Nuova Evangelizzazione
MANAEN
Da fratello di Erode
a fratello del
Messia
SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI
A cura di Fray Jesus Maria de Cabanaconde
S.O.S
Servo dell’Ordine dei Salvatori
1. Una visita per onesto fine[1]
La pesantezza degli apostoli, Quanta!
2I discepoli sono tutti sossopra. Paiono un alveare stuzzicato, tanto sono agitati. Parlano, sbirciano fuori, guardano in tutti i sensi… Gesù non c’è. Infine decidono su quanto li agita e Pietro ordina a Giovanni: «Vai a cercare il Maestro. É nel bosco sul fiume. Digli che venga subito o dica quel che si deve fare».
3Giovanni va via di galoppo. L’Iscariota dice: «Io non capisco perché tanto orgasmo e tanta scortesia. Io sarei andato e l’avrei accolto con tutti gli onori… È un onore il suo, per noi. Dunque…»
4«Non so niente io. Lui sarà diverso dal suo parente di latte… Ma… chi sta con le iene ne prende odore e istinto
Una visita per onesto fine
18«Intanto parliamo di quello per cui mi avete chiamato. Che male c’è se anche Mannanen è venuto? Non può uno, collaterale d’Erode, aver sete del Dio vero? Temete per Me? Ma no. Abbiate fede nella mia parola. Quell’uomo non viene che per onesto fine».
19«Perché non si è fatto conoscere allora?», chiedono i discepoli.
«Appunto perché viene come “anima”, non come fratello di latte di Erode. Si è avvolto nel silenzio perché pensa che davanti alla parola di Dio nulla è la parentela con un re… Noi rispetteremo il suo silenzio».
20«Ma se lo mandasse lui, invece…».
«Chi? Erode? No. Non abbiate paura».
21«Chi lo manda allora? Come sa di Te?».
«Ma per lo stesso Giovanni mio cugino. Credete che in carcere non mi avrà predicato? Ma per …ma per la voce della folla… ma per lo stesso odio dei farisei… Anche le fronde e l’aria parlano di Me, ormai. Il sasso è gettato nell’acqua immobile e il bastone ha percosso il bronzo. Le onde vanno sempre più vaste, portando all’acqua lontana la rivelazione, e il suono lo confida agli spazi… La Terra ha imparato a dire: “Gesù” e mai più tacerà. Andate, e siate seco lui cortesi come con chiunque».
Accoglienza con l’ostile di Pietro.
31Ecco là Mannanen. È quello con quel mantello quasi nero tanto è rosso scuro. Mi ha dato questo per i poveri e mi ha detto se può restare a dormire».
32«Che hai risposto?».
«La verità: “Abbiamo letti solo per noi. Vai al paese”».
33Gesù non dice nulla. Però lascia in asso Pietro e va da Giovanni, al quale dice qualche cosa.
Il nome di chi cerca Gesù
L’uomo vestito di rosso cupissimo pare incerto sul da farsi. Gesù lo tiene d’occhio. Infine costui si muove e va al suo cavallo, poiché costui ha un bellissimo cavallo bianco ornato di una gualdrappa rossa che spenzola da sotto la sella piena di borchie.
43«Uomo, attendimi», dice Gesù e lo raggiunge.
«La sera scende. Hai dove dormire? Vieni da lontano? Sei solo?».
L’uomo risponde: «Da molto lontano… e andrò… non so… In paese, se troverò… se no… a Gerico… Vi ho lasciato la scorta di cui non mi fidavo».
44«No. Ti offro il mio letto. É già pronto. Hai cibo?».
«Nulla ho. Credevo trovare più ospitale paese…».
«Nulla vi manca».
45«Nulla. Neppur l’odio per Erode. Sai chi sono?».
«Il nome di quelli che mi cercano è uno solo: fratelli nel nome di Dio. Vieni. Spezzeremo il pane insieme. Puoi ricoverare il cavallo in quello stanzone. Io dormirò lì e te lo guarderò…»
«No, questo mai. Io dormirò lì. Accetto il pane ma non di più. Non metterò il mio corpo sozzo dove Tu adagi il tuo santo».
46«Santo mi credi?».
«Santo ti so. Giovanni, Cusa… le tue opere… le tue parole… La reggia ne è suonante come conchiglia che conserva il rumore del maroso. Io scendevo da Giovanni… poi l’ho perso. Ma mi aveva detto: “Uno che è più di me ti raccoglierà e ti eleverà”. Non potevi essere che Te. Sono venuto quando ho saputo dove eri».
In nome di Dio.
47Sono rimasti soli sotto la tettoia. I discepoli parlottano presso la cucina e sbirciano.
48Torna dal fiume lo Zelote, che era oggi il battezzatore, con gli ultimi battezzati. Gesù li benedice e poi dice a Simone: «L’uomo è il pellegrino che cerca ricovero in nome di Dio. E nel nome di Dio lo salutiamo amico».
49Simone si inchina e l’uomo pure. Entrano nello stanzone e Mannanen lega il cavallo alla greppia. Accorre Giovanni, avvertito da un cenno di Gesù, e porta erba e un secchio d’acqua. Accorre anche Pietro con un lumicino ad olio perché è già scuro.
50«Qui starò benissimo. Dio vi compensi», dice il cavaliere e poi entra fra Gesù e Simone nella cucina in cui fa da luce un fascio di stipa acceso allora.
Profezia sconosciuta del Battista su Manaen[2]
Mannanen
14«Sì, Maestro… Solo… dicci una cosa. É vero quanto ha detto di Mannanen?».
15«Sì. Ve ne spiace?».
«Oh! ma è la nostra gioia! Tanto abbiamo parlato di Te a lui in Macheronte! E che vuole l’apostolo se non che sia amato il Maestro? Ciò vuole Giovanni, e noi con lui».
Le ragioni di Mannaem[3]
8«Maestro tre volte santo, ti posso salutare?», chiede uno dei tre sopraggiunti che si sono fermati rispettosamente dietro a Gesù, attendendo che Egli congedasse la donna, e che perciò hanno sentito la promessa di Gesù. E quest’uomo che saluta è Mannaen.
9Gesù si volta e con un sorriso dice: «Pace a te, Mannaen! Ti sei dunque ricordato di Me?».
10«Sempre, Maestro. E avevo divisato di venire da Te in casa di Lazzaro o all’orto degli Ulivi per stare con Te. Ma prima di Pasqua fu preso il Battista. Fu ripreso con tradimento ed io temevo che, nell’assenza di Erode venuto a Gerusalemme per la Pasqua, Erodiade ordinasse l’uccisione del santo. Non è voluta andare per le feste a Sionne dicendosi malata. Malata, sì. Di odio e lussuria… Io sono stato a Macheronte per controllare e… trattenere la perfida donna, che sarebbe capace di uccidere di sua mano… E non lo fa perché teme di perdere il favore di Erode, che… per paura o per convinzione difende Giovanni limitandosi a tenerlo prigioniero. Ora Erodiade è fuggita dal caldo opprimente di Macheronte andando in un castello di sua proprietà. Ed io sono venuto con questi amici miei e discepoli di Giovanni. Egli li mandava perché ti interrogassero. E io mi sono unito a loro».
I discepoli del Battista (Mt 11,1-3;Lc 7,18-21)[4].
11La gente, sentendo parlare di Erode e comprendendo chi è che ne parla, si affolla curiosa intorno al gruppetto di Gesù e dei tre.
12«Che volevate chiedermi?», chiede Gesù dopo scambievoli saluti coi due austeri personaggi.
«Parla tu, Mannaen, che sai tutto e sei più amico», dice uno dei due.
13«Ecco, Maestro. Tu devi compatire se per troppo amore i discepoli vanno in diffidenza verso Colui che credono antagonista o soppiantatore del loro maestro. Così fanno i tuoi, così quelli di Giovanni. È una comprensibile gelosia, che dimostra tutto l’amore dei discepoli per i maestri. Io… sono imparziale, e questi che con me sono lo possono dire, perché conosco Te e Giovanni e vi amo con giustizia, tanto che, per quanto ami Te per quello che sei, ho preferito fare il sacrificio di stare presso Giovanni, perché venero lui pure per quello che è, ed attualmente perché più in pericolo di Te. Ora per questo amore, nel quale soffiano col loro astio i farisei, essi sono giunti a dubitare che Tu sia il Messia. E lo hanno confessato a Giovanni credendo di dargli una gioia col dire: “Per noi sei tu il Messia. Non ci può essere uno più santo di te”. Ma Giovanni li ha rimproverati per prima cosa chiamandoli bestemmiatori, e poi, dopo il rimprovero, con più dolcezza, ha spiegato tutte le cose che ti indicano come vero Messia. Infine, vedendoli ancora non persuasi, ha preso due di essi, questi, e ha detto: “Andate da Lui e ditegli in mio nome: “Sei Tu quello che ha da venire o dobbiamo attenderne un altro?”. Non ha mandato i discepoli già pastori, perché essi credono e non sarebbe giovato mandarli. Ma ha preso fra quelli che dubitano per farteli avvicinare e perché la loro parola dissipi i dubbi dei loro simili. Io li ho accompagnati per poterti vedere. Ho detto. Tu ora calma i loro dubbi».
Le prove.
14«Ma non ci credere ostili, Maestro! Le parole di Mannaen te lo potrebbero far pensare. Noi… noi… Noi conosciamo da anni il Battista e lo abbiamo sempre visto santo, penitente, ispirato. Tu… non ti conosciamo che per la parola altrui. E Tu sai cosa è la parola degli uomini… Crea e distrugge fama e lodi nel contrasto fra chi esalta e chi abbatte, così come una nuvola viene formata e disciolta da due venti contrari».
15«So, so. Leggo nel vostro animo, e i vostri occhi leggono la verità in quanto vi circonda, così come le vostre orecchie hanno sentito il colloquio con la vedova. Questo basterebbe a persuadere. Ma Io vi dico. Osservate chi mi circonda. Qui non sono ricchi né gaudenti, qui non persone scandalose. Ma poveri, malati, onesti israeliti che vogliono conoscere la Parola di Dio. E non altro. Questo, questo, questa donna, e poi quella fanciulla e quel vecchio, sono venuti qui malati ed ora sono sani. Interrogateli e vi diranno cosa avevano come li guarii e come stanno ora. Fate, fate. Io intanto parlo con Mannaen», e Gesù fa per ritirarsi.
16«No, Maestro. Noi non dubitiamo delle tue parole. Solo dacci una risposta da portare a Giovanni, perché egli veda che siamo venuti e perché possa, in base a quella, persuadere i nostri compagni».
La prova delle opere (Lc 7,18-23)[5].
17«Andate a riferire questo a Giovanni: “I sordi odono; questa fanciulla era sorda e muta. I muti parlano; e quell’uomo era muto dalla nascita. I ciechi vedono”. 6Uomo, vieni qui. Dì a costoro cosa avevi», dice Gesù prendendo per un braccio un miracolato.
18Questo dice: «Sono muratore e mi cadde sul viso un secchio pieno di calce viva. Mi bruciò gli occhi. Da quattro anni ero nelle tenebre. Il Messia mi ha bagnato gli occhi seccati con la sua saliva e sono tornati più freschi di quando avevo venti anni. Che Egli ne sia benedetto».
19Gesù riprende: «E coi ciechi, sordi, muti guariti, si raddrizzano gli zoppi e corrono gli storpiati. Ecco lì quel vecchio rattrappito poco anzi e ora dritto come una palma del deserto e agile come una gazzella. Si sanano le malattie più gravi. Tu, donna, che avevi?».
20«Un male al seno per troppo latte dato a bocche voraci. E il male, col seno, mi rodeva la vita. Ora guardate», e socchiude la veste mostrando intatte le mammelle e aggiunge: «Era tutta una piaga, e lo dimostra la tunica ancor bagnata del marciume. Ora vado a casa per mettere veste monda e sono forte e felice. Mentre solo ieri ero morente, portata qui da pietosi, e tanto infelice… per i bambini prossimi ad esser senza madre. Eterna lode al Salvatore!».
21«Udite? E potete interrogare il sinagogo di questa città sulla risurrezione della figlia sua e, tornando verso Gerico, passate da Naim, chiedete del giovane risuscitato alla presenza di tutta la città e mentre stava per essere messo nel sepolcro. Così potrete riferire che i morti risuscitano. Che molti lebbrosi siano guariti potete saperlo da molti luoghi di Israele, ma se volete andare a Sicaminon cercatene fra i discepoli, e molti ne troverete. Dite dunque a Giovanni che i lebbrosi sono mondati. E dite, poiché lo vedete, che ai poveri è annunziata la Buon Novella. Ed è beato chi non si sarà scandalizzato di Me. 7Dite questo a Giovanni. E ditegli che Io lo benedico con tutto il mio amore».
Partenza dei messi del Battista.
22«Grazie, Maestro. Benedici noi pure prima della partenza».
23«Voi non potete partire in queste ore calde. Rimanete perciò miei ospiti fino a sera. Vivrete per un giorno la vita di questo Maestro che non è Giovanni, ma che Giovanni ama perché sa Chi è. Venite nella casa. Vi è fresco e vi ristorerò. Addio, miei ascoltatori. La pace sia con voi», e congedate le turbe entra in casa coi tre ospiti…
24…Quanto si dicano in quelle ore affocate non so. Ciò che vedo ora è la preparazione della partenza per Gerico dei due discepoli. Mannaen pare che resti, perché il suo cavallo non è stato portato con i due robusti asini davanti all’apertura del muro del cortile. I due inviati di Giovanni, dopo molti inchini al Maestro e a Mannaen, montano in sella e ancora si voltano a guardare e a salutare, finché un angolo di via non li nasconde alla vista.
25Molti di Cafarnao si sono affollati per vedere questa partenza, perché la notizia della venuta dei discepoli di Giovanni e la risposta di Gesù a loro hanno fatto il giro del paese, e credo anche di altri paesi vicini. Vedo persone di Betsaida e Corozim, che si sono presentate ai messi di Giovanni chiedendo di lui e dicendo di salutarlo – forse sono ex discepoli di Betsaida – rimanere ora, in crocchio con quelli di Cafarnao, e commentare. Gesù, con a fianco Mannaen, fa per rientrare in casa parlando. Ma la gente gli si stringe intorno, curiosa di osservare il fratello di latte di Erode e i suoi modi pieni di ossequio per Gesù, e desiderosa di parlare col Maestro.
2. A Corozim, Gesù lavora da falegname per una vedova in presenza di Mannaen[6].
Lezione di carità, umiltà e operosità.
Il falegname
1Gesù lavora di gusto in una officina da falegname. Sta completando una ruota. Un bambino gracilino e triste lo aiuta porgendogli questo o quello. Mannaen, testimone inutile ma ammiratore, sta seduto su un pancone presso il muro.
2Gesù si è levata la bella veste di lino e ne ha indossata una scura, che per essere non sua gli giunge a metà degli stinchi. Una veste da lavoro, pulita ma rattoppata, forse del falegname morto.
3Gesù incoraggia con sorrisi e parole buone il fanciullo, insegnandogli ciò che deve fare per portare la colla al punto giusto, per tirare a pulimento le pareti del cofano.
4«Hai fatto presto a finirlo, Maestro», dice Mannaen alzandosi e andando a passare un dito sulle modanature del cofano ultimato, che il bambino lucida con un liquido.
«Era quasi ultimato…»
5«Vorrei averlo io questo tuo lavoro. Ma è già venuto il compratore, che pare abbia dei diritti… Lo hai deluso. Sperava potere prendere tutto per rifarsi dei pochi denari prestati. Invece si prende i suoi oggetti e basta. Fosse almeno uno che ti crede… Avrebbero un valore infinito per lui. Ma hai sentito? …».
Un operaio coscienzioso
6«Lascialo fare. Del resto qui c’è del legno, e la donna sarà ben felice di usarlo avendone guadagno. Ordinami un cofano e te lo farò…».
7«Davvero, Maestro? Ma intendi lavorare ancora?»
«Finché non c’è più legno. Sono un operaio coscienzioso», dice sorridendo più apertamente.
8«Un cofano fatto da Te! Oh! che reliquia! Ma che ci metterò dentro?».
«Tutto quello che vuoi, Mannaen. Non sarà che un cofano».
«Ma Tu lo avrai fatto!».
9«Ebbene? Anche il Padre ha fatto l’uomo, ha fatto tutti gli uomini. Eppure, che ha messo in sé l’uomo e che vi mettono gli uomini?». Gesù parla e lavora, andando qua e là in cerca dei ferri necessari, stringendo le morse, trivellando, piallando, tornendo, a seconda del bisogno.
«Il peccato ci abbiamo messo. É vero».
10«Tu vedi! E credi pure che l’uomo creato da Dio è molto di più di un cofano fatto da Me. Non confondere mai l’oggetto con l’azione. Di un lavoro mio fattene solo una reliquia per lo spirito».
«Ossia?».
«Ossia dà al tuo spirito l’insegnamento tratto da quanto faccio».
11«La tua carità, la tua umiltà, la tua operosità, allora… Queste virtù, non è vero?».
«Sì. E fa il somigliante tu in avvenire».
12«Sì, Maestro. Ma me lo fai il cofano?».
«Te lo faccio. Ma guarda che, posto che tu lo vedi sempre come una reliquia, te lo farò pagare per tale. Almeno si potrà dire che una volta tanto fui ingordo anche Io di denaro… Ma tu sai chi è quel denaro… Per questi orfanelli…»
13«Chiedimi ciò che vuoi. Te lo darò. Almeno sarà giustificato il mio oziare mentre Tu, Figlio di Dio, lavori».
Il Redentore incompreso
14«É detto: “Mangerai il tuo pane bagnato col sudore della tua fronte”».
«Ma questo è detto per l’uomo colpevole. Non per Te!».
15«Oh! Un giorno Io sarò il Colpevole e avrò su Me tutti i peccati del mondo. Li porterò via con Me, nella mia prima dipartita».
16«E credi che il mondo non peccherà più?».
«Dovrebbe… Ma peccherà sempre. Per questo, il peso che avrò su Me sarà tale che mi farà spezzare il cuore. Perché avrò i peccati fatti da Adamo fino a quell’ora e quelli da quell’ora fino alla fine dei secoli. Tutto Io sconterò per l’uomo».
17«E l’uomo non ti capirà e non ti amerà ancora… Credi Tu che Corozim si converta per questa lezione silenziosa e santa che stai dando col tuo lavoro, fatto per soccorrere una famiglia?».
«Non lo farà. Dirà: “Ha preferito lavorare per ingannare il tempo e per tenersi del denaro”. Ma Io non avevo più denaro. Avevo dato tutto. Do sempre tutto quanto ho, fino all’ultimo spicciolo, e ho lavorato per dare denaro».
18«E per il mangiare per Te e Matteo?».
«Dio avrebbe provveduto».
«Ma a noi hai dato da mangiare».
«Già».
19«Come hai fatto?».
«Chiedilo al padrone di casa».
«Glielo chiederò certo, appena torniamo a Cafarnao».
Gesù ride pacatamente fra il biondo della barba.
La Lezione è sempre Lezione
20Un silenzio in cui è solo rumore il cigolio della morsa stretta intorno a due pezzi di ruota.
21Poi Mannaen chiede: «Che conti fare prima del sabato?».
«Andare a Cafarnao in attesa degli apostoli. È convenuto di riunirci ogni sera di venerdì e stare insieme per tutto il sabato. Poi darò gli ordini e, se Matteo è guarito, saranno sei le coppie che vanno evangelizzando. Se no… Vuoi andare con loro?».
22«Preferisco stare con Te, Maestro… Mi lasci però darti un consiglio?».
«Dillo. Se è giusto lo accetterò».
«Non rimanere mai tutto solo. Hai molti nemici, Maestro».
23«Lo so. Ma credi che gli apostoli farebbero molto, in caso di pericolo?».
«Ti amano, credo».
«Certamente. Ma non servirebbe. I nemici, se di idea di catturarmi, verrebbero in forze molto più forti di quelle degli apostoli».
24«Non importa. Non stare solo».
«Fra due settimane sarò raggiunto da molti discepoli. Li preparo per mandarli essi pure ad evangelizzare. Non sarò più solo. Sta’ quieto».
25Mentre parlano così, molti curiosi di Corozim vengono a sbirciare e poi se ne vanno senza parlare.
«Li stupisce vedere Te al lavoro».
26«Sì. Ma non sanno essere umili al punto di dire: “Egli ci ammaestra così”. I migliori che qui avevo sono coi discepoli, meno un vecchio che è morto. Non importa. La lezione è sempre lezione».
27«Che diranno gli apostoli sapendoti operaio?»
«Sono undici, perché Matteo si è già pronunciato. Saranno undici pareri diversi. E per lo più contrari. Ma mi servirà per ammaestrarli».
28«Mi lasci assistere alla lezione?».
«Se tu vuoi rimanere…».
29«Ma io sono un discepolo ed essi gli apostoli!».
«Quanto farà bene agli apostoli lo farà anche al discepolo».
30«Essi se ne avranno a male di essere richiamati alla giustizia in mia presenza».
31«Servirà alla loro umiltà. Resta, resta, Mannaen. Ti tengo volentieri con Me».
«Ed io volentieri rimango».
32Si affaccia la vedova e dice: «Il pasto è pronto, Maestro. Ma Tu troppo lavori…».
33«Guadagno il mio pane, donna. E poi… Ecco qui un altro cliente. Vuole un cofano anche lui. E paga bene. Ti rimarrà vuoto il posto del legname», dice Gesù levandosi un lacero grembiule che aveva davanti e avviandosi fuori della stanza per lavarsi ad un bacile, che la donna gli ha portato nell’orto.
34E lei, con uno degli incerti sorrisi che riaffiorano dopo molto tempo di pianto, dice: «Vuoto il posto del legname, piena la casa della tua presenza e il cuore di pace. Non ho più paura del domani, Maestro. E Tu non avere paura che noi ti si possa mai dimenticare».
Entrano in cucina e tutto ha fine.
3. Lezione sulla carità con la parabola dei noccioli. Il giogo di Gesù è leggero[7].
Un nuovo piccolo discepolo
La certezza che fa vivere l’orfanello
1Gesù con a fianco Mannaen esce dalla casa della vedova dicendo: «La pace a te e ai tuoi. Dopo il sabato ci ritroveremo. Addio, piccolo Giuseppe. Domani riposa e gioca, poi mi aiuterai ancora. Perché piangi?».
«Ho paura che Tu non torni più…».
2«Io dico sempre la verità. Ma tanto ti spiace che Io me ne vada?».
Il bambino accenna di sì con il capo.
3Gesù lo carezza e dice: «Un giorno passa presto. Domani stai con la mamma e i fratelli. E Io sto coi miei apostoli e parlo a loro. In questi giorni ho parlato a te per insegnarti a lavorare, adesso vado da loro per insegnar loro a predicare e a essere buoni. Non ti divertiresti con Me, bambino solo fra tanti uomini».
«Oh! Mi divertirei perché sarei con Te».
4«Ho capito, donna! Tuo figlio fa come molti, e sono i migliori. Non mi vuole lasciare. Ti fidi a lasciarmelo fino a dopodomani?».
5«Oh! Signore! Ma tutti te li darei! Con Te sono sicuri come in Cielo… E questo bambino, che era quello che stava più di tutti col padre, ha troppo sofferto. Ci si è trovato lui al momento… Vedi?… Non fa che piangere e languire. Non piangere, figlio mio. Chiedi al Signore se non è vero ciò che io dico. Maestro, io per consolarlo gli dico sempre che il padre non è perduto, ma solo andato lontano da noi momentaneamente».
«È verità. È proprio come dice tua madre, piccolo Giuseppe».
6«Ma finché io non muoio non lo ritrovo. E io sono piccolo. E se divento vecchio come era Isacco, quanto devo aspettare?».
«Povero bambino! Ma il tempo è veloce».
7«No, Signore. Sono tre settimane che non ho il padre, e mi pare tanto, tanto!… Io non ce la faccio senza di lui…», e piange senza rumore ma con profonda pena.
8«Lo vedi? Fa sempre così. E specie quando non è occupato in cose che l’assorbono. Il sabato è un tormento. Io ho paura che mi muoia…».
9«No. Ho un altro fanciullo senza padre e senza madre. Era macilento e triste. Ora, presso una buona donna di Betsaida, e con la certezza di non essere separato dai genitori, è rifiorito nella carne e nello spirito. Così sarà del tuo. E per quello che gli dirò, e perché il tempo è un grande medico, e anche perché quando ti vedrà più tranquilla per il pane quotidiano, sarà più quieto lui pure. 2Addio, donna. Il sole cala e devo andare. Vieni, Giuseppe. Saluta la mamma, i fratellini e la vecchia madre, e poi raggiungimi di corsa».
E Gesù se ne va.
La parola migliore
10«E ora che dirai agli apostoli?».
«Che ho un vecchio discepolo e uno nuovo».
Camminano per Corozim che si anima di gente.
11Un gruppo di uomini ferma Gesù: «Te ne vai? Non resti di sabato?».
«No. Vado a Cafarnao».
12«Senza dire una parola in tutta la settimana. Non siamo degni della tua parola?».
13«Non vi ho dato per sei giorni la parola migliore?».
«Quando? E a chi?»
14«A tutti. Dal banco del falegname. Per dei giorni ho predicato che il prossimo va amato e aiutato in tutti i modi, specie dove è fatto di deboli come sono le vedove e gli orfani. Addio, voi di Corozim. Meditate nel sabato questa mia lezione». E Gesù si avvia di nuovo, lasciando interdetti i cittadini.
15Ma il bambino, che lo raggiunge di corsa, fa sì che questi cittadini si risveglino nella loro curiosità e dicano di nuovo a Gesù, che tornano a fermare: «Porti via il maschio della vedova? Perché».
16«Per insegnargli a credere che Dio è Padre e che in Dio troverà anche il padre perduto. E anche perché ci sia uno che crede, qui, al posto del vecchio Isacco».
17«Con i tuoi discepoli ci sono tre di Corozim».
18«Con i miei. Non qui. Questo sarà qui. Addio».
E, tenendo il bambino in mezzo fra Lui e Mannaen, va svelto per la campagna verso Cafarnao, parlando con Mannaen.
Presentazioni e amicizia
19Giungono a Cafarnao quando già gli apostoli sono arrivati. Seduti sul terrazzo, all’ombra della pergola, intorno a Matteo, narrano le loro gesta al compagno che non è ancora guarito. Si voltano al lieve scalpiccio dei sandali sulla scaletta e vedono la testa bionda di Gesù emergere sempre più dal muretto della terrazza. Corrono a Lui che sorride… e restano di stucco vedendo che dietro a Gesù è un povero bambino. La presenza di Mannaen, che sale pomposo nella sua veste di lino candido – resa ancor più bella dalla cintura preziosa, del mantello rosso fiamma di lino tinto, così lucido da parer seta, appena appoggiato alle spalle a fargli quasi strascico dietro le spalle, e dal copricapo di bisso tenuto da un sottile diadema d’oro, una lamina bulinata che gli taglia a metà la fronte spaziosa dandogli quasi un’aria di re egizio – trattiene una valanga di domande che gli occhi però esprimono ben chiare. Ma dopo i saluti reciproci, seduti ormai presso Gesù, gli apostoli chiedono: «E questo?», accennando al bambino.
20«E questo è la mia ultima conquista. Un piccolo Giuseppe, legnaiolo come il grande Giuseppe che mi fu padre. Perciò a Me carissimo, come Io carissimo a lui. Non è vero, bambino? Vieni qui, che ti faccio conoscere questi miei amici dei quali hai tanto sentito parlare. Questo è Simon Pietro, l’uomo più buono coi bambini che ci sia. E questo è Giovanni, un grande fanciullo che ti parlerà di Dio anche giocando. E questo è Giacomo suo fratello, serio e buono come un fratello maggiore. E questo è Andrea, fratello di Simon Pietro: andrai subito d’accordo con lui perché è mite come un agnello. E poi ecco Simone lo Zelote: questo ama tanto i bambini senza padre che credo girerebbe tutta la Terra, se non fosse con Me, per cercarli. Poi ecco qui Giuda di Simone e con lui Filippo di Betsaida e Natanaele. Vedi come ti guardano? Hanno bambini anche loro e amano i bambini. E questi sono i miei fratelli Giacomo e Giuda. Essi amano tutto ciò che Io amo, perciò ti ameranno. Ora andiamo noi da Matteo, che spasima per il suo piede eppure non ha rancore per i bambini che, giocando sventatamente, lo hanno colpito con una selce aguzza. Non è vero Matteo?»
21«Oh! No, Maestro. È figlio della vedova?».
«Sì. È molto bravo, ma è rimasto molto triste».
«Oh! Povero bambino! Ti farò chiamare Giacomino e giocherai con lui», e Matteo lo carezza attirandoselo con una mano vicino.
22Gesù termina la presentazione con Tommaso che, pratico, la completa offrendo al bimbo un grappolo d’uva staccata dalla pergola.
23«Ora siete amici», conclude Gesù sedendo di nuovo, mentre il bambino succhia la sua uva rispondendo a Matteo che se lo tiene vicino.
Curiosità e dissensi
24«Ma dove sei stato tutto solo per tutta la settimana?».
«A Corozim, Simone di Giona».
«Questo lo so. Ma che ci hai fatto? Sei stato da Isacco?».
«Isacco l’Adulto è morto».
«E allora?».
25«Non te lo ha detto Matteo?».
«No. Ha detto soltanto che eri a Corozim dal giorno dopo la nostra partenza».
«Matteo è più bravo di te. Egli sa tacere e tu non sai frenare la tua curiosità».
«Non la mia. Quella di tutti».
26«Ebbene, sono andato a Corozim per predicare la carità in atto».
27«La carità in atto? Che vuol dire?», chiedono in molti.
28«A Corozim c’è una vedova con cinque bambini e una vecchia malata. L’uomo è morto all’improvviso al banco di lavoro, lasciando dietro di sé miseria e lavori incompiuti. Corozim non ha saputo trovare un briciolo di pietà per questa famiglia infelice. Io sono andato a finire i lavori e…».
29Avviene un pandemonio. Chi domanda, chi protesta, chi brontola con Matteo per averlo permesso, chi ammira e chi critica. E, purtroppo, chi protesta o critica è la maggioranza.
30Gesù lascia che la burrasca si quieti così come si è formata e, per tutta risposta, dice:
31«E ci tornerò dopodomani. E così farò finché ho finito. E voglio sperare che almeno voi comprendiate. Corozim è un nòcciolo serrato e mancante del germe. Siate almeno voi noccioli col germe. Tu, bambino, dammi la noce che Simone ti ha dato e ascolta anche tu.
La carità in atto
La parabola dei noccioli
32Vedete questa noce? E prendo questa perché non ho altri gusci sotto le mani, ma per capire la parabola pensate ai noccioli dei pinoli o delle palme, ai più duri, a quelli delle ulive per esempio. Sono astucci serrati, senza fessure, durissimi, di un legno compatto, Sembrano scrigni magici che solo una violenza può aprire. Eppure, se uno di essi viene gettato nella terra, anche semplicemente a terra e il passante lo affonda, col passarvi sopra, quel tanto che esso si adagi nel suolo, che avviene? Che il forziere si apre e fa radici e foglie. Come avviene da sé? Noi dobbiamo battere molto col martello per riuscirvi e invece, senza colpi, il nòcciolo si apre da sé. È dunque magico quel seme? No. Ha dentro una polpa. Oh! Una cosa debole rispetto al duro guscio! Eppure, essa nutre un ancora più piccola cosa: il germe. E questo è la leva che sforza, apre, dà pianta con fronde e radici. Provate a seppellire dei noccioli e poi attendete. Vedrete che alcuni nascono, altri no. Estraete quelli che non sono nati. Apriteli col martello e vedrete che sono semivuoti. Non è dunque l’umido del suolo né il calore quelli che fanno aprire il nòcciolo. Ma è la polpa, e più: l’anima della polpa, il germe che, gonfiando, fa da leva e apre.
Questa è la parabola. Ma applichiamo a noi.
Applicazione
33Che ho fatto che non andasse fatto? Ci siamo ancora capiti così poco da non comprendere che l’ipocrisia è peccato e che la parola è vento se non è convalidata dall’azione? Che vi ho sempre detto Io? “Amatevi gli uni con gli altri. L’amore è il precetto e il segreto della gloria”. E Io, che predico, dovrei essere senza carità? Darvi l’esempio di un maestro menzognero? No, mai!
34Oh! amici miei. Il nostro corpo è il nòcciolo duro, nel nòcciolo duro è chiusa la polpa: l’anima; in essa è il germe che Io ho deposto. Esso è fatto di molti elementi. Ma il principale è la carità. Essa è che fa da leva per schiudere il nocciolo e liberare lo spirito dalle costrizioni della materia ricongiungendolo a Dio, che è Carità. La carità non si fa solo di parole o di denaro. Si fa la carità con la sola carità. E non vi paia uno scherzo di parole. Io non avevo denaro, e le parole non bastavano per questo caso. Qui vi erano sette persone sulle soglie della fame e dell’angoscia. La disperazione avanzava le sue branche nere per ghermire e affogare. Il mondo si ritirava duro ed egoista davanti a questa sventura. Il mondo mostrava di non avere capito il Maestro nelle sue parole. Il Maestro ha evangelizzato con le opere. Io avevo capacità e libertà di farlo. E avevo il dovere di amare per tutto il mondo questi meschini che il mondo disama. Io ho fatto tutto questo. Potete criticarmi ancora? O devo essere Io che – alla presenza di un discepolo che non si è scandalizzato di portare la sua persona fra la segatura e i trucioli per non abbandonare il Maestro e che, ne sono convinto, si sarà fatto più persuaso di Me vedendomi curvo sul legno di quanto non sarebbe stato persuaso vedendomi in trono, e di un bambino che ha sentito Me per quello che sono nonostante la sua ignoranza, la sventura che l’ottunde, e la sua assoluta verginità di conoscenza col Messia quale esso è in realtà – o devo essere Io che vi critico?
Ogni lavoro nobilita.
35Non parlate? Non vi mortificate soltanto, mentre Io alzo la voce a raddrizzare idee errate. E per amore lo faccio. Ma mettete in voi il germe che santifica e apre il nocciolo. O sarete sempre degli esseri inutili. Quello che Io ho fatto, voi dovete essere pronti a fare. Per amore del prossimo, per portare a Dio un’anima, nessun lavoro vi deve pesare. Il lavoro, quale esso sia, non è mai umiliante. Mentre umilianti sono le azioni basse, le falsità, le denunce bugiarde, le durezze, i soprusi, gli strozzinaggi, le calunnie, le lussurie. Queste mortificano l’uomo. Eppure si fanno senza vergognarsene, anche da parte di quelli che vogliono dirsi perfetti e che certo si sono scandalizzati di vedermi lavorare di sega e di martello. Oh! Oh! il martello! L’indegno martello, se è per mettere chiodi in un legno a formare un oggetto atto a dar da mangiare a degli orfanelli, come diverrà nobile! Il martello, ignobile se nelle mie mani e per fine santo, come non apparirà più tale, e come lo vorranno avere tutti quelli che ora si darebbero a gridare il loro scandalo per esso!
36Oh! Uomo, creatura che dovresti essere luce e verità, come sei tenebra e menzogna! Ma voi, voi almeno, comprendete cosa è il bene! Cosa è la carità. Cosa è l’ubbidienza. In verità vi dico che molti sono i farisei. E che non sono assenti fra quelli che mi circondano».
37«No, Maestro. Non lo dire! Noi… è perché ti amiamo che non vogliamo certe cose! …».
Il giogo soave di Gesù
38«È perché non avete ancora capito nulla. Vi ho parlato della fede e della speranza, e credevo che non necessitasse parola novella per parlarvi della carità, perché Io tanto l’emano che dovreste esserne saturi. Ma vedo che la conoscete solo di nome, senza saperne la natura e la forma. Così come conoscete la luna.
39Vi ricordate quando ho detto che la speranza è come il braccio traverso del dolce giogo che sorregge la fede e la carità, ed è il patibolo dell’umanità e il trono della salvezza? Sì? Ma non avete compreso le mie parole nel loro significato. E perché non me ne avete chiesto spiegazione? Ve la do Io. È giogo perché obbliga l’uomo a tenere bassa la sua superbia stolta sotto il peso delle verità eterne. Ed è patibolo di questa superbia. L’uomo che spera in Dio suo Signore, di necessità umilia il suo orgoglio, che vorrebbe proclamarsi “dio”, e riconosce che egli è nulla e Dio è tutto, che egli può nulla e Dio può tutto, che egli-uomo è polvere che passa e Dio è eternità che eleva la polvere a superiore grado, dandogli premio di eternità. L’uomo si inchioda alla sua croce santa per raggiungere la Vita. E ve lo configgono le fiamme della fede, della carità, ma lo alza verso il Cielo la speranza che è fra questa e quella. Però, ritenete la lezione: se manca la carità, il trono è senza luce e il corpo, schiodato da un lato, pende verso il fango, non vedendo più il Cielo. Annulla così gli effetti salutari della speranza, e finisce col rendere sterile anche la fede perché, staccati da due delle tre teologali virtù, si cade in languore e in gelo mortale.
40Non rifiutate Dio neppure nelle minime cose. Ed è rifiutare Iddio respingere un aiuto al prossimo per orgoglio pagano.
La dottrina di Gesù
41La mia dottrina è un giogo che piega l’umanità colpevole ed è un maglio che rompe la scorza dura per liberarne lo spirito. È un giogo ed è meglio, sì. Ma pure chi la accetta non sente la stanchezza che danno tutte le altre dottrine umane e tutte le altre cose umane. Ma pure chi se ne fa colpire non sente il dolore di essere frantumato nell’io umano, ma prova un senso di liberazione. Perché cercate di liberarvene per sostituirla da tutto ciò che è piombo e dolore? Voi tutti avete i vostri dolori e le vostre fatiche. Tutta l’umanità ha dolori e fatiche, superiori alle forze umane talora. Dal bambino come questo, che già porta sulle piccole spalle un grande peso che lo fa piegare e che leva il sorriso del fanciullo alle sue labbra e la spensieratezza alla sua mente che, sempre umanamente parlando, non sarà perciò mai più stata fanciulla, al vecchio che piega alla tomba con tutti i disinganni e le fatiche, e i pesi, e le ferite della sua lunga vita. Ma nella mia dottrina e nella mia fede è il sollievo da questi pesi accascianti. Perciò è detta la “Buona Novella”. E chi l’accetta e l’ubbidisce sarà beato dalla Terra, perché avrà Dio a suo sollievo e le virtù a rendergli facile e luminoso il cammino, quasi fossero buone sorelle che, tenendolo per mano, con le lampade accese ne rischiarano la via e la vita e gli cantano le eterne promesse di Dio, fino a quando, piegando in pace il corpo stanco sulla Terra, si risveglia in Paradiso.
