LA BUONA NOVELLA AI
PICCOLI
DEL GREGGE DI
GESU’
LIBRO 8
CAP. 303-337
Il Messia atteso dalle nazioni. I fondatori della Chiesa in Antiochia.
SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI
A cura di Fray Jesus Maria de Cabnaconde S.O.S
(Servo dell’Ordine dei Salvatori)
PESENTAZIONE
Studio liberamente tratto dalla fonte, L’Evangelo come mi è stato rivelato, (MARIA VALTORTA, Ed. CEV, Isola del Lire), per l’uso privato della scuola di Dio Uno e Trino y dedicato al Piccolo resto, col nuovo titolo: “La Buona novella ai piccoli del Gregge di Gesù”, titolo voluto da Gesù (Quadernetti N° 48,1). Nella scuola sarà usato col titolo biblico “il Vangelo eterno” (Ap 14,6). In questo Vangelo, Il Figlio dell’Uomo, si è rivelato, secondo la sua promessa (Mt 24, 3-40; Lc 17,26-30). Con questa rivelazione comincia la sua seconda Evangelizzazione, senza più far sentire la sua voce in pubblico, ma nel cuore di chi lo ascolta per audio o leggendolo nel libro (Is 42,2-4), per guidarlo alla conoscenza completa della sua persona e della sua dottrina mediante la luce dello Spirito Santo (Gv 14,26; 16,13) e prepararlo all’Evento della sua seconda venuta per l’Avvento del suo Regno (Mt 21,43).
Questa Buona Novella è il Vangelo eterno che dobbiamo annunciare agli abitanti della terra ed ad ogni nazione, razza, lingua e paese. , Ap. 14,6-7,
Il Curatore
DICHIARAZIONE
Dopo approfondita e responsabile valutazione, dichiaro che questo studio comparato e approfondito del Vangelo rivelato a Maria Valtorta[1] e ora pubblicato col titolo voluto dal suo autore “La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù”[2], contiene integralmente i quattro Vangeli[3] e dimostra che il Vangelo rivelato a Maria Valtorta è compimento della promessa di Gesù (Gv 14,26), è il Libro del Signore (Is 34,16), è il Libro di memorie scritto davanti al Signore (Ml 3,16-20), è la strada appianata chiamata Via santa (Is 35,8-10), è il libro delle parole miracolose (Is 29,18-24), è il Vangelo eterno (Ap 14,6-7), è Opera di Gesù suo autore divino. Quindi senza la fede in questo Vangelo non c’è salvezza: “Andate in tutto il mondo proclamate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi non crederà sarà dannato” (Mc 16,15-16)
Il curatore
AVVERTIMENTO
LA RIVELAZIONE DI GESÙ A MARIA VALTORTA È PAROLA DI DIO
CHI LA RESPINGE COMETE PECCATO CONTRO LO SPIRITO SANTO
La maledizione del Re dei re, emessa da Gesù il 16 giugno di 1950, pende sulla gerarchia cattolico colpevole dal delitto più grande verso l’umanità.
Se la Gerarchia non si pente, lasciando ai fedeli libero apostolato, alla luce di questa rivelazione, la maledizione colpirà la cristianità globale, cosi come tutto l’Israele fu colpito per il peccato della sua gerarchia.
Non è lecito negare l’origine soprannaturale della rivelazione di Gesù a Maria Valtorta perché è delitto imperdonabile essendo peccato contro lo Spirito Santo.
Gesù il Messia ritornato[4]
Accettiamo il suo dono
Dice Gesù:
«Veramente che non lo meritate questo dono e questo sforzo del vostro Salvatore per trarvi dal miasma in cui asfissiate. Ma, poi che ve lo dono, accettatelo e sorgete. Sono note nuove nel coro che cantano i miei Vangeli. Almeno servissero a ridestarvi l’attenzione che ormai è e resta inerte davanti ai noti episodi dei Vangeli che, oltre tutto, leggete così male e con l’animo assente.
Non vorrete già pensare che in tre anni Io abbia fatto i pochi miracoli narrati? Non vorrete pensare che siano state le poche donne nominate quelle guarite, né i pochi prodigi nominati i soli compiuti. Ma se l’ombra di Pietro serviva a sanare, che avrà fatto la mia ombra? Che il mio alito? Che il mio sguardo? Ricordatevi l’emorroissa. “Se riesco a sfiorare il lembo della sua veste io sono guarita”. E fu così.
Potenza di miracolo emanava da Me, continuamente. Ero venuto per portare a Dio e per aprire le dighe dell’Amore, chiuse dal giorno del peccato. Secoli di amore si espandevano come flutti sul piccolo mondo di Palestina. Tutto l’amore di Dio per l’uomo che finalmente poteva espandersi come anelava per redimere gli uomini prima con l’Amore che col Sangue»
Gesù di Nazareth.
303. Gesù dalla Madre a Nazareth[5].
Il Messia a Nazareth per le Encenie.
Sera da lupi
1Una sera già scura di dicembre. Fredda, ventosa. Tolte le foglie strappate alle piante che ancora ne hanno e che frusciano fra sibili di vento, non vi è altro rumore per le vie di Nazareth, oscure come quelle di una città morta. Dalle case sprangate non filtrano né luce né rumori. Proprio una sera da lupi…
2E invece per le vie deserte di Nazareth si aggira l’Agnello di Dio, diretto alla sua casa. Alta ombra oscura nella veste oscura, si perde quasi nel fosco della notte senza stelle, e il suo passo è appena un fruscio quando si posa su un mucchio di foglie secche che, dopo averle fatte mulinare nell’aria, il vento ha deposto al suolo, pronto a riprenderle per portarle altrove.
3Giunge presso la casa di Maria Cleofe. Resta un attimo incerto se entrare nell’orto e bussare alla porta di cucina o se proseguire… Ma poi prosegue senza sostare. Eccolo ormai nella viuzza dove è la sua casa. Il tormentato ondeggiare degli ulivi sul poggetto al quale è addossata la casa già si vede, ondare nero sul cielo nero. Affretta il passo. Giunge alla porta. Ascolta attento. É così facile sentire che avviene in quella casa cosi piccina! Basta stringersi allo stipite per avere solo i pochi centimetri del legno dell’uscio fra chi ascolta e chi parla… Eppure non sente nessuna voce.
«É tardi», sospira.
«Attenderò l’alba per bussare».
Un dolce grido di gioia.
4Ma mentre sta per allontanarsi lo raggiunge il ritmico rumore del telaio. Sorride. Dice: «É alzata. Tesse. Certo è Lei… È la cadenza della Mamma, questa».
5Non posso vederne il viso ma sono certa che sorride, perché il sorriso è nella sua voce che prima era triste ed ora è già ilare.
Bussa. Il rumore cessa un momento e poi ecco il suono di un sedile respinto, e poi la voce argentina che chiede: «Chi bussa?».
«Io, Mamma!».
6«Figlio mio!». Un dolce grido di gioia, grido se anche tenuto in tono basso. Si sente il trepestio delle mani sui chiavistelli, lo scorrere di questi… e l’uscio si apre mettendo uno squarcio d’oro sul nero della notte. Maria cade nelle braccia di Gesù, lì sulla soglia, come non potessero tardare un minuto, Lui a riceverla, Ella a gettarsi su quel Cuore.
«Figlio! Figlio! Figlio mio!». Baci e le dolci parole di «Mamma», «Figlio» … Poi entrano e l’uscio si rinchiude pianamente.
7Maria spiega sottovoce: «Dormono tutti. Io vegliavo… Da quando sono tornati Giacomo e Giuda, dicendo che Tu li seguivi, ti ho sempre atteso fino a tarda ora. Hai freddo, Gesù? Sì. Sei di gelo. Vieni. Ho tenuto acceso il focolare. Vi getterò una fascina. Ti scalderai». E lo conduce per mano come fosse sempre il piccolo Gesù…
8La fiamma splende lieta e crepitante sul focolare ravvivato. Maria guarda Gesù che tende le mani alla fiamma per scaldarsele. «Come sei pallido! Non eri così quando ci siamo lasciati… Divieni sempre più magro ed esangue, Creatura mia. Un tempo eri di latte e rose. Ma ora sembri fatto di avorio vecchio. Che hai avuto di nuovo, Figlio mio? Sempre i farisei?».
9«Sì… e altro ancora. Ma ora sono felice, qui con te, e starò subito bene. Quest’anno le Encenie si fanno qui, Mamma! Raggiungo l’età perfetta qui al tuo fianco. Sei contenta?».
10«Sì. Ma l’età perfetta per Te, cuor mio, è ancora lontana… Sei giovane, e per me sei sempre il mio Bambino. Ecco, il latte è caldo. Vuoi berlo qui o di là?».
11«Di là, Mamma. Ho caldo ora. Lo berrò mentre tu copri il tuo telaio».
Gli angeli hanno imparato da Maria
12Tornano nella stanzetta e Gesù siede sulla cassapanca presso il tavolo e beve il suo latte. Maria lo guarda e sorride. Sorride più ancora quando tocca la sacca di Gesù e la posa su una mensola. Sorride tanto che Gesù chiede: «Che pensi?».
13«Penso che Tu sei giunto proprio nell’anniversario della nostra partenza per Betlemme… Anche allora c’erano sacche e cofani aperti e colmi di vesti e specie di piccoli panni… per un Piccolino che poteva nascere, dicevo a Giuseppe; che doveva nascere, dicevo a me stessa, a Betlem di Giuda… Li avevo nascosti nel fondo perché Giuseppe aveva timore di questo… Non sapeva ancora che la nascita del Figlio di Dio non sarebbe stata soggetta, né per lo Stesso, né per la Mamma sua, alle comuni miserie del partorire e del nascere. Non sapeva… e aveva paura di essere lontano da Nazareth con me in quello stato. Io ero certa che sarei stata Puerpera là… Tu esultavi troppo in me per la gioia di esser giunto al tuo Natale, e al natale della Redenzione, perciò, perché io potessi ingannarmi. Gli angeli turbinavano intorno alla Donna che portava Te, mio Dio… Non era più l’Arcangelo sublime, non il dolcissimo Angelo che mi è custode, come era nei mesi prima. Ora erano cori e cori d’angeli, che saettavano dal Cielo di Dio al mio piccolo Cielo: il mio seno dove Tu eri… Io li sentivo cantare e scambiarsi le loro parole di luce… parole ansiose di vedere Te, incarnato Dio… Io li sentivo durante le loro fughe d’amore dal Paradiso per venire ad adorare Te, Amore del Padre, nascosto nel mio seno. E cercavo imparare le loro parole… i loro canti… i loro ardori… Ma una creatura umana non può dire e avere cose di Cielo…».
14Gesù l’ascolta, Lui seduto, Ella in piedi presso la tavola, sognante come Lui è beato… una manina abbandonata sul legno oscuro, l’altra che si appoggia sul cuore… E Gesù le copre la manina bianca e gentile con la sua lunga e più scura, e stringe nel suo pugno quella manina santa… E quando Lei tace, quasi rammaricandosi di non aver potuto imparare dagli angeli parole, canti e ardori, Gesù dice: «Tutte le parole degli angeli, tutti i loro canti, tutti i loro ardori, non mi avrebbero fatto felice sulla Terra se non avessi avuto i tuoi, Mamma mia! Tu mi hai detto e dato ciò che essi non hanno potuto darmi. Non tu da loro, ma loro da te hanno imparato… Vieni qui, Mamma, al mio fianco e racconta ancora… Non di allora… ma di ora. Che facevi?».
«Lavoravo…».
Una veste da Re
15«Lo so. Ma che era? Scommetto che ti stancavi per Me. Fa’ vedere…».
Maria diventa più rossa della stoffa che è sul telaio e che Gesù, alzatosi, osserva.
16«Porpora? Chi te l’ha data?».
«Giuda di Keriot. Se l’è fatta dare dai pescatori di Sidone, credo. Vuole che io ti faccia una veste da re… La veste te la faccio, sì. Ma per Te non c’è bisogno di porpora ad essere re».
17«Giuda è cocciuto più di un mulo», è l’unico commento sulla porpora donata… Poi si volge alla Madre: «E ci viene tutta una veste con quel che ti ha dato?».
«Oh! no, Figlio! Potrà servire per le balze della veste e del mantello. Non di più».
18«Va bene. Ho capito perché la fai a strisce basse. Allora… Mamma, mi piace questo pensiero. Tu mi terrai da parte queste strisce e un giorno ti dirò di usarle per una bella veste. Ma ora c’è tempo. Non ti affaticare».
«Lavoro quando sono a Nazareth…»
Tre discepoli buoni.
19«É vero… E gli altri che hanno fatto in questo tempo?».
«Si sono istruiti».
20«Ovvero, li hai istruiti. Che te ne pare?».
«Oh! sono tre buoni. Tolto Te, non ho mai avuto scolari più dolci e attenti. Ho cercato anche di rinforzare un poco Giovanni. É molto malato. Non camperà molto…».
21«Lo so. Ma per lui è un bene. Del resto egli stesso lo desidera. Ha compreso spontaneamente il valore della sofferenza e della morte. E Sintica?». «È una pena allontanarla. Vale cento discepoli per santità e capacità di intendere il soprannaturale».
22«Comprendo. Ma lo devo fare».
«Ciò che fai è sempre ben fatto, Figlio».
23«E il bambino?».
«Anche lui impara. Ma è molto triste in questi giorni… Ricorda la sventura di or è un anno… Oh! non c’era molta letizia qui… Giovanni e Sintica sospirano pensando alla partenza da qui, il bambino piange pensando alla mamma morta…».
Il Sole della Mamma.
24«E tu?».
«Io… lo sai, Figlio. Non c’è sole quando Tu mi sei lontano. Non ci sarebbe neppure se il mondo ti amasse. Ma almeno ci sarebbe sereno… Invece…».
25«C’è pianto. Povera Mamma!… Non ti hanno fatto domande su Giovanni e Sintica?».
«E chi vuoi mai che le facesse? Maria d’Alfeo sa e tace. Alfeo di Sara ha già visto Giovanni e non è curioso. Lo chiama “il discepolo”».
Una vita molto triste.
26«E gli altri?».
«Meno Maria e Alfeo, non viene nessuno da me. Qualche donna per qualche lavoro o consiglio. Ma gli uomini di Nazareth non varcano più la mia soglia».
27«Neppure Giuseppe e Simone?».
«No… Simone mi manda olio, farine, ulive, legna, uova… come per farsi perdonare di non capirti, come per parlare attraverso i doni… Ma li dà a Maria, sua madre, e qui non viene. Del resto, chiunque venisse non vedrebbe che me, perché Sintica e Giovanni si ritirano quando bussa qualcuno…».
28«Una vita molto triste».
«Sì. E il bambino ne soffre un poco, tanto che ora Maria d’Alfeo se lo porta con sé quando mi fa le spese. Ma ora non saremo più tristi, mio Gesù. Ci sei Tu!».
29«Ci sono Io… Ora andiamo a dormire. Benedicimi, Mamma, come quando ero piccino».
30«Benedicimi, Figlio. Sono la tua discepola».
Si baciano… Accendono una nuova lucernetta ed escono per andare al riposo.
304. Con Giovanni di Endor, Sintica e Marziam. Maria è Madre e Maestra [6].
A Gesù per Maria.
La Gioia dei discepoli buoni.
1«Maestro! Maestro! Maestro!». I tre gridi di Giovanni di Endor; che uscendo dalla sua cameretta per andare alla vasca a lavarsi si trova di fronte Gesù che ne viene, svegliano Marziam che corre fuori dalla stanza di Maria con la sola tunichella sbracciata e corta, ancora scalzo, tutt’occhi e bocca per vedere e per gridare: «C’è Gesù!», e tutto gambe per correre e arrampicarsi fra le sue braccia. E svegliano anche Sintica, che dorme nell’ex-laboratorio di Giuseppe e che ne appare dopo qualche momento già vestita, ma con le trecce morate ancora semisfatte e ciondoloni sulle spalle.
2Gesù, con ancor fra le braccia il bambino, saluta Giovanni e Sintica e li esorta ad entrare nella casa perché il tramontano è molto forte. Ed entra Lui per il primo, portando il seminudo Marziam, che batte i denti nonostante il suo entusiasmo, presso il focolare già acceso, dove Maria si affretta a scaldare del latte e poi le vesti del bambino perché non pigli un malanno.
3Gli altri due non parlano, ma sembrano la personificazione della gioia estatica. Gesù, che è seduto col bambino in grembo mentre la Vergine svelta svelta lo imbacucca nelle vesti riscaldate, alza il viso e sorride loro dicendo: «Ve lo avevo promesso che sarei venuto. E oggi o domani viene anche Simone Zelote. É andato per mio incarico altrove. Ma presto verrà e staremo insieme molti giorni».
L’obbedienza esige volontà per meritare.
4La toletta di Marziam è finita e il colore torna sulle guancine morelle di freddo. Gesù lo fa scendere dai suoi ginocchi e si alza in piedi passando nella stanzetta accanto, seguito da tutti. Ultima viene Maria col bambino per mano. E lo rimprovera dolcemente così: «Che ti dovrei fare, ora, io? Hai disubbidito. Ti avevo detto: “Sta’ a letto finché io torno”, e tu sei venuto prima…».
«Mi sono svegliato per i gridi di Giovanni…», si scusa Marziam.
5«Dovevi saper ubbidire proprio allora. Stare a letto finché si dorme non è ubbidienza e non c’è nessun merito a farlo. Dovevi saperlo fare quando c’era merito, perché esigeva volontà. Ti avrei portato io Gesù. Lo avresti avuto tutto per te e senza rischiare di prendere un malanno».
6«Non sapevo che faceva tanto freddo».
7«Ma lo sapevo io. Mi dà dolore vederti disubbidiente».
8«No, Mamma. Dà più dolore a me vederti così… Se non era per Gesù non mi alzavo neanche se mi dimenticavi a letto senza mangiare, Mamma bella, Mamma mia!… Dammi un bacio, Mammina. Lo sai che sono un povero bambino!…».
9Maria se lo prende in braccio e lo bacia, fermando così le lacrime sul visetto e riportandovi il sorriso con la promessa: «Non ti disubbidirò mai, mai, mai più!».
Madre e maestra dei cristiani.
10Gesù intanto parla coi due discepoli. Si informa dei loro progressi nella Sapienza e, poiché essi dicono che tutto si illumina in loro per la parola di Maria, Egli dice: «Lo so. La soprannaturalmente luminosa Sapienza di Dio diviene comprensiva luce anche ai più duri di cuore se detta da Lei. Ma voi non siete duri di cuore e perciò beneficiate al completo del suo insegnamento».
11«Ora ci sei Tu, Figlio. La maestra torna scolara».
12«Oh! no! Tu continui ad essere maestra. Io ti ascolterò come essi. Sono solo “il Figlio” in questi giorni. Nulla più. Tu sarai la Madre e Maestra dei cristiani. Lo sei da ora: Io, il tuo Primogenito e primo allievo, questi, e con essi Simone quando verrà, gli altri… Vedi, Madre? Il mondo è qui. Il mondo di domani nel piccolo israelita puro che neppure si accorgerà di divenire “il cristiano”; il mondo, il vecchio mondo d’Israele nello Zelote; l’umanità in Giovanni, i gentili in Sintica. E vengono tutti a te, santa Nutrice che dai latte di Sapienza e Vita al mondo e ai secoli. Quante bocche hanno desiderato attaccarsi al tuo capezzolo! E quante lo faranno in futuro! Te hanno sospirato i Patriarchi e i Profeti, perché dal tuo seno fecondo sarebbe venuto il Nutrimento dell’uomo. E te cercheranno i “miei” per essere perdonati, istruiti, difesi, amati, come tanti Marziam. E beati quelli che lo faranno! Perché non sarà possibile perseverare in Cristo se non si fortifica la grazia col tuo aiuto, Madre piena di Grazia».
13Maria sembra una rosa nella sua veste oscura, tanto le si accende il viso per la lode del Figlio. Una splendida rosa in ben umile veste, di grossa lana marrone scura…
Palese affetto per lo Zelote.
14Bussano ed entrano in gruppo Maria d’Alfeo, Giacomo e Giuda, carichi, questi ultimi, di brocche d’acqua e di fascine. La gioia di vedersi è reciproca. E aumenta quando sanno che presto verrà lo Zelote. L’affetto dei figli di Alfeo per lui è palese, anche senza la frase che Giuda dice in risposta all’osservazione di sua madre che nota questa loro gioia: «Mamma, proprio in questa casa, e in una sera ben triste per noi, egli ci ha dato affetto di padre e ce lo mantiene. Non lo possiamo dimenticare. Per noi è “il padre”. Noi per lui “i figli”. Quali quei figli che non giubilino nel rivedere un padre buono?».
15Maria d’Alfeo riflette e sospira… Poi, molto pratica anche nelle sue pene, chiede: «E dove lo mettete a dormire? Non avete posto. Mandatelo da me».
16«No, Maria. Egli vivrà sotto il mio tetto. Ma è presto fatto. Sintica dormirà con mia Madre, Io con Marziam, Simone nel laboratorio. Anzi, sarà meglio preparare subito. Andiamo».
17E gli uomini escono nell’orto con Sintica, mentre le due Marie vanno in cucina alle loro faccende.
305. Gesù conforta Marziam con
la parabola degli uccellini[7].
Lezione del Messia a Marziam.
Il piccolo grande discepolo.
1Gesù esce di casa col bambino per mano. Non entrano nel centro di Nazareth, ma anzi ne escono per la stessa via fatta da Gesù la prima volta che lasciò la sua casa per la vita pubblica, e giunti ai primi uliveti lasciano la via maestra per prendere sentierini fra le piante, cercando il sole tiepido succeduto a giorni di burrasca. Gesù invita il bambino a correre e saltare. Ma Marziam risponde: «Preferisco stare vicino a Te. Sono grande ormai e sono un discepolo».
2Gesù sorride di questa… autorevole professione di età e di dignità. Invero è un ben piccolo adulto quello che cammina al suo fianco. Nessuno gli darebbe più di dieci anni. Ma nessuno può negare che sia un discepolo, e meno di tutti Gesù, il quale si limita a dire: «Ma ti annoierai a stare zitto mentre Io faccio orazione. Io ti avevo condotto con Me per farti divertire».
I morti in Cristo vivono per sempre.
3«Non potrei divertirmi in questi giorni… Ma stare vicino a Te mi dà tanto sollievo… Ti ho tanto desiderato in questo tempo… perché… perché…».
4Il bambino stringe le labbra che tremano e non parla più. Gesù gli posa la mano sul capo dicendo: «Chi crede alla mia parola non deve essere triste come coloro che non credono. Io dico la verità sempre. Anche quando assicuro che non c’è separazione fra le anime dei giusti che sono in seno ad Abramo e quelle dei giusti che sono sulla Terra. Io sono la Risurrezione e la Vita, Marziam. E questa la porto anche prima di compiere la mia missione. Tu mi hai sempre detto che i tuoi genitori sospiravano la venuta del Messia e chiedevano a Dio di vivere tanto da vederlo. Erano dunque credenti in Me. Si sono addormentati in questa fede. Sono perciò già salvati da essa, già risorti e vivi per essa. Perché questa è fede che dà vita dando sete di giustizia. Pensa quante volte essi avranno resistito alle tentazioni per essere degni di incontrare il Salvatore…».
5«Ma sono morti senza averti visto, Signore… E morti in quel modo… Io li ho visti, sai, quando li levavano dalla terra tutti i morti del paese… La mia mamma, il padre mio… i miei fratellini… Che mi importa se per consolarmi mi dicevano: “I tuoi non sono così. Non hanno sofferto”? Oh! non hanno sofferto! Erano dunque piume i macigni che sono piombati loro addosso? Era aria la terra e l’acqua che li hanno soffocati? E la loro ragione non avrà sofferto sentendosi morire, pensando a me?…». Il bambino è molto agitato dal dolore. Gestisce vivamente, ritto di fronte a Gesù, quasi aggressivo…
6Ma Gesù capisce quel dolore, quel bisogno di dirlo, e lo lascia parlare. Gesù non è di quelli che a chi delira per un dolore vero dice: «Taci. Mi fai scandalo».
Senso di colpa e logica umana.
7Il bambino continua: «E dopo? Cosa è venuto dopo? Tu lo sai cosa è venuto dopo! Se non venivi Tu, come una fiera sarei divenuto, o sarei morto come una serpe nel bosco. E non sarei più andato dalla mamma, dal padre e dai fratelli, perché odiavo Doras e… e non amavo più Dio come prima, quando la mamma c’era a volermi bene, a farmi amare il prossimo. Io avevo quasi odio agli uccelli che si empivano il gozzo, che avevano piume calde, che rifacevano i nidi, io che avevo fame, che avevo una veste rotta, che non avevo più casa… Li scacciavo, io che amo gli uccelli, per l’ira che mi veniva a confrontarmi con loro, e poi piangevo perché sentivo di essere stato cattivo e di meritare l’inferno…».
8«Ah! dunque ti pentivi di essere cattivo?».
«Sì, Signore. Ma come facevo ad essere buono? Il vecchio padre lo era. Ma lui diceva: “Fra poco tutto finirà. Sono vecchio…” Ma io vecchio non ero! Quanti anni ancora prima di poter lavorare e mangiare da uomo e non da cane randagio? Sarei diventato un ladrone io, se Tu non venivi».
9«Non lo saresti diventato perché tua mamma pregava per te. Lo vedi che Io sono venuto e ti ho preso? Questo è prova che Dio ti amava e che tua madre vegliava su te».
10Il bambino tace, pensando. Sembra cercare luce dal suolo che calpesta, tanto lo guarda, camminando a fianco di Gesù sull’erbetta un poco strinata dal tramontano dei giorni prima. Poi alza il capo chiedendo: «Ma non sarebbe stata una prova più bella se non mi faceva morire la mamma?».
Il paragone degli uccellini
11Gesù ha un sorriso per la logica umana della piccola mente. Ma spiega, serio e buono: «Ecco, Marziam. Ti farò capire le cose attraverso un paragone. Tu mi hai detto che ti piacciono gli uccellini, non è vero? Ora senti un poco. Gli uccellini sono fatti per volare o per stare in gabbia?».
«Per volare».
12«Va bene. E le mamme degli uccellini come fanno a nutrirli quando sono piccini?».
«Li imbeccano».
13«Sì. Ma con che?».
«Coi semi, le mosche, i bruchi, o briciole di pane, o pezzettini di frutta che trovano volando qua e là».
14«Benissimo. Ora ascolta. Se tu questa primavera trovassi un nido per terra, con i piccoli dentro e la madre sopra, cosa faresti?».
«Lo prenderei».
15«Tutto? Come sta? Madre compresa?».
«Tutto. Perché è troppo brutto essere piccoli senza mamma».
16«Veramente nel Deuteronomio è detto di prendere solo i piccoli, lasciando libera la madre che è sacra al prolificare»[8].
17«Ma se è una buona mamma non se ne va. Corre dove sono i suoi piccoli. La mia avrebbe fatto così. Neanche a Te mi avrebbe dato per sempre, perché sono ancora bambino. Venire anche lei con me non avrebbe potuto, perché i fratellini erano ancora più piccoli di me. E allora non mi avrebbe lasciato andare».
18«Sta bene. Ma senti: secondo te, vorresti più bene a quella madre degli uccellini e a loro stessi tenendo la gabbia aperta perché andasse e venisse col cibo appropriato, oppure tenendo prigioniera anche lei?».
19«Eh!… le vorrei più bene lasciandola andare e venire finché i piccoli sono cresciuti.. e le vorrei bene del tutto se, tenendomi loro, una volta cresciuti, lasciassi libera lei perché l’uccello è fatto per volare… Veramente… per essere proprio del tutto buono… dovrei lasciare volar via anche i piccoli cresciuti e renderli alla libertà… Sarebbe il più vero amore che potrei avere per loro. E il più giusto… Eh! sì! Il più giusto, perché non farei che permettere che si compia quanto Dio ha voluto per gli uccelli…».
20«Ma bravo Marziam! Hai proprio parlato da saggio! Sarai un grande maestro del tuo Signore, e chi ti ascolterà ti crederà perché parlerai da saggio!».
«Davvero, Gesù?». Il visetto, prima inquieto e triste, poi scuro di pensiero, chiuso nello sforzo di giudicare ciò che era migliore, si spiana e splende nella gioia della lode.
Le anime sono fatte per il cielo
21«Davvero. Ora vedi un po’! Tu, solo perché sei un bravo bambino, giudichi così; Pensa tu come giudicherà Dio, che è Perfezione in tutto, riguardo alle anime e al loro vero bene. Le anime sono come tanti uccelli che la carne imprigiona nella sua gabbia. La Terra è il luogo dove sono portati colla gabbia. Ma anelano alla libertà del Cielo, al Sole che è Dio, al Nutrimento giusto per loro, che è la contemplazione di Dio. Nessun amore umano, neppure il santo amore di madre per i figli o di figli per la madre, è tanto forte da soffocare questo desiderio delle anime di ricongiungersi alla loro Origine che è Dio. Così come Dio, per il suo perfetto amore per noi, non trova nessuna ragione tanto forte da superare il desiderio suo di riunirsi all’anima che lo desidera. E allora che avviene? Delle volte l’ama tanto che le dice: “Vieni! Ti libero”. E lo dice anche se ci sono dei bambini intorno a una mamma. Lui vede tutto. Lui sa tutto.
22Lui fa tutto bene quello che fa. Quando libera un’anima – potrà non parere agli uomini dall’intelletto relativo, ma lo è – quando libera un’anima, lo fa sempre per un bene più grande, dell’anima stessa e dei suoi congiunti. Egli allora, te l’ho già detto altre volte, aggiunge al ministero dell’angelo custode il ministero dell’anima che ha chiamato a Sé, e che ama di un amore mondo da pesantezze umane i suoi parenti amandoli in Dio. Quando libera un’anima si impegna anche di sostituirsi ad essa nelle cure ai superstiti. A te non lo ha forse fatto? Non ha fatto di te, piccolo figlio d’Israele, il mio discepolo, il mio sacerdote di domani?».
«Sì, Signore».
La S. Messa per i defunti.
23«Ora pensa un po’. Tua madre sarà liberata da Me e non avrà bisogno dei tuoi suffragi. Ma tu, quando ella fosse morta dopo la Redenzione e fosse bisognosa di suffragi, potresti suffragarla come sacerdote. Pensa, non avresti che potuto spendere dando offerte ad un sacerdote del Tempio, perché fosse fatto sacrifizio per lei di vittime quali agnelli o colombi od altro prodotto della terra. Questo se fossi rimasto il contadinello Jabè presso tua madre. Invece tu, Marziam, sacerdote di Cristo, potresti per lei celebrare direttamente il Sacrifizio vero della Vittima perfetta, nel nome della quale tutti i perdoni sono concessi!».
«E non lo potrò più fare?».
24«Non per padre, madre e fratellini. Ma lo potrai fare per amici e discepoli tuoi. Non è bello tutto ciò?».
«Sì, Signore».
25«Allora torniamo a casa rasserenati».
L’orazione.
26«Sì… Ma non ti ho lasciato fare orazione!… Me ne spiace…».
27«Ma l’abbiamo fatta orazione! Abbiamo considerato le verità, contemplato Dio nelle sue bontà… Tutto questo è orazione. E tu l’hai fatta da vero adulto. Su, ora! Cantiamo un bel salmo di lode per la gioia che è in noi». E intona: «”Un bel canto m’è sgorgato dal cuore…”» [9]
28Marziam unisce la sua voce d’argento al bronzo e oro di quella di Gesù.
306. Anche Simone Zelote arriva a Nazareth. Lezione sui danni dell’ozio[10].
Simone Zelote a Nazareth.
Non c’è posto per l’ozio.
1La sera cala presto in dicembre e presto si accendono le lampade, e la famiglia si riunisce in un’unica stanza. Così avviene anche nella casetta di Nazareth e, mentre le due donne lavorano una al telaio, l’altra d’ago, Gesù con Giovanni di Endor; seduti presso la tavola, ragionano piano fra di loro mentre Marziam finisce di tirare a liscio due cofani posati per terra.
2Il bambino ci dà dentro a tutta forza finché Gesù, alzatosi e chinatosi sul legno, dice toccandolo: «Ora basta. É ben liscio e lo potremo verniciare domani. Ora metti a posto tutto, ché domani lavoreremo ancora».
3E mentre Marziam esce con i suoi strumenti di pulimento – spatole dure con su inchiodate pelli raspose di pesce a far l’ufficio della nostra carta vetrata, e specie di coltelli non certo di acciaio usati alla stessa opera – Gesù prende sulle sue braccia robuste uno dei cofani e lo porta nel laboratorio, dove certo si è lavorato, perché vi è segatura e trucioli presso uno dei banconi, rimesso, per l’occasione, al centro della stanza.
4Marziam ha rimesso a posto nei loro supporti i suoi arnesi e ora raccatta i trucioli per gettarli nel fuoco, dice, e vorrebbe anche scopare la segatura, ma Giovanni di Endor preferisce farlo lui.
Motivi del ritardo di Simone Zelote.
5Tutto è in ordine, ormai, quando Gesù torna col secondo cofano che colloca presso il primo. E tutti e tre stanno per uscire quando si sente bussare alla porta di casa, e subito dopo la voce grave dello Zelote risuona col saluto profondo dato a Maria: «Io ti saluto, Madre del mio Signore, e benedico la bontà vostra che mi concede di abitare sotto il vostro tetto».
6«É arrivato Simone. Ora sapremo il perché del suo ritardo. Andiamo…», dice Gesù.
Quando entrano nella stanzetta dove è l’apostolo con le donne, questo si sta liberando da un grosso involto che ha sulle spalle.
7«La pace a te, Simone…».
«Oh! Maestro benedetto! Sono in ritardo, non è vero? Ma ho fatto tutto e bene…».
8Si baciano. Poi Simone continua la sua esposizione: «Sono stato dalla vedova del legnaiuolo. I tuoi soccorsi sono molto propizi. La vecchia è molto malata e le spese perciò aumentate. Il piccolo falegname si industria a lavorare in oggetti piccoli come lui, e ti ricorda sempre. Tutti ti benedicono. Poi sono andato da Nara, Samira e Sira. Il fratello è più duro che mai. Ma esse sono in pace, come sante che sono, e mangiano il loro povero pane condito di pianto e di perdono. Ti benedicono per il soccorso mandato. Ma ti supplicano pregare perché il duro fratello si converta. Anche la vecchia Rachele ti benedice per l’obolo. Infine sono stato a Tiberiade per gli acquisti. Spero aver fatto bene. Ora le donne osserveranno… Ma a Tiberiade sono stato trattenuto da alcuni che mi credevano la tua staffetta. Mi hanno sequestrato per tre giorni… Oh! prigione dorata fin che si vuole! Ma sempre prigione… Volevano sapere tante cose… Ho detto la verità dicendo che Tu ci avevi congedati tutti, ritirandoti a tua volta per il più brutto dell’inverno… Quando si sono persuasi che era vero, anche perché sono andati da Simone di Giona e da Filippo senza trovarti e senza saperne di più, mi hanno lasciato andare. Anche la scusa del maltempo era caduta con queste belle giornate. Ecco perché ho ritardato».
La sposa del Messia ha due nomi
9«Non importa. Avremo tempo di stare insieme. Io ti ringrazio di tutto… Madre, osserva con Sintica quanto è nell’involto e dimmi se ti pare che basti a ciò che sai…», e mentre le donne svoltolano l’involto, Gesù si siede parlando con Simone.
«E Tu che hai fatto, Maestro?».
10«Ho fatto due cofani, per non stare in ozio e perché utili saranno. Ho passeggiato, ho goduto della mia casa…».
11Simone lo guarda fisso fisso… Ma non dice nulla. Le esclamazioni di Marziam, che vede uscire dal fagotto tele, lane, sandali, veli e cinture, fanno volgere in quel senso Gesù e i due suoi compagni.
12Maria dice: «Va tutto bene, molto bene. Ci metteremo subito all’opera e presto tutto sarà cucito».
Il bambino domanda: «Ti sposi, Gesù?».
13Ridono tutti e Gesù chiede: «Da cosa ti viene questo sospetto?».
«Da questa roba che è da uomo e da donna, e dai due cofani che hai fatto. Sono per il corredo tuo e della sposa. Me la fai conoscere?».
14«Vuoi proprio conoscere la mia sposa?».
«Oh! sì! Chissà come sarà bella e buona! Come si chiama?…».
15«E’ un segreto per ora. Perché ha due nomi, come te, che prima eri Jabé, poi Marziam».
«E non li posso sapere?».
16«Per ora no. Ma un giorno li saprai».
«Mi inviti allo sposalizio?».
17«Non sarà festa da bambini. Ti inviterò alla festa nuziale. Sarai uno degli invitati e testimoni. Va bene?».
«Ma quanto tempo c’è? Un mese?».
«Oh! molto di più!».
18«E allora perché hai lavorato tanto in fretta da farti venire le vesciche alle mani?».
Danni dell’ozio spirituale
19«Quelle sono venute perché non lavoro più con le mani. Vedi, bambino, che è penoso l’ozio[11]? Sempre. Quando poi ci si rimette al lavoro si soffre il doppio, perché si è diventati troppo delicati. Pensa! Se nuoce così alle mani cosa mai farà di male all’anima? Vedi? Io questa sera ho dovuto dirti: “aiutami”, perché soffrivo tanto da non poter tenere la raspa, mentre solo due anni fa lavoravo anche quattordici ore al giorno senza sentire dolore. Lo stesso è per chi si intiepidisce nel fervore, nella volontà. Si rende molle, indebolito. Con più facilità si stanca di tutto. Con più facilità, essendo debole, penetrano in lui i veleni delle malattie spirituali. Con doppia difficoltà, all’opposto, compie le opere buone che prima non gli costava fare perché era sempre in esercizio. Oh! non conviene mai oziare dicendo: “Passato questo periodo mi rimetterò più fresco al lavoro”! Non ci riuscirebbe mai, o con fatica somma».
«Ma Tu non hai oziato!».
20«No. Ho fatto altro lavoro. Ma vedi che l’ozio delle mie mani mi è stato nocivo alle stesse».
E Gesù mostra le palme arrossate e con vesciche qua e là. Marziam le bacia dicendo: «Mia mamma mi faceva così quando mi facevo male, perché l’amore medica».
21«Sì, l’amore medica di tante cose… Ebbene… Vieni, Simone. Tu dormirai nella stanza del falegname. Vieni, dunque, che ti faccio vedere dove puoi mettere le tue vesti e…».
Escono e tutto ha fine.
307. Discussione sul comportamento dei nazareni e lezione sulla tendenza al peccato malgrado la Redenzione[12].
Nazareth traviata dai nemici del Messia.
Lavoro e commenti.
1Il telaio è inoperoso perché Maria e Sintica cuciono svelte svelte le stoffe portate dallo Zelote. I pezzi delle vesti già tagliate sono piegati in mucchio ordinato sulla tavola, colore per colore, e ogni tanto le donne ne prendono un pezzo imbastendolo poi sulla tavola, così che gli uomini sono respinti verso l’angolo dell’inoperoso telaio, vicini ma non interessati al lavoro delle donne. Sono presenti anche i due apostoli Giuda e Giacomo d’Alfeo, che a loro volta osservano il daffare femminile, senza fare domande ma credo non senza curiosità.
2E i due cugini raccontano dei fratelli, specie di Simone che li ha accompagnati fino alla porta di Gesù e poi se ne è andato «perché ha un bambino sofferente», dice Giacomo per medicare la notizia e scusare il fratello. Giuda è più severo e dice: «Proprio per questo avrebbe dovuto venire. Ma sembra anche lui divenuto ebete. Come tutti i nazareni, d’altronde, se si escludono Alfeo e i due discepoli che ora chissà dove sono. Si capisce che Nazareth non ha altro di buono, e il buono lo ha sputato tutto, come fosse sapor e molesto a questa città nostra…».
I consolidatori del Regno di Dio.
3«Non dire così», prega Gesù. «Non ti intossicare l’animo… Non è colpa loro…».
«Di chi, allora?».
4«Di tante cose… Non indagare. Ma Nazareth non è tutta nemica. I bambini…».
«Perché sono bambini».
5«Le donne…».
«Perché sono donne. Ma non sono né i bambini né le donne quelle che affermeranno il tuo Regno».
6«Perché, Giuda? Sei in errore. I bambini di oggi saranno proprio i discepoli di domani, quelli che propagheranno il Regno su tutta la Terra. E le donne… Perché non lo possono fare?».
7«Non potrai certo fare delle donne degli apostoli. Saranno, al massimo, delle discepole, come Tu hai detto, di aiuto ai discepoli».
8«Ti ricrederai di tante cose in futuro, fratello mio. Ma non tento neppure di farti ricredere Io. Cozzerei contro una mentalità che ti viene da secoli di concetti e preconcetti errati sulla donna. Ti prego soltanto di osservare, di annotare, in te, le differenze che vedi fra le discepole e i discepoli, e di notare, spassionatamente, la loro rispondenza ai miei insegnamenti. Vedrai che, incominciando da tua madre, che se si vuole è stata la prima delle discepole in ordine di tempo e di eroismo – e lo è tuttora, tenendo coraggiosamente testa a tutto un paese che la schernisce perché m’è fedele, resistendo anche alle voci del sangue suo che non le risparmia rimproveri perché mi è fedele – vedrai che le discepole sono migliori di voi».
9«Lo riconosco, è vero. Ma in Nazareth anche le donne discepole dove sono? Le figlie di Alfeo, le madri di Ismaele e di Aser e le loro sorelle. E basta. Troppo poco. Io vorrei non venire più a Nazareth per non vedere tutto ciò».
10«Povera mamma! Le daresti un grande dolore», dice Maria intervenendo nella conversazione».
11«E’ vero», dice Giacomo. «Ella spera tanto di arrivare a conciliare i fratelli con Gesù e con noi. Credo che non desideri che questo. Ma non è certo con lo stare lontani che lo faremo. Fino ad ora ti ho dato retta con lo starmene come isolato. Ma da domani voglio uscire, avvicinare questo e quello… Perché, se dovremo evangelizzare anche i gentili, non evangelizzeremo la città nostra? Io mi rifiuto a crederla tutta malvagia, non convertibile».
Giuda Taddeo non ribatte. Ma è palesemente inquieto.
Nazareth traviata.
12Simone Zelote, che era rimasto sempre zitto, interviene: «Io non vorrei insinuare sospetti. Ma lasciate che, per sollevarvi lo spirito, vi faccia una domanda. Questa: siete sicuri che nella sostenutezza di Nazareth non siano estranee forze venute da altrove, che qui lavorano bene in base ad un elemento che dovrebbe, se si ragionasse con giustizia, dare le migliori garanzie per fare sicuri che il Maestro è il Santo di Dio? La conoscenza della vita perfetta di Gesù, cittadino di Nazareth, dovrebbe rendere più facile a nazareni di accettarlo per il promesso Messia. Io più di voi, e con me molti della mia età, in Nazareth abbiamo conosciuto, almeno di fama, dei pretesi Messia. E vi assicuro che la loro vita intima sfatava la più ostinata asserzione di messianità in loro. Roma li ha perseguitati ferocemente come ribelli. Ma, a parte l’idea politica, che Roma non poteva permettere esistesse dove essa regna, questi falsi Messia, per molti motivi privati, avrebbero meritato punizione. Noi li agitavamo e li sostenevamo perché ci servivano a satollare il nostro spirito di ribellione a Roma. Noi li secondavamo perché, ottusi come siamo, abbiamo creduto – finché il Maestro non ha chiarito la verità, e purtroppo, nonostante questo, ancora non crediamo come dovremmo, ossia totalmente – vedere in loro il “re” promesso. Essi ci cullavano lo spirito afflitto con speranze di indipendenza nazionale e di ricostruzione del regno d’Israele. Ma, oh! miseria! Quale regno labile e corrotto sarebbe mai stato?! No, che in vero chiamare quei falsi Messia re d’Israele e fondatori del Regno promesso era avvilire profondamente l’idea messianica. Nel Maestro, alla profondità della dottrina si unisce la santità della vita. E Nazareth, come nessun’altra città, la conosce. Neppure penso a fare accusa di miscredenza nazarena per il soprannaturale della sua venuta, che essi, i nazareni, ignorano. Ma la vita! Ma la sua vita!… Ora tant’astio, tanta impenetrabile resistenza… Ma che dico! Tanta aumentata resistenza non potrebbe avere origine da manovre nemiche? Noi li conosciamo i nemici di Gesù. Sappiamo ciò che valgono. Credete voi che solo qui siano stati inerti e assenti, se dovunque ci hanno o preceduto, o affiancato, o seguito per distruggere l’opera del Cristo? Non accusate Nazareth come unica colpevole. Ma piangete su di essa, traviata dai nemici di Gesù».
13«Hai detto molto bene, Simone. Piangete su di essa…», dice Gesù. Ed è mesto.
14Giovanni di Endor osserva: «Hai detto anche molto bene quando hai detto che l’elemento favorevole si muta in sfavorevole, perché l’uomo raramente usa giustizia nel pensare. Qui il primo ostacolo è la nascita umile, l’infanzia umile, l’adolescenza umile, la giovinezza umile di Gesù nostro. L’uomo dimentica che i valori si celano sotto apparenze modeste, mentre le nullità si camuffano da grandi esseri per imporsi alle folle».
15«Sarà… Ma nulla modifica il mio pensiero circa i concittadini. Qualunque cosa possa loro essere stata detta, dovevano saper giudicare sulle opere reali del Maestro e non sulle parole di sconosciuti».
La colpa d’origine e la tendenza al peccato.
La scienza umana è ignoranza ancora.
16Un silenzio lungo, rotto solo dal rumore di tele che la Vergine divide in strisce per farne delle balze. Sintica non ha mai parlato pure rimanendo attentissima. Essa conserva sempre il suo atteggiamento di profondo rispetto, di riservatezza, che solo con Maria o col bambino si fa meno rigido. Ma ora il bambino si è addormentato, seduto su un panchetto proprio ai piedi di Sintica e colla testa appoggiata sui ginocchi di lei, sul braccio ripiegato. Perciò ella non si muove e attende che Maria le passi le strisce.
17«Che sonno innocente!… Sorride…», osserva Maria curvandosi sul visetto dormente.
«Chissà cosa sogna», dice sorridendo Simone.
18E’ un bambino intelligente molto. Impara con prontezza e vuole avere spiegazioni nette. Fa domande molto acute e vuole risposte chiare. Su tutto. Confesso che delle volte sono imbarazzato a rispondere. Sono argomenti superiori alla sua età, e talora anche alla mia capacità di spiegarli», dice Giovanni.
19«Già! Come quel giorno… Ricordi, Giovanni? Avesti due alunni molto tormentosi quel giorno! E molto ignoranti», dice Sintica sorridendo lievemente e fissando il discepolo col suo sguardo profondo.
20Giovanni sorride a sua volta e dice: «Sì. E voi aveste un maestro molto incapace, che dovette chiamare in aiuto la vera Maestra… perché in nessuno dei molti libri che aveva letto, questo stolto pedagogo aveva trovato la risposta da dare ad un bambino. Segno che sono un pedagogo ignorante ancora».
21«La scienza umana è ignoranza ancora, Giovanni. Non il pedagogo, ma ciò che gli avevano dato per esserlo era insufficiente. La povera scienza umana! Oh! come mi sembra mutilata! Mi fa pensare ad una deità che era onorata in Grecia. Ci voleva proprio la materialità pagana per poter credere che, perché era priva d’ali, la Vittoria fosse per sempre possesso dei greci! Non solo le ali alla Vittoria, ma la libertà ci è stata levata… Meglio era avesse avuto l’ali, nella credenza nostra. Avremmo potuto pensarla capace di volare a rapire fulmini celesti per saettare i nemici. Ma, così come era, non dava speranza, ma sconforto, ma parola di tristezza. Non la potevo vedere senza soffrirne… Mi pareva sofferente, avvilita della sua mutilazione. Un simbolo di dolore e non di gioia… E lo fu. Ma, come per la Vittoria, l’uomo fa con la Scienza. Le mutila le ali, che intingerebbero il sapere nel soprannaturale dando chiave ad aprire tanti segreti dello scibile e del creato. Hanno creduto e credono di tenerla captiva col mutilarla delle ali… Ne hanno fatto solo una deficiente… La Scienza alata sarebbe Sapienza. Così come è, è soltanto intendimento parziale».
Sulla colpa d’origine.
22«E mia Madre vi ha risposto quel giorno?».
«Con perfetta chiarezza e con casta parola, atta ad esser udita da un fanciullo e da due adulti di sesso diverso senza che nessuno avesse ad arrossire».
23«Su che verteva?».
«Sulla colpa d’origine, Maestro. Ho segnato la spiegazione di tua Madre per ricordarmela», dice ancora Sintica, e Giovanni di Endor lui pure dice: «Anche io. Credo che sarà una cosa molto richiesta, se un giorno si andrà fra i gentili. Io non penso di andarvi perché…».
24«Perché, Giovanni?».
«Perché poco ancora vivrò».
25«Ma vi andresti volentieri?».
«Più di molti altri in Israele, perché non ho prevenzioni. E anche… Sì, anche per questo. Io ho dato mal esempio fra i gentili, a Cintium e in Anatolia. Avrei voluto poter arrivare a fare del bene dove ho fatto del male. Il bene da fare: portare la tua parola là, farti conoscere… Ma sarebbe stato troppo onore… Non lo merito».
Tolta la colpa originale rimane la tendenza al peccato.
26Gesù lo guarda sorridendo ma non dice nulla in proposito. Chiede: «E non avete altre domande da fare?».
«Io ne ho una. Mi è sorta l’altra sera quando parlavi dell’ozio col bambino. Ho cercato di darmi una risposta. Ma senza riuscirvi. Attendevo il sabato per fartela, quando le mani sono inoperose e l’anima nostra, nelle tue mani, viene alzata a Dio», dice Sintica.
27«Falla ora la tua domanda, mentre si attende l’ora del riposo».
«Ecco, Maestro. Tu hai detto che, se uno si intiepidisce nel lavoro spirituale, si indebolisce e predispone alle malattie dello spirito. Non è vero?».
28«Sì, donna».
«Ora questo mi pare in contrasto su quanto ho udito da Te e da tua Madre sulla colpa d’origine, i suoi effetti in noi, la liberazione da essa per mezzo tuo. Mi avete insegnato che con la Redenzione sarà annullata la colpa d’origine. Credo di non errare dicendo che sarà annullata non per tutti, ma solo per coloro che crederanno in Te».
29«E’ vero».
«Trascuro perciò gli altri e prendo uno di questi salvati. Lo contemplo dopo gli effetti della Redenzione. La sua anima non ha più la colpa d’origine. Torna dunque in possesso della Grazia così come l’avevano i Progenitori. Questo non le dà, allora, una vigoria inattaccabile ad ogni languore? TU dirai: “L’uomo fa anche peccati personali”. Sta bene. Ma penso che essi pure cadranno con la tua Redenzione. Non ti chiedo come. Ma suppongo che, a testimonianza dell’essere essa stata veramente – e non so come avverrà, per quanto ciò che a Te si riferisce nel Libro sacro faccia tremare[13], e mi auguro che sia sofferenza simbolica, ristretta al morale, benché non è illusione il dolore morale ma spasimo forse molto più atroce di quello fisico – Tu lascerai dei mezzi, dei simboli. Tutte le religioni ne hanno, e sono talora chiamati misteri… Il battesimo attuale, vigente in Israele, ne è uno, non è vero?».
30«Lo è. E ci saranno, con nome diverso da quello che tu dai loro, anche nella mia religione dei segni di questa mia Redenzione, applicati alle anime per purificarle[14], fortificarle[15], illuminarle[16], sostenerle[17], nutrirle[18], assolverle[19]».
31«E allora? Se sono assolte anche dai peccati personali, sempre saranno in grazia… Come allora saranno deboli e predisposte a malattie spirituali?».
Il bambino colpito da malattia mortale
32«Ti porto un paragone. Prendiamo un bambino appena nato da genitori sanissimi, sano esso pure e robusto. Nessuna tara fisica, ereditaria, è in lui. Il suo essere è perfetto nello scheletro e negli organi, gode di un sangue sano. Ha perciò tutti i requisiti per crescere forte e sano, anche perché la madre ha latte abbondante e sostanzioso. Ma nel primo momento della sua vita viene colpito da gravissima malattia, non si sa come causata. Una malattia mortale proprio. Se ne salva a stento per pietà di Dio, che gli trattiene la vita già in procinto di fuggire da quel corpicino. Ebbene, credi tu che, dopo, quel bambino sarà robusto come se non avesse avuto quel male? No, avrà un indebolimento perenne in sé. Anche se non sarà palese, vi sarà e lo predisporrà, con più facilità che se non fosse stato malato, alle malattie. Qualche organo non sarà mai più integro come prima. Il suo sangue sarà meno forte e puro di prima. Tutte ragioni per cui più facilmente contrarrà malattie. Le quali, ogni volta che lo colpiranno, lo lasceranno più facile a riammalarsi. Lo stesso è per il campo spirituale. La colpa d’origine sarà cancellata nei credenti in Me. Ma lo spirito conserverà una tendenza al peccato che senza la colpa originale non avrebbe avuto. Perciò occorre sorvegliare e continuamente curare il proprio spirito, così come fa una madre sollecita col suo figliolino rimasto indebolito da una malattia infantile. Perciò bisogna non oziare, ma sempre essere solerti per irrobustirsi in virtù. Se uno cade in accidia o in tiepidezza, più facilmente sarà sedotto da Satana. E ogni peccato grave, essendo simile a grave ricaduta, sempre più predisporrà a infermità e morte dello spirito. Mentre se la Grazia, restituita dalla Redenzione, viene coadiuvata da una volontà attiva e instancabile, ecco che essa si conserva.
33Non solo. Ma si aumenta, perché viene associata alle virtù conseguite dall’uomo. Santità e Grazia! Che sicure ali per volare a Dio! Hai compreso?».
34«Sì, mio Signore. Tu, ossia la Trinità SS., date il Mezzo base all’uomo. L’uomo, col suo lavoro e la sua attenzione, non lo deve distruggere. Ho compreso. Ogni peccato grave è distruzione della Grazia, ossia della salute dello spirito. I segni che ci lascerai renderanno la salute, è vero. Ma il peccatore ostinato, che non lotta per non peccare, sarà ogni volta più debole anche se ogni volta è perdonato. Occorre perciò vigilare per non perire. Grazie, Signore… Marziam si sveglia. É tardi…».
35«Sì. Preghiamo tutti insieme e poi andiamo al riposo».
36Gesù si alza e tutti lo imitano, anche il bambino ancora mezzo assonnato. E il “Pater noster” risuona forte e armonico nella piccola stanza.
308. Guarigione del figlio di Simone d’Alfeo Marziam è il primo
dei bambini discepoli[20].
Gesù e la moglie del cugino Simone.
Salome, moglie di Simone d’Alfeo.
1Gesù, con Simone Zelote e Marziam, traversa Nazareth diretto verso la campagna fra Cana e Nazareth. E la traversa, questa sua città incredula e ostile, proprio prendendo le vie più centrali e tagliando per sbieco la piazza del mercato, affollata in quell’ora mattutina. Molti si voltano a guardarlo, qualche raro abitante lo saluta, le donne, specie le anziane, gli sorridono, ma, tolto qualche bambino, non viene a Lui nessuno. Un mormorio lo segue quando è passato. Gesù certo vede tutto, ma mostra di non vedere. Parla con Simone oppure col bambino, che è fra i due uomini, e procede per la sua via.
2Sono ormai alle ultime case. Sulla porta di una di esse è una donna sulla quarantina. Pare attenda qualcuno. Quando vede Gesù fa l’atto di muoversi, poi si ferma e china il capo arrossendo.
3«E’ una mia congiunta. É la moglie di Simone d’Alfeo», dice Gesù all’apostolo.
Un delirio di dolore.
4La donna pare sulle spine, in un grande contrasto di sentimenti. Cambia colore, alza e abbassa gli occhi, tutto il suo viso esprime una voglia di parlare che qualche motivo trattiene.
5«La pace a te, Salome», saluta Gesù che l’ha raggiunta.
La donna lo guarda come stupita dell’affettuosità che è nella voce del Parente e risponde, arrossendo più ancora: «La pace a…». Un nodo di pianto le impedisce di finire la frase. Si copre il volto col braccio ripiegato e piange angosciosamente, contro lo stipite della porta di casa.
6«Perché piangi così, Salome? Non posso fare nulla per consolarti? Vieni qui, dietro l’angolo, e dimmi cosa hai…», e la prende per il gomito conducendola in un chiassolo fra la sua casa e un orto di un’altra casa. Simone con Marziam, tutto stupito, restano all’imboccatura della stessa.
7«Che hai, Salome? Lo sai che ti ho sempre voluto bene. Vi ho sempre voluto bene. A tutti. E ve ne voglio. Devi credere a questo e avere fiducia per questo…».
Il pianto ha pause di sospensione come per ascoltare quelle parole e capirle nel loro vero significato, poi riprende più forte, framezzato a rotte parole: «Tu sì… Noi… Non io però… E neanche Simone… Ma egli è più stolto di me… Io lo dicevo… “Chiama Gesù”… Ma tutto un paese ci è contro… a Te… a me… e al mio bambino…».
8Toccato il punto tragico, il pianto si fa a sua volta tragico. La donna si torce e geme percuotendosi il viso come fosse in un delirio di dolore. Gesù le afferra le mani dicendo: «Non così. Sono qui per consolarti. Parla, e Io tutto farò…».
Pensiero di vendetta.
9La donna lo guarda ad occhi sbarrati di stupore e di dolore. Ma la speranza le dà lena di parlare, e parlare con ordine: «Anche se Simone è colpevole mi avrai pietà? Davvero?… Oh! Gesù che salvi tutti! Il mio bambino! Alfeo, l’ultimo, sta male… muore!… Tu lo amavi Alfeo. Gli intagliavi nel legno i giocattoli… Lo alzavi perché cogliesse l’uva e i fichi dalle tue piante… e prima di partire per… per andar per il mondo, già gli insegnavi tante cose buone… Ora non potresti più… É come mor….. Non mangerà più uva e fichi… Non imparerà più nulla…», e piange forte.
10«Salome, sii buona. Dimmi, che ha?».
«Il suo ventre è molto malato. Ha urlato, spasimato, delirato per tanti giorni. Ora non parla più. É come uno colpito al capo. Geme, ma non risponde. Neppure sa di gemere. É livido. Raffredda già. É tanti giorni che supplico Simone di venire da… Oh! l’ho sempre amato, ma ora lo odio perché è uno stolto che per una stolta idea mi fa morire il figlio. Ma, lui morto, io me ne andrò. A casa mia. Cogli altri figli. Non è capace di esser padre al momento buono. E io mi difendo le creature. Me ne vado. Sì. Dica il mondo ciò che vuole. Me ne vado».
11«Non dire così. Deponi subito questo pensiero di vendetta».
«Di giustizia. Mi ribello. Lo vedi? Ti ho aspettato io perché nessuno ti diceva: “Vieni”. Te lo dico io. Ma ho dovuto farlo come fosse una mala azione. E non ti posso dire: “Entra”, perché in casa ci sono quelli di Giuseppe e…».
Fede umile e forte di Salome.
12«Non occorre. Mi prometti di perdonare a Simone? Di essere sempre la sua buona moglie? Se tu me lo prometti, Io ti dico: “Va’ in casa e tuo figlio ti sorriderà guarito”. Puoi credere questo?».
«Io credo in Te. Anche contro tutto il mondo, credo».
13«E come hai fede, puoi avere perdono?»…
«Ma me lo guarisci proprio?».
14«Non solo questo. Ti prometto che cesserà il dubbio di Simone su Me, e il piccolo Alfeo, e con lui i tuoi altri figli e te, insieme allo sposo e padre, tornerete in casa mia. Maria ti nomina tanto…».
«Oh! Maria! Maria! É nato che c’era Lei, Alfeo… Sì, Gesù. Perdonerò. Non gli dirò nulla… No, anzi. Gli dirò: “Ecco come risponde Gesù al tuo modo di fare: rendendoti un figlio”. Questo lo posso dire!».
15«Lo puoi dire… Va’, Salome. Va’. Non piangere più. Addio. La pace a te, buona Salome. Va’. Va’». La riconduce alla porta, la guarda entrare, sorride nel vedere che per la sua grande ansia corre via per l’andito senza neppure chiudere la porta, e l’accosta Lui, lentamente, fino a chiuderla del tutto. Si volge ai due compagni e dice: «E ora andiamo dove dovevamo andare…».
Il capo dei bambini discepoli.
«Credi che Simone si convertirà?», chiede lo Zelote.
16«Non è un infedele. É soltanto uno che si lascia dominare dal più forte».
«Oh! ma allora! Più forte del miracolo!».
17«Tu vedi che ti rispondi da te… Sono contento di avere salvato il bambino. L’ho visto di poche ore e mi ha voluto sempre tanto bene…».
«Come te ne voglio io? E diventerà discepolo?», chiede Marziam, interessato e un poco incredulo che uno possa amare Gesù come lui lo ama.
18«Tu mi ami come bambino e come discepolo. Alfeo mi amava come bambino soltanto. Ma poi mi amerà anche come discepolo. Ma ora è molto bambino. Ha otto anni a momenti. Lo vedrai».
«Allora di bambino e discepolo non ci sono che io?».
19«Tu solo, per ora. Sei il capo dei bambini discepoli. Quando sarai tutt’affatto uomo, ricordati che tu hai saputo essere discepolo non peggio degli uomini, e perciò apri le braccia a quanti bambini verranno a te cercando Me e dicendo: “Voglio essere discepolo di Cristo”. Lo farai?».
«Lo farò», promette serio Marziam…
20La campagna aperta, piena di sole, li circonda ormai, ed essi mi si allontanano nel sole…
309. Sacrificio di Marziam per la guarigione di una bambina. Ravvedimento di Simone d’Alfeo[21].
Marziam, apostolo e vittima.
Nonnetta Giovanna
1Li accoglie una povera casa dove è una nonnetta circondata da un bel mucchietto di bambini dai dieci anni ai, sì e no, due anni. La casa è in mezzo a campicelli poco curati, molti tornati a prato, dal quale emergono superstiti piante da frutto.
2«La pace a te, Giovanna. Va meglio oggi? Sono venuti a darti aiuto?».
«Sì, Maestro e Gesù. E mi hanno detto che torneranno a seminare. Verrà in ritardo, ma mi dicono che verrà ancora».
3«Certo verrà. Ciò che sarebbe miracolo della terra e del seme diventerà miracolo di Dio. Perciò miracolo perfetto. I tuoi campi saranno i più belli di questa regione, e questi uccellini che ti stanno intorno avranno grani in abbondanza per le loro bocche. Non piangere più. L’anno che viene andrà di già molto meglio. Ma Io ti aiuterò ancora. O meglio, ti aiuterà una che ha il tuo stesso nome e che non è mai sazia di essere buona. Guarda, questo è per te. Con questo potrai andare avanti fino ai raccolti».
La vecchia prende la borsa e la mano di Gesù insieme, e bacia questa mano piangendo. Poi chiede: «Dimmi chi è questa creatura buona, che io dica il suo nome al Signore».
4«Una discepola mia e sorella tua. Il nome è noto a Me e al Padre dei Cieli».
«Oh! sei Tu!…».
5«Io sono povero, Giovanna. Do quanto mi danno. Di mio non posso dare che miracolo. E mi spiace di non avere saputo prima la tua sventura. Sono venuto appena Susanna me l’ha detta. Tardi ormai. Ma così splenderà di più l’opera di Dio».
«Tardi! Sì. Tardi! Così rapida fu la morte a falciare qui! E ha preso i giovani. Non me, inutile. Non questi, incapaci. Ma quelli validi al lavoro. Maledetta luna di elul, carica di maligni influssi!».
Piccolo evangelizzatore degli orfanelli.
6«Non maledire il pianeta. Non c’entra… Sono buoni questi piccoli? Venite qui. Vedete? Anche questo è un bambino senza padre e senza madre. E neppure può vivere col nonno. Ma Dio non lo abbandona lo stesso. E non lo abbandonerà finché sarà buono. Non è vero, Marziam?».
7Marziam assente e parla ai piccoli che gli si sono stretti intorno, piccoli per età più di lui, ma alcuni sono più alti di lui di un bel po’. Dice: «Oh! davvero che Dio non abbandona. Io lo posso dire. Per me ha pregato il nonno. E certo anche la madre e il padre dall’altra vita. E Dio ha ascoltato quelle preghiere, perché Egli è buonissimo e sempre ascolta le preghiere dei giusti, morti o vivi che siano. Per voi certo hanno pregato i vostri morti e questa nonnina cara. Le volete bene?».
«Sì, sì…». Il pigolio dell’orfana nidiata si alza entusiasta.
8Gesù tace per ascoltare il colloquio del suo piccolo discepolo e degli orfanelli.
9«Fate bene. I vecchi non bisogna farli piangere. Già non si deve fare piangere nessuno, perché chi dà dolore al prossimo dà dolore a Dio. Ma i vecchi poi! Il Maestro tratta bene tutti. Ma coi vecchi poi è tutto carezze come coi bambini. Perché i bambini sono innocenti e i vecchi sofferenti. Hanno tanto pianto già! Bisogna amarli due volte, tre volte, dieci volte, per tutti quelli che non li amano più. Gesù dice sempre che chi non onora il vecchio è malvagio due volte, come chi maltratta il bambino. Perché vecchi e bambini non si possono difendere. Voi perciò siate buoni con la vecchia madre».
Rachele, piccola grande donna.
10«Io qualche volta non l’aiuto…», dice uno dei grandini.
11«Perché? Mangi pure il pane che ella ti porge con la sua fatica! Non ci senti il sapore del pianto quando l’affliggi? E tu, donna, (la donna avrà al massimo dieci anni ed è una molto esile e pallida creatura) l’aiuti?».
12I fratellini in coro dicono: «Oh! Rachele è buona! Veglia fino a tardi per filare quel poco di lana e stame che abbiamo, e si è presa le febbri per lavorare nel campo per prepararlo al seme mentre il padre moriva».
13«Dio te ne compenserà», dice serio Marziam.
«Mi ha già compensato col levare di pena la nonna».
14Gesù interviene: «Non chiedi di più?».
«No, Signore».
15«Ma sei guarita?».
«No, Signore. Ma non importa. Ora, anche se muoio, la nonna è sovvenuta. Prima mi spiaceva morire perché l’aiutavo».
16«Ma la morte è brutta, bambina…».
«Dio, come mi aiuta in vita, mi aiuterà in morte e andrò dalla mamma… Oh! non piangere, nonna! Voglio bene anche a te, cara. Non lo dirò più se questo ti deve fare piangere. Anzi, se lo vuoi, dirò al Signore di guarirmi… Non piangere, mammetta mia…», e abbraccia la vecchietta desolata.
Marziam, “apostolo e vittima”.
17«Falla guarire, Signore. Mio nonno lo hai fatto felice, per me. Fa’ felice questa vecchia, ora».
18«Le grazie si ottengono con sacrificio. Tu che sacrificio fai per ottenerla?», chiede serio Gesù.
19Marziam pensa… Cerca la cosa più penosa a rinunciarsi… poi sorride: «Non prenderò più miele per tutta una luna».
20«Poco! Quella di casleu è già ben avanti…».
21«Dico luna per dire quattro fasi. E pensa… che in questi giorni c’è la festa dei Lumi e le focacce di miele…».
22«É vero. Ebbene, allora Rachele guarirà per merito tuo. Ora andiamo. Addio, Giovanna. Prima di partire verrò ancora. Addio Rachele, e tu Tobiolo. Sii sempre buono. Addio, tutti voi, piccoli. Resti su voi la mia benedizione e in voi la mia pace».
Escono seguiti dalle benedizioni della vecchia e dei fanciulli.
23Marziam, finito di essere «apostolo e vittima», si dà a saltare come un capretto correndo avanti.
24Simone osserva con un sorriso: «La sua prima predica e il suo primo sacrificio. Promette bene, non ti sembra, Maestro?».
25«Sì. Ma ha già predicato più volte. Anche a Giuda di Simone…».
«…al quale sembra che il Signore faccia parlare dai bambini… Forse per impedire vendette da parte di lui…».
26«Vendette no… Non credo giunga a tanto. Ma reazioni vivaci, sì. La verità non l’ama chi merita rimprovero… Eppure va detta…». Gesù sospira.
L’Iscariota, allontanato per prudenza.
27Simone l’osserva, poi chiede: «Maestro, dimmi il vero. Tu lo hai allontanato, e hai preso la decisione di mandare tutti a casa per le Encenie, per impedire che Giuda sia in Galilea ora. Non ti chiedo e non voglio Tu mi dica il perché è bene che l’uomo di Keriot non sia fra noi. Mi basta sapere se ho indovinato. Tutti lo pensiamo, sai? Lo stesso Tommaso. E mi ha detto: “Io vado senza reagire perché capisco che c’è sotto un motivo serio”. E ha aggiunto: “E il Maestro fa bene a fare come fa. Troppi Nahum, Sadoc, Giocana e Eleazar nelle amicizie di Giuda…”. Non è stupido Tommaso!… E non è cattivo, sebbene molto uomo. Nel suo affetto per Te è molto sincero…».
28«Lo so. Ed è vero ciò che avete pensato. Presto ne saprete la ragione…».
«Non te la chiediamo».
29«Ma Io avrò a chiedervi aiuto e ve la dovrò dire».
Il cugino Simone torna a Gesù.
