NUOVA EVANGELIZZAZIONE
Maria Maddalena
Nullità che raggiunse l’amore infinito. Apostolo degli Apostoli
SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI
A cura di Fray Jesus Maria de Cabanaconde
S.O.S
Servo dell’Ordine dei Salvatori
Introduzione
27Molto ha camminato Maria da quell’alba di sua redenzione. Molto. L’amore l’ha trascinata come rapido vento in alto e in avanti. L’amore l’ha arsa come un rogo distruggendo in lei la carne impura e facendo signore in lei uno spirito purificato. E Maria, diversa nella sua risorta dignità di donna come diversa nella veste, ora semplice come quella della Madre mia, nell’acconciatura, nello sguardo, nel contegno, nella parola, nuova, ha un nuovo modo di onorarmi con lo stesso gesto. Prende l’ultimo dei suoi vasi di profumo, serbato per Me, e me lo sparge sui piedi, senza pianto, con sguardo che l’amore e la sicurezza d’esser perdonata e salvata fa lieto, e sul capo. Può ben ungermi e toccarmi il capo, ora, Maria. Il pentimento e l’amore l’hanno mondata col fuoco dei serafini ed ella è un serafino.
28Dillo a te stessa, o Maria, mia piccola “voce”, dillo alle anime. Va’, dillo alle anime che non osano venire a Me perché si sentono colpevoli. Molto, molto, molto è perdonato a chi molto ama. A chi molto mi ama. Voi non sapete, povere anime, come vi ama il Salvatore! Non temete di Me. Venite. Con fiducia. Con coraggio. Io vi apro il Cuore e le braccia.
29Ricordatelo sempre: “Io non faccio differenza fra colui che mi ama con la sua purezza integra e colui che mi ama nella sincera contrizione d’un cuore rinato alla Grazia”. Sono il Salvatore. Ricordatevelo sempre.
1. Incontro con la Maddalena sul lago
e lezione ai
discepoli presso Tiberiade[1].
Collisione sul lago.
Tredici in barca.
Gesù con tutti i suoi – ormai sono in tredici, più Lui – sono, sette per barca, sul lago di Galilea. Gesù è nella barca di Pietro, la prima, insieme a Pietro, Andrea, Simone, Giuseppe e i due cugini. Nell’altra sono i due figli di Zebedeo con gli altri, ossia l’Iscariota, Filippo, Tommaso, Natanaele e Matteo.
Le barche veleggiano svelte, spinte da un vento fresco di borea, che appena increspa l’acqua in tante rughettine, appena sottolineate da un filo di spuma che fa un tulle sull’azzurro di turchese del bel lago sereno. Vanno, lasciandosi dietro due scie che alle basi si baciano, confondendo le loro spume gioconde in un unico riso di acque, perché vanno quasi di conserva, quella di Pietro appena più avanti di un due metri.
3Da barca a barca, lontane pochi metri l’una dall’altra, si scambiano parole e commenti. Da questi arguisco che i galilei illustrano e spiegano ai giudei i punti del lago, i loro commerci, le personalità che vi abitano, le distanze dal luogo di partenza e di arrivo, ossia Cafarnao e Tiberiade. Le barche non pescano, sono solo adibite a trasporto delle persone.
4Gesù è seduto a prua e gode visibilmente della bellezza che lo circonda, del silenzio, di tutto quell’azzurro puro di cielo e di acque a cui fanno anello sponde verdi, disseminate di paesi tutti bianchi fra il verde. Si astrae dai discorsi dei discepoli, molto in avanti sulla prora, quasi sdraiato su un fascio di vele, a capo sovente chino su quello specchio di zaffiro che è il lago, come studiasse il fondale e si interessasse di quanto vive in quelle acque limpidissime. Ma chissà a cosa pensa… Pietro lo interroga due volte per sapere se il sole – che ormai, alzato del tutto da oriente, prende in pieno la barca nel suo raggio, non ancor rovente ma già caldo – lo disturbi; un’altra volta gli dice se vuole anche Lui pane e cacio come gli altri. Ma Gesù non vuole nulla, né tenda né pane. E Pietro lo lascia in pace.
Maddalena la tentatrice.
Un gruppetto di piccole barche da diporto, quasi scialuppe, ma tutte ricche di baldacchini purpurei e di morbidi cuscini, taglia per traverso la strada alle barche dei pescatori. Suoni, risate, profumi passano con esse. Sono piene di belle donne e di gaudenti romani e palestinesi, ma più romani, o per lo meno non palestinesi, perché qualcuno deve essere greco; almeno così arguisco dalle parole di un giovane magro, snello, bruno come un’uliva quasi matura, tutto azzimato in una corta veste rossa, limitata da una pesante greca al fondo e tenuta alla vita da una cintura che è un capolavoro di orafo. Dice: «Ellade è bella! Ma neppur la olimpica mia patria ha questo azzurro e questi fiori. E, invero, non stupisce che le dee l’abbiano abbandonata per qui venire. Sfogliamo sulle dee, non più greche ma giudee, i fiori, le rose e gli omaggi…».
6E sparge sulle donne della sua barca i petali di splendide rose, e altre ne getta nella barca vicina.
7Risponde un romano: «Sfoglia, sfoglia, greco! Ma Venere è con me. Io non sfoglio, io colgo le rose su questa bella bocca. È più dolce!». E si china a baciare, sulla bocca aperta al riso, Maria di Magdala, semisdraiata sui cuscini e col capo biondo in grembo al romano.
8Ormai le barchette sono proprio contro alle barche pesanti, e sia per imperizia dei vogatori, sia per giuoco di vento, per poco non cozzano.
9«State attenti, se vi preme la vita», urla Pietro inferocito mentre vira, dando un colpo di barra, per evitare il cozzo. Insulti di uomini e grida di spavento delle donne vanno da barca a barca.
10I romani insultano i galilei dicendo: «Scansatevi, cani d’ebrei che siete».
11Pietro e gli altri galilei non lasciano cadere l’insulto e Pietro specialmente, rosso come un galletto, ritto proprio sul bordo della barca che beccheggia fortemente, con le mani sui fianchi, risponde per le rime, non risparmiando né romani, né greci, né ebrei, né ebree. Anzi a queste dedica tutta una collana di appellativi onorifici che lascio nella penna. Il battibecco dura finché il groviglio di chiglie e di remi non si è dipanato, e ognuno va per la sua via.
12Gesù non ha mai cambiato posizione. È rimasto seduto, assente, senza sguardi né parole per le barche e i loro occupanti. Appoggiato su un gomito, ha continuato a guardare la sponda lontana come nulla accadesse. Gli viene gettato anche un fiore. Non so da chi, certo da una donna, perché sento una risatina femminile accompagnare l’atto. Ma Lui… niente. Il fiore lo colpisce quasi sul volto e casca sulle tavole, finendo sotto ai piedi del bollente Pietro.
13Quando le barchette stanno per allontanarsi, vedo che la Maddalena si alza in piedi e segue la traccia che le indica una compagna di vizio, ossia appunta i suoi occhi splendidi sul volto sereno e lontano di Gesù. Quanto lontano dal mondo quel volto…
L’Iscariota interpella Simone Zelote.
14«Di’, Simone!», interpella l’Iscariota. «Tu che sei giudeo come me, rispondi. Ma quella bellissima bionda in grembo al romano, quella che si è alzata in piedi poco fa, non è la sorella di Lazzaro di Betania?».
15«Non so nulla io», risponde asciutto Simon Cananeo.
«Sono tornato fra i vivi da poco e quella donna è giovane…».
«Non mi vorrai dire che tu non conosci Lazzaro di Betania, spero! So bene che gli sei amico e ci sei stato anche col Maestro».
«E se ciò fosse?».
16«E posto che ciò è, dico io, tu devi conoscere anche la peccatrice che è sorella di Lazzaro. La conoscono anche le tombe! È dieci anni che fa parlare di sé. Ha incominciato ad esser leggera appena fu pubere. Ma da oltre quattro anni! Non puoi ignorare lo scandalo, anche se eri nella “valle dei morti”. Ne parlò tutta Gerusalemme. E Lazzaro si è rinchiuso allora a Betania… Ha fatto bene, del resto. Nessuno avrebbe più messo piede nel suo splendido palazzo di Saione, dove anche lei andava e veniva. Intendo dire: nessuno che fosse santo. In campagna… si sa!… E poi, ormai lei è da per tutto, fuorché a casa sua… Ora certo è a Magdala… Sarà in qualche nuovo amore… Non rispondi? Puoi smentirmi?».
«Non smento. Taccio».
17«Allora è lei? Anche tu l’hai riconosciuta!».
«L’ho vista bambina, e pura, allora. La rivedo ora… Ma la riconosco. Impudicamente ripete l’effigie della madre sua, una santa».
18«E allora perché quasi negavi che il tuo amico l’avesse per sorella?».
«Le nostre piaghe, e quelle di coloro che amiamo, si cerca di tenerle coperte. Specie quando si è onesti».
Giuda ride verde.
L’Iscariota discute con Pietro.
«Dici bene, Simone. E tu sei un onesto», osserva Pietro.
19«E tu l’avevi riconosciuta? A Magdala, a vendere il tuo pesce, ci vai certo, e chissà quante volte l’hai vista! …».
«Ragazzo, sappi che quando si ha le reni stanche di un onesto lavoro, le femmine non fanno più voglia. Si ama solo il letto onesto della nostra sposa».
«Eh! ma la roba bella piace a tutti! Almeno, non foss’altro, si guarda».
«Perché? Per dire: “Non è cibo per la tua mensa”? No, sai. Dal lago e dal mestiere ho imparato diverse cose, e una è questa: che pesce d’acqua dolce e di fondale non è fatto per acqua salsa e corso vorticoso».
«Vuoi dire?».
«Voglio dire che ognuno deve stare al suo posto, per non morire in malo modo».
«Ti faceva morire la Maddalena?».
«No. Ho cuoio duro. Ma… me lo dici: ti senti male tu, forse?».
«Io? Oh! non l’ho neppur guardata! …».
20«Bugiardo! Scommetto che ti sei roso per non essere su questa prima barca e averla più vicina… Avresti sopportato anche me per esser più vicino… Tanto è vero quel che dico, che mi onori della tua parola, in grazia sua, dopo tanti giorni di silenzio».
«Io? Ma se non sarei stato neppur visto! Guardava continuamente il Maestro, lei!».
«Ah! Ah! Ah! e dice che non la guardava! Come hai fatto a vedere dove guardava, se non la guardavi?».
21Ridono tutti, meno Giuda, Gesù e lo Zelote, all’osservazione di Pietro.
2. In casa di Lazzaro[2].
Il tormento di Lazzaro.
35Che ti ha detto Doras? Non ti ha detto di sfuggirmi? Non ti ha messo in luce obbrobriosa il povero Lazzaro?».
«Credo che tu mi conosca a sufficienza per capire che da Me giudico e con giustizia e che, quando amo, amo senza pesare se questo amore può farmi bene o male secondo le luci del mondo».
36«Ma quell’uomo è feroce, è atroce nel ferire e nel nuocere… Mi ha tormentato anche giorni fa. Mi è venuto qui e mi ha detto… Oh! che ho già tanto tormento! Perché volermi levare anche Te?».
37«Io sono il conforto dei tormentati e il compagno degli abbandonati. Sono venuto a te anche per questo».
«Ah! Tu allora sai?… Oh! mia vergogna!».
38«No. Perché tua? So. E che perciò? Avrò anatema per te che soffri? Io sono Misericordia, Pace, Perdono, Amore per tutti; e che sarò per gli innocenti? Tu non hai il peccato per cui soffri. Dovrei infierire su te se ho pietà anche di lei? …».
«L’hai vista?».
«L’ho vista. Non piangere».
39Ma Lazzaro, col capo abbandonato sulle braccia conserte su un tavolo, piange con singhiozzi penosi. Marta si affaccia e guarda. Gesù le fa cenno di stare zitta. E Marta se ne va con dei lacrimoni che scendono senza rumore. Lazzaro si calma poco a poco e si umilia per la sua debolezza. Gesù lo conforta e, poi che l’amico desidera ritirarsi un momento, esce nel giardino e passeggia fra le aiuole dove resiste ancora qualche rosa porpurea.
La preghiera senza il perdono non giova.
40Marta lo raggiunge dopo poco. «Maestro… Lazzaro ha parlato?».
«Sì, Marta».
«Lazzaro non sa darsi pace da quando sa che Tu sai e che l’hai vista…».
41«Come lo sa?».
«Prima quell’uomo che era con Te e che si dice tuo discepolo, quello giovane, alto, bruno e senza barba… poi Doras. Ci ha frustati col suo disprezzo, questo. L’altro ha detto solo che l’avete vista sul lago… coi suoi amanti…».
42«Ma non piangete per questo! Credete che Io ignorassi la vostra ferita? La sapevo da quando ero nel Padre… Non ti accasciare, Marta. Solleva cuore e fronte».
43«Prega per lei, Maestro. Io prego… ma non so perdonare del tutto, e forse l’Eterno respinge l’orazione».
44«Bene hai detto: perdonare bisogna per essere perdonati e ascoltati. Io prego già per lei. Ma dammi il tuo perdono e quello di Lazzaro. Tu, sorella buona, puoi parlare e ottenere ancora più di Me. La sua ferita è troppo aperta e bruciante perché anche la mia mano la sfiori. Tu puoi farlo. Datemi il vostro perdono pieno, santo, ed Io farò…».
45«Perdonare… Non potremo. La madre nostra è morta di dolore per le sue male azioni e.… erano ancora lievi rispetto a quelle di ora. Io vedo le torture della madre… le ho sempre presenti. E vedo ciò che soffre Lazzaro».
La possessione diabolica.
46«È una malata, Marta, una folle. Perdonate».
«È una indemoniata, Maestro».
47«E che è la possessione diabolica se non una malattia dello spirito contagiato da Satana al punto di snaturarsi in un essere spirituale diabolico? Come spiegare altrimenti certe perversioni negli umani? Perversioni che rendono l’uomo molto peggiore delle belve in ferocia, più libidinoso delle scimmie in lussuria, e così via, e ne fanno un ibrido in cui sono fusi l’uomo, l’animale e il demonio? Questa è la spiegazione di ciò che ci stupisce come una mostruosità inspiegabile in tante creature. Non piangere. Perdona. Io vedo. Perché Io ho una vista più alta di quella dell’occhio e del cuore. Ho vista di Dio. Vedo. Ti dico: perdona perché è malata».
48«E guariscila, allora!».
«La guarirò. Abbi fede. Ti farò felice. Ma tu perdona e di’ a Lazzaro che lo faccia. Perdona. Amala ancora. Avvicinala. Parlale come fosse una come te. Parlale di Me…».
«Come vuoi che capisca Te, Santo?».
49«Sembrerà che non comprenda. Ma anche solo il mio Nome è salvezza. Fa’ che mi pensi e mi nomini. Oh! Satana fugge quando il mio Nome viene pensato da un cuore. Sorridi, Marta, a questa speranza. Guarda questa rosa. La pioggia dei giorni scorsi l’aveva mortificata, ma il sole di oggi, guarda, l’ha schiusa, ed essa è ancor più bella perché la pioggia che permane fra petalo e petalo l’ingemma di diamanti. Così sarà la vostra casa… Pianto e dolore ora, e poi… gioia e gloria. Va’. Dillo a Lazzaro mentre Io, nella pace del tuo giardino, prego il Padre per Maria e per voi…».
Tutto ha fine così.
Giudizio di Gamaliele sul fango della famiglia[3]
18«Sì. Gli ho anche detto (a Gamaliele): “Però col Maestro è Lazzaro di Betania”. Ho detto così perché… sì, insomma, per causa di sua sorella. Ma Gamaliele ha risposto: “Lei è presente? No? E allora? Il fango cade dalla veste che non è più nel fango. Lazzaro lo ha scosso da sé. E non me ne contamina la veste. E poi giudico che, se nella sua casa va un uomo di Dio, posso avvicinarlo anche io, dottore della Legge”».
«Gamaliele giudica bene. Fariseo e dottore sino alla midolla, ma onesto e giusto ancora».
19«Sono contento di sentirtelo dire. Maestro, ecco Lazzaro».
20Lazzaro si china a baciare la veste di Gesù. È felice di esser con Lui, ma si vede anche palesemente il suo orgasmo in attesa dei convitati. Certo mi è che il povero Lazzaro, alle sue note torture, note agli uomini perché tramandate dalla storia, ha da aggiungere questa, ignota e non riflettuta dai più, della sofferenza morale di quel tremendo pungolo che è il pensiero: «Che dirà questi a me? Che pensa di me? Come mi considera? Mi ferirà con parole o sguardo di sprezzo?». Pungolo che tormenta tutti quelli che hanno qualche macchia nella loro famiglia.
Il redentore individuale è l’amore[4].
«Oh! non lo dire! Avevo creduto di fare così bene e in segreto!».
17«E per gli uomini c’è il segreto. Ma non per Me. Io leggo nel cuore. Vuoi che ti dica il perché la tua già naturale bontà intinge di perfezione soprannaturale? É perché chiedi dono soprannaturale, chiedi la salvezza di un’anima e la santità tua e di Marta. E senti che non basta essere buoni secondo il mondo, ma occorre esser buoni secondo le leggi dello spirito per avere la grazia da Dio. Tu non hai udito le mie parole. Ma Io ho detto: “Quando fate il bene fatelo in segreto, e il Padre ve ne darà grande ricompensa”. Tu lo hai fatto per naturale impulso all’umiltà. Ed in verità ti dico che il Padre prepara a te una ricompensa che tu neppure puoi immaginare».
18«La redenzione di Maria?! …»
«Questa e più, più ancora».
19«Cosa allora, Maestro, di più impossibile di questo?».
Gesù lo guarda e sorride. Poi dice col tono di un salmo: «Il Signore regna e con Lui i suoi santi. Dei suoi raggi intreccia corona e sul capo dei santi la posa. Onde in eterno essa splenda agli occhi di Dio e dell’universo. Di che metallo è contesta? Di quali pietre decorata? Oro, oro purissimo è il cerchio ottenuto col duplice fuoco dell’amore divino e dell’amore dell’uomo, lavorata a cesello dalla volontà che martella, lima, taglia e affina. Perle con grande dovizia e smeraldi più verdi dell’erba nata ad aprile, turchesi dal colore del cielo, opali dal color della luna, ametiste come viole pudiche, e diaspri e zaffiri e giacinti e topazi. Questi incastonati per tutta la vita. E poi un cerchio di rubini messi per ultimo lavoro, un gran cerchio sulla fronte gloriosa.
20Poiché il benedetto avrà avuto fede e speranza, avrà avuto mitezza e castità, temperanza e fortezza, giustizia e prudenza, misericordia senza misura, e in fondo avrà scritto col sangue il mio Nome e la fede in Me, il suo amore in lui per Me, e il suo nome in Cielo.
Esultate, o giusti del Signore. L’uomo ignora e Dio vede.
21Egli scrive nei libri eterni le mie promesse e le vostre opere, e con esse i vostri nomi, principi del secolo futuro, trionfatori eterni col Cristo del Signore».
Lazzaro lo guarda stupito. Poi mormora: «Oh!… io… non sarò capace…».
22«Lo credi?», e Gesù coglie un ramo flessibile di salice spiovente sul sentiero e dice: «Guarda: come la mia mano piega facilmente questo ramo, così l’amore piegherà la tua anima e ne farà corona eterna. È l’amore il redentore individuale. Chi ama inizia la sua redenzione. Il completamento di essa lo compierà il Figlio dell’uomo».
Tutto ha fine.
3. Un discorso di Gesù ascoltato dalla Maddalena[5].
Dolore per Lazzaro.
6Sopraggiunge Massimino, che precede Lazzaro di qualche metro. «Maestro… mi ha detto Simone che… che Tu vai nella sua casa… Dolore per Lazzaro… ma si comprende…».
7«Ne parleremo poi. Oh! amico mio!». Gesù si affretta verso Lazzaro che è come imbarazzato, lo bacia sulla gota. Sono giunti intanto ad un viottolo che conduce ad una casetta sita fra altri frutteti e quello di Lazzaro.
7«Vuoi proprio andare da Simone, allora?».
«Sì, amico mio. Ho con Me tutti i discepoli e preferisco così…».
8Lazzaro manda giù male la decisione, ma non ribatte. Solo si volge alla piccola folla che li segue e dice: «Andate. Il Maestro ha bisogno di riposo».
9Vedo qui quanto è potente Lazzaro. Tutti si inchinano alle sue parole e si ritirano, mentre Gesù li saluta col suo dolce: «Pace a voi. Vi farò dire quando predicherò».
10«Maestro», dice Lazzaro ora che sono soli, avanti ai discepoli che parlano con Massimino qualche metro indietro. «Maestro… Marta è tutta in lacrime. Per questo non è venuta. Ma poi verrà. Io non piango che nel cuore. Ma diciamo: è giusto. Se avessimo pensato che ella veniva… Ma non viene mai per le feste… Già… quando mai viene?… Io dico: l’ha spinta qua il demonio proprio oggi».
11«Il demonio? E perché non il suo angelo per comando di Dio? Ma, mi devi credere, anche se ella non ci fosse stata, Io sarei andato in casa di Simone».
12«Perché, mio Signore? Non ricevesti pace dalla mia casa?».
«Tanta pace che dopo Nazareth è il luogo a Me più caro. Ma, rispondimi, perché mi hai detto: “Vieni via dall’Acqua Speciosa”? Per l’insidia che si accosta. Non è così? E allora Io mi metto nelle terre di Lazzaro, ma non metto Lazzaro nella condizione di ricevere insulto nella sua casa. Credi che ti rispetterebbero? Per calpestare Me passerebbero anche sopra l’Arca santa… Lasciami fare. Per ora almeno. Poi verrò. Del resto nulla mi vieta di prendere pasti da te e nulla vieta che tu venga da Me. Ma fai che si dica: “È in casa di un suo discepolo”».
13«E io non lo sono?»
«Tu sei l’amico. È più che discepolo per il cuore. È una cosa diversa per la malizia. Lasciami fare. Lazzaro, questa casa è tua… ma non è la tua casa. La bella e ricca casa del figlio di Teofilo. E per i pedanti ciò ha molto valore».
14«Tu dici così… ma è perché… è per lei, ecco. Io stavo per persuadermi a perdonare… ma se lei allontana Te, vivaddio, io l’odierò…»
Lacrime per Marta.
15«E mi perderai del tutto. Deponi questo pensiero, subito, o subito mi perdi… Ecco Marta. Pace a te, mia dolce albergatrice».
16«Oh! Signore!». Marta in ginocchio piange. Si è calata il velo, che è posato sull’acconciatura del capo fatta a diadema, per non mostrare molto il suo pianto agli estranei. Ma a Gesù non pensa di celarlo.
17«Perché questo pianto? In verità che tu sciupi queste lacrime! Vi sono tanti motivi per piangere e per fare delle lacrime un oggetto prezioso. Ma piangere per questo motivo! Oh! Marta! Sembra che tu non sappia più chi Io sono! Dell’uomo, lo sai, non ho che la veste[6]. Il cuore è divino e da divino palpita. Su. Alzati e vieni in casa… e lei… lasciatela fare. Anche mi venisse a deridere, lasciatela fare vi dico. Non è lei. È colui che la tiene che la fa strumento di turbamento. Ma qui vi è Uno che è più forte del suo padrone. Ora la lotta passa da Me a lui, direttamente. Voi pregate, perdonate, pazientate e credete. E nulla più».
La misericordia semina sul fango i fiori del bene
23«Oh! Maestro! Mi ha detto Nicodemo che fu di una violenza mai vista la seduta del Sinedrio!
24«Che ho fatto al Sinedrio per inquietarsi? Doras è morto da sé, alla vista di tutto un popolo, ucciso dall’ira. Non ho permesso fosse mancato rispetto al morto. Dunque…».
25«Tu hai ragione. Ma essi… Pazzi di paura sono. E.… lo sai che hanno detto che occorre trovarti in peccato per poterti uccidere?».
«Oh! allora sta’ quieto! Avranno da attendere sino all’ora di Dio!».
25«Ma Gesù! Sai di chi si parla? Sai di che sono capaci farisei e scribi? Sai che anima abbia Anna? Sai quale è il suo secondo? Sai… ma che dico? Tu sai! E perciò è inutile che ti dica che il peccato lo inventeranno per poterti accusare».
26«Lo hanno già trovato. Ho già fatto più che non occorra. Ho parlato a romani, ho parlato a peccatrici… Sì. A peccatrici, Lazzaro. Una, non mi guardare così spaventato, … una viene sempre ad udirmi ed è ospitata in una stalla dal tuo fattore, per mia preghiera, perché, per starmi vicina, aveva preso dimora in uno stabbio da porci…».
27Lazzaro è la statua dello stupore. Non si muove più. Guarda Gesù come vedesse uno che per la sua stranezza è strabiliante.
28Gesù lo scuote sorridendo. «Hai visto Mammona?», chiede.
«No… La Misericordia ho visto. Ma… ma io lo capisco. Essi, quelli del Consiglio, no. E dicono che è peccato. È vero dunque! Io credevo… Oh! che hai fatto?».
29«Il mio dovere, il mio diritto e il mio desiderio: cercare di redimere uno spirito caduto. Tu vedi perciò che tua sorella non sarà il primo fango che avvicino e sul quale mi chino. E non sarà l’ultimo. Sul fango Io voglio seminare i fiori e farli sorgere: i fiori del bene».
Uno solo è l’amore dell’anima. (Insegnamento)
Dio fa di ogni male un bene.
32…e la visione riprende mentre Gesù torna a salire sul terrazzo per parlare alla gente di Betania e dei posti vicini, accorsa a sentire.
«Pace a voi.
33Quand’anche Io tacessi, i venti di Dio porterebbero a voi le parole del mio amore e dell’altrui livore. So che siete agitati perché non vi è ignoto il perché Io sono fra voi. Ma non fatene altro che una agitazione di gioia e con Me benedite il Signore che usa il male per dare una gioia ai suoi figli, riconducendo sotto il pungolo del male il suo Agnello fra gli agnelli per metterlo in salvo dai lupi.
34Vedete come è buono il Signore. Nel luogo dove ero sono arrivati, come acque ad un mare, un fiume ed un rivo. Un fiume di amorosa dolcezza, un rivo di bruciante amarezza. Il primo era l’amore di voi, da Lazzaro e Marta all’ultimo del paese; il rivo era l’ingiusto astio di chi, non potendo venire al Bene che lo invita, accusa il Bene di essere un Delitto. E il fiume diceva: “Torna, torna fra noi. Le nostre onde ti circondino, ti isolino, ti difendano. Ti diano tutto quanto ti nega il mondo”. Il rivo malvagio fischiava minacce e voleva uccidere col suo tossico. Ma che è un rivo rispetto ad un fiume, e che rispetto ad un mare? Nulla. E nulla è divenuto il tossico del rio perché il fiume del vostro amore lo ha soverchiato, e nel mare del mio amore non si è immessa che la dolcezza del vostro amore. Anzi, bene ha fatto. Mi ha riportato a voi. Benediciamone il Signore altissimo».
35La voce di Gesù si spande potente per l’aria calma e silenziosa. Gesù, tutto bello nel sole, gestisce e sorride calmo dall’alto della terrazza. In basso la gente lo ascolta beata: una fiorita di volti levati che sorridono all’armonia della sua voce. Lazzaro è vicino a Gesù, e vi è Simone e Giovanni. Gli altri sono sparsi fra la folla. Sale anche Marta e si siede per terra ai piedi di Gesù, guardando verso la sua casa che appare oltre il frutteto.
Il fiume buono e il rivo malvagio.
36«Il mondo è dei cattivi. Il Paradiso è dei buoni. Questa è la verità e la promessa. E su questa si appoggi la nostra sicura forza. Il mondo passa. Il Paradiso non passa. Se essendo buono uno se lo conquista, egli in eterno lo gode. E allora? Perché turbarsi di ciò che fanno i cattivi? Ricordate i lamenti di Giobbe[7]? Sono gli eterni lamenti di chi è buono e oppresso; perché la carne geme, ma gemere non dovrebbe, e più è conculcata più si dovrebbero alzare le ali dell’anima nel giubilo del Signore.
37Credete voi che siano felici quelli che felici paiono perché col modo lecito, e più con l’illecito, hanno pingui granai e colmi i tini e traboccano d’olio i loro otri? No. Sentono il sapore del sangue e delle lacrime altrui in ogni loro cibo e il giaciglio pare loro irto di pruni, tanto su esso sentono urlanti i rimorsi. Depredano i poveri e spogliano gli orfani, derubano il prossimo per fare ammasso, opprimono chi è da meno di loro in potenza e in perversità. Non importa. Lasciateli fare. Il loro regno è di questo mondo. E alla loro morte che resta? Nulla. Se non si vuole chiamare tesoro il cumulo di colpe che seco portano e col quale a Dio si presentano. Lasciateli fare. Sono i figli delle tenebre, i ribelli alla Luce, e non possono seguire i luminosi sentieri di essa. Quando Dio fa brillare la stella del mattino, essi la chiamano ombra di morte e come tale la credono contaminata e preferiscono camminare al bagliore sudicio del loro oro e del loro odio, che fiammeggia soltanto perché le cose d’inferno brillano del fosforo degli eterni laghi di perdizione…».
L’anima dei peccatori.
38«Mia sorella, Gesù… oh!». Lazzaro scorge Maria che scivola dietro una siepe del frutteto di Lazzaro per giungere il più vicino possibile. Va curva. Ma la sua testa bionda brilla come oro contro il bosso oscuro.
39Marta fa per alzarsi. Ma Gesù le preme una mano sulla testa e deve rimanere dove è. Gesù eleva ancora di più la sua voce.
40«Che dire di questi infelici? Dio ha dato loro tempo di fare penitenza ed essi se ne abusano per peccare. Ma non li perde di vista 41Iddio, anche se pare che lo faccia. E il momento viene in cui, o perché, come fulmine che penetra anche nel masso, l’amore di Dio squarcia il loro duro cuore, o perché la somma dei delitti porta l’onda del loro fango fin nelle loro fauci e nelle loro nari – ed essi sentono, oh! che finalmente sentono! lo schifo di quel sapore e di quel fetore che è ripugnanza agli altri e che fa colmo il loro cuore – viene il momento che ne hanno nausea e sorge un movimento di desiderio al bene. L’anima allora grida: “E chi mi darà di ritornare come nei tempi di prima, quando ero in amicizia a Dio? Quando la sua luce splendeva nel mio cuore e al suo raggio io camminavo? Quando davanti alla mia giustizia taceva ammirato il mondo, e chi mi vedeva mi diceva beato? Il mondo beveva il mio sorriso e le mie parole erano accolte come parole di angelo e balzava d’orgoglio il cuore nel petto dei miei famigliari. Ed ora che sono? Derisione ai giovani, orrore agli anziani, io faccio il soggetto delle loro canzoni, e lo sputo del loro disprezzo mi riga il volto”[8].
L’amore dell’anima: è Dio.
42Sì, così parla in certe ore l’anima dei peccatori, dei veri Giobbe, perché non vi è miseria più grande di questa, di uno che ha perduto in eterno l’amicizia di Dio e il suo Regno. E devono fare pietà. Solo pietà. Sono povere anime che hanno, per ozio o per sventatezza, perduto l’eterno Sposo. “Di notte, nel mio letto, cercai l’amor dell’anima mia e non lo trovai”. Infatti nella tenebra non si può distinguere lo sposo, e l’anima pungolata dall’amore, irriflessiva perché fasciata dalla notte spirituale, cerca e vuol trovare un refrigerio al suo tormento. Crede trovarlo con qualunque amore. No. Uno solo è l’amore dell’anima: è Dio. Vanno, queste anime che l’amore di Dio pungola, cercando amore. Basterebbe volessero in loro la luce, e amore avrebbero a loro consorte. Vanno come malate, cercando a tentoni amore, e trovano tutti gli amori, tutte le sozze cose che l’uomo ha così battezzate, ma non trovano l’amore; perché l’amore è Dio e non è l’oro, il senso, il potere.
43Povere, povere anime! Se, meno oziose, fossero sorte al primo invito dello Sposo eterno, a Dio che dice: “Seguimi”, a Dio che dice: “Aprimi”, non sarebbero giunte ad aprire l’uscio, coll’impeto del loro amore destato, quando lo Sposo deluso già è lontano. Scomparso… E non avrebbero profanato quell’impeto santo di un bisogno di amore, in una fanghiglia che fa schifo all’animale immondo tanto è inutile e cosparsa di triti triboli, che non erano fiori ma solo aculei che straziano e non coronano. E non avrebbero conosciuto gli scherni delle guardie di ronda, di tutto il mondo che, come Dio, ma per opposti motivi, non perde di vista il peccatore e lo posteggia per deriderlo e per criticarlo.
44Povere anime picchiate, spogliate, ferite da tutto il mondo! Solo Dio non si unisce a questa lapidazione di uno scherno impietoso.
45Ma fa cadere le sue lacrime per medicare le ferite e rivestire di diamantina veste la sua creatura. Sempre sua creatura… Solo Dio… e i figli di Dio col Padre. Benediciamo il Signore. Egli ha voluto che per i peccatori Io qui avessi a tornare per dirvi: “Perdonate. Sempre perdonate. Fate di ogni male un bene. Fate di ogni offesa una grazia”. Non vi dico “fate” solo. Vi dico: ripetete il mio gesto. Io amo e benedico i nemici perché per essi ho potuto tornare a voi, amici miei. La pace sia su tutti voi».
46La gente agita veli e ramaglie verso Gesù e poi si allontana piano piano.
Il segreto del Redentore e dei redentori.
47«L’avranno vista quella impudente?».
«No, Lazzaro. Ella era dietro la siepe e ben nascosta. Noi potevamo vederla perché qui in alto. Gli altri no».
«Ci aveva promesso di…».
48«Perché non doveva venire? Non è una figlia di Abramo ella pure? Voglio da voi, fratelli, e da voi, discepoli, giuramento di non farle capire nulla. Lasciatela fare. Mi deriderà? Lasciatela fare. Piangerà? Lasciatela fare. Vorrà rimanere? Lasciatela fare. Vorrà fuggire? Lasciatela fare. È il segreto del Redentore e dei redentori: avere pazienza, bontà, costanza e preghiera. Nulla più. Ogni gesto è di troppo presso certe malattie… Addio, amici. Io resto a pregare. Voi andate ognuno al suo compito. E Dio vi accompagni».
4. Il potere della volontà[9]
Splendori dei redenti.
5Lo raggiunge Simone: «Maestro, Lazzaro ti prega di venire. Tutto è pronto».
6«Andiamo. E così cada anche l’ultimo dubbio che Io li ho meno cari per causa di Maria».
7«Quanto pianto, Maestro! Solo un tuo segreto miracolo ha potuto medicare quel dolore. Ma non sai che Lazzaro fu per fuggire dopo che ella, al loro ritorno, uscì di casa dicendo che lasciava i sepolcri per la gioia e.… altre insolenze? Io e Marta lo abbiamo scongiurato a non farlo, anche perché… non si sa mai la reazione di un cuore. L’avesse trovata, io credo che l’avrebbe punita una volta per tutte. Avrebbero voluto almeno il silenzio, da lei, su Te…».
8«E l’immediato miracolo di Me su lei. E l’avrei potuto fare. Ma non voglio una risurrezione forzata nei cuori. Forzerò la morte e mi renderà le sue prede. Perché Io sono il Padrone della morte e della vita. Ma sugli spiriti, che non sono materia che senza soffio è priva di vita, ma sono immortali essenze capaci di risorgere per volontà propria, Io non forzo la risurrezione. Do il primo appello e il primo aiuto, come uno che aprisse un sepolcro dove uno fu chiuso mal vivo e dove morrebbe se a lungo rimanesse in quelle tenebre asfissianti, e lascio entrare aria e luce… poi attendo. Se lo spirito è voglioso di uscirne, esce. Se non vuole così, si infosca ancor più e sprofonda[10]. Ma se esce!… Oh! se esce, in verità ti dico che nessuno sarà più grande del risorto di spirito. Solo l’Innocenza assoluta è più grande di questo morto che torna vivo per forza di proprio amore e per gioia di Dio… I miei più grandi trionfi!
9Guarda il cielo, Simone. Tu vedi in esso stelle e stelline, e pianeti di diverse grandezze. Tutti hanno vita e splendore per Dio che li ha fatti e per il sole che li illumina, ma non tutti sono ugualmente splendidi e grandi. Anche nel mio cielo sarà così. Tutti i redenti avranno vita per Me e splendore per la mia luce. Ma non tutti saranno ugualmente splendidi e grandi. Taluni saranno una semplice polvere d’astri, come quella che fa lattea Galatea, e saranno quelli, innumerabili, che dal Cristo avranno avuto, meglio, avranno aspirato solo quel minimo indispensabile per non essere dei dannati, e soltanto per l’infinita misericordia di Dio, dopo lungo purgatorio, verranno al Cielo. Altri saranno più fulgidi e formati: i giusti che avranno unito la loro volontà; nota: volontà, non buona volontà, al volere del Cristo e avranno ubbidito, per non dannarsi, alle mie parole. Poi vi saranno i pianeti, le buone volontà, oh! splendidissimi! Della luce di puro diamante o di gemmeo splendore dai diversi colori rossi di rubino, violacei d’ametista, biondi di topazio, candidi di perle: gli innamorati fino alla morte per l’amore, i penitenti per amore, gli operanti per amore, gli immacolati per amore.
10E ve ne saranno alcuni, di questi pianeti, e saranno le mie glorie di Redentore, che avranno in loro bagliori di rubino, di ametista, di topazio e di perla, perché tutto saranno per amore. Eroici per giungere a perdonarsi di non aver saputo amare prima, penitenti per saturarsi di espiazione come Ester prima di presentarsi ad Assuero si saturò di aromi[11], instancabili per fare in poco, nel poco che loro resta, quanto non fecero negli anni che spersero nel peccato, puri fino all’eroicità per dimenticare, anche nelle viscere oltre che nell’anima e nel pensiero, che vi è un senso. Saranno quelli che attireranno per il loro multiforme splendore gli occhi dei credenti, dei puri, dei penitenti, dei martiri, degli eroi, degli asceti, dei peccatori, e per ognuna di queste categorie il loro splendore sarà parola, risposta, invito, assicurazione…
11Ma andiamo. Noi parliamo e là ci attendono».
12«È che quando Tu parli si dimentica d’essere vivi. Posso dire tutto questo a Lazzaro? Mi pare che in esso ci sia una promessa…».
13«Lo devi dire. La parola dell’amico può posarsi sulla loro ferita e non arrossiranno di essere arrossiti davanti a Me…
5. Il Ritiro turbato dal sibilo di Satana.
Vangelo della misericordia
Il Monte delle Beatitudini[12].
Dice Gesù:
30«Guarda e scrivi. É Vangelo della Misericordia, che do a tutti e specie a quelle che si riconosceranno nella peccatrice e che invito a seguirla nella redenzione».
31Gesù in piedi su un masso parla a molta folla. Il luogo è alpestre. Una collina solitaria, fra due valli. La collina ha la vetta in forma di giogo, anzi, è più chiaro: in forma di gobba di cammello, di modo che a pochi metri dalla cima ha un naturale anfiteatro in cui la voce rimbomba netta come in una sala da concerti, molto ben costruita.
32La collina è tutta in fiore. Deve esser buona stagione. Le messi delle pianure tendono ad imbiondire e a farsi pronte per la falce. A nord un alto monte splende col suo nevaio al sole. Immediatamente sotto, al oriente, il mare di Galilea pare uno specchio spezzato in innumeri scaglie di cui ognuna è uno zaffiro acceso dal sole. Abbacina col suo tremolio azzurro e oro, su cui non si riflette che qualche nuvola fioccosa che veleggia in un cielo purissimo e l’ombra fuggente di qualche vela. Oltre il lago di Genezaret vi è un lontanare di pianure che, per una lieve nebbia terra a terra, forse vaporare di rugiade – perché deve essere ancor mattina e in sulle prime ore, dato che l’erba montana ha ancora qualche diamante rugiadoso sperso fra i suoi steli – paiono continuare il lago, ma con tinte quasi d’opale venato di verde, e oltre ancora una catena montana dalla costa molto capricciosa che fa pensare ad un disegno di nuvole sul cielo sereno.
33La folla è seduta chi sull’erba chi su dei pietroni, altra folla è in piedi. Il collegio apostolico non è completo. Vedo Pietro e Andrea, Giovanni e Giacomo, e sento chiamare gli altri due Natanaele e Filippo. Poi ve ne è un altro che è e non è nel gruppo. Forse l’ultimo arrivato: lo chiamano Simone. Gli altri non ci sono. A meno che io non li veda fra la gran folla.
34Il discorso è già incominciato da un po’. Capisco che è il discorso della Montagna. Ma le beatitudini sono già enunciate. Anzi direi che il discorso si avvia alla fine, perché Gesù dice: «Fate questo e ne avrete gran premio. Perché il Padre che è nei Cieli è misericordioso coi buoni e sa dare il centuplo per uno. Onde Io vi dico…».
Comparsa della Maddalena.
35Molto movimento avviene fra la folla che si assiepa verso il sentiero che sale al pianoro. Le teste dei più prossimi a Gesù si voltano. L’attenzione si svia. Gesù sospende di parlare e volge lo sguardo nella direzione degli altri. È serio e bello nel suo abito azzurro cupo, con le braccia conserte sul petto e il sole che lo sfiora sul capo col primo raggio che sormonta il picco orientale del colle.
36«Fate largo, plebei» grida una iraconda voce d’uomo. «Fate largo alla bellezza che passa» … e vengono avanti quattro bellimbusti tutti azzimati, di cui uno è certo romano perché ha la toga romana, i quali portano come in trionfo sulle loro mani incrociate a sedile Maria dì Magdala, gran peccatrice ancora.
37E lei ride con la sua bellissima bocca, buttando indietro la testa dalla capigliatura d’oro, tutta intrecci e riccioli trattenuti da forcine preziose e da una lamina d’oro, sparsa di perle, che le fascia il sommo della fronte come un diadema, dal quale scendono ricciolini lievi a velare gli occhi splendidi di loro e resi ancor più grandi e seduttori da un sapiente artificio. Il diadema, poi, si perde dietro le orecchie, sotto la massa delle trecce che pesano sul collo candidissimo e scoperto tutto. Anzi… lo scoperto va molto oltre il collo.
38Le spalle sono scoperte sino alle scapole, e il petto molto più ancora. La veste è trattenuta sulle spalle da due catenelle d’oro. Le maniche non esistono. Il tutto è coperto, per modo di dire, da un velo che ha il solo incarico di riparare la pelle dall’abbronzatura del sole. La veste è molto leggera e la donna, buttandosi come fa, per vezzo, contro l’uno o l’altro dei suoi adoratori, è come ci si buttasse addosso nuda. Ho l’impressione che il romano sia il preferito, perché a lui vanno di preferenza risatine e occhiate e più facilmente riceve il capo di lei sulla spalla.
39«Ecco accontentata la dea» dice il romano. «Roma ha fatto da cavalcatura alla Venere novella. E là è l’Apollo che hai voluto vedere. Seducilo dunque… Ma lascia anche a noi briciole dei tuoi vezzi».
40Maria ride e con mossa agile e procace balza a terra, scoprendo i piedini calzati da sandali bianchi con fibbie d’oro e un bel pezzo di gamba. Poi la veste, che è amplissima, di una lana sottile come velo e candidissima, trattenuta alla vita, ma molto in basso, verso i fianchi, da un cinturone tutto a borchie d’oro, snodate, copre tutto. E la donna sta come un fiore di carne, un fiore impuro, sbocciato per sortilegio sul verde pianoro in cui sono mughetti e narcisi selvatici in grande quantità.
41E’ bella più che mai. La bocca piccola e porporina pare un garofano che sbocci sul candore della dentatura perfetta. Il volto e il corpo potrebbero accontentare il più incontentabile pittore o scultore, sia per tinta che per forme. Ampia di petto e di fianchi in misura giusta, con una vita naturalmente flessuosa e sottile rispetto ai fianchi e al petto, pare una dea, come ha detto il romano, una dea scolpita in un marmo lievemente rosato, su cui si tende la stoffa lieve sui fianchi per poi ricadere in una massa di pieghe sul davanti. Tutto è studiato per piacere.
42Gesù la guarda fisso. E lei ne sostiene con spavalderia lo sguardo mentre ride e si torce lievemente per il solletico che il romano le fa scorrendola sulle spalle e sul seno, che ha scoperti, con un mughetto colto fra l’erba. Maria, con un corruccio studiato e non vero, rialza il velo dicendo: «Rispetto al mio candore», il che fa scoppiare i quattro in una fragorosa risata.
43Gesù la continua a fissare. Appena il rumore delle risate si perde, Gesù, come se l’apparizione della donna avesse riacceso fiamme al discorso che si assopiva nella finale, riprende, e non la guarda più. Ma guarda i suoi uditori che paiono impacciati e scandalizzati per l’avvenuto.
La purezza cristiana (Continuazione del discorso).
La concupiscenza del cuore.
44Gesù riprende: «Ho detto d’esser fedeli alla Legge, umili, misericordiosi, di amare non solo i fratelli di sangue ma anche chi vi è fratello sol perché nato come voi da uomo.
45Vi ho detto che il perdono è più utile del rancore, che il compatimento è migliore dell’inesorabilità. Ma ora vi dico che non si deve condannare se non si è esenti dal peccato per cui si è portati a condannare. Non fate come scribi e farisei che sono severi con tutti ma non con sé stessi. Che chiamano impuro ciò che è esterno, e può contaminare solo l’esterno, e poi accolgono nel più fondo seno – il cuore – l’impurità.
46Dio non è con gli impuri. Perché l’impurità corrompe ciò che è proprietà di Dio: le anime, e specie le anime dei piccoli che sono gli angeli sparsi sulla terra. Guai a quelli che strappano loro le ali con crudeltà di belve demoniache e prostrano questi fiori di Cielo nel fango, facendo loro conoscere il sapore della materia! Guai!… Meglio sarebbe morissero arsi da un fulmine anziché giungere a tale peccato!
Guai ai ricchi corruttori.
47Guai a voi, ricchi e gaudenti! Perché è proprio fra voi che fermenta la più grande impurità a cui fanno letto e guanciale ozio e denaro! Ora siete satolli. Fino alla gola vi arriva il cibo delle concupiscenze e vi strozza. Ma avrete fame. Una fame tremenda, insaziabile e senza addolcimento in eterno. Ora siete ricchi. Quanto bene potreste fare colla vostra ricchezza! Ve ne fate tanto male per voi e per gli altri. Conoscerete una povertà atroce in un giorno che non avrà fine. Ora ridete. Credete d’essere i trionfatori. Ma le vostre lacrime empiranno gli stagni della Geenna. E non avranno più sosta.
48Dove si annida adulterio? Dove corruzione di fanciulle? Chi ha due o tre letti di licenza, oltre il proprio di sposo, e su essi profonde il suo denaro e la vigoria di un corpo che Dio gli ha dato sano perché lavori per la sua famiglia e non si spossi in luridi connubi che lo mettono al disotto di una bestia immonda?
Nulla giustifica la fornicazione.
49Avete udito che fu detto: “Non commettere adulterio”. Ma Io vi dico che chi avrà guardato una donna con concupiscenza, che chi è andata ad un uomo col desiderio, anche solo con questo, ha già commesso adulterio nel suo cuore.
50Nessuna ragione giustifica la fornicazione. Nessuna. Non l’abbandono e il ripudio di un marito. Non la pietà verso una ripudiata. Avete un’anima sola. Quando essa è congiunta ad un’altra per patto di fedeltà, non menta.
Volontà di rinunciare al peccato.
51Altrimenti il bel corpo per cui peccate andrà seco voi, anime impure, nelle fiamme inesauste. Mutilatelo piuttosto, ma non l’uccidete in eterno dannandolo. Tornate uomini, voi ricchi, sentine verminose di vizio, tornate uomini per non fare ribrezzo al Cielo…»
Fuga della Maddalena.
52Maria, che ha ascoltato in principio con un viso che era un poema di seduzione e di ironia, avendo di tanto in tanto delle risatine di scherno, sulla fine del discorso si fa nera di corruccio. Capisce che senza guardarla Gesù parla a lei. Il suo corruccio si fa sempre più nero e ribelle e all’ultimo ella non resiste. Si avvolge dispettosa nel suo velo e, inseguita dalle occhiate della folla che la scherniscono e dalla voce di Gesù che la persegue, si dà in corsa giù per la china lasciando lembi di veste sui cardi e sui cespugli di rose canine che sono ai margini del sentiero, e ride di rabbia e di scherno.
6. Rissa in casa di Maddalena[13].
La Magdala dei ricchi.
11Il gruppo cammina, in silenzio adesso. La strada, da maestra, si fa cittadina, con una pavimentazione a pietre larghe un palmo quadrato. Le case sono sempre più ricche e belle fra orti e giardini rigogliosi e fioriti. Ho l’impressione che la Magdala elegante fosse per i palestinesi una specie di luogo di piacere come certe cittadine dei nostri laghi lombardi: Stresa, Gardone, Pallanza, Bellagio, ecc. ecc. Ai ricchi palestinesi sono mescolati romani, certo venuti da altri luoghi come Tiberiade o Cesarea, dove intorno al Governatore saranno certo stati dei funzionari e dei negozianti per esportare a Roma le cose più belle prodotte dalla colonia palestinese.
Rissa in casa di Maddalena.
12Gesù si inoltra, sicuro come sapesse dove andare. Costeggia il lago al cui limite si affacciano le case coi loro giardini. Un grande coro di pianti esce da una ricca dimora.
Son voci di donne e bambini e, acutissima, una femminile che grida: «Figlio! Figlio!».
13Gesù si volge e guarda i suoi apostoli. Giuda si fa avanti. «Non tu» ordina Gesù.
14«Tu, Matteo. Va’ e domanda».
Matteo va e torna: «Una rissa, Maestro. Un uomo è morente. Un giudeo. Il feritore è scappato, era romano. Sono corse la moglie e la madre e i piccoli bimbi… Ma muore».
«Andiamo».
«Maestro… Maestro… Il fatto è avvenuto in casa di una donna… che non è la moglie».
«Andiamo».
15Entrano dalla porta aperta in un largo e lungo vestibolo che dà poi su un bel giardino. Pare che la casa sia divisa da questa specie di peristilio coperto e molto ricco di piante verdi in vasi e di statue e oggetti d’intarsio. Un misto fra la sala e la serra. In una stanza, la cui porta è spalancata sul vestibolo, sono donne piangenti. Gesù entra sicuro. Non dà però il suo solito saluto. Fra gli uomini che sono presenti vi è un mercante che deve conoscere Gesù, perché appena lo vede dice: «Il Rabbi di Nazareth!» e lo saluta con rispetto.
16«Giuseppe, che è stato?».
«Maestro, un colpo di pugnale, al cuore… Muore».
«Perché?».
17Una donna grigia e spettinata si alza – era a ginocchi presso il morente al quale sorreggeva una mano già inerte – e con occhi da pazza stride: «Per lei, per lei… Me lo ha insatanassato… Più madre, più moglie, più figli c’erano per lui! L’inferno ti deve avere, satana!».
Non c’è misericordia per chi non si pente.
18Gesù alza gli occhi, seguendo la mano che tremando accusa, e vede nell’angolo, contro la parete color rosso cupo, Maria di Magdala più procace che mai, direi vestita… di niente per metà corpo, perché è seminuda dalla vita in su, in una specie di reticella a maglie esagonali di cosine tonde che mi paiono perline. Ma è in penombra e non vedo bene.
19Gesù riabbassa gli occhi. Maria, sferzata dall’indifferenza, si erge, mentre prima era come accasciata, e si dà un contegno.
20«Donna» dice Gesù alla madre. «Non imprecare. Rispondi. Perché tuo figlio era in questa casa?».
«Te l’ho detto. Perché lei lo aveva reso pazzo. Lei».
21«Silenzio. Lui pure era dunque in peccato perché adultero e padre indegno di questi innocenti. Merita dunque il suo castigo. In questa e nell’altra vita non c’è misericordia per colui che non si pente. Ma ho pietà del tuo dolore, donna, e di questi innocenti. È lontana la tua casa?».
«Un cento metri».
Farsi il cuore buono per ottenere grazia.
22«Sollevate l’uomo e portatelo là».
«Non è possibile, Maestro» dice il mercante Giuseppe.
«Sta per morire».
23«Fai quanto dico». Passano una tavola sotto il corpo del moribondo e il corteo esce lentamente. Traversa la via e penetra in un giardino ombroso. Le donne continuano a piangere rumorosamente. Appena dentro al giardino, Gesù si volge alla madre.
24«Puoi perdonare? Se tu perdoni, Dio perdona. Bisogna farsi il cuore buono per ottenere grazia. Costui ha peccato e peccherà ancora. Meglio per lui sarebbe morire, perché vivendo ricadrà nel peccato e dovrà rispondere anche della irriconoscenza verso Dio che lo salva. Ma tu e questi innocenti (e segna la moglie e i bambini) cadreste in disperazione. Io sono venuto per salvare e non perdere. Uomo, Io te lo dico: sorgi e guarisci».
25L’uomo riprende vita e apre gli occhi, vede la madre, i figli, la moglie, china il capo vergognoso.
«Figlio, figlio» dice la madre.
«Eri morto se Egli non ti salvava. Torna in te. Non delirare per una…»
Gesù interrompe la vecchia.
26«Donna, taci. Usa la misericordia che t’è stata usata. La tua casa è santificata dal miracolo, che è sempre prova della presenza di Dio. Per questo Io non l’ho potuto compiere dove era il peccato. Sappi, tu almeno, serbarla tale se anche costui non lo saprà. Curatelo ora. È giusto che soffra qualche poco. Sii buona, donna. E tu. E voi piccoli. Addio».
27Gesù ha posato la mano sul capo delle due donne e dei piccini. Poi esce passando davanti alla Maddalena, che ha seguito sino al limite della via il corteo ed è rimasta addossata contro un albero. Gesù rallenta come per attendere i discepoli, ma credo la faccia per dar modo a Maria di fare un gesto. Ma ella non lo fa. I discepoli raggiungono Gesù, e Pietro non può trattenersi da dire fra i denti un epiteto appropriato a Maria. Questa, che vuol darsi un contegno, scoppia in una risata di ben povero trionfo. Ma Gesù ha udito la parola di Pietro e si volta severo: «Pietro, Io non insulto. Non insultare. Prega per i peccatori. Null’altro».
28Maria spezza il trillo della sua risata, china il capo e fugge come una gazzella in direzione della sua casa.
7. Maddalena deve farsi da sola[14].
Tutti portano la loro croce.
7«Non arrossire, donna. Vieni qui. Mi volevi sentire parlare? Perché?».
«Perché sei il Messia. Non puoi essere che Tu il Messia, col miracolo che hai fatto… E mi piaceva sentirti. Io non vado mai fuori di Magdala perché ho… un marito difficile e cinque bambini. Il più piccolo ha quattro mesi… e Tu qui non vieni mai».
8«Sono venuto, e nella tua casa. Lo vedi».
«Per questo volevo sentirti».
9«Dove è tuo marito?».
«Sul mare, Signore. Se non si pesca non si mangia. Io non ho che questo orticello. Può bastare a sette persone? Eppure Zaccheo vorrebbe che sì…»
10«Sii paziente, donna. Tutti hanno la loro croce».
«Eh! no! Le spudorate non hanno che il godere. Hai visto l’opera delle spudorate! Godono e fanno soffrire. Loro non si spezzano le reni nel figliare e nel lavorare. Non si fanno venire le vesciche con la zappa o si spellano le mani con i bucati. Loro sono belle, fresche. Per loro non c’è la condanna di Eva. Sono la condanna nostra, anzi, perché… gli uomini… Tu mi capisci».
11«Ti capisco. Ma sappi che hanno anche loro la loro tremenda croce. La più tremenda. Quella che non si vede. Quella della coscienza che le rimprovera, del mondo che le schernisce, del loro sangue che le ripudia, di Dio che le maledice. Non sono felici, credi. Non si spezzano le reni nel generare e nel lavorare, non si fanno venire piaghe alle mani nel faticare. Ma si sentono spezzate lo stesso, e con vergogna. Ma il loro cuore è tutto una piaga. Non invidiare il loro aspetto, la loro freschezza, la loro apparente serenità. È un velo steso su una rovina che morde e non dà pace. Non invidiare il loro sonno, tu, madre onesta che sogni i tuoi innocenti… Esse hanno l’incubo sul loro guanciale. E domani, nel giorno che saranno all’agonia o alla vecchiaia, il rimorso e il terrore».
«È vero… Perdona… Mi lasci stare qui?».
Parabole sul regno dei cieli.
Le anime devono farsi da sé.
12«Rimani. Racconteremo una bella parabola a Beniamino, e quelli che non sono bambini l’applicheranno a loro stessi ed a Maria di Magdala. Udite.
13In voi è il dubbio sulla conversione di Maria al bene. Nessun segno in lei dà un indice verso questo passo. Sfrontata e impudente ella, conscia del suo grado e del suo potere, ha osato sfidare la gente e venire persino sulla soglia della casa dove si piange per causa sua. Al rimprovero di Pietro risponde con una risata. Al mio sguardo che l’invita con l’irrigidirsi superba. Voi forse avreste voluto, chi per amore verso Lazzaro, chi per amore verso di Me, che Io le parlassi direttamente, a lungo, soggiogandola col mio potere, mostrando la mia forza di Messia Salvatore. No. Non occorre tanto. L’ho detto per un’altra peccatrice molti mesi sono. Le anime devono farsi da sé. Io passo, getto il seme. Nel segreto il seme lavora. L’anima va rispettata in questo suo lavoro. Se il primo seme non attecchisce se ne semina un altro, un altro… ritirandosi solo quando si hanno prove sicure della inutilità del seminare. E si prega. La preghiera è come la rugiada sulle zolle: le tiene morbide e nutrite, e il seme può germogliare. Non fai così tu, donna, con le tue verdure?
La parabola del lavoro di Dio nei cuori
14Ora ascoltate la parabola del lavoro di Dio nei cuori per fondarvi il suo regno. Perché ogni cuore è un piccolo regno di Dio sulla terra. Dopo, oltre la morte, tutti questi piccoli regni si agglomerano in uno solo, nello smisurato, santo, eterno Regno dei Cieli.
15Il regno di Dio nei cuori è creato dal Seminatore divino. Egli viene al suo podere – l’uomo è di Dio, perciò ogni uomo è inizialmente suo – e vi sparge il suo seme. Poi se ne va ad altri poderi, ad altri cuori. Si succedono i giorni alle notti e le notti ai giorni. I giorni portano sole o piogge, in questo caso raggi d’amore divino e effusione della divina Sapienza che parla allo spirito. Le notti portano stelle e silenzio riposante: nel nostro caso richiami luminosi di Dio e silenzio per lo spirito perché l’anima si raccolga e mediti.
Sviluppo del seme nella terra.
16Il seme, in questo succedersi di provvidenze inavvertibili e potenti, si gonfia, si fende, mette radici, si abbarbica, getta fuori le prime fogliette, cresce. Tutto questo senza che l’uomo lo aiuti. La terra produce spontaneamente l’erba dal seme, poi l’erba si fortifica e sorregge la spiga che sorge, poi la spiga si alza, si gonfia, si indurisce, si fa bionda, dura, perfetta nel suo granire. Quando è matura torna il seminatore e vi mette la falce, perché il tempo della perfezione è venuto per quel seme. Di più non potrebbe evolversi e per questo viene colto.
Sviluppo della Parola nel cuore.
17Nei cuori la mia parola fa lo stesso lavoro. Parlo dei cuori che accolgono il seme. Ma il lavoro è lento. Bisogna non sciupare tutto con l’intempestività. Come è faticoso al piccolo seme fendersi e conficcare le radici nella terra! Anche al duro e selvaggio cuore è penoso questo lavoro. Deve aprirsi, lasciarsi frugare, accogliere cose nuove, faticare a nutrirle, apparire diverso perché coperto di umili ed utili cose e non più dell’attraente, pomposo e inutile esuberante fiorire che lo copriva prima. Deve accontentarsi di lavorare con umiltà, senza attirare ammirazione, per l’utile dell’Idea divina. Deve spremere tutte le sue capacità per crescere e fare spiga. Si deve arroventare d’amore per divenire grano. E quando, dopo avere superato rispetti umani tanto, tanto, tanto penosi; dopo aver faticato, sofferto ed essersi affezionato alla sua nuova veste, ecco che se ne deve spogliare con un taglio crudele. Dare tutto per avere tutto. Rimanere spoglia per essere rivestito in Cielo della stola dei santi. La vita del peccatore che diventa santo è il più lungo, eroico, glorioso combattimento. Io ve lo dico.
Il segreto per convertire i peccatori.
18Comprendete da quanto vi ho detto che è giusto che Io agisca verso Maria come agisco. Ho forse agito diverso con te, Matteo?».
«No, mio Signore».
19«E, dimmi il vero, ti ha più persuaso la mia pazienza o le rampogne acerbe dei farisei?».
«La tua pazienza, tanto che sono qui. I farisei, coi loro sprezzi e i loro anatemi, mi facevano sprezzante, e per sprezzo facevo ancor più male di quanto avevo fino allora fatto. Succede così. Ci si irrigidisce di più quando, essendo in peccato, ci si sente trattare da peccatori. Ma quando in luogo di un insulto ci viene una carezza, si resta sbalorditi; poi si piange… e quando si piange l’armatura del peccato si schiavarda e crolla. Si resta nudi davanti alla Bontà e la si supplica, col cuore, di investirci di Sé».
8. Un buon segno da Maria di Magdala.[15].
La speranza dell’anima vittima.
Presso i giardini di Lazzaro
1Gesù con la compagnia dello Zelote giunge al giardino di Lazzaro in un mattino bellissimo d’estate. Ancora non è terminata l’aurora e perciò tutto è fresco e ridente.
2Il servo-giardiniere, che accorre a ricevere il Maestro, indica allo stesso un lembo di veste bianca che scompare dietro una siepe, dicendo: «Lazzaro va alla pergola dei gelsomini con dei rotoli da leggere. Ora lo chiamo».
«No. Vado Io. Da solo».
3E Gesù cammina svelto lungo un sentiero bordato da siepi in fiore. L’erbetta che è sul limite della siepe attutisce il rumore dei passi, e Gesù cerca di posare il piede proprio su quella per giungere all’improvviso davanti a Lazzaro.
La speranza dell’anima vittima.
4Lo sorprende così che, ritto in piedi, coi rotoli appoggiati ad un tavolo di marmo, prega a voce alta. «Non mi deludere, Signore. Questo filo di speranza che mi è nato in cuore fallo Tu crescere. Dammi ciò che con lacrime ti ho chiesto dieci e cento mila volte. Ciò che ti ho chiesto con le azioni, col perdono, con tutto me stesso. Dammelo in cambio della mia vita. Dammelo in nome del tuo Gesù che mi ha promesso questa pace. Può mai Egli mentire? Devo pensare che la sua promessa fu solo di parole? Che il suo potere è inferiore all’abisso di peccato che è mia sorella? Dimmelo, Signore, che io mi rassegnerò per tuo amore…».
5«Sì, te lo dico!», dice Gesù.
6Lazzaro si volge di scatto e grida: «Oh! mio Signore! Ma quando sei venuto?», e si china a baciare la veste di Gesù.
«Da qualche minuto».
7«Solo?».
«Con Simone Zelote. Ma qui, dove tu eri, sono venuto solo. So che mi devi dire una grande cosa. Dimmela dunque».
8«No. Prima rispondi alle domande che io faccio a Dio. A seconda della tua risposta, te la dirò».
9«Dimmela, dimmela questa tua grande cosa. La puoi dire…», e Gesù sorride aprendo le braccia in atto d’invito.
10«Dio altissimo! Ma è vero? Tu allora sai che è vero?!», e Lazzaro va fra le braccia di Gesù a confidare la sua grande cosa.
11«Maria ha chiamato Marta a Magdala. E Marta è partita in affanno temendo qualche forte sventura… Ed io qui, con lo stesso timore, solo sono rimasto. Ma Marta, dal servo che l’ha accompagnata, mi ha mandato una lettera che mi ha empito di speranza. Guarda, l’ho qui, sul cuore. La tengo lì perché mi è più preziosa di un tesoro. Sono poche parole ma le leggo ogni poco per essere certo che sono proprio state scritte. Guarda…» e Lazzaro leva dalla veste un piccolo rotolo legato da un nastrino violetto e lo spiega. «Vedi? Leggi, leggi. A voce alta. Letta da Te mi parrà più certa la cosa».
Lettera di Marta
12«”Lazzaro, fratello mio. A te pace e benedizione. Sono giunta presto e bene. E il mio cuore non ha più palpitato di tema di nuove sciagure perché ho visto Maria, la nostra Maria sana e.… te lo devo dire? e meno frenetica nell’aspetto di prima. Mi ha pianto sul cuore. Un grande pianto… E poi, a notte, nella stanza dove mi aveva condotta, mi ha chiesto tante e tante cose sul Maestro. Non di più che questo, per ora. Ma io, che vedo il volto di Maria oltre che sentirne le parole, dico che nel mio cuore è nata la speranza. Prega, fratello. Spera. Oh! fosse vero! Io resto ancora perché sento che ella mi vuole vicina come per essere difesa dalla tentazione. E per imparare… Che? Ciò che noi già sappiamo. La bontà infinita di Gesù. Le ho detto di quella donna venuta a Betania… Vedo che pensa, pensa, pensa… Ci vorrebbe Gesù. Prega. Spera. Il Signore sia con te”». Gesù ripiega il rotolo e lo rende.
«Maestro…».
“Le redenzioni hanno un pudore profondo”.
13«Andrò. Hai modo di avvisare Marta che mi venga incontro a Cafarnao fra quindici giorni, al massimo?».
14«Ne ho modo, Signore. E io?».
«Tu resti qui. Anche Marta la rimanderò qui».
15«Perché?».
«Perché le redenzioni hanno un pudore profondo. E nulla fa più vergogna dell’occhio di un genitore o di un fratello. Io pure ti dico: “Prega, prega, prega”».
16Lazzaro piange sul petto di Gesù… Dopo, quando si è ripreso, racconta ancora del suo orgasmo, dei suoi scoramenti… «È quasi un anno che spero… che dispero… Come è lungo il tempo della risurrezione! …», esclama.
17Gesù lo lascia parlare, parlare, parlare… finché Lazzaro si accorge di mancare ai suoi doveri di ospitalità e si alza per condurre Gesù in casa. Per farlo, passano presso una folta siepe di gelsomini in fiore, sulle cui corolle stellari ronzano api d’oro.
9. A Cafarnao, Marta parla con Gesù della crisi che tormenta Maria di Magdala[16].
Motivo del pianto di Marta.
Marta cerca il Signore
1Accaldato e polveroso, Gesù, con Pietro e Giovanni, rientra nella casa di Cafarnao. Ha appena messo piede nell’orto, diretto alla cucina, quando il padrone di casa lo chiama famigliarmente dicendogli: «Gesù, è tornata quella dama di cui ti ho parlato a Betsaida, è tornata a cercarti. Le ho detto di aspettarti e l’ho condotta di sopra, nella stanza alta».
2«Grazie, Tommaso, vado subito. Se vengono gli altri trattienili qui». E Gesù sale lesto la scala senza neppure levarsi il mantello.
3Sulla terrazza dove la scala immette vi è ferma Marcella, l’ancella di Marta. «Oh! Maestro nostro! La mia padrona è là dentro. Ti aspetta da tanti giorni», dice la donna inginocchiandosi a venerare Gesù.
«Lo immaginavo. Vado subito da lei. Dio ti benedica, Marcella».
4Gesù alza la tenda messa a fare da riparo alla luce ancora violenta, nonostante che il tramonto sia avanzato e faccia di fuoco l’aria e pare accenda le case bianche di Cafarnao con il riverbero rosso di un enorme braciere. Nella stanza, tutta velata e avvolta in un mantello, seduta presso una finestra, è Marta. Forse guarda uno scorcio di lago in cui si tuffa il muso di un colle boscoso. Forse non guarda che i suoi pensieri. Certo è molto assorta, tanto da non sentire il lieve scalpiccio di Gesù che le si avvicina. E ha un sussulto quando Egli la chiama.
5«Oh! Maestro!», grida. E scivola in ginocchio a braccia tese, come invocando aiuto, e poi si curva fino a toccare con la fronte il pavimento e piange.
Motivo del pianto di Marta
6«Ma perché? Su, alzati! Perché questo grande pianto? Hai qualche sventura da dirmi? Sì? Quale dunque? Sono stato a Betania, lo sai? Sì? E là ho saputo che c’erano buone notizie. Ora tu piangi… Che cosa è avvenuto?», e la forza ad alzarsi facendola sedere sul sedile messo contro la parete e sedendosi di fronte a lei.
7«Andiamo, levati il velo e il mantello, come faccio Io. Devi soffocare lì sotto. E poi voglio vedere il viso di questa Marta turbata, per cacciare tutte le nuvole che l’oscurano».
8Marta ubbidisce piangendo sempre, e appare il suo viso arrossato, dagli occhi gonfi.
«Dunque? Ti aiuterò Io. Maria ti ha mandato a chiamare. Ha pianto molto, ha voluto sapere molto di Me, e tu hai pensato che ciò fosse buon segno, tanto che per compiere il miracolo hai desiderato Me. E Io sono venuto. E ora? …».
9«Ora più nulla, Maestro! Mi sono sbagliata. É la troppo viva speranza che fa vedere ciò che non c’è… Ti ho fatto venire per nulla… Maria è peggio di prima… No! Che dico! Calunnio, mento. Non è peggio, perché non vuole più uomini d’intorno. È diversa, ma è sempre tanto cattiva. Mi sembra pazza… Io non la capisco più. Prima, almeno, la capivo. Ma ora! Ora chi la capisce più?», e Marta piange desolatamente.
10«Su, mettiti calma e dimmi cosa fa. Perché è cattiva? Uomini, dunque, non ne vuole più intorno. Suppongo perciò che viva ritirata in casa. É così? Sì? Bene. Ciò è molto bene. L’averti desiderata vicina come per essere difesa dalla tentazione – sono le tue parole – e lo schivare la tentazione inibendosi le colpevoli relazioni, o anche semplicemente ciò che potrebbe indurre a colpevoli relazioni, è segno di volontà buona».
11«Dici di sì, Maestro? Proprio lo credi che è così?».
«Ma certo. In che allora ti sembra cattiva? Raccontami cosa fa…».
“Inferma per possesso demoniaco”.
Volontà di guarire
12«Ecco». Marta, un poco rianimata dalla certezza di Gesù, parla con più ordine. «Ecco. Maria da quando sono venuta non è più uscita dalla casa e dal giardino, neppure per andare sul lago con la barca. E mi ha detto la sua nutrice che anche prima non usciva quasi più. Dalla Pasqua pare che abbia avuto inizio questo mutamento. Però prima della mia venuta ancora venivano persone a trovarla e non sempre lei le respingeva. Delle volte dava l’ordine che nessuno fosse fatto passare. E pareva un ordine dato per sempre. Poi giungeva a percuotere i servi, presa da un’ira ingiusta se, accorrendo lei verso il vestibolo per avere sentito le voci dei visitatori, li trovava già partiti. Da quando sono venuta io, non lo ha fatto più. Mi ha detto la prima notte, e per questo io ho tanto sperato: “Tienimi, legami magari. Ma non mi lasciare più uscire, non lasciare più che io veda altri che te e la nutrice. Perché io sono una malata e voglio guarire. Ma quelli che vengono da me, o che vogliono che io vada da loro, sono come degli stagni di febbre. Mi fanno sempre più ammalare. Ma sono tanto belli, all’apparenza, sono tanto fioriti e pieni di canti, con frutta d’aspetto piacevole, che io non so resistere perché sono una disgraziata, una disgraziata sono. La tua sorella è una debole, Marta. E c’è chi si approfitta della sua debolezza per farle compiere cose infami alle quali un resto di me non consente. L’unico resto che ho ancora della mamma, della povera mamma mia…”, e piangeva, piangeva.
13E io l’ho fatto questo. Con dolcezza nelle ore che lei è più ragionevole; con fermezza nelle ore che mi sembra una fiera in gabbia. Non si è mai ribellata a me. Anzi, passati i momenti di maggiore tentazione, viene a piangere ai miei piedi, col capo sul grembo, e dice: “Perdonami, perdonami!”; e se io le chiedo: “Ma di che, sorella? Tu non mi hai dato dolore”, lei mi risponde: “Perché poco fa, o ieri sera, quando tu mi hai detto: ‘Tu non vai fuori di qui’, io nel mio cuore ti ho odiata, maledetta, e ti ho desiderato la morte”.
14Non fa pena, Signore? Ma è pazza forse? Il suo vizio l’ha resa pazza? Penso che qualche amante le abbia dato un filtro per rendersela schiava nella lussuria e ciò le sia salito al cervello…».
«No. Niente filtro. Niente pazzia. É un’altra cosa. Ma continua».
Incoerenze di una posseduta
15«Dunque con me è rispettosa e ubbidiente. Anche i servi non li ha più maltrattati. Ma però, dopo la prima sera, non ha più chiesto di sapere nulla di Te. Anzi, se io ne parlo, devia il discorso. Salvo poi stare ore e ore sullo scoglio dove è il belvedere a guardare il lago, fino ad esserne abbacinata, e a chiedermi, ad ogni barca che vede passare: “Ti pare quella dei pescatori galilei?”. Non dice mai il tuo Nome, né quello degli apostoli. Ma io so che pensa a loro e a Te nella barca di Pietro. E anche capisco che pensa a Te perché delle volte alla sera, mentre passeggiamo nel giardino oppure attendiamo l’ora del riposo, io cucendo, lei stando con le mani in mano, mi dice: “Così dunque bisogna vivere secondo la dottrina che segui?”. E delle volte piange, altre ride con una risata sarcastica, da pazza o da demonio.
16Altre volte invece si scioglie i capelli, sempre così artisticamente acconciati, e ne fa due trecce, e si mette una delle mie vesti e mi viene davanti con le trecce giù per le spalle o portate sul davanti, tutta accollata, pudica, fatta giovanetta dall’abito, dalle trecce e dall’espressione del volto, e dice ancora: “Così dunque dovrebbe divenire Maria?”, e anche lì delle volte piange baciandosi le sue splendide trecce grosse come braccia, lunghe fino ai ginocchi, tutto quell’oro vivo che era la gloria di mia madre, e alle volte invece fa quell’orrenda risata oppure mi dice: “Ma piuttosto, guarda, faccio così, e mi levo di mezzo”, e si annoda le trecce alla gola e stringe fino a divenire paonazza come per volersi strozzare. Altre volte, si capisce quando più forte sente la sua… la sua carne, ella si compassiona oppure si malmena. L’ho trovata che si percuoteva ferocemente il seno, il grembo, e si graffiava la faccia, picchiava la testa contro il muro, e se io le chiedevo: “Ma perché fai così?”, mi si voltava stravolta, feroce, dicendo: “Per spezzarmi. Me, le mie viscere e la mia testa. Le cose nocive, maledette, vanno distrutte. Mi distruggo”.
17E se io le parlo della misericordia divina, di Te – perché io ne parlo lo stesso di Te, come se lei fosse la più fedele delle tue discepole, e ti giuro che delle volte ho ribrezzo di parlarne davanti a lei – lei mi risponde: “Per me non ci può essere misericordia. Ho passato la misura”. E allora le prende una furia di disperazione, e grida, percuotendosi a sangue: “Ma perché? Perché a me questo mostro che mi dilania? Che non mi dà pace. Che mi porta al male con voci di canto e poi mi ci unisce le voci maledicenti del padre, della mamma, di voi, perché anche tu e Lazzaro mi maledite, e mi maledice Israele, me le porta per farmi impazzire…
18Io allora, quando così dice, rispondo: “Perché pensi a Israele, un popolo sempre, e non a Dio? Ma posto che non hai pensato prima a calpestare tutto, pensa ora a superare tutto, e a non curarti altro che di quello che non è mondo, ossia di Dio, del padre, della madre. Ed essi non ti maledicono se tu cambi vita, ma ti aprono le braccia…”. E lei mi ascolta, pensierosa, stupita come io dicessi una favola impossibile, e poi piange… Ma non risponde. Delle volte invece ordina ai servi vini e droghe, e beve e mangia questi cibi artificiosi e spiega: “Per non pensare.
20Ora, da quando sa che Tu sei sul lago, dice a me, tutte le volte che si accorge che vengo: “Qualche volta vengo anche io” e, ridendo di quel riso che è un insulto a sé stessa, termina: “Così almeno l’occhio di Dio cadrà anche sul letame”. Ma io non voglio che venga. E ora aspetto a venire quando lei, stanca di ira, di vini, di pianto, di tutto, dorme spossata. Anche oggi sono fuggita così, in modo da tornare a notte, prima che lei si ridesti. Questa è la mia vita… e io non spero più…»; e il pianto, non più frenato dal pensiero di dire tutto con ordine, riprende più forte di prima.
Le cose buone de fare
21«Ti ricordi, Marta, cosa ti ho detto una volta? “Maria è una malata”. Tu non lo volevi credere. Ora lo vedi. Tu la chiami pazza. Lei stessa si dice malata di febbri peccaminose. Io dico: inferma per possesso demoniaco. É sempre una malattia. E queste incoerenze, queste furie, questi pianti, e desolazioni, e aneliti a Me sono le fasi del suo male che, giunto al momento della guarigione, ha le più violente crisi. Tu fai bene a essere buona con lei. Fai bene ad essere paziente. Fai bene a parlarle di Me. Non averne ribrezzo a dire il mio Nome in sua presenza. Povera anima della mia Maria! É pure essa uscita dal Padre Creatore, non dissimile dalle altre, dalla tua, da quella di Lazzaro, da quelle degli apostoli e discepoli. Pure essa è stata inclusa e contemplata fra le anime per cui Io mi sono fatto carne per essere Redentore. Anzi per lei più che per te, per Lazzaro, apostoli e discepoli, Io sono venuto. Povera, cara anima che soffre, della mia Maria! Della mia Maria avvelenata con sette veleni oltre che col veleno primogenito e universale! Della mia Maria prigioniera! Ma lascia che venga a Me! Lascia che respiri il mio respiro, che senta la mia voce, che incontri il mio sguardo!… Si dice “letame”… Oh! povera cara, che dei sette demoni ha in sé meno forte quello della superbia! Ma solo per questo si salverà!».
22«Ma se poi uscendo trova qualcuno che la devia di nuovo verso il vizio? Lei stessa lo teme…».
23«E sempre lo temerà, ora che è giunta ad avere nausea del vizio. Ma non temere. Quando un’anima ha già questo desiderio di venire al Bene, e ne è trattenuta solo dal Nemico diabolico, che sa di perdere la preda, e dal nemico personale dell’io, che ragiona ancora umanamente e giudica sé stesso umanamente, applicando a Dio il suo giudizio per impedire allo spirito di dominare l’io umano, allora quell’anima è già forte contro gli assalti del vizio e dei viziosi. Ha trovato la Stella Polare e non devia più. E ugualmente non dirle più: “E non hai pensato a Dio e invece pensi a Israele?”. É un rimprovero implicito. Non lo fare. É una uscita dalle fiamme. É tutta una piaga. Non la sfiorare altro che con balsami di dolcezza, di perdono, di speranza…
24Lasciala libera di venire. Anzi devi dirle quando conti di venire, ma non dirle: “Vieni con me”. Anzi, se riesci a capire che viene, tu non venire. Torna indietro. Attendila a casa. Ti verrà, spezzata dalla Misericordia. Perché Io le devo levare la malvagia forza che ora la tiene, e per qualche ora sarà come una svenata, una a cui un medico ha levato le ossa. Ma poi starà meglio. Sarà sbalordita.
25Avrà un grande bisogno di carezze e di silenzio. Assistila come fossi il suo secondo angelo custode: senza farti sentire. E se la vedrai piangere, lasciala piangere. E se la udrai farsi domande, lasciala fare. E se la vedrai sorridere, e poi farsi seria, e poi sorridere con un sorriso mutato, con un occhio mutato, con un volto mutato, non farle domande, non metterla in soggezione. Soffre più ora, nell’ascendere, che quando discese. E deve fare da sé, come da sé ha fatto quando è discesa. Non ha sopportato allora i vostri sguardi sulla sua discesa, perché nei vostri occhi era il rimprovero. Ma ora non può, nella sua vergogna finalmente risvegliata, sopportare il vostro sguardo. Allora era forte perché aveva in sé Satana, che era il padrone e la mala forza che la reggeva e poteva sfidare il mondo, eppure non ha potuto essere vista da voi nel suo peccare.
26Ora non ha più Satana per padrone. Egli è ospite in lei, ancora, ma è già tenuto alla gola dal volere di Maria. E non ha ancora Me. Perciò è troppo debole. Non può sostenere neppure la carezza dei tuoi occhi fraterni sulla sua confessione al suo Salvatore. Tutta la sua energia è volta e consumata a tenere alla gola il settemplice demone. Per tutto il resto ella è indifesa, nuda. Ma Io la rivestirò e la fortificherò.
27Va’ in pace, Marta. E domani, con tatto, dille che Io parlerò presso il torrente della Fonte, qui a Cafarnao, dopo il vespero. Va’ in pace! Va’ in pace! Ti benedico».
Utilità delle reliquie
28Marta è perplessa ancora. «Non cadere in incredulità, Marta», le dice Gesù che l’osserva.
29«No, Signore. Ma penso… Oh! dammi qualche cosa che io possa dare a Maria, per darle un poco di forza… Soffre tanto… e io ho tanta paura che non riesca a trionfare sul demonio!».
30«Sei una bambina! Ha Me e te, Maria. Può mai non riuscire? Però vieni e tieni. Dammi questa mano che non ha mai peccato, che ha saputo essere dolce, misericordiosa, attiva, pia. Ha sempre fatto gesti di amore e di preghiera. Non si è impoltrita nell’ozio. Non si è corrotta mai. Ecco, la tengo fra le mie per farla più santa ancora. Alzala contro il demonio ed esso non la sopporterà. E prendi questa mia cintura. Non te ne separare mai. E tutte le volte che la vedrai di’ a te stessa: “Più forte di questa cintura di Gesù è il potere di Gesù, e con esso tutto si vince: demoni e mostri. Non devo temere”. Sei contenta ora? La mia pace sia con te. Va’ tranquilla».
Marta lo venera ed esce.
31Gesù sorride mentre la vede riprendere posto nel carro, che Marcella ha fatto venire alla porta, e andare verso Magdala.
10. La parabola della pecorella smarrita,
ascoltata anche da Maria di Magdala[17].
Parabola della pecorella smarrita.
Chiara sera di prima estate.
1Gesù parla alle folle. Montato sul margine arborato di un torrentello, parla a molta gente sparsa su un campo che ha il grano segato e mostra l’aspetto desolante delle stoppie arse.
2È sera. Il crespuscolo scende, ma già sale la luna. Una bella e chiara sera di prima estate. Dei greggi tornano all’ovile e il dindon dei campanacci si mescola ad un grande cantare di grilli o cicale, un grande gri, gri, gri…
Similitudine del pastore buono
3Gesù prende lo spunto dalle mandre che passano. Dice:
4«Il Padre vostro è come un pastore sollecito. Che fa il pastore buono? Cerca pascoli buoni per le sue pecorelle, quelli dove non sono cicute e tossici, ma dolci trifogli, aromatiche mentucce e amari ma salutiferi radicchi. Cerca là dove insieme al cibo sia fresco e puro ruscello e ombria di piante e non regnino aspidi fra il verde delle zolle. Non si cura di preferire i pascoli più grassi perché sa che in essi è facile trovare insidia di colubri e d’erbe nocive, ma dà le sue preferenze ai pascoli montani, dove le rugiade fan monda e fresca l’erbetta, ma il sole la pulisce dai rettili, là dove l’aria è mossa e buona e non pesante e malsana come quella di pianura. Il buon pastore osserva una per una le sue pecore. Le cura se sono malate, le medica se ferite. A quella che si ammalerebbe per troppa ingordigia di cibo dà la voce, all’altra che prenderebbe un male per rimanere troppo all’umido o troppo al sole dice di venire in altro luogo. E se una svogliata non mangia, egli le cerca gli steli aciduli e aromatici atti a risvegliarle l’appetito e glieli porge di sua mano parlandole come a persona amica.
5Così fa il Padre buono che è nei Cieli coi suoi figli erranti sulla Terra. Il suo amore è la verga che li raduna, la sua voce è la guida, i suoi pascoli la sua Legge, il suo ovile il Cielo.
Similitudine del tentatore
6Ma ecco che una pecorella lo lascia. Quanto Egli l’amava! Era giovane, pura, candida, come nuvola in cielo d’aprile. Il pastore la guardava con tanto amore, pensando a quanto bene poteva ad essa fare e quanto amore riceverne. Ed essa lo abbandona.
7È passato, lungo la via che costeggia il pascolo, un tentatore. Non ha la casacca austera, ma veste una veste di mille colori. Non ha cintura di pelle con l’ascia e il coltello pendenti, ma una cintura d’oro da cui pendono sonagli argentini, melodiosi come voce di usignolo, e fiale di essenze che inebriano… Non ha bordone come il pastore buono col quale radunare e difendere le pecore, e se non basta il bordone egli è pronto a difenderle con l’ascia e coltello e anche con la vita. Ma questo tentatore che passa ha fra le mani un turibolo brillante di gemme, da cui sale un fumo che è lezzo e profumo insieme, ma che sbalordisce così come lo sfaccettìo dei gioielli – oh! quanto falsi! – abbacina. Egli va cantando e lascia cadere manate di un sale che brilla sulla strada oscura…
Similitudine della pecorella smarrita
8Novantanove pecore guardano e stanno.
9La centesima, la più giovane e cara, fa un balzo e scompare dietro al tentatore. Il pastore la chiama. Ma lei non torna. Va più veloce del vento per raggiungere colui che è passato e, per sorreggersi nella corsa, gusta di quel sale che le scende dentro e la brucia di un delirio strano per cui anela ad acque fonde e verdi in un cupo di selve. E nelle selve, dietro il tentatore, si sprofonda e penetra e sale e scende e cade… una, due, tre volte. E una, due, tre volte sente intorno al suo collo l’abbraccio viscido dei rettili, e volendo bere beve acque inquinate, e volendo nutrirsi morde erbe lucide di bave schifose.
10Che fa intanto il pastore buono? Chiude al sicuro le novantanove fedeli e poi si pone in cammino, e non resta di andare sinché non trova tracce della perduta. Poiché ella non torna a lui, che pure affida ai venti le sue parole di richiamo, egli va a lei. E la vede da lungi, ebbra fra le spire dei rettili, tanto ebbra che non sente nostalgia del volto che l’ama; e lo deride. E la rivede, colpevole di esser penetrata, ladra, nell’altrui dimora, tanto colpevole che non osa più guardarlo… Eppure il pastore non si stanca… e va. La cerca, la cerca, la segue, l’incalza. Piangendo sulle tracce della perduta – lembi di vello: lembi d’anima; tracce di sangue: delitti diversi; lordure: prove della sua lussuria – egli va e la raggiunge.
11Ah! ti ho trovata, diletta. Ti ho raggiunta! Quanto cammino ho fatto per te. Per riportarti all’ovile. Non chinare la fronte avvilita. Il tuo peccato è sepolto nel mio cuore. Nessuno, fuorché Io che ti amo, lo conoscerà. Io ti difenderò dalle critiche altrui, ti coprirò con la mia persona per farti scudo contro le pietre degli accusatori. Vieni. Sei ferita? Oh! mostrami le tue ferite. Le conosco. Ma voglio che tu me le mostri con la confidenza che avevi quando eri pura e guardavi a me, tuo pastore e dio, con occhio innocente. Eccole. Hanno tutte un nome. Come sono profonde! Chi te le ha fatte tanto profonde queste nel fondo del cuore? Il Tentatore, lo so. È lui che non ha bordone né ascia, ma che colpisce più a fondo col suo morso avvelenato, e dietro a lui colpiscono i gioielli falsi del suo turibolo: coloro che ti hanno sedotta col loro brillare… e che erano zolfi d’inferno tratti alla luce per arderti il cuore. Guarda quante ferite! Quanto vello lacerato, quanto sangue, quanti rovi.
12O povera piccola anima illusa! Ma dimmi: se Io ti perdono, tu mi ami ancora? Ma dimmi: se Io ti tendo le braccia, tu vi accorri? Ma dimmi: hai sete dell’amore buono? E allora vieni e rinasci. Torna nei pascoli santi. Piangi. Il tuo col mio pianto lavano le tracce del tuo peccato, ed Io per nutrirti, poiché sei consumata dal male che ti ha arsa, mi apro il petto, le vene mi apro, e ti dico: “Pasciti, ma vivi!”. Vieni, che ti prendo sulle braccia. Andremo più solleciti ai pascoli santi e sicuri. Tutto dimenticherai di quest’ora disperata. E le novantanove sorelle, le buone, giubileranno per il tuo ritorno perché, Io te lo dico, mia pecorella smarrita che ho cercato venendo da tanto lontano, che ho raggiunto, che ho salvato, si fa più festa fra i buoni per uno smarrito che torna, che non per novantanove giusti che mai si sono allontanati dall’ovile».
13Gesù non si è mai voltato a guardare sulla via che ha alle spalle e sulla quale è sopraggiunta, fra le penombre della sera, Maria di Magdala, ancora elegantissima, ma vestita almeno, e ricoperta da un velo oscuro che ne confonde i tratti e le forme. Ma quando Gesù parla dal punto: «Io ti ho trovata, diletta», Maria porta le mani sotto al velo e piange, piano e continuamente.
14La gente non la vede perché ella è al di qua dell’argine che borda la via. La vede solo la luna ormai alta e lo spirito di Gesù…».
11. A commento di tre episodi sulla conversione di Maria di Magdala[18].
Consigli ai pastori e agli evangelizzatori.
Consigli ai pastori d’anime
1Dice Gesù: «Dal gennaio, da quando ti ho fatto vedere la cena in casa di Simone il fariseo, tu e chi ti guida avete desiderato di conoscere di più di Maria di Magdala e quali parole ho avuto per lei. Sette mesi dopo vi scopro queste pagine di passato per fare contenti voi e per dare una norma a quelli che devono sapersi curvare su queste lebbrose di anima, e una voce che invita a queste infelici che soffocano nel loro sepolcro di vizio ad uscirne.
2Dio è buono. Con tutti è buono. Non misura con misure umane. Non fa differenze fra peccato e peccato mortale. Il peccato lo addolora, quale che sia. Il pentimento lo rende lieto e pronto al perdono. La resistenza alla Grazia lo rende inesorabilmente severo, perché la Giustizia non può perdonare all’impenitente che muore tale nonostante tutti gli aiuti avuti perché si convertisse.
3Ma delle mancate conversioni, se non la metà almeno i quattro decimi, sono causa prima la trascuranza dei preposti al convertire, un male inteso e bugiardo zelo che è tenda messa su un reale egoismo e orgoglio, per cui si sta tranquilli nel proprio asilo senza scendere fra il fango per strapparne un cuore. “Io sono puro, io sono degno di rispetto. Non vado là dove vi è marciume e dove mi si può mancare di riverenza”. Ma colui che così parla non ha letto il Vangelo, dove è detto che il Figlio di Dio andò per convertire pubblicani e meretrici, oltre a onesti che solo erano nella Legge antica[19]? Ma non pensa costui che l’orgoglio è impurità di mente, che l’anticarità è impurità di cuore? Sarai vilipeso? Io lo fui prima e più di te, ed ero il Figlio di Dio. Dovrai portare la tua veste sull’immondezze? Ed Io non la toccai con le mie mani, questa immondezza, per metterla in piedi e dirle: “Cammina su questa nuova via”?
Consigli agli evangelizzatori itineranti
4Non ricordate cosa ho detto ai vostri primi predecessori[20]? “In qualunque città o villaggio entrerete informatevi chi vi sia che lo meriti e dimorate presso lui”. Questo perché il mondo non mormori. Il mondo troppo facile a vedere il male in tutte le cose. Ma ho aggiunto: “Nell’entrare poi nelle case – ‘case’ ho detto, non ‘casa’ – salutatele dicendo: ‘Pace a questa casa’. Se la casa ne è degna la pace verrà sopra di essa, se non ne è degna tornerà a voi. Questo per insegnarvi che, sino a prova sicura di impenitenza, dovete avere per tutti uno stesso cuore. E ho completato l’insegnamento dicendo: “E se alcuno non vi riceve e non ascolta le vostre parole, uscendo da quelle case e da quelle città scuotete la polvere che vi è rimasta attaccata alle suole”. La fornicazione, sui buoni che la Bontà costantemente amata fa come cubo di cristallo liscio, non è che polvere. Polvere che basta scuotere o soffiarle sopra perché voli via senza lasciare lesione.
Potere della bontà
5Siate veramente buoni. Un blocco solo con la Bontà eterna al centro. E nessuna corruzione potrà salire a sporcarvi oltre le suole che poggiano al suolo. L’anima è tanto in alto! L’anima di chi è buono e di chi è tutta una cosa con Dio. L’anima è in Cielo. Là non giunge polvere e fango, neppure se è lanciato con astio contro lo spirito dell’apostolo.
6Può colpirvi la carne, ferirvi cioè materialmente e moralmente, perseguitandovi, perché il Male odia il Bene, o offendendovi. E che perciò? Non fui offeso Io? Non fui ferito? Ma incisero quelle percosse e quelle parole oscene sul mio spirito? Lo turbarono? No. Come sputo su uno specchio e come sasso lanciato contro la succosa polpa di un frutto, scivolarono senza penetrare, o penetrarono ma solo in superficie, senza ferire il germe chiuso nel nocciolo, anzi favorendone il germogliare, perché più facile è erompere da una massa socchiusa che non da una integra. É morendo che il grano germina e l’apostolo produce. Morendo materialmente talora, morendo quasi giornalmente, nel senso metaforico perché non ne è che frantumato l’io umano. E questa non è morte, è Vita. Trionfa lo spirito sulla morte dell’umanità.
Il perdono, natura e valore.
Valore del perdono
7Venuta a Me per capriccio di oziosa che non sa come empire le sue ore di ozio, alle sue orecchie rintronate dai bugiardi ossequi di chi la cullava cogli inni al senso per averla sua schiava, è suonata alle sue orecchie la voce limpida e severa della Verità. Della Verità che non ha paura d’esser schernita e incompresa e parla le sue parole guardando Dio. E come coro di campane a festa tutte le voci si sono fuse nella Parola. Le voci use a suonare nei cieli, nell’azzurro libero dell’aria, propagandosi per valli e colline, pianure e laghi, per ricordare le glorie del Signore e le sue festività.
8Non ricordate il doppio di festa che nei tempi di pace faceva tanto lieto il giorno dedicato al Signore? La campana maggiore dava, col maglio sonoro, il primo squillo in nome della Legge divina. Diceva: “Parlo in nome di Dio, Giudice e Re”. Ma poi le minori campane arpeggiavano: “che è buono, misericorde e paziente”, sinché la campana più argentina, con voce d’angelo, diceva: “la cui carità spinge a perdonare e a compatire per insegnarvi che il perdono è più utile del rancore, e il compatimento dell’inesorabilità. Venite a Chi perdona. Abbiate fede in Chi compatisce”.
Natura del perdono
9Anche Io, dopo aver ricordato la Legge, calpestata dalla peccatrice, ho fatto cantare la speranza del perdono. Come una serica fascia di verde e di azzurro l’ho scossa fra le tinte nere perché vi mettesse le sue confortevoli parole.
10Il perdono! La rugiada sull’arsione del colpevole. La rugiada non è grandine che saetta, colpisce, rimbalza e va, senza penetrare, uccidendo il fiore. La rugiada scende così lieve che il fiore anche più tenue non la sente posarsi sui petali di seta. Ma poi ne beve il fresco e si ristora. Essa si posa presso le radici, sull’arsa gleba, e va oltre… É un umidore di lacrime, pianto delle stelle, amoroso pianto di nutrici sui figli che hanno sete, e che scende, esso stesso ristoro, insieme al latte dolce e fecondo. Oh! i misteri degli elementi che operano anche quando l’uomo riposa o pecca!
La Sapienza richiama e scuote
11Il perdono è come questa rugiada. Porta seco non solo mondezza, ma succhi vitali rapiti non agli elementi, ma ai focolari divini. Poi, dopo la promessa di perdono, ecco la Sapienza che parla e dice ciò che è lecito o non lecito, e richiama e scuote. Non per durezza. Ma per sollecitudine materna di salvare.
12Quante volte la vostra selce non si fa ancora più impenetrabile e tagliente verso la Carità che su voi si curva… Quante volte fuggite mentre Essa vi parla!… Quante la deridete! Quante la odiate… Se la Carità usasse con voi i modi che voi usate con Lei, guai alle vostre anime! Invece, lo vedete? Essa è l’instancabile Camminatrice che viene alla ricerca vostra. Viene a raggiungervi anche se voi vi intanate in luride tane.
13Perché Io sono voluto andare in quella casa? Perché non ho operato in essa il miracolo? Per insegnare agli apostoli come agire, sfidando prevenzioni e critiche per compiere un dovere tanto alto che è esente da queste cosucce del mondo.
14Perché ho detto a Giuda quelle parole? Gli apostoli erano molto uomini. Tutti i cristiani sono molto uomini, anche i santi della Terra lo sono, sebbene in maniera minore. Qualcosa di umano sopravvive anche nei perfetti. Ma gli apostoli non erano ancora tali. I loro pensieri erano compenetrati di umano. Io li portavo in alto. Ma il peso della loro umanità li riportava in basso. Per farli scendere sempre meno, dovevo mettere sulla via dell’ascesa delle cose atte ad arrestarne la discesa, di modo che contro esse si fermassero meditando e riposando, per poi salire più oltre del limite di prima. Cose che fossero di un tenore atto a persuaderli che Io ero un Dio. Perciò introspezione d’anime, perciò vittoria sugli elementi, perciò miracoli, perciò trasfigurazione, risurrezione e ubiquità.
15Io fui sulla strada di Emmaus[21] mentre ero nel Cenacolo[22]; e l’ora delle due presenze, confrontate fra apostoli e discepoli, fu una delle ragioni che più li scosse, svellendoli dai loro lacci e scagliandoli nella via del Cristo.
16Più che per Giuda, membro che covava in sé già la morte, Io parlai per gli altri undici. Che ero Dio dovevo necessariamente farlo loro brillare davanti, non per orgoglio ma per necessità di formazione. Ero Dio e Maestro. Quelle parole mi indicano tale. Mi rivelo in una facoltà extraumana e insegno una perfezione: non avere discorsi cattivi neppure col nostro interno. Poiché Dio vede, e Dio deve vedere un interno puro per potervi scendere e farvi dimora.
Condizioni per avere Dio con noi.
La presenza di Dio esige un ambiente puro.
17Perché non ho operato il miracolo in quella casa? Per fare capire a tutti che la presenza di Dio esige un ambiente puro. Per rispetto alla sua eccelsa maestà. Per parlare, senza parole di labbra ma con una parola ancor più profonda, allo spirito della peccatrice e dirle: “Lo vedi, infelice? Sei tanto sozza che tutto intorno a te si fa sozzo. Tanto sozzo che non vi può operare Dio. Tu sozza più di costui. Perché tu ripeti la colpa d’Eva e offri il frutto agli Adami[23],, tentandoli e levandoli al Dovere. Tu, ministra di Satana”.
Condizioni necessarie per avere Dio con noi.
18Perché però non voglio che sia chiamata “satana” dalla madre angosciata? Perché nessuna ragione giustifica l’insulto e l’odio. Necessità prima e condizione prima per avere Dio con noi è non aver rancore e sapere perdonare. Necessità seconda saper riconoscere che anche noi, o chi è nostro, è colpevole. Non vedere solo le colpe altrui. Necessità terza saper conservarsi grati e fedeli, dopo aver avuto grazia, per giustizia verso l’Eterno. Infelici quelli che, a grazia ottenuta, sono peggio dei cani e non si ricordano del loro Benefattore, mentre l’animale se ne ricorda[24]!
Divina pedagogia.
19Non ho detto parola alla Maddalena. Come fosse una statua l’ho guardata un attimo e poi l’ho lasciata. Sono tornato ai “vivi” che volevo salvare. Lei, materia morta come e più di un marmo scolpito, l’ho avvolta di noncuranza apparente. Ma non ho detto parola e fatto atto che non avesse a principale mira la sua povera anima che volevo redimere. E l’ultima parola: “Io non insulto. Non insultare. Prega per i peccatori. Null’altro”, come ghirlanda di fiori che si compie, si è andata a saldare con la prima detta sul monte: “Il perdono è più utile del rancore e il compatimento dell’inesorabilità”. E l’hanno chiusa, la povera infelice, in un cerchio vellutato, fresco, profumato di bontà, facendole sentire come è diversa la amorosa servitù a Dio dalla feroce schiavitù di Satana, come è soave il profumo celeste rispetto al lezzo della colpa e come riposa l’esser amati santamente rispetto all’esser posseduti satanicamente.
20Vedete come è misurato il Signore nel volere. Non esige conversioni fulminee. Non pretende l’assoluto da un cuore. Sa attendere. E sa accontentarsi. E mentre attende che la perduta ritrovi la via, la folle la ragione, si accontenta di quanto le può dare la madre sconvolta.
21Non le chiedo altro che: “Puoi perdonare?”. Quante altre cose avrei avuto a chiederle per renderla degna del miracolo, se avessi giudicato alla stregua umana! Ma Io misuro divinamente le forze vostre. Quella povera madre sconvolta era già molto se giungeva a perdonare. E le chiedo questo soltanto, in quell’ora. Dopo, resole il figlio, le dico: “Sii santa e fa’ santa la tua casa”. Ma mentre lo spasimo la sconvolge non le chiedo che perdono per la colpevole. Non si deve esigere tutto da chi poco prima era nel nulla delle Tenebre. Quella madre sarebbe poi venuta alla Luce totale, e con lei la sposa e i bambini. Sul momento, ai suoi occhi, ciechi di pianto, occorreva far giungere il primo crepuscolo della Luce: il perdono, l’alba del giorno di Dio.
Forza vincente dell’Apostolo.
Disfatte connesse alle vittorie dell’apostolato.
22Dei presenti uno solo – non conto Giuda, parlo dei cittadini ivi accolti, non dei miei discepoli – uno solo non sarebbe venuto alla Luce. Queste disfatte sono connesse alle vittorie dell’apostolato. Vi è sempre qualcuno per cui l’apostolo si affatica invano. Ma non devono, queste sconfitte, far perdere lena. L’apostolo non deve pretendere di ottenere tutto. Contro di lui sono forze avverse dai molti nomi, che come tentacoli di piovre riafferrano la preda che egli aveva loro strappato. Il merito dell’apostolo resta ugualmente. Infelice quell’apostolo che dice: “So che là non potrò convertire e perciò non vado”. Costui è apostolo di ben scarso valore.
23Occorre andare anche se uno solo su mille si salverà. La sua giornata apostolica sarà fruttuosa per quell’uno come per mille. Poiché egli avrà fatto tutto quanto poteva, e Dio premia questo. Occorre anche pensare che dove l’apostolo non può convertire, perché il convertendo è troppo abbrancato da Satana e le forze dell’apostolo sono inferiori allo sforzo richiesto, può intervenire Iddio. E allora? Chi più da Dio?
La forza vincente del cercatore di anime
24Altra cosa che deve assolutamente praticare l’apostolo è l’amore. Palese amore. Non solo l’amore segreto dei cuori dei fratelli. Quello basta ai fratelli buoni. Ma l’apostolo è operaio di Dio e non deve limitarsi a pregare, deve agire. Agisca con amore. Grande amore. Il rigore paralizza il lavoro dell’apostolo e il movimento delle anime verso la Luce. Non rigore ma amore.
25L’amore è la veste d’amianto che rende incorruttibile al morso delle vampe delle malvagie passioni. L’amore è saturazione di essenze preservatrici che impediscono alla putredine umano-satanica di penetrare in voi. Per conquistare un’anima occorre sapere amare. Per conquistare un’anima occorre portarla ad amare. Amare il Bene ripudiando i suoi poveri amori di peccato.
26Io volevo l’anima di Maria. E come per te, piccolo Giovanni, non mi sono limitato a parlare dalla mia cattedra di Maestro. Sono sceso a cercarla per le vie del peccato. L’ho inseguita e perseguitata col mio amore. Dolce persecuzione! Sono entrato, Io-Purezza, dove era ella-impurità.
27Non ho temuto scandalo né per Me né per gli altri. Scandalo in Me non poteva entrare perché ero la Misericordia; e questa piange sulle colpe ma non se ne scandalizza. Infelice quel pastore che si scandalizza e dietro questo paravento si trincera per abbandonare un’anima! Non sapete che le anime sono più soggette dei corpi a risorgere, e la parola pietosa e amorosa che dice: “Sorella, sorgi per tuo bene” opera sovente il miracolo? Non temevo lo scandalo altrui. Davanti all’occhio di Dio il mio operato era giustificato. Davanti all’occhio dei buoni era compreso. L’occhio malevolo in cui fermenta malizia, evaporando da un interno corrotto, non ha valore. Esso trova colpe anche in Dio. Non vede perfetto che sé. Perciò non lo curavo.
Le tre fasi della salvezza di un’anima.
28Le tre fasi della salvazione di un’anima sono:
Essere integerrimi per poter parlare senza timore d’esser posti a tacere. Parlare a tutta una folla, di modo che la nostra apostolica parola detta alle turbe che si affollano intorno alla mistica barca vada, per cerchi d’onda, sempre più lontano, sino alla riva motosa dove sono coricati coloro che stagnano nel fango e non si curano di conoscere la Verità.
