Giacomo e Giuda Cugini

GESÙ DI NAZARETH

GIUDA E GIACOMO D’ALFEO APOSTOLI

 

San Giuda Taddeo e Giacomo

 

Cugini ed amici d’infanzia

Del Messia Gesù di Nazareth

 

SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI.

 

A cura di Jesus Maria de Cabnaconde

S.O.S Servo dell’Ordine dei Salvatori

S O M M A R I O

1. Maria maestra di Gesù, Giuda e Giacomo.

Maria, Madre e Maestra.

Ritorno dall’Egitto (Mt 2,19-23; Lc 2,39-40).

L’orto – giardino.

Il giuoco dei bambini.

Il piccolo gregge.

Madre e Maestra.

I primi tre discepoli di Maria.

Sede della Sapienza. (Insegnamento).

2. Maria manda Giuda Taddeo ad invitare Gesù alle nozze di Canna.

Per la causa di Dio.

“Desiderio di mia Madre è mia legge”.

Il dilemma del Taddeo.

Distacco dell’affetto materno.

La veste filata dalla Madre.

3. Le nozze di Cana. Il Figlio, non più soggetto alla Madre, compie per Lei  il primo miracolo.

Il Messia e sua Madre al convito.

Tipica casa orientale (Gv 2,1).

Portamento dignitoso di Maria. (Gv 2,1).

Ambiente ornato a festa.

Gesù con due discepoli arriva a Cana.

Un saluto da innamorata pudica.

“Donna che vi è ‘Più’ fra me e Te”.

Il convito comincia  (Gv 2,2).

“Non hanno più vino” (Gv 2,3-4).

Il Messia non ricusa nulla alla Madre (Gv 2,5-7).

L’acqua diventa vino buono (Gv 2,8-10).

“ Ringraziate Maria” (Gv 2,11-12).

Maria è la chiave del miracolo.

Significato della risposta alla Madre.

Maria è la chiave del miracolo


4. Nazareth con Giuda Taddeo  e con altri sei discepoli.

L’incontro con la Madre.

Arrivo a Nazareth.

I bambini affollano.

L’incontro con la Madre.

I primi discepoli.

Maria d’Alfeo.

“Fate quanto Egli dice”

Ricordi e aneddoti.

5. Giacomo d’Alfeo accolto tra i discepoli. Gesù parla presso il banco  di Matteo.

L’ incontro con Giacomo e Matteo.

Vocazione di Giacomo d’Alfeo.

L’acre di Pietro.

“Non vi è tassa per il discepolo del Maestro”

L’uomo onesto (Insegnamento).

Onestà in ogni mestiere.

Con le ricchezze difficilmente si acquista il Cielo.

Valute che valgono nel Regno dei Cieli.

Non c’è pentimento finché dura l’appetito peccaminoso.

Relatività tra fede e miracolo.

Pianto di Maria d’Alfeo.

L’incredulità vanifica il miracolo.

Promesse di Gesù alle anime fedeli.

6. A Nazareth dal vecchio e malato Alfeo. Non è facile la vita dell’apostolo.

L’arrivo a Nazaret.

Gara di carità.

La Fraternità apostolico.

Un amico fedele.

A casa del vecchio iroso Alfeo.

La pazzia d’Alfeo.

Una barriera d’amore.

Collera senile del vecchio iroso Alfeo.

Il Messia è la Bontà, è l’Amore.


L’animo dei discepoli.

Satira dell’Iscariota.

Eroica fedeltà.

L’animo dei discepoli.

L’aspide.

La “Madre” e gli “Apostoli” (Insegnamento).

La Madre.

Lo stile apostolico.

Madre e Vergine.

7. Gesù interroga la Madre in merito  ai discepoli.

La Confidente del cuore.

La consigliere del Messia.

La Discepola del Messia.

8. A Nazareth per la morte di Alfeo. Lenta conversione del cugino Simone.

Primazia dello spirito.

Venti diversi(Lc 4.14-15).

Gesù cede alla volontà di tutti..

L’Amore non è amato.

Più che il sangue è lo spirito.

“Non mancate alla legge d’amore”.

Venerare le spoglie dei defunti.

La Grazia e la volontà (Insegnamento).

9. Il ritiro sul monte per  l’elezione apostolica.

Il distacco per la causa del Padre.

Distacco dalla folla (Mc 3,7-12).

Distacco dai parenti.

Distacco dagli amici.

Distacco dalle comodità.

Settimana di spiritualità.

Integrarsi nell’istituzione del Messia.

Divenire spirito.

Giungere alla età della ragione spirituale.

Essere perfetti per servire il Messia.

Autosufficienza spirituale.


10. L’elezione ad apostoli.

L’elezione dei dodici.

Alba montana(Lc 6,12).

I figli del Messia(Lc 6,13; Mc 3,13).

Consapevolezza della verità sul Messia.

Mutamento dei dodici (Mt 10,2-4; Mc 3,16-19; Lc 6,14-16).

Mistero nuziale dell’anima con Dio.

Il mondo aspetta maestri e redentori.

Gli Apostoli, Capi della Chiesa(Lc 6,13).

I discepoli.

Compito di apostoli e di discepoli (Mc 3,14-15).

Osservazione al Portavoce.

1. Maria maestra di Gesù, Giuda e Giacomo[1].

Maria, Madre e Maestra.

Ritorno dall’Egitto (Mt 2,19-23; Lc 2,39-40)[2].

Dice Gesù:

1«Vieni, piccolo Giovanni, e vedi. Retrocedi, tenuta dalla mia mano che ti conduce, negli anni della mia fanciullezza. E quanto vedrai dovrà essere inserito nel Vangelo della mia fanciullezza, dove voglio sia messa anche la visione della sosta della Famiglia in Egitto. Metterete così: la Famiglia in Egitto, poi la prima lezione di lavoro di Gesù bambino, poi quella che ora descriverai, la scena della maggiore età (promessa oggi), ultima la visione di Gesù fra i dottori nel Tempio nella sua Pasqua. Non è senza motivo anche questo che ora vedrai. Ma anzi illumina punti e rapporti dei miei primi anni e fra i parenti. Ed è un regalo per te, in questa mia festa della Regalità, per te che senti trasfonderti la pace della casa di Nazareth quando la vedi. Scrivi».

L’orto – giardino.

2Vedo la stanza dove solitamente sono presi i pasti e dove Maria lavora al suo telaio o di ago. La stanza vicina al laboratorio di Giuseppe, di cui si sente il lavoro solerte. Qui invece è silenzio. Maria cuce delle strisce di lana tessuta certo da Lei, larghe un mezzo metro circa e lunghe più del doppio, che mi sembrano destinate a divenire un mantello per Giuseppe. Dalla porta aperta sull’orto-giardino si vedono siepi scapigliate di quelle margheritine azzurro-viola che comunemente sono dette «Marie» o «Cielo stellato». Non so l’esatto nome botanico. Sono in fiore, e perciò deve essere autunno. Però il verde è ancora folto e bello sulle piante, e le api, da due alveari addossati ad un muro soleggiato, vanno ronzando, danzando e brillando al sole, da un fico alla vite, da questa a un melagrano pieno delle sue tonde frutta, quali già scoppiate per eccesso di vigore e mostranti le collane di rubini succosi, allineate nell’interno dello scrigno verde-rosso a scomparti gialli.

Il giuoco dei bambini.

3Sotto le piante Gesù giuoca con due bambini su per giù della stessa età. Sono ricciuti, ma non biondi. Uno, anzi, è proprio bruno: una testolina da agnellino nero che fa apparire ancor più bianca la pelle del visetto rotondo, nel quale sono aperti due occhioni di un azzurro tendente al violaceo, bellissimi. L’altro è meno riccio e di un color castano scuro, ha occhi castani e colorito più bruno, ma con sfumatura rosea alle guance. Gesù, con la sua testolina bionda fra i due più scuri, pare già annimbato di fulgore. Giuocano di buon accordo con dei piccoli carrettini, sui quali sono… mercanzie diverse: foglie, sassolini, trucioli, legnetti. Fanno ai mercanti certo, e Gesù è quello che compera per la Mamma, alla quale porta ora un oggetto, ora un altro. Maria accetta con un sorriso gli acquisti.

4Ma poi il giuoco cambia. Uno dei due fanciulli propone: «Facciamo l’Esodo attraverso l’Egitto. Gesù sarà Mosè, io Aronne, tu… Maria».

«Ma io sono un maschio!».

«Non importa! Fa lo stesso. Tu sei Maria e ballerai davanti al vitello d’oro[3], che sarà quell’alveare là».

«Io non ballo. Sono un uomo e non voglio esser una donna. Sono un fedele e non voglio ballare davanti all’idolo».

5Gesù interviene: «Non facciamo questo punto. Facciamo l’altro: quando Giosuè viene eletto successore di Mosè[4]. Così non c’è quel brutto peccato di idolatria e Giuda è contento di esser uomo e mio successore. Non è vero che sei contento?».

«Sì, Gesù. Ma allora Tu devi morire, perché Mosè muore, dopo. Io non voglio che Tu muoia, Tu che mi vuoi sempre tanto bene»[5]

6«Tutti si muore… Ma Io prima di morire benedirò Israele, e siccome qui non ci siete che voi, benedirò in voi tutto Israele».

7Viene accettato. Ma poi sorge una questione. Se il popolo d’Israele, dopo tanto andare, aveva ancora i carri che aveva nell’uscire dall’Egitto. Le idee sono contrastanti. Si ricorre a Maria.

8«Mamma, Io dico che gli israeliti avevano ancora i carri. Giacomo dice di no. Giuda non sa a chi dare ragione. Tu sai?».

«Sì, Figlio. Il popolo nomade aveva ancora i suoi carri. Nelle soste se li riparava. Su essi salivano i più deboli e venivano caricate quelle derrate o quelle cose che erano necessarie a tanto popolo. Meno l’Arca, portata a mano, ogni altra cosa era sui carri».

9La questione è risolta. I bambini vanno in fondo all’orto e da là, salmodiando, vengono verso la casa. Gesù è davanti e canta con la sua vocina d’argento dei salmi. Dietro a Lui vengono Giuda e Giacomo sorreggenti una carriolina che è elevata al rango di Tabernacolo. Ma, dato che devono fare anche la parte di popolo, oltre che di Aronne e Giosuè, si sono legati, con le cinture disciolte, gli altri carri in miniatura al piede e avanzano così, seri come fossero dei veri attori. Percorrono tutta la pergola, passano davanti alla porta della stanza dove è Maria, e Gesù dice: «Mamma, saluta l’Arca che passa».

10Maria si alza con un sorriso e si inchina al Figlio, che passa raggiante in un nimbo di sole.

11Poi Gesù si inerpica sul lato del monte che limita la casa, anzi il giardino; al disopra della grotticella si pone ritto e parla a… Israele. Dice gli ordini e le promesse di Dio, indica Giosuè come condottiero, lo chiama a Sé, e Giuda sale a sua volta sul balzo. Lo rincuora e benedice. Poi si fa dare una… tavoletta (è la larga foglia di un fico) e scrive[6] il cantico e lo legge. Non tutto, ma buona parte, e pare proprio lo legga sulla foglia. Poi congeda Giosuè, che lo abbraccia piangendo, e sale più su, proprio sullo scrimolo del balzo. E là benedice tutto Israele, ossia i due prostrati fino a terra, e poi si sdraia sull’erbetta corta, chiude gli occhi e.… muore.

12Maria, che è rimasta sulla porta sorridendo, quando lo vede rimanere steso e rigido grida: «Gesù, Gesù! Alzati! Non stare così! La tua Mamma non vuole vederti morto!».

Gesù si alza con un sorriso e corre a Lei e la bacia. Vengono anche Giacomo e Giuda. Anche loro hanno carezze da Maria.

13«Come può Gesù ricordare quel cantico tanto lungo e difficile e tutte quelle benedizioni?» chiede Giacomo.

Maria sorride e risponde semplicemente: «Ha memoria molto buona e sta molto attento quando io leggo».

14«Io, alla scuola, sto attento. Ma poi mi viene sonno con tutto quel lamentio… Non imparerò mai, allora?».

«Imparerai, sta’ quieto».

Il piccolo gregge.

15Bussano alla porta. Giuseppe traversa lesto l’orto e la stanza e apre.

«Pace a te, Alfeo e Maria!».

16«E a voi pace e benedizione». È il fratello di Giuseppe con la moglie. Un rustico carro, tirato da un forte ciuchino, è fermo nella via.

17«Avete fatto buon viaggio?».

«Buono. I bambini?». Sono nell’orto con Maria».

18Ma i bambini accorrono già a salutare la mamma. Anche Maria viene, tenendo Gesù per mano. Le cognate si baciano. Sono stati buoni?».

«Molto buoni, e molto cari. Tutti bene i parenti?».

18«Tutti. Vi salutano e da Cana vi mandano tanti regali. Uva, mele, formaggi, uova, miele. E… Giuseppe! Ho proprio trovato quello che volevi per Gesù. È sul carro, in quella cesta rotonda».

19La moglie di Alfeo ride. Si china su Gesù che la guarda coi suoi occhi sgranati, lo bacia su quei due lembi di azzurro e dice: «Sai cosa ho per te? Indovina».

20Gesù pensa e non trova. Io dubito la faccia di proposito, per dar la gioia a Giuseppe di fare la sorpresa. Infatti Giuseppe entra, portando un cestone rotondo. Lo posa al suolo davanti a Gesù, slega la fune che ne tiene a posto il coperchio, lo alza… e una pecorina tutta bianca, un vero fiocco di spuma, appare dormente fra il fieno ben mondo.

21Gesù ha un «Oh!» stupito e beato e fa per precipitarsi sulla bestiola, ma poi si volge e corre da Giuseppe, ancora curvo al suolo, e lo abbraccia e bacia ringraziandolo.

22I cuginetti guardano con ammirazione la bestiolina, che si è svegliata e che alza il musetto roseo e bela, cercando la mamma. La tirano fuori dal cesto, le offrono una manciata di trifoglio. Bruca guardandosi intorno coi miti occhi.

Gesù continua a dire: «Per Me! Per Me! Padre, grazie!».

23«Ti piace tanto?».

«Oh! tanto! Bianca, monda… un’agnella… oh!» e getta le braccine al collo della pecorina, pone il capo biondo sulla testolina bianca e sta così, felice.

«Anche a voi ne ho portate due» dice Alfeo ai figli.

24«Ma sono scure. Voi non siete ordinati come Gesù e avreste avuto pecore disordinate, se bianche. Saranno il vostro gregge, le terrete insieme e così non starete più a zonzo per le strade, voi due, monelli, a fare a sassate». I bambini corrono sul carro e guardano le due altre bestiole più nere che bianche.

25Gesù è rimasto con la sua. La porta nel giardino, le offre da bere, e la bestiolina lo segue come sempre l’avesse conosciuto. Gesù la chiama. Le mette nome «Neve» ed essa risponde belando festosa.

26Gli ospiti sono seduti a tavola, e Maria serve loro pane, ulive e formaggio. Mette anche un’anfora con sidro o acqua melata, non so, vedo che è di un biondo chiaro chiaro. Parlano fra loro mentre i bambini giuocano con le tre bestiole, che Gesù ha voluto unite per dare anche alle altre acqua e un nome.

27«La tua, Giuda, si chiamerà “Stella” perché ha quel segno sulla fronte. E la tua “Fiamma” perché ha colore di certe fiamme di eriche morenti». È accettato.

Madre e Maestra.

28I grandi dicono (è Alfeo che parla): «Spero avere risolto così la storia delle liti fra ragazzi. È stata la tua idea, Giuseppe, che mi ha illuminato. Ho detto: “Mio fratello vuole una pecorina per Gesù, perché giuochi un poco. Io ne prenderò due per quei ragazzacci, per farli stare un poco quieti e non avere sempre questioni con altri genitori per teste e ginocchia rotte. Un poco la scuola e un poco le pecore, riuscirò a tenerli quieti”. Ma quest’anno dovrai mandare anche tu Gesù alla scuola. È l’ora».

29«Io non manderò mai Gesù alla scuola» dice Maria decisamente. È difficile sentirla parlare così, e parlare prima di Giuseppe.

30«Perché? Il Bambino deve imparare per essere a suo tempo capace di subire l’esame di maggiorenne…»

31«Il Bambino saprà. Ma a scuola non andrà. È deciso».

«Saresti unica in Israele a fare così».

32«Sarò unica. Ma farò così. Non è vero, Giuseppe?».

«È vero. Non c’è bisogno per Gesù di andare ad una scuola. Maria è stata allevata nel Tempio ed è un vero dottore nella conoscenza della Legge. Sarà la sua maestra. Così voglio anche io».

33«Voi lo viziate il Ragazzo».

«Non lo puoi dire. È il più buono di Nazaret. Lo hai mai udito piangere, fare bizze, negare ubbidienza, non avere rispetto?».

«Questo no. Ma lo diverrà se continua ad esser viziato».

34«Non è viziare tenersi vicino i figli. È amarli con buon senso e buon cuore. Così lo amiamo il nostro Gesù e, dato che Maria è più istruita del maestro, sarà Lei la maestra di Gesù».

35«E quando sarà uomo il tuo Gesù sarà una donnetta paurosa anche di una mosca».

36«Non lo sarà. Maria è una donna forte e sa educarlo virilmente. Io non sono un vile e so dare esempi virili. Gesù è una creatura senza difetti fisici e morali. Crescerà perciò dritto e forte nel corpo e nello spirito. Sta’ sicuro, Alfeo. Non farà sfigurare la famiglia. E poi ho deciso e basta così».

«Avrà deciso Maria, e tu…»

37«E se fosse? Non è bello che due che si amano siano pronti ad avere lo stesso pensiero e lo stesso volere, perché a vicenda l’uno abbraccia il desiderio dell’altro e lo fa suo? Se Maria volesse cose stolte, le direi: “No”. Ma chiede cose piene di saggezza, ed io le approvo e faccio mie. Ci amiamo, noi, come nel primo giorno… e così faremo finché saremo in vita. Non è vero, Maria?».

«Sì, Giuseppe. E, mai sia, ma quando avesse uno a morire senza l’altro, ancora ci ameremo».

Giuseppe carezza sul capo Maria, come fosse una figlia fanciulla, e Lei lo guarda col suo occhio sereno e amoroso.

I primi tre discepoli di Maria.

38La cognata interviene: «Avete proprio ragione. Fossi buona io di insegnare! A scuola imparano il bene e il male, i nostri figli. In casa solo il bene. Ma io non so… Se Maria…».