Ravvedimento di Simone D’ Alfeo
30Torna indietro di corsa Marziam: «Maestro, là, dove finisce il sentiero nella strada, c’è tuo cugino Simone, tutto sudato come chi ha corso molto. Mi ha chiesto: “Dove è Gesù?”. Ho risposto: “Qui dietro a me, con Simone Zelote”. Mi ha detto: “Passa di qui?”. “Certo”, ho risposto, “di qui si passa per tornare a casa, a meno di non fare come gli uccelli che volano e vanno da tutte le parti per tornare al nido. Lo vuoi?”, ho chiesto anche. Tuo fratello è rimasto incerto. Eppure ti vuole, ne sono sicuro».
«Maestro, ha già visto sua moglie… Facciamo così. Io e Marziam ti lasciamo libero. Gireremo dietro a Nazareth. Tanto… non abbiamo fretta di arrivare… E Tu vai dalla via giusta».
31«Sì. Grazie, Simone. Addio a tutti e due».
Si separano e Gesù accelera il passo verso la via maestra.
32Ecco Simone, addossato ad un tronco, che ansa e si asciuga il sudore. Come vede Gesù, alza le braccia… e poi le lascia ricadere e abbassa il capo, avvilito.
33Gesù lo raggiunge e gli posa una mano sulla spalla chiedendo: «Che vuoi, Simone, da Me? Farmi felice con una tua parola d’amore, che Io attendo da molti giorni?».
Simone abbassa ancora di più il capo e tace…
34«Parla, dunque. Sono forse un estraneo per te? No, che in verità tu sei sempre il mio buon fratello Simone, ed Io per te il piccolo Gesù che tu portavi in braccio a fatica, ma con tanto amore, quando tornammo a Nazareth».
L’uomo si copre il viso con le mani e scivola in ginocchio gemendo: «Oh! mio Gesù! Sono io il colpevole, ma sono punito abbastanza…».
35«Su, alzati! Siamo parenti. Su! Che vuoi?».
«Il mio bambino! È…», il pianto lo strozza.
«Il tuo bambino? Ebbene?».
L’amore non tiene conto del male ricevuto.
36«È proprio morente. E con lui muore anche l’amore di Salome… e io resto con due rimorsi: di avere perduto il figlio e la moglie insieme… Questa notte ho creduto fosse proprio già morto e lei mi pareva una iena. Mi urlava in volto: “Assassino di tuo figlio!”. Ho pregato che ciò non fosse, giurando a me stesso di venire da Te, se il bambino riprendeva, anche a costo di esser cacciato – me lo merito, del resto – per farti sapere che Tu solo puoi impedire la mia sventura. All’aurora il bambino ha ripreso un poco… Sono fuggito dalla mia casa, venendo alla tua da dietro la città per non trovare ostacoli… Ho bussato. Maria mi ha aperto stupita. Avrebbe potuto trattarmi male. Ma ha solo detto: “Che hai, povero Simone?”. E mi ha accarezzato come fossi ancora un bambino… Questo mi ha fatto piangere molto. E la superbia, la titubanza sono finite così. Non è possibile che sia vero ciò che ci ha detto Giuda, il tuo apostolo, non mio fratello. Questo a Maria non l’ho detto, ma me lo dico, battendomi il petto e dicendomi ogni contumelia, da quel momento. A Lei ho detto: “C’è Gesù? È per Alfeo. Mi muore… Maria mi ha detto: “Corri! È verso Cana col bambino e un apostolo. Sulla strada di Cana. Ma fa’ presto. È uscito all’aurora. Starà per tornare. Io pregherò perché tu lo trovi”. Non una parola di rimprovero, non una, per me che ne merito tante!».
37«Neppure Io ti rimprovero. Ma ti apro le braccia per…».
«Ohimè! Per dirmi che Alfeo è morto…»
38«No. Per dirti che ti voglio bene».
«Vieni, allora! Presto! Presto…»
39«No. Non occorre».
40«Non vieni? Ah! non perdoni? O Alfeo è morto? Ma anche se lo è, Gesù, Gesù, Gesù, Tu che risusciti i morti, rendimi la mia creatura! Oh! Gesù buono… Oh! Gesù santo… Oh! Gesù che io ho abbandonato!… Oh! Gesù, Gesù, Gesù…». Il pianto dell’uomo empie la via solitaria mentre egli, in ginocchio di nuovo, brancica convulso la veste di Gesù o gli bacia i piedi, nel tormento del dolore, del rimorso, dell’amore paterno…
Pentimento e conversione.
41«Non sei passato da casa prima di venire qui?».
«No. Sono corso come un pazzo sin qua… Perché? C’è altro dolore? Salome è già fuggita? È divenuta folle? Lo pareva già questa notte…».
42«Salome mi ha parlato. Ha pianto, ha creduto. Vai a casa, Simone. Tuo figlio è guarito».
43«Tu!… Tu!… Tu hai fatto questo, per me che ti ho offeso credendo a quel serpente? eh? Oh! Signore! Io non sono degno di tanto! Perdono! Perdono! Perdono! Dimmi cosa vuoi che ti faccia per riparare, per dirti che ti amo, per persuaderti che soffrivo a fare il sostenuto, per dirti che da quando sei qui, anche prima che Alfeo fosse tanto malato, io desideravo parlarti!… Ma… Ma…».
44«Lascia andare. Tutte cose passate. Io non le ricordo più. Fa’ tu lo stesso. E dimentica anche le parole di Giuda di Keriot. È un ragazzo. Da te voglio solo questo: che tu, né ora né mai, ripeta quelle parole ai miei discepoli, ai miei apostoli e men di tutti a mia Madre. Questo solo. Ora va’, Simone, alla tua casa. Va’. Sii in pace… Non tardare a godere della gioia che empie la tua dimora. Va’».
45Lo bacia e sospinge dolcemente verso Nazareth.
«Tu non vieni con me?».
46«Io ti attendo a casa mia, con Salome e Alfeo. Va’. E ricordati che è per tua moglie, che ha saputo credere solo alla verità, che tu hai la gioia attuale. Per lei».
«Vuoi dire che a me…».
47«No. Voglio dire che ho saputo sentire il pentimento in te. E pentimento ti è venuto per il grido accusatore di lei… Veramente Dio grida per la bocca dei buoni, e richiama, e consiglia!… E ho visto la fede umile e forte di Salome. Vai, ti dico. Non tardare oltre a dirle “grazie”».
48Quasi lo spinge rudemente per persuaderlo ad andare. E quando Simone finalmente va, lo benedice… e poi crolla il capo, in un muto soliloquio, e lacrime lente scorrono per il viso pallido… Una sola parola dà l’indirizzo del suo pensiero: «Giuda!»…
49Si avvia per la stessa stradetta presa dallo Zelote, dietro il limite della città, diretto verso casa.
310. Con Pietro, a Nazareth, Gesù organizza la partenza di Giovanni
di Endor e Sintica[22].
Simon Pietro a Nazareth.
Sorprese per Marziam.
1È mattina inoltrata quando Pietro arriva, solo e inaspettato, alla casa di Nazareth. È carico come un facchino di ceste e di sacchette. Ma è così felice che non sente peso e fatica.
2A Maria, che gli va ad aprire, dedica un sorriso beato e un saluto gioioso e venerabondo insieme. Poi chiede: «Dove è il Maestro, e Marziam?».
3«Sono sul ciglione, sopra la grotta, ma verso la casa d’Alfeo. Credo che Marziam colga le ulive, e Gesù certo medita. Ora li chiamo».
«Ci penso io».
«Liberati da tutti quei pesi, almeno».
4«No, no. Sono sorprese per il bambino. Mi piace vederlo sgranare gli occhi e frugare con ansia… Le sue felicità, povero bambino mio».
5Esce nell’orto, va sotto il ciglio, si nasconde ben bene nell’incavo della grotta e poi grida, alterando un poco la voce: «La pace a Te, Maestro», e poi a voce naturale: «Marziam!…»
6La vocetta di Marziam, che empiva di esclamazioni l’aria quieta, si tace… Una pausa, poi la vocetta quasi da bambina del ragazzo chiede: «Maestro, ma non era il padre mio questo che mi ha chiamato?».
7Forse Gesù era tanto immerso nei suoi pensieri che non ha sentito nulla e lo confessa, semplicemente. Pietro chiama di nuovo: «Marziam!», e poi ride della sua aperta risata.
«Oh! è proprio lui! Padre! Padre mio! Dove sei?».
Si spenzola per guardare nell’orto. Ma non vede nulla… Anche Gesù si fa avanti e guarda… Vede Maria che sorride sulla porta e Giovanni e Sintica che la imitano dalla stanza in fondo all’orto, presso il forno.
8Ma Marziam rompe gli indugi e si butta giù dal balzo, proprio vicino alla grotta, e Pietro è pronto ad afferrarlo prima che tocchi terra.
9È commovente il saluto dei due. Gesù, Maria e i due in fondo all’orto l’osservano sorridendo e poi si fanno tutti vicini al gruppetto d’amore.
Marziam preferisce la mamma
10Pietro si libera come può dalla stretta del ragazzo per inchinarsi a Gesù salutandolo di nuovo. E Gesù lo abbraccia, abbracciando insieme il bambino, che non si svincola dall’apostolo e che chiede: «E la madre?».
11Ma Pietro risponde a Gesù che gli dice: «Perché sei venuto tanto presto?».
«E ti pareva che potessi stare tanto tempo senza vederti? E poi… Eh! e poi c’è Porfirea che non mi dava bene: “Va’ a vedere Marziam. Portagli questo. Portagli quello”. Pareva che sapesse Marziam fra i ladroni o in un deserto. L’altra notte poi si è alzata a fare le focacce apposta e, appena cotte che furono, mi fece partire…».
12«Uh! le focacce!…», grida Marziam. Ma poi si zittisce.
«Sì. Sono qui dentro con i fichi seccati nel forno e le ulive e le mele rosse. E poi ti ha fatto un pane unto. E poi ti ha mandato le formaggelle delle tue pecorine. E poi c’è una veste che non prende acqua. E poi, e poi… Non so che altro. Come? Non hai più fretta? Quasi piangi? Oh! Perché?».
13«Perché preferivo mi portassi lei a tutte queste cose… Le voglio bene, sai, io!».
«Oh! divina Misericordia! Ma chi lo avrebbe pensato?! Se ci fosse lei a sentirti si scioglierebbe come il burro…».
14«Marziam ha ragione. Potevi venire con lei. Certo desidera vederlo dopo tanto tempo. Noi donne siamo così coi nostri bambini…», dice Maria.
«Bene… Ma fra poco lo vedrà, non è vero, Maestro?».
15«Sì. Dopo le Encenie, quando noi andremo via… Ma anzi… Sì, quando tornerai, dopo le Encenie, verrai con lei. Starà con lui qui qualche giorno e poi torneranno insieme a Betsaida».
«Oh! che bello! Qui con due madri!». Il bambino è rasserenato e felice.
Entrano tutti in casa e Pietro si scarica dei suoi fagotti.
Iniziazione alla penitenza
16«Ecco: pesce secco, in salamoia, e fresco. Farà comodo a tua Madre. Ecco quel formaggio tenero che ti piace tanto, Maestro. E qui uova per Giovanni. Speriamo non si siano rotte… No. Meno male. E poi uva. Me l’ha data Susanna a Cana, dove ho dormito. E poi… Ah! questo poi! Guarda, Marziam, come è biondo. Sembra fatto dei capelli di Maria»… E apre un orciolo pieno di miele filante.
17«Ma perché tanta roba? Ti sei sacrificato, Simone», dice Maria davanti a fagotti e fagottelli, vasi e orci che coprono la tavola.
«Sacrificato? No. Ho pescato molto e con molto utile. Questo per il pesce. Per il resto, roba di casa. Non costa nulla e dà in compenso tanta gioia a portarla. E poi… Sono le Encenie ormai… È uso. No?! Non assaggi il miele?».
18«Non posso», dice serio Marziam.
«Perché? Stai male?».
«No. Ma non posso mangiarlo».
«Ma perché?».
19Il bambino diventa rosso ma non risponde. Guarda Gesù e tace. Gesù sorride e spiega: «Marziam ha fatto un voto per ottenere una grazia. Non può prendere miele per quattro settimane».
«Ah! bene! Lo mangerai dopo… Prendi il vaso lo stesso… Ma guarda! Non lo credevo così… così…».
20«Così generoso, Simone. Chi si inizia alla penitenza da bambino troverà facile il cammino della virtù per tutta la vita», dice Gesù mentre il bambino va via col suo vasetto fra le mani.
Pietro lo guarda andare, ammirato. Poi chiede: «Lo Zelote non c’è?».
21«È da Maria d’Alfeo. Ma presto verrà. Questa sera dormirete insieme. Vieni di là, Simon Pietro».
Organizzazione per la partenza.
I due perseguitati
22Escono mentre Maria e Sintica mettono in ordine la stanza invasa di fagotti.
23«Maestro… Io sono venuto per vedere Te e il bambino. È vero. Ma anche perché ho molto pensato in questi giorni, specie dopo la venuta di tre calabroni velenosi… ai quali ho detto più bugie che non ci siano pesci in mare. Ora stanno andando al Getsemani credendo di trovarci Giovanni di Endor, e poi vanno da Lazzaro sperando trovarci Sintica e anche Te. Camminino pure!… Ma poi torneranno e… Maestro, ti vogliono dare delle noie per quei due infelici…».
24«Ho già provveduto a tutto, da mesi. Quando essi torneranno alla ricerca di questi due perseguitati non li troveranno più, in nessun posto della Palestina. Vedi questi cofani? Sono per loro. Hai visto tutte quelle vesti piegate presso il telaio? Sono per loro. Sei sbalordito?».
«Sì, Maestro. Ma dove li mandi?».
25«Ad Antiochia».
Pietro fa una fischiatina significativa e poi chiede: «E da chi? e come ci vanno?»
26«In una casa di Lazzaro. L’ultima che Lazzaro abbia là dove suo padre governò in nome di Roma. E ci andranno per mare…».
«Ah! ecco! Perché se Giovanni doveva andarci con le sue gambe…».
Collaboratore stimato
27«Per mare. Ho piacere anche Io di poterti parlare. Avrei mandato Simone a dirti: “Vieni”, per preparare tutto. Ascolta. Due o tre giorni dopo le Encenie noi partiremo di qui alla spicciolata per non dare nell’occhio. Della comitiva faranno parte Io, te, tuo fratello, Giacomo e Giovanni e i miei due fratelli, più Giovanni e Sintica. Andremo a Tolemaide. Da lì, con una barca, tu li accompagnerai a Tiro. Lì prenderete posto su di una nave che va ad Antiochia, come foste proseliti che tornano alle loro case. Poi tornerete indietro e mi troverete ad Aczib. Sarò in cima al monte ogni giorno, e del resto lo spirito vi guiderà…»
«Come? Tu non vieni con noi?».
28«Sarei troppo notato. Voglio dare pace allo spirito di Giovanni».
«E come faccio io, che non sono mai andato fuori di qui?!».
29«Non sei un pargolo… e presto dovrai andare molto più lontano di Antiochia. Mi fido di te. Vedi che ti stimo…».
«E Filippo e Bartolomeo?».
30«Ci verranno incontro a Jotapata, evangelizzando in nostra attesa. Scriverò loro e tu porterai la lettera».
«E… quei due di là lo sanno già il loro destino?».
31«No. Faccio far loro la festa in pace…».
«Umh! Poveretti! Guarda qui se uno deve esser perseguitato da delinquenti d’anima e…».
32«Non ti sporcare la bocca, Simone».
«Sì, Maestro… Senti… Però come facciamo a portare questi cofani? E a portare Giovanni? Mi sembra proprio molto malato».
«Prenderemo un asino».
33«No. Prenderemo un carretto».
«E chi lo guida?».
34«Eh! se Giuda di Simone ha imparato a remare, Simone di Giona imparerà a guidare. Non deve poi essere cosa difficile condurre per la briglia un asino! Sul carretto ci mettiamo i cofani e quei due… e noi si va a piedi. Sì, sì! É bene fare così, credilo».
35«E il carretto chi ce lo dà? Ricordati che non voglio che sia notata la partenza».
Pietro pensa… Decide: «Hai denaro?».
36«Sì. Molto ancora dei gioielli di Misace».
«Allora tutto è facile. Dammi una somma. Prenderò asino e carro da qualcuno e… sì, sì… dopo regaleremo l’asino a qualche infelice e il carretto… vedremo… Ho fatto bene a venire. E devo proprio tornare con la sposa?».
37«Sì. É bene».
Lavorare per il Messia
38«E bene sarà. Ma quei due poverini! Mi spiace, ecco, non avere più Giovanni con noi. Già l’avremmo per poco… Ma, poveretto! Poteva morire qui, come Giona.»
39«Non glielo avrebbero permesso. Il mondo odia chi si redime».
«Si mortificherà…»
40«Troverò un argomento per farlo partire sollevato».
«Quale?».
41«Lo stesso che ha servito per mandare via Giuda di Simone: quello di lavorare per Me».
«Ah!… Soltanto che in Giovanni sarà santità, ma in Giuda è solo superbia».
42«Simone, non mormorare».
«Più difficile che far cantare un pesce! É verità, Maestro, non è mormorazione… Ma mi pare sia venuto Simone coi tuoi fratelli. Andiamo di là».
43«Andiamo. E silenzio con tutti».
«Me lo dici? Non posso tacere la verità quando parlo, ma so tacere del tutto, se voglio. E voglio. L’ho giurato a me stesso. Io andare fino ad Antiochia! In capo al mondo! Oh! non vedo l’ora di essere tornato! Non dormirò più finché tutto non è fatto…».
36Escono e non so più niente.
311. La rinuncia di Marziam provoca una lezione sui sacrifici fatti per amore[23].
L’economia santa dell’amore universale.
L’Encenie
1Non so se sia lo stesso giorno, ma lo suppongo per la presenza di Pietro alla tavola familiare di Nazareth. Il pasto è quasi ultimato e Sintica si alza per mettere sulla tavola delle mele, noci, uva e mandorle che terminano la cena, perché è sera e le lucerne sono già accese.
2Sulle lucerne verte proprio il discorso mentre Sintica porta la frutta. Pietro dice: «Quest’anno noi ne accenderemo una di più, poi sempre di più, per te, figlio mio. Perché la vogliamo accendere noi per te, anche se sei qui. La prima volta che l’accendiamo per un bambino…», e Simone si commuove un poco terminando: «Certo… se c’eri anche tu era più bello…».
3«L’anno passato ero io, Simone, che sospiravo così per il Figlio lontano, e con me Maria d’Alfeo e Salome, e anche Maria di Simone, nella sua casa di Keriot, e la madre di Tommaso…».
4«Oh! la madre di Giuda! Quest’anno avrà il figlio… ma non credo che sarà più felice… Lasciamo andare… Noi eravamo da Lazzaro. Quanti lumi!… Pareva un cielo d’oro e fuoco. Quest’anno Lazzaro ha sua sorella… Ma sono certo di dire il vero dicendo che sospireranno pensando che Tu non ci sei. E l’anno che viene? Dove saremo?»
Il discepolo evangelizzatore
5«Io sarò molto lontano…», mormora Giovanni.
Pietro si volta a guardarlo, perché lo ha di fianco, e sta per chiedere qualche cosa, ma fortunatamente si sa frenare per il richiamo di un’occhiata di Gesù.
6Marziam chiede: «Dove sarai?».
«Per la misericordia del Signore spero in seno ad Abramo…».
7«Oh! vuoi morire? Non vuoi evangelizzare? Non ti spiace di morire senza averlo fatto?».
«La parola del Signore deve uscire da labbra sante. Molto è se mi ha permesso di udirla e di redimermi per essa. Mi sarebbe piaciuto… Ma è tardi…».
8«Eppure tu evangelizzerai. Lo hai già fatto. Tanto da attirare su te l’attenzione. Perciò sarai chiamato ugualmente discepolo evangelizzatore, anche se non peregrinerai spargendo la Buona Novella; ed avrai nell’altra vita il premio riserbato ai miei evangelizzatori».
9«La tua promessa mi fa desiderare la morte… Ogni minuto di vita può celare un’insidia, ed io, debole come sono, non potrei forse superarla. Se Dio mi accoglie, pago di ciò che ho compiuto, non è grande bontà che va benedetta?».
10«In verità ti dico che la morte sarà somma bontà per molti, che in tal modo conosceranno sino a che punto l’uomo si indemonia da un punto dove la pace li consolerà di questa conoscenza e la muterà in osanna, perché sarà connessa alla inesprimibile gioia della liberazione dal Limbo».
Vivere il presente
11«E gli anni dopo dove saremo, Signore?», chiede attento Simone Zelote.
12«Dove all’Eterno piacerà. Vuoi tu prenotare il tempo lontano, quando non siamo sicuri del momento che viviamo e se ci sarà concesso di finirlo? Del resto, qualunque sia il posto dove avvengano le future Encenie, sempre santo sarà se ivi sarete per compiere la volontà di Dio».
«Sarete? E Tu?», chiede Pietro.
13«Io sempre sarò dove saranno i miei diletti».
14Maria non ha mai parlato. Ma i suoi occhi non hanno lasciato per un momento di scrutare il viso del Figlio… La riscuote l’osservazione di Marziam che dice: «Perché, Madre, non hai messo in tavola le focacce col miele? A Gesù piacciono e a Giovanni farebbero bene per la sua gola. E poi piacciono anche al padre mio…».
«E anche a te», termina Pietro.
15«Per me… è come non ci fossero. Ho promesso…».
«E’ per questo, caro, che non le ho messe…», dice Maria accarezzandolo, perché Marziam è fra Lei e Sintica su un lato della tavola, mentre i quattro uomini sono sul lato opposto.
«No, no. Le puoi portare. Anzi, le devi portare. E le darò io a tutti».
16Sintica prende una lucerna, esce, torna con le focacce. E Marziam le prende il vassoio e inizia la distribuzione. La più bella, dorata, sollevata a maestria di pasticciere, la dà a Gesù. Una, seconda in perfezione, a Maria. Poi è la volta di Pietro, poi di Simone, poi di Sintica. Ma per darla a Giovanni il bambino si alza e va al fianco del vecchio e malato pedagogo e gli dice: «A te la tua e la mia, più un bacio, per tutto quello che insegni». Poi torna al suo posto posando risolutamente il vassoio in mezzo alla tavola e incrociando le braccia.
17«Mi fai andare per traverso questa delizia», dice Pietro vedendo che Marziam non ne prende proprio. E aggiunge: «Almeno un pezzettino. Toh! della mia, tanto per non morire di voglia. Soffri troppo… Gesù te lo concede».
18«Ma se non soffrissi non avrei merito, padre mio. É ben perché sapevo che mi avrebbe fatto soffrire, che ho offerto questo sacrificio… E del resto… Sono così contento da quando l’ho fatto che mi pare di essere pieno di miele. Ne sento il sapore da per tutto, mi pare persino di respirarlo con l’aria…».
«É perché ne muori di voglia».
19«No. È perché so che Dio mi dice: “Bene fai, figlio mio».
«Il Maestro ti avrebbe fatto contento anche senza questo sacrificio. Ti ama tanto!».
20«Sì. Ma non è giusto che, perché sono amato, me ne approfitti. Egli lo dice, del resto, che grande è la ricompensa in Cielo anche per una coppa d’acqua offerta in suo nome. Penso che, se è grande per un calice dato ad altri in suo nome, lo sarà anche per una focaccia o un poco di miele negato a se stessi per amore di un fratello. Dico male, Maestro?».
La Comunione dei Santi.
21«Parli con saggezza. Io potevo, infatti, concederti ciò che mi chiedevi per la piccola Rachele anche senza il tuo sacrificio, perché era cosa buona da farsi ed il mio cuore la voleva. Ma con più gioia l’ho fatto perché aiutato da te. L’amore per i nostri fratelli non si limita a mezzi e limiti umani, ma si alza a ben più alti luoghi. Quando è perfetto tocca assolutamente il trono di Dio e si fonde con la sua infinita carità e bontà. La comunione dei santi è proprio questo operare continuo, come continuamente e con tutti i modi opera Iddio, per dare aiuto ai fratelli, sia nei loro bisogni materiali come nei loro bisogni spirituali o in ambedue, come lo è nel caso di Marziam che, ottenendo la guarigione di Rachele, la solleva dalla malattia e nello stesso tempo solleva lo spirito abbattuto della vecchia Giovanna e accende una confidenza sempre più grande nel Signore nel cuore di tutti di quella famiglia. Anche una cucchiaiata di miele sacrificata può servire a riportare pace e speranza ad un afflitto, così come la focaccia, o altro cibo non mangiato per scopo d’amore, può ottenere un pane, miracolosamente offerto, ad un affamato lontano e che sarà per noi sempre sconosciuto; e la parola d’ira, anche se giusta, trattenuta per spirito di sacrificio, può impedire un delitto lontano, così come resistere alla voglia di cogliere un frutto, per amore, può servire a dar pensiero di resipiscenza ad un ladrone e così sventare un ladrocinio. Nulla va perso nell’economia santa dell’amore universale. Non l’eroico sacrificio di un bambino davanti ad un piatto di focacce come non l’olocausto di un martire. Anzi, vi dico che l’olocausto di un martire ha sovente origine dalla educazione eroica che egli si è data fin dall’infanzia per amore di Dio e del prossimo».
22«Allora è proprio bene che io faccia sempre sacrifici. Per il tempo in cui saremo perseguitati», dice convinto Marziam.
23«Perseguitati?», chiede Pietro.
«Sì. Non ti ricordi che Egli lo ha detto? “Sarete perseguitati per causa mia”. Me lo hai detto tu, quando sei venuto per la prima volta da solo a evangelizzare a Betsaida, nell’estate».
24«Si ricorda tutto, questo bambino», commenta Pietro ammirato.
25La cena ha termine. Gesù si alza. Prega per tutti e benedice. E poi, mentre le donne vanno ai loro lavori di riordino delle stoviglie, Gesù con gli uomini si mette in un angolo della stanza intagliando un pezzo di legno, che sotto gli sguardi ammirati di Marziam si trasforma in una pecorella…
312. Gesù comunica a Giovanni di Endor la decisione di mandarlo ad Antiochia[24].
Medico e Padre spirituale
Una prova d’amore di Gesù.
1É una piovosa mattina d’inverno. Gesù è già alzato ed è al lavoro nel suo laboratorio. Lavora intorno a piccoli oggetti. Ma in un angolo è pronto un telaio nuovo nuovo, non molto grande ma ben tornito.
2Entra Maria con una tazza di latte fumante. «Bevi, Gesù. È tanto che sei alzato. E fa umido e freddo…».
3«Sì. Ma almeno ho potuto ultimare tutto… Questi otto giorni di festa avevano paralizzato il lavoro…» Gesù si è seduto sul pancone da falegname, un poco di sbieco, e beve il suo latte mentre Maria osserva il telaio e lo carezza con la mano.
4«Lo benedici, Mamma?», chiede sorridendo Gesù.
«No. Lo accarezzo perché Tu lo hai fatto. La benedizione gliel’hai data Tu, facendolo. Hai pensato bene a farlo. A Sintica servirà. È molto esperta nel tessere. E ciò le servirà per avvicinare donne e fanciulle. Che altro hai fatto, che vedo trucioli fini, di ulivo mi pare, presso il tornio?».
5«Ho fatto cose utili per Giovanni. Vedi? Un astuccio per gli stili e una piccola tavola per scrivere. E poi questi leggii per chiudervi dentro i suoi libri. Non avrei potuto fare questo se Simone di Giona non avesse pensato al carretto. Ma ora potremo caricare anche questi… ed essi sentiranno che li ho amati anche in queste piccole cose…».
«Tu soffri ad allontanarli, non è vero?».
6«Soffro… Per Me e per loro. Ho atteso fino ad ora a parlare… ed è già assai non sia già arrivato Simone con Porfirea… È ora che Io parli… Una sofferenza che mi è stata in cuore tutti questi giorni e che mi fece tristi anche le luci delle molte lucerne… Una sofferenza che ora devo dare ad altri… Ah! Mamma, avrei voluto averla Io solo!»
Medico spirituale
«Figlio buono!». Maria gli carezza una mano per consolarlo. Un silenzio… Poi Gesù riprende a parlare: «È alzato Giovanni?».
7«Sì. L’ho sentito tossire. Forse è in cucina che si beve il latte. Povero Giovanni!…».
Una lacrima scorre lungo le guance di Maria.
8Gesù si mette ritto: «Vado… Devo andare a dirglielo. Con Sintica sarà più facile… Ma per lui… Mamma, vai da Marziam e sveglialo, e pregate mentre Io parlo a quell’uomo… È come se Io dovessi frugare nelle sue viscere. Posso ucciderlo o paralizzarlo nella sua vitalità spirituale… Che pena, Padre mio!… Vado», ed esce, realmente accasciato.
9Fa i pochi passi che dall’officina conducono verso la stanza di Giovanni, che è la stessa dove morì Giona, ossia quella di Giuseppe. Incontra Sintica che rientra con una fascina presa nel forno e che lo saluta ignara. Risponde assorto al saluto della greca e poi resta fermo a guardare un’aiuola di gigli, che appena mostrano il ciuffetto delle foglie. Ma non è detto che li veda… Poi si decide. Si volta e bussa alla porta di Giovanni, che si affaccia e il cui viso si rischiara tutto nel vedere Gesù che viene a lui.
Sollecitudine e prudenza
10«Posso entrare un poco da te?», chiede Gesù.
«Oh! Maestro! Ma sempre! Stavo scrivendo ciò che Tu dicevi ieri sera sulla prudenza e l’ubbidienza. Anzi, è bene che Tu lo osservi, perché mi pare di non avere ritenuto bene sulla prudenza».
11Gesù è entrato nella stanzetta già ordinata, nella quale è stato aggiunto un tavolino per comodità del vecchio maestro: Gesù si china sulla pergamena e legge.
«Molto bene. Hai ripetuto molto bene».
12«Ecco, vedi. Mi pareva di aver detto male in questa frase. Tu dici sempre che non occorre avere sollecitudini per il domani e per il proprio corpo. Ora, dicendo che la prudenza, anche per le cose inerenti al domani, è una virtù, mi pareva un errore. Mio, naturalmente».
Viltà e prudenza
13«No. Non hai errato. Ho proprio detto così. Diversa è l’ansia esagerata e paurosa di chi è egoista, dalla cura prudente di chi è giusto. Peccato è l’avarizia per il domani, che forse non godremo mai. Ma non è peccato la parsimonia per garantirsi un pane, e garantirlo ai congiunti, nei tempi scarsi. Peccato è l’egoistica cura del proprio corpo, esigendo che tutti coloro che ci stanno intorno siano preoccupati per esso, risparmiandosi ogni lavoro o sacrificio per paura che la carne soffra, ma non è peccato preservarlo da inutili malattie, prese per imprudenze, le quali malattie sono poi un peso per i famigliari e una perdita di proficuo lavoro per noi. Dio ha dato la vita. È un suo dono. Dobbiamo perciò usarne santamente, senza imprudenze come senza egoismi. Vedi? Delle volte la prudenza consiglia azioni che agli stolti possono parere viltà o volubilità, mentre non sono che sante prudenze conseguenti a fatti nuovi che si sono presentati. Per esempio: se Io ti mandassi, ora, proprio in mezzo a gente che ti potesse nuocere… i parenti di tua moglie ad esempio, o i guardiani delle miniere dove hai lavorato, farei bene o male?».
14«Io… non ti vorrei giudicare. Ma direi che era meglio mandarmi altrove, dove non è pericolo che la mia poca virtù sia messa a troppo dura prova».
15«Ecco! Giudicheresti con saggezza e prudenza. È per questo che Io non ti manderei mai in Bitinia o in Misia dove sei già stato. E neppure in Cintium, nonostante che tu, spiritualmente, hai desiderio di andarvi. Il tuo spirito potrebbe venirvi sopraffatto da molte durezze umane e potrebbe retrocedere. Prudenza, dunque, insegna a non mandarti là dove saresti inutile, mentre potrei mandarti altrove con buon utile per Me e per le anime del prossimo e della tua. Non è vero?».
16Giovanni, ignaro come è di ciò che il destino gli riserba, non afferra le allusioni di Gesù ad una possibilità di missione fuori della Palestina. Gesù lo studia nel volto e lo vede calmo, beato nell’ascoltarlo, pronto a rispondere: «Sicuramente, Maestro, darei più utile altrove. Io stesso, quando giorni fa ho detto: “Vorrei andare fra i gentili per dare buon esempio dove ho dato mal esempio, mi sono poi rimproverato dicendo: “Fra i gentili sì, perché tu non hai le prevenzioni degli altri d’Israele. Ma a Cintium no, e neppure sui desolati monti dove hai vissuto da galeotto e da lupo, al piombo o ai marmi preziosi. Neppure per sete di sacrificio assoluto potresti andarvi. Ti si sommuoverebbe il cuore coi ricordi crudeli e, se venissi riconosciuto, anche se non infierissero su te, direbbero: ‘Taci, assassino. Non possiamo ascoltarti e sarebbe inutile allora andare là”. Questo mi sono detto. Ed è pensiero buono».
Compito di predilezione
La donna perfetta
17«Vedi dunque che tu pure possiedi la prudenza. Io pure la possiedo. Per questo ti ho levato dalle fatiche dell’apostolato come lo fanno gli altri e ti ho portato qui, in riposo e in pace».
18«Oh! sì! Quanta pace! Vivessi cent’anni ancora, qui sarebbe sempre uguale. È una pace soprannaturale. E, se andassi via, la porterei con me. Anche nell’altra vita la porterò… I ricordi potranno ancora sommuovermi il cuore e le offese farmi soffrire, perché uomo sono. Ma non sarò mai più capace di odiare, perché qui l’odio è stato sterilito per sempre, fino nelle sue propaggini più lontane. Non ho più neppure antipatia per la donna, che io vedevo come l’animale più immondo e spregevole della Terra. Tua Madre è fuori causa. Quella l’ho venerata dal momento che l’ho vista, perché l’ho sentita diversa da tutte le donne. Ella è il profumo della donna, ma il profumo della donna santa. Chi non ama il profumo dei fiori più puri? Ma anche le altre donne, le discepole buone, amorose, pazienti sotto i loro pesi di pianto, come Maria Cleofe ed Elisa; generose come Maria di Magdala, così assoluta nella sua mutazione di vita; soavi e pure come Marta e Giovanna; dignitose, intelligenti, tutto pensiero e tutta rettezza come Sintica, mi hanno riconciliato con la donna. Sintica poi, te lo confesso, è quella che prediligo. Affinità di mente me la fanno cara, e affinità di condizione – lei schiava, io galeotto – mi permettono di avere con lei la confidenza che la diversità delle altre mi vieta. È un riposo, Sintica, per me. Non saprei dirti cosa e come di preciso io la vedo. Io, vecchio rispetto a lei, la vedo come una figlia, la figlia sapiente e studiosa che avrei desiderato di avere… Ma io, malato che lei cura con tanto affetto, ma io, uomo triste e solitario che ha pianto e rimpianto la madre per tutta la vita e cercato la donna-madre in tutte le donne senza trovarla, ecco che ora vedo in lei la realtà del sogno sognato, e sulla mia testa stanca e la mia anima che va incontro alla morte sento scendere la rugiada di un affetto materno… Vedi che, sentendo in Sintica un’anima di figlia e di madre, io sento in lei la perfezione della donna, e per lei perdono tutto il male che dalla donna mi è venuto. Se, per un caso impossibile, quella sciagurata che mi fu moglie e che ho ucciso risorgesse, io sento che la perdonerei, perché ora ho compreso l’anima femminile, facile all’affetto, generosa nel darsi… sia nel male che nel bene».
19«Ho molto piacere che tu abbia trovato tutto ciò in Sintica. Ti sarà una buona compagna per il resto della vita e farete insieme tanto bene. Perché Io vi assocerò…»
20Gesù scruta nuovamente Giovanni. Ma nessun segno di risvegliata attenzione è nel discepolo, che pure non è un superficiale. Quale misericordia divina gli vela fino al momento decisivo la sua sentenza? Non lo so. So che Giovanni sorride dicendo: «Cercheremo di servirti col meglio di noi».
Un compito delicato e santo
21«Sì. E sono anche certo che lo farete senza discutere il lavoro e il luogo che vi darò, anche se non sarà quale voi lo desiderate…».
22Giovanni ha un primo sentore di ciò che lo aspetta. Cambia volto e colore. Si fa serio e pallido, e il suo unico occhio fissa ora, attento e scrutatore, il viso di Gesù che prosegue: «Ti ricordi, Giovanni, quando Io, per calmare i tuoi dubbi sul perdono di Dio, ti ho detto: “Per farti capire la Misericordia ti userò a speciali opere di misericordia e per te avrò le parabole della misericordia”?».
23«Si. E fu vero. Tu mi hai fatto persuaso e mi hai concesso proprio di fare opere di misericordia e, direi, le più delicate, quali elemosine e istruzione di un bambino, di un filisteo e di una greca. Questo mi ha detto che Dio aveva tanto conosciuto il mio vero pentimento, e lo aveva visto reale, che mi affidava anime innocenti o anime di convertendi, perché io le formassi a Lui».
24Gesù abbraccia Giovanni e se lo attira contro il suo fianco, nell’atto che di solito ha con l’altro Giovanni, e impallidendo per il dolore che deve dare dice: «Anche ora Dio ti affida un compito delicato e santo. Un compito di predilezione. Tu solo, che sei generoso, che sei senza restrizioni e prevenzioni, che sei sapiente, che soprattutto ti sei offerto a tutte le rinunzie e le penitenze per espiare quel resto di purgazione, quel debito che ancora avevi verso Dio, tu solo lo puoi fare. Ogni altro si rifiuterebbe, e avrebbe ragione, perché sarebbe mancante dei requisiti necessari. Non uno dei miei apostoli possiede tutto quanto hai tu per andare a preparare le vie del Signore… D’altronde ti chiami Giovanni. Sarai perciò un precursore della mia Dottrina… preparerai le vie al tuo Maestro… farai anzi le veci del Maestro che non può andare tanto lontano… (Giovanni sussulta e cerca di liberarsi dal braccio di Gesù per guardarlo in volto, ma non ci riesce perché la stretta di Gesù è dolce ma autoritaria, mentre la sua bocca dà il colpo finale…) Non può andare tanto lontano… fino in Siria… in Antiochia…»
Intendere non fraintendere
25«Signore!», grida Giovanni liberandosi violentemente dall’abbraccio di Gesù.
26«Signore! In Antiochia? Dimmi che ho capito male! Dimmelo, per pietà!… È in piedi… tutto una supplica nell’unico occhio, nel viso divenuto cinereo, nelle labbra che tremano, nelle mani protese avanti che tremano, nel corpo che pare piegarsi verso terra come gravato dalla notizia.
27Ma Gesù non può dire: «Hai capito male». Apre le braccia, alzandosi a sua volta per accogliere sul cuore il vecchio pedagogo, e apre le labbra per confermare: «In Antiochia, sì. In casa di Lazzaro. Con Sintica. Partirete domani o dopo domani».
28La desolazione di Giovanni è veramente straziante. Si libera a metà dall’abbraccio e, viso a viso, tutto lavato di pianto sulle gote magre, grida: «Ah! Tu non mi vuoi più con Te!! In che ti ho dispiaciuto, mio Signore?», e poi si svincola e si abbatte sul tavolo in uno scoppio di singhiozzi laceranti, strazianti, intercalati a colpi aspri di tosse, sordo ad ogni carezza di Gesù, mormorando: «Tu mi cacci, mi cacci, non ti vedrò mai più…».
29Gesù soffre visibilmente e prega… Poi esce piano e vede sulla porta della cucina Maria con Marziam, che è spaventato di quel pianto… Più là è Sintica, essa pure sorpresa. «Madre, vieni qui un momento».
30Maria viene lesta e pallida. Entrano insieme. Maria si curva sul piangente come se fosse un povero bambino, dicendo: «Buono, buono, povero figlio mio! Non così! Ti farà male».
31Giovanni alza un viso sconvolto e grida: «Mi manda via!… Morirò solo, lontano… Oh! poteva bene attendere qualche mese e lasciarmi morire qui. Perché questa punizione? In che ho peccato? Ti ho mai dato noia? Perché darmi questa pace per poi… per poi…». Si riabbatte sul tavolo, piangendo più forte, ansimante…
32Gesù gli posa la mano sulle spalle magre e sussultanti, dicendo: «E tu puoi credere che, se avessi potuto, non ti avrei tenuto qui? Oh! Giovanni! Nella via del Signore ci sono tremende necessità! E il primo a soffrirne sono Io. Io che porto il mio dolore e quello di tutto il mondo. Guardami, Giovanni. Vedi se il mio è il viso di uno che ti odia, che è stanco di te… Vieni qui, fra le mie braccia, senti come palpita di dolore il mio cuore. Intendimi, Giovanni, non fraintendermi. È l’ultima espiazione che Dio ti impone per aprirti le porte del Cielo. Ascolta…». Lo solleva e se lo tiene fra le braccia. «Ascolta… Mamma, esci un momento… Ora che siamo soli, ascolta. Tu lo sai chi sono. Credi tu fermamente che Io sono il Redentore?».
Il nostro Dio martire.
33«E come no? È per questo che volevo stare con Te, sempre, fino alla morte…».
34«Alla morte… Orrenda sarà la mia morte!…»
35«La mia, dico. La mia!…».
36«La tua sarà placida, confortata dalla mia presenza, che ti infonderà certezza dell’amore di Dio, e dall’amore di Sintica, oltre che dalla gioia di avere preparato il trionfo del Vangelo in Antiochia. Ma la mia! Mi vedresti ridotto un ammasso di carne piagata, sputacchiata, vilipesa, abbandonata ad una folla inferocita, messa a morire appesa ad una croce come un malandrino… Potresti tu sopportare questo?».
37Giovanni, che ad ogni descrizione di come sarà Gesù nella Passione ha gemuto: «No, no!», urla un «no» reciso e aggiunge: «Tornerei ad odiare l’umanità… Ma io sarò morto perché Tu sei giovane e…».
38«E non vedrò che un’Encenie ancora».
Giovanni lo fissa esterrefatto…
39«Te l’ho detto in segreto per spiegarti che una delle ragioni per cui ti mando lontano è questa. Non sarai solo ad avere questo. Tutti coloro che Io non voglio siano turbati in maniera superiore alle loro forze, Io li allontanerò avanti. E ti pare questo disamore?…»
40«No, mio martire Dio… Ma io, intanto, ti devo lasciare… e morirò lontano».
“L’ amore può comunicarsi a chi ama”
41«Per la Verità che Io sono, ti prometto che sarò curvo sul guanciale della tua agonia».
42«E come, se io sono tanto lontano, se mi dici che Tu lontano così non vieni? Lo dici per mandarmi via meno triste…».
43«Giovanna di Cusa, morente ai piedi del Libano, mi vide, ed ero ben lontano ed ella non mi conosceva ancora, e di là Io la condussi alla povera vita della Terra. Credi che nel giorno della mia morte ella rimpiangerà di avere vissuto!… Ma per te, gioia del mio cuore in questo secondo anno di Maestro, Io farò di più. Verrò a portarti nella pace, dandoti missione di dire agli attendenti: “L’ora del Signore è giunta. Come ora viene primavera sulla Terra, così per noi spunta la primavera del Paradiso”. Ma non verrò solo allora… Verrò, mi sentirai, sempre… Io lo posso e lo farò. Avrai il Maestro in te come neppur ora mi hai. Perché l’Amore può comunicarsi a chi ama, e tanto sensibilmente da toccare non solo lo spirito ma i sensi stessi. Più quieto ora, Giovanni?».
“Padre sia fatta la tua volontà”.
44«Sì, mio Signore. Ma che dolore!».
45«Non hai ribellione però…».
46«Ribellarmi? Mai! Ti perderei del tutto. Dico il “mio” Padre nostro: sia fatta la volontà tua».
47«Lo sapevo che mi avresti capito…». Lo bacia sulle gote rigate da un continuo seppure pacato pianto.
48«Mi lasci salutare il bambino?… E’ un altro dolore questo… Gli volevo bene…». Il pianto torna più forte…
49«Sì. Lo chiamo subito… E chiamo anche Sintica. Essa pure soffrirà… Tu devi aiutarla, tu, uomo…».
«Sì, Signore».
50Gesù esce, mentre Giovanni piange e bacia e carezza pareti e suppellettili della stanzetta ospitale. Entrano insieme Maria e Marziam.
51«Oh! Madre! Hai sentito? Lo sapevi?».
52«Lo sapevo. E me ne dolevo… Ma io pure mi sono separata da Gesù… E sono la Madre…».
53«È vero!… Marziam, vieni qui. Lo sai che vado via e che non ci vedremo più?…». Vuole essere forte. Ma si prende fra le braccia il bambino, si siede sull’orlo del letto e piange, piange sulla testa bruna di Marziam, che pensa bene di imitarlo.
Consolare l’afflitto.
Uno scopo alla vita
54Entra Gesù con Sintica, che chiede: «Perché, Giovanni, tanto pianto?».
55«Ci manda via, non lo sai? Non lo sai ancora? Ci manda ad Antiochia!».
56«Ebbene? Non ha Egli detto che dove due sono congregati in suo nome Egli sarà frammezzo ad essi? Su, Giovanni! Tu, forse, hai fino ad ora sempre eletto da te la tua sorte, e per questo l’imposizione di una volontà, anche se d’amore, ti è sgomento. Io… io sono usa ad accettare la sorte imposta d’altrui. E che sorte… Perciò ora piego volentieri il capo a questo nuovo destino. E che? Non mi sono ribellata alla schiavitù dispotica altro che quando essa voleva esercitarsi sull’anima mia. E dovrei ora ribellarmi a questa dolce schiavitù di amore, che non lede ma eleva la nostra anima e ci conferisce titolo di servi suoi? Hai paura del domani perché sofferente? Io lavorerò per te. Hai paura di rimanere solo? Ma io non ti lascerò mai. Stanne certo. Io non ho altro scopo alla mia vita che amare Dio e prossimo. Tu sei il prossimo che Dio mi affida. Pensa se mi sarai caro!».
57«Non avrete bisogno di lavorare per vivere, perché siete in casa di Lazzaro. Ma vi consiglio di usare metodo di insegnamento per avvicinare il popolo. Tu, come maestro; tu, donna, con lavori donneschi. Servirà all’apostolato e a dare scopo alle vostre giornate».
58«Sarà fatto, Signore», risponde fermamente Sintica.
I compagni di viaggio.
59Giovanni sta sempre col bambino fra le braccia e piange piano. Marziam lo carezza…
60«Ti ricorderai di me?».
«Sempre, Giovanni, e pregherò per te… Anzi… Aspetta un momento…». Esce di corsa.
Sintica chiede: «Come andremo ad Antiochia?».
61«Per mare. Hai paura?».
«No, Signore. Tu ci mandi, del resto, e ciò ci proteggerà».
62«Andrete con i due Simone, i miei fratelli, i figli di Zebedeo, Andrea e Matteo. Da qui a Tolemaide sul carro, dove saranno messi i cofani e un telaio che ti ho fatto, Sintica, e alcuni oggetti utili per Giovanni…».
63«Io mi ero immaginato qualcosa vedendo i cofani e le vesti. E mi sono preparata l’anima al distacco. Era troppo bello vivere qui!…». Un singhiozzo represso spezza la voce di Sintica. Ma si riprende per sostenere il coraggio di Giovanni. Chiede con voce raffermata: «Quando partiremo?».
64«Non appena vengono gli apostoli, forse domani».
65«Allora, se permetti, vado a sistemare le vesti nei cofani. Dammi i tuoi libri, Giovanni».
66Credo che Sintica sia desiderosa di solitudine per piangere… Giovanni risponde: «Prendili… Però dammi quel rotolo legato d’azzurro».
Consolare l’afflitto.
67Rientra Marziam col suo vaso di miele. «Tieni, Giovanni. Lo mangerai per me…».
68«Ma no, bambino! Perché?».
«Perché Gesù ha detto che una cucchiaiata di miele sacrificata può dare pace e speranza ad un afflitto. Tu sei afflitto… Io ti do tutto il miele perché tu sia tutto consolato».
69«Ma è troppo sacrificio, bambino».
70«Oh, no! Nella preghiera di Gesù si dice: “Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male”. Questo vaso era una tentazione per me… e poteva essere un male perché poteva farmi infrangere il voto. Così non lo vedo più… ed è più facile… e sono certo che Dio ti aiuta per questo nuovo sacrificio. Ma non piangere più. E neppur tu, Sintica…
71Infatti la greca piange ormai, senza rumore, mentre raccoglie i libri di Giovanni. E Marziam li carezza a turno, con una grande voglia di piangere lui pure. Ma Sintica esce carica di rotoli e Maria la segue col vaso di miele.
72Giovanni resta con Gesù, che gli si siede a lato, e col bambino fra le braccia. È calmo, ma accasciato.
73«Unisci anche l’ultimo tuo scritto nel rotolo», consiglia Gesù.
74«Penso che tu lo voglia dare a Marziam…»
75«Sì… Io ne ho una copia per me… Ecco, ragazzo. Questi sono le parole del Maestro. Quelle dette quando tu non eri presente e anche altre… Volevo continuare a copiarle, per te, perché tu hai la vita davanti… e chissà quanto evangelizzerai… Ma non posso più farlo… Ora sono io che resto senza le sue parole…». Torna a piangere forte.
76Marziam è dolce e virile nel suo nuovo atto. Si attacca al collo di Giovanni e dice: «Ora sarò io che le scriverò per te e te le manderò… Vero, Maestro? Si può, non è vero?».
77«Certo che si può. E sarà grande carità farlo».
78«Lo farò. E quando non ci sarò io lo farò fare a Simone Zelote. Mi vuole e ti vuole bene, e lo farà per farci carità. Non piangere dunque più. Poi ti verrò a trovare Io… Non andrai certo lontano…».
79«Oh! quanto! Centinaia di miglia… E presto io morrò».
80Il bambino è deluso e sconfortato. Ma si riprende con la bella serenità del fanciullo al quale tutto sembra facile.
81«Come ci vai tu, così ci posso venire io col padre mio. E poi… ci scriveremo. Quando si leggono le pagine sacre è come stare con Dio, non è vero? Dunque, quando si legge una lettera è come stare con chi amiamo e che ce l’ha scritta. Su, vieni di là, con me…».
82Sì, andiamo di là, Giovanni. Fra poco verranno i miei fratelli con lo Zelote. Li ho mandati a chiamare».
«Sanno?».
83«Non ancora. Attendo a dirlo quando saranno presenti tutti…».
84«Va bene, Signore. Andiamo… È un vecchio ben curvo quello che esce dalla stanza di Giuseppe. Un vecchio che pare salutare ogni stelo, ogni fusto e la vasca e la grotta, mentre si dirige verso lo stanzone laboratorio, dove Maria e Sintica silenziosamente dispongono gli oggetti e le vesti nel fondo dei cofani… E così, silenziosi e mesti, li trovano Simone, Giuda e Giacomo. Osservano… ma non fanno domande, e non riesco a capire se intuiscono la verità.
Vangelo per i semplici e i “piccoli”
Dice Gesù:
85«Avevo, per dare netta indicazione ai lettori, indicato il luogo dell’espiazione carceraria di Giovanni col nome in uso ora. Ne viene fatta eccezione. Ecco che ora specifico: “Bitinia e Misia” per chi vuole i nomi antichi. Ma questo è il Vangelo per i semplici ed i piccoli. Non per i dottori ai quali, nella grande maggioranza, è inaccettabile e inutile. E i semplici ed i piccoli comprendono più “Anatolia” che “Bitinia o Misia”. Non è vero, piccolo Giovanni che piangi per il dolore di Giovanni di Endor? Ma ce ne sono tanti di Giovanni di Endor nel mondo! Sono i fratelli desolati per i quali ti facevo soffrire lo scorso anno. Ora riposa, piccolo Giovanni che non sarai mai mandato lontano dal Maestro, ma anzi sempre più vicino.
86E con questo ha termine il secondo anno di predicazione e di vita pubblica, l’anno della Misericordia… E non posso che ripetere il lamento messo a chiusura del primo anno. Ma non tocca il mio portavoce, il quale, contro gli ostacoli di ogni genere, continua la sua opera. Veramente non sono i “grandi” ma i “piccoli” quelli che percorrono le vie eroiche, spianandole, con il loro sacrificio, anche a coloro che sono appesantiti da troppe cose. I “piccoli”, ossia i semplici, i miti, i puri di cuore e di intelletto. I “pargoli”. Ed Io vi dico, o pargoli, vi dico, o Romualdo e Maria, e con voi a quelli che sono pari a voi: “Venite a Me per udire ancora e sempre il Verbo che vi parla perché vi ama, che vi parla per benedirvi. La mia pace sia con voi».
313. Preparativi di partenza da Nazareth dopo la visita di Simone
d’Alfeo
con la famiglia[25].
Il cugino Simone e famiglia
La gioia di essere in casa del Maestro.
1Giovanni, Giacomo, Matteo e Andrea sono già arrivati a Nazareth e, in attesa di Pietro, si aggirano per l’orto di Nazareth scherzando con Marziam oppure parlando fra di loro. Non vedo nessun altro, quasi che Gesù fosse fuori di casa e Maria fosse occupata in faccende. Dal forno che fuma direi che è là dentro intenta al pane.
2Sono contenti i quattro apostoli di essere in casa del Maestro e lo dimostrano anche. Marziam per ben tre volte dice loro: «Non ridete così!». E la terza volta la raccomandazione è notata da Matteo che chiede: «Perché, ragazzo? Non è giusto essere contenti di essere qui? Tu te lo sei goduto questo posto, eh? Ora ce lo godiamo noi», e gli dà bonariamente un buffetto. Marziam lo guarda molto serio. Ma sa tacere.
3Rientra Gesù insieme ai cugini Giuda e Giacomo, che con molta espansione salutano i compagni dai quali furono divisi per molti giorni. Maria d’Alfeo mette il capo fuori dal forno, tutta rossa e infarinata, e sorride ai suoi figlioloni. Ultimo, ritorna lo Zelote dicendo: «Ho fatto tutto, Maestro. Fra poco Simone sarà qui».
«Quale Simone? Mio fratello o Simone di Giona?».
4«Tuo fratello, Giacomo. Viene con tutta la famiglia a salutarti».
Simone d’Alfeo e famiglia
5Infatti, dopo pochi minuti, dei colpi alla porta e un chiacchiericcio fitto fitto annunciano l’arrivo della famiglia di Simone d’Alfeo, che entra per primo avendo per mano un bambinello di circa otto anni; dietro di lui è Salome, contornata dalla sua chiocciata. Maria d’Alfeo corre fuori dalla stanza del forno e si bacia i nipoti, felice di vederli lì.
«Tu parti, dunque, di nuovo?», chiede Simone mentre i suoi figli stringono amicizia con Marziam che, mi sembra, conosce bene solo il guarito Alfeo.
6«Sì. È tempo».
«Avrai ancora giorni piovosi».
7«Non importa. Ogni giorno ci avvicina a primavera».
«Vai a Cafarnao?».
8«Andrò certo anche là. Ma non subito. Ora andrò per la Galilea e oltre».
«Ti verrò a trovare quando ti saprò a Cafarnao. Ti accompagnerò la tua e la mia madre».
9«Te ne sarò grato. Per ora non trascurarla. Rimane tutta sola. Portale i bambini. Qui non si corrompono. Stanne sicuro…».
Il pianto di Maria.
10Simone diventa di bragia per l’allusione di Gesù a suoi pensieri passati e per l’occhiata molto chiara della moglie, che pare dica: «Lo senti? Ti sta ben detto». Ma Simone volta il discorso dicendo: «Dove è tua Madre?». «Sta facendo il pane. Ma ora verrà…».
11I figli di Simone, però, non attendono di più e nel forno, dietro alla nonna, ci vanno loro. E una bambinella, di poco più grande del guarito Alfeo, ne esce quasi subito dicendo: «Maria piange. Perché? Eh! Gesù? Perché piange tua Madre?».
«Piange? Oh! cara! Vado da Lei», dice Salome premurosa.
12E Gesù spiega: «Piange perché vado via… Ma tu verrai a tenerle compagnia, non è vero? Ti insegnerà a ricamare e tu la rallegrerai. Me lo prometti?».
«Ci verrò anche io, ora che il padre mi ci lascia venire», dice Alfeo mangiando una focaccella calda che gli è stata data.
13Ma, per quanto questa sia tanto calda che non può quasi essere tenuta fra le dita, io credo sia sempre gelida rispetto al calore di vergogna che investe Simone d’Alfeo per le parole del figliolino. Nonostante sia una mattinata d’inverno piuttosto freddina, per un venticello di borea che spazza le nubi dal cielo ma frizza anche sull’epidermide, Simone si copre di una perspirazione abbondante, come fosse piena estate…
14Ma Gesù mostra di non avvedersene e gli apostoli fingono un grande interesse per ciò che raccontano i figli di Simone, e così ha termine l’incidente e Simone può riprendersi e domandare a Gesù perché non sono presenti tutti gli apostoli.
L’Iscariota, specchio delle idee imperanti.
15«Simone di Giona sta per giungere. Gli altri mi raggiungeranno al momento buono. È già detto».
«Tutti?».
16«Tutti».
«Anche Giuda di Keriot?».
17«Anche lui…».
«Gesù, vieni un momento con me», prega il cugino Simone. E, scostati che siano verso il fondo dell’orto, Simone chiede: «Ma lo sai bene chi è Giuda di Simone?».
18«È un uomo d’Israele. Nulla di più, nulla di meno».
«Oh! non mi vorrai dire che…»
19Sta per accalorarsi e alzare la voce. Ma Gesù lo placa interrompendolo e posandogli una mano sulla spalla, dicendo: «È quale lo fanno le idee imperanti e coloro che lo avvicinano. Perché, per esempio, se qui (e calca molto le parole) avesse trovato tutti animi giusti e menti intelligenti, non avrebbe trovato gusto a peccare. Ma non li ha trovati. All’opposto ha trovato un elemento tutto umano, nel quale egli ha adagiato con assoluto comodo il suo io molto umano che sogna, vede, lavora per Me e in Me re d’Israele[26], nel senso umano del termine, così come mi sogni e mi vorresti vedere e ti sentiresti di lavorare tu[27], e con te Giuseppe tuo fratello, e con voi due Levi sinagogo di Nazareth, e Matatia e Simeone e Mattia e Beniamino e Giacobbe e, meno tre o quattro, tutti voi di Nazareth. E non solo di Nazareth… Egli stenta a formarsi perché voi tutti contribuite a sformarlo. Sempre più. È il più debole dei miei apostoli. Ma non è, per ora, più che un debole. Ha impulsi buoni, ha volontà rette, ha amore per Me. Deviato nella sua forma, ma amore sempre. Voi non lo aiutate a dimalgamare queste parti buone dalle parti non buone che formano il suo io, ma sempre più le aggravate gettandovi dentro le vostre incredulità e limitatezze umane. Ma andiamo in casa. Gli altri ci hanno preceduti in essa…».
Israele non riconosce il promesso Messia.
20Simone lo segue un poco mortificato. Sono quasi sulla soglia quando trattiene Gesù e dice: «Fratello mio, sei Tu in collera con me?».
21«No. Ma cerco di formare anche te come formo tutti gli altri discepoli. Non hai detto che vuoi essere tale?».
«Sì, Gesù. Ma le altre volte non parlavi così, neppure quando rimproveravi. Eri più dolce…»
22«E a che ha servito? Un tempo lo ero. Sono due anni che lo sono… Sulla mia pazienza e bontà avete impoltrito oppure avete affilato zanne e unghioni. L’amore vi ha servito a nuocermi. Non è così?…».
«È così. È vero. Ma allora non sarai più buono?».
23«Sarò giusto. Ed anche essendo questo, sarò sempre quale non lo meritate, o voi d’Israele che non volete riconoscere in Me il promesso Messia[28]».
I servi dell’Opera di Gesù.
Pietro sul veicolo a trazione somara.
24Entrano nella stanzetta, tanto stipata di persone che molti sono finiti in cucina o nel laboratorio di Giuseppe. E questi sono gli apostoli, meno i due figli di Alfeo rimasti presso la madre e la cognata, alle quali si unisce ora Maria che entra tenendo per mano il piccolo Alfeo. Sul viso di Maria sono chiari segni di pianto versato. Ma, mentre Ella sta per rispondere a Simone che le assicura che verrà da Lei tutti i giorni, nella vietta quieta si avanza un carretto e con un tal rumore di bubboli che attira, per il baccano che fa, l’attenzione dei figli d’Alfeo e, mentre di fuori si bussa, di dentro si apre, contemporaneamente. Appare il volto allegro di Simon Pietro, ancora seduto sul carro, che bussa con il manico della frusta… Al suo fianco, timida ma sorridente, è Porfirea, seduta su casse e cassette come fossero un trono.
Marziam corre fuori e si arrampica sul carro per salutare la sua madre adottiva. Escono anche gli altri fra i quali Gesù.
25«Maestro, eccomi. Ho portato la moglie, e con questo mezzo, perché è donna che non regge al cammino. Maria, il Signore sia con te. Anche con te, Maria d’Alfeo». Guarda tutti, mentre scende dal suo veicolo e aiuta a scendere la moglie, e saluta cumulativamente.
26Vorrebbero aiutarlo a scaricare il carretto. Ma egli si oppone energicamente. «Dopo, dopo», dice. E poi, senza complimenti, va alla larga porta del laboratorio di Giuseppe e la spalanca cercando farvi entrare il carretto così come sta. Non ci passa, naturalmente. Ma la manovra serve a distrarre gli ospiti e a far capire che sono di troppo… E infatti Simone d’Alfeo si accomiata con tutta la sua famiglia…
Buon senso pratico di Pietro.
27«Oh! ora che siamo soli, pensiamo a noi…», dice Simone di Giona facendo retrocedere l’asinello, che fa baccano per dieci, coperto come è di sonagli, tanto che Giacomo di Zebedeo non può trattenersi dal chiedere ridendo: «Ma dove lo hai trovato, così bardato?».
28Ma Pietro è intento a prendere le casse che erano sul carretto e a porgerle a Giovanni e Andrea, che credono di dovere sentire del peso e restano di stucco perché le casse sono leggere, e lo dicono…
29«Filate nell’orto e non fate le passere spaventate», ordina Pietro scendendo a sua volta con una cassettina realmente pesante, che depone in un angolo della stanzetta.
30«E ora l’asino e il carro. L’asino e il carro? L’asino e il carro… Questo è il difficile… Eppure deve essere tutto in casa…».
«Dall’orto, Simone», dice sottovoce Maria.
31«Vi è una chiudenda nella siepe in fondo. Non sembra che ci sia perché è coperta di rami… Ma c’è. Segui il sentiero sul fianco della casa, fra questa e l’orto vicino, e io ti verrò a mostrare dove è la chiudenda… Chi viene a scansare i rovi che la coprono?».
32«Io. Io». Tutti corrono nel fondo dell’orto, mentre Pietro se ne va col suo chiassoso equipaggio e Maria d’Alfeo chiude la porta… E lavorando con un falcetto viene liberata la rustica cancellata e aperto il varco dal quale entra asino e carretto.
33«Oh! bene! E ora leviamo tutto questo. Ne ho rotte le orecchie!», e Pietro si affretta a tagliare i lacci che tengono legati i sonagli alla bardatura.
34«Ma perché ce li hai tenuti, allora?», chiede Andrea.
35«Perché tutta Nazareth mi sentisse arrivare. E ci sono riuscito… Ora li levo perché tutta Nazareth non ci senta partire. E così ho messo le casse vuote… Partiremo con le casse piene, e nessuno, se alcuno ci vedrà, si stupirà di vedere una donna seduta sulle casse al mio fianco. Quello che è lontano si vanta di possedere buon senso[29] e senso pratico. Ma quando voglio ce l’ho anche io…».
36«Ma scusa, fratello. Perché è necessario tutto questo?», chiede Andrea, che ha dato da bere all’asino portandolo presso la rozza legnaia vicina al forno.
«Perché? Ma non sai?… Maestro, ma non sanno ancora niente?».
37«No, Simone. Attendevo te per parlare. Venite tutti nel laboratorio. Le donne stanno bene là dove sono. E bene hai fatto a fare così, Simone di Giona».
38Vanno nel laboratorio mentre Porfirea col bambino e le due Marie sono rimaste in casa.
Servi dell’Opera di Gesù.
39«Vi ho voluti qui perché mi dovete aiutare[30] a fare andare via, molto lontano, Giovanni e Sintica. È dai Tabernacoli che ho deciso così. Voi avete ben veduto che non era possibile tenerli con noi e neppure tenerli qui, a meno di mettere in repentaglio la loro pace. Come sempre, Lazzaro di Betania mi aiuta in quest’opera. Essi sono già avvisati. Simon Pietro lo sa da pochi giorni. Voi lo sapete ora. Questa notte lasceremo Nazareth. Anche se ci fosse acqua e vento in luogo della prima luna. Avremmo già dovuto essere partiti. Ma suppongo che Simone di Giona abbia avuto ostacoli nel trovare il trasporto…».
40«E come! Ormai disperavo di trovarlo. Ma da un laido greco di Tiberiade ho potuto averlo, finalmente… E farà comodo…».
41«Sì. Farà comodo, specie per Giovanni di Endor».
«Dove è, che non si vede?», chiede Pietro.
42«Nella sua stanza con Sintica».
«E… come ha preso la cosa?», chiede ancora Pietro.
43«Con molto dolore. Anche la donna…».
«E anche Tu, Maestro. La tua fronte è segnata da una ruga che non c’era, e hai l’occhio severo e triste», osserva Giovanni.
Risposta d’Israele all’invito del Messia.
Itinerario di andata e ritorno.
44«È vero. Ho molto dolore… Ma parliamo di ciò che dobbiamo fare. Ascoltatemi bene, perché poi ci dovremo lasciare. Partiremo questa sera, a metà della prima vigilia. Partiremo come persone che fuggono… perché sono colpevoli. Invece noi non andiamo a fare del male, non fuggiamo perché lo abbiamo fatto. Ma ce ne andiamo per impedire che altri lo faccia a chi non avrebbe forza di sopportarlo. Partiremo dunque… Andremo per la via di Sefori… E sosteremo in una casa a mezza strada per partire all’alba. È una casa con molti porticati per le bestie. Vi sono pastori amici di Isacco. Li conosco. Mi ospiteranno senza chiedere nulla. Poi dovremo assolutamente raggiungere Giftael entro sera e sostarvi. Pensi che la bestia lo possa?».
45«Altro che! Me lo ha fatto pagare, quel sudicio greco, ma mi ha dato una bestia buona e forte».
46«Ciò è bene. Al mattino di poi andremo a Tolemaide e ci separeremo. Voi, sotto la guida di Pietro, che è il vostro capo e che dovrete ubbidire ciecamente, andrete per mare fino a Tiro. Là troverete una nave in partenza per Antiochia. Vi salirete dando questa lettera da vedere al padrone della nave. È di Lazzaro di Teofilo. Voi passate per suoi servi, mandati alle sue terre di Antiochia, o meglio ai suoi giardini di Antigonio. Così siete per tutti. Sappiate essere attenti, seri, prudenti e silenziosi[31]. Giungendo ad Antiochia andate subito da Filippo, l’intendente di Lazzaro, al quale darete questa lettera…».
«Maestro, egli mi conosce», dice lo Zelote.
47«Molto bene».
«Ma come mi crederà servo?».
48«Per Filippo non occorre. Egli sa che deve ricevere e ospitare due amici di Lazzaro e aiutarli in tutto. Così è scritto. Voi li avete accompagnati. Nulla più. Egli vi chiama “suoi cari amici di Palestina”. E tali siete, accomunati dalla fede e dall’azione che compite. Riposerete fino a che la nave, compiute le sue operazioni di scarico e carico, ripartirà per Tiro. Da Tiro con la barca verrete a Tolemaide e da lì mi raggiungerete ad Aczib…
Israele malevolo, sputa sulla santità del Messia.
«Perché non vieni con noi, Signore?», sospira Giovanni.
49«Perché resto a pregare per voi e specie per quei poverini. Resto a pregare. Si inizia così il mio terzo anno di vita pubblica. Si inizia con una partenza ben triste; come il primo ed il secondo. Si inizia con una grande preghiera e penitenza come il primo… Perché questo ha le difficoltà dolorose del primo, e più ancora. Allora mi preparavo a convertire il mondo. Ora mi preparo a ben più vasta e potente opera. Ma, ascoltatemi bene, ma sappiate che, se nel primo fui l’Uomo-Maestro[32], il Sapiente che chiama alla sapienza con umanità perfetta e intellettuale perfezione, e nel secondo fui il Salvatore e Amico, il Misericorde che passa accogliendo, perdonando, compatendo, sopportando[33], nel terzo Io sarò il Dio Redentore e Re[34], il Giusto. Non stupite perciò se vedrete in Me forme nuove, se nell’Agnello vedrete balenare il Forte[35]. Cosa ha risposto Israele al mio invito di amore, al mio aprire ad esso le braccia dicendo: “Vieni, Io amo e perdono”? Con la sempre crescente, voluta ottusità e durezza di cuore, con la menzogna, con l’insidia. Ebbene sia.
50Lo avevo chiamato, in ogni sua classe, curvando la mia fronte fino alla polvere. Sulla Santità che si umiliava esso ha sputato.
51Lo avevo invitato a santificarsi. Mi ha risposto indemoniandosi.
52Ho fatto il mio dovere, in tutto. Il mio dovere lo ha chiamato “peccato”.
53Ho taciuto. Il mio silenzio lo ha chiamato “prova di colpevolezza”.
54Ho parlato. La mia parola l’ha chiamata “bestemmia”.
Ora basta!