29Questo è il primo lavoro per rompere la crosta della dura zolla e prepararla al seme. Il più severo per chi lo compie e per chi lo riceve, perché la parola deve, come vomere tagliente, ferire per aprire. E in verità vi dico che il cuore dell’apostolo buono si ferisce e sanguina per il dolore di dover ferire per aprire. Ma anche questo dolore è fecondo. Col sangue e il pianto dell’apostolo si fa fertile la zolla incolta.
30Seconda qualità: operare anche là dove uno, men compreso della sua missione, fuggirebbe. Spezzarsi nello sforzo di strappare zizzania, gramigna e spine per mettere a nudo il terreno arato e far balenare su esso, come sole, il potere di Dio e la sua bontà, e nello stesso tempo, con modo di giudice e di medico, esser severo e pur pietoso, fermo in una pausa di attesa per dare tempo alle anime di superare la crisi, meditare, decidere.
31Terzo punto: non appena l’anima che nel silenzio si è pentita, piangendo e pensando sui suoi trascorsi, osa venire timidamente, paurosa d’esser cacciata, verso l’apostolo, l’apostolo abbia un cuore più grande del mare, più dolce di un cuore di mamma, più innamorato di un cuore di sposo, e lo apra tutto per farne fluire onde di tenerezza.
Il segreto dell’apostolo.
32Se avrete Dio in voi – Dio che è Carità – troverete facilmente le parole di carità da dire alle anime. Dio parlerà in voi e per voi e, come miele che scola da un favo, come balsamo che fluisce da un’ampolla, l’amore andrà alle labbra arse e disgustate, andrà agli spiriti feriti e sarà sollievo e medicina. Fate che i peccatori vi amino, voi dottori delle anime. Fate che sentano il sapore della carità celeste e se ne rendano tanto ansiosi da non cercare più altro cibo. Fate che sentano nella vostra dolcezza un tale sollievo che lo cerchino per tutte le loro ferite.
33Bisogna che la vostra carità mandi via da loro ogni timore perché, come dice l’epistola che hai letto oggi: “Il timore suppone il castigo, chi teme non è perfetto nella carità”. Ma non lo è neppure chi fa temere. Non dite: “Che hai fatto?”. Non dite: “Va’ via”. Non dite: “Tu non puoi aver gusto all’amore buono”. Ma dite, dite in mio nome: “Ama ed io ti perdono”. Ma dite: “Vieni, le braccia di Gesù sono aperte”. Ma dite: “Gusta questo Pane angelico e questa Parola e dimentica la pece d’inferno e gli scherni di Satana”.
34Fatevi soma per le altrui debolezze. L’apostolo deve portare le sue e quelle altrui, insieme alle croci sue e altrui. E mentre venite a Me, carichi delle pecore ferite, rassicuratele, queste erranti, dite: “Tutto è dimenticato di quest’ora”; dite: “Non aver paura del Salvatore. Egli è venuto dal Cielo per te, proprio per te. Io non sono che il ponte per portarti a Lui che ti aspetta, oltre il rio della assoluzione penitenziale, per condurti ai suoi pascoli santi, i cui princìpi sono qui, sulla Terra, ma poi proseguono, con una bellezza eterna che nutre e bea, nei Cieli”.
35Ecco il commento. Voi poco vi tocca, voi pecore fedeli al Pastore buono. Ma se a te, piccola sposa, sarà aumento di fiducia, al Padre sarà ancor più luce nella sua luce di giudice, e per tanti sarà non pungolo a venire al Bene. Ma sarà la rugiada che penetra e nutre, di cui ho parlato, e che fa rialzare i fiori appassiti.
36Alzate il capo. Il Cielo è in alto. Va’ in pace, Maria. Il Signore è con te».
12. Marta ha avuto dalla sorella Maria
la certezza della
conversione[25].
Conversione di Maria Maddalena.
Chiara aurora estiva.
1Gesù sta per salire sulla barca, ed è una chiara aurora estiva che sfoglia rose sulla seta crespa del lago, quando sopraggiunge Marta con la sua ancella.
2«Oh! Maestro! Ascoltami per amore di Dio».
3Gesù scende di nuovo sulla riva e dice agli apostoli: «Andate ad attendermi vicino al torrente. Preparate intanto tutto per la missione verso Magedan. Anche la Decapoli aspetta la Parola. Andate».
4E mentre la barca si stacca e prende il largo, Gesù cammina a fianco di Marta, seguita rispettosamente da Marcella.
5Si dilungano così dal paese camminando sulla riva che subito dopo una striscia di rena, già sparsa di erbe selvagge e rade, si copre di vegetazione e perde la linea orizzontale per assumere quella verticale, dando l’assalto alle coste che si specchiano nel lago.
Sussulti di conversione.
6Quando raggiungono un luogo solitario, Gesù dice sorridendo: «Che mi vuoi dire?».
7«Oh! Maestro… questa notte, da poco era terminata la seconda vigilia, è tornata a casa Maria. Ah! ma mi dimenticavo di dirti che mi aveva detto mentre mangiavamo, a sesta: “Ti dispiacerebbe prestarmi un tuo abito e un mantello? Saranno un poco corti. Ma lascerò sciolta la veste e terrò basso il mantello…”. Le ho detto: “Prendi quello che vuoi, sorella mia” e il cuore mi batteva forte perché prima, nel giardino, avevo detto, parlando con Marcella: “A vespero bisogna essere a Cafarnao perché il Maestro parla alla folla questa sera” e avevo visto Maria sussultare, cambiare colore, non sapere più stare ferma, ma andava e veniva sola, come chi è in pena, in orgasmo, nel punto di decidere… e non sa ancora quale cosa accettare e quale respingere.
Preghiera di intercessione
8Dopo il pasto è andata nella mia stanza e ha preso la veste più oscura che avessi, la più modesta, se l’è provata e ha pregato la nutrice di abbassare tutto l’orlo perché era troppo corta. Ci si era provata lei, ma aveva confessato piangendo: “Non sono più capace di cucire. Ho dimenticato tutto ciò che è utile e buono…” e mi ha gettato le braccia al collo dicendo: “Prega per me”. É uscita sola verso il tramonto…
9Quanto ho pregato perché non incontrasse nessuno che la trattenesse dal venire qui, perché la tua parola fosse compresa da lei, perché ella riuscisse a strozzare definitivamente il mostro che la fa schiava… Guarda: ho messo alla mia cintura la tua cintura, bene stretta sotto le altre, e quando sentivo l’oppressione del cuoio duro alla mia vita, non usa a cinture rigide così, dicevo: “Egli è più forte di tutto”.
10Poi – col carro si fa presto – poi siamo venute io e Marcella. Non so se ci hai visto nella folla… Ma che dolore, che spina nel cuore non vedendo Maria! Pensavo: “Si è pentita. É tornata a casa. Oppure… oppure è fuggita non potendo più resistere alla dominazione mia, da lei richiesta”. Ti ascoltavo e piangevo sotto il mio velo. Quelle parole parevano proprio per lei… e non le sentiva! Così pensavo io che non la vedevo. Sono tornata a casa sconfortata. É vero. Ti ho disubbidito perché mi avevi detto: “Se lei viene, tu attendila a casa”. Ma considera il mio cuore, Maestro! Era mia sorella che veniva a Te! Potevo non esserci a vedere lei presso Te? E poi!… Tu mi avevi detto: “Sarà spezzata”. Io volevo esserle vicino subito, per sostenerla…
Conversione di Maria di Magdala.
11Ero inginocchiata in lacrime e preghiera nella mia stanza, e da molto era terminata la seconda vigilia, quando lei è entrata. Così piano che non l’ho sentita altro che quando mi si è rovesciata addosso abbracciandomi stretta e dicendo: “É vero tutto quanto tu dici, sorella benedetta. Anzi è molto più di quanto tu dici. La sua misericordia è molto più grande. Oh! Marta mia! Non hai più bisogno di tenermi! Non mi vedrai più cinica e disperata! Non mi sentirai più dire: ‘Per non pensare!’. Ora voglio pensare. So a che pensare. Alla Bontà fatta carne. Tu pregavi, sorella mia, certo pregavi per me. Ma tu hai la tua vittoria già in pugno. La tua Maria che non vuole più peccare, che rinasce ora. Eccola. Guardala bene in faccia. Perché è una Maria nuova, dal volto lavato dal pianto della speranza e del pentimento. Mi puoi baciare, pura sorella. Non c’è più traccia di vergognosi amori sul mio volto. Egli ha detto che ama l’anima mia. Perché ad essa parlava, e di essa. La pecorella smarrita ero io. Ha detto, ascolta se dico bene. Tu lo conosci il modo di parlare del Salvatore…”; e mi ha ripetuto, ma perfettamente, la tua parabola.
Vittoria di sorella Marta.
12É tanto intelligente Maria! Molto più di me. E sa ricordare. Così io ti ho sentito due volte; e se sul tuo labbro quelle parole erano sante e adorabili, sul suo erano per me sante, adorabili e amabili perché era un labbro di sorella, della mia sorella ritrovata, ritornata all’ovile famigliare, che me le diceva. Stavamo abbracciate insieme, sedute sulla stuoia del pavimento, come quando eravamo bambine e stavamo così nella camera della mamma o presso al telaio dove ella tesseva o ricamava le sue splendide stoffe, stavamo così, non più divise dal peccato, e mi pareva che anche la mamma fosse presente col suo spirito.
13Piangevamo senza dolore, ma anzi con tanta pace! Ci baciavamo felici… E poi Maria, stanca del cammino fatto a piedi, dell’emozione, di tante cose, mi si è addormentata fra le braccia, e con l’aiuto della nutrice l’ho coricata sul mio letto… e l’ho lasciata, correndo qui…»; e Marta bacia le mani di Gesù, beata.
14«Ti dico Io pure ciò che ha detto Maria: “Tu hai la tua vittoria in pugno”. Va’ e sii felice. Va’ in pace. Segui una condotta tutta dolcezza e prudenza con la rinata. Addio, Marta. Fallo sapere a Lazzaro che laggiù si angustia».
15«Sì, Maestro. Ma Maria quando verrà con noi discepole?».
Gesù sorride e dice: «Il Creatore fece il creato in sei giorni e il settimo riposò».
«Comprendo. Bisogna avere pazienza…».
16«Pazienza, sì. Non sospirare. É una virtù anche questa. La pace a voi, donne. Ci rivedremo presto», e Gesù le lascia andando verso il luogo dove la barca attende presso la riva.
13. La cena in casa di Simone il fariseo e l’assoluzione a Maria di Magdala[26].
La testimone dell’amore misericordioso
La sala e i commensali
1A conforto del mio complesso soffrire, e per farmi dimenticare le cattiverie degli uomini, il mio Gesù mi concede questa soave contemplazione.
2Vedo una ricchissima sala. Un ricco lampadario a molti becchi pende nel centro ed è tutto acceso. Alle pareti tappeti bellissimi, sedili intarsiati ed incrostati di avorio e di laminature preziose e mobili pure molto belli.
3Nel centro una grande tavola quadrata ma
composta di quattro tavole unite così[27]
.
4La tavola è certo apparecchiata in tal modo per i molti convitati (tutti uomini) ed è ricoperta di bellissime tovaglie e di ricco vasellame. Vi sono anfore e coppe preziose e molti sono i servi che si muovono intorno ad essa portando pietanze e mescendo vini. Nel centro del quadrato non c’è nessuno. Vedo il pavimento molto bello su cui si riflette la luce del lampadario ad olio. Dal lato esterno, invece, ci sono molti letti-sedili, tutti occupati dai commensali.
5Mi pare d’essere nell’angolo semibuio posto in fondo alla sala, presso ad una porta che è spalancata dalla parte esterna, ma che è nello stesso tempo chiusa da un pesante tappeto o arazzo che pende dal suo architrave.
6Nel lato più lontano dalla porta, ossia
qui[28]
dove sono i due segni, è il padrone di casa con gli invitati più importanti. È un uomo vecchiotto,
vestito con un’ampia tunica bianca stretta alla vita da una cintura ricamata. La veste ha anche, al
collo e al fondo delle maniche e della veste stessa, dei bordi di ricamo applicato come fossero nastri
ricamati o galloni, se più le piace chiamarli così. Ma il volto di questo vecchiotto non mi piace. È un
volto maligno, freddo, superbo e avido.
7Nel lato opposto, di fronte a lui, sta il mio Gesù. Io lo vedo di fianco e direi quasi di dietro, alle spalle. Ha la sua solita veste bianca, i sandali, i capelli bipartiti sulla fronte e lunghi come sempre.
8Noto che tanto Lui come tutti i commensali non siedono, come io credevo si sedesse su quei letti-sedili, ossia perpendicolarmente alla tavola, ma parallelamente. Nella visione delle nozze di Cana non avevo fatto molto caso a questo particolare, avevo visto che mangiavano stando appoggiati sul gomito sinistro, ma mi pareva che fossero meno adagiati, forse perché i letti erano meno lussuosi e molto più corti. Questi sono dei veri letti, paiono i moderni divani alla turca.
9Gesù ha vicino Giovanni e, dato che Gesù
sta appoggiato col gomito sinistro (come tutti), risulta che la posizione dei due è così[29]:
.
Insomma Giovanni è incastrato fra la tavola e il corpo del Signore, giungendo col suo gomito verso
l’inguine del Maestro, di modo che non gli ostacola di mangiare, ma che gli permette anche, se vuole, di
appoggiarsi confidenzialmente al suo petto.
10Di donne non ce ne è nessuna. Tutti parlano, e il padrone di casa ogni tanto si rivolge, con affettata condiscendenza e con palese degnazione, a Gesù. È chiaro che vuol dimostrargli, e dimostrare a tutti i presenti, che gli ha fatto un grande onore ad invitarlo nella sua ricca casa, lui, povero profeta giudicato anche un poco esaltato…
11Vedo che Gesù risponde con cortesia, pacatamente. Sorride del suo lieve sorriso a chi lo interroga, sorride con un sorriso luminoso se chi gli parla, o anche solo lo guarda, è Giovanni.
La testimone dell’amore misericordioso
12Vedo alzarsi la ricca tenda che copre il vano della porta ed entrare una donna giovane, bellissima, riccamente vestita e accuratamente pettinata. La sua abbondantissima chioma bionda le fa sulla testa un vero ornamento di ciocche intrecciate con arte. Pare porti un elmo d’oro tutto a rilievi, tanto la chioma splende ed è abbondante. Ha una veste che, se la confronto con quella sempre vista alla Vergine Maria, direi che è molto eccentrica e complicata. Fibbie sulle spalle, gioielli per trattenere le increspature al sommo del petto, catenelle d’oro per delineare il petto stesso, cintura a borchie d’oro e gemme. Una veste procace che mette in rilievo le linee del bellissimo corpo. Sulla testa un velo così leggero che… non vela niente. È un’aggiunta ai suoi vezzi e basta. Ai piedi, sandali molto ricchi con fibbie d’oro, di pelle rossa e con lacci intrecciati sulla caviglia.
13Tutti, meno Gesù, si voltano a guardarla. Giovanni la osserva un attimo, poi si volge verso Gesù. Gli altri la fissano con apparente e maligna golosità. Ma la donna non li guarda per niente e non si cura del sussurrio che si è destato al suo entrare e dell’ammiccare di tutti i presenti, meno Gesù e il discepolo. Gesù mostra di non accorgersi di nulla. Continua a parlare terminando il discorso che aveva intavolato col padrone di casa.
14La donna va verso Gesù e si inginocchia presso i piedi del Maestro. Appoggia in terra un vasetto a forma di anfora molto panciuta, si leva il velo dal capo spuntando lo spillone prezioso che lo tratteneva puntato ai capelli, si sfila dalle dita gli anelli e posa tutto sul letto-sedile presso i piedi di Gesù, e poi prende fra le sue mani i piedi, prima il destro, poi il sinistro, e ne slaccia i sandali, li depone al suolo, poi bacia, con un gran scoppio di pianto, quei piedi, vi appoggia contro la fronte, se li carezza, e le lacrime cadono come una pioggia, che luccica alla fiamma del lampadario, che riga la pelle di quei piedi adorabili.
15Gesù volge lentamente il capo, appena appena, e il suo sguardo azzurro cupo si posa un istante sulla testa reclina. Uno sguardo che assolve. Poi torna a guardare verso il centro. La lascia libera nel suo sfogo.
16Ma gli altri no. Motteggiano fra loro, ammiccano, ghignano. E il fariseo si mette un momento seduto per vedere meglio, e ha uno sguardo fra desideroso, crucciato e ironico. Desideroso della donna. È palese questo sentimento. Crucciato che sia entrata tanto liberamente, cosa che potrebbe far pensare agli altri che la donna è.… ospite frequente della sua casa. Ironico riguardo a Gesù…
17Ma la donna non si accorge di niente. Continua a piangere dirottamente, senza gridi. Solo lacrimoni e rari singulti. Poi si spunta i capelli, traendone le forcine d’oro che sostenevano la complicata pettinatura, e pone anche queste forcine vicino agli anelli e allo spillone. Le matasse d’oro si srotolano per le spalle. Ella le prende a due mani, se le porta sul petto e le passa sui piedi bagnati di Gesù, finché li vede asciutti. Poi immerge le dita nel vasetto e ne trae una pomata lievemente giallina e odorosissima. Un profumo fra di giglio e tuberosa si spande per tutta la sala. La donna attinge senza avarizia e stende e spalma e bacia e carezza.
18Gesù di tanto in tanto la guarda con tanta amorosa pietà. Giovanni, che si è voltato stupito allo scoppio di pianto, non sa distaccare l’occhio dal gruppo di Gesù e della donna. Guarda l’Uno e l’altra alternativamente. Il volto del fariseo è sempre più arcigno.
19Odo qui le note parole del Vangelo, e le odo accompagnate da un tono e da uno sguardo che fanno abbassare il capo al vecchio astioso.
20Odo le parole di assoluzione alla donna, che se ne va lasciando ai piedi di Gesù i suoi gioielli. Ella si è arrotolato il velo intorno al capo serrando in esso alla bene meglio le chiome sfatte. Gesù, nel dirle: «Va’ in pace», le pone la mano sulla testa china, per un attimo. Ma con atto dolcissimo.
Parole rivolte al cuore del fariseo[30].
Gesù ora mi dice:
21«Quello che ha fatto chinare il capo al fariseo e ai suoi compagni, e che non è riportato nel Vangelo, sono le parole che il mio spirito, attraverso al mio sguardo, ha dardeggiato e confitto in quell’anima arida e avida. Ho risposto molto più di quanto non sia detto, perché nulla mi era occulto dei pensieri degli uomini. Ed egli mi ha capito nel mio muto linguaggio, che era ancor più denso di rimprovero di quanto non lo fossero le mie parole.
22Gli ho detto: “No. Non fare insinuazioni malvagie per giustificare te stesso a te stesso. Io non ho la tua libidine. Costei non viene a Me per attrazione di senso. Io non sono te e come sono i tuoi simili. Ella viene a Me perché il mio sguardo e la mia parola, udita per puro caso, le hanno illuminato l’anima in cui la lussuria aveva creato la tenebra. E viene perché vuol vincere il senso, e comprende, povera creatura, che da sola non vi riuscirebbe mai. Essa ama in Me lo spirito, nulla più che lo spirito che sente soprannaturalmente buono. Dopo tanto male che ha ricevuto da voi tutti, che avete sfruttato la sua debolezza per i vostri vizi ricambiandola poi con le staffilate dello sprezzo, ella viene a Me perché sente di aver trovato il Bene, la Gioia, la Pace, inutilmente cercate fra le pompe del mondo.
23Guarisci da questa tua lebbra di anima, fariseo ipocrita, sappi vedere giusto nelle cose. Deponi superbia di mente e lussuria di carne. Queste sono lebbre ben più fetide di quelle della vostra persona. Di quest’ultima il mio tocco vi può guarire perché per essa mi invocate, ma della lebbra dello spirito no, perché voi di questa non volete guarire perché vi piace. Costei lo vuole. Ed ecco che Io la mondo, ecco che Io la affranco dalle catene della sua schiavitù. La peccatrice è morta. Essa è là, in quegli ornamenti che ella si vergogna di offrirmi perché Io li santifichi usandoli per i bisogni miei e dei miei discepoli, per i poveri che Io soccorro con l’altrui superfluo perché Io, Padrone dell’universo, non possiedo nulla ora che sono il Salvatore dell’uomo. Essa è là in quel profumo sparso sui miei piedi, avvilito come i suoi capelli, su quella parte del corpo che tu hai spregiato di rinfrescare con l’acqua del tuo pozzo dopo che ho fatto tanto cammino per venire a portare luce anche a te.
24La peccatrice è morta. Ed è rinata Maria, rifatta bella come fanciulla pudica dal suo vivo dolore, dal suo retto amore. S’è lavata nel suo pianto. In verità ti dico, o fariseo, che fra costui che m’ama nella sua giovinezza pura e questa che m’ama nella sincera contrizione di un cuore rinato alla Grazia, Io non faccio differenza, e al puro e alla pentita commetto l’incarico di comprendere il mio pensiero come nessuno e quello di dare al mio Corpo le estreme onoranze ed il primo saluto (non conto quello particolare di mia Madre) quando Io sarò risorto”.
Per la nostra gioia.
25Ecco quanto volevo dire col mio sguardo al fariseo. 6Ma a te faccio notare un’altra cosa, a tua gioia e a gioia di molti.
26Anche a Betania Maria ripeté il gesto che segnò l’alba della sua redenzione. Vi sono gesti personali che si ripetono e denunciano una persona come lo stile della stessa. Gesti inconfondibili. Ma, poiché era giusto, a Betania il gesto è meno avvilito e più confidenziale nella sua riverente adorazione.
27Molto ha camminato Maria da quell’alba di sua redenzione. Molto. L’amore l’ha trascinata come rapido vento in alto e in avanti. L’amore l’ha arsa come un rogo distruggendo in lei la carne impura e facendo signore in lei uno spirito purificato. E Maria, diversa nella sua risorta dignità di donna come diversa nella veste, ora semplice come quella della Madre mia, nell’acconciatura, nello sguardo, nel contegno, nella parola, nuova, ha un nuovo modo di onorarmi con lo stesso gesto. Prende l’ultimo dei suoi vasi di profumo, serbato per Me, e me lo sparge sui piedi, senza pianto, con sguardo che l’amore e la sicurezza d’esser perdonata e salvata fa lieto, e sul capo. Può ben ungermi e toccarmi il capo, ora, Maria. Il pentimento e l’amore l’hanno mondata col fuoco dei serafini ed ella è un serafino.
28Dillo a te stessa, o Maria, mia piccola “voce”, dillo alle anime. Va’, dillo alle anime che non osano venire a Me perché si sentono colpevoli. Molto, molto, molto è perdonato a chi molto ama. A chi molto mi ama. Voi non sapete, povere anime, come vi ama il Salvatore! Non temete di Me. Venite. Con fiducia. Con coraggio. Io vi apro il Cuore e le braccia.
29Ricordatelo sempre: “Io non faccio differenza fra colui che mi ama con la sua purezza integra e colui che mi ama nella sincera contrizione d’un cuore rinato alla Grazia”. Sono il Salvatore. Ricordatevelo sempre.
Va’ in pace. Ti benedico».
Considerazioni sugli eventi accaduti[31]
Considerazioni sulle risposte di Gesù
30Quest’oggi ho sempre pensato al dettato di Gesù di ieri sera e a quanto vedevo e comprendevo anche se non detto.
31Intanto, per incidenza, le dico che i discorsi dei commensali, per quelli che capivo, ossia quelli particolarmente rivolti a Gesù, vertevano su fatti del giorno: i romani, la Legge contrastata da essi, e poi la missione di Gesù come Maestro di una nuova scuola. Ma sotto l’apparente benevolenza si capiva che erano domande viziose e capziose, fatte per trarlo in impiccio. Cosa non facile perché Gesù con poche parole poneva una risposta giusta e conclusiva ad ogni discorso.
32Alla domanda, per esempio, di quale particolare scuola o setta si fosse fatto maestro nuovo, rispose semplicemente: «Della scuola di Dio. È Lui che seguo nella sua santa Legge ed è di Lui che mi curo facendo sì che a questi piccoli (e guardava con amore Giovanni ed in Giovanni guardava tutti i retti di cuore) venga rinnovata in tutta la sua essenza così come era il giorno che il Signore Iddio la promulgò sul Sinai[32]. Riporto gli uomini alla Luce di Dio».
33All’altra su cosa pensasse dell’abuso di Cesare, che s’era fatto dominatore della Palestina, aveva risposto: «Cesare è ciò che è perché così vuole Iddio. Ricorda il profeta Isaia[33]. Non chiama egli, per ispirazione divina, Assur “bastone” della sua collera? La verga che punisce il popolo di Dio che troppo s’è staccato da Dio ed ha la finzione per sua veste e per suo spirito? E non dice che, dopo averlo usato per punizione, lo spezzerà perché esso del suo compito se ne sarà abusato, divenendo di troppo superbo e feroce?».
34Queste sono le due risposte che più mi hanno colpito.
Interventi di Gesù nella nostra vita
35Questa sera, poi, il mio Gesù mi dice sorridendo:
36«Ti dovrei chiamare come Daniele[34]. Sei quella dei desideri e quella che mi sei cara perché desideri tanto il tuo Dio. E potrei continuare a dirti ciò che fu detto a Daniele dall’angelo mio: “Non temere, perché, fin dal primo giorno in cui applicasti il tuo cuore a comprendere e ad affliggerti nel cospetto di Dio, sono state esaudite le tue preghiere ed Io sono venuto a causa di esse”. Ma qui non è l’angelo che parla. Io sono che ti parlo: Gesù.
37Sempre, o Maria, Io vengo quando uno “applica il suo cuore a comprendere”. Non sono un Dio duro e severo. Sono Misericordia viva. E più rapido del pensiero vengo a chi si volge a Me. 10Anche alla povera Maria di Magdala, così immersa nel suo peccare, sono andato veloce, con lo spirito mio, non appena ho sentito sorgere in lei il desiderio di comprendere. Comprendere la luce di Dio e comprendere il suo stato di tenebre. E mi sono fatto a lei Luce.
Gesù parlò per la Maddalena
38Parlavo a molti quel giorno, ma in verità parlavo per lei sola. Non vedevo che lei, che s’era accostata portata da un empito d’anima che si rivoltava alla carne che la teneva soggetta. Non vedevo che lei col suo povero volto in tempesta, col suo sforzato sorriso che nascondeva, sotto una veste di sicurezza e gioia mendace che era una sfida al mondo e a sé stessa, tanto interno pianto. Non vedevo che lei, ben più avvolta nei rovi della pecorella smarrita della parabola, lei che affogava nel disgusto della sua vita, venuto a galla come quelle ondate profonde che portano seco l’acqua del fondo.
39Non ho detto grandi parole, ne ho toccato un argomento indicato per lei, peccatrice ben nota, per non mortificarla e per non costringerla a fuggire, a vergognarsi o a venire. L’ho lasciata in pace. Ho lasciato che la mia parola e il mio sguardo scendessero in lei e vi fermentassero per fare di quell’impulso di un momento il suo glorioso futuro di santa. Ho parlato con una delle più dolci parabole: un raggio di luce e di bontà effuso proprio per lei. 11E quella sera, mentre ponevo piede nella casa del ricco superbo, nel quale la mia parola non poteva fermentare in futura gloria perché uccisa dalla superbia farisaica, già sapevo che ella sarebbe venuta, dopo aver tanto pianto nella sua stanza di vizio e, alla luce di quel pianto, già deciso il suo futuro.
“Solo i puri vedono giusto”
40Gli uomini, arsi di lussuria, nel vederla entrare hanno trasalito nella carne e insinuato col pensiero. Tutti l’hanno desiderata, meno i due “puri” del convito: Io e Giovanni. Tutti hanno creduto che ella venisse per uno di quei facili capricci che, vera possessione demoniaca, la gettavano in improvvise avventure. Ma Satana era ormai vinto. E tutti hanno, con invidia, pensato, vedendo che ad essi non si volgeva, che venisse per Me.
41L’uomo sporca sempre anche le cose più pure, quando è solo uomo di carne e sangue. Solo i puri vedono giusto, perché il peccato non è in loro a fare turbamento al pensiero. 12Ma che l’uomo non comprenda, non deve sgomentare, Maria. Dio comprende. E basta per il Cielo. La gloria che viene dagli uomini non aumenta di un grammo la gloria che è sorte degli eletti in Paradiso. Ricordalo sempre.
42La povera Maria di Magdala è sempre stata mal giudicata nei suoi atti buoni. Non lo era stata nelle sue azioni malvagie perché esse erano bocconi di lussuria offerti all’insaziabile fame dei libidinosi. Criticata e mal giudicata a Cafarnao, in casa del fariseo, criticata e rimproverata a Betania, in casa sua. Ma Giovanni, che dice una grande parola, dà la chiave di quest’ultima critica: “Giuda… perché era ladro“. Io dico: “Il fariseo e i suoi amici perché erano lussuriosi“. Ecco, vedi? L’avidità del senso, l’avidità del denaro alzano la voce a critica dell’atto buono. I buoni non criticano. Mai. Comprendono.
43Ma, ripeto, non importa della critica del mondo. Importa del giudizio di Dio».
14. Maria di Magdala è andata
da Maria SS[35].
Il prezzo di una anima.
13«Signore, ma è vero che Maria di Magdala ha chiesto perdono a Te, in casa del fariseo?».
«È vero, Tommaso».
14«E Tu glielo hai dato?», chiede Filippo.
«Gliel’ho dato».
«Ma hai fatto male!», esclama Bartolomeo.
15«Perché? Era un pentimento sincero e meritava perdono».
16«Ma non dovevi darlo in quella casa, pubblicamente…», rimprovera l’Iscariota.
«Ma non vedo in che ho errato».
17«In questo: Tu sai chi sono i farisei, quanti cavilli hanno nella testa, come ti sorvegliano, come ti calunniano, come ti odiano. Uno ne avevi a Cafarnao, di amico, ed era Simone. E Tu chiami in casa sua una prostituta per profanare la casa e dare scandalo all’amico Simone».
18«Non l’ho chiamata Io. Vi è venuta. Non era una prostituta. Era una pentita. Ciò cambia molto. Se non si aveva schifo ad avvicinarla prima e a desiderarla sempre, anche in mia presenza, anche ora che ella non è più una carne ma un’anima, non si deve avere schifo di vederla entrare per inginocchiarsi ai miei piedi e piangere accusandosi, avvilendosi nella pubblica umile confessione che è tutta in quel pianto. Simone fariseo ha avuto la casa santificata da un miracolo grande: la risurrezione di un’anima. Sulla piazza di Cafarnao, or sono cinque giorni, mi chiedeva: “Hai fatto quello solo di miracolo?”, e rispondeva da sé: “No certo”, avendo molto desiderio di vederne uno. Gliel’ho dato. L’ho scelto per essere il testimone, il paraninfo di questo fidanzamento dell’anima con la Grazia. Deve esserne fiero».
«Invece ne è scandalizzato. Forse hai perduto un amico».
Verità, onestà e condotta morale non transigono.
19«Ho trovato un’anima. Merita di perdere un uomo con la sua amicizia, la sua povera amicizia d’uomo, pur di rendere l’amicizia con Dio ad un’anima».
20«È inutile. Con Te non si può ottenere umana riflessione. Siamo sulla Terra, Maestro! Ricordatelo. E vigono le leggi e le idee della Terra. Tu agisci col metodo del Cielo, ti muovi nel tuo Cielo che hai in cuore, vedi tutto attraverso luci di Cielo. Povero Maestro mio! Come sei divinamente inetto a vivere fra noi perversi!». Giuda Iscariota lo abbraccia, ammirato e desolato, finendo: «E me ne dolgo perché Tu ti crei, per troppa perfezione, tanti nemici».
21«Non te ne dolere, Giuda. È scritto che così sia. Ma come sai che Simone è offeso?».
«Non ha detto che è offeso. Ma a me e Tommaso ha fatto capire che ciò non andava fatto. Non dovevi invitarla in casa sua, dove non entrano che persone oneste».
22«Bene! Sull’onestà di chi va da Simone piantiamola lì», dice Pietro.
E Matteo: «Io potrei dire che il sudore delle prostitute è colato più volte sui pavimenti, sulle mense, e oltre, di Simone il fariseo».
«Ma non pubblicamente», ribatte l’Iscariota.
«No. Con ipocrisia intesa a celarlo».
«Vedi che allora cambia».
23«Cambia anche l’entrata di una prostituta che entra per dire: “Lascio il mio peccato infame” da quella di una che entra per dire: “Eccomi a te per compiere il peccato insieme”».
«Matteo ha ragione», dicono tutti.
«Sì. Ha ragione. Ma loro non pensano come noi. E bisogna venire a transazioni con loro, adattarsi a loro per averli amici».
24«Questo mai, Giuda. Nella verità, nell’onestà, nella condotta morale, non ci sono adattamenti e transazioni», tuona Gesù. E termina: «Del resto Io so di avere agito bene è per il bene. E basta. Andiamo a congedare questi stanchi».
E va da quelli che, sparsi sotto gli alberi, guardano nella sua direzione con ansia di udirlo.
Il Regno di Dio in parabole (Discorso)
Lo spirito e il fratello corpo
25«La pace a voi tutti, che per stadi e solleoni siete venuti ad udire la Buona Novella.
26In verità vi dico che voi cominciate a comprendere realmente ciò che è il Regno di Dio, quanto sia prezioso il suo possesso e beato l’appartenervi. Ed ogni fatica perde per voi il valore che per altri conserva, perché l’animo comanda in voi e dice alla carne: “Giubila che io ti opprima. È per la tua beatitudine che lo faccio. Quando sarai riunita a me, dopo la finale risurrezione, tu mi amerai per quanto ti ho conculcata e vedrai in me il tuo secondo salvatore”. Non dice così lo spirito vostro? Ma sì che lo dice! Voi ora basate le vostre azioni sull’insegnamento delle mie parabole lontane. Ma ora Io vi do altre luci per sempre più farvi innamorati di questo Regno che vi aspetta e il cui valore non è misurabile.
Parabola del tesoro nascosto
27Udite: Un uomo, andato per caso in un campo per prendere terriccio per portarlo nel suo orticello, nello scavare faticosamente la terra dura trova, sotto qualche strato di terra, un filone di metallo prezioso. Che fa allora quell’uomo? Ricopre con la terra la scoperta fatta. Non gli importa di lavorare più ancora, perché la scoperta merita la fatica. E poi va a casa sua, raggranella tutte le sue ricchezze in denaro o in oggetti e queste ultime le vende per avere molto denaro. Poi va dal padrone del campo e gli dice: “Mi piace il tuo campo. Quanto vuoi per vendermelo?”. “Ma io non lo vendo”, dice l’altro. Ma l’uomo offre somme sempre più forti, sproporzionate al valore del campo, e finisce a sedurre il padrone di esso, il quale pensa: “Questo uomo è un pazzo! Ma, posto che lo è, io me ne avvantaggio. Prendo la somma che mi offre. Non è uno strozzinaggio perché è lui che me la vuole dare. Con essa mi comprerò almeno tre altri campi, e più belli”, e fa la vendita, convinto di avere fatto uno splendido affare. Ma invece è l’altro che fa l’affare splendido, perché si priva di oggetti che possono essere asportati dal ladro o perduti o consumati, e si procura un tesoro che per essere vero, naturale, è inesauribile. Merita dunque di sacrificare quanto ha per questo acquisto, rimanendo per qualche tempo col solo possesso del campo, ma in realtà possedendo per sempre il tesoro celato in esso.
28Voi questo lo avete capito e fate come l’uomo della parabola. Lasciate le effimere ricchezze per possedere il Regno dei Cieli. Le vendete agli stolti del mondo, le cedete ad essi, accettate di essere derisi per questo che agli occhi del mondo pare stolto modo di agire. Fate così, sempre così, e il Padre vostro che è nei Cieli, giubilando, vi darà un giorno il vostro posto nel Regno.
29Tornate alle vostre case prima che venga il sabato, e nel giorno del Signore pensate alla parabola del tesoro che è il Regno celeste. La pace sia con voi».
Maddalena ha superato Marta.
30La gente si sparge lentamente per le vie e i sentieri della campagna, mentre Gesù va alla volta di Cafarnao nella sera che scende.
31Vi giunge a notte fatta. Traversano in silenzio la città silenziosa sotto il lume della luna, che è l’unico lume esistente per le viette oscure e mal selciate. Entrano pure in silenzio nell’orticello a fianco della casa, credendo che tutti siano a letto. Ma invece un lume arde nella cucina e tre ombre, rese mobili per il muoversi della fiammella, si proiettano sul muretto bianco del forno lì vicino.
32«C’è gente che ti aspetta, Maestro. Ma così non può andare! Ora vado a dire che sei troppo stanco. Va’ sulla terrazza, intanto».
33«No, Simone. Vado in cucina. Se Tommaso ha trattenuto queste persone segno è che vi è un serio motivo».
34Ma intanto quelli di dentro hanno sentito il bisbiglio e Tommaso, padrone di casa, viene sulla soglia.
35«Maestro, vi è la solita dama. Ti attende da ieri al tramonto. È con un servo»; e poi, sottovoce: «È molto agitata. Piange senza sosta…».
36«Sta bene. Dille di venire di sopra. Dove ha dormito?».
«Non voleva dormire. Ma infine si è ritirata per qualche ora, verso l’alba, nella mia camera. Il servo l’ho fatto dormire in uno dei vostri letti».
37«Va bene. Dormirà anche questa notte. E tu dormirai nel mio».
«No, Maestro. Andrò sulla terrazza, su delle stuoie. Avrò buon sonno lo stesso».
Gesù sale sul terrazzo. Ecco Marta che sale lei pure.
38«La pace a te, Marta».
Un singhiozzo di risposta.
«Piangi ancora? Ma non sei felice?».
La testa di Marta fa cenno di no.
«Ma perché mai?» …
39Una lunga pausa piena di singhiozzi. Infine, in un gemito: «Da molte sere Maria non è più tornata. E non si trova. Non io, non Marcella, non la nutrice la troviamo… Era uscita ordinando il carro. Era tutta pomposa nelle vesti… Oh! non aveva voluto rimettere la mia!… Non era seminuda, ne ha anche di quelle, ma era molto procace in questa… E ori e profumi ha preso con sé… e non è più tornata. Ha licenziato il servo alle prime case di Cafarnao dicendo: “Tornerò con altra compagnia”. Ma non è più tornata. Ci ha ingannati! Oppure si è sentita sola, forse tentata… o le è accaduto del male… Non è tornata più…». E Marta scivola in ginocchio, piangendo col capo reclinato sull’avambraccio messo su un mucchio di sacchi vuoti.
40Gesù la guarda e dice lento e sicuro, dominatore: «Non piangere. Maria è venuta da Me tre sere or sono. Mi ha imbalsamato i piedi, mi ha messo ai piedi tutti i suoi gioielli. Si è consacrata così, e per sempre, prendendo posto fra le mie discepole. Non la denigrare nel tuo cuore. Ti ha superata».
41«Ma dove, dove è allora mia sorella?», grida Marta alzando un volto sconvolto. «Perché non è tornata a casa? È stata forse assalita? Ha preso forse una barca e si è affogata? Oppure qualche amante respinto l’ha rapita? Oh! Maria! La mia Maria! L’avevo ritrovata e subito l’ho perduta!». Marta è proprio fuori di sé. Non pensa più che quelli abbasso la possono sentire. Non pensa più che Gesù può dirle dove è la sorella. Si dispera senza riflettere a nulla.
42Gesù la prende per i polsi e la costringe a stare ferma, ad ascoltarlo, dominandola con la sua alta statura e col suo sguardo magnetico. «Basta! Voglio da te fede nelle mie parole. Voglio da te generosità. Hai capito?». Non la lascia andare altro che quando Marta si quieta un poco. «Tua sorella è andata a gustarsi la sua gioia, avvolgendosi di una solitudine santa perché è in lei il super sensibile pudore dei redenti. Te l’ho detto in anticipo. Non può sopportare lo sguardo dolce ma indagatore dei parenti sulla sua nuova veste di sposa della Grazia. E ciò che Io dico è sempre vero. Mi devi credere».
Presso la Madre universale.
43«Sì, Signore, sì. Ma la mia Maria è troppo, troppo stata del demonio. Egli l’ha ripresa subito, egli…».
44«Egli si vendica su te della preda perduta per sempre. Devo dunque vedere che tu, la forte, divieni sua preda per un folle sgomento senza ragione d’essere? Devo vedere che per lei, che ora crede in Me, tu perdi la tua bella fede che sempre ti ho conosciuta? Marta! Guardami bene. Ascolta Me. Non ascoltare Satana. Non sai che, quando è costretto ad abbandonare la preda per una vittoria di Dio su di lui, esso si dà subito da fare, questo instancabile torturatore degli esseri, questo instancabile ladro dei diritti di Dio, per trovare altre prede? Non sai che sono le torture di un terzo, che resiste agli assalti perché è buono e fedele, quelle che consolidano la guarigione di un altro spirito? Non sai che nulla è slegato di tutto quanto avviene ed esiste nel creato, ma tutto segue una legge eterna di dipendenze e di conseguenze, per cui l’atto di uno ha ripercussioni naturali e soprannaturali vastissime? 8Tu piangi qui, tu qui conosci il dubbio atroce, e resti fedele al tuo Cristo anche in quest’ora di tenebre. Là, in un punto vicino a te ignoto, Maria sente dissolversi l’ultimo dubbio sulla infinità del perdono avuto, e il suo pianto si muta in sorriso e le sue ombre in luce. È il tuo tormento che l’ha guidata là dove è pace, là dove si rigenerano le anime presso la Generatrice senza macchia, presso quella che è tanto Vita da avere ottenuto di avere dato al mondo il Cristo che è la Vita. Tua sorella è da mia Madre. Oh! non è la prima che raccoglie le vele in quel porto di pace dopo che il raggio soave della viva Stella, Maria, l’ha chiamata a quel seno d’amore per amore, muto e attivo, del Figlio suo! Tua sorella è a Nazareth».
45«Ma come vi è andata se non conosce tua Madre, la tua casa?… Sola… Di notte… Così… Senza mezzi… In quella veste… Tanta strada… Come?».
46«Come? Come va la rondine stanca al nido natio, traversando mari e monti, superando tempeste, nebbie e venti nemici. Come vanno le rondini nei luoghi di svernamento. Per istinto che le guida, per tepore che le invita, per sole che le chiama. Anche lei è corsa al raggio che chiama… alla Madre universale. E la vedremo tornare all’aurora, felice… uscita per sempre dalle tenebre, con una madre al fianco, la mia, e per non essere mai più orfana. Puoi credere questo?».
«Sì, mio Signore».
47Marta è come affascinata. Infatti Gesù è stato veramente dominatore. Alto, eretto, e pure lievemente curvato su Marta inginocchiata, ha parlato lentamente, ma incisivamente, quasi per trasfondere Sé stesso nella discepola sconvolta. Poche volte l’ho visto potente così, per persuadere con la parola un suo ascoltatore. Ma alla fine che luce, che sorriso è sul suo volto! Marta lo riflette con un sorriso e una luce più pacata nel suo stesso volto.
«E ora vai al riposo. Con pace».
E Marta gli bacia le mani e scende rasserenata…
[…].
15. L’arrivo a Cafarnao, sotto un temporale, di
Maria SS. con Maria
di Magdala[36].
Segno certo di bufera
1«Forse sarà tempesta oggi, Maestro. Vedi là quelle strisce di piombo avanzarsi di dietro all’Hermon? E vedi come si corruga il lago? E senti che soffi di tramontana alternati alle larghe onde calde dello scirocco? Vortice di vento: segno certo di bufera».
2«Fra quanto, Simone?».
«Prima che termini l’ora di prima. Guarda come i pescatori si affrettano a tornare. Sentono che il lago brontola. Fra poco sarà esso pure di piombo, e poi sarà di pece, e poi verrà la furia».
3«Ma se sembra così calmo!», dice Tommaso incredulo.
«Tu conosci l’oro e io l’acqua. Come dico sarà. Non è neppure una tempesta improvvisa. Si prepara con chiari segni. L’acqua è calma alla superficie, appena quel crespo che sembra uno scherzo. Ma se fossi in barca! Sentiresti come migliaia di nocche battere contro la carena e scuotere stranamente la barca. L’acqua bolle già, di sotto. Aspetta il segnale del cielo e poi vedrai… Lascia che il tramontano si annodi allo scirocco! E poi!… Ehi, donne! ritirate ciò che avete steso e riparate le vostre bestie. Fra poco piovono sassi e secchie d’acqua».
4Infatti il cielo si va facendo sempre più verdognolo, con venature di ardesia, per l’invasione continua di lame di nuvole che sembrano eruttate dal grande Hermon. Esse respingono l’aurora da dove è venuta, come se l’ora retrocedesse verso la notte anziché avanzare verso il meriggio. Solo una lama di sole persiste a sfuggire obliqua da dietro alla barricata dei nuvoli di pece, e getta una irreale pennellata di un giallo verde sulla vetta di un colle al sud ovest di Cafarnao. Il lago è già mutato da azzurro in un nero blu, e le prime spume, fra ondetta e ondetta, esili, spezzate, sembrano di un bianco irreale su quell’acqua scura. Sul lago non è più una barca. Gli uomini si affrettano a portare sul greto le barche, a riporre reti, ceste, vele e remi, oppure, se contadini, a ritirare derrate, ad assicurare pali e legami, a chiudere nelle stalle le bestie, e le donne si affrettano alla fonte prima che piova, oppure racimolano i bambini alzati al primo sole e li spingono in casa e chiudono le porte, sollecite come chiocce che sentano la grandine prossima.
Due donne sotto il temporale.
5«Simone, vieni con Me. Chiama anche il servo di Marta e chiama Giacomo, mio fratello. Prendi una grossa tela. Grossa e larga. Due donne sono sulla via e bisogna andare loro incontro».
6Pietro lo guarda, curioso, ma ubbidisce senza perdere tempo. É sulla via, mentre di corsa traversano il paese andando verso sud, che Simone chiede: «Ma chi sono?».
7«Mia Madre e Maria di Magdala».
8La sorpresa è tale che Pietro si arresta un momento, come inchiodato al suolo, e dice: «Tua Madre e Maria di Magdala?!!! Insieme?!!!». Poi riprende a correre perché Gesù non si ferma, e non si fermano Giacomo e il servo. Ma torna a dire: «Tua Madre e Maria di Magdala! Insieme!… Ma da quando?».
«Da quando non è più altro che Maria di Gesù. Fa’ presto, Simone. Vengono le prime gocce…».
9E Pietro si sforza a stare alla pari con questi suoi compagni, tutti più alti e svelti di lui. La polvere si alza ora a nuvoli dalla via arsa, per un vento che si fa più forte di attimo in attimo, un vento che rompe il lago e lo alza in creste d’onde che si frangono con un primo scroscio sul lido. Quando è possibile vedere il lago, lo si vede mutato in un enorme paiolo nel furore dell’ebollizione. Onde alte almeno un metro lo corrono in tutti i sensi, si urtano, crescono fondendosi, si separano correndo in direzioni opposte in cerca di un’altra onda con cui cozzarsi, tutto un duello di spume, di creste, di gobbe panciute, di scrosci, di muggiti, di schiaffi fin contro le case più prossime a riva. Quando le case parano la vista, il lago si tiene presente col suo fragore, che supera il fischio del vento che piega gli alberi strappandone foglie e facendo cadere frutti, e il boato dei tuoni lunghi, minacciosi, preceduti da lampi sempre più spessi e potenti.
10«Chissà che paura avranno quelle donne!», soffia Pietro col fiato grosso.
11«Mia Madre no. Non so l’altra. Ma certo se non facciamo presto si bagneranno forte».
12Cafarnao è superata di qualche centinaio di metri quando, fra nuvoli di polvere, in mezzo al primo scroscio di un acquazzone che scende obliquo e violento, rigando l’aria cupa, divenendo presto cataratta che si polverizza, che accieca, che mozza il fiato, si vede una coppia di donne correre, cercando riparo sotto qualche albero folto.
«Eccole! Corriamo!».
13Ma per quanto il suo amore per Maria dia ali a Pietro, egli, con le sue gambe corte e non certo da corridore, giunge quando Gesù e Giacomo hanno già raccolto le donne sotto un pesante pezzo di vela.
14«Qui non si può stare. C’è pericolo di folgori e fra poco la via sarà un torrente. Andiamo, Maestro. Almeno alla prima casa», dice Pietro affannato.
La Maddalena ha superato il suo temporale.
15Vanno con le donne al centro, tenendo il telo steso sulle loro teste e schiene. La prima parola che Gesù dice alla Maddalena, che è ancora nella veste della sera del convito in casa di Simone, ma con un mantello di Maria SS. sulle spalle, è questa: «Hai paura, Maria?».
16Questa, che è sempre stata a capo chino sotto il velo delle sue chiome, che nel correre si sono disfatte, avvampa, china ancora di più la testa e mormora: «No, Signore».
17Anche la Madonna ha perduto le forcine e pare una bambina con le trecce giù per le spalle. Ma sorride al Figlio che è al suo fianco e gli parla con quel suo sorriso.
18«Sei molto bagnata, Maria», dice Giacomo d’Alfeo toccando il velo e il mantello della Madonna.
19«Non fa nulla. E ora non ci bagniamo più. Non è vero, Maria? Egli ci ha salvato anche dalla pioggia», dice dolcemente Maria alla Maddalena, di cui sente il doloroso imbarazzo.
20Questa annuisce col capo. «Tua sorella sarà contenta di rivederti. É a Cafarnao. Ti cercava», dice Gesù.
21Maria alza per un momento il capo e fissa i suoi splendidi occhi in volto a Gesù, che le parla con la naturalezza che usa con le altre discepole. Ma non dice niente. É strozzata da troppe emozioni.
22Gesù termina: «Sono contento di averla trattenuta. Vi lascerò andare dopo avervi benedette».
La parola si perde nello schianto secco di un fulmine vicino. La Maddalena ha un atto di spavento. Si porta le mani al viso e si curva con uno scoppio di pianto.
23«Niente paura!», conforta Pietro. «Ormai è passato. E con Gesù non c’è mai da avere paura».
Anche Giacomo, che è al fianco della Maddalena, dice: «Non piangere. Ormai le case sono vicine».
24«Non piango di paura… Piango perché Egli mi ha detto che mi benedirà… Io… io…», e non può dire altro.
25La Vergine interviene a calmarla dicendo: «Tu Maria, hai già superato il tuo temporale. Non ci pensare più. Ora tutto è sereno e pace. Non è vero, Figlio mio?».
26«Sì, Madre. É tutto vero. Fra poco tornerà il sole e tutto sarà più bello, mondo, fresco di ieri. Così per te, Maria».
27La Madre riprende, stringendo la mano della Maddalena: «Dirò a Marta le tue parole. Sono contenta di poterla vedere subito e dirle quanto la sua Maria sia piena di buona volontà».
28Pietro, sguazzando nella fanghiglia e prendendo il diluvio con pazienza, esce da sotto il riparo per andare verso una casa a chiedere ricovero.
«No, Simone. Preferiamo tutti ritornare nella nostra. Non è vero?», dice Gesù.
Tutti approvano e Pietro torna sotto il telo.
29Cafarnao è un deserto. Vi regnano padroni il vento, la pioggia, i tuoni, i lampi, e ora la grandine che suona e rimbalza su terrazzi e facciate. Il lago è di una terribilità imponente. Le case vicine ad esso sono schiaffeggiate dalle onde, perché la spiaggetta non esiste più e le barche, assicurate presso le case, sembrano naufragate tanto sono colme d’acqua, che ogni maroso aumenta facendone traboccare quella già esistente in esse.
30Entrano correndo nell’orto, divenuto un’enorme pozzanghera in cui galleggiano detriti sull’acqua motosa, e da questo nella cucina dove tutti sono radunati.
La discepola e la sorella.
31Il grido di Marta, quando vede la sorella tenuta per mano da Maria, è acuto. Le si stringe al collo, senza sentire quanto si bagna nel farlo, la bacia, la chiama: «Miri, Miri, gioia mia!». Forse è il vezzeggiativo che usavano per la Maddalena piccina.
32Maria piange, curva, col capo sulla spalla fraterna, rivestendo la veste scura di Marta di un pesante velo d’oro, unica cosa che splenda nella cucina buia, dove solo è un fuocherello di stipe per rompere la tenebra che non è sufficiente a vincere una lampadetta accesa.
33Gli apostoli sono di stucco, e così lo è il padrone di casa e la padrona che si sono affacciati per lo strillo di Marta, ma che dopo un momento di curiosità comprensibile si ritirano discreti.
34Quando la furia degli abbracci si è un poco sedata, Marta si ricorda di Gesù, di Maria, della stranezza della loro venuta tutti insieme, e chiede alla sorella, alla Madonna, a Gesù, e non saprei dire a chi con più insistenza: «Ma come? Come tutti insieme?».
35«Il temporale, Marta, si faceva vicino. Sono andato con Simone, Giacomo e il tuo servo incontro alle due pellegrine».
36Marta è tanto stupita che non riflette al fatto che Gesù andasse così sicuro incontro a loro e non chiede: «Ma Tu sapevi?».
37É Tommaso che lo chiede a Gesù. Ma non ne ha risposta perché Marta dice alla sorella: «Ma come eri con Maria?».
38La Maddalena china il capo. La soccorre la Madonna prendendola per mano e dicendo: «É venuta da me come una pellegrina che vada al luogo dove può esserle detto il cammino da fare per raggiungere la mèta. E mi ha detto: “Insegnami come devo fare per essere di Gesù”. Oh! poiché in lei è volontà vera e totale, ha subito compreso e appreso questa sapienza! Ed io l’ho trovata subito pronta per prenderla per mano, così, e condurla a Te, Figlio mio, a te Marta buona, a voi, fratelli discepoli, e dirvi: “Ecco la discepola e la sorella che non darà che soprannaturali gioie al suo Signore e ai fratelli suoi”. Vogliatemi credere e amarla tutti come Gesù ed io l’amiamo».
39Allora gli apostoli si avvicinano salutando la nuova sorella. Non è escluso che ci sia della curiosità… Ma come si fa?! Si è ancora uomini…
40É il buon senso di Pietro che dice: «Va bene tutto. Voi le assicurate aiuto e amicizia santa. Ma bisognerebbe pensare che la Madre e la sorella sono molto bagnate… Lo siamo anche noi, veramente… Ma per esse è peggio. I loro capelli stillano acqua come salici dopo l’uragano, le vesti sono fangose e bagnate. Facciamo fuoco, chiediamo vesti, prepariamo del cibo caldo…».
41Tutti si danno da fare e Marta conduce nella stanza le due inzuppate viaggiatrici, mentre viene riattivato il fuoco e stesi davanti alla fiamma i mantelli, i veli, le vesti inzuppate. Non so come provvedano di là… So che Marta, ritrovata la sua energia di ottima donna di casa, va e viene sollecita, con catini e acqua calda, con tazze di latte fumante, con vesti prestate dalla padrona, per soccorrere le due Mari e…
16. Parabola dei pesci e parabola della perla. Il
tesoro degli insegnamenti
antichi e nuovi[37].
Un segno indicatore per i colpevoli.
Passato il temporale
1Sono tutti riuniti nella vasta stanza superiore. Il temporale violento si è risolto in una pioggia persistente, che ora si fa lieve fin quasi a sospendere e ora infittisce con improvvisa furia. Il lago non è certo azzurro oggi, ma giallastro, con strie di spume nei momenti di vento e acquazzone, grigio plumbeo con spume bianche nelle soste dell’acquazzone. Le colline, tutte grondanti d’acqua, con le fronde ancora piegate per tanto che sono molli di pioggia, con qualche ramo che pende spezzato dal vento e molte foglie strappate dalla grandine, mostrano righe di ruscelli da ogni parte, acque giallognole che riversano nel lago foglie, sassi, terra rapita alle chine. La luce è rimasta offuscata, verdognola.
2Nella stanza sono, sedute presso una finestra che guarda le colline, Maria con Marta e la Maddalena, più due altre donne che non so di preciso chi siano. Ma ho l’impressione che siano già conosciute da Gesù e Maria e dagli apostoli, perché sono a loro agio. Certo più della Maddalena, che sta ferma ferma, a capo chino, fra la Vergine e Marta.
3Gli abiti riasciugati alla fiamma, spazzolati dal fango, sono stati rimessi. Ma dico male. È stato indossato dalla Vergine il suo di lana azzurro cupo. Ma la Maddalena ha una veste di imprestito, corta e stretta per lei alta e formosa, e cerca di riparare alle manchevolezze della veste stando avvolta nel mantello della sorella. Si è raccolta i capelli in due grosse trecce annodandosele sulla nuca in qualche modo, perché per sostenere quel peso ci vuole ben più delle poche forcine racimolate lì per lì. Infatti, dopo, io ho sempre visto che la Maddalena aiuta le forcine con un nastrino che le fa quasi un diadema sottile, perdendosi col suo colore paglia nell’oro dei capelli.
Il Tadeo chiede per sua mamma.
4Nell’altro lato della stanza, seduti chi su sgabelli, chi sui davanzali delle finestre, sono Gesù con gli apostoli e il padrone di casa. Manca il servo di Marta. Pietro e gli altri pescatori studiano il tempo, facendo pronostici per il domani. Gesù ascolta, oppure risponde a questo e a quello.
5«Ad averlo saputo, di questo, avrei detto a mia madre di venire. È bene che la donna sia messa subito a suo agio con le compagne», dice Giacomo di Zebedeo sbirciando verso le donne.
6«Eh! ad averlo saputo!… 2Ma perché poi la mamma non è venuta con Maria?», chiede il Taddeo al fratello Giacomo.
«Non lo so. Me lo chiedo anche io».
«Non si sentirà male?».
«Maria lo avrebbe detto».
«Io glielo chiedo», e il Taddeo va dalle donne.
7Si sente la voce limpida di Maria rispondere: «Sta bene. Sono stata io che le ho evitato uno strapazzo con questo caldo. Siamo scappate come due bambine, non è vero, Maria? Maria è venuta a sera oscura e all’alba siamo partite. Non ho che detto ad Alfeo: “Ecco la chiave. Tornerò presto. Dillo a Maria”. E sono venuta».
8«Torneremo insieme, Madre. Non appena il tempo sarà buono e Maria avrà una veste, noi andremo, tutti insieme, per la Galilea, accompagnando le sorelle fino alla via più sicura. Così saranno conosciute anche da Porfirea, da Susanna, dalle vostre mogli e figlie, Filippo e Bartolomeo».
10È squisito quel dire: «saranno conosciute», per non dire: «Maria sarà conosciuta»! È forte, anche. E abbatte tutte le prevenzioni e restrizioni mentali degli apostoli verso la redenta. La impone, vincendo le riluttanze di loro, le vergogne di lei, tutto. Marta splende nel viso, Maria Maddalena avvampa e ha uno sguardo supplice, riconoscente, turbato, che so?… Maria Ss. ha il suo sorriso soave.
La Maddalena è un segno indicatore per i colpevoli.
11«Dove andremo per primo luogo, Maestro?».
«A Betsaida. Poi per Magdala, Tiberiade, Cana, a Nazareth. Di lì, per Jafia e Semeron, andremo a Betlem di Galilea e poi a Sicaminom e a Cesarea…».
12Gesù è interrotto da uno scoppio di pianto della Maddalena. Alza il capo, la guarda e poi riprende come nulla fosse: «A Cesarea troverete il vostro carro. Ho ordinato così al servo, e andrete a Betania. Ci rivedremo poi, ai Tabernacoli».
13Maddalena si riprende presto e non risponde alle domande della sorella, ma esce dalla stanza ritirandosi forse in cucina per qualche tempo.
14«Maria soffre, Gesù, nel sentire che deve venire in certe città. Bisogna capirla… Lo dico più per i discepoli che per Te, Maestro», dice umile e affannata Marta.
15«È vero, Marta. Ma così deve avvenire. Se ella non affronta subito il mondo e non strozza quell’orrendo aguzzino del rispetto umano, rimane paralizzata la sua eroica conversione. Subito e con noi».
16«Con noi nessuno le dirà nulla. Te lo assicuro, Marta, anche per tutti i compagni miei», promette Pietro.
17«Ma certo! La circonderemo come una sorella. Così ha detto Maria che ella è, e così sarà per noi», conferma il Taddeo.
18«E poi!… Siamo tutti peccatori e il mondo non ci ha risparmiato neppure noi. Comprendiamo perciò le sue lotte», dice lo Zelote.
19«Io più di tutti la capisco. Nei posti dove peccammo è molto meritorio vivere. Le persone sanno chi siamo!… È una tortura. Ma è anche una giustizia e una gloria resistere lì. Appunto perché è palese in noi la potenza di Dio, noi siamo oggetto di conversioni anche senza usare parole», dice Matteo.
20«Tu vedi, Marta, che tua sorella è compresa da tutti e amata da tutti. E lo sarà sempre più. Lei diverrà un segno indicatore per tante anime colpevoli e pavide. E una grande forza anche per i buoni. Perché Maria, quando avrà frantumato le ultime catene della sua umanità, sarà un fuoco di amore. Non ha che cambiato direzione all’esuberanza del suo sentimento. Ha riportato questa sua potente facoltà di amare in un piano soprannaturale. E ivi compierà prodigi. Ve lo assicuro. Ora è ancora turbata. Ma la vedrete giorno per giorno pacificarsi e irrobustirsi nella sua nuova vita. In casa di Simone ho detto: “Molto le è perdonato perché molto ella ama”. Ora vi dico che in verità tutto le sarà perdonato perché ella amerà con tutta la sua forza, la sua anima, il suo pensiero, il suo sangue, la sua carne, fino all’olocausto, il suo Dio».
21«Lei beata che merita queste parole! Vorrei meritarle anche io», sospira Andrea.
22«Tu? Ma tu le meriti già! 5Vieni qui, mio pescatore. Ti voglio raccontare una parabola che pare pensata proprio per te».
22«Maestro, attendi. Vado a prendere Maria. Desidera tanto di sapere la tua dottrina! …».
23Mentre Marta esce, gli altri dispongono i sedili in modo da fare un semicerchio intorno a quello di Gesù. Tornano le due sorelle e riprendono posto vicino a Maria Ss.
Gesù inizia a parlare:
La rete e la perla preziosa.
La parabola dei pescatori.
24«Dei pescatori uscirono al largo e gettarono nel mare la loro rete, e dopo il tempo dovuto la tirarono a bordo. Con molta fatica compivano così il loro lavoro per ordine di un padrone che li aveva incaricati di fornire di pesce prelibato la sua città, dicendo loro anche: “Però quei pesci che sono nocivi o scadenti non state neppure a trasportarli a terra. Ributtateli in mare. Altri pescatori li pescheranno e, poiché sono pescatori di un altro padrone, li porteranno alla città dello stesso, perché là si consuma ciò che è nocivo e che rende sempre più orrida la città del mio nemico. Nella mia, bella, luminosa, santa, non deve entrare nulla di malsano”.
25Tirata perciò a bordo la rete, i pescatori iniziarono il lavoro di cernita. I pesci erano molti, di diverso aspetto, grossezza e colore. Ve ne erano di bell’aspetto, ma con una carne piena di spine, dal cattivo sapore, dal grosso buzzo pieno di fanghiglia, di vermi, di erbe marce che aumentavano il sapore cattivo della carne del pesce. Altri invece erano di brutto aspetto, un muso che pareva il ceffo del delinquente o di un mostro da incubo, ma i pescatori sapevano che la loro carne è squisita. Altri, per essere insignificanti, passavano inavvertiti. I pescatori lavoravano, lavoravano. Le ceste erano colme di pesce squisito ormai e nella rete erano i pesci insignificanti. “Ormai basta. Le ceste sono colme. Gettiamo tutto il resto a mare”, dissero molti pescatori.
26Ma uno, che poco aveva parlato, mentre gli altri avevano magnificato o deriso ogni pesce che capitava loro fra le mani, rimase a frugare nella rete e tra la minutaglia insignificante scoperse ancora due o tre pesci, che mise al disopra di tutti nelle ceste. “Ma che fai?”, chiesero gli altri. “Le ceste sono complete, belle. Tu le sciupi mettendovi sopra per traverso quel povero pesce lì. Sembra che tu lo voglia celebrare come il più bello”. “Lasciatemi fare. Io conosco questa razza di pesci e so che rendimento e che piacere danno”.
27Questa è la parabola, che finisce con la benedizione del padrone al pescatore paziente, esperto e silenzioso, che ha saputo discernere fra la massa i migliori pesci.
Applicazione della parabola
28Ora udite l’applicazione di essa.
29Il padrone della città bella, luminosa e santa, è il Signore. La città è il Regno dei Cieli. I pescatori, i miei apostoli. I pesci del mare, l’umanità nella quale è presente ogni categoria di persone. I pesci buoni, i santi.
30Il padrone della città orrida è Satana. La città orrida, l’Inferno. I suoi pescatori, il mondo, la carne, le passioni malvagie incarnate nei servi di Satana sia spirituali, ossia demoni, sia umani, ossia uomini che sono i corruttori dei loro simili. I pesci cattivi, l’umanità non degna del Regno dei Cieli: i dannati.
31Fra i pescatori delle anime per la Città di Dio ci saranno sempre quelli che emuleranno la capacità paziente del pescatore che sa perseverare nella ricerca, proprio negli strati dell’umanità, dove altri suoi compagni, più impazienti, hanno levato solo le bontà che appaiono tali a prima vista. E vi saranno purtroppo anche pescatori che, per essere troppo svagati e ciarlieri, mentre il lavoro di cernita esige attenzione e silenzio per udire le voci delle anime e le indicazioni soprannaturali, non vedranno pesci buoni e li perderanno. E vi saranno quelli che per troppa intransigenza respingono anche anime che non sono perfette nell’aspetto esteriore ma ottime per tutto il resto.
32Che vi importa se uno dei pesci che catturate per Me mostra i segni di lotte passate, presenta mutilazioni prodotte da tante cause, se poi queste non ledono il suo spirito? Che vi importa se uno di questi, per liberarsi dal Nemico, si è ferito e si presenta con queste ferite, se il suo interno mostra la sua chiara volontà di voler essere di Dio? Anime provate, anime sicure. Più di quelle che sono come infanti salvaguardati dalle fasce, dalla cuna e dalla mamma, e che dormono sazi e buoni, o sorridono tranquilli, ma che però possono in seguito, con la ragione e l’età, e le vicende della vita che avanzano, dare dolorose sorprese di deviazioni morali.
33Vi ricordo la parabola del figliuol prodigo. Altre ne udrete, perché sempre Io mi studierò a infondervi un retto discernimento nel modo di vagliare le coscienze e di scegliere il modo con cui guidare le coscienze, che sono singole, ed ognuna, perciò, ha il suo speciale modo di sentire e di reagire alle tentazioni e agli insegnamenti.
34Non crediate facile l’essere cernitore di animi. Tutt’altro. Ci vuole occhio spirituale tutto luminoso di luce divina, ci vuole intelletto infuso di divina sapienza, ci vuole possesso delle virtù in forma eroica, prima fra tutte la carità. Ci vuole capacità di concentrarsi nella meditazione, perché ogni anima è un testo oscuro che va letto e meditato. Ci vuole unione continua con Dio, dimenticando tutti gli interessi egoisti. Vivere per le anime e per Dio. Superare prevenzioni, risentimenti, antipatie. Essere dolci come padri e ferrei come guerrieri. Dolci per consigliare e rincuorare. Ferrei per dire: “Ciò non è lecito e non lo farai“. Oppure: “Ciò è bene si faccia e tu lo farai“. Perché, pensatelo bene, molte anime saranno gettate negli stagni infernali. Ma non saranno solo anime di peccatori. Anche anime di pescatori evangelici vi saranno: quelle di coloro che avranno mancato al loro ministero, contribuendo alla perdita di molti spiriti.
35Verrà il giorno — l’ultimo giorno della Terra, il primo della Gerusalemme completata e eterna — in cui gli angeli, come i pescatori della parabola, separeranno i giusti dai malvagi, perché al comando inesorabile del Giudice i buoni passino al Cielo e i cattivi nel fuoco eterno. E allora sarà resa nota la verità circa i pescatori ed i pescati, cadranno le ipocrisie e apparirà il popolo di Dio quale è, coi suoi duci e i salvati dai duci. Vedremo allora che tanti, fra i più insignificanti all’esterno o i più malmenati all’esterno, sono gli splendori del Cielo, e che i pescatori quieti e pazienti sono quelli che più hanno fatto, splendendo ora di gemme per quanti sono i loro salvati.
La parabola è detta e spiegata».
36«E mio fratello?!… Oh! ma! …». Pietro lo guarda, lo guarda… poi guarda la Maddalena…
«No, Simone. In quella io non ci ho merito. Il Maestro solo ha fatto», dice schietto Andrea.
37«Ma gli altri pescatori, quelli di Satana, prendono dunque gli avanzi?», chiede Filippo.
«Tentano prendere i migliori, gli animi capaci di maggior prodigio di Grazia, ed usano degli stessi uomini per farlo, oltre che delle loro tentazioni. Ce ne sono tanti nel mondo che per un piatto di lenticchie rinunciano alla primogenitura!».
Parabola della perla preziosa.
38«Maestro, l’altro giorno Tu dicevi che molti sono quelli che si lasciano sedurre da cose del mondo. Sarebbero ancora quelli che pescano per Satana?», chiede Giacomo d’Alfeo.
39«Sì, fratello mio. In quella parabola l’uomo si lasciò sedurre dal molto denaro che poteva dare molto godimento, perdendo ogni diritto al Tesoro del Regno. Ma in verità vi dico che su cento uomini solo un terzo sa resistere alla tentazione dell’oro o ad altre seduzioni, e di questo terzo solo la metà sa farlo in maniera eroica. Il mondo muore asfissiato per aggravarsi volontariamente dei lacci del peccato. Vale meglio essere spogli di tutto anziché avere ricchezze irrisorie e illusorie. Sappiate fare come i saggi gioiellieri, i quali, saputo che in un luogo è stata pescata una perla rarissima, non si preoccupano di trattenere tante piccole gioie nei loro forzieri, ma di tutto si liberano per acquistare quella perla meravigliosa».
40«Ma allora perché Tu stesso metti delle differenze nelle missioni che dai alle persone che ti seguono, e dici che noi le missioni le dobbiamo tenere come dono di Dio? Allora bisognerebbe rinunciare anche a queste, perché anche queste sono briciole rispetto al Regno dei Cieli», dice Bartolomeo.
41«Non briciole: mezzi sono. Briciole sarebbero, meglio ancora, sarebbero festuche di paglia sudicia, se divenissero scopo umano nella vita. Quelli che armeggiano per avere un posto a scopo di utile umano fanno di quel posto, anche se santo, una festuca di paglia sudicia. Ma fatene una ubbidiente accettazione, un gioioso dovere, un totale olocausto, e ne farete una perla rarissima. La missione è un olocausto, se compiuta senza riserva, è un martirio, è una gloria. Gronda lacrime, sudore, sangue. Ma forma corona di eterna regalità».
«Tu sai proprio rispondere a tutto!».
32«Ma mi avete capito? Comprendete ciò che Io dico con paragoni trovati nelle cose di ogni giorno, illuminate però da una luce soprannaturale che ne fa spiegazione a cose eterne?».
«Sì, Maestro».
Il discepolo del Regno.
33«Ricordatevi allora il metodo per istruire le turbe. Perché questo è uno dei segreti degli scribi e dei rabbi: ricordare. In verità vi dico che ognuno di voi, istruito nella sapienza di possedere il Regno dei Cieli, è simile ad un padre di famiglia che trae fuori dal suo tesoro ciò che serve alla famiglia, usando cose antiche o cose nuove, ma tutte per l’unico scopo di procurare il benessere ai propri figli.
34L’acqua è cessata. Lasciamo in pace le donne e andiamo dal vecchio Tobia che sta per aprire i suoi occhi spirituali sulle albe dell’al di là. La pace a voi, donne».
LA DISCEPOLA DI GESU’ DI NAZARETH
17. A Betsaida da Porfirea e Marziam, che insegna alla Maddalena la preghiera
di Gesù[38].
All’aurora verso Betsaida.
1E’ tornato il sereno sul mare di Galilea. Tutto anzi è più bello di prima della tempesta perché si è ripulito dalla polvere. L’atmosfera è di un nitore assoluto e l’occhio, guardando il firmamento, ha l’impressione che si sia alzato, fatto più leggero… un velano quasi trasparente steso fra la Terra e i fulgori del Paradiso. Il lago rispecchia questo azzurro perfetto e ride quieto con le sue acque di turchese.
2È un inizio d’aurora. Gesù con Maria, Marta e Maddalena, sale sulla barca di Pietro. Con Lui sono, oltre che Pietro e Andrea, anche lo Zelote, Filippo, Bartolomeo. Matteo, Tommaso, i cugini di Gesù, l’Iscariota sono invece nell’altra barca di Giacomo e Giovanni. Puntano diritti verso Betsaida. Un breve tragitto che il vento favorisce. Il percorso è fatto in pochi minuti.
I due apostoli inseparabili.
3Quando stanno per giungere, Gesù dice a Bartolomeo e all’inseparabile Filippo: «Andrete ad avvisare le vostre donne. Oggi verrò in casa vostra». E fissa i due in maniera eloquente.
«Sarà fatto, Maestro. Non concedi né a me né a Filippo di averti?».
«Non ci tratteniamo che fino al tramonto e non voglio privare Simon Pietro della gioia di godersi Marziam».
4La barca striscia sulla riva e si ferma. Scendono, e Filippo e Bartolomeo si staccano dai compagni per andare in paese.
«Dove vanno quei due?», chiede Pietro al Maestro, che è sceso per primo ed è al suo fianco.
«Ad avvisare le loro donne».
Porfirea, la discepola buona e silenziosa.
5«Vado anche io ad avvisare Porfirea, allora».
«Non occorre. Porfirea è tanto buona che non occorre prepararla a nulla. Il suo cuore non sa che dare dolcezza».
6Simon Pietro splende sentendo la lode della sua sposa e non dice altro. Sono intanto scese le donne, per le quali è stata messa una tavola a fare da barcarizzo, e vanno a casa di Simone.
7Li vede per primo Marziam, che sta uscendo con le sue pecorelle per portarle a brucare l’erba fresca sulle prime pendici di Betsaida, e con uno strillo di gioia dà l’annuncio, correndo a rifugiarsi sul petto di Gesù che si è curvato per baciarlo. Poi va da Pietro. Accorre, con le mani infarinate, Porfirea, e si curva nel saluto.
8«Pace a te, Porfirea. Non ci attendevi tanto presto, non è vero? Ma ti ho voluto portare mia Madre e due discepole, oltre che la mia benedizione. Mia Madre desiderava rivedere il bambino… Eccolo là fra le sue braccia. E le discepole desideravano conoscerti… Questa è la moglie di Simone. La discepola buona e silenziosa, attiva nella sua ubbidienza più di molti altri. Queste sono Marta e Maria di Betania. Due sorelle. Vogliatevi bene».
9«Quelli che Tu mi conduci mi sono più cari del sangue mio, Maestro. Vieni. La mia casa si fa più bella ogni volta che Tu vi metti piede».
10Maria si avvicina sorridente e abbraccia Porfirea dicendole: «Vedo che in te è veramente viva la madre. Il bambino ha già prosperato ed è felice. Grazie».
11«Oh! Donna più di ogni altra benedetta! So che per te io ho avuto la gioia di essere chiamata mamma. E tu sappi che non ti darò il dolore di non esserlo con tutto il migliore che è in me. Entra, entra con le sorelle…».
Il piccolo confortatore.
12Marziam guarda curiosamente la Maddalena. Tutto un lavoro di pensieri si forma nella sua testa. Infine dice: «Però… a Betania tu non c’eri…».
13«Non c’ero. Ma ora ci sarò sempre», dice la Maddalena con un rossore e un accenno di sorriso. E carezza il bambino dicendo: «Anche se ci conosciamo solo ora, mi vuoi bene?».
14«Sì perché sei buona. Hai pianto, non è vero? È per quello che sei buona. E ti chiami Maria, non è vero? Anche la mia mamma si chiamava così ed era buona. Tutte le donne che si chiamano Maria sono buone. Però», termina per non addolorare Porfirea e Marta, «però ce ne sono di buone anche in quelle di un altro nome. Tua mamma come si chiamava?».
15«Eucheria… ed era tanto buona», e due lacrimoni cadono dagli occhi di Maria di Magdala. «Piangi perché è morta?», chiede il bambino e l’accarezza sulle bellissime mani incrociate sulla veste scura, certo una di Marta adattata a lei perché mostra l’orlo abbassato. E aggiunge: «Ma non devi piangere. Non siamo soli, sai? Le nostre mamme ci sono sempre vicine. Lo dice Gesù. E sono come angeli custodi. Anche questo lo dice Gesù. E se si è buoni ci vengono incontro quando si muore, e si sale a Dio in braccio alla mamma. Ma è vero, sai? Lo ha detto Lui!».
Maria di Magdala abbraccia stretto il piccolo confortatore e lo bacia dicendo: «Prega allora che io diventi buona così».
L’innocenza conforta sempre.
16«Ma non lo sei? Con Gesù vanno solo quelli che sono buoni… E se non lo si è del tutto lo si diventa, per potere essere i discepoli di Gesù, perché non si può insegnare se non si sa. Non si può dire: “Perdona”, se prima non perdoniamo noi. Non si può dire: “Devi amare il tuo prossimo” se prima non lo si ama noi. La sai la preghiera di Gesù?».
«No».
17«Ah! già! sei da poco con Lui. È tanto bella, sai? Dice tutte queste cose. Senti come è bella». E Marziam dice lentamente il Pater noster, con sentimento e fede.
«Come la sai bene!», dice ammirata Maria di Magdala.
18«Me l’hanno insegnata la mia mamma di notte e la Mamma di Gesù di giorno. Ma se vuoi te la insegno. Vuoi venire con me? Le pecorelle belano. Hanno fame. Ora le porto al pascolo. Vieni con me. Ti insegnerò a pregare e diventerai buona del tutto», e le prende la mano.
«Ma non so se il Maestro vuole…».
19«Vai, vai, Maria. Hai un innocente per amico e degli agnelli… Vai pure. Serenamente…»
20Maria di Magdala esce col bambino e la si vede allontanare preceduta dalle tre pecorelle. Gesù guarda… e guardano gli altri.
21«Povera sorella mia!», dice Marta.
22«Non la compassionare. È un fiore che raddrizza lo stelo dopo l’uragano. Senti?… Ride… L’innocenza conforta sempre».
18. Vocazione della figlia di Filippo. L’arrivo a
Magdala e la parabola
della dramma perduta[39].
Divino sposo delle anime.
Maddalena nella sua posa di convertita.
1La barca bordeggia il tratto da Cafarnao a Magdala.
2Maria di Magdala è per la prima volta nella sua posa abituale di convertita: seduta sul fondo della barca ai piedi di Gesù, che è invece austeramente seduto su una delle panchette della stessa barca. Il viso della Maddalena è oggi molto diverso da quello di ieri; non è ancora il viso radioso della Maddalena che corre incontro al suo Gesù ogni volta che Egli va a Betania, ma è già un viso sgombro da timori e da tormenti, e l’occhio, che prima era avvilito per quanto prima ancora era sfrontato, ora è serio ma sicuro, e nella sua dignitosa serietà brilla ogni tanto una scintilla di letizia ascoltando Gesù che parla con gli apostoli o con sua Madre e Marta.
L’Amatore più potente
3Parlano della bontà di Porfirea, così semplice e così amorosa, parlano dell’accoglienza affettuosa di Salome e delle donne di Bartolomeo e Filippo, e il medesimo dice: «Se non fosse che sono ancora molto fanciulle, e la madre è contraria a saperle per le vie, esse pure ti seguirebbero, Maestro».
4«Mi segue l’anima loro. Ed è ugualmente santo amore. 2Filippo, ascoltami. La tua maggiore sta per essere promessa, non è vero?».
«Sì, Maestro. Un degno sponsale e un buono sposo. Non è vero, Bartolomeo?».
5«È vero. Ne sono garante perché conosco la famiglia. Non ho potuto accettare di essere io chi propone l’affare, ma lo avrei fatto, se non fossi trattenuto presso il Maestro, con piena pace di creare una santa famiglia».
«Ma la fanciulla mi ha pregato di dirti di non farne nulla».
6«Non le piace lo sposo? È in errore. Ma la gioventù è folle. Spero si persuaderà. Non c’è motivo di respingere un ottimo sposo. A meno che… No, non può essere!», dice Filippo.
«A meno che? Termina, Filippo», sprona Gesù.
«A meno che non ami un altro. Ma non è possibile! Non esce mai di casa e in casa vive molto ritirata. Non è possibile!».
7«Filippo, ci sono amatori che penetrano anche nelle case più chiuse; che sanno parlare a quelle che amano nonostante tutte le barriere e le sorveglianze; quelli che abbattono ogni ostacolo di vedovanze, o di fanciullezze ben custodite, o.… di altro ancora, e che prendono quelle che vogliono. E ci sono anche amatori che non possono essere rifiutati. Perché sono prepotenti nel volere. Perché sono seducenti nel convincere ogni resistenza, fosse anche quella del demonio. Tua figlia ama uno di questi. E il più potente».
8«Ma chi? Uno della corte di Erode?».
«Quella non è potenza!».
9«Uno… uno della casa del Proconsole, un patrizio romano? Non lo permetterò a nessun costo. Il puro sangue d’Israele non avrà contatti col sangue impuro. A costo di uccidere mia figlia. 3Non sorridere, Maestro! Io soffro!».
10«Perché sei come un cavallo imbizzarrito. Vedi ombre dove è solo luce. Ma sta’ quieto. Non è che un servo anche il Proconsole, e servi sono i suoi patrizi amici, e servo è Cesare».
11«Ma Tu scherzi, Maestro! Mi hai voluto fare paura. Non c’è nessuno più grande di Cesare e più padrone di lui».
Divino sposo delle anime.
12«Ci sono Io, Filippo».
13«Tu? Tu vuoi sposare mia figlia?!».
14«No. La sua anima. Sono Io l’amatore che penetra nelle case più chiuse e nei cuori ancor più serrati da sette e sette chiavi. Sono Io che so parlare nonostante tutte le barriere e sorveglianze. Sono Io che abbatto tutti gli ostacoli e prendo ciò che voglio prendere: puri e peccatori, vergini e vedovi, liberi da vizi e schiavi di essi. E a tutti do un’unica e nuova anima, rigenerata, beatificata, eternamente giovane. Gli sponsali miei. E nessuno può rifiutare di darmi le mie dolci prede. Non padre, non madre, non figli e neppure Satana. Sia che Io parli all’anima di una fanciulla come è la tua figlia, o di un peccatore immerso nel peccato e tenuto da Satana con sette catene, l’anima viene a Me. E nulla e nessuno me la strappa più. Né nessuna ricchezza, potenza, gioia del mondo, comunica la letizia perfetta che è di quelli che si coniugano con la mia povertà, con la mia mortificazione. Nudi di ogni povero bene, rivestiti di ogni celeste bene. Ilari della serenità di essere di Dio, solo di Dio… Essi sono i padroni della Terra e del Cielo. La prima perché la signoreggiano, il secondo perché lo conquistano».
15«Ma nella nostra Legge ciò non è mai stato!», esclama Bartolomeo.
16«Spogliati dell’uomo vecchio, Natanaele. Quando ti ho visto per la prima volta ti ho salutato dicendoti perfetto israelita senza frode. Ma ora tu sii di Cristo, non di Israele. Siilo senza frode e senza lacci. Rivestiti di questa nuova mentalità. Altrimenti non potrai capire tante bellezze della redenzione che Io sono venuto a portare alla Umanità tutta».
17Filippo interviene dicendo: «E mia figlia dici che è stata chiamata da Te? E che farà ora? Io non te la contrasto di certo. Ma voglio sapere, anche per aiutarla, in che è la sua chiamata…».
18«Nel portare i gigli di un amore verginale nel giardino di Cristo. Ce ne saranno tante nei secoli avvenire!… Tante! Aiuole di incensi per controbilanciare le sentine dei vizi. Anime oranti per controbilanciare i bestemmiatori e gli atei. Aiuto a tutte le infelicità umane e gioia di Dio».
Maria Maddalena vergine e martire.
19Maria di Magdala apre le labbra per chiedere, e lo fa arrossendo ancora ma con più spigliatezza degli altri giorni: «E noi, le rovine che Tu edifichi, che diventiamo?».
«Quello che sono le sorelle vergini…».
20«Oh! non può essere! Abbiamo calpestato troppo fango e.… e.… e non può essere».
21«Maria, Maria! Gesù non perdona mai a metà. Ti ha detto che ti ha perdonato. E così è. Tu e tutti coloro che come te peccarono, e che il mio amore perdona e disposa, profumerete, pregherete, amerete, conforterete, rese consce del male e atte a curarlo dove è, anime che per gli occhi di Dio sono martiri. Care perciò come le vergini».
22«Martiri? In che, Maestro?».
«Contro voi stesse e i ricordi del passato e per sete di amore e di espiazione».
23«Lo devo credere? …». La Maddalena guarda tutti quelli che sono nella barca, chiedendo conferma alla sua speranza che si accende.
24«Chiedilo a Simone. Parlai di te e di voi peccatori in genere, in una sera stellata, nel tuo giardino. E i tuoi fratelli tutti ti possono dire se la mia parola non ha cantato per tutti i redenti i prodigi della Misericordia e della conversione».
25«Me ne ha parlato, con voce di angelo, anche il bambino. Sono tornata con l’anima rinfrescata da quella sua lezione. Mi ha fatto conoscere Te meglio ancora di mia sorella, tanto che oggi mi sentivo più forte per affrontare Magdala. Ora che Tu mi dici questo, io sento crescere la mia fortezza. Ho dato scandalo al mondo. Ma, te lo giuro, mio Signore, ora il mondo guardando me giungerà a comprendere cosa è il tuo potere».
26Gesù le posa per un momento la mano sul capo, mentre Maria Ss. le sorride come Lei sa fare: paradisiacamente.
Ogni anima è un tesoro.
Gli incontri con l’amore.
27Ecco Magdala stesa al bordo del lago, con il sole sorgente di fronte, la montagna d’Arbela alle spalle che la protegge dai venti, e la stretta valle dirupata e selvaggia, da cui sbocca un torrentello nel lago, che si inoltra verso l’occidente con le sue coste a picco, piene di una bellezza fascinosa e severa.
28«Maestro», grida Giovanni dall’altra barca, «ecco la valle del nostro ritiro…», e splende in volto come gli si fosse acceso un sole nell’interno.
«La nostra valle, sì. L’hai ben riconosciuta».
29«Non si può non ricordare i luoghi dove si è conosciuto Iddio», risponde Giovanni.
30«Allora io ricorderò sempre questo lago. Perché su esso ti ho conosciuto. Lo sai, Marta, che qui ho visto il Maestro, una mattina? …».
31«Sì, e per poco si va tutti a fondo, noi e voi. Donna, credi pure che i tuoi rematori non valevano uno spicciolo», dice Pietro che sta facendo la manovra di approdo.
32«Non valevano nulla né i rematori né chi era con essi… Ma è sempre stato il primo incontro, e questo ha un grande valore. E poi ti ho visto sul monte, e poi a Magdala, e poi a Cafarnao… Tanti incontri, tante catene spezzate… Ma Cafarnao è stato il luogo più bello. Lì mi hai liberata…».
L’umile e casta Maddalena.
36Scendono a terra dove già sono scesi quelli dell’altra barca. Entrano in città.
37La curiosità semplice o.… non semplice dei magdaliti deve essere come una tortura per la Maddalena. Ma la sopporta eroicamente, seguendo il Maestro che è avanti, framezzo a tutti i suoi apostoli, mentre le tre donne sono dopo di loro. Il bisbiglio è forte. L’ironia non manca. Tutti quelli che, finché Maria era la signora prepotente di Magdala, la rispettavano in apparenza per tema di rappresaglie, ora che la vedono e la sanno staccata per sempre dai suoi amici potenti, umile e casta, si permettono di mostrarle anche disprezzo e lanciarle epiteti poco lusinghieri.
Marta, che soffre quanto lei di questo, le chiede: «Vuoi ritirarti in casa?».
38«No. Non lascio il Maestro. E Lui, prima che la casa sia purificata da ogni traccia del passato, non lo invito là dentro».
«Ma tu soffri, sorella!».
39«Me lo sono meritato». E, soffrire, deve soffrire. Il sudore che le imperla la faccia, il rossore che la copre fin sul collo non sono solo dovuti al caldo.
40Traversano tutta Magdala andando nei quartieri poveri, fino alla casa dove sostarono l’altra volta. La donna rimane di stucco quando, alzando il capo dal lavatoio per vedere chi la saluta, si trova di fronte Gesù e la ben nota signora di Magdala, non più pomposa, non più ingioiellata, ma con la testa velata da un lino leggero, vestita di viola pervinca, un abito accollato, stretto, certo non suo nonostante che si sia lavorato a farlo tale, fasciata in un mantello pesante che deve essere un supplizio con quel calore.
41«Mi permetti di sostare nella tua casa e parlare di qui a chi mi segue?». Ossia a tutta Magdala, perché tutta la popolazione ha fatto coda al gruppo apostolico.
42«E me lo chiedi, Signore? Ma la mia casa è tua». E si dà da fare a portare sedie e panche alle donne e agli apostoli.
Passando presso la Maddalena ha un inchino da schiava.
43«Pace a te, sorella», risponde questa. E la sorpresa della donna è tale che lascia cadere il panchetto che ha fra le mani. Ma non dice niente. L’atto però mi fa pensare che Maria trattasse i suoi sudditi piuttosto superbamente. E finisce di strabiliare, la donna, quando si sente chiedere come stanno i bambini, dove sono, e se la pesca ha dato buoni frutti.
44«Bene stanno… Sono a scuola o dalla madre mia. Solo il piccolo dorme nella cuna… La pesca è buona. Mio marito ti porterà le decime…».
45«Non occorre più. Usale per i tuoi bambini. Mi lasci vedere il pargolo?».
«Vieni» …
La gente si è affollata sulla via.
Parabola della dramma perduta.
Gesù inizia a parlare:
46«Una donna aveva dieci dramme nella sua borsa. Ma in un movimento la borsa le cadde dal seno, aprendosi, e le monete ruzzolarono per terra. Ella le raccolse con l’aiuto delle vicine presenti e le contò. Erano nove. La decima era introvabile. Dato che era prossima la sera e la luce mancava, la donna accese la lampada, la posò al suolo e presa una scopa si dette a scopare attentamente per vedere se era ruzzolata lontano dal luogo dove era caduta. Ma la dramma non si trovava. Le amiche se ne andarono stanche di ricerche. La donna spostò allora il cassapanco, la scansia, il cofano pesante, smosse le anfore e gli orcioli posati nella nicchia del muro. Ma la dramma non si trovava. Allora si pose carponi e cercò nel mucchio delle spazzature, messo contro la porta di casa, per vedere se la dramma era rotolata fuori di casa mescolandosi agli avanzi delle verdure. E trovò infine la dramma tutta sporca, sepolta quasi dalle spazzature ricadute su di essa.
47La donna giubilante la prese, la lavò, l’asciugò. Era più bella di prima, ora. E la mostrò alle vicine che chiamò di nuovo a gran voce, e che si erano ritirate dopo averla aiutata nelle prime ricerche, dicendo: “Ecco! Vedete? Voi mi consigliavate di non faticare più. Ma io ho insistito e ho ritrovato la dramma perduta. Rallegratevi perciò con me che non ho avuto il dolore di perdere uno solo dei miei tesori”.
Ogni anima è un tesoro.
48Anche il Maestro vostro, e con Lui i suoi apostoli, fa come la donna della parabola. Egli sa che un movimento può far cadere un tesoro. Ogni anima è un tesoro e Satana, che è astioso di Dio, provoca i mal movimenti per fare cadere le povere anime. C’è chi nella caduta si ferma presso la borsa, ossia va poco lontano dalla Legge di Dio che raccoglie le anime nella salvaguardia dei comandamenti. È c’è chi va più lontano, ossia si allontana più ancora da Dio e dalla sua Legge. C’è infine chi rotola fino nelle spazzature, nelle lordure, nel fango. E là finirebbe a perire con l’essere arso nei fuochi eterni, così come le immondezze vengono arse in luoghi acconci.
49Il Maestro lo sa e cerca instancabile le monete perdute. Le cerca in ogni luogo, con amore. Sono i suoi tesori. E non si stanca e non si ripugna di nulla. Ma fruga, fruga, smuove, spazza, finché trova. E trovato che abbia, lava l’anima ritrovata col suo perdono e chiama gli amici, tutto il Paradiso e tutti i buoni della Terra, e dice: “Rallegratevi con Me perché ho trovato ciò che si era smarrito, ed è più bello di prima perché il mio perdono lo fa nuovo”.
50In verità vi dico che si fa molta festa in Cielo e giubilano gli angeli di Dio e i buoni della Terra per un peccatore che si converte. In verità vi dico che non c’è cosa più bella delle lacrime del pentimento. In verità vi dico che solo i demoni non sanno, non possono giubilare per questa conversione che è un trionfo di Dio. E anche vi dico che il modo come un uomo accoglie la conversione di un peccatore è misura della sua bontà e della sua unione con Dio.
La pace sia con voi».
51La gente capisce la lezione e guarda la Maddalena, venuta a sedersi sulla porta con il poppante fra le braccia, forse per darsi un contegno, e sfolla lentamente rimanendo solo la padrona della casetta e la madre sua sopraggiunta coi bambini. Manca Beniamino, ancora a scuola.
19. A Tiberiade con Maria di Magdala.
Il romano Crispo e la ricerca della Verità[40].
Eroica testimonianza.
Folla elegante e oziosa.
1Quando la barca si ferma nel porticciolo di Tiberiade, accorrono a vedere chi giunge alcuni sfaccendati che passeggiavano presso il moletto. Vi sono persone di ogni ceto e di ogni nazionalità. Perciò le lunghe vesti ebraiche di tutti i colori, le zazzere e le barbe imponenti degli israeliti, si mescolano alle vesti di lana candida, più corte e sbracciate, e ai visi glabri, dai capelli corti, dei romani robusti, e a quelle ancor più ridotte che coprono i corpi snelli ed effeminati dei greci, che sembra abbiano assimilato fin nelle pose l’arte della loro nazione lontana, come statue di dèi scese sulla Terra in corpi di uomini avvolti in tuniche molli, volti classici sotto chiome arricciate e profumate, braccia cariche di braccialetti che scintillano nelle movenze studiate.
2Molte donne di piacere sono mescolate a questi due ultimi generi di persone, perché i romani e gli elleni non si peritano di esporre i loro amori sulle piazze e per le vie, mentre i palestinesi se ne astengono, salvo poi praticare allegramente il libero amore con donne di piacere dentro le loro case. Ciò appare nettamente perché le cortigiane, nonostante gli occhiacci che fanno loro gli interpellati, chiamano famigliarmente per nome diversi ebrei fra i quali non manca un infiocchettato fariseo.
3Gesù si dirige verso la città, proprio là dove la folla più elegante si raduna più fitta. La folla elegante, ossia romana e greca per lo più, con qualche pizzico di cortigiani di Erode e di altri che credo ricchi mercanti della costa fenicia, verso Sidone e Tiro, perché parlano di quelle città e di empori e navi.
4Le terme hanno i portici esterni pieni di questa folla elegante e oziosa, che perde così il suo tempo discutendo su argomenti molto piccini, quali il favorito discobolo o l’atleta più agile e armonico nella lotta greco-romana. Oppure cicaleggiano di mode e di banchetti, e prendono appuntamenti per gite allegre andando ad invitare le più belle cortigiane o le dame che escono profumate e arricciate dalle terme o dai palazzi, riversandosi in questo centro di Tiberiade, marmoreo, artistico come un salone.
Curiosità intensa e morbosa.
5Naturalmente il passaggio del gruppo suscita curiosità intensa, e questa diventa addirittura morbosa quando vi è chi riconosce Gesù per averlo visto a Cesarea, e vi è chi riconosce la Maddalena per quanto proceda tutta ammantellata è col velo bianco molto calato sulla fronte e sulle guance, di modo che per essere così velata, e a capo chino per giunta, ben poco del suo viso si vede.
6«È il Nazzareno che ha guarito la bambina di Valeria», dice un romano.
«Mi piacerebbe vedere un miracolo», gli risponde un altro romano.
«Io lo vorrei sentire parlare. Dicono che è un gran filosofo. Gli diciamo che parli?», chiede un greco.
«Non te ne impicciare, Teodate. Predica nuvole. Sarebbe piaciuto al tragedo per una satira», risponde un altro greco.
«Non inquietarti, Aristobulo. Pare che ora scenda dalle nuvole e vada al solido. Vedi che ha scorta di femmine giovani e belle?», scherza un romano.
7«Ma quella è Maria di Magdala!», urla un greco e poi chiama: «Lucio! Cornelio! Tito! Ma guardate là Maria!».
«Ma non è lei! Maria così! Sei ebbro?».
«È lei, ti dico. Non posso ingannarmi anche se è così mascherata».
8Romani e greci si affollano verso il gruppo apostolico che taglia per sbieco la piazza piena di portici e fontane. Anche donne si uniscono a questi curiosi, ed è proprio una donna che va quasi sotto il volto di Maria per vederla meglio e resta di sasso vedendo che è proprio lei.
Eroica testimonianza della Maddalena.
9Chiede: «Che fai in questa guisa?», e ride di scherno.
Maria si ferma, si raddrizza, alza una mano e si scopre il volto gettando indietro il velo. È la Maria di Magdala signora potente su tutto ciò che è spregevole e padrona, già padrona delle sue impressioni, che appare. «Sono io, sì», dice con la sua splendida voce e con dei lampi negli occhi bellissimi. «Sono io. E mi disvelo perché non abbiate a pensare che mi vergogno di essere con questi santi».
10«Oh! Oh! Maria coi santi! Ma vieni via! Non avvilire te stessa!», dice la donna.
«Avvilita fui fino ad ora. Adesso non più».
«Ma sei folle? O è un capriccio?», dice.
11Un romano dice scherzando e ammiccando con gli occhi: «Vieni con me. Sono più bello e più allegro di quella prefica coi baffi che mortifica la vita e ne fa un funerale».
12«Bella è la vita! Un trionfo! Un’orgia di gioia. Vieni. Io saprò superare tutti per farti felice», dice un giovane brunetto dal volto volpino, pur essendo bello, e fa per toccarla.
13«Indietro! Non mi toccare. Hai detto bene: la vita che voi fate è un’orgia. E delle più vergognose. Ne ho nausea».
«Oh! Oh! Fino a poco fa era la tua vita, però», risponde il greco.
«Ora fa la vergine!», ghigna un erodiano.
«Tu rovini i santi! Il tuo Nazzareno perderà l’aureola con te. Vieni con noi», insiste un romano.
14«Venite voi con me dietro a Lui. Cessate di essere animali e divenite almeno uomini».
Un coro di risate e di beffe le risponde.
Il romano Crispo.
15Solo un vecchio romano dice: «Rispettate una donna. È libera di fare ciò che vuole. Io la difendo».
«Il demagogo! Sentilo! Ti ha fatto male il vino di ieri sera?», chiede un giovane.
«No. È ipocondriaco perché gli duole la schiena», gli risponde un altro.
«Vai dal Nazzareno che te la gratti».
16«Vado perché mi gratti il fango che ho preso in contatto con voi», risponde l’anziano.
«Oh! Crispo che si è corrotto a sessant’anni!», ridono in molti facendogli cerchio intorno.
17Ma l’uomo detto Crispo non si preoccupa di essere beffato e si dà a camminare dietro alla Maddalena, che raggiunge il Maestro messosi all’ombra di un edificio bellissimo che si stende in forma di esedra su due lati di una piazza.
Sofferenza corredentrice.
Uno scriba senza amore.
18E Gesù è già alle prese con uno scriba che lo rimprovera di essere in Tiberiade e con quella compagnia.
19«E tu perché vi sei? Questo per essere a Tiberiade. E anche ti dico che pure a Tiberiade, anzi più qui che altrove, vi sono anime da salvare», gli risponde Gesù.
«Non sono salvabili: sono gentili, pagani, peccatori».
20«Per i peccatori Io sono venuto. Per far conoscere il Dio vero. A tutti. Anche per te sono venuto».
«Non ho bisogno di maestri né di redentori. Io sono puro e dotto».
21«Almeno lo fossi tanto da conoscere il tuo stato!».
«E Tu da sapere quanto ti pregiudichi con la compagnia di una meretrice».
22«Ti perdono anche in suo nome. Ella, nella sua umiltà, annulla il suo peccato. Tu, per la tua superbia, raddoppi le tue colpe».
«Non ho colpe».
23«Hai la capitale. Sei senza amore».
Lo scriba dice: «Raca!», e volge le spalle.
24«Per mia colpa, Maestro!», dice la Maddalena. E vedendo il pallore di Maria Vergine geme: «Perdonami. Io faccio insultare tuo Figlio. Mi ritirerò…»
25«No. Tu resti dove sei. Lo voglio Io», dice Gesù con voce incisiva e un balenare tale negli occhi, un che di dominio in tutta la sua persona che lo fa quasi inguardabile. E poi più dolcemente: «Tu resti dove sei. E se qualcuno non sopporta la tua vicinanza, questo qualcuno se ne va, lui soltanto».
E Gesù si riavvia dirigendosi verso la parte occidentale della città.
A seguire la perfezione si fatica sempre.
26«Maestro!», chiama il romano corpulento e vecchiotto che ha difeso la Maddalena.
Gesù si volge.
27«Ti chiamano Maestro, e io pure ti chiamo così. Desideravo sentirti parlare. Sono un mezzo filosofo e un mezzo gaudente. Ma forse Tu potresti fare di me un onesto uomo».
28Gesù lo guarda fisso e dice: «Io lascio la città dove regna la bassezza della animalità umana ed è sovrano lo scherno». E riprende a camminare.
L’uomo dietro, sudando e faticando perché il passo di Gesù è sollecito e lui è grosso e vecchiotto, appesantito anche dai vizi.
Pietro, che si volta indietro, ne avverte Gesù.
29«Lascialo camminare. Non te ne occupare».
Dopo poco è l’Iscariota che dice: «Ma quell’uomo ci segue. Non va bene!».
30«Perché? Per pietà o per altro motivo?».
«Pietà di lui? No. Perché più in distanza ci segue lo scriba di prima con altri giudei».
31«Lasciali fare. Ma era meglio se avevi pietà di lui che di te».
«Di Te, Maestro».
32«No: di te, Giuda. Sii schietto nel capire i tuoi sentimenti e nel confessarli».
«Io veramente ho pietà anche del vecchio. Si fatica, sai, a starti dietro», dice Pietro che suda.
33«A seguire la Perfezione si fatica sempre, Simone».
L’uomo li segue instancabile, cercando di stare vicino alle donne, alle quali però non rivolge mai la parola.
Ostinatamente chiusi alla luce.
34La Maddalena piange silenziosamente sotto al suo velo.
«Non piangere, Maria», conforta la Madonna prendendole la mano.
«Dopo il mondo ti rispetterà. Sono i primi giorni quelli più penosi».
«Oh! non per me! Ma per Lui. Se gli dovessi fare del male non me lo perdonerei. Hai sentito lo scriba che cosa ha detto? Io lo pregiudico».
35«Povera figlia! Ma non sai che queste parole fischiano come tanti serpenti intorno a Lui da quando tu ancora non pensavi di venire a Lui? Mi ha detto Simone che lo accusarono di questo fino dallo scorso anno, per avere guarito una lebbrosa, un tempo peccatrice, vista nel momento del miracolo e poi mai più, vecchia più di me che gli sono madre. Ma non sai che dovette fuggire dall’Acqua Speciosa perché una tua disgraziata sorella era andata là per redimersi? Come vuoi che l’accusino se Egli è senza peccato? Con menzogne. E in che trovarle? Nella sua missione fra gli uomini. L’atto buono viene agitato come prova di colpa. E qualunque cosa facesse mio Figlio, sarebbe sempre colpa per loro. Se si chiudesse in un eremo sarebbe colpevole di trascurare il popolo di Dio. Scende fra il popolo di Dio ed è colpevole di farlo. Per loro è sempre colpevole».
«Sono odiosamente cattivi, allora!».
36«No. Sono ostinatamente chiusi alla Luce. Egli, il mio Gesù, è l’eterno Incompreso. E sempre, e sempre più lo sarà».
Sofferenza corredentrice di Maria Ss.
«E non ne soffri? Mi sembri tanto serena».
37«Taci. È come se il mio cuore fosse fasciato di spine roventi. Ad ogni respiro io ne sono punta. Ma che Egli non lo sappia! Mi faccio vedere così per sostenerlo con la mia serenità. Se non lo conforta la sua Mamma, dove potrà trovare conforto il mio Gesù? Su quale seno potrà curvare il capo senza trovare ferita o calunnia per farlo? È dunque ben giusto che io, al disopra delle spine che già mi lacerano il cuore, e delle lacrime che bevo nelle ore di solitudine, posi un morbido manto di amore, metta un sorriso, a qualunque costo, per lasciarlo più quieto, più quieto finché… finché l’onda dell’odio sarà tale che nulla più gioverà. Neanche l’amore della Mamma…». Maria ha due righe di pianto sul volto pallido.
Le due sorelle la guardano commosse.