39«Che vuoi, cognata? Di’ liberamente. Tu sai che ti amo e sono lieta quando ti posso far piacere».

40«Dicevo… Giacomo e Giuda sono di poco più vecchi di Gesù. Vanno già a scuola… ma per quel che sanno!… Invece Gesù sa già tanto bene la Legge… Io vorrei… ecco, se ti dicessi di tenere anche loro, quando insegni a Gesù? Io penso che diverrebbero più buoni e più istruiti. Sono cugini, infine, e che si amino come fratelli è giusto… Sarei così felice!».

41«Se Giuseppe vuole, e tuo marito pure, io sono pronta. Parlare per uno o per tre è uguale. Ripassare tutta la Scrittura è gioia. Che vengano».

42I tre bambini, che erano entrati piano piano, sentono e stanno in attesa del verdetto.

«Ti faranno disperare, Maria» dice Alfeo.

43«No! Con me sono sempre buoni. Non è vero che sarete buoni se io vi insegnerò?».

44I due le corrono vicini, uno a destra, uno a sinistra, le mettono le braccia intorno alle spalle, le testoline sulle spalle, e promettono tutto il bene possibile.

45«Lasciali provare, Alfeo, e lasciami provare. Io credo che non sarai malcontento della prova. Verranno ogni giorno dall’ora di sesta a sera. Basterà, credilo. Io so l’arte di insegnare senza stancare. I bambini vanno tenuti avvinti e distratti insieme. Bisogna capirli, amarli ed essere amati, per ottenere da loro. E voi mi amate, non è vero?».

Due grossi bacioni sono la risposta.

46«Lo vedi?».

«Lo vedo. Non ho che dirti: “Grazie”. E Gesù che dirà, vedendo la Mamma persa con altri? Che dici, Gesù?».

47«Io dico: “Beati quelli che stanno ad ascoltarla e drizzano la loro dimora presso la sua”[7]. Come per la Sapienza, beato chi è amico di mia Madre, ed Io sono felice che coloro che amo siano suoi amici».

48«Ma chi pone tali parole sulle labbra del Fanciullo?» chiede Alfeo stupito.

«Nessuno, fratello. Nessun che sia del mondo».

La visione cessa qui.

Sede della Sapienza. (Insegnamento).

Dice Gesù:

49«E Maria fu maestra di Me, Giacomo e Giuda. Ecco perché ci amammo come fratelli, oltre che per la parentela, per la scienza e per il crescere uniti, come tre tralci sorretti da un unico palo. La Mamma mia. Dottore come nessun altro in Israele, questa dolce Madre mia. Sede della Sapienza, e della vera Sapienza, ci istruì per il mondo e per il Cielo.

50Dico: “ci istruì”, perché Io fui suo scolaro non diversamente dai cugini. E il “sigillo” fu mantenuto sul segreto di Dio, contro l’indagare di Satana, mantenuto sotto l’apparenza di una vita comune.

Ti sei beata nella scena soave? Ora sta’ in pace. Gesù è con te».

2. Maria manda Giuda Taddeo ad invitare Gesù alle nozze di Canna[8].

Per la causa di Dio.

“Desiderio di mia Madre è mia legge”.

1Vedo la cucina di Pietro. In essa, oltre a Gesù, vi è Pietro e la moglie, e Giacomo e Giovanni. Sembra che abbiano finito allora la cena e stiano conversando fra loro. Gesù si interessa della pesca.

2Entra Andrea e dice: «Maestro, vi è qui l’uomo presso il quale stai, con uno che si dice tuo cugino».

3Gesù si alza e va verso l’uscio dicendo: «Vengano avanti»; e quando, alla luce della lucerna ad olio e della fiamma del focolare, vede entrare Giuda Taddeo, esclama: «Tu, Giuda?!».

4«Io, Gesù». Si baciano.

5Giuda Taddeo è un bell’uomo nella pienezza della bellezza virile. Alto, sebbene non quanto Gesù, ben proporzionato nella sua robustezza, bruno, come lo era S. Giuseppe da giovane, di un olivastro non terreo e con occhi che hanno qualcosa di comune con quelli di Gesù, perché sono di una tinta azzurra, ma tendente al pervinca. Ha barba quadrata e bruna, capelli mossi, meno a ricciolo di quelli di Gesù, bruni come la barba.

6«Vengo da Cafarnao. Vi sono andato con una barca e qui pure sono venuto con essa per fare più presto. Mi manda tua Madre; dice: “Susanna è sposa domani. Io ti prego, Figlio, di essere a queste nozze”. Maria vi prende parte e con Lei la madre mia e i fratelli. Tutti i parenti vi sono invitati. Tu solo saresti assente, ed essi, i parenti, ti chiedono di far contenti gli sposi».

7Gesù si inchina lievemente, aprendo un poco le braccia, e dice: «Desiderio di mia Madre è mia legge. Ma anche per Susanna e i parenti verrò. Solo… mi spiace per voi…» e guarda Pietro e gli altri. «Sono i miei amici» spiega al cugino. E li nomina cominciando da Pietro. Per ultimo dice: «e questo è Giovanni», e lo dice in un modo tutto speciale, che attira lo sguardo più attento di Giuda Taddeo e fa arrossire il prediletto. Termina la presentazione dicendo: «Amici, questo è Giuda figlio d’Alfeo, mio fratel cugino, secondo la consuetudine del mondo, perché figlio del fratello dello sposo di mia Madre. Un mio buon amico di lavoro e di vita».

8«La mia casa è aperta a te come al Maestro. Siedi» e poi, rivolto a Gesù, Pietro dice: «E allora? Non verremo più con Te a Gerusalemme?».

9«Certo che verrete. Dopo la festa di nozze Io andrò. Soltanto non mi fermerò più a Nazaret».

10«Fai bene, Gesù. Perché tua Madre è ospite mia per qualche giorno. È inteso così, e vi verrà Lei pure dopo le nozze». Così dice l’uomo di Cafarnao.

11«Così faremo, allora. Ora con la barca di Giuda Io andrò a Tiberiade e di lì a Cana, e con la stessa tornerò a Cafarnao con la Madre e con te. Il giorno dopo il prossimo sabato tu verrai, Simone, se ancora vuoi venire, e andremo a Gerusalemme per la Pasqua».

«Sì che vorrò! Anzi verrò il sabato per udirti alla sinagoga».

Il dilemma del Taddeo.

12«Già ammaestri, Gesù?» chiede il Taddeo.

«Sì, cugino».

13«E che parole! Ah! non si odono sul labbro d’altri!».

14Giuda sospira. Col capo appoggiato alla mano, col gomito puntato sul ginocchio, guarda Gesù e sospira. Pare voglia parlare e non osi.

15Gesù lo stuzzica: «Che hai, Giuda? Perché mi guardi e sospiri?».

«Niente».

16«No. Niente non è. Non sono più il Gesù che tu amavi? Quello per cui non avevi segreti?».

«Si, che lo sei! E come mi manchi, Tu, maestro del tuo più anziano cugino…»

17«E allora? Parla».

«Volevo dirti… Gesù… sii prudente… hai una Madre… che non ha che Te… Tu vuoi essere un “rabbi” diverso dagli altri e Tu sai, meglio di me, che… che le caste potenti non permettono cose diverse alle consuetudinarie da loro messe. Conosco il tuo modo di pensare… è santo… Ma il mondo non è santo… e opprime i santi… Gesù… Tu sai la sorte di tuo cugino il Battista… È prigione, e se ancor non è morto è perché quel lurido Tetrarca ha paura della folla e del fulmine di Dio. Lurido e superstizioso come crudele e libidinoso. Tu… che farai? A che sorte vuoi andare incontro?».

18«Giuda, questo mi chiedi tu che conosci tanto del mio pensiero? Parli di tuo impulso? No. Non mentire! Ti hanno mandato, e non mia Madre certo, a dirmi queste cose…»

Giuda abbassa il capo e tace.

«Parla, cugino».

19«Mio padre… e con lui Giuseppe e Simone… sai… per tuo bene… per affetto per Te e Maria… non vedono di buon occhio quello che Tu ti proponi di fare… e.… e vorrebbero Tu pensassi a tua Madre…»

20«E tu che pensi?».

«Io… io».

21«Tu sei combattuto fra le voci dell’Alto e della terra. Non dico del Basso. Dico della terra. Anche Giacomo lo è, più di te ancora. Ma Io vi dico che sopra la terra è il Cielo, sopra gli interessi del mondo vi è la causa di Dio. Avete bisogno di cambiare modo di pensare. Quando lo saprete fare, sarete perfetti».

Distacco dell’affetto materno.

22«Ma… e tua Madre?».

«Giuda, non c’è che Lei che avrebbe diritto a richiamarmi ai miei doveri di figlio, secondo la luce della terra: ossia al mio dovere di lavorare per Lei, per sovvenire ai suoi bisogni materiali, al mio dovere di assistenza e conforto con una vicinanza alla Madre. E Lei non mi chiede nulla di questo. Da quando mi ebbe, Ella sa che mi avrebbe perduto, per ritrovarmi in una maniera più vasta di quella del piccolo cerchio della famiglia. E da allora si è preparata a questo.

23Non è nuova nel suo sangue questa assoluta volontà di donazione a Dio. Sua madre l’ha offerta al Tempio prima che Ella sorridesse alla luce. Ed Ella – me lo ha detto le innumeri volte che, tenendomi contro il suo cuore nelle lunghe sere d’inverno o nelle chiare notti d’estate piene di stelle, mi ha parlato della sua infanzia santa – ed Ella si è data a Dio sin da quelle prime luci della sua alba nel mondo. E più ancora si è data quando mi ebbe, per essere dove Io sono, sulla via della missione che mi viene da Dio. Tutti mi lasceranno in un’ora; magari per pochi minuti, ma la viltà sarà padrona di tutti e penserete che era meglio, per la vostra sicurezza, non avermi mai conosciuto. Ma Lei, che ha compreso e che sa, Lei sarà sempre meco. E voi tornerete ad essere miei per Essa. Con la forza della sua sicura, amorosa fede, Ella vi aspirerà in sé e perciò vi riaspirerà in Me, perché io sono nella Madre ed Ella è in Me, e Noi in Dio.

24Questo vorrei che comprendeste voi tutti, parenti secondo il mondo, amici e figli secondo il soprannaturale. Tu, e con te gli altri, non sapete chi è mia Madre. Ma, se lo sapeste, non la critichereste in cuor vostro per non sapermi tenere a Lei soggetto, ma la venerereste come l’Amica più intima di Dio, la Potente che tutto può sul cuore dell’Eterno Padre e sul Figlio del suo cuore. Per certo che a Cana verrò. Voglio farla felice. Comprenderete meglio dopo quest’ora». Gesù è imponente e persuasivo.

25Giuda lo guarda attento. Pensa. Dice: «E io pure per certo verrò con Te, insieme a questi, se mi vuoi… perché sento che Tu dici cose giuste. Perdona alla mia cecità e a quella dei fratelli. Sei tanto più santo di noi! …»

La veste filata dalla Madre.

26«Non ho rancore per chi non mi conosce. Non ne ho neppure per chi mi odia. Ma ne ho dolore per il male che a sé stesso fa. Che hai in quella sacca?».

«La veste che tua Madre ti manda. Gran festa, domani. Ella pensa che il suo Gesù ne abbia bisogno per non sfigurare fra gli invitati. Ha filato indefessa dalle prime luci alle estreme, ogni giorno, per prepararti questa veste. Ma non ha ultimato il mantello. Ancor ne mancano le frange. Ne è tutta desolata».

27«Non occorre. Andrò con questo, e quello serberò per Gerusalemme. Il Tempio è più ancora di una festa di nozze».

«Ella ne sarà felice».

28«Se volete essere all’alba sulla via di Cana, vi conviene partire subito. La luna sorge e sarà buona la traversata» dice Pietro.

29«Andiamo, allora. Vieni, Giovanni. Ti porto con Me. Simon Pietro, Giacomo, Andrea, addio. Vi attendo la sera di sabato a Cafarnao. Addio, donna. Pace a te e alla tua casa».

30Escono Gesù con Giuda e Giovanni. Pietro li segue sino a riva e aiuta l’operazione di partenza della barca.

E la visione ha fine.

3. Le nozze di Cana. Il Figlio, non più soggetto alla Madre, compie per Lei
il primo miracolo
[9].

Il Messia e sua Madre al convito.

Tipica casa orientale (Gv 2,1)[10].

1Vedo una casa. Una caratteristica casa orientale – un cubo bianco, più largo che alto, con rade aperture – sormontata da una terrazza che fa da tetto, recinta da un muretto alto circa un metro e ombreggiata da una pergola di vite, che si arrampica fin là e stende i suoi rami su oltre metà di questa assolata terrazza.

2Una scala esterna sale lungo la facciata sino all’altezza di una porta, che si apre a metà altezza della facciata. Sotto ci sono, al terreno, delle porte basse e rade, non più di due per lato, che mettono in stanze basse e scure. La casa sorge in mezzo ad una specie di aia, più spiazzo erboso che aia, che ha al centro un pozzo. Vi sono delle piante di fico e di melo. La casa guarda verso la strada, ma non è sulla strada. È un poco in dentro, e un viottolo fra l’erba l’unisce alla via che sembra una via maestra.

3Si direbbe che la casa è alla periferia di Cana: casa di proprietari contadini, i quali vivono in mezzo al loro poderetto. La campagna si stende oltre la casa con le sue lontananze verdi e placide. Vi è un bel sole e un azzurro tersissimo di cielo. In principio non vedo altro. La casa è sola.

Portamento dignitoso di Maria. (Gv 2,1)[11].

4Poi vedo due donne, con lunghe vesti e un manto che fa anche da velo, avanzarsi sulla via e da questa sul sentiero. Una è più anziana, sui cinquant’anni, e veste di scuro, un color bigio marrone come di lana naturale. L’altra è vestita più in chiaro, una veste di un giallo pallido e manto azzurro, e sembra avere un trentacinque anni. È molto bella, snella, e ha un portamento pieno di dignità, per quanto sia tutta gentilezza e umiltà. Quando è più vicina, noto il color pallido del volto, gli occhi azzurri e i capelli biondi che appaiono sotto il velo sulla fronte. Riconosco Maria Santissima. Chi sia l’altra, che è bruna e più anziana, non so. Parlano fra loro e la Madonna sorride. Quando sono prossime alla casa, qualcuno, certamente messo a guardia degli arrivi, dà l’avviso, ed incontro alle due vengono uomini e donne tutti vestiti a festa, i quali fanno molte feste alle due e specie a Maria SS.

5L’ora pare mattutina, direi verso le nove, forse prima, perché la campagna ha ancora quell’aspetto fresco delle prime ore del giorno, nella rugiada che fa più verde l’erba e nell’aria non ancora offuscata da polvere. La stagione mi pare primaverile, perché i prati sono con erba non arsa dall’estate e i campi hanno il grano ancor giovane e senza spiga, tutto verde. Le foglie del fico e del melo sono verdi e ancora tenere, e così quelle della vite. Ma non vedo fiori sul melo e non vedo frutta né sul melo, né sul fico, né sulla vite. Segno che il melo ha già fiorito, ma da poco, e i frutticini non si vedono ancora.

6Maria, molto festeggiata e fiancheggiata da un anziano che pare il padrone di casa, sale la scala esterna ed entra in un’ampia sala che pare tenere tutta o buona parte del piano sopraelevato.

Ambiente ornato a festa.

7Mi pare di capire che gli ambienti al terreno sono le vere e proprie stanze di abitazione, le dispense, i ripostigli e le cantine, e questo sia l’ambiente riservato a usi speciali, come feste eccezionali, o a lavori che richiedano molto spazio, o anche a distensione di derrate agricole. Nelle feste lo svuotano da ogni impiccio e lo ornano, come è oggi, di rami verdi, di stuoie, di tavole imbandite.

8Al centro ve ne è una molto ricca, con sopra già delle anfore e piatti colmi di frutta. Lungo la parete di destra, rispetto a me che guardo, un’altra tavola imbandita, ma meno riccamente. Lungo quella di sinistra, una specie di lunga credenza, con sopra piatti con formaggi e altri cibi che mi paiono focacce coperte di miele e dolciumi. In terra, sempre presso questa parete, altre anfore e tre grossi vasi in forma di brocca di rame (su per giù). Le chiamerei giare.

9Maria ascolta benignamente quanto tutti le dicono, poi con bontà si leva il manto ed aiuta a finire i preparativi della mensa. La vedo andare e venire aggiustando i letti-sedili, raddrizzando le ghirlande di fiori, dando migliore aspetto alle fruttiere, osservando che nelle lampade vi sia l’olio. Sorride e parla pochissimo e a voce molto bassa. Ascolta invece molto e con tanta pazienza.

10Un grande rumore di strumenti musicali (poco armonici in verità) si ode sulla via. Tutti, meno Maria, corrono fuori. Vedo entrare la sposa, tutta agghindata e felice, circondata dai parenti e dagli amici, a fianco dello sposo che le è corso incontro per primo.

Gesù con due discepoli arriva a Cana.

11E qui la visione ha un mutamento. Vedo, invece della casa, un paese. Non so se sia Cana o altra borgata vicina. E vedo Gesù con Giovanni ed un altro che mi pare Giuda Taddeo, ma potrei, su questo secondo, sbagliare. Per Giovanni non sbaglio. Gesù è vestito di bianco ed ha un manto azzurro cupo. Sentendo il rumore degli strumenti, il compagno di Gesù chiede qualcosa ad un popolano e riferisce a Gesù. «Andiamo a far felice mia Madre» dice allora Gesù sorridendo. E si incammina attraverso ai campi, coi due compagni, alla volta della casa.

12Mi sono dimenticata di dire che ho l’impressione che Maria sia o parente o molto amica dei parenti dello sposo, perché si vede che è in confidenza.

Un saluto da innamorata pudica.

13Quando Gesù arriva, il solito, messo di sentinella, avvisa gli altri. Il padrone di casa, insieme al figlio sposo ed a Maria, scende incontro a Gesù e lo saluta rispettosamente. Saluta anche gli altri due, e lo sposo fa lo stesso. Ma quello che mi piace è il saluto pieno di amore e di rispetto di Maria al Figlio e viceversa. Non espansioni, ma uno sguardo tale accompagna la parola di saluto: «La pace è con te» e un tale sorriso che vale cento abbracci e cento baci. Il bacio tremola sulle labbra di Maria, ma non viene dato. Soltanto Ella pone la sua mano bianca e piccina sulla spalla di Gesù e gli sfiora un ricciolo della sua lunga capigliatura. Una carezza da innamorata pudica.