55Non mi ha lasciato respiro. Non mi ha concesso una gioia. E la gioia per Me era crescermi nella vita dello spirito i neonati alla Grazia. Mi vengono insidiati e me li devo strappare dal petto, dando a loro e a Me spasimo di genitori e di figli strappati l’uno all’altro, per metterli in salvo da Israele malevolo.
56Essi, i potenti d’Israele che si dicono “santificatori” e si vantano di esserlo, impediscono a Me, vorrebbero impedirmi, di salvare e di gioire dei miei salvati.
57Ho da ormai molti e molti mesi un Levi pubblicano nella mia amicizia e al mio servizio, e il mondo vede se Matteo è scandalo o emulazione. Ma non cade l’accusa. E non cadrà per Maria di Lazzaro e per quanti e quanti altri Io salverò.
Ora basta!
Guai a quelli per cui l’Amore diviene Giustizia.
58Io vado sulla mia via sempre più aspra e bagnata di pianto… Vado… Non una delle mie lacrime cadrà inutilmente. Esse gridano al Padre mio… E poi griderà un ben più potente umore. Io vado. Chi mi ama mi segua e si virilizzi, perché viene l’ora severa. Io non mi arresto. Nulla mi arresta.
59Anche essi non si arresteranno… Ma guai a loro! Guai a loro! Guai a quelli per cui l’Amore diviene Giustizia!… Il segno del nuovo tempo sarà di una Giustizia severa per tutti coloro che sono ostinati nel loro peccato contro le parole del Signore e l’azione del Verbo del Signore!…
60Gesù sembra un arcangelo punitore. Direi che fiammeggia contro la parete fumosa, tanto i suoi occhi splendono… Pare che splenda persino la sua voce, che ha toni acuti di bronzo e argento percosso con violenza.
61Gli otto apostoli sono impalliditi e quasi impiccoliti dal timore.
62Gesù li guarda… con pietà e amore. Dice: «Non dico a voi, amici miei. Non sono per voi queste minacce. Voi siete i miei apostoli ed Io vi ho scelto». La voce si è fatta dolce e profonda. Termina: «Andiamo di là. Facciamo sentire ai due perseguitati – e vi ricordo che essi credono di partire per prepararmi la via ad Antiochia – che li amiamo più di noi stessi. Venite…».
314. La cena nella casa di Nazareth
e la dolorosa partenza[36].
La cena nella cassetta di Nazareth.
Nuova sera di addio.
1Ed è sera. Una nuova sera di addio per la casetta di Nazareth ed i suoi abitanti. Un’altra cena durante la quale la pena rende svogliate al cibo le bocche e taciturne le persone. Alla tavola sono seduti Gesù con Giovanni e Sintica, e Pietro, Giovanni, Simone e Matteo. Gli altri non hanno potuto sedersi ad essa. É tanto piccola la mensa di Nazareth! Fatta proprio per una piccola famiglia di giusti, che al massimo possono farvi sedere il pellegrino e l’afflitto per dare loro un ristoro più di amore che di cibo! Al massimo, questa sera, avrebbe potuto sedersi ad essa Marziam, perché è un bambino, ed esile molto, che poco posto occupa…
2Ma Marziam, molto serio e silenzioso, mangia in un angolo, seduto su di un panchettino ai piedi di Porfirea, che la Vergine ha installata sul suo sedile del telaio e che, mite e silenziosa, mangia il cibo che le hanno dato guardando con sguardo di pietà i due prossimi alla partenza, che cercano inghiottire i loro bocconi stando molto a capo chino per nascondere il viso bruciato dalle lacrime.
3Gli altri, ossia i due figli di Alfeo, Andrea e Giacomo di Zebedeo, si sono installati in cucina, presso una specie di madia. Ma si vedono dalla porta aperta.
Le serve dei servi del Signore
4Maria SS. e Maria d’Alfeo vanno e vengono servendo questi e quelli, materne, affannate, tristi. E se Maria SS. carezza col suo sorriso, tanto doloroso questa sera, coloro che avvicina, Maria d’Alfeo, meno riservata e più alla buona, unisce al sorriso l’atto e la parola, e più di una volta incita, unendovi una carezza o anche un bacio, a seconda di chi è che ne beneficia, questo o quello a nutrirsi prendendo i cibi più acconci al loro fisico e al prossimo viaggio. Io credo che per amore pietoso per lo sfinito Giovanni, che in questi giorni di attesa è ancor più smagrito, gli darebbe se stessa da mangiare, tanto si studia a persuaderlo a prendere questo o quello, magnificandone il sapore e le proprietà salutifere. Ma, nonostante le sue… seduzioni, i cibi restano quasi intatti sul piatto di Giovanni, e Maria d’Alfeo ne è afflitta come una madre che veda respingere dal suo lattante il capezzolo.
L’anima materna di Maria d’Alfeo.
5«Ma così non puoi partire, figlio!», esclama. E nella sua anima materna non riflette che Giovanni di Endor ha su per giù la sua età, e il nome di “figlio” è perciò mal dato. Ma ella vede in lui solo una creatura che soffre, e perciò non trova, per consolarlo, che questo nome… «Viaggiare a stomaco vuoto, su quella carretta traballante, nel freddo umido della notte, ti farà male. E poi, chissà mai come mangerete durante quest’orrido e lungo viaggio!… Eterna pietà! In mare, per tante miglia! Io morirei di paura. E lungo coste fenicie, e poi!… peggio ancora! E, certo, il padrone della nave sarà filisteo o fenicio o di qualche altra nazione d’inferno… e non vi avrà pietà… Su dunque, mentre sei ancora vicino ad una mamma che ti vuol bene!… Mangia: un pezzettino solo di questo pesce ottimo. Tanto per fare contento anche Simone di Giona, che lo ha preparato a Betsaida con tanto amore e oggi mi ha insegnato a cucinarlo così, per te e Gesù, che ne abbiate gran ristoro. Non ti va proprio?… Allora… oh! questo lo mangerai!», e corre via verso la cucina tornando con un vassoio colmo di una fumante polentina. Non so cosa sia… Certo è qualche specie di farina o di grani cotti, fino ad essere sfatti, nel latte: «Guarda, questo l’ho fatto io perché mi sono ricordata che un giorno tu ne hai parlato come di un dolce ricordo della tua fanciullezza… È buono e fa bene. Su, un poco».
Marziam dispensato dal voto.
6Giovanni si lascia mettere qualche cucchiaio della molle pietanza sul piatto e cerca di ingoiarla, ma delle lacrime scendono a mescolare il loro sale nel cibo mentre egli china ancor più il viso sul piatto. Gli altri fanno molta festa a questo cibo, che forse è una squisitezza. I loro volti si sono rischiarati nel vederlo, e Marziam si è alzato in piedi… ma poi ha sentito il bisogno di chiedere a Maria SS.: «Io ne posso mangiare? Mancano ancora cinque giorni alla fine del voto…».
7«Sì, figlio mio. Puoi mangiarne», dice Maria con una carezza.
8Ma il bambino è ancora incerto e allora Maria, per calmare gli scrupoli del piccolo discepolo, interpella suo Figlio: «Gesù, Marziam chiede se può mangiare l’orzo mondo… per via del miele che ne fa un piatto dolce, sai…».
9«Sì, sì, Marziam. Questa sera ti dispenso Io dal tuo sacrificio, a patto che Giovanni mangi lui pure il suo orzo melato. Vedi come lo desidera il bambino? Aiutalo dunque ad ottenere questa cosa». E Gesù, che ha vicino Giovanni, gli prende la mano e gliela tiene mentre Giovanni si sforza, ubbidiente, di finire il suo orzo. Maria d’Alfeo è più contenta ora. E torna all’assalto con un bel piatto di pere, cotte nel forno, fumanti. Rientra dall’orto col suo vassoio e dice: «Piove. Comincia ora. Che pena!».
10«Ma no! Meglio anzi! Così non ci sarà nessuno per le vie. Quando si parte i saluti fanno sempre del male… Meglio filare col vento nella vela e senza trovare secche o scogli che esigono fermate e lento andare. E i curiosi sono proprio secche e scogli…», dice Pietro che in ogni azione vede la vela e il navigare.
Un boccone da re.
11«Grazie, Maria. Ma non mangio altro», dice Giovanni cercando respingere le frutta.
12«Ah! questo no! Le ha cotte Maria. Vuoi sprezzare il cibo preparato da Lei? Guarda come le ha preparate bene! Con le loro spezie nel buchino… col loro burro alla base… Devono essere un boccone da re. Un giulebbe. Si è rosolata anche Lei al fuoco del forno per cuocerle così dorate. E fanno bene alla gola, alla tosse… Danno calore e medicano. Maria, diglielo tu come facevano bene anche al mio Alfeo quando era malato. Ma le voleva fatte da te. Eh! già! Le tue mani sono sante e danno salute!… Benedetti i cibi che tu prepari!… Era più quieto il mio Alfeo dopo che aveva mangiato quelle pere… il suo respiro era più dolce… Povero marito mio…», e Maria coglie il destro della rievocazione per poter finalmente piangere ed uscire a piangere. Forse faccio un cattivo pensiero, ma credo che, senza la pietà per i due che partono, il «povero Alfeo» non avrebbe avuto neppure una lacrima della consorte, quella sera… Maria d’Alfeo era piena di pianto per Giovanni e Sintica, e per Gesù, Giacomo e Giuda che se ne vanno, tanto piena che ha aperto uno sfogo al pianto per non soffocare. Maria le subentra ora, posando una mano sulla spalla di Sintica che è di fronte a Gesù fra Simone e Matteo.
Consigli per la salute corporale e spirituale.
Salute degli infermi.
13«Suvvia dunque, mangiate. Volete dunque partire lasciandomi anche l’angoscia che siete partiti quasi digiuni?».
14«Io ho mangiato, Madre», dice Sintica alzando il viso stanco e segnato del pianto fatto per più giorni. E poi abbassa il suo viso sulla spalla, dove è la mano di Maria, strisciando la guancia sulla piccola mano per esserne carezzata. Maria le carezza con l’altra mano i capelli e attira a sé il capo di Sintica, che ora le appoggia il viso sul seno.
15«Mangia, Giovanni. Ti farà realmente bene. Hai bisogno di non raffreddarti. Tu, Simone di Giona, provvederai a dargli il latte caldo col miele ogni sera, o almeno acqua molto calda e melata. Ricordatelo».
16«Provvederò io pure, Madre. Stanne sicura», dice Sintica.
17«Ne sono infatti sicura. Ma ciò farai quando sarai installata ad Antiochia. Per ora ci penserà Simone di Giona. E ricorda, Simone, di dargli molto olio d’uliva. Ti ho dato per questo quell’orciolo. Bada che non si infranga. E se lo vedi più chiuso di respiro, fa’ come ti ho detto con l’altro vasetto di balsamo. Ne prendi tanto quanto sia sufficiente a ungergli il petto, le spalle e le reni, e lo scaldi fino a poterlo toccare senza scottarsi, e poi lo ungi e lo copri subito di quelle fasce di lana che ti ho dato. L’ho preparato apposta. E tu, Sintica, ricorda la sua composizione. Per rifarlo. Potrai sempre trovare gigli e canfore e dittami, e resine e garofani con lauri, artemisie e quant’altro. Sento che Lazzaro ha là ad Antigonio giardini di essenze».
18«E splendidi», dice lo Zelote che li ha visti. E aggiunge: «Io non consiglio nulla. Ma dico che per Giovanni quel posto dovrebbe essere salutare, sia per lo spirito che per la carne, più ancora di Antiochia. Riparato dai venti, aria leggera che viene dai boschetti di piante resinose site sulle pendici di un piccolo colle, che fa da ostacolo ai venti del mare ma che però permette ai benigni sali marini di diffondersi fin lì, sereno, silenzioso eppure allegro per i mille fiori e uccelli che vi vivono in pace… Insomma vedrete voi quello che più vi si confà. Sintica ha tanto giudizio! Perché in queste cose è meglio affidarsi alle donne. Non è vero?».
Consiglio sul sacrificio e l’ubbidienza.
19«Infatti Io affido il mio Giovanni proprio al buon senso e al buon cuore di Sintica», dice Gesù.
20«Ed io pure», dice Giovanni di Endor.
21«Io… io… io non ho più alcuna energia… e… non sarò mai più utile a nulla…».
22«Giovanni, non lo dire! Quando l’autunno spoglia le piante non è già detto che esse siano inerti. Anzi lavorano con celata energia a preparare il trionfo del prossimo fruttificare. Tu sei lo stesso. Ora sei spogliato dal vento freddo di questo dolore. Ma in realtà nel tuo profondo tu lavori già per i nuovi ministeri. La stessa tua pena sarà uno sprone ad operare. Io ne sono certa. E allora sarai tu, sempre tu, quello che aiuterai me, povera donna che ancor tanto ha da imparare per diventare qualcosa di Gesù».
23«Oh! che vuoi mai che io sia più?! Non ho nulla più da fare… Sono finito!».
24«No. Ciò non sta bene dirlo! Solo chi muore può dire: “Io sono finito come uomo”. Non altri. Credi di non avere a fare più nulla? Ancor ti resta ciò che mi hai detto un giorno: compiere il sacrificio. E come, se non colla sofferenza? Giovanni, a te, pedagogo, è stolto citare i saggi, ma ti ricordo Gorgia di Leontina (o Leontine). Egli insegnava che non si espia, in questa o nell’altra vita, altro che coi dolori e le sofferenze[37]. E ancor ti ricordo il nostro grande Socrate: “Disubbidire a chi è superiore di noi, sia dio che uomo, è male e vergogna”. Or se questo era giusto fare per ingiusta sentenza, data da uomini ingiusti, che mai sarà per ordine dato dall’Uomo santissimo e dal Dio nostro? Grande cosa è l’ubbidire, sol perché è ubbidire. Grandissima dunque l’ubbidire ad ordine santo che io giudico, e tu con me lo devi ugualmente giudicare, grande misericordia. Tu sempre dici che la tua vita volge al suo termine. Né ancor senti di avere annullato il tuo debito verso la Giustizia. E perché allora non giudichi questo grande dolore come un mezzo per giungere ad annullare questo debito, e farlo nel breve tempo che ancora ti resta? Grande dolore per avere grande pace! Credimi che vale la pena di soffrirlo. L’unica cosa che importante sia nella vita è di giungere alla morte avendo conquistato la Virtù[38]».
25«Tu mi rincuori, Sintica… Fallo sempre».
26«Lo farò. Qui lo prometto. Ma tu secondami, da uomo e da cristiano».
Partenza fra lacrime e singhiozzi.
Preparativi.
27Il pasto è finito. Maria raccoglie le rimaste pere e le mette in un vaso dandole ad Andrea, che esce per tornare dicendo: «Sempre più piove. Io direi che è meglio…».
28«Sì. Attendere è sempre più agonia. Vengo subito a preparare la bestia. E voi pure venite, coi cofani e quant’altro. Anche tu, Porfirea. Svelta! Sei tanto paziente che l’asino ne è conquiso e si lascia vestire (dice proprio così) senza fare puntigli. Dopo ci penserà Andrea, che ti somiglia. Su, via tutti!». E Pietro spinge fuori dalla stanza e dalla cucina tutti meno Maria, Gesù, Giovanni di Endor e Sintica.
29«Maestro! Oh! Maestro, aiutami! É l’ora di… sentirmi spaccare il cuore! É proprio venuta! Oh! perché, Gesù buono, non mi hai fatto morire qui, dopo che avevo già avuto lo strazio della mia condanna e fatto lo sforzo dell’accettazione di essa?!». E Giovanni si abbatte sul petto di Gesù, piangendo angosciosamente. Maria e Sintica cercano di calmarlo, e Maria, benché sempre così riservata, lo stacca da Gesù abbracciandolo, chiamandolo: «Figlio caro, mio prediletto figlio»…
Preghiera di consacrazione.
30Sintica intanto si inginocchia ai piedi di Gesù dicendo: «Benedicimi, consacrami perché io sia fortificata. Signore, Salvatore e Re, io, qui, alla presenza di tua Madre, giuro e professo di seguire la tua dottrina e di servirti fino all’ultimo respiro. Giuro e professo di dedicarmi alla tua dottrina ed ai seguaci di essa per amore di Te, Maestro e Salvatore. Giuro e professo che la mia vita non avrà altro scopo, e che tutto quanto è mondo e carne è per me morto definitivamente, mentre, con l’aiuto di Dio e delle preghiere della Madre tua, spero vincere il Demonio onde non mi tragga in errore e nell’ora del tuo Giudizio io non sia condannata. Giuro e professo che seduzioni e minacce non mi piegheranno e non avrò labile memoria, a meno che Dio non permetta altrimenti. Ma spero in Lui e credo nella sua bontà, onde sono certa che non mi lascerà in balìa di forze oscure più forti della mia. Consacra la tua serva, o Signore, perché sia difesa contro le insidie d’ogni nemico».
31Gesù le pone le mani sul capo, a palme aperte, come fanno anche i sacerdoti, e prega su di lei.
32Maria conduce Giovanni al fianco di Sintica e lo fa inginocchiare dicendo: «Anche questo, Figlio mio, perché ti serva con santità e pace».
33E Gesù ripete l’atto sul capo curvo del povero Giovanni. Poi lo alza e fa alzare Sintica, mettendo le loro mani nelle mani di Maria e dicendo: «E sia Essa l’ultima che vi carezza, qui», ed esce svelto andando non so dove.
Vera Madre dei cristiani.
34«Madre, addio! Non dimenticherò mai questi giorni», geme Giovanni.
35«Neppure io ti dimenticherò, figlio caro».
36«Io pure, Madre… Addio. Lascia che ti baci ancora… Oh! dopo tanti anni mi ero sfamata di baci materni… Ora non più…». Sintica piange fra le braccia di Maria che la bacia.
37Giovanni singhiozza senza ritegno. Maria abbraccia anche lui, ora li ha tutti e due fra le braccia, vera Madre dei cristiani, e sfiora con le sue labbra purissime la gota rugosa di Giovanni, un bacio pudico, ma tanto amoroso. E col bacio resta il pianto della Vergine sulla gota scarna…
Partenza fra lacrime e singhiozzi.
38Entra Pietro: «É pronto. Suvvia…», e non dice altro perché è commosso.
39Marziam, che segue suo padre come l’ombra segue il corpo, si attacca al collo di Sintica e la bacia, poi si abbraccia Giovanni e lo bacia, lo bacia… Ma piange anche lui.
40Escono. Maria tenendo per mano Sintica, Marziam per mano di Giovanni.
41«I nostri mantelli…», dice fra le lacrime Sintica e fa per entrare nelle stanze.
42«Sono qui, sono qui. Presto, prendete…».
43Pietro fa il rude per non fare il commosso, ma dietro le spalle dei due, che si avvolgono nei mantelli, si asciuga le lacrime col dorso della mano…
44Là, oltre la siepe, il lumino ballonzolante del carretto mette una chiazza gialla nell’aria scura… La pioggia fruscia fra le fronde degli ulivi, suona sulla vasca colma d’acqua… Un colombo, svegliato dalla luce delle lampade tenute dagli apostoli, al riparo dei mantelli, basse, per illuminare i sentieri pieni di pozze, tuba lamentosamente…
45Gesù è già presso al carretto su cui è stata tesa una coperta a fare da tetto.
46«Su, su che piove forte!», incita Pietro. E mentre Giacomo di Zebedeo sostituisce Porfirea alle briglie, lui, senza tanti complimenti, alza da terra Sintica e la pone sul carro, e con ancor più sveltezza afferra Giovanni di Endor e lo butta sopra, e sale lui pure, dando subito una nerbata così energica al povero asino che quello scatta in avanti di corsa, quasi travolgendo Giacomo. E Pietro insiste finché sono sulla vera via, un bel po’ lontano dalla casa… Un ultimo grido di addio segue i partenti, che piangono senza ritegno…
47Pietro ferma poi il somaro fuori di Nazareth, in attesa di Gesù e degli altri, che non tardano a raggiungerli camminando svelti sotto la pioggia che infittisce.
48Prendono una strada fra le ortaglie per portarsi di nuovo al nord della città, senza attraversarla. Ma Nazareth è buia e dormente sotto l’acqua gelida della notte d’inverno… e credo che lo zoccolio dell’asino, poco sensibile sul terreno fradicio, di terra battuta, non sia percepito neppure da chi è sveglio…
49La comitiva procede nel massimo silenzio. Solo i singhiozzi dei due discepoli si sentono, mescolati al rumore della pioggia sulle fronde degli uliveti.
315. Il viaggio verso Jiftael. Le riflessioni di Giovanni di Endor [39].
Il viaggio verso Jiftael.
Vento che asciuga i polmoni.
1Deve avere piovuto tutta la notte. Ma con l’alba è succeduto un vento asciutto che ha respinto le nubi verso sud, oltre i colli di Nazareth. Perciò un timido sole invernale osa affacciarsi e accendere col suo raggio un diamante su ogni foglia degli ulivi. Ma è una veste di gala che gli ulivi presto perdono, perché il vento la scrolla dalle fronde che pare piangano scaglie di diamante, le quali poi si sperdono fra le erbe roride o sulla via motosa.
2Pietro, con l’aiuto di Giacomo e Andrea, prepara carro e asino. Gli altri non si vedono ancora. Ma poi escono uno dopo l’altro da una cucina, forse, perché dicono ai tre che sono fuori: «Ora andate voi a prendere ristoro». E questi vanno, per uscire dopo poco e questa volta insieme a Gesù.
Strada disastrata.
3«Ho rimesso la copertura per via del vento», spiega Pietro.
4«Se proprio vuoi andare a Jiftael lo avremo in faccia… e pizzicherà… Non so perché non prendiamo la via diretta a Sicaminon, e poi quella della marina… Era più lunga ma meno aspra. Hai sentito cosa diceva quel pastore che io ho fatto cantare abilmente?
5Ha detto: “Jotapata nei mesi di inverno è isolata. Non c’è che una strada per andarvi e con agnelli non ci si va… Sulle spalle non si deve avere nulla, perché ci sono passi che si fanno con le mani più che coi piedi, e gli agnelli non possono nuotare… Ci sono due fiumi spesso pieni e la stessa via è un torrente che scorre su un fondo di rocce. Io ci vado dopo i Tabernacoli e a primavera piena, e ci vendo bene, perché allora si riforniscono per dei mesi”. Così ha detto… E noi… con questo arnese… (e dà un calcio alla ruota del carretto)… e con questo somaro… uhm!…».
6«La via diretta da Sefori a Sicaminon era migliore. Ma è molto battuta… Ricordati che è bene non lasciare tracce di Giovanni…»
7«Il Maestro ha ragione. Potremmo trovare anche Isacco con dei discepoli… E a Sicaminon poi!…», dice lo Zelote.
«E allora… andiamo pure…».
La carità copre tutto.
8«Vado a chiamare quei due…», dice Andrea. E, mentre lo fa, Gesù si accomiata da una vecchia e da un fanciullo che escono da un ovile con dei secchi di latte. Sopraggiungono anche dei pastori barbuti, che Gesù ringrazia dell’ospitalità data nella notte piovosa. Giovanni e Sintica sono già sul carretto che si avvia sulla strada guidato da Pietro. Gesù, fiancheggiato dallo Zelote e da Matteo, seguito da Andrea, Giacomo, Giovanni e dai due figli d’Alfeo, affretta il passo per raggiungerlo. Il vento taglia la faccia e gonfia i mantelli. La copertura stesa sugli archi del carro schiocca come una vela, nonostante che la pioggia della notte l’abbia appesantita.
9«Va’ là, che si asciuga presto!», mormora Pietro guardandola. «Purché non si asciughino i polmoni a quel pover’uomo! Aspetta, Simone di Giona… Si fa così». Ferma l’asino e si leva il mantello, sale sul carro e vi avviluppa ben bene Giovanni.
10«Ma perché? Ho già il mio…».
«Perché io a tirare l’asino ho già un caldo come fossi in un forno da pane. E poi sono uso, io, a stare nudo sulla barca, e più che mai nudo più c’è bufera. Il freddo mi fa da pungolo e sono più lesto. Su, sta’ ben coperto. Me ne ha fatte tante e tante delle raccomandazioni Maria a Nazareth, che se tu ti ammali io non potrò mai più andarle davanti…».
Povero somaro Antonio.
11Scende dal carretto e riprende la briglia incitando l’asino ad andare. Ma presto deve chiamare in aiuto suo fratello e anche Giacomo, per aiutare l’asino ad uscire da un luogo melmoso dove la ruota si è affondata. E vanno, spingendo a turno il carro per agevolare l’asino che punta le zampe robuste nel fango e tira, povera bestia, sbuffando e sbruffando di fatica e di golosità, perché Pietro lo stuzzica ad andare con l’offerta di bocconi di pane e di torsi di mela, che però gli concede solo nei momenti di sosta.
12«Sei un ingannatore, Simone di Giona», dice scherzando Matteo che osserva la manovra.
13«No. Applico la bestia al suo dovere, e con dolcezza. Se non facessi così, dovrei usare la frusta. E mi spiace a farlo. Non picchio la barca quando fa le bizze, ed è legno. Perché dovrei picchiare questo che è carne? Ora questo è la mia barca… nell’acqua è… e come! Perciò lo tratto come tratto la barca. Non sono Doras, io! Sapete? Volevo chiamarlo Doras, prima di acquistarlo. Ma poi ho sentito il suo nome e mi è piaciuto. Gliel’ho lasciato…».
14«Come si chiama?», chiedono incuriositi.
«Indovinate!», e Pietro ride fra la barba. Vengono detti i nomi più strani, e dei più feroci farisei o sadducei, ecc. ecc. Ma Pietro scuote sempre il capo. Si danno vinti.
15«Antonio si chiama! Non è un bel nome? Quel maledetto romano! Si vede che il greco che mi ha venduto l’asino aveva della ruggine anche lui con Antonio!».
16Ridono tutti, mentre Giovanni di Endor spiega: «Sarà uno dei taglieggiati dopo la morte di Cesare. É vecchio?».
17«Avrà settanta anni… e deve avere fatto tutti i mestieri… Adesso ha un albergo a Tiberiade…»
Via erta fino allo sgomento.
18Sono al trivio di Sefori con la via di Nazareth-Tolemaide, Nazareth-Sicaminon, Nazareth-Jotapata (faccio notare che il J lo dicono come un molto dolce “gi”). Il cippo consolare porta le tre indicazioni di Tolemaide, Sicaminon, Jotapata.
19«Entriamo in Sefori, Maestro?».
«É inutile. Andiamo a Jiftael. Senza sostare. Mangeremo camminando. Occorre esservi avanti sera».
20Vanno, vanno, superando due torrentelli ben gonfi, attaccando le prime pendici di un sistema di colli in direzione nord-sud, che al nord fanno però come un nodo aspro che poi si allunga verso est.
«Là è Jiftael», dice Gesù.
«Non vedo nulla», osserva Pietro».
21«E’ a settentrione. Verso noi sono coste a picco, e così a oriente e ponente».
22«Sicché bisogna girare tutto quel monte?».
«No. Vi è una strada presso il monte più alto, ai piedi di esso, nella valle. E abbrevia molto, anche se è via molto erta».
23«Ci sei stato?».
«No. Ma lo so».
24Davvero che è via erta! Tanto che quando vi giungono – e pare di precipitare incontro alla notte tanto si riduce la luce nel fondo di questa valle, che mi fa pensare alle dantesche male bolge tanto è orrida e dirupata, una via proprio incisa nel masso, quasi a gradini tanto è irta di dislivelli, una via stretta, selvaggia, rinserrata fra un torrente rabbioso e una costa ancor più rabbiosa che procede, salendo ripida, verso nord – se ne sgomentano…
25Se la luce cresce man mano che si sale, in compenso cresce anche la fatica, tanto che scaricano il carro delle sacche personali e scende anche Sintica perché il carretto sia il più leggero possibile. Giovanni di Endor, che dopo quelle poche parole non aveva più aperto bocca che per tossire, vorrebbe scendere lui pure. Ma non glielo concedono e resta dove è mentre tutti spingono e tirano bestia e veicolo, e sudano ad ogni dislivello. Ma nessuno brontola. Anzi tutti cercano di mostrarsi soddisfatti dell’esercizio per non avvilire i due per i quali lo fanno, e che più di una volta hanno avuto parole di rammarico per questa fatica.
26La strada fa un angolo retto. E poi un altro angolo ancora, più breve, che termina in una città appollaiata su una pendice tanto ripida che, come dice Giovanni di Zebedeo, fa l’impressione che debba scivolare a valle con le sue case.
27«Ma invece è ben solida. Tutt’una con la roccia».
«Come Ramot allora…», dice Sintica che ricorda.
«Più ancora. Qui la roccia è parte delle case, non è solo base ad esse. Ricorda di più Gamala. L’avete presente?».
28«Sì, e con essa abbiamo presenti quei porci…», dice Andrea.
«Proprio di là siamo partiti per Tarichea e il Tabor ed Endo….», ricorda Simone Zelote.
La psicoanalisi di Giovanni di Endor.
29«Io sono destinato a darvi ricordi penosi e grandi fatiche…», sospira Giovanni di Endor.
30«No, poi! Tu ci hai dato una fedele amicizia, nulla più, amico», dice con impeto Giuda d’Alfeo. E tutti si uniscono a lui per rendere più netta la conferma.
31«Eppure… io non sono stato amato… Nessuno me lo dice… Ma io so meditare, riunire i fatti sparsi in un quadro solo. Questa partenza, no, non era prevista, e non è spontanea la decisione…»
32«Perché dici così, Giovanni?», chiede dolcemente afflitto Gesù.
«Perché è vero. Non mi si è voluto. Io, e non altri, neppure i grandi discepoli, sono stato scelto per andare lontano».
33«E Sintica, allora?», chiede Giacomo di Alfeo, contristato della luce che viene alla mente dell’uomo di Endor.
34«Sintica viene per non mandarmi via solo… per pietosamente confondermi la verità…».
«No, Giovanni!…»
35«Sì, Maestro. E vedi? Potrei anche dirti il nome del mio torturatore. Sai dove lo leggo? Solo a guardare questi otto buoni lo leggo! Solo riflettendo all’assenza degli altri lo leggo! Quello per il quale io sono stato trovato da Te è anche colui che mi vorrebbe fare trovare da Belzebù. E mi ha portato a quest’ora – e ti ci ha portato, Maestro, perché Tu pure soffri come me e forse più di me – e mi ha portato a quest’ora per farmi tornare nella disperazione e nell’odio. Perché egli è cattivo[40]. Egli è crudele[41]. Egli è invidioso[42]. E altro ancora è. É Giuda di Keriot l’anima oscura[43] fra i tuoi servi tutti luce…».
36«Non dire così, Giovanni. Non manca lui solo. Tutti furono assenti per le Encenie meno lo Zelote, senza famiglia. Da Keriot, e in questa stagione, non si viene in poche tappe. Sono quasi duecento miglia di cammino. Ed era giusto che andasse dalla madre, come Tommaso. Anche Natanaele ho risparmiato perché vecchio, e con lui Filippo per dare il compagno a Natanaele…»
37«Sì. Altri tre non ci sono… Ma, o Gesù buono! Tu conosci i cuori perché sei il Santo. Ma non sei solo a conoscerli! Anche i perversi conoscono i perversi perché si riconoscono in loro. Io fui perverso e mi sono rivisto, nei miei istinti peggiori, in Giuda. Ma io lo perdono. Per una cosa sola io lo perdono di mandarmi a morire tanto lontano: perché proprio per lui sono venuto a Te. E Dio lo perdoni per il resto… per tutto il resto».
38Gesù non osa smentire… Tace.
39Gli apostoli si guardano fra loro mentre a forza di braccia spingono il carretto sulla via scivolosa. É prossima la sera quando raggiungono la città dove, sconosciuti fra sconosciuti, prendono alloggio in un albergo messo sullo scrimolo sud del paese. Uno scrimolo che dà le vertigini a gettare lo sguardo giù per la sua parete, tanto è a picco e profonda. In fondo -rumore e nulla più nell’ombra di pace che è già nella valle- rugge un torrente.
316. L’addio di Gesù a Giovanni di Endor
e a Sintica[44].
L’ora dell’addio.
Discesa orrenda.
1È per la stessa via – l’unica, del resto, di questo paese che pare un nido d’aquila sulla vetta di un picco solitario – che ripartono il giorno dopo, perseguitati da un tempo piovoso e freddo che ostacola l’andare. Deve scendere anche Giovanni di Endor dal carretto, perché la strada fatta in discesa è ancora più pericolosa che fatta in salita, e se l’asino, di suo, non pericolerebbe, il peso del carretto, che la pendenza spinge tutto in avanti, fa sì che la povera bestia si trovi molto male. E male si trovano i suoi conducenti che devono, oggi, non già sudare per spingere ma bensì per trattenere il veicolo, che potrebbe dirupare provocando sventure o, al minimo, perdita del carico.
Antonio, meritevole di onori.
2La strada è così orrenda fino ad un terzo circa della sua lunghezza, l’ultimo verso valle. Poi si biforca e un suo ramo si dirige ad ovest, divenendo più comoda e piana. Si fermano a riposare asciugandosi il sudore, e Pietro premia il ciuco che è tutto un fremito di ansito e che scuote le orecchie sbuffando, certo assorto in una profonda meditazione sulla dolorosa condizione degli asini e sui capricci degli uomini che scelgono certe strade. Almeno anche Simone di Giona attribuisce a queste considerazioni l’espressione pensosa della bestia, e per sollevargli l’umore gli mette al collo una sacca piena di fava cavallina, e mentre il somaro frange il duro pasto con avido piacere anche gli uomini mangiano pane e formaggio e bevono latte di cui hanno piene le fiaschette.
3Il pasto è finito. Ma Pietro vuole abbeverare il «suo Antonio che è più meritevole di onori di Cesare», dice lui, e va con un secchiello, che ha sul carretto, a prendere acqua ad un torrente che si dirige verso il mare.
L’ora dell’ Addio.
4«Ora possiamo andare… E andremmo anche di trotto, perché penso che oltre quel colle sia tutta pianura… Ma noi non possiamo trottare. Però andremo lesti. Su, Giovanni, e tu, donna. Montate e andiamo».
5«Salgo Io pure, Simone, e guido Io. Voi tutti seguiteci…» dice Gesù subito dopo che i due sono saliti.
«Perché? Ti senti male? Sei tanto pallido…»
6«No, Simone. Voglio parlare a solo con essi…», e indica i due che sono impalliditi essi pure, intuendo che è venuto il momento dell’addio.
«Ah! Va bene. Sali pure e noi ti seguiremo».
7Gesù si siede sulla tavola che fa da panchetta al guidatore e dice: «Vieni qui al mio fianco, Giovanni. E tu, Sintica, vieni vicina…».
8Giovanni si siede alla sinistra del Signore e Sintica ai suoi piedi, quasi sul bordo del carro, volgendo le spalle alla via, tenendo il viso alzato verso Gesù. Messa così, seduta sui calcagni, rilassata come fosse gravata da un peso che la sfinisce, le mani abbandonate in grembo e intrecciate per tenerle ferme perché un tremito le scuote, il viso stanco, i bellissimi occhi di un nero viola come appannati dal tanto pianto fatto, sotto l’ombra del velo e del manto molto calati, sembra una Pietà desolata.
9Giovanni, poi!… Io credo che, se al fondo della via ci fosse il suo patibolo, sarebbe meno stravolto.
10L’asino si mette al passo, così ubbidiente e giudizioso che non obbliga Gesù a stretta sorveglianza. E Gesù ne approfitta per abbandonare le redini e prendere la mano di Giovanni e posare l’altra sul capo di Sintica.
Parole di luce per i missionari.
Fiori del Trionfo del Salvatore.
11«Figli miei, Io vi ringrazio di tutta la gioia che mi avete dato. Questo è stato per Me un anno sparso di fiori di gioia, perché ho potuto cogliere le vostre anime e tenermele davanti a celarmi le brutture del mondo, a profumarmi l’aria corrotta dal peccato del mondo, a infondermi dolcezza e confermarmi nella speranza che la mia missione non è inutile[45]. Marziam, tu, Giovanni mio, Ermasteo, tu, Sintica, e Maria di Lazzaro, e Alessandro Misace, e altri ancora… I fiori trionfali del Salvatore che solo i retti di cuore sanno sentire tale… Perché scuoti il capo, Giovanni?».
12«Perché Tu sei buono e mi metti fra i retti di cuore. Ma il mio peccato è sempre presente al mio pensiero…».
13«Il tuo peccato è il frutto di una carne aizzata da due malvagi. La tua rettezza di cuore è il substrato del tuo io onesto, desideroso di oneste cose, disgraziato perché esse ti furono levate dalla morte o dalla malvagità, ma non per questo men vivo pur sotto le macie di tanto dolore. É bastato che la voce del Salvatore filtrasse nel profondo dove languiva il tuo io, che tu sei balzato in piedi, scuotendo ogni peso, per venire a Me. Non è così? Dunque tu sei un retto di cuore. Molto, molto più retto di altri che non hanno il tuo peccato, ma ne hanno di molto peggiori perché meditati e ostinatamente conservati vivi…
14Voi, dunque, voi, i miei fiori del trionfo mio di Salvatore, siate benedetti. In questo mondo ottuso e nemico, che abbevera di amarezza e di disgusto il Salvatore, avete rappresentato l’amore. Grazie! Nelle ore più penose che in questo anno ho avuto, vi ho tenuti presenti per averne consolazione e sostegno. In quelle ancora più penose che avrò, più ancora vi terrò presenti. Fino alla morte. E con Me sarete per l’eternità. Ve lo prometto.
La sorte migliore.
15Io vi affido i miei interessi più cari, ossia la preparazione della mia Chiesa nell’Asia minore, là dove Io non posso andare perché qui, in Palestina, è il mio luogo di missione, e perché anche la mentalità retriva dei grandi di Israele con ogni mezzo mi nuocerebbe se andassi altrove che qui. Così avessi altri Giovanni ed altre Sintica per altri paesi, di modo che i miei apostoli trovassero arato il terreno per spargervi il seme nell’ora che verrà! Siate dolci e pazienti, e nello stesso tempo forti per penetrare e per sopportare. Troverete ottusità e derisioni. Non vi avvilite per questo. Pensate così: “Noi mangiamo lo stesso pane e beviamo lo stesso calice che beve il nostro Gesù”. Voi non siete da più del Maestro vostro e non potete pretendere di avere miglior sorte[46]. La sorte migliore è questa: condividere ciò che è del Maestro[47].
Primogeniti della famiglia dei servi di Dio.
16Dò un solo ordine: di non avvilirvi, di non volere darvi risposta a questa lontananza che non è un esilio, come vuole pensare Giovanni, ma che anzi è un mettervi alle soglie della Patria prima di tutti gli altri, come servi formati quali nessun altro lo è. Il Cielo è abbassato su voi come velo materno e il Re dei Cieli vi accoglie già sul suo seno, vi protegge sotto le sue ali di luce e di amore come primogeniti della smisurata chiocciata dei servi di Dio, del Verbo di Dio, che in nome del Padre e dell’eterno Spirito vi benedice per ora e per sempre.
17E pregate per Me, il Figlio dell’uomo che va incontro a tutte le sue torture di Redentore. Oh! che in verità l’Umanità mia sta per essere stritolata da tutte le più amare conoscenze… Pregate per Me. Avrò bisogno[48] delle vostre preghiere… Saranno carezze… Saranno professioni di amore… Saranno aiuti per non giungere a dire: “L’umanità è tutta fatta di satana”…
Meritevoli di avere Dio con sé.
18Addio, Giovanni! Diamoci il bacio di addio… Non piangere così… A costo di strapparmi lembi di carne ti avrei tenuto, se non avessi visto tutto il bene che da questa separazione viene per te e per Me. Eterno bene…
19Addio, Sintica. Sì, bacia pure le mie mani[49], ma pensa che se il sesso diverso mi vieta di baciarti come una sorella[50], alla tua anima Io do il mio fraterno bacio[51]… E attendetemi, col vostro spirito. Verrò. Mi avrete presso le vostre fatiche e le vostre anime. Sì, perché se l’amore per l’uomo ha rinserrato la mia natura divina in carne mortale, non ne ha però potuto limitare la libertà. E libero sono di andare[52], come Dio[53], da chi merita di avere Dio con sé[54]. Addio, figli miei. Il Signore è con voi…».
Per amore.
20E si strappa dalla stretta convulsa di Giovanni che gli stringe le spalle, di Sintica che si è aggrappata ai suoi ginocchi, e salta giù dal carro, facendo un cenno di addio ai suoi apostoli e correndo via, per la strada già fatta, veloce come cervo inseguito… L’asino si è fermato sentendo cadere del tutto le redini che erano prima sui ginocchi di Gesù. E fermati, attoniti, si sono gli otto apostoli, guardando il Maestro che sempre più si allontana.
21«Piangeva…», sussurra Giovanni.
22«Ed era pallido come uno spirato…», mormora Giacomo d’Alfeo.
23«Neppure la sua sacca ha preso… Eccola lì sul carro…», osserva l’altro Giacomo.
24«E come farà ora?», si chiede Matteo.
25Giuda d’Alfeo sprigiona tutta la sua voce potente per chiamare: «Gesù! Gesù! Gesù!…».
26L’eco delle colline risponde lontano: «Gesù! Gesù! Gesù!…».
27Ma una svolta di strada assorbe nel verde delle sue piante il Maestro senza che Egli neppure si volga a guardare chi lo chiama…
28«Se ne è andato!… Non ci resta che andare noi pure…», dice desolato Pietro, montando sul carretto e prendendo le redini per incitare il ciuco. E il carro si avvia, cigolante, fra il rumore ritmico degli zoccoli ferrati e il pianto angoscioso dei due che, abbandonati sul fondo del carro, gemono: «Non lo vedremo più, mai più, mai più…».
317. Isolamento e preghiera di Gesù per la salvezza di Giuda Iscariota[55].
Offrì suppliche con grida e lacrime.
Cercando un luogo di preghiera.
1Gesù è di nuovo ai piedi del massiccio sul quale è costruita Jiftael. Ma non sulla via maestra (diciamola così) o mulattiera fatta prima col carretto. Bensì è su un sentieruolo da stambecchi, tanto è ripido, tutto scheggioni, tutto crepe profonde, appiccicato al monte, direi inciso nella parete verticale del monte come questo fosse stato rigato da una enorme unghiata, limitato da un orrido che si apre a picco su nuove profondità, nel fondo delle quali spuma rabbioso un torrente. Mettere un piede in fallo, lì, vuol dire precipitare senza speranza, rimbalzando da cespuglio a cespuglio di rovi e altre piante selvatiche, nate non so come fra le fessure del masso e non aventi la linea verticale propria delle piante, ma quella obliqua o addirittura orizzontale alle quali le costringe la loro dimora. Mettere un piede in fallo, lì, vuol dire farsi lacerare da tutti i pettini spinosi di queste piante o essere spezzato nelle reni dalle percosse dei tronchi rigidi sporti sull’abisso. Mettere un piede in fallo, lì, vuol dire essere straziato dalle pietre aguzze che sporgono dalle pareti dell’orrido. Mettere un piede in fallo, lì, vuol dire giungere sanguinante e spezzato nelle acque spumose del rabbioso torrente ed affogarvi, giacendo sommersi su un letto di scogli puntuti, schiaffeggiati dalle acque violente.
2Eppure Gesù percorre questo sentiero, questo sgraffio nella roccia, reso ancora più pericoloso dall’umidore che sale fumando dal torrente, che cola dalla parete soprastante, che goccia dalle piante nate su questa soprastante parete a picco, direi quasi lievemente concava.
3Mi sforzo a mostrarle[56] questo luogo infernale.
4Va lento, cauto, studiando il passo sulle pietre aguzze, talune smosse, obbligato talora a schiacciarsi contro la parete, tanto il sentiero si restringe; e per superare punti oltremodo pericolosi deve aggrapparsi ai rami penduli dalla parete. Gira così il lato ovest e giunge al lato sud, proprio il lato sul quale il monte, dopo essere sceso a perpendicolo dalla vetta, si fa concavo più che altrove, dando più respiro in larghezza al sentiero, ma in compenso levandoglielo in altezza, tanto che in certi punti Gesù deve andare a capo chino per non battere la testa nelle rocce.
L’antro oscuro della penitenza.
5Forse ha l’intenzione di fermarsi lì, dove il sentiero finisce bruscamente come per frana. Ma, osservando, vede che sotto il balzo c’è una caverna, una fessura nel monte più che caverna, e vi si cala per le pietre franate.
6Vi entra. Una fessura all’inizio, ma una vasta grotta all’interno, quasi che il monte fosse stato scavato molto tempo addietro e a colpi di piccone per non so quale scopo. Si vede nitidamente dove alle curve naturali della roccia si sono associate quelle prodotte dall’uomo, il quale, nel lato opposto alla fessura d’entrata, ha aperto come uno stretto corridoio, in fondo al quale è una striscia di luce, un lontano apparire di boschi, che indicano come il corridoio si addentra da sud ad est tagliando lo sperone del monte.
7Gesù si infila per quel cunicolo semibuio e stretto e lo percorre finché giunge alla sua apertura, che è al disopra della strada fatta da Lui con gli apostoli e il carro per salire a Jiftael. I monti che contornano il lago di Galilea sono di fronte a Lui, oltre la valle, e in direzione nord-est splende il grande Ermon nella sua veste di neve. Una primordiale scaletta è scavata nel fianco del monte, che qui non è così verticale né nel salire né nello scendere, e questa scaletta conduce alla via mulattiera che è nella valle e anche alla vetta dove è il paese di Jiftael.
8Gesù è soddisfatto della sua esplorazione. Torna indietro, nell’ampia caverna, e cerca un posto riparato, dove accumula fogliame secco spinto dai venti nell’antro. Un ben misero giaciglio, un velo di foglie secche messo fra il suo corpo e il suolo nudo e gelido… Vi si lascia cadere sopra rimanendo inerte, steso, con le mani sotto il capo, gli occhi fissi alla volta rocciosa, assorto, direi sbalordito, come uno che ha subìto uno sforzo o un dolore superiore alle sue forze.
“Egli offrì suppliche con forti grida e lacrime”.
9Poi lacrime lente, senza singhiozzi, cominciano a scendere[57] dai suoi occhi[58] e cadono ai due lati del viso perdendosi nei capelli verso le orecchie, finendo certo fra il fogliame secco[59]… Piange così, a lungo, e senza parlare o far moto… Poi si mette seduto e, col capo fra i ginocchi sollevati e abbracciati dalle mani intrecciate, chiama, con tutta la sua anima[60], la Madre lontana: «Mamma! Mamma! Mamma mia! Mia eterna dolcezza! Oh! Mamma! Oh! Mamma, come ti vorrei vicina! Perché non ti ho sempre, solo conforto di Dio?».
10Solo la grotta cava risponde con un mormorio d’eco imperfetto alle sue parole, ai suoi singhiozzi, e pare pianga e singhiozzi essa pure coi suoi spigoli, i suoi massi e le poche ed ancor piccole stalattiti che pendono in un angolo, forse il più soggetto a lavorio d’acque interne.
11Il pianto di Gesù continua, benché più calmo, quasi che solo l’invocare la Madre lo avesse confortato, e lentamente si muta in un monologo.
12«Sono andati… E perché? E per chi? Perché ho dovuto dare questo dolore? E perché darmelo, posto che il mondo già me ne fa piena la giornata?… Giuda…»
13 Chissà mai dove vola ora il pensiero di Gesù, che alza il capo dai ginocchi e guarda davanti a Sé con occhi dilatati e il viso teso di chi è assorbito da spettacoli spirituali futuri o da grande meditazione. Non piange più. Ma soffre visibilmente. Poi sembra rispondere ad un interlocutore invisibile. E per farlo si drizza in piedi.
14«Sono uomo, Padre. Sono l’Uomo. La virtù dell’amicizia, ferita e strappata in Me, si torce e lamenta dolorosamente… Io so che devo tutto soffrire. Lo so. Come Dio lo so e come Dio lo voglio per il bene del mondo. Anche come uomo lo so, perché il mio spirito divino lo comunica alla mia umanità[61]. E anche come uomo lo voglio, per il bene del mondo. Ma che dolore, o Padre mio!
15Quest’ora è molto più penosa di quella che vissi col tuo e col mio spirito nel deserto… Ed è ben più forte la tentazione[62] presente di non amare e di non sopportare al mio fianco l’essere viscido e tortuoso che ha nome Giuda, la causa del molto dolore che mi abbevera e satolla, e che tortura le anime alle quali Io avevo dato pace.
La forza gravante del disamore.
16Padre, Io lo sento. Tu severo ti fai col Figlio tuo mano a mano che Io mi avvicino al termine di questa mia espiazione per l’umano genere. Sempre più si allontana da Me la tua dolcezza, ed appare severo il tuo volto allo spirito mio che viene sempre più respinto nel profondo, là dove l’umanità, percossa dal tuo castigo, geme da millenni.
17Mi era dolce il soffrire, dolce il cammino all’inizio della esistenza, dolce anche quando da figlio del legnaiuolo divenni il Maestro del mondo, strappandomi da una Madre per dare Te, Padre, all’uomo caduto. Mi era dolce ancora, rispetto ad ora, la lotta col Nemico, nella Tentazione del deserto. L’ho affrontata con la baldanza dell’eroe dalle forze integre… Oh! Padre mio!… che ora le mie forze sono gravate dal disamore e dalla conoscenza di troppi e di troppe cose…
18Satana, Io lo sapevo, a tentazione finita se ne sarebbe andato, e se ne andò, e gli angeli vennero a consolare il Figlio tuo di essere uomo, oggetto della tentazione del Demonio.
19Ma adesso non cesserà, passata quest’ora in cui l’Amico soffre per gli amici mandati lontano e per l’amico spergiuro che gli nuoce da vicino e da lontano. Non cesserà. Non verranno i tuoi angeli a consolarmi di quest’ora e dopo quest’ora. Ma verrà il mondo. Con tutto il suo odio, la sua derisione, la sua incomprensione. Ma verrà, e sarà sempre più presso e più tortuoso e viscido, lo spergiuro, il traditore, il venduto a Satana. Padre!!..»
20É veramente un grido di strazio, di spavento, di invocazione, e Gesù si agita, riportandomi alla mente l’ora del Getsemani.
Il nuovo Abele e il nuovo Caino.
21«Padre! Io lo so. Io lo vedo… Mentre Io qui soffro e soffrirò, e ti offro il mio soffrire per la sua conversione e per quelli che mi sono stati svelti dalle braccia e che stanno andando col cuore trafitto al loro destino, egli si vende per divenire più grande di Me. Il Figlio dell’uomo!
22Sono Io, non è vero, il Figlio dell’uomo[63]? Sì. Ma non sono solo ad esserlo. L’Umanità, l’Eva prolifica ha generato i suoi figli, e se Io sono Abele, l’Innocente, non manca Caino nella prole dell’Umanità[64]. E se il Primogenito sono, perché sono quale avrebbero dovuto essere i figli dell’uomo, senza macchia agli occhi tuoi, egli, il generato in peccato, è il primo di ciò che sono divenuti dopo che ebbero morso al frutto avvelenato[65]. Ed ora, non sazio di avere in sé i fomiti ripugnanti e blasfemi della menzogna, anticarità, sete di sangue, cupidigia di denaro, superbia e lussuria, si insatanassa per essere, uomo che poteva divenire angelo, per essere l’uomo che diviene demone[66]… “E Lucifero volle essere simile a Dio, e perciò fu cacciato dal Paradiso e, mutato in demonio, abitò l’Inferno”[67].
Supplica per la conversione di Giuda.
23Ma Padre! Oh! Padre mio! Io lo amo… lo amo ancora. É un uomo… É uno di quelli per i quali Io ti ho lasciato… Per la mia umiliazione, salvalo… dammi di redimerlo, Signore altissimo! Questa penitenza più per lui che per gli altri! Oh! so l’incongruenza di ciò che chiedo, Io che so tutto quanto è!… Ma, Padre mio, non vedere per un attimo in Me il tuo Verbo. Contempla solo la mia umanità di Giusto… e lascia che Io per un attimo possa essere solo “l’Uomo” in grazia tua, l’Uomo che non conosce il futuro, che può illudersi… l’Uomo che, non sapendo l’ineluttabile fato, può pregare, con speranza assoluta, per strapparti il miracolo.
24Un miracolo! Un miracolo a Gesù di Nazareth, a Gesù di Maria di Nazareth, la nostra eterna Amata! Un miracolo che vìoli il segnato e lo annulli! La salvezza di Giuda! Mi è vissuto al fianco, ha bevuto le mie parole, ha spartito con Me il cibo, ha dormito sul mio petto… Non lui, non lui sia il mio satana!…
25Non ti chiedo di non essere tradito… Ciò deve essere, e sarà[68],… perché siano per il mio dolore di tradito annullate tutte le menzogne, come per il mio dolore di venduto espiate tutte le avarizie, come per il mio strazio di bestemmiato riparate tutte le bestemmie, e per quello di non creduto data fede a coloro che senza fede sono e saranno, come per la mia tortura mondate tutte le colpe della carne… Ma ti prego: non lui, non lui, Giuda, l’amico mio[69], il mio apostolo!
26Nessuno vorrei che tradisse… Nessuno… Neppure il più lontano fra i ghiacci iperborei o i fuochi della zona torrida… Vorrei che il sacrificatore fossi Tu solo… come altre volte lo sei stato incendiando gli olocausti coi tuoi fuochi[70]… Ma, posto che morire devo per mano dell’uomo – e più del carnefice reale sarà carnefice l’amico traditore, il putrido che avrà in sé il fetore di Satana, e già lo aspira in sé, per essere simile a Me nella potenza… così pensa nel suo orgoglio e nella sua libidine – posto che per mano dell’uomo devo morire, Padre, concedi che non sia colui che ho chiamato amico e amato per tale, ad essere il Traditore. Moltiplica, Padre mio, le mie torture, ma dammi l’anima di Giuda… Metto questa preghiera sull’altare della mia Persona vittima… Padre, accoglila! Il Cielo è chiuso e muto!…
La Suprema Tortura
27É dunque questo l’orrore che avrò con Me sino alla morte? Il Cielo è muto e chiuso… Sarà dunque questo il silenzio e la carcere in cui spirerà lo spirito mio? Il Cielo è chiuso e muto!… Questa sarà dunque la suprema tortura del Martire?… Padre, sia fatta la tua volontà e non la mia… Ma per le mie pene – oh! questo almeno! – per le mie pene dài pace e illusione all’altro martire di Giuda, a Giovanni di Endor, Padre mio… Egli realmente è migliore di molti. Ha percorso un cammino quale pochi sanno e sapranno. Per lui già tutto è compiuto della Redenzione. Dagli dunque la tua pace piena e completa, perché Io l’abbia nella mia Gloria quando anche per Me tutto sarà compiuto a tuo onore e ubbidienza… Padre mio!…» [71].
28Gesù è scivolato piano piano in ginocchio e ora piange col volto al suolo e prega, mentre la luce del breve giorno invernale muore precocemente nell’antro oscuro e l’urlo del torrente pare acquistare voce quanto più forte si fa l’ombra nella valle…
318. In barca da Tolemaide a Tiro inizia
il viaggio degli otto apostoli con
Giovanni di Endor e Sintica[72].
Partenza da Tolemaide per Tiro.
Tolemaide.
1La città di Tolemaide pare debba rimanere schiacciata da un cielo basso, di piombo, senza uno spiraglio di azzurro, senza neppure una varietà nel suo fosco. No. Non una nuvola, un cirro, un nembo che veleggi solo sulla cappa chiusa del firmamento. Ma un’ unica volta concava e pesante come un coperchio che stia per essere abbattuto su una cassa. Un enorme coperchio di stagno sporco, fuliginoso, opaco, opprimente. Le case bianche della città sembrano di gesso, un gesso ruvido, grezzo, desolato, in questa luce… e il verde delle piante sempreverdi sembra appannato, triste, e lividi o spettrali i volti delle persone e smorti i colori delle vesti. La città affoga nello scirocco pesante.
Il mare di Tolemaide.
2Il mare risponde al cielo con uno stesso aspetto di morte. Un mare sconfinato, fermo, deserto. Non è neanche plumbeo, sarebbe errato dirlo tale. É una distesa senza limite, e direi senza rughe, di una sostanza oleosa, grigia come devono esserlo i laghi di petrolio grezzo, o meglio, se fosse possibile, i laghi di un argento mescolato a fuligine, a cenere, per farne una manteca che ha un suo speciale splendore di scaglia quarzifera e che pure non pare splendere tanto è morta e opaca. Questo suo splendere non lo si avverte che con il disagio che ne soffre l’occhio, abbacinato da questo tremolio di madreperla nerastra che stanca senza rallegrare. Non un’onda a perdita d’occhio. Lo sguardo giunge all’orizzonte, là dove il morto mare tocca il morto cielo, senza vedere un moto d’onda; ma però si comprende che non sono acque solidificate, perché hanno un sotterraneo fiotto che è appena sensibile alla superficie col luccichio sporco delle acque. Tanto morto che a riva le acque sono lì, ferme come acque d’una vasca, senza il minimo accenno di flutto o risacca. E la rena è nettamente segnata di umidore lì, a un metro, poco più, dall’acqua, confessando così che non vi è stato moto d’onde, a riva, da molte ore. L’assoluta calmeria.
Il carico di Antonio.
3I navigli, pochi, che sono nel porto, non hanno un movimento. Sembrano confitti in una materia solida tanto sono immobili, e quei pochi lembi di stoffa che sono stesi sugli alti ponti, insegne o vestimenta che siano, pendono inerti. Da una vietta del quartiere popolare del porto vengono verso la marina gli apostoli con i due diretti ad Antiochia. Non so che fine abbiano fatto l’asino e il carro. Non ci sono. Pietro e Andrea portano un cofano, Giacomo e Giovanni l’altro, mentre Giuda di Alfeo si è affastellato sulle spalle il telaio smontato, e Matteo, Giacomo d’Alfeo e Simone Zelote si sono caricati delle sacche di tutti, compresa quella di Gesù. Sintica non ha fra le mani che un cesto di cibarie. Giovanni di Endor nulla.
4Vanno lesti fra la gente che torna, per la più parte, dai mercati con le spese, o che, se marittimi, si affretta al porto, per caricare o scaricare i navigli, o ripararli, a seconda dei bisogni.
Una barca a noleggio.
5Simone di Giona va sicuro. Deve sapere già dove andare perché non si guarda intorno. Tutto rosso, sorregge per un cappio della fune, messa a far da maniglia, il cofano dalla sua parte, e Andrea lo seconda dalla sua. E si vede tanto in loro, come nei compagni Giacomo e Giovanni, lo sforzo del peso che portano nell’inturgidirsi dei muscoli dei polpacci e delle braccia, perché, per essere più liberi, sono con la sola sottoveste corta e sbracciata, in tutto simili ai facchini che si affrettano dai fondachi ai navigli, o viceversa, per le loro operazioni. Perciò passano assolutamente inosservati. Pietro non va alla grande calata ma, per una passerella cigolante, va alla calata più piccola, un moletto messo ad arco che fa come un secondo bacino, molto più ristretto, per le barche da pesca. Guarda e dà la voce. Risponde un uomo, alzandosi dal fondo di una robusta barca, abbastanza ampia.
6«Vuoi proprio partire? Guarda che la vela non serve, oggi. Dovrai andare a forza di remi».
«Servirà a scaldarmi e a darmi appetito».
7«Ma sei proprio capace di navigare?».
«Ohè! uomo! Non sapevo ancora dire “mamma” e già il padre mi aveva messo in mano la sagola e le corde delle vele. Ci ho arrotato sopra i denti di latte…».
8«É perché, sai?, questa barca è tutto il mio bene, sai?…».
«E me l’hai detto fin da ieri… Non sai altra canzone?».
9«So che se tu vai a fondo io sono rovinato e…».
«Rovinato sarò io che ci perdo la pelle, non tu!».
10«Ma questo è il mio bene, il mio pane, la mia gioia e quella della sposa, ed è la dote della mia bambina, e…».
11 «Uff! Senti, non mi pizzicare i nervi che hanno già un crampo… un crampo! più tremendo di quello dei nuotatori. Ti ho dato tanto che potrei dire: “la barca l’ho comperata”, non ho tirato sulla tua richiesta, ladrone marittimo che sei, ti ho mostrato che so il remo e la vela meglio di te, e tutto era stabilito. Ora, se l’insalata di porri che hai mangiato ieri sera, e la tua bocca ne puzza come una sentina, ti ha dato l’incubo e i rimorsi, a me non me ne importa. L’affare è stato fatto con due testimoni, uno tuo, uno mio, e basta. Salta fuori di lì, granchio peloso, e lasciami entrare».
12«Ma io… una garanzia almeno… Se tu muori, chi mi paga la nave?».
13«La nave? Chiami nave questa zucca spolpata? Oh! miserabile e superbo! Ma ti darò pace, purché tu ti decida: ti darò altre cento dramme. Fra queste e quello che hai voluto di affitto te ne fai altre tre di queste talpe… No, anzi. Soldi niente. Saresti capace di darmi del matto e volerne di più al ritorno. Perché ritornare torno, sta’ certo. Magari per farti la barba con gli schiaffi se mi hai dato una barca difettosa di carena. Ti darò l’asino e il carro in pegno… No! Neanche quello! Il mio Antonio non te lo affido. Saresti capace di mutare mestiere e da barcaiolo farti carrettiere e filare mentre io sono via. E il mio Antonio vale dieci volte la tua barca. Meglio darti i denari. Bada però che sono una garanzia e tu me la rendi al ritorno. Hai inteso, o no? Ohi, della nave! Chi è di Tolemaide?».
14Da un naviglio vicino si sporgono tre volti: «Noi».
«Venite qui…».
«No, no, non serve. Facciamo fra noi», supplica il barcaiolo.
15Pietro lo guarda scrutatore, ragiona dentro di sé e, vedendo che l’altro lascia la barca e si affretta a mettere in essa il telaio che Giuda aveva posato al suolo, mormora: «Ho capito!».
16Urla a quelli della nave: «Non occorre più. State pure», e poi estrae da una piccola borsa delle monete, le conta e le bacia dicendo: «Addio, care!», e le dà al barcaiolo.
17«Perché le hai baciate?», chiede questo stupito.
«Un… rito. Addio, ladro! Su, voi. Tu, tieni almeno la barca. Le conterai dopo. E le troverai esatte. Non voglio averti compagno all’inferno, sai? Non rubo io. Su, issa! Su, issa!».
18E tira a bordo il primo cofano. Poi aiuta gli altri a stivare il loro, e le sacche, e tutto, equilibrando il peso e sistemando gli oggetti in modo da essere libero nelle manovre e, dopo gli oggetti, le persone.
«Vedi che so fare, vampiro? Molla ora e va al tuo destino».
In aperto mare.
19E insieme ad Andrea punta il remo contro il moletto per staccarsi da esso. Preso il filo della corrente, dà il timone a Matteo dicendo: «Tanto tu, per spellarci a dovere, ci venivi a pescare quando pescavamo e lo sai tenere passabilmente», e poi si siede a prua, dando le spalle alla prua, sulla prima panchetta, con Andrea di fianco. Davanti a lui sono seduti Giacomo e Giovanni di Zebedeo e vogano con ritmo regolare e potente. La barca va senza scosse e veloce, nonostante sia ben appesantita, sfiorando il fianco dei navigli grossi, dal bordo dei quali scendono parole di lode per la vogata perfetta. E poi ecco l’aperto mare, fuori dalle dighe… Tolemaide sfila tutta davanti agli occhi dei partenti, stesa come è sulla riva e col porto a sud della città. Nella barca è il silenzio assoluto. Si sentono solo i cigolii dei remi negli scalmi. Dopo un bel po’, e già Tolemaide è superata, Pietro dice: «Però, se c’era un poco di vento… Ma niente! Non un filo!…».
20«Purché non piova!…», dice Giacomo di Zebedeo.
«Uhm! Ne ha molta voglia…».
21Silenzio e fatica di remi per molto tempo.
Poi Andrea chiede: «Perché hai baciato le monete?».
22«Perché chi parte per sempre si saluta. Non le vedrò più. E me ne spiace. Preferivo darle a qualche infelice… Ma pazienza! La barca è realmente buona, robusta e ben costruita. La migliore di Tolemaide. É per quello che ho ceduto alle pretese del suo padrone. E anche per non avere molte domande sul dove si va. Per questo gli ho detto: “A comperare al Giardino bianco”… Ahi! Ahi! Comincia a piovere. Copritevi, voi che potete, e tu, Sintica, dai l’uovo a Giovanni. É l’ora… Molto più che, con un mare così, nulla si agita nello stomaco… E Gesù che farà? Che mi farà? Senza vesti, senza denaro! Ma dove sarà ora?».
23«A pregare per noi, certamente», risponde Giovanni di Zebedeo.
«Va bene. Ma dove?…».
24Nessuno può dire dove. E la barca bordeggia pesante, faticosamente, sotto il cielo di piombo, sul mare di bitume cinereo, fra una pioggerella fina come una nebbia, noiosa come un solletico prolungato. I monti, che dopo una zona a pianura tornano ad accostarsi al mare, si avvicinano, lividi nell’aria nebbiosa. Il mare, nella vicinanza, continua a dare noia agli occhi con la sua fosforicità strana; più lontano, si perde in un velo nebbioso.
Uno spuntino sulla barca.
25«A quel paese fermeremo per riposare e mangiare», dice Pietro che è instancabile nella voga. E gli altri confermano.
26Il paese è raggiunto. Un mucchietto di case di pescatori messo a ridosso di uno sperone di monte che viene verso mare.
27«Qui non si sbarca. Non c’è fondo…», borbotta Pietro. «Bene, mangeremo qui dove siamo».
28E infatti mangiano di buona voglia i vogatori, svogliatamente i due esiliati. La pioggia riprende e smette alternativamente. Il paese è spopolato come fosse senza abitanti. Eppure voli di colombi da casa a casa e vesti stese sulle altane dicono che vi è gente. Infine appare sulla riva un uomo seminudo che va ad una barchetta tirata sulla riva.
Vento malvagio
29«Ehi! uomo! Sei pescatore?», urla Pietro facendo imbuto delle mani.
«Sì». Il sì viene fievole per la distanza.
30«Che tempo farà?».
«Mare lungo fra poco. Se non sei di qui ti dico di andare subito oltre il capo. Di là l’onda è più quieta, specie se vai sotto riva, e puoi, perché è mare fondo. Ma va’ subito…».
31«Sì. Pace a te!».
«Pace e fortuna a voi».
32«Forza allora», dice Pietro ai compagni.
«E Dio sia con noi».
33«Lo è certo. Gesù certamente prega per noi», risponde Andrea riprendendo la vogata.
34Ma l’onda lunga, infatti, si è già formata e respinge e aspira la povera barca ad ogni suo venire, mentre la pioggia si infittisce… e un vento sincopato si unisce a torturare i poveri naviganti. Simone di Giona lo gratifica di tutti gli epiteti più pittoreschi, perché è un vento malvagio che non può essere usato per la vela e che cerca spingere la barca verso gli scogli del capo ormai prossimo.
35La barca stenta a navigare nella curva di questo golfetto, che è cupo come un inchiostro. Vogano, vogano, a fatica, rossi, sudati, stringendo i denti, senza sprecare più una briciola di forza in parole. Gli altri, seduti di fronte a loro – ed io li vedo nella schiena – tacciono muti sotto la pioggia noiosa, Giovanni e Sintica al centro, presso l’albero della vela, dietro di loro i figli di Alfeo, ultimi Matteo e Simone che lottano a tenere diritto il timone ad ogni colpo di onda.
“Il Premio dell’ ubbidienza”.
36Il doppiare il capo è impresa faticosa. Infine è fatto… E un poco di pace è concessa ai rematori che devono essere stremati. Si consultano se rifugiarsi in un paesello al di là del capo. Ma predomina il concetto che “si deve ubbidire al Maestro anche contro al buon senso. E Lui ha detto che si deve arrivare a Tiro tutto in una giornata”. E vanno…
37Il mare si calma all’improvviso. Notano il fenomeno e Giacomo d’Alfeo dice: «Il premio dell’ubbidienza».
38«Sì, Satanasso se ne è andato perché non è riuscito a farci disubbidire», conferma Pietro.
39«Arriveremo a Tiro a notte, però. Ci ha molto ritardato questa cosa…», dice Matteo.
40«Non importa. Andremo a dormire e domani cercheremo la nave», risponde Simone Zelote.
«Ma la troveremo poi?».
41«Gesù lo ha detto. La troveremo perciò», dice sicuro il Taddeo.
«Possiamo alzare la vela, fratello», osserva Andrea.
42«Ora è vento buono e andremo lesti».
43La vela infatti si gonfia, non molto, ma tanto da rendere molto meno necessario il remare, e la barca scivola, come alleggerita, verso Tiro, il cui promontorio – meglio, il cui istmo – biancheggia là, a nord, nelle ultime luci del giorno.
44E la notte cade rapida. E pare strano, dopo tanto fosco di cielo, vedere spuntare le stelle da una imprevedibile schiarita e palpitare lucida nei suoi astri l’Orsa, mentre il mare acquista luce per un raggiare placido di luna, così bianco che pare stia per spuntare l’alba dopo il giorno penoso, senza intervallo di notte…
45Giovanni di Zebedeo alza il capo al cielo, guarda e ride, e d’improvviso apre la bocca al canto, secondando il moto del remo con la strofa e ritmando questa con quello:
“Ave, Stella del mattino”.
46«Ave, Stella del mattino,
gelsomino della notte,
luna d’oro del mio Cielo,
Madre santa di Gesù.
Spera in te il navigante,
sogna te chi soffre e muore.