38«Ma Egli ha noi che lo amiamo. Gli apostoli poi…», dice Marta per consolarla.
39«Ha voi, sì. Ha gli apostoli… Ancora molto inferiori al loro compito… E il mio dolore è più forte perché so che Egli nulla ignora…».
40«Allora saprà anche che io lo voglio ubbidire fino all’immolazione se occorre?», chiede la Maddalena.
40«Lo sa. Sei una grande gioia sul suo duro cammino».
41«Oh! Madre!», e la Maddalena prende la mano di Maria e la bacia con espansione.
La mente si ristora nella verità.
42Tiberiade finisce nelle ortaglie del suburbio. Oltre è la via polverosa che conduce a Cana, limitata da un lato da frutteti, dall’altro da una serie di prati e di campi arsi dall’estate.
43Gesù si inoltra in un frutteto e sosta all’ombra delle piante folte. Lo raggiungono le donne e poi il trafelato romano, che proprio non ne può più. Si mette un poco scosto, non parla, ma guarda.
44«Mentre riposiamo, prendiamo il cibo», dice Gesù.
«Là vi è un pozzo e presso un contadino. Andate a chiedergli acqua».
45Va Giovanni e il Taddeo. Tornano con una brocca gocciolante d’acqua, seguiti dal contadino che offre degli splendidi fichi.
«Dio te ne compensi nella salute e nel raccolto».
46«Dio ti protegga. Sei il Maestro, vero?».
«Lo sono».
«Parli qui?».
«Non c’è chi lo desidera».
47«Io, Maestro. Più dell’acqua che è così buona per chi ha sete», grida il romano.
48«Hai sete?».
«Tanto. Ti sono venuto dietro dalla città».
«Non mancano in Tiberiade fontane d’acqua fresca».
«Non fraintendermi, Maestro, o fare mostra di fraintendermi. Ti sono venuto dietro per sentirti parlare».
«Ma perché?».
«Non so perché e come. È stato vedendo lei (e accenna la Maddalena). Non so. Qualche cosa che mi ha detto: “Quello ti dirà ciò che ancora non sai”. E sono venuto».
«Date all’uomo acqua e fichi. Che si ristori il corpo».
«E la mente?».
49«La mente ha ristoro nella Verità».
«È per quello che ti sono venuto dietro. Ho cercato la Verità nello scibile. Ho trovato la corruzione. Nelle dottrine anche migliori c’è sempre un che di non buono. Io mi sono avvilito fino a divenire un nauseato e nauseante uomo senza altro futuro che l’ora che vivo».
50Gesù lo guarda fissamente mentre mangia pane e fichi che gli hanno portato gli apostoli. Il pasto è presto finito. Gesù, rimanendo seduto, principia a parlare come se facesse una semplice lezione ai suoi apostoli. Rimane vicino anche il contadino.
La vera sapienza (Discorso)
Segreto per trovare la Verità.
51«Molti sono quelli che cercano la Verità per tutta la vita senza giungere a trovarla. Sembrano folli che vogliano vedere pur tenendo una cavezza di bronzo sui loro occhi e annaspano cercando convulsamente, tanto che sempre più si allontanano dalla Verità, oppure la nascondono rovesciando su essa cose che la loro ricerca folle smuove e fa precipitare. Non può che accadere loro così, perché cercano là dove la Verità non può essere. Per trovare la Verità bisogna unire l’intelletto con l’amore e guardare le cose non solo con occhi sapienti, ma con occhi buoni. Perché vale più la bontà della sapienza. Colui che ama giunge sempre ad avere una traccia verso la Verità.
Amare vuol dire…
52Amare non vuole dire godere di una carne e per la carne. Quello non è amore. È sensualità. Amore è l’affetto da animo ad animo, da parte superiore a parte superiore, per cui nella compagna non si vede la schiava ma la generatrice dei figli, solo quello, ossia la metà che forma con l’uomo un tutto che è capace di creare una vita, più vite; ossia la compagna che è madre e sorella e figlia dell’uomo, che è debole più di un neonato o più forte di un leone a seconda dei casi, e che come madre, sorella, figlia, va amata con rispetto confidente e protettore. Ciò che non è quanto Io dico, non è amore. È vizio. Non conduce all’alto ma al basso. Non alla Luce ma alle Tenebre. Non alle stelle ma al fango. Amare la donna per sapere amare il prossimo. Amare il prossimo per sapere amare Dio.
La Verità è Dio.
53Ecco trovata la via della Verità. La Verità è qui, uomini che la cercate. La Verità è Dio. La chiave per comprendere lo scibile è qui.
54La dottrina che è senza difetto non è che quella di Dio. Come può l’uomo dare risposta ai suoi “perché”, se non ha Dio che gli risponde? Chi può svelare i misteri del creato, anche solo e semplicemente quelli, se non il Fattore supremo che ha fatto questo creato? Come comprendere il prodigio vivente che è l’uomo, essere in cui si fonde la perfezione animale con quella perfezione immortale che è l’anima, per cui dèi siamo se abbiamo in noi viva l’anima, ossia libera da quelle colpe che avvilirebbero il bruto e che pure l’uomo compie, e si vanta di compierle?
Il sapere non è corruzione se è religione.
55Io vi dico le parole di Giobbe, o cercatori della Verità: “Interroga i giumenti e ti istruiranno, gli uccelli e te lo indicheranno. Parla alla terra e ti risponderà, ai pesci e te lo faranno sapere”[41].
56Sì, la terra, questa terra verdeggiante e fiorita, queste frutta che si gonfiano sulle piante, questi uccelli che prolificano, queste correnti di venti che distribuiscono le nubi, questo sole che non erra il suo sorgere da secoli e millenni, tutto parla di Dio, tutto spiega Dio, tutto svela e disvela Iddio.
57Se la scienza non si appoggia su Dio diviene errore che non eleva ma avvilisce. Il sapere non è corruzione se è religione. Chi sa in Dio non cade perché sente la sua dignità, perché crede nel suo futuro eterno. Ma bisogna cercare il Dio reale. Non le fantasie che dèi non sono ma solo deliri di uomini ancora avvolti nelle fasce della ignoranza spirituale, per cui non c’è ombra di sapienza nelle loro religioni e ombra di verità nelle loro fedi.
Buona volontà e coerenza.
58Ogni età è buona per divenire sapienti. Anzi, ancora in Giobbe questo è detto: “Sul far della sera ti sorgerà una specie di luce meridiana, e quando ti crederai finito sorgerai come la stella del mattino. Sarai pieno di fiducia per la speranza che ti attende”[42].
59Basta la buona volontà di trovare la Verità, e prima o poi essa si lascerà trovare. Ma una volta che trovata sia, guai a chi non la segue, imitando i cocciuti di Israele che, avendo già in mano il filo conduttore per trovare Dio – tutte le cose che di Me sono dette nel Libro – non vogliono arrendersi alla Verità e la odiano, accumulando sul loro intelletto e sul loro cuore le macie dell’odio e delle formule, e non sanno che per troppo peso la terra si aprirà sotto il loro passo che crede essere di trionfatore e non è che passo di schiavo dei formalismi, dell’astio, degli egoismi, ed essi saranno ingoiati, precipitando là dove vanno i colpevoli coscienti di un paganesimo più colpevole ancora di quello che dei popoli si sono dati, da se stessi, per avere una religione su cui regolare se stessi.
60No, che Io, così come non respingo chi si pente fra i figli di Israele, così non respingo neppure questi idolatri che credono in ciò che fu loro dato da credere, e che dentro, nell’interno, gemono: “Dateci la Verità!”.
61Ho detto. Ora riposiamo in questo verde, se l’uomo lo concede. A sera andremo a Cana».
62«Signore, io ti lascio. Ma poiché non voglio profanare la scienza che Tu mi hai dato, partirò questa sera da Tiberiade. Lascio questa terra. Mi ritiro col mio servo sulle coste della Lucania. Ho là una casa. Molto mi hai dato. Di più comprendo che Tu non possa dare al vecchio epicureo. Ma in quello che mi hai dato ho già tanto da ricostruire un pensiero. E… Tu prega il tuo Dio per il vecchio Crispo. L’unico tuo ascoltatore di Tiberiade. Prega perché prima della stretta di Libitina io possa riudirti e, con la capacità che credo poter creare in me sulle tue parole, capirti meglio e capire meglio la Verità. Salve, Maestro».
63E saluta alla romana. Ma poi, passando presso le donne sedute un poco in disparte, si inchina a Maria di Magdala e le dice: «Grazie, Maria. Bene fu che ti conoscessi. Al tuo vecchio compagno di festini tu hai dato il tesoro cercato. Se giungerò dove tu già sei, lo dovrò a te. Addio».
E se ne va.
64La Maddalena si stringe le mani sul cuore, con un viso stupito e radioso. Poi a ginocchi si trascina davanti a Gesù.
65«Oh! Signore! Signore! È dunque vero che io posso portare al bene? Oh! mio Signore! Ciò è troppa bontà!».
66E curvandosi col viso fra l’erba bacia i piedi di Gesù bagnandoli di nuovo col pianto, ora riconoscente, della grande amorosa di Magdala.
20. La donna dello spirito indomito[43].
18Entrano nella cucina dove sono preparate pietanze e bevande per la cena prossima. Susanna si fa avanti, dicendo con un lieve rossore sul viso giovanile: «Vogliono le mie sorelle venire con me nella stanza alta? Dobbiamo preparare presto le mense, perché poi dobbiamo stendere i giacigli per gli uomini. Potrei fare da sola. Ma ci terrei più tempo».
19«Vengo anche io, Susanna», dice la Vergine.
«No. Bastiamo noi e servirà a conoscerci, perché il lavoro affratella».
20Escono insieme mentre Gesù, dopo avere bevuto dell’acqua corretta con non so che sciroppo, va a sedersi con la Madre, gli apostoli e gli uomini di casa, al fresco della pergola, lasciando libere le serventi e la padrona anziana di ultimare le vivande.
21Si sentono venire dalla stanza alta le voci delle tre discepole che preparano le tavole. Susanna racconta il miracolo avvenuto per le sue nozze, e Maria di Magdala risponde: «Cambiare l’acqua in vino è forte. Ma cambiare una peccatrice in discepola è ancora più forte. Voglia Iddio che io faccia come quel vino: che io diventi del migliore».
22«Non ne avere dubbio. Egli muta tutto in modo perfetto. Ci fu qui una, e per giunta pagana, da Lui convertita nel sentimento e nella fede. Puoi dubitare che ciò non avvenga per te che già sei d’Israele?».
23«Una? Giovane?».
«Giovane. Bellissima».
«E dove è ora?», chiede Marta.
«Solo il Maestro lo sa».
24«Ah! allora è quella di cui ti ho parlato. Lazzaro era da Gesù quella sera e ha sentito le parole dette per lei. Che profumo c’era in quella stanza! Lazzaro lo portò nelle vesti per più giorni. Eppure Gesù disse superiore ancora il cuore della convertita col suo profumo di pentimento. Chissà dove è andata? Io credo in solitudine…»
25«Lei in solitudine, ed era straniera. Io qui, e sono nota. La sua espiazione nella solitudine, la mia nel vivere fra il mondo che mi conosce. Non invidio la sua sorte perché sono con il Maestro. Ma spero poterla imitare un giorno per essere senza nulla che mi distragga da Lui».
25«Lo lasceresti?».
«No. Ma Egli dice che se ne va. E allora il mio spirito lo seguirà. Con Lui posso sfidare il mondo. Senza Lui avrei paura del mondo. Metterò il deserto fra me e il mondo».
26«E io e Lazzaro? Come faremo?».
«Come avete fatto nel dolore. Vi amerete e mi amerete. E senza rossori. Perché allora sarete soli, ma saprete che sono con il Signore. E che nel Signore vi amerò».
27«È forte e netta, Maria, nelle sue decisioni», commenta Pietro che ha sentito.
28E lo Zelote risponde: «Una lama diritta come il padre suo. Della madre ha le fattezze. Ma del padre ha lo spirito indomito».
29E colei che ha lo spirito indomito scende ora svelta venendo verso i compagni per dire che le mense sono pronte…
21. Giovanni ripete un discorso di Gesù sul
Creato e sui popoli che attendono
la Luce[44].
Espiazione e ricordi
L’espiazione della Maddalena.
1Stanno tutti salendo per fresche scorciatoie che portano a Nazareth. Le coste delle colline galilee sembrano create in quella mattina, tanto la recente burrasca le ha lavate e la rugiada le mantiene lucide e fresche, tutte un brillio al primo sole. L’aria è così pura che discopre ogni particolarità dei monti più o meno vicini e dà un senso di leggerezza e di brio.
2Quando viene raggiunto lo scrimolo di un colle la vista si bea su uno scorcio di lago, bellissimo in questa luce mattinale. Tutti ammirano, imitando Gesù. Ma Maria di Magdala presto storce lo sguardo da quel punto cercando in altra direzione qualche cosa. I suoi occhi si posano sulle creste montane che sono a nord-ovest dal punto dove si trova, e pare non trovare.
3Susanna, perché è presente anche lei, le chiede: «Che cerchi?». Vorrei riconoscere il monte dove incontrai il Maestro».
«Chiedilo a Lui».
«Oh! non merita che io lo disturbi. Sta parlando proprio con Giuda di Keriot».
4«Che uomo quel Giuda!», sussurra Susanna. Non dice altro, ma si capisce il resto.
5«Quel monte non è certo su questa via. Ma qualche volta ti ci condurrò, Marta. C’era un’aurora come questa e tanti fiori… E tanta gente… Oh! Marta! Ed io ho osato mostrarmi a tutti con quella veste di peccato e con quegli amici… No, non puoi essere offesa per le parole di Giuda. Me le sono meritate. Tutto mi sono meritato. E in questo soffrire è la mia espiazione. Tutti ricordano, tutti hanno diritto di dirmi la verità. E io devo tacere. Oh! se si riflettesse prima di peccare! Chi mi offende ora è il mio più grande amico, perché mi aiuta ad espiare».
6«Ma ciò non toglie che egli ha mancato. Madre, è proprio contento di quell’uomo tuo Figlio?».
«Bisogna molto pregare per lui. Così Egli dice».
Ricordi dal Tabor.
7Giovanni lascia gli apostoli per venire ad aiutare le donne in un passaggio scabroso su cui i sandali scivolano, molto più che il sentiero è sparso di pietre lisce, come scaglie di ardesia rossastra, e di un’erbetta lucida e dura, molto traditrici per il piede che su esse non ha presa. Lo Zelote lo imita e appoggiandosi a loro le donne superano il punto pericoloso.
8«È un poco faticosa questa via. Ma è senza polvere e senza folla. Ed è più breve», dice lo Zelote.
«La conosco, Simone», dice Maria.
9«Venni a quel paesello a mezza costa, con i nipoti, quando Gesù fu cacciato da Nazareth», dice Maria SS. e sospira.
10«Però è bello da qui il mondo. Ecco là il Tabor e l’Hermon, e a settentrione i monti d’Arbela, e là in fondo il grande Hermon. Peccato che non si veda il mare come si vede dal Tabor», dice Giovanni.
«Ci sei stato?».
«Sì, col Maestro».
11«Giovanni, col suo amore per l’infinito, ci ha ottenuto una grande letizia, perché Gesù, là in cima, parlò di Dio con un rapimento mai udito. E poi, dopo avere avuto già tanto, ottenemmo una grande conversione. Lo conoscerai anche tu, Maria. E ti si fortificherà lo spirito più ancora che già non sia. Trovammo un uomo indurito nell’odio, abbruttito dai rimorsi, e Gesù ne fece uno che non esito a dire che sarà un grande discepolo. Come te, Maria. Perché, credi pure che è verità ciò che ti dico, noi peccatori siamo i più cedevoli al Bene che ci prende, perché sentiamo il bisogno di essere perdonati anche da noi stessi», dice lo Zelote.
12E’ vero. Ma tu sei molto buono dicendo “noi peccatori”. Tu sei stato un disgraziato, non un peccatore».
13«Tutti lo siamo, chi più chi meno, e chi crede di esserlo meno è il più soggetto a divenirlo se pure non lo è già. Tutti lo siamo. Ma i più grandi peccatori che si convertono sono quelli che sanno essere assoluti nel bene come lo furono nel male».
«Il tuo conforto mi solleva. Sei sempre stato un padre per i figli di Teofilo, tu».
«E come un padre giubilo di avervi tutti e tre amici di Gesù».
14«Dove lo avete trovato quel discepolo gran peccatore?».
«A Endor; Maria. Simone vuol dare al mio desiderio di vedere il mare il merito di tante cose belle e buone. Ma se Giovanni l’anziano è venuto a Gesù non è per merito di Giovanni lo stolto. È per merito di Giuda di Simone», dice sorridendo il figlio di Zebedeo.
15«Lo ha convertito?», chiede dubbiosa Marta.
«No. Ma ha voluto andare a Endor e.…».
16«Sì, per vedere l’antro della… È un uomo molto strano Giuda di Simone… Bisogna prenderlo come è… Già!… E Giovanni di Endor ci guidò alla caverna e poi rimase con noi. Ma, figlio mio, sempre tuo è il merito, perché senza il tuo desiderio di infinito non avremmo fatto quella via e non sarebbe venuto a Giuda di Simone il desiderio di andare a quella strana ricerca».
17«Mi piacerebbe sapere cosa ha detto Gesù sul Tabor… come mi piacerebbe riconoscere il monte dove lo vidi», sospira Maria Maddalena.
18«Il monte è quello su cui pare ora accendersi un sole per quel piccolo stagno, usato dalle greggi, che raccoglie le acque sorgive. Noi eravamo più su, dove la cima pare spaccata come un largo bidente che voglia infilzare le nuvole e portarle altrove. Per il discorso di Gesù, credo che Giovanni te lo può dire».
«Oh! Simone! Può mai un ragazzo ripetere le parole di Dio?».
19«Un ragazzo no. Tu sì. Provati. Per compiacenza alle tue sorelle e a me che ti voglio bene».
20Giovanni è molto rosso quando inizia a ripetere il discorso di Gesù.
La creazione (discorso: firmamento, luce, mare)
Tutto ha la sua ragione buona di essere.
21«Egli disse: “Ecco la pagina infinita su cui le correnti scrivono la parola ‘Credo’. Pensate il caos dell’Universo avanti che il Creatore volesse ordinare gli elementi e costituirli a meravigliosa società, che ha dato agli uomini la Terra e quanto contiene e al firmamento gli astri e i pianeti. Tutto già non era. Né come caos informe, né come cosa ordinata.
22Dio la fece[45]. Fece dunque per primi gli elementi. Perché necessari sono, sebbene talora sembra che siano nocivi. Ma, pensatevelo sempre, non c’è la più piccola stilla di rugiada che non abbia la sua ragione buona di essere; non c’è insetto, per piccolo e noioso che sia, che non abbia la sua ragione buona di essere. E così non c’è mostruosa montagna eruttante dalle viscere fuoco e incandescenti lapilli che non abbia la sua ragione buona di essere. E non vi è ciclone senza motivo. E non vi è – passando dalle cose alle persone – e non vi è evento, non pianto, non gioia, non nascita, non morte, non sterilità o maternità abbondante, non lungo coniugio né rapida vedovanza, non sventura di miserie e malattie, come non prosperità di mezzi e di salute, che non abbia la sua ragione buona di essere, anche se tale non appaia alla miopia e alla superbia umana, che vede e giudica con tutte le cataratte e tutte le nebbie proprie delle cose imperfette. Ma l’occhio di Dio, ma il pensiero senza limitazione di Dio, vede e sa. Il segreto per vivere immuni da sterili dubbi che innervosiscono, esauriscono, avvelenano la giornata terrena, è nel saper credere che Dio fa tutto per ragione intelligente e buona, che Dio fa ciò che fa per amore, non nello stolto intento di crucciare per crucciare.
Gli spiriti ottenebrati dallo orgoglio e dal pessimismo.
23Dio aveva già creato gli angeli. E parte di essi, per avere voluto non credere che fosse buono il livello di gloria al quale Dio li aveva collocati, si erano ribellati e con l’animo arso dalla mancanza di fede nel loro Signore avevano tentato di assalire il trono irraggiungibile di Dio[46]. Alle armoniose ragioni degli angeli credenti avevano opposto il loro discorde, ingiusto e pessimistico pensiero, e il pessimismo, che è mancanza di fede, li aveva da spiriti di luce fatti divenire spiriti ottenebrati.
24Viva in eterno coloro che in Cielo come in Terra sanno basare ogni loro pensiero su un presupposto di ottimismo pieno di luce! Mai sbaglieranno completamente, anche se i fatti li smentiranno. Non sbaglieranno almeno per quanto riguarda il loro spirito, il quale continuerà a credere, a sperare, ad amare soprattutto Dio e prossimo, rimanendo perciò in Dio fino ai secoli dei secoli!
25Il Paradiso era già stato liberato da questi orgogliosi pessimisti, i quali vedevano nero anche nelle luminosissime opere di Dio, così come in Terra i pessimisti vedono nero anche nelle più schiette e solari azioni dell’uomo, e per volersi separare in una torre di avorio, credendosi gli unici perfetti, si autocondannano ad una oscura galera, la cui via termina nelle tenebre del regno infero, il regno della Negazione. Perché il pessimismo è Negazione esso pure.
Occorre guardare il creato con occhi di fede.
Dio fece dunque il Creato.
26E come per comprendere il mistero glorioso del nostro Essere uno e trino bisogna saper credere e vedere che fin dal principio il Verbo era, ed era presso Dio, uniti dall’Amore perfettissimo che solo possono effondere due che Dèi sono pur essendo Uno, così ugualmente, per vedere il creato per quello che è, occorre guardarlo con occhi di fede, perché nel suo essere, così come un figlio porta l’incancellabile riflesso del padre, così il creato ha in sé l’incancellabile riflesso del suo Creatore. Vedremo allora che anche qui in principio fu il cielo e la terra e fu poi la luce, paragonabile all’amore. Perché la luce è letizia così come lo è l’amore. E la luce è l’atmosfera del Paradiso. E l’incorporeo Essere che è Dio, Luce è, ed è Padre di ogni luce intellettiva, affettiva, materiale, spirituale, così in Cielo come in Terra.
Cielo e terra, luce e tenebre.
27In principio fu il cielo e la terra, e per essi fu data la luce e per la luce tutte le cose furono fatte. E come nel Cielo altissimo furono separati gli spiriti di luce da quelli di tenebre, così nel creato furono separate le tenebre dalla luce e fu fatto il Giorno e la Notte, e il primo giorno del creato fu, col suo mattino e la sua sera, col suo meriggio e la sua mezzanotte.
28E quando il sorriso di Dio, la luce, tornò dopo la notte, ecco che la mano di Dio, il suo potente volere, si stese sulla terra informe e vuota, si stese sul cielo su cui vagavano le acque, uno degli elementi liberi nel caos, e volle che il firmamento separasse il disordinato errare delle acque fra il cielo e la terra, acciò fosse velano ai fulgori paradisiaci, misura alle acque superiori, perché sul ribollire dei metalli e degli atomi non scendessero i diluvi a dilavare e disgregare ciò che Dio riuniva.
L’ordine prova la potenza e la bontà del Creatore.
29L’ordine era stabilito nel Cielo. E l’ordine fu sulla Terra per il comando che Dio dette alle acque sparse sulla Terra. E il mare fu. Eccolo. Su esso, come sul firmamento, è scritto: ‘Dio è’. Quale che sia l’intellettualità di un uomo e la sua fede o la sua non fede, davanti a questa pagina, in cui brilla una particella dell’infinità che è Dio, in cui è testimoniata la sua potenza – perché nessuna potenza umana né nessun assestamento naturale di elementi possono ripetere, seppure in minima misura, un simile prodigio – è obbligato a credere. A credere non solo alla potenza ma alla bontà del Signore, che per quel mare dà cibo e vie all’uomo, dà sali salutari, dà tempera al sole e spazio ai venti, dà semi alle terre l’una dall’altre lontane, dà voce di tempeste perché richiamino la formica che è l’uomo all’Infinito suo Padre, dà modo di elevarsi, contemplando più alte visioni, a più alte sfere.
I tre elementi che più parlano di Dio.
30Tre sono le cose che più parlano di Dio nel creato che è tutto testimonianza di Lui. La luce, il firmamento, il mare. L’ordine astrale e meteorologico, riflesso dell’Ordine divino; la luce, che solo un Dio poteva fare; il mare, la potenza che solo Dio, dopo averla creata, poteva mettere in saldi confini, dandole moto e voce, senza che per questo, come turbolento elemento di disordine, sia danno alla terra che lo sopporta sulla sua superficie.
31Penetrate il mistero della luce che mai si consuma. Alzate lo sguardo al firmamento dove ridono le stelle e i pianeti. Abbassate lo sguardo al mare. Vedetelo per quello che è. Non separazione, ma ponte fra i popoli che sono sulle altre sponde, invisibili, ignote anche, ma che bisogna credere che ci siano solo perché è questo mare. Dio non fa nulla di inutile. Non avrebbe perciò fatto questa infinità se essa non avesse a limite, là, oltre l’orizzonte che ci impedisce di vedere, altre terre, popolate da altri uomini, venuti tutti da un unico Dio, portati là, per volere di Dio, a popolare continenti e regioni, da tempeste e correnti. E questo mare porta nei suoi flutti, nelle voci delle sue onde e delle sue maree, appelli lontani. Tramite è, non separazione. Quell’ansia che dà dolce angoscia a Giovanni è questo appello di fratelli lontani.
32Più lo spirito diviene dominatore della carne e più è capace di sentire le voci degli spiriti che sono uniti anche se divisi, così come i rami sgorgati da un’unica radice sono uniti anche se l’uno neppur più vede l’altro perché un ostacolo si frappone fra essi.
La nuova evangelizzazione.
33Guardate il mare con occhi di luce. Vi vedrete terre e terre sparse sulle sue spiagge, ai suoi limiti, e nell’interno terre e terre ancora, e da tutte giunge un grido: ‘Venite! Portateci la Luce che voi possedete. Portateci la Vita che vi viene data. Dite al nostro cuore la parola che ignoriamo ma che sappiamo essere la base dell’universo: amore. Insegnateci a leggere la parola che vediamo tracciata sulle pagine infinite del firmamento e del mare: Dio.
34Illuminateci perché sentiamo che una luce vi è più vera ancora di quella che arrossa i cieli e fa di gemme il mare. Date alle nostre tenebre la Luce che Dio vi ha data dopo averla generata col suo amore, e l’ha data a voi ma per tutti, così come la dette agli astri ma perché la dessero alle terre. Voi gli astri, noi la polvere. Ma formateci così come il Creatore creò con la polvere la terra perché l’uomo la popolasse adorandolo ora e sempre, finché venga l’ora che più terra non sia, ma venga il Regno. Il Regno della luce, dell’amore, della pace, così come a voi il Dio vivente ha detto che sarà, perché noi pure siamo figli di questo Dio e chiediamo di conoscere il Padre nostro.
35E per vie di infinito sappiate andare. Senza timori e senza sdegni. Incontro a quelli che chiamano e piangono. Verso quelli che vi daranno anche dolore perché sentono Dio ma non sanno adorare Dio, ma che pure vi daranno la gloria perché grandi sarete quanto più possedendo l’amore lo saprete dare, portando alla Verità i popoli che attendono”.
Gesù ha detto così, molto meglio di come io ho detto. Ma almeno questo è il suo concetto».
Il dono di Giovanni.
36«Giovanni, tu hai dato una esatta ripetizione del Maestro. Solo hai lasciato ciò che disse del tuo potere di capire Iddio per la tua generosità di donarti. Tu sei buono, Giovanni. Il migliore fra noi! Abbiamo fatto la via senza avvedercene. Ecco là Nazareth sulle sue colline. Il Maestro ci guarda e sorride. Raggiungiamolo solleciti per entrare in città uniti».
37«Io ti ringrazio, Giovanni», dice la Madonna.
38«Hai fatto un grande regalo alla Mamma».
39«Io pure. Anche alla povera Maria tu hai aperto orizzonti infiniti…».
40«Di che parlavate tanto?», chiede Gesù ai sopraggiungenti.
«Giovanni ha ripetuto il tuo discorso del Tabor. Perfettamente. E ne fummo beati».
41«Sono contento che la Madre lo abbia udito, Lei che porta un nome in cui il mare non è estraneo e possiede una carità vasta come il mare».
42«Figlio mio, Tu la possiedi come Uomo, e nulla ancora è rispetto alla tua infinita carità di Verbo divino. Mio dolce Gesù!».
43«Vieni, Mamma, al mio fianco. Come quando tornavamo da Cana o da Gerusalemme quando ero bambino e tu mi tenevi per mano».
44E si guardano col loro sguardo d’amore.
22. Maria SS. ammaestra la Maddalena
sull’orazione mentale[47].
Panorami splendidi.
Sospinte dall’amore.
1«Dove faremo tappa, mio Signore?», chiede Giacomo di Zebedeo, mentre camminano per una gola fra due colline tutte coltivate e verdi dalla base alle vette.
2«A Betlem di Galilea. Ma nelle ore calde sosteremo sul monte che sovrasta Meraba. Così tuo fratello sarà beato un’altra volta vedendo il mare», e Gesù sorride. Poi termina: «Noi uomini avremmo potuto fare più strada, ma abbiamo dietro di noi le discepole, che non si lamentano mai, ma che non dobbiamo stancare eccessivamente».
3«Non si lamentano mai. È vero. Siamo più facili a lamentarci noi», ammette Bartolomeo.
4«Eppure sono meno abituate di noi a questa vita…», dice Pietro.
5«Forse lo fanno volentieri per questo», dice Tommaso.
6«No, Toma. Lo fanno volentieri per amore. Credi pure che mia Madre e neppure le altre donne di casa, come Maria d’Alfeo, Salome e Susanna, lasciano volentieri la casa per venire per le vie del mondo e fra la gente. E Marta e Giovanna, quando anche ella verrà, non use alle fatiche, non lo farebbero volentieri se l’amore non le spronasse.
L’amore egoista dell’Iscariota.
7Riguardo a Maria di Magdala, solo un potente amore le può dare la forza di subire questa tortura», dice Gesù.
8«Perché gliel’hai imposta, allora, se sai che è tortura?», chiede l’Iscariota.
9«Non è buona cosa per lei e non lo è per noi».
10«Null’altro che la dimostrazione palese, indubitabile del suo mutamento poteva persuadere il mondo. Maria vuole persuadere il mondo di questo. La sua separazione dal passato è stata completa. È completa».
11«Ciò è da vedersi. È presto ora per dirlo. Quando si è fatto abitudine ad un genere di vita, difficilmente ci se ne stacca del tutto. Amicizie e nostalgie ci riportano ad esso», dice l’Iscariota.
12«Tu hai nostalgie, allora, per la vita di prima?», chiede Matteo.
«Io… no. Ma faccio per dire. Io sono io: uomo, amante del Maestro e… Insomma io ho in me elementi che mi servono a resistere nel proposito. Ma lei è una donna, e che donna! E poi, anche fosse ben ferma, è sempre poco piacevole averla con noi. Se si avesse ad incontrare dei rabbi, sacerdoti o grandi farisei, credete che non sarebbe piacevole il loro commento. Io ci penso con anticipato rossore».
13«Non ti contraddire, Giuda. Se tu hai realmente tagliato i ponti col passato, come vuoi dire, perché tanto ti duoli che una povera anima ci segua per completare la sua trasformazione nel Bene?».
14«Ma per amore, Maestro. Io pure faccio tutto per amore. Verso di Te».
15«Allora perfezionati in questo tuo amore. Non deve un amore, per essere veramente tale, essere mai esclusivista. Quando uno sa amare solo un oggetto e non sa amarne nessun altro, anche se amato dall’oggetto che egli ama, dimostra di non essere nel vero amore. L’amore perfetto ama, con le dovute gradazioni, tutto il genere umano, e anche animali e vegetali, stelle e acque, perché tutto vede in Dio. Ama Dio come si conviene e ama tutto in Dio. Guarda che l’amore esclusivista è spesso egoismo. Sappi perciò giungere ad amare anche gli altri per amore».
«Sì, Maestro».
16L’oggetto della discussione procede intanto con le altre donne vicino a Maria, senza pensare di essere causa di tanta discussione.
Panorami splendidi.
17L’agglomerato di Jafia viene raggiunto, attraversato, superato senza che nessun cittadino mostri desiderio di seguire il Maestro o di trattenerlo. Proseguono, gli apostoli inquieti per l’indifferenza del luogo, Gesù che cerca di calmarli.
18La valle prosegue in direzione ovest e mostra al suo estremo un altro paese che si adagia alla base di un altro monte. Anche questo paese, che sento chiamare Meraba, è indifferente. Solo dei bambini si avvicinano agli apostoli mentre attingono acqua ad una limpida fontana addossata ad una casa. Gesù li accarezza chiedendo il loro nome, e i bambini chiedono il suo e chi è, dove va, cosa fa. Si avvicina anche un mendicante semicieco, vecchio, curvo, e stende la mano per ricevere l’obolo che infatti riceve.
19La marcia ricomincia con la salita di un colle, quello che sbarra la valle nella quale riversa le acque dei suoi fiumicelli, ora ridotti a un filo d’acqua o a sole pietre arse dal sole.
20Ma la strada è buona, aperta fra i boschi di ulivi prima, di altre piante poi, che intrecciano i rami facendo galleria verde sopra la strada. Raggiungono la vetta, che è coronata da uno stormente bosco di frassini, se non erro. E là si siedono per prendere riposo e cibo. E, col cibo e il riposo, diletto anche alla vista, perché il panorama è bellissimo, con la catena del Carmelo alla sinistra di chi guarda verso ovest; e là dove la catena del Carmelo – una verdissima catena in cui sono presenti tutti i toni più belli del verde – finisce, scintilla il mare, aperto, sconfinato, stendendosi, col suo drappo mosso da lievi ondette, verso il nord, a bagnare le sponde che dalla punta del promontorio, formato dall’estrema propaggine del Carmelo, salgono verso Tolemaide e le altre città fino a perdersi in una lieve nebbia verso la Siro Fenicia. Non si vede invece il mare al sud del promontorio del Carmelo, perché la catena, più alta del colle dove ci si trova, ne cela la vista.
21Passano le ore nell’ombra frusciante del bosco arioso. Chi dorme, chi parla sottovoce, chi guarda. Giovanni si dilunga dai compagni andando il più in alto possibile per vedere di più. Gesù si isola in un folto per pregare e meditare. Le donne si sono a loro volta ritirate dietro una cortina di ondulante caprifoglio tutto in fiore, e là si sono rinfrescate ad una minuscola sorgente che, ridotta ad un filo, forma in terra una pozzanghera che non riesce a mutarsi in rio.
22Poi le più anziane si sono addormentate, stanche, mentre Maria SS. con Marta e Susanna parlano della loro casa lontana, e Maria dice che vorrebbe avere quel bel cespuglio tutto in fiore a veste della sua grotticella.
23La Maddalena, che si era sciolti i capelli non potendo resistere al loro peso, se li raccoglie di nuovo e dice: «Vado da Giovanni, ora che è con Simone, a guardare con loro il mare».
24«Vengo io pure», risponde Maria SS.
25Marta e Susanna restano presso le compagne dormenti.
Il segreto della vita spirituale.
Necessità e utilità dalla meditazione.
26Per raggiungere i due apostoli devono passare presso il roveto in cui si è isolato Gesù per pregare.
27«Mio Figlio trova riposo nella preghiera», dice piano Maria.
28La Maddalena le risponde: «Credo che gli sia anche indispensabile l’isolarsi per mantenere il meraviglioso dominio che ha e che il mondo mette a dura prova. Sai, Madre? Ho fatto quanto tu mi hai detto. Ogni notte mi isolo per un tempo più o meno lungo per potere ristabilire in me stessa la calma che molte cose turbano. Mi sento molto più forte dopo».
29«Per ora forte, più tardi ti sentirai beata. Credi pure, Maria, che sia nella gioia come nel dolore, sia nella pace come nella lotta, lo spirito nostro ha bisogno di tuffarsi tutto dentro all’oceano della meditazione, per ricostruire ciò che il mondo e le vicende abbattono e per creare nuove forze per sempre più salire. In Israele noi usiamo e abusiamo della preghiera vocale. Non voglio già dire che essa sia inutile e invisa a Dio. Ma dico però che è sempre molto più utile allo spirito l’elevazione mentale a Dio, la meditazione, in cui, contemplando la sua divina perfezione e la nostra miseria, o quella di tante povere anime, non già per criticarle ma per compatirle e capirle, e per avere riconoscenza al Signore che ci ha sorrette per non farci peccare, o ci ha perdonate per non lasciarci cadute, noi giungiamo a pregare realmente, ossia ad amare. Perché l’orazione, per essere realmente tale, deve essere amore. Altrimenti è borbottio di labbra dal quale l’anima è assente».
30«Ma parlare con Dio è lecito quando si hanno le labbra ancora sporche di tante parole profane? Io, nelle mie ore di raccoglimento, che faccio come tu mi hai insegnato, tu, mio apostolo dolcissimo, faccio violenza al mio cuore che vorrebbe dire a Dio: “Io ti amo”…»
«Nooh! Perché?».
31«Perché mi pare che farei sacrilega offerta a offrirgli il mio cuore…».
32«Non lo fare, figlia. Non lo fare. Il tuo cuore è, prima di tutto, riconsacrato dal perdono del Figlio, e il Padre non vede che questo perdono. Ma se anche Gesù non ti avesse ancora perdonata, e tu, in una solitudine ignorata, che tanto può essere materiale come morale, gridassi a Dio: “Io ti amo. Padre, perdona le mie miserie. Perché io di esse me ne spiaccio per il dolore che ti danno”, credi pure, o Maria, che il Padre Iddio ti assolverebbe di suo, e caro gli sarebbe il tuo grido di amore. Abbandonati, abbandonati all’amore. Non fare violenza ad esso. Lascia anzi che esso divenga violento come incendio avvampante. L’incendio consuma tutto ciò che è materiale, ma non distrugge una molecola di aria. Perché l’aria è incorporea. Anzi la purifica dai detriti minuscoli che i venti vi seminano, la fa più leggera. Così l’amore allo spirito. Consumerà più presto la materia dell’uomo, se Dio lo permette, ma non distrugge lo spirito. Anzi ne accresce la vitalità e lo fa puro e agile per le ascensioni a Dio.
Il segreto della vita spirituale.
33Vedi là Giovanni? É proprio un ragazzo. Ma pure è un’aquila. É il più forte di tutti gli apostoli. Perché ha compreso il segreto della fortezza, della formazione spirituale: la amorosa meditazione».
34«Ma lui è puro. Io… Lui è un ragazzo. Io…».
35«Guarda allora Io Zelote. Non è un ragazzo. Ha vissuto, ha lottato, ha odiato. Egli lo confessa sinceramente. Ma ha imparato a meditare. E lui pure, credimi, è bene in alto. Vedi? Si cercano quei due. Poiché si sentono uguali. Hanno raggiunto la stessa età perfetta dello spirito e con lo stesso mezzo: la orazione mentale. Per essa il ragazzo è divenuto virile nello spirito, e per essa il già vecchio e stanco è ritornato ad una virilità forte. E sai un altro che, senza essere apostolo, sarà, anzi è molto avanti per la sua tendenza naturale alla meditazione, che da quando è amico di Gesù è divenuta in lui necessità spirituale? Tuo fratello».
“Sorella diletta”.
36«Lazzaro mio?… Oh! Madre! Dimmelo, tu che sai tante cose perché Dio te le mostra, come mi tratterà Lazzaro al primo incontro? Prima taceva sdegnoso. Ma lo faceva perché io non sopportavo osservazioni. Sono stata molto crudele coi fratelli… Ora lo comprendo. Ora che sa che può parlare, che mi dirà? Temo il suo aperto rimprovero. Oh! certo mi ricorderà tutte le pene di cui sono causa. Io vorrei volare da Lazzaro. Ma ne ho paura. Prima ci andavo, e neppure i ricordi della mamma morta, le sue lacrime ancora vive sugli oggetti da lei usati, lacrime per me, per mia colpa, mi turbavano. Il mio cuore era cinico, sfrontato, chiuso ad ogni voce che non fosse “male”. Ma ora io non ho più la malvagia forza del Male e tremo… Che mi farà Lazzaro?»
37«Ti aprirà le braccia e ti chiamerà, più col cuore che con le labbra, “sorella diletta”. É tanto formato in Dio che non può che usare questo modo. Non temere. Non ti dirà una parola sul passato. Egli, è come se io lo vedessi, è là, a Betania, e gli sono ben lunghi i giorni dell’attesa. Attende te, per stringerti sul cuore. Per saziare il suo amore di fratello. Tu non hai che amarlo come ti ama lui per gustare la dolcezza di essere nati da un seno».
«Lo amerei anche se mi rimproverasse. Me lo merito».
«Ma egli ti amerà soltanto. Questo solo».
Flash sulla fuga in Egitto.
38Hanno raggiunto Giovanni e Simone, che parlano dei viaggi futuri e che si alzano riverenti quando giunge la Madre del Signore.
«Veniamo anche noi a lodare il Signore per le belle opere della sua creazione».
39«Hai mai visto il mare, Madre?».
«Oh! l’ho visto. Ed era allora meno turbato esso, nella sua tempesta, del mio cuore, e meno salato del mio pianto, mentre fuggivo lungo il litorale da Gaza verso il Mar Rosso, col mio Bambino fra le braccia e la paura di Erode alle spalle. E l’ho visto al ritorno. Ma allora era primavera sulla terra e nel mio cuore. La primavera del ritorno in patria. E Gesù batteva le manine, felice di vedere cose nuove… E io e Giuseppe pure eravamo felici. Per quanto la bontà del Signore ci avesse fatto men duro l’esilio a Matarea, in mille modi».
40La loro conversazione dura mentre a me cessa la capacità di vedere e di udire.
23. La parabola del fango che diviene fiamma[48].
Il buon Maestro.
15Gesù, altezza bianca fra le ombre sempre più scure, si alza dalla tavola e viene al centro della piccola turba di discepoli, mentre le donne si ritirano. Isacco e un altro accendono sulla rena dei piccoli fuochi per illuminare e per tenere lontano i nuvoli di zanzare, che forse vengono da acquitrini prossimi.
16«La pace a voi tutti. La misericordia di Dio ci unisce in anticipo sul tempo fissato dando reciproca gioia ai nostri cuori. Io li ho scrutati tutti, questi vostri cuori moralmente buoni, come lo dimostra il vostro essere qui, in attesa di Me, in formazione in Me, spiritualmente ancora imperfetti come lo dimostrano certe vostre reazioni, che confessano come ancora in voi perdura il vecchio uomo d’Israele con tutti i suoi concetti e preconcetti, e non è ancora uscito da esso, come farfalla da larva, l’uomo nuovo, l’uomo del Cristo, che del Cristo ha l’ampia, luminosa, misericordiosa mentalità e l’ancor più ampia carità. Ma non vi mortificate se Io ve li ho scrutati e letti in tutti i loro segreti.
17Un maestro deve conoscere i suoi scolari per poterli correggere nei loro difetti e, credetemi, se è un buon maestro non si disgusta per i più difettosi, ma anzi proprio su quelli egli si curva di più, per migliorarli. Voi sapete che Io sono un buon Maestro.
18Ed ora vediamo insieme queste reazioni e questi preconcetti, vediamo di considerare insieme il motivo per cui qui siamo, e per la gioia che questo essere uniti ci dà, sappiamo benedire il Signore che sempre, da un singolo bene, ottiene un bene collettivo.
La resurrezione dello spirito.
19Ho sentito dalle vostre labbra la vostra ammirazione per Giovanni di Endor, tanto più ammirazione perché egli si professa peccatore convertito, e su questa sua vecchia qualità è su quella nuova appoggia la sua tesi di predicazione presso coloro che vuole portare a Me. É vero. Egli era un peccatore. Ora è un discepolo. Molti di voi sono ormai venuti al Messia per suo merito. Vedete dunque che proprio con quei mezzi che il vecchio uomo di Israele sprezzerebbe, Dio crea il nuovo popolo di Dio.
20Ora Io vi prego di astenervi dal giudicare con giudizio malsano la presenza di una sorella che il vecchio Israele non comprende come discepola. Ho ordinato alle donne di riposare. Ma non era tanto l’ansia di dare loro riposo, quanto quella di potere dare a voi una santa valutazione di una conversione e di impedirvi di commettere peccato contro l’amore e contro la giustizia, la ragione per cui ho dato quel comando che ha certo addolorato le discepole.
21Maria di Magdala, la grande peccatrice di Israele, quella che non aveva scusa al suo peccato, è tornata al Signore. E da chi aspetterà ella fede e misericordia se non da Dio e dai servi di Dio? Tutta Israele, e con Israele gli stranieri che sono fra noi, quelli che molto la conoscono e che severamente la giudicano, ora che non è più loro complice negli stravizi, critica e deride questa risurrezione.
22Risurrezione. É la parola più esatta. Non è il più grande miracolo risuscitare una carne. É miracolo sempre relativo perché destinato ad essere un giorno annullato dalla morte. Io non do immortalità al risuscitato nella carne, ma do eternità al risuscitato dello spirito. E mentre un morto nella carne non unisce la sua volontà di risorgere alla mia, perciò il merito da sua parte non c’è, nel risuscitato nello spirito è presente la sua volontà, anzi è la prima ad essere presente. Perciò non è assente il merito del risuscitato.
23Questo non vi dico per giustificarmi. A Dio solo devo rendere conto delle mie azioni. Ma voi siete i miei discepoli. I miei discepoli devono essere dei secondi Gesù. Non deve essere in loro nessuna ignoranza e nessuna di quelle inveterate colpe per cui tanti sono solo di nome uniti a Dio.
Nehemia e il fuoco sacro.
24Tutto è suscettibile di buone azioni. Anche la cosa apparentemente meno atta ad esserlo. Quando una materia si presta alla volontà di Dio, fosse anche la più inerte, gelata, lurida, può divenire moto, fiamma, bellezza pura. Vi porto un paragone tratto dal libro dei Maccabei[49].
25Quando Nehemia fu rimandato dal re di Persia a Gerusalemme, nel ricostruito Tempio e sul purificato altare si vollero offrire i sacrifici. Nehemia ricordava come, al momento della cattura da parte dei persiani, i sacerdoti addetti al culto di Dio prendessero il fuoco dell’altare e lo nascondessero in un luogo segreto, nel fondo di una valle, in un pozzo profondo e secco, e facessero ciò così bene e così segretamente che solo essi seppero dove era il sacro fuoco. Questo ricordava Nehemia, e ricordando prese i nipoti di quei sacerdoti perché andassero al luogo che, avanti di morire, i sacerdoti avevano detto ai figli, e questi avevano detto ai figli ancora, tramandando così il segreto di padre in figlio, e vi prendessero il sacro fuoco per accendere il fuoco del sacrificio. Ma, scesi i nipoti nel pozzo segreto, non fuoco trovarono ma densa acqua, una melma putrida, fetida, pesante, lì filtrata da tutte le ingombre cloache della devastata Gerusalemme. E lo dissero a Nehemia. Ma questi ordinò fosse presa di quell’acqua e gli fosse portata. E, fatti porre le legna sull’altare e sulle legna i sacrifici, spruzzò abbondantemente tutto, onde fosse aspersa ogni cosa con l’acqua melmosa. Il popolo stupito e gli scandalizzati sacerdoti guardavano e fecero con rispetto, solo perché era Nehemia che ordinava. Ma quanta tristezza nei cuori! Quanta sfiducia! Come in cielo erano nubi a rendere triste il giorno, così nei cuori era il dubbio a rendere melanconici gli uomini.
26Ma il sole ruppe le nubi e scese coi suoi raggi sull’altare, e le legna, spruzzate dell’acqua melmosa, si accesero con grande fuoco che subito consumò il sacrificio, mentre i sacerdoti pregavano con le preghiere composte da Nehemia e con gli inni più belli d’Israele, finché tutto il sacrifizio fu arso. E, per persuadere le folle che Dio può anche con le materie meno atte, ma usate a retto fine, produrre prodigi, Nehemia ordinò che il resto dell’acqua fosse sparsa su grandi pietre. E le pietre spruzzate dettero fiamme e in esse si consumarono nella gran luce che veniva dall’altare.
Ogni anima è un fuoco sacro.
27Ogni anima è un fuoco sacro messo da Dio nell’altare del cuore, perché serva ad ardere il sacrificio della vita con amore al Creatore della stessa. Ogni vita è olocausto se bene spesa, ogni giorno è un sacrificio che va consumato con santità.
28Ma vengono i predoni, gli oppressori dell’uomo e dell’anima dell’uomo. Il fuoco sprofonda nel pozzo profondo. E non per necessità santa, ma per stoltezza nefasta. E là, sommerso negli scoli di tutte le sentine dei vizi, diviene fango putrido e pesante, finché non scende in quel profondo un sacerdote e riporta alla luce del sole quel fango, posandolo sull’olocausto del suo proprio sacrificio. Perché, sappiatelo, non basta l’eroismo del convertendo. Ci vuole anche quello di colui che converte. Anzi, questo deve precedere quello, perché le anime si salvano con il sacrificio nostro. Perché così si giunge ad ottenere che il fango si muti in fiamma e Dio giudichi perfetto e grato alla sua santità il sacrificio che si consuma.
29É allora che, non essendo ancora sufficiente a persuadere il mondo che un fango pentito è ancor più ardente di un fuoco comune, anche se fuoco consacrato – il quale fuoco comune serve solo ad ardere legna e vittime, ossia materie atte ad essere arse – ecco che questo fango pentito diviene tanto potente da accendere e ardere anche le pietre, materie incombustibili.
30E non vi chiedete da che viene a questo fango questa proprietà? Non lo sapete?
31Io ve lo dico: perché nell’ardore del pentimento essi si fondono con Dio, fiamma con fiamma; fiamma che sale, fiamma che scende; fiamma che si offre amando, fiamma che si concede amando; abbraccio di due che si amano, che si ritrovano, che si congiungono, facendo una cosa sola. E dato che la fiamma più grande è quella di Dio, ecco che essa trabocca, soverchia, penetra, assorbe, e la fiamma del fango pentito non è più fiamma relativa di cosa creata, ma fiamma infinita di Cosa increata: dell’Altissimo, Potentissimo, Infinito, di Dio.
31Questo sono i grandi peccatori convertiti veramente, totalmente convertiti, generosamente datisi alla conversione senza nulla trattenere del passato, ardendo per prima cosa se stessi, nella parte più pesante, con la fiamma che si alza dal loro fango, corso incontro alla Grazia e toccato da Essa.
32In verità, in verità vi dico che molte pietre in Israele saranno investite dal fuoco di Dio per queste fornaci ardenti che sempre più arderanno, fino alla consumazione della creatura umana, e che continueranno ad ardere le pietre, le tiepidezze, le incertezze, le timidezze della Terra, dal loro trono in Cielo, veri specchi ustori soprannaturali che raccolgono le Luci Une e Trine per convergerle sulla umanità e accenderla di Dio.
La missione dei Salvatori.
33Vi ripeto che non avevo bisogno di giustificare le mie azioni, ma ho voluto che voi entraste nel mio concetto e lo faceste vostro. Per ora, per altri casi consimili futuri, quando Io non sarò con voi.
34Un deviato concetto, un farisaico sospetto di contaminare Iddio col portargli un peccatore pentito, non vi trattenga mai dal fare questa opera, che è coronamento perfetto della missione alla quale vi destino. Abbiate sempre presente che Io non sono venuto a salvare i santi ma i peccatori. E fate voi il somigliante, perché il discepolo non è da più del Maestro, e se Io non ripugno da prendere per mano i rifiuti della Terra che sentono bisogno del Cielo, che lo sentono finalmente, e giubilando li porto a Dio, perché questa è la mia missione, ed ogni conquista è una giustificazione della mia Incarnazione mortificante l’Infinito, non ripugnate a farlo neppure voi, uomini limitati, che più o meno avete tutti conosciuto l’imperfezione, fatti della stessa natura dei fratelli peccatori, uomini che Io eleggo a salvatori perché sia continuata la mia opera nei secoli dei secoli della Terra, quasi che Io continuassi a vivere su di essa, in una secolare esistenza. E tale sarà, perché l’unione dei miei sacerdoti sarà come la parte vitale nel grande corpo della mia Chiesa, di cui Io sarò lo Spirito animatore, e intorno a questa parte vitale si accentreranno tutte le infinite particelle dei credenti a fare un unico corpo che dal mio Nome avrà nome. Ma, se mancasse la vitalità nella parte sacerdotale, potrebbero le infinite particelle avere vita?
35In verità che Io, essendo in esso, potrei spingere la mia Vita fino alle particelle più lontane, trascurando le cisterne ed i canali otturati e inutili, renitenti al loro ministero. Perché la pioggia scende dove vuole, e le particelle buone, capaci da sé stesse di volere la vita, vivrebbero ugualmente la mia Vita. Ma che sarebbe allora il Cristianesimo? Una vicinanza di anime ed anime. Vicine eppure separate da canali e cisterne che non sono più laccio che unisce distribuendo ad ogni particella il sangue vitale, venuto da un unico centro. Ma sarebbero muri e precipizi di separazione attraverso i quali le particelle si guarderebbero, umanamente ostili, soprannaturalmente afflitte, dicendo nei loro spiriti: “Eppure eravamo fratelli e tali ancora ci sentiamo per quanto ci abbiano divisi!”. Una vicinanza. Non una fusione. Non un organismo. E su questa rovina splenderebbe dolente il mio amore…
36E ancora. Non pensatevi che ciò valga solo per gli scismi religiosi. No. Serve anche per tutte le anime che restano sole perché i sacerdoti si rifiutano di sostenerle, di occuparsene, di amarle, contravvenendo alla loro missione che è quella di dire e di fare ciò che Io dico e faccio, ossia: “Venite a Me voi tutti, ed Io a Dio vi condurrò”.
Andate in pace, ora, e Dio sia con voi».
24. Le discepole instancabili e solidali[50].
1La gente di Sicaminom, attirata dalla curiosità di vedere, ha assediato per tutto il giorno la località dei discepoli in attesa del ritorno del Maestro. Ma le discepole, intanto, non hanno perso tempo, lavando le vesti polverose e sudate, e sulla spiaggetta è tutta una allegra esposizione di vesti che asciugano al vento e al sole. Ora che sta per scendere la sera, e con la sera si farebbe sentire l’umido del salmastro, esse si affrettano a raccoglierle ancora un poco umide e a sbatterle e stirarle in tutti i sensi prima di piegarle, perché appaiano ben ordinate ai rispettivi proprietari.
2«Portiamo subito le sue vesti a Maria», dice Maria d’Alfeo. E termina: «É stata ben sacrificata ieri ed oggi in quella cameretta senz’aria! …».
3Comprendo così che l’assenza di Gesù è stata di più di un giorno e che in quel tempo Maria di Magdala, padrona di una sola veste, ha dovuto stare nascosta finché la sua d’imprestito non fosse riasciugata.
4Susanna risponde: «Per buona sorte non si lamenta mai! Non la giudicavo così buona».
5«E così umile, devi dire, e riservata. Povera figlia! Era proprio il diavolo che la tormentava! Liberata dal mio Gesù è tornata lei, quale certo era da fanciulla».
6E, parlando fra loro due, tornano in casa a portare le vesti lavate. Nella cucina, intanto, Marta si affanna a preparare le vivande, mentre la Vergine pulisce le verdure in una conchetta di rame e poi le mette a lessare per la cena.
7«Ecco. Tutto è asciugato, tutto è pulito e piegato. Ce ne era bisogno. Vai da Maria e dalle le sue vesti», dice Susanna dando la veste a Marta.
Le sorelle tornano insieme dopo poco.
8«Grazie a tutte e due. Il sacrificio della veste non mutata da giorni mi era il più penoso», dice Maria di Magdala sorridendo.
«Ora mi sembra di essere tutta fresca».
9«Vai a sederti lì fuori, c’è un bel venticello. Ne devi avere bisogno dopo essere stata tanto chiusa», osserva Marta la quale, essendo meno alta della sorella e meno formosa, ha potuto indossare una veste di Susanna o di Maria d’Alfeo mentre le sue erano al bucato.
10«Questa volta è andata così. Ma in avvenire ci faremo il nostro piccolo sacco, come le altre, e non avremo questo disagio», dice la Maddalena.
«Come? Intendi seguirlo come noi?».
«Certamente. A meno che Egli non mi ordini il contrario. Vado ora sulla riva a vedere se tornano. Torneranno questa sera?».
11«Lo spero», risponde Maria SS. «Sto in pensiero perché è andato in Fenicia. Ma penso che è con gli apostoli e penso anche che i fenici forse sono meglio di tanti altri. Ma vorrei tornasse, anche per la gente che aspetta. Quando sono andata alla fonte mi ha fermata una madre dicendomi: “Sei col Maestro galileo, quello che chiamano Messia? Vieni allora e guarda il mio bambino. É un anno che la febbre lo tormenta”. Sono entrata in una casetta. Povera creatura! Sembra un fiorellino che muoia! Lo dirò a Gesù».
12«Ce ne sono anche altri che chiedono guarigione. Più guarigione che insegnamento», dice Marta.
«L’uomo difficilmente è tutto spirituale. Sente più forti le voci della carne e i suoi bisogni», risponde la Vergine.
«Però molti dopo il miracolo nascono alla vita dello spirito».
«Sì, Marta. Ed è anche per questo che mio Figlio fa tanti miracoli. Per bontà verso l’uomo ma anche per attirarlo, con quel mezzo, alla sua via, che altrimenti da troppi non sarebbe seguita».
25. Il martirio redentivo delle madri[51].
17Maria Vergine torna indietro Ella pure, per consolare la cognata del dolore di cui ancora non conosce la natura, e quando la sa – perché la cognata, vedendola al suo fianco, piange ancora più forte dicendoglielo – diviene più pallida della stessa luna. Maria d’Alfeo geme: «Diglielo tu, che no, che no, la morte per il mio Giuda…»
18Maria Vergine, ancor più esangue, le dice: «E posso chiedere questo per te, se neppur per la mia Creatura io chiedo salvezza dalla morte? Maria, di’ con me: “Sia fatta la tua volontà, Padre, in Cielo, in Terra e nel cuore delle madri”. Fare la volontà di Dio attraverso la sorte dei figli è il martirio redentivo di noi madri… E d’altronde… Non è detto che Giuda debba essere ucciso, o ucciso prima che tu muoia. La tua preghiera di ora, perché egli campi fino alla più longeva età, come ti peserebbe allora, quando, in un Regno di Verità e Amore, tu vedrai le cose, tutte, attraverso le luci di Dio e attraverso la tua maternità spiritualizzata. Allora, io ne sono certa, e come beata e come madre, tu vorresti che Giuda fosse simile al mio Gesù nella sorte di redentore e arderesti di averlo presto con te, di nuovo, per sempre. Perché il tormento delle mamme è di essere separate dai figli. Un tormento così grande che credo perduri, come ansia d’amore, anche nel Cielo che ci accoglierà».
19Il pianto di Maria, così forte nel silenzio di un primo annuncio d’alba, ha fatto sì che tutti tornassero indietro per sapere che è accaduto, e così sentono le parole di Maria Vergine e la commozione dilaga.
Il martirio redentivo delle madri.
20Lacrima Maria di Magdala sussurrando: «E io quel tormento l’ho dato a mia madre già dalla Terra».
Lacrima Marta dicendo: «È reciproco dolore l’essere separati fra figli e madre».
21Non sono senza luccichio gli occhi di Pietro, e lo Zelote dice a Bartolomeo: «Che parole di sapienza per spiegare ciò che sarà la maternità di una beata!».
22«E come da una madre beata saranno valutate le cose: attraverso le luci di Dio e la maternità spiritualizzata… Fa restare senza respiro come davanti ad un luminoso mistero», gli risponde Natanaele.
23L’Iscariota dice ad Andrea: «La maternità si spoglia di ogni pesantezza del senso e diventa tutt’ala, detta così. Sembra di vedere già tramutate in un’inconcepibile bellezza le nostre madri».
24«È vero. La nostra, Giacomo, ci amerà così. Lo immagini come sarà allora perfetto il suo amore?», dice Giovanni al fratello, ed è l’unico che abbia una luce di sorriso, tanto il pensiero che la madre sua giunga ad amare in modo perfetto lo commuove gioiosamente.
25«Mi spiace di aver causato tanto dolore», si scusa Giacomo D’Alfeo.
«Ma ha intuito più di quanto io non abbia detto… Credimi, Gesù».
26«Lo so, lo so. Ma Maria si sta lavorando da sé stessa, e questo è un colpo più forte di scalpello. Però le leva tanto peso morto», dice Gesù.
27«Suvvia, madre. Basta di piangere! Questo mi duole. Che tu soffra come una povera femminetta che non conosce le certezze del Regno di Dio. Non assomigli per nulla alla madre dei fanciulli Maccabei», rimprovera severo il Taddeo pur abbracciando sua madre, e finisce, baciandola sulla testa, fra i capelli brizzolati: «Sembri una bambina che ha paura delle ombre e delle favole che le raccontano per spaventarla. Eppure lo sai dove trovarmi: in Gesù. Che mamma! Che mamma! Piangere dovresti se ti fosse stato detto che io, in futuro, divenissi un traditore di Gesù, un che lo abbandona, un dannato. Allora sì. Dovresti piangere anche sangue. Ma, se Dio mi aiuta, questo dolore non te lo darò mai, madre mia. Voglio stare con te per tutta l’eternità…».
28Il rimprovero prima, le carezze poi, finiscono per far cessare il pianto di Maria d’Alfeo, che ora è tutta vergognosa della sua debolezza.
“Ti lavorerò col fuoco e sull’incudine”.
31«Arriveremo a Dora prima che il sole bruci. E ripartiremo al tramonto. Domani a Cesarea sarà finita la vostra fatica, sorelle. E noi pure riposeremo. Il vostro carro vi aspetta certo. Ci separeremo… Perché piangi, Maria? Dovrò dunque vedere oggi piangere tutte le Marie?», dice Gesù alla Maddalena.
«Le duole lasciarti», la scusa la sorella.
«Non è detto che non ci si riveda e presto».
Maria fa cenno di no col capo. Non piange per questo.
32Lo Zelote spiega: «Teme di non saper essere buona senza la tua vicinanza. Teme di… di essere tentata troppo fortemente quando Tu non sia vicino a tenere lontano il demonio. Me ne parlava poco fa».
33«Non avere questa tema. Io non ritiro mai una grazia che ho concessa. Vuoi tu peccare? No? E allora sta’ tranquilla. Vigila, questo sì, ma non temere».
34«Signore… piango anche perché a Cesarea… Cesarea è piena dei miei peccati. Ora li vedo tutti… Avrò molto da soffrire nella mia umanità…».
35«Ne ho piacere. Più soffrirai e meglio sarà. Perché dopo non soffrirai più di queste inutili pene. Maria di Teofilo, ti ricordo che sei figlia di un forte e che sei un’anima forte e che Io ti voglio fare fortissima. Compatisco le debolezze nelle altre perché esse sono sempre state donne miti e timide, tua sorella compresa. In te non lo sopporto. Ti lavorerò col fuoco e sull’incudine. Perché sei tempra che va lavorata così per non guastare il miracolo della tua e della mia volontà. Questo sappilo tu e chi fra i presenti o fra gli assenti può pensare che Io per il tanto che ti ho amata possa divenire debole con te. Ti concedo di piangere per pentimento e per amore. Non per altro. Hai capito?». Gesù è suggestionante e severo.
36Maria di Magdala si sforza ad inghiottire lacrime e singulti e scivola in ginocchio, bacia i piedi di Gesù e, cercando di fare sicura la voce, dice: «Sì, mio Signore. Farò ciò che Tu vuoi».
37«Alzati, allora, e sii serena».
26. Maria di Magdala offre
accoglienza
a Sintica[52].
Sintica.
La schiava greca.
20«Lo vedremo questo… Cosa si muove là, fra quei cespugli?», dice Gesù drizzando il capo e spingendo lo sguardo in avanti, verso un groviglio di rovi e altre piante dai lunghi rami portati all’assalto di un muraglione di fichi d’India, che sono più indietro con le loro palette dure quanto i rami assalitori sono flessibili.
21«Un altro coccodrillo, Signore?!…», geme Marta terrorizzata.
22Ma il sfrascare aumenta e ne sporge un volto umano, di donna. Guarda. Vede tutti questi uomini, è incerta se fuggire per la campagna o imbucarsi nella galleria selvaggia. Ma vince la prima cosa e fugge con uno strido.
«Lebbrosa?»,
«Pazza?»,
23«Indemoniata?», si chiedono restando perplessi. Ma la donna torna indietro, perché da Cesarea già prossima si avanza un carro romano. La donna è come un topo in trappola. Non sa dove andare, perché Gesù e i suoi sono ora presso il cespuglio che le era di rifugio e non vi può tornare, verso il carro non vuole andare… Nelle prime caligini della sera, perché la notte cade rapida dopo il tramonto potente, si vede che è giovane e graziosa, malgrado sia lacera nelle vesti e spettinata.
24«Donna! Vieni qui!», ordina Gesù imperiosamente. La donna tende le braccia supplicando: «Non mi fare del male!».
25«Vieni qui. Chi sei? Non ti faccio del male», e lo dice così dolcemente che la persuade. La donna viene avanti curva e si getta al suolo dicendo: «Chiunque tu sia, abbi pietà. Uccidimi ma non mi consegnare al padrone. Sono una schiava scappata…».
26 «Chi era il tuo padrone? E tu di dove sei? Ebrea no di certo. Il tuo modo di parlare lo dice. E anche la tua veste».
27«Sono greca. La schiava greca di… Oh! pietà! Nascondetemi! Il carro sta per arrivare…».
28Fanno tutti gruppo intorno all’infelice raggomitolata al suolo. La veste lacerata dai pruni mostra le spalle solcate di colpi e decorate di sgraffi. Il carro passa senza che nessuno di chi è in esso mostri interesse al gruppo fermo presso la siepe.
29«Sono andati avanti, parla. Se possiamo, ti aiutiamo», dice Gesù mettendole la punta delle dita sulle chiome disfatte.
30«Sono Sintica, la schiava greca di un nobile romano al seguito del Proconsole».
31«Ma allora sei la schiava di Valeriano!», esclama Maria di Magdala.
«Ah! pietà, pietà! Non mi denunciare a lui», supplica l’infelice.
32«Non temere. Io non parlerò mai più con Valeriano», risponde la Maddalena. E spiega a Gesù: «É uno fra i più ricchi e sozzi romani che qui abbiamo. E come è sozzo, è crudele».
Natura e dignità dell’anima.
33«Perché sei fuggita?», domanda Gesù.
«Perché ho un’anima. Non sono una mercanzia… (la donna si rinfranca vedendo di avere trovato dei pietosi). Non sono una mercanzia. Egli mi ha comperata. É vero. Ma potrà avere comperato la mia persona per abbellire la sua casa, perché io gli rallegri le ore con la lettura, perché lo serva. Ma non altro. L’anima è mia! Non è cosa che si compra. Egli voleva anche quella».
34«Come sai tu di anima?».
35«Non sono illetterata, Signore. Preda di guerra fin dalla più giovane età. Ma non plebea. Questo è il mio terzo padrone ed è un lurido fauno. Ma in me restano le parole dei nostri filosofi. E so che non è solo carne in noi. Vi è qualche cosa di immortale chiuso in noi. Qualcosa che non ha esatto nome per noi. Ma di recente il suo nome lo so. É passato, un giorno, un uomo da Cesarea, facendo prodigi e parlando meglio di Socrate e Platone. Molto se ne è parlato, nelle terme e nei triclini, o nei peristili dorati, sporcando il suo augusto nome col dirlo nelle sale delle orge immonde. E il mio padrone, a me, proprio a me che già sentivo di avere qualcosa di immortale che solo a Dio spetta e non si compera come merce su un mercato di schiavi, ha fatto rileggere le opere dei filosofi per confrontare e cercare se questa cosa ignorata, che l’uomo venuto a Cesarea ha nominato “anima”, vi fosse descritta. A me, a me ha fatto leggere questo! A me che voleva asservire al suo senso! Ho così saputo che questa cosa immortale è l’anima. E mentre Valeriano con altri suoi pari ascoltava la mia voce, e fra un’eruttazione e uno sbadiglio tentava comprendere, paragonare e discutere, io univo i loro discorsi, riportanti quelli dello Sconosciuto, alle parole dei filosofi, e me le mettevo qui, e me ne facevo una dignità sempre più forte, per respingere la sua libidine… Mi ha battuta a morte, sere or sono, perché l’ho respinto a colpi di denti… e sono fuggita il giorno dopo… Sono cinque giorni che vivo in quel folto, cogliendo di notte more e fichi d’India. Ma finirò per essere presa. Mi cerca certo. Costo molto denaro e piaccio troppo al suo senso perché mi lasci stare… Abbi pietà! Ti chiedo, tu sei ebreo e certo sai dove si trova, ti chiedo di condurmi dallo Sconosciuto che parla agli schiavi e che parla dell’anima. Mi hanno detto che è povero. Farò la fame, ma voglio stargli vicino perché mi istruisca e mi rialzi. Vivere con i bruti abbrutisce, anche se ad essi si fa resistenza. Voglio ritornare a possedere la mia dignità morale».
Le discepole accolgono Sintica.
36«Quell’uomo, lo Sconosciuto che cerchi, ti è davanti».
«Tu? O ignoto Dio dell’Acropoli, ave!», e si curva fino con la fronte al suolo.
«Qui non puoi stare. Ma Io vado a Cesarea…».
«Non mi lasciare, Signore!».
«Non ti lascio… Penso…».
37«Maestro, il nostro carro è certo al luogo convenuto, in attesa. Manda ad avvertire. Sul carro sarà sicura come in casa nostra», consiglia Maria di Magdala.
«Oh! sì, Signore. A noi, al posto del vecchio Ismaele. La istruiremo di Te. Sarà una strappata al paganesimo», supplica Marta.
38«Vuoi venire con noi?», chiede Gesù.
«Con chiunque dei tuoi purché non sia più con quell’uomo. Ma… ma qui una donna ha detto che lo conosce? Non mi tradirà? Non verranno nella sua casa dei romani? Non…».
«Non avere paura. A Betania non vengono romani, e di quel genere soprattutto», rassicura la Maddalena.
39«Simone e Simon Pietro, andate a cercare del carro. Noi vi attendiamo qui. Entreremo in città dopo», ordina Gesù.
Saggezza della Maddalena.
La nutrice di Maddalena.
40…Quando il pesante carro coperto si annuncia col rumore degli zoccoli e delle ruote e col lume penzolante dal suo tetto, quelli che attendevano si alzano dalla proda, dove certo hanno cenato, e si fanno sulla via. Il carro si ferma traballando sul margine della via sconquassata e ne scendono Pietro e Simone, subito seguiti da una donna anziana che corre ad abbracciare la Maddalena dicendo: «Non un momento, non un momento di ritardo a dirti che io sono felice, a dirti che tua madre giubila con me, a dirti che tu sei tornata la bionda rosa della nostra casa, come quando dormivi nella cuna dopo avermi succhiato il seno», e la bacia e ribacia.
Maria piange fra le sue braccia.
41«Donna, ti affido questa giovane e ti chiedo il sacrificio di attendere qui tutta la notte. Domani potrai andare al primo villaggio sulla via consolare e attendere lì. Verremo entro l’ora di terza», dice Gesù alla nutrice.
42«Tutto sia come Tu vuoi, benedetto Tu sia! Solo lascia che io dia a Maria le vesti che le ho portate». È risale sul carro con Maria SS. e Maria e Marta. Quando ne tornano fuori, la Maddalena è quale la vedremo in seguito, sempre: con una semplice veste, un ampio lino sottile per velo e un mantello senza ornamenti.
43«Vai pure tranquilla, Sintica. Domani verremo noi pure. Addio», saluta Gesù. E riprende il cammino verso Cesarea…
Il lungomare.
44Il lungomare è molto popolato di gente che vi passeggia al lume di torce o fanali portati da schiavi, respirando l’aria che viene dal mare, un grande refrigerio ai polmoni stanchi dell’afa estiva. E chi passeggia è proprio la classe dei ricchi romani. Gli ebrei sono chiusi nelle loro case e godono il fresco dall’alto delle stesse. Il lungomare sembra un lunghissimo salotto in ora di visite. Passarvi vuol dire essere letteralmente analizzati in ogni particolare. Eppure Gesù passa proprio di lì… per quanto è lungo il lungomare, incurante di chi lo osserva, commenta e deride.
45«Maestro, Tu qui? A quest’ora?», domanda Lidia seduta su una specie di poltrona, o lettuccio, portatole dagli schiavi sul limite della via. E si alza in piedi.
«Vengo da Dora e ho fatto tardi. Vado in cerca di alloggio».
«Ti direi: ecco la mia casa», e accenna ad un bell’edificio alle sue spalle. «Ma non so se…».
«No. Ti ringrazio. Ma non accetto. Ho con Me molti e già sono andati avanti due ad avvertire persone che conosco. Credo mi ospiteranno».
L’unica saggezza della Maddalena.
46L’occhio di Lidia si posa anche sulle donne che Gesù ha indicato insieme ai discepoli e subito ravvisa la Maddalena.
«Maria? Tu? Ma allora è vero?».
Maria di Magdala ha uno sguardo di gazzella accerchiata: torturato. E ne ha ragione perché non è Lidia da sola da affrontare, ma molti e molti che la guardano… Ma guarda anche Gesù e si rinfranca. È vero».
47«Allora ti abbiamo perduta!».
«No. Mi avete trovata. Almeno spero di ritrovarvi un giorno, e con un’amicizia migliore, sulla via che ho finalmente trovata. Dillo, ti prego, a tutti quelli che mi conoscono. Addio, Lidia. Dimentica tutto il male che mi hai visto fare, te ne chiedo perdono…».
«Ma Maria! Perché ti avvilisci? Abbiamo fatto la stessa vita, dei ricchi e sfaccendati, e non c’è…».
«No. Io ho fatto una vita peggiore. Ma ne sono uscita. E per sempre».
48«Ti saluto, Lidia», abbrevia il Signore e si avvia verso il cugino Giuda, che con Tommaso viene verso di Lui. Lidia trattiene ancora un attimo la Maddalena.
49«Ma dimmi il vero, ora che siamo fra noi: sei tu veramente convinta?».
«Non convinta: felice di essere la discepola. Ho solo un rimpianto, di non avere conosciuto prima la Luce e di avere mangiato il fango invece di nutrirmi di Essa. Addio, Lidia».
50La risposta suona netta nel silenzio che si è fatto intorno alle due donne. Nessuno dei molti presenti parla più… Maria si volge e, rapida, cerca di raggiungere il Maestro. Un giovane le si para davanti: «É la tua ultima pazzia?», dice e fa per abbracciarla. Ma, mezzo ubriaco come è non ci riesce, e Maria gli sfugge gridandogli: «No, è la mia unica saggezza».
Raggiunge le compagne, velate come maomettane tanto hanno ribrezzo di esser viste da quei viziosi.
51«Maria», dice trepida Marta, «hai molto sofferto?».
52«No. E, ha ragione, e ora non soffrirò mai più per questo. Ha ragione Lui…».
53Svoltano tutti in una vietta oscura per entrare poi in una casa vasta, certo un albergo, per la notte.
L’addio della Vergine alla Maddalena[53].
L’addio alle discepole del Cristo.
38«Grazie, Noemi. Farò come tu insegni. Ho ricamato con fili porporini, ma me li avevano dati già pronti all’uso… Ecco Gesù ormai vicino. É ora di salutarci, figlie. Vi benedico tutte nel nome del Signore. Andate in pace portando pace e gioia a Lazzaro.
39Addio, Maria. Ricordati che hai pianto sul mio petto il tuo primo felice pianto. Perciò ti sono madre, perché una creatura piange il suo primo pianto sul petto della sua mamma. Ti sono madre e tale ti sarò sempre. Quello che ti può pesare di dire anche alla più dolce delle sorelle, alla più amorosa delle nutrici, vieni a dirlo a me. Ti comprenderò sempre. Quello che non oseresti dire al mio Gesù perché ancora intriso di una umanità che Egli in te non vuole, vieni a dirlo a me. Ti compatirò sempre. E se poi vorrai dirmi anche i tuoi trionfi – ma questi preferisco tu li dia a Lui, come fragranti fiori, perché Lui e non io è il tuo Salvatore – io giubilerò con te.
40Addio, Marta. Ora tu te ne vai felice, e in questa felicità soprannaturale perdurerai. Non hai dunque altro bisogno fuor di quello di progredire nella giustizia fra mezzo alla pace che nulla più turba in te. Fallo per amor di Gesù, che ti ha amata tanto da amare questa che tu ami completamente.
41Addio, Noemi. Va’ col tuo tesoro ritrovato. Come per il latte con cui la sfamavi, ora sfamati tu alle parole che essa e Marta ti diranno, e giungi a vedere nel Figlio mio molto più dell’esorcista che libera i cuori dal Male.
42Addio, Sintica, fiore di Grecia, che hai saputo sentire da te sola che c’è qualcosa più della carne. Ora fiorisci in Dio e sii la prima dei nuovi fiori della Grecia di Cristo. Io sono molto contenta di lasciarvi unite così. Vi benedico con amore».
La piccola famiglia del Messia.
43Lo scalpiccio dei passi è ormai vicino. Alzano la tenda pesante e vedono che Gesù è a un due metri dal carro. Scendono sotto al sole cocente che invade la via. Maria di Magdala si inginocchia ai piedi di Gesù dicendo: «Io ti ringrazio, di tutto. E anche molto di avermi fatto fare questo pellegrinaggio. Tu solo hai sapienza. Ora parto spogliata dei resti della Maria di un tempo. Benedicimi, Signore, per fortificarmi sempre più».
44«Sì. Ti benedico. Godi dei fratelli, e coi fratelli sempre più formati in Me. Addio, Maria. Addio, Marta. Dirai a Lazzaro che Io lo benedico. Vi affido questa donna. Non ve la dono. È mia discepola. Ma voglio che voi le diate un minimo di capacità di intendere la mia dottrina. Poi verrò Io. Noemi, ti benedico, e anche voi due».
45Marta e Maria hanno le lacrime agli occhi. Lo Zelote le saluta in particolare dando loro uno scritto per il suo servo. Gli altri hanno un saluto cumulativo. Poi il carro si mette in moto.
27. La Discepola di Gesù di Nazareth[54].
56Ora, posto che nessuno più ci ha cercato, andiamo al lago. Riposeremo in Magdala. Nei giardini di Maria di Lazzaro c’è posto per tutti, ed ella ha messo la sua casa a disposizione del Pellegrino e dei suoi amici. Non occorre che vi dica che Maria di Magdala è morta col suo peccato ed è rinata dal suo pentimento Maria di Lazzaro, discepola di Gesù di Nazareth. Voi lo sapete già, perché la notizia è corsa come fremito di vento in una foresta. Ma Io vi dico ciò che non sapete: che tutti i beni personali di Maria di Lazzaro sono per i servi di Dio e per i poveri di Cristo. Andiamo…».
28. Ultima festa dei Tabernacoli[55]
Il delitto farà crollare il tempio.
Si fermano davanti ad un’alta casa che, se non erro, è verso il sobborgo di Ofel, ma in luogo più signorile.
85«Qui ci fermiamo?».
«Questa è la casa che Lazzaro mi ha offerta per il banchetto di letizia. Qui già vi è Maria».
86«Perché non è venuta con noi? Per paura degli scherni?».
«Oh! no! Io solo gliel’ho ordinato».
«Perché, Signore?».
«Perché il Tempio è più suscettibile di una sposa gravida. Finché posso, e non per viltà, non voglio urtarlo».
87«Non ti servirà a niente, Maestro. Io, se fossi Tu, non solo lo urterei. Ma lo butterei giù dal Moria con tutti quelli che ci sono dentro».
«Sei un peccatore, Simone. Occorre pregare per i propri simili, non ucciderli».
88«Io sono peccatore. Ma Tu no… e.… dovresti farlo».
«Ci sarà chi lo fa. E dopo che la misura del peccato sarà raggiunta».
89«Quale misura?».
«Una misura tale che empirà tutto il Tempio, traboccando per Gerusalemme. Non puoi capire… Oh! Marta! Apri dunque al Pellegrino la tua casa!».
La casa di Lazzaro
90Marta si fa riconoscere e aprire. Entrano tutti in un lungo atrio che finisce in un cortile selciato, avente quattro alberi ai quattro angoli. Una vasta sala si apre sopra al terreno, e dalle finestre aperte si vede tutta la città nei suoi sali-scendi. Arguisco perciò che la casa sia sulle pendici meridionali, o sud-orientali, della città. La sala è apparecchiata per molti, molti ospiti. Tavole e tavole sono messe le une parallele alle altre. Un centinaio di persone può comodamente prendervi ristoro.
91Accorre Maria Maddalena, che era altrove, intenta alle dispense, e si prostra davanti a Gesù. E viene Lazzaro con un sorriso beato sul volto malaticcio. Entrano man mano gli ospiti, un poco impacciati taluni, più sicuri gli altri. Ma la gentilezza delle donne li fa tutti presto a loro agio.
29. Ricco obolo lasciato dal mercante[56].
Luce che si fa materia.
10Non c’è molto entusiasmo… Ma insomma si ubbidisce. Mentre mangiano, Marziam dice: «Allora è anche il momento di darti questa borsa. Me l’ha data il mercante mentre ero in sella con lui. Mi ha detto: “La darai a Gesù prima di separarti da Lui e gli dirai che mi ami come ama te”. Eccola. Mi pesava qui nella veste. Sembra piena di sassi».
«Fa’ vedere! Fa’ vedere! Il denaro pesa!». Sono tutti curiosi.
11Gesù slega le cordicelle di cuoio ritorto che tengono stretta la borsa di pelle di gazzella, credo, perché sembra pelle di camoscio, e rovescia il contenuto sul suo grembo. Monete rotolano fuori. Ma sono il meno. Rotolano fuori tanti sacchettini di sottilissimo bisso: fagottini legati con un filo. Vaghi colori traspaiono dal lino leggerissimo, e il sole pare accendere un fuocherello in quei fagottini, come fossero brace sotto una velatura di cenere.
«Che è? Che è? Slega, Maestro».
12Sono tutti curvi su di Lui che, molto calmo, scioglie il nodo di un primo fagottello dal fuoco biondo: topazi di diverse grandezze, ancora grezzi, splendono liberi al sole. Un altro fagottello: rubini, gocce di sangue rappreso. Un altro: prezioso rider di verde per schegge di smeraldi. Un altro: scaglie di cielo con zaffiri puri. Un altro: languide ametiste. Un altro: indaco viola di berilli. Un altro: splendore nero d’onici… E così via per dodici fagottini. Nell’ultimo, il più pesante e tutto un brillio d’oro di crisoliti, una piccola pergamena: «Per il tuo razionale di vero Pontefice e Re».
13Il grembo di Gesù è un praticello su cui sono sfogliati petali luminosi… Gli apostoli tuffano le mani in questa luce che si è fatta materia multicolore. Sono sbalorditi… Pietro mormora: «Se ci fosse Giuda di Keriot! …»
«Taci! É meglio che non ci sia», dice reciso il Taddeo.
Dono per i poveri.
14Gesù chiede un pezzo di tela per fare un unico fagottino delle pietre e, mentre durano i commenti, pensa.
15Gli apostoli dicono: «Ma era ben ricco quell’uomo!»; e Pietro fa ridere dicendo: «Abbiamo trottato su un trono di gemme. Non credevo di esser su simile splendore. Ma fosse stato più morbido! Che ne fai adesso?».
«Lo vendo per i poveri». Alza gli occhi e con un sorriso guarda le donne.
«E dove trovi, qui, il gioielliere che ti compra questa roba?».
16«Dove? Qui. Giovanna, Marta e Maria, acquistate il mio tesoro?».
Le tre donne, senza consultarsi neppure, dicono: «Sì», impetuosamente. Ma Marta aggiunge: «Qui abbiamo poco denaro».
«Me lo farete trovare a Magdala per la nuova luna».
17«Quanto vuoi, Signore?».
«Per Me nulla. Per i miei poveri molto».
«Dà qui. Molto avrai», dice la Maddalena e prende la borsa mettendosela in seno.
18Gesù trattiene solo le monete. Si alza. Bacia sua Madre, bacia la zia, bacia i cugini, Pietro, Giovanni di Endor e Marziam. Benedice le donne e le congeda. E loro se ne vanno, volgendosi indietro ancora, ancora finché una curva li nasconde.
19Gesù con i superstiti va verso Arbela. Una molto esile comitiva ormai, fatta di sole otto persone. Vanno solleciti e silenziosi verso la città sempre più vicina.
30. Ubbidienza delle discepole[57].
22Sono ormai alla casa di Maria di Magdala. Si fanno riconoscere ed entrano tutti. Le donne accorrono gioiose incontro al Maestro, venuto a ricoverarsi presso il loro focolare…
23Ed è dopo la cena, quando già gli apostoli stanchi si sono ritirati, che Gesù, seduto al centro di una sala, fra il cerchio delle discepole, le avverte del suo desiderio che partano al più presto. Al contrario degli apostoli, non una di loro protesta. Chinano il capo assentendo e poi escono per preparare i loro bagagli.
Il segreto della Maddalena.
Ma Gesù richiama la Maddalena, che è già sulla soglia.
24«Ebbene, Maria? Perché mi hai sussurrato all’arrivo: “Ti devo parlare in segreto”?».
25«Maestro, ho venduto le pietre preziose. A Tiberiade. Le ha vendute Marcella coll’aiuto di Isacco. Ho la somma in camera mia. Non ho voluto che Giuda vedesse nulla…», e arrossisce vivamente.
Gesù la guarda fisso. Ma non dice parola.
La Maddalena esce per tornare con una borsa pesante che dà a Gesù. «Ecco», dice. «Sono state pagate bene».
«Grazie, Maria».
26«Grazie, Rabbonì, di avermi chiesto questo favore. Hai altro da chiedermi? …».
27«No, Maria. E tu hai altro da dirmi?».
«No, Signore. Benedicimi, Maestro mio».
«Sì. Ti benedico… Maria… sei contenta di tornare da Lazzaro? Pensa che Io non sia più in Palestina. Ci torneresti volentieri a casa, allora?».
«Sì, Signore. Ma…»
«Termina, Maria. Non avere mai paura di dirmi il tuo pensiero».
28«Ma ci sarei tornata più volentieri se al posto di Giuda di Keriot ci fosse stato Simone lo Zelote, grande amico di famiglia».
«Mi occorre per una seria missione».
29«I tuoi fratelli allora, o Giovanni dal cuor di colomba. Tutti, ecco, meno lui… Signore, non mi guardare severo… Chi ha mangiato lussuria sente la vicinanza… Non la temo. So tenere a posto qualcuno che è ben più di Giuda. Ed è il mio terrore di non esser perdonata, ed è il mio io, ed è Satana che certo mi gira intorno, ed è il mondo… Ma se Maria di Teofilo non ha paura di nessuno, Maria di Gesù ha ribrezzo del vizio che l’aveva soggiogata, e la… Signore… L’uomo che s’arrovella per il senso mi fa schifo…».
30«Non sei sola nel viaggio, Maria. E con te sono sicuro che egli non ritornerà indietro… Ricordati che devo far partire Sintica e Giovanni per Antiochia e che non si deve sapere da chi è un imprudente…».
31«È vero. Andrò allora… Maestro, quando ci rivedremo?».
«Non so, Maria. Forse solo a Pasqua. Va’ in pace, ora. Io ti benedico questa sera e ogni sera, e con te tua sorella e Lazzaro buono».
32Maria si curva a baciare i piedi di Gesù ed esce lasciando solo Gesù nella stanza silenziosa.
31. Il convertito dalla Maddalena[58].
Sulle condizioni per aver miracolo.
1E proprio mentre si incendiano cielo e lago per i fuochi del tramonto, essi ritornano verso Cafarnao. Sono contenti. Parlano fra di loro. Gesù parla poco, ma sorride. Notano che, se il messaggero fosse stato più preciso, avrebbero potuto risparmiare della strada. Ma però, anche, dicono che la fatica è valsa, perché un gruppo di piccoli figli ha avuto il padre guarito quando già raffreddava per la morte vicina, e anche perché non sono più senza un minimo di denaro.
2«Ve lo avevo detto che il Padre avrebbe provveduto a tutto», dice Gesù.
«Ed è un antico amante di Maria di Magdala?», chiede Filippo.
«Pare… A quello che ci hanno detto…», risponde Tommaso.
«A Te, Signore, che disse l’uomo?», chiede Giuda d’Alfeo.
3Gesù sorride evasivamente.
«Io l’ho visto più di una volta con lei quando andavo a Tiberiade con amici. Questo è certo», asserisce Matteo.
«Su, fratello, accontentaci… L’uomo ti chiese solo di guarire o di essere perdonato anche?», chiede Giacomo di Alfeo.
4«Che domanda senza ragione! Quando mai il Signore non esige pentimento per concedere grazia?», dice l’Iscariota con alquanto sdegno per Giacomo d’Alfeo.
«Mio fratello non ha detto una stoltezza. Gesù guarisce o libera e poi dice: “Va’ e non più peccare”», gli risponde il Taddeo.
«Ma perché vede già il pentimento nei cuori», ribatte l’Iscariota.
5«Negli indemoniati non c’è pentimento né volontà di essere liberati. Non uno lo ha dimostrato tutto ciò. Ricordati ogni caso e vedrai che o fuggivano o si avventavano nemici o, quanto meno, tentavano l’una o l’altra cosa, e non vi riuscivano solo perché impediti a compierla dai parenti», replica il Taddeo.
«E dal potere di Gesù», aumenta lo Zelote.
6«Ma allora Gesù tiene conto del volere dei parenti che rappresentano il volere dell’indemoniato, il quale, se non fosse impedito dal demonio, vorrebbe liberazione».
7«Oh! quante sottigliezze! E per i peccatori allora? Mi pare che usi la stessa formula, anche se non sono indemoniati», dice Giacomo di Zebedeo.
8«A me ha detto: “Seguimi”, e non gli avevo ancora detto una parola io, in merito al mio stato», osserva Matteo.
«Ma te la vedeva in cuore», dice l’Iscariota che vuole avere sempre ragione ad ogni costo.
Apostolato della Maddalena.
9«E va bene! Ma quell’uomo, a voce di popolo grande libidinoso e grande peccatore, e non indemoniato, o meglio non posseduto – perché un demonio, coi suoi peccati, lo doveva avere a maestro se non a possessore – moribondo, e così via, cosa ha chiesto insomma? Stiamo andando a passeggio fra le nubi, mi pare… Stiamo alla prima domanda», dice Pietro.
10Gesù lo accontenta: «Quell’uomo ha voluto essere solo con Me per potere parlare con libertà. Non ha esposto subito il suo stato di salute… ma quello dello spirito suo. Ha detto: “Sono morente, ma non ancora come ho fatto credere per poterti avere con sollecitudine. Ho bisogno del tuo perdono per guarire. Ma mi basta questo. Se guarire non mi farai, mi rassegnerò. L’ho meritato. Ma fa’ salva l’anima mia”, e mi ha confessato le sue molte colpe. Una nauseante catena di colpe…». Gesù dice così, ma il suo viso splende di gioia.
11«E Tu ne sorridi, Maestro? Mi fa specie!», osserva Bartolomeo.
«Sì, Bartolmai. Ne sorrido perché esse non sono più e perché con le colpe ho saputo il nome della redentrice. L’apostolo fu una donna in questo caso».
«Tua Madre!», dicono in molti.
E altri: «Giovanna di Cusa! Se lui andava a Tiberiade sovente, forse la conosce».
Gesù scrolla il capo.
12Gli chiedono: «Chi allora?».
«Maria di Lazzaro», risponde Gesù.
«È venuta qui? Perché non si è fatta vedere da nessuno di noi?».
13«Non è venuta. Ha scritto al suo antico compagno di colpa. Ho letto le lettere. Supplicano tutte la stessa cosa: di ascoltarla, di redimersi come lei si è redenta, di seguirla nel bene come l’aveva seguita nella colpa, e con parole di lacrime lo pregano di alleggerire l’anima di Maria dal rimorso di avere sedotto la sua anima. E lo ha convertito. Tanto che si era isolato nella sua campagna per vincere le tentazioni delle città. La malattia, più di rimorso d’anima che di fisico, ha finito di prepararlo alla Grazia. Ecco. Siete contenti adesso? Comprendete ora perché sorrido?».
LA APOSTOLO DELLO SPIRITO INDOMITO
32. Maddalena avverte Gesù di un pericolo[59].
Sera piovosa.
33Tacciono per qualche tempo. Anche gli altri tacciono ora. Si sente solo lo scalpiccio dei piedi nella mota.
Poi un altro rumore si fa sentire. Un fruscio gorgogliante, direi un russare pesante di persona catarrosa. Un borbottare monotono, interrotto ogni tanto da piccoli schianti.
34«Senti?», dice Gesù. «Il fiume è vicino».
«Ma al guado non arriveremo che a notte. Fra poco ha inizio la sera».
35«Dormiremo in qualche capanna. E domani passeremo. Avrei voluto giungere prima, perché d’ora in ora la piena cresce. Senti? I canneti delle rive si spezzano sotto il peso delle acque cresciute».
«Ti hanno tanto trattenuto in quei villaggi della Decapoli! Noi lo dicevamo a quei malati: “Un’altra volta!”, ma…».
36«Ma chi è malato vuol guarire, Giovanni. E chi ha pietà guarisce subito, Giovanni. Non importa. Passeremo lo stesso. Voglio fare l’altra sponda prima di tornare a Gerusalemme per la Pentecoste».
37Tacciono di nuovo. La sera scende con la rapidità delle sere piovose. L’andare, nel crepuscolo sempre più scuro, si fa ancor più difficile. Anche gli alberi che sono lungo la via aumentano, con le loro fronde, l’oscurità.
«Passiamo dall’altra parte della via. Ormai siamo proprio vicini al guado. Cercheremo qualche capanna».
Notte di luna.
38Traversano, seguiti dagli altri. Valicano una fossetta fangosa, più fango che acqua, che va gorgogliando a gettarsi nel fiume. Quasi a tentoni passano fra albero e albero, dirigendosi verso il fiume il cui rumore è sempre più vicino e forte. Un primo raggio di luna fora le nubi, si insinua fra l’una nube e l’altra e scende facendo scintillare l’acqua motosa del Giordano, molto gonfio e largo in quel punto[60]. (Se calcolo bene, il fiume è largo dai cinquanta ai sessanta metri. Sono una vera ochetta in fatto di misure, ma penso che la mia casa avrebbe potuto entrare in quel greto nove o dieci volte almeno, ed era larga cinque metri e mezzo circa). Non è più il bello e quieto e azzurro Giordano, dalle acque calme e basse che lasciano scoperta la rena fine del greto alle sponde, là dove cominciano i canneti che sono sempre un fremito sonoro. Ora l’acqua ha tutto invaso, e i primi canneti, piegati, spezzati e sommersi, non si vedono più, al massimo se qualche nastro delle foglie ondula a pelo d’acqua e pare faccia un cenno di addio e un’invocazione d’aiuto. L’acqua è già ai piedi dei primi alberoni. Non so che alberi siano. Sono alti e fronzuti, compatti come una muraglia, scura nella notte scura. Qualche salice tuffa le cime delle sue chiome sfatte nell’acqua giallastra.
Il coraggio di una donna.
39«Qui non si guada più», dice Pietro.
«Qui no. Ma là, vedi? si passa ancora», dice Andrea.
Difatti due quadrupedi passano con cautela il fiume. L’acqua giunge a toccare il ventre delle bestie.
«Se passano loro, passano anche le barche».
40«É però meglio passare subito, anche se è notte. Le nuvole sono diradate e la luna c’è. Non lasciamo passare il momento. Cerchiamo se c’è barca…». E Pietro getta per tre volte un lungo e lamentoso «Oh… è!».
Nessuna risposta.
«Andiamo giù, proprio al guado. Melchia coi suoi figli ci deve essere. É la sua stagione più bella. Ci passerà».
Camminano il più svelti che possono sul sentieruolo che costeggia proprio il fiume, che quasi lo lambe.
41«Ma non è una donna quella?», dice Gesù guardando i due che coi cavalli hanno ormai superato il fiume e sono fermi sul sentiero.
«Una donna?». Pietro e gli altri non vedono e distinguono se è uomo o donna quel fagotto scuro che è sceso e attende.
«Sì. É una donna. É.… è Maria. Guardate, ora che è nel raggio di luna».
«Buon per Te che vedi. Beati i tuoi occhi!».
La donna audace sventa un attentato.
42«Maria è. Che può volere?», e Gesù grida: «Maria!».
43«Rabbonì! Tu sei? Sia lode a Dio ché ti ho trovato!», e Maria corre come una gazzella verso Gesù. Non so come non incespichi nel sentiero accidentato. Ha lasciato cadere un primo pesante mantellone ed ora viene avanti col suo velo e col manto più leggero attorcigliato al corpo sulla veste scura. Quando raggiunge Gesù gli piomba ai piedi senza occuparsi del fango. É anelante ma felice. Ripete: «Gloria a Dio che mi ha fatto trovare Te!».
44«Perché, Maria? Che accade? Non eri a Betania?».
«Ero a Betania con tua Madre e le donne, come Tu avevi detto… Ma ti sono venuta incontro… Lazzaro non poteva perché soffre molto… Allora sono venuta io col servo…»
«Tu in giro sola con un ragazzo e con questa stagione!».
«Oh! Rabbonì! non mi vorrai dire che pensi che io abbia paura. Non ho avuto paura di fare tanto male… Non l’ho ora di fare il bene».
45«E allora? Perché sei venuta?».
46«Per dirti di non passare… Di là ti aspettano per farti del male… L’ho saputo… L’ho saputo da un erodiano che un tempo… che un tempo mi amava… L’abbia detto per amore, ancora, o per odio, non so… So che l’altro ieri l’altro mi ha vista attraverso il cancello e mi ha detto: “Maria stolta, stai aspettando il tuo Maestro? Bene fai, ché sarà l’ultima volta perché, come passa e viene in Giudea, è preso. Guardalo bene e poi scappa, perché non è prudente essergli vicino, ora…”. Allora… puoi pensare con che cuore… ho indagato… Tu sai… molti ho conosciuto… e dandomi magari della pazza e della… posseduta mi parlano ancora… Ho saputo che è vero. Allora ho preso due cavalli e sono venuta, senza dire nulla a tua Madre… per non addolorarla. Torna via… subito via, Maestro. Se sanno che Tu sei qui, oltre Giordano, vengono qui. E anche Erode ti cerca… e Tu sei troppo vicino a Macheronte ormai. Va’ via, va’ via per pietà, via per pietà, Maestro! …».
Quella che fa più cammino nell’amore.
46«Non piangere, Maria…».
«Ho paura, Maestro!».
«No! Paura tu, tanto coraggiosa da passare il fiume in piena di notte! …».
«Ma quello è un fiume e quelli sono uomini tuoi nemici e che ti odiano… Dell’odio per Te ho paura… Perché ti amo, Maestro».
47«Non temere. Non mi prenderanno ancora. Non è il mio tempo. Anche mettessero schiere e schiere di soldati lungo tutte le vie, non mi prenderanno. Non è la mia, ora. Ma farò come tu vuoi. Tornerò indietro…».
48Giuda borbotta qualcosa fra i denti e Gesù risponde: «Sì, Giuda. Proprio come tu dici. Ma proprio nella prima metà della tua frase. Le do retta a questa, sì, le do retta. Ma non perché è donna, come tu insinui, ma perché è quella che ha fatto più cammino d’amore. Maria, torna a casa finché lo puoi. Io andrò indietro e passerò… dove potrò, e andrò in Galilea. Vieni con mia Madre e le altre a Cana in casa di Susanna. Là vi dirò che c’è da fare. Va’ in pace, benedetta. Dio è con te».
49Gesù le pone la mano sul capo, benedicendola così. Maria prende le mani di Cristo e le bacia, e poi si alza e torna indietro. Gesù la guarda andare. La guarda raccogliere il mantellone e metterselo, e poi raggiungere il cavallo, montarvi e riprendere il guado e passare.
33. La splendida e serena Maddalena[61].
31«Oh! Rabbonì mio!», grida la Maddalena che corre fuori da una stanza con le braccia cariche di fasce e camiciole per i pargoli. E la sua voce vellutata d’organo d’oro empie il viale ombroso sotto cui sono festoni di rose.
32«Maria, Dio sia con te. Dove vai così di fretta?».
«Oh! ho dieci pargoli da vestire! Li ho lavati e ora li vesto, e poi te li porterò, freschi come fiori. Fuggo, Maestro, perché… li senti? sembrano dieci agnellini belanti…», e corre via ridendo, splendida e serena nella sua semplice e signorile veste di candido lino, stretta alla vita da una cintura sottile d’argento, coi capelli stretti in un semplice nodo sulla nuca, sorretti da un nastro bianco che si annoda alla fronte.
33«Come è diversa da quella che era sul monte delle Beatitudini!», esclama Simone Zelote.
Grande giorno per quattro vergini.
34Nella prima rampa di scale incrociano la figlia di Giairo e Annalia, che scendono così svelte che sembra che volino.
«Maestro!», «Signore!», esclamano.
«Dio sia con voi. Dove andate?».
«A prendere tovaglie. Ci manda l’ancella di Giovanna. Parli, Maestro?».
«Certamente!».
«Oh! allora corri, Mirjam! Facciamo presto!», dice Annalia.
35«Avete tutto il tempo di fare ciò che dovete. Attendo altre persone. Ma da quando, fanciulla, ti chiami Mirjam?», dice guardando la figlia di Giairo.
«Da oggi. Da ora. Me lo ha dato tua Madre il nome. Perché… vero, Annalia? Oggi è un grande giorno per quattro vergini…».
«Oh! sì. Lo diremo al Signore o lasciamo a Maria di dirlo?».
36«A Maria, a Maria. Va’, va’, Signore. La Madre ti parlerà», e corrono via leggere, nel primo fiorire della gioventù, umane nelle belle forme, angeliche nello sguardo radioso…
Le vergini cristiane.
Le primizie per Gesù.
44Maria è presso al Figlio. Nella luce dorata che filtra dal grande velano steso su buona parte della terrazza, e che poi diviene luce delicatamente smeraldina là dove, per giungere ai visi, deve filtrare da un intrico di gelsomini e rosai messi a fare pergola, Ella pare ancor più giovane e snella; una sorella delle più giovani discepole, appena di poco maggiore, e bella, bella come la più splendida delle rose fiorite nel giardino pensile, nelle capaci vasche messe tutt’intorno ad esso a contenere rosai, gelsomini, mughetti, gigli e altre piante gentili.
45«Madre, mia moglie ha parlato in un certo modo… Che è avvenuto perché mia moglie possa dirsi mutilata e incoronata insieme?», chiede Filippo che brucia nella voglia di sapere.
46Maria sorride dolcemente mentre lo guarda e, Lei così restia a confidenze, gli prende la mano dicendo: «Saresti capace tu di dare al mio Gesù la cosa a te più cara? Veramente dovresti… perché Egli a te dà il Cielo e la via per andarvi».
«Ma certo, Madre, che saprei… specie se ciò che darei avesse potere di farlo felice».
47«Lo ha. Filippo, anche la tua altra figlia si consacra al Signore. Lo ha detto poco fa a me e alla madre, alla presenza di molte discepole…»
48«Tu!? Tu?!», chiede Filippo sbalordito, puntando l’indice sulla gentile fanciulla che si stringe a Maria quasi per esserne protetta. L’apostolo inghiotte male questo secondo colpo che lo priva per sempre da speranza di nipoti. Si asciuga il sudore improvviso che la notizia gli ha dato… gira lo sguardo sui volti che gli sono intorno. Lotta… Soffre. La figlia geme: «Padre… il tuo perdono… e la tua benedizione…», e gli scivola ai piedi. Filippo la carezza macchinalmente sui capelli castani e si schiarisce la gola stretta in un nodo. Infine parla: «Si perdonano i figli che peccano… Tu non pecchi consacrandoti al Maestro… e.… e.… e il tuo povero padre non può che dirti… che dirti: “che tu sia benedetta”… Ah! figlia! figlia mia… Come è soave e tremendo il volere di Dio!», e si china, la alza, l’abbraccia, la bacia sulla fronte, sui capelli, piangendo… e poi, tenendola ancora fra le braccia, va verso Gesù e gli dice: «Ecco. Io l’ho generata, ma Tu sei il suo Dio… Il tuo diritto è più del mio… Grazie… grazie, Signore, della… della gioia che…»; non può più proseguire. Cade a ginocchi ai piedi di Gesù e si curva a baciarne i piedi gemendo: «Mai, mai più nipoti!… Il mio sogno!… Il sorriso della mia vecchiaia!… Perdona questo pianto, mio Signore… Sono un povero uomo…».
Uffici e glorie delle vergini cristiane.
49«Alzati, amico mio. E sii lieto di dare le primizie alle aiuole angeliche. Vieni. Vieni qui fra Me e mia Madre. Sentiamo da Lei come avvenne la cosa, perché, te lo assicuro, per la mia parte Io non ne ho né colpa né merito».