14Gesù sale a fianco della Madre e seguito dai discepoli e dai padroni, ed entra nella sala del convito, dove le donne si danno da fare ad aggiungere sedili e stoviglie per i tre ospiti, inaspettati, mi sembra. Direi che era incerta la venuta di Gesù e assolutamente impreveduta quella dei suoi compagni.

15Odo distintamente la voce piena, virile, dolcissima del Maestro dire, nel porre piede nella sala: «La pace sia in questa casa e la benedizione di Dio su voi tutti» … Saluto cumulativo a tutti i presenti e pieno di maestà. Gesù domina col suo aspetto e con la sua statura tutti quanti. È l’ospite, e fortuito, ma pare il re del convito, più dello sposo, più del padrone di casa. Per quanto sia umile e condiscendente, è colui che si impone.

“Donna che vi è ‘Più’ fra me e Te”.

Il convito comincia  (Gv 2,2)[12].

16Gesù prende posto alla tavola di centro con lo sposo, la sposa, i parenti degli sposi e gli amici più influenti.

17I due discepoli, per rispetto al Maestro, vengono fatti sedere alla stessa tavola.

18Gesù ha le spalle voltate alla parete dove sono le giare e le credenze. Non le vede perciò, e non vede neppure l’affaccendarsi del maggiordomo intorno ai piatti di arrosti, che vengono portati da una porticina che si apre presso le credenze.

19Osservo una cosa. Meno le rispettive madri degli sposi e meno Maria, nessuna donna siede a quel tavolo. Tutte le donne sono, e fanno baccano per cento, all’altra tavola contro la parete, e vengono servite dopo che sono stati serviti gli sposi e gli ospiti di riguardo. Gesù è presso il padrone di casa ed ha di fronte Maria, la quale siede a fianco della sposa.

20Il convito comincia. E le assicuro che l’appetito non manca e neanche la sete. Quelli che lasciano poco il segno sono Gesù e sua Madre, la quale, anche, parla pochissimo. Gesù parla un poco di più. Ma, per quanto sia parco, non è, nel suo scarso parlare, né accigliato né sdegnoso. È un uomo cortese ma non ciarliero. Interrogato risponde, se gli parlano si interessa, espone il suo parere, ma poi si raccoglie in Sé come uno abituato a meditare. Sorride, non ride mai. E, se sente qualche scherzo troppo avventato, mostra di non udire. Maria si ciba della contemplazione del suo Gesù, e così Giovanni, che è verso il fondo della tavola e pende dalle labbra del suo Maestro.

“Non hanno più vino” (Gv 2,3-4)[13].

21Maria si accorge che i servi parlottano col maggiordomo e che questo è impacciato, e capisce cosa c’è di spiacevole. «Figlio» dice piano, richiamando l’attenzione di Gesù con quella parola. «Figlio, non hanno più vino».

22«Donna, che vi è più fra Me e te?». Gesù, nel dirle questa frase, sorride ancor più dolcemente, e sorride Maria, come due che sanno una verità che è loro gioioso segreto, ignorata da tutti gli altri.

Il Messia non ricusa nulla alla Madre (Gv 2,5-7)[14].

23Maria ordina ai servi: «Fate quello che Egli vi dirà». Maria ha letto negli occhi sorridenti del Figlio l’assenso, velato dal grande insegnamento a tutti i “vocati”.

24E ai servi: «Empite d’acqua le idrie» ordina Gesù.

25Vedo i servi empire le giare di acqua portata dal pozzo (odo stridere la carrucola che porta su e giù il secchio gocciolante).

L’acqua diventa vino buono (Gv 2,8-10)[15].

26Vedo il maggiordomo mescersi un poco di quel liquido con occhi di stupore, assaggiarlo con atti di ancor più vivo stupore, gustarlo e parlare al padrone di casa e allo sposo (erano vicini).

 

27Maria guarda ancora il Figlio e sorride; poi, raccolto un sorriso di Lui, china il capo arrossendo lievemente. È beata.

28Nella sala passa un sussurrio, le teste si volgono tutte verso Gesù e Maria, c’è chi si alza per vedere meglio, chi va alle giare. Un silenzio, e poi un coro di lodi a Gesù.

“ Ringraziate Maria” (Gv 2,11-12)[16].

29Ma Egli si alza e dice una parola: «Ringraziate Maria» e poi si sottrae al convito. I discepoli lo seguono. Sulla soglia ripete: «La pace sia a questa casa e la benedizione di Dio su voi» e aggiunge: «Madre, ti saluto».

La visione cessa.

Maria è la chiave del miracolo.

Significato della risposta alla Madre[17].

Gesù mi spiega il significato della frase.

30«Quel “più”, che molti traduttori omettono, è la chiave della frase e la spiega nel suo vero significato.

31Ero il Figlio soggetto alla Madre sino al momento in cui la volontà del Padre mio mi indicò esser venuta l’ora di essere il Maestro. Dal momento che la mia missione ebbe inizio, non ero più il Figlio soggetto alla Madre, ma il Servo di Dio. Rotti i legami morali verso la mia Genitrice. Essi si erano mutati in altri più alti, si erano rifugiati tutti nello spirito. Quello chiamava sempre “Mamma” Maria, la mia Santa. L’amore non conobbe soste, né intiepidimento, anzi non fu mai tanto perfetto come quando, separato da Lei come per una seconda filiazione, Ella mi dette al mondo per il mondo, come Messia, come Evangelizzatore. La sua terza sublime mistica maternità fu quando, nello strazio del Golgota, mi partorì alla Croce facendo di Me il Redentore del mondo.

32“Che vi è più fra Me e te?” Prima ero tuo, unicamente tuo. Tu mi comandavi, Io ti ubbidivo. Ti ero “soggetto“. Ora sono della mia missione.

33Non l’ho forse detto? “Chi, messa la mano all’aratro, si volge indietro a salutare chi resta, non è adatto al Regno di Dio”. Io avevo posto la mano all’aratro per aprire col vomere non le glebe, ma i cuori, e seminarvi la parola di Dio. Avrei levato quella mano solo quando me l’avrebbero strappata di là per inchiodarmela alla croce ed aprire con il mio torturante chiodo il cuore del Padre mio, facendone uscire il perdono per l’umanità.

34Quel “più”, dimenticato dai più, voleva dire questo: “Tutto mi sei stata, o Madre, finché fui unicamente il Gesù di Maria di Nazareth, e tutto mi sei nel mio spirito; ma, da quando sono il Messia atteso, sono del Padre mio. Attendi un poco ancora e, finita la missione, sarò da capo tutto tuo; mi riavrai ancora sulle braccia come quand’ero bambino, e nessuno te lo contenderà più, questo tuo Figlio, considerato un obbrobrio dell’umanità, che te ne getterà la spoglia per coprire te pure dell’obbrobrio d’esser madre di un reo. E poi mi avrai di nuovo, trionfante, e poi mi avrai per sempre, trionfante tu pure in Cielo. Ma ora sono di tutti questi uomini. E sono del Padre che mi ha mandato ad essi”.

35Ecco quel che vuol dire quel piccolo e così denso di significato “più”.

Maria è la chiave del miracolo

Gesù mi istruisce così:

36«Quando dissi ai discepoli: “Andiamo a far felice mia Madre”, avevo dato alla frase un senso più alto di quello che pareva. Non la felicità di vedermi, ma di essere Lei l’iniziatrice della mia attività di miracolo e la prima benefattrice dell’umanità.

37Ricordatevelo sempre. Il mio primo miracolo è avvenuto per Maria. Il primo. Simbolo che è Maria la chiave del miracolo. Io non ricuso nulla alla Madre mia, e per sua preghiera anticipo anche il tempo della grazia. Io conosco mia Madre, la seconda in bontà dopo Dio. So che farvi grazia è farla felice, poiché è la Tutta Amore. Ecco perché dissi, Io che sapevo: “Andiamo a farla felice.

38Inoltre ho voluto rendere manifesta la sua potenza al mondo insieme alla mia. Destinata ad essere a Me congiunta nella carne – poiché fummo una carne: Io in Lei, Lei intorno a Me, come petali di giglio intorno al pistillo odoroso e colmo di vita – congiunta a Me nel dolore, poiché fummo sulla croce Io con la carne e Lei col suo spirito, così come il giglio odora e colla corolla e coll’essenza tratta da essa – era giusto fosse congiunta a Me nella potenza che si mostra al mondo.

39Dico a voi ciò che dissi a quei convitati: “Ringraziate Maria. È per Lei che avete avuto il Padrone del miracolo e che avete le mie grazie, e specie quelle di perdono”.

Riposa in pace. Noi siamo con te».

4. Nazareth con Giuda Taddeo
e con altri sei discepoli
[18].

L’incontro con la Madre.

Arrivo a Nazareth.

1Gesù giunge con il cugino e i sei discepoli nelle prossimità di Nazaret. Dall’alto del poggio dove si trovano si vede la cittadina, bianca fra il verde, salire e scendere per le chine su cui è costruita, un dolce ondulare di chine, dove appena sentito, dove più marcato.

2«Siamo giunti, amici. Ecco là la mia casa. Mia Madre è in essa, perché fumo si eleva dalla casa. Forse fa il pane. Io non vi dico: “Restate”, perché penso che avrete ansia di giungere a casa. Ma se volete spezzare con Me il pane e conoscere Quella che già Giovanni conosce, vi dico: “Venite”».

3I sei, che erano già tristi per l’imminente separazione, tornano tutti lieti e accettano di cuore.

«Andiamo, dunque».

I bambini affollano.

4Scendono sveltamente la collinetta e prendono la via maestra. È verso sera. Fa ancora caldo, ma già le ombre scendono sulla campagna in cui le biade tendono a maturare. Entrano in paese. Donne che vanno e vengono dalla fonte, uomini sulle soglie delle minuscole officine o negli orti, salutano Gesù e Giuda. I bambini, poi, si affollano intorno a Gesù.

5«Sei tornato?».

6«Adesso resti qui?».

7«Mi si è rotta di nuovo la ruota del carrettino».

8«Sai, Gesù? Mi è nata una sorella e l’hanno chiamata Maria».

9«Il maestro mi ha detto che so tutto e che sono un vero figlio della Legge».

10«Sara non c’è perché ha la mamma malata forte. Piange, perché ha paura».

11«Mio fratello Isacco ha preso moglie. C’è stata gran festa».

L’incontro con la Madre.

12Gesù ascolta, carezza, encomia, promette aiuto. Giungono a casa così. E sulla soglia è già Maria, avvisata da un ragazzetto premuroso.

«Figlio mio!».

«Mamma!».

13I due sono uno fra le braccia dell’altra. Maria, molto più bassa di Gesù, ha il capo appoggiato sul sommo del petto del Figlio, chiusa fra il cerchio delle sue braccia. Egli la bacia sui capelli biondi. Entrano in casa. I discepoli, Giuda compreso, restano fuori, per lasciare liberi i due nelle loro prime espansioni.

14«Gesù! Figlio mio!». La voce di Maria è trepida come quella di chi ha le lacrime in gola.

15«Perché, Mamma, così?».

«O Figlio! Mi hanno detto… Nel Tempio c’erano dei galilei, dei nazareni, quel giorno… Sono tornati… e hanno raccontato… O Figlio! …».

16«Ma tu lo vedi, Mamma! Io sto bene. Nessun male m’è venuto. Solo è venuta gloria a Dio nella sua Casa».

17«Sì. Lo so, Figlio del mio cuore. So che è stato come lo squillo che evoca i dormienti. E per la gloria di Dio io ne sono felice… felice che questo mio popolo si svegli a Dio… Io non ti rimprovero… io non ti ostacolo… ti comprendo… e.… e son felice… ma ti ho generato, io, Figlio mio! …». Maria sta ancora fra il cerchio delle braccia di Gesù ed ha parlato tenendo le manine aperte e appoggiate sul petto del Figlio, colla testa alzata verso di Lui, l’occhio più lucido per il pianto che è pronto a scendere, e ora tace, riappoggiando la testa sul petto di Lui. Pare una tortorina grigia, così vestita di bigiognolo come è, fra il riparo di due forti ali di candore, perché Gesù è ancora col suo abito e manto bianco.

I primi discepoli.

18«Mamma! Povera Mamma! Cara Mamma! …» Gesù la bacia ancora. Poi dice: «Ebbene, vedi? Io sono qui, e non solo. Ho con Me i discepoli primi, e altri sono in Giudea. E anche il cugino Giuda è con Me e mi segue…».

19«Giuda?».

«Sì, Giuda. So perché sei stupita. Certo, fra coloro che hanno parlato del fatto erano Alfeo coi figli… e non erro dicendo che mi hanno criticato. Ma non avere paura. Oggi così, domani non così. L’uomo va coltivato come la terra, e dove sono triboli escono rose. Giuda, che tu ami, è già con Me».

20«Dove è ora?». Lì fuori con gli altri. Hai pane per tutti?»

«Sì, Figlio. Maria d’Alfeo è nel forno che lo sforna. Molto buona è Maria con me, e specie ora».

21«Dio le darà gloria». Si fa sulla porta e chiama: «Giuda! Qui è tua madre! Amici, venite!».

22Entrano e salutano. Ma Giuda bacia Maria. E poi corre in cerca di sua madre.

23Gesù nomina i cinque: Pietro, Andrea, Giacomo, Natanaele, Filippo; perché Giovanni, già noto a Maria, l’ha salutata subito dopo Giuda, inchinandosi e ricevendone benedizione.

24Maria li saluta e li invita a sedersi. È la padrona di casa e, pur adorando con lo sguardo il suo Gesù – pare che l’anima continui a parlare, per gli occhi, col Figlio – si occupa degli ospiti. Vorrebbe portare l’acqua per ristorarli.

25Ma Pietro scatta: «No, Donna. Non posso permetterlo. Tu siedi presso tuo Figlio, Madre santa. Io andrò, andremo nell’orto per rinfrescarci».

Maria d’Alfeo.

26Accorre Maria d’Alfeo, rossa e infarinata, e saluta Gesù che la benedice, e poi conduce i sei nell’orto, alla vasca, e torna felice. «Oh! Maria!» dice alla Vergine. «Giuda mi ha detto. Come sono contenta! Per Giuda e per te, cognata mia. So che gli altri mi grideranno. Ma non mi importa. Sarò felice il giorno che li saprò tutti di Gesù. Noi mamme sappiamo… sentiamo quello che è bene per i figli. E io sento che il bene delle mie creature sei Tu, Gesù».

Gesù la carezza sul capo, sorridendole.

27Tornano i discepoli, e Maria di Alfeo serve pane fragrante, ulive e formaggio. È porta un’anforetta di vinetto rosso, che Gesù mesce ai suoi amici. È sempre Gesù che offre e poi distribuisce.

“Fate quanto Egli dice”

28Un poco impacciati sulle prime, i discepoli dopo si fanno più sicuri, e raccontano delle loro case, del viaggio a Gerusalemme, dei miracoli avvenuti.

29Sono pieni di zelo e di affetto, e Pietro cerca di farsi di Maria un’alleata per ottenere di essere subito presi da Gesù senza attese a Betsaida.

30«Fate quanto Egli dice» esorta Lei, con un sorriso soave. «Questa attesa vi gioverà più di una unione immediata. Il mio Gesù fa tutto bene quanto fa».

31La speranza di Pietro muore. Ma egli si rassegna con buon garbo. Chiede solo: «Durerà molto l’attesa? Gesù lo guarda con un sorriso, ma non dice altro.

32Maria interpreta quel sorriso come un segno benevolo e dice: «Simone di Giona, Egli sorride… perciò io ti dico: rapido come volo di rondine sul lago sarà il tempo del tuo attendere ubbidiente».

«Grazie, Donna».

Ricordi e aneddoti.

33«Non parli, Giuda? E tu, Giovanni?».

«Ti guardo, Maria».

«Ed io pure».

34«Anche io vi guardo e.… sapete? Mi torna in mente un’ora lontana. Anche allora avevo sempre tre paia d’occhi fissi al mio viso con amore. Ricordi, Maria, i miei tre scolari?».

35«Oh! se ricordo! È vero! Anche ora tre, di un’età quasi uguale, ti guardano con tutto l’amore che è loro. E costui, Giovanni, credo, mi pare il Gesù d’allora, così biondo e roseo, e più giovane di tutti».

36Gli altri vogliono sapere, e ricordi e aneddoti scorrono nelle parole, col tempo. Viene la sera.

37«Amici, Io non ho ambienti. Ma lì vi è il laboratorio dove lavoravo. Se volete trovare rifugio lì… Ma non vi sono che i banconi».

38«Letto comodo per pescatori usi a dormire su strette assi. Grazie, Maestro. Dormire sotto il tuo tetto è onore e santificazione».

39Si ritirano con molti saluti. Anche Giuda si ritira con sua madre; vanno alla loro casa. In questa stanza restano Gesù e Maria, seduti sulla cassa-panca, al lume della lucernetta, un braccio intorno alle spalle dell’altro, e Gesù racconta, e Maria ascolta, beata, trepida, felice…

La visione cessa così.

5. Giacomo d’Alfeo accolto tra i discepoli. Gesù parla presso il banco
di Matteo
[19].

L’ incontro con Giacomo e Matteo.

Vocazione di Giacomo d’Alfeo.

1É una mattina di mercato in Cafarnao. La piazza è piena di venditori di ogni e più disparata merce.

2Gesù, che arriva nella stessa venendo dal lago, vede venirgli incontro i cugini Giuda e Giacomo. Si affretta alla loro volta e, dopo averli abbracciati con affetto, chiede premurosamente: «Vostro padre? Che è avvenuto?».

«Nulla di nuovo per la sua vita», risponde Giuda.

3«E allora, perché sei venuto? Ti avevo detto: “resta”».