Raggia, Stella santa e pia,
a chi t’ama, o Maria!…».
47Canta a voce spiegata e tenorile, beato.
48«Ma che fai? Parliamo di Gesù e tu parli di Maria?», chiede suo fratello.
49«Lui è in Lei, e Lei è in Lui. Ma Lui c’è perché c’è stata Lei… Lasciami cantare…». E ci dà dentro, trascinando gli altri…
Giungono al porto.
50Giungono a Tiro così, ed è comodo lo sbarco nel porticciuolo più piccolo, quello a sud dell’istmo, vegliato da lampade pendenti da molte barche, né viene negato aiuto, a questi sopraggiunti, dai presenti.
51Mentre Pietro con Giacomo di Zebedeo resta nella barca per vegliare i cofani, gli altri, con un uomo di un’altra barca, vanno all’albergo per il riposo.
319. Partenza da Tiro sulla nave del cretese Nicomede[73].
Partenza da Tiro per Antiochia.
Il sospetto che trivella Pietro.
1Tiro si ridesta fra sbuffi di maestrale. Il mare è tutto un ridere di ondette, azzurro-bianco, splendore agitato sotto un cielo azzurro, sotto cirri bianchi in moto lassù come la spuma dell’onde è in moto quaggiù. Il sole si gode la sua giornata di sereno dopo tanto grigiore di maltempo.
«Ho capito», dice Pietro drizzandosi in piedi nella barca dove ha dormito.
2«É l’ora di muoversi. E “lui” (e accenna il mare che entra inquieto fin nel porto) ci ha dato l’acqua lustrale… Uhm! Andiamo a fare la seconda parte del sacrificio… Di’, Giacomo… Non ti sembra proprio di portare al sacrificio due vittime? A me sì».
3«Anche a me, Simone. E… ringrazio il Maestro della stima che ha in noi. Ma… non avrei voluto essere io a vedere tanto dolore. E non mi sarei mai pensato di vedere questo…».
4«Neanche io… Ma… Lo sai? Io dico che il Maestro non lo avrebbe fatto se il Sinedrio non ci avesse messo il naso…».
5«Lo ha detto infatti… Ma chi avrà avvertito il Sinedrio? Questo vorrei sapere…».
6«Chi? Dio eterno, fammi tacere e fammi non pensare! L’ho fatto io questo voto, per levarmi questo sospetto che mi trivella. Aiutami, Giacomo, a non pensare. Parla di tutt’altra cosa».
7«Ma di che? Del tempo?».
«Sì, magari».
«É che di mare io non me ne intendo…»
«Io credo che balleremo», dice Pietro guardando il mare.
8«Nooh! Un po’ d’onda. Ma sono scherzi. Era più brutto ieri. Dall’alto della nave sarà bello tutto questo mare mosso così. Piacerà a Giovanni… Lo farà cantare. Quale sarà la nave?».
Informazioni.
9Si drizza in piedi lui pure, osservando i navigli messi dall’altra parte e visibili, con le loro alte soprastrutture, soprattutto quando l’onda solleva la navicella loro con un moto d’altalena. Guardano studiando le diverse navi, facendo pronostici… Il porto si anima.
10Pietro interpella un barcaiolo, o qualcosa di simile, che armeggia sulla banchina: «Sai se c’è in porto, quel porto là, il naviglio di… aspetta che leggo questo nome… (e tira fuori una pergamena legata che ha nella cintura). Ecco qui: Nicomede Filadelfio di Filippo, cretese di Paleocastro…»
11«Oh! il grande navigante! E chi non lo conosce? Credo sia noto non solo dal golfo delle Perle alle colonne d’Ercole, ma fino ai mari freddi, quelli nei quali si dice sia notte per mesi interi! Come non lo conosci, tu che sei marinaio?».
12«No. Non lo conosco, ma presto lo conoscerò poiché lo cerco per conto del nostro amico Lazzaro di Teofilo, un tempo governatore in Siria».
13«Ah! Quando io navigavo – ora vecchio sono – in Antiochia egli c’era… Bei tempi… Tuo amico? E cerchi Nicomede il cretese? Va’ sicuro, allora. Vedi quel naviglio là, il più alto, con quei vessilli al vento? É il suo. Salpa prima di sesta. Non teme il mare lui!…».
14«Non c’è da temerlo, infatti. Non è gran che», osserva Giacomo. Ma una rude ondata lo smentisce, innaffiando i due da capo a piedi.
15«Ieri troppo fermo, oggi troppo mosso. Un bel matto, va’ là! Preferisco il lago…», brontola Pietro asciugandosi il viso.
«Vi consiglio entrare nelle darsene. Ci vanno tutti, vedete?».
16«Ma noi dobbiamo partire. Andare via con la nave di… di… aspetta: di Nicomede, più tutto il resto!», dice Pietro che non riesce a ricordare i nomi strani del cretese.
17«Non vorrete caricare anche la barca sulla nave?».
«No, si capisce!».
18«Allora nelle darsene c’è il posto per le custodie e uomini a guardia fino al ritorno. Una moneta al giorno fino al ritorno. Perché penso che voi abbiate a tornare…».
«Certo, certo. Si va e si torna dopo aver visto lo stato dei giardini di Lazzaro, ecco».
19«Ah! suoi intendenti siete?».
«E anche di più…».
«Bene. Venite con me. Vi mostro il luogo. É fatto apposta per quelli che lasciano come voi le barche…».
Saluti fraterni.
20«Aspetta… Ecco gli altri. Fra un momento siamo da te».
E Pietro salta sulla banchina e corre incontro ai compagni che vengono.
21«Hai dormito bene, fratello?», chiede premuroso Andrea.
«Come un bambino nella cuna. E non mi è mancato il dondolo e la canzone…».
22«Mi pare che non ti è mancata neppure la lavata», dice sorridendo il Taddeo.
«Già! Il mare è… così buono che mi ha lavato il viso per levarmi il sonno».
23«Un po’ grosso, mi pare», obbietta Matteo.
«Oh! ma se sapeste con chi si va! Uno che è conosciuto fino dai pesci dei ghiacci».
24«Lo hai già visto?».
«No. Ma me ne ha parlato uno che mi dice che c’è un posto per le barche, un deposito… Venite, che scarichiamo i cofani e andiamo, perché Nicodemo, no, Nicomede il cretese parte fra poco».
25«Nel canale di Cipro balleremo bene», dice Giovanni di Endor.
«Sì, eh?», chiede impensierito Matteo.
26«Sì. Ma Dio ci aiuterà».
Evangelizzazione.
27Sono da capo vicino alla barca.
28«Ecco, uomo. Ora si tira fuori questa roba e poi si va, visto che sei tanto buono».
«Ci si aiuta…», dice quello di Tiro.
29«Eh! già! Ci si aiuta, ci si dovrebbe aiutare. Amare ci si dovrebbe, perché questa è la legge di Dio…».
30«Mi si dice che in Israele è sorto un nuovo profeta che predica questo. É vero?».
31«Se è vero! Questo e altro! E che miracoli fa! Forza, Andrea, issa, issa, più a destra. Forza, mentre l’onda alza la barca… Ohp-là! Fatto!… Ti dicevo, uomo: e che miracoli! Morti che risuscitano, malati che guariscono, ciechi che vedono, ladri che si convertono e persino… Vedi? Fosse qui Lui, direbbe al mare: “Sta’ fermo”, e il mare si calmerebbe… Ci riesci, Giovanni? Aspetta, che vengo io. Voi tenete forte e ben accosto… Su, su… Ancora un poco… Tu, Simone, prendi la maniglia… Attento alla mano, Giuda! Su, su… Grazie, uomo… Attenti a non cadere nell’acqua, voi di Alfeo… Su… Ci siamo! Sia lode a Dio! Si è faticato meno a metterli giù che a tirarli su… Ma ho le braccia rotte dall’esercizio di ieri… Dunque, dicevo del mare…».
32«Ma è vero, poi?».
«Vero? C’ero io a vedere!».
33«Sì? Oh! … Ma dove?».
«Sul lago di Genezaret. Vieni in barca, che mentre si va al deposito ti dico…», e se ne va con l’uomo e con Giacomo, remando nel canale che va alle darsene.
Pietro, il capo virtuoso.
34«E Pietro dice di non saper fare…», osserva lo Zelote.
35«Invece ha l’arte di fare sapere le cose, così alla buona, e fa più di tutti».
36«Quello che mi piace tanto in lui è la sua onestà», dice l’uomo di Endor.
37«E la sua costanza», aggiunge Matteo.
38«E la sua umiltà. Guardate se si insuperbisce sapendo di essere il “capo”! Fatica più di tutti, si preoccupa più di noi che di sé…», dice Giacomo d’Alfeo.
39«Ed è così virtuoso, nel suo senso. Un fratello buono. Nulla più…», termina Sintica.
40«Sicché è detto proprio? Così passate? Come due fratelli?», chiede dopo qualche tempo lo Zelote ai due discepoli.
41«Sì. É meglio. Né è menzogna, ma spirituale verità. Egli mi è fratello maggiore e d’altro letto, ma di unico padre. Il Padre è Dio, i diversi letti Israele e la Grecia; e Giovanni m’è maggiore, e lo si vede, per età, e – ciò non si vede ma è – per essere discepolo da più tempo di me. Ecco Simone che torna…».
«Fatto tutto. Andiamo…»
L’uomo delle lettere.
42Si caricano dei cofani e per l’istmo stretto passano all’altro porto. L’uomo di Tiro li accompagna, pratico come è, per i vicoli fatti dalle balle di mercanzie accatastate sotto tettoie vastissime, fino alla potente nave del cretese, che già sta facendo le manovre di prossima partenza, e dà la voce a quelli di bordo perché ricalino la passerella che hanno alzata.
43«Non si può. Carico fatto», urla il capo ciurma.
44«Ha lettere da dare», dice l’uomo accennando a Simone di Giona.
«Lettere? Di chi?».
45«Di Lazzaro di Teofilo, già governatore d’Antiochia».
«Ah! Vado dal padrone».
46Simone dice all’altro Simone e a Matteo: «Fate voi, ora. Io sono rozzo per trattare con uno così…».
47«No. Tu sei il capo e tu fai, e fai bene. Noi ti aiuteremo, se mai. Ma non ce ne sarà bisogno».
48«Dove è l’uomo delle lettere? Salga», dice un uomo bruno come un egiziano, magro, bello, snello, severo, sulla quarantina, poco più, che si sporge dall’alta murata. E fa ricalare la passerella. Simone di Giona, che si è rimesso l’abito e il mantello mentre attendeva la risposta, sale tutto dignitoso. Dietro a lui, lo Zelote e Matteo.
49«La pace a te, uomo», saluta gravemente Pietro.
50«Salve. La lettera dove è?», chiede il cretese.
«Eccola».
51Il cretese rompe il sigillo, stende e legge.
La nave prende il largo.
52«Ben vengano i messi della famiglia di Teofilo! I cretesi non dimenticano che era buono e gentile. Ma fate presto. Avete molto carico?».
«Quanto ne vedi sulla banchina».
53«E siete in…».
«In dieci».
54«Va bene. Faremo posto alla donna. Voi vi adatterete alla meglio. Su presto. Occorre uscire e prendere il largo prima che il vento rinforzi, e dopo sesta così sarà».
55E ordina, con fischi laceranti, il carico dei cofani e la loro stivagione. Poi salgono gli apostoli e i due discepoli. Si alza la passerella, si chiude la murata, si mollano gli ormeggi, si alzano le vele. E la nave inizia l’andare, rollando forte nell’uscire dal porto. Poi le vele si tendono scricchiolando, tanto le gonfia il vento, e con largo beccheggio la nave prende il largo fuggendo rapida verso Antiochia…
56Nonostante il vento violento, Giovanni e Sintica, vicini, aggrappati ad un paranco, a poppa, guardano allontanarsi la costa, la terra di Palestina, e piangono…
320. Prodigi sulla nave nel mare
in tempesta[74].
Il mare in tempesta.
Il Mediterraneo adirato.
1Il Mediterraneo è una distesa irata di acque verdeazzurre che si cozzano in cavalloni altissimi, tutti crestati di spuma. Non c’è nebbia, no, di caligo, oggi. Ma l’acqua marina, polverizzata nei cozzi continui da maroso a maroso, si muta in un pulviscolo salato, bruciante, che penetra fin sotto le vesti, arrossa gli occhi, brucia le fauci e sembra spargersi come un velo di cipria salina su ogni dove, tanto nell’aria, facendola opaca come per nebbia sottile, come sulle cose, che sembrano spruzzate di una farina lucente: i minuti cristalli salini. Questo, però, là dove non arrivano gli schiaffi delle onde oppure le loro sciacquate vigorose, che lavano il ponte da un lato all’altro, precipitandovisi dentro, scavalcando la murata, per poi ricadere a mare, con scroscio di cascata, dai buchi della murata opposta.
E la nave s’alza e sprofonda, fuscello in balia dell’oceano, resa un nulla rispetto all’altro, e cigola e si lamenta dalle sentine alle vette degli alberi… Il mare è realmente il padrone e la nave è il suo trastullo…
2Fuori di chi è alle manovre, nessuno più è sul ponte. E nessuna merce più. Solo le scialuppe di salvataggio. E gli uomini dell’equipaggio, primo fra tutti il cretese Nicomede, nudi affatto, rollando come rolla la nave, corrono qua e là ai ripari e alle manovre, rese difficili dal ponte sempre allagato e scivoloso.
3I boccaporti sprangati non permettono di vedere che avviene sotto coperta. Ma, certo, non credo che siano molto quieti là dentro…
4Non so capire dove si sia, perché non c’è che mare all’intorno e una costa lontana che appare molto montuosa, di veri monti, non di colline. Direi che è già più di un giorno che si naviga, perché appare chiaramente che sono ore del mattino, dato che il sole, che appare e dispare da nembi molto folti, viene ancora da oriente.
5Credo che la nave ben poco proceda nonostante il ballottìo al quale è soggetta. E il mare pare farsi sempre più brutto.
6Con uno scroscio pauroso parte un pezzo di albero – non so il nome esatto di questa parte d’alberatura – e nel cadere, trascinato ora da una valanga d’acqua che si precipita sul ponte insieme a un vero turbine di vento, abbatte un pezzo di murata.
Pericolo di naufragio.
7Quelli di sotto devono avere la sensazione di naufragare… E, a dimostrarlo, dopo qualche momento si vede socchiudere un portello di boccaporto e sporgersi la testa brizzolata di Pietro. Guarda, vede, rinchiude in tempo per impedire a un torrente d’acqua di scendere dal boccaporto socchiuso. Ma poi, in una pausa di onda, riapre e salta fuori. Si aggrappa ai sostegni e osserva quell’inferno che è il mare, fischia per tutto commento e mugola.
8Lo vede Nicomede: «Via! Via!», urla. «Chiudi quella portella. Se la nave si appesantisce si va a fondo. Molto è se non devo gettare il carico… Mai vista una tempesta così! Via, ti dico! Non voglio uomini di terra fra i piedi. Non è posto da giardinieri questo, e…». Non può continuare, perché un’altra ondata spazza il ponte ricoprendo chi vi è sopra.
9«Lo vedi?», urla a Pietro che gronda acqua.
«Lo vedo. Ma non mi scuote. Non sono solo capace di guardare giardini. Sono nato sull’acqua, di lago, è vero… Ma anche il lago!… Prima di… coltivatore sono stato pescatore, e so…».
10Pietro è calmissimo e sa secondare il rollio alla perfezione con le sue gambe divaricate e muscolose. Il cretese lo osserva mentre si muove per venirgli vicino.
11«Non hai paura?», gli chiede.
«Neanche per sogno!».
12«E gli altri?».
«Tre sono pescatori come me, ossia lo erano… Gli altri, meno il malato, sono forti».
13«Anche la donna?… Bada! Bada! Tienti!».
Un’altra valanga d’acqua, da padrona, sul ponte. Pietro aspetta che passi e poi dice: «Questa frescura mi ci sarebbe voluta quest’estate… Pazienza! Dicevi che fa la donna? Prega… e faresti bene a farlo anche tu. Ma dove siamo, ora, di preciso? Nel canale di Cipro?».
14«Così fosse! Appoggerei all’isola aspettando pace di elementi. Siamo appena all’altezza di Colonia Giulia, o Beritus, se più ti piace. E ora viene il brutto… Quelle sono le montagne del Libano».
15«E non potresti entrare lì, in quel paese?».
«Porto non buono e frangenti e scogli. Non si può. Attento!…».
Un marinaio colpito a morte…
16Un altro turbine e un altro pezzo d’albero che parte dopo avere colpito un uomo, che non viene portato via solo perché l’onda lo porta contro un ostacolo.
17«Va’ sotto! Va’ sotto! Vedi?».
«Vedo, vedo… Ma quell’uomo?…».
18«Se non è morto tornerà in sé. Non posso curarlo… Lo vedi…». Infatti il cretese deve avere occhio a tutto per la vita di tutti.
«Dallo a me. Lo curerà la donna…».
«Tutto quello che vuoi, ma va’ via!…».
19Pietro striscia fino all’uomo immoto, lo afferra per un piede e lo tira a sé. Lo guarda, fischia… Borbotta: «Ha la testa aperta come una melagrana matura. Ci vorrebbe il Signore qui… Oh! se c’era! Signore Gesù! Maestro mio, perché ci hai lasciati?». Un grande dolore è nella sua voce…
Si carica il morente sulle spalle, insanguinandosi a dovere, e torna al boccaporto. Il cretese gli urla: «Fatica inutile. Nulla da fare. Lo vedi!…».
L’ unguento di Maria.
20Ma Pietro, carico come è, gli fa un cenno come dire: «Vedremo», e si stringe ad un palo per far forza alla nuova onda, poi apre il boccaporto e urla: «Giacomo, Giovanni, qui!», e col loro aiuto cala il ferito e scende lui pure sprangando il portello. Alla luce fumosa di pendule lucerne vedono che Pietro è sanguinante: «Sei ferito?», chiedono.
21«Io no. Sangue di questo… Ma… pregate pure perché… Sintica, guarda un po’ qui. Mi hai detto una volta che sai curare i feriti. Guarda questa testa, allora…».
22Sintica lascia di sorreggere Giovanni di Endor, molto sofferente, per venire alla tavola sulla quale hanno steso l’infelice, e guarda…
23«Brutta ferita! L’ho vista due volte, in due schiavi, colpiti l’uno dal padrone, l’altro da un masso a Caprarola. Ci vorrebbe acqua, sott’acqua per nettare e arrestare il sangue…».
24«Se non vuoi che acqua!… Ce ne è fin troppa! Vieni, Giacomo, col mastello. In due faremo meglio». Vanno e tornano grondanti.
25E Sintica, con dei panni inzuppati, lava e applica compresse alla nuca… Ma la ferita è brutta. Dalla tempia alla nuca l’osso è scoperto. Pure l’uomo riapre gli occhi, vaghi, e gorgoglia fra il rantolo. La paura istintiva del morire lo prende.
26«Buono! Buono! Ora guarisci», lo conforta materna la greca e glielo dice in greco, poiché egli in greco parla.
27L’uomo, per quanto stordito, la guarda stupito e con un’ombra di sorriso, sentendo il linguaggio natio, e cerca la mano di Sintica… l’uomo che è bambino appena è sofferente, e cerca la donna che è sempre madre in quei casi.
28«Io provo con l’unguento di Maria», dice Sintica quando il sangue diminuisce il suo fluire.
29«Ma è per i dolori…», obbietta Matteo, pallido come un morto, non so se per il mare o per il sangue, o se per tutte e due le cose.
30«Oh! lo ha fatto Maria, con le sue mani! E io lo uso pregando… Pregate anche voi. Male non può fare. L’olio sempre medica…».
31Va al sacco di Pietro, leva un recipiente, di bronzo direi, lo apre, leva un poco di unguento e lo scalda a un lume nello stesso coperchio del vaso. Lo rovescia su un lino ripiegato e lo applica alla testa ferita. Poi fascia stretto con dei lini che ha fatto a strisce. Mette un mantello ripiegato sotto il capo del ferito, che pare assopirsi, e si siede lì presso pregando; anche gli altri pregano. Di sopra continua il rovinio mentre la nave si impenna e sprofonda senza sosta. Si apre, dopo qualche tempo, lo sportello e si precipita dentro un marinaio.
Sacrificio a Venere
32«Che c’è?», chiede Pietro.
«C’è che si pericola. Vengo a prendere gli incensi e le oblazioni per un sacrificio…».
«Lascia perdere queste storie!».
«Ma Nicomede vuole sacrificare a Venere! Siamo nel suo mare…».
33«Che è frenetico come lei», borbotta piano Pietro. Poi, più forte: «Venite voi. Andiamo sul ponte. Forse c’è da fare… Hai paura tu a rimanere col ferito e con quei due?». I due sono Matteo e Giovanni di Endor, che il mal di mare rende due cenci.
34«No, no. Andate pure», risponde Sintica. Mentre escono sul ponte si scontrano col cretese che cerca di accendere gli incensi e che li investe furente, per rimandarli dentro, urlando: «Ma non vedete che senza un miracolo si fa naufragio? La prima volta! La prima volta da quando navigo!
35«Sta’ attento che ora dice che siamo noi quelli del maleficio!», sussurra Giuda d’Alfeo. E infatti l’uomo urla più forte: «Maledetti Via! Che ora sacrifico a Venere nascente…».
36«No affatto. Sacrifichiamo noi…».
«Via! Voi siete pagani, siete demoni, siete…».
37«Sentilo! Io ti giuro che se ci lasci fare vedrai il prodigio».
38«No. Via!», e accende gli incensi buttando in mare, come può, liquidi che prima ha offerto e gustato, e polveri che non so che siano. Ma le onde spengono gli incensi e, invece di calmarsi, il mare si infuria di più, trascinando via tutte le bacheche del rito e per poco lo stesso Nicomede…
Preghiere a Maria.
39«Bella risposta ti dà la tua dea! Ora a noi. Anche noi abbiamo Una, più pura di questa, fatta di spuma, ma poi… Canta, Giovanni, come ieri, e noi ti verremo dietro, e vediamo un po’!».
40«Sì, vediamo un po’! Ma se accade di peggio vi butto in mare per propizie vittime».
41«E va bene. Forza, Giovanni!».
42E Giovanni intona la sua canzone, secondato da tutti gli altri, anche da Pietro, che di solito non canta mai, stonato come è. Il cretese, con le braccia conserte e un sorriso tra irato e ironico sul volto, li guarda. Poi, dopo la canzone, pregano a braccia aperte. Deve essere il “Pater noster”, ma è detto in ebraico e non capisco niente. Poi cantano più forte. E così alternano senza paura, senza interruzione, nonostante le ondate che li schiaffeggiano. Non si tengono neppure ai sostegni, eppure sono sicuri come fossero tutt’uno col legno del ponte. E le onde realmente diminuiscono di violenza piano piano. Non cessano del tutto, come non cade il vento del tutto. Ma non è più la furia di prima e le onde non raggiungono più il ponte. Il viso del cretese è un poema di stupore… Pietro lo sbircia e non cessa di pregare. Giovanni sorride e canta più forte… Gli altri lo secondano, vincendo il fragore sempre più nettamente man mano che il mare si placa in un giusto moto e il vento in un giusto spirare.
Grazie ricevute.
43«E ora? Che ne dici?…».
44«Ma che avete detto? Che formula è?».
45«Quella del Dio vero e della sua santa Ancella. Drizza pure le vele e aggiusta, qui… Non è quella un’isola?».
46«Sì. É Cipro… E il mare è ancor più quieto nel suo canale… Strano! Ma quella stella che adorate chi è? Sempre Venere, no?».
47«Venerate, si dice. Si adora solo Dio. Ma niente Venere. È Maria. Maria di Nazareth, Maria ebrea, la Madre di Gesù, Messia d’Israele».
48«E quell’altra cosa che era? Non era ebraico quello…».
49«No, era il nostro dialetto, del lago nostro, della nostra patria. Ma non si può dire a te, pagano. È discorso fatto a Jeové e solo i credenti lo possono sapere. Addio, Nicomede. E non rimpiangere ciò che è andato al fondo. Un… sortilegio di meno a portarti sciagura. Addio, eh? Sei di sale?».
50«No… Ma… Scusate… Vi ho insultato prima!».
51«Oh! non fa nulla! Effetti del… del culto di Venere… Andiamo, ragazzi, dagli altri…», e ridendo felice Pietro si avvia al boccaporto. Il cretese li insegue: «Sentite! E l’uomo? Morto?».
«Macché! Forse te lo ridiamo presto sano… Altro scherzo dei nostri… malefici…».
52«Oh! scusate, scusate! Ma dite, dove si può impararli, per averne aiuto? Io pagherei per questo…».
53«Addio, Nicomede! Affare lungo e… non concesso. Non siano date le cose sacre ai pagani! Addio! Sta’ bene, amico! Sta’ bene!».
54E Pietro, seguito da tutti, si cala di sotto, ridendo, mentre ride anche il mare placato in un giusto maestrale che favorisce la navigazione, mentre cala il sole e ad oriente si delinea uno spicchio di luna tendente al suo colmo…
321. Sbarco a Seleucia e commiato
da Nicomede[75].
Nicomede resta fedele agli dèi.
“L’ottimo Demete”.
1In un bellissimo tramonto si delinea la città di Seleucia come un grande ammasso bianco al limite delle acque azzurre del mare, che è placido e ridente, tutto uno scherzar di ondette sotto il cielo che fonde il suo cobalto senza nubi con le porpore del tramonto. La nave a vele spiegate punta veloce sulla città lontana, e pare incendiarsi con fuochi di gioia per la festa del prossimo arrivo, tanto è investita dagli splendori del sole calante.
2Sul ponte, fra i marinai, non più indaffarati e inquieti, sono i passeggeri che vedono avvicinarsi la meta. E seduto presso Giovanni di Endor, ancor più macilento di quando è partito, è il marinaio ferito. Ha ancora la testa fasciata da una lieve benda, è di un pallore d’avorio per il molto sangue perduto. Ma però è sorridente e parla con i suoi salvatori o coi compagni che, passando, si felicitano con lui di rivederlo sul ponte.
Frange mitologiche.
3Lo nota anche il cretese e lascia per un poco il suo posto, affidandolo al capo ciurma, per venire a salutare il suo «ottimo Demete», ritornato sul ponte per la prima volta dopo la ferita. «E grazie a voi tutti», dice agli apostoli.
4«Non credevo proprio potesse vivere ancora, colpito come fu dalla trave pesante e dal ferro che ancor più pesante lo faceva. Veramente, o Demete, costoro ti hanno ripartorito alla vita, perché tu eri già morto una e una volta. La prima giacendo qual merce sul ponte dove, e per sangue che si sperdeva e per onde che al mare portato ti avrebbero, saresti perito scendendo nel regno di Nettuno tra Nereidi e Tritoni. E la seconda per averti curato con quei meravigliosi unguenti. Fammi dunque vedere la ferita!».
5L’uomo si scioglie la benda e mostra la cicatrice ben chiusa, liscia, simile ad un segno rosso dalla tempia alla nuca, al limite dei capelli che appaiono tagliati, forse da Sintica, perché non entrassero nella ferita. Nicomede sfiora leggermente quel segno: «Anche l’osso è saldato! Ti amò Venere marina! E non volle averti che alla superficie del mare e sulle sponde di Grecia. Ti sia dunque propizio Eros, ora che a terra scendiamo, e giovi a levarti il ricordo della sciagura e il terrore di Tanatos nelle cui strette già eri».
6Il viso di Pietro è un panorama di impressioni, mentre sente tutte queste frange mitologiche. Appoggiato ad un albero di vela, con le mani dietro la schiena, non parla, ma tutto in lui parla per applicare un epiteto salato al pagano Nicomede e al suo paganesimo, e per significare il suo schifo per tutto ciò che è gentilesimo. Anche gli altri non sono da meno… Giuda d’Alfeo ha il viso chiuso dei momenti peggiori, suo fratello si gira su se stesso mostrando un grande interesse al mare. Giacomo di Zebedeo e Andrea pensano bene di lasciare in asso tutti e di scendere a prendere le sacche e il telaio, Matteo giocherella con la sua cintura e lo Zelote lo imita occupandosi a dismisura dei suoi sandali come fossero una cosa nuova, e Giovanni di Zebedeo si ipnotizza guardando il mare. Tanto manifesto lo sprezzo e la noia degli otto – e non lo è meno il mutismo dei due discepoli seduti presso il ferito – che il cretese se ne accorge e si scusa: «È la nostra religione, sapete? Come voi credete alla vostra, io e noi tutti crediamo alla nostra…».
Silenzio glaciale.
7Nessuno risponde e il cretese pensa bene di lasciare in pace i suoi dèi e scendere dall’Olimpo sulla Terra, anzi sul mare, sulla sua nave, invitando gli apostoli a venire a prua per vedere bene la città che si avvicina.
8«Ecco, vedete? Ci siete mai stati qui?».
«Io, una volta. Ma venendo per via di terra», dice lo Zelote serio e reciso.
9«Ah! bene! Ma allora almeno sai che il vero porto di Antiochia è Seleucia, sul mare, alle foci dell’Oronte, che graziosamente si presta esso pure ad accogliere i navigli e, nei tempi di acque fonde, può essere risalito da barche leggere fino ad Antiochia. Quella che voi vedete è Seleucia, la più grande. L’altra, verso il mezzogiorno, non è città, ma rovine di un posto devastato. Illudono, ma è paese morto. Quella catena è il Pierio, che fa chiamare la città Seleucia Pieria. Quel picco più in dentro, oltre la pianura, è il monte Casio, che sovrasta come un gigante la pianura d’Antiochia. L’altra catena a settentrione è quella dell’Amano. Oh! vedrete che lavori in Seleucia e in Antiochia hanno fatto i romani! Di più grandi non potevano. Un porto a tre bacini che è uno dei migliori, e canali, e gettate, e dighe. Tanto non c’è in Palestina. Ma la Siria è più buona di altre province dell’Impero…».
10Le sue parole cadono in un silenzio glaciale. Anche Sintica, che per essere greca è meno schifiltosa degli altri, serra le labbra, e il suo viso prende più che mai l’incisività di un volto scolpito su una medaglia o un bassorilievo: un volto da dea, sdegnosa dei contatti terreni. Il cretese se ne accorge e si scusa: «Che volete! In fondo io guadagno coi romani!…».
11La risposta di Sintica è netta come una sciabolata: «E l’oro leva il filo alla spada dell’onor nazionale e della libertà», e lo dice in maniera tale e con un latino così puro che l’altro resta di stucco… Poi osa chiedere: «Ma non sei greca?».
12«Greca sono. Ma tu ami i romani. Ti parlo con la lingua dei tuoi padroni, non con la mia, quella della Patria martire».
Mancata evangelizzazione.
13Il cretese è confuso e gli apostoli sono mutamente entusiasti per la lezione data all’elogiatore di Roma. Il quale pensa bene di girare il discorso chiedendo con che mezzo andranno da Seleucia ad Antiochia.
«Con le gambe, uomo», risponde Pietro.
«Ma è sera. Sarà notte quando sbarcherete…»
«Ci sarà dove dormire».
«Oh! certo. Ma potreste dormire anche qui fino a domani».
14Giuda Taddeo, che ha visto portare già tutto l’occorrente per un sacrificio agli dèi, forse da farsi all’arrivo in porto, dice: «Non occorre. Ti siamo grati della tua bontà, ma preferiamo scendere. Non è vero, Simone?».
«Sì, sì. Anche noi dobbiamo fare le nostre preghiere e… o tu e i tuoi dèi, o noi e il nostro Dio».
«Fate come credete. Avevo piacere fare cosa grata al figlio di Teofilo».
15«Anche noi al Figlio di Dio facendoti persuaso che vi è un solo Dio. Ma tu sei scoglio che non si smuove. Come vedi, siamo pari. Ma chissà che un giorno non ci si ritrovi e che tu sia meno tenace…», dice serio lo Zelote.
16Nicomede fa un atto come dire: «Chissà quando!». Un atto di noncuranza ironica circa l’invito a riconoscere il Dio vero e ad abbandonare il falso. Poi va al suo posto di pilota, perché ormai il porto è vicino.
17«Scendiamo a prendere i cofani. Facciamo da noi. Non vedo l’ora di allontanarmi da questo puzzo pagano», dice Pietro. E, meno Sintica e Giovanni, se ne vanno tutti abbasso.
18Loro, i due esiliati, sono vicini e guardano le dighe che si avvicinano sempre più.
Pensare e agire da cittadino celeste.
19«Sintica, un altro passo verso l’ignoto, un altro strappo dal dolce passato, un’altra agonia, Sintica… Non ce la faccio più…».
Sintica gli prende la mano. È pallida molto, addolorata. Ma è sempre la forte donna che sa dare forza.
20«Sì, Giovanni, un altro strappo, un’altra agonia. Ma non dire: un altro passo verso l’ignoto… Non è giusto. Noi sappiamo la nostra missione qui. Gesù l’ha detta. Dunque noi non andiamo all’ignoto, ma anzi sempre più ci fondiamo con ciò che sappiamo, con la volontà di Dio. Non è neppur giusto dire: “un altro strappo”. Noi ci uniamo alla sua volontà. Lo strappo separa. Noi ci uniamo. Perciò non ci strappiamo. Ci liberiamo unicamente da tutte le delizie sensibili del nostro amore per Lui, il Maestro nostro, riserbandoci le delizie soprasensibili, trasportando l’amore e il dovere ad un piano ultraterreno. Ne sei persuaso che è così? Sì?
21E allora non devi dire neppure: “un’altra agonia”. Agonia presuppone prossima morte. Ma noi, raggiungendo i piani spirituali per nostra dimora, aura e cibo, non moriamo ma “viviamo”. Perché lo spirituale è eterno. Perciò noi saliamo ad una vita più viva, anticipo della grande vita dei Cieli. Su, dunque! Dimentica di essere l’uomo-Giovanni e ricordati di essere il destinato al Cielo. Ragiona, agisci, pensa e spera solo da cittadino di questa Patria immortale…».
Lo sbarco.
22Tornano gli altri con i loro carichi proprio mentre la nave entra maestosa nell’ampio porto di Seleucia.
23«E ora filiamo, al più presto, al primo albergo che vediamo. Certo ve ne sono di vicini, e domani… o per barca o per carro andremo a destino».
24Fra fischi secchi di comando la nave attracca e viene calata la passerella. Nicomede si fa vicino ai partenti.
25«Addio, uomo. E grazie», dice per tutti Pietro.
26«Salve, ebrei. E grazie anche da me. Se farete quella via, subito troverete alloggio. Addio».
27Gli apostoli scendono di qua, lui si allontana di là verso il suo altare e, mentre Pietro con gli altri, carichi come facchini, vanno al riposo, il pagano inizia il suo inutile rito…
322. Partenza da Seleucia su un carro
e arrivo ad Antiochia[76].
Da Seleucia ad Antiochia.
Veicolo a trazione animale.
1«Sui mercati troverete certo un carretto. Ma se volete il carro mio ve lo do, in ricordo di Teofilo. Se sono un uomo tranquillo, a lui lo devo. Mi difese perché era giusto. E certe cose non si dimenticano», dice il vecchio albergatore, ritto davanti agli apostoli nel primo sole del mattino.
2«È che il tuo carro te lo terremmo via per dei giorni… E poi chi lo conduce? Io arrivo all’asino… Ma i cavalli…».
3«Ma è uguale, uomo! Non ti darò un puledro indomito, ma un prudente cavallo da tiro, buono come un agnello. Ma farete presto e senza fatica. A nona sarete ad Antiochia, molto più che il cavallo ben conosce la strada e va da sé. Me lo renderai quando vorrai, senza interesse da parte mia, eccettuato quello di far cosa grata al figlio di Teofilo, al quale direte che ancora io sono debitore di tanto, e lo ricordo, e servo suo mi sento».
4«Che facciamo?», chiede Pietro ai compagni.
«Quello che credi meglio. Tu giudica e noi ubbidiamo…»
5«Tentiamo il cavallo? Per Giovanni lo dico… e anche per fare presto… Mi sembra di condurre uno a morte e non vedo l’ora che sia tutto passato…».
«Hai ragione», dicono tutti.
«Allora, uomo, accetto».
«Ed io con gioia dono. Vado ad apparecchiare il veicolo». L’albergatore se ne va.
Un deviato amore di prossimo.
6Pietro sfoga il suo pensiero per intero: «Io ho consumato metà del tempo vitale che avevo in questi pochi giorni. Una pena! Una pena! Avrei voluto avere il carro di Elia, il manto preso da Eliseo, tutto ciò che è rapido per fare presto… e soprattutto avrei voluto, a costo di soffrire la morte, dare un che, che consolasse quei poverini, li smemorasse, li… Non so, ecco!! Qualcosa, insomma, che non li facesse soffrire tanto… Ma se riesco a sapere chi è la causa principale di questo dolore, non sono più Simone di Giona se non lo torco come un panno da strizzare. Non già dico di ucciderlo, ohibò! Ma spremerlo come lui ha spremuto gioia e vita a quei due poverini…».
7«Hai ragione. È una grande pena. Ma Gesù dice che si deve perdonare le offese…», dice Giacomo d’Alfeo.
8«Le avessero fatte a me, dovrei perdonare. E potrei. Io sono sano e forte, e se qualcuno mi offende ho forza da reagire anche al dolore. Ma quel povero Giovanni! No, non posso perdonare l’offesa fatta al redento del Signore, ad uno che muore afflitto così…».
9«Io penso all’ora in cui lo lasceremo del tutto…», sospira Andrea.
«Io pure. È un pensiero fisso e che cresce più si avvicina il momento…», mormora Matteo.
10«Facciamolo presto, per pietà», dice Pietro.
«No, Simone. Perdona se ti faccio considerare che hai torto a volerlo. Il tuo sta divenendo un amor di prossimo deviato, e non deve in te, sempre retto, avvenire tal cosa», dice pacato lo Zelote mettendo una mano sulla spalla di Pietro.
«Perché, Simone? Tu sei colto e buono. Mostrami il mio torto ed io, se lo vedo tale, ti dirò: hai ragione».
«Il tuo amore sta divenendo malsano perché sta per cangiarsi in egoismo».
11 «Come? Mi affliggo per loro e sono egoista?».
«Sì, fratello, perché tu per eccesso di amore – ogni eccesso è disordine, e perciò induce al peccato – divieni vile. Vuoi non soffrire tu di veder soffrire. Ciò è egoismo, fratello nel nome del Signore».
12«È vero! Hai ragione. E ti ringrazio di avermi avvertito. Così va fatto fra buoni compagni. Bene. Allora non avrò più fretta… Ma però, dite il vero, non è una pietà?».
«Lo è, lo è…» dicono tutti.
Proposte per un commiato indoloro.
13«Come faremo a lasciarli?».
14«Io direi di farlo dopo che Filippo li ha ospitati, restando magari nascosti in Antiochia per qualche tempo, andando a sentire da Filippo come si adattano…», suggerisce Andrea.
15«No. Sarebbe farli soffrire troppo con uno strappo così reciso», dice Giacomo d’Alfeo.
16«Allora, ecco, prendiamo il consiglio di Andrea per metà. Rimaniamo ad Antiochia, ma non in casa di Filippo. E per un po’ di giorni si va a trovarli, sempre meno, sempre meno finché… non ci si va più», dice l’altro Giacomo.
17«Dolore sempre rinnovato, e crudele delusione. No. Non va fatto», dice il Taddeo.
18«Che facciamo, Simone?».
«Ah! per me! Vorrei essere al loro posto piuttosto che dover dire: “vi saluto”», dice Pietro avvilito.
19«Io propongo una cosa. Andiamo con loro da Filippo e vi stiamo. Poi, sempre insieme, andiamo ad Antigonio. È luogo rallegrante… E vi stiamo. Quando essi sono acclimatati, ci ritiriamo, con dolore, ma con virilità. Ciò direi. A meno che Simon-Pietro non abbia ordini diversi dal Maestro», dice Simone Zelote.
20«Io? No. Mi ha detto: “Fa’ tutto bene, con amore, senza pigrizie e senza frette, e nel modo che giudichi il migliore”. Fino ad ora mi pare di averlo fatto. C’è quel che di aver detto che ero pescatore… Ma se non dicevo così non mi lasciava sul ponte».
21«Non ti fare degli scrupoli stolti, Simone. Sono insidie del demonio per turbarti», conforta il Taddeo.
22«Oh! sì. Proprio così. Credo che ci stia intorno come non mai, creandoci ostacoli e paure per indurci a viltà», dice Giovanni apostolo, e termina sottovoce: «Credo che volesse indurre a disperazione quei due col tenerli in Palestina… ed ora che essi sfuggono alla sua insidia, esso si vendica su di noi… Me lo sento attorno come un serpe nascosto fra le erbe… E sono mesi che me lo sento intorno così… Ma ecco l’albergatore da un lato e Giovanni con Sintica dall’altro. Vi dirò il resto quando saremo soli, se vi interessa».
23Infatti da un lato del cortile viene avanti il carro robusto al quale è attaccato un robusto cavallo guidato dall’oste, mentre dall’altro lato vengono verso loro i due discepoli.
Una valle di paradiso terrestre.
24«È ora di andare?», chiede Sintica.
«Sì. È l’ora. Sei coperto bene, Giovanni? Vanno meglio i tuoi dolori?».
«Sì. Sono avvolto nelle lane e mi ha giovato l’unzione».
«Allora sali, che ora veniamo noi pure».
25…E, ultimato il carico, saliti tutti, escono dall’ampio portone dopo ripetute assicurazioni dell’oste sulla docilità del cavallo. Traversano una piazza che è stata loro indicata e prendono una strada presso le mura, finché escono da una porta costeggiando prima un fondo canale e poi il fiume stesso. È una bella via ben tenuta, in direzione nord-est, ma seguente le giravolte del fiume. Dall’altro lato sono dei monti molto verdi nelle loro coste, insenature e burroni, e già si vedono sui cespugli del sotto bosco, nei posti più soleggiati, gonfiare le gemme di mille arbusti.
26«Quanti mirti!», esclama Sintica.
27«E lauri!», aggiunge Matteo.
28«Presso Antiochia è un luogo sacro ad Apollo», dice Giovanni di Endor.
29«Forse i venti hanno portato i semi sin qui…».
30«Forse. Ma è tutto un luogo pieno di belle piante questo», dice lo Zelote.
31«Tu che ci sei stato, credi che passeremo presso Dafne?».
32«Per forza. Vedrete una delle valli più belle del mondo. A parte il culto osceno e degenerato in orge sempre più luride, è una valle di paradiso terrestre, e se vi entrerà la Fede diverrà un paradiso vero. Oh! quanto bene potrete fare qui! Vi auguro fertili i cuori come fertile è il suolo…», dice lo Zelote per suscitare pensieri di consolazione nei due.
Ma Giovanni china il capo e Sintica sospira.
33Il cavallo trotta cadenzato e Pietro non parla, tutto teso nello sforzo del guidare, benché la bestia vada sicura senza richiedere guida o stimolo. La strada scorre perciò abbastanza rapida, finché sostano presso un ponte per mangiare e per fare riposare il cavallo. Il sole è a mezzogiorno, e il bello della bellissima natura è tutto visibile.
Un primo sorriso dopo tetra malinconia.
34«Però… preferisco qui che sul mare…», dice Pietro osservando intorno.
«Ma che tempesta!».
35«Il Signore ha pregato per noi. Io l’ho sentito vicino quando pregavamo sul ponte. Vicino come fosse fra noi…», dice sorridendo Giovanni.
36«Dove sarà mai? Io non ho pace pensando che è senza vesti… Se si bagna? E che mangerà? É capace di digiunare…».
37«Puoi essere certo che lo fa per aiutare noi», dice sicuro Giacomo d’Alfeo.
38«E per altro ancora. Nostro fratello è molto afflitto da qualche tempo. Credo si mortifichi continuamente per vincere il mondo», dice il Taddeo.
39«Vorrai dire: il demonio che è nel mondo», dice Giacomo di Zebedeo.
«É lo stesso».
40«Ma non vi riuscirà. Io ho il cuore stretto da mille paure…», sospira Andrea.
41«Oh! ora che noi siamo lontani, tutto andrà meglio!», dice un po’ amaro Giovanni di Endor.
42«Non te lo pensare. Tu e lei non eravate nulla rispetto ai “grandi torti” del Messia secondo i grandi d’Israele», dice reciso il Taddeo.
43«Ne sei sicuro? Io, nel mio soffrire, ho anche questo chiodo nel cuore: di essere stato causa di male a Gesù con la mia venuta. Se fossi sicuro che così non è, soffrirei meno», dice Giovanni di Endor.
44«Mi credi veritiero, Giovanni?», domanda il Taddeo.
«Sì che lo credo!».
45«Ebbene, allora in nome di Dio e mio ti assicuro che tu non hai dato che una pena a Gesù: quella di doverti mandare qui in missione. In tutte le altre sue pene passate, presenti e future, tu non c’entri».
46Il primo sorriso, dopo tanti giorni di malinconia tetra, illumina il volto scavato di Giovanni di Endor che dice: «Che sollievo mi dai! Mi pare più luminoso il giorno, più leggero il mio male, più consolato il cuore. Grazie, Giuda di Alfeo! Grazie!».
47Rimontano sul carro e passando sul ponte prendono l’altra riva del fiume, l’altra strada che va diritta verso Antiochia, attraverso una zona fertilissima.
Città molto fortificata.
48«Ecco là! In quella valle poetica è Dafne col suo tempio e i suoi boschetti. E là, in quella pianura, ecco Antiochia e le sue torri sulle mura. Entreremo per la porta che è presso il fiume. La casa di Lazzaro non è molto lontana dalle mura. Le più belle case sono state vendute. Resta questa, un tempo luogo di sosta dei servi e clienti di Teofilo, con molte scuderie e granai. Ora ci vive Filippo. Un buon vecchio. Un fedele di Lazzaro. Vi troverete bene. E insieme andremo ad Antigonio, dove era la casa abitata da Eucheria e dai suoi figli, allora bambini…».
49«Molto fortificata questa città, eh?», chiede Pietro, che ripiglia fiato ora che vede che il suo primo saggio di auriga è andato bene.
50«Molto. Muraglie di altezza e larghezza grandiosa, oltre cento torri che, le vedete, sembrano giganti diritti sulle mura, e fossati invalicabili al loro piede. Anche il Silpio ha messo le sue cime ad aiuto della difesa e a contrafforte delle mura nella parte più delicata… Ecco la porta. Meglio è che tu fermi ed entri tenendo al morso. Io ti conduco perché so la via»…
Passano la porta, guardata da romani.
51Giovanni apostolo dice: «Chissà se è qui quel soldato della porta dei Pesci… Gesù avrebbe gioia di saperlo…».
52«Lo cercheremo. Ma ora cammina lesto», ordina Pietro, turbato all’idea di andare in una casa sconosciuta. Giovanni ubbidisce senza parlare; solo guarda attentamente ogni milite che vede. Una breve via, poi una robusta e semplice casa, ossia un alto muro senza finestre. Solo un portone al centro del muro.
Una dimora per i discepoli del Messia.
53«Ecco. Ferma», dice lo Zelote.
«Oh! Simone! Sii buono! Parla tu, ora».
54«Ma sì, se ti deve fare piacere parlerò io», e lo Zelote bussa al pesante portone. Si fa riconoscere per un messo di Lazzaro. Entra solo. Esce con un vecchio alto e dignitoso, che si sprofonda in inchini e che dà ordine ad un servo di aprire il portone per lasciare entrare il carro. E si scusa di farli passare tutti di lì anziché dalla porta di casa. Il carro si arresta in un ampio cortile porticato, ben tenuto, con quattro grossi platani ai quattro angoli e due al centro, a difesa di un pozzo e di una vasca per abbeverare i cavalli.
55«Provvedi al cavallo», ordina l’intendente al servo. E poi, agli ospiti: «Vi prego, venite e sia benedetto il Signore che mi manda servi suoi e amici del padrone mio. Ordinate, che il vostro servo vi ascolta».
56Pietro si fa rosso, perché specie a lui sono rivolte quelle parole e quegli inchini, e non sa che dire… Lo soccorre lo Zelote.
57«I discepoli del Messia d’Israele, di cui ti parla Lazzaro di Teofilo, che d’ora in poi abiteranno la tua casa per servire il Signore, non necessitano che di riposo. Vuoi mostrarci dove possono abitare?».
58«Oh! sono sempre pronte stanze per pellegrini, come era uso della padrona mia. Venite, venite…». E seguito da tutti prende un corridoio, poi un piccolo cortile in fondo al quale è la vera casa. Apre la porta, va per un andito, piega a destra. Ecco una scala. Salgono. Un nuovo corridoio con stanze ai due lati.
59«Ecco. E dolce vi sia la dimora. Ora vado a ordinare acqua e biancherie. Dio sia con voi», dice il vecchio e se ne va.
60Aprono le imposte delle camere che scelgono. Le mura e i forti di Antiochia sono di fronte a quelle di un lato; il quieto cortile decorato di rosai rampicanti, per ora miseri per via della stagione, è visibile dalle altre dell’altro lato. E, dopo tanto andare, ecco finalmente una casa, una stanza, un letto… La sosta per alcuni, la mèta per gli altri…
323. La visita ad Antigonio[77].
Missione di predilezione.
La prima terra di missione.
1«Mio figlio Tolmai è venuto per i mercati. Oggi a sesta torna ad Antigonio. Tiepido è il giorno. Volete andare, secondo che desideravate?», chiede il vecchio Filippo mentre serve agli ospiti del latte fumante.
2«Andremo senza fallo. Quando hai detto?».
«A sesta. Potrete tornare domani, se volete, oppure la sera avanti il sabato, se più vi piace. Allora tutti i servi ebrei, o entrati nella fede, vengono per le funzioni del sabato».
«Così faremo. E non è detto che non sia scelto quel luogo per dimora di questi».
3«Ne avrò sempre piacere, anche se li perdo. Perché è luogo salubre. E molto bene potreste fare fra i servi che, alcuni, sono ancora i servi lasciati dal padrone. E alcuni sono bontà della padrona benedetta che li ha riscattati da padroni crudeli. Perciò non tutti sono israeliti. Ma ormai non sono più neppure pagani. Parlo delle donne. Gli uomini sono tutti circoncisi. Non ne abbiate ribrezzo… Ma sono molto lontani ancora dalla giustizia d’Israele. I santi del Tempio se ne scandalizzerebbero, loro che perfetti sono…».
4«Eh! già! già! già!… Bene! Ora potranno progredire aspirando sapienza e bontà dai messi del Signore… Sentite quanto avete da fare?», termina Pietro rivolgendosi ai due.
5«Lo faremo. Non deluderemo il Maestro», promette Sintica. Ed esce per preparare ciò che crede opportuno.
6Giovanni di Endor chiede a Filippo: «Credi che ad Antigonio potrei fare un poco di bene anche ad altri, insegnando come pedagogo?».
7«Molto bene. Il vecchio Plauto è morto da tre lune e i fanciulli gentili non hanno scuola. Quanto agli ebrei non c’è maestro, perché tutti i nostri fuggono da quel luogo prossimo a Dafne. Ci vuole uno che sia… che sia… come era Teofilo… senza rigidezze per… per…».
8«Sì, insomma, senza fariseismo, vuoi dire», termina Pietro spicciativo.
9«Ecco… sì… Non voglio criticare… Ma penso… Maledire non serve. Meglio sarebbe aiutare… Come faceva la padrona che col suo sorriso portava alla Legge più e meglio di un rabbi».
10«Ecco perché mi ha mandato qui il Maestro! Io sono proprio l’uomo che ha i requisiti giusti… Oh! farò la sua volontà. Fino all’ultimo respiro. Ora credo, credo proprio che non è altro che una missione di predilezione la mia. Lo vado a dire a Sintica. Vedrete che ci fermiamo là… Vado, vado a dirglielo», ed esce, animato come da tempo non era.
Due pedagoghi raccomandati.
11«Altissimo Signore, io ti ringrazio e benedico! Soffrirà ancora, ma non come prima… Ah! che sollievo!», esclama Pietro. E poi sente il dovere di spiegare a Filippo un poco, e come lo può fare, il perché della sua gioia: «Devi sapere che Giovanni è stato preso di mira dai… “rigidi” di Israele. Tu li chiami: “rigidi»…».
12«Ah! comprendo! Perseguitato politico come… come…», e guarda lo Zelote. Sì, come me e più, per altro ancora. Perché, oltre che per la casta diversa, egli li eccita con il suo essere del Messia. Onde, e sia detto una volta per tutte, alla tua fedeltà sono affidati lui e lei… Comprendi?».
«Comprendo. E mi saprò regolare».
13«Come li chiamerai presso gli altri?».
«Due pedagoghi raccomandati da Lazzaro di Teofilo, lui per i fanciulli, ella per le bambine. Vedo che ha ricami e telai… Molti lavori donneschi si fanno e si vendono ad Antiochia, da gente straniera. Ma sono lavori rozzi e pesanti. Ieri le ho visto un lavoro che mi ha ricordato la buona padrona mia… Saranno molto ricercati…».
14«E una volta di più sia lodato il Signore», dice Pietro.
«Sì. Ciò diminuisce in noi il dolore della prossima partenza».
15«Già volete partire?».
«Dobbiamo. Ci ha ritardato la tempesta. Ai primi di scebat dobbiamo essere col Maestro. Ci attende già, ché in ritardo siamo», spiega il Taddeo.
Argomenti vari.
Il tormento di Pietro.
16Si separano andando ognuno per le sue incombenze, ossia Filippo dove lo chiama una donna, gli apostoli al sole, sull’altana.
«Potremmo partire il giorno dopo il sabato. Che dite?», chiede Giacomo d’Alfeo.
«Per me… Figurati! Tutti i giorni mi alzo col tormento di Gesù solo, senza vesti, senza cure, e tutte le notti mi corico con questo tormento. Ma oggi decideremo».
L’enigma di Andrea.
17«Dite un po’. Ma il Maestro sapeva tutto ciò? Io mi chiedo da giorni come sapeva che avremmo trovato il cretese, come ha preveduto il lavoro di Giovanni e Sintica, come, come… Tante cose, insomma», dice Andrea.
«Veramente credo che il cretese abbia epoche fisse di sosta a Seleucia. Forse Lazzaro lo disse a Gesù, e Lui perciò ha deciso di partire senza attendere la Pasqua…», spiega lo Zelote.
Questione sulla Pasqua per i due esiliati.
18«Già! Giusto! E per la Pasqua come farà Giovanni?», chiede Giacomo d’Alfeo.
«Ma come tutti gli israeliti! …», dice Matteo.
«No. Sarebbe cadere in bocca al lupo!».
«Macché! Fra tanta gente, chi lo pesca?».
«L’Iscar… Oh! che ho detto! Non ci pensate. É uno scherzo della mia mente…». Pietro è rosso, afflitto di avere parlato.
19Giuda d’Alfeo gli mette una mano sulla spalla, sorridendo del suo sorriso severo, e dice: «Va’ là! Pensiamo tutti la stessa cosa… Ma non diciamola a nessuno. E benediciamo l’Eterno che ha deviato da questo pensiero la mente di Giovanni».
20Tacciono tutti, assorti. Ma per loro, veri israeliti, è un pensiero il come potrà fare la Pasqua in Gerusalemme il discepolo esiliato… e tornano a parlare di questo.
21«Io credo che Gesù provvederà. Forse Giovanni lo sa. Non c’è che chiederglielo», dice Matteo.
22«Non lo fate. Non mettete desideri e spine dove appena si rifà pace», supplica Giovanni apostolo.
23«Sì. É meglio chiederlo al Maestro stesso», conferma Giacomo d’Alfeo.
Progetti di ritorno.
24«Quando lo vedremo? Che dite?», chiede Andrea.
«Oh! Se partiamo il giorno dopo il sabato, per la fine della luna saremo certo a Tolemaide…», dice Giacomo di Zebedeo.
«Se troviamo naviglio…», osserva Giuda Taddeo.
E suo fratello aggiunge: «E se non c’è tempesta».
«Per il naviglio ce ne è sempre in partenza per la Palestina. E pagando faremo fare scalo a Tolemaide anche se è nave diretta a Joppe. Ne hai ancora, Simone?», chiede lo Zelote a Pietro.
«Sì. Per quanto quel ladro del cretese mi abbia pelato a dovere, nonostante le sue proteste di volere fare gentilezza a Lazzaro. Ma ho da pagare la sosta della barca e quella di Antonio… E i denari dati per Giovanni e Sintica non li tocco. Sacri. A costo di non mangiare, li lascio intatti».
Sull’unguento miracoloso.
25«Fai bene. Quell’uomo è molto malato. Lui crede di potere fare il pedagogo. Credo farà solo l’infermo, presto…», giudica lo Zelote.
«Sì, lo penso io pure. Sintica, più che i lavori, dovrà fare gli unguenti», conferma Giacomo di Zebedeo.
«Ma quell’unguento, eh? Che prodigio! Sintica mi ha detto che lo vuole rifare e usarlo per poter penetrare in famiglie di qui», dice Giovanni.
«Buona idea! Uno, malato, che guarisce è sempre un discepolo acquistato, e con lui i suoi», proclama Matteo.
Amara verità
26«Ah! questo no!», esclama Pietro.
«Come? Vuoi dire che il miracolo non attira al Signore?», gli chiede Andrea e con lui due o tre altri.
«Oh! pargoletti! Sembra che veniate ora dal Cielo! Ma non vedete come fanno a Gesù? Si è convertito Eli di Cafarnao? E Doras? E Osea di Corozim? E Melchia di Betsaida? E – scusate, voi di Nazareth – e tutta Nazareth per i cinque, sei, dieci miracoli fatti, fino all’ultimo, quello di vostro nipote?», chiede Pietro.
Nessuno replica perché è l’amara verità…
Ristoro avanti la partenza.
27«Non abbiamo trovato ancora il soldato romano. Gesù lo aveva fatto capire…», dice Giovanni dopo un poco.
28«Lo diremo a quelli che restano. Anzi sarà uno scopo di più nella loro vita», risponde lo Zelote. Ritorna Filippo: «Mio figlio è pronto. Ha fatto presto. É con la madre che prepara regali per i nipoti».
29«É buona tua nuora, non è vero?».
«Buona. Mi ha consolato della perdita del mio Giuseppe. Come una figlia è. Era ancella di Eucheria, educata da lei. Venite a prendere ristoro avanti la partenza. Gli altri lo stanno facendo già»…
In terra di missione.
I giardini di Lazzaro.
30…E preceduti dal carro di Tolmai, nipote di Filippo, trottano verso Antigonio… La cittadina è presto raggiunta. Seppellita nell’ubertosità dei suoi giardini, riparata dalle correnti per le catene di monti che ha intorno, abbastanza lontane per non opprimerla ma abbastanza vicine per proteggerla e per versare su di essa gli effluvi dei suoi boschi di piante resinose ed essenziali, tutta piena di sole, rallegra vista e cuore solo a traversarla. I giardini di Lazzaro sono al sud della città e sono preceduti da un viale per ora spoglio, lungo il quale sono le case degli addetti ai giardini. Casette basse, ma ben tenute, sulle soglie delle quali si affacciano visi di bimbi e di donne che osservano curiosi e salutano sorridendo. Le razze diverse appaiono nelle diversità dei volti.
31Tolmai, non appena superato il cancello che inizia la proprietà, fa, passando davanti ad ogni casa, uno schiocco di frusta speciale; deve essere come un segno. E gli abitanti di ogni casa, dopo avere osservato, entrano nelle dimore ed escono poi chiudendo le porte e camminando per il viale dietro ai due carri, che camminano al passo e che si fermano poi al centro di una raggiera di sentieri diretti in ogni senso come i raggi di una ruota, fra campi e campi messi ad aiuole, quali spoglie, quali perenni nel loro verde, vegliate da lauri, da acacie o piante simili, da altre piante che da tagli fatti nel tronco esprimono latte odorifero e resine. Un odore misto di aromi balsamici, resinosi, aromatici, è nell’aria. Alveari per ogni dove. E vasche di irrigazione dove bevono colombi bianchissimi. E in speciali zone, dalla terra nuda, zappata di fresco, razzolano gallinelle pure bianche sorvegliate da fanciulle.
Presentazione dei due missionari.
32Tolmai schiocca la sua frusta ripetutamente, finché tutti i sudditi del piccolo regno sono riuniti intorno ai sopraggiunti. E allora inizia il suo discorsetto: «Ecco. Filippo, capo nostro e padre del padre mio, manda e raccomanda questi santi di Israele, qui venuti per volontà del padrone nostro, che Dio sia sempre con lui e la sua casa. Molto ci lamentavamo perché qui mancavano le voci dei rabbi santi. Ecco che la bontà del Signore e del padrone nostro, lontano ma tanto di noi amoroso – gli renda Dio il bene che egli dà ai suoi servi – ci procurano ciò che il cuore nostro sognava. In Israele è sorto il Promesso alle genti. Ce lo avevano detto nelle feste al Tempio e nella casa di Lazzaro. Ma ora realmente è venuto per noi il tempo della grazia, perché il Re d’Israele ha pensato ai minimi suoi servi ed ha mandato i suoi ministri a portarci le sue parole. Questi sono i suoi discepoli, e due di questi vivranno fra noi, qui o in Antiochia, insegnando la sapienza per essere dotti al Cielo e l’altra che necessita per la Terra. Giovanni, pedagogo e discepolo di Cristo, insegnerà ai nostri bambini l’una e l’altra sapienza. Sintica, discepola e maestra d’ago, insegnerà la scienza dell’amor di Dio e l’arte del lavoro donnesco alle fanciulle. Riceveteli come benedizione del Cielo e amateli come li ama Lazzaro di Teofilo ed Eucheria – gloria alle loro anime e pace – e come li amano le figlie di Teofilo, Marta e Maria, nostre amate padrone e discepole di Gesù di Nazareth, il Rabbi d’Israele, il Promesso, il Re».
33Il piccolo popolo di uomini, dalle corte tuniche, dalle mani terrose che sorreggono arnesi di giardinaggio, di donne, di fanciulli d’ogni età, ascolta stupito, poi bisbiglia, infine si inchina profondamente.
Presentazioni reciproche.
34Tolmai inizia le presentazioni: «Simone di Giona, il capo dei messi del Signore; Simone il Cananeo, amico del padrone nostro; Giacomo e Giuda, fratelli del Signore; Giacomo e Giovanni, Andrea e Matteo»; e poi agli apostoli e discepoli: «Anna, mia moglie, della tribù di Giuda, come mia madre d’altronde, perché puri siamo, venuti con Eucheria di Giuda. Giuseppe, il maschio sacro al Signore, e Teocheria, primogenita, che nel nome ha il ricordo dei giusti padroni, saggia figlia e amante di Dio da vera israelita, Nicolai e Dositeo. Nicolai è nazareo[78]; Dosideo, terzogenito, è già sposo (e un grosso sospirone accompagna l’annuncio) da più anni ad Ermione. Vieni qui, donna…».
35Si avanza una giovanissima brunetta con un bambino lattante in braccio.
36«Eccola. É figlia di un proselite e di una greca. Mio figlio la vide ad Alessandroscene di Fenicia quando vi fu per commerci… e la volle… e Lazzaro non si oppose, ma anzi mi disse: “Meglio così che al male”. E male non è. Ma volevo un sangue d’Israele io…».
37La povera Ermione sta a testa china come un’accusata. Dositeo freme e soffre. Anna, la madre e suocera, guarda con occhi dolenti…
Nel Regno del Signore regge l’eguaglianza.
38Giovanni, per quanto più giovane di tutti, sente la necessità di rialzare gli spiriti umiliati e dice: «Nel Regno del Signore non sono più greci o israeliti, romani o fenici, ma solo figli di Dio. Quando da questi che qui sono venuti conoscerai la Parola di Dio, ti si solleverà il cuore a nuove luci, e costei non sarà più “la straniera” ma la discepola, come te e come tutti, del Signore nostro Gesù».
39Ermione alza il capo avvilito e sorride con gratitudine a Giovanni, e nel volto di Dositeo e di Anna è la stessa espressione di riconoscenza.
40Tolmai risponde austero: «E così voglia Dio che avvenga, perché, fuor che l’origine, nulla ho da rimproverare alla nuora. Quello che è nelle sue braccia è Alfeo, l’ultimo nato, che dal padre di lei, proselite, ha preso il nome. La piccola dagli occhi di cielo sotto i ricci d’ebano è Mirtica, dal nome della madre d’Ermione, e questo, il primogenito, è Lazzaro, perché il padrone così volle, e l’altro è Erma».
41«Il quinto si deve chiamare Tolmai e la sesta Anna, per dire al Signore e al mondo che il tuo cuore si è aperto a nuove comprensioni», dice ancora Giovanni.
Continua la presentazione dei coloni.
42Tolmai si inchina senza parlare. Poi riprende le presentazioni: «Questi sono due fratelli di Israele: Miriam e Silviano, della tribù di Neftali. E questi sono Elbonide Danita e Simeone giudeo. Poi ecco i proseliti, già romani, o almeno di romani, carità di Eucheria fatta opera, da lei strappati al giogo e al gentilesimo: Lucio, Marcello, Solone figlio di Elateo».
«Nome greco», osserva Sintica.
43«Di Tessalonica. Schiavo di un servo di Roma», e lo sprezzo è palese nel dire “servo di Roma”. «Eucheria lo prese insieme col padre morente, in un’ora torbida, e se il padre morì pagano, Solone proselite è… Priscilla, vieni avanti coi figli…».
44Una donna alta e sottile, dal volto aquilino, si fa avanti spingendo una fanciulla e un fanciullo, alle gonne ha due frugoline.
45«Ecco la moglie di Solone, già liberta di una romana ora morta, e Mario, Cornelia, Maria e Martilla, gemelle. Priscilla è esperta in essenze. Amiclea, vieni tu coi figli. Costei è figlia di proseliti. E proseliti sono i due fanciulli Cassio e Teodoro. Teda, non ti nascondere. É la moglie di Marcello. Il suo dolore è essere sterile. Figlia di proseliti essa pure. Questi i coloni. Ora ai giardini. Venite».
Luogo confermato per la missione.
46E li conduce per la vasta possessione, seguito dai giardinieri che spiegano le colture e i lavori, mentre le fanciulle tornano alle loro gallinelle che hanno approfittato dell’assenza delle guardiane per sconfinare altrove. Tolmai spiega: «Vengono condotte qui per liberare la terra dai bruchi prima della semina delle culture annue».
47Giovanni di Endor sorride alle gallinelle croccolanti e dice: «Sembrano le mie di un tempo…», e si curva gettando minuzzoli di pane preso nella sacca, finché è circondato da pollastrelle e ride perché una, petulante, gli strappa il pane dalle dita.
48«Meno male!», esclama Pietro dando di gomito a Matteo e accennando a Giovanni che scherza coi polli e a Sintica, che parla greco con Solone e Ermione.
49Poi tornano verso la casa di Tolmai, che spiega: «Questo è il luogo. Ma se vorrete insegnare vi è modo di fare posto. Rimanete qui o…».
50«Sì, Sintica! Qui! É più bello! Antiochia mi opprime di ricordi…», prega piano Giovanni alla compagna.
51«Ma sì… Come vuoi. Purché tu stia bene. Per me tutto mi è uguale. Non guardo più indietro io… Solo avanti, avanti… Su, Giovanni! Qui staremo bene. Bambini, fiori, colombi e gallinelle per noi, povere creature. E per l’anima nostra la gioia di servire il Signore. Che ne dite voi?», interroga volgendosi agli apostoli.
«Noi pensiamo come te, donna».
«Allora è detto così».
«Molto bene. Partiremo contenti…».
52«Oh! non partite! Non vi vedrò più! Perché così presto? Perché?…». Giovanni ricade nel suo dolore.
53«Ma non andiamo via ora! Stiamo qui fino… fino che tu sei…». Pietro non sa dire cosa sarà Giovanni e, per non far vedere che è gonfio anche lui di lacrime, abbraccia il piangente Giovanni e cerca consolarlo così.
324. I discorsi degli otto apostoli prima di ripartire da Antiochia. L’addio a Giovanni di Endor e a Sintica[79].
Gli Apostoli, chi dicono che sia Gesù?.
Primo discorso in Antiochia.
1Gli apostoli sono da capo nella casa di Antiochia e con loro sono i due discepoli e tutti gli uomini di Antigonio, non già vestiti di vesti succinte e da lavoro, ma di abiti lunghi, festivi. Da questo arguisco che sia il sabato.
2Filippo prega gli apostoli di parlare almeno una volta a tutti, avanti la partenza, ormai imminente.
«Su che?».
«Su quanto volete. Avete udito in questi giorni i nostri discorsi. Regolatevi su quello».
3Gli apostoli si guardano l’un l’altro. A chi tocca? A Pietro, è naturale. É il capo! Ma Pietro non vorrebbe parlare, deferendo a Giacomo d’Alfeo o a Giovanni di Zebedeo l’onore di farlo. E solo quando li vede inesorabili si decide a parlare.
Pietro:
Gesù di Nazareth è il Messia promesso.
4«Oggi abbiamo sentito nella sinagoga spiegare il capo 52° di Isaia[80]. Dottamente secondo il mondo, manchevolmente secondo la Sapienza, fu fatto il commento.
5Ma non è da farne rimprovero al commentatore, il quale ha dato ciò che poteva con la sua sapienza mutilata della parte migliore: la conoscenza del Messia e del tempo nuovo portato da Lui. Non facciamo però critiche ma preghiere, perché egli venga a conoscenza di queste due grazie e le possa accettare senza ostacolo.
