GESÙ DI NAZARETH
Nuova Evangelizzazione
Lazzaro di Betania
L’amico perfetto
SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI
A cura di Fray Jesus Maria de
Cabanaconde
S.O.S
Servo dell’Ordine dei Salvatori
1. Simone Zelote parla a Gesù di Lazzaro
Simone l’instancabile[1].
15Giovanni ha visto il Maestro e lo indica a Simone. Affrettano il passo. Il saluto di Giovanni è un bacio scambiato col Maestro. Simone, invece, si prostra ai piedi di Gesù e li bacia esclamando: «Gloria al mio Salvatore! Benedici il tuo servo, perché le sue azioni siano sante agli occhi di Dio ed io gli dia gloria per benedirlo di avermi dato Te!».
16Gesù gli pone la mano sul capo: «Sì, che ti benedico per ringraziarti del tuo lavoro. Alzati, Simone. Ecco, Giovanni; ecco, Simone: questo è l’ultimo discepolo. Anche lui vuole seguire la Verità. Fratello perciò a voi tutti».
17Si salutano a vicenda, i due giudei con reciproca indagine, Giovanni con espansione.
18«Sei stanco, Simone?» chiede Gesù.
«No, Maestro. In un con la salute m’è venuta una vigoria che ancor non conoscevo».
18«E so che la spendi bene. Ho parlato con molti, e tutti mi hanno detto di te come di colui che li ha già istruiti sul Messia».
Notizie sull’amico Lazzaro
19Simone sorride contento. «Anche ieri sera ho parlato di Te con uno che è un onesto israelita. Spero che un giorno lo conoscerai. Vorrei essere io a condurti a lui».
«Questo non è impossibile».
20Giuda interloquisce: «Maestro, mi hai promesso di venire con me, in Giudea».
«E verrò. Simone continuerà ad istruire le persone sulla mia venuta. Il tempo è breve, amici, e il popolo è tanto. Ora Io vado con Simone. A sera voi due mi verrete incontro sulla via del monte Oliveto e distribuiremo denaro ai poveri. Andate».
21Gesù, solo con Simone, gli chiede: «Quella persona di Betania è un vero israelita?».
22«Un vero israelita. Sono in lui tutte le idee imperanti, ma però ha anche una vera ansia del Messia. E quando gli ho detto: “Egli è fra noi” lui ha risposto subito: “Felice me che vivo in quest’ora!”
23«Andremo da lui un giorno a portare benedizione alla sua casa.
Il Messia decide visitare Lazaro[2].
24.Simone Zelote mentre è solo con Gesù gli domanda: «… E quando verrai dal mio amico?».
«Domani, Simone. E ben volentieri, perché siamo Io e te, soli. Penso sia uomo colto ed esperto come te».
27«È molto sofferente… Nel corpo e più nel cuore. Maestro… vorrei pregare di una cosa: se non ti parla delle sue tristezze, Tu non interrogarlo sulla sua casa».
28«Non lo farò. Io sono per chi soffre, ma non forzo le confidenze. Il pianto ha il suo pudore…».
«Ed io non l’ho rispettato… Ma mi hai fatto tanta pena…».
29«Tu sei mio amico e già avevi dato un nome al mio dolore. Io per il tuo amico sono il Rabbi sconosciuto. Quando mi conoscerà… allora… Andiamo. La notte è venuta. Non facciamo attendere gli ospiti che stanchi sono. Domani all’alba andremo a Betania».
2. L’incontro con Lazzaro di Betania[3].
L’Amico del Messia.
L’arrivo a Betania.
1Una chiarissima aurora estiva. Più che aurora, già infanzia di giorno, perché il sole è già fuori da ogni limite d’orizzonte e sale sempre più, ridente alla terra ridente. Non vi è stelo che non rida con un luccichio di rugiade. Pare che gli astri notturni si siano polverizzati divenendo ori e gemme per tutti gli steli, per tutte le fronde; persino per i sassi sparsi al suolo, le cui scagliette silicee, bagnate dalla guazza, paiono cipria di diamanti o polvere d’oro.
2Gesù e Simone camminano lungo una stradetta che si allontana facendo un V dalla via maestra. Vanno verso dei magnifici frutteti e campi di lino alto quanto un uomo, già prossimo alla segatura. Altri campi, più lontani, mostrano solo un grande rosseggiare di papaveri fra il giallore delle stoppie.
3«Siamo già nei possessi dell’amico mio. Vedi; Maestro, che la distanza stava nella prescrizione della Legge[4]. Mai mi sarei permesso inganno con Te. Dietro quel pometo è la cinta del giardino, in essa è la casa. Ti ho fatto venire da questa scorciatoia appunto per stare nel miglio prescritto».
4«É molto ricco il tuo amico!»
«Molto. Ma non felice. La sua casa ha possessi anche altrove».
5«É fariseo?».
«Il padre non lo era. Lui… è molto osservante. Ti ho detto: un vero israelita».
6Camminano ancora un poco. Ecco un alto muro; poi, oltre questo, piante e piante, dalle quali appena emerge la casa. Il terreno qui fa una piccola elevazione, ma non tale da permettere che l’occhio penetri nel giardino, tanto vasto che noi lo chiameremmo parco.
Un servo apre il cancello.
7Girano l’angolo. Il muro prosegue uguale, lasciando cadere dal suo sommo rami scapigliati di rose e gelsomini tutti olezzanti e splendidi nelle loro corolle rugiadose. Ecco il cancello pesante di ferro lavorato. Simone batte col pesante battente di bronzo.
8«L’ora e molto mattutina per entrare, Simone», obbietta Gesù.
«Oh! il mio amico si alza al primo sole, non trovando conforto che nel suo giardino o fra i libri. La notte è per lui tormento. Non tardare oltre, Maestro, a dargli la tua gioia».
Un servo apre il cancello.
9«Aseo, ti saluto. Di’ al tuo padrone che Simone lo Zelote è venuto, col suo Amico».
Il servo parte di corsa, dopo averli fatti entrare dicendo: «Il vostro servo vi saluta. Entrate, ché la casa di Lazzaro è aperta agli amici».
L’Amico.
10Simone, pratico del luogo, piega non verso il viale centrale, ma verso un sentiero che fra siepi di rose va verso una pergola di gelsomini. Infatti è da lì che dopo poco si avanza Lazzaro.
11Sempre magro e pallido, come sempre l’ho visto, alto, dai capelli corti e non folti né ricci, dalla barbetta rada e appena limitata al basso del mento. Veste di lino candidissimo e cammina a fatica, come chi ha male alle gambe. Quando vede Simone fa un gesto di affettuoso saluto e poi, come può, corre verso Gesù e si getta a ginocchio, curvandosi sino al suolo per baciare l’orlo della veste di Gesù, dicendo: «Io non sono degno di tanto onore. Ma, poi che la tua santità si umilia sino alla mia miseria, vieni, mio Signore, entra, e sii padrone nella mia povera casa».
12«Alzati, amico. E ricevi la mia pace».
Lazzaro si alza e bacia le mani di Gesù e lo guarda con venerazione non scevra da curiosità. Camminano verso la casa.
13«Quanto ti ho aspettato, Maestro! Ogni alba dicevo: “Oggi verrà”, e ogni sera dicevo: “E anche oggi non l’ho visto!”».
14«Perché mi attendevi con tanta ansia?».
«Perché… che attendiamo noi di Israele se non Te?».
15«E tu credi che Io sia l’Atteso?».
«Simone non ha mai mentito, né è un ragazzo che si esalti per delle nubi menzognere. L’età e il dolore lo hanno fatto maturo come un sapiente. E poi… anche egli non ti avesse conosciuto per la verità del tuo essere, le tue opere avrebbero parlato e ti avrebbero detto “Santo”. Chi fa le opere di Dio deve essere uomo di Dio. E Tu le fai. E le fai in modo che dice quanto Tu sei l’Uomo di Dio. Egli, l’amico mio, è venuto a Te per nomea di miracolo, e miracolo ebbe. E di altri miracoli so che la tua via è segnata. Perché non credere allora che Tu sei l’Atteso? Oh! è così dolce credere ciò che è buono! Tante cose non buone dobbiamo fingere di credere buone, per amor di pace, per inutilità di poterle mutare; tante parole subdole che paiono adulazioni, lodi, benignità, e sono invece sarcasmo e biasimo, veleno coperto di miele, dobbiamo mostrare di credere pur sapendole veleno, biasimo e sarcasmo… dobbiamo farlo perché… non si può fare altrimenti e siamo deboli contro tutto un mondo che è forte, e siamo soli contro tutto un mondo che ci è contro nemico… Perché, allora, aver difficoltà a credere ciò che è buono? Del resto, i tempi sono maturi e i segni dei tempi ci sono. Quanto ancora potrebbe mancare, a fare quadrato il credere e inintaccabile dal dubbio, lo mette la nostra volontà di credere e di placarci il cuore nella certezza che l’attesa è finita e che il Redentore c’è, c’è il Messia… Colui che renderà pace ad Israele e ai figli di Israele, Colui che… ci farà morire senza affanno, sapendoci redenti, e vivere senza quel pungolo di nostalgie per i nostri morti… Oh! i morti! Perché rimpiangerli se non perché, non avendo più i figli, non hanno ancora il Padre e Dio?».
L’Amico buono.
16«É molto che ti è morto il padre?».
«Tre anni, e sette che mi è morta la madre… Ma non li rimpiango più da qualche tempo… Anche io vorrei essere dove spero che siano in attesa del Cielo».
17«Non avresti allora a ospite il Messia».
«È vero. Ora io sono da più di loro, perché ti ho… e il cuore si placa per questa gioia. Entra, Maestro. Concedimi l’onore di fare della mia casa la tua. Oggi è sabato e non posso farti onore convitando amici…».
18«Non lo desidero. Oggi sono tutto per l’amico di Simone e mio».
Entrano in una bella sala, dove dei servi sono pronti a riceverli.
«Vi prego seguirli», dice Lazzaro.
«Vi potrete rinfrescare prima del pasto mattutino».
19E mentre Gesù e Simone vanno in altro luogo, Lazzaro dà ordini ai servi. Comprendo che la casa è ricca, e signorile oltre che ricca…
…Gesù beve latte che Lazzaro gli vuole assolutamente servire personalmente prima di sedersi per il pasto mattutino.
20Sento Lazzaro volgersi a Simone e dirgli: «Ho trovato l’uomo che è disposto ad acquistare i tuoi beni, e al prezzo che il tuo intendente ha fatto come giusto. Non leva una dramma».
21«Ma è disposto ad osservare le mie clausole?».
«É disposto. Accetta tutto pur di essere in quelle terre. Ed io ne sono contento, perché almeno so con chi confino. Però, come tu vuoi rimanere assente alla vendita, così pure egli vuole rimanerti sconosciuto. Ed io ti prego di cedere a questo suo desiderio».
22«Non vedo motivo di non farlo. Tu, amico mio, mi farai le veci… Tutto sarà bene quello che fai. Mi basta solo che il mio servo fedele non sia messo sulla via… Maestro, io vendo, e per mio conto sono felice di non avere più nulla che mi leghi ad una qualsiasi cosa che non sia il tuo servizio. Ma ho un vecchio servo fedele, l’unico che è rimasto dopo la mia sventura e che, già te l’ho detto, mi ha sempre aiutato nella segregazione, curando i miei beni come i propri, facendoli anzi passare, con l’aiuto di Lazzaro, per propri, per salvarmeli e potermi sovvenire con essi. Ora non sarebbe giusto io lo rendessi senza casa, adesso che vecchio è. Ho deciso che una piccola casa, ai margini dei beni, resti sua, e che parte della somma gli sia data per suo sostentamento futuro. I vecchi, sai? Sono come l’edera. Vissuti sempre in un posto, troppo soffrono ad esserne strappati. Lazzaro lo voleva con lui, perché Lazzaro è buono. Ma ho preferito fare così. Soffrirà meno il vecchio…».
23«Anche tu sei buono, Simone. Se tutti fossero giusti come te, più facile sarebbe la mia missione…», osserva Gesù.
L’amore misericordioso.
24«Trovi il mondo restio, Maestro?», chiede Lazzaro.
«Il mondo?… No. La forza del mondo: Satana. Se esso non fosse padrone dei cuori e li tenesse in sua possessione, Io non troverei resistenza. Ma il Male è contro al Bene, ed Io devo vincere in ognuno il male per mettervi il bene… e non tutti vogliono…».
25«É vero! Non tutti vogliono! Maestro, che parole trovi per chi è colpevole, per convertirlo, per piegarlo? Parole di rampogna severa, come quelle che empiono la storia di Israele verso i colpevoli, e l’ultimo a usarle è il Precursore, oppure parole di pietà?»
«Amore uso e misericordia. Credi, Lazzaro, che su chi è caduto ha più potere uno sguardo d’amore che una maledizione».
26«E se l’amore è deriso?».
«Insistere ancora. Insistere sino all’estremo. Lazzaro, conosci quelle terre in cui il suolo traditore inghiotte gli incauti?».
27«Sì. Ho letto, poiché nel mio stato molto leggo, e per passione e per trascorrere le lunghe ore di insonnia, ho letto di esse. So che ve ne sono nella Siria e nell’Egitto, ed altre presso i Caldei. E so che esse sono come ventose. Aspirano quando hanno preso. Un romano dice che sono bocche dell’Inferno, abitate da mostri pagani. É vero?».
28«Non è vero. Non sono che speciali formazioni del suolo terrestre. L’Olimpo non c’entra. L’Olimpo cesserà di essere creduto ed esse ci saranno ancora, e il progredire dell’uomo non potrà che dare un più vendica spiegazione del fatto ma non eliminare il fatto. Ora Io ti dico: come hai letto di esse, avrai pure letto come si possa salvare colui che in esse è caduto».
29«Sì, con un canapo lanciato, con un palo, anche un ramo. Talora poca cosa basta a dare a colui che affonda quel minimo per sorreggersi, e più, quel tanto da star calmo, senza dibattersi in attesa di maggiori soccorsi».
30«Ebbene. Il colpevole, il posseduto è uno che è assorbito dall’ingannevole suolo coperto di fiori alla superficie e che sotto è mobile fango. Credi tu che, se uno sapesse cosa è mettere anche un atomo di sé in possesso di Satana, lo farebbe? Ma non sa… e dopo… O lo paralizza lo stupore e il veleno del Male, o lo fa impazzire e, per sfuggire al rimorso di essersi perduto, colui si dibatte, si appiglia ad altro fango, suscita pesanti onde col suo moto inconsulto, e queste sempre più affrettano il suo perire. L’amore è il canapo, il filo, il ramo di cui tu parli. Insistere, insistere… finché è afferrato… Una parola… un perdono… un perdono più grande della colpa… tanto per fermare la discesa e attendere il soccorso di Dio… Lazzaro, sai che potere ha il perdono? Porta Dio in aiuto del soccorritore… Tu leggi molto?».
Corrompe quello che turba lo spirito.
31«Molto. Né so se faccio bene. Ma la malattia e… e altre cose mi hanno privato di molte delizie dell’uomo… e ora non ho che la passione dei fiori e dei libri… Delle piante e anche dei cavalli… So che mi si critica. Ma posso io andare nei miei possessi, in questo stato (e scopre delle enormi gambe tutte fasciate), a piedi o anche a cavallo di una mula? Devo usare un carro, e rapido anche. Perciò ho preso dei cavalli e mi ci sono affezionato, lo dico. Ma se Tu mi dici che è male… li mando a vendere».
32«No, Lazzaro. Non sono queste le cose che corrompono. Corrompe quello che turba lo spirito e lo allontana da Dio».
33«Ecco, Maestro. Questo vorrei sapere. Io leggo molto. Non ho che questo conforto. Mi piace sapere… credo che in fondo sia meglio sapere che fare il male, sia meglio leggere che… che fare altre cose. Ma io non leggo solo le pagine nostre. Mi piace conoscere anche il mondo degli altri, e Roma e Atene mi attirano. Ora io so quanto male venne ad Israele quando si corruppe con gli Assiri e l’Egitto[5], e quanto male fecero a noi i governi ellenizzanti[6]. Non so se un privato possa fare a sé lo stesso male che Giuda fece a sé stesso e a noi suoi figli. Ma Tu che ne pensi? Voglio Tu mi ammaestri. Tu che non sei un rabbi, ma sei il Verbo sapiente e divino».
34Gesù lo guarda fissamente, per qualche minuto, uno sguardo penetrante e nello stesso tempo lontano. Pare che, trapassando il corpo opaco di Lazzaro, Egli ne scruti il cuore e, passando oltre ancora, veda chissà che… Parla infine: «Ne hai turbamento, di quello che leggi? Ti stacca da Dio e dalla sua Legge?».
35«No, Maestro. Mi spinge invece a confronti fra il nostro vero e la falsità pagana. Confronto e medito le glorie di Israele, i suoi giusti, i patriarchi, i profeti, e le losche figure delle storie altrui. Paragono la nostra filosofia, se così si può chiamare la Sapienza che parla nei testi sacri, con la povera filosofia greca e romana, in cui sono faville di fuoco ma non la sicura fiamma che arde e splende nei libri dei nostri Saggi. E dopo, con ancora maggior venerazione, mi inchino con lo spirito ad adorare il nostro Dio parlante in Israele attraverso atti, persone e scritti nostri».
36«E allora continua a leggere… Ti servirà conoscere il mondo pagano… Continua. Puoi continuare. Manca in te il fermento del male e della cancrena spirituale. Perciò puoi leggere e senza paura. L’amore vero che hai al tuo Dio rende sterili i germi profani che la lettura può spargere in te. In tutte le azioni dell’uomo vi è possibilità di bene o di male. A seconda che si compiono. Amare non è peccato se si ama santamente. Lavorare non è peccato se si lavora quando è giusto. Guadagnare non è peccato se ci si accontenta dell’onesto. Istruirsi non è peccato se, per l’istruzione, non si uccide l’idea di Dio in noi. Mentre è peccato anche servire l’altare, se lo si fa per utile proprio. Ne sei persuaso, Lazzaro?».
37«Sì, Maestro. Avevo chiesto questo ad altri, e mi hanno finito di sprezzare… Ma Tu mi dai luce e pace. Oh! se tutti ti udissero!… Vieni, Maestro. Fra i gelsomini è rezzo e silenzio. Dolce è riposare in attesa della sera fra le loro fresche ombre».
Escono e tutto ha fine.
3.Il Messia ritorna a Betania dove Lazzaro presenta sua sorella Marta[7].
Pace alla donna casta.
26Gesù entra con i quattro rimasti e, dopo il bacio con Lazzaro, presenta Giovanni, Filippo e Bartolomeo, e poi li congeda rimanendo solo con Lazzaro. Vanno verso casa. Questa volta sotto il bel porticato è una donna. É Marta. Non alta come la sorella – ma sempre alta, bruna mentre l’altra è bionda e rosea – è però una bella giovane dal corpo armonicamente grassoccio e ben modellato e dalla testolina morata, sotto cui è la fronte brunetta e liscia e due dolci e mansueti occhi neri, lunghi, vellutati fra le ciglia scure. Ha il naso lievemente curvo verso il basso e una piccola bocca molto rossa fra il color brunetto delle gote. Sorride e mostra dei denti forti e candidissimi. Veste di lana azzurro cupo con galloni in rosso e verde cupo al collo e ai limiti delle ampie maniche corte fino al gomito, da cui escono altre maniche di lino finissimo e bianco, strette al polso da un cordoncino che le arriccia. Anche al sommo del petto, alla radice del collo, sporge questa camicetta finissima e bianca, tenuta stretta da un cordone. Ha per cintura una sciarpa azzurra, rossa e verde di stoffa molto fina, che le serra il sommo delle anche e le ricade con un fiocco di frange sul lato sinistro. Un abito ricco e casto.
27«Ho una sorella, Maestro. Eccola. É Marta, buona e pia. Il conforto e l’onore della famiglia e la gioia del povero Lazzaro. Prima era la prima ed unica gioia mia. Ora è la seconda, perché la prima sei Tu».
28Marta si prostra fino a terra e bacia l’orlo della veste di Gesù.
29«Pace alla sorella buona e alla donna casta. Alzati».
30Marta si alza ed entra in casa con Gesù e Lazzaro. Poi chiede di assentarsi per le cure di casa.
Il tormento di Lazzaro.
31«É la mia pace…», mormora Lazzaro e guarda Gesù. Uno sguardo scrutatore. Ma Gesù mostra di non vederlo. Lazzaro chiede: «E Giona?».
«É morto».
32«Morto? Allora…».
«L’ho avuto in fin di vita. Ma è morto libero e felice in casa mia, a Nazareth, fra Me e mia Madre».
33«Doras te lo ha finito prima di dartelo!
«Di fatica, sì, e anche di percosse…».
34«È un demonio e ti odia. Odia tutto il mondo quella iena… A Te non ha detto che ti odia?»
«Me lo ha detto».
35«Diffida, Gesù, di lui. É capace di tutto. Signore… che ti ha detto Doras? Non ti ha detto di sfuggirmi? Non ti ha messo in luce obbrobriosa il povero Lazzaro?».
«Credo che tu mi conosca a sufficienza per capire che da Me giudico e con giustizia e che, quando amo, amo senza pesare se questo amore può farmi bene o male secondo le luci del mondo».
36«Ma quell’uomo è feroce, è atroce nel ferire e nel nuocere… Mi ha tormentato anche giorni fa. Mi è venuto qui e mi ha detto… Oh! che ho già tanto tormento! Perché volermi levare anche Te?».
37«Io sono il conforto dei tormentati e il compagno degli abbandonati. Sono venuto a te anche per questo».
«Ah! Tu allora sai?… Oh! mia vergogna!».
38«No. Perché tua? So. E che perciò? Avrò anatema per te che soffri? Io sono Misericordia, Pace, Perdono, Amore per tutti; e che sarò per gli innocenti? Tu non hai il peccato per cui soffri. Dovrei infierire su te se ho pietà anche di lei? …».
«L’hai vista?».
«L’ho vista. Non piangere».
39Ma Lazzaro, col capo abbandonato sulle braccia conserte su un tavolo, piange con singhiozzi penosi. Marta si affaccia e guarda. Gesù le fa cenno di stare zitta. E Marta se ne va con dei lacrimoni che scendono senza rumore. Lazzaro si calma poco a poco e si umilia per la sua debolezza. Gesù lo conforta e, poi che l’amico desidera ritirarsi un momento, esce nel giardino e passeggia fra le aiuole dove resiste ancora qualche rosa porpurea.
La preghiera senza il perdono non giova.
40Marta lo raggiunge dopo poco. «Maestro… Lazzaro ha parlato?».
«Sì, Marta».
«Lazzaro non sa darsi pace da quando sa che Tu sai e che l’hai vista…».
41«Come lo sa?».
«Prima quell’uomo che era con Te e che si dice tuo discepolo, quello giovane, alto, bruno e senza barba… poi Doras. Ci ha frustati col suo disprezzo, questo. L’altro ha detto solo che l’avete vista sul lago… coi suoi amanti…».
42«Ma non piangete per questo! Credete che Io ignorassi la vostra ferita? La sapevo da quando ero nel Padre… Non ti accasciare, Marta. Solleva cuore e fronte».
43«Prega per lei, Maestro. Io prego… ma non so perdonare del tutto, e forse l’Eterno respinge l’orazione».
44«Bene hai detto: perdonare bisogna per essere perdonati e ascoltati. Io prego già per lei. Ma dammi il tuo perdono e quello di Lazzaro. Tu, sorella buona, puoi parlare e ottenere ancora più di Me. La sua ferita è troppo aperta e bruciante perché anche la mia mano la sfiori. Tu puoi farlo. Datemi il vostro perdono pieno, santo, ed Io farò…».
45«Perdonare… Non potremo. La madre nostra è morta di dolore per le sue male azioni e… erano ancora lievi rispetto a quelle di ora. Io vedo le torture della madre… le ho sempre presenti. E vedo ciò che soffre Lazzaro».
La possessione diabolica.
46«È una malata, Marta, una folle. Perdonate».
«È una indemoniata, Maestro».
47«E che è la possessione diabolica se non una malattia dello spirito contagiato da Satana al punto di snaturarsi in un essere spirituale diabolico? Come spiegare altrimenti certe perversioni negli umani? Perversioni che rendono l’uomo molto peggiore delle belve in ferocia, più libidinoso delle scimmie in lussuria, e così via, e ne fanno un ibrido in cui sono fusi l’uomo, l’animale e il demonio? Questa è la spiegazione di ciò che ci stupisce come una mostruosità inspiegabile in tante creature. Non piangere. Perdona. Io vedo. Perché Io ho una vista più alta di quella dell’occhio e del cuore. Ho vista di Dio. Vedo. Ti dico: perdona perché è malata».
Il carisma di liberazione.
48«E guariscila, allora!».
«La guarirò. Abbi fede. Ti farò felice. Ma tu perdona e di’ a Lazzaro che lo faccia. Perdona. Amala ancora. Avvicinala. Parlale come fosse una come te. Parlale di Me…».
«Come vuoi che capisca Te, Santo?».
49«Sembrerà che non comprenda. Ma anche solo il mio Nome è salvezza. Fa’ che mi pensi e mi nomini. Oh! Satana fugge quando il mio Nome viene pensato da un cuore. Sorridi, Marta, a questa speranza. Guarda questa rosa. La pioggia dei giorni scorsi l’aveva mortificata, ma il sole di oggi, guarda, l’ha schiusa, ed essa è ancor più bella perché la pioggia che permane fra petalo e petalo l’ingemma di diamanti. Così sarà la vostra casa… Pianto e dolore ora, e poi… gioia e gloria. Va’. Dillo a Lazzaro mentre Io, nella pace del tuo giardino, prego il Padre per Maria e per voi…».
Tutto ha fine così.
4. Ritorno a Betania dopo la festa
dei Tabernacoli[8].
Nota del Portavoce.
1Non so come farò a scrivere tanto, perché sento che Gesù si vuole presentare col suo Evangelo vissuto ed io ho sofferto tutta la notte per ricordare la visione seguente, della quale ho scarabocchiato le parole udite, come potevo, per non dimenticarle[9]. […]. Ora poi, e sono le 11, vedo questo.
Gli amici di Lazzaro vogliono conoscere Gesù.
2Gesù è di nuovo da Lazzaro. Da ciò che odo, comprendo che i Tabernacoli sono già avvenuti e che Gesù’ è tornato a Betania per l’insistenza dell’amico, che non vorrebbe mai essere separato da Gesù. Comprendo anche che Gesù è da Lazzaro col solo Simone e Giovanni, mentre gli altri sono sparsi nella zona. E comprendo infine che vi fu come un ritrovo di amici, ancora fedeli a Lazzaro, da lui convitati per fare loro conoscere Gesù.
3Tutto questo comprendo perché Lazzaro illustra ancora meglio le caratteristiche morali di ognuno. Parla così di Giuseppe d’Arimatea, definendolo «uomo giusto e vero israelita». Dice: «Non osa dirlo, perché teme il Sinedrio di cui fa parte e che già ti odia. Ma spera in Te il Predetto dai profeti. Di suo mi ha chiesto di venire per conoscerti e giudicarti di suo, non parendogli giusto quello che di Te dicevano i tuoi nemici… Fino dalla Galilea sono venuti dei farisei ad accusarti di peccato. Ma Giuseppe ha giudicato così: “Chi opera miracolo ha seco Dio. Chi ha Dio non può essere in peccato. Ma anzi non può essere altro che un che Dio ama”. E ti vorrebbe ad Arimatea, nella sua casa. Mi ha detto di dirtelo. Ed io te ne prego, ascolta il mio e il suo pregare».
Gesù è venuto per i poveri.
4«Sono venuto per i poveri ed i sofferenti d’anima e corpo, più che per i potenti che vedono in Me solo un oggetto d’interesse. Ma andrò da Giuseppe. Non è partito preso in Me contro i potenti. Un mio discepolo – quello che per curiosità e per importanza, che da se stesso si arroga, da te è venuto senza mio ordine… ma è giovane e va compatito – può testimoniare il mio rispetto alle caste potenti che si autoproclamano “le tutrici della Legge” e…, fanno capire, le sostenitrici dell’Altissimo. Oh! che l’Eterno da Sé solo si sostiene. Nessun fra i dottori ha mai avuto quel rispetto che Io ebbi verso gli ufficiali del Tempio».
5«Lo so. E questo sanno molti e molti… Ma solo i migliori danno a questo atto il nome giusto. Gli altri… lo chiamano “ipocrisia”».
6«Ognuno dà ciò che in sé ha, Lazzaro».
7«È vero. Ma vai da Giuseppe. Ti vorrebbe per il prossimo sabato».
«E vi andrò. Puoi farglielo sapere».
Giudizio di Nicodemo sull’Iscariota.
8«Anche Nicodemo è buono. Anzi… mi ha detto… Posso dirti una critica su uno dei tuoi discepoli?».
9«Dilla. Se è giusto, giusto dirà; se ingiusto, criticherà una conversione, perché lo Spirito dà luce allo spirito dell’uomo se è uomo retto; e lo spirito dell’uomo guidato dallo Spirito di Dio ha sapienza soprumana e legge le verità dei cuori».
10«Mi ha detto: “Non critico la presenza degli ignoranti né dei pubblicani fra i discepoli del Cristo. Ma non giudico degno di esser fra i suoi colui che non so se sia seco Lui o contro Lui, pari a camaleonte che prende colore e aspetto da ciò che ha vicino”».
11«Costui è l’Iscariota. Lo so. Ma, credete tutti, giovinezza è vino che fermenta e poi depura. Nel fermentare gonfia e spuma e trabocca per ogni parte per esuberanza di vigore. Vento di primavera piega in tutti i sensi, e pare folle scapigliatore di fronde. Ma è quello che dobbiamo ringraziare per fecondatore di fiori. Giuda è vino e vento. Ma malvagio non è. Il suo modo scompiglia e turba, urta anche e fa soffrire. Ma non è tutto malvagio… è un puledro di sangue ardente».
12«Tu lo dici… Io non sono competente a giudicarlo. Di lui mi è rimasto l’amaro dell’avermi detto che Tu l’avevi vista…».
13«Ma quell’amaro si tempera di miele, ora, per la mia promessa…».
14«Sì. Ma io ricordo quel momento… La sofferenza non si dimentica anche se è cessata».
15«Lazzaro, Lazzaro! Ti turbi di troppe cose… e così meschine! Lascia scorrere i giorni: bolle di aria che sfumano e non tornano coi loro colori allegri o tristi. E guarda al Cielo. Quello non dilegua: è per i giusti».
16«Sì, Maestro e Amico. Non voglio giudicare l’essere Giuda con Te, né il tuo tenerlo teco. Pregherò che non ti nuoccia».
Gesù sorride e tutto ha fine.
5. Lazzaro al convito di Giuseppe d’Arimatea[10].
Gli invitati.
13«Ho trattenuto Lazzaro. É in biblioteca che legge un sunto delle ultime sedute del Sinedrio. Non voleva fermarsi perché… So che ormai Tu sai… Per questo non voleva fermarsi. Ma ho detto: “No. Non è giusto che tu ti vergogni così. In casa mia nessuno ti farà offesa. Resta. Chi si isola è solo contro tutto un mondo. E poiché il mondo è più cattivo che buono, il solo viene abbattuto e calpestato”. Ho detto bene?».
«Bene hai detto e bene hai fatto», risponde Gesù.
Giudizio di Gamaliele su Lazzaro
18«Sì. Gli ho anche detto: “Però col Maestro è Lazzaro di Betania”. Ho detto così perché… sì, insomma, per causa di sua sorella. Ma Gamaliele ha risposto: “Lei è presente? No? E allora? Il fango cade dalla veste che non è più nel fango. Lazzaro lo ha scosso da sé. E non me ne contamina la veste. E poi giudico che, se nella sua casa va un uomo di Dio, posso avvicinarlo anche io, dottore della Legge”».
«Gamaliele giudica bene. Fariseo e dottore sino alla midolla, ma onesto e giusto ancora».
19«Sono contento di sentirtelo dire. Maestro, ecco Lazzaro».
20Lazzaro si china a baciare la veste di Gesù. È felice di esser con Lui, ma si vede anche palesemente il suo orgasmo in attesa dei convitati. Certo mi è che il povero Lazzaro, alle sue note torture, note agli uomini perché tramandate dalla storia, ha da aggiungere questa, ignota e non riflettuta dai più, della sofferenza morale di quel tremendo pungolo che è il pensiero: «Che dirà questi a me? Che pensa di me? Come mi considera? Mi ferirà con parole o sguardo di sprezzo?». Pungolo che tormenta tutti quelli che hanno qualche macchia nella loro famiglia.
25Lazzaro sulle prime è un poco confuso. Ma poi si rinfranca e parla anche lui.
26Allusioni dirette alla personalità di Gesù non ce ne sono fino a pasto quasi finito. Allora si accende, fra quello chiamato Felice e Lazzaro, al quale poi si unisce a sostegno Nicodemo, e infine quello di nome Giovanni, una discussione circa la prova, in favore o contro un individuo, che sono i miracoli. Gesù tace. Sorride talora di un misterioso sorriso, ma tace. Anche Gamaliele tace. Tiene un gomito puntato sul letto e fissa intensamente Gesù. Pare voglia decifrare qualche parola soprannaturale incisa nella pelle pallida e liscia del volto magro di Gesù. Sembra ne analizzi ogni fibra.
Dibattito sulla santità del Battista e il Messia.
La tesi di Felice.
27Felice sostiene che è inoppugnabile la santità di Giovanni, e, da questa indiscussa e indiscutibile santità, ne trae una conseguenza non favorevole a Gesù Nazareno, autore di molti e noti miracoli. Dice: «Non è il miracolo prova di santità, perché la vita del profeta Giovanni ne è priva. Eppure nessuno in Israele conduce una vita pari alla sua. Lui non banchetti, non amicizie, non comodi. Lui sofferenze e prigionie per l’onore della Legge. Lui solitudine, perché, sì, ha discepoli, ma seco loro non convive e trova colpe anche nei più onesti e tuona su tutti. Mentre… eh! mentre il qui presente Maestro di Nazareth ha, è vero, fatto miracoli, ma vedo che anche Lui ama ciò che la vita offre e non sdegna amicizie e, questo perdona se uno degli Anziani del Sinedrio te lo dice, ed è troppo facile a dare, in nome di Dio, perdono e amore anche a peccatori noti e segnati da anatema. Non lo dovresti fare, Gesù».
28Gesù sorride e non parla. Lazzaro risponde per Lui: «Il nostro potente Signore è padrone di dirigere i suoi servi come e dove vuole. A Mosè ha concesso il miracolo. Ad Aronne, suo primo pontefice, non l’ha concesso. E allora? Che ne concludi? Più santo l’uno dell’altro?».
«Certamente», risponde Felice.
29«Allora il più santo è Gesù che fa miracolo».
6. Lazzaro mette a disposizione di Gesù una casetta nella piana dell’Acqua Speciosa[11].
Sentiero ripido.
1Gesù sale per il ripido sentiero che porta al pianoro su cui è costruita Betania. Non segue questa volta la via maestra, ha preso questa più ripida e più rapida, che viene in direzione da nord-ovest verso est e che è molto meno battuta forse perché tanto ripida. Solo i viaggiatori frettolosi se ne servono, quelli che hanno delle mandre e che preferiscono non metterle nell’andirivieni della via maestra, quelli che come Gesù, oggi, non vogliono farsi notare da molti. Egli sale avanti, parlando fitto fitto con lo Zelote. Dietro, in gruppo, sono i cugini con Giovanni e Andrea, poi un altro gruppo di Giacomo di Zebedeo con Matteo, Tommaso, Filippo, ultimi Bartolomeo con Pietro e l’Iscariota.
2Ma quando è raggiunto l’altipiano, su cui Betania ride al sole di una serena giornata di novembre, e dal quale, guardando verso oriente, si vede la valle del Giordano e la via che viene da Gerico, Gesù dà ordine a Giovanni di andare ad avvertire Lazzaro del suo arrivo. Mentre Giovanni se ne va a passo rapido, Gesù procede coi suoi lentamente, salutato per ogni dove da persone del luogo.
3La prima a venire dalla casa di Lazzaro è una donna che si prostra fino a terra dicendo: «Felice questo giorno per la casa della mia signora. Vieni, Maestro. Ecco Massimino e, già sul cancello, ecco Lazzaro».
4Anche Massimino accorre. Non so di preciso chi sia costui. Ho l’impressione che sia o un parente meno ricco e ospitato dai figli di Teofilo, oppure un intendente dei loro grandi averi, ma trattato da amico per il suo merito e per il lungo tempo di servizio nella casa. Forse è figlio di qualche intendente del padre, rimasto poi al posto dello stesso presso i figli di Teofilo. È di poco più anziano di Lazzaro, ossia sarà sui trentacinque anni, poco più. «Non speravamo averti così presto», dice.
5«Chiedo ricovero per una notte».
«Fosse per sempre ci faresti felici».
Sono sulla soglia e Lazzaro bacia e abbraccia Gesù e saluta i discepoli. Poi, tenendo un braccio intorno alla vita di Gesù, entra con Lui nel giardino e si isola dagli altri chiedendo subito: «A che devo la gioia di averti?».
«All’odio dei sinedristi».
6«Ti hanno fatto del male? Ancora?»
«No. Ma me lo vogliono fare. E non è l’ora. Finché non avrò arato tutta la Palestina e sparso il seme, non devo essere abbattuto».
7«Devi anche cogliere il tuo raccolto, Maestro buono. É giusto che così sia».
La gioia di servire.
8«Il mio raccolto lo raccoglieranno i miei amici. Essi metteranno la falce dove Io ho seminato. Lazzaro, Io ho deciso di allontanarmi da Gerusalemme. So che non serve, lo so in anticipo. Ma servirà a potere evangelizzare, se non altro. A Sionne mi è negato anche questo».
9«Ti avevo mandato a dire da Nicodemo di andare in una delle mie proprietà. Nessuno osa violarle. Potresti fare il tuo ministero senza molestie. E, oh! casa mia! La più beata di tutte le mie case per essere santificata dal tuo insegnare, dal tuo respirare in essa! Dammi la gioia di esserti utile, Maestro mio».
10«Lo vedi che già sto dandotela. Ma a Gerusalemme non posso rimanere. Non sarei molestato Io, ma si farebbe molestia a coloro che venissero. Vado verso Efraim, fra questo luogo e il Giordano. Là evangelizzerò e battezzerò come il Battista».
11«Nelle campagne di quel luogo io ho una casetta. Ma è ricovero agli attrezzi dei lavoratori. Talora vi dormono quando vanno al tempo dei fieni o delle viti. É misera. Un semplice tetto su quattro muri. Ma è sempre nelle mie terre. E lo si sa… Il saperlo farà da spauracchio agli sciacalli. Accetta, Signore. Manderò i servi a prepararla…»
«Non occorre. Se vi dormono i tuoi contadini basterà pure a noi».
La dolce albergatrice.
12«Non metterò ricchezze, ma completerò il numero dei letti, oh! poveri come Tu vuoi, e farò portare coperte, sedili, anfore e coppe. Dovrete pure mangiare e coprirvi, specie in questi mesi d’inverno. Lasciami fare. Non farò neppure io. Ecco Marta che viene a noi. Ella ha il genio pratico e solerte di tutte le cure famigliari. É fatta per la casa e per essere il conforto dei corpi e degli spiriti che sono nella casa. Vieni, mia dolce e pura albergatrice! Lo vedi? Io pure mi sono rifugiato sotto la sua materna cura, nella sua parte di eredità. Non rimpiango mia madre troppo duramente, così. Marta, Gesù si ritira nella piana dell’Acqua Speciosa. Di specioso non c’è che il fertile suolo; la casa è un ovile. Ma Egli vuole una casa da poveri. Bisogna fornirla del minimo. Dai ordini, tu, tanto brava!», e Lazzaro bacia la mano bellissima della sorella, che si leva poi a carezzarlo con vero amore di madre.
13Poi Marta dice: «Vado subito. Porto con me Massimino e Marcella. Gli uomini del carro aiuteranno a sistemare. Benedicimi, Maestro, così porterò meco qualcosa di tuo».
«Sì, mia dolce albergatrice. Ti chiamerò come Lazzaro. Ti do il mio cuore da portare con te, nel tuo».
Il grande amico di Gesù.
14«Lo sai, Maestro, che oggi è per queste campagne Isacco con Elia e gli altri? Mi hanno chiesto pascolo giù nella piana, per essere un poco insieme, ed ho acconsentito. Oggi trasmigrano. Li attendo per il pasto».
«Ne ho gioia. Darò a loro istruzioni…».
«Sì. Per poterci tenere a contatto. Qualche volta verrai però…»
«Verrò. Ne ho parlato già con Simone. E, poiché non è giusto che Io invada la tua casa con i discepoli, andrò in casa di Simone…».
15«No, Maestro. Perché questo dolore?».
«Non indagare, Lazzaro. Io so che è bene».
«Ma allora…».
16«Ma allora sarò sempre nei tuoi possessi. Ciò che anche Simone ignora Io lo so. Colui che volle acquistare, senza mostrarsi e senza discutere, pur di stare presso a Lazzaro di Betania, era il figlio di Teofilo, il fedele amico di Simone lo Zelote e il grande amico di Gesù di Nazareth. Colui che ha raddoppiato la somma per Giona e non ha inciso sull’avere di Simone per dare gioia allo stesso di potere molto fare per il Maestro povero e per i poveri del Maestro, è uno che ha nome Lazzaro. Colui che discreto e attento muove, dirige, aiuta tutte le forze buone per darmi aiuto e conforto e protezione, è Lazzaro di Betania. Io so».
«Oh! non lo dire! Avevo creduto di fare così bene e in segreto!».
Il redentore individuale è l’amore.
17«E per gli uomini c’è il segreto. Ma non per Me. Io leggo nel cuore. Vuoi che ti dica il perché la tua già naturale bontà intinge di perfezione soprannaturale? É perché chiedi dono soprannaturale, chiedi la salvezza di un’anima e la santità tua e di Marta. E senti che non basta essere buoni secondo il mondo, ma occorre esser buoni secondo le leggi dello spirito per avere la grazia da Dio. Tu non hai udito le mie parole. Ma Io ho detto: “Quando fate il bene fatelo in segreto, e il Padre ve ne darà grande ricompensa”. Tu lo hai fatto per naturale impulso all’umiltà. Ed in verità ti dico che il Padre prepara a te una ricompensa che tu neppure puoi immaginare».
18«La redenzione di Maria?! …»
«Questa e più, più ancora».
19«Cosa allora, Maestro, di più impossibile di questo?».
Gesù lo guarda e sorride. Poi dice col tono di un salmo: «Il Signore regna e con Lui i suoi santi. Dei suoi raggi intreccia corona e sul capo dei santi la posa. Onde in eterno essa splenda agli occhi di Dio e dell’universo. Di che metallo è contesta? Di quali pietre decorata? Oro, oro purissimo è il cerchio ottenuto col duplice fuoco dell’amore divino e dell’amore dell’uomo, lavorata a cesello dalla volontà che martella, lima, taglia e affina. Perle con grande dovizia e smeraldi più verdi dell’erba nata ad aprile, turchesi dal colore del cielo, opali dal color della luna, ametiste come viole pudiche, e diaspri e zaffiri e giacinti e topazi. Questi incastonati per tutta la vita. E poi un cerchio di rubini messi per ultimo lavoro, un gran cerchio sulla fronte gloriosa.
20Poiché il benedetto avrà avuto fede e speranza, avrà avuto mitezza e castità, temperanza e fortezza, giustizia e prudenza, misericordia senza misura, e in fondo avrà scritto col sangue il mio Nome e la fede in Me, il suo amore in lui per Me, e il suo nome in Cielo.
Esultate, o giusti del Signore. L’uomo ignora e Dio vede.
21Egli scrive nei libri eterni le mie promesse e le vostre opere, e con esse i vostri nomi, principi del secolo futuro, trionfatori eterni col Cristo del Signore».
Lazzaro lo guarda stupito. Poi mormora: «Oh!… io… non sarò capace…».
22«Lo credi?», e Gesù coglie un ramo flessibile di salice spiovente sul sentiero e dice: «Guarda: come la mia mano piega facilmente questo ramo, così l’amore piegherà la tua anima e ne farà corona eterna. È l’amore il redentore individuale. Chi ama inizia la sua redenzione. Il completamento di essa lo compierà il Figlio dell’uomo».
Tutto ha fine.
7. L’arrivo a Betania. Un discorso di Gesù ascoltato dalla Maddalena[12].
Fatti del giorno.
Betania.
1Quando Gesù, valicata l’ultima salita, giunge sul pianoro, vede Betania tutta ridente di un sole dicembrino, che rende meno triste la campagna dispogliata e meno cupe le macchie di verde date dai cipressi, dai quercioli e dai carrubi che sorgono or qua or là, e sembrano cortigiani intenti ad inchinare qualche palma altissima, veramente regale e che si drizza solitaria nei giardini più belli.
2Perché Betania non ha solo la bella casa di Lazzaro. Ha anche altre dimore di ricchi, forse cittadini di Gerusalemme che preferiscono vivere qui, presso i loro beni, e che sulle casette dei villici fanno risaltare le loro ville di ampia e bella mole dai giardini ben curati. E fa strano vedere in un luogo collinoso ancora qualche palma rievocare l’Oriente, col suo fusto snello e il ciuffo duro e frusciante delle foglie dietro al cui verde giada si cerca istintivamente il giallore sconfinato del deserto. Qui invece sono sfondi di ulivi verd’argento e campi arati, per ora nudi del più piccolo segno di grano, e scheletrici frutteti dai tronchi scuri e dalle ramaglie intricate come fossero d’anime che si contorcono in una tortura infernale.
3E vede anche subito un servo di Lazzaro messo di sentinella. Costui saluta profondamente e chiede permesso di portare notizia del suo arrivo al padrone e, avutane licenza, va via sollecito.
La nuova cittadina di Betania.
4Intanto contadini e cittadini accorrono a salutare il Rabbi, e da una siepe d’alloro, che cinge del suo verde profumato una bella casa, si affaccia una giovane donna che non è certo israelita. Il suo peplo o, se ben mi ricordo i nomi, la sua stola (lunga fino a fare un breve strascico, ampia, di morbida lana candidissima, ravvivata da una balza ricamata a greca con colori vivi nei quali brillano fili d’oro, stretta alla vita da una cintura uguale alla balza) e anche la sua acconciatura del capo (che è una reticella in oro, che tiene a posto una complicata pettinatura tutta a ricciolini sul davanti e poi liscia, per finire in un grosso mazzocchio sulla nuca) mi fanno pensare che sia greca o romana. Guarda curiosamente perché la tentano a guardare i gridi trillanti delle donne e gli osanna degli uomini. Poi ha un sorriso sprezzante, vedendo che vanno diretti ad un povero uomo che non ha neppure un somarello per andare e che cammina fra un gruppo di suoi simili, tutti ancor meno attraenti di lui. Fa un’alzata di spalle e con mossa annoiata si allontana, seguita a mo’ di cani da un drappello di trampolieri multicolori, nei quali sono candide ibis e multicolori fenicotteri, né mancano due gralle tutte fuoco con una coroncina tremolante sulla testa che pare d’argento, unico candore della loro splendida piuma di fiamma dorata.
5Gesù la guarda un attimo, poi torna ad ascoltare un vecchione che… vorrebbe non avere la debolezza nelle gambe che ha. Gesù lo carezza e lo esorta ad… avere pazienza, ché fra poco viene la primavera e col bel sole d’aprile si sentirà più forte.
Dolore per Lazzaro.
6Sopraggiunge Massimino, che precede Lazzaro di qualche metro. «Maestro… mi ha detto Simone che… che Tu vai nella sua casa… Dolore per Lazzaro… ma si comprende…».
7«Ne parleremo poi. Oh! amico mio!». Gesù si affretta verso Lazzaro che è come imbarazzato, lo bacia sulla gota. Sono giunti intanto ad un viottolo che conduce ad una casetta sita fra altri frutteti e quello di Lazzaro.
7«Vuoi proprio andare da Simone, allora?».
«Sì, amico mio. Ho con Me tutti i discepoli e preferisco così…».
8Lazzaro manda giù male la decisione, ma non ribatte. Solo si volge alla piccola folla che li segue e dice: «Andate. Il Maestro ha bisogno di riposo».
9Vedo qui quanto è potente Lazzaro. Tutti si inchinano alle sue parole e si ritirano, mentre Gesù li saluta col suo dolce: «Pace a voi. Vi farò dire quando predicherò».
10«Maestro», dice Lazzaro ora che sono soli, avanti ai discepoli che parlano con Massimino qualche metro indietro. «Maestro… Marta è tutta in lacrime. Per questo non è venuta. Ma poi verrà. Io non piango che nel cuore. Ma diciamo: è giusto. Se avessimo pensato che ella veniva… Ma non viene mai per le feste… Già… quando mai viene?… Io dico: l’ha spinta qua il demonio proprio oggi».
11«Il demonio? E perché non il suo angelo per comando di Dio? Ma, mi devi credere, anche se ella non ci fosse stata, Io sarei andato in casa di Simone».
12«Perché, mio Signore? Non ricevesti pace dalla mia casa?».
«Tanta pace che dopo Nazareth è il luogo a Me più caro. Ma, rispondimi, perché mi hai detto: “Vieni via dall’Acqua Speciosa”? Per l’insidia che si accosta. Non è così? E allora Io mi metto nelle terre di Lazzaro, ma non metto Lazzaro nella condizione di ricevere insulto nella sua casa. Credi che ti rispetterebbero? Per calpestare Me passerebbero anche sopra l’Arca santa… Lasciami fare. Per ora almeno. Poi verrò. Del resto nulla mi vieta di prendere pasti da te e nulla vieta che tu venga da Me. Ma fai che si dica: “È in casa di un suo discepolo”».
13«E io non lo sono?»
«Tu sei l’amico. È più che discepolo per il cuore. È una cosa diversa per la malizia. Lasciami fare. Lazzaro, questa casa è tua… ma non è la tua casa. La bella e ricca casa del figlio di Teofilo. E per i pedanti ciò ha molto valore».
14«Tu dici così… ma è perché… è per lei, ecco. Io stavo per persuadermi a perdonare… ma se lei allontana Te, vivaddio, io l’odierò…»
Lacrime per Marta.
15«E mi perderai del tutto. Deponi questo pensiero, subito, o subito mi perdi… Ecco Marta. Pace a te, mia dolce albergatrice».
16«Oh! Signore!». Marta in ginocchio piange. Si è calata il velo, che è posato sull’acconciatura del capo fatta a diadema, per non mostrare molto il suo pianto agli estranei. Ma a Gesù non pensa di celarlo.
17«Perché questo pianto? In verità che tu sciupi queste lacrime! Vi sono tanti motivi per piangere e per fare delle lacrime un oggetto prezioso. Ma piangere per questo motivo! Oh! Marta! Sembra che tu non sappia più chi Io sono! Dell’uomo, lo sai, non ho che la veste[13]. Il cuore è divino e da divino palpita. Su. Alzati e vieni in casa… e lei… lasciatela fare. Anche mi venisse a deridere, lasciatela fare vi dico. Non è lei. È colui che la tiene che la fa strumento di turbamento. Ma qui vi è Uno che è più forte del suo padrone. Ora la lotta passa da Me a lui, direttamente. Voi pregate, perdonate, pazientate e credete. E nulla più».
In casa di Simone Zelote
18Entrano nella casetta, che è una piccola casa quadrata circondata da un portico che la allarga. Dentro vi sono quattro stanze divise da un corridoio in forma di croce. Una scala, esterna come sempre, conduce all’alto del portichetto, che si muta perciò in terrazzo e dà accesso ad una vastissima stanza larga quanto la casa, un tempo certo adibita alle provviste, ora tutta sgombra e pulita, ma assolutamente vuota.
19Simone, che è a fianco del vecchio servo che sento chiamare Giuseppe, fa gli onori di casa; dice: «Qui si potrebbe parlare alla gente, oppure prendere i pasti… Come Tu vuoi».
20«Ora penseremo. Intanto va’ a dire agli altri che dopo il pasto la gente venga pure. Non deluderò i buoni di qui».
21«Dove dico di andare?».
«Qui. Tiepido è il giorno. Riparato dai venti è il luogo. Il frutteto spoglio non avrà danno se in esso viene gente. Qui, dal terrazzo, Io parlerò. Va’ pure».
Dovere, diritto e desiderio del Messia.
22Restano soli Lazzaro con Gesù. Marta, nel bisogno di dover provvedere a tante persone, è tornata la «buona albergatrice» e coi servi e gli stessi apostoli lavora abbasso a preparare per le mense e per il riposo. Gesù passa un braccio intorno alle spalle di Lazzaro e lo conduce fuori dal camerone, a passeggiare sul terrazzo che circonda la casa, al bel sole che fa tiepido il giorno, e dall’alto osserva il lavoro dei servi e dei discepoli, e sorride a Marta che va e viene e alza il viso serio ma già meno sconvolto. Guarda anche il bel panorama che circonda il luogo e nomina con Lazzaro diverse località e diverse persone, e infine chiede a bruciapelo: «Dunque la morte di Doras fu un bastone agitato nel nido dei serpi?».
23«Oh! Maestro! Mi ha detto Nicodemo che fu di una violenza mai vista la seduta del Sinedrio!
24«Che ho fatto al Sinedrio per inquietarsi? Doras è morto da sé, alla vista di tutto un popolo, ucciso dall’ira. Non ho permesso fosse mancato rispetto al morto. Dunque…».
25«Tu hai ragione. Ma essi… Pazzi di paura sono. E… lo sai che hanno detto che occorre trovarti in peccato per poterti uccidere?».
«Oh! allora sta’ quieto! Avranno da attendere sino all’ora di Dio!».
25«Ma Gesù! Sai di chi si parla? Sai di che sono capaci farisei e scribi? Sai che anima abbia Anna? Sai quale è il suo secondo? Sai… ma che dico? Tu sai! E perciò è inutile che ti dica che il peccato lo inventeranno per poterti accusare».
26«Lo hanno già trovato. Ho già fatto più che non occorra. Ho parlato a romani, ho parlato a peccatrici… Sì. A peccatrici, Lazzaro. Una, non mi guardare così spaventato, … una viene sempre ad udirmi ed è ospitata in una stalla dal tuo fattore, per mia preghiera, perché, per starmi vicina, aveva preso dimora in uno stabbio da porci…».
27Lazzaro è la statua dello stupore. Non si muove più. Guarda Gesù come vedesse uno che per la sua stranezza è strabiliante.
28Gesù lo scuote sorridendo. «Hai visto Mammona?», chiede.
«No… La Misericordia ho visto. Ma… ma io lo capisco. Essi, quelli del Consiglio, no. E dicono che è peccato. È vero dunque! Io credevo… Oh! che hai fatto?».
29«Il mio dovere, il mio diritto e il mio desiderio: cercare di redimere uno spirito caduto. Tu vedi perciò che tua sorella non sarà il primo fango che avvicino e sul quale mi chino. E non sarà l’ultimo. Sul fango Io voglio seminare i fiori e farli sorgere: i fiori del bene».
Consiglio dell’amico Lazzaro.
30«Oh! Dio! Dio mio!… Ma… Oh! mio Maestro, Tu hai ragione. È il tuo diritto, è il tuo dovere ed è il tuo desiderio. Ma le iene non lo comprendono. Loro sono carogne talmente fetide che non sentono, non possono sentire l’odore dei gigli. E anche dove essi fioriscono, loro, le potenti carogne, sentono odore di peccato; non comprendono che dalla loro sentina esso esce… Io te ne prego. Non sostare più a lungo in un luogo. Va’, gira, senza dare loro modo di raggiungerti. Sii come un fuoco notturno danzante sugli steli dei fiori, veloce, imprendibile, sconcertante nel suo andare. Fallo. Non per viltà, ma per amore del mondo che ha bisogno che Tu viva per essere santificato. La corruzione aumenta. Contrapponile la santificazione… La corruzione!… Hai visto la nuova cittadina di Betania? È una romana sposata ad un giudeo. Lui è anche osservante. Ma ella è idolatra e, non potendo vivere bene in Gerusalemme, perché sono sorte dispute coi vicini per le sue bestie, è venuta qui. Piena di animali per noi immondi è la sua casa e.… la più immonda è lei perché vive deridendo noi e con licenze che… Io non posso criticare perché… Ma dico che mentre in casa mia non si mette piede perché c’è Maria che pesa col suo peccato su tutta la famiglia, in casa di quella donna ci vanno pure. Ma lei è in grazia di Ponzio Pilato e vive senza il marito. Lui a Gerusalemme. Lei qui. E così si finge, lui e loro, di non profanarsi col venire e di non constatare che si profanano. Ipocrisia! Fino al collo nell’ipocrisia si vive! E fra poco ci si affogherà. Il sabato è il giorno del festino… E sono anche del Consiglio! Un figlio di Anna è il più assiduo».
31«L’ho vista. Sì. E lasciala fare. E lasciali fare. Quando un medico prepara un farmaco mesce le sostanze, e l’acqua pare si corrompa perché egli le sbatte e l’acqua si fa torbida. Ma poi le parti morte si depositano, l’acqua torna limpida pur essendo satura dei succhi di quelle sostanze salutari. Così ora. Tutto si mescola e Io lavoro con tutti. Poi le parti morte si depositeranno e saranno gettate, e le altre vive rimarranno attive nel gran mare del popolo di Gesù Cristo. Scendiamo. Ci chiamano»…
Uno solo è l’amore dell’anima. (Insegnamento)
Dio fa di ogni male un bene.
32…e la visione riprende mentre Gesù torna a salire sul terrazzo per parlare alla gente di Betania e dei posti vicini, accorsa a sentire.
«Pace a voi.
33Quand’anche Io tacessi, i venti di Dio porterebbero a voi le parole del mio amore e dell’altrui livore. So che siete agitati perché non vi è ignoto il perché Io sono fra voi. Ma non fatene altro che una agitazione di gioia e con Me benedite il Signore che usa il male per dare una gioia ai suoi figli, riconducendo sotto il pungolo del male il suo Agnello fra gli agnelli per metterlo in salvo dai lupi.
Il fiume buono e il rivo malvagio.
34Vedete come è buono il Signore. Nel luogo dove ero sono arrivati, come acque ad un mare, un fiume ed un rivo. Un fiume di amorosa dolcezza, un rivo di bruciante amarezza. Il primo era l’amore di voi, da Lazzaro e Marta all’ultimo del paese; il rivo era l’ingiusto astio di chi, non potendo venire al Bene che lo invita, accusa il Bene di essere un Delitto. E il fiume diceva: “Torna, torna fra noi. Le nostre onde ti circondino, ti isolino, ti difendano. Ti diano tutto quanto ti nega il mondo”. Il rivo malvagio fischiava minacce e voleva uccidere col suo tossico. Ma che è un rivo rispetto ad un fiume, e che rispetto ad un mare? Nulla. E nulla è divenuto il tossico del rio perché il fiume del vostro amore lo ha soverchiato, e nel mare del mio amore non si è immessa che la dolcezza del vostro amore. Anzi, bene ha fatto. Mi ha riportato a voi. Benediciamone il Signore altissimo».
35La voce di Gesù si spande potente per l’aria calma e silenziosa. Gesù, tutto bello nel sole, gestisce e sorride calmo dall’alto della terrazza. In basso la gente lo ascolta beata: una fiorita di volti levati che sorridono all’armonia della sua voce. Lazzaro è vicino a Gesù, e vi è Simone e Giovanni. Gli altri sono sparsi fra la folla. Sale anche Marta e si siede per terra ai piedi di Gesù, guardando verso la sua casa che appare oltre il frutteto.
Il fiume buono e il rivo malvagio.
36«Il mondo è dei cattivi. Il Paradiso è dei buoni. Questa è la verità e la promessa. E su questa si appoggi la nostra sicura forza. Il mondo passa. Il Paradiso non passa. Se essendo buono uno se lo conquista, egli in eterno lo gode. E allora? Perché turbarsi di ciò che fanno i cattivi? Ricordate i lamenti di Giobbe[14]? Sono gli eterni lamenti di chi è buono e oppresso; perché la carne geme, ma gemere non dovrebbe, e più è conculcata più si dovrebbero alzare le ali dell’anima nel giubilo del Signore.
37Credete voi che siano felici quelli che felici paiono perché col modo lecito, e più con l’illecito, hanno pingui granai e colmi i tini e traboccano d’olio i loro otri? No. Sentono il sapore del sangue e delle lacrime altrui in ogni loro cibo e il giaciglio pare loro irto di pruni, tanto su esso sentono urlanti i rimorsi. Depredano i poveri e spogliano gli orfani, derubano il prossimo per fare ammasso, opprimono chi è da meno di loro in potenza e in perversità. Non importa. Lasciateli fare. Il loro regno è di questo mondo. E alla loro morte che resta? Nulla. Se non si vuole chiamare tesoro il cumulo di colpe che seco portano e col quale a Dio si presentano. Lasciateli fare. Sono i figli delle tenebre, i ribelli alla Luce, e non possono seguire i luminosi sentieri di essa. Quando Dio fa brillare la stella del mattino, essi la chiamano ombra di morte e come tale la credono contaminata e preferiscono camminare al bagliore sudicio del loro oro e del loro odio, che fiammeggia soltanto perché le cose d’inferno brillano del fosforo degli eterni laghi di perdizione…».
L’anima dei peccatori.
38«Mia sorella, Gesù… oh!». Lazzaro scorge Maria che scivola dietro una siepe del frutteto di Lazzaro per giungere il più vicino possibile. Va curva. Ma la sua testa bionda brilla come oro contro il bosso oscuro.
39Marta fa per alzarsi. Ma Gesù le preme una mano sulla testa e deve rimanere dove è. Gesù eleva ancora di più la sua voce.
40«Che dire di questi infelici? Dio ha dato loro tempo di fare penitenza ed essi se ne abusano per peccare. Ma non li perde di vista 41Iddio, anche se pare che lo faccia. E il momento viene in cui, o perché, come fulmine che penetra anche nel masso, l’amore di Dio squarcia il loro duro cuore, o perché la somma dei delitti porta l’onda del loro fango fin nelle loro fauci e nelle loro nari – ed essi sentono, oh! che finalmente sentono! lo schifo di quel sapore e di quel fetore che è ripugnanza agli altri e che fa colmo il loro cuore – viene il momento che ne hanno nausea e sorge un movimento di desiderio al bene. L’anima allora grida: “E chi mi darà di ritornare come nei tempi di prima, quando ero in amicizia a Dio? Quando la sua luce splendeva nel mio cuore e al suo raggio io camminavo? Quando davanti alla mia giustizia taceva ammirato il mondo, e chi mi vedeva mi diceva beato? Il mondo beveva il mio sorriso e le mie parole erano accolte come parole di angelo e balzava d’orgoglio il cuore nel petto dei miei famigliari. Ed ora che sono? Derisione ai giovani, orrore agli anziani, io faccio il soggetto delle loro canzoni, e lo sputo del loro disprezzo mi riga il volto”[15].
L’amore dell’anima: è Dio.
42Sì, così parla in certe ore l’anima dei peccatori, dei veri Giobbe, perché non vi è miseria più grande di questa, di uno che ha perduto in eterno l’amicizia di Dio e il suo Regno. E devono fare pietà. Solo pietà. Sono povere anime che hanno, per ozio o per sventatezza, perduto l’eterno Sposo. “Di notte, nel mio letto, cercai l’amor dell’anima mia e non lo trovai”. Infatti nella tenebra non si può distinguere lo sposo, e l’anima pungolata dall’amore, irriflessiva perché fasciata dalla notte spirituale, cerca e vuol trovare un refrigerio al suo tormento. Crede trovarlo con qualunque amore. No. Uno solo è l’amore dell’anima: è Dio. Vanno, queste anime che l’amore di Dio pungola, cercando amore. Basterebbe volessero in loro la luce, e amore avrebbero a loro consorte. Vanno come malate, cercando a tentoni amore, e trovano tutti gli amori, tutte le sozze cose che l’uomo ha così battezzate, ma non trovano l’amore; perché l’amore è Dio e non è l’oro, il senso, il potere.
43Povere, povere anime! Se, meno oziose, fossero sorte al primo invito dello Sposo eterno, a Dio che dice: “Seguimi”, a Dio che dice: “Aprimi”, non sarebbero giunte ad aprire l’uscio, coll’impeto del loro amore destato, quando lo Sposo deluso già è lontano. Scomparso… E non avrebbero profanato quell’impeto santo di un bisogno di amore, in una fanghiglia che fa schifo all’animale immondo tanto è inutile e cosparsa di triti triboli, che non erano fiori ma solo aculei che straziano e non coronano. E non avrebbero conosciuto gli scherni delle guardie di ronda, di tutto il mondo che, come Dio, ma per opposti motivi, non perde di vista il peccatore e lo posteggia per deriderlo e per criticarlo.
44Povere anime picchiate, spogliate, ferite da tutto il mondo! Solo Dio non si unisce a questa lapidazione di uno scherno impietoso.
45Ma fa cadere le sue lacrime per medicare le ferite e rivestire di diamantina veste la sua creatura. Sempre sua creatura… Solo Dio… e i figli di Dio col Padre. Benediciamo il Signore. Egli ha voluto che per i peccatori Io qui avessi a tornare per dirvi: “Perdonate. Sempre perdonate. Fate di ogni male un bene. Fate di ogni offesa una grazia”. Non vi dico “fate” solo. Vi dico: ripetete il mio gesto. Io amo e benedico i nemici perché per essi ho potuto tornare a voi, amici miei. La pace sia su tutti voi».
46La gente agita veli e ramaglie verso Gesù e poi si allontana piano piano.
Il segreto del Redentore e dei redentori.
47«L’avranno vista quella impudente?».
«No, Lazzaro. Ella era dietro la siepe e ben nascosta. Noi potevamo vederla perché qui in alto. Gli altri no».
«Ci aveva promesso di…».
48«Perché non doveva venire? Non è una figlia di Abramo ella pure? Voglio da voi, fratelli, e da voi, discepoli, giuramento di non farle capire nulla. Lasciatela fare. Mi deriderà? Lasciatela fare. Piangerà? Lasciatela fare. Vorrà rimanere? Lasciatela fare. Vorrà fuggire? Lasciatela fare. È il segreto del Redentore e dei redentori: avere pazienza, bontà, costanza e preghiera. Nulla più. Ogni gesto è di troppo presso certe malattie… Addio, amici. Io resto a pregare. Voi andate ognuno al suo compito. E Dio vi accompagni».
E tutto ha fine.
8. Le Encenie in casa di Lazzaro, presente y pastori. Potere della volontà e rievocazione della nascita di Gesù[16].
La festa delle luci.
Ambiente
1La già splendida casa di Lazzaro questa sera è splendidissima. Sembra che prenda fuoco per il numero di lumi che vi ardono, e la luce si rovescia al di fuori, in questo primo principio di notte, traboccando dalle sale nell’atrio e da questo nel portico, allungandosi a vestire d’oro le ghiaie dei sentieri, le erbe ed i cespugli delle aiuole, lottando, e vincendo nei primi metri, col chiaro della luna col suo giallo e carnale splendore, mentre più oltre tutto diviene angelico per la veste di puro argento che la luna getta su tutte le cose. Anche il silenzio che fascia il magnifico giardino, in cui ha voce solo l’arpeggio dello zampillo nella peschiera, pare aumentare la raccolta e paradisiaca pace della notte lunare, mentre presso la casa voci allegre e numerose, insieme a gaio rumore di mobili smossi e stoviglie portate sulle mense, ricordano che l’uomo è uomo e non ancora spirito.
2Marta va svelta nella sua ampia veste splendida e pudica di un color viola rosso, e sembra un fiore, una bella campanula o una farfalla che si agiti contro le pareti purpuree dell’atrio o quelle a minuti disegni, che paiono un tappeto, della sala del convito.
Gesù passeggia in meditazione.
3Gesù, invece, passeggia solo e assorto presso la peschiera, e pare venga assorbito alternativamente dall’ombra scura che proietta un alto alloro, un vero albero gigante, o dalla fosforica luce lunare che si fa sempre più netta. Così viva che lo zampillo della vasca pare un piumetto d’argento che si frantumi poi in scaglie di brillanti, che ricadono a perdersi sulla lastra queta, tutta argento, della vasca. Gesù guarda e ascolta le parole dell’acqua nella notte. Esse acquistano un suono così musicale che se ne desta un usignolo nell’alloro folto e risponde all’arpeggio lento delle gocce con un acuto di flauto, e poi sosta, come per prendere nota e mettersi sull’accordo dell’acqua, e infine attacca, da re del canto, il suo perfetto, variato, morbido inno di gioia.
4Gesù non cammina neppure più per non turbare col fruscio dei passi la serena gioia dell’usignolo, e credo anche sua, perché sorride stando a capo chino, di un sorriso di veramente serena gioia. Quando l’usignolo, dopo una nota purissima tenuta e modulata per tono ascendente, che non so come possa una così piccola gola sostenerla, cessa di cantare, Gesù esclama: «Te benedetto, Padre santo, per questa perfezione e per la gioia che mi hai dato!», e riprende la sua lenta passeggiata piena di chissà quali profondità di meditazione.
Splendori dei redenti.
5Lo raggiunge Simone: «Maestro, Lazzaro ti prega di venire. Tutto è pronto».
6«Andiamo. E così cada anche l’ultimo dubbio che Io li ho meno cari per causa di Maria».
7«Quanto pianto, Maestro! Solo un tuo segreto miracolo ha potuto medicare quel dolore. Ma non sai che Lazzaro fu per fuggire dopo che ella, al loro ritorno, uscì di casa dicendo che lasciava i sepolcri per la gioia e… altre insolenze? Io e Marta lo abbiamo scongiurato a non farlo, anche perché… non si sa mai la reazione di un cuore. L’avesse trovata, io credo che l’avrebbe punita una volta per tutte. Avrebbero voluto almeno il silenzio, da lei, su Te…».
8«E l’immediato miracolo di Me su lei. E l’avrei potuto fare. Ma non voglio una risurrezione forzata nei cuori. Forzerò la morte e mi renderà le sue prede. Perché Io sono il Padrone della morte e della vita. Ma sugli spiriti, che non sono materia che senza soffio è priva di vita, ma sono immortali essenze capaci di risorgere per volontà propria, Io non forzo la risurrezione. Do il primo appello e il primo aiuto, come uno che aprisse un sepolcro dove uno fu chiuso mal vivo e dove morrebbe se a lungo rimanesse in quelle tenebre asfissianti, e lascio entrare aria e luce… poi attendo. Se lo spirito è voglioso di uscirne, esce. Se non vuole così, si infosca ancor più e sprofonda[17]. Ma se esce!… Oh! se esce, in verità ti dico che nessuno sarà più grande del risorto di spirito. Solo l’Innocenza assoluta è più grande di questo morto che torna vivo per forza di proprio amore e per gioia di Dio… I miei più grandi trionfi!
9Guarda il cielo, Simone. Tu vedi in esso stelle e stelline, e pianeti di diverse grandezze. Tutti hanno vita e splendore per Dio che li ha fatti e per il sole che li illumina, ma non tutti sono ugualmente splendidi e grandi. Anche nel mio cielo sarà così. Tutti i redenti avranno vita per Me e splendore per la mia luce. Ma non tutti saranno ugualmente splendidi e grandi. Taluni saranno una semplice polvere d’astri, come quella che fa lattea Galatea, e saranno quelli, innumerabili, che dal Cristo avranno avuto, meglio, avranno aspirato solo quel minimo indispensabile per non essere dei dannati, e soltanto per l’infinita misericordia di Dio, dopo lungo purgatorio, verranno al Cielo. Altri saranno più fulgidi e formati: i giusti che avranno unito la loro volontà; nota: volontà, non buona volontà, al volere del Cristo e avranno ubbidito, per non dannarsi, alle mie parole. Poi vi saranno i pianeti, le buone volontà, oh! splendidissimi! Della luce di puro diamante o di gemmeo splendore dai diversi colori rossi di rubino, violacei d’ametista, biondi di topazio, candidi di perle: gli innamorati fino alla morte per l’amore, i penitenti per amore, gli operanti per amore, gli immacolati per amore.
10E ve ne saranno alcuni, di questi pianeti, e saranno le mie glorie di Redentore, che avranno in loro bagliori di rubino, di ametista, di topazio e di perla, perché tutto saranno per amore. Eroici per giungere a perdonarsi di non aver saputo amare prima, penitenti per saturarsi di espiazione come Ester prima di presentarsi ad Assuero si saturò di aromi[18], instancabili per fare in poco, nel poco che loro resta, quanto non fecero negli anni che spersero nel peccato, puri fino all’eroicità per dimenticare, anche nelle viscere oltre che nell’anima e nel pensiero, che vi è un senso. Saranno quelli che attireranno per il loro multiforme splendore gli occhi dei credenti, dei puri, dei penitenti, dei martiri, degli eroi, degli asceti, dei peccatori, e per ognuna di queste categorie il loro splendore sarà parola, risposta, invito, assicurazione…
Sorpresa …!
11Ma andiamo. Noi parliamo e là ci attendono».
12«È che quando Tu parli si dimentica d’essere vivi. Posso dire tutto questo a Lazzaro? Mi pare che in esso ci sia una promessa…».
13«Lo devi dire. La parola dell’amico può posarsi sulla loro ferita e non arrossiranno di essere arrossiti davanti a Me… Ti abbiamo fatto attendere, Marta. Ma parlavo a Simone di stelle e ci siamo dimenticati di queste luci. Veramente la tua casa è un firmamento questa sera…».
14«Non solo per noi e per i servi, ma anche per Te e per gli ospiti tuoi amici abbiamo acceso. Grazie di essere venuto per l’ultima sera. Ora la festa è proprio la Purificazione…». Marta vorrebbe dire di più, ma sente salire il pianto e tace.
15«Pace a tutti voi», dice Gesù entrando nell’atrio folgorante di decine di lumi di argento, tutti accesi e posti per ogni dove.
16Lazzaro si fa avanti sorridente: «Pace e benedizione a Te, Maestro, e molti anni di santa felicità». Si baciano. «Mi hanno detto certi nostri amici che Tu sei nato mentre Betlemme ardeva per una lontana Encenie. Di averti questa sera noi ed essi giubiliamo. Non chiedi chi sono?»
17«Altri amici non ho, che non siano i discepoli e i cari di Betania, fuor dei pastori. Sono dunque essi. Venuti? A che?».
18«Ad adorarti, Messia nostro. Lo sapemmo da Gionata e qui siamo. Coi nostri armenti, ora nelle stalle di Lazzaro, e coi nostri cuori ora e sempre sotto i tuoi piedi santi». Isacco ha parlato per Elia, Levi, Giuseppe e Gionata, che sono tutti prostrati ai suoi piedi: Gionata nella soffice veste dell’intendente beneamato dal padrone; Isacco nella sua di instancabile pellegrino, di grossa lana marrone scuro, impermeabile all’acqua; Levi, Giuseppe, Elia in vesti date da Lazzaro, fresche, monde per poter assidersi alle mense senza portarvi la povera veste stracciata e sitente di mandra dei pastori.
19«Per questo mi avete mandato nel giardino? Dio vi benedica tutti! Non manca che la Madre alla mia felicità. Alzatevi, alzatevi. È il mio primo Natale che faccio senza la Madre. Ma la vostra presenza mi solleva dalla tristezza, dalla nostalgia del suo bacio».
“Cadano le regole per dare posto all’amore”.
20Entrano tutti nella stanza delle mense. Qui i lumi sono per la maggior parte in oro e il metallo si avviva della luce delle fiamme, e le fiamme sembrano più splendide per il riflesso che dà loro tanto oro. La tavola è stata messa a U per dare posto a tanta gente e poterla servire senza ostacolare le operazioni degli scalchi e dei servi. Oltre a Lazzaro vi sono gli apostoli, i pastori, Massimino, il vecchio servo di Simone.
21Marta sorveglia la disposizione dei posti e vorrebbe stare in piedi. Ma Gesù si impone: «Oggi non sei l’albergatrice, sei la sorella e ti siedi come mi fossi di un sangue. Siamo una famiglia. Cadano le regole per dare posto all’amore. Qui, al mio lato, e presso te Giovanni. Io con Lazzaro. Ma datemi un lume. Fra Me e Marta vegli una luce… una fiamma, per le assenti e pure presenti: per le amate, le attese, per le donne care e lontane. Tutte. La fiamma ha parole di luce. L’amore ha parole di fiamma, e vanno lontano queste parole, sull’onda incorporea degli spiriti che si trovano sempre, oltre monti e mari, e portano baci e benedizioni… Tutto portano. Non è forse vero?».
22Marta posa la lampada dove Gesù vuole, ad un posto che resta vuoto… e, poiché Marta capisce, si curva a baciare la mano di Gesù, che poi le si posa sulla testa bruna, benedicente e riconfortante.
Il Natale del Messia.
Ricordi del Natale.
23Il pasto ha inizio. Un poco confusi sul principio i tre pastori mentre Isacco è già più sicuro e Gionata non mostra disagio – ma si rinfrancano sempre più, più il pasto procede, e dopo avere taciuto parlano. E di che devono parlare se non del loro ricordo? «Ci eravamo ritirati da poco», dice Levi. «Ed io avevo tanto freddo che mi rifugiai fra le pecore, piangendo per desiderio della mamma…».
24«Io pensavo invece alla giovane madre che avevo incontrata poco prima e mi dicevo: “Avrà trovato posto?”. Ad averlo saputo che era in una stalla! Nello stabbio l’avrei condotta… Ma era così gentile – un giglio delle nostre valli – che mi parve offesa dirle: “Vieni fra noi”. Ma pensavo a Lei… e sentivo ancora più il freddo pensando a quanto la doveva far soffrire. Ti ricordi che luce quella sera? E la tua paura?».
25«Sì… ma poi… l’angelo… Oh! …». Levi, un poco trasognato, sorride al suo ricordo.
La verità di tanti nel giorno del giudizio.
26«Oh! sentite un poco, amici. Noi non sappiamo che poco e male. Abbiamo sentito parlare di angeli, di greppie, di greggi, di Betlemme… E noi sappiamo che Lui è galileo e falegname… Non è giusto che non si sappia noi! Al Maestro l’ho chiesto all’Acqua Speciosa… ma poi si parlò d’altro. Costui, che sa, non mi ha detto nulla… Sì, parlo a te, Giovanni di Zebedeo. Bel rispetto che hai per l’anziano! Tieni tutto per te e mi lasci crescere da discepolo zuccone. Non lo sono già di mio abbastanza?».
27Ridono per lo sdegno buono di Pietro. Ma lui si volge al suo Maestro: «Ridono. Ma ho ragione»; e poi a Bartolomeo, Filippo, Matteo, Tommaso, Giacomo e Andrea: «Avanti, ditelo anche voi, protestate con me! Perché non sappiamo nulla noi?».
28«Veramente… Dove eravate quando moriva Giona? e dove sul Libano?».
«Hai ragione. Ma per Giona, io almeno, l’ho creduto delirio di morente, e sul Libano… ero stanco e assonnato. Perdonami, Maestro, ma è la verità».
29«E sarà la verità di tanti! Il mondo degli evangelizzati sovente risponderà al Giudice eterno, per scusare la sua ignoranza nonostante l’insegnamento dei miei apostoli, risponderà ciò che tu dici: “Lo credetti delirio… Ero stanco e assonnato”. E sovente non ammetterà la verità perché la scambierà per delirio, e non ricorderà la verità perché sarà stanco e assonnato per troppe cose inutili, caduche, peccaminose anche. Una sola cosa è necessaria: conoscere Iddio».
30«Ebbene, ora che ci hai detto quello che ci sta bene, raccontaci le cose come sono state… Al tuo Pietro. Poi le dico alla gente. Se no… te l’ho detto: che posso dire? Il passato non lo so, le profezie e il Libro non lo so spiegare, il futuro… oh! povero me! E che evangelizzo allora?».
31«Sì, Maestro. Che si sappia anche noi… Sappiamo che sei il Messia e lo crediamo. Ma, almeno per mio conto, ho dovuto faticare ad ammettere che da Nazareth potesse venire del buono… Perché non mi hai subito reso noto il tuo passato?», dice Bartolomeo.
L’Immacolata concezione.
32«Per provare la tua fede e la luminosità del tuo spirito. Ma ora vi parlerò, anzi, vi parleremo del mio passato. Io dirò ciò che anche i pastori non sanno, ed essi ciò che videro. E conoscerete l’alba di Cristo. Udite.
33Essendo venuto il tempo della Grazia, Dio si preparò la sua Vergine. Voi bene potete comprendere come non potesse risiedere Dio là dove Satana aveva messo un incancellabile segno. Perciò la Potenza operò per fare il suo futuro tabernacolo senza macchia. E da due giusti, in vecchiezza e contro le regole comuni del procreare, fu concepita Quella su cui non è macchia veruna. Chi depose quell’anima nella carne embrionale che rinverdiva il vecchio seno di Anna di Aronne, la nonna mia? Tu, Levi, hai visto l’arcangelo di tutti gli annunzi. Puoi dire: è quello. Perché la “Forza di Dio”[19] fu sempre il vittorioso che portò lo squillo di gioia ai santi e ai Profeti, l’indomabile sul quale la pur grande forza di Satana si spezzò come stelo di musco disseccato, l’intelligente che stornò con la buona e lucida intelligenza le insidie dell’altro intelligente ma malvagio, rendendo con prontezza eseguito il comando di Dio.
34In un grido di giubilo egli, l’Annunziatore che già conosceva le vie della Terra per essere sceso a parlare ai Profeti[20], raccolse dal Fuoco divino la immacolata scintilla che era l’anima della eterna Fanciulla e, serrandola in un cerchio di fiamme angeliche, quelle del suo spirituale amore, la portò sulla Terra, in una casa, in un seno[21]. E il mondo, da quel momento, ebbe l’Adoratrice; e Dio, da quel momento, poté guardare un punto della Terra senza averne disgusto. E nacque una creaturina: l’Amata di Dio e degli angeli, la Consacrata a Dio, la santamente Amata dai parenti. “E Abele dette a Dio le primizie del suo gregge”[22]. Oh! che in verità i nonni dell’eterno Abele seppero dare a Dio la primizia del loro bene, tutto il loro bene, morendo per avere dato questo bene a chi lo aveva loro dato!
La sempre Vergine.
35Mia Madre fu la Fanciulla del Tempio dai tre ai quindici anni e affrettò la venuta del Cristo con la forza del suo amare. Vergine avanti il suo concepimento, vergine nelle oscurità d’un seno, vergine nei suoi vagiti, vergine nei suoi primi passi, la Vergine fu di Dio, di Dio solo, e proclamò il suo diritto, superiore al decreto della Legge d’Israele, ottenendo dallo sposo a Lei dato da Dio di rimanere inviolata dopo le nozze.
36Giuseppe di Nazareth era un giusto. Solo a lui poteva essere dato il Giglio di Dio e solo lui lo ebbe. E, angelo nell’anima e nella carne, egli amò come amano gli angeli di Dio. L’abisso di questo forte amore, che ebbe tutte le tenerezze coniugali senza sorpassare la barriera di celeste fuoco oltre la quale era l’Arca del Signore, sarà compreso solo da pochi sulla Terra. É la testimonianza di ciò che può un giusto sol che voglia. Ciò che può, perché anche l’anima, ancor lesa dalla macchia d’origine, ha forze potenti di elevazione, e ricordi e ritorni alla sua dignità di figlia di Dio, e divinamente opera per amore del Padre.
L’Annunciazione.
37Ancora era Maria nella sua casa, in attesa della unione con lo sposo, quando Gabriele, l’angelo dei divini annunzi, tornò sulla Terra e chiese alla Vergine d’essere Madre. Già aveva promesso al sacerdote Zaccaria il Precursore e non era stato creduto. Ma la Vergine credette che ciò potesse essere per volere di Dio e, sublime nella sua ignoranza, chiese solo: “Come può ciò avvenire?”. E l’angelo le rispose: “Tu sei la Piena di Grazia, o Maria. Non temere dunque, ché grazia hai trovato presso il Signore anche per quanto è la tua verginità. Tu concepirai e partorirai un Figlio al quale metterai nome Gesù, perché Egli è il Salvatore promesso a Giacobbe e a tutti i Patriarchi e Profeti d’Israele. Egli sarà grande e Figlio vero dell’Altissimo, perché per opera di Spirito Santo sarà concepito. A Lui il Padre darà il trono di Davide, come è predetto, e regnerà sulla casa di Giacobbe sino alla fine dei secoli, ma il suo vero Regno non avrà mai fine. Ora il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo attendono la tua ubbidienza per compiere la promessa. Già è il Precursore del Cristo nel seno di Elisabetta, tua cugina, e se tu consenti lo Spirito Santo scenderà su te, e santo sarà Colui che da te nascerà e porterà il suo vero nome di Figlio di Dio”.
38E allora Maria rispose: “Ecco l’Ancella del Signore. Si faccia di me secondo la sua parola”. E lo Spirito di Dio scese sulla sua Sposa e nel primo abbraccio le impartì le sue luci che sopra-perfezionarono le virtù di silenzio, umiltà, prudenza e carità di cui Ella era piena, ed Ella fu tutt’una con la Sapienza, e non più fu scindibile dalla Carità, e l’Ubbidiente e Casta si perse nell’oceano della Ubbidienza che Io sono, e conobbe la gioia d’esser Madre senza conoscere il turbamento d’esser sfiorata. Fu la neve che si concentra in fiore e si offre a Dio così…».
Giuseppe era un santo.
39«Ma il marito?», chiede sbalordito Pietro.
«Il sigillo di Dio chiuse le labbra di Maria.
40E Giuseppe non seppe del prodigio che quando, di ritorno dalla casa di Zaccaria parente, Maria apparve madre agli occhi dello sposo».
41«E che fece lui?».
«Soffrì… e soffri Maria…».
«Se ero io…».
42«Giuseppe era un santo, Simone di Giona. Dio sa dove mettere i suoi doni… Acerbamente soffrì e decise di abbandonarla, addossandosi taccia di ingiusto. Ma l’angelo scese a dirgli: “Non temere di prendere con te Maria tua sposa. Perché quello che in Lei si forma è il Figlio di Dio e per opera di Dio Ella è Madre. E quando il Figlio sarà nato gli metterai nome Gesù, perché Egli è il Salvatore”».
43«Era dotto Giuseppe?», chiede Bartolomeo.
«Come un discendente di Davide».
44«Allora avrà avuto subita luce nel ricordare il Profeta: “Ecco una vergine concepirà…»[23]
45«Sì. La ebbe. Alla prova successe il gaudio…».
46«Se ero io…», torna a dire Simon Pietro, «non succedeva, perché prima avrei… Oh! Signore, come è stato bene che non fossi io! L’avrei spezzata come uno stelo senza darle tempo di parlare. E dopo, se assassino non fossi stato, avrei avuto paura di Lei… La paura di tutto Israele, da secoli, per il Tabernacolo…».
47«Anche Mosè ebbe paura di Dio, e pure fu soccorso e stette con Lui sul monte[24]… Giuseppe andò dunque nella casa santa della Sposa e provvide ai bisogni della Vergine e del Nascituro. E venendo per tutti il tempo dell’editto, con Maria andò nella terra dei padri, e Betlemme li respinse perché il cuore degli uomini è chiuso alla carità. Ora parlate voi».
Gli eventi all’alba del Messia.
L’annuncio degli angeli ai pastori.
48«Io incontrai verso sera una donna giovane e sorridente a cavallo d’un somarello. Un uomo era con lei. Mi chiese del latte e informazioni. Ed io dissi ciò che sapevo… Poi venne la notte… e una grande luce… e uscimmo… e Levi vide un angelo presso lo stabbio. E l’angelo disse: “É nato il Salvatore”. Era la notte piena. E pieno di stelle era il cielo. Ma la luce si perdeva in quella dell’angelo e di mille e mille angeli… (Elia piange ancora nel ricordare). E ci disse l’angelo: “Andate ad adorarlo. É in una stalla, in una greppia, fra due animali… Troverete un piccolo Bambino avvolto in poveri panni… Oh! come sfavillava l’angelo dicendo queste parole!… Ma ti ricordi, Levi, le sue ali come mandavano fiamme quando, dopo essersi inchinato per nominare il Salvatore, disse: che è il Cristo Signore”?».
49«Oh! se ricordo! E le voci dei mille? Oh!… “Gloria a Dio nei Cieli altissimi e pace in Terra agli uomini di buona volontà!”. Quella musica è qui, è qui, e mi porta in Cielo ogni volta che la sento», e Levi alza un viso estatico su cui luce il pianto.
50«E andammo», dice Isacco. «Carichi come bestie da soma, lieti come per nozze, e poi… non seppimo più far nulla quando udimmo la tua piccola voce e quella della Madre, e spingemmo Levi, fanciullo, perché guardasse. Noi ci sentivamo lebbrosi presso tanto candore… E Levi ascoltava, e rideva piangendo, e ripeteva, così con voce d’agnello che la pecora di Elia ebbe un belato. E Giuseppe venne all’apertura e ci fece entrare… Oh! come eri piccino e bello! Un boccio di rosa carnicina sul ruvido fieno… e piangevi… Poi ridesti per il tepore della pelle di pecora che ti offrimmo e per il latte che ti mungemmo… Il tuo primo pasto… Oh!… e poi… e poi ti baciammo… Sapevi di mandorla e gelsomino… e noi non potevamo più lasciarti…».
«Non mi avete più lasciato, infatti».
L’adorazione dei Sapienti.
51«È vero», dice Gionata. «Il tuo viso restò in noi e la tua voce e il tuo sorriso… Crescevi… eri bello sempre più… Il mondo dei buoni veniva a bearsi di Te… e quello dei malvagi non ti vedeva… Anna… i tuoi primi passi… i tre Sapienti… la stella…».
52«Oh! quella notte, che luce! Il mondo pareva ardere con mille luci. Invece, la sera della tua venuta, la luce era fissa e di perla… Ora era la danza degli astri, allora l’adorazione degli astri. E noi da un’altura vedemmo passare la carovana e le andammo dietro per vedere se si fermava… E il giorno dopo tutta Betlemme vide l’adorazione dei Sapienti. E poi… Oh! non diciamo l’orrore!… Non lo diciamo! …» Elia sbiadisce nel ricordare.
53«Sì, non lo dire. Silenzio sull’odio…».
54«Il più grande dolore era non avere più Te e non sapere di Te. Neppure Zaccaria ne sapeva. Ultima nostra speranza… Più niente».
Formazione spirituale di Zaccaria.
55«Perché, Signore, non hai confortato i tuoi servi?».
«Chiedi il perché, Filippo? Perché era prudenza farlo. Vedi che anche Zaccaria, la cui formazione spirituale si completò dopo quell’ora, non volle sollevare il velo. Zaccaria…»
56«Ma ci hai detto che fu lui ad occuparsi dei pastori. E allora perché lui non disse, a loro prima, a Te poi, che gli uni cercavano l’Altro?».
57«Zaccaria era un giusto tutto uomo. Divenne meno uomo e più giusto nei nove mesi di mutismo, si perfezionò nei mesi successivi alla nascita di Giovanni, ma divenne uno spirito giusto quando sulla sua superbia di uomo cadde la smentita di Dio. Aveva detto: “Io, sacerdote di Dio, dico che a Betlemme deve vivere il Salvatore” e Dio gli aveva mostrato come il giudizio, anche sacerdotale, se non è illuminato da Dio è un povero giudizio. Sotto l’orrore del pensiero: “Potevo fare uccidere Gesù per la mia parola” Zaccaria divenne il giusto, che ora riposa attendendo il Paradiso. E giustizia gli insegnò prudenza e carità. Carità verso i pastori, prudenza verso il mondo al quale doveva essere sconosciuto il Cristo. Quando, di ritorno in patria, ci dirigemmo a Nazareth, per la stessa prudenza che ormai guidava Zaccaria evitammo Ebron e Betlemme, e costeggiando il mare tornammo in Galilea. Neppure il giorno della mia maggiore età fu possibile vedere Zaccaria, partito il giorno avanti col suo fanciullo per la stessa cerimonia.
Smarrimento.
58Dio vegliava, Dio provava, Dio provvedeva, Dio perfezionava. Avere Dio è anche avere sforzo, non solo avere gioia. E sforzo ebbero il padre mio d’amore e la Madre mia d’anima e di carne. Anche il lecito fu vietato perché il mistero fasciasse d’ombra il Messia fanciullo. E questo spieghi, a molti che non comprendono, la ragione duplice dell’affanno quando fui smarrito per tre giorni. Amore di madre, amore di padre per il fanciullo smarrito, tremore di custodi per il Messia che poteva essere disvelato anzi tempo, terrore di avere mal tutelato la Salute del mondo e il grande dono di Dio[25]. Questo il motivo dell’insolito grido: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Tuo padre ed io, angustiati, ti cercavamo!”. Tuo padre, tua madre… Il velo gettato sul fulgore del divino Incarnato. E la rassicurante risposta: “Perché mi cercavate? Non sapevate che Io devo essere attivo nelle cose del Padre mio?”. Risposta raccolta e compresa dalla Piena di Grazia per quanto essa vale, ossia: “Non abbiate tema. Piccolo sono, un fanciullo. Ma se cresco, secondo umanità, in statura, sapienza e grazia agli occhi degli uomini, Io sono il Perfetto in quanto sono il Figlio del Padre e perciò so regolarmi con perfezione, servendo il Padre col farne splendere la luce, servendo Dio col conservargli il Salvatore”. E così feci fino a or è un anno. Ora il tempo è giunto. Si alzano i veli. E il Figlio di Giuseppe si mostra nella sua natura: il Messia della Buona Novella, il Salvatore, il Redentore e il Re del secolo futuro».
59«E non vedesti mai più Giovanni?».
«Solo al Giordano, Giovanni mio, quando volli il Battesimo».
60«Sicché Tu non sapevi che Zaccaria aveva fatto del bene a questi?».
«Ti ho detto: dopo il bagno del sangue innocente i giusti divennero santi, gli uomini divennero giusti. Solo i demoni rimasero quel che erano. Zaccaria imparò a santificarsi con l’umiltà, la carità, la prudenza, il silenzio».
61«Io voglio ricordare tutto questo. Ma lo potrò?», dice Pietro.
L’Evangelista Matteo.
62«Sta’ buono, Simone. Domani mi faccio ripetere tutto dai pastori. Con pace. Nel frutteto. Uno, due, tre volte se occorre. Io ho buona memoria, esercitata al mio banco, e ricorderò per tutti. Quando vorrai ti potrò ripetere tutto. Non tenevo neppure le note a Cafarnao, eppure…», dice Matteo.
63«Oh! non ti sbagliavi di un didramma!… Me lo ricordo… Bene! Te lo perdono il passato, ma proprio di cuore, se ti ricordi questo racconto… e se me lo dici sovente. Voglio mi entri in cuore come è in questi… come lo ebbe Giona… Oh! morire dicendo il suo Nome! …»
64Gesù guarda Pietro e sorride. Poi si alza e lo bacia sul capo brizzolato.
65«Perché, Maestro, questo tuo bacio?».
«Perché fosti profeta. Tu morrai dicendo il mio Nome. Ho baciato lo Spirito che parlava in te».
Inno levitico (Neemia 9,5-37).
66Poi Gesù intona forte un salmo e tutti, in piedi, fanno eco: «“Alzatevi e benedite il Signore vostro Dio, di eternità in eternità. Sia benedetto il suo Nome sublime e glorioso con ogni lode e benedizione. Tu solo sei il Signore. Tu hai fatto il cielo e il cielo dei cieli e tutto il loro esercito, la terra e tutto quello che contiene” ecc.» (è l’inno cantato dai leviti alla festa della consacrazione del popolo, cap. IX del II libro di Esdra); e tutto ha termine con questo lungo canto, che non so se sia nel rito antico o se Gesù lo dica di suo.
9. Con la Madre a Betania. Accoglienza di Marziam e l’uomo di Endor[26].
Incontro con la madre
1Attraverso alla ombrosa strada che congiunge il monte degli Ulivi a Betania – e potrei dire che il monte giunge con le sue propaggini verdi sino alle campagne di Betania – Gesù coi suoi cammina sollecito verso la città di Lazzaro. E non vi è ancora entrato che viene riconosciuto, e volontarie staffette corrono in tutti i sensi ad avvertire della sua venuta. Per cui ecco accorrere Lazzaro e Massimino da un lato, Isacco con Timoneo e Giuseppe dall’altro, terza viene Marta con Marcella che alza il suo velo per curvarsi a baciare la veste di Gesù, e subito dopo accorrono Maria d’Alfeo e Maria Salome che venerano il Maestro e poi si abbracciano i figli; e mentre il piccolo Jabé, sempre per mano di Gesù, sballottato da tutti questi irruenti arrivi, osserva stupefatto, e Giovanni di Endor, sentendosi estraneo, si ritira in fondo al gruppo, in disparte, ecco farsi avanti, sul sentiero che conduce alla casa di Simone, la Madre.
2Gesù abbandona la mano di Jabé e dolcemente respinge gli amici per affrettarsi verso di Lei. Le note parole rompono l’aria, squillando come un assolo d’amore sul brusio della folla: «Figlio!»; «Mamma!».
3Si baciano, e nel bacio di Maria è l’affanno di chi ha temuto per tanto tempo ed ora, nello sciogliersi del terrore che l’ha tenuto, sente la stanchezza dello sforzo fatto, misura in tutta l’estensione il pericolo in cui è incorso…
4Gesù la carezza, Lui che comprende, e dice: «Oltre il mio angelo avevo il tuo, Madre, a vegliarmi. Non poteva accadermi nulla di male».
«Ne sia data lode al Signore. Ma ho tanto sofferto!».
5«Volevo venire più sollecito, ma ho dovuto fare altra via per ubbidire a te. E bene fu, perché il tuo comando, Madre mia, come sempre è fiorito in bene».
«La tua ubbidienza, Figlio!».
«Il tuo comando sapiente, Madre…» Si sorridono come due innamorati.
6Ma è possibile che questa Donna sia Madre di quest’Uomo? Dove sono i sedici anni di differenza? La freschezza e la grazia del volto e del corpo verginale fanno di Maria la sorella del suo Figlio, che è nella pienezza della sua bellissima virilità.
7«Non mi chiedi perché è fiorito in bene?» chiede Gesù sempre sorridendo.
«So che il mio Gesù non mi tiene nascosto nulla».
«Mamma cara!». La bacia ancora…
8La gente si è tenuta lontana qualche metro e mostra di non osservare la scena. Ma scommetto che non c’è uno, di tutti questi occhi che pare guardino altrove, che non sbirci la dolce scena.
Due figli dell’ubbidienza
9Quello che guarda più di tutti è Jabé, che Gesù ha lasciato andare quando è corso ad abbracciare sua Madre e che è rimasto solo, perché nell’affollarsi delle domande e delle risposte l’attenzione è distratta dal povero bambino… Guarda, guarda, poi china il capo, lotta con il pianto… ma infine non ce la fa e scoppia in pianto, gemendo: «Mamma! Mamma!».
10Tutti, Gesù e Maria per i primi, si volgono, e tutti cercano riparare o sapere chi è il bambino. Maria d’Alfeo accorre, e accorre Pietro – erano insieme – dicendo entrambi: «Perché piangi?».
11Ma prima che fra il suo grande pianto Jabé possa trovare fiato per parlare, è accorsa Maria e lo ha preso in braccio dicendo: «Sì, figliolino mio, la Mamma! Non piangere più… e scusa se non ti ho visto prima. Ecco, amici, il mio figliolino…».
12Si capisce che Gesù, nel fare i pochi metri, le deve avere detto: «È un orfanello che ho preso con Me». Il resto lo ha intuito Maria.
13Il bambino piange ancora, ma meno desolatamente, e posto che Maria lo tiene in braccio e lo bacia, finisce col sorridere col visetto ancora lavato di pianto.
14«Vieni che ti asciugo tutte queste lacrime. Non devi piangere più! Dammi un bacio…»
Jabé… non chiedeva che quello, e dopo tante carezze di uomini barbuti si crogiola tutto nel baciare la guancia liscia di Maria.
15Ma Gesù ha cercato e scorto Giovanni di Endor e lo va a prendere nel suo angolino remoto. E mentre tutti gli apostoli salutano Maria, Gesù viene a Lei tenendo per mano Giovanni di Endor e dice: «Ecco, Madre, l’altro discepolo. Questi due figli ti ha ottenuto il tuo comando».
16«La tua ubbidienza, Figlio» ripete Maria, e poi saluta l’uomo dicendo: «La Pace è con te».
17L’uomo, il rude, inquieto uomo di Endor, che tanto si è già mutato da quel mattino in cui il capriccio dell’Iscariota ha portato Gesù a Endor, finisce di spogliarsi del suo passato mentre si inchina a Maria. Io credo sia così, tanto il volto che si rialza dopo il profondo inchino appare sereno, veramente «pacificato».
In casa di Simone
18Si avviano tutti verso la casa di Simone: Maria con Jabé in braccio, Gesù tenendo per mano Giovanni di Endor e poi, intorno e dietro, Lazzaro e Marta, gli apostoli con Massimino, Isacco, Giuseppe, Timoneo.
19Entrano nella casa sulla cui soglia il vecchio servo di Simone venera Gesù e il suo padrone. «La pace a te, Giuseppe, e a questa casa» dice Gesù alzando la mano a benedire dopo averla posata sulla testa bianca del vecchio servitore.
20Lazzaro e Marta, dopo la prima gioia, sono un poco tristi, e Gesù chiede: «Perché, amici?».
21«Perché Tu non sei con noi, e perché tutti vengono a Te meno l’anima che vorremmo fosse tua».
22«Fortificate pazienza, speranza e preghiera. E poi, Io sono con voi. Questa casa!… Questa casa non è che il nido da cui il Figlio dell’uomo volerà ogni giorno dai cari amici, così vicini nello spazio, ma, se si considera la cosa soprannaturalmente, infinitamente più vicini nell’amore. Voi siete nel mio cuore ed Io sono nel vostro. Si può essere più vicini di così? Ma questa sera staremo insieme. Vogliate sedervi alla mia tavola».
23«Oh! povera me! Ed io qui mi ciondolo! Vieni, Salome. Abbiamo da fare!». Il grido di Maria d’Alfeo fa sorridere tutti, mentre la buona parente di Gesù si alza sollecita per andare al suo lavoro.
24Ma Marta la raggiunge: «Non ti preoccupare, Maria, per il cibo. Vado a dare ordini. Tu prepara solo le mense. Ti manderò sedili sufficienti e quanto abbisogna. Vieni, Marcella. Torno subito, Maestro».
Storia di Jabè – Marziam
25«Ho visto Giuseppe d’Arimatea, Lazzaro. Lunedì viene qui con degli amici».
«Oh! allora quel giorno sei mio!».
26«Sì. Viene per stare insieme, ma anche per combinare per una cerimonia che si riflette a Jabé. Giovanni, porta il bambino sulla terrazza. Si divertirà».
27Giovanni di Zebedeo, ubbidiente sempre, si alza subito dal suo posto, e dopo poco si sente il cinguettio del bambino e le sue piccole pedate sulla terrazza che cinge la casa.
28«Il bambino» spiega Gesù alla Madre, agli amici, alle donne, fra cui è Marta, che ha volato per non perdere un minuto di gioia presso il Maestro, «è nipote di un contadino di Doras. Sono passato da Esdrelon… È vero che i campi sono una desolazione e che li vuole vendere?».
29«Una desolazione lo sono. Della vendita non so. Un contadino di Giocana me ne ha accennato. Ma non so se è cosa sicura».
30«Se li vendesse… li comprerei volentieri per avere un asilo per Te anche in mezzo a quel nido di serpenti».
«Non credo che ci riuscirai. Giocana è pronto a prenderli».
31«Vedremo… Ma continua il racconto. Che contadini sono? Quelli di prima li ha tutti sparsi».
32«Sì. Questi vengono dalle sue terre di Giudea, almeno il vecchio che è parente del bambino. Il bambino era tenuto nel bosco, come un animale selvatico, perché Doras non lo scorgesse… e vi è dall’inverno…»
33«Oh! povero bambino! Ma perché?». Le donne sono tutte commosse.
«Perché suo padre e sua madre sono rimasti sepolti dalla frana nei pressi di Emmaus. Tutti: padre, madre, fratellini. Lui è vissuto perché non era in casa. Lo hanno condotto dal vecchio padre. Ma che poteva un contadino di Doras? Tu, Isacco, hai parlato di Me come di un salvatore, anche per questo caso».
34«Ho fatto male, Signore?» chiede umilmente Isacco.
«Hai fatto bene. Dio lo voleva. Il vecchio mi ha dato il bambino, che deve anche divenire maggiorenne in questi giorni».
35«Oh! miserello! Così piccolo a dodici anni?! Il mio Giuda era alto quasi il doppio a quell’età… E Gesù? Che fiore!» dice Maria d’Alfeo.
E Salome: «Anche i miei figli erano ben più forti!».
Marta mormora: «Veramente è ben piccolino! Credevo non avesse ancora dieci anni».
36«Eh! la fame è brutta! E la deve avere fatta da quando fu al mondo. Ora poi… Cosa gli doveva dare il vecchio, se là si muore tutti di fame?» dice Pietro.
«Sì, ha molto sofferto. Ma è molto buono e intelligente. L’ho preso per consolare il vecchio e il bambino».
37«Lo adotti?» chiede Lazzaro.
«No. Non posso».
«Allora lo prendo io».
Il manto regale del Messia
38Pietro si vede dileguare la speranza e ha un gemito vero e proprio: «Signore! Tutto a lui?».
39Gesù sorride: «Lazzaro, tu hai già fatto tanto e te ne sono grato. Ma questo bambino non te lo posso confidare. E il “nostro” bambino. Di tutti noi. La gioia degli apostoli e del Maestro. Inoltre qui crescerebbe fra il fasto. Io gli voglio fare dono del mio manto regale: “l’onesta povertà”. Quella che il Figlio dell’uomo volle per Sé, per poter avvicinare tutte le più grandi miserie senza mortificare nessuno. Tu hai avuto anche di recente un mio dono…»
40«Ah! sì! Il vecchio patriarca e sua figlia. Molto attiva la donna, e il vecchio molto buono».
41«Dove sono ora? Voglio dire: in quale luogo?».
«Ma qui, a Betania. Ti pare che volessi allontanare la benedizione che Tu mi mandavi? La donna è al lino. Ci vogliono mani leggere ed esperte per quel lavoro. Il vecchio, posto che vuole proprio lavorare, l’ho messo agli alveari. Ieri – vero, sorella? – aveva la lunga barba tutta d’oro. Le api, sciamando, si erano attaccate tutte a quel barbone, ed egli parlava loro come a tante figlie. È felice».
«Lo credo! Che tu sia benedetto!» dice Gesù.
Gara di solidarietà
42«Grazie, Maestro. Ma quel bambino ti costerà! Mi permetterai almeno.»
«Ci penso io alla sua veste di festa» strilla Pietro. Ridono tutti per l’impulsività del grido.
43«Va bene. Ma avrà bisogno di altre vesti. Simone, sii buono. Sono anche io senza bambini. Lascia che io e Marta ci si consoli pensando a delle piccole vesti da fare».
44Pietro, così pregato, si commuove subito e dice: «Le vesti… sì… Ma la veste per mercoledì la prendo io. Me l’ha promesso il Maestro, e ha detto che andrò con la Madre ad acquistarla domani». Pietro dice tutto per paura di qualche mutazione in suo sfavore.
45Gesù sorride e dice: «Sì, Madre. Ti prego di andare domani con Simone. Altrimenti quest’uomo mi muore d’affanno. Lo consiglierai nella scelta».
«Io ho detto: veste rossa e cintura verde. Starà molto bene. Meglio che con quel colore che ha ora».
46«Rosso andrà molto bene. Anche Gesù era vestito di rosso. Ma io direi che starebbe meglio sul rosso una cintura rossa, o almeno ricamata in rosso» dice dolcemente Maria.
«Io dicevo così perché vedo che Giuda, che è bruno, sta molto bene con quelle strisce verdi sull’abito rosso».
47«Ma queste non sono verdi, amico!» ride l’Iscariota.
«No? E che colore è allora?».