42Perché volete, o uomini, essere affaticati, desolati, stanchi, disgustati, disperati, quando potete essere sollevati e confortati? Perché anche voi, miei apostoli, volete sentire la stanchezza della missione, la sua difficoltà, la sua severità, mentre avendo la fiducia di un bambino potete avere solo ilare solerzia, luminosa facilità a compierla e comprendere e sentire che essa è severa solo agli impenitenti che non conoscono Dio, ma per i fedeli suoi è come mamma che sorregge sul cammino, indicando ai piedi incerti del pargolo i sassi ed i pruni, i nidi di serpi ed i fossati, perché egli li conosca e non vi pericoli?
La via della santificazione
43Voi ora siete desolati. La vostra desolazione ha avuto un inizio ben miserabile! Voi siete desolati prima della mia umiltà come di un delitto contro Me stesso. Ora siete desolati perché avete capito di avermi addolorato e di essere così lontani ancora dalla perfezione. Ma in pochi questa seconda desolazione è priva di superbia. Della superbia ferita dalla constatazione di essere ancora nulla, mentre per orgoglio vorreste essere perfetti. Abbiate solo l’umiltà volenterosa di accettare il rimprovero e di confessare che avete sbagliato, promettendo in cuor vostro di volere la perfezione per un fine sopraumana. E poi venite a Me. Io vi correggo, ma vi comprendo e compatisco.
44Venite a Me, voi apostoli, e venite a Me voi tutti, uomini che soffrite per dolori materiali, per dolori morali, per dolori spirituali. Questi ultimi dati dal dolore di non sapervi santificare come vorreste per amore di Dio e con sollecitudine e senza ritorni al Male. La via della santificazione è lunga e misteriosa e talora si compie all’insaputa del camminatore, che procede fra le tenebre, col sapore del tossico in bocca, e crede di non procedere e di non bere liquido celeste, e non sa che anche questa cecità spirituale è un elemento di perfezione.
45Beati quelli, tre volte beati quelli che continuano a procedere senza godimenti di luce e di dolcezze, e non si arrendono perché nulla vedono e sentono, e non si fermano dicendo: “Finché Dio non mi dà delizie io non procedo”. Io ve lo dico: la strada più oscura diverrà luminosissima d’improvviso aprendosi su paesaggi celesti. Il tossico, dopo aver levato ogni gusto per le cose umane, si muterà in dolcezza di Paradiso per questi coraggiosi che stupiti diranno: “Come ciò? Perché a me tanta dolcezza e letizia?”. Perché avranno perseverato e Dio li farà esultanti dalla Terra di ciò che è il Cielo.
Imparare mitezza e umiltà (Mt 11,28-30).[8]
46Ma intanto, per resistere, venite a Me voi tutti che siete affaticati e stanchi, voi, apostoli, e con voi tutti gli uomini che cercano Dio, che piangono per causa del dolore della Terra, che si sfiniscono da soli, ed Io vi ristorerò. Prendete su voi il mio giogo. Non è un peso. È sostegno. Abbracciate la mia dottrina come fosse una amata sposa. Imitate il Maestro vostro che non si limita a bandirla ma fa ciò che insegna. Imparate da Me che sono mite ed umile di cuore. Troverete il riposo delle vostre anime, perché mitezza e umiltà concedono il regno sulla Terra e nei Cieli. Già ve l’ho detto che i trionfatori veri fra gli uomini sono coloro che li conquistano con l’amore, e l’amore è sempre mite e umile. Io non vi darei mai da fare delle cose superiori alle vostre forze, perché vi amo e vi voglio con Me nel mio Regno. Prendete dunque la mia insegna e la mia assise, e sforzatevi ad essere simili a Me e quali la mia dottrina insegna. Non abbiate paura, perché il mio giogo è dolce e il suo peso è leggero, mentre infinitamente potente è la gloria di cui godrete se a Me fedeli. Infinita ed eterna…
47Vi lascio per qualche tempo. Vado col bambino presso il lago. Troverà degli amici… Poi spezzeremo il pane insieme. Vieni, Giuseppe. Ti farò conoscere i piccoli che mi amano».
Una terra selvaggia[9].
All’evangelizzazione e miracoli
48La stessa scena della passata visione. Gesù si accomiata dalla vedova, tenendo però già per mano il piccolo Giuseppe, e dice alla donna: «Non verrà nessuno prima del mio ritorno, a meno che non sia un gentile. Ma chiunque venga trattienilo fino a dopo domani dicendo che verrò senza fallo».
«Lo dirò, Maestro. E se vi saranno malati li ospiterò come Tu mi hai insegnato».
«Addio, allora, e la pace sia con voi. Vieni, Mannaen».
49Da questo breve spunto comprendo che malati e infelici in genere lo hanno raggiunto a Corozim e che all’evangelizzazione del lavoro Gesù ha unito quella del miracolo. E se Corozim resta sempre indifferente è proprio segno che è terreno selvaggio e incoltivabile. Pure Gesù la traversa, salutando quelli che lo salutano, come nulla fosse, e poi riprendendo a parlare con Mannaen, che è incerto se ripartire per Macheronte o rimanere ancora una settimana…
4. La notizia dell’uccisione
di Giovanni Battista[10].
Il Martire della giustizia
I buoni sentimenti di Manaen.
1Gesù sta guarendo dei malati senz’altra assistenza di quella di Mannaen. Sono nella casa di Cafarnao, nell’orto ombroso in questa ora mattutina. Mannaen non ha più né cintura preziosa né lamina d’oro alla fronte. Il vestito è tenuto raccolto da un cordone di lana e il copricapo da una strisciolina di tela. Gesù è a testa nuda, come sempre quando è in casa.
2Finito di guarire e di consolare i malati, Gesù sale con Mannaen nella stanza alta e si siedono ambedue sul davanzale della finestra che guarda il monte, perché la parte del lago è tutta presa dal sole che è ancora ben caldo, nonostante che la canicola debba essere superata da qualche tempo.
3«Fra poco hanno inizio le vendemmie», dice Mannaen.
«Già. E poi verranno i Tabernacoli… e sarà presto l’inverno. Tu quando conti di partire?».
4«Umh!… Io non partirei mai… Ma penso al Battista. Erode è un debole. Saputo suggestionare in bene, se non diventa buono, rimane per lo meno… non sanguinario. Ma sono pochi quelli che lo consigliano bene. E quella donna!… Quella donna!… Ma vorrei stare qui finché non tornano i tuoi apostoli. Non che io presuma molto di me… ma qualche cosa valgo ancora… benché il mio auge sia molto diminuito da quando hanno capito che seguo le vie del Bene. Ma non me ne importa. 2Vorrei avere il vero coraggio di sapere abbandonare tutto per seguire Te completamente, come quei discepoli che Tu aspetti. Ma ci riuscirò mai? Noi che non siamo del popolo, siamo più duri a seguirti. Perché?».
Tutto è vanità
5«Perché avete i tentacoli delle povere ricchezze che vi trattengono».
6«Veramente so anche di alcuni che non sono propriamente ricchi, ma dotti o sulla via di essere dotti, ed essi pure non vengono».
7«Anche essi hanno i tentacoli delle povere ricchezze che li trattengono. Non si è ricchi solo di denaro. Vi è anche la ricchezza del sapere. Pochi giungono alla confessione di Salomone: “Vanità delle vanità, tutto è vanità”, ripresa e ampliata non tanto materialmente quanto in profondità nel Qoèlet. L’hai presente? La scienza umana è vanità, perché aumentare soltanto l’umano sapere “è affanno e afflizione di spirito, e chi moltiplica la scienza moltiplica gli affanni”. In verità te lo dico che così è. E anche dico che così non sarebbe se l’umana scienza fosse sostenuta e imbrigliata dalla soprannaturale sapienza e dal santo amore di Dio. Il piacere è vanità perché il piacere non dura, ma rapido dilegua dopo aver arso lasciando cenere e vuoto. I beni accumulati con svariate industrie sono vanità per l’uomo che muore, perché ad altri li lascia e coi beni non può respingere la morte. La donna, contemplata come femmina e come tale appetita, è vanità. Onde si conclude che l’unica cosa che vanità non sia è la santa temenza di Dio e l’ubbidienza ai suoi comandi, ossia la sapienza dell’uomo, che non è solo carne ma possiede la seconda natura: quella spirituale. Chi sa così concludere e volere, sa staccarsi da ogni tentacolo di povero possesso e andare libero incontro al Sole».
8«Mi voglio ricordare queste parole. Quanto mi hai dato in questi giorni! Ora posso andare nella bruttura della Corte, che pare luminosa solo agli stolti, che pare potente e libera, e non è che miseria, carcere e tenebra, e andarvi con un tesoro che mi permetterà di vivervi meglio in attesa del meglio. Ma vi giungerò mai io a questo meglio, che è l’essere tuo totalmente?».
«Vi giungerai».
9«Quando? L’anno prossimo? O più là? O quando la vecchiaia mi farà saggio?».
10«Vi giungerai raggiungendo maturità di spirito e perfezione di volere nel volgere di poche ore».
Mannaen lo guarda pensieroso, indagatore… Ma non chiede altro.
11Un silenzio. Poi Gesù dice: «Hai mai avvicinato Lazzaro di Betania?».
«No, Maestro. Posso dire di no. Che se ci fu qualche incontro non può dirsi amicizia. Sai… Io con Erode, e Erode contro di lui… Perciò…».
12«Lazzaro ora ti vedrebbe oltre le cose, in Dio. Devi cercare di avvicinarlo come condiscepolo».
«Lo farò se Tu lo vuoi…».
Giovanni è stato ucciso (Mt 14,3-5; Mc 6,17-20)[11]
13Delle voci agitate si sentono nell’orto. Chiedono con ansia: «Il Maestro! Il Maestro! Qui è?».
14Risponde la voce cantante della padrona di casa: «Nella stanza alta è. Chi siete? Malati?».
«No. Discepoli di Giovanni e vogliamo Gesù di Nazareth».
Gesù si affaccia dalla finestra dicendo: «La pace sia a voi… Oh! Voi siete? Venite! Venite!».
15Sono i tre pastori Giovanni, Mattia e Simeone. «Oh! Maestro!», dicono alzando il capo e mostrando un volto addolorato. Neppure la vista di Gesù li rasserena.
Gesù lascia la stanza andando loro incontro sulla terrazza. Mannaen lo segue. Si incontrano proprio là dove la scaletta sbocca sul terrazzo assolato.
16I tre si inginocchiano baciando il suolo. E poi Giovanni per tutti dice: «Ed ora raccoglici, Signore, perché noi siamo la tua eredità», e delle lacrime scendono sul volto del discepolo e dei compagni.
Gesù e Mannaen hanno un solo grido: «Giovanni!?».
«È stato ucciso…».
17La parola cade come fosse un enorme fragore che copra ogni rumore del mondo. Eppure è stata detta molto piano. Ma pietrifica chi la dice e chi la sente. E sembra che la Terra, per raccoglierla e per raccapricciarne, sospenda ogni suo rumore, tanto vi è un periodo di silenzio profondo e di profonda immobilità negli animali, nelle fronde, nell’aria. Sospeso lo sgrugolio dei colombi, troncato il flauto di un merlo, ammutolito il coro dei passeri e, quasi gli si fosse spezzato di colpo l’ordigno, una cicala frinente tace improvvisamente, mentre si sospende il vento che carezzava pampini e foglie facendo fruscio di seta e cigolio di pali.
18Gesù diventa di un pallore di avorio mentre gli occhi gli si dilatano invetrandosi di pianto. Apre le braccia dicendo, e la voce è profonda per lo sforzo di renderla sicura: «Pace al Martire della giustizia ed al mio Precursore». Poi raccoglie le braccia e lo spirito e certo prega, comunicando con lo Spirito di Dio e del Battista.
19Mannaen non osa un gesto. Al contrario di Gesù, egli è arrossito vivamente ed ha avuto un moto d’ira. Poi si è irrigidito, e tutto il suo turbamento si rivela dal movimento meccanico della destra, che cincischia il cordone della veste, e della sinistra che involontariamente cerca il pugnale… e Mannaen scuote il capo commiserando la sua debolezza di mente che non ricorda di essersi disarmato per essere «il discepolo del Mite, presso il Mite».
20Gesù riapre la bocca e gli occhi. Il suo viso, il suo sguardo, la sua voce, hanno ripreso la maestà divina che gli sono abituali. Solo permane una grave mestizia temperata di pace.
21«Venite. Mi racconterete. Da oggi siete miei». E li conduce nella stanza chiudendo la porta, socchiudendo le tende, a temperare la luce, a far raccoglimento intorno al dolore e alla bellezza della morte del Battista, a far separazione fra questa perfezione di vita e il mondo corrotto.
«Parlate», ordina.
Mannaen sembra sempre di pietra. È vicino al gruppo. Ma non dice parola.
La cronaca (Mt 14,6-9; Mc 6,21-26).[12]
22«Fu la sera della festa… Imprevedibile l’evento… Solo due ore prima Erode si era consigliato con Giovanni, licenziandolo poi con benignità… E poco, poco prima che avvenisse… l’omicidio, il martirio, il delitto, la glorificazione, aveva mandato un servo con frutta gelate e vini rari al prigioniero. Giovanni aveva distribuito a noi quelle cose… Lui non ha mai mutato la sua austerità… Noi soli c’eravamo, perché per merito di Mannaen noi eravamo nel palazzo come servi alle cucine e alle scuderie. E questa era grazia che ci permetteva di vedere sempre il nostro Giovanni… Eravamo alle cucine io e Giovanni, mentre Simeone sorvegliava i servi di scuderia perché trattassero con cura le cavalcature degli ospiti… Il palazzo era pieno di grandi, di capi militari e di signori di Galilea. Erodiade si era chiusa nelle sue stanze dopo una violenta scena avvenuta al mattino fra lei ed Erode…».
23Mannaen interrompe: «Ma quando era venuta la iena?».
24«Due giorni avanti. Inaspettata… Dicendo al monarca che non poteva vivere lontana da lui ed essere assente nel dì della sua festa. Vipera e maga come sempre, lo aveva reso uno zimbello… Ma Erode al mattino di quel giorno si era rifiutato, benché già ebbro di vino e di lussuria, di concedere alla femmina ciò che chiedeva con alte grida… E nessuno pensava fosse la vita di Giovanni!…
25Era nelle sue stanze, sdegnosa. Aveva respinto i cibi regali mandati da Erode su vassoi preziosi. Solo aveva trattenuto un vassoio prezioso colmo di frutta, ricompensando il dono con un’anfora di vino drogato per Erode… Drogato… Ah! che bastava la sua natura ebbra e viziosa a drogarlo al delitto!
26Dai servi di mensa seppimo che dopo la danza delle mime di corte, anzi a metà della stessa, era irrotta nella sala del convito Salomè, danzando. E le mime, davanti alla fanciulla regale, si erano ritirate contro le pareti. La danza era perfetta, ci hanno detto. Lubrica e perfetta. Degna degli ospiti… Erode… Oh! che forse un nuovo gusto di incesto gli fermentava dentro!… Erode, al termine di questa danza, entusiasta, disse a Salomè: “Bene hai ballato! Io lo giuro che meriti premio. Io lo giuro che te lo darò. Io lo giuro che ti darò qualunque cosa che tu mi possa chiedere. Alla presenza di tutti lo giuro. E parola di re è fedele anche senza giuramenti. Chiedi dunque che vuoi”.
27E Salomè, fingendo perplessità, innocenza e modestia, raccogliendosi nei veli, con mossa pudica dopo tanta impudicizia, disse: “Permettimi, o grande, di riflettere un momento. Mi ritiro e poi verrò, perché la tua grazia mi ha turbata”… E si ritirò andando dalla madre.
28Selma mi ha detto che entrò ridendo, dicendo: “Madre, hai vinto! Dammi il vassoio”. Ed Erodiade con un grido di trionfo ordinò alla schiava di dare alla fanciulla il vassoio trattenuto prima, dicendo: “Va’ e torna con la testa odiata, e ti vestirò di perle e oro”. E Selma, inorridendo, ubbidì…
29Salomè rientrò danzando nella sala, e danzando andò a prostrarsi ai piedi del re dicendo: “Ecco. Su questo bacile che tu hai mandato alla madre, in segno che l’ami e che mi ami, io voglio la testa di Giovanni. E poi danzerò ancora, se tanto ti piaccio. Danzerò la danza della vittoria. Perché io ho vinto! Ho vinto te, re! Ho vinto la vita, e felice sono!”. Questo disse, e a noi lo ripetè un coppiere amico.
30E Erode si turbò, preso da due voglie: esser fedele alla parola, essere giusto. Ma non seppe essere giusto, perché un ingiusto è. Fece cenno al carnefice, che era dietro al sedile reale, e quello, preso dalle mani alzate di Salomè il vassoio, scese dalla sala del convito verso le stanze basse. Lo vedemmo traversare la corte io e Giovanni… e dopo poco udimmo il grido di Simeone: “Assassini!” e poi lo vedemmo ripassare con la testa sul vassoio… Giovanni, il tuo Precursore, era morto…».
Il martire della giustizia (Mt 14,9-12; Mc 6,27-29)[13].
31«Simeone, puoi dirmi come morì?», chiede dopo qualche tempo Gesù.
32«Sì. Era in preghiera…. Mi aveva detto prima: “Fra poco torneranno i due mandati, e chi non crede crederà. Ma però ricorda che, se io più non vivessi al loro ritorno, io, come uno che è ‘presso alla morte, ancor ti dico, perché tu a loro lo ridica: ‘Gesù di Nazareth è il vero Messia’”. Pensava sempre a Te… Entrò il carnefice. Io gridai forte. Giovanni alzò il capo e lo vide. Si alzò in piedi. Disse: “Non puoi che troncarmi la vita. Ma la verità che dura è che non è lecito fare il male”. E stava per dirmi qualcosa quando il carnefice roteò la spada pesante, mentre ancora Giovanni era in piedi, e la testa cadde dal busto con un gran fiotto di sangue, che fece rossa la pelle caprina e di cera il volto magro in cui rimasero vivi, aperti, accusatori, gli occhi. Mi rotolò ai piedi… Io caddi insieme al corpo di lui, per debolezza di dolore… Dopo… dopo… Dopo che Erodiade l’ebbe sfregiato, fu gettatoli il capo ai cani. Ma noi lo raccogliemmo pronti ed in un velo prezioso lo legammo insieme al tronco, ricomponendo nella notte il corpo e trasportandolo fuori Macheronte. Lo imbalsamammo in un folto di acacie lì presso, al primo sole, con l’aiuto di altri discepoli… Ma ancora ci fu preso per altri sfregi. Perché ella non può distruggerlo e non può perdonarlo… E i suoi schiavi, temendo la morte, furono più feroci di sciacalli nel levarci quel capo. Se tu c’eri, Mannaem! …».
I discepoli
33«Se io c’ero… Ma è la sua maledizione quel capo… Nulla si leva alla gloria del Precursore, anche se incompleto è il corpo. Non è vero, Maestro?».
«È vero. Anche lo avessero distrutto i cani, non sarebbe mutata la gloria».
34«E non è mutata la parola, Maestro. I suoi occhi, benché sfregiati sotto una gran ferita, dicono ancora: “Non ti è lecito”. Ma noi lo abbiamo perduto!», dice Mattia.
«E ora siamo tuoi, perché così egli ha detto, dicendo anche che Tu sai già».
35«Sì. Da mesi siete miei. Come veniste?».
«A piedi, a tappe. Lungo, penoso cammino fra rovente di sabbie e di sole e ancor più rovente di dolore. Sono quasi venti giorni che camminiamo…».
«Ora riposerete».
36Mannaen chiede: «Dite: Erode non si stupì della mia assenza?».
«Sì. E fu inquieto prima e furente poi. Ma passato il furore disse: “Un giudice di meno”. Così ci riferì il coppiere amico».
37Gesù dice: «Un giudice di meno! Ha Dio per giudice e basta quello. Venite dove dormiamo. Siete stanchi e polverosi. Troverete vesti e sandali dei compagni vostri. Prendeteli, ristoratevi. Ciò che è di uno è di tutti. Tu, Mattia, che alto sei, puoi prendere una mia veste. Poi provvederemo. Entro sera, poiché è vigilia del sabato, verranno gli apostoli miei. Nella settimana prossima verrà Isacco coi discepoli e poi verranno Beniamino e Daniele; dopo i Tabernacoli, Elia, Giuseppe e Levi verranno pure. È tempo che ai dodici si uniscano altri. Andate ora al riposo».
La sofferenza del Messia
38Mannaen li accompagna e poi torna. 8Gesù resta con Mannaen. Si siede pensieroso, visibilmente triste, col capo reclinato sulla mano, il gomito puntato sul ginocchio a far da sostegno. Mannaen è seduto presso la tavola e non si muove. Ma è cupo. Il suo volto è una tempesta.
39Dopo molto Gesù alza il capo, lo guarda e chiede: «E tu? Che farai ora?».
40«Non lo so ancora… Lo scopo di rimanere a Macheronte è finito. Ma vorrei ancora rimanere presso la Corte per sapere… per proteggere Te, sapendo».
41«Ti converrebbe meglio seguirmi senza indugio. Ma non ti forzo. Verrai quando sarà disfatto, molecola a molecola, il vecchio Mannaen».
42«Vorrei anche levare quella testa a quella donna. Non è degna di averla…».
43Gesù ha un pallido accenno di sorriso e, schietto, dice: «E poi non sei ancora morto alle ricchezze umane. Ma mi sei caro ugualmente. So che non ti perdo, anche se attendo. Io so attendere…».
44«Maestro, io vorrei darti la mia generosità per consolarti… Perché Tu soffri. Lo vedo».
45«È vero. Io soffro. Molto! Molto! …».
46«Solo per Giovanni? Non credo. Tu lo sai in pace».
«Lo so in pace e non lo sento lontano».
47«E allora?».
«E allora!… Mannaen, l’alba cosa precede?».
48«Il giorno, Maestro. Perché lo chiedi?».
49«Perché la morte di Giovanni precede il giorno in cui sarò il Redentore. E la parte umana di Me freme di fronte a questa idea… Mannaen, Io vado sul monte. Resta tu a ricevere chi viene, a soccorrere quelli che già sono venuti. Resta fino al mio ritorno. Poi… farai ciò che vorrai. Addio».
50E Gesù esce dalla stanza. Scende piano la scaletta, traversa l’orto e, per la parte posteriore di esso, si imbuca in un sentieruolo fra orti scapigliati e frutteti di ulivi, meli, viti e fichi, e prende il pendio di un piccolo colle dove mi scompare alla vista.
5. Partenza alla volta di Tarichea con gli apostoli rientrati a Cafarnao[14].
Ritirarsi in disparte.
Ambiente
1È notte fatta quando Gesù torna a casa. Entra senza rumore nell’orto, si affaccia un attimo alla cucina buia. La vede vuota. Si affaccia alle due stanze dove sono le stuoie ed i letti. Vuote esse pure. Solo le vesti mutate, ammucchiate per terra, dicono che gli apostoli hanno fatto ritorno. La casa sembra disabitata tanto è silenziosa.
2Gesù, facendo meno rumore di un’ombra, sale la scaletta, candore nel candore della luna piena, e giunge sulla terrazza. La percorre. Pare uno spettro che si muova senza rumore. Un luminoso spettro. Nell’incandescenza bianca della luna pare affinarsi, alzarsi più ancora. Alza con la mano la tenda che è alla porta della stanza alta. Essa era rimasta calata da quando i discepoli di Giovanni vi erano entrati con Gesù. Dentro, seduti qua o là, a gruppi, o soli, sono gli apostoli coi discepoli di Giovanni e Mannaen, e, addormentato col capo sui ginocchi di Pietro, è Marziam. La luna si incarica di illuminare la stanza entrando coi suoi fiotti fosforici dalle finestre aperte. Nessuno parla. E nessuno, tolto il bambino seduto per terra su una stuoia, dorme.
Sofferenza degli apostoli
3Gesù entra piano e il primo che lo vede è Tommaso. «Oh! Maestro!», dice facendo un sobbalzo.
4Gli altri si scuotono tutti. Pietro, nel suo impeto, fa per alzarsi di scatto, ma si sovviene del bambino e lo fa dolcemente, adagiando il capo bruno di Marziam sul suo sedile, di modo che giunge da Gesù per ultimo, mentre il Maestro, con voce stanca di chi ha molto sofferto, risponde a Giovanni, Giacomo e Andrea che gli dicono il loro dolore: «Lo comprendo. Ma solo chi non crede ha da sentirsi desolato di una morte. Non noi che sappiamo e crediamo. Giovanni non ci è più separato. Lo era prima. Prima ci separava, anzi. O con Me, o con lui. Ora non più. Dove è lui Io sono. Presso a Me lui è.»
5Pietro insinua la sua testa brizzolata fra le teste giovanili e Gesù lo vede: «Anche tu hai pianto, Simone di Giona?»; e Pietro, con voce più rauca del solito: «Sì, Signore. Perché anche io ero stato di Giovanni… E poi… e poi… E pensare che il venerdì scorso io mi rammaricavo che la presenza dei farisei ci avesse ad amareggiare il sabato! Questo sì che è un sabato d’amarezza! Avevo portato il bambino… per avere un sabato anche più bello… Invece…».
6«Non ti accasciare, Simone di Giona. Giovanni non è perduto. Lo dico anche a te. E in cambio abbiamo tre discepoli ben formati. Dove è il bambino?».
«Là, Maestro. Dorme…».
7«Lascialo dormire», dice Gesù curvandosi sulla testolina bruna che dorme tranquilla. E poi chiede ancora: «Avete cenato?».
8«No, Maestro. Ti aspettavamo ed eravamo in pensiero, ormai, per il ritardo, non sapendo dove cercarti… e parendoci di avere perduto anche Te».
9«Abbiamo ancora tempo da stare insieme. Su, preparate la cena, perché dopo ce ne andremo altrove. Ho bisogno di isolarmi fra amici, e domani, qui stando, saremmo sempre circondati di persone».
10«E io ti giuro che non li sopporterei, specie quelle serpentesse delle anime farisee. E sarebbe un brutto fatto se sfuggisse loro anche un sorriso a nostro riguardo, nella sinagoga!».
11«Buono, Simone! … Ma Io ho calcolato anche questo. Perciò sono tornato a prendervi con Me».
12Alla luce delle lucernette accese ai due lati della tavola si vedono meglio le alterazioni dei visi. Solo Gesù è di una maestà solenne, e Marziam sorride nel sonno.
13«Il bambino ha mangiato prima», spiega Simone.
«È meglio lasciarlo dormire, allora», dice Gesù.
14E in mezzo ai suoi offre e distribuisce il parco cibo che viene mangiato senza volontà. E presto la cena è finita.
Esperienze di evangelizzazione (Lc 9,10; Mc 6,30)[15]
15«Ditemi ora che avete fatto…», incoraggia Gesù.
16«Io sono stato con Filippo nelle campagne di Betsaida e abbiamo evangelizzato e curato un bambino malato», dice Pietro.
«Veramente è stato Simone che lo ha guarito», dice Filippo che non vuole prendersi una gloria non sua.
«Oh! Signore! Non so come ho fatto. Ho pregato molto, con tutto il cuore, perché mi faceva pietà il malatino. Poi l’ho unto con l’olio e l’ho soffregato con le mie mani rozze… ed è guarito. Quando l’ho visto colorirsi in viso e aprire gli occhi, rivivere insomma, ho avuto quasi paura».
Gesù gli posa la mano sul capo senza parlare.
17«Giovanni ha stupito molto per aver cacciato un demonio. Ma a parlare è toccato a me», dice Tommaso.
18«Anche tuo fratello Giuda lo ha fatto», dice Matteo.
19«Allora anche Andrea», dice Giacomo d’Alfeo.
20«Invece Simone lo Zelote ha guarito un lebbroso. Oh! Non ha avuto paura di toccarlo! E mi ha detto poi: “Ma non temere. A noi non si apprende nessun male fisico per volontà di Dio”», dice Bartolomeo.
21«Hai detto bene, Simone. E voi due?», chiede Gesù a Giacomo di Zebedeo e all’Iscariota, che stanno un poco lontani, il primo parlando con i tre discepoli di Giovanni, il secondo solo e immusonito.
22«Oh! Io non ho fatto nulla», dice Giacomo. «Ma Giuda ha fatto tre miracoli potenti: un cieco, un paralitico, un indemoniato. A me pareva un lunatico. Ma la gente diceva così…».
23«E te ne stai con quel viso se Dio ti ha tanto aiutato?», chiede Pietro.
24«So essere umile anche io», risponde l’Iscariota.
25«E poi siamo stati ospitati da un fariseo. Io mi ci trovavo a disagio. Ma Giuda sa fare meglio e lo ha proprio ammansito. Il primo giorno era sostenuto, ma poi… Vero, Giuda?».
Giuda assente senza parlare.
Ritirarsi in disparte (Mc 6,31).[16].
26«Molto bene. E farete sempre meglio. La prossima settimana staremo insieme. Intanto… Simone, vai a preparare la barca. Anche tu, Giacomo».
«Per tutti, Maestro? Non vi staremo».
«Non puoi averne un’altra?».
«Chiedendola a mio cognato, sì. Vado».
27«Va’. E, appena fatto, torna. E non dare molte spiegazioni».
I quattro pescatori partono. Gli altri scendono a prendere sacchi e mantelli. 4Resta Mannaen con Gesù. Il bambino continua a dormire.
28«Maestro, vai lontano?».
«Non so ancora… Essi sono stanchi e addolorati. Io pure. Conto andare a Tarichea, nelle campagne, per isolarci in pace…».
29«Io ho il cavallo, Maestro. Ma, se permetti, vengo seguendo il lago. Vi starai molto?»
«Forse tutta la settimana e non oltre».
30«Allora verrò. Maestro, benedicimi in questo primo commiato. E levami un peso dal cuore».
31«Quale, Mannaen?».
«Ho il rimorso di avere lasciato Giovanni. Forse se c’ero…».
32«No. Era la sua ora. Ed egli certo è stato contento di vederti venire a Me. Non avere questo peso. Cerca anzi di liberarti presto e bene dall’unico peso che hai: il gusto di essere uomo. Divieni spirito, Mannaen. La mia pace sia con te. Presto ci rivedremo in Giudea».
33Mannaen si inginocchia e Gesù lo benedice. Poi lo alza e lo bacia. Rientrano gli altri e si salutano fra di loro, sia gli apostoli che i discepoli di Giovanni. Vengono per ultimi i pescatori.
«È fatto, Maestro. Possiamo andare».
34«Va bene. Salutate Mannaen che resta qui fino al tramonto di domani. Raccogliete le cibarie, prendete l’acqua e andiamo. Fate poco rumore».
Pietro si curva per svegliare Marziam.
35«No, lascia. Potrebbe piangere. Lo prendo in braccio Io», dice Gesù, e dolcemente solleva il bambino che mugola un poco ma poi si accomoda istintivamente fra le braccia di Gesù.
Partenza per un luogo solitario (Mt 14,13; Mc 6,32; Gv 6,1; Lc 9,10)[17]
36Spengono le lampade. Escono. Chiudono la porta. Scendono. Sulla soglia dell’orto salutano nuovamente Mannaen e poi, in fila, per la via piena di luna vanno al lago: un enorme specchio d’argento sotto la luna allo zenit. Tre gocce rosse sullo specchio quieto sembrano i tre fanaletti delle prore già immersi nell’acqua. Salgono distribuendosi per le barche, ultimi salgono i pescatori: Pietro e un garzone dove è Gesù, Giovannei e Andrea nell’altra, Giacomo e un garzone nella terza.
37«Dove, Maestro?», chiede Pietro.
«A Tarichea. Dove sbarcammo dopo il miracolo dei geraseni. Ora non ci sarà pantano. E vi sarà quiete».
38Pietro prende il largo e gli altri, con le barche, dietro, una scia nell’altra. Nessuno parla. Soltanto quando sono al largo e Cafarnao svanisce nel chiarore di luna che uniforma tutto col suo pulviscolo d’argento, Pietro, quasi parlasse alla barra del timone, dice: «E ci ho gusto. Domani ci cercheranno, vecchia mia, e grazie a te non ci troveranno».
39«A chi parli, Simone?», chiede Bartolomeo.
«Alla barca. Non sai che per i pescatori è come una sposa? Quanto ho parlato con lei! Più che con Porfirea. Maestro! … È ben coperto il bambino? C’è guazza sul lago di notte…».
40«Sì. Senti, Simone. Vieni qui. Ti devo parlare…».
Pietro affida la barra del timone al mozzo e viene da Gesù.
41«Ho detto Tarichea. Ma basterà esserci dopo il sabato per salutare di nuovo Mannaen. Non potresti trovare un luogo lì vicino dove stare in pace?».
42«Oh! Maestro! In pace noi o anche le barche? Per quelle ci vuole Tarichea oppure i porti dell’altra sponda. Ma se è per noi, basta che Tu ti inselvi al di là del Giordano, che solo le bestie ti scoveranno… e forse qualche pescatore che sorveglia le tese dei pesci. Potremmo lasciare le barche a Tarichea. Vi giungeremo all’alba e noi fileremo svelti oltre il guado. Si passa bene di questi tempi».
«Va bene. Faremo così…».
43«Fa schifo anche a Te il mondo, eh! Preferisci i pesci e le zanzare, eh? Hai ragione».
44«Non ho schifo. Non bisogna averlo. Ma voglio evitare che voi facciate degli scandali e voglio consolarmi in voi in queste ore del sabato».
45«Maestro mio! …». Pietro lo bacia sulla fronte e se ne va asciugandosi un lacrimone, che vuole proprio rotolare fuori e scendere verso la barba.
46Torna al suo timone e punta a sud, fermamente, mentre la luce lunare decresce nel tramonto del pianeta che si abbassa oltre un colle, levando il suo faccione dalla vista degli uomini, ma lasciando ancora il cielo bianco della sua luce, e d’argento il lago nella spiaggia di oriente. Il resto è indaco cupo che appena si distingue al lume del fanale di prora.
6. Rincarnazione e vita eterna nel dialogo con uno scriba[18].
La rincarnazione è un errore.
Preceduti dalla folla (Mt 14,13-14; Mc 6,33-34; Lc 9,11).[19]
1Quando Gesù mette piede sulla riva destra del Giordano, a un buon miglio, forse più, dalla penisoletta di Tarichea, là dove non vi è che campagna bella verde – perché il terreno, ora asciutto, ma umido nel profondo, mantiene vive le piante anche più esili – trova molta gente ad attenderlo.
2Gli vengono incontro i cugini con Simone Zelote: «Maestro, le barche ci hanno indicato… Forse anche Mannaen è stato un indice…».
3«Maestro», si scusa Mannaen, «io sono partito di notte per non essere visto e non ho parlato con nessuno. Credilo. Mi hanno chiesto in molti dove eri. Ma io a tutti ho detto solo: “È partito”. Ma credo che il male lo abbia fatto un pescatore dicendo che ti aveva dato la barca…».
«Quell’imbecille di mio cognato!», tuona Pietro.
4«E glielo avevo detto di non parlare! E gli avevo detto che andavamo a Betsaida! E gli avevo detto che se parlava gli strappavo la barba! E lo farò! Oh, se lo farò! E ora? Addio pace, isolamento, riposo!».
5«Buono, buono, Simone. Noi abbiamo già avuto le nostre giornate di pace. E, del resto, parte dello scopo che perseguivo l’ho avuto: ammaestrarvi, consolarvi e calmarvi per impedire offese e urti fra voi e i farisei di Cafarnao. Ora andiamo da questi che ci attendono. A premiare la loro fede e il loro amore. Anche questo amore, non è cosa che solleva? Noi soffriamo di quello che è odio. Qui è amore. Perciò godimento».
6Pietro si calma come un vento che cade di colpo. E Gesù va verso la folla dei malati, che lo attendono con il desiderio inciso sul volto, e li guarisce uno dopo l’altro, benevolo, paziente anche verso uno scriba che gli presenta il figlioletto ammalato.
Prese a insegnare loro molte cose(Mc 6,34; Lc 9,11)[20]
7È questo scriba che gli dice: «Lo vedi? Tu fuggi. Ma inutile è farlo. Odio e amore sono sagaci nel trovare. Qui l’amore ti ha trovato come è detto nel Cantico. Ormai per troppi Tu sei come lo Sposo dei Cantici. E si viene a Te come la Sulamite va allo sposo, sfidando le guardie di ronda e le quadriglie di Aminadab».
8«Perché dici questo? Perché?».
«Perché è vero. Venire è pericolo perché sei odiato. Non lo sai che ti posteggia Roma e ti odia il Tempio?».
9«Perché mi tenti, uomo? Tu metti l’insidia nelle tue parole per portare al Tempio e a Roma le mie risposte. Non con insidia Io ho curato tuo figlio…».
10Lo scriba, sotto al dolce rimprovero, china il capo confuso e confessa: «Vedo che realmente Tu vedi i cuori degli uomini. Perdona. Io vedo che realmente Tu sei santo. Perdona. Ero venuto, sì, fermentando in me il lievito che altri vi aveva messo…».
11«E che aveva trovato in te il calore adatto per fermentare».
«Sì. È vero… Ma ora ne parto senza lievito. Ossia con un lievito nuovo».
12«Lo so. E non ho rancore. Molti sono in colpa per propria volontà, molti per volontà altrui. Diversa sarà la misura con cui saranno giudicati dal giusto Iddio. Tu, scriba, sii giusto e non corrompere in avvenire come fosti corrotto. Quando le pressioni del mondo ti premeranno, guarda la grazia vivente che è tuo figlio, salvato da morte, e sii riconoscente a Dio».