6Voi mi avete detto che nella Pasqua sentiste parlare con fede e con scherno del Maestro. E che solo per la grande fede che riempie i cuori della casa di Lazzaro, tutti i cuori, avevate potuto resistere al disagio che le insinuazioni di altri vi mettevano in cuore, molto più che questi altri erano proprio i rabbi di Israele.
7Ma essere dotti non vuole dire essere santi né possedere la Verità.
8La Verità è questa: Gesù di Nazareth è il promesso Messia[81], il Salvatore del quale parlano i Profeti, l’ultimo dei quali da poco riposa nel seno d’Abramo dopo il glorioso martirio sofferto per la giustizia. Giovanni Battista ha detto, e qui sono presenti quelli che hanno udito, queste parole: “Ecco l’Agnello di Dio che leva i peccati del mondo”.
9Le sue parole sono state credute dai più umili fra i presenti, perché l’umiltà aiuta a giungere alla Fede, mentre ai superbi è difficile il cammino – carichi come sono di zavorra – per giungere in cima al monte dove vive casta e luminosa la Fede. Questi umili, perché erano tali e per aver creduto, hanno meritato di essere i primi nell’esercito del Signore Gesù.
10Vedete dunque quanto è necessaria l’umiltà[82] per avere fede pronta, e quanto sia premiato il saper credere anche contro le apparenze contrarie.
11Io vi esorto e stimolo ad avere queste due qualità in voi, e allora voi sarete dell’esercito del Signore e conquisterete il Regno dei Cieli…
12A te, Simone Zelote. Io ho detto. Tu continua».
Simone
Zelote:
Il Messia è in mezzo a noi ed è il Salvatore.
13Lo Zelote, preso così all’improvviso e così chiaramente indicato come secondo oratore, deve farsi avanti senza indugio né recriminazione. E lo fa dicendo:
14«Continuerò il discorso di Simon Pietro, capo di noi tutti per volontà del Signore. E continuerò sempre prendendo l’argomento dal capo 52 di Isaia, visto da uno che conosce la Verità incarnata di cui è servo per sempre. É detto: “Sorgi, rivestiti della tua forza, o Sion, vestiti a festa, città del Santo”[83].
15Così veramente dovrebbe essere. Perché, quando una promessa si compie, una pace si fa, cessa una condanna e viene il tempo della gioia, i cuori e le città dovrebbero vestirsi a festa e rialzare le fronti abbattute, sentendo che non più odiati, vinti, percossi, ma amati e liberati sono.
16Non stiamo qui a fare il processo a Gerusalemme. La carità, prima fra tutte le virtù, lo vieta. Lasciamo dunque di osservare i cuori degli altri e guardiamo il nostro. Rivestiamo di forza il nostro cuore con quella fede della quale ha parlato Simone e vestiamoci a festa, perché la nostra fede secolare nel Messia ora si incorona della realtà della cosa. Il Messia, il Santo, il Verbo di Dio è realmente fra noi. E ne hanno la prova non soltanto le anime che si sentono dire parole di sapienza che le fortificano e infondono santità e pace, quanto anche i corpi che per opera del Santo, al quale tutto dal Padre è concesso, si vedono liberati dai morbi più atroci e persino dalla morte, perché le terre e le valli della nostra patria di Israele risuonino degli osanna al Figlio di Davide e all’Altissimo che ha mandato il suo Verbo, siccome aveva promesso ai Patriarchi e Profeti. Io che vi parlo ero lebbroso, destinato a morire, dopo anni di angoscia crudele, nella solitudine da belva propria dei lebbrosi. Un uomo mi disse: “Va’ a Lui, al Rabbi di Nazareth, e tu sarai guarito”. Ho avuto fede. Sono andato. Sono stato guarito[84]. Nel corpo. Nel cuore. Sull’uno non più il morbo che separa dagli uomini. Nell’altro non più il rancore che separa da Dio. E con animo nuovo, da proscritto, malato, inquieto, sono divenuto il suo servo, chiamato alla felice missione di andare fra gli uomini, amandoli in nome suo, istruendoli nella sola necessaria conoscenza: quella che Gesù di Nazareth è il Salvatore e che beati sono coloro che credono in Lui.
17Parla tu ora, Giacomo d’Alfeo».
Giacomo d’Alfeo:
Il Messia è Dio ed è fratello nostro.
18«Io sono il fratello del Nazareno[85]. Mio padre e suo padre erano fratelli nati da un seno. Ma pure non mi posso dire fratello, ma servo. Perché la paternità di Giuseppe, fratello a mio padre, fu una spirituale paternità, ed in verità vi dico che il vero Padre di Gesù, Maestro nostro, è l’Altissimo[86] che noi adoriamo. Il quale ha permesso che la sua Divinità, Una e Trina, si incarnasse nella seconda Persona e venisse sulla Terra pur rimanendo sempre unita con Quelle che abitano il Cielo. Perché ciò Dio può fare, l’infinitamente Potente. E lo fa per l’Amore che è la sua natura[87].
19Gesù di Nazareth è il nostro fratello, o uomini, perché nato da donna e simile a noi per l’umanità sua[88]. È il nostro Maestro perché è il Sapiente, è la Parola stessa di Dio venuta a parlarci per farci di Dio. Ed è il nostro Dio, uno essendo col Padre e con lo Spirito Santo, coi quali è sempre in unione di amore, potenza e natura.
20Questa verità, che con manifeste prove fu concesso conoscesse il Giusto che mi fu parente, sia pure vostro possesso. E contro al mondo che cercherà di strapparvi al Cristo dicendo: “É un uomo qualunque”, rispondete: “No. É il Figlio di Dio, è la Stella nata da Giacobbe[89], è la Verga che si leva là in Israele[90], è il Dominatore”[91]. Non lasciatevi smuovere da nessuna cosa. Questa è la Fede.
21A te, Andrea».
Andrea:
Il Messia è l’Uomo-Dio.
22«Questa è la Fede. Io sono un povero pescatore del lago di Galilea, e nelle silenziose notti di pesca, sotto la luce degli astri, avevo muti colloqui con me stesso. Dicevo: “Quando verrà? Sarò io vivo ancora? Molti anni ancora mancano, secondo la profezia”. Per l’uomo dalla vita limitata anche poche decine d’anni sono secoli… Mi chiedevo: “Come verrà? Dove? Da chi?”. E la mia ottusità umana mi faceva sognare regali splendori, regali dimore e cortei e clangori e potenza e insostenibile maestà[92]… E dicevo: “Chi potrà guardare questo grande Re?”. Lo pensavo più terrorizzante, nella sua manifestazione, dello stesso Jeovè sul Sinai. Mi dicevo: “Gli ebrei videro là il monte lampeggiare, ma non rimasero inceneriti perché l’Eterno era oltre i nembi. Ma qui ci guarderà con occhi mortali e noi morremo…”.
23Ero discepolo del Battista. E nelle pause della pesca andavo da lui, con altri compagni. Era un giorno di questa luna… Le rive del Giordano erano piene di folla che tremava sotto le parole del Battista. Avevo notato un giovane bello e calmo venire per un sentiero verso di noi. Umile la veste, dolce l’aspetto. Pareva chiedesse amore e desse amore. Il suo occhio azzurro si posò un momento su di me, ed io provai una cosa non mai più provata. Mi parve di essere carezzato sull’anima, di essere sfiorato da ali d’angelo. Mi sono per un momento sentito così lontano dalla Terra, così diverso, che ho detto: “Ora muoio! Questo è l’appello di Dio al mio spirito”.
24Ma non sono morto. Sono rimasto affascinato nel contemplare il giovane ignoto che, a sua volta, aveva fissato il suo sguardo azzurro sul Battista. E il Battista si volse, corse a Lui, lo inchinò. Si parlarono. E poiché la voce di Giovanni era un tuono continuo, le misteriose parole giunsero fino a me che ascoltavo, teso nel desiderio di conoscere chi era il giovane ignoto. La mia anima lo sentiva diverso da tutti. Dicevano: “Io dovrei essere battezzato da Te…”. “Lascia fare per ora. Conviene adempiere ogni giustizia”[93]…
25Giovanni aveva già detto: “Verrà Colui al quale io non sono degno di sciogliere i lacci dei sandali”[94]. Aveva già detto: “Fra di voi, in Israele, sta Uno che non conoscete[95]. Egli tiene già in mano il ventilabro e netterà la sua aia bruciando le paglie col fuoco inestinguibile”[96]. Io avevo davanti un giovane del popolo, dall’aspetto mite ed umile, eppure ho sentito che Egli era Colui al quale neppure il Santo di Israele, l’ultimo Profeta, il Precursore, era degno di sciogliere i calzari. Ho sentito che era Colui che noi non conoscevamo. Ma non ne ebbi paura. Anzi, quando Giovanni, dopo il super estasiante tuono di Dio, dopo l’inconcepibile splendore della Luce in forma di colomba di pace[97], disse: “Ecco l’Agnello di Dio”[98], io, con la voce dell’anima, giubilante di avere presentito il Re Messia nel giovane mite ed umile d’aspetto, ho gridato con la voce dello spirito: “Credo!”. Per questa fede sono il suo servo. Siatelo voi pure e avrete pace.
26Matteo, a te narrare le altre glorie del Signore».
Matteo:
Il Messia è il Salvatore buono.
27«Io non posso usare le parole serene di Andrea. Egli era un giusto, io ero un peccatore. Perciò non ha note di festa la mia parola, ma però ha la pace confidente di un salmo[99].
28Ero un peccatore. Un grande peccatore. Vivevo nell’errore completo. Mi ci ero indurito e non ne sentivo disagio. Se qualche volta i farisei o il sinagogo mi sferzavano dei loro insulti o dei loro rimproveri, ricordandomi Dio Giudice inesorabile, avevo un momento di terrore… e poi mi adagiavo nella stolta idea: “Tanto ormai io sono un dannato. Godiamo perciò, o sensi miei, finché lo possiamo”[100]. E più che mai sprofondavo nel peccato.
29Due primavere fa venne un Ignoto a Cafarnao. Anche per me era un ignoto. Lo era per tutti poiché era all’inizio della sua missione. Solo pochi uomini lo conoscevano per ciò che era realmente. Questi che vedete e pochi altri ancora. Mi stupì la sua splendida virilità, casta più della castità di una vergine. Questa la prima cosa che mi colpì. Lo vedevo austero eppure pronto ad ascoltare i bambini che andavano a Lui come le api al fiore[101]. Unico suo svago i loro giuochi innocenti e le loro parole senza malizia. Poi mi stupì la sua potenza. Faceva miracoli. Dissi: “É un esorcista. Un santo”. Ma mi sentivo talmente obbrobrio rispetto a Lui che lo sfuggivo.
30Egli mi cercava. O ne avevo l’impressione. Non passava una volta vicino al mio banco senza guardarmi col suo occhio dolce e un poco mesto. E ogni volta era come un soprassalto della coscienza intorpidita, che non tornava più allo stesso livello di torpore.
31Un giorno – la gente magnificava sempre la sua parola – ebbi voglia di udirlo. E nascondendomi dietro uno spigolo di casa lo sentii parlare ad un gruppetto di uomini. Parlava alla buona, sulla carità che è come una indulgenza per i nostri peccati… Da quella sera io, l’esoso e duro di cuore, volli farmi perdonare da Dio molti peccati. Facevo le cose in segreto… Ma Egli sapeva che ero io, perché Egli tutto sa. Un’altra volta lo sentii spiegare proprio il capo 52 di Isaia. Diceva che nel suo Regno, nella Gerusalemme celeste, non saranno gli immondi e gli incirconcisi di cuore[102], e prometteva che quella Città celeste della quale diceva le bellezze con tale persuasiva parola che nostalgia di essa mi venne, sarebbe stata di chi fosse venuto a Lui[103].
32E poi, … e poi… Oh! quel giorno non fu uno sguardo di mestizia, ma di imperio. Mi lacerò il cuore, mise a nudo l’anima mia, la cauterizzò, la prese in pugno questa povera anima malata, la torturò col suo amore esigente… ed ebbi un’anima nuova. Sono andato verso di Lui con pentimento e desiderio. Non attese che gli dicessi: “Signore, pietà!”. Disse Lui: “Seguimi!” [104].
33Il Mite aveva vinto Satana nel cuore del peccatore. Questo vi dica, se alcuno fra voi è turbato da colpe, che Egli è il Salvatore buono[105] e che non bisogna fuggirlo ma, quanto più si è peccatori, andare a Lui con umiltà e pentimento per essere perdonati[106].
34Giacomo di Zebedeo, parla tu».
Giacomo di
Zebedeo:
Le vie per andare al Messia.
35«Veramente non so cosa dire. Voi avete parlato e detto ciò che io avrei detto. Perché la verità è questa e non può mutare.
36Io pure ero con Andrea al Giordano, ma non mi accorsi di Lui altro che quando me lo indicò il richiamo del Battista. Pure ho subito creduto e quando Egli fu partito, dopo la sua luminosa manifestazione, io rimasi come uno che da una vetta piena di sole viene incarcerato in buia carcere. Smaniavo per ritrovare il Sole. Il mondo era tutto senza luce, dopo che m’era apparsa la Luce di Dio e poi m’era scomparsa. Fra gli uomini ero solo. Mentre mi saziavo avevo fame. Nel sonno vegliavo con la parte migliore, e denaro, mestiere, affetti, tutto, erano passati dietro questa mia smania di Lui, lontani, senza più attrattiva. Come un bambino che ha perduto la madre gemevo: “Torna, Agnello del Signore! Altissimo, come mandasti Raffaele a guidare Tobia, manda il tuo angelo a condurmi sulle vie del Signore perché io lo trovi, lo trovi, lo trovi!”.
37Eppure, quando dopo diecine di giorni di inutile attesa, di ricerche affannose – che per la loro inutilità ci facevano più crudele la perdita del nostro Giovanni, arrestato per una prima volta – Egli ci apparve sul sentiero, venendo dal deserto, io non lo riconobbi subito.
38E qui, fratelli nel Signore, io vi voglio insegnare un’altra via per andare a Lui e riconoscerlo.
39Simone di Giona ha detto che occorre fede e umiltà per riconoscerlo. Simone Zelote ha riconfermato l’assoluta necessità della fede per riconoscere in Gesù di Nazareth Colui che è, in Cielo e in Terra, secondo quanto è detto. E Simone Zelote necessitava di una fede ben grande, anche per sperare per il suo corpo inesorabilmente malato. Perciò Simone Zelote dice che fede e speranza sono i mezzi per avere il Figlio di Dio. Giacomo, fratello del Signore, dice del potere della fortezza per conservare ciò che si è trovato. La fortezza che impedisce che le insidie del mondo e di Satana scalzino la nostra fede. Andrea mostra tutta la necessità di unire alla fede una santa sete di giustizia, cercando di conoscere e di ritenere la verità, quale che sia la bocca santa che l’annuncia, non per orgoglio umano d’essere dotti, ma per desiderio di conoscere Iddio. Chi si istruisce nelle verità trova Dio.
40Matteo, un tempo peccatore, vi indica un’altra via per la quale si raggiunge Dio: spogliarsi del senso per spirito di imitazione, direi per riflesso di Dio che è Purezza infinita. Egli, il peccatore, è per prima cosa colpito dalla “virilità casta” dell’Ignoto venuto a Cafarnao e, quasi questa avesse il potere di risuscitare la sua morta continenza, egli si interdice per prima cosa il senso carnale, sgombrando così la via alla venuta di Dio e alla risurrezione delle altre morte virtù. Dalla continenza passa alla misericordia, da questa alla contrizione, dalla contrizione al superamento di tutto sé stesso e all’unione con Dio. “Seguimi”, “Vengo”. Ma la sua anima aveva già detto: “Vengo”, e il Salvatore aveva già detto: “Seguimi”, da quando per la prima volta la virtù del Maestro aveva attirato l’attenzione del peccatore.
41Imitate. Perché ogni esperienza altrui, anche se penosa, è guida ad evitare il male e a trovare il bene in coloro che sono di buona volontà.
42Io, per me, dico che più l’uomo si sforza di vivere per lo spirito e più è atto a riconoscere il Signore[107], e la vita angelica favorisce ciò al sommo[108]. Fra noi, discepoli di Giovanni, colui che lo riconobbe, dopo l’assenza, fu l’anima vergine. Più ancora di Andrea egli lo riconobbe, nonostante la penitenza avesse mutato il volto dell’Agnello di Dio. Onde dico: “siate casti per poterlo riconoscere”.
43Giuda, vuoi parlare tu, ora?».
Giuda
Tadeo:
Il Messia è il Santo Servo di Jabé.
44«Sì. Siate casti per poterlo riconoscere. Ma siatelo anche per poterlo conservare in voi con la sua Sapienza, col suo Amore, con tutto Se stesso. É ancora Isaia che dice nel 52° capo: “Non toccate ciò che è impuro,… purificatevi voi che portate i vasi del Signore”[109]. Veramente che ogni anima che si fa sua discepola è simile ad un vaso colmo del Signore, ed il corpo che la contiene è come colui che porta il vaso sacro al Signore. Non può Dio stare dove è impurità[110].
45Matteo ha detto come il Signore spiegasse che nulla di immondo e di separato da Dio sarà nella Gerusalemme celeste. Sì. Ma occorre non essere immondi quaggiù, né da Dio separati, per potervi entrare. Infelici coloro che si rimettono all’estrema ora per pentirsi. Non sempre avranno tempo di farlo. Così come coloro che ora lo calunniano non avranno tempo di rifarsi un cuore al momento del suo trionfo e non godranno perciò dei frutti di esso.
46Coloro che nel Re santo e umile sperano di vedere un monarca terreno, e più ancora quelli che temono di vedere in Lui un monarca terreno, saranno impreparati per quell’ora; tratti in inganno e delusi nel loro pensiero, che non è il pensiero di Dio ma un povero pensiero umano, peccheranno vieppiù.
47L’umiliazione di esser l’Uomo è su di Lui. Questo dobbiamo ricordarlo. Isaia[111] lo dice che tutti i nostri peccati tengono mortificata la Persona Divina sotto un’apparenza comune[112]. Quando io penso che il Verbo di Dio ha intorno a Sé, come una crosta sudicia, tutta la miseria dell’umanità da quando essa è, penso con profonda compassione e con profonda comprensione alla sofferenza che deve averne la sua anima senza colpa. Il ribrezzo di un sano che venisse ricoperto dei cenci e delle lordure di un lebbroso. È veramente il trafitto dai nostri peccati, il piagato da tutte le concupiscenze dell’uomo[113]. La sua anima, vivente fra noi, deve tremare nei contatti come per ribrezzo di febbre.
48Eppure Egli non parla. Non apre bocca[114] per dire: “Mi fate orrore”. Ma la apre solo per dire: “Venite a Me, che Io vi levi le vostre colpe”. É il Salvatore. Nella sua infinita bontà ha voluto velare la sua insostenibile bellezza. Quella che, se fosse apparsa quale è nel Cielo, ci avrebbe inceneriti, come disse Andrea. Quella ora si è fatta attraente, come di Agnello mansueto, per poterci avvicinare e salvare. La sua oppressione, la sua condanna durerà finché, consumato dallo sforzo dell’essere l’Uomo perfetto fra gli uomini imperfetti, sarà innalzato sopra la moltitudine dei riscattati, nel trionfo della sua regalità santa. Dio che conosce la morte per salvare noi alla Vita! [115]
49Questi pensieri ve lo facciano amare sopra ogni cosa. Egli è il Santo[116]. Io lo posso dire, io che con Giacomo sono cresciuto con Lui. E lo dico e lo dirò, pronto a dare la mia vita per firmare questa confessione, perché gli uomini credano in Lui ed abbiano la Vita eterna.
50Giovanni di Zebedeo, a te sta di parlare».
Giovanni di
Zebedeo:
Il Messia è la Luce fusa con l’Amore
51«Quanto sono belli sui monti i piedi del messaggero! Del messaggero di pace, di Colui che annunzia la felicità e predica la salute, di Colui che dice a Sion: “Regnerà il tuo Dio!” [117]. E questi piedi vanno instancabili da due anni per i monti d’Israele chiamando a raccolta le pecore del gregge di Dio, confortando, sanando, perdonando, dando pace. La sua pace.
52Veramente mi è stupore vedere che non ne trasalgano di gioia i colli e non esultino le acque della patria alla carezza del suo piede. Ma ciò che più mi stupisce è di vedere che non trasalgano di gioia i cuori e non esultino dicendo: “Lode al Signore! L’Atteso è venuto! [118] Benedetto Colui che viene nel nome del Signore!” [119], Colui che sparge grazie e benedizioni, pace e salute, e chiama al Regno aprendocene la via, Colui, soprattutto, che effonde amore da ogni suo atto o parola, da ogni sguardo, da ogni respiro.
53Che è dunque questo mondo per essere cieco alla Luce che vive fra noi?[120] Quali lastre, spesse più della pietra che è alle porte dei sepolcri, ha dunque murate sulla vista dell’anima per non vedere questa Luce? Quali montagne di peccati ha su se stesso per essere così oppresso, separato, accecato, assordito, incatenato, paralizzato, di modo da rimanere inerte davanti al Salvatore?
54Cosa è il Salvatore? É la Luce fusa con l’Amore. La bocca dei miei fratelli ha magnificato le lodi del Signore, rievocato le sue opere, indicato le virtù da praticare per giungere alla sua via. Io vi dico: amate. Non c’è altra virtù più grande e più simile alla sua Natura. Se voi amerete, tutte le virtù praticherete senza fatica[121], cominciando dalla castità. Né vi sarà di peso essere casti, perché amando Gesù niun’altro amerete smodatamente. Sarete umili perché vedrete in Lui le sue infinite perfezioni con occhi d’amante, e perciò non insuperbirete delle vostre, minime. Sarete credenti. E chi non crede in chi ama? Sarete contriti dal dolore che salva, perché il vostro sarà retto dolore, ossia dolore per la pena a Lui data non per quella da voi meritata. Sarete forti. Oh! sì! Uniti a Gesù si è forti! Forti contro ogni cosa. Sarete pieni di speranza perché non dubiterete del Cuor dei cuori che vi ama con tutto Se stesso. Sarete sapienti. Tutto sarete. Amate Colui che annunzia la felicità vera, che predica la salute, che va instancabile per monti e valli, chiamando il gregge a raccolta, e sulla sua via è la Pace, e pace è nel suo Regno che non è di questo mondo, ma che è vero come vero è Dio.
55Lasciate ogni strada che la sua non sia. Liberatevi da ogni nebbia. Andate alla Luce. Non siate come il mondo che non vuole vedere la Luce, che non la vuole conoscere. Ma andate al Padre nostro che è il Padre delle luci, che Luce senza misura è, attraverso al Figlio che è la Luce del mondo, per godere Dio nell’abbraccio del Paraclito che è il folgoreggiare delle Luci in una sola beatitudine d’amore, che i Tre accentra in Uno. Infinito oceano dell’Amore, senza tempeste, senza tenebre, accoglici! Tutti! Gli innocenti come i convertiti. Tutti! Nella tua pace! Tutti! Per l’eternità. Tutti, sulla Terra, perché amiamo Te, Dio, e il prossimo come Tu vuoi. Tutti, nel Cielo, perché ancora e sempre amiamo non solo Te e i celesti abitanti, ma anche, e ancora, i fratelli militanti sulla Terra in attesa della pace, e come angeli di amore li difendiamo e sorreggiamo nelle lotte e nelle tentazioni, perché poi possano essere teco nella tua pace, a gloria eterna del Signore nostro Gesù, Salvatore, Amatore dell’uomo, fino al limite senza limite dell’annichilimento sublime».
56Come sempre, Giovanni, salendo nei suoi voli d’amore, porta seco le anime dove è rarefazione d’amore e silenzio mistico.
57Solo dopo qualche tempo ritorna sulle labbra degli ascoltatori la parola. E il primo a dirla è Filippo, rivolgendosi a Pietro. «E Giovanni, pedagogo, non parla?».
58«Egli vi parlerà per noi continuamente. Ora lasciatelo nella sua pace e lasciateci con lui alquanto. Tu, Saba, fa’ ciò che ti ho detto prima, e così pure tu, buona Berenice…
59Tutti escono, rimanendo nella vasta stanza gli otto coi due.
60Vi è un silenzio grave. Sono tutti un poco pallidi, gli apostoli perché sanno ciò che sta per accadere, i due discepoli perché lo presentono.
61Pietro apre la bocca, ma non trova che questa parola: «Preghiamo», e intona il «Pater noster». Poi, ed è proprio pallido come forse non sarà nella morte, dice, andando fra i due e mettendo loro una mano sulla spalla: «É l’ora del commiato, figli. Che devo dire al Signore a nome vostro? A Lui che certo ansioso sarà di sapere la santità vostra?».
62Sintica scivola in ginocchio coprendosi il volto con le mani e Giovanni la imita. Pietro li ha ai piedi e macchinalmente li carezza, mentre si morde le labbra per non cedere all’emozione.
63Giovanni di Endor alza un volto straziato e dice: «Dirai al Maestro che noi facciamo la sua volontà…».
64E Sintica: «E che ci aiuti a compierla fino alla fine…» [122].
65Ma il pianto impedisce più lunghe frasi.
66«Sta bene. Diamoci il bacio di addio. Quest’ora doveva venire…». Anche Pietro si ferma, strozzato da un nodo di pianto.
67«Prima benedicici», prega Sintica.
68«No. Non io. Meglio uno dei fratelli di Gesù…».
69«No. Tu sei il capo. Noi li benediremo col bacio. Benedicici tutti, sia noi che partiamo come essi che restano», dice il Taddeo inginocchiandosi per il primo.
70E Pietro, il povero Pietro, che ora è rosso dallo sforzo di tenere ferma la voce e dall’orgasmo di benedire a mani tese verso il piccolo nucleo prono ai suoi piedi, dice, con voce fatta ancor più aspra dal pianto, una voce quasi di vecchio, la benedizione mosaica… [123]
71Poi si china, bacia sulla fronte la donna come fosse una sorella, alza e abbraccia, baciandolo forte, Giovanni e… scappa coraggiosamente fuori dalla stanza, mentre gli altri imitano il suo atto con i due che restano…
Ultime raccomandazioni.
72Fuori il carro è già pronto. Non è presente che Filippo e Berenice, e il servo che tiene il cavallo. Pietro è già sul carro…
73«Dirai al padrone che abbia pace circa i suoi raccomandati», dice Filippo a Pietro.
74«Dirai a Maria che io sento la pace di Eucheria da quando ella è la discepola», dice piano Berenice allo Zelote.
75«Direte al Maestro, a Maria, a tutti, che li amiamo e che… Addio! Addio! Oh! non li vedremo più! Addio, fratelli! Addio…».
76Corrono fuori, sulla via, i due discepoli… Ma il carro, che è partito al trotto, ha ormai svoltato l’angolo… Sparito…
«Sintica!».
«Giovanni!».
«Siamo soli!»
77«Dio è con noi!… Vieni, povero Giovanni. Il sole cala, ti fa male restare qui…».
78«Il sole è calato per sempre per me… Solo in Cielo risorgerà».
79Ed entrano dove prima erano con gli altri, abbandonandosi su un tavolo, piangendo senza più freno…
Il grande errore.
Dice Gesù:
80«E il tormento causato da un uomo, non voluto altro che dall’uomo cattivo, fu compito, fermandosi come corso d’acqua che si ferma in un lago dopo aver fatto il suo corso…
81Ti faccio osservare come anche Giuda d’Alfeo, per quanto nutrito di sapienza più degli altri, dia al brano di Isaia sulle mie sofferenze di Redentore una spiegazione umana. E così era tutto Israele, che si rifiutava di accettare la realtà profetica e contemplava le profezie sui miei dolori come allegorie e simboli. Il grande errore per cui, nell’ora della Redenzione, ben pochi in Israele seppero ancora vedere il Messia nel Condannato. La Fede non è solo una corona di fiori. Ha spine anche. Ed è santo colui che sa credere nelle ore di gloria come nelle ore tragiche, e sa amare sia che Dio lo copra di fiori o lo adagi sulle spine».
325. Gli otto apostoli si riuniscono
a Gesù presso Aczib[124].
Il ritorno degli Apostoli.
Panorama primaverile.
1Gesù – un Gesù molto magro e pallido, molto mesto, direi sofferente – è sulla cima, proprio sulla cima più alta di un monticello sul quale è anche un paese. Ma Gesù non è nel paese che è in vetta, sì, ma volto sulla pendice sud-est. Gesù, invece, è su uno speroncello, il più alto, volto a nord-ovest. Più ovest che nord, veramente.
2Gesù, guardando come fa da più lati, vede perciò una catena ondulata di monti che all’estremo nord-ovest e sud-ovest tuffa l’ultima propaggine in mare: a sud-ovest col Carmelo, che sfuma lontano nella giornata serena; a nord-ovest con un capo tagliente come uno sperone di nave, molto simile alle nostre Apuane per vene rocciose biancheggianti al sole. Da questa catena ondulata di monti scendono torrenti e fiumicelli, tutti ben colmi d’acque in questa stagione, che per la pianura costiera corrono a gettarsi nel mare. Presso l’ampia baia di Sicaminon, il più rigoglioso di essi, il Kison, sfocia a mare dopo aver quasi fatto uno specchio d’acqua alla confluenza di un altro fiumiciattolo, presso la foce. Il sole meridiano di una giornata serena trae luccichii di topazi o di zaffiri dai corsi d’acqua, mentre il mare è un immenso zaffiro venato di leggere collane di perle. La primavera del sud si delinea già con le foglie novelle che erompono dalle gemme dischiuse, tenere, lucide, direi verginali tanto sono novelle, ignare di polvere e di tempeste, di morsi di insetti e di contatti d’uomo. E i rami dei mandorli sono già fiocchi di spuma bianco-rosata, così soffici, così aerei, che danno l’impressione abbiano a staccarsi dal tronco natale e veleggiare per l’aria serena come piccole nubi. Anche i campi della pianura, non vasta ma fertile, compresa fra il capo a nord-ovest e quello a sud-ovest, mostrano un tenero verzicare di grani che levano ogni tristezza ai campi, solo poco tempo prima nudi.
3Gesù guarda. Dal punto dove è, vede tre strade. Quella che esce dal paese e viene a finire lì, una stradetta adatta solo a persone, e altre due che dal paese scendono biforcandosi in direzione opposta: verso nord-ovest, verso sud-ovest.
Gesù segnato dalla penitenza.
4Che Gesù patito è mai! Segnato dalla penitenza molto più di quando digiunò nel deserto. Allora era l’uomo impallidito ma ancora giovane e gagliardo. Ora è l’uomo emunto da un complesso soffrire che accascia tanto le forze fisiche come le forze morali. Il suo occhio è molto mesto, una mestizia dolce e severa insieme. Le gote, assottigliate, fanno ancor più risaltare la spiritualità del suo profilo, della fronte alta, del naso lungo e diritto, della bocca dalle labbra assolutamente prive di sensualità. Un viso angelico, tanto esclude la materialità. Ha la barba più lunga del solito, cresciuta anche sulle guance fino a confondersi con i capelli che cadono sulle orecchie, di modo che del suo volto sono visibili solo la fronte, gli occhi, il naso e gli zigomi sottili e di un color avorio senz’ombra di roseo. Ha i capelli ravviati rudimentalmente, resi opachi e conservanti, per ricordo dell’antro dove è stato, tante piccole parti di foglie secche e di stecchi rimasti aggrovigliati nella lunga capigliatura. E la veste e il mantello, spiegazzati e polverosi, denunciano, pure loro, il luogo selvaggio in cui furono portati e usati senza sosta.
La gioia di rivedersi.
Gesù guarda…
5Il sole del mezzodì lo scalda, e sembra che Egli ne abbia piacere perché sfugge l’ombra di alcuni roveri per venire proprio al sole, ma per quanto sia un sole netto, splendente, non accende splendori nei suoi capelli polverosi, nei suoi occhi stanchi, né dà colore al suo viso smagrito.
6Non è il sole che lo ristora e avviva nei colori. Ma è la vista dei suoi cari apostoli, che salgono gesticolando e guardando verso il paese dalla strada che viene da nord-ovest, la più piana. Allora avviene la metamorfosi. L’occhio gli si avviva e il viso pare divenire meno macilento per una sfumatura di roseo che si stende sulle gote e più per il sorriso che lo illumina. Disserra le braccia che aveva conserte ed esclama: «I miei cari!». Lo dice alzando il volto, girando l’occhio sulle cose, quasi a comunicare a steli e piante, al cielo sereno, all’aria che già sa di primavera, la sua gioia. Raccoglie il mantello ben stretto intorno al corpo, perché non si impigli nei cespugli, e scende rapido per una scorciatoia incontro a loro che salgono e che non lo hanno ancora visto. Quando è a portata di voce li chiama, per arrestarli nel loro andare verso il paese.
7Essi sentono il richiamo lontano. Forse dal punto dove sono non possono vedere Gesù, il cui abito scuro si confonde col folto del bosco che copre la pendice. Si guardano intorno, gestiscono… Gesù li chiama di nuovo… Infine una radura nel bosco lo mostra ai loro occhi, nel sole, con le braccia un po’ tese, come già li volesse abbracciare.
8Allora è un grande grido che si ripercuote sulla costa: «Il Maestro!», e una grande corsa su per i greppi, lasciando la via, graffiandosi, inciampando, ansando, senza sentire il peso delle sacche, la fatica dell’andare… portati dalla gioia di rivederlo.
Gara d’ amore.
9Naturalmente i primi ad arrivare sono i più giovani e i più agili, ossia i due figli di Alfeo dal passo sicuro di chi è nato sui colli, e Giovanni e Andrea che corrono come due cerbiatti, ridendo felici. E gli cadono ai piedi, amorosi e riverenti, felici, felici, felici… Poi arriva Giacomo di Zebedeo; ultimi, quasi insieme, i tre meno esperti di corse e di montagne, Matteo e lo Zelote; e ultimo, proprio ultimo, Pietro.
10Ma si fa largo – oh! se si fa largo! – per giungere al Maestro stretto alle gambe dai primi arrivati, che non si stancano di baciargli le vesti o le mani che Egli ha abbandonato a loro. Prende energicamente Giovanni e Andrea, attaccati, come ostriche ad uno scoglio, alle vesti di Gesù, e ansando per la fatica fatta li scansa tanto da poter cadere lui ai piedi di Gesù dicendo: «Oh! Maestro mio! Ora torno a vivere, finalmente! Non ne potevo più. Sono invecchiato e smagrito come fossi stato malato forte. Guarda se non è vero, Maestro…», e alza il capo per farsi guardare da Gesù. Ma nel farlo vede lui il mutamento di Gesù e sorge in piedi gridando: «Maestro!? Ma che hai fatto? Stolti! Ma guardate! Non vedete niente voi? Gesù è stato malato!… Maestro, Maestro mio, che hai avuto? Dillo al tuo Simone».
11«Nulla, amico».
Motivi della sofferenza di Gesù.
«Nulla? Con quel viso? Allora ti hanno fatto del male?».
12«Ma no, Simone».
«Non è possibile! O malato o perseguitato sei stato! Ho gli occhi! …».
13«Io pure. E vedo te smagrito e invecchiato, infatti. Perché, allora, tu sei così?», chiede sorridendo il Signore al suo Pietro, che lo scruta come volesse leggere la verità dai capelli, dalla pelle, dalla barba di Gesù.
«Ma io ho sofferto, io! E non lo nego. Credi che sia stato piacevole vedere tanto dolore?».
14«Lo hai detto! Io pure ho sofferto per lo stesso motivo…».
«Proprio solo per quello, Gesù?», chiede impietosito e affettuoso Giuda di Alfeo.
15«Per il dolore, sì, fratello mio. Per il dolore causato dalla necessità di mandare via…».
«E per il dolore di esservi stato costretto da…».
16«Ti prego!… Silenzio! Mi è più caro il silenzio sulla mia ferita di ogni parola che voglia consolare dicendomi: “Io so perché hai sofferto”. Del resto, sappiatelo tutti, ho sofferto di molte cose, non di questa sola. E se Giuda non mi avesse interrotto ve lo avrei detto».
17Gesù è austero nel dire questo. Tutti ne restano intimoriti. Ma Pietro è il primo a riprendersi e chiede: «E dove sei stato, Maestro? Che hai fatto?».
18«Sono stato in una grotta… a pregare… a meditare… a fortificare lo spirito mio, a ottenervi fortezza, a voi nella vostra missione, a Giovanni e Sintica nel loro soffrire».
«Ma dove, dove? Senza vesti, senza denaro! Come hai fatto?». Simone è agitato.
19«In una grotta non necessitavo di nulla».
«Ma il cibo? Ma il fuoco? Ma il letto? Ma… tutto insomma! Io ti speravo almeno ospite, come un pellegrino smarrito, a Jiftael, altrove, in una casa insomma. E questo mi dava un poco di pace. Ma però, eh? Ditelo voi se non era il mio tormento il pensiero che Lui era senza vesti, senza cibo, senza modo di procurarselo, senza, soprattutto questo, senza volontà di procurarselo. Ah! Gesù! Questo non lo dovevi fare! E non me lo farai mai più! Non ti lascerò più per un’ora. Mi cucirò alla tua veste per venirti dietro come un’ombra, sia che Tu voglia o che Tu non voglia. Solo se muoio sarò separato da Te».
20«O se Io muoio».
«Oh! Tu no. Tu non devi morire prima di me. Non lo dire. Mi vuoi rattristare del tutto?».
I cari e prediletti amici di Gesù.
21«No. Anzi mi voglio con te, con tutti, rallegrare in questa bell’ora che mi riporta i miei cari, prediletti amici. Vedete! Sto già meglio perché il vostro amore sincero mi nutre, mi scalda, mi consola di tutto». E li carezza uno per uno, mentre i loro volti splendono in un sorriso beato e gli occhi luccicano e tremano le labbra per l’emozione di queste parole, mentre chiedono: «Davvero, Signore?», «Proprio così, Maestro?», «Tanto cari ti siamo?».
22«Sì. Tanto cari. Avete cibo con voi?».
«Sì. Me lo sentivo che Tu eri sfinito e l’ho preso per via. Ho pane e carne arrostita, ho latte e formaggi e mele, più una borraccia con vino generoso e uova per Te. Purché non si siano rotte…».
23«Ebbene, sediamo allora qui, a questo bel sole, e mangiamo. Mentre mangiamo mi direte…».
24Si siedono al sole su un balzo e Pietro apre la sua sacca, osserva i suoi tesori: «Tutto salvo!», esclama. «Anche il miele di Antigonio. Macché! Se l’ho detto io! Anche se al ritorno ci fossimo messi in una botte e fatti rotolare da un matto, o su una barca senza remi, bucata magari, in ora di tempesta, saremmo arrivati sani e salvi… Ma nell’andare! Sempre più mi convinco che prima era il Demonio che ci ostacolava. Per non farci andare con quei poverini…».
«Già! ora non aveva più scopo…», conferma lo Zelote.
Carità e perfezione.
25«Maestro, hai fatto penitenza per noi?», chiede Giovanni che si dimentica di mangiare per contemplare Gesù.
26«Sì, Giovanni. Vi ho seguiti col pensiero. Ho sentito i vostri pericoli e le vostre afflizioni. Vi ho aiutati come ho potuto…».
27«Oh! io l’ho sentito! Ve l’ho anche detto. Ve lo ricordate?».
«Sì. É vero», confermano tutti.
28«Ebbene, ora voi mi rendete ciò che vi ho dato».
«Hai digiunato, Signore?», chiede Andrea.
«Per forza! Anche se avesse voluto mangiare, senza denaro, in una grotta, come volevi che mangiasse?», gli risponde Pietro.
«Per causa nostra! Come ne ho dolore!», dice Giacomo d’Alfeo.
29«Oh! no! Non ve ne affliggete! Non per voi soli. Anche per tutto il mondo. Come ho fatto quando iniziai la missione, così ho fatto ora. Allora fui, alla fine, soccorso dagli angeli. Ora lo sono da voi. E, credetelo, mi è duplice gioia. Perché negli angeli è inderogabile il ministero di carità. Ma negli uomini è meno facile a trovarsi. Voi lo esercitate. E da uomini siete, per mio amore, divenuti angeli, avendo scelto santità contro ogni cosa. Perciò mi fate felice[125] come Dio e come Uomo-Dio. Perché mi date ciò che è di Dio: la Carità; e mi date ciò che è del Redentore: la vostra elevazione alla Perfezione. Questo mi viene da voi ed è più nutriente d’ogni cibo. Anche allora, nel deserto, fui nutrito di amore dopo il digiuno. E ne fui ristorato. Così ora, così ora! Abbiamo tutti sofferto. Io e voi. Ma non è stata inutile sofferenza. Io credo, Io so che essa vi ha giovato più di un intero anno di ammaestramento. Il dolore, la meditazione di ciò che può fare l’uomo di male ad un suo simile, la pietà, la fede, la speranza, la carità che avete dovuto esercitare, e da soli, vi hanno maturati come fanciulli che divengono uomini…».
30«Oh! sì! Sono diventato vecchio, io. Non sarò mai più il Simone di Giona che ero alla partenza. Ho capito come è dolorosa, faticosa, nella sua bellezza, la nostra missione…», sospira Pietro.
Cronaca del ritorno.
31«Ebbene, ora siamo qui, insieme. Narrate dunque…».
«Parla tu, Simone. Sai dire meglio di me», dice Pietro allo Zelote.
«No. Tu, da bravo capo, riferisci per tutti», risponde l’altro.
E Pietro comincia, dicendo a premessa: «Ma voi aiutatemi».
32Racconta con ordine fino alla partenza da Antiochia. Poi inizia il racconto del ritorno: «Soffrivamo tutti, sai? Non dimenticherò mai le ultime voci di quei due…». Pietro si asciuga col dorso della mano due lacrimoni che rotolano improvvisi… «Mi sono sembrati l’ultimo grido di uno che affoga… Mah! Insomma, dite voi… io non posso…», e si alza andando un po’ in là per domare la sua emozione.
33Parla Simone Zelote: «Non abbiamo parlato, nessuno, per molta via… Non potevamo parlare… La gola ci doleva per tanto che era gonfia di pianto… E non volevamo piangere… perché, se avessimo cominciato, anche uno solo, sarebbe stata finita. Avevo preso le redini io perché Simone di Giona, per non fare vedere che soffriva, si era messo in fondo al carro rovistando nelle sacche. Ci siamo fermati ad un paesino a mezza via fra Antiochia e Seleucia. Per quanto la luna si facesse chiara più la notte si faceva alta, pure, non pratici come eravamo, ci siamo fermati lì. E abbiamo sonnecchiato fra le nostre robe. Non abbiamo mangiato, nessuno, perché… non potevamo. Pensavamo a quei due… Alla prima luce dell’alba abbiamo passato il ponte e siamo arrivati prima dell’ora di terza a Seleucia. Abbiamo riportato il carro e il cavallo all’albergatore e – era tanto un buon uomo – ci siamo consigliati con lui per la nave. Ha detto: “Vengo al porto io. Sono conosciuto e conosco”. E così ha fatto. Ha trovato tre navigli in partenza per questi porti. Ma su uno erano certi… esseri che non abbiamo voluto avere vicini. Ce lo ha detto l’uomo, che lo aveva saputo dal padrone della nave. La seconda era di Ascalona e non voleva fare scalo per noi a Tiro, a meno di una somma che non avevamo più.
34La terza era un navicello ben meschino, carico di legname greggio. Una povera barca, con poca ciurma e, credo, con molta miseria. Per questo, pure essendo diretta a Cesarea, acconsentì a fermarsi a Tiro, previo sborso di una giornata di vitto e di paga per tutta la ciurma. Ci conveniva. Io, veramente, e con me Matteo, avevo un poco paura. É tempo di tempeste… e Tu sai cosa si trovò nell’andare. Ma Simon Pietro disse: “Non accadrà nulla”. E vi montammo. Pareva che gli angeli fossero le vele della nave, tanto andava liscia e veloce. Meno della metà del tempo impiegato nell’andare ci tenemmo a giungere a Tiro, e lì fu così buono il padrone che ci concesse di rimorchiare la barca fino presso a Tolemaide. Dentro vi scesero Pietro e Andrea con Giovanni, per le manovre. Ma era molto semplice… Non come nell’andare… A Tolemaide ci separammo. Ed eravamo così contenti che gli abbiamo dato ancora denaro oltre il pattuito, prima di scendere tutti nella barca dove erano già le nostre cose.
35A Tolemaide abbiamo sostato un giorno, poi siamo venuti qui… Ma non dimenticheremo mai il sofferto. Simone di Giona ha ragione».
36«Non abbiamo ragione, anche, di dire che il Demonio ci ostacolava solo nell’andare?», chiedono in più d’uno.
Vincolati dal silenzio.
37«Avete ragione. Ora ascoltate. La vostra missione è finita. Ora torneremo verso Jiftael, in attesa di Filippo e Natanaele. E occorre farlo presto. Poi verranno gli altri… Intanto evangelizzeremo qui, ai confini della Fenicia, nella Fenicia stessa. Però quanto è avvenuto è seppellito per sempre nei nostri cuori. A nessuna domanda sarà data risposta».
38«Neppure a Filippo e Natanaele?
Essi sanno che siamo venuti con Te…».
39«Parlerò Io. Ho molto sofferto, amici, e voi lo avete visto. Ho pagato con la mia sofferenza la pace di Giovanni e Sintica. Fate che il mio soffrire non sia inutile. Non aggravate le mie spalle di un peso. Ne ho già tanti!… E il loro peso cresce giorno per giorno, ora per ora… Dite a Natanaele che ho molto sofferto. Ditelo a Filippo, e che siano buoni. Ditelo agli altri due. Ma non dite di più. Dire che avete capito che ho sofferto, e che ve l’ho confermato, è verità. Non occorre di più».
40Gesù parla stancamente… Gli otto lo guardano dolenti, e Pietro osa accarezzarlo sulla testa, standogli alle spalle. Gesù alza il capo e guarda il suo onesto Simone con un sorriso di una mestizia affettuosa.
41«Oh! non posso vederti così! Mi sembra, ho la sensazione che la gioia della nostra unione sia cessata e che di essa resti la santità, solo quella! Intanto… Andiamo ad Aczib. Ti muterai la veste, ti raderai le guance e ordinerai i capelli. Così no, non così! Non ti posso vedere così… Mi sembri… uno sfuggito da mani crudeli, un percosso, un esausto… Mi sembri Abele di Betlemme di Galilea, liberato dai suoi nemici…».
42«Sì, Pietro. Ma è il cuore del tuo Maestro che è malmenato… e quello non guarirà mai più… Sempre più, anzi, sarà ferito. Andiamo…»
La potenza della fede.
43Giovanni sospira: «Mi spiace… Avrei voluto raccontare a Toma, tanto amante della Madre tua, il miracolo della canzone e dell’unguento…».
44«Lo dirai un giorno… Non ora. Tutto direte un giorno. Allora potrete parlare. Io stesso vi dirò: “Andate a dire tutto ciò che sapete”. Ma intanto sappiate vedere nel miracolo la verità. Questa: la potenza della fede. Tanto Giovanni come Sintica hanno calmato il mare e guarito l’uomo non per le parole, non per l’unguento. Ma per la fede con la quale hanno usato il nome di Maria e l’unguento fatto da Lei. E anche: ciò avvenne perché intorno alla loro fede era la vostra, di tutti voi, e la vostra carità. Carità verso il ferito. Carità verso il cretese. All’uno voleste conservare la vita, all’altro dare la fede. Ma se è ancora facile curare i corpi, è ben dura cosa curare gli animi… Non vi è morbo più difficile a debellare di quello spirituale…», e Gesù sospira forte.
45Sono in vista di Aczib. Pietro va avanti con Matteo per trovare alloggio. Lo seguono gli altri, stretti intorno a Gesù. Il sole cala rapidamente, mentre entrano in paese…
326. Una sosta ad Aczib[126].
Sosta ad Aczib con sei Apostoli.
Bontà ed equilibrio di Pietro.
1«Signore, questa notte ho pensato… Perché vuoi venire Tu tanto lontano, per poi tornare ai confini fenici? Lascia andare me con un altro. Venderò Antonio… Me ne spiace… ma ora non serve più e darebbe nell’occhio. E andrò incontro a Filippo e Bartolomeo. Non possono fare che quella strada e li incontrerò certo. E Tu puoi stare certo che io non parlerò. Non voglio darti dolori, io… Tu riposi qui, con gli altri, ci risparmiamo tutti quella strada di Jiftael… e facciamo più presto», dice Pietro mentre escono dalla casa dove hanno dormito. E sembrano meno spauriti perché hanno vesti fresche, e barbe e capelli sono stati aggiustati da mano esperta.
2«Il tuo pensiero è buono. Non ti impedisco di farlo. Va’ pure con chi vuoi dei compagni».
«Con Simone, allora. Signore, benedicici».
3Gesù li abbraccia dicendo: «Con un bacio. Andate».
Li guardano andare, scendendo lesti verso la pianura.
«Come è buono Simone di Giona! In questi giorni l’ho apprezzato come mai avevo fatto prima», dice Giuda Taddeo.
4«Anche io», dice Matteo. «Mai egoista, mai superbo, mai esigente».
5«Non si è mai prevalso di essere il capo. Anzi! Sembrava l’ultimo di noi, pure serbando il suo posto», aggiunge Giacomo d’Alfeo.
6«A noi non fa stupore. Lo conosciamo da anni. Focoso, ma tutto cuore. E così onesto, poi!», dice Giacomo di Zebedeo.
7«Mio fratello è buono, anche se è rude. Ma da quando poi è con Gesù si è fatto buono il doppio. Io ho un carattere tutto diverso, e delle volte lui ci si inquietava. Ma era perché capiva che io soffrivo di quel carattere. Per mio bene si inquietava. Quando lo si è capito, si va d’accordo con lui», dice Andrea.
Un solo cuore e solo un pensiero.
8«In questi giorni ci siamo sempre capiti e siamo stati un sol cuore», asserisce Giovanni.
9«Ma già! L’ho notato anche io. In tutta una luna, e in momenti anche di orgasmo, non abbiamo mai avuto malumori… Mentre delle volte… non so perché…», monologa Giacomo di Zebedeo.
10«Perché? Ma è facile a capirsi!
Perché siamo retti nella nostra intenzione. Perfetti no. Ma retti sì. E perciò accettiamo il bene che uno propone, o scartiamo il male che uno di noi ci indica per tale, mentre prima non lo avevamo intuito da noi. Perché? Ma è facile dirlo! Perché noi otto abbiamo solo un pensiero: fare le cose in modo da dare gioia a Gesù. Ecco tutto!», esclama il Taddeo.
11«Non credo che gli altri abbiano altro pensiero», dice conciliante Andrea.
12«No. Non Filippo, non Bartolomeo, sebbene questo molto anziano e molto Israele… E neppure Toma, per quanto molto più uomo che spirito. Farei torto a questi se li accusassi di… Gesù, hai ragione. Perdona. Ma se sapessi cosa è per me vedere che Tu soffri. E per lui! Io ti sono discepolo come tutti gli altri. Ma in più ti sono fratello e amico, e il focoso sangue d’Alfeo è in me. Gesù, non mi guardare così severo né triste. Tu sei l’Agnello e io… il leone. E credi che stento a trattenermi dal lacerare con una zampata la rete di calunnie che ti avvolge e dall’abbattere il riparo nel quale si cela il vero nemico. Vorrei vedere la realtà del suo viso spirituale, al quale dò un nome… e forse calunnio così; ed al quale darei un segno, se riuscissi a conoscerlo senza sbaglio possibile, che gli leverei per sempre la voglia di nuocerti», dice veemente il Taddeo che è stato trattenuto, al principio del suo dire, dà un’occhiata di Gesù.
Il Pellegrino respinto.
13Giacomo di Zebedeo gli risponde: «Dovresti segnare metà Israele… Ma Gesù procederà lo stesso. Lo hai visto in questi giorni se nulla può contro Gesù. Che facciamo, ora, Maestro? Hai parlato qui?»
14«No. Ero giunto su queste pendici da men di un giorno. Ho dormito nella selva».
«Perché non ti hanno voluto?».
15«Il loro cuore respinse il Pellegrino… Ero senza denaro…».
«Sono cuori di pietra, allora! Di che temevano?».
16«Che Io fossi un ladrone… Ma non importa. Il Padre che è nei Cieli mi fece trovare una capra, smarrita o fuggita. Venite, ve la mostro. Vive nel folto col suo capretto. Ma non è fuggita vedendomi arrivare. Anzi mi lasciò spremere il suo latte nella mia bocca… come fossi un suo nato Io pure. E ho dormito vicino ad essa, col caprettino quasi sul cuore. Dio è buono col suo Verbo!».
17Vanno verso il luogo di ieri, in una macchia folta e spinosa. Un rovere secolare, che non so come possa vivere così fenduto alla base come se il terreno si fosse aperto e lo avesse divaricato nel tronco poderoso, tutto fasciato di edere verdi e di rovi, per ora privi di foglie, sta in mezzo ad essa. E lì presso pascola la capra col suo capretto, e vedendo tanti uomini punta le corna in difesa. Ma poi riconosce Gesù e si calma. Le buttano croste di pane e si ritirano.
18«Ho dormito là», spiega Gesù. «E vi sarei rimasto se non foste venuti. Ormai avevo fame. Lo scopo del digiuno era finito… Non occorreva insistere per altre cose che non sono mutabili più»… Gesù è di nuovo mesto… I sei si sbirciano, ma non dicono niente.
19«E ora? Dove andiamo?».
«Rimaniamo qui, per oggi. Domani scenderemo a predicare sulla via di Tolemaide e poi andremo verso i confini fenici per tornare qui avanti il sabato».
20E lentamente tornano in paese.
327. Ai confini della Fenicia. Discorso sulla uguaglianza dei popoli e
parabola
del lievito[127].
Evangelizzando verso la Fenicia.
Presso il maniscalco Tito.
1La strada che dalla Fenicia viene verso Tolemaide è una bella strada che taglia, diritta diritta, la pianura fra il mare e i monti. E, per il modo come è mantenuta, è molto frequentata. Sovente tagliata da strade minori, che dai paesi dell’interno vanno a quelli della costa, offre numerosi crocevia presso i quali è generalmente una casa, un pozzo e una rudimentale mascalcia per i quadrupedi che possono aver bisogno di ferri.
2Gesù, coi sei rimasti con Lui, percorre un bel tratto di strada, due chilometri e più, sempre vedendo le stesse cose. Infine si ferma presso una di queste case con pozzo e mascalcia, ad un bivio presso un torrente sormontato da un ponte che, per essere robusto, ma largo appena quanto basta al passaggio di un carro, fa sì che vi sia sosta forzata di chi va e di chi viene, perché le due correnti opposte non potrebbero passare insieme. E ciò dà modo ai passeggeri, di razze diverse, da quel che riesco a capire, ossia fenici ed israeliti veri e propri, in odio fra di loro, di accumunarsi in un unico intento: quello di imprecare a Roma… Senza Roma essi non avrebbero neanche quel ponte, e col torrente colmo non so come avrebbero potuto passare. Ma tant’è! L’oppressore è sempre odiato anche se fa cose utili!
3Gesù si ferma presso il ponte, nell’angolo pieno di sole dove è la casa che sul lato lungo il torrente ha la maleodorante mascalcia, nella quale si stanno forgiando ferri per un cavallo e due asinelli che li hanno perduti. Il cavallo è attaccato ad un carro romano, sul quale sono militi che si dilettano a fare boccacce agli ebrei imprecanti. E ad un vecchio nasuto, astioso più di tutti, una vera bocca viperina che credo morderebbe volentieri i romani pur di avvelenarli, tirano addosso una manciata di letame equino… Figurarsi quello che avviene! Il vecchio ebreo scappa urlando come lo avessero infettato di lebbra, e a lui si uniscono in coro altri ebrei. I fenici gridano ironici: «Vi piace la manna nuova? Mangiate, mangiate, per aver lena a gridare contro quelli che sono troppo buoni con voi, ipocrite vipere». I soldati sghignazzano… Gesù tace.
4Il carro romano parte finalmente, salutando il maniscalco col grido: «Salve, o Tito, e prospero soggiorno!». L’uomo, gagliardo, anziano, dal collo taurino, il volto sbarbato, gli occhi nerissimi ai lati di un naso robusto e sotto la tettoia di una fronte sporgente e ampia, un poco stempiata per mancanza di capelli che, là dove sono, sono corti e alquanto cresputi, alza il pesante martello con gesto di addio e poi si volge da capo all’incudine, sulla quale un giovane ha posto un ferro rovente, mentre un altro ragazzo brucia lo zoccolo di un somarello per regolarlo alla prossima ferratura.
Matrimoni misti.
5«Sono quasi tutti romani questi maniscalchi lungo le strade. Soldati rimasti qui dopo il servizio. E ci guadagnano… Non hanno mai impedimenti a curare le bestie… E un asino può sferrarsi anche avanti al tramonto del sabato o in tempo di Encenie…», osserva Matteo.
6«Quello che ci ha ferrato Antonio era sposato ad una ebrea», dice Giovanni.
«Le donne stolte sono più delle donne savie», sentenzia Giacomo di Zebedeo.
7«E i figli di chi sono? Di Dio o del paganesimo?», chiede Andrea.
8«Sono del coniuge più forte, generalmente», risponde Matteo.
9«E, solo che la donna non sia lei una apostata, sono ebrei, perché l’uomo, questi uomini, lasciano fare. Non sono molto… fanatici neppure del loro Olimpo. Credo che ormai non credano altro che al bisogno del guadagno. Sono pieni di figli».
10«Spregevoli unioni, però. Senza una fede, senza una vera patria… invisi a tutti…», dice il Taddeo.
11«No. Ti sbagli. Roma non li disprezza. Anzi li aiuta sempre. Servono più così che quando portavano le armi. Penetrano in noi con la corruzione del sangue più che con la violenza. Chi soffre, se mai, è la prima generazione. Poi si spargono e… il mondo dimentica…», dice Matteo che pare molto pratico.
Una sola patria.
12Sì, sono i figli quelli che soffrono. Ma anche le donne ebree, congiunte così… Per loro stesse e per i loro figli. Mi fanno pietà. Nessuno parla loro più di Dio. Ma ciò non sarà più in avvenire. Allora non saranno più queste separazioni di creature e di nazioni, perché le anime saranno unite in una sola Patria: la mia», dice Gesù, fino allora silenzioso.
«Ma allora saranno morte! …», esclama Giovanni.
13«No. Saranno raccolte nel mio Nome. Non più romani o libici, greci o pontici, iberi o gallici, egizi o ebrei, ma anime di Cristo. E guai a coloro che vorranno distinguere le anime, tutte da Me ugualmente amate e per le quali in uguale modo avrò sofferto, a seconda delle loro patrie terrene. Colui che così facesse dimostrerebbe di non avere compreso la Carità, che è universale».
Gli apostoli sentono il velato rimprovero e curvano il capo tacendo…
14Il fragore del ferro battuto sull’incudine si è taciuto e già rallentano i colpi sull’ultimo zoccolo asinino. Gesù ne approfitta per alzare la voce e farsi sentire dalla folla. Pare continui il discorso ai suoi apostoli. In realtà parla ai passanti e forse anche a chi è nella casa, delle donne certo, perché richiami di voci femminee vanno per l’aria tiepida.
Uguaglianza fra i figli del Creatore. (Discorso)
Una sola famiglia.
15«Anche se pare inesistente, una parentela è sempre negli uomini. Quella della provenienza da un unico Creatore. Ché, se poi i figli di un unico Padre si sono separati, non per questo si è mutato il legame d’origine, così come non si muta il sangue di un figlio quando ripudia la paterna casa. Nelle vene di Caino fu il sangue di Adamo anche dopo che il delitto lo mise in fuga per il vasto mondo. E nelle vene dei figli nati dopo il dolore di Eva, gemente sul figlio ucciso, era lo stesso sangue che bolliva in quelle del lontano Caino.
16Lo stesso, e con più pura ragione, è dell’uguaglianza fra i figli del Creatore. Sperduti? Sì. Esiliati? Sì. Apostati? Sì. Colpevoli? Sì. Parlanti e credenti lingue e fedi a noi aborrite? Sì. Corrotti per unioni con pagani? Sì. Ma l’anima loro è venuta da Un solo, ed è sempre quella, anche se lacerata, sperduta, esiliata, corrotta… Anche se è oggetto di dolore al Padre Iddio, è sempre anima da Lui creata.
17I figli buoni di un Padre buonissimo devono avere sentimenti buoni. Buoni verso il Padre, buoni verso i fratelli, quali che siano divenuti, perché figli di uno Stesso. Buoni verso il Padre col cercare di consolarlo del suo dolore riportandogli i figli, che sono il suo dolore, o perché peccatori, o perché apostati, o perché pagani. Buoni verso gli stessi perché essi hanno l’anima venuta dal Padre chiusa in un corpo colpevole, bruttata, ebete per errata religione, ma sempre anima del Signore e uguale alla nostra.
Compito dei Missionari del Vangelo.
18Ricordate, o voi d’Israele, che non vi è alcuno, fosse pure l’idolatra più lontano con la sua idolatrica religione da Dio, fosse pure il più pagano fra i pagani o il più ateo fra gli uomini, che sia assolutamente privo di una traccia della sua origine. Ricordate, o voi che avete sbagliato staccandovi dalla giusta religione, scendendo a mescolanza di sessi che la nostra religione condanna[128], che anche se vi pare che tutto ciò che era Israele sia morto in voi, soffocato dall’amore per un uomo di diversa fede e di diversa razza, morto non è. Uno che vive ancora. Ed è Israele. E voi avete il dovere di soffiare su quel fuoco morente, di alimentare la scintilla che sussiste per volontà di Dio, per farla crescere al disopra dell’amore carnale. Questo cessa con la morte. Ma la vostra anima non cessa con la morte. Ricordatelo. E voi, voi, chiunque siate, che vedete, e molte volte inorridite di vedere gli ibridi connubi di una figlia di Israele con uno di un’altra razza e fede, ricordate che avete l’obbligo, il dovere di aiutare caritatevolmente la sorella smarrita a ritrovare le vie del Padre.
19Questa è la nuova Legge, santa e gradita al Signore: che i seguaci del Redentore redimano là ovunque è da redimere, perché Dio sorrida delle anime tornate alla Casa paterna, e perché non sia reso sterile o troppo meschino il sacrificio del Redentore.
Il lievito novello.
20Per fare fermentare molta farina, la donna di casa prende un pezzettino della pasta fatta la settimana avanti. Oh! una briciola levata alla grande massa! E la seppellisce nel mucchio di farina, e tiene ciò al riparo dai venti ostili, nel tepore previdente della casa.
21Fate voi così, veri seguaci del Bene, e fate voi così, creature che vi siete allontanate dal Padre e dal suo Regno. Date voi, i primi, una briciola del vostro lievito[129] ad aggiunta e a rinforzo alle seconde, che lo uniranno alla molecola di giustizia che sussiste in esse. E voi ed esse tenete al riparo dai venti ostili del Male, nel tepore della Carità – che è, a seconda di ciò che siete, signora vostra o tenace superstite in voi, anche se ormai languente – il lievito novello. Serrate ancora le pareti della casa, della correligione, intorno a ciò che lievita nel cuore di una correligionaria smarrita, che si senta amata ancora da Israele, ancora figlia di Sionne e sorella vostra, perché fermentino tutte le buone volontà e venga nelle anime e per le anime, tutte, il Regno dei Cieli».
22«Ma chi è? Ma chi è?», si chiede la gente, che non sente più fretta di passare nonostante il ponte sia sgombro, né di proseguire se lo ha superato.
«Un rabbi».
«Un rabbi d’Israele».
23«Qui? Ai confini della Fenicia? É la prima volta che ciò accade!».
24«Eppure è così. Aser mi ha detto che è quello che dicono il Santo».
25«Allora forse si rifugia fra noi perché di là lo perseguitano».
«Sono certi rettili!».
«Bene se viene da noi! Farà prodigi…».
26Intanto Gesù si è allontanato, prendendo un sentiero nei campi, e se ne va…
328. Ad Alessandroscene, dai fratelli
di Ermione[130].
Carità premiata.
Il promontorio della Tempesta.
1La strada è nuovamente raggiunta dopo un lungo giro per i campi e dopo aver superato il torrente su un ponticello di tavole cigolanti, capace proprio di servire solo al passaggio di persone: una passerella più che un ponte.
2E la marcia continua per la pianura, che si restringe sempre più per l’avanzarsi delle colline verso il litorale, tanto che dopo un altro torrente, con l’indispensabile ponte romano, la strada in pianura diviene strada nel monte, biforcandosi al ponte con una meno ripida che si dilunga verso nord-est per una valle, mentre questa, scelta da Gesù, secondo l’indicazione del cippo romano: “Alessandroscene – m.V°”, è una vera e propria scala nel monte roccioso ed erto che tuffa il muso aguzzo nel Mediterraneo, che sempre più si spiega alla vista man mano che si sale. Solo pedoni e somarelli percorrono quella via, quella gradinata, sarebbe meglio detto.
3Ma, forse perché raccorciante di molto, la strada è anche molto battuta e la gente osserva curiosa il gruppo galileo, così insolito, che la percorre.
«Questo deve essere il capo della Tempesta», dice Matteo indicando il promontorio che si spinge in mare.
«Sì, ecco lì sotto il paese dal quale ci parlò il pescatore», conferma Giacomo di Zebedeo.
4«Ma chi avrà fatto questa strada?».
«Chissà da quando c’è! Opera fenicia forse…».
Prova dell’ospitalità.
5Bianco. Vedrai molto mare, Giovanni mio!», dice Gesù ponendo un braccio intorno alle spalle dell’apostolo.
6«Ne sarò contento. Ma fra poco è notte. Dove sosteremo?».
«Ad Alessandroscene. Vedi? La strada già scende. Giù è pianura fino alla città che si vede là, in basso».
7«É la città della donna di Antigonio… Come potremmo fare ad accontentarla?», dice Andrea.
«Sai, Maestro? Ella ci ha detto: “Andate in Alessandroscene. I fratelli miei hanno empori là e proseliti sono. Fate che sappiano del Maestro. Siamo figli di Dio anche noi…”, e piangeva perché è poco sopportata come nuora… di modo che mai i fratelli vanno a lei e lei non sa di loro…», spiega Giovanni.
8«Cercheremo i fratelli della donna. Se ci accoglieranno come pellegrini, avremo modo di accontentarla…»
«Ma come si fa a dire che l’abbiamo vista?».
9«É dipendente di Lazzaro. Noi siamo amici di Lazzaro», dice Gesù.
«È vero. Parlerai Tu…»
10«Sì. Ma affrettate il passo per trovare la casa. Sapete dove è?».
«Sì. Presso il Castro. Hanno molto contatto coi romani, ai quali vendono tante cose».
«Sta bene».
Alessandroscena.
11Fanno velocemente la strada tutta piana, bella, una vera strada consolare che certo si congiunge con quelle dell’interno, o meglio, che certo prosegue verso l’interno dopo avere lanciato la sua propaggine rocciosa, a gradinate, lungo la costa, a cavaliere del promontorio.
12Alessandroscene è una città più militare che civile. Deve avere un’importanza strategica che io non conosco. Accucciata come è fra i due promontori, sembra una sentinella messa a guardia di quel pezzo di mare. Ora che l’occhio può guardare l’uno e l’altro capo, si vede che spesseggiano su essi le torri militari formanti catena con quelle del piano, della città, dove, verso la marina, troneggia il Castro imponente.
13Entrano nella città dopo aver superato un altro torrentello, sito proprio alle porte, e si dirigono verso la mole arcigna della fortezza guardandosi intorno curiosi ed essendo curiosamente osservati.
14I soldati sono molto numerosi e, sembra, anche in buoni rapporti con i cittadini, cosa che fa borbottare fra i denti agli apostoli: «Gente fenicia! Senza onore!».
Prova superata.
15Giungono ai magazzini dei fratelli di Ermione mentre gli ultimi avventori ne escono carichi delle più svariate merci, che vanno dai panni tessuti alle stoviglie e da queste a fieni e granaglie, oppure olio e cibarie. Odore di cuoi, di spezie, di pagliai, di lane grezze, empie l’ampio androne per il quale si accede nel cortile vasto come una piazza, sotto i portici del quale sono i diversi depositi. Corre un uomo barbuto e bruno.
«Che volete? Cibarie?».
16«Sì… e anche alloggio, se non ti sdegni alloggiare pellegrini. Veniamo da lontano e qui non fummo mai. Accoglici in nome del Signore».
17L’uomo guarda attentamente Gesù, che parla per tutti. Lo scruta… Poi dice: «Veramente io non do alloggio. Ma Tu mi piaci. Sei galileo, non è vero? Meglio i galilei dei giudei. Troppa muffa in loro. Non ci perdonano di avere sangue non puro. Farebbero meglio ad avere loro l’anima pura. Vieni, entra qui, ché ora vengo subito. Chiudo, ché ormai è notte». Infatti la luce è ormai crepuscolare, e lo è ancor più nel cortile dominato dal Castro potente.
18Entrano in una stanza e si siedono stanchi su dei sedili sparsi qua e là…
19Torna l’uomo con altri due, uno più vecchio, l’altro più giovane, e addita gli ospiti, che si alzano salutando, dicendo: «Ecco. Che ve ne pare? Mi sembrano onesti…».
20«Sì. Bene hai fatto», dice il più vecchio al fratello; e poi, rivolto agli ospiti, meglio, a Gesù che appare chiaramente essere il capo, chiede: «Come vi chiamate?».
21«Gesù di Nazareth, Giacomo e Giuda pure di Nazareth, Giacomo e Giovanni di Betsaida e così Andrea, più Matteo di Cafarnao».
«Come mai qui siete? Perseguitati?».