48«Questo colore è detto “vena d’agata”»
«E che vuoi che ne sappia io?! Mi pareva verde. L’ho visto anche sulle foglie…»
49Maria SS. interviene benigna: «Simone ha ragione. È il colore esatto che prendono le foglie alle prime acque di tisri…».
50«Ecco! e siccome le foglie sono verdi io dicevo che era verde» termina contento Pietro. La Soave ha messo pace e gioia anche in questa piccola cosa.
10. Fra i sepolcri vivi dei lebbrosi[27]
Ferie apostoliche
18Ecco Gesù che viene dalla casa di Lazzaro insieme allo stesso, e al bambino che gli corre incontro dice: «La pace fra noi, Marjziam. Diamoci il bacio di pace».
19Lazzaro, salutato dal bambino, lo carezza e gli dà un dolcetto.
20Tutti si riuniscono intorno a Gesù. Anche Maria, rivestita di una veste di lino color turchese su cui è drappeggiato il mantello più scuro, viene verso suo Figlio sorridendo. «Possiamo andare, allora» dice Gesù.
21«Tu, Simone, colla Madre mia e il bambino, se proprio vuoi spendere anche ora che Lazzaro ha provveduto».
22«Ma certo! E poi… potrò dire di avere potuto per una volta camminare al fianco di tua Madre. Grande onore».
23«E allora vai. Tu, Simone, mi accompagnerai dai tuoi amici lebbrosi…».
24«Davvero, Maestro? Allora se permetti vado avanti di corsa, a radunarli… Mi raggiungerai. Tanto lo sai dove sono…».
25«Va bene. Vai. Gli altri facciano quello che credono. Siete tutti liberi fino a mercoledì mattina. All’ora di terza tutti alla porta Dorata».
26«Io vengo con Te, Maestro» dice Giovanni.
«Io pure» dice Giacomo suo fratello.
«Ed anche noi» dicono i due cugini.
«Vengo anche io» dice Matteo, e con lui lo dice Andrea.
27«E io? Vorrei venire anche io… ma se vado per le spese non posso venire…» dice Pietro, preso fra due voglie.
28«Si può fare. Prima si va dai lebbrosi, intanto mia Madre col bambino va in una casa amica di Ofel. Poi la raggiungiamo e tu vai con Lei, mentre Io e gli altri andiamo da Giovanna. Ci riuniremo al Getsemni per il cibo, e poi verso il tramonto torneremo qui».
29«Io, se permetti, vado da alcuni amici…» dice Giuda Iscariota.
«Ma l’ho detto. Fate quello che credete».
30«Allora io andrò dai parenti. Forse è già venuto mio padre. Se c’è te lo conduco» dice Tommaso.
31«Noi due, che dici Filippo? Si potrebbe andare da Samuele».
«Ben detto» risponde questo a Bartolomeo.
32«E tu, Giovanni?» chiede Gesù all’uomo di Endor. «Preferisci rimanere qui per sistemare i tuoi libri o venire con Me?».
33«Veramente preferirei venire con Te… I libri… mi piacciono già meno. Preferisco leggere Te, Libro vivente».
34«Allora vieni. Addio, Lazzaro, a.…»
35«Ma vengo anche io. Le gambe stanno un poco meglio e ti lascerò, dopo i lebbrosi, andando al Getsemni ad attenderti».
36«Andiamo. La pace a voi, donne».
37Fino alle vicinanze di Gerusalemme stanno tutti uniti. Poi si separano, andando l’Iscariota per conto suo, entrando in città probabilmente da quella porta che è verso la torre Antonia; mentre Tommaso, con Filippo e Natanaele, fanno ancora qualche decina di metri con Gesù e i compagni e poi entrano in città dal sobborgo di Ofel, insieme a Maria e al bambino.
Fra i sepolcri di Siloan
38«E ora andiamo da questi infelici!» dice Gesù e, volgendo le spalle alla città, va verso un luogo desolato, situato sulle pendici di un colle roccioso che è fra le due strade che da Gerico portano a Gerusalemme. Uno strano luogo fatto come a gradinate, dopo la prima salita sulla quale si inerpica un sentiero, di modo che il primo balzo è sopraelevato a picco per almeno tre metri sul sentiero, e così il secondo. Arido, morto… Tristissimo.
39«Maestro» grida Simone lo Zelote «sono qui. Fermati che ti insegno la via…» e lo Zelote, che si era addossato alla roccia per avere un poco d’ombra, viene avanti e conduce Gesù per un sentiero a gradini diretto verso il Getsemani, ma separato da questo dalla strada che dal monte Uliveto va a Betania.
40«Eccoci. Fra i sepolcri di Siloan io vissi, e qui ci sono i miei amici. Parte di essi. Gli altri sono a Ben Innom, ma non possono venire… Dovrebbero traversare la strada e sarebbero visti».
41«Andremo anche da loro».
«Grazie! Per loro e per me».
42«Ve ne sono molti?».
«L’inverno ha ucciso i più. Ma qui ce ne sono ancora cinque di quelli ai quali io avevo parlato. Ti attendono. Eccoli sull’orlo del loro ergastolo… Saranno una decina di mostri. Dico «saranno» perché, se cinque sono ben visibili, in piedi, gli altri, e per il grigiore della pelle e per la deformità del volto e per il loro sporgere appena dalla sassaia, si distinguono così male che potrebbero essere più come meno. Fra quelli in piedi vi è una sola donna. La dicono tale solamente i capelli incanutiti e incolti che cadono duri e sporchi giù per le spalle sino alla cintura. Ma per il resto non si distingue il sesso, perché la malattia, ben avanzata, l’ha scheletrita annullando ogni curva femminile, così come negli uomini uno solo mostra ancora una traccia di baffi e barba. Gli altri sono stati rasati dal morbo distruttore.
43Gridano: «Gesù, Salvatore nostro, pietà di noi!» e tendono le mani deformi o impiagate. «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà!».
44«Che volete che Io vi faccia?» chiede Gesù alzando il volto verso quelle miserie. Che Tu ci salvi dal peccato e dalla malattia.
45«Dal peccato salva la volontà e il pentimento…»
46«Ma, se Tu vuoi, puoi cancellare i nostri peccati. Quelli almeno, se non vuoi guarire i nostri corpi».
47«Se Io vi dico: “Scegliete fra le due cose”, quale volete?».
«Il perdono di Dio, Signore. Per essere meno desolati».
48Gesù fa un cenno d’approvazione, sorridendo luminosamente, e poi alza le braccia e grida: «Siate esauditi. Lo voglio».
49Esauditi! Può essere per il peccato come per la malattia, o per tutte e due le cose, e i cinque infelici restano incerti. Ma incerti non sono gli apostoli, e non possono che urlare il loro osanna vedendo la lebbra sparire rapida come sparisce il fiocco di neve caduto su un fuoco. E allora i cinque comprendono di essere stati esauditi completamente. Il loro grido risuona come uno squillo di vittoria. Si abbracciano fra di loro e gettano baci a Gesù non potendo precipitarsi ai suoi piedi, e poi si volgono ai compagni dicendo: «E voi non volete ancora credere? Ma che infelici siete?».
50«Buoni! Siate buoni! I poveri fratelli hanno bisogno di pensare. Non dite loro nulla. La fede non si impone, si predica con pace, dolcezza, pazienza, costanza. Quello che voi farete dopo la vostra purificazione, come Simone fece con voi. Del resto, il miracolo predica già di suo. Voi, guariti, andrete dal sacerdote al più presto. Voi, malati, attendeteci a sera. Vi porteremo cibarie. La pace sia con voi.»
51Gesù scende di nuovo sulla via seguito dalle benedizioni di tutti.
I lebbrosi della Geenna di Ben Hinnom
52«Ed ora andiamo a Ben Hinnom» dice Gesù.
53«Maestro… io vorrei venire. Ma comprendo che non posso. Vado al Getsemani» dice Lazzaro.
«Vai, vai, Lazzaro. La pace sia con te».
54Mentre Lazzaro lentamente si avvia, Giovanni apostolo dice: «Maestro, io lo accompagno. Fa fatica e la stradetta non è molto buona. Poi ti raggiungo a Ben Hinnom».
«Vai pure. Andiamo».
11. La fede e l’anima spiegate ai pagani con la parabola dei templi[28].
Come costruire la Fede
Attesa dei gentili
1Nella pace del sabato Gesù si riposa presso un campo di lino tutto in fiore appartenente a Lazzaro. Più che presso, direi che si è immerso nell’alto lino e, seduto sull’orlo di un solco, si assorbe nei suoi pensieri. Non c’è vicino a Lui che qualche silenziosa farfalla o qualche frusciante lucertola, che lo guarda con gli occhietti di giaietto, alzando il capino triangolare dalla gola chiara e palpitante. E null’altro. Nell’ora tarda del meriggio tace anche il minimo soffio di vento fra gli alti steli.
2Da lontano, forse dal giardino di Lazzaro, viene la canzone di una donna, e con essa i gridi festosi del bambino che giuoca con qualcuno. Poi una, due, tre voci che chiamano: «Maestro!», «Gesù!».
3Gesù si scuote e si alza. Per quanto il lino, al suo completo sviluppo, sia molto alto, Gesù emerge per un bel pezzo da questo mare verde e azzurro.
«Eccolo là, Giovanni!» grida lo Zelote.
E Giovanni a sua volta chiama: «Madre! Il Maestro è qui, nel lino».
E, mentre Gesù si avvicina al sentiero che porta verso le case, ecco giungere Maria.
4«Che vuoi, Madre?».
«Figlio mio, sono arrivati dei gentili con delle donne. Dicono di avere saputo da Giovanna che Tu sei qui. Dicono anche che ti hanno atteso per tutti questi giorni presso l’Antonia…».
5«Ah! ho capito! Vengo subito. Dove sono?».
«In casa di Lazzaro, nel suo giardino. Egli è amato dai romani e non ne ha il ribrezzo che ne abbiamo noi. Li ha fatti entrare, coi loro carri, nell’ampio giardino per non dare scandalo a nessuno».
«Va bene, Madre. Sono soldati e dame romane. Lo so».
Desiderio di luce
6«E che vogliono da Te?»
«Quello che molti in Israele non vogliono: Luce».
7«Ma come e cosa ti credono? Dio, forse?».
«A modo loro sì. Per loro è facile accogliere l’idea di una incarnazione di un dio in carne mortale, più che fra di noi».
8«Allora sono giunti a credere nella tua fede…»
«Non ancora, Mamma. Prima devo distruggere la loro. Per adesso Io sono per loro un sapiente, un filosofo, come loro dicono. Ma, sia questa brama di conoscere dottrine filosofiche, sia la loro tendenza a credere possibile la incarnazione di un dio, mi aiutano molto nel portarli alla vera fede. Credilo, sono più ingenui, nel loro pensiero, di molti d’Israele»
9«Ma saranno sinceri?».
«Si dice che il Battista…»
10«No. Fosse stato per loro, Giovanni sarebbe libero e sicuro. Chi non è ribelle è lasciato stare. Anzi, ti dico, presso di loro l’essere profeti – loro dicono filosofi, perché l’elevatezza della sapienza soprannaturale per loro è sempre filosofia – è una garanzia per essere rispettati. Non essere preoccupata, Mamma. Non mi verrà da lì il male…».
11«Ma i farisei… se sanno, che diranno anche di Lazzaro? Tu… sei Tu e devi portare la Parola al mondo. Ma Lazzaro! È già tanto offeso da loro…»
«Ma è intoccabile. Lo sanno protetto da Roma».
12«Ti lascio, Figlio mio. Ecco Massimino per condurti ai gentili» e Maria, che aveva camminato al fianco di Gesù per tutto questo tempo, si ritira svelta, andando verso la casa dello Zelote, mentre Gesù entra da una porticina di ferro, aperta nella cinta del giardino, in una parte remota di esso, là dove il giardino si muta in frutteto, presso cioè al luogo dove, in futuro, sarebbe stato sepolto Lazzaro.
13Là è anche Lazzaro e nessun altro: «Maestro, mi sono permesso di ospitarli…»
«Hai fatto bene. Dove sono?»
«Là in quell’ombra di bossi e lauri. Come vedi, sono lontani almeno cinquecento passi dalla casa».
«Va bene, va bene… La Luce venga a voi tutti».
14«Salve, Maestro!» saluta Quintilliano, vestito da cittadino.
15Le dame si alzano per salutare. Sono Plautina, Valeria e Lidia, più un’altra, anziana, che non so chi sia né che sia, se dello stesso grado o di grado inferiore. Sono tutte vestite molto semplicemente e nulla le distingue.
16«Abbiamo voluto sentirti. Tu non sei mai venuto. Ero di… guardia al tuo arrivo. Ma non ti ho mai visto».
17«Io pure non ho mai visto un milite, che mi era amico, alla porta dei Pesci. Aveva nome Alessandro…»
18«Alessandro? Non so di preciso se è quello. Ma so che tempo fa dovemmo levare, per calmare i giudei, un milite colpevole di… avere parlato con Te. Ora è ad Antiochia. Ma forse tornerà. Auf! come sono seccanti i… quelli che vogliono comandare anche ora che sono soggetti! E bisogna barcamenare per non andare a cose grosse… Ci fanno la vita difficile, credilo… Ma Tu sei buono e sapiente. Ci parli? Forse presto lascerò la Palestina. Vorrei avere qualcosa di Te da ricordare».
19«Vi parlerò. Sì. Non deludo mai. Che volete sapere?».
Quintilliano guarda le dame interrogativamente… Quello che vuoi, Maestro» dice Valeria.
Parabola dei templi
20Plautina si alza di nuovo e dice: «Ho molto pensato… avrei tanto da conoscere… tutto, per giudicare. Ma, se è lecito chiedere, vorrei sapere come si costruisce una fede, la tua, per esempio, su un terreno che Tu hai detto privo di fede vera. Hai detto che le nostre credenze sono vane. Allora rimaniamo senza nulla. Come giungere ad avere?».
21«Prenderò l’esempio da una cosa che voi avete. I templi. I vostri edifici sacri, veramente belli, la cui unica imperfezione è di essere dedicati al Nulla, vi possono insegnare come si può giungere ad avere una fede e dove collocare la fede. Osservate. Dove vengono costruiti? Quale luogo è possibilmente scelto per essi? Come sono costruiti? Il luogo generalmente è spazioso, libero ed elevato. E, se spazioso e libero non è, lo si fa tale demolendo quanto lo ingombra e stringe. Se non è elevato lo si sopraeleva su uno stereobate più elevato di quello usuale di tre gradini, usato per i templi posti già su una naturale elevazione. Chiusi in una cinta sacra, per lo più, e formata da colonnati e portici entro cui sono chiusi gli alberi sacri agli dèi, fontane e altari, statue e stele, sono preceduti solitamente dal propileo, oltre il quale è l’altare dove vengono fatte le preci al nume. Di fronte a questo vi è il luogo del sacrificio, perché il sacrificio precede la preghiera. Molte volte, e specie nei più grandiosi, il peristilio li cinge di una ghirlanda di marmi preziosi. Nell’interno vi è il vestibolo anteriore, esterno o interno al peristilio, la cella del nume, il vestibolo posteriore. Marmi, statue, frontoni, acroteri e timpani, tutti politi, preziosi, decorati, fanno del tempio un edificio nobilissimo anche alla vista più rozza. Non è così?».
22«Così è, Maestro. Li hai visti e studiati molto bene» conferma e loda Plautina.
23«Ma se ci consta che non è mai uscito dalla Palestina!?» esclama Quintilliano.
24«Non sono mai uscito per andare a Roma o ad Atene. Ma non ignoro l’architettura di Grecia e di Roma, e nel genio dell’uomo che ha decorato il Partenone Io ero presente, perché Io sono dovunque è vita e manifestazione di vita. Là dove un saggio pensa, uno scultore scolpisce, un poeta compone, una madre canta su una cuna, un uomo fatica sui solchi, un medico lotta con i morbi, un vivente respira, un animale vive, un albero vegeta, là Io sono insieme a Colui da cui vengo. Nel boato del terremoto o nel fragore dei fulmini, nella luce delle stelle o nel flusso delle maree, nel volo dell’aquila o nel sibilo della zanzara, Io sono col Creatore altissimo»[29].
25«Sicché… Tu… Tu sai tutto? E il pensiero e le opere umane?» chiede ancora Quintilliano.
«Io so».
Come costruire la fede
26I romani si guardano stupiti. Un silenzio lungo e poi, timidamente, prega Valeria: «Svolgi il tuo pensiero, Maestro, perché noi si sappia cosa fare».
27«Sì. La fede si costruisce come si costruiscono i templi di cui siete tanto orgogliosi. Si fa spazio al tempio, si fa libertà intorno ad esso, si fa elevazione ad esso».
28«Ma il tempio dove mettere la fede, questa deità vera, dove è?» chiede Plautina.
«Non è deità, Plautina, la fede. È una virtù. Non vi sono deità nella fede vera. Ma vi è un unico e vero Dio».
29«Allora… Egli è lassù, solo, nel suo Olimpo? E che fa se è solo?».
30«Basta a Sé stesso e si occupa di ogni cosa che è nel creato. Ti ho detto prima: anche al sibilo della zanzara è presente Dio. Non si annoia, non dubitare. Non è un povero uomo, padrone di un immenso impero in cui si sente odiato e in cui vive tremando. È l’Amore, e vive amando. La sua Vita è Amore continuo. Basta a Sé stesso perché è infinito e potentissimo, è la Perfezione. Ma tante sono le cose create, che vivono per il suo continuo volere, che Egli non ha tempo di annoiarsi. La noia è frutto dell’ozio e del vizio. Nel Cielo del vero Dio non vi è ozio e non vi è vizio. Ma presto Egli avrà, oltre agli angeli che ora lo servono, un popolo di giusti giubilanti in Lui, e sempre più questo popolo si accrescerà per i credenti futuri nel vero Dio».
31«Gli angeli sarebbero i geni?» chiede Lidia.
«No. Sono esseri spirituali, come lo è Dio che li ha creati».
32«E i geni che sono allora?».
33«Quali voi li immaginate sono menzogna. Non esistono, così come voi li immaginate. Ma per quell’istintivo bisogno dell’uomo di cercare la verità – e questo per pungolo dell’anima che è viva e presente anche nei pagani, e sofferente in essi, perché è delusa nel suo desiderio, perché è affamata nella sua nostalgia del Dio vero che essa sola ricorda, in quel corpo in cui ella abita e che è retto da una mente pagana – anche voi avete sentito che l’uomo non è solo carne, e che al suo peribile corpo è unito un che di immortale. E così lo hanno le città e le nazioni. Ecco allora che credete, che sentite il bisogno di credere ai “geni”. E vi date il genio individuale, quello della famiglia, della città, delle nazioni. Voi avete il “genio di Roma”. Avete il “genio dell’imperatore” E li adorate come divinità minori. Entrate nella vera fede. Avrete conoscenza ed amicizia dell’angelo vostro, al quale darete venerazione, non adorazione. Solo Dio va adorato».
L’anima la sua natura la sua formazione
Origine e natura dell’anima
34«Hai detto: “Pungolo dell’anima che è viva e presente anche nei pagani, e sofferente in essi perché delusa. Ma l’anima da chi viene?» Domanda Publio Quintilliano.
«Da Dio. Egli è il Creatore»[30].
«Ma non nasciamo da donna per connubio con uomo? Anche i nostri dèi sono generati così».
35«I vostri dèi non sono. Sono i fantasmi del vostro pensiero che ha bisogno di credere. Perché questo bisogno è più imperioso di quello del respirare. Anche chi dice di non credere crede. A qualcosa crede. Il fatto solo di dire: “Io non credo in Dio” presuppone un’altra fede. In sé stesso, magari, nella propria mente superba. Ma credere si crede sempre. È come il pensiero. Se voi dite: “Io non voglio pensare” oppure: “Io non credo a Dio”, solo per queste due frasi che dite mostrate di pensare che non volete credere a Quello che sapete esistere e che non volete pensare. Circa l’uomo, per essere esatti nell’esprimere il concetto, dovete dire: «L’uomo è generato come tutti gli animali da un connubio fra maschio e femmina. Ma l’anima, ossia quella cosa che differenzia l’animale-uomo dall’animale bruto, viene da Dio. Egli la crea di volta in volta che un uomo è generato, meglio, è concepito in un seno, e la innesta in questa carne che altrimenti sarebbe solamente animale”.»
36«E noi l’abbiamo? Noi pagani? A sentire i tuoi connazionali non parrebbe…» dice ironico Quintilliano.
«Ogni nato da donna l’ha».
37«Tu hai detto però che il peccato la uccide. Come allora in noi peccatori è viva?» chiede Plautina.
38«Voi non peccate nella fede, credendo di essere nel Vero. Quando conoscerete la Verità e persisterete nell’errore, allora peccherete. Ugualmente molte cose, che per gli israeliti sono peccato, per voi non lo sono. Perché nessuna legge divina ve le proibisce. Il peccato è quando uno scientemente si ribella all’ordine dato da Dio e dice: “So che ciò che faccio è male. Ma lo voglio fare ugualmente”. Dio è giusto. Non può punire uno che fa il male credendo di fare il bene. Punisce chi, avendo avuto modo di conoscere Bene e Male, sceglie quest’ultimo e vi persiste».
39«Allora in noi l’anima è, e viva e presente?».
«Sì».
40«È sofferente? Credi proprio che essa si ricordi di Dio? Noi non ci ricordiamo del seno che ci ha portati. Non potremmo dire come era fatto nel suo interno. L’anima, se ho ben capito, viene spiritualmente generata da Dio. Può mai ricordarsi di questo se il corpo non ricorda la lunga sosta nel seno?».
41«L’anima non è bruta, Plautina. Il feto sì. L’anima è, a somiglianza di Dio, eterna e spirituale. Eterna dal momento che viene creata, mentre Dio è il perfettissimo Eterno e perciò non ha principio nel tempo come non avrà fine. L’anima, lucida, intelligente, spirituale, opera di Dio, si ricorda. E soffre perché desidera Dio, il vero Dio da cui viene, e ha fame di Dio. Ecco perché pungola il corpo torpido a cercare di accostarsi a Dio».
Le tre fasi di formazione dell’anima
42«Allora noi abbiamo un’anima come l’hanno quelli che voi dite “giusti” del vostro popolo? Proprio uguale?».
43«No, Plautina. A seconda di quello che intendi dire, cambia. Se vuoi dire per l’origine e la natura, è in tutto uguale a quella dei nostri santi. Se dici per formazione, allora ti dico che è già diversa. Se poi vuoi dire per perfezione raggiunta avanti la morte, allora la diversità può essere assoluta. Ma questo non solo in voi pagani. Anche un figlio di questo popolo può essere assolutamente diverso, nella vita futura, da un santo.
44L’anima subisce tre fasi. La prima è di creazione[31]. La seconda di ricreazione[32]. La terza di perfezione[33]. La prima è comune a tutti gli uomini. La seconda è propria dei giusti che con la loro volontà portano l’anima ad una rinascita ancora più completa, unendo le loro buone azioni alla bontà dell’opera di Dio, e fanno perciò un’anima già spiritualmente più perfetta della prima; per cui fanno, fra la prima e la terza, da anello di congiunzione. La terza è propria dei beati, o santi se così vi piace, i quali hanno superato di mille e mille gradi l’iniziale anima loro, adatta all’uomo, e ne hanno fatto un che di adatto a riposare in Dio».
Applicazione della parabola
45«Come possiamo fare spazio, libertà, elevazione all’anima?».
«Con l’abbattere le inutili cose che avete nel vostro io. Liberarlo da tutte le idee sbagliate, e coi detriti di queste demolizioni fare l’elevazione per il tempio sovrano. L’anima va portata sempre più in alto, sui tre gradini.
46Oh! voi romani amate i simboli. Guardate i tre gradini alla luce del simbolo. Possono dirvi i loro nomi: penitenza, pazienza, costanza. Oppure: umiltà, purezza, giustizia. Oppure: sapienza, generosità, misericordia. O infine il trinomio splendido: fede, speranza, carità. Guardate ancora il simbolo della cinta che, ornata e robusta, cinge l’area del tempio. Occorre saper circondare l’anima, regina del corpo, tempio allo Spirito eterno, di una barriera che la difenda senza però impedirle la luce né opprimerla con la vista di brutture. Una cinta sicura, e scalpellata dal desiderio di amore, da ciò che è inferiore: la carne e il sangue, verso ciò che è superiore: lo spirito. Scalpellare con la volontà. Levare angoli, scheggiature, macchie, vene di debolezza dal marmo del nostro io perché sia perfetto intorno all’anima. E nello stesso tempo, della cinta messa a riparo del tempio, fare misericordioso rifugio ai più infelici che non conoscono ciò che è Carità.
47I portici: l’effondersi dell’amore, della pietà, del desiderio che altri vengano a Dio, simili ad amorose braccia che si stendono a far velo sulla cuna di un orfano. E oltre la cinta le piante più belle e più profumate, omaggio al Creatore. Seminate sul terreno prima nudo e poi coltivate le piante: le virtù d’ogni nome, la seconda cinta viva e fiorita intorno al sacrario; e fra le piante, fra le virtù, le fontane, altro amore, altra purificazione prima di accostarsi al propileo vicino al quale, e prima di salire all’altare, si deve compiere il sacrificio della carnalità, svenarsi delle lussurie. E poi passare oltre, all’altare, per deporvi l’offerta, e poi ancora accostarsi alla cella dove è Dio, superando il vestibolo. E la cella che sarà? Una dovizia di spirituali ricchezze perché nulla è mai troppo per fare cornice a Dio.
48Avete inteso? Mi avete chiesto come si costruisce la fede. Vi ho detto: “secondo il metodo con cui si alzano i templi”. Vedete che è vero. Avete altro da dirmi?».
49«No, Maestro. Credo che Flavia abbia scritto le cose che hai detto. Claudia le vuole sapere. Hai scritto?».
«Esattamente» dice la donna passando le tavolette cerate.
«Ci rimarrà per poterle rileggere» dice Plautina.
50«È cera. Si cancella. Scrivetevele nei cuori. Non si cancellerà più».
51«Maestro, sono ingombri di templi vani. Vi gettiamo contro la tua Parola per atterrarli. Ma è lavoro lungo» dice Plautina con un sospiro. E termina: «Ricordati di noi presso il tuo Cielo…».
52«Andate sicure che lo farò. Vi lascio. Sappiate che la vostra venuta mi è stata cara. Addio, Publio Quintilliano. Ricordati di Gesù di Nazareth».
53Le dame salutano e se ne vanno per prime. Poi, pensieroso, se ne va Quintilliano. Gesù li guarda andare in compagnia di Massimino, che li riconduce ai loro carri.
Commenti con Lazzaro
54«Che pensi, Maestro?» chiede Lazzaro.
«Che vi sono molti infelici al mondo».
«E io sono uno di quelli».
55«Perché, amico mio?».
«Perché tutti vengono a Te, e Maria no. È dunque la rovina più grande?».
56Gesù lo guarda e sorride. «Tu sorridi? Ma non ti duole che Maria sia inconvertibile? Non ti duole che io soffra? Marta non fa che piangere dalla sera del lunedì. Chi era quella donna? Non sai che per una intera giornata abbiamo sperato fosse lei?».
57«Sorrido perché sei un bambino impaziente… E sorrido perché penso che sprecate male energia e lacrime. Fosse stata lei, Io sarei corso a dirvelo».
58«Allora non era proprio?».
«Oh! Lazzaro! …».
58«Hai ragione. Pazienza! Ancora pazienza!… Ecco, Maestro, i gioielli che mi hai dato per la vendita. Sono divenuti denaro per i poveri. Erano molto belli. Di donna».
«Erano di “quella” donna».
59«Me lo sono immaginato. Ah! fossero stati di Maria… Ma lei, ma lei!… Perdo la speranza, mio Signore! …».
60Gesù lo abbraccia senza parlare per un poco. Poi dice: «Ti prego tacere di questi gioielli con chicchessia. Ella deve scomparire dalle ammirazioni e dagli appetiti, come una nuvola che il vento porta altrove senza che ne resti traccia sull’azzurro».
61«Sta’ sicuro, Maestro… e, in cambio, portami Maria, la nostra infelice Maria…».
62«La pace sia con te, Lazzaro. Quel che ho promesso farò».
12. La parabola del figlio prodigo[34].
Metodo per rinascere uomo nuovo
Ricostruire l’anima
1«Giovanni di Endor, vieni qui con Me. Ti devo parlare», dice Gesù affacciandosi sull’uscio.
L’uomo accorre lasciando il bambino al quale insegnava qualcosa. «Che mi vuoi dire, Maestro?», chiede.
«Vieni con Me qui sopra».
2Salgono sulla terrazza e si siedono dalla parte più riparata perché, per quanto sia mattina, il sole è già forte. Gesù gira lo sguardo sulla campagna coltivata, in cui i grani di giorno in giorno divengono d’oro e gli alberi gonfiano le loro frutta. Pare volere attingere il pensiero da quella metamorfosi vegetale.
3«Senti, Giovanni. Oggi Io credo che verrà Isacco per condurmi i contadini di Giocana prima della loro partenza. Ho detto a Lazzaro di prestare a Isacco un carro per fare loro accelerare il ritorno senza tema di giungere con un ritardo che provocherebbe loro un castigo. E Lazzaro lo fa. Perché Lazzaro fa tutto ciò che Io dico. Ma da te voglio un’altra cosa. Ho qui una somma che mi è stata data da una creatura per i poveri del Signore. Generalmente è un mio apostolo l’incaricato di tenere le monete e di dare gli oboli. È Giuda di Keriot generalmente; qualche volta gli altri. Giuda non è presente. Gli altri non voglio siano a cognizione di quel che voglio fare. Anche Giuda questa volta non lo sarebbe. Lo farai tu, in mio nome…».
«Io, Signore? … Io? … Oh! non ne sono degno! …».
4«Ti devi abituare a lavorare in mio nome. Non sei venuto per questo?».
«Sì. Ma pensavo dovere lavorare a ricostruire la povera anima mia».
5«E Io te ne do il mezzo. In che hai peccato? Contro la misericordia e l’amore. Con l’odio hai demolito la tua anima. Con l’amore e la misericordia la ricostruirai. Io te ne darò il materiale. Ti adibirò particolarmente alle opere di misericordia e di amore. Tu sei anche capace di curare, tu sei capace di parlare. Per questo sei atto ad avere cura delle infelicità fisiche e morali, e hai capacità di farlo. Inizierai con quest’opera. Tieni la borsa. La darai a Michea e ai suoi amici. Fànne parti uguali. Ma fàlle così come Io ti dico. La dividi per dieci, poi ne dai quattro parti a Michea: una per sé, una per Saulo, una per Gioele e una per Isaia. E le altre sei le dai a Michea perché le dia al vecchio padre di Jabé, per sé e per i suoi compagni. Potranno così avere qualche conforto».
6«Va bene ma che dico loro per giustificare?».
«Dirai: “Questo è perché vi ricordiate di pregare per un’anima che si redime”».
«Ma potranno pensare che sia io! Non è giusto!».
«Perché? Non ti vuoi redimere?».
«Non è giusto che pensino che sia io il donatore».
«Lascia, e fa’ come Io dico».
7«Ubbidisco… ma almeno concedimi di mettere anche io qualche cosa. Tanto… ora non mi occorre più nulla. Libri non ne compero più, polli da nutrire non ne ho più. A me basta tanto poco… Tieni, Maestro. Serbo solo un minimo per le spese dei sandali…», ed estrae da una borsa che aveva in cintura molte monete e le aggiunge alle monete di Gesù.
Missione speciale
8«Dio ti benedica per la tua misericordia… Giovanni, fra poco ci lasceremo perché tu andrai con Isacco».
«Me ne duole, Maestro. Ma ubbidisco».
9«Anche a Me duole di allontanarti. Ma ho tanto bisogno di discepoli peregrinanti. Io non basto più. Presto lancerò gli apostoli, poi manderò i discepoli. E tu farai molto bene. Ti serberò a speciali missioni. Intanto con Isacco ti formerai. È tanto buono e lo Spirito di Dio lo ha veramente istruito durante la lunga malattia. Ed è l’uomo che tutto ha sempre perdonato… Lasciarci, del resto, non vuole dire non vederci più. Ci incontreremo sovente, e ogni volta che ci ritroveremo parlerò per te, ricordatelo…».
10Giovanni si piega su sé stesso, si nasconde il volto fra le mani con un aspro scoppio di pianto, e geme: «Oh! allora dimmi subito qualche cosa che mi persuada che io sono perdonato… che io posso servire Dio… Se sapessi, ora che è caduto il fumo dell’odio, come vedo la mia anima… e come… e come penso a Dio…».
11«Lo so, non piangere. Resta nell’umiltà, ma non ti avvilire. L’avvilimento è ancora superbia. Solo, solo umiltà abbi. Suvvia, non piangere…».
Giovanni di Endor si calma poco a poco…
12Quando lo vede calmato, Gesù dice: «Vieni, andiamo sotto quel folto di meli e raduniamo i compagni e le donne. Parlerò a tutti, ma ti dirò come Dio ti ama».
13Scendono, radunandosi intorno gli altri man mano che vanno, e si siedono poi a cerchio sotto l’ombra del pometo. Anche Lazzaro, che parlava con lo Zelote, si aggiunge alla compagnia. Venti persone in tutto.
La parabola del figlio prodigo
Il figlio prodigo(Lc 15,11-12)[35].
14«Udite. È una bella parabola che vi guiderà con la sua luce in tanti casi.
15Un uomo aveva due figli. Il maggiore era serio, lavoratore, affezionato, ubbidiente. Il secondo era intelligente più del maggiore – che in verità era un poco ottuso e si lasciava guidare per non avere da affaticarsi a decidere da sé – ma in compenso era anche ribelle, svagato, amante del lusso e del piacere, dissipatore e ozioso. L’intelligenza è un grande dono di Dio. Ma è un dono che va usato saggiamente. Altrimenti è come certi farmaci i quali, usati in mal modo, non sanano ma uccidono. Il padre – era nel suo diritto e nel suo dovere – lo richiamava a vita più saggia. Ma senza alcun utile, tolto quello di averne male risposte e un maggior irrigidimento del figlio nelle proprie cattive idee.
16Infine un giorno, dopo una disputa più fiera, il figlio minore disse: “Dammi la mia parte dei beni. Così non sentirò più i tuoi rimproveri e i lagni del fratello. Ognuno il suo e sia finito tutto”. “Guarda” rispose il padre “che presto sarai rovinato. Che farai allora? Pensa che io non sarò ingiusto in favore di te e non riprenderò un picciolo a tuo fratello per darlo a te”. “Non ti chiederò nulla. Sta sicuro. Dammi la mia parte”.
Figlio dissoluto (Lc 15,13)[36].
17Il padre fece stimare le terre e le cose preziose e, visto che denaro e gioielli facevano tanto quanto le terre, dette al maggiore i campi e i vigneti, le mandre e gli ulivi, e al minore il denaro e i gioielli, che il giovane vendette subito mutando tutto in denaro. E fatto questo, in pochi giorni, se ne andò in lontano paese dove visse da gran signore, scialacquando tutto il suo in bagordi di ogni specie, facendosi credere un figlio di re perché si vergognava di dire: “sono campagnolo”, rinnegando perciò il padre suo. Festini, amici e amiche, vesti, vini, giuoco… vita dissoluta… Presto vide scemare la sostanza e venire avanti la miseria. E con la miseria, a farla più grave, venne nel paese una grande carestia che dette fondo ai resti della sostanza.
Figlio superbo(Lc 15,14)[37].
18Avrebbe potuto andare dal padre. Ma era superbo e non volle. Andò allora da un riccone del paese, già suo amico nei tempi buoni, e lo pregò dicendo: “Accoglimi fra i tuoi servi in ricordo di quando godesti delle mie dovizie”. Vedete voi come è stolto l’uomo! Preferisce mettersi sotto la frusta di un padrone anziché dire ad un padre: “Perdono! Ho sbagliato!”. Quel giovane aveva imparato tante cose inutili con la sua intelligenza aperta, ma non aveva voluto imparare il detto dell’Ecclesiastico: “Quanto è infame colui che abbandona il padre suo e quanto è maledetto da Dio chi fa inquietare la madre”. Era intelligente ma non sapiente.
Figlio stolto (Lc 15,15-16)[38].
19L’uomo a cui si era rivolto, in cambio del molto che aveva goduto dal giovane stolto, mise questo stolto di guardia ai porci – perché si era in paese pagano e vi erano molti porci – e lo mandò a pasturare nei suoi possessi le mandre di porci. Lurido, stracciato, puzzolente, affamato – perché il cibo era scarso per tutti i servi e specie per gli infimi, e lui, straniero mandriano di porci e deriso, era ritenuto tale – vedeva i porci satollarsi delle ghiande e sospirava: “Potessi almeno io pure empirmi il ventre di questi frutti! Ma sono troppo amari! Neppure la fame me li fa parere buoni”.
Beneficio della riflessione (Lc 15,17)[39].
20E piangeva pensando ai ricchi festini da satrapo fatti poco tempo prima fra risa, canti, danze… e pensava poi agli onesti pranzi ben nutriti della sua casa lontana, alle porzioni che il padre faceva a tutti imparzialmente, serbando per sé sempre il meno, lieto di vedere il sano appetito dei suoi figli… e pensava anche alle parti fatte ai servi da quel giusto, e sospirava: “I garzoni di mio padre, anche i più infimi, hanno pane in abbondanza… e io qui muoio di fame…”. Un lungo lavoro di riflessione, una lunga lotta per strozzare la superbia…
Frutto dell’umiltà(Lc 15,18-20)[40].
21Infine venne il giorno che, rinato nell’umiltà e nella sapienza, sorse in piedi e disse: “Io vado dal padre mio! È stolto questo orgoglio che mi fa prigione. E di che? Perché soffrire e nel corpo e più nel cuore mentre posso avere perdono e sollievo? Vado dal padre mio. È detto. Che gli dirò? Ma quello che è nato qui dentro, in questa abbiezione, fra queste lordure, fra i morsi della fame! Gli dirò: “Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami perciò come l’infimo dei tuoi garzoni, ma sopportami sotto il tuo tetto. Che io ti veda passare…”. Non potrò dirgli: “…perché ti amo”. Non lo crederebbe. Ma lo dirà la mia vita, ed egli lo comprenderà, e prima di morire mi benedirà ancora… Oh! lo spero. Perché mio padre mi ama”.
Il padre misericordioso (Lc 15,20-24)[41].
22E, tornato la sera in paese, si licenziò dal padrone, e mendicando per via tornò a casa sua. Ecco i campi paterni… e la casa… e il padre che dirigeva i lavori, invecchiato, scarnito dal dolore, ma sempre buono… Il colpevole, guardando quella rovina causata da lui, si fermò intimorito… ma il padre, girando l’occhio, lo vide e gli corse incontro, perché era ancora lontano, e raggiuntolo gli gettò le braccia al collo e lo baciò. Solo il padre aveva riconosciuto in quel mendicante avvilito la sua creatura e solo lui aveva avuto un movimento di amore.
23Il figlio, stretto fra quelle braccia, con il capo sulla spalla paterna, mormorò fra i singhiozzi: “Padre, lascia che io mi getti ai tuoi piedi”. “No, figlio mio! Non ai piedi. Sul mio cuore, che ha tanto sofferto della tua assenza e che ha bisogno di rivivere col sentire il tuo calore sul mio petto”. E il figlio, piangendo più forte, disse: “Oh! padre mio! Io ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato da te: figlio. Ma permettimi di vivere fra i tuoi servi, sotto il tuo tetto, vedendoti, mangiando il tuo pane, servendoti, bevendo il tuo alito. Ad ogni boccone di pane, ad ogni tuo respiro si riformerà il mio cuore tanto corrotto e diverrò onesto…”.
24Ma il padre, tenendolo sempre abbracciato, lo condusse verso i servi, che si erano ammucchiati in distanza e che osservavano, e disse loro: “Presto, portate qui la veste più bella e catini di acque odorose, lavatelo, profumatelo, rivestitelo, mettetegli dei calzari nuovi e un anello al dito. Poi prendete un vitello ingrassato e ammazzatelo. E si prepari un banchetto. Perché questo figlio mio era morto ed ora è risuscitato, era perduto ed è stato ritrovato. Io voglio che ora lui pure ritrovi il suo semplice amore di pargolo; e il mio amore e la festa della casa per il suo ritorno glielo devono dare. Deve capire che egli è sempre per me il caro bambino ultimo nato, quale era nella infanzia sua lontana, quando mi camminava al fianco facendomi beato col suo sorriso e il suo balbettio”. E così fecero i servi.
Il fratello maggiore(Le 15,25-30)[42].
25Il figlio maggiore era in campagna e non seppe nulla fino al suo ritorno. A sera, venendo verso casa, la vide luminosa di lumi e udì suoni di strumenti e danze uscire da essa. Chiamò un servo che correva indaffarato e gli disse: “Che avviene?”. E il servo rispose: “È tornato tuo fratello! Tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso perché ha riavuto il figlio e sano, guarito dal suo grande male, ed ha ordinato banchetto. Non si attende che te per cominciare”. Ma il primogenito, in collera perché gli pareva ingiustizia tanta festa per il minore, che oltre che minore era stato cattivo, non volle entrare e anzi fece per allontanarsi da casa.
L’amore senza misura (Lc 15,3 1-32)[43].
26Ma il padre, avvertito di questo, corse fuori e lo raggiunse tentando di convincerlo e pregandolo di non amareggiargli la sua gioia. Il primogenito rispose al padre suo: “E vuoi che io non sia inquieto? Tu fai ingiustizia e spregio al tuo primogenito. Io da quando ho potuto lavorare ti ho servito, e sono molti anni. Io non ho mai trasgredito ad un tuo comando, neppure ad un tuo desiderio. Io ti sono sempre stato vicino e ti ho amato per due per farti guarire dalla piaga fatta da mio fratello. E tu non mi hai dato neppure un capretto per godermelo cogli amici. Questo, che ti ha offeso, che ti ha abbandonato, che è stato infingardo e dissipatore e che torna ora perché è spinto dalla fame, tu lo onori e per lui ammazzi il vitello più bello. Vale la pena essere lavoratori e senza vizi! Questo non me lo dovevi fare!”.
27Il padre disse allora stringendoselo al seno: “Oh! figlio mio! E puoi credere che io non ti ami perché non stendo un velo di festa sulle tue azioni? Le tue azioni sono sante di loro, e il mondo ti loda per esse. Ma questo tuo fratello, invece, ha bisogno di essere rialzato nella stima del mondo e nella stima sua stessa. E credi tu che io non ogni mio alito e pensiero tu sei presente al mio cuore, e ad ogni attimo io ti benedico. Tu hai il premio continuo di essere sempre con me, e tutto quanto è mio è tuo. Ma era giusto banchettare e fare festa per questo tuo fratello, che era morto ed è risuscitato al Bene, che era perduto ed è stato ritornato al nostro amore”. E il primogenito si arrese.
28Così, amici miei, succede nella Casa del Padre. E chi si sa uguale al figlio minore della parabola pensi pure che, se lo imita nell’andare al Padre, il Padre gli dice: “Non ai miei piedi. Ma sul mio cuore, che ha sofferto della tua assenza e che ora è beato per il tuo ritorno”. Chi è in condizioni di figlio primogenito e senza colpa verso il Padre, non sia geloso della gioia paterna, ma ne prenda parte, dando amore al fratello redento.
29Ho detto. Rimani, Giovanni di Endor, e tu, Lazzaro. Gli altri vadano a preparare le mense. Presto verremo».
30Tutti si ritirano. Quando Gesù, Lazzaro e Giovanni sono soli, Gesù dice a Lazzaro e Giovanni: «Così si farà dell’anima cara che tu attendi, Lazzaro, e così si fa della tua, Giovanni. La bontà di Dio supera ogni misura» …
Ritorno dell’Iscariota
31…Gli apostoli, insieme alla Madre e alle donne, vanno verso casa preceduti da Marjziam che saltella correndo avanti. Ma presto ritorna e prende Maria per mano dicendole: «Vieni con me. Ti devo dire una cosa, da soli». E Maria lo accontenta.
32Torcono verso il pozzo, sito in un angolo del cortiletto, tutto velato da una pergola folta che da terra sale con un arco verso la terrazza. Là dietro è l’Iscariota.
33«Giuda, che vuoi? Vai, Marjziam… Parla, che vuoi?».
«Io sono in colpa… Non oso andare dal Maestro né affrontare i compagni… Aiutami…».
34«Ti aiuterò. Ma non pensi quanto dolore dài? Mio Figlio ha pianto per causa tua. E i compagni ne hanno sofferto. Ma vieni. Nessuno ti dirà niente. E, se puoi, non ricadere più in queste colpe. È indegno di un uomo, ed è sacrilego verso il Verbo di Dio».
35«E tu, Madre, mi perdoni?».
«Io? Io non conto presso te che ti senti tanto grande. Io sono la più piccola delle serve del Signore. Come ti puoi preoccupare di me se non hai pietà di mio Figlio?».
«Perché ho anche io una madre e, se ho il tuo perdono, mi pare di avere il suo».
36«Ella non sa questa tua colpa».
«Ma ella mi aveva fatto giurare di essere buono col Maestro. Sono spergiuro. Sento il rimprovero dell’anima di mia madre».
37«Senti questo? E il lamento e il rimprovero del Padre e del Verbo non lo senti? Sei un disgraziato, Giuda! Semini, in te e in chi ti ama, il dolore».
38Maria è molto seria e mesta. Senza acredine parla, ma con molta serietà. Giuda piange.
39«Non piangere. Ma migliorati. Vieni» e lo prende per mano entrando così nella cucina.
40Lo stupore di tutti è vivissimo. Ma Maria previene ogni uscita poco pietosa. Dice: «Giuda è ritornato. Fate come il primogenito dopo il discorso del padre. Giovanni, va’ ad avvisare Gesù».
Giovanni di Zebedeo parte di corsa.
41Un silenzio grava nella cucina… Poi Giuda dice: «Perdonatemi, tu Simone per primo. Hai un cuore tanto paterno. Sono un orfano io pure».
42«Sì, sì, ti perdono. Per favore non parlarne più. Siamo fratelli… e non mi piacciono questi alti e bassi di perdoni chiesti e di ricadute fatte. Avviliscono chi li fa e chi li dà. Ecco Gesù. Vai da Lui. E basta».
43Giuda va mentre Pietro, non potendo fare altro, si dà a spezzare con foga delle legna secche…
13. Con due parabole sul regno dei Cieli termina la sosta a Betania[44].
La parabola delle dieci vergini (Mt 25,1-13).
Premesse
1Alla presenza dei contadini di Giocana, di Isacco e molti discepoli, delle donne fra cui è Maria Ss. e Marta, e molti di Betania, Gesù parla. Tutti gli apostoli sono presenti. Il bambino, seduto di fronte a Gesù, non perde una parola. Il discorso deve essere iniziato da poco perché ancora viene della gente…
Dice Gesù:
2«…è per questo timore, che sento così vivo in molti, che voglio oggi proporvi una dolce parabola. Dolce per gli uomini di buona volontà, amara per gli altri. Ma costoro hanno il modo di abolire questo amaro. Divengano loro pure di buona volontà, e il rimprovero, suscitato dalla parabola nella coscienza, cesserà di essere.
Usanze e costumi.
3Il Regno dei Cieli è la casa degli sponsali compiuti tra Dio e le anime. Il momento dell’entrata in esso, il giorno degli sponsali.
4Or dunque udite. Da noi è costume che le vergini facciano scorta allo sposo che giunge, per condurlo fra lumi e canti alla casa nuziale insieme alla sua dolce sposa. Quando il corteo lascia la casa della sposa, che velata e commossa si dirige al suo posto di regina, in una casa non sua ma che, dal momento in cui ella diviene una carne con lo sposo, sua diventa, il corteo delle vergini, amiche per lo più della sposa, corre incontro a questi due felici per circondarli di un anello di luci.
Le dieci vergini (Mt 25,1)[45].
5Ora avvenne che in un paese si fece uno sponsale. Mentre gli sposi coi parenti e amici tripudiavano nella casa della sposa, dieci vergini andarono al loro posto, nel vestibolo della casa dello sposo, pronte ad uscire a lui incontro quando un lontano suono di cembali e di canti avesse ad avvertire che gli sposi avevano lasciato la casa della sposa per venire a quella dello sposo. Ma il convito nella casa degli sponsali si prolungava, e scese così la notte.
Cinque savie e cinque stolte (Mt 25,2-5)[46].
6Le vergini, voi lo sapete, tengono sempre le lampade accese per non perdere tempo al momento buono. Ora fra queste dieci vergini, dalle lampade accese e ben lucenti, ve ne erano cinque savie e cinque stolte. Le savie, piene di prudenza, si erano provviste di piccoli vasi pieni d’olio, per potere alimentare le lampade se la durata dell’attesa fosse stata più lunga del prevedibile, mentre le stolte si erano limitate ad empire per bene le lampadette.
“Ecco lo sposo!” (Mt 25,6-10)[47].
7Un’ora passò dopo l’altra. Gai discorsi, racconti, facezie rallegrarono l’attesa. Ma poi non seppero più che dire, né che fare. E, annoiate o anche semplicemente stanche, le dieci fanciulle si sedettero più comodamente, con le loro lampade accese e ben vicine, e piano piano si addormentarono.
8Venne la mezzanotte e si udì un grido: “Ecco lo sposo, andategli incontro!”. Le dieci fanciulle sorsero al comando, presero i veli e le ghirlande e si acconciarono, e corsero alla mensola dove erano le lampade. Cinque di esse languivano ormai… Il lucignolo, non più nutrito dall’olio, tutto consumato, fumigava con sprazzi sempre più deboli, pronto a spegnersi al minimo soffio d’aria; mentre le altre cinque lampade, alimentate prima del sonno dalle prudenti, avevano fiamme ancor vive che si fecero ancora più vive per il nuovo olio aggiunto al vasello del lume.
9“Oh!”, pregarono le stolte, “dateci un poco del vostro olio, perché altrimenti le lampade si spegneranno al solo muoverle. Le vostre sono già belle! …”. Ma le prudenti risposero: “Fuori è il vento della notte e cade la guazza a grosse gocce. Mai non basta l’olio per fare una robusta fiamma che possa resistere ai venti e all’umidore. Se ve ne diamo, accadrà che a noi pure vacillerà la luce. E ben triste sarebbe il corteo delle vergini senza il palpitare delle fiammelle! Andate, correte dal venditore più vicino, pregate, bussate, fatelo alzare perché vi dia olio”. E quelle, affannate, sgualcendo i veli, macchiandosi le vesti, perdendo le ghirlande nell’urtarsi e nel correre, seguirono il consiglio delle compagne.
Conseguenze della stoltezza (Mt 25,11-13)[48].
10Ma, mentre andavano a comprare l’olio, ecco spuntare dal fondo della via lo sposo con la sposa. Le cinque vergini, munite di lampade accese, gli corsero incontro, e in mezzo a loro gli sposi entrarono in casa per la fine della cerimonia, quando le vergini avrebbero scortato per ultimo la sposa fino alla camera nuziale. L’uscio venne chiuso dopo l’entrata degli sposi, e chi fuori era fuori rimase. E così fu per le cinque stolte che, giunte infine con l’olio, trovarono la porta serrata e inutilmente vi picchiarono contro, ferendosi le mani e gemendo: “Signore, signore, aprici! Siamo del corteo delle nozze. Siamo le vergini propiziatorie, scelte per portare onore e fortuna al tuo talamo”.
11Ma lo sposo, dall’alto della casa, lasciando per un momento gli invitati più intimi da cui si accomiatava mentre la sposa entrava nella stanza nuziale, disse: “In verità vi dico che non vi conosco. Non so chi siate. I vostri visi non erano festanti intorno alla mia amata. Usurpatrici siete. Siate perciò lasciate fuori dalla casa delle nozze”. E le cinque stolte, piangendo, se ne andarono per le strade buie, con l’ormai inutile lume, con le vesti sgualcite, i veli strappati, le ghirlande disfatte o perdute…
Senso della parabola
Le nozze celesti.
12Ed ora sentite il sermone chiuso nella parabola.
Vi ho detto al principio che il Regno dei Cieli è la casa degli sponsali compiuti fra Dio e le anime. Alle nozze celesti sono chiamati tutti i fedeli, perché Dio ama tutti i suoi figli. Chi prima, chi poi, si trova al momento degli sponsali, e l’esservi arrivati è gran sorte. Ma ora udite ancora. Voi sapete come le fanciulle reputino onore e fortuna esser chiamate ad ancelle intorno alla sposa. Applichiamo al nostro caso i personaggi e capirete meglio.
Lo Sposo e la sposa.
13Lo sposo è Dio. La sposa, l’anima di un giusto che, superato il periodo del fidanzamento nella casa del Padre, ossia nella tutela e ubbidienza della e alla dottrina di Dio, vivendo secondo giustizia, viene portata nella casa dello Sposo per le nozze.
Le ancelle-vergini.
14Le ancelle-vergini sono le anime dei fedeli che, per l’esempio lasciato dalla sposa – essere stata scelta dallo Sposo per le sue virtù è segno che costei era un esempio vivo di santità – cercano di giungere allo stesso onore, santificandosi.
Le virtù necessarie.
15Sono in veste bianca, netta e fresca, in bianchi veli, coronate di fiori. Hanno lampade accese in mano. Le lampade sono ben pulite, dal lucignolo nutrito di olio del più puro perché non sia maleodorante.
16In veste bianca. La giustizia fermamente praticata dà candida veste e presto verrà il giorno che candidissima sarà, senza neppur più il lontano ricordo di macchia, di un candore super-naturale, di un candore angelico.
17In veste netta. Occorre con l’umiltà tenere sempre netta la veste. Tanto facile è offuscare la purezza del cuore. E chi non è mondo di cuore non può vedere Dio. L’umiltà è come acqua che lava. L’umile si accorge subito, perché ha occhio non offuscato da fumi di orgoglio, di essersi offuscata la veste e corre dal suo Signore e dice: “Ho levato la nettezza a questo mio cuore. Io piango per mondarmi, ai tuoi piedi piango. E tu, mio Sole, imbianca dei tuoi benigni perdoni, dei tuoi paterni amori, la veste mia!”.
18In veste fresca. Oh! la freschezza del cuore! I bambini l’hanno per dono di Dio. I giusti l’hanno per dono di Dio e volontà propria. I santi l’hanno per dono di Dio e per volontà portata all’eroismo. Ma i peccatori, dall’anima lacerata, bruciata, avvelenata, insozzata, non potranno allora mai più avere una veste fresca? Oh! sì che la possono avere. Cominciano ad averla dal momento che si guardano con ribrezzo, l’aumentano quando decidono di cambiare vita, la perfezionano quando con la penitenza si lavano, si disintossicano, si medicano, si ricompongono la loro povera anima; e con l’aiuto di Dio, che non nega soccorso a chi gli chiede santo aiuto, e con la volontà propria, portata al supereroismo — perché in loro non necessita di tutelare ciò che hanno, ma di ricostruire ciò che loro hanno abbattuto, perciò doppia e tripla e settupla fatica — e infine con una penitenza instancabile, implacabile verso l’io che fu peccatore, riportano la loro anima ad una nuova freschezza d’infanzia, fatta preziosa dall’esperienza che li fa maestri di altri che sono come erano loro un tempo, ossia peccatori.
19In bianchi veli. L’umiltà! Io ho detto: “Quando pregate o fate penitenza, fate che il mondo non se ne avveda”[49]. Nei libri sapienziali è detto: “Non è bene svelare il segreto del Re”[50]. L’umiltà è il velo candido messo a difesa sul bene che si fa e sul bene che Dio ci concede. Non gloria per l’amore di privilegio che Dio concede, non stolta gloria umana. Il dono verrebbe subito ritolto. Ma interno canto del cuore al suo Dio: “L’anima mia ti magnifica, o Signore… perché Tu hai rivolto il tuo sguardo alla bassezza della tua serva”[51]».
20Gesù ha una breve sosta e getta uno sguardo verso sua Madre, che avvampa sotto il suo velo e si china tutta, come per ravviare i capelli del bambino che è seduto ai suoi piedi, ma in realtà per celare il suo commosso ricordo…
21«Coronata di fiori. L’anima deve intessersi la sua quotidiana ghirlanda di atti virtuosi, perché al cospetto dell’Altissimo non devono stare cose vizze, né si deve stare in aspetto sciatto. Quotidiana, ho detto. Perché l’anima non sa quando Dio-Sposo può apparire per dire: “Vieni”. Perciò non stancarsi mai di rinnovare la corona. Non abbiate paura. I fiori avvizziscono. Ma i fiori delle corone virtuose non avvizziscono. L’angelo di Dio, che ogni uomo ha al suo fianco, le raccoglie queste ghirlande quotidiane e le porta in Cielo. E là faranno da trono al novello beato quando entrerà come sposa nella casa nuziale.
22Hanno le lampade accese. E per onorare lo Sposo e per guidarsi nella via. Come è fulgida la fede, e che dolce amica ella è! Fa una fiamma raggiante come una stella, una fiamma che ride perché è sicura nella sua certezza, una fiamma che rende luminoso anche lo strumento che la regge. Anche la carne dell’uomo nutrito di fede pare, fin da questa Terra, farsi più luminosa e spirituale, immune da precoce appassimento. Perché chi crede si regge sulle parole e sui comandi di Dio per giungere a possedere Dio, suo fine, e perciò fugge ogni corruzione, non ha turbamenti, paure, rimorsi, non è obbligato ad uno sforzo per ricordarsi le sue menzogne o per nascondere le sue male azioni, e si conserva bello e giovane della bella incorruzione del santo. Una carne e un sangue, una mente e un cuore puliti da ogni lussuria per contenere l’olio della fede, per dare luce senza fumo. Una costante volontà per nutrire sempre questa luce.
23La vita di ogni giorno, con le sue delusioni, constatazioni, contatti, tentazioni, attriti, tende a sminuire la fede. No! Non deve avvenire. Andate giornalmente alle fonti dell’olio soave, dell’olio sapienziale, dell’olio di Dio. Lampada poco nutrita può essere spenta dal minimo vento, può essere spenta dalla pesante guazza della notte. La notte… L’ora delle tenebre, del peccato, della tentazione viene per tutti. È la notte per l’anima. Ma se questa ha sé stessa colma di fede, non può la fiamma essere spenta dal vento del mondo, dalla caligo delle sensualità.
Vigilanza, vigilanza, vigilanza.
24Infine vigilanza, vigilanza, vigilanza. Chi imprudente si fida dicendo: “Oh! Dio verrà in tempo, mentre ho ancora luce in me”, chi si induce a dormire in luogo di vegliare, e dormire sprovvisto di quanto necessita per sorgere sollecito alla prima chiamata, chi si riduce all’ultimo momento per procurarsi l’olio della fede o il lucignolo robusto della buona volontà, incorre nel pericolo di rimanere fuori quando giunge lo Sposo. Vegliate dunque con prudenza, con costanza, con purezza, con fiducia per essere sempre pronti alla chiamata di Dio, perché in realtà non sapete quando Esso verrà.
25Miei cari discepoli, Io non voglio indurvi a tremare di Dio, ma anzi ad avere fede nella sua bontà. Sia voi che restate, come voi che andate, pensate che, se farete ciò che fecero le vergini savie, sarete chiamati non solo a fare corteggio allo Sposo, ma, come per la fanciulla Ester, divenuta regina al posto di Vasti[52], sarete scelti ed eletti a spose, avendo lo Sposo “trovato in voi ogni grazia e favore sopra ogni altro”. Io vi benedico, voi che andate. Portate in voi e ai compagni questa mia parola. La pace del Signore sia sempre con voi».
La fame di Dio
26Gesù si avvicina ai contadini per salutarli ancora, ma Giovanni di Endor gli sussurra: «Maestro, ormai c’è Giuda…».
27«Non importa. Accompagnali al carro e fa’ ciò che ti ho detto di fare».
28L’assemblea si scioglie lentamente. Molti parlano a Lazzaro… E questo si volge a Gesù che, lasciati i contadini, viene in quel senso e dice: «Maestro, prima che Tu ci lasci, parlaci ancora… Questo vogliono i cuori di Betania».
29«La sera scende. Ma è placida e serena. Se volete riunirvi sui fieni falciati, Io vi parlerò prima di lasciare questo paese amico. Oppure domani, all’aurora. Perché è giunta l’ora del commiato».
«Più tardi! Questa sera!», urlano tutti.
«Come voi volete. Andate ora. Alla metà della prima vigilia vi parlerò» …
La parabola del banchetto nuziale[53]
Beati quelli che Gesù benedice.
30…e instancabile infatti – mentre il sole scompare anche col ricordo del suo rosso, in un primo stridere di grilli, incerto, solitario – Gesù si avvia in mezzo ad un prato falciato da poco e su cui le erbe morenti fanno un tappeto di acuta e morbida fragranza. Lo seguono gli apostoli, le Marie, Marta e Lazzaro con quelli della sua casa, Isacco coi discepoli, e direi tutta Betania. Fra i servi è il vecchione con la donna, i due che sul monte delle Beatitudini hanno trovato un conforto anche per i loro giorni.
31Gesù si ferma a benedire il patriarca, che gli bacia piangendo la mano e che accarezza il bambino, che cammina a fianco di Gesù, dicendogli: «Te beato che lo puoi sempre seguire! Sii buono, sta’ attento, figlio. La tua è una gran ventura! Una gran ventura! Sul tuo capo è sospesa una corona… Oh! te beato!».
32Quando tutti sono a posto Gesù inizia a parlare.
La parola di Gesù è tutto il bene dei poveri.
33«Partiti i poveri amici che avevano bisogno di essere molto confortati nella speranza, nella certezza, anzi, che basta poco sapere per essere ammessi nel Regno, che basta un minimo di verità su cui la buona volontà lavora, parlo ora a voi, molto meno infelici perché in condizioni materiali molto migliori e con maggiori aiuti dal Verbo. Il mio amore va a loro solo col pensiero. Qui, a voi, il mio amore viene anche con la parola. Perciò voi andate trattati, in Terra come in Cielo, con maggiore fortezza, perché a chi più è stato dato più sarà chiesto. Essi, i poveri amici che stanno tornando alla loro galera, non possono che avere un minimo di bene, ed hanno, in compenso, un massimo di dolore. Perciò a loro solo le promesse della benignità, perché ogni altra cosa sarebbe superflua. In verità vi dico che la loro vita è penitenza e santità, e non deve essere imposto loro altro. E in verità anche vi dico che, pari a vergini savie, essi non lasceranno spegnere la loro lampada fino all’ora della chiamata. Lasciarla spegnere? No. È tutto il loro bene questa luce. Non possono lasciarla spegnere.
La virtù della libertà dalle ricchezze
34In verità vi dico che, come Io sono nel Padre, così i poveri sono in Dio. È per questo che Io, Verbo del Padre, ho voluto nascere povero, e povero rimanere. Perché fra i poveri mi sento più prossimo al Padre, che ama i minimi ed è amato da essi con tutta la loro forza. I ricchi hanno tante cose. I poveri hanno solo Dio. I ricchi hanno amici. I poveri sono soli. I ricchi hanno molte consolazioni. I poveri non hanno consolazioni. I ricchi hanno distrazioni. I poveri hanno solo il lavoro. I ricchi hanno tutto reso facile per il denaro. I poveri hanno anche la croce di dover temere malattie e carestie perché sarebbe la fame e la morte per loro. Ma hanno Dio, i poveri. Il loro Amico. Il loro Consolatore. Colui che li distrae dal loro penoso presente con speranze celesti. Colui a cui si può dire — e loro lo sanno dire, lo dicono perché appunto sono poveri, umili, soli —: “Padre, sovvienici della tua misericordia”.
“Padre, sovvienici della tua misericordia”.
35Quanto Io dico in questa terra di Lazzaro, amico mio e amico di Dio sebbene tanto ricco, può parere strano. Ma Lazzaro è l’eccezione fra i ricchi. Lazzaro è giunto a quella virtù difficilissima a trovarsi sulla Terra, e ancor più difficile a mettersi in pratica per insegnamento altrui: la virtù della libertà dalle ricchezze. Lazzaro è giusto. Non si offende. Non si può offendere, perché sa che egli è il ricco-povero e perciò non lo tocca il mio celato rimprovero. Lazzaro è giusto. E riconosce che nel mondo dei grandi è così come Io dico. Perciò Io parlo e dico: in verità, in verità vi dico che è molto più facile che sia in Dio un povero che un ricco; e nel Cielo del Padre mio e vostro, molti seggi saranno occupati da coloro che sulla Terra furono spregiati perché minimi come polvere che si calpesta.
36I poveri serbano in cuore le perle delle parole di Dio. Sono il loro unico tesoro. Chi ha una sola ricchezza veglia su essa. Chi ne ha molte è annoiato e distratto, ed è superbo, ed è sensuale. Per tutto questo non ammira con occhi umili e innamorati il tesoro che Dio ha dato, e lo confonde con altri tesori, solo in apparenza preziosi, tesori che sono le ricchezze della Terra, e pensa: “Degnazione mia se accolgo le parole di uno, pari a me nella carne!”, e ottunde la sua capacità di gustare ciò che è soprannaturale con i sapori forti della sensualità. Sapori forti!… Sì, molto speziati per confondere il loro lezzo e il loro sapore di putredine…
La parabola del banchetto nuziale (Mt 22,2-14).
Il banchetto nuziale (Mt 22,2)[54].
37Ma udite. E capirete meglio come le sollecitudini, le ricchezze e le crapule impediscono l’entrata nel Regno dei Cieli.
38Una volta un re fece le nozze di suo figlio. Potete immaginare che festa fosse nella reggia. Era il suo unico figlio e, giunto all’età perfetta, si sposava con la sua diletta. Il padre e re volle che tutto fosse gioia intorno alla gioia del suo diletto, finalmente sposo con la beneamata. Fra le molte feste nuziali fece anche un grande pranzo. E lo preparò per tempo, vegliando su ogni particolare dello stesso, perché riuscisse splendido e degno delle nozze del figlio del re.
Malizia degli invitati(Mt 22,3-6)[55].
39Mandò per tempo i suoi servi a dire agli amici e agli alleati, e anche ai più grandi nel suo regno, che le nozze erano stabilite per quella data sera e che loro erano invitati, e che venissero per fare degna cornice al figlio del re. Ma amici, alleati e grandi del regno non accettarono l’invito.
40Allora il re, dubitando che i primi servi non avessero parlato a dovere, ne mandò altri ancora, perché insistessero dicendo: “Ma venite! Ve ne preghiamo. Ormai tutto è pronto. La sala è apparecchiata, i vini preziosi sono stati portati da ogni dove, e già nelle cucine sono ammucchiati i buoi e gli animali ingrassati per essere cotti, e le schiave intridono le farine a far dolciumi, ed altre pestano le mandorle nei mortai per fare leccornie finissime a cui mescolano aromi fra i più rari. Le danzatrici e i suonatori più bravi sono stati scritturati per la festa. Venite dunque acciò non sia inutile tanto apparato”.
Nefaste conseguenze della malvagità (Mt 22,7-8)[56].
41Ma amici, alleati e grandi del regno o rifiutarono, o dissero: “Abbiamo altro da fare”, o finsero di accettare l’invito, ma poi andarono ai loro affari, chi al campo, chi ai negozi, chi ad altre cose ancor meno nobili. E infine ci fu chi, seccato da tanta insistenza, prese il servo del re e l’uccise per farlo tacere, posto che insisteva: “Non negare al re questa cosa perché te ne potrebbe venire male”.
42I servi tornarono al re e riferirono ogni cosa, e il re avvampò di sdegno mandando le sue milizie a punire gli uccisori dei suoi servi e a castigare quelli che avevano sprezzato il suo invito, riservandosi di beneficare quelli che avevano promesso di venire. Ma la sera della festa, all’ora fissata, non venne nessuno.
I commensali del Regno (Mt 22,9-10)[57].
43Il re, sdegnato, chiamò i servi e disse: “Non sia mai che mio figlio resti senza chi lo festeggi in questa sua sera nuziale. Il banchetto è pronto, ma gli invitati non ne sono degni. Eppure il banchetto nuziale del figlio mio deve avere luogo. Andate dunque sulle piazze e sulle strade, mettetevi ai crocicchi, fermate chi passa, adunate chi sosta e portateli qui. Che la sala sia piena di gente festante”.
44I servi andarono. Usciti per le vie, sparsisi sulle piazze, messisi ai crocicchi, radunarono quanti trovarono, buoni o cattivi, ricchi o poveri, e li portarono nella dimora regale, dando loro i mezzi per apparire degni di entrare nella sala del banchetto di nozze. Poi li condussero in quella, ed essa fu piena, come il re voleva, di popolo festante.
La veste nuziale(Mt 22,11-14)[58].
45Ma, entrato il re nella sala per vedere se potevano aver inizio le feste, vide uno che, nonostante gli aiuti dati dai servi, non era in veste di nozze. Gli chiese: “Come mai sei entrato qui senza la veste di nozze?”. E colui non seppe che rispondere, perché infatti non aveva scusanti. Allora il re chiamò i servi e disse loro: “Prendete costui, legatelo nelle mani e nei piedi e gettatelo fuori della mia dimora, nel buio e nel fango gelido. Ivi starà nel pianto e con stridor di denti come ha meritato per la sua ingratitudine e per l’offesa che mi ha fatta, e più che a me al figlio mio, entrando con veste povera e non monda nella sala del banchetto, dove non deve entrare che ciò che è degno di essa e del figlio mio”.
Senso della parabola
Cause che attirano l’ira del Re.
46Come voi vedete, le sollecitudini del mondo, le avarizie, le sensualità, le crudeltà attirano l’ira del re, fanno sì che mai più questi figli delle sollecitudini entrino nella casa del Re. E vedete anche come anche fra i chiamati, per benignità verso suo figlio, vi sono i puniti.
47Quanti al giorno d’oggi, in questa terra alla quale Dio ha mandato il suo Verbo!
48Gli alleati, gli amici, i grandi del suo popolo, Dio veramente li ha invitati attraverso i suoi servi, e più li farà invitare, con invito pressante, man mano che l’ora delle mie nozze si farà vicina. Ma non accetteranno l’invito perché sono falsi alleati, falsi amici, e non sono grandi che di nome perché la bassezza è in loro».
49Gesù va elevando sempre più la voce, e i suoi occhi, alla luce di fuoco che è stato acceso fra Lui e gli ascoltatori per illuminare la sera, nella quale manca ancora la luna che è nella fase decrescente e si alza più tardi, gettano sprazzi di luce come fossero due gemme.
50«Sì, la bassezza è in loro. Per tutto questo essi non comprendono che è dovere e onore per loro aderire all’invito del Re. Superbia, durezza, libidine fanno baluardo nel loro cuore.
51E — sciagurati che sono! — e hanno odio a Me, a Me, per cui non vogliono venire alle mie nozze. Non vogliono venire. Preferiscono alle nozze i connubi con la politica sozza, con il più sozzo denaro, con il sozzissimo senso. Preferiscono il calcolo astuto, la congiura, la subdola congiura, il tranello, il delitto.
52Io tutto questo lo condanno in nome di Dio. Si odia perciò la voce che parla e le feste a cui invita. In questo popolo vanno cercati coloro che uccidono i servi di Dio: i profeti che sono i servi fino ad oggi, i miei discepoli che sono i servi da ora in poi. In questo popolo vanno scelti i turlupinatori di Dio che dicono: “Sì, veniamo”, mentre dentro di sé pensano: “Neanche per idea!”. Tutto questo è in Israele.
Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti
53E il Re del Cielo, perché il Figlio abbia un degno apparato di nozze, manderà a raccogliere sui crocicchi coloro che sono non amici, non grandi, non alleati, ma sono semplicemente popolo che passa. Già — e per mia mano, per la mia mano di Figlio e di servo di Dio — la raccolta si è iniziata. Quali che siano, verranno… E sono già venuti. Ed Io li aiuto a farsi mondi e belli per la festa di nozze.
54Ma ci sarà, oh! per sua sventura ci sarà chi anche della magnificenza di Dio, che gli dà profumi e vesti regali per farlo apparire quale non è — un ricco e degno — vi sarà chi di tutta questa bontà se ne farà un approfitto indegno per sedurre, per guadagnare… Individuo di bieco animo, abbracciato dal polipo ripugnante di tutti i vizi… e sottrarrà profumi e vesti per trarne guadagno illecito, usandoli non per le nozze del Figlio, ma per le sue nozze con Satana.
55Ebbene, questo avverrà. Perché molti sono i chiamati, ma pochi coloro che, per saper perseverare nella chiamata, giungono ad essere eletti. Ma anche avverrà che a queste iene, che preferiscono le putrefazioni al nutrimento vivo, sarà inflitto il castigo di essere gettati fuori della sala del Banchetto, nelle tenebre e nel fango di uno stagno eterno in cui stride Satana il suo orrido riso per ogni trionfo su un’anima, e dove suona eterno il pianto disperato dei mentecatti che seguirono il Delitto invece di seguire la Bontà che li aveva chiamati.
Popolo avvelenato nei suoi capi
Animatori di preghiera
56Alzatevi e andiamo al riposo. Io vi benedico, o cittadini di Betania, tutti. Io vi benedico e vi do la mia pace. E benedico te in particolare, Lazzaro, amico mio, e te, Marta. Benedico i miei discepoli antichi e nuovi che mando per il mondo a chiamare, a chiamare alle nozze del Re. Inginocchiatevi che Io vi benedica tutti. Pietro, di’ l’orazione che vi ho insegnata, e dilla stando qui al mio fianco, in piedi, perché così va detta da chi a ciò è destinato da Dio».
57L’assemblea si inginocchia tutta sul fieno, rimanendo in piedi solo Gesù nel suo abito di lino, alto e bellissimo, e Pietro nella sua veste marrone scuro, acceso di emozione, quasi tremante, che prega, con la sua voce non bella ma virile, andando adagio, per paura di sbagliare: «Padre nostro…».
Si sente qualche singhiozzo… di uomo, di donna…
58Marjziam, inginocchiato proprio davanti a Maria che gli tiene le manine congiunte, guarda con un sorriso d’angelo Gesù e dice piano: «Guarda, Madre, come è bello! E come è bello anche il padre mio! Sembra d’essere in Cielo… Ci sarà la mia mamma, qui, a vedere?».
59E Maria, in un sussurro che finisce in un bacio, risponde: «Sì, caro. Ella è qui. E impara la preghiera».
60«E io? L’imparerò?».
«Ella la sussurrerà all’anima tua mentre tu dormi, ed io te la ripeterò di giorno».
62Il bambino piega indietro la testolina bruna, sul petto di Maria, e sta così mentre Gesù benedice con la sempre solenne benedizione mosaica.
Gesù è serenità e parola
63Poi tutti si alzano, andando ognuno alle proprie case; solo Lazzaro segue ancora Gesù, entrando con Lui nella casa di Simone per stare ancora con Lui. Entrano anche tutti gli altri. L’Iscariota si mette in un angolo semibuio, mortificato. Non osa stringersi a Gesù come fanno gli altri…
64Lazzaro si felicita con Gesù. Dice: «Oh! mi duole di vederti partire. Ma sono più contento che se ti avessi visto andare via ieri l’altro!».
65«Perché, Lazzaro?».
«Perché mi parevi tanto triste e stanco… Non parlavi, poco sorridevi… Ieri e oggi sei tornato il mio santo e dolce Maestro, e ciò mi dà tanta gioia…».
66«Lo ero anche se tacevo…».
67«Lo eri. Ma Tu sei serenità e parola. Noi vogliamo questo da Te. Beviamo a queste fonti la nostra forza. Ed ora queste fonti parevano disseccate. Era penosa la nostra sete… Tu vedi che anche i gentili se ne sono stupiti, e sono venuti a cercarle…».
Cause della distruzione del Tempio
68L’Iscariota, a cui si era accostato Giovanni di Zebedeo, osa parlare: «Già, avevano domandato anche a me… Perché io stavo molto presso l’Antonia, sperando di vederti».
69«Sapevi dove ero», risponde Gesù brevemente.
70«Lo sapevo. Ma speravo che non avresti deluso chi ti attendeva. Anche i romani furono delusi. Non so perché hai agito così…».
71«E sei tu che me lo chiedi? Non sei al corrente degli umori del Sinedrio, dei farisei, degli altri ancora, per Me?».
72«Che? Avresti avuto paura?».
73«No. Nausea. 16Lo scorso anno, quando ero solo — uno solo contro tutto un mondo che neppur sapeva se ero profeta — ho mostrato di non avere paura. E tu sei un acquisto di quella mia audacia. Ho fatto sentire la mia voce contro tutto un mondo di urlatori; ho fatto sentire la voce di Dio ad un popolo che se l’era dimenticata; ho purificato la Casa di Dio dalle sozzure materiali che erano in essa, non sperando di ripulirla delle ben più gravi sozzure morali che in essa hanno nido, perché non ignoro il futuro degli uomini, ma per fare il mio dovere, per lo zelo della Casa del Signore eterno tramutata in una piazza vociante di barattieri, usurai e di ladri, e per scuotere dal torpore quelli che secoli di trascuratezza sacerdotale avevano fatto cadere in letargo spirituale. È stato lo squillo di raccolta al mio popolo per portarlo a Dio… Quest’anno sono tornato… E ho visto che il Tempio è sempre lo stesso… Che è peggio ancora. Non più spelonca di ladri, ma posto di congiura, e poi diverrà sede del Delitto, e poi lupanare, e poi, finalmente, sarà distrutto da una forza più potente di quella di Sansone, schiacciando una casta indegna di chiamarsi santa. Inutile parlare in quel luogo, nel quale, te lo ricordo, mi fu proibito di parlare. Popolo fedifrago! Popolo avvelenato nei suoi capi, che osa interdire che la Parola di Dio parli nella sua Casa! Mi fu proibito. Ho taciuto per amore dei minimi. Non è ancora l’ora di uccidermi. Troppi hanno bisogno di Me, e i miei apostoli non sono ancora forti per ricevere sulle loro braccia la mia prole: il Mondo. Non piangere, Madre; perdona, tu buona, al bisogno di tuo Figlio di dire, a chi vuole o può illudersi, la verità che Io so… Taccio… Ma guai a coloro per i quali Dio tace!… Madre, Marjziam, non piangete!… Ve ne prego. Nessuno pianga».
Ma in realtà piangono tutti più o meno dolorosamente.
74Giuda, pallido come un morto nella sua veste gialla e rossa a righe, osa ancora parlare, con una voce piagnucolosa e ridicola: «Credi, Maestro, che io sono stupito e addolorato… Non so che vuoi dire… Io non so nulla… È vero che io non ho visto nessuno del Tempio. Ho rotto i contatti con tutti… Ma se Tu lo dici sarà vero…».
75«Giuda!… Anche Sadoc non hai visto?».
Giuda china il capo borbottando: «È un amico… Come tale l’ho visto. Non come uno del Tempio…».
Ogni partenza è dolorosa
76Gesù non gli risponde. Si volge a Isacco e a Giovanni di Endor, a cui fa ancora raccomandazioni inerenti al loro lavoro. Intanto le donne confortano Maria che piange e il bambino che piange nel vedere piangere Maria. Anche Lazzaro e gli apostoli sono rattristati.
77Ma Gesù viene a loro. Ha ripreso il suo dolce sorriso e, mentre abbraccia la Madre e carezza il bambino, dice: «Ed ora vi saluto, voi che restate. Perché domani all’alba noi partiremo. Addio, Lazzaro. Addio, Massimino. Giuseppe, Io ti ringrazio per ogni cortesia fatta a mia Madre e alle discepole nella attesa mia. Grazie di tutto. Tu, Lazzaro, benedici ancora Marta in mio nome. Presto ritornerò. Vieni, Madre, al riposo. Anche tu, Maria e Salome, se proprio volete venire voi pure».
«Certo che veniamo!», dicono le due Marie.
78«Allora a letto. La pace a tutti. Dio sia con voi». Fa un gesto di benedizione ed esce tenendo per mano il bambino e abbracciata la Madre…
79La sosta a Betania è finita.
14. Un buon segno da Maria
di
Magdala.[59].
La speranza dell’anima vittima.
Presso i giardini di Lazzaro
1Gesù con la compagnia dello Zelote giunge al giardino di Lazzaro in un mattino bellissimo d’estate. Ancora non è terminata l’aurora e perciò tutto è fresco e ridente.
2Il servo-giardiniere, che accorre a ricevere il Maestro, indica allo stesso un lembo di veste bianca che scompare dietro una siepe, dicendo: «Lazzaro va alla pergola dei gelsomini con dei rotoli da leggere. Ora lo chiamo».
«No. Vado Io. Da solo».
3E Gesù cammina svelto lungo un sentiero bordato da siepi in fiore. L’erbetta che è sul limite della siepe attutisce il rumore dei passi, e Gesù cerca di posare il piede proprio su quella per giungere all’improvviso davanti a Lazzaro.
La speranza dell’anima vittima.
4Lo sorprende così che, ritto in piedi, coi rotoli appoggiati ad un tavolo di marmo, prega a voce alta. «Non mi deludere, Signore. Questo filo di speranza che mi è nato in cuore fallo Tu crescere. Dammi ciò che con lacrime ti ho chiesto dieci e cento mila volte. Ciò che ti ho chiesto con le azioni, col perdono, con tutto me stesso. Dammelo in cambio della mia vita. Dammelo in nome del tuo Gesù che mi ha promesso questa pace. Può mai Egli mentire? Devo pensare che la sua promessa fu solo di parole? Che il suo potere è inferiore all’abisso di peccato che è mia sorella? Dimmelo, Signore, che io mi rassegnerò per tuo amore…».
5«Sì, te lo dico!», dice Gesù.
6Lazzaro si volge di scatto e grida: «Oh! mio Signore! Ma quando sei venuto?», e si china a baciare la veste di Gesù.
«Da qualche minuto».
7«Solo?».
«Con Simone Zelote. Ma qui, dove tu eri, sono venuto solo. So che mi devi dire una grande cosa. Dimmela dunque».
8«No. Prima rispondi alle domande che io faccio a Dio. A seconda della tua risposta, te la dirò».
9«Dimmela, dimmela questa tua grande cosa. La puoi dire…», e Gesù sorride aprendo le braccia in atto d’invito.
10«Dio altissimo! Ma è vero? Tu allora sai che è vero?!», e Lazzaro va fra le braccia di Gesù a confidare la sua grande cosa.
11«Maria ha chiamato Marta a Magdala. E Marta è partita in affanno temendo qualche forte sventura… Ed io qui, con lo stesso timore, solo sono rimasto. Ma Marta, dal servo che l’ha accompagnata, mi ha mandato una lettera che mi ha empito di speranza. Guarda, l’ho qui, sul cuore. La tengo lì perché mi è più preziosa di un tesoro. Sono poche parole ma le leggo ogni poco per essere certo che sono proprio state scritte. Guarda…» e Lazzaro leva dalla veste un piccolo rotolo legato da un nastrino violetto e lo spiega. «Vedi? Leggi, leggi. A voce alta. Letta da Te mi parrà più certa la cosa».
Lettera di Marta
12«”Lazzaro, fratello mio. A te pace e benedizione. Sono giunta presto e bene. E il mio cuore non ha più palpitato di tema di nuove sciagure perché ho visto Maria, la nostra Maria sana e… te lo devo dire? e meno frenetica nell’aspetto di prima. Mi ha pianto sul cuore. Un grande pianto… E poi, a notte, nella stanza dove mi aveva condotta, mi ha chiesto tante e tante cose sul Maestro. Non di più che questo, per ora. Ma io, che vedo il volto di Maria oltre che sentirne le parole, dico che nel mio cuore è nata la speranza. Prega, fratello. Spera. Oh! fosse vero! Io resto ancora perché sento che ella mi vuole vicina come per essere difesa dalla tentazione. E per imparare… Che? Ciò che noi già sappiamo. La bontà infinita di Gesù. Le ho detto di quella donna venuta a Betania… Vedo che pensa, pensa, pensa… Ci vorrebbe Gesù. Prega. Spera. Il Signore sia con te”». Gesù ripiega il rotolo e lo rende.
«Maestro…».
“Le redenzioni hanno un pudore profondo”.
13«Andrò. Hai modo di avvisare Marta che mi venga incontro a Cafarnao fra quindici giorni, al massimo?».
14«Ne ho modo, Signore. E io?».
«Tu resti qui. Anche Marta la rimanderò qui».
15«Perché?».
«Perché le redenzioni hanno un pudore profondo. E nulla fa più vergogna dell’occhio di un genitore o di un fratello. Io pure ti dico: “Prega, prega, prega”».
16Lazzaro piange sul petto di Gesù… Dopo, quando si è ripreso, racconta ancora del suo orgasmo, dei suoi scoramenti… «È quasi un anno che spero… che dispero… Come è lungo il tempo della risurrezione! …», esclama.
17Gesù lo lascia parlare, parlare, parlare… finché Lazzaro si accorge di mancare ai suoi doveri di ospitalità e si alza per condurre Gesù in casa. Per farlo, passano presso una folta siepe di gelsomini in fiore, sulle cui corolle stellari ronzano api d’oro.
15. Tornando a Betania con Maria SS. Maddalena
teme l’aperto rimprovero
di Lazzaro[60].
Necessità e utilità dalla meditazione.
26Per raggiungere i due apostoli devono passare presso il roveto in cui si è isolato Gesù per pregare.
27«Mio Figlio trova riposo nella preghiera», dice piano Maria.
28La Maddalena le risponde: «Credo che gli sia anche indispensabile l’isolarsi per mantenere il meraviglioso dominio che ha e che il mondo mette a dura prova. Sai, Madre? Ho fatto quanto tu mi hai detto. Ogni notte mi isolo per un tempo più o meno lungo per potere ristabilire in me stessa la calma che molte cose turbano. Mi sento molto più forte dopo».
29«Per ora forte, più tardi ti sentirai beata. Credi pure, Maria, che sia nella gioia come nel dolore, sia nella pace come nella lotta, lo spirito nostro ha bisogno di tuffarsi tutto dentro all’oceano della meditazione, per ricostruire ciò che il mondo e le vicende abbattono e per creare nuove forze per sempre più salire. In Israele noi usiamo e abusiamo della preghiera vocale. Non voglio già dire che essa sia inutile e invisa a Dio. Ma dico però che è sempre molto più utile allo spirito l’elevazione mentale a Dio, la meditazione, in cui, contemplando la sua divina perfezione e la nostra miseria, o quella di tante povere anime, non già per criticarle ma per compatirle e capirle, e per avere riconoscenza al Signore che ci ha sorrette per non farci peccare, o ci ha perdonate per non lasciarci cadute, noi giungiamo a pregare realmente, ossia ad amare. Perché l’orazione, per essere realmente tale, deve essere amore. Altrimenti è borbottio di labbra dal quale l’anima è assente».
30«Ma parlare con Dio è lecito quando si hanno le labbra ancora sporche di tante parole profane? Io, nelle mie ore di raccoglimento, che faccio come tu mi hai insegnato, tu, mio apostolo dolcissimo, faccio violenza al mio cuore che vorrebbe dire a Dio: “Io ti amo”…»
«Nooh! Perché?».
31«Perché mi pare che farei sacrilega offerta a offrirgli il mio cuore…».
32«Non lo fare, figlia. Non lo fare. Il tuo cuore è, prima di tutto, riconsacrato dal perdono del Figlio, e il Padre non vede che questo perdono. Ma se anche Gesù non ti avesse ancora perdonata, e tu, in una solitudine ignorata, che tanto può essere materiale come morale, gridassi a Dio: “Io ti amo. Padre, perdona le mie miserie. Perché io di esse me ne spiaccio per il dolore che ti danno”, credi pure, o Maria, che il Padre Iddio ti assolverebbe di suo, e caro gli sarebbe il tuo grido di amore. Abbandonati, abbandonati all’amore. Non fare violenza ad esso. Lascia anzi che esso divenga violento come incendio avvampante. L’incendio consuma tutto ciò che è materiale, ma non distrugge una molecola di aria. Perché l’aria è incorporea. Anzi la purifica dai detriti minuscoli che i venti vi seminano, la fa più leggera. Così l’amore allo spirito. Consumerà più presto la materia dell’uomo, se Dio lo permette, ma non distrugge lo spirito. Anzi ne accresce la vitalità e lo fa puro e agile per le ascensioni a Dio.
Il segreto della vita spirituale.
33Vedi là Giovanni? É proprio un ragazzo. Ma pure è un’aquila. É il più forte di tutti gli apostoli. Perché ha compreso il segreto della fortezza, della formazione spirituale: la amorosa meditazione».
34«Ma lui è puro. Io… Lui è un ragazzo. Io…».
35«Guarda allora Io Zelote. Non è un ragazzo. Ha vissuto, ha lottato, ha odiato. Egli lo confessa sinceramente. Ma ha imparato a meditare. E lui pure, credimi, è bene in alto. Vedi? Si cercano quei due. Poiché si sentono uguali. Hanno raggiunto la stessa età perfetta dello spirito e con lo stesso mezzo: la orazione mentale. Per essa il ragazzo è divenuto virile nello spirito, e per essa il già vecchio e stanco è ritornato ad una virilità forte. E sai un altro che, senza essere apostolo, sarà, anzi è molto avanti per la sua tendenza naturale alla meditazione, che da quando è amico di Gesù è divenuta in lui necessità spirituale? Tuo fratello».
La Maddalena teme il rimprovero di Lazzaro.
36«Lazzaro mio?… Oh! Madre! Dimmelo, tu che sai tante cose perché Dio te le mostra, come mi tratterà Lazzaro al primo incontro? Prima taceva sdegnoso. Ma lo faceva perché io non sopportavo osservazioni. Sono stata molto crudele coi fratelli… Ora lo comprendo. Ora che sa che può parlare, che mi dirà? Temo il suo aperto rimprovero. Oh! certo mi ricorderà tutte le pene di cui sono causa. Io vorrei volare da Lazzaro. Ma ne ho paura. Prima ci andavo, e neppure i ricordi della mamma morta, le sue lacrime ancora vive sugli oggetti da lei usati, lacrime per me, per mia colpa, mi turbavano. Il mio cuore era cinico, sfrontato, chiuso ad ogni voce che non fosse “male”. Ma ora io non ho più la malvagia forza del Male e tremo… Che mi farà Lazzaro?»
37«Ti aprirà le braccia e ti chiamerà, più col cuore che con le labbra, “sorella diletta”. É tanto formato in Dio che non può che usare questo modo. Non temere. Non ti dirà una parola sul passato. Egli, è come se io lo vedessi, è là, a Betania, e gli sono ben lunghi i giorni dell’attesa. Attende te, per stringerti sul cuore. Per saziare il suo amore di fratello. Tu non hai che amarlo come ti ama lui per gustare la dolcezza di essere nati da un seno».
«Lo amerei anche se mi rimproverasse. Me lo merito».
«Ma egli ti amerà soltanto. Questo solo».
16. Incontro con Lazzaro al campo
dei Galilei[61].
Il segreto per essere fiamma.
Il campo dei Galilei
1Il famoso campo dei Galilei – così credo che voglia dire la parola usata da Gesù per dare designazione al luogo di ritrovo con i settantadue discepoli mandati avanti – non è altro che una parte del monte Uliveto, più spostato verso la strada di Betania, anzi questa passa proprio di lì. Ed è anche precisamente il luogo dove, in una visione lontana, ho visto accamparsi Gioacchino e Anna coll’allora piccolo Alfeo presso altre capannelle di frasche, nei Tabernacoli che precedettero la concezione della Vergine.
2Il monte degli Ulivi ha una cima dolce: Tutto è dolce in quel monte: le salite, i panorami e la cima. Spira realmente pace, vestito come è di ulivi e di silenzio. Ora no. Perché ora è brulicante di gente intenta a fare le capanne. Ma generalmente è proprio un luogo di quiete, di meditazione. Alla sua sinistra, rispetto a chi guarda col viso rivolto a nord, vi è una lieve depressione, e poi una nuova cima ancor meno curva di quella dell’Uliveto.
3E qui, su questo pianoro, si accampano i galilei. Non so se per uso religioso e ormai secolare, o se per ordine romano nello scopo di evitare contrasti con giudei o altri di altre regioni, poco cortesi coi galilei. Questo non lo so. So che vedo già molti galilei, fra i quali Alfeo di Sara di Nazareth, Giuda il vecchio possidente presso Meron, il sinagogo Giairo e altri che sono di Betsaida, Cafarnao e altre città galilee, ma dei quali non so il nome.
Lacrime di ringraziamento
4Gesù indica il posto da prendere per le loro capannucce, proprio ai limiti orientali del campo dei Galilei. E gli apostoli, insieme ad alcuni discepoli fra i quali è il sacerdote Giovanni e lo scriba Giovanni, il sinagogo Timoneo, più Stefano, Ermasteo, Giuseppe di Emmaus, Abele di Betlem di Galilea, si danno a costruire le capannucce. Stanno facendolo, e Gesù sta parlando con bambini di Cafarnao che gli si sono stretti intorno domandandogli cento cose e confidandogliene altre cento, quando dalla via che viene da Betania sopraggiunge Lazzaro insieme all’inseparabile Massimino. Gesù ha le spalle voltate e non lo vede venire. Ma in cambio lo vede l’Iscariota e ne avvisa il Maestro, che lascia in asso i bambini e va sorridendo verso l’amico. Massimino si arresta per lasciare piena libertà ai due nel loro primo incontro. E Lazzaro fa gli ultimi metri, svelto per quanto lo può, camminando più che mai penosamente, con un sorriso in cui tremano sofferenza e lacrime tanto sulla bocca che negli occhi. Gesù gli apre le braccia e Lazzaro gli cade sul cuore con un grande scoppio di pianto.
5«E che, amico mio? Piangi ancora? …», gli chiede Gesù baciandolo sulla tempia, Lui tanto più alto di Lazzaro, tutta la testa, e parendo anche più alto perché Lazzaro sta curvo nel suo abbraccio di amore e di rispetto. Infine Lazzaro alza la testa e dice: «Piango, sì. Ti ho dato lo scorso anno le perle del mio triste pianto, è giusto che Tu abbia le perle del mio pianto di gioia. Oh! Maestro, Maestro mio! Credo che non ci sia cosa più umile e santa del pianto buono… E te la do, per dirti “grazie” per la mia Maria, che ora non è più che una dolce bambina felice, serena, pura, buona… Oh, molto più buona ancora di quando era fanciulla. E io, io che mi sentivo tanto da più di lei, nel mio orgoglio di israelita fedele alla Legge, ora mi sento tanto piccino, tanto niente, rispetto a lei che non è più una creatura ma una fiamma. Una fiamma santificante. Io… io non so capire dove ella trovi la sapienza, le parole, gli atti che trova e che edificano la casa tutta. Io la guardo come si guarda un mistero. Ma come tanto fuoco, tanta gemma potevano esser celati sotto tanto marciume e viverci a loro agio? Né io né Marta saliamo dove ella sale. Come può, se ella ha avuto le ali spezzate dal vizio? Io non capisco…».
Il segreto per essere fiamma.
6«E non ce ne è bisogno che tu capisca. Basta che capisca Io. Ma te lo dico: Maria ha rivolto al bene le potenti energie del suo essere. Ha piegato il suo temperamento verso la Perfezione. E, posto che è un temperamento di un assolutismo potente, ella si slancia senza riserve per questa via. Ella fa servire la sua esperienza del male per essere potente nel bene come lo fu nel male e, usando i suoi stessi sistemi di donarsi tutta che aveva nel peccato, si dona tutta a Dio. Ha compreso la legge dell’”ama Dio con tutto te stesso, col tuo corpo e con la tua anima, con tutte le tue forze”. Se Israele fosse fatto di Marie, se il mondo fosse fatto di Marie, avremmo il Regno di Dio, quale sarà nell’altissimo Cielo, sulla Terra».
7«Oh! Maestro, Maestro! Ed è Maria di Magdala quella che merita queste parole! …»
L’amico.
8«É Maria di Lazzaro. La grande amica sorella del grande amico mio. Come avete saputo che qui ero, se ancora mia Madre non è venuta a Betania?».
9«É venuto, forzando il cammino, il fattore dell’Acqua Speciosa, dicendomi che Tu venivi. Ed io ogni giorno ho mandato qui un servo. Poco fa esso è venuto dicendo: “Egli è giunto ed è al campo galileo”. Sono partito subito…».
9«Ma tu sei sofferente…».
«Tanto, Maestro! Queste gambe…».
«E sei venuto! Sarei venuto Io, presto…».
10«Ma la mia fretta di dirti la mia gioia era troppo tormentosa. Sono dei mesi che l’ho dentro. Una lettera! Che è una lettera per dire una simile cosa? Io non potevo attendere più… Verrai a Betania?».
«Certo. Subito dopo la festa».
11«Sei molto atteso… Quella greca… Che mente! Parlo molto con lei, avida di sapere di Dio. Ma ella è molto colta… e io resto soccombente perché non so bene certe cose. Ci vuoi Tu»
12«Ed Io verrò. Ora andiamo da Massimino, e poi ti prego di essere mio ospite. Mia Madre ti vedrà con gioia, e tu riposerai. Fra poco verrà col bambino».
13E Gesù raggiunge Massimino, che si inginocchia per salutarlo…
17. Ultima festa dei Tabernacoli[62]
Il delitto farà crollare il tempio.
Si fermano davanti ad un’alta casa che, se non erro, è verso il sobborgo di Ofel, ma in luogo più signorile.
85«Qui ci fermiamo?».
«Questa è la casa che Lazzaro mi ha offerta per il banchetto di letizia. Qui già vi è Maria».
86«Perché non è venuta con noi? Per paura degli scherni?».
«Oh! no! Io solo gliel’ho ordinato».
«Perché, Signore?».
«Perché il Tempio è più suscettibile di una sposa gravida. Finché posso, e non per viltà, non voglio urtarlo».
87«Non ti servirà a niente, Maestro. Io, se fossi Tu, non solo lo urterei. Ma lo butterei giù dal Moria con tutti quelli che ci sono dentro».
«Sei un peccatore, Simone. Occorre pregare per i propri simili, non ucciderli».
88«Io sono peccatore. Ma Tu no… e… dovresti farlo».
«Ci sarà chi lo fa. E dopo che la misura del peccato sarà raggiunta».
89«Quale misura?».
«Una misura tale che empierà tutto il Tempio, traboccando per Gerusalemme. Non puoi capire… Oh! Marta! Apri dunque al Pellegrino la tua casa!».
La casa di Lazzaro
90Marta si fa riconoscere e aprire. Entrano tutti in un lungo atrio che finisce in un cortile selciato, avente quattro alberi ai quattro angoli. Una vasta sala si apre sopra al terreno, e dalle finestre aperte si vede tutta la città nei suoi sali-scendi. Arguisco perciò che la casa sia sulle pendici meridionali, o sud-orientali, della città. La sala è apparecchiata per molti, molti ospiti. Tavole e tavole sono messe le une parallele alle altre. Un centinaio di persone può comodamente prendervi ristoro.
91Accorre Maria Maddalena, che era altrove, intenta alle dispense, e si prostra davanti a Gesù. E viene Lazzaro con un sorriso beato sul volto malaticcio. Entrano man mano gli ospiti, un poco impacciati taluni, più sicuri gli altri. Ma la gentilezza delle donne li fa tutti presto a loro agio.
18. La delazione al Sinedrio riguardo ad Ermasteo,
a Giovanni di Endor
e a Sintica[63].
Delazione nel Sinedrio
Disgustosi regionalismi.
1Gesù, con gli apostoli e i discepoli, è diretto a Betania e sta proprio parlando ai discepoli, ai quali dà l’ordine di separarsi andando – i giudei per la Giudea, i galilei risalendo per l’Oltre Giordano – annunciando il Messia. Questa cosa solleva qualche obbiezione. Mi pare che l’Oltre Giordano non godesse buona fama fra gli israeliti. Ne parlano quasi come di regioni pagane. Ma ciò offende i discepoli d’Oltre Giordano, fra i quali, voce più autorevole di tutte, il sinagogo dell’Acqua Speciosa e poi un giovane di cui ignoro il nome, che difendono accanitamente le loro città e i loro concittadini.
2Timoneo dice: «Vieni, Signore, ad Aera, e vedrai se là non ti si rispetta. Non troverai tanta fede in Giudea quanta là. Anzi, io non ci voglio andare. Tienimi con Te e vada un giudeo con un galileo nella mia città. Vedranno come ha saputo credere in Te sulla mia sola parola».
3E il giovane dice: «Io ho saputo credere senza neppure averti mai visto. E ho cercato Te dopo il perdono di mia madre. Ma io sono felice di tornare lassù, per quanto ciò vorrà dire beffe dei concittadini malvagi, come lo ero io un tempo, e rimproveri dei buoni per la mia passata condotta. Ma non mi importa. Ti predicherò col mio esempio».
Uguaglianza radicale.
4 «Bene dici. Farai come hai detto. E poi Io verrò. E tu, Timoneo, anche hai detto bene. Andranno dunque Erma con Abele di Betlemme di Galilea ad annunciarmi ad Aera, mentre tu, Timoneo, resterai con Me. Ma però Io non voglio queste dispute. Siete non più giudei o galilei: siete i discepoli. Basta così. Il nome e la missione vi parificano in regione, in grado, in tutto. Solo in una cosa potete differenziarvi: nella santità. Quella sarà individuale e nella misura che ognuno saprà raggiungere. Ma Io vorrei aveste tutti una stessa misura: quella perfetta. Vedete gli apostoli? Erano come voi divisi dalle razze e da altre cose. Ora, dopo un anno e più di istruzione, sono unicamente gli apostoli. Fate voi pure così, e come fra voi il sacerdote sta presso all’antico peccatore, e il ricco presso al già mendico, il giovane presso al vegliardo, così fate che si annulli la separazione di essere di questa o quella regione. Avete una sola patria: il Cielo, ormai. Perché sulla via del Cielo vi siete volontariamente messi. Non date mai ai nemici miei l’impressione di essere nemici fra di voi. Il nemico è il peccato. Non altro».
Delazione nel Sinedrio
5Procedono in silenzio qualche tempo. Poi Stefano si fa vicino al Maestro e dice: «Io ti dovrei dire una cosa. Speravo Tu me la chiedessi, ma non lo hai fatto. Ieri mi ha parlato Gamaliele…»
«Ho visto».
«Non mi chiedi ciò che mi ha detto?».
«Attendo che tu me lo dica, perché il buon discepolo non ha segreti per il suo Maestro».
«Gamaliele… Maestro, vieni qualche metro avanti con me…».
«Andiamo pure. Ma potevi parlare alla presenza di tutti…».
Si dilungano per qualche metro. Stefano, avvampando in viso, dice: «Io ti devo dare un consiglio, Maestro. Perdonami…»
«Se è buono lo accetterò. Parla, dunque».
6«Maestro, nel Sinedrio tutto si sa prima o poi. É una istituzione che ha mille occhi e cento branche. Penetra da per tutto, vede tutto, sente tutto. Ha più… informatori che mattoni nei muri del Tempio. Molti vivono così…».
«Facendo la spia. Termina pure. É verità e la so. Ebbene? Che è stato detto, di più o meno vero, al Sinedrio?».
7«È stato detto… tutto. Io non so come possano sapere certe cose. Non so neppure se sono vere… Ma ti dico ciò che mi ha detto Gamaliele, testualmente: “Di’ al Maestro che faccia circoncidere Ermasteo o lo allontani, per sempre. Non occorre dire altro”».
8«Infatti non occorre dire altro. Prima di tutto perché appunto Io vado a Betania per questo, e là sosterò finché Ermasteo potrà viaggiare di nuovo. In secondo luogo perché nessuna giustificazione potrebbe far cadere le prevenzioni e… le sostenutezze di Gamaliele, scandalizzato dal fatto che ho con Me un incirconciso su un membro del corpo. Oh! che se si guardasse intorno e dentro di sé! Quanti incirconcisi in Israele!».
Vittoria dell’amore e della preghiera.
9 «Ma Gamaliele…»
«È il perfetto rappresentante del vecchio Israele. Non è malvagio, ma… Guarda questo ciottolo. Io potrei spaccarlo, ma non renderlo malleabile. Così lui. Dovrà essere stritolato per essere ricomposto. E Io lo farò».
10«Vuoi combattere Gamaliele? Bada! È potente!».
«Combattere? Come fosse un nemico? No. Anziché combatterlo Io lo amerò, accontentandolo in un suo desiderio per il suo cervello mummificato ed effondendo su lui un balsamo che lo discioglierà per ricomporlo nuovo».
11«Pregherò io pure perché ciò avvenga, perché gli voglio bene. Faccio male?».
«No. Devi volergli bene pregando per lui. E lo farai. Certo che lo farai. Anzi mi aiuterai proprio tu a comporre il balsamo… Dirai però a Gamaliele, perché si tranquillizzi, che Io avevo già provveduto per Ermasteo e che gli sono grato del consiglio. Eccoci a Betania. Fermiamoci perché Io vi benedica tutti, perché qui è il luogo di separazione».
12E, riunendosi al gruppo folto degli apostoli fusi coi discepoli, li benedice e congeda, tutti meno Ermasteo e Giovanni di Endor e Timoneo.
Casa di accoglienza.
13Poi con i rimasti fa svelto i pochi passi che ancora lo dividono dal cancello di Lazzaro, già spalancato a riceverlo, ed entra nel giardino alzando la mano a benedire la casa ospitale, nel cui ampio parco sono sparsi i padroni di casa e le pie donne, che ridono delle corse di Marziam per i sentieri decorati delle ultime rose. E con i padroni e le donne, al grido di queste ultime, spuntano da un sentiero Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, ospiti essi pure di Lazzaro per potere stare in pace col Maestro. E accorrono tutti incontro a Gesù, Maria col suo dolce sorriso e Maria di Magdala col grido d’amore: «Rabbonì!», e Lazzaro claudicante e i due solenni sinedristi e, in coda, le pie donne di Gerusalemme e di Galilea, volti segnati da rughe e volti lisci di giovani donne e, soave come volto d’angelo, il visetto verginale ai Annalia che avvampa nel salutare il Maestro.
Sintica la discepola pagana.
14«Sintica non c’è?», chiede Gesù dopo i primi saluti.
«È con Sara e Marcella e Noemi all’addobbo delle mense. Ma eccole che vengono».
15E vengono, infatti, insieme alla vecchia Ester di Giovanna: due volti segnati dall’età e dai dolori passati, in mezzo ad altri due volti sereni e, diverso per razza e per tutto un certo “che” che lo distingue, il volto severo e pur luminoso di pace della greca.
16Non potrei neanche definirla una vera e propria bellezza. Ma pure i suoi occhi, di un nero addolcito da sfumature d’indaco cupissimo, sotto una fronte alta e nobilissima, colpiscono più ancora del suo corpo, che è certo più bello del volto, questo sì. Un corpo snello senza esser magro, proporzionato, armonico nel passo e nelle movenze. Ma è lo sguardo, questo sguardo intelligente, aperto, profondo, che pare aspirare il mondo, selezionarlo, trattenere il buono, l’utile, il santo, e respingere ciò che è male, è questo sguardo sincero, che si lascia frugare fin nel profondo e dal quale l’anima si affaccia a scrutare chi l’avvicina, quello che colpisce. Se è vero che l’occhio permette di conoscere l’individuo, io dico che Sintica è donna di giudizio sicuro e di fermi e onesti pensieri. Si inginocchia essa pure con le altre e attende a rialzarsi che il Maestro lo ordini.
Ogni delatore è un demonio.
17Gesù procede per il verde giardino fino al portico che precede la casa ed entra poi in una sala, dove i servi sono pronti a dare ristoro e ad aiutare i sopraggiunti per le purificazioni avanti il pasto. Mentre le donne si ritirano, tutte, Gesù resta con gli apostoli nella sala, mentre Giovanni di Endor con Ermasteo vanno alla casa di Simone Zelote per deporre le sacche di cui si sono caricati.
18«Quel giovane che è andato con Giovanni il guercio è quel filisteo che Tu hai accettato?», chiede Giuseppe.
«Sì, Giuseppe. Come fai a saperlo?».
