogliere e legare, mentre io non posso che dirti: fa’ penitenza, per rendere agile l’anima tua a seguire la salute”», dice uno dei miracolati, che prima si reggeva sulle stampelle ed ora si muove spedito.

«Non ne soffre il Battista di perdere la folla?», chiede uno.

E quello che ha parlato prima risponde: «Soffrire? Dice a tutti: “Andate! Andate! Io sono l’astro che scende. Egli l’astro che sale e si fissa eterno nel suo splendore. Per non rimanere nelle tenebre andate a Lui prima che il mio lucignolo si spenga”».

«Non dicono così i farisei! Loro sono pieni di astio perché Tu attiri le folle. Lo sai?».

46«Lo so», risponde brevemente Gesù.

47Si attacca una disputa sulla ragione o meno del modo di agire dei farisei. Ma Gesù la tronca con un: «Non criticate» che non ammette replica.

Tornano Bartolomeo e Matteo coi battezzati.

Catechesi: “Onora il padre e la madre”

L’amore si prova a fatti.

Gesù inizia a parlare.

38«La pace sia con voi tutti. Ho pensato, posto che ora venite qui sin dal mattino, e più comodo vi è partire a metà giorno, di parlarvi di Dio al mattino. Ho anche pensato ad alloggiare i pellegrini che non possono tornare alle case entro sera. Io sono pellegrino a mia volta e non possiedo che il minimo indispensabile datomi dalla pietà di un amico. 49Giovanni ha ancora meno di Me. Ma da Giovanni vanno persone sane o semplicemente poco malate, rattratti, ciechi, muti. Ma non morenti o febbrili come da Me. Vanno da lui per battesimo di penitenza. Da Me venite anche per guarigione di corpi. La Legge dice: “Ama il tuo prossimo come te stesso”[150]. Io penso e dico: come mostrerei di amare i fratelli se chiudessi il mio cuore ai loro bisogni anche fisici? E concludo: darò loro ciò che mi fu dato. 50Stendendo la mano ai ricchi chiederò per il pane dei poveri, levandomi il letto accoglierò in esso lo stanco e il sofferente.

51Siamo tutti fratelli. E l’amore non si prova a parole, ma a fatti. Colui che chiude il cuore al suo simile ha cuor di Caino. Colui che non ha amore è un ribelle al comando di Dio. 52Siamo tutti fratelli. Eppure Io vedo, e voi vedete, che anche nell’interno delle famiglie – là dove il sangue uguale ribadisce, anche col sangue e la carne, la fratellanza che ci viene da Adamo – vi sono odi e attriti. I fratelli sono contro i fratelli, i figli contro ai genitori, i consorti l’uno all’altro nemici.

Il rispetto s’impara da piccoli

53Ma per non essere malvagi fratelli sempre, e adulteri sposi un giorno, bisogna imparare sino dalla prima età il rispetto verso la famiglia, organismo che è il più piccolo ed il più grande del mondo. 54l più piccolo rispetto all’organismo di una città, di una regione, di una nazione, di un continente. Ma il più grande perché il più antico; perché messo da Dio quando ancora il concetto di patria, di paese non esisteva, ma già era vivo e operante il nucleo famigliare, sorgente alla razza e alle razze, piccolo regno in cui l’uomo è re, la donna regina, sudditi i figli. 55Può mai un regno durare se diviso e nemico fra i suoi singoli abitanti? Non può durare. E in verità non dura una famiglia se non c’è ubbidienza, rispetto, economia, buona volontà, operosità, amore.

“Onora il padre e la madre”.

56“Onora il padre e la madre”, dice il decalogo. Come si onorano? Perché si devono onorare?

57Si onorano con vera ubbidienza, con esatto amore, con confidente rispetto, con un timore riverenziale che non preclude la confidenza ma nello stesso tempo non ci fa trattare i maggiori come fossimo servi ed inferiori. 58Si devono onorare perché, dopo Dio, i datori della vita e di tutte le necessità materiali della vita, i primi maestri, i primi amici del giovane essere nato alla Terra, sono il padre e la madre.

Dovere di figli.

59Si dice: “Dio ti benedica”, si dice: “grazie” a quello che ci raccoglie un oggetto caduto o ci dà un tozzo di pane. Ed a questi che si spezzano nel lavoro per sfamarci, per tesserci le vesti e tenerle monde, per questi che si alzano per scrutare il nostro sonno, si negano riposo per curarci, ci fanno letto del loro seno nelle nostre stanchezze più dolorose, non diremo, con l’amore: “Dio ti benedica”, e “grazie”?

Dovere di discepoli.

60 Sono i nostri maestri. Il maestro è temuto e rispettato. Ma esso ci prende quando già sappiamo l’indispensabile per reggerci e nutrirci e dire le cose essenziali, e ci lascia quando il più arduo insegnamento della vita, ossia “il vivere”, ci deve ancora essere insegnato. E sono il padre e la madre che ci preparano alla scuola prima, alla vita poi.

Dovere di amici.

61Sono i nostri amici. Ma quale amico può essere più amico di un padre? E quale più amica di una madre? Potete tremare di essi? Potete dire: “Sarò tradito da lui, da lei”? Eppure ecco il giovane stolto e la ancora più stolta fanciulla che si fanno amici degli estranei, e chiudono il cuore al padre e alla madre, e si guastano mente e cuore con contatti che sono imprudenti se pure non sono colpevoli, cagione di lacrime paterne e materne che rigano come gocce di piombo fuso il cuore dei genitori. 62Quelle lacrime però, Io ve lo dico, non cadono nella polvere e nell’oblio. Dio le raccoglie e le numera. Il martirio di un genitore calpestato avrà premio dal Signore. Ma l’atto del figlio suppliziatore di un genitore neppure sarà dimenticato, anche se il padre e la madre supplicano, nel loro dolente amore, pietà di Dio per il figlio colpevole.

Chi manca a un genitore manca a Dio.

63“Onora il padre e la madre se vuoi vivere lungamente sulla Terra“, è detto. “Ed eternamente in Cielo”, Io aggiungo. Troppo poco sarebbe il castigo di vivere poco qui per avere mancato ai genitori! L’al di là non è fola, e nell’al di là si avrà premio o castigo a seconda di come vivemmo. 64Chi manca ad un genitore manca a Dio, perché Dio ha dato per il genitore comando d’amore, e chi non ama pecca. Perde perciò così, più della vita materiale, la vera vita di cui vi ho parlato, e va incontro ad una morte, ha anzi già la morte avendo l’anima in disgrazia del suo Signore, 65ha già in sé il delitto perché ferisce l’amore più santo dopo Dio, 66ha già in sé i germi dei futuri adultèri perché da cattivo figlio viene perfido sposo, 67ha già in sé gli stimoli del pervertimento sociale perché da un figlio cattivo sboccia il futuro ladro, il truce e violento assassino, il freddo strozzino, il libertino seduttore, il gaudente cinico, il ripugnante traditore della patria, degli amici, dei figli, della sposa, di tutti. 68E potete aver stima e fiducia in colui che ha saputo tradire l’amore di una madre e deridere i capelli bianchi di un padre?

Dovere dei genitori.

69Però, udite ancora, però al dovere dei figli corrisponde un pari dovere dei genitori.

70Maledizione al figlio colpevole! Ma maledizione anche al colpevole genitore. Fate che i figli non vi possano criticare e copiare nel male. 71Fatevi amare per un amore dato con giustizia e misericordia. Dio è Misericordia. I genitori, secondi a Dio solo, siano misericordia. 72Siate esempio e conforto dei figli. Siate pace e guida. Siate il primo amore dei vostri figli. 73Una madre è sempre la prima immagine della sposa che noi vorremmo. 74Un padre per le figlie giovinette ha il volto che esse sognano per lo sposo. 75Fate che soprattutto i figli e le figlie scelgano con saggia mano i reciproci consorti pensando alla madre, al padre, e volendo nel consorte ciò che è nel padre, nella madre: una virtù verace.

76Se avessi a parlare finché è esaurito l’argomento, non basterebbe il giorno e la notte. Onde abbrevio per amore di voi. Il resto ve lo dica lo Spirito eterno. Io getto il seme e poi passo. Ma il seme nei buoni getterà radica e farà spiga. Andate. La pace sia con voi».

Evangelizzazione

Accenno agli eventi.

77Chi parte se ne va svelto. Chi resta entra nel terzo stanzone e mangia il suo pane o quello che i discepoli offrono in nome di Dio. Su rustici cavalletti sono state messe assi e paglia e là possono dormire i pellegrini.

La donna velata va via con passo svelto; l’altra che piangeva fin da prima, e che ha sempre pianto mentre Gesù parlava, si aggira incerta e poi si decide ad andarsene.

Gesù entra nella cucina per prendere il suo cibo. Ma ha appena cominciato a mangiare che viene bussato alla porta.

Gesù l’accontenta senza parlare.

78Si alza Andrea, più vicino ad essa, ed esce nella corte. Parla e poi rientra: «Maestro, una donna, quella che piangeva, ti vuole. Dice che deve andare via e che deve parlarti».

«Ma a questo modo come e quando mangia il Maestro?», esclama Pietro.

«Dovevi dirle di venire più tardi», dice Filippo.

79«Silenzio. Mangerò dopo. Andate avanti voi». Gesù esce.

La donna è lì fuori.

«Maestro… una parola… Tu hai detto… Oh! vieni dietro la casa! É penoso dire il mio dolore!».

80Gesù l’accontenta senza parlare. Solo quando è dietro alla casa chiede: «Che vuoi da Me?».

Un figlio crudele.

81«Maestro… io ti ho sentito prima, quando parlavi fra noi… e poi ti ho sentito quando predicavi. Sembra Tu abbia parlato per me. Tu hai detto che in ogni malattia fisica o morale è Satana… Io ho un figlio malato nel cuore. Ti avesse udito quando dicevi dei genitori! É il mio tormento. Si è sviato con cattivi compagni ed è… è proprio come Tu dici… ladro… in casa per ora, ma… É rissoso… prepotente… Giovane come è, si rovina con lussurie e crapule. Mio marito lo vuole cacciare. Io… io sono la madre… e soffro a morirne. Vedi come ansa il mio petto? É il cuore che mi si spezza per tanto dolore. É da ieri che voglio parlarti perché… spero in Te, mio Dio. Ma non osavo dire niente. É così doloroso per una mamma dire: “Ho un figlio crudele”!».  La donna piange, curva e dolente, davanti a Gesù.

La fede di una madre

82«Non piangere più. Egli guarirà dal suo male».

«Se potesse udirti, si. Ma lui non vuole udirti. Oh! non guarirà mai!».

83«Ma hai fede tu per lui? Hai volontà tu per lui?».

«E me lo chiedi? Vengo dall’Alta Perea per pregarti per lui…».

84«E allora va’. Quando giungerai alla casa tuo figlio ti verrà incontro pentito».

«Ma come?».

85«Come? E credi che Dio non possa ciò che Io chiedo? Tuo figlio è là. Io sono qua. Ma Dio è dovunque. Io dico a Dio: “Padre, per questa madre pietà”. 86E Dio tuonerà il suo richiamo nel cuore di tuo figlio. Vai, donna. Un giorno passerò per le contrade del tuo paese e tu, orgogliosa del tuo maschio, mi verrai incontro insieme a lui. 87E quando egli ti piangerà sui ginocchi, chiedendoti perdono e narrandoti la sua misteriosa lotta da cui è uscito con un’anima nuova, e ti chiederà come avvenne, tu digli: “É per Gesù che sei rinato al Bene”. Parlagli di Me. 88 Se a Me sei venuta, è segno che sai. 89Fa’ che egli sappia e mi pensi per avere seco la forza che salva. Addio. 90La pace alla madre che ebbe fede, al figlio che torna, al padre contento, alla famiglia ricomposta. Va’».

La donna se ne va verso il paese e tutto ha fine.

123. 6° comandamento: “Non fornicare”.
L’affronto di cinque notabili
[151].

Fatti del giorno

Incoraggiamento al Portavoce.

Mi dice Gesù:

1«Abbi pazienza, anima mia, per la doppia fatica. É tempo di sofferenza. Sai come ero stanco gli ultimi giorni?! Tu lo vedi. Mi appoggio nell’andare a Giovanni, a Pietro, a Simone, anche a Giuda… Sì. Ed Io, che emanavo miracolo solo sfiorando con le mie vesti, non potei mutare quel cuore! 2Lascia che Io mi appoggi a te, piccolo Giovanni, per ridire le parole già dette negli ultimi giorni a quei pervicaci ottusi sui quali l’annuncio del mio tormento scorreva senza penetrare. 3E lascia anche che il Maestro dica le sue ore di predicazione nella triste pianura dell’Acqua Speciosa. 4Ed Io ti benedirò due volte. Per la tua fatica e per la tua pietà. Numero i tuoi sforzi, raccolgo le tue lacrime. Agli sforzi per amore dei fratelli sarà data la ricompensa di quelli che si consumano per fare noto Dio agli uomini. Alle tue lacrime per il mio soffrire dell’ultima settimana sarà dato in premio il bacio di Gesù. Scrivi e sii benedetta».

Sotto lo scroscio della pioggia.

5Gesù è ritto su un mucchio di tavole alzate come una tribuna in uno degli stanzoni, l’ultimo, e parla con voce tonante, presso la porta, per essere udito tanto da quelli che sono nella stanza come da quelli che sono sotto la tettoia e sino sull’aia allagata dalla pioggia. Sotto i loro mantelloni scuri e di lana non conciata, sulla quale l’acqua non ha presa, paiono tanti frati. Nella stanza sono i più deboli, sotto la tettoia le donne, nella corte, all’acqua, i robusti, uomini per lo più.

Pietro va e viene, scalzo e con la sola veste corta sotto un telo che si è messo sul capo, e non perde il buon umore anche se deve sguazzare nell’acqua e fare una doccia non richiesta. Con lui sono Giovanni, Andrea e Giacomo. Trasportano dall’altro stanzone con precauzione dei malati e guidano dei ciechi o sorreggono degli storpi.

Gesù attende con pazienza che tutti siano a posto. E solo si duole che i quattro discepoli siano bagnati come delle spugne messe in un secchio.

«Niente, niente! Siamo legno impeciato. Non te la prendere. Facciamo un altro battesimo, e il battezzatore è Dio stesso», risponde Pietro ai rammarichi di Gesù.

Generosità di Pietro

6Finalmente tutti sono a posto e Pietro pensa di potersi andare a mettere una veste asciutta. E lo fa cogli altri tre. Ma, quando ha raggiunto da capo il Maestro, vede sporgere dall’angolo della tettoia il mantellone bigio della velata e, senza più pensare che per andare da lei deve riattraversare la corte in diagonale sotto lo scroscio della pioggia che infittisce e nelle pozze che schizzano fino al ginocchio così percosse dai goccioloni, va da lei. La prende per un gomito, senza spostare il mantello, e la trascina bene in su, presso la parete dello stanzone, al riparo dall’acqua. E poi le si pianta vicino, duro e immobile come una sentinella.

7Gesù ha visto. Ha sorriso chinando il capo per celare la luminosità del suo sorriso. Ora parla.

Catechesi: “Non fornicare”

“Non fornicate”.

8«Non dite, voi che siete venuti costanti a Me, che Io non parlo con ordine e salto via qualcuno dei dieci comandi. Voi udite. Io vedo. Voi ascoltate. Io applico ai dolori ed alle piaghe che vedo in voi. Io sono il Medico. Un medico va prima ai più malati, a quelli che sono più prossimi a morte. Poi si volge ai meno gravi. Io pure.

Vizio legalizzato nel matrimonio.

9Oggi dico: “Non fornicate”[152]. Non volgete intorno lo sguardo cercando di leggere sul volto di uno la parola “lussurioso”. Abbiate carità reciproca. Amereste che uno la leggesse su voi? No. E allora non cercate leggerla nell’occhio turbato del vicino, sulla sua fronte che arrossa e si curva al suolo. 10E poi… Oh! dite, voi uomini in specie. Quale fra voi non ha mai messo i denti in questo pane di cenere e sterco che è la soddisfazione sessuale? Ed è lussuria solo quella che vi spinge per un’ora fra braccia meretrici? Non è lussuria anche il profanato connubio con la sposa, profanato perché è vizio legalizzato essendo reciproca soddisfazione del senso, evadendo alle conseguenze dello stesso?

L’atto deve essere fecondazione

11Matrimonio vuole dire procreazione, e l’atto vuol dire e deve essere fecondazione. Senza ciò è immoralità[153]. Non si deve del talamo fare un lupanare. E tale diventa se si sporca di libidine e non si consacra con delle maternità. 12La terra non respinge il seme. Lo accoglie e ne fa pianta. 13Il seme non fugge dalla zolla dopo esservi deposto. Ma subito genera radice e si abbranca per crescere e fare spiga, ossia la creatura vegetale nata dal connubio fra la zolla e il seme. L’uomo è il seme, la donna è la terra, la spiga è ilfiglio. 14Rifiutarsi a far la spiga e sperdere la forza in vizio è colpa. E’ meretricio commesso sul letto nuziale, ma per nulla dissimile dall’altro, anzi aggravato alla disubbidienza al comando che dice: “Siate una sola carne e moltiplicatevi nei figli”[154].

Il piacere è un tossico che crea dipendenza

15Perciò vedete, o donne volutamente sterili, mogli legali e oneste non agli occhi di Dio ma del mondo, che ciononostante voi potete essere come prezzolate femmine e fornicare ugualmente pur essendo del solo marito, perché non alla maternità ma al piacere andate troppo e troppo spesso. 16E non riflettete che il piacere è un tossico che aspirato da qual che sia bocca contagia, fa arsi di un fuoco che credendo saziarsi si spinge fuor dal focolare e divora, sempre più insaziabile, lasciando acre sapor di cenere sotto la lingua e disgusto e nausea e sprezzo di sé e del compagno di piacere, perché quando la coscienza risorge – e fra l’una febbre e l’altra essa sorge – non può non nascere questo sprezzo di sé, avviliti fino a sotto la bestia?

Scellerataggine.

“Non fornicate” è detto.

17É fornicazione molta parte delle azioni carnali dell’uomo. E non contemplo neppure quelle inconcepibili unioni da incubo che il Levitico condanna con queste parole: “Uomo, non ti accosterai all’uomo come fosse una donna”, e: “Non ti accosterai ad alcuna bestia per non contaminarti con essa. E così farà la donna e non si unirà a bestia perché è scellerataggine”[155].  18Ma dopo avere accennato al dovere degli sposi verso il matrimonio, che cessa d’esser santo quando, per malizia, diviene infecondo, vengo a parlare della vera e propria fornicazione fra uomo e donna per vizio reciproco e per compenso in denaro o in doni.

Bestialità della fornicazione.

19Il corpo umano è un magnifico tempio che racchiude un altare. Sull’altare dovrebbe essere Dio. Ma Dio non è dove è corruzione. Perciò il corpo dell’impuro ha l’altare sconsacrato e senza Dio. 20Pari a colui che si avvoltola ebbro nel fango e nei rigurgiti della propria ebbrezza, l’uomo avvilisce se stesso nella bestialità della fornicazione e diviene peggio del verme e della bestia più immonda. 21E ditemi, se fra voi è alcuno che ha depravato se stesso sino a commerciare il suo corpo come si fa mercato di biade o di animali, quale bene ve ne è venuto? Prendetevi proprio il vostro cuore in mano, osservatelo, interrogatelo, ascoltatelo, vedete le sue ferite, i suoi brividi di dolore, e poi dite e rispondetemi: era così dolce quel frutto da meritare questo dolore di un cuore che era nato puro e che voi avete costretto a vivere in un corpo impuro, a battere per dare vita e calore alla lussuria, a logorarsi nel vizio?

Assassine.

22Ditemi: ma siete tanto depravate da non singhiozzare nel segreto, sentendo una voce di bimbo che chiama: “mamma” e pensando alla vostra madre, o donne di piacere, fuggite da casa, o cacciate da essa perché il frutto marcito non rovinasse col suo trasudante marciume gli altri fratelli? Pensando alla vostra madre che forse è morta dal dolore di doversi dire: “Ho partorito un obbrobrio”?

23Ma non vi sentite cadere il cuore per terra, incontrando un vecchio solenne nella sua canizie e pensando che su quella del padre voi avete gettato il disonore come un fango preso a piene mani, e col disonore lo scherno del paese natìo?

24Ma non vi sentite torcere le viscere di rimpianto vedendo la felicità di una sposa o la innocenza di una vergine, e dovendo dire: “Io tutto questo l’ho rinunciato e non lo avrò mai più!”?

25Ma non sentite come scotennarvi dalla vergogna il volto, incontrando lo sguardo degli uomini o bramoso o pieno di spregio?

26Ma non sentite la vostra miseria quando avete sete di un bacio di bimbo e non osate più dire: “Dammelo”, perché avete ucciso delle vite all’inizio, respinte da voi come peso noioso e un inutile impiccio, staccate dall’albero che pur le aveva concepite, e gettate a far letame, e ora quelle piccole vite vi gridano: “assassine!”?

27Ma non tremate, soprattutto, di quel Giudice che vi ha create e vi attende per chiedervi: “Che hai fatto di te stessa? Per questo, forse, ti ho dato la vita? Pullulante nido di vermi e putrefazione, come osi stare al mio cospetto? Tutto avesti di ciò che per te era il dio: il piacere. Va’ nella maledizione senza termine”?

Aglae: Fango che diventrà fiore

28Chi piange? Nessuno? Voi dite: nessuno? Eppure l’anima mia va incontro ad un’altra anima che piange. Perché le va incontro? Per lanciarle l’anatema perché meretrice?  No. Perché mi fa pietà l’anima sua. Tutto in Me repelle per il suo corpo sozzo, sudato nella fatica lasciva. Ma la sua anima!

29Oh! Padre! Padre! Anche per quest’anima Io ho preso carne ed ho lasciato il Cielo per essere il Redentore suo e di tante sue anime sorelle! Perché devo non raccogliere questa pecora errante e portarla all’ovile, mondarla, unirla al gregge, darle pascoli e un amore che sia perfetto come solo il mio può essere, così diverso da quelli che ebbero fin qui per lei nome di amore e non erano che odii, così pietoso, completo, soave che ella più non rimpianga il tempo passato, o lo rimpianga solo per dire: “Troppi giorni ho perduto lungi da Te, eterna Bellezza. Chi mi rende il tempo perduto? Come gustare nel poco che mi resta quanto avrei gustato se fossi sempre stata pura?”.

30Eppure non piangere, anima calpestata da tutta la libidine del mondo. Ascolta: sei un cencio lurido. Ma puoi tornare fiore. Sei un letamaio. Ma puoi divenire aiuola. Sei animale immondo. Ma puoi tornare angelo. Un giorno lo fosti. Danzavi sui prati fioriti, rosa fra le rose, fresca come esse, olezzante di verginità. Cantavi serena le tue canzoni di bambina e poi correvi dalla madre, dal padre, e dicevi loro: “Voi siete i miei amori”. E l’invisibile custode che ogni creatura ha al fianco sorrideva della tua anima bianco-azzurra… 31E poi? Perché? Perché hai strappato le tue ali di piccolo innocente? Perché hai calpestato un cuore di padre e di madre per correre ad altri cuori insicuri? Perché hai piegato la voce pura a menzognere frasi di passione? Perché hai infranto lo stelo della rosa e violato te stessa?

Il pentimento rinnova, purifica, sublima

32Pentiti, figlia di Dio. Il pentimento rinnova. Il pentimento purifica. Il pentimento sublima. L’uomo non ti può perdonare? Neppure tuo padre potrebbe più? Ma Dio può. Perché la bontà di Dio non ha paragone con la bontà umana e la sua misericordia è infinitamente più grande della umana miseria. Onora te stessa rendendo, con una vita onesta, onorevole la tua anima. Giustificati presso Iddio non peccando più contro la tua anima. Fatti un nome nuovo presso Dio. É quello che vale. Sei il vizio. Diventa l’onestà. Diventa il sacrificio. Diventa la martire del tuo pentimento. Sapesti bene martirizzare il tuo cuore per far godere la carne. Ora sappi martirizzare la carne per dare un’eterna pace al tuo cuore.

33Vai. Andate tutti. Ognuno col suo peso e col suo pensiero, e meditate. Dio tutti attende e non rigetta nessuno di quelli che si pentono. Il Signore vi dia la sua luce per conoscere la vostra anima. Andate».

Evangelizzazione

I cinque notabili.

34Molti vanno via verso il paese. Altri entrano nello stanzone. Gesù va verso i malati e li risana.

Un gruppo di uomini parlotta in un angolo; divisi fra diverse tendenze, gesticolano e si accalorano. Alcuni sono accusatori di Gesù, altri difensori, altri ancora esortano questi e quelli a più maturo giudizio. Infine i più accaniti, forse perché pochi rispetto agli altri due gruppi, prendono una via di mezzo. Vanno da Pietro, che insieme a Simone trasporta le barelle ormai inutili di tre miracolati, e lo assalgono prepotenti dentro allo stanzone mutato in foresteria dei pellegrini. Dicono: «Uomo di Galilea, ascolta».

Le ironie di Pietro

35Pietro si volta e li guarda come bestie rare. Non parla, ma il suo viso è un poema. Simone getta solo un’occhiata ai cinque energumeni e poi esce, lasciando tutti in asso. Uno dei cinque riprende: «Io sono Samuele, lo scriba; costui è l’altro scriba Sadoch; e questo è il giudeo Eleazaro, molto noto e potente; e questo l’illustre anziano Callascebona; e questo, infine, Nahum. Capisci? Nahum!», e il tono è addirittura enfatico.

Pietro fa un lieve inchino ad ogni nome, ma all’ultimo resta a mezza via, e dice, con la massima indifferenza: «Non so. Mai sentito. E… non capisco niente».

«Rozzo pescatore! Sappi che è il fiduciario di Anna!».

«Non conosco Anna; ossia conosco molte donne di nome Anna. Ce ne è una fungaia anche a Cafarnao. Ma non so di che Anna costui è fiduciario».

«Costui? A me si dice: “costui”?».

«Ma cosa vuoi che ti dica? Asino o uccello? Quando andavo a scuola mi ha insegnato il maestro a dire “costui” parlando di un uomo e, se non ho le traveggole, tu sei un uomo».

L’uomo si dimena come fosse torturato da quelle parole. L’altro, il primo che ha parlato, spiega: «Ma Anna è il suocero di Caifa…»

«Aaaah!… Capito!!! Ebbene?».

«Ebbene, sappi che noi siamo sdegnati!».

«Di che? Del tempo? Anche io. É la terza volta che mi cambio veste e ora non ho più nulla di asciutto».

«Ma non fare lo stolto!».

«Stolto? É verità. Se non siete sdegnati del tempo, di che allora? Dei romani?».

«Del tuo Maestro! Del falso profeta».

«Ehi! caro Samuele! Bada che mi sveglio, e sono come il lago. Dalla bonaccia alla tempesta non ci tengo che un attimo. Guarda come parli…».

Intervento del verme subdolo.

36Sono entrati anche i figli di Zebedeo e di Alfeo, e con loro l’Iscariota e Simone, e si stringono a Pietro che alza sempre più la voce.

«Tu non toccherai con le tue mani plebee i grandi di Sionne!».

«Oh! che bei signorini! E voi non toccatemi il Maestro, perché altrimenti volate nel pozzo, subito, a purificarvi per davvero, di dentro e di fuori».

«Faccio osservare ai dotti del Tempio che la casa è dominio privato», dice pacato Simone.

E l’Iscariota rincara: «e che il Maestro, io ne sono mallevadore, ha sempre avuto per la casa altrui, prima fra tutte la Casa del Signore, il massimo rispetto. Sia usato uguale verso la sua».

«Tu taci, verme subdolo».

«Subdolo in quanto! Mi avete fatto schifo e sono venuto dove schifo non è. E voglia Dio che essere stato con voi non mi abbia corrotto fino nel fondo!».

Giacomo di Alfeo.

37«Breve: che volete?», chiede asciutto Giacomo di Alfeo.

«E tu chi sei?».

«Sono Giacomo di Alfeo, e Alfeo di Giacobbe, e Giacobbe di Matan, e Matan di Eleazai; e se vuoi ti dico tutta l’ascendenza sino a re Davide da cui vengo. E cugino sono del Messia. Per cui ti prego di parlare con me, di stirpe reale e di razza giudea, se alla tua alterigia è schifo parlare con un onesto israelita che conosce Dio meglio di Gamaliele e Caifa. Andiamo. Parla».

Intollerabile  insinuazione.

38«Il tuo Maestro e parente si fa seguire dalle prostitute. Quella velata è una di esse. L’ho vista mentre vendeva dell’oro. E l’ho riconosciuta. É l’amante fuggita a Sciammai. Questo lo disonora».

«Chi? A Sciammai il rabbino? Allora deve essere una vecchia carcassa. Fuori pericolo perciò…», motteggia l’Iscariota.

«Taci, folle! A Sciammai di Elchi, il prediletto di Erode».

«Toh! Toh! Segno che non lo predilige più, lei, il prediletto. É lei che deve andare in letto con lui. Non te. Perché te la prendi, allora?». Giuda di Keriot è ironico al sommo.  

Giuda di Alfeo.

39«Uomo, non pensi di disonorarti facendo la spia?», chiede Giuda di Alfeo. «E non pensi che si disonora colui che si abbassa a peccare, non colui che cerca alzare il peccatore? Che disonore ne viene al mio Maestro e fratello se Egli, parlando, spinge la voce sino alle orecchie profanate dalla bava dei lussuriosi di Sionne?».

«La voce? Ah! Ah! Ha  trent’anni il tuo Maestro e cugino, e non è che più ipocrita degli altri! E tu, e voi tutti, dormite sodo la notte…».

I difensori del Giusto.

40«Impudente rettile! Fuori di qui o ti strozzo», urla Pietro e a lui fanno eco Giacomo e Giovanni, mentre Simone si limita a dire: «Vergogna! La tua ipocrisia è tanto grande che rigurgita e trabocca, e sbavi come un lumacone sul fiore puro. Esci e divieni uomo, perché per ora non sei che una bava. Ti riconosco, Samuele. Sei sempre lo stesso cuore. Dio ti perdoni. Ma va’ via dal mio cospetto».

Giuda Taddeo tuona.

41Ma mentre il Keriot con Giacomo di Alfeo tengono il bollente Pietro, Giuda Taddeo, che nell’atto assomiglia più che mai al Cugino, di cui ora ha lo stesso balenare azzurro nello sguardo e l’imponenza nell’espressione, tuona: 42«Disonora se stesso chi l’innocente disonora. L’occhio e la lingua li ha fatti Dio per compiere opere sante. Il malèdico li profana e avvilisce, facendo loro compiere opere malvagie. 43Io non sporcherò me stesso con atto villano contro la tua canizie. Ma ti ricordo che i malvagi odiano l’uomo integro e che lo stolto sfoga il suo malanimo senza neppur più riflettere che si tradisce. 44Chi vive nelle tenebre scambia per rettile il ramo fiorito. Ma chi vive nella luce vede le cose come esse sono e le difende, se denigrate, per amore alla giustizia. 45 Noi viviamo nella luce. Siamo la generazione casta e bella dei figli della luce, e il Duce nostro è il Santo che non conosce donna né peccato. 46Noi Lui seguiamo e lo difendiamo dai suoi nemici, per i quali, come Lui ci ha insegnato, abbiamo non odio ma preghiera. Impara, o vecchio, da un giovane, divenuto maturo perché la Sapienza gli è maestra, a non essere lesto nel parlare e buono a nulla nell’operare il bene. Vai. E riporta a chi ti ha mandato che non nella profanata casa che è sul monte Moria, ma in questa povera dimora riposa Dio sulla sua gloria. Addio».

47I cinque non osano ribattere e se ne vanno.

“Ognuno dà ciò che ha”

48I discepoli si consultano. Dirlo o non dirlo a Gesù, che è ancora coi malati guariti? Dirlo. É meglio così. Lo raggiungono, lo chiamano e lo dicono.

49Gesù sorride calmo e risponde: «Vi ringrazio della difesa… ma che ci volete fare? Ognuno dà ciò che ha».

«Però un poco ragione l’hanno. Gli occhi sono nella testa per vedere e molti vedono. Lei è sempre lì fuori, come un cane. Ti nuoce», dicono in diversi.

50«Lasciatela stare. Non sarà lei la pietra che mi colpirà sul capo. E se lei si salva… oh! Vale bene la pena di una critica per questa gioia!».

Tutto ha fine su questa dolce risposta.

124. La “velata” viene ospitata nella casetta dell’Acqua Speciosa[156].

Nella casetta della Fraternittà.

Ambiente.

1La giornata è talmente orrida che non c’è nessun pellegrino. Piove a rovesci e l’aia si è mutata in un basso stagno su cui galleggiano foglie secche, venute da chissà dove e portate dal vento che fischia e scuote porte e impannate. Nella cucina, più che mai tetra, perché per impedire alla pioggia di entrare si deve tenere appena socchiusa la porta, ci si affumica e si lacrima e tossisce perché il vento respinge in giù il fumo.

Detto da Salomone.

2«Aveva ragione Salomone», sentenzia Pietro.

«Tre cose cacciano l’uomo: la donna litigiosa[157]… e quella l’ho lasciata a litigare a Cafarnao con gli altri generi, il camino che fa fumo e il tetto che fa acqua. E questi due ce li abbiamo… Ma domani ci penso io a questo camino. Vado sul tetto, e tu e tu e tu (Giacomo, Giovanni e Andrea) venite con me. E con delle lavagne faremo un rialzo e un tetto al comignolo».

Un mostro egiziano.

3«E dove le trovi le lavagne?», chiede Tommaso.

«Sulla tettoia. Se piove là non è il finimondo. Ma qui… Ti duole che le tue vivande non si decorino più di lacrime fuligginose?». 

«Figurati! Magari ci riuscissi! Guarda come sono tinto. Mi piove in testa quando sto qui al fuoco».

«Sembri un mostro egiziano», dice ridendo Giovanni. E infatti Tommaso ha bizzarre virgole nere sul volto pienotto e bonario. Il primo a riderne è lui, sempre allegro, e ride anche Gesù perché, proprio mentre parla, una nuova goccia carica di fuligine gli piomba sul naso e ne fa la punta nera.


Un astrologo in famiglia.

4«Tu che sei esperto di tempo, che ne dici? Durerà molto così?», chiede a Pietro l’Iscariota, che è tutto cambiato da qualche giorno.

«Ora te lo so dire. Vado a fare l’astrologo», dice Pietro e va alla porta e la socchiude un poco di più, mettendo fuori il capo e una mano. Poi sentenzia: «Vento basso e dal meridione. Caldo e caligine… Uhm! C’è poco da…». Pietro tace, poi rientra piano e mette la porta a spiraglio e sbircia.

Chi sara la Velata?

5«Che c’è?», chiedono in tre o quattro.

Ma Pietro fa cenno con la mano di tacere. Guarda. Poi dice con un sussurro: «C’è quella donna. Ha bevuto dell’acqua del pozzo e ha preso una fascina rimasta nella corte. E’ tutta bagnata. Non brucia certo… Se ne va… Le vado dietro. Voglio vedere…». E’ uscito cauto.

«Ma dove può stare per essere qui vicino sempre?», chiede Tommaso.

«Ed essere qui con questo tempo!», dice Matteo.

«In paese ci va certo, perché anche ieri l’altro ci comprava del pane», dice Bartolomeo.

«Ha una bella costanza a stare così velata!», osserva Giacomo di Alfeo.

«O un grande motivo», finisce Tommaso.

«Ma sarà proprio quella che diceva ieri quel giudeo?», chiede Giovanni.

«Sono sempre così falsi!».

Lavoro di buon falegname.

6E Gesù sta sempre zitto come fosse sordo. Tutti lo guardano, certi che Lui sa. Ma Lui sta lavorando con un coltello tagliente intorno ad un pezzo di legno dolce, che piano piano si muta in un comodo forchettone per estrarre le verdure dall’acqua bollente. E quando ha finito offre il suo lavoro a Tommaso, che si è dedicato proprio tutto alla cucina.

«Sei proprio bravo, Maestro. Ma… ce lo dici chi è?».

Il colore delle anime.

7«Un’anima. Per Me siete tutti “anime”. Null’altro. Uomini, donne, vecchi, bambini: anime, anime, anime. 8Anime candide i pargoli, anime azzurre i fanciulli, anime rosee i giovani, anime d’oro i giusti, anime di pece i peccatori. Ma anime solo; solo anime. 9E sorrido alle anime candide perché mi sembra di sorridere agli angeli; e mi riposo fra i fiori rosei e azzurri degli adolescenti buoni; e mi rallegro delle anime preziose dei giusti; e mi affatico, soffrendo, per fare preziose e splendide le anime dei peccatori. I volti?… I corpi?… Nulla. Io vi conosco e riconosco per le vostre anime».

«E lei che anima è?», chiede Tommaso.

10«Un’anima meno curiosa di quella dei miei amici, perché non indaga, non chiede, va e viene senza parola e senza sguardo».

Giuda Iscariotaa confessa.

11«Io la credevo una di malaffare o una lebbrosa. Ma mi sono ricreduto perché… Maestro, se ti dico una cosa non mi rimproveri?», chiede l’Iscariota andando a mettersi seduto per terra contro le ginocchia di Gesù, tutto diverso, umile, buono, fin più bello in questa sua aria dimessa di quanto non sia quando è il pomposo e borioso Giuda.

12«Non ti rimprovererò. Parla».

«Io so dove abita. L’ho seguita una sera… fingendo di uscire a prendere acqua, perché mi sono accorto che a buio viene sempre al pozzo… Una mattina ho trovato per terra una forcina d’argento… proprio sull’orlo del pozzo… e ho capito che l’aveva perduta lei. Ebbene, lei sta in una capannella di legno che è nel bosco. Forse serve ai contadini. É però mezza marcita. E lei le ha messo sopra delle frasche a fare da tetto. Forse quella fascina la vuole per quello. É una tana. Non so come ci possa stare. Basterebbe appena ad un grosso cane, o a un minuscolo asinello. Era una sera di luna e ho visto bene. E’ mezza sepolta fra i rovi, ma dentro… è vuota e non c’è porta. É per quello che mi sono ricreduto e ho capito che non è una di malaffare».

13«Non lo dovevi fare. Ma, sii sincero, non hai fatto di più?».

«No, Maestro. Avrei voluto vederla, perché è da Gerico che la noto e mi pare di conoscerne il passo così lieve con cui va veloce dove vuole. Anche la sua persona deve essere flessuosa e… bella. Sì. Lo si capisce, nonostante tutte quelle vesti… Ma non ho osato spiarla mentre si coricava sulla terra. Forse si è levata il velo. Ma l’ho rispettata…».

14Gesù lo guarda fisso fisso e poi dice: «E ne hai sofferto. Ma hai detto il vero. Ed Io ti dico che sono contento di te. Un’altra volta ti costerà meno ancora esser buono. Tutto sta a fare il primo passo. Bravo Giuda!», e lo carezza.

La “Velata” ospitata nella Fraternità.

Aglae, anima coraggiosa

15Rientra Pietro: «Ma, Maestro! Quella donna è pazza! Ma sai dove sta? Quasi in riva al fiume, in un casottino di legno sotto un macchione. Forse un tempo serviva a qualche pescatore o boscaiolo… Chissà! Mai avrei pensato che in quel luogo umido, sprofondato in un fosso, sotto un groviglio di rovi, ci fosse una povera donna. E gliel’ho detto: “Parla e sii sincera. Sei lebbrosa?”. Mi ha risposto in un soffio: “No”. “Giuralo”, ho detto. E lei: “Lo giuro”. “Guarda che, se lo sei e non lo dici e vieni vicino alla casa e io vengo a sapere che sei immonda, ti faccio lapidare. Ma se sei perseguitata, se sei ladra o assassina e stai qui per paura di noi, non temere alcun male. Ma ora esci di lì. Non vedi che sei nell’acqua? Hai fame? Hai freddo? Tremi. Sono vecchio, lo vedi? Non ti faccio la corte. Vecchio e onesto. Perciò ascoltami”. Ho detto così. Ma non ha voluto venire. La troveremo morta, perché è proprio nell’acqua».

Accoglienza in nome della Misericordia.

16Gesù è pensoso. Guarda i dodici volti che lo guardano. Poi dice: «Che dite che si faccia?».

«Ma, Maestro, decidi Tu!».

17«No. Voglio che giudichiate voi. E’ una cosa in cui è in causa anche la stima di voi. Ed Io non devo fare violenza sul vostro diritto di tutelarla».

«In nome della misericordia io dico che non si può lasciarla là», dice Simone.

E Bartolomeo: «Direi per oggi di metterla nello stanzone. Ci vanno pure i pellegrini? Ci può andare lei pure».

«È una creatura come tutte le altre, infine», commenta Andrea.

«E poi oggi non viene nessuno, e perciò…», osserva Matteo.

«Proporrei di ospitarla per oggi, e domani di dirlo al fattore. É un buon uomo», dice Giuda Taddeo.

«Hai ragione! Bravo! Ed ha tante stalle anche vuote. Una stalla è sempre una reggia rispetto a quel barchetto affondato!», esclama Pietro.

«Vaglielo a dire, allora», incita Tommaso.

18«I giovani non hanno ancora parlato», osserva Gesù.

«Per me va bene quel che Tu fai», dice il cugino Giacomo.

E l’altro Giacomo col fratello, a una voce: «E noi pure».

«Io penso solo al malaugurato caso che capiti qualche fariseo», dice Filippo.

«Oh! anche se andassimo nelle nuvole credi che non ci manderebbero accuse? Non accusano Dio perché è lontano. Ma se potessero averlo vicino, come lo ebbero Abramo, Giacobbe e Mosè, gli farebbero rimproveri… Chi senza colpe per loro?», dice Giuda di Keriot.

La “Velata accolta nella casetta.

19«Allora andate a dirle di ricoverarsi nello stanzone. Va’ tu, Pietro, con Simone e Bartolomeo. Siete anziani e farete meno soggezione alla donna. E ditele che le daremo cibo caldo e una veste asciutta. É quella che ha lasciato Isacco. Vedete che tutto serve? Anche una veste da donna data a un uomo…».

I giovani ridono perché sulla veste in parola ci deve essere stato qualche buffo retroscena.

I tre anziani vanno… e tornano dopo un poco.

«Ce ne è voluto… ma ha finito a venire. Le abbiamo giurato che non la disturberemo mai. Ora le porto della paglia e la veste. Dammi le verdure e un pane. Non ha neppure da mangiare oggi. Infatti… chi va in giro con questo diluvio?».

Il buon Pietro parte coi suoi tesori.

Far il bene per il bene.

20«E ora a tutti un ordine: per nessuna ragione si va allo stanzone. Domani provvederemo. Abituatevi a fare il bene per il bene, senza curiosità e desideri di avere da esso una distrazione o altro. Vedete? Vi rammaricavate che oggi non si sarebbe fatto nulla di utile. 21Abbiamo amato il prossimo. E che di più grande potevamo fare? Se, e lo è certo, costei è un’infelice, non può il nostro aiuto darle un ristoro, un calore, una protezione ben più profonda del poco cibo, della misera veste, del tetto solido che le abbiamo dato? 22Se è una colpevole, una peccatrice, una creatura che cerca Dio, il nostro amore non sarà la più bella lezione, la più potente parola, la più netta indicazione per metterla sulla strada di Dio?».

Pietro entra piano piano e ascolta il suo Maestro.