22«No. Evangelizzanti. Abbiamo percorso più di una volta la Palestina dalla Galilea alla Giudea, dall’uno all’altro mare. E fin nell’Oltre Giordano, all’Auranite fummo. Ora siamo venuti qui… ad ammaestrare».
23«Un rabbi qui? Ci è stupore, non è vero, Filippo e Elia?», chiede il più vecchio.
«Molto. Di che casta sei?».
24«Di nessuna. Sono di Dio. Credono in Me i buoni del mondo. Sono povero, amo i poveri, ma non disprezzo i ricchi ai quali insegno l’amore alla misericordia e il distacco dalle ricchezze, così come insegno ai poveri ad amare la loro povertà fidando in Dio che non lascia perire nessuno. Fra gli amici ricchi e discepoli miei è Lazzaro di Betania…»
Carità premiata.
«Lazzaro? Abbiamo una sorella sposata ad un suo servo».
25«Lo so. Per questo anche sono venuto. Per dirvi che ella vi saluta e vi ama».
«L’hai vista?».
26«Non Io. Ma questi che con Me sono, mandati da Lazzaro ad Antigonio».
«Oh! dite! Che fa Ermione? É proprio felice?».
27«Lo sposo e la suocera l’amano molto. Il suocero la rispetta…», dice Giuda Taddeo.
«Ma non le perdona il sangue materno. Dillo».
28«Sta per perdonarglielo. Ci ha detto di lei grandi lodi. E ha quattro fanciulli molto belli e buoni. Ciò la fa felice. Ma vi ha sempre nel cuore e ha detto di venire a portarvi il Maestro divino».
«Ma… come… Sei il… sei quello che chiamano il Messia, Tu?».
29«Lo sono».
30«Sei veramente il… Ci hanno detto a Gerusalemme che sei, che ti chiamano il Verbo di Dio. É vero?».
31«Sì».
«Ma lo sei per quelli di là o per tutti?».
32«Per tutti. Potete credere che Io sono quello?».
«Credere non costa nulla, molto più quando si spera che la cosa creduta possa levare ciò che fa soffrire».
33«E’ vero, Elia. Ma non dire così É pensiero impuro molto, molto più del sangue misto. Rallegrati non nella speranza che cada ciò che ti fa soffrire come uomo del disprezzo altrui, ma rallegrati per la speranza di conquistare il Regno dei Cieli».
«Hai ragione. Sono un mezzo pagano, Signore…».
34«Non te ne avvilire. Io amo anche te e anche per te sono venuto».
«Saranno stanchi, Elia. Tu li trattieni in discorsi. Andiamo alla cena e poi conduciamoli al riposo. Non ci sono donne qui… Nessuna d’Israele ci ha voluti e noi volevamo una di esse… Perdona perciò se la casa ti parrà fredda e spoglia».
35«Il vostro buon cuore me la farà ornata e calda».
«Quanto ti trattieni?».
36«Non più di un giorno. Voglio andare verso Tiro e Sidone e vorrei essere ad Aczib avanti il sabato».
«Non puoi, Signore! Lontana è Sidone!».
37«Domani vorrei parlare qui».
38«La nostra casa è come un porto. Senza uscire da essa avrai uditorio a tuo piacere, tanto più che domani è mercato grosso».
39«Andiamo, allora, e il Signore vi compensi della vostra carità».
329. Al mercato di Alessandroscene. La parabola degli operai della
vigna.
Il milite Aquila[131].
Il mercatone.
Vocia il mercato di Alessandroscene.
1Il cortile dei tre fratelli è per metà in ombra, per metà luminoso di sole. Ed è pieno di gente che va e viene per i suoi acquisti, mentre fuori dal portone, sulla piazzetta, vocia il mercato di Alessandroscene in un confuso andare e venire di acquirenti e di compratori, di asini, di pecore, di agnelli, di pollame; perché si capisce che qui hanno meno storie, e anche i polli vengono portati al mercato senza temere contaminazioni di sorta. Ragli, belati, cruccolio di galline e trionfali chicchirichì di galletti si mescolano alle voci degli uomini in un allegro coro, che ogni tanto prende note acute e drammatiche per qualche alterco.
2Anche nel cortile dei fratelli è brusìo e non manca qualche alterco, o per il prezzo, o perché un avventore ha preso ciò che un altro aveva in cuor suo prescelto. Non manca il lamento querulo dei mendicanti che dalla piazza, presso il portone, fanno la litania delle loro miserie con una gorga cantante e triste come un ululo di morente.
3Soldati romani vanno e vengono da padroni per il fondaco e per la piazza. Suppongo in servizio d’ordine, perché li vedo armati, e mai da soli, fra i fenici tutti armati.
4Anche Gesù va e viene per il cortile, passeggiando coi sei apostoli come in attesa del momento buono per parlare. E poi esce un momento sulla piazza, passando presso ai mendicanti ai quali dà un obolo. La gente si distrae per qualche minuto a guardare il gruppo galileo e si domanda chi sono quegli uomini stranieri. E c’è chi informa, perché ha chiesto notizie ai tre fratelli, chi siano i loro ospiti.
5Un brusio segue i passi di Gesù che va tranquillo, accarezzando i bambini che trova sulla sua strada. Nel brusio non mancano i sogghigni e gli epiteti poco lusinghieri per gli ebrei, come non manca il desiderio onesto di sentire questo «Profeta», questo «Rabbi», questo «Santo», questo «Messia» d’Israele, che con tali nomi se lo indicano, a seconda del loro grado di fede e della loro rettezza d’animo.
Commenti sul Messia.
6Sento due madri: «Ma è vero?».
«Me lo ha detto Daniele, proprio a me. Lui ha parlato a Gerusalemme con gente che ha veduto i miracoli del Santo».
7«Sì, d’accordo! Ma sarà poi questo l’uomo?».
«Oh! Mi ha detto Daniele che non può essere che Lui per quello che dice».
8«Allora… che dici? Mi farà grazia anche se sono soltanto proselite?».
«Io direi di sì… Prova. Forse non tornerà più qui da noi. Prova, prova! Male non ti farà certo!».
9«Vado», dice la donnetta lasciando in asso un venditore di stoviglie col quale contrattava delle scodelle, il quale venditore, che ha sentito il discorso delle due, deluso, irritato del buon affare andato in fumo, si scaraventa sulla donna superstite, coprendola di improperi quali: «Maledetta proselite. Sangue d’ebrea. Donna venduta», ecc. ecc.
10Sento due uomini gravi e barbuti: «Mi piacerebbe sentirlo. Dicono che è un grande Rabbi».
11«Un Profeta, devi dire. Più grande del Battista. Mi ha detto Elia certe cose! Certe cose! Lui le sa perché ha una sorella sposata ad un servo di un grande ricco d’Israele e per sapere di lei va a chiederne ai conservi. Questo ricco è molto amico del Rabbi…».
12Un terzo, un fenicio forse, che essendo lì vicino ha sentito, insinua la sua faccia sottile, satirica, fra i due, e sghignazza: «Bella santità! Condita di ricchezze! Per quello che so, il santo dovrebbe vivere poveramente!».
13«Taci, Doro, lingua maledica. Non sei degno, tu, pagano, di giudicare queste cose».
«Ah! ne siete degni voi, tu in specie, Samuele! Faresti meglio a pagarmi quel debito».
«Toh! e non mi girare più attorno, vampiro dalla faccia di fauno!» …
14Sento un vecchio semicieco, accompagnato da una fanciullina, che chiede: «Dove è, dove è il Messia?»; e la bimba: «Fate largo al vecchio Marco! Vogliate dire dove è il Messia al vecchio Marco!».
15Le due voci – la senile, fioca e tremolante; la fanciulla, argentina e sicura – si spandono sulla piazza inutilmente, finché un altro uomo dice: «Volete andare dal Rabbi? È tornato verso la casa di Daniele. Eccolo là fermo, che parla coi mendicanti».
Commenti dei saldati Scipione e Caio.
16Sento due soldati romani: «Deve essere quello che perseguitano i giudei, buone pelli! Si vede solo a guardarlo che è migliore di loro».
«Per quello che dà loro noia!».
«Andiamo a dirlo all’alfiere. Questo è l’ordine».
17«Molto stolto, o Caio! Roma si guarda dagli agnelli e sopporta, direi carezza, le tigri» (Scipione).
«Non mi pare, Scipione! Ponzio è facile ad ammazzare!» (Caio).
18«Sì… ma non chiude la sua dimora alle striscianti iene che lo adulano» (Scipione).
«Politica, Scipione! Politica!» (Caio).
19«Viltà, Caio, e stoltezza. Di questo dovrebbe farsi amico. Per avere un aiuto a tenere ubbidiente questa marmaglia asiatica. Non serve bene Roma, Ponzio, trascurando questo buono e adulando i malvagi» (Scipione).
«Non criticare il Proconsole. Noi siamo soldati e il superiore è sacro come un dio. Abbiamo giurato ubbidienza al divo Cesare e il Proconsole è una rappresentanza di lui» (Caio).
20«Va bene ciò per quanto riguarda il dovere verso la Patria, sacra e immortale. Ma non per il giudizio interno» (Scipione).
«Ma ubbidienza viene da giudizio. Se il tuo giudizio si ribella ad un ordine e lo critica, non ubbidirai più totalmente. Roma si appoggia sulla nostra ubbidienza cieca per tutelare le sue conquiste» (Caio).
21«Sembri un tribuno, e dici bene. Ma ti faccio osservare che se Roma è regina, noi schiavi non siamo. Ma sudditi. Roma non ha, non deve avere cittadini schiavi. È schiavitù imporre un silenzio alla ragione dei cittadini. Io dico che la mia ragione giudica che Ponzio fa male a non curare questo israelita, chiamalo Messia, Santo, Profeta, Rabbi, ciò che ti pare. E sento che lo posso dire perché con questo non viene meno la mia fede a Roma né il mio amore. Ma anzi questo vorrei, perché sento che Egli, insegnando rispetto alle leggi e ai Consoli, come fa, coopera al benessere di Roma» (Scipione).
«Tu sei colto, Scipione… Farai strada. Già avanti sei! Io sono un povero soldato. Ma, intanto, vedi là? Vi è assembramento intorno all’Uomo. Andiamo dai capi militari a dirlo» (Caio)…
Guarigione del vecchio Marco.
22Infatti presso il portone dei tre fratelli vi è un mucchio di gente intorno a Gesù, che per la sua alta statura si vede bene. Poi tutto ad un tratto si leva un urlo e la gente si agita. Altri accorrono dal mercato, mentre alcuni del mucchio corrono verso la piazza e oltre. Domande… risposte…
«Che è accaduto?».
«Che c’è?».
«L’Uomo di Israele ha guarito il vecchio Marco!».
«Il velo dei suoi occhi si è dileguato».
Guarigione dello storpio Giona.
23Gesù, intanto, è entrato nel cortile, seguito da un codazzo di gente. Arrancando, in coda, c’è uno dei mendicanti, uno sciancato che si trascina più con le mani che con le gambe. Ma se le gambe sono storte e senza forza, per cui senza i bastoni non verrebbe avanti, la voce è ben robusta! Sembra una sirena, lacerante l’aria solare del mattino: «Santo! Santo! Messia! Rabbi! Pietà di me!». Urla a perdifiato e senza tregua.
24Si voltano due o tre persone: «Serba il fiato! Marco è ebreo, tu no», «Grazie per gli israeliti veri fa, non per i nati da un cane!».
25«Era ebrea mia madre…».
«E Dio l’ha percossa dandole te, mostro, per il suo peccato. Via, figlio d’una lupa! Torna al tuo posto, fango nel fango…».
L’uomo si addossa al muro, avvilito, spaurito dalla minaccia dei pugni tesi…
26Gesù si ferma, si volge, guarda. Ordina: «Uomo, vieni qui!».
L’uomo lo guarda, guarda coloro che lo minacciano… e non osa venire avanti.
27Gesù fende la piccola folla e va da lui. Lo prende per mano, ossia, gli posa la mano sulla spalla e dice: «Non avere paura. Vieni avanti con Me», e guardando i crudeli dice severo: «Dio è di tutti gli uomini che lo cercano e che sono misericordiosi».
Quelli capiscono l’antifona e ora sono loro che restano in coda, anzi, che si arrestano dove sono.
28Gesù torna a voltarsi. Li vede là, confusi, prossimi ad andarsene, e dice loro: «No, venite voi pure. Farà bene anche a voi, raddrizzando e fortificando la vostra anima così come Io raddrizzo e fortifico costui perché ha saputo aver fede. Uomo, Io te lo dico, sii guarito dalla tua infermità». E lascia di tenere la mano sulla spalla dello sciancato, dopo che questo ha avuto come una scossa.
29L’uomo si raddrizza sicuro sulle sue gambe, getta le stampelle consumate dall’uso e grida: «Egli mi ha guarito! Sia lode al Dio di mia madre!», e poi si inginocchia a baciare gli orli della veste di Gesù.
Sorveglianza romana.
30Il tumulto di chi vuol vedere, o che ha visto e commenta, è al colmo. Nel fondo androne, che dalla piazza conduce al cortile, le voci risuonano con sonorità di pozzo e fanno eco contro le muraglie del Castro.
31Le milizie devono temere sia accaduta una rissa – deve essere facile in questi luoghi, con tanti contrasti di razze e fedi – e accorre un drappello che si fa largo rudemente chiedendo che avviene.
32«Un miracolo, un miracolo! Giona, lo storpio, è stato guarito. Eccolo là, vicino all’Uomo galileo».
33I soldati si guardano fra loro. Non parlano finché la folla non è tutta passata e dietro ad essa se ne è accatastata altra di quella che era nei magazzini o sulla piazza, nella quale si vedono rimasti solo i venditori pieni di stizza per l’impensato diversivo che fa fallire il mercato di quel giorno. Poi, vedendo passare uno dei tre fratelli, chiedono: «Filippo, sai cosa faccia ora il Rabbi?».
34«Parla, ammaestra, e nel mio cortile!», dice Filippo tutto gongolante.
I soldati si consultano. Rimanere? Andare via?
35«L’alfiere ci ha detto di sorvegliare…».
«Chi? L’Uomo? Ma per Lui potremmo andare a giocare ai dadi un’anfora di vino di Cipro», dice Scipione, il milite che prima difendeva Gesù presso il compagno.
36«Io direi che è Lui che ha bisogno di essere protetto, non il diritto di Roma! Lo vedete là? Fra i nostri dèi non c’è alcuno di così mite e pur di così virile aspetto. Non è degna la marmaglia di averlo. E gli indegni sempre cattivi sono. Rimaniamo a tutelarlo. All’occorrenza gli salveremo le spalle e le carezzeremo a questi galeotti», dice, mezzo sarcastico, mezzo ammirato, un altro.
37«Bene dici, Pudente. Anzi, acciò Procoro, l’alfiere, che sempre sogna complotti contro Roma e … promozioni per sé, in grazia e merito del suo acuto vegliare alla salute del divo Cesare e della dea Roma, madre e signora del mondo, si persuada che qui non acquisterà bracciale o corona, vallo a chiamare, Azio».
Il triario Aquila.
38Un giovane milite parte di corsa e di corsa torna dicendo: «Procoro non viene. Manda il triario Aquila…».
39«Bene! Bene! Meglio lui dello stesso Cecilio Massimo. Aquila ha servito in Africa, in Gallia, e fu nelle foreste crudeli che ci tolsero Varo e le sue legioni. Conosce greci e britanni e ha fiuto buono a distinguere… Oh! Salve! Ecco qua il glorioso Aquila! Vieni, insegna a noi miserelli a comprendere il valore degli esseri!».
40«Viva Aquila, maestro delle milizie!», gridano tutti dando affettuose scrollate al vecchio soldato dal volto segnato di cicatrici, e come ha il volto così ha le braccia nude e i polpacci nudi.
41Egli sorride bonario ed esclama: «Viva Roma, maestra del mondo! Non io, povero soldato. Che c’è dunque?».
«Da sorvegliare quell’uomo alto e biondo come il rame più chiaro».
42«Bene. Ma chi è?».
«Lo dicono il Messia. Si chiama Gesù ed è di Nazareth. È quello, sai, per cui fu diramato l’ordine…».
«Uhm! Sarà… Ma mi sembra che corriamo dietro alle nuvole».
43«Dicono che vuol farsi re e soppiantare Roma. Lo hanno denunciato il Sinedrio e i farisei, sadducei, erodiani, a Ponzio. Tu lo sai che hanno questo baco nella testa gli ebrei, e ogni tanto salta fuori un re…».
44«Sì, sì… Ma se è per questo!… Ad ogni modo ascoltiamo ciò che dice. Mi pare che si appresti a parlare».
45«Ho saputo dal milite che sta col centurione che Pubblio Quintiliano gliene ha parlato come di un filosofo divino… Le donne imperiali ne sono entusiaste…», dice un altro soldato, giovane.
«Lo credo! Ne sarei entusiasta anche io se fossi una donna e lo vorrei nel mio letto…», dice ridendo di gusto un altro giovane milite.
«Taci, impudico! La lussuria ti mangia!», scherza un altro.
«E tu no, Fabio? Anna, Sira, Alba, Maria…».
«Silenzio, Sabino. Egli parla e voglio ascoltare», ordina il triario. E tutti tacciono.
Il tempo della Grazia. (discorso)
Figli di un unico Creatore.
46Gesù è salito su una cassa messa contro una parete. È perciò ben visibile a tutti. Il suo dolce saluto si è già sparso nell’aria ed è stato seguito dalle parole: «Figli di un unico Creatore, udite»; poi prosegue nel silenzio attento della gente.
47«Il tempo della Grazia per tutti è venuto non solo ad Israele ma per tutto il mondo. Uomini ebrei, qui per ragioni diverse, proseliti, fenici, gentili, tutti, udite la Parola di Dio, comprendete la Giustizia, conoscete la Carità. Avendo Sapienza, Giustizia e Carità, avrete i mezzi di giungere al Regno di Dio, a quel Regno che non è esclusività dei figli di Israele, ma è di tutti coloro che ameranno d’ora in poi il vero, unico Dio, e crederanno nella parola del suo Verbo.
Il Salvatore delle anime.
48Udite. Io sono venuto da tanto lontano non con mire di usurpatore né con violenza da conquistatore. Sono venuto solamente per essere il Salvatore delle anime vostre. I domini, le ricchezze, le cariche non mi seducono. Sono nulla per Me e non le guardo neppure. Ossia le guardo per commiserarle, perché mi fanno compassione, essendo tante catene per tenere prigioniero il vostro spirito impedendogli di venire al Signore eterno, unico, universale, santo e benedetto. Le guardo e le avvicino come le più grandi miserie. E cerco di guarirle del loro affascinante e crudele inganno che seduce i figli dell’uomo, perché essi possano usarle con giustizia e santità, non come armi crudeli che feriscono e uccidono l’uomo, e per primo sempre lo spirito di chi non santamente le usa.
49Ma, in verità vi dico, mi è più facile guarire un corpo deforme che un’anima deforme; mi è più facile dare luce alle pupille spente, sanità ad un corpo morente, che non luce agli spiriti e salute alle anime malate. Perché ciò? Perché l’uomo ha perso di vista il vero fine della sua vita e si occupa di ciò che è transitorio.
Fare il Bene è legge universale.
50L’uomo non sa o non ricorda o, ricordando, non vuole ubbidire a questa santa ingiunzione del Signore e – dico anche per i gentili che mi ascoltano – del fare il bene, che è bene in Roma come in Atene, in Gallia come in Africa, perché la legge morale esiste sotto ogni cielo e in ogni religione, in ogni retto cuore. E le religioni, da quella di Dio a quella della morale singola, dicono che la parte migliore di noi sopravvive, e a seconda di come ha agito sulla Terra avrà sorte dall’altra parte.
Fine dell’uomo è la vita eterna.
51Fine dunque dell’uomo è la conquista della pace nell’altra vita, non la gozzoviglia, l’usura, la prepotenza, il piacere, qui, per poco tempo, scontabili per una eternità con tormenti ben duri. Ebbene l’uomo non sa, o non ricorda, o non vuole ricordare questa verità. Se non la sa, è meno colpevole. Se non la ricorda, è colpevole alquanto, perché la verità deve essere tenuta accesa come fiaccola santa nelle menti e nei cuori. Ma, se non la vuole ricordare, e quando essa fiammeggia egli chiude gli occhi per non vederla, avendola odiosa come la voce di un retore pedante, allora la sua colpa è grave, molto grave.
Il miracolo che infonde Sapienza nell’uomo.
52Eppure Dio la perdona, se l’anima ripudia il suo male agire e propone di perseguire, per il resto della vita, il fine vero dell’uomo, che è conquistarsi la pace eterna nel Regno del Dio vero. Avete fino ad ora seguito una mala strada? Avviliti, pensate che è tardi per prendere la via giusta? Desolati, dite: “Io non sapevo nulla di questo! Ed ora sono ignorante e non so fare”? No. Non pensate che sia come delle cose materiali e che occorra molto tempo e molta fatica per rifare il già fatto ma con santità. La bontà dell’eterno, vero Signore Iddio, è tale che non vi fa certo ripercorrere a ritroso la via fatta, per rimettervi al bivio dove voi, errando, avete lasciato il giusto sentiero per l’ingiusto. È tanta che, dal momento che voi dite: “Io voglio essere della Verità”, ossia di Dio perché Dio è Verità, Dio, per un miracolo tutto spirituale, infonde in voi la Sapienza, per cui voi da ignoranti divenite possessori della scienza soprannaturale, ugualmente a quelli che da anni la possiedono.
Sapienza è…
53Sapienza è volere Dio, amare Dio, coltivare lo spirito, tendere al Regno di Dio ripudiando tutto ciò che è carne, mondo e Satana. Sapienza è ubbidire alla legge di Dio che è legge di carità, di ubbidienza, di continenza, di onestà. Sapienza è amare Dio con tutti sé stessi, amare il prossimo come noi stessi. Questi sono i due indispensabili elementi per essere sapienti della Sapienza di Dio. E nel prossimo sono non solo quelli del nostro sangue o della nostra razza e religione, ma tutti gli uomini, ricchi o poveri, sapienti o ignoranti, ebrei, proseliti, fenici, greci, romani…».
Sapienza è amare Dio e il prossimo.
54Gesù è interrotto da un minaccioso urlo di certi scalmanati. Li guarda e dice: «Sì. Questo è l’amore. Io non sono un maestro servile. Io dico la verità perché così devo fare per seminare in voi il necessario alla Vita eterna. Vi piaccia o non vi piaccia, ve lo devo dire, per fare il mio dovere di Redentore. A voi fare il vostro di bisognosi di Redenzione. Amare il prossimo, dunque. Tutto il prossimo. Di un amore santo. Non di un losco concubinaggio di interessi, per cui è “anatema” il romano, il fenicio o il proselite, o viceversa, finché non c’è di mezzo il senso o il denaro, mentre, se brama di senso o utile di denaro sorgono in voi, “anatema” più non è…».
55Altro rumoreggiare della folla, mentre i romani, dal loro posto nell’atrio, esclamano: «Per Giove! Parla bene costui!».
Gesù lascia calmare il rumore e riprende:
56«Amare il prossimo come vorremmo essere amati. Perché a noi non fa piacere essere maltrattati, vessati, derubati, oppressi, calunniati, insolentiti.
57La stessa suscettibilità nazionale o singola hanno gli altri. Non facciamoci dunque a vicenda il male che non vorremmo ci fosse fatto.
Sapienza è ubbidienza ai comandi di Dio.
58Sapienza è ubbidire ai dieci comandi di Dio:
1“Io sono il Signore Iddio tuo. Non avere altro dio all’infuori di Me. Non avere idoli, non dare loro culto.
2Non usare il Nome di Dio invano. È il Nome del Signore Iddio tuo, e Dio punirà chi lo usa senza ragione o per imprecazione o per convalida ad un peccato.
3Ricordati di santificare le feste. Il sabato è sacro al Signore che in esso si riposò della Creazione e lo ha benedetto e santificato.
4Onora il padre e la madre affinché tu viva in pace lungamente sulla terra ed eternamente in Cielo.
5Non ammazzare.
6Non fare adulterio.
7Non rubare.
8Non dire il falso contro il tuo prossimo.
9-10Non desiderare la casa, la moglie, il servo, la serva, il bue, l’asino, né altra cosa che appartenga al tuo prossimo”.
59Questa è la Sapienza. Chi fa ciò è sapiente e conquista la Vita e il Regno senza fine. Da oggi, dunque, proponete di vivere secondo Sapienza, anteponendo questa alle povere cose della Terra.
Parabola degli operai della vigna.
Dio cerca operai (Mt 20,1-7) [132].
60Che dite? Parlate. Dite che è tardi? No. Udite una parabola. Un padrone, allo spuntare di un giorno, uscì per assoldare degli operai per la sua vigna e pattuì con loro un denaro al giorno.
61Uscito all’ora di terza nuovamente e pensando che i lavoratori presi ad opera erano pochi, vedendo sulla piazza altri sfaccendati in attesa di chi li prendesse, li prese e disse: “Andate nella mia vigna e vi darò quello che ho promesso agli altri”. E quelli andarono.
62Uscito a sesta e a nona, ne vide altri ancora e disse loro: “Volete lavorare alle mie dipendenze? Io do un denaro al giorno ai miei lavoratori”. Quelli accettarono e andarono.
63Uscito infine verso l’undecima ora, vide altri stare dimessi all’ultimo sole. “Che fate qui, così oziosi? Non vi fa vergogna stare senza fare nulla per tutto il giorno?”, chiese loro.
64“Nessuno ci ha presi a giornata. Avremmo voluto lavorare e guadagnarci il cibo. Ma nessuno ci chiamò alla sua vigna”.
65“Ebbene, io vi chiamo alla mia vigna. Andate e avrete la mercede degli altri”. Così disse, perché era un buon padrone ed aveva pietà dell’avvilimento del suo prossimo.
Dio paga con giustizia (Mt 20,8-10)[133].
66Venuta la sera e finiti i lavori, l’uomo chiamò il suo fattore e disse: “Chiama i lavoratori e paga la loro mercede, secondo che ho fissato, cominciando dagli ultimi, che sono i più bisognosi non avendo avuto nel giorno il cibo che gli altri hanno una o più volte avuto e che, anche, sono quelli che per riconoscenza verso la mia pietà hanno più di tutti lavorato; io li osservavo, e licenziali, che vadano al riposo meritato, godendo con i famigliari i frutti del loro lavoro”. E il fattore fece come il padrone ordinava, dando ad ognuno un denaro.
Dio premia con bontà. (Mt 20,11-15)[134].
67Venuti per ultimi quelli che lavoravano dalla prima ora del giorno, rimasero stupiti di avere essi pure un solo denaro e fecero delle lagnanze fra di loro e col fattore, il quale disse: “Ho avuto quest’ordine. Andate a lagnarvi dal padrone e non da me”. E quelli andarono e dissero: “Ecco, tu non sei giusto! Noi abbiamo lavorato dodici ore, prima fra la guazza e poi al sole cocente e poi da capo nell’umido della sera, e tu ci hai dato come a quei poltroni che hanno lavorato una sola ora!… Perché ciò?”. E uno specialmente alzava la voce, dicendosi tradito e sfruttato indegnamente.
68“Amico, e in che ti faccio torto? Cosa ho pattuito con te all’alba? Una giornata di continuo lavoro e per mercede di un denaro. Non è vero?”.
69“Sì. È vero. Ma tu lo stesso hai dato a quelli, per tanto lavoro di meno…”.
“Tu hai acconsentito a quella mercede parendoti buona?”.
“Sì. Ho acconsentito perché gli altri davano anche meno”.
“Fosti seviziato qui da me?”.
“No, in coscienza no”.
“Ti ho concesso riposo lungo il giorno e cibo, non è vero? Tre pasti ti ho dato. E cibo e riposo non erano pattuiti. Non è vero?”.
“Sì, non erano pattuiti”.
“Perché allora li hai accettati?”.
“Ma… Tu hai detto: ‘Preferisco così per non farvi stancare tornando alle case. E a noi non parve vero… Il tuo cibo era buono, era un risparmio, era…”.
“Era una grazia che vi davo gratuitamente e che nessuno poteva pretendere. Non è vero?”.
“È vero”.
70“Dunque vi ho beneficati. Perché allora vi lamentate? Io dovrei lamentarmi di voi che, comprendendo di avere a che fare con un padrone buono, lavoravate pigramente, mentre costoro, venuti dopo di voi, con beneficio di un solo pasto, e gli ultimi di nessun pasto, lavorarono con più lena, facendo in meno tempo lo stesso lavoro fatto da voi in dodici ore. Traditi vi avrei se vi avessi dimezzata la mercede per pagare anche questi. Non così. Perciò piglia il tuo e vattene. Vorresti in casa mia venirmi ad imporre ciò che ti pare? Io faccio ciò che voglio e ciò che è giusto. Non volere essere maligno e tentarmi all’ingiustizia. Buono io sono”.
Dio assegna i posti ai suoi servitori (Mt 20,16) [135].
71O voi tutti che mi ascoltate, in verità vi dico che il Padre Iddio a tutti gli uomini fa lo stesso patto e promette l’uguale mercede. Chi con solerzia si mette a servire il Signore sarà trattato da Lui con giustizia, anche se poco sarà il suo lavoro per prossima morte. In verità vi dico che non sempre i primi saranno i primi nel Regno dei Cieli, e che là vedremo degli ultimi essere primi e dei primi essere ultimi. Là vedremo uomini, non di Israele, santi più di molti di Israele. Io sono venuto a chiamare tutti, in nome di Dio. Ma se molti sono i chiamati pochi sono gli eletti, perché pochi sono coloro che vogliono la Sapienza. Non è sapiente chi vive del mondo e della carne e non di Dio. Non è sapiente né per la Terra, né per il Cielo. Perché sulla Terra si crea nemici, punizioni, rimorsi. E per il Cielo perde lo stesso in eterno.
72Ripeto: siate buoni col prossimo quale esso sia. Siate ubbidienti, rimettendo a Dio il compito di punire chi non è giusto nel comandare. Siate continenti nel sapere resistere al senso e onesti nel sapere resistere all’oro, e coerenti nel dire anatema a ciò che merita, non anatema quando vi pare, salvo poi stringere contatti con l’oggetto prima maledetto come idea. Non fate agli altri ciò che per voi non vorreste, e allora…».
Ferite che danno dolore!
Il Messia deriso e maledetto!.
73«Ma va’ via, noioso profeta! Ci hai danneggiato il mercato!… Ci hai levato i clienti!…», urlano i venditori irrompendo nel cortile… E quelli che avevano rumoreggiato nel cortile, ai primi insegnamenti di Gesù – e non sono tutti fenici, ma anche ebrei, presenti per non so che motivo in questa città – si uniscono ai venditori per insultare e minacciare, e soprattutto per cacciare… Gesù non piace perché non consiglia al male…
74Egli incrocia le braccia e guarda. Mesto. Solenne.
75La gente, divisa in due partiti, si azzuffa, in difesa e in offesa del Nazareno. Improperi, lodi, maledizioni, benedizioni, grida di: «Hanno ragione i farisei. Sei un venduto a Roma, un amante dei pubblicani e meretrici», o di: «Tacete, lingue blasfeme! Voi venduti a Roma, fenici d’inferno!», «Satana siete!», «Vi inghiotta l’inferno!», «Via! Via!», «Via voi, ladri che venite a far mercato qui, usurai», e così via.
76Intervengono i soldati dicendo: «Altro che sobillatore! È sobillato!». E colle aste cacciano fuori tutti dal cortile e chiudono il portone.
Il Messia cacciato!
77Restano i tre fratelli proseliti e i sei apostoli con Gesù. «Ma come vi è venuto in mente di farlo parlare?», chiede il triario ai tre fratelli.
«Parlano in tanti!», risponde Elia.
«Sì. E non succede nulla perché insegnano ciò che piace all’uomo. Ma questo ciò non insegna. Ed è indigesto…». Il vecchio soldato guarda attento Gesù che è sceso dal suo posto e che sta zitto, come astratto.
78Di fuori la folla continua ad azzuffarsi. Tanto che dalla caserma escono altre milizie e con esse lo stesso centurione. Bussano e si fanno aprire, mentre altri restano a respingere tanto chi grida: «Viva il Re d’Israele!», come chi lo maledice.
79Il centurione viene avanti, inquieto. Assale con la sua collera il vecchio Aquila: «Così tuteli Roma, tu? Lasciando acclamare un re straniero nella terra soggetta?».
80Il vecchio saluta con rigidezza e risponde: «Egli insegnava rispetto e ubbidienza e parlava di un regno non di questa Terra. Per quello lo odiano. Perché è buono e rispettoso. Non ho trovato motivo di imporre il silenzio a chi non offendeva la nostra legge».
81Il centurione si calma e borbotta: «Allora è una nuova sedizione di queste fetide marmaglie… Bene. Date ordine all’uomo di andarsene subito. Non voglio noie, qui. Eseguite e scortate fuori città non appena sarà sgombra la via. Vada dove gli pare. Agli inferi, se vuole. Ma mi esca dalla giurisdizione. Compreso?».
«Sì. Faremo».
Il centurione volta le spalle con un gran splendere di corazza e ondeggiare di mantello porporino, e se ne va senza neppur guardare Gesù.
82I tre fratelli dicono al Maestro: «Ci spiace…».
83«Non ne avete colpa. E non temete. Non ve ne verrà male. Io ve lo dico…».
84I tre mutano colore… Filippo dice: «Come sai questa nostra paura?».
85Gesù sorride dolcemente, un raggio di sole sul viso mesto: «Io so ciò che è nei cuori e nel futuro».
Il desiderio della carne.
86I soldati si sono messi al sole, in attesa, e sbirciano, commentando…
«Possono mai amare noi, se odiano anche quello lì che non li opprime?».
«E che fa miracoli, devi dire…».
«Per Ercole! Chi era quello di noi che era venuto ad avvisare che c’era l’indiziato da sorvegliare?».
«Caio fu!».
«Lo zelante! Intanto abbiamo perduto il rancio e prevedo che perderò il bacio di una fanciulla!… Ah!».
«Epicureo! Dove è la bella?».
«Non lo dirò certo a te, amico!».
«Sta dietro al cocciaio, alle Fondamenta. Lo so. Ti ho visto sere or sono…», dice un altro.
Il desiderio dello spirito.
87Il triario, come passeggiando, va verso Gesù e gli gira intorno, lo guarda, lo guarda. Non sa che dire… Gesù gli sorride per incoraggiarlo. L’uomo non sa che fare… Ma si accosta di più.
Gesù accenna alle cicatrici: «Tutte ferite? Sei un prode e un fedele, allora…».
Il vecchio milite si fa di porpora per l’elogio.
«Hai sofferto molto per amore della tua patria e del tuo imperatore… Non vorresti soffrire qualcosa per una più grande patria: il Cielo? Per un eterno imperatore: Dio?».
Il soldato scuote il capo e dice: «Sono un povero pagano. Ma non è detto che non arrivi anche io all’undecima ora. Ma chi mi istruisce? Tu vedi!… Ti cacciano. E queste sì che sono ferite che fanno male, non le mie!… Almeno io le ho rese ai nemici. Ma Tu, a chi ti ferisce, che dai?».
«Perdono, soldato. Perdono e amore».
«Ho ragione io. Il sospetto su Te è stolto. Addio, galileo».
«Addio, romano».
Il Messia inquadrato fra i soldati.
88Gesù resta solo finché tornano i tre fratelli e i discepoli con delle cibarie. Che offrono, i fratelli, ai soldati, mentre i discepoli le offrono a Gesù. Mangiano svogliatamente, al sole, mentre i militi mangiano e bevono allegramente.
Poi un soldato esce a sbirciare sulla piazza silenziosa.
«Possiamo andare», urla. «Sono tutti andati via. Non ci sono che le pattuglie».
89Gesù si alza docilmente, benedice e conforta i tre fratelli, ai quali dà appuntamento per la Pasqua al Getsemani, ed esce, inquadrato fra i soldati coi suoi discepoli mortificati che gli vengono dietro. E percorrono le strade vuote, fino alla campagna.
«Salve, galileo», dice il triario.
90«Addio, Aquila. Ti prego, non fate del male a Daniele, Elia e Filippo. Io solo sono il colpevole. Dillo al centurione».
«Non dico nulla. A quest’ora non se lo ricorda neanche più, e i tre fratelli ci forniscono bene, specie di quel vino di Cipro che il centurione ama più della vita. Sta’ in pace. Addio».
91Si separano. Tornando i soldati oltre le porte, Gesù e i suoi avviandosi per la campagna silenziosa, in direzione est.
330. Giacomo e Giovanni di Zebedeo diventano” i figli del tuono”. Verso
Aczib con il pastore Anna[136].
L’animale-uomo al posto dell’uomo-angelo.
La sorte dei migliori.
1Gesù cammina per una zona molto montagnosa. Non sono monti alti, ma è un continuo salire e scendere di colli e un fluire di torrenti, allegri in questa stagione fresca e nuova, limpidi come il cielo, giovinetti come le prime foglie sempre più numerose sui rami.
2Ma, per quanto la stagione sia bella, allegra, tale da sollevare il cuore, non sembra che Gesù sia molto sollevato di spirito, e meno di Lui lo sono gli apostoli. Vanno, zitti zitti, per il fondo di una valle. Solo pastori e greggi si presentano ai loro occhi. Ma Gesù neppure pare vederli.
3É il sospiro sconfortato di Giacomo di Zebedeo e le sue parole improvvise, frutto di un pensiero cruccioso, quello che richiama Gesù… Giacomo dice: «E sconfitte!… e sconfitte! Sembra di essere dei maledetti…».
4Gesù gli posa la mano sulla spalla: «Non sai che questa è la sorte dei migliori?».
«Eh! lo so da quando sono con Te! Ma ogni tanto ci vorrebbe qualcosa di diverso, e prima lo avevamo, per risollevare cuore e fede…».
La violenza non è mai utile!
5«Dubiti di Me, Giacomo?». Quanto dolore trema nella voce del Maestro!
«Nooo!…». Il “no” non è molto sicuro, in verità.
6«Ma dubitare, dubiti. Di che allora? Non mi ami più come prima? Il vedermi cacciato, o deriso, o anche solo trascurato in questi confini fenici ti ha affievolito l’amore?». Vi è un pianto che trema nelle parole di Gesù, per quanto non vi siano singhiozzi o lacrime. É proprio la sua anima che piange.
7«Questo no, Signore mio! Anzi il mio amore per Te cresce più ti vedo non compreso, non voluto, avvilito, afflitto. E per non vederti così, per poter mutare il cuore agli uomini, sarei pronto a dare la mia vita in sacrificio. Mi devi credere. Non mi stritolare il cuore, già tanto afflitto, con il dubbio che Tu pensi che io non t’ami. Altrimenti… Altrimenti io andrò in eccessi. Tornerò indietro e farò vendetta di chi ti addolora, per provarti che ti amo, per levarti questo dubbio, e se sarò preso e ucciso non mi importerà nulla. Mi basterà averti dato una prova d’amore».
8«Oh! figlio del tuono! Donde tanta irruenza? Vuoi dunque essere un fulmine sterminatore?». Gesù sorride per la foga e i propositi di Giacomo.
9«Oh! almeno ti vedo sorridere! Questo è già un frutto di questi miei propositi. Che dici, Giovanni? Dobbiamo mettere in pratica il mio pensiero per sollevare il Maestro avvilito da tante ripulse?».
10«Oh! sì. Andiamo noi. Torniamo a parlare. E se lo insultano ancora come re di parole, re zimbello, re senza denaro, re pazzo, pestiamo sodo finché si accorgano che il re ha pure un esercito di fedeli e che questi non sono disposti allo scherno. La violenza è utile in certe cose. Andiamo, fratello!», gli risponde Giovanni, e non pare più lui, sempre dolce, così irato come è.
“I figli del tuono” (Mt 10,2; Mc 3,17; Lc 6,14). [137]
11Gesù si pone tra i due, li afferra alle braccia per trattenerli e dice: «Ma uditeli! Ed Io, che ho predicato per tanto tempo? Oh! sorpresa delle sorprese! Anche Giovanni, la mia colomba, mi è divenuto sparviero! Guardatelo, voi, come è brutto, torbo, rabbuffato, svisato dall’odio. Oh! vergogna! E vi stupite se dei fenici restano indifferenti, se degli ebrei sono astiosi, se dei romani mi intimano lo sfratto, quando voi, i primi, non avete ancora capito niente dopo due anni che siete con Me, quando voi siete fatti di fiele per l’astio che avete in cuore, quando voi mettete fuori dai vostri cuori la mia dottrina d’amore e perdono, la sfrattate come cosa stolta e accogliete come buona alleata la violenza! Oh! Padre santo!
12Questa sì che è una sconfitta! Invece di essere come tanti sparvieri arrotanti rostro e unghioni, non sarebbe meglio foste angeli oranti il Padre di dare conforto al Figlio suo? Quando mai si è visto che un temporale faccia del bene colle sue folgori e le sue grandinate? Ebbene, a ricordo di questo vostro peccato contro la carità, a ricordo di quando ho visto affiorare sul vostro viso l’animale-uomo al posto dell’uomo-angelo che voglio sempre vedere in voi, vi soprannominerò “i figli del tuono”».
La causa della tristezza di Gesù.
13Gesù è semiserio mentre parla ai due infiammati figli di Zebedeo. Ma il suo rimprovero non dura davanti al loro pentimento, e con viso luminoso di amore se li stringe al cuore dicendo: «E mai più brutti così. E grazie del vostro amore. E anche del vostro, amici», dice rivolto ad Andrea, Matteo e i due cugini. «Venite qui, che abbracci voi pure. Ma non sapete che, non avessi altro che la gioia di fare la volontà del Padre mio e il vostro amore, sarei sempre felice, anche se tutto il mondo mi schiaffeggiasse? Sono triste, non per Me, per le mie sconfitte, come voi le dite, ma per pietà delle anime che respingono la Vita. Ecco, ora siamo tutti contenti, non è vero, o grandi bambini che siete? Su, allora. Andate da quei pastori che mungono il gregge e chiedete un poco di latte in nome di Dio. Non abbiate paura», dice vedendo lo sguardo desolato degli apostoli.
Virtù di intercessione.
Anna il pastore.
14«Ubbidite con fede. Avrete latte e non legnate, anche se l’uomo è fenicio».
E i sei vanno mentre Gesù li attende sulla via.
15E prega intanto, il mesto Gesù che nessuno vuole…
Tornano gli apostoli con un piccolo secchiello di latte e dicono: «Ha detto l’uomo che Tu vada là, ti deve parlare, ma non può lasciare le capre ghiribizzose ai piccoli pastori».
16Gesù dice: «Allora andiamo là a mangiare il nostro pane».
E vanno tutti sul greppo dal quale si spenzolano le capre capricciose.
17«Io ti ringrazio del latte che mi hai dato. Che vuoi da Me?».
«Tu sei il Nazareno, vero? Quello che fa miracoli?».
18«Sono quello che predica la Salute eterna. Sono la Via per andare al Dio vero, la Verità che si dona, la Vita che vi vivifica. Non sono il fattucchiere che fa prodigi. Quelli sono le manifestazioni della mia bontà e della vostra debolezza, che ha bisogno di prove per credere. Ma che vuoi da Me?».
«Ecco… Tu eri due giorni or sono ad Alessandroscene?».
19«Sì. Perché?».
20«Io pure c’ero coi miei capretti e quando ho capito che accadeva zuffa me la sono filata, perché è costume suscitarle per rubare ciò che è sui mercati. Sono ladri tutti, i fenici come… gli altri. Io non dovrei dirlo perché sono di padre proselite e di madre siriana, proselite io pure. Ma è verità. Bene. Torniamo al racconto. Mi ero messo in uno stallazzo con le mie bestie, in attesa del carro di mio figlio. E a sera, nell’uscire dalla città, incontrai una donna piangente con una figlioletta fra le braccia. Aveva fatto otto miglia per venire da Te. Perché sta fuori, nelle campagne. Le ho chiesto che avesse. É una proselita. Era venuta per vendere e comperare. Aveva sentito di Te. E la speranza le era venuta in cuore. Era corsa a casa, aveva preso la bambina. Ma con un peso si cammina lenti! Quando fu all’emporio dei fratelli, Tu non c’eri più. Loro, i fratelli, le hanno detto: “Lo hanno cacciato via. Ma ci ha detto ieri sera che rifarà la scala di Tiro”. Io – sono padre anche io – le ho detto: “E allora vai là”. Ma lei mi ha risposto: “E se dopo quanto è accaduto Egli passa da altre vie per tornare in Galilea?”. Le ho detto: “Oh! senti. O quella o l’altra dei confini. Io pascolo tra Rohob e Lesemdan, proprio sulla strada che è di confine fra qui e Neftali. Se lo vedo glielo dico, parola di proselite”. E te l’ho detto».
«E Dio te ne rimuneri. Io andrò dalla donna. Devo tornare ad Aczib».
Epidemia o stregoneria?
21«Ad Aczib vai? Allora possiamo fare strada insieme, se non sdegni un pastore».
22«Non sdegno nessuno. Perché vai ad Aczib?».
«Perché là ho gli agnelli. A meno che… non li abbia più».
23«Perché?».
«Perché c’è il male… Non so se fu stregoneria o che altro. So che la mia bella mandria mi si è ammalata. Per questo ho portato qui le capre, ancora sane, per separarle dalle pecore. Qui staranno con due figli. Ora sono in città, alle spese. Ma torno là… a vederle morire, le mie belle pecore lanute… L’uomo sospira… Guarda Gesù e si scusa: «Parlare a Te, che sei Chi sei, di queste cose, e affliggerti, Tu già certamente afflitto di come ti trattano, è stoltezza. Ma le pecore sono affetto e denaro, sai? per noi…».
24«Capisco. Ma guariranno. Non le hai fatte vedere a chi se ne intende?».
«Oh! mi hanno detto tutti la stessa cosa: “Uccidile e vendine le pelli. Non c’è altro da fare”, e anche mi hanno minacciato se le faccio girare… Hanno paura della malattia per le loro. Le devo così tenere chiuse… e muoiono di più. Sono cattivi, sai? quelli di Aczib…
25Gesù dice semplicemente: «Lo so».
«Io dico che me le hanno stregate…»
26«No. Non credere certe storie… Quando verranno i tuoi figli, parti subito?».
Graziato per doppio merito.
27«Subito. A momenti saranno qui. Sono i tuoi discepoli questi? Sono questi soli?».
28«No. Ne ho altri ancora».
«E perché non vengono qui? Una volta, vicino a Meron, incontrai un gruppo di essi. C’era a capo un pastore. Così si diceva. Uno alto, robusto, di nome Elia. Fu in ottobre, mi pare. Prima o dopo i Tabernacoli. Ora ti ha lasciato?».
29«Nessun discepolo mi ha lasciato».
«Mi era stato detto che…».
30«Che cosa?».
«Che Tu… che i farisei… Insomma che i discepoli ti avevano lasciato per paura, e perché Tu eri un…».
31«Demonio. Dillo pure. Lo so. Doppio merito in te che credi lo stesso».
«E per questo merito non potresti… ma forse chiedo cosa sacrilega…»
32«Dilla. Se è malvagia, te lo dirò».
«Non potresti, passando, benedire il mio gregge?». L’uomo è tutto ansio…
33«Benedirò il tuo gregge. Questo…», e alza la mano benedicendo le caprette sparse, … e quello delle pecore. Credi che la mia benedizione le salvi?».
«Come salvi gli uomini dalle malattie, così potrai salvare le bestie. Dicono che sei il Figlio di Dio. Le pecore le ha create Dio. Perciò sono cose del Padre. Io… non sapevo se era rispetto chiedertelo. Ma, se si può, fallo, Signore, ed io porterò al Tempio grandi offerte di lode. Anzi, no! Darò a Te. Per i poveri. E sarà meglio».
I pellegrini perpetui.
34Gesù sorride e tace. Giungono i figli del pastore e, dopo poco, Gesù coi suoi e il vecchio partono, lasciando i giovanotti a custodia delle capre. Vanno lesti, volendo giungere presto a Chedes per uscirne subito cercando raggiungere la strada che dal mare viene verso l’interno. Deve essere la stessa che si biforca ai piedi del promontorio, fatta nell’andare ad Alessandroscene. Almeno così comprendo dai discorsi del pastore coi discepoli. Gesù è avanti, solo.
«Ma non avremo altre noie?», chiede Giacomo d’Alfeo.
«Chedes non dipende da quel centurione. É fuori dei confini fenici. I centurioni basta non stuzzicarli che si disinteressano di religione».
35«E poi non ci fermiamo…»
«Ce la farete a fare oltre trenta miglia in un giorno?», chiede il pastore.
36«Oh! siamo pellegrini perpetui!».
Vanno e vanno… Chedes è raggiunta. Ed è sorpassata senza incidenti. Prendono la strada diretta. Sul cippo è segnalata Aczib. Il pastore lo segnala dicendo: «Domani vi saremo. Questa notte verrete con me. Conosco contadini delle valli, ma molti sono nei confini fenici… Bene! Sconfineremo. E certo non saremo subito scoperti… Oh! la vigilanza! Farebbero meglio a farla per i ladroni! …»
Il sole cade e le valli non giovano certo a mantenere la luce, boscose poi come sono.
Ma il pastore è molto pratico e va sicuro. Giungono ad un villaggetto, proprio un pugnello di case.
Ospitalità premiata.
37«Se ci ospitano qui, sono israeliti. Siamo proprio sui confini. Se non ci vorranno, andremo ad altro paese che è fenicio».
38«Non ho prevenzioni, uomo».
Bussano ad una casa.
39«Tu Anna? Con amici? Vieni, vieni, e Dio sia con te», dice una donna molto anziana. Entrano in una vasta cucina, allegra di fuoco. Una numerosa famiglia di tutte le età è riunita al desco, ma cortesemente fa posto ai sopraggiunti.
40«Questo è Giona. Questa è la moglie sua e i figli e nipoti e nuore. Una famiglia di patriarchi fedeli al Signore», dice il pastore Anna a Gesù.
41E poi, volgendosi al vecchio Giona: «E questi che è con me è il Rabbi d’Israele. Quello che tu desideravi conoscere».
42«Benedico Dio di essere ospitale e di avere posto questa sera. E benedico il Rabbi venuto nella mia casa, chiedendo benedizione».
43Anna spiega che la casa di Giona è quasi un albergo per i pellegrini che dal mare vanno nell’interno.
44Si siedono tutti nella cucina calda e le donne servono i sopraggiunti. Vi è un rispetto tale che è persino paralizzante. Ma Gesù risolve la situazione prendendosi intorno, subito dopo il pasto, i molti bambini e interessandosi di loro che subito fraternizzano. E dietro a loro, nel breve spazio di tempo che separa la cena dal riposo, si fanno arditi gli uomini della casa, narrando ciò che hanno saputo del Messia, chiedendo nuove cose. E Gesù rettifica, conferma, spiega, benigno, in una pacata conversazione, finché pellegrini e famigliari vanno al riposo, dopo che Gesù ha benedetto tutti.
331. La fede della donna cananea e altre conquiste. Arrivo ad Aczib [138].
Israele, cattivo con il suo Messia.
La donna Cananea.
1«Il Maestro è con te?», chiede il vecchio contadino Giona a Giuda Taddeo che entra nella cucina, dove il fuoco già splende per scaldare del latte e per scaldare l’ambiente, che è freddino in queste prime ore di una bellissima mattina di fine gennaio, credo, o di primi di febbraio, bellissima ma alquanto pungente.
«Sarà uscito a pregare. Esce sovente all’alba, mentre sa di poter stare solo. Fra poco verrà. Perché lo chiedi?».
2«L’ho chiesto anche agli altri, che ora si sono sparsi a cercarlo, perché c’è una donna di là, con mia moglie. È una del paese d’oltre confine, e proprio non so dire come possa aver saputo che qui è il Maestro. Ma lo sa. E vuole parlargli».
«Va bene. Gli parlerà. Forse è quella che Egli attende, con una figlioletta malata. L’avrà guidata qui lo spirito suo».
3«No. È sola. Non ha figli con sé. La conosco perché i paesi sono così vicini… e la valle è di tutti. Io, poi, penso che non occorre essere crudeli coi vicini, se fenici, per servire il Signore. Sbaglierò, ma…».
«Lo dice sempre anche il Maestro che bisogna essere pietosi con tutti».
«Lui lo è, non è vero?».
«Lo è».
Cronaca del Tempio.
4«Mi ha detto Anna che anche ora è stato trattato male. Male, sempre male!… In Giudea, come in Galilea, in ogni luogo. Perché mai Israele è così cattivo col suo Messia? Voglio dire, i più grandi fra noi d’Israele. Perché il popolo lo ama».
5«Tu come sai queste cose?».
«Oh! vivo qui, lontano. Ma sono un fedele israelita. Basta andare per le feste di precetto al Tempio per sapere tutto il bene e tutto il male! E il bene si sa meno del male. Perché il bene è umile e da sé non si loda. Dovrebbero essere i beneficati che lo proclamano. Ma pochi sono quelli che sono grati dopo avere avuto grazia. L’uomo accetta il beneficio e lo dimentica…
6Il male invece suona forte le sue trombe e fa sentire le sue parole anche a chi non le vuole sentire. Voi, che siete i suoi discepoli, non sapete quanto si sparli e si accusi nel Tempio contro il Messia! Non si tengono più lezioni dagli scribi altro che su questo. Io credo che si sono fatti un libro di lezioni sul come accusare il Maestro e di fatti che presentano come credibili oggetti di accusa. E occorre avere la coscienza molto retta, e ferma, e libera, per sapere resistere e giudicare con sapienza. Lui le sa queste manovre?».
7«Tutte le sa. E anche noi, più o meno, le sappiamo. Ma Lui non si scuote. Continua la sua opera e i discepoli o i credenti in Lui crescono ogni giorno».
8«Dio voglia che tali restino sino alla fine. Ma l’uomo è mutevole nel suo pensiero. E debole… Ecco, il Maestro viene verso la casa con tre discepoli».
Nuovamente in viaggio.
9E il vecchio esce fuori, seguito da Giuda Taddeo, per venerare Gesù che, pieno di maestà, viene verso casa.
10«La pace sia con te in questo giorno e sempre, Giona».
«Gloria e pace con Te, Maestro, sempre».
11«La pace a te, Giuda. Andrea e Giovanni non sono ancora tornati?».
«No. E non li ho sentiti uscire. Nessuno. Ero stanco e dormivo sodo».
«Entra, Maestro. Entrate. L’aria è fresca questa mattina. Nel bosco doveva esservi molto freddo. Là vi è latte caldo per tutti».
12Stanno bevendo il latte e, meno Gesù, tutti vi inzuppano delle robuste porzioni di pane, quando sopraggiungono Andrea e Giovanni insieme ad Anna, il pastore.
«Ah! sei qui? Tornavamo a dire che non ti avevamo trovato…», esclama Andrea.
13Gesù dà il suo saluto di pace ai tre e aggiunge: «Presto. Prendete la vostra parte e partiamo, perché voglio entro sera essere almeno alle falde del monte di Aczib. Questa sera si inizia il sabato».
«Ma le mie pecore?», domanda perplesso il pastore.
14Gesù sorride e risponde: «Saranno guarite dopo che benedette sono».
«Ma io sto a oriente del monte! Tu vai a ponente per andare da quella donna…».
15«Lascia fare a Dio, ed Egli a tutto provvederà».
Il pasto è finito e gli apostoli salgono a prendere le sacche da viaggio, apprestandosi a partire.
Le prove della fede.
La prova dell’annullamento (Mt 15,21; Mc 7,24)[139].
«Maestro… quella donna che è di là… non l’ascolti?».
16«Non ho tempo, Giona. La via è lunga e del resto sono venuto per le pecore d’Israele. Addio, Giona. Dio ti rimuneri della tua carità. La mia benedizione su te e su tutti i tuoi parenti. Andiamo».
Ma il vecchio si dà ad urlare a squarciagola: «Figli! Donne! Il Maestro parte! Accorrete!».
17E, come una nidiata di pulcini sparsa per un pagliaio accorre al grido della chioccia che la richiama, così da ogni parte della casa accorrono donne e uomini in faccende o ancora mezzo assonnati, e bambini seminudi, sorridenti nel visetto appena uscito dal sonno… Si stringono intorno a Gesù che è in mezzo all’aia, e le madri avvolgono nelle loro ampie gonne i fanciulli per proteggerli dall’aria, oppure li stringono fra le braccia finché una servente accorre con le vesticciole che sono presto messe.
La prova del silenzio (Mt 15,22; Mc 7,25)[140].
18Ma accorre anche una non della casa. Una povera donna piangente, vergognosa… Procede curva, quasi strisciando, e giunta presso il gruppo al cui centro è Gesù si dà a gridare: «Abbi pietà di me, o Signore, Figlio di Davide! La mia figliola è molto tormentata dal demonio che le fa fare cose vergognose. Abbi pietà, perché io soffro tanto e sono schernita da tutti per questo. Quasi che la mia creatura ne abbia colpa di fare ciò che fa… Abbi pietà, Signore, Tu che tutto puoi. Alza la tua voce e la tua mano e comanda allo spirito immondo di uscire da Palma. Non ho che questa creatura, e vedova sono… Oh! non te ne andare! Pietà! …».
19Gesù, infatti, finito di benedire i singoli componenti della famiglia, dopo aver redarguito gli adulti per avere parlato della sua venuta – ed essi si scusano dicendo: «Noi non parlammo, credilo, Signore!», – se ne va, inspiegabilmente duro verso la povera donna, che si trascina sui ginocchi con le braccia tese in supplica affannosa mentre dice: «Io, io ti ho visto ieri mentre passavi il torrente e ho sentito dirti: “Maestro”. Vi sono venuta dietro, fra i cespugli, e ho sentito i discorsi di costoro. Ho capito Chi sei… E questa mattina sono venuta che era ancora notte a stare qui, sulla soglia, come un cagnolino, finché si è alzata Sara e mi ha fatto entrare. Oh! Signore, pietà! Pietà! Di una madre e di una fanciulla!».
Ma Gesù va lesto, sordo ad ogni richiamo.
La prova dell’abbandono (Mc 7,26; Mt 15,23[141].
20Quelli della casa dicono alla donna: «Rassegnati! Non ti vuole ascoltare. Lo ha detto: è per quelli di Israele che è venuto…».
21Ma lei si alza disperata e nello stesso tempo piena di fede, e risponde: «No. Tanto pregherò che mi ascolterà». E si dà ad inseguire il Maestro sempre gridando le sue suppliche, che attirano sugli usci delle case del villaggio tutti coloro che sono desti e che, come quelli della casa di Giona, si danno a seguirla per vedere come va a finire la cosa.
22Gli apostoli intanto si guardano stupiti fra di loro e mormorano: «Perché mai fa così? Non lo ha mai fatto! …».
E Giovanni dice: «Ad Alessandroscene ha pure guarito quei due».
«Erano proseliti, però», risponde il Taddeo.
«E questa che va a curare ora?».
«È proselite essa pure», dice il pastore Anna.
23«Oh! ma quante volte ha curato anche gentili o pagani! La bambina romana, allora? …», dice desolato Andrea, che non sa darsi pace della durezza di Gesù verso la donna cananea.
24«Io vi dico cosa è», esclama Giacomo di Zebedeo. «È che il Maestro è sdegnato. La sua pazienza ha termine davanti a tanti assalti di cattiveria umana. Non vedete come è mutato? Ha ragione! D’ora in poi si dedicherà solo a chi ben conosce. E fa bene!».
25«Sì. Ma intanto questa ci viene dietro urlando e un bel codazzo di gente la segue. Lui, se vuole passare inosservato, ha trovato il modo di attirare l’attenzione anche delle piante…», brontola Matteo.
La prova delle incomprensioni (Mt 15,23) [142].
26«Andiamo a dirgli di mandarla via… Guardate qui che bel corteo abbiamo alle spalle! Se arriviamo così sulla via consolare, si sta freschi! E questa, se Egli non la caccia, non ci lascia…», dice seccato il Taddeo, che anche si volge e intima alla donna: «Taci e va’ via!». E questo fa anche Giacomo d’Alfeo, solidale col fratello. Ma quella non si impressiona delle minacce e delle ingiunzioni, e continua a supplicare.
27«Andiamo a dirlo al Maestro, che la cacci Lui, posto che non la vuole esaudire. Così non si può durare!», dice Matteo, mentre Andrea mormora: «Poveretta!», e Giovanni ripete senza tregua: «Io non capisco… Io non capisco…». È sbalordito, Giovanni, del modo di agire di Gesù.
28Ma ormai hanno, affrettando il passo, raggiunto il Maestro che va lesto come uno inseguito. «Maestro! Ma licenzia quella donna! È uno scandalo! Ci grida dietro! Ci addita a tutti! La via sempre più si affolla di passeggeri… e molti si mettono dietro a lei. Dille che se ne vada».
«Diteglielo voi. Io le ho già risposto».
«Non ci ascolta. Suvvia! Diglielo Tu. E severamente».
La prova del rifiuto (Mt 15,25)[143].
29Gesù si ferma e si volta. La donna prende ciò per un segno di grazia, accelera il passo e alza il tono già acuto della voce, col viso che si sbianca per la cresciuta speranza.
30«Taci, donna. E torna a casa. Io l’ho già detto: “Sono venuto per le pecore d’Israele”. Per guarire le malate e ricercare le perdute fra esse. Tu non sei d’Israele».
31Ma la donna è già ai suoi piedi e li bacia, adorandolo, tenendolo stretto ai malleoli come fosse una naufraga che ha trovato uno scoglio di salvezza, e geme: «Signore, aiutami! Tu lo puoi, Signore. Comanda al demonio, Tu che santo sei… Signore, Signore, Tu sei padrone di tutto, della grazia come del mondo. Tutto ti è soggetto, Signore. Io lo so. Io lo credo. Prendi dunque ciò che è tuo potere e usalo per la mia creatura».
La prova delle umiliazioni (Mc 7,27;Mt 15,27) [144].
32«Non è bene prendere il pane dei figlioli della casa e gettarlo ai cani della via».
33«Io credo in Te. Credendo, da cane della via sono divenuta cane della casa. Te l’ho detto: sono venuta avanti l’alba ad accucciarmi sulla soglia della casa dove Tu eri, e se fossi uscito di lì avresti inciampato in me. Ma Tu sei uscito dall’altro lato e non mi hai vista. Non hai visto questo povero cane straziato, affamato della tua grazia, che aspettava di entrare, strisciando, dove Tu eri, per baciarti i piedi così, chiedendoti di non cacciarlo…».
34«Non è bene gettare il pane dei figli ai cani», ripete Gesù.
35«Ma però i cani entrano nella stanza dove il padrone mangia coi figli, e mangiano ciò che cade dalla tavola, o gli avanzi che dànno loro i famigliari, ciò che non serve più. Io non ti chiedo di trattarmi da figlia e di farmi sedere alla tua mensa. Ma dammi almeno le briciole…».
Premio alla fede provata (Mt 15,28; Mc 7,28-30)[145]
36Gesù sorride. Oh! come si trasfigura il suo viso in questo sorriso di gaudio!…
La gente, gli apostoli, la donna, lo guardano ammirati… sentendo che qualcosa sta per accadere.
37E Gesù dice: «Oh! donna! Grande è la tua fede. E con questa tu consoli lo spirito mio. Va’, dunque, e ti sia fatto come tu vuoi. Da questo momento il demonio è uscito dalla tua figliuola. Va’ in pace. E, come da cane disperso hai saputo voler essere cane della casa, così sappi in futuro essere figlia, seduta alla mensa del Padre. Addio».
«Oh! Signore! Signore! Signore!… Vorrei correre via, a vedere la mia Palma diletta… Vorrei stare con Te, seguirti! Benedetto! Santo!».
38«Va’, va’, donna. Va’ in pace».
E Gesù riprende la sua via mentre la cananea, più svelta di una fanciulla, corre via per la strada già fatta, seguita dalla folla curiosa di vedere il miracolo…
«Ma perché, Maestro, l’hai fatta pregare tanto per poi ascoltarla?», chiede Giacomo di Zebedeo.
39«Per causa tua e di tutti voi. Questa non è una sconfitta, Giacomo. Qui non sono stato cacciato, deriso, maledetto… Ciò rialzi il vostro spirito abbattuto. Io ho già avuto oggi il mio cibo dolcissimo. E ne benedico Iddio. Ed ora andiamo da quest’altra che sa credere e attendere con fede sicura».
Premio alla fede semplice.
40 le mie pecore, Signore? Fra poco io dovrei prendere una via che non è la tua per andare nel mio pascolo…», domanda di nuovo il pastore Anna.
41Gesù sorride ma non risponde.
42È bello andare ora che il sole scalda l’aria e fa splendere come smeraldi le fogliette novelle dei boschi e le erbe dei prati, cambiando in castone ogni calice di fiore per le gocce di rugiada che brillano nelle raggiere multicolori dei fioretti dei campi. E Gesù va, sorridendo. E gli apostoli, subito rincuorati, lo seguono sorridendo…
43Giungono al bivio. Il pastore Anna, mortificato, dice: «E qui ti dovrei lasciare… Non vieni proprio a guarire le mie pecore? Anche io ho fede, e proselite sono… Mi prometti, almeno, di venire dopo il sabato?».
44«Oh! Anna! Ma non hai capito ancora che le tue pecore sono guarite da quando ho alzato la mano verso Lesemdan? Va’ dunque tu pure a vedere il miracolo e a benedire il Signore»..
45Credo che la moglie di Lot, dopo la sua pietrificazione in sale, non sarà stata diversa dal pastore che è rimasto così come era, un poco curvo ad inchino, col capo volto in su per guardare Gesù, un braccio semiteso a mezz’aria… Sembra una statua. E potrebbe avere sotto il cartello: “Il supplicatore”. Ma poi si ridesta e si prosterna dicendo: «Te benedetto! Te buono! Te santo!… Ma ti ho promesso molto denaro e qui non ho che poche dramme… Vieni, vieni da me dopo il sabato…».
46«Verrò. Non per il denaro, ma per benedirti ancora per la tua semplice fede. Addio, Anna. La pace sia con te».
E si separano…
47«E anche questa non è una sconfitta, amici! E anche qui non sono stato deriso, cacciato e maledetto… Su, lesti! Vi è una madre che ci attende da giorni…».
Speranza senza incrinature.
Sperare contro ogni speranza.
48E la marcia continua, con una lieve sosta per mangiare pane e formaggio e bere ad una fonte…
Il sole è al mezzodì quando si vede apparire la biforcazione della via.
49«Ecco l’inizio della scala di Tiro, là in fondo», dice Matteo. E si rallegra pensando che il più del percorso è fatto.
50Proprio addossata al cippo romano è una donna. Ai suoi piedi, su uno strapuntino, è una fanciullina sui sette, otto anni. La donna guarda in tutte le direzioni. Verso la scala nel masso. Verso la via di Tolemaide. Verso questa che fa Gesù; e ogni tanto si china ad accarezzare la sua bambina, a ripararle con un telo la testa dal sole, ricoprirle i piedi e le mani con uno scialle…
51«Ecco la donna! Ma dove avrà dormito in questi giorni?», chiede Andrea.
«Forse in quella casa prossima al bivio. Non ci sono altre case vicine», risponde Matteo.
«O alla guazza», dice Giacomo d’Alfeo.
«No. Per la bambina, no», risponde suo fratello.
«Oh! pur di avere la grazia! …», dice Giovanni.
Speranza coronata.
52Gesù non parla. Ma sorride. Tutti in fila, con Lui al centro, tre di qua, tre di là, tengono tutta la strada in quest’ora di sosta dei passeggeri, fermi a mangiare là dove li ha presi il mezzodì. Gesù sorride, alto, bello, al centro della fila. E sembra che tutta la luce del sole si sia concentrata sul suo viso, tanto è radioso. Sembra emani raggi.
53La donna alza gli occhi… Sono ormai alla distanza di una cinquantina di metri. Forse ha attirato la sua attenzione, distratta da un pianto della figlia, lo sguardo di Gesù fissato su lei. Guarda… Si porta le mani al cuore in un atto involontario di ansia, di sussulto.
54Gesù aumenta il suo sorriso. E quel sorriso fulgido, inesprimibile, deve dire tanto alla donna che, non più ansiosa, ma sorridente, come già fosse felice, si china a prendere la sua bambina e, sorreggendola sul suo strapunto, a braccia tese, come se l’offrisse a Dio, viene avanti e, giunta ai piedi di Gesù, si inginocchia alzando più che può la fanciulla distesa, che guarda estatica il bellissimo viso di Gesù.
La donna non dice una parola. E che deve dire di più profondo di quanto dica con tutto il suo aspetto?…
55E Gesù non dice che una parola, piccola, ma potente, ma letificante come il «Fiat» di Dio nella creazione del mondo: «Sì». E posa la mano sul piccolo petto della fanciulla distesa.
56E la creatura, con un grido di calandra liberata dalla gabbia, grida: «Mamma!», e si siede di colpo, e scivola in piedi, e abbraccia la madre che, questa sì, esausta vacilla e sta per cadere riversa, in un deliquio dato dalla stanchezza, dall’ansia che si placa, dalla gioia che sovraffatica le forze del cuore già indebolite da tanto dolore passato.
57Gesù è pronto a sorreggerla. Un aiuto più valido di quello della fanciullina che, aggravando del suo peso le membra materne, non è certo il più valido coefficiente per sorreggere la madre sui ginocchi. Gesù la fa sedere e le trasfonde forza… E la guarda mentre lacrime mute scendono sul viso, stanco e beato insieme, della donna.
58Poi vengono le parole: «Grazie, mio Signore! Grazie, e benedizioni! La mia speranza è stata coronata… Ti ho tanto atteso… Ma ora io sono felice…».