19«Maestro… Io e Nicodemo ce lo domandiamo da qualche giorno come possiamo saperlo e come lo possano sapere gli altri del Tempio, purtroppo. Ma certo è che lo sappiamo. Avanti ai Tabernacoli, alla seduta che sempre precede le feste, alcuni farisei hanno detto di sapere con esattezza che fra i tuoi discepoli, oltre alle… – perdona, Lazzaro – alle peccatrici note e ignote, e ai pubblicani – perdona, Matteo figlio d’Alfeo – e ai già galeotti, si erano uniti un filisteo incirconciso e una pagana. Per la pagana, che certo è Sintica, si comprende che si possa sapere, o per lo meno intuire. Il baccano che ne fece il romano fu grande, ed ha fatto il soggetto di risate fra i suoi simili e fra i giudei, anche perché andò, querulo e minaccioso insieme, a cercarla per ogni dove la sua fuggitiva, importunando persino Erode, perché diceva che si era nascosta in casa di Giovanna e che il Tetrarca doveva imporre al suo intendente di consegnarla al padrone. Ma che fra tanti uomini che ti seguono si possa sapere che uno è filisteo e incirconciso, e uno un già galeotto!… È strano. Molto strano. Non ti pare?».
«Lo è e non lo è. Provvederò per Sintica e per il già galeotto».
20«Sì. Farai bene ad allontanare Giovanni soprattutto. Non sta bene nelle tue schiere».
«Giuseppe, sei tu forse divenuto fariseo?», chiede severo Gesù.
«No… ma…».
21«Ed Io dovrei avvilire un’anima, che si è rigenerata, per stolto scrupolo del peggior fariseismo? No, che non lo farò! Provvederò alla sua tranquillità. Alla sua. Non alla mia. Veglierò alla sua formazione come veglio a quella dell’innocente Marziam. In verità che non vi è differenza nella loro ignoranza spirituale! L’uno dice per le prime volte parole di sapienza perché Dio lo ha perdonato, perché egli è rinato in Dio, perché Dio ha stretto a Sé il peccatore. L’altro le dice perché, passando dalla fanciullezza derelitta ad una adolescenza su cui veglia l’amore dell’uomo oltre che di Dio, apre la sua anima come una corolla al sole, e il Sole di Sé lo illumina. Il suo Sole: Iddio. E uno sta per dire le ultime parole… Non avete occhi per vedere che egli si consuma di penitenza e d’amore? Oh! che in verità vorrei avere molti Giovanni di Endor in Israele e fra i miei servi. Vorrei che anche tu, Giuseppe, e tu, Nicodemo, aveste il suo cuore e soprattutto lo avesse il suo delatore, l’abbietta serpe che si cela sotto veste di amico e che fa la spia prima di fare l’assassino. La serpe che invidia all’uccello le ali e lo insidia per strappargliele e gettarlo nel carcere. Ah! no! L’uccello sta per mutarsi in angelo. E se anche il serpe potesse strappargli le ali, ma non potrà, esse, messe sul suo corpo viscido, si muteranno in ali di demonio. Ogni delatore è già un demonio[64]».
Abolizione della circoncisione.
22«Ma dove sarà questo tale? Ditemelo, che io possa andare subito a strappargli la lingua», esclama Pietro.
«Faresti meglio a strappargli i denti del veleno», dice Giuda d’Alfeo.
23«Ma no! Meglio strozzarlo! Così non farà più male con niente. Sono esseri che sempre possono nuocere…», dice reciso l’Iscariota.
24Gesù lo fissa e termina: «…e mentire. Ma nessuno deve fare nulla verso di lui. Non merita, per occuparsi del colubro, lasciar perire l’uccello. Riguardo ad Ermasteo Io sosterò qui, proprio in casa di Lazzaro, per la circoncisione dello stesso Ermasteo, che abbraccia, per mio amore e per evitare persecuzioni delle piccole menti ebree, la religione santa del nostro popolo. Non è che un trapasso dalle tenebre alla luce. E non necessario perché venga la luce in un cuore. Ma lo concedo per calmare le suscettibilità d’Israele e per mostrare la vera volontà del filisteo di giungere a Dio. Ma, Io ve lo dico, nel tempo del Cristo non è necessario questo per esser di Dio. Basta la volontà e l’amore, basta la rettezza di coscienza. E dove circoncideremo la greca? In quale punto del suo spirito, se da sé ha saputo sentire Dio meglio di tanti in Israele? In verità che fra i presenti molti sono tenebre rispetto agli sprezzati da voi come tenebre. Ad ogni modo il delatore e voi, sinedristi, potete informare chi di dovere che lo scandalo è levato da oggi stesso».
25«Per chi? Per tutti e tre?».
«No, Giuda di Simone. Per Ermasteo. Agli altri provvederò. Hai altro da chiedere?».
«Io no, Maestro».
26«E neppure Io ho altro da dirti. Però chiedo a voi di dirmi, se lo sapete, che ne è del padrone di Sintica».
«È che Pilato lo ha spedito in Italia con la prima nave che ebbe sotto mano, per non aver noie con Erode e cogli ebrei in genere. Traversa dei brutti momenti Pilato… e gli bastano…», dice Nicodemo.
27«Sicura la notizia?».
«Posso controllarla se lo credi, Maestro», dice Lazzaro.
«Sì. Fallo. E dimmi poi la verità».
«Ma in casa mia Sintica è sicura lo stesso».
«Lo so. Anche Israele tutela la schiava fuggita a padrone straniero e crudele[65]. Ma voglio saperlo».
Meglio parlare di ciò che è buono.
28«E io vorrei sapere chi è il delatore, l’informatore, la graziosa spia dei farisei… e, questo si può sapere e lo voglio sapere, chi sono i farisei denunciatori. Fuori i nomi dei farisei e della città loro. Dico dei farisei che hanno fatto il bel lavoro di informare, previo tradimento di uno di noi – perché solo noi sappiamo certe cose, noi, discepoli vecchi e nuovi – di informare il Sinedrio sui fatti del Maestro, i quali fatti sono tutti giusti, ed è un demonio chi dice e pensa il contrario, e…».
29«E basta, Simone di Giona. Io te lo comando».
«E io ubbidisco, anche a costo che mi si scoppino le vene del cuore per lo sforzo. Ma intanto il bello di questa giornata è andato…».
30«No. Perché? È mutato qualcosa fra noi? E allora? O mio Simone! Ma vieni qui al mio fianco e parliamo di ciò che è buono…».
31«Ci vengono a dire che è ora del pasto, Maestro», dice Lazzaro.
«E andiamo, allora…».
19. Sintica parla del suo incontro
con la Verità[66].
Natura divina dell’anima
L’anima è libera.
1Gesù è seduto nel cortile a portici che è nell’interno della casa di Betania, il cortile che ho visto zeppo di discepoli il mattino della Risurrezione di Gesù. Seduto su un sedile marmoreo coperto di cuscini, le spalle addossate al muro della casa, circondato dai padroni di casa e dagli apostoli e dai discepoli Giovanni e Timoneo, più Giuseppe e Nicodemo, e dalle pie donne, ascolta Sintica che, ritta a Lui davanti, pare rispondere a qualche sua domanda. Tutti, più o meno interessati, ascoltano stando in varie pose, chi seduto sui sedili, chi sul pavimento, chi in piedi, chi appoggiato alle colonne o al muro.
2«…era una necessità. Per non sentire tutto il peso della mia condizione. Era non essere, un non voler essere persuasa di esser sola, schiava, esiliata dalla patria. Pensare che la madre ed i fratelli, che il padre e la così tenera e dolce Ismene non erano per sempre perduti. Ma che, anche se tutto il mondo si accaniva a separarci, così come Roma ci aveva divisi e venduti, noi, liberi, come bestie da soma, un luogo ci avrebbe riuniti, oltre la vita.
3Pensare che non è solo materia il nostro vivere, materia che si incatena. Ma dentro ha una forza libera che nessuna catena tiene se non è quella volontaria del vivere nel disordine morale e nella crapula materiale. Voi dite ciò: “peccato”. Colui e coloro che erano le mie luci nel buio della mia notte di schiava definiscono ciò in altro modo. Ma anche essi ammettono che un’anima, inchiodata dalle passioni malvagie e corporali al corpo, non giunge a quello che voi chiamate Regno di Dio e noi convivenza nell’Ade con gli dèi. E perciò occorre astenersi dal cadere nella materialità e sforzarsi di raggiungere la libertà dal corpo, dando a sé retaggio di virtù per avere possesso di immortalità felice e di riunione coi propri amati.
4Pensare che non è impedita l’anima dei morti di assistere l’anima dei vivi, e sentire perciò presso di sé l’anima materna, ritrovare lo sguardo e la voce di lei parlante all’anima della figlia, e poter dire: “Sì, madre. Per venire a te, sì. Per non far turbato il tuo sguardo, sì. Per non mettere lacrime nella tua voce, sì. Per non abbrunarti l’Ade dove sei in pace, sì. Per tutto questo io terrò la mia anima libera. L’unico possesso che ho, e che nessuno mi può levare. E che voglio conservare pura per potere ragionare secondo virtù”. Così pensare era libertà e gioia. E così volli pensare. E agire. Perché non è che dimezzata e falsa filosofia pensare e agire, poi, disforme al pensiero.
La patria delle anime.
5Così pensare era ricostruirsi una patria anche in esilio. Una intima patria nell’io, coi suoi altari, la sua fede, la sua istruzione, i suoi affetti… E una patria grande, misteriosa, eppur non tale, per quel misterioso “che” dell’anima, che sa di non ignorare l’al di là anche se al presente lo conosce solo come un marinaio, da mezzo l’ampio mare, in un mattino brumoso, conosce le particolarità della costa: in confuso, in abbozzo, con appena qualche punto che si delinea netto e che pure basta, oh! basta allo stanco navigante, che le bufere hanno tormentato, per dire: “Ecco, là è il porto, è la pace”. La patria delle anime, il luogo di provenienza… il luogo della Vita.
Il teorema della vita e della morte.
6Perché la vita si genera dalla morte… Oh! questo io lo capivo a metà fino a quando non seppi una delle tue parole. Dopo… dopo fu come se un raggio di sole percuotesse il diamante del mio pensiero. Tutto fu luce, ed ho capito fin dove erano giusti i maestri di Grecia e come poi si smarrissero, mancando di un dato, uno solo, per risolvere con equità il teorema della Vita e della Morte. Il dato: il vero Dio, Signore e Creatore di tutto quanto è!
7Posso io nominarlo con queste mie labbra pagane? Sì, che lo posso. Perché da Lui, come tutti, io vengo. Perché Egli ha messo capacità nelle menti degli uomini tutti, e nei più saggi una intelligenza superiore, per cui veramente appaiono semidei dalla potenza ultra umana. Sì, perché Egli ha fatto loro scrivere quelle verità che già sono religione, se non divina come la tua, morale, e capace di tenere le anime “vive” non per questo spazio di tempo che è la sosta qui, sulla Terra, ma per sempre.
8Dopo ho capito cosa vuol dire: “la vita si genera dalla morte”. Colui che lo disse fu come uno non perfettamente ebbro, ma già dall’intelligenza appesantita. Disse una sublime parola ma per intero non la comprese. Io – perdona, o Signore, l’orgoglio mio – io ho capito più di lui e ne sono da quel momento beata».
«Che hai capito?».
9«Che questa esistenza non è che il principio embrionale della vita, e che la vera Vita ha inizio quando la morte ci partorisce… all’Ade, come pagana, alla Vita eterna, come in Te credente. Ho detto male?».
10«Bene hai detto, donna», approva Gesù.
Fame della Verità.
11Nicodemo interrompe: «Ma come hai potuto sapere delle parole del Maestro?».
12«Chi ha fame cerca il cibo, signore. Io cercavo il mio cibo. Lettrice, perché colta e di bella voce e pronuncia, potevo molto leggere nelle biblioteche dei miei padroni. Ma non ero sazia ancora. Sentivo che c’era dell’altro oltre le pareti istoriate di scienza umana, e come prigioniera in carcere d’oro io battevo le nocche, sforzavo le porte per uscire, per trovare… Venendo in Palestina con l’ultimo padrone ho temuto di cadere nelle tenebre… invece andavo verso la Luce. Le parole dei servi di Cesarea erano come tanti colpi di piccone, che sgretolavano le pareti aprendovi fori sempre più grandi dai quali entrava la tua Parola. E io le raccoglievo, queste parole e notizie. E, come un bambino infila delle perle, me le allineavo e me ne adornavo, traendone forza per sempre più essere purificata per ricevere la Verità. Nella catarsi io sentivo che avrei trovato. E fin dalla Terra. A costo della vita volli esser pura per l’incontro con la Verità, con la Sapienza[67], con la Divinità. Signore, io dico folli parole. Questi mi guardano stupiti. Ma Tu me le hai chieste…»
13«Parla, parla. È necessario».
14«Con fortezza e temperanza ho resistito alle pressioni esterne. Avrei potuto esser libera e felice, secondo il mondo, sol che avessi voluto. Non ho voluto barattare il sapere col piacere. Perché senza sapienza non serve avere le altre virtù. Egli, il filosofo, lo ha detto: “Giustizia, temperanza e fortezza, scompagnate dal sapere, sono simili ad uno scenario dipinto, virtù realmente da schiavi senza nulla di saldo e reale”. Io volevo avere cose reali. Il padrone, stolto, parlava di Te in mia presenza. Allora fu come se le pareti divenissero velo. Bastava volere per lacerare il velo e unirsi alla Verità. L’ho fatto».
Natura divina dell’anima.
15«Tu non sapevi che ci avresti trovato», dice l’Iscariota.
16«Sapevo credere che il dio premia la virtù. Io non volevo oro, né onori, né libertà fisica, neppur questa. Ma volevo la Verità[68]. A Dio chiedevo questo o di morire. Volevo che mi fosse risparmiato l’avvilimento di divenire un “oggetto” e, più ancora, di acconsentire ad esserlo. Rinunciando a tutto quanto è corporale nel cercarti, o Signore – perché le ricerche per mezzo del senso sono sempre imperfette, e Tu lo hai veduto quando, per averti visto, io sono fuggita, tratta in inganno dagli occhi – io mi sono abbandonata al Dio che è su noi e in noi e che di Sé informa l’anima. E ti ho trovato perché l’anima mi ha condotta a Te».
17«La tua è un’anima pagana», dice ancora l’Iscariota.
18«Ma l’anima ha sempre in sé del divino, specie quando, con sforzo, si è preservata dall’errore. E perciò tende alle cose della sua stessa natura».
20«Ti paragoni a Dio, tu?».
«No».
21«E allora perché dici questo?».
22«Come? E tu, discepolo del Maestro, me lo chiedi? A me, greca e da poco libera? Quando Egli parla non odi? O in te il fermento del corpo è tale che ti ottunde? Non dice Egli sempre che noi siamo figli di Dio? Dunque dèi siamo se siamo figli del Padre, di quel suo e nostro Padre di cui Egli parla sempre. Tu mi potrai rimproverare di non essere umile, ma non di essere incredula e disattenta».
Dibattito.
Morire piuttosto che peccare.
23«Sicché ti credi da più di me? Credi aver tutto appreso dai libri della tua Grecia?».
24«No. Né questo né quello. Ma i libri dei saggi, di dove che siano, mi hanno dato il minimo per reggermi. Non dubito che un israelita sia da più di me. Ma io sto felice nella mia sorte che da Dio mi viene. Che posso di più desiderare? Tutto ho trovato, trovando il Maestro. E penso che ciò fosse destino, perché invero io vedo su me vegliare una Potenza che mi ha segnato un grande destino che io non ho fatto che secondare, sentendolo buono».
25«Buono? Sei stata schiava, e di padroni crudeli… Se l’ultimo ti avesse ripresa, per esempio, come avresti secondato il destino, tu, tanto saggia?».
26«Ti chiami Giuda tu, vero?».
27«Sì, ebbene?».
28«Ebbene… niente. Voglio ricordare il tuo nome oltre che la tua ironia. Guarda che ironia è sconsigliabile anche nei virtuosi… Come avrei secondato il destino? Mi sarei forse uccisa. Perché realmente in certi casi è meglio morire che vivere, benché il filosofo dica che ciò non è bene, ed empio è procurarsi il bene da sé medesimi, perché solo gli dèi hanno il diritto di chiamare a loro. E questo, di attendere un cenno degli dèi per farlo, è stato quello che mi ha sempre trattenuta di farlo fra le catene della mia triste sorte. Ma ora, nella nuova cattura del padrone laido, avrei visto il cenno supremo. E avrei preferito morire al vivere. Ho una dignità io pure, uomo».
29«E se ti riprendesse ora? Saresti sempre nelle stesse condizioni…»
30«Ora non mi ucciderei più. Ora so che le violenze alla carne non ledono lo spirito che non consente. Ora resisterei fino ad essere piegata con la forza, fino ad essere uccisa dalla violenza. Perché anche questo io prenderei per cenno di Dio, che con tale violenza a Lui mi avrebbe chiamata. E ora morirei tranquilla, sapendo che non starei che per perdere ciò che è peribile».
31«Hai risposto bene, donna», dice Lazzaro, e Nicodemo approva lui pure.
32«Il suicidio non è mai permesso», dice l’Iscariota.
33«Molte sono le cose proibite, e non si rispetta il divieto. Ma tu, Sintica, devi pensare che Dio, come ti ha sempre guidata, così ti avrebbe preservata anche dalla violenza su te stessa. Ora va’. Ti sarei grato che ricercassi il bambino e me lo conducessi», dice Gesù dolcemente.
Dio si rivela ai migliori.
34La donna si inchina fino a terra e se ne va. Tutti la seguono con lo sguardo.
35Lazzaro mormora: «Ed è sempre così! Io non so capire come mai le cose che in lei sono state “vita” per noi d’Israele sono state “morte”. Se avrai modo di esaminarla ancora, vedrai che proprio l’ellenismo che ha corrotto noi, già possessori di una sapienza, ha salvato lei. Perché?».
36«Perché mirabili sono le vie del Signore. Ed Egli le apre a chi lo merita. Ed ora, amici, Io vi congedo poiché la sera si avanza. Ho piacere che voi tutti abbiate udito parlare la greca. Dalla constatazione come Dio si rivela ai migliori traete la lezione che l’escludere ogni essere che non sia d’Israele dalle schiere di Dio è odioso e pericoloso. Abbiatelo a norma per il futuro… Non borbottare, Giuda di Simone. E tu, Giuseppe, non avere scrupoli fuori posto. Non siete contaminati per nulla, nessuno, per aver avvicinato una greca. Fate, fate, fate di non avvicinare od ospitare il demonio. Addio Giuseppe, addio Nicodemo. Potrò vedervi ancora mentre qui sono? Ecco Marziam… Vieni, bambino, saluta i capi del Sinedrio. Che dici loro?»
Marziam saluta i capi.
37«La pace sia con voi e… ancora dico: nell’ora dell’incenso pregate per me».
38«Tu non ne hai bisogno, fanciullo. Ma perché proprio in quell’ora?».
«Perché la prima volta che entrai nel Tempio con Gesù, Egli mi parlò della preghiera della sera… Oh! così bello…».
39«E tu per noi pregherai? Quando?».
«Pregherò… pregherò mattino e sera. Perché Dio vi preservi dal peccato nel giorno e nella notte».
40«E che dirai, fanciullo?».
«Dirò: “Signore altissimo, fa’ di Giuseppe e Nicodemo dei veri amici di Gesù”. E basterà, perché chi è amico vero non dà dolore all’amico. E chi non dà dolore a Gesù è certo di possedere il Cielo».
41«Dio ti conservi così, fanciullo!», dicono i due sinedristi accarezzandolo. E poi salutano il Maestro, indi la Vergine e Lazzaro in particolare, e tutti gli altri in massa, e se ne vanno.
20. Lazzaro offre un rifugio per Giovanni di Endor e Sintica[69].
Gesù il miglior amico.
L’amico confidente.
1«Lazzaro, amico mio, Io ti chiedo di venire con Me», dice Gesù apparendo sulla soglia della sala dove Lazzaro sta semisdraiato su un lettuccio, leggendo un rotolo.
«Subito, Maestro. Dove andiamo?», chiede Lazzaro alzandosi subito.
«Per la campagna. Ho bisogno di essere tutto solo con te».
2Lazzaro lo guarda turbato e chiede: «Hai tristi notizie da darmi in segreto? Oppure… No, non ci voglio pensare…».
«Non ho che da consigliarmi con te, e neppure l’aria deve sapere ciò che noi diremo. Ordina il carro, perché non ti voglio stancare. Quando saremo in aperta campagna ti parlerò».
«Allora guido io. Così neppure il servo sa che abbiamo detto».
«Sì. Proprio così».
«Vado subito, Maestro. Fra poco tempo sarò pronto», ed esce.
3Anche Gesù esce dopo essere rimasto un poco pensieroso in mezzo alla ricca stanza. Mentre pensava, ha macchinalmente mosso due o tre oggetti, raccolto il rotolo caduto per terra, e infine, nel rimetterlo a posto in una scansia per quell’innato istinto dell’ordine che è tanto forte in Gesù, rimane a braccio alzato ad osservare degli oggetti di un’arte strana, per lo meno diversa da quella corrente in Palestina, allineati sopra il piano della scansia. Sono anfore e coppe antichissime, sembra, dagli sbalzi e disegni imitanti i fregi dei templi dell’antica Grecia e delle urne funerarie. Cosa veda oltre l’oggetto in sé stesso, non so… Esce e va nel cortile interno dove sono gli apostoli.
4«Dove andiamo, Maestro?», chiedono vedendo che Gesù si aggiusta il mantello.
«In nessun luogo. Io esco con Lazzaro. Voi rimanete qui ad attendermi, tutti insieme. Sarò presto di ritorno».
I dodici si guardano fra di loro… Sono poco contenti… Pietro dice: «Vai solo? Stai attento…».
5«Non temere cosa alcuna. Mentre attendete, non state in ozio. Istruite ancora Ermasteo perché sempre più conosca la Legge e fatevi buona compagnia, senza dispute e sgarbi. Compatitevi, amatevi».
Si avvia verso il giardino e tutti lo seguono. Presto viene un carro leggero, coperto, su cui è già Lazzaro.
«Col carro vai?».
«Sì, perché Lazzaro non si affatichi le gambe. Addio, Marziam. Sii buono. La pace a voi tutti».
6Monta sul carro che, facendo scricchiolare la ghiaietta del viale, esce dal giardino prendendo la via maestra.
«Vai all’Acqua Speciosa, Maestro?», gli grida dietro Tommaso.
«No. Ancora vi dico: siate buoni».
L’amico consigliere.
7Il cavallo parte con un robusto trotto. La via, quella che da Betania va a Gerico, passa per la campagna che si spoglia. E sempre più si nota questo morire del verde quanto più si scende verso la pianura.
8Gesù pensa. Lazzaro tace occupandosi solo della guida del cavallo. Quando sono proprio in pianura – una pianura fertile, già tutta pronta a nutrire il seme del futuro grano, già tutta dormente nei suoi vigneti come una donna che ha dato da poco alla luce il suo frutto e si riposa della dolce fatica – Gesù fa cenno di fermare. E Lazzaro ferma ubbidiente, conducendo il cavallo in una stradella secondaria diretta verso case lontane… e spiega: «Qui saremo ancora più tranquilli che sulla grande strada. Questi alberi ci riparano dalla vista di molti». Infatti un ciuffo di piante basse e folte fanno come da paravento contro le curiosità dei passanti. E Lazzaro sta dritto davanti a Gesù, in attesa.
9«Lazzaro, Io ho bisogno di allontanare Giovanni di Endor e Sintica. Tu vedi che la prudenza lo consiglia, e anche la carità. Per l’uno e per l’altra sarebbe una pericolosa prova, un inutile dolore essere a conoscenza della persecuzione lanciatasi su loro… e che potrebbe, almeno per uno, provocare penosissime sorprese».
«In casa mia…».
10«No. Neppure in casa tua. Non sarebbero toccati materialmente, forse. Ma avviliti moralmente. Il mondo è crudele. Frantuma le sue vittime. Io non voglio che si perdano queste due belle forze, così. Perciò, come ho unito un giorno il vecchio Ismaele con Sara, ora unirò il mio povero Giovanni con Sintica. Voglio che muoia in pace e non sia solo, e con l’illusione di essere mandato altrove non perché è “l’ex-galeotto”, ma perché è il discepolo proselite che può trasferirsi altrove a predicare il Maestro. E Sintica lo aiuterà… Sintica è una bella anima e sarà una grande forza nella Chiesa futura[70] e per la Chiesa futura. Mi puoi tu consigliare dove mandarli? In Giudea, in Galilea e neppure nella Decapoli, là dove Io e con Me gli apostoli e discepoli andiamo, no. Nel mondo pagano, no. Dove allora? Dove, che siano utili e sicuri?».
«Maestro… io… Ma consigliare io Te!».
11«No, no. Parla. Tu mi vuoi bene, tu non tradisci, tu ami chi Io amo, tu non sei di mente ristretta come altri».
12«Io… Sì. Io ti consiglierei di mandarli dove io ho degli amici. A Cipro o in Siria. Scegli Tu. In Cipro ho persone fidate. In Siria poi!… Ho ancora qualche piccola casa, sorvegliata da un intendente fedele più di una pecorina. Il nostro vecchio Filippo! Per me farà ogni cosa che dico. E, se me lo concedi, essi, coloro che Israele perseguita e ti sono cari, potranno dirsi miei ospiti da ora, sicuri nella casa… Oh! non è una reggia! È una casa in cui abita solo Filippo con un nipote che si occupa dei giardini di Antigonio. Gli amati giardini della madre mia. Li abbiamo conservati per suo ricordo. Aveva portato in essi le piante dei suoi giardini giudei, dalle essenze rare… La mamma!… Con esse quanto bene faceva ai poveri… Erano il suo feudo segreto… La mia mamma… Maestro, io presto le andrò a dire: “Godi, o madre buona. Il Salvatore è sulla Terra”. Ti attendeva…».
L’amico che conforta.
13Due righe di pianto sono sul volto sofferente di Lazzaro. Gesù lo guarda e sorride. Lazzaro si riprende. «Ma parliamo di Te. Ti pare buon luogo?».
14«Mi pare. E una volta di più ti ringrazio, per Me e per loro. Mi sollevi di un grande peso…».
15«Quando partiranno? Lo chiedo per preparare una lettera per Filippo. Dirò che sono due miei amici di qui, bisognosi di pace. E basterà così».
16«Sì. Basterà così. Però, te ne prego, neppur l’aria sappia tutto questo. Tu lo vedi! Io sono spiato…»
«Lo vedo. Non parlerò neppure con le sorelle. Ma come farai a condurli là? Hai con Te gli apostoli…».
17«Ora risalirò fino a Aera senza Giuda di Simone, Tommaso, Filippo e Bartolomeo. Intanto istruirò a fondo Sintica e Giovanni… perché vadano con grande viatico di Verità. Poi scenderò al Meron e da lì a Cafarnao. E lì… e lì manderò ancora via i quattro, con altre missioni, e intanto farò partire per Antiochia i due. A questo sono costretto…».
«A dover temere dei tuoi. Hai ragione… Maestro, io soffro nel vederti crucciato…».
18«Ma la tua buona amicizia mi conforta tanto… Lazzaro, Io ti ringrazio… Dopodomani Io parto e ti levo le sorelle. Ho bisogno di molte discepole per confondere fra esse Sintica. Viene anche Giovanna di Cusa. Da Meron andrà a Tiberiade perché passerà l’inverno là. Così vuole il marito per averla più vicina, perché Erode torna a Tiberiade per qualche tempo».
Amico servitore.
19«Sarà fatto come Tu desideri. Le mie sorelle sono tue, come lo sono io, le mie case, i miei servi, i miei averi. Tutto è tuo, Maestro. Usane per il bene. Ti preparerò la lettera per Filippo. È meglio che Tu l’abbia direttamente».
«Grazie, Lazzaro».
20«È tutto quello che posso fare… Fossi sano, verrei… Guariscimi, Maestro, e verrò».
«No, amico. Tu mi necessiti così come sei».
21«Anche se non faccio nulla?».
«Anche. Oh! mio Lazzaro!», e Gesù lo abbraccia e bacia. Risalgono sul carro e tornano indietro. Ora è Lazzaro che è molto silenzioso e pensieroso, e Gesù gliene chiede la ragione.
«Penso che perdo Sintica. Mi attraevano la sua scienza e la sua bontà…».
«L’acquista Gesù…»
22«È vero. È vero. Quando ti rivedrò, Maestro?».
«A primavera».
«Fino a primavera più? Lo scorso anno eri da me per l’Encenie…»
«Quest’anno accontento gli apostoli. Ma l’anno futuro starò molto con te. Te lo prometto».
Amico e protettore.
23Betania appare sotto al sole ottobrino. Stanno quasi per giungervi quando Lazzaro trattiene il cavallo per dire: «Maestro, fai bene ad allontanare l’uomo di Keriot. Io temo di lui. Non ti ama. Non mi piace. Non mi è mai piaciuto. È un sensuale e un avido. Per questo può giungere ad ogni peccato. Maestro, è lui che ti ha denunciato…».
«Ne hai le prove?».
«No».
24«E allora non giudicare. Non sei molto esperto nel giudicare. Ricordati che giudicavi inesorabilmente perduta la tua Maria… Non dire che è merito mio. Lei mi ha cercato per prima».
«È vero anche questo. Ma insomma, temi di Giuda».
Dopo poco rientrano nel giardino dove attendono gli apostoli, curiosi.
Betania[71].
Andando a Betania.
55E Gesù, con passo sollecito, va a Betania. Sono ai suoi lati Simone Zelote e Marziam. Felici di essere loro due i prescelti per questa visita. Marziam, completamente rasserenato, fa mille domande sulla donna venuta da Efeso, chiede se Gesù sapeva questo fatto, e così via.
56«Non lo sapevo. Le bontà di mia Madre sono infinite e fatte con così mite silenzio che restano per lo più ignote».
«É molto bello, però, l’episodio», dice lo Zelote.
57«Sì. Tanto che lo voglio far sapere a Giovanni di Endor. Che dici, Maestro? Troveremo sue lettere a Betania?».
«Ne sono quasi certo».
57«Dovremmo trovare anche la donna guarita dalla lebbra», osserva lo Zelote.
«Sì. Ha osservato con fedeltà i precetti. Ma ormai il tempo della purificazione deve essere compiuto».
Betania appare sul suo pianoro.
Decide Dio l’ora di miracolo.
58Passano davanti alla casa dove un tempo erano i pavoni, fenicotteri e gralle. Ora è abbandonata e chiusa. Simone lo nota. Ma la sua osservazione è interrotta dal giulivo saluto di Massimino che sbuca fuor dal cancello.
«Oh! Maestro santo! Che felicità in tanto dolore!».
«Pace a te. Perché dolore?».
59«Perché Lazzaro spasima per le sue gambe ulcerate. E non sappiamo che fare per sollevare quella pena. Ma vedendo Te starà meglio, di spirito almeno».
Entrano nel giardino e, mentre Massimino corre avanti, loro procedono adagio verso la casa.
60Corre fuori Maria di Magdala col suo grido adorante: «Rabbonì!», e la segue più calma Marta. Sono entrambe pallide come chi ha sofferto e vegliato.
«Alzatevi. Andiamo subito da Lazzaro».
61«Oh! Maestro! Maestro che puoi tutto, guariscimi il fratello mio!», supplica Marta.
62«Sì, Maestro buono! Egli soffre più che non possa! Si emunge, geme. Certo morirà se così dura. Abbi pietà di lui, Signore!», incalza Maria.
63«Ho tutta la pietà. Ma non è per lui ora di miracolo. Sia forte, e voi con lui. Sostenetelo a fare la volontà del Signore».
«Ah! Tu vuoi dire che egli deve morire?!», geme e chiede Marta in lacrime.
64E Maria, con gli occhi nuotanti nel pianto e la passione, la duplice passione per Gesù e per il fratello, nella voce: «Oh! Maestro, ma così facendo mi impedisci di seguirti e servirti, e impedisci al fratello di godere della mia risurrezione. Non vuoi dunque che in casa di Lazzaro si giubili per una risurrezione?».
65Gesù la guarda con un sorriso buono e arguto, e dice: «Per una? Una sola? Suvvia! Mi credete ben poca cosa, se credete che possa una cosa sola! Siate buone e forti. Andiamo. E non piangete così. Lo accascereste di penosi sospetti». E si avvia per il primo.
Lazzaro tormentato dalle piaghe.
66Lazzaro, per comodità di assistenza di certo, è stato portato in una sala presso la biblioteca, di fronte alla sala maggiore dedicata ai conviti. Massimino indica la porta, ma lascia che Gesù entri solo.
«La pace a te, Lazzaro, amico mio!».
67«Oh! Maestro santo! La pace a Te. Per me, nelle mie membra, non c’è più pace. È accasciato è lo spirito mio. Soffro tanto, Signore! Dammi il caro comando: “Lazzaro, vieni fuori”, ed io sorgerò guarito, per servirti…».
«Te lo darò, Lazzaro. Ma non ora», risponde Gesù abbracciandolo.
68Lazzaro è molto magro, giallognolo, cogli occhi incavati. Palesemente molto malato e molto indebolito. Piange come un bambino nel mostrare le sue gambe gonfie, bluastre, con piaghe che direi varicose, aperte in più punti. Forse spera che, mostrando a Gesù quella rovina, Gesù si commuova e faccia miracolo. Ma Gesù si limita a ricomporre con delicatezza i lini sparsi di balsamo sulle piaghe.
«Sei venuto per fermarti?», chiede Lazzaro deluso.
«No. Ma verrò sovente».
69«Come? Neppure quest’anno fai la Pasqua con me? Mi sono fatto portare qui apposta. Mi avevi promesso ai Tabernacoli che saresti stato tanto con me, dopo le Encenie…»
«E ci starò. Ma non ora. Ti do noia a sedermi qui, sulla sponda del tuo letto?».
«Oh! no. Anzi, la frescura della tua mano pare mitigare l’ardore della mia febbre. Perché non resti, Signore?».
70«Perché, come tu sei tormentato dalle piaghe, Io lo sono dai nemici. Per quanto Betania sia considerata nei termini per la Cena, e per tutti, per Me si considererebbe peccato consumare la Pasqua qui. Tutto è cammello e trave di ciò che Io faccio, per il Sinedrio e i farisei…».
«Ah! i farisei! É vero! Ma in una mia casa, allora… Questo almeno!».
«Questo sì. Ma lo dirò all’ultima ora. Per prudenza».
Notizie dei missionari e di Anastasica.
71«Oh! sì. Non ti fidare. Ti è andata bene con Giovanni. Sai? Ieri è venuto Tolmai con altri e mi ha portato lettere per Te. Le hanno le sorelle. Ma dove sono rimaste Marta e Maria? Non provvedono a farti onore?». Lazzaro è inquieto come molti malati.
«Sta’ buono. Sono fuori con Simone e Marziam. Sono venuto con loro. E non abbisogno di nulla. Ora li chiamo».
72E infatti chiama quelli che, prudenti, erano rimasti fuori. Marta esce e torna con due rotoli che dà a Gesù. Maria riferisce intanto che il servo di Nicodemo ha detto che precede il padrone che viene con Giuseppe d’Arimatea. E contemporaneamente Lazzaro si sovviene di una donna «giunta ieri a tuo nome», dice.
«Ah! sì! Sai chi è?».
73«Ce lo ha detto. É figlia di un ricco di Gerico andato in Siria da anni, da giovane. L’ha chiamata Anastasica in ricordo del fior del deserto. Non ha voluto rivelare il nome del marito, però», spiega Marta.
«Non occorre. L’ha ripudiata e perciò ella è unicamente “la discepola”. Dove è?».
«Dorme stanca. In questi giorni e notti è vissuta molto male. Se vuoi la chiamo».
«No. Lasciala dormire. Provvederò domani».
74Lazzaro guarda Marziam ammirato. E Marziam è sulle spine. Vorrebbe sapere ciò che è nei rotoli. Gesù lo comprende e li apre.
Lazzaro dice: «Come? Egli sa?».
«Sì. Egli e gli altri meno Natanaele, Filippo, Tommaso e Giuda…».
L’Iscariota è l’obbrobrio.
75«Bene hai fatto a tenerlo celato a lui!», prorompe Lazzaro.
«Io ho molti sospetti…».
76«Non sono imprudente, amico», lo interrompe Gesù e legge i rotoli riferendo poi le notizie principali, ossia che i due si sono acclimatati, che la scuola prospera e che, senza il declinare di Giovanni, tutto andrebbe bene. Ma non può dire di più perché si annuncia la venuta di Nicodemo e Giuseppe.
77«Dio ti salvi, o Maestro! Sempre, come stamane!».
«Grazie, Giuseppe. E tu, Nicodemo, non c’eri?».
«No. Ma, saputo che eri giunto, ho pensato venire da Lazzaro, quasi certo di trovarti. E Giuseppe si è unito a me».
Parlano dei fatti del mattino intorno al letto di Lazzaro, che tanto se ne interessa da parere sollevato dal suo soffrire.
«Ma quel Gamaliele, Signore! Hai sentito?», dice Giuseppe d’Arimatea.
«Ho sentito».
78Nicodemo dice: «Io invece dico: ma quel Giuda di Keriot, Signore! Dopo la tua partenza lo trovai vociante come un demonio in mezzo a un gruppo di allievi dei rabbi. Ti accusava e difendeva insieme. E sono certo che era convinto di non fare che bene. Essi volevano trovarti in colpa, certo aizzati in ciò dai maestri. Egli controbatteva le accuse con una foga accorata dicendo: “Solo una colpa ha il Maestro mio! Di fare troppo poco risaltare la sua potenza. Lascia fuggire l’ora buona. Stanca i buoni con la sua eccessiva mitezza. Re è! E da re deve agire. Voi lo trattate da servo perché Egli è mite. Ed Egli si rovina per non essere che mite. Per voi, vili e crudeli, non c’è che la sferza di un potere assoluto e violento. Oh! perché non posso fare di Lui un violento Saulle?».
Gesù crolla il capo senza parlare.
79«Eppure, a modo suo ti ama», osserva Nicodemo.
80«Che uomo sconcertante!», esclama Lazzaro.
81«Sì. Hai detto bene. Io non lo capisco ancora, dopo due anni che gli sto vicino», conferma lo Zelote.
82Maria di Magdala si alza con un’imponenza da regina, e con la sua splendida voce proclama: «Io l’ho capito più di tutti: è l’obbrobrio vicino alla Perfezione. E non c’è altro da dire», ed esce per qualche incombenza, portando con sé Marziam.
«Forse Maria ha ragione», dice Lazzaro.
«Lo penso io pure», dice Giuseppe.
L’Iscariota è “l’uomo”.
83«E Tu, Maestro, che dici?».
«Dico che Giuda è “l’uomo”. Come lo è Gamaliele. L’uomo limitato presso Dio infinito. L’uomo è così ristretto nel suo pensiero, finché non dà ad esso respiro soprannaturale, che può accogliere una sola idea, incrostarla in sé, o incrostarsi in essa, e stare lì. Anche contro l’evidenza. Cocciuto. Ostinato. Per fede, magari, alla cosa che più lo ha colpito. In fondo Gamaliele ha una fede, come pochi in Israele, nel Messia da lui intravisto e riconosciuto in un fanciullo. Ed è fedele alle parole di quel fanciullo… E così Giuda. Saturo dell’idea messianica quale il più d’Israele la coltiva, confermato in essa dal mio primo manifestarsi a lui, vede, vuol vedere nel Cristo il re. Il re temporale e potente… ed è fedele a questo suo concetto.
84Oh! quanti, anche in futuro, si rovineranno per una concezione di fede sbagliata, testarda ad ogni ragione! Ma che credete voi? Che sia facile seguire la verità e la giustizia in tutte le cose? Che credete voi? Che sia facile salvarsi solo perché si è un Gamaliele e un Giuda apostolo? No. In verità, in verità vi dico che è più facile si salvi un fanciullo, un comune fedele, che uno elevato a carica speciale e a speciale missione. Generalmente entra, nei vocati a sorte straordinaria, la superbia della loro vocazione, e questa superbia apre le porte a Satana, cacciando Dio. Le cadute delle stelle sono più facili di quelle dei sassi. Il Maledetto cerca di spegnere gli astri e si insinua, si insinua tortuoso a far da leva agli eletti per poterli ribaltare. Se cadono nei comuni errori mille e diecimila uomini, la loro caduta non travolge che loro stessi. Ma se cade uno eletto a straordinaria sorte, e diviene strumento di Satana anziché di Dio, sua voce anziché “mia” voce, suo discepolo anziché “mio” discepolo, allora la rovina è ben più grande e può dare origine persino ad eresie profonde che ledono un numero senza numero di spiriti.
85Il bene che Io do ad uno darà molto bene se cade su terreno umile e che sa rimanere tale. Ma se cade su terreno superbo o che diventa tale per il dono avuto, allora da bene diviene male. A Gamaliele fu concessa una delle prime epifanie del Cristo. Doveva essere la sua precoce chiamata al Cristo. É la ragione della sua sordità alla mia voce che lo chiama. A Giuda fu concesso di essere apostolo, uno dei dodici apostoli fra le migliaia di uomini di Israele. Doveva questo essere la sua santificazione. Ma che sarà?… Amici miei, l’uomo è l’eterno Adamo… Aveva tutto Adamo. Tutto meno una cosa. Volle quella. E purché l’uomo resti Adamo! Ma ben sovente diviene Lucifero. Ha tutto meno la divinità. Vuole quella. Vuole il soprannaturale per stupire, per essere acclamato, temuto, conosciuto, celebrato… E per avere qualcosa di ciò che solo Dio può dare gratuitamente si abbranca a Satana, il quale è la Scimmia di Dio e dà simulazioni di doni soprannaturali. Oh! che orrenda sorte quella di questi insatanassati!
Vi lascio, amici. Mi ritiro alquanto. Ho bisogno di raccogliermi in Dio…».
L’ odio cresce.
Gesù, molto turbato, esce…
I rimasti: Lazzaro, Giuseppe, Nicodemo e lo Zelote, si guardano.
86«Hai visto come si era turbato?», chiede sottovoce Giuseppe a Lazzaro.
«Ho visto. Pareva vedesse uno spettacolo orrendo».
«Che avrà nel cuore?», chiede Nicodemo.
«Solo Lui e l’Eterno lo sanno», risponde Giuseppe.
«Tu sai nulla, Simone?».
«No. Certo è che da mesi Egli è molto angosciato».
«Dio lo salvi! Ma certo è che l’odio cresce».
«Sì, Giuseppe. L’odio cresce… Io credo che presto l’odio vincerà l’Amore».
87«Non lo dire, Simone! Se così deve essere, non chiederò più di essere guarito! Meglio morire anziché assistere al più orrendo degli errori».
«Dei sacrilegi, devi dire, Lazzaro…».
«Eppure… Israele è capace di questo. É maturo a ripetere il gesto di Lucifero muovendo guerra al Signore benedetto», sospira Nicodemo.
88Un silenzio penoso si forma, come una morsa che strozzi ogni gola… La sera scende nella stanza dove quattro onesti pensano ai delinquenti futuri.
21. La cena rituale in casa di Lazzaro[72].
La cena pasquale in casa di Lazzaro.
Promessa di Gesù a Lazzaro.
1Quando Gesù entra nel palazzo, lo vede invaso da una turba di servi venuti da Betania, i quali si affrettano nei preparativi. Lazzaro, sdraiato su un lettuccio e molto sofferente, saluta con un pallido sorriso il suo Maestro, che si affretta verso di lui e che si china tutto amore sul lettuccio chiedendo: «Hai molto sofferto, non è vero, amico mio? con le scosse del carro».
2«Molto, Maestro», risponde Lazzaro, sfinito tanto che solo a rievocare ciò che ha provato ha da capo negli occhi le lacrime.
3«Per colpa mia! Perdonami!».
4Lazzaro prende una delle mani di Gesù e se la porta al viso, ci strofina contro la guancia scarnita, la bacia e mormora: «Oh! non per colpa tua, Signore! E sono tanto contento che Tu faccia con me la Pasqua… la mia ultima Pasqua! …»
5«Se Dio vorrà, nonostante ogni cosa, tu ne farai molte ancora, Lazzaro. E sempre il tuo cuore sarà con Me».
6«Oh! io sono finito! Tu mi conforti… ma è finita. E mi spiace…». Piange.
7«Lo vedi, Signore? Lazzaro non fa che piangere» dice pietosa Marta. «Digli che non lo faccia. Si sfinisce!».
8«La carne ha anche i suoi diritti. La sofferenza è penosa, Marta, e la carne piange. Ha bisogno di questo sfogo. Ma l’anima è rassegnata, non è vero, amico mio? La tua anima di giusto fa volentieri la volontà del Signore…».
9«Sì… Ma io piango perché Tu, essendo così perseguitato, non potrai assistermi nella morte… Ho ribrezzo, ho paura di morire… Se ci fossi Tu, non l’avrei tutto ciò. Mi rifugerei nelle tue braccia… e mi addormenterei così… Come farò? Come farò a morire senza avere moti contro l’ubbidienza a questa tremenda volontà?».
10«Suvvia! Non pensare a queste cose! Vedi? Fai piangere le sorelle… Il Signore ti aiuterà così paternamente che tu non avrai paura. Paura devono averla i peccatori…».
11«Ma Tu, se puoi venire, ci vieni alla mia agonia? Promettimelo!».
12«Te lo prometto[73]. Questo e più ancora».
13«Mentre preparano, raccontami ciò che hai fatto questa mattina…».
14E Gesù, seduto sull’orlo del lettuccio, una delle scarne mani di Lazzaro nelle sue, racconta per filo e per segno tutto quanto è accaduto, finché Lazzaro, sfinito, si assopisce, e Gesù non lo lascia neppure allora. Sta immobile per non turbare quel sonno riparatore, facendo segno che si faccia il meno rumore possibile, tanto che Marta, dopo avere portato un ristoro a Gesù, si ritira in punta di piedi calando la tenda pesante e chiudendo la porta massiccia. Il rumore della casa, tutta in moto, si attutisce così in un brusio appena sensibile. Lazzaro dorme. Gesù prega e medita.
La fortuna di chi ama totalmente.
15Passano le ore così, finché Maria di Magdala viene a portare una lampadetta, perché la sera scende e vengono chiuse le finestre.
«Dorme ancora?», sussurra.
«Sì. É molto quieto. Gli farà bene».
16«Da mesi non dormiva tanto… Credo che molto lo tenesse agitato il timore della morte. Con Te vicino non c’è paura… di nulla… Lui fortunato!».
17«Perché, Maria?».
«Perché lui potrà averti vicino nel morire. Ma io…».
18«Perché tu no?».
«Perché Tu vuoi morire… e presto. E io chissà quando morirò. Fammi morire prima di Te, Maestro!».
«No, tu mi devi servire per tanto ancora».
«E allora ho ragione di dire che Lazzaro è fortunato!».
19«I beneamati saranno tutti fortunati come lui, più di lui».
20«Chi sono? I puri, vero?».
«Coloro che sanno totalmente amare. Tu, per esempio, Maria».
21«Oh! mio Maestro!». Maria scivola a terra, sulla stuoia multicolore che copre il pavimento di questa stanza, e sta lì, in adorazione del suo Gesù.
Onorate sempre il povero che nessuno ama.
22Marta, cercandola, mette dentro il capo. «Vieni, dunque! Dobbiamo parare la sala rossa per la cena del Signore».
23«No, Marta. Quella la darete ai più umili, ai contadini di Giocana, ad esempio».
24«Ma perché, Maestro?».
«Perché i poveri sono tanti Gesù ed Io sono in essi. Onorate sempre il povero che nessuno ama, se volete essere perfette. Per Me preparerete nell’atrio. Tenendo aperte le porte delle molte stanze che dànno in esso, tutti mi vedranno ugualmente ed Io tutti vedrò».
25Marta, non troppo soddisfatta, obbietta: «Ma Tu in un vestibolo!… Non è degno di Te! …».
26«Va’, va’. Fa’ ciò che ti dico. É degnissimo fare ciò che il Maestro consiglia».
Marta e Maria escono senza fare rumore e Gesù resta paziente a vegliare l’amico che riposa.
La Regina della festa è Maria.
27Le cene sono in pieno svolgimento. Con poco giusta distribuzione degli ospiti, secondo il punto di vista umano, ma con una superiore vista tesa a dare onore e amore a quelli che il mondo solitamente trascura.
28Così nella splendida, regale sala rossa, la cui volta è sorretta da due colonne di porfido rosso, fra le quali è stata messa la lunga tavola, sono seduti i contadini di Giocana insieme a Marziam e a Isacco più altri discepoli, fino a compire il numero adatto. Nella sala dove ebbe luogo la cena della sera avanti sono altri discepoli fra i più umili. Nella sala bianca – un sogno di candore – sono le discepole vergini e con esse, che sono solo quattro, sono le sorelle di Lazzaro e Anastasica e altre giovani, ma la regina della festa è Maria, la Vergine per eccellenza. Nella stanza vicina, che forse è una biblioteca perché è tappezzata di alti scrigni oscuri che forse contengono dei rotoli, o ne contenevano, sono le vedove e le mogli, e ne sono direttrici Elisa di Betsur e Maria d’Alfeo. E così via.
Il Re della festa è Gesù.
29Ma ciò che colpisce è vedere Gesù nell’atrio marmoreo. Vero è che il gusto signorile delle due sorelle di Lazzaro ha fatto del quadrato vestibolo un vero salone luminoso, fiorito, splendido più di una sala. Ma è sempre il vestibolo! Gesù è coi dodici, ma al suo fianco è Lazzaro. E con Lazzaro è anche Massimino.
30Le cene proseguono secondo il rito… e Gesù sfavilla nella letizia di essere al centro di tutti i suoi discepoli fedeli.
31Terminate le cene, consumato l’ultimo calice, cantato l’ultimo salmo, tutti quelli che erano nelle diverse sale affluiscono nell’atrio. Ma non vi stanno, data la presenza della tavola che ingombra non poco.
32«Andiamo nella sala rossa, Maestro. Spingeremo la tavola contro la parete e staremo tutti intorno a Te», suggerisce Lazzaro facendo cenno ai servi di eseguire.
33Ora Gesù, seduto al centro, fra le due preziose colonne, sotto il rutilante lampadario, alto su un piedistallo fatto di due sedili-lettucci usati per la cena, pare proprio un re seduto sul trono in mezzo ai suoi cortigiani. La sua veste di lino, messa avanti la cena, splende come fosse di fili preziosi, e sembra ancor più bianca, messa a confronto con il rosso opaco delle pareti e con quello lucido delle colonne. E il suo viso è veramente divino e regale mentre parla o ascolta chi gli è intorno. Anche i più umili, che Egli ha voluto molto vicino, sentendosi amati fraternamente dagli altri, parlano con sicurezza, dicendo speranze e affanni con semplicità e fede.
Il nonno di Marziam.
34Ma il più beato fra tanti beati è il nonno di Marziam! Non si separa dal nipote neppure per un momento e si bea di guardarlo, di ascoltarlo… Ogni tanto, stando seduto presso Marziam che è in piedi, curva il capo canuto sul petto del nipote che lo carezza.
35Gesù vede quest’atto più volte e interpella il vecchio: «Padre, il tuo cuore è felice?».
«Oh! ben felice, mio Signore! Non mi sembra neppure vero. Non ho più che un desiderio…».
«Quale?».
«Quello che ho detto al figlio mio. Ma egli non lo approva».
«Che desiderio è?».
36«É che vorrei morire, possibilmente in questa pace. Presto almeno. Perché ormai il massimo bene l’ho avuto. Non di più può averne creatura sulla Terra. Andarmene… non penare più… Andare… Come hai detto bene nel Tempio, o Signore! “Chi offre sacrifizi con la roba dei poveri è come chi sgozza un figlio sotto gli occhi del padre”. Solo il timore di Te trattiene Giocana da emulare Doras. Gli sta passando il ricordo di ciò che avvenne all’altro, i campi suoi prosperano ed egli li feconda col nostro sudore. Il sudore non è forse la roba del povero, il suo se stesso che si spreme in fatiche superiori alle sue forze? Non ci picchia, ci dà tanto da tenerci forti al lavoro. Ma non ci sfrutta più del bue? Ditelo voi, compagni miei…».
I contadini di Giocana
37I contadini vecchi e nuovi di Giocana annuiscono.
38«Uhm! Credo che… Sì, che le tue parole lo facciano più vampiro che mai; e su questi… Perché le hai dette, Maestro?», chiede Pietro.
39«Perché egli le meritava già. Non è vero, voi dei campi?».
40«Oh, sì! I primi mesi… andò bene. Ma ora… peggio di prima», asserisce Michea.
41«La secchia del pozzo per il suo stesso peso discende», sentenzia il sacerdote Giovanni.
42«Sì, e il lupo presto si stanca di apparire agnello», rincara Erma.
Le donne sussurrano fra loro, impietosite.
43Gesù, con gli occhi fatti dilatati dalla pietà, guarda i poveri contadini, afflitto di essere impotente[74] a sollevarli.
44Lazzaro dice: «Avevo offerto somme pazze per avere quei campi e dare loro pace. Ma non sono riuscito ad averli. Doras mi odia, simile in tutto a suo padre».
45«Ebbene… morremo così. É la nostra sorte. Ma verrà bene il riposo in seno ad Abramo!», esclama Saulo, altro contadino di Giocana.
46«In seno a Dio, figlio! In seno a Dio. La Redenzione sarà compiuta, i Cieli aperti, e voi al Cielo andrete e…».
22. Le opere salvifiche dei giusti. Gli umori di
Erode condanna per
il Tempio corrotto[75].
La comunione dei santi è per i santi.
I discepoli.
1Molti discepoli e discepole si sono congedati, tornando alle case ospitali o riprendendo le vie dalle quali erano venuti.
2Nel pomeriggio splendido di questo inoltrato aprile restano nella casa di Lazzaro i discepoli veri e propri, e particolarmente i più votati alla predicazione. Ossia i pastori, Erma e Stefano, il sacerdote Giovanni, Timoneo, Ermasteo, Giuseppe d’Emmaus, Salomon, Abele di Betlemme di Galilea, Samuele e Abele di Corozim, Agapo, Aser e Ismaele di Nazareth, Elia di Corozim, Filippo d’Arbela, Giuseppe barcaiolo di Tiberiade, Giovanni d’Efeso, Nicolai d’Antiochia. Delle donne restano, oltre le note discepole, Annalia, Dorca, la madre di Giuda, Mirta, Anastasica, le figlie di Filippo. Non vedo più Miryam di Giairo, né Giairo stesso. Forse è tornato dove era ospitato.
3Passeggiano lentamente nei cortili, oppure sul terrazzo della casa, mentre intorno a Gesù, che è seduto presso il lettuccio di Lazzaro, sono quasi tutte le donne e tutte le vecchie discepole. Ascoltano Gesù che parla con Lazzaro, descrivendo paesi attraversati nelle ultime settimane avanti il viaggio pasquale.
Il Salvatore.
4«Sei arrivato proprio in tempo per salvare il piccolino», commenta Lazzaro dopo il racconto del castello di Cesarea di Filippo, accennando al poppante che dorme beato fra le braccia materne. E Lazzaro aggiunge: «É un bel bambino! Donna, me lo fai vedere da vicino?».
5Dorca si alza e silenziosamente, ma trionfalmente, porge il suo nato all’ammirazione del malato.
6«Un bel bambino! Proprio bello! Il Signore te lo protegga e lo faccia crescere sano e santo».
7«E fedele al suo Salvatore. Così non avesse a divenire, lo vorrei morto, anche ora. Tutto, ma non che il salvato sia ingrato al Signore!», dice Dorca fermamente, tornando al suo posto.
8«Il Signore giunge sempre in tempo per salvare», dice Mirta, madre di Abele di Betlemme. «Il mio non era meno prossimo a morte, e a che morte!, del piccolo di Dorca. Ma Egli è giunto… ha salvato. Che ora tremenda!…». Mirta impallidisce ancora nel ricordo…
L’ amore perfetto.
9«Allora verrai in tempo anche per me, non è vero? Per darmi pace…», dice Lazzaro carezzando la mano di Gesù.
10«Ma non stai un poco meglio, fratello mio?», chiede Marta.
«Da ieri mi sembri più sollevato…».
«Sì. E me ne stupisco io stesso. Forse Gesù…».
11«No, amico. É che Io verso in te la mia pace. La tua anima ne è satura, e ciò sopisce il soffrire delle membra. É decreto di Dio che tu soffra».
12«E muoia. Dillo pure. Ebbene… sia fatta la sua volontà, come Tu insegni. Da questo momento non chiederò più guarigione né sollievo. Ho tanto avuto da Dio (e guarda involontariamente Maria, sua sorella) che è giusto che ricambi il tanto avuto con la mia sommissione…»
13«Fa’ di più, amico mio. Già molto è essere rassegnati e subire il dolore. Ma tu dà ad esso un valore maggiore».
«Quale, mio Signore?».
14«Offrilo per la redenzione degli uomini».
15«Sono un povero uomo io pure, Maestro. Non posso aspirare ad essere un redentore».
16«Tu lo dici. Ma sei in errore. Dio si è fatto Uomo per aiutare gli uomini. Ma gli uomini possono aiutare Dio. Le opere dei giusti saranno unite alle mie nell’ora della Redenzione. Dei giusti, morti da secoli, viventi, o futuri. Tu unìscivi le tue, da ora. E’ così bello fondersi alla Bontà infinita, aggiungervi ciò che possiamo dare della nostra bontà limitata e dire: “Io pure coopero, o Padre, al bene dei fratelli”. Non ci può essere amore più grande, per il Signore e per il prossimo, di questo di saper patire e morire per dare gloria al Signore e salvezza eterna ai fratelli nostri. Salvarsi per se stessi? É poco. É un “minimo” di santità. Bello è salvare. Darsi per salvare. Spingere l’amore fino a farsi rogo immolatore per salvare. Allora l’amore è perfetto. E grandissima sarà la santità del generoso».
17«Come è bello tutto ciò, non è vero, sorelle mie?», dice Lazzaro con un sorriso sognante nel volto affilato.
Marta annuisce col capo, commossa.
Eroismo perfetto.
18Maria, che è seduta su un cuscino, ai piedi di Gesù, nella sua posa abituale di umile e ardente adoratrice, dice: «Forse che io costo queste sofferenze al fratello mio? Dimmelo, Signore, perché la mia ambascia sia completa!…».
19Lazzaro esclama: «No, Maria, …dovevo morire di ciò. Non metterti frecce nel cuore».
20Ma Gesù, sincero fino all’estremo, dice: «Certo che sì! Io l’ho sentito il buon fratello nelle sue preghiere, nei suoi palpiti. Ma questo non ti deve dare ambascia che appesantisce. Bensì volontà di divenire perfetta, per ciò che costi. E giubila! Giubila perché Lazzaro, per averti strappata al demonio…».
«Non io! Tu, Maestro»
21«…per averti strappata al demonio, ha meritato da Dio un premio futuro, per cui di lui parleranno le genti e gli angeli. E come per Lazzaro, di altri, e specie di altre, che hanno strappato a Satana la preda col loro eroismo».
I Salvatori.
22«Chi sono? Chi sono?», chiedono curiose le donne, e forse tutte sperano di essere loro, una per una. Maria di Giuda non parla. Ma guarda, guarda il Maestro…
23Gesù pure la guarda. Potrebbe illuderla. Non lo fa. Non la mortifica, ma non la illude. Risponde a tutte: «Lo saprete in Cielo».
24La sempre angosciata madre di Giuda chiede: «E se una non riuscisse, pur volendo? Quale la sua sorte?».
«Quale la sua anima buona la merita».
25«Il Cielo? Ma, o Signore, una moglie, una sorella, od una madre che… che non riuscisse a salvare quelli che ama e li vedesse dannati, potrebbe avere il Paradiso, pur essendo nel Paradiso? Non credi Tu che ella non avrà mai gioia perché… la carne della sua carne e il sangue del suo sangue avranno meritato condanna eterna? Io penso che non potrà godere vedendo l’amato in atroce pena…».
26«Sei in errore, Maria. La vista di Dio, il possesso di Dio sono fonti di una beatitudine così infinita che non sussiste pena per i beati. Operosi e attenti per aiutare ancora coloro che possono essere salvati, non soffrono più per i recisi da Dio, e perciò da loro stessi, che sono in Dio. La comunione dei santi è per i santi».
27«Ma se aiutano coloro che possono ancora essere salvati è segno che questi aiutati non sono ancora santi», obbietta Pietro.
28«Ma hanno volontà, almeno passiva, di esserlo. I santi in Dio aiutano anche nei bisogni materiali per fare passare costoro da una volontà passiva ad una attiva. Mi comprendi?».
29«Sì e no. Ecco, per esempio, se io fossi in Cielo e vedessi, per un supposto, un movimento fuggevole di bontà in… Eli il fariseo, diciamo, che farei?».
30«Coglieresti tutti i mezzi per aumentare i suoi movimenti buoni».
31«E se non giovasse a nulla? Dopo?».
32«Dopo, quando egli fosse dannato, te ne disinteresseresti».
33«E se, come lo è ora, fosse tutt’affatto degno di dannazione, ma mi fosse caro – cosa che non sarà mai – che dovrei fare?».
34«Anzitutto sappi che pericoli di dannarti tu col dire che non lo hai né avrai caro; poi sappi che se fossi in Cielo, tutt’uno con la Carità, pregheresti per lui, per la sua salvezza, fino al momento del suo giudizio. Ci saranno spiriti salvati nell’ultimo momento dopo tutta una vita di preghiere per loro».
Condanna per il tempio corrotto.
Il tetrarca sozzo e omicida.
35Entra un servo dicendo: «É venuto Mannaen. Vuole vedere il Maestro».
36«Venga. Certo vuole parlare di cose serie».
37Le donne, discrete, si ritirano e i discepoli le seguono. Ma Gesù richiama Isacco, il sacerdote Giovanni, Stefano ed Erma, e Mattia e Giuseppe dei pastori discepoli.
38«Ébene che sappiate anche voi che siete discepoli», spiega.
39Entra Mannaen, che si inchina.
40«La pace a te», saluta Gesù.
41«La pace a Te, Maestro. Il sole tramonta. Il primo passo dopo il sabato per Te, mio Signore».
42«Avesti buona Pasqua?»
«Buona!! Nulla di buono può esservi dove è Erode ed Erodiade! Confido di aver mangiato per l’ultima volta l’agnello con essi. A costo della morte non rimarrò più a lungo con loro!».
43«Credo che tu faccia un errore. Puoi servire il Maestro restando…», obbietta l’Iscariota.
44«Questo è vero. Ed è quello che mi ha finora trattenuto. Ma che nausea! Potrebbe sostituirmi Cusa…».
45Bartolomeo gli osserva: «Cusa non è Mannaen. Cusa è… Sì. Egli barcamena. Non denuncerebbe mai il padrone. Tu sei più schietto».
46«Ciò è vero. E vero è ciò che dici. Cusa è il cortigiano. Subisce il fascino della regalità… Regalità! Che dico!? Del fango regale! Ma gli pare di essere re per essere col re… E trema dello sfavore reale. L’altra sera era come un veltro bastonato quando, quasi strisciando, è apparso davanti ad Erode che lo aveva chiamato dopo avere ascoltato le lamentele di Salomè, scacciata da Te. Cusa era in un ben aspro momento. Il desiderio di salvarsi, ad ogni costo, magari accusando Te, dandoti torto, era scritto sul suo volto. Ma Erode!… Voleva solo ridere alle spalle della fanciulla, di cui ha nausea ormai, così come ha nausea della madre di essa. E rideva come un folle sentendo ripetere da Cusa le tue parole. Ripeteva: “Troppo, troppo dolci ancora per questa giovane… (e disse una parola così sconcia che non te la ripeto). La doveva calpestare sul seno smanioso… Ma si sarebbe contaminato!”, e rideva. Poi facendosi serio disse: “Però… l’affronto, meritato per la femmina, non va permesso per la corona. Io sono magnanimo (è la sua fissazione di esserlo e, posto che nessuno glielo dice, se lo dice da sé) e perdono al Rabbi, anche perché ha detto a Salomè ciò che è vero. Ma però voglio che Egli venga a Corte per perdonarlo del tutto. Voglio vederlo, sentirlo e farlo operare miracoli. Che venga, e io mi farò suo protettore”. Così diceva l’altra sera. E Cusa non sapeva che dire. No, al monarca non voleva dirlo. Sì, non poteva. Perché Tu non puoi certo accedere alle voglie di Erode. Oggi ha detto a me: “Tu certo vai da Lui… Digli la mia volontà”. La dico. Ma… so già la risposta. Però dimmela, che io possa trasmetterla».
47«No!». Un “no” che pare un fulmine.
48«Non te ne farai un nemico troppo forte?», chiede Tommaso.
49«Anche un carnefice. Ma non posso che rispondere: “no”».
50«Ci perseguiterà…»
51«Oh! fra tre giorni non se ne ricorderà più», dice Mannaen scrollando le spalle. E aggiunge: «Gli hanno promesso delle… mime… Giungeranno domani… Ed egli dimenticherà tutto!…».
Condanna per il tempio corrotto.
Un tetrarca sozzo e omicida.
52Torna il servo: «Padrone, ci sono Nicodemo, Giuseppe, Eleazaro e altri farisei e capi del Sinedrio. Vogliono salutarti».
53Lazzaro guarda Gesù interrogativamente. Gesù capisce: «Che vengano! Li saluterò volentieri». Dopo poco entrano Giuseppe, Nicodemo, Eleazaro (quello giusto del banchetto di Ismael), Giovanni (quello del lontano banchetto del d’Arimatea), un altro che sento chiamare Giosuè, uno Filippo, uno Giuda e l’ultimo Gioachino. I saluti non finiscono più. Meno male che la stanza è ampia, se no come facevano a farci entrare tanti inchini e sbracciamenti e paludamenti? Ma, per quanto ampia, si fa tanto colma che i discepoli se la filano. Restano soltanto Lazzaro con Gesù. Forse anche non pare loro vero di non essere sotto il fuoco di tante pupille sinedrali!
54«Sappiamo che sei a Gerusalemme, o Lazzaro. E siamo venuti!», dice quello di nome Gioachino.
55«Me ne fo stupore e gioia. A momenti non ricordavo più il tuo viso…», dice un poco ironico Lazzaro.
«Ma… sai… Sempre si voleva venire. Ma… Tu eri scomparso…».
56«E non pareva vero che lo fossi! Molto difficile, infatti, è venire da un infelice!».
57«No! Non lo dire! Noi… rispettavamo il tuo desiderio. Ma ora che… ora che… vero, Nicodemo?».
58«Sì, Lazzaro. Gli antichi amici tornano. Anche per desiderio di sentire tue notizie e di venerare il Rabbi».
Un Sommo Sacerdote complice e assassino.
59«Che notizie mi portate?».
«Umh!… Ecco… Le solite cose… Il mondo… Già…» sbirciano Gesù che sta rigido sul suo sedile, un poco assorto.
60«Come mai tutti uniti oggi che è appena finito il sabato?».
«Ci fu adunanza straordinaria».
61«Oggi?! Quale ragione mai tanto urgente?…».
I convenuti sogguardano Gesù significativamente. Ma Egli è assorto…
«Molti motivi…», rispondono poi.
62«E non riguardano il Rabbi?».
«Sì, Lazzaro. Anche Lui. Ma anche un grave fatto fu giudicato, mentre le feste ci hanno tutti adunati in città…», spiega Giuseppe d’Arimatea.
63«Un grave fatto? Quale?».
«Un… un errore di… gioventù… Uhm! Già! Una brutta discussione, perché… Rabbi, dacci ascolto. Sei fra onesti. Se anche non ti siamo discepoli, non siamo però tuoi nemici. In casa di Ismaele Tu mi hai detto che non sono lontano dalla giustizia», dice Eleazaro.
64«E’ vero. E lo confermo».
«E io ti ho difeso al banchetto di Giuseppe contro Felice», dice Giovanni.
65«E’ vero anche questo».
66«E questi la pensano come noi. Oggi noi siamo stati chiamati a decidere… e non siamo contenti di ciò che si decise. Perché la vinsero i più contro di noi. Tu, saggio più di Salomone, ascolta e giudica».
Gesù li trivella col suo occhio profondo. Poi dice: «Parlate».
67«Siamo sicuri di non essere uditi? Perché è… cosa orrenda…», dice quello di nome Giuda.
68«Chiudi porta e tenda, e saremo in un sepolcro», gli risponde Lazzaro.
69«Maestro, ieri mattina Tu hai detto a Eleazaro di Anna di non contaminarsi per nessuna ragione. Perché lo hai detto?», chiede Filippo.
70«Perché andava detto. Egli si contamina. Ma non Io, i libri sacri lo dicono».
71«E’ vero. Ma come sai che si contamina? La fanciulla, forse, ti parlò avanti la morte?», chiede Eleazaro.
72«Quale fanciulla?».
«Quella che è morta dopo la violenza e con lei la madre, né si sa se fu il dolore a ucciderle, o se si uccisero, o se furono uccise con veleno perché non parlassero più».
73«Io non so nulla di questo[76]. Vedevo l’anima corrotta del figlio di Anna. Ne sentivo il fetore. Ho parlato. Altro non sapevo né vedevo».
74«Ma che è stato?», chiede Lazzaro con interesse.
«É stato che Eleazaro di Anna vide una fanciulla, figlia unica di una vedova, e… l’attrasse con la scusa di ordinarle del lavoro, poiché per vivere facevano lavori per le vesti, e… ne abusò. La fanciulla è morta… tre giorni dopo, e con lei la madre. Ma prima di morire, nonostante le minacce avute, hanno detto tutto all’unico parente… E lui è andato da Anna, a portare l’accusa, e non contento l’ha detto a Giuseppe, a me, ad altri… Anna lo ha fatto prendere e gettare in carcere. Da lì passerà alla morte, o non sarà mai più libero. Oggi Anna ha voluto sapere come la pensiamo», dice Nicodemo.
75«Non lo avrebbe fatto se non avesse saputo che noi sapevamo già», brontola fra i denti Giuseppe.
76«Sì… Insomma con una larva di votazione, con una simulazione di giudizio fu deciso dell’onore e della vita di tre infelici e della punizione per il colpevole», termina Nicodemo.
«Ebbene?».
77«Ebbene! É naturale! Noi che votammo per la libertà dell’uomo e la punizione di Eleazaro fummo minacciati e scacciati come ingiusti. Tu che dici?».
78«Che Gerusalemme mi fa ribrezzo e che in Gerusalemme il bubbone più fetido è il Tempio», dice lento e terribile Gesù. E termina: «Riportatelo pure a quelli del Tempio».
79«E Gamaliele che fece?», chiede Lazzaro.
80«Non appena sentito il fatto, si coperse il volto e usci dicendo: “Venga presto il nuovo Sansone a far perire i filistei corrotti”».
«Ha detto bene! Ma presto verrà». Un silenzio.
Il Messia giudicato bestemmiatore e sacrilego
81«E di Lui non è stato parlato?», chiede Lazzaro indicando Gesù.
«Oh, sì! Prima di ogni cosa. Ci fu chi riportò che Tu hai detto “meschino” il regno d’Israele. E perciò bestemmiatore sei stato detto. Sacrilego, anzi. Perché il regno d’Israele è da Dio».
82«Ah, sì?! E come fu chiamato dal Pontefice il violatore di una vergine? L’insozzatore del suo ministero? Rispondete!», chiede Gesù.
83«Egli è il figlio del Sommo Sacerdote. Perché è sempre Anna il vero re là dentro», dice, intimorito dall’imponenza di Gesù, Gioachino che lo ha di fronte, alto, in piedi, col braccio teso…
84«Sì. Il re della corruzione. E volete che non dica “meschino” un Paese in cui abbiamo un Tetrarca sozzo e omicida, un Sommo Sacerdote complice di un violatore e di un assassino?…».
«Forse la fanciulla si uccise o morì di dolore», sussurra Eleazaro.
Il tempio speco di Satana
85«Assassinata sempre dal suo violatore… E ora non si fa la terza vittima nel parente imprigionato perché non parli? E non si profana l’altare accostandovisi con tanti delitti? E la giustizia non viene soffocata con imporre silenzio ai giusti, troppo rari, del Sinedrio? Sì, venga presto il novello Sansone e abbatta questo luogo profanato, stermini per risanare!… Io, al vomito per la nausea che sento, non solo dico meschino questo infelice Paese. Ma mi allontano dal suo cuore marcioso, pieno di delitti senza nome, speco di Satana… Vado. Non per paura della morte. Vi dimostrerò che non ho paura. Ma vado perché non è la mia ora e non dò perle ai porci d’Israele, ma le porto agli umili sparsi per i tuguri, i monti, le valli dei poveri paesi. Là dove ancora si sa credere e amare, se c’è chi lo insegni. Là dove sono degli spiriti sotto le rozze vesti, mentre qua le tuniche e i manti sacri, e più ancora l’efod e il razionale, servono a coprire immonde carogne e a contenere armi omicide. Dite loro che in nome del Dio vero Io li consacro alla loro condanna, e novello Micael li caccio dal Paradiso. E per sempre. Essi che vollero essere dèi, e demoni sono. Non c’è bisogno che siano morti per essere giudicati. Lo sono già. E senza remissione».
86Gli imponenti sinedristi e farisei sembrano divenire piccoli, tanto si rincantucciano davanti all’ira tremenda del Cristo che pare, invece, farsi un gigante, tanto è sfolgorante di sguardi e violento negli atti.
87Lazzaro geme: «Gesù! Gesù! Gesù!»…
Gesù lo sente e, cambiando tono e aspetto, dice: «Che hai, amico mio?».
«Oh! non terribile così! Non sei più Tu! Come avere speranza nella misericordia se Tu ti mostri così terribile?».
88«Eppure così, e più ancora, sarò quando giudicherò le dodici tribù d’Israele. Ma fa’ cuore, Lazzaro. Chi crede nel Cristo è già giudicato…». Si siede di nuovo.
Un silenzio.
Chi crede nel Cristo è nell’amicizia di Dio
89Finalmente Giovanni chiede: «E noi, per avere preferito gli improperi a mentire nella giustizia, come saremo giudicati?».
«Con giustizia. Perseverate e perverrete dove Lazzaro già è: nell’amicizia di Dio».
Si alzano.
90«Maestro, ci ritiriamo. La pace a Te. E a te, Lazzaro».
«La pace a voi».
«Che ciò che fu detto, qui resti», supplicano in diversi.
«Non temete! Andate. Dio vi guidi in ogni nuovo atto».
91Escono. Restano soli Gesù e Lazzaro. Dopo un poco, questo dice: «Che orrore!».
92«Sì. Che orrore!… Lazzaro, vado a predisporre la partenza da Gerusalemme. Sarò tuo ospite a Betania fino alla fine degli Azzimi». Ed esce…
23. Parabola dell’acqua e del giunco per Maria di Magdala, che ha scelto la parte migliore[77].
Betania: Casa di accoglienza.
Gesti d’ amore.
1Comprendo subito che si è ancora intorno alla figura della Maddalena[78], perché la vedo per prima cosa in una semplice veste di un rosa lillà come è il fiore della malva. Nessun ornamento prezioso, i capelli sono semplicemente raccolti in trecce sulla nuca. Sembra più giovane di quando era tutta un capolavoro di toletta. Non ha più l’occhio sfrontato di quando era la «peccatrice», e neppure lo sguardo avvilito di quando ascoltava la parabola della pecorella, e quello vergognoso e lucido di pianto di quando era nella sala del Fariseo… Ora ha un occhio quieto, tornato limpido come quello di un bambino, e un riso pacato vi risplende.
2Ella è appoggiata ad un albero presso il confine della proprietà di Betania e guarda verso la via. Attende. Poi ha un grido di gioia. Si volge verso la casa e grida forte per essere udita, grida con la sua splendida voce vellutata e passionale, inconfondibile: «Giunge!… Marta, ci hanno detto giusto. Il Rabbi è qui!», e corre ad aprire il pesante cancello che stride. Non dà tempo ai servi di farlo e esce sulla via a braccia tese, come fa un bambino verso la mamma, e con un grido di gioia amorosa: «O Rabboni mio![79]», (io scrivo “Rabboni” perché vedo che il Vangelo porta così. Ma tutte le volte che ho sentito la Maddalena chiamarlo, mi è parso dicesse “Rabbomi”, con l’emme e non l’enne), e si prostra ai piedi di Gesù, baciandoglieli fra la polvere della via.
3«Pace a te, Maria. Vengo a riposare sotto il tuo tetto».
4«O Maestro mio!», ripete Maria levando il volto con una espressione di riverenza e d’amore che dice tanto… È ringraziamento, è benedizione, è gioia, è invito ad entrare, è giubilo perché Egli entra…
5Gesù le ha messo la mano sul capo e pare l’assolva ancora.
6Maria si alza e, a fianco di Gesù, rientra nel recinto della proprietà. Sono corsi intanto servi e Marta. I servi con anfore e coppe. Marta col suo solo amore. Ma è tanto.
7Gli apostoli, accaldati, bevono le fresche bevande che i servi mescono. Vorrebbero darla a Gesù per il primo. Ma Marta li ha prevenuti. Ha preso una coppa piena di latte e l’ha offerta a Gesù. Deve sapere che gli piace molto.
8Dopo che i discepoli si sono ristorati, Gesù dice loro: «Andate ad avvertire i fedeli. A sera parlerò loro».
9Gli apostoli si sparpagliano in diverse direzioni non appena fuori dal giardino.
Gesù inoltra fra Marta e Maria.
10«Vieni, Maestro», dice Marta. «Mentre giunge Lazzaro, riposa e prendi ristoro».
11Mentre pongono piede in una fresca stanza che dà sul portico ombroso, ritorna Maria che si era allontanata a passo rapido. Torna con una brocca d’acqua, seguita da un servo che porta un bacile. Ma è Maria che vuole lavare i piedi di Gesù. Ne slaccia i sandali polverosi e li dà al servo, perché li riporti puliti insieme al mantello, pure dato perché fosse scosso dal polverume. Poi immerge i piedi nell’acqua, che qualche aroma fa lievemente rosea, li asciuga, li bacia. Poi cambia l’acqua e ne offre di monda a Gesù, per le mani. E mentre attende il servo coi sandali, accoccolata sul tappeto ai piedi di Gesù, glieli accarezza e, prima di mettergli i sandali, li bacia ancora dicendo: «Santi piedi che avete tanto camminato per cercarmi!».
12Marta, più pratica nel suo amore, va all’utile umano e chiede: «Maestro, oltre i tuoi discepoli chi verrà?».
13E Gesù: «Non so ancora di preciso. Ma puoi preparare per altri cinque oltre gli apostoli».
Marta se ne va.
Immagine delle anime pure.
14Gesù esce nel fresco giardino ombroso. Ha semplicemente la sua veste azzurro cupo. Il mantello, ripiegato con cura da Maria, resta su una cassapanca della stanza. Maria esce insieme a Gesù.
15Vanno per vialetti ben curati, fra aiuole fiorite, sin verso la peschiera che pare uno specchio caduto fra il verde. L’acqua limpidissima è appena rotta, qua e là, dal guizzo argenteo di qualche pesce e dalla pioggiolina dello zampillo esilissimo, alto e centrale. Dei sedili sono presso l’ampia vasca che pare un laghetto e dalla quale partono piccoli canali di irrigazione. Credo anzi che uno sia quello che alimenta la peschiera e gli altri, più piccoli, quelli di scarico adibiti ad irrigare.
16Gesù siede su un sedile messo proprio contro il margine della vasca. Maria gli si siede ai piedi, sull’erba verde e ben curata. In principio non parlano. Gesù gode visibilmente del silenzio e del riposo nel fresco del giardino. Maria si bea di guardarlo.
17Gesù gioca con l’acqua limpida della vasca. Vi immerge le dita, la pettina separandola in tante piccole scie e poi lascia che tutta la mano sia immersa in quella pura freschezza.
18«Come è bella quest’acqua limpida!», dice.
19E Maria: «Tanto ti piace, Maestro?».
«Sì, Maria. Perché è tanto limpida. Guarda. Non ha una traccia di fango. Vi è acqua, ma è tanto pura che pare non vi sia nulla, quasi non fosse elemento ma spirito. Possiamo leggere sul fondo le parole che si dicono i pesciolini…».
20«Come si legge in fondo alle anime pure. Non è vero, Maestro?», e Maria sospira con un rimpianto segreto.
21Gesù sente il sospiro represso e legge il rimpianto velato da un sorriso, e medica subito la pena di Maria.
Maria, l’anima, il paradiso.
La Donna dall’anima di angelo.
22«Le anime pure dove le abbiamo, Maria? È più facile che un monte cammini che non una creatura sappia mantenersi pura delle tre purità. Troppe cose intorno ad un adulto si agitano e fermentano. E non sempre si può impedire che penetrino nell’interno. Non vi sono che i bambini che abbiano l’anima angelica, l’anima preservata, dalla loro innocenza, dalle cognizioni che possono mutarsi in fango. Per questo li amo tanto. Vedo in loro un riflesso della Purezza infinita. Sono gli unici che portino seco questo ricordo dei Cieli.
23La Mamma mia è la Donna dall’anima di bambino. Più ancora. Ella è la Donna dall’anima di angelo. Quale era Eva uscita dalle mani del Padre. Lo pensi, Maria, cosa sarà stato il primo giglio fiorito nel terrestre giardino? Tanto belli anche questi che fanno guida a quest’acqua. Ma il primo, uscito dalle mani del Creatore! Era fiore o era diamante? Erano petali o fogli d’argento purissimo? Eppure mia Madre è più pura di questo primo giglio che ha profumato i venti. E il suo profumo di Vergine inviolata empie Cielo e Terra, e dietro ad esso andranno i buoni nei secoli dei secoli. Il Paradiso è luce, profumo e armonia. Ma se in esso non si beasse il Padre nel contemplare la Tutta Bella che fa della Terra un paradiso, ma se il Paradiso dovesse in futuro non avere il Giglio vivo nel cui seno sono i tre pistilli di fuoco della divina Trinità, luce, profumo e armonia, letizia del Paradiso, sarebbero menomati della metà. La purezza della Madre sarà la gemma del Paradiso.
I cittadini della Gerusalemme eterna.
24Ma è sconfinato il Paradiso! Che diresti di un re che avesse una gemma sola nel suo tesoro? Anche fosse la Gemma per eccellenza? Quando Io avrò aperto le porte del Regno dei Cieli… – non sospirare, Maria, per questo Io son venuto – molte anime di giusti e di pargoli entreranno, scia di candore, dietro alla porpora del Redentore. Ma saranno ancora pochi per popolare di gemme i Cieli e formare i cittadini della Gerusalemme eterna. E dopo… dopo che la Dottrina di verità e santificazione sarà conosciuta dagli uomini, dopo che la mia Morte avrà ridato la Grazia agli uomini, come potrebbero gli adulti conquistare i Cieli, se la povera vita umana è continuo fango che rende impuri? Sarà dunque allora il mio Paradiso solo dei pargoli? Oh! no! Come pargoli occorre saper divenire. Ma anche agli adulti è aperto il Regno. Come pargoli… Ecco la purezza.
Similitudine dell’acqua e il giunco.
25Vedi quest’acqua? Pare tanto limpida. Ma osserva: basta che Io con questo giunco ne smuova il fondale che ecco si intorbida. Detriti e fango affiorano. Il suo cristallo si fa giallognolo e nessuno ne beverebbe più. Ma se Io levo il giunco, la pace ritorna e l’acqua torna poco a poco limpida e bella. Il giunco: il peccato. Così delle anime. Il pentimento, credilo, è ciò che depura…».
La scelta della parte migliore (Lc 10,38-42).[80].
25Sopraggiunge Marta affannata: «Ancora qui sei, Maria? Ed io che mi affanno tanto !… L’ora passa. I convitati presto verranno e vi è tanto da fare. Le serve sono al pane, i servi scuoiano e cuociono le carni. Io preparo stoviglie, mense e bevande. Ma ancora sono da cogliere le frutta e preparare l’acqua di menta e miele…».
27Maria ascolta sì e no le lamentele della sorella. Con un sorriso beato continua a guardare Gesù, senza muoversi dalla sua posizione.
28Marta invoca l’aiuto di Gesù: «Maestro, guarda come sono accaldata. Ti pare giusto che sia io sola a sfaccendare? Dille Tu che mi aiuti». Marta è veramente inquieta.
29Gesù la guarda con un sorriso per metà dolce e per metà un poco ironico, meglio, scherzoso.
30Marta ci si inquieta un poco: «Dico sul serio, Maestro. Guardala come ozia mentre io lavoro. Ed è qui che vede…».
31Gesù si fa più serio: «Non è ozio, Marta. È amore. L’ozio era prima. E tu hai tanto pianto per quell’ozio indegno. Il tuo pianto ha messo ancor più ala al mio andare per salvarmela e rendertela al tuo onesto affetto. Vorresti tu contenderla di amare il suo Salvatore? La preferiresti allora lontana di qui per non vederti lavorare, ma lontana anche da Me? Marta, Marta! Devo dunque dire che costei (e Gesù le pone la mano sul capo), venuta da tanto lontano, ti ha sorpassata nell’amore? Devo dunque dire che costei, che non sapeva una parola di bene, è ora dotta nella scienza dell’amore? Lasciala alla sua pace! È stata tanto malata! Ora è una convalescente che guarisce bevendo le bevande che la fortificano. È stata tanto tormentata… Ora, uscita dall’incubo, guarda intorno a sé e in sé, e si scopre nuova e scopre un mondo nuovo. Lascia che se ne faccia sicura. Con questo suo “nuovo” deve dimenticare il passato e conquistarsi l’eterno… Non sarà conquistato questo unicamente col lavoro, ma anche con l’adorazione. Avrà ricompensa chi avrà dato un pane all’apostolo e al profeta. Ma doppia ne avrà chi avrà dimenticato anche di cibarsi per amarmi, perché più grande della carne avrà avuto lo spirito, il quale avrà avuto voci più forti di quelle degli anche leciti bisogni umani. Tu ti affanni di troppe cose, Marta. Costei di una sola. Ma è quella che basta al suo spirito e soprattutto al suo e tuo Signore. Lascia cadere le cose inutili. Imita tua sorella. Maria ha scelto la parte migliore. Quella che non le sarà mai più tolta. Quando tutte le virtù saranno superate, perché non più necessarie ai cittadini del Regno, unica resterà la carità. Essa resterà sempre. Unica. Sovrana. Ella, Maria, ha scelto questa, e questa si è presa per suo scudo e bordone. Con questa, come su ali d’angelo, verrà nel mio Cielo».
32Marta abbassa la testa mortificata e se ne va.
Il pentimento purifica, l’ amore preserva.
33«Mia sorella ti ama molto e si cruccia per farti onore…», dice Maria per scusarla.
34«Lo so, e ne sarà ricompensata. Ma ha bisogno di esser depurata, come si è depurata quest’acqua, del suo pensare umano. Guarda, mentre parlavamo, come è tornata limpida. Marta si depurerà per le parole che le ho detto. Tu… tu per la sincerità del tuo pentimento…».
35«No, per il tuo perdono, Maestro. Non bastava il mio pentirmi a lavare il mio grande peccato…».
36«Bastava e basterà alle tue sorelle che ti imiteranno. A tutti i poveri infermi dello spirito. Il pentimento sincero è filtro che depura; l’amore, poi, è sostanza che preserva da ogni nuova inquinazione. Ecco perciò che coloro che la vita fa adulti e peccatori potranno tornare innocenti come pargoli ed entrare come essi nel Regno mio. Andiamo ora alla casa. Che Marta non resti troppo nel suo dolore. Portiamole il nostro sorriso di Amico e di sorella».
La più grande risorta del Vangelo.
Dice Gesù:
37«Il commento non occorre. La parabola dell’acqua è commento all’operazione del pentimento nei cuori.
38Hai così il ciclo della Maddalena completo[81]. Dalla morte alla Vita. È la più grande risorta del mio Vangelo. È risorta da sette morti. È rinata. L’hai vista, come pianta da fiore, alzare dal fango lo stelo del suo nuovo fiore sempre più in alto, e poi fiorire per Me, olezzare per Me, morire per Me. L’hai vista peccatrice, poi assetata che si accosta alla Fonte, poi pentita, poi perdonata, poi amante, poi pietosa sul Corpo ucciso del suo Signore, poi serva della Madre, che ama perché Madre mia; infine penitente sulle soglie del suo Paradiso.
39Anime che temete, imparate a non temere di Me leggendo la vita di Maria di Magdala. Anime che amate, imparate da lei ad amare con serafico ardore. Anime che avete errato, imparate da lei la scienza che rende pronti al Cielo.
40Vi benedico tutti per darvi aiuti a salire. Va’ in pace».
24. Parabola degli uccelli e predilezione per i fanciulli. Tranello teso da nemici giudei. Intervento di Claudia Procula[82].
Le virtù si formano nelle difficoltà.
Ubbidire è amare.
1Gesù a Betania, tutta ubertosa e fiorita in questo bel mese di nisam, sereno, puro, come se il creato fosse dilavato da ogni sozzura. Ma le turbe, che certo lo hanno cercato a Gerusalemme e che non vogliono partire senza averlo sentito, per potere portare seco, nel cuore, la sua parola, lo raggiungono. Numerose tanto che Gesù ordina di adunarle perché Egli possa ammaestrarle. E i dodici coi settantadue, che si sono ricomposti in tale numero, o giù di lì, coi nuovi discepoli aggregatisi ad essi in questi ultimi tempi, si spargono per ogni dove per eseguire l’ordine avuto.
2Intanto Gesù, nel giardino di Lazzaro, si accomiata dalle donne, e specie dalla Madre, che per suo ordine tornano in Galilea scortate da Simone d’Alfeo, Giairo, Alfeo di Sara, Marziam, lo sposo di Susanna e Zebedeo. Vi sono saluti e lacrime. Vi sarebbe molta volontà anche di non ubbidire. Una volontà data ancora dall’amore al Maestro. Ma più forte ancora è la forza dell’amore perfetto, perché tutto soprannaturale, per il Verbo Santissimo, e questa forza le fa ubbidire accettando la penosa separazione.
3Quella che meno parla è Maria, la Madre. Ma il suo sguardo dice più di tutto quanto dicono tutte le altre messe insieme. Gesù interpreta quello sguardo e la rassicura, la consola, la sazia di carezze, se si può mai saziare una madre, e specie quella Madre, tutt’amore e tutt’ambascia per il Figlio perseguitato. E le donne se ne vanno, infine, volgendosi, rivolgendosi a salutare il Maestro, a salutare i figli e le fortunate discepole giudee che restano ancora col Maestro.
4«Hanno sofferto ad andare…», osserva Simone Zelote.
«Ma è bene che siano andate, Simone».
«Prevedi giorni tristi?».
5«Agitati per lo meno. Le donne non possono sopportare le fatiche come noi. Del resto, ora che ne ho un numero quasi pari di giudee e di galilee, è bene siano divise. A turno mi avranno, avendo a turno la gioia di servirmi, esse; e il conforto del loro affetto santo, Io».
L’ eroismo della fede.
6La gente intanto aumenta sempre più. Il frutteto posto fra la casa di Lazzaro e quella che era dello Zelote formicola di folla. Ve ne è di tutte le caste e condizioni, né mancano farisei di Giudea, sinedristi e donne velate.
7Dalla casa di Lazzaro escono in gruppo, stretti intorno ad una lettiga su cui viene trasportato lo stesso, i sinedristi che il sabato pasquale erano in visita da Lazzaro a Gerusalemme, e altri ancora. Lazzaro, passando, fa un gesto ed ha un sorriso felice per Gesù. E Gesù glielo ricambia mentre si accoda al piccolo corteo per andare là dove la gente attende.
8Gli apostoli si uniscono a Lui, e Giuda Iscariota, che è trionfante da qualche giorno, in una fase felicissima, getta qua e là gli sguardi dei suoi occhi nerissimi e scintillanti, e annuncia all’orecchio di Gesù le scoperte che fa.
9«Oh! guarda! Ci sono anche dei sacerdoti!… Ecco, ecco! C’è anche Simone sinedrista. E c’è Elchia. Guarda che bugiardo! Solo pochi mesi fa diceva inferno di Lazzaro e ora lo ossequia come fosse un dio!… E là Doro l’Anziano e Trisone. Vedi che saluta Giuseppe? E lo scriba Samuele con Saulo… E il figlio di Gamaliele! E là c’è un gruppo di quelli di Erode… E quel gruppo di donne così velate sono certo le romane. Stanno appartate, ma vedi come osservano dove ti dirigi per potersi spostare e sentirti? Riconosco le loro persone nonostante i mantelloni. Vedi? Due alte, una più larga che alta, le altre di media statura, ma in proporzione giusta. Vado a salutarle?».
10«No. Esse vengono come sconosciute. Come anonime che desiderano la parola del Rabbi. Tali le dobbiamo considerare».
11«Come vuoi, Maestro. Facevo per… ricordare a Claudia la promessa…».
12«Non ce n’è bisogno. E anche ce ne fosse, non diveniamo mai dei questuanti, Giuda. Non è vero? L’eroismo della fede deve formarsi fra le difficoltà».
«Ma era per… per Te, Maestro».
13«E per la tua idea perenne di un trionfo umano. Giuda, non ti creare illusioni. Né sul mio modo di agire futuro, né sulle promesse avute. Tu credi a ciò che ti dici da te stesso. Ma nulla potrà mutare il pensiero di Dio, ed esso è che Io sia Redentore e Re di un regno spirituale».
Giuda non ribatte nulla.
Gli ascoltatori.
14Gesù è al suo posto, fra il cerchio degli apostoli. Quasi ai suoi piedi è Lazzaro sul suo lettuccio. Poco lontano da Lui sono le discepole giudee, ossia le sorelle di Lazzaro, Elisa, Anastasia, Giovanna coi bambinelli, Annalia, Sara, Marcella, Niche. Le romane, o almeno quelle che Giuda ha dette tali, sono più indietro, quasi nel fondo, mescolate ad un mucchio di popolani. Sinedristi, farisei, scribi, sacerdoti sono, è inevitabile, in prima fila. Ma Gesù li prega di fare largo a tre barelline, dove sono dei malati che Gesù interroga ma non guarisce subito.
15Gesù, per prendere l’idea del suo discorso, richiama l’attenzione dei presenti sul gran numero di uccelli che si annidano fra le fronde del giardino di Lazzaro ed il frutteto dove sono radunati gli ascoltatori.
L’apologia sugli uccelli diurni e notturni.
16«Osservate. Ve ne sono di indigeni e di esotici, di ogni razza e dimensione. E quando scenderanno le ombre, ad essi si sostituiranno gli uccelli della notte, essi pure qui numerosi, per quanto sia quasi possibile dimenticarli solo per il fatto che non li vediamo. Perché tanti uccelli dell’aria qui? Perché trovano di che vivere felici. Qui sole, qui quiete, qui pasto abbondante, ricoveri sicuri, fresche acque. Ed essi si adunano venendo da oriente e occidente, da mezzogiorno e settentrione se sono migratori, rimanendo fedeli a questo luogo se indigeni. E che? Vedremo dunque che gli uccelli dell’aria sono superiori in sapienza ai figli dell’uomo? Quanti, fra questi uccelli, sono figli di uccelli ora morti, ma che lo scorso anno, o più lontano ancora nel tempo, qui nidificarono trovandovi sollievo! Essi lo hanno detto ai loro nati, avanti di morire. Hanno indicato questo posto, ed essi, i nati, sono venuti ubbidienti. Il Padre che è nei Cieli, il Padre degli uomini tutti, non ha forse detto ai suoi santi le sue verità, dato tutte le indicazioni possibili per il benessere dei suoi figli? Tutte le indicazioni. Quelle rivolte al bene della carne e quelle rivolte al bene dello spirito. Ma che vediamo noi? Vediamo che, mentre ciò che fu insegnato per la carne – dalle tuniche di pelli, che Egli fece ai progenitori, ormai denudati ai loro occhi della veste dell’innocenza che il peccato aveva lacerata, alle ultime scoperte che per lume di Dio l’uomo ha fatte – sono ricordate, tramandate, insegnate, l’altro, quello che fu insegnato, comandato, indicato per lo spirito, non viene conservato e insegnato e praticato».
Molti del Tempio bisbigliano. Ma Gesù li calma col gesto.
17«I1 Padre, buono come l’uomo non può lontanamente pensare, manda il suo Servo a ricordare il suo insegnamento, a radunare gli uccelli nei luoghi di salute, a dare loro esatta conoscenza di ciò che è utile e santo, a fondare il Regno dove ogni angelico uccello, ogni spirito, troverà grazia e pace, sapienza e salute. E in verità, in verità vi dico che, come gli uccelli nati in questo luogo a primavera diranno ad altri di altri luoghi: “Venite con noi, che vi è un luogo buono dove gioirete della pace e dell’abbondanza del Signore”, e così si vedrà, l’anno novello, novelli uccelli qui affluire, nello stesso modo, da ogni parte del mondo, così come è detto dai profeti[83], vedremo affluire spiriti e spiriti alla Dottrina venuta da Dio, al Salvatore fondatore del Regno di Dio. Ma agli uccelli diurni sono mescolati in questo luogo uccelli notturni, predatori, disturbatori, capaci da gettare terrore e morte fra gli uccelletti buoni. E sono gli uccelli che da anni, da generazioni, sono tali, e nulla li può snidare perché le loro opere si fanno nelle tenebre e in luoghi impenetrabili da parte dell’uomo. Questi, col loro occhio crudele, col loro volo muto, con la loro voracità, con la loro crudeltà, nelle tenebre lavorano e, immondi, seminano immondezza e dolore. A chi li paragoneremo noi? A quanti in Israele non vogliono accettare la Luce venuta ad illuminare le tenebre, la Parola venuta ad ammaestrare, la Giustizia venuta a santificare. Per essi inutilmente sono venuto. Anzi per essi sono cagione di peccato, perché mi perseguitano e perseguitano i miei fedeli. Che allora dirò? Una cosa che già ho detto altre volte: “Molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno con Abramo e Giacobbe nel Regno dei Cieli. Ma i figli di questo regno saranno gettati nelle tenebre esteriori”».
La bava dei rettili.
18«I figli di Dio nelle tenebre? Tu bestemmi!», urla uno dei sinedristi contrari. È il primo spruzzo della bava dei rettili, stati troppo tempo zitti e che non possono più tacere perché affogherebbero nel loro veleno.
«Non i figli di Dio», risponde Gesù.
«L’hai detto Tu! Hai detto: “I figli di questo regno saranno gettati nelle tenebre esteriori”».
19«E lo ripeto. I figli di questo regno. Del regno dove la carne, il sangue, l’avarizia, la frode, la lussuria, il delitto sono padroni. Ma questo non è il mio Regno. Il mio è il Regno della Luce. Questo vostro è il regno delle tenebre. Al Regno della Luce verranno da oriente e occidente, mezzogiorno e settentrione gli spiriti retti, anche quelli per ora pagani, idolatri, spregevoli ad Israele. E vivranno in santa comunione con Dio, avendo in sé accolta la luce di Dio, in attesa di salire alla vera Gerusalemme, dove non è più lacrima e dolore e soprattutto non è la menzogna. La menzogna che ora regge il mondo delle tenebre e satura i figli di esso, al punto che in essi non cade una briciola di luce divina. Oh! vengano i figli nuovi al posto dei figli rinnegatori! Vengano! E, quale che sia la loro provenienza, Dio li illuminerà ed essi regneranno nei secoli dei secoli!».
La prova dei miracoli.
«Hai parlato per insultarci!», gridano i giudei nemici.
20«Ho parlato per dire la verità».
«Il tuo potere sta nella lingua con la quale, novello serpente, seduci le folle e le travii».
21«Il mio potere sta nella potenza che mi viene dall’essere uno col Padre mio».
«Bestemmiatore!», urlano i sacerdoti.
22«Salvatore! O tu che giaci ai miei piedi, di che soffri?».
«Ebbi rotta la spina da fanciullo, e da trenta anni sto sul dorso».
23«Sorgi e cammina! E tu, donna, di che soffri?».
«Pendono inerti le mie gambe da quando questo, che col marito mio mi porta, vide la luce», e accenna ad un giovanetto di almeno sedici anni.
«Tu pure sorgi e loda il Signore. E quel fanciullo perché non va da solo?».
24«Perché è nato ebete, sordo, cieco, muto. Un pezzo di carne che respira», dicono quelli che sono coll’infelice.
«Nel nome di Dio abbi intelletto, parola, vista e udito. Lo voglio!».
25E, compiuto il terzo miracolo, si volge agli ostili e dice: «E che dite?».
26«Dubbi miracoli. Perché non guarisci il tuo amico e difensore, allora, se tutto puoi?».
«Perché Dio vuole altrimenti».
27«Ah! Ah! Già! Dio! Comoda scusa! Se ti portassimo noi un malato, anzi due, li guariresti?».
«Sì. Se lo meritano».
28«Attendici, allora», e vanno lesti, ghignando.
«Maestro, bada! Ti tendono qualche tranello!», dicono in diversi.
Non impedite ai fanciulli di venire a me.
29Gesù fa un gesto, come dire: «Lasciateli fare!», 8e si china ad accarezzare dei fanciulli che piano piano si sono accostati a Lui lasciando i parenti. Alcune madri li imitano, portandogli quelli che sono ancora troppo incerti nel passo o poppanti del tutto.
30«Benedici le nostre creature, Tu benedetto, perché siano amanti della Luce!», dicono le madri.
31E Gesù impone le mani, benedicendo. Ciò origina tutto un movimento fra la folla. Tutti quelli che hanno fanciulli vogliono la stessa benedizione e spingono e urlano per farsi largo. Gli apostoli, parte perché sono innervositi dalle solite cattiverie degli scribi e farisei, parte per pietà di Lazzaro, che rischia di essere travolto dalla ondata dei parenti che portano i piccoli alla divina benedizione, si inquietano e urlano sgridando questo e quello, respingendo questo e quello, specie i fanciullini venuti lì da soli.
32Ma Gesù, dolce, amoroso, dice: «No, no! Non fate così! Non impedite mai ai fanciulli di venire a Me, né ai loro parenti di portarmeli. Proprio di questi innocenti è il Regno. Essi saranno innocenti del gran delitto e cresceranno nella mia fede. Lasciate dunque che ad essa Io li consacri. Sono i loro angeli che a Me li conducono».
33Gesù ora è in mezzo ad una siepe di fanciulli che lo guardano estatici: tanti visetti alzati, tanti occhi innocenti, tante boccucce sorridenti…
34Le donne velate hanno approfittato della confusione per girare dietro alla folla e venire alle spalle di Gesù, come se la curiosità le spronasse a questo.
Truffa tentata a Dio.
Mentitori!
35Tornano i farisei, scribi ecc. ecc. con due che paiono molto sofferenti. Uno specialmente geme, nella sua barellina, stando tutto coperto dal mantello. L’altro è, in apparenza, meno grave, ma certo è molto malato perché è scheletrito e ansimante.
36«Ecco i nostri amici. Guariscili. Questi sono veramente malati. Questo soprattutto!», e indicano il gemente.
37Gesù abbassa gli occhi sui malati, poi li rialza sui giudei. Dardeggia i suoi nemici con uno sguardo terribile. Ritto dietro la siepe innocente dei fanciulli che non gli raggiungono l’inguine, pare alzarsi da un cespo di purezza per essere il Vendicatore, come se da questa purezza traesse forza per esserlo. Apre le braccia e grida: «Mentitori! Costui non è malato! Io ve lo dico. Scopritelo! O realmente sarà morto fra un istante per la truffa tentata a Dio».
L’uomo balza fuori dalla barella urlando: «No, no! Non mi colpire! E voi, maledetti, tenete le vostre monete!», e getta una borsa ai piedi dei farisei fuggendo a gambe levate…
La folla mugola, ride, fischia, applaude…
Il miracolo del piede ricomposto.
38L’altro malato dice: «E io, Signore? Io sono stato preso dal mio letto per forza ed è da questa mattina che subisco disturbo… Ma io non sapevo d’essere in mano ai tuoi nemici…».
«Tu, povero figlio, guarisci e sii benedetto!», e gli impone le mani fendendo la siepe viva dei fanciulli.
L’uomo alza un attimo la coperta stesa sul suo corpo, guarda non so che… Poi si alza in piedi. Così appare nudo dalle cosce in giù. E urla, urla fino ad essere roco: «Il mio piede! Il mio piede! Ma chi sei, ma chi sei che rendi le cose perdute?», e cade ai piedi di Gesù e poi sorge, salta in bilico sul lettuccio e grida: «Il male mi rodeva le ossa. Il medico mi aveva strappato le dita, arsa la carne, aperto tagli fino all’osso del ginocchio. Guardate! Guardate i segni. E morivo lo stesso. E ora… Tutto guarito! Il mio piede! Il mio piede ricomposto!… E non più dolore! E forza, e benessere… Il petto libero!… Il cuore sano!… Oh! mamma! Mamma mia! Vengo a darti la gioia!».
Fa per correre via. Ma poi la riconoscenza lo ferma. Torna da Gesù di nuovo e bacia, bacia i piedi benedetti finché Gesù non gli dice, accarezzandolo sui capelli: «Va’! Va’ da tua madre e sii buono».
Risposta dei perfidi Giudei!
39E poi guarda i suoi nemici scornati e tuona: «E ora? Che vi dovrei fare? Che dovrei fare, o turbe, dopo questo giudizio di Dio?».
40La folla urla: «Alla lapidazione gli offensori di Dio! A morte! Basta di insidiare il Santo! Che siate maledetti!», e danno di piglio a zolle di terra, a rami, a ciottoletti, pronti a iniziare una sassaiola.
41Li ferma Gesù. «Questa è la parola della folla. Questa è la sua risposta. La mia è diversa. Io dico: andate! Non mi sporco a colpirvi. L’Altissimo si incarichi di voi. Egli è la mia difesa contro gli empi».
42I colpevoli, in luogo di tacere, pur avendo paura della plebe, non hanno ritegno di offendere il Maestro e spumanti d’ira urlano: «Noi siamo giudei e potenti! Noi ti ordiniamo di andartene. Ti proibiamo di ammaestrare. Ti cacciamo. Va’ via! Basta di Te. Noi abbiamo il potere nelle mani e lo usiamo; e sempre più lo faremo, perseguitandoti, o maledetto, o usurpatore, o…».
Intervento di Claudia.
43Stanno per dire altro fra un tumulto di grida, di pianti, di fischi, quando, venuta avanti fino a mettersi fra Gesù e i suoi nemici con mossa rapida e imperiosa, con sguardo e voce ancor più imperiosa, la donna velata più alta scopre il viso e, tagliente, sferzante più di una frusta sui galeotti e di una scure sul collo, cade la sua frase: «Chi dimentica di essere schiavo di Roma?». È Claudia. Riabbassa il velo. Si inchina lievemente al Maestro. Torna al suo posto.
Ma è bastato. I farisei si calmano di colpo. Solo uno, a nome di tutti e con un servilismo strisciante, dice: «Domina, perdona! Ma Egli turba il vecchio spirito di Israele. Tu, potente, dovresti impedirlo, farlo impedire dal giusto e prode Proconsole, vita e lunga salute a lui!».
«Questo non ci riguarda. Sufficiente è che non turbi l’ordine di Roma. E non lo fa!», risponde sdegnosa la patrizia; poi dà un ordine secco alle compagne e si allontana, andando verso un folto d’alberi in fondo al sentiero, dietro il quale scompare, per poi ricomparire sul cigolante carro coperto del quale fa abbassare tutte le tende.
Disputa fra due gruppi opposti.
44«Sei contento di averci fatto insultare?», chiedono tornando all’attacco i giudei, i farisei, scribi e compagni.
45La folla urla, presa da sdegno. Giuseppe, Nicodemo e tutti quelli che si sono mostrati amici – e con questi, senza unirvisi ma con uguali parole, è il figlio di Gamaliele – sentono il bisogno di intervenire rimproverando gli altri di passare la misura. La disputa passa dai nemici contro Gesù ai due gruppi opposti, lasciando fuori della disputa il più interessato in essa.
46E Gesù tace, a braccia conserte, ascoltando, mentre credo sprigioni una forza per trattenere la folla e specie gli apostoli, che vedono rosso dall’ira.