Giuda abbassa il capo e tace. Ma quello che esplode, ora, è Giacomo: «É per colpa mia che egli non ti ha ubbidito. Sì. Per colpa mia. Ma io non ho potuto sopportare ancora. Tutti contro. E perché? Faccio forse del male ad amarti? Lo facciamo forse? Mi aveva fin qui trattenuto uno scrupolo di fare male. Ma ora che so, ora che Tu lo hai detto che sopra Dio neppure il padre è, allora io non ho più sopportato. Oh! ho cercato di essere rispettoso, di fare capire le ragioni, di raddrizzare le idee. Ho detto: “Perché mi combattete? Se è il Profeta, se è il Messia, perché volete che il mondo dica: ‘La sua famiglia gli fu nemica. In un mondo che lo seguiva essa mancò’? Perché, se è l’infelice che voi dite, non dobbiamo essere noi di famiglia presso la sua demenza, per impedirle di essergli nociva e di esserci nociva?”. O Gesù, così dicevo per ragionare umanamente, come loro ragionavano. Ma Tu lo sai che io e Giuda non ti crediamo folle. Tu lo sai che vediamo in Te il Santo di Dio. Tu lo sai che sempre ti abbiamo guardato come la nostra Stella maggiore. Ma non ci hanno voluto capire. Neanche più ascoltare ci hanno voluto. Ed io sono venuto via. Fra la scelta, o Gesù o la famiglia, ho scelto Te. Eccomi, se appena mi vuoi. Se poi non mi vorrai, allora sarò il più infelice degli uomini, perché non avrò più nulla. Non la tua amicizia e non l’amore della famiglia».

4«A questo siamo? O Giacomo mio, mio povero Giacomo! Non avrei voluto vederti soffrire così, perché ti amo. Ma se il Gesù-Uomo con te piange, il Gesù-Verbo per te giubila. Vieni. Io sono certo che la gioia di esser portatore di Dio fra gli uomini aumenterà di ora in ora il tuo gaudio sino a raggiungere la piena estasi nell’ora estrema della Terra e nella eterna del Cielo».

5Gesù si volge e chiama i suoi discepoli, che si erano fermati prudentemente qualche metro lontano. «Venite, amici. Il mio cugino Giacomo è ora dei miei amici e perciò vostro amico. Quanto ho desiderato quest’ora, questo giorno per lui, il mio perfetto amico d’infanzia, il mio buon fratello di giovinezza!».

L’acre di Pietro.

6I discepoli fanno festa al nuovo venuto e a Giuda che da giorni non vedevano.

«Ti avevamo cercato a casa… ma eri sul lago».

«Sì, sul lago per due giorni con Pietro e gli altri. Pietro ha avuto buona pesca. Non è vero?».

«Sì, e ora, questo mi spiace, dovrò dare tante didramme a quel ladro là…», e accenna il gabelliere Matteo, che ha il banco assediato da gente che paga per il suolo, credo, o per le derrate.

«Sarà tutto in proporzione, dico. Più peschi e più paghi, ma anche più guadagni».

«No, Maestro. Più pesco e più guadagno. Ma, se faccio peso doppio di pesca, quello là non mi fa pagare il doppio. Mi fa dare il quadruplo… Sciacallo!».

7«Pietro! Ebbene, andiamo proprio là vicino. Voglio parlare. Vi è gente sempre presso quel banco di gabella».

«Sfido io!», borbotta Pietro. «Gente e maledizioni».

«Ebbene, Io andrò a mettervi benedizioni. Chissà che un poco di onestà non entri nel gabelliere».

«Stai pure tranquillo che la tua parola non passerà per la sua pelle di coccodrillo».

«Vedremo».

8«Che gli dirai?».

«Nulla direttamente. Ma parlerò in modo che vada anche a lui».

«Dirai che è ladro tanto chi assalta sulle strade come chi scortica i poveri che lavorano per avere il pane, non per le femmine e le ebbrezze?».

9«Pietro, vuoi parlare tu per Me?».

«No, Maestro. Non saprei parlare bene».

«E con l’acre che hai dentro faresti male a te e a lui».

“Non vi è tassa per il discepolo del Maestro”

10Sono giunti presso al banco della gabella. Pietro fa per pagare.

Gesù lo ferma e dice: «Dammi le monete. Pago Io, oggi».

Pietro lo guarda stupito e poi dà una borsa di pelle con dei soldi.

11Gesù aspetta il suo turno e, quando è di fronte al gabelliere, dice: «Pago per otto corbe di pesce di Simone di Giona. Le corbe eccole là, ai piedi dei garzoni. Verifica, se credi. Ma fra onesti non dovrebbe che bastare la parola. E credo tu mi creda tale. Quanto è la tassa?».

12Matteo, che era seduto al suo banco, al punto in cui Gesù dice: «Credo che tu mi creda tale», si alza in piedi. Basso e già anzianotto, su per giù come Pietro, mostra però il viso stanco del gaudente ed una palese confusione. Sta a capo chino sul principio, poi lo alza e guarda Gesù. E Gesù lo guarda fisso, serio, dominandolo con tutta la sua imponente statura.

13«Quanto?», ripete Gesù dopo un poco.

«Non vi è tassa per il discepolo del Maestro», risponde Matteo. E a voce più bassa aggiunge: «Prega per l’anima mia».

14«La porto in Me, perché raccolgo i peccatori. Ma tu… perché non la curi?». E Gesù gli volge le spalle subito dopo, tornando a Pietro che è trasecolato di stupore. Anche altri sono trasecolati. Bisbigliano, ammiccano…

Gesù si pone addossato ad un albero, a un dieci metri da Matteo, e inizia a parlare.

L’uomo onesto (Insegnamento).

Onestà in ogni mestiere.

15«Il mondo è paragonabile ad una grande famiglia i cui componenti fanno mestieri diversi e tutti necessari. Vi sono gli agricoltori, i pastori, i vignaiuoli, i carpentieri, i pescatori, i muratori, gli operai del legno e del ferro, e poi gli scrivani, i soldati, gli ufficiali destinati a speciali missioni, i medici, i sacerdoti. Di tutto c’è. Non potrebbe il mondo esser fatto di una sola classe. Tutte necessarie, tutte sante, se tutte fanno ciò che devono con onestà e giustizia. Come si può giungere a questo se Satana tenta da tante parti? Pensando a Dio che tutto vede, anche le opere più nascoste, e alla sua legge che dice: “Ama il tuo prossimo come ti ami, non fargli ciò che non vorresti a te fatto, non rubare in nessun modo”[20].

Con le ricchezze difficilmente si acquista il Cielo.

16Dite, o voi che mi udite: quando uno muore, porta forse seco le borse dei suoi denari? E anche se fosse così stolto da volerle seco nel sepolcro, le può forse usare nell’altra vita? No. Le monete divengono metalli corrosi sulla putredine di un corpo disfatto. Ma la sua anima altrove sarebbe nuda, più povera del Giobbe beato[21], priva del più piccolo quattrino, anche se qui e nella tomba essa avesse lasciato talenti e talenti. Anzi, udite, udite! Anzi in verità vi dico che con le ricchezze difficilmente si acquista il Cielo, ma anzi generalmente con esse si perde il Cielo, anche se ricchezze onestamente avute o per eredità o per guadagno, perché pochi sono i ricchi che sanno usare giustamente delle ricchezze.

Valute che valgono nel Regno dei Cieli.

17Che occorre allora per avere questo Cielo benedetto, questo riposo nel seno del Padre? Occorre non essere avidi di ricchezze. Non avidi nel senso di volerle ad ogni costo, anche mancando ad onestà e amore. Non avidi nel senso che, avendole, si amino più del Cielo e del prossimo, negando carità al prossimo che è bisognoso. Non avidi per quanto le ricchezze possono dare, ossia donne, piaceri, ricca mensa, vesti di sfarzo che sono offesa a chi ha freddo e fame. Vi è sì, vi è una maniera per cambiare le monete ingiuste del mondo in valuta che vale nel Regno dei Cieli. Ed è la santa furbizia di fare delle ricchezze umane, sovente ingiuste o causa di ingiustizia, delle ricchezze eterne. Ossia guadagnare con onestà, rendere ciò che ingiustamente si ebbe, usare dei beni con parsimonia e distacco, sapendosene separare, perché prima o poi essi ci lasciano – oh! pensare questo! – mentre il bene compiuto non mai più ci lascia.

Non c’è pentimento finché dura l’appetito peccaminoso.

18Tutti vorremmo esser detti “giusti” e tali esser creduti, e come tali premiati da Dio. Ma come può Dio premiare chi solo ha nome di giusto ma non ha le opere? Come può dire: “Ti perdono”, se vede che il pentimento è solo verbale, ma non accompagnato da vero mutamento di spirito? Non vi è pentimento finché dura l’appetito per l’oggetto per cui peccammo. Ma quando uno si umilia, quando uno si mutila del membro morale di una mala passione, che può chiamarsi donna o oro, dicendo: “Per Te, Signore, non più di questo”, ecco allora che veramente è pentito. E Dio lo accoglie dicendo: “Vieni, mi sei caro come un innocente ed un eroe”».

Relatività tra fede e miracolo.

Pianto di Maria d’Alfeo.

19Gesù ha finito. Se ne va senza neppure voltarsi verso Matteo, che è venuto presso il cerchio degli ascoltatori sin dalle prime parole. Quando sono presso la casa di Pietro, la moglie di lui corre incontro a dire al marito qualcosa. Pietro fa cenno a Gesù di venirgli vicino. «C’è la madre di Giuda e Giacomo. Vuol parlare con Te, ma non vuole esser vista. Come facciamo?».

20«Così. Io entro in casa come per riposare e voi tutti andate a distribuire l’obolo ai poveri. Tieni anche le monete della tassa non voluta. Va’».

21Gesù fa un cenno di commiato a tutti, mentre Pietro li arringa per persuaderli ad andare con lui.

22«Dove è la madre, donna?», chiede Gesù alla moglie di Pietro.

«Sulla terrazza, Maestro. Vi è ombra ancora e fresco. Sali pure. Vi è anche più libertà che in casa».

23Gesù sale per la scaletta. In un angolo, sotto la folta pergola di vite, seduta su una panchetta messa presso il parapetto, tutta vestita di scuro, col velo molto calato sul volto, è Maria d’Alfeo. Piange piano, senza rumore. Gesù la chiama: «Maria! Zia cara!».

Lei alza un povero viso angosciato e tende le mani: «O Gesù! Quanto dolore è nel mio cuore!».

Gesù le è presso. La forza a stare seduta. Ma Lui resta in piedi col suo mantello ancor drappeggiato addosso, tenendo una mano sulle spalle della zia e l’altra fra le mani di lei.

24«Che hai? Perché tanto pianto?».

«Oh! Gesù! Sono scappata di casa dicendo: “Vado a Cana a cercare uova e vino per il malato”. Presso Alfeo è tua Madre che cura come Lei sa fare, e sono tranquilla. Ma in realtà sono venuta qui. Ho corso per tutte le notti per giungere qui più presto. E non ne posso più… Ma la fatica è nulla. É il dolore del cuore che mi fa male!… Il mio Alfeo… il mio Alfeo… i miei figli… oh! perché fra quelli di un sangue tanta differenza, e questa essere come le due pietre di una macina per stritolare il cuore di una madre? Sono con Te Giuda e Giacomo? Sì? Allora sai… Oh! Gesù! Il mio Alfeo perché non comprende? Perché muore? Perché vuol morire così? E Simone e Giuseppe? Perché, perché non con Te ma contro di Te?».

25«Non piangere, Maria. Io non ho rancore per loro. L’ho detto anche a Giuda. Io capisco e compatisco. Se è per questo che piangi, non piangere più».

26 «Per questo, sì, perché ti offendono. Per questo e poi, e poi, e poi… perché non voglio che lo sposo mio muoia a Te nemico. Dio non lo perdonerà… e io… oh! non lo avrò più neppur nell’altra vita…».

27Maria è proprio angosciata. Piange a grossi lacrimoni sulla mano sinistra che Gesù le ha abbandonata, ed ogni tanto la bacia, e alza il suo povero volto straziato.

28«No», dice Gesù. «No. Non dire così. Io perdono. E se perdono Io…».

L’incredulità vanifica il miracolo.

29«Oh! vieni, Gesù. Vieni a salvargli l’anima e il corpo. Vieni… Dicono anche, per accusarti, già dicono che hai levato due figli ad un padre che muore, e lo dicono per Nazaret, capisci? Ma dicono anche: “Fa da per tutto miracoli e nella sua casa non li sa fare”, e perché ti difendo dicendo: “Che può, se l’avete cacciato quasi coi vostri rimproveri, se non credete?”, mi contendono».

30«Hai detto bene: se non credete. Come posso fare dove non si crede?».

31«Oh! Tu puoi tutto! Io credo per tutti! Vieni. Fa’ un miracolo… per la tua povera zia…».

32«Non posso»[22]. Gesù è mestissimo nel dirlo. Ritto in piedi, stringendo al suo petto la testa della piangente, pare confessi la sua impotenza alla natura serena, pare chiamarla testimone della sua pena di non potere per decreto eterno.

La donna piange più forte.

Promesse di Gesù alle anime fedeli.

33«Ascolta, Maria. Sii buona. Io ti giuro che se potessi, se fosse bene farlo, lo farei. Oh! strapperei al Padre questa grazia, per te, per mia Madre, per Giuda e Giacomo e anche, sì, anche per Alfeo, Giuseppe e Simone. Ma non posso. Tu ora hai tanto male al cuore e non puoi capire la giustizia di questo mio non potere. Te la dico, ma non la capirai lo stesso. Quando fu l’ora del transito di mio padre, e tu sai se era giusto e se mia Madre lo amava, Io non lo trassi a vita ancora. Non è giusto che la famiglia in cui un santo vive sia esente dalle inevitabili sventure della vita. Se così fosse, Io dovrei essere eterno sulla Terra, eppure presto morrò, né Maria, la santa Madre mia, potrà strapparmi alla morte. Non posso. Quel che posso è questo. E lo farò».

34Gesù si è seduto e si è preso il capo della parente sulla spalla. «Questo farò. Prometterti, per questo dolore, la pace al tuo Alfeo, assicurarti che non ne sarai divisa, darti la mia parola che la nostra famiglia sarà riunita nel Cielo, ricomposta in eterno e che, fin che Io viva ed oltre, infonderò sempre alla mia cara parente tanta pace, tanta forza, sino a fare di lei una apostola presso tante povere donne che più facile sarà a te, donna, avvicinare. Sarai la mia diletta amica in questo tempo di evangelizzazione. La morte, non piangere, la morte di Alfeo ti libera dai doveri maritali e ti eleva a quelli più sublimi di un mistico sacerdozio[23] femminile, tanto necessario presso l’altare della gran Vittima e presso tanti pagani, che piegheranno più l’animo davanti all’eroismo santo delle donne discepole che non a quello dei discepoli. Oh! che il tuo nome, zia cara, sarà come una fiamma nel cielo cristiano… Non piangere più. Va’ in pace. Forte, rassegnata, santa. Mia Madre… fu vedova prima di te… e ti conforterà come Lei sa. Vieni. Non voglio tu parta sola sotto questo sole. Pietro ti accompagnerà con la barca sino al Giordano e di lì a Nazaret con un asinello. Sii buona».

35«Benedicimi, Gesù. Dammi forza Tu».

36«Sì, ti benedico e ti bacio, zia buona».

37E la bacia teneramente, tenendola ancora a lungo contro il suo cuore sinché la vede calmata.

6. A Nazareth dal vecchio e malato Alfeo. Non è facile la vita dell’apostolo[24].

L’arrivo a Nazaret.

Gara di carità.

1Gesù è coi suoi per le belle colline di Galilea. Per sfuggire al sole ancora alto, per quanto volgente al tramonto, camminano sotto gli alberi, quasi sempre ulivi.

2«Oltre quel ciglio è Nazaret», dice Gesù. «Fra poco ci siamo. Ora Io vi dico che al limite della città ci separeremo. Giuda e Giacomo andranno subito dal padre loro, come il loro cuore desidera. Pietro e Giovanni distribuiranno ai poveri, che certo saranno presso la fontana, l’obolo. Io e gli altri andremo a casa per la cena e poi penseremo al riposo».

3«Noi torneremo dal buon Alfeo. Glielo abbiamo promesso l’altra volta. Ma però io verrò solo per salutarlo. Cedo il letto a Matteo, che ancor non è uso ai disagi», dice Filippo.

4«No. Tu no, che sei anziano. Non lo permetto. Ho avuto comodo giaciglio fino ad ora, ma che sonni d’inferno vi facevo! Credi, ora sono così in pace che mi pare dormire fra le piume anche se mi sdraio sui sassi. Oh! è la coscienza quella che fa o non fa dormire!», risponde Matteo.

5Si accende una gara di carità con Matteo fra i discepoli Tommaso, Filippo e Bartolomeo, che, si capisce, sono quelli che l’altra volta erano in casa di questo Alfeo (che non è certo il padre di Giacomo, perché costui parla con Andrea e dice: «Un posto per te ci sarà sempre come l’altra volta, anche se il padre è più malato»).

6Vince Tommaso: «Io sono il più giovane del gruppo. Il letto lo cedo io. Lasciami fare, Matteo. Un poco per volta ti abituerai. Credi mi pesi? No. Sono come un innamorato che pensa: “…sarò sul duro, ma sono vicino al mio amore”». Tommaso, uomo sui trentotto anni, ride gioviale, e Matteo cede.

7Nazaret è ormai a pochi metri con le sue prime case.

«Gesù… noi andiamo», dice Giuda.

«Andate, andate».

I due fratelli vanno quasi di corsa.

«Eh! il padre è padre», mormora Pietro.

8«Anche se ci fa il broncio, è sempre nostro sangue, e il sangue tira più di una fune. E poi… Mi piacciono i tuoi cugini. Sono molto buoni».

9«Sono molto buoni, sì. E sono umili, tanto da non studiarsi neppure per misurare quanto lo sono. Credono sempre di esser manchevoli, perché il loro spirito vede il buono in tutti, men che in loro. Faranno molta strada…».

La Fraternità apostolico.

10Ormai sono in Nazareth. Delle donne vedono Gesù e lo salutano, anche uomini e bimbi lo fanno. Ma qui non vi sono le acclamazioni degli altri luoghi al Messia: qui sono amici che salutano l’Amico che torna. Chi più, chi meno espansivamente. In molti vedo anche una ironica curiosità nell’osservare il gruppo eterogeneo che è con Gesù, e che non è certo un gruppo di dignitari regali, né di pomposi sacerdoti. Accaldati, impolverati, vestiti molto modestamente, meno Giuda Iscariota, Matteo, Simone e Bartolomeo – e li ho messi in ordine decrescente di eleganza – paiono più un’accolta di popolani in viaggio per qualche mercato, che non dei seguaci di un re. Il quale Re, di suo, non ha che l’imponenza della statura e soprattutto l’imponenza dell’aspetto.

Un amico fedele.