«A Te».
13«A Dio. A Lui ogni onore e lode. Io sono il suo Messia e sono il primo a lodarlo e a glorificarlo. Il primo ad ubbidirlo. Perché l’uomo non si avvilisce onorando e servendo Dio in verità, ma si degrada servendo il peccato».
14«Bene dici. Sempre così parli? Per tutti?».
«Per tutti. Parlassi ad Anna o a Gamaliele, o parlassi al mendico lebbroso su una carraia, le parole sono le stesse perché la Verità è una».
15«Parla, allora, perché tutti siamo qui, mendichi di una tua parola o di una tua grazia».
16«Parlerò. Acciò non si dica che ho preconcetti verso chi è onesto nelle sue convinzioni».
17«Sono morte quelle che avevo. Ma è vero. Ero onesto in esse. Credevo servire Dio combattendo Te».
18«Sei sincero. E per questo meriti di comprendere Dio che non è mai menzogna. Ma le tue convinzioni non sono ancora morte. Io te lo dico. Sono come gramigne bruciate. Alla superficie sembrano morte e in verità hanno avuto un duro assalto che le ha sfinite. Ma le radici sono vive. Ma il terreno le nutre. Ma le rugiade le invitano a gettare nuovi rizomi, e questi nuove foglie. Bisogna sorvegliare perché ciò non avvenga, o sarai di nuovo invaso dalle gramigne. Israele è duro a morire!».
La reincarnazione è un errore
19«Deve dunque morire Israele? E pianta malvagia?».
«Deve morire per risorgere».
20«Una rincarnazione spirituale?».
21«Una evoluzione spirituale. Non ci sono rincarnazioni in nessun genere».
«C’è chi vi crede».
«Sono in errore».
«L’ellenismo ha messo anche in noi queste credenze. E i dotti se ne pascono e gloriano come di un cibo nobilissimo».
22«Contraddizione assurda in quelli che gridano l’anatema per la trascuranza di uno dei sei centotredici precetti minori».
«È vero. Ma… così è. Piace imitare ciò che pur si odia».
23«Allora imitate Me, posto che mi odiate. E meglio per voi sarà».
Lo scriba deve sorridere argutamente, per forza, per questa uscita di Gesù. La gente sta a bocca aperta ad ascoltare, e i lontani si fanno ripetere dai vicini le parole dei due.
24«Ma Tu, in confidenza, che credi della rincarnazione?».
«Che è errore. L’ho detto».
«Vi è chi sostiene che i vivi si generano dai morti e i morti dai vivi, perché ciò che è non si distrugge».
25«Ciò che eterno è non si distrugge, infatti. Ma dimmi. Secondo te, il Creatore ha limiti a Sé stesso?».
«No, Maestro. Pensarlo sarebbe menomazione».
26«Tu lo hai detto. E può allora pensarsi che Egli permetta che uno spirito rincarni perché più che tanti spiriti non ce ne possono essere?».
«Non si dovrebbe pensare. Eppure vi è chi lo pensa».
27«E, ciò che è peggio, lo pensa Israele. Questo pensiero di una immortalità dello spirito – che è già grande, anche se unito all’errore di una valutazione ingiusta di come avvenga questa immortalità, in un pagano, dovrebbe essere perfetto in un Israelita. Invece, in chi lo ammette nei termini della tesi pagana, diviene pensiero ridotto, abbassato, colpevole. Non gloria del pensiero, che mostra di essere degno di ammirazione per avere rasentato da solo la Verità e che perciò testimonia della natura composita dell’uomo, come lo è nel pagano, per questa sua intuizione di una perenne vita della cosa misteriosa che ha nome anima e che ci distingue dai bruti. Ma menomazione del pensiero che, conoscendo la divina Sapienza e il Dio vero, materialista diventa anche in cosa così altamente spirituale.
La “Vita” e la vita eterna
28Lo spirito non trasmigra che dal Creatore all’essere e dall’essere al Creatore, al quale si presenta dopo la vita per avere giudizio di vita o di morte. Questa è verità. E là dove è mandato, là resta. In eterno».
«Non ammetti il Purgatorio?».
«Sì. Perché lo chiedi?».
«Perché dici “dove è mandato resta”. Il Purgatorio è temporaneo».
29«Appunto lo assorbo nel mio pensiero alla Vita eterna. Il Purgatorio è già “vita”. Tramortita, legata, ma vitale sempre. Finita la temporanea sosta nel Purgatorio[21], lo spirito conquista la perfetta Vita, la raggiunge più senza limiti e legami. Due saranno le cose che resteranno: il Cielo, l’Abisso; il Paradiso, l’Inferno. Due le categorie: i beati, i dannati. Ma da quei tre regni che ora sono, nessuno spirito tornerà mai a vestire carne. E ciò fino alla risurrezione finale, che chiuderà per sempre l’incarnazione degli spiriti nelle carni, dell’immortale nel mortale».
«Dell’eterno no?».
30«Eterno è Dio. L’eternità è non avere un principio e una fine. E ciò è Dio. L’immortalità è continuare a vivere da quando si è iniziato a vivere. E ciò è per lo spirito dell’uomo. Ecco la differenza».
«Tu dici “vita eterna”».
31«Sì. Da quando uno è creato alla vita, può, per lo spirito, per la grazia e per la volontà, conseguire la vita eterna. Non l’eternità. Vita presuppone inizio. Non si dice “vita di Dio”, perché Dio non ha avuto principio».
«E Tu?».
32«Io vivrò perché anche carne sono, e allo spirito divino ho unito l’anima del Cristo in carne d’uomo».
33«Dio è detto “il Vivente”».
34«Infatti non conosce morte. Egli è Vita. L’inesauribile Vita. Non vita di Dio. Ma Vita. Solo questo. Sono sfumature, o scriba. Ma è nelle sfumature che si ammanta Sapienza e Verità».
Cattiva volontà degli scribi e dei farisei.
35«Parli così ai gentili?».
«Non così. Non capirebbero. Mostro loro il Sole. Ma così come lo mostrerei ad un bambino fino allora cieco e stolto, e miracolosamente tornato a vista e intelligenza. Così: come astro. Senza addentrarmi a spiegarne la composizione. Ma voi di Israele non siete né ciechi né stolti. Da secoli il dito di Dio vi ha aperto gli occhi e snebbiato la mente…».
36«È vero, Maestro. Eppure siamo ciechi e stolti».
«Vi siete fatti tali. E non volete il miracolo di chi vi ama».
«Maestro…».
«È verità, scriba».
37Costui china la testa e tace. Gesù lo lascia andando oltre e, nel passare, carezza Marziam e il figlioletto dello scriba che si sono messi a giocare con dei sassolini multicolori.
38Più che una predicazione, la sua è una conversazione con questo o quel gruppo. Ma è una continua predicazione, perché risolve ogni dubbio, chiarisce ogni pensiero, riassume o dilata cose già dette o concetti ritenuti in parte da qualcuno. E le ore passano così…
7. La prima moltiplicazione dei pani[22].
Esperienze di fede.
“Date loro da mangiare” (Mt 14,16; Mc 6,35- 37; Lc 9,12)[23]
1Il luogo è sempre quello. Soltanto il sole non viene più da oriente, filtrando fra la boscaglia che costeggia il Giordano in questo luogo selvaggio presso lo sbocco delle acque del lago nel letto del fiume, ma viene, ugualmente obliquo, da ponente, mentre cala in una gloria di rosso, sciabolando il cielo coi suoi ultimi raggi. E sotto questo fogliame denso già la luce molto temperata, tendente alle tinte pacate della sera. Gli uccelli, inebriati dal sole avuto per tutto il giorno, dal cibo abbondante carpito alle limitrofe campagne, si danno ad un baccanale di trilli e canti, sulle vette delle piante. La sera cala con le pompe finali del giorno.
2Gli apostoli lo fanno notare a Gesù, che sempre ammaestra a seconda degli argomenti a Lui esposti. «Maestro, la sera si avvicina. Il luogo è deserto, lontano da case e paesi, ombroso e umido. Fra poco qui non sarà più possibile vederci, né camminare. La luna alza tardi. Licenzia il popolo affinché vada a Tarichea o ai villaggi del Giordano a comprarsi cibo e cercare alloggio».
3«Non occorre che se ne vadano. Date loro da mangiare. Possono dormire qui come dormirono attendendomi».
5 pani d’orzo e 2 pesci (Mt 14,17-18; Mc 6,38; Gv 6,8-9)[24].
4«Non ci sono rimasti che cinque pani e due pesci, Maestro, lo sai».
«Portatemeli».
5«Andrea, va’ a cercare il bambino. È lui di guardia alla borsa. Poco fa era col figlio dello scriba e due altri, intento a farsi coroncine di fiori giocando ai re».
6Andrea va sollecito. E anche Giovanni e Filippo si danno a cercare Marziam fra la folla che sempre si sposta. Lo trovano quasi contemporaneamente, con la sua borsa dei viveri a tracolla, un grande tralcio di vitalba girato intorno alla testa e una cintura di vitalba dalla quale pende a far da spada un nocchio: l’elsa è il nocchio vero e proprio, la lama il gambo a canna dello stesso. Con lui sono altri sette, ugualmente bardati, e fanno corteggio al figlio dello scriba, un esilissimo fanciullo dall’occhio molto serio di chi ha tanto sofferto, che più infiorato degli altri fa da re.
«Vieni, Maziam. Il Maestro ti vuole!».
7Marziam lascia in asso gli amici e va lesto senza neppure levarsi le sue… insegne floreali. Ma lo seguono anche gli altri e presto Gesù è circondato da una coroncina di fanciulli inghirlandati di fiori. Egli li carezza, mentre Filippo leva dalla borsa un fagotto con del pane, nel centro del quale sono avvolti due grossi pesci: due chili di pesce, poco più. Insufficienti anche ai diciassette, anzi diciotto con Mannaen, della comitiva di Gesù. 3Portano questi cibi al Maestro.
8«Va bene. Ora portatemi dei cesti. Diciassette, quanti voi siete. Marziam darà il cibo ai bambini…». Gesù guarda fisso lo scriba, che gli è sempre stato vicino, e chiede: «Vuoi dare anche te il cibo agli affamati?».
«Mi piacerebbe. Ma ne sono privo io pure».
«Dai del mio. Te lo concedo».
9«Ma… intendi sfamare un cinquemila uomini, oltre donne e i bambini, con quei due pesci e quei cinque pani?».
«Senza dubbio. Non essere incredulo. Chi crede vedrà compiersi il miracolo».
10«Oh! Allora voglio proprio distribuire il cibo anche io!».
«Fatti dare allora una cesta tu pure».
11Tornano gli apostoli con ceste e cestelli larghi e bassi, oppure fondi e stretti. E torna lo scriba con un paniere piuttosto piccolo. Si capisce che la sua fede o la sua incredulità gli hanno fatto scegliere quello come il massimo.
12«Va bene. Mettete tutto qui davanti. E fate sedere le turbe con ordine, a linee regolari per quanto si può».
13E, mentre ciò avviene, Gesù alza il pane con sopra i pesci, li offre, prega e benedice. Lo scriba non lo abbandona un istante con l’occhio. Poi Gesù spezza i cinque pani in diciotto parti e spezza i due pesci in diciotto parti, e mette il pezzo di pesce – un pezzettino ben meschino – in ogni cesta, e fa a bocconi i diciotto pezzi di pane: ogni pezzo in molti bocconi. Molti relativamente: una ventina, non di più. Ogni pezzo spezzettato, in un cesto, col pesce.
Il cibo di Dio (Mt 14,19; Mc 6,39-42; Lc 9,14-17; Gv 6,10-11)-[25].
14«E ora prendete e date a sazietà. Andate. 4Vai, Marziam, a darlo ai tuoi compagni».
«Uh! Come è peso!», dice Marziam alzando il suo cesto e andando subito dai suoi piccoli amici, camminando come chi porta un peso.
15Gli apostoli, i discepoli, Mannaen, lo scriba, lo guardano andare, incerti… Poi prendono i cesti e, scuotendo il capo, dicono l’un coll’altro: «Il bambino scherza! Non pesano più di prima». E lo scriba guarda anche dentro e vi mette la mano a frugare nel fondo, perché ormai non c’è più molta luce, lì nel folto dove Gesù è, mentre più là, nella radura, vi è ancora una buona luce. Ma però, nonostante la constatazione, vanno verso la gente e iniziano a distribuire. E danno, danno, danno. E ogni tanto si volgono stupiti, sempre più lontani, verso Gesù che a braccia conserte, addossato ad un albero, sorride finemente del loro stupore.
16La distribuzione è lunga e abbondante… e l’unico che non mostra stupore e Marziam, che ride felice di empire di pane e pesce il grembo di tanti bambini poverelli. È anche il primo a tornare da Gesù dicendo: «Ho dato tanto, tanto, tanto! … perché io so cosa è la fame…», e alza il visetto non più macilento, che nel ricordo però impallidisce sbarrando gli occhi… Ma Gesù lo carezza e il sorriso torna luminoso su quel volto fanciullo che, fidente, si appoggia contro Gesù, suo Maestro e Protettore.
17Pian piano tornano gli apostoli e i discepoli, ammutoliti dallo stupore. Ultimo lo scriba che non dice nulla. Ma fa un atto che è più di un discorso. Si inginocchia e bacia l’orlo della veste di Gesù.
18«Prendete la vostra parte e datemene un poco. Mangiamo il cibo di Dio».
19Mangiano infatti pane e pesce, ognuno secondo il bisogno…
Esperienze di fede.
20Intanto la gente satolla si scambia le sue impressioni. Anche chi è intorno a Gesù osa parlare osservando Marziam che, finendo il suo pesce, scherza con altri fanciulli.
21«Maestro», chiede lo scriba, «perché il bambino ha sentito subito il peso e noi no? Io ho anche frugato dentro. Erano sempre quei pochi bocconi di pane e quell’unico di pesce. Ho cominciato a sentire il peso andando verso la folla. Ma, se avesse pesato per quanto ne ho dato, ci sarebbe voluto una coppia di muli a portarlo, non già il cesto ma un carro, pieno, stivato di cibo. In principio andavo parco… poi mi sono messo a dare, dare, e per non essere ingiusto sono ripassato dai primi dando di nuovo, perché ai primi avevo dato poco. Eppure è bastato».
22«Io pure ho sentito farsi pesante il cesto mentre mi avviavo, ed ho dato subito molto perché ho capito che avevi fatto miracolo», dice Giovanni.
23«Io invece mi sono fermato e mi sono seduto per rovesciare in grembo il peso e vedere… E ho visto pani e pani. Allora sono andato», dice Mannaen.
24«Io li ho anche contati, perché non volevo fare brutte figure. Erano cinquanta piccoli pani. Ho detto: “Li darò a cinquanta persone e poi tornerò indietro”. E ho contato. Ma arrivato a cinquanta il peso era uguale ancora. Ho guardato dentro. Erano ancora tanti. Sono andato avanti e ne ho dati a centinaia. Ma non diminuivano mai», dice Bartolomeo.
25«Io, lo confesso, non credevo e ho preso in mano i bocconi di pane e quel briciolo di pesce, e li guardavo dicendo: “E a chi servono? Gesù ha voluto scherzare! …” e li guardavo, li guardavo stando nascosto dietro un albero, sperando e disperando di vederli crescere. Ma rimanevano sempre gli stessi. Stavo per tornare indietro quando è passato Matteo dicendo: “Hai visto come sono belli?”. “Cosa?” ho detto. “Ma i pani e i pesci! …”. “Sei matto? Io vedo sempre pezzi di pane”. “Va’ a distribuirli con fede e vedrai”. Ho gettato dentro nel cestone quei pochi bocconi e sono andato con riluttanza… E poi… Perdonami, Gesù, perché sono un peccatore!», dice Tommaso.
26«No. Sei uno spirito del mondo. Ragioni da mondo».
27«Anche io, Signore, allora. Tanto che pensavo dare una moneta insieme al pane pensando: “Mangeranno altrove”», dice l’Iscariota. «Speravo aiutarti a fare una figura migliore. Che sono io, dunque? Come Tommaso o più ancora?».
28«Molto più di Tommaso tu sei “mondo”».
«Ma pure ho pensato di fare elemosina per essere Cielo! Erano denari miei privati…».
«Elemosina a te stesso, al tuo orgoglio. Ed elemosina a Dio. Quest’ultimo non ne ha bisogno, e l’elemosina al tuo orgoglio è colpa, non merito».
Giuda china il capo e tace.
28«Io invece pensavo che quel boccone di pesce, che quei bocconi di pane li avrei dovuti sbriciolare per farli bastare. Ma non dubitavo che sarebbero stati sufficienti, né per numero né per nutrimento. Una goccia d’acqua data da Te può essere più nutriente di un banchetto», dice Simone Zelote.
29«E voi che pensavate?», chiede Pietro ai cugini di Gesù.
30«Noi ricordavamo Cana… e non dubitavamo», dice serio Giuda.
31«E tu, Giacomo, fratello mio, questo solo pensavi?».
32«No. Pensavo fosse un sacramento, come Tu hai detto a me… È così o sbaglio?».
33Gesù sorride: «È e non è. Alla verità della potenza del nutrimento in una goccia d’acqua, detta da Simone, va unito il tuo pensiero per una figura lontana. Ma ancora non è un sacramento».
Nulla vada perduto (Mt 14,20-21; Mc 6,43-44; Lc 9,17; Gv 6,12-13)[26].
34Lo scriba conserva una crosta fra le dita.
«Che ne fai?».
«Un… ricordo».
35«La tengo anche io. La metterò al collo di Marziam in una piccola borsa», dice Pietro.
36«Io la porterò alla madre nostra», dice Giovanni.
37«E noi? Abbiamo mangiato tutto…», dicono mortificati gli altri.
38«Alzatevi. Girate di nuovo coi cesti, raccogliete gli avanzi, separate fra la gente i più poveri e portatemeli qui insieme ai cesti, e poi andate tutti, voi discepoli miei, alle barche, e prendete il largo andando alla pianura di Genezaret. Io congederò la gente dopo aver beneficato i più poveri e poi vi raggiungerò».
39Gli apostoli ubbidiscono… e tornano con dodici panieri colmi di avanzi e seguiti da una trentina di mendicanti o persone molto misere.
«Va bene. Andate pure».
Gesù si accomiata (Mt 14,22-23; Mc 6,45-46; Gv 6,16-17).[27].
40Gli apostoli e quelli di Giovanni salutano Mannaen e se ne vanno con un poco di riluttanza a lasciare Gesù. Ma ubbidiscono. Mannaen attende a lasciare Gesù quando la folla, alle ultime luci del giorno, o si avvia ai villaggi o si cerca un posto per dormire fra gli alti e asciutti falaschi. Poi si accomiata. Prima di lui se ne è andato lo scriba, uno dei primi, anzi, perché, insieme al figlioletto, si è avviato in coda agli apostoli.
41Partiti tutti, oppure caduti nel sonno, Gesù si alza, benedice i dormenti e a passo lento si porta verso il lago, verso la penisoletta di Tarichea, sopraelevata di qualche metro sul lago come fosse un frastaglio di colle spinto nel lago. E, raggiunto che ne ha le basi, senza entrare in città, ma costeggiandola, sale il ponticello e si mette su uno scrimolo, in preghiera davanti all’azzurro e al candore della notte serena e lunare[28].
All’ultima festa dei Tabernacoli[29].
15Appoggiato ad un archivolto, insieme ad altri, è Mannaen, e come vede Gesù alza le braccia con una esclamazione di gioia: «Giornata gioconda è questa poiché io ti trovo!», e viene verso Gesù, seguito da chi è con lui. Lo venera sotto l’ombroso archivolto che fa rimbombare le voci come sotto una cupola.
16Proprio mentre lo venera, passano rasente al gruppo apostolico i cugini Simone e Giuseppe con altri nazareni…
19Continua a parlare con Mannaen che gli dice: «Questi che con me sono, sono discepoli di Giovanni. Vogliono come me essere tuoi».
20«La pace sia ai buoni discepoli. Là avanti sono Mattia, Giovanni e Simeone, con Me per sempre. Accolgo voi come accolsi loro, perché caro mi è tutto ciò che a Me viene dal santo Precursore».
8. Mannaen riferisce su Erode Antipa e da Cafarnao va con Gesù a Nazareth. Svelate le trasfigurazioni della Vergine[30].
La reggia di Erode Antipa.
Fra una rete di tenerezza.
1Quando pongono piede sulla spiaggetta di Cafarnao, sono accolti dal gridio dei bambini che emulano le rondini indaffarate alla costruzione dei nidi novelli, tanto scorrono veloci, garrendo con le loro vocette, dalla spiaggia alle case, ilari della semplice gioia dei fanciulli, per i quali è spettacolo meraviglioso e magico oggetto un pesciolino trovato morto sulla riva, o un sassetto che l’onda ha levigato e che, per il suo colore, sembra una pietra preziosa, o il fiore scoperto fra due sassi, o lo scarabeo cangiante catturato a volo. Tutti prodigi da far vedere alle mamme, perché prendano parte alla gioia del loro figliolino.
2Ma ora queste rondinelle umane hanno visto Gesù e tutti i loro voli convergono verso di Lui, che sta per porre piede sulla spiaggetta. Ed è una tepida valanga viva di carni fanciulle, è una catena soave di manine tenerelle, è un amore di cuori infantili quello che si abbatte su Gesù, che ne è stretto, legato, riscaldato come da un dolce fuoco.
3«Io! Io!».
«Un bacio!».
«A me!».
«Anche io!».
«Gesù! Ti voglio bene!».
«Non andare più via per tanto!».
«Venivo tutti i giorni qui a vedere se venivi».
«Io andavo alla tua casa».
«Tieni questo fiore, era per la mamma, ma te lo do».
«Ancora un bacio a me, bello forte. Quello di prima non mi ha toccato perché Giaele mi ha spinto indietro…».
4E le vocette continuano mentre Gesù tenta camminare fra quella rete di tenerezze.
5«Ma lasciatelo un poco stare! Via! Basta!», gridano discepoli e apostoli cercando di allentare la stretta. Ma sì! Sembrano liane munite di ventose! Di qui vengono staccate, di là si appiccicano.
Mannaen.
6«Lasciate! Lasciate fare! Con pazienza arriveremo», dice sorridendo Gesù, e fa passi inverosimilmente piccoli per potere procedere senza calpestare piedini nudi. Ma quello che lo libera dall’amorosa stretta è il sopraggiungere di Mannaen con altri discepoli, fra i quali i pastori che erano in Giudea.
7«La pace a Te, Maestro!», tuona l’imponente Mannaen nel suo splendido abito, senza più ori alla fronte e alle dita, ma con una magnifica spada al fianco che suscita l’ammirazione venerabonda dei bambini, i quali, davanti a questo magnifico cavaliere vestito di porpora e con una così stupenda arma al fianco, si scansano intimoriti. E così Gesù può abbracciarlo e abbracciare Elia, Levi, Mattia, Giuseppe, Giovanni, Simeone e non so quant’altri.
8«Come mai sei qui? E come hai saputo che ero sbarcato?».
«Saputo, lo si è saputo dai gridi dei bambini. Hanno trapassato i muri come frecce di gioia. Ma qui sono venuto pensando che è prossimo il tuo viaggio in Giudea e che certo vi prenderanno parte le donne… Ho voluto esserci anche io… Per proteggerti, Signore, se non è troppa superbia il pensarlo. Vi è molta effervescenza in Israele contro di Te. Dolorosa cosa a dirsi. Ma Tu non la ignori».
Parlando così, raggiungono la casa e vi entrano.
Questa è la reggia!
9Mannaen continua il suo discorso dopo che il padrone di casa e la moglie hanno venerato il Maestro.
10«Ormai l’effervescenza e l’interessamento su di Te ha pervaso ogni luogo, scuotendo e richiamando l’attenzione anche dei più ottusi e distratti da cose molto diverse da ciò che Tu sei. Le notizie di ciò che Tu operi sono penetrate persino dentro alle sozze muraglie di Macheronte o nei lussuriosi rifugi di Erode, siano essi il palazzo di Tiberiade o i castelli di Erodiade o la splendida reggia degli Asmonei presso il Sisto. Superano come ondate di luce e di potenza le barriere di tenebre e di bassezza, abbattono i cumuli del peccato messi a fare da trincea e da riparo ai sozzi amori della Corte e ai truci delitti, saettano come strali di fuoco scrivendo parole ben più gravi di quelle del convito di Baldassarre[31] sulle licenziose pareti delle alcove e delle sale del trono e dei banchetti. Urlano il tuo Nome e la tua potenza, la tua natura e la tua missione. E Erode ne trema di paura; ed Erodiade si convelle nei letti, paurosa che Tu sia il Re vendicatore che le leverà ricchezze e immunità, se pur non anche la vita, gettandola in balia delle turbe che faranno vendetta dei suoi molti delitti. Si trema a Corte. E per Te. Si trema di paura umana e di paura sovrumana. Da quando la testa di Giovanni è caduta mozzata, sembra che un fuoco arda le viscere dei suoi uccisori. Non hanno più neppure la loro misera pace di prima, pace da porci sazi di crapule, che trovano silenzio ai rimproveri della coscienza nell’ubriachezza o nella copula. Non c’è più nulla che li pacifichi… Sono perseguitati… E si odiano dopo ogni ora di amore, sazi l’uno dell’altra, incolpandosi l’un l’altro di aver commesso il delitto che turba, che ha passato la misura; mentre Salome, come presa da un demonio, è scossa da un erotismo che degraderebbe una schiava delle macine. La Reggia è fetente più di una cloaca.
11Erode mi ha interrogato più volte su Te. Ed io ogni volta ho risposto: “Per me è il Messia, il Re d’Israele dell’unica stirpe regale, quella di Davide. É il Figlio dell’uomo detto dai Profeti, è il Verbo di Dio, Colui che, per essere il Cristo, l’Unto di Dio, ha il diritto di regnare su ogni vivente”. Ed Erode sbianca di paura sentendo in Te il Vendicatore. E respinge la paura, l’urlo della coscienza che il rimorso sbrana, dicendo – poiché i cortigiani per confortarlo dicono che Tu sei Giovanni falsamente creduto morto, e con ciò lo fanno basire più che mai di orrore, oppure Elia, o qualche altro profeta dei tempi passati – dicendo: “No, non può essere Giovanni! Quello io l’ho fatto decapitare, e la sua testa l’ha Erodiade in sicura custodia. E non può essere uno dei profeti. Non si rivive, una volta morti. Ma non può essere neppure il Cristo. Chi lo dice? Chi lo dice che lo è? Chi osa dirmi che Egli è il Re dell’unica stirpe regale? Io sono il Re! Io! E non altri. Il Messia è stato ucciso da Erode il Grande: in un mare di sangue è stato affogato, appena nato. Sgozzato è stato come un agnellino… e aveva pochi mesi… Lo senti come piange? Il suo belato mi grida sempre dentro alla testa insieme al ruggito di Giovanni: ‘Non ti è lecito’… Non mi è lecito?! Sì. Tutto mi è lecito, perché io sono ‘il re’. Qua vino e donne, se Erodiade si rifiuta ai miei amplessi, e che danzi Salome per svegliare il mio senso spaurito dai tuoi paurosi racconti”.
12E si ubriaca fra le mime della Corte, mentre nelle sue stanze ulula la femmina folle le sue bestemmie al Martire e le sue minacce a Te, e nelle sue Salome conosce cosa è essere nata dal peccato di due libidinosi e avere aderito ad un delitto, ottenendolo con l’abbandono del corpo alle smanie lubriche di un sozzo. Ma poi torna in sé Erode e vuole sapere di Te, e vorrebbe vederti. E per questo favorisce le mie venute a Te, nella speranza che io ti porti a lui. Cosa che non farò mai, per non portare la tua santità in un antro di fiere immonde. E vorrebbe averti Erodiade per colpirti. E lo grida col suo stilo fra le mani… E vorrebbe averti Salome, che ti ha visto, a tua insaputa, a Tiberiade lo scorso etamim, e che insania di Te… Questa è la Reggia, Maestro! Ma io vi resto, perché sorveglio così le intenzioni su Te».
Ogni ubbidienza è scritta in Cielo.
13«Io te ne sono grato, e l’Altissimo te ne benedice. É anche questo servire l’Eterno nei suoi decreti».
«L’ho pensato. E per questo sono venuto».
14«Mannaen, Io ti prego di una cosa, poiché sei venuto. Non con Me ma con le donne scendi verso Gerusalemme. Io vado con questi per via ignota e non potranno farmi del male. Ma esse sono donne e indifese, e chi le accompagna è di animo mite e ammaestrato ad offrire la guancia a chi già l’ha percosso. La tua presenza sarà protezione sicura. Un sacrificio, comprendo. Ma staremo insieme in Giudea. Non negarmelo, amico».
15«Signore, ogni tuo desiderio è legge per il tuo servo. Sono al servizio della Madre tua e delle condiscepole da questo momento fino a quando Tu vorrai».
16«Grazie. Anche questa tua ubbidienza sarà scritta in Cielo. Ora dedichiamo l’attesa delle barche per tutti curando i malati che mi attendono».
A Gerusalemme per Magdala e Nazareth.
Imbarco per Magdala.
17E Gesù scende nell’orto dove sono barelle o infermi e li sana rapidamente, mentre accoglie l’ossequio di Giairo e degli amici, pochi, di Cafarnao.
18Le donne, intanto – e sono Porfirea e Salome, più l’anziana moglie di Bartolomeo e quella meno anziana di Filippo con le figlie giovinette – si occupano delle vivande per la numerosa turba di discepoli, che saranno sfamati con le corbe di pesce che Betsaida e Cafarnao hanno offerto. E un gran sventrare di ventri argentati, ancora palpitanti, un gran sciacquare di pesci nei catini, un grande sfrigolio degli stessi sulle graticole, avviene in cucina, mentre Marziam, con altri discepoli, alimenta i fuochi e porta brocche d’acqua in aiuto delle donne. Il pasto è presto pronto e presto consumato. Ed essendo ormai reclutate le barche per il trasporto di tanti, non resta che imbarcarsi per Magdala, su un lago d’incanto, tanto è sereno, angelico nel castone smeraldino delle rive. I giardini e la casa di Maria di Magdala si aprono ospitali nel meriggio solare ad accogliere il Maestro e i suoi discepoli, e tutta Magdala si riversa a salutare il Rabbi che va verso Gerusalemme.
Marcia solerte verso Nazareth.
19E le fresche pendici dei colli galilei sentono la marcia solerte e lieta della turba fedele, seguita da un comodo carro dove sono Giovanna con Porfirea, Salome, le mogli di Bartolomeo e Filippo e le due giovinette figlie di quest’ultimo, più i ridenti Maria e Mattia, irriconoscibili nell’aspetto da quello che erano cinque mesi addietro.
20Marziam marcia bravamente con gli adulti, anzi, per volere di Gesù, è proprio nel gruppo apostolico, fra Pietro e Giovanni, e non perde parola di quanto dice Gesù.
21Il sole splende in un cielo purissimo e folate tiepide portano odore di bosco, di mentucce, di viole, dei primi mughetti, dei rosai sempre più fioriti e, sovrano su tutti, quell’odore fresco, lievemente amarognolo, dei fiori delle piante da frutto, che da ogni dove spargono neve di petali sulle zolle erbose. Tutti ne hanno fra i capelli mentre procedono in un continuo cinguettio d’uccelli, fra canti di seduzione e trepidi richiami da folto a folto, tra i maschi audaci e le femmine pudiche, mentre le pecore brucano, pingui di maternità, e i primi agnellini urtano il musetto rosato nella tonda mammella per aumentare la secrezione del latte, oppure caroleggiano sui prati d’erba tenerella come bambini felici.
Fiori e doni per Maria.
22Come viene presto Nazareth dopo Cana, dove Susanna si unisce alle altre donne portando seco i prodotti della sua terra in ceste e vasi, e un intero tralcio di rose rosse tutte in bocci, prossimi a schiudersi, «da offrirsi a Maria», dice.
23«Io pure, vedi?», dice Giovanna scoprendo una specie di cassa dove sono adagiate rose e rose fra muschi umidi: «Le prime e le più belle. Sempre un nulla per Lei, tanto cara!».
24Vedo che ogni donna ha portato derrate per il viaggio pasquale, e con le derrate chi questo fiore, chi quella pianta per l’orto di Maria; e Porfirea si scusa di non avere portato che un vaso di canfora, splendido nelle minute foglioline glauche che sprigionano il loro aroma solo a sfiorarle. «Maria la desiderava questa pianta balsamica…», dice. E tutte la elogiano per la bellezza rigogliosa dell’arboscello. «Oh! l’ho vegliato tutto l’inverno, tenendolo al riparo dal gelo e dalla grandine nella mia stanza. Marziam mi aiutava a portarlo al sole ogni mattina, a ritirarlo ogni sera… E quel caro fanciullo, se non ci fosse stata la barca e ora il carro, se lo sarebbe caricato sulle spalle per portarlo a Maria, facendo cortesia a Lei e a me», dice l’umile donna, che si rinfranca sempre più per la bontà di Giovanna e che non sta in sé dalla gioia di essere in viaggio per Gerusalemme, e col Maestro, il suo uomo e il suo Marziam.
24«Non ci sei mai stata?».
«Finché visse mio padre, ogni anno. Ma poi… La madre non vi andò più… I fratelli mi ci avrebbero portata, ma facevo comodo alla madre e non mi lasciava andare. Dopo ho sposato Simone… e non sono stata più molto bene in salute. Simone avrebbe dovuto stare molto in viaggio e si annoiava… Rimanevo perciò a casa ad attenderlo… Il Signore vedeva il mio desiderio… ed era come facessi il sacrificio nel Tempio…», dice la mite donna.
25E Giovanna, che l’ha vicina, le mette la mano sulle splendide trecce dicendole: «Cara!». E in quell’aggettivo c’è tanto amore, tanta comprensione e tanto significato.
La Madre di tutti i buoni.
26Ecco Nazareth… ecco la casa di Maria d’Alfeo, che è già fra le braccia dei figli, e con le mani, gocciolanti e rosse del bucato che sta facendo, se li carezza, e poi corre, asciugandosele nel grembiule grossolano, ad abbracciare Gesù… Ed ecco la casa di Alfeo di Sara, immediatamente precedente quella di Maria. E Alfeo che ordina al nipotino più grande di correre ad avvertire Maria, e intanto sgamba a passi da gigante verso Gesù con una bracciata di nipotini fra le braccia, e lo saluta insieme a quella nidiata stretta fra le braccia come un mazzo di fiori offerto a Gesù. Ed ecco Maria farsi sulla porta, nel sole, nel suo abito da casa di un chiaro azzurro un poco stinto, l’oro dei capelli splendente vaporoso sulla fronte verginale e massiccio nel pesante nodo delle trecce sulla nuca, e cadere sul petto del Figlio che la bacia con tutto il suo amore.
27Gli altri si fermano prudenti per lasciarli liberi nel primo incontro. Ma Ella subito si stacca e volge il viso, inattaccabile all’età, ora tutto roseo per la sorpresa e luminoso di sorriso, e saluta con la sua voce d’angelo: «La pace a voi, servi del Signore e discepoli del Figlio mio. La pace a voi, sorelle nel Signore», e con le discepole, scese dal carro, scambia un bacio fraterno.
28«Oh! Marziam! Ora non potrò più tenerti fra le braccia! Sei un uomo ormai. Ma vieni dalla Mamma di tutti i buoni, che un bacio te lo darò ancora. Caro! Dio ti benedica e ti faccia crescere nelle sue vie, robusto e come cresce il tuo corpo giovinetto, e più ancora. Figlio mio, dovremo portarlo a suo nonno. Sarà felice di vederlo così», dice poi volgendosi a Gesù.
29E poi abbraccia Giacomo e Giuda d’Alfeo. E dà loro la notizia che certo essi amano: «Quest’anno Simone viene con me, come discepolo del Maestro. Me lo ha detto».
30E uno per uno saluta i più noti, i più influenti, avendo per ognuno una parola di grazia. Mannaen viene condotto a Lei da Gesù e presentato come sua scorta nel viaggio verso Gerusalemme.
31«Tu non vieni con noi, Figlio?».
32«Madre, ho altri luoghi da evangelizzare. Ci vedremo a Betania».
33«La tua volontà sia fatta ora e sempre. Grazie, Mannaen. Tu: angelo umano; i nostri custodi: angeli del Cielo; e noi saremo sicure come fossimo nel Santo dei Santi». E offre la sua manina a Mannaen in segno di amicizia. E il cavaliere, cresciuto nel fasto, si inginocchia per baciare la mano gentile che si offre a lui.
La piccola casa di Nazareth.
34Intanto sono stati scaricati i fiori e quanto deve restare a Nazareth. Poi il carro va al suo destino in qualche scuderia della città. La piccola casa pare un roseto per le rose sparse ogni dove dalle discepole. Ma la pianta di Porfirea, posata sulla tavola, raccoglie la più viva ammirazione di Maria, che la fa portare in luogo acconcio secondo le indicazioni della moglie di Pietro. Non possono certo entrare tutti nella minuscola casa, nell’orto che non è una tenuta né un podere, ma che sembra salire verso il cielo sereno, farsi aereo, tante sono le nuvole dei fiori sulle piante del brolo. E Giuda d’Alfeo, sorridendo, chiede a Maria: «Hai colto anche oggi il tuo ramo per la tua anfora?».
35«Senza dubbio, Giuda: E quando siete venuti lo contemplavo…».
36«E risognavi, Mamma, il tuo mistero lontano», dice Gesù abbracciandola col braccio sinistro e attirandosela contro il cuore.
Maria alza il viso imporporato e sospira: «Sì, Figlio mio… e risognavo il primo palpito del tuo cuore in me…».
37Gesù dice: «Restino le discepole, gli apostoli, Marziam, i discepoli pastori, il sacerdote Giovanni, Stefano, Erma e Mannaen. Gli altri si spargano in cerca di alloggio…».
Case di accoglienza.