Chi spera in Dio non è mai deluso.
59La donna, superato il suo semi deliquio, torna ad inginocchiarsi, adorando, tenendo davanti a sé la fanciullina guarita che Gesù carezza. E spiega: «Erano due anni che le marciva un osso nella schiena, paralizzandola e conducendola a morte lentamente e con grandi dolori. L’abbiamo fatta vedere a medici di Antiochia, di Tiro, di Sidone e anche di Cesarea e di Paneade, consumando tanto per medici e medicine da vendere la casa che avevamo in città per ritirarci in quella di campagna, congedando i servi della casa e tenendo solo quelli dei campi, vendendo i prodotti che prima consumavamo noi… E nulla giovava! Ti ho visto. Sapevo di ciò che fai altrove. Ho sperato grazia anche per me… E l’ho avuta! Ora torno a casa, leggera, ilare… e allo sposo darò gioia… Al mio Giacomo che mi ha messo lui in cuore la speranza, raccontandomi ciò che avviene per tuo potere in Galilea e Giudea. Oh! se non avessimo temuto di non trovarti saremmo venuti con la bambina. Ma Tu sei sempre in cammino !…».
60«Camminando sono venuto da te… Ma dove hai sostato in questi giorni?».
«In quella casa… Ma alla notte vi era soltanto la fanciulla. Vi è là una buona donna che me la sorvegliava. Io sono rimasta sempre qui, per paura che Tu passassi di notte».
61Gesù le pone la mano sul capo: «Sei una buona madre. Dio ti ama per questo. Lo vedi che ti ha aiutato in tutto».
62«Oh! sì! L’ho sentito proprio mentre venivo. Ero venuta da casa in città credendo trovarti, perciò con poco denaro, e sola. Poi, secondo il consiglio dell’uomo, ho proseguito per questo luogo. Ho mandato a dirlo a casa e sono venuta… e non mi è mai mancato nulla. Né pane, né ricovero, né forza».
63«Sempre con quel peso sulle braccia? Non potevi usare un carro? …», chiede impietosito Giacomo d’Alfeo.
64«No. Avrebbe troppo sofferto, da morirne. Sulle braccia della mamma sua è venuta la mia Giovanna alla Grazia».
65Gesù le carezza sui capelli tutte e due: «Ora andate pure e siate sempre fedeli al Signore. Il Signore sia con voi e con voi sia la mia pace».
Gesù riprende ad andare sulla strada che va a Tolemaide.
66«E anche questa non è una sconfitta, amici. E anche qui non sono stato né cacciato, né deriso, né maledetto».
Matrimonio misto.
Desiderio di conoscere Gesù.
67Tenendo la via diretta, è presto raggiunta la mascalcia presso il ponte. Il maniscalco romano si riposa al sole, seduto contro il muro della casa. Riconosce Gesù e lo saluta.
68Gesù ricambia il saluto e aggiunge: «Mi lasci sostare qui, per riposare un poco e mangiare un poco di pane?».
«Sì, Rabbi. Mia moglie ti voleva vedere… perché le ho detto anche quello che lei non aveva sentito del tuo discorso dell’altra volta. Ester è ebrea. Ma non osavo dirtelo io, romano. Ti avrei mandato dietro lei…».
69«Chiamala, dunque». E Gesù si siede sulla panca che è contro la parete, mentre Giacomo di Zebedeo distribuisce pane e cacio…
Esce una donna sulla quarantina, confusa, rossa di vergogna.
70«La pace a te, Ester. Ti è venuto desiderio di conoscere Me? Perché?».
Doveri verso la famiglia.
71«Per quello che Tu hai detto… I rabbi ci sprezzano, noi, sposate a un romano… Ma io, i figli io li ho tutti portati al Tempio, e i maschi tutti circoncisi. L’ho detto prima a Tito, quando mi voleva… E lui è buono… Mi lascia sempre fare coi figli. Usi, riti, tutto ebraico qui!… Ma i rabbi, gli arcisinagoghi, ci maledicono. Tu no… Tu hai parole di pietà per noi… Oh! sai cosa è questo per noi? È come sentirsi intorno le braccia del padre e della madre che ci hanno ripudiate e maledette, o che sono severi con noi… È come rimettere piede nella casa lasciata e non sentirsi straniere in essa… Tito è buono. Per le nostre feste chiude la mascalcia, con grande perdita di denaro, e mi accompagna coi figli al Tempio. Perché dice che senza religione non si può stare. Lui dice che la sua è quella della famiglia e del lavoro, come prima era quella del dovere di soldato…
Il lievito santo.
72Ma io… Signore… io ti ho voluto parlare per una cosa… Tu hai detto che i seguaci del vero Dio devono levare un poco del loro lievito santo e metterlo nella buona farina per farla lievitare santamente. Io l’ho fatto con il mio sposo. Ho cercato, in questi venti anni che siamo insieme, di lavorargli l’anima, che è buona, con il lievito d’Israele. Ma egli non si decide mai… e vecchio è… Io lo vorrei con me nell’altra vita… Uniti dalla fede come lo siamo dall’amore… Io non ti chiedo ricchezze, benesseri, salute. Ciò che abbiamo è sufficiente, ne sia lode a Dio! Ma questo lo vorrei… Prega per il mio sposo! Che sia del vero Dio…».
Doveri verso Dio e verso lo sposo.
73«Lo sarà. Stanne sicura. Tu chiedi cosa santa e l’avrai. Tu hai compreso i doveri della moglie verso Dio e verso lo sposo. Così fosse di tutte le spose! In verità ti dico che molte dovrebbero imitarti. Continua ad essere così e avrai la gioia di avere il tuo Tito al tuo fianco, nella preghiera e nel Cielo. Mostrami i tuoi figli».
74La donna chiama la numerosa prole: «Giacobbe, Giuda, Levi, Maria, Giovanni, Anna, Elisa, Marco». E poi entra in casa e ne esce con uno che cammina appena e uno di tre mesi al massimo: «E questo è Isacco, e questa piccolina è Giuditta», dice finendo la presentazione.
75«Abbondanza!», dice ridendo Giacomo di Zebedeo.
E Giuda esclama: «Sei maschi! E tutti circoncisi! E con nomi puri! Brava!».
Il lavoro moralmente onesto.
76La donna è felice e fa gli elogi di Giacobbe, Giuda e Levi, che aiutano il padre «tutti i giorni meno il sabato, giorno in cui Tito lavora da solo a mettere i ferri già fatti», dice. Ed elogia Maria e Anna, «aiuto della mamma loro». Ma non manca di elogiare anche i quattro più piccoli, «buoni e senza capricci. Tito mi aiuta ad educarli, lui che è stato un milite disciplinato», dice guardando con sguardo affettuoso l’uomo che, addossato allo stipite, con una mano sul fianco, ha ascoltato tutto quanto ha detto la moglie con uno schietto sorriso sul volto aperto, e che ora si ringalluzzisce sentendo ricordare i suoi meriti di soldato.
77«Molto bene. La disciplina delle armi non è invisa a Dio quando sia fatto con umanità il proprio dovere di soldato. Tutto sta ad essere sempre moralmente onesti, in ogni lavoro, per essere sempre virtuosi. Questa tua passata disciplina, che tu trasfondi nei figli, ti deve preparare ad entrare in un servizio più alto, in quello di Dio. Ora lasciamoci. Appena faccio a tempo a giungere ad Aczib prima che sia compiuto il tramonto. Pace a te, Ester, e alla tua casa. Siate, fra poco, tutti del Signore».
78La madre e i figli si inginocchiano mentre Gesù alza la mano benedicendo. L’uomo, come fosse di nuovo il soldato di Roma davanti al suo imperatore, si irrigidisce sull’attenti, salutando romanamente.
Sovranità dello spirito.
79E vanno… Dopo qualche metro Gesù posa la mano sulla spalla di Giacomo: «E ancora una volta, la quarta del giorno, ti faccio notare che questa non è una sconfitta, non è essere cacciato, deriso, maledetto… E ora che dici?».
80«Che sono uno stolto, Signore», dice impetuosamente Giacomo di Zebedeo.
81«No. Tu, come tutti voi, siete ancora e sempre troppo umani e avete tutte le alternative di chi è dominato più da umanità che da spirito. Lo spirito, quando è sovrano, non si altera per ogni soffio di vento, che non può essere sempre brezza profumata… Potrà soffrire, ma non si altera. Io prego sempre perché voi giungiate a questa sovranità dello spirito. Ma voi mi dovete aiutare col vostro sforzo… Ebbene! Il viaggio è terminato. In esso ho seminato quel tanto che necessita a prepararvi il lavoro per quando sarete voi gli evangelizzatori. Ora possiamo andare al riposo sabatico con la coscienza di avere fatto il nostro dovere. E attenderemo gli altri… Poi andremo… ancora… sempre… finché tutto sia compiuto…».
332. La sofferta separazione di Bartolomeo, che con Filippo si ricongiunge al Maestro[146].
Interrogativi.
Precarietà.
1Gesù è riunito coi sei in una stanza dove sono dei lettucci molto miseri, accatastati gli uni presso gli altri. Lo spazio che resta libero è appena tale da permettere di andare da un capo all’altro dell’ambiente. Mangiano il loro più che umile cibo seduti sui letti, perché non c’è tavola o sedile. E Giovanni ad un certo momento va a sedersi sul davanzale in cerca di sole. È così che vede per primo gli attesi Pietro, Simone, Filippo e Bartolomeo dirigersi verso la casa. Dà loro la voce e poi corre fuori, seguito da tutti. Resta soltanto Gesù che, per tutto movimento, si alza in piedi e si volta a guardare verso la porta…
Due onesti senza malizia.
2Entrano gli arrivati. E l’esuberanza di Pietro è facile immaginarsela, così come è facile immaginare la reverenza profonda di Simone Zelote. Quello che è sorpresa è l’atteggiamento di Filippo e specie di Bartolomeo. Entrano, direi, quasi con timore, con affanno e, nonostante Gesù apra a loro le braccia per scambiare con essi il bacio di pace già dato a Pietro e a Simone, essi cadono in ginocchio e si curvano con la fronte sino al suolo, baciando i piedi di Gesù, e restano così… e i sospiri soffocati di Bartolomeo denunciano che egli piange silenziosamente sui piedi di Gesù.
3«Perché questo affanno, Bartolmai? Non vieni nelle braccia del Maestro? E tu, Filippo, perché così timoroso? Se non sapessi che siete due onesti, nel cui cuore non può albergare malizia, dovrei sospettare che siete colpevoli. Ma così non è. Su, dunque! É tanto che desidero il vostro bacio e di vedere lo sguardo limpido dei vostri occhi fedeli…».
4«Anche noi, Signore…», dice Bartolomeo alzando il volto su cui splendono le lacrime.
5«Non abbiamo desiderato che Te, chiedendoci in che potevamo averti dispiaciuto per meritare di stare tanto separati. E ci pareva ingiusta cosa… Ma ora sappiamo… Oh! perdono, Signore! Ti chiediamo perdono. Io soprattutto, perché Filippo è stato separato da Te per me. E a lui già l’ho chiesto. Io, io solo colpevole, io, il vecchio israelita duro a rinnovarsi, io che ti ho dato dolore…».
6Gesù si china e lo alza a forza, come alza Filippo, e se li abbraccia insieme dicendo: «Ma di che ti accusi? Tu non hai fatto del male. Nessun male! E non Filippo. Siete i miei cari apostoli, ed oggi Io sono ben felice di avervi con Me, riuniti per sempre…»
L’uomo vecchio.
7«No, no… Per molto tempo abbiamo ignorato il motivo per cui giustamente Tu hai diffidato di noi al punto da escluderci dalla tua famiglia apostolica. Ma ora lo sappiamo… e ti chiediamo perdono, perdono, perdono, io in specie, Gesù, Maestro mio…». E Bartolomeo lo guarda con ansia, con amore, con compassione. Vecchio come è, sembra un padre che guarda il figlio afflitto, che ne scruta il volto assottigliato da una pena che egli non aveva intuita, e del quale volto non aveva prima notato lo smagrimento, l’invecchiamento… E nuove lacrime gocciano sulle guance di Bartolomeo. Ed esclama: «Ma che ti hanno fatto? Che ci hanno fatto, per farci soffrire tutti così? Sembra che un malo spirito sia entrato fra noi per turbarci, per renderci tristi, indeboliti, apatici, stolti… Stolti tanto da non capire che Tu soffrivi… Anzi, tanto da aumentarti il soffrire con le nostre grettezze, ottusità, rispetti umani e vecchiaia di umanità… Sì, l’uomo vecchio ha trionfato in noi, sempre, senza che la tua vitalità perfetta ci abbia mai potuto rinnovare. É questo, questo che non mi dà pace! Con tutto il mio amore io non ho saputo rinnovarmi, e capirti, e seguirti… Solo materialmente ti ho seguito… Ma Tu, Tu volevi che ti seguissimo spiritualmente… e capissimo nella tua perfezione… per divenire capaci di perpetuarti… Oh! Maestro mio! Maestro mio che te ne andrai un giorno, dopo tante lotte, insidie, disgusti, dolori, e col dolore di saperci ancora impreparati!…». E Bartolomeo gli reclina la testa sulla spalla e piange, proprio desolato, contrito dalla conoscenza di essere stato un discepolo ottuso.
La formazione è opera lenta.
8«Non ti accasciare, Natanaele. Tu vedi tutto ciò come un’enormità che ti sorprende. Ma il tuo Gesù sapeva che voi siete uomini… e non pretende nulla di più di quanto possiate dare. Oh! mi darete tutto. Proprio tutto. Ma ora dovete crescere, formarvi… É opera lenta. Ma Io so attendere. Ed Io gioisco del vostro crescere. Perché questo è un crescere continuo nella mia Vita. Anche il tuo pianto, anche la concordia di quelli che erano con Me, anche la pietà che succede a durezze che erano la vostra natura, ad egoismi, ad avarizie di spirito, anche la vostra serietà attuale, tutto è fase di crescita in Me. Su, dunque. Sta’ con la pace che Io so. Tutto. La tua onestà, la tua buona fede, la tua generosità, il tuo sincero amore. Dubitare Io del mio saggio Bartolmai e di Filippo, così equilibrato e fedele? Sarebbe fare torto al Padre mio che mi ha concesso di avervi fra i più cari. Ma ora… Su, sediamo qui, e chi già ha riposato provveda ai fratelli stanchi e affamati dando loro cibo e ristoro. E intanto raccontate al vostro Maestro e ai fratelli ciò che essi ignorano».
9E si siede sul suo lettuccio tenendosi ai fianchi Filippo e Natanaele, mentre Pietro e Simone si siedono sul letto vicino, di fronte a Gesù, ginocchi contro i ginocchi.
10«Parla tu, Filippo. Io ho parlato già. E tu sei stato più giusto di me in questo tempo…».
11«Oh! Bartolomeo! Giusto! Soltanto avevo capito che non era malanimo o volubilità del Maestro per noi l’averci non voluti… E cercavo di darti pace così… trattenendoti dal pensare a cose che poi ti avrebbero dato dolore ad averle pensate, e rimorso. Io ne avevo uno solo di rimorso… Di averti trattenuto dal disubbidire al Maestro quando volevi seguire Simone di Giona che andava a Nazareth a prendere Marziam… Dopo… ti ho visto soffrire tanto nel corpo e nell’anima che dicevo: “Era meglio se l’avessi lasciato fare! Il Maestro lo avrebbe perdonato della disubbidienza e Bartolomeo non si avvelenerebbe più l’anima con queste idee”… Ma tu lo vedi! Se fossi partito, non avresti mai avuto la chiave del mistero… e forse il tuo sospetto sulla volubilità del Maestro non sarebbe mai più caduto. Così invece…».
12«Sì. Così invece ho capito. Maestro, Simone di Giona e Simone Zelote, che io ho assalito di domande per sapere molte cose, per avere conferma di molte cose già sapute, mi hanno detto solo: “Il Maestro ha molto sofferto, tanto che è smagrito e invecchiato. E tutto Israele, noi per primi, abbiamo colpa di ciò. Egli ci ama e perdona. Ma desidera non parlare del passato. Perciò vi consigliamo a non chiedere e a non dire…”. Ma io voglio dire. Chiedere non chiederò. Ma dire devo. Perché Tu sappia. Perché nulla ti deve essere nascosto di ciò che è nell’anima del tuo apostolo. Un giorno – Simone e gli altri erano via da qualche dì – è venuto da me Micael di Cana. Un po’ parente, molto amico e compagno di studi sino dall’infanzia… Lui, ne sono certo, è venuto in buona fede. Per affetto per me. Ma chi lo ha mandato non è in buona fede. Voleva sapere come mai ero rimasto a casa… mentre gli altri erano partiti. E mi ha detto: “Allora è vero? Tu ti sei separato perché da buon israelita non puoi approvare certe cose. E volentieri ti lasciano separato gli altri, a cominciare da Gesù di Nazareth, perché sono certi che tu non li aiuteresti neppure con la complicità del silenzio. Fai bene! Riconosco in te l’uomo di un tempo. Credevo ti fossi corrotto, rinnegando Israele. Fai bene per il tuo spirito e per il tuo benessere e per quello dei tuoi. Perché quanto avviene non sarà perdonato dal Sinedrio, e saranno perseguitati coloro che vi hanno preso parte”. Io gli ho detto: “Ma di che parli? Ti ho detto che avevo avuto ingiunzione di rimanere a casa e per la stagione e per indirizzare a Nazareth gli eventuali pellegrini, o di dire loro di attendere il Maestro per la fine di scebat a Cafarnao, e tu mi parli di separazioni, di complicità, di persecuzioni? Spiegati! …”. Non è vero, Filippo, che ho detto così?».
Filippo annuisce.
13«Allora», riprende Bartolomeo, «Micael mi ha detto che era noto che Tu ti ribellavi al consiglio e al comando dei sinedristi, trattenendo con Te Giovanni di Endor e una greca… Signore, io ti do dolore, è vero? Ma pure devo parlare. Ti chiedo: è vero che erano a Nazareth?».
14«Sì. É vero».
«È vero che sono partiti con Te?».
15«Sì. É vero».
«Filippo, Micael aveva ragione! Ma come poteva saperlo?».
«Ma va’ là! Sono quei serpenti che hanno fermato me e Simone e chissà quanti altri. Sono le vipere solite», dice Pietro veemente.
16Gesù, invece, pacato chiede: «Non ti ha detto altro? Sii sincero col tuo Maestro, fino in fondo».
«Null’altro. Voleva sapere da me… E io, a Micael, ho mentito. Ho detto: “Fino a Pasqua sto a casa mia”. Per paura che mi seguisse, che… non so… Per paura di farti del male… E allora ho anche capito perché mi hai lasciato… Tu avevi sentito che ero troppo ancora Israele…». Bartolomeo torna a piangere…, «… e hai dubitato di me…».
17«No. Questo no! Assolutamente. Tu non eri necessario in quell’ora presso i compagni, mentre lo eri, e tu lo vedi, a Betsaida. A ognuno la sua missione. E a ogni età le sue fatiche…»
18«No, no! Non mi separare più per nessuna fatica, Signore. Non tenere conto di nulla… Tu sei buono. Ma io voglio stare con Te. É una punizione essere lontani da Te… E io, stolto, incapace di tutto, potevo almeno consolarti, se non potevo fare altro. Io ho capito… Tu hai mandato costoro via con quei due. Non me lo dire. Non lo voglio sapere. Ma sento che è così, e lo dico io. Ebbene, allora avrei potuto e dovuto essere con Te. Ma Tu non mi hai preso per punirmi di essere così restìo a divenire “nuovo”. Ma ti giuro, Maestro, che ciò che ho sofferto mi ha rinnovato, e che mai più Tu vedrai il vecchio Natanaele».
19«Tu dunque vedi che la sofferenza è finita per tutti in gioia. E ora andremo lentamente incontro a Tommaso e Giuda. Senza attendere che essi vadano là dove era detto. Poi con essi andremo ancora… C’è tanto da fare!… Domani ci metteremo in cammino. Presto».
20«E farai bene. Perché il tempo cambia a tramontano. Sventura per le colture…», dice Filippo.
21«Già! Le ultime grandinate hanno bruciato a strisce la campagna. Se vedessi, Signore! Sembra sia passato il fuoco in certi luoghi. E il curioso è che sono sciagure proprio come ho detto: a strisce», dice Pietro.
22«Mentre non c’eravate ha molto grandinato. Un giorno, a metà luna di tebet, pareva un flagello. Mi dicono che nel piano alcuni devono tornare a seminare. Faceva più caldo prima. Ma da allora si ricerca il sole con piacere. Si torna indietro… Che segni strani! Che saranno?», chiede Filippo.
23«Nulla più che effetto di lunazioni. Non ci pensare. Non sono queste le cose che devono fare impressione. Del resto, noi andremo verso la pianura e sarà bello l’andare. Freddo, ma non molto, e in cambio asciuttore. Venite, intanto. Sulla terrazza vi è un bel sole. Staremo lassù, in riposo, tutti insieme…».
333. Con dieci apostoli verso Sicaminon[147].
Sulla via del ritorno verso la galilea.
Carità fraterna.
«E ora che abbiamo anche accontentato il pastore, che facciamo?», chiede Pietro che è solo con Gesù, mentre gli altri sono in gruppo qualche metro indietro.
1«Torniamo sulla via della riva e andiamo verso Sicaminon».
«Sì?! Credevo di andare a Cafarnao…»
2«Non occorre, Simone di Giona. Non occorre. Notizie della moglie e del bambino le hai avute, e per Giuda… sarà più semplice andargli incontro».
«Bene appunto, Signore. Non fa la strada interna, del fiume e del lago? É la più breve e riparata…».
3«Ma lui non la farà. Ricordati che deve sorvegliare i discepoli, e questi sono molto sparsi sul lato di ponente in questa stagione, così fredda di nuovo per giunta».
4«Va bene, va bene. Se Tu lo dici… Per me mi basta di stare con Te e vederti meno triste. E… non ho nessuna fretta di trovare Giuda di Simone. Magari non lo incontrassimo!… Si è stati tanto bene fra noi…»
5«Simone! Simone! É questa la tua carità fraterna?».
«Signore… questa è la mia verità», dice schietto Pietro. E lo dice con tale impeto e tale espressione che Gesù deve fare fatica a non ridere. Ma come si può redarguire severamente un uomo così schietto e fedele?
6Gesù preferisce tacere mostrando un eccessivo interesse alle pendici che sono alla loro sinistra, mentre la pianura si apre, sempre più piatta, a destra. Dietro di loro, in gruppo, parlano gli altri nove, e Giovanni sembra un buon pastore per un agnello che ha sulle spalle, forse un regalo del mandriano Anna.
Testo di accusa per Gesù.
Dopo qualche tempo Pietro torna a chiedere: «E a Nazareth non ci si va?».
7«Ci andremo certo. Mia Madre avrà piacere di sapere del viaggio di Giovanni e Sintica».
«E di vederti!».
8«E di vedermi».
«L’avranno lasciata in pace, Lei almeno?».
9«Lo sapremo».
«Ma perché poi sono così accaniti? Ce ne sono tanti come Giovanni anche in Giudea, eppure… Anzi, per fare dispetto a Roma, si proteggono e nascondono…».
10«Persuaditi che non è per Giovanni, ma perché esso è un testo di accusa per Me, che lo fanno».
«Ma non lo troveranno più! Hai fatto bene tutto Tu… Mandarci soli… per mare… in barchetta per più miglia e poi, oltre confini, con una nave… Oh! tutto bene! Spero proprio che siano delusi».
11«Lo saranno».
«Sono curioso di vedere Giuda di Keriot per astrologarlo un po’, come un cielo pieno di venti e di segni, e vedere se…».
12«Ma insomma! …».
«Hai ragione. É un chiodo qui dentro», e si picchia sulla fronte.
Conversione, non punizione.
13Gesù, per distrarlo, chiama tutti gli altri e fa loro notare la strana distruzione operata dalla grandine e dal freddo, venuto quando era presumibile pensarlo superato per quell’anno… Chi dice questo, chi quello, tutti volendo vedere in ciò un segno di castigo divino sulla proterva Palestina che non accoglie il Signore. E i più dotti citano fatti consimili, noti per i racconti antichi, mentre i più giovani e meno colti ascoltano stupiti e attenti. Gesù crolla il capo.
14 «É effetto di luna e di venti lontani. Già ve l’ho detto. Nei paesi iperborei si è prodotto un fenomeno del quale intere regioni subiscono le conseguenze».
«Ma perché, allora, certi campi sono belli?».
15«La grandine fa così».
«Ma non potrebbe essere un castigo ai più cattivi?».
16«Lo potrebbe. Ma non lo è. Guai se lo fosse…».
«Rimarrebbe arida e desolata quasi tutta la nostra patria, non è vero, Signore?», dice Andrea.
«Ma nelle profezie è detto, per simboli, che male avverrà a chi non accoglierà il Messia. Possono mai mentire i Profeti?».
17«No, Bartolomeo. E ciò che è detto avverrà. Ma l’Altissimo è tanto, infinitamente buono, che vuole molto più di quanto ora avviene, per punire. Siate buoni anche voi, senza desiderare sempre punizioni sui duri di cuore e di intelletto. Desiderate per loro conversione, non punizione. Giovanni, passa l’agnello a un compagno e vieni a guardare il tuo mare dall’alto di quelle creste di sabbia. Ci vengo Io pure».
Le gioie, le paci, le sicurezze di Gesù.
18Infatti ora sono su una strada molto prossima al mare, separata da questo solo da una larga striscia di dune ondulate, sulle quali ondeggiano delle palme sottili o vegetano scapigliati tamerici, lentischi e altre piante delle sabbie.
19Gesù va con Giovanni. Ma chi lo lascia? Nessuno. E presto sono tutti lassù, al bel sole che non dà noia, in faccia al mare sereno e ridente…
La città di Tolemaide è molto vicina con le sue case bianche.
«Vi entriamo?», chiede Giuda d’Alfeo.
20«Non occorre. Ci fermeremo a mangiare alle prime case. Voglio essere a sera a Sicaminon. Forse vi troveremo Isacco».
«Quanto bene che fa, eh? Hai sentito Abele e Giovanni e Giuseppe?».
21«Sì. Ma tutti i discepoli sono molto solerti. Io benedico di questo il Padre mio, notte e giorno. Voi tutti… Le mie gioie, le mie paci, le mie sicurezze…», e li guarda con tale amore che ai dieci salgono le lacrime agli occhi…
22É su tale sguardo d’amore che a me cessa la facoltà di vedere.
334. Anche Tommaso e Giuda Iscariota si riuniscono al gruppo apostolico[148].
Fatti e misfatti.
Interrogativi.
1La valle del Kison, nonostante il sole che splende nel cielo sereno, è rigida, pettinata da un vento gelato che viene valicando i colli settentrionali e rovinando le tenere colture, che rabbrividiscono e si accartocciano bruciate, destinate a morire nel loro verde novello.
2«Ma durerà ancora molto questo freddo?», chiede Matteo attorcigliandosi ancora di più nel mantellone dal quale emerge unicamente un pezzettino di viso, ossia gli occhi e il naso.
3Con voce soffocata dal mantellone, che ha anche lui sulla bocca, gli risponde Bartolomeo: «Forse per il resto della luna».
4«Stiamo freschi, allora! Ma pazienza! Meno male che a Nazareth sosteremo in case ospitali… Intanto passerà».
5«Sì, Matteo. Ma per me è già passata vedendo Gesù meno accasciato. Non ti pare che sia più allegro?», chiede Andrea.
«Lo è. Ma io… ecco, mi pare impossibile che si sia così sciupato per quello che sappiamo. Proprio non c’è stato niente di nuovo, che voi sappiate?», interroga Filippo.
6«Nulla. Proprio nulla. Ti dico che ai confini siro-fenici ebbe, anzi, molta gioia di spiriti credenti e fece quei miracoli che ti abbiamo detto», assicura Giacomo d’Alfeo.
7«Sta molto con Simone di Giona da qualche giorno. E Simone è molto cambiato… Già! Siete tutti cambiati. Non so… Siete più… austeri, ecco», dice Filippo.
Sentimenti di solidarietà.
8«Ma ti fa questa impressione… In realtà siamo quelli che eravamo. Certo, vedere il Maestro così addolorato per tante cose non ci ha fatto piacere, e anche sentire come sono accaniti contro di Lui… Ma noi lo difenderemo. Oh! non gli faranno nulla se noi saremo con Lui. Ieri sera gli ho detto, dopo aver sentito ciò che diceva Erma, che è un uomo serio e da credersi: “Tu non devi più stare solo. Ormai hai i discepoli che, Tu lo vedi, fanno e fanno bene, e sempre aumentano. Perciò noi staremo con Te. Non ti dico che farai tutto Te. É il tempo di sollevarti, fratello mio. Ma Tu starai con noi, fra noi, come il Mosè sul monte, e noi ci batteremo per Te, pronti all’occorrenza a difenderti anche materialmente. Quello che è successo a Giovanni Battista non ti deve accadere”. Perché, infine, se i discepoli del Battista non si fossero ridotti a due o tre imbelli, egli non sarebbe stato preso. Noi siamo dodici, in fondo, e lo voglio persuadere ad unirsi, a tenersi vicino, per lo meno, qualcuno dei più fedeli ed energici discepoli. Quelli che erano con Giovanni a Macheronte, per esempio. Creature di fede e di coraggio. Giovanni, Mattia e anche Giuseppe. Sapete che quel giovane promette molto?», dice il Taddeo.
9«Sì. Isacco è un angelo, ma la sua forza è tutta nello spirito. Ma Giuseppe è forte anche nel suo corpo. Ha la stessa nostra età».
10«Ed è svelto ad imparare. Hai sentito cosa ha detto Erma? “Se costui avesse studiato, sarebbe un rabbi oltre che un giusto”. Ed Erma sa ciò che si dice».
11«Io però… terrei vicino anche Stefano ed Erma e il sacerdote Giovanni. Per la loro conoscenza della Legge e del Tempio. Sapete cosa è la loro presenza di fronte agli scribi e farisei? Un controllo, un freno… E per la gente dubbiosa è un dire: “Vedete che non mancano i migliori di Israele intorno al Rabbi come allievi e servi?”», dice Giacomo d’Alfeo.
Sentimenti di condivisione.
12«Hai ragione. Diciamolo al Maestro. Avete sentito cosa ha detto ieri: “Voi dovete ubbidire, ma avete anche l’obbligo di aprire il vostro animo a Me e dire ciò che vi pare giusto. Per abituarvi a sapere dirigere in futuro. E Io, se vedrò che dite giusto, accetterò i vostri pensieri”», dice lo Zelote.
13«Forse lo fa anche per mostrarci che ci ama, visto che siamo tutti più o meno convinti di essere la causa del suo soffrire», osserva Bartolomeo.
14«Oppure è realmente stanco di dovere pensare a tutto e di essere solo a prendere decisioni e responsabilità. Forse anche riconosce che la sua santità perfetta è… direi quasi un’imperfezione rispetto a chi ha di fronte: il mondo che santo non è. Noi non siamo santi perfetti. Appena un poco meno birbanti degli altri… e perciò più capaci di rispondere a quelli che sono quasi come noi», dice Simone Zelote.
«E di conoscerli, devi dire!», aumenta Matteo.
15«Oh! per questo sono certo che li conosce anche Lui. Anzi li conosce meglio di noi, perché Lui legge nei cuori. Ne sono sicuro come di essere vivo», dice Giacomo di Zebedeo.
16«E allora perché delle volte fa come fa, andando incontro a noie e pericoli?», chiede desolato Andrea.
«Mah! non so che rispondere», dice il Taddeo stringendosi nelle spalle. E con lui confessano la stessa cosa gli altri.
17Giovanni tace. E suo fratello lo stuzzica: «Tu che sai sempre tutto di Gesù – sembrate due innamorati delle volte – non ti ha mai detto perché fa così?».
Il Giudizio delle anime.
Il primo giudizio delle anime.
18«Sì. Gliel’ho chiesto anche di recente. Mi ha sempre risposto: “Perché lo devo fare. Io devo agire come se il mondo fosse tutto di creature ignoranti ma buone. A tutti do la stessa dottrina e così si separeranno i figli della Verità da quelli della Menzogna”. Mi ha anche detto: “Vedi, Giovanni? Questo è come un primo giudizio, non universale, collettivo, ma singolo. In base alle loro azioni di fede, di carità, di giustizia, saranno separati gli agnelli dai capretti. E ciò durerà anche dopo, quando Io non ci sarò più ma ci sarà la mia Chiesa, per secoli e secoli, sino alla fine del mondo.
Il Giudizio delle anime.
Il primo giudizio delle anime.
19Il primo giudizio delle masse umane si compirà nel mondo, là dove gli uomini liberamente agiscono, avendo di fronte il Bene e il Male, la Verità e la Menzogna. Così come il primo giudizio fu dato nel Paradiso terrestre davanti all’albero del Bene e del Male violato dai disubbidienti a Dio. Poi, quando verrà la morte dei singoli, sarà ratificato il giudizio già scritto nel libro delle azioni umane da una Mente che non ha difetto alcuno.
Il grande, il Terribile Giudizio.
20Ultimo verrà il Grande Giudizio, il Terribile, e allora nuovamente in massa saranno giudicati gli uomini. Da Adamo all’ultimo uomo. Giudicati per ciò che avranno voluto per loro, liberamente, sulla Terra. Ora, se Io selezionassi da Me chi merita la Parola di Dio, il Miracolo, l’Amore, e chi non la merita – e lo potrei fare per diritto divino e per divina capacità – gli esclusi, fossero anche dei Satana, griderebbero forte, nel giorno dei loro giudizi singoli: ‘Il colpevole è il tuo Verbo che non ci ha voluto ammaestrare’. Ma questo non lo potranno dire… Ossia lo diranno mentendo una volta di più. E saranno perciò giudicati”».
21«Allora, non accogliere la dottrina è essere reprobi?», chiede Matteo.
«Questo non lo so, se tutti coloro che non crederanno saranno proprio reprobi. Se ricordate, parlando a Sintica, Egli ha fatto capire che quelli che agiscono con onestà nella vita non sono reprobi, anche se credono ad altre religioni. Ma glielo possiamo chiedere. Certo che Israele, che sa del Messia e che ora crede parzialmente e malamente al Messia, o lo respinge, sarà severamente giudicato».
Il grande, il Terribile Giudizio.
22«Parla molto con te il Maestro e tu sai molte cose che noi non sappiamo», osserva suo fratello Giacomo.
23«Colpa tua e vostra. Io lo interrogo con semplicità. Delle volte chiedo delle cose che gli devono fare apparire il suo Giovanni come un grande stolto. Ma non mi importa di apparire tale. Mi basta di sapere il suo pensiero e averlo in me per farlo mio. Dovreste fare così anche voi. Ma avete sempre paura! Di che poi? Di essere ignoranti? Di essere superficiali? Di essere testoni? Dovreste avere soltanto paura di essere impreparati ancora quando Lui se ne andrà. Lo dice sempre… e io me lo dico sempre, per prepararmici al distacco… Ma sento che sarà sempre un grande dolore…».
Pensiero che fa piangere.
24«Non mi ci far pensare!», esclama Andrea. E gli fanno eco gli altri, sospirando.
25«Ma quando avverrà? Dice sempre: “Presto”. Ma presto può essere fra un mese come fra anni. É tanto giovane e il tempo è così rapido… Che fai, fratello? Diventi molto pallido…», chiede il Taddeo a Giacomo.
«Nulla, nulla! Pensavo…», dice presto Giacomo di Alfeo stando a capo chino. E il Taddeo si curva per vederlo bene…
26«Ma se hai le lacrime agli occhi! Che hai?…».
«Ma non più di quanto abbiate voi… Pensavo a quando saremo soli».
27«Oh! ma che ha Simone di Giona da correre avanti strillando come uno smergo in giorno di tempesta?», chiede Giacomo di Zebedeo accennando a Pietro, che ha lasciato Gesù solo e che corre via gridando parole che il vento impedisce di sentire.
L’incontro con l’Iscariota e Tommaso.
Il sospetto nel cuore.
28Affrettano il passo e vedono che Pietro ha preso un sentieruolo che viene dalla ormai prossima Sefori (così dicono i discepoli, chiedendosi se va a Sefori per ordine di Gesù e da quella scorciatoia). Ma poi, osservando bene, vedono che i due unici passeggeri che dalla città vengono verso la via maestra sono Tommaso e Giuda.
29«Toh! Qui? Proprio qui? Oh! che ci fanno? Da Nazareth, se mai, dovevano andare a Cana e poi a Tiberiade…», si chiedono in molti.
30Forse venivano in cerca dei discepoli. Era la loro missione», dice prudente lo Zelote, che sente il sospetto alzare il suo capo di serpe risvegliata nel cuore di molti.
Tommaso sempre bene e sempre felice.
31«Affrettiamo il passo. Gesù è solo e sembra attenderci… consiglia Matteo. Vanno e giungono da Gesù contemporaneamente a Pietro, Giuda e Tommaso.
32Gesù è pallidissimo, tanto che Giovanni chiede: «Ti senti male?». Ma Gesù gli sorride e fa un cenno di diniego, mentre saluta i due che sono tornati dopo tanta assenza.
33Abbraccia per primo Tommaso, florido e allegro come sempre, che però si fa serio guardando il Maestro, così palesemente cambiato, e che chiede premuroso: «Sei stato ammalato?».
34«No, Toma. Per nulla. E tu sei stato bene, felice?».
35«Io sì, Signore. Sempre bene e sempre felice. Non mi mancavi che Tu per rendere beato il mio cuore. Mio padre e mia madre ti sono riconoscenti di avermi mandato per qualche tempo. Mio padre era un poco malato e allora ho lavorato io. Sono stato dalla mia gemella e ho conosciuto il nipotino, gli ho fatto mettere il nome che mi hai detto. Poi è venuto Giuda e mi ha fatto girare come una tortorella in tempo di amori, in su, in giù, dove erano discepoli. Lui aveva già girato, di suo, non poco. Ma ora ti dirà lui, perché lui ha lavorato per dieci e merita che Tu l’ascolti».
Esatta relazione dell’Iscariota.
36Gesù lo lascia andare ed è la volta di Giuda, che ha atteso pazientemente e che si fa avanti franco, spigliato, trionfante. Gesù lo trapana col suo sguardo di zaffiro. Ma lo bacia e ne è baciato non diversamente di Tommaso. E le parole che seguono sono affettuose: «E tua madre, Giuda, fu felice di averti? Sta bene quella santa donna?».
37«Sì, Maestro, e ti benedice di averle mandato il suo Giuda. Voleva mandarti dei doni. Ma come potevo portarli mentre andavo qua e là per monti e valli? Puoi stare tranquillo, Maestro. Tutti i gruppi dei discepoli che ho visitato lavorano santamente. L’idea si estende sempre più. Io ho personalmente voluto controllare le ripercussioni di essa sui più potenti scribi e farisei. Molti ne conoscevo ed altri ne ho conosciuti adesso, per tuo amore. Ho avvicinato sadducei, erodiani… Oh! ti assicuro che la mia dignità è stata ben stritolata… Ma per tuo amore! Questo e altro farò. Ho avuto ripulse sdegnose e anatemi.
38Ma anche sono riuscito a suscitare simpatie in alcuni prevenuti verso di Te. Non voglio le tue lodi. Mi basta avere fatto il mio dovere e ringrazio l’Eterno di avermi sempre aiutato. Ho dovuto usare il miracolo in certi casi. E me ne è doluto perché meritavano folgori e non benedizioni. Ma Tu dici di amare e di essere pazienti… Lo sono stato ad onore e gloria di Dio e per tua gioia. Io spero che molti ostacoli saranno abbattuti per sempre, molto più che sul mio onore ho garantito che presso Te non erano più quei due che davano tanta ombra. Dopo mi era venuto scrupolo di avere asserito ciò che non sapevo con certezza. E allora ho voluto verificare per potere provvedere, per non essere trovato in menzogna, cosa che mi avrebbe messo in sospetto per sempre presso i convertendi… Pensa! Anche Anna e Caifa ho avvicinato… Oh! mi hanno voluto incenerire coi rimproveri… Ma io sono stato così umile, persuasivo, che hanno finito a dirmi: “Ebbene, se le cose sono proprio così… Noi le sapevamo diverse. I rettori del Sinedrio, che potevano saperle, ci avevano riferito il contrario e…”»
39«Non vorrai dire che Giuseppe e Nicodemo sono stati dei mentitori», interrompe lo Zelote, che si è contenuto fin lì ma non oltre ed è livido nello sforzo fatto.
40«E chi lo dice? Anzi! Giuseppe mi ha visto quando uscivo da Anna e mi ha detto: “Perché sei così alterato?”. Gli ho raccontato tutto e come, seguendo il consiglio suo e di Nicodemo, Tu, Maestro, avessi allontanato il galeotto e la greca. Perché li hai allontanati, non è vero?», dice Giuda guardando fissamente Gesù con i suoi occhi di giaietto, brillanti fino alla fosforescenza. Sembra voglia perforarlo con lo sguardo per leggere ciò che Gesù ha fatto.
41Gesù, che lo ha sempre di fronte, vicinissimo, dice calmo: «Ti prego continuare il tuo racconto che mi interessa molto. È una esatta relazione che può molto servire».
42«Ah! dunque dicevo che Anna e Caifa si sono ricreduti. Ciò è molto per noi. Non è vero? E poi!… Oh! ora vi faccio ridere! Ma lo sapete che i rabbi mi hanno preso in mezzo e mi hanno fatto subire un altro esame, come fossi un minorenne che diventa maggiorenne? E che esame! Bene. Li ho persuasi e mi hanno lasciato andare. Allora mi è venuto il sospetto e la paura di aver detto cosa non vera. E ho pensato di prendere Tommaso e andare di nuovo dove erano dei discepoli, oppure dove era presumibile si fossero ricoverati Giovanni e la greca. Sono stato da Lazzaro, da Mannaen, al palazzo di Cusa, da Elisa di Betsur; a Bétèr nei giardini di Giovanna, al Getsemani, nella casetta di Salomon oltre Giordano, all’Acqua Speciosa, da Nicodemo, da Giuseppe…».
«Ma non lo avevi visto?»
43«Sì. E mi aveva assicurato di non avere mai più visto quei due. Ma sai… Io volevo essere sicuro… In breve: ho ispezionato ogni luogo dove potevo avere sospetti che egli fosse… E non credere che soffrissi di non trovarlo. Mi faresti torto. Tutte le volte – e Tommaso lo può confermare – tutte le volte che uscivo da un luogo senza averlo trovato e neppure senza avere avuto indizio di lui, dicevo: “Sia lode al Signore!”, e dicevo: “O Eterno, fa’ che io non lo trovi mai più!”. Proprio! Il sospiro dell’anima mia… Ultimo luogo fu Esdrelon… Ah! a proposito! Ismael ben Fabi, che è nel suo palazzo nelle campagne di Mageddo, ha desiderio di averti ospite… Ma io, se fossi in Te, non ci andrei…».
Discordanti consigli dell’Iscariota.
44«Perché? Senza fallo ci andrò. Io pure ho desiderio di vederlo. Ci andremo subito, anzi. Invece di andare a Sefori andremo ad Esdrelon, e poi a Mageddo dopodomani che è vigilia di sabato, e da lì alla casa di Ismael».
«Ma no, Signore! Perché? Credi che egli ti ami?».
45«Ma se tu lo hai avvicinato e mutato in mio favore, perché non vuoi che vada?».
466«Non l’ho avvicinato… Era nei campi e mi ha riconosciuto. Ma io – vero, Tommaso? – volevo fuggire quando l’ho visto. Non ho potuto perché mi ha chiamato a nome. Io… Io non posso che consigliarti di non andare mai più da alcun fariseo o scriba o simili esseri. Non è utile per Te. Stiamo fra noi, soli, col popolo e basta. Anche Lazzaro, Nicodemo, Giuseppe… sarà un sacrificio… Ma è meglio farlo, per non creare gelosie, livori, e dare arma alle critiche… A tavola si parla… e loro ci lavorano sopra, subdolamente, alle tue parole. Ma torniamo a Giovanni… Ora andavo a Sicaminon, per quanto Isacco, trovato ai confini della Samaria, mi abbia giurato di non averlo più visto dall’ottobre».
47«E Isacco ha giurato il vero. Ma quanto tu consigli, sui contatti con scribi e farisei, è in contrasto con quanto hai detto prima. Tu mi hai difeso… Così hai fatto, non è vero? Tu hai detto: “Ho abbattuto molte prevenzioni su Te”. Hai detto così, non è vero?».
48«Sì, Maestro».
49«E allora perché non posso Io stesso finire di difendere Me stesso? Dunque andremo da Ismael. E tu, ora, torni indietro e lo vai ad avvisare. Con te vengono Andrea, Simone lo Zelote e Bartolomeo. Noi verremo dai contadini a fare sosta. Riguardo a Sicaminon, noi ne veniamo. Ed eravamo in undici. Ti asseriamo che Giovanni non c’è. E così non c’è a Cafarnao o a Betsaida, a Tiberiade, Magdala, Nazareth, Corozim, Betlem di Galilea, e così via in tutte le tappe che forse avevi in mente di fare per… rassicurare te stesso sulla presenza di Giovanni fra i discepoli o in case amiche».
L’Apostolo negromante.
50Gesù parla calmo, con tono naturale… Ma pure qualcosa deve essere in Lui che mette in turbamento Giuda, che cambia per un attimo di colore. Gesù lo abbraccia come per baciarlo… E mentre lo ha così, guancia a guancia, gli sussurra piano: «Disgraziato! Che hai fatto dell’anima tua?».
«Maestro… io…».
51«Va’! Ammorbi di inferno più dello stesso Satana! Taci!… E pentiti se puoi».
52Giuda… io sarei scappata a gambe levate. Ma lui! Sfrontato, dice a voce alta: «Grazie, Maestro. Ma ti prego, prima che io vada, due parole in segreto».
Tutti si scansano di molti metri.
53«Perché, Signore, mi hai detto quelle parole? Mi hai dato dolore…».
54«Perché sono la verità. Chi commercia con Satana prende l’odore di Satana».
55«Ah! è per la negromanzia? Oh! che paura mi hai fatto! Uno scherzo! Non più di uno scherzo di bambino curioso. E mi è servito per avvicinare dei sadducei e per perderne voglia. Tu dunque vedi che mi puoi assolvere con piena pace. Sono cose inutili quando si ha il tuo potere. Avevi ragione. Suvvia, Maestro! La mia colpa è così lieve!… Grande è la tua sapienza. Ma chi ti ha detto questo?».
Gesù lo guarda severo e non risponde.
56«Ma proprio mi hai visto in cuore il peccato?», chiede un poco impaurito Giuda.
57«E mi hai ripugnato. Va’! E non aggiungere parola». E gli volge le spalle tornando ai discepoli, ai quali ordina di cambiare strada dando prima il commiato a Bartolomeo, Simone e Andrea, che raggiungono Giuda e vanno lesti, mentre questi che restano vanno lentamente, ignari della verità nota a Gesù solo. Tanto ignari che elogiano Giuda per la sua attività e sagacia. E l’onesto Pietro sinceramente si accusa del pensiero temerario che aveva in cuore verso il condiscepolo…
58Gesù sorride, un sorriso mite, un poco stanco, come fosse astratto e sentisse appena il cicaleccio dei suoi compagni, che delle cose sanno solo quel tanto che permette di sapere la loro umanità.
335. La falsa amicizia di Ismael ben Fabi e l’idropico guarito in giorno di sabato[149].
Provvidenzialmente fuori strada.
Cercando la via.
1Vedo Gesù camminare rapidamente per una via maestra che il vento freddo di un mattino d’inverno spazza e indurisce. I campi, al di qua e al di là della strada, hanno appena una timida peluria di messi che spuntano, una velatura di verde in cui è una promessa di futuro pane, ma una promessa appena appena pensata. Vi sono i solchi ombrosi ancora privi di questo verde benedetto, e solo quelli nei posti più solatii hanno quel verzicare così lieve e già così festoso perché parla di prossima primavera. Gli alberi da frutto sono ancora nudi, neppure una gemma si gonfia sui loro rami scuri. Solo gli ulivi hanno il loro eterno bigio verde, triste tanto sotto al sole d’agosto come sotto questo chiarore di prima mattina invernale. E con loro hanno verde, un verde pastoso di ceramiche appena tinte, le grasse foglie delle cactacee.
2Gesù cammina, come sovente, di due o tre passi avanti i discepoli. Sono tutti ben coperti nei loro mantelli di lana.
3Ad un punto Gesù si ferma e si volge interpellando i discepoli: «Siete pratici della via?».
«La via è questa, ma poi la casa dove sia non lo si sa, perché è nell’interno… Forse là dove è quel folto di ulivi…».
«No. Deve essere là in fondo, invece, dove sono quei grossi alberi spogli…».
«Ci dovrebbe essere una via per i carri…».
4Insomma non sanno niente di preciso. Persone per la via e per i campi non se ne vedono. Vanno a caso, in avanti, cercando la via.
La benedizione di Dio arriva coi pellegrini.
5Trovano una piccola casetta di poveri, con due o tre campicelli intorno. Una fanciulla sta attingendo l’acqua da un pozzo.
6«Pace a te, bambina», dice Gesù fermandosi sul limitare della siepe, che ha un varco per chi va e viene.
«Pace a te. Che vuoi?».
7«Una indicazione. Dove è la casa di Ismaele il fariseo?».
«Sei fuori strada, Signore. Devi tornare al bivio e prendere quella che va dove tramonta il sole. Ma devi camminare molto molto, perché devi tornare là, al bivio, e poi andare, andare. Hai mangiato? Fa freddo e lo stomaco vuoto lo fa sentire di più. Entra, se vuoi. Siamo poveri. Ma anche Tu non sei ricco. Ti puoi adattare. Vieni». E chiama con voce acuta: «Mamma!».
8Si fa sulla soglia una donna sui trentacinque, quarant’anni. Ha un volto onesto, ma un poco triste. Fra le braccia ha un bambino di circa tre anni, mezzo svestito.
«Entra. Il fuoco è acceso. Ti darò latte e pane».
9«Non sono solo. Ho questi amici».
«Entrino tutti e la benedizione di Dio coi pellegrini che ospito».
Entrano in una cucina bassa e scura che rallegra un fuoco vivo. Si siedono qua e là su rozze cassapanche.
«Ora vi preparo… È mattina… Non ho ancora ordinato nulla… Scusate».
10«Sei sola?». È Gesù che parla.
«Ho marito e figli. Sette. I due più grandi sono ancora al mercato di Naim. Vi devono andare loro perché il marito è malato. Un grande dolore!… Le bambine mi aiutano. Questo è il più piccino. Ma ne ho un altro appena di poco più grande».
Il portatore di benedizione.
11Il piccino, ormai vestito della sua tunichella, corre a piedi scalzi verso Gesù e lo guarda curiosamente. Gesù gli sorride. L’amicizia è fatta.
«Chi sei?», chiede il bambino con confidenza.
12«Sono Gesù».
La donna si volge a guardarlo attentamente. È rimasta con un pane fra le mani, fra focolare e tavolo. Apre la bocca per parlare, ma poi tace.
Il bambino continua: «Dove vai?».
13«Per le vie del mondo».
«A far che?».
14«A benedire i bambini buoni e le loro case dove si è fedeli alla Legge».
15La donna torna a fare un gesto. Poi fa un cenno a Giuda Iscariota, che è quello a lei più vicino. Egli si curva verso la donna che chiede: «Ma chi è il tuo amico?».
16E Giuda, tronfio (pare che il Messia sia tale per suo merito e sua bontà): «È il Rabbi di Galilea, Gesù di Nazareth. Non lo sai, donna?».
«Questa è via fuori mano ed io ho tanti dolori!… Ma… potrei dirli a Lui?».
17«Puoi», dice con sussiego Giuda. Mi sembra un pezzo grosso del mondo che conceda udienza…
Gesù continua a parlare col bambino che gli chiede se ha anche Lui bambini.
Il Portatore di salute.
18Mentre la fanciulla già vista e un’altra più grandicella portano latte e stoviglie, la donna va vicino a Gesù. Resta un poco in sospeso, poi ha un grido soffocato: «Gesù, pietà di mio marito!».
19Gesù si alza. La signoreggia colla sua statura, ma la guarda con tanta bontà che ella si rinfranca. «Che vuoi che Io faccia?».
«È molto malato. Gonfio come un otre, non può più piegarsi e lavorare. Non trova riposo perché affoga, e smania… E abbiamo i bambini ancora piccini…».
20«Vuoi che Io lo guarisca? Ma perché lo vuoi da Me?».
«Perché Tu sei Tu. Io non ti conoscevo, ma ho sentito parlare di Te. La sorte ti ha condotto alla mia casa dopo che per tre volte io ti ho cercato a Naim e a Cana. Due volte c’era anche mio marito. Cercava Te, per quanto l’andare sul carro lo faccia tanto soffrire… Anche ora è via con suo fratello… Ci hanno riportato che il Rabbi, lasciata Tiberiade, andava verso Cesarea di Filippo. È andato là ad aspettarti…».
21«Non sono andato a Cesarea. Vado dal fariseo Ismaele e poi andrò verso il Giordano…».
Il Portatore di salvezza.
22«Tu, buono, da Ismaele?».
23«Sì. Perché?».
«Perché… perché… Signore, io so che Tu dici di non giudicare, di perdonare e di amarsi. Non ti ho mai visto. Ma ho cercato di sapere di Te il più che potevo e pregavo l’Eterno di poterti udire almeno una volta. Non voglio far cosa che ti dispiaccia… Ma come poter non giudicare Ismaele e amarlo? Io nulla ho di comune con lui e perciò non ho niente da perdonargli. Le insolenze che ci getta quando incontra la nostra povertà sul suo cammino le scuotiamo da noi, con la stessa pazienza con cui scuotiamo fango e polvere che egli ci getta quando passa veloce coi suoi cocchi. Ma amarlo e non giudicarlo è troppo difficile… È tanto cattivo!».
24«È tanto cattivo? Con chi?».
«Con tutti. Opprime i servi, dà a usura e crudelmente esige. Non ama che sé. È il più crudele della contrada. Non merita, Signore».
25«Lo so. Dici il vero».
«E Tu vai là?».
26«Mi ha invitato».
«Diffida, Signore. Non lo avrà fatto per amore. Non ti può amare. E Tu… non lo puoi amare».
27«Io amo anche i peccatori, donna. Sono venuto per salvare chi è perduto…».
«Ma questo non lo salverai. Oh! perdono di aver giudicato! Tu sai… Tutto è bene ciò che fai! Perdona alla mia lingua stolta e non mi punire».
La forza dell’amore.
28«Non ti punisco. Ma non lo fare più. Ama anche i malvagi. Non per la loro malvagità, ma perché è con l’amore che si ottiene loro la misericordia che converte. Tu sei buona e vogliosa di esserlo più ancora. Tu ami la verità, e la Verità che ti parla ti dice che ti ama perché sei pietosa secondo la legge all’ospite e al pellegrino e così hai allevato i tuoi figli. Dio sarà il tuo compenso. Io devo andare da Ismaele che mi ha invitato per mostrarmi a molti suoi amici che mi vogliono conoscere. Non posso attendere oltre tuo marito che, sappilo, è sulla via del ritorno. Ma di’ a lui di soffrire ancora per un poco e di venire subito da Ismaele. Vieni tu pure. Io lo guarirò».
«Oh! Signore! …». La donna è a ginocchi ai piedi di Gesù e lo guarda con riso e pianto. Poi dice: «Ma è sabato oggi! …».
29«Lo so. Ho bisogno che sia sabato per dire qualcosa in merito ad Ismaele. Tutto quanto Io faccio, lo faccio con uno scopo chiaro e senza errore. Sappiatelo tutti, anche voi, amici miei che avete paura e vorreste Io seguissi una condotta secondo le convenienze umane per non averne danno. È l’amore che vi guida. Lo so. Ma dovete saper amare meglio chi amate. Non posponendo mai l’interesse divino all’interesse dell’amato vostro. Donna, Io vado e ti attendo. La pace sia perenne in questa casa, dove si ama Dio e la sua legge ed è rispettato il coniugio e allevata santamente la prole, amato il prossimo e cercata la Verità. Addio».
30Gesù posa la mano sul capo della donna e delle due giovinettine e poi si curva a baciare i bambini più piccoli ed esce.
Per la strada più breve.
31Ora un solicello d’inverno tempera l’aria cruda. Un ragazzo di un quindici anni attende con un rustico carro molto sconquassato.
«Non ho che questo, Signore. Ma farai sempre più presto e con più comodo».
32«No, donna. Serbati fresco il cavallo per venire da Ismaele. Mostrami solo la strada più breve».
33Il ragazzo si pone al suo fianco e, per campi e prati, vanno verso una ondulazione del suolo, oltre la quale vi è un’ampia conca di qualche ettaro, ben coltivata, al centro della quale è una bella casa larga e bassa, stretta da una fascia di giardino ben coltivato.
«La casa è quella, Signore», dice il ragazzo.
«Se non ti occorro più, torno a casa per aiutare la mamma».
34«Vai e sii sempre un figlio buono. Dio è con te» …
Presso l’uomo più cattivo della contrada.
Amico è l’uomo fedele alla Parola del Padre (Lc 14,1).[150].
35…Gesù entra nella sontuosa casa di campagna di Ismaele. Servi in gran numero corrono incontro all’Ospite, certo atteso. Altri vanno ad avvisare il padrone, il quale esce con grandi inchini incontro a Gesù.
«Bene vieni, Maestro, alla mia casa!».
36«Pace a te, Ismael ben Fabi. Mi hai desiderato. Vengo. Perché mi hai voluto?».
«Per esser onorato di averti e per presentarti ai miei amici. Voglio siano anche i tuoi. Come voglio Tu sia mio amico».
37«Io sono amico di tutti, Ismaele».
«Lo so. Ma sai! È bene avere amicizie in alto. E la mia e quelle dei miei amici sono tali. Tu, perdona se te lo dico, trascuri troppo coloro che ti possono appoggiare…».
38«E tu sei di questi? Perché?».
«Io sono di questi. Perché? Perché ti ammiro e voglio che Tu mi sia amico».
39«Amico! Ma sai tu, Ismaele, il significato che Io do a questa parola? Per molti, amico vuol dire conoscente, per altri complice, per altri servo. Per Me vuol dire: fedele alla Parola del Padre. Chi non è tale non può essermi amico, né Io di lui».
40«Ma è appunto perché voglio esser fedele che voglio la tua amicizia, Maestro. Non lo credi? Guarda: ecco Eleazar che giunge. Domanda a lui come io ti ho difeso presso gli Anziani. Eleazar, io ti saluto. Vieni, che il Rabbi ti vuole chiedere una cosa».
Grandi saluti e reciproche occhiate indagatrici.
41«Di’ tu, Eleazar, quanto dissi del Maestro l’ultima volta che fummo riuniti», dice Ismaele. Poi se ne va, lasciando l’amico presso Gesù.
Il Regno del Messia è spirituale.
42«Oh! un vero elogio! Una difesa appassionata! Vaghezza di sentirti mi venne allora, tanto Ismaele parlò di Te, Maestro, come del Profeta più grande venuto al popolo d’Israele. Mi ricordo che disse che nessuno aveva parola più profonda della tua, fascino più grande e che, se come sai parlare saprai reggere la spada, non vi sarà re più grande di Te in Israele».
43«Il mio Regno!… Non è umano, Eleazar, questo Regno».
«Ma il re d’Israele?!».
44«Si aprano le vostre menti a comprendere il senso delle parole arcane. Verrà il Regno del Re dei re. Ma non nella misura umana. Non per quanto perisce, ma per ciò che è eterno. Ad esso si accede non per fiorita via di trionfi né su purpureo tappeto di sangue nemico. Ma per erto sentiero di sacrificio e per mite scala di perdono e d’amore. Le vittorie contro noi stessi ci daranno questo Regno. E voglia Iddio che il più gran numero d’Israele possa capirmi. Ma non sarà così. Voi pensate ciò che non è. Nella mia mano sarà uno scettro, e il popolo d’Israele lo avrà messo. Regale e eterno. Nessun re potrà più levarlo alla mia Casa. Ma molti in Israele non potranno vederlo senza fremere di orrore, perché avrà un nome per loro atroce».
«Tu non ci credi capaci di seguirti?».
45«Se lo voleste, potreste. Ma non volete. Perché non volete? Siete anziani, ormai. L’età dovrebbe darvi comprensione e giustizia. Giustizia anche per voi stessi. I giovani… essi potranno errare e poi pentirsi. Ma voi! La morte è sempre prossima agli anziani. Eleazar, tu sei meno avviluppato nelle teorie di molti tuoi simili. Apri il tuo cuore alla Luce…».
Il convito.
Il convito ha inizio.
46Torna Ismaele con altri cinque pomposi farisei.
«Venite dunque nella casa», dice il padrone di essa. E, lasciato l’atrio, ricco di sedili e tappeti, entrano in una stanza dove vengono portate anfore e catini per le abluzioni. Poi passano nella sala da pranzo, molto riccamente preparata.
47«Gesù al mio fianco. Fra me e Eleazar», ordina il padrone.
E Gesù, che si era tenuto nel fondo della sala presso i discepoli un poco intimoriti e trascurati, deve sedersi al posto d’onore.
48Il convito ha inizio con numerose portate di carni e pesci arrostiti. Vini e, mi sembra, sciroppi, o per lo meno acque con miele, passano e ripassano.
Le scuole bibliche.
49Tutti cercano di far parlare Gesù. Uno, un vecchio tutto tremolante, chiede con voce chioccia di decrepito: «Maestro. È vero quel che si dice, che Tu intendi modificare la Legge?».
50«Io non muterò un iota alla Legge. Anzi (e Gesù calca sulle parole) sono proprio venuto per renderla di nuovo integra come quando fu data a Mosè».
«Vorresti dire che fu modificata?».
51«Non mai. Unicamente subì la sorte di tutte le cose eccelse poste in mano all’uomo».
«Vorresti dire? Specifica».
52«Voglio dire che l’uomo, per l’antica superbia o per l’antico fomite della triplice lussuria, volle ritoccare la lineare parola e ne fece qualcosa che opprime i fedeli, mentre per i ritoccatori non è che un cumulo di frasi che… vanno lasciate agli altri».
53«Ma, Maestro! I nostri rabbini…».
«Questa è un’accusa!».
«Non ci deludere nel nostro desiderio di giovarti! …».
«Eh! Eh! Hanno ragione a dirti ribelle!».
«Silenzio! Gesù è mio ospite. Parli liberamente».
54«I nostri rabbini iniziarono la loro fatica con lo scopo santo di rendere più facile l’applicazione della Legge. Lo stesso Iddio iniziò questa scuola quando alle parole dei dieci Comandi aggiunse più minute spiegazioni. Ciò perché l’uomo non avesse a sua scusa il non aver saputo capire. Opera santa, dunque, quella dei maestri che spezzano in briciole ai piccoli di Dio il pane dato da Dio allo spirito. Ma santa se segue retto fine. Ciò non fu sempre. Ed ora lo è meno che mai. Ma perché mi volete far dire, voi che vi offendete se Io vi enumero le colpe dei potenti?».
Autocompiacimenti.
«Colpe! Colpe! Non abbiamo che colpe noi?».
55«Io vorrei aveste solo meriti!».
«Ma non li abbiamo. Tu lo pensi e il tuo occhio lo dice. Gesù, non è criticando che si fanno amici i potenti. Tu non regnerai. Non ne sai l’arte».
56«Io non chiedo di regnare come voi credete e non mendico amicizie. Voglio amore. Ma onesto e santo. Un amore che da Me vada a quelli che amo, e che si dimostri usando verso i poveri quello che Io predico di usare: misericordia».
«Io, da quando ti ho udito, non ho più dato ad usura», dice uno.
57«E Dio te ne darà compenso».
58«Il Signore mi è testimonio se ho più percosso i servi che meriterebbero frustate, da quando mi fu detta una tua parabola», dice un altro.
59«Ed io? Più di dieci moggia di orzo ho lasciato nei campi per i poveri!», fa un altro ancora.
I farisei si lodano egregiamente.
60Ismaele non ha parlato. Gesù l’interpella: «E tu, Ismaele?».
«Oh! io! Io ho sempre usato misericordia. Non ho che da continuare come sempre ho agito».
61«Buon per te! Se così è realmente tu sei l’uomo che non conosce rimorsi».
«Oh! non davvero!».
62Gesù lo trapana col suo occhio di zaffiro.
Un caso di solidarietà.
Eleazar lo tocca sul braccio: «Maestro, ascoltami. Io ho un caso speciale da sottoporti. Ho acquistato di recente una proprietà da un disgraziato che si è rovinato per una donna. Questo me l’ha venduta, ma senza dirmi che in essa vi è una vecchia serva, la sua nutrice, ormai cieca e semi ebete. Il venditore non la vuole. Io… non la vorrei. Ma gettarla in mezzo alla via… Che faresti Tu, Maestro?».
63«Tu che faresti se dovessi dare ad altro un consiglio?».
«Direi: “Tienila. Non sarà un pane quel che ti rovina”».
64«E perché diresti così?».
«Mah!… perché penso che io farei così e vorrei che così mi venisse fatto…».
65«Tu sei molto prossimo alla giustizia, Eleazar. Fa’ come consiglieresti e il Dio di Giacobbe sarà sempre con te».
«Grazie, Maestro».
La sorte di quelli che non servono più.
Gli altri brontolano fra loro.
66«Che avete da mormorare?», chiede Gesù. «Non ho detto giusto? E costui non ha giustamente parlato? Ismaele, difendi i tuoi ospiti, tu che hai sempre usato misericordia».
67«Maestro, Tu parli bene ma… se si facesse sempre così!… Si sarebbe vittime degli altri».
68«Ed è meglio, secondo te, che siano gli altri vittime nostre, non è vero?».
«Non dico questo. Ma vi sono casi…».
69«La Legge dice di avere misericordia…».
«Sì, per il fratello povero, per il forestiero, il pellegrino, la vedova e l’orfano. Ma questa vecchia, che è capitata fra le braccia di Eleazar, non è sua sorella, né pellegrina, forestiera, orfana o vedova. Nulla è per lui. Né più né meno che un vecchio arredo, non suo, dimenticato dal vero padrone nella tenuta venduta. Perciò Eleazar la potrebbe anche cacciare senza scrupoli di sorta. Infine la colpa della morte della vecchia non sarebbe sua. Ma del suo vero padrone…».
70«…il quale non la può più mantenere essendo povero lui pure, e perciò anche lui è esente da obblighi. Di modo che, se la vecchia muore di fame, la colpa è della vecchia. Non è così?».
71«Così, Maestro. È la sorte di coloro che… non servono più. Malati, vecchi, inabili, sono condannati alla miseria, alla mendicità. E la morte è la cosa migliore per essi… Così è da quando è il mondo, e così sarà…».
L’idropico.
Uomo di grande fede (Lc 14,2) [151].
72«Gesù, abbi pietà di me!». Un lamento entra dalle finestre sbarrate, perché la sala è chiusa e coi lampadari accesi. Forse per il freddo.
«Qualche importuno. Lo farò cacciare. O qualche mendico. Farò dare un pane».
73«Gesù, son malato. Salvami!».
«L’ho detto. Un importuno. Punirò i servi per averlo fatto passare». E Ismaele si alza.
74Ma Gesù, più giovane di almeno venti anni e più alto di tutto il collo e capo, lo ripone a sedere ponendogli la mano sulla spalla e ordinando: «Resta, Ismaele. Voglio vedere costui che mi cerca. Fate entrare».
75Entra un uomo con capelli ancora neri. Può avere una quarantina d’anni. Ma è gonfio come una botte e giallo come un limone, con le labbra violacee semiaperte nella bocca anelante. Lo accompagna la donna della prima parte della visione.
76L’uomo avanza a fatica per malattia e per timore. Si vede guardato così
malamente! Ma Gesù ha lasciato il suo posto ed è andato presso all’infelice prendendolo per mano e
portandolo al centro della sala, nello spazio vuoto fra le tavole messe a “U”
. Proprio sotto al lampadario.
77«Che vuoi da Me?».
«Maestro… ti ho tanto cercato… da tanto… Nulla voglio fuorché salute… per i miei bambini e la mia donna… Tu puoi tutto… Vedi come sono ridotto…».
78«E credi che Io ti possa guarire?».
«Se lo credo!… Ogni passo m’è dolore… ogni scossa pena… ma pure ho fatto chilometri per cercarti… e poi col carro ti sono venuto ancora dietro… ma non ti raggiungevo mai… Se lo credo!… Mi fa stupore non esser già guarito da quando la mia mano è nella tua, poiché tutto di Te è santo, o Santo di Dio».
Il poveretto soffia come un mantice per lo sforzo di tante parole. La moglie guarda il marito e Gesù, e piange.
Lo scriba intransigente con gli altri (Lc 14,34)[152]..
79Gesù li guarda e sorride. Poi si volge e chiede: «Tu, vecchio scriba (parla al vecchio tremolante che ha parlato per primo) rispondi a Me: è lecito guarire in sabato?».
«In sabato non è lecito fare opera alcuna».
80«Neppure salvare uno dalla disperazione? Non è lavoro manuale».
«Il sabato è sacro al Signore».
81«Quale opera più degna di un giorno sacro di quella di far sì che un figlio di Dio dica al Padre: “Io ti amo e lodo perché m’hai guarito”?!».
«Deve farlo anche se infelice».
82«Chanania, lo sai che in questo momento il tuo bosco più bello sta ardendo e tutta la pendice dell’Hermon splende nella porpora delle fiamme?».