47«Noi dobbiamo difenderci e difendere», urla un giudeo scalmanato; «Basta di vedere le turbe affascinate dietro di Lui», dice un altro; «Noi siamo i potenti! Noi soli! E solo noi andiamo ascoltati e seguiti», strepita uno scriba; «Vada via di qua! Gerusalemme è nostra!», sbraita un sacerdote rosso come un tacchino.
48«Siete dei perfidi!»; «Più che ciechi siete!»; «Le turbe vi abbandonano perché voi lo meritate»; «Siate santi se volete essere amati. Non è commettendo soprusi che si conserva il potere, che si fonda sulla stima del popolo in chi lo governa!», urlano alla loro volta quelli del partito opposto e molti della folla.
Il sangue dei martiri è seme dei cristiani.
49«Silenzio!», impone Gesù. E quando esso si fa, dice: «La tirannia e le imposizioni non possono mutare gli affetti e le conseguenze del bene ricevuto. Io raccolgo ciò che ho dato: amore. Voi col perseguitarmi non fate che aumentare questo amore che mi vuole compensare del vostro disamore. Non sapete, con tutta la vostra sapienza, che perseguitare una dottrina non serve che ad accrescerne il potere, specie quando questa corrisponde nei fatti a ciò che insegna? Udite una mia profezia, o voi d’Israele. Quanto più perseguiterete il Rabbi di Galilea e i suoi seguaci, tentando di annullare con la tirannia la sua dottrina, che è divina, e tanto più la farete prospera ed estesa nel mondo. Ogni stilla del sangue dei martiri fatti da voi, sperando trionfare e regnare con le vostre corrotte, ipocrite leggi e precetti, non più rispondenti alla Legge di Dio, ogni lacrima dei santi conculcati, sarà seme di futuri credenti. E voi sarete vinti quando crederete di essere trionfatori. Andate. Io pure vado. Coloro che mi amano mi cerchino ai confini della Giudea e nell’Oltre Giordano, o mi attendano in essi, perché come lampo che da oriente scorre a occidente, ratto così sarà l’andare del Figlio dell’uomo fino a quando salirà sull’altare e sul trono, Pontefice e Re nuovo, e vi starà, ben fermo al cospetto del mondo, del creato e dei Cieli, in una delle sue tante epifanie che solo i buoni sanno comprendere».
50I farisei ostili e i loro compagni se ne sono andati. Restano gli altri. Il figlio di Gamaliele lotta in se stesso per venire a Gesù, ma poi se ne va, senza parlare…
51«Maestro, Tu non ci odierai perché siamo delle stesse loro caste?», chiede Eleazaro.
52«Io non colpisco mai di anatema il singolo perché la classe è rea. Non temere», risponde Gesù.
53«Ora ci odieranno…», mormora Gioachino.
54«Onore per noi l’esserlo!», esclama Giovanni sinedrista.
55«Dio fortifichi i vacillanti e benedica i forti. Io tutti benedico in nome del Signore», e aperte le braccia dà la benedizione mosaica a tutti i presenti.
56Poi si accomiata da Lazzaro e dalle sorelle, da Massimino, dalle discepole, e inizia il suo andare…
57Le verdi campagne che costeggiano la via diretta a Gerico lo accolgono nel loro verde che si arrossa per un tramonto fastoso.
25. Breve sosta a Betania[84].
Salvare è la missione del Messia.
Il Messia perseguitato.
1Il tramonto arrossa il cielo quando Gesù giunge a Betania. Accaldati, polverosi, lo seguono i suoi. E sono, Gesù e gli apostoli, gli unici che sfidino la fornace della via, alla quale poco da riparo fanno gli alberi che si prolungano dal monte degli Ulivi fino alle pendici di Betania. L’estate infuria. Ma più ancora infuria l’odio. I campi sono spogli e arsi, fornaci che riverberano fiati di fuoco. Ma gli animi dei nemici di Gesù sono ancor più spogli di, non dico amore, ma di onestà, di morale anche umana, arsi dall’odio… E non c’è che una casa per Gesù. Che un rifugio: Betania. Là è l’amore, il refrigerio, la protezione, la fedeltà… Il Pellegrino perseguitato vi si dirige col suo abito bianco, col suo viso addolorato, col suo passo stanco di chi non può sostare perché pungolato alle reni dai nemici, con lo sguardo rassegnato di chi già contempla la morte che si avvicina ad ogni ora, ad ogni passo, e che già accetta per ubbidienza a Dio…
2La casa, in mezzo al suo vasto giardino, è tutta chiusa e muta, in attesa di ore più fresche. Il giardino è vuoto e muto, e solo il sole vi regna dispotico.
Tommaso dà la voce col suo vocione baritonale.
Il Messia cerca riposo.
3Una tenda si sposta, un viso sbircia… Poi un grido: «Il Maestro!», e i servi corrono fuori, seguiti dalle stupite padrone che non attendevano certo Gesù a quell’ora ancora di fuoco.
4«Rabbonì!», «Mio Signore!». Marta e Maria salutano da lontano, già curve, pronte alla prostrazione che fanno non appena, aperto il cancello, Gesù non è più separato da loro.
5«Marta, Maria, la pace a voi e alla vostra casa».
«La pace a Te, Maestro e Signore… Ma come a quest’ora?», chiedono le sorelle licenziando i servi perché Gesù possa parlare liberamente.
6«Per riposare corpo e spirito dove non mi si odia…», dice mestamente Gesù, tendendo le mani come a dire: «Mi volete?», e si sforza a sorridere, ma è un ben triste sorriso, smentito dallo sguardo degli occhi dolorosi.
«Ti hanno fatto del male?», chiede Maria avvampando.
7«Che t’è accaduto?», chiede Marta e, materna, aggiunge: «Vieni, ti darò ristoro. Da quando cammini, che sei così stanco?».
«Dall’alba… e posso dire di continuo, perché la breve sosta in casa di Elchia il sinedrista fu peggio che un lungo cammino…».
8«Lì ti hanno angosciato?…».
«Sì… e prima al Tempio…».
9«Ma perché vi sei andato da quella serpe?», interroga Maria.
«Perché il non andarvi avrebbe servito a giustificare il suo odio, che mi avrebbe accusato di sprezzare i membri del Sinedrio. Ma ormai… che Io vada o non vada, la misura dell’odio farisaico è colma… e non ci sarà più tregua…».
10«A questo siamo? Sta’ con noi, Maestro. Qui non ti faranno del male…».
«Mancherei alla mia missione… Molte anime attendono il loro Salvatore. Devo andare…».
«Ma ti impediranno di andare!».
11«No. Mi perseguiteranno, facendomi andare per studiare ogni mio passo, facendomi parlare per studiare ogni parola, sorvegliandomi come i segugi la preda per avere… un che, che possa parere colpa… e tutto servirà…»
Per la causa del Messia.
12Marta, sempre così riguardosa, è tanto colpita da pietà che alza la mano come per una carezza sulla guancia smagrita, ma si arresta arrossendo e dicendo: «Perdona! Mi hai fatto la stessa pena che mi fa Lazzaro nostro! D’averti amato da fratello sofferente perdonami, Signore!».
13«Sono il Fratello sofferente… Amatemi con puro amor di sorelle… Ma Lazzaro che fa?».
14«Langue, Signore…», risponde Maria, e alle lacrime che già le pungono gli occhi dà libero sfogo con questa confessione, che si unisce alla pena di vedere il suo Maestro così afflitto.
15«Non piangere, Maria. Né per Me, né per lui. Noi facciamo la divina volontà. Piangere si deve su chi questa volontà non la sa fare…».
16Maria si china a prendere la mano di Gesù e la bacia sulla punta delle dita.
17Sono arrivati intanto alla casa ed entrano andando subito da Lazzaro, mentre gli apostoli sostano rinfrescandosi con quanto i servi porgono.
18Gesù si china sullo smunto, sempre più smunto Lazzaro, e lo bacia sorridendo per sollevare la tristezza del suo amico.
19«Maestro, come mi ami! Non hai neppure atteso la sera per venire a me. Con questo caldo…».
20«Amico mio, Io godo di te e tu di Me. E il resto è nulla».
21«E’ vero. É nulla. Anche il mio soffrire non mi è più nulla… Ora so perché soffro e cosa posso col mio soffrire», e Lazzaro sorride di un intimo, spirituale sorriso.
22«Così è, Maestro. Quasi si direbbe che Lazzaro nostro veda con piacere la malattia e…». Un singhiozzo spezza la voce di Marta, che tace.
23«Ma sì, dillo pure: e la morte. Maestro, di’ loro che mi devono aiutare, come fanno i leviti presso i sacerdoti».
«A che, amico mio?».
«A consumare il sacrificio…».
24«Eppure, tu tremavi della morte fino a poco tempo fa! Non ci ami dunque più? Non ami il Maestro più? Non lo vuoi servire?…», chiede, più forte ma pallida di pena, Maria, carezzando la mano giallastra del fratello.
25«E lo chiedi tu, proprio tu, anima ardente e generosa? Non ti sono fratello? Non ho il tuo stesso sangue e i tuoi stessi santi amori: Gesù, le anime, e voi, sorelle dilette?… Ma da Pasqua l’anima mia ha raccolto una grande parola. E amo la morte. Signore, te l’offro per la tua stessa intenzione».
26«Non mi chiedi dunque più guarigione?».
«No, Rabbonì. Ti chiedo benedizione per saper soffrire e… morire… e se troppo non è chiedere, e per redimere… Tu lo hai detto[85]…».
27«L’ho detto. E ti benedico per darti ogni forza». E gli impone le mani e poi lo bacia.
Nulla ristora il Messia più dell’ amore.
«Staremo insieme e mi istruirai…»
28«Non ora, Lazzaro. Non sosto. Sono venuto per poche ore. A notte partirò».
29«Ma perché?», chiedono i tre fratelli, delusi.
«Perché non posso sostare[86]… Tornerò in autunno. E allora… molto starò e molto farò qui… e nei dintorni…».
30Un silenzio triste. Poi Marta prega: «Allora almeno prendi riposo, ristoro…».
31«Nulla mi ristorerà più del vostro amore. Fate riposare gli apostoli miei e lasciatemi stare qui, fra voi, così in pace…».
Marta esce lacrimando per tornare con delle tazze di latte freddo e delle frutta primaticce…
32«Gli apostoli hanno mangiato e dormono stanchi. Maestro mio, non vuoi proprio riposare?».
«Non insistere, Marta. Non sarà ancora l’alba che essi mi cercheranno qui, al Getsemani, da Giovanna, in ogni casa ospitale. Ma all’alba Io sarò già lontano».
33«Dove vai, Maestro?», chiede Lazzaro.
«Verso Gerico, ma non dalla via usuale… Piego verso Tecua e poi torno indietro verso Gerico».
34«Strada penosa in questa stagione!…», mormora Marta.
«Appunto per questo che è solitaria. Cammineremo di notte. Le notti sono chiare anche prima dell’alzarsi della luna… E l’alba viene così sollecita…».
35«E poi?», interroga Maria.
«E poi l’Oltre-Giordano. E all’altezza della Samaria, nel suo settentrione, passerò il fiume venendo da questa parte».
36«Va’ a Nazareth presto. Sei stanco…», dice Lazzaro.
37«Prima devo andare alle sponde del mare… Poi… andrò in Galilea. Ma mi perseguiteranno anche là…».
38«Avrai sempre tua Madre che ti conforta…», dice Marta.
39«Sì, povera Mamma!».
Nelle cose di Dio non bisogna essere vili.
40«Maestro, Magdala è tua. Lo sai», ricorda Maria.
41«Lo so, Maria… Tutto il bene e tutto il male so…».
42«Separàti così!… per tanto tempo! Mi ritroverai vivo, Maestro?».
43«Non averne dubbio. Non piangete… Anche alle separazioni occorre abituarsi. E utili sono a provare la forza degli affetti. Si capiscono meglio i cuori amati vedendoli con occhio spirituale, da lontano. Quando, non sedotti da piacere umano per la vicinanza fisica dell’amato, si può meditare sul suo spirito e sul suo amore… si comprende di più l’io del lontano… Io sto certo che, pensando al Maestro vostro, lo comprenderete meglio ancora quando vedrete e contemplerete in pace le mie azioni e i miei affetti».
44«Oh! Maestro! Ma noi non abbiamo dubbi su Te!».
45«Né Io su voi. Lo so. Ma ancor più mi conoscerete. E non vi dico di amarmi, perché conosco il vostro cuore. Dico solo: pregate per Me»[87].
I tre fratelli piangono… Gesù è così triste!… Come non piangere?
46«Che volete? Dio aveva messo l’amore fra gli uomini. Ma gli uomini vi hanno surrogato l’odio… E l’odio divide non solo i nemici fra loro, ma si insinua a separare gli amici».
47Un silenzio lungo. Poi Lazzaro dice: «Maestro, va’ via dalla Palestina per qualche tempo…».
48«No. Il mio posto è qui. Per vivere, evangelizzare, morire».
«Ma hai pure provveduto a Giovanni e alla greca. Va’ con loro».
49«No. Essi andavano salvati. Io devo salvare. E questa è la differenza che spiega tutto. L’altare è qui, e qui è la cattedra. Io non posso andare altrove. E del resto… Credete che ciò muterebbe ciò che è deciso? No. Né in Terra né in Cielo. Soltanto offuscherebbe la purezza spirituale della figura messianica. Sarei “il vile” che si salva con la fuga. Devo dare l’esempio, ai presenti e ai futuri, che nelle cose di Dio, nelle cose sante, non bisogna essere vili…».
«Hai ragione, Maestro», sospira Lazzaro…
50E Marta, scostando la tenda, dice: «Hai ragione… La sera si avanza. Non c’è più sole…».
51Maria si mette a piangere angosciosamente, come se questa parola avesse avuto il potere di sciogliere la sua forza morale, che conteneva il suo pianto in silenzioso lacrimare. Piange più straziatamente che nella casa del Fariseo, quando col pianto chiedeva perdono al Salvatore…
52«Perché piangi così?», interroga Marta.
«Perché tu hai detto la verità, sorella! Non c’è più sole… Il Maestro se ne va[88]… Non c’è più sole per me… per noi…».
53«Siate buoni. Vi benedico e resti la mia benedizione su voi. Ed ora lasciatemi con Lazzaro, che è stanco e abbisogna di silenzio. Vegliando il mio amico, riposerò. Provvedete agli apostoli e fate che siano pronti per l’ora delle ombre…».
54Le discepole si ritirano e Gesù resta silenzioso, raccolto in Se stesso, seduto presso l’amico languente che, pago di quella vicinanza, si addormenta con un lieve sorriso sul volto.
26. Ritorno e arrivo con gli apostoli a Betania[89].
Con l’amico del cuore.
L’ arrivo a Betania
1I variati verdi delle campagne intorno a Betania appaiono alla vista non appena è superato uno scrimolo di monte e si pone piede sullo spiovente sud del monte, che scende con una strada a zig-zag verso Betania. Il verd’argento degli ulivi, il verde forte dei pometi, spruzzato qua e là dei primi giallori delle foglie, lo spettinato e più giallastro verde delle viti, lo scuro e compatto verde delle querce e dei carrubi, misti al marrone dei campi, già arati e in attesa di seme, e al verde fresco dei prati che rimettono l’erba novella e degli orti fertili, formano come un tappeto multicolore a chi domina Betania e i suoi dintorni dall’alto. E, svettanti sul verde più basso, i pennelli delle palme da datteri, sempre eleganti e ricordanti l’Oriente.
2La piccola città di Ensemes, accucciata in mezzo al verde e tutta accesa dal sole che inizia il tramonto, è presto superata, e dopo essa è superata la fonte larga, ricca d’acque, che è un poco al nord dove inizia Betania, e poi ecco le prime case fra il verde…
3Sono arrivati dopo tanto cammino, e faticoso cammino. E, per quanto stanchissimi, sembrano rinvigorirsi soltanto per essere presso la casa amica di Betania.
L’amico sta tanto male.
4La cittadina è quieta, quasi vuota. Molti abitanti devono avere già trasmigrato a Gerusalemme per la festa. Perciò Gesù passa inosservato sino nelle vicinanze della casa di Lazzaro. Soltanto quando è presso il giardino inselvatichito della casa, dove erano tutte quelle gralle, incontra due uomini che lo riconoscono e lo salutano e poi chiedono: «Vai da Lazzaro, Maestro? Fai bene. Sta tanto male. Noi ne veniamo dopo avergli portato il latte delle nostre asinelle, l’unico cibo che il suo stomaco regge ancora, insieme ad un poco di succo di frutta e miele. Le sorelle non fanno che piangere. Sono sfinite di veglia e di dolore… E lui non fa che desiderarti. Io credo che sarebbe già morto, ma l’ansia di rivederti lo ha fatto vivere sin qui».
«Vado subito. Dio sia con voi».
5«E… lo guarisci?», chiedono incuriositi.
«La volontà di Dio si manifesterà su lui e con essa la potenza del Signore», risponde Gesù lasciando perplessi i due, e si affretta al cancello del giardino. Lo vede un servo e corre ad aprire, ma senza alcuna esclamazione di gioia. Appena aperto il cancello, si inginocchia a venerare Gesù e dice con voce addolorata: «Bene vieni, o Signore! E voglia la tua venuta essere segno di gioia a questa casa in pianto. Lazzaro, il mio padrone…».
Baci e lacrime sui piedi del Messia.
6«Lo so. Siate tutti rassegnati alla volontà del Signore. Egli premierà il sacrificio della vostra volontà alla sua. Va’ e chiama Marta e Maria. Io le attendo nel giardino».
Il servo corre via e Gesù lo segue adagio, dopo aver detto agli apostoli: «Io vado da Lazzaro. Voi riposate, che ne avete bisogno…».
7E infatti, mentre si affacciano sulla soglia le due sorelle e quasi stentano a riconoscere il Signore tanto i loro occhi sono stanchi di veglie e di lacrime, e il sole che proprio le colpisce negli occhi aumenta la difficoltà di vedere, altri servi, da una porta secondaria, escono incontro agli apostoli conducendoli con loro.
8«Marta! Maria! Sono Io. Non mi riconoscete?».
«Oh! il Maestro!», esclamano le due sorelle e si dànno a correre verso di Lui, gettandosigli ai piedi e soffocando a stento i singhiozzi. Baci e lacrime scendono sui piedi di Gesù, come già nella casa di Simone il fariseo.
9Ma questa volta Gesù non sta rigido come allora a ricevere il lavacro del pianto di Marta e Maria. Ora si china e le tocca sul capo, le carezza e benedice con quel gesto e le forza ad alzarsi dicendo: «Venite. Andiamo sotto la pergola dei gelsomini. Potete lasciare Lazzaro?».
10Più a cenni che a parole, fra i singhiozzi, esse dicono di sì. E vanno sotto il chiosco ombroso, sul cui frondame folto e scuro qualche tenace stellina di gelsomino biancheggia e odora.
«Dite dunque…».
“Abbiate una fede sconfinata nel Signore”.
11«Oh! Maestro! Vieni in una ben triste casa! Noi siamo rese stolte dal dolore. Quando il servo ci ha detto: “Vi è uno che vi cerca”, non abbiamo pensato a Te. Quando ti abbiamo visto, non ti abbiamo riconosciuto. Ma vedi? I nostri occhi sono bruciati dal pianto. Lazzaro muore…», e il pianto riprende interrompendo le parole delle sorelle che hanno parlato alternativamente.
«E Io sono venuto…».
12«A guarirlo?! Oh! mio Signore!», dice Maria raggiando di speranza fra le righe delle lacrime.
«Ah! io lo dicevo! Se Egli viene…», dice Marta congiungendo le mani con atto di gioia.
13«Oh! Marta! Marta! Che sai tu delle operazioni e dei decreti di Dio?».
«Ohimè, Maestro! Tu non lo guarirai?!», esclamano insieme ripiombando nel dolore.
14«Io vi dico: abbiate una fede sconfinata nel Signore. Continuate ad averla nonostante ogni insinuazione e ogni evento, e vedrete grandi cose quando il vostro cuore non avrà più motivo di sperare di vederle. Che dice Lazzaro?».
15«Un’eco delle tue parole è nelle sue. Egli ci dice: “Non dubitate della bontà e potenza di Dio. Qualunque cosa avvenga, Egli interverrà per vostro e mio bene e per il bene di molti, di tutti quelli che come me e come voi sapranno rimanere fedeli al Signore”. E quando è in grado di farlo ci spiega le Scritture, non legge che quelle ormai, e ci parla di Te, e dice che egli muore in un tempo felice, perché l’èra di pace e perdono si è iniziata. Ma lo sentirai… perché dice anche altre cose, che ci fanno piangere anche più che per il fratello…», dice Marta.
“Veglia e sorveglia su te stessa”.
16«Vieni, Signore. Ogni minuto che scorre è rubato alla speranza di Lazzaro. Egli contava le ore… Diceva: “Eppure per la festa sarà a Gerusalemme e verrà…”. Noi, noi che sappiamo molte cose, che non diciamo a Lazzaro per non dargli dolore, avevamo meno speranza, perché pensavamo che Tu non venissi per sfuggire a chi ti cerca… Marta molto pensava così. Io meno perché… io, se fossi al tuo posto, sfiderei i nemici. Non sono di quelle che ho paura degli uomini, io. E ora non ho paura più neanche di Dio. So quanto è buono per le anime pentite…», dice Maria e lo guarda col suo sguardo d’amore.
17«Di nulla hai paura, Maria?», chiede Gesù.
«Del peccato… e di me stessa… Ho sempre paura di ricadere nel male. Penso che Satana mi deve molto odiare».
18«Hai ragione. Sei una delle anime più odiate da Satana. Ma sei anche una delle più amate da Dio. Ricordalo».
19«Oh! lo ricordo. É la mia forza questo ricordo! Ricordo ciò che dicesti in casa di Simone. Hai detto: “Molto le è perdonato perché molto ha amato”, e a me: “Ti sono perdonati i peccati. La tua fede ti ha salvata. Va’ in pace”. Hai detto “i peccati”. Non molti. Tutti. E allora penso che mi hai amata, o Dio mio, senza misura. Ora, se la mia povera fede di allora, quale poteva essere sorta in un’anima gravata di colpe, ha tanto ottenuto da Te, la mia fede di ora non potrà difendermi dal Male?».
20«Sì, Maria. Veglia e sorveglia su te stessa. É umiltà e prudenza. Ma abbi fede nel Signore. Egli è con te».
Con l’amico del cuore.
21Entrano in casa. Marta va dal fratello. Maria vorrebbe servire Gesù. Ma Gesù vuole prima andare da Lazzaro. Ed entrano nella stanza in penombra dove si consuma il sacrificio.
«Maestro!».
«Amico mio!».
22Le braccia scheletrite di Lazzaro si tendono in alto, quelle di Gesù si chinano ad abbracciare il corpo dell’amico languente. Un lungo abbraccio. Poi Gesù riadagia il malato sui guanciali e lo contempla con pietà. Ma Lazzaro sorride. É felice. Nel volto distrutto non splendono vivi che gli occhi infossati, ma fatti luminosi della gioia di avere lì Gesù.
23«Lo vedi? Sono venuto. E per stare molto con te».
«Oh! non puoi, Signore. A me tutto non si dice. Ma so tanto da dirti che non puoi. Al dolore che ti dànno essi aggiungono il mio, la mia parte, non concedendomi di spirare fra le tue braccia. Ma io, che ti amo, non posso per egoismo tenerti presso di me, nel pericolo… io ho già provveduto… Tu devi cambiare sempre luogo. Tutte le mie case ti sono aperte. I custodi hanno ordini e così i fattori dei miei campi. Ma non andare per sostare al Getsemani. Esso è molto sorvegliato. Dico la casa. Perché fra gli ulivi, specie quelli in alto, puoi andare, e da molte vie, senza che essi lo sappiano. Marziam, lo sai che è già qui? Marziam fu interrogato da alcuni mentre era nel frantoio con Marco. Volevano sapere dove eri, se venivi. Il fanciullo ha risposto molto bene: “Egli è israelita e verrà. Per dove non so, avendolo lasciato al Meron”. Così ha impedito che ti dicessero peccatore e non ha mentito».
24«Io ti ringrazio, Lazzaro. Ti darò ascolto. Ma ci vedremo sovente lo stesso». Lo contempla ancora.
Due case di pace e d’amore.
25«Mi guardi, Maestro? Lo vedi come sono ridotto? Come un albero che si spoglia di foglie in autunno, io mi spoglio ora per ora di carne, di forza e di ore di vita. Ma dico il vero dicendo che, se mi spiace non vivere tanto da vedere il tuo trionfo, giubilo di andarmene per non vedere, impotente come sono a frenarlo, l’odio che aumenta intorno a Te».
26«Non sei impotente; mai lo sei. Tu provvedi al tuo Amico prima ancora che Egli giunga. Ho due case di pace e, potrei dire, ugualmente care: quella di Nazareth e questa. Se là c’è mia Madre: l’amore celeste quasi quanto il Cielo per il Figlio di Dio, qui ho l’amore degli uomini per il Figlio dell’uomo. L’amore amico, credente, venerante… Grazie, amici miei!».
27«Tua Madre non verrà mai?».
«All’inizio di primavera».
«Oh! allora io non la vedrò più…».
«No. Tu la vedrai. Io te lo dico. Mi devi credere».
«A tutto, Signore. Anche in ciò che i fatti smentiscono».
28«Marziam dove è?».
«A Gerusalemme coi discepoli. Ma viene qui a sera. Fra poco, ormai. E i tuoi apostoli? Non sono con Te?».
29«Sono di là con Massimino, che li soccorre nella loro stanchezza ed estenuazione».
30«Avete molto camminato?».
«Molto. Senza tregua. Ti racconterò… Adesso riposa. Io ti benedico per ora». E Gesù lo benedice e si ritira.
27. Sosta a Betania presso Lazzaro[90].
La paura di tutta la casa di Lazzaro.
10Gesù, ormai giunto al pesante cancello, dà la voce ad un servo per farsi aprire. Ed entra. E chiede di Lazzaro.
11«Oh! Signore! Lo vedi? Torno dall’aver colto foglie di lauri e canfore e bacche di cipresso e altre foglie e frutti odorosi per farle bollire con vino e resine, e farne bagni al padrone. La sua carne cade a pezzi e non si resiste al fetore. Sei venuto, ma non so se ti faranno passare…». Per tema che anche l’aria senta, il servo spegne la voce in un sussurro: «Ora che non si può più nascondere che ha le piaghe, le padrone respingono tutti… per paura… Tu sai… Lazzaro è amato veramente da pochi… E molti, per molti motivi godrebbero di… Oh! non mi far pensare a questo che è la paura di tutta la casa».
12«Esse fanno bene. Ma non temete. Non accadrà questa sventura».
13«Ma… guarire potrà? Un tuo miracolo…».
«Non guarirà. Ma questo servirà a glorificare il Signore».
14Il servo è deluso… Gesù che guarisce tutti e che qui non fa nulla… Ma non ha che un sospiro per unica manifestazione del suo pensiero. Poi dice: «Vado dalle padrone ad annunciarti».
Le stolte paure di Marta.
15Gesù viene circondato dagli apostoli interessati alle condizioni di Lazzaro, costernati quando Gesù le dice. Ma già vengono le due sorelle. La loro fiorente e diversa bellezza sembra annebbiata dal dolore e dalla fatica delle veglie prolungate. Pallide, dimesse, smunte, stanchi gli occhi un tempo stellanti dell’una e dell’altra, senza anelli né bracciali, vestite di due vesti cenere scuro, sembrano più ancelle che signore. Si inginocchiano a distanza da Gesù, offrendogli soltanto pianto. Un pianto rassegnato, muto, che scende come da una interna sorgente e non può sostare.
16Gesù si avvicina. Marta stende le mani sussurrando: «Scostati, Signore. In verità noi temiamo di essere peccatrici, ormai, contro la legge sulla lebbra. Ma non possiamo, o Dio, non possiamo provocare un simile decreto contro il nostro Lazzaro! Però Tu non ti accostare, ché noi siamo immonde non toccando che piaghe. Noi sole. Perché abbiamo separato ogni altro, e tutto ci viene deposto sulla soglia, e noi prendiamo, e laviamo, e bruciamo, nella stanza attigua a quella del fratello nostro. Vedi le nostre mani? Sono corrose dalla calce viva che usiamo per i vasi da rendere ai servi. Pensiamo con ciò di essere meno colpevoli», e piange.
17Maria di Magdala, che fin qui ha taciuto, geme a sua volta: «Dovremmo chiamare il sacerdote. Ma… Io, io sono la più colpevole, perché mi oppongo a questo e dico che non è il terribile male maledetto in Israele. Non è, non è! Ma ci odiano tanto e in tanti, che lo direbbero tale. Per molto meno Simone, il tuo apostolo, fu dichiarato lebbroso!».
La discepola che ha vinto se stessa.
18«Non sei sacerdote né medico, Maria», singhiozza Marta.
19«Non lo sono. Ma tu sai ciò che ho fatto per essere certa di ciò che dico. Signore, sono andata, e ho percorso tutta la valle di Innon, tutto Siloan, tutti i sepolcri presso En Rogel. Vestita da ancella, velata, alle luci dell’aurora, carica di viveri, e acque medicate, e bende, e indumenti. E ho dato, ho dato. Dicevo che era un voto per colui che amavo. Era vero. Chiedevo soltanto di poter vedere le piaghe dei lebbrosi. Mi devono aver creduta pazza… Chi mai vuol vedere quegli orrori?! Ma io, deposte ai limiti dei balzi le mie offerte, chiedevo di vedere. Ed essi sopra, io più in basso; essi stupiti, io nauseata; piangendo essi, piangendo io; ho guardato, guardato, guardato! Guardato corpi coperti di scaglie, di croste, di piaghe, visi corrosi, capelli bianchi e duri più che setole, occhi che sono tane di marciume, guance che mostrano i denti, teschi su corpi vivi, mani ridotte ad artigli di mostri, piedi come rami nodosi, fetori, orrori, putredine. Oh! Se ho peccato adorando la carne, se ho goduto con gli occhi, con l’olfatto, con l’udito, col tatto, di ciò che era bello, profumato, armonioso, morbido e liscio, oh! ti assicuro che i sensi si sono purificati ormai nella mortificazione di queste conoscenze[91]! Gli occhi hanno dimenticato la bellezza seduttrice dell’uomo contemplando quei mostri, le orecchie hanno espiato il passato godere di voci virili con quelle voci aspre, non più umane, e ha rabbrividito la mia carne, e ha avuto rivolte il mio fiuto… e ogni resto di culto a me stessa è morto, perché ho visto ciò che siamo dopo la morte… Ma ho portato con me questa certezza: che Lazzaro non è lebbroso. La sua voce non è lesa, i suoi capelli e ogni altra peluria è intatta, e diverse sono le piaghe. Non è! Non è! E Marta mi affligge perché non crede, perché non conforta Lazzaro a non credersi immondo. Vedi? Non ti vuole vedere, ora che sa che ci sei, per non contaminarti. Le stolte paure di mia sorella lo privano anche del tuo conforto!…».
20La natura veemente la trasporta alla collera. Ma, vedendo che sua sorella dà in uno scoppio di pianto desolato, la sua veemenza cade subito, e abbraccia Marta baciandola, dicendo: «Oh! Marta! Perdono! Perdono! È il dolore che mi fa ingiusta! È l’amore che ho per te e Lazzaro che vi vorrebbe persuasi! Povera sorella mia! Povere donne che siamo!».
21«Suvvia, non piangete così. Avete bisogno di pace e di compatimento reciproco, per voi e per lui. Lazzaro, d’altronde, non è lebbroso, Io ve lo dico».
«Oh! vieni da lui, Signore. Chi meglio di Te può giudicare se egli è lebbroso?», supplica Marta.
22«Non ti ho già detto che non lo è?».
«Sì. Ma come puoi dirlo se non lo vedi?».
23«Oh! Marta! Marta! Dio ti perdona perché soffri e sei come un che delira! Ho pietà di te e vado da Lazzaro e gli scoprirò le piaghe e…».
La malattia che consuma la vittima.
24«… e le guarirai!!!», grida Marta sorgendo in piedi.
25«Ti ho già detto altre volte che non posso farlo[92]… Ma vi darò la pace di sapervi a posto con la legge sui lebbrosi. Andiamo… E si dirige per primo verso la casa, facendo cenno agli apostoli di non seguirlo. Maria corre avanti, apre una porta, corre per un corridoio, ne apre un’altra che dà su un piccolo cortile interno, vi fa pochi passi ed entra in una stanza semioscura ingombra di catini, vasetti, anfore, fasce… Un odore misto di aromi e di decomposizione penetra nelle nari. Una porta è di fronte alla prima e Maria l’apre, gridando con una voce che vuol essere luminosa di gioia: «Ecco il Maestro. Viene a dirti che io ho ragione, fratello mio. Su, sorridi, ché entra l’amore nostro e la nostra pace!», e si china sul fratello, lo solleva sui guanciali, lo bacia, incurante dell’odore che nonostante ogni palliativo emana dal corpo piagato, ed è ancora curva ad aggiustarlo che già il dolce saluto di Gesù risuona nella stanza, e questa, avvolta in una luce smorta, pare farsi luminosa per la divina presenza.
«Maestro, non hai paura… Io sono…».
26«Malato! Nulla più di così. Lazzaro, le norme sono state date, e così vaste e severe, per comprensibile senso di prudenza. Meglio esagerare in prudenza che in imprudenza, in certi casi come quelli di malattie contagiose. Ma tu non sei contagioso, povero amico mio, non sei immondo. Tanto che Io non penso di mancare alla prudenza verso i fratelli se ti abbraccio e bacio così», e lo bacia prendendo il corpo emaciato fra le braccia.
27«Sei proprio la Pace, Tu! Ma ancora non hai visto. Ecco Maria che discopre l’orrore. Sono già un morto, Signore. Non so come le sorelle possano resistere…».
28Non lo saprei neppure io, tanto sono spaventose e ripugnanti le piaghe venute lungo le varici delle gambe. Le splendide mani di Maria lavorano leggere su esse, mentre con la sua voce meravigliosa risponde: «I tuoi mali sono rose per le tue sorelle. Rose spinose sol perché tu soffri. Ecco, Maestro. Vedi? Non così è la lebbra!».
29«Non è così. É un grande male e ti consuma, ma non è di pericolo. Credi al tuo Maestro! Ricopri pure, Maria. Ho visto».
«E… non tocchi proprio?», sospira Marta, tenace nello sperare.
«Non occorre. Non per ribrezzo, ma per non stuzzicare le piaghe».
30Marta si china, senza più insistere, su un bacile dove è del vino o aceto aromatizzato, e immerge lini che passa alla sorella. Lacrime mute cadono nel liquido rossastro… Maria fascia le povere gambe e stende nuovamente le coperte sui piedi già inerti e giallastri come quelli di un morto.
Il Redentore.
31«Sei solo?».
«No. Con tutti, meno Giuda di Keriot che è rimasto a Gerusalemme, e verrà… Anzi, se sarò già lontano lo manderete a Betabara. Sarò là. E che là mi attenda».
«Vai via presto…».
«E presto tornerò. Fra poco è la Dedicazione. Starò da te in quei giorni».
32«Non potrò onorarti per le Encenie…»
«Sarò a Betlem per quel giorno. Ho bisogno di rivedere la mia cuna…»
«Sei triste… Io so… Oh! non potere nulla!».
33«Non sono triste. Sono il Redentore… Ma tu sei stanco. Non lottare contro il sonno, amico mio».
«Era per farti onore…».
«Dormi, dormi. Ci vedremo poi…», e Gesù si ritira senza rumore.
34«Hai visto, Maestro?», chiede Marta, fuori, nel cortile.
«Ho visto. Mie povere discepole… Io piango con voi… Ma in verità vi confido che il mio cuore è molto più piagato del fratello vostro. É roso dal dolore il mio cuore…», e le guarda con una mestizia così viva che le due dimenticano il loro dolore per quello di Lui e, impedite dall’abbracciarlo perché donne, si limitano a baciargli le mani e la veste e a volerlo servire come sorelle affettuose. E lo servono in una saletta, e lo fasciano d’amore. Le voci forti degli apostoli si sentono al di là del cortile… Tutte, meno la voce del discepolo cattivo. E Gesù ascolta e sospira… Sospira attendendo pazientemente il fuggiasco
28. Ignoranze e tentazioni nella natura umana del Cristo[93].
Regola d’oro dell’amore.
Commenti sulla tristezza di Gesù
1Sono già sulle pendici dell’Uliveto e le tre coppie di apostoli lasciate a Gerico, a Tecua e a Betania sono di nuovo riunite al Maestro.
2Ma Giuda di Keriot è sempre assente e sottovoce gli apostoli ne parlano…
Gesù è di una tristezza infinita…
3Gli apostoli, che lo notano, dicono fra loro: «È certo per Lazzaro. È proprio un uomo finito… E le sorelle fanno tanta pena… Il Maestro non si può neppure fermare in quella casa, con tanto astio che lo perseguita. Sarebbe stato un conforto per il malato e le sorelle, e anche per il Maestro».
4«Io non so capire perché non lo guarisce!», esclama Tommaso.
5«Sarebbe anche giusto. Un amico… Tanto aiuto che dà… Un giusto…», mormora Bartolomeo.
6«Ah! per giusto è proprio un giusto. In questi giorni io credo che tu te ne sia reso persuaso…», dice lo Zelote a Bartolomeo.
7«Sì, è vero. Ed è vero anche ciò che tu sottintendi. Non ero molto persuaso della sua giustizia… Con quella loro dimestichezza con i gentili, con l’educazione avuta dal padre che era molto, molto… dirò condiscendente a nuove forme di vita disformi dalle nostre…».
8«La madre era un angelo», dice reciso Simone Zelote.
9«Forse per questo essi sono dei giusti… Sorvoliamo sul passato di Maria. Ormai si è redenta…», dice Filippo.
10«Sì. Ma tutto questo mi faceva sospettoso. Ora sono proprio persuaso, e stupisco che il Maestro…».
La chiave del modo d’agire del Messia.
11«Mio fratello sa valutare i valori delle creature. Ne abbiamo sofferto noi pure per molto tempo, di una naturale, umana gelosia, vedendo esauditi più gli estranei che noi di famiglia. Ma adesso abbiamo capito che l’errore era nel nostro pensiero e la giustizia nel suo. Noi giudicavamo il suo modo di fare come indifferenza, e anche come svalutazione, incomprensione del nostro valore. Ora si è compreso. Egli preferisce attirarsi i deformi e gli informi. Egli… seduce, con i suoi mezzi infiniti, le anime più meschine, più lontane, più in pericolo. Vi ricordate la parabola della pecorella smarrita? La verità, la chiave del suo modo di agire è in quella parabola. Quando Egli vede le sue pecore fedeli seguirlo o stare dove e come Egli vuole, il suo spirito riposa. Ma del suo riposo si serve per correre dietro alle smarrite. Lo sa che noi lo amiamo, che Lazzaro e le sorelle lo amano, che le discepole e i pastori lo amano, e perciò non perde il suo tempo con noi, in speciali prove d’amore. Ci ama sempre, noi. Ci ha sempre nel cuore. Noi stessi ci entriamo e non ci vogliamo uscire. Ma gli altri… i peccatori, gli smarriti!… Deve correre dietro ad essi, deve attirarli con l’amore e col miracolo, con la potenza sua. E lo fa. Lazzaro, Maria e Marta continueranno ad amarlo, anche senza miracolo…», dice Giacomo d’Alfeo.
Regola d’ora dell’amore.
12«Questo è vero. Però… Cosa avrà voluto dire col suo ultimo saluto? Avete sentito: “L’amore del Signore per voi si manifesterà in proporzione del vostro amore. E ricordatevi che l’amore ha due ali per essere perfetto, due ali tanto più smisurate quanto più è perfetto: la fede e la speranza“», dice Andrea.
«Già! Che avrà voluto dire?», domandano in diversi.
Causa della tristezza del Messia.
13Un silenzio. Poi Tommaso, con un grande sospiro, conclude un suo discorso interiore: «…Però non sempre la sua pazienza buona ottiene redenzioni. Anche io ho sofferto talora per la predilezione che mostra a Giuda di Keriot…»
14«Predilezione? Non mi pare. Lo rimprovera come ogni altro di noi…», dice Andrea.
15«Per giustizia, sì. Ma considera quanto più rigore meriterebbe quell’uomo…».
«Questo è vero».
16«Ebbene, io ne ho sofferto delle volte. Ma ora capisco che lo fa certo perché… è il più informe fra noi».
17«Il più sciagurato, devi dire, Tommaso! Il più sciagurato. Voi credete che quella tristezza (e accenna a Gesù che se ne va avanti solo, assorto nella sua pena) sia data dalla malattia di Lazzaro e dalle lacrime delle sorelle. Io dico che viene dall’assenza di Giuda. Egli sperava di essere raggiunto per via da lui mentre andava a Betabara. Sperava almeno di ritrovarlo a Gerico, Tecua o a Betania al ritorno. Adesso non spera più. Ha la certezza del malfare di Giuda. Io l’ho sempre osservato… e ho visto che il suo viso ha preso quell’aspetto di assoluta derelizione quando tu, Bartolmai, hai detto: “Giuda non è venuto”», dice il Taddeo.
Questione sulla conoscenza del Messia.
18«Ma Egli sa le cose avanti che siano, ne sono certo!», esclama Giovanni.
19«Molte. Non tutte. Io penso che il Padre suo gliene tenga occulte alcune per pietà»[94], dice lo Zelote.
Gli undici si dividono in due partiti, chi accetta una versione e chi l’altra, e ognuno porta le sue ragioni a sostegno della propria.
19Giovanni esclama: «Oh! io non voglio ascoltare né l’uno, né l’altro, neppure me stesso! Siamo tutti poveri uomini e non possiamo vedere giusto. Vado da Gesù e glielo domando».
«No. Potrebbe pensare ad altro e con questa domanda ricordare Giuda e soffrire di più», dice Andrea.
«Ma no. Non gli dirò certo che parlavamo di Giuda. Dirò così… senza riferimenti».
«Vai, vai! Gli servirà a distrarsi. Non vedete come è afflitto?», dice Pietro spingendo Giovanni.
«Vado. Chi viene con me?».
«Va’, va’ da solo. Con te parla senza ritegno. E poi ci dici…».
Regola d’oro della redenzione.
Più si soffre più si redime.
Giovanni va.
«Maestro!».
20«Giovanni! Che vuoi?», e Gesù, con una luce di sorriso sul volto, cinge con un braccio il suo prediletto tenendolo vicino a Sé nel camminare.
«Si parlava fra noi e si era incerti su una cosa. Questa: se Tu sai tutto il futuro, o se ti è in parte nascosto. Chi diceva una cosa e chi l’altra».
21«E tu che dicevi?».
«Dicevo che era meglio di tutto chiederlo a Te».
22«E così sei venuto. Hai fatto bene. Questo almeno serve a Me e a te a godere un momento di amore… È tanto raro, ormai, poter avere un poco di pace!…»
«È vero! Come erano belli i primi tempi!…».
23«Sì. Per l’uomo che siamo noi, erano più belli. Ma per lo spirito che è in noi sono migliori questi. Perché ora è più conosciuta la Parola di Dio e perché soffriamo di più. Più si soffre e più si redime, Giovanni… Per questo, pur ricordando i tempi sereni, dobbiamo amare maggiormente questi che ci danno dolore, e col dolore ci danno anime[95].
Onniscienza del Messia.
24Ma rispondo alla tua domanda. Ascolta. Io non ignoro, come Dio. E non ignoro, come Uomo. Conosco il futuro degli avvenimenti, perché sono col Padre da prima del tempo e vedo oltre il tempo. Come Uomo esente da imperfezioni e limitazioni congiunte alla Colpa e alle colpe, ho il dono dell’introspezione dei cuori. Esso dono non è limitato al Cristo. Ma è in diversa misura di tutti quelli che, avendo raggiunto la santità, sono talmente uniti a Dio da potersi dire che non per sé operano, ma con la Perfezione che è in loro. Perciò posso risponderti che non ignoro come Dio il futuro dei secoli, e non ignoro come Uomo giusto lo stato dei cuori».
Giovanni riflette e tace.
25Gesù lo lascia stare qualche momento. E poi dice: «Ad esempio, ora Io vedo in te questo pensiero: “Ma allora il mio Maestro sa esattamente lo stato di Giuda di Keriot!”».
«Oh! Maestro!».
26«Sì. Lo so. Lo so e proseguo ad essere il suo Maestro, e vorrei che voi proseguiste ad essere i suoi fratelli».
Il martirio del procedere senza sapere.
27«Maestro santo!… Ma proprio sempre conosci tutto? Vedi, talora noi ci diciamo che ciò non è, perché Tu vai in luoghi dove trovi nemici. Prima di andarvi lo sai di trovarceli, e ci vai per combatterli col tuo amore, per vincerli all’amore, oppure… non lo sai e vedi i nemici soltanto quando li hai di fronte e ne leggi il cuore? Una volta Tu mi hai detto -eri tanto triste anche allora, e sempre per la stessa causa- che eri come uno che non vede…».
28«Ho provato anche questo martirio dell’uomo: il dover procedere senza vedere, affidandosi totalmente alla Provvidenza. Io devo conoscere tutto dell’uomo. Meno la colpa consumata. E ciò non per barriera messa dal Padre mio alla carne, al mondo e al demonio, ma dalla mia volontà di uomo. Io sono come voi. Ma so volere più di voi. Perciò subisco le tentazioni, ma non cedo alle tentazioni. E in questo sta, come per voi, il mio merito».
Il Messia subisce le tentazioni.
«Tentazioni Tu!… Mi pare quasi impossibile…».
29«Perché tu ne soffri poche. Sei puro e pensi che, essendolo Io più di te, non debba conoscere la tentazione. Infatti quella carnale è così debole rispetto alla mia castità, che non è giammai sensibile all’io. È come se un petalo percuotesse un granito senza fessure. Scorre via… Se ne è stancato persino il demonio di avventarmi contro questo dardo[96]. Ma, o Giovanni, non pensi quante altre tentazioni sono intorno a Me?».
30«A Te? Tu non sei avido di ricchezze, non di onori… Quali dunque?…».
«E non pensi che ho una vita, degli affetti, e dei doveri anche, verso mia Madre, e che queste cose mi tentano a sfuggire il pericolo? Esso, il Serpente, lo chiama “pericolo”. Ma il suo vero nome è Sacrificio”. E non pensi che ho dei sentimenti Io pure? L’io morale non è assente in Me, e soffre delle offese, degli scherni, delle doppiezze. Oh! mio Giovanni! Non ti chiedi che schifo sia per Me la menzogna e il menzognero? Sai quante volte il demonio mi tenta a reagire a queste cose, che mi danno dolore, uscendo dalla mansuetudine, divenendo duro, intransigente? E infine, non pensi quante volte soffia il suo bruciante fiato di superbia e dice: “Gloriati di questo o quello. Sei grande. Il mondo ti ammira. Gli elementi ti servono!”. La tentazione di compiacersi di essere santo! La più sottile! Quanti perdono la santità già acquistata per questa superbia! Con che Satana ha corrotto Adamo? Con la tentazione al senso, al pensiero e allo spirito. E Io non sono l’Uomo che deve ricreare l’uomo? Da Me la nuova Umanità. Ed ecco che Satana cerca le stesse vie per distruggere, e per sempre, la razza dei figli di Dio. Ora va’ dai compagni e ripeti le mie parole. E non pensare se Io so o non so ciò che fa Giuda. Pensa che ti amo. Non è sufficiente questo pensiero ad occupare un cuore?». Lo bacia e lo congeda.
Preghiera e lacrime.
31E rimasto solo di nuovo, alza gli occhi al cielo che si vede fra il fogliame degli ulivi e geme: «Padre mio! Fa’ che almeno, sino all’ultima ora, Io possa tenere occulto il Delitto. Ad impedire che questi miei diletti si sporchino di sangue. Pietà di loro, Padre mio! Sono deboli troppo per non reagire all’offesa! Che essi non abbiano odio in cuore nell’ora della Carità perfetta!», e si asciuga delle lacrime che solo Dio vede…
29. Marta e Maria preparate da Gesù alla morte di Lazzaro[97].
Sappiate dire sempre di sì a Dio
Lazzaro uno scheletro che respira.
67«Ecco Massimino e Sara. Deve stare ben male Lazzaro, se le sorelle non ti vengono incontro!», osserva lo Zelote.
68I due accorrono e si prostrano. Anche nei loro volti, nelle loro vesti, è l’aspetto dimesso che imprime il dolore e la fatica ai componenti delle famiglie dove si lotta con la morte: Non dicono altro che un: «Maestro, vieni…», ma così accorato che vale più di un lungo discorso. E conducono subito Gesù alla porta del quartierino di Lazzaro, mentre altri servi si occupano degli apostoli.
69Al lieve bussare alla porta accorre Marta e la socchiude, mettendo nella fessura il suo viso smagrito e pallido: «Maestro! Vieni. Te benedetto!».
70Gesù entra, traversa la stanza che precede quella del malato, entra in quella dello stesso. Lazzaro dorme. Lazzaro? Uno scheletro, una mummia giallastra che respira… E già un teschio il suo viso, e nel sonno ancor più è visibile la sua distruzione che ne fa già una testa scarnita dalla morte. La pelle cerea e stirata luccica sugli angoli aguzzi degli zigomi, delle mascelle, sulla fronte, sulle orbite tanto sprofondate da parere prive di occhi, sul naso tagliente che sembra essere cresciuto a dismisura tanto è annullato il contorno delle guance. Le labbra sono pallide sino a scomparire, e sembra non possano chiudersi sulle due file di denti semiscoperti, dischiusi… un viso già da morto.
Preparate da Gesù alla morte di Lazzaro.
71Gesù si china a guardare. Si rialza. Guarda le due sorelle che lo guardano con tutta l’anima concentrata negli occhi, anima dolorosa, anima speranzosa. Fa loro un segno e senza rumore torna fuori, nel cortiletto che precede le due stanze. Marta e Maria lo seguono. Chiudono la porta dietro di loro.
72Soli, loro tre fra le quattro mura, nel silenzio, col cielo azzurro sul capo, si guardano. Le sorelle non sanno più neppur chiedere, non sanno più neppur parlare. Ma parla Gesù. «Voi sapete chi sono. Io so chi voi siete. Voi sapete che vi amo. Io so che mi amate. Voi sapete il mio potere. Io la vostra fede in Me. Voi anche sapete, tu in specie, Maria, che più si ama e più si ottiene. É amare saper sperare e credere al di sopra di ogni misura e di ogni realtà che abbia voce di smentita al credere e allo sperare. Ebbene, per tutto questo Io vi dico di saper sperare e credere contro ogni realtà contraria. Mi intendete? Dico: sappiate sperare e credere contro ogni realtà contraria. Io non posso fermarmi che poche ore. Come Uomo, l’Altissimo sa quanto vorrei fermarmi, qui con voi, per assisterlo e consolarlo, per assistervi e confortarvi. Ma, come Figlio di Dio, Io so che è necessario che Io vada. Che Io mi allontani… Che Io non sia qui quando… voi mi desidererete più dell’aria che respirate. Un giorno, presto, capirete queste ragioni che ora vi potranno parere crudeli. Sono ragioni divine. Dolorose a Me Uomo come a voi. Dolorose ora. Ora perché voi non ne potete abbracciare e contemplare la bellezza e la saggezza. Né Io ve lo posso rivelare. Quando tutto sarà compiuto, allora comprenderete e gioirete… Ascoltate.
73Quando Lazzaro sarà… morto… Non piangete così! Allora mandatemi subito a chiamare. E intanto ordinate per i funerali con grande invito, come a Lazzaro e alla vostra casa si conviene. Egli è un grande giudeo. Pochi lo apprezzano per ciò che egli è. Ma egli supera molti agli occhi di Dio… Io vi farò sapere dove sono perché voi mi possiate sempre trovare».
74«Ma perché non essere qui almeno in quel momento? Noi ci rassegniamo, sì, alla sua morte… Ma Tu… Ma Tu… Ma Tu…». Marta singhiozza, non potendo più dire altro, soffocando nelle vesti il suo pianto…
75Maria invece guarda Gesù, fisso fisso, come ipnotizzata… e non piange.
76«Sappiate ubbidire, sappiate credere, sperare… sappiate dire sempre di sì a Dio… Lazzaro vi chiama… Andate. Ora Io verrò… E se non avrò più modo di parlarvi in disparte, ricordate ciò che vi ho detto».
77E, mentre esse rientrano frettolose, Gesù siede su una panchina di pietra e prega.
30. Giudei in visita a Betania[98].
Squittio di avvoltoi.
1Un folto e pomposo gruppo di giudei su cavalcature di lusso entra in Betania. Sono scribi e farisei, nonché qualche sadduceo ed erodiano già visto altra volta, se non erro al banchetto in casa di Cusa per tentare Gesù a proclamarsi re. Sono seguiti da servi a piedi.
2La cavalcata traversa lentamente la cittadina, e gli zoccoli suonanti sul terreno duro, il tintinnio delle bardature, le voci degli uomini attirano fuori dalle porte gli abitanti, che guardano e con palese sbigottimento si curvano in saluti profondi per poi rialzarsi e riunirsi in crocchi bisbiglianti.
3«Avete visto?».
«Tutti i sinedristi di Gerusalemme».
«No. Giuseppe l’Anziano, Nicodemo e altri non c’erano».
«E i farisei più noti».
«E gli scribi».
«E quello sul cavallo chi era?».
«E certo vanno da Lazzaro».
«Deve essere per morire».
«Non so capire perché il Rabbi non sia qui».
«E come vuoi, se lo cercano a morte quei di Gerusalemme?».
«Hai ragione. Anzi, certo quei serpenti che sono passati vengono per vedere se il Rabbi è qui».
«Sia lode a Dio che non c’è!».
Lupi in apparenza di agnelli.
3«Sai che hanno detto al mio sposo, ai mercati di Gerusalemme? Di stare pronti, che presto Egli si proclamerà re e dovremo tutti aiutarlo a fare… Come hanno detto? Mah! Una parola che voleva dire come se io dicessi che mando via tutti di casa e mi faccio io padrona».
4«Un complotto?… Una congiura?… Una rivolta?…», chiedono e suggeriscono.
Un uomo dice: «Sì. Lo hanno detto anche a me. Ma non ci credo».
«Ma sono discepoli del Rabbi che lo dicono!…».
5«Uhm! Che il Rabbi usi violenza e destituisca i Tetrarca, usurpando un trono che, con giustizia o no, è degli erodei, non lo credo. Faresti bene a dire a Gioacchino a non credere a tutte le voci…».
6«Ma sai che chi lo aiuterà sarà premiato in Terra e in Cielo? Io sarei ben contenta che mio marito lo fosse. Sono piena di figli, e la vita è difficile. Se si potesse avere un posto fra i servi del Re d’Israele!».
7«Senti, Rachele, io penso che sia meglio guardare il mio orto e i miei datteri. Se me lo dicesse Lui, oh! allora lascerei tutto per seguirlo. Ma detto da altri!…».
«Ma sono discepoli suoi».
8«Non li ho mai visti con Lui e poi… No. Si fingono agnelli, ma hanno certe facce ribalde che non mi persuadono».
«È vero. 3Da qualche tempo succedono fatti strani, e sempre si dice che sono i discepoli del Rabbi che li fanno. L’ultimo dì avanti il sabato, alcuni di questi malmenarono una donna che portava uova ai mercati e dissero: “Le vogliamo in nome del Rabbi galileo”».
I vampiri in agguato.
9«Ti pare che possa essere Lui a volere queste cose? Lui che dà e non prende? Lui che potrebbe vivere fra i ricchi e preferisce stare fra i poveri, e levarsi il mantello, come diceva a tutti quella lebbrosa guarita che ha incontrato Giacobbe?».
10Un altro uomo, che si è accostato al gruppo e ha ascoltato, dice: «Hai ragione. E quell’altra cosa che si dice, allora? Che il Rabbi ci farà succedere dei grandi guai perché i romani puniranno tutti noi per i suoi eccitamenti alla gente? Ci credete voi? Io dico -e non sbaglierò, perché sono vecchio e saggio- io dico che tanto quelli che ci dicono, a noi povera gente, che il Rabbi vuol prendere con violenza il trono e cacciare via anche i romani -così fosse! se fosse possibile farlo!- come chi fa violenze in nome suo, come chi ci eccita alla ribellione con promesse di utile futuro, come chi ci vorrebbe far odiare il Rabbi come individuo pericoloso che ci porterà ai guai, sono tutti nemici del Rabbi, che cercano di rovinarlo per trionfare loro. Non ci credete! Non ci credete ai falsi amici della povera gente! Vedete come sono passati superbi? A me per poco non mi danno una legnata, perché stentavo a far entrare le pecore e impedivo, a loro, di andare… Amici nostri quelli lì? Mai. Sono i nostri vampiri e, non lo voglia il Signore, vampiri anche di Lui».
11«Tu che stai vicino ai campi di Lazzaro, sai se è morto?».
«No. Non è morto. È lì, fra morte e vita… Ne ho chiesto a Sara, che coglieva foglie d’aromi per le lavande».
12«E allora perché quei là sono venuti?».
«Mah! Hanno girato intorno alla casa, sul dietro, sui lati, intorno all’altra casa del lebbroso, e poi sono andati via verso Betlemme».
12«Ma se l’ho detto io! Sono venuti a vedere se c’era il Rabbi! Per fargli del male. Sai cosa era per loro potergli fare del male? E proprio in casa di Lazzaro? Di’ tu, Natan. Quell’erodiano non era quello che un tempo era l’amante di Maria di Teofilo?».
«Era. Voleva forse vendicarsi in quel modo su Maria…».
13Arriva un ragazzetto di corsa. Grida: «Quanta gente in casa di Lazzaro! Venivo dal ruscello con Levi, Marco e Isaia, e abbiamo visto. I servi hanno aperto il cancello e preso le cavalcature. E Massimino è corso incontro ai giudei e altri sono corsi con grandi inchini. E sono uscite dalla casa Marta e Maria con le loro ancelle, a salutare. E si voleva vedere di più, ma hanno chiuso il cancello e sono andati tutti nella casa». Il fanciullo è tutto emozionato per le notizie che porta, per ciò che ha visto…
Gli adulti commentano fra loro.
31. Non c’è posto nella casa di Lazzaro per gli odiatori del Cristo[99].
Accoglienza e ospitalità perfetta.
1Per quanto affranta di dolore e di fatica, Marta è sempre la signora che sa accogliere e ospitare, dando onore con quella signorilità perfetta della vera signora. Così, ora, dopo avere condotto in una delle sale la comitiva, impartisce ordini perché siano portati quei rinfreschi che sono d’uso e gli ospiti abbiano quanto può essere di conforto.
2I servi circolano mescendo bevande calde o vini pregiati e offrendo frutta bellissime, datteri biondi come topazi, uva secca, una specie del nostro zibibbo, di una perfezione di grappoli fantastica, miele filante, tutto in anfore, calici, piatti, vassoi preziosi. E Marta sorveglia attenta perché nessuno resti trascurato, ma anzi, a seconda dell’età, e forse anche dell’individuo, i cui umori le sono ben noti, regola l’offerta dei servi. Così ella ferma un servo, che si dirige ad Elchia con un’anfora colma di vino e un calice, e gli dice: «Tobia, non vino, ma acqua di miele e succo di datteri». E a un altro: «Certo Giovanni preferisce il vino. Offrigli il bianco dell’uva passita». E personalmente al vecchio scriba Canania offre latte caldo, che abbondantemente dolcifica con il biondo miele dicendo: «Gioverà alla tua tosse. Ti sei sacrificato per venire, sofferente come sei, e nella rigida giornata. Sono commossa di vedervi così premurosi».
3«Dovere nostro, Marta. Eucheria era della nostra stirpe. Una vera giudea che ha onorato noi tutti».
4«L’onore alla venerata memoria della madre mia mi tocca il cuore. Ripeterò a Lazzaro queste parole».
Volpi astute.
5«Ma noi vogliamo salutarlo. Un così buon amico!», dice, falso come sempre, Elchia che si è avvicinato.
6«Salutarlo? Non è possibile. É sfinito troppo».
«Oh! non lo disturberemo. Non è vero, voi tutti? Ci basta solo un addio, dalla soglia della sua camera», dice Felice.
7«Non posso, non posso proprio. Nicomede si oppone ad ogni fatica ed emozione».
8«Uno sguardo all’amico morente non lo può uccidere, Marta», dice Callascebona.
«Troppo ci dorrebbe non averlo salutato!».
9Marta è agitata, titubante. Guarda verso la porta, forse per vedere se Maria viene a darle aiuto. Ma Maria è assente. I giudei osservano questa sua agitazione, e Sadoc, lo scriba, lo osserva a Marta: «Si direbbe che la nostra venuta ti agita, donna».
10«No. No, affatto. Compatite al mio dolore. Sono mesi che vivo presso chi muore e… non so più… non so più muovermi come un tempo nelle feste…».
11«Oh! non è una festa! Non volevamo neppure che tu ci onorassi così! Ma forse… Forse ci vuoi celare qualche cosa, e per questo non ci mostri Lazzaro e ci interdici la sua camera. Eh! Eh! Si sa! Ma non temere! La camera di un malato è asilo sacro a chiunque, credilo…», dice Elchia.
12«Non vi è nulla da celare in camera di nostro fratello. Nulla vi è nascosto. Essa accoglie soltanto un morente al quale sarebbe pietà risparmiare ogni ricordo penoso. E tu, Elchia, e tutti voi siete ricordi penosi per Lazzaro», dice Maria con la sua splendida voce d’organo, apparendo sulla soglia e tenendo scostata la tenda porpurea con la mano.
«Maria!», geme Marta supplichevole, per frenarla.
13«Nulla, sorella. Lasciami dire…». Si rivolge agli altri: «E per levarvi ogni dubbio, un di voi -sarà un solo ricordo del passato che torna a dar dolore- venga meco, se la vista di un morente non lo disgusta e il fetore delle carni che muoiono non lo nausea».
14«E tu non sei un ricordo che dà dolore?», dice ironico l’erodiano, che ho già visto non so dove, lasciando il suo angolo e mettendosi di fronte a Maria.
15Marta ha un gemito. Maria ha uno sguardo d’aquila inquieta. I suoi occhi balenano. Si raddrizza altera, dimenticando la stanchezza e il dolore che le curvavano la persona, e con una espressione di regina offesa dice: «Sì. Io pure sono un ricordo. Ma non di dolore come tu dici. Sono il ricordo della Misericordia di Dio. E, me vedendo, Lazzaro muore con pace, perché sa di rendere il suo spirito nelle mani dell’infinita Misericordia».
16 «Ah! Ah! Ah! Non erano queste le parole di un tempo! La tua virtù! A chi non ti conosce potresti porla in vista…».
17«Ma non a te, non è vero? Invece proprio a te la pongo sotto gli occhi, per dirti che si diventa come coloro che si praticano. Allora, sventuratamente, io avvicinavo te ed ero come te. Ora avvicino il Santo e divengo onesta».
18«Cosa distrutta non si ricostruisce, Maria».
«Infatti il passato, tu, voi tutti, non potete più ricostruirlo. Non potete ricostruire ciò che avete distrutto. Non tu che mi fai ribrezzo. Non voi che avete offeso, al tempo del dolore, il mio fratello, ed ora, per bieco scopo, volete mostrare che siete i suoi amici».
19«Oh! Sei audace, donna. Il Rabbi ti avrà scacciato molti demoni, ma mite non ti ha fatta!», dice uno sui quarant’anni.
20«No, Gionata ben Anna. Non mi ha fatta debole. Ma più forte, dell’audacia di chi è onesto, di chi ha voluto tornare onesto e ha distrutto ogni legame col passato per farsi una nuova vita. Avanti! Chi viene da Lazzaro?». É imperiosa come una regina. Li domina tutti con la sua franchezza, spietata anche contro se stessa. Marta, invece, è angosciata, con le lacrime negli occhi che fissano supplichevoli Maria perché stia zitta.
Scimmie adulatrici.
21«Verrò io!», dice con un sospiro di vittima Elchia, falso come una serpe.
22Escono insieme. Gli altri si volgono a Marta: «Tua sorella!… Sempre quel carattere. Non dovrebbe. Ha tanto da farsi perdonare», dice Uriel, il rabbi visto a Giscala, quello che là ha colpito con sassi Gesù.
23Marta, sotto la sferza di queste parole, ritrova la sua forza e dice: «L’ha perdonata Iddio. Ogni altro perdono non ha valore dopo quello. E la sua vita attuale è d’esempio al mondo». Ma l’audacia di Marta presto cade e si muta in pianto. Geme fra le lacrime: «Siete crudeli! Verso lei… e verso me… Non avete pietà né del dolore passato, né del dolore attuale. Perché siete venuti? Per offendere e dare dolore?».
24«No, donna. No. Unicamente per salutare il grande giudeo che muore. Non per altro! Non per altro! Non devi prendere a male le rette intenzioni nostre. Abbiamo saputo da Giuseppe e Nicodemo dell’aggravamento e siamo venuti… come essi, i due grandi amici del Rabbi e di Lazzaro. Perché volete trattarci in maniera diversa, noi che amiamo il Rabbi e Lazzaro come essi? Non siete giuste. Puoi forse dire che essi, con Giovanni, Eleazar; Filippo, Giosuè e Gioachino, non sono venuti a sentire di Lazzaro, e che anche Mannaen non è venuto?…».
25«Non dico nulla. Ma stupisco che voi sappiate tutto così bene. Non pensavo che anche l’interno delle case fosse sorvegliato da voi. Non sapevo che vi fosse un precetto nuovo oltre i sei centotredici: quello di indagare, di spiare nell’intimo delle famiglie… Oh! scusate! Io vi offendo! Il dolore mi dissenna e voi lo acuite».
Demoni tentatori.
26«Oh! ti comprendiamo, donna! E perché vi pensiamo dissennate, siamo venuti a darvi un consiglio buono. Mandate a chiamare il Maestro. Anche ieri sette lebbrosi vennero a lodare il Signore perché il Rabbi li ha guariti. Chiamatelo anche per Lazzaro».
27«Non è lebbroso mio fratello», grida Marta convulsa.
28«Per questo lo avete voluto vedere? Per questo siete venuti? No. Non è lebbroso! Guardate le mie mani. Io lo curo da anni e non è lebbra su me. Ho la pelle arrossata dagli aromi, ma non ho lebbra. Non ho…».
29«Pace! Pace, donna. E chi ti dice che Lazzaro è lebbroso? E chi sospetta in voi un peccato così orrendo come quello di occultare un lebbroso? E credi tu che, nonostante la vostra potenza, non vi avremmo colpiti se aveste peccato? Anche sul corpo del padre e della madre e della sposa e dei figli noi siamo capaci di passare, pur di far ubbidire ai precetti. Io te lo dico. Io, Gionata di Uziel».
30«Ma certo! Così è! E ora ti diciamo, per il bene che ti vogliamo, per l’amore che avevamo a tua madre, per quello che abbiamo a Lazzaro: chiamate il Maestro. Scuoti il capo? Vuoi dire che è tardi ormai? Come? Non hai fede in Lui, tu, Marta, discepola fedele? É grave ciò! Cominci tu pure a dubitare?», dice Archelao.
31«Tu bestemmi, o scriba. Io credo nel Maestro come al Dio vero».
32«E allora perché non vuoi provare? Egli ha risuscitato i morti… Almeno così si dice… Forse non sai dove è? Se vuoi, te lo cerchiamo noi, ti aiutiamo noi», insinua Felice.
33«Ma no! Certo in casa di Lazzaro si sa dove è il Rabbi. Dillo con schiettezza, o donna, e noi partiremo a cercartelo e te lo condurremo, e staremo presenti al miracolo per gioire con te, con voi tutti», dice tentatore Sadoc.
34Marta è titubante, quasi tentata a cedere. Gli altri incalzano mentre lei dice: «Dove sia non so… Non so proprio… É partito giorni or sono e ci ha salutate come chi va via per lungo tempo… Mi sarebbe conforto sapere dove è… Almeno saperlo… a non so, in verità…».
35«Povera donna! Ma noi ti aiuteremo… Te lo condurremo», dice Cornelio.
36«No! Non occorre. Il Maestro… Voi parlate di Lui, non è vero? Il Maestro ha detto che dobbiamo sperare oltre lo sperabile, e in Dio solo. E noi lo faremo», tuona Maria che torna con Elchia, che la lascia subito chinandosi a parlare con tre farisei.
Fuori le bestie immonde.
37«Ma egli muore, a quel che sento!», dice uno di essi, che è Doras.
«E con ciò? Muoia! Io non ostacolerò il decreto di Dio e non disubbidirò al Rabbi».
38«E che vuoi sperare oltre la morte, o dissennata?», deride l’erodiano.
«Che? La Vita!». La voce è un grido di fede assoluta.
39«La Vita? Ah! Ah! Sii sincera. Tu sai che davanti ad un vero morire nullo è il suo potere, e nel tuo stolto amore per Lui non vuoi che ciò appaia».
40«Uscite tutti! Toccherebbe a Marta di farlo. Ma essa vi teme. Io temo soltanto di offendere Dio che mi ha perdonata. E lo faccio perciò in luogo di Marta. Uscite tutti. Non vi è posto in questa casa per quelli che odiano Gesù Cristo. Fuori! Alle vostre tane tenebrose! Fuori tutti! O vi farò cacciare dai servi come una mandra di pezzenti immondi».
41É imponente nella sua ira. I giudei se la svignano, vili all’estremo, davanti alla donna. Vero è che quella donna pare un arcangelo irato…
42La sala si sgombra e gli sguardi di Maria, man mano che uno varca la soglia passandole davanti, creano una immateriale forca caudina sotto la quale deve abbassarsi la superbia dei vinti giudei. La sala resta vuota finalmente.
Marta si accascia sul tappeto in uno scoppio di pianto.
43«Perché piangi, sorella? Non ne vedo la ragione…».
«Oh! tu li hai offesi… ed essi ti hanno, ci hanno offese… e ora si vendicheranno… e…».
44«Ma taci, stolta femmina! Su chi vuoi che si vendichino? Su Lazzaro? Prima devono deliberare, e avanti che decidano… Oh! su un gulal[100] non ci si vendica! Su noi? E abbiamo bisogno del loro pane per vivere? Gli averi non ce li toccheranno. Si proietta su essi l’ombra di Roma. E su che allora? E se anche fosse che potessero, non siamo noi due giovani e forti? Non potremo lavorare? Non è forse povero Gesù? Non è forse stato operaio Gesù nostro? Non saremmo più simili a Lui, essendo povere e lavoratrici? Ma gloriati di divenirlo! Speralo! Chiedilo a Dio!».
«Ma ciò che ti hanno detto…».
45«Ah! Ah! Ciò che mi hanno detto! È la verità. Me la dico io pure. Sono stata una immonda. Ora sono l’agnella del Pastore! E il passato è morto. Su, vieni da Lazzaro».
32. Marta manda un servo a chiamare
il Maestro[101].
Lazzaro è morente.
E’ la fine per Lazzaro.
1Mi trovo ancora nella casa di Lazzaro e vedo che Marta e Maria escono nel giardino accompagnando un uomo piuttosto anziano, molto dignitoso nell’aspetto e direi non ebreo, perché ha il volto completamente rasato come lo hanno i romani. Allontanate che sono un poco dalla casa, Maria gli chiede: «Ebbene, Nicomede? Che ci dici di nostro fratello? Noi lo vediamo molto… malato… Parla».
2L’uomo apre le braccia con un gesto di commiserazione e di costatazione dell’ineluttabilità del fatto, e dice fermandosi: «È molto malato… Io non vi ho mai ingannate sin dai primi tempi che l’ho preso in cura. Ho tentato di tutto, voi lo sapete. Ma non è servito. Ho anche… sperato, sì, ho sperato che almeno potesse vivere reagendo all’estenuazione della malattia con il buon nutrimento e i cordiali che gli preparavo. Ho tentato anche con veleni atti a preservare il sangue dalla corruzione e a sostenere le forze, secondo le vecchie scuole dei grandi maestri della medicina. Ma il male è più forte dei mezzi per curare il male. Sono come corrosioni queste malattie. Distruggono. E quando appaiono all’esterno, l’interno delle ossa ne è già invaso, e come la linfa in un albero dall’imo si alza alla vetta così qui dal piede la malattia si è estesa a tutto il corpo…».
3«Ma ha le gambe malate, quelle sole…», geme Marta.
4«Sì. Ma la febbre distrugge là dove voi non pensate esservi che sanità. Guardate questo ramicello caduto da quell’albero. Pare tarlato qua, presso la frattura. Ma, ecco… (lo sbriciola fra le dita). Vedete? Sotto la scorza ancor liscia è la carie sino in cima, dove ancora sembra esservi vita perché vi sono ancora delle foglioline. Lazzaro ormai è… morente, povere sorelle! Il Dio dei vostri padri, e gli dèi e semidei della nostra medicina, nulla hanno potuto fare… o voluto fare. Parlo del vostro Dio… E perciò… sì, prevedo ormai prossima la morte anche per l’aumento della febbre, sintomo della corruzione entrata nel sangue, per i moti disordinati del cuore, e per la mancanza di stimoli e reazioni nel malato e in tutti i suoi organi. Voi vedete! Non si nutre più, non ritiene il poco che prende e non assimila ciò che ritiene.
5É la fine… E -credete ad un medico che è riconoscente a voi ricordando Teofilo- e la cosa più da desiderarsi ormai è la morte… Sono mali tremendi. Da migliaia di anni distruggono l’uomo, e l’uomo non riesce a distruggere loro. Soltanto gli dèi potrebbero se…». Si arresta, le guarda sfregandosi con le dita il mento rasato. Pensa. Poi dice: «Perché non chiamate il Galileo? É vostro amico. Egli può perché tutto Egli può. Io ho controllato persone che erano condannate e che sono guarite. Una forza strana esce da Lui. Un fluido misterioso che rianima e raduna le disperse reazioni e impone loro di voler guarire… Non so. So che l’ho seguito anche, stando mescolato nella folla, e ho visto cose meravigliose… Chiamatelo. Io sono un gentile. Ma onoro il Taumaturgo misterioso del vostro popolo. E sarei felice se Egli potesse ciò che io non ho potuto».
6«Egli è Dio, Nicomede. Perciò può. La forza che tu chiami fluido è il suo volere di Dio», dice Maria.
«Non derido la vostra fede. Anzi la sprono a crescere sino all’impossibile. Del resto… Si legge che gli dèi sono scesi sulla Terra qualche volta. Io… non ci avevo creduto mai… Ma, con scienza e coscienza di uomo e di medico, devo dire che così è, perché il Galileo opera guarigioni che solo un dio può operare».
7«Non un dio, Nicomede. Il vero Dio», insiste Maria.
8«E va bene. Come tu vuoi. E io lo crederò e diventerò suo seguace se vedrò che Lazzaro… risorge. Perché ormai, più che di guarigione, di risurrezione è d’uopo parlare. Chiamatelo, dunque, e con urgenza… perché, se stolto non sono divenuto, al massimo entro il terzo tramonto da questo egli morrà. Ho detto “al massimo”. Potrebbe essere anche prima, ormai».
Il Messia presso il guado (Gv 10,40-41)[102].
9«Oh! potessimo! Ma non sappiamo dove sia…», dice Marta.
10«Io lo so. Me lo ha detto un suo discepolo che andava a raggiungerlo accompagnandogli dei malati, e due erano dei miei. É oltre il Giordano, presso il guado. Così ha detto. Voi forse sapete meglio il luogo».
«Ah! in casa di Salomon, certo!», dice Maria.
«Lontano molto?».
«No, Nicomede».
11«E allora mandate subito un servo a dirgli che venga. Io più tardi ritorno e resto qui per vedere la sua azione su Lazzaro. Salve, Domine. E… fatevi cuore a vicenda». Le inchina e se ne va verso l’uscita, là dove un servo lo attende per tenergli il cavallo e aprirgli il cancello.
Amare e ubbidire ci fa figli di Dio e eredi del suo Regno.
12«Che facciamo, Maria?», chiede Marta dopo aver visto partire il medico.
«Ubbidiamo al Maestro. Egli ha detto di mandarlo a chiamare dopo la morte di Lazzaro. E noi lo faremo».
13«Ma, morto che sia…, che giova avere più qui il Maestro? Per il nostro cuore sì, sarà utile. Ma per Lazzaro!… Io mando un servo a chiamarlo».
14«No. Tu distruggeresti il miracolo. Egli ha detto di saper sperare e credere contro ogni realtà contraria. E se lo faremo noi avremo il miracolo, ne sono sicura. Se non lo sapremo fare, Dio ci lascerà con la nostra presunzione di voler fare meglio di Lui e non ci concederà nulla».
15«Ma non lo vedi quanto soffre Lazzaro? Non senti come, nei momenti che è in sé, desidera il Maestro? Non hai cuore tu a volergli negare l’ultima gioia al povero fratello nostro!… Povero fratello nostro! Povero fratello nostro! Fra poco non avremo più fratello! Più padre, più madre, più fratello! La casa distrutta, e noi sole come due palme in un deserto». Viene presa da una crisi di dolore, direi anche da una crisi di nervi tutta orientale, e si agita, percuotendosi il viso, spettinandosi i capelli.
16Maria l’afferra. Le impone: «Taci! Taci, ti dico! Egli può sentire. Io lo amo più e meglio di te, e so dominarmi. Tu sembri una femmina malata. Taci, dico! Non è con queste smanie che si cambiano le sorti, e neppure che si commuovono i cuori. Se lo fai per commuovere il mio, ti sbagli. Pensalo bene. Il mio si schianta nell’ubbidienza. Ma resiste in essa».
17Marta, dominata dalla forza della sorella e dalle sue parole, si calma alquanto, ma nel suo dolore, più calmo ora, geme invocando la madre: «Mamma! oh! mamma mia, consolami. Più pace in me da quando tu sei morta. Se fossi qui, madre! Se i dolori non ti avessero uccisa! Se ci fossi, ci guideresti e noi ti ubbidiremmo, per il bene di tutti… Oh!…»
18Maria muta di colore e, senza far del rumore, piange con un volto angosciato e torcendosi le mani senza parlare. Marta la guarda e dice: «Nostra madre, quando fu per morire, mi fece promettere che sarei stata una madre per Lazzaro. Se ella fosse qui…».
19«Ubbidirebbe al Maestro perché era una donna giusta. Inutilmente cerchi di commuovermi. Dimmi pure che io sono stata l’assassina di mia madre per i dolori che le ho dato. Ti dirò: “Hai ragione”. Ma se vuoi farmi dire che hai ragione a volere il Maestro, io ti dico: “No”. E sempre dirò: “No”. E sono certa che dal seno di Abramo ella mi approva e benedice. Andiamo in casa».
«Più nulla! Più nulla!».
20«Tutto! Tutto devi dire! In verità tu ascolti il Maestro e sembri attenta mentre Egli parla, ma poi non ricordi ciò che Egli dice. Non ha Egli sempre detto che amare e ubbidire ci fa figli di Dio e eredi del suo Regno? E allora come puoi dire che rimarremo senza nulla più, se avremo Dio e possederemo il Regno per la nostra fedeltà? Oh! che in verità bisogna essere assolute come io lo fui nel male, anche per poter essere, e sapere, e volere essere assolute nel bene, nell’ubbidienza, nella speranza, nella fede, nell’amore!…»
21«Tu permetti che i giudei deridano e facciano insinuazioni sul Maestro. Li hai sentiti ieri l’altro…».
22«E pensi ancora al gracchiare di quelle cornacchie, allo squittio di quegli avvoltoi? Ma lasciali sputare ciò che hanno dentro! Che ti importa del mondo? Che è il mondo rispetto a Dio? Guarda: meno di questo lurido moscone intirizzito, o avvelenato dall’aver succhiato sozzure, che io calpesto così», e dà un energico colpo di tallone ad un tardo tafano che cammina lentamente sulla ghiaia del viale. Poi prende Marta per un braccio, dicendo: «Su. Vieni in casa e…».
23«Facciamoglielo almeno sapere al Maestro. Mandiamogli a dire che è morente, senza dirgli di più…».
24«Come avesse bisogno di saperlo da noi! No, ho detto. È inutile. Egli ha detto: “Quando sarà morto fatemelo sapere”. E lo faremo. Non prima di allora».
«Nessuno, nessuno ha pietà del mio dolore! Tu meno di tutti…».
25«E smettila di piangere così. Non lo posso sopportare…». Nel suo dolore si morde le labbra per dare forza alla sorella e non piangere essa pure.
Lazzaro è morente (Gv 11,1-2)[103].
26Marcella corre fuori dalla casa, seguita da Massimino: «Marta! Maria! Correte! Lazzaro sta male. Non risponde più…».
27Le due sorelle corrono via rapide entrando in casa… e dopo poco si sente la voce forte di Maria dare ordini per i soccorsi del caso, e si vedono correre servi con cordiali e catini fumanti d’acque bollenti, e si sentono bisbigli e si vedono gesti di dolore…
28Subentra pian piano la calma dopo tanta agitazione. Si vedono i servi parlottare fra loro, meno agitati ma con atti di grande sconforto a punteggiatura del loro dire. Chi scuote il capo, chi lo alza al cielo allargando le braccia come per dire: «Così è», chi piange e chi ancora vuole sperare in un miracolo.
Marta manda il servo (Gv 11,3)[104].
29Ecco Marta di nuovo. Pallida come una morta. Si guarda dietro le spalle per vedere se è seguita. Guarda i servi che le si stringono intorno ansiosi. Torna a guardare se dalla casa esce qualcuno a seguirla. Poi dice ad un servo: «Tu! Vieni con me».
30Il servo si stacca dal gruppo e la segue verso la pergola dei gelsomini e dentro la stessa. Marta parla, sempre tenendo d’occhio la casa, che si può vedere attraverso il folto intreccio dei rami: «Ascolta bene. Quando tutti i servi saranno rientrati, ed io darò loro ordini perché siano occupati nella casa, tu andrai alle scuderie, prenderai un cavallo dei più rapidi, lo sellerai… Se per caso alcuno ti vede, di’ che vai per il medico… Non menti tu e non ti insegno a mentire io, perché veramente ti mando dal Medico benedetto… Prendi con te biada per la bestia e cibo per te e questa borsa per tutto quanto ti possa occorrere. Esci dal piccolo cancello e, passando per i campi arati, che non danno rumore sotto lo zoccolo, ti allontani dalla casa. Poi prendi la via di Gerico e galoppi senza fermarti mai, neppure a notte. Hai capito? Senza fermarti mai. La luna novella ti illuminerà la via se viene il buio mentre ancora galoppi. Pensa che la vita del tuo padrone è nelle tue mani e nella tua sveltezza. Mi fido di te».
«Padrona, io ti servirò come uno schiavo fedele».
31«Vai al guado di Betabara. Passi e vai al paese oltre Betania d’Oltre-Giordano. Sai? Dove in principio battezzava Giovanni».
«Lo so. Ci andai anche io a purificarmi».
32«In quel paese c’è il Maestro. Tutti ti indicheranno la casa dove è ospitato. Ma se tu, in luogo della via maestra, segui le sponde del fiume, è meglio. Sei meno visto e trovi da te la casa. É la prima dell’unica via del paesello che dalla campagna va al fiume. Non puoi sbagliare. Una casa bassa, senza terrazzo né camera alta, con l’orto che si trova, venendo dal fiume, prima della casa, un orto chiuso da un cancelletto di legno e una siepe di spinalbe, credo, una siepe insomma. Hai capito? Ripeti».
Il servo ripete pazientemente.
33«Va bene. Chiedi di parlare con Lui, con Lui solo, e gli dici che le tue padrone ti mandano a dirgli che Lazzaro è molto malato, che sta per morire, che noi non resistiamo più, che egli lo vuole e che venga subito, subito, per pietà. Hai capito bene?».
«Ho capito, padrona».
34«E dopo torna subito indietro, di modo che nessuno noti molto la tua assenza. Prendi un fanale con te, per le ore buie. Va’, corri, galoppa, stronca il cavallo, ma torna presto con la risposta del Maestro».
«Lo farò, padrona».
35«Va’! Va’! Vedi? Sono già tutti rientrati in casa. Va’ subito. Nessuno ti vedrà fare i preparativi. Io stessa ti porterò il cibo. Va’! Te lo metterò alla soglia del piccolo cancello. Va’! E Dio sia con te. Va’!…».
36Lo spinge, ansiosa, e poi corre in casa rapida e guardinga, e dopo poco sguscia fuori da una porta secondaria, sul lato sud, con un piccolo sacco fra le mani, rasenta una siepe sino alla prima apertura, svolta, scompare..
33. Il servo di Betania riferisce a Gesù il messaggio di Marta. Predizione a Simon Pietro su Roma cristiana[105].
Un servo di Lazzaro cerca il messia.
1È già l’imbrunire quando il servo, risalendo le boschive del fiume, sprona il cavallo fumante di sudore a superare il dislivello che in quel punto è fra il fiume e la via del paese. La povera bestia palpita nei fianchi per la corsa veloce e lunga. Il mantello nero è tutto marezzato di sudore e la spuma del morso ha spruzzato il petto bianco. Sbuffa inarcando il collo e scuotendo il capo.
2Eccolo nella vietta. La casa è presto raggiunta. Il servo balza al suolo, lega il cavallo alla siepe, dà la voce.
3Dal dietro della casa si sporge la testa di Pietro, e la sua voce un po’ aspra chiede: «Chi chiama? Il Maestro è stanco. Sono molte ore che non ha pace. È quasi notte. Tornate domani».
4«Non voglio nulla dal Maestro, io. Sono sano e non ho che da dirgli una parola».
5Pietro viene avanti dicendo: «E da parte di chi, se si può chiederlo? Senza riconoscimento sicuro, io non faccio passare nessuno, e specie chi puzza di Gerusalemme come te». È venuto avanti lentamente, più insospettito della bellezza del morello riccamente bardato che dell’uomo. Ma quando gli è viso a viso ha un atto di stupore: «Tu? Ma non sei un servo di Lazzaro tu?».
6Il servo non sa che dire. La padrona gli ha detto di parlare soltanto con Gesù. Ma l’apostolo sembra ben deciso a non farlo passare. Il nome di Lazzaro, egli lo sa, è potente presso gli apostoli. Si decide a dire: «Sì. Sono Giona, servo di Lazzaro. Devo parlare al Maestro».
7«Sta male Lazzaro? È lui che ti manda?».
«Sta male, sì. Ma non mi fare perdere tempo. Devo tornare indietro al più presto». E per decidere Pietro dice: «Ci furono i sinedristi a Betania…».
8«I sinedristi!!! Passa! Passa!», e apre il cancello dicendo: «Ritira il cavallo. Gli daremo da bere e dell’erba, se vuoi».
9«Ho la biada. Ma un poco d’erba non farà male. L’acqua dopo, prima gli farebbe male».
Il servo si ristora al fuoco.
10Entrano nello stanzone dove sono i lettucci e legano la bestia in un angolo per tenerla riparata dall’aria; il servo la copre con la coperta che era legata alla sella, gli dà la biada e l’erba che Pietro ha preso non so dove. E poi tornano fuori e Pietro guida il servo nella cucina e gli dà una tazza di latte caldo, preso da un paiolino che è presso il fuoco acceso, in luogo dell’acqua che il servo aveva chiesto.
11Mentre il servo beve e si ristora al fuoco, Pietro, che è eroico nel non fare domande curiose, dice: «Il latte è meglio dell’acqua che volevi. E posto che ce lo abbiamo! Hai fatto tutta una tappa?».
«Tutta una tappa. E così farò al ritorno».
12«Sarai stanco. E il cavallo ti resiste?».
13«Lo spero. E poi, al ritorno, non galopperò come nel venire».
14«Ma presto è notte. Comincia già ad alzarsi la luna… Come farai al fiume?».
«Spero arrivarci prima che essa tramonti. Altrimenti sosterò nel bosco sino all’alba. Ma arriverò prima».
15E dopo? Lunga è la via dal fiume a Betania. E la luna cala presto. È ai suoi primi giorni».
«Ho un buon fanale. Lo accenderò e andrò piano. Per piano che vada, mi avvicinerò sempre a casa».
16«Vuoi del pane e formaggio? Ne abbiamo. E anche pesce. L’ho pescato io. Perché oggi sono rimasto qui, io e Toma. Ma ora Toma è andato a prendere il pane da una donna che ci aiuta».
17«No. Non ti privare di nulla. Ho mangiato per via, ma avevo sete e anche bisogno di cose calde. Ora sto bene. Ma vuoi andare dal Maestro? C’è in casa?».
Molti andavano dal Messia(Gv 10,41-42)[106].
18«Sì, sì. Se non ci fosse stato te lo avrei detto subito. È di là che riposa. Perché viene tanta gente qui… Ho persino paura che la cosa faccia chiasso e vengano a disturbare i farisei. Prendi ancora un po’ di latte. Tanto dovrai lasciar mangiare il cavallo… e farlo riposare. I suoi fianchi sbattevano come una vela mal tesa…».
Pietro non frena la sua curiosità.
«No. Il latte vi occorre. Siete tanti».
«Sì. Ma, meno il Maestro che parla tanto da avere stanco il petto, e i più vecchi, noi robusti mangiamo cose che fanno lavorare il dente. È quello delle pecorine lasciate dal vecchio. La donna, quando siamo qui, ce lo porta. Ma, se ne vogliamo di più, tutti ce lo danno. Ci vogliono bene, qui, e ci aiutano.
19E… di’ un po’: erano tanti i sinedristi?».
«Oh! quasi tutti e con loro altri: sadducei, scribi, farisei, giudei di alto censo, qualche erodiano…».
20«E che era venuta a fare quella gente a Betania? C’era Giuseppe con loro? Nicodemo c’era?».
«No. Erano venuti giorni prima. E anche Mannaen era venuto. Questi non erano di quelli che amano il Signore».
21«Eh! lo credo! Sono così pochi nel Sinedrio che lo amano! Ma che volevano di preciso?».
«Salutare Lazzaro, dissero nell’entrare…».
22«Uhm! Che amore strano! Lo hanno sempre scansato per tante ragioni!… Bene!… Crediamo pure… Ci sono stati molto?».
23«Alquanto. E sono partiti inquieti. Io non sono servo di casa e non servivo perciò alle mense. Ma gli altri che erano dentro a servire dicono che hanno parlato con le padrone e voluto vedere Lazzaro. Ci è andato Elchia da Lazzaro e…».
«Buona pelle!…», mormora fra le labbra Pietro.
«Che hai detto?».
24«Niente, niente! Continua. E ha parlato con Lazzaro?».
«Credo. C’è andato con Maria. Ma poi, non so perché… Maria si è inquietata e i servi, pronti ad accorrere dalle stanze vicine, dicono che li ha cacciati come cani…».
25«Viva lei! Quel che ci vuole! E ti hanno mandato a dirlo?».
«Non mi far perdere altro tempo, Simone di Giona».
«Hai ragione. Vieni».
Il messaggio di Marta (Gv 11,4)[107].
26Lo guida verso una porta. Bussa. Dice: «Maestro, c’è un servo di Lazzaro. Ti vuol parlare».
«Entri», dice Gesù.
Pietro apre l’uscio, fa entrare il servo, chiude e si ritira, meritoriamente, presso il fuoco a mortificare la sua curiosità.
27Gesù, seduto sulla sponda del suo lettuccio, nel piccolo ambiente dove c’è appena spazio per il lettuccio e la persona che lo abita, e che certo era prima un ripostiglio di viveri perché ha ancora ganci alle pareti e assi su cavicchi, guarda sorridendo il servo che si inginocchiato e lo saluta: «La pace sia con te». Poi soggiunge: «Che nuove mi porti? Alzati e parla».
28«Mi mandano le mie padrone a dirti di andare subito da loro, perché Lazzaro è molto ammalato e il medico dice che morrà. Marta e Maria te ne supplicano e mi hanno mandato a dirti: “Vieni, perché Tu solo lo puoi risanare”».
29«Di’ loro che stiano tranquille. Questa non è infermità da morirne, ma è gloria di Dio affinché la sua potenza sia glorificata nel Figlio suo».
«Ma è molto grave, Maestro! La sua carne cade in cancrena ed egli non si nutre più. Ho sfiancato il cavallo per giungere più in fretta…».
«Non importa. È come Io dico».
30«Ma verrai?».
«Verrò. Di’ loro che verrò e che abbiano fede. Che abbiano fede. Una fede assoluta. Hai capito? Va’. La pace a te e a chi ti manda. Ti ripeto: “Che abbiano fede. Assoluta”. Va’».
Il servo saluta e si ritira.
Che voglia di sapere!
31Pietro gli corre incontro: «Hai fatto presto a dire. Credevo un discorso lungo…». Lo guarda, lo guarda… La voglia di sapere trasuda da tutti i pori del volto di Pietro. Ma si frena…
32«Io vado. Vuoi darmi acqua per il cavallo? Dopo partirò».
«Vieni. Acqua!… Abbiamo tutto un fiume per dartela, oltre al pozzo per noi», e Pietro, armato di un lume, lo precede e dà l’acqua richiesta.
Fanno bere il cavallo. Il servo leva la coperta, osserva i ferri, il sottopancia, le redini, le staffe. Spiega: «Ho corso tanto! Ma tutto è a posto. Addio, Simon Pietro, e prega per noi».
Conduce fuori il cavallo. Tenendolo per le briglie, esce nella via, mette un piede nella staffa, fa per balzare in sella.
33Pietro lo trattiene, mettendogli una mano sul braccio e dicendo: «Questo solo voglio sapere: c’è pericolo per Lui a stare qui? Questa minaccia hanno fatto? Volevano sapere dalle sorelle dove eravamo? Dillo, in nome di Dio!».
«No, Simone. No. Questo non è stato detto. Per Lazzaro sono venuti… Fra noi si sospetta per vedere se c’era il Maestro e se Lazzaro era lebbroso, perché Marta urlava forte che lebbroso non è, e piangeva… Addio, Simone. La pace a te».
«E a te e alle tue padrone. Dio ti accompagni nel ritorno a casa…».
34Lo guarda partire… scomparire presto in fondo alla via, perché il servo preferisce prendere la via maestra, chiara nel bianco di luna, anziché il sentiero oscuro del bosco lungo il fiume. Resta pensieroso. Poi chiude il cancello e torna in casa.
Curiosità non mortificata.
35Va da Gesù, che è sempre seduto sul lettuccio, le mani puntate sulla sponda e assorto. Ma si scuote sentendosi vicino Pietro, che lo guarda interrogativamente. Gli sorride.
«Sorridi, Maestro?».
«Ti sorrido, Simone di Giona. Siedi qui vicino a Me. Sono tornati gli altri?».
«No, Maestro. Neppure Tommaso. Avrà trovato da parlare».
«Ciò è bene».
36«Bene che parli? Bene che tardino gli altri? Lui parla fin troppo. È sempre allegro lui! E gli altri? Io sto sempre in agitazione finché non tornano. Ho sempre paura io».
«E di che, Simone mio? Non avviene nulla di male per ora, credilo. Mettiti in pace e imita Toma, che è sempre allegro. Tu, invece, sei molto triste da qualche tempo».
37«Sfido chiunque che ti ami a non esserlo! Io sono vecchio ormai, e rifletto più dei giovani. Perché anche essi ti amano, ma sono giovani e pensano meno… Ma se ti piaccio di più allegro, lo sarò, mi sforzerò ad esserlo. Ma per poterlo essere dammi almeno un “che” che mi dia motivo di esserlo. Dimmi il vero, mio Signore. Te lo chiedo in ginocchio (e scivola infatti in ginocchio). Che ti ha detto il servo di Lazzaro? Che ti cercano? Che ti vogliono nuocere? Che…».
38Gesù pone la mano sul capo di Pietro: «Ma no, Simone! Nulla di questo. È venuto a dirmi che Lazzaro è molto aggravato, e nulla più che di Lazzaro si è parlato».
«Proprio, proprio?».
«Proprio, Simone. E ho risposto di aver fede».
39«Ma a Betania ci sono stati quelli del Sinedrio, lo sai?».
«Cosa naturale! La casa di Lazzaro è una grande casa. E l’uso nostro contempla questi onori dati ad un potente che muore. Non ti agitare, Simone».
«Ma credi proprio che non abbiano preso questa scusa per…».
40«Per vedere se ero là. Ebbene, non mi hanno trovato. Su, non essere così spaventato come se già mi avessero preso. Torna qui, al mio fianco, povero Simone che assolutamente non vuole persuadersi che a Me nulla può accadere di male sino al momento decretato da Dio, e che allora… nulla varrà a difendermi dal Male…».
41Pietro gli si avvinghia al collo e gli tappa la bocca baciandolo su di essa e dicendo: «Taci! Taci! Non mi dire queste cose! Non le voglio sentire!».
I conquistatori di Roma.
42Gesù riesce a svincolarsi tanto da poter parlare e mormora: «Non le vuoi sentire! Questo è l’errore! Ma ti compatisco… 7Senti, Simone. Giacché tu solo eri qui, di quanto è accaduto Io e te soli dobbiamo saperlo. Mi intendi?».
«Sì, Maestro. Non parlerò con nessuno dei compagni».
43«Quanti sacrifici, non è vero Simone?».
«Sacrifici? Quali? Qui si sta bene. Abbiamo il necessario».
44«Sacrifici di non chiedere, di non parlare, di sopportare Giuda… di stare lontano dal tuo lago… Ma di tutto Dio ti darà compenso».
45«Oh! se è di questo che vuoi dire!… Per il lago ho il fiume e… me lo faccio bastare. Per Giuda… ho Te che mi compensi a misura piena… E per le altre cose!… Inezie! E mi servono a diventare meno rozzo e più simile a Te. Come sono felice di essere qui con Te! Fra le tue braccia! La reggia di Cesare non mi parrebbe più bella di questa casa, se io potessi sempre starvi così, fra le tue braccia».
46«Che ne sai della reggia di Cesare? L’hai forse vista?».
«No, e non la vedrò mai. Ma non ci tengo. Però la penso grande, bella, piena di cose belle… e di sozzura. Come tutta Roma, immagino. Non ci starei anche se mi coprissero d’oro!».
47«Dove? Nel palazzo di Cesare, o a Roma?».
«In tutti e due i luoghi. Anatema!».
«Ma appunto perché sono tali vanno evangelizzati».
48«E che vuoi fare a Roma?! È tutto un lupanare! Nulla da fare là, a meno che non ci venga Tu. Allora!…».
«Io ci verrò. Roma è capo del mondo. Conquistata Roma, è conquistato il mondo».
49«Andiamo a Roma? Ti proclami re, là? Misericordia e potenza di Dio! Questo è un miracolo!». Pietro si è alzato in piedi e sta a braccia alte davanti a Gesù, che sorride e che gli risponde: «Io ci andrò nei miei apostoli. Voi me la conquisterete. Ed Io sarò con voi. Ma di là c’è qualcuno. Andiamo, Pietro»…
34. Delirio e morte di Lazzaro[108].
L’agonia.
Raccapricciante agonia di Lazzaro.
1Hanno aperto tutte le porte e le finestre nella stanza di Lazzaro per rendergli meno difficile la respirazione. E intorno a lui, che è assente, in coma -un coma pesante, simile a morte, dalla quale differisce unicamente per il movimento del respiro- sono le due sorelle, Massimino, Marcella e Noemi, intenti ad ogni minimo atto del morente.
2Ogni volta che una contrazione di spasimo àltera la bocca, e pare che essa si atteggi a parlare, o che gli occhi si scoprono per un socchiudersi di palpebra, le due sorelle si chinano per afferrare una parola, uno sguardo… Ma è inutile. Non sono che atti incoordinati, indipendenti dalla volontà e dall’intelligenza, che sono ambedue, ormai, inerti, perdute. Atti che vengono dalla sofferenza della carne, come da essa viene il sudore che fa lucido il volto del morente, e il tremito che ad intervalli scuote le dita scheletrite e dà ad esse una contrazione di artiglio. Anche lo chiamano le due sorelle, con tutto l’amore nella loro voce. Ma il nome e l’amore cozzano contro le barriere dell’insensibilità intellettiva, ed è, a risposta del loro chiamare, il silenzio che hanno le tombe.
3Noemi, piangente, continua a mettere contro i piedi, certo gelati, mattoni avvolti in strisce di lana. Marcella tiene fra le mani un calice nel quale pesca un lino sottile, che Marta usa per bagnare le labbra aride del fratello. Maria con un altro lino asciuga l’abbondante sudore, che scende a strisce dal volto scheletrito e che bagna le mani del morente. Massimino, appoggiato ad uno stipo alto e scuro, presso il letto del morente, osserva stando in piedi dietro le spalle di Maria che è curva sul fratello. Nessun altro. Il massimo silenzio, come fossero in una casa vuota, in un luogo deserto. Le ancelle che portano i mattoni caldi hanno i piedi scalzi e non fanno rumore sul pavimento marmoreo. Sembrano apparizioni. Maria ad un dato momento dice: «Mi sembra che nelle mani torni il calore. Guarda, Marta, è meno pallido nelle labbra».
4«Sì. Anche il respiro è più libero. Lo guardo da qualche tempo», osserva Massimino.
5Marta si china e chiama piano, ma con accento intenso: «Lazzaro! Lazzaro! Oh! Guarda, Maria! Ha avuto come un sorriso e un battere di palpebra. Migliora, Maria! Migliora! Che ora abbiamo?».
«Abbiamo oltrepassato di un tempo il vespero».
6«Ah!», e Marta si raddrizza stringendo le mani sul petto, alzando gli occhi verso l’alto in un visibile atto di muta ma fiduciosa preghiera. Un sorriso le rischiara il volto.
7Gli altri la guardano stupiti e Maria le dice: «Non vedo perché l’essere oltre il vespero ti debba fare felice…», e la scruta, sospettosa, ansiosa.
Fittizio miglioramento della morte.
8Marta non risponde, ma si riprende nella posa che aveva prima. Entra un’ancella con dei mattoni che passa a Noemi. Maria le ordina: «Porta due lumi. La luce decresce e voglio vederlo». La serva esce senza rumore e torna presto con due lucerne accese, che depone una sullo stipo, contro il quale è Massimino, e l’altra su un tavolo ingombro di bende e anforette, posto all’altro lato del letto.
«Oh! Maria! Maria! Guarda! É proprio meno pallido».
9«E di aspetto meno finito. Si rianima!», dice Marcella.
10«Dategli ancora qualche stilla di quel vino con gli aromi che ha preparato Sara. Gli ha fatto bene», suggerisce Massimino.
Maria prende dal piano dello stipo un’anforetta dal collo esilissimo, a becco d’uccello, e con precauzione fa scendere qualche goccia di vino fra le labbra socchiuse.
«Va’ adagio, Maria. Che egli non soffochi!», consiglia Noemi.
«Oh! inghiotte! Lo cerca! Guarda, Marta! Guarda! Sporge la lingua cercando…».
11Tutti si chinano a guardare, e Noemi lo chiama: «Tesoro! Guarda la tua nutrice, anima santa!», e si fa avanti a baciarlo.
«Guarda! Guarda, Noemi, beve la tua lacrima! Gli è caduta presso le labbra ed egli ha sentito, e l’ha cercata e assorbita».
12«Oh! gioia mia! Avessi ancora il latte di una volta, te lo spremerei goccia goccia in bocca, mio agnellino, dovessi spremermi il cuore e morire poi!». Intuisco che Noemi, nutrice di Maria, sia stata anche nutrice di Lazzaro.
Arriva Nicomede.
13«Padrone, è tornato Nicomede», dice un servo apparendo sulla soglia.
«Che venga! Che venga! Ci aiuterà a farlo migliorare».
14«Osservate! Osservate! Apre gli occhi, muove le labbra», dice Massimino.
«A me stringe le dita con le sue dita!», grida Maria. E si china dicendo: «Lazzaro! Mi senti? Chi sono?».
15Lazzaro apre proprio gli occhi e guarda, uno sguardo incerto, velato, ma è sempre uno sguardo. Muove a fatica le labbra e dice: «Mamma!».
«Maria sono. Maria! Tua sorella!».
«Mamma!».
«Non ti riconosce. E chiama sua madre. I morenti. Sempre così», dice Noemi con il volto lavato di pianto.
16«Ma parla. Dopo tanto parla. É già molto… Poi starà meglio. Oh! mio Signore, premia la tua serva!», dice Marta con ancora quell’atto di fervida e fiduciosa preghiera.
«Ma che ti è accaduto? Forse hai visto il Maestro? Ti è apparso? Dimmelo, Marta! Levami d’angoscia!», dice Maria.
Finito lo stame nulla mantiene la fiamma.
17L’entrata di Nicomede impedisce la risposta. Tutti si volgono a lui, raccontando come dopo la sua partenza Lazzaro si fosse aggravato tanto da giungere a morte, e morto già lo avevano creduto, e poi, con dei soccorsi, avevano potuto farlo rinvenire, ma al respiro soltanto. E come da poco, dopo che una delle loro donne aveva preparato un vino con aromi, aveva ripreso calore e aveva inghiottito, cercando di bere, e anche aveva aperto gli occhi e parlato…
18Parlano tutti insieme, con le loro speranze riaccese, gettate contro la pacatezza alquanto scettica del medico, che li lascia parlare senza dire una parola.
19Finalmente hanno finito ed egli dice: «Va bene. Lasciatemi vedere». E li scansa, accostandosi al letto e ordinando di avvicinare i lumi e chiudere la finestra, volendo scoprire il malato. Si china su lui, lo chiama, lo interroga, fa passare la lucerna davanti al volto di Lazzaro, che ora ha gli occhi aperti e sembra come stupito di tutto; poi lo scopre, ne studia il respiro, i battiti del cuore, il calore e la rigidità delle membra… Tutti sono ansiosi in attesa della sua parola. Nicomede ricopre il malato, lo guarda ancora, pensa. Poi si volta a guardare gli astanti e dice: «É innegabile che ha ripreso vigore. Attualmente è migliorato da quando lo vidi. Ma non vi illudete. Non è che il fittizio miglioramento della morte. Ne sono tanto certo, come certo ero che è alla fine, che, come vedete, sono tornato, dopo essermi liberato da ogni impegno, per rendergli meno penosa la morte, per quanto mi è concesso di farlo… o per vedere il miracolo se… Avete provveduto?».
20«Sì, sì, Nicomede», lo interrompe Marta. E, per impedirgli altre parole, dice: «Ma non avevi detto che… entro tre giorni… Io…». Piange.
21«Ho detto. Sono un medico. Vivo fra agonie e pianti. Ma l’abitudine a viste di dolore non mi ha ancora dato cuore di pietra. E oggi… vi ho preparate… con un termine abbastanza lungo… e vago… Ma la mia scienza mi diceva che era più sollecita la soluzione, ed il mio cuore mentiva per un pietoso inganno… Su! Siate forti… Uscite fuori… Non si sa mai sino a qual punto i morenti intendano…». Le spinge fuori in lacrime, ripetendo: «Siate forti! Siate forti!».
22Presso il morente resta Massimino… Anche il medico si allontana per preparare dei medicamenti atti a rendere meno angosciosa l’agonia che, dice, «prevedo dolorosa molto».
23«Fallo vivere! Fallo vivere sino a domani. É quasi notte. Lo vedi, o Nicomede. Cosa è per la tua scienza tener desta una vita per men di un giorno? Fallo vivere!».
24«Domina, io faccio ciò che posso. Ma quando lo stame è finito non c’è nulla che mantenga la fiamma!», risponde il medico e se ne va.
25Le due sorelle si abbracciano, piangendo desolate, e chi piange di più, ora, è Maria. L’altra ha la sua speranza in cuore…
Il delirio.
Il delirio del morente Lazzaro.
26La voce di Lazzaro viene dalla stanza. Forte, imperiosa. E le fa trasalire, perché inaspettata in tanto languore. Le chiama: «Marta! Maria! Dove siete? Voglio alzarmi. Vestirmi! Dire al Maestro che sono guarito! Devo andare dal Maestro. Un carro! Subito. E un cavallo veloce. Certo è Lui che mi ha guarito…». Parla veloce, scandendo le parole, seduto sul letto, acceso di febbre, cercando di gettarsi dal letto, trattenuto dal farlo da Massimino, che dice alle donne che entrano correndo: «Delira!».