11Fanno qualche metro e poi Pietro e Giovanni si staccano andando a destra, mentre Gesù con gli altri procede fino ad una piazzetta piena di bambini vocianti intorno ad una vasca piena di acqua, alla quale le madri attingono. Un uomo vede Gesù e fa un cenno di stupore gioioso. Si affretta verso Lui e lo saluta: «Ben tornato! Non ti attendevo così presto! Tieni: bacia il mio ultimo nipote. É il piccolo Giuseppe. É nato in questa tua assenza», e gli porge un piccolino che ha fra le braccia. «Giuseppe l’hai chiamato?».

 12«Sì. Non dimentico il mio quasi parente e, più ancora che parente, il mio grande amico. Ora ho tutti i nomi più cari messi anche ai nipoti: Anna, la mia amica di quando ero piccino, e Gioacchino. Poi Maria… oh! quando nacque che festa! Me lo ricordo quando me la dettero a baciare e mi dissero: “Vedi? Quel bell’arcobaleno è stato il ponte per il quale Essa è scesa dal Cielo. Gli angeli usano quella via li”, e davvero pareva un angiolino, tanto era bella… Ora ecco Giuseppe. Se sapevo che tornavi tanto presto, aspettavo Te per la circoncisione».

13«Ti ringrazio per il tuo amore ai nonni e al padre e Madre mia. É un bel bambino. Sia giusto in eterno come il giusto Giuseppe». Gesù palleggia il piccolino, che fa abbozzi di risatine piene di latte.

14«Se mi attendi, vengo con Te. Aspetto che siano piene le anfore. Non voglio che mia figlia Maria si affatichi. Anzi, guarda, faccio così. Do le brocche ai tuoi, se le prendono, e parlo un poco con Te, da solo».

 «Ma certo che le prendiamo! Non siamo dei re assiri», esclama Tommaso e per primo afferra una brocca.

15«Allora, guardate, Maria di Giuseppe in casa non c’è. É dal cognato, sai? Ma la chiave è in casa mia. Fatevela dare per entrare in casa, nel laboratorio, voglio dire».

«Sì, sì, andate. Anche in casa. Poi vengo Io».

A casa del vecchio iroso Alfeo.

La pazzia d’Alfeo.

Gli apostoli se ne vanno e Gesù resta con Alfeo.

16«Volevo dirti… Sono tuo vero amico… E quando uno è vero amico, ed è più vecchio, ed è del luogo, può parlare. Credo che debba parlare… Io… io non ti voglio consigliare. Tu sai meglio di me. Solo ti voglio avvertire che… oh! non voglio fare la spia, né metterti in cattiva luce i parenti. Ma io credo in Te, Messia, e.… e mi fa male, ecco, vedere che essi dicono che Tu non sei Tu, ossia il Messia, che Tu sei un malato, che Tu rovini la famiglia e i parenti. La città… Sai, Alfeo è molto stimato e perciò la città ascolta anche loro, e ora è malato e fa pena… Anche la pena delle volte serve a far fare cose ingiuste. Vedi, io c’ero quella sera che Giuda e Giacomo difesero Te e la loro libertà di seguirti… Oh! che scena! Io non so come tua Madre ci resista! È quella povera Maria d’Alfeo? Le donne sono sempre vittime in certe situazioni di famiglia».

«Ora i cugini sono dal padre…».

17«Dal padre? Oh! li compiango! Il vecchio è proprio fuori di sé e, se non fosse, mi farebbe ancora più pena perché… rovinerebbe l’anima sua».

18«Pensi che tratterà male i figli?»

«Ne sono certo. Mi spiace per loro e per le donne… Dove vai?».

«A casa d’Alfeo».

19«No, Gesù! Non ti fare mancare di rispetto!».

«I cugini mi amano al disopra di loro stessi ed è giusto Io li paghi di uguale amore… Là vi sono due donne a Me care… Vado. Non trattenermi».

Una barriera d’amore.

20E Gesù si affretta verso la casa di Alfeo, mentre l’altro resta pensieroso in mezzo alla via. Gesù va veloce. Eccolo sul limite dell’orto di Alfeo. Lo raggiunge un pianto di donna e urla scomposte di uomo. Gesù va ancor più veloce per quei pochi metri che separano la via dalla casa, attraverso l’orto tutto verde. É quasi sulla soglia della casa quando alla porta si affaccia la Mamma e vede il Figlio.

«Mamma!».

«Gesù!».

21Due gridi di amore. Gesù fa per entrare, ma Maria dice: «No, Figlio». E si mette sulla soglia a braccia aperte, le mani strette agli stipiti, una barriera di carne e d’amore, e ripete: «No, Figlio. Non lo fare».

22«Lascia, Mamma. Non accadrà nulla». Gesù è calmissimo, nonostante l’accentuato pallore di Maria certo lo turbi. Prende il polso sottile di Lei, stacca la mano dallo stipite e passa.

Collera senile del vecchio iroso Alfeo.

23Nella cucina sono sparse al suolo, e ridotte a viscida melma, le uova, i grappoli d’uva, il vaso del miele portati da Cana. Da un’altra stanza viene una voce querula di vecchio che impreca, che accusa, che si lamenta, in una di quelle collere senili così ingiuste, impotenti, penose a vedersi e dolorose a subirsi: «… ecco la mia casa distrutta, divenuta zimbello di tutta Nazaret, ed io qui, solo, senza aiuto, colpito nel cuore, nel rispetto, nei bisogni!… Ecco che ti resta, Alfeo, per aver agito da vero fedele! E perché? Perché? Per un folle. Un folle che fa folli i miei stolti figli. Ahi! Ahi! Che dolori!».

24E la voce di Maria d’Alfeo, lacrimosa, che supplica: «Buono, Alfeo, buono! Lo vedi che ti fai del male? Vieni, che ti aiuto a coricarti… Sempre buono tu, sempre giusto… Perché ora così con te? Con me? Con quei poveri figli? …».

25«Niente! Niente! Non mi toccare! Non voglio! Buoni i figli? Ah! sì! Davvero! Due ingrati! Mi portano miele dopo avermi fatto pieno d’assenzio. Mi portano uova e frutta, dopo essersi cibati del mio cuore! Va’ via, ti dico. Via! Non voglio te. Voglio Maria. Lei sa fare. Dove è ora quella debole femmina che non sa farsi ubbidire dal Figlio?».

26Maria d’Alfeo, cacciata, entra in cucina mentre Gesù sta per entrare nella stanza di Alfeo. Lo vede e gli crolla addosso singhiozzando disperata, mentre Maria, la Vergine, va umile e paziente dal vecchio iroso.

27«Non piangere, zia. Ora vado Io».

«Nooh! Non ti fare insultare! Pare pazzo. Ha il bastone. No, Gesù, no. Ha colpito anche i figli».

28«Non mi farà nulla», e Gesù fermamente, sebbene dolcemente, mette da parte la zia ed entra.

Il Messia è la Bontà, è l’Amore.

29«Pace a te, Alfeo».

Il vecchio, che sta per coricarsi fra mille querele e rimproveri a Maria, perché non sa fare (prima diceva che Lei sola sapeva fare), si volta di scatto. «Qui? Qui a beffarti di me? Anche questo?».

30«No. A portarti pace. Perché così inquieto? Ti peggiori. Mamma, lascia. Lo sollevo Io. Non ti farò male e non farai fatica. Mamma, solleva le coperture». E Gesù prende con cura quel mucchietto d’ossa rantolante, bolso, cattivo, piangente, misero, e lo appoggia con cura, come fosse un neonato, sul letto. «Ecco, così. Come facevo al padre mio. Più alto questo cuscino. Starai sollevato e respirerai meglio. Mamma, metti qui, sotto le reni, quello lì, piccolino. Starà più morbido. Ora così la luce, che non gli colpisca gli occhi pur lasciando entrare aria pura. Ecco fatto. Ora… ho visto un decotto sul fuoco. Portalo, Mamma. E ben dolce. Sei tutto sudato e stai raffreddando. Ti farà bene».

Maria esce ubbidiente.

31«Ma io… ma io… Perché sei buono con me?».

«Perché ti voglio bene, lo sai».

32«Io te ne volevo… ma ora…».

«Ora non me ne vuoi più. Lo so. Ma Io te ne voglio, e ciò mi basta. Poi mi amerai…».

33«E allora… ahi, ahi… che dolori! e allora, se è vero che mi vuoi bene, perché fai offesa ai miei capelli bianchi?».

34«Non ti offendo, Alfeo, in nessun modo. Ti onoro».

«Onoro? Sono lo zimbello di Nazaret, ecco».

35«Perché, Alfeo, dici così? Zimbello in che ti faccio?».

«Nei figli. Perché ribelli? Per Te. Perché deriso? Per Te».

Il rancore ostacola la guarigione.

36«Dimmi: se Nazaret ti lodasse per la sorte dei tuoi figli, sentiresti lo stesso dolore?».

«Allora no! Ma Nazaret non mi loda. Mi loderebbe se davvero Tu fossi un che va a conquista. Ma di lasciarmi per un poco men che demente, che va per il mondo attirandosi odi e beffe, povero, in mezzo a poveri! Ah! chi non riderebbe! Povera mia casa! Povera casa di Davide, come finisci! Ed io dovevo vivere tanto per vedere questa sventura? Vedere Te, tralcio ultimo della gloriosa stirpe, corromperti in demenza per troppa servilità! Ah! sventura su noi dal giorno che il mio imbelle fratello si lasciò unire a quella insipida e pur prepotente donna, che su lui ebbe ogni imperio. L’ho detto, allora: “Giuseppe non è per le nozze. Sarà infelice!”. E lo fu. Lui lo sapeva come era, e di nozze non ne aveva mai voluto sapere. Maledizione alla legge delle orfane eredi![25] Maledizione al destino. Maledizione a quegli sponsali».

37La “Vergine erede” è tornata col decotto, in tempo per sentire le geremiadi del cognato. É ancor più pallida. Ma la sua grazia paziente non è turbata. Va da Alfeo e con un dolce sorriso lo aiuta a bere.

38«Sei ingiusto, Alfeo. Ma hai tanto male che tutto ti è perdonato», dice Gesù che gli sorregge il capo.

39«Oh! sì! Tanto male! Dici che sei il Messia! Fai prodigi. Così dicono. Almeno, per pagarmi dei figli che hai preso, mi guarissi. Guariscimi… e ti perdonerò».

40«Tu perdona ai figli. Comprendi la loro anima, ed Io ti darò sollievo. Se hai rancore, non posso fare nulla[26]».

41«Perdonare?». Il vecchio fa uno scatto che naturalmente acutizza tutti gli spasimi, e ciò lo inferocisce di nuovo. «Perdonare? Mai! Va’ via! Via, se devi dirmi questo! Via! Voglio morire senza essere oltre turbato».

42Gesù ha un gesto rassegnato. «Addio, Alfeo. Me ne vado… Devo proprio andare? Zio… devo proprio andare?».

43«Se non mi accontenti, si, vattene. E di’ a quei due serpenti che il vecchio padre muore in rancore con loro».

44«No. Questo no. Non perdere l’anima tua. Non amarmi, se vuoi. Non credermi il Messia. Ma non odiare. Non odiare, Alfeo. Deridimi. Dimmi folle. Ma non odiare».

45«Ma perché mi vuoi bene, se io ti insulto?».

«Perché son Quello che tu non vuoi riconoscere. Sono l’Amore. Mamma, Io vado alla casa».

«Sì, Figlio mio. Fra poco verrò».

46«Ti lascio la mia pace, Alfeo. Se mi vuoi, mandami a chiamare, a qualunque ora, e verrò».

47Gesù esce, calmo come niente fosse accaduto. Solo è più pallido.

«Oh! Gesù, Gesù, perdonalo», geme Maria d’Alfeo.

48«Ma sì, Maria. Non ce n’è neppure bisogno di farlo. Ad uno che soffre tutto si perdona. Ora è più calmo già. La Grazia lavora anche all’insaputa dei cuori. E poi c’è il tuo pianto, e certo il dolore di Giuda e Giacomo e la loro fedeltà alla vocazione. La pace nel tuo ambasciato cuore, zia». La bacia ed esce nell’orto per andare a casa.

49Quando sta per porre piede nella via, ecco entrare Pietro e, dietro a questo, Giovanni, anelanti come chi ha corso.

50«Oh! Maestro! Ma che è stato? Giacomo mi ha detto: “Corri a casa mia. Chissà come è trattato Gesù”. Ma no, sbaglio. É entrato Alfeo, quello della fontana, e ha detto a Giuda: “Gesù è a casa tua”, e allora Giacomo ha detto così… I tuoi cugini sono atterrati. Io non ci capisco nulla. Ma ti vedo… e mi rassicuro».

51«Niente, Pietro. Un povero malato che i dolori rendono insofferente. Ora è tutto finito».

L’animo dei discepoli.

Satira dell’Iscariota.

52«Oh! ne sono lieto! E tu perché qui?».

Pietro interpella l’Iscariota che accorre lui pure, e il tono non è molto soave.

«Ci sei anche tu, mi pare».

«Mi hanno pregato di venirci e ci sono venuto».

«Anche io ci sono venuto. Se il Maestro era in pericolo, e nella sua patria, io, che l’ho già difeso nella Giudea, lo posso difendere anche in Galilea».

«A questo bastiamo noi. Ma non ce ne è bisogno in Galilea».

53«Ah! Ah! Ah! Infatti! La sua patria lo espelle come un cibo indigesto. Bene. Ne sono contento per te, che ti sei fatto scandalo per un piccolo incidente avvenuto in Giudea, dove Lui è sconosciuto. Qui, invece! …», e Giuda termina con una fischiatina che è un poema di satira.

54«Senti, ragazzo. Sono poco in vena di sopportarti. Smettila, perciò, se ti preme… qualcosa. Maestro, ti hanno fatto male?».

«Ma no, Pietro mio. Te lo assicuro. Andiamo più svelti a consolare i cugini».

Eroica fedeltà.

55Vanno, entrano nel grande laboratorio. Giuda e Giacomo sono presso il grande bancone da falegname, Giacomo in piedi, Giuda seduto su uno sgabello e col gomito sul banco, il capo sulla mano. Gesù va a loro sorridente, per rassicurarli subito che il suo cuore li ama: «Alfeo è più quieto, ora. I dolori si calmano e tutto torna pace. State quieti voi pure».

56«Lo hai visto? E la mamma?».

«Ho visto tutti».

57Giuda chiede: «Anche i fratelli?».

«No. Non c’erano».

«C’erano. Non si sono voluti mostrare a Te. Ma a noi! Oh! se avessimo fatto un delitto, così non saremmo stati trattati. E noi che venivamo volando da Cana per la gioia di rivederlo e portargli ciò che a lui piace! Lo amiamo e.… e non ci capisce più… non ci crede più».

58Giuda piega il braccio e piange col capo sul banco. Giacomo è più forte. Ma il suo viso esprime un interno martirio.

«Non piangere, Giuda. E tu, non soffrire».

89«Oh! Gesù! Siamo figli… e ci ha maledetti. Ma, anche se questo ci strazia, no, non torniamo indietro! Siamo tuoi, e tuoi saremo anche se per staccarci da Te ci minacciano di morte!», esclama Giacomo.

60«E tu dicevi che non eri capace d’eroismo? Io lo sapevo. Ma tu da te lo dici. In verità tu sarai fedele anche contro la morte. E tu pure». Gesù li carezza. Ma essi soffrono. Il pianto di Giuda empie la volta di pietra. E qui ho modo di vedere meglio l’anima dei discepoli.

L’animo dei discepoli.

61Pietro, che ha il suo onesto viso addolorato, esclama: «Eh! sì! É un dolore… Cose tristi. Ma, ragazzi miei (e li scuote con affetto) non è da tutti meritare quelle parole… Io… io mi accorgo che sono stato un fortunato nella mia chiamata. Quella brava donna di mia moglie mi dice sempre: “É come fossi ripudiata, perché tu non sei più mio. Ma dico: ‘Oh! felice ripudio”‘. Ditelo anche voi. Perdete un padre, ma acquistate Dio». Il pastore Giuseppe, stupito, nella sua ignara sorte di orfano, che un padre possa esser cagione di pianto, dice: «Credevo di essere il più infelice perché senza padre. Mi accorgo che è meglio piangerlo morto che nemico».

62Giovanni si limita a baciare e carezzare i compagni. Andrea sospira e tace. Si strugge di parlare, ma la sua timidezza lo imbavaglia. Tommaso, Filippo, Matteo e Natanaele parlano piano in un angolo col rispetto di chi è presso un dolore vero. Giacomo di Zebedeo prega, appena intelligibilmente, perché Dio dia pace. Simone Zelote, oh! quanto mi piace il suo atto! Lascia il suo angolo e viene presso i due afflitti, pone una mano sul capo di Giuda, l’altro braccio intorno alla vita di Giacomo, e dice: «Non piangere, figlio. Egli ce lo aveva detto, a me e a te: “Vi unisco: tu che per Me perdi un padre e tu che hai cuore di padre senza aver figli”. E non abbiamo capito quanto vi era di profezia nelle parole. Ma Egli sapeva. Ecco, io ve ne prego. Sono vecchio e sempre ho sognato d’esser detto “padre”. Accettatemi per tale ed io, come padre, vi benedirò mattina e sera. Ve ne prego, accettatemi per tale».

L’aspide.

63I due annuiscono fra singhiozzi più forti. Entra Maria e corre presso i due afflitti. Carezza sulla testa morata Giuda e sulla guancia Giacomo. È pallida come un giglio. Giuda le prende la mano e la bacia, e chiede: «Che fa?».

«Dorme, figlio. La mamma vi manda il suo bacio», e li bacia ambedue.

64La voce aspra di Pietro esplode: «Senti, vieni qui un momento, che ti voglio dire una cosa», e vedo Pietro che afferra con la sua robusta mano un braccio dell’Iscariota e lo porta fuori, sulla via. E poi torna solo.

65«Dove l’hai mandato?», chiede Gesù.

«Dove? A prendere aria, se no finivo che l’aria gliela davo io in un altro modo… e non l’ho fatto solo per Te. Oh! ora si sta meglio. Chi ride davanti ad un dolore è un aspide, ed io le serpi le schiaccio… Qui ci sei Tu… e l’ho solo mandato al chiaro di luna. Sarà… ma io diventerò anche uno scriba, cosa che solo Dio può farla in me che appena so che sono al modo; ma lui, neanche con l’aiuto di Dio diventa buono. Te lo assicura Simone di Giona, e non sbaglio. No! Non te il prendere! Non gli è parso vero di uscire da una tristezza. È più arido di una selce al sole d’agosto. Su, ragazzi! Qui c’è una Madre che più dolce non l’ha neppure il Cielo. Qui c’è un Maestro che è più buono di tutto il Paradiso, qui ci sono tanti cuori onesti che vi amano sinceramente. Le burrasche fanno bene: fan cadere la polvere. Domani sarete più freschi di fiori, più svelti di uccelli, per seguire il nostro Gesù».