50Maria spiega: «Poco so io pure. Parlavamo fra noi donne e, come spesso avviene, mi interrogavano sul mio voto verginale. Mi interrogavano ancora sul come saranno le vergini future, quali uffici, quali glorie prevedevo per esse. Io rispondevo come so… E per il futuro prevedevo per esse vita di orazione e di consolazione alle sofferenze che il mondo darà a Gesù mio. Dicevo: “Saranno le vergini quelle che sostengono gli apostoli, quelle che laveranno il mondo insozzato vestendolo della loro purezza, di essa profumandolo, saranno gli angeli che canteranno le laudi per coprire le bestemmie. E Gesù ne sarà felice, e grazie darà al mondo, e darà misericordia per queste agnelle sparse fra i lupi…”, e altre cose dicevo. Fu allora che la figlia di Giairo mi disse: “Dammi un nome, o Madre, per il mio futuro di vergine, perché io non posso concedere che un uomo goda il corpo che fu rianimato da Gesù. Di Lui solo è questo mio corpo fino a che sarà la carne del sepolcro e l’anima del Cielo”; e Annalia disse: “Io pure così ho sentito di fare. E oggi sono più allegra di rondine perché ogni legame è spezzato”. E fu anche allora che tua figlia, o Filippo, disse: “Anche io sarò come voi. Vergine in eterno!”. La madre, ecco che viene, le fece considerare che così non si può prendere tanta decisione. Ma ella non mutò parere. E a chi le chiedeva se era antico pensiero diceva “no”, e a chi le chiedeva come le era venuto diceva: “Non so. Come una freccia di luce mi ha squarciato il cuore e ho capito di che amore amo Gesù”».
51La moglie di Filippo chiede al marito: «Udisti?».
«Sì, donna. La carne geme… e dovrebbe cantare perché è la sua glorificazione questa. Essa, la nostra pesante carne, ha generato due angeli. Non piangere, donna. Tu l’hai detto avanti: Egli ti ha incoronata… La regina non piange quando riceve il serto…»
“Ogni stato è buono se in esso si serve il Signore”.
52Ma piange anche Filippo, e piangono in molti, sia uomini che donne, ora che tutti sono raccolti quassù. Maria di Simone piange a dirotto in un angolo… Maria di Magdala piange in un altro, tormentando il lino della sua veste alla quale strappa macchinalmente i fili della bordura che l’orna. Anastasica lacrima tentando celare con la mano il volto lacrimoso.
53«Perché piangete?», chiede Gesù.
Nessuno risponde. Gesù chiama Anastasica e l’interroga di nuovo, e lei: «Perché, Signore, per una gioia nauseabonda, avuta per una notte sola, ho perduto d’essere una tua vergine».
54«Ogni stato è buono, se in esso si serve il Signore. Nella Chiesa futura occorreranno vergini e matrone. Tutte utili al trionfo del Regno di Dio nel mondo e al lavoro dei fratelli sacerdoti. Elisa di Betsur; vieni qua. Consola questa quasi fanciulla…».
“Procedete nella via del Signore”.
55E mette di sua mano Anastasica fra le braccia di Elisa. Le osserva mentre Elisa la carezza e l’altra si abbandona fra quelle braccia di madre, e poi chiede: «Elisa, conosci la sua storia?».
«Sì, Signore. E mi fa tanta pena, povera colomba senza nido».
56«Elisa, ami tu questa sorella?».
«Amarla? Tanto. Ma non come sorella. Ella mi può essere figlia. E ora che la tengo fra le braccia mi pare di tornare ad essere la madre felice del tempo passato. A chi affiderai questa dolce gazzella?».
37«A te, Elisa».
«A me?». La donna slega il cerchio delle braccia per guardare il Signore, incredula…
«A te. Non la vuoi?».
38«Oh! Signore! Signore! Signore!» … Elisa in ginocchio striscia da Gesù e non sa, non sa come, cosa dire, cosa fare per esprimere la sua gioia.
39«Alzati e siile santamente madre, ed ella ti sia santamente figlia, e ambedue procedete nella via del Signore. Maria di Lazzaro, perché piangi, tu, tanto ilare poc’anzi? Dove sono i dieci fiori che mi volevi portare? …».
Il perdono di Gesù e penitenza ridanno la verginità.
39«Dormono sazi nel nitore, Maestro… E io piango perché mai più avrò il nitore delle vergini, e l’anima mia sempre piangerà, mai sazia perché… perché ho peccato…».
40«Il mio perdono e il pianto tuo ti fanno più monda di essi. Vieni qui. Non piangere più. Lascia il pianto a chi ha da vergognarsi di qualcosa. Su. Va’ a prendere i tuoi fiori; andate anche voi, spose e vergini. Andate a dire agli ospiti di Dio di salire. Occorre congedarli avanti la chiusura delle porte, perché molti di essi stanno sparsi per la campagna».
41Vanno ubbidienti, rimanendo solo sul terrazzo Gesù, al suo posto, che carezza Maria e Mattia; Elisa e Anastasica che poco più là si tengono per mano guardandosi negli occhi con un sorriso intriso di un pianto felice; Maria di Simone sulla quale si curva pietosa Maria SS.; e Giovanna che sulla porta della stanza guarda incerta un poco dentro, un poco fuori, verso Gesù.
42Gli apostoli e discepoli sono scesi insieme alle donne per aiutare i servi a trasportare gli storpi, ciechi, zoppi, rattratti, vecchi, per la lunga scala.
I servi dei poveri.
Triste madre del futuro deicida.
43Gesù alza il capo che aveva chino sui due fanciulli e vede Maria curva sulla madre di Giuda. Si alza e va da loro. Posa la mano sulla testa brizzolata di Maria di Simone: «Perché piangi, donna?».
44«Oh! Signore! Signore! Io ho partorito un demonio! Nessuna madre in Israele sarà pari a me nel dolore!».
45«Maria, un’altra madre, e per lo stesso motivo che è tuo, mi ha detto e dice queste parole. Povere madri! …».
46«O mio Signore, vi è dunque un altro che come Giuda mio sia un perfido e scellerato verso di Te? Oh! non può essere! Egli, che ha Te, si è dato a pratiche immonde. Egli, che respira il tuo alito, è libidinoso e ladro, forse diverrà omicida. Egli… oh! Menzogna è il suo pensiero! Febbre la sua vita. Fallo morire, Signore! Per pietà! Fallo morire!».
47«Maria, il tuo cuore te lo mostra peggio che non sia. La paura ti fa folle. Ma calmati e ragiona. Che prove hai del suo agire?»
48«Verso Te nulla. Ma è una valanga che scende. L’ho sorpreso, e non ha potuto nascondere le prove che… Eccolo… Per pietà, taci! Mi guarda. Sospetta. É il mio dolore. Nessuna madre più infelice di me in Israele! …»
49Maria sussurra: «Io… Perché al mio unisco il dolore di tutte le madri infelici… Perché il mio dolore è dato dall’odio non di uno, ma di tutto un mondo».
50Gesù, chiamato da Giovanna, va da lei; intanto Giuda viene verso la madre, che è ancora confortata da Maria, e l’apostrofa: «Hai potuto dire i tuoi deliri? Calunniarmi? Sei lieta ora?».
51«Giuda! Così parli a tua madre?», chiede severa Maria. È la prima volta che la vedo così…
52«Sì. Perché sono stanco della sua persecuzione».
53«Oh! figlio mio, non è una persecuzione! É amore. Tu mi dici malata. Ma tu sei il malato! Tu dici che io ti calunnio e che ascolto tuoi nemici. Ma tu ti fai torto, ma tu segui e coltivi esseri nefasti che ti travolgeranno. Perché tu sei debole, figlio mio, ed essi se ne sono accorti… Dà retta a tua madre. Ascolta Anania, vecchio e saggio. Giuda! Giuda! Pietà di te, di me! Giuda!!! Dove vai, Giuda?!».
54Giuda, che traversa quasi di corsa la terrazza, si volta e grida: «Dove sono utile e venerato», e scende a precipizio la scala mentre l’infelice madre, sporgendosi dal parapetto, gli grida: «Non andare! Non andare! Essi vogliono la tua rovina! Figlio! Figlio! Figlio mio! …».
55Giuda è giunto in basso e gli alberi lo nascondono alla vista della madre. Riappare per un momento in uno spazio vuoto prima di entrare nel vestibolo.
«É andato… La superbia lo divora!», geme sua madre.
56«Preghiamo per lui, Maria. Preghiamo noi due insieme…», dice la Vergine tenendo per mano la triste madre del futuro deicida. Intanto cominciano a salire gli ospiti… e Gesù parla con Giovanna.
Le Patrizie, serve degli infimi del mondo.
57«Va bene. Vengano pure. Molto meglio se si sono messe vesti ebree per non urtare le prevenzioni di molti. Le attendo qui. Va’ a chiamarle», e addossato allo stipite osserva l’afflusso dei convitati, che apostoli, discepoli e discepole guidano con amorevolezza alle tavole secondo un ordine prestabilito. Al centro è la tavola bassa dei fanciulli, poi, di qua e di là, tutte le altre, parallele. Ma mentre ciechi, zoppi, rattratti, storpi, vecchi, vedove, mendichi si dispongono con le loro storie di dolori impresse sui volti, ecco che, gentili come cesti di fiori, vengono portati dei cestoni mutati in cuna, persino dei piccoli cofani, nei quali, adagiati su cuscini, dormono sazi i poppanti presi alle madri mendiche. E Maria di Madgala, rasserenata, corre da Gesù dicendo: «Sono giunti i fiori. Vieni a benedirli, mio Signore».
58Ma nello stesso tempo Giovanna emerge dalle scale interne dicendo: «Maestro, ecco le discepole pagane». Sono sette donne, vestite di oscure e dimesse vesti simili a quelle delle ebree. Un velo è sul volto di tutte e un mantello le copre fino ai piedi.
59Due sono alte e maestose, le altre di media statura. Ma quando, dopo aver venerato il Maestro, si levano il mantello è facile riconoscere Plautina, Lidia, Valeria; la liberta Flavia, quella che ha scritto le parole di Gesù nel giardino di Lazzaro; e poi vi sono tre sconosciute. Una dallo sguardo uso al comando e che pure si inginocchia dicendo al Signore: «E con me Roma si prostri ai tuoi piedi», e poi una formosa matrona sui cinquant’anni, e infine una giovinetta esile e serena come un fior di campo.
60Maria di Magdala riconosce le romane, nonostante le loro vesti ebree, e mormora: «Claudia!!!», e resta ad occhi sgranati.
«Io. Basta di udire per altrui parola! La Verità e la Sapienza vanno attinte alla fonte diretta».
61«Credi che ci riconosceranno?», chiede Valeria a Maria di Magdala.
«Se non vi tradite col nominarvi, non credo. Del resto vi metterò in luogo sicuro».
62«No, Maria. Alle tavole, a servire i mendichi. Nessuno potrà pensare che le patrizie siano serve ai poveri, agli infimi del mondo ebraico», dice Gesù.
«Bene sentenzi, o Maestro. Perché la superbia è innata in noi».
63«E l’umiltà è il segno più netto della mia dottrina. Chi mi vuole seguire deve amare la Verità, la Purezza e l’Umiltà, avere carità per tutti ed eroismo per sfidare l’opinione degli uomini e le pressioni dei tiranni. Andiamo».
64«Perdona, o Rabbi. Questa fanciulla è una schiava figlia di schiavi. L’ho riscattata perché di origine israelita e Plautina con sé la tiene. Ma io te l’offro, pensando che bene è farlo. Il suo nome è Egla. Ti appartiene».
«Maria, accoglila. Poi penseremo… Grazie, donna».
I servi dei poveri.
65Gesù va sul terrazzo a benedire i fanciulli. Molta curiosità destano le dame. Ma così vestite e pettinate all’ebrea, in vesti quasi povere, non destano sospetti. Gesù va al centro della terrazza, presso la tavola dei fanciulli, e prega, offrendo per tutti il cibo al Signore, benedice e dà ordine di iniziare il pasto.
66Apostoli, discepoli, discepole, dame, sono i servi dei poveri, e Gesù ne dà l’esempio rimboccandosi le larghe maniche della veste rossa e occupandosi dei suoi bambini, aiutato da Mirjam di Giairo e da Giovanni.
67Le bocche di tanti denutriti lavorano egregiamente, ma gli occhi sono tutti rivolti al Signore. La sera scende e viene levato il velano mentre lumi, ancora superflui, vengono portati dai servi.
68Gesù circola fra le tavole. Non lascia nessuno senza conforti di parole e di aiuto. Sfiora così più volte le regali Claudia e Plautina, che dimesse spezzano il pane o portano il vino alle labbra dei ciechi, dei paralitici, dei monchi; sorride alle sue vergini che si occupano delle donne, alle madri discepole tutte pietose presso gli infelici, a Maria di Magdala che si prodiga a una tavolata di vecchioni, la più triste di tutte, piena di tossi, di tremiti, di mascelle sdentate che biasciano e di bocche che sbavano; e aiuta Matteo che palleggia un infante, che si è fatto andare per traverso una mollica di focaccia che succhiava e mordeva coi dentini novelli; complimenta Cusa che, sopraggiunto al principio del pasto, scalca le carni e serve come un servo provetto.
69Il pasto ha termine. Nei volti coloriti, negli occhi più lieti, è palese la soddisfazione dei miseri.
L’ amore misericordioso.
Viva Gesù!
70Gesù si curva su un vecchione scosso da un tremito e dice: «Che pensi, o padre, che sorridi?».
«Penso che non è proprio un sogno. Fino a poco fa credevo di dormire e sognare. Ma ora sento che è proprio vero. Ma chi ti fa così buono, che fai buoni così i tuoi discepoli? Viva Gesù!», grida per ultimo.
E tutte le voci di questi miseri, e sono centinaia, gridano: «Viva Gesù!».
Gesù va di nuovo al centro e apre le braccia, facendo cenno di tacere e di stare fermi, e inizia a parlare stando seduto con un fanciullino sulle ginocchia.
Significati del nome di Gesù.
71«Viva, sì, viva Gesù, non perché Io sono Gesù. Ma perché Gesù vuol dire l’amore di Dio fatto carne e sceso fra gli uomini per essere conosciuto e per far conoscere l’amore che sarà il segno della nuova era. Viva Gesù perché Gesù vuol dire “Salvatore”. Ed Io vi salvo. Vi salvo tutti, ricchi e poveri, fanciulli e vegliardi, israeliti e pagani, tutti, purché voi vogliate darmi la volontà di essere salvati. Gesù è per tutti. Non è per questo o quello. Gesù è di tutti. Di tutti gli uomini e per tutti gli uomini. Per tutti sono l’Amore misericorde e la Salvezza sicura.
Requisiti per essere di Gesù.
72Cosa è necessario fare per essere di Gesù, e perciò per avere salvezza? Poche cose. Ma grandi cose. Non grandi perché cose difficili come quelle che fanno i re. Ma grandi perché vogliono che l’uomo si rinnovelli per farle e per divenire di Gesù. Perciò amore, umiltà, fede, rassegnazione, compassione. Ecco. Voi, che discepoli siete, cosa avete fatto oggi di grande? Direte: “Nulla. Abbiamo servito un pasto”. No. Avete servito l’amore. Vi siete umiliati. Avete trattato da fratelli gli sconosciuti di tutte le razze, senza chiedere chi sono, se sono sani, se sono buoni. E lo avete fatto in nome del Signore. Forse speravate grandi parole da Me, per la vostra istruzione. Vi ho fatto fare grandi fatti. Abbiamo iniziato il giorno con la preghiera, abbiamo sovvenuto lebbrosi e mendichi, abbiamo adorato l’Altissimo nella sua Casa, abbiamo iniziato le agapi fraterne e la cura dei pellegrini e dei poveri, abbiamo servito perché servire per amore è essere simile a Me che sono Servo dei servi di Dio, Servo fino ad annichilimento di morte per ministrare a voi salvezza…».
Re del Regno dell’amore
73Un vocio e uno scalpiccio interrompe Gesù. Un gruppo scalmanato di israeliti sale di corsa le scale. Le romane più note, ossia Plautina, Claudia, Valeria e Lidia, si ritirano nell’ombra calando il velo.
I disturbatori irrompono sul terrazzo e pare cerchino chissà che. Cusa, offeso, va loro davanti e chiede: «Che volete?».
«Nulla che ti riguardi. Cerchiamo Gesù di Nazareth e non te».
74«Eccomi. Non mi vedete?», chiede Gesù posando a terra il fanciullino e alzandosi imponente.
«Che fai qui?».
«Lo vedete. Faccio ciò che insegno e insegno ciò che va fatto: l’amore ai più poveri. Che vi era stato detto?».
«Furono uditi gridi sediziosi. E siccome dove sei Tu là è sedizione, siamo venuti a vedere».
75«Là dove Io sono è pace. Il grido era: “Viva Gesù”».
«Appunto. Fu pensato, tanto al Tempio che al palazzo d’Erode, che qui si congiurasse contro…».
«Chi? Contro chi? Chi è re in Israele? Non il Tempio, non Erode. Roma domina, e folle è chi pensa a farsi re là dove essa impera».
«Tu dici d’esser re».
76«Re sono. Ma non di questo regno. Troppo meschino per Me! Troppo meschino è anche l’impero. Re Io sono del Regno santo dei Cieli, del Regno dell’Amore e dello Spirito. Andate in pace. O restate, se volete, e imparate come si accede a questo mio Regno. I miei sudditi eccoli: i poveri, gli infelici, gli oppressi, e poi i buoni, gli umili, i caritatevoli. Restate, unitevi ad essi».
«Però Tu sei sempre ai conviti in case fastose, fra belle donne e.…».
«Basta! Non si insinua e non si offende il Rabbi in casa mia. Uscite!», tuona Cusa.
La serpe e l’Agnello.
77Ma dalla scala interna balza sul terrazzo una figuretta snella di fanciulla velata. Corre leggera come una farfalla fino a Gesù e là getta velo e manto, cadendogli ai piedi e tentando baciarglieli.
78«Salomè!», grida Cusa e con lui altri. Gesù si è ritirato così violentemente, per sfuggire il contatto, che il suo sedile si rovescia ed Egli ne approfitta per metterlo fra Sé e Salomè come separazione.
79I suoi occhi fanno paura tanto sono fosforescenti, terribili. Salomè, leggera e sfrontata, tutta moine, dice: «Sì, io. L’acclamazione è giunta al Palazzo. Erode manda ambasceria a dirti che ti vuol vedere. Ma io l’ho prevenuta. Vieni con me, Signore. Io ti amo tanto e ti desidero tanto! Sono io pure carne d’Israele».
«Va’ alla tua casa».
«La Corte ti attende per darti onore».
80«La mia Corte è questa. Non ne conosco altra né altri onori», e colla mano indica i poveri seduti alle tavole.
«Ti porto doni per essa. Ecco i miei monili».
«Non li voglio».
81«Perché li rifiuti?».
«Perché sono immondi e dati per immondo scopo. Va’ via!».
82Salomè si rialza interdetta. Guarda di sfuggita il Terribile, il Purissimo che la fulmina col braccio teso e lo sguardo di fuoco. Guarda furtiva tutti e vede beffa o nausea sui volti. I farisei sono pietrificati e osservano la scena potente. Le romane osano farsi avanti per vedere meglio. Salomè tenta un’ultima prova.
«Avvicini anche i lebbrosi…», dice sommessa e supplichevole.
83«Sono dei malati. Tu sei un’impudica. Va’ via!».
L’ultimo «va’ via!» è talmente potente che Salomè raccoglie velo e manto e, curva, strisciando, si dirige alle scale.
84«Bada, Signore!… Ella è potente… Potrebbe nuocerti», sussurra Cusa sottovoce.
85Ma Gesù risponde a voce fortissima, ché tutti possano sentire, la scacciata per prima: «Non importa. Preferisco essere ucciso ad avere alleanze con il vizio. Sudore di donna lasciva e oro di meretrice sono veleni d’inferno. Alleanza di viltà coi potenti è colpa. Io sono Verità, Purezza e Redenzione. E non muto. Va’. Accompagnala…»
«Punirò i servi che l’hanno lasciata passare».
86«Non punirai nessuno. Una sola va punita. Lei. E lo è. E sappia, e sappiate che il suo pensiero mi è noto e che ne ho ribrezzo. Torni la serpe nel suo covo. L’Agnello torna ai suoi giardini».
I fatti parlano con la loro evidenza.
87Si siede. Suda. Tace. Poi dice: «Giovanna, dà ad ognuno l’obolo perché meno triste sia per qualche giorno la vita… Che altro vi devo fare, figli del dolore? Che volete che Io vi possa dare? Leggo nei cuori. Ai malati che sanno credere, pace e salute!».
88Un attimo di sosta e poi un grido… e sono molti e molti che sorgono guariti. I giudei venuti a sorprendere se ne vanno sbalorditi e trascurati nel delirio generale di acclamazioni per il miracolo e per la purezza di Gesù.
89Gesù sorride baciando i bambini. Poi congeda gli ospiti trattenendo le vedove e parla con Giovanna in loro favore. Giovanna prende nota e le invita per il domani. Poi esse pure vanno. Ultimi vanno i vecchi… Restano apostoli, discepoli, discepole e le romane.
90Gesù dice: «Così è e deve essere l’unione futura. Non ci sono parole. I fatti parlino agli spiriti e alle menti colla loro evidenza. La pace sia con voi».
91Si dirige verso le scale interne e scompare seguito da Giovanna e poi dagli altri.
92Alla base delle scale scontra Giuda: «Maestro, non andare al Getsemani! Ti cercano là dei nemici. E tu, madre, che dici ora? Tu che mi accusi! Se non fossi andato, non avrei saputo l’insidia tesa al Maestro. In un’altra casa! In un’altra casa andiamo!».
93«Nella nostra, allora. In casa di Lazzaro non entra che chi è amico di Dio», dice Maria di Magdala.
94«Sì. Quelli che ieri erano al Getsemani vengano con le sorelle al palazzo di Lazzaro. Domani provvederemo».
34. Giovedì avanti Pasqua. Protezione di Claudia e ricovero nel palazzo di Lazzaro. Lo statuto del Regno[62].
Tutto per il Messia Re.
Eroismo della Maddalena.
1Non brillano certo per il loro eroismo i seguaci di Gesù!
2La notizia portata da Giuda è simile all’apparizione di uno sparviero su un’aia piena di pulcini, o di un lupo sul ciglio prossimo ad un gregge! Spavento, o per lo meno orgasmo, sono su almeno nove decimi dei volti presenti, e specie dei volti maschili. Io credo che molti hanno già l’impressione del filo della spada o del flagello contro l’epidermide, e il meno che pensano è di avere a provare le segrete delle carceri in attesa di processo.
3Le donne sono meno agitate. Più che agitate, sono impensierite per i figli o i mariti e consigliano questi e quelli di squagliarsi a piccoli gruppi spargendosi nelle campagne.
4Maria di Magdala insorge contro quest’onda di timore esagerato: «Oh! quante gazzelle sono in Israele! Non vi fa vergogna tremare così? Vi ho detto che nel mio palazzo sarete più sicuri che in una fortezza. Venite dunque! E sulla mia parola vi assicuro che non vi accadrà nulla di nulla. Se oltre ai designati da Gesù ve ne sono altri che pensano essere sicuri nella mia casa, vengano. Ci sono letti e lettucci per una centuria. Andiamo, decidete, in luogo di basire di paura! Soltanto prego Giovanna di farci seguire dai servi con delle cibarie. Perché in palazzo non ce n’è per tanti, ed è sera ormai. Un buon pasto è la miglior medicina per rinfrancare i pusilli». E non è solo imponente nella sua veste bianca, ma è abbastanza ironica negli occhi splendidi mentre, dall’alto della sua statura, guarda il gregge spaurito che si pigia nel vestibolo di Giovanna.
5«Provvederò subito. Andate pure, ché Gionata vi seguirà coi servi ed io con lui, perché mi concedo la gioia di seguire il Maestro e senza paura, ve lo assicuro, tanto senza paura che porto con me i bambini», dice Giovanna. Si ritira a dare ordini, mentre le prime avanguardie dello spaurito esercito mettono caute la testa fuori dal portone e, vedendo che non c’è nulla di pauroso, osano uscire nella via e avviarsi seguiti dagli altri.
6Il gruppo verginale è al centro, immediatamente dopo Gesù che è nelle prime file. Dietro, oh! dietro alle vergini le donne; e poi i più… vacillanti nel coraggio, che hanno le spalle protette da Maria di Lazzaro che si è unita alle romane, decise a non staccarsi da Gesù tanto presto. Ma poi Maria di Lazzaro corre avanti a dire qualcosa alla sorella, e le sette romane restano con Sara e Marcella, rimaste esse pure alla retroguardia per ordine di Maria e nell’intento di far passare ancor più inosservate le sette romane.
7Sopraggiunge a passo svelto Giovanna coi bambini per mano, e dietro a lei è Gionata coi servi carichi di borse e ceste, che si mettono in coda alla piccola turba che, in verità, nessuno nota, perché le vie formicolano di gruppi che vanno alle case o agli accampamenti, e la penombra rende meno riconoscibili i volti. Adesso Maria di Magdala insieme a Giovanna, Anastasica e Elisa, è proprio in prima fila e guida, per viette secondarie, i suoi ospiti al palazzo.
Claudia appoggia la fondazione del Regno.
8Gionata cammina quasi a pari delle romane, alle quali rivolge la parola come a serve delle discepole più ricche. Ne approfitta Claudia per dirgli: «Uomo, ti prego di andare a chiamare il discepolo che ha portato la notizia. Digli che venga qui. E dillo in maniera da non attirare l’attenzione. Va’!». La veste è dimessa, ma il modo è involontariamente potente, di chi è uso al comando. Gionata sbarra gli occhi cercando vedere, attraverso il velo calato, chi è che gli parla così. Ma non riesce che a vedere il balenio di due occhi imperiosi. Però deve intuire che non è una serva la donna che gli parla, e prima di ubbidire si inchina.
9Raggiunge Giuda di Keriot, che parla animatamente con Stefano e con Timoneo, e lo tira per la veste.
«Che vuoi?».
«Ti devo dire una cosa».
«Dilla».
«No. Vieni indietro con me. Ti vogliono, per una elemosina, credo…».
10La scusa è buona ed è accettata con pace dai compagni di Giuda e con entusiasmo da Giuda, che torna indietro svelto insieme a Gionata.
11Eccolo alla fila ultima. «Donna, ecco l’uomo che volevi», dice Gionata a Claudia.
12«Grata ti sono per avermi servito», risponde questa stando sempre velata. E poi, volgendosi a Giuda: «Ti piaccia sostare un momento per ascoltarmi».
13Giuda, che sente un modo di parlare molto raffinato e vede due occhi splendidi attraverso il velo sottile, e che forse si sente prossimo ad una grande avventura, acconsente senza ostacolo.
14Il gruppo delle romane si separa. Restano, con Claudia, Plautina e Valeria; le altre proseguono.
15Claudia si guarda intorno. Vede solitaria la vietta in cui sono rimasti fermi e con la mano bellissima getta da parte il velo, scoprendo il viso. Giuda la riconosce e, dopo un attimo di sbalordimento, si curva salutando con un misto di atti giudei e di parola romana: «Domina!».
16«Sì. Io. Alzati e ascolta. Tu ami il Nazareno. Del suo bene ti preoccupi. Bene fai. É un virtuoso e va difeso. Noi lo veneriamo come grande e giusto. I giudei non lo venerano. Lo odiano. So. Ascolta. E intendi bene, e bene ricorda e applica. Io lo voglio proteggere. Non come la lussuriosa di poc’anzi. Con onestà e virtù. Quando il tuo amore e la tua sagacia ti lasceranno capire che vi è insidia per Lui, vieni o manda. Claudia tutto può su Ponzio. Claudia otterrà protezione per il Giusto. Intendi?».
17«Perfettamente, domina. Il nostro Dio ti protegga. Verrò, solo che possa, verrò io, personalmente. Ma come passare da te?».
18«Chiedi sempre di Albula Domitilla. È una seconda me stessa, ma nessuno si stupisce se parla con giudei, essendo quella che si occupa delle mie liberalità. Ti crederanno un cliente. Forse ti umilia?».
19«No, domina. Servire il Maestro e ottenere la tua protezione è onore».
20«Sì. Vi proteggerò. Una donna sono. Ma sono dei Claudi. Posso più di tutti i grandi in Israele perché dietro me è Roma. Tieni, intanto. Per i poveri del Cristo. Il nostro obolo. Però… vorrei essere lasciata fra i discepoli questa sera. Procurami questo onore e tu sarai protetto da Claudia».
21Su un tipo come l’Iscariota le parole della patrizia operano prodigiosamente. Egli va al settimo cielo!… Osa chiedere: «Ma tu veramente lo aiuterai?».
22«Sì. Il suo Regno merita di essere fondato, perché è regno di virtù. Ben venga, in opposizione alle laide onde che coprono i regni attuali e che schifo mi fanno. Roma è grande, ma il Rabbi è ben più grande di Roma. Noi abbiamo le aquile sulle nostre insegne e la superba sigla. Ma sulle sue saranno i Geni e il santo suo Nome. Grande sarà, veramente grande Roma, e la Terra, quando metteranno quel Nome sulle loro insegne e il suo segno sarà sui labari e sui templi, sugli archi e le colonne».
23Giuda è trasecolato, sognante, estatico. Palleggia la pesante borsa che gli è stata data, e lo fa macchinalmente, e dice col capo di sì, di sì, di sì, a tutto…
24«Or dunque andiamo a raggiungerli. Alleati siamo, non è vero? Alleati per proteggere il tuo Maestro e il Re degli animi onesti».
25Cala il velo e rapida, snella, va quasi di corsa a raggiungere il gruppo che l’ha preceduta, seguita dalle altre e da Giuda, che ha il fiato grosso non tanto per la corsa quanto per ciò che ha sentito. Il palazzo di Lazzaro sta inghiottendo le ultime coppie dei discepoli quando lo raggiungono. Entrano svelti, e il portone ferrato si chiude con grande sferragliare di chiavistelli messi dal custode.
Tutto per il Messia!
26Una solitaria lampada, sorretta dalla moglie del custode, a mala pena rischiara il quadrato vestibolo tutto bianco del palazzo di Lazzaro. Si capisce che la casa non è abitata, per quanto sia ben custodita e tenuta in ordine.
27Maria e Marta guidano gli ospiti in un vasto salone, certo adibito ai conviti, dalle fastose pareti coperte di stoffe preziose, che disvelano i loro rabeschi man mano che vengono accesi i lampadari e posati i lumi sulle credenze, sui cofani preziosi, messi intorno alle pareti, o sulle tavole addossate ad un lato, pronte ad essere usate, ma certo da tempo inservibili. Ma Maria ordina siano portate al centro della sala e preparate per la cena coi viveri che i servi di Giovanna estraggono da borse e ceste e mettono sulle credenze. Giuda prende da parte Pietro e gli dice qualcosa all’orecchio. Vedo Pietro che sgrana gli occhi e scuote una mano come si fosse scottato le dita, mentre esclama: «Fulmini e cicloni! Ma che dici?».
28«Sì. Guarda. E pensa! Non aver più paura! Non essere più così angustiati!».
29«Ma è troppo bello! Troppo! Ma come ha detto? Proprio che ci protegge? Che Dio la benedica! Ma quale è?».
«Quella vestita di color tortora selvatica, alta, snella. Ecco, ci guarda…».
30Pietro guarda l’alta donna dal volto regolare e serio, dagli occhi dolci eppure imperiosi. «E.… come hai fatto a parlarle? Non hai avuto…».
«No, affatto».
«Eppure tu odiavi i contatti con loro! Come me, come tutti…».
31«Sì. Ma li ho superati per amor del Maestro. Come ho superato il desiderio di troncarla cogli antichi compagni del Tempio… Oh! tutto per il Maestro! Voi tutti, e mia madre con voi, credete che io sia ambiguo. Tu, di recente, mi hai rimproverato le amicizie che ho. Ma se non le mantenessi, e con forte pena, non saprei tante cose. Non è bene mettersi bende agli occhi e cera nelle orecchie per paura che il mondo entri in noi per occhi e orecchi. Quando si è in una impresa pari alla nostra, occorre vegliare a occhi e orecchi più che liberi. Vegliare per Lui, per il suo bene, per la sua missione, per la fondazione di questo benedetto regno…».
32Molti degli apostoli e qualche discepolo si sono avvicinati e ascoltano, approvando col capo. Perché, infatti, non si può dire che Giuda parli male!
32Pietro, onesto e umile, lo riconosce e dice: «Hai proprio ragione! Perdona i miei rimproveri. Tu vali più di me, sai fare. Oh! andiamolo a dire al Maestro, a sua Madre, alla tua! Era tanto angustiata!
33«Perché male lingue hanno insinuato… Ma per ora taci. Dopo, più tardi. Vedi? Si siedono a mensa e il Maestro ci fa cenno di andare…».
4…La cena è rapida. Anche le romane, sedute al tavolo delle donne, mescolate ad esse di modo che proprio Claudia è seduta fra Porfirea e Dorca, mangiano in silenzio ciò che viene loro messo davanti, e fra loro e Giovanna e Maria di Magdala corrono misteriose parole fatte di sorrisi e di ammicchi. Sembrano scolarette in vacanza.
35Gesù, dopo la cena, ordina di formare un quadrato di sedili e di prendervi posto per ascoltarlo. Egli si mette al centro e inizia a parlare in mezzo ad un quadrato attento di volti, nei quali sono chiusi solo gli occhietti innocenti del figliolino di Dorca, dormente in seno alla madre, e stanno velandosi di sonno quelli di Maria, seduta sulle ginocchia di Giovanna, e di Mattia, che si è accoccolato sui ginocchi di Gionata.
Lo statuto del Regno.
Alla aurora delle future fraternità cristiane.
36«Discepoli e discepole qui radunati in nome del Signore, o qui attratti per desiderio di Verità, desiderio che viene ancora da Dio che vuole luce e verità in tutti i cuori, udite. Questa sera ci è concesso, e proprio la nequizia che ci vuole dispersi la procura, di essere tutti uniti. Né, voi di sensi limitati, sapete quanto è profonda e vasta questa unione, vera aurora delle future che saranno quando il Maestro non sarà più fra voi, carnalmente, ma sarà in voi col suo spirito. Allora saprete amare. Allora saprete praticare. Per ora siete come bambini ancora al seno. Allora sarete come adulti che potrete gustare ogni cibo senza che vi nuoccia. Allora saprete, come Io dico, dire: “Venite a me voi tutti, perché tutti fratelli siamo, e per tutti Egli si è immolato”.
37Troppe prevenzioni in Israele! Queste sono tante frecce lesive alla carità. Parlo a voi, fedeli, apertamente, perché fra voi non sono i traditori, né i saturi di preconcetti che separano, che si mutano in incomprensione, in caparbietà, in odio per Me che vi indico le vie del futuro. Io non posso parlare diversamente.
Regola per divenire discepolo perfetto.
38E d’ora in poi parlerò più poco, perché vedo che inutili o quasi sono le parole. Ne avete avute da santificarvi e ammaestrarvi in maniera perfetta. Ma poco avete proceduto, specie voi, uomini fratelli, perché vi piace la parola ma non la mettete in atto. D’ora in poi, e con misura sempre più stringente, vi farò fare ciò che dovrete fare quando il Maestro sarà tornato al Cielo dal quale è venuto. Vi farò assistere a ciò che è il Sacerdote futuro. Più che le parole, osservate i miei atti, ripeteteli, imparateli[63], uniteli all’insegnamento. Allora diverrete discepoli perfetti.
Praticate la carità attiva[64]
39Che ha fatto e che vi ha fatto fare e praticare oggi il Maestro? La carità nelle sue multiformi forme. La carità verso Dio. Non la carità di preghiera, vocale, di rito soltanto. Ma la carità attiva[65], che rinnovella nel Signore[66], che spoglia dallo spirito del mondo[67], dalle eresie del paganesimo[68], il quale non è solo nei pagani, ma che è anche in Israele con le mille consuetudini che si sono sostituite alla vera Religione, santa, aperta, semplice come tutto ciò’ che da Dio viene. Non atti buoni, o apparentemente tali, per essere lodati dagli uomini, ma azioni sante per meritare la lode di Dio.
Agite col fine di meritare la vita eterna.
40Chi è nato muore. Lo sapete. Ma non finisce la vita con la morte. Essa prosegue in altra forma e per l’eternità con un premio a chi fu giusto, con un castigo a chi fu malvagio. Questo pensiero di certo giudizio non sia paralisi durante il vivere e nell’ora del morire. Ma sia pungolo e freno, pungolo che sprona al bene, freno che trattiene da male passioni.
41Siate perciò veramente amanti del Dio vero, agendo nella vita sempre col fine di meritarlo nella vita futura. O voi che amate le grandezze, quale grandezza più grande di divenire figli di Dio, dèi perciò?
Siate santi.
42O voi che temete il dolore, quale sicurezza di non più soffrire, quale quella che vi attende nel Cielo? Siate santi[69]. Volete fondare un regno anche sulla Terra? Vi sentite insidiati e temete non riuscirvi? Se agirete da santi riuscirete. Perché la stessa autorità che ci domina non potrà impedirlo, nonostante le sue coorti, perché voi persuaderete le coorti a seguire la dottrina santa così come Io, senza violenza, ho persuaso le donne di Roma che qui è Verità…».
«Signore! …», esclamano le romane vedendosi scoperte.
27«Sì, donne. Ascoltate e ricordate. Io dico ai miei seguaci d’Israele, Io dico a voi, non d’Israele ma di animo giusto, lo statuto del Regno mio.
28Non rivolte. Non servono. Santificare l’autorità impregnandola della nostra santità[70]. Sarà un lungo lavoro, ma sarà vittorioso. Con mitezza e pazienza, senza frette stolte, senza deviazioni umane, senza rivolte inutili, ubbidendo là dove l’ubbidire non nuoce alla propria anima, voi perverrete a fare dell’autorità, che ora ci domina paganamente, una autorità protettrice e cristiana.
Fate il vostro dovere di servi.
29Fate il vostro dovere di sudditi verso l’autorità, come fate quello di fedeli verso Dio. Vogliate vedere in ogni autorità non un oppressore ma un elevatore, perché vi dà il modo di santificarlo e di santificarvi con l’esempio e l’eroismo.
Siate tutti fratelli buoni e fedeli.
30Vogliate essere, come siete buoni fedeli e buoni cittadini, dei buoni mariti, delle buone mogli, santi, casti, ubbidienti, amorosi l’un dell’altro, uniti per allevare i figli nel Signore, per essere paterni e materni anche coi servi e con gli schiavi, che essi pure hanno anima e carne, sentimenti e affetti come voi li avete. Se la morte vi leva il compagno o la compagna, non siate, potendolo, vogliosi di nuove nozze. Amate gli orfani anche per il compagno scomparso. E voi, servi, siate sommessi ai padroni, e se sono imperfetti santificateli col vostro esempio. Grande merito ne avrete agli occhi del Signore. In futuro nel mio Nome non saranno più padroni e servi, ma fratelli. Non saranno più razze, ma fratelli. Non saranno più oppressi e oppressori che si odiano, perché gli oppressi chiameranno fratelli i loro oppressori.
Amatevi come Dio vi ama.
31Amatevi voi di una fede, dando l’un l’altro aiuto così come oggi vi ho fatto fare. Ma non limitate l’aiuto ai poveri, ai pellegrini, ai malati della vostra razza. Aprite le braccia a tutti, così come la Misericordia le apre a voi.
32Chi più ha, dia a chi non ha o ha poco. Chi più sa, insegni a chi non sa o sa poco, e insegni con pazienza e umiltà, ricordando che, in verità, prima della mia istruzione nulla sapevate. Ricercate la Sapienza non per lustro, ma per aiuto nel procedere nelle vie del Signore.
Titti siete utili nel Regno del Signore.
33Le donne maritate amino le vergini, e queste le coniugate, e ambe diano affetto alle vedove. Tutte siete utili nel Regno del Signore.
34I poveri non invidino, i ricchi non creino odi con la mostra di ricchezze e la durezza di cuore.
35Abbiate cura degli orfani, dei malati, dei senza dimora. Aprite il cuore prima ancora della borsa e della casa, perché se anche date, ma con mal garbo, non fate onore ma offesa a Dio che è presente in ogni infelice.
36In verità, in verità vi dico che non è difficile servire il Signore. Basta amare. Amare il Dio vero, amare il prossimo quale che sia. In ogni ferita o febbre che curerete Io sarò. In ogni sventura che soccorrerete Io sarò. E tutto quello che farete a Me nel prossimo, se è bene, sarà a Me fatto; se male, anche a Me sarà fatto. Volete farmi soffrire? Volete perdere il Regno di pace, il divenire dèi, soltanto per non esser buoni col prossimo vostro?
Ultime raccomandazioni.
37Mai più saremo tutti così uniti. Verranno altre Pasque… e non potremo essere insieme per molte cause; le prime: quelle di una prudenza santa in parte e in parte eccessiva, ed ogni eccesso è colpa, per cui dovremo stare divisi; le altre Pasque ancora perché Io non sarò più fra voi… Ma ricordate questa giornata. Fate in futuro, e non per la sola Pasqua ma per sempre, ciò che vi ho fatto fare.
38Non vi ho mai lusingato sulla facilità di appartenermi. Appartenermi vuol dire vivere nella Luce e Verità, ma mangiare anche il pane della lotta e delle persecuzioni. Ora, però, più voi sarete forti nell’amore e più sarete forti nella lotta e nella persecuzione.
39Credete in Me. Per quello che sono realmente: Gesù Cristo, il Salvatore, il cui Regno non è di questo mondo, la cui venuta indica pace ai buoni, il cui possesso vuol dire conoscere e possedere Dio, perché veramente chi ha Me in sé ed ha sé stesso in Me è in Dio, e possiede Dio nel suo spirito per averlo poi nel Regno celeste in eterno.
40La notte è discesa. Domani è Parasceve. Andate. Purificatevi, meditate, compite una Pasqua santa.
41Donne di altra razza, ma di retto spirito, andate. La buona volontà che vi anima vi sia via per venire alla Luce. In nome dei poveri che sono Me stesso, Io vi benedico per l’obolo generoso e vi benedico per le vostre buone intenzioni verso l’Uomo che è venuto a portare amore e pace sulla Terra. Andate! E tu, Giovanna, e quanti altri non temono più insidie, andate pure».
L’ora dello stupore.
Lo stupore per le romane.
42Un brusìo di stupore scorre l’assemblea mentre le romane – riposte le tavolette cerate, che Flavia ha scritto mentre Gesù parlava, in una borsa – ridotte a sei, perché Egla resta presso Maria di Magdala, escono dopo un saluto collettivo. Tanto è lo stupore che nessuno dei presenti, meno Giovanna, Gionata e i servi di Giovanna che portano in braccio i piccoli dormenti, si muove. Ma quando il rumore cupo del portone che si chiude dice che le romane sono partite, un clamore succede al brusìo.
43«Ma chi sono?».
«Come fra noi?».
«Che hanno fatto?».
44E su tutti grida Giuda: «Come sai, Signore, dell’obolo opimo che mi hanno dato?».
45Gesù seda il tumulto col gesto e dice: «Claudia e le sue dame sono. E mentre le alte dame di Israele, tementi l’ira dei consorti, o con lo stesso pensiero e cuore dei consorti, non osano divenire le mie seguaci, le sprezzate pagane, con astuzie sante, sanno venire ad apprendere la Dottrina che, anche se accettata per ora umanamente, è sempre elevatrice… E questa fanciulla, già schiava, ma di razza giudea, è il fiore che Claudia offre alle schiere di Cristo, rendendola alla libertà e dandola alla fede di Cristo. Riguardo a sapere dell’obolo… oh! Giuda! Tutti meno te potrebbero farmi questa domanda! Tu sai che Io vedo nei cuori».
L’ Iscariota fa stupire.
46«Allora vedrai che ho detto il vero dicendo che c’era insidia e che io l’ho sventata andando a far parlare… esseri colpevoli?».
«È vero».
47«Dillo allora ben forte, che mia madre lo senta… Madre, un ragazzo sono, ma non un ribaldo… Madre, facciamo la pace. Comprendiamoci, amiamoci, uniti nel servizio a Gesù nostro».
48E Giuda va umile e amoroso ad abbracciare la madre che dice: «Sì, figliuolo! Si, Giuda mio! Buono! Buono! Sempre buono sii, o mia creatura! Per te, per il Signore! Per la tua povera mamma!».
49Intanto la sala è piena di agitazioni e commenti, e molti definiscono imprudente l’avere accolto le romane e rimproverano Gesù.
50Giuda sente. Lascia la madre e accorre in difesa del Maestro. Racconta il suo colloquio con Claudia e termina: «Non è spregevole aiuto. Anche senza averla ricevuta avanti fra noi, non abbiamo evitato persecuzione. Lasciamola fare. E, ricordatevelo bene, è meglio tacere con chicchessia. Pensate che, se è pericoloso per il Maestro, non lo è di meno per noi essere amici di pagani. Il Sinedrio che, in fondo, è trattenuto da paura verso Gesù per un superstite timore di alzare la mano sull’Unto di Dio, non avrebbe tanti scrupoli ad ammazzarci come cani, noi che siamo poveri uomini qualunque. In luogo di fare quelle facce scandalizzate, ricordate che poco fa eravate come tante passere spaurite, e benedite il Signore di aiutarci, con mezzi impensati, illegali se volete, ma tanto forti, a fondare il Regno del Messia. Tutto potremo se Roma ci difende! Oh! io non temo più! Grande giorno è oggi! Più che per tutte le altre cose, per questa… Ah! quando Tu sarai il Capo! Che potere dolce, forte, benedetto! Che pace! Che giustizia! Il Regno forte e benevolo del Giusto! E il mondo che viene lentamente ad esso!… Le profezie che si avverano! Turbe, nazioni… il mondo ai tuoi piedi! Oh! Maestro! Maestro mio! Tu Re, noi tuoi ministri… In Terra pace, in Cielo gloria… Gesù Cristo di Nazareth, Re della stirpe di Davide, Messia Salvatore, io ti saluto e ti adoro!»; e Giuda, che pare rapito in un’estasi, termina prostrandosi: «In Terra, in Cielo e fino negli Inferni è noto il tuo Nome, è infinito il tuo potere. Quale forza può resisterti, o Agnello e Leone, Sacerdote e Re, Santo, Santo, Santo?»; e resta curvo fino a terra nella sala che è muta di stupore.
35. Giorno di Parasceve. Uno scampato pericolo e
il coraggio di Maria
di Magdala[71].
Il coraggio dell’amore.
Il risveglio.
1Il palazzo di Lazzaro, tramutato in dormitorio per quella notte, mostra corpi d’uomini dormienti sparsi per ogni dove. Le donne non si vedono. Forse sono state condotte nelle stanze superiori. L’alba chiara inalba lentamente la città, penetra nei cortili del palazzo, desta i primi cinguettii timidi fra il fogliame degli alberi, messi a fare ombria in essi, e i primi turbamenti dei colombi che dormono nell’incassatura del cornicione. Ma gli uomini non si destano. Stanchi e sazi di cibo e di emozioni, dormono e sognano…
Gesù in preghiera e meditazione.
2Gesù esce senza rumore nel vestibolo e da esso passa nel cortile d’onore. Si lava ad una fonte chiara che canta al centro di esso, fra un quadrato di mortella al cui piede sono dei piccoli gigli molto simili ai cosiddetti mughetti francesi. Si ravvia e, sempre senza fare rumore, torna là dove è la scala che porta ai piani superiori e alla terrazza sulla casa. Sale sino lassù, a pregare, a meditare…
Passeggia lentamente avanti e indietro, e gli unici che lo vedono sono i colombi che, allungando il collo e sgrugolando, sembra si chiedano l’un l’altro: «Chi è costui?». Poi si appoggia al muretto e sta raccolto in Sé stesso, immobile. Infine alza il capo, forse richiamato dal primo apparire del sole che si alza da dietro i colli che celano Betania e la valle del Giordano, e guarda il panorama che è ai suoi piedi.
3Il palazzo di Lazzaro è certo su una delle tante elevazioni del suolo che fanno delle vie di Gerusalemme un sale e scendi continuo, specie nelle meno belle. Quasi al centro della città, ma lievemente spinto verso sud ovest.
4Collocato su una bella strada che sfocia sul Sisto, formando con essa un T, domina la città bassa, avendo di fronte Bezeta, Moria e Ofel, e dietro ad essi la catena dell’Uliveto; sul dietro, e già appartenente al posto dove sorge, il monte Sion, mentre ai due fianchi l’occhio spazia a sud verso i colli meridionali, mentre al nord Bezeta nasconde molta parte di panorama. Ma, oltre la valle di Gihon, la testa calva del Golgota emerge giallastra nella luce rosea dell’aurora, lugubre sempre anche in questa luce lieta.
5Gesù la guarda… Il suo sguardo, benché più virile e più pensoso, mi ricorda quello della lontana visione di Gesù dodicenne nella visione della disputa coi dottori. Ma ora, come allora, non è uno sguardo di terrore. No. È un dignitoso sguardo di eroe che guarda il suo campo di estrema battaglia.
6Poi si volta a guardare i colli a meridione della città e dice: «La casa di Caifa!», e con lo sguardo segna come tutto un itinerario da quel punto al Getsemani, e poi al Tempio, e poi ancora guarda oltre la cinta della città, verso il Calvario… Il sole intanto è sorto del tutto e la città si accende di luce…
Lo sfratto dal Getsemani.
7Al portone del palazzo, dei colpi vigorosi vengono dati senza mettere sosta fra l’uno e l’altro. Gesù si sporge per vedere, ma il cornicione molto sporgente, mentre il portone è molto rientrante nelle pareti massicce, gli impediscono di vedere chi bussa. In compenso sente subito il vocio dei dormenti che si destano, mentre il portone, aperto da Levi, viene richiuso con fragore. E poi sente il suo Nome gridato da tante voci di uomo e di donna… Si affretta a scendere dicendo: «Eccomi. Che volete?».
8Coloro che lo chiamavano, non appena lo sentono, prendono d’assalto la scala salendo di corsa e vociando. Sono gli apostoli e i discepoli più antichi, e fra mezzo a loro è Giona, il conduttore del Getsemani. Parlano tutt’insieme e non si capisce nulla.
9Gesù deve imporre con violenza che si fermino dove sono e facciano silenzio, per poterli calmare. Li raggiunge dicendo subito: «Che avviene?».
10Altro subbuglio fragoroso, inutile perché incomprensibile. Dietro agli urlanti si affacciano volti mesti o stupefatti di donne e di discepoli…
11«Parli uno per volta. Tu, Pietro, per primo».
«É venuto Giona… Ha detto che erano in tanti e che ti hanno cercato da per tutto. Lui è stato male tutta la notte, e poi all’apertura delle porte è andato da Giovanna e ha saputo che eri qui. Ma come facciamo? La Pasqua la dobbiamo pur fare!».
12Giona del Getsemani rinforza la notizia dicendo: «Sì, mi hanno anche maltrattato. Io ho detto che non sapevo dove eri, che forse non tornavi. Ma hanno visto le vostre vesti e hanno capito che tornate al Getsemani. Non mi fare del male, Maestro! Io ti ho sempre ospitato con amore, e questa notte ho patito per…Te. Ma… ma…».
13«Non avere paura! Non ti metterò più in pericolo d’ora in poi. Non sosterò più in casa tua. Mi limiterò a venire di passaggio, nella notte, a pregare… Non me lo puoi vietare…». Gesù è dolcissimo verso lo spaurito Giona del Getsemani.
Il coraggio dell’amore.
14Ma la voce d’oro di Maria di Magdala prorompe veemente: «Da quando, o uomo, ti dimentichi che sei servo e che la condiscendenza nostra ti fa usare modi da padrone? Di chi la casa e l’uliveto? Solo noi possiamo dire al Rabbi: “Non andare a fare danno ai nostri beni”. Ma non lo diciamo. Perché sommo bene sempre sarebbe se anche per cercare Lui i nemici del Cristo distruggessero piante, mura, e persino facessero franare le balze. Perché tutto sarebbe distrutto per avere ospitato l’Amore, e l’Amore darebbe amore a noi suoi fedeli amici. Ma vengano! Distruggano! Calpestino! E che fa? Basta che Egli ci ami e sia illeso!».
15Giona è preso fra la paura dei nemici e quella dell’ardente padrona, e mormora: «E se mi fanno del male al figlio? …».
16Gesù lo conforta: «Non temere, ti dico. Non sosterò più. Puoi dire a chi te lo chiede che il Maestro non abita più al Getsemani… No, Maria! Così è bene fare. E lasciami fare! Io ti sono grato della tua generosità… Ma non è la mia ora, non è ancora la mia ora! Suppongo fossero farisei…»
17«E sinedristi, e erodiani, e sadducei… e soldati di Erode… e.… tutti… tutti… Non mi levo il tremito della paura… Però lo vedi, Signore? Sono corso ad avvisarti… da Giovanna… poi qui…». L’uomo ci tiene a far notare che a rischio della sua pace ha fatto il suo dovere verso il Maestro.
18Gesù sorride con compatimento e bontà e dice: «Lo vedo! Lo vedo! Dio te ne compensi. Ora va’ in pace a casa tua. Ti manderò a dire dove mandare le borse, o manderò a ritirarle Io stesso».
19L’uomo se ne va, e nessuno, meno Gesù e Maria Santissima, lo risparmia di rimproveri o schemi. Salato è quello di Pietro, salatissimo quello dell’Iscariota, ironico quello di Bartolomeo, Giuda Taddeo non parla ma lo guarda in un tal modo! E il mormorio e gli sguardi di rimprovero lo accompagnano anche fra le file delle donne, terminando nel razzo finale di Maria di Magdala, la quale all’inchino del servo-contadino risponde: «Riferirò a Lazzaro che per il convito di festa venga a procurarsi polli ben ingrassati nelle terre del Getsemani».
20«Non ho pollaio, padrona».
«Tu, Marco e Maria: tre magnifici capponi! Ridono tutti per l’uscita inquieta e.… significativa di Maria di Lazzaro, che è furente di vedere la paura nei suoi dipendenti e per il disagio del Maestro, privato del quieto nido del Getsemani.
21«Non ti inquietare, Maria! Pace! Pace! Non tutti hanno il tuo cuore!».
«Oh! no, purtroppo! Avessero tutti il mio cuore, Rabbonì! Neppure le lance e le frecce a me dirette mi farebbero separare da Te!».
22Un mormorio fra gli uomini… Maria lo raccoglie e risponde pronta: «Sì. Lo vedremo! E speriamo presto, se questo può servire a insegnarvi il coraggio. Niente mi farà paura se io posso servire il mio Rabbi! Servire! Sì! Servire! E si serve nelle ore pericolose, fratelli! Nelle altre… Oh! nelle altre non è servire! É godere!… E il Messia non va seguito per godere!».
Gli uomini chinano il capo, punti da queste verità.
23Maria fende le file e viene di fronte a Gesù. «Che decidi, Maestro? É Parasceve. Dove la tua Pasqua? Ordina. e, se tanto ho trovato grazia presso di Te, concedimi di offrirti un mio cenacolo, di pensare a tutto…».
24«Grazia hai trovato presso il Padre dei Cieli, grazia perciò presso il Figlio del Padre al quale è sacro ogni movimento del Padre. Ma se accetterò il cenacolo, lascia che al Tempio, a sacrificare l’agnello, vada Io, da buon israelita…».
25«E se ti prendono?», dicono in molti.
«Non mi prenderanno. Nella notte, nell’oscurità, come usano i ribaldi, possono osarlo. Ma in mezzo alle turbe che mi venerano, no. Non diventatemi vili! …».
Il Regno è dello Spirito.
26«Oh! poi ora c’è Claudia!», grida Giuda.
«Il Re e il Regno non sono più in pericolo! …».
27«Giuda, te ne prego! Non farli crollare in te! In te non insidiarli. Il mio Regno non è di questo mondo. Io non sono un re come quelli che sono sui troni. Il mio Regno è dello spirito. Se tu lo avvilisci alla meschinità di un regno umano, tu in te lo insidi e lo fai crollare».
«Ma Claudia! …».
28«Ma Claudia è una pagana. Non può perciò sapere il valore dello spirito. Molto è se intuisce e appoggia Colui che per lei è un Saggio… Molti in Israele neppure come saggio mi giudicano!… Ma tu non sei pagano, amico mio! Il provvidenziale tuo incontro con Claudia non fare che ti si volga in danno, così come non fare che ogni dono di Dio per raffermare la tua fede e la tua volontà di servire il Signore ti divenga sciagura spirituale».
29«E come lo potrebbe, mio Signore?».
«Facilmente. Non in te soltanto. Se un dono dato per soccorrere la debolezza dell’uomo, in luogo di fortificarlo e sempre più farlo voglioso di bene soprannaturale, o anche semplicemente morale, servisse ad appesantirlo di appetiti umani e a trarlo lontano dalla via retta, su vie in discesa, allora il dono diverrebbe danno. Basta la superbia a fare di un dono un danno. Basta il disorientamento provocato da una cosa che esalta, per cui si perde di mira il Fine supremo e buono, per fare di un dono un danno. Ne sei persuaso? La venuta di Claudia deve darti solo la forza di una considerazione. Questa: che se una pagana ha sentito la grandezza della mia dottrina e la necessità che essa trionfi, tu, e con te tutti i discepoli, con ancora più grande potenza dovete sentire tutto ciò e, di conseguenza, darvi tutti a ciò. Ma sempre spiritualmente. Sempre…
Il cenacolo.
30Ed ora decidiamo. Dove dite essere bene consumare la Pasqua? Voglio che siate in pace di spirito per questa Cena di rito, per sentire Dio che non si sente nel turbamento. Siamo molti. Ma mi sarebbe dolce stare tutti insieme per potervi far dire: “Consumammo una Pasqua con Lui”. Scegliete dunque un luogo dove, suddividendoci secondo il rituale, di modo da formare gruppi sufficienti a consumare ognuno il proprio agnello, si possa però dire: “Eravamo uniti, e l’uno sentiva la voce dell’altro fratello”».
31Chi nomina questo e chi quel luogo. Ma le sorelle di Lazzaro la vincono. «Oh! Signore! Qui! Manderemo a prendere il fratello nostro. Qui! Molte sono le sale e le stanze. Saremo insieme, e secondo il rito. Accetta, Signore! Il palazzo ha stanze atte per almeno duecento persone divise per gruppi di venti. E tanti non siamo. Facci liete, Signore! Per Lazzaro nostro così triste… così malato…». Le due sorelle piangono, finendo: «…che non si può pensare che mangi un’altra Pasqua…».
32«Che dite? Che pensate concedere alle sorelle buone?», dice Gesù interpellando tutti.
«Io direi che sì», dice Pietro.
33«Io pure», dice l’Iscariota e molti altri. Chi non parla, assente.
34«Provvedete, allora. E noi andiamo al Tempio, a mostrare che chi è sicuro di ubbidire all’Altissimo non ha paura e non è vile. Andiamo. A chi resta, la mia pace».
35E Gesù scende il resto di scala, traversa il vestibolo ed esce coi discepoli nella via piena di folla.
36. La cena rituale in casa di Lazzaro e il banchetto[72].
La cena pasquale in casa di Lazzaro.
Promessa di Gesù a Lazzaro.
1Quando Gesù entra nel palazzo, lo vede invaso da una turba di servi venuti da Betania, i quali si affrettano nei preparativi. Lazzaro, sdraiato su un lettuccio e molto sofferente, saluta con un pallido sorriso il suo Maestro, che si affretta verso di lui e che si china tutto amore sul lettuccio chiedendo: «Hai molto sofferto, non è vero, amico mio? con le scosse del carro».
2«Molto, Maestro», risponde Lazzaro, sfinito tanto che solo a rievocare ciò che ha provato ha da capo negli occhi le lacrime.
3«Per colpa mia! Perdonami!».
4Lazzaro prende una delle mani di Gesù e se la porta al viso, ci strofina contro la guancia scarnita, la bacia e mormora: «Oh! non per colpa tua, Signore! E sono tanto contento che Tu faccia con me la Pasqua… la mia ultima Pasqua! …»
5«Se Dio vorrà, nonostante ogni cosa, tu ne farai molte ancora, Lazzaro. E sempre il tuo cuore sarà con Me».
6«Oh! io sono finito! Tu mi conforti… ma è finita. E mi spiace…». Piange.
7«Lo vedi, Signore? Lazzaro non fa che piangere» dice pietosa Marta. «Digli che non lo faccia. Si sfinisce!».
8«La carne ha anche i suoi diritti. La sofferenza è penosa, Marta, e la carne piange. Ha bisogno di questo sfogo. Ma l’anima è rassegnata, non è vero, amico mio? La tua anima di giusto fa volentieri la volontà del Signore…».
9«Sì… Ma io piango perché Tu, essendo così perseguitato, non potrai assistermi nella morte… Ho ribrezzo, ho paura di morire… Se ci fossi Tu, non l’avrei tutto ciò. Mi rifugerei nelle tue braccia… e mi addormenterei così… Come farò? Come farò a morire senza avere moti contro l’ubbidienza a questa tremenda volontà?».
10«Suvvia! Non pensare a queste cose! Vedi? Fai piangere le sorelle… Il Signore ti aiuterà così paternamente che tu non avrai paura. Paura devono averla i peccatori…».
11«Ma Tu, se puoi venire, ci vieni alla mia agonia? Promettimelo!».
12«Te lo prometto[73]. Questo e più ancora».
13«Mentre preparano, raccontami ciò che hai fatto questa mattina…».
14E Gesù, seduto sull’orlo del lettuccio, una delle scarne mani di Lazzaro nelle sue, racconta per filo e per segno tutto quanto è accaduto, finché Lazzaro, sfinito, si assopisce, e Gesù non lo lascia neppure allora. Sta immobile per non turbare quel sonno riparatore, facendo segno che si faccia il meno rumore possibile, tanto che Marta, dopo avere portato un ristoro a Gesù, si ritira in punta di piedi calando la tenda pesante e chiudendo la porta massiccia. Il rumore della casa, tutta in moto, si attutisce così in un brusio appena sensibile. Lazzaro dorme. Gesù prega e medita.
La fortuna di chi ama totalmente.
15Passano le ore così, finché Maria di Magdala viene a portare una lampadetta, perché la sera scende e vengono chiuse le finestre.
«Dorme ancora?», sussurra.
«Sì. É molto quieto. Gli farà bene».
16«Da mesi non dormiva tanto… Credo che molto lo tenesse agitato il timore della morte. Con Te vicino non c’è paura… di nulla… Lui fortunato!».
17«Perché, Maria?».
«Perché lui potrà averti vicino nel morire. Ma io…».
18«Perché tu no?».
«Perché Tu vuoi morire… e presto. E io chissà quando morirò. Fammi morire prima di Te, Maestro!».
«No, tu mi devi servire per tanto ancora».
«E allora ho ragione di dire che Lazzaro è fortunato!».
19«I beneamati saranno tutti fortunati come lui, più di lui».
20«Chi sono? I puri, vero?».
«Coloro che sanno totalmente amare. Tu, per esempio, Maria».
21«Oh! mio Maestro!». Maria scivola a terra, sulla stuoia multicolore che copre il pavimento di questa stanza, e sta lì, in adorazione del suo Gesù.
Onorate sempre il povero che nessuno ama.
22Marta, cercandola, mette dentro il capo. «Vieni, dunque! Dobbiamo parare la sala rossa per la cena del Signore».
23«No, Marta. Quella la darete ai più umili, ai contadini di Giocana, ad esempio».
24«Ma perché, Maestro?».
«Perché i poveri sono tanti Gesù ed Io sono in essi. Onorate sempre il povero che nessuno ama, se volete essere perfette. Per Me preparerete nell’atrio. Tenendo aperte le porte delle molte stanze che dànno in esso, tutti mi vedranno ugualmente ed Io tutti vedrò».
25Marta, non troppo soddisfatta, obbietta: «Ma Tu in un vestibolo!… Non è degno di Te! …».
26«Va’, va’. Fa’ ciò che ti dico. É degnissimo fare ciò che il Maestro consiglia».
Marta e Maria escono senza fare rumore e Gesù resta paziente a vegliare l’amico che riposa.
La Regina della festa è Maria.
27Le cene sono in pieno svolgimento. Con poco giusta distribuzione degli ospiti, secondo il punto di vista umano, ma con una superiore vista tesa a dare onore e amore a quelli che il mondo solitamente trascura.
28Così nella splendida, regale sala rossa, la cui volta è sorretta da due colonne di porfido rosso, fra le quali è stata messa la lunga tavola, sono seduti i contadini di Giocana insieme a Marziam e a Isacco più altri discepoli, fino a compire il numero adatto. Nella sala dove ebbe luogo la cena della sera avanti sono altri discepoli fra i più umili. Nella sala bianca – un sogno di candore – sono le discepole vergini e con esse, che sono solo quattro, sono le sorelle di Lazzaro e Anastasica e altre giovani, ma la regina della festa è Maria, la Vergine per eccellenza. Nella stanza vicina, che forse è una biblioteca perché è tappezzata di alti scrigni oscuri che forse contengono dei rotoli, o ne contenevano, sono le vedove e le mogli, e ne sono direttrici Elisa di Betsur e Maria d’Alfeo. E così via.
Il Re della festa è Gesù.
29Ma ciò che colpisce è vedere Gesù nell’atrio marmoreo. Vero è che il gusto signorile delle due sorelle di Lazzaro ha fatto del quadrato vestibolo un vero salone luminoso, fiorito, splendido più di una sala. Ma è sempre il vestibolo! Gesù è coi dodici, ma al suo fianco è Lazzaro. E con Lazzaro è anche Massimino.
30Le cene proseguono secondo il rito… e Gesù sfavilla nella letizia di essere al centro di tutti i suoi discepoli fedeli.
31Terminate le cene, consumato l’ultimo calice, cantato l’ultimo salmo, tutti quelli che erano nelle diverse sale affluiscono nell’atrio. Ma non vi stanno, data la presenza della tavola che ingombra non poco.
32«Andiamo nella sala rossa, Maestro. Spingeremo la tavola contro la parete e staremo tutti intorno a Te», suggerisce Lazzaro facendo cenno ai servi di eseguire.
33Ora Gesù, seduto al centro, fra le due preziose colonne, sotto il rutilante lampadario, alto su un piedistallo fatto di due sedili-lettucci usati per la cena, pare proprio un re seduto sul trono in mezzo ai suoi cortigiani. La sua veste di lino, messa avanti la cena, splende come fosse di fili preziosi, e sembra ancor più bianca, messa a confronto con il rosso opaco delle pareti e con quello lucido delle colonne. E il suo viso è veramente divino e regale mentre parla o ascolta chi gli è intorno. Anche i più umili, che Egli ha voluto molto vicino, sentendosi amati fraternamente dagli altri, parlano con sicurezza, dicendo speranze e affanni con semplicità e fede.
Il nonno di Marziam.
34Ma il più beato fra tanti beati è il nonno di Marziam! Non si separa dal nipote neppure per un momento e si bea di guardarlo, di ascoltarlo… Ogni tanto, stando seduto presso Marziam che è in piedi, curva il capo canuto sul petto del nipote che lo carezza.
35Gesù vede quest’atto più volte e interpella il vecchio: «Padre, il tuo cuore è felice?».
«Oh! ben felice, mio Signore! Non mi sembra neppure vero. Non ho più che un desiderio…».
«Quale?».
«Quello che ho detto al figlio mio. Ma egli non lo approva».
«Che desiderio è?».
36«É che vorrei morire, possibilmente in questa pace. Presto almeno. Perché ormai il massimo bene l’ho avuto. Non di più può averne creatura sulla Terra. Andarmene… non penare più… Andare… Come hai detto bene nel Tempio, o Signore! “Chi offre sacrifizi con la roba dei poveri è come chi sgozza un figlio sotto gli occhi del padre”. Solo il timore di Te trattiene Giocana da emulare Doras. Gli sta passando il ricordo di ciò che avvenne all’altro, i campi suoi prosperano ed egli li feconda col nostro sudore. Il sudore non è forse la roba del povero, il suo sé stesso che si spreme in fatiche superiori alle sue forze? Non ci picchia, ci dà tanto da tenerci forti al lavoro. Ma non ci sfrutta più del bue? Ditelo voi, compagni miei…».
I contadini di Giocana
37I contadini vecchi e nuovi di Giocana annuiscono.
38«Uhm! Credo che… Sì, che le tue parole lo facciano più vampiro che mai; e su questi… Perché le hai dette, Maestro?», chiede Pietro.
39«Perché egli le meritava già. Non è vero, voi dei campi?».
40«Oh, sì! I primi mesi… andò bene. Ma ora… peggio di prima», asserisce Michea.
41«La secchia del pozzo per il suo stesso peso discende», sentenzia il sacerdote Giovanni.
42«Sì, e il lupo presto si stanca di apparire agnello», rincara Erma.
Le donne sussurrano fra loro, impietosite.
43Gesù, con gli occhi fatti dilatati dalla pietà, guarda i poveri contadini, afflitto di essere impotente[74] a sollevarli.
44Lazzaro dice: «Avevo offerto somme pazze per avere quei campi e dare loro pace. Ma non sono riuscito ad averli. Doras mi odia, simile in tutto a suo padre».
45«Ebbene… morremo così. É la nostra sorte. Ma verrà bene il riposo in seno ad Abramo!», esclama Saulo, altro contadino di Giocana.
46«In seno a Dio, figlio! In seno a Dio. La Redenzione sarà compiuta, i Cieli aperti, e voi al Cielo andrete».
37. Le opere salvifiche dei giusti.[75].
La comunione dei santi è per i santi.
I discepoli.
1Molti discepoli e discepole si sono congedati, tornando alle case ospitali o riprendendo le vie dalle quali erano venuti.
2Nel pomeriggio splendido di questo inoltrato aprile restano nella casa di Lazzaro i discepoli veri e propri, e particolarmente i più votati alla predicazione. Ossia i pastori, Erma e Stefano, il sacerdote Giovanni, Timoneo, Ermasteo, Giuseppe d’Emmaus, Salomon, Abele di Betlemme di Galilea, Samuele e Abele di Corozim, Agapo, Aser e Ismaele di Nazareth, Elia di Corozim, Filippo d’Arbela, Giuseppe barcaiolo di Tiberiade, Giovanni d’Efeso, Nicolai d’Antiochia. Delle donne restano, oltre le note discepole, Annalia, Dorca, la madre di Giuda, Mirta, Anastasica, le figlie di Filippo. Non vedo più Miryam di Giairo, né Giairo stesso. Forse è tornato dove era ospitato.
3Passeggiano lentamente nei cortili, oppure sul terrazzo della casa, mentre intorno a Gesù, che è seduto presso il lettuccio di Lazzaro, sono quasi tutte le donne e tutte le vecchie discepole. Ascoltano Gesù che parla con Lazzaro, descrivendo paesi attraversati nelle ultime settimane avanti il viaggio pasquale.
Il Salvatore.
4«Sei arrivato proprio in tempo per salvare il piccolino», commenta Lazzaro dopo il racconto del castello di Cesarea di Filippo, accennando al poppante che dorme beato fra le braccia materne. E Lazzaro aggiunge: «É un bel bambino! Donna, me lo fai vedere da vicino?».
5Dorca si alza e silenziosamente, ma trionfalmente, porge il suo nato all’ammirazione del malato.
6«Un bel bambino! Proprio bello! Il Signore te lo protegga e lo faccia crescere sano e santo».
7«E fedele al suo Salvatore. Così non avesse a divenire, lo vorrei morto, anche ora. Tutto, ma non che il salvato sia ingrato al Signore!», dice Dorca fermamente, tornando al suo posto.
8«Il Signore giunge sempre in tempo per salvare», dice Mirta, madre di Abele di Betlemme. «Il mio non era meno prossimo a morte, e a che morte! del piccolo di Dorca. Ma Egli è giunto… ha salvato. Che ora tremenda! …». Mirta impallidisce ancora nel ricordo…
L’ amore perfetto.
9«Allora verrai in tempo anche per me, non è vero? Per darmi pace…», dice Lazzaro carezzando la mano di Gesù.
10«Ma non stai un poco meglio, fratello mio?», chiede Marta.
«Da ieri mi sembri più sollevato…».
«Sì. E me ne stupisco io stesso. Forse Gesù…».
11«No, amico. É che Io verso in te la mia pace. La tua anima ne è satura, e ciò sopisce il soffrire delle membra. É decreto di Dio che tu soffra».
12«E muoia. Dillo pure. Ebbene… sia fatta la sua volontà, come Tu insegni. Da questo momento non chiederò più guarigione né sollievo. Ho tanto avuto da Dio (e guarda involontariamente Maria, sua sorella) che è giusto che ricambi il tanto avuto con la mia sommissione…»
13«Fa’ di più, amico mio. Già molto è essere rassegnati e subire il dolore. Ma tu dà ad esso un valore maggiore».
«Quale, mio Signore?».
14«Offrilo per la redenzione degli uomini».
15«Sono un povero uomo io pure, Maestro. Non posso aspirare ad essere un redentore».
16«Tu lo dici. Ma sei in errore. Dio si è fatto Uomo per aiutare gli uomini. Ma gli uomini possono aiutare Dio. Le opere dei giusti saranno unite alle mie nell’ora della Redenzione. Dei giusti, morti da secoli, viventi, o futuri. Tu unisci vi le tue, da ora. È così bello fondersi alla Bontà infinita, aggiungervi ciò che possiamo dare della nostra bontà limitata e dire: “Io pure coopero, o Padre, al bene dei fratelli”. Non ci può essere amore più grande, per il Signore e per il prossimo, di questo di saper patire e morire per dare gloria al Signore e salvezza eterna ai fratelli nostri. Salvarsi per sé stessi? É poco. É un “minimo” di santità. Bello è salvare. Darsi per salvare. Spingere l’amore fino a farsi rogo immolatore per salvare. Allora l’amore è perfetto. E grandissima sarà la santità del generoso».
17«Come è bello tutto ciò, non è vero, sorelle mie?», dice Lazzaro con un sorriso sognante nel volto affilato.
Marta annuisce col capo, commossa.
Eroismo perfetto.
18Maria, che è seduta su un cuscino, ai piedi di Gesù, nella sua posa abituale di umile e ardente adoratrice, dice: «Forse che io costo queste sofferenze al fratello mio? Dimmelo, Signore, perché la mia ambascia sia completa! …».
19Lazzaro esclama: «No, Maria, …dovevo morire di ciò. Non metterti frecce nel cuore».
20Ma Gesù, sincero fino all’estremo, dice: «Certo che sì! Io l’ho sentito il buon fratello nelle sue preghiere, nei suoi palpiti. Ma questo non ti deve dare ambascia che appesantisce. Bensì volontà di divenire perfetta, per ciò che costi. E giubila! Giubila perché Lazzaro, per averti strappata al demonio…».
«Non io! Tu, Maestro»
21«…per averti strappata al demonio, ha meritato da Dio un premio futuro, per cui di lui parleranno le genti e gli angeli. E come per Lazzaro, di altri, e specie di altre, che hanno strappato a Satana la preda col loro eroismo».
I Salvatori.
22«Chi sono? Chi sono?», chiedono curiose le donne, e forse tutte sperano di essere loro, una per una. Maria di Giuda non parla. Ma guarda, guarda il Maestro…
23Gesù pure la guarda. Potrebbe illuderla. Non lo fa. Non la mortifica, ma non la illude. Risponde a tutte: «Lo saprete in Cielo».
24La sempre angosciata madre di Giuda chiede: «E se una non riuscisse, pur volendo? Quale la sua sorte?».
«Quale la sua anima buona la merita».
25«Il Cielo? Ma, o Signore, una moglie, una sorella, od una madre che… che non riuscisse a salvare quelli che ama e li vedesse dannati, potrebbe avere il Paradiso, pur essendo nel Paradiso? Non credi Tu che ella non avrà mai gioia perché… la carne della sua carne e il sangue del suo sangue avranno meritato condanna eterna? Io penso che non potrà godere vedendo l’amato in atroce pena…».
26«Sei in errore, Maria. La vista di Dio, il possesso di Dio sono fonti di una beatitudine così infinita che non sussiste pena per i beati. Operosi e attenti per aiutare ancora coloro che possono essere salvati, non soffrono più per i recisi da Dio, e perciò da loro stessi, che sono in Dio. La comunione dei santi è per i santi».
27«Ma se aiutano coloro che possono ancora essere salvati è segno che questi aiutati non sono ancora santi», obbietta Pietro.
28«Ma hanno volontà, almeno passiva, di esserlo. I santi in Dio aiutano anche nei bisogni materiali per fare passare costoro da una volontà passiva ad una attiva. Mi comprendi?».
29«Sì e no. Ecco, per esempio, se io fossi in Cielo e vedessi, per un supposto, un movimento fuggevole di bontà in… Eli il fariseo, diciamo, che farei?».
30«Coglieresti tutti i mezzi per aumentare i suoi movimenti buoni».
31«E se non giovasse a nulla? Dopo?».
32«Dopo, quando egli fosse dannato, te ne disinteresseresti».
33«E se, come lo è ora, fosse tutt’affatto degno di dannazione, ma mi fosse caro – cosa che non sarà mai – che dovrei fare?».
34«Anzitutto sappi che pericoli di dannarti tu col dire che non lo hai né avrai caro; poi sappi che se fossi in Cielo, tutt’uno con la Carità, pregheresti per lui, per la sua salvezza, fino al momento del suo giudizio. Ci saranno spiriti salvati nell’ultimo momento dopo tutta una vita di preghiere per loro».
38. Parabola dell’acqua e del giunco per Maria di
Magdala,
che ha scelto la parte migliore[76].
Betania: Casa di accoglienza.
Gesti d’ amore.
1Comprendo subito che si è ancora intorno alla figura della Maddalena[77], perché la vedo per prima cosa in una semplice veste di un rosa lillà come è il fiore della malva. Nessun ornamento prezioso, i capelli sono semplicemente raccolti in trecce sulla nuca. Sembra più giovane di quando era tutta un capolavoro di toletta. Non ha più l’occhio sfrontato di quando era la «peccatrice», e neppure lo sguardo avvilito di quando ascoltava la parabola della pecorella, e quello vergognoso e lucido di pianto di quando era nella sala del Fariseo… Ora ha un occhio quieto, tornato limpido come quello di un bambino, e un riso pacato vi risplende.
2Ella è appoggiata ad un albero presso il confine della proprietà di Betania e guarda verso la via. Attende. Poi ha un grido di gioia. Si volge verso la casa e grida forte per essere udita, grida con la sua splendida voce vellutata e passionale, inconfondibile: «Giunge!… Marta, ci hanno detto giusto. Il Rabbi è qui!», e corre ad aprire il pesante cancello che stride. Non dà tempo ai servi di farlo e esce sulla via a braccia tese, come fa un bambino verso la mamma, e con un grido di gioia amorosa: «O Rabbomì mio![78]», (io scrivo “Rabbonì” perché vedo che il Vangelo porta così. Ma tutte le volte che ho sentito la Maddalena chiamarlo, mi è parso dicesse “Rabbomi”, con l’emme e non l’enne), e si prostra ai piedi di Gesù, baciandoglieli fra la polvere della via.
3«Pace a te, Maria. Vengo a riposare sotto il tuo tetto».
4«O Maestro mio!», ripete Maria levando il volto con una espressione di riverenza e d’amore che dice tanto… È ringraziamento, è benedizione, è gioia, è invito ad entrare, è giubilo perché Egli entra…
5Gesù le ha messo la mano sul capo e pare l’assolva ancora.
6Maria si alza e, a fianco di Gesù, rientra nel recinto della proprietà. Sono corsi intanto servi e Marta. I servi con anfore e coppe. Marta col suo solo amore. Ma è tanto.
7Gli apostoli, accaldati, bevono le fresche bevande che i servi mescono. Vorrebbero darla a Gesù per il primo. Ma Marta li ha prevenuti. Ha preso una coppa piena di latte e l’ha offerta a Gesù. Deve sapere che gli piace molto.
8Dopo che i discepoli si sono ristorati, Gesù dice loro: «Andate ad avvertire i fedeli. A sera parlerò loro».
9Gli apostoli si sparpagliano in diverse direzioni non appena fuori dal giardino.
Gesù inoltra fra Marta e Maria.
10«Vieni, Maestro», dice Marta. «Mentre giunge Lazzaro, riposa e prendi ristoro».
11Mentre pongono piede in una fresca stanza che dà sul portico ombroso, ritorna Maria che si era allontanata a passo rapido. Torna con una brocca d’acqua, seguita da un servo che porta un bacile. Ma è Maria che vuole lavare i piedi di Gesù. Ne slaccia i sandali polverosi e li dà al servo, perché li riporti puliti insieme al mantello, pure dato perché fosse scosso dal polverume. Poi immerge i piedi nell’acqua, che qualche aroma fa lievemente rosea, li asciuga, li bacia. Poi cambia l’acqua e ne offre di monda a Gesù, per le mani. E mentre attende il servo coi sandali, accoccolata sul tappeto ai piedi di Gesù, glieli accarezza e, prima di mettergli i sandali, li bacia ancora dicendo: «Santi piedi che avete tanto camminato per cercarmi!».
12Marta, più pratica nel suo amore, va all’utile umano e chiede: «Maestro, oltre i tuoi discepoli chi verrà?».
13E Gesù: «Non so ancora di preciso. Ma puoi preparare per altri cinque oltre gli apostoli».
Marta se ne va.
Immagine delle anime pure.
14Gesù esce nel fresco giardino ombroso. Ha semplicemente la sua veste azzurro cupo. Il mantello, ripiegato con cura da Maria, resta su una cassapanca della stanza. Maria esce insieme a Gesù.
15Vanno per vialetti ben curati, fra aiuole fiorite, sin verso la peschiera che pare uno specchio caduto fra il verde. L’acqua limpidissima è appena rotta, qua e là, dal guizzo argenteo di qualche pesce e dalla pioggiolina dello zampillo esilissimo, alto e centrale. Dei sedili sono presso l’ampia vasca che pare un laghetto è dalla quale partono piccoli canali di irrigazione. Credo anzi che uno sia quello che alimenta la peschiera e gli altri, più piccoli, quelli di scarico adibiti ad irrigare.
16Gesù siede su un sedile messo proprio contro il margine della vasca. Maria gli si siede ai piedi, sull’erba verde e ben curata. In principio non parlano. Gesù gode visibilmente del silenzio e del riposo nel fresco del giardino. Maria si bea di guardarlo.
17Gesù gioca con l’acqua limpida della vasca. Vi immerge le dita, la pettina separandola in tante piccole scie e poi lascia che tutta la mano sia immersa in quella pura freschezza.
18«Come è bella quest’acqua limpida!», dice.
19E Maria: «Tanto ti piace, Maestro?».
«Sì, Maria. Perché è tanto limpida. Guarda. Non ha una traccia di fango. Vi è acqua, ma è tanto pura che pare non vi sia nulla, quasi non fosse elemento ma spirito. Possiamo leggere sul fondo le parole che si dicono i pesciolini…».
20«Come si legge in fondo alle anime pure. Non è vero, Maestro?», e Maria sospira con un rimpianto segreto.
21Gesù sente il sospiro represso e legge il rimpianto velato da un sorriso, e medica subito la pena di Maria.
Maria, l’anima, il paradiso.
La Donna dall’anima di angelo.
22«Le anime pure dove le abbiamo, Maria? È più facile che un monte cammini che non una creatura sappia mantenersi pura delle tre purità. Troppe cose intorno ad un adulto si agitano e fermentano. E non sempre si può impedire che penetrino nell’interno. Non vi sono che i bambini che abbiano l’anima angelica, l’anima preservata, dalla loro innocenza, dalle cognizioni che possono mutarsi in fango. Per questo li amo tanto. Vedo in loro un riflesso della Purezza infinita. Sono gli unici che portino seco questo ricordo dei Cieli.
23La Mamma mia è la Donna dall’anima di bambino. Più ancora. Ella è la Donna dall’anima di angelo. Quale era Eva uscita dalle mani del Padre. Lo pensi, Maria, cosa sarà stato il primo giglio fiorito nel terrestre giardino? Tanto belli anche questi che fanno guida a quest’acqua. Ma il primo, uscito dalle mani del Creatore! Era fiore o era diamante? Erano petali o fogli d’argento purissimo? Eppure mia Madre è più pura di questo primo giglio che ha profumato i venti. E il suo profumo di Vergine inviolata empie Cielo e Terra, e dietro ad esso andranno i buoni nei secoli dei secoli. Il Paradiso è luce, profumo e armonia. Ma se in esso non si beasse il Padre nel contemplare la Tutta Bella che fa della Terra un paradiso, ma se il Paradiso dovesse in futuro non avere il Giglio vivo nel cui seno sono i tre pistilli di fuoco della divina Trinità, luce, profumo e armonia, letizia del Paradiso, sarebbero menomati della metà. La purezza della Madre sarà la gemma del Paradiso.
I cittadini della Gerusalemme eterna.
24Ma è sconfinato il Paradiso! Che diresti di un re che avesse una gemma sola nel suo tesoro? Anche fosse la Gemma per eccellenza? Quando Io avrò aperto le porte del Regno dei Cieli… – non sospirare, Maria, per questo Io son venuto – molte anime di giusti e di pargoli entreranno, scia di candore, dietro alla porpora del Redentore. Ma saranno ancora pochi per popolare di gemme i Cieli e formare i cittadini della Gerusalemme eterna. E dopo… dopo che la Dottrina di verità e santificazione sarà conosciuta dagli uomini, dopo che la mia Morte avrà ridato la Grazia agli uomini, come potrebbero gli adulti conquistare i Cieli, se la povera vita umana è continuo fango che rende impuri? Sarà dunque allora il mio Paradiso solo dei pargoli? Oh! no! Come pargoli occorre saper divenire. Ma anche agli adulti è aperto il Regno. Come pargoli… Ecco la purezza.
Similitudine dell’acqua e il giunco.
25Vedi quest’acqua? Pare tanto limpida. Ma osserva: basta che Io con questo giunco ne smuova il fondale che ecco si intorbida. Detriti e fango affiorano. Il suo cristallo si fa giallognolo e nessuno ne beverebbe più. Ma se Io levo il giunco, la pace ritorna e l’acqua torna poco a poco limpida e bella. Il giunco: il peccato. Così delle anime. Il pentimento, credilo, è ciò che depura…».
La scelta della parte migliore.
25Sopraggiunge Marta affannata: «Ancora qui sei, Maria? Ed io che mi affanno tanto!… L’ora passa. I convitati presto verranno e vi è tanto da fare. Le serve sono al pane, i servi scuoiano e cuociono le carni. Io preparo stoviglie, mense e bevande. Ma ancora sono da cogliere le frutta e preparare l’acqua di menta e miele…».
27Maria ascolta sì e no le lamentele della sorella. Con un sorriso beato continua a guardare Gesù, senza muoversi dalla sua posizione.
28Marta invoca l’aiuto di Gesù: «Maestro, guarda come sono accaldata. Ti pare giusto che sia io sola a sfaccendare? Dille Tu che mi aiuti». Marta è veramente inquieta.
29Gesù la guarda con un sorriso per metà dolce e per metà un poco ironico, meglio, scherzoso.
30Marta ci si inquieta un poco: «Dico sul serio, Maestro. Guardala come ozia mentre io lavoro. Ed è qui che vede…».
31Gesù si fa più serio: «Non è ozio, Marta. È amore. L’ozio era prima. E tu hai tanto pianto per quell’ozio indegno. Il tuo pianto ha messo ancor più ala al mio andare per salvarmela e rendertela al tuo onesto affetto. Vorresti tu contenderla di amare il suo Salvatore? La preferiresti allora lontana di qui per non vederti lavorare, ma lontana anche da Me? Marta, Marta! Devo dunque dire che costei (e Gesù le pone la mano sul capo), venuta da tanto lontano, ti ha sorpassata nell’amore? Devo dunque dire che costei, che non sapeva una parola di bene, è ora dotta nella scienza dell’amore? Lasciala alla sua pace! È stata tanto malata! Ora è una convalescente che guarisce bevendo le bevande che la fortificano. È stata tanto tormentata… Ora, uscita dall’incubo, guarda intorno a sé e in sé, e si scopre nuova e scopre un mondo nuovo. Lascia che se ne faccia sicura. Con questo suo “nuovo” deve dimenticare il passato e conquistarsi l’eterno… Non sarà conquistato questo unicamente col lavoro, ma anche con l’adorazione. Avrà ricompensa chi avrà dato un pane all’apostolo e al profeta. Ma doppia ne avrà chi avrà dimenticato anche di cibarsi per amarmi, perché più grande della carne avrà avuto lo spirito, il quale avrà avuto voci più forti di quelle degli anche leciti bisogni umani. Tu ti affanni di troppe cose, Marta. Costei di una sola. Ma è quella che basta al suo spirito e soprattutto al suo e tuo Signore. Lascia cadere le cose inutili. Imita tua sorella. Maria ha scelto la parte migliore. Quella che non le sarà mai più tolta. Quando tutte le virtù saranno superate, perché non più necessarie ai cittadini del Regno, unica resterà la carità. Essa resterà sempre. Unica. Sovrana. Ella, Maria, ha scelto questa, e questa si è presa per suo scudo e bordone. Con questa, come su ali d’angelo, verrà nel mio Cielo».
32Marta abbassa la testa mortificata e se ne va.
Il pentimento purifica, l’amore preserva.
33«Mia sorella ti ama molto e si cruccia per farti onore…», dice Maria per scusarla.
34«Lo so, e ne sarà ricompensata. Ma ha bisogno di esser depurata, come si è depurata quest’acqua, del suo pensare umano. Guarda, mentre parlavamo, come è tornata limpida. Marta si depurerà per le parole che le ho detto. Tu… tu per la sincerità del tuo pentimento…».
35«No, per il tuo perdono, Maestro. Non bastava il mio pentirmi a lavare il mio grande peccato…».
36«Bastava e basterà alle tue sorelle che ti imiteranno. A tutti i poveri infermi dello spirito. Il pentimento sincero è filtro che depura; l’amore, poi, è sostanza che preserva da ogni nuova inquinazione. Ecco perciò che coloro che la vita fa adulti e peccatori potranno tornare innocenti come pargoli ed entrare come essi nel Regno mio. Andiamo ora alla casa. Che Marta non resti troppo nel suo dolore. Portiamole il nostro sorriso di Amico e di sorella».
La più grande risorta del Vangelo.
Dice Gesù:
37«Il commento non occorre. La parabola dell’acqua è commento all’operazione del pentimento nei cuori.
38Hai così il ciclo della Maddalena completo. Dalla morte alla Vita. È la più grande risorta del mio Vangelo. È risorta da sette morti. È rinata. L’hai vista, come pianta da fiore, alzare dal fango lo stelo del suo nuovo fiore sempre più in alto, e poi fiorire per Me, olezzare per Me, morire per Me. L’hai vista peccatrice, poi assetata che si accosta alla Fonte, poi pentita, poi perdonata, poi amante, poi pietosa sul Corpo ucciso del suo Signore, poi serva della Madre, che ama perché Madre mia; infine penitente sulle soglie del suo Paradiso.
39Anime che temete, imparate a non temere di Me leggendo la vita di Maria di Magdala. Anime che amate, imparate da lei ad amare con serafico ardore. Anime che avete errato, imparate da lei la scienza che rende pronti al Cielo.
40Vi benedico tutti per darvi aiuti a salire. Va’ in pace».
39. Parabola degli uccelli e predilezione per i fanciulli. Tranello teso da nemici giudei. Intervento di Claudia Procula[79].
Le virtù si formano nelle difficoltà.
Ubbidire è amare.
1Gesù a Betania, tutta ubertosa e fiorita in questo bel mese di nisam, sereno, puro, come se il creato fosse dilavato da ogni sozzura. Ma le turbe, che certo lo hanno cercato a Gerusalemme e che non vogliono partire senza averlo sentito, per potere portare seco, nel cuore, la sua parola, lo raggiungono. Numerose tanto che Gesù ordina di adunarle perché Egli possa ammaestrarle. E i dodici coi settantadue, che si sono ricomposti in tale numero, o giù di lì, coi nuovi discepoli aggregatisi ad essi in questi ultimi tempi, si spargono per ogni dove per eseguire l’ordine avuto.
2Intanto Gesù, nel giardino di Lazzaro, si accomiata dalle donne, e specie dalla Madre, che per suo ordine tornano in Galilea scortate da Simone d’Alfeo, Giairo, Alfeo di Sara, Marziam, lo sposo di Susanna e Zebedeo. Vi sono saluti e lacrime. Vi sarebbe molta volontà anche di non ubbidire. Una volontà data ancora dall’amore al Maestro. Ma più forte ancora è la forza dell’amore perfetto, perché tutto soprannaturale, per il Verbo Santissimo, e questa forza le fa ubbidire accettando la penosa separazione.
3Quella che meno parla è Maria, la Madre. Ma il suo sguardo dice più di tutto quanto dicono tutte le altre messe insieme. Gesù interpreta quello sguardo e la rassicura, la consola, la sazia di carezze, se si può mai saziare una madre, e specie quella Madre, tutt’amore e tutt’ambascia per il Figlio perseguitato. E le donne se ne vanno, infine, volgendosi, rivolgendosi a salutare il Maestro, a salutare i figli e le fortunate discepole giudee che restano ancora col Maestro.
4«Hanno sofferto ad andare…», osserva Simone Zelote.
«Ma è bene che siano andate, Simone».
«Prevedi giorni tristi?».
5«Agitati per lo meno. Le donne non possono sopportare le fatiche come noi. Del resto, ora che ne ho un numero quasi pari di giudee e di galilee, è bene siano divise. A turno mi avranno, avendo a turno la gioia di servirmi, esse; e il conforto del loro affetto santo, Io».
L’ eroismo della fede.
6La gente intanto aumenta sempre più. Il frutteto posto fra la casa di Lazzaro e quella che era dello Zelote formicola di folla. Ve ne è di tutte le caste e condizioni, ne mancano farisei di Giudea, sinedristi e donne velate.
7Dalla casa di Lazzaro escono in gruppo, stretti intorno ad una lettiga su cui viene trasportato lo stesso, i sinedristi che il sabato pasquale erano in visita da Lazzaro a Gerusalemme, e altri ancora. Lazzaro, passando, fa un gesto ed ha un sorriso felice per Gesù. E Gesù glielo ricambia mentre si accoda al piccolo corteo per andare là dove la gente attende.
8Gli apostoli si uniscono a Lui, e Giuda Iscariota, che è trionfante da qualche giorno, in una fase felicissima, getta qua e là gli sguardi dei suoi occhi nerissimi e scintillanti, e annuncia all’orecchio di Gesù le scoperte che fa.
9«Oh! guarda! Ci sono anche dei sacerdoti!… Ecco, ecco! C’è anche Simone sinedrista. E c’è Elchia. Guarda che bugiardo! Solo pochi mesi fa diceva inferno di Lazzaro e ora lo ossequia come fosse un dio!… E là Doro l’Anziano e Trisone. Vedi che saluta Giuseppe? E lo scriba Samuele con Saulo… E il figlio di Gamaliele! E là c’è un gruppo di quelli di Erode… E quel gruppo di donne così velate sono certo le romane. Stanno appartate, ma vedi come osservano dove ti dirigi per potersi spostare e sentirti? Riconosco le loro persone nonostante i mantelloni. Vedi? Due alte, una più larga che alta, le altre di media statura, ma in proporzione giusta. Vado a salutarle?».
10«No. Esse vengono come sconosciute. Come anonime che desiderano la parola del Rabbi. Tali le dobbiamo considerare».
11«Come vuoi, Maestro. Facevo per… ricordare a Claudia la promessa…».
12«Non ce n’è bisogno. E anche ce ne fosse, non diveniamo mai dei questuanti, Giuda. Non è vero? L’eroismo della fede deve formarsi fra le difficoltà».
«Ma era per… per Te, Maestro».
13«E per la tua idea perenne di un trionfo umano. Giuda, non ti creare illusioni. Né sul mio modo di agire futuro, né sulle promesse avute. Tu credi a ciò che ti dici da te stesso. Ma nulla potrà mutare il pensiero di Dio, ed esso è che Io sia Redentore e Re di un regno spirituale».
Giuda non ribatte nulla.
Gli ascoltatori.
14Gesù è al suo posto, fra il cerchio degli apostoli. Quasi ai suoi piedi è Lazzaro sul suo lettuccio. Poco lontano da Lui sono le discepole giudee, ossia le sorelle di Lazzaro, Elisa, Anastasia, Giovanna coi bambinelli, Annalia, Sara, Marcella, Niche. Le romane, o almeno quelle che Giuda ha dette tali, sono più indietro, quasi nel fondo, mescolate ad un mucchio di popolani. Sinedristi, farisei, scribi, sacerdoti sono, è inevitabile, in prima fila. Ma Gesù li prega di fare largo a tre barelline, dove sono dei malati che Gesù interroga ma non guarisce subito.
15Gesù, per prendere l’idea del suo discorso, richiama l’attenzione dei presenti sul gran numero di uccelli che si annidano fra le fronde del giardino di Lazzaro ed il frutteto dove sono radunati gli ascoltatori.
L’apologia sugli uccelli diurni e notturni.
16«Osservate. Ve ne sono di indigeni e di esotici, di ogni razza e dimensione. E quando scenderanno le ombre, ad essi si sostituiranno gli uccelli della notte, essi pure qui numerosi, per quanto sia quasi possibile dimenticarli solo per il fatto che non li vediamo. Perché tanti uccelli dell’aria qui? Perché trovano di che vivere felici. Qui sole, qui quiete, qui pasto abbondante, ricoveri sicuri, fresche acque. Ed essi si adunano venendo da oriente e occidente, da mezzogiorno e settentrione se sono migratori, rimanendo fedeli a questo luogo se indigeni. E che? Vedremo dunque che gli uccelli dell’aria sono superiori in sapienza ai figli dell’uomo? Quanti, fra questi uccelli, sono figli di uccelli ora morti, ma che lo scorso anno, o più lontano ancora nel tempo, qui nidificarono trovandovi sollievo! Essi lo hanno detto ai loro nati, avanti di morire. Hanno indicato questo posto, ed essi, i nati, sono venuti ubbidienti. Il Padre che è nei Cieli, il Padre degli uomini tutti, non ha forse detto ai suoi santi le sue verità, dato tutte le indicazioni possibili per il benessere dei suoi figli? Tutte le indicazioni. Quelle rivolte al bene della carne e quelle rivolte al bene dello spirito. Ma che vediamo noi? Vediamo che, mentre ciò che fu insegnato per la carne – dalle tuniche di pelli, che Egli fece ai progenitori, ormai denudati ai loro occhi della veste dell’innocenza che il peccato aveva lacerata, alle ultime scoperte che per lume di Dio l’uomo ha fatte – sono ricordate, tramandate, insegnate, l’altro, quello che fu insegnato, comandato, indicato per lo spirito, non viene conservato e insegnato e praticato».
Molti del Tempio bisbigliano. Ma Gesù li calma col gesto.
17«I1 Padre, buono come l’uomo non può lontanamente pensare, manda il suo Servo a ricordare il suo insegnamento, a radunare gli uccelli nei luoghi di salute, a dare loro esatta conoscenza di ciò che è utile e santo, a fondare il Regno dove ogni angelico uccello, ogni spirito, troverà grazia e pace, sapienza e salute. E in verità, in verità vi dico che, come gli uccelli nati in questo luogo a primavera diranno ad altri di altri luoghi: “Venite con noi, che vi è un luogo buono dove gioirete della pace e dell’abbondanza del Signore”, e così si vedrà, l’anno novello, novelli uccelli qui affluire, nello stesso modo, da ogni parte del mondo, così come è detto dai profeti[80], vedremo affluire spiriti e spiriti alla Dottrina venuta da Dio, al Salvatore fondatore del Regno di Dio. Ma agli uccelli diurni sono mescolati in questo luogo uccelli notturni, predatori, disturbatori, capaci da gettare terrore e morte fra gli uccelletti buoni. E sono gli uccelli che da anni, da generazioni, sono tali, e nulla li può snidare perché le loro opere si fanno nelle tenebre e in luoghi impenetrabili da parte dell’uomo. Questi, col loro occhio crudele, col loro volo muto, con la loro voracità, con la loro crudeltà, nelle tenebre lavorano e, immondi, seminano immondezza e dolore. A chi li paragoneremo noi? A quanti in Israele non vogliono accettare la Luce venuta ad illuminare le tenebre, la Parola venuta ad ammaestrare, la Giustizia venuta a santificare. Per essi inutilmente sono venuto. Anzi per essi sono cagione di peccato, perché mi perseguitano e perseguitano i miei fedeli. Che allora dirò? Una cosa che già ho detto altre volte: “Molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno con Abramo e Giacobbe nel Regno dei Cieli. Ma i figli di questo regno saranno gettati nelle tenebre esteriori”».
La bava dei rettili.
18«I figli di Dio nelle tenebre? Tu bestemmi!», urla uno dei sinedristi contrari. È il primo spruzzo della bava dei rettili, stati troppo tempo zitti e che non possono più tacere perché affogherebbero nel loro veleno.
«Non i figli di Dio», risponde Gesù.
«L’hai detto Tu! Hai detto: “I figli di questo regno saranno gettati nelle tenebre esteriori”».
19«E lo ripeto. I figli di questo regno. Del regno dove la carne, il sangue, l’avarizia, la frode, la lussuria, il delitto sono padroni. Ma questo non è il mio Regno. Il mio è il Regno della Luce. Questo vostro è il regno delle tenebre. Al Regno della Luce verranno da oriente e occidente, mezzogiorno e settentrione gli spiriti retti, anche quelli per ora pagani, idolatri, spregevoli ad Israele. E vivranno in santa comunione con Dio, avendo in sé accolta la luce di Dio, in attesa di salire alla vera Gerusalemme, dove non è più lacrima e dolore e soprattutto non è la menzogna. La menzogna che ora regge il mondo delle tenebre e satura i figli di esso, al punto che in essi non cade una briciola di luce divina. Oh! vengano i figli nuovi al posto dei figli rinnegatori! Vengano! E, quale che sia la loro provenienza, Dio li illuminerà ed essi regneranno nei secoli dei secoli!».
La prova dei miracoli.
«Hai parlato per insultarci!», gridano i giudei nemici.
20«Ho parlato per dire la verità».
«Il tuo potere sta nella lingua con la quale, novello serpente, seduci le folle e le travii».
21«Il mio potere sta nella potenza che mi viene dall’essere uno col Padre mio».
«Bestemmiatore!», urlano i sacerdoti.
22«Salvatore! O tu che giaci ai miei piedi, di che soffri?».
«Ebbi rotta la spina da fanciullo, e da trenta anni sto sul dorso».
23«Sorgi e cammina! E tu, donna, di che soffri?».
«Pendono inerti le mie gambe da quando questo, che col marito mio mi porta, vide la luce», e accenna ad un giovanetto di almeno sedici anni.
«Tu pure sorgi e loda il Signore. E quel fanciullo perché non va da solo?».
24«Perché è nato ebete, sordo, cieco, muto. Un pezzo di carne che respira», dicono quelli che sono coll’infelice.
«Nel nome di Dio abbi intelletto, parola, vista e udito. Lo voglio!».
25E, compiuto il terzo miracolo, si volge agli ostili e dice: «E che dite?».
26«Dubbi miracoli. Perché non guarisci il tuo amico e difensore, allora, se tutto puoi?».
«Perché Dio vuole altrimenti».
27«Ah! Ah! Già! Dio! Comoda scusa! Se ti portassimo noi un malato, anzi due, li guariresti?».
«Sì. Se lo meritano».
28«Attendici, allora», e vanno lesti, ghignando.
«Maestro, bada! Ti tendono qualche tranello!», dicono in diversi.
Non impedite ai fanciulli di venire a me.
29Gesù fa un gesto, come dire: «Lasciateli fare!», 8e si china ad accarezzare dei fanciulli che piano piano si sono accostati a Lui lasciando i parenti. Alcune madri li imitano, portandogli quelli che sono ancora troppo incerti nel passo o poppanti del tutto.
30«Benedici le nostre creature, Tu benedetto, perché siano amanti della Luce!», dicono le madri.
31E Gesù impone le mani, benedicendo. Ciò origina tutto un movimento fra la folla. Tutti quelli che hanno fanciulli vogliono la stessa benedizione e spingono e urlano per farsi largo. Gli apostoli, parte perché sono innervositi dalle solite cattiverie degli scribi e farisei, parte per pietà di Lazzaro, che rischia di essere travolto dalla ondata dei parenti che portano i piccoli alla divina benedizione, si inquietano e urlano sgridando questo e quello, respingendo questo e quello, specie i fanciullini venuti lì da soli.
32Ma Gesù, dolce, amoroso, dice: «No, no! Non fate così! Non impedite mai ai fanciulli di venire a Me, né ai loro parenti di portarmeli. Proprio di questi innocenti è il Regno. Essi saranno innocenti del gran delitto e cresceranno nella mia fede. Lasciate dunque che ad essa Io li consacri. Sono i loro angeli che a Me li conducono».
33Gesù ora è in mezzo ad una siepe di fanciulli che lo guardano estatici: tanti visetti alzati, tanti occhi innocenti, tante boccucce sorridenti…
34Le donne velate hanno approfittato della confusione per girare dietro alla folla e venire alle spalle di Gesù, come se la curiosità le spronasse a questo.
Truffa tentata a Dio.
Mentitori!
35Tornano i farisei, scribi ecc. ecc. con due che paiono molto sofferenti. Uno specialmente geme, nella sua barellina, stando tutto coperto dal mantello. L’altro è, in apparenza, meno grave, ma certo è molto malato perché è scheletrito e ansimante.
36«Ecco i nostri amici. Guariscili. Questi sono veramente malati. Questo soprattutto!», e indicano il gemente.
37Gesù abbassa gli occhi sui malati, poi li rialza sui giudei. Dardeggia i suoi nemici con uno sguardo terribile. Ritto dietro la siepe innocente dei fanciulli che non gli raggiungono l’inguine, pare alzarsi da un cespo di purezza per essere il Vendicatore, come se da questa purezza traesse forza per esserlo. Apre le braccia e grida: «Mentitori! Costui non è malato! Io ve lo dico. Scopritelo! O realmente sarà morto fra un istante per la truffa tentata a Dio».