Chi ama salva se stesso e gli altri

23«Vedete, amici. Molti maestri ha Israele e parlano, parlano… Ma le anime restano quali sono. Perché? Perché le anime odono le parole dei maestri ma vedono anche le loro azioni. E queste distruggono quelle. E le anime restano dove erano, se pure non retrocedono. 24Ma quando un maestro fa ciò che dice e agisce da santo in ogni sua azione, anche se fa solo delle azioni materiali come quella di dare un pane, una veste, un alloggio alla carne sofferente del prossimo, ottiene che le anime procedano e giungano a Dio, perché sono le sue stesse azioni che dicono ai fratelli: “Dio è; e qui è Dio”. Oh! l’amore! In verità vi dico che chi ama salva se stesso e gli altri».

«Dici bene, Maestro. Quella donna mi ha detto: “Sia benedetto il Salvatore e Colui che l’ha mandato, e tutti voi con Lui”, e a me, povero uomo, mi ha voluto baciare i piedi, e piangeva dietro il suo fitto velo… Mah!… Ora speriamo che non arrivi qualche nottolone da Gerusalemme… Se no! E chi ci salva?».

25«La nostra coscienza ci salva dal giudizio del Padre nostro. Basta così», dice Gesù. E si siede a tavola dopo aver benedetto e offerto il cibo.

Tutto ha fine.

125. 3° comandamento: “Santifica la festa”. Guarigione di un bambino dalle gambe fratturate[158].

Fatti del giorno

Il bambino dalle gambe fratturate.

1La giornata meno tremenda, per quanto ancora piovosa, permette alla gente di venire dal Maestro.

2Gesù ascolta in disparte due o tre che hanno grandi cose da dirgli e che poi raggiungono più quieti il loro posto.

3Benedice anche un bambinello che ha le gambine fratturate malamente e che nessun medico volle curare dicendo: «É inutile. Sono rotte in alto, presso la spina». Lo dice la madre tutta in lacrime, e spiega: «Correva con la sorellina sulla via del paese. É venuto avanti di galoppo col suo carro un erodiano e lo ha travolto sotto il carro. Ho creduto fosse morto. Ma è peggio. Lo vedi. Lo tengo su quest’asse perché… non c’è altro da fare. E soffre, soffre perché l’osso buca. Ma poi, quando l’osso non bucherà più, allora soffrirà perché non potrà che giacere sul dorso».

4«Hai molto male?», chiede pietoso Gesù al fanciullino piangente.

«Sì».

5«Dove?».

«Qui… e qui», e si tocca con la manina incerta le due ossa iliache. «E poi qui e qui», e tocca le reni e le spalle. «É dura l’asse e io voglio muovermi, io…», e piange disperato.

6«Vuoi venire in braccio a Me? Ci vieni? Ti porto là in alto, vedi tutti mentre Io parlo».

«Siii» (il sì è pieno di desiderio). Il poverino tende le braccine supplici.

7«Vieni, allora».

«Ma non può, Maestro, è impossibile! Ha troppo dolore… Neppur lo posso muovere io per lavarlo».

8«Non gli farò male».

«Il medico…».

9«Il medico è il medico, Io sono Io. Perché sei venuta?».

«Perché sei il Messia», risponde la donna che sbianca e arrossa in volto, presa fra una speranza e una disperazione.

10«E allora? Vieni, piccolino». E Gesù, passando un braccio sotto le inerti gambine, uno sotto le piccole spalle, prende il bambino e gli chiede: «Ti faccio male? No? E allora di’ addio alla mamma e andiamo».

11E va, fra la folla che si fende, col suo carico. Va fino in fondo, sale sulla specie di predella che gli hanno costruita perché sia visto da tutti, anche nella corte, si fa dare una panchetta e si siede, si aggiusta sulle ginocchia il bambino e gli chiede: «Ti piace? Ora sta’ buono e ascolta anche tu»; e inizia a parlare gestendo con una mano sola, la destra, perché con la sinistra sorregge il bambino che guarda la gente, felice di vedere qualcosa, e sorride alla mamma palpitante di speranza là in fondo, e giocherella col cordone della veste di Gesù e anche con la morbida barba bionda del Maestro e con una ciocca dei suoi lunghi capelli.

Catechesi sul riposo sabbatico

Ordine salutare nell’ordine fisico.

12«É detto: “Lavora di un onesto lavoro e il settimo di dedicarlo al Signore e allo spirito tuo”[159]. Questo è detto col comando del riposo sabatico.

13L’uomo non è da più di Dio. Eppure Dio fece in sei giorni la sua creazione e il settimo riposò[160]. Come allora l’uomo si permette di non imitare il Padre e di non ubbidire al suo ordine? È ordine stolto? No. In verità è un ordine salutare sia nell’ordine della carne, sia in quello morale, sia in quello dello spirito.

14Il corpo affaticato ha bisogno di riposo così come lo ha quello di ogni creato essere. Riposa pure, e noi lo lasciamo riposare per non perderlo, il bove usato nel campo, l’asino che ci porta, la pecora che ci figlia l’agnello e ci dà latte.

15Riposa pure, e noi la lasciamo riposare, la terra del campo, perché nei mesi che è priva di seme si nutra e saturi dei sali che ad essa piovono dal cielo o affiorano dal suolo.

16Riposano bene, anche senza chiedere il nostro beneplacito, gli animali e le piante che ubbidiscono a leggi eterne di un riprodurre saggio. Perché allora l’uomo vuole non imitare il Creatore, che il settimo dì riposò, e non l’inferiore che, vegetale o animale che sia, senza aver avuto che un comando all’istinto, si sa regolare secondo esso e ad esso ubbidire?

Ordine salutare nell’ordine morale

17É un ordine morale oltre che fisico. Per sei giorni l’uomo fu di tutti e di tutto. Preso come un filo dal congegno del telaio, andò su e giù senza mai poter dire: “Ora mi occupo di me stesso, dei miei più cari. Sono il padre e oggi sono dei figli, sono lo sposo ed oggi mi dedico alla sposa, sono il fratello e gioisco dei fratelli, sono il figlio e curo la vecchiezza dei genitori”.

Ordine salutare nell’ordine spirituale

18É un ordine spirituale. Santo il lavoro. Più santo l’amore. Santissimo Iddio. E allora ricordarsi di dare almeno un giorno su sette al nostro buono e santo Padre, che ci ha dato la vita e ce la mantiene. Perché trattarlo da meno del padre, dei figli, dei fratelli, della sposa, dello stesso nostro corpo? 19Il dies Domini sia di Lui. Oh! dolce ricoverarsi dopo il lavoro del giorno, a sera, nella casa piena di affetti! Dolce ritrovarla dopo un lungo viaggio! E perché non ricoverarsi dopo sei giorni di lavoro nella casa del Padre? Perché non essere come il figlio che torna da un viaggio durato sei giorni e dice: “Eccomi a passare il mio giorno di riposo con te”?

“Lavora di un onesto lavoro”.

20Ma, ora udite, Io ho detto: “Lavora di un onesto lavoro”.

21Voi sapete che la nostra Legge ordina l’amore del prossimo. 22L’onestà del lavoro rientra nell’amore del prossimo. L’onesto nel lavoro non ruba nel commercio, non defrauda la mercede all’operaio, non lo sfrutta in maniera colpevole, si ricorda che il servo e l’operaio sono una carne e un’anima pari a lui e non li tratta come pezzi di pietra senza vita, che è lecito spezzare e percuotere col piede e col ferro. 23Chi non fa così non ama il prossimo e pecca perciò agli occhi di Dio. Maledetto è il suo guadagno, anche se da esso ne trae obolo per il Tempio.

24Oh! che bugiarda offerta! E come può osare di metterla ai piedi dell’altare quando gronda di lacrime e sangue dell’inferiore sfruttato, o ha nome “furto”, ossia tradimento verso il prossimo, perché il ladro è un traditore del suo prossimo? Non è, credetelo, santificata la festa se non è usata a scrutare se stesso ed impiegata a migliorare se stesso, a riparare i peccati commessi durante i sei giorni. 25Ecco la santificazione della festa! Questa e non un’altra tutta esteriore e che non muta di uno iota il vostro modo di pensare.

Come santificare la festa

26Dio vuole opere vive, non simulacri d’opere. 27É simulacro il falso ossequio alla sua Legge. É simulacro la santificazione mendace del sabato, ossia il riposo compiuto per mostrare ubbidienza al comando agli occhi degli uomini, ma usando poi quelle ore di ozio nel vizio, nella lussuria, nella crapula, nella cogitazione sul come sfruttare e nuocere al prossimo nella veniente settimana. 28E’ simulacro la santificazione del sabato, ossia il riposo materiale che non si accoppia al lavoro intimo, spirituale, santificante di un retto esame di sé, di un umile riconoscimento della propria miseria, di un serio proposito di fare meglio nella prossima settimana.

Torni a cadere? Torna a rialzarti.

29Voi direte: “E se poi si torna a cadere in peccato?”. Ma che direste voi di un bambino, che per essere caduto non volesse più fare un passo per non tornare a cadere? Che è uno stolto. Che non si deve vergognare di essere incerto nel passo, perché tutti lo fummo quando eravamo piccini e non per questo il padre nostro non ci amò.. Chi non ricorda come le nostre cadute hanno fatto piovere su noi una pioggia di baci materni e di carezze paterne? 30Lo stesso fa il Padre dolcissimo che è nei Cieli. Egli si china sul suo piccolo che piange al suolo e gli dice: “Non piangere. Io ti rialzo. Starai più attento un’altra volta. Ora vieni nelle mie braccia. Qui passerà ogni tuo male e poi tornerai via irrobustito, risanato, felice”. Questo dice il Padre nostro che è nei Cieli. Questo Io vi dico.

31Se riusciste ad avere fede nel Padre, tutto vi riuscirebbe. Una fede, fate attenzione, come quella di un pargolo. Il pargolo crede tutto possibile. Non si chiede se e come può avvenire un fatto. Non misura la profondità di esso. Crede in chi gli ispira fiducia e fa ciò che costui gli dice. 32Siate come i pargoli presso l’Altissimo. Come li ama questi sperduti angeli che sono la bellezza della Terra! Ugualmente ama le anime che si fanno semplici, buone, pure come è il bambino.

La fede del  bambino

33Volete vedere la fede di un bambino per imparare ad avere fede? Osservate. Tutti voi avete compassionato il piccolino che Io tengo sul petto e che, contrariamente a ciò che i medici e la madre dicevano, non ha pianto nello stare seduto nel mio grembo. 34Vedete? Lui, che da molto tempo non faceva che piangere notte e giorno senza trovare riposo, qui non ha pianto e si è addormentato placido sul mio cuore. Gli ho chiesto: “Vuoi venire in braccio a Me?”, e lui ha risposto: “sì” senza ragionare sul suo misero stato, sul probabile dolore che avrebbe potuto sentire, sulle conseguenze di essere mosso. Ha visto nel mio volto amore e ha detto: “sì” ed è venuto. 35E non ha sentito dolore. Ha goduto di esser qui in alto e vedere, lui inchiodato su quella piatta tavola, ha goduto di essere messo sul morbido di una carne e non sul duro di un legno, ha sorriso, ha giocato e si è addormentato con ancora una ciocca dei miei capelli fra le piccole mani. Ora lo sveglio, con un bacio…», e Gesù bacia sui capellucci castani il bambino, finché si sveglia con un sorriso.

Il miracolo.

36«Come ti chiami?».

«Giovanni».

37«Ascolta, Giovanni. Vuoi camminare? Andare dalla mamma e dirle: “Il Messia ti benedice per la tua fede”?».

«Sì! sì!»; e il piccolo batte le manine, poi chiede: «Tu mi fai andare? Sui prati? Più la brutta tavola dura? Più i medici che fanno male?».

38«Più, mai più».

«Ah! come ti voglio bene!», e getta le braccine intorno al collo di Gesù e lo bacia, e per baciarlo meglio salta in ginocchio sui ginocchi di Gesù, e una grandine di baci innocenti scende sulla fronte, sugli occhi, sulle guance di Gesù.

39Il bambino nella sua gioia neppure si accorge di essersi potuto muovere, lui fino allora spezzato. Ma l’urlo della madre e della folla lo riscuote e lo fa volgere stupito. I suoi occhioni innocenti nel volto smagrito guardano interrogativamente. Sempre in ginocchio, col braccino destro intorno al collo di Gesù, gli chiede confidenzialmente accennando alla gente in tumulto, alla madre che nel fondo lo chiama unendo il suo nome a quello di Gesù: «Giovanni! Gesù! Giovanni! Gesù!» -: «Perché urla la folla e la mamma? Che hanno? Sei Tu Gesù?».

40«Sono Io. La gente grida perché è contenta che tu possa camminare. Addio, piccolo Giovanni (Gesù lo bacia e benedice). Vai dalla mamma e sii buono».

Il bambino scende sicuro dai ginocchi di Gesù, da questi in terra, e corre dalla sua mamma, le salta al collo e dice: «Gesù ti benedice. Perché piangi allora?».

41Quando la gente è un poco più zitta, Gesù tuona: «Fate come il piccolo Giovanni, voi che cadete in peccato e vi ferite. Abbiate fede nell’amore di Dio. La pace sia con voi».

42E mentre il gridio della folla osannante si mescola al felice pianto della madre, Gesù, protetto dai suoi, esce dallo stanzone e tutto ha fine. (…).


126. 5° comandamento: “Non ammazzare”. Morte di Doras[161].

Premesse

Questioni sul crimine.

«”Non ammazzare” è detto[162].

1A quale dei due gruppi di comandi appartiene questo? “Al secondo” dite voi? Sicuri? Vi chiedo ancora: è peccato che offende Dio o il colpito? Voi dite: “Il colpito”? Anche di questo ne siete sicuri? E ancora vi domando: non è che peccato di omicidio? Uccidendo non fate che questo unico peccato? “Questo solo” dite? Nessuno ne ha dubbio? Dite a voce alta le vostre risposte. Uno parli per voi tutti. Io attendo».

E Gesù si china ad accarezzare una bambinella che è venuta vicino a Lui e che lo guarda estatica, dimenticando persino di rosicchiare la mela che la madre le ha dato per tenerla quieta.

Intervento di Cleofa.

2Si alza un vecchio imponente e dice: «Ascolta, Maestro. Io sono un vecchio sinagogo e mi hanno detto di parlare per tutti. Parlo. Mi sembra, e ci sembra, di avere risposto secondo giustizia e secondo quanto ci hanno insegnato. Appoggio la mia sicurezza al capo della legge sull’omicidio e le percosse[163]. Ma Tu lo sai perché siamo venuti: per essere ammaestrati, riconoscendo in Te sapienza e verità. Se dunque io sbaglio, illumina la mia tenebra acciò il vecchio servo vada al suo Re vestito di luce. E, come con me, fallo a questi che sono del mio gregge e che sono venuti col loro pastore a bere le fonti della Vita», e si inchina, avanti di sedersi, col massimo rispetto.

3«Chi sei, padre?».

«Cleofa, di Emmaus, tuo servo».

Al Padre ogni priorità ed ogni amore.

4«Non mio, di Colui che mi ha mandato, perché al Padre va data ogni precedenza ed ogni amore in Cielo, in Terra e nei cuori. Ed il primo a dargli questo onore è il suo Verbo che prende ed offre, sulla tavola senza difetto, i cuori dei buoni come fa il sacerdote coi pani della proposizione. Ma ascolta, Cleofa, acciò tu vada a Dio tutto illuminato come è tuo santo desiderio.

Ammazzando l’uomo, si offende Dio.

La colpa si misura dalle circostanze.

5Nel misurare una colpa occorre pensare alle circostanze che precedono, preparano, giustificano, spiegano la stessa. “Chi ho colpito? Che cosa ho colpito? Dove ho colpito? Con quali mezzi ho colpito? Perché ho colpito? Come ho colpito? Quando ho colpito?”: questo si deve chiedere, prima di presentarsi a Dio per chiedergli perdono, quello che uccise.

Chi ho colpito?

6Chi ho colpito? Un uomo.

7Io dico: un uomo. Non penso e non considero se è ricco o se è povero, se è libero o se è schiavo. 8Per Me non esistono schiavi o potenti. Esistono solo degli uomini creati da un Unico, perciò tutti uguali. Infatti davanti alla maestà di Dio è polvere anche il più potente monarca della Terra. 9E ai suoi ed ai miei occhi non esiste che una schiavitù: quella del peccato e perciò sotto Satana. 10La Legge antica[164] distingue i liberi dagli schiavi e sottilizza fra l’uccidere di un colpo e l’uccidere lasciando sopravvivere un giorno o due, e così se la donna incinta è condotta a morte per la percossa, o se ucciso è solo il suo frutto. 11Ma questo fu detto quando la luce della perfezione era ancora lontana. Ora è fra voi e dice: “Chiunque colpisce a morte un suo simile pecca”. E non solo verso l’uomo pecca, ma anche contro Dio.

Cosa è l’uomo?

12Cosa è l’uomo? L’uomo è la creatura sovrana che Dio ha creato per essere re nel creato, creato a sua immagine e somiglianza, dandogli la somiglianza secondo lo spirito, e l’immagine traendo questa perfetta immagine dal suo pensiero perfetto. 13Guardate nell’aria, sulla terra e nelle acque. Vedete forse un animale od una pianta che, per belli che siano, uguaglino l’uomo? L’animale corre, mangia, beve, dorme, genera, lavora, canta, vola, striscia, si arrampica. Ma non ha favella. 14L’uomo anche sa correre e saltare, e nel salto è così agile che emula l’uccello; sa nuotare, e nel nuoto è tanto veloce che pare il pesce; sa strisciare e pare il rettile; sa arrampicarsi e pare la scimmia; sa cantare e pare l’uccello. Sa generare e riprodursi. Ma inoltre sa parlare.

15E non dite: “Ogni animale ha il suo linguaggio”. Sì. L’uno mugge, l’altro bela, l’altro raglia, l’altro cinguetta, l’altro gorgheggia, ma dal primo bovino all’ultimo sempre avranno lo stesso ed unico muggito, e così l’ovino belerà sino alla fine del mondo, e l’asino raglierà come ragliò il primo, 16e il passero sempre dirà il suo corto cinguettio, mentre l’allodola e l’usignolo diranno lo stesso inno al sole la prima, alla notte stellata il secondo, anche se sarà l’ultimo giorno della Terra, così come salutarono il primo sole e la prima notte di essa. 17L’uomo invece, perché non ha solo un’ugola e una lingua, ma un complesso di nervi che si accentrano nel cervello, sede dell’intelletto, sa afferrare le sensazioni nuove e pensare su esse e dare ad esse un nome.

       18Adamo chiamò[165] cane il suo amico e leone quello che gli parve più somigliante nella chioma folta, ritta sulla faccia appena barbuta. Chiamò pecora l’agnella che lo salutava mite, e disse uccello quel fiore di penne che volava come la farfalla ma diceva dolce un canto che la farfalla non ha. 19E poi, nei secoli, ecco che i figli di Adamo crearono sempre nuovi nomi, man mano che “conobbero” le opere di Dio nelle creature o che, per la scintilla divina che è nell’uomo, non generarono solo figli ma crearono anche cose utili o nocive ai figli stessi, a seconda che erano con Dio o contro Dio. 20Sono con Dio quelli che creano e operano cose buone. Sono contro Dio quelli che creano cose malvagie di danno al prossimo. Dio fa le vendette dei figli suoi torturati dal mal genio umano.

L’Uomo Dio Gesù Redentore.

21L’uomo è dunque la creatura prediletta di Dio. Anche se ora è colpevole, è sempre quello a Lui più caro. E testimonia di ciò l’avere mandato il suo Verbo stesso, non un angelo, non un arcangelo, non un cherubino, non un serafino, il suo Verbo, rivestendolo della umana carne, per salvare l’uomo. Non ha riputato essere indegna questa veste per rendere passibile di soffrire ed espiare Colui che, per essere come Lui purissimo Spirito, non avrebbe potuto soffrire ed espiare la colpa dell’uomo.

22Il Padre mi ha detto: “Sarai uomo: l’Uomo. Io ne avevo fatto uno. Perfetto come tutto ciò che Io faccio. A lui erano destinati una dolce vita, una dolcissima dormizione[166], un beato risveglio, un beatissimo soggiorno eterno nel mio celeste Paradiso. Ma, Tu lo sai, in esso Paradiso non può entrare ciò che è contaminato, perché in esso Io-Noi, uno e trino Iddio, abbiamo trono. E davanti ad esso non può stare che santità. Io sono Colui che sono. La mia divina Natura, la misteriosa nostra Essenza non può essere nota che da coloro che sono senza macchia.

23Ora l’uomo, in Adamo e per Adamo, è sozzo. Vai. Mondalo. Lo voglio. Sarai Tu, d’ora in poi, l’Uomo. Il Primogenito. Perché per primo entrerai qui con carne mortale priva di peccato, con anima priva di colpa d’origine. Quelli che ti hanno preceduto sulla Terra e quelli che ti seguiranno avranno vita per la tua morte di Redentore”. Non poteva morire che uno che era nato. Io sono nato ed Io morrò[167].

Uccidendo l’uomo si offende Dio

24L’uomo è la creatura prediletta di Dio. Ora ditemi: se un padre ha molti figli, ma uno è il suo prediletto, la pupilla del suo occhio, e questo viene ucciso, quel padre non soffre più che se l’ucciso fosse un altro figlio? Ciò non dovrebbe essere, perché il padre dovrebbe essere giusto con tutti i suoi figli. Ma avviene perché l’uomo è imperfetto. Dio lo può fare con giustizia perché l’uomo è l’unica creatura, fra i creati, che abbia comune col Padre Creatore l’anima spirituale, segno innegabile della paternità divina.

25Uccidendo un figlio al padre, si offende solo il figlio? No. Anche il padre. Nella carne il figlio, nel cuore il padre. Ma ad ambi è data ferita. 26Uccidendo un uomo, si offende solo l’uomo? No. Anche Dio. Nella carne l’uomo, nel suo diritto Dio. Perché la vita e la morte da Lui solo devono essere date e tolte.

Uccidere è

 27Uccidere è fare violenza a Dio e all’uomo.

28Uccidere è penetrare nel dominio di Dio.

30Uccidere è mancare al precetto d’amore. Non ama Dio chi uccide, perché disperde un suo lavoro: un uomo.

31Non ama il prossimo chi uccide, perché leva al prossimo ciò che l’uccisore per sé vuole: la vita.

Ed ecco che ho risposto alle due prime domande.


Le circostanze del crimine.

Luogo.

32“Dove ho colpito?”

33Si può colpire per via, nella casa dell’aggredito o attirando la vittima nella propria. Si può colpire l’uno o l’altro organo dando sofferenza più grave, e facendo anche due omicidi in uno se si è colpita la donna che ha il seno gravido del suo frutto.

34Si può colpire per via senza averne intenzione. Un animale che ci prenda la mano può uccidere il passante. Ma allora in noi non c’è premeditazione, mentre se uno si reca, armato di pugnale sotto le ipocrite vesti di lino, nella casa del nemico – e sovente è nemico chi ha il torto di essere migliore – oppure lo invita nella sua casa con segni d’onore e poi lo sgozza e lo getta nella cisterna, allora c’è premeditazione e la colpa è completa di malizia e ferocia e violenza.

35Se uccido il frutto con la madre, ecco che di due Dio me ne chiederà ragione. Perché il ventre che genera un nuovo uomo secondo il comando di Dio è sacro[168], e sacra è la piccola vita che in esso matura, alla quale Dio ha dato un’anima.

Mezzi.

36“Con quali mezzi ho colpito?”

37Invano uno dice: “Non volevo colpire” quando è andato armato di arma sicura. Nell’ira anche le mani divengono arma, e arma la pietra raccolta per terra, o il ramo strappato alla pianta. Ma chi freddamente osserva il pugnale o la scure e, se gli paiono poco taglienti, li affila e poi se li assicura al corpo in modo che non siano visti ma possano essere branditi con facilità e va dal rivale così pronto, non può certo dire: “Non c’era in me voglia di colpire”. Chi prepara un veleno cogliendo erbe e frutti tossici e ne fa polvere o bevanda e poi la offre alla vittima come spezie o come sicera, non può certo dire: “Io non volevo uccidere. 

38Ed ora ascoltate, voi, donne, tacite ed impunite assassine di tante vite. E’ uccidere anche staccare un frutto che cresce nel seno perché è di colpevole seme o perché è un germe non voluto, peso inutile ai vostri fianchi e alla vostra ricchezza. Vi è un solo modo di non avere quel peso: rimanendo caste. Non unite omicidio a lussuria, violenza a disubbidienza, e non crediate che Dio non veda perché l’uomo non vede. Dio tutto vede e tutto ricorda. Ricordatevelo voi pure.

Causa:

39“Perché ho colpito?”

40Oh! per quanti perché! Dall’improvviso squilibrio che crea in voi un’emozione violenta, quale è quella di trovare il talamo profanato, o il ladro in casa, o un lurido intento a far violenza alla propria figlia fanciulla, al freddo e meditato calcolo di liberarsi da un testimonio pericoloso, da un che intralcia la via, da uno di cui si aspira il posto o la borsa: questi sono tanti e altrettanti perché. E se ancora Dio può perdonare a chi nella febbre del dolore diviene assassino, non perdona[169] a chi lo diviene per avidità di potere o di stima fra gli uomini.

41Agite sempre bene e non temerete l’occhio di alcuno né la parola di alcuno. State contenti del vostro e non aspirerete all’altrui fino a divenire assassini per avere ciò che è del prossimo.

Modo:

42“Come ho colpito?”

43Infierendo anche oltre e dopo il primo scatto impulsivo? Talora l’uomo non si può frenare. Perché Satana lo getta nel male come il frombolatore getta la pietra. 44Ma che direste di una pietra che, dopo aver raggiunto il segno, tornasse da sé alla frombola per essere di nuovo lanciata e tornare a colpire? Direste: “É posseduta da una forza magica ed infernale”. 45Così è l’uomo che dopo il primo desse un secondo, un terzo, un decimo colpo, senza che la sua ferocia cada. Perché l’ira cade e subentra ragione subito dopo il primo impeto, se è impeto che viene da ancora giustificabile motivo. 46Mentre la ferocia aumenta, più la vittima è colpita, nel vero assassino ossia nel satana che non ha, non può avere pietà del fratello perché, essendo satana, è odio.

Tempo: 

47“Quando ho colpito?”

48Nel primo impeto? Dopo che questo è caduto? Fingendo perdono mentre è sempre più lievitato il rancore? Ho atteso forse degli anni a colpire per dare doppio dolore uccidendo il padre attraverso i figli?

49Voi vedete che ammazzando si offende il primo e il secondo gruppo di comandi. Perché vi arrogate il diritto di Dio e perché conculcate il prossimo. Peccato dunque contro Dio e contro il prossimo. 50Fate non solo un peccato di omicidio. Ma fate peccato di ira, di violenza, di superbia, di disubbidienza, di sacrilegio, e talora, se uccidete per rubare un posto o una borsa, di cupidigia. Né, ve lo dico appena, ma ve lo spiegherò un altro giorno meglio, né si pecca di omicidio solo con l’arma e il veleno. Ma anche con la calunnia. Meditate.

Sadismo satanico.

Maledetto sadismo Satanico.

51E ancora vi dico: il padrone che, percuotendo uno schiavo, lo fa con l’astuzia che non gli muoia fra le mani, è doppiamente colpevole. L’uomo schiavo non è denaro del padrone: è anima del suo Dio. E maledetto in eterno sia colui che lo tratta peggio del bue».

Gesù sfavilla e tuona. Tutti lo guardano stupiti, perché prima parlava pacato.

52«Maledetto sia. La Legge nuova abolisce questa durezza, che era ancora giustizia quando nel popolo d’Israele non erano ipocriti che si fingono santi e aguzzano l’ingegno solo per sfruttare e eludere la Legge di Dio. Ma ora in cui Israele trabocca di questi viperini esseri, che il libito lo fanno lecito solo perché essi sono essi,  miserabili potenti che Dio guarda con odio e schifo, Io dico: ciò non è più.

53Cadono gli schiavi sui solchi o alle macine. Cadono con le ossa frante e i nervi denudati dai flagelli. Li accusano, per poterli colpire, di menzogneri delitti per giustificare il proprio sadismo satanico. Persino il miracolo di Dio si usa come accusa per avere diritto di colpirli. Né la potenza di Dio, né la santità dello schiavo converte la loro anima bieca. Non può essere convertita. Il bene non entra dove è saturazione di male. Ma Dio vede e dice: “Basta!”.

Caino colpisce ancora

54Troppi sono i Caini che uccidono gli Abeli. E che credete, immondi sepolcri dall’esterno imbiancato e coperto dalle parole della Legge, e dall’interno in cui passeggia re Satana e pullula il satanismo più astuto, che credete? Che sia stato Abele solo il figlio d’Adamo e che il Signore guardi benigno solo coloro che schiavi d’uomo non sono, mentre rigetti da Sé l’unica offerta che può fare lo schiavo: quella della sua onestà condita di pianto? No, 55che in verità vi dico che ogni giusto è un Abele, anche se carico di ceppi, anche se morente sulla gleba o sanguinante per le vostre flagellazioni, e che sono Caino tutti gli ingiusti che danno a Dio per orgoglio, non per culto vero, che danno ciò che è inquinato del loro peccare e macchiato di sangue.

56Profanatori del miracolo. Profanatori dell’uomo, uccisori, sacrileghi! Fuori! Via dal mio cospetto! Basta! Io dico: basta. E dire lo posso perché sono la divina Parola che traduce il Pensiero divino. Via!».

57Gesù, ritto sulla sua rozza predella, è spaurente tanto è imponente. Col braccio destro teso ad accennare la porta d’uscita, gli occhi che sono due fuochi d’azzurro, sembra fulminare i peccatori presenti. La piccolina ai suoi piedi si mette a piangere e corre dalla mamma. I discepoli si guardano stupiti e guardano a chi va l’invettiva. La folla pure si gira, con occhio interrogativo.

Morte di Doras il Mostro crudele.

58Finalmente ecco spiegato l’arcano. In fondo, fuori della porta, seminascosto dietro un gruppo di alti popolani, si mostra Doras. Ancor più secco, giallo, grinzoso, tutto naso e bazza. Ha con lui un servo che lo aiuta a muoversi perché pare mezzo accidentato. E chi lo aveva visto là in mezzo alla corte? Osa parlare con la sua voce chioccia: «A me dici? Per me?».

59«Per te, sì. Esci dalla mia casa».

«Esco,Ma presto faremo i conti, non dubitare».

60«Presto? Subito. Il Dio del Sinai, te l’ho detto, ti attende».

«Anche Tu, malefico, che hai fatto venire addosso a me i malanni e gli animali nocivi nelle terre. Ci rivedremo. E sarà la mia gioia».

61«Sì. E non vorrai rivedermi. Perché Io ti giudicherò».

«Ah! Ah! Maled…». Annaspa, gorgoglia e cade.

62«É morto!», urla il servo.

«E morto il padrone! Che Tu sia benedetto, Messia, nostro vendicatore!».

63«Non Io. Dio, Signore eterno. Nessuno si contamini. Solo il servo pensi al suo padrone. E sii buono col suo corpo. Siate buoni, voi tutti, suoi servi. Non tripudiate con astio per il colpito, onde non meritare condanna. Iddio e il giusto Giona vi siano sempre amici, ed Io con loro. Addio».

Non è lecito colpire Dio

«Ma è morto per tuo volere?», chiede Pietro.

64«No. Ma il Padre entrò in Me… É un mistero che non puoi capire. Sappi solo che non è lecito colpire Iddio. Egli da Sé si fa le vendette».

«Ma non potresti allora dire al Padre tuo di fare morire tutti quelli che ti odiano?».

65«Taci! Tu non sai di che spirito sei! Io sono Misericordia e non Vendetta».

Si accosta il vecchio sinagogo: «Maestro, Tu hai risolto tutte le mie domande, e la luce è in me. Sii benedetto. Vieni nella mia sinagoga. Non ricusare ad un povero vecchio la tua parola».

66«Verrò. Va’ in pace. Il Signore è con te».

Mentre la folla se ne va piano piano, tutto finisce.

127. I discorsi dell’Acqua Speciosa:
“Non tentare il Signore Iddio tuo”. Testimonianza del Battista
[170].

Fatti del giorno

Ambiente

1Una serenissima giornata d’inverno. Sole e vento e un cielo sereno, unito, senza neppure il più piccolo ricordo di nuvola. Le prime ore del giorno. Ancora un leggero velo di brina, meglio di rugiada quasi gelata, fa da spolvero diamantifero sul suolo e sulle erbe.

Tre discepoli del Battista.

2Vengono verso la casa tre uomini, che camminano sicuri come chi sa dove si reca. Infine vedono Giovanni che traversa la corte carico di secchi d’acqua attinta al pozzo. E lo chiamano.

Giovanni si volge, posa le brocche e dice: «Voi qui? Benvenuti! Il Maestro vi vedrà con gioia. Venite, venite, prima che sia qui la gente. Ora ne viene tanta!…»

Sono i tre pastori discepoli di Giovanni Battista. Simeone, Giovanni e Mattia seguono contenti l’apostolo.

«Maestro, ci sono tre amici. Guarda», dice Giovanni entrando nella cucina, dove arde allegro un grande fuoco di stipe spandendo un odore grato di bosco e di alloro bruciato.

3«Oh! La pace a voi, amici miei. Come mai venite a Me? Sventura al Battista?».

«No, Maestro. Con sua licenza siamo venuti. Egli ti saluta e dice di raccomandare a Dio il leone inseguito dagli arcieri. Non si illude sulla sua sorte. Ma per ora è libero. Ed è felice perché sa che Tu hai molti fedeli. Anche quelli che prima erano suoi. Maestro… noi pure ardiamo di esserlo, ma… non vogliamo abbandonarlo ora che è perseguitato. Comprendici…», dice Simeone.

4«Vi benedico perché lo fate, anzi. Il Battista merita ogni rispetto e amore».

5«Sì. Dici bene. É grande il Battista e sempre più giganteggia. Sembra l’agave che, quando è presso a morire, fa il grande candelabro del settiforme fiore e fiammeggia con esso e profuma. Così lui. E sempre dice: “Solo vorrei vederlo una volta ancora…”. Vedere Te. Noi abbiamo raccolto questo suo grido d’anima e, senza dirglielo, te lo portiamo. Egli è “il Penitente”, “l’Astinente” è. E si macera anche del desiderio santo di vederti e di udirti. Io sono Tobia, or Mattia. Ma penso che non diverso da lui doveva essere l’arcangelo dato a Tobiolo[171]. Tutto in lui è saggezza».

Notizie sull’impenitente Doras.

7«Non è detto che Io non lo veda… Ma per questo solo siete venuti? É penoso l’andare di questa stagione. Oggi è sereno. Ma, fino a tre giorni or sono, quanta pioggia sulle vie!».

8«Non per questo solo. Giorni fa è venuto Doras, il fariseo, a purificarsi. Ma il Battista gli ha negato il rito dicendo: “Non giunge l’acqua dove è sì grande crosta di peccato. Uno solo ti può perdonare. Il Messia”. E lui allora ha detto: “Andrò a Lui. Voglio guarire e penso che questo male sia il suo maleficio”. Allora il Battista lo ha cacciato come avrebbe cacciato Satana. E lui nell’andarsene ha incontrato Giovanni, che egli conosceva da quando andava da Giona di cui era un poco parente, e gli ha detto: “Io vado. Tutti vanno. Vi è stato anche Mannanen e fin le… (io dico meretrici, ma lui ha detto un più sozzo nome) vi vanno. L’Acqua Speciosa è piena di illusi. Ora se mi guarisce e mi ritira l’anatema dalle terre, scavate come da macchine di guerra da eserciti di talpe e vermi e grillovampiri che scavano i grani e rodono le radici degli alberi da frutto e delle vigne, e non c’è nulla che li vinca, gli diverrò amico. Ma altrimenti… guai a Lui!”. Noi gli abbiamo risposto: “E con questo cuore vai là?”. E lui ha risposto: “E chi ci crede al satanasso? Del resto, come fa casa con le meretrici può fare alleanza anche con me. Noi abbiamo voluto venire a dirtelo, perché Tu ti possa regolare con Doras».

9«É già tutto fatto».

«Già fatto? Ah! è vero! Lui ha carri e cavalli, noi le gambe soltanto. Quando è venuto?».

10«Ieri».

«E che è avvenuto?».

11«Questo: che, se preferite occuparvi di Doras, potete andare nella sua casa di Gerusalemme e fare cordoglio per lui. Stanno preparandolo per il sepolcro».

«Morto?!!».

12«Morto. Qui. Ma non parliamo di lui».

Mannanen

«Sì, Maestro… Solo… dicci una cosa. É vero quanto ha detto di Mannanen?».

13«Sì. Ve ne spiace?».

«Oh! ma è la nostra gioia! Tanto abbiamo parlato di Te a lui in Macheronte! E che vuole l’apostolo se non che sia amato il Maestro? Ciò vuole Giovanni, e noi con lui».

Aglae: lordura che diverrà fiamma

14«Bene parli, Mattia. La sapienza è con te».

15«E… io non lo credo. Ma ora l’abbiamo incontrata… Fu anche da noi a cercare Te avanti i Tabernacoli. E le dicemmo: “Ciò che tu cerchi non è qui. Ma presto sarà a Gerusalemme per i Tabernacoli”. Così dicemmo perché il Battista ci disse: “Vedete quella peccatrice: è una crosta di lordura, ma dentro ha una fiamma che va alimentata. Diverrà così forte che eromperà dalla crosta e tutto arderà. Cadrà la lordura e resterà solo la fiamma”. Così ha detto. Ma… è vero che dorme qui, come sono venuti a dirci due scribi potenti?».

16«No. É in una delle stalle del fattore, ad oltre uno stadio di qui».

«Lingue d’inferno! Hai udito? E loro…»

      17«Lasciateli dire. I buoni non credono alle loro parole ma alle mie opere».

Testimonianza del Battista

Discussione tra i discepoli(Gv 3,25-26)[172].

18«Lo dice anche Giovanni. Giorni or sono alcuni discepoli suoi gli hanno detto, noi presenti: “Rabbi, Colui che era con te al di là del Giordano e al quale tu hai reso testimonianza, ora battezza. E tutti vanno da Lui. Resterai senza fedeli”.

Gioia del Precursore del Messia (Gv 3,27-28)[173].

19E Giovanni ha risposto: “Beato il mio orecchio che ode questo annuncio! Voi non sapete che gioia mi date. Sappiate che l’uomo non può prendere nulla se non gli è dato dal Cielo. Voi potete testimoniare che io ho detto: ‘Io non sono il Cristo, ma colui che sono stato mandato innanzi a Lui a preparargli la via’. 20L’uomo giusto non si appropria di un nome non suo e, anche se l’uomo vuol dargli lode col dirgli: ‘Sei quello’, ossia il santo, egli dice: ‘No. Per la verità, no. Io sono il suo servo’. E ne ha ugualmente grande gioia perché dice: ‘Ecco, un poco io gli somiglio se l’uomo può scambiarmi con Lui’. E che vuole colui che ama se non assomigliare all’amato suo? Solo la sposa gode dello sposo. 21Il paraninfo non potrebbe goderne, perché sarebbe immoralità e furto. Ma l’amico dello sposo, che gli sta vicino e ne ascolta la parola piena di gioia nuziale, prova una gioia tanto viva da essere quasi simile a quella che fa beata la vergine a lui sposata, che in essa pregusta il miele delle parole nuziali. Questa è la mia gioia, ed è completa.

Bisogna che il Messia cresca (Gv 3,29-30)[174].

22Che fa ancora l’amico dello sposo, dopo avere per mesi servito l’amico ed avergli scortato alla casa la sposa? Si ritira e scompare. Così io! Così io! Uno solo resta, lo sposo con la sposa: ‘l’Uomo con l’Umanità. Oh! profonda parola! Bisogna che Egli cresca e che io diminuisca.

Il Messia è al di sopra di tutti(Gv 3,31-33)[175].

23Chi viene dal Cielo è al di sopra di tutti. Patriarchi e Profeti scompaiono al suo venire, perché Egli è pari al sole che tutto illumina e di così viva luce che gli astri e pianeti, spenti di luce, se ne vestono, e quelli che spenti non sono si annullano nel suo supremo splendore. Così avviene perché Egli viene dal Cielo, mentre i Patriarchi ed i Profeti andranno al Cielo, ma dal Cielo non vengono. 24Chi viene dal Cielo è superiore a tutti. E annunzia ciò che ha visto e udito. Ma nessuno può accettare la sua testimonianza fra quelli che al Cielo non tendono e perciò rinnegano Iddio. Chi accetta la testimonianza di Colui che dal Cielo è disceso, suggella, con questo suo credere, la sua fede che Dio è vero e non fola senza verità, e sente la Verità perché ha l’animo volonteroso di lei.

Chi crede nel Messia ha la Vita eterna(Gv 3,34-36)[176].

25Perché Colui che Dio ha inviato pronunzia parole di Dio, perché Dio gli dà lo Spirito con plenitudine, e lo Spirito dice: ‘Eccomi. Prendimi, ché voglio essere teco, Tu delizia del nostro amore. Perché il Padre ama il Figlio senza misura e tutte le cose ha messo in sua mano. Perciò chi crede nel Figlio ha la vita eterna. Ma chi rifiuta di credere nel Figlio non vedrà la Vita. E la collera di Dio resterà in lui e su lui”.

26Così ha detto. Me le sono stampate nella mente per dirtele, queste parole», dice Mattia…

Colui che più al Cielo si accosta.

27«Ed Io te ne do lode e grazie. Il Profeta ultimo di Israele non è Colui che dal Cielo discende, ma, per essere stato beneficato dei divini doni dal ventre della madre – voi non lo sapete ma Io ve lo dico – è colui che più al Cielo si accosta».

28«Che? Che? Oh! racconta! Egli dice di sé: “Io sono il peccatore”». I tre pastori sono ansiosi di sapere e anche i discepoli sono lo stesso vogliosi di sapere.

29«Quando la Madre mi portava, di Me-Dio essendo incinta, andò a servire, perché è l’Umile e Amorosa, la madre di Giovanni, cugina a Lei per madre, e gravida in vecchiezza. Già il Battista aveva la sua anima, perché era al settimo mese della sua formazione. E il germe dell’uomo, chiuso nel seno materno, trabalzò di gioia nel sentire la voce della Sposa di Dio. 30Precursore anche in questo, egli precorse i redenti, perché da seno a seno si effuse la Grazia, e penetrò, e cadde la Colpa d’origine dall’anima del fanciullo. Onde Io dico che sulla Terra tre sono i possessori della Sapienza, così come in Cielo tre sono coloro che Sapienza sono: il Verbo, la Madre, il Precursore sulla Terra; il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo in Cielo».

31«Il nostro animo è ricolmo di stupore… Quasi come quando ci fu detto: “É nato il Messia…”. Perché Tu eri l’abisso della misericordia e questo nostro Giovanni è l’abisso della umiltà».

María è abisso di ogni virtù.

32«E mia Madre è l’abisso della purezza, della grazia, della carità, dell’ubbidienza, dell’umiltà, di ogni altra virtù che è di Dio e che Dio infonde ai suoi santi».

«Maestro», dice Giacomo di Zebedeo. «Vi è molta gente».

33«Andiamo. Venite voi pure».

La gente è moltissima.

Catechesi: “Non tenterai al Sigre Dio Tuo.”

Quando si tenta Dio?

34«La pace sia con voi», dice Gesù. È sorridente come poche volte. La gente bisbiglia e lo accenna. Vi è molta curiosità.

35«“Non tentare il Signore Iddio tuo“, è detto.