E su queste semplici e buone parole di Pietro tutto ha fine.


La “Madre” e gli “Apostoli” (Insegnamento).

La Madre.

Dice poi Gesù: 

66«Dopo questa visione metterai quella che ti ho dato nella primavera 1944, quella in cui Io chiedevo alla Madre mia le sue impressioni sugli apostoli. Ormai le loro figure morali hanno già dato sufficienti bagliori perché possa esser messa qui quella visione, senza creare scandalo in nessuno. Non avevo bisogno del consiglio di alcuno. Ma quando eravamo soli, mentre i discepoli erano sparsi in famiglie amiche o per le borgatelle vicine, durante le soste mie a Nazaret, come m’era dolce parlare e chiedere consiglio alla mia dolce Amica, la Mamma, e avere conferma, dalla sua bocca di grazia e sapienza, di quanto già Io avevo visto. Non sono mai stato altro che “il Figlio” con Lei. E fra i nati di donna non ci fu una madre più “madre” di Lei, in tutte le perfezioni delle materne virtù umane e morali, né ci fu figlio più “figlio” di Me nel rispetto, nella confidenza, nell’amore.

Lo stile apostolico.

67Ed ora che anche voi avete avuto un minimo di conoscenza coi Dodici, delle loro virtù, dei loro difetti, del loro carattere, delle loro lotte, c’è ancora qualcuno che dice che mi fu facile unirli, elevarli, formarli? E c’è ancora qualcuno che giudica essere facile la vita dell’apostolo, e per essere un apostolo, ossia, sovente, per credersi tale, giudica avere diritto ad una vita piana, senza dolori, contrasti, sconfitte?

 68C’è ancora qualcuno che, perché mi serve, pretende che Io sia il suo servo e faccia miracoli a getto continuo in suo favore, facendo della sua vita un tappeto fiorito, facile, umanamente glorioso? La mia via, il mio lavoro, il mio servizio è la croce, il dolore, le rinunce, il sacrificio. L’ho fatto Io. Lo facciano coloro che si vogliono dire “miei”.

Madre e Vergine.

69Questo non è per i Giovanni, ma per i dottori malcontenti e difficili. E ancora per i dottori del cavillo dico che ho usato il termine “zio” e “zia”, inusato nelle lingue palestinesi, per chiarire e definire una irrispettosa questione sulla mia condizione di Unigenito di Maria e sulla Verginità pre e post parto di mia Madre, la quale mi ebbe per spirituale e divino connubio e, lo si ripeta ancora una volta, non conobbe altre unioni, né ebbe altri parti. Carne inviolata, che neppure Io lacerai, chiusa sul mistero di un seno-tabernacolo, trono della Trinità e del Verbo incarnato».

7. Gesù interroga la Madre in merito
ai discepoli
[27].

La Confidente del cuore.

1Ora vedo, due ore circa dopo la su descritta, la casa di Nazareth. Riconosco la stanzetta dell’addio, aperta sull’orticello dove ora le piante sono tutte coperte di fronde.

2Gesù è con Maria. Seduti l’uno presso l’altra sul sedile di pietra contro la casa. Sembra che la cena sia già avvenuta e che, mentre gli altri, se altri ve ne sono – io non vedo nessuno – si sono già ritirati, Madre e Figlio si beino a vicenda in una dolce conversazione. La voce interna mi dice che è quella una delle prime volte che Gesù torna a Nazareth dopo il battesimo, il digiuno del deserto e la costituzione del collegio apostolico soprattutto. Egli narra alla Madre le sue prime giornate di evangelizzazione, le prime conquiste di cuori. Maria pende dalle labbra del suo Gesù.

3É più magra, Maria, più pallida, come avesse sofferto in questo tempo. Sotto i suoi occhi si sono scavate due ombre, come quelle di chi molto piange e pensa. Ma ora è felice e sorride. Sorride accarezzando la mano del suo Gesù. É felice di averlo là, di stare cuore a cuore con Lui nel silenzio della sera che scende.

4Deve essere estate, perché già il fico ha i suoi primi frutti maturi che si stendono fin verso la casa, e Gesù ne coglie alcuni alzandosi in piedi, ed i più belli li dà alla Madre, sbucciandoli con cura e offrendoli in una corona di buccia rovesciata, come fossero boccioli bianchi striati di rosso, fra una corolla di petali candidi dentro, violacei di fuori. Li offre sulla palma della sua mano e sorride vedendo che la Mamma li gusta.

La consigliere del Messia.

5Poi, a bruciapelo, le chiede: «Mamma, hai visto i discepoli? Che ne pensi?».

Maria, che sta per portare alla bocca il terzo fico, alza il capo, sospende il gesto, trasale, guarda Gesù.

6«Che ne pensi, ora che te li ho mostrati tutti?», incalza Gesù.

«Credo che ti amino e che potrai ottenere da loro molto. Giovanni… amalo Giovanni come Tu sai amare. É un angelo. Io sono in pace quando penso che è con Te. Anche Pietro… è buono. Più duro perché più vecchio, ma schietto e convinto. E suo fratello. Essi ti amano così come sono capaci, per ora. Poi ti ameranno di più. Anche i cugini nostri, ora che si sono convinti, ti saranno fedeli. Ma l’uomo di Keriot… quello non mi piace, Figlio. Il suo occhio non è limpido e il suo cuore meno ancora. Mi fa paura».

«Con te è tutto rispetto».

7«Troppo rispetto. Anche con Te è tutto rispetto. Ma non è per Te Maestro; è per Te futuro Re, da cui spera utile e lustro. Era un nulla, appena un poco da più degli altri a Keriot. Spera di avere al tuo fianco un ruolo di importanza e.… oh! Gesù, non voglio offendere la carità, ma penso, anche se pensare non lo voglio, che in caso che Tu lo deluda egli non esiterà a sostituirsi a Te, a cercare di farlo. É ambizioso, avido e vizioso. Più adatto ad essere cortigiano di un re terreno che un apostolo tuo, Figlio mio. Mi fa paura!». E la Mamma guarda il suo Gesù con due occhi sgomenti nel viso pallido.

La Discepola del Messia.

8Gesù sospira. Pensa. Guarda sua Madre. Le sorride per rincuorarla: «Anche questo ci vuole, Mamma. Se non fosse lui, sarebbe un altro. Il mio Collegio deve rappresentare il mondo, e nel mondo non tutti sono angeli e non tutti sono della tempra di Pietro e Andrea. Se scegliessi tutte le perfezioni, come potrebbero le povere anime malate osare sperare di divenire mie discepole? Io sono venuto a salvare ciò che è perduto, Mamma. Giovanni è salvo di suo. Ma quanti non lo sono!».

9«Non ho paura di Levi. Egli si è redento perché si è voluto redimere. Ha lasciato il suo peccato insieme al suo banco di gabelliere e si è fatto un’anima nuova per venire con Te. Ma Giuda di Keriot no. Anzi l’orgoglio fa sempre più sua la sua vecchia anima brutta. Ma Tu le sai queste cose, Figlio. Perché me le chiedi? Io non posso che pregare e piangere per Te. Tu sei il Maestro. Anche della tua povera Mamma».

La visione cessa qui. 

8. A Nazareth per la morte di Alfeo. Lenta conversione del cugino Simone[28].

Primazia dello spirito.

Venti diversi(Lc 4.14-15)[29].

1La sera scende fra un gran rosso di tramonto che, come un fuoco che si spegne, diventa sempre più cupo sino ad assumere quasi il colore di un viola rubinato. Una tinta splendida, rara, che pennella, sfumandosi lentamente, l’occidente, fino a svanire nel cobalto scuro del cielo, là dove l’oriente sempre più avanza con le sue stelle e il suo arco di luna crescente, già volgente alla seconda fase. Gli agricoltori si affrettano alle case, che già mostrano i focolari accesi per le volute di fumo che escono dalle basse casette di Nazaret.

2Gesù sta per tornare in città e, contrariamente a quanto vorrebbero gli altri, non vuole che alcuno vada ad avvisare la Madre. «Non accadrà nulla. Perché agitarla avanti?», dice.

3Eccolo già fra le case. Qualche saluto, qualche bisbiglio dietro le spalle, qualche villana voltata di spalle e sbatacchiata d’usci quando il gruppo apostolico passa.

4La mimica di Pietro è un vero poema. Ma anche gli altri sono un poco inquieti. I figli di Alfeo sembrano due condannati. Procedono a capo basso ai fianchi di Gesù, ma pure osservano tutto e ogni tanto hanno sguardi sgomenti fra loro e di apprensione per Gesù. Il quale, come niente fosse, risponde con la consueta affabilità ai saluti e si curva ad accarezzare i bambini, che nella loro semplicità non prendono parte con questo o con quello e sono sempre amici del loro Gesù, che è sempre così affettuoso con loro.

5Uno – un tombolino grasso grasso che avrà al massimo quattro anni – gli corre incontro staccandosi dalla veste materna e gli tende le braccine dicendo: «Prendimi!» e, poi che Gesù lo accontenta e lo prende, lo bacia con la sua bocchina tutta impiastricciata del fico che succhia, e poi spinge il suo amore sino ad… offrire un pezzetto di fico a Gesù, dicendo: Prendi! É buono!». Gesù accetta l’offerta e ride di essere imboccato da quell’omino in erba.

Gesù cede alla volontà di tutti.

6Isacco, carico di brocche, viene dalla fonte. Vede Gesù, posa le brocche e grida: «Oh! il mio Signore!» correndo incontro a Lui. «Tua Madre è tornata ora a casa. Era dalla cognata. Ma… hai ricevuto la lettera?», chiede.

7«Sono qui per questo. Non dire nulla alla Mamma, per ora. Prima vado a casa di Alfeo».

8Isacco, prudente, non dice altro che: «Ti ubbidirò» e prende le sue anfore, diretto a casa.

«Ora noi andremo. Voi, amici, ci attenderete qui. Starò poco».

«No davvero! Non entreremo nella casa del lutto, ma staremo lì fuori. Non è vero?», dice Pietro.

«Pietro ha ragione. Staremo nella via. Ma a Te vicino».

9Gesù cede alla volontà di tutti. Ma sorride e dice: «Non mi faranno nulla. Credete. Non sono cattivi. Sono solamente appassionati umanamente. Andiamo».

L’Amore non è amato.

10Eccoli nella via della casa, eccoli sulla soglia dell’orto. Gesù va avanti. Dietro Giuda e Giacomo. Ecco Gesù sulla soglia della cucina. In essa, presso il focolare, è Maria d’Alfeo che cucina e piange. In un angolo Simone e Giuseppe, con altri uomini, sono seduti a crocchio. Fra gli uomini è Alfeo di Sara. Stanno li, zitti come tante statue. Sarà sistema? Non so.

11«Pace a questa casa e pace allo spirito che l’ha lasciata».

La vedova ha un grido ed una mossa istintiva di respingere Gesù, di porsi fra Lui e gli altri. Simone e Giuseppe si alzano foschi e interdetti. Ma Gesù non mostra accorgersi del loro atteggiamento ostile. Va ai due uomini – Simone ha già i suoi cinquant’anni e forse più, a giudicare l’aspetto – e tende loro le mani in atto di amoroso invito. I due sono più interdetti che mai. Ma non osano fare un atto villano. Alfeo di Sara trepida e soffre visibilmente. Gli altri uomini sono chiusi, in attesa di una indicazione.

12«Simone, tu, capo famiglia ormai, perché non mi accogli? Io vengo a piangere con te. Quanto avrei voluto esser con voi nell’ora del duolo! Ma non per mia colpa fui lontano. Sei giusto, Simone. E lo devi dire».

L’uomo sta sempre sostenuto.

13«E tu, Giuseppe, dal nome a Me caro, perché non accogli il mio bacio? Non mi permettete di piangere con voi? La morte è laccio per i veri affetti. E noi ci amammo. Perché ora deve essere disunione?».

«Per Te il nostro padre morì crucciato», dice duro Giuseppe.

14E Simone: «Dovevi rimanere. Lo sapevi che egli era morente. Perché non sei rimasto? Ti voleva…»

«Non avrei potuto fare per lui più di quanto abbia già fatto[30]. E voi lo sapete…».

Simone, più giusto, dice: «È vero. Lo so che sei venuto e che ti ha cacciato. Ma era un malato e un afflitto».

15«Lo so ed ho detto a tua madre e ai tuoi fratelli: “Non ho rancore perché comprendo il suo cuore”. Ma sopra tutti è Dio. E Dio questo dolore voleva per tutti. Per Me che, credete, ne ho sofferto come di uno strappo di carne viva; per il padre vostro, che in questa pena ha compreso una grande verità che per tutta la vita gli era rimasta oscura; per voi, che per questo dolore avete modo di fare un sacrifizio salutare più del giovenco immolato; e per Giacomo e Giuda, che ora non sono di te meno formati, o mio Simone, perché tanto dolore (per loro è la soma maggiore e li opprime come pietra di macina) li ha resi adulti e di perfetta età agli occhi di Dio».

Più che il sangue è lo spirito.

16«Che verità ha visto il padre? Una sola: che il suo sangue, nell’ultima ora, gli fu nemico», ribatte duro Giuseppe.

17«No. Che più che il sangue è lo spirito. Ha compreso il dolore di Abramo e per questo ebbe Abramo[31]  a suo aiuto», risponde Gesù.

18«Fosse vero! Ma chi lo assicura?».

«Io, Simone. E, più che Io, la morte di tuo padre. Non mi ha cercato? Tu l’hai detto».

19«L’ho detto. È vero. Voleva Gesù. E diceva: “Almeno lo spirito non morto! Lui lo può fare. Io l’ho respinto e non verrà più. Oh! morte senza Gesù! Che orrore che sei! Perché l’ho cacciato?”. Sì, questo diceva. E diceva ancora: “Egli mi chiese tante volte: ‘Devo andare?’ ed io l’ho mandato… Ora non viene più”. Ti voleva, ti voleva. Tua Madre ti mandò a cercare, ma non ti trovarono a Cafarnao e lui pianse tanto, e con le ultime forze prese la mano di tua Madre e la volle vicina. Non parlava che a stento. Ma diceva: “La Madre è un poco il Figlio. Io tengo la Madre per avere qualcosa di Lui, perché ho paura della morte”. Povero padre mio!».

“Non mancate alla legge d’amore”.

20Vi è una scena orientale di urla e atti di dolore, alla quale tutti prendono parte. Anche Giacomo e Giuda, che hanno osato entrare. Il più pacato è Gesù, che piange soltanto.

21«Tu piangi? Lo amavi allora?», chiede Simone.

«Oh! Simone! Lo chiedi? Ma, se avessi potuto, credi che avrei permesso questo suo dolore? Ma Io sono col Padre, ma non da più del Padre».

22«Guarisci i morenti, ma lui non lo hai guarito», dice aspro Giuseppe.

«Non credeva in Me».

«Questo è vero, Giuseppe», osserva il fratello Simone.

23«Non credeva e non deponeva il rancore. Io non posso nulla dove è incredulità e odio. Perciò vi dico: non odiate oltre i fratelli vostri. Eccoli. Il loro strazio non abbia gravame dal vostro rancore. Vostra madre è straziata più da quest’odio che vive, che dalla morte che ha termine in sé stessa e, nel padre vostro, ha termine nella pace perché il suo desiderio di Me gli fu perdono di Dio. Di Me, per Me, non vi parlo e non chiedo. Io sono nel mondo, ma non sono del mondo. Quel che dentro a Me vive mi ripaga di ciò che il mondo mi nega. Soffro con la mia umanità, ma elevo lo spirito oltre la Terra e giubilo nelle cose celesti. Ma essi!… Non mancate alla legge d’amore e di sangue. Amatevi. Non vi è offesa verso il sangue in Giacomo e Giuda. Ma, se anche vi fosse, perdonate. Guardate con occhio giusto le cose e vedrete che i più offesi sono loro, non compresi nelle necessità dell’anima rapita da Dio. Eppure in loro non vi è rancore. Ma solo desiderio di amore. Non è vero, cugini?».

Giuda e Giacomo, che la madre tiene stretti a sé, annuiscono fra il pianto.

24«Simone, sei il maggiore. Dai l’esempio…».

«Io… per me… Ma il mondo… ma…»

25«Oh! il mondo! Esso dimentica e cambia ad ogni alba che sorge… Ed Io! Vieni, dammi il tuo bacio di fratello. Io ti amo. Lo sai. Spogliati da queste scaglie che ti fanno duro e che tue non sono, ma sono imposte da chi t’è estraneo e meno giusto di te. Tu giudica col tuo retto cuore, sempre».

26Simone, ancora un poco con ritrosia, apre le braccia. Gesù lo bacia e poi lo porta ai fratelli. Si baciano fra pianti e lamenti.

«Ora tu, Giuseppe».

«No. Non insistere. Io ricordo il dolore del padre».

«In verità tu lo perpetui con questo tuo rancore».

«Non importa. Io sono fedele».

Venerare le spoglie dei defunti.

27Gesù non insiste. Si volge a Simone: «La sera è tarda. Ma se tu volessi… Il nostro cuore arde di venerare le sue spoglie. Dove è Alfeo? Dove l’avete posto?».

«Dietro la casa. Dove l’uliveto cessa contro la balza. Un sepolcro dignitoso».

28«Ti prego. Conducimi ad esso. Maria, fa’ cuore. Lo sposo giubila perché ti vede sul seno i figli. Rimanete. Io vado con Simone. Siate in pace! Siate in pace! Giuseppe, a te dico quanto dissi al padre tuo: “Non ho rancore. Ti amo. Quando mi vuoi, chiamami. Verrò a piangere con te”. Addio».

E Gesù esce con Simone… Gli apostoli sbirciano curiosi. Ma vedono i due di buon accordo e sono contenti.

29«Venite voi pure», dice Gesù. «Sono i miei discepoli, Simone. Loro pure desiderano onorare tuo padre. Andiamo».

Vanno per l’uliveto e tutto ha fine.

La Grazia e la volontà (Insegnamento)[32].