38«Molti possono stare in casa mia…», urla dalla soglia, sulla quale è bloccato, Simone d’Alfeo.
«Sono loro condiscepolo e li reclamo».
39«Oh! fratello, vieni avanti, che ti possa baciare», dice espansivo Gesù, mentre Alfeo di Sara e Ismaele e Aser; i due discepoli, ex-asinai, di Nazareth, a loro volta dicono: «A casa nostra. Venite, venite!».
40I discepoli non prescelti se ne vanno e può essere chiusa la porta… per essere riaperta però subito dopo per la venuta di Maria d’Alfeo, che non può stare lontana anche se si sciupa il suo bucato. Sono quasi quaranta persone e perciò si spargono nell’orto tiepido e quieto, finché sono distribuiti i cibi, che ognuno trova con sapori celesti tanto è felice di consumarli nella casa del Signore, distribuiti da Maria.
41Torna Simone, che ha sistemato i discepoli, e dice: «Non mi hai chiamato come gli altri, ma io ti sono fratello e ci sto lo stesso».
Rivelazione dei misteri di Maria.
Il Figlio fa conoscere la Madre.
42«Bene vieni, Simone. Vi ho qui voluti per farvi conoscere Maria. Molti di voi conoscete la “madre” Maria, alcuni la “sposa” Maria. Ma nessuno conosce la “vergine” Maria. Io ve la voglio fare conoscere in questo giardino in fiore, nel quale il vostro cuore viene col desiderio nelle lontananze forzate e come ad un riposo nelle fatiche dell’apostolato.
43Vi ho ascoltato parlare, voi apostoli, discepoli e parenti, ed ho sentito le vostre impressioni, i vostri ricordi, le vostre asserzioni sulla Madre mia. Io vi trasfigurerò tutto questo, molto ammirativo ma ancora molto umano, in un soprannaturale conoscere. Perché mia Madre, prima di Me, va trasfigurata agli occhi dei più meritevoli, per mostrarla quale Essa è. Voi vedete una donna. Una donna che per la sua santità vi pare diversa dalle altre, ma che in realtà vedete come un’anima fasciata dalla carne, come quella di tutte le sue sorelle di sesso. Ma Io ora vi voglio scoprire l’anima di mia Madre. La sua vera ed eterna bellezza.
44Vieni qui, Madre mia. Non arrossire. Non ritrarti intimidita, colomba soave di Dio. Tuo Figlio è la Parola di Dio e può parlare di te e del tuo mistero, dei tuoi misteri, o sublime Mistero di Dio. Sediamoci qui, in quest’ombra leggera di alberi in fiore, presso la casa, presso la tua stanza santa. Così! Alziamo questa tenda ondeggiante e ne escano onde di santità e di Paradiso da questa stanza verginale, a saturare di te tutti noi… Sì. Io pure. Che Io mi profumi di te, Vergine perfetta, per potere sopportare i fetori del mondo, per potere vedere candore avendo saturata la pupilla del tuo Candore… Qui Marziam, Giovanni, Stefano, e voi discepole, bene di fronte alla porta aperta sulla dimora casta della Casta fra tutte le donne. E dietro voi, amici miei. E qui, al mio fianco, tu, diletta Madre mia.
L’eterna bellezza dell’anima di Maria.
45Vi ho detto poc’anzi “l’eterna bellezza dell’anima di mia Madre”. Sono la Parola e perciò so usare della parola senza errore. Ho detto “eterna”, non “immortale”. E non senza scopo l’ho detto. Immortale è chi, essendo nato, non muore più. Così l’anima dei giusti è immortale in Cielo, l’anima dei peccatori è immortale nell’inferno, perché l’anima, creata che sia, non muore più che alla grazia. Ma l’anima ha vita, esiste dal momento che Dio la pensa. È il Pensiero di Dio che la crea. L’anima di mia Madre è da sempre pensata da Dio. Perciò è eterna nella sua bellezza, nella quale Dio ha riversato ogni perfezione per averne delizia e conforto.
L’anima della Madre fuso nell’Amore col Padre.
46É detto nel libro del nostro avo Salomone (Proverbi 8, 22-31), che ti antevide e perciò profeta tuo può essere detto: “Dio mi possedette all’inizio delle sue opere, fin dal principio, avanti la Creazione. Ab eterno io fui stabilita, al principio, prima che fosse fatta la Terra. Non erano ancora gli abissi ed io ero concepita. Non ancora le sorgenti delle acque sgorgavano, non ancora le montagne erano fermate sulla loro grave mole, ed io già ero. Prima delle colline io ero partorita. Egli non aveva ancora fatto la Terra, i fiumi, né i cardini del mondo, ed io già ero.
47Quando preparava i cieli e il Cielo, io ero presente. Quando con legge inviolabile chiuse sotto la volta l’abisso, quando rese stabile in alto la volta celeste e vi sospese le fonti delle acque, quando fissò al mare i suoi confini e dette legge alle acque di non passare il loro termine, quando gettava i fondamenti della Terra, io ero con Lui a ordinare tutte le cose. Sempre nella gioia io scherzavo dinanzi a Lui continuamente. Scherzavo nell’universo”.
48Sì, o Madre di cui Dio, l’Immenso, il Sublime, il Vergine, l’Increato, era gravido, e ti portava come il suo dolcissimo pondo, giubilando di sentirti agitarti in Lui, dandogli i sorrisi dei quali fece il Creato! Tu che a dolore partorì per darti al Mondo, anima soavissima, nata dal Vergine per essere la “Vergine”, Perfezione del Creato, Luce del Paradiso, Consiglio di Dio, che guardandoti poté perdonare la Colpa perché tu sola, da te sola, sai amare come tutta l’Umanità messa insieme non sa amare. In te il Perdono di Dio! In te il Medicamento di Dio, tu, carezza dell’Eterno sulla ferita dall’uomo fatta a Dio! In te la Salute del mondo, Madre dell’Amore incarnato e del concesso Redentore! L’anima della Madre mia! Fuso nell’Amore col Padre, Io ti guardavo dentro di Me, o anima della Madre mia!… E il tuo splendore, la tua preghiera, l’idea di essere da te portato, mi consolavano in eterno del mio destino di dolore e di esperienze disumane di ciò che è il mondo corrotto per il Dio perfettissimo. Grazie, o Madre! Io sono venuto già saturo delle tue consolazioni, Io sono sceso sentendo te sola, il tuo profumo, il tuo canto, il tuo amore… Gioia, gioia mia!
La maternità verginale.
49Ma udite, voi che ora sapete che una sola è la Donna nella quale non è macchia, una sola la Creatura che non costa ferita al Redentore, udite la seconda trasfigurazione di Maria, l’Eletta di Dio.
50Era un sereno pomeriggio di adar ed erano in fiore gli alberi nell’orto silenzioso, e Maria, sposa a Giuseppe, aveva colto un ramo di albero in fiore per sostituirlo all’altro che era nella sua stanzetta. Da poco era venuta a Nazareth, Maria, presa dal Tempio per ornare una casa di santi. E con l’anima tripartita fra il Tempio, la casa e il Cielo, Ella guardava il ramo in fiore, pensando che con uno simile, sbocciato insolitamente, un ramo reciso in questo brolo nel colmo dell’inverno e fioritosi come per primavera davanti all’Arca del Signore – forse lo aveva scaldato il Sole-Iddio raggiante sulla sua Gloria – Dio le aveva significato la sua volontà… E pensava ancora che nel giorno delle nozze Giuseppe le aveva portato altri fiori, ma mai simili al primo che portava scritto sui petali leggeri: “Ti voglio unita a Giuseppe”… Tante cose pensava… E pensando salì a Dio. Le mani erano solerti fra la rocca e il fuso, e filavano un filo più sottile d’uno dei capelli del suo capo giovinetto…
51L’anima tesseva un tappeto d’amore, andando solerte, come spola sul telaio, dalla Terra al Cielo. Dai bisogni della casa, dello sposo, a quelli dell’anima, di Dio. E cantava, e pregava. E il tappeto si formava sul mistico telaio, si srotolava dalla Terra al Cielo, saliva a sperdersi lassù… Formato di che? Dai fili sottili, perfetti, forti, delle sue virtù, dal filo volante della spola che Ella credeva “sua”, mentre era di Dio: la spola della Volontà di Dio sulla quale era avvolta la volontà della piccola, grande Vergine d’Israele, la Sconosciuta al mondo, la Conosciuta da Dio, la sua volontà avvolta, fatta una con la Volontà del Signore. E il tappeto si infiorava di fiori d’amore, di purezza, di palme di pace, di palme di gloria, di mammole, di gelsomini… Ogni virtù fioriva sul tappeto dell’amore che la Vergine di Dio svolgeva, invitante, dalla Terra al Cielo. E poiché il tappeto non bastava, Ella lanciava il cuore cantando: “Venga il mio Diletto nel suo giardino e mangi il frutto dei suoi pomi… Il mio Diletto discenda nel suo giardino, all’aiuola degli aromi, a pascersi tra i giardini, a coglier gigli. Io son del mio Diletto, e il mio Diletto è mio, Egli che si pasce fra i gigli!”[32]. E da lontananze infinite, fra torrenti di Luce, veniva una Voce quale orecchio umano non può udire, né gola umana formare.
L’amore è forte più della morte.
52E diceva: “Quanto sei bella, amica mia! Quanto sei bella![33]… Miele stillano le tue labbra… Un giardino chiuso tu sei, una fonte sigillata, o sorella, mia sposa…”[34], e insieme le due voci si univano per cantare l’eterna verità: “L’amore è forte più della morte. Nulla può estinguere o sommergere il ‘nostro’ amore”[35]. E la Vergine trasfigurava così… così… così… mentre scendeva Gabriele e la richiamava, col suo ardere, alla Terra, le riuniva lo spirito alla carne, perché Ella potesse intendere e comprendere la richiesta di Colui che l’aveva chiamata “Sorella” ma che la voleva “Sposa”.
53Ecco, là avvenne il Mistero… E una pudica, la più pudica di tutte le donne, Colei che neppure conosceva lo stimolo istintivo della carne, tramortì davanti all’Angelo di Dio, perché anche un angelo turba[36] l’umiltà e la verecondia della Vergine, e solo si placò udendolo parlare, e credette, e disse la parola per cui il “loro” amore divenne Carne e vincerà la Morte, né nessun’acqua potrà estinguerlo, né malvagità sommergerlo…»
“Una Donna chiuderà in sé l’Uomo”.
54Gesù si china dolcemente su Maria che gli è scivolata ai piedi quasi estatica, nella rievocazione dell’ora lontana, luminosa di una luce speciale che pare le esali dall’anima, e le chiede sommessamente: «Quale la tua risposta, o Purissima, a chi ti assicurava che divenendo Madre di Dio non avresti perduto la tua perfetta Verginità?».
55E Maria, quasi in sogno, lentamente, sorridendo, con gli occhi dilatati per un pianto felice: «Ecco l’Ancella del Signore! Si faccia di me secondo la sua Parola»[37], e reclina la testa sui ginocchi del Figlio, adorando.
56Gesù la vela col suo manto, nascondendola agli occhi di tutti, e dice: «E fu fatto. E si farà sino alla fine. Sino all’altra e all’altra ancora delle sue trasfigurazioni. Sarà sempre “l’Ancella di Dio”.
57Farà sempre come dirà “la Parola”. Mia Madre! Questa è mia Madre. Ed è bene che voi cominciate a conoscerla in tutta la sua santa Figura… Madre! Madre! Rialza il tuo viso, Diletta… Richiama i tuoi devoti alla Terra dove per ora siamo…», dice scoprendo Maria dopo qualche tempo, durante il quale non era rumore oltre al ronzio delle api e al chioccolio della piccola fonte.
58Maria alza il viso molle di pianto e sussurra: «Perché, Figlio, mi hai fatto questo? I segreti del Re sono sacri…».
59«Ma il Re li può svelare quando vuole. Madre, l’ho fatto perché sia compreso il detto di un Profeta: “Una Donna chiuderà in sé l’Uomo”[38], e l’altro dell’altro Profeta: “La Vergine concepirà e partorirà un Figlio”[39].
60E anche perché essi, che inorridiscono di troppe cose, per loro avvilenti, del Verbo di Dio, abbiano a contrappeso tante altre cose che li confermino nella gioia di essere “miei”. Così non si scandalizzeranno mai più e conquisteranno anche per ciò il Cielo…
61Ora chi deve andare alle case ospitali vada. Io resto con le donne e Marziam. Domani all’alba siano qui tutti gli uomini, ché voglio condurvi qui vicino. Poi torneremo a salutare le discepole per poi tornare a Cafarnao a radunare altri discepoli e inviarli dietro a queste»…
Manaen accompagna la Madre e le discepole[40].
Il carro delle donne.
24Camminano ancora qualche tempo, poi Pietro, che guarda indietro per la strada carovaniera sulla quale ormai sono, esclama: «Misericordiosa Provvidenza! Ma quello è il carro delle donne!».
25Tutti si volgono. É realmente il pesante carro di Giovanna che viene avanti al trotto di due robusti cavalli. Si fermano ad attenderlo. La coperta di cuoio tutta calata non permette di vedere chi è dentro ad esso. Ma Gesù fa cenno di fermare, e il conducente ha una esclamazione gioiosa quando vede Gesù, ritto sul bordo della strada a braccio alzato.
26Mentre l’uomo ferma i due cavalli che sbuffano, si affaccia dall’apertura della tenda il viso magro di Isacco: «Il Maestro!», grida.
27«Madre, sii lieta! É qui!».
28Voci di donne, trapestio di passi, avvengono nel carro, ma prima che una sola di loro scenda sono già balzati a terra Mannaen, Marziam e Isacco, che accorrono a venerare il Maestro.
29«Ancora qui, Mannaen?».
30«Fedele alla consegna. E ora più che mai perché le donne avevano paura… Ma… Ti abbiamo ubbidito perché si deve ubbidire, ma credi che non c’era nulla di preoccupante. So di certo che Pilato ha richiamato all’ordine i turbolenti, dicendo che chiunque creerà sedizioni in questi giorni di festa sarà punito duramente. Credo non estranea a questa protezione di Pilato la moglie, e soprattutto le dame amiche della moglie. A Corte si sa tutto e nulla. Ma si sa abbastanza…», e Mannaen si scansa per cedere il posto a Maria, che è scesa dal carro ed ha fatto i pochi metri di strada, tutta trepida e commossa.
31Si baciano mentre le discepole, tutte, venerano il Maestro. Non ci sono però né Maria né Marta di Lazzaro.
Chi è forte sfida il mondo per Gesù[41].
19Alla porta di Damasco vedono Mannaen. «Signore, ho pensato che era meglio farmi vedere per levare ogni dubbio sulla situazione. Ti assicuro che non c’è nulla, tolto il malanimo dei farisei e scribi, di pericoloso per Te. Puoi andare sicuro».
20«Lo sapevo, Mannaen. Ma ti sono grato. Vieni con Me al Tempio. Se non ti è di peso…».
21«Di peso? Ma per Te sfiderei tutto il mondo! Farei ogni fatica!».
22L’Iscariota borbotta qualcosa.
23Mannaen si volta risentito. Dice con voce sicura: «No, uomo. Non sono “parole”. Prego il Maestro di provare la mia sincerità».
«Non ce ne è bisogno, Mannaen. Andiamo».
Condanna per il tempio corrotto[42].
Il tetrarca sozzo e omicida.
35Entra un servo dicendo: «É venuto Mannaen. Vuole vedere il Maestro».
36«Venga. Certo vuole parlare di cose serie».
37Le donne, discrete, si ritirano e i discepoli le seguono. Ma Gesù richiama Isacco, il sacerdote Giovanni, Stefano ed Erma, e Mattia e Giuseppe dei pastori discepoli.
38«Ébene che sappiate anche voi che siete discepoli», spiega.
39Entra Mannaen, che si inchina.
40«La pace a te», saluta Gesù.
41«La pace a Te, Maestro. Il sole tramonta. Il primo passo dopo il sabato per Te, mio Signore».
42«Avesti buona Pasqua?»
«Buona!! Nulla di buono può esservi dove è Erode ed Erodiade! Confido di aver mangiato per l’ultima volta l’agnello con essi. A costo della morte non rimarrò più a lungo con loro!».
43«Credo che tu faccia un errore. Puoi servire il Maestro restando…», obbietta l’Iscariota.
44«Questo è vero. Ed è quello che mi ha finora trattenuto. Ma che nausea! Potrebbe sostituirmi Cusa…».
45Bartolomeo gli osserva: «Cusa non è Mannaen. Cusa è… Sì. Egli barcamena. Non denuncerebbe mai il padrone. Tu sei più schietto».
46«Ciò è vero. E vero è ciò che dici. Cusa è il cortigiano. Subisce il fascino della regalità… Regalità! Che dico!? Del fango regale! Ma gli pare di essere re per essere col re… E trema dello sfavore reale. L’altra sera era come un veltro bastonato quando, quasi strisciando, è apparso davanti ad Erode che lo aveva chiamato dopo avere ascoltato le lamentele di Salomè, scacciata da Te. Cusa era in un ben aspro momento. Il desiderio di salvarsi, ad ogni costo, magari accusando Te, dandoti torto, era scritto sul suo volto. Ma Erode!… Voleva solo ridere alle spalle della fanciulla, di cui ha nausea ormai, così come ha nausea della madre di essa. E rideva come un folle sentendo ripetere da Cusa le tue parole. Ripeteva: “Troppo, troppo dolci ancora per questa giovane… (e disse una parola così sconcia che non te la ripeto). La doveva calpestare sul seno smanioso… Ma si sarebbe contaminato!”, e rideva. Poi facendosi serio disse: “Però… l’affronto, meritato per la femmina, non va permesso per la corona. Io sono magnanimo (è la sua fissazione di esserlo e, posto che nessuno glielo dice, se lo dice da sé) e perdono al Rabbi, anche perché ha detto a Salomè ciò che è vero. Ma però voglio che Egli venga a Corte per perdonarlo del tutto. Voglio vederlo, sentirlo e farlo operare miracoli. Che venga, e io mi farò suo protettore”. Così diceva l’altra sera. E Cusa non sapeva che dire. No, al monarca non voleva dirlo. Sì, non poteva. Perché Tu non puoi certo accedere alle voglie di Erode. Oggi ha detto a me: “Tu certo vai da Lui… Digli la mia volontà”. La dico. Ma… so già la risposta. Però dimmela, che io possa trasmetterla».
47«No!». Un “no” che pare un fulmine.
48«Non te ne farai un nemico troppo forte?», chiede Tommaso.
49«Anche un carnefice. Ma non posso che rispondere: “no”».
50«Ci perseguiterà…»
51«Oh! fra tre giorni non se ne ricorderà più», dice Mannaen scrollando le spalle. E aggiunge: «Gli hanno promesso delle… mime… Giungeranno domani… Ed egli dimenticherà tutto!…».
Il bubbone più fetido è il Tempio.
52Torna il servo: «Padrone, ci sono Nicodemo, Giuseppe, Eleazaro e altri farisei e capi del Sinedrio. Vogliono salutarti».
53Lazzaro guarda Gesù interrogativamente. Gesù capisce: «Che vengano! Li saluterò volentieri». Dopo poco entrano Giuseppe, Nicodemo, Eleazaro (quello giusto del banchetto di Ismael), Giovanni (quello del lontano banchetto del d’Arimatea), un altro che sento chiamare Giosuè, uno Filippo, uno Giuda e l’ultimo Gioachino. I saluti non finiscono più. Meno male che la stanza è ampia, se no come facevano a farci entrare tanti inchini e sbracciamenti e paludamenti? Ma, per quanto ampia, si fa tanto colma che i discepoli se la filano. Restano soltanto Lazzaro con Gesù. Forse anche non pare loro vero di non essere sotto il fuoco di tante pupille sinedrali!
54«Sappiamo che sei a Gerusalemme, o Lazzaro. E siamo venuti!», dice quello di nome Gioachino.
55«Me ne fo stupore e gioia. A momenti non ricordavo più il tuo viso…», dice un poco ironico Lazzaro.
«Ma… sai… Sempre si voleva venire. Ma… Tu eri scomparso…».
56«E non pareva vero che lo fossi! Molto difficile, infatti, è venire da un infelice!».
57«No! Non lo dire! Noi… rispettavamo il tuo desiderio. Ma ora che… ora che… vero, Nicodemo?».
58«Sì, Lazzaro. Gli antichi amici tornano. Anche per desiderio di sentire tue notizie e di venerare il Rabbi».
Un Sommo Sacerdote complice e assassino.
59«Che notizie mi portate?».
«Umh!… Ecco… Le solite cose… Il mondo… Già…» sbirciano Gesù che sta rigido sul suo sedile, un poco assorto.
60«Come mai tutti uniti oggi che è appena finito il sabato?».
«Ci fu adunanza straordinaria».
61«Oggi?! Quale ragione mai tanto urgente?…».
I convenuti sogguardano Gesù significativamente. Ma Egli è assorto…
«Molti motivi…», rispondono poi.
62«E non riguardano il Rabbi?».
«Sì, Lazzaro. Anche Lui. Ma anche un grave fatto fu giudicato, mentre le feste ci hanno tutti adunati in città…», spiega Giuseppe d’Arimatea.
63«Un grave fatto? Quale?».
«Un… un errore di… gioventù… Uhm! Già! Una brutta discussione, perché… Rabbi, dacci ascolto. Sei fra onesti. Se anche non ti siamo discepoli, non siamo però tuoi nemici. In casa di Ismaele Tu mi hai detto che non sono lontano dalla giustizia», dice Eleazaro.
64«E’ vero. E lo confermo».
«E io ti ho difeso al banchetto di Giuseppe contro Felice», dice Giovanni.
65«E’ vero anche questo».
66«E questi la pensano come noi. Oggi noi siamo stati chiamati a decidere… e non siamo contenti di ciò che si decise. Perché la vinsero i più contro di noi. Tu, saggio più di Salomone, ascolta e giudica».
Gesù li trivella col suo occhio profondo. Poi dice: «Parlate».
67«Siamo sicuri di non essere uditi? Perché è… cosa orrenda…», dice quello di nome Giuda.
68«Chiudi porta e tenda, e saremo in un sepolcro», gli risponde Lazzaro.
69«Maestro, ieri mattina Tu hai detto a Eleazaro di Anna di non contaminarsi per nessuna ragione. Perché lo hai detto?», chiede Filippo.
70«Perché andava detto. Egli si contamina. Ma non Io, i libri sacri lo dicono».
71«E’ vero. Ma come sai che si contamina? La fanciulla, forse, ti parlò avanti la morte?», chiede Eleazaro.
72«Quale fanciulla?».
«Quella che è morta dopo la violenza e con lei la madre, né si sa se fu il dolore a ucciderle, o se si uccisero, o se furono uccise con veleno perché non parlassero più».
73«Io non so nulla di questo[43]. Vedevo l’anima corrotta del figlio di Anna. Ne sentivo il fetore. Ho parlato. Altro non sapevo né vedevo».
74«Ma che è stato?», chiede Lazzaro con interesse.
«É stato che Eleazaro di Anna vide una fanciulla, figlia unica di una vedova, e… l’attrasse con la scusa di ordinarle del lavoro, poiché per vivere facevano lavori per le vesti, e… ne abusò. La fanciulla è morta… tre giorni dopo, e con lei la madre. Ma prima di morire, nonostante le minacce avute, hanno detto tutto all’unico parente… E lui è andato da Anna, a portare l’accusa, e non contento l’ha detto a Giuseppe, a me, ad altri… Anna lo ha fatto prendere e gettare in carcere. Da lì passerà alla morte, o non sarà mai più libero. Oggi Anna ha voluto sapere come la pensiamo», dice Nicodemo.
75«Non lo avrebbe fatto se non avesse saputo che noi sapevamo già», brontola fra i denti Giuseppe.
76«Sì… Insomma con una larva di votazione, con una simulazione di giudizio fu deciso dell’onore e della vita di tre infelici e della punizione per il colpevole», termina Nicodemo.
«Ebbene?».
77«Ebbene! É naturale! Noi che votammo per la libertà dell’uomo e la punizione di Eleazaro fummo minacciati e scacciati come ingiusti. Tu che dici?».
78«Che Gerusalemme mi fa ribrezzo e che in Gerusalemme il bubbone più fetido è il Tempio», dice lento e terribile Gesù. E termina: «Riportatelo pure a quelli del Tempio».
79«E Gamaliele che fece?», chiede Lazzaro.
80«Non appena sentito il fatto, si coperse il volto e usci dicendo: “Venga presto il nuovo Sansone a far perire i filistei corrotti”».
«Ha detto bene! Ma presto verrà». Un silenzio.
Il Messia giudicato bestemmiatore e sacrilego
81«E di Lui non è stato parlato?», chiede Lazzaro indicando Gesù.
«Oh, sì! Prima di ogni cosa. Ci fu chi riportò che Tu hai detto “meschino” il regno d’Israele. E perciò bestemmiatore sei stato detto. Sacrilego, anzi. Perché il regno d’Israele è da Dio».
82«Ah, sì?! E come fu chiamato dal Pontefice il violatore di una vergine? L’insozzatore del suo ministero? Rispondete!», chiede Gesù.
83«Egli è il figlio del Sommo Sacerdote. Perché è sempre Anna il vero re là dentro», dice, intimorito dall’imponenza di Gesù, Gioachino che lo ha di fronte, alto, in piedi, col braccio teso…
84«Sì. Il re della corruzione. E volete che non dica “meschino” un Paese in cui abbiamo un Tetrarca sozzo e omicida, un Sommo Sacerdote complice di un violatore e di un assassino?…».
«Forse la fanciulla si uccise o morì di dolore», sussurra Eleazaro.
Il tempio speco di Satana
85«Assassinata sempre dal suo violatore… E ora non si fa la terza vittima nel parente imprigionato perché non parli? E non si profana l’altare accostandovisi con tanti delitti? E la giustizia non viene soffocata con imporre silenzio ai giusti, troppo rari, del Sinedrio? Sì, venga presto il novello Sansone e abbatta questo luogo profanato, stermini per risanare!… Io, al vomito per la nausea che sento, non solo dico meschino questo infelice Paese. Ma mi allontano dal suo cuore marcioso, pieno di delitti senza nome, speco di Satana… Vado. Non per paura della morte. Vi dimostrerò che non ho paura. Ma vado perché non è la mia ora e non dò perle ai porci d’Israele, ma le porto agli umili sparsi per i tuguri, i monti, le valli dei poveri paesi. Là dove ancora si sa credere e amare, se c’è chi lo insegni. Là dove sono degli spiriti sotto le rozze vesti, mentre qua le tuniche e i manti sacri, e più ancora l’efod e il razionale, servono a coprire immonde carogne e a contenere armi omicide. Dite loro che in nome del Dio vero Io li consacro alla loro condanna, e novello Micael li caccio dal Paradiso. E per sempre. Essi che vollero essere dèi, e demoni sono. Non c’è bisogno che siano morti per essere giudicati. Lo sono già. E senza remissione».
86Gli imponenti sinedristi e farisei sembrano divenire piccoli, tanto si rincantucciano davanti all’ira tremenda del Cristo che pare, invece, farsi un gigante, tanto è sfolgorante di sguardi e violento negli atti.
87Lazzaro geme: «Gesù! Gesù! Gesù!»…
Gesù lo sente e, cambiando tono e aspetto, dice: «Che hai, amico mio?».
«Oh! non terribile così! Non sei più Tu! Come avere speranza nella misericordia se Tu ti mostri così terribile?».
88«Eppure così, e più ancora, sarò quando giudicherò le dodici tribù d’Israele. Ma fa’ cuore, Lazzaro. Chi crede nel Cristo è già giudicato…». Si siede di nuovo.
Un silenzio.
Chi crede nel Cristo è nell’amicizia di Dio
89Finalmente Giovanni chiede: «E noi, per avere preferito gli improperi a mentire nella giustizia, come saremo giudicati?».
«Con giustizia. Perseverate e perverrete dove Lazzaro già è: nell’amicizia di Dio».
Si alzano.
90«Maestro, ci ritiriamo. La pace a Te. E a te, Lazzaro».
«La pace a voi».
«Che ciò che fu detto, qui resti», supplicano in diversi.
«Non temete! Andate. Dio vi guidi in ogni nuovo atto».
91Escono. Restano soli Gesù e Lazzaro. Dopo un poco, questo dice: «Che orrore!».
92«Sì. Che orrore!… Lazzaro, vado a predisporre la partenza da Gerusalemme. Sarò tuo ospite a Betania fino alla fine degli Azzimi». Ed esce…
9. Manaen invitato a Nobe[44]
Luoghi sicuri per il Messia.
26«Ma si va proprio per di qui?», chiede Pietro a Isacco.
«Sì, sì. Ci si va anche da altre strade, uscendo dalla porta di Erode, e meglio da quella di Damasco. Ma è bene che voi conosciate i sentieri meno noti. Noi abbiamo girato tutti i dintorni per conoscerli e per insegnarveli. Potrete andare così dove volete, nelle vicinanze, senza passare per le vie solite».
27«E… c’è da fidarsi di quei di Nobe?», dice ancora Pietro.
«Come della tua casa stessa. Tommaso lo scorso inverno, Nicodemo sempre, il sacerdote Giovanni suo discepolo e altri hanno fatto del piccolo paese un luogo suo».
28«E tu hai fatto più di tutti», dice Beniamino (pastore).
«Oh! io!! Allora tutti si è fatto, se io ho fatto. Ma credi, Maestro, che ora tutto intorno alla città hai dei luoghi sicuri…».
29«Anche Rama…», dice Tommaso che ci tiene alla sua città.
«Mio padre e mio cognato hanno pensato a Te con Nicodemo».
30«Allora anche Emmaus», dice un uomo che non mi è nuovo, ma non so dire di preciso chi è, anche perché di Emmaus ne ho trovate più di una in Giudea, senza parlare di quel luogo presso Tarichea.
31«É lontana per andare e venire come faccio ora. Ma non mancherò di venirci qualche volta».
«E a casa mia», dice Salomon.
32«Là certamente almeno una volta per salutare il vecchio».
«C’è anche Bétèr».
«E Betsur».
33«Non andrò in casa delle discepole, ma quando sarà necessario le chiamerò a Me».
34«Io ho un amico sincero presso En Rogel. La sua casa ti è aperta. E nessuno penserà, di quelli che ti odiano, che Tu sei così vicino a loro», dice Stefano.
35«Il giardiniere dei Giardini reali ti può ospitare. É tutt’uno con Mannaen, che gli ha ottenuto quel posto… e poi… Tu lo hai guarito un giorno…».
«Io? Non lo conosco…».
36«Era, a Pasqua, fra i poveri che Tu guaristi da Cusa. Un colpo di falce sporca di letame gli faceva marcire una gamba, e il suo primo padrone lo aveva cacciato per questo. Mendicava per i suoi figli. E Tu lo hai guarito. Mannaen lo ha poi messo ai Giardini, ottenendogli il posto in un momento buono dell’Antipa. Ora quell’uomo fa tutto ciò che Mannaen dice. E per Te poi…», dice Mattia (pastore).
Andare da Gesù
37«Non ho mai visto Mannaen con voi…», dice Gesù fissando molto Mattia, che cambia colore e si turba.
«Vieni avanti con Me». Il discepolo lo segue.
«Parla!».
38«Signore… Mannaen ha sbagliato… e soffre molto, e con lui Timoneo e qualche altro ancora. Non hanno pace perché Tu…».
«Non crederanno che ho odio per loro…».
«Noooh! Ma… Hanno paura delle tue parole e del tuo volto».
39«Oh! che errore! Proprio perché hanno sbagliato devono venire alla Medicina. Sai dove sono?».
«Sì, Maestro».
40«Allora va’ da essi e di’ loro che li aspetto a Nobe».
Mattia se ne va senza perdere tempo. Il sentiero sul monte si alza di modo che è visibile tutta Gerusalemme vista da nord… Gesù con i suoi le volge le spalle, andando proprio in senso opposto alla città.
10. A Nobe. Manaen guarito da ogni umanità nel suo amore per il Messia[45].
Il Messia Re incompreso.
Nobe ospita il Messia
1É un paese raccolto, abbastanza ben tenuto. Gli abitanti sono nelle case perché c’è un gran vento. Ma quando i discepoli vanno ad avvertire che c’è Gesù, ecco che tutte le donne ed i bambini e i vecchi, che l’età ha fatto rimanere in paese, si affollano intorno a Gesù che si è fermato sulla piazzetta principale. Il paese, essendo su un’altura, ha aria e luce anche nella giornata fosca e l’occhio spazia da esso verso Gerusalemme a sud e verso Rama a nord (dico Rama perché è scritto su un cippo con l’indicazione delle miglia).
2La gente è molto commossa. Essere divenuti coloro che ospitano il Signore è per loro una cosa così nuova e commovente! Un vecchio, un vero patriarca, lo dice per tutti, e le donne col capo assentono, assentono.
Le parole dell’anziano Simeone
3Abituati ad essere schiacciati dalla superbia sacerdotale e farisaica, sono timorosi… Ma Gesù li mette subito a loro agio, prendendo in braccio una bambinella che fa i primi passetti, accarezzando il vecchione, dicendo: «Non mi avevate ancora visto?».
4«Da lontano… Passare sulla via… Qualche uomo al Tempio. Ma per noi, tanto vicini alla città, è ancor più difficile avere ciò che altri hanno venendo da lontano», dice il vecchione.
5«E’ sempre così, padre. Ciò che sembra facilitare le cose, le fa difficili, perché tutti si appoggiano all’idea che sia facile. Ma ora ci conosceremo. Ritirati, padre. L’autunno spira i suoi venti, ed essi non sono propizi ai patriarchi».
6«Oh! sono rimasto solo! Non ha più valore il giorno per me…».
«La figlia è sposata lontano e la moglie gli è morta alle Encenie», spiega una donna.
7«Giovanni, non devi dire così, oggi che hai il Rabbi con te. Lo desideravi tanto!», gli dice una vecchierella.
8«E’vero. Ma… Tu sei il Messia, non è vero?».
«Sì, padre».
9«E allora che posso desiderare di più, ora che l’ho visto e che vedo compiuta la promessa fatta ad Abramo?[46] Un vecchio, allora il vecchio era lui, cantò un giorno nel Tempio -io c’ero perché quel giorno la mia Lia si purificava del suo unico parto, e io ero presso di lei, e prima di noi aveva compiuto il rito. Una poco più che fanciulla…- un vecchio cantò baciando il Nato di quella Fanciulla: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace, perché i miei occhi hanno visto il Salvatore”. Quel Neonato eri Tu, allora. Oh! me! me beato! Io allora ho pregato il Signore dicendo: “Fa’ che io pure possa morire dopo averlo conosciuto”. Ora ti conosco. Sei qui. La mano del mio Signore è posata sulla mia testa. La sua voce mi ha parlato. L’Eterno mi ha esaudito. E che dirò se non le parole del vecchio Simeone dotto e giusto? Le dico: “Lascia, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace, perché gli occhi miei hanno conosciuto il tuo Cristo!”».
10«Non vuoi attendere di vedere il suo Regno?», dice una donna.
«No, Maria. Le feste non sono per i vecchi. E io non credo ciò che i più dicono. Io ricordo le parole di Simeone… Ha promesso una spada nel cuore di quella Fanciulla perché il mondo non amerà tutto il Salvatore… Ha detto che rovina o risurrezione verrà a molti per Lui… e c’è Isaia… e c’è Davide… No. Preferisco morire e attendere la sua grazia… E di là il suo Regno…».
11«Padre, tu vedi meglio dei giovani. Il mio Regno è quello dei Cieli. Ma per te la mia venuta non è rovina, perché tu sai credere in Me. Andiamo nella tua casa. Io resto con te», e guidato dal vecchio va ad una casetta bianca in una stradina fra orti, che si spogliano di foglie per la rapina del vento, e vi entra con Pietro e i due figli di Alfeo e Giovanni. Gli altri si spargono per le altre case…
…per tornare dopo qualche tempo a stipare la casetta, l’orto, il terrazzo sul tetto, fino a salire sul muretto a secco che separa un lato di orto dalla via, su un noce potente e su un melo parimente robusto, incuranti del vento che cresce sempre e solleva il polverone.
12Vogliono sentire Gesù. E Gesù tergiversa per qualche tempo, sinché inizia a parlare stando sulla soglia della cucina, di modo che la voce si sparga entro e fuori la casa.
Parabola del Re incompreso
13«Un re potente, il cui regno era molto vasto, volle venire un giorno a visitare i suoi sudditi. Egli abitava in una reggia eccelsa dalla quale, per mezzo dei suoi servi e messaggeri, mandava i suoi ordini e i suoi benefici ai sudditi che perciò sapevano della sua esistenza, dell’amore che aveva per essi, dei suoi propositi, ma non lo conoscevano affatto di persona, non sapevano la sua voce e il suo linguaggio. In una parola, sapevano che c’era ed era il loro Signore, ma nulla più. E, come sovente avviene, per questo fatto molte delle sue leggi e delle sue provvidenze venivano svisate, o per mala volontà o per incapacità di comprenderle, tanto che gli interessi dei sudditi e i desideri del re, che li voleva felici, ne subivano danno. Egli era costretto a punirli talora e ne soffriva più di loro. E le punizioni non cagionavano miglioramento. Disse allora: “Io andrò. Parlerò direttamente a loro. Mi farò conoscere. Mi ameranno e mi seguiranno meglio e diverranno felici”. E lasciò la sua eccelsa dimora per venire fra il suo popolo.
14Molto stupore cagionò la sua venuta. Il popolo si commosse, si agitò, chi con giubilo, chi con terrore, chi con ira, chi con diffidenza, chi con odio. Il re, paziente, senza stancarsi mai, si pose ad avvicinare tanto chi l’amava come chi lo temeva, come chi lo odiava. Si pose a spiegare la sua legge, ad ascoltare i suoi sudditi, a beneficarli, a sopportarli. E molti finirono ad amarlo, a non sfuggirlo più perché troppo grande; qualcuno, pochi, cessò anche di diffidare e di odiare. Erano i migliori. Ma molti rimasero ciò che erano, non avendo buona volontà in loro. Ma il re, che era molto saggio, sopportò anche questo rifugiandosi nell’amore dei migliori per avere premio delle sue fatiche.