Il vecchietto schizza come l’avesse morso un aspide: «Maestro, dici il vero o scherzi?».
83«Dico il vero. Io vedo e so».
«Oh! me misero! Il mio bosco più bello! Migliaia di sicli in cenere! Maledizione! Siano maledetti i cani che me l’hanno messo a fuoco! Ardano nelle viscere come il mio legno!». Il vecchietto è disperato.
84«Non è che un bosco, Canania, e ti lamenti! Perché non dai lode al Signore in questa sventura? Costui perde non del legno, che rinasce, ma la vita e il pane per i figli, e dovrebbe dar la lode che tu non dai. Dunque, scriba, non m’è lecito guarire in sabato costui?».
«Maledetto Te, lui e il sabato! Ho ben altro da pensare io…»; e, dato uno spintone a Gesù che gli aveva posto una mano sul braccio, esce furente e si ode che sbraita con la sua voce chioccia per avere il suo carro.
85«E ora?», Gesù chiede girando lo sguardo sugli altri. «E ora ditemi voi. È lecito o meno?».
Nessuna risposta. Eleazar china il capo dopo aver socchiuso le labbra, che però richiude, colpito dal gelo che si è fatto nella sala.
Guarigione dell’idropico (Lc 14,34). [153]
86«Ebbene Io parlerò», dice Gesù. Ed è imponente e tonante nell’aspetto e nella voce, come sempre quando sta per operare miracolo. «Io parlerò. Parlo. Dico: uomo, ti sia fatto secondo che credi. Tu sei sanato. Loda l’Eterno. Va’ in pace».
87L’uomo resta interdetto. Forse pensava tornare di colpo snello come un tempo. E gli pare non esser guarito. Ma chissà cosa sente… Ha un grido di gioia e si getta ai piedi di Gesù e li bacia.
«Vai, vai! Sii sempre buono. Addio!».
L’uomo esce seguito dalla donna, che sino all’ultimo si volge a salutare Gesù.
«Però, Maestro… In casa mia… Di sabato…».
88«Tu non approvi? Lo so. E per questo sono venuto. Amico tu? No. Nemico mio. Non sei sincero con Me e non con Dio».
«Offendi, ora?».
89«No. Dico la verità. Tu hai detto che Eleazar non è tenuto a soccorrere quella vecchia perché non è di sua proprietà. Ma tu avevi due orfani nella tua proprietà. Erano figli di due tuoi servi fedeli che ti sono morti sul lavoro, uno con la falce in pugno, l’altra uccisa da troppa fatica per averti dovuto servire, come esigevi da lei per tenerla, per lei e per il marito. Tu dicevi: “Io ho fatto patto per due persone di lavoro e per tenerti voglio il lavoro tuo e del morto”. E lei te lo ha dato ed è morta col suo concepimento. Perché quella donna era madre. E non vi fu per essa la pietà che si ha per la bestia che genera. Dove sono ora quei due bambini?».
«Non so… Sono scomparsi un giorno».
90«Non mentire ora. Basta l’esser stato crudele. Non occorre aggiungere menzogna per rendere odiosi a Dio i tuoi sabati, anche se scevri da opera servile. Dove sono quei bambini?».
«Non lo so. Non lo so più, credilo».
91«Io lo so. Li ho trovati una sera di novembre, fredda, piovosa, buia. Li ho trovati affamati e tremanti, presso una casa, come due cagnoli in cerca di un boccone di pane… Maledetti e cacciati da chi aveva viscere di cane più di un cane vero. Perché un cane avrebbe avuto pietà di quei due orfanelli. E tu e quell’uomo non ne avete avuta. Non ti servivano più i loro genitori, vero? Erano morti. I morti piangono solo, nei loro sepolcri, udendo i singhiozzi dei figli infelici che gli altri trascurano. I morti però, col loro spirito, portano i loro pianti, e quelli degli orfani loro, a Dio e dicono: “Signore, fai Tu le nostre vendette, poiché il mondo opprime quando non ci può più sfruttare”. Non ti servivano ancora i due piccini, vero? Sì e no se la bambina poteva servire a spigolare… E tu li hai cacciati negando loro anche quel poco bene che era del padre e della madre. Potevano morire di fame e freddo come due cani su una carraia. Potevano vivere divenendo uno ladro e una prostituta. Perché la fame porta al peccato. Ma che te ne importava?
92Poco fa tu citavi la Legge a puntello delle tue teorie. E la Legge non dice allora: “Non danneggiate la vedova e l’orfano, ché, se li danneggerete ed essi alzeranno la voce a Me, Io ascolterò il loro grido e il mio furore divamperà e vi sterminerò con la spada, e le vostre mogli resteranno vedove e i vostri figli orfani”[154]? Non dice così la Legge? E allora perché tu non l’osservi? Tu mi difendi presso gli altri? E allora perché non difendi la mia dottrina in te stesso? Tu mi vuoi essere amico? E allora perché fai l’opposto di quello che Io dico? Uno di voi sta correndo a perdifiato, strappandosi i capelli per la rovina del suo bosco. E non se li strappa sulle rovine del suo cuore! E tu che aspetti a farlo?
Parabole sugli invitati.
La scelta del posto migliore (Lc 14,7-11).[155]
93Perché volete sempre credervi perfetti, voi che la sorte ha messo in alto? E se anche lo foste in qualcosa, perché non cercate esserlo in tutto? Perché mi odiate perché Io vi scopro le piaghe? Io sono il Medico del vostro spirito. Può un medico guarire se non scopre e netta le piaghe? Ma non sapete che molti, e quella donna che è uscita ne è una, meritano il primo posto nel convito di Dio pur essendo in apparenza meschini? Non è l’esterno, è il cuore, è lo spirito quello che vale. Dio vi vede dall’alto del suo trono. E vi giudica. Quanti ne vede migliori di voi! Perciò udite. Per regola agite così, sempre. Quando vi invitano ad un convito di nozze, scegliete sempre l’ultimo posto. Doppio onore ve ne verrà quando il padrone vi dirà: “Amico, vieni avanti”. Onore di meriti e onore di umiltà. Mentre… O triste ora per un superbo esser svergognato e sentirsi dire: “Va’ là, in fondo, ché qui vi è uno che è più di te”. E lo stesso fate nel convito segreto del vostro spirito a nozze con Dio. Chi si umilia sarà esaltato e chi si esalta sarà umiliato.
La scelta degli invitati (Lc14,12-14) [156]
94Ismaele, non mi odiare poiché ti curo. Io non ti odio. Sono venuto per guarirti. Sei più malato di quell’uomo. Tu mi hai invitato per dar lustro a te stesso e soddisfazione agli amici. Spesso inviti, ma per superbia e gioia. Non lo fare. Non invitare ricchi, parenti e amici. Ma apri la casa, apri il cuore ai poveri, ai mendichi, agli storpi, agli zoppi, agli orfani e le vedove. Non ti daranno che ricambio di benedizione. Ma Dio te le muterà in grazie. E alla fine… oh! alla fine, che sorte beata a tutti i misericordiosi che saranno retribuiti da Dio alla resurrezione dei morti! Guai a quelli che blandiscono soltanto una speranza di utile e poi chiudono il loro cuore al fratello che non può più servire. Guai a loro! Io farò le vendette degli abbandonati».
«Maestro… io… io ti voglio far contento. Prenderò ancora quei bambini».
95«No».
«Perché?».
96«Ismaele?!…».
Ismaele abbassa il capo. Vuole fare l’umile. Ma è una vipera a cui è stato spremuto il veleno e non morde perché sa che ne è priva, aspetta di mordere però…
Le scelte sbagliate
Eleazaro cerca di riportare pace dicendo: «Beati quelli che banchettano con Dio, nel loro spirito e nel Regno eterno. Ma, credi, Maestro. Delle volte è la vita che ce ne fa ostacolo. Le cariche… le occupazioni…».
97Gesù dice qui la parabola del convito e termina: «Le cariche… le occupazioni, hai detto. È vero. Ma per questo ti ho detto, al principio di questo convito, che il Regno mio si conquista con vittorie su se stessi e non con vittorie d’armi sul campo. Il posto alla gran Cena è per questi umili di cuore che sanno esser grandi col loro fedele amore, che non misura sacrificio e tutto supera per venire a Me. Anche un’ora basta a mutare un cuore. Purché quel cuore voglia. E basta una parola. Io ve ne ho dette tante. E guardo… In un cuore sta nascendo una pianta santa. Negli altri triboli per Me e dentro ai triboli sono aspidi e scorpioni. Non importa. Io vado sulla mia via diritta. Chi mi ama mi segua. Io vado chiamando. I retti vengano a Me. Io vado istruendo. I cercatori di giustizia si accostino alla Fonte. Per gli altri… per gli altri giudicherà il Padre santo. Ismaele, Io ti saluto. Non mi odiare. Medita. E senti che fui severo per amore, non per odio. Pace a questa casa e ai suoi abitatori, pace a tutti se pace meritate».
Conforto al Portavoce
98“Quand’anche tutti ti abbandonassero Io ti resterò. Quand’anche tutti ti dimenticassero Io ti ricorderò. Quand’anche tutti ti odiassero Io ti amerò. Lo vedi come ti sovvengo anche materialmente con forze fisiche quando ne è il momento? Tu sei nelle mie mani, strumento amato e prezioso. Non aver paura. Vivi nella e per la tua missione. Fa’ come quei bambini ai quali è dato un giocattolo che mostra vedute meravigliose se si tiene gli occhi fissi alle lenti. Ma che non è più che una scatola nera se si stacca lo sguardo. Tu sta’ con l’occhio fisso in Me e nella tua missione. Il mondo ti è intorno. Intorno deve stare. Ma dentro a te no. Dentro c’è il mio mondo. Dà al mondo, al povero mondo ignorante e cieco, le lezioni e le luci che ti vengono dal mio mondo. Se tu potessi vedere quanto Cielo è intorno al tuo lavoro! … Ah! Come sarai felice quando ti accorgerai di esser nel mio mondo per sempre e d’esservi venuta, dal povero mondo, senza neppure essertene accorta, passando da una visione alla realtà, come un piccolo che sogna la mamma e che si sveglia con la mamma che lo stringe al cuore. Così Io farà con te. Sii buona paziente, caritatevole e non temere. Ti do la mia Pace, te la do a fiumi, oggi, Nome di Maria, e sia il dono di grazia al piccolo Giovanni”.
336. A Nazareth con quattro apostoli L’amore di Tommaso per Maria SS[157].
Andando a Nazareth.
In due gruppi per evangelizzare.
1Gesù coi suoi sono di nuovo sulla via che dalla pianura di Esdrelon va a Nazareth. Devono avere pernottato in qualche posto perché è da capo mattina. Vanno per qualche tempo in silenzio, Gesù davanti solo, poi Gesù con Pietro e Simone che ha chiamati con Sé, indi tutti insieme sino ad un bivio nel quale si interseca la strada di Nazareth con una che va verso nord-est. I monti sono ormai vicini da due lati.
2Gesù fa cenno di stare zitti a quelli che parlano e dice: «Ed ora dividiamoci. Io vado a Nazareth con i fratelli, con Pietro e Tommaso. Voi, sotto la guida di Simone Zelote, andate, per la via del Tabor e delle carovane, a Debaret, a Tiberiade, Magdala, Cafarnao, e di lì andrete verso Meron, sostando da Giacobbe per vedere se si è convertito e portando la mia benedizione a Giuda e Anna. Abiterete dove vi ospitano con più insistenza. E per una notte sola in ogni luogo, perché la sera del sabato ci troveremo sulla via di Sefet. Io farò il sabato a Corozim in casa della vedova. Passate ad avvertirla. In tal modo finiremo di dare pace all’anima di Giuda, che si persuaderà che Giovanni non c’è neppure in questi covi ospitali…».
Amore e sincerità di Tommaso.
3«Maestro! Ma io credo…»
«Ma è sempre bene che tu ti sinceri, per potere non arrossire davanti a Caifa e Anna, come Io non arrossisco davanti a te e a nessun altro uomo asserendo che Giovanni non è più con noi. Tommaso me lo porto a Nazareth. Così potrà darsi pace anche su quel posto, vedendo con i propri occhi…».
4«Ma io, Maestro! E che vuoi che me ne importi? Anzi mi spiace di non avere più quell’uomo. Sarà stato quel che è stato. Ma da quando lo abbiamo conosciuto è sempre stato migliore di tanti illustri farisei. Mi basterebbe sapere che non ti ha rinnegato e dato dolore, e poi… sia che sia sulla Terra o che sia in grembo ad Abramo, non me ne importa. Credilo. Fosse anche in casa mia… non ne avrei proprio ribrezzo. Spero che Tu non penserai che il tuo Tommaso abbia in cuore più di una naturale curiosità, e nessun malanimo, nessun pungolo di indagine più o meno retta, nessuna tendenza allo spionaggio volontario, involontario o autorizzato, nessun desiderio di nuocere…».
L’Iscariota ferito dal dente del rimorso.
5«Tu mi offendi! Tu insinui! Tu menti! Hai visto che non ho mai avuto che un modo santo di agire in questo tempo. E perché allora dici questo? Cosa puoi dire di me? Parla!». Giuda è inviperito, feroce.
6«Silenzio! Tommaso risponde a Me. A Me solo che gli ho parlato. Io credo alle parole di Tommaso. Ma voglio così e così sia, e nessuno fra voi ha diritto di fare rimproveri al mio modo di agire».
7«Non ti rimprovero… È che mi ha colpito l’insinuazione e…».
«Siamo in dodici. Perché ha colpito te solo quello che ho detto a tutti?», chiede Tommaso.
8«Perché sono io che ho cercato di Giovanni».
9Gesù dice: «Anche altri tuoi compagni lo hanno fatto e altri discepoli lo faranno, e con questo nessuno si giudicherà offeso dalle parole di Tommaso. Non è peccato chiedere onestamente di un condiscepolo. Non è dolore sentire parole quali quelle dette, quando in noi non è che amore e onestà, quando nulla rimorde nel cuore e lo fa soprasensibile perché già ferito dal dente del rimorso. Perché vuoi, alla presenza dei tuoi compagni, fare queste rimostranze? Vuoi essere sospettato di peccato? L’ira e la superbia sono due cattive compagne, Giuda. Trascinano a delirio, e un delirante vede ciò che non c’è, dice ciò che non dovrebbe dire… così come l’avarizia e la lussuria trascinano ad azioni colpevoli pur di essere soddisfatte… Liberati da queste malvagie ancelle… E intanto sappi che durante questi molti e molti giorni di tua assenza ci fu buona concordia fra noi, sempre, e vi fu ubbidienza e rispetto sempre. Ci amammo, capisci?… Addio, amici diletti. Andate e amate. Comprendete? Amatevi, compatitevi, parlate poco e fate bene. La pace sia con voi».
10Li benedice e, mentre essi vanno a destra, Gesù continua la sua strada coi cugini, Pietro e Tommaso. Continua in un grande silenzio. Poi Pietro esplode in un tonante e solitario: «Mah!», messo a corollario di chissà quale lunga meditazione. Gli altri lo guardano…
L’ innamorato della Madre di Gesù.
11Gesù, pronto, svia altre domande dicendo: «Siete contenti voi due di venire a Nazareth con Me?», e passa le braccia intorno alle spalle di Pietro e Tommaso.
12«E lo chiedi?», dice Pietro con la sua esuberanza.
13Tommaso, più calmo, ma col viso grassoccio che splende di gioia, aggiunge: «Non sai che per me stare vicino a tua Madre è una dolcezza che non trovo parole a dirtela? Maria è il mio amore. Non sono vergine e non ero contrario ad avere una famiglia, già avevo posto lo sguardo su alcune fanciulle, incerto quale scegliere per sposa. Ma ora! Ma ora! Eh! via! Il mio amore è Maria. L’imprendibile amore per il senso. Ma il senso muore solo pensando a Lei! Il letificante amore per lo spirito[158]. Ah! Tutto quanto ho visto nelle donne, anche le più care come mia madre e la gemella mia, tutto quanto noto di buono in esse, io lo paragono a ciò che noto in tua Madre, e dico in me: “In Lei è ogni giustizia, ogni grazia e bellezza. Un’aiuola di fiori paradisiaci è il suo spirito amabile… un poema il suo aspetto…”. Oh! che noi d’Israele non osiamo pensare agli angeli e con paurosa riverenza vengono osservati i cherubini del Santo dei Santi!… Che stolti! E non abbiamo poi un dieci volte tanto di venerabondo tremore guardando Lei! Lei che, ne sono sicuro, supera, agli occhi di Dio, ogni bellezza angelica…».
14Gesù guarda l’innamorato di sua Madre che sembra quasi spiritualizzarsi, tanto il suo sentimento verso Maria gli muta l’espressione bonaria del volto. «Ebbene, per poche ore staremo con Lei. Ci tratterremo fino a dopo domani. Poi andremo a Tiberiade, a vedere i due bambini e a prendere una barca per Cafarnao».
15«E a Betsaida?», chiede Pietro.
«Al ritorno, Simone. Al ritorno vi andremo per prendere Marziam per il pellegrinaggio di Pasqua.»…
Nella casetta di Nazareth.
Colloquio soave tra Madre e Figlio.
16Ed è la sera dello stesso giorno, a Nazareth, nella casetta quieta dove Pietro e Tommaso già dormono. Ed è il colloquio soave tra la Madre e il Figlio.
17«Tutto andò bene, Madre mia. Essi ora sono in pace. Le tue preghiere hanno aiutato i pellegrini, ed ora, come rugiada su fiori arsi, stanno guarendo il loro dolore».
18«Vorrei guarire il tuo, Figlio mio! Quanto devi aver sofferto! Guarda. Qui alle tempie la tua carne si infossa, e qui alle guance, ed una ruga ti taglia la fronte come un segno di spada. Chi ti ha ferito così, cuor mio?».
19«Il dolore di dover dare dolore, Mamma».
20«Quello solo, Gesù mio? I tuoi discepoli non ti hanno dato pena?».
21«No, Mamma. Sono stati di una bontà da santi».
22«Quelli che erano con Te… Ma io dico: tutti…».
23«Tu vedi che ho portato Tommaso per premiarlo e avrei voluto portare anche quelli che non erano stati qui l’altra volta. Ma dovevo mandarli altrove, avanti…».
Il terrore di Maria.
24«E Giuda di Keriot?».
25«Giuda è con loro». Maria abbraccia suo Figlio e gli reclina la testa sulla spalla, piangendo.
26«Perché piangi, Mamma?», chiede Gesù accarezzandole i capelli.
27Maria tace e piange. Soltanto alla terza domanda sussurra: «Per il mio terrore… Vorrei sempre che ti abbandonasse… Io pecco, non è vero, a desiderare così? Ma è tanto forte, tanto forte la paura che ho di lui, per Te…».
28«Solo se scomparisse nella morte muterebbero le cose. Ma perché dovrebbe morire?».
29«Non sono cattiva tanto da desiderarlo… Ha una madre lui pure! Ed ha un’anima… Un’anima che può ancora salvarsi. Ma… oh! Figlio mio! Non sarebbe forse per lui un bene la morte?».
La vecchia Giovanna.
30Gesù sospira e mormora: «Per tanti sarebbe bene la morte…». E poi ad alta voce: «Hai saputo nulla della vecchia Giovanna? I suoi campi? …».
31«Ci sono andata con Maria d’Alfeo e Salome di Simone dopo le grandinate. Ma il suo grano, per essere stato seminato in ritardo, non era ancora nato e non ha avuto danno. Tre giorni or sono vi tornò Maria a vedere. Dice che sembra un tappeto. I più bei campi di questa terra. Rachele sta bene e la vecchia è felice. Anche Maria d’Alfeo è contenta, adesso che Simone è tutto per Te. Domani certo lo vedrai. Viene ogni giorno. Oggi era appena andato via quando sei venuto Tu Sai? Nessuno si è accorto di nulla. Qualcuno avrebbe parlato se si fosse accorto che essi erano qui. Ma raccontami, se proprio non sei stanco, il loro viaggio…».
32E Gesù racconta tutto, meno il suo soffrire nella grotta di Jiftael, alla Madre attenta.
337. Il sabato a Corozim. Parabola sui cuori inlavorabili e guarigione
di una donna curva[159].
Diritto e dovere del Messia.
Nella sinagoga di Corozim (Lc 13,10)[160].
1Gesù è nella sinagoga di Corozim che si affolla lentamente di popolo. I maggiorenti del luogo devono avere insistito perché Gesù ammaestrasse lì dentro in questo sabato. Lo capisco dalle loro ragioni e dalle risposte di Gesù.
«Non siamo più protervi dei giudei o di quelli della Decapoli», dicono, «eppure Tu là ci vai e ci torni più e più volte».
2«Anche qui è la stessa cosa. Con le parole e con le opere, col silenzio e l’azione vi ho ammaestrato».
«Ma se noi siamo più duri degli altri, ragione di più per insistere…»
3«Va bene, va bene».
«Certo che sì, che va bene! Noi ti concediamo di usare della nostra sinagoga come tuo luogo di ammaestramento appunto perché giudichiamo che va bene fare così. Gradisci dunque l’invito e parla».
Areuna e Davide.
4Gesù apre le braccia, segno di silenzio per i presenti, e dà inizio al discorso e dice, con tono di salmo, una recitazione lenta, cantante ed enfatica: «”Areuna rispose a Davide[161]: ‘Il re mio signore prenda e offerisca come a lui piace. Ecco i buoi per l’olocausto, il carro e i gioghi dei buoi per il legno; tutto, o re, dona Areuna al re’. Ed aggiunse: ‘Il Signore Dio tuo gradisca il tuo voto’. Ma il re rispose e disse: ‘Non sarà come vorresti tu. No. Io voglio comperare in contanti e non voglio offrire al Signore Dio mio olocausti datimi in dono’ “».
5Gesù abbassa lo sguardo, perché parlava col volto quasi riverso verso il soffitto, e fissa acutamente il sinagogo e i quattro maggiorenti che erano con lui e chiede: «Avete capito il significato?».
6«Questo è nel secondo dei Re, quando il re santo comprò l’aia di Areuna… Ma non comprendiamo perché ce l’hai detto. Qui non c’è pestilenza e non c’è da offrire sacrificio. Tu re non sei… Vogliamo dire: non lo sei ancora».
7«In verità il vostro pensiero è tardo nel comprendere i simboli e incerta è la vostra fede. Se certa fosse, vedreste che già sono Re come Io ho detto, e se aveste pronta l’intuizione comprendereste che qui è una pestilenza ben grave, più di quella che crucciava Davide. Avete quella della incredulità che vi fa perire».
«Ebbene! Se siamo tardi e increduli, dacci intelligenza e fede e spiegaci ciò che hai voluto dire».
Diritto e dovere di Ammaestrare.
8«Dico: non offro a Dio gli olocausti forzati, quelli che vengono offerti per interesse meschino. Non accetto di parlare solo se lo si concede a Colui che è venuto per parlare. Questo è mio diritto e me lo prendo. Sotto il sole o fra chiuse pareti, in alto dei monti o nel fondo delle valli, sul mare o seduto sulle sponde del Giordano, ovunque ho diritto e dovere di ammaestrare e di comperare con la mia fatica gli unici olocausti che siano graditi a Dio: i cuori convertiti e resi fedeli dalla mia parola. Qui, voi di Corozim, avete concesso al Verbo la parola non per rispetto e fede, ma perché avete nel cuore una voce che vi tortura come tarlo che rode il legno: “Questa punizione del gelo è per la nostra durezza di cuore”. E volete riparare. Per la borsa, non per l’anima. Oh! Corozim pagana e testarda! Ma non tutta Corozim è tale. Per quelli che tali non sono, Io parlerò. Con una parabola.
La parabola sui cuori inlavorabili.
9Udite. Ad un artefice venne portato da un ricco stolto un grosso blocco di una sostanza bionda come il miele del più fino e gli venne ordinato di lavorarlo riducendolo ad ornata ampolla.
10“Non è sostanza buona al lavoro, questa”, disse l’artefice al riccone. “Vedi? È molliccia, elastica. Come posso scolpirla e modellarla?”
11“Come? Non è buona? È una resina pregiata, e un mio amico ne ha una piccola anfora nella quale il suo vino acquista un prezioso sapore. L’ho pagata a peso d’oro per avere un’anfora più grande e mortificare così il mio amico, che se ne vanta. Fammela. E subito. O dirò che sei un artefice incapace”.
12“Ma quella del tuo amico sarà di biondo alabastro”.
“No. È di questa sostanza”
“Sarà d’ambra fina”.
“No. È di questa sostanza”
13“Sarà, mettiamolo, di questa sostanza, ma resa compatta, dura da secoli di antichità o da mescolanze con altre sostanze solidificanti. Chiediglielo e torna a dirmi come fu fatta la sua”.
“No. Me l’ha venduta lui stesso, assicurandomi che va usata così”.
“E allora ti ha truffato per punirti della tua invidia sulla sua bell’anfora”.
14“Guarda come parli! Lavora, o io ti punirò levandoti la bottega, ché tanto non vale tutto quanto hai per quello che mi costa questa resina stupenda”.
15L’artefice, desolato, si mise all’opera. Impastava… Ma la pasta gli si appiccicava alle mani. Cercava di solidificarne un briciolo con mastici e polveri… Ma la resina perdeva la sua trasparenza d’oro. La portava presso il forno fusorio sperando che il calore la indurisse, e con le mani nei capelli doveva levarla perché si faceva liquida. Mandò sull’alto Ermon a prendere neve gelata e ve la immerse… Induriva, era bella. Ma non si modellava più. “La modellerò con lo scalpello”, disse. Al primo colpo di scalpello la resina andò in pezzi.
16L’artefice, disperato del tutto, già convinto che nulla poteva rendere lavorabile quella sostanza, tentò un’ultima prova. Riunì i pezzi, li fece di nuovo fluidi nel calore del forno, li ricongelò, ma non troppo, con la neve, e nella massa, molliccia appena, provò a lavorare di scalpello e di spatola. Si modellava, oh! sì! Ma, appena levato scalpello e spatola, tornava alla forma di prima, quasi fosse la pasta del pane gonfiante nella madia.
17L’uomo si dette vinto. E, per sfuggire alle rappresaglie del ricco e alla rovina, nella notte caricò su un carro la moglie, i figli, le suppellettili e gli arnesi di lavoro, lasciando al centro della stanza da lavoro, vuota di ogni cosa, la massa bionda della resina con sopra un cartiglio e la parola “Inlavorabile”, e fuggì oltre i confini…
L’ Artefice dei cuori.
18Sono stato mandato a lavorare i cuori alla Verità e alla Salute. Mi sono venuti nelle mani cuori di ferro, di piombo, di stagno, di alabastro, di marmo, d’argento, d’oro, di diaspro, di gemme. Cuori duri, cuori selvaggi, cuori troppo teneri, cuori volubili, cuori induriti dai dolori, cuori preziosi, ogni genere di cuori. Li ho lavorati tutti. E molti li ho modellati secondo il desiderio di Chi mi ha mandato. Taluni mi hanno ferito mentre li lavoravo, altri hanno preferito rompersi anziché lasciarsi lavorare fino in fondo. Ma, magari con odio, serberanno per sempre un ricordo di Me.
19Voi siete inlavorabili. Caldo di amore, pazienza di istruzione, freddo di rimproveri, fatica di scalpello, nulla serve su voi. Appena levo le mani, voi tornate quali eravate. Dovreste fare una cosa sola per essere mutati: abbandonarvi totalmente a Me. Non lo fate. Non lo farete mai. Il Lavorante, desolato, vi abbandona al vostro destino. Ma, poiché è giusto, non vi abbandona tutti ad un modo. Nella sua desolazione sa scegliere ancora i meritevoli del suo amore e li conforta e benedice. Donna, vieni qui!», dice accennando ad una donna che se ne sta presso la parete, così curva da parere un punto interrogativo. La gente vede dove Gesù indica, mentre non vede la donna che, per la sua posizione, non può vedere Gesù e la sua mano.
Scandalo nella sinagoga.
Guarigione della donna curvata (Lc 13,11-13) [162].
20«Vai dunque, Marta! Egli ti chiama», le dicono in diversi.
21E la poveretta se ne va arrancando col suo bastone, all’altezza del quale è il suo capo. È ormai davanti a Gesù che le dice: «Donna, abbi un ricordo del mio passaggio e un premio alla tua fede silenziosa e umile. Sii liberata dalla tua infermità», grida in ultimo posandole le mani sulle spalle. E subito la donna si alza e, dritta come una palma, alza le braccia e grida: «Osanna! Egli mi ha guarita! Ha visto la sua serva fedele e l’ha beneficata. Sia lode al Salvatore e Re d’Israele! Osanna al Figlio di Davide!».
22La gente risponde coi suoi agli «osanna» della donna, che ora è in ginocchio ai piedi di Gesù e che gli bacia l’orlo della veste, mentre Egli le dice: «Va’ in pace e persevera nella fede».
Scandalo nella sinagoga (Lc 13,14)[163].
23Il sinagogo, al quale devono ancora bruciare le parole dette da Gesù prima della parabola, vuole rendere veleno a rimprovero e grida indignato, mentre la folla si apre per lasciare passare la miracolata: «Ci sono sei giorni per lavorare, sei giorni per chiedere e per dare. Venite dunque in quelli, tanto a chiedere come a dare. Venite a guarire in quelli, senza violare il sabato, peccatori e miscredenti, corrotti e corruttori della Legge!», e cerca di spingere fuori dalla sinagoga tutti, come per scacciare profanazione dal luogo di preghiera.
Sciolta dalle catene di Satana (Lc 13,15-16)[164].
24Ma Gesù, che lo vede aiutato nell’atto dai quattro maggiorenti di prima e da altri sparsi fra la folla, i quali danno i segni più manifesti di essere scandalizzati, torturati dal… delitto di Gesù, grida a sua volta, mentre con le braccia conserte sul petto, severo, imponente, lo guarda: «Ipocriti! Chi di voi in questo giorno non ha slegato il bue o l’asino dalla mangiatoia e non lo ha condotto a bere? E chi non ha portato i fasci di erba alle pecore del gregge e munto il latte dalle mammelle piene? Perché mai, se avete sei giorni per farlo, lo avete fatto anche oggi, per pochi denari di latte, o per paura di perdere per sete il bue e l’asino? E non dovevo Io sciogliere costei dalle sue catene dopo che Satana ve l’ha tenuta avvinta per diciotto anni, solo perché è sabato? Andate. Io ho potuto sciogliere costei dalla sua sventura non voluta. Ma non potrò mai sciogliere voi dalle vostre che sono volontarie, o nemici della Sapienza e della Verità!».
Approvazioni e dissensi (Lc 13,17)[165].
25La gente buona, fra i molti non buoni di Corozim, approva e loda, mentre l’altra parte, livida di rabbia, fugge via, lasciando in asso il livido sinagogo.
26Anche Gesù lo lascia in asso ed esce dalla sinagoga, attorniato dai buoni che lo continuano a circondare finché Egli ha raggiunto la campagna, luogo nel quale Egli li benedice un’ultima volta, prendendo poi la via maestra insieme ai cugini, Pietro e Tommaso…
S O M M A R I O
303. Gesù dalla Madre a Nazareth.
Il Messia a Nazareth per le Encenie.
Gli angeli hanno imparato da Maria
304. Con Giovanni di Endor, Sintica e Marziam. Maria è Madre e Maestra.
L’obbedienza esige volontà per meritare.
Madre e maestra dei cristiani.
305. Gesù conforta Marziam con la parabola degli uccellini.
I morti in Cristo vivono per sempre.
Senso di colpa e logica umana.
Le anime sono fatte per il cielo
306. Anche Simone Zelote arriva a Nazareth. Lezione sui danni dell’ozio.
Motivi del ritardo di Simone Zelote.
La sposa del Messia ha due nomi
Nazareth traviata dai nemici del Messia.
I consolidatori del Regno di Dio.
La colpa d’origine e la tendenza al peccato.
La scienza umana è ignoranza ancora.
Tolta la colpa originale rimane la tendenza al peccato.
Il bambino colpito da malattia mortale
308. Guarigione del figlio di Simone d’Alfeo Marziam è il primo dei bambini discepoli.
Gesù e la moglie del cugino Simone.
Salome, moglie di Simone d’Alfeo.
Il capo dei bambini discepoli.
309. Sacrificio di Marziam per la guarigione di una bambina. Ravvedimento di Simone d’Alfeo.
Piccolo evangelizzatore degli orfanelli.
Rachele, piccola grande donna.
Marziam, “apostolo e vittima”.
L’Iscariota, allontanato per prudenza.
Il cugino Simone torna a Gesù.
Ravvedimento di Simone D’ Alfeo
L’amore non tiene conto del male ricevuto.
310. Con Pietro, a Nazareth, Gesù organizza la partenza di Giovanni di Endor e Sintica.
Organizzazione per la partenza.
311. La rinuncia di Marziam provoca una lezione sui sacrifici fatti per amore.
L’economia santa dell’amore universale.
312. Gesù comunica a Giovanni di Endor la decisione di mandarlo ad Antiochia.
“L’ amore può comunicarsi a chi ama”
“Padre sia fatta la tua volontà”.
Vangelo per i semplici e i “piccoli”
313. Preparativi di partenza da Nazareth dopo la visita di Simone d’Alfeo con la famiglia.
La gioia di essere in casa del Maestro.
L’Iscariota, specchio delle idee imperanti.
Israele non riconosce il promesso Messia.
Pietro sul veicolo a trazione somara.
Risposta d’Israele all’invito del Messia.
Itinerario di andata e ritorno.
Israele malevolo, sputa sulla santità del Messia.
Guai a quelli per cui l’Amore diviene Giustizia.
314. La cena nella casa di Nazareth e la dolorosa partenza.
La cena nella cassetta di Nazareth.
Le serve dei servi del Signore
L’anima materna di Maria d’Alfeo.
Consigli per la salute corporale e spirituale.
Consiglio sul sacrificio e l’ubbidienza.
Partenza fra lacrime e singhiozzi.
Partenza fra lacrime e singhiozzi.
315. Il viaggio verso Jiftael. Le riflessioni di Giovanni di Endor.
La psicoanalisi di Giovanni di Endor.
316. L’addio di Gesù a Giovanni di Endor e a Sintica.
Parole di luce per i missionari.
Fiori del Trionfo del Salvatore.
Primogeniti della famiglia dei servi di Dio.
Meritevoli di avere Dio con sé.
317. Isolamento e preghiera di Gesù per la salvezza di Giuda Iscariota.
Offrì suppliche con grida e lacrime.
Cercando un luogo di preghiera.
L’antro oscuro della penitenza.
“Egli offrì suppliche con forti grida e lacrime”.
La forza gravante del disamore.
Il nuovo Abele e il nuovo Caino.
Supplica per la conversione di Giuda.
Partenza da Tolemaide per Tiro.
319. Partenza da Tiro sulla nave del cretese Nicomede.
Partenza da Tiro per Antiochia.
Il sospetto che trivella Pietro.
320. Prodigi sulla nave nel mare in tempesta.
321. Sbarco a Seleucia e commiato da Nicomede.
Nicomede resta fedele agli dèi.
Pensare e agire da cittadino celeste.
322. Partenza da Seleucia su un carro e arrivo ad Antiochia.
Proposte per un commiato indoloro.
Una valle di paradiso terrestre.
Un primo sorriso dopo tetra malinconia.
Una dimora per i discepoli del Messia.
Questione sulla Pasqua per i due esiliati.
Presentazione dei due missionari.
Nel Regno del Signore regge l’eguaglianza.
Continua la presentazione dei coloni.
Luogo confermato per la missione.
Gli Apostoli, chi dicono che sia Gesù?.
Pietro: Gesù di Nazareth è il Messia promesso.
Simone Zelote: Il Messia è in mezzo a noi ed è il Salvatore.
Giacomo d’Alfeo: Il Messia è Dio ed è fratello nostro.
Andrea: Il Messia è l’Uomo-Dio.
Matteo: Il Messia è il Salvatore buono.
Giacomo di Zebedeo: Le vie per andare al Messia.
Giuda Tadeo: Il Messia è il Santo Servo di Jabé.
Giovanni di Zebedeo: Il Messia è la Luce fusa con l’Amore
325. Gli otto apostoli si riuniscono a Gesù presso Aczib.
Motivi della sofferenza di Gesù.
I cari e prediletti amici di Gesù.
Sosta ad Aczib con sei Apostoli.
Bontà ed equilibrio di Pietro.
Un solo cuore e solo un pensiero.
327. Ai confini della Fenicia. Discorso sulla uguaglianza dei popoli e parabola del lievito.
Evangelizzando verso la Fenicia.
Uguaglianza fra i figli del Creatore. (Discorso)
Compito dei Missionari del Vangelo.
328. Ad Alessandroscene, dai fratelli di Ermione.
Il promontorio della Tempesta.
329. Al mercato di Alessandroscene. La parabola degli operai della vigna. Il milite Aquila.
Vocia il mercato di Alessandroscene.
Commenti dei saldati Scipione e Caio.
Guarigione dello storpio Giona.
Il tempo della Grazia. (discorso)
Fare il Bene è legge universale.
Fine dell’uomo è la vita eterna.
Il miracolo che infonde Sapienza nell’uomo.
Sapienza è amare Dio e il prossimo.
Sapienza è ubbidienza ai comandi di Dio.
Parabola degli operai della vigna.
Dio cerca operai (Mt 20,1-7) .
Dio paga con giustizia (Mt 20,8-10).
Dio premia con bontà. (Mt 20,11-15).
Dio assegna i posti ai suoi servitori (Mt 20,16) .
Il Messia deriso e maledetto!.
Il Messia inquadrato fra i soldati.
330. Giacomo e Giovanni di Zebedeo diventano” i figli del tuono”. Verso Aczib con il pastore Anna.
L’animale-uomo al posto dell’uomo-angelo.
“I figli del tuono” (Mt 10,2; Mc 3,17; Lc 6,14).
La causa della tristezza di Gesù.
331. La fede della donna cananea e altre conquiste. Arrivo ad Aczib.
Israele, cattivo con il suo Messia.
La prova dell’annullamento (Mt 15,21; Mc 7,24).
La prova del silenzio (Mt 15,22; Mc 7,25).
La prova dell’abbandono (Mc 7,26; Mt 15,23.
La prova delle incomprensioni (Mt 15,23) .
La prova del rifiuto (Mt 15,25).
La prova delle umiliazioni (Mc 7,27;Mt 15,27) .
Premio alla fede provata (Mt 15,28; Mc 7,28-30)
Chi spera in Dio non è mai deluso.
Doveri verso Dio e verso lo sposo.
332. La sofferta separazione di Bartolomeo, che con Filippo si ricongiunge al Maestro.
333. Con dieci apostoli verso Sicaminon.
Sulla via del ritorno verso la galilea.
Le gioie, le paci, le sicurezze di Gesù.
334. Anche Tommaso e Giuda Iscariota si riuniscono al gruppo apostolico.
Il primo giudizio delle anime.
Il primo giudizio delle anime.
Il grande, il Terribile Giudizio.
Il grande, il Terribile Giudizio.
L’incontro con l’Iscariota e Tommaso.
Tommaso sempre bene e sempre felice.
Esatta relazione dell’Iscariota.
Discordanti consigli dell’Iscariota.
335. La falsa amicizia di Ismael ben Fabi e l’idropico guarito in giorno di sabato.
Provvidenzialmente fuori strada.
La benedizione di Dio arriva coi pellegrini.
Presso l’uomo più cattivo della contrada.
Amico è l’uomo fedele alla Parola del Padre (Lc 14,1)..
Il Regno del Messia è spirituale.
La sorte di quelli che non servono più.
Uomo di grande fede (Lc 14,2) .
Lo scriba intransigente con gli altri (Lc 14,34)..
Guarigione dell’idropico (Lc 14,34).
La scelta del posto migliore (Lc 14,7-11).
La scelta degli invitati (Lc14,12-14)
336. A Nazareth con quattro apostoli L’amore di Tommaso per Maria SS.
In due gruppi per evangelizzare.
L’Iscariota ferito dal dente del rimorso.
L’ innamorato della Madre di Gesù.
Colloquio soave tra Madre e Figlio.
337. Il sabato a Corozim. Parabola sui cuori inlavorabili e guarigione di una donna curva.
Nella sinagoga di Corozim (Lc 13,10).
Diritto e dovere di Ammaestrare.
La parabola sui cuori inlavorabili.
Guarigione della donna curvata (Lc 13,11-13) .
Scandalo nella sinagoga (Lc 13,14).
Sciolta dalle catene di Satana (Lc 13,15-16).
Approvazioni e dissensi (Lc 13,17).
[1] MARIA VALTORTA, L’Evangelo come mi è stato rivelato, Ed. CEV, Isola del Lire
[2] Titolo voluto da Gesù, MARIA VALTORTA, Quadernetti N° 48,1).
[3] Matteo, Marco, Luca, Giovanni.
[4] Quest’Opera è manifestazione, rivelazione, venuta del FIGLIO DELL’UOMO,
in compimento della Sua profezia: “La venuta del Figlio dell’Uomo sarà come nei giorni di Noè e di Lot. Così sarà il tempo in cui il Figlio dell’Uomo si rivelerà” (Mt 24,37-40; Lc 17,26-30). La Malvagità di oggi ha superato la Malizia di quel tempo, fedelmente Gesù ha compiuto la promessa. È con noi
[5] 15 ottobre 1945. Poema: IV, 169
[6] 16 ottobre 1945. Poema: IV, 170
[7] 17 ottobre 1945. Poema: IV, 171
[8] “Quando, cammin facendo, troverai sopra un albero o per terra un nido d’uccelli con uccellini o uova e la madre che sta a covare gli uccellini o le uova, non prenderai la madre sui figli; ma scacciandola lascia andar la madre e prendi per te i figli, perché tu sia felice e goda lunga vita” (Deuteronomio 22,6-7).
[9] Salmo 45.
[10] 18 ottobre 1945. Poema: IV, 172
[11] < Questa espressione contiene un insegnamento ed un ammonimento, e non significa affatto che Gesù sia stato in ozio, ma soltanto che sia passato dal lavoro delle mani ad altro lavoro, come è detto esplicitamente nei due seguenti capoversi. Gesù, infatti, è il Lavoratore Completo e Perfetto: divino ed umano, dello spirito. Della mente, del braccio; Egli è modello e protettore di ogni categoria di lavoratori>.
[12] 19 ottobre 1945. Poema: IV, 173
[13] “Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi” (Isaia 50,6). “Molti si stupiranno di lui, tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo. Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione ingiusta sentenza fu tolto di mezzo” (Is 52,14; 53,2-3.5.7-8).
[14] Battesimo: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezandole nel nome del Padre e del figlio e dello Spirito santo” (Mt 28,19).
[15] Matrimonio: “Quello che Dio ha unito, l’uomo non lo separi” (Mt 19,6).
[16] Cresima: “Sarete battezzati in Spirito Santo e Fuoco” (Atti 1,5; Lc 3,16).
[17] Unzione degli infermi: “Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati” (Giacomo 5,14).
[18] Eucaristia: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51).
[19] Confessione: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,22).
[20] 20 ottobre 1945. Poema: IV, 174
[21] 21 ottobre 1945. Poema: IV, 175
[22] 22 ottobre 1945. Poema: IV, 176
[23] 23 ottobre 1945. Poema: IV, 177
[24] 24 ottobre 1945. Poema: IV, 178
[25] 29 ottobre 1945. Poema: V, 1
[26] “Queste saranno le pretese del re che regnerà su di voi: prenderà i vostri figli per destinarli ai suoi carri e ai suoi cavalli, li farà correre davati al suo cocchio, li farà capi di migliaia e capi di cinquantine; li costringerà ad arare i suoi campi, a mietere le sue messi, ad apprestargli armi per le sue battaglie e attrezzature per i suoi carri. Prenderà anche le vostre figlie per farle sue profumiere e cuoche e fornaie. Si farà consegnare ancora i vostri campi, le vostre vigne, i vostri oliveti più belli e li regalerà ai suoi ministri. Sulle vostre sementi e sulle vostre vigne prenderà le decime e le darà ai suoi consiglieri e ai suoi ministri. Vi sequestrerà gli schiavi e le schiave, i vostri armenti migliori e i vostri asini e li adopererà nei suoi lavori. Metterà la decima sui vostri greggi e voi stessi diventerete suoi schiavi” (1 Samuele 8,11-16)
[27] “Ci sia un re su di noi. Saremo anche noi come tutti i popoli; il nostro re ci farà da giudice, uscirà alla nostra testa e combatterà le nostre battaglie” (1 Sam. 8,19-20).
[28] “Ecco Io manderò il mio servo Germoglio” (Zaccaria 3,8). “Ecco un uomo che si chiama Germoglio: spunterà da sé e ricostruirà il tempio del signore. Sì, egli ricostruirà il tempio del signore, egli riceverà la gloria, egli siederà da sovrano sul suo trono” (Zc 6,12-13). “Susciterò per loro un pastore che le pascerà” (Ezechiele 34,23). “Egli pascerà con la forza del signore, con la maestà del nome del Signore suo Dio. Abiteranno sicuri perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra e tale sarà la pace” (Michea 5,3).
[29] Il buon senso è fiore della sapienza che matura in frutti di pratiche buone, come dice la Scrittura: “del fiorire della sapienza, come uva vicina a maturare, il mio cuore si rallegrò. Il mio piede si incamminò per la via retta; sono stato zelante nel bene, non resterò confuso. La mia anima si è allenata in essa; fui diligente nel praticare la legge. Ho steso le mani verso l’alto; ho deplorato che la si ignori. Alla sapienza rivolsi il mio desiderio, e la trovai nella purezza. In essa acquistai buon senso fin da principio; per questo non la abbandonerò” (Siracide 51,15-20). “Sapienza e buon senso vengono dal signore” (Siracide 11,15).
[30] I Servi di Gesù aiutano Gesù aiutando il prossimo, come dice lo Spirito del Signore: “Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è privo di mezzi, aiutalo perché possa vivere presso di te. Non prendere da lui interessi, né utili; ma temi il tuo Dio e fa’ vivere il tuo fratello presso di te. Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura. Io sono il Signore vostro Dio” (Levitino 25,35-38). Gli aiutanti di Gesù, devono servire senza discriminazione: “Quando incontrerai il bue del tuo nemico o il suo asino dispersi, glieli dovrai ricondurre. Quando vedrai l’asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonarlo a sé stesso: mettiti con lui ad aiutarlo” (Esodo 23,4-5). Perciò “Aiuta il tuo prossimo secondo la tua possibilità e bada a te stesso per non cadere” (Siracide 29,20).
[31] Gli Operatori di Gesù sono servi attenti, seri, prudenti e silenziosi per tutti.
Attenti ai propri compiti: “Ognuno sarà come un riparo contro il vento e uno schermo dall’acquazzone, come canali d’acqua in una steppa, come l’ombra di una grande roccia su arida terra. Non si chiuderanno più gli occhi di chi vede e gli orecchi di chi sente staranno attenti” (Isaia 32,2-3).
Attenti al proprio comportamento: “Non far nulla senza riflessione, alla fine dell’azione non te ne pentirai. In ogni azione abbi fiducia in te stesso, poiché anche questo è osservare i comandamenti. Chi crede alla legge è attento ai comandamenti, chi confida nel Signore non resterà deluso” (Siracide 32,19.23-24)
Attenti all’ascolto giornaliero dello Spirito: Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati, perché io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come gli iniziati. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro” (Isaia 50,4-5).
Attenti alla pratica religiosa: “Sta’ attento a come si entra nel tempio da tutti gli accessi del santuario. Avete introdotto figli stranieri, non circoncisi di cuore e non circoncisi di carne, perché stessero nel mio santuario e profanassero il tempio, mentre mi offrivate il mio cibo. Non vi siete presi voi la cura delle mie cose sante ma avete affidato loro, al vostro posto, la custodia del mio santuario” (Ezechiele 44,4ss).
[32] Maestro: “Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui” (Gv 3,2). “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno” (Mt 22,16). “Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono” (Gv 13,13).
[33] Salvatore misericordioso: “Dite alla figlia di Sion: arriva il tuo salvatore” (Is 62,11). “Io sono il Signore tuo Dio il tuo Salvatore” (Is 43,3) “Fuori di me non v’è Salvatore” (Is 43,11). “Il Signore in mezzo a te è un salvatore potente” (Sofonia 3,17). “Coraggio, figli miei, gridate a Dio ed egli vi libererà dall’oppressione e dal potere dei vostri nemici. Io, infatti, spero dall’Eterno la vostra salvezza. Una grande gioia mi viene dal santo, per la misericordia che presto vi giungerà dall’Eterno vostro Salvatore” (Baruc 4,21-22).
[34] Redentore e Re: “Ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace; grande sarà il suo dominino e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e sempre” (Is 9,5-6). “Tuo Redentore è il Santo d’Israele” (Isaia 41,14). “L’Agnello è il Signore dei signori e il Re dei re e quelli con lui sono i chiamati, gli eletti e i fedeli” (Ap.17,14)
[35] “Così parla il Santo, il Verace, Colui che ha la chiave di Davide; quando egli apre nessuno chiude, e quando chiude nessuno apre” (Ap 3,7).
[36] 30 ottobre 1945. Poema: V, 2
[37] L’uomo è istruito e riscattato dal dolore e le sofferenze (Gb 33,19-28) Dio libera il povero con l’afflizione, gli apre l’udito con la sventura. Anche te intende sottrarre dal morso dell’angustia con la sofferenza (Gb 36,15-16) Ferite sanguinanti spurgano il male, le percosse purificano i recessi del cuore (Pr 20,30) Beato l’uomo che sopporta la tentazione, perché una volta superata la prova riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a quelli che lo amano (Gc 1,12). Chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo (Sal 126,5). Oltre che col dolore e la sofferenza si espia con l’amore, come disse Gesù: “le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato” (Lc 7,47). “I fratelli e un aiuto servono nell’afflizione, ma più ancora salverà la carità” (Sir.40,24). L’amore ricopre ogni colpa” (Pr. 10,12). “Soprattutto conservate tra voi una grande carità, perché la carità copre una moltitudine di peccati” (1 Pt 4,8). Si espia con la bontà: Con la bontà si espia la colpa (Pr 16,6). L’elemosina espia i peccati (Sir 6,29). Sacrificio espiatorio è astenersi dalla malvagità (Sir 35,2).
[38] Dopo un breve tormento, la vita eterna (2 Mac 7,36). Alla sera il pianto, al mattino la gioia (Sal 30,6). Dopo una breve sofferenza, Dio vi confermerà e vi renderà forti e saldi” (1 Pt 5,10). Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi (Rm 8,18).
[39] 31 ottobre 1945. Poema: V, 3
[40] Il figlio di perdizione (Gv 17,12)
[41] “Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!” (Mt 26,48). Il crudele Giuda, con un bacio tradì il suo Maestro (Lc 22,48).
[42] Perché era invidioso mormorò dell’olio col quale fu unto Gesù (Gv 12,4)
[43] “Uno di voi è un diavolo”, Gesù parlava di Giuda (Gv 6,70.71)
[44] 1 novembre 1945. Poema: V, 4
[45] La gioia di Gesù è trovare anime che, con la loro bontà celano ai suoi occhi le brutture del mondo, con la loro purezza profumano l’aria corrotta dal peccato del mondo, con l’amore misericordioso infondono dolcezza al suo cuore amareggiato dalla cattiveria del mondo.
[46] “Un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone; è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro e per il servo come il suo padrone. Se hanno chiamato Belzebù il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!” (Mt 10,24).
[47] “Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. Un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica” 8Gv 13,13-17).” Io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Gv 18,37).
[48] < in margine e in calce > (bisogno non come può averlo un uomo qualunque per i suoi bisogni d’ogni specie. Ma per sentire nel suo spirito il conforto dell’amore dei suoi discepoli, espresso con la preghiera, a Lui e per Lui). Dice Gesù: “Ad evitare male interpretazioni spiego: Pregare è ricordarsi di un essere, sia esso Dio o prossimo. Ricordarsi di uno vuol dire: amare quell’uno. Io avevo desiderio d’amore e di conforto per tutto l’odio che mi circondava. Anche ora ho desiderio che gli uomini si ricordino di pregare perché il mondo mi ami per avere salute”. < Gesù perciò avrebbe desiderato, chiesto, dimostrato di apprezzare l’amore e il conforto degli uomini suoi amici, come indubbiamente gradì il conforto dell’angelico spirito nell’Orto degli Ulivi, all’inizio della sua sanguinosa passione. Vedi: Luca 22,43 >.
[49] “Oh se tu fossi un mio fratello, allattato al seno di mia madre! Trovandoti fuori ti potrei baciare e nessuno potrebbe disprezzarmi. Ti condurrei, ti introdurrei nella casa di mia madre; m’insegneresti l’arte dell’amore. La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia” (Ct 8,1-3).
[50] < Indubbiamente, Gesù, il Creatore, il Redentore, il Purissimo, avrebbe potuto imprimere sul volto di Sintica il suo castissimo ed amoroso bacio di Dio fatto Uomo. Ma Gesù, oltre ad essere il Semplicissimo, era anche il Prudentissimo, non certo per Sé, ma perché ben conosceva, anche in ciascun individuo, la condizione terrena dell’umana natura, che assurgerà alla piena e indefettibile rinascita soltanto in virtù della gloriosa resurrezione della Carne: “Tutto mi è lecito!”. Ma non tutto giova. “Tutto mi è lecito!”. Ma io non mi lascerà dominare da nulla (1 Cor 6,12). Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla chiesa di Dio; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare l’utile mio ma quello di molti, perché giungano alla salvezza (1 Cor 10,32-33).
[51] “Mi baci con i baci della sua bocca! Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino. Per la fragranza sono inebrianti i tuoi profumi, profumo olezzante è il tuo nome, per questo le giovinette ti amano” (Ct 1.2-3).
[52] “Se egli sceglie, chi lo farà cambiare? Ciò che egli vuole, lo fa” (Giobbe 23,13).
[53] “Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia” (Esodo 33,19).
[54] “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerà e mi manifesterò a lui” (Gv 14,21).
[55] 2 novembre 1945. Poema: V, 5
[56] Si ricorda che la scrittrice spesso si rivolge al suo Direttore spirituale. Segue uno schizzo della scrittrice, che non riportiamo in questo lavoro.
[57] Le sue lacrime scendono sulle guance (Lam 1,2)
[58] I miei occhi grondano lacrime notte e giorno, senza cessare, perché da grande calamità è stata colpita la figlia del mio popolo, da una ferita mortale (Ger 14,17)
[59] Sono stremato dai lunghi lamenti, inondo di pianto il mio giaciglio, Irroro di lacrime il mio letto. I miei occhi si consumano nel dolore (Sal 6,7-8)
[60] Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime (Eb 5,7)
[61] < Questa affermazione, completa e chiara, deve esser tenuta presente ogni qual volta, in quest’Opera, si parla della conoscenza che Gesù possiede come Dio o come Uomo >
[62] < in calce e in margine > Lotta tra le due nature unite nel Cristo. Come Dio non poteva che amare. Come Uomo non poteva non sentire sdegno per il falso discepolo. Nel procedere verso il fine della sua missione redentivi avvertiva la preparazione all’abbandono paterno che sarebbe stato totale nelle ore della Passione. Il grande Solitario e grande Sconosciuto, quale era il Verbo Incarnato, vivente tra gli uomini, si sentì sempre “solo e sconosciuto”. Solo la Madre lo conobbe veramente e fu la sua perfetta compagna. Negli altri, più si avvicinava l’ora redentivi, più cresceva l’incomprensione, l’odio o l’abbandono. La passione incruenta, ma se pre passione
[63] < L’espressione “figlio dell’uomo” è, nella Bibbia, titolo di eccellenza umano-divina, sia che si riferisca all’uomo in quanto è il capolavoro della divina Creazione: “Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto per poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato…” (Sal 8, 5ss); sia che venga attribuito a un profeta, pieno dello Spirito di Dio e suo strumento: “Mi disse: ‘figlio dell’uomo, alzati, ti voglio parlare’” (Ez 2,1s). “Egli mi disse: ‘Figlio dell’uomo, comprendi bene, questa visione riguarda il tempo della fine?’” (Dn 8,17): sia, soprattutto, che dicasi del Messia, nella sua inarrivabile perfezione di Uomo-Dio: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8,20). “È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori” (Mt 11,19). “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,28). “Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria” (Mt 24,30). “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria…” (Mt 25,31). “D’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo” (Mt 26,64). Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra e disse: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio” (Atti 7,55).
[64] Adamo si unì a Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino… Poi partorì ancora suo fratello Abele (Genesi 4,1-2).
[65] Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lui, e anch’egli ne mangiò (Gn 3,6).
[66] “Non ho forze scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un demonio”. Egli parlava di Giuda Iscariota (Gv 6,70-71).
[67] “Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell’aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore di popoli? Eppure tu pensavi: Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell’assemblea, nelle parti più remote del settentrione. Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò uguale all’Altissimo. E invece sei stato precipitato negli inferi, nelle profondità dell’abisso!” (Isaia 14,12-15).
[68] “Anche l’amico in cui confidavo, anche lui, che mangiava il mio pane, alza contro di me il suo calcagno” (Sal. 41,10).
[69] “Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato; se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto. Ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa” (Sal 55,13-15).
[70] “Un fuoco uscì dalla presenza del Signore e consumò sull’altare l’olocausto e i grassi; tutto il popolo lo vide, mandò grida d’esultanza e si prostrò con la faccia a terra” (Levitino 9,24). “Salì dalla roccia un fuoco che consumò la carne e le focacce azzime” (Giudici 6,21). “Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del cataletto” (1 Re 18.38). Vedi anche 1 Cronache 21,26; 2 Cronache 7,1.
[71] < in margine > Questa preghiera al Padre non stupisca i supercritici. È Vangelo che Cristo sia stato tentato come Uomo nel deserto e che abbia sofferto sino a sudar sangue nella sua lotta di Uomo, Uomo solo, non più sorretto dalla Divinità, nel Getsemani la sera del Giovedì Santo. Questa è un’altra delle sue ore di vero Uomo, di totalmente Uomo, soggetto all’amore e al dolore umano, in Lui perfetti, perché perfetti tra tutti gli uomini
[72] 3 novembre 1945. Poema: V, 6
[73] 4 novembre 1945. Poema: V, 7
[74] 5 novembre 1945. Poema: V, 8
[75] 6 novembre 1945. Poema: V, 9
[76] [senza data) Poema: V, 10
[77] 7 novembre 1945. Poema: V, 11
[78] Numeri 6.1-21
[79] 8 novembre 1945. Poema: V, 12
[80] “Svegliati, svegliati, rivestiti della tua magnificenza, Sion; indossa le vesti più belle, Gerusalemme, città santa; perché mai più entrerà in te il non circonciso né l’impuro. Scuotiti la polvere, alzati, Gerusalemme schiava! Sciogliti dal collo i legami, schiava figlia di Sion! … Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: “Regna il tuo Dio” “(Is 52,1-2.7). Fin qui la profezia parla del Messaggero Giovanni Battista, e del “Dio che regna” Gesù di Nazareth. A continuazione, nel versetto 8 dice: “Senti? Le tue sentinelle alzano la voce, insieme gridano di gioia, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore in Sion”. Quindi, si parla anche della seconda venuta che sarà annunziata da sentinelle che alzeranno la voce di gioia perché vedranno il ritorno del Signore allora tutti i popoli vedranno il Signore: “Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutti i popoli; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio” (versetto 10).
[81] E secondo la profezia commentata Gesù di Nazareth è Dio venuto a regnare: “Regna il tuo Dio” (Is 52,7).
[82] “Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno”. (1 Pt 5,5-6).
[83] Isaia 52,1
[84] Lc 5,12-14
[85] I fratelli di Gesù Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda (Mt 13,55). Per questi fratelli gli evangelici e i Testimoni di Geova negano la verginità di Maria argomentando che la scrittura non può mentire nel trasmettere fino a noi i nomi dei fratelli di Gesù. Dalla Tradizione invece crediamo che erano parenti e non fratelli carnali. Questa rivelazione conferma le tradizioni e la nostra fede.
[86] “Lo Spirito santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio” (Lc 1,35)
[87] “L’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1 Gv 4,7)
[88] Gesù disse alla Maddalena: “Va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e dio vostro” (Gv 20,17).
[89] “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (Nu. 24,17)
[90] “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di Lui si poserà lo Spirito del signore” (Is 11,1-2). “La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento” (Is 11,4)
[91] “E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il Dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti” (Michea 5,1).
[92] “Signore, mio Dio, quanto sei grande! Rivestito di maestà e di splendore, avvolto di luce come di un manto… fai delle nubi il tuo carro, cammini sulle ali del vento; fai dei enti i tuoi messaggeri, delle fiamme guizzanti i tuoi ministri” (Sal 104,1-4
[93] Mt 3,13-15
[94] Mt 3,11; Lc 3,16
[95] Gv 1,26
[96] Mt 3,12
[97] “Si aprirono i cieli ed egli vide la Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mt 3,16-17)
[98] Il giorno dopo, giovani vedendo Gesù venire verso di lui disse: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! (Gv 1,29)
[99] “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia” (Sal.1312)
[100] La nostra vita è breve e triste. La nostra esistenza è il passare di un’ombra e non c’è ritorno alla nostra morte. Su, godiamoci i beni presenti. Inebriamoci di vino squisito e di profumi. Coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano, questa è la nostra parte” (Sap. 2,6-9).
[101] Lc 18,15-16
[102] “Svegliati, svegliati, Gerusalemme, città santa; perché mai più entrerà in te il non circonciso né l’impuro” (Is 52,1)
[103] “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo” (Gv 10,9).
[104] Mt 9,9-13
[105] “Il signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura. In quel giorno si dirà a Gerusalemme: ‘non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il signore tuo dio in mezzo a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa ’” (Sofonia 3,15-18).
[106] “Non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo” (Gv 12,47). “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,13).
[107] Chi vive per lo spirito si lascia guidare dallo Spirito e con l’aiuto dello spirito vince e fa morire le opere della carne che sono ben note: “fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordie, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere e chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è legge” (Galati 5,19-23).
[108] “Poi guardai ed ecco l’Agnello ritto sul monte Sion e insieme cento quarantaquattromila persone che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo. Questi non si sono contaminati con donne, sono infatti vergini e seguono l’Agnello dovunque va”. (Apocalisse 14,1.4).
[109] Isaia 52,11.
[110] “La Sapienza non entra in un’anima che opera il male né abita in un corpo schiavo del peccato. Il Santo spirito che ammaestra rifugge dalla finzione, se ne sta lontano dai discorsi insensati, è cacciato al sopraggiungere dell’ingiustizia” (Sapienza 1,4-5).
[111] Isaia 52,13; 53,12.
[112] Tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo. Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto (Is 52 14; 53,2).
[113] “Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori” (Is 53 5.12)
[114] “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca” (Is. 53,7).
[115] “Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte” (Is 53,8).
[116] “Gridate giulivi ed esultate, abitanti di Sion, perché grande in mezzo a voi è il Santo di Israele” (Is 12,6). “Io sono il Signore tuo Dio che ti tengo per la destra e ti dico: “Non temere, io ti vengo in aiuto”. Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva di Israele; Io vengo in tuo aiuto tuo redentore è il Santo di Israele” (Is 41,13-14).
[117] Is 52,7
[118] “Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il Re della gloria. Chi è questo Re della gloria? Il signore forte e potente. Il Signore potente in battaglia è il Re della gloria” (Sal 24,7-8). “Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie, sei il mio Dio e ti esalto” (Sal 118,28).
[119] Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Vi benediciamo dalla casa del signore; Dio, il Signore è nostra luce” (Sal 118,26-27).
[120] “Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre” (Gv 12,46). “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).
[121] La carità è paziente, è benigna, non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (1Cor 13,4-7).
[122] Signore io voglio fare la tua volontà, aiutami a compierla sino alla fine
[123] “Il Signore ti benedica e ti custodisca. Il signore ti mostri il suo volto e abbia di te misericordia. Il Signore volga verso di te il suo sguardo e ti dia pace” (Numeri 6,24-26).
[124] 10 novembre 1945. Poema: V, 13
[125] “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito…” (Lc15,7).
[126] 11 novembre 1945. Poema: V, 14
[127] [senza data] Poema: V, 15
[128] Il re Salomone amò donne straniere, moabite, ammonite, idumee, di Sidone e hittite, appartenenti a popoli, di cui aveva detto il Signore agli Israeliti: “Non andate da loro ed essi non vengano da voi: perché certo faranno deviare i vostri cuori dietro i loro dèi”. Quando Salomone fu vecchio, le sue donne l’attirarono verso dèi stranieri e il suo cuore non restò più tutto con il Signore suo Dio (1 Re 11,2-4). “Non abbiamo forse tutti noi un solo Padre? Forse non ci ha creati un unico Dio? Perché dunque agire con perfidia l’uno contro l’altro profanando l’alleanza dei nostri padre? Giuda è stato sleale e l’abominio è stato commesso in Israele e in Gerusalemme. Giuda infatti ha osato profanare il santuario caro al Signore e ha sposato le figlie d’un dio straniero! Elimini il signore chi ha agito così dalle tende di Giacobbe, il testimone e il mallevadore, e colui che offre l’offerta al Signore” (Malachia 2,10-12).
[129] Un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta (galati 5,9).
[130] 12 novembre 1945. Poema: V, 16
[131] 13 novembre 1945. Poema: V, 17
[132] VANGELO SECONDO MATTEO: “il Regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna” (Mt 20,1-7)
[133] VANGELO SECONDO MATTEO: “Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno” (Mt 20,8-10).
[134] VANGELO SECONDO MATTEO: “Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?” (Mt 20,11-15).
[135] VANGELO SECONDO MATTEO: “Così gli ultimi saranno i primi, e i primi ultimi” (Mt 20,16)
[136] 14 novembre 1945. Poema: V, 18
[137] VANGELI ARMONIZZATI: “Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, ai quali diede il nome di Boanèrghes, figli del tuono” (Mt 10,2; Mc 3,17; Lc 6,14).
[138] 15 novembre 1945. Poema: V, 19
[139] VANGELI ARMONIZZATI: Partito di là, andò nella regione di Tiro e di Sidone. Ed entrato in una casa, voleva che nessuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto (Mt 15,21; Mc 7,24)
[140] VANGELI ARMONIZZATI: Subito una donna Cananea che veniva da quelle regioni si mise a gridare: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio” (Mt 15,22; Mc 7,25).
[141] VANGELI ARMONIZZATI: Ora, quella donna che lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia era greca, di origine siro-fenicia. Ma egli non le rivolse neppure la parola (Mc 7,26; Mt 15,23).
[142] VANGELO SECONDO MATTEO: Allora i discepoli gli si accostarono implorando: “Esaudiscila, vedi come ci grida dietro” (Mt 15,23)
[143] VANGELO SECONDO MATTEO: Ma egli rispose: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele”. Ma quella venne e si prostò dinanzi a Lui dicendo: “Signore, aiutami!” (Mt 15,25).
[144] VANGELI ARMONIZZATI: Ed egli le disse: “Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. “È vero, Signore”, disse la donna, “ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. (Mc 7,27; Mt 15,27)
[145] VANGELI ARMONIZZATI: Allora Gesù le rispose: “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri. Per questa tua parola va’, il demonio è uscito da tua figlia”. E da quell’istante sua figlia fu guarita. Tornata a casa, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato (Mt 15,28; Mc 7,28-30).
[146] 17 novembre 1945. Poema: V, 20
[147] 18 novembre 1945. Poema: V, 21
[148] 19 novembre 1945. Poema: V, 22
[149] 11 settembre 1944. Poema: V, 23
[150] VANGELO SECONDO LUCA: Un sabato era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo (Lc 14,1).
[151] VANGELO SECONDO LUCA: Davanti a Lui stava un idropico (Lc 14,2)
[152] VANGELO SECONDO LUCA: Rivolgendosi ai dottori della legge e ai farisei, Gesù disse: “È lecito o no curare di sabato?”. essi tacquero. (Lc 14,34).
[153] VANGELO SECONDO LUCA: Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò (Lc 14,4).
[154] Esodo 22, 22-24
[155] VANGELO SECONDO LUCA: Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più riguardevole di te e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14,7-11).
[156] VANGELO SECONDO LUCA: Disse poi a colui che l’aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti” (Lc14,12-14)
[157] 20 novembre 1945. Poema: V, 24
[158] < in margine > Nota. È opinione di Santi (S. Tommaso d’Aquino, S. Tomaso da Villanova, S. Buonaventura e altri) che nonostante la sua bellezza fisica, Ella era tanto santa da estinguere, in chi la guardasse, ogni concupiscenza, non solo, ma da virginizzare lo spirito ed estinguere il senso di chi l’avvicinava.
[159] 21 novembre 1945. Poema: V, 25
[160] VANGELO SECONDO LUCA: Una volta stava insegnando in una sinagoga il giorno di sabato. (Lc 13,10).
[161] 2 Re 24,18-25; 1 Cronache 21,18-28
[162] VANGELO SECONDO LUCA: C’era là una donna che aveva da diciotto anni uno spirito che la teneva inferma; era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: “Donna, sei libera dalla tua infermità”, e le impose le mani. Subito quella si raddrizzò e glorificava Dio (Lc 13,11-13)
[163] VANGELO SECONDO LUCA: Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, rivolgendosi alla folla disse: “Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi curare e non in giorno di sabato”. (Lc 13,14).
[164] VANGELO SECONDO LUCA: Il Signore replicò: “Ipocriti, non scioglie forse, di sabato, ciascuno di voi il bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? È questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto legata diciott’anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?” (Lc 13,15-16).
[165] VANGELO SECONDO LUCA: Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da Lui compiute (Lc 13,17).