Troppe volte si dimentica questo comando. 36Si tenta Dio quando si vuole imporre a Lui la nostra volontà. 37Si tenta Dio quando imprudentemente si agisce contro le regole della Legge, che è santa e perfetta e nel suo lato spirituale, il principale, si occupa e preoccupa anche di quella carne che Dio ha creata[177]. 38Si tenta Dio quando, perdonati da Lui, si torna a peccare. 39Si tenta Dio quando, beneficati da Lui, si volge a danno il beneficio ricevuto perché fosse un bene per noi e ci richiamasse a Dio.

Guai ai derisori di Dio

40Dio non si irride e non si deride. Troppe volte questo avviene. 41Ieri avete visto quale castigo attende i derisori di Dio. L’eterno Iddio, tutto pietoso a chi si pente, è all’opposto tutto severità coll’impenitente che per nessuna cosa modifica se stesso. 42Voi venite a Me per udire la parola di Dio. Vi venite per avere miracolo. Vi venite per avere perdono. E il Padre vi dà parola, miracolo e perdono. Ed Io non rimpiango il Cielo, perché vi posso dare miracolo e perdono e posso farvi conoscere Iddio. 43L’uomo è caduto ieri fulminato, come Nadab ed Abiu, dal fuoco del divino corruccio[178]. Ma voi astenetevi dal giudicarlo. Solo quanto è avvenuto, miracolo nuovo, vi faccia meditare sul come occorre agire per avere amico Iddio. 44Egli voleva l’acqua penitenziale ma senza spirito soprannaturale. La voleva per spirito umano. Come una pratica magica che lo sanasse dal morbo e lo liberasse dalla iattura. Il corpo e il raccolto. Ecco i suoi fini. Non la povera anima sua. Quella non aveva valore per lui. Il valore per lui era la vita e il denaro.

Il pentimento è purificazione

45Io dico: “Il cuore è là dove è il tesoro, e il tesoro è là dove è il cuore. Perciò il tesoro è nel cuore.

46Egli nel cuore aveva la sete di vivere e di avere molto denaro. Come averlo? Con qualunque modo. Anche col delitto. E allora chiedere il battesimo non era irridere e tentare Iddio? Sarebbe bastato il pentimento sincero per la sua lunga vita di peccato a dargli santa morte e anche quanto era giusto avere sulla Terra. Ma egli era l’impenitente. 47Non avendo mai amato nessuno fuorché se stesso, giunse a non amare neppure se stesso. Perché l’odio uccide anche l’animale amore egoista dell’uomo a se stesso. 48Il pianto del pentimento sincero doveva essere la sua acqua lustrale. E così sia per tutti voi che udite. Perché senza peccato non vi è alcuno, e tutti perciò avete bisogno di quest’acqua. Essa scende, spremuta dal cuore, e lava, rinverginizza chi è profanato, rialza chi è prostrato, rinvigorisce chi è dissanguato dalla colpa.

Chiedere con gli atti il perdono

49Quell’uomo si preoccupava solo della miseria della Terra. Ma un’unica miseria deve rendere pensoso l’uomo. Ed è l’eterna miseria del perdere Iddio.

50Quell’uomo non mancava di fare le offerte rituali. Ma non sapeva offrire a Dio sacrificio di spirito, ossia allontanarsi dal peccato, fare penitenza, chiedere con gli atti il perdono. 51Le ipocrite offerte fatte con ricchezze di male acquisto sono simili a inviti a Dio perché si faccia complice del male operare dell’uomo. Può mai questo avvenire? Non è irridere Dio osare questo? 52Dio rigetta da Sé colui che dice: “Ecco, sacrifico”, ma arde di continuare il suo peccato. Giova forse il digiuno corporale quando l’anima non digiuna dal peccato?

Morte dell’impenitente.

53La morte dell’uomo qui avvenuta vi faccia meditare sulle condizioni necessarie per essere bene amati da Dio. 54Ora nel suo ricco palazzo i parenti e le piangenti fanno cordoglio sulla salma che fra poco verrà portata al sepolcro. 55Oh! vero cordoglio e vera salma! Non più che una salma! Non altro che uno sconfortato cordoglio.56 Perché l’anima già morta sarà per sempre separata da coloro che amò per parentela e affinità d’idee. 57Anche se un’uguale dimora li unirà in sempiterno, l’odio che là regna li farà divisi.58E allora la morte è “vera” separazione. Meglio sarebbe che, in luogo degli altri, fosse l’uomo che fa pianto su se stesso, quando ha l’anima uccisa. E per quel pianto di contrito ed umile cuore, rendere all’anima la vita col perdono di Dio.

59Andate. Senza odio o commenti. Senza altro che umiltà. Come Io che, senza odio, ma per giustizia ho parlato di lui. La vita e la morte sono maestre per ben vivere e ben morire, e per conquistare la Vita senza morte. La pace sia con voi».

60Non vi sono malati né miracoli, e Pietro dice ai tre discepoli del Battista: «Me ne spiace per voi».

61«Oh! non occorre. Noi crediamo senza vedere. Abbiamo avuto il miracolo del suo natale a farci credenti. E ora abbiamo la sua parola a confermare la nostra fede. Non chiediamo che di servirla sino al Cielo come Giona, fratello nostro».

Tutto ha fine.

128. 10° Comandamento: “Non desiderare la donna d’altri”. Guarigione di un giovane lussurioso[179].

I fatti del giorno

Giovane e lebbroso per lussuria.

1Gesù passa in mezzo ad un vero piccolo popolo che lo chiama da tutte le parti. Chi mostra le sue ferite, chi enumera le sue sventure, chi si limita a dire: «Abbi pietà di me» e chi gli presenta il proprio figliolino perché sia benedetto. La giornata serena e senza vento ha condotto molta molta gente.

2Quando Gesù è già quasi al suo posto, viene dalla stradetta che conduce verso il fiume un lamento pietoso: «Figlio di Davide, pietà del tuo infelice!».

Gesù si volta in quella direzione, e popolo e discepoli con Lui. Ma un ciuffo folto di bossi nasconde colui che supplica.

3«Chi sei? Vieni avanti».

«Non posso. Infetto sono. Devo recarmi dal sacerdote per essere radiato dal mondo. Ho peccato e la lebbra m’è fiorita sul corpo. Spero in Te!».

«Un lebbroso! Un lebbroso! Anatema! Lapidiamolo!». La folla tumultua.

4 Gesù fa un gesto che impone silenzio e immobilità. «È uno non più infetto di colui che è in peccato. Agli occhi di Dio è ancor più immondo il peccatore impenitente che il lebbroso pentito. Chi è capace di credere venga con Me».

Necessità della confessione.

Dei curiosi, oltre che i discepoli, vanno dietro a Gesù. Gli altri allungano il collo ma rimanendo dove sono.

5Gesù si inoltra oltre la casa e la stradella verso il ciuffo di bossi. Ma poi si arresta e ordina: «Mostrati!».

Viene fuori un poco più che giovanetto, ancor bello nel volto appena velato dai baffi e dalla barba leggera, un viso ancor fresco e pieno, dagli occhi arrossati di pianto.

Un grande grido lo saluta partendo da un gruppo di donne tutte coperte, che già piangevano nella corte della casa al passaggio di Gesù e più forte si erano date a piangere per le minacce della folla: «Figlio mio!», e la donna si accascia nelle braccia di un’altra, non so se parente o amica.

6Gesù solo avanza ancora verso l’infelice: «Sei molto giovane. Come lebbroso?».

Il giovane abbassa gli occhi e diventa di fiamma, balbetta, ma non osa di più. Gesù ripete la domanda. Quello dice qualche cosa più nettamente. Ma non si afferrano che le parole: il padre… andai… e peccammo… non solo io…». 

7«Là è tua madre che spera e che piange. In Cielo è Dio che sa. Qui sono Io che so. Ma che, per avere pietà, ho bisogno della tua umiliazione. Parla».

«Parla, figlio. Abbi pietà delle viscere che ti hanno portato», geme la madre che si è strascinata fin presso Gesù e ora, in ginocchio, tenendo inconsciamente un lembo della veste di Gesù in una mano, tende l’altra verso il figlio e mostra un povero volto arso dalle lacrime.

8Gesù le pone la mano sul capo. «Parla», torna a dire.

Confessione del lebbroso pentito.

9«Sono il primogenito e aiuto il padre nei commerci. Egli mi ha mandato a Gerico molte volte per parlare coi suoi clienti e… e uno… uno aveva una bella e giovane moglie… Mi… mi piacque. Andai anche più che non dovessi… Le piacqui… Ci desiderammo e… peccammo nelle assenze del marito… Non so come fu, perché ella era sana. Sì. Non solo io ero sano e la volli… Ma lei era sana e mi volle. Non so se… se con me volle altri e si contagiasse… So che lei sfiorì presto, ed ora è già nei sepolcri a morire da viva… E io… e io… Mamma! Tu l’hai visto. È poca cosa, ma dicono che è lebbra… e ne morirò. Quando?… Più vita… più casa… più mamma!… Oh! mamma! Ti vedo e non ti posso baciare!… Oggi vengono a scucirmi le vesti ed a scacciarmi di casa… dal paese… Io sono peggio che morto. E non avrò neppure il pianto della mamma sul mio cadavere…».

Il giovane piange. La madre pare una pianta squassata dal vento, tanto la scuotono i singhiozzi. La gente commenta fra opposti sentimenti.

Proposito d’amena.

10Gesù è mesto. Parla: «E quando peccavi non pensavi a tua madre? Tanto folle eri da non ricordare più di avere una madre sulla Terra e un Dio in Cielo? E se la lebbra non fosse apparsa, ti saresti mai sovvenuto che avevi offeso Dio e prossimo? Che ne hai fatto della tua anima? Che della tua giovinezza?».

«Fui tentato…».

11«Sei un infante per non sapere che quel frutto era maledetto? Meriteresti di morire senza pietà».

«Oh! Pietà! Solo Tu puoi…».

12«No Io. Dio[180]. E se qui giuri di non peccare più».

«Lo giuro. Lo giuro. Salvami, Signore. Ho solo poche ore prima della condanna. Mamma!… Mamma! Aiutami col tuo pianto!… Oh! mamma mia!».

La donna non ha neanche più voce. Solo si abbranca alle gambe di Gesù e alza il suo viso dagli occhi dilatati dal dolore, un tragico viso di un che affoga e sa che quello è l’ultimo sostegno che lo regge e che lo può salvare.

13Gesù la guarda. Le sorride pietoso: «Alzati, madre. Tuo figlio è guarito. Ma per te. Non per lui».

La donna non crede ancora. Le pare che così a distanza egli non possa essere stato sanato, e fa cenni di diniego fra i singhiozzi continui.

14«Uomo, levati la tunica dal petto. Là avevi la macchia. Che tua madre sia consolata».

Il giovane si cala la veste apparendo nudo agli occhi di tutti. Non ha che una pelle unita e liscia di giovane ben robusto.

15«Guarda, madre», dice Gesù e si china ad alzare la donna. Mossa che serve anche a trattenerla quando il suo amore di madre e la vista del miracolo la lancerebbe contro il figlio senza attendere che sia purificato. Sentendosi impossibilitata di andare là dove la spinge l’amore materno, si abbandona sul petto di Gesù e lo bacia in un vero delirio di gioia. Piange, ride, bacia, benedice… e Gesù la carezza con pietà. Poi dice al giovane: «Vai dal sacerdote. E ricordati che Dio ti ha sanato per tua madre e perché tu sia giusto in futuro. Va’».

Il giovane se ne va dopo aver benedetto il Salvatore e, a distanza, lo seguono la madre e le altre che erano con lei. La folla ha dei gridi di osanna.

16Gesù torna al suo posto.

Catechesi: “Non desiderare la donna d’altri[181]”.

La dimenticanza del comandamnto

17«Anche colui aveva dimenticato che vi è un Dio il quale ordina onestà nei costumi. Aveva dimenticato che è proibito farsi degli dèi che Dio non siano. Aveva dimenticato di santificare il suo sabato come ho insegnato. Aveva dimenticato il rispetto amoroso verso la madre. Aveva dimenticato che non si deve fornicare, non rubare, non essere falsi, non desiderare la donna altrui, non ammazzare se stesso e la propria anima, non fare adulterio. Tutto aveva dimenticato. Vedete come era stato colpito.

Il desiderio.

18“Non desiderare la donna d’altri” si unisce al “non fare adulterio”. Perché il desiderio precede sempre l’azione. L’uomo è troppo debole per potere desiderare senza poi giungere a consumare il desiderio. E, quello che è sommamente triste, l’uomo non sa fare lo stesso nei giusti desideri. Nel male si desidera e poi si compie. Nel bene si desidera e poi ci si ferma, se pure non si retrocede.

La tentazione.

19Come ho detto a lui, dico a voi tutti, perché il peccato di desiderio è diffuso come la gramigna che da sé si propaga: siete infanti per non sapere che quella tentazione è venefica e va fuggita? 20“Fui tentato”. L’antica parola[182]! Ma siccome è anche un antico esempio, dovrebbe l’uomo sovvenirsi delle conseguenze di esso e sapere dire: “No”. 21La nostra storia non manca di esempi di casti che rimasero tali nonostante tutte le seduzioni del sesso e le minacce dei violenti.

22È la tentazione un male? Non lo è. È l’opera del Maligno. Ma si muta in gloria per il vittorioso su essa.

L’adultero.

23Il marito che va ad altri amori è un assassino della sposa, dei figli, di se stesso. Colui che entra nell’altrui dimora per fare adulterio è un ladro, e dei più vili. Pari al cuculo, gode senza spesa del nido altrui. 24Colui che carpisce la buona fede dell’amico è un falsario, perché testimonia una amicizia che in realtà non ha. 25Colui che così agisce disonora se stesso e i genitori. Può avere allora Dio con sé?

Ribrezzo della lussuria.

26Ho fatto il miracolo per quella povera madre. Ma tanto mi fa schifo la lussuria che ne sono rivoltato. Voi avete urlato per paura e ribrezzo della lebbra. Io, con l’anima mia, ho avuto urlo per il ribrezzo della lussuria[183]. 27Tutte le miserie sono intorno a Me e per tutte Io sono il Salvatore. 28Ma preferisco toccare un morto, un giusto già infracidito con la sua carne che fu proba, e che è già in pace con il suo spirito, ad avvicinare colui che sa di lussuria. 29Sono il Salvatore, ma sono l’Innocente. Lo ricordino tutti coloro che qui vengono o di Me parlano prestando alla mia personalità i fermenti della loro.

30Comprendo che voi vorreste altro da Me. Ma non posso. La rovina di una giovinezza appena formata e demolita dalla libidine mi ha turbato più che se avessi toccato la Morte. 31Andiamo dai malati. Non potendo, per la nausea che mi strozza, essere la Parola, sarò la Salute di chi spera in Me.

32La pace sia con voi».

Evangelizzazione

Il sorriso del Messia

33Infatti Gesù è molto pallido, come sofferente. Non ripiglia il sorriso altro che quando si curva su dei bambini malati e su degli infermi nelle loro barelline. Allora torna ad essere Lui. Specie quando, mettendo il suo dito nella bocca di un mutolino di circa dieci anni, gli fa dire «Gesù» e poi «Mamma».

La gente se ne va piano piano.

L’amore fortifica.

34Gesù resta a passeggiare al sole che innonda l’aia, finché lo raggiunge l’Iscariota: «Maestro. Io non sono tranquillo…».

35«Perché, Giuda?»

«Per quelli di Gerusalemme… Io li conosco. Lasciami andare là per qualche giorno. Non ti dico neppure di mandarmi solo. Anzi ti prego che ciò non sia. Mandami insieme Simone e Giovanni. Quelli che mi furono tanto buoni nel primo viaggio in Giudea. Uno mi frena, l’altro mi purifica anche nel pensiero. Non puoi credere che sia Giovanni per me! È una rugiada che calma i miei ardori ed un olio sulle mie acque agitate… Credilo».

36«Lo so. Non te ne devi stupire perciò se Io l’amo tanto. È la mia pace. Ma anche tu, se sarai sempre buono, sarai il mio conforto. Se tu userai i doni di Dio, e ne hai molti, nel bene, come fai da qualche giorno, diverrai un vero apostolo».

«E Tu mi amerai come Giovanni?».

37«Io ti amo lo stesso, Giuda. Ma solo ti amerò senza affanno e dolore».

38«Oh! Maestro mio, come sei buono!».

«Va’ pure a Gerusalemme. Non gioverà a nulla. Ma non voglio deludere il tuo desiderio di giovarmi. Ora lo dirò subito a Simone e Giovanni. Andiamo. Lo vedi come soffre il tuo Gesù per certe colpe? Sono come uno che ha sollevato un peso troppo forte. Non mi dare mai questo dolore. Mai più…».

«No, Maestro. No. Ti voglio bene. Lo sai… Ma sono un debole…»

39«L’amore fortifica».

Entrano in casa e tutto ha fine.

Nota del Portavoce

40Ed è bene perché io sto molto male: di morale. E lei ne sa la causa. Di fisico perché – sia perché è tempo di Passione, sia perché ho scritto troppo, non so di preciso perché – ho un periodo tremendo di febbri e dolori ai polmoni, alla spina dorsale e all’addome. Credo che Còmpito[184] continui a lavorare in me. Sconto tutto l’umido e la mancanza di sole di quel caro paese.


129. Liberazione di un romano indemoniato[185].

Pazzo per un misterioso male.

Ambiente.

1Gesù è oggi con i nove rimasti, perché gli altri tre sono partiti per Gerusalemme. Tommaso, sempre allegro, si divide perciò fra le sue verdure e le altre più spirituali incombenze, mentre Pietro con Filippo, Bartolomeo e Matteo si occupano dei pellegrini, e gli altri vanno al fiume per il battesimo. Veramente di penitenza con la sizza che tira!

Un matto furioso.

2Gesù è ancora nel suo angolo nella cucina, mentre Tommaso traffica e tace per lasciare in pace il Maestro, quando entra Andrea e dice: «Maestro, c’è un malato che io dico bene guarirlo subito perché… Dicono che è folle perché non sono israeliti. Ma noi diremmo che è posseduto. Urla, sbraita, si divincola. Vieni a vedere Tu»

3«Subito. Dove è?».

«Ancora nel campo. Senti questo ululato? È lui. Pare una bestia ma è lui. Deve essere un ricco perché chi lo accompagna è ben vestito, ed il malato è stato tirato giù da un carro, molto di lusso, da molti servi. Deve essere pagano perché bestemmia gli dèi dell’Olimpo».

4«Andiamo».

«Vengo anche io a vedere», dice Tommaso, più curioso di vedere che preoccupato delle sue verdure.

Escono e, in luogo di piegare verso il fiume, girano verso i campi che separano questo cascinale (noi lo diremmo così) dalla casa del fattore.

In mezzo ad un prato dove prima brucavano delle pecore, che ora spaurite si sono sparpagliate in ogni senso, invano radunate dai pastori e da un cane – è il secondo cane che vedo da quando vedo – vi è un uomo tenuto legato solidamente e che, ciò nonostante, fa dei balzi da forsennato, con urli atroci che sempre più crescono più Gesù si avvicina.

Pietro, Filippo, Matteo e Natanaele sono lì vicino, perplessi. E c’è anche della gente: uomini, perché le donne hanno paura.

«Sei venuto, Maestro? Vedi che furia?», dice Pietro.

5«Ora passerà».

«Ma… è pagano, sai?».

6«E che valore ha questo?».

«Eh!… per via dell’anima!…

Sforzo che merita premio.

7Gesù ha un breve sorriso e procede. Raggiunge il gruppo del matto, che sempre più si agita.

8Si stacca dal gruppo uno che l’abito e il volto rasato denunciano per romano, e saluta: «Salve, Maestro. Fama di Te mi è giunta. Sei più grande d’Ippocrate nel guarire e del simulacro di Esculapio per operare miracolo sui morbi. Lo so. Vengo per questo. Mio fratello, lo vedi? Folle per misterioso male. Nessun medico ne capisce. Sono andato con lui nel tempio di Esculapio. Ma ne uscì ancora più folle. A Tolemaide ho un parente. Mi mandò un messaggio con una galera. Diceva che qui è Uno che tutti guarisce. E sono venuto. Tremendo viaggio!».

9«Merita premio».  

«Ma, bada. Neppure proseliti siamo. Romani, fedeli agli dèi. Pagani, voi dite. Di Sibari, ora a Cipro».

10«È verità. Pagani siete».

«Allora… nulla per noi? Il tuo Olimpo caccia il nostro od è cacciato».

Verità su Dio e l’anima

Che cosa è l’anima e dove sta?

11«Il mio Dio, unico e trino regna, unico e solo».

«Sono venuto invano», dice il romano deluso.

12«Perché?».

«Perché io sono d’un altro dio».

13«L’anima è creata da Un Solo».

«L’anima?…».

14«L’anima. Quella cosa divina che da Dio viene creata per ogni uomo. Compagna nell’esistenza, superstite oltre l’esistenza».

«E dove è?».

15«Nel profondo dell’io. Ma pure essendo, come cosa divina, nell’interno del delubro più sacro, si può dire di lei – e lei dico, non essa, perché non cosa è, ma ente vero e degno d’ogni rispetto – che non è contenuta ma contiene».

Che è filosofia?

«Per Giove! Ma sei filosofo?».

16«Sono la Ragione unita a Dio».

«Credevo lo fossi per quanto dicevi…».

17«E che è filosofia, quando è vera e onesta, se non elevazione della umana ragione verso la Sapienza e la Potenza infinite, ossia verso Dio?».

«Dio! Dio!… Ho quello sciagurato che mi disturba. Ma quasi dimentico il suo stato per ascoltare Te, divino».

18«Non come tu dici lo sono. Tu divino chiami chi è superiore all’umano. Io dico che tal nome va dato solo a chi è da Dio».


 Che cosa è Dio? Chi l’ha visto?.

«Che è Dio? Chi mai l’ha visto?».

19«È stato scritto: “Tu che ci formasti, salve! Quando io descrivo la perfezione umana, le armonie del corpo nostro, io celebro la tua gloria”. Fu detto: “La tua bontà rifulge nell’avere distribuito i tuoi doni a tutti coloro che vivono, perché ogni uomo avesse ciò che gli è necessario. E la tua sapienza si testimonia per i tuoi doni, come la tua potenza nel compiersi dei tuoi voleri”. Riconosci queste parole?».

«Se Minerva mi soccorre… sono di Galeno. Ma come le sai? Io strabilio!…».

20Gesù sorride e risponde: «Vieni al Dio vero ed il suo divino spirito ti farà dotto della “vera sapienza e pietà che è conoscere te stesso ed adorare la Verità”».

«Ma questo è sempre Galeno! Ora ne sono sicuro. Oltre che medico e mago, sei anche filosofo. Perché non vieni a Roma?».

21«Non medico, non mago, non filosofo, come tu dici. Ma testimonianza di Dio sulla Terra. Portatemi vicino il malato».

Liberazione dell’indemoniato.

Fra urla e divincolii lo trascinano lì.

22«Vedi? Tu lo dici folle. Dici che nessun medico poté guarirlo. E’ vero. Nessun medico, perché folle non è. Ma un degli inferi, così dico per te, pagano, è entrato in lui».

«Ma non ha lo spirito pitone[186]. Anzi dice solo errori».

23«Noi lo chiamiamo “demonio”, non pitone. Vi è il parlante e il muto. Colui che inganna con ragioni intinte di vero, e quello che è solo disordine mentale. Il primo di questi due è il più completo e pericoloso. Tuo fratello ha il secondo. Ma ora ne uscirà».

«Come?».

24«Esso stesso te lo dirà».

25Gesù ordina: «Lascia l’uomo! Torna al tuo abisso».

«Vado. Contro Te troppo debole è il mio potere. Mi cacci e mi imbavagli. Perché sempre ci vinci?…».  Lo spirito ha parlato per bocca dell’uomo, che poi si accascia come spossato.

26«É guarito. Scioglietelo senza paura».

«Guarito? Ne sei certo? Ma… Ma io ti adoro!». Il romano fa per prostrarsi.

27Ma Gesù non vuole. «Alza lo spirito. In Cielo è Dio. Lui adora, e va’ verso di Lui. Addio».

«No. Così no. Almeno prendi. Permettimi ti tratti come i sacerdoti di Esculapio. Permettimi di udirti parlare… Permettimi di parlare di Te nella mia patria….».

28«Fallo. E vieni col fratello».

Il quale fratello si guarda intorno stupito e chiede: «Ma dove sono? Questa non è Cintium! Il mare dove è?».

29«Eri…» Gesù fa un cenno per imporre silenzio e dice: «Eri sofferente per grande febbre e ti hanno condotto in altro clima. Ora stai meglio. Vieni».

Vanno tutti – e non tutti ugualmente commossi, perché vi è chi ammira e chi critica la guarigione del pagano – nello stanzone.

30E Gesù va al suo posto, avendo sul davanti dell’assemblea proprio i romani.

L’Unificatore universale (Discorso messianico)

Il Profeta Eliseo.

31«Non vi spiaccia se Io cito un brano dei Re. É detto in esso che, essendo il re di Siria in procinto di guerra contro Israele, aveva nella sua corte un uomo grande ed onorato di nome Naaman, che era lebbroso. 32E che una fanciulla d’Israele, predata dai siri, divenuta sua schiava, gli disse: “Se il mio signore fosse stato dal profeta che è in Samaria, certamente egli lo avrebbe guarito dalla lebbra”. 33Al che Naaman, chiestane licenza al re, seguì il consiglio della fanciullina. Ma il re d’Israele fortemente si agitò dicendo: “Son forse io Dio che il re di Siria mi manda i malati? Questo è un tranello per giungere alla guerra”. 34Ma il profeta Eliseo, saputo del fatto, disse: “Venga da me il lebbroso ed io lo guarirò ed egli saprà che vi è un profeta in Israele”. 35Naaman andò allora da Eliseo. Ma Eliseo non lo ricevette. Solo gli mandò a dire: “Lavati per sette volte nel Giordano e sarai mondato”. Naaman se ne sdegnò, parendogli aver fatto per nulla tanta strada, e fece per ripartire sdegnato. 36Ma i servi gli dissero: “Non ti ha chiesto che di lavarti sette volte, e anche ti avesse ordinato molto di più avresti dovuto farlo, perché egli è il profeta”. Allora Naaman si arrese. 37Andò, si lavò e tornò sano. Giubilante, fece ritorno dal servo di Dio e gli disse: “Ora so la verità: non vi è altro Dio su tutta la Terra. Ma vi è solo il Dio d’Israele”. E, poi che Eliseo non voleva doni, gli chiese di poter prendere almeno tanta terra da poter sacrificare, su terra d’Israele, al Dio vero.

Gesù di Nazaret: In Israele sta il Messia.

38So che voi non tutti approvate quanto Io ho fatto. So anche che non sono tenuto a giustificarmi a voi. Ma, posto che vi amo di amor vero, voglio che voi comprendiate il mio gesto e da esso impariate, e cada dal vostro animo ogni senso di critica e di scandalo.

39Qui abbiamo due sudditi di uno stato pagano. Uno era malato, e loro fu detto per tramite di un parente, ma certo per bocca d’Israele: “Se andaste dal Messia d’Israele, Egli sanerebbe il malato”. Ed essi da molto lontano sono venuti a Me. Più grande ancora la loro fiducia di quella di Naaman, perché nulla sapevano di Israele e di Messia, mentre il siro, per vicinanza di nazione e continuo contatto con schiavi d’Israele, già sapeva che in Israele è Dio. Il vero Dio. Non è bene che ora un uomo pagano possa tornare in patria dicendo: “Veramente in Israele è un uomo di Dio, e in Israele adorano il vero Dio”?

40Io non ho detto: “Lavati sette volte”. Ma ho parlato di Dio e dell’anima, due cose da essi ignorate e che, come le bocche di una inesausta sorgente, portano con sé i sette doni. Perché dove è concetto di Dio e di spirito, e desiderio di pervenire ad essi, nascono le piante della fede, speranza, carità, giustizia, temperanza, fortezza, prudenza. Virtù ignote a coloro che dai loro dèi non possono che copiare le comuni passioni umane, aumentate in licenza perché compiute da supposti eccelsi. 41Ora essi tornano in patria. Ma più della gioia di essere esauditi c’è quella di dire: “Sappiamo che bruti non siamo, che oltre la vita è ancora un futuro. Sappiamo che il vero Dio è Bontà e perciò ama pure noi e ci benefica per persuaderci ad andare a Lui”.

L’anima è l’essenza spirituale dell’uomo.

42E che credete? Che essi solo ignorino il vero? Poco fa un mio discepolo credeva Io non potessi guarire il malato perché aveva un’anima pagana. 43Ma l’anima che è? E da chi viene? L’anima è l’essenza spirituale dell’uomo. É quella che, creata di età perfetta, investe, accompagna, avviva tutta la vita della carne e continua a vivere dopo che la carne non è più, essendo immortale come Colui che la crea: Iddio[187]. 44Essendo un solo Dio, non vi sono anime di pagani o anime di non pagani create da diversi dèi. Vi è una sola Forza che crea le anime, ed è quella del Creatore, del Dio nostro, unico, potente, santo, buono, senza altra passione che non sia l’amore, la carità perfetta, tutta spirituale; e, per essere inteso da questi romani, come ho detto carità, dico anche carità tutta morale. Perché il concetto: spirito, non è compreso da questi pargoli che non sanno nulla delle parole sante.

L’Unificatore universale

45E che credete? Che solo per Israele Io sia venuto? Sono Colui che radunerà le stirpi sotto un solo pastorale: quello del Cielo. E in verità vi dico che presto verrà il tempo che molti pagani diranno: “Lasciateci avere quel tanto da potere nel nostro suolo pagano consumare sacrifici al Dio vero, al Dio uno e trino”, di cui Io sono la Parola.

46Ora essi vanno. Convinti più che se Io li avessi schiacciati con lo sdegno. Essi e nel miracolo e nelle mie parole sentono Dio, e questo diranno dove essi tornano.

47Inoltre vi dico: non era giusto premiare tanta fede? Disorientati dai responsi dei medici, delusi dagli inutili viaggi nei templi, hanno saputo avere ancora fede per venire allo sconosciuto, al grande Sconosciuto del mondo, al deriso, al grande Deriso e Calunniato d’Israele, e dirgli: “Credo che Tu possa”. 48Il primo crisma alla loro nuova mentalità viene loro da questo avere saputo credere. Non tanto della malattia quanto della errata fede Io li ho sanati, perché ho messo le loro labbra su un calice la cui sete cresce più se ne beve: la sete di conoscere il Dio vero.

49Ho finito. Dico a voi di Israele: sappiate avere fede come questi seppero».

Evangelizzazione.

Sete del Dio vero.

50Il romano si accosta col guarito: «Ma… Non oso più dire: per Giove. Dico: ma sul mio onore di cittadino romano io ti giuro che avrò questa sete! Ma ora io devo andare. Chi mi darà più da bere?».

51«Il tuo spirito, l’anima che ora sai di avere, fino al giorno che un mio messo verrà a te».

«E Tu no?».

52«Io… Io no. Ma non sarò assente pur non essendo presente. E non passeranno che poco più di due anni che Io ti farò un dono più grande della guarigione di costui che ti era caro. Addio ad ambedue. Sappiate perseverare in questo sentimento di fede».

«Salve, Maestro. Il Dio vero ti salvi».

I due romani se ne vanno e si ode che chiamano i servi col carro.

«E neppure sapevano di avere un’anima!», mormora un vecchio.

 53«Sì, padre. Ed hanno saputo accettare la parola mia meglio di tanti in Israele. Ora, posto che hanno dato tanto obolo, benefichiamo i poveri di Dio con doppia e tripla misura. E i poveri preghino per questi benefattori, più poveri di loro stessi, perché giungano alla vera, unica ricchezza che è conoscere Iddio».

Le patrie passano, ma il Cielo resta

La velata piange sotto il suo velo che impedisce di vederne le lacrime, ma non di udirne i singhiozzi.

«Quella donna piange», dice Pietro.

«Forse non ha più denaro. Gliene diamo?».

54«Non piange per questo. Ma va’ a dirle così: “Le patrie passano. Ma il Cielo resta. Esso è di chi sa avere fede. Dio è Bontà e perciò ama anche i peccatori. E ti benefica per persuaderti di andare a Lui”. Va’. Dille così e poi lasciala piangere. É veleno che esce».

41Pietro se ne va dalla donna già incamminata verso i campi. Le parla e torna.

«Si è messa a piangere più forte», dice.

«Credevo di consolarla…», e guarda Gesù.

55«É consolata, infatti. Anche la gioia fa piangere».

L’unica cosa utile

«Uhm!… Mah!… Ecco, io sarò contento quando la vedrò in volto. La vedrò?».

56«Al giorno del Giudizio».

«Divina Misericordia! Ma allora sarò morto! E che me ne farò di sapere questo? Avrò da guardare l’Eterno allora!».

57«Fallo sin da questo momento. É l’unica cosa utile».

«Sì… ma… Maestro, chi è?». Ridono tutti.

58«Se lo chiedi un’altra volta partiamo subito; così la dimentichi».

«No. Maestro. Però… basta che resti… Tu…»

59Gesù sorride. «Quella donna», dice, «è un avanzo e una primizia».

«Che vuoi dire? Io non capisco».

60Ma Gesù lo lascia in asso per andare verso il paese.

47«Va da Zaccaria. Ha la donna morente», spiega Andrea.

«Ha mandato me a dirlo al Maestro».

48«Tu mi fai stizza! Sai tutto, fai tutto e non dici mai nulla. Peggio di un pesce sei». Pietro si sfoga sul fratello della sua delusione.

«Fratello, non te la prendere. Parli tu anche per me. Andiamo a ripescare le nostre reti. Vieni».

Chi va a destra e chi a sinistra e tutto ha fine.

130. 8° Comandamento: “Non dirai falsa testimonianza”. Il piccolo Asrael[188].

Fatti del giorno

Fiere che annusano…

1«Quanta gente!», esclama Matteo. E Pietro risponde: «Dì, guarda! Ci sono anche dei galilei…  Ahi! Ahi! Andiamo a dirlo al Maestro. Sono tre onorati briganti!».

«Vengono per me, forse. Anche qui mi perseguitano…».

«No, Matteo. Il pescecane non mangia il pesciolino. Vuole l’uomo. Preda nobile. E solo se proprio non lo trova si pappa un grosso pesce. Ma io, te, gli altri, siamo pesciolini… robetta».

«Per il Maestro dici?», interroga Matteo.

«E per chi allora? Non vedi come guardano da tutte le parti? Sembrano fiere che annusano le peste della gazzella».

«Vado a dirlo…».

«Aspetta! Lo diciamo ai figli di Alfeo. Lui è troppo buono. Bontà sciupata quando cade in quelle bocche».

«Hai ragione».

I due vanno al fiume e chiamano Giacomo e Giuda. «Venite. Ci sono dei tipi… Buoni per il supplizio. Certo vengono per importunare il Maestro».

«Andiamo. Lui dove è?».

«Ancora nella cucina. Facciamo presto, perché se se ne accorge non vuole».

«Sì. E fa male».

«Lo dico anche io».

Maledicenti, mentitori e vigliacchi

2Ritornano sull’aia. Il gruppo, designato «galileo», parla con sussiego ad altra gente. Giuda di Alfeo si accosta come per caso. E ode: «.. parole devono essere appoggiate sui fatti».

«E Lui li fa! Anche ieri ha guarito un romano indemoniato!», ribatte un robusto popolano.

«Orrore! Guarire un pagano! Scandalo! Odi, Eh?».

«Tutte le colpe in Lui: amicizie con pubblicani e meretrici, commerci coi pagani e…».

«E sopportazione dei maldicenti. Anche questa è una colpa. Ai miei occhi la più grave. Ma, posto che Lui non sa, non vuole difendere Se stesso, parlate con me. Sono il suo fratello e a Lui maggiore, e questo è l’altro fratello, ancor più adulto. Parlate».

«Ma perché te la pigli? Credi che noi si parli male del Messia? Ohibò! Noi siamo venuti da tanto lontano per fama di Lui. Lo dicevamo anche a questi…».

«Mentitore! Mi fai tanto schifo che ti volgo le spalle». E Giuda d’Alfeo, sentendo forse in pericolo la carità verso i nemici, se ne va.

«Non è forse vero? Ditelo voi tutti…».

Ma i «tutti», ossia gli altri coi quali questi galilei parlavano, tacciono. Non vogliono mentire e non osano smentire. Perciò stanno zitti.

«Non sappiamo neanche come è Lui…», dice il galileo Eli.

«Non lo hai insultato in casa mia, non è vero?», chiede Matteo ironico.

«O sei smemorato per malattia?».

Il «galileo» si ammanta e se ne va cogli altri senza rispondere.

«Vigliacco», gli grida dietro Pietro.

Tempi nuovi, nuovi sistemi.

3«Volevano dirci cose di inferno di Lui…», spiega un uomo.

«Ma noi abbiamo visto i fatti. E noi sappiamo invece come sono loro, i farisei. A chi credere allora? Al Buono che è proprio buono, o ai malvagi che da loro si dicono buoni, ma che poi sono un castigo? Io so che da quando vengo non mi conosco più, tanto sono mutato. Ero un violento, duro alla moglie e ai figli, ero senza rispetto del vicino e ora… Lo dicono tutti al paese: “Azaria non è più lui”. 4 E allora? Si è mai sentito che un demonio faccia buoni? Per chi lavora allora? Per la santità nostra? Oh! che davvero è un bizzarro satanasso se lavora per il Signore!».

5«Dici bene, uomo. E Dio ti protegga perché sai bene comprendere, bene vedere e bene operare. Prosegui così e sarai un vero discepolo del benedetto Messia. Una gioia per Lui che vuole il vostro bene e che tutto sopporta pur di portarvi ad esso. Non scandalizzatevi che del vero male. Ma quando vedete che in nome di Dio Egli opera, non abbiate scandalo, e non credete a quelli che vi vorrebbero persuadere di scandalo, anche se lo vedete fare cose nuove. 6Questo è il tempo nuovo. Come un fiore nato dopo secoli che la radice lavora, esso è venuto. Se non fosse stato preceduto da quella, non avremmo potuto comprendere la sua Parola. Ma secoli di ubbidienza alla Legge del Sinai ci hanno dato quel minimo di preparazione per potere, dal nuovo tempo, fiore divino che la Bontà ci ha concesso di vedere, aspirare tutti gli incensi e tutti i succhi per purificarci, fortificarci, renderci profumati di santità come un altare. 7Essendo il tempo nuovo, ha nuovi sistemi, non contrari alla Legge, ma tutti infusi di misericordia e carità, perché Egli è la Misericordia e l’Amore sceso dal Cielo». Giacomo d’Alfeo fa un gesto di saluto e va verso casa.

Sapienza acquisita alla scuola di Maria.

8«Come parli bene, tu!», dice ammirato Pietro. «Io non so mai che dire. Dico solo: “Siate buoni. Amatelo, ascoltatelo, credetelo”. Proprio non so come possa essere contento di me!».

«Eppure lo è tanto», risponde Giacomo d’Alfeo.

«Davvero lo dici o lo dici per bontà tua?».

«In verità così è. Me lo diceva anche ieri».

«Sì?! Allora oggi sono più contento del giorno che mi fu portata la sposa. Ma tu… dove hai imparato a parlare così bene?».

9«Sulle ginocchia di sua Madre e al suo fianco. Che lezioni! Che parole! Solo Lui può parlare ancora meglio di Lei. Ma quello che a Lei manca in potenza, Ella te lo aggiunge in dolcezza… ed entra… Le sue lezioni! Hai mai visto un panno che tocchi con un angolino un olio odoroso? Piano piano beve non l’olio ma il profumo e, se anche l’olio viene levato, il profumo resta sempre a dire: “Io ci fui”. Così di Lei. Anche in noi, stoffe ruvide e lavate poi dalla vita, Ella è penetrata con la sua sapienza e grazia, e il suo profumo è in noi».

10«Perché non la fa venire? Diceva che lo faceva! Si diventerebbe più buoni, meno zucconi… io almeno. E anche questa gente… Davanti a Lei sarebbero più buoni anche quegli aspidi che vengono ogni tanto…».

«Lo credi? Io no. Noi si diventerebbe più buoni, e anche gli umili lo diventerebbero. Ma i potenti e i cattivi!… Oh! Simone di Giona! Non prestare mai agli altri i tuoi sentimenti onesti! Ne avresti delusioni… Ecco Lui. Non diciamogli niente…».

Il piccolo Asrael futuro evangelizzatore.

11Gesù esce dalla cucina avendo per mano un bambinello, che gli trotterella di fianco morsicando una crosta di pane unta d’olio. Gesù regola il suo lungo passo alle piccole gambette del suo amico. «Una conquista!», dice allegro. «Mi ha detto questo uomo di quattr’anni, che si chiama Asrael, che lui vuole essere un discepolo e imparare tutto: a predicare, a fare guarire i bambini malati, a far venire uva sui tralci anche in dicembre, e poi vuole andare su un monte e gridare a tutto il mondo: “Venite, c’è il Messia!”. Non è così, Asrael?».

12E il bambino ridente dice di sì, di sì, e intanto mangia.

«Sai appena mangiare, tu!», lo stuzzica Tommaso.

«Non sai neanche dire chi è il Messia».

13«É Gesù di Nazaret».

«E che vuole dire “Messia”?».

14«Vuole dire… vuole dire: l’Uomo che è stato mandato per essere buono e farci buoni tutti».

«E come fa per farci buoni? Tu che sei un monello come farai?».

15«Gli vorrò bene. E farò tutto. E Lui farà tutto perché io gli vorrò bene. Fa’ anche te così e diventerai buono».

16«E la lezione è data, Tommaso. Hai il precetto: “Voglimi bene e farai tutto, perché Io ti amerò se mi vorrai bene, e l’amore farà tutto in te”. Lo Spirito Santo ha parlato. Vieni, Asrael. Andiamo a predicare».

17É così lieto Gesù quando ha un bambino, che vorrei portargli tutti i bambini e farlo conoscere a tutti i bambini. Ce ne sono tanti che non lo conoscono neppure di nome!

Il saluto alla “Velata”.

18Passa davanti alla velata e prima di giungere dice al bambino: «Di’ a quella donna: “La pace sia con te”».

«Perché?».

19«Perché ha la “bua” come te quando cadi. E piange. Ma se tu le dici così, le passa»

20«La pace sia con te, donna. Non piangere. Me lo ha detto il Messia. Se gli vuoi bene, Lui ti vuol bene e guarisci», grida il bambino mentre Gesù lo trascina seco senza fermarsi. C’è proprio in Asrael la stoffa del missionario. Anche se per ora è un poco… intempestivo nelle sue predicazioni e dice più che non gli si sia detto di dire.

Catechesi: “Non dirai falsa testimonianza”.

Il bugiardo è due volte assassino.

Il bugiardo ammazza una stima.

21«La pace a tutti voi.

22“Non dirai falsa testimonianza” è detto[189].

23Cosa c’è di più nauseante di un bugiardo? Non si può dire che egli accentra crudeltà con impurità? Sì, che si può. 24Il bugiardo, parlo del bugiardo in cose gravi, è crudele. Egli uccide una stima con la sua lingua. Dunque non è diverso dall’assassino. Anzi dico: è più di un assassino. Costui uccide solo un corpo.

Il bugiardo ammazza il buon nome.

25Il bugiardo uccide anche il buon nome, il ricordo di un uomo. Perciò è due volte assassino. É l’assassino impunito perché non sparge sangue, ma lede un onore, e del calunniato e della sua intera famiglia.