15Però, che avvenne mai? Avvenne che anche fra i migliori non tutti lo compresero. Veniva da tanto lontano! Il suo linguaggio era così nuovo! Le sue volontà così diverse da quelle dei sudditi! E non fu capito da tutti… Anzi alcuni gli dettero dolore, e col dolore gli procurarono nocumento, o almeno rischiarono di procurarglielo, per averlo mal capito. E, quando compresero di avergli dato pena e danno, fuggirono desolati dal suo cospetto, né più andarono a lui temendo la sua parola.
16Ma il re aveva letto nei loro cuori e ogni giorno li chiamava col suo amore, pregava l’Eterno di concedergli di ritrovarli per dire loro: “Perché mi temete? É vero. La vostra incomprensione mi ha dato dolore, ma l’ho vista senza malizia, frutto soltanto di incapacità a comprendere il mio linguaggio tanto diverso dal vostro. Ciò che mi addolora è il vostro temermi. Ciò mi dice che non solo non mi avete capito come re, ma anche come amico. Perché non venite? Ma tornate dunque. Ciò che la gioia di amarmi non vi aveva fatto comprendere, ve lo ha reso chiaro il dolore di avermi dato dolore. Oh! venite, venite, amici miei. Non aumentate le vostre ignoranze con lo starmi lontano, le vostre caligini col nascondervi, le vostre amarezze coll’interdirvi il mio amore. Vedete? Soffriamo tanto io che voi ad essere divisi. Più ancora io che voi. Venite dunque e datemi gioia”.
17Così voleva parlare il re. E così parla. E Dio parla così anche a coloro che peccano. E così parla il Salvatore a coloro che possono aver sbagliato.
18E così parla il Re d’Israele ai suoi sudditi. Il vero Re d’Israele, quello che dal regno piccolo della Terra vuole portare i suoi sudditi al grande Regno dei Cieli. In esso non possono entrare quelli che non seguono il Re, quelli che non imparano a comprendere le sue parole e il suo pensiero. Ma come imparare se al primo errore si sfugge il Maestro?
19Nessuno si accasci se ha peccato e si è pentito, se ha sbagliato e riconosce l’errore. Venga alla Fonte che cancella gli errori e che dà luce e sapienza, e si disseti ad essa che arde di donarsi, ed è venuta dal Cielo per donarsi agli uomini».
Il Signore dei venti.
L’ amico amoroso
20Gesù tace. Solo il vento fa sentire la sua voce sempre più forte. Sul cucuzzolo del monticello dove è Nobe si accanisce tanto che gli alberi scricchiolano paurosamente.
21La gente è costretta a ritirarsi nelle case. Ma, quando si è diradata e Gesù torna in casa chiudendo la porta, Mattia, seguito da Mannaen e Timoneo, sbuca da dietro il muretto ed entra nell’orticello bussando alla porta chiusa.
22Gesù stesso viene ad aprire. «Maestro, eccoli!…», dice Mattia indicando i due, che sono rimasti vergognosi sul limitare dell’orto e non osano alzare il viso a guardare Gesù.
23«Mannaen! Timoneo! Amici miei!», dice Gesù uscendo nell’orto e rinchiudendo la porta, per significare a quelli di dentro che non escano a curiosare. E va verso i due, a braccia aperte, già aperte all’abbraccio.
24I due alzano il viso, tocchi dall’amore che trema nella voce del Maestro, gli vedono il volto e l’occhio, tutti pieni d’amore, e la loro paura cade, corrono avanti con un grido roco di pianto: «Maestro!», e gli cadono ai piedi abbracciandogli le caviglie, baciando i piedi nudi, bagnandoli di lacrime.
25«Amici miei! Non lì. Qui sul cuore. Vi ho tanto atteso! E tanto capito! Suvvia!…», e cerca rialzarli.
26«Perdono! Oh! perdono!… Non negarcelo, Maestro. Abbiamo sofferto tanto!».
27«Lo so. Ma se foste venuti prima, prima vi avrei detto: “Vi amo”».
28«Ci ami? Maestro?! Come prima?!», dice per primo Timoneo alzando un volto interrogativo.
«Più di prima, perché ora siete guariti da ogni umanità nel vostro amore per Me».
29«É vero! Oh! il mio Maestro!», e Mannaen scatta in piedi e non resiste più. Si getta sul petto di Gesù e Timoneo lo imita…
30«Vedete come si sta bene qui? Non è meglio qui che in una povera reggia? Dove avermi di più, e più potente, dolce, ricco di tesori senza fine, che avendomi Salvatore, Redentore, Re spirituale, Amico amoroso?».
32«É vero! É vero! Oh! ci avevano sedotti! E ci pareva onorarti, e che fosse giusto il loro pensiero!».
33«Non ci pensate più. É passato. Appartiene al passato. Lasciate che il tempo, scorrendo veloce come il turbine che ci percuote, lo porti lontano, lo sperda per sempre… Ma entriamo in casa. Non è possibile rimanere qui…».
L’ uragano minaccia sciagura
34É infatti un vero turbine quello che si avventa da nord sul paese. Rami che schiantano, tegoli che volano, qualche muretto insicuro delle terrazze sui tetti che cade con fragore. Il noce e il melo si torcono come se volessero svellersi dal suolo. Entrano in casa e i quattro apostoli guardano stupiti il volto ancor umido di lacrime dei due discepoli, in contrasto col sorriso che pure è sul loro viso. Ma non dicono niente.
35«Qualche sciagura si prepara», dice il vecchio Giovanni.
36«Sì. Quelli che sono ancora sotto le capanne non so come faranno…», dice Pietro.
37Il vento è tale che le fiammelle di un lume a tre becchi, acceso per illuminare la stanza chiusa, vacillano nonostante le porte sbarrate.
38Al frastuono del vento, che cresce sempre più e percuote la casa con terriccio e detriti, tanto che sembra cada della grandine sottile, si mescolano urli di donne, sempre più vicini. Sono spose spaventate, madri in angoscia: «I nostri mariti! I figli nostri! Sono per via. Abbiamo paura. É crollato un muro della casa abbandonata… Signore! Gesù! Pietà!».
Miracolo sul turbine
39Gesù sorge in piedi, apre a stento la porta che il vento comprime con tutta la sua violenza. Delle donne, curve per resistere al vento -una vera tromba d’aria sotto un cielo pauroso- gemono tendendo le braccia.
40«Entrate. Non temete!», dice Gesù. E guarda il cielo e le piante prossime ad essere schiantate.
41«Rientra, Gesù! Vedi come si schiantano i rami e cadono embrici? Non è prudente rimanere fuori», grida Giuda d’Alfeo.
42«Poveri ulivi! Questa è grandine. Dove cade hanno finito di cogliere», sentenzia Pietro.
43Gesù non rientra. Esce anzi del tutto, fra il turbine che gli torce la veste e solleva i capelli. Apre le braccia, prega, e poi ordina: «Basta! Lo voglio!», e rientra in casa.
44Il vento ha un ultimo muggito e poi cade di colpo. É impressionante il silenzio che si fa dopo tanto fragore. É tale che dalle case sporgono visi stupiti. Restano i segni dell’aeromoto: foglie, rami spezzati, brandelli di tende. Ma tutto è quieto. Il firmamento risponde alla terra, non più sconvolta, con un alleggerirsi di nubi che da nere si fanno chiare, si spargono senza far danno, ma lasciando cadere una spruzzata di pioggia che finisce di purificare l’aria intorbidata da tanta polvere.
45«Ma che è stato?»
«Così è finito?».
«Pareva la fine, e ora si fa sereno?». Voci che interrogano da casa a casa.
46Le donne che erano corse da Gesù corrono fuori. «Il Signore! Il Signore è con noi! Ha fatto il miracolo! Ha fermato il vento! Ha rotto le nubi! Osanna! Osanna! Lode al Figlio di Davide. Pace! Benedizione! Cristo è con noi! Con noi è il Benedetto! Il Santo! Il Santo! Il Santo! Il Messia è con noi! Alleluia!».
47Il paese riversa fuori tutti i suoi abitanti reali e quelli occasionali, ossia apostoli e discepoli, che accorrono tutti alla casetta dove è Gesù. Tutti vogliono baciarlo, toccarlo, esaltarlo.
48«Lodate il Signore Altissimo. Egli è il Padrone dei venti e delle acque. Se Egli ha ascoltato il suo Figlio lo è stato per premiare la fede e l’amore che voi avete avuto in Lui».
49E vorrebbe congedarli. Ma chi calma un paese in festa, agitato da un miracolo palese? Specie se è un paese pieno di donne? Gli sforzi di Gesù sono vani. Egli sorride paziente, mentre il vecchio che lo ospita gli lava di lacrime e baci la mano sinistra.
Il racconto si colora
50Ecco i primi uomini trafelati, impauriti, di ritorno da Gerusalemme. Temono chissà che sciagure. Vedono il popolo in festa.
51«Che è? Che è stato? Ma non avete avuto bufera? Dal monte si vedeva sparire la città sotto nubi di polvere. Credevamo fosse crollata. E qui è tutto salvo!».
52«Il Signore! Il Signore! Venuto in tempo per salvarci da rovina. Solo la casa maledetta è caduta, e qualche tegolo e qualche ramo. E voi? Che è successo in Gerusalemme?».
53Le domande, le risposte si incrociano. Ma gli uomini si fanno largo per andare a venerare il Salvatore. Solo dopo spiegano che la paura era in città per la bufera imminente, e tutti fuggivano dalle capanne nelle case, e i padroni degli uliveti piangevano già sul loro raccolto… quando di un tratto il vento si era calmato e il cielo schiarito con poca pioggia… e tutta la città era stupita. E, poiché la fantasia lavora subito in certi casi, gli uomini riportano che, mentre la gente fuggiva, molti che erano stati nel Tempio i giorni prima, vedendo che il Moria era il più investito dalle raffiche, tanto che i banchi dei cambiavalute erano stati rovesciati e dei danni si erano fatti nella casa del Pontefice, dicevano che era il castigo di Dio per gli insulti fatti al suo Messia. E su, e su, e su… Più uomini arrivano e più si colora il racconto. A momenti diventa più apocalittico di ciò che non è il racconto del Venerdì Santo…
11. Manaen con gli apostoli e i discepoli fuggiti dal Tempio[47].
Ancora c’è amore e giustizia in Israele.
Smarrimento transitorio.
1Pietro, entrando, ha la stessa mossa accasciata che ebbe al Giordano dopo aver guadato a Betabara: si getta come sfinito sul primo sedile che trova e si prende il capo fra le mani. Gli altri non sono così abbattuti, ma alterati, pallidi, direi smarriti lo sono tutti, chi più chi meno. I figli di Alfeo, Giacomo di Zebedeo e Andrea non rispondono quasi al saluto di Giuseppe di Sefori e della moglie di lui, che arriva con una vecchia servente e del pane caldo e cibi diversi.
2Marziam ha dei segni di pianto sotto gli occhi. Isacco accorre presso Gesù e gli prende la mano, la carezza mormorando: «Sempre come la notte della strage… E salvo un’altra volta. Oh! mio Signore, fino a quando? Fino a quando ti potrai salvare?».
3É questo grido che apre le bocche e tutti, in confuso, parlano, raccontano i maltrattamenti, le minacce, le paure avute… Un altro colpo alla porta.
Giuseppe d’ Arimatea.
4«Ohimè, non ci avranno seguiti?! Io lo avevo detto di venire alla spicciolata!…», dice l’Iscariota.
5«Era meglio, sì. Li abbiamo sempre alle calcagna. Ma ormai…», dice Bartolomeo.
6Giuseppe, per quanto poco volentieri, va personalmente a guardare dallo spioncino, mentre sua moglie dice: «Dal terrazzo potete scendere sulle stalle e da lì nell’orto posteriore. Vi farò vedere…». Ma, mentre si avvia, suo marito esclama: «L’Anziano Giuseppe! Quale onore!», e apre la porta lasciando entrare Giuseppe d’Arimatea.
7«La pace a Te, Maestro. C’ero e ho visto… Mannaen mi ha incontrato che uscivo dal Tempio disgustato a morte. E non poter intervenire, non poterlo fare, per esserti più utile, e… Oh! sei qui tu pure, Giuda di Keriot? Tu lo potresti fare, tu, amico di tanti! Non ne senti il dovere, tu, suo apostolo?».
«Tu sei discepolo…».
«No. Se lo fossi, sarei al suo seguito come vi sono altri. Sono un suo amico».
«È la stessa cosa».
8«No. Anche Lazzaro gli è amico, ma non vorrai dire che gli è discepolo…».
«Nell’anima, sì».
9«Coloro che non sono dei satana sono tutti discepoli della sua parola, perché la sentono parola di Sapienza».
10Il piccolo battibecco fra Giuseppe e Giuda di Keriot si esaurisce intanto che Giuseppe di Sefori, comprendendo solamente ora che vi è stato del brutto, interroga questo e quello con interesse e con atti di dolore.
11«Ciò va detto a Giuseppe d’Alfeo! Ciò va detto. E incaricherò… Che vuoi da me, Giuseppe?», chiede volgendosi all’Anziano che gli tocca la spalla come per interrogarlo.
«Nulla. Volevo soltanto felicitarmi con te per il tuo buon aspetto. Questo è un buon israelita. Fedele e giusto in tutto. Eh! io lo so. Di lui si può dire che Dio lo ha provato e conosciuto…»
Lievito d’amore e giustizia.
12Altro busso alla porta. I due Giuseppe si avviano insieme verso il portone per aprirlo, e vedo che Giuseppe d’Arimatea si china a dire qualcosa all’orecchio dell’altro, che ha un moto di viva sorpresa e si volge per un momento a guardare verso gli apostoli. Poi apre l’uscio.
13Nicodemo e Mannaen entrano, seguiti da tutti i pastori-discepoli presenti a Gerusalemme, ossia Gionata e i discepoli già del Battista. Poi, con loro, è il sacerdote Giovanni insieme ad un altro molto anziano, e Nicolai. E, in coda a tutti, Niche con la giovinetta che Gesù le ha affidato, e Annalia con la madre. Si levano il velo che le nasconde nel volto, e appaiono i loro volti turbati.
14«Maestro! Ma che ti accade? Ho saputo… Prima dalla gente che da Mannaen… La città è piena di questa voce come un alveare di ronzio. E chi ti ama accorre a cercarti dove pensa Tu sia. Certo anche in casa tua, Giuseppe, sono accorsi… Io stessa andavo alle case di Lazzaro… É troppo! Come ti sei salvato?».
15«La Provvidenza ha vegliato su Me. Non piangano le discepole ma benedicano l’Eterno e fortifichino il loro cuore. E a voi tutti, grazie e benedizioni. Non è tutto morto l’amore e la giustizia in Israele. E ciò mi conforta».
16«Sì. Ma non andare più al Tempio, Maestro. Per molto non andare, non andare!». Le voci sono concordi nel dire le parole, e l’affannoso «non andare» si ripercuote fra le mura robuste della vecchia casa con voce di supplice ammonimento.
17Il piccolo Marziale, nascosto chissà dove, sente quel rumore e, curioso, accorre mettendo il suo visetto nella fessura della tenda. E vedendo Maria va da lei, rifugiandosi fra le sue braccia per timore del rimprovero di Giuseppe di Sefori. Ma Giuseppe è troppo agitato ed occupato ad ascoltare questo e quello, a consigliare, ad approvare e così via, per occuparsi di lui, e lo vede soltanto quando il bambino, al quale la vecchia Maria ha detto qualcosa, va da Gesù e lo bacia gettandogli le braccia al collo. Gesù lo cinge con un braccio attirandolo a Sé, mentre risponde ai molti che gli dicono ciò che credono migliore a farsi.
18«No. Non mi muovo di qui. Da Lazzaro, che mi attendeva, andate voi a dire che non posso. Io, galileo e amico da anni della famiglia, resto qui fino al tramonto di domani. E poi… vedrò dove andare…».
19«Dici sempre così, e poi torni là. Ma non ti lasceremo più andare. Io almeno. Ti ho proprio creduto perduto…», dice Pietro e due lacrime gli si riformano all’angolo degli occhi sporgenti.
L’ ubbidienza è amore
L’abominio visto dal Profeta.
20«Mai visto così. E basta. Ciò mi ha deciso. Se non mi rifiuti… Sono troppo vecchio per l’altare, ormai, ma per morire per Te sono valido ancora. E morirò, se occorre, fra il vestibolo e l’altare, come il saggio Zaccaria[48] oppure Onia difensore del Tempio e del Tesoro[49], morirò fuor dal sacro recinto al quale ho consacrato la mia vita. Ma Tu mi aprirai un luogo più santo! Oh! non posso più vedere l’abominio! Perché i miei vecchi occhi hanno dovuto vedere tanto? L’abominio visto dal Profeta[50] è già dentro le mura, e sale, sale come un moto d’acque che la piena spinge a sommergere una città! Sale, sale! Invade i cortili e i portici, sormonta i gradini, penetra più avanti! Sale! Sale! Urta già contro il Santo! L’onda fangosa lambe le pietre che selciano il sacro luogo! Se ne offuscano i colori preziosi! Se ne insozza il piede del Sacerdote! Se ne bagna la tunica! Se ne intride l’efod! Se ne velano le pietre del razionale e non se ne possono più leggere le parole![51] Oh! Oh! Le onde dell’abominio salgono al volto del Sacerdote Sommo e l’imbrattano, e la Santità del Signore è sotto una crosta di fango, e la tiara è come panno caduto in gora fangosa. Fango! Fango! Ma sale da fuori, o dal sommo del Moria trabocca sulla città e su tutto Israele? Padre Abramo! Padre Abramo! Non volevi tu accendere là il fuoco del sacrifizio perché splendesse l’olocausto del cuore fedele?[52] Ora fango gorgoglia dove doveva esser fuoco! Isacco è fra noi, e il popolo lo immola. Ma se pura è la Vittima… se pura è la Vittima… sozzi sono i sacrificatori. Anatema su noi! Sul monte il Signore vedrà l’abominio del suo popolo!… Ah!», e il vecchio, che è con il sacerdote Giovanni, si accascia al suolo coprendosi il volto con un desolato pianto di vecchio.
21«Te lo avevo condotto… É tanto che vuole… Ma oggi, dopo ciò che ha visto, nessuno più lo teneva… Il vecchio Matan (o Natan) ha sovente spirito profetico, e se la vista delle sue pupille sempre più si vela, la vista del suo spirito sempre più si illumina. Accetta il mio amico, Signore», dice il sacerdote Giovanni.
22«Non respingo alcuno. Alzati, sacerdote, e alza lo spirito. In alto non c’è fango. E fango non tocca chi sa stare in alto».
23Il vecchio si alza e, venerabondo, prima di farlo, prende il lembo estremo della veste di Gesù e la bacia.
L’ ubbidienza è amore.
24Le donne, specie Annalia, piangono ancora emozionate nel loro velo, e le parole del vecchio aumentano il loro pianto. Gesù le chiama a Sé, ed esse vengono a testa china, dal loro angolino, vicino al Maestro. Se Niche e la madre di Annalia sanno soffocare il loro pianto tenendolo quasi celato, la giovane discepola singhiozza proprio, senza ritegno di chi la osserva con sentimenti diversi.
25«Perdonala, Maestro. Ella ti deve la vita e ti ama. Non può pensare che ti facciano del male. E poi è rimasta così… sola e così… triste dopo che…», dice la madre.
26«Oh! non è questo! No, non è questo! Signore! Maestro! Salvatore mio! Io… Io…».
Annalia non riesce a parlare, parte per i singhiozzi, parte per vergogna, o altro.
27«Ha temuto rappresaglie perché discepola. Certo è per questo. Molti se ne vanno per questo…», dice l’Iscariota.
28«Oh! no! Meno ancora è per questo! Tu non capisci nulla, uomo, o presti ad altri il tuo pensiero. Ma Tu sai, Signore, di che piango. Ti ho temuto morto e che non ti fossi ricordato della promessa…», finisce in un sospiro, dopo aver detto con forza le prime parole, ribellandosi all’insinuazione di Giuda.
29Gesù le risponde: «Io non dimentico mai. Non temere. Va’ alla tua casa. Tranquilla. Ad attendere l’ora del mio trionfo e della tua pace. Va’. Sta per calare il sole. Ritiratevi, donne. E la pace sia con voi».
30«Signore, io non vorrei lasciarti…», dice Niche.
31«L’ubbidienza è amore».
32«E’ vero, Maestro. Ma perché non io pure come Elisa?».
«Perché tu mi sei utile qui come lei a Nobe. Va’, Niche, va’! Degli uomini scortino le donne perché non siano importunate».
33Mannaen e Gionata si apprestano ad ubbidire. Ma Gesù ferma Gionata chiedendogli: «Tu dunque torni in Galilea?».
«Sì, Maestro. Il giorno dopo il sabato. Mi manda il padrone».
34«Hai posto sul carro?».
«Sono solo, Maestro».
35«Allora condurrai con te Marziam e Isacco. Tu, Isacco, sai cosa devi fare. E tu pure, Marziam…»
«Sì, Maestro», rispondono i due, Isacco col suo mite sorriso, Marziam con un tremore di pianto nella voce e sulle labbra.
36Gesù lo carezza e Marziam, dimentico di ogni ritegno, gli si abbandona sul petto dicendo: «Lasciarti… ora che ti perseguitano tutti… Oh! Maestro mio! Ti vedrò mai più!… Sei stato tutto il mio Bene. Tutto in Te ho trovato!… Perché mi mandi? Lasciami morire con Te! Che vuoi che più mi importi la vita, se non ho Te?».
«Dico a te ciò che ho detto a Niche. L’ubbidienza è amore».
«Vado! Benedicimi, Gesù!».
37Gionata se ne va con Mannaen, Niche e le altre tre donne. Anche gli altri discepoli se ne vanno a gruppetti.
38É soltanto quando la stanza, prima sovraffollata, si vuota quasi, che si nota la mancanza di Giuda di Keriot. E molti se ne stupiscono, perché era lì poco avanti, né ha avuto alcun ordine.
39«Sarà andato a comperare per noi», dice Gesù per impedire commenti, e continua a parlare con Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, rimasti unici oltre gli undici apostoli e Marziam, che sta vicino a Gesù con l’avidità di goderlo in queste ultime ore.
40E Gesù è così fra Marziam, giovinetto, e Marziale, fanciullo, brunetti, magrolini, infelici nella fanciullezza ugualmente, e ugualmente raccolti in nome di Gesù da due buoni israeliti.
41Giuseppe di Sefori e la moglie si sono eclissati prudentemente per lasciare libero il Maestro.
Mentalità del vecchio Israele.
Il vecchio “Israele”.
42Nicodemo chiede: «Ma chi è questo bambino?».
«É Marziale. Un fanciullo che Giuseppe si è preso per figlio».
«Non lo sapevo».
«Nessuno, o quasi nessuno, lo sa».
«Molto umile quest’uomo. Un altro avrebbe messo in vista il suo atto», osserva Giuseppe.
43«Lo credi?… Va’, Marziale. Conduci Marziam a vedere la casa…», dice Gesù.
E, andati via i due, riprende a parlare: «Sei in errore, Giuseppe. Come è difficile giudicare con giustizia!».
44«Ma Signore! Raccogliere un orfano, perché certo è un orfano, e non vantarsene, è certo umiltà».
45«Il fanciullo, il nome lo dice, non è d’Israele…».
«Ah! ora comprendo! Fa bene allora a tenerlo celato».
«Ma è stato circonciso però…».
46«Non importa. Tu sai… Anche Giovanni di Endor lo era… Ma ti fu cagione di riprovazione. Giuseppe, galileo per giunta, potrebbe avere delle… noie, nonostante la circoncisione. Ci sono tanti orfani anche in Israele… Certo che con quel nome… e coll’aspetto…».
Le leggi umane e il pensiero del giusto.
47«Come siete tutti “Israele”, anche i migliori! Come anche nel fare il bene non capite e non sapete essere perfetti! Non comprendete ancora che Uno solo è il Padre dei Cieli, ed ogni creatura ne è figlia? Non comprendete ancora che un unico premio o un unico castigo può l’uomo avere, e che sia veramente premio o castigo?
48Perché farvi schiavi della paura degli uomini? Ma questo è il frutto della corruzione della Legge divina, lavorata tanto, tanto oppressa da leggicole umane, da rendere ottuso ed oscuro anche il pensiero del giusto che la pratica. Nella Legge mosaica e perciò divina, in quella premosaica, e unicamente morale, o sorta per ispirazione celeste, è forse detto che chi non era d’Israele non poteva entrare a farvi parte? Non si legge nella Genesi: “Quando fra otto giorni, ogni bambino maschio sia tra voi circonciso, tanto quello nato in casa come quello comprato, anche se non è della vostra stirpe, sia circonciso”[53]? Questo era detto. Ogni altra aggiunta è vostra. L’ho detto a Giuseppe e a voi lo dico. Non avrà presto più eccessiva importanza la circoncisione antica[54]. Una nuova, e più vera[55], verrà apposta e su più nobile parte[56]. Ma finché la prima dura, e voi, per fedeltà al Signore, la apponete al maschio da voi nato, o da voi adottato, non vergognatevi di averlo fatto su carne di altra stirpe. La carne è del sepolcro, l’anima è di Dio. Si circoncide la carne non potendo circoncidere ciò che è spirituale. Ma il segno santo splende sullo spirito. E lo spirito è del Padre di tutti gli uomini. Meditate su questo».
Ritorno dell’ Iscariota.
49Un silenzio, poi Giuseppe d’Arimatea si alza e dice: «Io vado, Maestro. Vieni domani da me».
«No. È meglio che Io non venga».
50«Allora da me, nella casa sulla via dell’Uliveto per Betania. Vi è pace e…».
51«Neppure. Andrò nell’Uliveto. Per pregare… Ma il mio spirito cerca solitudine. Vogliatemi avere per scusato».
«Come vuoi, Maestro. E… non andare al Tempio. La pace a Te».
«La pace a voi». I due se ne vanno…
52«Io vorrei sapere dove è andato Giuda!», esclama Giacomo di Zebedeo.
«Direi dai poveri. Ma qui è la borsa!».
«Non ve ne occupate… Verrà…».
53Rientra Maria di Giuseppe con dei lumi, perché la luce non rompe più lo spessore di una lastra di mica messa a far da lucernario nello stanzone, e rientrano i due ragazzi.
54«Sono contento di lasciarti con uno che quasi ha il mio nome. Così, chiamando lui, ti ricorderai di me», dice Marziam.
55Gesù lo attira a Sé. Rientra anche Giuda al quale ha aperto la servente. Baldo, sorridente, franco!
56«Maestro, ho voluto vedere… La tempesta è sedata. E ho scortato le donne… Così paurosa quella vergine! Non ti ho detto nulla perché me lo avresti impedito, e io volevo vedere se c’era del pericolo per Te. Ma nessuno ci pensa più. Il sabato svuota le vie».
57«Va bene. Ora stiamo qui in pace e domani…».
58«Non vorrai già andare al Tempio!», gridano gli apostoli.
59«No. Alla sinagoga nostra. Da buoni galilei fedeli».
12. Incontro con Mannaen e lezione sull’amore per gli animali[57].
Incontro con Mannaen.
La gioia dell’incontro.
17Sono in vista della via che va verso il fiume. Qui vi è qualche pellegrino che pungola le cavalcature o affretta il passo per essere prima di notte nei luoghi di sosta. Ma tutti vanno imbacuccati perché, essendo caduto il sole, l’aria si fa rigida, e nessuno nota i due viandanti che vanno lesti verso il fiume.
18Un cavaliere al trotto serrato, quasi al galoppo, li raggiunge e li sorpassa, e si arresta dopo qualche metro per un ingombro di asinelli presso un ponticello a cavalcioni di un grosso rio, che si vuol dare delle arie di torrente e che va spumando verso il Giordano o il mar Morto. Mentre attende il suo turno di passaggio, il cavaliere si volge e fa un atto di sorpresa. Scende di sella e, tenendo per le redini il cavallo, torna indietro Verso Gesù e Giovanni che non lo hanno notato.
19«Maestro! Come qui? E solo con Giovanni?», chiede il cavaliere gettando indietro i lembi del copricapo che si era calati sul viso a far da cappuccio e, potrei dire, da maschera a riparo dal vento e dalla polvere. Il volto bruno e virile di Mannaen appare.
20«La pace a te, Mannaen. Vado verso il fiume per passarlo. Ma dubito poterlo fare avanti notte. E tu dove andavi?».
21«A Macheronte. Nella sudicia tana. Non hai dove dormire? Vieni con me. Io mi affrettavo ad un albergo sulla via delle carovane. O, se preferisci, drizzerò la tenda sotto le piante del fiume. Ho tutto sulla sella».
22«Preferisco così. Ma tu certo preferisci l’albergo».
23«Preferisco Te, mio Signore. Reputo una grazia questa di averti incontrato. Andiamo, allora. Conosco le sponde come fossero i corridoi della mia casa. Ai piedi del colle di Galgala vi è un bosco riparato dai venti, ricco di erbe per la bestia e di legna per i fuochi degli uomini. Vi staremo bene».
Un ricovero da cavalieri del deserto.
24Vanno svelti, piegando decisamente ad oriente, lasciando la via che va verso il guado o verso Gerico. Giungono presto ai margini di un folto bosco, che scende dalle pendici del colle e dilaga sul piano verso le sponde.
25«Vado a quella casa. Mi conosce. Chiederò latte e paglia per tutti», dice Mannaen andandosene col suo cavallo, e presto anche torna seguito da due uomini con fasci di paglia sulle spalle e un secchiollino di rame colmo di latte.
26Entrano sotto il bosco senza parlare. Mannaen fa gettare a terra la paglia e licenzia i due uomini. Dalle tasche della sella leva esca e acciarino e fa fuoco con le molte frasche che sono al suolo. Il fuoco rallegra e riscalda. Il paiolo, messo su due pietre portate da Giovanni, si scalda mentre Mannaen, levata la sella al cavallo, stende la tenda di morbida lana di cammello legandola a dei picchetti infissi al suolo, addossandola al tronco robusto di una pianta secolare. Stende sull’erba una pelle di pecora, che era pure legata all’arcione, vi colloca la sella e dice: «Maestro, vieni. Un ricovero da cavalieri del deserto. Ma difende dalla guazza e dall’umido del suolo. A noi basterà la paglia. E ti assicuro, Maestro, che i tappeti preziosi e i baldacchini, i sedili della reggia mi sembrano meno, molto meno belli di questo tuo trono e di questa tenda e di questa paglia, e i cibi succulenti che ho più volte gustato non avranno mai avuto il sapore del pane e latte che prenderemo insieme qui sotto. Sono felice, Maestro!».
27«Io pure, Mannaen, e certo lo è Giovanni. La Provvidenza ci ha uniti questa sera per nostra reciproca gioia».
28«Questa sera e domani, Maestro, e anche dopodomani, sinché non ti so al sicuro, fra i tuoi apostoli. Penso che Tu vada a raggiungerli…»
«Sì. Vado da loro. Mi attendono nella casa di Salomon».
Gerusalemme divisa in partiti.
29Mannaen lo osserva. Poi dice: «Sono passato da Gerusalemme… E ho saputo. Da Betania. E ho capito perché non ti sei fermato lì. Fai bene a ritirarti. Gerusalemme è un corpo pieno di veleno e di marciume. Più del povero Lazzaro…».
30«Lo hai visto?»
«Sì. Afflitto dagli strazi del corpo e da quelli del cuore, per Te. Muore molto afflitto Lazzaro… Ma vorrei morire io pure piuttosto che vedere il peccato dei nostri compatrioti».
31«Era in fermento la città?», chiede Giovanni che sorveglia il fuoco.
«Molto. Divisa in due partiti. E, strana cosa, i romani hanno usato clemenza ad alcuni presi per sedizione il giorno avanti. Si dice in segreto che ciò sia per non aumentare il fermento. Si dice anche che presto il Proconsole verrà in Gerusalemme. Prima del tempo solito. Se sarà un bene, non so. So che certo lo imiterà Erode. E questo certo sarà un bene per me, perché potrò starti vicino. Con un buon cavallo -e le scuderie dell’Antipa hanno arabi veloci- andare dalla città al fiume sarà cosa rapida. Se là ti fermi…».
«Sì. Mi fermo. Per ora almeno…».
32Giovanni porta il latte caldo, nel quale ognuno intinge il suo pane dopo che Gesù ha offerto e benedetto. Mannaen offre dei datteri biondi come miele.
33«Ma dove avevi tante cose?», chiede stupito Giovanni.
«La sella di un cavaliere è un piccolo mercato, Giovanni. Vi è di tutto per l’uomo e per la bestia», risponde Mannaen con un sorriso leale sul volto bruno.
Lezione sull’amore per gli animali.
E’ lecito amare gli animali?
34Pensa un momento, poi chiede: «Maestro, è lecito amare gli animali che ci servono e che tante volte lo fanno con più fedeltà dell’uomo?».
35«Perché questa domanda?».
«Perché di recente sono stato schernito e rimproverato da alcuni che mi videro ricoprire con la coperta, che ora ci fa da tenda, il mio cavallo sudato dalla corsa fatta».
36«E non ti hanno detto altro?»
Mannaen guarda interdetto Gesù… e tace.
«Parla con sincerità. Non è mormorare e non è offendermi dire ciò che essi ti hanno detto per lanciare una nuova manata di fango contro di Me».
37«Maestro, Tu sai tutto. Veramente Tu sai tutto ed è inutile volerti celare i nostri pensieri o quelli di altri. Sì. Mi hanno detto: “Si vede che sei discepolo di quel samaritano. Sei un pagano come Lui, che viola anche i sabati per farsi immondo, toccando immondi animali”».
38«Ah! questo è certo stato Ismael! », esclama Giovanni.
39«Sì. Lui e altri con lui. Io ho ribattuto: “Vi capirei se mi diceste immondo perché vivo presso la Corte dell’Antipa. Non perché ho cura di un animale che è stato creato da Dio”. Mi hanno risposto, perché erano nel gruppo anche degli erodiani -il che è facile vedere da qualche tempo ed è anche molto meraviglioso, perché prima d’ora il dissidio fra di loro era intenso- mi hanno risposto: “Noi non giudichiamo le azioni dell’Antipa, ma le tue. Anche Giovanni il Battista era a Macheronte e aveva contatti col re. Ma è rimasto sempre un giusto. Tu invece sei un idolatra…”. Si adunava gente e mi sono frenato per non eccitare la cittadinanza. Da qualche tempo essa è tenuta eccitata da alcuni tuoi falsi seguaci, che la spingono a ribellioni contro chi ti osteggia, o da altri che fanno soprusi dicendosi tuoi discepoli mandati da Te…».
40«Ma è troppo! Maestro? Ma dove giungeranno?», chiede agitato Giovanni.
«Non oltre il termine che potranno raggiungere. Oltre quel termine Io solo procederò e splenderà la Luce e nessuno potrà più dubitare che Io ero il Figlio di Dio. Ma venitemi qui accosto e ascoltate. Prima alimentate il fuoco».
41I due, ben felici, si gettano sulla folta pelle di pecora stesa al suolo sotto i piedi di Gesù, che è seduto sulla sella scarlatta contro la tenda addossata al tronco dell’albero. Mannaen sta quasi sdraiato, il gomito puntato al suolo, col capo appoggiato alla mano, gli occhi negli occhi di Gesù. Giovanni si siede sui calcagni e appoggia il capo contro il petto di Gesù, cingendolo con un braccio, nella sua positura abituale.
La creazione.
42«Quando il Creatore ebbe creato il Creato e gli dette a re l’uomo, creato a sua immagine e somiglianza, mostrò all’uomo tutte le creature create e volle che l’uomo desse loro un nome per distinguere queste da quelle. E si legge nella Genesi “che ogni nome che Adamo diede agli animali era buono, era il vero nome”[58]. E ancor nella Genesi si legge che Dio, avendo creato l’uomo e la donna, disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, perché domini i pesci del mare, i volatili del cielo, le bestie e tutta la terra e i rettili che strisciano su di essa”[59].
43E, creata che ebbe la compagna ad Adamo, la donna, come egli fatta a immagine e somiglianza di Dio, non essendo conveniente che la Tentazione in agguato tentasse e corrompesse ancor più laidamente il maschio creato a immagine di Dio, disse Dio all’uomo e alla donna: “Crescete, moltiplicatevi, e riempite la terra e rendetevela soggetta, e dominate sui pesci del mare, sui volatili del cielo e sopra tutti gli animali che si muovono sulla terra”[60], e disse ancora: “Ecco, vi ho dato tutte le erbe che fanno seme sulla terra e tutte le piante che hanno in sé semenza della loro specie, perché servano di cibo a voi e a tutti gli animali della terra e agli uccelli del cielo e a quanto si muove sulla terra ed ha in sé anima vivente, affinché abbiano vita”[61].
Dono d’amore e patrimonio dal Padre ai figli.
44Gli animali e le piante, e tutto quanto il Creatore ha creato per utile dell’uomo, rappresentano dunque un dono d’amore e un patrimonio dato in custodia dal Padre ai figli, perché lo usino con loro utile e con gratitudine verso il Datore di ogni provvidenza. Perciò vanno amati e trattati con giusta cura.
45Che direste voi di un figlio al quale il padre desse vesti, mobili, denaro, campi, case, dicendo: “Te li dono per te e per i tuoi successori perché abbiate di che esser felici. Usate di tutto questo con amore in ricordo del mio amore che ve lo dona”, e che poi, sia il figlio che i figli di lui, lasciassero tutto rovinare o dilapidassero ogni bene? Direste che non hanno fatto onore al padre loro, che non hanno amato il padre e il suo dono. Ugualmente l’uomo deve aver cura di quanto Dio con cura provvidenziale gli ha messo a disposizione.
46Cura non vuol dire idolatria, né affetto smodato per le bestie o le piante, o qualsiasi altra cosa. Cura vuol dire senso di pietà e di riconoscenza per le cose minori, che ci servono e che hanno la loro vita, ossia la loro sensibilità.
Nulla di inutile è nel creato.