L’uomo balza fuori dalla barella urlando: «No, no! Non mi colpire! E voi, maledetti, tenete le vostre monete!», e getta una borsa ai piedi dei farisei fuggendo a gambe levate…
La folla mugola, ride, fischia, applaude…
Il miracolo del piede ricomposto.
38L’altro malato dice: «E io, Signore? Io sono stato preso dal mio letto per forza ed è da questa mattina che subisco disturbo… Ma io non sapevo d’essere in mano ai tuoi nemici…».
«Tu, povero figlio, guarisci e sii benedetto!», e gli impone le mani fendendo la siepe viva dei fanciulli.
L’uomo alza un attimo la coperta stesa sul suo corpo, guarda non so che… Poi si alza in piedi. Così appare nudo dalle cosce in giù. E urla, urla fino ad essere roco: «Il mio piede! Il mio piede! Ma chi sei, ma chi sei che rendi le cose perdute?», e cade ai piedi di Gesù e poi sorge, salta in bilico sul lettuccio e grida: «Il male mi rodeva le ossa. Il medico mi aveva strappato le dita, arsa la carne, aperto tagli fino all’osso del ginocchio. Guardate! Guardate i segni. E morivo lo stesso. E ora… Tutto guarito! Il mio piede! Il mio piede ricomposto!… E non più dolore! E forza, e benessere… Il petto libero!… Il cuore sano!… Oh! mamma! Mamma mia! Vengo a darti la gioia!».
Fa per correre via. Ma poi la riconoscenza lo ferma. Torna da Gesù di nuovo e bacia, bacia i piedi benedetti finché Gesù non gli dice, accarezzandolo sui capelli: «Va’! Va’ da tua madre e sii buono».
Risposta dei perfidi Giudei!
39E poi guarda i suoi nemici scornati e tuona: «E ora? Che vi dovrei fare? Che dovrei fare, o turbe, dopo questo giudizio di Dio?».
40La folla urla: «Alla lapidazione gli offensori di Dio! A morte! Basta di insidiare il Santo! Che siate maledetti!», e danno di piglio a zolle di terra, a rami, a ciottoletti, pronti a iniziare una sassaiola.
41Li ferma Gesù. «Questa è la parola della folla. Questa è la sua risposta. La mia è diversa. Io dico: andate! Non mi sporco a colpirvi. L’Altissimo si incarichi di voi. Egli è la mia difesa contro gli empi».
42I colpevoli, in luogo di tacere, pur avendo paura della plebe, non hanno ritegno di offendere il Maestro e spumanti d’ira urlano: «Noi siamo giudei e potenti! Noi ti ordiniamo di andartene. Ti proibiamo di ammaestrare. Ti cacciamo. Va’ via! Basta di Te. Noi abbiamo il potere nelle mani e lo usiamo; e sempre più lo faremo, perseguitandoti, o maledetto, o usurpatore, o.…».
Intervento di Claudia.
43Stanno per dire altro fra un tumulto di grida, di pianti, di fischi, quando, venuta avanti fino a mettersi fra Gesù e i suoi nemici con mossa rapida e imperiosa, con sguardo e voce ancor più imperiosa, la donna velata più alta scopre il viso e, tagliente, sferzante più di una frusta sui galeotti e di una scure sul collo, cade la sua frase: «Chi dimentica di essere schiavo di Roma?». È Claudia. Riabbassa il velo. Si inchina lievemente al Maestro. Torna al suo posto.
Ma è bastato. I farisei si calmano di colpo. Solo uno, a nome di tutti e con un servilismo strisciante, dice: «Domina, perdona! Ma Egli turba il vecchio spirito di Israele. Tu, potente, dovresti impedirlo, farlo impedire dal giusto e prode Proconsole, vita e lunga salute a lui!».
«Questo non ci riguarda. Sufficiente è che non turbi l’ordine di Roma. E non lo fa!», risponde sdegnosa la patrizia; poi dà un ordine secco alle compagne e si allontana, andando verso un folto d’alberi in fondo al sentiero, dietro il quale scompare, per poi ricomparire sul cigolante carro coperto del quale fa abbassare tutte le tende.
40. Breve sosta a Betania[81].
Salvare è la missione del Messia.
Il Messia perseguitato.
1Il tramonto arrossa il cielo quando Gesù giunge a Betania. Accaldati, polverosi, lo seguono i suoi. E sono, Gesù e gli apostoli, gli unici che sfidino la fornace della via, alla quale poco da riparo fanno gli alberi che si prolungano dal monte degli Ulivi fino alle pendici di Betania. L’estate infuria. Ma più ancora infuria l’odio. I campi sono spogli e arsi, fornaci che riverberano fiati di fuoco. Ma gli animi dei nemici di Gesù sono ancor più spogli di, non dico amore, ma di onestà, di morale anche umana, arsi dall’odio… E non c’è che una casa per Gesù. Che un rifugio: Betania. Là è l’amore, il refrigerio, la protezione, la fedeltà… Il Pellegrino perseguitato vi si dirige col suo abito bianco, col suo viso addolorato, col suo passo stanco di chi non può sostare perché pungolato alle reni dai nemici, con lo sguardo rassegnato di chi già contempla la morte che si avvicina ad ogni ora, ad ogni passo, e che già accetta per ubbidienza a Dio…
2La casa, in mezzo al suo vasto giardino, è tutta chiusa e muta, in attesa di ore più fresche. Il giardino è vuoto e muto, e solo il sole vi regna dispotico.
Tommaso dà la voce col suo vocione baritonale.
Il Messia cerca riposo.
3Una tenda si sposta, un viso sbircia… Poi un grido: «Il Maestro!», e i servi corrono fuori, seguiti dalle stupite padrone che non attendevano certo Gesù a quell’ora ancora di fuoco.
4«Rabbonì!», «Mio Signore!». Marta e Maria salutano da lontano, già curve, pronte alla prostrazione che fanno non appena, aperto il cancello, Gesù non è più separato da loro.
5«Marta, Maria, la pace a voi e alla vostra casa».
«La pace a Te, Maestro e Signore… Ma come a quest’ora?», chiedono le sorelle licenziando i servi perché Gesù possa parlare liberamente.
6«Per riposare corpo e spirito dove non mi si odia…», dice mestamente Gesù, tendendo le mani come a dire: «Mi volete?», e si sforza a sorridere, ma è un ben triste sorriso, smentito dallo sguardo degli occhi dolorosi.
«Ti hanno fatto del male?», chiede Maria avvampando.
7«Che t’è accaduto?», chiede Marta e, materna, aggiunge: «Vieni, ti darò ristoro. Da quando cammini, che sei così stanco?».
«Dall’alba… e posso dire di continuo, perché la breve sosta in casa di Elchia il sinedrista fu peggio che un lungo cammino…».
8«Lì ti hanno angosciato? …».
«Sì… e prima al Tempio…».
9«Ma perché vi sei andato da quella serpe?», interroga Maria.
«Perché il non andarvi avrebbe servito a giustificare il suo odio, che mi avrebbe accusato di sprezzare i membri del Sinedrio. Ma ormai… che Io vada o non vada, la misura dell’odio farisaico è colma… e non ci sarà più tregua…».
10«A questo siamo? Sta’ con noi, Maestro. Qui non ti faranno del male…».
«Mancherei alla mia missione… Molte anime attendono il loro Salvatore. Devo andare…».
«Ma ti impediranno di andare!».
11«No. Mi perseguiteranno, facendomi andare per studiare ogni mio passo, facendomi parlare per studiare ogni parola, sorvegliandomi come i segugi la preda per avere… un che, che possa parere colpa… e tutto servirà…»
Per la causa del Messia.
12Marta, sempre così riguardosa, è tanto colpita da pietà che alza la mano come per una carezza sulla guancia smagrita, ma si arresta arrossendo e dicendo: «Perdona! Mi hai fatto la stessa pena che mi fa Lazzaro nostro! D’averti amato da fratello sofferente perdonami, Signore!».
13«Sono il Fratello sofferente… Amatemi con puro amor di sorelle… Ma Lazzaro che fa?».
14«Langue, Signore…», risponde Maria, e alle lacrime che già le pungono gli occhi dà libero sfogo con questa confessione, che si unisce alla pena di vedere il suo Maestro così afflitto.
15«Non piangere, Maria. Né per Me, né per lui. Noi facciamo la divina volontà. Piangere si deve su chi questa volontà non la sa fare…».
16Maria si china a prendere la mano di Gesù e la bacia sulla punta delle dita.
17Sono arrivati intanto alla casa ed entrano andando subito da Lazzaro, mentre gli apostoli sostano rinfrescandosi con quanto i servi porgono.
18Gesù si china sullo smunto, sempre più smunto Lazzaro, e lo bacia sorridendo per sollevare la tristezza del suo amico.
19«Maestro, come mi ami! Non hai neppure atteso la sera per venire a me. Con questo caldo…».
20«Amico mio, Io godo di te e tu di Me. E il resto è nulla».
21«È vero. É nulla. Anche il mio soffrire non mi è più nulla… Ora so perché soffro e cosa posso col mio soffrire», e Lazzaro sorride di un intimo, spirituale sorriso.
22«Così è, Maestro. Quasi si direbbe che Lazzaro nostro veda con piacere la malattia e.…». Un singhiozzo spezza la voce di Marta, che tace.
23«Ma sì, dillo pure: e la morte. Maestro, di’ loro che mi devono aiutare, come fanno i leviti presso i sacerdoti».
«A che, amico mio?».
«A consumare il sacrificio…».
24«Eppure, tu tremavi della morte fino a poco tempo fa! Non ci ami dunque più? Non ami il Maestro più? Non lo vuoi servire? …», chiede, più forte ma pallida di pena, Maria, carezzando la mano giallastra del fratello.
25«E lo chiedi tu, proprio tu, anima ardente e generosa? Non ti sono fratello? Non ho il tuo stesso sangue e i tuoi stessi santi amori: Gesù, le anime, e voi, sorelle dilette?… Ma da Pasqua l’anima mia ha raccolto una grande parola. E amo la morte. Signore, te l’offro per la tua stessa intenzione».
26«Non mi chiedi dunque più guarigione?».
«No, Rabbonì. Ti chiedo benedizione per saper soffrire e… morire… e se troppo non è chiedere, e per redimere… Tu lo hai detto[82]…».
27«L’ho detto. E ti benedico per darti ogni forza». E gli impone le mani e poi lo bacia.
Nulla ristora il Messia più dell’amore.
«Staremo insieme e mi istruirai…»
28«Non ora, Lazzaro. Non sosto. Sono venuto per poche ore. A notte partirò».
29«Ma perché?», chiedono i tre fratelli, delusi.
«Perché non posso sostare[83]… Tornerò in autunno. E allora… molto starò e molto farò qui… e nei dintorni…».
30Un silenzio triste. Poi Marta prega: «Allora almeno prendi riposo, ristoro…».
31«Nulla mi ristorerà più del vostro amore. Fate riposare gli apostoli miei e lasciatemi stare qui, fra voi, così in pace…».
Marta esce lacrimando per tornare con delle tazze di latte freddo e delle frutta primaticce…
32«Gli apostoli hanno mangiato e dormono stanchi. Maestro mio, non vuoi proprio riposare?».
«Non insistere, Marta. Non sarà ancora l’alba che essi mi cercheranno qui, al Getsemani, da Giovanna, in ogni casa ospitale. Ma all’alba Io sarò già lontano».
33«Dove vai, Maestro?», chiede Lazzaro.
«Verso Gerico, ma non dalla via usuale… Piego verso Tecua e poi torno indietro verso Gerico».
34«Strada penosa in questa stagione! …», mormora Marta.
«Appunto per questo che è solitaria. Cammineremo di notte. Le notti sono chiare anche prima dell’alzarsi della luna… E l’alba viene così sollecita…».
35«E poi?», interroga Maria.
«E poi l’Oltre-Giordano. E all’altezza della Samaria, nel suo settentrione, passerò il fiume venendo da questa parte».
36«Va’ a Nazareth presto. Sei stanco…», dice Lazzaro.
37«Prima devo andare alle sponde del mare… Poi… andrò in Galilea. Ma mi perseguiteranno anche là…».
38«Avrai sempre tua Madre che ti conforta…», dice Marta.
39«Sì, povera Mamma!».
Nelle cose di Dio non bisogna essere vili.
40«Maestro, Magdala è tua. Lo sai», ricorda Maria.
41«Lo so, Maria… Tutto il bene e tutto il male so…».
42«Separàti così!… per tanto tempo! Mi ritroverai vivo, Maestro?».
43«Non averne dubbio. Non piangete… Anche alle separazioni occorre abituarsi. E utili sono a provare la forza degli affetti. Si capiscono meglio i cuori amati vedendoli con occhio spirituale, da lontano. Quando, non sedotti da piacere umano per la vicinanza fisica dell’amato, si può meditare sul suo spirito e sul suo amore… si comprende di più l’io del lontano… Io sto certo che, pensando al Maestro vostro, lo comprenderete meglio ancora quando vedrete e contemplerete in pace le mie azioni e i miei affetti».
44«Oh! Maestro! Ma noi non abbiamo dubbi su Te!».
45«Né Io su voi. Lo so. Ma ancor più mi conoscerete. E non vi dico di amarmi, perché conosco il vostro cuore. Dico solo: pregate per Me»[84].
I tre fratelli piangono… Gesù è così triste!… Come non piangere?
46«Che volete? Dio aveva messo l’amore fra gli uomini. Ma gli uomini vi hanno surrogato l’odio… E l’odio divide non solo i nemici fra loro, ma si insinua a separare gli amici».
47Un silenzio lungo. Poi Lazzaro dice: «Maestro, va’ via dalla Palestina per qualche tempo…».
48«No. Il mio posto è qui. Per vivere, evangelizzare, morire».
«Ma hai pure provveduto a Giovanni e alla greca. Va’ con loro».
49«No. Essi andavano salvati. Io devo salvare. E questa è la differenza che spiega tutto. L’altare è qui, e qui è la cattedra. Io non posso andare altrove. E del resto… Credete che ciò muterebbe ciò che è deciso? No. Né in Terra né in Cielo. Soltanto offuscherebbe la purezza spirituale della figura messianica. Sarei “il vile” che si salva con la fuga. Devo dare l’esempio, ai presenti e ai futuri, che nelle cose di Dio, nelle cose sante, non bisogna essere vili…».
«Hai ragione, Maestro», sospira Lazzaro…
50E Marta, scostando la tenda, dice: «Hai ragione… La sera si avanza. Non c’è più sole…».
51Maria si mette a piangere angosciosamente, come se questa parola avesse avuto il potere di sciogliere la sua forza morale, che conteneva il suo pianto in silenzioso lacrimare. Piange più straziatamente che nella casa del Fariseo, quando col pianto chiedeva perdono al Salvatore…
52«Perché piangi così?», interroga Marta.
«Perché tu hai detto la verità, sorella! Non c’è più sole… Il Maestro se ne va[85]… Non c’è più sole per me… per noi…».
53«Siate buoni. Vi benedico e resti la mia benedizione su voi. Ed ora lasciatemi con Lazzaro, che è stanco e abbisogna di silenzio. Vegliando il mio amico, riposerò. Provvedete agli apostoli e fate che siano pronti per l’ora delle ombre…».
54Le discepole si ritirano e Gesù resta silenzioso, raccolto in Sé stesso, seduto presso l’amico languente che, pago di quella vicinanza, si addormenta con un lieve sorriso sul volto.
41. L’arrivo con gli apostoli a Betania[86].
Con l’amico del cuore.
L’ arrivo a Betania
1I variati verdi delle campagne intorno a Betania appaiono alla vista non appena è superato uno scrimolo di monte e si pone piede sullo spiovente sud del monte, che scende con una strada a zig-zag verso Betania. Il velo d‘argento degli ulivi, il verde forte dei pometi, spruzzato qua e là dei primi giallori delle foglie, lo spettinato e più giallastro verde delle viti, lo scuro e compatto verde delle querce e dei carrubi, misti al marrone dei campi, già arati e in attesa di seme, e al verde fresco dei prati che rimettono l’erba novella e degli orti fertili, formano come un tappeto multicolore a chi domina Betania e i suoi dintorni dall’alto. E, svettanti sul verde più basso, i pennelli delle palme da datteri, sempre eleganti e ricordanti l’Oriente.
2La piccola città di Ensemes, accucciata in mezzo al verde e tutta accesa dal sole che inizia il tramonto, è presto superata, e dopo essa è superata la fonte larga, ricca d’acque, che è un poco al nord dove inizia Betania, e poi ecco le prime case fra il verde…
3Sono arrivati dopo tanto cammino, e faticoso cammino. E, per quanto stanchissimi, sembrano rinvigorirsi soltanto per essere presso la casa amica di Betania.
L’amico sta tanto male.
4La cittadina è quieta, quasi vuota. Molti abitanti devono avere già trasmigrato a Gerusalemme per la festa. Perciò Gesù passa inosservato sino nelle vicinanze della casa di Lazzaro. Soltanto quando è presso il giardino inselvatichito della casa, dove erano tutte quelle gralle, incontra due uomini che lo riconoscono e lo salutano e poi chiedono: «Vai da Lazzaro, Maestro? Fai bene. Sta tanto male. Noi ne veniamo dopo avergli portato il latte delle nostre asinelle, l’unico cibo che il suo stomaco regge ancora, insieme ad un poco di succo di frutta e miele. Le sorelle non fanno che piangere. Sono sfinite di veglia e di dolore… E lui non fa che desiderarti. Io credo che sarebbe già morto, ma l’ansia di rivederti lo ha fatto vivere sin qui».
«Vado subito. Dio sia con voi».
5«E.… lo guarisci?», chiedono incuriositi.
«La volontà di Dio si manifesterà su lui e con essa la potenza del Signore», risponde Gesù lasciando perplessi i due, e si affretta al cancello del giardino. Lo vede un servo e corre ad aprire, ma senza alcuna esclamazione di gioia. Appena aperto il cancello, si inginocchia a venerare Gesù e dice con voce addolorata: «Bene vieni, o Signore! E voglia la tua venuta essere segno di gioia a questa casa in pianto. Lazzaro, il mio padrone…».
Baci e lacrime sui piedi del Messia.
6«Lo so. Siate tutti rassegnati alla volontà del Signore. Egli premierà il sacrificio della vostra volontà alla sua. Va’ e chiama Marta e Maria. Io le attendo nel giardino».
Il servo corre via e Gesù lo segue adagio, dopo aver detto agli apostoli: «Io vado da Lazzaro. Voi riposate, che ne avete bisogno…».
7E infatti, mentre si affacciano sulla soglia le due sorelle e quasi stentano a riconoscere il Signore tanto i loro occhi sono stanchi di veglie e di lacrime, e il sole che proprio le colpisce negli occhi aumenta la difficoltà di vedere, altri servi, da una porta secondaria, escono incontro agli apostoli conducendoli con loro.
8«Marta! Maria! Sono Io. Non mi riconoscete?».
«Oh! il Maestro!», esclamano le due sorelle e si dànno a correre verso di Lui, gettandosi gli ai piedi e soffocando a stento i singhiozzi. Baci e lacrime scendono sui piedi di Gesù, come già nella casa di Simone il fariseo.
9Ma questa volta Gesù non sta rigido come allora a ricevere il lavacro del pianto di Marta e Maria. Ora si china e le tocca sul capo, le carezza e benedice con quel gesto e le forza ad alzarsi dicendo: «Venite. Andiamo sotto la pergola dei gelsomini. Potete lasciare Lazzaro?».
10Più a cenni che a parole, fra i singhiozzi, esse dicono di sì. E vanno sotto il chiosco ombroso, sul cui frondame folto e scuro qualche tenace stellina di gelsomino biancheggia e odora.
«Dite dunque…».
“Abbiate una fede sconfinata nel Signore”.
11«Oh! Maestro! Vieni in una ben triste casa! Noi siamo rese stolte dal dolore. Quando il servo ci ha detto: “Vi è uno che vi cerca”, non abbiamo pensato a Te. Quando ti abbiamo visto, non ti abbiamo riconosciuto. Ma vedi? I nostri occhi sono bruciati dal pianto. Lazzaro muore…», e il pianto riprende interrompendo le parole delle sorelle che hanno parlato alternativamente.
«E Io sono venuto…».
12«A guarirlo?! Oh! mio Signore!», dice Maria raggiando di speranza fra le righe delle lacrime.
«Ah! io lo dicevo! Se Egli viene…», dice Marta congiungendo le mani con atto di gioia.
13«Oh! Marta! Marta! Che sai tu delle operazioni e dei decreti di Dio?».
«Ohimè, Maestro! Tu non lo guarirai?!», esclamano insieme ripiombando nel dolore.
14«Io vi dico: abbiate una fede sconfinata nel Signore. Continuate ad averla nonostante ogni insinuazione e ogni evento, e vedrete grandi cose quando il vostro cuore non avrà più motivo di sperare di vederle. Che dice Lazzaro?».
15«Un’eco delle tue parole è nelle sue. Egli ci dice: “Non dubitate della bontà e potenza di Dio. Qualunque cosa avvenga, Egli interverrà per vostro e mio bene e per il bene di molti, di tutti quelli che come me e come voi sapranno rimanere fedeli al Signore”. E quando è in grado di farlo ci spiega le Scritture, non legge che quelle ormai, e ci parla di Te, e dice che egli muore in un tempo felice, perché l’era di pace e perdono si è iniziata. Ma lo sentirai… perché dice anche altre cose, che ci fanno piangere anche più che per il fratello…», dice Marta.
“Veglia e sorveglia su te stessa”.
16«Vieni, Signore. Ogni minuto che scorre è rubato alla speranza di Lazzaro. Egli contava le ore… Diceva: “Eppure per la festa sarà a Gerusalemme e verrà…”. Noi, noi che sappiamo molte cose, che non diciamo a Lazzaro per non dargli dolore, avevamo meno speranza, perché pensavamo che Tu non venissi per sfuggire a chi ti cerca… Marta molto pensava così. Io meno perché… io, se fossi al tuo posto, sfiderei i nemici. Non sono di quelle che ho paura degli uomini, io. E ora non ho paura più neanche di Dio. So quanto è buono per le anime pentite…», dice Maria e lo guarda col suo sguardo d’amore.
17«Di nulla hai paura, Maria?», chiede Gesù.
«Del peccato… e di me stessa… Ho sempre paura di ricadere nel male. Penso che Satana mi deve molto odiare».
18«Hai ragione. Sei una delle anime più odiate da Satana. Ma sei anche una delle più amate da Dio. Ricordalo».
19«Oh! lo ricordo. É la mia forza questo ricordo! Ricordo ciò che dicesti in casa di Simone. Hai detto: “Molto le è perdonato perché molto ha amato”, e a me: “Ti sono perdonati i peccati. La tua fede ti ha salvata. Va’ in pace”. Hai detto “i peccati”. Non molti. Tutti. E allora penso che mi hai amata, o Dio mio, senza misura. Ora, se la mia povera fede di allora, quale poteva essere sorta in un’anima gravata di colpe, ha tanto ottenuto da Te, la mia fede di ora non potrà difendermi dal Male?».
20«Sì, Maria. Veglia e sorveglia su te stessa. É umiltà e prudenza. Ma abbi fede nel Signore. Egli è con te».
21Entrano in casa. Marta va dal fratello. Maria vorrebbe servire Gesù. Ma Gesù vuole prima andare da Lazzaro. Ed entrano nella stanza in penombra dove si consuma il sacrificio.
42. Sosta a Betania presso Lazzaro[87].
La paura di tutta la casa di Lazzaro.
10Gesù, ormai giunto al pesante cancello, dà la voce ad un servo per farsi aprire. Ed entra. E chiede di Lazzaro.
11«Oh! Signore! Lo vedi? Torno dall’aver colto foglie di lauri e canfore e bacche di cipresso e altre foglie e frutti odorosi per farle bollire con vino e resine, e farne bagni al padrone. La sua carne cade a pezzi e non si resiste al fetore. Sei venuto, ma non so se ti faranno passare…». Per tema che anche l’aria senta, il servo spegne la voce in un sussurro: «Ora che non si può più nascondere che ha le piaghe, le padrone respingono tutti… per paura… Tu sai… Lazzaro è amato veramente da pochi… E molti, per molti motivi godrebbero di… Oh! non mi far pensare a questo che è la paura di tutta la casa».
12«Esse fanno bene. Ma non temete. Non accadrà questa sventura».
13«Ma… guarire potrà? Un tuo miracolo…».
«Non guarirà. Ma questo servirà a glorificare il Signore».
14Il servo è deluso… Gesù che guarisce tutti e che qui non fa nulla… Ma non ha che un sospiro per unica manifestazione del suo pensiero. Poi dice: «Vado dalle padrone ad annunciarti».
Le stolte paure di Marta.
15Gesù viene circondato dagli apostoli interessati alle condizioni di Lazzaro, costernati quando Gesù le dice. Ma già vengono le due sorelle. La loro fiorente e diversa bellezza sembra annebbiata dal dolore e dalla fatica delle veglie prolungate. Pallide, dimesse, smunte, stanchi gli occhi un tempo stellanti dell’una e dell’altra, senza anelli né bracciali, vestite di due vesti cenere scuro, sembrano più ancelle che signore. Si inginocchiano a distanza da Gesù, offrendogli soltanto pianto. Un pianto rassegnato, muto, che scende come da una interna sorgente e non può sostare.
16Gesù si avvicina. Marta stende le mani sussurrando: «Scostati, Signore. In verità noi temiamo di essere peccatrici, ormai, contro la legge sulla lebbra. Ma non possiamo, o Dio, non possiamo provocare un simile decreto contro il nostro Lazzaro! Però Tu non ti accostare, ché noi siamo immonde non toccando che piaghe. Noi sole. Perché abbiamo separato ogni altro, e tutto ci viene deposto sulla soglia, e noi prendiamo, e laviamo, e bruciamo, nella stanza attigua a quella del fratello nostro. Vedi le nostre mani? Sono corrose dalla calce viva che usiamo per i vasi da rendere ai servi. Pensiamo con ciò di essere meno colpevoli», e piange.
17Maria di Magdala, che fin qui ha taciuto, geme a sua volta: «Dovremmo chiamare il sacerdote. Ma… Io, io sono la più colpevole, perché mi oppongo a questo e dico che non è il terribile male maledetto in Israele. Non è, non è! Ma ci odiano tanto e in tanti, che lo direbbero tale. Per molto meno Simone, il tuo apostolo, fu dichiarato lebbroso!».
La discepola che ha vinto sé stessa.
18«Non sei sacerdote né medico, Maria», singhiozza Marta.
19«Non lo sono. Ma tu sai ciò che ho fatto per essere certa di ciò che dico. Signore, sono andata, e ho percorso tutta la valle di Innon, tutto Siloan, tutti i sepolcri presso En Rogel. Vestita da ancella, velata, alle luci dell’aurora, carica di viveri, e acque medicate, e bende, e indumenti. E ho dato, ho dato. Dicevo che era un voto per colui che amavo. Era vero. Chiedevo soltanto di poter vedere le piaghe dei lebbrosi. Mi devono aver creduta pazza… Chi mai vuol vedere quegli orrori?! Ma io, deposte ai limiti dei balzi le mie offerte, chiedevo di vedere. Ed essi sopra, io più in basso; essi stupiti, io nauseata; piangendo essi, piangendo io; ho guardato, guardato, guardato! Guardato corpi coperti di scaglie, di croste, di piaghe, visi corrosi, capelli bianchi e duri più che setole, occhi che sono tane di marciume, guance che mostrano i denti, teschi su corpi vivi, mani ridotte ad artigli di mostri, piedi come rami nodosi, fetori, orrori, putredine. Oh! Se ho peccato adorando la carne, se ho goduto con gli occhi, con l’olfatto, con l’udito, col tatto, di ciò che era bello, profumato, armonioso, morbido e liscio, oh! ti assicuro che i sensi si sono purificati ormai nella mortificazione di queste conoscenze[88]! Gli occhi hanno dimenticato la bellezza seduttrice dell’uomo contemplando quei mostri, le orecchie hanno espiato il passato godere di voci virili con quelle voci aspre, non più umane, e ha rabbrividito la mia carne, e ha avuto rivolte il mio fiuto… e ogni resto di culto a me stessa è morto, perché ho visto ciò che siamo dopo la morte… Ma ho portato con me questa certezza: che Lazzaro non è lebbroso. La sua voce non è lesa, i suoi capelli e ogni altra peluria è intatta, e diverse sono le piaghe. Non è! Non è! E Marta mi affligge perché non crede, perché non conforta Lazzaro a non credersi immondo. Vedi? Non ti vuole vedere, ora che sa che ci sei, per non contaminarti. Le stolte paure di mia sorella lo privano anche del tuo conforto! …».
20La natura veemente la trasporta alla collera. Ma, vedendo che sua sorella dà in uno scoppio di pianto desolato, la sua veemenza cade subito, e abbraccia Marta baciandola, dicendo: «Oh! Marta! Perdono! Perdono! È il dolore che mi fa ingiusta! È l’amore che ho per te e Lazzaro che vi vorrebbe persuasi! Povera sorella mia! Povere donne che siamo!».
21«Suvvia, non piangete così. Avete bisogno di pace e di compatimento reciproco, per voi e per lui. Lazzaro, d’altronde, non è lebbroso, Io ve lo dico».
«Oh! vieni da lui, Signore. Chi meglio di Te può giudicare se egli è lebbroso?», supplica Marta.
22«Non ti ho già detto che non lo è?».
«Sì. Ma come puoi dirlo se non lo vedi?».
23«Oh! Marta! Marta! Dio ti perdona perché soffri e sei come un che delira! Ho pietà di te e vado da Lazzaro e gli scoprirò le piaghe e.…».
La malattia che consuma la vittima.
24«… e le guarirai!!!», grida Marta sorgendo in piedi.
25«Ti ho già detto altre volte che non posso farlo[89]… Ma vi darò la pace di sapervi a posto con la legge sui lebbrosi. Andiamo… E si dirige per primo verso la casa, facendo cenno agli apostoli di non seguirlo. Maria corre avanti, apre una porta, corre per un corridoio, ne apre un’altra che dà su un piccolo cortile interno, vi fa pochi passi ed entra in una stanza semioscura ingombra di catini, vasetti, anfore, fasce… Un odore misto di aromi e di decomposizione penetra nelle nari. Una porta è di fronte alla prima e Maria l’apre, gridando con una voce che vuol essere luminosa di gioia: «Ecco il Maestro. Viene a dirti che io ho ragione, fratello mio. Su, sorridi, ché entra l’amore nostro e la nostra pace!», e si china sul fratello, lo solleva sui guanciali, lo bacia, incurante dell’odore che nonostante ogni palliativo emana dal corpo piagato, ed è ancora curva ad aggiustarlo che già il dolce saluto di Gesù risuona nella stanza, e questa, avvolta in una luce smorta, pare farsi luminosa per la divina presenza.
«Maestro, non hai paura… Io sono…».
26«Malato! Nulla più di così. Lazzaro, le norme sono state date, e così vaste e severe, per comprensibile senso di prudenza. Meglio esagerare in prudenza che in imprudenza, in certi casi come quelli di malattie contagiose. Ma tu non sei contagioso, povero amico mio, non sei immondo. Tanto che Io non penso di mancare alla prudenza verso i fratelli se ti abbraccio e bacio così», e lo bacia prendendo il corpo emaciato fra le braccia.
27«Sei proprio la Pace, Tu! Ma ancora non hai visto. Ecco Maria che discopre l’orrore. Sono già un morto, Signore. Non so come le sorelle possano resistere…».
28Non lo saprei neppure io, tanto sono spaventose e ripugnanti le piaghe venute lungo le varici delle gambe. Le splendide mani di Maria lavorano leggere su esse, mentre con la sua voce meravigliosa risponde: «I tuoi mali sono rose per le tue sorelle. Rose spinose sol perché tu soffri. Ecco, Maestro. Vedi? Non così è la lebbra!».
29«Non è così. É un grande male e ti consuma, ma non è di pericolo. Credi al tuo Maestro! Ricopri pure, Maria. Ho visto».
«E.… non tocchi proprio?», sospira Marta, tenace nello sperare.
«Non occorre. Non per ribrezzo, ma per non stuzzicare le piaghe».
30Marta si china, senza più insistere, su un bacile dove è del vino o aceto aromatizzato, e immerge lini che passa alla sorella. Lacrime mute cadono nel liquido rossastro… Maria fascia le povere gambe e stende nuovamente le coperte sui piedi già inerti e giallastri come quelli di un morto.
Il Redentore.
31«Sei solo?».
«No. Con tutti, meno Giuda di Keriot che è rimasto a Gerusalemme, e verrà… Anzi, se sarò già lontano lo manderete a Betabara. Sarò là. E che là mi attenda».
«Vai via presto…».
«E presto tornerò. Fra poco è la Dedicazione. Starò da te in quei giorni».
32«Non potrò onorarti per le Encenie…»
«Sarò a Betlem per quel giorno. Ho bisogno di rivedere la mia cuna…»
«Sei triste… Io so… Oh! non potere nulla!».
33«Non sono triste. Sono il Redentore… Ma tu sei stanco. Non lottare contro il sonno, amico mio».
«Era per farti onore…».
«Dormi, dormi. Ci vedremo poi…», e Gesù si ritira senza rumore.
34«Hai visto, Maestro?», chiede Marta, fuori, nel cortile.
«Ho visto. Mie povere discepole… Io piango con voi… Ma in verità vi confido che il mio cuore è molto più piagato del fratello vostro. É roso dal dolore il mio cuore…», e le guarda con una mestizia così viva che le due dimenticano il loro dolore per quello di Lui e, impedite dall’abbracciarlo perché donne, si limitano a baciargli le mani e la veste e a volerlo servire come sorelle affettuose. E lo servono in una saletta, e lo fasciano d’amore. Le voci forti degli apostoli si sentono al di là del cortile… Tutte, meno la voce del discepolo cattivo. E Gesù ascolta e sospira… Sospira attendendo pazientemente il fuggiasco.
LA DONNA DALLA FEDE FORTE NEL MESSIA
43. Marta e Maria preparate da Gesù alla
morte di
Lazzaro[90].
Sappiate dire sempre di sì a Dio
Lazzaro uno scheletro che respira.
67«Ecco Massimino e Sara. Deve stare ben male Lazzaro, se le sorelle non ti vengono incontro!», osserva lo Zelote.
68I due accorrono e si prostrano. Anche nei loro volti, nelle loro vesti, è l’aspetto dimesso che imprime il dolore e la fatica ai componenti delle famiglie dove si lotta con la morte: Non dicono altro che un: «Maestro, vieni…», ma così accorato che vale più di un lungo discorso. E conducono subito Gesù alla porta del quartierino di Lazzaro, mentre altri servi si occupano degli apostoli.
69Al lieve bussare alla porta accorre Marta e la socchiude, mettendo nella fessura il suo viso smagrito e pallido: «Maestro! Vieni. Te benedetto!».
70Gesù entra, traversa la stanza che precede quella del malato, entra in quella dello stesso. Lazzaro dorme. Lazzaro? Uno scheletro, una mummia giallastra che respira… E già un teschio il suo viso, e nel sonno ancor più è visibile la sua distruzione che ne fa già una testa scarnita dalla morte. La pelle cerea e stirata luccica sugli angoli aguzzi degli zigomi, delle mascelle, sulla fronte, sulle orbite tanto sprofondate da parere prive di occhi, sul naso tagliente che sembra essere cresciuto a dismisura tanto è annullato il contorno delle guance. Le labbra sono pallide sino a scomparire, e sembra non possano chiudersi sulle due file di denti semiscoperti, dischiusi… un viso già da morto.
Preparate da Gesù alla morte di Lazzaro.
71Gesù si china a guardare. Si rialza. Guarda le due sorelle che lo guardano con tutta l’anima concentrata negli occhi, anima dolorosa, anima speranzosa. Fa loro un segno e senza rumore torna fuori, nel cortiletto che precede le due stanze. Marta e Maria lo seguono. Chiudono la porta dietro di loro.
72Soli, loro tre fra le quattro mura, nel silenzio, col cielo azzurro sul capo, si guardano. Le sorelle non sanno più neppur chiedere, non sanno più neppur parlare. Ma parla Gesù. «Voi sapete chi sono. Io so chi voi siete. Voi sapete che vi amo. Io so che mi amate. Voi sapete il mio potere. Io la vostra fede in Me. Voi anche sapete, tu in specie, Maria, che più si ama e più si ottiene. É amare saper sperare e credere al di sopra di ogni misura e di ogni realtà che abbia voce di smentita al credere e allo sperare. Ebbene, per tutto questo Io vi dico di saper sperare e credere contro ogni realtà contraria. Mi intendete? Dico: sappiate sperare e credere contro ogni realtà contraria. Io non posso fermarmi che poche ore. Come Uomo, l’Altissimo sa quanto vorrei fermarmi, qui con voi, per assisterlo e consolarlo, per assistervi e confortarvi. Ma, come Figlio di Dio, Io so che è necessario che Io vada. Che Io mi allontani… Che Io non sia qui quando… voi mi desidererete più dell’aria che respirate. Un giorno, presto, capirete queste ragioni che ora vi potranno parere crudeli. Sono ragioni divine. Dolorose a Me Uomo come a voi. Dolorose ora. Ora perché voi non ne potete abbracciare e contemplare la bellezza e la saggezza. Né Io ve lo posso rivelare. Quando tutto sarà compiuto, allora comprenderete e gioirete… Ascoltate.
73Quando Lazzaro sarà… morto… Non piangete così! Allora mandatemi subito a chiamare. E intanto ordinate per i funerali con grande invito, come a Lazzaro e alla vostra casa si conviene. Egli è un grande giudeo. Pochi lo apprezzano per ciò che egli è. Ma egli supera molti agli occhi di Dio… Io vi farò sapere dove sono perché voi mi possiate sempre trovare».
74«Ma perché non essere qui almeno in quel momento? Noi ci rassegniamo, sì, alla sua morte… Ma Tu… Ma Tu… Ma Tu…». Marta singhiozza, non potendo più dire altro, soffocando nelle vesti il suo pianto…
75Maria invece guarda Gesù, fisso fisso, come ipnotizzata… e non piange.
76«Sappiate ubbidire, sappiate credere, sperare… sappiate dire sempre di sì a Dio… Lazzaro vi chiama… Andate. Ora Io verrò… E se non avrò più modo di parlarvi in disparte, ricordate ciò che vi ho detto».
77E, mentre esse rientrano frettolose, Gesù siede su una panchina di pietra e prega.
44. Non c’è posto nella casa di Lazzaro
per gli odiatori del Cristo[91].
Accoglienza e ospitalità perfetta.
1Per quanto affranta di dolore e di fatica, Marta è sempre la signora che sa accogliere e ospitare, dando onore con quella signorilità perfetta della vera signora. Così, ora, dopo avere condotto in una delle sale la comitiva, impartisce ordini perché siano portati quei rinfreschi che sono d’uso e gli ospiti abbiano quanto può essere di conforto.
2I servi circolano mescendo bevande calde o vini pregiati e offrendo frutta bellissime, datteri biondi come topazi, uva secca, una specie del nostro zibibbo, di una perfezione di grappoli fantastica, miele filante, tutto in anfore, calici, piatti, vassoi preziosi. E Marta sorveglia attenta perché nessuno resti trascurato, ma anzi, a seconda dell’età, e forse anche dell’individuo, i cui umori le sono ben noti, regola l’offerta dei servi. Così ella ferma un servo, che si dirige ad Elchia con un’anfora colma di vino e un calice, e gli dice: «Tobia, non vino, ma acqua di miele e succo di datteri». E a un altro: «Certo Giovanni preferisce il vino. Offrigli il bianco dell’uva passita». E personalmente al vecchio scriba Canania offre latte caldo, che abbondantemente dolcifica con il biondo miele dicendo: «Gioverà alla tua tosse. Ti sei sacrificato per venire, sofferente come sei, e nella rigida giornata. Sono commossa di vedervi così premurosi».
3«Dovere nostro, Marta. Eucheria era della nostra stirpe. Una vera giudea che ha onorato noi tutti».
4«L’onore alla venerata memoria della madre mia mi tocca il cuore. Ripeterò a Lazzaro queste parole».
Volpi astute.
5«Ma noi vogliamo salutarlo. Un così buon amico!», dice, falso come sempre, Elchia che si è avvicinato.
6«Salutarlo? Non è possibile. É sfinito troppo».
«Oh! non lo disturberemo. Non è vero, voi tutti? Ci basta solo un addio, dalla soglia della sua camera», dice Felice.
7«Non posso, non posso proprio. Nicomede si oppone ad ogni fatica ed emozione».
8«Uno sguardo all’amico morente non lo può uccidere, Marta», dice Callascebona.
«Troppo ci dorrebbe non averlo salutato!».
9Marta è agitata, titubante. Guarda verso la porta, forse per vedere se Maria viene a darle aiuto. Ma Maria è assente. I giudei osservano questa sua agitazione, e Sadoc, lo scriba, lo osserva a Marta: «Si direbbe che la nostra venuta ti agita, donna».
10«No. No, affatto. Compatite al mio dolore. Sono mesi che vivo presso chi muore e.… non so più… non so più muovermi come un tempo nelle feste…».
11«Oh! non è una festa! Non volevamo neppure che tu ci onorassi così! Ma forse… Forse ci vuoi celare qualche cosa, e per questo non ci mostri Lazzaro e ci interdici la sua camera. Eh! Eh! Si sa! Ma non temere! La camera di un malato è asilo sacro a chiunque, credilo…», dice Elchia.
12«Non vi è nulla da celare in camera di nostro fratello. Nulla vi è nascosto. Essa accoglie soltanto un morente al quale sarebbe pietà risparmiare ogni ricordo penoso. E tu, Elchia, e tutti voi siete ricordi penosi per Lazzaro», dice Maria con la sua splendida voce d’organo, apparendo sulla soglia e tenendo scostata la tenda porpurea con la mano.
«Maria!», geme Marta supplichevole, per frenarla.
13«Nulla, sorella. Lasciami dire…». Si rivolge agli altri: «E per levarvi ogni dubbio, uno di voi -sarà un solo ricordo del passato che torna a dar dolore- venga meco, se la vista di un morente non lo disgusta e il fetore delle carni che muoiono non lo nausea».
14«E tu non sei un ricordo che dà dolore?», dice ironico l’erodiano, che ho già visto non so dove, lasciando il suo angolo e mettendosi di fronte a Maria.
15Marta ha un gemito. Maria ha uno sguardo d’aquila inquieta. I suoi occhi balenano. Si raddrizza altera, dimenticando la stanchezza e il dolore che le curvavano la persona, e con una espressione di regina offesa dice: «Sì. Io pure sono un ricordo. Ma non di dolore come tu dici. Sono il ricordo della Misericordia di Dio. E, me vedendo, Lazzaro muore con pace, perché sa di rendere il suo spirito nelle mani dell’infinita Misericordia».
16 «Ah! Ah! Ah! Non erano queste le parole di un tempo! La tua virtù! A chi non ti conosce potresti porla in vista…».
17«Ma non a te, non è vero? Invece proprio a te la pongo sotto gli occhi, per dirti che si diventa come coloro che si praticano. Allora, sventuratamente, io avvicinavo te ed ero come te. Ora avvicino il Santo e divengo onesta».
18«Cosa distrutta non si ricostruisce, Maria».
«Infatti il passato, tu, voi tutti, non potete più ricostruirlo. Non potete ricostruire ciò che avete distrutto. Non tu che mi fai ribrezzo. Non voi che avete offeso, al tempo del dolore, il mio fratello, ed ora, per bieco scopo, volete mostrare che siete i suoi amici».
19«Oh! Sei audace, donna. Il Rabbi ti avrà scacciato molti demoni, ma mite non ti ha fatta!», dice uno sui quarant’anni.
20«No, Gionata ben Anna. Non mi ha fatta debole. Ma più forte, dell’audacia di chi è onesto, di chi ha voluto tornare onesto e ha distrutto ogni legame col passato per farsi una nuova vita. Avanti! Chi viene da Lazzaro?». É imperiosa come una regina. Li domina tutti con la sua franchezza, spietata anche contro sé stessa. Marta, invece, è angosciata, con le lacrime negli occhi che fissano supplichevoli Maria perché stia zitta.
Scimmie adulatrici.
21«Verrò io!», dice con un sospiro di vittima Elchia, falso come una serpe.
22Escono insieme. Gli altri si volgono a Marta: «Tua sorella!… Sempre quel carattere. Non dovrebbe. Ha tanto da farsi perdonare», dice Uriel, il rabbi visto a Giscala, quello che là ha colpito con sassi Gesù.
23Marta, sotto la sferza di queste parole, ritrova la sua forza e dice: «L’ha perdonata Iddio. Ogni altro perdono non ha valore dopo quello. E la sua vita attuale è d’esempio al mondo». Ma l’audacia di Marta presto cade e si muta in pianto. Geme fra le lacrime: «Siete crudeli! Verso lei… e verso me… Non avete pietà né del dolore passato, né del dolore attuale. Perché siete venuti? Per offendere e dare dolore?».
24«No, donna. No. Unicamente per salutare il grande giudeo che muore. Non per altro! Non per altro! Non devi prendere a male le rette intenzioni nostre. Abbiamo saputo da Giuseppe e Nicodemo dell’aggravamento e siamo venuti… come essi, i due grandi amici del Rabbi e di Lazzaro. Perché volete trattarci in maniera diversa, noi che amiamo il Rabbi e Lazzaro come essi? Non siete giuste. Puoi forse dire che essi, con Giovanni, Eleazar; Filippo, Giosuè e Gioachino, non sono venuti a sentire di Lazzaro, e che anche Mannaen non è venuto? …».
25«Non dico nulla. Ma stupisco che voi sappiate tutto così bene. Non pensavo che anche l’interno delle case fosse sorvegliato da voi. Non sapevo che vi fosse un precetto nuovo oltre i sei centotredici: quello di indagare, di spiare nell’intimo delle famiglie… Oh! scusate! Io vi offendo! Il dolore mi dissenna e voi lo acuite».
Demoni tentatori.
26«Oh! ti comprendiamo, donna! E perché vi pensiamo dissennate, siamo venuti a darvi un consiglio buono. Mandate a chiamare il Maestro. Anche ieri sette lebbrosi vennero a lodare il Signore perché il Rabbi li ha guariti. Chiamatelo anche per Lazzaro».
27«Non è lebbroso mio fratello», grida Marta convulsa.
28«Per questo lo avete voluto vedere? Per questo siete venuti? No. Non è lebbroso! Guardate le mie mani. Io lo curo da anni e non è lebbra su me. Ho la pelle arrossata dagli aromi, ma non ho lebbra. Non ho…».
29«Pace! Pace, donna. E chi ti dice che Lazzaro è lebbroso? E chi sospetta in voi un peccato così orrendo come quello di occultare un lebbroso? E credi tu che, nonostante la vostra potenza, non vi avremmo colpiti se aveste peccato? Anche sul corpo del padre e della madre e della sposa e dei figli noi siamo capaci di passare, pur di far ubbidire ai precetti. Io te lo dico. Io, Gionata di Uziel».
30«Ma certo! Così è! E ora ti diciamo, per il bene che ti vogliamo, per l’amore che avevamo a tua madre, per quello che abbiamo a Lazzaro: chiamate il Maestro. Scuoti il capo? Vuoi dire che è tardi ormai? Come? Non hai fede in Lui, tu, Marta, discepola fedele? É grave ciò! Cominci tu pure a dubitare?», dice Archelao.
31«Tu bestemmi, o scriba. Io credo nel Maestro come al Dio vero».
32«E allora perché non vuoi provare? Egli ha risuscitato i morti… Almeno così si dice… Forse non sai dove è? Se vuoi, te lo cerchiamo noi, ti aiutiamo noi», insinua Felice.
33«Ma no! Certo in casa di Lazzaro si sa dove è il Rabbi. Dillo con schiettezza, o donna, e noi partiremo a cercartelo e te lo condurremo, e staremo presenti al miracolo per gioire con te, con voi tutti», dice tentatore Sadoc.
34Marta è titubante, quasi tentata a cedere. Gli altri incalzano mentre lei dice: «Dove sia non so… Non so proprio… É partito giorni or sono e ci ha salutate come chi va via per lungo tempo… Mi sarebbe conforto sapere dove è… Almeno saperlo… a non so, in verità…».
35«Povera donna! Ma noi ti aiuteremo… Te lo condurremo», dice Cornelio.
36«No! Non occorre. Il Maestro… Voi parlate di Lui, non è vero? Il Maestro ha detto che dobbiamo sperare oltre lo sperabile, e in Dio solo. E noi lo faremo», tuona Maria che torna con Elchia, che la lascia subito chinandosi a parlare con tre farisei.
Fuori le bestie immonde.
37«Ma egli muore, a quel che sento!», dice uno di essi, che è Doras.
«E con ciò? Muoia! Io non ostacolerò il decreto di Dio e non disubbidirò al Rabbi».
38«E che vuoi sperare oltre la morte, o dissennata?», deride l’erodiano.
«Che? La Vita!». La voce è un grido di fede assoluta.
39«La Vita? Ah! Ah! Sii sincera. Tu sai che davanti ad un vero morire nullo è il suo potere, e nel tuo stolto amore per Lui non vuoi che ciò appaia».
40«Uscite tutti! Toccherebbe a Marta di farlo. Ma essa vi teme. Io temo soltanto di offendere Dio che mi ha perdonata. E lo faccio perciò in luogo di Marta. Uscite tutti. Non vi è posto in questa casa per quelli che odiano Gesù Cristo. Fuori! Alle vostre tane tenebrose! Fuori tutti! O vi farò cacciare dai servi come una mandra di pezzenti immondi».
41É imponente nella sua ira. I giudei se la svignano, vili all’estremo, davanti alla donna. Vero è che quella donna pare un arcangelo irato…
42La sala si sgombra e gli sguardi di Maria, man mano che uno varca la soglia passandole davanti, creano una immateriale forca caudina sotto la quale deve abbassarsi la superbia dei vinti giudei. La sala resta vuota finalmente.
Marta si accascia sul tappeto in uno scoppio di pianto.
43«Perché piangi, sorella? Non ne vedo la ragione…».
«Oh! tu li hai offesi… ed essi ti hanno, ci hanno offese… e ora si vendicheranno… e.…».
44«Ma taci, stolta femmina! Su chi vuoi che si vendichino? Su Lazzaro? Prima devono deliberare, e avanti che decidano… Oh! su un gulal[92] non ci si vendica! Su noi? E abbiamo bisogno del loro pane per vivere? Gli averi non ce li toccheranno. Si proietta su essi l’ombra di Roma. E su che allora? E se anche fosse che potessero, non siamo noi due giovani e forti? Non potremo lavorare? Non è forse povero Gesù? Non è forse stato operaio Gesù nostro? Non saremmo più simili a Lui, essendo povere e lavoratrici? Ma gloriati di divenirlo! Speralo! Chiedilo a Dio!».
«Ma ciò che ti hanno detto…».
45«Ah! Ah! Ciò che mi hanno detto! È la verità. Me la dico io pure. Sono stata una immonda. Ora sono l’agnella del Pastore! E il passato è morto. Su, vieni da Lazzaro».
45. Marta manda un servo
a
chiamare il Maestro[93].
Lazzaro è morente.
È la fine per Lazzaro.
1Mi trovo ancora nella casa di Lazzaro e vedo che Marta e Maria escono nel giardino accompagnando un uomo piuttosto anziano, molto dignitoso nell’aspetto e direi non ebreo, perché ha il volto completamente rasato come lo hanno i romani. Allontanate che sono un poco dalla casa, Maria gli chiede: «Ebbene, Nicomede? Che ci dici di nostro fratello? Noi lo vediamo molto… malato… Parla».
2L’uomo apre le braccia con un gesto di commiserazione e di costatazione dell’ineluttabilità del fatto, e dice fermandosi: «È molto malato… Io non vi ho mai ingannate sin dai primi tempi che l’ho preso in cura. Ho tentato di tutto, voi lo sapete. Ma non è servito. Ho anche… sperato, sì, ho sperato che almeno potesse vivere reagendo all’estenuazione della malattia con il buon nutrimento e i cordiali che gli preparavo. Ho tentato anche con veleni atti a preservare il sangue dalla corruzione e a sostenere le forze, secondo le vecchie scuole dei grandi maestri della medicina. Ma il male è più forte dei mezzi per curare il male. Sono come corrosioni queste malattie. Distruggono. E quando appaiono all’esterno, l’interno delle ossa ne è già invaso, e come la linfa in un albero dall’imo si alza alla vetta così qui dal piede la malattia si è estesa a tutto il corpo…».
3«Ma ha le gambe malate, quelle sole…», geme Marta.
4«Sì. Ma la febbre distrugge là dove voi non pensate esservi che sanità. Guardate questo ramicello caduto da quell’albero. Pare tarlato qua, presso la frattura. Ma, ecco… (lo sbriciola fra le dita). Vedete? Sotto la scorza ancor liscia è la carie sino in cima, dove ancora sembra esservi vita perché vi sono ancora delle foglioline. Lazzaro ormai è.… morente, povere sorelle! Il Dio dei vostri padri, e gli dèi e semidei della nostra medicina, nulla hanno potuto fare… o voluto fare. Parlo del vostro Dio… E perciò… sì, prevedo ormai prossima la morte anche per l’aumento della febbre, sintomo della corruzione entrata nel sangue, per i moti disordinati del cuore, e per la mancanza di stimoli e reazioni nel malato e in tutti i suoi organi. Voi vedete! Non si nutre più, non ritiene il poco che prende e non assimila ciò che ritiene.
5É la fine… E -credete ad un medico che è riconoscente a voi ricordando Teofilo- e la cosa più da desiderarsi ormai è la morte… Sono mali tremendi. Da migliaia di anni distruggono l’uomo, e l’uomo non riesce a distruggere loro. Soltanto gli dèi potrebbero se…». Si arresta, le guarda sfregandosi con le dita il mento rasato. Pensa. Poi dice: «Perché non chiamate il Galileo? É vostro amico. Egli può perché tutto Egli può. Io ho controllato persone che erano condannate e che sono guarite. Una forza strana esce da Lui. Un fluido misterioso che rianima e raduna le disperse reazioni e impone loro di voler guarire… Non so. So che l’ho seguito anche, stando mescolato nella folla, e ho visto cose meravigliose… Chiamatelo. Io sono un gentile. Ma onoro il Taumaturgo misterioso del vostro popolo. E sarei felice se Egli potesse ciò che io non ho potuto».
6«Egli è Dio, Nicomede. Perciò può. La forza che tu chiami fluido è il suo volere di Dio», dice Maria.
«Non derido la vostra fede. Anzi la sprono a crescere sino all’impossibile. Del resto… Si legge che gli dèi sono scesi sulla Terra qualche volta. Io… non ci avevo creduto mai… Ma, con scienza e coscienza di uomo e di medico, devo dire che così è, perché il Galileo opera guarigioni che solo un dio può operare».
7«Non un dio, Nicomede. Il vero Dio», insiste Maria.
8«E va bene. Come tu vuoi. E io lo crederò e diventerò suo seguace se vedrò che Lazzaro… risorge. Perché ormai, più che di guarigione, di risurrezione è d’uopo parlare. Chiamatelo, dunque, e con urgenza… perché, se stolto non sono divenuto, al massimo entro il terzo tramonto da questo egli morrà. Ho detto “al massimo”. Potrebbe essere anche prima, ormai».
Il Messia presso il guado
9«Oh! potessimo! Ma non sappiamo dove sia…», dice Marta.
10«Io lo so. Me lo ha detto un suo discepolo che andava a raggiungerlo accompagnandogli dei malati, e due erano dei miei. É oltre il Giordano, presso il guado. Così ha detto. Voi forse sapete meglio il luogo».
«Ah! in casa di Salomon, certo!», dice Maria.
«Lontano molto?».
«No, Nicomede».
11«E allora mandate subito un servo a dirgli che venga. Io più tardi ritorno e resto qui per vedere la sua azione su Lazzaro. Salve, domina. E.… fatevi cuore a vicenda». Le inchina e se ne va verso l’uscita, là dove un servo lo attende per tenergli il cavallo e aprirgli il cancello.
Amare e ubbidire ci fa figli di Dio e eredi del suo Regno.
12«Che facciamo, Maria?», chiede Marta dopo aver visto partire il medico.
«Ubbidiamo al Maestro. Egli ha detto di mandarlo a chiamare dopo la morte di Lazzaro. E noi lo faremo».
13«Ma, morto che sia…, che giova avere più qui il Maestro? Per il nostro cuore sì, sarà utile. Ma per Lazzaro!… Io mando un servo a chiamarlo».
14«No. Tu distruggeresti il miracolo. Egli ha detto di saper sperare e credere contro ogni realtà contraria. E se lo faremo noi avremo il miracolo, ne sono sicura. Se non lo sapremo fare, Dio ci lascerà con la nostra presunzione di voler fare meglio di Lui e non ci concederà nulla».
15«Ma non lo vedi quanto soffre Lazzaro? Non senti come, nei momenti che è in sé, desidera il Maestro? Non hai cuore tu a volergli negare l’ultima gioia al povero fratello nostro!… Povero fratello nostro! Povero fratello nostro! Fra poco non avremo più fratello! Più padre, più madre, più fratello! La casa distrutta, e noi sole come due palme in un deserto». Viene presa da una crisi di dolore, direi anche da una crisi di nervi tutta orientale, e si agita, percuotendosi il viso, spettinandosi i capelli.
16Maria l’afferra. Le impone: «Taci! Taci, ti dico! Egli può sentire. Io lo amo più e meglio di te, e so dominarmi. Tu sembri una femmina malata. Taci, dico! Non è con queste smanie che si cambiano le sorti, e neppure che si commuovono i cuori. Se lo fai per commuovere il mio, ti sbagli. Pensalo bene. Il mio si schianta nell’ubbidienza. Ma resiste in essa».
17Marta, dominata dalla forza della sorella e dalle sue parole, si calma alquanto, ma nel suo dolore, più calmo ora, geme invocando la madre: «Mamma! oh! mamma mia, consolami. Più pace in me da quando tu sei morta. Se fossi qui, madre! Se i dolori non ti avessero uccisa! Se ci fossi, ci guideresti e noi ti ubbidiremmo, per il bene di tutti… Oh! …»
18Maria muta di colore e, senza far del rumore, piange con un volto angosciato e torcendosi le mani senza parlare. Marta la guarda e dice: «Nostra madre, quando fu per morire, mi fece promettere che sarei stata una madre per Lazzaro. Se ella fosse qui…».
19«Ubbidirebbe al Maestro perché era una donna giusta. Inutilmente cerchi di commuovermi. Dimmi pure che io sono stata l’assassina di mia madre per i dolori che le ho dato. Ti dirò: “Hai ragione”. Ma se vuoi farmi dire che hai ragione a volere il Maestro, io ti dico: “No”. E sempre dirò: “No”. E sono certa che dal seno di Abramo ella mi approva e benedice. Andiamo in casa».
«Più nulla! Più nulla!».
20«Tutto! Tutto devi dire! In verità tu ascolti il Maestro e sembri attenta mentre Egli parla, ma poi non ricordi ciò che Egli dice. Non ha Egli sempre detto che amare e ubbidire ci fa figli di Dio e eredi del suo Regno? E allora come puoi dire che rimarremo senza nulla più, se avremo Dio e possederemo il Regno per la nostra fedeltà? Oh! che in verità bisogna essere assolute come io lo fui nel male, anche per poter essere, e sapere, e volere essere assolute nel bene, nell’ubbidienza, nella speranza, nella fede, nell’amore!»
21«Tu permetti che i giudei deridano e facciano insinuazioni sul Maestro. Li hai sentiti ieri l’altro…».
22«E pensi ancora al gracchiare di quelle cornacchie, allo squittio di quegli avvoltoi? Ma lasciali sputare ciò che hanno dentro! Che ti importa del mondo? Che è il mondo rispetto a Dio? Guarda: meno di questo lurido moscone intirizzito, o avvelenato dall’aver succhiato sozzure, che io calpesto così», e dà un energico colpo di tallone ad un tardo tafano che cammina lentamente sulla ghiaia del viale. Poi prende Marta per un braccio, dicendo: «Su. Vieni in casa e.…».
23«Facciamoglielo almeno sapere al Maestro. Mandiamogli a dire che è morente, senza dirgli di più…».
24«Come avesse bisogno di saperlo da noi! No, ho detto. È inutile. Egli ha detto: “Quando sarà morto fatemelo sapere”. E lo faremo. Non prima di allora».
«Nessuno, nessuno ha pietà del mio dolore! Tu meno di tutti…».
25«E smettila di piangere così. Non lo posso sopportare…». Nel suo dolore si morde le labbra per dare forza alla sorella e non piangere essa pure.
Lazzaro è morente.
26Marcella corre fuori dalla casa, seguita da Massimino: «Marta! Maria! Correte! Lazzaro sta male. Non risponde più…».
27Le due sorelle corrono via rapide entrando in casa… e dopo poco si sente la voce forte di Maria dare ordini per i soccorsi del caso, e si vedono correre servi con cordiali e catini fumanti d’acque bollenti, e si sentono bisbigli e si vedono gesti di dolore…
28Subentra pian piano la calma dopo tanta agitazione. Si vedono i servi parlottare fra loro, meno agitati ma con atti di grande sconforto a punteggiatura del loro dire. Chi scuote il capo, chi lo alza al cielo allargando le braccia come per dire: «Così è», chi piange e chi ancora vuole sperare in un miracolo.
Marta manda il servo.
29Ecco Marta di nuovo. Pallida come una morta. Si guarda dietro le spalle per vedere se è seguita. Guarda i servi che le si stringono intorno ansiosi. Torna a guardare se dalla casa esce qualcuno a seguirla. Poi dice ad un servo: «Tu! Vieni con me».
30Il servo si stacca dal gruppo e la segue verso la pergola dei gelsomini e dentro la stessa. Marta parla, sempre tenendo d’occhio la casa, che si può vedere attraverso il folto intreccio dei rami: «Ascolta bene. Quando tutti i servi saranno rientrati, ed io darò loro ordini perché siano occupati nella casa, tu andrai alle scuderie, prenderai un cavallo dei più rapidi, lo sellerai… Se per caso alcuno ti vede, di’ che vai per il medico… Non menti tu e non ti insegno a mentire io, perché veramente ti mando dal Medico benedetto… Prendi con te biada per la bestia e cibo per te e questa borsa per tutto quanto ti possa occorrere. Esci dal piccolo cancello e, passando per i campi arati, che non danno rumore sotto lo zoccolo, ti allontani dalla casa. Poi prendi la via di Gerico e galoppi senza fermarti mai, neppure a notte. Hai capito? Senza fermarti mai. La luna novella ti illuminerà la via se viene il buio mentre ancora galoppi. Pensa che la vita del tuo padrone è nelle tue mani e nella tua sveltezza. Mi fido di te».
«Padrona, io ti servirò come uno schiavo fedele».
31«Vai al guado di Betabara. Passi e vai al paese oltre Betania d’Oltre-Giordano. Sai? Dove in principio battezzava Giovanni».
«Lo so. Ci andai anche io a purificarmi».
32«In quel paese c’è il Maestro. Tutti ti indicheranno la casa dove è ospitato. Ma se tu, in luogo della via maestra, segui le sponde del fiume, è meglio. Sei meno visto e trovi da te la casa. É la prima dell’unica via del paesello che dalla campagna va al fiume. Non puoi sbagliare. Una casa bassa, senza terrazzo né camera alta, con l’orto che si trova, venendo dal fiume, prima della casa, un orto chiuso da un cancelletto di legno e una siepe di spinalbe, credo, una siepe insomma. Hai capito? Ripeti».
Il servo ripete pazientemente.
33«Va bene. Chiedi di parlare con Lui, con Lui solo, e gli dici che le tue padrone ti mandano a dirgli che Lazzaro è molto malato, che sta per morire, che noi non resistiamo più, che egli lo vuole e che venga subito, subito, per pietà. Hai capito bene?».
«Ho capito, padrona».
34«E dopo torna subito indietro, di modo che nessuno noti molto la tua assenza. Prendi un fanale con te, per le ore buie. Va’, corri, galoppa, stronca il cavallo, ma torna presto con la risposta del Maestro».
«Lo farò, padrona».
35«Va’! Va’! Vedi? Sono già tutti rientrati in casa. Va’ subito. Nessuno ti vedrà fare i preparativi. Io stessa ti porterò il cibo. Va’! Te lo metterò alla soglia del piccolo cancello. Va’! E Dio sia con te. Va’! …».
36Lo spinge, ansiosa, e poi corre in casa rapida e guardinga, e dopo poco sguscia fuori da una porta secondaria, sul lato sud, con un piccolo sacco fra le mani, rasenta una siepe sino alla prima apertura, svolta, scompare.
46. Il servo di Betania riferisce a Gesù il messaggio di Marta. Predizione a Simon Pietro su Roma cristiana[94].
Un servo di Lazzaro cerca il messia.
1È già l’imbrunire quando il servo, risalendo le boschive del fiume, sprona il cavallo fumante di sudore a superare il dislivello che in quel punto è fra il fiume e la via del paese. La povera bestia palpita nei fianchi per la corsa veloce e lunga. Il mantello nero è tutto marezzato di sudore e la spuma del morso ha spruzzato il petto bianco. Sbuffa inarcando il collo e scuotendo il capo.
2Eccolo nella vietta. La casa è presto raggiunta. Il servo balza al suolo, lega il cavallo alla siepe, dà la voce.
3Dal dietro della casa si sporge la testa di Pietro, e la sua voce un po’ aspra chiede: «Chi chiama? Il Maestro è stanco. Sono molte ore che non ha pace. È quasi notte. Tornate domani».
4«Non voglio nulla dal Maestro, io. Sono sano e non ho che da dirgli una parola».
5Pietro viene avanti dicendo: «E da parte di chi, se si può chiederlo? Senza riconoscimento sicuro, io non faccio passare nessuno, e specie chi puzza di Gerusalemme come te». È venuto avanti lentamente, più insospettito della bellezza del morello riccamente bardato che dell’uomo. Ma quando gli è viso a viso ha un atto di stupore: «Tu? Ma non sei un servo di Lazzaro tu?».
6Il servo non sa che dire. La padrona gli ha detto di parlare soltanto con Gesù. Ma l’apostolo sembra ben deciso a non farlo passare. Il nome di Lazzaro, egli lo sa, è potente presso gli apostoli. Si decide a dire: «Sì. Sono Giona, servo di Lazzaro. Devo parlare al Maestro».
7«Sta male Lazzaro? È lui che ti manda?».
«Sta male, sì. Ma non mi fare perdere tempo. Devo tornare indietro al più presto». E per decidere Pietro dice: «Ci furono i sinedristi a Betania…».
8«I sinedristi!!! Passa! Passa!», e apre il cancello dicendo: «Ritira il cavallo. Gli daremo da bere e dell’erba, se vuoi».
9«Ho la biada. Ma un poco d’erba non farà male. L’acqua dopo, prima gli farebbe male».
Il servo si ristora al fuoco.
10Entrano nello stanzone dove sono i lettucci e legano la bestia in un angolo per tenerla riparata dall’aria; il servo la copre con la coperta che era legata alla sella, gli dà la biada e l’erba che Pietro ha preso non so dove. E poi tornano fuori e Pietro guida il servo nella cucina e gli dà una tazza di latte caldo, preso da un paiolino che è presso il fuoco acceso, in luogo dell’acqua che il servo aveva chiesto.
11Mentre il servo beve e si ristora al fuoco, Pietro, che è eroico nel non fare domande curiose, dice: «Il latte è meglio dell’acqua che volevi. E posto che ce lo abbiamo! Hai fatto tutta una tappa?».
«Tutta una tappa. E così farò al ritorno».
12«Sarai stanco. E il cavallo ti resiste?».
13«Lo spero. E poi, al ritorno, non galopperò come nel venire».
14«Ma presto è notte. Comincia già ad alzarsi la luna… Come farai al fiume?».
«Spero arrivarci prima che essa tramonti. Altrimenti sosterò nel bosco sino all’alba. Ma arriverò prima».
15E dopo? Lunga è la via dal fiume a Betania. E la luna cala presto. È ai suoi primi giorni».
«Ho un buon fanale. Lo accenderò e andrò piano. Per piano che vada, mi avvicinerò sempre a casa».
16«Vuoi del pane e formaggio? Ne abbiamo. E anche pesce. L’ho pescato io. Perché oggi sono rimasto qui, io e Toma. Ma ora Toma è andato a prendere il pane da una donna che ci aiuta».
17«No. Non ti privare di nulla. Ho mangiato per via, ma avevo sete e anche bisogno di cose calde. Ora sto bene. Ma vuoi andare dal Maestro? C’è in casa?».
Molti andavano dal Messia.
18«Sì, sì. Se non ci fosse stato te lo avrei detto subito. È di là che riposa. Perché viene tanta gente qui… Ho persino paura che la cosa faccia chiasso e vengano a disturbare i farisei. Prendi ancora un po’ di latte. Tanto dovrai lasciar mangiare il cavallo… e farlo riposare. I suoi fianchi sbattevano come una vela mal tesa…».
Pietro non frena la sua curiosità.
«No. Il latte vi occorre. Siete tanti».
«Sì. Ma, meno il Maestro che parla tanto da avere stanco il petto, e i più vecchi, noi robusti mangiamo cose che fanno lavorare il dente. È quello delle pecorine lasciate dal vecchio. La donna, quando siamo qui, ce lo porta. Ma, se ne vogliamo di più, tutti ce lo danno. Ci vogliono bene, qui, e ci aiutano.
19E… di’ un po’: erano tanti i sinedristi?».
«Oh! quasi tutti e con loro altri: sadducei, scribi, farisei, giudei di alto censo, qualche erodiano…».
20«E che era venuta a fare quella gente a Betania? C’era Giuseppe con loro? Nicodemo c’era?».
«No. Erano venuti giorni prima. E anche Mannaen era venuto. Questi non erano di quelli che amano il Signore».
21«Eh! lo credo! Sono così pochi nel Sinedrio che lo amano! Ma che volevano di preciso?».
«Salutare Lazzaro, dissero nell’entrare…».
22«Uhm! Che amore strano! Lo hanno sempre scansato per tante ragioni! … Bene! … Crediamo pure… Ci sono stati molto?».
23«Alquanto. E sono partiti inquieti. Io non sono servo di casa e non servivo perciò alle mense. Ma gli altri che erano dentro a servire dicono che hanno parlato con le padrone e voluto vedere Lazzaro. Ci è andato Elchia da Lazzaro e…».
«Buona pelle! …», mormora fra le labbra Pietro.
«Che hai detto?».
24«Niente, niente! Continua. E ha parlato con Lazzaro?».
«Credo. C’è andato con Maria. Ma poi, non so perché… Maria si è inquietata e i servi, pronti ad accorrere dalle stanze vicine, dicono che li ha cacciati come cani…».
25«Viva lei! Quel che ci vuole! E ti hanno mandato a dirlo?».
«Non mi far perdere altro tempo, Simone di Giona».
«Hai ragione. Vieni».
Il messaggio di Marta.
26Lo guida verso una porta. Bussa. Dice: «Maestro, c’è un servo di Lazzaro. Ti vuol parlare».
«Entri», dice Gesù.
Pietro apre l’uscio, fa entrare il servo, chiude e si ritira, meritoriamente, presso il fuoco a mortificare la sua curiosità.
27Gesù, seduto sulla sponda del suo lettuccio, nel piccolo ambiente dove c’è appena spazio per il lettuccio e la persona che lo abita, e che certo era prima un ripostiglio di viveri perché ha ancora ganci alle pareti e assi su cavicchi, guarda sorridendo il servo che si inginocchiato e lo saluta: «La pace sia con te». Poi soggiunge: «Che nuove mi porti? Alzati e parla».
28«Mi mandano le mie padrone a dirti di andare subito da loro, perché Lazzaro è molto ammalato e il medico dice che morrà. Marta e Maria te ne supplicano e mi hanno mandato a dirti: “Vieni, perché Tu solo lo puoi risanare”».
29«Di’ loro che stiano tranquille. Questa non è infermità da morirne, ma è gloria di Dio affinché la sua potenza sia glorificata nel Figlio suo».
«Ma è molto grave, Maestro! La sua carne cade in cancrena ed egli non si nutre più. Ho sfiancato il cavallo per giungere più in fretta…».
«Non importa. È come Io dico».
30«Ma verrai?».
«Verrò. Di’ loro che verrò e che abbiano fede. Che abbiano fede. Una fede assoluta. Hai capito? Va’. La pace a te e a chi ti manda. Ti ripeto: “Che abbiano fede. Assoluta”. Va’».
Il servo saluta e si ritira.
Che voglia di sapere!
31Pietro gli corre incontro: «Hai fatto presto a dire. Credevo un discorso lungo…». Lo guarda, lo guarda… La voglia di sapere trasuda da tutti i pori del volto di Pietro. Ma si frena…
32«Io vado. Vuoi darmi acqua per il cavallo? Dopo partirò».
«Vieni. Acqua! … Abbiamo tutto un fiume per dartela, oltre al pozzo per noi», e Pietro, armato di un lume, lo precede e dà l’acqua richiesta.
Fanno bere il cavallo. Il servo leva la coperta, osserva i ferri, il sottopancia, le redini, le staffe. Spiega: «Ho corso tanto! Ma tutto è a posto. Addio, Simon Pietro, e prega per noi».
Conduce fuori il cavallo. Tenendolo per le briglie, esce nella via, mette un piede nella staffa, fa per balzare in sella.
33Pietro lo trattiene, mettendogli una mano sul braccio e dicendo: «Questo solo voglio sapere: c’è pericolo per Lui a stare qui? Questa minaccia hanno fatto? Volevano sapere dalle sorelle dove eravamo? Dillo, in nome di Dio!».
«No, Simone. No. Questo non è stato detto. Per Lazzaro sono venuti… Fra noi si sospetta per vedere se c’era il Maestro e se Lazzaro era lebbroso, perché Marta urlava forte che lebbroso non è, e piangeva… Addio, Simone. La pace a te».
«E a te e alle tue padrone. Dio ti accompagni nel ritorno a casa…».
34Lo guarda partire… scomparire presto in fondo alla via, perché il servo preferisce prendere la via maestra, chiara nel bianco di luna, anziché il sentiero oscuro del bosco lungo il fiume. Resta pensieroso. Poi chiude il cancello e torna in casa.
Pietro deve sacrificare la sua curiosità.
35Va da Gesù, che è sempre seduto sul lettuccio, le mani puntate sulla sponda e assorto. Ma si scuote sentendosi vicino Pietro, che lo guarda interrogativamente. Gli sorride.
«Sorridi, Maestro?».
«Ti sorrido, Simone di Giona. Siedi qui vicino a Me. Sono tornati gli altri?».
«No, Maestro. Neppure Tommaso. Avrà trovato da parlare».
«Ciò è bene».
36«Bene che parli? Bene che tardino gli altri? Lui parla fin troppo. È sempre allegro lui! E gli altri? Io sto sempre in agitazione finché non tornano. Ho sempre paura io».
«E di che, Simone mio? Non avviene nulla di male per ora, credilo. Mettiti in pace e imita Toma, che è sempre allegro. Tu, invece, sei molto triste da qualche tempo».
37«Sfido chiunque che ti ami a non esserlo! Io sono vecchio ormai, e rifletto più dei giovani. Perché anche essi ti amano, ma sono giovani e pensano meno… Ma se ti piaccio di più allegro, lo sarò, mi sforzerò ad esserlo. Ma per poterlo essere dammi almeno un “che” che mi dia motivo di esserlo. Dimmi il vero, mio Signore. Te lo chiedo in ginocchio (e scivola infatti in ginocchio). Che ti ha detto il servo di Lazzaro? Che ti cercano? Che ti vogliono nuocere? Che…».
38Gesù pone la mano sul capo di Pietro: «Ma no, Simone! Nulla di questo. È venuto a dirmi che Lazzaro è molto aggravato, e nulla più che di Lazzaro si è parlato».
«Proprio, proprio?».
«Proprio, Simone. E ho risposto di aver fede».
39«Ma a Betania ci sono stati quelli del Sinedrio, lo sai?».
«Cosa naturale! La casa di Lazzaro è una grande casa. E l’uso nostro contempla questi onori dati ad un potente che muore. Non ti agitare, Simone».
«Ma credi proprio che non abbiano preso questa scusa per…».
40«Per vedere se ero là. Ebbene, non mi hanno trovato. Su, non essere così spaventato come se già mi avessero preso. Torna qui, al mio fianco, povero Simone che assolutamente non vuole persuadersi che a Me nulla può accadere di male sino al momento decretato da Dio, e che allora… nulla varrà a difendermi dal Male…».
41Pietro gli si avvinghia al collo e gli tappa la bocca baciandolo su di essa e dicendo: «Taci! Taci! Non mi dire queste cose! Non le voglio sentire!».
I conquistatori di Roma.
42Gesù riesce a svincolarsi tanto da poter parlare e mormora: «Non le vuoi sentire! Questo è l’errore! Ma ti compatisco… 7Senti, Simone. Giacché tu solo eri qui, di quanto è accaduto Io e te soli dobbiamo saperlo. Mi intendi?».
«Sì, Maestro. Non parlerò con nessuno dei compagni».
43«Quanti sacrifici, non è vero Simone?».
«Sacrifici? Quali? Qui si sta bene. Abbiamo il necessario».
44«Sacrifici di non chiedere, di non parlare, di sopportare Giuda… di stare lontano dal tuo lago… Ma di tutto Dio ti darà compenso».
45«Oh! se è di questo che vuoi dire! … Per il lago ho il fiume e… me lo faccio bastare. Per Giuda… ho Te che mi compensi a misura piena… E per le altre cose! … Inezie! E mi servono a diventare meno rozzo e più simile a Te. Come sono felice di essere qui con Te! Fra le tue braccia! La reggia di Cesare non mi parrebbe più bella di questa casa, se io potessi sempre starvi così, fra le tue braccia».
46«Che ne sai della reggia di Cesare? L’hai forse vista?».
«No, e non la vedrò mai. Ma non ci tengo. Però la penso grande, bella, piena di cose belle… e di sozzura. Come tutta Roma, immagino. Non ci starei anche se mi coprissero d’oro!».
47«Dove? Nel palazzo di Cesare, o a Roma?».
«In tutti e due i luoghi. Anatema!».
«Ma appunto perché sono tali vanno evangelizzati».
48«E che vuoi fare a Roma?! È tutto un lupanare! Nulla da fare là, a meno che non ci venga Tu. Allora! …».
«Io ci verrò. Roma è capo del mondo. Conquistata Roma, è conquistato il mondo».
49«Andiamo a Roma? Ti proclami re, là? Misericordia e potenza di Dio! Questo è un miracolo!». Pietro si è alzato in piedi e sta a braccia alte davanti a Gesù, che sorride e che gli risponde: «Io ci andrò nei miei apostoli. Voi me la conquisterete. Ed Io sarò con voi. Ma di là c’è qualcuno. Andiamo, Pietro».
47. Delirio e morte di Lazzaro[95].
L’agonia.
Raccapricciante agonia di Lazzaro.
1Hanno aperto tutte le porte e le finestre nella stanza di Lazzaro per rendergli meno difficile la respirazione. E intorno a lui, che è assente, in coma -un coma pesante, simile a morte, dalla quale differisce unicamente per il movimento del respiro- sono le due sorelle, Massimino, Marcella e Noemi, intenti ad ogni minimo atto del morente.
2Ogni volta che una contrazione di spasimo àltera la bocca, e pare che essa si atteggi a parlare, o che gli occhi si scoprono per un socchiudersi di palpebra, le due sorelle si chinano per afferrare una parola, uno sguardo… Ma è inutile. Non sono che atti incoordinati, indipendenti dalla volontà e dall’intelligenza, che sono ambedue, ormai, inerti, perdute. Atti che vengono dalla sofferenza della carne, come da essa viene il sudore che fa lucido il volto del morente, e il tremito che ad intervalli scuote le dita scheletrite e dà ad esse una contrazione di artiglio. Anche lo chiamano le due sorelle, con tutto l’amore nella loro voce. Ma il nome e l’amore cozzano contro le barriere dell’insensibilità intellettiva, ed è, a risposta del loro chiamare, il silenzio che hanno le tombe.
3Noemi, piangente, continua a mettere contro i piedi, certo gelati, mattoni avvolti in strisce di lana. Marcella tiene fra le mani un calice nel quale pesca un lino sottile, che Marta usa per bagnare le labbra aride del fratello. Maria con un altro lino asciuga l’abbondante sudore, che scende a strisce dal volto scheletrito e che bagna le mani del morente. Massimino, appoggiato ad uno stipo alto e scuro, presso il letto del morente, osserva stando in piedi dietro le spalle di Maria che è curva sul fratello. Nessun altro. Il massimo silenzio, come fossero in una casa vuota, in un luogo deserto. Le ancelle che portano i mattoni caldi hanno i piedi scalzi e non fanno rumore sul pavimento marmoreo. Sembrano apparizioni. Maria ad un dato momento dice: «Mi sembra che nelle mani torni il calore. Guarda, Marta, è meno pallido nelle labbra».
4«Sì. Anche il respiro è più libero. Lo guardo da qualche tempo», osserva Massimino.
5Marta si china e chiama piano, ma con accento intenso: «Lazzaro! Lazzaro! Oh! Guarda, Maria! Ha avuto come un sorriso e un battere di palpebra. Migliora, Maria! Migliora! Che ora abbiamo?».
«Abbiamo oltrepassato di un tempo il vespero».
6«Ah!», e Marta si raddrizza stringendo le mani sul petto, alzando gli occhi verso l’alto in un visibile atto di muta ma fiduciosa preghiera. Un sorriso le rischiara il volto.
7Gli altri la guardano stupiti e Maria le dice: «Non vedo perché l’essere oltre il vespero ti debba fare felice…», e la scruta, sospettosa, ansiosa.
Fittizio miglioramento della morte.
8Marta non risponde, ma si riprende nella posa che aveva prima. Entra un’ancella con dei mattoni che passa a Noemi. Maria le ordina: «Porta due lumi. La luce decresce e voglio vederlo». La serva esce senza rumore e torna presto con due lucerne accese, che depone una sullo stipo, contro il quale è Massimino, e l’altra su un tavolo ingombro di bende e anforette, posto all’altro lato del letto.
«Oh! Maria! Maria! Guarda! É proprio meno pallido».
9«E di aspetto meno finito. Si rianima!», dice Marcella.
10«Dategli ancora qualche stilla di quel vino con gli aromi che ha preparato Sara. Gli ha fatto bene», suggerisce Massimino.
Maria prende dal piano dello stipo un’anforetta dal collo esilissimo, a becco d’uccello, e con precauzione fa scendere qualche goccia di vino fra le labbra socchiuse.
«Va’ adagio, Maria. Che egli non soffochi!», consiglia Noemi.
«Oh! inghiotte! Lo cerca! Guarda, Marta! Guarda! Sporge la lingua cercando…».
11Tutti si chinano a guardare, e Noemi lo chiama: «Tesoro! Guarda la tua nutrice, anima santa!», e si fa avanti a baciarlo.
«Guarda! Guarda, Noemi, beve la tua lacrima! Gli è caduta presso le labbra ed egli ha sentito, e l’ha cercata e assorbita».
12«Oh! gioia mia! Avessi ancora il latte di una volta, te lo spremerei goccia goccia in bocca, mio agnellino, dovessi spremermi il cuore e morire poi!». Intuisco che Noemi, nutrice di Maria, sia stata anche nutrice di Lazzaro.
Arriva Nicomede.
13«Padrone, è tornato Nicomede», dice un servo apparendo sulla soglia.
«Che venga! Che venga! Ci aiuterà a farlo migliorare».
14«Osservate! Osservate! Apre gli occhi, muove le labbra», dice Massimino.
«A me stringe le dita con le sue dita!», grida Maria. E si china dicendo: «Lazzaro! Mi senti? Chi sono?».
15Lazzaro apre proprio gli occhi e guarda, uno sguardo incerto, velato, ma è sempre uno sguardo. Muove a fatica le labbra e dice: «Mamma!».
«Maria sono. Maria! Tua sorella!».
«Mamma!».
«Non ti riconosce. E chiama sua madre. I morenti. Sempre così», dice Noemi con il volto lavato di pianto.
16«Ma parla. Dopo tanto parla. É già molto… Poi starà meglio. Oh! mio Signore, premia la tua serva!», dice Marta con ancora quell’atto di fervida e fiduciosa preghiera.
«Ma che ti è accaduto? Forse hai visto il Maestro? Ti è apparso? Dimmelo, Marta! Levami d’angoscia!», dice Maria.
Finito lo stame nulla mantiene la fiamma.
17L’entrata di Nicomede impedisce la risposta. Tutti si volgono a lui, raccontando come dopo la sua partenza Lazzaro si fosse aggravato tanto da giungere a morte, e morto già lo avevano creduto, e poi, con dei soccorsi, avevano potuto farlo rinvenire, ma al respiro soltanto. E come da poco, dopo che una delle loro donne aveva preparato un vino con aromi, aveva ripreso calore e aveva inghiottito, cercando di bere, e anche aveva aperto gli occhi e parlato…
18Parlano tutti insieme, con le loro speranze riaccese, gettate contro la pacatezza alquanto scettica del medico, che li lascia parlare senza dire una parola.
19Finalmente hanno finito ed egli dice: «Va bene. Lasciatemi vedere». E li scansa, accostandosi al letto e ordinando di avvicinare i lumi e chiudere la finestra, volendo scoprire il malato. Si china su lui, lo chiama, lo interroga, fa passare la lucerna davanti al volto di Lazzaro, che ora ha gli occhi aperti e sembra come stupito di tutto; poi lo scopre, ne studia il respiro, i battiti del cuore, il calore e la rigidità delle membra… Tutti sono ansiosi in attesa della sua parola. Nicomede ricopre il malato, lo guarda ancora, pensa. Poi si volta a guardare gli astanti e dice: «É innegabile che ha ripreso vigore. Attualmente è migliorato da quando lo vidi. Ma non vi illudete. Non è che il fittizio miglioramento della morte. Ne sono tanto certo, come certo ero che è alla fine, che, come vedete, sono tornato, dopo essermi liberato da ogni impegno, per rendergli meno penosa la morte, per quanto mi è concesso di farlo… o per vedere il miracolo se… Avete provveduto?».
20«Sì, sì, Nicomede», lo interrompe Marta. E, per impedirgli altre parole, dice: «Ma non avevi detto che… entro tre giorni… Io…». Piange.
21«Ho detto. Sono un medico. Vivo fra agonie e pianti. Ma l’abitudine a viste di dolore non mi ha ancora dato cuore di pietra. E oggi… vi ho preparate… con un termine abbastanza lungo… e vago… Ma la mia scienza mi diceva che era più sollecita la soluzione, ed il mio cuore mentiva per un pietoso inganno… Su! Siate forti… Uscite fuori… Non si sa mai sino a qual punto i morenti intendano…». Le spinge fuori in lacrime, ripetendo: «Siate forti! Siate forti!».
22Presso il morente resta Massimino… Anche il medico si allontana per preparare dei medicamenti atti a rendere meno angosciosa l’agonia che, dice, «prevedo dolorosa molto».
23«Fallo vivere! Fallo vivere sino a domani. É quasi notte. Lo vedi, o Nicomede. Cosa è per la tua scienza tener desta una vita per men di un giorno? Fallo vivere!».
24«Domina, io faccio ciò che posso. Ma quando lo stame è finito non c’è nulla che mantenga la fiamma!», risponde il medico e se ne va.
25Le due sorelle si abbracciano, piangendo desolate, e chi piange di più, ora, è Maria. L’altra ha la sua speranza in cuore…
Il delirio.
Il delirio del morente Lazzaro.
26La voce di Lazzaro viene dalla stanza. Forte, imperiosa. E le fa trasalire, perché inaspettata in tanto languore. Le chiama: «Marta! Maria! Dove siete? Voglio alzarmi. Vestirmi! Dire al Maestro che sono guarito! Devo andare dal Maestro. Un carro! Subito. E un cavallo veloce. Certo è Lui che mi ha guarito…». Parla veloce, scandendo le parole, seduto sul letto, acceso di febbre, cercando di gettarsi dal letto, trattenuto dal farlo da Massimino, che dice alle donne che entrano correndo: «Delira!».
17«No! Lascialo andare. Il miracolo! Il miracolo! Oh! sono felice di averlo suscitato! Appena Gesù ha saputo! Dio dei padri, sii benedetto e lodato per la tua potenza e per il tuo Messia…».
28Marta, caduta in ginocchio, è ebbra di gioia. Intanto Lazzaro continua, sempre più preso dalla febbre, che Marta non comprende essere causa di tutto: «É venuto tante volte da me malato. É giusto che io vada da Lui a dirgli: “Son guarito”. Guarito sono! Non ho più dolori! Sono forte. Voglio alzarmi. Andare. Dio ha voluto provare la mia rassegnazione. Sarò detto il novello Giobbe…». Prende un tono ieratico gestendo a larghi gesti: «”Il Signore si commosse della penitenza di Giobbe… e gli rese il doppio di quanto aveva avuto. E il Signore benedisse gli ultimi anni di Giobbe più ancora dei primi… ed egli visse sino a[96]…. Ma no che non sono Giobbe! Ero fra le fiamme e me ne ha tratto, ero nel ventre del mostro[97] e torno alla luce. Dunque sono Giona, e i tre fanciulli di Daniele sono[98]…».
29Sopraggiunge il medico, chiamato da qualcuno. Lo osserva: «É il delirio. Me lo attendevo. La corruzione del sangue accende il cervello». Si sforza a riadagiarlo e raccomanda di tenerlo e torna fuori, ai suoi decotti.
30Lazzaro un poco si inquieta di esser tenuto e un poco piange come un bambino, alternativamente.
31«É proprio in delirio», geme Maria.
32«No. Nessuno capisce nulla. Non sapete credere. Ma già! Non sapete… A quest’ora il Maestro sa che Lazzaro è morente. Sì. L’ho fatto, Maria! L’ho fatto senza dirti nulla…».
«Ah! sciagurata! Hai distrutto il miracolo!», grida Maria.
33«Ma no! Egli, lo vedi, ha iniziato a migliorare all’ora che Giona ha raggiunto il Maestro. Delira… Certo… É debole e ha ancora il cervello annebbiato dalla morte che già lo teneva. Ma non delira come il medico crede. Sentilo! Sono parole di delirio, queste?».
34Infatti Lazzaro dice: «Ho chinato il capo al decreto di morte e ho gustato quanto sia amaro il morire, ed ecco che Dio si è detto pago della mia rassegnazione e mi rende alla vita e alle sorelle. Potrò ancora servire il Signore e santificarmi insieme a Marta e Maria…
La voce del subcosciente.
35A Maria! Cosa è Maria? Maria è il dono di Gesù al povero Lazzaro. Me lo aveva detto… Quanto tempo da allora! “Il vostro perdono farà più di tutto. Mi aiuterà”. Me lo aveva promesso: “Ella sarà la tua gioia”. E quel giorno che ero inquieto perché ella aveva portato la sua vergogna qui, presso il Santo, che parole per invitarla al ritorno! La Sapienza e la Carità si erano unite per toccare il cuore a lei… E l’altro, che mi trovò che mi offrivo per lei, per la sua redenzione?… Voglio vivere per godere di lei redenta! Voglio con lei lodare il Signore!
36Fiumi di lacrime, affronti, vergogna, amarezza… tutto mi ha penetrato e ucciso la vita per causa di lei… Ecco il fuoco, il fuoco della fornace! Ritorna, col ricordo… Maria di Teofilo e di Eucheria, mia sorella, la prostituta. Poteva essere regina e si è fatta fango che anche il porco calpesta. E mia madre che muore. E il non poter più andare fra la gente senza dover sopportare i suoi scherni. Per lei! Dove sei, sciagurata? Ti mancava il pane, forse, per venderti come ti sei venduta? Cosa hai succhiato dal capezzolo della nutrice? Tua madre che ti ha insegnato? Lussuria una? Peccato l’altra? Va’ via! Disonore della nostra casa!».
37La voce è un urlo. Sembra pazzo. Marcella e Noemi si affrettano a chiudere ermeticamente le porte e a ricalare le tende pesanti per attutire le risonanze, mentre il medico, tornato nella stanza, si sforza inutilmente di calmare il delirio che diventa sempre più furioso.
38Maria, gettata a terra come uno straccio, singhiozza sotto l’inesorabile accusa del morente che prosegue: «Uno, due, dieci amanti. L’obbrobrio d’Israele passava da braccia a braccia… Sua madre moriva, essa fremeva nei suoi amori sconci. Belva! Vampiro! Hai succhiato la vita a tua madre. Hai distrutto la nostra gioia. Marta sacrificata per te. Non si sposa la sorella di una meretrice.
39Io… Ah! io! Lazzaro, cavaliere, figlio di Teofilo… Su me sputavano i monelli di Ofel!! “Ecco il complice di un’adultera e di una immonda”, dicevano scribi e farisei e scuotevano le vesti per significare che respingevano il peccato di cui ero sozzo per il suo contatto! “Ecco il peccatore! Colui che non sa colpire il colpevole è colpevole come lo stesso”, urlavano i rabbi quando salivo al Tempio, ed io sudavo sotto il fuoco delle pupille sacerdotali… Il fuoco.
40Tu! Tu vomitavi il fuoco che dentro avevi. Perché sei un demonio, Maria. Lurida sei. Sei l’anatema. Il tuo fuoco si apprendeva a tutti, perché il tuo fuoco era di molti fuochi fatto, e ce ne era per i lussuriosi, che parevano pesci presi al tramaglio quando tu passavi… Perché non ti ho uccisa? Brucerò nella Geenna[99] per averti lasciata vivere rovinando tante famiglie, dando scandalo a mille…
41Chi dice: “Guai a colui per il quale avviene lo scandalo”? Chi lo dice? Ah! il Maestro! Voglio il Maestro! Lo voglio! Perché mi perdoni. Voglio dirgli che non la potevo uccidere perché l’amavo… Maria era il sole della casa nostra… Voglio il Maestro! Perché non è qui? Non voglio vivere! Ma avere perdono dello scandalo che ho dato lasciando vivere lo scandalo. Sono già nelle fiamme. É il fuoco di Maria. Mi ha preso. Tutti prendeva. Per dare lussuria per lei, odio per noi, e bruciare le carni a me.
42Via queste coperte, via tutto! Sono nel fuoco. Carne e spirito mi ha preso. Sono perduto in causa di lei. Maestro! Maestro! Il tuo perdono! Non viene. Non può venire nella casa di Lazzaro. É un letamaio per causa di lei. Allora… voglio dimenticare. Tutto.
43Non sono più Lazzaro. Datemi del vino. Lo dice Salomone: “Date del vino a quelli dal cuore straziato, che bevano e dimentichino la loro miseria, e non si ricordino più del loro dolore”[100]. Non voglio più ricordare.
44Dicono tutti: “Lazzaro è ricco, è l’uomo più ricco di Giudea”. Non è vero! È tutta paglia. Non è oro. E le case? Nuvole. I vigneti, le oasi, i giardini, gli uliveti? Nulla. Inganni. Io sono Giobbe. Non ho più nulla. Avevo una perla. Bella! Di infinito valore. Era il mio orgoglio. Si chiamava Maria. Non l’ho più. Sono povero. Il più povero di tutti. Di tutti il più ingannato…
45Anche Gesù mi ha ingannato. Perché mi aveva detto che me l’avrebbe resa, e invece essa… Dove è essa? Eccola là. Pare una etera pagana la donna d’Israele, figlia di una santa! Seminuda, ubriaca, folle… E intorno… cogli occhi fissi sul corpo nudo di mia sorella, la muta dei suoi amanti… E lei ride di essere ammirata e bramata così. Io voglio riparare al mio delitto.
46Voglio andare per Israele dicendo: “Non andate presso la casa di mia sorella. La sua casa è la via dell’inferno e discende negli abissi della morte”[101]. E poi voglio andare da lei e calpestarla, perché è detto: “Ogni donna impudica sarà calpestata come sterco nella via”. Oh! Hai il coraggio di mostrarti a me che muoio disonorato, distrutto da te? A me che ho offerto la mia vita per riscatto della tua anima, e senza scopo?
47Come ti volevo, dici? Come ti volevo per non morire così? Ecco come ti volevo: come Susanna, la casta. Dici che ti hanno tentata? E non avevi un fratello a difenderti? Susanna, da sola, rispose: “Meglio è per me cadere nelle vostre mani che peccare nel cospetto del Signore”[102], e Dio fece rilucere il suo candore. Io le avrei dette le parole contro i tuoi tentatori e ti avrei difesa. Ma tu! Tu te ne sei andata.
48Giuditta era vedova e viveva nella stanza appartata, col cilicio ai fianchi e in digiuno, ed era in grandissima stima presso tutti perché temeva il Signore, e di lei si canta: “Tu sei gloria di Gerusalemme, letizia d’Israele, onore del nostro popolo, perché hai agito virilmente e il tuo cuore è stato forte, perché hai amato la castità e dopo il tuo matrimonio non hai conosciuto altro uomo. Per questo la mano del Signore ti ha resa forte e sarai benedetta in eterno”[103]. Se Maria fosse stata come Giuditta, il Signore mi avrebbe guarito. Ma non ha potuto per via di lei. Per questo non ho chiesto di guarire. Non può essere miracolo dove lei è.
49Ma morire, soffrire, nulla è. Dieci e dieci volte di più, e una e una morte, purché ella si salvi. Oh! Altissimo Signore! Tutte le morti! Tutto il dolore! Ma Maria salva! Godere di lei un’ora, un’ora sola! Di lei tornata santa, pura come nella fanciullezza! Un’ora di questa gioia! Gloriarmi di lei, il fiore d’oro della mia casa, la gazzella gentile dai dolci occhi, l’usignolo in sulla sera, l’amorosa colomba…
50Voglio il Maestro per dirgli che questo voglio: Maria! Maria! Vieni! Maria! Quanto dolore ha tuo fratello, Maria! Ma se tu vieni, se ti redimi, il mio dolore dolce si fa. Cercate Maria! Sono in fine! Muoio! Maria! Fate luce! Aria… Io… Soffoco… Oh! che cosa sento! …».
Il sopore.
51Il medico fa un gesto e dice: «É la fine. Dopo il delirio, il sopore e poi la morte. Ma può avere un ritorno all’intelligenza. Fatevi accosto. Tu in specie. Ne avrà gioia», e riadagiato Lazzaro, sfinito dopo tanta agitazione, va da Maria, che ha sempre pianto là in terra gemendo: «Fatelo tacere!». La alza e la conduce al letto.
51Lazzaro ha chiuso gli occhi. Ma deve soffrire atrocemente. É tutto un fremito e una contrazione. Il medico cerca di soccorrerlo con delle pozioni… Passano del tempo così.
52Lazzaro apre gli occhi. Pare smemorato di ciò che è stato prima, ma è in sé. Sorride alle sorelle e cerca prendere le loro mani, rispondere ai loro baci. Impallidisce mortalmente.
53Geme: «Ho freddo…», e batte i denti cercando di coprirsi sino alla bocca. Geme: «Nicomede, non resisto più ai dolori. I lupi mi scarnano le gambe e mi divorano il cuore. Quanto dolore! E se così è l’agonia, che sarà la morte? Come farò? Oh! se avessi qui il Maestro! Perché non me lo avete portato? Sarei morto felice sul suo seno…», piange.
La morte di Lazzaro.
Ultime parole di Lazzaro.
54Marta guarda Maria severamente. Maria comprende quell’occhiata e, ancora accasciata dal delirio del fratello, viene presa dal rimorso e curvandosi, inginocchiata come è contro il letto, a baciare la mano del fratello, geme: «Sono io la colpevole. Marta voleva farlo da due giorni già. Io non ho voluto. Perché Egli ci aveva detto di avvisarlo soltanto dopo la tua morte. Perdonami! Tutto il dolore della vita io te l’ho dato… Eppure ti ho amato e ti amo, fratello. Dopo il Maestro, te amo più che tutti, e Dio vede se mento. Dimmi che mi assolvi del passato, dammi pace…».
55«Domina!», richiama il medico. «Il malato non ha bisogno di commozioni».
56E’ vero… Dimmi che mi perdoni di averti negato Gesù…»
57«Maria! Per te Gesù è venuto qui… e ci viene per te… perché tu hai saputo amare… più di tutti… Mi hai amato più di tutti… Una vita… di delizie non mi avrebbe… non mi avrebbe dato la… gioia che ho goduto per te… Ti benedico… Ti dico… che bene hai fatto… a ubbidire a Gesù… Non sapevo… So… Dico… è bene… Aiutatemi a morire!… Noemi… tu eri capace di… farmi dormire… un tempo… Marta… benedetta… pace mia… Massimino… con Gesù. Anche… per me… La mia parte… ai poveri… a Gesù… per i poveri… E perdonate… a tutti… Ah! che spasimi!… Aria!… Luce!… Tutto trema… Avete come una luce intorno a voi e mi abbacina se… vi guardo… Parlate… forte…». Ha messo la sinistra sulla testa di Maria e ha abbandonato la destra nelle mani di Marta. Anela…
L’ultimo respiro.
58Lo sollevano con precauzione aggiungendo guanciali, e Nicomede gli fa sorbire ancora gocce di pozioni. La povera testa affonda e spenzola in un abbandono mortale. Tutta la vita è nel respiro. Pure apre gli occhi e guarda Maria che gli sorregge il capo, e le sorride dicendo: «La mamma! É tornata… Mamma! Parla! La tua voce… Tu sai… il segreto… di Dio… Ho servito… il Signore? …».
59Maria, con una voce fatta bianca dalla pena, sussurra: «Il Signore ti dice: “Vieni con Me, servo buono e fedele, perché tu hai ascoltato ogni mia parola e amato il Verbo che ho mandato”».
60«Non sento! Più forte!».
Maria ripete più forte…
61«É proprio la mamma! …», dice soddisfatto Lazzaro e abbandona il capo sulla spalla della sorella… Non parla più. Solo gemiti e tremiti di spasimo, solo sudore e rantolo. Insensibile ormai alla terra, agli affetti, sprofonda nel buio sempre più assoluto della morte. Le palpebre calano sugli occhi invetrati, nei quali luccica l’ultima lacrima.
62«Nicomede! Si appesantisce! Raffredda! …», dice Maria.
63«Domina, è un sollievo la morte per lui».
64«Tienilo in vita! Domani è certo qui Gesù. Sarà partito subito. Forse ha preso il cavallo del servo o un’altra cavalcatura», dice Marta. E rivolta alla sorella: «Oh! se tu mi avessi lasciato mandare prima!». Poi al medico: «Fallo vivere!», impone convulsa.
65Il medico allarga le braccia. Prova con dei cordiali. Ma Lazzaro non inghiotte più.
66Il rantolo cresce… cresce… É straziante…
67«Oh! non si può più sentire!», geme Noemi.
68«Sì. Ha una lunga agonia…», annuisce il medico. Ma non ha ancora finito di dirlo che, con una convulsione di tutta la persona che si marca e poi si abbandona, Lazzaro esala l’ultimo respiro.
Compianti.
69Le sorelle gridano… vedendo quello spasimo, gridano vedendo quell’abbandono. Maria chiama il fratello, baciandolo. Marta si aggrappa al medico che si curva sul morto e che dice: «É spirato. Ormai è troppo tardi per attendere il miracolo. Non c’è più attesa. Troppo tardi!… Io mi ritiro, domina. Non c’è ragione più che io resti. Siate sollecite nei funerali, perché già è decomposto».
70Abbassa le palpebre sugli occhi del morto e dice ancora, osservandolo: «Sventura! Era un uomo virtuoso e intelligente. Non doveva morire!». Si volge alle sorelle, si inchina, saluta: «Domine! Salve!», e se ne va.
71I pianti empiono la stanza. Maria non ha più forza, ormai, e si rovescia sul corpo del fratello gridando i suoi rimorsi, invocando il suo perdono. Marta piange fra le braccia di Noemi.
72Poi Maria grida: «Non hai avuto fede! Non ubbidienza. Io l’ho ucciso prima, tu ora; io col mio peccare, tu col tuo disubbidire». É come folle. Marta la solleva, la abbraccia, si scusa. Massimino, Noemi, Marcella cercano indurre tutte e due alla ragione e alla rassegnazione. E vi pervengono ricordando Gesù… Il dolore diviene più ordinato e, mentre la stanza si affolla di servi piangenti, ed entrano quelli preposti alla preparazione della salma, le due sorelle vengono condotte altrove a piangere il loro dolore.
73Massimino, che le conduce, dice: «É spirato al finire del secondo tempo della notte».
74E Noemi: «Entro domani occorrerà seppellirlo e presto, avanti il tramonto, perché viene il sabato. Avete detto che il Maestro vuole grandi onori…».
75«Sì, Massimino. A te ogni cura. Io sono stolta», dice Marta.
76«Vado a mandare servi ai lontani e vicini, e a dare ogni altro ordine», dice Massimino e si ritira.
77Le due sorelle piangono abbracciate. Non si rimproverano più a vicenda. Piangono. Cercano di confortarsi…
78Passano le ore. Il morto è preparato nella sua stanza. Una lunga forma avvolta in bende sotto il sudario.
79«Perché già così coperto!», esclama Marta rimproverando.
80«Padrona… Puzzava forte dal naso, e nel muoverlo ha gettato sangue corrotto», si scusa un vecchio servo.