Carboni dell’Inferno per lo spergiuro.

26E non contemplo neppure il caso di uno che giurando il falso mandi un altro alla morte. Su questo già sono accumulati i carboni della Geenna. Ma parlo solo di chi con bugiarda parola insinua e persuade altri in sfavore di un innocente. Perché lo fa? O per odio senza ragione. O per avidità di avere ciò che l’altro ha. Oppure per paura.

I moventi della Menzogna.

PerOdio.

27Ha l’odio solo chi è amico di Satana. Il buono non odia. Mai. Per nessuna ragione. Anche vilipeso, anche danneggiato, perdona. Non odia mai. L’odio è la testimonianza che un’anima perduta dà di se stessa, e la testimonianza più bella che viene data all’innocente. Perché l’odio è la rivolta del male contro il bene. Non si perdona a chi è buono.

Per avidità.

28“Colui ha ciò che io non ho. Io voglio ciò che lui ha. Ma solo con lo spargere disistima su lui io posso giungere ad avere il suo posto. Ed io lo faccio. Mento? Che importa? Derubo? Che importa? Posso giungere a rovinare tutta una famiglia? Che importa?”. 29Fra tante domande che l’astuto mentitore si fa, dimentica, vuole dimenticare, una domanda. Questa: “E se venissi smascherato?”. Questa non se la fa perché, preso dall’orgoglio e dall’avidità, è come uno dagli occhi tappati. Non vede il pericolo. 30É ancora come uno ebbro. É ebbro del vino satanico, e non pensa che Dio è più forte di Satana e si incarica di fare le vendette del calunniato. 31Il mentitore si è dato alla Menzogna e fida stoltamente nella sua protezione.

Per paura.

32Molte volte uno calunnia per scusare se stesso. É la forma più comune di menzogna. Si è fatto il male. Si teme venga scoperto e riconosciuto come opera nostra. Allora, usando ed abusando della stima che ancora si ha presso gli altri, ecco che si capovolge il fatto, e quello che noi si è fatto lo si addossa all’altro di cui si teme solo l’onestà. Ancora lo si fa perché l’altro, delle volte, è stato, senza volere, testimonio di una nostra mala azione, e allora ci si vuole mettere al sicuro da una sua testimonianza. Lo si accusa per renderlo inviso onde, se lui parla, nessuno lo creda.

Qualità della Verità.

  Bontà

33Ma agite bene! Agite bene! E di questa menzogna non avrete mai bisogno. Non pensate, quando mentite, come vi mettete un giogo pesante?[190] Esso è fatto della soggezione al demonio, della paura perpetua di una smentita e della necessità di ricordare la menzogna detta, coi fatti ed i particolari con cui fu detta, anche dopo degli anni, senza cadere in contraddizione[191]. Una fatica da galeotto. E servisse al Cielo! Ma serve solo a prepararsi il posto nell’inferno!

  Sincerità.

34Siate schietti. Così bella la bocca dell’uomo che non conosce menzogna![192] Sarà povero, sarà rozzo, sarà sconosciuto? Lo è, anzi? Sì. Ma è sempre un re[193]. Perché è un sincero. E la sincerità è regale più dell’oro e del diadema, ed eleva sulle folle più di un trono, e dà corte di buoni più di quanta ne ha un monarca.


Sicurezza

35Sicurezza e sollievo dà la vicinanza dell’uomo sincero. Mentre disagio dà l’amicizia dell’insincero e anche solo l’averlo vicino dà un senso di disagio. Non pensa chi mente che, poiché presto la menzogna affiora per mille cause, dopo egli è sempre tenuto in sospetto? Come poter accettare più quanto egli dice? Anche se dice il vero, e chi l’ode lo vuol credere, in fondo c e sempre un dubbio: “Mentirà anche ora?”[194]. Voi direte: “Ma dove è la testimonianza falsa?”. Ogni menzogna è testimonianza falsa. Non solo quella legale.

  Semplicità.

36Siate semplici come semplice è Dio e il fanciullo. Siate veritieri in tutti i vostri momenti della vita[195]. Volete essere reputati buoni? Siatelo in verità[196]. Se anche un maldicente volesse dire di voi male, cento buoni direbbero: “No. Non è vero. Egli è buono. Le sue opere parlano per lui”.

Le cose che odia il Signore.

Le cose odiose e l’esecrabile.

37In un libro sapienziale è detto[197]: “L’uomo apostata procede con la perversità sulle labbra… nel suo cuore perverso prepara il male e in ogni tempo semina discordie… 38Sei cose odia il Signore e la settima l’ha in esecrazione: gli occhi superbi, la lingua bugiarda, le mani che spargono sangue innocente, il cuore che medita iniqui disegni, i piedi che corrono frettolosi al male, il falso testimonio che proferisce menzogne, e colui che semina discordie fra i fratelli…

Frutti del bugiardo.

 39Per i peccati della lingua la rovina si avvicina al malvagio… Chi mentisce è un testimone fraudolento[198]. 40Il labbro veritiero non muta in eterno, ma è testimonio di un momento chi imbastisce linguaggio di frode. 41Le parole del sussurrone sembrano semplici, ma penetrano le viscere. 42Il nemico si riconosce al suo parlare quando cova tradimento. Quando parla con voce sommessa non te ne fidare, perché porta nel cuore sette malizie. Egli con finzione nasconde il suo odio, ma la sua malizia sarà rivelata… 43Chi scava la fossa vi cadrà e la pietra cadrà addosso a chi la rotola”.

Un solo linguaggio: Sì sia sì, no sia no.

44Vecchio come il mondo è il peccato di menzogna e senza mutazione è il pensiero del sapiente in proposito, come senza mutazione è il giudizio di Dio su chi è bugiardo. Io dico: “Abbiate sempre un solo linguaggio. Il sì sia sempre sì e il no sia sempre no anche di fronte a potenti ed a tiranni.

La Verità vi diventi amica.

45E grande merito ne avrete in Cielo”. Vi dico: “Abbiate la spontaneità del fanciullo che va per istinto da chi sente buono senza cercare altro che bontà. E che dice ciò che la sua stessa bontà gli fa pensare, senza calcolare se dice troppo e ne può avere un biasimo”.

46Andate in pace. E la Verità vi diventi amica».

Conferma del piccolo del Signore

47Il piccolo Asrael, che è sempre stato seduto ai piedi di Gesù col capino alzato come un uccellino che ascolta il canto del genitore, ha una mossa tutta dolcezza: si strofina col visetto contro i ginocchi di Gesù e dice: 48«Io e Te siamo amici perché Tu sei buono e io ti voglio bene. Ora lo dico anche io»; e sforzando la vocina per farsi udire per tutto il vasto stanzone dice, gestendo come ha visto fare a Gesù: 49«Tutti, ascoltate. Io so dove vanno le persone che non dicono bugie e vogliono bene a Gesù di Nazaret. Vanno su per la scala di Giacobbe[199]. Su, su, su… insieme agli angeli e poi si fermano quando trovano il Signore», e ride felice mostrando tutti i dentini.

50Gesù lo carezza e scende fra la gente. Riporta il piccolo alla madre: «Grazie, donna, di avermi dato il tuo bambino».

«Ti ha dato noia…».

51«No. Mi ha dato amore. E’ un piccolo del Signore, e il Signore sia sempre con lui e con te. Addio».

Tutto ha fine.

131. 7° Comandamento: “Non rubare e non desiderare ciò che è d’altri”. Il peccato di Erode[200].

Catechesi

Le cose necessarie all’uomo

1«Dio dà ad ognuno il necessario. Questo è in verità. Cosa è necessario all’uomo? Il fasto? Il grande numero di servi? Le terre i cui campi non si possono contare? I banchetti che vedono da un tramonto sorgere un’aurora? No. Necessario all’uomo è un tetto, un pane, una veste. L’indispensabile per vivere.

2Guardatevi intorno. Chi sono i più allegri ed i più sani? Chi gode di una sana vecchiezza serena? I gaudenti? No. Quelli che onestamente vivono, lavorano e desiderano. Essi non hanno veleno di lussuria e rimangono forti. Non veleno di crapule e rimangono agili[201]. Non veleno di invidie e rimangono allegri. Mentre chi desidera avere sempre più uccide la sua pace e non gode, ma precocemente invecchia, arso da livore o da abuso.

Quando il desiderio è peccato.

3Potrei unire il comando del “non rubare” a quello del “non desiderare ciò che è d’altri”[202]. Perché infatti il desiderio eccessivo spinge al furto. Non è che un passo breve da questo a quello. É illecito ogni desiderio? Io non dico questo. Il padre di famiglia che, lavorando nel campo o nell’officina, desidera trarne di che assicurare pane alla prole, non pecca in verità. Anzi ubbidisce al suo dovere di padre. Ma quello che invece non desidera altro che godere di più, e si appropria di ciò che è d’altri per giungere a godere di più, costui pecca.

L’invidia separa da Dio e unisce a Satana.

Lucifero

4L’invidia! Perché, che è il desiderio della cosa altrui se non avarizia e invidia? L’invidia separa da Dio, figli miei, e unisce a Satana. Non pensate che il primo che desiderò la roba d’altri fu Lucifero? Era il più bello degli arcangeli, godeva di Dio. Avrebbe dovuto esser contento di questo. Invidiò Dio e volle essere lui Dio e divenne il demonio. Il primo demonio.

 

Adamo ed Eva

5Secondo esempio: Adamo ed Eva tutto avevano avuto, godevano del terrestre paradiso, godevano dell’amicizia di Dio, beati nei doni di grazia che Dio aveva loro dati. Avrebbero dovuto accontentarsi di questo. Invidiarono a Dio la conoscenza del bene e del male e furono cacciati dall’Eden divenendo i proscritti invisi a Dio. I primi peccatori.

Caino, Maria di Aronne e Mosè.

6Terzo esempio: Caino invidiò Abele per la sua amicizia col Signore. E divenne il primo assassino[203]..

7Maria, sorella di Aronne e Mosè, invidiò il fratello e divenne la prima lebbrosa della storia d’Israele[204]. Potrei passo passo condurvi per tutta la vita del popolo di Dio, vedreste che il desiderio smodato fece, di chi lo ebbe, un peccatore, e della nazione un castigo. Perché i peccati dei singoli si accumulano e provocano i castighi delle nazioni, così come granelli e granelli e granelli di rena, accumulati in secoli e secoli, provocano una frana che sommerge i paesi e chi è in essi.

Libertà dai desideri.

Libertà dai desideri buoni.

8Vi ho sovente citato ad esempio i pargoli, perché semplici e fidenti. Oggi vi dico: imitate gli uccelli nella libertà dai desideri. Guardate. Ora è inverno. Poco cibo è nei frutteti. Ma si preoccupano essi nell’estate di accumularlo? No. Fidano nel Signore. Sanno che un vermolino, un granello, una mica, un ragnetto, una moschina sull’acqua la potranno sempre catturare per il loro gozzetto. Sanno che un comignolo caldo o un bioccolo di lana ci sarà sempre per il loro rifugio d’inverno, come sanno che, quando verrà il tempo in cui necessita loro avere fieni per i nidi e maggior pasto per la prole, ci sarà fieno fragrante sui prati e succoso cibo nei frutteti e nei solchi, e di insetti sarà ricca l’aria e la terra. E cantano piano: “Grazie, Creatore, per quanto ci dai e ci darai”, pronti ad osannare a piena gola quando nell’epoca degli amori godranno della sposa e si vedranno moltiplicati nella prole.

Libertà dai desideri impuri.

9C’è creatura più lieta dell’uccello? Eppure che è la sua intelligenza[205] rispetto a quella umana? Una scaglietta di silice rispetto ad un monte. Ma vi insegna. In verità vi dico che possiede la letizia dell’uccello colui che vive senza desiderio impuro. 10Egli si fida di Dio e lo sente Padre. Egli sorride al giorno che sorge e alla notte che cala, perché sa che il sole è suo amico e la notte è sua nutrice. 11Egli guarda senza rancore gli uomini e non teme le loro vendette, perché non li danneggia in alcun modo. 12Egli non trema per la sua salute né per il suo sonno, perché sa che una vita onesta tiene lontane le malattie e dà dolce riposo. 13Non teme infine la morte perché sa che, avendo bene agito, non può che avere il sorriso di Dio. 14Anche il re muore. Anche il ricco muore. Non è lo scettro che allontana la morte né il denaro che compera l’immortalità. Come davanti al Re dei re e al Signore dei signori sono cosa risibile le corone e le monete, ma ha solo valore una vita vissuta nella Legge!

Il peccato è meretricio con Satana.

Il peccato di Erode

15Cosa dicono quegli uomini là in fondo? Non abbiate paura di parlare».

«Dicevamo: l’Antipa[206] di che peccato è colpevole? Di furto o di adulterio?».

16«Non vorrei guardaste gli altri ma i vostri cuori. Però vi rispondo che egli è colpevole di idolatria adorando la carne più di Dio, di adulterio, di furto, di illecito desiderio e presto di omicidio».

«Sarà salvato da Te, Salvatore?».

17«Io salverò coloro che si pentono e tornano a Dio. Gli impenitenti non avranno redenzione».

«Hai detto che è ladro. Ma che ha rubato?».

18«La moglie al fratello. Il furto non è di solo denaro. É furto anche levare l’onore a un uomo, levare la verginità ad una fanciulla, levare ad un marito la moglie, come lo è levare un bue al vicino o prendere delle sue piante. Il furto, poi, aggravato da libidine o da falsa testimonianza, si aggrava di adulterio, o di fornicazione, o di mendacio».

Il peccato è meretricio con Satana.

«E una donna che si prostituisce che peccato fa?».

19«Se è sposata, di adulterio e di furto verso il marito. Se è nubile, di impurità e di furto a se stessa».

«A se stessa? Ma dà via del suo!!».

20«No. Il nostro corpo è creato da Dio per essere tempio dell’anima che è tempio di Dio. Perciò deve essere conservato onesto, perché altrimenti l’anima viene derubata dell’amicizia di Dio e della vita eterna».

«Allora una meretrice non può più essere che di Satana?».

21«Ogni peccato è meretricio con Satana. Il peccatore, come una femmina prezzolata, si dà a Satana per illeciti amori, sperandone sozzi guadagni. Grande, grandissimo il peccato di prostituzione che rende simili ad animali immondi.

Il pentimento sia in proporzione.

22Ma credete che non lo è da meno ogni altro peccato capitale. Che dirò dell’idolatria? Che dell’omicidio? Eppure Dio perdonò agli israeliti dopo il vitello d’oro[207]. Perdonò a Davide dopo il suo peccato, e che era duplice[208]. 23Dio perdona a chi si pente. Sia il pentimento in proporzione del numero e della grandezza delle colpe, ed Io vi dico che a chi più si pente più sarà perdonato. Perché il pentimento è forma d’amore. Di operante amore. 24Chi si pente dice a Dio col suo pentimento: “Non posso stare col tuo corruccio perché ti amo e voglio essere amato”. E Dio ama chi lo ama. Perciò Io dico: più uno ama e più è amato. Chi ama totalmente ha tutto perdonato.

Evangelizzazione

Il più gradito dei sacrifici.

25E questa è verità. Andate. E prima però sappiate che vi è alle porte del paese una vedova, carica di prole, nella fame più assoluta. Cacciata dalla casa per debiti. E ancora può dire “grazie” al padrone per non averla che cacciata. Ho usato l’obolo vostro per il loro pane. Ma hanno bisogno di un asilo. La misericordia è il più gradito dei sacrifici al Signore. Siate buoni ed in suo nome vi assicuro il premio».

La gente bisbiglia, si consiglia, discute.

Lunga storia di lacrime (non trascritta).

26Gesù intanto guarisce uno quasi cieco e ascolta una vecchierella venuta da Doco a pregarlo di andare dalla sua nuora malata. Una lunga storia di lacrime che io, mezza morta come sono oggi, non trascrivo.

27E, per fortuna, tutto finisce, perché io non sono proprio in grado di durare ancora con una crisi cardiaca che dura da tre ore e che mi abbarbaglia anche la vista.

132. Discorso conclusivo. Commento  al de profundis e miserere. Predizione del primato spirituale a Simon Pietro[209].

Purificazione dell’uomo.

Base dell’edificio della perfezione

1«Figli miei nel Signore, la festa della Purificazione è ormai imminente e ad essa Io, Luce del mondo, vi mando preparati con quel minimo necessario a ben compierla. Il primo lume della festa da cui trarrete fiamma per tutti gli altri. Perché ben stolto sarebbe colui che pretendesse accendere molti lumi non avendo come accendere il primo. E ancora più stolto sarebbe colui che pretendesse iniziare la sua santificazione dalle cose più ardue, trascurando ciò che è la base dell’edificio immutabile della perfezione: il Decalogo.

La festa della purificazione.

2Si legge nei Maccabei[210] che Giuda ed i suoi, avendo con la protezione del Signore ripreso il Tempio e la Città, distrussero gli altari agli dèi stranieri e i tempietti e purificarono il Tempio. 3 Poi alzarono un altro altare e con le pietre focaie suscitarono il fuoco, offersero i sacrifizi, fecero ardere l’incenso, posero i lumi e i pani della proposizione e poi, prostrati tutti a terra, supplicarono il Signore a non farli più peccare o, se per loro debolezza venissero di nuovo al peccato, che venissero trattati con divina misericordia. E questo avveniva il venticinque del mese di casleu.

4Consideriamo e applichiamo il racconto a noi stessi, perché ogni parola della storia d’Israele, essendo di popolo eletto, ha un significato spirituale. La vita è sempre insegnamento. La vita d’Israele è insegnamento non solo per i giorni terreni, ma per la conquista dei giorni eterni.

Operazioni di purificazione.

Distruggere gli dei individuali.

5“Distrussero gli altari e i tempietti pagani”.

Ecco la prima operazione. Quella che Io vi ho indicato di fare col nominarvi gli dèi individuali che sostituiscono il Dio vero: le idolatrie del senso, dell’oro, dell’orgoglio, i vizi capitali che portano alla profanazione e morte dell’anima e del corpo e al castigo di Dio.

Conservare le dieci colonne del tempio.

6Io non vi ho schiacciati sotto le innumerabili formole che ora opprimono i fedeli, e sono di baluardo alla vera Legge, oppressa, nascosta da cumuli e cumuli di proibizioni tutte esteriori, che con la loro oppressione conducono il fedele a perdere di vista la lineare, chiara, santa voce del Signore che dice: 7“Non bestemmiare. Non idolatrare. Non profanare le feste. Non disonorare i genitori. Non uccidere. Non fornicare. Non rubare. Non mentire. Non invidiare le cose altrui. Non appetire la moglie altrui”. Dieci “non”. E non uno di più. E sono le dieci colonne del tempio dell’anima. 8Sopra splende l’oro del precetto santo fra i santi: “Ama il tuo Dio. Ama il tuo prossimo. É il coronamento del tempio. É la protezione delle fondamenta. É la gloria del costruttore. 9Senza l’amore uno non potrebbe ubbidire alle dieci regole e cadrebbero le colonne, tutte od alcuna, e il tempio rovinerebbe o totalmente o parzialmente. Ma sempre sarebbe rovinato e non più atto ad accogliere il Santissimo.

Abbattere le concupiscenze.

10Fate ciò che vi ho detto, abbattendo le tre concupiscenze. Dando un nome schietto al vostro vizio, così come schietto è Dio nel dirvi: “Non fare questo e quello”. Inutile sottilizzare sulle forme. 11Chi ha un amore più forte di quello che dà a Dio, quale che sia questo amore, è un idolatra. 12Chi nomina Dio professandosi suo servo e poi lo disubbidisce, è un ribelle. 13Chi per avidità lavora in sabato è un profanatore ed è un diffidente e presuntuoso. 14Chi nega un soccorso ai genitori adducendo pretesti, anche se dice che sono opere date a Dio, è uno in odio a Dio, che ha messo i padri e le madri a sua figura sulla Terra. 15Chi uccide è sempre assassino. 16Chi fornica è sempre lussurioso. 17Chi ruba è sempre ladro. 18Chi mente è sempre un abbietto. 19Chi vuole ciò che non è suo, è sempre un ingordo della più esecrata fame. 20Chi profana un talamo è sempre un immondo.

Conseguenze dell’infedelta.

21Così è. E vi ricordo che dopo l’erezione del vitello d’oro venne l’ira del Signore[211], 22 dopo l’idolatria di Salomone lo scisma che divise e indebolì Israele[212], 23dopo l’ellenismo accettato, e anzi ben accolto e introdotto da giudei indegni sotto Antioco Epifane, vennero le nostre attuali sventure di spirito, di fortuna e di nazionalità[213]. 24Vi ricordo che Nadab e Abiù, falsi servi di Dio, furono percossi da Geovè. 25Vi ricordo che non era santa la manna del sabato[214]. 26Vi ricordo Cam e Assalonne. 27Vi ricordo il peccato di Davide su Uria[215] e quello di Assalonne su Amnon. 28Vi ricordo la fine di Assalonne e quella di Amnon[216]. 29Vi ricordo la sorte di Eliodoro ladro[217], e Simone e Menelao[218]. 30Vi ricordo la ignobile fine dei due rettori falsi che avevano testimoniato con menzogna su Susanna[219]. 31E potrei continuare senza trovare fine agli esempi. Ma torniamo ai Maccabei.

Operazioni di ostuzione.

Purificare col pentimento,

32“E purificarono il Tempio”.

33Non basta dire: “Distruggo”. Occorre dire: “Purifico”. Vi ho detto come si purifica l’uomo: col pentimento umile e sincero. Non vi è peccato che Dio non perdoni se il peccatore è realmente pentito. Abbiate fede nella Bontà divina. 34Se voi poteste giungere a capire cosa è questa Bontà, anche fossero su voi tutti i peccati del mondo, non fuggireste da Dio, ma anzi correreste ai suoi piedi, perché solo il Buonissimo può perdonare ciò che l’uomo non perdona.

Costruire con la fede.

35“E alzarono un altro altare“.

36Oh! non tentate inganno col Signore. Non siate falsi nel vostro agire. Non mescolate Dio a Mammona. Avreste un altare vuoto: quello di Dio. Perché inutile alzare un altare nuovo se permangono anche resti dell’altro. O Dio o l’idolo. Scegliete.

Suscitare con la volontà e il esderio.

37“E suscitarono il fuoco con la pietra e l’esca“.

38Pietra è la ferma volontà di essere di Dio. Esca è il desiderio di annullare con tutto il restante della vita anche il ricordo del vostro peccato dal cuore di Dio.

Il Fuoco: l’amore

39Ecco allora che si suscita il fuoco: l’amore. Perché il figlio che cerca di riconfortare l’offeso genitore con tutta una vita onorata, che fa se non amare il padre, volendolo lieto del figlio suo, già lacrima e ora gioia?

Sacrificare con generosità ed eroismo.

40Ora, giunti a questo, potete offrire i sacrifici, ardere gli incensi, porre i lumi e i pani. Non saranno invisi a Dio i sacrifici, e grate saranno le preghiere, veramente illuminato l’altare, ricco del cibo della vostra offerta giornaliera. Potrete pregare dicendo: “Siici protettore”, perché Egli amico vi sarà. 41Ma la sua misericordia non ha atteso che voi chiamaste pietà. Ha precorso il vostro desiderio. E vi ha mandato la Misericordia a dirvi: “Sperate. ‘Io ve lo dico: Dio vi perdona. Venite al Signore”.

Operazione finita.

Il nuovo altare.

42Un altare è già fra voi: il nuovo altare. Da esso sgorgano fiumi di luce e di perdono. Come un olio si spandono, medicano, rinforzano. Credete nella Parola che da esso viene. Piangete con Me sui vostri peccati. Come il levita che guida il coro, Io dirigo le vostre voci a Dio, e non sarà respinto il vostro gemito se è unito alla mia voce.

De profundis[220].

43Con voi mi annichilo, Fratello agli uomini nella carne, Figlio al Padre nello spirito, e dico per voi, con voi: “Da questo profondo abisso, dove Io-Umanità sono caduto, grido a Te, Signore. Ascolta la voce di chi si guarda e sospira, e non chiudere il tuo udito alle mie parole. Orrore è il vedermi, o Dio. Orrore io sono anche agli occhi miei! E che sarò agli occhi tuoi? Non guardare alle mie colpe, o Signore, perché altrimenti io non potrò resistere innanzi a Te, ma usa su me la tua misericordia. Tu l’hai detto: ‘Io Misericordia sono’. Ed io credo alla tua parola. L’anima mia, ferita ed abbattuta, confida in Te, nella tua promessa, e dall’alba a notte, dalla giovinezza alla vecchiaia io spererò in Te”.

Miserere[221].

44Colpevole di omicidio e di adulterio, riprovato da Dio, ben ottiene Davide perdono, dopo aver gridato al Signore: “Abbi pietà non per mio rispetto ma per onore della tua misericordia, che è infinita. E per essa cancella il mio peccato. 45Non vi è acqua che possa lavare il mio cuore se non è presa nelle acque profonde della tua santa bontà. Con essa lavami della iniquità mia e purificami dalla mia sozzura. 46Non nego d’aver peccato. Ma anzi io confesso il mio delitto e come un testimonio accusatore la colpa mi è sempre davanti. 47Ho offeso l’uomo nel prossimo e in me stesso, ma di avere peccato contro Te particolarmente mi dolgo. 48E questo ti dica che riconosco che Tu sei giusto nelle tue parole e temo il tuo giudizio che trionfa su ogni potenza umana. 49Ma considera, o Eterno, che in colpa sono nato e che peccatrice fu chi mi ha concepito, e che pure Tu tanto mi hai amato da giungere a svelarmi la tua sapienza ed a darmela per maestra nel comprendere i misteri delle tue sublimi verità. E se tanto hai fatto, devo temere di Te? No. Non temo. 50Aspergimi coll’amaro del dolore e sarò purificato. Lavami col pianto e diverrò come neve alpina. 51Fammi sentire la tua voce ed esulterà il tuo servo umiliato, perché la tua voce è gioia e letizia anche se rampogna. 52Volgi il tuo volto ai miei peccati. Il tuo sguardo cancellerà le mie iniquità. 53Il cuore che Tu mi hai dato mi fu profanato da Satana e dalla mia debole umanità. Creami un nuovo cuore che sia puro e distruggi ciò che è corruzione nelle viscere del tuo servo, perché regni solo in lui uno spirito retto. 54Ma non mi scacciare dalla tua presenza e non mi levare l’amicizia tua, perché solo la salute che da Te viene è gioia per l’anima mia, e il tuo spirito sovrano è conforto dell’umiliato. 55Fa’ che io divenga colui che va fra gli uomini dicendo: ‘Osservate quanto è buono il Signore. Andate sulle sue vie e sarete benedetti come io lo sono, io aborto dell’uomo e che ora torno figlio di Dio per la grazia che rinasce in me’. 56E a Te si convertiranno gli empi. Il sangue e la carne ribollono e urlano in me. Liberami da essi, o Signore, salvezza dell’anima mia, ed io canterò le tue lodi. 57Non sapevo. Ma ora ho compreso. Non un sacrifizio d’arieti Tu vuoi, ma l’olocausto d’un cuore contrito. Un cuore contrito e umiliato ti è più gradito di arieti e montoni, perché Tu per Te ci hai creati, e vuoi che noi di ciò ci ricordiamo e ti rendiamo ciò che è tuo. 58Sii a me benigno per la tua grande bontà e riedifica la mia e tua Gerusalemme: quella di uno spirito purificato e perdonato sul quale possa venire offerto il sacrificio, l’oblazione e l’olocausto per il peccato, per il grazie e per la lode. 59Ed ogni mio nuovo giorno sia un’ostia di santità consumata sul tuo altare per salire coll’odore del mio amore sino a Te”.

L’anno di grazia.

60Venite! Andiamo al Signore. Io avanti, voi dietro. Andiamo alle acque di salute, andiamo nei pascoli santi, andiamo nelle terre di Dio. 61Dimenticate il passato. Sorridete al futuro. Non pensate al fango, ma guardate le stelle. Non dite: “Son tenebra”; dite: “Dio è Luce”. 62Io sono venuto ad annunziarvi la pace, a dire ai mansueti la Buona Novella[222], a curare quelli che hanno il cuore infranto da troppe cose, a predicare la libertà a tutti gli schiavi, primi fra tutti quelli di Mammona, a liberare i prigionieri dalle concupiscenze.

63Io vi dico: l’anno di grazia è venuto. Non piangete voi tristi della tristezza di chi si sente peccatore, non lacrimate, esuli dal Regno di Dio. Io sostituisco la cenere con l’oro, l’olio alle lacrime.

Preghiera del Buon Pastore.

64A festa vi vesto per presentarvi al Signore e dire: “Ecco le pecorelle che Tu mi mandasti a cercare[223]. Io le ho visitate e radunate, le ho contate, ho cercato le disperse e te le ho portate sottraendole ai nuvoli e alle caligini. 65Le ho prese frammezzo a tutti i popoli, le ho riunite da tutte le regioni per condurle alla Terra non più terra[224] che per esse Tu hai preparato, o Padre santo, per portarle sulle cime paradisiache dei tuoi monti opimi dove tutto è luce e bellezza, lungo i rivi delle celesti beatitudini dove si satollano di Te gli spiriti da Te amati. 66Sono andato in cerca anche delle ferite, ho guarito le fratturate, ho ristorato le deboli, non ne ho trascurato una sola.

67E la più sbranata dagli avidi lupi dei sensi me la sono messa come un giogo d’amore sulle spalle e te la poso ai piedi, Padre benigno e santo, perché ella non può più camminare, non sa le tue parole, è una povera anima inseguita dai ‘rimorsi e dagli uomini, è uno spirito che rimpiange e trema, è come un’onda spinta e respinta dal flutto sul lido. 68Viene col desiderio, la respinge la cognizione di sé… Aprile il tuo seno, Padre tutto amore, perché in esso trovi pace questa creatura smarrita. Dille: ‘Vieni’. Dille: ‘Sei mia’. Fu di tutto un mondo. Ma ne ha nausea e paura. Dice: ‘Ogni padrone è uno sgherro lurido’. Fa’ che possa dire: ‘Questo mio Re mi ha dato la gioia d’esser presa!’. 69Non sa cosa sia l’amore. Ma se Tu l’accogli saprà cosa è questo amore celeste che è l’amore nuziale fra Dio e lo spirito umano, e come un uccello liberato dalle gabbie dei crudeli salirà, salirà, sempre più in alto, sino a Te, al Cielo, alla gioia, alla gloria, cantando: ‘Ho trovato Colui che cercavo. Non ha altro desiderio il mio cuore. In Te mi poso e giubilo, Signore eterno, nei secoli dei secoli beata!’.”

70Andate. Con spirito nuovo celebrate la festa della Purificazione. E la luce di Dio si accenda in voi».

71Gesù è stato travolgente nella chiusa del suo discorso. Un volto luminoso dagli occhi raggianti, un sorriso e delle note che sono di una dolcezza non conosciuta. La gente ne è quasi affascinata e non si muove sinché Egli ripete: «Andate. La pace sia con voi». Allora si inizia la partenza dei pellegrini che parlano fitto fitto fra di loro.

Evangelizzazione

Aglae, povera donna senza casa.

72La velata se ne va svelta come sempre col suo passo agile e lievemente ondulante. Pare che abbia le ali per il vento che le gonfia il mantello alle spalle.

«Adesso capirò se è d’Israele», dice Pietro.

«Perché?».

«Perché se sta qui è segno che…».

73«…è una povera donna senza casa propria. Nulla di più, ricordatelo, Pietro». Gesù cammina verso il paese.

25 dicembre, festa delle luci.

«Sì, Maestro. Me lo ricorderò… E noi che faremo ora che tutti staranno alle loro case per la festa?».

«Le nostre donne accendono per noi le lampade».

«Mi spiace… É il primo anno che non le vedo accendere nella mia, o che non le accendo…».

74«Sei un vecchio bambino! Accenderemo anche noi le lampade. Così non farai più quel viso imbronciato. E le accenderai proprio tu».

«Io? Io no, Signore. Tu sei il Capo della nostra famiglia. Spetta a Te».

75«Io sono sempre una lampada accesa… e vorrei che tali foste voi pure. Sono l’Encenie sempiterna, Pietro. Lo sai che sono nato proprio il 25 di casleu?[225]».

«Chissà quanti lumi, eh?», chiede ammirato Pietro. 

76«Non si potevano contare… Erano tutte le stelle del cielo…».

«No! Non ti hanno fatto festa a Nazareth?».

77«Non sono nato a Nazareth. Ma in una maceria in Betlemme. Vedo che Giovanni ha saputo tacere. E’ molto ubbidiente Giovanni».

Pietro, il Nauta eterno.

78«E non è curioso. Ma io… lo sono tanto! Mi racconti? Al tuo povero Simone. Se no, come faccio a parlare di Te? Delle volte la gente chiede e io non so mai cosa dire… Gli altri sanno fare, voglio dire i tuoi fratelli e Simone, Bartolomeo e Giuda di Simone. E… sì, anche Tommaso sa parlare… sembra un banditore del mercato… e che venda una merce. Ma riesce a parlare… Matteo… eh! lui va bene! Usa l’antica sapienza per pelare al suo banco di gabella, per forzare gli altri a dire: “Hai ragione”. Ma io… Povero Simone di Giona! I pesci che ti hanno insegnato? E che il lago? Due cose… ma non servono: i pesci a tacere e avere costanza. Loro costanti nel fuggire alla rete, io costante per metterli in essa. E il lago ad avere coraggio e occhio a tutto. E che la barca? A sgobbare senza risparmio di nessun muscolo e a stare ritti anche se le onde sono agitate e si risica di cadere. Occhio alla polare, mano ferma al timone, forza, coraggio, costanza, attenzione, ecco ciò che mi ha insegnato la mia povera vita…».

79Gesù gli posa una mano sulla spalla e lo scuote guardandolo con affetto e con ammirazione, vera ammirazione di tanta semplicità, e dice: «E ti pare poco, Simon Pietro? Hai tutto quanto serve ad essere la mia “pietra”. Nulla va messo, nulla va tolto. 80Sarai il nauta eterno, Simone. E a chi verrà dopo di te dirai: “Occhio alla polare: Gesù. Mano ferma al timone, forza, coraggio, costanza, attenzione, sgobbare senza risparmio, avere occhio a tutto, e sapere stare ritti anche su onde agitate…”. Riguardo al silenzio… via… i pesci non te lo hanno insegnato!».

Paternità spirituale.

81«Ma per quello che dovrei saper dire sono più muto dei pesci. Le altre parole?… Anche le galline sanno blaterare come io faccio… Ma, dimmi, Maestro mio. Dài un figlio anche a me? Siamo vecchi… Ma Tu hai detto che il Battista nacque da una vecchia… Ora hai detto: “E a chi verrà dopo di te dirai…” Chi viene dopo un uomo se non il suo generato?». Pietro ha un viso di preghiera e di speranza.

82«No, Pietro. E non te ne dolere. Sembri proprio il tuo lago quando il sole è nascosto da una nube. Da ridente si fa cupo. No, mio Pietro. Ma non uno, ma mille e diecimila figli avrai, e in ogni nazione… Non ti ricordi quando ti ho detto: “Sarai pescatore d’uomini”?».

83«Oh!… sì… ma… Sarebbe stato così dolce un bambino che mi dicesse “padre”!»

84«Ne avrai tanti che non li potrai più contare. E ai quali darai la vita eterna. E li ritroverai in Cielo e me li porterai dicendo: “Sono i figli del tuo Pietro e voglio che siano dove io sono”, ed Io ti dirò: “Sì, Pietro. Come tu vuoi sia. Perché tu tutto hai fatto per Me ed Io tutto faccio per te”». Gesù è dolcissimo nel dire queste promesse.

85Pietro inghiotte saliva fra il pianto per la speranza che muore di una paternità terrena e il pianto di un’estasi che già si annuncia. «Oh! Signore!», dice. «Ma per dare la vita eterna bisogna persuadere le anime al bene. E… siamo sempre lì: io non so parlare».

86«Saprai parlare, quando sarà l’ora, meglio di Gamaliele».

87«Voglio credere… Ma, fallo Tu il miracolo, perché se ci devo arrivare da me…».

88Gesù ride del suo riso pacato e dice: «Oggi sono tutto tuo. Andiamo per il paese. Da quella vedova. Ho un obolo segreto. Un anello da vendere. Sai come l’ho avuto? M’è arrivato un sasso ai piedi, mentre pregavo ai piedi di questo salice. Al sasso era unito un fagottino con una strisciolina di pergamena. Dentro il fagottino, l’anello. Sul cartiglio la parola “carità”».

«Fai vedere? Oh! bello! Da donna. Che dito piccino! Ma quanto metallo!…».

89«Ora tu lo vendi. Io non so fare. L’albergatore compera oro. Lo so. Io ti aspetto presso il forno. Va’, Pietro».

«Ma… se non so fare? Io l’oro… Non so di oro, io!».

90«Pensa che è pane per chi ha fame e fai del meglio che puoi. Addio».

E Pietro va verso destra mentre Gesù, più lentamente, va verso sinistra, verso il paese che appare in lontananza relativa da dietro un boschetto che è oltre la casa del fattore.

133. Andrea modello ideale del sacerdote. Una lettera della Madre. Gesù costretto a lasciare l’Acqua Speciosa[226].

Fatti del giorno

Ambiente

1L’Acqua Speciosa è senza pellegrini. E pare strano vederla così, senza bivacchi di chi sosta una notte o almeno consuma il suo pasto sull’aia o sotto la tettoia. Non vi è che nitore e ordine oggi, senza nessuna di quelle tracce che un affollamento lascia di sé.

2I discepoli occupano il loro tempo in lavori manuali, chi intrecciando vimini per farne nuove trappole ai pesci, e chi lavorando intorno a piccoli lavori di sterro e di incanalamento delle acque dei tetti perché non stagnino sull’aia. Gesù è ritto in mezzo ad un prato e sbriciola del pane ai passerotti. A perdita d’occhio non un vivente, nonostante la giornata sia serena.

L’amicizia di Dio deve farci audaci.

3Viene verso Gesù Andrea, di ritorno da qualche incombenza: «Pace a Te, Maestro».

4«E a te, Andrea. Vieni qui un poco con Me. Tu puoi stare vicino agli uccellini. Sei come loro. Ma vedi? Quando essi sanno che chi li avvicina li ama, non temono più. Guarda come sono fiduciosi, sicuri, lieti. Prima erano quasi ai miei piedi. Ora ci sei tu e stanno all’erta… Ma guarda, guarda… Ecco quel passero più audace che viene avanti. Ha capito che non c’è nessun pericolo. E dietro lui gli altri. Vedi come si satollano? 4Non è uguale di noi, figli del Padre? Egli ci satolla del suo amore. E quando siamo sicuri di essere amati e di essere invitati alla sua amicizia, perché temere di Lui e di noi? La sua amicizia deve farci audaci anche presso gli uomini. Credi: solo il malvivente deve avere paura del suo simile. Non il giusto come tu sei».

Andrea, l’apostolo giusto.

5Andrea è rosso e non parla. Gesù lo attira a Sé e dice ridendo: «Bisognerebbe unire te e Simone in un solo filtro, sciogliervi e poi riformarvi. Sareste perfetti. Eppure… Se ti dico che, tanto dissimile in principio, sarai perfettamente uguale a Pietro alla fine della tua missione, lo crederesti?».

«Tu lo dici e certo è. Non mi chiedo neppure come ciò possa essere. Perché tutto quello che Tu dici è vero. E sarò contento di essere come Simone, fratello mio, perché lui è un giusto e ti fa felice. É bravo Simone! Io sono tanto contento che egli sia bravo. Coraggioso, forte. Ma anche gli altri!…»

6«E tu no?».

«Oh! io!… Solo Tu puoi essere contento di me…».

I santi Sacerdoti. (Insegnamento).

Diferenza tra sacerdoti.

 7«E accorgermi che lavori senza rumore e più profondamente degli altri. perché nei dodici c’è chi fa tanto rumore per quanto lavora. C’è chi fa molto più rumore di quanto non faccia lavoro, e c’è chi non fa altro che lavoro. Un lavoro umile, attivo, ignorato… Gli altri possono credere che egli non faccia nulla. Ma Colui che vede sa. Queste differenze sono perché ancora non siete perfetti.

Maestri.

8E ci saranno sempre fra i futuri discepoli, fra quelli che verranno dopo di voi, sino al momento che l’angelo tuonerà: “Il tempo non è più”. 9Sempre ci saranno i ministri del Cristo che saranno pari nell’opera e nell’attirare su di loro lo sguardo del mondo: i maestri.

Mimi.

9E vi saranno, purtroppo, quelli che saranno solo rumore e gesto esteriori, solo esteriori, i falsi pastori dalle pose istrioniche… Sacerdoti? No: mimi. Nulla di più.

Spirituali.

10Non è il gesto che fa il sacerdote e non lo è l’abito. Non è la sua mondana cultura né le relazioni mondane e potenti che fanno il sacerdote. É la sua anima. Un’anima tanto grande da annullare la carne. Tutto spirito il mio sacerdote… Così lo sogno. Così saranno i miei santi sacerdoti. Lo spirito non ha voce né ha pose da tragedo. É inconsistente perché spirituale, e perciò non può mettere pepli e maschere. É ciò che è: spirito, fiamma, luce, amore. Parla agli spiriti. Parla con la castità degli sguardi, degli atti, delle parole, delle opere.

Angelici.

13L’uomo guarda. E vede un suo simile. Ma oltre e sopra la carne che vede? Qualcosa che lo fa arrestare dal suo andare frettoloso, meditare e concludere: “Quest’uomo, a me simile, ha di uomo solo l’aspetto. L’anima è di angelo”. E, se miscredente, conclude: “Per lui credo che ci sia un Dio e un Cielo”. E, se lussurioso, dice: “Questo mio uguale ha occhi di Cielo. Freno il mio senso per non profanarli”. E se è un avaro decide: “Per l’esempio di costui che non ha attacco alle ricchezze, io cesso di essere avaro”. E se è un iracondo, un feroce, davanti al mite si muta in più pacato essere.

Potere dei saceroti santi.

14Tanto può fare un sacerdote santo. E, credilo, sempre ci saranno fra i sacerdoti santi quelli che sapranno anche morire per amore di Dio e di prossimo, e sapranno farlo così pianamente, dopo avere esercitato la perfezione per tutta la vita ugualmente pianamente, che il mondo neppure si accorgerà di loro. 16Ma se il mondo non diverrà tutto un lupanare e una idolatria, sarà per questi: gli eroi del silenzio e della operosità fedele. E avranno il tuo sorriso: puro e timido. Perché ci saranno sempre degli Andrea. Per grazia di Dio e per fortuna del mondo ci saranno!».

L’apostolo dal silenzioso e attivo amore

«Io non credevo di meritare queste parole… Non avevo fatto nulla per suscitarle…»

15«Mi hai aiutato ad attirare a Dio un cuore. Ed è il secondo che tu conduci verso la Luce».

«Oh! perché ha parlato? Mi aveva promesso…».

16«Nessuno ha parlato. Ma Io so. Quando i compagni riposano stanchi, tre sono gli insonni all’Acqua Speciosa. L’apostolo dal silenzioso e attivo amore verso i fratelli peccatori. La creatura che l’anima pungola verso la salvezza. E il Salvatore che prega e veglia, che attende e spera… La mia speranza: che un’anima trovi la sua salute… Grazie, Andrea. Continua e siine benedetto».