47L’anima vivente delle creature minori, delle quali parla la Genesi, non è l’anima quale ha l’uomo. É la vita, semplicemente la vita, ossia l’essere sensibile alle cose attuali, tanto materiali che affettive. Quando un animale è morto è insensibile, perché con la morte per esso è la vera fine. Non c’è futuro per esso. Ma sinché è vivente soffre la fame, freddo, stanchezza, è soggetto a ferirsi e soffrire, a godere, ad amare, ad odiare, ad ammalarsi e morire. E l’uomo, in ricordo di Dio, che gli ha dato quel mezzo per rendergli meno aspro l’esilio sulla Terra, deve essere umano verso i suoi servi minori che sono gli animali. Nel libro mosaico[62] non è forse prescritto di avere sensi di umanità anche per gli animali, volatili o quadrupedi che siano?
48In verità vi dico che bisogna saper vedere con giustizia le opere del Creatore. Se si guardano con giustizia si vede che sono “buone”. E cosa buona va sempre amata. Si vede che sono cose date con fine buono e per impulso d’amore, e come tali le possiamo, le dobbiamo amare, vedendo, oltre l’essere finito, l’Essere infinito che le ha create per noi. Si vede che sono utili, e come cose utili vanno amate. Nulla, ricordatevelo bene, è stato fatto senza scopo nell’universo. Dio non sciupa la sua perfetta potenza in inutili cose. Questo filo d’erba non è meno utile del tronco poderoso al quale si appoggia il nostro temporaneo rifugio. La stilla di rugiada, la piccola perla della brina, non sono meno utili dell’immenso mare. Il moscerino non è meno utile dell’elefante, e il verme che sta nel fango del fossato meno della balena. Nulla di inutile è nel creato. Dio tutto ha fatto con fine buono, con amore per l’uomo. L’uomo deve usare tutto con retto fine e con amore per Dio, che gli ha dato tutto quanto è sulla Terra perché sia suddito al re del creato.
La perla che diventa bruttura nel creato.
49Tu hai detto, o Mannaen, che l’animale serve, sovente meglio degli uomini, gli uomini. Io dico che gli animali, le piante, i minerali, gli elementi superano tutti l’uomo nell’ubbidire, seguendo passivamente le leggi creative, o attivamente seguendo l’istinto inculcato dal Creatore, o arrendendosi all’addomesticazione allo scopo per il quale sono stati creati. L’uomo, che dovrebbe essere la perla nel creato, troppo sovente è la bruttura del creato. Dovrebbe essere la nota più rispondente al coro dei celesti nel lodare Iddio, e troppo sovente è la nota discorde che impreca o bestemmia o si ribella o dedica il suo canto a lodare le creature anziché il Creatore. L’idolatria perciò. L’offesa perciò. La sozzura perciò. E questo è peccato. Sta’ dunque in pace, Mannaen. Il tuo aver pietà di un cavallo, che è sudato per averti servito, non è peccato. Peccato sono le lacrime che si fanno versare ai propri simili e gli sfrenati amori che sono offesa verso Dio, degno di tutto l’amore dell’uomo».
Anche l’errore è mezzo al bene.
50«Ma io, stando presso l’Antipa, pecco?».
51«Per qual scopo vi stai? Per godere?».
«No, Maestro. Per vegliare su Te. Lo sai. Anche ora ci andavo per questo. Perché so che hanno mandato messi ad Erode per eccitarlo contro di Te».
52«E allora non c’è peccato. Non ameresti di più stare con Me, nella mia povertà di vita?».
«E me lo chiedi? L’ho detto al principio. Questa notte sotto la tenda, il povero cibo che abbiamo gustato, non hanno paragone per me. Oh! se non fosse che, per ascoltare i sibili dei serpi, occorre stare presso la loro tana, io starei con Te! Ho compreso la verità della tua missione. Ho sbagliato un giorno. Ma mi ha servito a comprendere e non uscirò più dalla giustizia».
53«Tu vedi! Nulla è di inutile. Anche l’errore, per chi tende al Bene, è mezzo al Bene. L’errore cade come veste di crisalide, ed esce la farfalla che non è deforme, che non puzza, non striscia, ma vola cercando calici di fiori e raggi di luce. Anche le anime buone sono così. Possono lasciarsi avviluppare da miserie e mortificanti strettoie per un momento. Ma poi se ne liberano e volano di fiore in fiore, di virtù in virtù, verso la Luce, verso la Perfezione. Lodiamo il Signore per le sue opere di continua misericordia, agenti anche ad insaputa dell’uomo nel cuore dell’uomo e intorno a lui».
Preghiera, riposo, veglia.
54E Gesù prega, mettendosi in ginocchio perché non consente la tenda, bassa e limitata, altra posizione. Poi, alimentato il fuoco davanti alla tenda, impastoiato il cavallo, si accingono al riposo, promettendosi di sostituirsi nel vegliare a turno al fuoco e all’animale, sul quale Mannaen ha gettato il vello greve a fare da mantello a difesa dalla frescura notturna.
55Gesù e Mannaen si gettano sui fasci di paglia e si ravvolgono nel mantello per dormire. Giovanni, per paura di essere preso dal sonno, va avanti e indietro fuor dalla tenda nutrendo il fuoco e osservando il cavallo, che lo guarda con l’intelligente occhio nero e batte ritmicamente lo zoccolo scuotendo il capo, tintinnando le catenelle d’argento della bardatura e frangendo aromatici steli di finocchi selvatici, nati ai piedi dell’albero al quale è legato. E poiché Giovanni gliene offre di più belli, nati poco lontano, nitrisce di piacere e cerca strofinare le froge morbide e rosate contro il collo dell’apostolo. Da più lontano, nel gran silenzio della notte, si sente venire il fruscio calmo del fiume.
13. Dopo la risurrezione di Lazzaro[63]
Annotazioni di Cusa e Mannaen.
4Gli unici che non vedo nella folla che parla nelle vie sono quelli del Sinedrio. Non ne vedo neppure uno, mentre vedo Cusa e Mannaen uscire da uno splendido palazzo, e sento Cusa dire: «Grande! Grande! Ho mandato subito la notizia a Giovanna. Egli è realmente Dio!»; e Mannaen gli risponde: «Erode, venuto da Gerico ad ossequiare… il padrone, Ponzio Pilato, pare pazzo nella reggia, mentre Erodiade è frenetica e lo incalza perché egli ordini l’arresto del Cristo. Essa trema del suo potere. Egli dai rimorsi. Batte i denti dicendo ai più fidi di difenderlo… dagli spettri. Si è ubriacato per darsi coraggio e il vino gli turbina nel capo illuminandogli fantasime. Urla dicendo che il Cristo ha risuscitato anche Giovanni, il quale ora gli urla vicino le maledizioni di Dio. Io sono fuggito da quella Geenna. M’è bastato di dirgli: “Lazzaro è risorto per opera di Gesù Nazareno. Bada a te di toccarlo, perché Egli è Dio”. Gli mantengo quella paura perché non ceda alle voglie omicide di lei».
5«Io ci dovrò andare, invece… Ci devo andare. Ma prima ho voluto passare da Eliel e Elcana. Vivono a sé, ma sono sempre grandi voci in Israele! E Giovanna è contenta che io li onori. E io…».
6«Una buona protezione per te. É vero. Ma non mai quale l’amore del Maestro. Quella è l’unica protezione che abbia valore…»
Cusa non ribatte parola. Pensa… Li perdo di vista.
14. Missione segreta di Mannaen[64].
Chiaror d’alba che avanza.
19É notte fonda e senza luna, ma chiara di stelle. Non potrei dire l’ora, non vedendo la posizione della luna e la sua fase. Vedo unicamente che è una notte serena. Tutta Efraim è scomparsa nel velo nero della notte. Anche il torrente è una voce, non altro. Le sue spume e i suoi scintillii sono annullati totalmente sotto la volta verde delle piante delle rive, che interdicono anche quella luce non luce che viene dalle stelle.
20Un uccello notturno si lamenta in qualche luogo. Poi tace per un frascare di ramaglie e un rompersi di canne che si avvicina alla casa, seguendo il torrente e venendo dalla parte montana. Poi una forma alta e robusta emerge dalla riva sul sentiero che monta verso la casa. Si arresta un poco come per orientarsi. Rasenta il muro tastandolo con le mani. Trova la porta. La sfiora e va oltre. Gira, sempre tastando, l’angolo della casa sino a raggiungere l’usciolo dell’orto. Lo tenta, lo apre, lo spinge, entra. Rasenta adesso i muri che danno nell’orto. Resta perplesso alla porta della cucina. Poi prosegue sino alla scaletta esterna, la sale a tastoni e si siede sull’ultimo scalino, ombra scura nell’ombra. Ma là, ad oriente, il colore del cielo notturno -un velano cupo, che si avverte che è tale solo per le stelle che lo trapungono- comincia a mutare colore, ossia a prendere un colore che l’occhio riesce a percepire come tale: un bigio di ardesia, che pare nebbia folta e fumosa e non è che chiaror d’alba che si avanza. Ed è lentamente il giornaliero miracolo nuovo della luce che torna.
Manaen, una notte all’aperto.
21La persona, che era accoccolata al suolo, tutta in un groppo coperto dal mantello scuro, si muove, si disgroppa, alza il capo, getta il mantello un poco indietro. É Mannaen. Vestito come un uomo qualunque, di una pesante veste marrone e di un mantello uguale. Una stoffa rude, da lavoratore o da pellegrino, senza fregi né fibbie e cinture. Un cordone di lana attorcigliata tiene la veste alla vita. Si alza in piedi, si sgranchisce. Guarda il cielo, dove la luce avanza permettendo di vedere ciò che è d’intorno. Una porta in basso si apre cigolando. Mannaen si sporge senza far rumore per vedere chi esce di casa. É Gesù, che cautamente riaccosta la porta e si avvia alla scaletta. Mannaen si ritira un poco e si schiarisce la gola per attirare l’attenzione di Gesù, che alza il capo fermandosi a mezza scala.
22«Sono io, Maestro. Sono Mannaen. Vieni presto, ché ti devo parlare. Ti ho atteso…», bisbiglia Mannaen e si curva nel saluto.
23Gesù sale gli ultimi scalini: «La pace a te. Quando sei venuto? Come? Perché?», chiede.
24«Credo che appena fosse trascorso il gallicinio quando posi piede qui. Ma nei cespugli, là in fondo, ero da ieri alla seconda vigilia».
«Tutta la notte all’aperto!».
Missione segreta.
25«Non c’era altro modo di fare. Dovevo parlarti da solo. Dovevo conoscere la via per venire, la casa, e non essere visto. Perciò sono venuto a giorno e mi sono imboscato lassù. Ho visto calmarsi la vita nella città. Ho visto Giuda e Giovanni rientrare in casa. Anzi, Giovanni mi passò quasi al fianco col suo carico di legna. Ma non mi vide, perché ero ben nel folto. Ho visto, finché ci fu luce a vedere, una vecchia entrare e uscire, e il fuoco splendere nella cucina, e Te scendere di quassù che già era crepuscolo fondo. E chiudersi la casa. Allora sono venuto alla luce della luna novella e ho studiato la via. Sono anche entrato nell’orto. L’usciolo è più inutile che se non ci fosse. Ho sentito le vostre voci. Ma io dovevo parlare a Te solo. Sono tornato via per ritornare alla terza vigilia ed esser qui. So che Tu solitamente ti alzi avanti giorno per pregare. E ho sperato che oggi pure Tu lo facessi. Lodo l’Altissimo che così sia».
26«Ma quale il motivo di dovermi vedere con tanto disagio?».
«Maestro, Giuseppe e Nicodemo vogliono parlarti e hanno pensato di farlo in modo di eludere ogni sorveglianza. Hanno tentato altre volte, ma Belzebù deve aiutare molto i tuoi nemici. Dovettero sempre rinunciare a venire, perché non era lasciata senza sorveglianza la loro casa e così quella di Niche. Anzi la donna doveva venire prima di me.
27É una donna forte e si era da sola messa in cammino per l’Adonim. Ma fu seguita e fermata presso la Salita del Sangue[65], e lei, per non tradire la tua dimora e giustificare le cibarie che aveva sulla cavalcatura, disse: “Salgo da un mio fratello che è in una grotta sui monti. Se volete venire, voi, che insegnate di Dio, fareste opera santa, poiché egli è malato e ha bisogno di Dio”. E con questa audacia li persuase ad andarsene. Ma non osò più venire qui e andò veramente da uno che dice essere in una grotta e da Te a lei affidato».
Appuntamento con Giuseppe e Nicodemo.
28«É verità. Ma come poté, poi, Niche farlo sapere agli altri?».
29«Andando a Betania. Lazzaro non c’è. Ma ci sono le sorelle. C’è Maria. E Maria è forse donna da sgomentarsi di cosa alcuna? Si è vestita come forse non fece Giuditta per andare dal re, ed è andata al Tempio pubblicamente insieme a Sara e Noemi, e poi al suo palazzo di Sion. E da lì ha mandato Noemi a Giuseppe con le cose da dire. E mentre… astutamente i giudei andavano o mandavano da lei per… onorarla, e ognuno poteva vederla, signora nella sua casa, Noemi vecchierella, in vesti dimesse, andava a Bezeta dall’Anziano.
30Ci siamo allora accordati di mandare qui me, il nomade che non dà sospetto se lo si vede cavalcare a briglia sciolta dall’una all’altra residenza di Erode, qui a dirti che la notte fra il venerdì e il sabato Giuseppe e Nicodemo, venendo uno da Arimatea l’altro da Rama avanti il tramonto, si incontreranno a Gofenà e ti attenderanno là. Io so il luogo e la via, e verrò qui a sera per condurti. Di me ti puoi fidare. Ma fidati di me solo, Maestro. Giuseppe si raccomanda che nessuno sappia questo nostro incontro. Per il bene di tutti».
31«Anche il tuo, Mannaen?».
«Signore… io sono io. Ma non ho da tutelare beni e interessi di famiglia come Giuseppe».
32«E questo conferma il mio dire che le ricchezze materiali sono sempre un peso… Ma di’ pure a Giuseppe che nessuno saprà il nostro incontro».
33«Allora posso andare, Maestro. Il sole è sorto e potrebbero alzarsi i tuoi discepoli».
34«Va’ pure, e Dio sia con te. Anzi ti accompagno per farti vedere il punto dove ci troveremo la notte del sabato…».
35Scendono senza far rumore ed escono dall’orto, scendendo subito sulle rive del torrente.
15. Colloquio nella notte, presso Gofenà, con
Giuseppe d’Arimatea, Nicodemo
e Mannaen[66].
Incontro con Giuseppe e Nicodemo.
Lungo un sentiero scabroso
1É una via ben difficile quella presa da Mannaen per guidare Gesù al luogo dove è atteso. Tutta montana, stretta, sassosa, fra macchioni e boschi. La luce di una chiarissima luna, nella sua prima fase, a malapena si fa strada fra l’intrico dei rami e talora cessa affatto, e Mannaen sopperisce con torce preparate, che si è portato seco a tracolla come armi sotto il mantello. Egli avanti, Gesù dietro, procedono in silenzio nel grande silenzio della notte. Due o tre volte qualche animale selvatico, correndo per i boschi, simula un suon di passi che fa arrestare in sospetto Mannaen. Ma, tolto questo, null’altro turba il cammino già tanto faticoso.
2«Ecco, Maestro. Quella là è Gofenà. Ora pieghiamo di qui. Conterò trecento passi e sarò alle grotte dove essi attendono dal tramonto. Ti è parso lungo il cammino? Eppure siamo andati per scorciatoie che credo mantengano la distanza legale».
Gesù fa un gesto come dire: «Non si poteva fare altrimenti».
3Mannaen non parla più, intento a contare i suoi passi. Ora sono in un corridoio roccioso e nudo, simile ad uno speco in salita, fra le pareti del monte che quasi si toccano. Si direbbe la frattura prodotta da qualche cataclisma, tanto è strana. Un’enorme coltellata nel masso del monte, che l’avesse inciso per un buon terzo dalla cima. Al disopra, là in alto, oltre le pareti a perpendicolo, oltre il frascare agitato delle piante nate sull’orlo dell’enorme taglio, splendono le stelle, ma la luna non scende qui, in questo baratro. La luce fumosa della torcia risveglia degli uccelli da preda, che squittiscono agitando le ali sui bordi dei loro nidi fra i crepacci.
4Mannaen dice: «Ecco!», e getta dentro uno spacco della parete rocciosa un grido simile al lamento di un grosso gufo.
5Venendo dal fondo, una luce rossastra si avanza per un altro corridoio roccioso, che però è chiuso in alto come un androne. Giuseppe appare: «Il Maestro?», chiede non vedendo Gesù che è un poco indietro.
L’incontro con Giuseppe e Nicodemo.
6«Sono qui, Giuseppe. La pace a te».
«A Te, la pace. Vieni! Venite. Abbiamo fatto fuoco per vedere serpi e scorpioni e per fugare il freddo. Vi precedo».
Si rivolge e, per le ondulazioni del sentiero fra le viscere del monte, li guida verso un luogo luminoso di vampe. Là, presso al fuoco, è Nicodemo che getta frasche e ginepri sul fuoco.
7«La pace anche a te, Nicodemo. Eccomi fra voi. parlate».
«Maestro, nessuno si è accorto della tua venuta?».
«E chi mai, Nicodemo?».
8«Ma i tuoi discepoli non sono con Te?».
«Con Me sono Giovanni e Giuda di Simone. Gli altri evangelizzano dal di dopo il sabato al tramonto del venerdì. Ma Io ho lasciato la casa prima di sesta, dicendo che non mi si attendesse avanti l’alba del dì dopo il sabato. É ormai troppo abituale in Me l’assentarmi per più ore perché ciò desti sospetti in alcuno. State perciò tranquilli. Abbiamo tutto il tempo di parlare senza ansia alcuna di essere sorpresi. Qui… Il luogo è propizio».
9«Sì. Tane dei serpi e avvoltoi… e di ladroni nella stagione buona, quando questi monti sono pieni di greggi. Ma ora i ladroni preferiscono altri luoghi dove calare più rapidi sugli ovili e le carovaniere. Ci dispiace averti trascinato sin qui. Ma da qui noi potremo partire per vie diverse. Senza dare nell’occhio ad alcuno. Perché, Maestro, dove è sospetto di amore per Te, là è puntata l’attenzione del Sinedrio».
10«Ecco, in questo io dissento da Giuseppe. A me sembra che ormai siamo noi che vediamo ombre dove non sono. Sembra ancora a me che da qualche giorno molto si sia calmata la cosa…», dice Nicodemo.
11«Ti inganni, amico. Io te lo dico. É calmata in quanto non c’è più stimolo di ricerca del Maestro, perché sanno ormai dove è. Per questo Lui, e non noi, è sorvegliato. Per questo gli ho raccomandato di non dire ad alcuno che ci si sarebbe incontrati. Perché non ci fosse qualcuno pronto… a qualunque cosa», dice Giuseppe.
«Non credo che quelli di Efraim…», obbietta Mannaen.
«Non quelli di Efraim e nessun altro di Samaria. Solo per fare diverso di quanto facciamo noi dall’altra parte…».
L’astio divide.
12«No, Giuseppe. Non per questo. Ma perché essi non hanno nel cuore quella serpe maligna che voi avete. Essi non temono di essere spogliati di nessuna prerogativa. Non hanno da difendere interessi settari e di casta. Nulla hanno, fuorché un istintivo bisogno di sentirsi perdonati e amati da Colui che offesero i loro antenati e che essi continuano ad offendere rimanendo fuori dalla Religione perfetta. Fuori perché, orgogliosi essi, e orgogliosi voi, non si sa da ambe le parti deporre l’astio che divide e tendersi la mano in nome dell’unico Padre. Già, anche fosse in loro tanta volontà, voi la stronchereste. Perché voi non sapete perdonare. Non sapete dire, ponendo sotto i piedi ogni stoltezza: “Il passato è morto, perché è sorto il Principe del Secolo futuro che tutti ci raccoglie sotto il suo Segno”[67]. Io infatti sono venuto e raccolgo. Ma voi! Oh! per voi è sempre anatema anche ciò che Io ho ritenuto meritevole di essere raccolto!»
L’idea messianica.
Concetto sbagliato dell’idea messianica.
13«Sei severo con noi, Maestro».
14«Sono giusto. Potete forse dire che non mi fate rimprovero, in cuor vostro, per certe mie azioni? Potete dire che approvate la mia misericordia uguale per giudei e galilei come per samaritani e gentili, anzi ancor più vasta per questi e per i grandi peccatori, proprio perché essi ne hanno il maggior bisogno? Potete dire che non pretendereste da Me gesti di violenta maestà per manifestare la mia soprannaturale origine, e soprattutto, badate bene, e soprattutto la mia missione di Messia secondo il vostro concetto del Messia?
15Dite proprio il vero: a parte la gioia del vostro cuore per la risurrezione dell’amico, non avreste preferito a questa che Io giungessi a Betania bello e crudele, come i nostri antichi con gli Amorrei[68] e i Basaniti, e come Giosuè con quelli di Ai[69] e di Gerico o, meglio ancora, facendo crollare con la mia voce le pietre ed i muri sui nemici, come le trombe di Giosuè fecero per le mura di Gerico[70], o attirando sopra i nemici dal cielo grosse pietre, come avvenne nella discesa di Beteron ancora ai tempi di Giosuè[71], o, come in tempi più recenti, chiamando celesti cavalieri scorrenti nell’aria coperti d’oro, armati di lance come coorti, e uno scorrazzar di cavalli in ordinati squadroni e assalti da una parte e dall’altra, e un agitar di scudi ed eserciti con elmo e spada sguainata, e un lanciar di dardi a terrorizzare i miei nemici[72]?
Cause che impediscono l’ecumenismo.
16Sì, questo avreste preferito perché, nonostante che voi mi amiate molto, è ancora impuro il vostro amore, e ad esso dà esca, nel desiderare ciò che non è santo, il vostro pensiero di israeliti, il vostro vecchio pensiero.
17Quello che è in Gamaliele come nell’ultimo di Israele, quello che è nel Sommo Sacerdote, nel Tetrarca, nel contadino, nel pastore, nel nomade, nell’uomo della Diaspora[73].
18Il pensiero fisso del Messia conquistatore[74]. L’incubo di chi teme di essere reso nulla da Lui. La speranza di chi ama la Patria con violenza di umano amore. Il sospiro di chi è oppresso sotto altre potenze, in altre terre. Non è colpa vostra.
19Il pensiero puro, quale era stato dato da Dio su ciò che Io sono[75], si è andato stratificando nei secoli di scorie inutili. E pochi sanno, con sofferenza, riportare alla sua purezza iniziale l’idea messianica. Ora, poi, essendo vicini i tempi in cui verrà dato il segno che Gamaliele aspetta, e che con lui attende tutto Israele; ora, poi, venendo i tempi della mia perfetta manifestazione, a rendere più imperfetto il vostro amore e più alterato il vostro pensiero, lavora Satana.
20Viene la sua ora. Io ve lo dico. E in quell’ora di tenebre anche quelli che sono attualmente veggenti, o appena un poco orbi, saranno ciechi del tutto. Pochi, ben pochi, nell’Uomo abbattuto riconosceranno il Messia. Lo riconosceranno in pochi per vero Messia, proprio appunto perché sarà abbattuto come lo videro i Profeti[76].
21Io vorrei, per il bene dei miei amici, che mentre è ancora giorno essi sapessero vedermi e conoscermi per potermi riconoscere e vedere anche nello sfiguramento e nelle tenebre dell’ora del mondo… Ma ditemi ora ciò che volevate dirmi. L’ora avanza presto e verrà l’alba. Parlo per voi, perché Io non temo incontri pericolosi».
Attento alla talpa.
22«Ecco. Ti volevamo dunque dire che qualcuno deve aver detto dove Tu sei e che questo qualcuno non è certo né io, né Nicodemo, né Mannaen, né Lazzaro e le sorelle, né Niche. Con chi altro hai parlato del luogo prescelto per tuo rifugio?».
«Con nessuno, Giuseppe».
«Ne sei sicuro?».
«Sicuro».
23«E hai dato ordini ai tuoi discepoli di non parlarne?».
«Prima di partire non parlai a loro del luogo. Giunto in Efraim, detti ordine di andare evangelizzando e di operare in mia vece. E sono sicuro della loro ubbidienza».
24«E… Tu sei solo ad Efraim?».
«No. Sono con Giovanni e con Giuda di Simone. L’ho già detto. Egli, Giuda, poiché leggo il tuo pensiero, non può avermi nuociuto, con la sua irriflessione, perché mai si è allontanato dalla città, né, in questi tempi, passano da essa pellegrini di altri luoghi».
25«Allora… è proprio Belzebù che ha parlato. Perché al Sinedrio si sa che Tu sei lì».
I seguaci del Messia.
Chi ama il Messia non si turba per le apparenze.
26«Ebbene? Quali le reazioni di esso al mio atto?».
«Diverse, Maestro. Molto diverse fra loro. C’è chi dice che questo è logico. Posto che ti hanno messo al bando nei luoghi santi, a Te non rimaneva che rifugiarti in Samaria. Altri invece dicono che questo ti mostra per ciò che sei, un samaritano d’anima più ancor che di razza, e che ciò basta a condannarti. Tutti poi giubilano di poterti aver messo a tacere e di poterti additare alle turbe come amante dei samaritani. Dicono: “Abbiamo già vinto la battaglia. Il resto sarà un giuoco di fanciulli”. Ma, te ne preghiamo, fa’ che ciò non sia vero».
27«Non sarà vero. Lasciate che parlino. Quelli che mi amano non si turberanno per le apparenze. Lasciate che il vento cada del tutto. É vento di Terra. Poi verrà il vento del Cielo e si aprirà il velano apparendo la gloria di Dio. Avete altro da dirmi?».
28«No, al tuo riguardo. Vigila, sii cauto, non uscire da dove sei. E dirti ancora che noi ti faremo sapere…».
Chi segue il Messia non teme gli uomini.
29«No. Non occorre. Rimanete dove siete. Presto avrò con Me le discepole e, questo sì, dite ad Elisa e a Niche di raggiungere le altre, se vogliono. Ditelo anche alle due sorelle. Noto come è ormai il mio luogo, coloro che non temono il Sinedrio possono ormai venire per averne reciproco conforto».
30«Non possono venire le due sorelle sinché Lazzaro non torna. Egli è partito con gran pompa, e tutta Gerusalemme lo ha saputo che egli andava ai suoi possessi lontani, né si sa quando farà ritorno. Ma il suo servo è tornato già da Nazareth e ha detto, anche questo ti dobbiamo dire, che tua Madre sarà qui con le altre entro la fine di questa luna. Essa sta bene e bene sta Maria di Alfeo. Il servo le vide. Ma tardano un poco, perché Giovanna vuol venire con esse e non può sino alla fine di questa luna. E poi, ecco, se ce lo concedi, vorremmo sovvenirti… da amici fedeli anche se… imperfetti come Tu dici».
Chi serve il Messia non cerca il suo interesse.
31«No. I discepoli che vanno evangelizzando portano ogni vigilia di sabato quanto necessita per loro e per noi che stiamo in Efraim. Altro non occorre. L’operaio vive della sua mercede. Ciò è giusto. Il resto sarebbe superfluo. Datelo a qualche infelice. Così ho imposto anche a quelli di Efraim e agli stessi apostoli miei. Esigo che al loro ritorno non abbiano un picciolo di scorta e che ogni obolo sia dato per via, prendendone per noi solo quel tanto che basti al cibo frugalissimo di una settimana».
«Ma perché, Maestro?».
32«Per insegnare loro il distacco dalle ricchezze e la superiorità di spirito sulle preoccupazioni del domani. E per questo, e per altre mie buone ragioni di Maestro, vi prego di non fare insistenza».
L’amico del Messia non trasgredisce la Legge.
33«Come Tu vuoi. Ma ci spiace di non poter servirti».
«Verrà l’ora che lo farete… Non è quella una prima luce d’alba?», dice volgendosi verso oriente, dal lato, cioè, opposto a quello per cui è venuto, e accennando ad un timido chiarore che appare da un’apertura su sfondi lontani.
34«É. Ci dobbiamo lasciare. Io torno a Gofenà, dove ho lasciato la cavalcatura, e Nicodemo per quest’altra parte scenderà verso Berot e da lì a Rama, finito il sabato».
35«E tu, Mannaen?»
«Oh! io andrò apertamente per le scoperte vie verso Gerico, dove ora è Erode. Ho il cavallo in una casa di povera gente, che per un obolo non hanno schifo di alcuna cosa, neppure di un samaritano come mi credono. Ma per ora resto con Te. Nella borsa ho viveri per due».
«Allora salutiamoci. A Pasqua ci ritroveremo».
36«No! Tu non vorrai già metterti a quel cimento!», dicono Giuseppe e Nicodemo.
«Non lo fare, Maestro!».
37«In verità siete dei cattivi amici, perché mi consigliate il peccato e la viltà. Potreste poi amarmi, riflettendo sul mio atto? Ditelo. Siate sinceri. Dove dovrei andare ad adorare il Signore nella Pasqua d’Azzimi[77]? Forse sul monte Garizim[78]? O non dovrei comparire davanti al Signore nel Tempio di Gerusalemme, come deve ogni maschio d’Israele nelle tre grandi feste annuali[79]? Non ricordate che già mi si accusa di non rispettare il sabato, nonostante -qui Mannaen lo può anche testimoniare- anche oggi, per aderire al vostro desiderio, Io mi sia mosso a sera da un luogo che conciliasse il vostro desiderio con la legge sabatica?».
L’ora dell’immolazione.
38«Noi pure abbiamo sostato a Gofenà per questo… E faremo un sacrificio per espiare una involontaria trasgressione per un inderogabile motivo. Ma Tu, Maestro!… Essi ti vedranno subito…».
«Anche non mi vedessero, farò in modo di esser visto».
39«Tu ti vuoi rovinare! É come se Tu ti uccidessi…».
40«No. La vostra mente è molto fasciata di tenebre. Non è come un volermi uccidere, ma è unicamente ubbidire alla voce del Padre mio che mi dice: “Vai. È l’ora”. Ho sempre cercato di conciliare la Legge con le necessità, anche quel giorno che dovetti fuggire da Betania e ricoverarmi ad Efraim perché ancora non era l’ora di esser preso. L’Agnello di Salute non può essere immolato che per Pasqua d’Azzimi. E vorreste che, se così ho fatto per la Legge, non faccia così per l’ordine del Padre mio? Andate, andate! Non vi affliggete così. E per che sono venuto se non per essere proclamato Re di tutte le genti? Perché questo vuol dire “Messia”, non è vero? Sì. Lo vuoi dire. E anche questo vuol dire “Redentore”. Solo che la verità del dire di questi due nomi non corrisponde a quello che voi vi figurate.
Alziamo lo spirito.
41Ma Io vi benedico, implorando che un raggio celeste scenda in voi insieme alla mia benedizione. Perché vi amo e perché mi amate. Perché vorrei che la vostra giustizia fosse tutta luminosa. Perché non siete malvagi, ma siete voi pure “vecchio Israele”, e non avete eroica volontà di spogliarvi del passato e farvi nuovi. Addio, Giuseppe. Sii giusto. Giusto come colui che mi fu tutore per tanti anni e che fu capace di ogni rinnovazione per servire il Signore Iddio suo. Se egli fosse qui, fra noi, oh! come vi insegnerebbe a saper servire Dio perfettamente, ad essere giusti, giusti, giusti. Ma bene è che egli sia già nel seno di Abramo!… Per non vedere l’ingiustizia di Israele. Santo servo di Dio!… Novello Abramo egli, col cuore trafitto, ma con volontà perfetta, non mi avrebbe consigliato alla viltà, ma mi avrebbe detto la parola che usava quando qualche cosa penosa gravava su noi: “Alziamo lo spirito. Incontreremo lo sguardo di Dio e dimenticheremo che sono gli uomini a dare il dolore. E facciamo ogni cosa che ci è grave, come se l’Altissimo ce la presentasse. In tal modo santificheremo anche le più piccole cose, e Dio ci amerà”. Oh! così avrebbe detto anche nel confortarmi a subire i più grandi dolori… Ci avrebbe confortati… Oh! Madre mia!…».
E’ necessario rinascere nello spirito.
42Gesù lascia andare Giuseppe, che teneva abbracciato, e china il capo stando muto, in contemplazione certo del suo prossimo martirio e di quello della sua povera Madre… Poi alza il capo e abbraccia Nicodemo dicendo: «La prima volta che tu a Me venisti come discepolo segreto, Io ti ho detto che per entrare nel Regno di Dio e per avere il Regno di Dio in voi è necessario che voi rinasciate da spirito e amiate la Luce più che il mondo non l’ami. Oggi, e forse è l’ultima volta che ci incontriamo in segreto, ti ripeto le stesse parole. Rinasci nel tuo spirito, Nicodemo, per poter amare la Luce che Io sono ed Io abiti in te come Re e Salvatore. Andate. E Dio sia con voi».
I partiti dell’opposizione.
Impasti che lievitano adagio.
43I due sinedristi se ne vanno per la parte opposta a quella dalla quale è venuto Gesù. Quando il rumore dei loro passi si è allontanato, Mannaen, che si era fatto sull’ingresso della grotta per vederli allontanare, torna indietro, dicendo con faccia molto espressiva: «E per una volta tanto, quelli che violeranno la misura sabatica saranno loro! E non avranno pace sinché non avranno regolato il loro debito con l’Eterno col sacrificio di un animale! Non sarebbe meglio per loro sacrificare la loro tranquillità dicendosi “tuoi” apertamente? Non sarebbe ciò più gradito all’Altissimo?».
44«Lo sarebbe certamente. Ma non li giudicare. Sono impasti che lievitano adagio. Ma al momento giusto, quando tanti che si credono meglio di loro crolleranno, essi si drizzeranno contro tutto un mondo».
Venduti a Satana per abbattere il Messia..
45«Lo dici per me, Signore? Piuttosto levami la vita, ma non far che io ti rinneghi».
46«Tu non rinnegherai. Ma in te sono già elementi diversi dai loro ad aiutarti ad essere fedele».
47«Sì. Io sono… l’erodiano. Ossia, ero l’erodiano. Perché, come mi sono staccato dal Consiglio, così mi sono staccato dal partito da quando lo vedo vile e ingiusto come gli altri verso di Te. Essere erodiano[80]!…
48Per le altre caste è essere poco meno di pagano. Non dico che noi si sia dei santi. É vero. Per un fine impuro noi abbiamo commesso impurità. Parlo come fossi ancora l’erodiano di prima di esser tuo. Siamo perciò doppiamente impuri, secondo il giudizio umano, e perché ci siamo alleati ai romani e perché lo abbiamo fatto per utile nostro.
49Ma dimmi, Maestro, Tu che sempre dici il vero senza astenertene per tema di perdere un amico. Fra noi che ci siamo alleati con Roma per… avere ancora effimeri trionfi personali, e i farisei[81], i capi dei sacerdoti, gli scribi, i sadducei, che si alleano a Satana per abbattere Te, quali sono i più impuri? Io, lo vedi?, ora che ho visto che il partito degli Erodei si schiera contro di Te, li ho lasciati. Non lo dico per averne la tua lode, ma per dirti il mio pensiero.
50E quelli, parlo dei farisei e sacerdoti, degli scribi[82] e dei sadducei[83], credono di avere un utile di questa improvvisa alleanza degli erodiani con loro! Infelici! Non sanno che gli erodiani lo fanno per aver più meriti e perciò più protezione dai romani, e dopo… definita e finita la causa e il movente che li unisce ora, abbattere quelli che ora prendono come alleati. Dall’una e dall’altra parte si giuocano così. Tutto è basato sull’inganno. E questo così mi ripugna che io mi sono reso indipendente del tutto.
Un pretesto per il losco giuoco degli interessi.
51Tu… Tu sei un grande fantasma di paura. Per tutti! E sei anche il pretesto per il losco giuoco degli interessi dei diversi partiti. Il movente religioso? Il sacro sdegno per “il bestemmiatore”, come ti chiamano? Tutte menzogne! L’unico movente è non la difesa della Religione, non il sacro zelo per l’Altissimo, ma i loro interessi, cupidi, insaziabili. Mi fanno schifo come cose immonde. E vorrei… Sì, vorrei più audaci i pochi che non sono immondezza. Ah! mi pesa ormai avere una duplice vita! Vorrei seguire Te solo. Ma ti servo così più che se ti seguissi. Mi pesa… Ma Tu dici che sarà presto… Come… Ma Tu realmente sarai immolato come l’Agnello? Non è linguaggio figurato? La vita d’Israele è tessuta di simboli e figure…»
Natura della regalità messianica.
Il Messia, unto da Dio a Re e Signore.
52«E tu vorresti che così fosse per Me… Ma non è una figura, la mia».
53«Non è? Ne sei proprio sicuro? Io potrei… Molti potremmo ripetere gesti antichi e farti ungere Messia e difenderti. Basterebbe una parola, e a mille e diecimila sorgerebbero i difensori del vero Pontefice santo e sapiente. Non parlo già di un re terreno, posto che ora so che il tuo Regno è tutto spirituale. Ma, dato che umanamente forti e liberi non lo saremo mai più, almeno che sia la tua santità a reggere e risanare il corrotto Israele. Nessuno, e Tu lo sai, ama l’attuale Sacerdozio e chi lo sostiene. Vuoi, Signore? Ordina e io farò».
54«Già molto hai camminato nel tuo pensiero, o Mannaen. Ma ancor sei tanto lontano dalla mèta come la Terra dal sole. Io sarò Sacerdote, e in eterno, Pontefice immortale[84] in un organismo che Io vivificherò sino alla fine dei secoli[85]. Ma non con olio di letizia sarò unto[86], né proclamato e difeso con violenza d’atti voluti da un pugno di fedeli per gettare la Patria in un più fiero scisma e farla più schiava di come mai fu. E credi tu che mano d’uomo possa ungere il Cristo? In verità ti dico che no. La vera Autorità che mi ungerà Pontefice e Messia è quella di Colui che mi ha mandato[87]. Nessun altro, che Dio non sia, non potrebbe ungere Dio a Re dei re e Signore dei signori, in eterno».