La Grazia è relativa alla giustizia

Dice Gesù:

30«Come vedi, Simone, meno cocciuto, si è piegato, se non completamente almeno in parte, alla giustizia con santa prontezza. E non mio discepolo subito, né tanto meno apostolo, come nella tua ignoranza lo chiamasti ora è un anno, ma almeno spettatore non nemico divenne dopo quest’incontro per la morte di Alfeo. Tutore anche della madre sua e mia, quando un uomo doveva scortarle e difenderle dalle satire della gente. Non forte al punto di imporsi contro chi mi diceva “folle”; ancora tanto uomo da vergognarsi un poco di Me e da avere preoccupazioni per i pericoli della famiglia tutta, per il mio apostolato contrario alle sètte. Ma già sulla via del Bene. Su cui poi, dopo il Sacrificio, seppe procedere sempre più sicuro sino a confessarmi col sangue. La Grazia opera talora fulmineamente, talaltra lentamente. Ma sempre opera dove c’è volontà di esser giusti.

31Va’ in pace. Sta’ in pace fra i tuoi dolori. Il tempo preparatorio alla Pasqua ha inizio e tu porta per Me la Croce. Ti benedico, Maria della Croce di Gesù».

9. Il ritiro sul monte per
l’elezione apostolica
[33].

Il distacco per la causa del Padre.

Distacco dalla folla (Mc 3,7-12)[34].

1Le barche di Pietro e Giovanni veleggiano sul lago quieto, seguite da tutte le imbarcazioni che sono sulle rive di Tiberiade, io credo, tante sono le barche e barchette che vanno e vengono cercando di raggiungere, di superare, per poi mettersi in coda di nuovo, la barca di Gesù. E preghiere, suppliche, clamori, richieste si incrociano sull’onde azzurre.

2Gesù, che nella sua barca ha anche Maria e la madre di Giacomo e Giuda, mentre nell’altra barca, col figlio Giovanni, è anche Maria Salome con Susanna, promette, risponde, benedice, instancabile. «Tornerò. Sì. Ve lo prometto. Siate buoni. Ricordate le mie parole, per unirle a quelle che vi dirò poi. Sarà una breve separazione. Non siate egoisti. Sono venuto anche per gli altri. Buoni! Buoni! Vi farete del male. Sì. Pregherò per voi. Mi avrete sempre vicino. Il Signore sia con voi. Certo, mi ricorderò del tuo pianto e sarai consolato. Spera, abbi fede».

3E così, andando, benedicendo, promettendo, la barca giunge a riva. Non è Tiberiade, ma è un minuscolo paesello, proprio un pugno di case, povere, quasi abbandonate. Gesù e i suoi scendono, e le barche tornano indietro guidate dai garzoni e da Zebedeo. Anche le altre le imitano, però molti che sono in esse scendono pure e vogliono a tutti i costi seguire Gesù. Fra questi vedo Isacco coi suoi due patrocinati: Giuseppe e Timoneo. Non riconosco altri fra i molti di tutte le età, dagli adolescenti ai vecchi.

Distacco dai parenti.

4Gesù lascia il paese, che resta indifferente nei suoi pochi abitanti molto cenciosi, ai quali Gesù fa dare degli oboli, e raggiunge la via maestra. Si ferma. «Ed ora dividiamoci» dice. «Madre, tu con Maria e con Salome vai pure a Nazaret. Susanna può tornare a Cana. Presto Io tornerò. Sapete ciò che è da fare. Dio sia con voi!».

5Ma per sua Madre ha uno speciale saluto pieno di sorriso, ed anche quando Maria si inginocchia, dando l’esempio alle altre, per essere benedetta, Gesù sorride con tanta dolcezza. Le donne, con le quali sono Alfeo di Sara e Simone, vanno verso la loro città.

Distacco dagli amici.

6Gesù si volge ai rimasti: «Io vi lascio. Ma non vi rimando. Vi lascio per qualche tempo, ritirandomi con questi in quelle gole che vedete là. Chi vuole attendermi mi attenda in questa pianura, chi non vuole torni alla sua casa. Io mi ritiro in preghiera perché sono alla vigilia di grandi cose. Chi ama la causa del Padre preghi, unendosi in spirito a Me[35]. La pace sia con voi, figli. Isacco, tu sai ciò che devi fare. Ti benedico, piccolo pastore».

Distacco dalle comodità.

7Gesù sorride allo scarno Isacco, pastore ormai di uomini che si raggruppano intorno a lui. Gesù cammina ora volgendo le spalle al lago, dirigendosi sicuro verso una gola fra le colline che vanno dal lago verso ovest in righe direi quasi parallele. Fra l’una e l’altra collina rocciosa, scabra, che si apre a picco come un fiordo, scende un torrentello spumoso dal molto fragore e sopra sale il monte selvaggio, con piantacce cresciute in ogni senso, come hanno potuto, fra pietra e pietra. Un sentiero da capre attacca la collina più scabra. E Gesù prende proprio quello.

8I discepoli lo seguono faticosamente, in fila indiana, nel più assoluto silenzio. Solo quando Gesù si ferma, per dare loro respiro, in qualche posto un poco più largo del sentiero che pare una graffiatura sulla costa impervia, essi si guardano senza parlare. I loro sguardi dicono: «Ma dove ci porta?». Ma non parlano. Solo si guardano, e sempre più desolatamente quanto più vedono che Gesù sempre riprende l’andare per la gola selvaggia, piena di caverne, di spacchi, di massi su cui è difficile l’andare e per gli stessi, e per i rovi e mille altre piantacce che afferrano le vesti da ogni parte, e graffiano, e fanno incespicare, e battono sul viso. Anche i più giovani, carichi di pesanti borse, hanno perduto il buon umore.

Settimana di spiritualità.

Integrarsi nell’istituzione del Messia.

9Infine Gesù si ferma e dice: «E qui resteremo per una settimana in orazione. Per prepararvi ad una grande cosa. Per questo ho voluto isolarmi così, in luogo deserto, lontano da ogni carovaniera, da ogni paese. Qui vi sono grotte che hanno servito altre volte a uomini. Serviranno anche a noi. Qui vi sono acque fresche e abbondanti, mentre il terreno è asciutto. Abbiamo pane e cibo sufficiente per la sosta. Quelli che lo scorso anno sono stati con Me nel deserto sanno come Io vissi. Questa è una reggia rispetto a quel luogo, e la stagione, ormai buona, leva l’asprezza del gelo e quella del sole alla sosta. Vogliate perciò starvi di buon animo. Forse mai più saremo così tutti insieme e tutti soli. Questa sosta deve unirvi, facendo di voi non più dodici uomini, ma una sola istituzione.

Divenire spirito.

10Non parlate? Non mi chiedete nulla?

Deponete su quel masso i pesi che portate e gettate a valle l’altro peso che avete nel cuore: la vostra umanità. Qui vi ho portato per parlarvi allo spirito, per nutrirvi lo spirito, per farvi spirito[36]. E non dirò molte parole. Ve ne ho dette tante in un anno circa che sono con voi! Ora basta di questo. Se dovessi mutarvi con la parola dovrei tenervi dieci e cento anni ed ancora sareste sempre imperfetti.

Giungere alla età della ragione spirituale.

11Ora è tempo che Io vi usi. Per usarvi vi devo formare. Ricorro alla grande medicina, alla grande arma: la preghiera. Io ho sempre pregato per voi. Ma ora voglio che voi preghiate da voi. Non ancora vi insegno la mia preghiera. Ma vi rendo cogniti del modo come si prega e di cosa è la preghiera. Essa è colloquio di figli col Padre, di spiriti a Spirito, aperto, caldo, confidente, raccolto, schietto. Tutto è la preghiera: è confessione, è conoscenza di noi stessi, è pianto su noi stessi, è promessa a noi stessi e a Dio, è richiesta a Dio, tutto fatto ai piedi del Padre. E non può farsi nel frastuono, fra le distrazioni, a meno di essere colossi nell’orazione. Ed anche i colossi ne soffrono di questo urto e rumore del mondo nelle loro ore di orazione. Voi non siete colossi, siete pigmei. Non siete che infanti nello spirito. Non siete che deficienti dello spirito. Qui raggiungerete la età della ragione spirituale. Il resto verrà poi.

Essere perfetti per servire il Messia.

12Mattina, mezzogiorno e sera ci riuniremo per pregare insieme con le antiche parole d’Israele e per spezzare il pane, e poi ognuno tornerà nella sua grotta, stando di fronte a Dio e alla sua anima, stando di fronte a quanto vi ho detto sulla vostra missione e alle vostre capacità. Misuratevi, ascoltatevi, decidete. È l’ultima volta che ve lo dico. Ma dopo dovrete essere perfetti, per quanto potete, senza stanchezze né umanità. Dopo non sarete più Simone di Giona e Giuda di Simone. Non sarete più Andrea o Giovanni, Matteo o Tommaso. Ma sarete i miei ministri.

Autosufficienza spirituale.

13Andate. Ognuno da solo. Io sarò in quella grotta. Sempre presente. Ma non venite senza seria ragione. Dovete imparare a fare da voi ed a stare da voi. Perché, in verità ve lo dico, un anno fa stavamo per conoscerci, e fra due staremo per lasciarci. Guai a voi e guai a Me se non aveste imparato a fare da voi. Dio sia con voi. Giuda, Giovanni, portate dentro alla mia grotta, quella, le cibarie. Devono durare ed Io le distribuirò.

14«Saranno poche! …» obbietta qualcuno.

15«Il sufficiente per non morire. Il ventre troppo satollo appesantisce lo spirito. Io vi voglio elevare e non rendervi zavorra».

10. L’elezione ad apostoli[37].

L’elezione dei dodici.

Alba montana(Lc 6,12)[38].

1Vi è un’alba che imbianca i monti e sembra ammorbidire questa selvaggia costa in cui ha voce solo il torrentello che spuma nel fondo, una voce che ripercossa dai monti, pieni di caverne, acquista un singolare rumore. Lì, nel posto dove hanno sostato i discepoli, non c’è che qualche cauto fruscio fra le fronde e le erbe: dei primi uccelli che si destano, degli ultimi animali notturni che si rintanano. Un gruppo di lepri o di conigli selvatici, che sta rodendo un basso cespuglio di more, fugge spaurito per il precipitare di un sasso. Poi tornano cauti, muovendo le orecchie per raccogliere ogni suono e, visto che tutto è pace, tornano al loro cespuglio. La guazza lava tutte le fronde, tutte le pietre, e il bosco odora forte di musco, di mentucce e maggiorane.

2Un pettirosso scende fin sullo scrimolo di una caverna a cui fa da tetto uno scheggione sporgente e, muovendo il capino, ben ritto sulle zampine di seta, pronto a fuggire, guarda dentro, guarda per terra, mormora i suoi cip cip d’interrogazione e di… golosità per delle briciole di pane che sono al suolo, ma non si decide a scendere altro che quando si vede preceduto da un grosso merlo che avanza saltellando di sbieco, buffo nel suo fare da monello e nel suo profilo di vecchio notaio al quale mancano solo gli occhiali per essere compito. Allora scende anche il pettirosso e si mette in coda all’ardito messere, che ogni tanto ficca il becco giallo nella terra umida in ricerche di… archeologia cibareccia e poi va oltre dopo un ciop o dopo un fischio breve, proprio da monellaccio.

3Il pettirosso si ingozza delle mollichine e resta stupito quando vede che il merlo, penetrato sicuro nella caverna silenziosa, ne esce con una crosta di formaggio, che sbatte e risbatte su una pietra per sminuzzarla facendosene un lauto pasto. Poi torna dentro, sbircia e, non trovando più nulla, fa una bella fischiata di beffa e vola via per finire la cantata in cima ad un rovere, che tuffa la sua vetta nell’azzurro mattutino. Anche il pettirosso vola via, per un rumore che sente venire dall’interno della caverna… e resta su un rametto sottile che spenzola nel vuoto.

4Gesù si avanza sul limitare e sbriciola del pane chiamando piano piano gli uccellini, con un fischio modulato che ben imita il cinguettio di molti piccoli pennuti. Poi si scosta e va più su, immobilizzandosi contro una parete rocciosa per non spaventare i suoi amici che presto scendono: primo il pettirosso e poi molti altri di varie specie. L’immobilità di Gesù o anche il suo sguardo – io amo pensare così, perché ho l’esperienza che le bestie anche più diffidenti si avvicinano a coloro che per istinto sentono non nemici ma protettori – fanno sì che dopo poco, a pochi centimetri da Gesù, saltellano gli uccellini, e il pettirosso, ormai sazio, vola in alto del masso a cui è appoggiato Gesù e si aggrappa ad un esilissimo rametto di vitalba e si altalena sul capo di Gesù con una voglia di scendere sulla testa bionda o sulla spalla. Il pasto è finito.

5Il sole indora la cima del monte e poi i più alti rami della boscaglia, mentre a valle ancora tutto è nella luce pallida dell’alba. Gli uccellini volano, soddisfatti e sazi, al sole e cantano con tutte le loro piccole gole.

I figli del Messia(Lc 6,13; Mc 3,13)[39].

6«Ed ora andiamo a svegliare questi altri miei figli» dice Gesù, e scende, perché la sua caverna è la più alta, entrando di volta in volta nelle grotte e chiamando a nome i dodici dormenti.

7Simone, Bartolomeo, Filippo, Giacomo, Andrea rispondono subito. Matteo, Pietro e Tommaso sono più tardi a rispondere. E mentre Giuda Taddeo si fa incontro a Gesù non appena lo vede farsi sulla soglia, già pronto e ben desto, l’altro cugino, e con lui l’Iscariota e Giovanni, dormono sodo, tanto che Gesù deve scuoterli sul loro letto di foglie perché si destino.

8Giovanni, ultimo chiamato, dorme così profondamente che non si raccapezza di chi lo chiama, e nelle nebbie del sonno per metà interrotto dice fra le labbra: «Sì, mamma. Vengo subito…». Ma poi si gira di là. Gesù sorride, si siede sul silvestre pagliericcio di fogliame raccolto nel bosco, si china e bacia sulla guancia il suo Giovanni, che apre gli occhi e resta di stucco nel vedere lì Gesù. Si siede di scatto e dice: «Hai bisogno di me? Eccomi». «No. Ti ho svegliato come tutti. Ma tu mi hai creduto tua mamma. E allora ti ho baciato, per fare quello che fanno le mamme».

9Giovanni, seminudo nella sottoveste, perché si è messo il vestito e il mantello come coperta, si attacca al collo di Gesù e ci si rifugia col capo fra la spalla e la guancia dicendo: «Oh! sei ben più della mamma Tu! Lei l’ho lasciata per Te. Ma Tu, non ti lascerei per essa! Lei mi ha partorito alla terra. Ma Tu mi partorisci al Cielo. Oh! lo so!».

Consapevolezza della verità sul Messia.

10«Che sai di più degli altri?».

«Quello che mi ha detto il Signore in questo speco[40]. Vedi, io non sono mai venuto da Te e penso che i compagni abbiano detto che ciò era indifferenza e superbia. Ma di ciò che pensano non mi importa. So che Tu sai la verità. Io non venivo da Gesù Cristo, Figlio di Dio incarnato; ma ciò che Tu sei in seno del Fuoco che è l’Amore eterno della Trinità SS., la sua Natura, la sua Essenza, la sua vera Essenza – oh! che non so dire tutto quanto ho pure capito in questa tetra grotta oscura che mi è divenuta così piena di luci, in questa fredda caverna in cui sono stato arso da un fuoco senza aspetto ma che mi è sceso nel profondo e lo ha acceso di un dolce martirio, in questo antro senza voce ma che mi ha cantato delle verità celesti – ma ciò che Tu sei, Seconda Persona dell’ineffabile Mistero che è Dio e che io penetro perché Dio a Sé mi ha aspirato, io l’ho avuto sempre con me[41]. E tutti i miei desideri, tutti i miei pianti, tutte le mie domande, le ho versate sul tuo seno divino, Verbo di Dio. Né ci fu mai parola, fra le tante che da Te ho udite, vasta così come quella che mi dicesti qui, Tu, Dio Figlio; Tu, Dio come il Padre; Tu, Dio come lo Spirito Santo; Tu, Tu che sei il perno della Triade… oh! forse bestemmio! ma così mi pare perché se Tu non fossi, amore del Padre e amore al Padre, ecco che mancherebbe l’Amore, il divino Amore, e la Divinità più non sarebbe Trina, e mancherebbe ad Essa il più confacente attributo di Dio: il suo amore!

11Oh! ho tanto qui, ma è come dell’acqua che gorgoglia contro una chiusa e non può uscire… mi sembra di morirne tanto è violento e sublime il tumulto che mi è sceso in cuore da quando ti ho capito… ma per nulla al mondo vorrei esserne liberato… Fammi morire di questo amore, mio dolce Iddio!». Giovanni sorride e piange, affannato, acceso dal suo amore, abbandonato sul petto di Gesù, come se la fiamma lo spossasse.

12E Gesù se lo carezza, ardendo di amore a sua volta. Giovanni si riprende sotto un’onda di umiltà che lo fa supplicare: «Non dire agli altri quanto io ti ho detto. Certo essi pure hanno saputo vivere di Dio come io vissi in questi giorni. Ma lascia sul mio segreto la pietra del silenzio».

13«Sta’ sicuro, Giovanni. Nessuno saprà le tue nozze con l’Amore. Vestiti, vieni. Dobbiamo partire».

Mutamento dei dodici (Mt 10,2-4; Mc 3,16-19; Lc 6,14-16)[42].

14Gesù esce sul sentiero dove già sono gli altri. I volti hanno un aspetto più venerabile, più raccolto. Gli anziani sembrano patriarchi, i giovani hanno un che di maturo, di dignitoso, che prima la gioventù nascondeva. L’Iscariota guarda Gesù con un timido sorriso sul volto segnato di pianto. Gesù lo carezza nel passare. Pietro… non parla. Ed è così strano in lui che stupisce più di ogni altro mutamento. Guarda attentamente Gesù, ma con una dignità nuova che pare fargli più spaziosa la fronte un poco stempiata e più severo l’occhio fino allora tutto un brillio d’arguzie.

15Gesù se lo chiama vicino e se lo tiene vicino in attesa di Giovanni, che finalmente esce col volto non so se dire più pallido o più rosso, ma certo acceso da una fiamma che non muta il colore ma pure è palese. Tutti lo guardano.

16«Vieni qui, Giovanni, presso a Me. E anche tu, Andrea, e tu Giacomo di Zebedeo. Poi tu Simone e tu Bartolomeo, Filippo e voi, fratelli miei, e Matteo. Giuda di Simone qui, di fronte a Me. Tommaso, vieni qui. Sedete. Vi devo parlare».