«Oh! Maestro!… Ma non dire nulla agli altri… Da solo a sola, parlando ad una lebbrosa in una spiaggia deserta, parlando qui ad una di cui non vedo il volto, io ancora so fare un pochino. Ma se gli altri lo sanno, Simone più di tutti, e vuole venire… io non so fare più nulla… Non venire neppure Te… Perché di parlare davanti a Te mi vergogno».

 17«Non verrò. Gesù non verrà. Ma lo Spirito di Dio è sempre venuto con te. Andiamo a casa. Ci chiamano per il pasto».

E tutto ha fine fra Gesù e il mite discepolo.

La gioia di essere insieme.

18Stanno ancora mangiando e già hanno acceso le lampade, perché la sera scende rapidissima e anche la sizza consiglia a tenere chiusa la porta, quando viene bussato all’uscio e la voce allegra di Giovanni si fa sentire.

«Ben tornati!».

«Avete fatto presto!».

«Che c’è, dunque?».

«Come siete carichi!».

19Tutti parlano insieme, aiutando i tre a liberarsi dalle pesantissime sacche che hanno sulle spalle.

«Adagio!».

«Lasciateci salutare il Maestro».

«Ma un momento!».

Vi è un tumulto allegro, famigliare, per la gioia di essere insieme.

20«Vi saluto, amici. Dio vi ha dato giornate serene».

«Sì, Maestro. Ma non serene notizie. Lo prevedevo», dice l’Iscariota.

«Che c’è? Che c’è…».

La curiosità è desta.

21«Fate che prima siano rifocillati», dice Gesù.

«No, Maestro. Prima ti diamo quanto abbiamo per Te e per gli altri. E per primo… Giovanni, dài la lettera».

«L’ha Simone. Io temevo di sciuparla nel carico».

Lo Zelote, che è stato in lotta fino allora con Tommaso che lo voleva servire di acqua per i suoi piedi stanchi, accorre dicendo: «L’ho qui, nella borsa della cintura», e apre questa tasca interna della sua alta cintura di cuoio rosso estraendone un rotolo ormai divenuto piatto.

22«É tua Madre. Quando siamo stati presso Betania, abbiamo incontrato Gionata che andava da Lazzaro con la lettera e molte altre cose. Gionata va a Gerusalemme perché Cusa mette in ordine il suo palazzo… Forse Erode va a Tiberiade… e Cusa non vuole la moglie presso Erodiade», spiega l’Iscariota mentre Gesù scioglie i nodi del rotolo e svolge lo stesso.

Gli apostoli bisbigliano mentre Gesù legge con un sorriso beato le parole della Mamma.

Lettera della Mamma.

A Gesù, mio dolce Figlio e Signore.

«Udite», dice poi. «Vi è anche per i galilei qualche cosa. Mia Madre scrive:

23“A Gesù, mio dolce Figlio e Signore, pace e benedizione. 24Gionata, servo del suo Signore, mi ha portato doni gentili da parte di Giovanna che chiede benedizioni al suo Salvatore su lei, lo sposo e tutta la sua casa. Gionata mi dice che egli per ordine di Cusa va a Gerusalemme, avendo l’ordine di riaprire il palazzo in Sionne. 25Io benedico Iddio di questa cosa, perché posso così farti avere le mie parole e le mie benedizioni.

Le discepole dei discepoli di Cristo.

Anche Maria d’Alfeo e Salome mandano ai figli baci e benedizioni. E, poiché Gionata fu buono oltre misura, vi sono anche i saluti della moglie di Pietro al marito lontano, e così i famigliari di Filippo e Natanaele mandano i loro. 26Tutte le vostre donne, o cari uomini lontani, coll’ago o col telaio, e col lavoro dell’orto, vi mandano vesti per questi mesi d’inverno, e dolce miele, raccomandandovi di prenderlo con acqua ben calda nelle umide sere. 27Abbiatevi cura. Questo mi dicono le madri e le spose di dirvi ed io lo dico. Anche al Figlio mio. Non ci siamo sacrificate per nulla, credetelo. Godete degli umili doni che noi, discepole dei discepoli di Cristo, diamo ai servi del Signore, e solo dateci la gioia di sapervi sani.

Mio caro Figlio e adorabile Iddio

28Ora, amato Figlio mio, io penso che da quasi un anno Tu non sei più tutto mio. E mi sembra di essere ritornata al tempo in cui sapevo che Tu c’eri già, perché sentivo il tuo piccolo cuore battere nel mio seno, ma potevo anche dire che non c’eri ancora, perché mi eri separato da una barriera che mi impediva di carezzare il tuo corpo diletto e solo potevo adorarti lo spirito, o mio caro Figlio e adorabile Iddio. Anche ora so che ci sei e che il tuo cuore batte col mio, mai diviso da me anche se diviso, ma non ti posso accarezzare, udire, servire, venerare, Messia del Signore e della sua povera serva.

“Mia Luce e Luce del mondo”

29Giovanna voleva andassi da lei perché non rimanessi sola nella festa dei Lumi. Io però ho preferito rimanere qui, con Maria, ad accendere i lumi. Per me e per Te. Ma fossi anche la più grande regina della Terra e potessi accendere mille e diecimila lumi, sarei al buio perché Tu non sei qui. Mentre ero nella perfetta luce, in quella scura grotta quando ti ebbi sul cuore, mia Luce e Luce del mondo.

30Sarà la prima volta che io mi dico: ‘Il mio Bambino oggi ha un anno di più’ e non ho il mio Bambino. E sarà più triste del tuo primo genetliaco in Matarea. Ma Tu fai la tua missione ed io la mia. Ed ambedue facciamo la volontà del Padre e operiamo per la gloria di Dio. Questo asciuga ogni lacrima.

Sulla visita di amici e nemici.

31Caro Figlio, comprendo quanto fai da quanto mi viene detto. Come le onde da un aperto mare portano la voce del largo sino dentro ad un solitario e chiuso golfo, così l’eco del tuo santo lavoro per la gloria del Signore giunge nella quieta casetta nostra, alla tua Mamma che ne giubila e ne trema, perché se tutti parlano di Te non tutti ne parlano con uguale cuore. Vengono amici e beneficati a dirmi: ‘Sia benedetto il Figlio del tuo seno’, e vengono nemici tuoi a ferire il mio cuore dicendo: ‘Anatema a Lui!’.

32Ma per questi io prego perché sono degli infelici, ancora più dei pagani che vengono a chiedermi: ‘Dove è il mago, il divino?’ e non sanno di dire una grande verità, nel loro errore, perché veramente Tu sei sacerdote e grande come per l’antica lingua ha senso quella parola, e divino sei, o mio Gesù. Ed io te li mando dicendo: ‘Egli è a Betania ‘Perché così so dover dire fino a che Tu non ordini in altro modo. E prego per questi che vengono a cercare salute per ciò che muore, acciò trovino salute per lo spirito eterno. E, te ne prego. Non ti affliggere del mio dolore. È compensato da tanta gioia per le parole dei sanati di anima e di carne.

Notizie sui parenti.

33Ma Maria ne ebbe e ne ha un dolore ancora più forte del mio; non a me soltanto si parla. Giuseppe d’Alfeo vuole che Tu sappia che egli, in un recente suo viaggio per affari a Gerusalemme, fu fermato e minacciato per causa di Te. Erano uomini del Gran Consiglio. Io penso che egli fu loro segnalato da qualche grande di qui.

34Perché altrimenti chi poteva conoscere Giuseppe come capo di famiglia e fratello tuo? Io ti dico questo per ubbidienza di donna. Ma per me ti dico: vorrei esserti vicino. Per darti conforto. Ma poi fa’ Tu Sapienza del Padre, senza tenere conto del mio pianto. Simone, tuo fratello, voleva quasi venire, dopo questo fatto. E con me. Ma la stagione lo ha trattenuto e più la tema di non trovarti, perché ci fu detto, e come una minaccia, che Tu dove sei non puoi rimanere.

 

 

 Pregha per la missione del Figlio.

35Figlio! Figlio mio! Adorato e santo Figlio mio! Sto con le braccia alzate come Mosè sul monte[227], per pregare per Te in battaglia contro i nemici di Dio e i nemici tuoi, mio Gesù che il mondo non ama.

36Qui è morta Lia di Isacco. E ne ho avuto pena perché mi fu sempre buona amica. Ma la pena maggiore sei Tu, lontano e non amato.

37Io ti benedico, Figlio mio, e come io ti do pace e benedizione, ti prego darla Tu alla tua Mamma”».

Non facili entusiasmi, non facili depressioni.

Mondo di cattivi.

38«Arrivano fino in quella casa quegli spudorati!», urla Pietro.

E Giuda Taddeo esclama: «Giuseppe… se la poteva tenere per sé la notizia. Ma… non gli è sembrato vero di poterla dare!».

«Voce di iena non spaventa i vivi», sentenzia Filippo.

«Il male è che non sono iene, sono tigri. Cercano preda viva», dice l’Iscariota. E volgendosi allo Zelote: «Di’ tu quanto abbiamo saputo».

39«Sì, Maestro. Giuda aveva ragione di temere. Siamo andati da Giuseppe d’Arimatea e da Lazzaro. E lì come aperti amici tuoi. E poi io e Giuda, come se io fossi un suo amico d’infanzia, da alcuni suoi amici di Sionne… E… Giuseppe e Lazzaro ti dicono di venire via subito durante queste feste. Non insistere, Maestro. È per tuo bene. Gli amici di Giuda, poi, hanno detto: “Guarda che è già deciso di venire a sorprenderlo per accusarlo. Proprio in questi giorni di feste in cui non c’è popolo. Si ritiri per qualche tempo. Per deludere queste vipere. La morte di Doras ha aizzato il loro veleno e la loro paura. Perché hanno paura oltre che odio. E la paura fa loro vedere ciò che non c’è, e l’odio fa dire anche la menzogna”».

L’Iscariota è depresso.

40«Tutto, ma tutto sanno di noi! È una cosa odiosa! E tutto alterano! E tutto esagerano. E quando pare loro che non ci sia ancora abbastanza per maledire, inventano. Io sono nauseato e accasciato. Mi viene volontà di esulare, di andare… non so… lontano. Ma via da questo Israele che è tutto un peccato…». L’Iscariota è depresso.

41«Giuda, Giuda! Una donna per dare al mondo un uomo lavora nove lune. Tu per dare al mondo la conoscenza di Dio vorresti fare più presto? Non nove lune. Ma millenni di lune ci vorranno. 42E come la luna nasce e muore ad ogni lunazione, apparendoci neonata, poi piena e poi scema, così sempre nel mondo, finché sarà, ci saranno fasi crescenti, piene e decrescenti di religione. 43Ma, anche quando sembrerà morta, essa viva sarà, così come la luna che c’è anche quando pare sia finita. 44E chi avrà lavorato a questa religione ne avrà merito pieno anche se solo una minoranza esigua rimarrà, sulla Terra, di anime fedeli. Su, su! Non facili entusiasmi nei trionfi e non facili depressioni nelle sconfitte».

Il Maestro non forza nessuno

45«Ma però… vieni via. Non siamo, noi, forti ancora. E sentiamo che davanti al Sinedrio avremmo paura. Io almeno… Gli altri non so… Ma credo imprudenza tentarlo. Non abbiamo il cuore dei tre fanciulli della corte di Nabucodonosor».

«Sì, Maestro. È meglio».

«È prudente».

«Giuda ha ragione».

«Vedi che anche tua Madre e i parenti…».

«E Lazzaro e Giuseppe».

«Facciamoli venire per niente».

46Gesù apre le braccia e dice: «Sia fatto come volete. Ma poi si ritorna qui. Voi vedete quanti vengono. Io non forzo e non tento l’anima vostra. Non la sento pronta infatti… Ma vediamo i lavori delle donne».

Lavoro delle donne discepole.

47Però, mentre tutti con occhi lieti e voci di gioia estraggono dalle bisacce i pacchi con le vesti, i sandali e le cibarie delle madri e delle mogli, e tentano interessare Gesù ad ammirare tanta grazia di Dio, Egli resta mesto e distratto. Legge e rilegge la lettera materna. Si è rincantucciato con una lucernetta nell’angolo più lontano dal tavolo su cui sono vesti, e mele, e vasetti di metallo, e formaggelle, e con una mano a far visiera agli occhi pare meditare. Ma soffre.

«Ma guarda, Maestro, la mia sposa, poverina, che bella veste e che mantello col cappuccio mi ha fatto. Chissà quanto ha faticato, perché non è esperta come tua Madre», dice Pietro che gongola con le braccia cariche dei suoi tesori.

48«Belli, sì, belli. È una brava moglie», dice cortese Gesù. Ma con l’occhio lontano dalle cose mostrate.

«A noi la mamma ha fatto due vesti tessute doppie. Povera mamma! Ti piacciono, Gesù? E’ un bel colore, non è vero?», dice Giacomo di Zebedeo.

49«Molto bello, Giacomo. Ti starà bene».

«Guarda. Scommetto che queste cinture le ha fatte tua Madre. È Lei che ricama così. E anche questo velo doppio per riparo dal sole io dico lo ha fatto Maria. È uguale al tuo. La veste no. E certo la mamma nostra che l’ha tessuta. Povera mamma! Dopo il tanto piangere fatto nell’estate, ci vede più poco e spesso le si spezza il filo. Cara!». E Giuda di Alfeo bacia la pesante veste di un rosso marrone.

Messianica prudenza.

50«Non sei allegro, Maestro», osserva finalmente Bartolomeo.

«Non guardi neppure le cose mandate a Te».

«Non può esserlo», ribatte Simone Zelote.

51«Penso… Ma… Rifate i pacchi. Mettete tutto a posto. Non è l’ora d’esser presi e non lo saremo. A notte alta, al chiaro di luna, andremo verso Doco. Poi a Betania».

«Perché a Doco?».

52«Perché vi è una donna che muore e attende da Me la guarigione».

«Non passiamo dal fattore?».

53«No, Andrea. Da nessuno. Così nessuno ha bisogno di mentire dicendo che non sa dove siamo. Se a voi preme non essere perseguitati, a Me preme non dare noie a Lazzaro».

«Ma Lazzaro ti aspetta».

54«E da lui andiamo. O meglio… Simone, mi ospiti nella casa del tuo vecchio servo?».

«Con gioia, Maestro. Tu sai tutto, ormai. Perciò ti posso dire per Lazzaro, per me e per chi in essa casa è: essa è tua».

55«Andiamo. Fate presto. Per essere a Betania prima del sabato».

Rientra Andrea, va vicino al suo Gesù e dice: «E quella donna? Mi spiace abbandonarla ora che pareva prossima a venire… È prudente… l’hai visto…».

56«Vai a dirle che torneremo fra qualche tempo e che intanto ricordi le tue parole…».

«Le tue, Signore. Io ho detto solo le tue».

57«Va’. Fa’ presto. E bada che nessuno ti veda. Invero in questo mondo di cattivi devono prendere aspetto di perfidi coloro che sono innocenti…».

58Tutto mi cessa qui, su questa grande verità.

134. La guarigione di Jerusa a Doco[228].

La Salvezza entra in casa

La via per la casa di Marianna.

1Vedo: Gesù, nella prima luce di una stentata mattina d’inverno, entra nella cittadina di Doco e ad un mattiniero passante chiede: «Dove abita Marianna, la vecchia madre dalla nuora morente?».

«Marianna? La vedova di Levi? La suocera di Jerusa, moglie di Giosia?».

2«Lei».  

«Guarda, uomo. In fondo a questa via è una piazza, sull’angolo è una fonte, da lì sono tre strade. Piglia quella che ha al centro una palma e cammina ancora cento passi. Trovi un fosso. Lo segui fino al ponte d’assi. Lo passi e vedi una vietta coperta. La fai. Quando non è più via, né coperta, perché sbocca in una piazza, sei arrivato. La casa di Marianna è color dell’oro per vecchiezza. E con le spese che hanno non la possono pulire. Non sbagli. Addio. Vieni da lontano?».

3«Non molto».

«Ma sei galileo?».

4«Sì».

«E questi? Vieni per la festa?».

La casa più miserella.

5«Sono amici. Addio, uomo. La pace sia con te». Gesù lascia in asso il ciarliero che non ha più fretta. E va per la sua strada. E gli apostoli dietro. Giungono alla… piazzetta: uno scampolo di terra molto fangosa con al centro un alto querciolo, che è cresciuto da padrone e che forse d’estate farà comodo. Per ora fa solo malinconia, così folto e cupo sulle povere case alle quali leva luce e sole. La casa di Marianna è la più miserella. Larga e bassa, ma così trascurata! Il portone è pieno di toppe messe sulle scheggiature del legno stravecchio. Una finestrella non ha impannata e mostra il suo buco nero come un’orbita senza più occhio.

L’atteso Messia.

6Gesù bussa al portone. Viene una fanciullina sui dieci anni pallida, spettinata, con gli occhi rossi. «Sei la nipote di Marianna? Di’ alla vecchia madre che Gesù è qui».

La bambina ha un grido e fugge via chiamando a gran voce. Corre la vecchia, seguita da sei bambini oltre la ragazzina di prima. Il più grande pare gemello a questa; gli ultimi, due trappolini scalzi e sparuti, sono attaccati alla veste della vecchia e appena sanno camminare sufficientemente bene.

7«Oh! Sei venuto! Figli, venerate il Messia! Ben giungi alla mia povera casa. La figlia mi è morente… Non piangete, fanciulli, che non senta! Povere creature! Le bambine sono sfinite dalle veglie, perché io faccio tutto, ma vegliare non posso più, casco dal sonno in terra. Sono mesi che non tocco letto. Ora dormo su un sedile, per essere presso lei e alle bambine. Ma esse sono piccole e ne soffrono. I maschi, questi, vanno a fare legna per tenere il fuoco e la vendono anche, per il pane. Si sfiniscono, miseri nipoti! Ma ciò che ci uccide non è la fatica, è il vederla morire… Non piangete. Abbiamo Gesù».

8«Sì, non piangete. La mamma guarirà, il padre tornerà, non avrete più tante spese e non più tanta fame. Questi sono i due ultimi?».

«Sì, Signore. Quella debole creatura ha sgravato tre volte gemelli… e il petto si è ammalato».

Fede nel Messia.

9«A chi troppo e a chi niente», borbotta Pietro fra la barba e poi si prende un piccolino e gli dà una mela per farlo tacere. E mentre anche l’altro piccolo gliene chiede una e Pietro lo accontenta, Gesù va con la vecchia oltre l’atrio, nella corte, e sale la scala per entrare in una stanza dove geme una donna giovane ma scheletrita.

«Il Messia, Jerusa. Ora non soffrirai più. Lo vedi che è proprio venuto? Isacco non mente mai. Lo ha detto. Credi dunque che come è venuto ti possa sanare».

10«Sì, madre buona. Sì, mio Signore. Ma se non mi puoi guarire, fammi almeno morire. Ho i cani nel petto mio. Le bocche dei miei figli, alle quali ho dato dolce latte, mi hanno reso fuoco e amaro. Soffro tanto, Signore! Costo tanto! Il marito lontano per il pane. La vecchia madre che si consuma. Io che muoio… A chi i figli quando io sarò morta di male e lei di fatica e stenti?».

Il Miracolo.

11«Per gli uccelli c’è Dio e così per i piccoli dell’uomo. Ma non morrai. Hai tanto male qui?». Gesù fa l’atto di posare la mano sul seno avvolto in bende.

«Non mi toccare! Non mi aumentare il dolore!», urla la malata. Ma Gesù posa delicatamente la sua lunga mano sulla mammella malata.

12«Hai realmente il fuoco dentro, povera Jerusa. L’amore materno t’è divenuto fuoco nel seno. Ma tu non hai odio allo sposo e ai bambini, non è vero?»

13«Oh! perché dovrei? Egli è buono e mi ha sempre amata. Con saggio amore ci amammo e l’amore fiorì in creature… E loro!… Mi angoscio di lasciarli, ma… Signore! Ma il mio fuoco cessa! Madre! Madre! È come un angelo soffiasse l’aria del Cielo sul mio tormento! Oh! che pace! Non levare, non levare la tua mano, mio Signore. Premila anzi. Oh! che forza, che gioia! I miei figli! Qui i miei figli! Li voglio! Dina! Osia! Anna! Seba! Melchi! David! Giuda! Qui! Qui! La mamma non muore più! Oh!…».

La salvezza è entrata in casa.

14La giovane si rovescia sui guanciali piangendo di gioia mentre accorrono i figli, e la vecchia in ginocchio, non trovando altro nella sua gioia, intona il cantico di Azaria nella fornace ardente[229], e lo dice tutto con la sua voce tremula di vecchia e di commossa.

«Oh! Signore! Ma che ti posso fare? Non ho nulla per farti onore!», dice infine.

15Gesù la rialza e dice: «Lasciami solo sostare per la mia stanchezza. E taci. Il mondo non mi ama. Devo andare via per qualche tempo. Ti chiedo fedeltà a Dio e silenzio. A te, alla sposa, ai piccoli».

«Oh! non temere! Nessuno viene da chi è misero! Puoi stare qui senza timore d’essere visto. I farisei, eh? Ma… e per mangiare? Io non ho che poco pane…».

Il Messia offre la festa.

16Gesù chiama l’Iscariota: «Prendi del denaro e va’ a comperare quanto occorre. Mangeremo e riposeremo presso queste buone. Fino a sera. Va’ e taci». Poi si volge alla guarita: «Levati le bende, alzati, aiuta la madre e giubila. Dio ti ha fatto grazia per pietà della tua virtù di sposa. Spezzeremo il pane insieme, perché oggi il Signore altissimo è nella tua casa e occorre celebrarlo con festa piena».

17E Gesù esce raggiungendo Giuda che sta per uscire. «Prenderai con abbondanza. Che abbiano anche per i giorni futuri. A noi non mancherà nulla da Lazzaro».

L’Iscariote si sente libero e felice.

18«Sì, Maestro. E, se permetti… ho del denaro mio. Ho fatto voto di offrirlo per la tua salvezza dai nemici. Lo muto in pane. Meglio a questi fratelli in Dio che nelle gole del Tempio. Permetti? L’oro mi è sempre stato serpente. Non voglio avere il suo fascino più. Perché sto tanto bene ora che sono buono. Libero mi sento. E sono felice».

19«Fa’ come vuoi, Giuda. E il Signore ti dia pace».

Gesù raggiunge i discepoli mentre Giuda esce e tutto ha termine.

135. L’arrivo a Betania. Un discorso di Gesù ascoltato dalla Maddalena[230].

Betania ed i suoi abitanti.

Betania sotto un sole di dicembre.

1Quando Gesù, valicata l’ultima salita, giunge sul pianoro, vede Betania tutta ridente di un sole dicembrino, che rende meno triste la campagna dispogliata e meno cupe le macchie di verde date dai cipressi, dai quercioli e dai carrubi che sorgono or qua or là, e sembrano cortigiani intenti ad inchinare qualche palma altissima, veramente regale e che si drizza solitaria nei giardini più belli.

2Perché Betania non ha solo la bella casa di Lazzaro. Ha anche altre dimore di ricchi, forse cittadini di Gerusalemme che preferiscono vivere qui, presso i loro beni, e che sulle casette dei villici fanno risaltare le loro ville di ampia e bella mole dai giardini ben curati. E fa strano vedere in un luogo collinoso ancora qualche palma rievocare l’Oriente, col suo fusto snello e il ciuffo duro e frusciante delle foglie dietro al cui verde giada si cerca istintivamente il giallore sconfinato del deserto. Qui invece sono sfondi di ulivi verd’argento e campi arati, per ora nudi del più piccolo segno di grano, e scheletrici frutteti dai tronchi scuri e dalle ramaglie intricate come fossero d’anime che si contorcono in una tortura infernale.

3E vede anche subito un servo di Lazzaro messo di sentinella. Costui saluta profondamente e chiede permesso di portare notizia del suo arrivo al padrone e, avutane licenza, va via sollecito.

La nuova cittadina di Betania.

4Intanto contadini e cittadini accorrono a salutare il Rabbi, e da una siepe d’alloro, che cinge del suo verde profumato una bella casa, si affaccia una giovane donna che non è certo israelita. Il suo peplo o, se ben mi ricordo i nomi, la sua stola (lunga fino a fare un breve strascico, ampia, di morbida lana candidissima, ravvivata da una balza ricamata a greca con colori vivi nei quali brillano fili d’oro, stretta alla vita da una cintura uguale alla balza) e anche la sua acconciatura del capo (che è una reticella in oro, che tiene a posto una complicata pettinatura tutta a ricciolini sul davanti e poi liscia, per finire in un grosso mazzocchio sulla nuca) mi fanno pensare che sia greca o romana. Guarda curiosamente perché la tentano a guardare i gridi trillanti delle donne e gli osanna degli uomini. Poi ha un sorriso sprezzante, vedendo che vanno diretti ad un povero uomo che non ha neppure un somarello per andare e che cammina fra un gruppo di suoi simili, tutti ancor meno attraenti di lui. Fa un’alzata di spalle e con mossa annoiata si allontana, seguita a mo’ di cani da un drappello di trampolieri multicolori, nei quali sono candide ibis e multicolori fenicotteri, né mancano due gralle tutte fuoco con una coroncina tremolante sulla testa che pare d’argento, unico candore della loro splendida piuma di fiamma dorata.

5Gesù la guarda un attimo, poi torna ad ascoltare un vecchione che… vorrebbe non avere la debolezza nelle gambe che ha. Gesù lo carezza e lo esorta ad… avere pazienza, ché fra poco viene la primavera e col bel sole d’aprile si sentirà più forte.

Lámico Lazaro.

Nuovo alloggio del Messia.

Sopraggiunge Massimino, che precede Lazzaro di qualche metro. «Maestro… mi ha detto Simone che… che Tu vai nella sua casa… Dolore per Lazzaro… ma si comprende…».

6«Ne parleremo poi. Oh! amico mio!». Gesù si affretta verso Lazzaro che è come imbarazzato, lo bacia sulla gota. Sono giunti intanto ad un viottolo che conduce ad una casetta sita fra altri frutteti e quello di Lazzaro.

«Vuoi proprio andare da Simone, allora?».

7«Sì, amico mio. Ho con Me tutti i discepoli e preferisco cosi…».

Lazzaro manda giù male la decisione, ma non ribatte. Solo si volge alla piccola folla che li segue e dice: «Andate. Il Maestro ha bisogno di riposo».

8Vedo qui quanto è potente Lazzaro. Tutti si inchinano alle sue parole e si ritirano, mentre Gesù li saluta col suo dolce: «Pace a voi. Vi farò dire quando predicherò».

L’amico è più che discepolo.

9«Maestro», dice Lazzaro ora che sono soli, avanti ai discepoli che parlano con Massimino qualche metro indietro. «Maestro… Marta è tutta in lacrime. Per questo non è venuta. Ma poi verrà. Io non piango che nel cuore. Ma diciamo: è giusto. Se avessimo pensato che ella veniva… Ma non viene mai per le feste… Già… quando mai viene?… Io dico: l’ha spinta qua il demonio proprio oggi».

10«Il demonio? E perché non il suo angelo per comando di Dio? Ma, mi devi credere, anche se ella non ci fosse stata, Io sarei andato in casa di Simone».

«Perché, mio Signore? Non ricevesti pace dalla mia casa?».

11«Tanta pace che dopo Nazaret è il luogo a Me più caro. Ma, rispondimi, perché mi hai detto: “Vieni via dall’Acqua Speciosa”? Per l’insidia che si accosta. Non è così? E allora Io mi metto nelle terre di Lazzaro, ma non metto Lazzaro nella condizione di ricevere insulto nella sua casa. Credi che ti rispetterebbero? Per calpestare Me passerebbero anche sopra l’Arca santa… Lasciami fare. Per ora almeno. Poi verrò. Del resto nulla mi vieta di prendere pasti da te e nulla vieta che tu venga da Me. Ma fai che si dica: “È in casa di un suo discepolo”».

«E io non lo sono?»

12«Tu sei l’amico. È più che discepolo per il cuore. È una cosa diversa per la malizia. Lasciami fare. Lazzaro, questa casa è tua… ma non è la tua casa. La bella e ricca casa del figlio di Teofilo. E per i pedanti ciò ha molto valore».

Marta sciupia le sue lacrime.

«Tu dici così… ma è perché… è per lei, ecco. Io stavo per persuadermi a perdonare… ma se lei allontana Te, vivaddio, io l’odierò…»

13«E mi perderai del tutto. Deponi questo pensiero, subito, o subito mi perdi… Ecco Marta. Pace a te, mia dolce albergatrice».

«Oh! Signore!». Marta in ginocchio piange. Si è calata il velo, che è posato sull’acconciatura del capo fatta a diadema, per non mostrare molto il suo pianto agli estranei. Ma a Gesù non pensa di celarlo.

14«Perché questo pianto? In verità che tu sciupi queste lacrime! Vi sono tanti motivi per piangere e per fare delle lacrime un oggetto prezioso. Ma piangere per questo motivo! Oh! Marta! Sembra che tu non sappia più chi Io sono! Dell’uomo, lo sai, non ho che la veste[231]. Il cuore è divino e da divino palpita. Su. Alzati e vieni in casa… e lei… lasciatela fare. Anche mi venisse a deridere, lasciatela fare vi dico. Non è lei. È colui che la tiene che la fa strumento di turbamento. Ma qui vi è Uno che è più forte del suo padrone. Ora la lotta passa da Me a lui, direttamente. Voi pregate, perdonate, pazientate e credete. E nulla più».

In casa di Simone Zelote

15Entrano nella casetta, che è una piccola casa quadrata circondata da un portico che la allarga. Dentro vi sono quattro stanze divise da un corridoio in forma di croce. Una scala, esterna come sempre, conduce all’alto del portichetto, che si muta perciò in terrazzo e dà accesso ad una vastissima stanza larga quanto la casa, un tempo certo adibita alle provviste, ora tutta sgombra e pulita, ma assolutamente vuota.

Simone, che è a fianco del vecchio servo che sento chiamare Giuseppe, fa gli onori di casa; dice: «Qui si potrebbe parlare alla gente, oppure prendere i pasti… Come Tu vuoi».

16«Ora penseremo. Intanto va’ a dire agli altri che dopo il pasto la gente venga pure. Non deluderò i buoni di qui».

«Dove dico di andare?».

17«Qui. Tiepido è il giorno. Riparato dai venti è il luogo. Il frutteto spoglio non avrà danno se in esso viene gente. Qui, dal terrazzo, Io parlerò. Va’ pure».

Dovere, diritto e desiderio del Messia.

L’Odio inventa il peccato per uccidere.

18Restano soli Lazzaro con Gesù. Marta, nel bisogno di dover provvedere a tante persone, è tornata la «buona albergatrice» e coi servi e gli stessi apostoli lavora abbasso a preparare per le mense e per il riposo.

19Gesù passa un braccio intorno alle spalle di Lazzaro e lo conduce fuori dal camerone, a passeggiare sul terrazzo che circonda la casa, al bel sole che fa tiepido il giorno, e dall’alto osserva il lavoro dei servi e dei discepoli, e sorride a Marta che va e viene e alza il viso serio ma già meno sconvolto. Guarda anche il bel panorama che circonda il luogo e nomina con Lazzaro diverse località e diverse persone, e infine chiede a bruciapelo: «Dunque la morte di Doras fu un bastone agitato nel nido dei serpi?».

«Oh! Maestro! Mi ha detto Nicodemo che fu di una violenza mai vista la seduta del Sinedrio!

20«Che ho fatto al Sinedrio per inquietarsi? Doras è morto da sé, alla vista di tutto un popolo, ucciso dall’ira. Non ho permesso fosse mancato rispetto al morto. Dunque…».

«Tu hai ragione. Ma essi… Pazzi di paura sono. E… lo sai che hanno detto che occorre trovarti in peccato per poterti uccidere?».

21«Oh! allora sta’ quieto! Avranno da attendere sino all’ora di Dio!».

«Ma Gesù! Sai di chi si parla? Sai di che sono capaci farisei e scribi? Sai che anima abbia Anna? Sai quale è il suo secondo? Sai… ma che dico? Tu sai! E perciò è inutile che ti dica che il peccato lo inventeranno per poterti accusare».

22«Lo hanno già trovato. Ho già fatto più che non occorra. Ho parlato a romani, ho parlato a peccatrici… Sì. A peccatrici, Lazzaro. Una, non mi guardare così spaventato, … una viene sempre ad udirmi ed è ospitata in una stalla dal tuo fattore, per mia preghiera, perché, per starmi vicina, aveva preso dimora in uno stabbio da porci…».

Lazzaro è la statua dello stupore. Non si muove più. Guarda Gesù come vedesse uno che per la sua stranezza è strabiliante.

23Gesù lo scuote sorridendo. «Hai visto Mammona?», chiede. 

«No… La Misericordia ho visto. Ma… ma io lo capisco. Essi, quelli del Consiglio, no. E dicono che è peccato. È vero dunque! Io credevo… Oh! che hai fatto?».

24«Il mio dovere, il mio diritto e il mio desiderio: cercare di redimere uno spirito caduto. Tu vedi perciò che tua sorella non sarà il primo fango che avvicino e sul quale mi chino. E non sarà l’ultimo. Sul fango Io voglio seminare i fiori e farli sorgere: i fiori del bene».

Consiglio dell’amico Lazzaro.

25«Oh! Dio! Dio mio!… Ma… Oh! mio Maestro, Tu hai ragione. E’ il tuo diritto, è il tuo dovere ed è il tuo desiderio. Ma le iene non lo comprendono. Loro sono carogne talmente fetide che non sentono, non possono sentire l’odore dei gigli. E anche dove essi fioriscono, loro, le potenti carogne, sentono odore di peccato; non comprendono che dalla loro sentina esso esce… 26Io te ne prego. Non sostare più a lungo in un luogo. Va’, gira, senza dare loro modo di raggiungerti. Sii come un fuoco notturno danzante sugli steli dei fiori, veloce, imprendibile, sconcertante nel suo andare. Fallo. Non per viltà, ma per amore del mondo che ha bisogno che Tu viva per essere santificato. La corruzione aumenta. Contrapponile la santificazione… 27La corruzione!… Hai visto la nuova cittadina di Betania? È una romana sposata ad un giudeo. Lui è anche osservante. Ma ella è idolatra e, non potendo vivere bene in Gerusalemme, perché sono sorte dispute coi vicini per le sue bestie, è venuta qui. Piena di animali per noi immondi è la sua casa e… la più immonda è lei perché vive deridendo noi e con licenze che… Io non posso criticare perché… 28Ma dico che mentre in casa mia non si mette piede perché c’è Maria che pesa col suo peccato su tutta la famiglia, in casa di quella donna ci vanno pure. Ma lei è in grazia di Ponzio Pilato e vive senza il marito. Lui a Gerusalemme. Lei qui. E così si finge, lui e loro, di non profanarsi col venire e di non constatare che si profanano. Ipocrisia! Fino al collo nell’ipocrisia si vive! E fra poco ci si affogherà. Il sabato è il giorno del festino… E sono anche del Consiglio! Un figlio di Anna è il più assiduo».

Esempio del medico che prepara il farmaco.

29«L’ho vista. Sì. E lasciala fare. E lasciali fare. Quando un medico prepara un farmaco mesce le sostanze, e l’acqua pare si corrompa perché egli le sbatte e l’acqua si fa torbida. Ma poi le parti morte si depositano, l’acqua torna limpida pur essendo satura dei succhi di quelle sostanze salutari. Così ora. Tutto si mescola e Io lavoro con tutti. Poi le parti morte si depositeranno e saranno gettate, e le altre vive rimarranno attive nel gran mare del popolo di Gesù Cristo. Scendiamo. Ci chiamano»…

Uno solo è l’amore dell’anima. (Insegnamento)

Dio fa di ogni male un bene.

30…e la visione riprende mentre Gesù torna a salire sul terrazzo per parlare alla gente di Betania e dei posti vicini, accorsa a sentire.

«Pace a voi.

31Quand’anche Io tacessi, i venti di Dio porterebbero a voi le parole del mio amore e dell’altrui livore. So che siete agitati perché non vi è ignoto il perché Io sono fra voi. Ma non fatene altro che una agitazione di gioia e con Me benedite il Signore che usa il male per dare una gioia ai suoi figli, riconducendo sotto il pungolo del male il suo Agnello fra gli agnelli per metterlo in salvo dai lupi.

Il fiume buono e il rivo malvagio.

32Vedete come è buono il Signore. Nel luogo dove ero sono arrivati, come acque ad un mare, un fiume ed un rivo. Un fiume di amorosa dolcezza, un rivo di bruciante amarezza. Il primo era l’amore di voi, da Lazzaro e Marta all’ultimo del paese; il rivo era l’ingiusto astio di chi, non potendo venire al Bene che lo invita, accusa il Bene di essere un Delitto. 33E il fiume diceva: “Torna, torna fra noi. Le nostre onde ti circondino, ti isolino, ti difendano. Ti diano tutto quanto ti nega il mondo”. Il rivo malvagio fischiava minacce e voleva uccidere col suo tossico. Ma che è un rivo rispetto ad un fiume, e che rispetto ad un mare? Nulla. 34E nulla è divenuto il tossico del rio perché il fiume del vostro amore lo ha soverchiato, e nel mare del mio amore non si è immessa che la dolcezza del vostro amore. Anzi, bene ha fatto. Mi ha riportato a voi. Benediciamone il Signore altissimo».

 

La gente l’ascolta felice.

35La voce di Gesù si spande potente per l’aria calma e silenziosa. Gesù, tutto bello nel sole, gestisce e sorride calmo dall’alto della terrazza. In basso la gente lo ascolta beata: una fiorita di volti levati che sorridono all’armonia della sua voce. Lazzaro è vicino a Gesù, e vi è Simone e Giovanni. Gli altri sono sparsi fra la folla. Sale anche Marta e si siede per terra ai piedi di Gesù, guardando verso la sua casa che appare oltre il frutteto.

Gli eredi del mondo e quelli del Paradiso.

36«Il mondo è dei cattivi. Il Paradiso è dei buoni. Questa è la verità e la promessa. E su questa si appoggi la nostra sicura forza. Il mondo passa. Il Paradiso non passa. Se essendo buono uno se lo conquista, egli in eterno lo gode. E allora? Perché turbarsi di ciò che fanno i cattivi? Ricordate i lamenti di Giobbe[232]? Sono gli eterni lamenti di chi è buono e oppresso; perché la carne geme, ma gemere non dovrebbe, e più è conculcata più si dovrebbero alzare le ali dell’anima nel giubilo del Signore.

L’urlo dei rimorsi.

37Credete voi che siano felici quelli che felici paiono perché col modo lecito, e più con l’illecito, hanno pingui granai e colmi i tini e traboccano d’olio i loro otri? No. Sentono il sapore del sangue e delle lacrime altrui in ogni loro cibo e il giaciglio pare loro irto di pruni, tanto su esso sentono urlanti i rimorsi. 38Depredano i poveri e spogliano gli orfani, derubano il prossimo per fare ammasso, opprimono chi è da meno di loro in potenza e in perversità. Non importa. Lasciateli fare. Il loro regno è di questo mondo. E alla loro morte che resta? Nulla. Se non si vuole chiamare tesoro il cumulo di colpe che seco portano e col quale a Dio si presentano. 39Lasciateli fare. Sono i figli delle tenebre, i ribelli alla Luce, e non possono seguire i luminosi sentieri di essa. Quando Dio fa brillare la stella del mattino, essi la chiamano ombra di morte e come tale la credono contaminata e preferiscono camminare al bagliore sudicio del loro oro e del loro odio, che fiammeggia soltanto perché le cose d’inferno brillano del fosforo degli eterni laghi di perdizione…».

Lazzaro scorge Maria.

40«Mia sorella, Gesù… oh!». Lazzaro scorge Maria che scivola dietro una siepe del frutteto di Lazzaro per giungere il più vicino possibile. Va curva. Ma la sua testa bionda brilla come oro contro il bosso oscuro.

41Marta fa per alzarsi. Ma Gesù le preme una mano sulla testa e deve rimanere dove è. Gesù eleva ancora di più la sua voce.

L’anima dei peccatori.

42«Che dire di questi infelici? Dio ha dato loro tempo di fare penitenza ed essi se ne abusano per peccare. Ma non li perde di vista 41Iddio, anche se pare che lo faccia. E il momento viene in cui, o perché, come fulmine che penetra anche nel masso, l’amore di Dio squarcia il loro duro cuore, o perché la somma dei delitti porta l’onda del loro fango fin nelle loro fauci e nelle loro nari – ed essi sentono, oh! che finalmente sentono!, lo schifo di quel sapore e di quel fetore che è ripugnanza agli altri e che fa colmo il loro cuore – viene il momento che ne hanno nausea e sorge un movimento di desiderio al bene.

43L’anima allora grida: “E chi mi darà di ritornare come nei tempi di prima, quando ero in amicizia a Dio? Quando la sua luce splendeva nel mio cuore e al suo raggio io camminavo? Quando davanti alla mia giustizia taceva ammirato il mondo, e chi mi vedeva mi diceva beato? Il mondo beveva il mio sorriso e le mie parole erano accolte come parole di angelo e balzava d’orgoglio il cuore nel petto dei miei famigliari. 44Ed ora che sono? Derisione ai giovani, orrore agli anziani, io faccio il soggetto delle loro canzoni, e lo sputo del loro disprezzo mi riga il volto”[233].

Uno solo è l’amore dell’anima: Dio.

45Sì, così parla in certe ore l’anima dei peccatori, dei veri Giobbe, perché non vi è miseria più grande di questa, di uno che ha perduto in eterno l’amicizia di Dio e il suo Regno. E devono fare pietà. Solo pietà. Sono povere anime che hanno, per ozio o per sventatezza, perduto l’eterno Sposo. “Di notte, nel mio letto, cercai l’amor dell’anima mia e non lo trovai”. Infatti nella tenebra non si può distinguere lo sposo, e l’anima pungolata dall’amore, irriflessiva perché fasciata dalla notte spirituale, cerca e vuol trovare un refrigerio al suo tormento. Crede trovarlo con qualunque amore. No. 47Uno solo è l’amore dell’anima: è Dio. Vanno, queste anime che l’amore di Dio pungola, cercando amore. Basterebbe volessero in loro la luce, e amore avrebbero a loro consorte. Vanno come malate, cercando a tentoni amore, e trovano tutti gli amori, tutte le sozze cose che l’uomo ha così battezzate, ma non trovano l’amore; perché l’amore è Dio e non è l’oro, il senso, il potere.

 

Povere anime che non seguono allo sposo Dio

48Povere, povere anime! Se, meno oziose, fossero sorte al primo invito dello Sposo eterno, a Dio che dice: “Seguimi”, a Dio che dice: “Aprimi”, non sarebbero giunte ad aprire l’uscio, coll’impeto del loro amore destato, quando lo Sposo deluso già è lontano. Scomparso… 49E non avrebbero profanato quell’impeto santo di un bisogno di amore, in una fanghiglia che fa schifo all’animale immondo tanto è inutile e cosparsa di triti triboli, che non erano fiori ma solo aculei che straziano e non coronano. 50E non avrebbero conosciuto gli scherni delle guardie di ronda, di tutto il mondo che, come Dio, ma per opposti motivi, non perde di vista il peccatore e lo posteggia per deriderlo e per criticarlo.

51Povere anime picchiate, spogliate, ferite da tutto il mondo! Solo Dio non si unisce a questa lapidazione di uno scherno impietoso. Ma fa cadere le sue lacrime per medicare le ferite e rivestire di diamantina veste la sua creatura. Sempre sua creatura… Solo Dio… e i figli di Dio col Padre.