17«No! Lascialo andare. Il miracolo! Il miracolo! Oh! sono felice di averlo suscitato! Appena Gesù ha saputo! Dio dei padri, sii benedetto e lodato per la tua potenza e per il tuo Messia…».
28Marta, caduta in ginocchio, è ebbra di gioia. Intanto Lazzaro continua, sempre più preso dalla febbre, che Marta non comprende essere causa di tutto: «É venuto tante volte da me malato. É giusto che io vada da Lui a dirgli: “Son guarito”. Guarito sono! Non ho più dolori! Sono forte. Voglio alzarmi. Andare. Dio ha voluto provare la mia rassegnazione. Sarò detto il novello Giobbe…». Prende un tono ieratico gestendo a larghi gesti: «”Il Signore si commosse della penitenza di Giobbe… e gli rese il doppio di quanto aveva avuto. E il Signore benedisse gli ultimi anni di Giobbe più ancora dei primi… ed egli visse sino a[109]…. Ma no che non sono Giobbe! Ero fra le fiamme e me ne ha tratto, ero nel ventre del mostro[110] e torno alla luce. Dunque sono Giona, e i tre fanciulli di Daniele sono[111]…».
29Sopraggiunge il medico, chiamato da qualcuno. Lo osserva: «É il delirio. Me lo attendevo. La corruzione del sangue accende il cervello». Si sforza a riadagiarlo e raccomanda di tenerlo e torna fuori, ai suoi decotti.
30Lazzaro un poco si inquieta di esser tenuto e un poco piange come un bambino, alternativamente.
31«É proprio in delirio», geme Maria.
32«No. Nessuno capisce nulla. Non sapete credere. Ma già! Non sapete… A quest’ora il Maestro sa che Lazzaro è morente. Sì. L’ho fatto, Maria! L’ho fatto senza dirti nulla…».
«Ah! sciagurata! Hai distrutto il miracolo!», grida Maria.
33«Ma no! Egli, lo vedi, ha iniziato a migliorare all’ora che Giona ha raggiunto il Maestro. Delira… Certo… É debole e ha ancora il cervello annebbiato dalla morte che già lo teneva. Ma non delira come il medico crede. Sentilo! Sono parole di delirio, queste?».
34Infatti Lazzaro dice: «Ho chinato il capo al decreto di morte e ho gustato quanto sia amaro il morire, ed ecco che Dio si è detto pago della mia rassegnazione e mi rende alla vita e alle sorelle. Potrò ancora servire il Signore e santificarmi insieme a Marta e Maria…
La voce del subcosciente.
35A Maria! Cosa è Maria? Maria è il dono di Gesù al povero Lazzaro. Me lo aveva detto… Quanto tempo da allora! “Il vostro perdono farà più di tutto. Mi aiuterà”. Me lo aveva promesso: “Ella sarà la tua gioia”. E quel giorno che ero inquieto perché ella aveva portato la sua vergogna qui, presso il Santo, che parole per invitarla al ritorno! La Sapienza e la Carità si erano unite per toccare il cuore a lei… E l’altro, che mi trovò che mi offrivo per lei, per la sua redenzione?… Voglio vivere per godere di lei redenta! Voglio con lei lodare il Signore!
36Fiumi di lacrime, affronti, vergogna, amarezza… tutto mi ha penetrato e ucciso la vita per causa di lei… Ecco il fuoco, il fuoco della fornace! Ritorna, col ricordo… Maria di Teofilo e di Eucheria, mia sorella, la prostituta. Poteva essere regina e si è fatta fango che anche il porco calpesta. E mia madre che muore. E il non poter più andare fra la gente senza dover sopportare i suoi scherni. Per lei! Dove sei, sciagurata? Ti mancava il pane, forse, per venderti come ti sei venduta? Cosa hai succhiato dal capezzolo della nutrice? Tua madre che ti ha insegnato? Lussuria una? Peccato l’altra? Va’ via! Disonore della nostra casa!».
37La voce è un urlo. Sembra pazzo. Marcella e Noemi si affrettano a chiudere ermeticamente le porte e a ricalare le tende pesanti per attutire le risonanze, mentre il medico, tornato nella stanza, si sforza inutilmente di calmare il delirio che diventa sempre più furioso.
38Maria, gettata a terra come uno straccio, singhiozza sotto l’inesorabile accusa del morente che prosegue: «Uno, due, dieci amanti. L’obbrobrio d’Israele passava da braccia a braccia… Sua madre moriva, essa fremeva nei suoi amori sconci. Belva! Vampiro! Hai succhiato la vita a tua madre. Hai distrutto la nostra gioia. Marta sacrificata per te. Non si sposa la sorella di una meretrice.
39Io… Ah! io! Lazzaro, cavaliere, figlio di Teofilo… Su me sputavano i monelli di Ofel!! “Ecco il complice di un’adultera e di una immonda”, dicevano scribi e farisei e scuotevano le vesti per significare che respingevano il peccato di cui ero sozzo per il suo contatto! “Ecco il peccatore! Colui che non sa colpire il colpevole è colpevole come lo stesso”, urlavano i rabbi quando salivo al Tempio, ed io sudavo sotto il fuoco delle pupille sacerdotali… Il fuoco.
40Tu! Tu vomitavi il fuoco che dentro avevi. Perché sei un demonio, Maria. Lurida sei. Sei l’anatema. Il tuo fuoco si apprendeva a tutti, perché il tuo fuoco era di molti fuochi fatto, e ce ne era per i lussuriosi, che parevano pesci presi al tramaglio quando tu passavi… Perché non ti ho uccisa? Brucerò nella Geenna[112] per averti lasciata vivere rovinando tante famiglie, dando scandalo a mille…
41Chi dice: “Guai a colui per il quale avviene lo scandalo”? Chi lo dice? Ah! il Maestro! Voglio il Maestro! Lo voglio! Perché mi perdoni. Voglio dirgli che non la potevo uccidere perché l’amavo… Maria era il sole della casa nostra… Voglio il Maestro! Perché non è qui? Non voglio vivere! Ma avere perdono dello scandalo che ho dato lasciando vivere lo scandalo. Sono già nelle fiamme. É il fuoco di Maria. Mi ha preso. Tutti prendeva. Per dare lussuria per lei, odio per noi, e bruciare le carni a me.
42Via queste coperte, via tutto! Sono nel fuoco. Carne e spirito mi ha preso. Sono perduto in causa di lei. Maestro! Maestro! Il tuo perdono! Non viene. Non può venire nella casa di Lazzaro. É un letamaio per causa di lei. Allora… voglio dimenticare. Tutto.
43Non sono più Lazzaro. Datemi del vino. Lo dice Salomone: “Date del vino a quelli dal cuore straziato, che bevano e dimentichino la loro miseria, e non si ricordino più del loro dolore”[113]. Non voglio più ricordare.
44Dicono tutti: “Lazzaro è ricco, è l’uomo più ricco di Giudea”. Non è vero! È tutta paglia. Non è oro. E le case? Nuvole. I vigneti, le oasi, i giardini, gli uliveti? Nulla. Inganni. Io sono Giobbe. Non ho più nulla. Avevo una perla. Bella! Di infinito valore. Era il mio orgoglio. Si chiamava Maria. Non l’ho più. Sono povero. Il più povero di tutti. Di tutti il più ingannato…
45Anche Gesù mi ha ingannato. Perché mi aveva detto che me l’avrebbe resa, e invece essa… Dove è essa? Eccola là. Pare una etera pagana la donna d’Israele, figlia di una santa! Seminuda, ubriaca, folle… E intorno… cogli occhi fissi sul corpo nudo di mia sorella, la muta dei suoi amanti… E lei ride di essere ammirata e bramata così. Io voglio riparare al mio delitto.
46Voglio andare per Israele dicendo: “Non andate presso la casa di mia sorella. La sua casa è la via dell’inferno e discende negli abissi della morte”[114]. E poi voglio andare da lei e calpestarla, perché è detto: “Ogni donna impudica sarà calpestata come sterco nella via”. Oh! Hai il coraggio di mostrarti a me che muoio disonorato, distrutto da te? A me che ho offerto la mia vita per riscatto della tua anima, e senza scopo?
47Come ti volevo, dici? Come ti volevo per non morire così? Ecco come ti volevo: come Susanna, la casta. Dici che ti hanno tentata? E non avevi un fratello a difenderti? Susanna, da sola, rispose: “Meglio è per me cadere nelle vostre mani che peccare nel cospetto del Signore”[115], e Dio fece rilucere il suo candore. Io le avrei dette le parole contro i tuoi tentatori e ti avrei difesa. Ma tu! Tu te ne sei andata.
48Giuditta era vedova e viveva nella stanza appartata, col cilicio ai fianchi e in digiuno, ed era in grandissima stima presso tutti perché temeva il Signore, e di lei si canta: “Tu sei gloria di Gerusalemme, letizia d’Israele, onore del nostro popolo, perché hai agito virilmente e il tuo cuore è stato forte, perché hai amato la castità e dopo il tuo matrimonio non hai conosciuto altro uomo. Per questo la mano del Signore ti ha resa forte e sarai benedetta in eterno”[116]. Se Maria fosse stata come Giuditta, il Signore mi avrebbe guarito. Ma non ha potuto per via di lei. Per questo non ho chiesto di guarire. Non può essere miracolo dove lei è.
49Ma morire, soffrire, nulla è. Dieci e dieci volte di più, e una e una morte, purché ella si salvi. Oh! Altissimo Signore! Tutte le morti! Tutto il dolore! Ma Maria salva! Godere di lei un’ora, un’ora sola! Di lei tornata santa, pura come nella fanciullezza! Un’ora di questa gioia! Gloriarmi di lei, il fiore d’oro della mia casa, la gazzella gentile dai dolci occhi, l’usignolo in sulla sera, l’amorosa colomba…
50Voglio il Maestro per dirgli che questo voglio: Maria! Maria! Vieni! Maria! Quanto dolore ha tuo fratello, Maria! Ma se tu vieni, se ti redimi, il mio dolore dolce si fa. Cercate Maria! Sono in fine! Muoio! Maria! Fate luce! Aria… Io… Soffoco… Oh! che cosa sento!…».
Il sopore .
51Il medico fa un gesto e dice: «É la fine. Dopo il delirio, il sopore e poi la morte. Ma può avere un ritorno all’intelligenza. Fatevi accosto. Tu in specie. Ne avrà gioia», e riadagiato Lazzaro, sfinito dopo tanta agitazione, va da Maria, che ha sempre pianto là in terra gemendo: «Fatelo tacere!». La alza e la conduce al letto.
51Lazzaro ha chiuso gli occhi. Ma deve soffrire atrocemente. É tutto un fremito e una contrazione. Il medico cerca di soccorrerlo con delle pozioni… Passano del tempo così.
52Lazzaro apre gli occhi. Pare smemorato di ciò che è stato prima, ma è in sé. Sorride alle sorelle e cerca prendere le loro mani, rispondere ai loro baci. Impallidisce mortalmente.
53Geme: «Ho freddo…», e batte i denti cercando di coprirsi sino alla bocca. Geme: «Nicomede, non resisto più ai dolori. I lupi mi scarnano le gambe e mi divorano il cuore. Quanto dolore! E se così è l’agonia, che sarà la morte? Come farò? Oh! se avessi qui il Maestro! Perché non me lo avete portato? Sarei morto felice sul suo seno…», piange.
La morte di Lazzaro.
Ultime parole di Lazzaro.
54Marta guarda Maria severamente. Maria comprende quell’occhiata e, ancora accasciata dal delirio del fratello, viene presa dal rimorso e curvandosi, inginocchiata come è contro il letto, a baciare la mano del fratello, geme: «Sono io la colpevole. Marta voleva farlo da due giorni già. Io non ho voluto. Perché Egli ci aveva detto di avvisarlo soltanto dopo la tua morte. Perdonami! Tutto il dolore della vita io te l’ho dato… Eppure ti ho amato e ti amo, fratello. Dopo il Maestro, te amo più che tutti, e Dio vede se mento. Dimmi che mi assolvi del passato, dammi pace…».
55«Domina!», richiama il medico. «Il malato non ha bisogno di commozioni».
56E’ vero… Dimmi che mi perdoni di averti negato Gesù…»
57«Maria! Per te Gesù è venuto qui… e ci viene per te… perché tu hai saputo amare… più di tutti… Mi hai amato più di tutti… Una vita… di delizie non mi avrebbe… non mi avrebbe dato la… gioia che ho goduto per te… Ti benedico… Ti dico… che bene hai fatto… a ubbidire a Gesù… Non sapevo… So… Dico… è bene… Aiutatemi a morire!… Noemi… tu eri capace di… farmi dormire… un tempo… Marta… benedetta… pace mia,… Massimino… con Gesù. Anche… per me… La mia parte… ai poveri,… a Gesù… per i poveri… E perdonate… a tutti… Ah! che spasimi!… Aria!… Luce!… Tutto trema… Avete come una luce intorno a voi e mi abbacina se… vi guardo… Parlate… forte…». Ha messo la sinistra sulla testa di Maria e ha abbandonato la destra nelle mani di Marta. Anela…
L’ultimo respiro.
58Lo sollevano con precauzione aggiungendo guanciali, e Nicomede gli fa sorbire ancora gocce di pozioni. La povera testa affonda e spenzola in un abbandono mortale. Tutta la vita è nel respiro. Pure apre gli occhi e guarda Maria che gli sorregge il capo, e le sorride dicendo: «La mamma! É tornata… Mamma! Parla! La tua voce… Tu sai… il segreto… di Dio… Ho servito… il Signore?…».
59Maria, con una voce fatta bianca dalla pena, sussurra: «Il Signore ti dice: “Vieni con Me, servo buono e fedele, perché tu hai ascoltato ogni mia parola e amato il Verbo che ho mandato”».
60«Non sento! Più forte!».
Maria ripete più forte…
61«É proprio la mamma!…», dice soddisfatto Lazzaro e abbandona il capo sulla spalla della sorella… Non parla più. Solo gemiti e tremiti di spasimo, solo sudore e rantolo. Insensibile ormai alla terra, agli affetti, sprofonda nel buio sempre più assoluto della morte. Le palpebre calano sugli occhi invetrati, nei quali luccica l’ultima lacrima.
62«Nicomede! Si appesantisce! Raffredda!…», dice Maria.
63«Domina, è un sollievo la morte per lui».
64«Tienilo in vita! Domani è certo qui Gesù. Sarà partito subito. Forse ha preso il cavallo del servo o un’altra cavalcatura», dice Marta. E rivolta alla sorella: «Oh! se tu mi avessi lasciato mandare prima!». Poi al medico: «Fallo vivere!», impone convulsa.
65Il medico allarga le braccia. Prova con dei cordiali. Ma Lazzaro non inghiotte più.
66Il rantolo cresce… cresce… É straziante…
67«Oh! non si può più sentire!», geme Noemi.
68«Sì. Ha una lunga agonia…», annuisce il medico. Ma non ha ancora finito di dirlo che, con una convulsione di tutta la persona che si marca e poi si abbandona, Lazzaro esala l’ultimo respiro.
Compianti.
69Le sorelle gridano… vedendo quello spasimo, gridano vedendo quell’abbandono. Maria chiama il fratello, baciandolo. Marta si aggrappa al medico che si curva sul morto e che dice: «É spirato. Ormai è troppo tardi per attendere il miracolo. Non c’è più attesa. Troppo tardi!… Io mi ritiro, Domine. Non c’è ragione più che io resti. Siate sollecite nei funerali, perché già è decomposto».
70Abbassa le palpebre sugli occhi del morto e dice ancora, osservandolo: «Sventura! Era un uomo virtuoso e intelligente. Non doveva morire!». Si volge alle sorelle, si inchina, saluta: «Domine! Salve!», e se ne va.
71I pianti empiono la stanza. Maria non ha più forza, ormai, e si rovescia sul corpo del fratello gridando i suoi rimorsi, invocando il suo perdono. Marta piange fra le braccia di Noemi.
72Poi Maria grida: «Non hai avuto fede! Non ubbidienza. Io l’ho ucciso prima, tu ora; io col mio peccare, tu col tuo disubbidire». É come folle. Marta la solleva, la abbraccia, si scusa. Massimino, Noemi, Marcella cercano indurre tutte e due alla ragione e alla rassegnazione. E vi pervengono ricordando Gesù… Il dolore diviene più ordinato e, mentre la stanza si affolla di servi piangenti, ed entrano quelli preposti alla preparazione della salma, le due sorelle vengono condotte altrove a piangere il loro dolore.
73Massimino, che le conduce, dice: «É spirato al finire del secondo tempo della notte».
74E Noemi: «Entro domani occorrerà seppellirlo e presto, avanti il tramonto, perché viene il sabato. Avete detto che il Maestro vuole grandi onori…».
75«Sì, Massimino. A te ogni cura. Io sono stolta», dice Marta.
76«Vado a mandare servi ai lontani e vicini, e a dare ogni altro ordine», dice Massimino e si ritira.
77Le due sorelle piangono abbracciate. Non si rimproverano più a vicenda. Piangono. Cercano di confortarsi…
78Passano le ore. Il morto è preparato nella sua stanza. Una lunga forma avvolta in bende sotto il sudario.
79«Perché già così coperto!», esclama Marta rimproverando.
80«Padrona… Puzzava forte dal naso, e nel muoverlo ha gettato sangue corrotto», si scusa un vecchio servo.
81Le sorelle piangono forte. Lazzaro è già più lontano sotto quelle bende… Un altro passo nella lontananza della morte.
Ritorno del servo dall’Oltre – Giordano
(Gv 11,5-6)[117].
82Lo vegliano con lacrime sino all’alba, al ritorno del servo dall’Oltre-Giordano. Del servo che resta esterrefatto, ma che riferisce dicendo della corsa veloce fatta per portare la risposta che Gesù viene.
83«Ha detto che viene? Non ha rimproverato?», chiede Marta.
«No, padrona. Ha detto: “Verrò. Di’ loro che verrò e che abbiano fede”. E prima aveva detto: “Di’ loro che stiano tranquille. Questa non è infermità di morte. Ma è gloria di Dio, affinché la sua potenza sia glorificata nel Figlio suo”».
84«Proprio così ha detto? Ne sei sicuro?», chiede Maria.
«Padrona, per tutta la strada ho ripetuto le parole!».
Oltre il credibile.
85«Vai, vai. Sei stanco. Tu hai fatto tutto bene. Ma è troppo tardi, ormai!…», sospira Marta. E ha uno scoppio clamoroso di pianto non appena resta con la sorella.
«Marta! Perché?…».
86«Oh! oltre che la morte, la delusione! Maria! Maria! Non rifletti che il Maestro questa volta ha sbagliato? Guarda Lazzaro. É ben morto! Abbiamo sperato oltre il credibile e non è giovato. Quando l’ho mandato a chiamare, avrò certo sbagliato, egli era già più morto che vivo. E la nostra fede non ha avuto frutto e premio. E il Maestro manda a dire che non è infermità di morte! Il Maestro allora non è più la Verità? Non è più… Oh! Tutto! Tutto! Finito tutto!».
87Maria si tormenta le mani. Non sa che dire. La realtà è realtà… Ma non parla. Non dice parola contro il suo Gesù. Piange. Veramente spossata.
88Marta ha come un chiodo fisso in cuore, quello di avere tardato troppo: «É per colpa tua», rimprovera. «Egli voleva provare la nostra fede così. Ubbidire sì. Ma anche disubbidire per fede e dimostrargli che credevamo che Lui solo poteva e doveva fare il miracolo. Povero fratello mio! E lo ha desiderato tanto! Almeno questo: vederlo! Povero Lazzaro nostro! Povero! Povero!». E il pianto si muta in ululo, al quale fanno eco oltre la porta gli ululi delle ancelle e dei servi, secondo la consuetudine
orientale…
35. Il giorno dei funerali di Lazzaro[118].
Il giorno dei funerali.
Un alveare agitato.
1La notizia della morte di Lazzaro deve aver fatto l’effetto di un bastoncino agitato nell’interno di un alveare. Tutta Gerusalemme ne parla. Notabili, mercanti, popolo minuto, poveri, gente della città, delle campagne vicine, forestieri di passaggio ma non affatto nuovi del luogo, stranieri che sono lì per la prima volta e che domandano chi è questo tale la cui morte è cagione di tanto sommovimento, romani, legionari, addetti agli uffici, e leviti e sacerdoti che si radunano e si sciolgono continuamente correndo qua e là… Capannelli di gente che con diverse parole ed espressioni parlano del fatto. E chi loda, chi piange, chi si sente più mendico del solito ora che è morto il benefattore, chi geme: «Non avrò più, mai più un padrone simile a lui», chi enumera i suoi meriti e chi illustra il suo censo e la sua parentela, i servizi e le cariche del padre e la bellezza e ricchezza della madre e la sua nascita «da regina», e chi, purtroppo, rievoca anche pagine famigliari sulle quali sarebbe bello calare un velo, specie quando vi è di mezzo un morto che di esse ha sofferto…
2Le notizie più disparate sulla causa della morte, sul luogo del sepolcro, sull’assenza di Cristo dalla casa del suo grande amico e protettore proprio in quella circostanza, fanno parlare i gruppetti. E le opinioni che prevalgono sono due: una è quella che questo è avvenuto, anzi, è stato prodotto dal cattivo contegno dei giudei, sinedristi, farisei e loro simili verso il Maestro; l’altra, che il Maestro, avendo di fronte una vera malattia mortale, se l’è squagliata perché qui non sarebbero riuscite le sue frodi. Anche senza essere astuti, è facile capire da che fonte viene questa ultima opinione, che invelenisce molti che rimbeccano: «Sei anche tu fariseo? Se lo sei bada a te, perché con noi non si bestemmia il Santo! Maledette vipere partorite dalle iene in connubio col Leviatan! Chi vi paga per bestemmiare il Messia?».
Il ribollire cresce e i cuori si accendono.
3Battibecchi, insulti, qualche pugno anche, e salati improperi agli impaludati farisei e scribi che passano con aria di dèi, senza degnare di uno sguardo la plebe che vocifera pro e contro loro, pro e contro il Maestro, risuonano per le vie. E accuse! Quante di queste!
4«Costui dice che il Maestro è un falso! È certo uno che ha messo su quel ventre con i denari dati da quei serpenti testé passati».
5«Coi loro denari? Coi nostri, devi dire! Ci spolpano per questi begli scopi! Ma dove è costui, che lo voglio vedere se è uno di quelli che ieri son venuti a dirmi…».
6«È fuggito. Ma, viva Dio! Qui si deve unirsi ed agire. Sono troppo impudenti».
7Altro colloquio: «Ti ho sentito e ti conosco. Dirò a chi di dovere come parli del supremo Tribunale!».
8«Sono del Cristo, e bava di demonio non mi nuoce. Dillo anche ad Anna e Caifa, se vuoi, e ciò giovi a farli più giusti».
9E più là: «A me? A me spergiuro e bestemmiatore perché seguo il Dio vivo? Tu spergiuro e bestemmiatore, che lo offendi e perseguiti. Ti conosco, sai? Ti ho visto e sentito. Spia! Venduto! Correte a prender questo…», e intanto comincia a stampargli in faccia certi schiaffoni che fan diventare rosso il viso ossuto e verdastro di un giudeo.
10«Cornelio, Simeone, guardate! Mi malmenano», dice un altro più là, rivolgendosi ad un gruppo di sinedristi.
11«Sopporta per la fede e non ti insozzare labbra e mani nella vigilia di un sabato», risponde uno dei chiamati senza neppure voltarsi a guardare il malcapitato, sul quale un gruppo di popolani esercitano una rapida giustizia…
12Le donne strillano, richiamando i mariti con suppliche perché non si compromettano.
13I legionari girano in pattuglie, facendo largo a suon di colpi d’asta e minacciando arresti e punizioni.
14La morte di Lazzaro, il fatto principale, è lo spunto per passare a fatti secondari, sfogo alla lunga tensione che è nei cuori… I sinedristi, gli anziani, gli scribi, i sadducei, i giudei potenti, passano indifferenti, sornioni, come se tutto quell’esplodere di piccole ire, di vendette personali, di nervosismo, non avesse radice in loro. E più passano le ore e più il ribollire cresce e i cuori si accendono.
15«Dicono questi, sentite un po’, che il Cristo non può guarire i malati. Io ero lebbroso e ora sono sano. Li conoscete voi costoro? Io non sono di Gerusalemme, ma mai li ho visti fra i discepoli del Cristo da due anni a questa parte».
16«Costoro? Fammi vedere quel di mezzo! Ah! ribaldo ladrone! Questo è quello che alla passata luna mi è venuto a offrir denaro in nome del Cristo, dicendo che Egli assolda uomini per impadronirsi della Palestina. E ora dice… Ma perché lo hai lasciato scappare?».
17«Capito, eh! Che malandrini! E per poco io ci cadevo! Aveva ragione mio suocero! 3Ecco là Giuseppe l’Anziano, con Giovanni e Giosuè. Andiamo a chieder loro se è vero che il Maestro vuol farsi degli eserciti. Essi sono giusti e sanno». Corrono in massa verso i tre sinedristi ed espongono la loro domanda.
Gli amici del Messia sono giusti.
18«Andate a casa, uomini. Per le vie si pecca e ci si nuoce. Non questionate. Non allarmatevi. Badate ai vostri affari e alle vostre famiglie. Non ascoltate gli agitatori di illusi e non fatevi illudere. Il Maestro è un maestro, non un guerriero. Voi lo conoscete. E ciò che pensa dice. Non vi avrebbe mandato altri a dirvi di seguirlo come guerrieri, se Egli vi avesse voluti tali. Non nuocete a Lui, a voi e alla nostra Patria. A casa, uomini! A casa! Non fate di ciò che è già una sventura, la morte di un giusto, un seguito di sventure. Tornate alle case e pregate per Lazzaro, a tutti benefico», dice il d’Arimatea, che deve essere molto amato e ascoltato dal popolo che lo conosce giusto.
19Anche Giovanni (quello che era geloso) dice: «Egli è uomo di pace, non di guerra. Non ascoltate i falsi discepoli. Ricordate come erano diversi gli altri che si dicevano Messia. Ricordate, confrontate, e la vostra giustizia vi dirà che quelle insinuazioni alla violenza non possono venire da Lui! A casa! A casa! Dalle donne che piangono e dai bambini impauriti. È detto: “Guai ai violenti e a quelli che favoriscono le risse”».
20Un gruppo di donne si accosta in lacrime ai tre sinedristi e una dice: «Gli scribi hanno minacciato il mio uomo. Ho paura! Giuseppe, parla tu ad essi».
21«Lo farò. Ma che tuo marito sappia tacere. Credete di giovare al Maestro con queste agitazioni e di fare onore al morto? Vi sbagliate. Nuocete all’Uno e all’altro», risponde Giuseppe 4e le lascia per andare incontro a Nicodemo che, seguito dai servi, viene da una via: «Non speravo vederti, Nicodemo. Io stesso non so come ho potuto. Il servo di Lazzaro è venuto, finito il gallicinio, a dirmi la sciagura».
22«E a me più tardi. Sono subito partito. Sai se a Betania c’è il Maestro?».
«No. Non c’è. Il mio intendente di Bezeta fu là all’ora di terza e mi disse che non c’è».
23«Io non capisco come… A tutti il miracolo e non a lui!», esclama Giovanni.
24«Forse perché alla casa ha già dato più che una guarigione: ha redento Maria e reso pace e onore…», dice Giuseppe.
25«Pace e onore! Dei buoni ai buoni. Perché molti… non hanno reso e non rendono onore neppur ora che Maria… Voi non sapete… Tre dì da oggi furono là Elchia e molti altri… e non fecero onore. E Maria li scacciò. Me lo dissero furenti, ed io ho lasciato dire per non scoprire il mio cuore…», dice Giosuè.
26«E ora vanno ai funerali?», chiede Nicodemo.
«Ebbero l’avviso e si adunarono a discutere al Tempio. Oh! i servi ebbero molto da correre questa mattina all’aurora!».
27«Perché così affrettato il funerale? Subito dopo sesta!…».
«Perché Lazzaro era corrotto già quando morì. Mi disse il mio intendente che, nonostante le resine che ardono per le stanze e gli aromi profusi sul morto, il puzzo del cadavere si sente sino dal portico della casa. E poi al tramonto si inizia il sabato. Non era possibile fare diversamente».
La sfida di ricomporre un corpo disfatto.
28«E dici che si adunarono al Tempio? Perché?».
«Ecco… veramente era già indetta l’adunanza per discutere su Lazzaro. Vogliono dire che fosse lebbroso…», dice Giosuè.
29«Questo no. Egli per primo si sarebbe isolato secondo la legge», difende Giuseppe. E aggiunge: «Ho parlato col loro medico. Egli me lo ha assolutamente escluso. Era malato di una consunzione putrida».
30«E allora di che hanno discusso, posto che Lazzaro era già morto?», chiede Nicodemo.
«Sull’andare o meno ai funerali dopo che Maria li ha cacciati. Chi voleva sì e chi no. Ma chi voleva andare erano i più e per tre motivi. Vedere se c’è il Maestro, prima ragione e comune a tutti. Vedere se fa il miracolo, seconda ragione. Terza, il ricordo di recenti parole del Maestro agli scribi presso il Giordano in quel di Gerico», spiega ancora Giosuè.
31«Il miracolo! Quale, se ormai è morto?», chiede con un’alzata di spalle Giovanni e termina: «I soliti sempre!… Cercatori dell’impossibile!».
«Il Maestro ha risuscitato altri morti», osserva Giuseppe.
32«È vero. Ma se avesse voluto tenerlo vivo non lo avrebbe lasciato morire. La tua ragione di prima è giusta. Essi hanno già avuto».
33«Sì. Ma Uziel si è ricordato, e con lui Sadoc, di una sfida avuta molte lune or sono. Il Cristo ha detto che darà la prova di saper ricomporre anche un corpo disfatto. E Lazzaro è tale. E ancor dice Sadoc lo scriba che, presso il Giordano, il Rabbi, di suo, gli ha detto che alla nuova luna vedrebbe compiersi metà della sfida. Questa: di uno disfatto che rivive, e senza più sfacimento e malattia. E hanno vinto loro. Se ciò avviene, certo è perché c’è il Maestro. E, anche, se ciò avviene non c’è più dubbio su di Lui».
«Purché ciò non sia male…», mormora Giuseppe.
34«Male? Perché? Gli scribi e farisei si persuaderanno…».
«O Giovanni! Ma sei uno straniero per poter dire questo? Non conosci i tuoi concittadini? Quando mai la verità li ha fatti santi? Non ti dice nulla il fatto che nella mia casa non sia stato portato l’invito all’adunanza?».
35«Neppure nella mia fu portato. Dubitano di noi e ci lasciano fuori sovente», dice Nicodemo. E chiede: «C’era Gamaliele?».
«Suo figlio. E lui verrà anche per il padre, che è sofferente a Gamala di Giudea».
36«E che diceva Simeone?».
«Nulla. Nulla affatto. Ha ascoltato. Se ne è andato. Poco fa è passato con dei discepoli del padre suo, diretto a Betania».
Betania in lutto.
La porta sulla via per Betania.
37Sono quasi alla porta che apre sulla via di Betania. E Giovanni esclama: «Guarda! È presidiata. Perché mai? E fermano chi esce».
«C’è agitazione in città…».
«Oh! Non è poi delle più forti…».
38Giungono alla porta e sono fermati come tutti gli altri.
«La ragione di questo, o milite? Io sono noto a tutta l’Antonia, né di me potete dire male. Vi rispetto e rispetto le vostre leggi», dice Giuseppe d’Arimatea.
39«Ordine del Centurione. Il Preside sta per entrare in città e vogliamo sapere chi esce dalle porte, e specie da questa che dà sulla via di Gerico. Ti conosciamo. Ma conosciamo anche il vostro umore per noi. Tu e i tuoi passate. E se avete voce sul popolo dite che è bene per esso stare calmo. Ponzio non ama mutar le sue abitudini per dei sudditi che adombrano… e potrebbe esser severo troppo. Un consiglio leale a te, che leale sei».
Passano…
«Sentito? Prevedo giorni pesanti… Bisognerà consigliare gli altri, più che il popolo…», dice Giuseppe.
La via per Betania.
40La via per Betania è affollata di gente che va tutta in una direzione: a Betania. Tutta gente che va ai funerali. Si vedono sinedristi e farisei mescolati a sadducei e scribi, e questi ai contadini, servi, intendenti delle diverse case e poderi che Lazzaro ha in città e nelle campagne; e più ci si avvicina a Betania, più da tutti i sentieri e le vie altra gente sbocca in questa che è la principale.
41Ecco Betania. Betania in lutto intorno al suo più grande cittadino. Tutti gli abitanti, con le vesti migliori, sono già fuori delle case che sono serrate come nessuno fosse in esse. Ma ancora non sono nella casa del morto. La curiosità li trattiene presso il cancello, lungo la via. Osservano chi passa degli invitati e si scambiano nomi e impressioni.
Il branco al completo.
42«Ecco Natanael Ben Faba. Oh! il vecchio Matatia parente di Giacobbe! Il figlio di Anna! Guardalo là con Doras, Callascebona e Archelao. Uh! come hanno fatto a venire quelli di Galilea? Ci sono tutti. Guarda: Eli, Giocana, Ismael, Uria, Gioachino, Elia, Giuseppe… Il vecchio Canania con Sadoc, Zaccaria e Giocana sadducei. C’è anche Simeone di Gamaliele. Solo. Il rabbi non c’è. Ecco Elchia con Nahum, Felice, Anna lo scriba, Zaccaria, Gionata di Uziel! Saul con Eleazaro, Trifone e Joazar. Buoni questi! Un altro dei figli di Anna. Il più piccolo. Parla con Simone Camit. Filippo con Giovanni l’Antipatride. Alessandro, Isacco, e Giona di Babaon. Sadoc. Giuda, discendente degli Assidei, l’ultimo, credo, della classe. Ecco gli intendenti dei diversi palazzi. Non vedo gli amici fedeli. Quanta gente!».
43Davvero! Quanta gente! Tutta sussiegata, parte con un viso di circostanza o con i segni del vero dolore sul volto. Il cancello spalancato inghiotte tutti, e vedo passare tutti quelli che in successive riprese ho visto benevoli o nemici intorno al Maestro. Tutti, meno Gamaliele e meno il sinedrista Simone. E vedo altri ancora che non ho mai visto, o che avrò visto senza saperne il nome, nelle dispute intorno a Gesù… Passano rabbi coi loro discepoli, e scribi a gruppi serrati. Passano giudei dei quali sento enumerare le ricchezze… Il giardino è pieno di gente che, dopo essere andata a dire parole di condoglianza alle sorelle -che, sarà l’usanza, forse, sono sedute sotto il portico, e perciò fuori della casa- tornano a spargersi per il giardino in un continuo confondersi di colori e in un continuo sprofondarsi in saluti.
44Marta e Maria sono disfatte. Si tengono per mano come due bambine, spaurite del vuoto che si è fatto nella loro casa, del nulla che empie la loro giornata ora che non c’è più da curare Lazzaro. Ascoltano le parole dei visitatori, piangono coi veri amici, coi dipendenti fedeli, si inchinano ai gelidi, imponenti, rigidi sinedristi venuti più per mettersi in mostra che per onorare il defunto, rispondono, stanche di ripetere le stesse cose centinaia di volte, a chi le interroga sugli ultimi momenti di Lazzaro.
45Giuseppe, Nicodemo, gli amici più fidi, si mettono al loro fianco con poche parole, ma con una amicizia che conforta più di ogni parola.
L’istinto delle iene.
46Torna Elchia coi più intransigenti, coi quali ha parlato a lungo, e chiede: «Non potremmo osservare il morto?».
Marta si passa con pena la mano sulla fronte e chiede: «Quando mai ciò si fa in Israele? Già è preparato…», e lacrime lente le scendono dagli occhi.
«Non si usa, è vero. Ma noi lo desideriamo. Gli amici più fedeli hanno ben diritto di vedere un’ultima volta l’amico».
«Anche noi sorelle avremmo avuto questo diritto. Ma fu necessità imbalsamarlo subito… E, tornate che fummo nella stanza di Lazzaro, non vedemmo più che la forma fra le fasce…».
«Dovevate dare ordini chiari. Non potevate e non potreste levare il sudario al volto?».
«Oh! è corrotto già… E l’ora dei funerali è venuta».
Giuseppe interloquisce: «Elchia, mi sembra che noi… per eccesso di amore, procuriamo pena. Lasciamo in pace le sorelle…».
47Si avanza Simeone figlio di Gamaliele a impedire la risposta di Elchia: «Mio padre verrà appena che possa. Io lo rappresento. Egli apprezzava Lazzaro. Ed io con lui».
Marta si inchina rispondendo: «L’onore del rabbi al fratello nostro sia compensato da Dio».
48Elchia, essendo lì il figlio di Gamaliele, si scosta senza insistere oltre e discute con altri, che gli fanno osservare: «Ma non senti il fetore? Vuoi dubitarlo? Del resto vedremo se murano il sepolcro. Non si vive senz’aria».
49Un altro gruppo di farisei si avvicina alle sorelle. Sono quasi tutti quelli di Galilea. Marta, ricevute le loro attestazioni, non si può trattenere dal dire il suo stupore per la loro presenza.
50«Donna, il Sinedrio siede in deliberazioni di somma importanza e noi siamo nella città per questo», spiega Simone di Cafarnao, e guarda Maria della quale certo ricorda la conversione. Ma si limita a guardarla.
Il morso delle belve.
51Ecco farsi avanti Giocana, Doras figlio di Doras e Ismael con Canania e Sadoc, e altri che non so chi siano. Parlano, già prima di parlare, coi loro volti viperini. Ma aspettano che Giuseppe si allontani con Nicodemo per parlare a tre giudei, per poter ferire. È il vecchio Canania che, con la sua voce chioccia di vecchio cadente, dà la pugnalata.
52«Che ne dici, Maria? Il vostro Maestro è l’unico assente dei molti amici di tuo fratello. Singolare amicizia! Tanto amore finché Lazzaro stava bene! E indifferenza quando era l’ora di amarlo! Tutti hanno miracoli da Lui. Ma qui non c’è miracolo. Che ne dici, donna, di simile cosa? Ti ha ingannata molto, molto il bel Rabbi galileo, eh! eh! Non dicesti che ti aveva detto di sperare oltre lo sperabile? Non hai dunque sperato, o non giova sperare in Lui? Speravi nella Vita, hai detto. Già! Egli si dice “la Vita”, eh! eh! Ma là dentro è tuo fratello morto. E là è aperta già la bocca del sepolcro. E il Rabbi non c’è. Eh! Eh!».
«Egli sa dare la morte, non la vita», dice con un ghigno Doras.
53Marta china il volto fra le mani e piange. La realtà è ben questa. La sua speranza è ben delusa. Il Rabbi non c’è. Non è neppur venuto a confortarle. Eppure avrebbe potuto essere là, ormai. Marta piange. Non sa più che piangere.
54Anche Maria piange. Anche essa ha la realtà davanti. Ha creduto, ha sperato oltre il credibile… ma nulla è accaduto, e i servi già hanno levato la pietra alla bocca del sepolcro perché si inizia la discesa del sole, e il sole scende presto in inverno, ed è venerdì, e tutto deve esser fatto in tempo e in modo che gli ospiti non abbiano a trasgredire alle leggi del sabato che fra poco ha inizio. Ha sperato tanto, sempre, troppo sperato. Ha consumato le sue capacità in questa speranza. Ed è delusa.
55Canania insiste: «Non mi rispondi? Ti persuadi adesso che Egli è un impostore che vi ha sfruttate e schernite? Povere donne!», e scrolla il capo fra i suoi simili, che lo imitano dicendo essi pure: «Povere donne!».
La deposizione.
Professione di fede nel Messia.
56Massimino si accosta: «È l’ora. Date l’ordine. Tocca a voi».
57Marta si accascia al suolo e, soccorsa, viene portata via a braccia fra l’ululo dei servi, che comprendono essere venuta l’ora della deposizione nel sepolcro e intonano i lamenti.
58Maria stringe le mani, convulsa. Supplica: «Ancora un poco! Ancora un poco! E mandate servi sulla via verso Ensemes e la fontana, su ogni via. Servi a cavallo. Che vedano se viene…».
59«Ma speri ancora, o infelice? Ma che ci vuole a persuaderti che Egli vi ha tradite e illuse? Odiate vi ha, e schernite…».
60È troppo! Col volto lavato dal pianto, torturata eppur fedele, nel semicerchio di tutti gli ospiti che si sono radunati per veder uscire la salma, Maria proclama: «Se Gesù di Nazareth così ha fatto, bene è, ed è grande amore il suo per noi tutti di Betania. Tutto a gloria di Dio e sua! Egli lo ha detto che da questo verrà gloria al Signore, perché la potenza del suo Verbo splenderà completa. Eseguisci, Massimo. Il sepolcro non è ostacolo al potere di Dio…».
L’ora della deposizione nel sepolcro.
61Si scosta, sorretta da Noemi che è accorsa, e fa un cenno… La salma, nelle sue fasce, esce dalla casa, traversa il giardino fra due ali di gente, fra l’urlio del cordoglio. Maria vorrebbe seguirla, ma vacilla. Si accoda quando già tutti sono verso il sepolcro. E giunge in tempo per vedere scomparire la lunga forma immota nell’interno buio del sepolcro, nel quale rosseggiano le torce tenute alte dai servi per illuminare la scala a quelli che scendono col morto. Perché il sepolcro di Lazzaro è piuttosto interrato, forse per fruire di strati di roccia sotterranea.
62Maria grida… È allo strazio… Grida… E col nome del fratello è quello di Gesù. Pare le strappino il cuore. Ma non dice che quei due nomi, e li ripete sinché il pesante rumore della chiusura rimessa alla bocca della tomba non le dice che Lazzaro non è più sulla terra neppure col corpo. Allora cede e perde la conoscenza di tutto. Si abbatte su chi la sostiene e sospira ancora, mentre sprofonda nel nulla dello svenimento: «Gesù! Gesù!». Viene portata via.
63Resta Massimino a licenziare gli ospiti e a ringraziarli per tutta la parentela. Resta per sentirsi dire da tutti che torneranno per il cordoglio ogni giorno…
64Sfollano lentamente. Gli ultimi a partire sono Giuseppe, Nicodemo, Eleazaro, Giovanni, Gioacchino, Giosuè. E sul cancello trovano Sadoc con Uriel che ridono, cattivi, dicendo: «La sua sfida! E l’abbiamo temuta!».
65«Oh! è ben morto. Come puzzava nonostante gli aromi! Non c’è dubbio, no! Non necessitava levare il sudario. Io credo che sia già verminoso». Sono felici.
66Giuseppe li guarda. Uno sguardo così severo che tronca parole e risate. Tutti si affrettano al ritorno per essere in città avanti la fine del tramonto
36. Gesù decide di andare a Betania[119].
Solidarietà messianica.
Commiato al primo palpitar delle stelle.
1La luce non è già più luce nell’orticello della casa di Salomon, e le piante, i contorni delle case oltre la via, e specie il fondo della via stessa, là dove la stradetta si annulla nella boschiva del fiume, perdono sempre più i loro contorni netti, unificandosi in un’unica linea di ombre più o meno chiare, più o meno scure, nell’ombra della sera che cresce sempre più. Più che colori, le cose sparse sulla terra sono suoni, ormai. Voci di bimbi dalle case, richiami di madri, incitamenti di uomini alle pecore o all’asinello, qualche ultimo cigolare di carrucole nei pozzi, fruscio di foglie nel vento della sera, urti secchi, come di legnetti urtati fra loro, dei nocchi sparsi per la boschiva. In alto il primo palpitare delle stelle, ancora incerto perché permane un ricordo di luce e perché la prima fosforescenza della luce comincia già a diffondersi nel cielo.
2«Il resto lo direte domani. Ora basta. È notte. E ognuno vada a casa. La pace a voi. La pace a voi. Sì… Sì… Domani. Eh? Che dici? Hai uno scrupolo? Dormici sopra sino a domani e poi, se non ti è passato, verrai. Ci mancherebbe altro! Anche gli scrupoli per affaticarlo di più! Anche gli smaniosi di guadagno! E le suocere che vogliono far rinsavire le spose, e le spose che vogliono far meno acide le suocere, e fra queste e quelle meriterebbero d’aver mozza la lingua tutte e due.
Solidarietà messianica.
3E che c’è d’altro? Tu? Che dici? Oh! questo sì, poverino! Giovanni, conduci questo bambino dal Maestro. Ha la mamma malata e lo manda a dire a Gesù che preghi per lei. Poverino! È rimasto indietro perché piccino. E viene da lontano. Come farà a tornare a casa? Ehi! voi tutti! Invece di stare qui per godere di Lui, non potreste mettere in pratica ciò che il Maestro vi ha detto: di aiutarsi l’un l’altro, e i più forti di dare aiuto ai più deboli? Su! Chi accompagna a casa il fanciullo? Potrebbe, Dio non voglia, trovar morta la madre… Che almeno la veda. Asini ce ne sono… È notte? E cosa c’è di più bello della notte? Io ho lavorato per più lustri al lume delle stelle e sono sano e robusto. Lo conduci tu a casa? Dio ti benedica, Ruben. Ecco il fanciullo. Ti ha consolato il Maestro? Sì. Allora va’, e sii felice. Ma bisognerà dargli del cibo. È forse dal mattino che non mangia».
4«Il Maestro gli ha dato del latte caldo e pane e frutta; li ha nella tunichella», dice Giovanni.
«Allora vai con quest’uomo. Ti porta a casa coll’asino».
Finalmente la gente se ne è andata tutta, e Pietro può riposarsi insieme a Giacomo, Giuda, l’altro Giacomo e Tommaso, che lo hanno aiutato a mandare alle case i più ostinati.
5«Chiudiamo. Che non ci sia chi si pente e torna indietro, come quei due là. Auf! Ma il giorno dopo il sabato è ben faticoso!», dice ancora Pietro entrando nella cucina e chiudendo la porta: «Oh! ora staremo in pace».
“Dare è meglio che ricevere”.
6Guarda Gesù che è seduto presso la tavola, col gomito su essa e il capo sorretto dalla mano, pensieroso, astratto. Gli va vicino, gli posa la mano sulla spalla e gli dice: «Sei stanco, eh! Tanta gente! Vengono da tutte le parti nonostante la stagione».
7«Sembra che abbiano paura di perderci presto», osserva Andrea che sta sventrando dei pesci. Anche gli altri si danno da fare a preparare il fuoco per arrostirli, o a rimestare delle cicorie in un paiolo che bolle. Le loro ombre si proiettano sulle pareti scure che il fuoco, più del lume, rischiara.
8Pietro cerca una tazza per dare del latte a Gesù, che sembra molto stanco. Ma non trova il latte e ne chiede conto agli altri.
9«Lo ha bevuto il bambino l’ultimo latte che avevamo. Il resto lo ebbe quel vecchio mendico e la donna dal marito infermo», spiega Bartolomeo.
«E il Maestro è rimasto senza! Non dovevate dare tutto».
10«Ha voluto così Lui…».
«Oh! Lui vorrebbe sempre così. Ma non si deve lasciarlo fare. Lui dà via le vesti, Lui dà via il suo latte, Lui dà via Se stesso e si consuma…». Pietro è malcontento.
11«Buono, Pietro! Dare è meglio che ricevere»[120], dice Gesù quietamente uscendo dalla sua astrazione.
12«Già! E Tu dài, dài e ti consumi. E più ti fai vedere disposto a tutte le generosità, e più gli uomini se ne approfittano».
Una cena sobria.
13E intanto, con delle foglie ruvide e sprigionanti un odore misto di mandorla amara e di crisantemo, struscia il tavolo, lo rende ben netto per deporvi sopra il pane, l’acqua, e mette una coppa davanti a Gesù.
14Gesù si versa subito da bere come se avesse una grande sete. Pietro mette un’altra coppa sull’altro lato del tavolo, presso un piatto con delle ulive e degli steli di finocchio selvatico. Aggiunge il vassoio dei radicchi che Filippo ha già conditi, e insieme ai compagni porta degli sgabelli molto primitivi in aggiunta alle quattro sedie che sono nella cucina, insufficienti a tredici persone.
15Andrea, che ha sorvegliato la cottura del pesce arrostito sulle braci, colloca il pesce su un altro piatto e con degli altri pani va verso la tavola. Giovanni leva la lucerna dal luogo dove era e la mette in mezzo al tavolo.
16Gesù si alza, mentre tutti si avvicinano alla tavola per la cena, e prega ad alta voce, offrendo il pane e benedicendo poi la mensa. Si siede imitato dagli altri e distribuisce il pane e i pesci, ossia depone i pesci sulle forme basse e larghe del pane, in parte fresco, in parte stantio, che ognuno si è messo davanti. Poi gli apostoli si servono dei radicchi usando del forchettone di legno infisso nei medesimi. Anche per la verdura il pane fa da piatto. Soltanto Gesù ha davanti un piatto di metallo largo e piuttosto malandato, e lo usa per dividere il pesce, dando ora a questo e ora a quello un boccone prelibato. Sembra un padre fra i suoi figli, sempre padre anche se Natanaele, Simone Zelote e Filippo sembrano padri a Lui, e Matteo e Pietro possono parere suoi fratelli più anziani.
17Mangiano e parlano degli avvenimenti del giorno, e Giovanni ride di gusto per lo sdegno di Pietro verso quel pastore dei monti di Galaad, che pretendeva che Gesù andasse lassù dove era il gregge per benedirlo e fargli guadagnare molto denaro per la dote da darsi alla figlia.
Pietro e il pastore stolto.
18«C’è poco da ridere. Finché ha detto: “Ho le pecore malate e se muoiono io sono rovinato”, l’ho compatito. È come se a noi pescatori si tarlasse la barca. Non si può pescare e mangiare. E di mangiare tutti si ha diritto. Ma quando ha detto: “E le voglio sane perché voglio farmi ricco e sbalordire il paese per la dote che farò a Ester e per la casa che mi costruirò”, allora mi sono fatto brutto. Gli o detto: “E per questo hai fatto tanta strada? Non hai a cuore che la dote e le ricchezze e le pecore tu? Non ci hai un’anima?”. Mi ha risposto: “Per quella c’è tempo. Ora mi premono più le pecore e le nozze, perché è un buon partito ed Ester comincia a invecchiare”. Allora, ecco, se non era che mi ricordavo che Gesù dice che si deve essere misericordiosi con tutti, stava fresco l’uomo! Gli ho parlato proprio fra tramontana e scirocco…».
19«E pareva che tu non avessi più a finire. Non prendevi fiato. Ti eran venute le vene del collo gonfie e sporgenti come due bastoni», dice Giacomo di Zebedeo.
20«Era già via da un pezzo il pastore e tu continuavi a predicare. Meno male che dici che non sai parlare alla gente!», aggiunge Tommaso. E lo abbraccia dicendo: «Povero Simone! Che grossa ira che ha preso!».
21«Ma non avevo ragione forse? Cosa è il Maestro? Il facitor di fortune di tutti gli stolti di Israele? Il paraninfo delle altrui nozze, forse?».
«Non ti inquietare, Simone. Ti fa male il pesce se lo mangi con quel veleno», stuzzica bonario Matteo.
22«Hai ragione. Ci sento in tutto il sapore che hanno i banchetti in casa dei farisei, quando mi mangio pane con timore e carne con ira».
Ridono tutti. Gesù sorride e tace.
Le apostasie dell’umanità.
«Eppure bisogna andare!» (Gv 11,7-8)[121].
23Sono alla fine del pasto. Sazi, soddisfatti di cibo e di calore, stanno, un poco impigriti, intorno alla tavola. Parlano anche meno, alcuni sonnecchiano. Tommaso si diverte a disegnare col coltello un rametto di fiori sul legno del tavolo.
24Li scuote la voce di Gesù che, dissertando le braccia che teneva conserte sull’orlo del tavolo e sporgendo le mani come fa il sacerdote quando dice “Dominus vobiscum”, dice: «Eppure bisogna andare!».
«Dove, Maestro? Da quello delle pecore?» chiede Pietro.
25«No, Simone. Da Lazzaro. Torniamo in Giudea».
«Maestro, ricordati che i giudei ti odiano!», esclama Pietro.
«Volevano lapidarti or non è molto», dice Giacomo d’Alfeo.
«Ma, Maestro, questa è un’imprudenza!», esclama Matteo.
«Non ti importa di noi?», chiede l’Iscariota.
26«Oh! Maestro e fratello mio, io te ne scongiuro in nome di tua Madre, e in nome anche della Divinità che è in Te, non permettere che i satana mettano le mani sulla tua persona, a strozza della tua parola. Sei solo, troppo solo contro tutto un mondo che ti odia e che è, sulla Terra, potente». dice il Taddeo.
27«Maestro, tutela la tua vita! Che sarebbe di me, di tutti, se non ti avessimo più?». Giovanni, sconvolto, lo guarda con occhi dilatati di bambino spaventato e addolorato.
28Pietro, dopo la prima esclamazione, si è voltato a parlare concitatamente con i più anziani e con Tommaso e Giacomo di Zebedeo. Sono tutti del parere che Gesù non deve tornare presso Gerusalemme, almeno fintanto che il tempo pasquale non faccia più sicura la permanenza colà, perché, dicono, la presenza di un numero stragrande di seguaci del Maestro, venuti per le feste pasquali da ogni parte della Palestina, sarà una difesa per il Maestro. Nessuno di quelli che lo odiano oserà toccarlo quando tutto un popolo sarà stretto intorno a Lui con amore… E glielo dicono, affannosamente, quasi prepotentemente… L’amore li fa parlare.
Tempi delle tre apostasie dell’umanità(Gv 11,9-10)[122].
29«Pace! Pace! Non è forse di dodici ore la giornata? Se uno cammina di giorno non inciampa perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte inciampa perché non ci vede. Io so quello che mi faccio, perché la Luce è in Me. Voi lasciatevi guidare da chi ci vede. E poi sappiate che, sinché non è l’ora delle tenebre[123], nulla di tenebroso potrà avvenire. Quando poi sarà quell’ora, nessuna lontananza e nessuna forza, neppure le armate di Cesare, potranno salvarmi dai giudei. Poiché ciò che è scritto deve avvenire[124], e le forze del male già operano in occulto per compiere la loro opera. Perciò lasciatemi fare. E fare del bene sinché sono libero di farlo.
30Verrà l’ora in cui non potrò più muovere un dito né dire una parola per operare il miracolo. Il mondo sarà vuoto della mia forza. Ora tremenda di castigo per l’uomo. Non per Me. Per l’uomo che non mi avrà voluto amare[125]. Ora che si ripeterà, per volontà dell’uomo che avrà respinto la Divinità sino a far di sé un senza Dio, un seguace di Satana e del suo figlio maledetto[126]. Ora che verrà quando sarà prossima la fine di questo mondo[127].
31La non-fede imperante renderà nulla la mia potenza di miracolo[128]. Non perché Io la possa perdere. Ma perché il miracolo non può essere concesso là dove non è fede e volontà di ottenerlo, là dove del miracolo si farebbe un oggetto di scherno e uno strumento di male, usando il bene avuto per fare un maggior male. Ora posso ancora fare il miracolo, e farlo per dare gloria a Dio.
Lazzaro è morto e sepolto (Gv 11,9-10)[129].
32Andiamo, dunque, dal nostro amico Lazzaro che dorme. Andiamo a svegliarlo da questo sonno, perché sia fresco e pronto a servire il suo Maestro».
33Ma se dorme è bene. Finirà di guarire. Il sonno è già un rimedio. Perché svegliarlo?», gli osservano.
34«Lazzaro è morto. Ho atteso che fosse morto per andare là, non per le sorelle e per lui. Ma per voi. Perché crediate. Perché cresciate nella fede. Andiamo da Lazzaro».
Come va seguito il Messia.
Il Messia va seguito senza ansie ne paure per la vita (Gv 11,16)[130].
35«E va bene! Andiamo pure! Moriremo tutti come è morto lui e come Tu vuoi morire», dice Tommaso rassegnato fatalista.
36«Tommaso, Tommaso, e voi tutti che nell’interno avete critiche e brontolii, sappiate che chi vuol seguire Me deve avere per la sua vita la stessa cura che ha l’uccello per la nuvola che passa. Lasciarla passare a seconda che il vento la porta.
37Il vento è la volontà di Dio, il quale può darvi o levarvi la vita a suo piacere, né voi ve ne avete a rammaricare, come non se ne rammarica l’uccello della nube che passa, ma canta ugualmente, sicuro che dopo tornerà il sereno. Perché la nuvola è l’incidente, il cielo è la realtà. Il cielo resta sempre azzurro anche se le nuvole sembrano farlo grigio. È e resta azzurro oltre le nubi. Così è della Vita vera. È e resta, anche se la vita umana cade.
38Chi vuole seguirmi non deve conoscere ansia della vita e paura per la vita. Vi mostrerò come si conquista il Cielo. Ma come potrete imitarmi se avete paura di venire in Giudea, voi a cui nulla sarà fatto di male, ora? Avete scrupolo mostrarvi con Me? Siete liberi di abbandonarmi.
39Ma, se volete restare, dovete imparare a sfidare il mondo con le sue critiche, le sue insidie, le sue derisioni, i suoi tormenti, per conquistare il Regno mio.
Sfida per chi odia il Messia.
40Andiamo, dunque, a trarre da morte Lazzaro che dorme da due giorni nel sepolcro, essendo morto la sera che venne qui il servo da Betania. Domani all’ora di sesta, dopo aver licenziato chi attende il domani per avere da Me ristoro e premio alla sua fede, partiremo di qui e passeremo il fiume, sostando la notte in casa di Niche. Poi all’aurora partiremo per Betania avanti sesta. E vi sarà molta gente. Ed i cuori resteranno scossi. L’ho promesso e lo mantengo…».
«A chi, Signore?», chiede quasi timoroso Giacomo d’Alfeo.
41«A chi mi odia e a chi mi ama, ambedue in maniera assoluta. Non ricordate la disputa a Cédès con gli scribi? Potevano ancora dirmi mendace per aver risuscitato una fanciulla appena morta e uno morto da un giorno. Hanno detto: “Ancor non hai saputo ricomporre uno sfatto”. Infatti soltanto Iddio può dal fango trarre un uomo[131] e dalla putredine rifare un corpo intatto e vivente[132]. Ebbene, Io lo farò. Alla luna di casleu, alle sponde del Giordano, ho ricordato Io stesso agli scribi questa sfida e ho detto: “Alla nuova luna si compirà”. Questo per chi mi odia.
Premio per chi ama il Messia.
42Alle sorelle, poi, che mi amano in maniera assoluta, ho promesso di premiare la loro fede se esse avessero continuato a sperare contro il credibile. Le ho molto provate e molto afflitte, e Io solo conosco le sofferenze dei loro cuori in questi giorni e il loro perfetto amore. In verità vi dico che meritano gran premio perché, più che del non vedere risorto il fratello, si angosciano che Io possa essere schernito.
43Vi parevo assorto, stanco e triste. Ero presso di loro col mio spirito e sentivo i loro gemiti e numeravo le loro lacrime. Povere sorelle! Ora Io ardo di ricondurre un giusto sulla Terra, un fratello fra le braccia delle sorelle, un discepolo fra i miei discepoli.
44Tu piangi, Simone? Sì. Tu e Io i più grandi amici di Lazzaro, e nel tuo pianto è il dolore per il dolore di Marta e Maria e l’agonia dell’amico, ma è anche già la gioia di saperlo presto reso al nostro amore.
Da quattro giorni nel sepolcro (Gv 11,17-19)[133].
45Alziamoci, per preparare le sacche e andare al riposo per alzarci all’alba e riordinare qui dove… non è sicuro il ritorno. Bisognerà distribuire ai poveri quanto abbiamo e dire ai più attivi di trattenere i pellegrini dal cercarmi sinché non sarò in altro luogo sicuro. Bisognerà ancora dire loro di avvisare i discepoli che mi cerchino presso Lazzaro. Tante cose da fare. Saranno tutte fatte prima che giungano i pellegrini… Su. Spegnete il fuoco e accendete i lumi e ognuno vada a fare ciò che deve e al riposo. La pace a voi tutti».
Si alza. Benedice e si ritira nella sua stanzetta…
46«È morto da più giorni!», dice lo Zelote.
«Questo è un miracolo!», esclama Tommaso.
«Voglio vedere cosa trovano poi per dubitare!», dice Andrea.
«Ma quando è venuto il servo?», chiede Giuda Iscariota.
«La sera avanti il venerdì», risponde Pietro.
«Sì? E perché non lo hai detto?», chiede ancora l’Iscariota.
«Perché il Maestro mi aveva detto di tacere», ribatte Pietro.
47«Dunque… quando noi si arriva là… sarà da quattro dì nel sepolcro?».
«Certo, eh! Sera di venerdì un giorno, sera del sabato due giorni, questa sera tre giorni, domani quattro… Quattro dì e mezzo, dunque… Potenza eterna! Ma sarà già in pezzi!», dice Matteo.
48«Sarà già in pezzi… Voglio vedere anche questo e poi…».
«Che, Simon Pietro?», chiede Giacomo d’Alfeo.
49«E poi, se Israele non si converte, neppure Jeovè fra i fulmini lo può convertire».
50Se ne vanno parlando così.
37. La risurrezione di Lazzaro[134].
Arrivo a Betania.
La fuga del piccolo Marco.
1Gesù viene verso Betania da Ensemes. Devono aver fatto una marcia veramente faticosa su per i sentieri rompicollo dei monti Adomin. Gli apostoli, sfiatati, stentano a seguire Gesù che va rapidamente, come l’amore lo portasse sulle sue ali di fuoco. Gesù ha un sorriso radioso mentre procede avanti a tutti, a testa alta sotto i raggi tiepidi del sole meridiano.
2Prima che giungano alle prime case di Betania, lo vede un ragazzetto scalzo che va verso la fonte presso il paese con una brocca di rame vuota. Dà un grido. Posa la brocca in terra e via di corsa, con tutta la velocità delle sue gambette, verso l’interno del paese.
3«Certo va ad avvisare che Tu giungi», osserva Giuda Taddeo dopo aver sorriso come tutti della risoluzione… energica del ragazzino, che ha abbandonato anche la sua brocca alla mercé del primo che passa.
4La cittadina, vista così da presso la fonte, che è un poco più in alto del paese, appare quieta, come deserta. Solo il fumo bigio che si alza dai camini indica che nelle case sono le donne intente a preparare il pasto meridiano, e qualche grossa voce di uomo fra gli ulivi e i frutteti vasti e silenziosi avverte che gli uomini sono al lavoro. Ciononostante, Gesù preferisce prendere una viottola che passa alle spalle del paese per poter giungere da Lazzaro senza attirare l’attenzione dei cittadini.
5Sono quasi a mezzo tragitto quando si sentono alle spalle il ragazzetto di prima, che li sorpassa correndo e poi si punta in mezzo alla via a guardare Gesù, pensieroso…
6«La pace a te, piccolo Marco. Hai avuto paura di Me che sei fuggito?», chiede Gesù carezzandolo.
7«Io no, Signore, che non ho avuto paura. Ma siccome per molti giorni Marta e Maria hanno mandato servi sulle strade che vengono qui a vedere se venivi, ora che ti ho visto sono corso per dire che venivi…».
Baci del Messia al suo evangelizzatore.
8«Hai fatto bene. Le sorelle si prepareranno il cuore a vedermi».
«No, Signore. Le sorelle non si prepareranno nulla perché non sanno nulla. Non hanno voluto che lo dicessi. Mi hanno preso quando ho detto, entrando nel giardino: “C’è il Rabbi”, e mi hanno cacciato fuori dicendo: “Sei un bugiardo o uno stolto. Egli ormai non viene più perché ormai è certo che non può più fare il miracolo”. E perché io dicevo che eri proprio Tu, mi hanno dato due schiaffoni come ancora non ne avevo presi mai… Guarda qui che guance rosse. Mi bruciano! E mi hanno spinto via dicendo: “Questo per purificarti di aver guardato un demonio”. E io ti guardavo per vedere se eri diventato un demonio. Ma non lo vedo… Sei sempre il mio Gesù, bello come gli angeli che la mamma mi dice».
9Gesù si china a baciarlo sulle gotine schiaffeggiate dicendo: «Così ti passa il pizzicore. Ne ho dolore che per Me tu abbia sofferto…».
«Io no, Signore, perché quegli schiaffi mi hanno fatto dare due baci da Te», e gli si attacca alle gambe sperandone altri.
10«Di’ un po’, Marco. Chi è che ti ha cacciato? Quei di Lazzaro?», chiede il Taddeo.
«No. I giudei. Vengono per il cordoglio tutti i giorni. Sono tanti! Sono in casa e nel giardino. Vengono presto, vanno via tardi. Sembrano i padroni loro. Maltrattano tutti. Vedi che non c’è nessuno per le vie? I primi giorni si stava a vedere… ma poi… Ora solo noi bambini si gira per… Oh! la mia brocca! La mamma che aspetta l’acqua… Orami picchierà anche lei!…».
Sorridono tutti della sua desolazione davanti alla prospettiva di altri schiaffi, e Gesù dice: «Vai allora svelto…».
11«È che… volevo entrare con Te e vederti fare il miracolo…», e termina: «…e vedere le loro facce… per vendicarmi degli schiaffi…».
«Questo no. Non devi desiderare vendetta. Essere buono e perdonare devi… Ma la mamma aspetta l’acqua…».
«Vado io, Maestro. So dove sta Marco. Spiegherò alla donna e ti raggiungerò…», dice Giacomo di Zebedeo correndo via.
Si rimettono in cammino lentamente e Gesù tiene per mano il bambino gongolante…
Nessuno saluta il Messia.
12Eccoli alla cancellata del giardino. La costeggiano. Molte cavalcature stanno legate ad essa, sorvegliate dai servi dei singoli proprietari. Il bisbiglio che si leva da essi attira l’attenzione di qualche giudeo, che si volge verso il cancello aperto proprio nel momento che Gesù pone piede sul limitare del giardino.
13«Il Maestro!», dicono i primi che lo vedono, e questa parola scorre come un fruscio di vento da gruppo a gruppo, si propaga, va come un’onda, venuta da lontano a spezzarsi sulla riva, sin contro i muri della casa e vi penetra, certo portata dai molti giudei presenti, o da qualche fariseo, rabbi o scriba o sadduceo, sparsi qua e là.
14Gesù si inoltra molto lentamente mentre tutti, pur accorrendo da ogni parte, si scansano dal viale sul quale Egli cammina. E dato che nessuno lo saluta, Egli non saluta nessuno, come neppure conoscesse molti dei lì radunati a guardarlo con l’ira e l’odio negli sguardi, meno i pochi che, essendogli discepoli occulti, o per lo meno essendo di retto cuore anche se non lo amano come Messia, lo rispettano come un giusto. E questi sono Giuseppe, Nicodemo, Giovanni, Eleazaro, l’altro Giovanni scriba, visto per la moltiplicazione dei pani, e l’altro Giovanni ancora, che sfamò i discesi dal monte delle beatitudini, Gamaliele col figlio suo, Giosuè, Gioacchino, Mannaen, lo scriba Gioele di Abia, incontrato al Giordano nell’episodio di Sabea, Giuseppe Barnaba[135] discepolo di Gamaliele, Cusa che guarda Gesù da lontano, un poco intimidito di rivederlo dopo lo sbaglio fatto, o forse preso dal rispetto umano che lo trattiene dal farsi avanti come amico. Certo è che né gli amici, o osservatori senz’astio, né i nemici salutano. E Gesù non saluta. Si è limitato a un generico inchino mettendo piede sul viale. Poi ha proceduto diritto, come estraneo alla molta folla che ha d’intorno. Il ragazzetto gli cammina sempre al fianco nelle sue vesti di contadinello e coi piedini scalzi di bimbo povero, ma col viso luminoso di chi è in festa, gli occhietti neri, vispi, ben aperti a tutto vedere… e a sfidare tutti…
Frutti della Fede nel Messia.
Involontario rimprovero di Marta (Gv 11,20-21)[136].
15Marta esce dalla casa fra un gruppo di giudei visitatori, fra i quali sono mescolati Elchia e Sadoc. Si fa solecchio con la mano per aiutare gli occhi stanchi di pianto, ai quali è penosa la luce, a vedere dove è Gesù. Lo vede. Si stacca da chi l’accompagna e corre verso Gesù, che è a pochi passi dalla vasca che brilla di bagliori, colpita come è dal sole. Si getta ai piedi di Gesù dopo il primo inchino e glieli bacia, mentre dice fra un grande scoppio di pianto: «La pace a te, Maestro!».
16Anche Gesù le ha detto, non appena l’ha vista vicina: «La pace a te!», ed ha alzato la mano a benedire lasciando andare quella del bambino, che viene preso per mano da Bartolomeo e tirato un poco indietro.
17Marta prosegue: «Ma pace per la tua serva non c’è più». Alza il viso verso Gesù stando ancora in ginocchio e con un grido di dolore, che si sente bene nel silenzio che si è fatto, esclama: «Lazzaro è morto! Se Tu fossi stato qui, egli non sarebbe morto. Perché non sei venuto prima, Maestro!». Ha un involontario tono di rimprovero nel fare questa domanda. Poi torna al tono accasciato di chi non ha più la forza per rimproverare e ha l’unico conforto del poter ricordare gli ultimi atti e desideri di un parente, al quale si è cercato di dare ciò che desiderava, e non c’è rimorso perciò nel cuore: «Ti ha tanto chiamato, Lazzaro, il fratello nostro!… Ora vedi! Io sono dolente e Maria piange e non sa darsi pace. Ed egli non è più qui. Tu sai se lo amavamo! Speravamo tutto da Te!…».
18Un mormorio di compassione per la donna e di rimprovero per Gesù, un assentire al sottinteso pensiero: «e potevi esaudirci, perché noi lo meritavamo per l’amore che abbiamo per Te, e Tu invece ci hai delusi», scorre da gruppo a gruppo fra scuotii di teste o sguardi derisori. Solo i pochi occulti discepoli sparsi fra la folla presente hanno sguardi di compassione per Gesù che ascolta, molto pallido e mesto, la dolente che gli parla. Gamaliele, le braccia conserte al petto nella sua ampia e ricca veste di lana finissima ornata di fiocchi azzurri, un poco in disparte fra un gruppo di giovani in cui è suo figlio e Giuseppe Barnaba, guarda fissamente Gesù, senza odio e senza amore.
Il Messia è la Risurrezione e la Vita(Gv 11,22-28)[137].
19Marta, dopo essersi asciugata il volto, riprende a parlare: «Ma anche ora io spero, perché so che qualunque cosa Tu chiederai al Padre ti sarà concessa». Una dolorosa, eroica professione di fede, detta con la voce che trema di pianto, con l’ansia che trema nello sguardo, con l’ultima speranza che trema nel cuore.
20«Tuo fratello risorgerà. Alzati, Marta».
Marta si alza, rimanendo curva in venerazione davanti a Gesù al quale risponde: «Lo so, Maestro. Egli risorgerà all’ultimo giorno».
21«Io sono la Risurrezione e la Vita. Chiunque crede in Me, anche se morto, vivrà. E chi crede in Me non morrà in eterno. Credi tu tutto questo?». Gesù, che prima aveva parlato con voce piuttosto bassa, unicamente a Marta, per dire queste frasi in cui proclama la sua potenza di Dio alza la voce, e il perfetto timbro dei essa echeggia come uno squillo d’oro nel vasto giardino. Un fremito quasi di spavento scuote gli astanti. Ma poi alcuni ghignano scuotendo il capo.
22Marta, alla quale Gesù pare volere trasfondere speranza sempre più forte tenendole la mano appoggiata sulla spalla, alza il viso che teneva curvo. Lo alza verso Gesù fissando i suoi occhi addolorati nelle luminose pupille di Cristo e, stringendo le mani sul petto con un’ansia diversa, risponde: «Sì, Signore. Io credo questo. Credo che Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivo, venuto nel mondo. E che puoi tutto ciò che vuoi. Credo. 5Ora vado ad avvertire Maria», e va via lesta scomparendo nella casa.
I due partiti.
23Gesù resta dove è. Ossia, fa qualche passo avanti e si accosta all’aiuola che circonda la vasca, aiuola tutta imbrillantata, da quel lato, dal pulviscolo acqueo dello zampillio, che un lieve vento fa inclinare, come fosse un piumetto d’argento, verso quel lato; e pare perdersi, Gesù, nel contemplare i guizzi dei pesci sotto il velo dell’acqua limpida, i loro giuochi che mettono virgole d’argento e riflessi d’oro nel cristallo delle acque percosse dal sole.
24I giudei lo osservano. Si sono involontariamente separati in gruppi ben distinti. Da un lato, di fronte a Gesù, tutti quelli che gli sono nemici, divisi solitamente fra loro per spirito settario, ora concordi per osteggiare Gesù. Al suo fianco, dietro gli apostoli, ai quali si è riunito Giacomo di Zebedeo, Giuseppe, Nicodemo e gli altri di spirito benevolo. Più là, Gamaliele, sempre al suo posto e nella stessa posa, e solo, perché il figlio e i discepoli si sono separati da lui dividendosi fra i due gruppi principali per essere più vicini a Gesù.
Necessità della Fede.
La fede di Maria (Gv 11,29-32)[138].
25Col suo grido abituale: «Rabboni!», Maria esce dalla casa correndo a braccia tese verso Gesù e gettandoglisi ai piedi, che bacia singhiozzando forte. Diversi giudei, che erano in casa con lei e che l’hanno seguita, uniscono i loro pianti, di dubbia sincerità, a quelli di lei. Anche Massimino, Marcella, Sara, Noemi hanno seguito Maria e così tutti i servi, e i lamenti sono forti e alti. Io credo che nella casa non sia rimasto nessuno. Marta, vedendo piangere così Maria, piange forte lei pure.
26«La pace a te, Maria. Alzati! Guardami! Perché questo pianto simile a quello di chi non ha speranza?». Gesù si curva per dire piano queste parole, gli occhi negli occhi di Maria, che stando in ginocchio, rilassata sui calcagni, tende a Lui le mani in gesto di invocazione e non può parlare tanto è il suo singhiozzare. «Non ti ho detto di sperare oltre il credibile per vedere la gloria di Dio? È forse mutato il tuo Maestro per avere ragione di angosciarsi così?».
27Ma Maria non raccoglie le parole, che la vogliono già preparare alla gioia troppo forte dopo tanta angoscia, e grida, finalmente padrona della sua voce: «Oh! Signore! Perché non sei venuto prima? Perché ti sei tanto allontanato da noi? Lo sapevi che Lazzaro era malato! Se Tu fossi stato qui, non sarebbe morto il fratello mio. Perché non sei venuto? Io dovevo mostrargli ancora che lo amavo. Egli doveva vivere. Io dovevo mostrargli che perseveravo nel bene. Tanto l’ho angustiato il fratello mio! E ora! Ora che potevo farlo felice, mi è stato tolto! Tu me lo potevi lasciare. Dare alla povera Maria la gioia di consolarlo dopo avergli dato tanto dolore. Oh! Gesù! Gesù! Maestro mio! Mio Salvatore! Speranza mia!», e si riabbatte, la fronte sui piedi di Gesù, che vengono di nuovo lavati dal pianto di Maria, e geme: «Perché hai fatto questo, o Signore?! Anche per quei che ti odiano e che godono di quanto avviene… Perché hai fatto questo, Gesù?!». Ma non è rimprovero nel tono di Maria come lo ha avuto Marta, ma ha solo l’angoscia di chi, oltre il suo dolore di sorella, ha anche quello di discepola che sente sminuito nel cuore di molti il concetto sul suo Maestro.
Verso il sepolcro di Lazzaro.
28Gesù, molto curvo per raccogliere queste parole mormorate con la faccia al suolo, si rialza e dice forte: «Maria, non piangere! Anche il tuo Maestro soffre per la morte dell’amico fedele… per averlo dovuto lasciar morire…».
29Oh! che sogghigno e che sguardi di livido giubilo sono sui volti dei nemici di Cristo! Lo sentono vinto e gioiscono, mentre gli amici si fanno sempre più tristi.
30Gesù dice ancor più forte: «Ma Io ti dico: non piangere. Alzati! Guardami! Credi tu che Io, che ti ho tanto amata, abbia fatto questo senza motivo? Puoi credere che Io ti abbia dato questo dolore inutilmente? Vieni. 7Andiamo da Lazzaro. Dove lo avete posto?».
31Gesù, più che a Maria e Marta, che non parlano, prese come sono da un pianto più forte, interroga tutti gli altri, specie quelli che, usciti di casa con Maria, sembrano i più turbati. Forse sono parenti più anziani, non so.
32E questi rispondono a Gesù, visibilmente afflitto: «Vieni e vedi», e si avviano verso il luogo del sepolcro che è ai termini del frutteto, là dove il suolo ha delle ondulazioni e delle vene di roccia calcarea che affiorano dal suolo.
Il pianto del Messia (Gv 11,35-37)[139].
33Marta, al fianco di Gesù che ha forzato Maria ad alzarsi e che la guida, perché essa è accecata dal gran pianto, indica con la mano a Gesù dove è Lazzaro, e quando sono presso al luogo dice anche: «È lì, Maestro, che il tuo amico è sepolto», e accenna alla pietra posta obliquamente sulla bocca del sepolcro.
34Gesù, per andare là, seguito da tutti, è dovuto passare davanti a Gamaliele. Ma né Lui né Gamaliele si sono salutati. Gamaliele si è poi unito agli altri, fermandosi, come tutti i più rigidi farisei, a qualche metro dal sepolcro, mentre Gesù va avanti, molto vicino ad esso, insieme alle sorelle, Massimino e quelli che forse sono i parenti. Gesù contempla la pesante pietra, che fa da porta al sepolcro e da ostacolo pesante fra Lui e l’amico estinto, e piange. Il pianto delle sorelle aumenta, e così quello degli intimi e famigliari.
Chi crede vedrà la gloria di Dio (Gv 11,38-40)[140].
35«Levate quella pietra», grida Gesù ad un tratto, dopo aver asciugato il suo pianto.
36Tutti hanno un movimento di stupore, e un mormorio scorre per l’assembramento, che si è aumentato di alcuni betaniti che sono entrati nel giardino e si sono accodati agli ospiti. Vedo alcuni farisei che si toccano la fronte scuotendo il capo come per dire: «È pazzo!».
37Nessuno eseguisce l’ordine. Anche nei più fedeli vi è della titubanza, della ripulsione a farlo. Gesù ripete più forte il suo ordine, facendo sbigottire più ancora la gente che, presa da due sentimenti opposti, ha un movimento come per fuggire e, subito dopo, uno di accostarsi di più per vedere, sfidando il prossimo fetore del sepolcro che Gesù vuole aperto.
38«Maestro, non è possibile», dice Marta sforzandosi di trattenere il pianto per parlare. «Già da quattro giorni è là sotto. E Tu sai di che male è morto! Solo il nostro amore lo poteva curare… Ora certo egli puzza già fortemente nonostante gli unguenti… Che vuoi vedere? La sua putredine?… Non si può… anche per l’impurità della corruzione e…».
39«Non ti ho detto che se crederai vedrai la gloria di Dio? Levate quella pietra. Lo voglio!». È un grido di volere divino…
40Un «oh!» sommesso esce da tutti i petti. I volti sbiadiscono. Qualcuno trema come se fosse passato su tutti un vento gelido di morte.
41Marta fa un cenno a Massimino, e questo ordina ai servi di prendere gli arnesi atti a smuovere la pietra pesante.
42I servi vanno via lesti per tornare con picconi e leve robuste. E lavorano, insinuando le punte dei picconi lucenti fra la roccia e la pietra, e poscia sostituendo i picconi con le leve robuste, infine sollevando attenti la pietra facendola scivolare da un lato e strascicandola poi cautamente contro la parete rocciosa. Un fetore ammorbante esce dal cunicolo oscuro, facendo arretrare tutti.
Marta chiede sottovoce: «Maestro, vuoi scendere là? Se sì, occorrono torce…». Ma è livida al pensiero di doverlo fare.
Potenza divina del Messia.
Il Messia svela la sua divinità (Gv 11,41-43)[141].
42Gesù non le risponde. Alza gli occhi al cielo, apre le braccia a croce e prega con voce fortissima, scandendo le parole: «Padre! Io ti ringrazio di avermi esaudito. Lo sapevo che Tu mi esaudisci sempre. Ma l’ho detto per questi che sono qui presenti, per il popolo che mi circonda, perché credano in Te, in Me, e che Tu mi hai mandato!».
Resta ancora così qualche momento, e pare rapito in una estasi tanto è trasfigurato, mentre senza più suono dice altre segrete parole di preghiera o di adorazione. Non so.
43Quello che so è che è così trasumanato che non lo si può guardare senza sentirsi tremare il cuore in petto. Sembra farsi, da corpo, luce, spiritualizzarsi, alzarsi di statura e anche da terra. Pur conservando i suoi colori di capelli, occhi, pelle, vesti, non come durante la trasfigurazione del Tabor, durante la quale tutto divenne luce e candore abbagliante, pare emanare luce e tutto di Lui divenire luce. La luce pare fargli un alone intorno, specie intorno al volto levato al cielo, rapito in contemplazione certo del Padre.
44Sta così qualche tempo, poi torna Lui, l’Uomo, ma di una maestà potente. Si avanza sino alla soglia del sepolcro. Sposta le braccia –che sino a quel momento aveva tenuto aperte a croce, a palme volte al cielo– in avanti, a palme verso terra, e le mani sono perciò già dentro al cunicolo del sepolcro e biancheggiano nella nerezza che colma il cunicolo.
«Lazzaro! Vieni fuori!».
45Egli sprofonda il fuoco azzurro dei suoi occhi, il cui bagliore di miracolo è oggi insostenibile, in quella nerezza muta, e con voce potente, con un grido più forte di quando sul lago comandò al vento di cadere, con una voce quale in nessun miracolo gli ho sentito, grida: «Lazzaro! Vieni fuori!». La voce si ripercuote per eco nel cavo sepolcrale e si spande uscendone poi per tutto il giardino, si ripercuote contro i dislivelli delle ondulazioni di Betania, io credo che vada sino alle prime balze collinose oltre i campi e di là torni, ripetuta e sommessa, come comando che non può cadere. Certo è che da infinite parti si riode: «fuori! fuori! fuori!».
46Tutti hanno un più intenso brivido e, se la curiosità inchioda tutti ai loro posti, i volti sbiancano e gli occhi si spalancano, mentre le bocche si socchiudono involontariamente, con l’urlo dello stupore già nella strozza.
Risurrezione di Lazzaro (Gv 11,44)[142].
47Marta, un poco indietro e di fianco, è come affascinata a guardare Gesù. Maria cade in ginocchio, lei che non si è mai scostata dal suo Maestro, cade in ginocchio sul limitare del sepolcro, una mano sul petto a frenare i palpiti del cuore, l’altra che inconsciamente e convulsamente tiene un lembo del mantello di Gesù, e si capisce che trema perché il mantello ha lievi scosse impresse dalla mano che lo tiene.
48Un che di bianco pare emergere dal fondo profondo del cunicolo. Prima è appena una piccola linea convessa, poi si muta in un che di ovale, poi all’ovale si sottopongono linee più ampie, più lunghe, sempre più lunghe. E il già morto, stretto nelle sue fasce, viene avanti lentamente, sempre più visibile, fantomatico impressionante.
49Gesù arretra, arretra, insensibilmente ma continuamente, più quello avanza. La distanza fra i due è perciò sempre uguale.
50Maria è costretta a lasciare il lembo del manto, ma non si muove da dove è. La gioia, l’emozione, tutto, l’inchiodano al posto dove era.
51Un «oh!» sempre più netto esce dalle gole chiuse prima da uno spasimo di attesa, da sussurro appena distinto si muta in voce, dà voce in un grido potente.
52Lazzaro è ormai sul limitare e si ferma là rigido, muto, simile ad una statua di gesso appena sbozzata, perciò informe, una lunga cosa, sottile nel corpo, sottile nelle gambe, più larga nel tronco, macabra come la morte stessa, spettrale nel biancore delle fasce contro lo sfondo scuro del sepolcro. Al sole che lo investe, le fasce appaiono qua e là già colanti putredine.
I servi di ogni risurrezione (Gv 11,44)[143].
53Gesù grida forte: «Scioglietelo e lasciatelo andare. Dategli vesti e cibo».
54«Maestro!…», dice Marta e vorrebbe forse dire di più, ma Gesù la guarda fisso, soggiogandola col suo fulgido sguardo, e dice: «Qui! Subito! Portate una veste. Vestitelo alla presenza di tutti e dategli da mangiare». Ordina, e non si volge mai a guardare chi ha alle spalle e intorno. Il suo occhio guarda soltanto Lazzaro, Maria che è vicina al risorto, incurante del ribrezzo che dànno a tutti le bende marciose, e Marta che ansima come le scoppiasse il cuore e non sa se gridare la sua gioia o se piangere…
55I servi si affrettano ad eseguire. Noemi corre via per prima, e per prima torna con le vesti che tiene a cavalcioni del braccio. Alcuni slegano i lacci delle fasce dopo essersi rimboccate le maniche e cinte le vesti perché non tocchino la putredine colante. Marcella e Sara tornano con anfore di odori, seguite da servi, chi con catini e brocche fumanti d’acque calde e chi con vassoi, tazze colme di latte, e vino, frutta, focacce coperte di miele.
56Le bende basse e lunghissime, di lino, mi pare, con le cimose ai due lati, certo tessute per quell’uso, si srotolano come rotoli di fettucce da una grande bobina e si accumulano al suolo, pesanti di aromi e di marciume. I servi le scansano usando dei bastoni. Hanno iniziato dal capo, eppure anche là è marciume, certo scolato dal naso, dalle orecchie, dalla bocca. Il sudario messo sul volto è tutto zuppo di questi scoli e il volto di Lazzaro, che appare pallidissimo, scheletrito, con gli occhi tenuti chiusi dalle manteche messe nelle orbite, coi capelli appiccicati e così pure la barbetta rada sul mento, ne è bruttato. Cade lentamente il lenzuolo, la sindone messa intorno al corpo, man mano che le bende scendono, scendono, scendono, liberando il tronco che avevano costretto per dei giorni e rendendo forma umana a ciò che prima avevano reso simile ad una grande crisalide. Le spalle ossute, le braccia scheletrite, le coste appena coperte di pelle, il ventre infossato appaiono lentamente. E man mano che le bende cadono, le sorelle, Massimino, i servi, si affannano a levare il primo strato di sudiciume e di balsami, e insistono sinché con acque sempre mutate e rese detergenti dagli aromi aggiunti alle acque, la pelle non appare netta.
Il risorto non si sazia di guardare il Messia.
57Lazzaro, quando gli liberano il volto e può guardare, dirige il suo sguardo a Gesù prima ancora che alle sorelle, e si smemora e astrae da tutto ciò che avviene nel guardare, con un sorriso d’amore sulle labbra pallide e un luccichio di pianto nelle occhiaie fonde, il suo Gesù. Anche Gesù gli sorride ed ha una lucentezza di pianto nell’angolo dell’occhio, ma senza parlare dirige lo sguardo di Lazzaro al cielo, e Lazzaro comprende e muove le labbra in una silenziosa preghiera.
58Marta crede che voglia dire qualcosa e ancor non abbia voce e chiede: «Che mi dici, Lazzaro mio?».
59«Nulla, Marta. Ringraziavo l’Altissimo». La pronuncia è sicura, forte la voce. La gente ha un nuovo «oh!» di stupore.
60Ormai lo hanno liberato sino ai fianchi, liberato e pulito. E possono rivestirlo della tunica corta, una specie di camiciola che supera l’inguine ricadendo sulle cosce.
61Lo fanno sedere per slegargli e lavargli le gambe. Come esse appaiono, Marta e Maria gridano forte accennando alle gambe e le fasce. E, se sulle fasce strette alle gambe e sulla sindone posta sotto le fasce gli scoli putridi sono tanto abbondanti da far rivoli sulle tele, le gambe appaiono cicatrizzate affatto. Solo le cicatrici rosso-cianotiche sono a indicare dove erano le cancrene.
62La gente, tutta, grida più forte di stupore; Gesù sorride, e sorride Lazzaro che si guarda per un attimo le gambe guarite, e poi si torna ad astrarre guardando Gesù. Pare che non si possa saziare di vederlo. I giudei, farisei, sadducei, scribi, rabbi, si fanno avanti, cauti per non contaminarsi le vesti. Guardano ben da vicino Lazzaro. Guardano ben da vicini Gesù. Ma né Lazzaro né Gesù si occupano di loro. Si guardano. E tutto il resto è nulla.
64Ecco che vengono messi i sandali a Lazzaro. Egli si alza in piedi, agile, sicuro. Prende la veste che Marta gli porge, da sé se l’infila, si lega la cintura, si aggiusta le pieghe. Eccolo, magro e pallido, ma uguale a tutti. Si lava ancora le mani e le braccia sino al gomito, rimboccandosi le maniche. E poi, con nuova acqua, di nuovo il volto e il capo, sinché non si sente affatto netto. Si asciuga capelli e volto, rende l’asciugatoio al servo e va diritto da Gesù. Si prostra. Gli bacia i piedi.
Il Messia offre cibo al risorto.
65Gesù si curva, lo rialza, lo stringe al cuore dicendogli: «Ben tornato, amico mio. La pace sia teco e la gioia. Vivi per compiere la tua felice sorte. Alza il tuo volto, che Io ti dia il bacio di saluto». E lo bacia, ricambiato da Lazzaro, sulle guance.
66Soltanto dopo aver venerato e baciato il Maestro, Lazzaro parla alle sorelle e le bacia, e poi bacia Massimino e Noemi che piangono di gioia, e alcuni di quelli che credo siano imparentati con la casa o amici intimissimi. Poi bacia Giuseppe, Nicodemo, Simone Zelote e qualche altro.
67Gesù va personalmente da un servo, che ha sulle braccia un vassoio con del cibo, e prende una focaccia con del miele, una mela, una coppa di vino e le offre a Lazzaro, dopo averle offerte e benedette, perché se ne ristori. E Lazzaro mangia col sano appetito di uno che sta bene. Tutti hanno ancora un «oh!» di stupore.
Prova inconfutabile che il Messia è: Dio.
68Gesù sembra che non veda che Lazzaro, ma in realtà osserva tutto e tutti, e vedendo che con gesti d’ira Sadoc e Elchia, Canania, Felice, Doras e Cornelio e altri stanno per allontanarsi, dice forte: «Attendi un momento, o Sadoc. Devo dirti una parola. A te e ai tuoi». Quelli si fermano con un ceffo da delinquenti. Giuseppe d’Arimatea ha un atto di sgomento e fa cenno allo Zelote di trattenere Gesù.
69Ma Egli sta già andando verso il gruppo astioso e già dice forte: «Ti basta, o Sadoc, quanto hai visto? Mi hai detto un giorno che per credere avevi bisogno, tu e i tuoi uguali, di vedere ricomporsi un morto disfatto in sanità. Sei sazio della putredine vista? Sei capace di confessare che Lazzaro era morto e che ora è vivo e sano come non era da anni? Lo so. Voi siete venuti qui a tentare costoro, a mettere in loro maggior dolore e il dubbio. Voi siete venuti qui a cercarmi, sperando trovarmi nascosto nella stanza del morente. Voi siete venuti qui non per sentimento di amore e desiderio di onorare l’estinto, ma per assicurarvi che Lazzaro era realmente morto, e avete continuato a venire giubilando sempre più, più il tempo passava. Se le cose fossero andate come speravate, come ormai credevate che andassero, avreste avuto ragione di giubilare. L’Amico che guarisce tutti, ma non guarisce l’amico. Il Maestro che premia tutte le fedi, ma non quelle dei suoi amici di Betania. Il Messia impotente davanti alla realtà di una morte. Questo era ciò che vi dava ragione di giubilare. Ma ecco. Dio vi ha risposto. Nessun profeta ha mai potuto riunire ciò che era sfatto, oltre che morto. Dio lo ha fatto. Ecco là la testimonianza viva di ciò che Io sono. Un giorno fu che Dio prese del fango e ne fece una forma e vi alitò lo spirito vitale e l’uomo fu. Io ero a dire: “Si faccia l’uomo a nostra immagine e somiglianza”. Perché Io sono il Verbo del Padre. Oggi, Io, Verbo, ho detto a ciò che è ancor meno del fango, alla corruzione: “Vivi”, e la corruzione si è tornata a comporre in carne, e in carne integra, viva, palpitante. Eccola là che vi guarda. E alla carne ho ricongiunto lo spirito giacente da giorni nel seno d’Abramo. L’ho richiamato col mio volere perché tutto Io posso, Io il Vivente, Io il Re dei re cui sono soggette tutte le creature e le cose. Or che mi rispondete?».
70È davanti a loro, alto, sfolgorante di maestà, veramente Giudice e Dio. Essi non rispondono.
71Egli incalza: «Non vi basta ancora per credere, per accettare l’ineluttabile?».
72«Non hai mantenuto che una parte della promessa. Questo non è il segno di Giona[144]…», dice aspro Sadoc.
73«Avrete anche quello. L’ho promesso e lo mantengo», dice il Signore. «E un altro qui presente, che attende un altro segno, lo avrà. E poiché è un giusto, lo accetterà[145]. Voi no. Voi rimarrete ciò che siete».
Non si salva chi ama la corruzione.
L’uomo segnato dal marchio di Caino
74Fa un mezzo giro su Se stesso e vede Simone il sinedrista figlio di Elianna. Lo fissa. Lo fissa. Lascia in asso quelli di prima e, giunto viso a viso con lui, gli dice, a voce bassa ma incisiva: «Buon per te che Lazzaro non ricordi il suo soggiorno fra i morti! Che ne hai fatto di tuo padre, o Caino?».
75Simone fugge con un grido di paura, che poi si muta in un urlo di maledizione: «Che Tu sia maledetto, o Nazareno!», al che Gesù risponde: «La tua maledizione sale al Cielo e dal Cielo l’Altissimo te la riscaglia. Sei segnato del marchio, o sciagurato!».
76Torna indietro fra i gruppi stupiti, spaventati quasi. Incontra Gamaliele che si dirige verso la via. Lo guarda, e Gamaliele guarda Lui. Gesù gli dice senza fermarsi: «Stai pronto, o rabbi. Il segno presto verrà. Non mento mai».
77Il giardino si svuota lentamente. I giudei sono sbalorditi, ma i più sprizzano ira da ogni poro. Se gli sguardi potessero incenerire, Gesù sarebbe da molto polverizzato. Parlano, discutono fra loro, andandosene, così ormai sconvolti dalla sconfitta avuta da non saper più celare sotto una ipocrita apparenza di amicizia lo scopo della loro presenza qui. Se ne vanno senza salutare né Lazzaro né le sorelle.
La casa torna in pace (Gv 11,45)[146].
78Restano indietro alcuni che sono conquistati al Signore dal miracolo. Fra questi è Giuseppe Barnaba, che si getta in ginocchio davanti a Gesù e lo adora. Un altro è lo scriba Gioele di Abia, che fa la stessa cosa prima di partire a sua volta. E altri ancora che non conosco, ma che devono essere influenti.
79Lazzaro intanto, circondato dai suoi più intimi, si è ritirato in casa. Giuseppe, Nicodemo e gli altri buoni salutano Gesù e se ne vanno. Partono, con profondi saluti, i giudei che stavano presso Marta e Maria. I servi chiudono il cancello. La casa torna in pace.
Non si salva chi ama la corruzione.
80Gesù si guarda intorno. Vede fumare e rosseggiare in fondo al giardino, là verso il sepolcro. Gesù, solo, ritto in mezzo ad un sentiero, dice: «La putredine che viene annullata dal fuoco… La putredine della morte… Ma quella dei cuori… di quei cuori nessun fuoco l’annullerà… Neppure il fuoco dell’Inferno. Sarà eterna… Che orrore!… Più della morte… Più della corruzione… E… Ma chi ti salverà, o Umanità, se tanto ami essere corrotta? Vuoi essere corrotta. E Io… Io ho strappato al sepolcro un uomo con una parola… E con un mare di parole… e uno di dolori non potrò strappare al peccato l’uomo, gli uomini, milioni di uomini». Si siede e si copre il volto con le mani, accasciato…
81Lo vede un servo che passa. Va in casa. Dopo poco esce di casa Maria. Va da Gesù, leggera come non toccasse il suolo. L’avvicina, dice piano: «Rabboni, sei stanco… Vieni, o mio Signore. I tuoi apostoli stanchi sono andati nell’altra casa, tutti meno Simone lo Zelote… Piangi, Maestro? Perché?».
82Si inginocchia ai piedi di Gesù… l’osserva… Gesù la guarda. Non risponde. Si alza e si dirige verso la casa, seguito da Maria.
Saper sperare e credere.
Le virtù cardinali e l’ubbidienza.
83Entrano in una sala. Lazzaro non c’è, e non c’è lo Zelote. Ma Marta c’è, felice, trasfigurata di gioia. Si volge a Gesù spiegando: «Lazzaro è andato al bagno. Per purificarsi ancora. Oh! Maestro! Maestro! Che dirti?». Lo adora con tutta se stessa. Nota la tristezza di Gesù e dice: «Sei triste, Signore? Non sei felice che Lazzaro…». Le viene un sospetto: «Oh! Tu sei serio con me. Ho peccato. È vero».
«Abbiamo peccato, sorella», dice Maria.
84«No. Tu no. Oh! Maestro, Maria non ha peccato. Maria ha saputo ubbidire. Io sola ho disubbidito. Io ti ho mandato a chiamare perché… perché non potevo più sentire che essi insinuassero che Tu non eri il Messia, il Signore… e non potevo più vedere soffrire… Lazzaro ti voleva tanto. Ti chiamava tanto… Perdonami, Gesù».
85«E tu non parli, Maria?», interroga Gesù.
«Maestro… io… Io non ho sofferto allora altro che come donna. Soffrivo perché… Marta, giura, giura qui, davanti al Maestro, che mai, mai dirai a Lazzaro il suo delirio… Maestro mio… io ti ho conosciuto del tutto, o divina Misericordia, nelle ultime ore di Lazzaro. Oh! mio Dio! Ma come mi hai amata Tu, Tu che mi hai perdonata, Tu, Dio, Tu, Puro, Tu…, se mio fratello, che pur mi ama, che però è uomo, soltanto uomo, non ha in fondo al cuore perdonato tutto?! No. Dico male. Non ha dimenticato il mio passato e, quando la debolezza del morire ha ottuso in lui la sua bontà che io credevo dimenticanza del passato, egli ha urlato il suo dolore, il suo sdegno per me… Oh!…». Maria piange…
86«Non piangere, Maria. Dio ti ha perdonata e ha dimenticato. L’anima di Lazzaro pure ha perdonato e ha dimenticato, ha voluto dimenticare. L’uomo non ha potuto tutto dimenticare. E quando la carne ha dominato col suo spasimo estremo la volontà illanguidita, l’uomo ha parlato».
87«Non ne ho sdegno, Signore. Mi ha servito ad amarti di più e ad amare ancor più Lazzaro. È stato da quel momento però che io pure ti ho desiderato… perché era troppo angoscioso pensare Lazzaro morto senza pace per causa mia… e dopo, dopo, quando ti ho visto schernito dai giudei… quando ho visto che Tu non venivi neppur dopo la morte, neppur dopo che io ti avevo ubbidito sperando oltre il credibile, sperando fin quando il sepolcro si aprì a riceverlo, allora anche il mio spirito ha sofferto. Signore, se avevo da espiare, e certo lo avevo, io ho espiato, Signore…».
Maria ha meritato il miracolo.
88«Povera Maria! Conosco il tuo cuore. Tu hai meritato il miracolo, e ciò ti affermi nel saper sperare e credere».
89«Mio Maestro, io spererò e crederò sempre ormai. Io non dubiterò più, mai più, Signore. Io vivrò di fede. Tu mi hai dato la capacità di credere l’incredibile».
90«E tu, Marta? Tu hai imparato? No. Non ancora. Sei la mia Marta. Ma non sei ancora la mia perfetta adoratrice. Perché agisci e non contempli? È più santo. Tu vedi? La tua forza, perché troppo volta a cosa terrene, ha ceduto alla constatazione dei fatti terreni che sembrano talora senza rimedio. In verità non hanno rimedio le terrene cose se Dio non interviene. La creatura per questo ha bisogno di saper credere e contemplare. Di amare sino all’estremo delle forze di tutto l’uomo, con il pensiero, l’anima, la carne, il sangue; con tutte le forze dell’uomo, ripeto. Io ti voglio forte, Marta. Io ti voglio perfetta. Non hai saputo ubbidire perché non hai saputo credere e sperare completamente, e non hai saputo credere e sperare perché non hai saputo amare totalmente. Ma Io te ne assolvo. Ti perdono, Marta. Ho risuscitato Lazzaro oggi. Ora ti do un cuore più forte. A lui ho reso la vita. A te infondo la forza dell’amare, credere e sperare perfettamente. Ora siate felici e in pace. Perdonate a chi vi ha offese in questi giorni…».
91«Signore, in questo io ho peccato. Poco fa, al vecchio Canania che ti aveva schernito gli altri giorni, ho detto: “Chi ha trionfato? Tu o Dio? Il tuo scherno o la mia fede? Cristo è il Vivente ed è la Verità. Io lo sapevo che la sua gloria sarebbe rifulsa più grande. E tu, vecchio, rifatti l’anima, se non vuoi conoscere la morte”».
92«Hai detto bene. Ma non contendere coi malvagi, Maria. E perdona. Perdona se mi vuoi imitare… 19Ecco Lazzaro. Ne sento la voce».
La prova è superata.
93Infatti Lazzaro entra, rivestito di nuovo e tutto rasato sulle guance, coi capelli regolati e odorosi di essenze. Con lui sono Massimino e lo Zelote.
94«Maestro!». Lazzaro si inginocchia, ancora adorando.
95Gesù gli pone la mano sul capo e sorride dicendo: «La prova è superata, amico mio. Per te e le sorelle. Ora siate felici e forti a servire il Signore. Che ti ricordi, amico, del passato? Voglio dire delle tue ore estreme?».
96«Un grande desiderio di vederti ed una grande pace fra l’amor delle sorelle».
97«E che ti doleva più di lasciare morendo?»
«Te, Signore, e le sorelle. Te per non poterti servire, esse perché mi hanno dato ogni gioia…».
«Oh! io, fratello!», sospira Maria.
98«Tu più di Marta. Tu mi hai dato Gesù e la misura di ciò che è Gesù. E Gesù ti ha data a me. Tu sei il dono di Dio, Maria».
«Lo dicevi anche morendo…», dice Maria e studia il volto del fratello.
«Perché è il mio costante pensiero».
«Ma io ti ho dato tanto dolore…».
99«Anche la malattia ha dato dolore. Ma per essa spero avere espiato le colpe del vecchio Lazzaro e d’esser risorto, purificato per essere degno di Dio. Tu ed io, i due risorti per servire il Signore, e Marta fra noi, lei che fu sempre la pace della casa».
«Lo senti, Maria? Lazzaro dice parole di sapienza e verità. Ora Io mi ritiro e vi lascio alla vostra gioia…».
100«No, Signore. Tu resti. Con noi. Qui. Resti a Betania e nella mia casa. Sarà bello…».
101«Resterò. Ti voglio compensare di tutto quanto hai patito. Marta, non essere triste. Marta pensa di avermi addolorato. Ma la mia pena non è per voi quanto per coloro che non si vogliono redimere. Essi odiano sempre più. Hanno il veleno nel cuore… Ebbene… perdoniamo».
102«Perdoniamo, Signore», dice Lazzaro col suo mite sorriso…
E su questa parola tutto ha fine.
Commento della risurrezione di Lazzaro[147].
Giovanni 11,30
In margine alla risurrezione di Lazzaro e in rapporto a una frase di S. Giovanni. Dice Gesù:
103«Nel Vangelo di Giovanni, così come lo si legge ormai da secoli, è scritto: “Gesù non era ancora entrato nel villaggio di Betania”. A prevenire possibili obiezioni faccio notare che fra questa frase e quella dell’Opera, che Io incontrai Marta a pochi passi dalla vasca nel giardino di Lazzaro, non ci sono contraddizioni di fatto ma solo di traduzione e descrizione. Betania era per tre quarti di Lazzaro. Così come Gerusalemme era per molta parte sua. Ma parliamo di Betania. Essendo per tre quarti di Lazzaro, poteva dirsi: Betania di Lazzaro. Perciò non sarebbe sbagliato il testo se anche Io avessi incontrato Marta nel villaggio o alla fonte, come alcuni vogliono dire. Ma in verità Io non ero entrato nel villaggio per evitare l’accorrere dei betaniti, tutti ostili a quelli del Sinedrio. Ero passato alle spalle di Betania per raggiungere la casa di Lazzaro, che era all’estremo opposto di chi entrava in Betania da Ensemes. Giustamente perciò Giovanni dice che Gesù non era entrato ancora nel villaggio. E ugualmente giusto dice il piccolo Giovanni dicendo che mi ero fermato presso la vasca (fonte per gli ebrei) già nel giardino di Lazzaro, ma molto lontano ancora dalla casa. Considerino inoltre che, durando il tempo del lutto e dell’impurità (ancora non era il settimo dì dopo la morte), le sorelle non uscivano dalla casa. Perciò nel recinto della stessa loro proprietà è avvenuto l’incontro. Notate che il piccolo Giovanni dice della venuta dei betaniti nel giardino solo quando Io già ordino di levare la pietra. Prima Betania non sapeva che ero a Betania, e solo quando se ne sparse la voce accorsero da Lazzaro».
Tutto si può mutare se si vuole[148].
Dice Gesù:
104«Avrei potuto intervenire in tempo per impedire la morte di Lazzaro. Ma non lo volli fare. Sapevo che questa risurrezione sarebbe stata un’arma a doppio taglio, perché avrebbe convertito i giudei di retto pensiero e reso sempre più astiosi quelli di pensiero non retto. Da questi, e sotto quest’ultimo colpo del mio potere, sarebbe venuta la mia sentenza di morte. Ma ero venuto per questo, e l’ora era ormai matura perché ciò si compisse. Avrei anche potuto accorrere subito. Ma avevo bisogno di persuadere, con la risurrezione da una putredine già avanzata, gli increduli più ostinati. E anche i miei apostoli che, destinati a portare la mia fede nel mondo, avevano bisogno di possedere una fede temprata da miracoli di prima grandezza.
105Negli apostoli era tanta umanità. L’ho già detto. Non era questo un ostacolo insormontabile, era anzi una logica conseguenza della loro condizione di uomini chiamati ad esser miei in età già adulta. Non si cambia una mentalità, una forma mentis dall’oggi al domani. Né Io, nella mia sapienza, volli scegliere ed educare dei bambini e crescerli secondo il mio pensiero per fare di essi i miei apostoli. Lo avrei potuto fare. Non lo volli fare, perché le anime non mi rimproverassero di aver sprezzato coloro che non sono innocenti e portassero a loro discolpa e scusante che Io pure avevo significato con la mia scelta che coloro che sono già formati non possono mutare.
106No. Tutto si può mutare, se si vuole. E infatti Io di pusillanimi, di rissosi, di usurai, di sensuali, di increduli feci dei martiri e dei santi, degli evangelizzatori del mondo. Solo colui che non volle non mutò.
I due modi di chiedere miracoli.
107Io ho amato e amo le piccolezze e le debolezze –tu ne sei un esempio– purché in esse ci sia la volontà di amarmi e di seguirmi, e di questi “nulla” faccio i miei prediletti, i miei amici, i miei ministri. Tuttora me ne servo, ed è un miracolo continuo che opero, per portare gli altri a credere in Me, a non uccidere le possibilità di miracolo. Come è languente ora questa possibilità! Come lume a cui manca l’olio, essa agonizza e muore, uccisa dalla scarsa o dalla mancante fede nel Dio del miracolo.