81Le sorelle piangono forte. Lazzaro è già più lontano sotto quelle bende… Un altro passo nella lontananza della morte.
Ritorno del servo dall’Oltre – Giordano
82Lo vegliano con lacrime sino all’alba, al ritorno del servo dall’Oltre-Giordano. Del servo che resta esterrefatto, ma che riferisce dicendo della corsa veloce fatta per portare la risposta che Gesù viene.
83«Ha detto che viene? Non ha rimproverato?», chiede Marta.
«No, padrona. Ha detto: “Verrò. Di’ loro che verrò e che abbiano fede”. E prima aveva detto: “Di’ loro che stiano tranquille. Questa non è infermità di morte. Ma è gloria di Dio, affinché la sua potenza sia glorificata nel Figlio suo”».
84«Proprio così ha detto? Ne sei sicuro?», chiede Maria.
«Padrona, per tutta la strada ho ripetuto le parole!».
Oltre il credibile.
85«Vai, vai. Sei stanco. Tu hai fatto tutto bene. Ma è troppo tardi, ormai! …», sospira Marta. E ha uno scoppio clamoroso di pianto non appena resta con la sorella.
«Marta! Perché? …».
86«Oh! oltre che la morte, la delusione! Maria! Maria! Non rifletti che il Maestro questa volta ha sbagliato? Guarda Lazzaro. É ben morto! Abbiamo sperato oltre il credibile e non è giovato. Quando l’ho mandato a chiamare, avrò certo sbagliato, egli era già più morto che vivo. E la nostra fede non ha avuto frutto e premio. E il Maestro manda a dire che non è infermità di morte! Il Maestro allora non è più la Verità? Non è più… Oh! Tutto! Tutto! Finito tutto!».
87Maria si tormenta le mani. Non sa che dire. La realtà è realtà… Ma non parla. Non dice parola contro il suo Gesù. Piange. Veramente spossata.
88Marta ha come un chiodo fisso in cuore, quello di avere tardato troppo: «É per colpa tua», rimprovera. «Egli voleva provare la nostra fede così. Ubbidire sì. Ma anche disubbidire per fede e dimostrargli che credevamo che Lui solo poteva e doveva fare il miracolo. Povero fratello mio! E lo ha desiderato tanto! Almeno questo: vederlo! Povero Lazzaro nostro! Povero! Povero!». E il pianto si muta in ululo, al quale fanno eco oltre la porta gli ululi delle ancelle e dei servi, secondo la consuetudine orientale…
48. Il giorno dei funerali di Lazzaro[104].
Il giorno dei funerali.
Un alveare agitato.
1La notizia della morte di Lazzaro deve aver fatto l’effetto di un bastoncino agitato nell’interno di un alveare. Tutta Gerusalemme ne parla. Notabili, mercanti, popolo minuto, poveri, gente della città, delle campagne vicine, forestieri di passaggio ma non affatto nuovi del luogo, stranieri che sono lì per la prima volta e che domandano chi è questo tale la cui morte è cagione di tanto sommovimento, romani, legionari, addetti agli uffici, e leviti e sacerdoti che si radunano e si sciolgono continuamente correndo qua e là… Capannelli di gente che con diverse parole ed espressioni parlano del fatto. E chi loda, chi piange, chi si sente più mendico del solito ora che è morto il benefattore, chi geme: «Non avrò più, mai più un padrone simile a lui», chi enumera i suoi meriti e chi illustra il suo censo e la sua parentela, i servizi e le cariche del padre e la bellezza e ricchezza della madre e la sua nascita «da regina», e chi, purtroppo, rievoca anche pagine famigliari sulle quali sarebbe bello calare un velo, specie quando vi è di mezzo un morto che di esse ha sofferto…
2Le notizie più disparate sulla causa della morte, sul luogo del sepolcro, sull’assenza di Cristo dalla casa del suo grande amico e protettore proprio in quella circostanza, fanno parlare i gruppetti. E le opinioni che prevalgono sono due: una è quella che questo è avvenuto, anzi, è stato prodotto dal cattivo contegno dei giudei, sinedristi, farisei e loro simili verso il Maestro; l’altra, che il Maestro, avendo di fronte una vera malattia mortale, se l’è squagliata perché qui non sarebbero riuscite le sue frodi. Anche senza essere astuti, è facile capire da che fonte viene questa ultima opinione, che invelenisce molti che rimbeccano: «Sei anche tu fariseo? Se lo sei bada a te, perché con noi non si bestemmia il Santo! Maledette vipere partorite dalle iene in connubio col Leviatan! Chi vi paga per bestemmiare il Messia?».
Il ribollire cresce e i cuori si accendono.
3Battibecchi, insulti, qualche pugno anche, e salati improperi agli impaludati farisei e scribi che passano con aria di dèi, senza degnare di uno sguardo la plebe che vocifera pro e contro loro, pro e contro il Maestro, risuonano per le vie. E accuse! Quante di queste!
4«Costui dice che il Maestro è un falso! È certo uno che ha messo su quel ventre con i denari dati da quei serpenti testé passati».
5«Coi loro denari? Coi nostri, devi dire! Ci spolpano per questi begli scopi! Ma dove è costui, che lo voglio vedere se è uno di quelli che ieri son venuti a dirmi…».
6«È fuggito. Ma, viva Dio! Qui si deve unirsi ed agire. Sono troppo impudenti».
7Altro colloquio: «Ti ho sentito e ti conosco. Dirò a chi di dovere come parli del supremo Tribunale!».
8«Sono del Cristo, e bava di demonio non mi nuoce. Dillo anche ad Anna e Caifa, se vuoi, e ciò giovi a farli più giusti».
9E più là: «A me? A me spergiuro e bestemmiatore perché seguo il Dio vivo? Tu spergiuro e bestemmiatore, che lo offendi e perseguiti. Ti conosco, sai? Ti ho visto e sentito. Spia! Venduto! Correte a prender questo…», e intanto comincia a stampargli in faccia certi schiaffoni che fan diventare rosso il viso ossuto e verdastro di un giudeo.
10«Cornelio, Simeone, guardate! Mi malmenano», dice un altro più là, rivolgendosi ad un gruppo di sinedristi.
11«Sopporta per la fede e non ti insozzare labbra e mani nella vigilia di un sabato», risponde uno dei chiamati senza neppure voltarsi a guardare il malcapitato, sul quale un gruppo di popolani esercitano una rapida giustizia…
12Le donne strillano, richiamando i mariti con suppliche perché non si compromettano.
13I legionari girano in pattuglie, facendo largo a suon di colpi d’asta e minacciando arresti e punizioni.
14La morte di Lazzaro, il fatto principale, è lo spunto per passare a fatti secondari, sfogo alla lunga tensione che è nei cuori… I sinedristi, gli anziani, gli scribi, i sadducei, i giudei potenti, passano indifferenti, sornioni, come se tutto quell’esplodere di piccole ire, di vendette personali, di nervosismo, non avesse radice in loro. E più passano le ore e più il ribollire cresce e i cuori si accendono.
15«Dicono questi, sentite un po’, che il Cristo non può guarire i malati. Io ero lebbroso e ora sono sano. Li conoscete voi costoro? Io non sono di Gerusalemme, ma mai li ho visti fra i discepoli del Cristo da due anni a questa parte».
16«Costoro? Fammi vedere quel di mezzo! Ah! ribaldo ladrone! Questo è quello che alla passata luna mi è venuto a offrir denaro in nome del Cristo, dicendo che Egli assolda uomini per impadronirsi della Palestina. E ora dice… Ma perché lo hai lasciato scappare?».
17«Capito, eh! Che malandrini! E per poco io ci cadevo! Aveva ragione mio suocero! 3Ecco là Giuseppe l’Anziano, con Giovanni e Giosuè. Andiamo a chieder loro se è vero che il Maestro vuol farsi degli eserciti. Essi sono giusti e sanno». Corrono in massa verso i tre sinedristi ed espongono la loro domanda.
Gli amici del Messia sono giusti.
18«Andate a casa, uomini. Per le vie si pecca e ci si nuoce. Non questionate. Non allarmatevi. Badate ai vostri affari e alle vostre famiglie. Non ascoltate gli agitatori di illusi e non fatevi illudere. Il Maestro è un maestro, non un guerriero. Voi lo conoscete. E ciò che pensa dice. Non vi avrebbe mandato altri a dirvi di seguirlo come guerrieri, se Egli vi avesse voluti tali. Non nuocete a Lui, a voi e alla nostra Patria. A casa, uomini! A casa! Non fate di ciò che è già una sventura, la morte di un giusto, un seguito di sventure. Tornate alle case e pregate per Lazzaro, a tutti benefico», dice il d’Arimatea, che deve essere molto amato e ascoltato dal popolo che lo conosce giusto.
19Anche Giovanni (quello che era geloso) dice: «Egli è uomo di pace, non di guerra. Non ascoltate i falsi discepoli. Ricordate come erano diversi gli altri che si dicevano Messia. Ricordate, confrontate, e la vostra giustizia vi dirà che quelle insinuazioni alla violenza non possono venire da Lui! A casa! A casa! Dalle donne che piangono e dai bambini impauriti. È detto: “Guai ai violenti e a quelli che favoriscono le risse”».
20Un gruppo di donne si accosta in lacrime ai tre sinedristi e una dice: «Gli scribi hanno minacciato il mio uomo. Ho paura! Giuseppe, parla tu ad essi».
21«Lo farò. Ma che tuo marito sappia tacere. Credete di giovare al Maestro con queste agitazioni e di fare onore al morto? Vi sbagliate. Nuocete all’Uno e all’altro», risponde Giuseppe 4e le lascia per andare incontro a Nicodemo che, seguito dai servi, viene da una via: «Non speravo vederti, Nicodemo. Io stesso non so come ho potuto. Il servo di Lazzaro è venuto, finito il gallicinio, a dirmi la sciagura».
22«E a me più tardi. Sono subito partito. Sai se a Betania c’è il Maestro?».
«No. Non c’è. Il mio intendente di Bezeta fu là all’ora di terza e mi disse che non c’è».
23«Io non capisco come… A tutti il miracolo e non a lui!», esclama Giovanni.
24«Forse perché alla casa ha già dato più che una guarigione: ha redento Maria e reso pace e onore…», dice Giuseppe.
25«Pace e onore! Dei buoni ai buoni. Perché molti… non hanno reso e non rendono onore neppur ora che Maria… Voi non sapete… Tre dì da oggi furono là Elchia e molti altri… e non fecero onore. E Maria li scacciò. Me lo dissero furenti, ed io ho lasciato dire per non scoprire il mio cuore…», dice Giosuè.
26«E ora vanno ai funerali?», chiede Nicodemo.
«Ebbero l’avviso e si adunarono a discutere al Tempio. Oh! i servi ebbero molto da correre questa mattina all’aurora!».
27«Perché così affrettato il funerale? Subito dopo sesta! …».
«Perché Lazzaro era corrotto già quando morì. Mi disse il mio intendente che, nonostante le resine che ardono per le stanze e gli aromi profusi sul morto, il puzzo del cadavere si sente sino dal portico della casa. E poi al tramonto si inizia il sabato. Non era possibile fare diversamente».
La sfida di ricomporre un corpo disfatto.
28«E dici che si adunarono al Tempio? Perché?».
«Ecco… veramente era già indetta l’adunanza per discutere su Lazzaro. Vogliono dire che fosse lebbroso…», dice Giosuè.
29«Questo no. Egli per primo si sarebbe isolato secondo la legge», difende Giuseppe. E aggiunge: «Ho parlato col loro medico. Egli me lo ha assolutamente escluso. Era malato di una consunzione putrida».
30«E allora di che hanno discusso, posto che Lazzaro era già morto?», chiede Nicodemo.
«Sull’andare o meno ai funerali dopo che Maria li ha cacciati. Chi voleva sì e chi no. Ma chi voleva andare erano i più e per tre motivi. Vedere se c’è il Maestro, prima ragione e comune a tutti. Vedere se fa il miracolo, seconda ragione. Terza, il ricordo di recenti parole del Maestro agli scribi presso il Giordano in quel di Gerico», spiega ancora Giosuè.
31«Il miracolo! Quale, se ormai è morto?», chiede con un’alzata di spalle Giovanni e termina: «I soliti sempre!… Cercatori dell’impossibile!».
«Il Maestro ha risuscitato altri morti», osserva Giuseppe.
32«È vero. Ma se avesse voluto tenerlo vivo non lo avrebbe lasciato morire. La tua ragione di prima è giusta. Essi hanno già avuto».
33«Sì. Ma Uziel si è ricordato, e con lui Sadoc, di una sfida avuta molte lune or sono. Il Cristo ha detto che darà la prova di saper ricomporre anche un corpo disfatto. E Lazzaro è tale. E ancor dice Sadoc lo scriba che, presso il Giordano, il Rabbi, di suo, gli ha detto che alla nuova luna vedrebbe compiersi metà della sfida. Questa: di uno disfatto che rivive, e senza più sfacimento e malattia. E hanno vinto loro. Se ciò avviene, certo è perché c’è il Maestro. E, anche, se ciò avviene non c’è più dubbio su di Lui».
«Purché ciò non sia male…», mormora Giuseppe.
34«Male? Perché? Gli scribi e farisei si persuaderanno…».
«O Giovanni! Ma sei uno straniero per poter dire questo? Non conosci i tuoi concittadini? Quando mai la verità li ha fatti santi? Non ti dice nulla il fatto che nella mia casa non sia stato portato l’invito all’adunanza?».
35«Neppure nella mia fu portato. Dubitano di noi e ci lasciano fuori sovente», dice Nicodemo. E chiede: «C’era Gamaliele?».
«Suo figlio. E lui verrà anche per il padre, che è sofferente a Gamala di Giudea».
36«E che diceva Simeone?».
«Nulla. Nulla affatto. Ha ascoltato. Se ne è andato. Poco fa è passato con dei discepoli del padre suo, diretto a Betania».
Betania in lutto.
La porta sulla via per Betania.
37Sono quasi alla porta che apre sulla via di Betania. E Giovanni esclama: «Guarda! È presidiata. Perché mai? E fermano chi esce».
«C’è agitazione in città…».
«Oh! Non è poi delle più forti…».
38Giungono alla porta e sono fermati come tutti gli altri.
«La ragione di questo, o milite? Io sono noto a tutta l’Antonia, né di me potete dire male. Vi rispetto e rispetto le vostre leggi», dice Giuseppe d’Arimatea.
39«Ordine del Centurione. Il Preside sta per entrare in città e vogliamo sapere chi esce dalle porte, e specie da questa che dà sulla via di Gerico. Ti conosciamo. Ma conosciamo anche il vostro umore per noi. Tu e i tuoi passate. E se avete voce sul popolo dite che è bene per esso stare calmo. Ponzio non ama mutar le sue abitudini per dei sudditi che adombrano… e potrebbe esser severo troppo. Un consiglio leale a te, che leale sei».
Passano…
«Sentito? Prevedo giorni pesanti… Bisognerà consigliare gli altri, più che il popolo…», dice Giuseppe.
La via per Betania.
40La via per Betania è affollata di gente che va tutta in una direzione: a Betania. Tutta gente che va ai funerali. Si vedono sinedristi e farisei mescolati a sadducei e scribi, e questi ai contadini, servi, intendenti delle diverse case e poderi che Lazzaro ha in città e nelle campagne; e più ci si avvicina a Betania, più da tutti i sentieri e le vie altra gente sbocca in questa che è la principale.
41Ecco Betania. Betania in lutto intorno al suo più grande cittadino. Tutti gli abitanti, con le vesti migliori, sono già fuori delle case che sono serrate come nessuno fosse in esse. Ma ancora non sono nella casa del morto. La curiosità li trattiene presso il cancello, lungo la via. Osservano chi passa degli invitati e si scambiano nomi e impressioni.
Il branco al completo.
42«Ecco Natanael Ben Faba. Oh! il vecchio Matatia parente di Giacobbe! Il figlio di Anna! Guardalo là con Doras, Callascebona e Archelao. Uh! come hanno fatto a venire quelli di Galilea? Ci sono tutti. Guarda: Eli, Giocana, Ismael, Uria, Gioachino, Elia, Giuseppe… Il vecchio Canania con Sadoc, Zaccaria e Giocana sadducei. C’è anche Simeone di Gamaliele. Solo. Il rabbi non c’è. Ecco Elchia con Nahum, Felice, Anna lo scriba, Zaccaria, Gionata di Uziel! Saul con Eleazaro, Trifone e Joazar. Buoni questi! Un altro dei figli di Anna. Il più piccolo. Parla con Simone Camit. Filippo con Giovanni l’Antipatride. Alessandro, Isacco, e Giona di Babaon. Sadoc. Giuda, discendente degli Assidei, l’ultimo, credo, della classe. Ecco gli intendenti dei diversi palazzi. Non vedo gli amici fedeli. Quanta gente!».
43Davvero! Quanta gente! Tutta sussiegata, parte con un viso di circostanza o con i segni del vero dolore sul volto. Il cancello spalancato inghiotte tutti, e vedo passare tutti quelli che in successive riprese ho visto benevoli o nemici intorno al Maestro. Tutti, meno Gamaliele e meno il sinedrista Simone. E vedo altri ancora che non ho mai visto, o che avrò visto senza saperne il nome, nelle dispute intorno a Gesù… Passano rabbi coi loro discepoli, e scribi a gruppi serrati. Passano giudei dei quali sento enumerare le ricchezze… Il giardino è pieno di gente che, dopo essere andata a dire parole di condoglianza alle sorelle -che, sarà l’usanza, forse, sono sedute sotto il portico, e perciò fuori della casa- tornano a spargersi per il giardino in un continuo confondersi di colori e in un continuo sprofondarsi in saluti.
44Marta e Maria sono disfatte. Si tengono per mano come due bambine, spaurite del vuoto che si è fatto nella loro casa, del nulla che empie la loro giornata ora che non c’è più da curare Lazzaro. Ascoltano le parole dei visitatori, piangono coi veri amici, coi dipendenti fedeli, si inchinano ai gelidi, imponenti, rigidi sinedristi venuti più per mettersi in mostra che per onorare il defunto, rispondono, stanche di ripetere le stesse cose centinaia di volte, a chi le interroga sugli ultimi momenti di Lazzaro.
45Giuseppe, Nicodemo, gli amici più fidi, si mettono al loro fianco con poche parole, ma con una amicizia che conforta più di ogni parola.
L’istinto delle iene.
46Torna Elchia coi più intransigenti, coi quali ha parlato a lungo, e chiede: «Non potremmo osservare il morto?».
Marta si passa con pena la mano sulla fronte e chiede: «Quando mai ciò si fa in Israele? Già è preparato…», e lacrime lente le scendono dagli occhi.
«Non si usa, è vero. Ma noi lo desideriamo. Gli amici più fedeli hanno ben diritto di vedere un’ultima volta l’amico».
«Anche noi sorelle avremmo avuto questo diritto. Ma fu necessità imbalsamarlo subito… E, tornate che fummo nella stanza di Lazzaro, non vedemmo più che la forma fra le fasce…».
«Dovevate dare ordini chiari. Non potevate e non potreste levare il sudario al volto?».
«Oh! è corrotto già… E l’ora dei funerali è venuta».
Giuseppe interloquisce: «Elchia, mi sembra che noi… per eccesso di amore, procuriamo pena. Lasciamo in pace le sorelle…».
47Si avanza Simeone figlio di Gamaliele a impedire la risposta di Elchia: «Mio padre verrà appena che possa. Io lo rappresento. Egli apprezzava Lazzaro. Ed io con lui».
Marta si inchina rispondendo: «L’onore del rabbi al fratello nostro sia compensato da Dio».
48Elchia, essendo lì il figlio di Gamaliele, si scosta senza insistere oltre e discute con altri, che gli fanno osservare: «Ma non senti il fetore? Vuoi dubitarlo? Del resto vedremo se murano il sepolcro. Non si vive senz’aria».
49Un altro gruppo di farisei si avvicina alle sorelle. Sono quasi tutti quelli di Galilea. Marta, ricevute le loro attestazioni, non si può trattenere dal dire il suo stupore per la loro presenza.
50«Donna, il Sinedrio siede in deliberazioni di somma importanza e noi siamo nella città per questo», spiega Simone di Cafarnao, e guarda Maria della quale certo ricorda la conversione. Ma si limita a guardarla.
Il morso delle belve.
51Ecco farsi avanti Giocana, Doras figlio di Doras e Ismael con Canania e Sadoc, e altri che non so chi siano. Parlano, già prima di parlare, coi loro volti viperini. Ma aspettano che Giuseppe si allontani con Nicodemo per parlare a tre giudei, per poter ferire. È il vecchio Canania che, con la sua voce chioccia di vecchio cadente, dà la pugnalata.
52«Che ne dici, Maria? Il vostro Maestro è l’unico assente dei molti amici di tuo fratello. Singolare amicizia! Tanto amore finché Lazzaro stava bene! E indifferenza quando era l’ora di amarlo! Tutti hanno miracoli da Lui. Ma qui non c’è miracolo. Che ne dici, donna, di simile cosa? Ti ha ingannata molto, molto il bel Rabbi galileo, eh! eh! Non dicesti che ti aveva detto di sperare oltre lo sperabile? Non hai dunque sperato, o non giova sperare in Lui? Speravi nella Vita, hai detto. Già! Egli si dice “la Vita”, eh! eh! Ma là dentro è tuo fratello morto. E là è aperta già la bocca del sepolcro. E il Rabbi non c’è. Eh! Eh!».
«Egli sa dare la morte, non la vita», dice con un ghigno Doras.
53Marta china il volto fra le mani e piange. La realtà è ben questa. La sua speranza è ben delusa. Il Rabbi non c’è. Non è neppur venuto a confortarle. Eppure avrebbe potuto essere là, ormai. Marta piange. Non sa più che piangere.
54Anche Maria piange. Anche essa ha la realtà davanti. Ha creduto, ha sperato oltre il credibile… ma nulla è accaduto, e i servi già hanno levato la pietra alla bocca del sepolcro perché si inizia la discesa del sole, e il sole scende presto in inverno, ed è venerdì, e tutto deve esser fatto in tempo e in modo che gli ospiti non abbiano a trasgredire alle leggi del sabato che fra poco ha inizio. Ha sperato tanto, sempre, troppo sperato. Ha consumato le sue capacità in questa speranza. Ed è delusa.
55Canania insiste: «Non mi rispondi? Ti persuadi adesso che Egli è un impostore che vi ha sfruttate e schernite? Povere donne!», e scrolla il capo fra i suoi simili, che lo imitano dicendo essi pure: «Povere donne!».
La deposizione.
Professione di fede nel Messia.
56Massimino si accosta: «È l’ora. Date l’ordine. Tocca a voi».
57Marta si accascia al suolo e, soccorsa, viene portata via a braccia fra l’ululo dei servi, che comprendono essere venuta l’ora della deposizione nel sepolcro e intonano i lamenti.
58Maria stringe le mani, convulsa. Supplica: «Ancora un poco! Ancora un poco! E mandate servi sulla via verso Ensemes e la fontana, su ogni via. Servi a cavallo. Che vedano se viene…».
59«Ma speri ancora, o infelice? Ma che ci vuole a persuaderti che Egli vi ha tradite e illuse? Odiate vi ha, e schernite…».
60È troppo! Col volto lavato dal pianto, torturata eppur fedele, nel semicerchio di tutti gli ospiti che si sono radunati per veder uscire la salma, Maria proclama: «Se Gesù di Nazareth così ha fatto, bene è, ed è grande amore il suo per noi tutti di Betania. Tutto a gloria di Dio e sua! Egli lo ha detto che da questo verrà gloria al Signore, perché la potenza del suo Verbo splenderà completa. Eseguisci, Massimo. Il sepolcro non è ostacolo al potere di Dio…».
L’ora della deposizione nel sepolcro.
61Si scosta, sorretta da Noemi che è accorsa, e fa un cenno… La salma, nelle sue fasce, esce dalla casa, traversa il giardino fra due ali di gente, fra l’urlio del cordoglio. Maria vorrebbe seguirla, ma vacilla. Si accoda quando già tutti sono verso il sepolcro. E giunge in tempo per vedere scomparire la lunga forma immota nell’interno buio del sepolcro, nel quale rosseggiano le torce tenute alte dai servi per illuminare la scala a quelli che scendono col morto. Perché il sepolcro di Lazzaro è piuttosto interrato, forse per fruire di strati di roccia sotterranea.
62Maria grida… È allo strazio… Grida… E col nome del fratello è quello di Gesù. Pare le strappino il cuore. Ma non dice che quei due nomi, e li ripete sinché il pesante rumore della chiusura rimessa alla bocca della tomba non le dice che Lazzaro non è più sulla terra neppure col corpo. Allora cede e perde la conoscenza di tutto. Si abbatte su chi la sostiene e sospira ancora, mentre sprofonda nel nulla dello svenimento: «Gesù! Gesù!». Viene portata via.
63Resta Massimino a licenziare gli ospiti e a ringraziarli per tutta la parentela. Resta per sentirsi dire da tutti che torneranno per il cordoglio ogni giorno…
64Sfollano lentamente. Gli ultimi a partire sono Giuseppe, Nicodemo, Eleazaro, Giovanni, Gioacchino, Giosuè. E sul cancello trovano Sadoc con Uriel che ridono, cattivi, dicendo: «La sua sfida! E l’abbiamo temuta!».
65«Oh! è ben morto. Come puzzava nonostante gli aromi! Non c’è dubbio, no! Non necessitava levare il sudario. Io credo che sia già verminoso». Sono felici.
66Giuseppe li guarda. Uno sguardo così severo che tronca parole e risate. Tutti si affrettano al ritorno per essere in città avanti la fine del tramonto
49. Gesù decide di andare a Betania[105].
Solidarietà messianica.
Commiato al primo palpitar delle stelle.
1La luce non è già più luce nell’orticello della casa di Salomon, e le piante, i contorni delle case oltre la via, e specie il fondo della via stessa, là dove la stradetta si annulla nella boschiva del fiume, perdono sempre più i loro contorni netti, unificandosi in un’unica linea di ombre più o meno chiare, più o meno scure, nell’ombra della sera che cresce sempre più. Più che colori, le cose sparse sulla terra sono suoni, ormai. Voci di bimbi dalle case, richiami di madri, incitamenti di uomini alle pecore o all’asinello, qualche ultimo cigolare di carrucole nei pozzi, fruscio di foglie nel vento della sera, urti secchi, come di legnetti urtati fra loro, dei nocchi sparsi per la boschiva. In alto il primo palpitare delle stelle, ancora incerto perché permane un ricordo di luce e perché la prima fosforescenza della luce comincia già a diffondersi nel cielo.
2«Il resto lo direte domani. Ora basta. È notte. E ognuno vada a casa. La pace a voi. La pace a voi. Sì… Sì… Domani. Eh? Che dici? Hai uno scrupolo? Dormici sopra sino a domani e poi, se non ti è passato, verrai. Ci mancherebbe altro! Anche gli scrupoli per affaticarlo di più! Anche gli smaniosi di guadagno! E le suocere che vogliono far rinsavire le spose, e le spose che vogliono far meno acide le suocere, e fra queste e quelle meriterebbero d’aver mozza la lingua tutte e due.
Solidarietà messianica.
3E che c’è d’altro? Tu? Che dici? Oh! questo sì, poverino! Giovanni, conduci questo bambino dal Maestro. Ha la mamma malata e lo manda a dire a Gesù che preghi per lei. Poverino! È rimasto indietro perché piccino. E viene da lontano. Come farà a tornare a casa? Ehi! voi tutti! Invece di stare qui per godere di Lui, non potreste mettere in pratica ciò che il Maestro vi ha detto: di aiutarsi l’un l’altro, e i più forti di dare aiuto ai più deboli? Su! Chi accompagna a casa il fanciullo? Potrebbe, Dio non voglia, trovar morta la madre… Che almeno la veda. Asini ce ne sono… È notte? E cosa c’è di più bello della notte? Io ho lavorato per più lustri al lume delle stelle e sono sano e robusto. Lo conduci tu a casa? Dio ti benedica, Ruben. Ecco il fanciullo. Ti ha consolato il Maestro? Sì. Allora va’, e sii felice. Ma bisognerà dargli del cibo. È forse dal mattino che non mangia».
4«Il Maestro gli ha dato del latte caldo e pane e frutta; li ha nella tunichella», dice Giovanni.
«Allora vai con quest’uomo. Ti porta a casa coll’asino».
Finalmente la gente se ne è andata tutta, e Pietro può riposarsi insieme a Giacomo, Giuda, l’altro Giacomo e Tommaso, che lo hanno aiutato a mandare alle case i più ostinati.
5«Chiudiamo. Che non ci sia chi si pente e torna indietro, come quei due là. Auf! Ma il giorno dopo il sabato è ben faticoso!», dice ancora Pietro entrando nella cucina e chiudendo la porta: «Oh! ora staremo in pace».
“Dare è meglio che ricevere”.
6Guarda Gesù che è seduto presso la tavola, col gomito su essa e il capo sorretto dalla mano, pensieroso, astratto. Gli va vicino, gli posa la mano sulla spalla e gli dice: «Sei stanco, eh! Tanta gente! Vengono da tutte le parti nonostante la stagione».
7«Sembra che abbiano paura di perderci presto», osserva Andrea che sta sventrando dei pesci. Anche gli altri si danno da fare a preparare il fuoco per arrostirli, o a rimestare delle cicorie in un paiolo che bolle. Le loro ombre si proiettano sulle pareti scure che il fuoco, più del lume, rischiara.
8Pietro cerca una tazza per dare del latte a Gesù, che sembra molto stanco. Ma non trova il latte e ne chiede conto agli altri.
9«Lo ha bevuto il bambino l’ultimo latte che avevamo. Il resto lo ebbe quel vecchio mendico e la donna dal marito infermo», spiega Bartolomeo.
«E il Maestro è rimasto senza! Non dovevate dare tutto».
10«Ha voluto così Lui…».
«Oh! Lui vorrebbe sempre così. Ma non si deve lasciarlo fare. Lui dà via le vesti, Lui dà via il suo latte, Lui dà via Sé stesso e si consuma…». Pietro è malcontento.
11«Buono, Pietro! Dare è meglio che ricevere»[106], dice Gesù quietamente uscendo dalla sua astrazione.
12«Già! E Tu dài, dài e ti consumi. E più ti fai vedere disposto a tutte le generosità, e più gli uomini se ne approfittano».
Una cena sobria.
13E intanto, con delle foglie ruvide e sprigionanti un odore misto di mandorla amara e di crisantemo, struscia il tavolo, lo rende ben netto per deporvi sopra il pane, l’acqua, e mette una coppa davanti a Gesù.
14Gesù si versa subito da bere come se avesse una grande sete. Pietro mette un’altra coppa sull’altro lato del tavolo, presso un piatto con delle ulive e degli steli di finocchio selvatico. Aggiunge il vassoio dei radicchi che Filippo ha già conditi, e insieme ai compagni porta degli sgabelli molto primitivi in aggiunta alle quattro sedie che sono nella cucina, insufficienti a tredici persone.
15Andrea, che ha sorvegliato la cottura del pesce arrostito sulle braci, colloca il pesce su un altro piatto e con degli altri pani va verso la tavola. Giovanni leva la lucerna dal luogo dove era e la mette in mezzo al tavolo.
16Gesù si alza, mentre tutti si avvicinano alla tavola per la cena, e prega ad alta voce, offrendo il pane e benedicendo poi la mensa. Si siede imitato dagli altri e distribuisce il pane e i pesci, ossia depone i pesci sulle forme basse e larghe del pane, in parte fresco, in parte stantio, che ognuno si è messo davanti. Poi gli apostoli si servono dei radicchi usando del forchettone di legno infisso nei medesimi. Anche per la verdura il pane fa da piatto. Soltanto Gesù ha davanti un piatto di metallo largo e piuttosto malandato, e lo usa per dividere il pesce, dando ora a questo e ora a quello un boccone prelibato. Sembra un padre fra i suoi figli, sempre padre anche se Natanaele, Simone Zelote e Filippo sembrano padri a Lui, e Matteo e Pietro possono parere suoi fratelli più anziani.
17Mangiano e parlano degli avvenimenti del giorno, e Giovanni ride di gusto per lo sdegno di Pietro verso quel pastore dei monti di Galaad, che pretendeva che Gesù andasse lassù dove era il gregge per benedirlo e fargli guadagnare molto denaro per la dote da darsi alla figlia.
Pietro e il pastore stolto.
18«C’è poco da ridere. Finché ha detto: “Ho le pecore malate e se muoiono io sono rovinato”, l’ho compatito. È come se a noi pescatori si tarlasse la barca. Non si può pescare e mangiare. E di mangiare tutti si ha diritto. Ma quando ha detto: “E le voglio sane perché voglio farmi ricco e sbalordire il paese per la dote che farò a Ester e per la casa che mi costruirò”, allora mi sono fatto brutto. Gli o detto: “E per questo hai fatto tanta strada? Non hai a cuore che la dote e le ricchezze e le pecore tu? Non ci hai un’anima?”. Mi ha risposto: “Per quella c’è tempo. Ora mi premono più le pecore e le nozze, perché è un buon partito ed Ester comincia a invecchiare”. Allora, ecco, se non era che mi ricordavo che Gesù dice che si deve essere misericordiosi con tutti, stava fresco l’uomo! Gli ho parlato proprio fra tramontana e scirocco…».
19«E pareva che tu non avessi più a finire. Non prendevi fiato. Ti erano venute le vene del collo gonfie e sporgenti come due bastoni», dice Giacomo di Zebedeo.
20«Era già via da un pezzo il pastore e tu continuavi a predicare. Meno male che dici che non sai parlare alla gente!», aggiunge Tommaso. E lo abbraccia dicendo: «Povero Simone! Che grossa ira che ha preso!».
21«Ma non avevo ragione forse? Cosa è il Maestro? Il facitor di fortune di tutti gli stolti di Israele? Il paraninfo delle altrui nozze, forse?».
«Non ti inquietare, Simone. Ti fa male il pesce se lo mangi con quel veleno», stuzzica bonario Matteo.
22«Hai ragione. Ci sento in tutto il sapore che hanno i banchetti in casa dei farisei, quando mi mangio pane con timore e carne con ira».
Ridono tutti. Gesù sorride e tace.
Le apostasie dell’umanità.
«Eppure bisogna andare!»
23Sono alla fine del pasto. Sazi, soddisfatti di cibo e di calore, stanno, un poco impigriti, intorno alla tavola. Parlano anche meno, alcuni sonnecchiano. Tommaso si diverte a disegnare col coltello un rametto di fiori sul legno del tavolo.
24Li scuote la voce di Gesù che, dissertando le braccia che teneva conserte sull’orlo del tavolo e sporgendo le mani come fa il sacerdote quando dice “Dominus vobiscum”, dice: «Eppure bisogna andare!».
«Dove, Maestro? Da quello delle pecore?» chiede Pietro.
25«No, Simone. Da Lazzaro. Torniamo in Giudea».
«Maestro, ricordati che i giudei ti odiano!», esclama Pietro.
«Volevano lapidarti or non è molto», dice Giacomo d’Alfeo.
«Ma, Maestro, questa è un’imprudenza!», esclama Matteo.
«Non ti importa di noi?», chiede l’Iscariota.
26«Oh! Maestro e fratello mio, io te ne scongiuro in nome di tua Madre, e in nome anche della Divinità che è in Te, non permettere che i satana mettano le mani sulla tua persona, a strozza della tua parola. Sei solo, troppo solo contro tutto un mondo che ti odia e che è, sulla Terra, potente». dice il Taddeo.
27«Maestro, tutela la tua vita! Che sarebbe di me, di tutti, se non ti avessimo più?». Giovanni, sconvolto, lo guarda con occhi dilatati di bambino spaventato e addolorato.
28Pietro, dopo la prima esclamazione, si è voltato a parlare concitatamente con i più anziani e con Tommaso e Giacomo di Zebedeo. Sono tutti del parere che Gesù non deve tornare presso Gerusalemme, almeno fintanto che il tempo pasquale non faccia più sicura la permanenza colà, perché, dicono, la presenza di un numero stragrande di seguaci del Maestro, venuti per le feste pasquali da ogni parte della Palestina, sarà una difesa per il Maestro. Nessuno di quelli che lo odiano oserà toccarlo quando tutto un popolo sarà stretto intorno a Lui con amore… E glielo dicono, affannosamente, quasi prepotentemente… L’amore li fa parlare.
Tempi delle tre apostasie dell’umanità
29«Pace! Pace! Non è forse di dodici ore la giornata? Se uno cammina di giorno non inciampa perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte inciampa perché non ci vede. Io so quello che mi faccio, perché la Luce è in Me. Voi lasciatevi guidare da chi ci vede. E poi sappiate che, sinché non è l’ora delle tenebre[107], nulla di tenebroso potrà avvenire. Quando poi sarà quell’ora, nessuna lontananza e nessuna forza, neppure le armate di Cesare, potranno salvarmi dai giudei. Poiché ciò che è scritto deve avvenire[108], e le forze del male già operano in occulto per compiere la loro opera. Perciò lasciatemi fare. E fare del bene sinché sono libero di farlo.
30Verrà l’ora in cui non potrò più muovere un dito né dire una parola per operare il miracolo. Il mondo sarà vuoto della mia forza. Ora tremenda di castigo per l’uomo. Non per Me. Per l’uomo che non mi avrà voluto amare[109]. Ora che si ripeterà, per volontà dell’uomo che avrà respinto la Divinità sino a far di sé un senza Dio, un seguace di Satana e del suo figlio maledetto[110]. Ora che verrà quando sarà prossima la fine di questo mondo[111].
31La non-fede imperante renderà nulla la mia potenza di miracolo[112]. Non perché Io la possa perdere. Ma perché il miracolo non può essere concesso là dove non è fede e volontà di ottenerlo, là dove del miracolo si farebbe un oggetto di scherno e uno strumento di male, usando il bene avuto per fare un maggior male. Ora posso ancora fare il miracolo, e farlo per dare gloria a Dio.
Lazzaro è morto e sepolto.
32Andiamo, dunque, dal nostro amico Lazzaro che dorme. Andiamo a svegliarlo da questo sonno, perché sia fresco e pronto a servire il suo Maestro».
33Ma se dorme è bene. Finirà di guarire. Il sonno è già un rimedio. Perché svegliarlo?», gli osservano.
34«Lazzaro è morto. Ho atteso che fosse morto per andare là, non per le sorelle e per lui. Ma per voi. Perché crediate. Perché cresciate nella fede. Andiamo da Lazzaro».
Come va seguito il Messia.
Il Messia va seguito senza ansie né paure per la vita.
35«E va bene! Andiamo pure! Moriremo tutti come è morto lui e come Tu vuoi morire», dice Tommaso rassegnato fatalista.
36«Tommaso, Tommaso, e voi tutti che nell’interno avete critiche e brontolii, sappiate che chi vuol seguire Me deve avere per la sua vita la stessa cura che ha l’uccello per la nuvola che passa. Lasciarla passare a seconda che il vento la porta.
37Il vento è la volontà di Dio, il quale può darvi o levarvi la vita a suo piacere, né voi ve ne avete a rammaricare, come non se ne rammarica l’uccello della nube che passa, ma canta ugualmente, sicuro che dopo tornerà il sereno. Perché la nuvola è l’incidente, il cielo è la realtà. Il cielo resta sempre azzurro anche se le nuvole sembrano farlo grigio. È e resta azzurro oltre le nubi. Così è della Vita vera. È e resta, anche se la vita umana cade.
38Chi vuole seguirmi non deve conoscere ansia della vita e paura per la vita. Vi mostrerò come si conquista il Cielo. Ma come potrete imitarmi se avete paura di venire in Giudea, voi a cui nulla sarà fatto di male, ora? Avete scrupolo mostrarvi con Me? Siete liberi di abbandonarmi.
39Ma, se volete restare, dovete imparare a sfidare il mondo con le sue critiche, le sue insidie, le sue derisioni, i suoi tormenti, per conquistare il Regno mio.
Sfida per chi odia il Messia.
40Andiamo, dunque, a trarre da morte Lazzaro che dorme da due giorni nel sepolcro, essendo morto la sera che venne qui il servo da Betania. Domani all’ora di sesta, dopo aver licenziato chi attende il domani per avere da Me ristoro e premio alla sua fede, partiremo di qui e passeremo il fiume, sostando la notte in casa di Niche. Poi all’aurora partiremo per Betania avanti sesta. E vi sarà molta gente. Ed i cuori resteranno scossi. L’ho promesso e lo mantengo…».
«A chi, Signore?», chiede quasi timoroso Giacomo d’Alfeo.
41«A chi mi odia e a chi mi ama, ambedue in maniera assoluta. Non ricordate la disputa a Cédès con gli scribi? Potevano ancora dirmi mendace per aver risuscitato una fanciulla appena morta e uno morto da un giorno. Hanno detto: “Ancor non hai saputo ricomporre uno sfatto”. Infatti soltanto Iddio può dal fango trarre un uomo[113] e dalla putredine rifare un corpo intatto e vivente[114]. Ebbene, Io lo farò. Alla luna di casleu, alle sponde del Giordano, ho ricordato Io stesso agli scribi questa sfida e ho detto: “Alla nuova luna si compirà”. Questo per chi mi odia.
Premio per chi ama il Messia.
42Alle sorelle, poi, che mi amano in maniera assoluta, ho promesso di premiare la loro fede se esse avessero continuato a sperare contro il credibile. Le ho molto provate e molto afflitte, e Io solo conosco le sofferenze dei loro cuori in questi giorni e il loro perfetto amore. In verità vi dico che meritano gran premio perché, più che del non vedere risorto il fratello, si angosciano che Io possa essere schernito.
43Vi parevo assorto, stanco e triste. Ero presso di loro col mio spirito e sentivo i loro gemiti e numeravo le loro lacrime. Povere sorelle! Ora Io ardo di ricondurre un giusto sulla Terra, un fratello fra le braccia delle sorelle, un discepolo fra i miei discepoli.
44Tu piangi, Simone? Sì. Tu e Io i più grandi amici di Lazzaro, e nel tuo pianto è il dolore per il dolore di Marta e Maria e l’agonia dell’amico, ma è anche già la gioia di saperlo presto reso al nostro amore.
Da quattro giorni nel sepolcro.
45Alziamoci, per preparare le sacche e andare al riposo per alzarci all’alba e riordinare qui dove… non è sicuro il ritorno. Bisognerà distribuire ai poveri quanto abbiamo e dire ai più attivi di trattenere i pellegrini dal cercarmi sinché non sarò in altro luogo sicuro. Bisognerà ancora dire loro di avvisare i discepoli che mi cerchino presso Lazzaro. Tante cose da fare. Saranno tutte fatte prima che giungano i pellegrini… Su. Spegnete il fuoco e accendete i lumi e ognuno vada a fare ciò che deve e al riposo. La pace a voi tutti».
Si alza. Benedice e si ritira nella sua stanzetta…
46«È morto da più giorni!», dice lo Zelote.
«Questo è un miracolo!», esclama Tommaso.
«Voglio vedere cosa trovano poi per dubitare!», dice Andrea.
«Ma quando è venuto il servo?», chiede Giuda Iscariota.
«La sera avanti il venerdì», risponde Pietro.
«Sì? E perché non lo hai detto?», chiede ancora l’Iscariota.
«Perché il Maestro mi aveva detto di tacere», ribatte Pietro.
47«Dunque… quando noi si arriva là… sarà da quattro dì nel sepolcro?».
«Certo, eh! Sera di venerdì un giorno, sera del sabato due giorni, questa sera tre giorni, domani quattro… Quattro dì e mezzo, dunque… Potenza eterna! Ma sarà già in pezzi!», dice Matteo.
48«Sarà già in pezzi… Voglio vedere anche questo e poi…».
«Che, Simon Pietro?», chiede Giacomo d’Alfeo.
49«E poi, se Israele non si converte, neppure Jeovè fra i fulmini lo può convertire».
50Se ne vanno parlando così.
50. La risurrezione di Lazzaro[115].
Arrivo a Betania.
La fuga del piccolo Marco.
1Gesù viene verso Betania da Ensemes. Devono aver fatto una marcia veramente faticosa su per i sentieri rompicollo dei monti Adomin. Gli apostoli, sfiatati, stentano a seguire Gesù che va rapidamente, come l’amore lo portasse sulle sue ali di fuoco. Gesù ha un sorriso radioso mentre procede avanti a tutti, a testa alta sotto i raggi tiepidi del sole meridiano.
2Prima che giungano alle prime case di Betania, lo vede un ragazzetto scalzo che va verso la fonte presso il paese con una brocca di rame vuota. Dà un grido. Posa la brocca in terra e via di corsa, con tutta la velocità delle sue gambette, verso l’interno del paese.
3«Certo va ad avvisare che Tu giungi», osserva Giuda Taddeo dopo aver sorriso come tutti della risoluzione… energica del ragazzino, che ha abbandonato anche la sua brocca alla mercé del primo che passa.
4La cittadina, vista così da presso la fonte, che è un poco più in alto del paese, appare quieta, come deserta. Solo il fumo bigio che si alza dai camini indica che nelle case sono le donne intente a preparare il pasto meridiano, e qualche grossa voce di uomo fra gli ulivi e i frutteti vasti e silenziosi avverte che gli uomini sono al lavoro. Ciononostante, Gesù preferisce prendere una viottola che passa alle spalle del paese per poter giungere da Lazzaro senza attirare l’attenzione dei cittadini.
5Sono quasi a mezzo tragitto quando si sentono alle spalle il ragazzetto di prima, che li sorpassa correndo e poi si punta in mezzo alla via a guardare Gesù, pensieroso…
6«La pace a te, piccolo Marco. Hai avuto paura di Me che sei fuggito?», chiede Gesù carezzandolo.
7«Io no, Signore, che non ho avuto paura. Ma siccome per molti giorni Marta e Maria hanno mandato servi sulle strade che vengono qui a vedere se venivi, ora che ti ho visto sono corso per dire che venivi…».
Baci del Messia al suo evangelizzatore.
8«Hai fatto bene. Le sorelle si prepareranno il cuore a vedermi».
«No, Signore. Le sorelle non si prepareranno nulla perché non sanno nulla. Non hanno voluto che lo dicessi. Mi hanno preso quando ho detto, entrando nel giardino: “C’è il Rabbi”, e mi hanno cacciato fuori dicendo: “Sei un bugiardo o uno stolto. Egli ormai non viene più perché ormai è certo che non può più fare il miracolo”. E perché io dicevo che eri proprio Tu, mi hanno dato due schiaffoni come ancora non ne avevo presi mai… Guarda qui che guance rosse. Mi bruciano! E mi hanno spinto via dicendo: “Questo per purificarti di aver guardato un demonio”. E io ti guardavo per vedere se eri diventato un demonio. Ma non lo vedo… Sei sempre il mio Gesù, bello come gli angeli che la mamma mi dice».
9Gesù si china a baciarlo sulle gotine schiaffeggiate dicendo: «Così ti passa il pizzicore. Ne ho dolore che per Me tu abbia sofferto…».
«Io no, Signore, perché quegli schiaffi mi hanno fatto dare due baci da Te», e gli si attacca alle gambe sperandone altri.
10«Di’ un po’, Marco. Chi è che ti ha cacciato? Quei di Lazzaro?», chiede il Taddeo.
«No. I giudei. Vengono per il cordoglio tutti i giorni. Sono tanti! Sono in casa e nel giardino. Vengono presto, vanno via tardi. Sembrano i padroni loro. Maltrattano tutti. Vedi che non c’è nessuno per le vie? I primi giorni si stava a vedere… ma poi… Ora solo noi bambini si gira per… Oh! la mia brocca! La mamma che aspetta l’acqua… Orami picchierà anche lei! …».
Sorridono tutti della sua desolazione davanti alla prospettiva di altri schiaffi, e Gesù dice: «Vai allora svelto…».
11«È che… volevo entrare con Te e vederti fare il miracolo…», e termina: «…e vedere le loro facce… per vendicarmi degli schiaffi…».
«Questo no. Non devi desiderare vendetta. Essere buono e perdonare devi… Ma la mamma aspetta l’acqua…».
«Vado io, Maestro. So dove sta Marco. Spiegherò alla donna e ti raggiungerò…», dice Giacomo di Zebedeo correndo via.
Si rimettono in cammino lentamente e Gesù tiene per mano il bambino gongolante…
Nessuno saluta il Messia.
12Eccoli alla cancellata del giardino. La costeggiano. Molte cavalcature stanno legate ad essa, sorvegliate dai servi dei singoli proprietari. Il bisbiglio che si leva da essi attira l’attenzione di qualche giudeo, che si volge verso il cancello aperto proprio nel momento che Gesù pone piede sul limitare del giardino.
13«Il Maestro!», dicono i primi che lo vedono, e questa parola scorre come un fruscio di vento da gruppo a gruppo, si propaga, va come un’onda, venuta da lontano a spezzarsi sulla riva, sin contro i muri della casa e vi penetra, certo portata dai molti giudei presenti, o da qualche fariseo, rabbi o scriba o sadduceo, sparsi qua e là.
14Gesù si inoltra molto lentamente mentre tutti, pur accorrendo da ogni parte, si scansano dal viale sul quale Egli cammina. E dato che nessuno lo saluta, Egli non saluta nessuno, come neppure conoscesse molti dei lì radunati a guardarlo con l’ira e l’odio negli sguardi, meno i pochi che, essendogli discepoli occulti, o per lo meno essendo di retto cuore anche se non lo amano come Messia, lo rispettano come un giusto. E questi sono Giuseppe, Nicodemo, Giovanni, Eleazaro, l’altro Giovanni scriba, visto per la moltiplicazione dei pani, e l’altro Giovanni ancora, che sfamò i discesi dal monte delle beatitudini, Gamaliele col figlio suo, Giosuè, Gioacchino, Mannaen, lo scriba Gioele di Abia, incontrato al Giordano nell’episodio di Sabea, Giuseppe Barnaba[116] discepolo di Gamaliele, Cusa che guarda Gesù da lontano, un poco intimidito di rivederlo dopo lo sbaglio fatto, o forse preso dal rispetto umano che lo trattiene dal farsi avanti come amico. Certo è che né gli amici, o osservatori senz’astio, né i nemici salutano. E Gesù non saluta. Si è limitato a un generico inchino mettendo piede sul viale. Poi ha proceduto diritto, come estraneo alla molta folla che ha d’intorno. Il ragazzetto gli cammina sempre al fianco nelle sue vesti di contadinello e coi piedini scalzi di bimbo povero, ma col viso luminoso di chi è in festa, gli occhietti neri, vispi, ben aperti a tutto vedere… e a sfidare tutti…
Frutti della Fede nel Messia.
Involontario rimprovero di Marta.
15Marta esce dalla casa fra un gruppo di giudei visitatori, fra i quali sono mescolati Elchia e Sadoc. Si fa solecchio con la mano per aiutare gli occhi stanchi di pianto, ai quali è penosa la luce, a vedere dove è Gesù. Lo vede. Si stacca da chi l’accompagna e corre verso Gesù, che è a pochi passi dalla vasca che brilla di bagliori, colpita come è dal sole. Si getta ai piedi di Gesù dopo il primo inchino e glieli bacia, mentre dice fra un grande scoppio di pianto: «La pace a te, Maestro!».
16Anche Gesù le ha detto, non appena l’ha vista vicina: «La pace a te!», ed ha alzato la mano a benedire lasciando andare quella del bambino, che viene preso per mano da Bartolomeo e tirato un poco indietro.
17Marta prosegue: «Ma pace per la tua serva non c’è più». Alza il viso verso Gesù stando ancora in ginocchio e con un grido di dolore, che si sente bene nel silenzio che si è fatto, esclama: «Lazzaro è morto! Se Tu fossi stato qui, egli non sarebbe morto. Perché non sei venuto prima, Maestro!». Ha un involontario tono di rimprovero nel fare questa domanda. Poi torna al tono accasciato di chi non ha più la forza per rimproverare e ha l’unico conforto del poter ricordare gli ultimi atti e desideri di un parente, al quale si è cercato di dare ciò che desiderava, e non c’è rimorso perciò nel cuore: «Ti ha tanto chiamato, Lazzaro, il fratello nostro! … Ora vedi! Io sono dolente e Maria piange e non sa darsi pace. Ed egli non è più qui. Tu sai se lo amavamo! Speravamo tutto da Te! …».
18Un mormorio di compassione per la donna e di rimprovero per Gesù, un assentire al sottinteso pensiero: «e potevi esaudirci, perché noi lo meritavamo per l’amore che abbiamo per Te, e Tu invece ci hai delusi», scorre da gruppo a gruppo fra scuotii di teste o sguardi derisori. Solo i pochi occulti discepoli sparsi fra la folla presente hanno sguardi di compassione per Gesù che ascolta, molto pallido e mesto, la dolente che gli parla. Gamaliele, le braccia conserte al petto nella sua ampia e ricca veste di lana finissima ornata di fiocchi azzurri, un poco in disparte fra un gruppo di giovani in cui è suo figlio e Giuseppe Barnaba, guarda fissamente Gesù, senza odio e senza amore.
Il Messia è la Risurrezione e la Vita.
19Marta, dopo essersi asciugata il volto, riprende a parlare: «Ma anche ora io spero, perché so che qualunque cosa Tu chiederai al Padre ti sarà concessa». Una dolorosa, eroica professione di fede, detta con la voce che trema di pianto, con l’ansia che trema nello sguardo, con l’ultima speranza che trema nel cuore.
20«Tuo fratello risorgerà. Alzati, Marta».
Marta si alza, rimanendo curva in venerazione davanti a Gesù al quale risponde: «Lo so, Maestro. Egli risorgerà all’ultimo giorno».
21«Io sono la Risurrezione e la Vita. Chiunque crede in Me, anche se morto, vivrà. E chi crede in Me non morrà in eterno. Credi tu tutto questo?». Gesù, che prima aveva parlato con voce piuttosto bassa, unicamente a Marta, per dire queste frasi in cui proclama la sua potenza di Dio alza la voce, e il perfetto timbro dei essa echeggia come uno squillo d’oro nel vasto giardino. Un fremito quasi di spavento scuote gli astanti. Ma poi alcuni ghignano scuotendo il capo.
22Marta, alla quale Gesù pare volere trasfondere speranza sempre più forte tenendole la mano appoggiata sulla spalla, alza il viso che teneva curvo. Lo alza verso Gesù fissando i suoi occhi addolorati nelle luminose pupille di Cristo e, stringendo le mani sul petto con un’ansia diversa, risponde: «Sì, Signore. Io credo questo. Credo che Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivo, venuto nel mondo. E che puoi tutto ciò che vuoi. Credo. 5Ora vado ad avvertire Maria», e va via lesta scomparendo nella casa.
I due partiti.
23Gesù resta dove è. Ossia, fa qualche passo avanti e si accosta all’aiuola che circonda la vasca, aiuola tutta imbrillantata, da quel lato, dal pulviscolo acqueo dello zampillio, che un lieve vento fa inclinare, come fosse un piumetto d’argento, verso quel lato; e pare perdersi, Gesù, nel contemplare i guizzi dei pesci sotto il velo dell’acqua limpida, i loro giuochi che mettono virgole d’argento e riflessi d’oro nel cristallo delle acque percosse dal sole.
24I giudei lo osservano. Si sono involontariamente separati in gruppi ben distinti. Da un lato, di fronte a Gesù, tutti quelli che gli sono nemici, divisi solitamente fra loro per spirito settario, ora concordi per osteggiare Gesù. Al suo fianco, dietro gli apostoli, ai quali si è riunito Giacomo di Zebedeo, Giuseppe, Nicodemo e gli altri di spirito benevolo. Più là, Gamaliele, sempre al suo posto e nella stessa posa, e solo, perché il figlio e i discepoli si sono separati da lui dividendosi fra i due gruppi principali per essere più vicini a Gesù.
Necessità della Fede.
La fede di Maria.
25Col suo grido abituale: «Rabboni!», Maria esce dalla casa correndo a braccia tese verso Gesù e gettandoglisi ai piedi, che bacia singhiozzando forte. Diversi giudei, che erano in casa con lei e che l’hanno seguita, uniscono i loro pianti, di dubbia sincerità, a quelli di lei. Anche Massimino, Marcella, Sara, Noemi hanno seguito Maria e così tutti i servi, e i lamenti sono forti e alti. Io credo che nella casa non sia rimasto nessuno. Marta, vedendo piangere così Maria, piange forte lei pure.
26«La pace a te, Maria. Alzati! Guardami! Perché questo pianto simile a quello di chi non ha speranza?». Gesù si curva per dire piano queste parole, gli occhi negli occhi di Maria, che stando in ginocchio, rilassata sui calcagni, tende a Lui le mani in gesto di invocazione e non può parlare tanto è il suo singhiozzare. «Non ti ho detto di sperare oltre il credibile per vedere la gloria di Dio? È forse mutato il tuo Maestro per avere ragione di angosciarsi così?».
27Ma Maria non raccoglie le parole, che la vogliono già preparare alla gioia troppo forte dopo tanta angoscia, e grida, finalmente padrona della sua voce: «Oh! Signore! Perché non sei venuto prima? Perché ti sei tanto allontanato da noi? Lo sapevi che Lazzaro era malato! Se Tu fossi stato qui, non sarebbe morto il fratello mio. Perché non sei venuto? Io dovevo mostrargli ancora che lo amavo. Egli doveva vivere. Io dovevo mostrargli che perseveravo nel bene. Tanto l’ho angustiato il fratello mio! E ora! Ora che potevo farlo felice, mi è stato tolto! Tu me lo potevi lasciare. Dare alla povera Maria la gioia di consolarlo dopo avergli dato tanto dolore. Oh! Gesù! Gesù! Maestro mio! Mio Salvatore! Speranza mia!», e si riabbatte, la fronte sui piedi di Gesù, che vengono di nuovo lavati dal pianto di Maria, e geme: «Perché hai fatto questo, o Signore?! Anche per quei che ti odiano e che godono di quanto avviene… Perché hai fatto questo, Gesù?!». Ma non è rimprovero nel tono di Maria come lo ha avuto Marta, ma ha solo l’angoscia di chi, oltre il suo dolore di sorella, ha anche quello di discepola che sente sminuito nel cuore di molti il concetto sul suo Maestro.
Verso il sepolcro di Lazzaro.
28Gesù, molto curvo per raccogliere queste parole mormorate con la faccia al suolo, si rialza e dice forte: «Maria, non piangere! Anche il tuo Maestro soffre per la morte dell’amico fedele… per averlo dovuto lasciar morire…».
29Oh! che sogghigno e che sguardi di livido giubilo sono sui volti dei nemici di Cristo! Lo sentono vinto e gioiscono, mentre gli amici si fanno sempre più tristi.
30Gesù dice ancor più forte: «Ma Io ti dico: non piangere. Alzati! Guardami! Credi tu che Io, che ti ho tanto amata, abbia fatto questo senza motivo? Puoi credere che Io ti abbia dato questo dolore inutilmente? Vieni. 7Andiamo da Lazzaro. Dove lo avete posto?».
31Gesù, più che a Maria e Marta, che non parlano, prese come sono da un pianto più forte, interroga tutti gli altri, specie quelli che, usciti di casa con Maria, sembrano i più turbati. Forse sono parenti più anziani, non so.
32E questi rispondono a Gesù, visibilmente afflitto: «Vieni e vedi», e si avviano verso il luogo del sepolcro che è ai termini del frutteto, là dove il suolo ha delle ondulazioni e delle vene di roccia calcarea che affiorano dal suolo.
Il pianto del Messia.
33Marta, al fianco di Gesù che ha forzato Maria ad alzarsi e che la guida, perché essa è accecata dal gran pianto, indica con la mano a Gesù dove è Lazzaro, e quando sono presso al luogo dice anche: «È lì, Maestro, che il tuo amico è sepolto», e accenna alla pietra posta obliquamente sulla bocca del sepolcro.
34Gesù, per andare là, seguito da tutti, è dovuto passare davanti a Gamaliele. Ma né Lui né Gamaliele si sono salutati. Gamaliele si è poi unito agli altri, fermandosi, come tutti i più rigidi farisei, a qualche metro dal sepolcro, mentre Gesù va avanti, molto vicino ad esso, insieme alle sorelle, Massimino e quelli che forse sono i parenti. Gesù contempla la pesante pietra, che fa da porta al sepolcro e da ostacolo pesante fra Lui e l’amico estinto, e piange. Il pianto delle sorelle aumenta, e così quello degli intimi e famigliari.
Chi crede vedrà la gloria di Dio
35«Levate quella pietra», grida Gesù ad un tratto, dopo aver asciugato il suo pianto.
36Tutti hanno un movimento di stupore, e un mormorio scorre per l’assembramento, che si è aumentato di alcuni betaniti che sono entrati nel giardino e si sono accodati agli ospiti. Vedo alcuni farisei che si toccano la fronte scuotendo il capo come per dire: «È pazzo!».
37Nessuno eseguisce l’ordine. Anche nei più fedeli vi è della titubanza, della ripulsione a farlo. Gesù ripete più forte il suo ordine, facendo sbigottire più ancora la gente che, presa da due sentimenti opposti, ha un movimento come per fuggire e, subito dopo, uno di accostarsi di più per vedere, sfidando il prossimo fetore del sepolcro che Gesù vuole aperto.
38«Maestro, non è possibile», dice Marta sforzandosi di trattenere il pianto per parlare. «Già da quattro giorni è là sotto. E Tu sai di che male è morto! Solo il nostro amore lo poteva curare… Ora certo egli puzza già fortemente nonostante gli unguenti… Che vuoi vedere? La sua putredine? … Non si può… anche per l’impurità della corruzione e…».
39«Non ti ho detto che se crederai vedrai la gloria di Dio? Levate quella pietra. Lo voglio!». È un grido di volere divino…
40Un «oh!» sommesso esce da tutti i petti. I volti sbiadiscono. Qualcuno trema come se fosse passato su tutti un vento gelido di morte.
41Marta fa un cenno a Massimino, e questo ordina ai servi di prendere gli arnesi atti a smuovere la pietra pesante.
42I servi vanno via lesti per tornare con picconi e leve robuste. E lavorano, insinuando le punte dei picconi lucenti fra la roccia e la pietra, e poscia sostituendo i picconi con le leve robuste, infine sollevando attenti la pietra facendola scivolare da un lato e strascicandola poi cautamente contro la parete rocciosa. Un fetore ammorbante esce dal cunicolo oscuro, facendo arretrare tutti.
Marta chiede sottovoce: «Maestro, vuoi scendere là? Se sì, occorrono torce…». Ma è livida al pensiero di doverlo fare.
Potenza divina del Messia.
Il Messia svela la sua divinità.
42Gesù non le risponde. Alza gli occhi al cielo, apre le braccia a croce e prega con voce fortissima, scandendo le parole: «Padre! Io ti ringrazio di avermi esaudito. Lo sapevo che Tu mi esaudisci sempre. Ma l’ho detto per questi che sono qui presenti, per il popolo che mi circonda, perché credano in Te, in Me, e che Tu mi hai mandato!».
Resta ancora così qualche momento, e pare rapito in una estasi tanto è trasfigurato, mentre senza più suono dice altre segrete parole di preghiera o di adorazione. Non so.
43Quello che so è che è così trasumanato che non lo si può guardare senza sentirsi tremare il cuore in petto. Sembra farsi, da corpo, luce, spiritualizzarsi, alzarsi di statura e anche da terra. Pur conservando i suoi colori di capelli, occhi, pelle, vesti, non come durante la trasfigurazione del Tabor, durante la quale tutto divenne luce e candore abbagliante, pare emanare luce e tutto di Lui divenire luce. La luce pare fargli un alone intorno, specie intorno al volto levato al cielo, rapito in contemplazione certo del Padre.
44Sta così qualche tempo, poi torna Lui, l’Uomo, ma di una maestà potente. Si avanza sino alla soglia del sepolcro. Sposta le braccia –che sino a quel momento aveva tenuto aperte a croce, a palme volte al cielo– in avanti, a palme verso terra, e le mani sono perciò già dentro al cunicolo del sepolcro e biancheggiano nella nerezza che colma il cunicolo.
«Lazzaro! Vieni fuori!».
45Egli sprofonda il fuoco azzurro dei suoi occhi, il cui bagliore di miracolo è oggi insostenibile, in quella nerezza muta, e con voce potente, con un grido più forte di quando sul lago comandò al vento di cadere, con una voce quale in nessun miracolo gli ho sentito, grida: «Lazzaro! Vieni fuori!». La voce si ripercuote per eco nel cavo sepolcrale e si spande uscendone poi per tutto il giardino, si ripercuote contro i dislivelli delle ondulazioni di Betania, io credo che vada sino alle prime balze collinose oltre i campi e di là torni, ripetuta e sommessa, come comando che non può cadere. Certo è che da infinite parti si riode: «fuori! fuori! fuori!».
46Tutti hanno un più intenso brivido e, se la curiosità inchioda tutti ai loro posti, i volti sbiancano e gli occhi si spalancano, mentre le bocche si socchiudono involontariamente, con l’urlo dello stupore già nella strozza.
Risurrezione di Lazzaro.
47Marta, un poco indietro e di fianco, è come affascinata a guardare Gesù. Maria cade in ginocchio, lei che non si è mai scostata dal suo Maestro, cade in ginocchio sul limitare del sepolcro, una mano sul petto a frenare i palpiti del cuore, l’altra che inconsciamente e convulsamente tiene un lembo del mantello di Gesù, e si capisce che trema perché il mantello ha lievi scosse impresse dalla mano che lo tiene.
48Un che di bianco pare emergere dal fondo profondo del cunicolo. Prima è appena una piccola linea convessa, poi si muta in un che di ovale, poi all’ovale si sottopongono linee più ampie, più lunghe, sempre più lunghe. E il già morto, stretto nelle sue fasce, viene avanti lentamente, sempre più visibile, fantomatico impressionante.
49Gesù arretra, arretra, insensibilmente ma continuamente, più quello avanza. La distanza fra i due è perciò sempre uguale.
50Maria è costretta a lasciare il lembo del manto, ma non si muove da dove è. La gioia, l’emozione, tutto, l’inchiodano al posto dove era.
51Un «oh!» sempre più netto esce dalle gole chiuse prima da uno spasimo di attesa, da sussurro appena distinto si muta in voce, da voce in un grido potente.
52Lazzaro è ormai sul limitare e si ferma là rigido, muto, simile ad una statua di gesso appena sbozzata, perciò informe, una lunga cosa, sottile nel corpo, sottile nelle gambe, più larga nel tronco, macabra come la morte stessa, spettrale nel biancore delle fasce contro lo sfondo scuro del sepolcro. Al sole che lo investe, le fasce appaiono qua e là già colanti putredine.
I servi di ogni risurrezione.
53Gesù grida forte: «Scioglietelo e lasciatelo andare. Dategli vesti e cibo».
54«Maestro! …», dice Marta e vorrebbe forse dire di più, ma Gesù la guarda fisso, soggiogandola col suo fulgido sguardo, e dice: «Qui! Subito! Portate una veste. Vestitelo alla presenza di tutti e dategli da mangiare». Ordina, e non si volge mai a guardare chi ha alle spalle e intorno. Il suo occhio guarda soltanto Lazzaro, Maria che è vicina al risorto, incurante del ribrezzo che dànno a tutti le bende marciose, e Marta che ansima come le scoppiasse il cuore e non sa se gridare la sua gioia o se piangere…
55I servi si affrettano ad eseguire. Noemi corre via per prima, e per prima torna con le vesti che tiene a cavalcioni del braccio. Alcuni slegano i lacci delle fasce dopo essersi rimboccate le maniche e cinte le vesti perché non tocchino la putredine colante. Marcella e Sara tornano con anfore di odori, seguite da servi, chi con catini e brocche fumanti d’acque calde e chi con vassoi, tazze colme di latte, e vino, frutta, focacce coperte di miele.
56Le bende basse e lunghissime, di lino, mi pare, con le cimose ai due lati, certo tessute per quell’uso, si srotolano come rotoli di fettucce da una grande bobina e si accumulano al suolo, pesanti di aromi e di marciume. I servi le scansano usando dei bastoni. Hanno iniziato dal capo, eppure anche là è marciume, certo scolato dal naso, dalle orecchie, dalla bocca. Il sudario messo sul volto è tutto zuppo di questi scoli e il volto di Lazzaro, che appare pallidissimo, scheletrito, con gli occhi tenuti chiusi dalle manteche messe nelle orbite, coi capelli appiccicati e così pure la barbetta rada sul mento, ne è bruttato. Cade lentamente il lenzuolo, la sindone messa intorno al corpo, man mano che le bende scendono, scendono, scendono, liberando il tronco che avevano costretto per dei giorni e rendendo forma umana a ciò che prima avevano reso simile ad una grande crisalide. Le spalle ossute, le braccia scheletrite, le coste appena coperte di pelle, il ventre infossato appaiono lentamente. E man mano che le bende cadono, le sorelle, Massimino, i servi, si affannano a levare il primo strato di sudiciume e di balsami, e insistono sinché con acque sempre mutate e rese detergenti dagli aromi aggiunti alle acque, la pelle non appare netta.
Il risorto non si sazia di guardare il Messia.
57Lazzaro, quando gli liberano il volto e può guardare, dirige il suo sguardo a Gesù prima ancora che alle sorelle, e si smemora e astrae da tutto ciò che avviene nel guardare, con un sorriso d’amore sulle labbra pallide e un luccichio di pianto nelle occhiaie fonde, il suo Gesù. Anche Gesù gli sorride ed ha una lucentezza di pianto nell’angolo dell’occhio, ma senza parlare dirige lo sguardo di Lazzaro al cielo, e Lazzaro comprende e muove le labbra in una silenziosa preghiera.
58Marta crede che voglia dire qualcosa e ancor non abbia voce e chiede: «Che mi dici, Lazzaro mio?».
59«Nulla, Marta. Ringraziavo l’Altissimo». La pronuncia è sicura, forte la voce. La gente ha un nuovo «oh!» di stupore.
60Ormai lo hanno liberato sino ai fianchi, liberato e pulito. E possono rivestirlo della tunica corta, una specie di camiciola che supera l’inguine ricadendo sulle cosce.
61Lo fanno sedere per slegargli e lavargli le gambe. Come esse appaiono, Marta e Maria gridano forte accennando alle gambe e le fasce. E, se sulle fasce strette alle gambe e sulla sindone posta sotto le fasce gli scoli putridi sono tanto abbondanti da far rivoli sulle tele, le gambe appaiono cicatrizzate affatto. Solo le cicatrici rosso-cianotiche sono a indicare dove erano le cancrene.
62La gente, tutta, grida più forte di stupore; Gesù sorride, e sorride Lazzaro che si guarda per un attimo le gambe guarite, e poi si torna ad astrarre guardando Gesù. Pare che non si possa saziare di vederlo. I giudei, farisei, sadducei, scribi, rabbi, si fanno avanti, cauti per non contaminarsi le vesti. Guardano ben da vicino Lazzaro. Guardano ben da vicini Gesù. Ma né Lazzaro né Gesù si occupano di loro. Si guardano. E tutto il resto è nulla.
64Ecco che vengono messi i sandali a Lazzaro. Egli si alza in piedi, agile, sicuro. Prende la veste che Marta gli porge, da sé se l’infila, si lega la cintura, si aggiusta le pieghe. Eccolo, magro e pallido, ma uguale a tutti. Si lava ancora le mani e le braccia sino al gomito, rimboccandosi le maniche. E poi, con nuova acqua, di nuovo il volto e il capo, sinché non si sente affatto netto. Si asciuga capelli e volto, rende l’asciugatoio al servo e va diritto da Gesù. Si prostra. Gli bacia i piedi.
Il Messia offre cibo al risorto.
65Gesù si curva, lo rialza, lo stringe al cuore dicendogli: «Ben tornato, amico mio. La pace sia teco e la gioia. Vivi per compiere la tua felice sorte. Alza il tuo volto, che Io ti dia il bacio di saluto». E lo bacia, ricambiato da Lazzaro, sulle guance.
66Soltanto dopo aver venerato e baciato il Maestro, Lazzaro parla alle sorelle e le bacia, e poi bacia Massimino e Noemi che piangono di gioia, e alcuni di quelli che credo siano imparentati con la casa o amici intimissimi. Poi bacia Giuseppe, Nicodemo, Simone Zelote e qualche altro.
67Gesù va personalmente da un servo, che ha sulle braccia un vassoio con del cibo, e prende una focaccia con del miele, una mela, una coppa di vino e le offre a Lazzaro, dopo averle offerte e benedette, perché se ne ristori. E Lazzaro mangia col sano appetito di uno che sta bene. Tutti hanno ancora un «oh!» di stupore.
Prova inconfutabile che il Messia è: Dio.
68Gesù sembra che non veda che Lazzaro, ma in realtà osserva tutto e tutti, e vedendo che con gesti d’ira Sadoc e Elchia, Canania, Felice, Doras e Cornelio e altri stanno per allontanarsi, dice forte: «Attendi un momento, o Sadoc. Devo dirti una parola. A te e ai tuoi». Quelli si fermano con un ceffo da delinquenti. Giuseppe d’Arimatea ha un atto di sgomento e fa cenno allo Zelote di trattenere Gesù.
69Ma Egli sta già andando verso il gruppo astioso e già dice forte: «Ti basta, o Sadoc, quanto hai visto? Mi hai detto un giorno che per credere avevi bisogno, tu e i tuoi uguali, di vedere ricomporsi un morto disfatto in sanità. Sei sazio della putredine vista? Sei capace di confessare che Lazzaro era morto e che ora è vivo e sano come non era da anni? Lo so. Voi siete venuti qui a tentare costoro, a mettere in loro maggior dolore e il dubbio. Voi siete venuti qui a cercarmi, sperando trovarmi nascosto nella stanza del morente. Voi siete venuti qui non per sentimento di amore e desiderio di onorare l’estinto, ma per assicurarvi che Lazzaro era realmente morto, e avete continuato a venire giubilando sempre più, più il tempo passava. Se le cose fossero andate come speravate, come ormai credevate che andassero, avreste avuto ragione di giubilare. L’Amico che guarisce tutti, ma non guarisce l’amico. Il Maestro che premia tutte le fedi, ma non quelle dei suoi amici di Betania. Il Messia impotente davanti alla realtà di una morte. Questo era ciò che vi dava ragione di giubilare. Ma ecco. Dio vi ha risposto. Nessun profeta ha mai potuto riunire ciò che era sfatto, oltre che morto. Dio lo ha fatto. Ecco là la testimonianza viva di ciò che Io sono. Un giorno fu che Dio prese del fango e ne fece una forma e vi alitò lo spirito vitale e l’uomo fu. Io ero a dire: “Si faccia l’uomo a nostra immagine e somiglianza”. Perché Io sono il Verbo del Padre. Oggi, Io, Verbo, ho detto a ciò che è ancor meno del fango, alla corruzione: “Vivi”, e la corruzione si è tornata a comporre in carne, e in carne integra, viva, palpitante. Eccola là che vi guarda. E alla carne ho ricongiunto lo spirito giacente da giorni nel seno d’Abramo. L’ho richiamato col mio volere perché tutto Io posso, Io il Vivente, Io il Re dei re cui sono soggette tutte le creature e le cose. Or che mi rispondete?».
70È davanti a loro, alto, sfolgorante di maestà, veramente Giudice e Dio. Essi non rispondono.
71Egli incalza: «Non vi basta ancora per credere, per accettare l’ineluttabile?».
72«Non hai mantenuto che una parte della promessa. Questo non è il segno di Giona[117]…», dice aspro Sadoc.
73«Avrete anche quello. L’ho promesso e lo mantengo», dice il Signore. «E un altro qui presente, che attende un altro segno, lo avrà. E poiché è un giusto, lo accetterà[118]. Voi no. Voi rimarrete ciò che siete».
Non si salva chi ama la corruzione.
L’uomo segnato dal marchio di Caino
74Fa un mezzo giro su Sé stesso e vede Simone il sinedrista figlio di Elianna. Lo fissa. Lo fissa. Lascia in asso quelli di prima e, giunto viso a viso con lui, gli dice, a voce bassa ma incisiva: «Buon per te che Lazzaro non ricordi il suo soggiorno fra i morti! Che ne hai fatto di tuo padre, o Caino?».
75Simone fugge con un grido di paura, che poi si muta in un urlo di maledizione: «Che Tu sia maledetto, o Nazareno!», al che Gesù risponde: «La tua maledizione sale al Cielo e dal Cielo l’Altissimo te la riscaglia. Sei segnato del marchio, o sciagurato!».
76Torna indietro fra i gruppi stupiti, spaventati quasi. Incontra Gamaliele che si dirige verso la via. Lo guarda, e Gamaliele guarda Lui. Gesù gli dice senza fermarsi: «Stai pronto, o rabbi. Il segno presto verrà. Non mento mai».
77Il giardino si svuota lentamente. I giudei sono sbalorditi, ma i più sprizzano ira da ogni poro. Se gli sguardi potessero incenerire, Gesù sarebbe da molto polverizzato. Parlano, discutono fra loro, andandosene, così ormai sconvolti dalla sconfitta avuta da non saper più celare sotto una ipocrita apparenza di amicizia lo scopo della loro presenza qui. Se ne vanno senza salutare né Lazzaro né le sorelle.
La casa torna in pace.
78Restano indietro alcuni che sono conquistati al Signore dal miracolo. Fra questi è Giuseppe Barnaba, che si getta in ginocchio davanti a Gesù e lo adora. Un altro è lo scriba Gioele di Abia, che fa la stessa cosa prima di partire a sua volta. E altri ancora che non conosco, ma che devono essere influenti.
79Lazzaro intanto, circondato dai suoi più intimi, si è ritirato in casa. Giuseppe, Nicodemo e gli altri buoni salutano Gesù e se ne vanno. Partono, con profondi saluti, i giudei che stavano presso Marta e Maria. I servi chiudono il cancello. La casa torna in pace.
Non si salva chi ama la corruzione.
80Gesù si guarda intorno. Vede fumare e rosseggiare in fondo al giardino, là verso il sepolcro. Gesù, solo, ritto in mezzo ad un sentiero, dice: «La putredine che viene annullata dal fuoco… La putredine della morte… Ma quella dei cuori… di quei cuori nessun fuoco l’annullerà… Neppure il fuoco dell’Inferno. Sarà eterna… Che orrore! … Più della morte… Più della corruzione… E… Ma chi ti salverà, o Umanità, se tanto ami essere corrotta? Vuoi essere corrotta. E Io… Io ho strappato al sepolcro un uomo con una parola… E con un mare di parole… e uno di dolori non potrò strappare al peccato l’uomo, gli uomini, milioni di uomini». Si siede e si copre il volto con le mani, accasciato…
81Lo vede un servo che passa. Va in casa. Dopo poco esce di casa Maria. Va da Gesù, leggera come non toccasse il suolo. L’avvicina, dice piano: «Rabboni, sei stanco… Vieni, o mio Signore. I tuoi apostoli stanchi sono andati nell’altra casa, tutti meno Simone lo Zelote… Piangi, Maestro? Perché?».
82Si inginocchia ai piedi di Gesù… l’osserva… Gesù la guarda. Non risponde. Si alza e si dirige verso la casa, seguito da Maria.
Saper sperare e credere.
Le virtù cardinali e l’ubbidienza.
83Entrano in una sala. Lazzaro non c’è, e non c’è lo Zelote. Ma Marta c’è, felice, trasfigurata di gioia. Si volge a Gesù spiegando: «Lazzaro è andato al bagno. Per purificarsi ancora. Oh! Maestro! Maestro! Che dirti?». Lo adora con tutta sé stessa. Nota la tristezza di Gesù e dice: «Sei triste, Signore? Non sei felice che Lazzaro…». Le viene un sospetto: «Oh! Tu sei serio con me. Ho peccato. È vero».
«Abbiamo peccato, sorella», dice Maria.
84«No. Tu no. Oh! Maestro, Maria non ha peccato. Maria ha saputo ubbidire. Io sola ho disubbidito. Io ti ho mandato a chiamare perché… perché non potevo più sentire che essi insinuassero che Tu non eri il Messia, il Signore… e non potevo più vedere soffrire… Lazzaro ti voleva tanto. Ti chiamava tanto… Perdonami, Gesù».
85«E tu non parli, Maria?», interroga Gesù.
«Maestro… io… Io non ho sofferto allora altro che come donna. Soffrivo perché… Marta, giura, giura qui, davanti al Maestro, che mai, mai dirai a Lazzaro il suo delirio… Maestro mio… io ti ho conosciuto del tutto, o divina Misericordia, nelle ultime ore di Lazzaro. Oh! mio Dio! Ma come mi hai amata Tu, Tu che mi hai perdonata, Tu, Dio, Tu, Puro, Tu…, se mio fratello, che pur mi ama, che però è uomo, soltanto uomo, non ha in fondo al cuore perdonato tutto?! No. Dico male. Non ha dimenticato il mio passato e, quando la debolezza del morire ha ottuso in lui la sua bontà che io credevo dimenticanza del passato, egli ha urlato il suo dolore, il suo sdegno per me… Oh! …». Maria piange…
86«Non piangere, Maria. Dio ti ha perdonata e ha dimenticato. L’anima di Lazzaro pure ha perdonato e ha dimenticato, ha voluto dimenticare. L’uomo non ha potuto tutto dimenticare. E quando la carne ha dominato col suo spasimo estremo la volontà illanguidita, l’uomo ha parlato».
87«Non ne ho sdegno, Signore. Mi ha servito ad amarti di più e ad amare ancor più Lazzaro. È stato da quel momento però che io pure ti ho desiderato… perché era troppo angoscioso pensare Lazzaro morto senza pace per causa mia… e dopo, dopo, quando ti ho visto schernito dai giudei… quando ho visto che Tu non venivi neppur dopo la morte, neppur dopo che io ti avevo ubbidito sperando oltre il credibile, sperando fin quando il sepolcro si aprì a riceverlo, allora anche il mio spirito ha sofferto. Signore, se avevo da espiare, e certo lo avevo, io ho espiato, Signore…».
Maria ha meritato il miracolo.
88«Povera Maria! Conosco il tuo cuore. Tu hai meritato il miracolo, e ciò ti affermi nel saper sperare e credere».
89«Mio Maestro, io spererò e crederò sempre ormai. Io non dubiterò più, mai più, Signore. Io vivrò di fede. Tu mi hai dato la capacità di credere l’incredibile».
90«E tu, Marta? Tu hai imparato? No. Non ancora. Sei la mia Marta. Ma non sei ancora la mia perfetta adoratrice. Perché agisci e non contempli? È più santo. Tu vedi? La tua forza, perché troppo volta a cosa terrene, ha ceduto alla constatazione dei fatti terreni che sembrano talora senza rimedio. In verità non hanno rimedio le terrene cose se Dio non interviene. La creatura per questo ha bisogno di saper credere e contemplare. Di amare sino all’estremo delle forze di tutto l’uomo, con il pensiero, l’anima, la carne, il sangue; con tutte le forze dell’uomo, ripeto. Io ti voglio forte, Marta. Io ti voglio perfetta. Non hai saputo ubbidire perché non hai saputo credere e sperare completamente, e non hai saputo credere e sperare perché non hai saputo amare totalmente. Ma Io te ne assolvo. Ti perdono, Marta. Ho risuscitato Lazzaro oggi. Ora ti do un cuore più forte. A lui ho reso la vita. A te infondo la forza dell’amare, credere e sperare perfettamente. Ora siate felici e in pace. Perdonate a chi vi ha offese in questi giorni…».
91«Signore, in questo io ho peccato. Poco fa, al vecchio Canania che ti aveva schernito gli altri giorni, ho detto: “Chi ha trionfato? Tu o Dio? Il tuo scherno o la mia fede? Cristo è il Vivente ed è la Verità. Io lo sapevo che la sua gloria sarebbe rifulsa più grande. E tu, vecchio, rifatti l’anima, se non vuoi conoscere la morte”».
92«Hai detto bene. Ma non contendere coi malvagi, Maria. E perdona. Perdona se mi vuoi imitare… 19Ecco Lazzaro. Ne sento la voce».
La prova è superata.
93Infatti Lazzaro entra, rivestito di nuovo e tutto rasato sulle guance, coi capelli regolati e odorosi di essenze. Con lui sono Massimino e lo Zelote.
94«Maestro!». Lazzaro si inginocchia, ancora adorando.
95Gesù gli pone la mano sul capo e sorride dicendo: «La prova è superata, amico mio. Per te e le sorelle. Ora siate felici e forti a servire il Signore. Che ti ricordi, amico, del passato? Voglio dire delle tue ore estreme?».
96«Un grande desiderio di vederti ed una grande pace fra l’amor delle sorelle».
97«E che ti doleva più di lasciare morendo?»
«Te, Signore, e le sorelle. Te per non poterti servire, esse perché mi hanno dato ogni gioia…».
«Oh! io, fratello!», sospira Maria.
98«Tu più di Marta. Tu mi hai dato Gesù e la misura di ciò che è Gesù. E Gesù ti ha data a me. Tu sei il dono di Dio, Maria».
«Lo dicevi anche morendo…», dice Maria e studia il volto del fratello.
«Perché è il mio costante pensiero».
«Ma io ti ho dato tanto dolore…».
99«Anche la malattia ha dato dolore. Ma per essa spero avere espiato le colpe del vecchio Lazzaro e d’esser risorto, purificato per essere degno di Dio. Tu ed io, i due risorti per servire il Signore, e Marta fra noi, lei che fu sempre la pace della casa».
«Lo senti, Maria? Lazzaro dice parole di sapienza e verità. Ora Io mi ritiro e vi lascio alla vostra gioia…».
100«No, Signore. Tu resti. Con noi. Qui. Resti a Betania e nella mia casa. Sarà bello…».
101«Resterò. Ti voglio compensare di tutto quanto hai patito. Marta, non essere triste. Marta pensa di avermi addolorato. Ma la mia pena non è per voi quanto per coloro che non si vogliono redimere. Essi odiano sempre più. Hanno il veleno nel cuore… Ebbene… perdoniamo».
102«Perdoniamo, Signore», dice Lazzaro col suo mite sorriso…
E su questa parola tutto ha fine.
51. Commento della
risurrezione
di Lazzaro[119].
Giovanni 11,30
In margine alla risurrezione di Lazzaro e in rapporto a una frase di S. Giovanni. Dice Gesù:
103«Nel Vangelo di Giovanni, così come lo si legge ormai da secoli, è scritto: “Gesù non era ancora entrato nel villaggio di Betania”. A prevenire possibili obiezioni faccio notare che fra questa frase e quella dell’Opera, che Io incontrai Marta a pochi passi dalla vasca nel giardino di Lazzaro, non ci sono contraddizioni di fatto ma solo di traduzione e descrizione. Betania era per tre quarti di Lazzaro. Così come Gerusalemme era per molta parte sua. Ma parliamo di Betania. Essendo per tre quarti di Lazzaro, poteva dirsi: Betania di Lazzaro. Perciò non sarebbe sbagliato il testo se anche Io avessi incontrato Marta nel villaggio o alla fonte, come alcuni vogliono dire. Ma in verità Io non ero entrato nel villaggio per evitare l’accorrere dei betaniti, tutti ostili a quelli del Sinedrio. Ero passato alle spalle di Betania per raggiungere la casa di Lazzaro, che era all’estremo opposto di chi entrava in Betania da Ensemes. Giustamente perciò Giovanni dice che Gesù non era entrato ancora nel villaggio. E ugualmente giusto dice il piccolo Giovanni dicendo che mi ero fermato presso la vasca (fonte per gli ebrei) già nel giardino di Lazzaro, ma molto lontano ancora dalla casa. Considerino inoltre che, durando il tempo del lutto e dell’impurità (ancora non era il settimo dì dopo la morte), le sorelle non uscivano dalla casa. Perciò nel recinto della stessa loro proprietà è avvenuto l’incontro. Notate che il piccolo Giovanni dice della venuta dei betaniti nel giardino solo quando Io già ordino di levare la pietra. Prima Betania non sapeva che ero a Betania, e solo quando se ne sparse la voce accorsero da Lazzaro».
Tutto si può mutare se si vuole[120].
Dice Gesù:
104«Avrei potuto intervenire in tempo per impedire la morte di Lazzaro. Ma non lo volli fare. Sapevo che questa risurrezione sarebbe stata un’arma a doppio taglio, perché avrebbe convertito i giudei di retto pensiero e reso sempre più astiosi quelli di pensiero non retto. Da questi, e sotto quest’ultimo colpo del mio potere, sarebbe venuta la mia sentenza di morte. Ma ero venuto per questo, e l’ora era ormai matura perché ciò si compisse. Avrei anche potuto accorrere subito. Ma avevo bisogno di persuadere, con la risurrezione da una putredine già avanzata, gli increduli più ostinati. E anche i miei apostoli che, destinati a portare la mia fede nel mondo, avevano bisogno di possedere una fede temprata da miracoli di prima grandezza.
105Negli apostoli era tanta umanità. L’ho già detto. Non era questo un ostacolo insormontabile, era anzi una logica conseguenza della loro condizione di uomini chiamati ad esser miei in età già adulta. Non si cambia una mentalità, una forma mentali dall’oggi al domani. Né Io, nella mia sapienza, volli scegliere ed educare dei bambini e crescerli secondo il mio pensiero per fare di essi i miei apostoli. Lo avrei potuto fare. Non lo volli fare, perché le anime non mi rimproverassero di aver sprezzato coloro che non sono innocenti e portassero a loro discolpa e scusante che Io pure avevo significato con la mia scelta che coloro che sono già formati non possono mutare.
106No. Tutto si può mutare, se si vuole. E infatti Io di pusillanimi, di rissosi, di usurai, di sensuali, di increduli feci dei martiri e dei santi, degli evangelizzatori del mondo. Solo colui che non volle non mutò.
I due modi di chiedere miracoli.
107Io ho amato e amo le piccolezze e le debolezze –tu ne sei un esempio– purché in esse ci sia la volontà di amarmi e di seguirmi, e di questi “nulla” faccio i miei prediletti, i miei amici, i miei ministri. Tuttora me ne servo, ed è un miracolo continuo che opero, per portare gli altri a credere in Me, a non uccidere le possibilità di miracolo. Come è languente ora questa possibilità! Come lume a cui manca l’olio, essa agonizza e muore, uccisa dalla scarsa o dalla mancante fede nel Dio del miracolo.
108Vi sono due forme di prepotenza nel chiedere il miracolo. Ad un Dio si piega con amore. All’altra volge le spalle sdegnato. La prima è quella che chiede, come ho insegnato a chiedere, senza sfiducia e stanchezza, e che non ammette che Dio non la possa ascoltare, perché Dio è buono e chi è buono esaudisce, perché Dio potente e tutto può. Questa è amore, e Dio concede a chi ama. L’altra è la prepotenza dei ribelli che vogliono che Dio sia loro servo e che alle loro cattiverie umilii Sé stesso e dia quello che loro non danno a Lui: amore e ubbidienza. Questa forma è una offesa che Dio punisce col negare le sue grazie.
109Vi lamentate che Io non compio più i miracoli collettivi. Come li potrei compiere? Dove sono le collettività che credono in Me? Dove i veri credenti? Quanti i veri credenti in una collettività? Come superstiti fiori in un bosco arso da un incendio, ne vedo uno ogni tanto di spiriti credenti. Il resto l’ha arso Satana con le sue dottrine. E sempre più lo arderà.
La vita umana è mezzo non fine.
110Vi prego, per vostra regola soprannaturale, a tenere presente la mia risposta a Tommaso. Non si può essere miei veri discepoli se non si sa dare alla vita umana quel peso che merita, di mezzo per conquistare la Vita vera, e non di fine. Colui che vorrà salvare la sua vita in questo mondo perderà la Vita eterna. L’ho detto e lo ripeto. Che sono le prove? La nuvola che passa. Il Cielo resta e vi attende oltre la prova.
111Io ho conquistato il Cielo per voi con il mio eroismo. Voi dovete imitarmi. L’eroismo non è solo serbato a coloro che devono conoscere il martirio. La vita cristiana è un perpetuo eroismo, perché è una perpetua lotta contro il mondo, il demonio e la carne. Io non vi forzo a seguirmi. Vi lascio liberi. Ma ipocriti non vi voglio. O con Me e come Me, o contro di Me. Già non mi potete ingannare. Me non mi potete ingannare. Ed Io non addivengo ad alleanze col Nemico. Se voi lo preferite a Me, non potete pensare di avere contemporaneamente Me per Amico. O lui o Io. Scegliete.
Agire sempre bene.
112Il dolore di Marta è diverso da quello di Maria per la diversa psiche delle due sorelle e per la condotta diversa avuta dalle stesse. Felici coloro che si conducono in modo da non avere rimorso di aver addolorato uno che ora è morto e che non si può più consolare del dolore datogli. Ma come più felice chi non ha il rimorso di avere addolorato il suo Dio, Me, Gesù, e non teme il mio incontro, ma anzi lo sospira come gioia ansiosamente sognata per tutta la vita e infine raggiunta.
113Io sono il vostro Padre, Fratello, Amico. Perché dunque tante volte mi ferite? Sapete voi quanto ancora vi resta da vivere? Vivere per riparare? Non lo sapete. E allora, ora per ora, giorno per giorno, agite bene. Sempre bene. Mi farete sempre felice. E se anche il dolore verrà a voi, perché il dolore è santificazione, è la mirra che preserva dalla putredine della carnalità, avrete sempre in voi la certezza che Io vi amo –e che vi amo anche in quel dolore– e la pace che viene dal mio amore. Tu, piccolo Giovanni, lo sai se Io so consolare anche nel dolore.
Dio da più di quanto si chiede.
114Nella mia preghiera al Pare è ripetuto quanto ho detto in principio: era necessario scuotere con un miracolo principale l’opacità dei giudei e del mondo in genere. E la risurrezione di uno sepolto da quattro giorni e sceso nella tomba dopo lunga, cronica, ripugnante, conosciuta malattia, non era cosa da lasciare indifferenti e neppure dubbiosi. L’avessi sanato mentre viveva, o infuso in lui lo spirito appena spirato, l’acredine dei nemici avrebbe potuto creare dei dubbi sulla entità del miracolo. Ma il fetore del cadavere, il marciume delle bende, la lunga degenza nel sepolcro, non lasciavano dubbi. E, miracolo nel miracolo, ho voluto che Lazzaro fosse sciolto e mondato alla presenza di tutti, perché si vedesse che non solo la vita ma l’integrità delle membra era tornata là dove prima la carne ulcerata aveva sparso nel sangue i germi di morte. Nel mio fare grazia do sempre più di quanto chiedete.
Motivo del pianto del Messia.
115Ho pianto davanti alla tomba di Lazzaro. E si è dato a questo pianto tanti nomi. Intanto sappiate che le grazie si ottengono col dolore misto a sicura fede nell’Eterno. Ho pianto non tanto per la perdita dell’amico e per il dolore delle sorelle, quanto perché, come fondale che si sommuove, sono affiorate in quell’ora, più vive che mai, tre idee che, come tre chiodi, mi avevano sempre confitto la loro punta nel cuore.
116La constatazione di quale rovina aveva portato Satana all’uomo col suo sedurlo al Male. Rovina la cui condanna umana era il dolore e la morte. La morte fisica, emblema e metafora viva della morte spirituale[121], che la colpa dà all’anima sprofondandola, essa regina destinata a vivere nel regno della Luce, nelle tenebre infernali.
117La persuasione che neppure questo miracolo, messo quasi a corollario sublime di tre anni di evangelizzazione, avrebbe convinto il mondo giudaico sulla Verità di cui ero stato il Portatore. E che nessun miracolo avrebbe fatto del mondo avvenire un convertito al Cristo. Oh! dolore d’esser prossimo a morire per così pochi!
118La visione mentale della mia prossima morte. Ero Dio. Ma anche Uomo ero. E per essere Redentore dovevo sentire il peso dell’espiazione. Perciò anche l’orrore della morte e di tal morte. Ero un vivo, un sano che si diceva: “Presto sarò morto, sarò in un sepolcro come Lazzaro. Presto l’agonia più atroce sarà la mia compagna. Devo morire”. La bontà di Dio vi risparmia la conoscenza del futuro. Ma a Me essa non fu risparmiata.
120Oh! Credetelo, voi che vi lamentate della vostra sorte. Nessuna fu più triste della mia, ché ebbi la costante prescienza di tutto quanto mi doveva accadere, unita alla povertà, ai disagi, alle acredini che mi accompagnarono dalla nascita alla morte. Non lamentatevi, dunque. E sperate in Me.
Vi do la mia pace».
PERFETTA NELL’AMORE COME IL SUO SALVATORE
52. Euforia tra gli apostoli. Missione d’amore per Lazzaro e di contemplazione assoluta per la sorella Maria. Gesù deve fuggire in Samaria[122].
Auto esaltazione dell’Iscariota.
La pace presso Betania.
1É bello stare così, in riposo, fra l’amore degli amici e presso il Maestro nelle giornate solari che già risentono di un primo precoce sorridere di primavera, guardando i campi che aprono le loro zolle ad un verzicare innocente di grani che spuntano, guardando i prati che rompono il verde uniforme dell’inverno con i primi fioretti multicolori, guardando le siepi che nei posti più solari hanno già dei sorrisi di gemme che si schiudono, guardando i mandorli che già spumano nelle cime per i primi fiori che sbocciano. E Gesù ne gode, e ne godono gli apostoli, e ne godono i tre amici di Betania. Sembra così lontano il malanimo, il dolore, la tristezza, la malattia, la morte, l’odio, l’invidia, tutto quanto è pena, tormento, preoccupazione sulla Terra.
2Gli apostoli, tutti, sono gongolanti e lo dicono. Dicono la loro persuasione -oh! così certa, così trionfante! – che ormai Gesù ha vinto tutti i nemici, che la sua missione procederà ormai senza ostacoli, che Egli sarà riconosciuto per Messia anche dai più tenaci a negarlo. E parlano, un poco esaltati, ringiovaniti tanto sono felici, facendo progetti per l’avvenire, sognando… sognando tanto… e umanamente.
Presuntuosa esaltazione dell’Iscariota.
3Il più esaltato, per la sua psiche che lo porta sempre agli estremi, è Giuda di Keriot. Si felicita di aver saputo attendere e di aver saputo fare, si felicita della sua lunga fede nel trionfo del Maestro, si felicita di avere sfidato le minacce del Sinedrio… É tanto esaltato che finisce col dire anche quello che ha sempre tenuto celato sin qui, fra lo stupore attonito dei compagni.
4«Sì. Mi volevano comperare, sedurre mi volevano con blandizie e, vedendo che non servivano queste, con minacce. Se sapeste! Ma io! Io li ho pagati con uguale moneta. Ho finto amore a loro come essi a me. Li ho lusingati come essi mi lusingavano e li ho traditi come essi mi volevano tradire…
5Perché questo volevano. Farmi credere che con spirito buono provavano il Maestro per poterlo proclamare solennemente il Santo di Dio. Ma io li conosco! Io li conosco. E in tutte le cose che essi mi dicevano di voler fare mi destreggiavo in modo che la santità di Gesù veramente apparisse più lucente del sole meridiano in un cielo senza nubi… Un giuoco pericoloso il mio! Se lo avessero capito! Ma ero pronto a tutto, anche alla morte, per servire Dio nel mio Maestro.
6E così sapevo tutto… Eh! delle volte vi sarò sembrato pazzo, cattivo, scontroso. Se aveste saputo! Io solo so le mie notti, le cure che dovevo avere per fare del bene senza dare nell’occhio a nessuno! Tutti sospettaste un poco di me. Lo so. Ma non ve ne ho rancore.
Furbizia infernale dell’Iscariota.
7Il mio modo di fare… sì… poteva dar luogo a sospetti. Ma il fine era buono, e io non mi preoccupavo che di quello. Gesù non sa nulla. Ossia credo che Egli pure sospetti di me. Ma saprò tacere senza esigere una sua lode. E tacete anche voi. Un giorno, ai primi tempi che ero con Lui -e tu, Simone Zelote, e tu, Giovanni di Zebedeo, eravate con me- Egli mi rimproverò perché mi ero vantato di avere il senso pratico. Da allora io… non gliel’ho mai fatta risaltare questa qualità, ma l’ho continuata ad usare, per suo bene. Ho fatto come una madre per il suo bambino inesperto. Ella gli leva gli ostacoli dal cammino, gli curva il ramo senza spine e alza quello che può ferire, o con atti avveduti lo porta a fare ciò che deve saper fare e a schivare ciò che è male senza che neppure il figlio se ne avveda. Anzi, il figlio crede di esserci arrivato da sé a camminare senza inciampare, a cogliere il bel fiore per la mamma, a fare questo e quello spontaneamente. Io ho fatto uguale col Maestro. Perché la santità non basta in un mondo di uomini e di satana. Bisogna anche combattere con armi pari, almeno da uomini… e qualche volta… anche un pizzico di furbizia d’inferno non è male mettercela fra le altre armi. É la mia idea. Ma Lui non la vuole sentire… È troppo buono… Bene. Io capisco tutto e tutti, e scuso tutti dei mali pensieri che potete aver avuto su di me. Ora sapete. Ora ci amiamo da buoni compagni, tutto per suo amore e a sua gloria», e accenna a Gesù che passeggia molto più lontano in un viale pieno di sole parlando con Lazzaro, che lo ascolta con un sorriso d’estasi sul viso.
Gli apostoli si allontanano verso la casa di Simone. Gesù si avvicina invece con l’amico. Li ascolto.
Missione d’amore per Lazzaro
Il risorto ha davanti il futuro.
8Dice Lazzaro: «Sì. Lo avevo capito che c’era un grande scopo, e certo di bontà, nel lasciarmi morire. Pensavo che fosse per risparmiarmi la vista della persecuzione che ti fanno. E, Tu sai se dico il vero, ero contento di morire per non vederla. Mi inasprisce. Mi turba. Vedi, Maestro. Io ho perdonato tante cose a quelli che sono i capi del nostro popolo. Ho dovuto perdonare sino agli ultimi giorni… Elchia… Ma la morte e la risurrezione hanno annullato ciò che era prima di esse. A che ricordare le loro ultime azioni per darmi dolore?
9Io ho perdonato tutto a Maria. Ella sembra dubitarne. Anzi, non so perché, da quando sono risorto ha preso con me un atteggiamento così… non so come definirlo. É di una dolcezza e di una sommissione così strana nella mia Maria… Neppure nei primi momenti in cui tornò qui, redenta da Te, era così… Anzi, forse Tu sai e me ne puoi dire qualcosa, perché Maria tutto ti dice… Sai se quelli che sono qui venuti l’hanno forse rimproverata troppo. Io ho sempre cercato di sminuire il ricordo del suo fallo, quando la vedevo assorta nel pensiero del passato, per medicare il suo soffrire. Non se ne sa dare pace. Sembra così… al di sopra di ciò che potrebbe essere avvilimento. A certuni potrà parere anche poco pentita… Ma io comprendo… Io so.
10Tutto fa per espiare. Io credo che faccia grandi penitenze, di ogni specie. Non mi stupirei che sotto le vesti avesse il cilicio e che le sue carni conoscessero il morso dei flagelli… Ma l’amore fraterno che ho io, e che la vuole sorreggere facendo velo fra il passato e il presente, non ce l’hanno gli altri… Sai se, forse, ella fu maltrattata da chi non sa perdonare… ed è così bisognevole di perdono?».
11«Non so, Lazzaro. Maria non me ne ha parlato. Mi ha detto solo di aver molto sofferto sentendo l’insinuazione dei farisei che Io non ero il Messia perché non ti guarivo o non ti risuscitavo».
12«E.… non ti ha detto nulla di me? Sai… Avevo tanto male… Ricordo che mia madre nelle ultime ore svelò cose che erano passate inosservate a Marta e a me. Fu come se il fondo della sua anima e del suo passato rigalleggiassero negli ultimi sommovimenti del cuore. Io non vorrei… Ha tanto sofferto il mio cuore per Maria… e ha fatto tanto sforzo per non darle mai la sensazione di ciò che per lei ho sofferto… Non vorrei averla colpita ora che è buona mentre, per amore di fratello prima, per tuo amore poi, non l’ho mai colpita nel tempo infame, quando era un obbrobrio. Che ti ha detto di me, Maestro?».
13«Il suo dolore di avere avuto troppo poco tempo per darti il suo santo amore di sorella e condiscepola. Nella tua perdita ha misurato tutta l’estensione dei tesori di affetto che ella aveva calpestato un tempo… ed ora è felice di poterti dare tutto l’amore che ella vuole darti, per dirti che tu per lei sei il santo, amato fratello».
14«Ah! ecco! Lo avevo intuito! Di questo ne godo. Ma temevo di averla offesa… Da ieri penso, penso… mi sforzo a ricordare… ma non ci riesco…».
15«Ma perché vuoi ricordare? Hai davanti il futuro. Il passato è rimasto nella tomba. Anzi, neppure è rimasto là. É stato bruciato insieme alle funebri bende. Ma se ti deve dar pace, ti dico le ultime parole che tu avesti per le sorelle. Per Maria in specie. Hai detto che per Maria Io sono venuto qui e ci vengo, perché Maria sa amare più di tutti. É vero. Le hai detto che ella ti ha amato più di tutti quelli che ti hanno amato. Anche questo è vero, perché ella ti ha amato rinnovandosi per amore di Dio e tuo. Le hai detto, giustamente, che tutta una vita di delizie non ti avrebbe dato la gioia che hai goduto per merito di lei. E le hai benedette, come un patriarca benediceva le sue più amate creature. Hai benedetto ugualmente Marta, che dicevi tua pace, e Maria, che dicevi tua gioia. Sei in pace, ora?».
«Ora sì, Maestro. Sono in pace».