52Benediciamo il Signore. Egli ha voluto che per i peccatori Io qui avessi a tornare per dirvi: “Perdonate. Sempre perdonate. Fate di ogni male un bene. Fate di ogni offesa una grazia”. Non vi dico “fate” solo. Vi dico: ripetete il mio gesto. Io amo e benedico i nemici perché per essi ho potuto tornare a voi, amici miei.

53La pace sia su tutti voi».

La gente agita veli e ramaglie verso Gesù e poi si allontana piano piano.

Il segreto del  Redentore e dei redentori.

«L’avranno vista quella impudente?». 

54«No, Lazzaro. Ella era dietro la siepe e ben nascosta. Noi potevamo vederla perché qui in alto. Gli altri no».

«Ci aveva promesso di…».

55«Perché non doveva venire? Non è una figlia di Abramo ella pure? Voglio da voi, fratelli, e da voi, discepoli, giuramento di non farle capire nulla. Lasciatela fare. Mi deriderà? Lasciatela fare. Piangerà? Lasciatela fare. Vorrà rimanere? Lasciatela fare. Vorrà fuggire? Lasciatela fare. È il segreto del Redentore e dei redentori: avere pazienza, bontà, costanza e preghiera. Nulla più. Ogni gesto è di troppo presso certe malattie… Addio, amici. Io resto a pregare. Voi andate ognuno al suo compito. E Dio vi accompagni».

E tutto ha fine.

136. Le Encenie in casa di Lazzaro, presente y pastori. Potere della volontà e rievocazione della nascita di Gesù[234].

La festa delle luci.

La casa sembra un incendio di luci.

1La già splendida casa di Lazzaro questa sera è splendidissima. Sembra che prenda fuoco per il numero di lumi che vi ardono, e la luce si rovescia al di fuori, in questo primo principio di notte, traboccando dalle sale nell’atrio e da questo nel portico, allungandosi a vestire d’oro le ghiaie dei sentieri, le erbe ed i cespugli delle aiuole, lottando, e vincendo nei primi metri, col chiaro della luna col suo giallo e carnale splendore, mentre più oltre tutto diviene angelico per la veste di puro argento che la luna getta su tutte le cose.

2Anche il silenzio che fascia il magnifico giardino, in cui ha voce solo l’arpeggio dello zampillo nella peschiera, pare aumentare la raccolta e paradisiaca pace della notte lunare, mentre presso la casa voci allegre e numerose, insieme a gaio rumore di mobili smossi e stoviglie portate sulle mense, ricordano che l’uomo è uomo e non ancora spirito.

3Marta va svelta nella sua ampia veste splendida e pudica di un color viola rosso, e sembra un fiore, una bella campanula o una farfalla che si agiti contro le pareti purpuree dell’atrio o quelle a minuti disegni, che paiono un tappeto, della sala del convito.

Lenta passeggiata di Gesù in meditazione.

      4Gesù, invece, passeggia solo e assorto presso la peschiera, e pare venga assorbito alternativamente dall’ombra scura che proietta un alto alloro, un vero albero gigante, o dalla fosforica luce lunare che si fa sempre più netta. Così viva che lo zampillo della vasca pare un piumetto d’argento che si frantumi poi in scaglie di brillanti, che ricadono a perdersi sulla lastra queta, tutta argento, della vasca. 5Gesù guarda e ascolta le parole dell’acqua nella notte. Esse acquistano un suono così musicale che se ne desta un usignolo nell’alloro folto e risponde all’arpeggio lento delle gocce con un acuto di flauto, e poi sosta, come per prendere nota e mettersi sull’accordo dell’acqua, e infine attacca, da re del canto, il suo perfetto, variato, morbido inno di gioia.

      6Gesù non cammina neppure più per non turbare col fruscio dei passi la serena gioia dell’usignolo, e credo anche sua, perché sorride stando a capo chino, di un sorriso di veramente serena gioia. Quando l’usignolo, dopo una nota purissima tenuta e modulata per tono ascendente, che non so come possa una così piccola gola sostenerla, cessa di cantare, Gesù esclama: «Te benedetto, Padre santo, per questa perfezione e per la gioia che mi hai dato!», e riprende la sua lenta passeggiata piena di chissà quali profondità di meditazione.

I più grandi trionfi del Redentore.

La resurrezione volontaria dei cuori.

Lo raggiunge Simone: «Maestro, Lazzaro ti prega di venire. Tutto è pronto».

7«Andiamo. E così cada anche l’ultimo dubbio che Io li ho meno cari per causa di Maria».

8«Quanto pianto, Maestro! Solo un tuo segreto miracolo ha potuto medicare quel dolore. Ma non sai che Lazzaro fu per fuggire dopo che ella, al loro ritorno, uscì di casa dicendo che lasciava i sepolcri per la gioia e… altre insolenze? Io e Marta lo abbiamo scongiurato a non farlo, anche perché… non si sa mai la reazione di un cuore. L’avesse trovata, io credo che l’avrebbe punita una volta per tutte. Avrebbero voluto almeno il silenzio, da lei, su Te…».

9«E l’immediato miracolo di Me su lei. E l’avrei potuto fare. Ma non voglio una risurrezione forzata nei cuori. Forzerò la morte e mi renderà le sue prede. Perché Io sono il Padrone della morte e della vita.

Il risuscitato di spirito per volontà propria.

10Ma sugli spiriti, che non sono materia che senza soffio è priva di vita, ma sono immortali essenze capaci di risorgere per volontà propria, Io non forzo la risurrezione. 11Do il primo appello e il primo aiuto, come uno che aprisse un sepolcro dove uno fu chiuso mal vivo e dove morrebbe se a lungo rimanesse in quelle tenebre asfissianti, e lascio entrare aria e luce… poi attendo. Se lo spirito è voglioso di uscirne, esce. Se non vuole così, si infosca ancor più e sprofonda[235]. 12Ma se esce!… Oh! se esce, in verità ti dico che nessuno sarà più grande del risorto di spirito. Solo l’Innocenza assoluta è più grande di questo morto che torna vivo per forza di proprio amore e per gioia di Dio… I miei più grandi trionfi!

Multiforme splendore dei redenti.

Gesù è vita e splendore dei redenti.

13Guarda il cielo, Simone. Tu vedi in esso stelle e stelline, e pianeti di diverse grandezze. Tutti hanno vita e splendore per Dio che li ha fatti e per il sole che li illumina, ma non tutti sono ugualmente splendidi e grandi. Anche nel mio cielo sarà così. Tutti i redenti avranno vita per Me e splendore per la mia luce. Ma non tutti saranno ugualmente splendidi e grandi.

Semplice polvere di astri.

15Taluni saranno una semplice polvere d’astri, come quella che fa lattea Galatea, e saranno quelli, innumerabili, che dal Cristo avranno avuto, meglio, avranno aspirato solo quel minimo indispensabile per non essere dei dannati, e soltanto per l’infinita misericordia di Dio, dopo lungo purgatorio, verranno al Cielo.

Più fulgidi e formati.

16Altri saranno più fulgidi e formati: i giusti che avranno unito la loro volontà; nota: volontà, non buona volontà, al volere del Cristo e avranno ubbidito, per non dannarsi, alle mie parole.

I pianeti, le buone ­ volontà.

17Poi vi saranno i pianeti, le buone volontà, oh! splendidissimi! Della luce di puro diamante o di gemmeo splendore dai diversi colori  rossi di rubino, violacei d’ametista, biondi di topazio, candidi di perle: gli innamorati fino alla morte per l’amore, i penitenti per amore, gli operanti per amore, gli immacolati per amore.

Le glorie del Redentore.

18E ve ne saranno alcuni, di questi pianeti, e saranno le mie glorie di Redentore, che avranno in loro bagliori di rubino, di ametista, di topazio e di perla, perché tutto saranno per amore. 19Eroici per giungere a perdonarsi di non aver saputo amare prima, 20penitenti per saturarsi di espiazione come Ester prima di presentarsi ad Assuero si saturò di aromi[236], 21instancabili per fare in poco, nel poco che loro resta, quanto non fecero negli anni che spersero nel peccato, 22puri fino all’eroicità per dimenticare, anche nelle viscere oltre che nell’anima e nel pensiero, che vi è un senso.

Effetti dello splendore.

23Saranno quelli che attireranno per il loro multiforme splendore gli occhi dei credenti, dei puri, dei penitenti, dei martiri, degli eroi, degli asceti, dei peccatori, e per ognuna di queste categorie il loro splendore sarà parola, risposta, invito, assicurazione…


Casa de Lázaro y sorpresa de los pastores.

Firmamento de luces

24Ma andiamo. Noi parliamo e là ci attendono».

«È che quando Tu parli si dimentica d’essere vivi. Posso dire tutto questo a Lazzaro? Mi pare che in esso ci sia una promessa…».

25«Lo devi dire. La parola dell’amico può posarsi sulla loro ferita e non arrossiranno di essere arrossiti davanti a Me… Ti abbiamo fatto attendere, Marta. Ma parlavo a Simone di stelle e ci siamo dimenticati di queste luci. Veramente la tua casa è un firmamento questa sera…».

«Non solo per noi e per i servi, ma anche per Te e per gli ospiti tuoi amici abbiamo acceso. Grazie di essere venuto per l’ultima sera. Ora la festa è proprio la Purificazione…». Marta vorrebbe dire di più, ma sente salire il pianto e tace.

26«Pace a tutti voi», dice Gesù entrando nell’atrio folgorante di decine di lumi di argento, tutti accesi e posti per ogni dove.

La sorpresa dei pastori di Betlemme.

27Lazzaro si fa avanti sorridente: «Pace e benedizione a Te, Maestro, e molti anni di santa felicità». Si baciano. «Mi hanno detto certi nostri amici che Tu sei nato mentre Betlemme ardeva per una lontana Encenie. Di averti questa sera noi ed essi giubiliamo. Non chiedi chi sono?»

28«Altri amici non ho, che non siano i discepoli e i cari di Betania, fuor dei pastori. Sono dunque essi. Venuti? A che?».

29«Ad adorarti, Messia nostro. Lo sapemmo da Gionata e qui siamo. Coi nostri armenti, ora nelle stalle di Lazzaro, e coi nostri cuori ora e sempre sotto i tuoi piedi santi». Isacco ha parlato per Elia, Levi, Giuseppe e Gionata, che sono tutti prostrati ai suoi piedi: Gionata nella soffice veste dell’intendente beneamato dal padrone; Isacco nella sua di instancabile pellegrino, di grossa lana marrone scuro, impermeabile all’acqua; Levi, Giuseppe, Elia in vesti date da Lazzaro, fresche, monde per poter assidersi alle mense senza portarvi la povera veste stracciata e sitente di mandra dei pastori.

30«Per questo mi avete mandato nel giardino? Dio vi benedica tutti! Non manca che la Madre alla mia felicità. Alzatevi, alzatevi. È il mio primo Natale che faccio senza la Madre. Ma la vostra presenza mi solleva dalla tristezza, dalla nostalgia del suo bacio».

Le regole diano posto all’amore.

31Entrano tutti nella stanza delle mense. Qui i lumi sono per la maggior parte in oro e il metallo si avviva della luce delle fiamme, e le fiamme sembrano più splendide per il riflesso che dà loro tanto oro. La tavola è stata messa a U per dare posto a tanta gente e poterla servire senza ostacolare le operazioni degli scalchi e dei servi. Oltre a Lazzaro vi sono gli apostoli, i pastori, Massimino, il vecchio servo di Simone.

32Marta sorveglia la disposizione dei posti e vorrebbe stare in piedi. Ma Gesù si impone: «Oggi non sei l’albergatrice, sei la sorella e ti siedi come mi fossi di un sangue. Siamo una famiglia. Cadano le regole per dare posto all’amore. Qui, al mio lato, e presso te Giovanni. Io con Lazzaro. Ma datemi un lume. Fra Me e Marta vegli una luce… una fiamma, per le assenti e pure presenti: per le amate, le attese, per le donne care e lontane. Tutte. La fiamma ha parole di luce. L’amore ha parole di fiamma, e vanno lontano queste parole, sull’onda incorporea degli spiriti che si trovano sempre, oltre monti e mari, e portano baci e benedizioni… Tutto portano. Non è forse vero?».

33Marta posa la lampada dove Gesù vuole, ad un posto che resta vuoto… e, poiché Marta capisce, si curva a baciare la mano di Gesù, che poi le si posa sulla testa bruna, benedicente e riconfortante.

Voglia di conoscere il Natale del Messia.

Ricordi dei pastori.

34Il pasto ha inizio. Un poco confusi sul principio i tre pastori mentre Isacco è già più sicuro e Gionata non mostra disagio – ma si rinfrancano sempre più, più il pasto procede, e dopo avere taciuto parlano. E di che devono parlare se non del loro ricordo?

35«Ci eravamo ritirati da poco», dice Levi. «Ed io avevo tanto freddo che mi rifugiai fra le pecore, piangendo per desiderio della mamma…».

36«Io pensavo invece alla giovane madre che avevo incontrata poco prima e mi dicevo: “Avrà trovato posto?”. Ad averlo saputo che era in una stalla! Nello stabbio l’avrei condotta… Ma era così gentile – un giglio delle nostre valli – che mi parve offesa dirle: “Vieni fra noi”. Ma pensavo a Lei… e sentivo ancora più il freddo pensando a quanto la doveva far soffrire. Ti ricordi che luce quella sera? E la tua paura?».

«Sì… ma poi… l’angelo… Oh!…». Levi, un poco trasognato, sorride al suo ricordo.

Lo sdegno buono di Pietro.

35«Oh! sentite un poco, amici. Noi non sappiamo che poco e male. Abbiamo sentito parlare di angeli, di greppie, di greggi, di Betlemme… E noi sappiamo che Lui è galileo e falegname… Non è giusto che non si sappia noi! Al Maestro l’ho chiesto all’Acqua Speciosa… ma poi si parlò d’altro. Costui, che sa, non mi ha detto nulla… Sì, parlo a te, Giovanni di Zebedeo. Bel rispetto che hai per l’anziano! Tieni tutto per te e mi lasci crescere da discepolo zuccone. Non lo sono già di mio abbastanza?».

Ridono per lo sdegno buono di Pietro. Ma lui si volge al suo Maestro: «Ridono. Ma ho ragione»; e poi a Bartolomeo, Filippo, Matteo, Tommaso, Giacomo e Andrea: «Avanti, ditelo anche voi, protestate con me! Perché non sappiamo nulla noi?».

La verità di molti il giorno del giudizio.

36«Veramente… Dove eravate quando moriva Giona? e dove sul Libano?».

«Hai ragione. Ma per Giona, io almeno, l’ho creduto delirio di morente, e sul Libano… ero stanco e assonnato. Perdonami, Maestro, ma è la verità».

«E sarà la verità di tanti! Il mondo degli evangelizzati sovente risponderà al Giudice eterno, per scusare la sua ignoranza nonostante l’insegnamento dei miei apostoli, risponderà ciò che tu dici: “Lo credetti delirio… Ero stanco e assonnato”. E sovente non ammetterà la verità perché la scambierà per delirio, e non ricorderà la verità perché sarà stanco e assonnato per troppe cose inutili, caduche, peccaminose anche. Una sola cosa è necessaria: conoscere Iddio».

Voglia di conoscere il Natale

37«Ebbene, ora che ci hai detto quello che ci sta bene, raccontaci le cose come sono state… Al tuo Pietro. Poi le dico alla gente. Se no… te l’ho detto: che posso dire? Il passato non lo so, le profezie e il Libro non lo so spiegare, il futuro… oh! povero me! E che evangelizzo allora?».

38«Sì, Maestro. Che si sappia anche noi… Sappiamo che sei il Messia e lo crediamo. Ma, almeno per mio conto, ho dovuto faticare ad ammettere che da Nazaret potesse venire del buono… Perché non mi hai subito reso noto il tuo passato?», dice Bartolomeo.

Ciò Che non si sapeva dell’alba di Cristo.

L’Immacolata concezione.

39«Per provare la tua fede e la luminosità del tuo spirito. Ma ora vi parlerò, anzi, vi parleremo del mio passato. Io dirò ciò che anche i pastori non sanno, ed essi ciò che videro. E conoscerete l’alba di Cristo. Udite.

40Essendo venuto il tempo della Grazia, Dio si preparò la sua Vergine. Voi bene potete comprendere come non potesse risiedere Dio là dove Satana aveva messo un incancellabile segno. Perciò la Potenza operò per fare il suo futuro tabernacolo senza macchia. E da due giusti, in vecchiezza e contro le regole comuni del procreare, fu concepita Quella su cui non è macchia veruna.

 41Chi depose quell’anima nella carne embrionale che rinverdiva il vecchio seno di Anna di Aronne, la nonna mia? Tu, Levi, hai visto l’arcangelo di tutti gli annunzi. Puoi dire: è quello. Perché la “Forza di Dio”[237] fu sempre il vittorioso che portò lo squillo di gioia ai santi e ai Profeti, l’indomabile sul quale la pur grande forza di Satana si spezzò come stelo di musco disseccato, l’intelligente che stornò con la buona e lucida intelligenza le insidie dell’altro intelligente ma malvagio, rendendo con prontezza eseguito il comando di Dio.

42In un grido di giubilo egli, l’Annunziatore che già conosceva le vie della Terra per essere sceso a parlare ai Profeti[238], raccolse dal Fuoco divino la immacolata scintilla che era l’anima della eterna Fanciulla e, serrandola in un cerchio di fiamme angeliche, quelle del suo spirituale amore, la portò sulla Terra, in una casa, in un seno[239]. 43E il mondo, da quel momento, ebbe l’Adoratrice; e Dio, da quel momento, poté guardare un punto della Terra senza averne disgusto. E nacque una creaturina: l’Amata di Dio e degli angeli, la Consacrata a Dio, la santamente Amata dai parenti. 44“E Abele dette a Dio le primizie del suo gregge”[240]. Oh! che in verità i nonni dell’eterno Abele seppero dare a Dio la primizia del loro bene, tutto il loro bene, morendo per avere dato questo bene a chi lo aveva loro dato!

La sempre Vergine .

45Mia Madre fu la Fanciulla del Tempio dai tre ai quindici anni e affrettò la venuta del Cristo con la forza del suo amare. Vergine avanti il suo concepimento, vergine nelle oscurità d’un seno, vergine nei suoi vagiti, vergine nei suoi primi passi, la Vergine fu di Dio, di Dio solo, e proclamò il suo diritto, superiore al decreto della Legge d’Israele, ottenendo dallo sposo a Lei dato da Dio di rimanere inviolata dopo le nozze.

Giuseppe l’uomo giusto.

46Giuseppe di Nazaret era un giusto. Solo a lui poteva essere dato il Giglio di Dio e solo lui lo ebbe. E, angelo nell’anima e nella carne, egli amò come amano gli angeli di Dio. L’abisso di questo forte amore, che ebbe tutte le tenerezze coniugali senza sorpassare la barriera di celeste fuoco oltre la quale era l’Arca del Signore, sarà compreso solo da pochi sulla Terra. É la testimonianza di ciò che può un giusto sol che voglia. Ciò che può, perché anche l’anima, ancor lesa dalla macchia d’origine, ha forze potenti di elevazione, e ricordi e ritorni alla sua dignità di figlia di Dio, e divinamente opera per amore del Padre.

L’Annunciazione.

47Ancora era Maria nella sua casa, in attesa della unione con lo sposo, quando Gabriele, l’angelo dei divini annunzi, tornò sulla Terra e chiese alla Vergine d’essere Madre. Già aveva promesso al sacerdote Zaccaria il Precursore e non era stato creduto. Ma la Vergine credette che ciò potesse essere per volere di Dio e, sublime nella sua ignoranza, chiese solo: “Come può ciò avvenire?”.48 E l’angelo le rispose: “Tu sei la Piena di Grazia, o Maria. Non temere dunque, ché grazia hai trovato presso il Signore anche per quanto è la tua verginità. Tu concepirai e partorirai un Figlio al quale metterai nome Gesù, perché Egli è il Salvatore promesso a Giacobbe e a tutti i Patriarchi e Profeti d’Israele. 49Egli sarà grande e Figlio vero dell’Altissimo, perché per opera di Spirito Santo sarà concepito. A Lui il Padre darà il trono di Davide, come è predetto, e regnerà sulla casa di Giacobbe sino alla fine dei secoli, ma il suo vero Regno non avrà mai fine. 50Ora il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo attendono la tua ubbidienza per compiere la promessa. 51Già è il Precursore del Cristo nel seno di Elisabetta, tua cugina, e se tu consenti lo Spirito Santo scenderà su te, e santo sarà Colui che da te nascerà e porterà il suo vero nome di Figlio di Dio”.

52E allora Maria rispose: “Ecco l’Ancella del Signore. Si faccia di me secondo la sua parola”. E lo Spirito di Dio scese sulla sua Sposa e nel primo abbraccio le impartì le sue luci che sopra-perfezionarono le virtù di silenzio, umiltà, prudenza e carità di cui Ella era piena, ed Ella fu tutt’una con la Sapienza, e non più fu scindibile dalla Carità, e l’Ubbidiente e Casta si perse nell’oceano della Ubbidienza che Io sono, e conobbe la gioia d’esser Madre senza conoscere il turbamento d’esser sfiorata. Fu la neve che si concentra in fiore e si offre a Dio così…».

Giuseppe l’uomo santo.

«Ma il marito?», chiede sbalordito Pietro.

53«Il sigillo di Dio chiuse le labbra di Maria.

E Giuseppe non seppe del prodigio che quando, di ritorno dalla casa di Zaccaria parente, Maria apparve madre agli occhi dello sposo».

«E che fece lui?».

54«Soffrì… e soffri Maria…». 

«Se ero io…».

55«Giuseppe era un santo, Simone di Giona. Dio sa dove mettere i suoi doni… Acerbamente soffrì e decise di abbandonarla, addossandosi taccia di ingiusto. Ma l’angelo scese a dirgli: “Non temere di prendere con te Maria tua sposa. Perché quello che in Lei si forma è il Figlio di Dio e per opera di Dio Ella è Madre. E quando il Figlio sarà nato gli metterai nome Gesù, perché Egli è il Salvatore”».

«Era dotto Giuseppe?», chiede Bartolomeo.

56«Come un discendente di Davide».

«Allora avrà avuto subita luce nel ricordare il Profeta: “Ecco una vergine concepirà…»[241]

47«Sì. La ebbe. Alla prova successe il gaudio…».

«Se ero io…», torna a dire Simon Pietro, «non succedeva, perché prima avrei… Oh! Signore, come è stato bene che non fossi io! L’avrei spezzata come uno stelo senza darle tempo di parlare. E dopo, se assassino non fossi stato, avrei avuto paura di Lei… La paura di tutto Israele, da secoli, per il Tabernacolo…».

58«Anche Mosè ebbe paura di Dio, e pure fu soccorso e stette con Lui sul monte[242]… 59Giuseppe andò dunque nella casa santa della Sposa e provvide ai bisogni della Vergine e del Nascituro. E venendo per tutti il tempo dell’editto, con Maria andò nella terra dei padri, e Betlemme li respinse perché il cuore degli uomini è chiuso alla carità. Ora parlate voi».

Gli eventi all’alba del Messia.

L’annuncio degli angeli ai pastori.

60«Io incontrai verso sera una donna giovane e sorridente a cavallo d’un somarello. Un uomo era con lei. Mi chiese del latte e informazioni. Ed io dissi ciò che sapevo… Poi venne la notte… e una grande luce… e uscimmo… e Levi vide un angelo presso lo stabbio. 61E l’angelo disse: “É nato il Salvatore”. Era la notte piena. E pieno di stelle era il cielo. Ma la luce si perdeva in quella dell’angelo e di mille e mille angeli… (Elia piange ancora nel ricordare). E ci disse l’angelo: “Andate ad adorarlo. É in una stalla, in una greppia, fra due animali… Troverete un piccolo Bambino avvolto in poveri panni… 62Oh! come sfavillava l’angelo dicendo queste parole!… Ma ti ricordi, Levi, le sue ali come mandavano fiamme quando, dopo essersi inchinato per nominare il Salvatore, disse:… che è il Cristo Signore”?».

63«Oh! se ricordo! E le voci dei mille? Oh!… “Gloria a Dio nei Cieli altissimi e pace in Terra agli uomini di buona volontà!”. Quella musica è qui, è qui, e mi porta in Cielo ogni volta che la sento», e Levi alza un viso estatico su cui luce il pianto.

 

Adorazione dei Pastori.

64«E andammo», dice Isacco. «Carichi come bestie da soma, lieti come per nozze, e poi… non seppimo più far nulla quando udimmo la tua piccola voce e quella della Madre, e spingemmo Levi, fanciullo, perché guardasse. Noi ci sentivamo lebbrosi presso tanto candore… E Levi ascoltava, e rideva piangendo, e ripeteva, così con voce d’agnello che la pecora di Elia ebbe un belato. E Giuseppe venne all’apertura e ci fece entrare… Oh! come eri piccino e bello! Un boccio di rosa carnicina sul ruvido fieno… e piangevi… Poi ridesti per il tepore della pelle di pecora che ti offrimmo e per il latte che ti mungemmo… Il tuo primo pasto… Oh!… e poi… e poi ti baciammo… Sapevi di mandorla e gelsomino… e noi non potevamo più lasciarti…».

65«Non mi avete più lasciato, infatti».

L’adorazione dei re Sapienti.

66«È vero», dice Gionata. «Il tuo viso restò in noi e la tua voce e il tuo sorriso… Crescevi… eri bello sempre più… Il mondo dei buoni veniva a bearsi di Te… e quello dei malvagi non ti vedeva… Anna… i tuoi primi passi… i tre Sapienti… la stella…».

67«Oh! quella notte, che luce! Il mondo pareva ardere con mille luci. Invece, la sera della tua venuta, la luce era fissa e di perla… Ora era la danza degli astri, allora l’adorazione degli astri. E noi da un’altura vedemmo passare la carovana e le andammo dietro per vedere se si fermava… E il giorno dopo tutta Betlemme vide l’adorazione dei Sapienti. E poi… Oh! non diciamo l’orrore!… Non lo diciamo!…» Elia sbiadisce nel ricordare.

68«Sì, non lo dire. Silenzio sull’odio…».

69«Il più grande dolore era non avere più Te e non sapere di Te. Neppure Zaccaria ne sapeva. Ultima nostra speranza… Più niente».

Formazione spirituale di Zaccaria.

«Perché, Signore, non hai confortato i tuoi servi?».

70«Chiedi il perché, Filippo? Perché era prudenza farlo. Vedi che anche Zaccaria, la cui formazione spirituale si completò dopo quell’ora, non volle sollevare il velo. Zaccaria…»

«Ma ci hai detto che fu lui ad occuparsi dei pastori. E allora perché lui non disse, a loro prima, a Te poi, che gli uni cercavano l’Altro?».

71«Zaccaria era un giusto tutto uomo. Divenne meno uomo e più giusto nei nove mesi di mutismo, si perfezionò nei mesi successivi alla nascita di Giovanni, ma divenne uno spirito giusto quando sulla sua superbia di uomo cadde la smentita di Dio. Aveva detto: “Io, sacerdote di Dio, dico che a Betlemme deve vivere il Salvatore” 72e Dio gli aveva mostrato come il giudizio, anche sacerdotale, se non è illuminato da Dio è un povero giudizio. Sotto l’orrore del pensiero: “Potevo fare uccidere Gesù per la mia parola” Zaccaria divenne il giusto, che ora riposa attendendo il Paradiso. 73E giustizia gli insegnò prudenza e carità. Carità verso i pastori, prudenza verso il mondo al quale doveva essere sconosciuto il Cristo. 74Quando, di ritorno in patria, ci dirigemmo a Nazaret, per la stessa prudenza che ormai guidava Zaccaria evitammo Ebron e Betlemme, e costeggiando il mare tornammo in Galilea. Neppure il giorno della mia maggiore età fu possibile vedere Zaccaria, partito il giorno avanti col suo fanciullo per la stessa cerimonia.

Il Bambino smarrito per tre giorni.

75Dio vegliava, Dio provava, Dio provvedeva, Dio perfezionava. Avere Dio è anche avere sforzo, non solo avere gioia. E sforzo ebbero il padre mio d’amore e la Madre mia d’anima e di carne. Anche il lecito fu vietato perché il mistero fasciasse d’ombra il Messia fanciullo.

76E questo spieghi, a molti che non comprendono, la ragione duplice dell’affanno quando fui smarrito per tre giorni. Amore di madre, amore di padre per il fanciullo smarrito, tremore di custodi per il Messia che poteva essere disvelato anzi tempo, terrore di avere mal tutelato la Salute del mondo e il grande dono di Dio[243]. 77Questo il motivo dell’insolito grido: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Tuo padre ed io, angustiati, ti cercavamo!”. Tuo padre, tua madre… Il velo gettato sul fulgore del divino Incarnato. 78E la rassicurante risposta: “Perché mi cercavate? Non sapevate che Io devo essere attivo nelle cose del Padre mio?”. Risposta raccolta e compresa dalla Piena di Grazia per quanto essa vale, ossia: 79“Non abbiate tema. Piccolo sono, un fanciullo. Ma se cresco, secondo umanità, in statura, sapienza e grazia agli occhi degli uomini, Io sono il Perfetto in quanto sono il Figlio del Padre e perciò so regolarmi con perfezione, servendo il Padre col farne splendere la luce, servendo Dio col conservargli il Salvatore”. 80E così feci fino a or è un anno. 81Ora il tempo è giunto. Si alzano i veli. E il Figlio di Giuseppe si mostra nella sua natura: il Messia della Buona Novella, il Salvatore, il Redentore e il Re del secolo futuro».

«E non vedesti mai più Giovanni?».

82«Solo al Giordano, Giovanni mio, quando volli il Battesimo».

«Sicché Tu non sapevi che Zaccaria aveva fatto del bene a questi?».

83«Ti ho detto: dopo il bagno del sangue innocente i giusti divennero santi, gli uomini divennero giusti. Solo i demoni rimasero quel che erano. Zaccaria imparò a santificarsi con l’umiltà, la carità, la prudenza, il silenzio».

 

 

L’Evangelista Matteo.

«Io voglio ricordare tutto questo. Ma lo potrò?», dice Pietro.

84«Sta’ buono, Simone. Domani mi faccio ripetere tutto dai pastori. Con pace. Nel frutteto. Uno, due, tre volte se occorre. Io ho buona memoria, esercitata al mio banco, e ricorderò per tutti. Quando vorrai ti potrò ripetere tutto. Non tenevo neppure le note a Cafarnao, eppure…», dice Matteo.

«Oh! non ti sbagliavi di un didramma!… Me lo ricordo… Bene! Te lo perdono il passato, ma proprio di cuore, se ti ricordi questo racconto… e se me lo dici sovente. Voglio mi entri in cuore come è in questi… come lo ebbe Giona… Oh! morire dicendo il suo Nome!…»

65Gesù guarda Pietro e sorride. Poi si alza e lo bacia sul capo brizzolato.

«Perché, Maestro, questo tuo bacio?».

86«Perché fosti profeta. Tu morrai dicendo il mio Nome. Ho baciato lo Spirito che parlava in te».

Inno levitico(Neemia 9,5-37).

87Poi Gesù intona forte un salmo e tutti, in piedi, fanno eco: « “Alzatevi e benedite il Signore vostro Dio, di eternità in eternità. Sia benedetto il suo Nome sublime e glorioso con ogni lode e benedizione. Tu solo sei il Signore. Tu hai fatto il cielo e il cielo dei cieli e tutto il loro esercito, la terra e tutto quello che contiene” ecc.» (è l’inno cantato dai leviti alla festa della consacrazione del popolo, cap. IX del II libro di Esdra); e tutto ha termine con questo lungo canto, che non so se sia nel rito antico o se Gesù lo dica di suo.

137. Ritorno all’Acqua Speciosa e scontro con i farisei che hanno aggredito e scacciato la “velata”[244].

Salvatori di anime.

Non si perde la preghira  per salvare un’anima.

1Gesù traversa insieme ai suoi apostoli i campi piatti dell’Acqua Speciosa. La giornata è piovosa e il luogo deserto. Deve essere verso mezzogiorno, perché quella larva di sole che esce ogni tanto da dietro il sipario bigio delle nuvole scende a perpendicolo.

2Gesù parla con l’Iscariota, al quale dà l’incarico di andare al paese per gli acquisti più urgenti. Quando resta solo lo raggiunge Andrea e, sempre timido, dice piano: «Mi ascolti, Maestro?».

3«Sì. Vieni con Me, avanti», e allunga il passo, seguito dall’apostolo, dilungandosi di qualche metro dagli altri.

4«La donna non c’è più, Maestro!», dice accorato Andrea. E spiega: «L’hanno percossa ed è fuggita. Era ferita e sanguinava. Il fattore l’ha vista. Sono andato avanti dicendo che andavo a vedere se non c’erano insidie, ma era perché volevo andare subito da lei. Speravo tanto di portarla alla Luce! Ho tanto pregato in questi giorni per questo… Ora è fuggita! Si perderà. Sapessi dove è, la raggiungerei… Non direi questo agli altri, ma a Te sì, perché mi capisci. Sai che non c’è senso in questa ricerca, ma solo desiderio  oh! tanto grande da essere un tormento, di portare in salvo una mia sorella…».

5«Lo so, Andrea, e ti dico: anche così come sono andate le cose, il tuo desiderio si compirà. Non è mai perduta la preghiera fatta in tal senso. Dio la usa ed ella si salverà».

«Tu lo dici? Oh! il mio dolore si fa più dolce!»

Il dono del vero apostolo.

     6«Non vorresti sapere che ne è di lei? Non ti importa neppure di non essere tu quello che me la condurrai? Non chiedi come farà?». Gesù sorride dolcemente, con tutto un brillare di luce nelle pupille azzurre chinate sull’apostolo che gli cammina al fianco. Uno di quei sorrisi e di quegli sguardi che costituiscono uno dei segreti di Gesù per conquistare i cuori.

7Andrea coi suoi dolci occhi castani lo guarda e dice: «Mi basta di sapere che venga a Te. Poi, io o un altro, che fa? Come farà? Questo Tu lo sai e a me non necessita di saperlo. Ho tutto nella tua assicurazione e sono felice».

8Gesù gli passa il braccio dietro le spalle e se lo attira a Sé in un abbraccio affettuoso che porta all’estasi il buon Andrea. E parla tenendolo così: «Questo è il dono del vero apostolo. Vedi, amico mio, la tua vita e quella degli apostoli futuri sarà sempre fatta così. 9Qualche volta saprete di essere i “salvatori”. Ma il più delle volte salverete senza sapere di avere salvato le persone che più vorreste salvare. Solo in Cielo vedrete venirvi incontro, o salire al Regno eterno, i vostri salvati. E il vostro giubilo di beati aumenterà per ogni salvato. 10Qualche volta lo saprete dalla Terra. Sono le gioie che vi do per infondervi un vigore ancor maggiore per nuove conquiste.

I “salvatori”.

11Ma beato quel sacerdote che non necessiterà di questi sproni per fare il proprio dovere! Beato quello che non si accascia per non vedere trionfi e dice: “Non faccio più nulla perché non ho soddisfazione”. 12La soddisfazione apostolica, tenuta come unico incentivo al lavoro, mostra non formazione apostolica, avvilisce l’apostolato, cosa spirituale, a livello di un comune lavoro umano. 13Non bisogna mai cadere nell’idolatria del ministero. Non siete voi quelli che devono essere adorati. Ma il Signore Iddio vostro. A Lui solo la gloria dei salvati. A voi l’opera di salvazione, rimettendo al tempo del Cielo la gloria di essere stati dei “salvatori”. 14Ma mi dicevi che il fattore l’ha vista. Racconta».

Salita sul monte della redenzione.

15Tre giorni dopo che eravamo partiti, sono venuti dei farisei a cercarti. Non ci hanno trovato, è naturale. Hanno girato il paese e le case della campagna mostrandosi ansiosi di Te. Ma nessuno lo ha creduto. Si sono messi all’albergo, sbrattandolo superbamente da tutti quelli che c’erano perché, dicevano, non volevano contatti con estranei ignoti che potevano anche profanarli. E tutti i giorni andavano alla casa. Dopo qualche giorno hanno trovato la poverina, che andava sempre là perché forse sperava trovarti e avere la sua pace. E l’hanno fatta fuggire inseguendola fino al suo ricovero nella stalla del fattore. Subito non l’hanno aggredita, perché egli era venuto fuori coi figli, e armati di randelli. Ma poi, a sera, quando lei è uscita, sono tornati ed erano insieme ad altri e, quando ella fu alla fonte, a sassate l’hanno presa chiamandola “meretrice” e additandola all’obbrobrio del paese. E poiché lei fuggiva, l’hanno raggiunta, malmenata, le hanno strappato il velo e il mantello perché tutti la vedessero e ancora l’hanno picchiata, imponendosi con la loro autorità al sinagogo perché la maledicesse per farla lapidare e maledicesse Te che l’avevi portata in paese. Ma lui non lo ha voluto fare e ora attende l’anatema del Sinedrio. Il fattore l’ha strappata alle mani di quei manigoldi e l’ha soccorsa. Ma nella notte lei se ne è andata lasciando un bracciale con una parola scritta su un brandello di pergamena. Ha scritto: “Grazie. Prega per me”. Il fattore dice che è giovane e bellissima, benché molto pallida e magra. L’ha cercata per le campagne perché era molto ferita. Ma non l’ha trovata. E non sa come possa essere andata lontano. Forse è morta così, in qualche posto… e non si è salvata…».

16«No».

“La volontà di redenzione è già assoluzione.”

«No? Non è morta? O non si è perduta?».

17«La volontà di redenzione è già assoluzione. Anche fosse morta, sarebbe perdonata, perché ha cercato la Verità mettendosi sotto i piedi l’Errore. Ma non è morta. Sale le prime pendici del monte della redenzione. Io la vedo… Curva sotto il suo pianto di pentimento; ma il pianto la fa sempre più forte, mentre il peso decresce. Io la vedo. Procede incontro al Sole. Quando avrà salito tutta la china, ella sarà nella gloria del Sole-Dio. Sale… Aiutala col tuo pregare».

«Oh! mio Signore!». Andrea è quasi esterrefatto di potere aiutare un’anima alla sua santificazione.

18Gesù sorride più dolce ancora. Dice: «Bisognerà aprire le braccia e il cuore al perseguitato sinagogo e andare a benedire il buon fattore. Andiamo dai compagni. A dirlo loro».

Gesù condanna la violenza.

Come iene all’agguato.

19Ma mentre, rifacendo il cammino già fatto, raggiungono i dieci che si sono fermati in disparte comprendendo che Andrea è in colloquio segreto col Maestro, viene di corsa l’Iscariota. Pare un farfallone che scorra sul prato, tanto corre veloce col mantello che gli svolazza dietro e facendo con le braccia una vera giostra di segni.

«Ma che ha?», chiede Pietro. «É diventato matto?».

20Prima che nessuno possa rispondergli l’Iscariota, giunto vicino, può gridare, col fiato mozzo: «Fermo, Maestro. Ascoltami prima di andare alla casa… Insidia c’è. Oh! che vigliacchi!… e corre. Eccolo giunto: «O Maestro! Non si può più andare là! I farisei sono in paese e tutti i giorni vanno alla casa. Ti aspettano per nuocerti. Mandano via chi viene a cercarti. Con anatemi orrendi li spauriscono. Che vuoi fare? Qui saresti perseguitato e la tua opera resa nulla… Uno di loro mi ha visto e mi ha aggredito. Un brutto vecchio nasuto che mi conosce, perché è uno degli scribi del Tempio. Perché ci sono anche degli scribi. Mi ha aggredito afferrandomi con le sue zampe unghiute e insultandomi con la sua voce di falco. Finché ha insultato me e mi ha graffiato, guarda… (e mostra un polso e una guancia decorati di chiari segni di unghie) l’ho lasciato fare. Ma quando ha sbavato su Te, l’ho preso per il collo…».

21«Ma Giuda!», urla Gesù.

«No, Maestro. Non l’ho strozzato. Gli ho solo impedito di bestemmiarti e poi l’ho lasciato andare. Ora è là che muore di paura per il pericolo corso… Ma noi andiamo via, te ne prego. Tanto, nessuno potrebbe più venire a Te…».

«Maestro!».

«Ma è un orrore!».

«Giuda ha ragione».

«Come iene all’agguato sono!».

“El Maestro condena la vio­lencia”

22«Fuoco del cielo che scendesti su Sodoma[245], a che non torni?».

«Ma sai che sei stato bravo, ragazzo? Peccato che non c’ero anche io; ti avrei aiutato».

«Oh! Pietro! se c’eri anche tu, quel falchetto aveva per sempre perduto le penne e la voce».

«Ma come hai fatto a… a non andare fino in fondo?».

23«Mah!… Un lampo nella mente, il pensiero venuto da chissà qual fondo di cuore: “Il Maestro condanna la violenza”, e mi sono fermato, avendone un urto ancor più profondo di quello che avevo ricevuto dal muro contro cui mi aveva gettato lo scriba quando mi aveva aggredito. Ne ho avuto i nervi come spezzati… tanto che dopo non avrei avuto più forza di infierire. Che fatica vincersi!…»

«Sei proprio stato bravo! Vero, Maestro? Non esprimi il tuo pensiero?».

Modo di pensare che disgusta Gesù Cristo.

24Pietro è tanto felice dell’atto di Giuda che non vede come Gesù sia passato dal luminoso viso di prima ad un volto severo, che gli scurisce lo sguardo e gli serra la bocca che pare farsi più sottile. 25La apre per dire: «Io dico che sono più disgustato del vostro modo di pensare che della condotta dei giudei. 26Loro sono dei disgraziati nelle tenebre. 27Voi, che siete con la Luce, siete duri, vendicativi, mormoratori, violenti, approvatori dell’atto brutale come loro. 28Vi dico che mi date la prova di essere sempre quelli che eravate quando mi vedeste per la prima volta. E ne ho dolore.

La causa della condanna d’Israele.

Il Messia fedele al suo dovere fino al fine.

29Riguardo ai farisei sappiate che Gesù Cristo non fugge. Voi ritiratevi. Io li affronto. Non sono un vile. Quando avrò parlato con loro e non li avrò persuasi, mi ritirerò. Non si deve dire che Io non ho cercato con ogni mezzo di attirarli a Me. Sono essi pure figli di Abramo. Io faccio il mio dovere fino in fondo. La loro condanna deve essere causata unicamente dalla loro mala volontà e non da una mia trascuranza verso loro». E Gesù va verso la casa, che mostra il suo tetto basso oltre una riga di alberi spogli.

Gli apostoli lo seguono a capo basso, parlando piano fra loro.

Il Messia espulso dalla terra di Judá.

30Eccoli alla casa. Entrano nella cucina in silenzio. E si danno da fare intorno al focolare. Gesù si assorbe nel suo pensiero.

Stanno per prendere il cibo quando un gruppo di persone si mostra alla porta. «Eccoli», bisbiglia l’Iscariota.

31Gesù si alza subito e va verso di loro. É imponente tanto che il gruppetto arretra per un attimo. Ma il saluto di Gesù li rassicura: «La pace sia con voi. Che volete?».

32Allora i vili credono di poter tutto osare e arrogantemente intimano: «In nome della Legge santa ti ordiniamo di lasciare questo luogo, Tu, turbatore delle coscienze, violatore della Legge, corruttore delle tranquille città di Giuda. Non temi la punizione del Cielo, Tu scimmiottatore del Giusto che battezza al Giordano, Tu che proteggi le meretrici? Via dalla terra santa di Giuda! Che il tuo alito non giunga da qui entro la cinta della città sacra».