108Vi sono due forme di prepotenza nel chiedere il miracolo. Ad una Dio si piega con amore. All’altra volge le spalle sdegnato. La prima è quella che chiede, come ho insegnato a chiedere, senza sfiducia e stanchezza, e che non ammette che Dio non la possa ascoltare, perché Dio è buono e chi è buono esaudisce, perché Dio potente e tutto può. Questa è amore, e Dio concede a chi ama. L’altra è la prepotenza dei ribelli che vogliono che Dio sia loro servo e che alle loro cattiverie umilii Se stesso e dia quello che loro non danno a Lui: amore e ubbidienza. Questa forma è una offesa che Dio punisce col negare le sue grazie.
109Vi lamentate che Io non compio più i miracoli collettivi. Come li potrei compiere? Dove sono le collettività che credono in Me? Dove i veri credenti? Quanti i veri credenti in una collettività? Come superstiti fiori in un bosco arso da un incendio, ne vedo uno ogni tanto di spiriti credenti. Il resto l’ha arso Satana con le sue dottrine. E sempre più lo arderà.
La vita umana è mezzo non fine.
110Vi prego, per vostra regola soprannaturale, a tenere presente la mia risposta a Tommaso. Non si può essere miei veri discepoli se non si sa dare alla vita umana quel peso che merita, di mezzo per conquistare la Vita vera, e non di fine. Colui che vorrà salvare la sua vita in questo mondo perderà la Vita eterna. L’ho detto e lo ripeto. Che sono le prove? La nuvola che passa. Il Cielo resta e vi attende oltre la prova.
111Io ho conquistato il Cielo per voi con il mio eroismo. Voi dovete imitarmi. L’eroismo non è solo serbato a coloro che devono conoscere il martirio. La vita cristiana è un perpetuo eroismo, perché è una perpetua lotta contro il mondo, il demonio e la carne. Io non vi forzo a seguirmi. Vi lascio liberi. Ma ipocriti non vi voglio. O con Me e come Me, o contro di Me. Già non mi potete ingannare. Me non mi potete ingannare. Ed Io non addivengo ad alleanze col Nemico. Se voi lo preferite a Me, non potete pensare di avere contemporaneamente Me per Amico. O lui o Io. Scegliete.
Agire sempre bene.
112Il dolore di Marta è diverso da quello di Maria per la diversa psiche delle due sorelle e per la condotta diversa avuta dalle stesse. Felici coloro che si conducono in modo da non avere rimorso di aver addolorato uno che ora è morto e che non si può più consolare del dolore datogli. Ma come più felice chi non ha il rimorso di avere addolorato il suo Dio, Me, Gesù, e non teme il mio incontro, ma anzi lo sospira come gioia ansiosamente sognata per tutta la vita e infine raggiunta.
113Io sono il vostro Padre, Fratello, Amico. Perché dunque tante volte mi ferite? Sapete voi quanto ancora vi resta da vivere? Vivere per riparare? Non lo sapete. E allora, ora per ora, giorno per giorno, agite bene. Sempre bene. Mi farete sempre felice. E se anche il dolore verrà a voi, perché il dolore è santificazione, è la mirra che preserva dalla putredine della carnalità, avrete sempre in voi la certezza che Io vi amo –e che vi amo anche in quel dolore– e la pace che viene dal mio amore. Tu, piccolo Giovanni, lo sai se Io so consolare anche nel dolore.
Dio da più di quanto si chiede.
114Nella mia preghiera al Pare è ripetuto quanto ho detto in principio: era necessario scuotere con un miracolo principale l’opacità dei giudei e del mondo in genere. E la risurrezione di uno sepolto da quattro giorni e sceso nella tomba dopo lunga, cronica, ripugnante, conosciuta malattia, non era cosa da lasciare indifferenti e neppure dubbiosi. L’avessi sanato mentre viveva, o infuso in lui lo spirito appena spirato, l’acredine dei nemici avrebbe potuto creare dei dubbi sulla entità del miracolo. Ma il fetore del cadavere, il marciume delle bende, la lunga degenza nel sepolcro, non lasciavano dubbi. E, miracolo nel miracolo, ho voluto che Lazzaro fosse sciolto e mondato alla presenza di tutti, perché si vedesse che non solo la vita ma l’integrità delle membra era tornata là dove prima la carne ulcerata aveva sparso nel sangue i germi di morte. Nel mio fare grazia do sempre più di quanto chiedete.
Motivo del pianto del Messia.
115Ho pianto davanti alla tomba di Lazzaro. E si è dato a questo pianto tanti nomi. Intanto sappiate che le grazie si ottengono col dolore misto a sicura fede nell’Eterno. Ho pianto non tanto per la perdita dell’amico e per il dolore delle sorelle, quanto perché, come fondale che si sommuove, sono affiorate in quell’ora, più vive che mai, tre idee che, come tre chiodi, mi avevano sempre confitto la loro punta nel cuore.
116La constatazione di quale rovina aveva portato Satana all’uomo col suo sedurlo al Male. Rovina la cui condanna umana era il dolore e la morte. La morte fisica, emblema e metafora viva della morte spirituale[149], che la colpa dà all’anima sprofondandola, essa regina destinata a vivere nel regno della Luce, nelle tenebre infernali.
117La persuasione che neppure questo miracolo, messo quasi a corollario sublime di tre anni di evangelizzazione, avrebbe convinto il mondo giudaico sulla Verità di cui ero stato il Portatore. E che nessun miracolo avrebbe fatto del mondo avvenire un convertito al Cristo. Oh! dolore d’esser prossimo a morire per così pochi!
118La visione mentale della mia prossima morte. Ero Dio. Ma anche Uomo ero. E per essere Redentore dovevo sentire il peso dell’espiazione. Perciò anche l’orrore della morte e di tal morte. Ero un vivo, un sano che si diceva: “Presto sarò morto, sarò in un sepolcro come Lazzaro. Presto l’agonia più atroce sarà la mia compagna. Devo morire”. La bontà di Dio vi risparmia la conoscenza del futuro. Ma a Me essa non fu risparmiata.
120Oh! Credetelo, voi che vi lamentate della vostra sorte. Nessuna fu più triste della mia, ché ebi la costante prescienza di tutto quanto mi doveva accadere, unita alla povertà, ai disagi, alle acredini che mi accompagnarono dalla nascita alla morte. Non lamentatevi, dunque. E sperate in Me.
Vi do la mia pace».
povertà, ai disagi, alle acredini che mi accompagnarono dalla nascita alla morte. Non lamentatevi, dunque. E sperate in Me.
Vi do la mia pace».
38. Seduta del Sinedrio e udienza da Pilato[150].
Annotazioni, parere, commenti.
La notizia riempie Gerusalemme.
1Se la notizia della morte di Lazzaro aveva scosso e agitato Gerusalemme e buona parte della Giudea, la notizia della sua risurrezione finisce di scuotere e di penetrare anche là dove non aveva dato agitazione la notizia della morte.
2Forse i pochi farisei e scribi, ossia i sinedristi presenti alla risurrezione, non ne avranno parlato al popolo. Ma certo i giudei ne hanno parlato, e la nuova s’è sparsa in un baleno, e da casa a casa, da terrazzo a terrazzo, voci di donne se la ripetono, mentre in basso il popolino la diffonde con un giubilo grande per il trionfo di Gesù e per Lazzaro. La gente ripopola le strade correndo qua e là, credendo di arrivare sempre prima a dare la notizia, ma resta delusa perché essa si sa in Ofel come in Bezeta, in Sion come al Sisto. Si sa nelle sinagoghe e negli empori, nel Tempio e nel palazzo di Erode. Si sa all’Antonia e dall’Antonia dilaga, o viceversa, ai posti di guardia alle porte. Empie i palazzi come i tuguri: «Il Rabbi di Nazareth ha risuscitato Lazzaro di Betania, che è morto il dì avanti il venerdì ed è stato messo nel sepolcro avanti l’inizio del sabato ed è risorto all’ora di sesta di oggi».
3Le acclamazioni ebraiche al Cristo e all’Altissimo si intrecciano agli svariati «Per Giove! Per Polluce! Per Libitina!» ecc. ecc. dei romani.
Annotazioni di Cusa e Mannaen.
4Gli unici che non vedo nella folla che parla nelle vie sono quelli del Sinedrio. Non ne vedo neppure uno, mentre vedo Cusa e Mannaen uscire da uno splendido palazzo, e sento Cusa dire: «Grande! Grande! Ho mandato subito la notizia a Giovanna. Egli è realmente Dio!»; e Mannaen gli risponde: «Erode, venuto da Gerico ad ossequiare… il padrone, Ponzio Pilato, pare pazzo nella reggia, mentre Erodiade è frenetica e lo incalza perché egli ordini l’arresto del Cristo. Essa trema del suo potere. Egli dai rimorsi. Batte i denti dicendo ai più fidi di difenderlo… dagli spettri. Si è ubriacato per darsi coraggio e il vino gli turbina nel capo illuminandogli fantasime. Urla dicendo che il Cristo ha risuscitato anche Giovanni, il quale ora gli urla vicino le maledizioni di Dio. Io sono fuggito da quella Geenna. M’è bastato di dirgli: “Lazzaro è risorto per opera di Gesù Nazareno. Bada a te di toccarlo, perché Egli è Dio”. Gli mantengo quella paura perché non ceda alle voglie omicide di lei».
5«Io ci dovrò andare, invece… Ci devo andare. Ma prima ho voluto passare da Eliel e Elcana. Vivono a sé, ma sono sempre grandi voci in Israele! E Giovanna è contenta che io li onori. E io…».
6«Una buona protezione per te. É vero. Ma non mai quale l’amore del Maestro. Quella è l’unica protezione che abbia valore…»
Cusa non ribatte parola. Pensa… Li perdo di vista.
Parere di Giuseppe d’Arimatea.
7Da Bezeta viene avanti Giuseppe d’Arimatea tutto frettoloso. Lo fermano. Sono un gruppo di cittadini, incerti ancora se la notizia è da credersi. E lo chiedono a lui.
8«Vera. Vera. Lazzaro è risorto ed è guarito anche. Ho visto coi miei occhi».
9«Ma allora… Egli è proprio il Messia!».
«Le sue opere sono tali. La sua vita è perfetta. I tempi son quelli. Satana lo combatte. Ognuno concluda in cuor suo ciò che è il Nazareno», dice, prudente e nello stesso tempo giusto, Giuseppe. Saluta e se ne va.
Quelli discutono e finiscono per concludere: «Egli è proprio il Messia».
Commenti dei Legionari romani.
10Un gruppo di legionari parla: «Se domani posso, vado a Betania. Per Venere e Marte, i miei dèi preferiti! Potrò girare l’Orbe dai deserti ardenti alle gelate terre germaniche, ma trovarmi dove uno, morto da giorni, risuscita, non mi accadrà più. Lo voglio vedere come è uno che torna da morte. Sarà nero dell’onda dei fiumi d’oltre tomba…».
11«Se era virtuoso sarà livido, avendo bevuto all’onda cerula dei Campi Elisi. Non c’è soltanto lo Stige, là…».
«Ci dirà come sono i prati d’asfodelo dell’Ade[151]… Ci vengo io pure…».
«Se Ponzio vorrà…»
12«Oh! che vuole! Ha subito spedito un corriere a Claudia, ché venga. Claudia ama queste cose. L’ho sentita più di una volta, con le altre e coi suoi liberti greci, discutere d’anima e d’immortalità».
«Claudia crede nel Nazareno. Per lei è maggiore a ogni altro uomo».
13«Sì. Ma per Valeria è più che uomo. Dio è. Una specie di Giove e di Apollo per potenza e bellezza, dicono, ed è più sapiente di Minerva. L’avete visto voi? Io sono venuto con Ponzio per la prima volta qui, e non so…».
14«Credo che sei giunto in tempo per vedere molte cose. Poco fa Ponzio urlava come Stentore[152] dicendo: “Qui si deve tutto cambiare. Devono comprendere che Roma comanda, e che essi, tutti, sono servi. E più grandi sono, più servi sono, perché più pericolosi”. Credo fosse per quella tavoletta che gli era stata portata dal servo di Anna…».
«Già. Non li vuole ascoltare… E ci cambia tutti perché… non vuole amicizie fra noi e loro».
«Fra noi e loro? Ah! Ah! Ah! Con quei nasuti che san di becco? Ponzio digerisce male il troppo porco che mangia. Se mai… l’amicizia è con qualche donna che non disdegna il bacio di bocche rasate…», ride uno malizioso.
15«Il fatto è che, dopo le turbolenze dei Tabernacoli, ha chiesto e ottenuto il cambio di tutte le milizie, e che a noi ci tocca andare…».
«Ciò è vero. Già era segnalato a Cesarea l’arrivo della galera che porta Longino e la sua centuria. Graduati nuovi, milizie nuove… e tutto per quei coccodrilli del Tempio. Io ci stavo bene qui».
«Io stavo meglio a Brindisi… Ma mi abituerò», dice quello da poco arrivato in Palestina.
Si allontanano essi pure.
Riunione del Sinedrio.
Seduta del Sinedrio (Gv 11,46-47)[153].
16Delle guardie del Tempio passano con delle tavolette cerate. La gente li osserva e dice: «Il Sinedrio si raduna di urgenza. Che vorrà fare?».
Uno risponde: «Saliamo al Tempio e vediamo…». Si avviano verso la via che va al Moria.
Il sole scompare dietro alle case di Sion e ai monti occidentali. Cala la sera, che presto sgombra le strade dai curiosi. Quelli che sono saliti al Tempio ne scendono inquieti, perché sono stati cacciati via anche dalle porte, dove si erano attardati per vedere passare i sinedristi.
17L’interno del Tempio, vuoto, deserto, avvolto nella luce della luna, pare immenso. I sinedristi si radunano lentamente nella sala del Sinedrio. Ci sono tutti, come per la condanna di Gesù, però non sono presenti quelli che allora facevano come da scrivani. Non ci sono che i sinedristi, parte ai loro posti, parte a crocchi presso le porte.
18Entra Caifa con la sua faccia e il suo corpo da rospo obeso e cattivo, e va al suo posto.
19Cominciano subito a discutere sui fatti avvenuti, e tanto li appassiona la cosa che presto la seduta diviene movimentata. Lasciano i seggi, scendono nello spazio vuoto gesticolando e parlando forte. Qualcuno consiglia la calma e di ben ponderare prima di prendere delle decisioni.
Altri rimbeccano: «Ma non avete sentito quelli venuti qui dopo nona? Se perdiamo i giudei più importanti, che ci serve più accumulare le accuse? Più Egli vive e meno saremo creduti se lo accusiamo».
La forza della verità.
20«E questo fatto non lo si può negare. Non si può dire ai molti che erano là: “Avete visto male. É una finzione. Eravate ebbri”. Il morto era morto. Putrido. Sfatto. Il morto era deposto nel chiuso sepolcro, e il sepolcro era ben murato. Il morto era sotto le bende e i balsami da più giorni. Il morto era legato. Eppure è uscito dal suo posto, è venuto da solo senza camminare sino all’apertura. E liberato che fu, nel suo corpo non era più morte. Respirava. Non c’era più corruzione. Mentre prima, da vivo, era piagato, e da morto era tutto corrotto».
21«Avete sentito i più influenti giudei, quelli che avevamo spinto là per conquistarli a noi del tutto? Sono venuti a dirci: “Per noi è il Messia”. Quasi tutti sono venuti! Il popolo poi!…».
22«E questi maledetti romani pieni di fole! Dove li mettete? Per essi Egli è Giove Massimo. E se entrano in quell’idea! Ci hanno fatto conoscere le loro storie, e fu maledizione. Anatema su chi volle l’ellenismo in noi e per adulazione ci profanò con costumi non nostri! Ma però ciò serve anche a conoscere. E conosciamo che presto fa il romano ad abbattere e ad innalzare con congiure e colpi di stato. Ora, se alcuno, qui, di questi folli, si entusiasma del Nazareno e lo proclama Cesare, e perciò divino, chi più lo tocca?».
23«Ma no! Ma chi vuoi che faccia questo? Essi se ne ridono di Lui e di noi. Per grande che sia ciò che compie, per essi è sempre “un ebreo”. Perciò un miserabile. La paura ti fa stolto, o figlio di Anna!».
24«La paura? Hai sentito come ha risposto Ponzio all’invito di mio padre? Egli è scosso, ti dico. Egli è scosso da quest’ultimo fatto e teme il Nazareno. Miseri noi! Quell’uomo è venuto per nostra rovina!».
25«Almeno non fossimo andati là, e là non avessimo quasi comandato che andassero i più potenti giudei! Se Lazzaro fosse risorto senza testimoni…».
26«Ebbene? Che mutava? Non potevamo certo farlo sparire per far credere che fosse sempre morto!».
Sostenitori del Messia.
I difensori del Messia.
27«Questo no. Ma potevamo dire che era stata una falsa morte. Testimoni pagati per dire il falso se ne trovano sempre».
28«Ma perché tanto agitati? Non ne vedo la ragione! Egli ha forse fatto atto di eccitazione contro il Sinedrio e il Pontificato? No. Si è limitato a compiere un miracolo».
29«Si è limitato?! Ma sei stolto, o venduto a Lui, Eleazaro? Non ha eccitato contro il Sinedrio e il Pontificato? E che vuoi di più? La gente…».
30«La gente può dire ciò che vuole, ma le cose sono come le dice Eleazaro. Il Nazareno non ha che fatto un miracolo».
31«Ecco l’altro che lo difende! Non sei più un giusto, Nicodemo! Non sei più un giusto! Questo è un atto contro di noi. Contro di noi, capisci? Nessuna cosa più persuaderà la folla. Ah! miseri noi! Io oggi fui beffato da alcuni giudei. Io beffato! Io!».
32«E taci là, Doras! Tu non sei che un uomo. Ma è l’idea che è colpita! Le nostre leggi! Le nostre prerogative!».
33«Bene dici, Simone, e occorre difenderle».
«Ma come?».
«Offendendo, distruggendo le sue!».
34«Presto detto, Sadoc. Ma con che le distruggi se non sai, di tuo, far rivivere un moscerino? Qui ci vorrebbe un miracolo più grande del suo. Ma nessuno di noi lo può fare, perché…». Colui che parla non sa dire perché.
35Giuseppe d’Arimatea termina la frase: «Perché noi siamo uomini, soltanto uomini».
36Gli si avventano contro chiedendo: «Ed Egli chi è, allora?».
Il d’Arimatea risponde sicuro: «Egli è Dio. Se ne avessi avuto ancora dei dubbi…».
37«Ma non li avevi i dubbi. Lo sappiamo, Giuseppe. Lo sappiamo. Dillo pure apertamente che tu lo ami!».
Intervento di Gamaliele.
38«Nulla di male se Giuseppe lo ama. Io stesso lo riconosco come il più grande Rabbi d’Israele».
«Tu! Tu, Gamaliele, dici questo?».
39«Lo dico. E di essere… detronizzato da Lui mi onoro, perché sin qui io avevo conservato la tradizione dei grandi rabbi, l’ultimo dei quali fu Illele, ma dopo me non avrei saputo chi poteva raccogliere la sapienza dei secoli. Ora me ne vado contento, perché so che essa non morrà, ma anzi diventerà più grande, perché aumentata dalla sua, alla quale certo è presente lo Spirito di Dio».
«Ma che dici, Gamaliele?».
40«La verità. Non è chiudendosi gli occhi che si può ignorare ciò che noi siamo. Noi non siamo più sapienti, perché principio della sapienza è il timor di Dio, e noi siamo peccatori senza timore di Dio. Se avessimo questo timore, non conculcheremmo il giusto e non avremmo la stolta ingordigia per le ricchezze del mondo. Dio dà e Dio toglie. A seconda dei meriti e dei demeriti. E se Dio ora ci leva ciò che ci aveva dato, per darlo ad altri, sia benedetto, perché santo è il Signore e sante sono tutte le sue azioni».
41«Ma noi parlavamo di miracoli e volevamo dire che nessuno di noi li può fare perché con noi non è Satana».
42«No. Perché con noi non è Dio. Mosè separò le acque[154] e aprì la rupe[155], Giosuè fermò il sole[156], Elia risuscitò il fanciullo e fece cadere la pioggia[157], ma con essi era Dio. Vi ricordo che sei sono le cose che Dio odia, ed esecra la settima[158]: gli occhi superbi, la lingua bugiarda, le mani che spargono sangue innocente, il cuore che medita disegni malvagi, i piedi che corrono rapidi al male, il falso testimonio che dice menzogne e colui che mette discordie tra i fratelli. Noi facciamo tutte queste cose. Noi, dico. Ma voi solo le fate. Perché io me ne astengo dal gridare “Osanna” e dal gridare “Anatema”. Io attendo».
La tesi di Gamaliele.
43«Il segno! Già! Tu attendi il segno! Ma quale segno attendi da un povero folle, se proprio vogliamo dargli tutti i perdoni?».
44Gamaliele alza le mani e, le braccia in avanti, gli occhi chiusi, il capo lievemente chinato, ieratico quanto mai, parla lentamente e con voce lontana: «Ho interrogato ansiosamente il Signore perché mi indicasse la verità, ed Egli mi ha illuminato le parole di Gesù figlio di Sirac.
45Queste: “Il Creatore di tutte le cose mi parlò e mi diede i suoi ordini, e Colui che mi creò riposò nel mio Tabernacolo e mi disse: ‘Abita in Giacobbe, tuo retaggio sia in Israele, getta le tue radici tra i miei eletti’[159]…
46E ancora mi illuminò queste, e le ho riconosciute: “Venite a me, voi tutti che mi bramate, e saziatevi dei miei frutti, perché il mio spirito è più dolce del miele e il mio retaggio più del favo. Il ricordo di me durerà nelle generazioni dei secoli. Chi mi mangia avrà di me fame e chi beve di me avrà di me sete, e chi mi ascolta non avrà da arrossire e chi lavora per me non pecca, e chi mi illustra avrà la vita eterna”[160].
47E la luce di Dio crebbe sul mio spirito mentre leggevano i miei occhi queste parole: “Tutte queste cose contiene il libro della Vita, il testamento dell’Altissimo, la dottrina della Verità… Dio promise a Davide di far nascere da lui il Re potentissimo, che deve stare assiso in eterno sul trono della gloria. Egli ridonda di sapienza come il Fison e il Tigri al tempo dei nuovi frutti, come l’Eufrate ridonda d’intelligenza e cresce come il Giordano al tempo della messe. Egli diffonde la sapienza come la luce… Egli per primo l’ha perfettamente conosciuta”[161]. Questo mi ha fatto illuminare Dio!
48Ma, ahi! che dico, che la Sapienza che è fra noi è troppo grande perché noi la si comprenda e si accolga ciò che è pensiero più vasto dei mari e consiglio più profondo del grande abisso. E noi lo sentiamo gridare: “Io come canale d’acque immense sgorgai dal Paradiso e dissi: ‘Innaffierò il mio giardino, ed ecco il mio canale divenire fiume, e il fiume mare. Come l’aurora io irraggio a tutti la mia dottrina, e la farò conoscere ai più lontani. Penetrerò nelle parti più basse, getterò lo sguardo sui dormenti, illuminerò quelli che sperano nel Signore. E ancor spanderò la mia dottrina come profezia e la lascerò a quelli che cercano la sapienza, non cesserò d’annunziarla sino al secolo santo. Non ho lavorato per me soltanto, ma per tutti quelli che cercano la verità”[162].
Questo mi ha fatto leggere Jeovè, l’Altissimo», e riabbassa le braccia alzando il capo.
Il Messia è “Jahve”: Colui che è.
49«Ma allora per te è il Messia?! Dillo!».
«Non è il Messia».
50«Non è? E allora cosa è per te? Demonio, no. Angelo, no. Messia, no…».
«É colui che è».
«Tu deliri! Dio è? Dio è per te, quel folle?».
51«É colui che è. Dio sa ciò che Egli è. Noi vediamo le sue opere. Dio vede anche i suoi pensieri. Ma non è il Messia, perché per noi Messia vuol dire Re. Egli non è non sarà re. Ma è santo. E le sue opere sono da santo. E noi non possiamo alzare la mano sull’innocente, a meno di non commettere peccato. Io non sottoscriverò al peccato».
«Ma con quelle parole tu quasi lo hai detto l’Atteso!».
52«L’ho detto. Finché durò la luce dell’Altissimo, io lo vidi tale. Poi… non tenendomi più la mano del Signore alto levato nella luce sua, io tornai uomo, l’uomo d’Israele, e le parole non furono più che parole alle quali l’uomo d’Israele, io, voi, quelli prima di noi e, Dio non lo permetta, quelli dopo di noi, danno il significato del loro, del nostro pensiero, non il significato che hanno nel Pensiero eterno che le ha dettate al suo servo».
L’appello a Roma.
Ricorso a Pilato.
43«Noi parliamo, divaghiamo, perdiamo tempo. Ed il popolo intanto si agita», gracchia Canania.
54«Bene dici! Occorre decidere e fare per salvarsi e trionfare».
55«Voi dite che Pilato non ci ha voluti ascoltare quando chiedevamo il suo aiuto contro il Nazareno. Ma se noi gli facessimo sapere… Avete detto prima che, se le milizie si esaltano, possono proclamarlo Cesare… Eh! Eh! Buona idea! Andiamo a prospettare al Proconsole questo pericolo. Avremo onori come a fedeli servi di Roma e… se egli interverrà noi saremo sbarazzati del Rabbi. Andiamo, andiamo! Tu, Eleazaro di Anna, che gli sei più di tutti amico, sii nostro duce», ride serpentino Elchia.
56Vi è un poco di titubanza, ma poi un gruppo dei più fanatici esce per recarsi all’Antonia. Resta Caifa insieme agli altri.
57«A quest’ora! Non saranno ricevuti», obbietta uno.
58«No, anzi! É la migliore. Ponzio è sempre di buon umore quando ha bevuto e mangiato come beve e mangia un pagano…».
59Li lascio là a discutere e mi si illumina la scena dell’Antonia.
Lunga attesa nel palazzo di Ponzio.
60Il breve tragitto è presto fatto e senza difficoltà, tanto è limpida la luna che fa gran contrasto con la luce rossa dei lumi accesi nel vestibolo del palazzo pretorio.
61Eleazaro riesce a farsi annunciare a Pilato, e vengono fatti passare in una sala grande e vuota. Assolutamente vuota. Vi è soltanto una sedia pesante, bassa di spalliera, coperta di un drappo porpureo, che spicca vivamente nel candore assoluto della sala. Stanno raggruppati, un poco timorosi, infreddoliti, ritti sul marmo candido del pavimento. Non viene nessuno. Il silenzio è assoluto. Però, a intervalli, una musica lontana rompe questo silenzio.
62«Pilato è a mensa. Certo è con amici. Questa musica è suonata nel triclinio. Ci saranno danze in onore degli ospiti», dice Eleazaro di Anna.
63«Corrotti! Domani mi purificherò. La lussuria trasuda da queste pareti», dice con ribrezzo Elchia.
64«Perché ci sei venuto, allora? Tu lo hai proposto», gli ribatte Eleazaro.
«Per l’onore di Dio e il bene della Patria so fare qualsiasi sacrificio. E questo è grande! Mi ero purificato per aver avvicinato Lazzaro… e ora!… Giornata tremenda, oggi!…»
65Pilato non viene. Il tempo passa. Eleazaro, pratico del luogo, tenta le porte. Sono tutte chiuse. Lo spavento si impadronisce dei presenti. Paurose storie riaffiorano. Rimpiangono di essere venuti. Si sentono già perduti.
66Finalmente ecco, nel lato opposto al loro, che sono presso la porta dalla quale sono entrati, e perciò presso l’unica sedia dell’ambiente, ecco aprirsi una porta ed entrare Pilato, candido nella sua veste come è candida la sala. Entra parlando con dei convitati. Ride. Si volge ad ordinare ad uno schiavo, che tiene sollevata la tenda oltre l’uscio, di gettare essenze in un braciere e di portare profumi e acque per le mani, che uno schiavo venga con specchio e pettini. Degli ebrei non si cura, come non ci fossero. Quelli si arrovellano, ma non osano gesti…
Danze in onore degli ospiti.
67Laggiù, intanto, vengono portati i bracieri, sparse le resine sui fuochi e versate acque profumate sulle mani romane. E uno schiavo, con mosse esperte, ravvia i capelli secondo la moda dei ricchi romani del tempo. E gli ebrei si arrovellano.
68I romani ridono fra loro e scherzano, guardando ogni tanto il gruppo che attende là in fondo, e uno parla a Pilato che non si è mai voltato a guardare; ma Pilato scrolla le spalle facendo un gesto annoiato e batte le mani per chiamare uno schiavo, al quale ordina a voce alta di portare dolciumi e di far entrare le danzatrici. Gli ebrei fremono d’ira e di scandalo. Pensare ad un Elchia costretto a vedere delle danzatrici! Il suo volto è un poema di sofferenza e di odio.
69Vengono gli schiavi coi dolciumi in coppe preziose, e dietro essi le danzatrici incoronate di fiori e appena coperte da tele così leggere da parere veli. Le carni bianchissime traspaiono dalle vesti leggere, tinte di rosa e di azzurro, quando esse passano davanti ai bracieri ardenti e ai molti lumi messi là in fondo. I romani ammirano la grazia dei corpi e delle movenze, e Pilato chiede ancora un passo di danza che gli è particolarmente piaciuto.
70Elchia -e i suoi compari lo imitano- si volge sdegnato contro al muro per non vedere le danzatrici trasvolare come farfalle fra un ondeggiare di vesti scomposte. Finita la breve danza, Pilato le congeda, mettendo in mano di ognuna la coppa colma di dolciumi, nella quale getta con noncuranza un bracciale. E finalmente si degna di voltarsi a guardare gli ebrei, e dice agli amici con voce annoiata: «E ora… dovrò dal sogno passare alla realtà… dalla poesia alla… ipocrisia… dalla grazia alle laide cose della vita. Miserie dell’esser Proconsole!… Salve, amici, e abbiate compassione di me».
L’udienza del Proconsole di Roma.
Udienza ai buffoni sinedristi.
71Resta solo e lentamente si avvicina agli ebrei. Si siede, si osserva le mani ben curate e scopre qualche cosa che non va sotto un’unghia. Se ne occupa e preoccupa traendo fuor dalla veste un sottile e aureo bastoncino, col quale rimedia al gran danno di un’unghia imperfetta… Poi, bontà sua, gira il capo lentamente. Sogghigna vedendo gli ebrei ancora curvi in un inchino servile, e dice: «Voi! Qui! E siate brevi. Non ho tempo da sciupare in cose senza valore».
72Gli ebrei si avvicinano sempre servili nell’atto, finché un: «Basta! Non troppo vicini» li inchioda al suolo. «Parlate! E state diritti, ché solo degli animali è stare piegati verso il suolo», e ride.
73Gli ebrei si raddrizzano sotto lo scherno e stanno impettiti.
74«Dunque? Parlate! Avete voluto venire per forza. Ora che siete qui, parlate».
«Volevamo dirti… Ci risulta… Noi siamo servi fedeli di Roma…».
75«Ah! Ah! Ah! Servi fedeli di Roma! Lo farò sapere al divo Cesare e ne sarà felice! Felice sarà! Parlate, buffoni! E svelti!».
76I sinedristi fremono, ma non reagiscono. Elchia prende la parola per tutti: «Devi sapere, o Ponzio, che oggi in Betania è stato risuscitato un uomo…».
77«Lo so. Per dirmi questo siete venuti? Lo sapevo già da molte ore. Felice lui, che già sa cosa è il morire e cosa è l’altro mondo! E che ci posso fare se Lazzaro di Teofilo è risorto? Forse mi ha portato un messaggio dall’Ade?». É ironico.
Via! Laidi servi dell’odio.
78«No. Ma la sua risurrezione è un pericolo…».
«Per lui? Certo! Pericolo di dover morire di nuovo. Operazione poco gradevole. Ebbene? Che ci posso fare? Sono Giove io?».
«Pericolo non per Lazzaro. Ma per Cesare».
79«Per?… Domine! Ma forse ho bevuto! Avete detto: per Cesare? E che può nuocere Lazzaro a Cesare? Forse temete che il puzzo del suo sepolcro possa corrompere l’aria che respira l’Imperatore? Datevi pace! Troppo lontano!».
80«Non questo. É che Lazzaro risorgendo può far detronizzare l’Imperatore».
«Detronizzare? Ah! Ah! Ah! Questa è più grande del mondo! Ma allora l’ebbro non sono io, ma voi siete ebbri. Forse lo spavento vi ha sconvolto la mente. Vedere risorgere… Credo, credo che possa turbare. Andate, andate a letto. Un buon riposo. E un bagno caldo. Molto caldo. Salutare contro i deliri».
81«Non deliriamo, Ponzio. Ti diciamo che, se non provvedi, tu passerai ore tristi. Sarai punito certo, se anche non sarai uccido dall’usurpatore. Fra poco il Nazareno sarà proclamato re, re del mondo, capisci? I tuoi legionari stessi lo faranno. Essi sono sedotti dal Nazareno, e il fatto di oggi li ha esaltati. Che servo sei di Roma se non ti preoccupi della sua pace? Vuoi dunque vedere l’Impero sconvolto e diviso in causa della tua inerzia? Vuoi vedere vinta Roma e abbattute le insegne, ucciso l’Imperatore, tutto distrutto…».
82«Silenzio! Parlo io. E vi dico: siete dei pazzi! Più ancora. Siete dei mentitori. Dei malandrini siete. Meritereste la morte. Uscite di qui, laidi servi del vostro interesse, del vostro odio, della vostra bassezza. Servi voi. Non io. Io sono cittadino romano, e i cittadini romani non sono servi a nessuno. Io sono il funzionario imperiale e lavoro per le patrie fortune. Voi… siete i soggetti. Voi… voi siete i dominati. Voi… voi siete i galeotti legati alle bancate e fremete inutilmente. La sferza del capo vi sta sopra.
83Il Nazareno!… Vorreste che io uccidessi il Nazareno? Vorreste che lo imprigionassi? Per Giove! Se per la salute di Roma e del divo Imperatore io dovessi imprigionare i soggetti pericolosi, o ucciderli qui dove io governo, il Nazareno e i suoi seguaci, solo essi, dovrei lasciare liberi e vivi.
Uscite! Serpi notturne! Vampiri!
83Andate. Sgombrate e non tornatemi mai più davanti. Turbolenti! Sobillatori! Ladri e manutengoli di ladri! Non uno dei vostri armeggii mi è ignoto. Sappiatelo. E sappiate anche che armi fresche e legionari novelli hanno servito a scoprire le vostre trappole e i vostri strumenti. Strillate per le imposte romane. Ma quanto vi è costato Melchia di Galaad, e Giona di Scitopoli, e Filippo di Soco, e Giovanni di Betaven e Giuseppe di Ramaot, e tutti gli altri che presto saranno presi? E non andate verso le grotte della valle, perché vi sono più legionari che pietre, e la legge e la galera sono uguali per tutti. Per tutti! Capite? Per tutti. E spero di vivere tanto da vedervi tutti in catene, schiavi fra schiavi sotto il tallone di Roma. Uscite! Andate e riferite -anche tu, Eleazar di Anna, che non desidero vedere più nella mia casa- che il tempo della clemenza è finito, e che io sono il Proconsole e voi i sudditi. I sudditi. E io comando. In nome di Roma. Uscite! Serpi notturne! Vampiri! E il Nazareno vi vuole redimere? Se Egli fosse Dio, fulminarvi dovrebbe! E dal mondo sarebbe sparita la macchia più schifosa. Via! E non osate fare congiure, o conoscerete il gladio e il flagello».
Cacciati come tanti cani.
84Si alza e se ne va sbatacchiando la porta davanti agli allibiti sinedristi, che non hanno tempo di rinvenire, perché entra un drappello armato che li caccia fuori dalla sala e dal palazzo come tanti cani.
85Ritornano all’aula del Sinedrio. Raccontano. L’agitazione è somma. La notizia dell’arresto di molti ladroni e delle battute nelle grotte per prendere gli altri turba fortemente tutti i rimasti. Perché molti, stanchi di attesa, se ne sono andati.
Il delitto perfetto.
Il sinedrio delibera la morte del Messia
(Gv 11,47-48)[163].
86«Eppure non possiamo lasciarlo vivere», urlano dei sacerdoti.
87«Non possiamo lasciarlo fare. Egli fa. Noi non facciamo. E giorno per giorno perdiamo terreno. Se lo lasciamo libero ancora, Egli continuerà a fare miracoli e tutti crederanno in Lui. E i romani finiranno a venirci contro e a distruggerci del tutto. Ponzio dice così. Ma se la folla lo acclamasse re, oh! allora Ponzio ha il dovere di punirci, tutti. Non lo dobbiamo permettere», strilla Sadoc.
88«Va bene. Ma come? La via… legale romana è fallita. Ponzio è sicuro sul Nazareno. La via… legale nostra è… resa impossibile. Egli non pecca…», obbietta uno.
Il mandante del delitto (Gv 11,49-52)[164].
89«Si inventa la colpa, se colpa non c’è», insinua Caifa.
90«Ma è peccato fare questo! Giurare il falso! Far condannare un innocente! É… troppo!…», dicono con orrore i più.
91«É un delitto, perché sarà la morte per Lui».
92«Ebbene? Ciò vi spaventa? Siete degli stolti e non vi intendete di nulla. Dopo ciò che è avvenuto, Gesù deve morire. Non riflettete voi tutti che è meglio per noi che muoia un uomo anziché molti uomini? Perciò Egli muoia per salvare il suo popolo, onde non perisca tutta la nostra nazione. Del resto… Egli lo dice di essere il Salvatore. Perciò si sacrifichi per salvare tutti», dice Caifa ributtante di odio freddo e astuto.
«Ma Caifa! Rifletti! Egli…».
93«Ho detto. Lo Spirito del Signore è su me, Sommo Sacerdote. Guai a chi non rispetta il Pontefice d’Israele. Le folgori di Dio su lui! Basta di attesa! Basta di orgasmi! Ordino e decreto che chiunque sappia dove si trova il Nazareno venga e ne denunci il luogo, e anatema su chi non ubbidirà alla mia parola».
«Ma Anna…», obbiettano alcuni.
94«Anna mi ha detto: “Tutto ciò che farai sarà santo”. Leviamo la seduta. Venerdì, fra terza e sesta, tutti qui per deliberare. Tutti, ho detto. Fatelo sapere agli assenti. E siano chiamati tutti i capi delle famiglie e delle classi, tutto il fior di Israele. Il Sinedrio ha parlato. Andate».
95E si ritira per il primo da dove è venuto, mentre gli altri se ne vanno da altre parti, e parlando a voce sommessa escono dal Tempio andando alle loro case.
39. Euforia tra gli apostoli. Missione d’amore per Lazzaro e di contemplazione assoluta per la sorella Maria. Gesù deve fuggire in Samaria[165].
Auto esaltazione dell’Iscariota.
La pace presso Betania.
1É bello stare così, in riposo, fra l’amore degli amici e presso il Maestro nelle giornate solari che già risentono di un primo precoce sorridere di primavera, guardando i campi che aprono le loro zolle ad un verzicare innocente di grani che spuntano, guardando i prati che rompono il verde uniforme dell’inverno con i primi fioretti multicolori, guardando le siepi che nei posti più solari hanno già dei sorrisi di gemme che si schiudono, guardando i mandorli che già spumano nelle cime per i primi fiori che sbocciano. E Gesù ne gode, e ne godono gli apostoli, e ne godono i tre amici di Betania. Sembra così lontano il malanimo, il dolore, la tristezza, la malattia, la morte, l’odio, l’invidia, tutto quanto è pena, tormento, preoccupazione sulla Terra.
2Gli apostoli, tutti, sono gongolanti e lo dicono. Dicono la loro persuasione -oh!, così certa, così trionfante!- che ormai Gesù ha vinto tutti i nemici, che la sua missione procederà ormai senza ostacoli, che Egli sarà riconosciuto per Messia anche dai più tenaci a negarlo. E parlano, un poco esaltati, ringiovaniti tanto sono felici, facendo progetti per l’avvenire, sognando… sognando tanto… e umanamente.
Presuntuosa esaltazione dell’Iscariota.
3Il più esaltato, per la sua psiche che lo porta sempre agli estremi, è Giuda di Keriot. Si felicita di aver saputo attendere e di aver saputo fare, si felicita della sua lunga fede nel trionfo del Maestro, si felicita di avere sfidato le minacce del Sinedrio… É tanto esaltato che finisce col dire anche quello che ha sempre tenuto celato sin qui, fra lo stupore attonito dei compagni.
4«Sì. Mi volevano comperare, sedurre mi volevano con blandizie e, vedendo che non servivano queste, con minacce. Se sapeste! Ma io! Io li ho pagati con uguale moneta. Ho finto amore a loro come essi a me. Li ho lusingati come essi mi lusingavano e li ho traditi come essi mi volevano tradire…
5Perché questo volevano. Farmi credere che con spirito buono provavano il Maestro per poterlo proclamare solennemente il Santo di Dio. Ma io li conosco! Io li conosco. E in tutte le cose che essi mi dicevano di voler fare mi destreggiavo in modo che la santità di Gesù veramente apparisse più lucente del sole meridiano in un cielo senza nubi… Un giuoco pericoloso il mio! Se lo avessero capito! Ma ero pronto a tutto, anche alla morte, per servire Dio nel mio Maestro.
6E così sapevo tutto… Eh! delle volte vi sarò sembrato pazzo, cattivo, scontroso. Se aveste saputo! Io solo so le mie notti, le cure che dovevo avere per fare del bene senza dare nell’occhio a nessuno! Tutti sospettaste un poco di me. Lo so. Ma non ve ne ho rancore.
Furbizia infernale dell’Iscariota.
7Il mio modo di fare… sì… poteva dar luogo a sospetti. Ma il fine era buono, e io non mi preoccupavo che di quello. Gesù non sa nulla. Ossia credo che Egli pure sospetti di me. Ma saprò tacere senza esigere una sua lode. E tacete anche voi. Un giorno, ai primi tempi che ero con Lui -e tu, Simone Zelote, e tu, Giovanni di Zebedeo, eravate con me- Egli mi rimproverò perché mi ero vantato di avere il senso pratico. Da allora io… non gliel’ho mai fatta risaltare questa qualità, ma l’ho continuata ad usare, per suo bene. Ho fatto come una madre per il suo bambino inesperto. Ella gli leva gli ostacoli dal cammino, gli curva il ramo senza spine e alza quello che può ferire, o con atti avveduti lo porta a fare ciò che deve saper fare e a schivare ciò che è male senza che neppure il figlio se ne avveda. Anzi, il figlio crede di esserci arrivato da sé a camminare senza inciampare, a cogliere il bel fiore per la mamma, a fare questo e quello spontaneamente. Io ho fatto uguale col Maestro. Perché la santità non basta in un mondo di uomini e di satana. Bisogna anche combattere con armi pari, almeno da uomini… e qualche volta… anche un pizzico di furbizia d’inferno non è male mettercela fra le altre armi. É la mia idea. Ma Lui non la vuole sentire… È troppo buono… Bene. Io capisco tutto e tutti, e scuso tutti dei mali pensieri che potete aver avuto su di me. Ora sapete. Ora ci amiamo da buoni compagni, tutto per suo amore e a sua gloria», e accenna a Gesù che passeggia molto più lontano in un viale pieno di sole parlando con Lazzaro, che lo ascolta con un sorriso d’estasi sul viso.
Gli apostoli si allontanano verso la casa di Simone. Gesù si avvicina invece con l’amico. Li ascolto.
Missione d’amore per Lazzaro
Il risorto ha davanti il futuro.
8Dice Lazzaro: «Sì. Lo avevo capito che c’era un grande scopo, e certo di bontà, nel lasciarmi morire. Pensavo che fosse per risparmiarmi la vista della persecuzione che ti fanno. E, Tu sai se dico il vero, ero contento di morire per non vederla. Mi inasprisce. Mi turba. Vedi, Maestro. Io ho perdonato tante cose a quelli che sono i capi del nostro popolo. Ho dovuto perdonare sino agli ultimi giorni… Elchia… Ma la morte e la risurrezione hanno annullato ciò che era prima di esse. A che ricordare le loro ultime azioni per darmi dolore?
9Io ho perdonato tutto a Maria. Ella sembra dubitarne. Anzi, non so perché, da quando sono risorto ha preso con me un atteggiamento così… non so come definirlo. É di una dolcezza e di una sommissione così strana nella mia Maria… Neppure nei primi momenti in cui tornò qui, redenta da Te, era così… Anzi, forse Tu sai e me ne puoi dire qualcosa, perché Maria tutto ti dice… Sai se quelli che sono qui venuti l’hanno forse rimproverata troppo. Io ho sempre cercato di sminuire il ricordo del suo fallo, quando la vedevo assorta nel pensiero del passato, per medicare il suo soffrire. Non se ne sa dare pace. Sembra così… al di sopra di ciò che potrebbe essere avvilimento. A certuni potrà parere anche poco pentita… Ma io comprendo… Io so.
10Tutto fa per espiare. Io credo che faccia grandi penitenze, di ogni specie. Non mi stupirei che sotto le vesti avesse il cilicio e che le sue carni conoscessero il morso dei flagelli… Ma l’amore fraterno che ho io, e che la vuole sorreggere facendo velo fra il passato e il presente, non ce l’hanno gli altri… Sai se, forse, ella fu maltrattata da chi non sa perdonare… ed è così bisognevole di perdono?».
11«Non so, Lazzaro. Maria non me ne ha parlato. Mi ha detto solo di aver molto sofferto sentendo l’insinuazione dei farisei che Io non ero il Messia perché non ti guarivo o non ti risuscitavo».
12«E… non ti ha detto nulla di me? Sai… Avevo tanto male… Ricordo che mia madre nelle ultime ore svelò cose che erano passate inosservate a Marta e a me. Fu come se il fondo della sua anima e del suo passato rigalleggiassero negli ultimi sommovimenti del cuore. Io non vorrei… Ha tanto sofferto il mio cuore per Maria… e ha fatto tanto sforzo per non darle mai la sensazione di ciò che per lei ho sofferto… Non vorrei averla colpita ora che è buona mentre, per amore di fratello prima, per tuo amore poi, non l’ho mai colpita nel tempo infame, quando era un obbrobrio. Che ti ha detto di me, Maestro?».
13«Il suo dolore di avere avuto troppo poco tempo per darti il suo santo amore di sorella e condiscepola. Nella tua perdita ha misurato tutta l’estensione dei tesori di affetto che ella aveva calpestato un tempo… ed ora è felice di poterti dare tutto l’amore che ella vuole darti, per dirti che tu per lei sei il santo, amato fratello».
14«Ah! ecco! Lo avevo intuito! Di questo ne godo. Ma temevo di averla offesa… Da ieri penso, penso… mi sforzo a ricordare… ma non ci riesco…».
15«Ma perché vuoi ricordare? Hai davanti il futuro. Il passato è rimasto nella tomba. Anzi, neppure è rimasto là. É stato bruciato insieme alle funebri bende. Ma se ti deve dar pace, ti dico le ultime parole che tu avesti per le sorelle. Per Maria in specie. Hai detto che per Maria Io sono venuto qui e ci vengo, perché Maria sa amare più di tutti. É vero. Le hai detto che ella ti ha amato più di tutti quelli che ti hanno amato. Anche questo è vero, perché ella ti ha amato rinnovandosi per amore di Dio e tuo. Le hai detto, giustamente, che tutta una vita di delizie non ti avrebbe dato la gioia che hai goduto per merito di lei. E le hai benedette, come un patriarca benediceva le sue più amate creature. Hai benedetto ugualmente Marta, che dicevi tua pace, e Maria, che dicevi tua gioia. Sei in pace, ora?».
«Ora sì, Maestro. Sono in pace».
Cosa avviene alla morte dell’uomo?
16«E allora, poiché la pace dà misericordia, perdona anche ai capi del popolo che mi perseguitano. Poiché questo volevi dire: che tu tutto puoi perdonare, ma non il male che fanno a Me».
«E’ Così, Maestro».
17«No, Lazzaro. Io li perdono. Tu li devi perdonare se vuoi essere simile a Me».
«Oh! Simile a Te! Non posso. Sono un semplice uomo!».
18«L’uomo e rimasto là sotto. L’uomo! Il tuo spirito… Tu sai che cosa avviene alla morte dell’uomo…».
«No, Signore. Non ricordo nulla di ciò che m’avvenne», interrompe veemente Lazzaro.
19Gesù sorride e risponde: «Non parlavo del tuo personale sapere, della tua particolare esperienza. Parlavo di ciò che ogni credente sa che gli avviene quando muore».
«Ah! Il giudizio particolare. So. Credo. L’anima si presenta a Dio, e Dio la giudica».
20«É così. E il giudizio di Dio è giusto e inviolabile. Ed ha un infinito valore. Se l’anima giudicata è colpevole mortalmente, diviene anima dannata[166]. Se essa è lievemente colpevole, è mandata al Purgatorio[167]. Se essa è giusta, va nella pace del Limbo[168] in attesa che Io apra le porte dei Cieli. Dunque, Io ti ho richiamato lo spirito dopo che esso era già giudicato da Dio.
Stati di purificazione.
21Se tu fossi stato un dannato, non ti avrei potuto richiamare alla vita, perché facendolo avrei annullato il giudizio del Padre mio. Per i dannati non ci sono mutazioni più. Sono giudicati in eterno. Dunque tu eri del numero di quelli che dannati non erano. Perciò, o della classe dei beati, o di quella che saranno beati dopo la purificazione.
22Ma rifletti, amico mio. Se la sincera volontà di pentimento che può avere l’uomo essendo ancora uomo, ossia carne e anima, ha valore di purificazione; se un simbolico rito di battesimo nelle acque, voluto per spirito di contrizione, dalle sozzure contratte nel mondo e per la carne, ha per noi ebrei valore di purificazione; che valore avrà il pentimento, più reale e perfetto, molto più perfetto, di un’anima liberata dalla carne, conscia di ciò che è Dio, illuminata sulla gravità dei suoi errori, illuminata sulla vastità della gioia che si è allontanata per ore, per anni, o per secoli: la gioia della pace limbale, che presto sarà la gioia del raggiunto possesso di Dio; che sarà la purificazione duplice, triplice, del pentimento perfetto, dell’amore perfetto, del bagno nell’ardore delle fiamme accese dall’amore di Dio e dall’amore degli spiriti, nel quale e dal quale gli spiriti si spogliano da ogni impurità ed emergono belli come serafini, coronati da ciò che non corona neppure i serafini: il loro martirio terreno e ultraterreno contro i vizi e per l’amore? Che sarà? Dillo, dunque, amico mio».
L’anima ricreata diventa simile a Gesù.
23«Ma… non so… una perfezione. Meglio… una ricreazione».
24«Ecco. Hai detto la giusta parola. L’anima ne viene come ricreata. L’anima diviene simile a quella di un infante. È nuova. Tutto il passato non è più. Il suo passato d’uomo. Quando cadrà la colpa d’origine, l’anima, senza più macchia e ombra di macchie, sarà supercreata e sarà degna del Paradiso. Io ho richiamato la tua anima che già si era ricreata per la volontà al Bene, per l’espiazione della sofferenza e della morte, e per il tuo perfetto pentimento e perfetto amore raggiunti oltre la morte.
25Tu hai dunque l’anima tutt’affatto innocente di un pargolo nato da poche ore. E se sei un fanciullino neonato, perché vuoi indossare su questa fanciullezza spirituale le grevi, pesanti vesti dell’uomo adulto? I fanciulli hanno ali e non catene al loro spirito ilare. Essi mi imitano con facilità, perché non hanno ancora preso nessuna personalità. Si fanno come Io sono, perché sulla loro anima vergine di impronte si può imprimere senza confusione di linee la mia figura e la mia dottrina. Hanno l’anima priva di umani ricordi, di risentimenti, di preconcetti. Non c’è nulla.
26E ci posso essere Io, perfetto, assoluto come sono in Cielo. Tu, che sei come rinato, un nato novellamente, perché nella tua vecchia carne il potere motore è nuovo, senza passato, mondo, senza tracce di ciò che fu, tu che sei tornato per servirmi, solo per questo, devi essere come Io sono, più di tutti. Guardami. Guardami bene. Specchiati in Me, e in te riflettimi. Due specchi che si guardano per riflettere uno nell’altro la figura di ciò che amano. Tu sei uomo e sei bambino. Sei uomo per età, sei bambino per mondezza di cuore. Hai sui bambini il vantaggio di conoscere già il Bene e il Male, e di aver già saputo scegliere il Bene anche prima del battesimo nelle fiamme dell’amore.
La missione di essere perfetto come Dio.
27Ebbene, Io ti dico, a te, uomo dallo spirito mondo dalla purificazione avuta: “Sii perfetto come lo è il Padre nostro dei Cieli e come Io lo sono. Sii perfetto, ossia sii simile a Me, che ti ho amato tanto da andare contro a tutte le leggi della vita e della morte, del Cielo e della Terra, per riavere sulla Terra un servo di Dio e un vero amico mio, e in Cielo un beato, un grande beato”.
28Lo dico a tutti: “Siate perfetti”. Ed essi, i più, non hanno il cuore che tu avevi, degno del miracolo, degno di essere preso per strumento ad una glorificazione di Dio nel suo Figliuolo. Ed essi non hanno il tuo debito d’amore verso Dio… Lo posso dire, lo posso esigere da te. E per prima cosa lo esigo nel non avere rancore per chi ti ha offeso e mi offende. Perdona, perdona, Lazzaro. Sei stato immerso nelle fiamme accese dall’amore. Devi essere “amore” per non conoscere mai più altro che l’amplesso di Dio».
29«E così facendo compirò la missione per la quale Tu mi hai risuscitato?».
«Così facendo la compirai».
30«Basta così, Signore. Non ho bisogno di chiedere e di sapere di più. Servirti era il mio sogno. Se ti ho servito anche nel nulla che può fare il malato e il morto, e se potrò servirti nel molto che può fare il risanato, il mio sogno è compiuto e non chiedo di più. Che Tu sia benedetto, Gesù, Signore e Maestro mio! E con Te benedetto Colui che ti ha mandato».
«Benedetto sempre il Signore Iddio onnipotente».
31Vanno verso la casa, fermandosi ogni tanto ad osservare il risveglio degli alberi, e Gesù alza un braccio e coglie, alto come è, un ciuffettino di fiori da un mandorlo che si scalda al sole contro il muro meridionale della casa. Esce Maria, che li vede e si avvicina a sentire ciò che Gesù dice: «Vedi, Lazzaro? Anche a questi il Signore ha detto: “Venite fuori”. Ed essi hanno ubbidito per servire il Signore».
Il simbolo della vita che si perpetua.
32«Che mistero la germinazione! Pare impossibile che dal tronco duro o dal duro seme possano uscire petali così fragili e steli così teneri e mutarsi in frutta o piante. É sbagliato, Maestro, dire che la linfa o il germe è come l’anima della pianta o del seme?».
33«Non è sbagliato, poiché è la parte vitale. In essi non eterna, creata per ogni specie nel primo giorno che piante e biade furono. Nell’uomo eterna, somigliante al suo Creatore, creata di volta in volta per ogni novello uomo che è concepito. Ma è per essa che la materia vive. É per questo che Io dico che solo per l’anima l’uomo vive. Non soltanto qui vive. Ma oltre. Vive per la sua anima.
34Noi ebrei non facciamo disegni sui sepolcri come li fanno i gentili. Ma, se li facessimo, dovremmo sempre disegnare non la face spenta, la clessidra vuota o altro simbolo di fine, sibbene il seme gettato nel solco che fiorisce in spiga. Perché è la morte della carne che libera l’anima dalla scorza e la fa fruttificare nelle aiuole di Dio.
35Il seme. La scintilla vitale che Dio ha messo nella nostra polvere e che diviene spiga se noi sappiamo con la volontà, e anche col dolore, far fertile la zolla che la serra. Il seme. Il simbolo della vita che si perpetua… Ma Massimino ti chiama…».
36«Vado, Maestro. Saranno venuti degli intendenti. Tutto era fermo in questi ultimi mesi. Ora essi si affrettano a rendermi i conti…».
37«Che tu approvi in anticipo, perché sei un buon padrone».
«E perché essi sono dei buoni servi».
«Il buon padrone fa i buoni servi».
38«Allora certo io diventerò un buon servo, perché ho Te per perfetto Padrone», e se ne va sorridendo, agile, così diverso dal povero Lazzaro che era da anni.
Contemplazione assoluta per Maria.
L’opera del Messia è sempre totale.
Maria resta con Gesù.
39«E tu, Maria, diventerai una buona serva del tuo Signore?».
«Tu lo puoi sapere, Rabboni. Io… io so soltanto di essere stata una grande peccatrice».
40Gesù sorride: «Hai visto Lazzaro? Egli pure era un grande malato, eppure non ti sembra che ora sia ben sano?».
«Così è, Rabboni. Tu lo hai guarito. Ciò che Tu fai è sempre totale. Lazzaro non è mai stato così forte e allegro come da quando è uscito dal sepolcro».
41«Tu lo hai detto, Maria. Ciò che Io faccio è sempre totale. Perciò anche la tua redenzione è totale perché Io l’ho compiuta».
42«E’ vero, mio amato Salvatore, Redentore, Re, Dio. É vero. E se Tu lo vorrai, sarò io pure una buona serva del mio Signore. Io per la mia parte lo voglio, Signore. Non so se Tu lo vuoi».
43«Lo voglio, Maria. Una mia buona serva. Oggi più di ieri. Domani più di oggi. Sino a che Io ti dirò: “Basta, Maria. É l’ora del tuo riposo”».
Il Messia ama chi lo ama.
44«É detto, Signore. Io vorrei che Tu mi chiamassi, allora. Come hai chiamato mio fratello fuor dal sepolcro. Oh! chiamami Tu fuori dalla vita!».
45«No, fuori dalla vita no. Ti chiamerò alla Vita, alla vera Vita. Ti chiamerò fuori dal sepolcro che è la carne e la terra. Ti chiamerò alle nozze della tua anima col tuo Signore».
46«Le mie nozze! Tu ami i vergini, Signore…».
47«Io amo quelli che mi amano, Maria».
48«Tu sei divinamente buono, Rabboni! Per questo non sapevo darmi pace di sentirti dire cattivo perché non venivi. Era come se tutto crollasse. Che fatica dire a me stessa: “No. No! Non devi accettare questa evidenza. Questa che ti pare evidenza è un sogno. La realtà è la potenza, la bontà, la divinità del tuo Signore”. Ah! quanto ho sofferto! Tanto il dolore per la morte di Lazzaro e per le sue parole… Te ne ha detto nulla? Non ricorda? Dimmi il vero…».
49«Non mento mai, Maria. Egli teme di aver parlato e di aver detto ciò che era stato il dolore della sua vita. Ma Io l’ho rassicurato, senza mentire, ed egli ora è tranquillo».
50«Grazie, Signore. Quelle parole… mi hanno fatto bene. Sì. Come fa bene la cura di un medico che mette a nudo le radici di un male e le brucia. Esse hanno finito di distruggere la vecchia Maria. Avevo ancora un troppo alto concetto di me. Ora… misuro il fondo della mia abbiezione e so che devo fare molta strada per risalirlo. Ma la farò, se Tu mi aiuti».
A ognuno la sua natura.
51«Ti aiuterò, Maria. Anche quando me ne sarò andato, ti aiuterò».
52«Come, mio Signore?».
«Aumentando il tuo amore a misura incalcolabile. Per te non c’è altra via che questa».
53«Troppo dolce per quello che ho da espiare! Tutti si salvano con l’amore. Tutti acquistano il Cielo. Ma ciò che è sufficiente per i puri, i giusti, non è sufficiente per la grande colpevole».
54«Non c’è altra via per te, Maria. Perché, quale che sia la via che prenderai, essa sarà sempre amore. Amore se benefichi in mio Nome. Amore se evangelizzi. Amore se ti isoli. Amore se ti martirizzi. Amore se ti farai martirizzare. Tu non sai che amare, Maria. É la tua natura. Le fiamme non possono che ardere. Sia che striscino al suolo bruciando dello strame, sia che salgano come un abbraccio di splendori intorno ad un tronco, ad una casa, o ad un altare per lanciarsi al cielo.
55A ognuno la sua natura. La sapienza dei maestri di spirito sta nel saper sfruttare le tendenze dell’uomo indirizzandole alla via per la quale possono svilupparsi in bene. Anche nelle piante e negli animali è questa legge, e sarebbe stolto voler pretendere che una pianta da frutto desse soltanto fiori, o desse frutti diversi da ciò che la sua natura comporta, o un animale compisse funzioni che sono proprie di un’altra specie.
56Potresti tu pretendere che quell’ape destinata a fare del miele divenisse uccellino che canta fra le fronde delle siepi?
57O che questo rametto di mandorlo che ho fra le mani, insieme a tutto il mandorlo dal quale l’ho colto, in luogo di mandorle colasse dalla scorza resine odorifere?
58L’ape lavora, l’uccello canta, il mandorlo dà frutto, la pianta da resine dà aromi. E tutti servono per il loro ufficio. Così le anime. Tu hai l’ufficio di amare».
La grazia di morire d’amore per il Messia.
59«Allora ardimi, Signore. Te lo chiedo in grazia».
«Non ti basta la forza d’amore che possiedi?».
«É troppo poca, Signore. Poteva servire per amare degli uomini. Non per Te che sei il Signore infinito».
60«Ma, appunto perché sono tale, sarebbe allora necessario un amore senza limiti…».
61«Sì, mio Signore. Questo voglio. Che Tu metta in me un amore senza limiti».
62«Maria, l’Altissimo, che sa cosa è l’amore, ha detto all’uomo: “Mi amerai con tutte le tue forze”. Non esige di più. Perché sa che è già martirio amare con tutte le forze…».
63«Non importa, mio Signore. Dammi un amore infinito per amarti come vai amato, per amarti come non ho amato nessuno».
64«Mi chiedi una sofferenza simile ad un rogo che brucia e consuma, Maria. Brucia e consuma lentamente… Pensaci».
65«É tanto che lo penso, mio Signore. Ma non osavo chiedertelo. Ora so quanto mi ami. Proprio ora lo so in che misura mi ami, e oso chiedertelo. Dammi questo amore infinito, Signore».
66Gesù la guarda. Ella gli è davanti, ancora smagrita dalle veglie e dal dolore, dimessa e semplice nella veste e nell’acconciatura dei capelli, come una fanciulla senza malizie, col viso pallido che si accende dal desiderio, gli occhi supplici eppure già brillanti di amore, già più serafino che donna. E’ veramente la contemplatrice che chiede il martirio della contemplazione assoluta.
67Gesù dice una sola parola, dopo averla ben guardata quasi per misurarne la volontà: «Sì».
68«Ah! Mio signore! Che grazia morire d’amore per Te!» Cade in ginocchio baciando i piedi di Gesù.
I fiori delle nozze spirituali.
69«Alzati, Maria. Tieni questi fiori. Saranno quelli delle tue nozze spirituali. Sii dolce come il frutto del mandorlo, pura come il suo fiore e luminosa come l’olio, che da questi frutti si estrae, quando viene acceso, e profumata come quest’olio quando, saturo di essenze, lo si sparge nei conviti o sulle teste dei re, profumata dalle tue virtù. Allora veramente tu spargerai sul tuo Signore il balsamo che Egli gradirà infinitamente».
Maria prende i fiori, ma non si alza da terra, e anticipa i balsami dell’amore coi suoi baci e le sue lacrime sparse sui piedi del suo Maestro.
Gesù deve fuggire in Samaria.
Giuseppe fa chiamare il Messia.
70Li raggiunge Lazzaro: «Maestro, c’è un fanciullino che ti vuole. Era andato nella casa di Simone a cercarti e ha trovato là soltanto Giovanni, che lo ha condotto qui. Ma non vuole parlare altro che con Te».
«Va bene. Accompagnamelo. Io andrò sotto la pergola dei gelsomini».
71Maria rientra in casa con Lazzaro. Gesù va sotto la pergola. Torna Lazzaro avente per mano quel bambino che ho visto in casa di Giuseppe di Sefori. Gesù lo riconosce subito e lo saluta: «Tu, Marziale? La pace sia con te. Come qui?».
72«Mi mandano a dirti una cosa…», e guarda Lazzaro che capisce e fa per andar via.
«Resta, Lazzaro. Questo è Lazzaro, amico mio. Puoi parlare davanti a lui, fanciullo, perché Io non ho altro amico più fedele di lui».
73Il fanciullo si rassicura. Dice: «Mi manda Giuseppe l’Anziano, perché ora io sto con lui, a dirti di andare subito, subito a Betfage presso la casa di Cleante. Ti deve parlare subito. Ma proprio subito. E ha detto di venire da solo. Perché ti deve parlare con gran segreto».
73«Maestro! Che avviene?», chiede Lazzaro impressionato.
«Non so, Lazzaro. Non ci resta che andare. Vieni con Me».
«Subito, Signore. Possiamo andare col fanciullo».
74«No, signore. Io vado via da solo. Giuseppe me lo ha raccomandato. Ha detto: “Se sai fare da solo e bene, ti amerò come un padre”, e io voglio essere amato come figlio da Giuseppe. Io vado via subito, e corro. Tu vieni dopo. Salve, Signore. Salve, uomo».
75«La pace a te, Marziale».
Il bimbo frulla via come una rondine.
76«Andiamo, Lazzaro. Portami il mantello. Io vado avanti perché, come vedi, il fanciullino non riesce ad aprire il cancello e certo non vuol chiamare nessuno».
Verso Betfage.
77Gesù va svelto al cancello, Lazzaro svelto in casa. Il primo apre le ferree chiusure al fanciullino, che va via veloce. Il secondo porta il mantello a Gesù e, al fianco di Gesù, cammina sulla via verso Betfage.
78«Che mai vorrà Giuseppe? Per mandare con tanto segreto un fanciullo…».
«Un fanciullo sfugge a chi può sorvegliare», risponde Gesù.
«Tu credi che… sospetti che… Ti senti in pericolo, Signore?».
«Ne sono certo, amico».
79«Come? Anche ora? Ma prova più grande non potevi averla data!…».
«L’odio cresce sotto il pungolo delle realtà».
«Oh! Per mia causa, allora! Io ti ho nuociuto!… La mia pena è senza pari!», dice Lazzaro veramente addolorato.
80«Non per causa tua. Non darti pene senza motivo. Tu sei stato il mezzo, ma la causa è stata la necessità, comprendi, la necessità di dare al mondo la prova della mia natura divina. Se non eri tu, un altro sarebbe stato, perché Io dovevo provare al mondo che, da Dio quale sono, posso tutto ciò che voglio. E rendere in vita uno morto da giorni e già corrotto non può essere opera che di Dio».
81«Ah! Tu mi vuoi consolare. Ma per me la gioia, tutta la mia gioia è dileguata… Io soffro, Signore».
Gesù fa un gesto come dire: «Mah!», e tacciono poi entrambi.
Vanno lesti. La distanza è breve fra Betania e Betfage, e presto vi giungono.
Il Messia messo al bando dal sinedrio(Gv 11,57)[169].
82Giuseppe passeggia avanti e indietro per la via all’inizio del paese. Ha le spalle voltate quando Gesù e Lazzaro sbucano da un viottolo nascosto da una siepe. Lazzaro lo chiama.
«Oh! La pace a voi. Vieni, Maestro. Ti ho atteso qui per vederti subito, ma andiamo nell’uliveto. Non voglio che ci vedano…».
Li conduce dietro le case in un folto d’ulivi, che con le loro fronde folte e scapigliate che velano le pendici è un comodo rifugio per parlare senza essere notati.
83«Maestro. Ho mandato il fanciullo, che è sveglio e ubbidiente e mi ama molto, perché dovevo parlarti e non dovevo essere visto. Ho fatto il Cedron per venire qui…
84Maestro, Tu devi andartene, subito, di qui. Il Sinedrio ha decretato la tua cattura e domani nelle sinagoghe sarà letto il bando. Chiunque sa dove Tu sei, ha il dovere di denunciarlo.
85Non occorre che ti dica, o Lazzaro, che la tua casa sarà la prima ad essere sorvegliata. Io sono uscito a sesta dal Tempio e ho subito fatto; perché, mentre essi parlavano, avevo già fatto il mio piano. Sono andato a casa, ho preso il fanciullo. Sono uscito a cavallo dalla porta di Erode come per lasciare la città. Poi ho traversato il Cedron e l’ho seguito. Ho lasciato l’asino al Getsemani, ho mandato di corsa il fanciullo, che già sapeva la via per essere venuto con me a Betania. Va’ via subito, Maestro. In luogo sicuro. Sai dove andare? Hai dove andare?».
86«Ma non basta che si allontani di qui? Dalla Giudea al massimo?».
«Non basta, Lazzaro. Essi sono furenti. Bisogna che vada dove essi non vanno…».
87«Ma vanno da per tutto, loro! Non vorrai già che il Maestro lasci la Palestina!…», dice Lazzaro agitato.
«Mah! Che ti devo dire?! Il Sinedrio lo vuole…».
88«Per causa mia, non è vero? Dillo!
«Uhm! Sssì! Per causa tua… ossia per causa che tutti si convertono a Lui, e loro… non vogliono questo».
89«Ma è un delitto! É un sacrilegio… É… Gesù, pallido ma calmo, alza la mano imponendo silenzio e dice: «Taci, Lazzaro. Ognuno fa il suo lavoro. Tutto è scritto. Io ti ringrazio, Giuseppe, e ti assicuro che me ne vado. Va’, va’, Giuseppe. Che non notino la tua assenza… Dio ti benedica. Da Lazzaro ti farò sapere dove sono. Va’. Benedico te, Nicodemo e tutti i giusti di cuore».
Lo bacia e si separano, tornando Gesù con Lazzaro, per l’uliveto, verso Betania, mentre Giuseppe va verso la città.
Il piano dell’amico Lazzaro.
90«Che farai, Maestro?», chiede angosciato Lazzaro.
91«Non so. A giorni vengono le discepole con mia Madre. Avrei voluto attenderle…»
«Per questo… io le accoglierei in tuo nome e te le potrei condurre. Ma Tu intanto dove vai? In casa di Salomon non mi pare… E neppure in case di discepoli noti. Domani!… Devi andare via subito!».
92«Io avrei il posto. Ma vorrei attendere mia Madre. La sua angoscia avrebbe inizio troppo presto se non mi trovasse…».
93«Dove andresti, Maestro?».
«A Efraim».
«In Samaria?».
«In Samaria. I samaritani sono meno samaritani di molti altri e mi amano. Efraim è di confine…».
94«Oh! e per fare dispetto ai giudei ti faranno onore e difesa. Ma… attendi! Tua Madre non può che venire per la via di Samaria o per quella del Giordano. Andrò io coi servi da una e Massimino con altri servi dall’altra, e l’uno o l’altro la troverà. Non torneremo che con loro. Tu sai che nessuno della casa di Lazzaro può tradire. Tu andrai intanto a Efraim. Subito. Ah! era destino che non potessi godere di Te! Ma verrò. Per i monti di Adomin. Sono sano ora. Posso fare ciò che voglio. Anzi! Sì. Farò credere che per la via di Samaria vado a Tolemaide per prendere naviglio per Antiochia. Tutti sanno che là ho terre… Le sorelle resteranno a Betania… Tu… Sì. Ora farò preparare due carri e andrete a Gerico con essi. Poi, all’alba di domani, riprenderete a piedi il cammino. Oh! Maestro! Mio Maestro! Salvati! Salvati!». Dopo l’eccitazione del primo momento, Lazzaro cade in tristezza e piange.
Partenza affrettata.
95Gesù sospira, ma non dice nulla. Che deve dire?… Eccoli alla casa di Simone. Si separano. Gesù entra nella casa. Gli apostoli, già stupiti che il Maestro sia andato senza dir nulla, si stringono a Lui che dice: «Prendete le vesti. Fate le sacche. Dobbiamo subito partire di qui. Fate presto. E raggiungetemi in casa di Lazzaro».
96«Anche le vesti bagnate? Non possiamo riprenderle tornando?», chiede Tommaso.
«Non torneremo. Prendete tutto».
97Gli apostoli se ne vanno parlandosi con gli sguardi. Gesù va a prendere le sue cose nella casa di Lazzaro e saluta le sorelle costernate…
98I carri sono presto pronti. Carri pesanti, coperti, tirati da robusti cavalli. Gesù si accomiata da Lazzaro, da Massimino, dai servi che sono accorsi.
99Montano sui carri che attendono ad una uscita posteriore. I conducenti frustano le bestie, e il viaggio ha inizio per la stessa via per la quale Gesù è venuto a risuscitare Lazzaro solo pochi giorni avanti.
40. Ad Efraim, il giorno dell’arrivo della Madre con Lazzaro[170].
L’arrivo della Madre.
Una folla osannante.
69«I carri! I carri! E tutti i nazareni che non si sono dati vinti e hanno seguito Lazzaro… e quei di Cana…», risponde Giovanni correndo via con gli altri. Aperta la porta, uno spettacolo tumultuoso si presenta alla vista. Oltre a Maria, seduta presso al Figlio e alle discepole, oltre a Lazzaro, oltre a Giovanna, sul suo carro insieme a Maria e Mattia, Ester e altre serventi e il fido Gionata, vi è una folla di gente: visi noti, visi ignoti. Di Nazareth, di Cana, Tiberiade, di Naim, di Endor. E samaritani di tutti i paesi toccati nel viaggio e di altri vicini. E si precipitano avanti ai carri, ostruendo il passaggio a chi vuole uscire e a chi vuole entrare.
70«Ma che vogliono costoro? Perché sono venuti? Come hanno saputo?».
«Eh! quelli di Nazareth erano all’erta, e venuto Lazzaro, la sera, per partire al mattino, nella notte sono corsi alle città vicine, e così quei di Cana, perché Lazzaro era passato a prendere Susanna e ad incontrarsi con Giovanna. E lo hanno seguito e preceduto. Per vedere Gesù e per vedere Lazzaro. E quelli della Samaria pure hanno saputo e si sono uniti. Ed eccoli tutti!…», spiega Giovanni.
71«Di’! Tu che avevi paura che il Maestro non avesse corteo, ti pare sufficiente questo?», dice Filippo all’Iscariota.
«Sono venuti per Lazzaro…».
«Visto che l’ebbero, avrebbero potuto andare. Ma invece sono rimasti sin qui. Segno che c’è anche chi viene per il Maestro».
72«Bene. Non facciamo parole inutili. Cerchiamo piuttosto di far largo per farli entrare. Forza, ragazzi! Per rimettersi in esercizio! É tanto che non si lavora di gomiti per far largo al Maestro!», e Pietro si dà per il primo ad aprire il solco fra la folla osannante, curiosa, devota, pettegola, a seconda dei casi. E fattolo, aiutato dagli altri e da molti discepoli che sparsi fra la folla cercano di riunirsi agli apostoli, mantiene vuoto uno spazio perché le donne possano rifugiarsi in casa, e così Gesù e Lazzaro, e poi chiude la porta ritirandosi per ultimo e spranga con catenacci e sbarre, e manda altri a chiudere dalla parte dell’orto.
Finalmente con la Mamma.
73«Oh! finalmente! La pace sia con te, Maria benedetta! Finalmente ti rivedo! Ora tutto è bello perché tu sei con noi!», saluta Pietro curvandosi fino a terra davanti a Maria. Una Maria dal volto mesto, pallido e stanco, un volto già di Addolorata.
«Sì, ora tutto è meno doloroso perché sono qui vicino a Lui».
«Te lo avevo assicurato che non dicevo che il vero!», dice Lazzaro.
«Hai ragione… Ma il sole si è oscurato per me e cessata è ogni pace quando ho saputo che mio Figlio era qui… Ho capito… Oh!». Altre lacrime scendono sulle gote pallide.
«Non piangere, Mamma mia! Non piangere! Ero qui fra questa buona gente, presso un’altra Maria che è una madre…».
Gesù la guida verso una stanza che si apre sull’orto quieto. Tutti li seguono.
Paziente umiltà di Lazzaro.
74Lazzaro si scusa: «Ho ben dovuto dire, perché Ella conosceva la strada e non capiva perché pigliassi quella. Lo credeva con me, a Betania… E a Sichem anche un uomo gridò: “Anche noi ad Efraim, dal Maestro”. Non mi fu più possibile alcuna scusa… Speravo anche distanziare quella gente, partendo a notte, per vie strane. Ma sì! Erano di guardia in ogni luogo, e mentre un nucleo mi seguiva l’altro andava all’intorno ad avvisare».
75Maria di Giacobbe porta latte, miele, burro e pane fresco, e li offre a Maria per prima, e sogguarda Lazzaro da sotto in su, metà curiosa, metà spaurita, e la sua mano ha una scossa quando, nel dare il latte a Lazzaro, gli sfiora la mano, e la sua bocca non trattiene un «oh!» quando lo vede mangiare la sua focaccia come tutti.
76Lazzaro ride per il primo dicendo, affabile, signorile e sicuro come tutti gli uomini di grande nascita: «Sì, donna. Mangio proprio come te, e mi piace il tuo pane e il tuo latte. E certo mi piacerà il tuo letto, perché sento la stanchezza come sento la fame». Si volge a tutti dicendo: «Molti sono che mi toccano con una scusa per sentire se sono carne e ossa, se ho calore e respiro. É una lieve noia. E finita la mia missione mi rinchiuderò in Betania. Vicino a Te, Maestro, creerei distrazioni troppe. Ho brillato, ho testimoniato della tua potenza fino in Siria. Ora mi eclisso. Tu solo devi splendere nel cielo del miracolo, nel cielo di Dio e al cospetto degli uomini».
Ordine del Signore.
80«Giovanni e Simone di Giona, e tu Lazzaro con Simone Zelote, venite con Me. Voi tutti state qui dove siete, sinché ho congedato la gente, separando da essa i discepoli», ordina Gesù ed esce coi quattro chiudendo la porta.
Traversa il corridoio, la cucina, esce nell’orto seguito da Pietro che brontola e dagli altri. Ma prima di mettere piede sulla terrazza si ferma sulla scaletta, si volge posando una mano sulla spalla di Pietro che alza il volto scontento.
81«Ascoltami bene, Simon Pietro, e cessa di accusare e rimproverare Porfirea. Ella è innocente. Ella ubbidisce a un ordine mio. Sono Io che le ho comandato, avanti ai Tabernacoli, di non far venire Marziam in Giudea…»
«Ma la Pasqua, Signore!».
82«Sono il Signore. Tu lo dici. E come Signore posso ordinare qualunque cosa, perché ogni mio ordine è giusto. Perciò non ti turbare con gli scrupoli. Ti ricordi ciò che è detto nei Numeri? “Se alcuno della vostra nazione è immondo per un morto o è in viaggio lontano, faccia la Pasqua del Signore nel quattordicesimo giorno del secondo mese, verso sera”».
«Ma Marziam non è immondo, almeno spero che Porfirea non voglia proprio morire ora; e non è in viaggio…», obbietta Pietro.
83«Non importa. Io voglio così. Ci sono cose che rendono più immondi di un morto. Marziam… Non voglio che si contamini. Lasciami fare, Pietro. Io so. Sii capace di ubbidire come lo è tua moglie e Marziam stesso. Faremo con lui la seconda Pasqua, al quattordicesimo del secondo mese. E saremo così felici, allora. Te lo prometto».
Pietro fa una mossa come per dire: «Rassegnamoci», ma non obbietta nulla.
84Lo Zelote osserva: «Molto è che tu non continui il tuo conto di quanti non saranno a Pasqua in città!».
«Non ho più voglia di contare. Tutto ciò mi dà un che addosso… Un gelo… Gli altri possono sapere?».
«No. Vi ho presi apposta in disparte»
Pietro vuole la protezione di Pilato.
85«Allora… ho anche io da dire qualcosa in disparte a Lazzaro».
«Dilla. Se posso ti risponderò», dice Lazzaro.
«Oh! anche se non rispondi a me, non importa. Mi basta che tu vada da Pilato -l’idea è del tuo amico Simone- e che tu, così, fra una parola e l’altra, gli cavi fuori ciò che egli pensa di fare per Gesù, in bene o in male… Sai… con arte… Perché se ne dicono tante!…»
«Lo farò. Subito che arrivo a Gerusalemme. Passerò da Betel e Rama invece che da Gerico per andare a Betania, e sosterò nel palazzo di Sion, e andrò da Pilato. Sta’ tranquillo, Pietro. Ché sarò esperto e sincero».
Il piccolo Cesare detto Pilato.
86«E perderai del tempo per niente, amico. Perché Pilato -tu lo sai come uomo, Io lo so come Dio- non è che una canna che piega dalla parte opposta all’uragano, tentando di sfuggire ad esso. Non è mai insincero. Perché sempre è convinto di voler fare, e fa, ciò che dice in quel momento. Ma il momento dopo, per un urlo di bufera che viene da un’altra parte, dimentica -oh! non è che manchi alle sue promesse e volontà- dimentica, questo solo, tutto ciò che voleva prima. Lo dimentica perché l’urlo di una volontà più forte della sua lo smemora, gli soffia via tutti i pensieri che un altro urlo vi aveva messi, e vi mette dentro i nuovi.
87E poi, su tutte le bufere che con mille voci, da quella della moglie che lo minaccia di separarsi se non fa ciò che ella vuole -e separato che sia da lei, addio ogni sua forza, ogni sua protezione presso il “divo” Cesare, come essi dicono, pur essendo convinti che questo Cesare è più abbietto di loro… Ma essi sanno vedere l’Idea nell’uomo, anzi l’Idea annulla l’uomo che la rappresenta, e l’Idea non si può dire che sia immonda: ogni cittadino ama, è giusto che ami la Patria, che voglia il suo trionfo… Cesare è la Patria… ed ecco… che anche un miserabile è… un grande per quello che rappresenta… Ma non volevo parlare di Cesare, ma di Pilato!-
88Dicevo, dunque, che su tutte le voci, da quella della moglie a quella delle folle, c’è la voce, ah! che voce!, del suo io. Dell’io piccolo del piccolo uomo, dell’io avido dell’avido uomo, dell’io orgoglioso dell’orgoglioso uomo; questa piccolezza, quest’avidità, quest’orgoglio vogliono regnare per essere grandi, vogliono regnare per essere pieni di denaro, vogliono regnare per poter dominare su un mucchio di sudditi curvi in ossequio. L’odio cova sotto, ma non lo vede il piccolo Cesare detto Pilato, il nostro piccolo Cesare…
89Egli vede solo le schiene curve che fingono un ossequio e un tremore davanti a lui, o li sentono realmente l’uno e l’altro. E per questa voce procellosa dell’io egli è disposto a tutto. Dico: a tutto. Pur di continuare ad essere Ponzio Pilato, il Proconsole, il servo di Cesare, il dominatore di una delle tante regioni dell’Impero.
90E per tutto questo, se anche ora è mio difensore, domani sarà mio giudice, e inesorabile. Sempre incerto è il pensiero dell’uomo. Incertissimo, poi, quando quell’uomo si chiama Ponzio Pilato. Ma tu, Lazzaro, accontenta pure Pietro… Se ciò lo deve consolare…».
«Consolare no, ma… tenermi più calmo, sì…».
«E allora accontenta il nostro buon Pietro e va’ da Pilato».
91«Andrò, Maestro. Ma Tu hai dipinto il Proconsole come nessun storico o filosofo avrebbe potuto fare. É perfetto!».
«Potrei ugualmente dipingere ogni uomo nella sua vera effigie: il suo carattere. Ma andiamo da questi che tumultuano».
Raccomandazioni a Lazzaro.
L’amico del Messia.
102Offerto pane e latte, che gli efraimiti con buon pensiero pensano di offrire, anche i discepoli partono ed è infine pace… Ma mentre si prepara l’agnello, Gesù ha ancora da fare. Va vicino a Lazzaro e gli dice: «Vieni con Me lungo il torrente».
Lazzaro ubbidisce con la sua usuale prontezza.
103Si dilungano dalla casa un duecento metri. Lazzaro tace attendendo che Gesù parli. E Gesù parla: «Ti volevo dire questo. Mia Madre è molto abbattuta. Tu lo vedi. Manda qui le tue sorelle. Io realmente mi spingerò verso Sichem con tutti gli apostoli e le discepole. Ma le manderò poi avanti, a Betania, mentre Io mi fermerò a Gerico qualche tempo. Posso ancora osare di tenere meco delle donne qui in Samaria. Ma non altrove…».
104«Maestro! Temi proprio… Oh! se così è, perché mi hai risuscitato?».
«Per avere un amico».
«Oh!!! Se è per questo, allora, eccomi. Ogni dolore, se ti posso confortare della mia amicizia, mi è nulla».
L’amico perfetto
105«Lo so. Per questo ti uso e ti userò come il più perfetto amico».
«Devo realmente andare da Pilato?».
«Se lo credi. Ma per Pietro. Non per Me».
«Maestro, io ti farò sapere… Quando lasci questo luogo?».
106«Fra otto giorni. Vi è appena tempo per andare dove voglio ed essere poi da te prima della Pasqua. Ritemprarmi in Betania, l’oasi di pace, prima di tuffarmi nel tumulto di Gerusalemme».
107«Lo sai, Maestro, che il Sinedrio è ben deciso a creare le accuse, posto che non ci sono, per costringerti a fuggire per sempre? Questo lo so dal sinedrista Giovanni, che ho incontrato per caso a Tolemaide, felice del nuovo figlio che gli sta per nascere. Mi ha detto: “Ne ho dolore che così deciso sia il Sinedrio. Perché avrei voluto il Maestro presente alla circoncisione del figlio mio, che spero maschio. Deve nascere ai primi di tamuz[171]. Ma sarà ancora fra noi il Maestro per quel tempo? E io vorrei… Perché il piccolo Emanuele, e quel nome ti dica come penso, lo avesse a benedirlo al suo primo atto nel mondo. Perché mio figlio, lui beato, non avrà da lottare per credere, così come noi dovemmo. Crescerà nel tempo messianico e gli sarà facile accettare l’idea”. Giovanni c’è arrivato a credere che Tu sei il Promesso».
108«E quest’uno su molti mi ripaga di ciò che gli altri non fanno. Lazzaro, salutiamoci qui, in pace. E grazie di tutto, amico mio. Tu lo sei un vero amico. Con dieci tuoi pari sarebbe ancor stato dolce vivere fra tanto odio…».
Notizie su Sintica la discepola attiva e saggia.
109«Ora hai tua Madre, mio Signore. Ella vale dieci e cento Lazzari. Ma ricorda sempre che qualunque sia cosa che ti può abbisognare, sol che io possa, te la procurerò. Ordinami e io sarò tuo servo, in ogni cosa. Non sarò sapiente, né santo, come altri che ti amano, ma un altro più fedele di me, se escludi Giovanni, non lo potrai trovare. Non credo di essere superbo dicendo questo. E ora che abbiamo parlato di Te, ti dirò di Sintica. L’ho vista. É attiva e saggia come solo una greca, che ha potuto divenire tua seguace, può essere. Essa soffre di essere lontana. Ma dice che gode di preparare la tua via. Spera vederti prima di morire».
«Mi vedrà certamente. Non deludo le speranze dei giusti».
110«Ha una piccola scuola, molto frequentata da fanciulle di ogni luogo. Ma la sera ha con sé qualche povera fanciullina di razza mista, e di nessuna religione perciò. E le istruisce su Te. Le ho detto: “Perché non ti fai proselite? Ti aiuterebbe molto”. Mi ha risposto: “Perché non voglio dedicare me stessa a quelli di Israele, ma agli altari vuoti che attendono un Dio. Li preparo a riceverlo il mio Signore. Poi, a suo Regno stabilito, andrò nella mia Patria, e sotto il cielo dell’Ellade consumerò la vita a preparare i cuori ai maestri. Questo io sogno. Ma se morirò prima, per malattia o persecuzione, me ne andrò ugualmente felice, perché segno sarà che ho compiuto il mio lavoro e che Egli chiama a Sé la sua serva che lo ha amato dal primo incontro”».
111«E’ vero. Sintica mi ha realmente amato dal primo incontro».
«Io le volevo tacere come sei angustiato. Ma Antiochia risuona come una conchiglia di tutte le voci del vasto impero di Roma, e perciò anche di quanto qui avviene. E Sintica non ignora le tue pene. E ancor più le duole di essere lontana. Voleva darmi del denaro, che non volli, dicendole di usarlo per le sue bambine.
112Ma ho preso un copricapo da lei tessuto con bisso di due grandezze. Lo ha tua Madre. Sintica ha voluto, col filo, scrivere la tua e la sua storia e quella di Giovanni di Endor. E sai come? Tessendo tutt’intorno al quadrato una bordura in cui è raffigurato un agnello che difende da un branco di iene due colombe, delle quali una ha le ali spezzate e l’altra ha spezzata la catena che la teneva legata. E la storia procede, alternandosi, sino al volo verso l’alto della colomba dalle ali spezzate e la volontaria prigionia dell’altra ai piedi dell’agnello. Sembra una di quelle storie che col marmo fanno gli scultori greci sui festoni dei templi e sulle stele dei loro morti, o anche i pittori dipingono sui vasi. Voleva mandartelo dai miei servi. L’ho preso io».
113«Lo porterò perché viene da una buona discepola. Andiamo verso la casa. Quando conti di partire?»
«Domani all’aurora. Per far riposare i cavalli. Poi non sosterò sino a Gerusalemme e andrò da Pilato. Se potrò parlargli ti manderò le sue risposte da Maria».
Rientrano in casa lentamente, parlando di cose minori.
41. A Betania nella casa di Lazzaro[172].
Nella casa di Lazzaro.
Le prime mandorle.
1Devono avere sostato a metà della via fra Gerico e Betania perché, quando arrivano alle prime case di Betania, l’ultima rugiada evapora sulle foglie e gli steli dei prati, e il sole sale ancora la volta del cielo.
2Gli agricoltori della zona gettano i loro arnesi e accorrono intorno a Gesù, che passa benedicendo uomini e piante, come gli agricoltori chiedono con insistenza. E delle donne e dei fanciulli accorrono con le prime mandorle, ancor avvolte nella lieve felpa verde-argento del mallo, e con gli ultimi fiori delle piante da frutto più tardive al fiorire. Osservo però che qui, nella zona di Gerusalemme, forse per l’altitudine, forse per i venti che vengono dalle cime più alte della Giudea, o non so per quale altra ragione, forse anche per diversità di piante, molti sono gli alberi da frutto che ancor fioriscono in gradazioni bianco rosate, sospese come nuvole leggere sul verde dei prati. Palpitano sotto agli alti tronchi le foglie tenere delle viti, come grandi farfalle di un prezioso smeraldo, tenute legate da un filo ai ruvidi tralci.
Verso la casa di accoglienza (Gv 12,1)[173].
3Mentre Gesù sosta alla fonte, che è dove la campagna si tramuta già in cittadina, e riceve là gli omaggi di quasi tutta Betania, accorrono Lazzaro con le sorelle e si prostrano davanti al loro Signore. Benché sia poco più di due giorni che Maria ha lasciato il suo Maestro, sembra siano secoli che non lo vede, tanto non si stanca di baciargli i piedi polverosi nei sandali.
4«Vieni, Signor mio. La casa ti attende per aver gioia dalla tua presenza», dice Lazzaro mettendosi a lato di Gesù mentre procedono lentamente, per quanto lo consentono la gente che si affolla intorno ed i bambini che si attaccano alle vesti di Gesù e gli camminano davanti, rivolti verso di Lui a capo alzato, di modo che incespicano e fanno incespicare, tanto che Gesù per il primo, e poi Lazzaro e gli apostoli, prendono in braccio i più piccini per poter andare più svelti.
Maria Ss. con le discepole del Messia.
5Al luogo dove una stradella conduce alla casa di Simone Zelote, sono Maria con la cognata, Salome e Susanna. Gesù si ferma per salutare la Madre e poi prosegue sino al grande cancello spalancato, dove sono Massimino, Sara, Marcella e, dietro loro, tutti i numerosi servi della casa, cominciando da quelli di casa per finire ai servi contadini. Tutti in ordine, tutti lieti, irrequieti nella loro gioia, che prorompe in un osanna e in un agitare di copricapi e veli e in un gettar di fiori e fronde di mirto e d’alloro e di rose e gelsomini, che splendono al sole con le loro pompose corolle o si spargono come candide stelle sul bruno del terreno. Un odor di fiori sfogliati e di foglie aromatiche calpestate si alza dal suolo che il sole scalda. Gesù passa su quel tappeto di fragranze.
6Maria di Magdala, che lo segue guardando il suolo, si china, passo per passo, e sembra una spigolatrice che segua colui che lega i covoni, a raccogliere fronde e corolle e anche petali sfogliati, che sono stati premuti dal piede di Gesù. Massimino, per poter chiudere il cancello e dare pace agli ospiti, ordina che siano dati ai bambini dei dolci già preparati. Pratico modo di distrarre i fanciulli dal Signore e di poterli mandare via senza suscitare dei cori di pianti. E i servi eseguiscono portando fuori, nella via, cesti colmi di piccole focacce, sulle quali riposa una mandorla bianco-bruna.
Incarichi di fiducia.
Ai fratelli di Giovanna.
7E mentre i piccoli si affollano là, altri servi respingono gli adulti, fra i quali è ancora Zaccheo e i quattro dell’episodio di Gerico, ossia Gioele, Giuda, Eliel e Elcana, con altri che non so chi siano, perché, anche a protezione della polvere, che un vento piuttosto vibrato solleva dalla via, e del sole già forte, stanno tutti velati.
8Ma Gesù, già molto avanti, si volge e dice: «Attendete! Devo dire qualcosa a qualcuno». E si dirige ai fratelli di Giovanna e li prende in disparte dicendo: «Vi prego di andare da Giovanna e di dirle che venga a Me con quante donne sono con lei e con Annalia, la discepola di Ofel. Venga. Domani. Perché al tramonto di domani inizia il sabato ed Io voglio farlo con gli amici di Betania. In pace».
«Lo diremo, Signore. E Giovanna verrà».
A Gioele.
9Gesù li congeda e passa a Gioele: «Dirai a Giuseppe e Nicodemo che sono venuto e che il dì dopo il sabato entrerò in città».
«Oh! Bada, Signore!», dice con affanno lo scriba che è buono.
«Va’. E sii forte. Non deve tremare uno che segue la giustizia e crede nella mia verità. Ma gioire deve, perché è venuto il compimento della Promessa antica».
«Ah! io fuggirò da Gerusalemme, Signore. Io sono un uomo di debole costituzione, lo vedi, e lo sai, e di questo sono schernito. Non potrei veder dei… delle…».
«Il tuo angelo ti guiderà. Va’ in pace».
«Ti… Ti vedrò ancora, Signore?».
«Certo che mi vedrai ancora. Ma, sinché non mi rivedrai, pensa che il tuo amore mi ha dato tanta gioia nelle ore del dolore».
Gioele gli prende la mano, che Gesù gli aveva posato sulla spalla, e se la preme sulle labbra; attraverso il velo sottile del copricapo baci e lacrime scendono sulla mano di Gesù.
A Zaccheo.
10Poi si allontana, e Gesù va da Zaccheo: «Dove sono i tuoi?».
«Sono rimasti alla fonte, Signore. Io ho detto a loro di rimanere là».
«Raggiungili e vai con essi a Betfage, dove sono i miei discepoli più antichi e fedeli. Di’ a Isacco, loro capo, che si spargano per la città ad avvisare tutti i gruppi dei discepoli che la mattina dopo il sabato, verso l’ora di terza, Io, passando da Betfage, entrerò in Gerusalemme salendo solennemente al Tempio. Dirai a Isacco che è avviso per i soli discepoli. Egli comprenderà ciò che voglio dire».
«Lo comprendo io pure, Maestro. Tu vuoi sorprendere i giudei perché non possano fare ostacolo alla tua entrata».
«Così. Eseguisci. Ricorda che è incarico di fiducia quello che ti do. Mi servo di te e non di Lazzaro».
«E questo mi dice come la tua bontà per me è senza misura. Io ti ringrazio, Signore». Bacia la mano al Maestro e se ne va.
A Giuseppe detto Barnaba.
11Gesù fa per ritornare presso i suoi ospiti. Ma dal cancello dove gli ultimi stanno uscendo, sospinti fuori dai servi, un giovane si stacca e corre a gettarsi ai piedi di Gesù gridando: «Una benedizione, Maestro! Mi riconosci?», dice alzando il volto libero da ogni velo.
12«Sì. Sei Giuseppe detto Barnaba, il discepolo di Gamaliele che mi venne incontro presso Giscala».
«E che ti vengo dietro da molti giorni. Ero a Silo, venendo da Giscala, dove ero andato col rabbi in questi tempi che Tu eri assente e dove ero rimasto studiando i rotoli sino alla luna di nisam[174]. Ero a Silo quando Tu parlasti e ti sono venuto dietro a Lebona e a Sichem, e ti ho atteso a Gerico perché avevo saputo che Tu…». Si arresta all’improvviso, come accorgendosi di dire ciò che doveva tacere.
13Gesù ha un sorriso mite e dice: «La verità sgorga impetuosa dalle labbra veritiere e molte volte supera le dighe che la prudenza mette davanti alle bocche. Ma Io finirò il tuo pensiero… “perché avevi saputo da Giuda di Keriot, rimasto a Sichem, che Io andavo a Gerico per riunirmi ai discepoli e dar loro i miei ordini”. E tu sei andato là ad attendermi senza preoccuparti di essere visto, di perdere tempo e di mancare al fianco del tuo maestro Gamaliele».
«Egli non mi rimprovererà quando saprà che ho tardato per seguirti. Gli porterò in dono le tue parole…».
14«Oh! Rabbi Gamaliele non ha bisogno di parole. É il rabbi sapiente di Israele!».
«Sì. Nessun altro rabbi può insegnargli nulla di ciò che è antico, nulla, perché tutto egli sa dell’antico. Ma Tu sì. Perché Tu hai parole nuove, piene della fresca vita di ciò che è nuovo. É come una linfa di primavera la tua parola. É rabbi Gamaliele che dice questo, aggiungendo che le sapienze ormai coperte dalla polvere dei secoli, e perciò disseccate e opache, tornano vive e luminose quando la tua parola le spiega. Oh! io gli porterò le tue parole!».
«E il mio saluto. Digli che apra il suo cuore, il suo intelletto, la sua vista, il suo udito; e la sua più che due volte decenne domanda avrà risposta. Va’. Dio sia con te».
Il giovane si curva di nuovo a baciare i piedi al Maestro e se ne va.
Nella sola intimità degli amici.
L’amico Lazzaro.
15I servi possono chiudere definitivamente il cancello, e Gesù può riunirsi ai suoi amici.
«Mi sono permesso di invitare qui, per domani, le discepole», dice Gesù mettendosi al fianco di Lazzaro sulle cui spalle posa il braccio.
«Hai fatto bene, Signore. La mia casa è la tua, lo sai. Tua Madre ha preferito abitare nella casa di Simone. Ed io ho rispettato il suo desiderio. Ma spero che Tu starai sotto il mio tetto».
«Sì. Per quanto… è tuo tetto anche l’altra casa. Una delle prime tue generosità per Me e per i miei amici. Quante me ne hai usate, amico mio!».
16«E spero potertene ancora usare per molto tempo. Per quanto questa parola sia errata, Maestro sapiente. Io non uso generosità a Te. Io le ricevo da Te. Sono io il debitore. E se davanti ai tesori che Tu mi hai dato io depongo un picciolo per Te, che è mai il mio misero dono rispetto ai tuoi tesori? “Date e vi sarà dato”, Tu hai detto. “Misura scossa e premuta vi sarà versata in seno, e voi avrete il centuplo di quanto avete dato”, Tu dici. Io ho avuto il centuplo del centuplo sin da quando ancor nulla ti avevo dato. Oh! ricordo il nostro primo incontro! Tu, Signore e Dio che sono indegni di accostare i serafini, sei venuto a me, solo e afflitto… chiuso qui, nelle mie tristezze, all’uomo che era Lazzaro, sfuggito da tutti, se eccettuo Giuseppe e Nicodemo e il mio fedele amico Simone, che dalla sua tomba di vivo non cessava di amarmi… Non hai voluto che io avessi turbata la gioia di vederti dagli spruzzi corrosivi dello sprezzo del mondo… Il nostro primo incontro! Potrei dirti tutte le tue parole di allora… Che ti avevo dato, allora, se mai ti avevo visto, per avere da Te, subito, il cento di cento?».
17«Le tue orazioni all’Altissimo nostro Padre. Nostro, Lazzaro. Mio. Tuo. Mio come Verbo e come Uomo. Tuo come uomo. Quando tu pregavi con tanta fede, non mi davi già tutto te stesso? Tu dunque vedi che Io ti ho dato il centuplo, come è giusto, di ciò che tu mi davi».
18«La tua bontà è infinita, Maestro e Signore. Tu dai premio in anticipo, e con divina generosità, a coloro che il tuo pensiero conosce per tuoi servi prima ancora che essi sappiano di esser tali».
19«I miei amici, non servi. Perché in verità coloro che fanno la volontà del Padre mio e seguono la Verità che Egli ha mandato sono miei amici, non già miei servi. Più ancora, sono fratelli miei[175], essendo che Io faccio per primo la volontà del Padre. Chi dunque fa ciò che Io faccio è mio amico, perché solo l’amico fa spontaneamente ciò che fa il suo amico».
Nella sola intimità dei discepoli (Mc 14,3)[176].
20«Così sia sempre fra Te e me, Signore. Quando vai in città?».
«La mattina dopo il sabato».
«Io pure verrò».
«No. Tu non verrai con Me. Ti dirò. Ho altre cose da chiederti…»
«Ai tuoi ordini, Maestro. Anche io ho da parlarti…».
«Parleremo».
«Preferisci che il sabato lo si faccia fra noi, o posso invitare i comuni amici?».
21«Ti pregherei di no. Ho vivo desiderio di passare queste ore nell’amicizia prudente e pacifica di voi soli. Senza costrizioni di pensiero o di forme. Nella dolce libertà di chi è fra amici tanto cari da sentirsi fra essi come fosse nella sua casa».
«Come vuoi, Signore. Anzi… Io desideravo questo. Ma mi pareva egoismo verso i miei amici. Tutti inferiori in amicizia a Te, Amico solo, ma sempre cari. Ma se così Tu vuoi… Forse sei stanco, Signore. O pensieroso…». Lazzaro interroga più con lo sguardo che con le parole il suo Amico e Maestro, che non gli risponde altro che con la luce dei suoi occhi un poco mesti, un poco assorti, e col parco sorriso della bocca.
Sono rimasti soli presso la vasca che canta col suo zampillo… Gli altri, tutti, sono entrati in casa e si sentono voci e rumore di stoviglie…
Maria di Magdala due o tre volte sporge la sua testa bionda fuor dalla porta velata da una tenda pesante, che ondeggia lievemente al vento che cresce mentre il cielo si copre di nubi scapigliate, sempre più cupe.
Puerilità degli eterni bambini.
22Lazzaro alza il capo a scrutare il cielo. «Forse avremo temporale», dice. E aggiunge: «Servirà ad aprire le gemme ribelli che stentano molto quest’anno… Forse sono stati i rigori tardivi che hanno ritardato i germogli. Anche i miei mandorli hanno sofferto, e molto frutto si è perso. Mi diceva Giuseppe che un suo orto fuor della Giudiziaria sembra affatto sterile quest’anno. Gli alberi vi trattengono le gemme, come per un sortilegio gettato su esse. Tanto che è incerto se lasciarle o venderle come legna. Nulla. Non un fiore. Come erano a tebet[177], così ora. Capolini di gemme duri, serrati, che non gonfiano mai. Vero è che il vento di settentrione picchia forte in quel luogo, e molto se ne ebbe nell’inverno. Anche il mio orto oltre il Cedron fu danneggiato nei suoi frutti. Ma è così strano il fenomeno dell’orto di Giuseppe che molti vanno a vedere quel luogo che non vuole ridestarsi a primavera».
23Gesù sorride… «Sorridi? Perché?».
«Per la puerilità di quegli eterni bambini che sono gli uomini. Tutto ciò che ha apparenza di strano li affascina… Ma il frutteto fiorirà. Al giusto tempo».
24«É già passato il giusto tempo, Signore. Quando mai a luna di nisam più e più alberi, raccolti in un luogo, non mostrano di aver fiorito? Quando deve attendere a farlo quel luogo perché sia giusto il momento?».
«Quando sarà da dare gloria a Dio col loro fiorire».
25«Ah! ho capito! Tu andrai là, a benedire quel luogo, per amor di Giuseppe, ed esso fiorirà dando nuova gloria a Dio e al suo Messia con un nuovo miracolo! É così! Tu vai là. Se vedo Giuseppe glielo posso dire?».
«Se credi doverlo dire… Sì. Io andrò là…».
«In che giorno, Signore? Vorrei esserci io pure».
26 «Anche tu sei un eterno bambino?». Gesù sorride più vivamente, crollando il capo con bonomia davanti alla curiosità dell’amico che esclama: «Oh! sono lieto di averti rallegrato, Signore. Rivedo il tuo viso luminoso di un sorriso che da tempo non vedevo più! Allora… vengo?».
27«No, Lazzaro. Per Parasceve tu mi sarai necessario qui».
«Oh! ma per Parasceve solo della Pasqua ci si occupa! Tu… Maestro, perché vuoi far cosa che ti sarà rimproverata? Va’ in altro giorno là dentro…».
28«Sarò costretto ad andare proprio in Parasceve là dentro. Ma non sarò solo Io a fare cose che non sono preparazione alla Pasqua antica. Anche i più rigorosi d’Israele, un Elchia, un Doras, Simone, Sadoc, Ismaele e perfino Caifa ed Anna faranno cose del tutto nuove…».
29«Impazza dunque Israele?!».
«Lo hai detto».
30«Ma Tu… Oh! ecco che piove. Entriamo in casa, Maestro… Io… sono pensieroso… Non mi spiegherai…».
«Sì. Prima di lasciarti ti dirò… Ecco tua sorella che teme l’acqua per noi e accorre con un panno pesante… Oh! Marta! Sempre previdente e attiva tu. Ma non è molta la pioggia».
Le sorelle cristiane.
31«La mia sorella cara! Anzi, le mie sorelle. Ora sono tutte e due come due tenere fanciulle ignare di ogni malizia, Maria come questa. E quando venne Maria da Gerico, ieri l’altro, proprio una fanciulla pareva, con le trecce giù per la persona, avendo venduto le sue forcine per i sandali di un fanciullo ed essendo insufficienti le sottili forcine di ferro a sorreggere la sua capigliatura. Rise, dicendomi nello scendere dal carro: “Fratello mio, ho conosciuto cosa è dover vendere per comperare e come sono difficili al povero anche le cose più semplici, come tenere a posto i capelli con forcine di venti a una didramma. Me lo ricorderò per essere ancor più misericordiosa ai miseri in avvenire”. Come l’hai cambiata, Signore!».
32Quella di cui stanno parlando, mentre mettono piede nella casa, è già lì pronta con anfore e catini per servire il suo Signore. Non cede a nessuno l’onore di servirlo, e non è paga sinché non ha dato tutti i ristori alle membra e alle viscere del suo Maestro, e lo vede andare con sandali freschi verso la stanza che gli è destinata e dove lo attende sua Madre con una fresca veste di lino, ancor fragrante di sole…
42. Vigilia del sabato avanti l’entrata in Gerusalemme. Commiato alle discepole. L’infelice nipote di Nahum[178].
Professione di fede delle discepole.
Sorelle in un’unica fede in Cristo.
1La bella sala -una di quelle adibite ai banchetti, bianca nelle pareti e nei soffitti, bianca nelle tende pesanti, nelle tappezzerie che coprono i sedili, nelle lastre di mica o alabastro che fungono da vetri alle finestre e da lumiere- è piena del cicaleccio delle donne. Una quindicina di donne che parlano fra loro non è cosa da poco. Ma appena Gesù appare sulla soglia, spostando la tenda pesante, si fa un silenzio assoluto, mentre tutte si alzano e si inchinano col massimo rispetto.
2«La pace a voi tutte», dice Gesù con un dolce sorriso… Della appena cessata bufera di dolore nessuna traccia è sul suo volto, che è sereno, luminoso, pacifico come nulla di penoso fosse accaduto o stesse per accadere con piena conoscenza da parte di Lui.