Cosa avviene alla morte dell’uomo?
16«E allora, poiché la pace dà misericordia, perdona anche ai capi del popolo che mi perseguitano. Poiché questo volevi dire: che tu tutto puoi perdonare, ma non il male che fanno a Me».
«È Così, Maestro».
17«No, Lazzaro. Io li perdono. Tu li devi perdonare se vuoi essere simile a Me».
«Oh! Simile a Te! Non posso. Sono un semplice uomo!».
18«L’uomo e rimasto là sotto. L’uomo! Il tuo spirito… Tu sai che cosa avviene alla morte dell’uomo…».
«No, Signore. Non ricordo nulla di ciò che m’avvenne», interrompe veemente Lazzaro.
19Gesù sorride e risponde: «Non parlavo del tuo personale sapere, della tua particolare esperienza. Parlavo di ciò che ogni credente sa che gli avviene quando muore».
«Ah! Il giudizio particolare. So. Credo. L’anima si presenta a Dio, e Dio la giudica».
20«É così. E il giudizio di Dio è giusto e inviolabile. Ed ha un infinito valore. Se l’anima giudicata è colpevole mortalmente, diviene anima dannata[123]. Se essa è lievemente colpevole, è mandata al Purgatorio[124]. Se essa è giusta, va nella pace del Limbo[125] in attesa che Io apra le porte dei Cieli. Dunque, Io ti ho richiamato lo spirito dopo che esso era già giudicato da Dio.
Stati di purificazione.
21Se tu fossi stato un dannato, non ti avrei potuto richiamare alla vita, perché facendolo avrei annullato il giudizio del Padre mio. Per i dannati non ci sono mutazioni più. Sono giudicati in eterno. Dunque tu eri del numero di quelli che dannati non erano. Perciò, o della classe dei beati, o di quella che saranno beati dopo la purificazione.
22Ma rifletti, amico mio. Se la sincera volontà di pentimento che può avere l’uomo essendo ancora uomo, ossia carne e anima, ha valore di purificazione; se un simbolico rito di battesimo nelle acque, voluto per spirito di contrizione, dalle sozzure contratte nel mondo e per la carne, ha per noi ebrei valore di purificazione; che valore avrà il pentimento, più reale e perfetto, molto più perfetto, di un’anima liberata dalla carne, conscia di ciò che è Dio, illuminata sulla gravità dei suoi errori, illuminata sulla vastità della gioia che si è allontanata per ore, per anni, o per secoli: la gioia della pace limbale, che presto sarà la gioia del raggiunto possesso di Dio; che sarà la purificazione duplice, triplice, del pentimento perfetto, dell’amore perfetto, del bagno nell’ardore delle fiamme accese dall’amore di Dio e dall’amore degli spiriti, nel quale e dal quale gli spiriti si spogliano da ogni impurità ed emergono belli come serafini, coronati da ciò che non corona neppure i serafini: il loro martirio terreno e ultraterreno contro i vizi e per l’amore? Che sarà? Dillo, dunque, amico mio».
L’anima ricreata diventa simile a Gesù.
23«Ma… non so… una perfezione. Meglio… una ricreazione».
24«Ecco. Hai detto la giusta parola. L’anima ne viene come ricreata. L’anima diviene simile a quella di un infante. È nuova. Tutto il passato non è più. Il suo passato d’uomo. Quando cadrà la colpa d’origine, l’anima, senza più macchia e ombra di macchie, sarà super creata e sarà degna del Paradiso. Io ho richiamato la tua anima che già si era ricreata per la volontà al Bene, per l’espiazione della sofferenza e della morte, e per il tuo perfetto pentimento e perfetto amore raggiunti oltre la morte.
25Tu hai dunque l’anima tutt’affatto innocente di un pargolo nato da poche ore. E se sei un fanciullino neonato, perché vuoi indossare su questa fanciullezza spirituale le grevi, pesanti vesti dell’uomo adulto? I fanciulli hanno ali e non catene al loro spirito ilare. Essi mi imitano con facilità, perché non hanno ancora preso nessuna personalità. Si fanno come Io sono, perché sulla loro anima vergine di impronte si può imprimere senza confusione di linee la mia figura e la mia dottrina. Hanno l’anima priva di umani ricordi, di risentimenti, di preconcetti. Non c’è nulla.
26E ci posso essere Io, perfetto, assoluto come sono in Cielo. Tu, che sei come rinato, un nato novellamente, perché nella tua vecchia carne il potere motore è nuovo, senza passato, mondo, senza tracce di ciò che fu, tu che sei tornato per servirmi, solo per questo, devi essere come Io sono, più di tutti. Guardami. Guardami bene. Specchiati in Me, e in te riflettimi. Due specchi che si guardano per riflettere uno nell’altro la figura di ciò che amano. Tu sei uomo e sei bambino. Sei uomo per età, sei bambino per mondezza di cuore. Hai sui bambini il vantaggio di conoscere già il Bene e il Male, e di aver già saputo scegliere il Bene anche prima del battesimo nelle fiamme dell’amore.
La missione di essere perfetto come Dio.
27Ebbene, Io ti dico, a te, uomo dallo spirito mondo dalla purificazione avuta: “Sii perfetto come lo è il Padre nostro dei Cieli e come Io lo sono. Sii perfetto, ossia sii simile a Me, che ti ho amato tanto da andare contro a tutte le leggi della vita e della morte, del Cielo e della Terra, per riavere sulla Terra un servo di Dio e un vero amico mio, e in Cielo un beato, un grande beato”.
28Lo dico a tutti: “Siate perfetti”. Ed essi, i più, non hanno il cuore che tu avevi, degno del miracolo, degno di essere preso per strumento ad una glorificazione di Dio nel suo Figliuolo. Ed essi non hanno il tuo debito d’amore verso Dio… Lo posso dire, lo posso esigere da te. E per prima cosa lo esigo nel non avere rancore per chi ti ha offeso e mi offende. Perdona, perdona, Lazzaro. Sei stato immerso nelle fiamme accese dall’amore. Devi essere “amore” per non conoscere mai più altro che l’amplesso di Dio».
29«E così facendo compirò la missione per la quale Tu mi hai risuscitato?».
«Così facendo la compirai».
30«Basta così, Signore. Non ho bisogno di chiedere e di sapere di più. Servirti era il mio sogno. Se ti ho servito anche nel nulla che può fare il malato e il morto, e se potrò servirti nel molto che può fare il risanato, il mio sogno è compiuto e non chiedo di più. Che Tu sia benedetto, Gesù, Signore e Maestro mio! E con Te benedetto Colui che ti ha mandato».
«Benedetto sempre il Signore Iddio onnipotente».
31Vanno verso la casa, fermandosi ogni tanto ad osservare il risveglio degli alberi, e Gesù alza un braccio e coglie, alto come è, un ciuffettino di fiori da un mandorlo che si scalda al sole contro il muro meridionale della casa. Esce Maria, che li vede e si avvicina a sentire ciò che Gesù dice: «Vedi, Lazzaro? Anche a questi il Signore ha detto: “Venite fuori”. Ed essi hanno ubbidito per servire il Signore».
Il simbolo della vita che si perpetua.
32«Che mistero la germinazione! Pare impossibile che dal tronco duro o dal duro seme possano uscire petali così fragili e steli così teneri e mutarsi in frutta o piante. É sbagliato, Maestro, dire che la linfa o il germe è come l’anima della pianta o del seme?».
33«Non è sbagliato, poiché è la parte vitale. In essi non eterna, creata per ogni specie nel primo giorno che piante e biade furono. Nell’uomo eterna, somigliante al suo Creatore, creata di volta in volta per ogni novello uomo che è concepito. Ma è per essa che la materia vive. É per questo che Io dico che solo per l’anima l’uomo vive. Non soltanto qui vive. Ma oltre. Vive per la sua anima.
34Noi ebrei non facciamo disegni sui sepolcri come li fanno i gentili. Ma, se li facessimo, dovremmo sempre disegnare non la face spenta, la clessidra vuota o altro simbolo di fine, sibbene il seme gettato nel solco che fiorisce in spiga. Perché è la morte della carne che libera l’anima dalla scorza e la fa fruttificare nelle aiuole di Dio.
35Il seme. La scintilla vitale che Dio ha messo nella nostra polvere e che diviene spiga se noi sappiamo con la volontà, e anche col dolore, far fertile la zolla che la serra. Il seme. Il simbolo della vita che si perpetua… Ma Massimino ti chiama…».
36«Vado, Maestro. Saranno venuti degli intendenti. Tutto era fermo in questi ultimi mesi. Ora essi si affrettano a rendermi i conti…».
37«Che tu approvi in anticipo, perché sei un buon padrone».
«E perché essi sono dei buoni servi».
«Il buon padrone fa i buoni servi».
38«Allora certo io diventerò un buon servo, perché ho Te per perfetto Padrone», e se ne va sorridendo, agile, così diverso dal povero Lazzaro che era da anni.
Contemplazione assoluta per Maria.
L’opera del Messia è sempre totale.
Maria resta con Gesù.
39«E tu, Maria, diventerai una buona serva del tuo Signore?».
«Tu lo puoi sapere, Rabboni. Io… io so soltanto di essere stata una grande peccatrice».
40Gesù sorride: «Hai visto Lazzaro? Egli pure era un grande malato, eppure non ti sembra che ora sia ben sano?».
«Così è, Rabboni. Tu lo hai guarito. Ciò che Tu fai è sempre totale. Lazzaro non è mai stato così forte e allegro come da quando è uscito dal sepolcro».
41«Tu lo hai detto, Maria. Ciò che Io faccio è sempre totale. Perciò anche la tua redenzione è totale perché Io l’ho compiuta».
42«È vero, mio amato Salvatore, Redentore, Re, Dio. É vero. E se Tu lo vorrai, sarò io pure una buona serva del mio Signore. Io per la mia parte lo voglio, Signore. Non so se Tu lo vuoi».
43«Lo voglio, Maria. Una mia buona serva. Oggi più di ieri. Domani più di oggi. Sino a che Io ti dirò: “Basta, Maria. É l’ora del tuo riposo”».
Il Messia ama chi lo ama.
44«É detto, Signore. Io vorrei che Tu mi chiamassi, allora. Come hai chiamato mio fratello fuor dal sepolcro. Oh! chiamami Tu fuori dalla vita!».
45«No, fuori dalla vita no. Ti chiamerò alla Vita, alla vera Vita. Ti chiamerò fuori dal sepolcro che è la carne e la terra. Ti chiamerò alle nozze della tua anima col tuo Signore».
46«Le mie nozze! Tu ami i vergini, Signore…».
47«Io amo quelli che mi amano, Maria».
48«Tu sei divinamente buono, Rabboni! Per questo non sapevo darmi pace di sentirti dire cattivo perché non venivi. Era come se tutto crollasse. Che fatica dire a me stessa: “No. No! Non devi accettare questa evidenza. Questa che ti pare evidenza è un sogno. La realtà è la potenza, la bontà, la divinità del tuo Signore”. Ah! quanto ho sofferto! Tanto il dolore per la morte di Lazzaro e per le sue parole… Te ne ha detto nulla? Non ricorda? Dimmi il vero…».
49«Non mento mai, Maria. Egli teme di aver parlato e di aver detto ciò che era stato il dolore della sua vita. Ma Io l’ho rassicurato, senza mentire, ed egli ora è tranquillo».
50«Grazie, Signore. Quelle parole… mi hanno fatto bene. Sì. Come fa bene la cura di un medico che mette a nudo le radici di un male e le brucia. Esse hanno finito di distruggere la vecchia Maria. Avevo ancora un troppo alto concetto di me. Ora… misuro il fondo della mia abbiezione e so che devo fare molta strada per risalirlo. Ma la farò, se Tu mi aiuti».
A ognuno la sua natura.
51«Ti aiuterò, Maria. Anche quando me ne sarò andato, ti aiuterò».
52«Come, mio Signore?».
«Aumentando il tuo amore a misura incalcolabile. Per te non c’è altra via che questa».
53«Troppo dolce per quello che ho da espiare! Tutti si salvano con l’amore. Tutti acquistano il Cielo. Ma ciò che è sufficiente per i puri, i giusti, non è sufficiente per la grande colpevole».
54«Non c’è altra via per te, Maria. Perché, quale che sia la via che prenderai, essa sarà sempre amore. Amore se benefichi in mio Nome. Amore se evangelizzi. Amore se ti isoli. Amore se ti martirizzi. Amore se ti farai martirizzare. Tu non sai che amare, Maria. É la tua natura. Le fiamme non possono che ardere. Sia che striscino al suolo bruciando dello strame, sia che salgano come un abbraccio di splendori intorno ad un tronco, ad una casa, o ad un altare per lanciarsi al cielo.
55A ognuno la sua natura. La sapienza dei maestri di spirito sta nel saper sfruttare le tendenze dell’uomo indirizzandole alla via per la quale possono svilupparsi in bene. Anche nelle piante e negli animali è questa legge, e sarebbe stolto voler pretendere che una pianta da frutto desse soltanto fiori, o desse frutti diversi da ciò che la sua natura comporta, o un animale compisse funzioni che sono proprie di un’altra specie.
56Potresti tu pretendere che quell’ape destinata a fare del miele divenisse uccellino che canta fra le fronde delle siepi?
57O che questo rametto di mandorlo che ho fra le mani, insieme a tutto il mandorlo dal quale l’ho colto, in luogo di mandorle colasse dalla scorza resine odorifere?
58L’ape lavora, l’uccello canta, il mandorlo dà frutto, la pianta da resine dà aromi. E tutti servono per il loro ufficio. Così le anime. Tu hai l’ufficio di amare».
La grazia di morire d’amore per il Messia.
59«Allora ardimi, Signore. Te lo chiedo in grazia».
«Non ti basta la forza d’amore che possiedi?».
«É troppo poca, Signore. Poteva servire per amare degli uomini. Non per Te che sei il Signore infinito».
60«Ma, appunto perché sono tale, sarebbe allora necessario un amore senza limiti…».
61«Sì, mio Signore. Questo voglio. Che Tu metta in me un amore senza limiti».
62«Maria, l’Altissimo, che sa cosa è l’amore, ha detto all’uomo: “Mi amerai con tutte le tue forze”. Non esige di più. Perché sa che è già martirio amare con tutte le forze…».
63«Non importa, mio Signore. Dammi un amore infinito per amarti come vai amato, per amarti come non ho amato nessuno».
64«Mi chiedi una sofferenza simile ad un rogo che brucia e consuma, Maria. Brucia e consuma lentamente… Pensaci».
65«É tanto che lo penso, mio Signore. Ma non osavo chiedertelo. Ora so quanto mi ami. Proprio ora lo so in che misura mi ami, e oso chiedertelo. Dammi questo amore infinito, Signore».
66Gesù la guarda. Ella gli è davanti, ancora smagrita dalle veglie e dal dolore, dimessa e semplice nella veste e nell’acconciatura dei capelli, come una fanciulla senza malizie, col viso pallido che si accende dal desiderio, gli occhi supplici eppure già brillanti di amore, già più serafino che donna. È veramente la contemplatrice che chiede il martirio della contemplazione assoluta.
67Gesù dice una sola parola, dopo averla ben guardata quasi per misurarne la volontà: «Sì».
68«Ah! Mio signore! Che grazia morire d’amore per Te!» Cade in ginocchio baciando i piedi di Gesù.
I fiori delle nozze spirituali.
69«Alzati, Maria. Tieni questi fiori. Saranno quelli delle tue nozze spirituali. Sii dolce come il frutto del mandorlo, pura come il suo fiore e luminosa come l’olio, che da questi frutti si estrae, quando viene acceso, e profumata come quest’olio quando, saturo di essenze, lo si sparge nei conviti o sulle teste dei re, profumata dalle tue virtù. Allora veramente tu spargerai sul tuo Signore il balsamo che Egli gradirà infinitamente».
Maria prende i fiori, ma non si alza da terra, e anticipa i balsami dell’amore coi suoi baci e le sue lacrime sparse sui piedi del suo Maestro.
Gesù deve fuggire in Samaria.
Giuseppe fa chiamare il Messia.
70Li raggiunge Lazzaro: «Maestro, c’è un fanciullino che ti vuole. Era andato nella casa di Simone a cercarti e ha trovato là soltanto Giovanni, che lo ha condotto qui. Ma non vuole parlare altro che con Te».
«Va bene. Accompagnamelo. Io andrò sotto la pergola dei gelsomini».
71Maria rientra in casa con Lazzaro. Gesù va sotto la pergola. Torna Lazzaro avente per mano quel bambino che ho visto in casa di Giuseppe di Sefori. Gesù lo riconosce subito e lo saluta: «Tu, Marziale? La pace sia con te. Come qui?».
72«Mi mandano a dirti una cosa…», e guarda Lazzaro che capisce e fa per andar via.
«Resta, Lazzaro. Questo è Lazzaro, amico mio. Puoi parlare davanti a lui, fanciullo, perché Io non ho altro amico più fedele di lui».
73Il fanciullo si rassicura. Dice: «Mi manda Giuseppe l’Anziano, perché ora io sto con lui, a dirti di andare subito, subito a Betfage presso la casa di Cleante. Ti deve parlare subito. Ma proprio subito. E ha detto di venire da solo. Perché ti deve parlare con gran segreto».
73«Maestro! Che avviene?», chiede Lazzaro impressionato.
«Non so, Lazzaro. Non ci resta che andare. Vieni con Me».
«Subito, Signore. Possiamo andare col fanciullo».
74«No, signore. Io vado via da solo. Giuseppe me lo ha raccomandato. Ha detto: “Se sai fare da solo e bene, ti amerò come un padre”, e io voglio essere amato come figlio da Giuseppe. Io vado via subito, e corro. Tu vieni dopo. Salve, Signore. Salve, uomo».
75«La pace a te, Marziale».
Il bimbo frulla via come una rondine.
76«Andiamo, Lazzaro. Portami il mantello. Io vado avanti perché, come vedi, il fanciullino non riesce ad aprire il cancello e certo non vuol chiamare nessuno».
Verso Betfage.
77Gesù va svelto al cancello, Lazzaro svelto in casa. Il primo apre le ferree chiusure al fanciullino, che va via veloce. Il secondo porta il mantello a Gesù e, al fianco di Gesù, cammina sulla via verso Betfage.
78«Che mai vorrà Giuseppe? Per mandare con tanto segreto un fanciullo…».
«Un fanciullo sfugge a chi può sorvegliare», risponde Gesù.
«Tu credi che… sospetti che… Ti senti in pericolo, Signore?».
«Ne sono certo, amico».
79«Come? Anche ora? Ma prova più grande non potevi averla data! …».
«L’odio cresce sotto il pungolo delle realtà».
«Oh! Per mia causa, allora! Io ti ho nuociuto!… La mia pena è senza pari!», dice Lazzaro veramente addolorato.
80«Non per causa tua. Non darti pene senza motivo. Tu sei stato il mezzo, ma la causa è stata la necessità, comprendi, la necessità di dare al mondo la prova della mia natura divina. Se non eri tu, un altro sarebbe stato, perché Io dovevo provare al mondo che, da Dio quale sono, posso tutto ciò che voglio. E rendere in vita uno morto da giorni e già corrotto non può essere opera che di Dio».
81«Ah! Tu mi vuoi consolare. Ma per me la gioia, tutta la mia gioia è dileguata… Io soffro, Signore».
Gesù fa un gesto come dire: «Mah!», e tacciono poi entrambi.
Vanno lesti. La distanza è breve fra Betania e Betfage, e presto vi giungono.
Il Messia messo al bando dal sinedrio.
82Giuseppe passeggia avanti e indietro per la via all’inizio del paese. Ha le spalle voltate quando Gesù e Lazzaro sbucano da un viottolo nascosto da una siepe. Lazzaro lo chiama.
«Oh! La pace a voi. Vieni, Maestro. Ti ho atteso qui per vederti subito, ma andiamo nell’uliveto. Non voglio che ci vedano…».
Li conduce dietro le case in un folto d’ulivi, che con le loro fronde folte e scapigliate che velano le pendici è un comodo rifugio per parlare senza essere notati.
83«Maestro. Ho mandato il fanciullo, che è sveglio e ubbidiente e mi ama molto, perché dovevo parlarti e non dovevo essere visto. Ho fatto il Cedron per venire qui…
84Maestro, Tu devi andartene, subito, di qui. Il Sinedrio ha decretato la tua cattura e domani nelle sinagoghe sarà letto il bando. Chiunque sa dove Tu sei, ha il dovere di denunciarlo.
85Non occorre che ti dica, o Lazzaro, che la tua casa sarà la prima ad essere sorvegliata. Io sono uscito a sesta dal Tempio e ho subito fatto; perché, mentre essi parlavano, avevo già fatto il mio piano. Sono andato a casa, ho preso il fanciullo. Sono uscito a cavallo dalla porta di Erode come per lasciare la città. Poi ho traversato il Cedron e l’ho seguito. Ho lasciato l’asino al Getsemani, ho mandato di corsa il fanciullo, che già sapeva la via per essere venuto con me a Betania. Va’ via subito, Maestro. In luogo sicuro. Sai dove andare? Hai dove andare?».
86«Ma non basta che si allontani di qui? Dalla Giudea al massimo?».
«Non basta, Lazzaro. Essi sono furenti. Bisogna che vada dove essi non vanno…».
87«Ma vanno da per tutto, loro! Non vorrai già che il Maestro lasci la Palestina! …», dice Lazzaro agitato.
«Mah! Che ti devo dire?! Il Sinedrio lo vuole…».
88«Per causa mia, non è vero? Dillo!
«Uhm! Sssì! Per causa tua… ossia per causa che tutti si convertono a Lui, e loro… non vogliono questo».
89«Ma è un delitto! É un sacrilegio… É… Gesù, pallido ma calmo, alza la mano imponendo silenzio e dice: «Taci, Lazzaro. Ognuno fa il suo lavoro. Tutto è scritto. Io ti ringrazio, Giuseppe, e ti assicuro che me ne vado. Va’, va’, Giuseppe. Che non notino la tua assenza… Dio ti benedica. Da Lazzaro ti farò sapere dove sono. Va’. Benedico te, Nicodemo e tutti i giusti di cuore».
Lo bacia e si separano, tornando Gesù con Lazzaro, per l’uliveto, verso Betania, mentre Giuseppe va verso la città.
Il piano dell’amico Lazzaro.
90«Che farai, Maestro?», chiede angosciato Lazzaro.
91«Non so. A giorni vengono le discepole con mia Madre. Avrei voluto attenderle…»
«Per questo… io le accoglierei in tuo nome e te le potrei condurre. Ma Tu intanto dove vai? In casa di Salomon non mi pare… E neppure in case di discepoli noti. Domani!… Devi andare via subito!».
92«Io avrei il posto. Ma vorrei attendere mia Madre. La sua angoscia avrebbe inizio troppo presto se non mi trovasse…».
93«Dove andresti, Maestro?».
«A Efraim».
«In Samaria?».
«In Samaria. I samaritani sono meno samaritani di molti altri e mi amano. Efraim è di confine…».
94«Oh! e per fare dispetto ai giudei ti faranno onore e difesa. Ma… attendi! Tua Madre non può che venire per la via di Samaria o per quella del Giordano. Andrò io coi servi da una e Massimino con altri servi dall’altra, e l’uno o l’altro la troverà. Non torneremo che con loro. Tu sai che nessuno della casa di Lazzaro può tradire. Tu andrai intanto a Efraim. Subito. Ah! era destino che non potessi godere di Te! Ma verrò. Per i monti di Adomin. Sono sano ora. Posso fare ciò che voglio. Anzi! Sì. Farò credere che per la via di Samaria vado a Tolemaide per prendere naviglio per Antiochia. Tutti sanno che là ho terre… Le sorelle resteranno a Betania… Tu… Sì. Ora farò preparare due carri e andrete a Gerico con essi. Poi, all’alba di domani, riprenderete a piedi il cammino. Oh! Maestro! Mio Maestro! Salvati! Salvati!». Dopo l’eccitazione del primo momento, Lazzaro cade in tristezza e piange.
Partenza affrettata.
95Gesù sospira, ma non dice nulla. Che deve dire?… Eccoli alla casa di Simone. Si separano. Gesù entra nella casa. Gli apostoli, già stupiti che il Maestro sia andato senza dir nulla, si stringono a Lui che dice: «Prendete le vesti. Fate le sacche. Dobbiamo subito partire di qui. Fate presto. E raggiungetemi in casa di Lazzaro».
96«Anche le vesti bagnate? Non possiamo riprenderle tornando?», chiede Tommaso.
«Non torneremo. Prendete tutto».
97Gli apostoli se ne vanno parlandosi con gli sguardi. Gesù va a prendere le sue cose nella casa di Lazzaro e saluta le sorelle costernate…
98I carri sono presto pronti. Carri pesanti, coperti, tirati da robusti cavalli. Gesù si accomiata da Lazzaro, da Massimino, dai servi che sono accorsi.
99Montano sui carri che attendono ad una uscita posteriore. I conducenti frustano le bestie, e il viaggio ha inizio per la stessa via per la quale Gesù è venuto a risuscitare Lazzaro solo pochi giorni avanti.
Viaggio di esperienza per la Maddalena[126].
4Giuda d’Alfeo si ferma per attendere le donne e, sopraggiunte che siano -esse erano col ragazzo, indietro una trentina di passi- dice a Elisa: «Avete dato molto a Sichem dopo che partimmo!».
«Perché?».
«Perché Giuda non ha più un picciolo. I tuoi sandali, o Beniamino, non verranno. È destino così. A Tersa non si poté entrare e, anche avessimo potuto, il non aver denaro avrebbe impedito ogni acquisto… Dovrai entrare a Gerusalemme così…».
«Prima c’è Betania», dice Marta con un sorriso.
«E prima c’è Gerico e la mia casa», dice Niche pure sorridendo.
«E prima di tutto ci sono io. Io ho promesso e io farò. Viaggio di esperienze questo! Ho provato cosa è non avere un didramma. E ora proverò cosa è dover vendere un oggetto per bisogno», dice Maria di Magdala.
«E che vuoi vendere, Maria, se non porti più gioielli?», chiede Marta alla sorella.
«Le mie grosse forcine d’argento. Sono tante. Ma per tenere a posto questo inutile peso possono bastare quelle di ferro. Le venderò. Gerico è piena di gente che compra queste cose. E oggi è giorno di mercato, e così domani e sempre per queste ricorrenze».
«Ma sorella!».
«Che? Ti scandalizzi pensando che mi si possa credere povera tanto da dover vendere le forcine d’argento? Oh! vorrei averti dato sempre di questi scandali! Peggio era quando, senza bisogno, vendevo me stessa al vizio altrui e mio».
«Ma taci! C’è il ragazzo, che non sa!».
«Non sa ancora. Forse non sa ancora che io ero la peccatrice. Domani lo saprebbe da chi mi odia perché non sono più tale, e certo con particolari quali il mio peccato non ebbe pur essendo tanto grande. Meglio dunque che lo sappia da me e veda quanto può il Signore che lo ha accolto: fare di una peccatrice una pentita, di un morto un risorto, di me morta nello spirito, di Lazzaro morto nel corpo, due viventi. Perché questo ha fatto a noi il Rabbi, o Beniamino. Ricordalo sempre e amalo con tutto il tuo cuore, perché Egli è veramente il Figlio di Dio».
Le discepole al lavoro.
5Un intoppo lungo la via ha fermato Gesù e gli apostoli, e le donne li raggiungono. Gesù dice: «Andate avanti voi, verso Gerico, ed anche entrateci, se volete. Io vado a Doco con questi. Al tramonto sarò con voi».
«Oh! perché ci allontani? Non siamo stanche», protestano tutte.
«Perché vorrei che voi intanto, almeno alcune, avvisaste i discepoli che Io sarò da Niche domani».
«Se è così, Signore, noi andiamo. Vieni Elisa, e tu Giovanna, e tu Susanna e Marta. Prepareremo ogni cosa», dice Niche.
«E io e il ragazzo. Faremo i nostri acquisti. Benedicici, Maestro. E vieni presto. Tu, Madre, resti?», dice Maria di Magdala.
«Sì. Col Figlio mio».
Si separano. Con Gesù restano soltanto le tre Marie: la Madre, sua cognata Maria Cleofe e Maria Salome. E Gesù lascia la via di Gerico per una via secondaria che va a Doco.
53. Vigilia del sabato avanti l’entrata in Gerusalemme. Commiato alle discepole. L’infelice nipote di Nahum[127].
Professione di fede delle discepole.
Sorelle in un’unica fede in Cristo.
1La bella sala -una di quelle adibite ai banchetti, bianca nelle pareti e nei soffitti, bianca nelle tende pesanti, nelle tappezzerie che coprono i sedili, nelle lastre di mica o alabastro che fungono da vetri alle finestre e da lumiere- è piena del cicaleccio delle donne. Una quindicina di donne che parlano fra loro non è cosa da poco. Ma appena Gesù appare sulla soglia, spostando la tenda pesante, si fa un silenzio assoluto, mentre tutte si alzano e si inchinano col massimo rispetto.
2«La pace a voi tutte», dice Gesù con un dolce sorriso… Della appena cessata bufera di dolore nessuna traccia è sul suo volto, che è sereno, luminoso, pacifico come nulla di penoso fosse accaduto o stesse per accadere con piena conoscenza da parte di Lui.
3«La pace a Te, Maestro. Siamo venute. Tu hai mandato a dire: “con quante donne sono con Giovanna”, e io ti ho ubbidito. Era da me Elisa. Con me la tengo in questi giorni. E da me era costei che si dice tua seguace. Era venuta a cercare di Te, perché non si ignora che io sono la tua felice discepola. E anche Valeria è con me, nella mia casa da quando sono nel mio palazzo. Con Valeria era Plautina, venuta a visitarla. Con loro era questa. Valeria ti dirà di lei. Più tardi è venuta Annalia, avvisata del tuo desiderio, e questa giovinetta, sua parente, credo. Ci combinammo per venire, né trascurammo Niche. É così bello sentirsi sorelle in un’unica fede in Te… Sperare che anche quelle che ancora sono ad un amor naturale per il Maestro salgano più oltre, come ha fatto Valeria», dice Giovanna sogguardando Plautina che… è rimasta all’amor naturale…
4«I diamanti si formano con lentezza, Giovanna. Occorrono secoli di fuoco sepolto… Non occorre aver fretta, mai… E non sconfortarsi mai, Giovanna…».
«E quando un diamante torna… cenere?».
«Segno è che ancor non era diamante perfetto. Ci vuole ancora pazienza e fuoco. Ricominciare da capo, sperando nel Signore. Ciò che sembra un fallimento la prima volta, sovente si muta in trionfo la seconda[128]».
La donna forte.
5«O la terza, o la quarta e anche più. Io sono stata un fallimento molte volte, ma infine Tu hai trionfato, Rabboni!», dice Maria di Magdala con la sua voce d’organo dal fondo della sala.
«Maria è contenta ogni volta che può avvilirsi ricordando il passato…», sospira Marta che lo vorrebbe cancellato dal ricordo di ogni cuore.
«In verità, sorella, che è così! Sono contenta di ricordare il passato. Ma non per avvilirmi come tu dici. Per salire ancora, spinta dal ricordo del male commesso e dalla riconoscenza per Colui che mi ha salvata. E anche perché chi tituba per sé stesso, o per qualche essere a lui caro, possa rincuorarsi e giungere a quella fede che il mio Maestro dice che sarebbe atta a far muovere le montagne».
«E tu la possiedi. Te beata! Tu non conosci il timore…», sospira Giovanna, così mite e timida, e pare ancor più tale se la si confronta alla Maddalena.
«Non lo conosco. Non è mai stato nella mia natura umana. Ora, da quando sono del mio Salvatore, non lo conosco più neppure nella mia natura spirituale. Tutto ha servito per aumentare la mia fede. Può forse una, che è risorta come io e che vide risorgere il fratello suo, dubitare più di nulla? No. Nessuna cosa mi farà più dubitare».
La donna credente.
6«Sinché Dio è con te, ossia teco è il Rabbi… Ma Egli dice che presto ci lascerà. Che sarà allora la nostra fede? Ossia la vostra fede, perché io ancora non sono penetrata al di là dei confini umani…», dice Plautina.
«La sua presenza materiale o la sua materiale assenza non lederà la mia fede. Non temerò. Non è superbia la mia. É conoscenza di me. Se le minacce del Sinedrio si dovessero avverare… ecco, io non temerò…».
«Ma che non temerai? Che il Giusto sia giusto? Questo temere anche io non lo avrò. Lo crediamo di molti saggi dei quali gustiamo la sapienza, direi dei quali ci nutriamo con la vita del loro pensiero, dopo che da secoli sono scomparsi. Ma se tu…», insiste Plautina.
«Io non temerò neppur per la sua morte. La Vita non può morire. É risorto Lazzaro che era un misero uomo…».
«Non per sé è risorto. Ma perché il Maestro gli ha evocato lo spirito dall’oltre tomba. Opera che solo il Maestro può fare. Ma chi evocherà lo spirito del Maestro, se il Maestro sarà ucciso?».
«Chi? Egli. Ossia Dio. Dio da Sé stesso si è fatto, Dio da Sé stesso si può risuscitare».
«Dio… sì… nella vostra fede Dio da Sé si è fatto. É già arduo ammetterlo per noi, che sappiamo gli dèi venire l’un dall’altro, per divini amori».
«Per sconci, irreali amori, devi dire», la interrompe irruenta Maria di Magdala.
«Come vuoi…», concilia Plautina e sta per finire la frase, ma Maria di Magdala ancora la precede e dice: «”Ma l’Uomo”, vuoi dire, “non può da sé risuscitarsi”. Ma Egli, come da Sé si è fatto Uomo, perché nulla è impossibile al Santo dei santi, così Egli da Sé darà a Sé comando di risorgere. Tu non puoi capire. Tu non conosci le figure della nostra storia d’Israele. Egli e i suoi prodigi sono in quelle[129]. E ogni cosa si compirà così come è detto. Io credo in anticipo, Signore.
Professione di fede.
7Tutto credo. Che Tu sei il Figlio di Dio e il Figlio della Vergine, che Tu sei l’Agnello di salute, che Tu sei il Messia santissimo, che Tu il Liberatore e Re universale, che il tuo Regno non avrà fine e confine, e infine che la morte non prevarrà su Te, perché la vita e la morte Dio le ha create e gli sono soggette come tutte le cose.
Io credo. E se grande sarà il dolore di vedere Te sconosciuto e vilipeso, più grande sarà la mia fede nel tuo Essere eterno.
Io credo. In tutto quanto è detto di Te, credo. In tutto quanto Tu dici, credo. Ho saputo credere anche per Lazzaro, unica che sapessi ubbidire e credere, unica che sapessi reagire a quegli uomini e a quelle cose che mi volevano persuadere a non credere. Solo al limite, presso la fine della prova, ho avuto uno smarrimento… Ma essa durava da tanto… e non pensavo più che neppur Tu, Maestro benedetto, potessi accostarti al golal dopo tanti giorni dalla morte… Ora… non dubiterei più neppure se, in luogo di giorni, un sepolcro dovesse essere riaperto per restituire la sua preda dopo mesi che essa è nel suo ventre. Oh! mio Signore! Io so chi Tu sei! Il fango ha conosciuto la Stella!».
Maria gli si è accosciata ai piedi, sul suolo marmoreo, non più veemente, ma mite, adorante nell’espressione del volto alzato verso Gesù.
«Chi sono?».
«Colui che è. Questo sei. L’altra cosa, la persona umana, è la veste, la necessaria veste messa sul tuo splendore e sulla tua santità, perché Essa potesse venire fra noi e salvarci. Ma Tu sei Dio, il mio Dio». E si getta giù, a baciare i piedi di Cristo, e sembra non possa staccare le labbra dalle dita sporgenti dalla lunga veste di lino.
«Alzati, Maria. Tieni sempre forte a questa tua fede. E alzala come una stella nelle ore della burrasca, perché i cuori vi si affissino e sappiano sperare, quello almeno…».
Lezione alle discepole.
Fior di Israele e del nuovo regno.
8Poi si volge a tutte e dice: «Vi ho chiamate perché nei giorni futuri poco potremo vederci e con pace. Il mondo ci sarà intorno. E i segreti dei cuori hanno un pudore più grande di quello dei corpi. Non sono il Maestro, oggi. Sono l’Amico. Non tutte fra voi avete speranze o timori da dirmi. Ma a tutte piaceva vedermi con pace ancora una volta.
9Ed Io vi ho chiamate, voi, fior di Israele e del nuovo Regno, e voi, fior dei gentili che lasciano il luogo delle ombre per entrare nella Vita. Tenete questo nel cuore, per i giorni futuri: che il vostro onore al perseguitato Re d’Israele, all’Innocente accusato, al Maestro non ascoltato, tempera il mio dolore.
Le une soccorrano le altre.
10Io vi chiedo di stare molto unite, voi di Israele, voi che siete venute in Israele, voi che venite verso Israele. Le une soccorrano le altre. Le più forti di spirito soccorrano le più deboli. Le più sapienti quelle che poco sanno o non sanno affatto e solo hanno desiderio di saggezze nuove, di modo che il loro desiderio umano, per la cura delle sorelle più progredite, evolva in desiderio soprannaturale di Verità.
Siate pietose le une alle altre.
11Siate pietose le une alle altre. Quelle che secoli di legge divina hanno formate in giustizia compatiscano a quelle che il gentilesimo fa… diverse. Non si muta l’abito morale dall’oggi al domani altro che in casi eccezionali, nei quali interviene una potenza divina ad operare il mutamento per secondare una volontà molto buona. Non fatevi stupore se in quelle che vengono da altre religioni vedete arresti nel progredire e talora anche ritorni sulle vecchie vie. Abbiate presente lo stesso Israele nel suo comportamento verso di Me, e non pretendete dalle gentili la arrendevolezza e la virtù che Israele non ha saputo, non ha voluto avere verso il Maestro.
Sentitevi sorelle le une alle altre.
12Sentitevi sorelle le une alle altre. Sorelle che il destino ha riunite intorno a Me, in questo ultimo tempo della mia vita mortale… Non piangete! E che vi ha riunite prendendovi da luoghi diversi. Perciò con idiomi e costumi diversi, che rendono un poco difficile il comprendersi umanamente. Ma, in verità, l’amore ha un unico linguaggio, ed è questo: fare ciò che l’amato insegna e farlo per dargli onore e gioia. Ecco che in questo potete comprendervi tutte, e quelle che più capiscono aiutino le altre a capire.
La vera Patria è il Cielo.
13Poi… in futuro, in un futuro più o meno lontano, in circostanze diverse, tornerete a dividervi per le regioni della Terra, parte tornando alle regioni natie e parte andando in un esilio che non peserà, perché quelle che lo subiranno saranno già giunte a quella perfezione di verità, che farà loro comprendere che non è l’esser condotte qui o là che costituisce esilio dalla Patria vera. Perché la vera Patria è il Cielo.
14Perché chi è nella verità è in Dio e ha Dio in sé. É dunque già nel Regno di Dio, e il Regno di Dio non conosce frontiere, né esce da quel Regno chi da Gerusalemme verrà, per un esempio, portato in Iberia, o in Pannonia, o in Gallia, o in Illiria. Sempre sarete nel Regno se resterete sempre in Gesù, o se in Gesù verrete.
La missione cristiana.
15Io sono venuto a radunare tutte le pecore. Quelle del gregge paterno, quelle di altri, e anche quelle senza pastore, selvatiche, selvagge più ancor di selvatiche, sprofondate in tenebre così oscure da non permettere loro di vedere neppure un iota, non di legge divina ma anche di legge morale.
16Genti sconosciute che attendono di divenire note all’ora che Dio destina per questo e che poi entreranno a far parte del gregge di Cristo. Quando? Oh! anni o secoli sono pari rispetto all’Eterno[130]! Ma voi sarete le anticipatrici di quelle che andranno, coi Pastori futuri, a raccogliere nell’amore cristiano pecore e agnelli selvaggi per condurli nei pascoli divini. E vostro primo campo di prova siano questi luoghi.
Allegoria del rondinino.
17Il rondinino che leva l’ala per il volo non si getta subito alla grande avventura. Tenta il primo volo dalla gronda alla vite che ombreggia la terrazza. Poi torna al nido e nuovamente si lancia alla terrazza oltre la sua, e ritorna. E poi di nuovo più lontano… sinché sente farsi forte il nervo dell’ala e sicuro il suo orientamento, e allora giuoca coi venti e gli spazi e va e viene garrendo, inseguendo gli insetti, sfiorando le acque, risalendo verso il sole, sinché all’epoca giusta apre sicuro le ali al lungo volo per le zone più calde e ricche di nuovo cibo, né teme di valicare i mari, esso tanto piccolo, un punto di acciaio brunito sperso fra le due immensità azzurre del mare e del cielo, un punto che va, senza paura, mentre prima temeva il breve voletto dalla gronda al tralcio fronzuto, un corpo nervoso, perfetto, che fende l’aria come una freccia e non si sa se sia l’aria che lo trasporta con amore, questo piccolo re dell’aria, o se sia esso, il piccolo re dell’aria, che con amore solchi i suoi domini.
Dio aiuta le buone volontà.
18Chi pensa, vedendo il suo volo sicuro che sfrutta venti e densità d’atmosfera per andar più veloce, al suo primo, goffo, starnazzante volo, pieno di paura?
19Così sarà di voi. Così di voi sia. Di voi e di tutte le anime che vi imiteranno. Non si diviene capaci d’improvviso. Non sconforti per le prime sconfitte. Non superbie per le prime vittorie. Le prime sconfitte servono a far meglio un’altra volta. Le prime vittorie servono ad esser sprone a far ancor meglio in futuro e a persuadersi che Dio aiuta le buone volontà.
Siate sempre soggette ai Pastori
20Siate sempre soggette ai Pastori in quel che è ubbidienza ai loro consigli e ordini. Siate sempre a loro sorelle in quello che è aiuto nella missione e sostegno alle loro fatiche. Dite questo anche a quelle che oggi non sono qui presenti. Ditelo a quelle che verranno in futuro.
Siate come figlie per mia Madre.
21E ora e sempre siate come figlie per mia Madre. Ella vi guiderà in ogni cosa. Può guidare le fanciulle come le vedove, le mogli come le madri, avendo Ella conosciuto tutte le conseguenze di tutti gli stati per esperienza propria, oltre che per sapienza soprannaturale. Amatevi e amatemi in Maria. Non fallirete mai, perché Ella è l’Albero della Vita[131], la vivente Arca di Dio[132], la Forma di Dio[133] in cui la Sapienza si fece una Sede e la Grazia si fece Carne.
54. Il sabato avanti l’entrata in Gerusalemme. La
cena di Betania.
Giuda di Keriot ha deciso[134].
Pranzo di nozze allo stile galileo.
I commensali.
1La cena è stata preparata nella sala tutta bianca dove Gesù parlò alle discepole. Ed è tutto uno splendore di bianco e di argento, nel quale mettono una sfumatura meno nivea e fredda dei fasci di rami di melo o di pero, o altra pianta da frutto, candidi come la neve, ma con un così lieve ricordo di rosa che fa pensare a neve sfiorata da un bacio di lontana aurora. Si ergono, da vasi panciuti o da esili anfore d’argento, sulle mense e sugli scrigni e le credenze che sono lungo le pareti della sala. I fiori spargono per la sala il caratteristico odore dei fiori di pianta da frutto, di fresco, di amarognolo, di primavera pura…
2Lazzaro entra nella sala al fianco di Gesù. Dietro, due a due, o a gruppi più folti, gli apostoli. Ultime, le due sorelle di Lazzaro con Massimino.
3Non vedo le discepole. Neppure Maria vedo. Forse hanno preferito rimanere nella casa di Simone intorno alla Madre afflitta.
4Il giorno volge al crepuscolo. Ma un superstite ricordo di sole colpisce ancora la chioma frusciante di alcune palme, riunite in gruppo a pochi metri dalla sala, e la vetta di un lauro gigantesco in cui rissano i passeri prima di porsi a riposo. Oltre le palme e il lauro, oltre le siepi di rose, di gelsomini, e le aiuole di mughetti, di altri fiori e pianticine odorifere, la macchia candida, spruzzata del verde tenero delle prime foglie, di un gruppo di meli o di peri tardivi nel frutteto. Sembra una nuvola rimasta impigliata fra i rami.
Omaggio al Re di tutte le cose.
5Gesù, nel passare vicino ad un’anfora piena di rami, osserva: «Avevano già i primi frutticini. Guarda! Sulla cima fiori, mentre più in basso è già caduto il fiore e gonfia l’ovario».
6«ÉMaria che li ha voluti cogliere. Ne ha portato fasci anche a tua Madre. Si è alzata all’alba, io credo, per paura che un giorno di più di sole consumasse queste fragili corolle. Io ho saputo da poco di questa strage. Ma non ne ho avuto lo sdegno che ne ebbero i servi agricoltori. Ho pensato, anzi, che era giusto offrirti tutte le bellezze del creato, a Te, Re di tutte le cose».
Le ancelle del Signore
7Gesù si siede sorridendo al suo posto e guarda Maria, che insieme alla sorella si appresta a servire come fosse un’ancella, porgendo le coppe della purificazione e gli asciugatoi, e poi versando il vino nei calici e posando i vassoi di vivande sulla tavola man mano che i servi li portano dalle cucine o li porgono, dopo averli scalcati sulle credenze.
8Naturalmente, se le sorelle servono con cortesia tutti i commensali, la loro premura è specialmente concentrata sui due commensali che sono a loro dilettissimi: Gesù e Lazzaro.
9Ad un certo punto Pietro, che mangia di gusto, osserva: «Guarda! Mi accorgo ora! Tutti piatti come si usa in Galilea. Mi sembra… Ma sì! Mi sembra di essere ad un pranzo di nozze. Però qui non manca il vino come mancò a Cana».
10Maria sorride mescendo all’apostolo un nuovo calice di vino ambrato e limpidissimo. Ma non parla.
11É ancora Lazzaro che spiega: «Questo fu infatti il pensiero delle sorelle, e specie di Maria: dare una cena in cui il Maestro avesse l’impressione di essere nella sua Galilea, certo migliore, molto migliore, sebbene essa pure imperfetta, di ciò che non siano questi luoghi…».
12«Ma per fargli pensare questo ci sarebbe voluta Maria a questa tavola. A Cana c’era. Per Lei avvenne il miracolo», osserva Giacomo d’Alfeo.
«Doveva essere un gran vino quello!».
13«Vino è simbolo di allegria e dovrebbe esserlo anche di fecondità, essendo il vino succo della feconda vite. Ma non mi sembra che abbia fecondato molto. Susanna non ha un figlio», dice l’Iscariota.
La verginità infonde purezza.
14«Oh! se era un vino! Ci ha fecondati nello spirito…», dice Giovanni sognante un poco, come è sempre quando contempla nel suo interno i miracoli operati da Dio. E termina: «Per una vergine è stato fatto… e influsso di purezza scese in chi lo gustò».
15«Ma credi Susanna vergine?», chiede ridendo l’Iscariota.
16«Non ho detto questo. Vergine è la Madre del Signore. Verginità si emana da tutto ciò che per Lei si è compiuto. Sempre io penso come sono verginizzanti tutte le cose che per Maria si fanno…», e sogna di nuovo, sorridendo a chissà che visione.
17«Beato quel ragazzo! Io credo che non ricorda più neppure il mondo, ora. Osservatelo», dice Pietro indicando Giovanni che, sdraiato sul suo lettuccio, smuove sopra pensiero dei pezzetti di pane dimenticandosi di mangiare.
18Anche Gesù si curva un poco per guardare Giovanni, che è a un angolo del lato della tavola messa a U, e perciò un poco dietro alle spalle del Signore, che è al centro del lato centrale, avendo suo cugino Giacomo a sinistra e Lazzaro a destra, e dopo Lazzaro è lo Zelote e Massimino, come dopo Giacomo è l’altro Giacomo e Pietro. Giovanni, invece, è fra Andrea e Bartolomeo, poi è Tommaso, avendo di fronte Giuda, Filippo e Matteo e il Taddeo, che è proprio all’angolo dove la tavola lunga, centrale, incomincia.
Vassoio colmi di frutti esotici.
19Maria di Lazzaro esce dalla sala, mentre Marta mette sulla tavola dei vassoi colmi di fiori di fichi novelli, di verdi steli di finocchio e mandorle fresche sgusciate, fragoloni o lamponi, che so io, che sembrano ancor più rossi in mezzo agli smeraldi pallidi dei finocchi e dei fiori e al latteo delle mandorle, dei piccoli poponi o altro frutto del genere… mi sembrano quei poponi verdi della bassa Italia, e aranci dorati.
20«Già di questi frutti? Non ne ho visti in nessun luogo di maturi», dice sgranando gli occhi Pietro, accennando le fragole e i poponi.
21«Sono venuti in parte dalle sponde oltre Gaza, dove ho un orto di questi prodotti, e parte dalle terrazze solari che ho sopra la casa, i vivai delle pianticine più delicate che occorre proteggere dal gelo. Me ne insegnò l’uso un amico romano… Non mi insegnò che questo di buono…». Lazzaro si incupisce. Marta sospira… Ma Lazzaro torna subito il perfetto ospite che non dà tristezze ai suoi invitati: «Molto si usa, nelle ville di Baia e Siracusa e lungo l’arco di Sibari, coltivare di queste delizie con questo metodo per averle precocemente. Mangiate: gli ultimi frutti negli aranci libici, i primi nei poponi d’Egitto cresciuti nei solari e in queste frutta latine, e le mandorle bianche della nostra patria, le fave tenere, i digestivi steli che sanno d’anaci… Marta, hai pensato al bambino?».
22«A tutti ho pensato. Maria si è commossa ricordando l’Egitto…».
A ogni tempo il suo affanno.
23«Ne avevamo qualche pianta nel povero orto. Nei grandi caldi era una festa immergere i poponi nel pozzo del vicino, che era fondo e freddo, e mangiarne la sera… Ricordo… E avevo una capretta golosa che bisognava guardare, perché era ghiotta delle piante e delle frutta tenerelle…». Gesù, che parlava a capo un po’ chino, alza la testa e guarda le palme stormenti nel vento della sera che cala: «Quando vedo quelle palme… Sempre che vedo le palme, vedo l’Egitto, la sua terra gialla e sabbiosa che il vento smuoveva così facilmente, e lontano tremolavano nell’aria rarefatta le piramidi… e i fusti alti dei palmizi… e la casa dove… Ma è inutile dire. A ogni tempo il suo affanno… E con il suo affanno la sua gioia… Lazzaro, mi daresti qualcuno di questi frutti? Li vorrei portare a Maria e Mattia. Non credo che Giovanna ne abbia».
24«Non ne ha. Lo diceva ieri proponendosi di metterne a Bétèr, facendo costruire i solari. Ma non te li do ora. Ho colto quanti ne avevo e per qualche giorno mancano dei frutti maturi.
25Te li manderò, oppure mandali a prendere entro giovedì. Ne prepareremo un grazioso canestro per quei fanciulli. Non è vero, Marta?».
26«Sì, fratello mio. E vi metteremo i piccoli gigli delle convallarie, che a Giovanna piacciono tanto».
Unzione doverosa e buona verso il Messia.
Unzione d’amore
27Rientra Maria Maddalena. Ha nelle mani un’anfora dall’esile collo, terminante in un beccuccio, aggraziato come gola di uccello. L’alabastro è di un prezioso colore giallo rosato, come certe carni di bionde. Gli apostoli la guardano, forse credendo che porti qualche ghiottoneria rara.
28Ma Maria non va al centro, fra l’U della tavola, dove è la sorella. Passa dietro i sedili-lettucci, va a collocarsi fra quello di Gesù e Lazzaro e quello dove sono i due Giacomi. Stura il vaso d’alabastro e pone la mano sotto il beccuccio, raccogliendo alcune gocce di un liquido filante che geme lentamente dall’anfora aperta. Un acuto odore di tuberose e altre essenze, un profumo intenso e buonissimo, si sparge per la sala. Ma Maria non è contenta di quel poco che viene. Si china e infrange con un colpo sicuro il collo dell’anfora contro lo spigolo del lettuccio di Gesù. Il collo esile cade a terra spargendo sui marmi del pavimento gocce profumate. Ora l’anfora ha un’ampia bocca e l’esuberanza dell’unguento ne trabocca in righe pesanti.
29Maria si pone alle spalle di Gesù e sparge l’olio spesso sul capo del suo Gesù, ne cosparge tutte le ciocche, le stende e poi le ravvia col pettine che si leva dai capelli, le ricompone in ordine sul capo adorato. La testa biondo-rossa di Gesù splende come un oro cupo, lucidissimo dopo quest’unzione. La luce del lampadario, che i servi hanno acceso, si riflette sul capo biondo di Cristo come su un casco di un bronzo ramato bellissimo. Il profumo è inebriante. Penetra nelle nari, sale al capo, quasi è stuzzicante come una polvere starnutatoria tanto è acuto, sparso così senza misura.
30Lazzaro, col capo girato all’indietro, sorride vedendo con qual cura Maria unge e ravvia le ciocche di Gesù perché il suo capo appaia ordinato dopo l’odorosa frizione, mentre non si cura che le sue trecce, non più sorrette dal largo pettine che aiuta le forcine nel loro compito, stanno abbassandosi sempre più sul collo, prossime ad allentarsi del tutto giù per le spalle.
31Anche Marta guarda e sorride. Gli altri parlano fra loro a bassa voce e con diverse espressioni sul viso.
32Ma Maria non è sazia ancora. Vi è ancora molto unguento nel vaso spezzato, e i capelli di Gesù, per quanto siano folti, ne sono già saturi. Allora Maria ripete il gesto d’amore di una sera lontana. Si inginocchia ai piedi del lettuccio, scioglie le fibbie dei sandali di Gesù e scalza i piedi di Lui e, tuffando le lunghe dita della bellissima mano nel vaso, ne trae quanto più unguento può, e lo stende, lo sparge sui piedi nudi, dito per dito, poi la pianta e il calcagno e su, al malleolo, che scopre gettando indietro la veste di lino, per ultimo sul dorso dei piedi, indugia là sui metatarsi dove entreranno i chiodi tremendi, insiste sinché non trova più balsamo nel cavo del vasello, e allora lo infrange al suolo e, libere le mani, si spunta le grosse forcine, si scioglie svelta le trecce pesanti e asporta, con quella matassa d’oro, viva, morbida, fluente, quanto supera dell’unzione dai piedi, stillanti balsamo, di Gesù.
Belato lamentoso della pecora nera.
33Giuda -fin qui aveva taciuto, osservando con sguardo impuro di lussuria e di invidia la bellissima donna e il Maestro che ella ungeva sul capo e sui piedi- alza la voce, unica voce di aperto rimprovero; gli altri, non tutti ma alcuni, avevano avuto qualche mormorio o gesto di disapprovazione stupita ma anche pacata. Ma Giuda, che si è alzato anche in piedi per vedere meglio l’unzione sparsa sui piedi di Cristo, dice con mal garbo: «Quale inutile e pagano sciupio! Perché farlo? E poi non si vuole che i Capi del Sinedrio mormorino di peccato! Codesti sono atti di cortigiana lasciva e non si addicono alla nuova vita che tu conduci, o donna. Troppo ricordano il tuo passato!».
34L’insulto è tale che tutti restano sbalorditi. É tale che tutti si agitano, chi sedendosi sui lettucci, chi balzando in piedi, tutti guardando Giuda come fosse uno impazzito d’improvviso.
35Marta avvampa. Lazzaro si alza di scatto picchiando un pugno sul tavolo e dice: «In casa mia…», ma poi guarda Gesù e si frena.
36«Sì. Mi guardate? Tutti avete mormorato in cuor vostro. Ma ora, perché io mi sono fatto vostra eco e ho detto apertamente ciò che pensavate, ecco che siete pronti a darmi torto. Ripeto ciò che ho detto. Non voglio già dire che Maria sia l’amante del Maestro. Ma dico che certi atti non si convengono né a Lui né a lei. É un’azione imprudente. E ingiusta, anche. Sì. Perché questo spreco? Se ella voleva distruggere i ricordi del suo passato, poteva dare a me quel vaso e quell’unguento. Almeno una libbra di nardo puro era! E di gran pregio. Lo avrei venduto per trecento denari al minimo, ché un nardo di tal pregio va su quel prezzo. E potevo vendere il vaso che era bello e prezioso. Avrei dato ai poveri, che ci assediano, questi denari. Non bastano mai. E domani, a Gerusalemme, senza numero saranno quelli che chiedono un obolo».
«Questo è vero!», assentono gli altri.
«Potevi usarne un poco per il Maestro e l’altro…».
Unzione doverosa e buona verso il Messia
37Maria di Magdala è come fosse sorda. Continua a detergere i piedi di Cristo con i suoi capelli sciolti, che ora, giù nel basso, sono pesanti di unguento essi pure e più scuri che sull’alto del capo. I piedi di Gesù sono lisci e morbidi nel loro color di avorio vecchio, come fossero coperti di un’epidermide novella.
38E Maria calza di nuovo i sandali al Cristo e bacia ogni piede prima e dopo di averlo calzato, sorda ad ogni cosa che non sia il suo amore per Gesù.
39Il quale la difende posandole una mano sulla testa, curva nell’ultimo bacio, e dicendo: «Lasciatela fare. Perché le date pena e molestia? Voi non sapete ciò che ella ha fatto. Maria ha compiuto un’azione doverosa e buona verso di Me.
40I poveri saranno sempre fra voi. Io sto per andarmene. Essi li avrete sempre, ma Me presto non mi avrete più. Ai poveri potrete dare sempre un obolo. A Me fra poco, al Figlio dell’uomo fra gli uomini, non sarà più possibile dare onore alcuno, per volere di uomini e perché l’ora è venuta.
41L’amore le è luce. Ella sente che Io sto per morire e ha voluto anticipare al mio corpo le unzioni per la sepoltura. In verità vi dico che là dove sarà predicata la Buona Novella sarà fatta ricordanza di questo suo atto d’amore profetico. In tutto il mondo. In tutti i secoli.
42Volesse Iddio far di ogni creatura un’altra Maria, che non calcola valore, che non nutre attaccamento, che non serba un ricordo anche minimo del passato, ma distrugge e calpesta ogni cosa della carne e del mondo, e si infrange e si sparge, come fece del nardo e dell’alabastro, sul suo Signore, e per amore di Lui.
43Non piangere, Maria. Io te le ripeto in quest’ora le parole dette a Simone fariseo e a Marta tua sorella: “Tutto ti è perdonato perché tu hai saputo amare totalmente”. “Tu hai scelto la parte migliore. E non ti verrà tolta”. Va’ in pace, mia dolce pecorella ritrovata. Va’ in pace.
44I pascoli dell’amore saranno il tuo cibo in eterno. Alzati. Bacia anche le mie mani che ti hanno assolta e benedetta… Quanti hanno assolto, benedetto, guarito, beneficato, queste mie mani! Eppure Io vi dico che il popolo che Io ho beneficato sta apprestando a queste mani la tortura…».
Volti del Traditore.
Purificazione dopo il pranzo.
45Si fa un silenzio pesante, nell’aria pesante dell’acuto profumo. Maria, i capelli sciolti sulle spalle a farle manto e sul volto a farle velo, bacia la destra che Gesù le porge e non sa staccare da essa le labbra…
46Marta, commossa, le viene vicino e le raccoglie i capelli disciolti, li intreccia carezzandola poi e stendendole il pianto sulle gote nel tentativo di asciugarlo…
47Nessuno ha più voglia di mangiare… Le parole di Cristo fanno pensosi.
48Il primo ad alzarsi è Giuda d’Alfeo. Chiede licenza di ritirarsi. Giacomo suo fratello lo imita e così fanno Andrea e Giovanni. Restano gli altri, ma già in piedi, intenti a purificarsi le mani ai bacili d’argento che i servi porgono loro. Maria e Marta lo fanno col Maestro e con Lazzaro.
Il traditore mente spudoratamente.
Entra un servo e si china a parlare a Massimino.
49«Maestro», dice questo dopo averlo ascoltato, «ci sono delle persone che vorrebbero vederti. Vengono di lontano, dicono. Che facciamo?».
50Gesù chiama Filippo, Giacomo di Zebedeo e Tommaso, e ordina: «Andate, evangelizzate, guarite, fate in mio Nome. Annunciate che domani salirò al Tempio».
52«Sarà bene dirlo, questo, Signore?», chiede Simone Zelote.
«È inutile tacerlo poiché già è detto, dai nemici più che dagli amici, nella Città santa. Andate!».
53«Uhm! Finché lo sanno gli amici… si sa. Ma essi non tradiscono. Io non so come possano saperlo gli altri».
54«Fra i molti amici è sempre qualche nemico, Simone di Giona. Troppi ormai sono… gli amici, e con troppa facilità vengono accolti per tali. Se penso quanto dovetti pregare e attendere io… Ma erano i primi tempi e si era guardinghi. Poi i trionfi abbagliarono e non si fu più guardinghi. E fu male. Ma ciò avviene a tutti i vincitori. Le vittorie offuscano la limpidezza del vedere e indeboliscono la prudenza nell’agire. Parlo di noi discepoli, naturalmente. Non del Maestro. Egli è perfetto. Fossimo rimasti noi dodici, non si dovrebbe tremare per tema di tradimenti!», mente spudoratamente Giuda di Keriot.
Il traditore abbandona la Fraternità.
55È indescrivibile lo sguardo che Cristo posa sull’apostolo traditore. Uno sguardo di richiamo e di dolore infiniti. Ma Giuda non lo raccoglie. Passando davanti alla tavola, si avvia per uscire… Gesù lo segue con lo sguardo e, quando lo vede proprio uscire, gli chiede: «Dove vai?».
«Fuori…», risponde evasivamente Giuda.
56«Fuori da questa stanza, o fuori da questa casa?».
«Fuori… Così… A camminare un poco».
57«Non andare, Giuda. Resta con Me, con noi…».
«Sono andati via i tuoi fratelli e Giovanni con Andrea. Perché non devo andare io?».
«Tu non vai a riposare come loro…».
58Giuda non risponde, ma esce caparbio. Le parole si sono taciute nella sala. Gli ospiti e i quattro apostoli rimasti -Pietro, Simone, Matteo e Bartolomeo- si guardano fra loro.
59Gesù guarda fuori. Si è alzato andando ad una finestra per seguire le mosse di Giuda e, quando lo vede uscire dalla casa col mantello già indossato e avviarsi verso il cancello che da qui non si vede, lo chiama forte: «Giuda! Attendimi. Ti devo dire una cosa», e respinge dolcemente Lazzaro che, intuendo un dolore nel suo Maestro, lo aveva cinto con un braccio alla vita; ed esce dalla sala, raggiungendo Giuda che ha continuato a camminare sebbene più lentamente.
Volontà di commettere il delitto.
60Lo raggiunge a un buon terzo della distanza tra la casa e la cinta del giardino, presso un boschetto di piante dalle spesse foglie, che sembrano di ceramica verde cupa tutta spruzzata di piccoli fiori a ciocche, e ogni fiore è una crocetta con petali pesanti come fossero fatti di cera appena ingiallita, dal profumo intenso. Non ne so il nome.
61Lo attira dietro quel folto e, sempre tenendogli la mano stretta sull’avambraccio, gli torna a chiedere: «Dove vai, Giuda? Te ne prego, resta qui!».
62«Tu che sai tutto perché me lo chiedi? Che bisogno hai di chiedere, Tu che leggi nel cuore degli uomini? Lo sai che vado dai miei amici. Non mi concedi di andarvi. Essi mi sollecitano. Vado».
63«I tuoi amici! La tua rovina, devi dire! Tu vai a quella. Vai ai tuoi veri assassini. Non andare, Giuda! Non andare! Tu vai a commettere un delitto… Tu…»
64«Ah! hai paura?! Hai finalmente paura?! Ti senti uomo, finalmente! Sei un uomo! Nulla più di un uomo! Perché solo l’uomo ha paura della morte. Dio sa che non può morire. Se ti sentissi Dio, sapresti che non potresti morire e non avresti paura.
65Perché Tu, ora, ora che ti senti vicina la morte, l’hai questa paura comune a tutti gli uomini, e cerchi, con tutti i mezzi, di allontanarla, e vedi da per tutto e in ogni cosa un pericolo. Dove sono le tue belle audacie? Dove le proteste sicure di esser contento, di essere sitibondo di compiere il Sacrificio? Non ne hai più neppure un eco in cuore! Credevi che non venisse mai quest’ora, e allora facevi il forte, il generoso, dicevi le frasi solenni. Va’!
66Non sei da meno di quelli che Tu rimproveri come ipocriti! Ci hai lusingati e traditi. E noi che avevamo per Te lasciato ogni cosa! Noi che per causa tua siamo odiati! Tu sei la causa della nostra rovina…».
67«Basta. Va’! Va’! Non sono passate molte ore che tu mi hai detto: “Aiutami a rimanere. Difendimi!”. L’ho fatto. A che è giovato? Dimmi ancora una cosa, e rifletti prima di dirla. È questa la tua pura volontà? Questa di andare dai tuoi amici, di preferirli a Me?».
«Sì. È questa. Non ho bisogno di riflettere, perché da tempo non ho che questa volontà».
68«E allora va’. Dio non violenta la volontà dell’uomo», e Gesù gli volge le spalle tornando lentamente verso la casa. Quando è prossimo ad essa, alza il capo attirato dallo sguardo che Lazzaro, ritto al posto di prima, tiene puntato su Lui. Ed è un ben pallido viso quello che si sforza di sorridere all’amico fedele.
55. Sul calvario[135]
La Maddalena[136].
43«Sì! Sì! Andiamo da Lazzaro. Inchiodiamolo dall’altro lato della croce», e pappagallescamente fanno la parlata lenta di Gesù dicendo: «Lazzaro, amico mio, vieni fuori! Slegatelo e lasciatelo andare!».
44«No! Diceva a Marta e Maria, le sue femmine: “Io sono la Risurrezione e la Vita”. Ah! Ah! Ah! La Risurrezione non sa mandare indietro la morte, e la Vita muore!».
45«Ecco là Maria con Marta. Chiediamo dove è Lazzaro e andiamolo a cercare». E si fanno avanti, verso le donne, chiedendo arrogantemente: «Dove è Lazzaro? Al palazzo?».
46E Maria Maddalena, mentre le altre terrorizzate fuggono dietro i pastori, si fa avanti, ritrovando nel suo dolore la antica baldanza dei tempi di peccato, e dice: «Andate. Troverete già in palazzo i soldati di Roma e cinquecento armati delle mie terre, che vi castreranno come vecchi caproni destinati al pasto degli schiavi alle macine».
«Sfrontata! Così parli ai sacerdoti?».
«Sacrileghi! Turpi! Maledetti! Volgetevi! Alle spalle avete, io le vedo, le lingue delle fiamme infernali».
I vili si volgono, veramente terrorizzati, tanto è sicura l’affermazione di Maria; ma, se non hanno le fiamme alle spalle, hanno alle reni le ben pontute lance romane. Perché Longino ha dato un ordine e la mezza centuria che era in riposo è entrata in fazione e punge alle natiche i primi che trova. Questi fuggono urlando e la mezza centuria resta a chiudere gli imbocchi delle due strade e a fare baluardo alla piazzuola. I giudei imprecano, ma Roma è la più forte.
La Maddalena riabbassa il suo velo -se lo era alzato per parlare agli insultatori- e torna al suo posto. Le altre si riuniscono a lei.
56. Sul sepolcro[137]
La madre interpella alla Maddalena
51Maria fa due passi. Ha rideposto il Figlio sulla pietra con la delicatezza di chi depone un neonato nella cuna. Fa due passi, si curva ai piedi del letto funebre, dove in ginocchio piange la Maddalena, e l’afferra per una spalla, la scuote, la chiama:
52«Maria. Rispondi. Costoro pensano che Gesù non possa risorgere perché uomo e morto di ferite. Ma tuo fratello non è più vecchio di Lui?».
«Sì».
53«Non era tutto una piaga?».
«Sì».
54«Non era già putrido prima di scendere nel sepolcro?».
«Sì».
55«E non risorse dopo quattro giorni di asfissia e di putrefazione?».
«Sì».
«E allora?».
Satana morde il cuore della Madre.
56Un silenzio grave e lungo. Poi un urlo inumano. Maria vacilla portandosi una mano sul cuore. La sostengono. Ma Lei li respinge. Pare respinga i pietosi. In realtà respinge ciò che Lei sola vede. E urla: «Indietro! Indietro, crudele! Non questa vendetta! Taci! Non ti voglio udire! Taci! Ah! mi morde il cuore!».
«Chi, Madre?».
57«O Giovanni! Satana è! Satana che dice: “Non risorgerà. Nessun profeta l’ha detto”. O Dio altissimo! Aiutatemi tutti, o voi, spiriti buoni, o voi, uomini pietosi! La mia ragione vacilla! Non ricordo più nulla. Che dicono i profeti? Che dice il salmo? Oh! chi mi ripete i passi che parlano del mio Gesù?».
58È la Maddalena che con la sua voce d’organo dice il salmo davidico sulla Passione del Messia[138].
60La Maddalena dice il brano sulla Passione e termina con un singhiozzo: «… consegnò la sua vita alla morte e fu annoverato tra i malfattori, Egli che tolse i peccati del mondo e pregò per i peccatori».
57. La chiusura del sepolcro[139].
La ragione che piega la Dolorosa
15È la Maddalena che trova la ragione capace di piegare la Dolorosa all’ubbidienza. «Tu sei buona, tu santa sei, e credi, e sei forte. Ma noi che siamo?… Tu lo vedi! I più, fuggiti. I superstiti, pavidi. Il dubbio, che è già in noi, ci piegherebbe. Tu sei la Madre. Non hai solo il dovere e il diritto sul Figlio. Ma il dovere e il diritto su ciò che è del Figlio. Tu devi tornare con noi, fra noi, per raccoglierci, per rassicurarci, per infonderci la tua fede. Tu lo hai detto, dopo il tuo giusto rimprovero alla nostra pavidità e miscredenza: “Più facile sarà a Lui il risorgere se libero da queste inutili bende”. Io ti dico: “Se noi riusciremo a riunirci nella fede nella sua Risurrezione, più presto Egli risorgerà. Lo evocheremo col nostro amore…”[140]. Madre, Madre del mio Salvatore, torna con noi, tu, amore di Dio, per darci questo tuo amore! Vuoi dunque che si perda di nuovo la povera Maria di Magdala, che Egli ha salvato con tanta pietà?».
La Madre del perdono.
16«No. Ne avrei rimprovero. Hai ragione. Devo tornare… cercare gli apostoli… i discepoli… i parenti… tutti… Dire… dire: credete. Dire: Egli vi perdona… A chi l’ho già detto?… Ah! All’Iscariota… Bisognerà… sì, bisognerà cercare anche lui… perché è il più grande peccatore…». Maria resta col capo curvo sul petto, trema come per ribrezzo, e poi dice: «Giovanni, lo cercherai. E me lo porterai. Lo devi fare. E io lo devo fare. Padre, anche questo sia fatto per la redenzione dell’Umanità. Andiamo».
Si alza. Escono dall’ortaglia semioscura. Le guardie li guardano uscire senza far motto.
58. La notte del Venerdì Santo. Lamento della Vergine. Il velo con il Viso del Redentore e la preparazione degli unguenti[141].
La notte del Venerdì Santo.
La madre si pasce di lacrime.
1Maria, soccorsa dalle donne piangenti, rinviene e piange senza altra forza più che questa di piangere e piangere. Pare veramente che la sua vita debba fluire e consumarsi tutta con quel pianto. Le vogliono dare qualche ristoro. Marta le offre un poco di vino; la padrona di casa vorrebbe prendesse almeno un poco di miele; Maria d’Alfeo, in ginocchio davanti a Lei, le offre una tazza con del latte tiepido, dicendo: «L’ho munto io stessa alla capretta della piccola Rachele» (sarà una figlia di questi che sono in questa casa di Lazzaro, non so se come inquilini o come custodi). Ma Maria non vuole nulla. Piangere. Solo piangere. E chiedere e sentirsi promettere che saranno cercati apostoli e discepoli, che saranno cercate la lancia e le vesti, e che, a giorno fatto, posto che ora proprio non ve la vogliono lasciare andare, la lasceranno entrare nella stanza del Cenacolo.
2«Sì. Se starai un poco quieta, se riposerai un poco, io ti ci condurrò», dice la cognata. «Noi due entreremo ed in ginocchio io cercherò per te ogni segno di Gesù…», e Maria d’Alfeo ha un singhiozzo. «Ma vedi? Qui hai la coppa e il pane spezzato da Lui, usato da Lui per l’Eucarestia. Quale più santo ricordo? Vedi? Giovanni te li ha portati sin da stamane, perché tu li vedessi questa sera… Povero Giovanni, che è là che piange ed ha paura…».
La paura del prediletto di Maria.
3«Paura? Perché? Vieni, Giovanni». Giovanni esce dall’ombra, perché nella stanza è una sola lucernetta messa sul tavolo presso gli oggetti della Passione, e si inginocchia ai piedi di Maria, che lo carezza e chiede: «Perché hai paura?».
4E Giovanni, baciandole le mani e piangendo: «Perché tu stai male. Hai la febbre e l’affanno… E non ti metti quieta. E se duri così morirai come è morto Lui…».
«Oh! fosse vero!».
5«No! Madre! Mamma! Oh! è più dolce dire: “Mamma”. Come alla mia! Lasciatelo dire… Ma, come io non trovo differenza fra mia madre e te, e anzi ti amo più di lei, perché tu sei la Mamma che Egli mi ha dato e sei la sua Mamma, tu non fare una troppo grande differenza fra il Figlio tuo nato e il figlio che ti è stato dato… E amami un poco come ami Lui…
6Se fosse Lui che ti dicesse: “Ho paura che tu muoia”, risponderesti tu: “Oh! fosse vero”? No. Non lo diresti. Ma anzi ti dorresti di andartene e di lasciarlo in un mondo di lupi, Lui, il tuo Agnello… E di me non te ne accori?… Sono tanto più agnello di Lui.
7Non per bontà e purezza, ma per stupidità e paura. Se tu mi manchi, il povero Giovanni verrà sbranato dai lupi senza aver saputo dare un belato che parli del suo Maestro… Vuoi che muoia così, senza servirlo? Stupido in morte come in vita? No, vero? E allora, Mamma, cerca di metterti quieta… Per Lui…
8Oh! non dici che risorge? Sì, lo dici, ed è vero. E allora vuoi che quando Egli risorgerà trovi vuota la casa di te? Perché certo Egli verrà qui… Oh! povero, povero Gesù, se invece del tuo grido d’amore sentisse i nostri di cordoglio, se invece di trovare il tuo seno per posare il Capo martirizzato e glorioso trovasse la chiusura del tuo sepolcro…
9Vivere devi. Per salutarlo quando Egli tornerà… Non dico “al nostro amore”. Noi meritiamo ogni rimprovero per il modo come agimmo. Ma al tuo amore. Oh! che sarà l’incontro? Ed Egli come sarà? Madre della Sapienza, Mamma dell’ignorantissimo Giovanni, tu che tutto sai, dicci come sarà Egli quando apparirà risorto».
Pensando alla promessa risurrezione.
10«Lazzaro aveva le ferite delle gambe chiuse, ma se ne vedeva il segno. E apparve avvolto in bende piene di marciume», dice Marta.
«Lo dovemmo lavare e lavare…», aggiunge Maria.
«E debole era, e dovemmo ristorarlo per suo ordine», Marta termina.
11«Il figlio della vedova di Naim era come sbalordito e pareva un bimbo incapace di camminare e parlare speditamente, tanto che Egli lo rese alla madre perché gli insegnasse a usare di nuovo del bene della vita. E la figlioletta di Giairo Egli stesso la guidò nei primi passi…», dice Giovanni.
12«Io penso che il mio Signore ci manderà un angelo a dirci: “Venite con una veste monda”. Ed il mio amore l’ha già preparata. É nel palazzo. Io non l’ho potuta filare. Ma l’ho fatta filare dalla mia nutrice, che ora è tranquilla sul mio futuro e non piange più. Io ho preso il lino più prezioso e da Plautina ho avuto la porpora, e Noemi l’ha tessuta nella balza; ed io ho fatto la cintura, la borsa e il talet, ricamandoli di notte per non essere vista. Ho imparato da te, Madre. Non è perfetto. Ma, più delle perle che fanno il suo Nome sulla cintura e sulla borsa, lo rendono bello i diamanti del mio pianto d’amore ed i miei baci. Ogni punto è un palpito di devozione per Lui. E io gli porterò quella. Tu permetti, non è vero?».
13«Oh!… Io non pensavo che lo privassero della sua veste… non sono pratica degli usi del mondo e della sua ferocia… Credevo di conoscerla già… (e le lacrime rotolano di nuovo lungo le guance ceree) ma vedo che ancora nulla sapevo…
14E pensavo: “Avrà la veste della Mamma anche dopo”. Gli piaceva tanto! L’aveva voluta Lui così. E me lo aveva detto da molto tempo: “Tu farai una veste così e così. E me la porterai per la Pasqua… Perché Gerusalemme mi deve vedere in porpurea veste di re…”.
15Oh! quella lana, candida più di neve, mentre la filavo diveniva rossa agli occhi di Dio e miei, perché il mio cuore ebbe una nuova ferita da quella parola… Le altre, dopo anni o dopo mesi, si erano, se non chiuse, disseccate dal loro gemere sangue. Ma questa! Ogni giorno, ogni ora mi rigirava la spada nel cuore: “Un giorno di meno! Un’ora di meno! E poi sarà morto!”. Oh! Oh!… E il filato sul fuso o sul telaio mi diveniva rosso… E sceso nella tinta, poi, per il mondo… Ma era già rosso…». Maria piange di nuovo.
16Cercano sollevarla parlandole della Risurrezione. Chiede Susanna: «Che dici tu? Come sarà, risorto? E come risorgerà?».
17E Lei, smarrita, accecata in quest’ora di martirio redentivo, risponde: «Non so… Più nulla so… Fuorché che Egli è morto! …». Ha un nuovo scoppio di pianto violento e bacia il lino che era ai fianchi del Figlio, e se lo stringe sul cuore e se lo ninna come fosse un bambino…
18E tocca i chiodi, le spine, la spugna, e urla: «Queste! Queste cose ha saputo darti la tua Patria! Ferro, spine, aceto e fiele! E insulti, insulti, insulti! E fra tutti i figli d’Israele fu dovuto scegliere un di Cirene per portarti la croce.
19Quell’uomo mi è sacro come uno sposo. E se ne conoscessi un altro che ha dato soccorso al mio Bambino io gli bacerei i piedi. Ma dunque nessuno ebbe pietà? Uscite! Andate! Anche vedere voi mi è dolore! Perché fra tutti, fra tutti, non avete saputo ottenere nemmeno una tortura meno crudele. Servi inutili e inerti del vostro Re, uscite!».
20É tremenda nel suo scatto. Ritta in piedi, rigida, pare persino più alta, con gli occhi imperiosi, il braccio teso che accenna alla porta. Comanda come un re sul trono.
In Gerusalemme è solo il delitto.
21Escono tutti senza reagire per non eccitarla di più e si siedono fuori della porta chiusa, ascoltando il suo gemere ed ogni rumore che Ella possa fare. Ma dopo il rumore del sedile respinto e dei suoi ginocchi che battono al suolo, perché Ella si inginocchia col capo contro la tavola su cui sono gli oggetti della Passione, non sentono altro che il suo pianto senza soste e conforto.
22Ella mormora, ma così piano che quelli di fuori non possono udire: «Padre, Padre, perdono! Divento superba e cattiva[142]. Ma Tu lo vedi. È vero ciò che dico. Erano turbe intorno a Lui. E tutta la Palestina è, in queste feste, fra le mura sante… Sante? No. Non più sante… Tali sarebbero rimaste se Egli fosse spirato in esse. Ma Gerusalemme l’ha espulso come il rigurgito che fa nausea[143]. Perciò in Gerusalemme è solo il Delitto…
23Ebbene, di tutto questo popolo che lo seguiva non se ne poté radunare un pugno che si imponesse, non dico per salvarlo. Doveva morire per redimere. Ma per farlo morire senza tante torture. Sono stati nell’ombra, oppure sono fuggiti… Il mio cuore si rivolta davanti a tanta viltà. Sono la Madre. Per questo perdona al mio peccato di durezza superba…», e piange…
Fuori gli altri sono sulle spine e per molti motivi.
Notizie catastrofiche.
24Rientra il padrone di casa, che era uscito a curiosare, e porta notizie tremende. Si dice che molti sono morti nel terremoto, molti sono stati feriti in colluttazioni fra seguaci del Nazzareno e i giudei, che molti sono stati arrestati e vi saranno nuove esecuzioni per rivolte e minacce a Roma, che Pilato ha ordinato l’arresto di tutti i seguaci del Nazareno e dei capi del Sinedrio presenti in città o anche già fuggiti per la Palestina, che Giovanna è morente nel suo palazzo, che Mannaen è stato arrestato da Erode per averlo insolentito in piena Corte come complice del deicidio. Insomma un mucchio di notizie catastrofiche…
25Le donne gemono. Non tanto per paura di esse stesse, ma quanto per i loro figli e mariti. Susanna pensa allo sposo, noto fra i seguaci di Gesù in Galilea. Maria di Zebedeo pensa al marito, ospite presso un amico, e al figlio Giacomo di cui, dalla sera avanti, non ha notizia. E Marta singhiozza: «Saranno già andati a Betania! Chi non sapeva chi era Lazzaro per il Maestro?».
«Ma è protetto da Roma, lui», rimbecca Maria Salome.
26«Oh! protetto! Chissà, con l’odio che per noi hanno i capi d’Israele, che accuse portano contro di lui a Pilato… Oh! Dio!». Marta si mette le mani fra i capelli e grida: «Le armi! Le armi! La casa ne è piena… e anche il palazzo! Lo so! Stamane, all’aurora, è venuto Levi, il guardiano, e mi ha detto… Ma già lo sai anche tu! E l’hai detto ai giudei sul Calvario… Stolta! Hai messo in mano ai crudeli l’arma per uccidere Lazzaro! …».
27«L’ho detto, sì. Ho detto il vero senza saperlo. Ma taci, spaventata gallina! Quanto ho detto è la più sicura garanzia per Lazzaro. Si guarderanno bene dall’avventurarsi in ricerche dove sanno essere degli armati! Sono vigliacchi!».
“Pusillanimi!”
28«I giudei sì. Ma i romani no».
«Non temo Roma. É giusta e pacata nelle sue disposizioni».
«Maria ha ragione», dice Giovanni.
29«Longino mi ha detto: “Spero sarete lasciati tranquilli. Ma, non lo foste, vieni, o manda al Pretorio. Pilato è benigno verso i seguaci del Nazareno. Lo era anche per Lui. Vi difenderemo”».
30«Ma se i giudei fanno da loro? Ieri sera erano loro i catturatori di Gesù! E, se dicono che noi siamo profanatori, hanno diritto di prenderci. Oh! i miei figli! Quattro ne ho! Dove saranno Giuseppe e Simone? Erano sul Calvario e poi sono scesi quando Giovanna non resse. Per aiutare e difendere le donne. Loro, i pastori, Alfeo… tutti! Oh! li avranno certo già uccisi. Senti che Giovanna è morente? Lo è certo per ferita. Ed essi, prima che potesse la plebe colpire una donna, l’avranno difesa e saranno morti… E Giuda e Giacomo? Il mio piccolo Giuda! Il mio tesoro! E Giacomo, dolce come una fanciulla! Oh, non ho più figli! Come la madre dei fanciulli Maccabei sono!…[144]»
31Piangono tutte disperatamente. Tutte meno la padrona di casa, che è andata a cercare un nascondiglio per il marito, e Maria Maddalena, che non piange. Ma getta fuoco dagli occhi, tornando la prepotente donna di un tempo. Non parla. Ma dardeggia le abbattute compagne, e il suo occhio le bolla di un epiteto molto chiaro: «Pusillanimi!».
32Passa del tempo così… Ogni tanto uno si alza, apre piano l’uscio, sbircia, torna a chiudere.
«Che fa?», chiedono gli altri.
33E chi ha guardato risponde: «É sempre in ginocchio. Prega», oppure: «Pare che parli con qualcuno». E anche: «Si è alzata e gestisce andando su e giù per la stanza».
59. Lamento della Vergine.[145].
Il dolce e amaro nome di Gesù.
34«Gesù! Gesù! Gesù! Dove sei? Mi senti ancora? La senti la tua povera Mamma che grida, adesso, il tuo Nome dopo averlo tenuto in cuore per tante ore? Il tuo Nome santo e benedetto, che è stato il mio amore, l’amore delle mie labbra che sentivano sapore di miele a dire il tuo Nome, delle mie labbra che ora, invece, a dirlo pare che bevano l’amaro che t’è rimasto sulle labbra, l’amaro dell’atroce mistura.
35Il tuo Nome, amore del mio cuore che si gonfiava di gioia quando lo diceva, così come si era dilatato per travasare il suo sangue e accoglierti e vestirti di esso quando sei sceso a me dal Cielo, così piccino, così minuscolo che avresti potuto posare nel calice della menta selvatica, Tu, tanto grande, Tu, il Potente, annichilito in un germe d’uomo per la salute del mondo.
36Il tuo Nome, dolore del mio cuore, ora che ti hanno strappato alle carezze della tua Mamma per gettarti fra le braccia dei carnefici, che ti hanno torturato sino a farti morire! Ne ho il cuore stritolato da questo tuo Nome, che ho dovuto chiudere dentro per tante ore e che cresceva il suo grido più cresceva il tuo dolore, fino a sbriciolarlo come cosa calpestata dal piede di un gigante. Oh! sì che il mio dolore è gigante e mi schiaccia, mi frantuma e non vi è nulla che lo possa sollevare. A chi lo dico il tuo Nome? Nulla risponde al mio grido. Anche se io urlassi sino a spezzare la pietra che chiude il tuo sepolcro, Tu non lo udresti, perché sei morto.
Non la senti più la tua Mamma!
L’alba del dolore della “Mamma”.
37Quante volte non ti ho chiamato, o Figlio, in questi trentaquattro anni![146] Da quando ho saputo che avrei dovuto esser Madre e che il mio Piccino si sarebbe chiamato “Gesù”! Tu non eri nato ed io, carezzandomi il seno dove Tu crescevi, chiamavo piano: “Gesù!”, e mi pareva che Tu ti muovessi per dirmi: “Mamma!”.
38Io ti davo già una voce. Me la sognavo già la tua voce. La udivo prima che fosse. E quando l’ho sentita, esile come quella di un agnellino appena nato, tremare nella notte fredda in cui sei nato, io ho conosciuto l’abisso della gioia… e credevo aver conosciuto l’abisso del dolore, perché era il pianto della mia Creatura che aveva freddo, che era in disagio, che piangeva il suo primo pianto di Redentore, ed io non avevo fuoco e cuna e non potevo soffrire in tua vece, Gesù. Non avevo che il seno per fuoco e guanciale, e il mio amore per adorarti, Figlio mio santo.
39Credevo aver conosciuto l’abisso del dolore… Era l’alba di quel dolore, era l’orlo di quel dolore. Ora è il meriggio, ora è il fondo. Questo è l’abisso, questo che tocco ora dopo esservi scesa in questi trentaquattro anni, sospinta da tante cose e prostrata nel fondo orrendo, oggi, della tua croce.
40Quando eri piccino, io ti cullavo cantando: “Gesù! Gesù!”. Quale armonia più bella e santa di questo Nome, che fa sorridere gli angeli in Cielo? Esso per me era più bello del canto così dolce degli angeli nella notte del tuo Natale. Vi vedevo dentro il Cielo, tutto il Cielo vedevo attraverso quel Nome. Ed ora, a dirlo a Te che sei morto e non mi senti e non rispondi, come Tu non fossi mai stato, io vedo l’Inferno, tutto l’Inferno. Ecco, ora capisco cosa vuol dire esser dannati. É non potere più dire: “Gesù”[147]. Orrore! Orrore! Orrore!…
Lo spasimo della Mamma.
41Quanto durerà questo inferno per la tua Mamma? Tu hai detto: “In capo a tre giorni Io riedificherò questo Tempio”. È tutt’oggi che mi ripeto queste tue parole per non cadere uccisa, per esser pronta a salutarti al tuo ritorno, a servirti ancora… Ma come potrò saperti morto per tre giorni? Tre giorni nella morte Tu, Tu, Vita mia?
42Ma come? Tu che tutto sai, poiché sei la Sapienza infinita, non lo sai lo spasimo della tua Mamma? Non te lo puoi figurare ricordando quando ti ho smarrito a Gerusalemme e Tu mi hai visto fendere la folla, che ti stava intorno, con il volto di una naufraga che tocca il lido dopo tanta lotta con le onde e la morte, col viso di una che esce da una tortura spossata, svenata, invecchiata, spezzata? E allora ti potevo pensare unicamente smarrito. Potevo illudermi che era solo così. Oggi no. Oggi no. Lo so che sei morto. Non è possibile l’illusione. Ti ho visto uccidere. Ecco, anche se il dolore mi smemorasse, ecco qui il tuo Sangue sul mio velo che mi dice: “É morto! Non ha più sangue! Questo è l’ultimo, sgorgato dal suo Cuore!”. Dal suo Cuore! Dal Cuore del mio Bambino! Del Figlio mio! Del mio Gesù! Oh! Dio, Dio pietoso, non mi far ricordare che gli hanno spaccato il Cuore!
Dall’intimità alla solitudine.
43Gesù! Non posso stare qui, sola, mentre Tu sei là, solo. Io che non ho amato mai le vie del mondo e le folle, e Tu lo sai, da quando Tu hai lasciato Nazareth ti sono venuta sempre più sovente dietro, per non vivere lontano da Te. Non potevo vivere lontana da Te. Ho affrontato curiosità e scherni, non conto le fatiche perché esse si annullavano nel vederti, pur di vivere dove Tu eri. Ed ora io son qua sola. E Tu sei là solo! Perché non mi hanno lasciata nel tuo sepolcro? Mi sarei seduta presso il tuo gelido letto, tenendoti una mano nelle mie per farti sentire che t’ero vicina… No, per sentire che m’eri vicino. Tu non senti più nulla. Sei morto!
44Quante volte ho passato le notti presso la tua cuna, pregando, amando, beandomi di Te! Vuoi che ti dica come dormivi, coi pugnetti chiusi come due bocci di fiore presso il visino santo? Vuoi che ti dica come sorridevi nel sonno e, ricordandoti certo del latte della Mamma, dormendo facevi l’atto di succhiare? Vuoi che ti dica come ti svegliavi e aprivi gli occhietti e ridevi, vedendomi curva sul tuo viso, e tendevi le manine con gioia impaziente per esser preso, e con uno stridetto dolce come il trillo di un capinero reclamavi il tuo cibo? Ah! che ero beata quando ti attaccavi al mio seno e sentivo il tepore liscio della tua gota, la carezza delle tue manine sulla mia mammella!
45Non sapevi stare senza la tua Mamma. E ora sei solo! Perdonami, Figlio, d’averti lasciato solo. Di non essermi ribellata per la prima volta nella vita e di aver voluto restare là. Era il mio posto. Mi sarei sentita meno desolata se fossi stata presso il tuo funebre letto, ad accomodarti le fasce come un tempo, a mutarle… Anche se Tu non avessi potuto sorridermi e parlarmi, a me sarebbe parso di averti di nuovo piccino. Ti avrei accolto sul cuore per non farti sentire il freddo della pietra, il duro del marmo. Non ti ho tenuto anche oggi? Il grembo di una madre è sempre capace di accogliere il figlio, anche se è uomo. Il figlio è sempre un bambino per la sua mamma, anche se è un deposto di croce, coperto di piaghe e ferite.
Ferite dolori e perdono.
46Quante! quante ferite! Quanto dolore! Oh! il mio Gesù, il mio Gesù tanto ferito! Così ferito! Così ucciso! No. No. Signore, no! Non può esser vero! Io sono pazza! Gesù morto? Io deliro. Gesù non può morire! Soffrire, sì. Morire, no. Egli è la Vita! Egli è Figlio di Dio. É Dio. Dio non muore.
47Non muore? E allora perché si è chiamato Gesù? Che vuol dire “Gesù”? Vuol dire… oh! vuol dire: “Salvatore”! É morto! É morto perché è il Salvatore[148]! Ha dovuto salvare tutti perdendo Sé stesso… Non deliro. No. Non sono pazza. No. Lo fossi! Soffrirei meno! Egli è morto. Ecco il suo Sangue. Ecco la sua corona. Ecco i tre chiodi. Con questi, con questi me lo hanno trafitto!
48Uomini, guardate con che avete trafitto Dio, il Figlio mio! E vi devo perdonare. E vi devo amare. Perché Egli vi ha perdonati. Perché Egli mi ha detto di amarvi! Mi ha fatto Madre vostra, Madre degli assassini della mia Creatura! Una delle sue ultime parole, lottando contro il rantolo dell’agonia… “Madre, ecco tuo figlio… i tuoi figli!”[149]. Anche non fossi Colei che ubbidisce, avrei dovuto ubbidire oggi, perché era il comando di un morente.
49Ecco. Ecco, Gesù. Io perdono. Io li amo. Ah! mi si spezza il cuore in questo perdono e in questo amore! Mi senti che li perdono e che li amo? Prego per loro. Ecco, prego per loro… Chiudo gli occhi per non vedere questi oggetti della tua tortura, per poterli perdonare, per poterli amare, per poter pregare per loro. Ogni chiodo serve a crocifiggere una mia volontà di non perdonare, di non amare, di non pregare per i tuoi carnefici.
50Devo, voglio pensare di essere presso la tua cuna. Pregavo anche allora per gli uomini. Ma allora era facile. Tu eri vivo ed io, per quanto pensassi crudeli gli uomini, non giungevo mai a pensare che potessero esserlo tanto con Te, che li avevi beneficati oltre misura. Pregavo, convinta che la tua parola li avrebbe fatti più buoni. In cuor mio dicevo loro, guardandoli: “Siete cattivi, malati, ora, fratelli. Ma fra poco Egli parlerà, ma fra poco Egli vincerà in voi Satana. Vi darà la Vita perduta!”. La vita perduta! Tu, Tu, Tu l’hai perduta la vita per loro, Gesù mio!
51Se, quando eri nelle fasce, io avessi potuto vedere l’orrore di questo giorno, il mio dolce latte si sarebbe mutato in tossico per il dolore! Simeone l’ha detto: “E una spada ti trapasserà il cuore”. Una spada? Una selva di spade! Quante ferite ti hanno fatto, Figlio? Quanti gemiti hai avuto? Quanti spasimi? Quante gocce di sangue hai versato? Ebbene, ognuna è una spada in me. Sono una selva di spade. In Te non c’è lembo di pelle che non sia piagato. In me non ce ne è che non sia trafitto. Mi trapassano le carni e penetrano nel cuore.
Impotenza morale.
52Quando attendevo la tua nascita, ti preparavo le fasce ed i pannilini filando il lino più morbido della terra. Non ho guardato al prezzo per poter possedere lo stame più liscio. Come eri bello nelle fasce della tua Mamma! Tutti mi dicevano: “É bello il tuo Bambino, Donna!”. Eri bello! Dal bianco del lino sporgeva la tua rosea faccina, avevi due occhietti più azzurri del cielo e la testolina pareva avvolta in una nebbia d’oro, tanto i tuoi capellini erano biondi e soffici. Sapevano di fior di mandorlo appena sbocciato. Credevano che io ti profumassi. No. Il mio Tesoro non aveva che il profumo delle fasce lavate dalla sua Mamma, scaldate, baciate dal suo cuore e dal suo labbro. Non ero mai stanca di lavorare per Te…
53E ora? Ora non ho più nulla da fare per Te. Da tre anni eri lontano da casa. Ma eri ancora lo scopo dei miei giorni. Pensare a Te. Alle tue vesti. Al tuo cibo: intridere la farina e farne pane, curare le api per darti il miele, vegliare sulle piante perché ti dessero frutta. Come le amavi, le cose che ti portava la tua Mamma! Nessun cibo di ricca mensa, nessuna veste di preziosa stoffa t’erano come queste tessute, cucite, curate, colte dalle mani della tua Mamma. Quando ti raggiungevo, Tu mi guardavi subito le mani, come quando eri piccino ed io e Giuseppe ti davamo i poveri doni per farti sentire che eri il “nostro” Re. Non sei mai stato goloso, Bambino mio; ma era l’amore che cercavi, era questo il tuo cibo, e nelle nostre premure trovavi quello. Anche ora trovavi, cercavi quello, povero Figlio mio così poco amato dal mondo!
54Ora più nulla. Tutto è compiuto. Non farà più nulla per Te la tua Mamma. Non hai più bisogno di nulla. Ora sei solo… ed io son sola… Oh! felice Giuseppe che non si è trovato a questo giorno[150]! Io pure non ci fossi più stata! Ma allora Tu non avresti avuto neppure questo conforto di vedere la tua povera Mamma. Saresti stato solo sulla croce come sei solo nel sepolcro. Solo con le tue ferite.
Percossa nella sua creatura.
55Oh! Dio! Dio, quante ferite ha il Figlio tuo, il Figlio mio! Come le ho potute vedere senza morire, io che tramortivo quando da piccino ti facevi male?
57Una volta sei caduto nell’orto di Nazareth e ti sei ferito la fronte. Poche gocce di sangue. Ma io, che m’ero sentita morire vedendo gocciare il tuo sangue nella circoncisione, e Giuseppe dovette sostenermi perché tremavo come una che muore, mi pareva che quella ferita minuscola t’avesse ad uccidere, e più col pianto che coll’acqua e coll’olio l’ho medicata, e non ho avuto bene se non quando non ha dato più sangue. Un’altra volta, imparavi a lavorare, ti feristi con la sega. Una piccola ferita. Ma era come se la sega mi avesse divisa nel mezzo. Non ho avuto requie che quando, sei giorni dopo, ho visto risanata la tua mano.
58Ed ora? Ed ora? Ora hai le mani, i piedi, il costato aperto, ora la tua carne cade a brandelli, ora hai la faccia contusa, quella faccia che io non osavo sfiorarti col bacio, e impiagata la fronte e la nuca. E nessuno ti ha dato medicamento e conforto.
59Guardami il cuore, o Dio che mi hai percossa nella mia Creatura! Guardalo! Non è piagato come il Corpo del Figlio tuo e mio? I flagelli sono scesi come grandine su me, mentre Egli era colpito. Che è la distanza per l’amore? Io ho patito la tortura di mio Figlio! L’avessi patita io sola! Fossi io sulla pietra sepolcrale! Guardami, o Dio! Non goccia sangue il mio cuore? Ecco il cerchio delle spine. Lo sento. É una fascia che me lo stringe e perfora. Ecco il foro dei chiodi: tre stili infissi nel cuore.
60Oh! quei colpi! quei colpi! Come non è crollato il Cielo per quei colpi sacrileghi nelle carni di Dio? E non poter urlare! Non poter lanciarmi e strappare l’arma agli assassini e farne difesa per la mia Creatura già morente. Ma doverli udire, udire… e non far nulla! Un colpo sul chiodo, e il chiodo entra nelle carni vive. Un altro colpo, ed entra più ancora. E un altro, e un altro, e si spezzano le ossa e i nervi, e viene trafitta la carne del mio Bambino e il cuore della sua Mamma!
61E quando ti hanno alzato sulla tua croce? Quanto devi aver sofferto, Figlio santo! Vedo ancora lacerarsi la tua mano nella scossa della caduta. Ho il cuore lacerato come essa. Sono contusa, flagellata, punta, colpita, trafitta come Te. Non ero con Te sulla croce. Ma guardala, la tua Mamma! É diversa da Te? No, non c’è differenza di martirio. Anzi, il tuo è finito. Il mio dura ancora. Tu non odi più le accuse bugiarde; io le sento. Tu non odi più le bestemmie orrende. Io le sento ancora. Tu non senti più il morso delle spine e dei chiodi e la sete e la febbre. Io sono piena di punte di fuoco e sono come chi muore di arsione e delirio.
Impotenza fisica.
62Almeno una goccia d’acqua mi avessero lasciato darti. Il mio pianto, se la ferocia degli uomini negava al Creatore l’acqua da Lui creata. Ti ho dato tanto latte, perché eravamo poveri, Figlio mio, e nella fuga in Egitto avevamo tanto perduto e avevamo dovuto rifarci un tetto, dei mobili e vesti e cibo, né sapevamo quanto l’esilio sarebbe durato, né cosa avremmo trovato tornando al paese. Ti ho dato il latte oltre il solito tempo, perché Tu non sentissi mancanza di cibo. Sinché non fu presa la capretta, la tua capretta fui io, Bambino della tua Mamma. Tu avevi già tanti dentini, e mordevi… Oh! gioia vederti ridere nel giuoco infantile! Tu volevi camminare. Eri tanto sano e forte. Io ti sorreggevo per ore e ore, e non sentivo spezzarsi le reni nello stare curva su Te, che facevi i tuoi passetti e dicevi ad ogni passo: “Mamma, Mamma!”. Oh! beatitudine sentirti cantare quel nome!
63Lo dicevi anche oggi: “Mamma, Mamma!”. Ma la tua Mamma non poteva che vederti morire! Neppure accarezzarti i piedi potevo! I piedi? Ah! non avrei potuto, anche se fossero stati alla portata della mia mano, toccarli, per non accrescerne il tormento. Come dovevano soffrire i tuoi poveri piedi, o mio Gesù! Fossi potuta salire a Te e mettermi fra il legno e il tuo Corpo, e impedire che nelle convulsioni dell’agonia Tu urtassi contro il legno! La sento ancora la tua testa battere nel legno negli ultimi sussulti. E quel suono, quel suono mi fa impazzire. L’ho nella testa… come un martello…
64Torna, torna, Figlio caro, Figlio adorato, Figlio santo! Io muoio. Non reggo a questa mia desolazione. Mostrami di nuovo il tuo volto. Chiamami ancora. Io non posso pensarti senza voce, senza sguardo, spoglia fredda e senza vita.
Prova dell’abbandono.
65Oh! Padre, soccorrimi Tu! Gesù non mi sente! Non è finita la Passione? Non è tutto compiuto? Non bastano questi chiodi, queste spine, questo sangue, questo mio pianto? Ancora dell’altro ci vuole per guarire l’uomo? Padre, ti nomino gli strumenti del suo dolore ed il mio pianto. Ma questo è il meno. Quello che lo ha fatto morire sovrumanamente straziato è stato il tuo abbandono. Quello che mi fa urlare è il tuo abbandono. Non ti sento più! Dove sei, Padre santo? Ero la Piena di Grazia. L’Angelo l’ha detto: “Ave, Maria, piena di Grazia, il Signore è con te e tu sei benedetta fra tutte le donne”. No. Non è vero! Non è vero! Io sono come una maledetta da Te per il suo peccato. Tu non sei più con me. La Grazia si è ritirata come se io fossi una seconda Eva peccatrice.
66Ma io ti sono sempre stata fedele. In che t’ho dispiaciuto? Hai fatto di me ciò che t’è parso, e ti ho sempre detto: “Sì, Padre. Son pronta”. Possono dunque mentire gli angeli? E Anna, che m’ha assicurato che Tu mi avresti dato il tuo angelo nell’ora del dolore? Sono sola. Non ho più grazia agli occhi tuoi, non ho più Te, Grazia, in me. Non ho più angelo. Mentono dunque i santi? In che ti ho dispiaciuto, se essi non mentono ed io ho meritato quest’ora?
67E Gesù? In che ha mancato il tuo Agnello puro e mansueto? In che ti abbiamo offeso che, oltre al martirio dato dagli uomini, si debba avere la tortura incalcolabile del tuo abbandono? Lui, Lui poi, che t’era Figlio e che ti chiamava con quella voce che ha fatto rabbrividire la Terra e scuotersi in un singulto di pietà. Come hai potuto lasciarlo solo in tanto tormento?
68Povero Cuore di Gesù che ti amava tanto! Dove è il segno della ferita del Cuore? Eccolo. Guarda, Padre, questo segno. Qui è l’impronta della mia mano penetrata nello squarcio della lanciata. Qui… qui… Non pianto, non bacio della sua Mamma, che ha arsi gli occhi e consumate le labbra per il piangere e il baciare, lo cancellano. Questo segno grida e rimprovera. Questo segno, più del sangue di Abele, grida a Te dalla Terra. E Tu, che hai maledetto Caino e ne hai fatto le vendette, non sei intervenuto per il mio Abele, già svenato dai suoi Caini, ed hai permesso l’ultimo spregio! Tu gli hai stritolato il Cuore col tuo abbandono e hai lasciato che un uomo lo mettesse a nudo, perché io lo vedessi e ne fossi stritolata. Ma di me non importa. É di Lui, di Lui che ti chiedo e ti chiamo a rispondere.
La supplica.
69Non dovevi… Oh! perdono! Perdono, Padre santo! Perdona ad una Madre che piange la sua Creatura… É morto! É morto il Figlio mio! Morto col Cuore squarciato! Oh! Padre! Padre, pietà! Io ti amo! Noi ti abbiamo amato e Tu ci hai tanto amati. Come hai permesso che fosse ferito il Cuore del nostro Figlio? Oh! Padre!… Padre, pietà di una povera donna! Io bestemmio, Padre! Io serva tua, tuo nulla, oso rimproverarti! Pietà! Sei stato buono. Sei stato buono. La ferita, l’unica ferita che non gli ha fatto male, è questa.