Ragioni dell’espulsione.

33«Io nulla faccio di male. Insegno come rabbi, guarisco come taumaturgo, caccio i demoni come esorcista. Queste categorie sono pure in Giuda. E Dio, che le vuole, le fa rispettare e venerare da voi. Io non chiedo venerazione. Chiedo solo di lasciarmi fare del bene a coloro che hanno infermità nella carne, nella mente o nello spirito. Perché me lo vietate?».

«Tu sei un posseduto. Vattene».

34«L’insulto non è una risposta. Io vi ho chiesto perché me lo vietate, mentre agli altri lo permettete».

«Perché sei un posseduto e scacci i demoni e fai miracoli con l’aiuto dei demoni».

35«E i vostri esorcisti allora? Con l’aiuto di chi lo fanno?».

«Con la loro vita santa. Tu sei un peccatore. E per aumentare la tua potenza ti servi delle peccatrici, perché nel connubio si aumenta il possesso della forza demoniaca. La nostra santità ha purificato la zona dalla tua complice. Ma non permettiamo che Tu resti qui, per non attirare altre femmine».

Intervento di Pedro e dell’Iscariote.

36«Ma è casa vostra questa?», chiede Pietro che è venuto vicino al Maestro con aspetto poco raccomandabile.

«Non è casa nostra. Ma tutto Giuda e tutto Israele è nelle mani sante dei puri di Israele».

«Che sareste voi!», termina l’Iscariota, venuto anche lui sull’uscio e che termina con una risata beffarda. E poi chiede: «E l’altro amico vostro dove è? Trema ancora? O vergognosi, andatevene! E subito. Altrimenti vi farò pentire di…».

Diritto e ragioni del Messia Salvatore.

37«Silenzio, Giuda. E tu, Pietro, torna al tuo posto. Udite voi, farisei e scribi. Per il vostro bene, per pietà dell’anima vostra, Io vi prego di non combattere il Verbo di Dio. Venite a Me. Io non vi odio. Capisco la vostra mentalità e la compatisco. Ma vi voglio portare ad una mentalità nuova, santa, capace di santificarvi e darvi il Cielo. 38Ma credete che Io sia venuto per combattervi? Oh! no! Io sono venuto per salvarvi. Sono venuto per questo. 39Vi prendo sul cuore. Vi chiedo amore e intelletto. Appunto perché siete i più sapienti in Israele, dovete comprendere più di tutti la verità. 40Siate anima e non corpo. 41Volete che Io ve ne supplichi in ginocchio? La posta è tale – l’anima vostra – che sotto i piedi mi metterei per conquistarla al Cielo, sicuro che il Padre non reputerebbe errore il mio umiliarmi. Dite! Dite una parola a Me che attendo!».

Crudele maledizione degli ebrei.

42«Maledizione, diciamo».

43«Va bene. É detto. Andate pure. Io pure andrò». E Gesù volge le spalle tornando al suo posto. Curva il capo sul tavolo e piange.

Bartolomeo chiude la porta perché nessuno dei crudeli che lo hanno insultato, e che se ne stanno andando con minacce e bestemmie al Cristo, veda questo pianto.

Pianto del Messia.

Un lungo silenzio, poi Giacomo d’Alfeo carezza sul capo il suo Gesù e dice: «Non piangere. Noi ti amiamo. Anche per loro».

44Gesù alza il volto e dice: «Non piango per Me. Piango per loro che si uccidono, sordi ad ogni invito».

«Che faremo ora, Signore?», chiede l’altro Giacomo.

45«Andremo in Galilea. Domani mattina partiremo».

«Non oggi, Signore?».

46«No. Devo salutare i buoni del luogo. E voi verrete con Me».

138. Commiato dal fattore. Timoneo diviene discepolo. Partenza
per la Galilea
[246].

Commiato dal fattore

Aglae divenuta donna onesta

1«Signore, io non ho fatto che il mio dovere verso Dio, verso il mio padrone e verso l’onestà di coscienza. Quella donna io l’ho sorvegliata in questo tempo che era mia ospite e l’ho vista sempre onesta. Sarà anche stata una peccatrice. Ora non lo è. Perché devo indagare su un passato sul quale ella ha messo una cancellatura per annullarlo? 2Io ho figli giovanotti e non brutti. Lei non ha mai mostrato il suo volto, veramente bello, né fatto udire la sua parola. Posso dire che ho sentito il tono della sua voce d’argento quando urlò per la ferita. Altrimenti ella, quel poco che chiedeva, e sempre a me o alla moglie mia, lo sussurrava dietro il velo, e così piano che quasi non si capiva. 3Vedi anche come fu prudente. Quando temette che la sua presenza potesse nuocere, se ne andò… Io le avevo promesso difesa e aiuto. Ma lei non se ne valse. No. Così non fanno le donne perdute! 4Io pregherò per lei, come lei ha chiesto, e anche senza questo ricordo. 5Tienilo, Signore. Fanne elemosina e a suo bene. Fatta da Te, le varrà certo pace».

Commiato dal fattore

6Il fattore parla rispettosamente a Gesù. É un bell’uomo dal volto onesto e dal corpo tarchiato. Dietro lui sono sei giovinottoni simili al padre, sei volti schietti e intelligenti, e vi è la moglie, una donnina sottile e tutta dolcezza, che ascolta il suo uomo come ascolterebbe un dio, annuendo di continuo col capo.

7Gesù prende il bracciale d’oro e lo passa a Pietro dicendo: «Per i poveri». Poi si rivolge al fattore: «Non tutti hanno la tua rettezza in Israele. Tu sei sapiente, perché distingui il bene dal male e segui il bene senza valutare l’utilità umana di farlo. In nome dell’eterno Padre Io benedico te, i tuoi figli, la tua sposa, la tua casa. Conservatevi sempre in queste disposizioni di spirito e il Signore sarà sempre con voi, e avrete la vita eterna. Io ora vado. Ma non è detto che mai più ci si riveda. Io tornerò e voi potrete sempre venire a Me. Per quanto avete fatto per Me e per quella povera creatura, Dio vi dia la sua pace».

8Il fattore, i figli, ultima la donna, si inginocchiano e baciano i piedi di Gesù, che dopo un ultimo gesto di benedizione si allontana insieme ai discepoli, dirigendosi verso il paese.


Mezzi per stabilire il Regno dello spirito.

Il Maestro non vuole violenza

9«E se ci sono ancora quei brutti esseri?», chiede Filippo.

«Non si può impedire a nessuno di andare per le vie della terra», risponde Giuda d’Alfeo.

«No. Ma noi per loro siamo “anatema”».

«Oh! lasciali fare! Te ne preoccupi?».

«Io non me ne preoccupo altro che perché il Maestro non vuole le violenze. E loro, che lo sanno, se ne avvalgono», brontola Pietro fra la barba.

E certo crede che Gesù, che parla con Simone e l’Iscariota, non senta.

Povero sistema umano e che serve, temporaneamente, per vittorie umane

Sistema umano serve a vittorie ­ umane.

10Ma Gesù sente e si volta per metà severo, per metà sorridente e dice: «Tu credi che Io vincerei facendo violenza? Ma questo è un povero sistema umano e che serve, temporaneamente, per vittorie umane. Quanto tempo dura la sopraffazione? Finché da se stessa genera nei sopraffatti delle reazioni che, riunendosi, formano una violenza maggiore, che abbatte la sopraffazione preesistente. 11Io non voglio un regno temporaneo. Io voglio un regno eterno: il Regno dei Cieli. Quante volte ve l’ho detto? Quante ve lo dovrò dire? Lo capirete mai? Sì. Verrà il momento che lo capirete».

«Quando, Signor mio? Io ho fretta di capire per essere meno ignorante», dice Pietro.

Mezzi per instaurare il regno dello spirito.

12«Quando? Quando sarete macinati come il grano fra le pietre del dolore e del pentimento. Potreste, anzi dovreste capire prima. Ma per fare questo dovreste spezzare la vostra umanità e lasciare libero lo spirito. E questa forza su voi stessi non la sapete fare. 13Ma capirete… capirete. E allora, anche, capirete che non potevo usare violenza, mezzo umano, a stabilire il Regno dei Cieli: il Regno dello spirito.14 Ma intanto non abbiate paura. Quegli uomini che vi danno pensiero non ci faranno nulla. A loro basta di avermi cacciato».

Il sinagogo Timoneo diviene discepolo

Verso la casa del sinagogo

«Ma non era più facile fare avvisare il sinagogo di venire dal fattore o di attenderci sulla via maestra?».

15«Oh! che uomo prudente è oggi il mio Tommaso! Ma no che non era facile. O meglio: era più facile, ma non era giusto. Egli ha mostrato eroismo per Me e nella sua casa fu insolentito per causa mia. É giusto che Io, nella sua casa, lo vada a consolare».

Tommaso si stringe nelle spalle e non parla più.

16Ecco il paese, vasto ma molto rurale con case fra dei frutteti, ora spogli, e con molti ovili. Deve essere un posto atto alla pastorizia, perché vi è un grande belare da tutte le parti per greggi che vanno o vengono dai pascoli della pianura. La solita crocevia di vie che ha, nel luogo dove si incrocia, la piazza con la fontana al centro. E lì è la casa del sinagogo.

Lo scrupolo del sinagogo.

Apre una donna anziana, che ha chiari segni di pianto sul volto. Pure, vedendo il Signore, ha un moto di gioia e si prostra con una benedizione.

17«Alzati, madre. Sono venuto per dirvi addio. Dove è tuo figlio?».

«É là…», e accenna una stanza in fondo alla casa. «Sei venuto a consolarlo? Io non sono capace…».

18«È dunque sconsolato? Si duole di avermi difeso?».

«No, Signore. Ma è preso da uno scrupolo. Ma Tu l’udrai. Lo chiamo».

19«No. Vado Io. Voi attendete qui. Andiamo, donna».

Gesù fa i pochi metri del vestibolo, spinge l’uscio, entra nella stanza, si avvicina piano ad un uomo seduto, curvo verso terra, assorto in dolorose meditazioni.

20«La pace a te, Timoneo».

«Signore! Tu!».

21«Io. Perché tanto triste?».

«Signore… io… Mi hanno detto che ho peccato. Mi hanno detto che sono anatema. Io mi esamino. E non mi pare d’esserlo. Ma loro sono i santi d’Israele, ed io il povero sinagogo. Certo hanno ragione. Ora io non oso più alzare lo sguardo al volto corrucciato di Dio. E ne avrei tanto bisogno in quest’ora! Io lo servivo con vero amore e cercavo di farlo conoscere. Ora sarò privato di questo bene, perché il Sinedrio certo mi maledice».

22«Ma il dolore quale è? Di non essere più il sinagogo, o di essere impossibilitato a parlare di Dio?».

«Ma è questo, Maestro, che mi dà dolore! Penso che Tu dica se mi spiace di non essere sinagogo per l’utile e l’onore che se ne trae. Di questo non mi curo. Non ho che mia madre e che è nativa di Aera, dove ha una piccola casa. Il tetto per lei e di che vivere per lei c’è. Per me… sono giovane. Lavorerò. Ma non oserò mai più parlare di Dio, io che ho peccato».

23«Perché hai peccato?».

«Dicono che sono complice del… O Signore! Non mi fare dire!…».

24«No. Io lo dico. Non lo dico neppure. Io e te sappiamo le loro accuse ed Io e te sappiamo che non sono vere. Perciò tu non hai peccato. Io te lo dico».

«Allora io posso ancora alzare lo sguardo all’Onnipotente?»

25«Che, figlio?». Gesù è tutto dolcezza mentre si curva sull’uomo, che si è arrestato bruscamente come intimorito. «Che? Il Padre mio lo cerca il tuo sguardo, lo vuole. Ed Io voglio il tuo cuore e il tuo pensiero. Sì, il Sinedrio ti colpirà. Io ti apro le braccia e dico: “Vieni”. Vuoi essere un mio discepolo? Io vedo in te quanto è necessario per essere un operaio del Padrone eterno. Vieni alla mia vigna…».

Il sinagogo, discepolo del Messia.

26«Ma dici davvero, Maestro? Madre… ma senti? Io sono felice, madre mia! Io… benedico questo dolore perché mi ha dato questa gioia. Oh! facciamo gran festa, madre. E poi io andrò col Maestro e tu tornerai alla tua casa. Vengo subito, Signor mio, che hai annullato ogni mio timore, e dolore, e paura di Dio».

27«No. Tu attenderai la parola del Sinedrio. Con cuore sereno e senza livore. Tu al tuo posto, finché a quel posto sei lasciato. Poi mi raggiungerai a Nazaret o a Cafarnao. Addio. La pace sia con te e con la madre tua».

Incomincia il ritorno verso la Galilea(Gv 4,1-3).[247].

«Non ti fermi nella mia casa?»

28«No. Verrò nella casa di tua madre».

«È paese poco fedele».

29«Gli insegnerò fedeltà. Addio, madre. Sei felice, ora?». Gesù la carezza, come sempre fa con le donne anziane alle quali, noto, dà quasi sempre il nome di “madre”.

«Felice, Signore. Avevo allevato un maschio al Signore. Il Signore me lo prende per servo del suo Messia. Ne sia benedetto il Signore. Benedetto Te che sei il suo Messia. Benedetta l’ora che qui sei venuto. Benedetta la mia creatura chiamata al tuo servizio».

30«Benedetta sia la madre santa come Anna d’Elcana[248]. La pace sia con voi».

31Gesù esce, seguito dai due. Raggiunge i discepoli, saluta ancora e poi incomincia il ritorno verso la Galilea.

139. Sui monti presso Emmaus. Il carattere di Giuda Iscariota
e le qualità dei buoni
[249].

Importanza dell’ordine morale.

Giuda nelle migliori disposizioni di spirito.

1Gesù coi suoi è in un luogo molto montagnoso. La via è scomoda e aspra, e i più anziani fanno una bella fatica. I giovani, invece, sono tutti lieti intorno a Gesù e salgono agili, chiacchierando fra loro. I due cugini, i due figli di Zebedeo e Andrea sono esilarati dal pensiero di tornare in Galilea, e la loro gioia è tale che avvince anche l’Iscariota, che da qualche tempo è nelle migliori disposizioni di spirito. Si limita a dire: «Però, Maestro, per Pasqua, quando si viene al Tempio… ci torni a Keriot? Mia madre spera sempre di averti. Me lo ha fatto sapere. E così i miei compaesani…».

2«Di certo. Ora, anche volendo, è troppo aspra stagione per mettersi per quelle vie impervie. Vedete come è faticoso anche qui. E, senza quell’imposizione, non avrei intrapreso ora il cammino… Ma non si poteva più stare…». Gesù tace, pensieroso.

«E dopo, voglio dire per Pasqua, si potrà venire? Io vorrei mostrare la tua grotta a Giacomo e ad Andrea», dice Giovanni.

«Ti dimentichi l’amore di Betlemme per noi?», chiede l’Iscariota. «Per il Maestro, anzi».

«No. Ma andrei io con Giacomo e Andrea. Gesù potrebbe stare a Jutta o a casa tua…».

«Oh! questo mi piace. Lo farai, Maestro? Loro vanno a Betlem, Tu stai con me a Keriot. Proprio con me solo non ci sei mai stato… e ne ho tanta voglia di averti tutto per me…».

4«Geloso sei? Non sai che Io vi amo tutti ad un modo? Non credi che Io sono con tutti voi, anche quando pare vi sia lontano?».

«Lo so che ci ami. Se non ci amassi dovresti essere ben più severo, con me almeno. Credo che il tuo spirito vegli sempre su noi. Ma non siamo tutto spirito. C’è anche l’uomo, coi suoi amori d’uomo, i suoi desideri, i suoi rimpianti. Gesù mio, io so che non sono quello che più ti fa felice. Ma credo che Tu sappia come è vivo in me il desiderio di piacerti e il rimpianto per tutte le ore che ti perdo per la mia miseria…».

5«No, Giuda. Non ti perdo. Ti sono più vicino che agli altri appunto perché conosco chi tu sei».

«Che sono, mio Signore? Dillo. Aiutami a capire cosa sono. Io non mi capisco. Mi pare di essere una donna turbata da voglie di concepimento. Ho appetiti santi e appetiti depravati. Perché? Che sono io?».

6Gesù lo guarda con uno sguardo indefinibile. È mesto, ma di una mestizia infusa di pietà. Tanta pietà. Sembra un medico che constati lo stato di un malato e sappia che è un malato che non può guarire… Ma non parla.

«Dillo, Maestro mio. Il tuo giudizio sarà sempre il meno severo di tutti sul povero Giuda. E poi… siamo fra fratelli. Non mi importa che sappiano di che sono fatto. Anzi, sapendolo da Te, correggeranno il loro giudizio e mi aiuteranno. Non è vero?».

Gli altri sono impacciati e non sanno che dire. Guardano il compagno, guardano Gesù.

Importanza dell’ordine morale.

7Gesù si attira vicino l’Iscariota, al posto dove prima era il cugino Giacomo, e dice: «Tu sei semplicemente un disordinato. Hai in te tutti gli elementi migliori. Ma non li hai ben fissi. E il minimo soffio di vento li scompagina.

8Poco fa siamo passati per quella gola e ci hanno mostrato il danno fatto, alle povere case di quel paesello, dall’acqua, dalla terra e dalle piante. L’acqua, la terra, le piante sono cose utili e benedette, non è forse vero? Eppure lì sono divenute maledette. Perché? Perché l’acqua del torrente non aveva un corso ordinato, ma, anche per inerzia dell’uomo, si era scavata più letti, a seconda del suo capriccio. Ciò era bello finché non c’erano bufere.

9Allora era come un lavoro di gioielliere quell’acqua chiara che rigava il monte in piccoli rivi, vezzi di diamanti o collane di smeraldi a seconda che riflettevano la luce o l’ombra dei boschi. E l’uomo ne godeva perché erano utili, quelle chiacchierine vene d’acqua, per i suoi campicelli. Così come erano belle le piante nate, per scherzo di venti, a capricciosi ciuffi or qua e or là, lasciando radure piene di sole. E bella era la terra soffice, deposta da chissà quali lontane alluvioni fra ondulazione e ondulazione del monte, così fertile per le colture.

10Ma è bastato che venissero le bufere di un mese fa perché le capricciose righe del torrente si unissero e disordinatamente traboccassero per altra via, travolgendo le disordinate piante e trascinando a valle i disordinati pezzi di terra.

11Se le acque fossero state tenute ordinate, se le piante fossero state regolate in ordinati boschi, se la terra fosse stata ordinatamente sostenuta con opportuni ripari, ecco che i tre buoni elementi del legno, dell’acqua, del suolo non sarebbero divenuti rovina e morte per quel paesello.

La volontà è tutto.

12Tu hai intelligenza, ardimento, istruzione, prontezza, prestanza, tante, tante cose hai. Ma sono selvaggiamente disposte in te e tu tali le lasci. Vedi: tu abbisogni di un lavoro paziente e costante su te stesso per mettere ordine, che è poi anche robustezza, nelle tue qualità, di modo che, quando venga bufera di tentazione, il buono che in te hai non divenga un male per te e per gli altri».

«Hai ragione, Maestro. Ogni tanto io vengo sconvolto da un vento e tutto si arruffa. E dici che io potrei…».

13«La volontà è tutto, Giuda».

Guai ai soli se non sono virtusi.

«Ma ci sono tentazioni tanto mordenti… Ci si rintana per paura che il mondo ce le legga sul volto».

14«Ecco l’errore! Sarebbe proprio quello il momento di non rintanarsi. Ma di cercare il mondo, quello dei buoni per averne aiuto. Anche il contatto con la pace dei buoni calma la febbre. E cercare anche il mondo dei criticatori perché, per quell’orgoglio che spinge a nascondersi per non essere “letti” nei nostri animi tentati, ciò farebbe un reagente alla debolezza morale. E non si cadrebbe».

«Tu ti sei messo nel deserto…».

15«Perché lo potevo fare. Ma guai ai soli se non sono, nella loro solitudine, moltitudine contro la moltitudine».

«Come? Non capisco».

16«Moltitudine di virtù contro moltitudine di tentazioni. Quando poca è la virtù, occorre fare come quest’edera molle: afferrarsi ai rami di alberi robusti, per salire».

«Grazie, Maestro. Io mi attacco a Te e ai compagni. Ma aiutatemi tutti. Voi siete tutti migliori di me».

Solidarietà dei compagni.

17«È stato migliore l’ambiente parco e onesto in cui siamo cresciuti, amico. Ma ora tu sei con noi, e noi ti vogliamo bene. Vedrai… Non è per criticare la Giudea, ma credi che in Galilea c’è, almeno nei nostri paesi, meno ricchezza e meno corruzione. Tiberiade, Magdala, altri luoghi di tripudio, ci sono vicini. Ma noi viviamo con la “nostra” anima semplice, rozza, se vuoi, ma operosa, santamente contenta di ciò che da Dio ci è concesso», dice Giacomo di Alfeo.

«Ma la mamma di Giuda è una santa donna, sai, Giacomo? Le si vede la bontà scritta sul viso», obbietta Giovanni.

18Giuda di Keriot gli sorride, felice della lode, e il suo sorriso aumenta quando Gesù conferma: «Hai detto bene, Giovanni. È una santa creatura».

«Eh! sì! Ma era sogno di mio padre di fare di me un grande del mondo, e mi ha staccato molto presto e troppo profondamente dalla madre mia…».

Estremi della retta della perfezione.

Le qualità per essere buoni.

19«Ma che avete da dire che sempre parlate?», chiede da lontano Pietro.

«Fermatevi! Aspettateci. Non è bello andare così senza pensare che io sono di gambe corte».

Si fermano finché l’altro gruppo li ha raggiunti.

«Auf! Come ti voglio bene, barchetta mia! Qui si fatica come schiavi… Che dicevate?»

20«Dicevamo le qualità per essere buoni», risponde Gesù.

«E a me non le dici, Maestro?».

21«Ma sì: ordine, pazienza, costanza, umiltà, carità… Le ho dette molte volte!».

«Ma l’ordine no. Che c’entra?».

Estremi della santità: Ordine e Carità.

22«Il disordine non è mai buona qualità. L’ho spiegato a questi tuoi compagni. Te lo diranno. E l’ho messo per primo, mentre ho messo per ultima la carità, perché sono i due estremi della retta della perfezione. Ora tu sai che una retta messa in piano non ha principio e non ha fine. Ambedue gli estremi possono essere principio e possono essere fine, mentre di una spirale, o di un qualsiasi altro disegno che non sia chiuso in se stesso, vi è sempre un principio e una fine. La santità è lineare, semplice, perfetta, e non ha che due estremi, come la retta».

«È facile fare una retta…».

23«Lo credi? Ti sbagli. In un disegno, anche complicato, può passare inavvertito qualche difetto. Ma nella retta subito si vede ogni errore, o di pendenza o di incertezza. Giuseppe, quando mi insegnava il mestiere, insisteva molto nella dirittura delle tavole e giustamente mi diceva: “Vedi, figlio mio? Può ancora passare una lieve imperfezione in un ornato o in un lavoro di tornio, perché l’occhio, non espertissimo, se osserva un punto non vede l’altro. Ma se un’asse non è diritta a dovere, neppure il più semplice lavoro, quale è una povera tavola di contadini, riesce. O pende o imbarca. Non serve più che al fuoco.

L’anima perfetta.

24Possiamo dire questo anche per le anime. Per non servire più altro che al fuoco infernale, ossia per conquistare il Cielo, bisogna essere perfetti come un’asse piallata e squadrata a dovere. Chi inizia la sua lavorazione spirituale con disordine, cominciando dalle cose inutili, saltando come un uccello irrequieto da questo a quello, finisce che quando vuole riunire le parti del lavoro non riesce più. Non combinano. Perciò ordine. Perciò carità. Poi, tenendo fisse nelle due morse questi estremi, che non scappino mai, lavorare a tutto il resto, ornati o intagli che siano. Hai capito?».

L’albero selvaggio cambia con l’innesto.

25«Ho capito». Pietro si mastica in silenzio la sua lezione e conclude all’improvviso: «Allora mio fratello è più bravo di me. Lui è proprio ordinato. Un passo dopo l’altro, zitto, calmo. Sembra che non si muova e invece… Io vorrei fare presto e tanto. E non faccio nulla. Chi mi aiuta?».

26«Il tuo buon desiderio. Non temere, Pietro. Fai anche tu. Ti fai».

«E io?».

27«Anche tu, Filippo».

«E io? Mi pare di non essere proprio buono a nulla, io».

28«No, Tommaso. Anche tu ti lavori. Tutti, tutti vi lavorate. Siete alberi selvaggi, ma gli innesti vi cambiano lentamente e sicuramente, ed Io ho in voi la mia gioia».

Senza illusioni non si hanno delusioni.

29«Ecco. Siamo tristi e Tu ci consoli. Deboli e ci fortifichi. Paurosi e ci dài coraggio. Per tutti, e per tutti i casi, hai pronto il consiglio e il conforto. Come fai, Maestro, ad essere sempre pronto e buono così?».

30«Amici miei, sono venuto per questo, sapendo già ciò che avrei trovato e ciò che dovevo fare. Senza illusioni non si hanno delusioni, non si perde perciò lena. Si va avanti. Ricordatevelo, per quando voi pure dovrete lavorare l’uomo animale per farne l’uomo spirituale».

140. A Emmaus, dal sinagogo Cleofa. Un caso di incesto[250].

Fine del primo anno.

Dal sinagogo Cleofa.

1Giovanni col fratello bussano ad una casa in un paese. Riconosco la casa dove entrarono i due di Emmaus con Gesù risorto. Quando viene loro aperto, entrano e parlano certo con qualcuno che non vedo, poi escono e vanno per una via, raggiungendo Gesù che è con gli altri fermo in un luogo appartato.

«C’è, Maestro. Ed è tutto felice che Tu sia proprio venuto. Ci ha detto: “Andate a dirgli che la mia casa è sua. Ora vengo io pure”».

2«Andiamo, allora».

Camminano per qualche tempo e poi incontrano il vecchio sinagogo Cleofa visto all’Acqua Speciosa. Si inchinano a vicenda, ma poi il vecchione – sembra un patriarca – si inginocchia con venerabondo saluto. Dei cittadini, che vedono, si accostano curiosi.

La fede di Cleofa.

3Il vecchio si alza e dice: «Ecco il promesso Messia. Ricordate questo giorno, o cittadini di Emmaus».

Chi osserva con curiosità tutta umana e chi ha già sguardi di religioso ossequio. Due si fanno largo e dicono: «La pace a Te, Rabbi. C’eravamo noi pure quel giorno».

4«La pace a voi e a tutti. Sono venuto, come me ne aveva pregato il vostro sinagogo».

«Farai miracoli qui pure?».

5«Se vi sono figli di Dio che credono e abbisognano del miracolo, certo Io lo farò».

Il sinagogo dice: «Coloro che vogliono udire il Maestro vengano alla sinagoga. E così chi ha dei malati. Posso dire questo, Maestro?».

6«Puoi. Dopo l’ora di sesta Io sarò tutto per voi. Ora sono del buon Cleofa».

E, seguito da un codazzo di gente, prosegue a fianco del vecchio sino alla sua casa.

La fede senza opere è murta.

7«Ecco mio figlio, Maestro. E la moglie mia. E la moglie di mio figlio e i piccoli bambini. Molto mi spiace che l’altro figlio sia, insieme al suocero di mio figlio Cleofa, a Gerusalemme insieme ad un infelice di qui… Ma ti dirò. Entra, Signore, coi tuoi discepoli».

Entrano e vengono ristorati con i soliti usi ebraici. Poi si avvicinano al fuoco che arde in un ampio camino, perché la giornata è umida e fredda.

8«Fra poco ci sederemo a mensa. Ho invitato i notabili del luogo. Gran festa, oggi. Non sono tutti credenti in Te. Ma neppure nemici. Sono solamente indagatori… Vorrebbero credere. Ma siamo stati delusi troppe volte, in questi ultimi tempi, sul Messia. C’è diffidenza. Basterebbe una parola del Tempio a sciogliere ogni dubbio. Ma il Tempio… Io ho pensato che vedendo Te e udendoti, così, semplicemente, molto si possa in questo senso. Io vorrei darti dei veri amici».

9«Tu ne sei uno».

«Sono un povero vecchio, io. Fossi più giovane, ti seguirei. Ma gli anni pesano».

10«Mi servi già col tuo credere. Mi predichi con la tua fede. Stai quieto, Cleofa. Io non ti dimenticherò nell’ora della Redenzione».

Il messia il suo regno e la sua dottrina

Le opere confermano il Messia.

11«Ecco Simone con Erma. Stanno giungendo», avvisa il figlio del sinagogo.

Si alzano tutti mentre entrano due di media età dall’aspetto signorile.

«Questo è Simone, e questo Erma, Maestro. Sono veri israeliti. Ma sinceri nell’animo loro».

12«Dio si svelerà ai loro animi. La pace intanto scenda su essi. Senza pace non si ode Dio».

«È detto anche nel libro dei Re parlando di Elia[251]».

«Sono i tuoi discepoli questi?», chiede quello di nome Simone.

13«Sì».

«Ve ne sono di ogni età e luogo. E Tu sei galileo?».

14«Di Nazaret. Ma nato a Betlemme nel tempo del censo».

«Betlemmita allora. Ciò conferma la tua figura».

15«È una benigna conferma, per la debolezza umana. Ma la conferma è nel sovrumano».

«Nelle tue opere, vuoi dire», dice Erma.

 

Il regno del Messia è spirituale.

16«In esse e nelle parole che lo Spirito accende sul mio labbro».

«Mi sono state ripetute da chi ti udì. Veramente grande è la tua sapienza. E con questa intendi fondare il tuo Regno?».

17«Un re deve avere sudditi a conoscenza delle leggi del suo regno».

«Ma le tue leggi sono tutte spirituali!».

18«Lo hai detto, Erma. Tutte spirituali. Io avrò un regno spirituale. Ho dunque il codice spirituale».

«Ma la ricostituzione di Israele, allora?».

19«Non cadete nell’errore comune di prendere il nome Israele come quello che ha nel significato umano. Israele è detto per dire “Popolo di Dio”. Io ricostituirò la libertà e potenza vera di questo popolo di Dio e ricostituirò il medesimo col rendere al Cielo le anime, redente e sapienti degli eterni veri».

Benedizione ed inizio del cibo.

«Sediamo alle mense. Ve ne prego», dice Cleofa che prende posto, con Gesù, al centro.

Alla destra di Gesù è Erma e di fianco a Cleofa è Simone, poi il figlio del sinagogo e agli altri posti i discepoli.

20Gesù, pregato dall’ospite, offre e benedice, e ha inizio il pasto

«Vieni da queste parti, Maestro?», chiede Erma.

21«No. Vado in Galilea. Qui verrò di passaggio».

«Come? Lasci l’Acqua Speciosa?».

22«Sì, Cleofa».

«Vi venivano le turbe nonostante fosse inverno. Perché le deludi?».

23«Non Io. Così vogliono i puri d’Israele».

«Che? Perché? Che male facevi? La Palestina ha molti rabbi che parlano là dove vogliono. Perché ciò non è concesso a Te?».

24«Non indagare, Cleofa. Sei vecchio e saggio. Non mettere tossico di amara conoscenza nel tuo cuore».

La  dottrina  del Messia.

25«Ma forse Tu dicevi dottrine nuove, ritenute pericolose, oh! certo per errore di valutazione, dagli scribi e farisei? Quanto di Te sappiamo non ci sembra… vero, Simone? Ma forse noi non sappiamo tutto. In che consiste per Te la Dottrina?», chiede Erma.

26«Nella conoscenza esatta del Decalogo. Nell’amore e nella misericordia. L’amore e la misericordia, questo respiro e questo sangue di Dio, sono la norma della mia condotta e della mia dottrina. E Io ne faccio l’applicazione in tutti i frangenti della mia giornata».

«Ma questo non è una colpa! È bontà questa».

Il tempo della misericordia.

27«È giudicata colpa dagli scribi e farisei. Ma Io non posso mentire alla mia missione, né disubbidire a Dio che mi ha mandato come “Misericordia” sulla Terra.

28È venuto il tempo della Misericordia piena, dopo secoli di Giustizia. Essa è sorella alla prima. Come due nate da un solo seno; ma mentre prima era più forte la Giustizia, e l’altra temperava solo il rigore perché non può Dio vietarsi di amare – ora è regina la Misericordia, e come ne giubila la Giustizia che tanto si doleva di dover punire!

29Se voi guardate bene, vedete agevolmente che sempre esse furono da quando l’Uomo obbligò Dio ad essere severo. Il sussistere dell’Umanità non è che la riprova di quanto dico.

30 Nella stessa punizione ad Adamo è mescolata la misericordia. Poteva incenerirli nel loro peccato. Dette loro l’espiazione[252], e alla donna causa di ogni male, avvilita per questo esser causa del male, fece balenare una figura di Donna causa del bene[253]. E ad ambi concesse i figli e le cognizioni della esistenza[254].

31All’uccisore Caino insieme alla giustizia concesse il segno, e che era misericordia, perché non fosse ucciso[255].

32E all’Umanità corrotta concesse Noè per conservarla nell’arca, e indi promise patto sempiterno di pace. Non più il feroce diluvio. Non più.

33La Giustizia fu piegata dalla Misericordia[256].

34Volete risalire con Me la sacra Storia fino al momento mio? Vedrete sempre, e sempre più vaste, ripetersi le onde dell’Amore. Ora è colmo il mare di Dio, e ti solleva, o Umanità, sulle sue acque dolci e serene, ti solleva al Cielo, mondata, bella, e ti dice: “Ti rendo al Padre mio».

Un caso di incesto involontario.

Giuseppe, inavvertitamente­ , caduto in colpa

35I tre sono assorti nella stupefazione di tanta luce d’amore. Poi Cleofa sospira: «Così è. Ma Tu solo sei tale! Che ne sarà di Giuseppe? Dovrebbe essere stato già ascoltato! Lo sarà stato?». Nessuno risponde. 36Cleofa si rivolge a Gesù: «Maestro, uno di Emmaus, il cui padre, un tempo, ha ripudiato la moglie, la quale andò a stabilirsi in Antiochia con un fratello, proprietario di un emporio, è incorso in colpa grave. 37Egli non aveva mai conosciuto quella donna, cacciata, e non indagò le cause, dopo pochi mesi di matrimonio. Nulla aveva saputo di lei perché, naturalmente, il suo nome era proscritto da quella casa. 38Divenuto uomo ed ereditati dal padre i commerci e i beni, pensò di accasarsi, e avendo conosciuto a Joppe una donna, padrona di un ricco emporio, se l’è sposata. 39Ora, non so come fu saputo, si è reso noto che quella donna era figlia della moglie del padre di lui. Perciò peccato grave benché, a mio vedere, sia molto incerta la paternità della donna. 40Giuseppe, colpito da condanna, ha avuto distrutto in uno la sua pace di fedele e quella di marito. E, nonostante con grande dolore abbia ripudiato la moglie, forse sorella, la quale per il dolore fu presa da febbre ed è morta, egli non viene perdonato. 41In coscienza io dico che, se non c’erano dei nemici intorno al suo bene, egli non sarebbe stato così colpito. Tu che faresti?».

Quando è l’atto moralmente cattivo?

42«Il caso è molto grave, Cleofa. Quando sei venuto da Me, perché non me ne hai parlato?».

«Non volevo allontanarti di qui…».

43«Oh! ma Io non sono cacciato da queste cose! Ora ascolta. Materialmente c’è incesto. 44E perciò c’è punizione[257]. Ma la colpa, per essere moralmente colpa, deve avere a base la volontà di peccare. Quest’uomo ha scientemente commesso incesto? Tu dici di no. Allora dove è la colpa? Voglio dire: la colpa dell’avere voluto peccare?  45Resta quella della convivenza con una figlia del proprio padre. Ma tu dici che è incerto se tale ella era. E, anche se tale era, la colpa cessa col cessare della convivenza. Qui la cessazione è sicura non solo per il ripudio, ma per la sopraggiunta morte. Onde Io dico che l’uomo dovrebbe essere perdonato anche dell’apparente peccato. 46E dico che, posto che non c’è condanna per l’incesto regale, che dura alla luce del mondo, così si dovrebbe avere pietà di questo doloroso caso, la cui origine risale alla licenza di ripudio concessa da Mosè per evitare mali, se non più gravi, più numerosi. 47Quella licenza che Io condanno, perché l’uomo, bene o male che abbia contratto nozze, deve vivere col coniuge e non ripudiarlo favorendo adulteri e situazioni simili a questa[258]. 48Inoltre, ripeto, nell’essere severi, bisogna esserlo con uguale misura con tutti. Prima anzi con se stessi e coi grandi. Ora, che io mi sappia, nessuno, tolto il Battista[259], ha alzato la voce contro il peccato regale. 49Coloro che condannano sono immuni da colpe simili e peggiori, oppure ad esse fan da velo il nome e la potenza, così come il pomposo mantello fa da riparo al loro corpo, spesso malato per vizio?».

Il Messia  va dall’infelice.

«Bene hai detto, Maestro. Così è. Ma Tu insomma chi sei?…», chiedono insieme i due amici del sinagogo.

50Gesù non può rispondere perché si apre la porta ed entra Simone suocero di Cleofa figlio.

«Ben tornato. Ebbene?».

La curiosità è così viva che nessuno pensa più al Maestro.

«Ebbene… condanna assoluta. Neppure accettarono l’offerta del sacrificio. Giuseppe è reciso da Israele».

51«Dove è?».

«Lì fuori. E piange. Ho cercato di parlare coi più potenti. Mi hanno cacciato come un lebbroso. Ora… Ma… É la rovina di quell’uomo. I beni e l’anima. Che volete che faccia?».

52Gesù si alza e si avvia alla porta, senza una parola. Il vecchio Cleofa crede che Egli si sia offeso della trascuranza e dice: «Oh! perdona, Maestro! Ma è il dolore del fatto che mi turba la mente. Resta, te ne prego!».

53«Resto, Cleofa. Solo vado dall’infelice. Venite, se volete, con Me».

54Gesù esce nel vestibolo. La casa ha una striscia di terreno davanti, delle piccole aiuole oltre le quali è la via. Buttato a terra sulla soglia è un uomo. Gesù gli va vicino a mani tese. Dietro sono tutti gli altri che cercano vedere.

Il Messia sorgente di Verità e d’Amore.

Messia è Misericordia e Pace.

55«Giuseppe, nessuno ti ha perdonato?». Gesù parla con tutta dolcezza.

L’uomo sobbalza, udendo la voce nuova e tutta buona dopo tante voci di condanna. Alza il volto e lo guarda stupito.

56«Giuseppe, nessuno ti ha perdonato?», torna a ripetere Gesù e si china a prendere le mani dell’uomo, cercando di alzarlo.

«Chi sei?», chiede il disgraziato.

57«Sono la Misericordia e la Pace».

«Per me non c’è più misericordia e pace».

58«Nel seno di Dio ve ne è sempre. Quel seno è colmo di queste cose e specie per i figli infelici».

«Ma la mia colpa è tale che sono un reciso da Dio. Lasciami, Tu che certo sei buono, per non contaminarti».

Il Messia è l’Agnello ­ di Dio.

59«Non ti lascio. Ti voglio portare alla pace».

«Ma io sono… Tu chi sei?».

60«Te l’ho detto: Misericordia e Pace. Sono il Salvatore, Gesù sono. Alzati. Io posso ciò che voglio. In nome di Dio ti assolvo dalla involontaria contaminazione. L’altro male non esiste. 61Io sono l’Agnello di Dio che leva i peccati del mondo. A Me è deferito ogni giudizio dall’Eterno. Chi crede alla mia parola avrà la vita eterna. 62Vieni, povero figlio d’Israele. Ristorati il corpo stanco e fortifica lo spirito abbattuto. Ben altre colpe Io perdonerò. 63No. Non verrà da Me la disperazione nei cuori! Io sono l’Agnello senza macchia, ma non fuggo le pecore ferite per paura di contaminarmi. Anzi le cerco e con Me le conduco.

64Troppi, troppi sono quelli che vanno a completa rovina per troppa severità, ingiusta anche, di giudizio. Guai a coloro che per intransigente rigore conducono uno spirito a disperare! Non gli interessi di Dio, ma quelli di Satana fanno.

Dottrina fatta realtà.

65Ora Io vedo una peccatrice ansiosa di redenzione allontanata dal Redentore, vedo perseguitato un sinagogo perché giusto, vedo colpito uno inavvertitamente caduto in colpa. 66Troppe cose vedo fare da là dove è vivo vizio e menzogna. 67E come muro che mattone a mattone si alza e fa parete, così le cose vedute, ed in un anno già troppe ne ho viste, stanno alzando fra Me ed essi un muro di durezza. Guai a loro quando sarà tutto alzato con i materiali dati da loro stessi! 68 Tieni: bevi, mangia. Sei esausto. Poi, domani, verrai con Me. Non temere. Quando sarai tornato in pace di spirito, sarai libero di giudicare sul tuo futuro. Ora non potresti, e sarebbe pericoloso lasciartelo fare».

69Gesù, che si è portato nella sala l’uomo e lo ha forzato a sedersi al suo posto, lo serve anche e poi si volge ad Erma e a Simone e dice: «Questa è la mia Dottrina. Questa e non altra. E non mi limito a predicarla. Ma la rendo reale. Chi ha sete di Verità e di Amore venga a Me».

Fine del primo anno di evangelizzazione

70Dice Gesù: «E con questo ha fine il primo anno di evangelizzazione. Tenetene nota. Che dirvi? L’ho dato perché era mio desiderio fosse conosciuto. Ma, come per i farisei, avviene per questo lavoro. Il mio desiderio di essere amato – conoscere è amare – viene respinto da troppe cose. E questo è un grande dolore per Me, l’eterno Maestro imprigionato da voi…».

 

 

 

 

 


 

 


[1]21 gennaio 1945. Poema: II, 49 

[2]Gen 2,2-3; Es 16,27-30; 20,8-11; 23,12; 34.21; 35,1-3; Deuteronomio (Dt) 5,12-15; 2 Esdra (2 Esd)13,15-22; 1 Maccabei (1Mac) 2,29-41

[3]2 Re 21,1-18; 2 Cronache (2 Cr) 33,1-20; Is 30; 31 Ezechiele (Ez) 16,23-29

[4]1 Mac Cap 1; 2 Mac Cap 4 e 7

[5]22 gennaio 1945. Poema: II, 50 

[6]24 gennaio 1945. Poema: II, 51 

[7]25 gennaio 1945. Poema: II, 52 

[8]26 gennaio1945. Poema: II, 53 

[9]Evangelizzare i morti: E’ arrivato il tempo ed è questo in cui i morti ascolteranno la voce del Figlio dell’Uomo, quelli che ascolteranno vivranno: Morti, la vostra vita è Gesù Cristo; dormenti il vostro sole è Gesù Cristo, che sorge svegliando; vivi, la verità che cercate è Gesù Cristo, affinché possiate raggiungere la vita eterna per i meriti e il sangue di Gesù Cristo. Dio onnipotente abbia misericordia di voi perdoni i vostri peccati, vi conduca alla vita eterna.   