3«La pace a Te, Maestro. Siamo venute. Tu hai mandato a dire: “con quante donne sono con Giovanna”, e io ti ho ubbidito. Era da me Elisa. Con me la tengo in questi giorni. E da me era costei che si dice tua seguace. Era venuta a cercare di Te, perché non si ignora che io sono la tua felice discepola. E anche Valeria è con me, nella mia casa da quando sono nel mio palazzo. Con Valeria era Plautina, venuta a visitarla. Con loro era questa. Valeria ti dirà di lei. Più tardi è venuta Annalia, avvisata del tuo desiderio, e questa giovinetta, sua parente, credo. Ci combinammo per venire, né trascurammo Niche. É così bello sentirsi sorelle in un’unica fede in Te… Sperare che anche quelle che ancora sono ad un amor naturale per il Maestro salgano più oltre, come ha fatto Valeria», dice Giovanna sogguardando Plautina che… è rimasta all’amor naturale…
4«I diamanti si formano con lentezza, Giovanna. Occorrono secoli di fuoco sepolto… Non occorre aver fretta, mai… E non sconfortarsi mai, Giovanna…».
«E quando un diamante torna… cenere?».
«Segno è che ancor non era diamante perfetto. Ci vuole ancora pazienza e fuoco. Ricominciare da capo, sperando nel Signore. Ciò che sembra un fallimento la prima volta, sovente si muta in trionfo la seconda[179]».
La donna forte.
5«O la terza, o la quarta e anche più. Io sono stata un fallimento molte volte, ma infine Tu hai trionfato, Rabboni!», dice Maria di Magdala con la sua voce d’organo dal fondo della sala.
«Maria è contenta ogni volta che può avvilirsi ricordando il passato…», sospira Marta che lo vorrebbe cancellato dal ricordo di ogni cuore.
«In verità, sorella, che è così! Sono contenta di ricordare il passato. Ma non per avvilirmi come tu dici. Per salire ancora, spinta dal ricordo del male commesso e dalla riconoscenza per Colui che mi ha salvata. E anche perché chi tituba per se stesso, o per qualche essere a lui caro, possa rincuorarsi e giungere a quella fede che il mio Maestro dice che sarebbe atta a far muovere le montagne».
«E tu la possiedi. Te beata! Tu non conosci il timore…», sospira Giovanna, così mite e timida, e pare ancor più tale se la si confronta alla Maddalena.
«Non lo conosco. Non è mai stato nella mia natura umana. Ora, da quando sono del mio Salvatore, non lo conosco più neppure nella mia natura spirituale. Tutto ha servito per aumentare la mia fede. Può forse una, che è risorta come io e che vide risorgere il fratello suo, dubitare più di nulla? No. Nessuna cosa mi farà più dubitare».
La donna credente.
6«Sinché Dio è con te, ossia teco è il Rabbi… Ma Egli dice che presto ci lascerà. Che sarà allora la nostra fede? Ossia la vostra fede, perché io ancora non sono penetrata al di là dei confini umani…», dice Plautina.
«La sua presenza materiale o la sua materiale assenza non lederà la mia fede. Non temerò. Non è superbia la mia. É conoscenza di me. Se le minacce del Sinedrio si dovessero avverare… ecco, io non temerò…».
«Ma che non temerai? Che il Giusto sia giusto? Questo temere anche io non lo avrò. Lo crediamo di molti saggi dei quali gustiamo la sapienza, direi dei quali ci nutriamo con la vita del loro pensiero, dopo che da secoli sono scomparsi. Ma se tu…», insiste Plautina.
«Io non temerò neppur per la sua morte. La Vita non può morire. É risorto Lazzaro che era un misero uomo…».
«Non per sé è risorto. Ma perché il Maestro gli ha evocato lo spirito dall’oltre tomba. Opera che solo il Maestro può fare. Ma chi evocherà lo spirito del Maestro, se il Maestro sarà ucciso?».
«Chi? Egli. Ossia Dio. Dio da Se stesso si è fatto, Dio da Se stesso si può risuscitare».
«Dio… sì… nella vostra fede Dio da Sé si è fatto. É già arduo ammetterlo per noi, che sappiamo gli dèi venire l’un dall’altro, per divini amori».
«Per sconci, irreali amori, devi dire», la interrompe irruenta Maria di Magdala.
«Come vuoi…», concilia Plautina e sta per finire la frase, ma Maria di Magdala ancora la precede e dice: «”Ma l’Uomo”, vuoi dire, “non può da sé risuscitarsi”. Ma Egli, come da Sé si è fatto Uomo, perché nulla è impossibile al Santo dei santi, così Egli da Sé darà a Sé comando di risorgere. Tu non puoi capire. Tu non conosci le figure della nostra storia d’Israele. Egli e i suoi prodigi sono in quelle[180]. E ogni cosa si compirà così come è detto. Io credo in anticipo, Signore.
Professione di fede.
7Tutto credo. Che Tu sei il Figlio di Dio e il Figlio della Vergine, che Tu sei l’Agnello di salute, che Tu sei il Messia santissimo, che Tu il Liberatore e Re universale, che il tuo Regno non avrà fine e confine, e infine che la morte non prevarrà su Te, perché la vita e la morte Dio le ha create e gli sono soggette come tutte le cose.
Io credo. E se grande sarà il dolore di vedere Te sconosciuto e vilipeso, più grande sarà la mia fede nel tuo Essere eterno.
Io credo. In tutto quanto è detto di Te, credo. In tutto quanto Tu dici, credo. Ho saputo credere anche per Lazzaro, unica che sapessi ubbidire e credere, unica che sapessi reagire a quegli uomini e a quelle cose che mi volevano persuadere a non credere. Solo al limite, presso la fine della prova, ho avuto uno smarrimento… Ma essa durava da tanto… e non pensavo più che neppur Tu, Maestro benedetto, potessi accostarti al golal dopo tanti giorni dalla morte… Ora… non dubiterei più neppure se, in luogo di giorni, un sepolcro dovesse essere riaperto per restituire la sua preda dopo mesi che essa è nel suo ventre. Oh! mio Signore! Io so chi Tu sei! Il fango ha conosciuto la Stella!».
Maria gli si è accosciata ai piedi, sul suolo marmoreo, non più veemente, ma mite, adorante nell’espressione del volto alzato verso Gesù.
«Chi sono?».
«Colui che è. Questo sei. L’altra cosa, la persona umana, è la veste, la necessaria veste messa sul tuo splendore e sulla tua santità, perché Essa potesse venire fra noi e salvarci. Ma Tu sei Dio, il mio Dio». E si getta giù, a baciare i piedi di Cristo, e sembra non possa staccare le labbra dalle dita sporgenti dalla lunga veste di lino.
«Alzati, Maria. Tieni sempre forte a questa tua fede. E alzala come una stella nelle ore della burrasca, perché i cuori vi si affissino e sappiano sperare, quello almeno…».
Lezione alle discepole.
Fior di Israele e del nuovo regno.
8Poi si volge a tutte e dice: «Vi ho chiamate perché nei giorni futuri poco potremo vederci e con pace. Il mondo ci sarà intorno. E i segreti dei cuori hanno un pudore più grande di quello dei corpi. Non sono il Maestro, oggi. Sono l’Amico. Non tutte fra voi avete speranze o timori da dirmi. Ma a tutte piaceva vedermi con pace ancora una volta.
9Ed Io vi ho chiamate, voi, fior di Israele e del nuovo Regno, e voi, fior dei gentili che lasciano il luogo delle ombre per entrare nella Vita. Tenete questo nel cuore, per i giorni futuri: che il vostro onore al perseguitato Re d’Israele, all’Innocente accusato, al Maestro non ascoltato, tempera il mio dolore.
Le une soccorrano le altre.
10Io vi chiedo di stare molto unite, voi di Israele, voi che siete venute in Israele, voi che venite verso Israele. Le une soccorrano le altre. Le più forti di spirito soccorrano le più deboli. Le più sapienti quelle che poco sanno o non sanno affatto e solo hanno desiderio di saggezze nuove, di modo che il loro desiderio umano, per la cura delle sorelle più progredite, evolva in desiderio soprannaturale di Verità.
Siate pietose le une alle altre.
11Siate pietose le une alle altre. Quelle che secoli di legge divina hanno formate in giustizia compatiscano a quelle che il gentilesimo fa… diverse. Non si muta l’abito morale dall’oggi al domani altro che in casi eccezionali, nei quali interviene una potenza divina ad operare il mutamento per secondare una volontà molto buona. Non fatevi stupore se in quelle che vengono da altre religioni vedete arresti nel progredire e talora anche ritorni sulle vecchie vie. Abbiate presente lo stesso Israele nel suo comportamento verso di Me, e non pretendete dalle gentili la arrendevolezza e la virtù che Israele non ha saputo, non ha voluto avere verso il Maestro.
Sentitevi sorelle le une alle altre.
12Sentitevi sorelle le une alle altre. Sorelle che il destino ha riunite intorno a Me, in questo ultimo tempo della mia vita mortale… Non piangete! E che vi ha riunite prendendovi da luoghi diversi. Perciò con idiomi e costumi diversi, che rendono un poco difficile il comprendersi umanamente. Ma, in verità, l’amore ha un unico linguaggio, ed è questo: fare ciò che l’amato insegna e farlo per dargli onore e gioia. Ecco che in questo potete comprendervi tutte, e quelle che più capiscono aiutino le altre a capire.
La vera Patria è il Cielo.
13Poi… in futuro, in un futuro più o meno lontano, in circostanze diverse, tornerete a dividervi per le regioni della Terra, parte tornando alle regioni natie e parte andando in un esilio che non peserà, perché quelle che lo subiranno saranno già giunte a quella perfezione di verità, che farà loro comprendere che non è l’esser condotte qui o là che costituisce esilio dalla Patria vera. Perché la vera Patria è il Cielo.
14Perché chi è nella verità è in Dio e ha Dio in sé. É dunque già nel Regno di Dio, e il Regno di Dio non conosce frontiere, né esce da quel Regno chi da Gerusalemme verrà, per un esempio, portato in Iberia, o in Pannonia, o in Gallia, o in Illiria. Sempre sarete nel Regno se resterete sempre in Gesù, o se in Gesù verrete.
La missione cristiana.
15Io sono venuto a radunare tutte le pecore. Quelle del gregge paterno, quelle di altri, e anche quelle senza pastore, selvatiche, selvagge più ancor di selvatiche, sprofondate in tenebre così oscure da non permettere loro di vedere neppure un iota, non di legge divina ma anche di legge morale.
16Genti sconosciute che attendono di divenire note all’ora che Dio destina per questo e che poi entreranno a far parte del gregge di Cristo. Quando? Oh! anni o secoli sono pari rispetto all’Eterno[181]! Ma voi sarete le anticipatrici di quelle che andranno, coi Pastori futuri, a raccogliere nell’amore cristiano pecore e agnelli selvaggi per condurli nei pascoli divini. E vostro primo campo di prova siano questi luoghi.
Allegoria del rondinino.
17Il rondinino che leva l’ala per il volo non si getta subito alla grande avventura. Tenta il primo volo dalla gronda alla vite che ombreggia la terrazza. Poi torna al nido e nuovamente si lancia alla terrazza oltre la sua, e ritorna. E poi di nuovo più lontano… sinché sente farsi forte il nervo dell’ala e sicuro il suo orientamento, e allora giuoca coi venti e gli spazi e va e viene garrendo, inseguendo gli insetti, sfiorando le acque, risalendo verso il sole, sinché all’epoca giusta apre sicuro le ali al lungo volo per le zone più calde e ricche di nuovo cibo, né teme di valicare i mari, esso tanto piccolo, un punto di acciaio brunito sperso fra le due immensità azzurre del mare e del cielo, un punto che va, senza paura, mentre prima temeva il breve voletto dalla gronda al tralcio fronzuto, un corpo nervoso, perfetto, che fende l’aria come una freccia e non si sa se sia l’aria che lo trasporta con amore, questo piccolo re dell’aria, o se sia esso, il piccolo re dell’aria, che con amore solchi i suoi domini.
Dio aiuta le buone volontà.
18Chi pensa, vedendo il suo volo sicuro che sfrutta venti e densità d’atmosfera per andar più veloce, al suo primo, goffo, starnazzante volo, pieno di paura?
19Così sarà di voi. Così di voi sia. Di voi e di tutte le anime che vi imiteranno. Non si diviene capaci d’improvviso. Non sconforti per le prime sconfitte. Non superbie per le prime vittorie. Le prime sconfitte servono a far meglio un’altra volta. Le prime vittorie servono ad esser sprone a far ancor meglio in futuro e a persuadersi che Dio aiuta le buone volontà.
Siate sempre soggette ai Pastori
20Siate sempre soggette ai Pastori in quel che è ubbidienza ai loro consigli e ordini. Siate sempre a loro sorelle in quello che è aiuto nella missione e sostegno alle loro fatiche. Dite questo anche a quelle che oggi non sono qui presenti. Ditelo a quelle che verranno in futuro.
Siate come figlie per mia Madre.
21E ora e sempre siate come figlie per mia Madre. Ella vi guiderà in ogni cosa. Può guidare le fanciulle come le vedove, le mogli come le madri, avendo Ella conosciuto tutte le conseguenze di tutti gli stati per esperienza propria, oltre che per sapienza soprannaturale. Amatevi e amatemi in Maria. Non fallirete mai, perché Ella è l’Albero della Vita[182], la vivente Arca di Dio[183], la Forma di Dio[184] in cui la Sapienza si fece una Sede e la Grazia si fece Carne.
Il Messia desidera ascoltare le sue discepole.
22Ed ora che ho parlato in generale, ora che vi ho vedute, desidero ascoltare le mie discepole e quelle che sono le speranze delle discepole future. Andate. Io resto qui. Quelle fra voi che hanno da parlarmi vengano. Perché non avremo mai più un momento di intima pace simile a questo».
23Le donne si consultano fra loro. Elisa esce insieme a Maria e Maria Cleofe. Maria di Lazzaro ascolta Plautina che la vuole persuadere a qualche cosa, ma pare che Maria non voglia, perché ha recisi cenni di diniego col capo e poi se ne va lasciando in asso la sua interlocutrice, e nel passare prende con sé sua sorella e Susanna dicendo: «Noi avremo tempo di parlargli. Lasciamo queste, che devono tornare via, qui con Lui».
«Vieni, Sara. Noi verremo per ultime», dice Annalia.
L’udienza alle discepole.
Maria Salome: un posto per tutta la famiglia.
24Escono lentamente tutte, meno Maria Salome che sta incerta sulla porta.
«Vieni qui, Maria. Chiudi e vieni qui. Che temi?», le dice Gesù.
«É che io… io sono sempre con Te. Hai sentito Maria di Lazzaro?».
«Ho sentito. Ma vieni qui. Tu sei madre dei miei primi apostoli. Che vuoi dirmi?».
La donna si avvicina con la lentezza di chi deve chiedere una grande cosa e non sa se poterlo fare. Gesù l’incoraggia con un sorriso e con le parole: «Che? Vuoi forse chiedermi un terzo posto per Zebedeo? Ma egli è saggio. Certo non ti ha mandata a dire questo! Parla, dunque…».
«Ah! Signore! Proprio di quel posto io ti volevo parlare. Tu… parli in un modo… Come fossi per lasciarci. E io vorrei che prima Tu mi dicessi che mi hai proprio perdonata. Io non ho pace pensando che ti ho disgustato».
«Ci pensi ancora? Non ti pare che Io ti ami come prima e più di prima?».
«Oh! questo sì, Signore. Ma dimmela proprio la parola di perdono. Perché io possa dire al mio sposo quanto Tu sei stato buono con me».
«Ma non c’è bisogno che tu racconti una colpa perdonata, donna!».
«Sì che la racconterò! Perché, vedi?, Zebedeo, vedendo come Tu ami i suoi figli, potrebbe cadere nello stesso mio peccato e… se Tu ci lasci, chi lo assolverebbe più? Io vorrei che tutti noi si entrasse nel tuo Regno. Anche il mio uomo. Né credo di essere fuori della giustizia volendo questo. Io sono una povera donna e non so di libri. Ma quando tua Madre ci legge, o ci dice brani della Scrittura, a noi donne, parla sovente delle donne elette di Israele e dei punti che parlano di noi. E nei Proverbi, che mi piacciono tanto, è detto che nella donna forte confida il cuore del suo sposo[185]. Io penso che è giusto che questa fiducia la donna la dia al proprio uomo, anche per ciò che è commercio celeste. Se io compero per lui un posto sicuro nel Cielo, impedendogli di peccare, io penso di fare cosa buona».
«Sì, Salome. Veramente tu hai aperto ora la bocca alla sapienza e hai legge di bontà sulla tua lingua[186]. Va’ in pace. Hai più che il mio perdono. I tuoi figli, secondo il libro che tanto ti piace, ti proclameranno felice, e ti darà lode tuo marito nella Patria dei giusti[187]. Va’ tranquilla. Va’ in pace. Sii felice». La benedice e congeda.
Salome se ne va tutta lieta.
Anna di Meron: raccomanda i figli.
25Entra la vecchia Anna della casa presso il Meron, e ha per mano due maschietti e dietro una fanciullina timida e pallidina che cammina a capo basso, già mammina nell’atto di guidare un bambinello che appena sa camminare bene.
«Oh! Anna! Anche tu mi vuoi dunque parlare? E tuo marito?».
«Malato, Signore. Malato. Molto malato. Forse non lo ritroverò vivo…». Delle lacrime scendono fra le rughe del volto senile.
«E tu sei qui?».
«Qui sono. Egli ha detto: “Io non posso. Va’ tu per la Pasqua e vedi che i nostri figli…”» Il pianto cresce. Impedisce le parole.
«Perché piangi così, donna? Tuo marito ha detto bene: “Vedi che i nostri figli non siano contro il Cristo per la loro eterna pace”. Giuda è un giusto. Più che della sua vita e del conforto che essa avrebbe dalle tue cure, si preoccupa del bene dei suoi figli. I veli si alzano, nelle ore che precedono la morte dei giusti, e gli occhi dello spirito vedono la Verità. Ma i tuoi figli non ti ascoltano, donna. E Io che posso fare se essi mi respingono?».
«Non li odiare, Signore!».
«E perché dovrei farlo? Pregherò per loro. E a questi, che sono innocenti, imporrò le mani per tenere lungi da loro l’odio che uccide. Venite a Me. Tu chi sei?».
«Giuda, come il padre di mio padre», dice il maschietto più grande, e il più piccino per mano alla sorella saltella e strilla: «Io, io Giuda!».
«Sì. Hanno onorato il padre nel nome da mettere ai figli. Ma non in altre cose…», dice la vecchia.
«Le sue virtù risorgeranno in questi. Vieni tu pure, fanciulla. Sii buona e saggia come quella che qui ti ha condotta».
«Oh! Maria lo è! Per non essere sola la condurrò con me in Galilea».
Gesù benedice i bambini, sostando con la mano sulla testa della fanciullina che è buona. Poi chiede: «E per te non chiedi nulla, Anna?».
«Di ritrovare vivo il mio Giuda e di avere la forza di mentire dicendo che i suoi figli…».
«No. Mentire no. Mai. Neppure per far morire in pace un morente. Dirai questo a Giuda: “Ha detto il Maestro che ti benedice, e con te benedice il tuo sangue”. É suo sangue anche questa fanciullezza innocente, ed Io l’ho benedetta».
«Ma se chiede se i figli nostri…».
«Dirai: “Il Maestro ha pregato per loro”. Giuda riposerà nella certezza che la mia preghiera è potente, e sarà detto il vero senza sconfortare chi muore. Perché Io pregherò anche per i tuoi figli. Va’ tu pure in pace, Anna. Quando lasci la città?».
«Il giorno dopo il sabato, per non essere fermata per via dal sabato».
«Va bene. Ho gioia che tu sia qui dopo il sabato. Resta molto unita a Elisa e Niche. Va’. E sii forte e fedele».
La donna è già quasi alla porta quando Gesù la richiama: «Ascolta. I tuoi piccoli figli stanno molto con te, non è vero?».
«Sempre, mentre io sono in città».
«In questi giorni… lasciali nella casa, se tu ne esci per seguirmi».
«Perché, Signore? Temi persecuzione?».
«Sì. Ed è bene che l’innocenza non veda e non senta…».
«Ma… cosa pensi che avvenga?».
«Va’, Anna. Va’».
«Signore, se… se ti avessero a fare quello che si dice, certo i miei figli… e allora la casa sarà peggio della strada…».
«Non piangere. Dio provvederà. La pace a te».
La vecchia se ne va in lacrime.
Giovanna e Valeria
Per un poco nessuno entra; poi, insieme, entrano Giovanna e Valeria. Sono affannate. Specie Giovanna. L’altra è pallida e sospira, ma con più fortezza.
«Maestro, Anna ci ha spaventate. Tu le hai detto… Oh! ma non è vero! Cusa sarà incerto, sarà… calcolatore. Ma menzognero non è! Egli mi assicura che Erode non ha voglia alcuna di nuocerti… Io non so di Ponzio…», e guarda Valeria che tace. Riprende: «Speravo capire qualcosa da Plautina, ma non ho capito molto…».
«Nulla, devi dire, fuorché che ella non ha proseguito di un passo dal limite dove era. A me pure non ha parlato. Ma, se bene ho capito, l’indifferenza romana, che è sempre tanto forte quando un fatto non può aver ripercussioni sulla Patria o sul proprio io, ha ottuso forte quelle che parevano così disposte a scuotersi un tempo. Più ancora che l’essermi accostata alla sinagoga ci separa, come un crepaccio separa due zolle prima unite, questa indifferenza, quest’ozio del loro spirito, così… diverso ormai dal mio. Ma esse sono felici. A loro modo sono felici… E la felicità umana non è un aiuto a tener desto il pensiero».
Valeria: il coraggio di essere cristiana.
26«E a svegliare lo spirito, Valeria», dice Gesù.
«Così, Maestro. Io… è un’altra cosa… Hai visto quella donna che era con noi? É una della mia famiglia. Vedova e sola, mi viene mandata dai parenti per persuadermi a tornare in Italia. Oh! molte promesse di gioie future! Sono gioie che io non apprezzo più e che perciò non mi sembrano più tali, e le calpesto. Non andrò in Italia. Qui ho Te e ho la mia bambina, che Tu mi hai salvata e che Tu mi hai insegnato ad amare per la sua anima. Non lascerò questi luoghi… Marcella… L’ho portata con me perché ti vedesse e comprendesse che non resto qui per un disonorevole amore verso un ebreo -per noi è disonorevole-ma perché in Te ho trovato il conforto in questo mio dolore di moglie ripudiata. Marcella non è cattiva. Ha sofferto. Capisce. Ma è però ancora incapace di capire la mia nuova religione. E un poco mi rampogna, parendole la mia una chimera… Non importa. Se vorrà, verrà dove io sono ormai. Se no, resterò qui con Tusnilde. Sono libera. Sono ricca. Posso fare ciò che voglio. E, non facendo del male, farò ciò che voglio».
«E quando il Maestro non ci sarà più?».
«Resteranno i suoi discepoli. Plautina, Lidia, la stessa Claudia che, dopo me, è quella che più ti segue nella dottrina e più ti onora, non hanno ancora capito che io non sono più la donna che esse conoscevano e credono conoscere ancora. Ma io sono sicura di conoscermi ormai. Tanto che dico che, se molto perderò perdendo il Maestro, non perderò tutto, perché la fede resterà. E io resterò dove essa è nata. Non voglio portare Fausta dove nulla parla di Te. Qui… Tutto parla di Te, e certo Tu non ci lascerai senza guida, noi che abbiamo voluto seguirti. Perché devo essere io, la gentile, ad avere questi pensieri, mentre molte di voi, tu stessa, siete come smarrite pensando al giorno in cui il Maestro non sarà fra noi?».
Giovanna: l’eredità del Messia.
27 «Perché esse si sono abituate a secoli di staticità, Valeria. È loro pensiero che l’Altissimo sia là, nella sua Casa, sopra l’altare invisibile che solo il Sommo Sacerdote vede in occasioni solenni[188]. Questo le ha aiutate a venire a Me. Potevano finalmente avvicinarsi anche esse al Signore. Ma ora tremano di non aver più né l’Altissimo sulla sua gloria né il Verbo del Padre fra loro. Bisogna compatire… E alzare lo spirito, Giovanna. Io sarò in voi[189]. Ricordalo. Io me ne andrò. Ma non vi lascerò orfani. Vi lascerò una casa mia: la mia Chiesa. La mia parola: la Buona Novella. Il mio amore abiterà nei vostri cuori. E infine vi lascerò un dono più grande, che vi nutrirà di Me e farà, non solo spiritualmente, che Io sia fra voi e in voi. Lo farò per darvi conforto e forza. Ma ora… Anna è molto afflitta per i bambini…».
Il Messia le discepole le vuole unite.
28«Ce ne ha parlato, con angoscia…».
«Sì. Le ho detto di tenerli lontano dalla gente. Dico lo stesso a te, Giovanna, e a te, Valeria».
«Manderò Fausta con Tusnilde a Bétèr prima del tempo fissato. Dovevano andarvi dopo la Festa».
«Io no. Non mi separo dai fanciulli. Li terrò nella casa. Ma dirò ad Anna di lasciare andar là i suoi. Quella donna ha dei tristi figli, ma essi saranno onorati del mio invito e non contraddiranno la madre. E io…».
«lo vorrei…».
«Che, Maestro?».
«Che steste tutte molto unite in questi giorni. Terrò con Me la sorella di mia Madre, Salome e Susanna e le sorelle di Lazzaro. Ma voi vi vorrei unite, molto unite».
«Ma non potremo venire dove Tu sei?».
«Io sarò come un lampo che splende rapido e scompare, in questi giorni. Salirò al Tempio nella mattina e poi lascerò la città. Fuor che al Tempio, ogni mattina non potreste incontrarmi».
«L’anno passato fosti da me…».
«Quest’anno non sarò in nessuna casa. Sarò un lampo che scorre…».
«Ma la Pasqua…».
«Desidero consumarla con i miei apostoli, Giovanna. Se così vuole il tuo Maestro, certo lo vuole per giusta ragione».
«É vero… Sarò dunque sola… Perché i miei fratelli mi hanno detto di voler essere liberi in questi giorni, e Cusa…»
«Maestro, io mi ritiro. Piove forte. Vado dai bambini che sento raccolti sotto il portico», dice Valeria e si ritira prudentemente.
Il posto di Giovanna: la famiglia.
29«Anche nel tuo cuore piove forte, Giovanna».
«E’ vero, Maestro. Cusa è così… strano. Io non lo capisco più. Una contraddizione continua. Forse ha degli amici che premono sul suo pensiero… o ha avuto qualche minaccia… o teme per il suo domani».
«Non è il solo. Anzi, posso dire che sono pochi e solitari sparsi qua e là quelli che, come Me, non temono del domani, e sempre più pochi saranno. Sii molto dolce e paziente con lui. Egli non è che un uomo…».
«Ma ha avuto tanto da Dio, da Te, che dovrebbe…».
«Che dovrebbe! Sì. Ma chi non ha avuto da Me in Israele? Ho beneficato amici e nemici, ho perdonato, guarito, consolato, istruito… Tu vedi, e più vedrai, come solo Dio è immutabile, come sono diverse le reazioni degli uomini, e come sovente colui che più ha avuto è colui che più è pronto a percuotere il suo benefattore. Veramente si potrà dire che colui che ha mangiato con Me il mio pane ha alzato contro Me il suo piede».
«Io non lo farò, Maestro».
«Tu no. Ma molti sì».
«Il mio sposo è forse fra questi? Se così fosse, io non tornerei alla mia casa questa sera».
«No. Non è fra questi, in questa sera. Ma, anche lo fosse, il tuo posto è là. Perché, se egli pecca, tu non devi peccare. Se egli vacilla, tu lo devi sorreggere. Se egli ti calpesta, tu devi perdonare».
«Oh! calpestare, no! Egli mi ama. Ma io lo vorrei più sicuro. Egli può tanto su Erode. Io vorrei che egli strappasse al Tetrarca una promessa per Te. Così come Claudia tenta strapparla a Pilato. Ma Cusa mi ha saputo solo riportare delle frasi vaghe di Erode… e assicurarmi che Erode non ha che il desiderio di vederti compiere qualche prodigio e non ti perseguiterà… Spera con ciò di far tacere i suoi rimorsi per Giovanni. Cusa dice: “Il mio re dice sempre: ‘Me lo comandasse il Cielo, io non alzerei la mano. Ho troppa paura”!».
«Dice il vero. Non alzerà la mano su Me. Molti in Israele non lo faranno perché molti hanno paura a condannarmi materialmente. Ma chiederanno sia fatto da altri. Come se vi fosse differenza agli occhi di Dio tra chi colpisce, premuto da un volere di popolo, e chi fa colpire».
«Oh! ma il popolo ti ama! Gran feste si preparano per Te. E Pilato non vuole tumulti. Ha rinforzato le milizie in questi giorni. Io spero tanto che… Non so cosa spero, Signore. Spero e dispero. Il mio pensiero è mutevole come questi giorni in cui il sole si alterna alla pioggia…».
«Prega, Giovanna, e sta’ in pace. Pensa sempre che tu non hai mai dato dolore al Maestro e che Egli se lo ricorda. Va’».
Giovanna, che si è fatta pallida e smagrita in questi pochi giorni, esce pensierosa.
Annalia presenta Sara al Messia.
30Ed è il volto gentile di Annalia che si affaccia.
«Vieni avanti. La tua compagna dove è?».
«Di là, Signore. Vuole tornare via, stanno per partire. Marta ha compreso il mio desiderio e mi trattiene sino al tramonto di domani. Sara torna a casa, a dire che resto. Vorrebbe la tua benedizione perché… Ma ti dirò dopo».
«Che venga. La benedirò».
La giovane esce per tornare con la compagna, che si prostra al Signore.
Sara: una volontaria del Messia.
31«La pace sia con te e la grazia del Signore ti conduca sui sentieri dove ti ha condotta costei che ti ha preceduta. Sii amorosa alla madre di questa e benedici il Cielo che ti ha risparmiata da legami e da dolori per averti tutta per Sé. Un giorno, più di ora, benedirai di esser stata sterile per volontà tua. Va’».
La giovane se ne va commossa.
«Tu le hai detto tutto quello che ella sperava. Queste parole erano il suo sogno. Sara diceva sempre: “Mi piace la tua sorte, benché sia tanto nuova in Israele. E la voglio io pure. Non avendo più un padre ed essendo mia madre dolce come una colomba, non temo di non poterla seguire. Ma per essere certa di poterla compire, e che santa sia per me, come lo è per te, lo vorrei sentire dalla sua bocca”. Ora Tu glielo hai detto. E anche io ho pace. Perché temevo talora di aver esaltato un cuore…».
Annalia: la prima vittima dell’amore.
32«Da quando è con te?».
«Da… Venuto l’ordine del Sinedrio, io mi sono detta: “L’ora del Signore è venuta, e io devo prepararmi a morire. Perché io te l’ho chiesto, Signore… Oggi te lo rammento… Se Tu vai al Sacrificio, io, ostia, con Te».
«Vuoi ancora fermamente la stessa cosa?».
«Sì, Maestro. Io non potrei vivere in un mondo dove Tu non fossi… e non potrei sopravvivere alla tua tortura. Ho tanta paura per Te! Molte fra noi si illudono… Non io! Io sento che l’ora è venuta. Troppo è l’odio… E spero che Tu accoglierai la mia offerta. Non ho che la mia vita da darti, perché sono povera, lo sai. La mia vita e la mia purezza. Per questo ho persuaso la mamma a chiamare sua sorella presso di sé. Perché non resti sola… Sara le sarà figlia in mia vece, e la madre di Sara le sarà di conforto. Non deludere il mio cuore, Signore! Nessuna attrattiva ha il mondo per me. Mi è come un carcere dove molte cose mi ripugnano forte. Forse è perché chi fu sulle soglie della morte ha compreso come ciò che per molti rappresenta la gioia non è che un vuoto che non sazia. Certo è che io non desidero che il sacrificio… e precederti,… per non vedere l’odio del mondo gettato come arma di tortura sul mio Signore, e per somigliarti nel dolore…».
«Deporremo allora il giglio reciso sull’altare dove si immola l’Agnello. Ed esso diverrà rosso del Sangue redentivo. E solo gli angeli sapranno che l’Amore fu il sacrificatore di un’agnella tutta bianca e segneranno il nome della prima vittima dell’Amore, della prima continuatrice del Cristo».
«Quando, Signore?».
«Tieni pronta la lampada e sta’ in veste di nozze. Lo Sposo è alle porte. Tu ne vedrai il trionfo e non la morte, ma trionferai con Lui entrando nel suo Regno».
«Ah! io sono la donna più felice di Israele! Io sono regina incoronata del tuo serto! Posso, come tale, chiederti una grazia?».
«Quale?».
«Ho amato un uomo, lo sai. Non l’ho più amato come sposo perché un amore più grande è entrato in me, ed egli non mi ha più amata perché… Ma non voglio ricordare il suo passato. Ti chiedo di redimere quel cuore. Posso? Non è peccare volermi ricordare, mentre sono sulle soglie della Vita, di chi amai per dargli la Vita eterna, non è vero?».
«Non è peccare. É portare l’amore al termine santo del sacrificio per il bene dell’amato».
«Benedicimi, allora, Maestro. Assolvimi da ogni mio peccato. Fammi pronta alle nozze e alla tua venuta. Perché sei Tu che vieni, mio Dio, a prendere la tua povera serva e a farla tua sposa».
La giovinetta, radiosa di gioia e di salute, si curva a baciare i piedi del Maestro, mentre Egli la benedice pregando su lei. E veramente la sala, bianca come fosse tutta di gigli, è degno ambiente per questo rito e ben si intona con i due protagonisti di esso, giovani, belli, biancovestiti, splendenti di amore angelico e divino.
Partenza delle donne e dei bambini.
33Gesù lascia là la giovanetta, assorta nella sua gioia, ed esce quietamente per andare a benedire i fanciulli, che con strilli di gioia si precipitano verso il carro e vi salgono lieti insieme alle donne che se ne vanno. Restano Elisa e Niche per riaccompagnare il giorno seguente Annalia in città. Ha smesso di piovere e il cielo, rotte le nubi, mostra il suo azzurro, e il sole fa scendere i suoi raggi ad accendere di luce le gocce della pioggia. Un arcobaleno vaghissimo si incurva da Betania a Gerusalemme. Il carro se ne va stridendo ed esce dal cancello. Scompare.
Conclusine delle udienze.
34Lazzaro, che è vicino a Gesù, sul limitare del portico, chiede: «Ti hanno dato gioia le discepole?», e osserva il Maestro.
«No, Lazzaro. Mi hanno dato, tutte meno una, i loro dolori e anche delle delusioni, se potessi illudermi».
«Le romane, vuoi dire, ti hanno deluso? Ti hanno parlato di Pilato?».
«No».
«Allora lo devo fare io. Speravo che esse te ne parlassero. Avevo atteso per questo. Entriamo in questa stanza solitaria. Le donne sono andate ai loro lavori con Marta. Maria è invece con tua Madre, nell’altra casa. Tua Madre è stata tanto con Giuda, ed ora se lo è condotto con sé… Siedi, Maestro…
Con gli uomini non si è mai sicuri.
Pilato si lava le mani.
35Sono stato dal Proconsole… Lo avevo promesso e l’ho fatto. Ma Simone di Giona non sarebbe molto soddisfatto della mia missione!… Fortunatamente non ci pensa più, Simone. Il Proconsole mi ha ascoltato e mi ha risposto queste parole: “Io? Occuparmene io? Ma neanche l’ombra del più lontano pensiero di farlo è in me! Questo soltanto dico: che non per l’Uomo -Tu, Maestro- ma per tutte le noie che mi vengono per suo riflesso, io sono ben deciso a non occuparmene più, né in bene né in male. Me ne lavo le mani. Rinforzerò la guardia, perché non voglio disordini. In tal modo accontenterò Cesare, mia moglie e me stesso. Ossia gli unici dei quali ho sacra cura. E per il resto non muovo un dito. Beghe di questi eterni malcontenti. Loro se le creano, loro se le godono. Io l’Uomo, come malfattore lo ignoro, come virtuoso lo ignoro, come sapiente lo ignoro. E lo voglio ignorare. Continuare a ignorare. Purtroppo, anche volendolo, non ci riesco che male, perché i capi di Israele me ne parlano con le loro lamentele, Claudia con i suoi elogi, i seguaci del Galileo con i loro lamenti verso il Sinedrio. Se non fosse per Claudia, lo farei prendere e lo darei loro, perché definissero la faccenda e non ne sentissi più parlare. L’Uomo è il suddito più quieto di tutto l’Impero. Ma, ciò nonostante, mi ha dato tante noie che vorrei una soluzione…”. Con questo umore, Maestro…».
36«Vuoi dire che non c’è da essere sicuri. Con gli uomini non si è mai sicuri…».
37«Ma però mi risulta che il Sinedrio è più calmo. Non è stato ricordato il bando, non si sono importunati i discepoli. Fra poco torneranno quelli andati in città. E sentiremo… Contraddirti, sempre. Ma procedere?… Le folle ti amano troppo per poterle sfidare imprudentemente».
L’infelice nipote di Nahum.
38«Andiamo verso la via, incontro a quelli che tornano?», propone Gesù.
«Andiamo».
Escono nel giardino, e sono a mezza via quando Lazzaro chiede: «Ma Tu quando hai mangiato? E dove?».
«A prima».
«Ma è quasi il tramonto. Torniamo indietro».
«No. Non ne sento bisogno. Preferisco andare. Là al cancello vedo aggrappato un povero bambino. Forse ha fame. É lacero e smunto. Lo osservo da qualche tempo. Era già là quando uscì il carro, e fuggì per non essere visto e forse scacciato. Poi è tornato e guarda con insistenza verso la casa e verso di noi».
«Se ha fame, sarà bene che io vada a prendere del cibo. Va avanti, Maestro. Io ti raggiungerò subito», e Lazzaro corre indietro mentre Gesù affretta il passo verso il cancello.
Un fanciullo cerca il Signore Gesù.
39Il fanciullo, un viso patito e irregolare dove solo gli occhi splendono belli e vivi, lo guarda.
Gesù gli sorride e dolcemente gli dice, mentre fa agire il congegno della chiusura: «Chi cerchi, fanciullo?».
«Sei Tu il Signore Gesù?».
«Lo sono».
«Te cerco».
«Chi ti manda?».
«Nessuno. Ma voglio parlarti. Tanti vengono a parlarti. Anche io. Tanti esaudisci. Anche io».
40Gesù ha fatto scattare la chiusura e prega il bambino di lasciare andare le sbarre, che tiene con le mani scarne, per poter aprire. Il fanciullo si scansa e nel farlo, movendosi la vesticciuola stinta sul corpo sbilenco, si vede che è un povero bambino rachitico, con la testa incassata nelle spalle per un principio di gobba, le gambe divaricate dal passo insicuro. Proprio un piccolo infelice. Forse ha più anni di quanto non faccia pensare la statura, che è quella di un fanciullo di sei anni circa, mentre il visetto è già quello di un uomo, un poco vizzo, con il mento pronunciato, un viso quasi di vecchietto.
Chiede la grazia di morire.
41Gesù si curva a carezzarlo e gli dice: «Dimmi dunque che vuoi. Ti sono amico. Sono amico di tutti i fanciulli». Con che amorosa dolcezza Gesù prende la faccina smunta nelle sue mani e lo bacia in fronte!
«Lo so. Per questo sono venuto. Lo vedi come sono? Vorrei morire per non soffrire più. E per non essere più di nessuno… Tu che guarisci tanti e fai risuscitare i morti, fa’ morire me che nessuno ama e che non potrò mai lavorare».
«Non hai parenti? Sei orfano?».
«Il padre ce l’ho. Ma non mi ama perché sono così. Ha cacciato via la mamma, le ha dato libello di divorzio, e me con lei ha cacciato, e la mamma è morta. Per colpa mia che sono storto così».
«Ma con chi vivi?».
«Quando è morta la mamma, i servi mi hanno ricondotto al padre. Ma egli, che si è sposato di nuovo e ha figli belli, mi ha cacciato. Mi ha dato a dei contadini suoi. Ma essi fanno ciò che fa il padrone per entrargli nel favore… e mi fanno soffrire».
«Ti picchiano?».
«No. Ma più cura hanno delle bestie che di me, e mi scherniscono, e perché sono sovente malato mi hanno a noia. Io divento sempre più storto, e i loro figli mi beffano e mi fanno cadere. Nessuno mi ama. E questo inverno, quando ebbi tanta tosse e occorrevano le medicine, mio padre non volle spendere, dicendo che l’unica cosa che potevo fare di bene era morire. Da allora io ti ho aspettato per dirti: “Fammi morire”».
Gesù lo prende in collo, sordo alle parole del fanciullo che gli dice: «Ho i piedi fangosi e fangosa la veste, perché mi sono seduto per via. Ti sporcherò la veste».
«Vieni da lontano?».
«Da presso la città, perché chi mi tiene è là che sta. Ho visto passare i tuoi apostoli. So che sono loro, perché i contadini hanno detto: “Eccoli i discepoli del Rabbi galileo. Ma Egli non c’è”. E sono venuto».
«Sei bagnato, fanciullo. Povero fanciullo! Ti ammalerai di nuovo».
«Se Tu non mi ascolti, mi facesse almeno morire la malattia! Dove mi porti?».
«In casa. Non puoi stare così».
Gesù rientra nel giardino col bambino deforme fra le braccia e grida a Lazzaro, che sta venendo: «Chiudi il cancello tu. Io ho questo piccolo tutto bagnato fra le braccia».
Meno triste la sorte di un cane.
42«Ma chi è, Maestro?».
«Non so. Neppure il suo nome so».
«E neppure lo dico. Non voglio essere conosciuto. Voglio ciò che ti ho detto. La mamma mi diceva: “Figlio mio, mio povero figlio, io muoio, ma vorrei che tu morissi con me, perché là non saresti più deforme tanto da soffrire nelle ossa e nel cuore. Là non hanno nome di scherno quelli che nascono infelici. Perché Dio è buono con gli innocenti e gli infelici”. Mi mandi a Dio?».
«Vuol morire il fanciullo. É una storia triste…».
Lazzaro, che guarda fisso il ragazzino, dice ad un tratto: «Ma tu non sei figlio del figlio di Nahum? Non sei quello che stai seduto al sole presso il sicomoro che è al limite degli ulivi di Nahum, e che il padre ha affidato a Giosia suo contadino?».
«Lo sono. Ma perché lo hai detto?».
«Povero bambino! Non per schernirti. Credi, Maestro, che è meno triste la sorte di un cane in Israele che questa di questo fanciullo. Se egli non tornasse più alla casa di dove è venuto, non uno lo cercherebbe. I servi come i padroni. Iene dal cuore feroce. Giuseppe sa bene la storia… Fece molto rumore. Ma io allora ero tanto afflitto per Maria… Però, morta la sposa infelice e venuto costui da Giosia, lo vedevo passando… Dimenticato al sole o al vento sull’aia, perché camminò molto tardi… e sempre poco. Non so come oggi è potuto venire sin qui. Chissà da quanto è per via!».
«Da quando Pietro passò da quel luogo».
«E ora? Che ne facciamo?».
«Io a casa non torno. Io voglio morire. Andarmene via. Grazia e pietà di me, Signore!».
Dieci anni di dolore.
43Sono entrati in casa, e Lazzaro chiama un servo perché porti una coperta e mandi Noemi per curare il fanciullo, che è livido di freddo nelle sue vesti bagnate.
«Il figlio di uno dei più accaniti fra i tuoi nemici! Uno dei più cattivi in Israele. Quanti anni hai, fanciullo?».
«Dieci».
«Dieci! Dieci anni di dolore!».
«E bastano!», dice forte Gesù posando a terra il fanciullo.
É ben storto! La spalla destra più alta della sinistra, il petto eccessivamente sporgente, il collo esile sprofondato fra le clavicole alte, le gambe sbilenche!… Gesù lo guarda con pietà, mentre Noemi lo sveste e lo asciuga prima di avvolgerlo in una calda coperta.
Lazzaro pure lo guarda con pietà.
«Lo coricherò nel mio letto, Signore, dopo avergli dato del latte caldo», dice Noemi.
«Ma non mi fai morire? Abbi pietà! Perché farmi vivere per essere così e soffrire tanto?», e termina: «Io ho sperato in Te, Signore». Un rimprovero, una delusione è nella sua voce.
«Sii buono. Ubbidisci e il Cielo ti consolerà», dice Gesù e si curva a carezzarlo ancora, passando la sua mano sulle povere membra contorte.
«Portalo a letto e veglialo. Poi… si provvederà».
Il bambino viene portato via piangente.
«E sono coloro che si credono santi!», esclama Lazzaro pensando a Nahum…
Ritorno di Pietro.
44La voce di Pietro che chiama il suo Maestro…
«Oh! Maestro! Sei qui? Tutto bene. Nessuna noia. Uh! molta calma, anzi. Al Tempio nessuno ci ha disturbato. Giovanni ha avuto buone notizie. I discepoli lasciati in pace. La gente che ti attende festosa. Io sono contento. E Tu che hai fatto, Maestro?».
Si allontanano insieme parlando, mentre Lazzaro va dove lo chiama Massimino.
43. Il sabato avanti l’entrata in Gerusalemme. Giudei e pellegrini a Betania. Il Sinedrio ha deciso[190].
Giudei e pellegrini a Betania.
Visita dei farisei (Gv 12,9)[191].
1Amore e livore spingono molti dei pellegrini riuniti a Gerusalemme, e degli stessi gerosolimitani, a venire a Betania senza neppure attendere che il tramonto sia compiuto. Anzi! Il sole ha appena cominciato il suo tramonto quando i primi di essi vengono alla casa di Lazzaro. E a Lazzaro, che chiamato dai servi si stupisce di questa violazione del sabato, perché i primi venuti sono proprio i più noti fra i più intransigenti giudei, essi dànno questa risposta veramente farisaica: «Dalla porta del Gregge non si vedeva già più la palla del sole, e allora abbiamo iniziato il cammino, pensando che certo non avremmo passato la misura prescritta prima che il sole calasse dietro le cupole del Tempio».
2Lazzaro ha un sorrisetto ironico sul volto asciutto. Perché è sano, di bell’aspetto, ma grasso non è certo. E risponde loro, con garbo ma anche con un lieve sarcasmo: «E che volete vedere? Il Maestro rispetta il suo sabato. E riposa. Egli non si limita a non vedere la palla del sole per considerare cessato il riposo. Ma attende che sia spento l’ultimo raggio per dire: “Il sabato è finito”».
3«Lo sappiamo che è perfetto! Lo sappiamo! Ma se abbiamo sbagliato, ragion di più per vederlo. Un poco solo, tanto da essere da Lui assolti».
«Mi spiace. Ma non posso. Il Maestro è stanco e riposa. Io non lo disturberò».
Visita dei pellegrini.
4Ma altra gente viene, e questa è fatta di pellegrini di ogni luogo, che pregano, che insistono per vedere Gesù. Con gli ebrei sono mescolati dei gentili, con questi dei proseliti. E osservano, e sbirciano Lazzaro come fosse un essere irreale. E Lazzaro sopporta la noia di questa celebrità non cercata, rispondendo paziente a chi lo interroga. Ma non dà ordine ai servi di aprire il cancello.
5«Sei tu l’uomo risuscitato da morte?», chiede uno che, all’aspetto, è certo un sangue misto, perché di ebraico non ha che il caratteristico naso piuttosto grosso e spiovente, mentre l’accento e la foggia del vestire lo denunciano come straniero.
«Lo sono, per dare gloria a Dio che mi trasse da morte per farmi servo del suo Messia».
6«Ma fu vera morte?», chiedono altri.
«Domandatelo a quei notabili giudei. Essi vennero ai miei funerali e molti furono presenti alla mia risurrezione».
7«Ma che provasti? Dove eri? Che ricordi? Quando tornasti vivo, che accadde in te? Come ti risuscitò?… Non si può vedere il sepolcro dove eri? Di che moristi? Stai proprio bene ora? Neppure i segni delle piaghe hai più?».
8Lazzaro, paziente, cerca di rispondere a tutti. Ma, se gli è facile dire che sta proprio bene e che anche i segni delle piaghe si sono cancellati ormai, nei mesi che sono trascorsi da quando è risorto, non può dire ciò che provò e come lo risuscitò. E risponde: «Non so. Mi trovai vivo nel mio giardino, fra i servi e le sorelle. Liberato dal sudario, vidi il sole, la luce, ebbi fame, mangiai, gioii della vita e del grande amore del Rabbi per me. Il resto, più di me, lo sanno coloro che erano presenti. Eccone là tre che parlano. E là due che sopraggiungono». (Sono, questi ultimi, Giovanni e Eleazaro sinedristi, mentre i tre che parlano fra loro sono due scribi e un fariseo che ho visto infatti alla risurrezione di Lazzaro, ma dei quali non ricordo il nome).
I pellegrini vogliono vedere il sepolcro.
9«Essi non parlano a noi gentili! Andate voi che siete giudei ad interrogarli… Ma tu facci vedere il sepolcro dove eri».
Sono insistenti come più non potrebbero. Lazzaro si decide. Dice qualcosa ai servi e poi si rivolge alla gente: «Andate su quella strada che è fra questa e l’altra mia casa. Vi verrò incontro per condurvi al sepolcro, per quanto non vi sia da vedere che un foro aperto in uno strato di roccia».
«Non importa! Andiamo! Andiamo!».
10«Lazzaro! Fermati! Possiamo venire noi pure? O per noi è vietato ciò che si concede a stranieri?», dice uno scriba.
«No, Archelao. Vieni pure, se non ti è contaminazione avvicinarti ad un sepolcro».
«Non è tale, poiché non contiene la morte».
11«Ma la contenne per quattro giorni. Per molto meno si è reputati immondi in Israele! Colui che sfiora con la veste uno che toccò un cadavere, voi dite che è immondo. E il mio sepolcro manda ancora zaffate di morte, nonostante sia aperto da tanto».
«Non importa. Ci purificheremo».
12Lazzaro guarda i due farisei Giovanni e Eleazaro, e dice loro: «Anche voi venite?».
«Sì, veniamo».
Lazzaro va svelto verso il lato limitato dalle siepi, alte e compatte come muri, e apre un cancello inserito in una di esse e si affaccia sulla strada che conduce alla casa di Simone, facendo cenno a chi attende di venire avanti.
Il branco di iene morde ancora.
13Li conduce verso il sepolcro. Un rosaio in fiore ne contorna l’entrata, ma non è valido ad annullare l’orrore che emana una tomba aperta. Sulla roccia inclinata sotto l’arco fiorito si leggono le parole: «Lazzaro, vieni fuori!».
14I malevoli le vedono subito e dicono subito: «Perché hai fatto scolpire là quelle parole? Non dovevi!».
«Perché? Nella mia casa posso fare ciò che voglio, e nessuno può accusarmi di peccato se ho voluto fissare sulla roccia, perché fossero incancellabili, le parole del grido divino che mi rese la vita. Quando io sarò là dentro e non potrò più celebrare la potenza misericordiosa del Rabbi, voglio che il sole le legga ancora sulla pietra e che le imparino le piante dai venti, le carezzino gli uccelli e i fiori, continuando per me a benedire il grido del Cristo che mi trasse da morte».
15«Sei un pagano! Un sacrilego, sei! Tu bestemmi il nostro Dio. Tu celebri il sortilegio del figlio di Belzebù. Bada, Lazzaro!».
«Vi ricordo che sono nella mia casa e che siete nella mia casa, venuti non chiamati e per scopi indegni. Siete peggio di questi, che sono pagani ma riconoscono un Dio nel risuscitatore».
«Anatema! Tale il Maestro, tale il discepolo. Orrore! Andiamo! Via da questa cloaca impura. Corruttore d’Israele, il Sinedrio ricorderà le tue parole».
«E Roma i vostri complotti. Uscite!».
Lazzaro, sempre mite, si ricorda di esser figlio di Teofilo e li scaccia come un branco di cani.
Con la morte del Messia fiammeggerà la fede.
Fede e speranza di Lazzaro.
16Restano i pellegrini di ogni paese e chiedono, e guardano, e implorano di vedere il Cristo. «Lo vedrete in città. Ora no. Non posso».
«Ah! ma viene in città? Proprio? Non menti? Viene anche se lo odiano tanto?».
17«Viene. Andate ora, tranquilli. Vedete come riposa la casa? Non si vede persona né si sente una voce. Avete visto quanto volevate: il risorto e il luogo della sua sepoltura. Ora andate. Ma non fate che la curiosità sia sterile. Possa l’avermi visto, io, vivente prova del potere di Gesù Cristo, l’Agnello di Dio e il Messia SS., portarvi tutti sulla sua via. Per questa speranza io sono contento d’esser risorto, perché spero che il miracolo possa scuotere i dubbiosi e convertire i pagani, facendoli persuasi tutti che uno solo è il vero Dio e uno solo è il vero Messia: Gesù di Nazareth, Maestro santo».
18La gente sfolla malvolentieri, e se uno va dieci vengono, perché nuova gente continua a venire. Ma Lazzaro riesce, con l’aiuto di alcuni servi, a spingere fuori tutti e a chiudere i cancelli.
Gli scagnozzi di Lucifero uccideranno il Messia (Gv 12,110-11)[192].
19Fa per ritirarsi ordinando: «Sorvegliate che non forzino le chiusure o le scavalchino. Presto scenderà la sera e se ne andranno ai loro ricoveri», quando vede uscire da dietro una macchia di mirti Eleazaro e Giovanni.
«Che? Non vi avevo visto e credevo…».
20«Non ci cacciare. Siamo penetrati in un folto per non esser visti. Dobbiamo parlare al Maestro. Siamo venuti noi perché meno sospettati di Giuseppe e Nicodemo. Ma non vorremmo essere visti da nessuno fuorché da te e dal Maestro… Sono fidati i tuoi servi?».
21«In casa di Lazzaro usa il costume di vedere e sentire solo ciò che piace al padrone e di non sapere per gli estranei. Ma venite. Per questo sentiero, fra queste due pareti di verzura più opache di un muro». Li conduce nel viottolo che è fra la duplice barriera impenetrabile dei bossoli e degli allori.
«State. Vi condurrò Gesù».
«Che nessuno se ne accorga…»
«Non temete».
22L’attesa dura poco. Presto sul sentiero, semi-oscuro per l’intreccio dei rami, appare Gesù, tutto bianco nella veste di lino, e Lazzaro resta al limite del sentiero come fosse di guardia o per prudenza. Ma Eleazaro gli dice, e più che dire gli fa cenno: «Vieni qui».
Lazzaro si avvicina mentre Gesù saluta i due, che lo ossequiano profondamente.
23«Maestro, e tu Lazzaro, ascoltate. Non appena s’è sparsa la voce che Tu sei venuto e che qui sei, il Sinedrio si è riunito in casa di Caifa. Tutto è abuso di quanto si fa… E ha deciso… Non ti lusingare, Maestro! Stai guardingo, Lazzaro! Non vi seduca la finta pace, l’apparente sonnolenza del Sinedrio. È una finta, Maestro. Una finta per attirarti e prenderti senza che la folla si agiti e si prepari a difenderti. È segnata la tua sorte e il decreto non si muta. Che sia domani o fra un anno, si compirà. Il Sinedrio non dimentica mai le sue vendette. Attende, sa attendere l’occasione propizia, ma poi!…
24E anche tu, Lazzaro. Vogliono levarti di mezzo, prenderti, sopprimerti, perché per tua causa troppi li abbandonano per seguire il Maestro. Tu, lo hai detto con giusta parola, sei la testimonianza del suo potere. E la vogliono distruggere. Le folle presto dimenticano, essi lo sanno. Scomparsi tu e il Rabbi, si spegneranno molti ardori».
Con la morte del Messia fiammeggerà la fede.
25«No, Eleazaro! Fiammeggeranno!», dice Gesù.
26«Oh! Maestro! Ma che sarà se Tu sarai morto? Che ci farà che la fede in Te fiammeggi, anche che ciò sia, se Tu sarai spento? Io speravo poterti dire soltanto una cosa lieta e farti un invito: la mia sposa presto darà alla luce il figlio che la tua giustizia ha fatto fiorire rimettendo pace fra due cuori in tempesta. Nascerà per Pentecoste. Io ti vorrei dire di venire a benedirlo. Se Tu entri sotto il mio tetto, ogni sciagura sarà per sempre lontana da esso», dice il fariseo Giovanni.
27«Ti do sin da ora la mia benedizione…».
«Ah! Tu non vuoi venire da me! Non mi credi leale! Lo sono, Maestro! Dio mi vede!».
28«Lo so. É che… non sarò più fra voi per Pentecoste».
«Ma il bambino nascerà nella casa di campagna…».
29«Lo so. Ma Io non ci sarò. Eppure tu, la tua sposa, il nascituro e i figli che già hai, hanno la mia benedizione. Grazie di essere venuti. Ora andate. Conducili per il sentiero oltre la casa di Simone. Che non siano visti… Io torno in casa. La pace a voi…».
44. Il sabato avanti l’entrata in Gerusalemme. La cena di Betania. Giuda di Keriot ha deciso[193].
Pranzo di nozze allo stile galileo.
I commensali.
1La cena è stata preparata nella sala tutta bianca dove Gesù parlò alle discepole. Ed è tutto uno splendore di bianco e di argento, nel quale mettono una sfumatura meno nivea e fredda dei fasci di rami di melo o di pero, o altra pianta da frutto, candidi come la neve, ma con un così lieve ricordo di rosa che fa pensare a neve sfiorata da un bacio di lontana aurora. Si ergono, da vasi panciuti o da esili anfore d’argento, sulle mense e sugli scrigni e le credenze che sono lungo le pareti della sala. I fiori spargono per la sala il caratteristico odore dei fiori di pianta da frutto, di fresco, di amarognolo, di primavera pura…
2Lazzaro entra nella sala al fianco di Gesù. Dietro, due a due, o a gruppi più folti, gli apostoli. Ultime, le due sorelle di Lazzaro con Massimino.
3Non vedo le discepole. Neppure Maria vedo. Forse hanno preferito rimanere nella casa di Simone intorno alla Madre afflitta.
4Il giorno volge al crepuscolo. Ma un superstite ricordo di sole colpisce ancora la chioma frusciante di alcune palme, riunite in gruppo a pochi metri dalla sala, e la vetta di un lauro gigantesco in cui rissano i passeri prima di porsi a riposo. Oltre le palme e il lauro, oltre le siepi di rose, di gelsomini, e le aiuole di mughetti, di altri fiori e pianticine odorifere, la macchia candida, spruzzata del verde tenero delle prime foglie, di un gruppo di meli o di peri tardivi nel frutteto. Sembra una nuvola rimasta impigliata fra i rami.
Omaggio al Re di tutte le cose.
5Gesù, nel passare vicino ad un’anfora piena di rami, osserva: «Avevano già i primi frutticini. Guarda! Sulla cima fiori, mentre più in basso è già caduto il fiore e gonfia l’ovario».
6«ÉMaria che li ha voluti cogliere. Ne ha portato fasci anche a tua Madre. Si è alzata all’alba, io credo, per paura che un giorno di più di sole consumasse queste fragili corolle. Io ho saputo da poco di questa strage. Ma non ne ho avuto lo sdegno che ne ebbero i servi agricoltori. Ho pensato, anzi, che era giusto offrirti tutte le bellezze del creato, a Te, Re di tutte le cose».
Le ancelle del Signore (Mt 26,6; Mc 14,3; Gv 12,2).[194].
7Gesù si siede sorridendo al suo posto e guarda Maria, che insieme alla sorella si appresta a servire come fosse un’ancella, porgendo le coppe della purificazione e gli asciugatoi, e poi versando il vino nei calici e posando i vassoi di vivande sulla tavola man mano che i servi li portano dalle cucine o li porgono, dopo averli scalcati sulle credenze.
8Naturalmente, se le sorelle servono con cortesia tutti i commensali, la loro premura è specialmente concentrata sui due commensali che sono a loro dilettissimi: Gesù e Lazzaro.
9Ad un certo punto Pietro, che mangia di gusto, osserva: «Guarda! Mi accorgo ora! Tutti piatti come si usa in Galilea. Mi sembra… Ma sì! Mi sembra di essere ad un pranzo di nozze. Però qui non manca il vino come mancò a Cana».
10Maria sorride mescendo all’apostolo un nuovo calice di vino ambrato e limpidissimo. Ma non parla.
11É ancora Lazzaro che spiega: «Questo fu infatti il pensiero delle sorelle, e specie di Maria: dare una cena in cui il Maestro avesse l’impressione di essere nella sua Galilea, certo migliore, molto migliore, sebbene essa pure imperfetta, di ciò che non siano questi luoghi…».
12«Ma per fargli pensare questo ci sarebbe voluta Maria a questa tavola. A Cana c’era. Per Lei avvenne il miracolo», osserva Giacomo d’Alfeo.
«Doveva essere un gran vino quello!».
13«Vino è simbolo di allegria e dovrebbe esserlo anche di fecondità, essendo il vino succo della feconda vite. Ma non mi sembra che abbia fecondato molto. Susanna non ha un figlio», dice l’Iscariota.
La verginità infonde purezza.
14«Oh! se era un vino! Ci ha fecondati nello spirito…», dice Giovanni sognante un poco, come è sempre quando contempla nel suo interno i miracoli operati da Dio. E termina: «Per una vergine è stato fatto… e influsso di purezza scese in chi lo gustò».
15«Ma credi Susanna vergine?», chiede ridendo l’Iscariota.
16«Non ho detto questo. Vergine è la Madre del Signore. Verginità si emana da tutto ciò che per Lei si è compiuto. Sempre io penso come sono verginizzanti tutte le cose che per Maria si fanno…», e sogna di nuovo, sorridendo a chissà che visione.
17«Beato quel ragazzo! Io credo che non ricorda più neppure il mondo, ora. Osservatelo», dice Pietro indicando Giovanni che, sdraiato sul suo lettuccio, smuove sopra pensiero dei pezzetti di pane dimenticandosi di mangiare.
18Anche Gesù si curva un poco per guardare Giovanni, che è a un angolo del lato della tavola messa a U, e perciò un poco dietro alle spalle del Signore, che è al centro del lato centrale, avendo suo cugino Giacomo a sinistra e Lazzaro a destra, e dopo Lazzaro è lo Zelote e Massimino, come dopo Giacomo è l’altro Giacomo e Pietro. Giovanni, invece, è fra Andrea e Bartolomeo, poi è Tommaso, avendo di fronte Giuda, Filippo e Matteo e il Taddeo, che è proprio all’angolo dove la tavola lunga, centrale, incomincia.
Vassoio colmi di frutti esotici.
19Maria di Lazzaro esce dalla sala, mentre Marta mette sulla tavola dei vassoi colmi di fiori di fichi novelli, di verdi steli di finocchio e mandorle fresche sgusciate, fragoloni o lamponi, che so io, che sembrano ancor più rossi in mezzo agli smeraldi pallidi dei finocchi e delle fiore e al latteo delle mandorle, dei piccoli poponi o altro frutto del genere… mi sembrano quei poponi verdi della bassa Italia, e aranci dorati.
20«Già di questi frutti? Non ne ho visti in nessun luogo di maturi», dice sgranando gli occhi Pietro, accennando le fragole e i poponi.
21«Sono venuti in parte dalle sponde oltre Gaza, dove ho un orto di questi prodotti, e parte dalle terrazze solari che ho sopra la casa, i vivai delle pianticine più delicate che occorre proteggere dal gelo. Me ne insegnò l’uso un amico romano… Non mi insegnò che questo di buono…». Lazzaro si incupisce. Marta sospira… Ma Lazzaro torna subito il perfetto ospite che non dà tristezze ai suoi invitati: «Molto si usa, nelle ville di Baia e Siracusa e lungo l’arco di Sibari, coltivare di queste delizie con questo metodo per averle precocemente. Mangiate: gli ultimi frutti negli aranci libici, i primi nei poponi d’Egitto cresciuti nei solari e in queste frutta latine, e le mandorle bianche della nostra patria, le fave tenere, i digestivi steli che sanno d’anaci… Marta, hai pensato al bambino?».
22«A tutti ho pensato. Maria si è commossa ricordando l’Egitto…».
A ogni tempo il suo affanno.
23«Ne avevamo qualche pianta nel povero orto. Nei grandi caldi era una festa immergere i poponi nel pozzo del vicino, che era fondo e freddo, e mangiarne la sera… Ricordo… E avevo una capretta golosa che bisognava guardare, perché era ghiotta delle piante e delle frutta tenerelle…». Gesù, che parlava a capo un po’ chino, alza la testa e guarda le palme stormenti nel vento della sera che cala: «Quando vedo quelle palme… Sempre che vedo le palme, vedo l’Egitto, la sua terra gialla e sabbiosa che il vento smuoveva così facilmente, e lontano tremolavano nell’aria rarefatta le piramidi… e i fusti alti dei palmizi… e la casa dove… Ma è inutile dire. A ogni tempo il suo affanno… E con il suo affanno la sua gioia… Lazzaro, mi daresti qualcuno di questi frutti? Li vorrei portare a Maria e Mattia. Non credo che Giovanna ne abbia».
24«Non ne ha. Lo diceva ieri proponendosi di metterne a Bétèr, facendo costruire i solari. Ma non te li do ora. Ho colto quanti ne avevo e per qualche giorno mancano dei frutti maturi.
25Te li manderò, oppure mandali a prendere entro giovedì. Ne prepareremo un grazioso canestro per quei fanciulli. Non è vero, Marta?».
26«Sì, fratello mio. E vi metteremo i piccoli gigli delle convallarie, che a Giovanna piacciono tanto».
Unzione doverosa e buona verso il Messia.
Unzione d’amore (Mt 26,7; Mc 14,3; Gv 12,3).[195].
27Rientra Maria Maddalena. Ha nelle mani un’anfora dall’esile collo, terminante in un beccuccio, aggraziato come gola di uccello. L’alabastro è di un prezioso colore giallo rosato, come certe carni di bionde. Gli apostoli la guardano, forse credendo che porti qualche ghiottoneria rara.
28Ma Maria non va al centro, fra l’U della tavola, dove è la sorella. Passa dietro i sedili-lettucci, va a collocarsi fra quello di Gesù e Lazzaro e quello dove sono i due Giacomi. Stura il vaso d’alabastro e pone la mano sotto il beccuccio, raccogliendo alcune gocce di un liquido filante che geme lentamente dall’anfora aperta. Un acuto odore di tuberose e altre essenze, un profumo intenso e buonissimo, si sparge per la sala. Ma Maria non è contenta di quel poco che viene. Si china e infrange con un colpo sicuro il collo dell’anfora contro lo spigolo del lettuccio di Gesù. Il collo esile cade a terra spargendo sui marmi del pavimento gocce profumate. Ora l’anfora ha un’ampia bocca e l’esuberanza dell’unguento ne trabocca in righe pesanti.
29Maria si pone alle spalle di Gesù e sparge l’olio spesso sul capo del suo Gesù, ne cosparge tutte le ciocche, le stende e poi le ravvia col pettine che si leva dai capelli, le ricompone in ordine sul capo adorato. La testa biondo-rossa di Gesù splende come un oro cupo, lucidissimo dopo quest’unzione. La luce del lampadario, che i servi hanno acceso, si riflette sul capo biondo di Cristo come su un casco di un bronzo ramato bellissimo. Il profumo è inebriante. Penetra nelle nari, sale al capo, quasi è stuzzicante come una polvere starnutatoria tanto è acuto, sparso così senza misura.
30Lazzaro, col capo girato all’indietro, sorride vedendo con qual cura Maria unge e ravvia le ciocche di Gesù perché il suo capo appaia ordinato dopo l’odorosa frizione, mentre non si cura che le sue trecce, non più sorrette dal largo pettine che aiuta le forcine nel loro compito, stanno abbassandosi sempre più sul collo, prossime ad allentarsi del tutto giù per le spalle.
31Anche Marta guarda e sorride. Gli altri parlano fra loro a bassa voce e con diverse espressioni sul viso.
32Ma Maria non è sazia ancora. Vi è ancora molto unguento nel vaso spezzato, e i capelli di Gesù, per quanto siano folti, ne sono già saturi. Allora Maria ripete il gesto d’amore di una sera lontana. Si inginocchia ai piedi del lettuccio, scioglie le fibbie dei sandali di Gesù e scalza i piedi di Lui e, tuffando le lunghe dita della bellissima mano nel vaso, ne trae quanto più unguento può, e lo stende, lo sparge sui piedi nudi, dito per dito, poi la pianta e il calcagno e su, al malleolo, che scopre gettando indietro la veste di lino, per ultimo sul dorso dei piedi, indugia là sui metatarsi dove entreranno i chiodi tremendi, insiste sinché non trova più balsamo nel cavo del vasello, e allora lo infrange al suolo e, libere le mani, si spunta le grosse forcine, si scioglie svelta le trecce pesanti e asporta, con quella matassa d’oro, viva, morbida, fluente, quanto supera dell’unzione dai piedi, stillanti balsamo, di Gesù.
Belato lamentoso della pecora nera (Mt 26,8-9; Mc 14,4-5; Gv 12,4-6)[196].
33Giuda -fin qui aveva taciuto, osservando con sguardo impuro di lussuria e di invidia la bellissima donna e il Maestro che ella ungeva sul capo e sui piedi- alza la voce, unica voce di aperto rimprovero; gli altri, non tutti ma alcuni, avevano avuto qualche mormorio o gesto di disapprovazione stupita ma anche pacata. Ma Giuda, che si è alzato anche in piedi per vedere meglio l’unzione sparsa sui piedi di Cristo, dice con mal garbo: «Quale inutile e pagano sciupio! Perché farlo? E poi non si vuole che i Capi del Sinedrio mormorino di peccato! Codesti sono atti di cortigiana lasciva e non si addicono alla nuova vita che tu conduci, o donna. Troppo ricordano il tuo passato!».
34L’insulto è tale che tutti restano sbalorditi. É tale che tutti si agitano, chi sedendosi sui lettucci, chi balzando in piedi, tutti guardando Giuda come fosse uno impazzito d’improvviso.
35Marta avvampa. Lazzaro si alza di scatto picchiando un pugno sul tavolo e dice: «In casa mia…», ma poi guarda Gesù e si frena.
36«Sì. Mi guardate? Tutti avete mormorato in cuor vostro. Ma ora, perché io mi sono fatto vostra eco e ho detto apertamente ciò che pensavate, ecco che siete pronti a darmi torto. Ripeto ciò che ho detto. Non voglio già dire che Maria sia l’amante del Maestro. Ma dico che certi atti non si convengono né a Lui né a lei. É un’azione imprudente. E ingiusta, anche. Sì. Perché questo spreco? Se ella voleva distruggere i ricordi del suo passato, poteva dare a me quel vaso e quell’unguento. Almeno una libbra di nardo puro era! E di gran pregio. Lo avrei venduto per trecento denari al minimo, ché un nardo di tal pregio va su quel prezzo. E potevo vendere il vaso che era bello e prezioso. Avrei dato ai poveri, che ci assediano, questi denari. Non bastano mai. E domani, a Gerusalemme, senza numero saranno quelli che chiedono un obolo».
«Questo è vero!», assentono gli altri.
«Potevi usarne un poco per il Maestro e l’altro…».
Unzione doverosa e buona verso il Messia(Mt 226,10-13; Mc 14,6-9; Gv 12,7-8).[197].
37Maria di Magdala è come fosse sorda. Continua a detergere i piedi di Cristo con i suoi capelli sciolti, che ora, giù nel basso, sono pesanti di unguento essi pure e più scuri che sull’alto del capo. I piedi di Gesù sono lisci e morbidi nel loro color di avorio vecchio, come fossero coperti di un’epidermide novella.
38E Maria calza di nuovo i sandali al Cristo e bacia ogni piede prima e dopo di averlo calzato, sorda ad ogni cosa che non sia il suo amore per Gesù.
39Il quale la difende posandole una mano sulla testa, curva nell’ultimo bacio, e dicendo: «Lasciatela fare. Perché le date pena e molestia? Voi non sapete ciò che ella ha fatto. Maria ha compiuto un’azione doverosa e buona verso di Me.
40I poveri saranno sempre fra voi. Io sto per andarmene. Essi li avrete sempre, ma Me presto non mi avrete più. Ai poveri potrete dare sempre un obolo. A Me fra poco, al Figlio dell’uomo fra gli uomini, non sarà più possibile dare onore alcuno, per volere di uomini e perché l’ora è venuta.
41L’amore le è luce. Ella sente che Io sto per morire e ha voluto anticipare al mio corpo le unzioni per la sepoltura. In verità vi dico che là dove sarà predicata la Buona Novella sarà fatta ricordanza di questo suo atto d’amore profetico. In tutto il mondo. In tutti i secoli.
42Volesse Iddio far di ogni creatura un’altra Maria, che non calcola valore, che non nutre attaccamento, che non serba un ricordo anche minimo del passato, ma distrugge e calpesta ogni cosa della carne e del mondo, e si infrange e si sparge, come fece del nardo e dell’alabastro, sul suo Signore, e per amore di Lui.
43Non piangere, Maria. Io te le ripeto in quest’ora le parole dette a Simone fariseo e a Marta tua sorella: “Tutto ti è perdonato perché tu hai saputo amare totalmente”. “Tu hai scelto la parte migliore. E non ti verrà tolta”. Va’ in pace, mia dolce pecorella ritrovata. Va’ in pace.
44I pascoli dell’amore saranno il tuo cibo in eterno. Alzati. Bacia anche le mie mani che ti hanno assolta e benedetta… Quanti hanno assolto, benedetto, guarito, beneficato, queste mie mani! Eppure Io vi dico che il popolo che Io ho beneficato sta apprestando a queste mani la tortura…».
Volti del Traditore.
Purificazione dopo il pranzo.
45Si fa un silenzio pesante, nell’aria pesante dell’acuto profumo. Maria, i capelli sciolti sulle spalle a farle manto e sul volto a farle velo, bacia la destra che Gesù le porge e non sa staccare da essa le labbra…
46Marta, commossa, le viene vicino e le raccoglie i capelli disciolti, li intreccia carezzandola poi e stendendole il pianto sulle gote nel tentativo di asciugarlo…
47Nessuno ha più voglia di mangiare… Le parole di Cristo fanno pensosi.
48Il primo ad alzarsi è Giuda d’Alfeo. Chiede licenza di ritirarsi. Giacomo suo fratello lo imita e così fanno Andrea e Giovanni. Restano gli altri, ma già in piedi, intenti a purificarsi le mani ai bacili d’argento che i servi porgono loro. Maria e Marta lo fanno col Maestro e con Lazzaro.
Il traditore mente spudoratamente.
Entra un servo e si china a parlare a Massimino.
49«Maestro», dice questo dopo averlo ascoltato, «ci sono delle persone che vorrebbero vederti. Vengono di lontano, dicono. Che facciamo?».
50Gesù chiama Filippo, Giacomo di Zebedeo e Tommaso, e ordina: «Andate, evangelizzate, guarite, fate in mio Nome. Annunciate che domani salirò al Tempio».
52«Sarà bene dirlo, questo, Signore?», chiede Simone Zelote.
«È inutile tacerlo poiché già è detto, dai nemici più che dagli amici, nella Città santa. Andate!».
53«Uhm! Finché lo sanno gli amici… si sa. Ma essi non tradiscono. Io non so come possano saperlo gli altri».
54«Fra i molti amici è sempre qualche nemico, Simone di Giona. Troppi ormai sono… gli amici, e con troppa facilità vengono accolti per tali. Se penso quanto dovetti pregare e attendere io… Ma erano i primi tempi e si era guardinghi. Poi i trionfi abbagliarono e non si fu più guardinghi. E fu male. Ma ciò avviene a tutti i vincitori. Le vittorie offuscano la limpidezza del vedere e indeboliscono la prudenza nell’agire. Parlo di noi discepoli, naturalmente. Non del Maestro. Egli è perfetto. Fossimo rimasti noi dodici, non si dovrebbe tremare per tema di tradimenti!», mente spudoratamente Giuda di Keriot.
Il traditore abbandona la Fraternità.
55È indescrivibile lo sguardo che Cristo posa sull’apostolo traditore. Uno sguardo di richiamo e di dolore infiniti. Ma Giuda non lo raccoglie. Passando davanti alla tavola, si avvia per uscire… Gesù lo segue con lo sguardo e, quando lo vede proprio uscire, gli chiede: «Dove vai?».
«Fuori…», risponde evasivamente Giuda.
56«Fuori da questa stanza, o fuori da questa casa?».
«Fuori… Così… A camminare un poco».
57«Non andare, Giuda. Resta con Me, con noi…».
«Sono andati via i tuoi fratelli e Giovanni con Andrea. Perché non devo andare io?».
«Tu non vai a riposare come loro…».
58Giuda non risponde, ma esce caparbio. Le parole si sono taciute nella sala. Gli ospiti e i quattro apostoli rimasti -Pietro, Simone, Matteo e Bartolomeo- si guardano fra loro.
59Gesù guarda fuori. Si è alzato andando ad una finestra per seguire le mosse di Giuda e, quando lo vede uscire dalla casa col mantello già indossato e avviarsi verso il cancello che da qui non si vede, lo chiama forte: «Giuda! Attendimi. Ti devo dire una cosa», e respinge dolcemente Lazzaro che, intuendo un dolore nel suo Maestro, lo aveva cinto con un braccio alla vita; ed esce dalla sala, raggiungendo Giuda che ha continuato a camminare sebbene più lentamente.
Volontà di commettere il delitto.
60Lo raggiunge a un buon terzo della distanza tra la casa e la cinta del giardino, presso un boschetto di piante dalle spesse foglie, che sembrano di ceramica verde cupa tutta spruzzata di piccoli fiori a ciocche, e ogni fiore è una crocetta con petali pesanti come fossero fatti di cera appena ingiallita, dal profumo intenso. Non ne so il nome.
61Lo attira dietro quel folto e, sempre tenendogli la mano stretta sull’avambraccio, gli torna a chiedere: «Dove vai, Giuda? Te ne prego, resta qui!».
62«Tu che sai tutto perché me lo chiedi? Che bisogno hai di chiedere, Tu che leggi nel cuore degli uomini? Lo sai che vado dai miei amici. Non mi concedi di andarvi. Essi mi sollecitano. Vado».
63«I tuoi amici! La tua rovina, devi dire! Tu vai a quella. Vai ai tuoi veri assassini. Non andare, Giuda! Non andare! Tu vai a commettere un delitto… Tu…»
64«Ah! hai paura?! Hai finalmente paura?! Ti senti uomo, finalmente! Sei un uomo! Nulla più di un uomo! Perché solo l’uomo ha paura della morte. Dio sa che non può morire. Se ti sentissi Dio, sapresti che non potresti morire e non avresti paura.
65Perché Tu, ora, ora che ti senti vicina la morte, l’hai questa paura comune a tutti gli uomini, e cerchi, con tutti i mezzi, di allontanarla, e vedi da per tutto e in ogni cosa un pericolo. Dove sono le tue belle audacie? Dove le proteste sicure di esser contento, di essere sitibondo di compiere il Sacrificio? Non ne hai più neppure un eco in cuore! Credevi che non venisse mai quest’ora, e allora facevi il forte, il generoso, dicevi le frasi solenni. Va’!
66Non sei da meno di quelli che Tu rimproveri come ipocriti! Ci hai lusingati e traditi. E noi che avevamo per Te lasciato ogni cosa! Noi che per causa tua siamo odiati! Tu sei la causa della nostra rovina…».
67«Basta. Va’! Va’! Non sono passate molte ore che tu mi hai detto: “Aiutami a rimanere. Difendimi!”. L’ho fatto. A che è giovato? Dimmi ancora una cosa, e rifletti prima di dirla. È questa la tua pura volontà? Questa di andare dai tuoi amici, di preferirli a Me?».
«Sì. È questa. Non ho bisogno di riflettere, perché da tempo non ho che questa volontà».
68«E allora va’. Dio non violenta la volontà dell’uomo», e Gesù gli volge le spalle tornando lentamente verso la casa. Quando è prossimo ad essa, alza il capo attirato dallo sguardo che Lazzaro, ritto al posto di prima, tiene puntato su Lui. Ed è un ben pallido viso quello che si sforza di sorridere all’amico fedele.
Lo Spirito del Messia.
Pensieri affidati al rotolo.
69Rientra nella sala dove i quattro apostoli parlano con Massimino, mentre Marta e Maria dirigono il lavoro dei servi, che riordinano la sala levando le stoviglie e le biancherie usate nel convito.
70Lazzaro è andato sulla soglia e ha cinto di nuovo Gesù alla cintura e, passando presso un servo, gli dice: «Portami quel rotolo che è sul tavolo della mia stanza di lavoro».
71Conduce Gesù su uno di quegli ampi sedili che sono nell’incassatura delle finestre, perché si sieda. Ma Gesù resta in piedi, sforzandosi di prestare attenzione a quanto gli dice Lazzaro… ma è visibile che il suo pensiero è altrove e che il suo cuore è molto afflitto benché, quando si accorge di essere osservato dagli apostoli, sorrida per dissipare il sospetto che è nel cuore di chi lo ha avvicinato circondandolo e che bisbiglia col vicino e ammicca accennando al Maestro.
72Il servo torna col rotolo e Pietro, visto che quelle pergamene contengono cose più alte di quanto la sua testa possa capire, si ritira dicendo: «I pesci non abboccano a certi cibi. Meglio parlare con Massimino di piante e colture».
73Marta continua il suo lavoro. Maria, anche tacendo, prende parte ai discorsi di Lazzaro, che segnala al Maestro alcuni punti scritti sulle pergamene, dicendo: «Non ha una preveggenza singolare questo pagano? Più che molti fra noi. Forse… se fosse stato qui, mentre Tu sei il Maestro nostro, sarebbe stato fra i tuoi discepoli, e uno dei migliori. E ti avrebbe capito come molti fra noi non sanno. E quale poema avrebbe tratto al suo genio l’ammirazione per Te!
74Le tue parole raccolte e conservate da uno spirito che è luminoso pur essendo di pagano! La tua vita descritta da questo intelletto aperto e limpido! Noi non abbiamo più scrittori e poeti. Tu sei nato tardi. Quando l’egoismo della vita e la corruzione religioso-sociale hanno estinto in noi poesia e genio.
75Ciò che senza conoscerti hanno scritto di Te i nostri sapienti e profeti non ha trovato riscontro nella voce viva di un tuo seguace. I tuoi prediletti, i tuoi fedeli sono, per la più parte, gente senza istruzione.
76E gli altri… No. Non abbiamo più degli scioelet[198] (dico come è pronunciato) per tramandare alle folle le tue sapienze e la tua figura. Non li abbiamo più, perché manca lo spirito e la volontà più che la capacità di farlo.
77La parte umanamente più eletta di Israele è sorda come una tromba guastata e non sa più cantare le glorie e meraviglie di Dio. Il mio timore è che tutto si perda o venga alterato, parte per incapacità, parte per malvolere…»
Il Messia affida la sua dottrina allo Spirito Santo.
78«Non accadrà. Lo Spirito del Signore, quando sarà stabilito nell’interno dei cuori, ripeterà le mie parole e ne spiegherà il significato. É lo Spirito di Dio Colui che parla sulle labbra del Cristo. Poi… Poi parlerà direttamente agli spiriti e ricorderà le mie parole».
79«Oh! fosse presto! Presto, poiché le tue parole sono così poco ascoltate e meno capite.
80Io penso che violento come fuoco che divampi sarà il ruggire dello Spirito di Dio per scolpire nelle menti, con la violenza, ciò che non vollero accogliere perché era dolce e mite.
81Io penso che il fiammeggiante Spirito brucerà con le sue fiamme le tiepide o torpide coscienze, scrivendo su esse le tue parole. Il mondo dovrà amarti. L’Altissimo lo vuole! Ma quando sarà?», dice la Maddalena col suo solito impeto.
82«Quando Io mi sarò consumato nel Sacrificio d’amore[199]. Allora l’Amore verrà[200]. Sarà come la fiamma bella che si alza dalla Vittima immolata. E non si spegnerà questa fiamma, perché non cesserà il Sacrificio. Stabilito che sia, durerà per tutto il tempo della Terra[201]».
83«Ma allora… Tu dovresti proprio essere immolato perché ciò avvenisse!».
84«Così è». Gesù ha il suo gesto solito di adesione alla propria sorte. Allarga le braccia con le mani rivolte in fuori e china il capo. Poi lo rialza per sorridere a Lazzaro afflitto e dice: «Però non sarà violenta come un ruggito la voce immateriale dello Spirito di Amore, ma sarà dolce come l’amore, il quale è soave come vento di nisam eppure è forte come la morte.
85L’ineffabile ministero dell’Amore! Il complemento, il completamento del mio ministero. La perfezione del mio ministero di Maestro… Io non temo, come tu temi, o Maria, che nulla si perda di quanto ho dato.
86Anzi, in verità ti dico che raggi di luce saranno gettati sulle mie parole e ne vedrete lo spirito. Io me ne vado serenamente, perché affido la mia dottrina allo Spirito Santo[202]e il mio spirito al Padre mio[203]».
Lazzaro vieni fuori.
87Curva il capo pensando e poi, posato il rotolo, che ha originato la conversazione, su una specie di alta credenza o cofano d’ebano o di altro legno scuro, tutta a intarsi di avorio giallastro, che quattro servi hanno portato dalla stanza vicina e nella quale Marta sta ordinando la disposizione delle stoviglie più preziose, dice: «Lazzaro, vieni fuori. Ho bisogno di parlarti!».
88«Subito, Signore», e Lazzaro si alza dal sedile su cui si era seduto e segue Gesù nel giardino che imbruna, morendo in cielo l’ultima luce del giorno ed essendo ancor troppo tenue il primo albore lunare che si manifesta appena.
45. L’addio a Lazzaro[204].
Gesù di Nazareth è il Redentore[205].
Il Messia affida e confida a Lazzaro le sue volontà.
1Gesù è a Betania. É sera. Una placida sera di aprile. Dalle ampie finestre della sala del convito si vede il giardino di Lazzaro tutto in fiore e, oltre, il frutteto che pare tutta una nuvola di petali lievi. Un profumo di verde novello, di un dolce amaro di fiori fruttiferi, di rose e altri fiori, si mescola, entrando col placido vento della sera che fa ondeggiare lievemente le tende stese sulle porte e tremolare le luci del lampadario del centro, ad un acuto profumo di tuberose, di mughetti, di gelsomini, mescolato in essenza rara, sopravvivenza del balsamo con cui Maria di Magdala ha profumato il suo Gesù, che ne ha ancora i capelli resi più scuri dall’unzione.
2Nella sala sono ancora Simone, Pietro, Matteo e Bartolomeo. Gli altri mancano come fossero già usciti per incombenze.
3Gesù si è alzato da tavola e osserva un rotolo di pergamena che Lazzaro gli ha mostrato. Maria di Magdala gira per la sala… pare una farfalla attratta dalla luce. Non sa che volteggiare intorno al suo Gesù. Marta sorveglia i servi che levano le splendide stoviglie preziose, sparse sulla mensa.
4Gesù posa il rotolo su un’alta credenza, a intarsi d’avorio nel nero del legno lucido, e dice: «Lazzaro, vieni fuori. Ho bisogno di parlarti».
5«Subito, Signore», e Lazzaro si alza dal suo sedile presso la finestra e segue Gesù nel giardino, in cui l’ultima luce del giorno si mesce al primo chiarissimo chiarore di luna. Gesù cammina dirigendosi oltre il giardino, là dove è il sepolcro che fu di Lazzaro e che ora mostra una grande cornice di rose tutte in fiore sulla sua bocca vuota. In alto di essa, sulla roccia lievemente inclinata, è scolpito: «Lazzaro, vieni fuori!». Gesù si ferma lì. La casa non si vede più, nascosta come è da alberi e siepi. Vi è un silenzio assoluto e assoluta solitudine.
6«Lazzaro, amico mio», chiede Gesù rimanendo in piedi, di fronte al suo amico, e fissandolo con un’ombra di sorriso nel volto molto smagrito e pallido più del consueto. «Lazzaro, amico mio, sai tu chi sono Io?».
7«Tu? Ma sei Gesù di Nazareth, il mio dolce Gesù, il mio santo Gesù, il mio potente Gesù!».
8«Questo per te. Ma per il mondo, chi sono Io?».
«Sei il Messia d’Israele».
9«E poi?».
«Sei il Promesso, l’Atteso… Ma perché mi chiedi questo? Dubiti della mia fede?».
10«No, Lazzaro. Ma Io ti voglio confidare una verità. Nessuno, fuorché mia Madre e uno dei miei, la sa. Mia Madre, perché Ella non ignora nulla. Uno, perché è compartecipe in questa cosa. Agli altri l’ho detta, in questi tre anni che sono con Me, molte e molte volte. Ma il loro amore ha fatto da nepente[206] e da riparo alla verità annunciata. Non hanno potuto tutto capire… Ed è bene non abbiano capito, altrimenti, per impedire un delitto, ne avrebbero commesso un altro. Inutile. Perché ciò che deve avvenire avverrebbe, nonostante ogni uccisione. Ma a te la voglio dire».
11«Dubiti che io ti ami meno di loro? Di quale delitto parli? Quale delitto deve avvenire? Parla, in nome di Dio!». Lazzaro è agitato.
12«Parlo, sì. Non dubito del tuo amore. Tanto poco ne dubito che ad esso affido e confido le mie volontà…».
13«Oh! mio Gesù! Ma questo lo fa chi è prossimo a morte! Io l’ho fatto quando ho compreso che Tu non venivi e che io dovevo morire».
«Ed Io devo morire».
«Noooh!». Lazzaro ha un alto gemito.
Il prezzo dell’Agnello.
14«Non gridare. Che nessuno senta. Ho bisogno di parlare a te solo. Lazzaro, amico mio, sai tu che avviene in questo momento in cui tu sei presso a Me, nell’amicizia fedele che mi desti fin dal primo momento e che non fu mai turbata da nessun motivo? Un uomo, insieme ad altri uomini, sta contrattando il prezzo dell’Agnello. Sai che nome ha quell’Agnello? Ha nome Gesù di Nazareth».
15«Nooh! I nemici ci sono, è vero. Ma non può uno venderti! Chi? Chi è?».
16«È uno dei miei. Non poteva che essere uno di quelli che Io ho più fortemente deluso e che, stanco di attendere, vuole liberarsi di Colui che ormai non è più che un pericolo personale. Crede di rifarsi una stima, secondo il pensiero suo, presso i grandi del mondo. Sarà invece disprezzato dal mondo dei buoni e da quello dei delinquenti. É arrivato a questa stanchezza di Me, dell’attesa di ciò che con ogni mezzo ha cercato di raggiungere: la grandezza umana, perseguita prima nel Tempio, creduta di raggiungere col Re di Israele, ed ora cercata nuovamente nel Tempio e presso i romani… Spera… Ma Roma, se sa anche premiare i suoi servi fedeli,… sa calpestare sotto il suo sprezzo i vili delatori. Egli è stanco di Me, dell’attesa, della soma che è l’esser buoni. Per chi è malvagio, l’essere, il dovere fingere di essere buono, è una soma di un peso schiacciante. Può essere sostenuta per qualche tempo… e poi… non si può più… e ci si libera di essa per tornare liberi. Liberi? Così credono i malvagi. Così lui crede. Ma libertà non è. L’essere di Dio è libertà. L’essere contro Dio è una prigionia di ceppi e catene, di pesi e sferzate, quale nessun galeotto al remo, quale nessuno schiavo alle costruzioni la sopporta sotto la sferza dell’aguzzino».
«Chi è? Dimmelo. Chi è?».
«Non serve».
17«Sì che serve… Ah! … Non può essere che lui: l’uomo che è sempre stato una macchia nella tua schiera, l’uomo che anche poco fa ha offeso mia sorella. É Giuda di Keriot!».
La possessione e l’incarnazione.
18«No. É Satana. Dio ha preso carne in Me: Gesù. Satana ha preso carne in lui: Giuda di Keriot[207].
19Un giorno… molto lontano… qui, in questo tuo giardino, Io ho consolato un pianto ed ho scusato uno spirito caduto nel fango.
20Ho detto che la possessione è il contagio di Satana che inocula i suoi succhi nell’essere e lo snatura. Ho detto che è il connubio, con Satana e con l’animalità, di uno spirito.
21Ma la possessione è ancor poca cosa rispetto all’incarnazione. Io sarò posseduto dai miei santi[208] ed essi saranno da Me posseduti. Ma solo in Gesù Cristo è Dio quale è in Cielo, perché Io sono il Dio fatto Carne. Una sola è l’Incarnazione divina.
22Così ugualmente in uno solo sarà Satana, Lucifero, così come è nel suo regno, perché solo nell’uccisore del Figlio di Dio è Satana incarnato. Egli, mentre Io qui ti parlo, è davanti al Sinedrio e tratta e si impegna per la mia uccisione. Ma non è lui, è Satana.
La gioia di Lazzaro era occuparsi del Messia.
23Ora ascolta, Lazzaro, amico fedele. Io ti chiedo alcuni piaceri. Tu non mi hai mai nulla negato. Il tuo amore fu tanto grande che, senza mai oltrepassare il rispetto, fu sempre attivo al mio fianco, con mille aiuti, con tanti previdenti aiuti e saggi consigli che Io ho sempre accettato, perché vedevo nel tuo cuore un vero desiderio del mio bene».
24«Oh! Signor mio! Ma era la mia gioia occuparmi di Te! Che farò più ora, se non avrò da occuparmi del mio Maestro e Signore? Troppo! Troppo poco mi hai permesso di fare! Il mio debito verso Te, che hai reso Maria al mio amore e all’onore, e me alla vita, è tale che… Oh! perché mi hai richiamato da morte per farmi vivere quest’ora? Ormai tutto l’orrore della morte e tutta l’angoscia dello spirito, tentato di paura da Satana nel momento di presentarsi al Giudice eterno, io l’avevo superato, ed era buio…
25Che hai, Gesù? Perché fremi e impallidisci ancor più di quanto Tu non sia? Il tuo volto è pallido più di questa rosa di neve che languisce sotto la luna. Oh! Maestro! Sembra che il sangue e la vita ti abbandonino…»
26«Sono infatti come uno che muore con le vene aperte. Tutta Gerusalemme, e voglio dire con ciò “tutti i nemici fra i potenti di Israele”, è attaccata a Me con avide bocche e mi aspira la vita e il sangue.
27Vogliono fare silenzio della Voce che per tre anni li ha tormentati anche amandoli,… perché ogni mia parola, anche se era parola d’amore, era scossa che richiamava al risveglio la loro anima, e loro non volevano sentire questa loro anima, loro che l’hanno legata con la loro sensualità triplice.
28E non solo i grandi… Ma tutta, tutta Gerusalemme sta per accanirsi sull’Innocente e volerne la morte… e con Gerusalemme la Giudea… e con la Giudea la Perea, l’Idumea, la Decapoli, la Galilea, la Sirofenicia… tutto, tutto Israele convenuto a Sionne per il “Passaggio”[209] del Cristo dà vita a morte… Lazzaro, tu che sei morto e che sei risorto, dimmi: cosa è il morire? Che provasti? che ricordi?».
Volontà di essere Redentore.
Il Messia va’ cosciente alla morte.
29«Il morire?… Non ricordo esattamente che fu. Dopo la grande sofferenza successe un grande languore… Mi pareva di non soffrire più e di avere solo un grande sonno… Luce e rumore divenivano sempre più fiochi e lontani… Dicono le sorelle e Massimino che io davo segno di aspra sofferenza… Ma io non la ricordo…».
30«Già. La pietà del Padre ottunde ai morenti il sensorio intellettuale, di modo che essi soffrono unicamente con la carne, che è quella che deve essere purificata da questo prepurgatorio che è l’agonia. Ma Io… E della morte che ricordi?».
31«Nulla, Maestro. Ho uno spazio buio nello spirito. Una zona vuota. Ho una interruzione nel corso della mia vita che non so come riempire. Non ho ricordi. Se io guardassi nel fondo di quel buco nero che mi tenne per quattro giorni, pur essendo notte ed essendo in esso ombra, sentirei, se non vedrei, il gelo umido salire dalle sue viscere e ventarmi in faccia. É già una sensazione. Ma io, se penso a quei quattro giorni, non ho nulla. Nulla. É la parola».
32«Già. Coloro che tornano non possono dire… Il mistero si svela volta per volta a colui che vi entra. Ma Io, Lazzaro, Io so cosa soffrirò. Io so che soffrirò in piena coscienza. Non vi sarà nessun addolcimento di bevande e di languore per cui meno atroce mi diventi l’agonia. Io mi sentirò morire. Già lo sento… Muoio già, Lazzaro. Come uno malato di incurabile malattia, ho continuato a morire in questi trentatré anni. E sempre più il morire si è accelerato man mano che il tempo mi avvicinava a quest’ora.
33Prima era solo il morire del sapere dell’esser nato per essere Redentore. Poi fu il morire di chi si vede combattuto, accusato, deriso, perseguitato, ostacolato… Che stanchezza! Poi… il morire di avere di fianco, sempre più vicino, fino ad averlo abbrancato a Me come una piovra al naufrago, colui che è il mio Traditore. Che nausea! Ora muoio nello strazio del dovere dire “addio” agli amici più cari, e alla Madre…».
La tortura dello spirito e del sentimento.
34«Oh! Maestro! Tu piangi?! So che hai pianto anche davanti al mio sepolcro perché mi amavi. Ma ora… Tu piangi di nuovo. Sei tutto di gelo. Hai le mani già fredde come un cadavere. Tu soffri… Troppo Tu soffri!…».
35«Sono l’Uomo, Lazzaro. Non sono solo il Dio. Dell’uomo ho la sensibilità e gli affetti. E l’anima mi si angoscia pensando alla Madre…
36Eppure, Io te lo dico, è divenuta tanto mostruosa questa mia tortura di subire la vicinanza del Traditore, l’odio satanico di tutto un mondo, la sordità di coloro che, se non odiano, neppure sanno amare attivamente, perché amare attivamente è giungere ad essere quale l’Amato vuole e insegna, e invece qui!…
37Sì, molti mi amano. Ma sono rimasti “loro”. Non hanno preso un altro io per amore mio. Sai chi ha saputo, fra i miei più intimi, snaturarsi per divenire di Cristo, come Cristo vuole? Una sola: tua sorella Maria. Lei è partita da una animalità completa e pervertita per giungere ad una spiritualità angelica. E questo per unica forza d’amore».
«Tu l’hai redenta».
38«Tutti li ho redenti con la parola. Ma solo lei si è mutata totalmente per attività d’amore. Ma dicevo: e tanto è mostruosa la mia sofferenza di tutte queste cose, che non sospiro altro che tutto sia compiuto. Le mie forze piegano… Sarà meno pesante la croce di questa tortura dello spirito e del sentimento…».
39«La croce?! Nooh! Oh! no! É troppo atroce! É troppo infamante! No!». Lazzaro, che ha tenuto da qualche tempo fra le sue le mani gelate di Gesù, ritto di fronte al suo Maestro, le lascia andare e si accascia sul sedile di pietra che è lì presso, si chiude il viso fra le mani e piange desolatamente.
40Gesù gli si accosta, gli pone la mano sulle spalle scosse dai singhiozzi e dice: «E che? Devo essere Io, che muoio, colui che consola te che vivi? Amico, Io ho bisogno di forza e di aiuto. E te lo chiedo. Non ho che te che me lo possa dare. Gli altri è bene che non sappiano. Perché se sapessero… Correrebbe del sangue. E Io non voglio che gli agnelli divengano lupi, neppure per amore dell’Innocente. La Madre… oh! che trafittura parlare di Lei…
Il conforto della Madre.
41La Madre ha già tanta angoscia! Anche Lei è una moritura esausta… Sono trentatré anni che muore Lei pure, ed ora è tutta una piaga, come la vittima di un atroce supplizio.
42Ti giuro che ho combattuto fra la mente e il cuore, fra l’amore e la ragione, per decidere se era giusto allontanarla, rimandarla nella sua casa dove Ella sempre sogna l’Amore che l’ha resa Madre, gusta il sapore del suo bacio di fuoco, trassale nell’estasi di quel ricordo e con occhi d’anima sempre vede alitare l’aria percossa e smossa da un bagliore angelico.
43In Galilea la notizia della Morte giungerà quasi al momento in cui Io potrò dirle: “Madre, Io sono il Vincitore!”. Ma non posso, no, non posso fare questo. Il povero Gesù, carico dei peccati del mondo, ha bisogno di un conforto. E la Madre me lo darà.
44L’ancora più povero mondo ha bisogno di due Vittime. Perché l’uomo peccò con la donna; e la Donna deve redimere, come l’Uomo redime. Ma, fino a che l’ora non sarà suonata, Io do alla Madre un sorriso sicuro… Ella trema… lo so.
45Ella sente avvicinarsi la Tortura. Lo so. E ne repelle per naturale ribrezzo e per santo amore, così come Io repello alla Morte perché sono un “vivo” che deve morire. Ma guai se sapesse che fra cinque giorni… Non giungerebbe viva a quell’ora, ed Io la voglio viva per trarre dalle sue labbra forza come trassi vita dal suo seno.
46E Dio la vuole sul mio Calvario per mescolare l’acqua del pianto verginale al vino del Sangue divino e celebrare la prima Messa. Sai che sarà la Messa? Non sai. Non puoi sapere. Sarà la mia morte applicata in perpetuo al genere umano vivente o penante. Non piangere, Lazzaro. Ella è forte.
47Non piange. Ha pianto per tutta la sua vita di Madre. Ora non piange più. Si è crocifissa il sorriso sul volto… Hai visto che volto le è venuto in questi ultimi tempi? Si è crocifissa il sorriso sul volto per confortare Me. Ti chiedo di imitare mia Madre.
I segreti affidati a Lazzaro.
Betania sarà sempre Betania.
48Non potevo più tenere da Me solo il mio segreto. Mi sono guardato intorno cercando un amico sincero e sicuro. Ho incontrato il tuo sguardo leale. Ho detto: “A Lazzaro”. Io, quando tu avevi un macigno sul cuore, ho rispettato il tuo segreto e l’ho difeso contro le anche naturale curiosità del cuore.
49Ti chiedo lo stesso rispetto per il mio. Dopo… dopo la mia morte tu lo dirai. Dirai questo colloquio. Perché si sappia che Gesù andò cosciente alla morte e alle note torture unì anche questa di non avere nulla ignorato, né sulle persone, né sul suo destino. Perché si sappia che, mentre ancora poteva salvarsi, non volle, perché l’amore suo infinito per gli uomini non ardeva che di consumare il sacrificio per essi».
50«Oh! salvati, Maestro! Salvati! Io ti posso far fuggire. Questa notte stessa. Una volta sei pur fuggito in Egitto! Fuggi anche ora. Vieni, andiamo. Prendiamo Maria con noi e le sorelle, e andiamo. Nessuna delle mie ricchezze mi attrae, lo sai. La ricchezza mia e di Maria e di Marta sei Tu. Andiamo».
51«Lazzaro, allora sono fuggito perché non era l’ora. Ora è l’ora. E resto».
52«E allora io vengo con Te. Non ti lascio».
53«No. Tu resti qui. Posto che una licenza concede che chi è dentro la passeggiata di un sabato possa consumare l’agnello nella sua casa, ecco che tu, come sempre, consumerai qui il tuo agnello.
54Però lasciami venire le sorelle… Per la Mamma… Oh! cosa ti celavano, o Martire, le rose dell’amore divino! L’abisso! L’abisso! E da esso ora salgono e s’avventano le fiamme dell’Odio a morderti il cuore! Le sorelle, sì. Sono forti e attive… e la Mamma sarà un essere agonizzante, curvo sulla mia spoglia.
55Giovanni non basta. É l’amore, Giovanni. Ma è ancora immaturo. Oh! maturerà divenendo uomo nello strazio di questi prossimi giorni. Ma la Donna ha bisogno delle donne sulle sue tremende ferite. Me le concedi?».
56«Ma tutto, tutto sempre ti ho dato con gioia, e solo mi dolevo che Tu volessi così poco!…».
57«Lo vedi. Da nessun altro ho accettato quanto dagli amici di Betania. Questa è stata una delle accuse che l’ingiusto mi ha fatto più di una volta. Ma Io trovavo qui, fra voi, tanto da consolare l’Uomo da tutte le sue amarezze d’uomo.
58A Nazareth era il Dio che si racconsolava presso l’unica Delizia di Dio. Qui era l’Uomo. Ed Io, prima di salire alla morte, ti ringrazio, amico fedele, amoroso, gentile, premuroso, riservato, dotto, discreto e generoso. Di tutto ti ringrazio. Il Padre mio, poi, ti darà compenso…».
59«Tutto ho già avuto col tuo amore e con la redenzione di Maria».
Gerusalemme sarà corrotta.
60«Oh! no. Molto ancora devi avere. Ed avrai. Ascolta. Non disperarti così. Dammi la tua intelligenza perché Io possa dirti ciò che ancora ti chiedo. Tu resterai qui ad attendere…».
61«No, questo no. Perché Maria e Marta, e non io?».
62«Perché non voglio che tu ti corrompa come tutti i maschi si corromperanno. Gerusalemme nei giorni futuri sarà corrotta come lo è l’aria intorno ad una carogna putrida, crepata all’improvviso per l’imprudente colpo di tallone di un passante. Ammorbata e ammorbante.
63I suoi miasmi renderanno folli anche i meno crudeli, anche i miei discepoli stessi. Essi fuggiranno. E dove verranno nello sbigottimento loro? Da Lazzaro. Quante volte, in questi tre anni, essi sono venuti per cercare pane, letto, difesa, ricovero, e il Maestro… Ora torneranno.
64Come pecore sbandate dal lupo che ha rapito il pastore, correranno ad un ovile. Radunale. Rincuorale. Di’ loro che Io le perdono. Ti affido il mio perdono per loro. Non avranno pace per essere fuggiti. Di’ loro di non cadere in un più grande peccato col disperare del mio perdono».
65«Tutti fuggiranno?».
«Tutti, meno Giovanni».
L’Iscariota sarà da Satana.
66«Maestro. Non mi chiederai di accogliere Giuda? Fammi morire di tortura, ma questo non me lo chiedere. Più volte la mia mano ha fremuto sulla mia spada, ansiosa di uccidere l’obbrobrio della famiglia. E non l’ho mai fatto perché non sono un violento. Fui solo tentato di farlo. Ma ti giuro che, se rivedo Giuda, come un capro di delitto io lo sgozzo».
67«Non lo vedrai mai più. Te lo giuro».
«Fuggirà? Non importa. Ho detto: “Se lo vedrò”. Ora dico: “Io lo raggiungerò, fosse ai confini del mondo, e lo ucciderò”».
68«Non lo devi desiderare».
«Lo farò».
69«Non lo farai, perché dove egli sarà tu non potrai andare».
«In seno al Sinedrio? Nel Santo? Anche là lo raggiungerò e ucciderò».
«Non sarà là».
«Da Erode? Sarò ucciso, ma prima lo ucciderò».
70«Sarà da Satana. E tu non sarai mai da Satana. Ma deponi subito questo pensiero omicida, perché altrimenti Io ti lascio».
71«Oh! oh!… Ma… Sì, per Te… Oh! Maestro! Maestro! Maestro!».
Consapevolezza di essere Redentore.
Il “Redentore” consapevole della sua immolazione.
71«Sì. Il tuo Maestro… Accoglierai i discepoli, li conforterai. Li ricondurrai verso la Pace. Io sono la Pace. E anche dopo… Dopo tu li aiuterai. Betania sarà sempre Betania, finché l’Odio non frugherà in questo focolare d’amore credendo disperderne le fiamme, ed invece spargendole sul mondo per accenderlo tutto. Io ti benedico, Lazzaro, per tutto quanto hai fatto e per tutto quello che farai…».
72«Nulla, nulla. Tu mi hai tratto dalla morte e non mi permetti di difenderti. Che ho fatto allora?».