17Si siedono quieti come bambini, tutti un poco assorti nel loro mondo interiore e pure attenti a Gesù come non furono mai.

Mistero nuziale dell’anima con Dio.

18«Sapete che vi ho fatto? Tutti lo sapete. L’anima lo ha detto alla ragione. Ma l’anima, che in questi giorni fu regina, ha insegnato alla ragione due grandi virtù: l’umiltà e il silenzio, figlio dell’umiltà e della prudenza, le quali sono le figlie della carità.

19Solo otto giorni sono sareste venuti a proclamare, come bravi bambini che vogliono stupire e superare il rivale, le vostre bravure, le vostre nuove cognizioni. Ora tacete. Vi siete mutati da bambini in adolescenti e già sapete che questa proclamazione potrebbe mortificare il compagno forse meno beneficato da Dio, e non parlate.

20Siete inoltre come fanciulle non più impuberi. É nato in voi il santo pudore sulla metamorfosi che vi ha rivelato il mistero nuziale delle anime con Dio. Queste caverne il primo giorno vi parvero fredde, ostili, repellenti… ora le guardate come profumate e luminose camere nuziali. In esse avete conosciuto Dio. Prima sapevate di Lui. Ma non lo conoscevate nell’intimità che fa di due uno. Fra voi sono uomini che da anni sono sposati, altri che non ebbero che fallaci rapporti con donne, alcuni che per cause diverse sono casti. Ma i casti sanno ora cosa è l’amore perfetto così come lo sanno gli sposati. Anzi posso dire che nessuno come l’ignaro di ogni carnale appetito sa cosa è l’amore perfetto. Perché Dio si rivela ai vergini in tutta la sua pienezza, e per sua delizia di darsi a chi è puro, ritrovando parte di Sé, Purissimo, nella creatura monda di lussuria, e per compensarla di quanto essa si nega per amore di Lui.

Il mondo aspetta maestri e redentori.

21In verità vi dico che per l’amore che ho per voi e per la sapienza che posseggo, se non avessi il dovere di compiere l’opera del Padre, Io vorrei tenervi qui e stare con voi, isolati, certo che così farei di voi, e sollecitamente, dei grandi santi, senza più smarrimenti, senza defezioni, cadute, rallentamenti, ritorni.

22Ma non posso. Io devo andare. E voi dovete andare. Il mondo ci aspetta. Il profanato e profanatore mondo che ha bisogno di maestri e redentori. Io vi ho voluto fare conoscere Dio perché lo amaste ben più del mondo, che con tutti i suoi affetti non vale un solo sorriso di Dio. Ho voluto che poteste meditare su ciò che è il mondo e su ciò che è Dio per farvi anelanti del migliore. In questo momento voi non siete anelanti che di Dio. Oh! potessi fissarvi in quest’ora, in questo anelito! Ma il mondo ci aspetta. E noi andremo al mondo che aspetta.

23Per la santa Carità che, come ha mandato Me al mondo, così manda voi, per mio ordine, al mondo. Ma ve ne scongiuro! Come perla nello scrigno chiudetevi il tesoro di questi giorni – in cui vi siete guardati, curati, alzati, rivestiti, disposti a Dio – nel vostro cuore e, come le pietre della testimonianza elevate dai Patriarchi a ricordo delle alleanze con Dio[43], conservate e guardate questi preziosi ricordi nel vostro cuore.

Gli Apostoli, Capi della Chiesa(Lc 6,13)[44].

24Da oggi non siete più i prediletti discepoli, ma gli apostoli, i capi della mia Chiesa. Da voi verranno, nei secoli dei secoli, tutte le gerarchie della stessa e maestri sarete detti, avendo a Maestro vostro Dio nella sua triplice potenza, sapienza, carità. Non ho scelto voi perché siete i più meritevoli. Ma per un complesso di cause che non necessita voi conosciate ora. Vi ho scelti al posto dei pastori che sono i miei discepoli da quando vagivo. Perché l’ho fatto? Perché così era bene di fare. Fra di voi sono galilei e giudei, dotti e indotti, ricchi e poveri. Questo per il mondo. Acciò non dica che ho preferito una sola categoria. Ma voi non bastereste a tutto quanto c’è da fare. Né ora, né poi.

I discepoli.

25Non tutti avrete presente un punto del Libro. Ve lo ricordo. Nel II° dei Paralipomeni, al 29° capitolo, è narrato come Ezechia, re di Giuda, fece purificare il Tempio e, dopo che fu purificato, fece sacrificare per il peccato, per il regno, per il santuario e per Giuda, e poscia ebbe inizio l’offerta dei singoli. Ma non bastando alle immolazioni i sacerdoti, furono chiamati in aiuto i leviti, consacrati con rito più breve che i sacerdoti.

26Questo è quello che Io farò. Voi siete i sacerdoti, preparati con lunga cura da Me, Pontefice eterno. Ma non bastate al lavoro sempre più vasto di immolazione dei singoli al Signore Iddio loro. Onde Io vi associo i discepoli che tali restano, quelli che ci attendono ai piedi del monte, quelli che già stanno più su, quelli che sparsi sono per la terra d’Israele e che saranno poi sparsi per ogni punto della terra.

27A loro verranno dati compiti uguali, perché unica è la missione, ma diversa sarà la loro classifica agli occhi del mondo. Non agli occhi di Dio presso il quale è giustizia, di modo che l’oscuro discepolo, ignorato da apostoli e confratelli, che vivrà santamente portando a Dio anime, sarà più grande del conosciuto apostolo che di apostolo non ha che il nome e che abbassa la sua dignità di apostolo a scopi umani.

Compito di apostoli e di discepoli (Mc 3,14-15)[45].

28Compito di apostoli e di discepoli sarà sempre quello dei sacerdoti e leviti di Ezechia: praticare il culto, abbattere le idolatrie, purificare i cuori e i luoghi, predicare il Signore e la sua Parola. Compito più santo non c’è sulla terra. Dignità più alta della vostra neppure. Ma è per questo che vi ho detto: “Ascoltatevi, esaminatevi”. Guai all’apostolo che cade! Seco trascina molti discepoli, ed essi trascinano un ancor più grande numero di fedeli, e la rovina sempre più cresce come valanga che cade o come cerchio che si estende sul lago per un susseguirsi di pietre lanciate nello stesso punto.

29Sarete tutti perfetti? No. Lo spirito di ora durerà? No. Il mondo lancerà i suoi tentacoli per strozzare la vostra anima. Vittoria del mondo, figlio di Satana per cinque parti, servo di Satana per altre tre, apatico verso Dio nelle altre due, quella di spegnere le luci dei cuori dei santi. Difendete voi stessi da voi stessi contro di voi, contro il mondo, la carne, il demonio. Ma soprattutto difendetevi di voi stessi. Sulle difese, o figli, contro la superbia, la sensualità, la doppiezza, la tiepidezza, il sopore spirituale, contro l’avarizia!

30Quando l’io inferiore parla e piagnucola sopra pretese crudeltà a suo danno, mettetelo a tacere dicendo: “Per un attimo di privazione che ti do, ti procuro, ed eternamente, il banchetto d’estasi avuto nella caverna montana al finire della luna di scebat”.

31Andiamo. Andiamo incontro agli altri che in gran numero attendono la mia venuta. E poi Io andrò per poche ore a Tiberiade e voi, predicando di Me, mi andrete ad attendere ai piedi del monte che è sulla strada diretta da Tiberiade al mare. Io verrò là e salirò a predicare. Prendete borse e mantelli. La sosta è finita e l’elezione è avvenuta».

Osservazione al Portavoce.[46]

Dice Gesù:

32«Stai male e ti lascio quieta. Solo ti faccio osservare come può cambiare tutto una sola frase omessa o una parola male trascritta. E tu, scrivente, sei viva e puoi riparare subito. Pensa dunque e comprendi come venti secoli abbiano potuto privare di parti, non deleterie alla dottrina ma alla facilità di comprendere il Vangelo, il Vangelo apostolico. Questo, opera che se risaliamo alle origini scopriamo ancora fatica del Disordine, spiega tante cose e si presta ai figli del Disordine per tante altre cose. E tu vedi come è facile cadere in errore di trascrizione… Piccolo Giovanni, sta’ buono oggi. Sei un fiore spezzato. Passerò poi Io a ristorare il tuo stelo. Per oggi mi occorrono le lacrime della tua ferita. Dio è con te».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


[1] 29 ottobre 1944. MARIA VALTORTA, L’Evangelo come mi è stato rivelato, CEV, Isola del Lire (FR), Vol 2 N° 38. Poema: I, 64 

[2]IL VANGELO ETERNO: Matteo 2,19-23 Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese d’Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino”. Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d’Israele. avendo però saputo che era re della Giudea Archelào, al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nelle regioni della Galilea e, appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata Nazareth, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: “Sarà chiamato Nazareno” (Matteo 2,19-23). Fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazareth. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui (Lc 2,39-40)

[3] Esodo cap. 32

[4] Nm 27,12-23; Dt 31,1-2

[5] Risponde il piccolo Giuda d’Alfeo, futuro Apostolo.

[6] Fa mostra di scrivere.

[7] Proverbi 8,34

[8]17 ottobre 1944. L’Evangelo Op. Cit. Vol 2 Cap. 38. 51 Poema: II, 13 

[9]Sera del 16 gennaio 1944. L’Evangelo Op. Cit. Vol 2 Cap.  52 Poema: II, 14 «Quando sarà l’ora di fare un ordinato lavoro, sarà inserita qui la visione delle nozze di Cana. Metti la data (16-1-44)».

[10]IL VANGELO ETERNO: Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea (Gv 2,1).

[11]IL VANGELO ETERNO: e c’era la madre di Gesù (Gv 2,1).

[12]IL VANGELO ETERNO: Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli (Gv 2,2).

[13]IL VANGELO ETERNO: Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”. E Gesù rispose: “Donna, che vi è più fra me e te? Non è ancora giunta la mia ora” (Gv 2,3-4).

[14]IL VANGELO ETERNO: La madre dice ai servi: “Fate quello che vi dirà”. Vi era là sei idrie di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le idrie”; e le riempirono fino all’orlo. (Gv 2,5-7).

[15]IL VANGELO ETERNO: Disse loro di nuovo: “Ora attingete e portatene ai maestri di tavola”. Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse, ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua, chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti servono da. Principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono” (Gv 2,8-10).

[16]IL VANGELO ETERNO: Gesù manifestò la sua Gloria: Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in Lui. Dopo questo fatto, discese a Cafàmao insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli e si fermarono là solo pochi giorni (Gv 2,11-12).

[17]Poema: II, 15

[18] 31 ottobre 1944. L’Evangelo Op. Cit. Vol 2 Cap.  57. Poema: II, 20 

[19] 2 febbraio 1945. L’Evangelo Op. Cit. Vol. 2 Cap.  95.Poema: II, 60 

[20] Esodo (Es) 20,15; 21,16; Levitico (Lv) 19,11; Deuteronomio (Dt) 5,19; 24,27; Mt 5,43; Lc 6,31; “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore” Romani (Rm) 13,8-10; “Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso Galati” (Gal) 5,14; “Certo, se adempite il più importante dei comandamenti secondo la Scrittura: amerai il prossimo tuo come te stesso, fate bene; ma se fate distinzione di persone, commettete un peccato e siete accusati dalla legge come trasgressori. Poiché chiunque osservi tutta la legge, ma la trasgredisca anche in un punto solo, diventa colpevole di tutto; infatti colui che ha detto: Non commettere adulterio, ha detto anche: Non uccidere” Gc2,8. Regola nell’agire: “Ama il tuo prossimo come ti ami. L’amore non fa nessun male al prossimo”. Perciò onestà in ogni mestieri e giustizia in ogni azione.

[21] “Satana colpì Giobbe con una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del corpo. Giobbe prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla cenere” Giobbe (Gb.) 2,7-10). “Tu dici: ‘Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla’, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità” (Ap.3,17-18). “Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e conserva le sue vesti per non andar nudo e lasciar vedere le sue vergogne” (Ap.16,15). Regola nell’agire: Guadagnare con onestà, rendere ciò che ingiustamente si ebbe, usare dei beni con parsimonia e distacco. Il bene compiuto è la veste che non ci lascia mai nudi.

[22] Questa espressione e le altre uguali o simili che figurano nei seguenti capoversi del presente paragrafo sono da interpretarsi alla luce di Mc 6,1-6: “…E non vi poté operare nessun prodigio… E si meravigliava della loro incredulità”. E alla luce di Lc 22,42: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. E alla luce di Filippesi 2,6-8: “… spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo… umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”. La fede, la necessità della sofferenza, il decreto di Dio condizionano il miracolo.

[23] “Dio ha salvato tutto il suo popolo e ha concesso a tutti l’eredità, nonché il regno, il sacerdozio e la santificazione” (2Mc 2,17). “Se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19,5-6). “Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio sarete detti” (Is 61,6). “Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio vi è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce” (1Pt 2,9). “Cristo ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre” (Ap 1,6). Il sacerdozio comune è sacerdozio mistico e appartiene a tutti i Redenti: “Tu hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra” (Ap 5,9-10). Regola nell’agire: “Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1). Evangelizzate: “A Dio rendo culto nel mio spirito annunziando il Vangelo del Figlio suo” (Rm 1,9). Pregate e lodate: “Per mezzo di Lui dunque offriamo continuamente un sacrificio di lode a Dio, cioè, il frutto di labbra che confessano il suo nome” (Eb 13,15).

[24] 7 febbraio 1945. L’Evangelo Op. Cit. Vol. 2 Cap. 100.  S. Romualdo. Poema: II, 65. < Alla data il Portavoce aggiunge a matita: “S. Romualdo”, per ricordare, evidentemente, l’onomastico del suo Padre spirituale >

[25] Numeri (Nm) 26,33; 27,1-11; Giosuè (Gs) 17,3-4

[26] Mt 5,43-48; Mc 6,1-6; Lc 6,27-35

[27] Sera del 13 febbraio 1944. L’Evangelo Op. Cit. Vol. 2 Cap.  101. Poema: II, 66 

[28] 12 febbraio 1945. L’Evangelo Op. Cit. Vol. 2 Cap. 105. Poema: II, 71 

[29]IL VANGELO ETERNO: Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi (Lc 4.14-15).

[30] Vedi: Numero 95, brano 38, nota 4

[31] Gen 22,1-19

[32]Poema: II, 72 Dice Gesù: “Qui metterete la terza visione e la quarta avute il giorno 13 febbraio 1944”

[33] 15 maggio 1945. L’Evangelo Op. Cit. Vol. 2 Cap. 164.  Poema: III, 24 

[34]IL VANGELO ETERNO: Le folle al seguito di Gesù: E Gesù con i suoi discepoli si ritirò verso il mare e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea e da Gerusalemme e dall’Idumea e dalla Transgiordania e dalle parti di Tiro e Sidone una gran folla, sen­tendo ciò che faceva, si recò da lui. Allora egli pregò i suoi discepoli che gli mettessero a dispo­sizione una barca, a causa della folla, perché non lo schiac­ciassero. Infatti ne aveva guariti molti, così che quanti avevano qual­che male gli si gettavano addosso per toccarlo. Gli spiriti immondi, quando lo vedevano, gli si gettavano ai piedi gridando: “Tu sei il Figlio di Dio!”. Ma egli ordinava loro con tono severo di non manifestare chi egli fosse (Mc 3,7-12).

[35] La causa del Padre trionfa con l’olocausto personale dei seguaci di Gesù, come dice l’Apostolo: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1). Perciò, offriamo i nostri corpi come ostie di espiazione al Padre con la preghiera che Gesù stesso insegna in quest’Opera: “Padre, perdona agli uomini… e se per placare la tua giustizia sono necessarie ostie di espiazione, eccomi, Padre, immolami per la pace fra l’uomo e Dio, fra l’uomo e l’uomo, per l’avvento del tuo Regno”.

[36] Il deserto, il ritiro spirituale, il tempo di spiritualità è una necessità dell’anima che vuole ascoltare Dio, nutrirsi di Dio e verificare la sua statura spirituale: “Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,16).

[37] 16 maggio 1945. L’Evangelo Op. Cit. Vol. 2 Cap. 165.  Poema: III, 25 

[38]IL VANGELO ETERNO: In quei giorni Gesù salì sul monte a pregare e passò la not­te pregando Dio (Lc 6,12). Naturalmente quest’alba corrisponde alla notte che Gesù passò in preghiera.

[39]IL VANGELO ETERNO: Quando fu giorno, chiamò a sé i discepoli, quelli che egli volle ed essi andarono da lui (Lc 6,13; Mc 3,13).

[40] “La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os. 2,16).

[41]< in calce e in margine> Nota. Queste parole dell’Apostolo dell’amore illustrano molto bene il mistero dell’inabitazione di Dio in noi. Nel santuario dell’anima lo Spirito Divino s’incontra con lo spirito nostro e Dio parla e si svela e rivela all’anima, istruendola all’amore di Lui e quindi comunicandole la somiglianza più viva di Lui, trasformandola in Lui per una spirituale transustanziazione. 

[42]IL VANGELO ETERNO: I nomi dei Dodici: I nomi dei dodici Apostoli sono questi: primo, Simone, al quale impose il nome di Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, ai quali diede il nome di Boanèrghes, figli del tuono; Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Gia­como di Alfeo e Taddeo (detto anche Giuda di Giacomo); Simone il Cananèo soprannominato Zelota e Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì (Mt 10,2-4; Mc 3,16-19; Lc 6,14-16).

[43]L’arcobaleno: “Questo è il segno dell’alleanza che io pongo tra me e voi. Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra” (Gn. 9,12-13). L’altare: “Allora Abram costruì in quel posto un altare al Signore che gli era apparso” (Gn 12,7). La circoncisione: “Questa è la mia alleanza che dovete osservare: sia circonciso tra di voi ogni maschio. Ciò sarà il segno dell’alleanza tra me e voi” (Gn 17,10-11). Il sacrificio: “Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un piccione”. Quando tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram (Gn 15,9; 15,17-18). La stele: “Giacobbe si alzò, prese la pietra che si era posta come guanciale, la eresse come una stele e versò olio sulla sua sommità. Questa pietra che io ho eretto come stele sarà una casa di Dio” (Gn. 28,18; 28,22).

[44]IL VANGELO ETERNO: E ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli (Lc 6,13).

[45]IL VANGELO ETERNO: Ne costituì Dodici affinché stessero con lui e anche per mandarli a evangelizzare e perché avessero il potere di scacciare i demoni (Mc 3,14-15).

[46] SCRITTO IL 17 MAGGIO 1945.

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