Il Messia è Dio e va amato come tale.
55«Allora nulla?! Nulla da fare!? Oh! mio dolore!».
56«Tutto. Amarmi. In questo è tutto. Amare non la creatura che ha nome Gesù, ma ciò che è Gesù[88]. Amarmi con l’umanità e con lo spirito, così come Io con lo Spirito e l’Umanità vi amo, per essere meco oltre l’Umanità.
L’amatore del Messia risplenderà come il sole.
Guarda che bell’aurora. La luce pacata delle stelle non giungeva qui dentro. Ma quella trionfante del sole[89], sì. Così avverrà nei cuori di quelli che giungeranno ad amarmi con giustizia. Vieni fuori. Nel silenzio del monte, puro di voci umane rauche di interessi.
Il volo e lo sguardo dell’aquila.
Guarda là quelle aquile come a larghi voli si allontanano in cerca di preda. Vediamo noi quella preda? No. Ma esse sì. Perché l’occhio dell’aquila è potente più del nostro, e dall’alto dove spazia vede un largo orizzonte e sa scegliere. Anche Io. Io vedo ciò che voi non vedete, e dall’alto dove si libra il mio spirito so scegliere le mie dolci prede. Non per sbranarle come fanno gli avvoltoi e le aquile, ma per portarle con Me. Saremo così felici là, nel Regno del Padre mio, noi che ci amammo!…».
57E Gesù, che parlando è uscito a sedersi al sole sulla soglia della caverna, avendo a fianco Mannaen, lo attira a Sé, tacendo, sorridendo a chissà quale visione…
16. Incontro con discepoli e uomini di valore condotti da Mannaen. Arrivo a Gerico[90].
Uomini di valore.
La nuova scorta del Messia.
1Già le bianche mura delle case di Gerico e i suoi palmizi si stagliano contro il cielo, di un azzurro intenso di ceramica o di smalto, quando, presso un boschetto di tamerici scapigliate, di mimose sensitive, di biancospini dalle lunghissime spine, di altre piante per lo più spinose, che sembrano essere state rovesciate là dalla montagna aspra che è alle spalle di Gerico, Gesù si incontra con un folto gruppo di discepoli capitanati da Mannaen. Sembrano in attesa. Lo sono, infatti, e lo dicono dopo aver salutato il Maestro, aggiungendo che altri si sono spinti su altre strade per sapere, dato che il ritardo di tutta una notte nel giungere a Gerico li aveva impressionati.
«Io sono venuto qui con questi. E non ti lascerò più sinché non ti saprò in salvo presso Lazzaro», dice Mannaen.
«Perché? C’è pericolo di qualche cosa?…», chiede Giuda Taddeo.
2«Siete in Giudea… Il decreto lo conoscete. E l’odio anche. Tutto perciò è da temersi», risponde Mannaen e, rivolto a Gesù, spiega: «Ho preso con me i più forti, perché era presumibile che, se non ti avevano preso, di qua saresti passato. E come valor di discepoli e di uomini confidiamo poter impressionare i malvagi e farti rispettare».
3Infatti sono con lui gli ex discepoli di Gamaliele, il sacerdote Giovanni, Nicolai d’Antiochia, Giovanni d’Efeso e altri vigorosi uomini nel fior della vita, di aspetto signorile più del comune, che non conosco. Di alcuni di questi Mannaen fa le presentazioni velocemente, mentre altri non li presenta. Uomini di tutte le regioni palestinesi, fra questi due della corte di Erode Filippo. Nomi delle più antiche famiglie di Israele risuonano così sulla via presso il boschetto scapigliato, nel quale il vento fa tremolare le fogliuzze delle mimose e curva i virgulti novelli dei biancospini.
«Andiamo. Non è nessuno con le donne, da Niche?», chiede Gesù.
Il tempio è divenuto cadavere di ciò che era.
4«I pastori. Tutti meno Gionata, che attende Giovanna nel palazzo di Gerusalemme. Ma sono cresciuti a dismisura i tuoi discepoli. Ieri erano circa cinquecento in tua attesa in Gerico. Tanto che se ne erano impressionati i servi di Erode e lo avevano riferito a lui. Ed egli non sapeva se tremare o infierire. Ma è ossessionato dal ricordo di Giovanni e non osa più alzare la mano su alcun profeta…».
«Bene! Questo non ti farà male!», esclama Pietro e si sfrega le mani contento.
5«Équello che ha meno valore, però. É un idolo che ognuno può muovere a suo piacere, e chi lo tiene in mano sa muoverlo».
«E chi lo tiene? Pilato forse?», domanda Bartolomeo.
«Pilato per fare non ha bisogno di Erode. È un servo, Erode. Ai servi non ci si rivolgono i potenti», risponde Mannaen.
«E chi allora?», interroga Bartolomeo.
6«Il Tempio», dice sicuro uno che è con Mannaen.
«Ma per il Tempio Erode è anatema. Il suo peccato…».
7«Sei molto ingenuo con tutto il tuo sapere e i tuoi anni, o Bartolomeo! Non sai dunque che molte, troppe cose sa superare il Tempio pur di raggiungere i suoi scopi? Per questo esso non è più degno di essere», dice con atto di severo sprezzo Mannaen.
«Tu sei israelita. Non devi parlare così. Il Tempio è sempre il Tempio per noi», ammonisce Bartolomeo.
8«No. È il cadavere di ciò che era. E un cadavere si muta in carogna immonda quando da tempo è morto. Per questo Dio ha mandato il Tempio vivo. Perché potessimo prostrarci al Signore senza che fosse una pantomima immonda».
Ogni eccesso è sempre dannoso.
9«Taci!», sussurra a Mannaen un altro che è con lui, perché parla troppo chiaramente. È uno di quelli non presentati e che sta tutto coperto.
«E perché dovrei tacere se così parla il mio cuore? Pensi che il mio parlare possa nuocere al Maestro? Se così è, io tacerò. Non per altra ragione. Anche mi condannassero, saprò dire: “Questo è mio pensiero, e non castigate altri che me”».
10«Mannaen ha ragione. Basta di tacere per paura. É l’ora che ognuno prenda il suo posto pro o contro e dica ciò che ha in cuore. Io penso come te, fratello in Gesù. E se ciò può causarci la morte, morremo insieme confessando ancora la verità», dice Stefano con impeto.
«Siate prudenti! Prudenti siate!», esorta Bartolomeo.
«Il Tempio è sempre il Tempio. Fallirà, certo non è perfetto, ma e… e… Dopo Dio non vi sono persone più grandi e forze più grandi del Sommo Sacerdote e del Sinedrio… Rappresentano Dio, e dobbiamo vedere ciò che rappresentano, non ciò che sono. Sbaglio forse, Maestro?».
11«Non sbagli. In ogni costituzione occorre saper vedere l’origine di essa. In questo caso l’Eterno Padre, che ha costituito il Tempio e le gerarchie, i riti e l’autorità degli uomini preposti a rappresentarlo. Occorre saper deferire al Padre il giudizio. Egli sa quando e come intervenire. Come provvedere perché la corruzione, dilagando, non corrompa tutti gli uomini e li faccia dubitosi di Dio… E in questo ha saputo veder giusto Mannaen, vedendo la ragione della mia venuta in quest’ora. Occorre infine temperare la staticità tua, Bartolmai, con lo spirito innovatore di Mannaen, acciò sia giusta la misura e perciò perfetto il sentire. Ogni eccesso è sempre dannoso. A chi lo compie, a chi lo subisce, o a chi lo nota scandalizzandosene e, se non è anima onesta, servendosene per denunce contro i fratelli. Ma questa è azione da Caino. E non sarà fatta dai figli della Luce, essendo opera di Tenebre».
Non è mai troppo tardi per l’ora di Dio.
12Quello che, tutto ammantellato, di modo che se ne vedono appena gli occhi neri, vivissimi, ha ammonito Mannaen a non parlare troppo, si inginocchia e prende la mano di Gesù dicendo: «Tu sei buono, Maestro. Troppo tardi ti ho conosciuto, o Parola di Dio! Ma ancora in tempo per amarti come meriti, se non per servirti a lungo come avrei voluto, come ora vorrei».
13«Non è mai troppo tardi per l’ora di Dio. Essa viene al giusto momento. E concede tanto di tempo per servire, come volontà vuole, la Verità».
«Ma chi è?», bisbigliano fra loro gli apostoli, e lo chiedono ai discepoli. Inutilmente. Nessuno sa chi è o, sapendolo, vuol dirlo.
14«Chi è, Maestro?», chiede Pietro quando può accostarsi a Gesù, che cammina al centro del gruppo, avendo dietro le donne, davanti i discepoli, ai fianchi i cugini e intorno gli apostoli.
«Un’anima, Simone. Nulla più di questo».
«Ma… te ne fidi anche se non sai chi sia?».
«Io so chi è. E so il suo cuore».
«Ah! ho capito! É come per la Velata dell’Acqua Speciosa… Non chiederò più altro…», e Pietro è felice perché Gesù, scostandosi da Giacomo, se lo prende vicino.
Preludio della entrata in Gerusalemme.
15Gerico è ormai raggiunta. Dalla porta delle mura erompe la gente osannante, e a fatica Gesù può procedere per traversare la città andando da Niche, che è fuori Gerico dal lato opposto. Suppliche perché parli. Bimbi alzati in alto, quasi per farne siepe viva e invalicabile, calcolando sull’amore di Gesù ai piccoli. Grida di: «Puoi parlare. Colui è già fuggito a Gerusalemme», e cenni con queste parole verso lo splendido e chiuso palazzo di Erode.
Mannaen conferma: «É vero. Se ne è andato nella notte, silenziosamente. Ha paura».
Ma niente ferma Gesù. Egli va dicendo: «Pace! Pace! Chi ha pene o dolori venga da Niche. Chi mi vuole udire venga a Gerusalemme. Qui sono il Pellegrino. Come voi tutti. Nella casa del Padre Io parlerò. Pace! Pace e benedizione! Pace!».
16É già un piccolo trionfo, un preludio della entrata in Gerusalemme, ormai prossima tanto. Mi stupisce l’assenza di Zaccheo sinché non lo vedo, ritto sul limitare del podere di Niche, in mezzo ai suoi amici e coi pastori e le discepole.
17Tutti corrono incontro a Gesù e si prostrano e fanno ala mentre Egli, benedicendo, inoltra sotto il frutteto, verso la casa ospitale.
17. Sconosciuti giudei riferiscono sulle accuse raccolte dal Sinedrio. Allegoria per Gerusalemme[91].
Meditazione sotto il sole.
Partenza delle discepole.
1Grande numero di persone sono affollate sui prati di Niche, dove i fieni si asciugano al sole. E due carri pesanti e coperti sono presso questi prati, in attesa. E comprendo la ragione dell’attesa quando vedo condurre ad essi tutte le discepole e salirvi dopo che il Maestro le licenzia e benedice. Anche Maria Santissima se ne va con le altre discepole, se ne va anche il giovanetto di Enon, e molti discepoli si pongono ai lati dei carri e, quando questi si muovono al passo lento dei bovi, anche i discepoli si incamminano. Sui prati restano gli apostoli, Zaccheo e i suoi amici, e un gruppetto di personaggi molto ammantellati, quasi non volessero esser molto riconosciuti.
Meditazione sotto il sole.
2Gesù torna lentamente sui suoi passi, al centro del prato, e si siede su un mucchio di fieno già semisecco che presto sarà portato al fienile. É assorto, e tutti rispettano questa sua concentrazione in Se stesso, stando, in tre gruppi distinti, un poco scosti da Lui e l’un dall’altro.
3La meditazione si prolunga. E si prolunga l’attesa. Il sole si fa sempre più forte e picchia sul prato, che odora forte di steli che asciugano. Chi attende si rifugia ai margini del prato, là dove le ultime piante del frutteto gettano un’ombra refrigerante.
4Gesù resta solo. Solo sotto al sole già forte, tutto bianco nella veste di lino e nel copricapo di bisso leggero, che si smuove leggermente al passar della brezza. Forse è quello tessuto da Sintica. Da qualche stalla vicina viene un mugghiar lento, lamentoso di vaccine, e un pigolio di nidiaci viene dai rami del frutteto e dalle aie. Uccelli implumi e pulcini petulanti.
5La vita che continua, rinnovandosi ad ogni primavera. I colombi roteano alti, prima di tornare ai nidi sotto la gronda con un volo fermo e sicuro. Non so se nella vicina casa di Niche, o se da qualche campo, una voce di donna canta una cullante ninnananna, e la vocina dell’infante, prima alta e tremula come un belar di agnellino, si abbassa e poi tace…
Resistenza ai rigori delle stagioni.
6Gesù pensa. Pensa ancora. Sempre. Insensibile al sole. L’ho notata più volte la resistenza superiore di Gesù benedetto ai rigori delle stagioni. Non ho mai capito se Egli sentisse caldo e freddo fortemente, e li sopportasse senza lamentarsene per spirito di mortificazione, oppure se, come signoreggiava sugli elementi scatenati, così signoreggiasse il freddo o il caldo eccessivo. Non so. So che, pur vedendolo bagnato a dovere sotto gli acquazzoni, sudato a dovere sotto i solleoni, mai ho notato in Lui atti di disagio per freddo o caldo, né gli ho visto prendere quelle misure preventive che l’uomo solitamente prende contro gli eccessi del sole o del gelo.
7Mi fu osservato un giorno che in Palestina non si sta a capo scoperto e che perciò io dicevo male dicendo che la testa bionda di Gesù splende scoperta sotto al sole. Sarà benissimo che in Palestina non si possa andare a capo scoperto. Io non ci sono stata e non so. Ciò che so è che Gesù solitamente andava senza nulla in capo. E, se ha il copricapo all’inizio dell’andare, presto se lo leva, come insofferente di impicci, e lo porta in mano, usandolo più che altro per levarsi dal volto la polvere e il sudore. Se piove, alza un lembo del mantello sul capo. Se c’è il sole, specie se è in cammino, cerca un filare d’ombra, anche intermittente, a riparo dai raggi solari. Ma difficilmente ha, come oggi, un velo leggero sul capo. È questa una osservazione che a taluni potrà sembrare inutile. Ma anche questa fa parte di ciò che vedo, e la dico mentre Gesù pensa…
8«Ma gli farà male a stare là tanto!», esclama uno del gruppo, che non è il gruppo apostolico e non quello di Zaccheo.
«Andiamolo a dire ai suoi discepoli… Inoltre… io vorrei… Vorrei non attardarmi troppo», risponde un altro.
«Eh! sì. I monti Adomin sono poco sicuri la notte…». Vanno presso gli apostoli e parlano con loro.
«Va bene. Andrò a dir loro che ve ne volete andare», dice l’Iscariota.
9«No. Non così. Vorremmo essere almeno ad Ensemes avanti la sera».
Giuda se ne va sorridendo ironico. Si curva sul Maestro e gli dice: «Dicono che è perché ti può far male il sole -ma il vero è che a loro può far male esser troppo visti- ma i giudei vogliono essere licenziati».
«Vengo… Pensavo… Hanno ragione», e Gesù si alza.
10«Tutti, meno che io…», borbotta l’Iscariota.
Gesù lo guarda e tace. Vanno insieme presso questi uomini che Giuda ha chiamato giudei. «Vi avevo già congedati tutti. L’ho detto da ieri. Non parlerò che a Gerusalemme…».
I prodi e le accuse del Sinedrio.
I discendenti dei prodi di David.
11«E’ vero. Ma è che noi ti vorremmo parlare, noi che… Possiamo parlarti in disparte?».
12«Accontentali. Hanno paura di noi, o di me più propriamente», dice ancora Giuda di Keriot con quel sorriso da serpente.
13«Non abbiamo paura di alcuno. Se volevamo, sapevamo come fare per tutelare la nostra tranquillità. Ma ancora tutti non sono vili in Palestina. Siamo discendenti dei prodi di Davide[92] e, se tu sei non schiavo e sprezzato ancora, alle nostre stirpi devi fare omaggio. Prime al fianco del re santo, prime al fianco dei Maccabei[93]. E prime anche ora, quando c’è da dare onore al Figlio di Davide e consiglio. Perché grande Egli è. Ma ogni creatura, per grande che sia, può aver bisogno di un amico nelle ore decisive della vita», risponde con veemenza uno tutto vestito di lino anche nel manto e nel copricapo, che poco lascia scoperto del suo volto severo.
«Ha noi per amici. Lo siamo da tre anni, da quando voi…».
«Non lo conoscevamo. Troppe volte fummo ingannati coi falsi Messia per credere facilmente ad ogni asserzione. Ma gli ultimi eventi ci hanno illuminati. Le sue opere sono da Dio, e noi lo diciamo Figlio di Dio».
14«E pensate che abbia bisogno di voi?».
«Come Figlio di Dio, no. Ma come Uomo, sì. Egli è venuto per essere l’Uomo. E l’Uomo ha sempre bisogno di uomini suoi fratelli. Del resto, perché temi? Perché non vuoi che noi si parli? Te lo chiediamo».
«Io? Parlate! Parlate! I peccatori sono più ascoltati dei giusti».
15«Giuda! Io credevo che tali parole dovessero parerti fuoco alle labbra! Come osi giudicare là dove non giudica il tuo Maestro? É detto: “Se i vostri peccati fossero come scarlatto diventeranno bianchi come la neve e se fossero vermigli come la cocciniglia diverranno bianchi come la lana“[94]».
«Ma non sai Tu che fra questi…».
«Silenzio! parlate voi».
Le accuse raccolte del sinedrio.
16«Signore, noi lo sappiamo. É pronta per Te l’accusa. Ti si accusa di violare la Legge e i sabati, di amare più quelli di Samaria che noi, di difendere pubblicani e meretrici, di ricorrere a Belzebù e ad altre forze tenebrose, di magia nera, di odiare il Tempio e volerne la distruzione, di…».
17«Basta. Accusare ognuno può. Provare l’accusa è più difficile».
«Ma essi hanno fra loro chi la sostiene. Credi forse che giusti siano là dentro?».
18«Vi risponderò con le parole di Giobbe, che è una figura del Paziente che Io sono: “Lungi da me il pensiero di stimarvi giusti tutti. Ma fino all’ultimo sosterrò la mia innocenza, non rinuncerò alla mia giustificazione che ho cominciata, perché il mio cuore non mi rimprovera nulla in tutta la mia vita“[95]. Ecco, tutto Israele può testimoniare, perché da Me non mi giustifico, con le parole che anche il mentitore può dire, tutto Israele può testimoniare che Io ho sempre insegnato il rispetto alla Legge, anzi più, che ho perfezionato l’ubbidienza alla Legge, e i sabati non sono stati violati da Me… Che vuoi dire? Parla! Hai fatto un gesto e poi ti sei trattenuto. Parla!».
19Uno del gruppetto… misterioso dice: «Signore, all’ultima seduta del Sinedrio fu letta una denuncia contro di Te. Veniva dalla Samaria, da Efraim dove Tu eri, e diceva che più e più volte era provato che Tu violavi il sabato e…».
20«E ancor ti rispondo con Giobbe: “E quale è la speranza dell’ipocrita, se rapisce per avarizia e Dio non libera l’anima di lui?”[96]. Questo infelice, che finge un volto e sotto ha un altro cuore e vuole commettere la grande rapina per avarizia del mio bene, già cammina sulla strada d’Inferno, e vano gli sarà aver denaro, e sperare onori, e sognare di salire là dove Io non volli per non tradire il decreto santo. Ma ci occuperemo forse di lui, se non per pregare per lui?».
21«Il Sinedrio però ti ha deriso dicendo: “Ecco l’amor dei samaritani per Lui! Lo accusano per ingraziarsi noi tutti”».
22«E siete voi certi che fosse mano samaritana che scrisse quelle parole?».
23«No. Ma Samaria in questi giorni ti fu dura…».
«Perché i messi del Sinedrio l’hanno sovvertita ed eccitata con falsi consigli, suscitando speranze folli che Io ho dovuto stroncare. Del resto è detto, e di Efraim e di Giuda, e dir si può di ogni luogo, perché volubile è il cuor dell’uomo che scorda i benefizi e si piega alle minacce: “La vostra bontà è come nuvola mattutina, come rugiada che al mattino sparisce“[97]. Ma questo non prova che essi, i samaritani, sono gli accusatori dell’Innocente. Uno sbagliato amore me li gettò contro feroci, ma è amore che delira. Quale altra prova, prova l’accusa di preferenza per i samaritani?».
Il regno messianico e fine d’Israele.
Il regno sarà del Cristo.
24«Ti si accusa che tanto li ami da sempre dire: “Ascolta, Israele”, anziché dire: “Ascolta, Giuda”. E che non puoi rimproverare Giuda…».
25«In verità? La sapienza dei rabbi qui si perde? E non sono Io il Germe di giustizia spuntato da Davide per il quale, come dice Geremia, Giuda sarà salvato? Allora il Profeta prevede che Giuda, soprattutto Giuda, avrà bisogno di salvezza.
26E questo Germe, dice sempre il Profeta, sarà chiamato il Signore, il nostro Giusto, “perché, dice il Signore, non mancherà mai a Davide un discendente assiso sul trono della casa di Israele“. E che? Ha errato il Profeta? Era ebbro forse? Di che? Certo di penitenza e non d’altro. Perché, per accusare Me, nessuno potrà sostenere che Geremia fosse uomo di crapula.
27Eppure egli dice che il Germe di Davide salverà Giuda e siederà sul trono di Israele. Dunque si direbbe che, per i suoi lumi, il Profeta vede che più che Giuda sarà eletto Israele, che il Re andrà ad Israele, e già grazia sarà se Giuda avrà unicamente salvezza.
28Il Regno sarà dunque detto di Israele? No. Di Cristo sarà detto. Di Colui che unisce le parti disperse e ricostruisce nel Signore dopo avere, secondo l’altro Profeta[98], in un mese – che dico in un mese? – in men di un giorno, giudicato e condannato i tre falsi pastori e chiusa a loro la mia anima, perché la loro restò chiusa a Me e, desiderandomi in figura, non seppero amarmi in natura.
29Or dunque, Colui che mi manda e che mi ha dato le due verghe spezzerà l’una e l’altra, perché la Grazia sia persa per i crudeli, perché il Flagello non più dal Cielo ma dal mondo venga. E nulla è più duro dei flagelli che gli uomini dànno agli uomini. Così sarà. Oh! così! Io sarò percosso e le pecore saran disperse per due terzi. Solo un terzo, sempre solo un terzo[99] se ne salveranno e persevereranno sino alla fine. E questa terza parte passerà per il fuoco per il quale Io passo per primo, e sarà purificata e provata come argento e oro, e ad essa verrà detto: “Tu sei il mio popolo” ed essa mi dirà: “Tu sei il mio Signore“.
30E ci sarà chi avrà pesato i trenta denari, prezzo dell’orrenda opera, infame mercede. E là da dove uscirono non potranno più entrare, perché griderebbero d’orrore anche le pietre vedendo quelle monete, lorde di sangue dell’Innocente e del sudore del perseguitato dalla disperazione più atroce, e serviranno, così come è detto, a comperare, dagli schiavi di Babilonia, il campo per gli stranieri.
31Oh! il campo per gli stranieri! Sapete chi sono essi? Quei di Giuda e Israele, quelli che presto, in secoli e secoli, non avranno più patria. E neppur la terra del loro antico suolo li vorrà accogliere. Li vomiterà da sé anche morti, posto che essi vollero rigettare la Vita. Orrore infinito…»
Il tempio perirà per non più risorgere.
32Gesù tace come oppresso, a capo chino. Poi lo alza e gira lo sguardo, vede i presenti: gli apostoli, i discepoli occulti, Zaccheo con i suoi. Sospira come chi si desta da un incubo. Dice: «Che altro dicevate? Ah! che mi si accusa di amare pubblicani e meretrici. È vero. Sono i malati, i morenti. Io, Vita, mi do ad essi come vita. Venite, redenti del mio gregge», ordina a Zaccheo e ai suoi. «Venite e ascoltate il mio comando. A molti, ed erano più bianchi di voi, ho detto: “Non venite a Gerusalemme”. A voi dico: “Venite”. Potrà parere ingiustizia questa…».
«Lo è, infatti», interrompe l’Iscariota.
33Gesù è come non udisse. Continua parlando a Zaccheo e ai suoi compagni: «Ma vi dico: venite, appunto perché voi siete piante più bisognose d’altre di rugiada, perché la vostra buona volontà sia sovvenuta dal Potente e voi cresciate ormai liberamente nella Grazia.
34Sulle altre cose… risponderà il Cielo stesso con segni inconfondibili. In verità potrà essere distrutto il Tempio vivo e in tre giorni essere riedificato, ed in eterno. Ma il Tempio morto, che sarà soltanto scosso e crederà di aver vinto, perirà per non più risorgere.
35Andate! E non temete. In penitenza attendete il mio Giorno e l’aurora di esso vi porterà definitivamente alla Luce», dice rivolto a quelli ammantellati.
36E poi a Zaccheo: «E anche voi andate. Ma non ora. Siate in Gerusalemme per l’aurora del dì dopo il sabato. A fianco dei giusti voglio i risorti, perché nel Regno del Cristo infiniti sono i posti. Quanti sono gli uomini di buona volontà». E si avvia verso la casa di Niche attraverso il folto frutteto ombroso.
Allegoria della chioccia.
37Un piccolo sentiero getta un nastro gialliccio fra il verde del suolo, e una chioccia croccolante lo traversa, seguita dai suoi pulcini color dell’oro, e davanti a tanti ignoti la madre trepida, si accovaccia e stende le ali a difesa, croccolando più forte, timorosa di insidie ai suoi nati. Ed essi, con un pigolio che si spegne al sicuro, accorrono e si nascondono nella piuma materna, e sembra non siano più…
38Gesù si ferma a contemplarla… e delle lacrime scendono dai suoi occhi.
39«Piange! Perché piange? Egli piange!», mormorano tutti: apostoli, discepoli, peccatori redenti. E Pietro dice a Giovanni: «Chiedigli il perché del suo pianto…».
40E Giovanni, nel suo atto solito, un poco curvo in ossequio, il volto levato da sotto in su a guardarlo nel volto, chiede: «Perché piangi, Signor mio? Forse per quanto ti fu detto e dicesti prima?».
41Gesù si scuote, ha un mesto sorriso e, accennando la chioccia che continua a tutelare amorosamente la sua prole, dice: «Io pure, Uno col Padre mio, vidi Gerusalemme, così come è detto da Ezechiele, nuda e piena di vergogna. E vidi e le passai vicino e, venuto il tempo, il tempo del mio amore, stesi il mio manto sopra di lei e copersi la sua nudità. Volevo farla regina dopo esserle stato padre e proteggerla, così come quella chioccia i suoi nati… Ma, mentre dei piccoli figli della gallina hanno riconoscenza per le premure della madre e si rifugiano sotto le sue ali, Gerusalemme respinge il mio manto… Ma Io manterrò il mio disegno d’amore… Io… Il Padre mio, poi, farà secondo la sua volontà». E Gesù scende fra l’erba per non turbare la chioccia, e passa, e lacrime scendono ancora sul volto affilato e pallido.
42Tutti lo imitano, seguendolo e bisbigliando, sino al limite della casa di Niche. E là Gesù solo entra con gli apostoli in casa, e gli altri proseguono verso le loro mete…
Nei giardini del re[100].
Il Messia visibilmente stanco.
46Gesù è visibilmente stanco e accaldato. E per la fatica del lungo e tonante discorso e per l’afa della giornata senza vento. Premuto contro al muro da una moltitudine, dardeggiato da mille e mille pupille, sentendo tutto l’odio che da sotto i portici del cortile dei Pagani lo ascolta, e tutto l’amore o almeno l’ammirazione che lo circonda, incurante del sole che picchia sulle schiene e sui volti arrossati e sudati, appare veramente spossato e bisognoso di ristoro. E lo cerca dicendo ai suoi apostoli e ai settantadue, che come tanti cunei si sono aperti lentamente un passaggio nella folla e che sono ora in prima linea, barriera d’amore fedele intorno a Lui: «Usciamo dal Tempio e andiamo all’aperto fra gli alberi. Ho bisogno di ombra, silenzio e frescura. In verità questo luogo sembra già ardere del fuoco dell’ira celeste».
Gli fanno largo a fatica e possono così uscire dalla porta più vicina, dove Gesù si sforza di congedare molti, ma inutilmente. Lo vogliono seguire a tutti i costi.
Crollo del Tempio di Gerusalemme (Mt 24,1-2; Mc 13,1-2; Lc 21,5-6) [101].
47I discepoli, intanto, osservano il cubo del Tempio sfavillante sotto al sole quasi meridiano, e Giovanni d’Efeso fa osservare al Maestro la potenza della costruzione: «Guarda che pietre e che costruzioni!».
«Eppure di esse non resterà pietra su pietra», risponde Gesù.
«No! Quando? Come?», chiedono in molti.
Nei giardini del Re.
48Ma Gesù non dice. Scende il Moria ed esce svelto dalla città, passando per Ofel e per la porta di Efraim o del Letame e rifugiandosi nel folto dei Giardini del Re dapprima, ossia sinché coloro che, non apostoli e non discepoli, si sono ostinati a seguirlo se ne vanno lentamente quando Mannaen, che ha fatto aprire i pesanti cancelli, si fa avanti, imponente, per dire a tutti «Andate. Qui non entrano che coloro che io voglio».
Ombre, silenzio, profumi di fiori, aromi di canfore e garofani, cannella, spigo e mille altre erbe da odori, e fruscio di ruscelli, certo alimentati dalle fonti e cisterne vicine, sotto gallerie di fogliame, cinguettii d’uccelli, fanno del luogo un posto di riposo paradisiaco. La città sembra lontana miglia e miglia, con le sue vie strette, cupe per gli archivolti o assolate sino ad essere abbacinanti, coi suoi odori e fetori di cloache non sempre pulite e di vie percorse da troppi quadrupedi per essere pulite, specie quelle di secondaria importanza.
24Il custode dei Giardini deve conoscere molto bene Gesù, perché lo ossequia con rispetto e confidenza insieme, e Gesù gli chiede dei figli e della moglie.
L’uomo vorrebbe ospitare Gesù nella sua casa, ma il Maestro preferisce la pace fresca, riposante del vasto Giardino del Re, un vero parco di delizie. E prima che i due instancabili e fedelissimi servi di Lazzaro se ne vadano a prendere la cesta del cibo, Gesù dice loro: «Dite alle vostre padrone di venire. Staremo qui qualche ora con mia Madre e le discepole fedeli. E sarà tanto dolce…».
Nel rifugio di pace.
49«Sei molto stanco, Maestro! Il tuo volto lo dice», osserva Mannaen.
«Sì. Tanto che non ho avuto forza di andare oltre».
«Ma io te li avevo offerti questi giardini più volte, in questi giorni. Tu sai se io sono contento di poterti offrire pace e ristoro!».
«Lo so, Mannaen».
«E ieri sei voluto andare in quel triste luogo! Così arido nelle vicinanze, così stranamente brullo nel suo vegetare quest’anno! Così vicino a quella triste porta!».
«Ho voluto accontentare i miei apostoli. Sono bambini, in fondo. Grandi bambini. Vedili là come si ristorano felici!… Subito dimentichi di quanto si agita contro di Me oltre queste mura…».
«E dimentichi che Tu sei tanto afflitto… Ma non mi sembra che ci sia molto da allarmarsi. Mi sembrava più pericoloso il luogo altre volte».
Gesù lo guarda e tace. Quante volte vedo Gesù guardare e tacere così, in questi ultimi giorni!
Poi Gesù si dà a guardare gli apostoli e i discepoli, che si sono levati i copricapo e i mantelli e i sandali, rinfrescandosi volti ed estremità nei freschi rii, imitati da molti dei settantadue discepoli, che ora, in realtà, sono molti di più, io credo, e che, tutti uniti dalla fraternità di ideali, si gettano qua e là in riposo, un poco in disparte per lasciare Gesù quieto a riposare.
Anche Mannaen si ritira lasciandolo in pace. Tutti rispettano il riposo del Maestro, stanchissimo, che si è rifugiato in una foltissima pergola di gelsomino in fiore fatta a campana isolata da un anello d’acque che scorre frusciando in un canaletto nel quale si riversano erbe e fiori. Un vero rifugio di pace, al quale si accede per un ponticello largo due palmi e lungo quattro, sulla cui ringhiera è tutta una ghirlanda di corolle di gelsomini.
Offre, benedice, distribuisce il cibo.
50Tornano i servi aumentati da altri, perché Marta ha voluto provvedere a tutti i servi del Signore, e dicono che le donne verranno fra poco.
Gesù fa chiamare Pietro e gli dice: «Insieme a Giacomo mio fratello benedici, offri e distribuisci così come Io faccio».
«Distribuire sì, ma benedire no, Signore. A Te tocca offrire e benedire. Non a Me».
«Quando eri a capo dei compagni, lontano da Me, non lo facevi?».
«Sì. Ma allora… era per forza che lo facevo. Adesso Tu sei con noi e Tu benedici. Mi pare più buono tutto, quando Tu offri per noi e distribuisci..», e il fedele Simone abbraccia il suo Gesù, seduto stancamente in quell’ombra, e gli curva la testa sulla spalla, beato di poterlo stringere e baciare così…
Gesù si alza e lo accontenta. Va verso i discepoli, offre, benedice, spartisce il cibo, li guarda mangiare contenti e dice loro: «Dopo dormite, riposate mentre è l’ora e perché poi possiate vegliare e pregare quando avrete bisogno di farlo, e la fatica e stanchezza non vi aggravino di sonno occhi e spirito quando sarà necessario che voi siate pronti e ben svegli».
«Tu non resti con noi? Non mangi?».
«Lasciatemi riposare. Ho bisogno solo di questo. Mangiate, mangiate!». Carezza nel passare quelli che trova sul suo cammino e torna al suo posto…
51Dolce, soave è la venuta della Madre presso il Figlio. Maria viene avanti sicura, poiché Mannaen, che ha vegliato presso il cancello, meno stanco degli altri, le indica il luogo dove è Gesù. Le altre, e vi sono tutte le discepole ebree, e di romane la sola Valeria, sostano per qualche tempo, silenziose per non destare i discepoli che dormono al rezzo delle frondose piante, simili a tante pecore accosciate fra l’erba, a sesta.
Visita la Madre il sabato santo[102]
Manaen vuole servire.
5Un picchio all’uscio… Le donne corrono ad aprire. Maria si volge sul suo sedile, senza alzarsi, e fissa l’uscio socchiuso.
Entra la Maddalena. «C’è Mannaen… Vorrebbe essere usato per qualche cosa».
«Mannaen… Fallo entrare. Fu sempre buono. Ma credevo non fosse lui…».
«Chi credevi, Madre?…».
«Dopo… dopo. Fa’ passare». Entra Mannaen. Non è pomposo come di solito. Ha una veste comunissima, di un marrone quasi nero, e un mantello uguale. Nessun gioiello e non la spada. Nulla. Sembra un uomo benestante ma del popolo. Si curva a salutare, prima con le mani incrociate sul petto, e poi si inginocchia come davanti ad un altare.
«Alzati. E perdona se non rispondo all’inchino. Non posso…».
«Non devi. Non lo permetterei. Chi sono lo sai. Perciò ti prego calcolarmi tuo servo. Hai bisogno di me? Vedo che non hai un uomo d’intorno. So da Nicodemo che tutti sono fuggiti. Non c’era nulla da fare. É vero. Ma almeno dargli il conforto di vederci. Io… io l’ho salutato al Sisto. E poi non ho più potuto, perché… Ma è inutile dirlo. Anche questo fu voluto da Satana. Ora sono libero e vengo a mettermi al tuo servizio. Ordina, Donna».
«Vorrei sapere e far sapere a Lazzaro… Le sorelle sono in pena, e mia cognata e l’altra Maria pure. Vorremmo sapere se Lazzaro, Giacomo, Giuda e l’altro Giacomo sono salvi».
«Giuda? L’Iscariota? Ma lo ha tradito!».
«Giuda, figlio del fratello dello sposo mio».
«Ah! vado», e si alza. Ma nel farlo ha un movimento di dolore.
«Ma sei ferito?».
«Uhm… sì. Roba da nulla. Un braccio che duole un poco».
«Per causa nostra, forse? Per questo non c’eri lassù?».
«Sì. Per questo. E solo per questo mi dolgo. Non per la ferita. Il resto di fariseismo, di ebraismo, di satanismo che era in me, perché satanismo è divenuto il culto d’Israele, è tutto uscito con quel sangue. Sono come un pargolo che, dopo la recisione del sacro ombelico, non ha più contatti col sangue materno, e le poche stille che ancora restano nel cordone reciso non vanno in lui, strozzate come sono dal laccio di lino. Ma cadono… Inutili ormai. Il neonato vive col suo cuore e il suo sangue. Così io. Fino ad ora ero ancora non formato del tutto. Ora sono giunto al termine, e vengo, e sono stato dato alla Luce. Ieri sono nato. Mia madre è Gesù di Nazareth. E mi ha partorito quando ha dato l’ultimo grido. So… Perché sono fuggito nella casa di Nicodemo questa notte. Solo vorrei vederlo. Oh! quando andrete al Sepolcro, ditemelo. Verrò… Il suo Volto di Redentore io lo ignoro!».
«Ti guarda, Mannaen. Volgiti».
L’uomo, che era entrato tanto a capo chino e che aveva avuto poi occhi solo per Maria, si volta quasi spaventato e vede il Sudario. Si getta bocconi, adorando…
E piange. Poi si leva. Si inchina a Maria e dice: «Vado».
«Ma è sabato. Lo sai. Già ci accusano di violare la Legge per sua istigazione».
«Pari siamo, perché essi violano la legge dell’Amore[103]. La prima e più grande. Egli lo diceva. Il Signore ti conforti». Esce.
18. Apparizione a Giuseppe d’Arimatea, a Nicodemo e a Mannaen[104].
La conoscenza beata del Volto di Dio..
L’incontro dei tre.