70Il tuo abbandono ha servito a farlo morire avanti al tramonto per evitargli altre torture. Sei stato buono. Tutto fai con fine di bontà. Siamo noi creature che non comprendiamo. Sei stato buono. Buono sei stato! Dilla, anima mia, questa parola, per levare il mordente del tuo soffrire. Dio è buono e ti ha sempre amata, anima mia. Dalla cuna a quest’ora ti ha sempre amata. Ti ha dato tutta la gioia del Tempo. Tutta. Ti ha dato Lui stesso. É stato buono. Buono. Buono. Grazie, Signore. Che Tu sia benedetto per la tua infinita bontà!
71Grazie. Gesù, dico “grazie” anche per Te. Questa almeno non l’hai sentita, Figlio mio! Io sola l’ho sentita nel mio, quando ho visto il tuo Cuore aperto. Ora è nel mio la tua lancia, e fruga, e strazia. Ma meglio così! Tu non la senti. Ma Gesù, pietà! Un segno da Te! Una carezza, una parola per la tua povera Mamma dal cuore straziato! Un segno, un segno, Gesù, se mi vuoi trovare viva al tuo ritorno!».
60. Il Volto Santo[151].
Un ricordo, un dono.
72Un picchio risoluto all’uscio fa sobbalzare tutti. Il padrone di casa fugge coraggiosamente. Maria di Zebedeo vorrebbe che il suo Giovanni lo seguisse e lo spinge verso il cortile. Le altre, meno la Maddalena, si stringono l’una coll’altra gemendo. É Maria di Magdala che va dritta e forte all’uscio e chiede: «Chi bussa?».
73Una voce di donna risponde: «Sono Niche. Ho una cosa da dare alla Madre. Aprite! Presto. La ronda è in giro».
74Giovanni, che si è svincolato dalla madre ed è corso presso la Maddalena, lavora intorno ai molteplici serrami, tutti ben assicurati questa sera. Apre. Entra Niche con la servente ed un uomo nerboruto che le scorta. Chiudono.
75«Ho una cosa…», e piange Niche e non può parlare…
«Che? Che?». Le sono tutti addosso, curiosi.
76«Sul Calvario… Ho visto il Salvatore in quello stato… Avevo preparato il velo lombare perché non usasse i cenci dei boia… Ma era tanto sudato, col sangue negli occhi, che ho pensato darglielo perché si asciugasse. Ed Egli lo ha fatto… E mi ha reso il velo. Io non l’ho usato più… Volevo tenerlo per reliquia col suo sudore e il suo sangue. E vedendo l’accanimento dei giudei, dopo poco, con Plautina e le altre romane Lidia e Valeria, insieme, abbiamo deciso di tornare indietro. Per paura che ci levassero questo lino. Le romane son donne virili. Ci hanno messe nel mezzo, io e la servente, e ci hanno protette. É vero che sono contaminazione per Israele… e che toccare Plautina è pericolo. Ma ciò si pensa in tempi di calma. Oggi erano tutti ubbriachi… A casa ho pianto… per ore… Poi è venuto il terremoto e sono svenuta… Rinvenuta, ho voluto baciare quel lino e ho visto… oh!… Vi è sopra la faccia del Redentore! …»
77«Fa’ vedere! Fa’ vedere!».
«No. Prima alla Madre. É il suo diritto».
«É tanto sfinita! Non resisterà…»
«Oh! non lo dite! Le sarà di conforto, invece. Avvertitela!».
Un sorriso nel suo volto.
78Giovanni bussa piano all’uscio.
«Chi è?».
«Io, Madre. Fuori è Niche… É venuta nella notte… Ti ha portato un ricordo… un dono… Spera darti conforto con quello».
«Oh! un solo dono mi può confortare! Il sorriso del suo Volto…»
79«Madre!». Giovanni l’abbraccia per tema che cada e dice, come confidasse il Nome vero di Dio: «Quello è. Il sorriso del suo Volto, impresso nel lino con cui Niche lo ha asciugato sul Calvario».
«Oh! Padre! Dio altissimo! Figlio santo! Eterno Amore! Siate benedetti! Il segno! Il segno che vi ho chiesto! Falla, falla entrare!».
89Maria si siede perché non si regge più e, mentre Giovanni fa cenno alle donne, che occhieggiano, che Niche passi, Ella si ricompone.
81Niche entra e si inginocchia ai suoi piedi con la servente accanto. Giovanni, ritto in piedi, presso Maria, le tiene il braccio dietro le spalle come per sorreggerla. Niche non dice una parola. Ma apre il cofano, estrae il lino, lo spiega. E il Volto di Gesù, il Volto vivo di Gesù, il doloroso e pur sorridente Volto di Gesù, guarda la Madre e le sorride.
82Maria ha un grido di amore doloroso e tende le braccia. Le donne le fanno eco dal vano dell’uscio dove si affollano. E la imitano nell’inginocchiarsi davanti al Volto del Salvatore.
83Niche non trova una parola. Passa il lino dalle sue alle mani materne e si curva poi a baciarne il lembo. E poi esce a ritroso, senza attendere che Maria rinvenga dalla sua estasi.
84Se ne va… É già fuori, nella notte, quando pensano a lei… Non resta che chiudere il portone come era prima.
85Maria è di nuovo sola. In un colloquio d’anima con l’effigie del Figlio, perché tutti si ritirano di nuovo.
Bella schiera di seguaci.
86Altro tempo passa. Poi Marta dice: «Come faremo per gli unguenti? Domani è sabato…».
«E non potremo prendere nulla…», dice Salome.
«E bisognerebbe farlo… Molte libbre di aloe e mirra… ma era così mal lavato…».
«Bisognerebbe avere pronto tutto per l’aurora del primo giorno dopo il sabato», osserva Maria d’Alfeo.
«E le guardie? Come faremo?», chiede Susanna.
«Lo diremo a Giuseppe, se non ci lasciano entrare», risponde Marta.
87«Non potremo da noi spostare la pietra».
Risponde la Maddalena: «Oh! in cinque dici che non potremo? Siamo robuste tutte… e l’amore fa il resto».
«E poi verrò io con voi», dice Giovanni.
«Tu no proprio. Non voglio perdere anche te, figlio».
«Ma non ci pensare. Basteremo noi».
«Ma intanto… Chi ci dà gli aromi?».
Restano tutte accasciate…
87Poi Marta dice: «Potevamo chiedere a Niche se era vero di Giovanna… delle sommosse…».
«É vero! Ma ebeti siamo. Potevamo allora prendere anche gli aromi. Isacco era sul suo uscio quando tornammo…».
88«In palazzo sono molti vasetti d’essenze, e c’è incenso fino. Vado a prenderli». E Maria Maddalena si alza dal suo posto e si mette il manto.
Marta grida: «Tu non andrai».
«Io andrò».
«Sei folle! Ti prenderanno!»
«Tua sorella ha ragione. Non andare!».
89«Oh! che inutili e urlanti femmine che siete! Invero che Gesù aveva una bella schiera di seguaci! Avete già esaurito la vostra riserva di coraggio? A me, invece, più ne uso e più me ne viene».
«Andrò io con lei. Sono un uomo».
«E io sono tua madre e te lo proibisco».
90«Sta’ buona, Maria Salome, e sta’ buono, Giovanni. Vado sola. Non ho paura. So cosa è girare di notte per le vie. L’ho fatto mille volte per il peccato… e dovrei temere ora che vado per servire il Figlio di Dio?».
«Ma oggi la città è in rivolta. Hai sentito l’uomo».
«È un coniglio. E voi con lui. Io vado».
91«E se ti trovano i soldati?».
«Dirò: “Sono la figlia di Teofilo, Siro, servo fedele di Cesare. E mi lasceranno andare. E poi… L’uomo davanti ad una donna giovane e bella è un trastullo più innocuo di un filo di paglia. Lo so, per mia vergogna…».
«Ma dove vuoi trovare profumi in palazzo se esso è disabitato da anni?».
92«Lo credi? Oh! Marta! Non ricordi che Israele vi obbligò a lasciarlo perché era uno dei miei luoghi di ritrovo con gli amanti? In esso io avevo tutto quanto serviva a farli più folli ancora di me. Quando fui salvata dal mio Salvatore, io ho nascosto, in un luogo noto a me sola, gli alabastri e gli incensi che usavo per le mie orge d’amore. Ed ho giurato che unicamente il pianto sul mio peccato e l’adorazione di Gesù santissimo sarebbero state le acque profumate e gli ardenti incensi di Maria pentita. E di quei segni di un culto profano del senso e della carne ne avrei solo usato per santificarli su Lui e dargli unzione. Ora è l’ora.
93Vado. Restate. E tranquille. Con me viene l’angelo di Dio e nulla di male mi accadrà. Addio. Vi porterò notizie. E a Lei non dite nulla… Le aumentereste l’affanno…».
E Maria di Magdala esce sicura, imponente.
“Il sabato è morto”.
94«Madre, questo ti insegni… E ti dica: “Non fare che il mondo dica che tuo figlio è un vile”. Domani, anzi oggi, perché già è data la seconda vigilia, io andrò cercando i compagni, come Ella vuole…».
«É sabato… non puoi…», obbietta Salome per trattenerlo.
95«”Il sabato è morto”, dico io pure con Giuseppe. L’era nuova è iniziata. Altre leggi, altri sacrifici e cerimonie in essa».
Maria Salome china la testa sui ginocchi e piange senza più protestare.
«Oh! poter sapere di Lazzaro!», geme Maria di Cleofa.
96«Se mi lasciate andare lo saprete. Perché i compagni, Simone Cananeo ne ha avuto l’ordine, sono stati condotti, da lui, da Lazzaro. Gesù lo disse, me presente, a Simone».
«Ohimè! Tutti là? Allora tutti perduti!». Maria Cleofa e Salome piangono desolate.
Prodi o conigli?
97Passa altro tempo fra pianti e attese. Poi torna Maria Maddalena. Trionfante, carica di borse piene di vasetti preziosi.
98«Vedete che nulla è accaduto? Ecco qui: oli di ogni genere, e nardo, e olibano, e benzoino. Non c’è la mirra e l’aloe… Non volevo amarezze io… Le bevo tutte ora… Ma intanto intrideremo queste, e domani prenderemo… oh! pagando, Isacco darà anche di sabato… Prenderemo mirra e aloe».
99«Ti hanno vista?».
«Nessuno.
Non c’è in giro neppure un pipistrello».
100«I soldati?».
«I soldati? Io credo che russino nei loro giacigli».
101«Ma le sedizioni… gli arresti…».
«Li ha visti la paura di quell’uomo…».
102«Chi è nel palazzo?».
«Ma Levi e la moglie. Tranquilli come pargoli. Gli armati sono fuggiti… ah! ah! bei prodi abbiamo, per mia fede!… Sono fuggiti appena seppero della condanna. Dico il vero: Roma è dura e usa il flagello… Ma con questo si fa temere e servire. Ed ha uomini, non conigli… Oh! sì! Egli diceva: “I miei seguaci conosceranno la mia stessa sorte”. Umh! Se molti romani diverranno di Gesù, ciò può essere. Ma se deve avere martiri fra gli israeliti! Resterà solo… Ecco.
103Questo è il mio sacco. E questo è di Giovanna, che… Sì. Non solo vili, ma mentitori siamo. Giovanna non è che accasciata. Lei ed Elisa si sono sentite male sul Golgota. Una è una madre che ebbe morto il figlio, e sentire i rantoli di Gesù la fecero stare male. L’altra è delicata, non usa a tanto cammino e a tanto sole. Ma niente ferite, niente agonie. Piange, come noi, certo. Non di più. Si rammarica di essere stata condotta via. Domani verrà. E manda questi aromi. Quelli che aveva.
104Con lei era rimasta Valeria, per ordine di Plautina, ed ora se ne è andata con gli schiavi alla casa di Claudia, perché loro hanno molti incensi. Quando verrà, perché anche lei, per grazia del Cielo, non è una lepre sempre tremante, non mettetevi ad urlare come sentiste il gladio alla gola.
Lavorano con lena
105Su. Alzatevi. Prendiamo dei mortai. Lavoriamo. Piangere non giova. O, almeno, piangete e lavorate. Sarà stemperato col pianto il nostro balsamo. Ed Egli lo sentirà su di Lui… Sentirà l’amore nostro». E si morde le labbra, per non piangere e per dare forza alle altre, veramente disfatte.
Lavorano con lena.
106Maria chiama Giovanni.
«Madre, che hai?».
«Questi colpi…».
«Tritano gli incensi…».
«Ah!… Ma… perdonate… Non fate quel rumore… mi sembrano i martelli…».
Infatti i pestelli di bronzo contro il marmo dei mortai fanno proprio un rumore di martelli.
Giovanni lo dice alle donne, e queste escono nel cortile per essere udite meno.
Giovanni torna dalla Madre.
107«Come li hanno avuti?».
«É andata Maria di Lazzaro. A casa sua, e da Giovanna… E anche altri ne verranno portati…».
108«Non è venuto nessuno?».
«Nessuno dopo Niche».
«Ma guardalo, Giovanni, come è bello anche in quel suo dolore!». Maria si assorbe a mani giunte contro il telo, che ha steso contro un cofano tenendolo fermo con dei pesi.
109«Bello, sì, Madre. E ti sorride… Non piangere più… Già qualche ora è passata. Meno da attendere il suo ritorno…», e intanto Giovanni piange…
Credere e fare si deve.
110Maria lo accarezza sulla gota. Ma guarda solo l’effigie del Figlio.
Giovanni esce, accecato dal pianto.
111Anche la Maddalena, che è tornata a prendere delle anfore, è nelle stesse condizioni. Ma dice all’apostolo: «Non bisogna farsi vedere piangere. Perché, se no, quelle là non sanno più fare nulla. E fare si deve…».
112«… e credere si deve», termina Giovanni.
«Sì. Credere. Se non si potesse credere, sarebbe la disperazione. Io credo. E tu?».
«Io pure…».
113«Lo dici male. Non ami ancora abbastanza. Se amassi con tutto te stesso, non potresti non credere[152]. L’amore è luce e voce. Anche contro le tenebre della negazione e il silenzio della morte dice: “Io credo”». É splendida la Maddalena, così alta e imponente, imperiosa nella sua confessione di fede! Deve avere il cuore torturato. E i suoi occhi bruciati di pianto lo dicono. Ma l’animo è invitto.
Giovanni la guarda ammirato e mormora: «Tu sei forte!».
114«Sempre. Lo fui tanto che seppi sfidare il mondo. Ed ero senza Dio, allora. Ora che ho Lui, sento di sapere sfidare anche l’inferno. Tu, che sei buono, non dovresti essere che più forte di me. Perché la colpa deprime, sai? Più di una consunzione. Ma tu sei innocente… Per questo ti amava tanto…».
«Anche te amava…».
«E io non ero innocente. Ma ero la sua conquista e.…».
Le prime redenti dell’oscurantismo pagano.
115Bussano al portone con forza.
«Sarà Valeria. Apri».
Giovanni lo fa senza paura, dominato dalla calma di Maria. É infatti Valeria coi suoi schiavi, che portano la lettiga da cui ella è scesa. Entra salutando latinamente: «Salve».
116«La pace sia con te, sorella. Entra», dice Giovanni.
«Posso offrire alla Madre l’omaggio di Plautina? Anche Claudia ha contribuito. Ma se non è dolore per Lei il vedermi».
Giovanni entra da Maria.
117«Chi bussa? Pietro? Giuda? Giuseppe?».
«No. É Valeria. Ha portato resine preziose[153]. Te le vorrebbe offrire… se non ti dà pena».
118«Devo superare la pena. Egli ha chiamato al suo Regno i figli d’Israele e i pagani. Tutti ha chiamato. Ora… è morto… Ma io sono qui per Lui. E tutti ricevo. Entri».
Valeria entra. Si è levato il mantello oscuro ed è tutta bianca nella sua stola. Si inchina fino a terra. Saluta e parla. «Domina. Tu lo sai chi siamo. Le prime redente dall’oscurantismo pagano. Fango e tenebre eravamo. Tuo Figlio ci ha dato ala e luce. Ora è.… è addormentato in pace. Sappiamo i vostri usi. E vogliamo che anche i balsami di Roma siano sparsi sul Trionfatore».
119«Dio vi benedica, figlie del mio Signore. E.… perdonate se non so dire di più…».
«Non ti sforzare, Domina. Roma è forte. Ma sa anche comprendere il dolore e l’amore. Ti capisce, Madre Dolorosa. Addio».
«La pace sia con te, Valeria! A Plautina, a voi tutte, la mia benedizione».
Valeria si ritira, lasciando i suoi incensi e altre essenze.
«Lo vedi, Madre? Tutto il mondo dà per il Re del Cielo e della Terra».
«Sì», dice Maria.
«Tutto il mondo. E la Madre non avrà potuto dargli che il pianto».
120Un gallo canta allegro in qualche posto vicino. Giovanni sussulta.
«Che hai, Giovanni?», chiede la Vergine.
«Pensavo a Simon Pietro…».
«Ma non era con te?», chiede la Maddalena che è rientrata nella stanza.
«Sì. In casa di Anna. Poi ho capito che dovevo venire qui. E non l’ho mai più visto».
121«Fra poco è l’alba».
«Sì. Aprite».
Aprono le impannate, e i volti sembrano ancor più terrei nella luce verdolina dell’alba.
122La notte del Venerdì Santo è finita.
61. Il mattino della Risurrezione. Preghiera di Maria[154].
Frutti del tempo.
Pietro non perdona sé stesso.
1Le donne riprendono i loro lavori agli oli, che nella notte, al fresco del cortile, si sono solidificati in una manteca pesante.
Giovanni e Pietro pensano che è bene mettere a posto il Cenacolo, pulendo le stoviglie, ma poi rimettendo tutto come fosse appena finita la Cena.
«Egli lo ha detto», dice Giovanni.
2«Aveva anche detto: “Non dormite”! Aveva detto: “Non essere superbo, Pietro. Non sai che l’ora della prova sta per venire?”. E.… e ha detto: “Tu mi rinnegherai…”». Pietro piange di nuovo mentre dice con cupo dolore: «e io l’ho rinnegato!».
«Basta, Pietro! Ora sei tornato tu. Basta di questo tormento!».
«Mai, mai basta. Divenissi vecchio come i primi patriarchi, vivessi i settecento o i novecento anni di Adamo e dei suoi primi nipoti, io non cesserò mai di avere questo tormento».
«Non speri nella sua misericordia?».
3«Sì. Se non credessi a questo, sarei come l’Iscariota: un disperato. Ma, se anche Lui mi perdona dal seno del Padre dove è tornato, io non mi perdono. Io! Io! Io che ho detto: “Non lo conosco”, perché in quel momento era pericoloso conoscerlo, perché ho avuto vergogna d’essergli discepolo, perché ho avuto paura della tortura… Lui andava a morire e io… io ho pensato a salvarmi la vita. E per salvarla l’ho respinto, come una donna in peccato, dopo averlo partorito, respinge il frutto del suo seno, che è pericoloso avere presso, prima che torni il marito ignaro. Peggio di un’adultera sono… peggio di…».
Un frutto della superbia.
4Entra, attirata dalle grida, Maria Maddalena. «Non urlare così. Maria ti sente. È tanto sfinita! Non ha più forza di nulla, e tutto le fa male. I tuoi gridi inutili e scomposti le tornano a dare il tormento di ciò che voi foste…».
5«Vedi? Vedi, Giovanni? Una femmina può impormi di tacere. E ha ragione. Perché noi, i maschi sacri al Signore, abbiamo saputo solo mentire o scappare. Le donne sono state brave. Tu, poco più di una donna, tanto sei giovane e puro, hai saputo rimanere. Noi, noi, i forti, i maschi, siamo fuggiti. Oh! che disprezzo deve avere il mondo di me! Dimmelo, dimmelo, donna! Hai ragione! Mettimi il tuo piede sulla bocca che ha mentito. Sulla suola del sandalo c’è forse un poco del suo Sangue. E solo quel Sangue, mescolato al fango della via, può dare un poco di perdono, un poco di pace al rinnegato. Devo pure abituarmi al disprezzo del mondo! Che sono io? Ma ditelo: che sono?».
6«Sei una grande superbia», risponde calma la Maddalena. «Dolore? Anche quello. Ma credi pure che, su dieci parti del tuo dolore, cinque, per non offenderti col dire sei, sono del dolore di essere uno che può essere disprezzato. Ma che davvero io ti disprezzerò se continui solo a gemere e a dare in smanie, giusto come fa una femmina stolta! Il fatto è fatto. E non sono i gridi scomposti che lo riparano e annullano. Non fanno che attirare l’attenzione e mendicare una compassione che non si merita. Sii virile nel tuo pentimento. Non strillare. Fai.
Un frutto del pentimento.
7Io… tu lo sai chi ero… Ma, quando ho capito che ero più sprezzabile di un vomito, non sono andata in convulsioni. Ho fatto. Pubblicamente. Senza indulgere con me e senza chiedere indulgenza. Il mondo mi sprezzava? Aveva ragione. Lo avevo meritato. Il mondo diceva: “Un nuovo capriccio della prostituta” e dava un nome di bestemmia al mio andare a Gesù? Aveva ragione. La mia condotta di prima il mondo la ricordava, ed essa giustificava ogni pensiero. Ebbene? Il mondo si è dovuto persuadere che Maria peccatrice non era più. Ho, coi fatti, persuaso il mondo. Fa’ tu altrettanto, e taci».
«Sei severa, Maria», obbietta Giovanni.
8«Più con me che cogli altri. Ma lo riconosco. Non ho la mano leggera della Madre. Lei è l’Amore[155]. Io… oh! io! Ho spezzato il mio senso con la sferza del mio volere. E più lo farò. Credi che mi sia perdonata, io, di essere stata la Lussuria? No. Ma non lo dico altro che alla mia persona. E sempre me lo dirò. Consumata morirò in questo segreto rimpianto di essere stata la corruttrice di me stessa, in questo inconsolabile dolore di essermi profanata e di non avere potuto dare a Lui che un cuore calpestato… Vedi… io ho lavorato più di tutte ai balsami… E con più coraggio delle altre io lo scoprirò… Oh! Dio! come sarà ormai! (Maria di Magdala impallidisce solo a pensarlo). E lo coprirò di nuovi balsami, levando quelli che saranno certo tutti corrotti sulle sue piaghe senza numero… Lo farò, perché le altre sembreranno convolvoli dopo un’acquata… Ma ho dolore di farlo con queste mie mani che hanno dato tante carezze lascive, di accostarmi con questa mia carne macchiata alla sua santità… Vorrei… vorrei avere la mano della Madre Vergine per compiere l’ultima unzione…».
Maria ora piange piano, senza sussulti. Come diversa dalla Maddalena teatrale che sempre ci presentano! È lo stesso pianto senza rumore che aveva il giorno del suo perdono nella casa del Fariseo.
Un frutto della Fede.
9«Tu dici che… le donne avranno paura?», le chiede Pietro.
«Non paura… Ma si turberanno davanti al suo Corpo, certo già corrotto… gonfio… nero. E poi, questo è certo, avranno paura delle guardie».
«Vuoi che venga io? Io con Giovanni?».
«Ah! questo no! Noi si esce tutte. Perché, come fummo tutte lassù, così è giusto che tutte si sia intorno al suo letto di morte. Tu e 10Giovanni rimanete qui. Lei non può restare sola! …».
«Non viene Lei?».
«Non la lasciamo venire!».
«Lei è convinta che risorga… E tu?».
11«Io, dopo Maria, sono quella che più credo. Ho creduto sempre che così potesse essere. Lui lo diceva. E Lui non mente mai… Lui!… Oh! prima lo chiamavo Gesù, Maestro, Salvatore, Signore… Ora, ora lo sento tanto grande che non so, non oso più dargli un nome… Che gli dirò quando lo vedrò? …».
«Ma credi proprio che risorga? …».
12«Un altro! Oh! A suon di dirvi che credo e di sentirvi dire che non credete, finirò col non credere più neppure io! Ho creduto e credo. Ho creduto e gli ho da tempo preparato la veste. E per domani, perché domani è il terzo giorno, la porterò qui, pronta…».
«Ma se dici che sarà nero, gonfio, brutto?».
13«Brutto mai. Brutto è il peccato. Ma… ma sì! Sarà nero. Ebbene? Lazzaro non era già marcio? Eppure risorse. Ed ebbe la carne risarcita. Ma, ma se lo dico!… Tacete, miscredenti! Anche in me la ragione umana mi dice: “È morto e non sorgerà”. Ma il mio spirito, il “suo” spirito, perché io ho avuto un nuovo spirito da Lui, grida, e sembrano squilli di argentee tube: “Sorge! Sorge! Sorge!”. Perché mi sbattete come una navicella contro la scogliera del vostro dubitare? Io credo! Credo, mio Signore! Lazzaro ha ubbidito con strazio al Maestro ed è rimasto a Betania… Io, che so chi è Lazzaro di Teofilo, un forte, non un leprotto pavido, posso misurare il suo sacrificio di rimanere nell’ombra e non presso il Maestro. Ma ha ubbidito. Più eroico in questa ubbidienza che se l’avesse strappato con le armi agli armati. Io ho creduto e credo. E qui sto. In attesa come Lei. Ma lasciatemi andare. Il giorno sorge. Appena ci si vedrà a sufficienza, noi andremo al Sepolcro…».
E la Maddalena se ne va, col suo viso bruciato dal pianto, ma sempre forte.
L’appassionata Maddalena.
Le due innamorate del Messia-Dio.
14Rientra da Maria.
«Che aveva Pietro?».
«Una crisi di nervi. Ma gli è passata».
«Non essere dura, Maria. Soffre».
15«Anche io. Ma vedi che non ti ho chiesto neppure una carezza. Lui è stato già medicato da te… E io invece penso che solo tu, Madre mia, hai bisogno di balsamo. Madre mia, santa, amata! Ma fa’ cuore… Domani è il terzo giorno. Ci chiuderemo qui dentro noi due: le sue innamorate. Tu, l’Innamorata santa; io, la povera innamorata… Ma come posso lo sono, con tutta me stessa. E lo aspetteremo… Loro, quelli che non credono, li chiuderemo di là, coi loro dubbi. E qui metterò tante rose… Oggi farò portare il cofano… Ora passerò dal palazzo e darò ordine a Levi. Via tutte queste orribili cose! Non le deve vedere il nostro Risorto… Tante rose… E tu ti metterai una veste nuova… Non deve vederti così. Io ti pettinerò, ti laverò questo povero volto che il pianto ha sfigurato. Eterna fanciulla, io ti farò da madre… Avrò, infine, la beatitudine di avere cure materne per una creatura più innocente di un neonato! Cara!», e con la sua esuberanza affettiva la Maddalena si stringe al petto il capo di Maria, che è seduta, la bacia, la carezza, le ravvia le lievi ciocche dei capelli scomposti dietro le orecchie, le asciuga le nuove lacrime che scendono ancora, ancora, sempre, col lino della sua veste…
I balsami aromatici
16Entrano le donne con lumi e anfore e vasi dalle ampie bocche. Maria d’Alfeo porta un pesante mortaio. «Non si può stare fuori. C’è un poco di vento e spegne le lampade», spiega.
17Si pongono in un lato. Su un tavolo, stretto ma lungo, pongono tutte le loro cose, e poi danno un ultimo tocco ai loro balsami, mescendo nel mortaio, su una polvere bianca che estraggono a manciate da un sacchetto, la già pesante manteca delle essenze. Mescolano lavorando di lena e poi empiono un vaso dall’ampia bocca. Lo pongono al suolo. Ripetono con un altro la stessa operazione. Profumi e lacrime cadono sulle resine.
18Maria Maddalena dice: «Non era questa l’unzione che speravo poterti preparare». Perché è la Maddalena che, più esperta di tutte, ha sempre regolato e diretto la composizione del profumo, tanto acuto che pensano di aprire la porta e di socchiudere la finestra sul giardino, che appena inalba.
Tutte piangono più forte dopo l’osservazione sommessa della Maddalena. Hanno finito. Tutti i vasi sono pieni.
19Escono con le anfore vuote, il mortaio ormai inutile, e molte lucerne. Ne restano due sole nella stanzetta e tremano, pare singhiozzino anche esse col palpitare della loro luce…
Rientrano le donne e chiudono di nuovo la finestra, perché l’alba è freddina. Si pongono i mantelli e prendono delle ampie sacche in cui collocano i vasi del balsamo.
Ancora un sacrificio richiesto alla Madre.
20Maria si alza e cerca il suo mantello. Ma tutte le si affollano intorno persuadendola a non venire.
«Non ti reggi, Maria. Sono due giorni che non prendi cibo. Un poco d’acqua soltanto».
«Sì, Madre. Faremo presto e bene. E torneremo subito».
«Non temere. Lo imbalsameremo come un re. Vedi che balsamo prezioso componemmo! E quanto! …».
«Non trascureremo membro o ferita, e lo metteremo con le nostre mani a posto. Siamo forti e siamo madri. Lo metteremo come un bambino nella cuna. E agli altri non resterà che da chiudere il suo posto».
21Ma Maria insiste: «È il mio dovere», dice. «L’ho curato sempre io. Solo, in questi tre anni che fu del mondo, ho ceduto ad altri la cura di Lui quando Egli mi era lontano. Ora che il mondo lo ha respinto e rinnegato, è di nuovo mio. E io torno la sua serva».
22Pietro, che con Giovanni si era avvicinato all’uscio, non visto dalle donne, fugge sentendo queste parole. Fugge in qualche angolo nascosto per piangere sul suo peccato. Giovanni resta presso lo stipite. Ma non dice niente. Vorrebbe andare anche lui. Ma fa il sacrificio di rimanere presso la Madre.
L’appassionata.
23Maria Maddalena riconduce Maria al suo sedile. Le si inginocchia davanti, l’abbraccia ai ginocchi alzando verso Lei il suo volto doloroso e innamorato, e le promette: «Egli, col suo Spirito, tutto sa e vede. Ma al suo Corpo, coi baci, io dirò il tuo amore, il tuo desiderio. Io so cosa è l’amore. So che pungolo, che fame è amare. Che nostalgia di esser con chi è l’amore per noi. E questo è anche nei vili amori che sembrano oro, e fango sono. Quando poi la peccatrice può sapere ciò che è l’amore santo per la Misericordia vivente, che gli uomini non hanno saputo amare, allora meglio può comprendere cosa è il tuo amore, Madre. Tu lo sai che io so amare.
24E tu sai che Egli lo ha detto, in quella sera del mio vero natale, là, sulle rive del nostro lago sereno, che Maria sa molto amare. Ora, questo mio esuberante amore, come acqua che trabocca da un bacino piegato, come roseto in fiore che si rovescia giù da una muraglia, come fiamma che, trovando esca, più si apprende e cresce, si è tutto riversato su Lui, e da Lui-Amore ha tratto nuova potenza… Oh! che la mia potenza d’amare non ha potuto sostituirsi a Lui sulla Croce!…
25Ma quello che per Lui fare non ho potuto -e patire, e sanguinare, e morire al suo posto, fra gli scherni di tutto il mondo, felice, felice, felice di soffrire al suo posto, e, ne sono certa, arso ne sarebbe stato lo stame della mia povera vita più dall’amore trionfale che dal patibolo infame, e sarebbe dalle ceneri sbocciato il nuovo, candido fiore della nuova vita pura, vergine, ignorante di tutto ciò che non è Dio- tutto questo che non ho potuto fare per Lui, per te lo posso fare ancora…,
26Madre che amo con tutto il mio cuore. Fidati di me. Io che ho saputo, in casa di Simone il fariseo, così dolcemente accarezzare i suoi piedi santi, ora, con l’anima che sempre più sboccia alla Grazia, saprò ancora più dolcemente accarezzare le sue membra sante, medicare le ferite, imbalsamarle più col mio amore, più col balsamo tratto dal mio cuore spremuto dall’amore e dal dolore, che non coll’unguento.
27E la morte non intaccherà quelle carni che tanto amore hanno dato e tanto ne ricevono. Fuggirà la Morte. Perché l’Amore è più forte di essa[156]. È invincibile l’Amore. E io, Madre, col tuo perfetto, col mio totale, di amore imbalsamerò il mio Re d’Amore».
28Maria bacia quest’appassionata che ha, finalmente, saputo trovare Chi merita tanta passione, e cede al suo pregare.
Si incammina al sepolcro
29Le donne escono portando una lucerna. Nella stanza ne resta una sola. Ultima esce la Maddalena, dopo un ultimo bacio alla Madre che resta.
La casa è tutta buia e silenziosa. La strada è ancora oscura e solitaria.
Giovanni chiede: «Non mi volete proprio?».
«No. Puoi servire qui. Addio».
62. Le pie donne al Sepolcro[157].
La Maddalena più due gruppi di donne.
Che pavide sorelle.
1Le donne, intanto, uscite dalla casa camminano rasente al muro, ombre nell’ombra. Per qualche tempo tacciono, tutte imbacuccate e paurose di tanto silenzio e solitudine. Poi, rassicurandosi alla vista della calma assoluta che è in città, si riuniscono in gruppo e osano parlare.
«Saranno già aperte le porte?», chiede Susanna.
«Certo. Guarda là il primo ortolano che entra con le verdure. Va al mercato», risponde Salome.
«Ci diranno nulla?», chiede ancora Susanna.
«Chi?», domanda la Maddalena.
«I soldati, alla porta Giudiziaria. Di lì… entrano pochi ed escono meno ancora… Daremo sospetti…».
«E con ciò? Ci guarderanno. Vedranno cinque donne che vanno verso la campagna. Potremmo essere anche persone che, fatta la Pasqua, andiamo ai nostri paesi».
«Però… Per non dare nell’occhio a qualche malintenzionato, perché non usciamo da un’altra porta e poi giriamo rasente alle mura? …».
«Allungheremo la strada».
«Ma saremo più sicure. Prendiamo la porta dell’Acqua…».
«Oh! Salome! Se fossi in te, sceglierei la porta Orientale! Più lungo il giro dovresti fare! Occorre fare presto e tornare presto». È la Maddalena questa così recisa.
«Allora un’altra, ma non quella Giudiziaria. Sii buona…», pregano tutte.
2«E va bene. Allora, posto che volete così, passiamo da Giovanna. Si è raccomandata di farglielo sapere. Se fossimo andate dirette, si poteva fare senza. Ma poiché volete fare un giro più lungo, passiamo da lei…».
«Oh! sì. Anche per le guardie messe là… Lei è nota e temuta…».
«Io direi di passare anche da Giuseppe d’Arimatea. È il padrone del luogo».
3«Ma sì! Facciamo un corteo, adesso, per non dare nell’occhio! Oh! che pavida sorella che ho! Piuttosto, sai Marta? Facciamo così. Io vado avanti e guardo. Voi venite dietro con Giovanna. Mi metterò in mezzo alla via, se c’è del pericolo, e mi vedrete. E torneremo indietro. Ma vi assicuro che le guardie, davanti a questo –io ci ho pensato (e mostra una borsa piena di monete) – ci lasceranno fare tutto».
«Lo diremo anche a Giovanna. Hai ragione».
La Maddalena vola sola.
4«Allora andate, che io vado».
«Vai sola, Maria? Io vengo con te», dice Marta timorosa per la sorella.
«No. Tu va’ con Maria d’Alfeo da Giovanna. Salome e Susanna ti aspetteranno presso la porta, dalla parte di fuori delle mura. E poi verrete per la via maestra tutte insieme. Addio». E Maria Maddalena tronca altri possibili commenti andandosene veloce con la sua borsa di balsami e le sue monete in seno.
Vola, tanto va lesta nella strada che si fa più lieta nel primo rosare dell’aurora. Passa la porta Giudiziaria per fare più presto. Né nessuno la ferma…
Le altre vanno da Giovanna.
5Le altre la guardano andare, poi volgono le spalle alla biforcazione di vie dove erano e ne prendono un’altra, stretta e oscura, che poi si apre, in prossimità del Sisto, in una più vasta e aperta in cui sono belle case. Si dividono ancora, Salome e Susanna procedendo per la via, mentre Marta e Maria d’Alfeo bussano al portone ferrato e si mostrano al finestrino (spioncino) che il portinaio socchiude.
Entrano e vanno da Giovanna che, già alzata e tutta vestita di un viola scurissimo che la fa ancora più pallida, manipola anche essa degli oli insieme alla nutrice e ad una servente.
6«Siete venute? Dio ve ne compensi. Ma, non foste venute, sarei andata da me… Per trovare conforto… Perché molte cose sono rimaste turbate dopo quel tremendo giorno. E per non sentirmi sola devo andare contro quella pietra e bussare e dire: “Maestro, sono la povera Giovanna… Non mi lasciare sola anche Tu…”».
Giovanna piange piano ma con molta desolazione, mentre Ester, la nutrice, fa dei grandi segni indecifrabili dietro le spalle della padrona, intanto che le mette il mantello.
«Io vado, Ester».
«Dio ti conforti!».
L’esperienza del sepolcro vuoto.
Vi fu un gran terremoto
7Escono dal palazzo per raggiungere le compagne. È in questo momento che avviene il breve e forte terremoto, che getta di nuovo nel panico i gerosolimitani, ancora terrorizzati dagli avvenimenti del Venerdì. Le tre donne tornano sui loro passi, precipitosamente, e nell’ampio vestibolo, fra le serve e i servi urlanti e invocanti il Signore, stanno paurose di nuove scosse…
8…La Maddalena, invece, è proprio al limitare del viottolo che porta all’orto dell’Arimatea quando la coglie il boato potente, e pure armonico, di questo segno celeste, mentre, nella luce appena rosata dell’aurora che si avanza nel cielo, dove ancora a occidente resiste una tenace stella, e che fa bionda l’aria fino allora verdolina, si accende una grande luce, che scende come fosse un globo incandescente, splendidissimo, tagliando a zig-zag l’aria quieta.
Maria di Magdala ne è quasi sfiorata e rovesciata al suolo. Si curva un momento mormorando: «Mio Signore!», e poi si raddrizza come uno stelo dopo il passar del vento e, ancora più ratta, corre verso l’ortaglia.
Il sepolcro vuoto.
9Vi entra veloce, andando, come un uccello inseguito e cercante il nido, verso il sepolcro di roccia. Ma, per quanto vada veloce, non può essere là quando la celeste meteora fa da leva e da fiamma sul sigillo di calcina messo a rinforzo del pesante pietrone, né quando con fragore finale la porta di pietra cade, dando uno scuotìo che si unisce a quello del terremoto che, se è breve, è di una violenza tale che atterra le guardie come morte.
10Maria, sopraggiungendo, vede questi inutili carcerieri del Trionfatore gettati al suolo come un fascio di spighe falciate. Maria Maddalena non riconnette il terremoto con la Risurrezione. Ma, vedendo quello spettacolo, crede che sia il castigo di Dio sui profanatori del Sepolcro di Gesù, e cade in ginocchio dicendo: «Ahimè! Lo hanno rapito!». È veramente desolata e piange come una bambina che sia venuta sicura di trovare il padre cercato e trovi invece vuota la dimora.
Pietro e Giovanni corrono al sepolcro.
11Poi si alza e corre via per andare da Pietro e Giovanni. E, dato che più non pensa che ad avvisare i due, non ricorda di andare incontro alle compagne, di arrestarsi sulla via, ma veloce come una gazzella ripassa per la strada già fatta, supera la porta Giudiziaria e vola per le strade che sono un poco più animate, si abbatte contro il portone della casa ospitale e lo batte e lo scuote furiosamente.
Le apre la padrona. «Dove sono Giovanni e Pietro?», chiede affannosa Maria Maddalena.
«Là», e la donna indica il Cenacolo.
12Maria di Magdala entra e, appena è dentro, davanti ai due stupiti dice, e nella voce tenuta bassa per pietà della Madre è più affanno che se avesse urlato, dice: «Hanno portato via il Signore dal Sepolcro! Chissà dove lo hanno messo!», e per la prima volta traballa e vacilla e, per non cadere, si afferra dove può.
«Ma come? Che dici?», chiedono i due.
E lei, con affanno: «Sono andata avanti… per comperare le guardie… perché ci lasciassero fare. Loro sono là come morte… Il Sepolcro è aperto, la pietra per terra… Chi? Chi sarà stato? Oh! venite! Corriamo…».
13Pietro e Giovanni si avviano subito. Maria li segue per qualche passo. Poi torna indietro. Afferra la padrona di casa, la scrolla, violenta nel suo previdente amore, e le fischia in volto: «Guardati bene da far passare nessuno da Lei (e accenna la porta della stanza di Maria). Ricordati che io sono la tua padrona. Ubbidisci a taci». E poi la lascia esterrefatta e raggiunge gli apostoli, che a gran passi vanno verso il Sepolcro…
L’esperienza dell’incontro con gli angeli
L’angelo del divino Dolore.
14…Susanna e Salome, intanto, lasciate le compagne e raggiunte le mura, vengono colte dal terremoto. Impaurite, si rifugiano sotto una pianta e stanno là, combattute fra la smania di andare verso il Sepolcro e quella di scappare presso Giovanna. Ma l’amore vince la paura e vanno verso il Sepolcro.
15Entrano ancora sbigottite nell’ortaglia e vedono le guardie tramortite… vedono una grande luce uscire dal Sepolcro aperto. Si aumenta il loro sbigottimento e finisce di farsi completo quando, tenendosi per mano per farsi coraggio a vicenda, si affacciano sulla soglia e, nel buio della grotta sepolcrale, vedono una creatura luminosa e bellissima, dolcemente sorridente, salutarle dal posto dove sta: appoggiata a destra della pietra dell’unzione, che si annulla col suo grigio dietro a tanto incandescente splendore. Cadono a ginocchi, sbalordite di stupore.
16Ma l’angelo dolcemente parla loro: «Non abbiate timore di me. Sono l’angelo del Divino Dolore. Sono venuto per bearmi della fine di esso. Più non è il dolore del Cristo, il suo avvilimento nella morte. Gesù di Nazareth, il Crocifisso che voi cercate, è risorto. Non è più qui! Vuoto è il posto dove era deposto. Giubilate con me. Andate. Dite a Pietro e ai discepoli che Egli è risorto e vi precede in Galilea. Là lo vedrete ancora per poco, secondo che ha detto».
Fuga delle due donne.
17Le donne cadono col volto a terra e quando lo alzano fuggono come fossero inseguite da un castigo. Sono terrorizzate e mormorano: «Ora morremo! Abbiamo visto l’angelo del Signore!».
18Si calmano un poco in aperta campagna e si consigliano. Che fare? Se dicono ciò che hanno visto, non saranno credute. Se dicono anche di venire di là, possono essere accusate dai giudei di aver ucciso le guardie. No. Non possono dire nulla, né agli amici, né ai nemici…
19Pavide, ammutolite, tornano da altra via verso casa. Entrano e si rifugiano nel Cenacolo. Neppure chiedono di vedere Maria… E là pensano che quanto hanno visto non sia che un inganno del Demonio. Umili come sono, giudicano che «non può essere che a loro sia stato concesso di vedere il messo di Dio. È Satana che le ha volute impaurire per allontanarle di là».
Piangono e pregano come due bambine impaurite da un incubo…
Il terzo gruppo di donne si avvia al sepolcro
20…Il terzo gruppo, quello di Giovanna, Maria d’Alfeo e Marta, visto che nulla succede di nuovo, si decide ad andare là dove certo le compagne attendono. Escono nelle strade, dove ormai vi è gente impaurita, che commenta il nuovo terremoto e lo ricollega ai fatti del Venerdì e vede anche quello che non c’è.
«Meglio se sono tutti spauriti! Forse lo saranno anche le guardie e non faranno eccezioni», dice Maria d’Alfeo. E vanno svelte verso le mura.
Pietro e Giovanni al sepolcro.
21Ma, mentre loro vanno là, all’ortaglia sono già giunti Pietro e Giovanni, seguiti dalla Maddalena. E Giovanni, più svelto, giunge per primo al Sepolcro. Le guardie non ci sono più. E più non c’è l’angelo.
22Giovanni si inginocchia, timoroso e dolente, sulla soglia spalancata, e per venerare e per cogliere qualche indizio dalle cose che vede. Ma non vede che ammucchiati per terra i panni-lini messi sopra la sindone. «Non c’è proprio, Simone! Maria ha visto bene. Vieni, entra, guarda».
23Pietro, col fiato grosso per il gran correre fatto, entra nel Sepolcro. Aveva detto per via: «Io non oserò accostarmi a quel posto». Ma ora non pensa altro che a scoprire dove può essere il Maestro. E lo chiama anche, come Egli potesse essere nascosto in qualche angolo buio.
24L’oscurità, in questa ora mattutina, è ancora forte nel profondo del Sepolcro, a cui dà luce solo la piccola apertura della porta su cui ora fanno ombra Giovanni e la Maddalena… E Pietro stenta a vedere, e deve aiutarsi con le mani a vedere… Tocca, e trema, il tavolo dell’unzione e lo sente vuoto…
25«Non c’è, Giovanni! Non c’è! … Oh! vieni anche tu! Io ho tanto pianto che non ci vedo quasi in questa poca luce».
26Giovanni si alza in piedi ed entra. E, mentre lo fa, Pietro scopre il sudario posto in un angolo, ben piegato e con dentro la sindone arrotolata con cura.
27«Lo hanno proprio rapito. Le guardie erano non per noi, ma per fare questo… E noi l’abbiamo lasciato fare. Coll’andarcene lo abbiamo permesso! …».
28«Oh! dove lo avranno messo?».
«Pietro! Pietro! Ora… è proprio finita!».
I due discepoli sono annientati.
«Andiamo, donna. Tu lo dirai alla Madre…».
L’angelo Custode e l’angelo del Dolore
29«Io non vengo via. Sto qui… Qualcuno verrà… Oh! io non vengo… Qui c’è ancora qualcosa di Lui. Aveva ragione la Madre… Respirare l’aria dove Egli fu è l’unico sollievo che ci resta».
«L’unico sollievo… Ora lo vedi tu pure che era fola sperare…», dice Pietro.
Maria neppure risponde. Si accascia al suolo, proprio presso la porta, e piange, mentre gli altri vanno via lentamente.
30Poi alza il capo e guarda dentro, e fra le lacrime vede due angeli seduti a capo e a piedi della pietra dell’unzione. È tanto intontita la povera Maria, nella sua più fiera battaglia fra la speranza che muore e la fede che non vuole morire, che li guarda inebetita, senza neppure stupirsene. Non ha più altro che lacrime la forte che a tutto ha resistito da eroina.
31«Perché piangi, donna?», chiede uno dei due luminosi fanciulli, perché di adolescenti bellissimi hanno l’aspetto.
«Perché hanno portato via il mio Signore e non so dove me lo hanno messo».
32Maria non ha paura a parlare con loro, non chiede: «Chi siete?». Nulla. Nulla più le fa stupore. Tutto quanto può stupire una creatura ella lo ha già subito. Ora non è che una cosa spezzata che piange senza vigore e ritegno.
33Il giovinetto angelico guarda il compagno e sorride. E l’altro pure. E in un balenare di letizia angelica ambedue guardano fuori, verso l’ortaglia tutta in fiore per i milioni di corolle che si sono aperte al primo sole sui meli fitti del pometo.
Apparizioni del Messia risorto.
Il Risorto con volto umano
34Maria si volta per vedere chi guardano. E vede un Uomo, bellissimo, che non so come non possa riconoscere subito. Un Uomo che la guarda con pietà e le chiede: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». È vero che è un Gesù offuscato dalla sua pietà verso la creatura, che le troppe emozioni hanno sfinita e che potrebbe morire per improvvisa gioia, ma proprio mi chiedo come possa non riconoscerlo.
35E Maria fra i singhiozzi: «Mi hanno preso il Signore Gesù! Ero venuta per imbalsamarlo in attesa che sorgesse… Ho tenuto raccolto tutto il mio coraggio e la mia speranza e la mia fede intorno al mio amore… e ora non lo trovo più… Anzi ho messo il mio amore intorno alla fede, alla speranza e al coraggio, per difendere questi dagli uomini… Ma è tutto inutile! Gli uomini hanno rubato il mio Amore e con esso tutto mi hanno levato…
36O mio signore, se sei tu che lo hai portato via, dimmi dove lo hai messo. Ed io lo prenderò… Non lo dirò a nessuno… Sarà un segreto fra me e te. Guarda: sono la figlia di Teofilo, la sorella di Lazzaro, ma ti sto in ginocchio davanti a supplicarti, come una schiava.
37Vuoi che ti compri il suo Corpo? Lo farò. Quanto vuoi? Sono ricca. Posso darti tant’oro e gemme per quanto esso pesa. Ma rendimelo. Non ti denuncerò. Vuoi percuotermi? Fallo. A sangue, se vuoi. Se hai un odio per Lui, fallo scontare a me. Ma rendimelo. Oh! non mi fare povera di questa miseria, o mio signore! Pietà di una povera donna! …
38Per me non vuoi? Per sua Madre, allora. Dimmi! Dimmi dove è il mio Signore Gesù. Sono forte. Lo prenderò fra le braccia e lo porterò come un bambino in salvo. Signore… signore… tu lo vedi… da tre giorni siamo percossi dall’ira di Dio per quello che fu fatto al Figlio di Dio… Non aggiungere Profanazione a Delitto…».
Il Risorto si svela all’innamorata.
39«Maria!». Gesù sfavilla nel chiamarla. Si svela nel suo fulgore trionfante.
40«Rabboni!». Il grido di Maria è veramente “il grande grido” che chiude il ciclo della morte. Col primo le tenebre dell’odio fasciarono la Vittima di bende funebri, col secondo le luci dell’amore aumentarono il suo splendore. E Maria si alza nel grido che empie l’ortaglia, corre ai piedi di Gesù, li vorrebbe baciare.
41Gesù la scosta toccandola appena col sommo delle dita presso la fronte: «Non mi toccare! Non sono ancora salito al Padre mio con questa veste. Va’ dai miei fratelli e amici, e di’ loro che Io salgo al Padre mio e vostro, al Dio mio e vostro. E poi verrò da loro». E Gesù scompare, assorbito da una luce insostenibile.
42Maria bacia il suolo dove Egli era e corre verso casa. Entra come un razzo, perché il portone è socchiuso per dare passaggio al padrone che esce per andare alla fonte; apre la porta della stanza di Maria e le si abbandona sul cuore gridando: «È risorto! È risorto!», e piange beata.
Gli angeli al terzo gruppo di donne.
43E mentre accorrono Pietro e Giovanni, e dal Cenacolo avanzano spaurite Salome e Susanna e ascoltano il suo racconto, ecco entrare anche, dalla via, Maria d’Alfeo con Marta e Giovanna, che a fiato mozzo dicono di «essere anche loro state là e di avere visto due angeli che si dicevano il Custode dell’Uomo Dio e l’angelo del suo Dolore, e che hanno dato loro l’ordine di dire ai discepoli che Egli era risorto». E poiché Pietro scrolla il capo, insistono dicendo: «Sì. Hanno detto: “Perché cercate il Vivente fra i morti? Egli non è qui. È risorto, come disse quando ancora era in Galilea. Non ricordate? Disse: ‘Il Figlio dell’uomo deve essere dato nelle mani dei peccatori ed essere crocifisso. Ma il terzo giorno risusciterà?”».
44Pietro scrolla il capo dicendo: «Troppe cose in questi giorni! Ne siete rimaste turbate».
45La Maddalena alza il capo dal petto di Maria e dice: «L’ho visto! Gli ho parlato. Mi ha detto che sale al Padre e poi viene. Come era bello!», e piange come non ha mai pianto, ora che non ha più da torturare sé stessa per fare forza contro il dubbio sorgente da ogni lato.
46Ma Pietro, e anche Giovanni, restano molto dubbiosi. Si guardano, ma il loro occhio dice: «Immaginazione di donne!».
47Anche Susanna e Salome osano allora parlare. Ma la stessa inevitabile diversità nei particolari delle guardie che prima ci sono come morte e poi non ci sono, degli angeli che ora sono uno e ora due e che agli apostoli non si sono mostrati, delle due versioni sul venire qui di Gesù o sul precedere i suoi in Galilea, fa sì che il dubbio e, anzi, la persuasione degli apostoli cresca sempre più.
Apparizione a Maria D’Alfeo e Salome.
48Maria, la Madre beata, tace sorreggendo la Maddalena… Non comprendo il mistero di questo silenzio materno.
49Maria d’Alfeo dice a Salome: «Torniamo là noi due. Vediamo se siano tutte ebbre…». E corrono fuori.
50Le altre restano, pacatamente derise dai due apostoli, presso Maria che tace, assorta in un pensiero che tutti interpretano a modo loro, e nessuno comprende che è in estasi.
51Tornano le due attempate donne: «È vero! È vero! Noi lo abbiamo visto. Ci ha detto, presso l’orto di Barnaba: “La pace a voi. Non temete. Andate a dire ai miei fratelli che sono risorto e che vadano fra qualche giorno in Galilea. Là staremo ancora insieme”. Così ha detto. Maria ha ragione. Bisogna dirlo a quelli di Betania, a Giuseppe, a Nicodemo, ai discepoli più fidi, ai pastori, andare, fare, fare… Oh! è risorto! …», piangono tutte beate.
Incredulità dei due apostoli.
52«Folli siete, donne. Il dolore vi ha turbate. La luce vi è parsa un angelo. Il vento voce. Il sole il Cristo. Io non vi critico. Vi capisco, ma non posso che credere che a ciò che io ho visto: il Sepolcro aperto e vuoto, e le guardie fuggite col Cadavere involato».
Disonestà dei capi giudei.
53«Ma se lo dicono le guardie stesse che è risorto! Se la città è in subbuglio e i principi dei Sacerdoti sono folli d’ira, perché le guardie hanno parlato fuggendo esterrefatte! Ora vogliono che dicano diverso e le pagano perciò. Ma già si sa. E se i giudei non credono alla Risurrezione, non vogliono credere, molti altri credono…».
«Uhm! Le donne! …». Pietro alza le spalle e fa per andarsene.
Testimonianza della madre.
54Allora la Madre, che ha sempre sul cuore la Maddalena che piange come un salice sotto un’acquata per la sua troppo grande gioia e che la bacia sui capelli biondi, alza il viso trasfigurato e dice una breve frase: «È realmente risorto. Io l’ho avuto fra le braccia e ne ho baciato le Piaghe». E poi si curva sui capelli dell’appassionata e dice: «Sì, la gioia è ancora più forte del dolore. Ma non è che una briciola di rena di quello che sarà il tuo oceano di gioia eterna. Te beata che sopra la ragione hai fatto parlare lo spirito».
55Pietro non osa più negare… e con uno di quei trapassi del Pietro antico, che ora ritorna ad affiorare, dice, e urla, come se dagli altri e non da lui dipendesse il ritardo: «Ma allora, se è così, bisogna farlo sapere agli altri. A quelli dispersi per le campagne… cercare… fare… Su, muovetevi. Se dovesse proprio venire… che ci trovi almeno», e non si accorge che ancora confessa di non credere ciecamente alla sua Risurrezione.
63. Considerazioni sull’apparizione alla Maddalena[158].
La redenta.
15E dopo che alla Pura, alla quale per diritto di santità e di maternità è giusto vada il Figlio-Dio, mi presento alla donna redenta, alla capostipite, alla rappresentante di tutte le creature femminee che sono venuto a liberare dal morso della lussuria. Perché dica ad esse che si accostino a Me per guarire, che abbiano fede in Me, che credano nella mia Misericordia che comprende e perdona, che per vincere Satana, che fruga loro le carni, guardino la mia Carne ornata dai cinque ferite.
16Non mi faccio toccare da lei. Ella non è la Pura che può toccare, senza contaminarlo, il Figlio che torna al Padre. Molto ha ancora da purificare con la penitenza. Ma il suo amore merita questo premio. Ella ha saputo risorgere per sua volontà dal sepolcro del suo vizio, strozzare Satana che la teneva, sfidare il mondo per amore del suo Salvatore, ha saputo spogliarsi di tutto che non fosse amore, ha saputo non essere più che amore che si consuma per il suo Dio. E Dio la chiama: “Maria”. Odila rispondere: “Rabboni!”. Vi è il suo cuore in quel grido.
17A lei, che l’ha meritato, do l’incarico di esser messaggera della Risurrezione. E ancora una volta sarà un poco schernita come avesse vaneggiato. Ma non le importa nulla, a Maria di Magdala, a Maria di Gesù, del giudizio degli uomini. Mi ha visto risorto, e ciò le dà una gioia che attutisce ogni altro sentimento.
18Vedi come amo anche chi fu colpevole, ma volle uscire dalla colpa? Neppure a Giovanni Io mi mostro per primo. Ma alla Maddalena. Giovanni aveva già avuto il grado di figlio da Me. Lo poteva avere perché era puro e poteva essere figlio non solo spirituale, ma anche dante e ricevente, alla e dalla Pura di Dio, quei bisogni e quelle cure che sono connesse alla carne.
19Maddalena, la risorta alla Grazia, ha la prima visione della Grazia Risorta.
Regola per meritare la manifestazione di Gesù.
20Quando mi amate sino a vincere tutto per Me, Io vi prendo il capo ed il cuore malato fra le mie mani trafitte e vi alito in volto il mio Potere. E vi salvo, vi salvo, figli che amo. Voi tornate belli, sani, liberi, felici. Voi tornate i figli cari del Signore. Faccio di voi i portatori della mia Bontà fra i poveri uomini, coloro che testimoniate della mia Bontà ad essi per farli persuasi di essa e di Me.
21Abbiate, abbiate, abbiate fede in Me. Abbiate amore. Non temete. Vi faccia sicuri del Cuore del vostro Dio tutto quanto ho patito per salvarvi.
Fedeltà della Maddalena[159] .
70Avevo delle donne… E una, la più colpevole in passato, è stata, come Giovanni ha detto, la fiamma che ha saldato le spezzate fibre dei cuori. Quella donna è Maria di Magdala. Tu mi hai rinnegato e sei fuggito. Ella ha sfidato la morte per starmi vicino. Insultata, ha scoperto il suo volto, pronta a ricevere sputi e ceffoni, pensando di assomigliare così di più al suo Re crocifisso. Schernita nel fondo dei cuori per la sua tenace fede nella mia Risurrezione, ha saputo continuare a credere. Straziata, ha agito. Desolata, stamane, ha detto: “Di tutto mi spoglio, ma datemi il mio Maestro”. Puoi osare ancora la domanda: “Perché a lei?”.
Il Golgota santificato per sempre[160].
83«Sarà al luogo dove tu vedesti l’erba bagnata di sangue…».
Gesù, che è avanti, si volta e dice: «Al Golgota. Là vi è tanto del mio Sangue che la polvere è simile a duro minerale ferroso. E c’è chi vi ha preceduti…».
84«Ma è luogo immondo!», grida Bartolomeo.
Gesù ha un sorriso di compatimento e risponde: «Ogni luogo di Gerusalemme è immondo dopo l’atroce peccato, eppure voi non ne avete altro disagio a starvi fuor che quello della paura della folla…».
«Vi sono morti sempre i ladroni…»
85«Io vi sono morto. E per sempre l’ho santificato. In verità vi dico che, sino alla fine dei secoli, non vi sarà luogo più santo di quello, e trarranno le folle di tutta la Terra e di tutte le epoche a baciare quella polvere. E già vi è chi vi ha preceduti. Senza temere gli scherni e le vendette, senza temere di contaminarsi. Eppure chi vi ha preceduti aveva doppia ragione di temere di questo».
«Chi è, Signore?», chiede Giovanni, al quale Pietro stuzzica col gomito il fianco perché chieda.
86«Maria di Lazzaro! Come ha raccolto i fiori calpestati dai miei piedi mentre entravo, avanti la Pasqua, nella sua casa, ricordo di letizia che ha distribuito alle compagne, così ora ha saputo salire al Calvario e con le sue mani scavare la terra, dura del mio Sangue, e scendere col suo carico e deporlo in grembo a mia Madre. Non ha temuto. Ed era conosciuta come “la Peccatrice” e come “la discepola”. Né chi ha accolto in grembo quel terriccio del luogo del Teschio ha creduto di contaminarsi. Tutto ha annullato il mio Sangue, e santa è la zolla dove Esso è caduto.
64. Considerazioni finali
- Lei, Maria Maddalena, sarà “l’apostolo degli apostoli”, a cui è affidata la Missione Santa di portare la Parola del Signore in giro per le genti. N’è degna, perché così ha deciso il Figlio di Dio. Maddalena promette alla Madre, che la sua vita d’ora in poi sarà completamente al servizio del suo “Rabbonì”, che altro non farà che portare per il mondo l’amore che Gesù ha predicato. Sarà Sua serva e discepola, per sempre, fino alla morte.
- In successione vediamo immagini di Maria Maddalena che parla alla gente. Spiega che dal giorno della resurrezione di Gesù, il giorno del loro ultimo incontro, la sua vita è definitivamente cambiata, mutata alla radice e volta solo alla evangelizzazione delle genti
- Come nella sua vita precedente ella non aveva saputo dare freno alla carne, così da quel momento in poi ella non aveva saputo dare freno al cuore, dimora dello Spirito Santo: impossibile era stato per lei non agire secondo la legge dell’amore per Cristo e in Cristo per espiare negli anni successivi tutto il male commesso in passato, mossa da un pentimento totale come totale era stato il perdono di Dio Padre nei suoi confronti.
- Va in giro per la sua terra, a fare del bene ed a parlare della parola di Gesù. Poi più lontano dalla sua casa e dalla casa del fratello. Girovaga per tutto Israele e per il mondo intero. Mai un momento di scoramento o di stanchezza, sempre sorretta dalla Provvidenza Divina e con la speranza un giorno, di poter rivedere il suo Gesù.
- Francia, grotta scavata nella roccia (passaggio di tempo)
- Maria Maddalena è invecchiata. La sua antica bellezza è solo un malinconico ricordo, ma i suoi occhi sono ancora profondi e belli e proiettano una luce abbagliante in tutto l’ambiente circostante poco illuminato. Le pareti della grotta sono spoglie, la presenza umana è testimoniata solo da una specie di altare fatto da due pietre sovrapposte, al centro del quale due bastoncini di legno formano una croce, fiori freschi ai suoi piedi ed edera rampicante sulla parete alle spalle. Maddalena è inginocchiata davanti alla croce con una veste scura, povera, i capelli lunghi sciolti sulle spalle, le mani ossute e segnate dal tempo stringono una verga. Il volto rivolto alla croce e la mano che colpisce violenta la propria schiena, un lamento di dolore, poi la verga cade in terra e la donna comincia a piangere. Sempre di spalle invoca Dio, chiede perdono per non saper più soffrire come Lui, che tanto patì sulla croce per mano umana. Sangue vivo scorre dalle sue gambe inginocchiate, ella scosta la veste, ha cilici legati alle gambe, come la corona di spine che stringeva il capo di Gesù. Si alza a fatica e si volta. Adesso vediamo meglio tutto il viso rigato di lacrime, gli occhi arrossati ed infossati, il volto cambiato e non più meraviglioso come un tempo. Porta le mani sul viso. È stanca e disperata, perché non può più rendere omaggio al suo Signore, non può più soffrire per Lui come Lui; ma una voce la chiama, una luce l’illumina.
- Maddalena a fatica guarda nella direzione da cui proviene quella voce soavissima che pronuncia il suo nome, gli occhi come una fessura, poi cade in terra inginocchiata e urla “Rabbonì”. Gesù le è riapparso, le si avvicina, le mette una mano sul capo, le accarezza i capelli ormai bianchi, poi la invita ad alzarsi porgendole la mano. Ella a fatica si mette in piedi, il volto rigato di pianto, non sa che dire, ma il suo sguardo parla di una felicità incommensurabile per avere di nuovo accanto il suo Gesù.
- Questi l’accompagna in quella specie di giaciglio che le fa da letto, le dice di riposarsi, che molto ha fatto per Lui, la rassicura che il Padre che è nei cieli l’ha perdonata totalmente e la prova è che ha mandato Suo Figlio perché la porti al Suo cospetto. Maddalena sorride beata e si stende. Un ricordo affiora nella sua mente. Lei rannicchiata su sé stessa, bambina, che guarda quel ragazzino, Gesù, che ha scoperto il suo nascondiglio e che le ha porto le mani.
- Adesso Maria Maddalena si alza e stringe le mani di Gesù. Chiude gli occhi e l’ultima sua immagine sono gli occhi belli e chiarissimi di Lui. Riposa in pace Maria di Gesù. Nel Regno dei Cieli c’è un posto speciale al fianco dell’Amore di tutta la tua vita.
S O M A M A R I O
1. Incontro con la Maddalena sul lago e lezione ai discepoli presso Tiberiade.
L’Iscariota interpella Simone Zelote.
L’Iscariota discute con Pietro.
La preghiera senza il perdono non giova.
Giudizio di Gamaliele sul fango della famiglia
Il redentore individuale è l’amore.
3. Un discorso di Gesù ascoltato dalla Maddalena.
La misericordia semina sul fango i fiori del bene
Uno solo è l’amore dell’anima. (Insegnamento)
Il fiume buono e il rivo malvagio.
Il segreto del Redentore e dei redentori.
5. Il Ritiro turbato dal sibilo di Satana.
La purezza cristiana (Continuazione del discorso).
Nulla giustifica la fornicazione.
Volontà di rinunciare al peccato.
6. Rissa in casa di Maddalena.
Non c’è misericordia per chi non si pente.
Farsi il cuore buono per ottenere grazia.
7. Maddalena deve farsi da sola.
La parabola del lavoro di Dio nei cuori
Sviluppo del seme nella terra.
Sviluppo della Parola nel cuore.
Il segreto per convertire i peccatori.
8. Un buon segno da Maria di Magdala..
La speranza dell’anima vittima.
La speranza dell’anima vittima.
“Le redenzioni hanno un pudore profondo”.
9. A Cafarnao, Marta parla con Gesù della crisi che tormenta Maria di Magdala.
“Inferma per possesso demoniaco”.
10. La parabola della pecorella smarrita, ascoltata anche da Maria di Magdala.
Parabola della pecorella smarrita.
Similitudine del pastore buono
Similitudine della pecorella smarrita
11. A commento di tre episodi sulla conversione di Maria di Magdala.
Consigli ai pastori e agli evangelizzatori.
Consigli agli evangelizzatori itineranti
Condizioni per avere Dio con noi.
La presenza di Dio esige un ambiente puro.
Condizioni necessarie per avere Dio con noi.
Disfatte connesse alle vittorie dell’apostolato.
La forza vincente del cercatore di anime
Le tre fasi della salvezza di un’anima.
12. Marta ha avuto dalla sorella Maria la certezza della conversione.
Conversione di Maria Maddalena.
Conversione di Maria di Magdala.
13. La cena in casa di Simone il fariseo e l’assoluzione a Maria di Magdala.
La testimone dell’amore misericordioso
La testimone dell’amore misericordioso
Parole rivolte al cuore del fariseo.
Considerazioni sugli eventi accaduti
Considerazioni sulle risposte di Gesù
Interventi di Gesù nella nostra vita
14. Maria di Magdala è andata da Maria SS.
Verità, onestà e condotta morale non transigono.
Il Regno di Dio in parabole (Discorso)
Lo spirito e il fratello corpo
15. L’arrivo a Cafarnao, sotto un temporale, di Maria SS. con Maria di Magdala.
La Maddalena ha superato il suo temporale.
16. Parabola dei pesci e parabola della perla. Il tesoro degli insegnamenti antichi e nuovi.
Un segno indicatore per i colpevoli.
Il Tadeo chiede per sua mamma.
La Maddalena è un segno indicatore per i colpevoli.
Parabola della perla preziosa.
LA DISCEPOLA DI GESU’ DI NAZARETH
17. A Betsaida da Porfirea e Marziam, che insegna alla Maddalena la preghiera di Gesù.
Porfirea, la discepola buona e silenziosa.
18. Vocazione della figlia di Filippo. L’arrivo a Magdala e la parabola della dramma perduta.
Maddalena nella sua posa di convertita.
Maria Maddalena vergine e martire.
Parabola della dramma perduta.
19. A Tiberiade con Maria di Magdala. Il romano Crispo e la ricerca della Verità.
Eroica testimonianza della Maddalena.
A seguire la perfezione si fatica sempre.
Ostinatamente chiusi alla luce.
Sofferenza corredentrice di Maria Ss.
La mente si ristora nella verità.
Segreto per trovare la Verità.
Il sapere non è corruzione se è religione.
20. La donna dello spirito indomito.
21. Giovanni ripete un discorso di Gesù sul Creato e sui popoli che attendono la Luce.
La creazione (discorso: firmamento, luce, mare)
Tutto ha la sua ragione buona di essere.
Gli spiriti ottenebrati dallo orgoglio e dal pessimismo.
Occorre guardare il creato con occhi di fede.
Cielo e terra, luce e tenebre.
L’ordine prova la potenza e la bontà del Creatore.
I tre elementi che più parlano di Dio.
22. Maria SS. ammaestra la Maddalena sull’orazione mentale.
L’amore egoista dell’Iscariota.
Il segreto della vita spirituale.
Necessità e utilità dalla meditazione.
Il segreto della vita spirituale.
23. La parabola del fango che diviene fiamma.
La resurrezione dello spirito.
24. Le discepole instancabili e solidali.
25. Il martirio redentivo delle madri.
Il martirio redentivo delle madri.
“Ti lavorerò col fuoco e sull’incudine”.
26. Maria di Magdala offre accoglienza a Sintica.
Le discepole accolgono Sintica.
L’unica saggezza della Maddalena.
L’addio della Vergine alla Maddalena.
L’addio alle discepole del Cristo.
La piccola famiglia del Messia.
27. La Discepola di Gesù di Nazareth.
28. Ultima festa dei Tabernacoli
Il delitto farà crollare il tempio.
29. Ricco obolo lasciato dal mercante.
30. Ubbidienza delle discepole.
31. Il convertito dalla Maddalena.
Sulle condizioni per aver miracolo.
LA APOSTOLO DELLO SPIRITO INDOMITO
32. Maddalena avverte Gesù di un pericolo.
La donna audace sventa un attentato.
Quella che fa più cammino nell’amore.
33. La splendida e serena Maddalena.
Grande giorno per quattro vergini.
Uffici e glorie delle vergini cristiane.
“Ogni stato è buono se in esso si serve il Signore”.
“Procedete nella via del Signore”.
Il perdono di Gesù e penitenza ridanno la verginità.
Triste madre del futuro deicida.
Le Patrizie, serve degli infimi del mondo.
I fatti parlano con la loro evidenza.
Claudia appoggia la fondazione del Regno.
Alla aurora delle future fraternità cristiane.
Regola per divenire discepolo perfetto.
Agite col fine di meritare la vita eterna.
Fate il vostro dovere di servi.
Siate tutti fratelli buoni e fedeli.
Titti siete utili nel Regno del Signore.
35. Giorno di Parasceve. Uno scampato pericolo e il coraggio di Maria di Magdala.
Gesù in preghiera e meditazione.
36. La cena rituale in casa di Lazzaro e il banchetto.
La cena pasquale in casa di Lazzaro.
La fortuna di chi ama totalmente.
Onorate sempre il povero che nessuno ama.
La Regina della festa è Maria.
37. Le opere salvifiche dei giusti..
La comunione dei santi è per i santi.
38. Parabola dell’acqua e del giunco per Maria di Magdala, che ha scelto la parte migliore.
La Donna dall’anima di angelo.
I cittadini della Gerusalemme eterna.
Similitudine dell’acqua e il giunco.
La scelta della parte migliore.
Il pentimento purifica, l’amore preserva.
La più grande risorta del Vangelo.
Le virtù si formano nelle difficoltà.
L’apologia sugli uccelli diurni e notturni.
Non impedite ai fanciulli di venire a me.
Il miracolo del piede ricomposto.
Salvare è la missione del Messia.
Nulla ristora il Messia più dell’amore.
Nelle cose di Dio non bisogna essere vili.
41. L’arrivo con gli apostoli a Betania.
Baci e lacrime sui piedi del Messia.
“Abbiate una fede sconfinata nel Signore”.
“Veglia e sorveglia su te stessa”.
42. Sosta a Betania presso Lazzaro.
La paura di tutta la casa di Lazzaro.
La discepola che ha vinto sé stessa.
La malattia che consuma la vittima.
LA DONNA DALLA FEDE FORTE NEL MESSIA
43. Marta e Maria preparate da Gesù alla morte di Lazzaro.
Sappiate dire sempre di sì a Dio
Lazzaro uno scheletro che respira.
Preparate da Gesù alla morte di Lazzaro.
44. Non c’è posto nella casa di Lazzaro per gli odiatori del Cristo.
Accoglienza e ospitalità perfetta.
45. Marta manda un servo a chiamare il Maestro.
Amare e ubbidire ci fa figli di Dio e eredi del suo Regno.
Un servo di Lazzaro cerca il messia.
Pietro non frena la sua curiosità.
Pietro deve sacrificare la sua curiosità.
47. Delirio e morte di Lazzaro.
Raccapricciante agonia di Lazzaro.
Fittizio miglioramento della morte.
Finito lo stame nulla mantiene la fiamma.
Il delirio del morente Lazzaro.
Ritorno del servo dall’Oltre – Giordano
48. Il giorno dei funerali di Lazzaro.
Il ribollire cresce e i cuori si accendono.
Gli amici del Messia sono giusti.
La sfida di ricomporre un corpo disfatto.
La porta sulla via per Betania.
Professione di fede nel Messia.
L’ora della deposizione nel sepolcro.
49. Gesù decide di andare a Betania.
Commiato al primo palpitar delle stelle.
Tempi delle tre apostasie dell’umanità
Il Messia va seguito senza ansie né paure per la vita.
Da quattro giorni nel sepolcro.
50. La risurrezione di Lazzaro.
Baci del Messia al suo evangelizzatore.
Involontario rimprovero di Marta.
Il Messia è la Risurrezione e la Vita.
Chi crede vedrà la gloria di Dio
Il Messia svela la sua divinità.
Il risorto non si sazia di guardare il Messia.
Il Messia offre cibo al risorto.
Prova inconfutabile che il Messia è: Dio.
Non si salva chi ama la corruzione.
L’uomo segnato dal marchio di Caino
Non si salva chi ama la corruzione.
Le virtù cardinali e l’ubbidienza.
Maria ha meritato il miracolo.
51. Commento della risurrezione di Lazzaro.
Tutto si può mutare se si vuole.
I due modi di chiedere miracoli.
La vita umana è mezzo non fine.
Dio da più di quanto si chiede.
PERFETTA NELL’AMORE COME IL SUO SALVATORE
Auto esaltazione dell’Iscariota.
Presuntuosa esaltazione dell’Iscariota.
Furbizia infernale dell’Iscariota.
Il risorto ha davanti il futuro.
Cosa avviene alla morte dell’uomo?
L’anima ricreata diventa simile a Gesù.
La missione di essere perfetto come Dio.
Il simbolo della vita che si perpetua.
Contemplazione assoluta per Maria.
L’opera del Messia è sempre totale.
La grazia di morire d’amore per il Messia.
I fiori delle nozze spirituali.
Giuseppe fa chiamare il Messia.
Il Messia messo al bando dal sinedrio.
Viaggio di esperienza per la Maddalena.
Professione di fede delle discepole.
Sorelle in un’unica fede in Cristo.
Fior di Israele e del nuovo regno.
Siate pietose le une alle altre.
Sentitevi sorelle le une alle altre.
Siate sempre soggette ai Pastori
Siate come figlie per mia Madre.
54. Il sabato avanti l’entrata in Gerusalemme. La cena di Betania. Giuda di Keriot ha deciso.
Pranzo di nozze allo stile galileo.
Omaggio al Re di tutte le cose.
Vassoio colmi di frutti esotici.
Unzione doverosa e buona verso il Messia.
Belato lamentoso della pecora nera.
Unzione doverosa e buona verso il Messia
Il traditore mente spudoratamente.
Il traditore abbandona la Fraternità.
Volontà di commettere il delitto.
La madre interpella alla Maddalena
Satana morde il cuore della Madre.
La ragione che piega la Dolorosa
La paura del prediletto di Maria.
Pensando alla promessa risurrezione.
In Gerusalemme è solo il delitto.
Il dolce e amaro nome di Gesù.
L’alba del dolore della “Mamma”.
Dall’intimità alla solitudine.
Le prime redenti dell’oscurantismo pagano.
61. Il mattino della Risurrezione. Preghiera di Maria.
Le due innamorate del Messia-Dio.
Ancora un sacrificio richiesto alla Madre.
La Maddalena più due gruppi di donne.
L’esperienza del sepolcro vuoto.
Pietro e Giovanni corrono al sepolcro.
L’esperienza dell’incontro con gli angeli
Il terzo gruppo di donne si avvia al sepolcro
Pietro e Giovanni al sepolcro.
L’angelo Custode e l’angelo del Dolore
Apparizioni del Messia risorto.
Il Risorto si svela all’innamorata.
Gli angeli al terzo gruppo di donne.
Apparizione a Maria D’Alfeo e Salome.
63. Considerazioni sull’apparizione alla Maddalena.
Regola per meritare la manifestazione di Gesù.
Il Golgota santificato per sempre.
[1] 5 febbraio 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, CEV, Isola del Liri (FR). Vol. 2 N° 98
[2] 19 febbraio 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol 2. N°112
[3] 21 febbraio 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 2. N° 114.
[4] 25 febbraio 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. Vol 2. N° 117
[5] 21 marzo 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 2. N° 135.
[6]<Filippesi 2,7. “Dell’uomo… non ho che la veste” significa, dunque: Del puro e semplice uomo non ho che l’aspetto esterno. E difatti, come è detto subito dopo, Gesù aveva un cuore (perciò era vero uomo), cuore tuttavia divino e non puramente e semplicemente umano, perché cuore dell’Uomo Dio>
[7] Giobbe maledisse il suo giorno: Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: “È stato concepito un uomo!” … Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? … come aborto nascosto, più non sarei, o come i bimbi che non hanno visto la luce… Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha l’amarezza nel cuore, a quelli che aspettano la morte e non viene, a un uomo, la cui via è nascosta e che Dio da ogni parte ha sbarrato? Ciò che temo mi accade e quel che mi spaventa mi raggiunge. Non ho tranquillità, non ho requie, non ho riposo e viene il tormento! Giobbe 3,6-26; 19,21; 30,1.31.
[8] Giobbe Cap 29 e Cap 30
[9] 2 marzo 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 2. N° 136,5-13
[10]< Questo discorso richiede una lettura attenta e meditata, perché sintetizza quanto si trova disseminato in tante parti dell’intera Opera sull’azione di Dio verso l’uomo e la volontà, la buona volontà, l’amore dell’uomo nei riguardi di Dio>
[11] “Quando veniva il turno per una fanciulla di andare dal re Assuero alla fine dei dodici mesi prescritti alle donne per i loro preparativi, perché soltanto allora terminava il tempo dei loro preparativi, sei mesi per profumarsi con olio di mirra e sei mesi con aromi e altri cosmetici usati dalle donne, la fanciulla andava dal re e poteva portare con sé dalla casa delle donne alla reggia quanto chiedeva” (Ester 2,12-13).
[12] Scritto il 12 agosto 1944. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 3 N° 174
[13] 12 agosto 1944. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 3. N° 183.
[14] 10 giugno 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 3. N° 184.
[15] 22 luglio 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 4. N°226
[16] 27 luglio 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol 4. N°231
[18] 13 agosto 1944. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 4. N°234
[19] Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli, Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: “Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori? Gesù li udì e disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9.10-13)
[20] Mt 10,11-16; Mc 6,10-11; Lc 9, 4-5; 10,5-12
[21] “…Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”. (Luca 24,28-29)
[22] “La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro” (Gv 20,19)
[23] Genesi 3,6
[24] “Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende”. (Isaia 1,3).
[25] 29 luglio 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol 4. N°235
[26] 21 gennaio 1944. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 4. N°236
[27] Nel testo originale, il Portavoce ha disegnato, semplicemente, un quadrato
[28] il Portavoce ha segnato due piccole linee parallele sulla riga superiore del quadrato per indicare dove era seduto il padrone.
[29] Il Portavoce traccia uno schizzo per far capire il modo come erano seduti il Signore e il suo discepolo Giovanni
[30] Poema: IV, 98
[31] SCRITTO IL 22 GENNAIO 1944. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol 4 N° 236,5
[32] Esodo 19,16-20; Deuteronomio 5,1-22
[33] Isaia 10,5
[34] Daniele 9,23; 10,11
[35] 29 luglio 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 4. N°237
[36] 30 luglio 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 4. N° 238
[37] 31 luglio 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 4. N°239
[38] 1 agosto 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 4. N°240
[39] 2 agosto 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 4. N°241
[40] 3 agosto 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 4. N°242
[41] La nuova versione della Bibbia di Gerusalemme, traduce così: “Interroga pure le bestie, perché ti ammaestrino, gli uccelli del cielo perché ti informino, o i rettili della terra, perché ti istruiscano, o i pesci del mare perché te lo faccian sapere. Chi non sa, fra tutti questi esseri, che la mano del Signore ha fatto questo?” (Giobbe 12,7-9)
[42] Bibbia di Gerusalemme: “Se tu a Dio dirigerai il cuore e tenderai a lui le tue palme, se allontanerai l’iniquità che è nella tua mano e non farai abitare l’ingiustizia nelle tue tende, allora più del sole meridiano splenderà la tua vita, l’oscurità sarà per te come l’aurora. Ti terrai sicuro per ciò che ti attende e, guardandoti attorno, riposerai tranquillo” (Giobbe 11,17-18).
[43] 4 agosto 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 4. N°243
[44] 5 agosto 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 4. N°244
[45] Genesi 1,1-25; 2,1-6; Salmo 8; 103; Proverbi 8,22-31
[46] Isaia 14,3-21; Ezechiele 28,1-19; Luca 10,17-20; Giovanni 12,31-32; 2 Tessalonicesi 2,3-4; Apocalisse 8,10; 9,1; 12,7-9
[47] 8 agosto 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 4. N°247
[48] 11 agosto 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 4. N°250
[49] 2 Maccabei 1,18-36
[50] 13 agosto 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 4. N° 252
[51]14 agosto 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 4. N° 253
[52] 15 agosto 1945. MARIA VALTORTA, l’Evangelo come mi è stato rivelato, Op. cit. Vol. 4. N° 254
[53] 17 agosto 1945. l’Evangelo Op. cit. Vol. 4. N° 255
[54] 10 settembre 1945. l’Evangelo Op. cit. Vol. 4. N°276
[55] 20 settembre 1945. l’Evangelo Op. cit. Vol. 4. N°281
[56] 3 ottobre 1945. l’Evangelo Op. cit. Vol. 5. N°294
[57] 14 ottobre 1945. l’Evangelo Op. cit. Vol. 5. N° 302
[58] 6 dicembre 1945. l’Evangelo Op. cit. Vol. 5. N° 352
[59] 17 settembre 1944. l’Evangelo Op. cit. Vol. 5. N° 361
[60] (Se calcolo bene, il fiume è largo dai cinquanta ai sessanta metri. Sono una vera ochetta in fatto di misure, ma penso che la mia casa avrebbe potute entrare in quel greto nove o dieci volte almeno, ed era larga cinque metri e mezzo circa).
[61] 26 gennaio 1946. l’Evangelo Op. cit. Vol. 6 N° 370
[62] 27 gennaio 1946. l’Evangelo Op. cit. Vol. 6 N° 371
[63] “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5); “Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà di mansuetudine, di pazienza” (Col 3,12); “E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù” (Rm 15,5).
[64] “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità; niente mi giova.” (1 Cor 13,1-3).
[65] La carità attiva “è paziente, è benigna; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor 13,4-7). Perciò siate solleciti per le necessità dei fratelli (Rm 12,9-21); siate a servi- zio gli uni degli altri (Gal 5,13); portate i pesi gli uni degli altri (Gal 6,2).
[66] Chi fa la carità al povero fa un prestito al Signore (Pr 19,17). “Sconta i tuoi peccati con l’elemosina e le tue iniquità con atti di misericordia verso gli afflitti, perché tu possa godere lunga prosperità” (Dn 4,24). “L’acqua spegne un fuoco acceso, l’elemosina espia i peccati. Chi ricambia il bene provvede all’avvenire, al momento della sua caduta troverà un sostegno” (Sir. 3,29-30). “Soprattutto conservate tra voi una grande carità, perché la carità copre una moltitudine di peccati” (1Pt 4,8). “L’elemosina salva dalla morte e purifica da ogni peccato. Coloro che fanno elemosina godranno lunga vita” (Tb12,9).
[67] “Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare l’utile mio ma quello di molti, perché giungano alla salvezza” (1Cor 10,24.33). “Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri” (Fil 2,3-4).
[68] La scienza gonfia, la carità edifica. Se alcuno crede di sapere qualche cosa, non ha ancora imparato come bisogna sapere. Chi invece ama Dio, è da lui conosciuto” (1 Cor 8,2-3).
[69] “Colui che il Signore avrà scelto sarà santo” (Nm 16,7). Dio ci ha chiamati con una vocazione santa (2 Tm 1,9). Per essere santi nel corpo e nello spirito (1Cor 7,34). Il santo si preoccupa delle cose del Signore e come possa piacere al Signore sempre.
[70] “Perciò, dopo aver preparato la vostra mente all’azione, siate vigilanti, fissate ogni speranza in quella grazia che vi sarà data quando Gesù Cristo si rivelerà (Gesù Cristo si è rivelato in questo Vangelo). Come figli obbedienti, non conformatevi ai desideri d’un tempo, quando eravate nell’ignoranza, ma ad immagine del Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta; poiché sta scritto: Voi sarete santi, perché io sono santo”. (1 Pt 1,13-16).
[71] 30 gennaio 1946. l’Evangelo Op. cit. Vol. 6 N° 372
[72] 3 febbraio 1946. l’Evangelo Op. cit. Vol. 6 N° 375
[73]< Certamente Gesù, con la sua divina e spirituale presenza e assistenza, non mancò all’agonia di Lazzaro >
[74]< dinanzi alla misericordiosa volontà dell’Eterno Padre e all’odio dell’impenitente padrone: volontà del Padre che sa trarre il bene dal male, ed ai suoi poveri e perseguitati riserva non le periture ricchezze terrene (Lc 12,13-21) ma l’imperituro Regno dei Cieli (Mt 5,3-10)>
[76] 14 agosto 1944. l’Evangelo Op. cit. Vol. 6 N° 377
[77]< La presente “visione” fu scritta immediatamente dopo i tre episodi riguardanti la conversione della Maddalena >
[78]< Io scrivo “Rabboni” perché vedo che il Vangelo porta così. Ma tutte le volte che ho sentito la Maddalena chiamarlo, mi è parso dicesse “Rabbomi”, con l’emme e non l’enne>.
[79] 6 febbraio 1946. l’Evangelo Op. cit. Vol. 6. N°378
Far precedere dalla visione del 14-8-44: la pecorella nell’ovile ai piedi del buon Pastore.
[80] “Fra gli dèi nessuno è come te, Signore, e non c’è nulla che uguagli le tue opere. Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, o Signore, per dare gloria al tuo nome; grande tu sei e compi meraviglie: tu solo sei Dio” (Sal 86,8-10). “Alla fine dei giorni… Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”. Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice fra le genti. Forgeranno le loro spade in vomeri. Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Is 2,1-5; Mi 4,1-8; Is 9,1-7). “Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio di Israele, salvatore. Io sono il Signore, che parlo con giustizia, che annunzio cose rette. Chi ha fatto sentire quelle cose da molto tempo e predetto ciò fin da allora? Non sono forse io, il Signore? Volgetevi a me e sarete salvi, paesi tutti della terra” (45.14-25); 60; Ger 16,19-21; “Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore” (Sofonia 3,9-10); “Gioisci, esulta, figlia di Sion, perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te. Taccia ogni mortale davanti al Signore, poiché egli si è destato dalla sua santa dimore” (Zc 2,10-13); “In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle genti afferreranno un Giudeo per il lembo del mantello e gli diranno: Vogliamo venire con voi, perché abbiamo compreso che Dio è con voi” (Zc 8,23).
[81] 11 aprile 1946. l’Evangelo Op. cit. Vol. 6. N°415
[82] “Offri il dolore per la redenzione degli uomini…Dio si è fatto Uomo per aiutare gli uomini. Ma gli uomini possono aiutare Dio. Le opere dei giusti saranno unite alle mie nell’ora della Redenzione. Dei giusti morti da secoli, viventi o futuri. Tu uniscivi le tue da ora. È così bello fondersi alla Bontà infinita, aggiungervi ciò che possiamo dare della nostra bontà limitata, e dire: “Io pure coopero, o Padre, al bene dei fratelli” (Vangelo del Regno di Dio: (VRD). Vol.15, n.376,14-15)
[83] Altrove disse: “Ora vengo e passo senza sostare. Vado al mio destino che mi incalza. Dio e l’uomo mi spronano, e non posso più sostare. Mi pungola l’amore e mi pungola l’odio” (VdRD. Vol. 14 n 359,82).
[84] Altrove disse: “… Pregate per Me. Avrò bisogno delle vostre preghiere… Saranno carezze… Saranno professioni di amore… Saranno aiuti” (VdRD. Vol. 13 n.316,10). Poi spiega: “Pregare è ricordarsi di un essere, sia esso Dio o prossimo. Ricordarsi di uno vuol dire: amare quell’uno. Io avevo desiderio d’amore e di conforto per tutto l’odio che mi circondava. Anche ora ho desiderio che gli uomini si ricordino di pregare perché il mondo mi ami per avere salute” (VdRD. Vol 13 n.316 nota 24).
[85]< La scrittrice di quest’Opera, Maria Valtorta, negli ultimi anni della sua vita, quando ormai sembrava divenuta assente e non profferiva se non poche parole o frasi macchinalmente, di tanto in tanto esclamava, in qualsiasi ora del giorno, anche più volte di fila: “Oh, che sole che c’è qui!” Nessuno capì mai cosa intendesse dire. Forse se ne può intuire o congetturare il significato alla luce dell’esclamazione, qui riferita, di Maria Maddalena, per la quale il Sole era Gesù >.
[86] 2 settembre 1946. l’Evangelo Op. cit. Vol. 7. N° 485
[87] 28 ottobre 1946. l’Evangelo Op. cit. Vol. 8. N° 519
[88]< La gravissima, orrenda e fetente malattia che afflisse e distrusse Lazzaro, rendendolo da ultimo simile ad un morto, non era lebbra, ma consisteva in ulcere varicose e conseguenti larghe e profonde piaghe, incancrenite, alle gambe. Chi ha esperienza ditali flagelli, dà ragione a Maria Maddalena la quale, secondo quest’Opera, afferma che lo spettacolo di quegli orrori aveva spento in lei le prave tendenze ed espiato e riparato le colpe di sfrenata sensualità >
[89]< Appunto perché la Volontà del Padre, dalla quale Gesù mai discrepava, aveva eternamente stabilito, per motivi altissimi, che io miracolo del ristabilimento di Lazzaro avvenisse più tardi, e non per guarigione ma per resurrezione. Gv Cap. 11 >
[90] 4 dicembre 1946. l’Evangelo Op. cit. Vol. 8 N°536
[91] 19 dicembre 1946. l’Evangelo Op. cit. Vol. 8 N° 542
[92] Parola ebraica che, in senso metaforico, significa: soazzatyuram soircuzua, obbrobrio: 1 Re 14,10
[93] 20 dicembre 1946. l’Evangelo Op. cit. Vol. 8, N° 543
[94] 22 dicembre 1946. l’Evangelo Op. cit. Vol 8, N° 544
[95] 21 dicembre 1946. l’Evangelo Op. cit. Vol. 8, N° 545
[96] Giobbe 42,10-17
[97] Giona cap.2
[98] Daniele 3, 1ss
[99]La Geenna, in ebraico Gè-Hinnom o Ben-Hinnom, era una valle presso Gerusalemme, ove ardeva incessantemente il fuoco: dapprincipio, perché vi si abbrustolivano bambini in onore di false divinità; poi, perché vi si bruciavano le spazzature della Città Santa; e, che finalmente, fu scelta per designare il luogo del castigo dei perversi.
[100]“Date bevande inebrianti a chi sta per perire e il vino a chi ha l’amarezza nel cuore. Beva e dimentichi la sua povertà e non si ricordi più delle sue pene” (Proverbi 31,6-7).
[101]“Stillano miele le labbra di una straniera e più viscida dell’olio è la sua bocca; ma ciò che segue è amaro come assenzio, pungente come spada a doppio taglio. I suoi piedi scendono verso la morte, i suoi passi conducono agli inferi” (Pr 5,3-5). “Il tuo cuore non si volga averso le sue vie, non aggirarti per i suoi sentieri, perché molti ne ha fatti cadere trafitti ed erano vigorose tutte le sue vittime. La sua casa è la strada per gli inferi, che scende nelle camere della morte” (7,25-27).
[102] Dn 13,23
[103] Giuditta 15,10-11
[104] 23 dicembre 1946. l’Evangelo Op. cit. Vol. 8, N° 546
[105] 24 dicembre 1946. La Buona Novella, op. cit. Vol. 8, N° 547
[106] Nel saluto di addio di S. Paolo agli anziani di Efeso si riporta questa frase come detta dal Signore: “In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!” (Atti 20,35). Tale sentenza di Gesù non è conservata nei Quattro evangeli canonici.
[107] Allora satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici (Lc 22,3). E mise in cuore suo di tradirlo (Gv 13,2). “Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre” (Lc 22,53).
[108] “Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona. (2Tm 3,16).
[109]Tempo dell’apostasia d’Israele. Da quando il popolo di Abramo ha crocifisso il suo Messia, non ci sarà miracolo per questo popolo fino a quando non si convertirà al Cristo di Dio, così sta scritto: “Come redentore verrà per Sion, per quelli di Giacobbe convertiti dall’apostasia” (Is 59,20).
[110]Tempo dell’apostasia del cristianesimo. È il nostro tempo, subito dopo viene l’Anticristo figlio maledetto di Satana: “Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti dovrà avvenire l’apostasia e subito dopo dovrà esser rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è” (2 Tes 2,3-4)
oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando sé stesso come Dio.
[111]Tempo dell’apostasia dei Figli di Dio “Quando i mille anni saranno compiuti, satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra” (Apocalisse 20,7-8).
[112]“Per qual motivo non c’è nessuno, ora che io sono venuto? Perché, ora che chiamo, nessuno risponde? È forse la mia mano troppo corta per riscattare oppure io non ho la forza per liberare? Ecco, con una minaccia prosciugo il mare, faccio dei fiumi un deserto. I loro pesci, per mancanza d’acqua, restano all’asciutto, muoiono di sete. (Is 50,2)
[113] “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7-25)
[114] “Riconoscerete che Io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete” (Ez 37,1-14).
[115] 26 dicembre 1946. l’Evangelo Op. cit. Vol. 8, N° 548
[116] Giuseppe Barnaba, discepolo di Gamaliele con Saulo e socio di Paolo nella predicazione del Vangelo, è nominato spesso: “Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba, che significa “figlio dell’esortazione”, un levita originario di Cipro, che era padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò l’importo deponendolo ai piedi degli apostoli” (At 4,36-37).
[117] Giona cap. 2
[118]< Allusione al grande rabbi Gamaliele al quale, secondo quest’Opere, Gesù dodicenne, durante la disputa nel Tempio, promise il fremito delle pietre, come segno della sua Divinità.
[119] Scritto il 23 marzo 1944. l’Evangelo Op. cit. Vol 8, N° 548
[120]21Dice Gesù: «Può essere messo qui il dettato de 23-3-44 a commento della risurrezione di Lazzaro». Poema: VIII, 9
[121] Rm 5,12-21
[122] 30 dicembre 1946. l’Evangelo Op. cit. Vol. 8, N° 550
[123]Inferno: “La tua destra raggiungerà chiunque ti odia. Ne farai una fornace ardente, nel giorno in cui ti mostrerai: il Signore li consumerà nella sua ira, li divorerà il fuoco” (Sal 21,9-10). “Non unirti alla moltitudine dei peccatori, ricordati che la collera divina non tarderà. Umilia profondamente la tua anima, perché castigo dell’empio sono fuoco e vermi” (Sir 7,16-17). “Vedranno i cadaveri degli uomini che si sono ribellati contro di me; poiché il loro verme non morirà, il loro fuoco non si spegnerà e saranno un abominio per tutti” (Is 66,24).
[124]Purgatorio: “Ciascuno stia attento come costruisce. E se si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco” (! Cor 3,10-15). In Purgatorio ci purifica il fuoco dell’amore.
[125]Limbo o Luogo di attesa: Espressioni bibliche per riflettere sul limbo.
“Egli mi offre un luogo di rifugio nel giorno della sventura. Mi nasconde nel segreto della sua dimora, mi solleva sulla rupe”. (Salmi 26:5 2).
“Chi mi darà ali come di colomba. Ecco fuggirei lontano. Riposerei in un luogo di riparo dalla furia del vento e dell’uragano” Salmi 54:9
“Poiché così parla l’Alto e l’Eccelso: “In un luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche con gli oppressi e gli umiliati, per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi”. (Isaia 57:15).
“E avverrà che nel luogo stesso dove fu detto loro: «Voi non siete mio popolo», là saranno chiamati figli del Dio vivente. (Romani 9:26)
“Voi infatti non vi siete accostati a un luogo tangibile e a un fuoco ardente, né a oscurità, tenebra e tempesta” (Eb 12,18).
“E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori. (2 Pt 1,19).
[126] 7 marzo 1947. l’Evangelo op. cit. Vol. 9 N° 576
[127] 22 marzo 1947. l’Evangelo Op. cit. Vol. 9 N° 583
[128]< Quanta sapienza prudente e quanto amore illuminato, in questa pazienza e perseveranza! >
[129] Cristo è la realtà contenuta nelle figure della storia di Israele, come afferma l’Apostolo, quando dice: “I nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo” (1 Cor 10,1-5).
[130] “Ai tuoi occhi, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte” (Sal 90,4). “Una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo” (2 Pt 3,8).
[131]L’albero della vita: “Il Signore Dio piantò un giardino in Eden e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male…” (Gen2,8-9). Il Signore Dio disse allora: “Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!”. Il Signor scacciò l’uomo e pose i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita” (Gen 3,22-24). “In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni” (Ap 22,2).
[132]L’arca dell’alleanza: Nel Santo dei Santi c’era “l’Arca dell’alleanza tutta ricoperta d’oro, nella quale si trovavano un’urna d’oro contenente la manna, la verga di Aronne che aveva fiorito e le tavole dell’alleanza” (Eb 9,3-4).
[133]La Forma di Dio è un’espressione che MV corregge, su una copia dattiloscritta, in forma di Dio e forma a Dio, spiegandola con la seguente nota: “Forma di Dio” perché il Creatore, che l’aveva predestinata a tal sorte, di essere la Madre di Dio, così come le aveva dato un’anima preservata per singolar privilegio dalla Colpa originale, così le aveva dato un corpo in ogni maniera perfetto, perché Maria fosse realmente fatta ad immagine e somiglianza spirituale di Dio e corporale del Figlio di Dio fattosi Uomo, il più bello tra i figli degli uomini. ‘Torma a Dio”, perché il Verbo si modellò nel suo seno prendendo dalla Madre, l’unica che aveva servito a dargli un corpo e quindi l’unica a trasmettergli la somiglianza col generante – qui: con la generatrice -, la forma umana. Quindi Ella fu “forma” alla seconda Persona che s’incarnava per farsi Uomo.
[134] 28 marzo 1947. l’Evangelo Op. cit. Vol. 9 N° 586
[135] 27 marzo 1945. l’Evangelo Op. cit. Vol 10 N° 609
[136]“Da un capo all’altro della terra non esiste donna simile, per la bellezza dell’aspetto e il senno della parola” (Giuditta 11:21). “Forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore!” (Cc 8:6).
[137] 19 febbraio 1944. l’Evangelo Op. cit. Vol. 10 N° 610
[138] 2 «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza»: sono le parole del mio lamento. 3 Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo riposo. 4 Eppure tu abiti la santa dimora, tu, lode di Israele. 5 In te hanno sperato i nostri padri, hanno sperato e tu li hai liberati; 6 a te gridarono e furono salvati, sperando in te non rimasero delusi. 7 Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo. 8 Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo: 9 «Si è affidato al Signore, lui lo scampi; lo liberi, se è suo amico». 10 Sei tu che mi hai tratto dal grembo, mi hai fatto riposare sul petto di mia madre. 11 Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio. 12 Da me non stare lontano, poiché l’angoscia è vicina e nessuno mi aiuta. 13 Mi circondano tori numerosi, mi assediano tori di Basan. 14 Spalancano contro di me la loro bocca come leone che sbrana e ruggisce. 15 Come acqua sono versato, sono slogate tutte le mie ossa. Il mio cuore è come cera, si fonde in mezzo alle mie viscere. 16 È arido come un coccio il mio palato, la mia lingua si è incollata alla gola, su polvere di morte mi hai deposto. 17 Un branco di cani mi circonda, mi assedia una banda di malvagi; hanno forato le mie mani e i miei piedi, 18 posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano, mi osservano: 19 si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte. 20 Ma tu, Signore, non stare lontano, mia forza, accorri in mio aiuto. 21 Scampami dalla spada, dalle unghie del cane la mia vita. 22 Salvami dalla bocca del leone e dalle corna dei bufali. 23 Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea. 24 Lodate il Signore, voi che lo temete, gli dia gloria la stirpe di Giacobbe, lo tema tutta la stirpe di Israele; 25 perché egli non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione del misero, non gli ha nascosto il suo volto, ma, al suo grido d’aiuto, lo ha esaudito. 26 Sei tu la mia lode nella grande assemblea, scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli. 27 I poveri mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore quanti lo cercano: «Viva il loro cuore per sempre». 28 Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno davanti a lui tutte le famiglie dei popoli. 29 Poiché il regno è del Signore, egli domina su tutte le nazioni. 30 A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti dormono nella polvere. E io vivrò per lui, 31 lo servirà la mia discendenza. Si parlerà del Signore alla generazione che viene; 32 annunzieranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: “Ecco l’opera del Signore!”. (Sal 22).
[139] 28 marzo 1945. La Buona Novella, op. cit. Vol. 10 N°611
[140] L’amore santo delle creature è infatti partecipazione di quello stesso Divino Spirito “che ha risuscitato il Cristo Gesù di tra i morti”: “Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione. E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi
[141] 29 marzo 1945. l’Evangelo Op. cit. Vol. 10. N° 612
[142] Non è ne superbia ne cattiveria, ma soltanto veemenza per amore e dolore tropo tempo taciuto, come dice il Signore: “Per molto tempo, ho taciuto, ho fatto silenzio, mi sono contenuto; ora griderò come una partoriente, mi affannerò e sbufferò insieme” (Isaia 42,14)
[143] “I corpi degli animali, il cui sangue vien portato nel santuario dal sommo sacerdote per i peccati, vengono bruciati fuori dell’accampamento. Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, patì fuori della porta della città” (Ebrei 13,11-12).
[144] Il cui sacrificio è narrato in 2 Maccabei 7.
[145] [senza data] Poema: IX, 33 è il “Lamento della Vergine che è scritto non sui quaderni come tutta l’Opera, ma sulle otto facciate di due grandi fogli piegati in due. È inserito qui perché, a questo punto del quaderno autografo, MV annota: Qui lamento II° di Maria III punto Desolata (annotazione comprensibile per il Padre Migliorini).
[146] Non perché Gesù sia vissuto 34 anni – annota MV su una copia dattiloscritta – ma perché Maria vi aggiunge i 9 mesi di gestazione.
[147] “La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5). In coloro che sono dannati, infatti, perché l’hanno rigettato, non vi è questo Amore nei loro cuore; e perciò non possono invocare il nome adorabile e salvifico di Gesù, come dice la Scrittura: “Come nessuno che parli sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire “Gesù è anatema”, così nessuno può dire “Gesù è Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo (1 Cor 12,3).
[148] Gesù, in ebraico, significa “Dio salva: “non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,12).
[149]< Che in Giovanni Evangelista, presentato da Gesù a Maria come “figlio”, fossero rappresentati tutti i figli e cioè l’intera umanità, è apertamente attestato dalla letteratura cristiana, autorevolmente condensata da Papa Leone XIII. Vedi: Leo XIII, Epistola enciclica “Octobri mense”, in Acta Leonis, tom. XI, pag. 304>
[150]< Tutto è mirabile negli arcani disegni di Dio Padre nostro, nonostante le avverse apparenze: Giuseppe premorì a Gesù, affinché Maria potesse essere più pienamente e manifestamente la Nuova Eva, la Desolata, l’affidata a Giovanni come Madre e figlio, la Genitrice spirituale dell’Evangelista e, in lui, di tutta la Chiesa, di tutta l’umanità >
[151] Scritto il 29 marzo 1945. l’Evangelo Op. cit.
[152] La fede, la speranza, la carità vengono elargite dallo Spirito Santo: nascono perciò dall’Amore e sfociano nell’Amore.
[153]< Perciò, secondo questo paragrafo, gli aromi con cui imbalsamarono, contro la volontà di Maria Santissima, il Corpo di Gesù morto, furono: essenze varie. Olii di ogni genere, resine preziose, incenso fino, nardo, allibano >
[154] 1aprile 1945. l’Evangelo Op. cit. Vol 10 N° 619
[155] Maria Santissima, infatti, è la più intimamente unita a Dio che è Amore. Anche per questo motivo la Chiesa la saluta con vari titoli, quali: “Madonna del Divino Amore” e “Madre del Bell’Amore”
[156] Cc 8,6
[157] 2 aprile 1945. l’Evangelo Op. cit. Vol 10. N° 619
[158] Scritto il 21 febbraio 1944. l’Evangelo Op. cit. Vol. 10. N° 620
[159] 6 aprile 1945. Vol 10. N° 627
[160] 11 aprile 1947. l’Evangelo Op. cit. Vol 10. N° 630