[10]Sera dello stesso 26 gennaio 1945, ore 20: In MARIA VALTORTA, Poema dell’Uomo-Dio, C.E.V, Isola del Lire, 1986, pag. 312

[11]27 gennaio 1945. Poema: II, 54 

[12] O Dio, irraggiungibile Perfezione, compiuta Bellezza, infinita Potenza, incomprensibile Essenza, insuperabile Bontà, indistruttibile Compassione, immisurabile Sapienza, Amore divenuto Dio. Amore! Amore! Immergimi nel gorgo incandescente di fiamme, aspirami verso la beatitudineche mi sarà morte e vita, quando, per la mia volontà, sarò  riuscito a comprenderti e a meritartti. Allora mi fisserò nella tua perfezione 

[13]28 gennaio 1945. Poema: II, 55 

[14]29 gennaio 1945. Poema: II, 56 

[15]Il discepolo per essere capace di affrontare il mondo: deve essere un campione di dolcezza: perché “una lingua dolce è un albero di vita” (Pr 15,4); “Il linguaggio dolce aumenta la dottrina” (Pr 16,21); “una lingua dolce spezza le ossa” (Pr 25,15). Quindi, mostrare ogni dolcezza verso tutti gli uomini (Tt 3,2). Deve essere un campione di sagacia: perché serve Dio e “da Dio riceve potenza e sagacia” (Gb 12.16). Quindi, “agire sempre con riflessione” (Pr 13,16). Un campione di calma e di costanza: perché “nella calma stà la salvezza” (Is 30,15) e “la calma placa offese anche gravi” (Qo 10,4). Quindi ridurre ogni agitazione alla calma (Sal 107,29) e “perseverare nelle fatiche” (Sir 2,2) ed avere scienza e coscienza della sua missione.

[16]Il Maestro delega ai  fratelli d’ogni tempo l’incarico di portare a gli altri il Vangelo del Regno con un mandato esplicito di formare grupi di preghiera ed ascolto del Vangelo.

[17]La prima regola della Fraternità è AMORE E FUSIONE. Chi trasgredisce questa regola, perde lo spirito della Fraternità  e chi non ha lo spirito della Fraternità , non appartiene alla Fraternità di Gesù. 

[18]UGUAGLIANZA: “Se fate distinzione di persone, commettete un peccato e siete accusati dalla legge come trasgressori” (Gc. 2,9). “Nei vostri giudizi non avrete riguardi personali, darete ascolto al piccolo come al grande; non temerete alcun uomo, poiché il giudizio appartiene a Dio” (Dt 1,17). “Non tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze verso il potente” (Lv 19,15). “Aver preferenze personali in giudizio non è bene” (Pr 24,23). “Non è bene essere parziali, per un pezzo di pane si pecca” (Pr. 28,21).

  FRATERNITA’: Gesù non si vergogna di chiamarci fratelli, quando dice: “Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli” (Sal 22,23). Chiamandoci fratelli ci rivela una stessa origine, come dice l’Apostolo: “Colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine” (Eb 2,11). Colui che santifica è Gesù e i santificati siamo noi. Quindi, proveniamo da una stessa origine: Dio, Padre di Gesù Cristo e Padre nostro. Siccome “i figli hanno in comune il sangue e la carne” (Eb 2,14). Gesù si è reso in tutto simile ai fratelli al punto d’identificarsi con loro e lasciare alla sua fraternità questa regola d’oro: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Quindi, “non essere causa d’inciampo o di scandalo al fratello” (Rm 14,13). “Nessuno offenda e inganni il proprio fratello” (1 Tes. 4,6). “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi;  quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1 Gv 3,16).

[19]E Dio, che conosce i cuori, non ha fatto nessuna discriminazione tra noi (Giudei) e loro (pagani) (At. 15,8-9). Perché “Non c’è differenza fra Giudeo e Greco” (Rm 10,12). Percio fratelli “se adempite il più importante dei comandamenti secondo la Scrittura: amerai il prossimo tuo come te stesso, fate bene; ma se fate distinzione di persone, commetteteun peccato e siete accusati dalla legge come trasgressori” (Gc 2,8-9).

[20]Giuditta  (Gt) 13,1-16

[21]30 gennaio 1945. Poema: II, 57 

[22]Le cose occulte appartengono al Signore (Dt 29,28). Perciò non c’è nulla di nascosto che non debba essere manifestato (Mc 4,22). Infatti, Dio citerà in giudizio ogni azione, tutto ciò che è occulto, bene o male (Qo 12,14). Dio … rende palesi le cose occulte (2 Mac 12,41). Dio svela cose profonde e occulte e sa quel che è celato nelle tenebre e presso di lui è la luce (Dn 2,22) Regola nell’agire:  “Fate il bene e datelo al Signore”.

[23]Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone; ma starà in piedi, perché il Signore ha il potere di farcelo stare. Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio. Quindi ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso. Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non esser causa di inciampo o di scandalo al fratello (Rm 14,4.10.12-13). Regola nell’’gire: “Non giudicate mai alcuno“.

[24]Non sparlate gli uni degli altri, fratelli. Chi sparla del fratello o giudica il fratello, parla contro la Legge e giudica la Legge. E se tu giudichi la Legge non sei più uno che osserva la Legge, ma uno che la giudica. Ora, uno solo è Legislatore e Giudice, Colui che può salvare e rovinare; ma chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo? (Gc 4,11-12). Regola nell’agire: “Nessuno accusi gli altri”.

[25]“Se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo (Gen 4,7). Voi giovani siete forti, e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno (1 Gv 2,14). Voi siete da Dio, e avete vinto perché Colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo (1 Gv 4,4).  Regola nell’agire: Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male (Rm 12,21). Perché il primo fattore di riuscita è in te.

[26]Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno (Fil 1,21). Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). Regola nell’agire: Non mettere nulla al di sopra di Dio.

[27]“Vigila su te stesso, per non cadere anche tu in tentazione” (Gal 6,1). “Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere. Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazine vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla”(1Cor 10,12-13).

[28]“Io cammino sulla via della giustizia e per i sentieri dell’equità, per dotare di beni quanti mi amano e riempire i loro forzieri” (Pr 8,20.21). Beati quelli che seguono le mie vie! (Pr 8,32). Chi trova Maria, trova la vita e chi la segue non pecca.

[29]“Non amate nè il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno!” (1 Gv 2,15-17). Regola nell’agire: Saper vedere i pericoli del vivere fra il mondo.

[30]Genesi (Gen 4,8-12)< In tutto questo brano viene istituito un paragone fra il delitto di Caino, il fratricidio, primo in ordine di tempo, e il futuro delitto di Giuda, il deicidio, supremo in ordine di gravità: varie frasi, con cui Gesù estende e applica la genesi e che Pietro osserva non trovarsi nella genesi, figureranno nelle espressioni di Giuda disperato per aver tradito Gesù >

[31]31 gennaio 1945. Poema: II, 58 

[32]1 febbraio 1945. Poema: II, 59 

[33]< aggiunge > Levi, il gabelliere di Cafarnao

[34]Salmo (Sal) 50,3

[35]Sal 50,7-9

[36]Sal 50,19

[37]Giudici (Gdc)  Cap. 13 e 16

[38]2 febbraio 1945. Poema: II, 60 

[39]Esodo (Es) 20,15; 21,16; Levitico (Lv) 19,11; Deuteronomio (Dt) 5,19; 24,27; Mt 5,43; Lc 6,31;  “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore”  Romani (Rm) 13,8-10; “Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso Galati” (Gal) 5,14; “Certo, se adempite il più importante dei comandamenti secondo la Scrittura: amerai il prossimo tuo come te stesso, fate bene ; ma se fate distinzione di persone, commettete un peccato e siete accusati dalla legge come trasgressori. Poiché chiunque osservi tutta la legge, ma la trasgredisca anche in un punto solo, diventa colpevole di tutto; infatti colui che ha detto: Non commettere adulterio, ha detto anche : Non uccidere” Gc2,8. Regola nell’agire: “Ama il tuo prossimo come ti ami. L’amore non fa nessun male al prossimo”. Perciò onestà in ogni mestieri e giustizia in ogni azione.

[40]“Satana colpì Giobbe con una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del corpo. Giobbe prese un coccio  per grattarsi e stava seduto in mezzo alla cenere” Giobbe (Gb.) 2,7-10). “Tu dici: ‘Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla’, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità” (Ap.3,17-18). “Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e conserva le sue vesti per non andar nudo e lasciar vedere le sue vergogne” (Ap.16,15). Regola nell’agire: Guadagnare con onestà, rendere ciò che ingiustamente si ebbe, usare dei beni con parsimonia e distacco. Il bene compiuto è la veste che non ci lascia mai nudi.

[41]Questa espressione e le altre uguali o simili che figurano nei seguenti capoversi del presente paragrafo sono da interpretarsi alla luce di Mc 6,1-6: “…E non vi poté  operare nessun prodigio… E si meravigliava della loro incredulità”. E alla luce di Lc 22,42: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. E alla luce di Filippesi 2,6-8: “… spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo… umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”. La fede, la necessità della sofferenza, il decreto di Dio condizionano il miracolo.

[42]“Dio ha salvato tutto il suo popolo e ha concesso a tutti l’eredità, nonché il regno, il sacerdozio e la santificazione” (2Mc 2,17). “Se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19,5-6). “Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio sarete detti” (Is 61,6). “Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio vi è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirbile luce” (1Pt 2,9). “Cristo ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre”(Ap 1,6). Il sacerdozio comune è sacerdozio mistico e appartiene a tutti i Redenti: “Tu hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra” (Ap 5,9-10). Regola nell’agire: “Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1). Evangelizzate: “A Dio rendo culto nel mio spirito annunziando il Vangelo del Figlio suo” ( Rm 1,9). Pregate e lodate: “Per mezzo di Lui dunque offriamo continuamente un sacrificio di lode a Dio, cioè, il frutto di labbra che confessano il suo nome”(Eb 13,15).

[43]3 febbraio 1945. Poema: II, 61 

[44]Mt 10,22

[45]“Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell’aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore di popoli? Eppure tu pensavi: Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell’assemblea, nelle parti più remote del settentrione. Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò uguale all’Altissimo. E invece sei stato precipitato negli inferi, nelle profondità dell’abisso!” (Is 14,12-15).

[46]“Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede,sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi”(1Pt 5,8-9). “Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” (Ef 6,11-12). Regola nell’agire: Con l’aiuto dello Spirito fate morire le opere del corpo che sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere” (Cf. Rm 8,13; Gal 6,19-21).

[47]< Notare che nel contesto si tratta anche del battesimo di Giovanni, rito penitenziale precedente il battesimo cristiano e la Passione di Cristo; e, inoltre, che il pentimento può nascere anche dalla sola buona volontà mossa dallo Spirito Santo: buona volontà e pentimento, insostituibili basi umane di ogni conversione>.

[48]“Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la chiesa”.  “Voglio infatti che sappiate quale dura lotta io devo sostenere per voi”(Col 1,24; 2,1). Gesù ha soffero per stabilire il regno di Dio e tutti coloro che condividono la sua opera devono condividere le sue sofferenze.

[49]Lv 21,16-24; Mt 19,10-12; 1Cor 7,1.7-8

[50]4 febbraio 1945. Poema: II, 62 

[51]IL VANGELO ETERNO: Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a Lui ed egli li ammaestrava. Nel passare, vide un pubblicano di nome Levi, chiamato Matteo, figlio d’Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì (Mt 9.9;  Mc 2,13-14;  Lc 5,27-28).

[52]IL VANGELO ETERNO: Poi Levi gli preparò un gran banchetto nella sua casa

[53]IL VANGELO ETERNO: Mentre Gesù stava a mensa in casa di lui, molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano (Mc 2,15).

[54]IL VANGELO ETERNO: I farisei e gli scribi della setta dei farisei. Vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: “Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?  (e) perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?” (Mt 9,11; Mc 2,16; Lc 5,30).

[55]IL VANGELO ETERNO: Gesù li udì e disse: “Non hanno bisogno del medico isani, ma imalati. Andate dunque ad imparare ciò che significa: Misericordia Io voglio e non sacrificio. Io non sono venuto a chiamare i giusti  ma i peccatori a convertirsi” (Mt 9,12-13;  Mc 2.17; Lc 5,31-32).

[56]5 febbraio 1945. Poema: II, 63 

[57]6 febbraio 1945. Poema: II, 64 

[58]Uscì Tobia in cerca di uno pratico della strada che lo accompagnasse nella Media. Uscì e si trovò davanti l’angelo Raffaele, non sospettando minimamente che fosse un angelo di Dio. Il giovane partì insieme con l’angelo. Al ritorno del viaggio, Tobia fece venire l’accompagnatore e gli disse: “Prendi come tuo salario la metà di tutti i beni che tu hai portato e va’ in pace”, ma l’accompagnatore disse loro: Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore. Quando ero con voi, io non stavo con voi per mia iniziativa ma per la volontà di Dio: lui dovete benedire sempre, a lui cantate inni. A voi sembrava di vedermi mangiare, ma io non mangiavo nulla: ciò che vedevate era solo apparenza. Ora benedite il Signore sulla terra e rendete grazie a Dio. Io ritorno a colui che mi ha mandato” Tobia (Tb) Capi. dal 5 al  12.

[59]7 febbraio 1945. S. Romualdo. Poema: II, 65 . . < Alla data il Portavoce aggiunge a matita: “S. Romualdo”, per ricordare, evidentemente, l’onomastico del suo Padre spirituale >

[60]Numeri (Nm) 26,33; 27,1-11; Giosuè (Gs) 17,3-4

[61]Mt 5,43-48; Mc 6,1-6; Lc 6,27-35

[62]Sera del 13 febbraio 1944. Poema: II, 66 

[63]8 febbraio 1945. Poema: II, 68 

[64]IL VANGELO ETERNO:Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di erode, era stata guarita da infermità (Lc 8,2-3) 

[65]10 febbraio 1945. Poema: II, 69 

[66]11 febbraio 1945. Poema: II, 70 

[67]Gen 30,22-24; Dt 28,15-19; 1Sam 1,4-8; 2Sam 6,20-23; Osea 9,10-14

[68]Es 20,14; Dt 5,18

[69]Dt 24,1-4; Mt 19,1-9; Mc 10,1-12

[70]Lc 1,5-19

[71]Giudici (Gdc) Cap. 13

[72]1 Sam 1,1-20

[73]Gen 30,1. 22-24

[74]Gen 11,30; 17,15-21; 21,1-7

[75]Sapienza

[76]< Preghiera splendida, degna dei Santi Padri e antichi compositori di preci liturgiche. Qualche cosa di simile, ma forse non così conciso e potente. Si trova. Per esempio, nel rito bizantino della benedizione della nozze >

[77]12 febbraio 1945. Poema: II, 71 

[78]IL VANGELO ETERNO: Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi (Lc 4.14-15).

[79]Vedi: Numero 95, brano 38, nota 4

[80]Gen 22,1-19

[81]Poema: II, 72  Dice Gesù: “Qui metterete la terza visione e la quarta avute il giorno 13 febbraio 1944”

[82]Sera del 13 febbraio 1944. Poema: II, 73 

[83]IL VANGELO ETERNO: Sì recò a Nazaret, dove era stato allevato; e, secondo il suo solito, entrò di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprìtolo trovò il passo dove era scritto (Lc 4,16-17).

[84]IL VANGELO ETERNO:Lo Spirito del Signore é sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare a, poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista;  per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore. Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedet­te. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di Lui. Allora cominciò a dire:«Oggi si è adempiuta questa scrittura Che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4,18-21).

[85]IL VANGELO ETERNO: Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è il figlio di Giuseppe?”. Ma egli rispose: “Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Caffarnao, fàllo anche qui, nella tua patria!”. Poi aggiunse: “Nessun profeta è ben accetto in patria”. Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesie ci fu unagrande carestia in tutto il paesima a nessuna dì esse fu mandato Elia, se non ad una vedova in Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele, al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Sìro  (Lc 4,22-27).

[86]IL VANGELO ETERNO: All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò (Lc 4.28-30) .

[87]Poema: II, 67 

[88]Pietro si alzò e disse: “Fratelli, era necessario che si adempisse ciò che nella Scrittura fu predetto dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda, che fece da guida a quelli che arrestarono Gesù” (At. 1,15-16)

[89]“La sua dimora diventi deserta, e nessuno vi abiti” (At 1,20); “Sia cancellato dal libro dei viventi e tra i giusti non sia iscritto” (Sal 69,29); “… guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!” (Mt 26,24).

[90]13 febbraio 1945. Poema: II, 74 

[92]14 febbraio 1945. Poema: II, 75 

[93]Levitico (Lv) 19,14.32; 25,17-36; Dt 6,13; 10,12.20

[94]Gen 17,1-4; 32,25-31; Es 3,1-6; 33,18-23; Dt 18,16; Giudici (Gdc) 6,11-24; 13,8-25; 1 Re 19,9-18; Is 6,1-5; Dn 8,15-25; 10,1-19. Sarebbe errato pensare che nell’antico Testamento non regnasse se non il timore o il terrore: Esodo (Es) 33,11; Numeri (Nm) 12,7-8; Deuteronomio (Dt) 34,10

[95] Isaia (Is) 11,1-12

[96] Dt 6,4-9; Lv 19,18

[97]15 febbraio 1945.Poema: II, 76 

[98]17 febbraio 1945. Poema: II, 77 

[99]18 febbraio 1945. Poema: II, 78 

[100]Riferimento ai due anni che mancano al suo apostolato messianico in Israele. Infatti alla fine della sua evangelizzazione fu istituita la Mensa Eucaristica dove “vengono dati il Pane e il Vino in cibo agli uomini”

[101]Il primo calice: Passione di Gesù sotto Ponzio Pilato. Secondo calice: Passione della Chiesa sotto l’Anticristo, doppo il secondo milennio. Terso calice: Passione dell’umanità sotto l’ultima manifestazione di Satana, doppo il terzo milennio.

[102]Isaia 63,1-6: Riferimento ai due giudizi particolari (la  passione di Gesù e la passione della Chiesa) e all’ultimo giudizio generale (la passione dell’umanità)  che ristabilirà Gerusalemme in tutta la sua gloria.

[103]19 febbraio 1945. Poema: II, 79 

[104]20 febbraio 1945. Poema: II, 80 

[105]Segue la scena cruenta di una persecuzione contro i cristiani, pubblicato nei Quaderni dal 1945 al 1950, 20 febbraio 1945, pag. 27

[106]21 febbraio 1945. Poema: II, 81 

[107]Esodo 28,15-30; 39,8-21; Levitico 8,8; 1Sam 14,36-46

[108]L’anno ebraico contava 12 mesi di 29 0 30 giorni, con un mese supplementare ogni due o tre anni.

[109]22 febbraio 1945. Poema: II, 82 

[110]24 febbraio 1945. Poema: II, 82 

[111] IL VANGELO ETERNO: C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodèmo, un capo dei Giudei (Gv 3,1)

[112] IL VANGELO ETERNO: Egli andò da Gesù, di notte (Gv 32).

[113]IL VANGELO ETERNO e gli disse: “Rabbi, sappiamo che tu sei venuto da Dio come maestro; nessuno, infatti, può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui” (Gv 3,2).

[114]Genesi 3, 14-15. A proposito del messianismo presso i Profeti, vedi per esempio: Salmi 2; 15; 21; 44; 71; 109; Isaia 2,15; 4,2-3; 7,10-25; 9,1-6; 11,1-16; 37,30-32; 42,1-26; 50,4-11; 52,13; Geremia 23,1-8; 30 e 31; 33,14-26; Ezechiele 34; Daniele 7,9; Michea 5,1-7; Zaccaria 8,1-23; 9,9-10; Luca 4,17-21; 24,25-27; Atti 8,26-40.

[115]IL VANGELO ETERNO: Origine dell’uomo spirituale:  Gesù gli rispose: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il Regno di Dio”. Gv 3,3

     [116] IL VANGELO ETERNO: Nicodemo gli disse: “Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse rientrare nel seno della madre per rinascere?”. Gesù gli rispose: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel Regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito, è Spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: dovete rinascere dall’alto”. (Cv 3, 4-7).

[117]< Con queste espressioni si asserisce una sola esistenza terrena ed una sola esistenza ultraterrena, per escludere la reincarnazione che appunto ammette più esistenze terrene e più esistenze ultraterrene>.

[118]“Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne, ma i desideri della carne portano alla morte. Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla sua legge e neanche lo potrebbero. Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne… per vivere secondo la carne; poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete” (Rm 8,5-13).

[119]Quelli invece che vivono secondo lo Spirito , penano alle cose dello Spirito e i pensieri dello Spirito portano alla vita e alla pace (Rm 8,5-6).

[120]IL VANGELO ETERNO:Libertà dell’uomo spirituale: “Il vento soffia dove vuole e ne odi la voce, ma non sai donde venga o dove vada. Così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3,8).

[121]IL VANGELO ETERNO:Fede nelle cose del cielo:Nicodemo gli replicò: “Come può avvenire questo?”. Gesù gli rispose: “Tu sei maestro in Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità ti dico, noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo visto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Eppure nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo (Gv 3, 9-13).

[122]IL VANGELO ETERNO:Fede in Gesù: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, affinché chiunque crede in Lui abbia la vita eterna. Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,14-16).

[123]Esodo 21,4-9

[124]IL VANGELO ETERNO:Fede nel nome di Gesù: “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui. Chi crede in Lui non è condannato; ma chi non crede è già condannato perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio” (Cv 3,17-1 8).

[125]IL VANGELO ETERNO:Le opere dell’uomo spirituale: “E il giudizio è questo: la Luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla Luce, perché le loro opere sono malvagie. Infatti, chiunque fa il male, odia la luce e non viene alla Luce perché siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla Luce, affinché sia manifestato che le sue opere sono state fatte in Dio” (Cv 3,19-21).

[126]25 febbraio 1945. Poema: II, 84 

[127]26 febbraio 1945. Poema: II, 85 

[128]IL VANGELO ETERNO: Dopo queste cose, Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea; e là si trattenne con loro. (Gv 3,22)

[129]La vita eterna è il respiro dello spirito, è il battito dell’amore divino, è l’attimo vitale che non finisce mai, è l’istante psichico che dura per sempre, è l’abbraccio razionale di tutti i tempi, passato, presente e futuro perché non ci sono tempi a saziare la vita dello spirito eterno. Così come il punto centrale di un cerchio, corrisponde a tutta la circonferenza del cerchio e a ciascuno dei suoi punti, con i quali egualmente è in relazione; così la vita eterna corrisponde a tutto il tempo e a ciascuno dei suoi istanti, e vive in modo meraviglioso ciò che l’eternità contiene. Così come  l’immensità di Dio possiede in un solo punto tutta la grandezza divina, che si dilata dovunque, senza termine né confine, in modo che non ce n’è meno in un punto solo che in milioni di leghe; così la vita eterna raccoglie in un attimo senza fine tutta la esperienza vitale di eternità.

[130]Il bene cui sarà unita l’eternità diviene infinitamente migliore; al contrario, il male a cui sarà unita l’eternità diviene infinitamente peggiore e ciò in due modi. Il primo, quanto alla durata, perché le da una durata infinita. Il secondo, quanto all’intensità e la ragione è che riunisce in ogni istante tutto come a sé, di modo che in ogni istante si sente ciò che riunisce in tutta la durata; e, dovendo durare all’infinito, racchiude un infinito in ogni istante, sentendosi ogni istante ciò che ha di passato, di presente e di futuro. Il bene e il male nell’eternità, quanto alla durata non hanno fine e quanto all’intensità non hanno misura.

[131]Giovanni il Battista Mt. 3,1-12; 14,1-12; Mc. 1,1-8; 6,14-29; Lc. 3,2-20; 9,7-9.

[132]27 febbraio 1945. Poema: II, 86 

[133]“E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda  da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele” (Michea 5,1-5).

[134]“Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (Numeri 24,17).

[135]Vuol dire: “da Me che sono il Perdono – Colui che perdona chi si pente”.

[136]Non è un modo di dire ne è una iperbole, ma semplice logica della misericordia infinita. Dio nessuno lo può uccidere realmente, ma nella sua immagine viva e perfetta che è l’Uomo-Dio, Gesù di Nazaret, è stato, simbolicamente, ucciso Dio, eppure Gesù chiede perdono per i suoi carnefici.

[137]Il Signore scese sul monte Sinai: “sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba: tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore… Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono” (Esodo 19,16-19. E’ consigliabile leggere tutto il capitolo 19).

[138]“Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi di fronte a me… Io sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi” (Esodo 20,2-6). “Il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Deuteronomio 6,4).

[139]< Dio, infatti, non lo distruggerà ed egli non si convertirà. Perciò, quantunque abbia avuto un principio, non avrà fine >

[140]IL VANGELO ETERNO: E Gesù battezzava. Anche Giovanni battezzava a Ennòn, vicino a Salìm, perché c’era là molta acqua; e la gente andava a farsi battezzare. Giovanni, infatti, non era stato ancora imprigionato (Gv 3,22-24).

[141]< Un bacio di Gesù è comunicazione di Divino Amore, perciò di Spirito Santo. Di quello stesso Amore o Spirito per la virtù del quale il Battesimo cancella il peccato e rigenera>

[142]MOISGAA è il mostro delle sette teste, che sono i sette vizi capitali. Finché un vizio sia vivo in una persona, questa è  satanica cultrice di tale mostro, per operare miracoli è necessario che questa satanicità muoia con la vittoria sui sette vizi capitali. Infatti, il nome di questo mostro si decifra così: Menzogna, Orgoglio, Ira, Superbia, Gola, Avarizia e Accidia. Chi opera miracoli senza uccidere questo mostro è servo di Satana.

[143]28 FEBBRAIO 1945.  Poema: II, 87 ; Esodo 20,3-6

[144]1° MARZO 1945; Poema: II, 88 

[145]“Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano” (Esodo 20,7). “Perché il Signore non ritiene innocente chi pronuncia invano il suo nome”  (Dt 5,11). 

[146]Essi mi faranno un santuario e io abiterò in mezzo a loro. Eseguirete ogni cosa secondo quanto ti mostrerò (Esodo: Es. 25,8-9; Es. 40,34-35). “Nel giorno in cui la Dimora fu erette, la nube coprì la Dimora, ossia la tenda della testimonianza; alla sera essa aveva sulla Dimora l’aspetto di un fuoco che durava fino alla mattina. Così avveniva sempre: la nube copriva la Dimora e di notte aveva l’aspetto del fuoco” (Numeri: Nm, 9,15-16).

[147]Il serpente (Genesi: Gen 3,1); Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana (Apocalisse: Ap 12,9). Il diavolo, quindi, tentò nell’ora in cui il Signore non passeggiava nell’Eden; infatti continua il racconto, dicendo: “Poi udirono il signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino” (Gen 3,8). Poi, ciò dopo la tentazione, udirono il Signore che passeggiava nell’Eden. Chi si vergogna di essere in peccato, sente la presenza del Signore.

[148]3 MARZO 1945 Poema: II, 88 

[149]“Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono” (Sap. 2,23-24; Genesi 3,1-6)). “Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché  tutti hanno peccato” (Romani: Rm 5,12). “Perché il salario del peccato è la morte” (Rm 6,23). 

[150]“Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso” (Levitico 19,18-19)

[151]4 marzo 1945. Poema: II, 90 

[152]“Fuggite la fornicazione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà alla fornicazione, pecca contro il proprio corpo. O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e  che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!” (1 Cor 6,18-20)

[153]Vi si afferma unicamente che matrimonio peccaminoso è quello infecondo per prava volontà, cioè per malizia. Onde, nel contesto, figurano parole come le seguenti: “lupanare, libidine, respinge, fugge, rifiutarsi, sperdere, meretricio, volutamente sterili, prezzolate femmine, avviliti fino a sotto la bestia, inconcepibili unioni”. E con tutta esattezza si conclude: “… il matrimonio… cessa d’esser santo quando, per malizia, diviene infecondo…”

[154]“L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne”(Gen 2,24). “Dio li benedisse e disse loro: ‘Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra’ ” (Gen 1,28)

[155]“Non avrai con maschio relazioni come si hanno con donna: è abominio. Non ti abbrutirai con alcuna bestia per contaminarti con essa; la donna non si abbrutirà con una bestia; è una perversione. Non vi contaminate con nessuna di tali nefandezze. Perché quanti commetteranno qualcuna di queste pratiche abominevoli saranno eliminati dal loro popolo” (Lv 18,22-30).

[156]5 marzo 1945. Poema: II, 91 

[157]“Il gocciolar continuo in tempo di pioggia e una moglie litigiosa, si rassomigliano” (Pr 27,15) “I litigi della moglie sono come stillicidio incessante” (Pr. 19,13). “Prima del fuoco vapore e fumo nel camino, così prima dello spargimento del sangue le ingiurie” (Sir 22,24).

[158]6 marzo 1945.  Poema: II, 92 

[159]Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro” (Es. 20,8-11; Dt 5,12-15)

[160]“Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto” (Gen 2,3). “In tutto dovrete osservare i miei sabati, perché il sabato è un segno  tra me e voi, perché si sappia che io sono il Signore che vi santifica, perché lo dovete ritenere santo. Chi lo profanerà sarà messo a morte, sarà eliminato dal suo popolo. Durante sei giorni si lavori, ma il settimo giorno vi sarà riposo assoluto, sacro al Signore. Osserveranno il sabato, festeggiando il sabato come un’alleanza perenne. Esso è un segno perenne fra me e gli Israeliti” (Es. 31,13-17).

[161]10 marzo 1945.  Poema: II, 93 

[162]Il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore (Rm 13,9-10).Chiunque osserva tutta la legge, ma la trasgredisca anche in un punto solo, diventa colpevole di tutto; infatti colui che ha detto: Non commettere adulterio, ha detto anche: Non uccidere. Ora se tu non commetti adulterio, ma uccidi, ti rendi trasgressore della legge. Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia” (Giacomo: Gc 2,10-13).

[163]Es. 21,12-32; Lv 24,17-22; Nm  35,9-34

[164]Quando  uno colpisce il suo prossimo e questi non è morto, ma debba mettersi a letto, se poi si alza, chi lo ha colpito sarà ritenuto innocente (Es 21,18-19). Quando uno colpisce il suo schiavo o la sua schiava, se sopravvive un giorno o due, non sarà vendicato, perché è acquisto del suo denaro (Es 21, 20-21).

[165]<Quanto al fatto che Adamo abbia imposto agli animali un nome appropriato, vedi Genesi 2,19-20>

[166]<A Maria Ss. ma, Super-Eva, che raggiunse e superò di gran lunga la perfezione dei Progenitori, Iddio riservò nuovamente, secondo questa Opera, “una dolcissima dormizione” senza vera e propria morte. Come si vedrà a suo luogo>

[167]“Cristo Gesù pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Filippesi 2,7-8). Abbiate in voi gli stessi sentimenti.

[168]“Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra” (Gen 1,28). “Non vi sarà nel tuo paese donna che abortisca” (Es. 23,26). “Osserverai i comandi del  Signore tuo Dio. Egli ti amerà e benedirà il frutto del tuo seno” (Dt 7,11.13)

[169]<sottintendi: se rimane impenitente. Si legge infatti nel seguente paragrafo, a riguardo del crudelissimo Doras: “…Sarebbe bastato il pentimento sincero… Ma egli era l’impenitente…”. Dunque, Iddio perdona a qualsiasi peccatore, a condizione però che si penta. >

[170] 11 marzo 1945.  Poema: II, 94 

[171]Tobia capitolo 5

[172]IL VANGELO ETERNO: Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo riguardo la purificazione. Andarono perciò da Giovanni e gli dissero: “Rabbi, colui che era con te dall’altro lato del Giordano, e al quale hai reso testimonianza, ecco sta battezzando e tutti accorrono a Lui”  (Gv 3,25-26).

[173]IL VANGELO ETERNO: Gesù è il Messia:

Giovanni rispose: “Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stato dato dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Messia, ma io sono stato mandato innanzi a Lui (Gv 3,27-28).

[174]IL VANGELO ETERNO: Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Bisogna che Egli cresca e io diminuisca (Gv 3,29-30).

[175]IL VANGELO ETERNO: Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti.  Egli attesta ciò che ha visto e udito; eppure nessuno accetta la sua testimonianza; chi però ne accetta la testimonianza, certifica che Dio è veritiero (Gv 3,31-33).

[176]IL VANGELO ETERNO: Infatti Colui che Dio ha mandato annunzia le parole di Dio e dà lo Spirito senza misura. Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la Vita Eterna; chi non crede nel Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui” (Gv 3,34-36).

[177]“Non regni più dunque il peccato nel vostro corpo mortale, sì da sottomettervi ai suoi desideri; non offrite le vostre membra come strumenti di ingiustizia al peccato, ma offrite voi stessi a Dio come vivi tornati dai morti e le vostre membra come strumenti di giustizia per Dio. Il peccato infatti non dominerà più su di voi poiché non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia” (Rm 6,12-14).Vedere anche i passi biblici dai quali risulta la nobiltà o santità del corpo umano, la cura che Dio ne ha, la meta a cui è destinato: Romani 8,1-13.23; 1 Corinzi 3,16-17;

[178]Nadab ed Abiu erano figli di Arone (Es 6,23); “Essi videro il Dio d’Israele” (Es 24,9-11); furono consacrati sacerdoti dell’Altissimo (Es. 28,1); “Offrirono davanti al Signore un fuoco illegittimo, che il Signore non aveva loro ordinato. Ma un fuoco si staccò dal Signore e li divorò e morirono così davanti al Signore” (Levitico 10,1-2).

[179]12 marzo 1945.  Poema: II, 95 

[180]<espressione da interpretarsi alla luce di: (Mt 19,16-17; Mc 10,17-18; Lc 18,18-19). “Il Padre mio è più grande di tutti” (Gv 10,29).

[181]“Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo” (Es 20,17; Dt 5,21).

[182]L’antica parola è sempre: “Fui tentato”. Infatti, così risposero Adamo ed Eva alle domande del Signore: “Adamo hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?”. Rispose l’uomo: “La donna che tu mi hai posta accanto  mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”. Il Signore Dio disse alla donna: “Che hai fatto?”. Rispose la donna: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato”. (Gen 3,11-13). 

[183]Da dove risulta che l’infinita purezza del Verbo, solo per misericordia e per redenzione avvicinava i peccatori nella lussuria.

[184]<E’ il luogo in cui il Portavoce fu trasportato nel periodo dello sfollamento>

[185]13 marzo 1945.  Poema: II, 96 

[186]Lo spirito pitone è il demonio che esercita la divinazione, il sortilegio, l’augurio, la magia, l’incantesimo, lo spiritismo, la negromanzia e attira l’ira di Dio dovunque operi:  “Non praticherete alcuna sorta di divinazione o di magia” (Lv 19,26) “Non vi rivolgete ai negromanti né agli indovini; non li consultate per non contaminarvi per mezzo loro” (Lv 19,31). “Se un uomo si rivolge ai negromanti e agli  indovini per darsi alle superstizioni dietro a loro, io volgerò la faccia contro quella persona e la eliminerò dal suo popolo” (Lv 20,6). “Non si trovi in mezzo a te chi  esercita la divinazione o il sortilegio o l’augurio o la magia; né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore” (Dt 18,10-12). Una giovane aveva uno spirito di divinazione. Paolo si volse e disse allo spirito: “In nome di Gesù Cristo ti ordino di partire da lei”. E lo spirito partì all’istante” (Atti 16,16-24).

[187]<L’anima qui viene detta immortale come il suo Creatore, nel senso che essendo spirituale e non avendo perciò in se stessa un principio di corruzione, una volta creata da Dio, mai cesserà di esistere>

[188]14 marzo 1945.  Poema: II, 97 

[189]“Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo” (Es 20,16; Dt 5,20)

[190]“Nessuno può portare la maschera per molto tempo. Tutto ciò che è travestito mostrerà presto o tardi la sua vera natura” (Seneca)

[191]Al bugiardo conviene avere buona memoria (Quintiliano)

[192]La verità è il più gradevole dei suoni (Platone)

[193]“Se vuoi che i tuoi affari abbiano buon esito, ti consiglio di aver sempre dinanzi la verità” (Cervantes)

[194]“Brutta macchia nell’uomo la menzogna, si trova sempre sulla bocca degli ignoranti. Meglio un ladro che un mentitore abituale, ma tutti e due condivideranno la rovina. L’abitudine del bugiardo è un disonore, la vergogna lo accompagnerà sempre” (Siracide 20,24-26).

[195]“La verità è sempre la stessa in ognuna delle sue parti” (Seneca).

[196]Il linguaggio della verità è seme di libertà

[197]Proverbi 6, 12-19

[198]“Veniamo ingannati dal simulacro della verità” (Orazio)

[199]Genesi 28,1-22

[200]15 marzo 1945.  Poema: II, 98 

[201]Un cuore tranquillo è la vita di tutto il corpo, l’invidia è la carie delle ossa (Proverbi: Pr 14,30)

[202]E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini su ogni essere vivente” (Gen 1,26.28). Ma l’uomo volle diventare come Dio: “Il serpente disse alla donna: ‘Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male’ ” (Gen. 3,4-5). Così l’uomo divenne inviso a Dio: “Il Signore Dio scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita” (Gen. 3,23-24).

[203]Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto… Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise”(Gen 4,1-16)

[204]Numeri 12,1-15

[205]<Come appare dagli esempi premessi, non si intende attribuire agli uccelli un’intelligenza spirituale e ragionante come quella degli uomini,  ma un’intelligenza nel senso etimologico o metaforico: un’intelligenza pratica, che comunemente si chiama istinto>

[206]Mt 14,3-12; Mc 6,14-29; Lc 3,19-20; 9,7-9

[207]Es. 32,1-35

[208]Samuele 11,1-27

[209]17 marzo 1945.  Poema: II, 99 

[210]1 Maccabei 4,36-52

[211]Esodo Cap. 32

[212]1 Re Cap. dal 11 al 13; 2  Cronache 10,1-11

[213]1 Maccabei Cap. 1; 2 Maccabei Cap. dal 4 al 7

[214]Es 16,5

[215]2 Samuele 11,1-12

[216]2 Samuele 13,1-38; 18.1-18

[217]2 Maccabei 3,1-34

[218]2 Maccabei Cap. 4 e 5; 13,1-8

[219]Daniele Cap. 13

[220]Salmo 130 (129)

[221]Salmo 51 (50)

[222]“Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare la Buona Novella ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore” (Isaia 61,1-2).

[223]“Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le  mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine. Le ritirerò dai popoli e le radunerò da tutte le regioni… Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia” (Ezechiele34,11-16).

[224]Cioè la Chiesa, che è la Terra viva, la Gerusalemme terrena e poi il Cielo, la Gerusalemme celeste; vedi Isaia 65,17; 66,22; Apocalisse 21.

[225] Fine delle teorie che propongono altre date sulla nascita di Gesù di Nazaret. È nato il 25 di dicembre, punto e basta.

[226]18 marzo 1945.  Poema: II, 100 

[227]Mosè disse a Giosuè: “Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalek. Domani io starò ritto sulla cima del colle con in mano il bastone di Dio”. Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek (Esodo 17,8-16).

[228]9 marzo 1945. Poema: II, 101 

[229]Daniele 3,51-90

[230]21 marzo 1945.  Poema: II, 102 

[231]<Filippesi 2,7. “Dell’uomo… non ho che la veste” significa, dunque: Del puro e semplice uomo non ho che l’aspetto esterno. E difatti, come è detto subito dopo, Gesù aveva un cuore (perciò era vero uomo), cuore tuttavia divino e non puramente e semplicemente umano, perché cuore dell’Uomo Dio>

[232]Giobbe maledisse il suo giorno: Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: “E’ stato concepito un uomo!”… Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo?… come aborto nascosto, più non sarei, o come i bimbi che non hanno visto la luce… Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha l’amarezza nel cuore, a quelli che aspettano la morte e non viene, a un uomo,  la cui via è nascosta e che Dio da ogni parte ha sbarrato? Ciò che temo mi accade e quel che mi spaventa mi raggiunge. Non ho tranquillità, non ho requie, non ho riposo e viene il tormento! Giobbe 3,6-26; 19,21; 30,1.31.

[233]Giobbe Cap 29 e Cap 30

[234]2 marzo 1945.  Poema: II, 103 

[235]< Questo discorso richiede una lettura attenta e meditata, perché sintetizza quanto si trova disseminato in tante parti dell’intera Opera sull’azione di Dio verso l’uomo e la volontà, la buona volontà, l’amore dell’uomo nei riguardi di Dio>

[236]“Quando veniva il turno per una fanciulla di andare dal re Assuero alla fine dei dodici mesi prescritti alle donne per i loro preparativi, perché soltanto allora terminava il tempo dei loro preparativi, sei mesi per profumarsi con olio di mirra e sei mesi con aromi e altri cosmetici usati dalle donne, la fanciulla andava dal re e poteva portare con sé dalla casa delle donne alla reggia quanto chiedeva” (Ester 2,12-13).

[237]<Tale è, in sostanza, il significato etimologico del nome “Gabriele”>

[238]Gabriele, spiega a Daniele la visione che riguarda il tempo della fine (Daniele: Dn  8,15-27). Gabriele, in altra occasione, istruisce e fa comprendere la visione delle “Settanta settimane” (Dn  9,20-27).

[239]<Modo di esprimersi immaginoso, per inneggiare alla mirabile azione di Dio, alla singolare perfezione dell’anima di Maria, all’ardente amore degli spiriti angelici per la loro Regina. Al termine dei giorni terreni, saranno ancora gli Angeli che riporteranno in Cielo Maria>

[240]Genesi 4,1-4.

[241]Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e  partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele” (Isaia: Is 7,14).

[242]Al terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba: tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore (Es. 19,16). Il popolo si tenne dunque lontano, mentre Mosè avanzò verso la nube oscura, nella quale era Dio (Es. 20,21).

[243]<in calce> Nota: Spiegazione divina al Cap. 2,44-48 di Luca. 

[244]15 aprile 1945.  Poema: II, 104 

[245]Genesi 19,1-29

[246]16 aprile 1945.  Poema: II, 105 

[247]IL VANGELO ETERNO: Gesù lascia la Giudea. Quando il Signore seppe che i farisei avevano udito che Gesù faceva più discepoli e battezzava più di Giovanni, – sebbene non battezzasse Gesù personalmente, ma i suoi  discepoli -, lasciò la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea (Gv 4,1-3).

[248]1 Samuele 1,1-28; 2,1-11

[249]17 aprile 1945.  Poema: II, 106 

[250]18 aprile 1945.  Poema: II, 107 

[251]Fu detto a Elia: “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore”. Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero (la pace). Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna” (1 Re 19,9-13).

[252]Alla donna disse: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà”.

All’uomo disse: “Maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!” (Gen. 3,16-19).

[253]Al serpente disse: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gen 3,15).

[254]Adamo si unì a Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino … poi partorì ancora suo fratello Abele. Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise (Gen 4,1-2.8).

[255]Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato (Gen 4,15)

[256]Genesi 6,5-22; 7,1-24; 9,1-16

[257]“Non scoprirai la nudità di tua sorella, figlia di tuo padre o figlia di tua madre, sia nata in casa o fuori…Perché quanti commetteranno queste pratiche abominevoli saranno eliminati dal loro popolo” (Levitico 18,9.29).

[258]“Ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito. Il marito compia il suo dovere verso la moglie; ugualmente anche la moglie verso il marito” (1 Cor 7,2-5). Il Signore è testimone fra te e la donna della tua giovinezza, che ora perfidamente tradisci, mentr’essa è la tua consorte, la donna legata a te da un patto… Nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Perché io detesto il ripudio. Custodite la vostra vita dunque e non vogliate agire con perfidia” (Malachia 2,10-16) Vedi anche: Genesi 1,26-31; 2,18-25; Deuteronomio 24,1-4;Matteo 5,31-32; 19,1-9; Efesini 5,22_33; 1 Timoteo 5,3-16

[259] Matteo 14,3-12; Marco 6,14-29; Luca 3,19-20; 9,7-9

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