1Mannaen, insieme ai pastori, va svelto per le pendici che da Betania conducono a Gerusalemme. Una bella strada va diretta in direzione dell’Uliveto. E verso essa piega Mannaen dopo avere lasciato i pastori, che alla spicciolata vogliono entrare in città per andare al Cenacolo.
2Poco prima, lo rilevo dai loro discorsi, devono avere incontrato Giovanni, che veniva verso Betania per portare la notizia della Risurrezione e l’ordine di essere tutti in Galilea fra qualche giorno. Si lasciano appunto perché i pastori vogliono ripetere personalmente a Pietro ciò che già hanno detto a Giovanni, ossia che il Signore, apparendo a Lazzaro, ha detto di riunirsi nel Cenacolo.
3Mannaen sale per una strada secondaria verso una casa in mezzo ad un uliveto. Una bella casa, che ha intorno una fascia di cedri del Libano, dominanti con le loro moli imponenti i numerosi ulivi del monte. Entra sicuro e al servo accorso dice: «Dove è il tuo padrone?».
«Di là con Giuseppe. É venuto da un poco».
4«Digli che ci sono». Il servo va e torna con Nicodemo e Giuseppe. Le voci dei tre si mescolano in uno stesso grido: «É risorto!».
Si guardano, stupiti di saperlo tutti.
Il dubbio metodico.
5Poi Nicodemo prende l’amico e lo trascina in una stanza interna. Giuseppe li segue. «Hai osato tornare?».
6«Sì. Egli lo ha detto: “Al Cenacolo”. Io lo voglio ben vedere, ora, glorioso, per levarmi il dolore del ricordo di Lui legato e coperto di sozzure come un malvivente colpito dallo sdegno del mondo».
7«Oh! noi pure vorremmo vederlo… E per levarci l’orrore del ricordo di Lui suppliziato, delle sue ferite senza numero… Ma Egli si è mostrato solo alle donne», mormora Giuseppe.
8«É giusto. Esse sono state fedeli a Lui sempre in questi anni. Noi avevamo paura. La Madre lo ha detto: “Un ben povero amore il vostro, se ha atteso questa ora per mostrarsi!”», obbietta Nicodemo.
Le guardie hanno parlato
9«Ma per sfidare Israele, a Lui più contrario che mai, avremmo ben bisogno di vederlo!… Se tu sapessi! Le guardie hanno parlato… Ora i Capi del Sinedrio e i farisei, non ancora convertiti da tanta ira del Cielo, vanno cercando chi può sapere della sua Risurrezione per imprigionarlo. Io ho mandato il piccolo Marziale -un fanciullo sfugge più e meglio- ad avvisare quelli della casa di stare all’erta. Dal Tesoro del Tempio hanno tratto denaro sacro per pagare le guardie, acciò dicano che i discepoli lo hanno rapito e che quanto hanno detto prima, della Risurrezione, non era che bugia per paura della punizione. La città bolle come un paiolo. E c’è chi, dei discepoli, già la lascia per paura… Voglio dire i discepoli che non erano a Betania…»
10«Sì, avremmo bisogno della sua benedizione per avere coraggio».
11«A Lazzaro è apparso… Era quasi l’ora di terza. Lazzaro ci apparve trasfigurato».
12«Oh! Lazzaro lo merita! Noi…», dice Giuseppe.
13«Sì. Noi siamo ancora incrostati di dubbio e di pensiero umano come da una lebbra mal guarita… E non c’è che Lui che può dire: “Io voglio che voi ne siate mondati”. Non parlerà dunque più, ora che è risorto, a noi che siamo i meno perfetti?», chiede Nicodemo.
14«E non farà più miracoli, per castigo del mondo, ora che è il Risorto da morte e dalle miserie della carne?», domanda di nuovo Giuseppe.
15Ma il loro chiedere non può avere che una risposta. La sua. E la sua non viene. I tre restano accasciati.
Manifestazione del Messia risorto.
16Poi Mannaen dice: «Ebbene. Io vado al Cenacolo. Se mi uccideranno, Egli assolverà l’anima mia e lo vedrò in Cielo. Se no lo vedrò qui, in Terra. Mannaen è tanto inutile cosa nelle sue schiere che, se cade, lascerà lo stesso vuoto che lascia un fiore colto in un prato gremito di corolle: non si vedrà neppure…», e si alza per andare.
17Ma, mentre si volge verso la porta, questa si illumina del divino Risorto, che a palme aperte, in atto di abbraccio, lo ferma dicendo: «Pace a te! A voi pace! Ma rimanete dove siete tu e Nicodemo. Giuseppe può ancora andare, se crede. Ma qui mi avete, e dico la richiesta parola: “Io voglio che siate mondati da quanto di impuro resta nel vostro credere”. Domani scenderete in città. Andrete dai fratelli. Questa sera ho da parlare ai soli apostoli. Addio. E Dio sia sempre con voi. Mannaen, grazie. Tu hai creduto più di questi. Grazie, dunque, anche al tuo spirito. A voi grazie della vostra pietà. Fate che si muti in più alta cosa con una vita di intrepida fede».
18Gesù scompare dietro una incandescenza abbagliante.
19I tre sono beati e smarriti. «Ma era Lui?», chiede Giuseppe.
20«E non hai sentito la sua voce?», risponde Nicodemo.
La conoscenza beata del Volto di Dio
21«La voce… può averla anche uno spirito… Tu, Mannaen, che gli eri tanto vicino, che ti parve?».
22«Un vero corpo. Bellissimo. Respirava. Ne sentivo l’alito. E mandava calore. E poi… le Piaghe le ho viste. Parevano aperte allora. Non davano sangue, ma era carne viva. Oh! non dubitate più! Che Egli non vi castighi. Abbiamo visto il Signore. Voglio dire: Gesù tornato glorioso come sua Natura lo vuole! E… ci ama ancora… In verità, se ora Erode mi offrisse il regno, gli direi: “Mi è polvere e sterco il tuo trono e corona. Ciò che io possiedo nulla lo supera. Ho la conoscenza beata del Volto di Dio”».
219. Ascensione del Signore[105]
Nomi che meritarono la lode del Messia
73Gesù chiama a Sé i pastori, Lazzaro, Giuseppe, Nicodemo, Mannaen, Massimino e gli altri dei settantadue discepoli. Ma tiene vicino specialmente i pastori dicendo loro:
74«Qui. Voi vicino al Signore che era venuto dal Cielo, curvi sul suo annichilimento, voi vicino al Signore che al Cielo ritorna, con gli spiriti gioenti della sua glorificazione. Avete meritato questo posto, perché avete saputo credere contro ogni circostanza in sfavore e avete saputo soffrire per la vostra fede. Io vi ringrazio del vostro amore fedele.
75Tutti vi ringrazio. Tu, Lazzaro amico. Tu Giuseppe e tu Nicodemo, pietosi al Cristo quando esserlo poteva essere grande pericolo. Tu Mannaen, che hai saputo disprezzare i sozzi favori di un immondo per camminare nella mia via. Tu, Stefano, fiorita corona di giustizia, che hai lasciato l’imperfetto per il perfetto e sarai coronato di un serto che ancor non conosci ma che ti annunceranno gli angeli. Tu Giovanni, per breve tempo fratello al seno purissimo e venuto alla Luce più che alla vista. Tu Nicolai, che proselite hai saputo consolarmi del dolore dei figli di questa nazione. E voi discepole buone e forti, nella vostra dolcezza, più di Giuditta.
S O M M A R I O
La pesantezza degli apostoli, Quanta!
Accoglienza con l’ostile di Pietro.
Profezia sconosciuta del Battista su Manaen
I discepoli del Battista (Mt 11,1-3;Lc 7,18-21).
La prova delle opere (Lc 7,18-23).
Partenza dei messi del Battista.
2. A Corozim, Gesù lavora da falegname per una vedova in presenza di Mannaen.
Lezione di carità, umiltà e operosità.
3. Lezione sulla carità con la parabola dei noccioli. Il giogo di Gesù è leggero.
La certezza che fa vivere l’orfanello
Imparare mitezza e umiltà (Mt 11,28-30).
All’evangelizzazione e miracoli
4. La notizia dell’uccisione di Giovanni Battista.
Giovanni è stato ucciso (Mt 14,3-5; Mc 6,17-20)
La cronaca (Mt 14,6-9; Mc 6,21-26).
Il martire della giustizia (Mt 14,9-12; Mc 6,27-29).
5. Partenza alla volta di Tarichea con gli apostoli rientrati a Cafarnao.
Esperienze di evangelizzazione (Lc 9,10; Mc 6,30)
Ritirarsi in disparte (Mc 6,31)..
Partenza per un luogo solitario (Mt 14,13; Mc 6,32; Gv 6,1; Lc 9,10)
6. Rincarnazione e vita eterna nel dialogo con uno scriba.
Preceduti dalla folla (Mt 14,13-14; Mc 6,33-34; Lc 9,11).
Prese a insegnare loro molte cose(Mc 6,34; Lc 9,11)
Cattiva volontà degli scribi e dei farisei.
7. La prima moltiplicazione dei pani.
“Date loro da mangiare” (Mt 14,16; Mc 6,35- 37; Lc 9,12)
5 pani d’orzo e 2 pesci (Mt 14,17-18; Mc 6,38; Gv 6,8-9).
Il cibo di Dio (Mt 14,19; Mc 6,39-42; Lc 9,14-17; Gv 6,10-11)-.
Nulla vada perduto (Mt 14,20-21; Mc 6,43-44; Lc 9,17; Gv 6,12-13).
Gesù si accomiata (Mt 14,22-23; Mc 6,45-46; Gv 6,16-17)..
All’ultima festa dei Tabernacoli.
Ogni ubbidienza è scritta in Cielo.
A Gerusalemme per Magdala e Nazareth.
Marcia solerte verso Nazareth.
Rivelazione dei misteri di Maria.
Il Figlio fa conoscere la Madre.
L’eterna bellezza dell’anima di Maria.
L’anima della Madre fuso nell’Amore col Padre.
L’amore è forte più della morte.
“Una Donna chiuderà in sé l’Uomo”.
Manaen accompagna la Madre e le discepole.
Chi è forte sfida il mondo per Gesù.
Condanna per il tempio corrotto.
Il bubbone più fetido è il Tempio.
Un Sommo Sacerdote complice e assassino.
Il Messia giudicato bestemmiatore e sacrilego
Chi crede nel Cristo è nell’amicizia di Dio
10. A Nobe. Manaen guarito da ogni umanità nel suo amore per il Messia.
Le parole dell’anziano Simeone
11. Manaen con gli apostoli e i discepoli fuggiti dal Tempio.
Ancora c’è amore e giustizia in Israele.
Mentalità del vecchio Israele.
Le leggi umane e il pensiero del giusto.
12. Incontro con Mannaen e lezione sull’amore per gli animali.
Un ricovero da cavalieri del deserto.
Gerusalemme divisa in partiti.
Lezione sull’amore per gli animali.
Dono d’amore e patrimonio dal Padre ai figli.
Nulla di inutile è nel creato.
La perla che diventa bruttura nel creato.
Anche l’errore è mezzo al bene.
13. Dopo la risurrezione di Lazzaro
Annotazioni di Cusa e Mannaen.
14. Missione segreta di Mannaen.
Appuntamento con Giuseppe e Nicodemo.
15. Colloquio nella notte, presso Gofenà, con Giuseppe d’Arimatea, Nicodemo e Mannaen.
Incontro con Giuseppe e Nicodemo.
L’incontro con Giuseppe e Nicodemo.
Concetto sbagliato dell’idea messianica.
Cause che impediscono l’ecumenismo.
Chi ama il Messia non si turba per le apparenze.
Chi segue il Messia non teme gli uomini.
Chi serve il Messia non cerca il suo interesse.
L’amico del Messia non trasgredisce la Legge.
E’ necessario rinascere nello spirito.
Venduti a Satana per abbattere il Messia..
Un pretesto per il losco giuoco degli interessi.
Natura della regalità messianica.
Il Messia, unto da Dio a Re e Signore.
Il Messia è Dio e va amato come tale.
L’amatore del Messia risplenderà come il sole.
Il volo e lo sguardo dell’aquila.
16. Incontro con discepoli e uomini di valore condotti da Mannaen. Arrivo a Gerico.
Il tempio è divenuto cadavere di ciò che era.
Ogni eccesso è sempre dannoso.
Non è mai troppo tardi per l’ora di Dio.
Preludio della entrata in Gerusalemme.
17. Sconosciuti giudei riferiscono sulle accuse raccolte dal Sinedrio. Allegoria per Gerusalemme.
Resistenza ai rigori delle stagioni.
I prodi e le accuse del Sinedrio.
I discendenti dei prodi di David.
Le accuse raccolte del sinedrio.
Il regno messianico e fine d’Israele.
Il tempio perirà per non più risorgere.
Il Messia visibilmente stanco.
Crollo del Tempio di Gerusalemme (Mt 24,1-2; Mc 13,1-2; Lc 21,5-6) .
Offre, benedice, distribuisce il cibo.
Visita la Madre il sabato santo
18. Apparizione a Giuseppe d’Arimatea, a Nicodemo e a Mannaen.
La conoscenza beata del Volto di Dio..
Manifestazione del Messia risorto.
La conoscenza beata del Volto di Dio
Nomi che meritarono la lode del Messia
[1] 1° MARZO 1945. GESU’ DI NAZARETH, La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù, Vol. 2. N° 121, 2-3.18-21.31-33
[2] 11 marzo 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 2. N° 127, 14-15
[3] 29 agosto 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N° 266
[4]IL BANGELO ETERNO: Anche Giovanni fu informato dai suoi discepoli di tutti questi avvenimenti. Giovanni Chiamò a se due dei suoi discepoli e li mandò a dire al Signore: “Sei tu colui che viene, o dobbiamo aspettare un altro? “Venuti da lui, quegli uomini dissero: “Giovanni il Battista ci ha mandati da te per domandarti: Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare un altro?” (Mt 11,1-3; Lc 7,18-21).
[5]IL VANGELO ETERNO: In quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi. Poi diede loro questa risposta: “Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziato è annunziata la buona novella. E beato è chiunque non sarà scandalizzato di me!” (Lc 7,18-23).
[6] 31 agosto 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N° 267
[7] 1 settembre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N° 268
[8]IL VANGELO ETERNO: “Venite a Me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e Io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da Me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11,28-30).
[9] 2 settembre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N° 269
[10] 4 settembre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N°270
[11]IL VANGELO ETERNO: Erode aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione per causa di Erodiade, moglie di Filippo suo fratello, che egli aveva sposata. Giovanni diceva a Erode: “Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello”. Per questo Erodiade gli portava rancore e avrebbe voluto farlo uccidere, ma non poteva. Benché Erode volesse farlo morire, temeva il popolo perché lo considerava un profeta, e temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri. (Mt 14,3-5; Mc 6,17-20)
[12]IL VANGELO ETERNO: Venne però il giorno propizio, quando Erode per il suo compleanno fece un banchetto per i grandi della sua corte, gli ufficiali e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodiade, danzò in pubblico e piacque tanto a Erode e ai commensali, che egli le promise con giuramento di darle tutto quello che avesse domandato. Disse alla ragazza: “Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò”. E le fece questo giuramento: “Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno”. La ragazza uscì e disse alla madre: “Che cosa debbo chiedere?”. Quella rispose: “La testa di Giovanni il Battista”. Ed entrata di corsa dal re fece la richiesta dicendo: “Voglio che tu i dia subito su un vassoio la testa di Giovanni il Battista”. Il re divenne triste; tuttavia, a motivo del giuramento e dei commensali, non volle opporle un rifiuto. (Mt 14,6-9; Mc 6,21-26).
[13]IL VANGELO ETERNO: Subito il re mandò una guardia con l’ordine che gli fosse portata la testa. La guardia andò, lo decapitò in prigione e portò la testa su un vassoio, la diede alla ragazza e la ragazza la diede a sua madre. I suoi discepoli andarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informare Gesù. (Mt 14,9-12; Mc 6,27-29).
[14] 5 settembre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N°271
[15]IL VANGELO ETERNO: Al loro ritorno, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. (Lc 9,10; Mc 6,30)
[16]IL VANGELO ETERNO: Ed egli disse loro: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’” (Mc 6,31).
[17]IL VANGELO ETERNO: Partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte, all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberiade, verso la città chiamata Betsaida. (Mc 6,32; Gv 6,1; Lc 9,10). Udito ciò, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. (Mt 14,13).
[18] 6 settembre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N°272
[19]IL VANGELO ETERNO: Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro, perché erano come pecore senza pastore. Egli li accolse, salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli, era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. E prese a guarire quanti avevano bisogno di cure (Mt 14,13-14; Mc 6,33-34; Lc 9,11).
[20]IL VANGELO ETERNO: Prese a parlar loro del Regno di Dio e si mise a insegnare loro molte cose (Mc 6,34; Lc 9,11)
[21] Fino a che dunque il Signore non verrà nella sua gloria, accompagnato da tutti i suoi angeli (cfr. Mt 25,31) e, distrutta la morte, non gli saranno sottomesse tutte le cose (Cfr. 1 Cor 15,26-27), alcuni dei suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri compiuta questa vita, si purificano ancora (Purgatorio), altri infine godono della gloria contemplando “chiaramente Dio uno e trino, qual è” (Lumen Gentium n.49).
Ciascuno stia attento come costruisce. Se, sopra il fondamento che è Cristo, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco. (1 Cor 3,10-15).
[22] 7 settembre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N°273
[23]IL VANGELO ETERNO: Il giorno cominciava a declinare. I Dodici gli si avvicinarono dicendo: “Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, perché qui siamo in una zona deserta ed è ormai tardi”. Ma Gesù rispose: “Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare”. Gli dissero: “Dobbiamo andar noi a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare? (Mt 14,16; Mc 6,35- 37; Lc 9,12)
[24]IL VANGELO ETERNO: Ma egli replicò loro: “Quanti pani avete? Andate a vedere”. Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di °Simon Pietro: “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?”. Ed egli disse: “Portatemeli qua” (Mt 14,17-18; Mc 6,38; Gv 6,8-9).
[25]IL VANGELO ETERNO: Allora ordinò lordi farli mettere tutti a sedere a gruppi, sull’erba verde. E sedettero tutti a gruppi e gruppetti di cento e di cinquanta. Presi i cinque pani e i due pesce e, levò gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai discepoli perché li distribuissero; e divise i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono e si sfamarono (Mt 14,19; Mc 6,39-42; Lc 9,14-17; Gv 6,10-11) –
[26]IL VANGELO ETERNO: E quando furono saziati, disse ai discepoli: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”. Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. E portarono via dodici cesti pieni di pezzi di pane e anche dei pesci. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini. (Mt 14,20-21; Mc 6,43-44 Lc 9,17; Gv 6,12-13)
[27]IL VANGELO ETERNO: Ordinò poi ai discepoli di salire sulla barca e precederlo sull’altra riva, verso Betsàida, mentre egli avrebbe licenziato la folla. Appena li ebbe congedati, salì sul monte a pregare (Mt 14,22-23; Mc 6,45-46; Gv 6,16-17).
[28] Dice Gesù: “Qui metterete la visione del 4 marzo 1944: Gesù che cammina sulle acque”.
[29] 20 settembre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N°281
[30] 2 dicembre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 5. N° 348
[31] Daniele Cap. 5
[32] “Il mio diletto era sceso nel suo giardino fra le aiuole del balsamo a pascolare il gregge nei giardini e a cogliere gigli. Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me; egli pascola il gregge tra i gigli” (Cantico dei cantici: Ct 6,2-3).
[33] “Come sei bella, amica mia, come sei bella! … Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia… Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa con un solo tuo sguardo… Quanto sono soavi le tue carezze” (Ct 4,1.7.9.10)
[34] “Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa, c’è miele e latte sotto la tua lingua e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano. Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata” (Ct 4,11-12).
[35] “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore! Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo. Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, onta ne avrebbe” (Ct 8,6-7)
[36] A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto (Lc 1,29
[37] Lc 1,38
[38] “Ritorna, vergine di Israele, ritorna alle tue città. Fino a quando andrai vagando figlia ribelle? Poiché il signore crea una cosa nuova sulla terra: “La donna cingerà l’uomo!” (Ger. 31,21-22).
[39] “Il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele” (Is 7,14).
[40] 16 dicembre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 5. N° 362
[41] 1° gennaio 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 6. N° 364
[42] 4 febbraio 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 6. N° 376
[43]< per esperienza umana >
[44] 5 settembre 1946.La Buona Novella. Op. Cit. Vol 7. N° 488
[45] 6 settembre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 7. N° 489
[46] Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione? Fu così che Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato come giustizia. Sappiate dunque che figli di Abramo sono quelli che vengo dalla fede. E la Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato i pagani per la fede, preannunziò ad Abramo questo lieto annunzio: In te saranno benedette tutte le genti (Gal 3,5-89).
[47] 8 ottobre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 8. N° 509
[48] Lo spirito di Dio investì Zaccaria che si alzò in mezzo al popolo e disse: “Dice Dio: Perché trasgredite i comandi del Signore? Per questo non avete successo; poiché avete abbandonato il Signore, anch’egli vi abbandona”. Ma congiurarono contro di lui e per ordine del re lo lapidarono nel cortile del tempio (2 Cronache 24,17-22); Mt 23,35
[49] Onia, sommo sacerdote, giusto, sapiente e coraggioso difensore del Tempio, fu ucciso a tradimento, perché non voleva fosse toccato il Tesoro del Tempio: 2 Maccabei 4,30-35
[50] “Egli (il devastatore) stringerà una forte alleanza con molti per una settimana, e, nello spazio di metà settimana, farà cessare il sacrificio e l’offerta; sull’ala del tempio porrà l’abominio della desolazione e ciò sarà sino alla fine” (Daniele 9,27). “Forze da lui armate si muoveranno a profanare il santuario della cittadella, aboliranno il sacrificio quotidiano e vi metteranno l’abominio della desolazione” (Dn 11,31). “Ora, dal tempo in cui sarà abolito il sacrificio quotidiano e sarà eretto l’abominio della desolazione, ci saranno mille duecentonovanta gironi. Beato chi aspetterà con pazienza e giungerà a milletrecento trentacinque giorni” (Dn 12,11-12)
[51] Esodo 28; 39,1-31
[52] Gen 22
[53] “Quando avrà otto giorni, sarà circonciso tra di voi ogni maschio di generazione in generazione, tanto quello nato in casa come quello comperato con denaro da qualunque straniero che non sia della tua stirpe” (Gen. 17.12-13).
[54] “Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, cristo non vi gioverà nulla. Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia” (Gal 5,2-4). “Qui non c’è più circoncisione o in circoncisione, ma Cristo è tutto in tutti” (Col 3,11).
[55] Il Battesimo cristiano
[56] Giudeo non è chi appare tale all’esterno, e la circoncisione non quella visibile nella carne; ma Giudeo è colui che lo è interiormente e la circoncisione è quella del cuore, nello sp0irito e non nella lettera; la sua gloria non viene dagli uomini ma da Dio” (Rm 2,28-29).
[57] 16 dicembre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 8. N° 540
[58] “Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche” (Gen 2,19-20).
[59] E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Gen 1,26)
[60]“Dio creò l’uomo a sua immagine; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Crescete e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra” (Gen 1,27-28)
[61] “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba vere” (Gen 1,29- 30).
[62] Dt 22,1-4,6; Es 23,4-5
[63] 27 dicembre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 8, N° 549
[64] 22 gennaio 1947. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 9, N° 559
[65] Salita del Sangue: Chiamavano “Salita del Sangue” – annota MV su una copia dattiloscritta – un punto del monte Adonim per i delitti che ivi i ladroni compivano.
[66] 23 gennaio 1947. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 9, N° 560
[67] Is 9,6-7; 11,10-16; Rm 15,7-13
[68]Amorrei: Popolo semitico, discendenti di Cam attraverso Canaan. tutti i “Cananei” erano discendenti di Canaan figlio di Cam che era stato maledetto, lui e la sua discendenza, dal suo stesso padre Noè. gli Amorrei risultano il popolo preisraelita più rilevante insediato sulla Terra promessa e il loro solo nome finì per designarli tutti: cinque furono i “re amorrei”, di Gerusalemme, di Iarmut, di Lachis, di Eglon, di Ebron che Giosue dovette battere in una campagna decisiva (Giosuè 10:1-17). Il profeta Amos attribuisce al Signore parole che fanno di questo popolo il simbolo stesso di tutti gli occupanti che Israele dovette scacciare: “Eppure io ho sterminato davanti a loro l’Amorreo, la cui statura era come quella dei cedri, e la forza come quella della quercia; ho strappato i suoi frutti in alto e le sue radici di sotto, per darvi in possesso il paese dell’Amorreo” (Amos 2,9-10). (Nm 21,21.35)
[69]Ai: Città di Canaan quindici chilometri a nord di Gerusalemme e ad almeno tre chilometri da Beitlin, l’antica Betel biblica; il luogo si chiama oggi Khirbet Et-Tell, cioè “la rovina”, che è il significato esatto dell’espressione ebraica ha Ai. L’esercito di Israele guidato da Giosuè conquistò Ai: “la rovina”.
[70]Il crollo di Gerico: Non fu un attacco militare a consegnare agli uomini di Giosuè la città, ma un assedio di preghiera, condotto secondo la liturgia che essi ritennero conforme alla volontà divina. Sette giorni furono dedicati alle processioni solenni, aperte dal grosso dell’esercito in armi seguito da sette sacerdoti che recavano sette trombe ricavate da un corno d’ariete, seguiti dall’Arca dall’Alleanza protetta da una retroguardia armata. Nei primi sette giorni il corteo fece una sola volta il giro della città chiusa nella sua corazza di mattoni e pietre, facendo poi ritorno all’accampamento. Il settimo giorno, sfilò sette volte, poi i sacerdoti diedero fiato alle trombe e, su ordine di Giosuè, il popolo fino allora silenzioso lanciò un grido terribile… e le mura crollarono; la città, così catturata, fu votata allo sterminio “con quanto vi è in essa”. A quella maledizione sfuggirono solo Raab e la sua famiglia (Giosuè 6,1-27).
[71]Grandine di pietre: Mentre i nemici fuggivano dinanzi ad Israele ed erano alla discesa di Bet-Coron, il Signore lanciò dal cielo su di essi come grosse pietre fino ad Azeka e molti morirono. Coloro che morirono per le pietre della grandine furono più di quanti ne uccidessero gli Israeliti con la spada (Giosuè 10,10-11).
[72]Apparizioni terrificanti: “Sopra tutta la città per circa quaranta giorni apparivano cavalieri che correvano per l’aria con auree vesti, armati di lance rotanti e di spade sguainate, e schiere di cavalieri disposti a battaglia e attacchi e scontri vicendevoli e trambusto di scudi e selve di aste e lanci di frecce e bagliori di bardature d’oro e corazze d’ogni specie. Per questo tutti pregarono che l’apparizione fosse di buon augurio” (2 Maccabei 5,1-4).
[73]Diaspora: Il termine derivante dal greco diaspora che significa “disseminazione, dispersione”, indica le comunità israelitiche insediate fuori dalla Palestina. Dopo Cristo la diaspora divenne cattività perché gli israeliti furono dispersi fra i pagani. Questa dispersione fra i pagani che i testi ebraici chiamano Gola (nel senso originario di “cattività” o “deportazione”) fu fonte di amarezza per il popolo “santo” che veniva così disperso fuori della “Terra santa” ma anche di una certa fierezza giustificata dal dato rilevato da Strabone di cui Giuseppe Flavio cita con compiacimento l’ironica riflessione: “non c’è angolo della terra abitata che non abbia dato asilo a questa nazione e che non sia stato occupato da essa”.
[74]Messia conquistatore: Chi è costui che viene con le vesti tinte di rosso, nella pienezza della sua forza? “Io, che parlo con giustizia. Nel tino ho pigiato da solo. Li ho pigiati con sdegno, li ho calpestati con ira, poiché il giorno della vendetta era nel mio cuore e l’anno del mio riscatto è giunto. Guardai stupito: nessuno aiutava; nessuno mi sosteneva. Allora mi prestò soccorso il mio braccio, mi sostenne la mi ira. Calpestai i popoli con sdegno, li stritolai con ira, feci scorrere per terra il loro sangue” (Is 63,1-6).
[75]Messia liberatore: “Ecco il mio servo che io sostengo, Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderò né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta. Ti ho stabilito perché tu apra gli occhi ai ciechi (liberare dalla ignoranza); e faccia uscire dal carcere i prigionieri (liberare dal peccato); dall’oppressione coloro che abitano nelle tenebre (liberare dal potere satanico) (Is 42,1-4.6-7).
[76] “Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia. Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità” (Is 53,3-5).
[77]Azimi: Il termine “azimo” (o azzimo) tratto dal greco zymé (lievito) con l’alfa privativo indica il pane senza lievito, come poteva essere preparato in gran fretta per ospiti inattesi o in vista di un viaggio impreveduto quando non c’era il tempo di aspettare la lievitazione della pasta. I pani azimi sono elemento essenziale del pranzo della festa ebraica della Pasqua (Pesah) perché la Scrittura ricorda che gli Ebrei mangiarono pane non lievitato, preparato in gran fretta alla vigilia della partenza dall’Egitto. Secondo la legislazione mosaica ogni anno il rito pasquale avrebbe ripetuto quest’uso la sera di Pesah; l’ESODO prolunga la prescrizione per i sette giorni successivi alla Pasqua: è la festa degli Azimi.
[78]Garizim: Alto monte della Samaria, nella tribù di Efraim, presso la città di Sichem, sul quale il Signore fece porre le benedizioni, come dice nel Deuteronomio: “Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso, tu porrai la benedizione sul monte Garizim e la maledizione sul monte Ebal” (Dt 11,29). Volontà fatta compiere da Giosuè 8,32-34. I samaritani poi edificarono un tempio (scismatico) simile a quello di Gerusalemme.
[79]Feste: Il calendario liturgico dell’Israele biblico prevedeva sei feste annuali principali. Tre erano di istituzione relativamente recente: il Giorno delle Espiazioni o Grande Perdono, la festa della Dedicazione o Hanukkà e quella delle Sorti o Purim che sono oggetto di rituali, scritturali o rabbinici, risalenti agli ultimi secoli prima della nostra era. Le altre tre, molto antiche, segnano il ritmo delle stagioni: in primavera la festa degli Azimi, tempestivamente collegata a quella della Pasqua che inizialmente ne era distinta; in estate la festa della mietitura detta delle Settimane o Pentecoste; in autunno la festa del raccolto detta “delle Capanne” e nei testi greci “delle Tende”, termine reso in latino con “Tabernacoli”. Questa festa autunnale viene indicata anche come “festa del Signore” e talvolta semplicemente “festa” senza aggettivi, accezione usuale anche ai tempi del Cristo.
[80]Erodiani: Erano gli Ebrei seguaci di Erode il Grande quando questi, era tetrarca e poi “re” nominato da Roma. Nell’epoca della predicazione di Gesù, il loro partito, che accettava la dominazione romana, sosteneva Erode Antipa e avrebbe auspicato che questi potesse regnare come il padre su tutta la Palestina e in particolare sulla Giudea e la Samaria, poste sotto il diretto dominio di Roma. Gli erodiani erano soprattutto sadducei ma si allearono con i farisei per tentare di far cadere Gesù in varie provocazioni politiche e così screditarlo o causarne l’arresto.
[81]I Farisei: Appartenenti a una setta religiosa che vediamo attiva durante la vita pubblica di Gesù, e che svolse un ruolo importante nel complotto che lo portò alla croce. Il nome che i farisei si davano, perushim, significava “separati”. Tra di loro si chiamavano haberim, “compagni”. Gli adepti di questa setta pretendevano di “separarsi” dall’ignoranza religiosa del loro stesso popolo con la loro conoscenza approfondita della Legge. Si consideravano i kedushim, i santi, che evoca la separazione: “Sarete santi per me poiché io, il Signore, sono santo e vi ho separato dagli altri popoli perché siate miei”. La loro santità era solo esterna, perciò Gesù li accusò di essere “sepolcri imbiancati”, all’esterno giusti, all’interno null’altro che marciume perché avevano trascurato ciò che più contava “della Legge, il giudizio, la misericordia e la fede”. Da quel momento i farisei, almeno episodicamente, fecero parte di coloro che cercavano di farlo morire.
[82]Lo Scriba. In origine lo scriba era colui che, sapendo leggere e scrivere, svolgeva la funzione di segretario nell’amministrazione reale. Dopo il ritorno dall’Esilio, la funzione degli scribi assunse maggiore importanza. Essi cominciarono a fornire le interpretazioni della Legge e soprattutto a insegnarla. A poco a poco, divennero delle guide spirituali. La loro corporazione era rappresentata nel Sinedrio accanto ai sommi sacerdoti e agli Anziani insieme ai quali costituivano il gran consiglio supremo della comunità. Erano onorati e stimati; ma Gesù rimproverò loro il formalismo e l’ipocrisia per la quale li assimila ai farisei e talvolta la condotta indegna. Ben presto essi si unirono a coloro che cercavano di mettere Gesù in difficoltà ponendogli domande imbarazzanti su questioni centrali. Le folle erano colpite dalla differenza fra l’insegnamento degli scribi, che riproduceva con scrupolo e rigore la lettera della Legge, e quello di Gesù.
[83]I Sadducei: Gruppo politico e religioso formato da ricche famiglie sacerdotali che derivava il nome da Zadok, il personaggio che Salomone aveva elevato alla carica di sommo sacerdote. I discendenti di Zadok da quel momento furono addetti al servizio del Tempio. Erano dei privilegiati. Detti “i ricchi” e come tali conservatori. Gesù, come già aveva fatto il Battista, li accomuna ai farisei nella stessa accusa di lassismo: “Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente?”, e di ipocrisia: “guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei”, cioè dal loro insegnamento. Furono soprattutto sadducei – gli anziani e sommi sacerdoti che costituivano la maggioranza del Sinedrio – a operare per la condanna di Gesù. Dopo la Pentecoste i sadducei, “irritati per il fatto che essi insegnavano al popolo e annunziavano in Gesù la resurrezione dei morti” èpieni di livore”, fecero incarcerare gli apostoli due volte.
[84] “Perciò, fratelli santi, partecipi di una vocazione celeste, fissate bene lo sguardo in Gesù, l’Apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo, il quale è fedele a colui che l’ha costituito, come figlio, sopra la sua propria casa. E la sua casa siamo noi, se conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo” (£b 3,1-6).
[85] L’organismo cui allude, è la sua Chiesa: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16,18).
[86] “Il tuo trono, Dio, dura per sempre; è scettro giusto lo scettro del tuo regno. Ami la giustizia e l’impietà detesti: Dio, il tuo Dio ti ha consacrato con olio di letizia, a preferenza dei tuoi eguali” (Sal 45,7-8).
[87] “Dio, il tuo Dio ti ha consacrato” (Sal 45,8). “Il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri” (Is 61,1).
[88] “Tu sei mio figlio; oggi ti ho generato? Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio. Lo adorino tutti gli angeli di Dio. Il tuo trono, Dio, sta in eterno e Scettro giusto è lo Scettro del tuo regno” (Eb 1,5-8).
[89] I giusti risplenderanno come il sole nel Regno del Padre
[90] 11 marzo 1947 La Buona Novella. Vol 9 N° 578
[91] 15 marzo 1947. La Buona Novella. Vol 9 N° 579
[92] I nomi dei trentasette prodi di Davide e le loro gesta si leggono in 2 Samuele 23,8-39.
[93] Sorse Giuda, chiamato Maccabeo; lo aiutavano tutti i fratelli e quanti si erano legati al padre e conducevano la battaglia d’Israele con entusiasmo (1 Maccabei 3,1-2).
[94] Isaia 1,18
[95] “Lungi da me che io mai vi dia ragione; fino alla morte non rinunzierò alla mia integrità. Mi terrò saldo nella mia giustizia senza cedere, la mia coscienza non mi rimprovera nessuno dei miei giorni. Sia trattato come reo il mio nemico e il mio avversario come un ingiusto. (Giobbe 27,5-7).
[96] “Che cosa infatti può sperare l’empio, quando finirà, quando Dio gli toglierà la vita? Ascolterà forse Dio il suo grido, quando la sventura piomberà su di lui?” (Giobbe 227,8-9)
[97] “Perciò saranno come nube del mattino, come rugiada che all’alba svanisce, come pula lanciata lontano dall’aia, come fumo che esce dalla finestra” (Osea 13,3). “Che dovrò fare per te, Efraim, che dovrò fare per te, Giuda? Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce” (Osea 6,4)
[98]Israele non ama il Messia: “Io dunque mi misi a pascolare le pecore da macello da parte dei mercanti di pecore. Presi due bastoni: uno lo chiamai Benevolenza e l’altro Unione e condussi al pascolo le pecore. Nel volgere d’un sol mese eliminai tre pastori. Ma io mi irritai contro di esse, perché anch’esse si erano tediate di me. Perciò io dissi: “Non sarò più il vostro pastore. Chi vuol morire, muoia; chi vuol perire, perisca; quelle che rimangono si divorino pure fra di loro!” (Zaccaria 11,7-9).
[99]Israele uccide il Messia: “Insorgi, spada, contro il mio pastore, contro colui che è mio compagno. Percuoti il pastore e sia disperso il gregge, allora volgerò la mano sopra i deboli. In tutto il paese due terzi saranno sterminati e periranno” (Zc 13,-8).
[100] Scritto il 2 aprile 19471. La Buona Novella. Op. Cit., Vol. 9. N° 596
[101]IL VANGELO ETERNO: “Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del Tempio. Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, un discepolo gli disse: “Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!”. Gesù gli rispose: Vedi queste grandi costruzioni? Vedete tutte queste cose? In verità vi dico: Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta” (Mt 24,1-2; Mc 13,1-2; Lc 21,5-6).
[102] 30 marzo 1945. Vol 10. N° 614
[103] “Questo è il messaggio che avete udito fin da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. Non come Caino, che era dal maligno e uccise il suo fratello. E per qual motivo l’uccise? Perché le opere sue erano malvagie, mentre quelle di suo fratello eran giuste” (1 Gv 3,11-12).
[104] 4 aprile 1945. Vol 10. N° 623
[105] 24 aprile 1947. Vol 10. N° 638