73«Mi hai dato le tue case. Vedi? Era destino. Il primo alloggio in Sionne in una terra che è tua. L’ultimo ancora in una di esse. Era destino che Io fossi il tuo Ospite. Ma dalla morte non mi potresti difendere. Ti ho chiesto in principio di questo colloquio: “Sai tu chi sono?”. Ora rispondo: “Sono il Redentore”. Il Redentore deve consumare il sacrificio sino all’ultima immolazione. Del resto, credilo. Colui che salirà sulla croce e sarà esposto agli sguardi e agli scherni del mondo non sarà un vivo. Ma un morto. Io sono già un morto. Ucciso dal non amore più e prima che dalla tortura.
74E ancora una cosa, amico. Io domani all’aurora vado a Gerusalemme. E tu sentirai dire che Sionne ha acclamato come un trionfatore il suo Re mansueto, che entrerà in essa cavalcando un asinello.
75Non ti illuda questo trionfo e non ti faccia giudicare che la Sapienza che ti parla fu non sapiente in questa placida sera. Più ratto di astro che riga il cielo e scompare per spazi sconosciuti, dileguerà il favore popolare, ed Io fra cinque sere, a questa stessa ora, inizierò la tortura con un bacio d’inganno che aprirà le bocche, domani osannanti, in un coro di atroci bestemmie e di feroci voci di condanna.
La “Vittima” consapevole del suo sacrificio.
76Sì. Lo avrai finalmente, o città di Sionne, o popolo d’Israele, l’Agnello pasquale! Lo avrai in questo prossimo rito. Eccolo. É la 77Vittima preparata dai secoli. L’Amore l’ha generata[210], preparandosi per talamo un seno in cui non fu macchia[211]. E l’Amore la consuma[212]. Ecco. È la Vittima conscia[213]. Non come l’agnello che, mentre il beccaio affila il coltello per sgozzarlo, ancor bruca l’erbetta del prato, o ignaro urta col muso rosato contro il tondo capezzolo materno.
78Ma Io sono l’Agnello[214] che cosciente dice: “Addio!” alla vita, alla Madre, agli amici, e va al sacrificatore e dice: “Eccomi!”. Io sono il Cibo dell’uomo.
79Satana ha messo una fame che mai si è saziata. Che non si può saziare. Solo un cibo la sazia, perché leva quella fame. E quel Cibo, eccolo. Ecco, uomo, il tuo Pane[215]. Ecco il tuo Vino[216].
80Consuma la tua Pasqua, o Umanità! Passa il tuo mare, rosso delle fiamme sataniche. Tinta del mio Sangue tu passerai, razza dell’Uomo, preservata dal fuoco infernale. Puoi passare.
81I Cieli, premuti dal mio desiderio, già socchiudono le eterne porte. Guardate, o spiriti dei morti! Guardate, o uomini viventi! Guardate, o anime che sarete incorporate nei futuri! Guardate, angeli del Paradiso! Guardate, demoni dell’Inferno! Guarda, o Padre; guarda, o Paraclito! La Vittima sorride. Non piange più…
“Era ed è la verità e la vita”.
82Tutto è detto. Addio, amico. Te pure non ti vedrò più prima della morte. Diamoci il bacio di addio. E non dubitare. Ti diranno: “Era un folle! Era un demonio! Un mentitore! É morto mentre diceva che era la Vita”.
83A loro, e specie a te stesso, rispondi: “Era ed è la Verità e la Vita. É il Vincitore della morte. Io lo so. E non può essere l’eterno Morto. Io lo attendo. E non sarà consumato tutto l’olio nella lampada, che l’amico tiene pronta per far luce al mondo, convitato alle nozze del Trionfatore, che Egli, lo Sposo, tornerà. E la luce, questa volta, non potrà mai più essere spenta”.
84Credi questo, Lazzaro. Ubbidisci al mio desiderio. Senti questo usignolo come canta dopo essersi taciuto per lo scoppio del tuo pianto? Così fa’ tu. La tua anima, dopo l’inevitabile pianto sull’Ucciso, canti l’inno sicuro della tua fede. Sii benedetto. Dal Padre, dal Figlio, dallo Spirito Santo».
Nota del Portavoce.
85Quanto ho sofferto! Per tutta la notte, dalle 23 di giovedì l° marzo alle 5 della mattina del venerdì. Ho visto Gesù in un’angoscia di poco inferiore a quella del Getsemani, specie quando parla della Madre, del traditore, e mostra il ribrezzo della morte. Ho ubbidito al comando di Gesù di scrivere questo su un quaderno a parte per farne una Passione più particolareggiata. Lei ha visto il mio viso questa mattina… debole immagine della sofferenza patita… E non dico di più, perché ci sono pudori insormontabili.
46. Apparizione a Lazzaro[217].
Apostoli e discepoli.
1Il sole di un sereno mattino d’aprile empie di brillii i boschetti di rose e gelsomini del giardino di Lazzaro. E le siepi di bosso e d’alloro, il ciuffo di un’alta palma che ondeggia lieve al limite di un viale, il foltissimo lauro presso la peschiera, sembrano lavati da una mano misteriosa, tanto la copiosa rugiada notturna ne ha deterse e irrorate le foglie, che ora paiono coperte di uno smalto nuovo tanto sono lucide e nette. Ma la casa tace come fosse piena di morti. Le finestre sono aperte, ma non una voce, non un rumore viene dalle stanze, in penombra perché tutte le tende sono calate.
2Nell’interno, oltre il vestibolo nel quale si aprono molte porte tutte aperte -ed è strano vedere senza nessun apparato le sale solitamente usate per i conviti più o meno numerosi- vi è un ampio cortile lastricato e circondato da un portico sparso di sedili. Su questi, e persino seduti sul suolo, su stuoie, o anche sul marmo stesso, sono numerosi discepoli. E fra essi vedo gli apostoli Matteo, Andrea, Bartolomeo, i fratelli Giacomo e Giuda d’Alfeo, Giacomo di Zebedeo e i discepoli pastori con Mannaen, oltre ad altri che non conosco. Non vedo lo Zelote, non Lazzaro, non Massimino.
3Infine questo entra con dei servi e distribuisce a tutti del pane con cibi diversi, ossia ulive o formaggio, o miele, e anche latte fresco per chi lo vuole. Ma non c’è voglia di mangiare, per quanto Massimino esorti tutti a farlo. L’accasciamento è profondo. I visi si sono in pochi giorni infossati, fatti terrei sotto il rossore del pianto. Specie gli apostoli e quelli fuggiti fin dalle prime ore mostrano un aspetto avvilito, mentre i pastori con Mannaen sono meno accasciati, anzi, meno vergognosi, e Massimino è solo virilmente addolorato.
Da Filippo.
4Entra quasi di corsa lo Zelote e chiede: «É qui Lazzaro?».
«No, è nella sua stanza. Che vuoi?».
«Sul limite del sentiero, presso la fontana del Sole, è Filippo. Viene dalla piana di Gerico. É sfinito. E non vuole venire avanti, perché… come tutti, si sente peccatore. Ma Lazzaro lo persuaderà».
Si alza Bartolomeo e dice: «Vengo anche io…».
Vanno da Lazzaro che, chiamato, esce con un volto straziato dalla stanza semibuia, dove certo ha pianto e pregato.
5Escono tutti e traversano prima il giardino, poi il paese nella parte che si dirige già verso le pendici del monte Uliveto, e poi raggiungono il limite di questo paese dalla parte dove esso termina col terminare del pianoro su cui è costruito, per proseguire unicamente colla via montana che scende e sale a scalinate naturali per le montagne, che degradano verso la pianura a est e salgono verso la città di Gerusalemme a ovest.
6Qui è una fontana dal largo bacino, dove certo armenti e uomini si dissetano. Il luogo è in quest’ora solitario e fresco, perché molta ombra di alberi folti è intorno alla cisterna piena di un’acqua pura, che sempre si rinnova scendendo da qualche sorgiva montana e trabocca tenendo umido il suolo.
L’amico raduna il gregge.
7Filippo è seduto sull’orlo più alto della fonte, a capo basso, spettinato, polveroso, con i sandali rotti che pendono dal piede scorticato.
8Lazzaro lo chiama, con pietà: «Filippo, vieni a me! Amiamoci per amor suo. Stiamo uniti nel suo Nome. E’ amarlo ancora fare questo!».
9«Oh! Lazzaro! Lazzaro! Io sono fuggito… e ieri, oltre Gerico, ho saputo che è morto!… Io… io non mi posso perdonare di essere fuggito…».
10«Tutti siamo fuggiti. Meno Giovanni che è rimasto a Lui fedele e Simone che ci ha radunati per ordine suo dopo che da vili fuggimmo. E poi… di noi apostoli, nessuno fu fedele», dice Bartolomeo.
11«E te lo puoi perdonare?».
«No. Ma penso riparare come posso col non cadere nell’abbattimento sterile. Dobbiamo unirci fra noi. Unirci a Giovanni. Sapere le sue ultime ore. Giovanni lo ha sempre seguito», risponde a Filippo il compagno Bartolomeo.
12«E non fare morire la sua Dottrina. Bisogna predicarla al mondo. Tenere viva quella almeno, posto che, troppo pesanti e tardi, non sapemmo provvedere in tempo a salvarlo dai suoi nemici», dice lo Zelote.
13«Non potevate salvarlo. Nulla lo poteva salvare. Egli me lo ha detto. Lo ridico un’altra volta», dice sicuro Lazzaro.
14«Tu lo sapevi, Lazzaro?», chiede Filippo.
«Lo sapevo. La mia tortura è stata di sapere, dalla sera del sabato, la sua sorte da Lui, e nei particolari, nel sapere come noi avremmo agito…».
15«No. Tu no. Tu hai solo ubbidito e sofferto. Noi abbiamo agito da vili. Tu e Simone siete i sacrificati all’ubbidienza», prorompe Bartolomeo.
16«Sì. All’ubbidienza. Oh! come è pesante fare resistenza all’amore per ubbidienza all’Amato! Vieni, Filippo. Nella mia casa sono quasi tutti i discepoli. Vieni tu pure».
17«Mi vergogno di apparire al mondo, ai compagni…».
«Tutti uguali siamo!», geme Bartolomeo.
«Sì. Ma io ho un cuore che non si perdona».
18«Ciò è orgoglio, Filippo. Vieni. Egli mi ha detto la sera del sabato: “Essi non si perdoneranno. Di’ loro che Io li perdono, perché so che non sono loro che agiscono liberamente. Ma è Satana che li travia”. Vieni».
19Filippo piange più forte, ma cede. E, curvo come fosse divenuto vecchio in pochi giorni, va a fianco di Lazzaro fino al cortile dove tutti lo attendono. E lo sguardo che egli dà ai compagni, e quello che i compagni dànno a lui, è la confessione più chiara del loro accasciamento totale.
Lazzaro delegato al ministero della riconciliazione.
20Lazzaro lo nota e parla: «Una nuova pecora del gregge di Cristo, intimorita dalla venuta dei lupi e fuggita dopo la cattura del Pastore, è stata raccolta dall’amico di Lui. A questa dispersa, che ha conosciuto l’amarezza dell’essere sola, senza neppure il conforto di piangere lo stesso errore fra i fratelli, io ripeto il suo testamento di amore.
21Egli, lo giuro alla presenza dei cori celesti, mi ha detto, con tante altre cose che la vostra umana debolezza presente non può sopportare perché, veramente, sono di una desolazione che mi lacerano da dieci giorni il cuore -e se non sapessi che la mia vita serve al mio Signore, benché così povera e manchevole come è, mi abbandonerei alla ferita di questo dolore di amico e di discepolo che tutto ha perduto, Lui perdendo- mi ha detto: “I miasmi di Gerusalemme corrotta renderanno folli anche i miei discepoli. Essi fuggiranno e verranno da te”. Infatti, vedete che tutti siete venuti. Tutti, potrei dire. Perché, meno Simon Pietro e l’Iscariota, tutti siete venuti verso la mia casa e il mio cuore di amico. Ha detto: “Tu le radunerai. Le rincuorerai le mie pecore disperse. Dirai loro che Io le perdono. Ti affido il mio perdono per loro. Non si daranno pace di essere fuggiti. Di’ loro di non cadere nel più grande peccato del disperare del mio perdono”.
22Così ha detto. E io, perdono per Lui vi ho dato. E ne ho avuto rossore di darvi in suo Nome questa cosa così santa, così sua, che è il Perdono, ossia l’Amore perfetto, perché perfettamente ama chi al colpevole perdona. Questo ministero ha confortato la mia aspra ubbidienza… Perché là avrei voluto essere, come Maria e Marta, le mie dolci sorelle. E se Lui fu crocifisso sul Golgota dagli uomini, io qui, ve lo giuro, sono crocifisso dall’ubbidienza, ed è ben straziante martirio. Ma se serve a dargli conforto allo Spirito, se ciò serve a salvargli i suoi discepoli sino al momento in cui Egli li radunerà per perfezionarli nella fede, ecco, io immolo una volta ancora il mio desiderio di andare almeno a venerarne la salma prima che il terzo giorno muoia.
Prove della risurrezione.
23Lo so che dubitate. Non dovete. Io non so le sue parole del banchetto pasquale altro che per quello che voi mi avete detto. Ma più le penso, più alzo uno per uno questi diamanti delle sue verità, e più sento che essi hanno un sicuro riferimento al domani immediato. Egli non può avere detto: “Vado al Padre e poi tornerò” se non avesse veramente a tornare.
24Non può avere detto: “Quando mi rivedrete sarete pieni di gaudio” se fosse scomparso per sempre. Egli lo ha sempre detto: “Io risusciterò”. Voi mi avete detto che disse: “Sui semi gettati in voi sta per cadere una rugiada che li farà tutti germogliare, e poi verrà il Paraclito che li farà divenire alberi potenti”. Non disse così? Oh! non fate che ciò avvenga solo per l’ultimo dei suoi discepoli, per il povero Lazzaro che non fu con Lui che raramente! Quando Egli tornerà, fate che trovi germogliati i suoi semi sotto la rugiada del suo Sangue.
25In me è tutta una accensione di luce, è tutto un erompere di forze dall’ora tremenda in cui Egli salì sulla Croce. Tutto si illumina, tutto nasce e mette stelo. Non c’è parola che mi resti nel suo povero significato umano. Ma tutto ciò che da Lui o di Lui udii, ecco che ora prende vita, e realmente la mia landa brulla si muta in fertile aiuola dove ogni fiore ha il suo Nome e dove ogni succo trae vita dal suo Cuore benedetto.
Preghiere per il trionfo del vangelo.
26Io credo, Cristo! Ma perché questi credano in Te, in ogni tua promessa, nel tuo perdono, in tutto quanto è Te, ecco, ti offro la mia vita. Consumala, ma fa’ che la tua Dottrina non muoia! Frantuma il povero Lazzaro. Ma riunisci le membra disperse del nucleo apostolico. Tutto ciò che Tu vuoi, ma in cambio sia viva ed eterna la tua Parola, e ad essa ora e sempre vengano coloro che solo per Te possono avere la vita eterna».
Commenti disparati e dolorosi.
27Lazzaro è realmente ispirato. L’amore lo trasporta ben in alto. Ed è tanto forte il suo trasporto che solleva anche i compagni. Chi lo chiama a destra e chi a sinistra, quasi fosse un confessore, un medico, un padre.
28Il cortile della ricca casa di Lazzaro, non so perché, mi fa pensare alle dimore dei patrizi cristiani in tempi di persecuzione e di eroica fede… É curvo su Giuda d’Alfeo, che non riesce a trovare una ragione per calmare il suo affanno di avere lasciato il Maestro e cugino, quando qualcosa lo fa rialzare di scatto. Si volge intorno e poi dice netto: «Vengo, Signore». La sua parola di pronta adesione di sempre. Ed esce, correndo come dietro a qualcuno che lo chiami e preceda.
Tutti si guardano stupiti. Si interrogano.
29«Che ha visto?».
«Ma non c’è nulla!».
30«Hai udito una voce tu?».
«Io no».
«E io neppure».
31«E allora? Lazzaro è forse malato di nuovo?».
«Forse… Ha sofferto più di noi, e ha tanto dato di forza a noi, vili! Forse ora lo ha preso il delirio».
«Infatti è molto sciupato nel volto».
«E il suo occhio nel parlare ardeva».
«Sarà Gesù che lo ha chiamato al Cielo».
32«Infatti Lazzaro gli ha offerto la vita poco fa… Come un fiore lo ha subito colto… Oh! noi miseri! E che faremo ora?».
I commenti sono disparati e dolorosi.
Il Messia risorto appare a Lazzaro.
33Lazzaro traversa il vestibolo, esce nel giardino, sempre correndo, sorridendo, mormorando, e c’è la sua anima nella sua voce: «Vengo, Signore». Giunge ad un folto di bossi che fanno un recesso verde, noi diremmo un chiosco verde, e cade a ginocchi, col volto al suolo gridando: «Oh! mio Signore!».
34Perché Gesù, nella sua bellezza di Risorto, è sul limitare di questo verde recesso e gli sorride… e gli dice: «Tutto è compiuto, Lazzaro. Sono venuto a dirti grazie, amico fedele. Sono venuto a dirti di dire ai fratelli di venire subito alla casa della Cena. Tu -un altro sacrificio, amico, per amor mio- tu resta, per ora, qui… So che ne soffri. Ma so che sei generoso. Maria, tua sorella, è già consolata, perché l’ho vista e mi ha visto».
35«Non soffri più, Signore. E questo mi ripaga di ogni sacrificio. Ho… sofferto a saperti nel dolore… e a non esserci…».
36«Oh! c’eri! Il tuo spirito era ai piedi della mia croce ed era nel buio del mio sepolcro. Tu mi hai evocato più presto, come tutti quelli che mi hanno totalmente amato, dal profondo dove ero. Ora Io ti ho detto: “Vieni, Lazzaro”. Come nel giorno della tua risurrezione. Ma tu da molte ore mi dicevi: “Vieni”. Sono venuto. E ti ho chiamato. Per trarti, a mia volta, dal profondo del tuo dolore. Va’. Pace e benedizione a te, Lazzaro! Cresci nell’amore di Me. Tornerò ancora».
Testimonianza.
37Lazzaro è sempre rimasto in ginocchio senza osare un gesto. La maestà del Signore, per quanto temperata d’amore, è tale che paralizza il solito modo di fare di Lazzaro.
38Ma Gesù, prima di scomparire in un gorgo di luce che lo assorbe, fa un passo e sfiora con la sua Mano la fronte fedele. É allora che Lazzaro si desta dal suo stupore beato e si alza e, correndo precipitosamente dai compagni, con una luminosità di gioia negli occhi e una luminosità sulla fronte sfiorata dal Cristo, grida: «É risorto, fratelli! Mi ha chiamato. Sono andato. L’ho visto. Mi ha parlato. Mi ha detto di dirvi di andare subito alla casa della Cena. Andate! Andate! Io resto perché Egli lo vuole. Ma il mio giubilo è completo…».
E Lazzaro piange nella sua gioia, mentre spinge gli apostoli ad andare per primi dove Egli comanda.
38«Andate! Andate! Vi vuole! Vi ama! Non temete di Lui… Oh! è più che mai il Signore, la Bontà, l’Amore!».
39Anche i discepoli si alzano… Betania si svuota. Resta Lazzaro col suo grande cuore consolato…
47. Ascensione del Signore[218]
Nomi che meritarono la lode del Messia
73Gesù chiama a Sé i pastori, Lazzaro, Giuseppe, Nicodemo, Mannaen, Massimino e gli altri dei settantadue discepoli. Ma tiene vicino specialmente i pastori dicendo loro:
74«Qui. Voi vicino al Signore che era venuto dal Cielo, curvi sul suo annichilimento, voi vicino al Signore che al Cielo ritorna, con gli spiriti gioenti della sua glorificazione. Avete meritato questo posto, perché avete saputo credere contro ogni circostanza in sfavore e avete saputo soffrire per la vostra fede. Io vi ringrazio del vostro amore fedele.
75Tutti vi ringrazio. Tu, Lazzaro amico. Tu Giuseppe e tu Nicodemo, pietosi al Cristo quando esserlo poteva essere grande pericolo. Tu Mannaen, che hai saputo disprezzare i sozzi favori di un immondo per camminare nella mia via. Tu, Stefano, fiorita corona di giustizia, che hai lasciato l’imperfetto per il perfetto e sarai coronato di un serto che ancor non conosci ma che ti annunceranno gli angeli. Tu Giovanni, per breve tempo fratello al seno purissimo e venuto alla Luce più che alla vista. Tu Nicolai, che proselite hai saputo consolarmi del dolore dei figli di questa nazione. E voi discepole buone e forti, nella vostra dolcezza, più di Giuditta.
Esaudimento di un desiderio di Maria[219].
Visita di Lazzaro e di Giuseppe.
1Maria è ancora nella casa del Cenacolo. Sola, nella sua solita stanza, cuce dei lini finissimi, simili a tovaglie lunghe e strette. Ogni tanto alza il capo per guardare nel giardino e rilevare così, dalla posizione del sole sulle muraglie di questo, l’ora del giorno. E, se sente un rumore nella casa, o nella via, ascolta attentamente. Sembra che attenda qualcuno.
2Passa così del tempo. Poi si sente un colpo alla porta di casa, al quale fa seguito un fruscio di sandali che di corsa vanno ad aprire. Delle voci d’uomo risuonano nel corridoio facendosi sempre più forti e vicine. Maria ascolta… Poi esclama: «Loro qui?! Che sarà mai accaduto?!». Mentre sta ancora pronunciando queste parole, qualcuno bussa all’uscio della stanza. «Venite avanti, fratelli in Gesù mio Signore», risponde Maria.
3Entrano Lazzaro e Giuseppe d’Arimatea, che la salutano con profonda venerazione dicendole: «Benedetta tu fra tutte le madri! I servi del tuo Figlio e nostro Signore ti salutano», e si prostrano per baciarle il lembo della veste.
4«Il Signore sia sempre con voi. Per qual ragione, e mentre ancora non cessa il fermento dei persecutori del Cristo e dei suoi seguaci, a me venite?».
5«Per vederti anzitutto. Perché vedere te è ancora vedere Lui, e sentirci così meno afflitti per la sua dipartita dalla Terra. E poi per proporti quanto, dopo una riunione, nella mia casa, dei più amorosi e fedeli servi di Gesù, tuo Figlio e nostro Signore, abbiamo deliberato di fare», le risponde Lazzaro.
Invito di prendere la dimora al Getsemani.
6«Parlate. Sarà il vostro amore che mi parla, ed io col mio amore vi ascolterò».
7Prende ora la parola Giuseppe d’Arimatea, che dice: «Donna, tu non ignori, e lo hai detto, che il fermento, e peggio ancora, dura tuttora verso tutti quelli che sono stati prossimi al Figlio tuo e di Dio, o per parentela, o per fede, o per amicizia.
8E noi non ignoriamo che tu non intendi di lasciare questi luoghi, dove hai visto la perfetta manifestazione della natura divina e umana del Figlio tuo, la sua totale mortificazione e la sua totale glorificazione, mediante la Passione e Morte di Lui, vero Uomo, e mediante la gloriosa Risurrezione e Ascensione di Lui, vero Dio.
9E anche non ignoriamo che tu non vuoi lasciare soli gli apostoli, ai quali vuoi essere Madre e Guida nelle loro prime prove, tu, Sede della Sapienza divina, tu, Sposa dello Spirito rivelatore delle verità eterne, tu, Figlia diletta da sempre dal Padre che ti elesse ab eterno a Madre del suo Unigenito, tu, Madre di questo Verbo del Padre, che certamente ti istruì delle sue infinite e perfettissime Sapienza e Dottrina prima ancora che fosse in te, Creatura che si formava, o che fosse con te come Figlio che cresce in età e sapienza sino a divenire Maestro dei maestri.
10Giovanni ce lo disse il dì dopo la prima stupefacente predicazione e manifestazione apostolica, avvenuta dieci giorni dopo l’Ascensione di Gesù al Cielo. Tu, a tua volta, sai, per averlo visto nel Getsemani il dì dell’Ascensione del Figlio tuo al Padre, e per averlo saputo da Pietro, Giovanni ed altri apostoli, come io e Lazzaro, subito dopo la Morte e Risurrezione, iniziammo dei lavori di muratura intorno al mio orto presso il Golgota e al Getsemani sul monte degli Ulivi, perché quei luoghi, santificati dal Sangue del Martire divino, gocciato, ahimè!, ardente di febbre nel Getsemani, e ghiacciato e grumoso nel mio orto, non siano profanati dai nemici di Gesù.
11Ora i lavori sono ultimati, e sia io che Lazzaro, e con lui le sorelle e gli apostoli, che troppo dolore avrebbero nel non averti più qui, ti diciamo: “Prendi dimora nella casa di Giona e Maria, i custodi del Getsemani”».
Desiderio di Maria .
12«E Giona e Maria? Piccola è quella casa, ed io amo la solitudine. Sempre l’amai. E più ancora l’amo ora, perché ho bisogno di questa per perdermi in Dio, nel mio Gesù, onde non morire d’ambascia per non averlo più qui. Sui misteri di Dio, perché Egli è ora Dio più che mai, non è giusto che si posi occhio umano. Donna io, Uomo Gesù. Ma la nostra fu, ed è, una Umanità diversa da ogni altra, e per immunità da colpa, anche d’origine, e per rapporti con Dio uno e trino. Noi siamo unici in queste cose tra tutti i creati passati, presenti e futuri.
13Ora l’uomo, anche il più buono e prudente, è naturalmente, inevitabilmente curioso, specie se ha vicino una manifestazione straordinaria. E solo io e Gesù, finché fu sulla Terra, sappiamo quale sofferenza, quale… sì, anche vergogna, disagio, tormento si provi quando la curiosità umana scruta, sorveglia, spia i nostri segreti con Dio.
14É qualcosa come se ci mettessero nudi in mezzo ad una piazza. Pensate al mio passato, a come sempre cercai nascondimento, silenzio, a come sempre celai, sotto le apparenze di una vita comune di povera donna, i misteri di Dio in me. Ricordatevi come, per non svelarli neppure al mio sposo Giuseppe, per poco di lui, giusto, non feci un ingiusto. Solo l’intervento angelico impedì questo pericolo.
15Pensate alla vita così umile, nascosta, comune, condotta da Gesù per trent’anni, al suo facile appartarsi, isolarsi quando divenne il Maestro. Doveva fare miracoli ed istruire, perché tale era la sua missione. Ma, io lo so da Lui stesso, Egli soffriva -uno dei molti motivi della sua severità e tristezza che balenavano dai suoi grandi e potenti occhi- Egli soffriva, dicevo, per l’esaltazione delle folle, per la curiosità più o meno buona con cui era osservato in ogni suo atto.
16Quante volte non comandò ai suoi discepoli e miracolati: “Non dite ciò che avete visto. Non dite ciò che vi ho fatto”… Ora io non vorrei che occhio umano indagasse sui misteri di Dio in me, misteri che non sono, no, cessati con il ritorno al Cielo di Gesù, mio Figlio e mio Dio, ma anzi durano, e direi che crescono, per sua bontà e per tenermi in vita sino a che l’ora, tanto da me desiderata, di ricongiungermi a Lui, per l’eternità, non sarà venuta. Vorrei solo Giovanni con me. Perché è prudente, rispettoso, amoroso con me come un secondo Gesù. Ma Giona e Maria sapranno…».
17Lazzaro la interrompe: «É già fatto, o Benedetta! Abbiamo già provveduto. Marco, figlio di Giona, è ora tra i discepoli. Maria, sua madre, e Giona, suo padre, già sono a Betania».
18«Ma l’uliveto? Ha ben bisogno di cure!», gli risponde Maria.
«Solo nel tempo del potare, scassare e cogliere. Pochi giorni in un anno, quindi, e che saranno meno ancora, perché manderò i miei servi di Betania insieme a Marco, in quei periodi. Tu, Madre, se ci vuoi fare felici, io e le sorelle, vieni a Betania in quei giorni, nella solitaria casa dello Zelote. Saremo vicini, ma l’occhio nostro non sarà indiscreto sui tuoi incontri con Dio».
19«Ma il frantoio?…».
«É già stato trasportato a Betania. Il Getsemani, completamente cintato, proprietà ancor più riservata di Lazzaro di Teofilo, ti attende, o Maria. E ti assicuro che i nemici di Gesù non oseranno, per tema di Roma, violarne la pace del luogo e tua».
Gioia di Maria.
20«Oh! quando è così!», esclama Maria. E si stringe le mani sul cuore, e li guarda, con un volto quasi estatico tanto è beato, con un sorriso d’angelo sulle labbra e delle lacrime di gioia sulle ciglia bionde. Prosegue: «Io e Giovanni! Soli! Noi due soli! Mi parrà d’esser di nuovo a Nazareth col Figlio mio! Soli! Nella pace! In quella pace! Là dove Egli, il mio Gesù, effuse tante parole e tanto spirito di pace! Là dove, è vero, soffrì sino a sudar sangue e a ricevere la suprema sofferenza morale del bacio infame e le prime…».
21Un singhiozzo e un ricordo dolorosissimo le spezzano la parola e sconvolgono il suo volto, che per brevi istanti riprende l’espressione dolente che aveva nei giorni della Passione e Morte del Figlio. Poi si riprende e dice: «Là dove Egli tornò nell’infinita pace del Paradiso! Manderò presto a Maria d’Alfeo l’ordine di custodire lei la mia casetta di Nazareth, che mi è tanto cara perché là si compì il mistero e vi morì il mio sposo, così puro e santo, e vi crebbe Gesù.
22Tanto cara! Ma mai come questi luoghi dove Egli istituì il Rito dei riti, e si fece Pane, Sangue, Vita agli uomini, e patì, e redense, e fondò la sua Chiesa, e con la sua ultima benedizione rese buone e sante tutte le cose del Creato. Resterò. Sì. Resterò qui. Andrò al Getsemani. E da lì potrò, seguendo le mura, dalla parte esterna di esse, andare al Golgota, e nel tuo orto, Giuseppe, dove tanto piansi, e venire alla tua casa, Lazzaro, dove sempre ebbi, nel mio Figlio prima, e a me dopo, tanto amore. Ma vorrei…».
23«Che, Benedetta?», le chiedono i due.
«Vorrei poter tornare anche qui. Perché insieme agli apostoli avremmo deciso, sempre che Lazzaro lo permetta…».
24«Tutto ciò che vuoi, Madre. Tutto quanto è mio è tuo. Prima lo dicevo a Gesù. Ora lo dico a te. E chi riceve grazia sono sempre io, se tu accetti il mio dono».
La prima Chiesa della nuova religione.
25«Figlio, lascia che così ti chiami, vorrei che tu ci concedessi di fare di questa casa, anzi del Cenacolo, il luogo di riunione e dell’agape fraterna».
26«Égiusto. In questo luogo il Figlio tuo ha istituito il nuovo eterno Rito, ha costituito la nuova Chiesa elevando al novello Pontificato e Sacerdozio i suoi apostoli e discepoli. Giusto è che quella stanza divenga il primo tempio della nuova religione. Il seme che domani sarà pianta, e poi foresta immensa, il germe che domani sarà organismo vitale, completo, e che sempre più crescerà in altezza, profondità e larghezza, estendendosi su tutta la Terra. Quale mensa e altare più santi di quelli su cui Egli spezzò il Pane e posò il Calice del nuovo Rito che durerà sinché durerà la Terra?».
27«E’ vero, Lazzaro. E, vedi? Per esso sto cucendo le tovaglie monde. Perché io credo, come nessuno crederà con pari potenza, che il Pane e il Vino sono Lui, nella sua Carne e nel suo Sangue; Carne santissima e innocentissima, Sangue redentore, dati in Cibo e Bevanda di Vita agli uomini. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo vi benedicano, o voi buoni, sapienti, pietosi sempre al Figlio e alla Madre».
Consegna delle chiavi.
28«Allora è detto. Prendi. Questa è la chiave che apre i diversi cancelli della cinta del Getsemani. E questa è la chiave della casa. E sii felice, per quanto Dio te lo concede e per quanto il nostro povero amore vorrebbe che tu lo fossi».
29Giuseppe d’Arimatea, ora che Lazzaro ha finito di parlare, dice a sua volta: «E questa è la chiave di cinta del mio orto».
«Ma tu… Hai ben diritto d’entrarvi, tu!».
«Ne ho un’altra, Maria. L’ortolano è un giusto, e così suo figlio. Potrai trovare là solo loro ed io. E saremo tutti prudenti e rispettosi».
«Dio vi benedica nuovamente», ripete Maria.
30«A te grazie, o Madre. Il nostro amore e la pace di Dio a te, sempre». Si prostrano dopo quest’ultimo saluto, le baciano di nuovo l’orlo della veste e se ne vanno.
Desiderio esaudito.
31Sono appena usciti dalla casa che si sente un altro bussare discreto all’uscio della stanza dove è Maria.
«Entra pure», dice Maria.
32Giovanni non se lo fa dire due volte. Entra e chiede, un poco agitato: «Che volevano Giuseppe e Lazzaro? C’è qualche pericolo?».
33«No, figlio. C’è solo l’esaudimento di un mio desiderio. Desiderio mio e di altri. Tu sai come Pietro e Giacomo d’Alfeo, il primo Pontefice, l’altro capo della chiesa di Gerusalemme, siano desolati al pensiero di perdermi e spauriti dalla tema di non saper fare senza di me.
34Giacomo soprattutto. Neppure la speciale apparizione di mio Figlio a lui, la sua elezione per volere di Gesù, lo consolano e fortificano. Ma anche gli altri!…
35Ora Lazzaro soddisfa questo generale desiderio e ci fa padroni del Getsemani. Io e te. Soli là. Ecco le chiavi. E questa è quella dell’orto di Giuseppe… Potremo andare al Sepolcro, a Betania, senza passare per la città… E andare al Golgota… E venire qui ogni volta che ci sarà l’agape fraterna. Tutto ci concedono Lazzaro e Giuseppe».
35«Sono due veri giusti. Lazzaro ebbe molto da Gesù. E’ vero. Ma, ancor prima di avere, dette sempre tutto a Gesù. Sei lieta, Madre?».
36«Sì, Giovanni. Tanto! Vivrò, sinché Dio lo vorrà, assistendo Pietro e Giacomo e voi tutti, e aiuterò i primi cristiani in tutti i modi. Se i giudei, i farisei e i sacerdoti non saranno belve anche verso di me come lo furono per il Figlio mio, potrò esalare lo spirito mio là dove Egli ascese al Padre»
48. Istituzione della “domenica”. Giuseppe, Nicodemo e Lazzaro consegnano la sindone a Maria[220].
Istituzione della “domenica”.
I tre apostoli del mistero.
1É notte. La luna, al suo colmo, illumina della sua luce argentea tutto il Getsemani e la casetta di Maria e Giovanni. Tutto tace. Anche il Cedron, ridotto ad un filo d’acqua, non dà rumore. Ad un tratto un fruscio di sandali si fa sentire nel gran silenzio e si fa sempre più distinto e vicino, e con esso un bisbigliare di alcune voci maschili e profonde.
2Poi ecco tre persone uscire dall’intrico delle piante e dirigersi verso la casetta. Bussano alla porta chiusa. Un lume si accende e una piccola luce tremula filtra da una fessura dell’uscio. Una mano apre, una testa si sporge, una voce, quella di Giovanni, chiede: «Chi siete?».
3«Giuseppe d’Arimatea. E con me sono Nicodemo e Lazzaro. L’ora è indiscreta. Ma la prudenza ce la impone. Portiamo a Maria una cosa, e Lazzaro ci scorta».
4«Entrate. Vado a chiamarla. Non dorme. Prega lassù, nella sua stanzetta, sulla terrazza. Le piace tanto!», dice Giovanni e sale lesto per la scaletta che conduce alla terrazza e alla stanza.
5I tre, rimasti nella cucina, parlano piano, tra loro, alla tenue luce della lucerna, stando raggruppati presso la tavola, ancor tutti ammantellati, meno che nel capo che si sono scoperto.
Guidati dallo Spirito Santo.
6Giovanni rientra insieme a Maria, che saluta i tre dicendo: «La pace a voi tutti».
«E a te, Maria», le rispondono i tre inchinandosi.
7«Vi è qualche pericolo? È accaduto qualcosa ai servi di Gesù?».
«Nulla, Donna. Siamo noi che abbiamo deciso di venire per donarti una cosa che -ora lo sappiamo con certezza, ma già lo presentivamo- che tu desideravi di avere. Non venimmo prima perché c’era contrasto d’idee tra di noi, e anche tra noi e Maria di Lazzaro. Marta non si è pronunciata in merito. Ha solo detto: “Il Signore, o direttamente, o ispirando altri a parlare, vi dirà cosa fare”. E in verità ci è stato detto cosa fare. E siamo venuti per questo», spiega Giuseppe.
8«Vi parlò il Signore? Venne a voi?».
«No, Madre. Non più, dopo la sua ascesa al Cielo. Prima sì. Ci apparì, te lo dicemmo, in modo soprannaturale, dopo la Risurrezione, nella mia casa. In quel dì comparve a molti, contemporaneamente, per testimoniare la sua Divinità e Risurrezione. Poi ancora lo vedemmo finché fu fra gli uomini, ma non più in modo soprannaturale, così come lo videro apostoli e discepoli», le risponde Nicodemo.
9«E allora? Come vi indicò la via da seguire?».
«Per bocca di uno tra i suoi prediletti e successori».
Istituzione della “domenica”.
10«Pietro? Non credo. É ancora troppo spaventato, e del passato e della sua nuova missione».
11«No, Maria, non Pietro. Il quale, però, in verità si fa sempre più sicuro e, ora che sa a quale scopo Lazzaro ha adibito la casa del Cenacolo, ha deciso di iniziare le regolari agapi e celebrare i regolari misteri il dì dopo ogni sabato.
12Perché dice che ora il giorno del Signore è quello, essendo Egli in quel dì risuscitato e apparso a molti, per confermarli nella fede sulla sua natura eterna di Dio.
13Non c’è più il sabato, quale tale per gli ebrei, forse tale da Shabahòt[221]. Non c’è più il sabato, perché per i cristiani non c’è più la sinagoga, ma la Chiesa, così come avevano predetto i profeti. Ma c’è ancora, e sempre ci sarà, il giorno del Signore, in memoria dell’Uomo-Dio, del Maestro, Fondatore, Pontefice eterno, dopo esser stato Redentore, della Chiesa cristiana.
14Dal dì dopo il prossimo sabato si avranno dunque le agapi tra i cristiani, e saranno tanti, nella casa del Cenacolo. Cosa non possibile prima, e per il livore dei farisei, sacerdoti, sadducei e scribi, e per la momentanea dispersione di molti seguaci di Gesù, scossi nella fede in Lui e paurosi dell’odio giudeo.
15Ma ormai gli odiatori, e per paura di Roma, che ha censurato il comportamento del Proconsole e della folla, e perché credono finita “l’esaltazione dei fanatici”, come definiscono loro la fede dei cristiani in Cristo, per la momentanea dispersione dei fedeli, in verità durata ben poco, e ormai finita, perché tutte le pecore sono tornate all’Ovile del vero Pastore, sono meno attenti, direi che se ne disinteressano come di cosa morta, finita.
Gli apostoli delle sindoni.
Consegna della seconda sindone alla Madre.
16E ciò permette che ci si riunisca, per le agapi. Noi vogliamo che tu possa, anche per la prima di esse, aver questo ricordo di Lui da mostrare ai fedeli, onde confermarli nella fede, e senza che ciò ti addolori troppo».
17E Giuseppe le porge un voluminoso rotolo che, avvolto in un drappo rosso scuro, aveva sino a quel momento tenuto celato sotto il manto.
18«Cosa è?», domanda Maria impallidendo. «Le sue vesti, forse? Quella che io gli feci per… Oh!…», piange.
«Quelle a nessun prezzo le trovammo più. Chissà come e dove sono finite!», risponde Lazzaro.
19E aggiunge: «Ma anche questa è una sua veste. L’estrema sua veste. È la sindone monda in cui fu avvolto il Purissimo dopo la tortura e la -per quanto affrettata e relativa- e la purificazione delle sue membra, insozzate dai suoi nemici, e l’imbalsamazione sommaria.
20Giuseppe, quando Egli risorse, le ritirò ambedue dal Sepolcro e le portò da noi, a Betania, per impedire spregi sacrileghi su di esse. In casa di Lazzaro non osano molto i nemici di Gesù. E men che mai da quando sanno come Roma censurò l’azione di Ponzio Pilato.
21Poi, passato il primo tempo, il più pericoloso, demmo a te la prima sindone, e Nicodemo prese l’altra e la portò nella sua casa di campagna».
22«Veramente, o Lazzaro, esse erano di Giuseppe», osserva Maria.
23«E’ vero, Donna. Ma la casa di Nicodemo è fuori dalla città. Quindi dà meno nell’occhio ed è più sicura, per molti motivi», le risponde Giuseppe.
Graduale conversione di Gamaliele.
24«Sì, specialmente da quando Gamaliele, insieme al figlio suo, la frequenta con assiduità», aggiunge Nicodemo.
25«Gamaliele!?», dice Maria con grande stupore.
Lazzaro non può trattenersi dal sorridere sarcasticamente, mentre le risponde: «Sì. Il segno, il famoso segno che egli attendeva per credere che Gesù era il Messia, lo ha scosso. Non si può negare che il segno fu tale da frantumare anche le teste ed i cuori più duri ad arrendersi.
26E Gamaliele, da quel segno potentissimo, fu scosso, scrollato, abbattuto più delle case che crollarono nel dì di Parasceve mentre pareva che il mondo perisse insieme alla Gran Vittima.
27Il rimorso lo ha lacerato più che non si sia lacerato il velo del Tempio, il rimorso di non aver mai capito Gesù per ciò che realmente era. Il sepolcro chiuso del suo spirito di vecchio, cocciuto ebreo, s’è aperto, come le tombe che lasciarono apparire i corpi dei giusti, ed egli ora cerca affannosamente verità, luce, perdono, vita. La nuova vita. Quella che solo per Gesù e in Gesù si può avere.
28Oh! Avrà ancora da lavorare molto per liberare totalmente il suo io antico dalle macie del suo passato modo di pensare! Ma ci arriverà. Egli cerca pace, perdono e conoscenza. Pace ai suoi rimorsi e perdono alle sue ostinazioni. E conoscenza completa di Colui che, quando poteva farlo, non volle conoscere completamente. E va da Nicodemo per giungere alla mèta che si è ormai prefisso di raggiungere».
29«Sei sicuro che non ti tradirà, Nicodemo?», chiede Maria.
«No. Non mi tradirà. In fondo è un giusto. Ricorda che egli osò imporsi al Sinedrio, durante il processo infame, e che apertamente mostrò il suo sdegno e sprezzo agl’ingiusti giudici, andandosene e comandando al figlio di andarsene per non essere complice, neppure con una passiva presenza, a quel supremo delitto. Questo per Gamaliele.
La prima sindone.
30Per le sindoni, poi, ho pensato, tanto non sono più ebreo e quindi non più soggetto al divieto[222] del Deuteronomio sulle sculture e opere di getto, di fare, così come so fare, una statua di Gesù crocifisso -userò uno dei miei giganteschi cedri del Libano- e di celarvi nell’interno una delle sindoni: la prima, se tu, Madre, ce la rendi.
31Ti farebbe sempre troppo male vederla, perché in essa sono visibili le immondezze con cui Israele sacrilegamente colpì il Figlio del suo Dio.
32Inoltre, certo per le scosse ricevute nella discesa dal Golgota, scosse che spostarono continuamente quel martoriato Corpo, l’immagine è così confusa che è difficile distinguerla.
33Ma a me quella tela, benché confusa nell’effigie e sozza, m’è sempre cara e sacra, perché su essa è sempre del sangue e del sudore di Lui. Celata in quella scultura sarà salva, perché nessun israelita delle alte caste mai oserà toccare una scultura.
La seconda sindone
34Ma l’altra, la seconda sindone, che fu su Lui dalla sera di Parasceve all’aurora della Risurrezione, deve venire a te. E -te ne avverto perché tu non ti abbia a commuovere troppo nel vederla- e sappi che più i giorni sono passati e più su di essa è apparsa nitidamente la figura di Lui, così come era dopo il lavacro.
35Quando la ritirammo dal Sepolcro pareva che semplicemente conservasse l’impronta delle sue membra coperte dagli oli e, ad essi mescolati, scoli di sangue e di siero dalle molte ferite. Ma, o per un processo naturale o, il che è molto più certo, per un volere soprannaturale, un miracolo di Lui per dare una gioia a te, più il tempo è passato e più l’impronta si è fatta precisa e chiara. Egli è là, su quella tela, bello, imponente, anche se ferito, sereno, pacifico, anche dopo tante torture. Hai cuore di vederlo?».
36«Oh! Nicodemo! Ma questo era il mio supremo desiderio! Tu lo dici d’aspetto pacificato… Oh! poterlo vedere così, non con quell’espressione torturata che è sul velo di Niche!», risponde Maria congiungendo le mani sul suo cuore.
Esposizione della sindone di Torino.
37Allora i quattro spostano la tavola per avere più spazio; poi, stando Lazzaro e Giovanni da un lato, Nicodemo e Giuseppe dall’altro, svolgono lentamente la lunga tela. Appare per prima la parte dorsale, iniziando dai piedi; poi, dopo la quasi congiunzione delle teste, quella frontale.
36Le linee sono ben chiare, e chiari i segni, tutti i segni, della flagellazione, coronazione di spine, sfregamento della croce, contusioni da colpi ricevuti e cadute fatte, e le ferite dei chiodi e della lancia. Maria cade in ginocchio, bacia il telo, carezza quelle impronte, bacia le ferite. É angosciata, ma anche visibilmente contenta di poter avere quella soprannaturale, miracolosa effigie di Lui.
Tempo della consegna alla Madre
37Finita la sua venerazione, si volge e dice a Giovanni, che non può esserle vicino, obbligato come è a tenere un angolo del telo: «Sei stato tu che lo hai detto a loro, Giovanni. Solo tu hai potuto dirlo, perché solo tu sapevi questo mio desiderio».
38«Sì, Madre. Sono stato io. E non feci neppure in tempo a dir loro questo tuo desiderio che essi aderirono subito. Hanno però dovuto attendere il momento propizio per farlo…».
39«Ossia una notte chiarissima, per poter venire senza torce o lucerne, e un periodo senza solennità che adunino qui, in Gerusalemme e posti vicini, popolo e notabili. E ciò per prudenza…», spiega Nicodemo.
40«E io venni con loro per maggior sicurezza. Come padrone del Getsemani, mi era lecito venire a vedere il luogo senza che ciò desse nell’occhio a qualche… incaricato a vegliare su tutto e tutti», termina Lazzaro.
41«Dio vi benedica tutti. Però la spesa delle sindoni voi l’avete fatta… E non è giusto…».
42«É giusto, Madre. Io dal Cristo, tuo Figlio, ho avuto un dono che nessuna moneta concede: la vita resa dopo quattro dì di sepolcro e, prima, la conversione di mia sorella Maria. Giuseppe e Nicodemo hanno avuto da Gesù la Luce, la Verità, la Vita che non muore. E tu… tu, col tuo dolore di Madre e il tuo amore di Madre santissima per tutti gli uomini, hai comperato non un telo, ma tutto il mondo cristiano, che sarà sempre più grande, a Dio. Non vi è moneta che possa compensarti di quanto hai dato. Prendi questo, almeno. È tuo. É giusto che sia così. Anche Maria, mia sorella, la pensa così. Lo pensò sempre, dal momento che Egli risorse, e più ancora da quando Egli ti lasciò per ascendere al Padre», le risponde Lazzaro.
La Madre consegna a Nicodemo la prima sindone
43«E così sia, allora. Vado a prendere l’altra. M’è infatti tanto dolore vederla… Questa è diversa. Dà pace, questa! Perché Egli qui è sereno, in pace ormai. Pare che già senta, nel suo sonno mortale, la Vita che torna e la gloria che nessuno potrà mai più colpire e abbattere. Ora non desidero più nulla, fuorché il riunirmi a Lui. Ma ciò avverrà quando e nel modo che Dio ha predisposto. Vado. E Dio dia a voi il centuplo della gioia che mi avete data».
44Prende con riverenza la sindone, che i quattro hanno ripiegata, esce dalla cucina, sale svelta la scaletta… E presto la ridiscende e entra con la prima sindone, che consegna a Nicodemo, il quale le dice: «Dio ti dia grazia, Donna. Ora andiamo, ché l’alba è prossima, ed è bene essere a casa prima che la luce di essa sorga e la gente esca dalle case».
45I tre la venerano prima di uscire e poi, con rapido passo, rifacendo la strada presa nel venire, si dirigono verso uno dei cancelli del Getsemani, quello più prossimo alla via che porta a Betania.
46Maria e Giovanni stanno sull’uscio della casetta sinché li vedono sparire, poi rientrano nella cucina e chiudono la porta parlando piano tra loro.
49. Lazzaro presente alla sepoltura di Stefano e inizio della persecuzione[223].
Inizio delle persecuzioni
Sepoltura di Stefano (At 8,2)[224]
1É notte alta, ed anche oscura perché la luna è già tramontata, quando Maria esce dalla casetta del Getsemani insieme a Pietro, Giacomo d’Alfeo, Giovanni, Nicodemo e lo Zelote. Data la notte scura, Lazzaro, che è ad attenderli davanti alla casa, là dove ha inizio il sentiero che porta al cancello più basso, accende una lucerna ad olio, che ha munita di un riparo di sottili lastre di alabastro o altra materia trasparente. La luce è tenue ma, tenuta bassa verso terra come viene tenuta, la lucerna serve sempre a vedere i sassi e gli ostacoli che possono trovarsi sul percorso. Lazzaro si pone a fianco di Maria, perché soprattutto Lei veda bene. Giovanni è dall’altro lato e sorregge per un braccio la Madre. Gli altri sono dietro, in gruppo.
2Vanno sino al Cedron e proseguono costeggiandolo, in modo da essere seminascosti dai cespugli selvatici che sorgono presso le rive di esso. Anche il fruscio delle acque serve ad occultare e confondere quello dei sandali dei camminatori.
3Sempre seguendo la parte esterna delle mura sino alla porta più prossima al Tempio, e poi inoltrandosi nella zona disabitata e brulla, giungono là dove fu lapidato Stefano. Si dirigono al mucchio di pietrame sotto cui è semi sepolto e ne rimuovono le pietre, sinché il povero corpo appare. É ormai livido, e per la morte e per le percosse e la lapidazione avute, duro, irrigidito, raggomitolato in se stesso così come lo colse la morte.
La madre dei martiri.
4Maria, che era stata pietosamente trattenuta lontana di qualche passo da Giovanni, si svincola e corre a quel povero corpo lacero e sanguinoso. Senza curarsi delle macchie che il sangue raggrumato imprime sulla sua veste, Maria, aiutata da Giacomo d’Alfeo e da Giovanni, depone il corpo su un telo steso sulla polvere, in un posto privo di pietre, e con un lino, che bagna in un’anforetta che le porge lo Zelote, deterge, così come può, il volto di Stefano, ne ravvia i capelli, cercando di condurli sulle tempie e sulle guance ferite per coprire le orrende tracce lasciate dalle pietre. Deterge anche le altre membra e vorrebbe ricomporle in una posa meno tragica.
5Ma il gelo della morte, avvenuta già da molte ore, non lo permette che parzialmente. Ci si provano anche gli uomini, più forti fisicamente e moralmente di Maria, che sembra di nuovo la Madre Dolorosa del Golgota e del Sepolcro. Ma anche loro devono rassegnarsi a lasciarlo come sono riusciti a ridurlo dopo tanti sforzi. Lo rivestono di una lunga veste monda, perché la sua è stata dispersa o rubata per spregio dai lapidatori e la tunichetta, che gli avevano lasciata, è ormai uno straccio tutto rotto e sanguinoso.
6Fatto ciò, sempre alla tenue luce della lucerna che Lazzaro tiene molto vicina al povero corpo, lo sollevano e lo depongono su un altro telo ben pulito. Nicodemo raccoglie il primo telo, bagnato dell’acqua usata per lavare il martire e del suo sangue raggrumato, e se lo pone sotto il manto. Giovanni e Giacomo dalla parte del capo, Pietro e lo Zelote dalla parte dei piedi, sollevano il telo contenente il corpo e iniziano la via del ritorno, preceduti da Lazzaro e da Maria.
7Non tornano però per la via fatta nel venire, ma anzi, addentrandosi per la campagna e girando ai piedi dell’uliveto, raggiungono la via che conduce a Gerico e a Betania.
Inizio delle persecuzioni (At 8,1)[225].
8Lì si fermano, per riposarsi e per parlare. E Nicodemo, che per essere stato presente, sebbene in maniera passiva, alla condanna di Stefano, e per essere uno dei capi dei giudei sapeva meglio degli altri le decisioni del Sinedrio, avverte i presenti che è stata scatenata e ordinata la persecuzione contro i cristiani, e che Stefano non è che il primo di una lunga lista di nomi già designati, perché di seguaci del Cristo.
9Il primo grido di tutti gli apostoli è: «Facciano ciò che vogliono! Noi non muteremo, né per minaccia, né per prudenza!».
10Ma i più giudiziosi dei presenti, ossia Lazzaro e Nicodemo, fanno osservare a Pietro e a Giacomo d’Alfeo che la Chiesa ha ancora ben pochi sacerdoti del Cristo e che, se venissero uccisi i più potenti di essi, ossia Pietro pontefice e Giacomo vescovo di Gerusalemme, la Chiesa difficilmente si salverebbe. Ricordano anche a Pietro che il loro Fondatore e Maestro aveva lasciato la Giudea per la Samaria per non essere ucciso prima di averli ben formati, e come avesse consigliato ai suoi servi di imitare il suo esempio sino a che i pastori fossero tanti da non far temere la dispersione dei fedeli per la morte dei pastori.
Inizio dell’evangelizzazione (At 8,1.4)[226].
11E terminano dicendo: «Spargetevi voi pure per la Giudea e la Samaria. Fatevi là dei proseliti, degli altri, numerosi pastori, e da lì spargetevi per la Terra onde, come Egli comandò di fare, tutte le genti conoscano il Vangelo».
12Gli apostoli sono perplessi. Guardano Maria, quasi per sapere il suo giudizio in merito. E Maria, che capisce quegli sguardi, dice: «Il consiglio è giusto. Ascoltatelo. Non è viltà, ma prudenza. Egli ve lo insegnò: “Siate semplici come le colombe e prudenti come le serpi. Vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Guardatevi dagli uomini…”».
Il Vescovo della Chiesa di Gerusalemme.
Giacomo decide rimanere a Gerusalemme..
13Giacomo la interrompe: «Sì, Madre. Però disse anche: “Quando sarete posti nelle loro mani e tradotti davanti ai governanti, non turbatevi per ciò che dovrete rispondere. Non sarete voi a parlare, ma parlerà per voi e in voi lo Spirito del Padre vostro”. E io resto qui. Il discepolo deve essere come il Maestro. Egli è morto per dar vita alla Chiesa. Ogni morte nostra sarà una pietra aggiunta al grande nuovo Tempio, un aumento di vita al grande immortale corpo della Chiesa universale. Mi uccidano pure, se vogliono. Vivente in Cielo, sarò più felice, perché al fianco del Fratel mio, e più potente ancora. Non temo la morte. Ma il peccato. Abbandonare il mio posto mi pare imitare il gesto di Giuda, il perfetto traditore. Quel peccato Giacomo d’Alfeo non lo farà mai. Se devo cadere, cadrò da eroe al mio posto di lotta, in quel posto in cui Egli mi volle».
14Maria gli risponde: «Nei tuoi segreti con l’Uomo-Dio io non penetro. Se Egli così ti ispira, fa’ così. Lui solo, che è Dio, può aver diritto di ordinare. A noi tutti spetta solo di ubbidirgli sempre, in tutto, per fare la sua Volontà».
Pareri diversi.
15Pietro, meno eroico, confabula con lo Zelote per sentire il suo parere in merito. Lazzaro, che è vicino ai due e sente, propone: «Venite a Betania. E’ vicina a Gerusalemme e vicina alla via per la Samaria. Da lì partì il Cristo tante volte per sfuggire ai suoi nemici…».
16Nicodemo, a sua volta, propone: «Venite nella mia casa di campagna. É sicura e vicina sia a Betania che a Gerusalemme, e sulla via che conduce, per Gerico, ad Efraim».
18«No, è meglio la mia, protetta da Roma», insiste Lazzaro.
19«Sei già troppo odiato, da quando Gesù ti risuscitò, affermando così, potentemente, la sua Natura divina. Pensa che la sua sorte fu decisa per questo motivo. Che tu non abbia a decidere la tua», gli risponde Nicodemo.
20«E la mia casa dove la mettete? In realtà è di Lazzaro. Ma ha ancora nome di mia», dice Simone lo Zelote.
Parere di Maria
21Maria interviene dicendo: «Lasciate che io rifletta, pensi, giudichi ciò che è meglio fare. Dio non mi lascerà senza la sua luce. Quando saprò, ve lo dirò. Per ora venite con me, al Getsemani».
22«Sede d’ogni sapienza, Madre della Parola e della Luce, sempre ci sei Stella di guida sicura. Ti ubbidiamo», dicono tutti insieme, quasi veramente lo Spirito Santo avesse parlato nei loro cuori e sulle loro labbra.
23Si alzano dall’erba su cui si erano seduti ai margini della strada, e mentre Pietro, Giacomo, Simone e Giovanni vanno con Maria verso il Getsemani, Lazzaro e Nicodemo sollevano il telo che involge il corpo di Stefano e, alle prime luci dell’alba, si dirigono verso la via di Betania e Gerico. Dove portano il martire? Mistero.
S O M M A R I O
1. Simone Zelote parla a Gesù di Lazzaro
Il Messia decide visitare Lazaro.
2. L’incontro con Lazzaro di Betania.
Corrompe quello che turba lo spirito.
3.Il Messia ritorna a Betania dove Lazzaro presenta sua sorella Marta.
La preghiera senza il perdono non giova.
4. Ritorno a Betania dopo la festa dei Tabernacoli.
Gli amici di Lazzaro vogliono conoscere Gesù.
Giudizio di Nicodemo sull’Iscariota.
5. Lazzaro al convito di Giuseppe d’Arimatea.
Giudizio di Gamaliele su Lazzaro
Dibattito sulla santità del Battista e il Messia.
6. Lazzaro mette a disposizione di Gesù una casetta nella piana dell’Acqua Speciosa.
Il redentore individuale è l’amore.
7. L’arrivo a Betania. Un discorso di Gesù ascoltato dalla Maddalena.
La nuova cittadina di Betania.
Dovere, diritto e desiderio del Messia.
Uno solo è l’amore dell’anima. (Insegnamento)
Il fiume buono e il rivo malvagio.
Il fiume buono e il rivo malvagio.
Il segreto del Redentore e dei redentori.
Gesù passeggia in meditazione.
“Cadano le regole per dare posto all’amore”.
La verità di tanti nel giorno del giudizio.
Gli eventi all’alba del Messia.
L’annuncio degli angeli ai pastori.
Formazione spirituale di Zaccaria.
Inno levitico (Neemia 9,5-37).
9. Con la Madre a Betania. Accoglienza di Marziam e l’uomo di Endor.
10. Fra i sepolcri vivi dei lebbrosi
I lebbrosi della Geenna di Ben Hinnom
11. La fede e l’anima spiegate ai pagani con la parabola dei templi.
L’anima la sua natura la sua formazione
Le tre fasi di formazione dell’anima
12. La parabola del figlio prodigo.
Metodo per rinascere uomo nuovo
La parabola del figlio prodigo
Il figlio prodigo(Lc 15,11-12).
Beneficio della riflessione (Lc 15,17).
Frutto dell’umiltà(Lc 15,18-20).
Il padre misericordioso (Lc 15,20-24).
Il fratello maggiore(Le 15,25-30).
L’amore senza misura (Lc 15,3 1-32).
13. Con due parabole sul regno dei Cieli termina la sosta a Betania.
La parabola delle dieci vergini (Mt 25,1-13).
Cinque savie e cinque stolte (Mt 25,2-5).
“Ecco lo sposo!” (Mt 25,6-10).
Conseguenze della stoltezza (Mt 25,11-13).
Vigilanza, vigilanza, vigilanza.
La parabola del banchetto nuziale
Beati quelli che Gesù benedice.
La parola di Gesù è tutto il bene dei poveri.
La virtù della libertà dalle ricchezze
“Padre, sovvienici della tua misericordia”.
La parabola del banchetto nuziale (Mt 22,2-14).
Il banchetto nuziale (Mt 22,2).
Malizia degli invitati(Mt 22,3-6).
Nefaste conseguenze della malvagità (Mt 22,7-8).
I commensali del Regno (Mt 22,9-10).
La veste nuziale(Mt 22,11-14).
Cause che attirano l’ira del Re.
Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti
Popolo avvelenato nei suoi capi
Cause della distruzione del Tempio
14. Un buon segno da Maria di Magdala..
La speranza dell’anima vittima.
La speranza dell’anima vittima.
“Le redenzioni hanno un pudore profondo”.
15. Tornando a Betania con Maria SS. Maddalena teme l’aperto rimprovero di Lazzaro.
Necessità e utilità dalla meditazione.
Il segreto della vita spirituale.
La Maddalena teme il rimprovero di Lazzaro.
16. Incontro con Lazzaro al campo dei Galilei.
17. Ultima festa dei Tabernacoli
Il delitto farà crollare il tempio.
18. La delazione al Sinedrio riguardo ad Ermasteo, a Giovanni di Endor e a Sintica.
Vittoria dell’amore e della preghiera.
Abolizione della circoncisione.
Meglio parlare di ciò che è buono.
19. Sintica parla del suo incontro con la Verità.
Il teorema della vita e della morte.
20. Lazzaro offre un rifugio per Giovanni di Endor e Sintica.
Lazzaro tormentato dalle piaghe.
Notizie dei missionari e di Anastasica.
21. La cena rituale in casa di Lazzaro.
La cena pasquale in casa di Lazzaro.
La fortuna di chi ama totalmente.
Onorate sempre il povero che nessuno ama.
La Regina della festa è Maria.
22. Le opere salvifiche dei giusti. Gli umori di Erode condanna per il Tempio corrotto.
La comunione dei santi è per i santi.
Condanna per il tempio corrotto.
Condanna per il tempio corrotto.
Un Sommo Sacerdote complice e assassino.
Il Messia giudicato bestemmiatore e sacrilego
Chi crede nel Cristo è nell’amicizia di Dio
23. Parabola dell’acqua e del giunco per Maria di Magdala, che ha scelto la parte migliore.
La Donna dall’anima di angelo.
I cittadini della Gerusalemme eterna.
Similitudine dell’acqua e il giunco.
La scelta della parte migliore (Lc 10,38-42)..
Il pentimento purifica, l’ amore preserva.
La più grande risorta del Vangelo.
Le virtù si formano nelle difficoltà.
L’apologia sugli uccelli diurni e notturni.
Non impedite ai fanciulli di venire a me.
Il miracolo del piede ricomposto.
Disputa fra due gruppi opposti.
Il sangue dei martiri è seme dei cristiani.
Salvare è la missione del Messia.
Nulla ristora il Messia più dell’ amore.
Nelle cose di Dio non bisogna essere vili.
26. Ritorno e arrivo con gli apostoli a Betania.
Baci e lacrime sui piedi del Messia.
“Abbiate una fede sconfinata nel Signore”.
“Veglia e sorveglia su te stessa”.
27. Sosta a Betania presso Lazzaro.
La paura di tutta la casa di Lazzaro.
La discepola che ha vinto se stessa.
La malattia che consuma la vittima.
28. Ignoranze e tentazioni nella natura umana del Cristo.
Commenti sulla tristezza di Gesù
La chiave del modo d’agire del Messia.
Causa della tristezza del Messia.
Questione sulla conoscenza del Messia.
Regola d’oro della redenzione.
Il martirio del procedere senza sapere.
Il Messia subisce le tentazioni.
29. Marta e Maria preparate da Gesù alla morte di Lazzaro.
Sappiate dire sempre di sì a Dio
Lazzaro uno scheletro che respira.
Preparate da Gesù alla morte di Lazzaro.
30. Giudei in visita a Betania.
31. Non c’è posto nella casa di Lazzaro per gli odiatori del Cristo.
Accoglienza e ospitalità perfetta.
32. Marta manda un servo a chiamare il Maestro.
Il Messia presso il guado (Gv 10,40-41).
Amare e ubbidire ci fa figli di Dio e eredi del suo Regno.
Lazzaro è morente (Gv 11,1-2).
Marta manda il servo (Gv 11,3).
Un servo di Lazzaro cerca il messia.
Molti andavano dal Messia(Gv 10,41-42).
Pietro non frena la sua curiosità.
Il messaggio di Marta (Gv 11,4).
34. Delirio e morte di Lazzaro.
Raccapricciante agonia di Lazzaro.
Fittizio miglioramento della morte.
Finito lo stame nulla mantiene la fiamma.
Il delirio del morente Lazzaro.
Ritorno del servo dall’Oltre – Giordano
35. Il giorno dei funerali di Lazzaro.
Il ribollire cresce e i cuori si accendono.
Gli amici del Messia sono giusti.
La sfida di ricomporre un corpo disfatto.
La porta sulla via per Betania.
Professione di fede nel Messia.
L’ora della deposizione nel sepolcro.
36. Gesù decide di andare a Betania.
Commiato al primo palpitar delle stelle.
«Eppure bisogna andare!» (Gv 11,7-8).
Tempi delle tre apostasie dell’umanità(Gv 11,9-10).
Lazzaro è morto e sepolto (Gv 11,9-10).
Il Messia va seguito senza ansie ne paure per la vita (Gv 11,16).
Da quattro giorni nel sepolcro (Gv 11,17-19).
37. La risurrezione di Lazzaro.
Baci del Messia al suo evangelizzatore.
Involontario rimprovero di Marta (Gv 11,20-21).
Il Messia è la Risurrezione e la Vita(Gv 11,22-28).
La fede di Maria (Gv 11,29-32).
Il pianto del Messia (Gv 11,35-37).
Chi crede vedrà la gloria di Dio (Gv 11,38-40).
Il Messia svela la sua divinità (Gv 11,41-43).
Risurrezione di Lazzaro (Gv 11,44).
I servi di ogni risurrezione (Gv 11,44).
Il risorto non si sazia di guardare il Messia.
Il Messia offre cibo al risorto.
Prova inconfutabile che il Messia è: Dio.
Non si salva chi ama la corruzione.
L’uomo segnato dal marchio di Caino
La casa torna in pace (Gv 11,45).
Non si salva chi ama la corruzione.
Le virtù cardinali e l’ubbidienza.
Maria ha meritato il miracolo.
Commento della risurrezione di Lazzaro.
Tutto si può mutare se si vuole.
I due modi di chiedere miracoli.
La vita umana è mezzo non fine.
Dio da più di quanto si chiede.
38. Seduta del Sinedrio e udienza da Pilato.
Annotazioni, parere, commenti.
La notizia riempie Gerusalemme.
Annotazioni di Cusa e Mannaen.
Parere di Giuseppe d’Arimatea.
Commenti dei Legionari romani.
Seduta del Sinedrio (Gv 11,46-47).
Il Messia è “Jahve”: Colui che è.
Lunga attesa nel palazzo di Ponzio.
L’udienza del Proconsole di Roma.
Udienza ai buffoni sinedristi.
Uscite! Serpi notturne! Vampiri!
Il sinedrio delibera la morte del Messia
Il mandante del delitto (Gv 11,49-52).
Auto esaltazione dell’Iscariota.
Presuntuosa esaltazione dell’Iscariota.
Furbizia infernale dell’Iscariota.
Il risorto ha davanti il futuro.
Cosa avviene alla morte dell’uomo?
L’anima ricreata diventa simile a Gesù.
La missione di essere perfetto come Dio.
Il simbolo della vita che si perpetua.
Contemplazione assoluta per Maria.
L’opera del Messia è sempre totale.
La grazia di morire d’amore per il Messia.
I fiori delle nozze spirituali.
Giuseppe fa chiamare il Messia.
Il Messia messo al bando dal sinedrio(Gv 11,57).
40. Ad Efraim, il giorno dell’arrivo della Madre con Lazzaro.
Pietro vuole la protezione di Pilato.
Il piccolo Cesare detto Pilato.
Notizie su Sintica la discepola attiva e saggia.
41. A Betania nella casa di Lazzaro.
Verso la casa di accoglienza (Gv 12,1).
Maria Ss. con le discepole del Messia.
Nella sola intimità degli amici.
Nella sola intimità dei discepoli (Mc 14,3).
Puerilità degli eterni bambini.
Professione di fede delle discepole.
Sorelle in un’unica fede in Cristo.
Fior di Israele e del nuovo regno.
Siate pietose le une alle altre.
Sentitevi sorelle le une alle altre.
Siate sempre soggette ai Pastori
Siate come figlie per mia Madre.
Il Messia desidera ascoltare le sue discepole.
Maria Salome: un posto per tutta la famiglia.
Anna di Meron: raccomanda i figli.
Valeria: il coraggio di essere cristiana.
Giovanna: l’eredità del Messia.
Il Messia le discepole le vuole unite.
Il posto di Giovanna: la famiglia.
Annalia presenta Sara al Messia.
Sara: una volontaria del Messia.
Annalia: la prima vittima dell’amore.
Partenza delle donne e dei bambini.
Con gli uomini non si è mai sicuri.
Un fanciullo cerca il Signore Gesù.
Meno triste la sorte di un cane.
43. Il sabato avanti l’entrata in Gerusalemme. Giudei e pellegrini a Betania. Il Sinedrio ha deciso.
Giudei e pellegrini a Betania.
I pellegrini vogliono vedere il sepolcro.
Il branco di iene morde ancora.
Con la morte del Messia fiammeggerà la fede.
Gli scagnozzi di Lucifero uccideranno il Messia (Gv 12,110-11.
Con la morte del Messia fiammeggerà la fede.
44. Il sabato avanti l’entrata in Gerusalemme. La cena di Betania. Giuda di Keriot ha deciso.
Pranzo di nozze allo stile galileo.
Omaggio al Re di tutte le cose.
Le ancelle del Signore (Mt 26,6; Mc 14,3; Gv 12,2)..
Vassoio colmi di frutti esotici.
Unzione doverosa e buona verso il Messia.
Unzione d’amore (Mt 26,7; Mc 14,3; Gv 12,3)..
Belato lamentoso della pecora nera (Mt 26,8-9; Mc 14,4-5; Gv 12,4-6).
Unzione doverosa e buona verso il Messia(Mt 226,10-13; Mc 14,6-9; Gv 12,7-8)..
Il traditore mente spudoratamente.
Il traditore abbandona la Fraternità.
Volontà di commettere il delitto.
Il Messia affida la sua dottrina allo Spirito Santo.
Gesù di Nazareth è il Redentore.
Il Messia affida e confida a Lazzaro le sue volontà.
La possessione e l’incarnazione.
La gioia di Lazzaro era occuparsi del Messia.
Il Messia va’ cosciente alla morte.
La tortura dello spirito e del sentimento.
Consapevolezza di essere Redentore.
Il “Redentore” consapevole della sua immolazione.
La “Vittima” consapevole del suo sacrificio.
“Era ed è la verità e la vita”.
Lazzaro delegato al ministero della riconciliazione.
Preghiere per il trionfo del vangelo.
Commenti disparati e dolorosi.
Il Messia risorto appare a Lazzaro.
Nomi che meritarono la lode del Messia
Esaudimento di un desiderio di Maria.
Visita di Lazzaro e di Giuseppe.
Invito di prendere la dimora al Getsemani.
La prima Chiesa della nuova religione.
48. Istituzione della “domenica”. Giuseppe, Nicodemo e Lazzaro consegnano la sindone a Maria.
Consegna della seconda sindone alla Madre.
Graduale conversione di Gamaliele.
Esposizione della sindone di Torino.
Tempo della consegna alla Madre
La Madre consegna a Nicodemo la prima sindone
49. Lazzaro presente alla sepoltura di Stefano e inizio della persecuzione.
Inizio delle persecuzioni (At 8,1).
Inizio dell’evangelizzazione (At 8,1.4).
Il Vescovo della Chiesa di Gerusalemme.
Giacomo decide rimanere a Gerusalemme..
[1] 6 gennaio 1945. GESU’ DI NAZRET, La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù, inedito Vol. 1 N° 71
[2] 20 gennaio 1945. La Buona Novella. Op. Cit., Vol 2 N° 83
[3] 21 gennaio 1945. L Buona Novella Op. Cit. Vol. 2 N° 84,1-37
[4]Gen 2,2-3; Es 16,27-30; 20,8-11; 23,12; 34.21; 35,1-3; Deuteronomio (Dt) 5,12-15; 2 Esdra (2 Esd)13,15-22; 1 Maccabei (1Mac) 2,29-41
[5] 2 Re 21,1-18; 2 Cronache (2 Cr) 33,1-20; Is 30; 31 Ezechiele (Ez) 16,23-29
[6] 1 Mac Cap 1; 2 Mac Cap 4 e 7
[7] 19 febbraio 1945. GESU’ DI NZARETH, La Buona Nuova ai piccoli del gregge di Gesù. Vol. 2. N° 112,26
[8] 20 febbraio 1945. GESU DI NAZARETH, La Buona Nuova ai piccoli del gregge di Gesù, Vol. 2. N°113,1-16
[9] Segue la scena cruenta di una persecuzione contro i cristiani, pubblicato nei Quaderni dal 1945 al 1950, 20 febbraio 1945, pag. 27
[10] 21 febbraio 1945. GESU DI NAZARETH, La Buona Nuova ai piccoli del gregge di Gesù, Vol. 2. N° 114,13.18-26-29
[11] 25 febbraio 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 2. N° 117,1-22
[12] 21 marzo 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 2. N° 135
[13]<Filippesi 2,7. “Dell’uomo… non ho che la veste” significa, dunque: Del puro e semplice uomo non ho che l’aspetto esterno. E difatti, come è detto subito dopo, Gesù aveva un cuore (perciò era vero uomo), cuore tuttavia divino e non puramente e semplicemente umano, perché cuore dell’Uomo Dio>
[14] Giobbe maledisse il suo giorno: Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: “È stato concepito un uomo!” … Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? … come aborto nascosto, più non sarei, o come i bimbi che non hanno visto la luce… Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha l’amarezza nel cuore, a quelli che aspettano la morte e non viene, a un uomo, la cui via è nascosta e che Dio da ogni parte ha sbarrato? Ciò che temo mi accade e quel che mi spaventa mi raggiunge. Non ho tranquillità, non ho requie, non ho riposo e viene il tormento! Giobbe 3,6-26; 19,21; 30,1.31.
[15] Giobbe Cap 29 e Cap 30
[16] 2 marzo 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 2. N° 136. Poema: II, 103
[17]< Questo discorso richiede una lettura attenta e meditata, perché sintetizza quanto si trova disseminato in tante parti dell’intera Opera sull’azione di Dio verso l’uomo e la volontà, la buona volontà, l’amore dell’uomo nei riguardi di Dio>
[18] “Quando veniva il turno per una fanciulla di andare dal re Assuero alla fine dei dodici mesi prescritti alle donne per i loro preparativi, perché soltanto allora terminava il tempo dei loro preparativi, sei mesi per profumarsi con olio di mirra e sei mesi con aromi e altri cosmetici usati dalle donne, la fanciulla andava dal re e poteva portare con sé dalla casa delle donne alla reggia quanto chiedeva” (Ester 2,12-13).
[19]<Tale è, in sostanza, il significato etimologico del nome “Gabriele”>
[20] Gabriele, spiega a Daniele la visione che riguarda il tempo della fine (Daniele: Dn 8,15-27). Gabriele, in altra occasione, istruisce e fa comprendere la visione delle “Settanta settimane” (Dn 9,20-27).
[21]<Modo di esprimersi immaginoso, per inneggiare alla mirabile azione di Dio, alla singolare perfezione dell’anima di Maria, all’ardente amore degli spiriti angelici per la loro Regina. Al termine dei giorni terreni, saranno ancora gli Angeli che riporteranno in Cielo Maria>
[22] Genesi 4,1-4.
[23] Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele” (Isaia: Is 7,14).
[24] Al terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba: tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore (Es. 19,16). Il popolo si tenne dunque lontano, mentre Mosè avanzò verso la nube oscura, nella quale era Dio (Es. 20,21).
[25]<in calce> Nota: Spiegazione divina al Cap. 2,44-48 di Luca.
[26] 23 giugno 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 3. N° 198 1-50
[27] 24 giugno 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 3. N° 199,18-54
[28] 29 giugno 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 3. N° 204,1-62
[29] Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio: il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa… non è lontano di ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, poiché di lui stirpe noi siamo” (Att. 17,23-28). “Dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità” (Rm 1,20).
[30] “Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita (anima spirituale) e l’uomo divenne un essere vivente” (Genesi2,7). “E ritorni la polvere alla terra, com’era prima, e lo spirito torni a Dio che lo ha dato” (Qoèlet 12,7). Dio inspirò nell’uomo un’anima attiva e gli infuse uno spirito vitale e poi sarà richiesto all’uomo l’uso fatto di quest’anima (cfr. Sap.15, 8.11)
[31]Fase di creazione: “Avevo avuto in sorte un’anima buona” (Sap 8,19) Tutte le anime vengono dalla stessa sorgente di bontà che è Dio perciò tutti abbiamo ricevuto in sorte un’anima buona è il corpo corruttibile che appesantisce l’anima (Sap 9,15) e sono i desideri della carne quelle che fanno guerra all’anima (1Pt 2,11). Quindi non conviene vivere secondo la carne. “poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete” (Rm 8,12-13)
[32]Ricreazione: “Se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio” (Gv 3,3). Rinascere, convertirsi, rinnovarsi è impegno giornaliero dell’anima che vuole progredire: “l’uomo interiore si rinnova di giorno in giorno” (2 Cor 4,16). “Dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente, e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Efesini 4,22-24). “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono” (Rm 12,2).
[33]Di perfezione: “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). “Per il resto, fratelli, state lieti, tendete alla perfezione” (2Cor 13,11). “Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza: Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è vincolo di perfezione” (Colossesi (3,12-14)
[34] 30 giugno1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 3. N° 205,1-43
[35]IL VANGELO ETERNO: Il figlio prodigo: Disse ancora: «un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro la sostanza (Le 15,11-12).
[36]IL VANGELO ETERNO: Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolse le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto (Lc 15,13).
[37]IL VANGELO ETERNO: Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno (Lc 15,14).
[38]IL VANGELO ETERNO Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava (Lc 15,15-16).
[39]IL VANGELO ETERNO Beneficio della riflessione: Allora rientrò in sé stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! (Lc 15,17).
[40]IL VANGELO ETERNO Frutto dell’umiltà: Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre (Lc 15,18-20)
[41]IL VANGELO ETERNO L’amore misericordioso del padre: Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro dite; non son più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa (Lc 15,20-24).
[42]IL VANGELO ETERNO: L’egoismo del figlio fedele: Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso (Le 15,25-30).
[43]IL VANGELO ETERNO: Il Padre ama senza misura: Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,3 1-32).
[44] 1 luglio 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 3. N° 206,1-79
[45]IL VANGELO ETERNO: Dieci vergini: Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: «Il Regno dei Cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo (Mt 25,1).
[46]IL VANGELO ETERNO: Le vergini stolte e le vergini sagge
Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono (Mt 25,2-5).
[47]IL VANGELO ETERNO: “Ecco lo sposo”: A mezzanotte si levò un grido: “Ecco lo sposo, andategli incontro!” Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a. mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. Ora, mentre quelle andavano per arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa (Mt 25,6-10).
[48]IL VANGELO ETERNO: “Vegliate!”: Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,11-13).
[49] Mt 6,5-6. 16-18
[50]< Tobia 12,6-7. Il libro di Tobia in alcune versioni figura dopo i libri sari, in altre dopo i sapienziali >
[51] Luca 1,46-48
[52] Ester 2,1-18
[53] Poema: III, 68
[54]IL VANGELO ETERNO: Il Regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio (Mt 22,2).
[55]IL VANGELO ETERNO: Malizia degli invitati: Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; Altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero (Mt 22,3-6).
[56]IL VANGELO ETERNO: Disgraziate conseguenze: Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni (Mt 22,7-8).
[57]IL VANGELO ETERNO: I commensali: andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali (Mt 22,9-10).
[58]IL VANGELO ETERNO: L’abito nuziale: Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti” (Mt 22,11-14).
[59] 22 luglio 1945.La Buona Novella. Op. Cit. Vol 4. N°226
[60] 8 agosto 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 4. N°247
[61] 18 settembre 1945.La Buona Novella. Op. Cit. Vol 4. N°279
[62] 20 settembre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N°281
[63] 21 settembre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N°282
[64] “Maledici il delatore e l’uomo di doppia lingua, perché fa perire molti che vivono in pace. Una lingua maledica ha sconvolto molti, li ha scacciati di nazione in nazione. Chi le presta attenzione non trova pace, dalla sua dimora scompare la serenità. Un colpo di frusta produce lividure, ma un colpo di lingua rompe le ossa. Molti sono caduti a fil di spada, ma non quanti sono periti per colpa della lingua” (Siracide 28,13-18).
[65] “Non consegnerai al suo padrone uno schiavo che, dopo essergli fuggito, si sarà rifugiato presso di te. Rimarrà da te nel tuo paese, nel luogo che avrà scelto, in quella città che gli parrà meglio; non lo molesterai” (Deuteronomio 23,16-17).
[66] 22 settembre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N°283
[67] La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l’ama. Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano. Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta. Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni. Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza” (Sapienza 6,12-16).
[68] “La preferii a scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto; non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l’oro al suo confronto è un po’ di sabbia e come fango sarà valutato di fronte ad essa l’argento. L’amai più della salute e della bellezza, preferii il suo possesso alla stessa luce, perché non tramonta lo splendore che ne promana” (Sapienza 7,8-10).
[69] 24 settembre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N°285
[70] Sintica, infatti viene nominata nella lettera di S. Paolo ai Filippesi quando dice: “Esorto Evodia ed esorto anche Sintica ad andare d’accordo nel Signore. E prego te pure, mio fedele collaboratore, di aiutarle, poiché hanno combattuto per il vangelo insieme con me” (Filippesi 4,2-3). Quindi Sintica è stata la prima evangelizzatrice di Antiochia dove la comunità nascente per prima volta si chiamò Cristiana.
[71] 3 gennaio 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 5 N°365
[72] 3 febbraio 1946.La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 6 N° 375
[73]< Certamente Gesù, con la sua divina e spirituale presenza e assistenza, non mancò all’agonia di Lazzaro >
[74]< dinanzi alla misericordiosa volontà dell’Eterno Padre e all’odio dell’impenitente padrone: volontà del Padre che sa trarre il bene dal male, ed ai suoi poveri e perseguitati riserva non le periture ricchezze terrene (Lc 12,13-21) ma l’imperituro Regno dei Cieli (Mt 5,3-10)>
[75]4 febbraio 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 6 N° 376
[76]< per esperienza umana >
[77] 14 agosto 1944. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 6 N° 377
[78]< La presente “visione” fu scritta immediatamente dopo i tre episodi riguardanti la conversione della Maddalena >
[79]< Io scrivo “Rabboni” perché vedo che il Vangelo porta così. Ma tutte le volte che ho sentito la Maddalena chiamarlo, mi è parso dicesse “Rabbomi”, con l’emme e non l’enne>.
[80]IL VANGELO ETERNO: Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: “Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa è necessaria. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10,38-42).
[81]< Gli episodi riguardanti la conversione della Maddalena furono scritti insieme, e poi collocati, secondo le indicazioni della scrittrice stessa ai loro giusti posti nell’Opera >
[82] 6 febbraio 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 6 N° 378Far precedere dalla visione del 14-8-44: la pecorella nell’ovile ai piedi del buon Pastore.
[83] “Fra gli dèi nessuno è come te, Signore, e non c’è nulla che uguagli le tue opere. Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, o Signore, per dare gloria al tuo nome; grande tu sei e compi meraviglie: tu solo sei Dio” (Sal 86,8-10). “Alla fine dei giorni… Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”. Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice fra le genti. Forgeranno le loro spade in vomeri. Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Is 2,1-5; Mi 4,1-8; Is 9,1-7). “Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio di Israele, salvatore. Io sono il Signore, che parlo con giustizia, che annunzio cose rette. Chi ha fatto sentire quelle cose da molto tempo e predetto ciò fin da allora? Non sono forse io, il Signore? Volgetevi a me e sarete salvi, paesi tutti della terra” (45.14-25); 60; Ger 16,19-21; “Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore” (Sofonia 3,9-10); “Gioisci, esulta, figlia di Sion, perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te. Taccia ogni mortale davanti al Signore, poiché egli si è destato dalla sua santa dimore” (Zc 2,10-13); “In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle genti afferreranno un Giudeo per il lembo del mantello e gli diranno: Vogliamo venire con voi, perché abbiamo compreso che Dio è con voi” (Zc 8,23).
[84]11 aprile 1946. 11 aprile 1946. La Buona Nuova. Op. Cit. Vol 6. N°415
[85] “Offri il dolore per la redenzione degli uomini…Dio si è fatto Uomo per aiutare gli uomini. Ma gli uomini possono aiutare Dio. Le opere dei giusti saranno unite alle mie nell’ora della Redenzione. Dei giusti morti da secoli, viventi o futuri. Tu uniscivi le tue da ora. È così bello fondersi alla Bontà infinita, aggiungervi ciò che possiamo dare della nostra bontà limitata, e dire: “Io pure coopero, o Padre, al bene dei fratelli” (Vangelo del Regno di Dio: (VRD). Vol.15, n.376,14-15)
[86] Altrove disse: “Ora vengo e passo senza sostare. Vado al mio destino che mi incalza. Dio e l’uomo mi spronano, e non posso più sostare. Mi pungola l’amore e mi pungola l’odio” (VdRD. Vol. 14 n 359,82).
[87] Altrove disse: “… Pregate per Me. Avrò bisogno delle vostre preghiere… Saranno carezze… Saranno professioni di amore… Saranno aiuti” (VdRD. Vol. 13 n.316,10). Poi spiega: “Pregare è ricordarsi di un essere, sia esso Dio o prossimo. Ricordarsi di uno vuol dire: amare quell’uno. Io avevo desiderio d’amore e di conforto per tutto l’odio che mi circondava. Anche ora ho desiderio che gli uomini si ricordino di pregare perché il mondo mi ami per avere salute” (VdRD. Vol 13 n.316 nota 24).
[88]< La scrittrice di quest’Opera, Maria Valtorta, negli ultimi anni della sua vita, quando ormai sembrava divenuta assente e non profferiva se non poche parole o frasi macchinalmente, di tanto in tanto esclamava, in qualsiasi ora del giorno, anche più volte di fila: “Oh, che sole che c’è qui!” Nessuno capì mai cosa intendesse dire. Forse se ne può intuire o congetturare il significato alla luce dell’esclamazione, qui riferita, di Maria Maddalena, per la quale il Sole era Gesù >.
[89] 2 settembre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 7. N° 485
[90] 28 ottobre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 8. N° 519
[91]< La gravissima, orrenda e fetente malattia che afflisse e distrusse Lazzaro, rendendolo da ultimo simile ad un morto, non era lebbra, ma consisteva in ulcere varicose e conseguenti larghe e profonde piaghe, incancrenite, alle gambe. Chi ha esperienza ditali flagelli, dà ragione a Maria Maddalena la quale, secondo quest’Opera, afferma che lo spettacolo di quegli orrori aveva spento in lei le prave tendenze ed espiato e riparato le colpe di sfrenata sensualità >
[92]< Appunto perché la Volontà del Padre, dalla quale Gesù mai discrepava, aveva eternamente stabilito, per motivi altissimi, che io miracolo del ristabilimento di Lazzaro avvenisse più tardi, e non per guarigione ma per resurrezione. Gv Cap. 11 >
[93] 8 novembre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 8. N° 527
[94] Come uomo, il Messia riceve la conoscenza della sua missione regolata dalla volontà del Padre, perché al Padre appartiene la sapienza ed egli la concede a chi vuole (cfr. Dn 2,22). Inoltre il Messia non è venuto a fare la sua volontà, ma la volontà di colui che lo ha mandato, similmente il Messia non è venuto a sapere quello che vuole, ma solo quello che il Padre gli concede sapere, come il Messia stesso afferma, quando dice: “Quanto a quel giorno e a quell’ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre” (Mt 24,36).
[95] “Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato” (Eb 12,2-)
[96] “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio” (2 Cor 5,21). “Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno” (Eb 4,15-16).
[97] 4 dicembre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 8 N°536
[98] 18 dicembre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 8 N° 541 Poema: VIII, 1
[99] 19 dicembre 1946. GESU DI NAZARETH, La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù, La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 8 N° 542
[100] Parola ebraica che, in senso metaforico, significa: soazzatyuram soircuzua, obbrobrio: 1 Re 14,10
[101] 20 dicembre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 8, N° 543
[102]IL VANGELO ETERNO: Ritornò quindi al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui si fermò. Molti andarono da Lui (Gv 10,40-41)
[103]IL VANGELO ETERNO: Era allora malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato (Gv 11,1-2).
[104]IL VANGELO ETERNO: Le sorelle mandarono dunque a dirgli: “Signore, ecco, il tuo amico è malato” (Gv 11,3).
[105] 22 dicembre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 8, N° 544
[106]IL VANGELO ETERNO: Molti andarono da Lui e dicevano: “Giovanni non ha fatto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero” E in quel luogo molti cedettero in Lui (Gv 10,41-42).
[107]IL VANGELO ETERNO: All’udire questo, Gesù disse: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato” (Gv 11,4).
[108] 21 dicembre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 8, N° 545
[109] Giobbe 42,10-17
[110] Giona cap.2
[111] Daniele 3, 1ss
[112]La Geenna, in ebraico Gè-Hinnom o Ben-Hinnom, era una valle presso Gerusalemme, ove ardeva incessantemente il fuoco: dapprincipio, perché vi si abbrustolivano bambini in onore di false divinità; poi, perché vi si bruciavano le spazzature della Città Santa; e, che finalmente, fu scelta per designare il luogo del castigo dei perversi.
[113]“Date bevande inebrianti a chi sta per perire e il vino a chi ha l’amarezza nel cuore. Beva e dimentichi la sua povertà e non si ricordi più delle sue pene” (Proverbi 31,6-7).
[114]“Stillano miele le labbra di una straniera e più viscida dell’olio è la sua bocca; ma ciò che segue è amaro come assenzio, pungente come spada a doppio taglio. I suoi piedi scendono verso la morte, i suoi passi conducono agli inferi” (Pr 5,3-5). “Il tuo cuore non si volga averso le sue vie, non aggirarti per i suoi sentieri, perché molti ne ha fatti cadere trafitti ed erano vigorose tutte le sue vittime. La sua casa è la strada per gli inferi, che scende nelle camere della morte” (7,25-27).
[115] Dn 13,23
[116] Giuditta 15,10-11
[117]IL VANGELO ETERNO: Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro. Quand’ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava. (Gv 11,5-6).
[118] 23 dicembre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 8, N° 546
[119] 24 dicembre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 8, N° 547
[120] Nel saluto di addio di S. Paolo agli anziani di Efeso si riporta questa frase come detta dal Signore: “In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!” (Atti 20,35). Tale sentenza di Gesù non è conservata nei Quattro evangeli canonici.
[121]IL VANGELO ETERNO: Poi disse ai discepoli: “Andiamo di nuovo in Giudea!”. I discepoli gli dissero: “Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo? (Gv 11,7-8).
[122]IL VANGELO ETERNO: Gesù rispose: “Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce” (Gv 11,9-10).
[123] Allora satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici (Lc 22,3). E mise in cuore suo di tradirlo (Gv 13,2). “Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre” (Lc 22,53).
[124] “Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona. (2Tm 3,16).
[125]Tempo dell’apostasia d’Israele. Da quando il popolo di Abramo ha crocifisso il suo Messia, non ci sarà miracolo per questo popolo fino a quando non si convertirà al Cristo di Dio, così sta scritto: “Come redentore verrà per Sion, per quelli di Giacobbe convertiti dall’apostasia” (Is 59,20).
[126]Tempo dell’apostasia del cristianesimo. È il nostro tempo, subito dopo viene l’Anticristo figlio maledetto di Satana: “Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti dovrà avvenire l’apostasia e subito dopo dovrà esser rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è” (2 Tes 2,3-4)
oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando sé stesso come Dio.
[127]Tempo dell’apostasia dei Figli di Dio “Quando i mille anni saranno compiuti, satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra” (Apocalisse 20,7-8).
[128]“Per qual motivo non c’è nessuno, ora che io sono venuto? Perché, ora che chiamo, nessuno risponde? È forse la mia mano troppo corta per riscattare oppure io non ho la forza per liberare? Ecco, con una minaccia prosciugo il mare, faccio dei fiumi un deserto. I loro pesci, per mancanza d’acqua, restano all’asciutto, muoiono di sete. (Is 50,2)
[129]IL VANGELO ETERNO: Così parlò e poi soggiunse loro: “Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma Io vado a svegliarlo”. Gli dissero allora i discepoli: “Signore, se s’è addormentato, guarirà”. Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: “Lazzaro è morto e Io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui”. (Gv 11,11-15).
[130]IL VANGELO ETERNO: Allora Tommaso, chiamato Didimo, disse ai condiscepoli: “Andiamo anche noi a morire con Lui!” (Gv 11,16).
[131] “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7-25)
[132] “Riconoscerete che Io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete” (Ez 37,1-14).
[133]IL VANGELO ETERNO: Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era già da quattro giorni nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di due miglia e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello (Gv 11,17-19)
[134] 26 dicembre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 8, N° 548
[135] Giuseppe Barnaba, discepolo di Gamaliele con Saulo e socio di Paolo nella predicazione del Vangelo, è nominato spesso: “Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba, che significa “figlio dell’esortazione”, un levita originario di Cipro, che era padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò l’importo deponendolo ai piedi degli apostoli” (At 4,36-37).
[136]IL VANGELO ETERNO: Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!” (Gv 11,20-21).
[137]IL VANGELO ETERNO: “Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà”. Gesù le disse: “Tuo fratello risusciterà”. Gli rispose Marta: “So che risusciterà nell’ultimo giorno” Gesù le disse: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?”. Gli rispose: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo il Figlio di Dio che deve venire nel mondo. Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: “Il Maestro è qui e ti chiama” (Gv 11,22-28).
[138]IL VANGELO ETERNO: Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da Lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: “Va al sepolcro per piangere là”. Maria, dunque, quando giunse dov’era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!” (Gv 11,29-32).
[139]IL VANGELO ETERNO: Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: “Vedi come lo amava!”. Ma alcuni di loro dissero: “Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?” (Gv 11,35-37).
[140]IL VANGELO ETERNO: Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra. Disse Gesù: “Togliete la pietra!”. Gli rispose Marta, la sorella del morto: “Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni”. Le disse Gesù: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?” (Gv 11,38-40).
[141]IL VANGELO ETERNO: Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. E detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!” (Gv 11,41-43).
[142]IL VANGELO ETERNO: Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. (Gv 11,44).
[143]IL VANGELO ETERNO: Gesù disse loro: “Scioglietelo e lasciatelo andare”. (Gv 11,44)
[144] Giona cap. 2
[145]< Allusione al grande rabbi Gamaliele al quale, secondo quest’Opere, Gesù dodicenne, durante la disputa nel Tempio, promise il fremito delle pietre, come segno della sua Divinità.
[146]IL VANGELO ETERNO: Molti dei Giudei che eran venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in Lui (Gv 11,45)
[147] Scritto il 23 marzo 1944.
[148]21Dice Gesù: «Può essere messo qui il dettato de 23-3-44 a commento della risurrezione di Lazzaro». Poema: VIII, 9
[149] Rm 5,12-21
[150] 27 dicembre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 8, N° 549
[151]< Espressioni di mitologia pagana. Campi Elisi: parco delizioso destinato ai virtuosi; Stige: palude infernale riservata ai viziosi; asfodèlo: erba sacra già a Prosepina; prati d’asfodèlo dell’ade: dove se ne stavano passeggiando le ombre degli eroi nei Campi Elisi >
[152]< Personaggio dell’Ellade (circa 757 avanti Cristo) la cui voce equivaleva a quella di 50 uomini messi insieme! >
[153]IL VANGELO ETERNO: Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio (Gv 11,46-47).
[154] Il Signore disse a Mosè: “… alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all’asciutto” (Es 14,15). “Divise il mare e li fece passare e fermò le acque come un argine” (Sal 77,13). “Fece loro attraversare il Mar Rosso, guidandoli attraverso molte acque; sommerse invece i loro nemici e li rigettò dal fondo dell’abisso” (Sap 10,18-19).
[155] Es 17,1-7; “Spaccò le rocce nel deserto e diede loro da bere come dal grande abisso. Fece sgorgare ruscelli dalla rupe e scorrere l’acqua a torrenti” (Sal 77,15-16). “Quando ebbero sete, ti invocarono e fu data loro acqua da una rupe scoscesa, rimedio contro la sete da una dura roccia” (Sap 11,4).
[156] Giosuè disse al Signore: “Sole, fermati in Gàbaon e tu, luna, sulla valle di Aialon”. Si fermò il sole e la luna rimase immobile finché il popolo non si vendicò dei nemici”. Non è forse scritto nel libro del Giusto: “Stette fermo il sole in mezzo al cielo e non si affrettò a calare quasi un giorno intero. Non ci fu giorno come quello, né prima né dopo, perché aveva ascoltato il Signore la voce d’un uomo, perché il Signore combatteva per Israele”? (Giosuè 10,12-15;). “Al suo comando non si arrestò forse il sole e un giorno divenne lungo come due?” (Sir 46,1-4).
[157] La resurrezione del figlio della vedova (1 Re 17,17-24). La fine della siccità (1 Re 18,41-46). Insegnamento dell’Apostolo Giacomo sul potere della preghiera (Gc 5,16-18).
[158] “Sei cose odia il Signore, anzi sette gli sono in abominio: occhi alteri, lingua bugiarda, mani che versano sangue innocente, cuore che trama iniqui progetti, piedi che corrono rapidi verso il male, falso testimone che diffonde menzogne e chi provoca litigi tra fratelli” (Pro 6,16-19).
[159] “Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, il mio creatore mi fece posare la tenda e mi disse: Fissa la tenda in Giacobbe e prendi in eredità Israele” (Sir 24,8). “Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore, sua eredità” (Sir 24,12).
[160]“Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate, e saziatevi dei miei prodotti. Poiché il ricordo di me è più dolce del miele, il possedermi è più dolce del favo di miele. Quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti devono di me, avranno ancora sete. Chi mi obbedisce non si vergognerà, chi compie le mie opere non peccherà” (Sir 24,18-21).
[161] “Tutto questo è il libro dell’alleanza del Dio altissimo, la legge che ci ha imposto Mosè, l’eredità delle assemblee di Giacobbe. Essa trabocca di sapienza come il Fison e come il Tigri nella stagione dei frutti nuovi; fa traboccare l’intelligenza come l’Eufrate e come il Giordano nei giorni della mietitura; espande la dottrina come il Nilo, come il Ghicon nei giorni della vendemmia. Il primo non ne esaurisce la conoscenza né l’ultimo la può pienamente indagare. Il suo pensiero infatti è più vasto del mare e il suo consiglio più del grande abisso. (Sir Cap. 24,22-27).
[162] “Io sono come un canale derivante da un fiume e come un corso d’acqua sono uscita verso un giardino. Ho detto: “Innaffierò il mio giardino e irrigherò la mia aiuola”. Ed ecco il mio canale è diventato un fiume, il mio fiume è diventato un mare. Farò ancora splendere la mia dottrina come l’aurora; la farò brillare molto lontano. Riverserò ancora l’insegnamento come una profezia lo lascerò per le generazioni future. Vedete, non ho lavorato solo per me, ma per quanti cercano la dottrina” (Sir 24,28-32).
[163]IL VANGELO ETERNO: E dicevano: “che facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in Lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione” (Gv 11,47-48).
[164]IL VANGELO ETERNO: Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote di quell’anno, disse loro: “Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. Questo però non lo disse da sé stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi (Gv 11,49-52).
[165] 30 dicembre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 8, N° 550
[166]Inferno: “La tua destra raggiungerà chiunque ti odia. Ne farai una fornace ardente, nel giorno in cui ti mostrerai: il Signore li consumerà nella sua ira, li divorerà il fuoco” (Sal 21,9-10). “Non unirti alla moltitudine dei peccatori, ricordati che la collera divina non tarderà. Umilia profondamente la tua anima, perché castigo dell’empio sono fuoco e vermi” (Sir 7,16-17). “Vedranno i cadaveri degli uomini che si sono ribellati contro di me; poiché il loro verme non morirà, il loro fuoco non si spegnerà e saranno un abominio per tutti” (Is 66,24).
[167]Purgatorio: “Ciascuno stia attento come costruisce. E se si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco” (! Cor 3,10-15). In Purgatorio ci purifica il fuoco dell’amore.
[168]Limbo o Luogo di attesa: Espressioni bibliche per riflettere sul limbo.
“Egli mi offre un luogo di rifugio nel giorno della sventura. Mi nasconde nel segreto della sua dimora, mi solleva sulla rupe”. (Salmi 26:5 2).
“Chi mi darà ali come di colomba. Ecco fuggirei lontano. Riposerei in un luogo di riparo dalla furia del vento e dell’uragano” Salmi 54:9
“Poiché così parla l’Alto e l’Eccelso: “In un luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche con gli oppressi e gli umiliati, per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi”. (Isaia 57:15).
“E avverrà che nel luogo stesso dove fu detto loro: «Voi non siete mio popolo», là saranno chiamati figli del Dio vivente. (Romani 9:26)
“Voi infatti non vi siete accostati a un luogo tangibile e a un fuoco ardente, né a oscurità, tenebra e tempesta” (Eb 12,18).
“E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori. (2 Pt 1,19).
[169]IL VANGELO ETERNO: Intanto i sommi sacerdoti e i farisei avevano detto che chiunque sapesse dove si trovava lo denunziasse, perché essi potessero prenderlo (Gv 11,57).
[170] 12 febbraio 1947. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 9. N° 566
[171]Tammuz: Dio della vegetazione sumero e accadico, adorato in tutto l’antico Oriente. Veniva chiamato “mio Signore” in lingua siro-fenicia e in ebraico “Adoni”: è l’Adone dei Greci. Nel mese di luglio, quando la vegetazione era arsa dal sole, Tammuz scendeva negli inferi per far ritorno la primavera successiva. Il mese della sua scomparsa gli era dedicato con il nome di Dumuzi in lingua sumerica, di Duzu in accadico, e il quarto mese dell’anno si chiamava Tammuz anche nel calendario ebraico almeno dopo l’Esilio durante il quale gli Ebrei avevano adottato i nomi babilonesi dei mesi.
[172] 18 marzo 1947. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 9. N° 581
[173]IL VANGEO ETERNO: Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti (Gv 12,1).
[174] Nisan: primo mese dell’anno ebraico e corrispondeva al marzo-aprile.
[175] Questa elevazione da servi ad amici, e da amici a fratelli, è attestata anche nella Bibbia:
Servi: “Ma tu, Israele mio servo, sei tu che io ho preso dall’estremità della terra e ho chiamato dalle regioni più lontane e ti ho detto: “Mio servo tu sei ti ho scelto, non ti ho rigettato” (Is 41,8-9).
Amici: “La Sapienza Sebbene unica, essa può tutto; pur rimanendo in sé stessa, tutto rinnova e attraverso le età entrando nelle anime sante, forma amici di Dio e profeti. Nulla infatti Dio ama se non chi vive con la sapienza” (Sap 7,27-28). “Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,14-15).
Fratelli: “Quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29).” Chi sono i miei fratelli?”. Stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: “Ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,48-50).
[176]IL VANGELO ETERNO: Gesù si trovava a Betània nella casa di Simone il lebbroso (Mc 14,3)
[177] Tebet: Decimo mese del calendario dell’anno babilonese secondo il calendario adottato dagli Ebrei dopo l’Esilio. Corrisponde a gennaio-febbraio.
[178] 22 marzo 1947. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 9 N° 583
[179]< Quanta sapienza prudente e quanto amore illuminato, in questa pazienza e perseveranza! >
[180] Cristo è la realtà contenuta nelle figure della storia di Israele, come afferma l’Apostolo, quando dice: “I nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo” (1 Cor 10,1-5).
[181] “Ai tuoi occhi, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte” (Sal 90,4). “Una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo” (2 Pt 3,8).
[182]L’albero della vita: “Il Signore Dio piantò un giardino in Eden e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male…” (Gen2,8-9). Il Signore Dio disse allora: “Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!”. Il Signor scacciò l’uomo e pose i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita” (Gen 3,22-24). “In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni” (Ap 22,2).
[183]L’arca dell’alleanza: Nel Santo dei Santi c’era “l’Arca dell’alleanza tutta ricoperta d’oro, nella quale si trovavano un’urna d’oro contenente la manna, la verga di Aronne che aveva fiorito e le tavole dell’alleanza” (Eb 9,3-4).
[184]La Forma di Dio è un’espressione che MV corregge, su una copia dattiloscritta, in forma di Dio e forma a Dio, spiegandola con la seguente nota: “Forma di Dio” perché il Creatore, che l’aveva predestinata a tal sorte, di essere la Madre di Dio, così come le aveva dato un’anima preservata per singolar privilegio dalla Colpa originale, così le aveva dato un corpo in ogni maniera perfetto, perché Maria fosse realmente fatta ad immagine e somiglianza spirituale di Dio e corporale del Figlio di Dio fattosi Uomo, il più bello tra i figli degli uomini. ‘Torma a Dio”, perché il Verbo si modellò nel suo seno prendendo dalla Madre, l’unica che aveva servito a dargli un corpo e quindi l’unica a trasmettergli la somiglianza col generante – qui: con la generatrice -, la forma umana. Quindi Ella fu “forma” alla seconda Persona che s’incarnava per farsi Uomo.
[185] “Una donna perfetta chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto. Essa gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita” (Pr 31,10-12).
[186] La donna perfetta “apre la bocca con saggezza e sulla sua lingua c’è dottrina di bontà” (Pr 31,26).
[187] I suoi figli sorgono a proclamarla beata e suo marito a farne l’elogio: “Molte figlie hanno compiuto cose eccellenti, ma tu le hai superate tutte!”. Fallace è la grazia e vana è la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare (Pr 3128-30).
[188]Il Santo dei Santi: Nel Tempio di Salomone il
Debir era il Santo dei Santi, letteralmente il “luogo più santo”, cioè la parte più sacra che ospitava
l’Arca dell’Alleanza. Il Cronista lo chiama “la Cella del Santo dei Santi” o anche “[luogo della]
parola”. Solo il sommo sacerdote vi aveva accesso una volta l’anno, il giorno
dell’Espiazione.
Il Debir era una sala cubica di circa 10 metri (20 cubiti) di lato,
rivestita di legno ricoperto di foglie d’oro. In mezzo alla stanza sorgeva l’Arca con le Tavole della
Legge sulla quale vegliavano due cherubini di legno d’olivo ricoperti d’oro con le ali spiegate di 5
metri di apertura ciascuna. Insieme all’Arca, attestavano, nella tenebra di quella stanza senza
finestre, la presenza della divinità.
Pompeo nel 63 a.C. e Tito nel 70 d.C. violarono
il segreto del Santo dei Santi nel tempio di Erode e un soldato di Tito gettandovi una torcia accesa
diede fuoco all’edificio.
[189] “la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me” (Gv 17,22-23).
[190] 27 marzo 1947. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 9 N° 585
[191]IL VANGELO ETERNO: Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti (Gv 12,9).
[192]IL VANGELO ETERNO: I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù (Gv 12,110-11).
[193] 28 marzo 1947. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 9 N° 586
[194]IL VANGELO ETERNO: E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali (Mt 26,6; Mc 14,3; Gv 12,2).
[195]IL VANGELO ETERNO: Mentre stava a mensa Maria, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, e di gran valore, gli si avvicinò e ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul capo e cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento (Mt 26,7; Mc 14,3; Gv 12,3).
[196]IL VANGELO ETERNO: Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro. Ed erano infuriati contro di lei. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darlo ai poveri?”. Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro, e siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro (Mt 26,8-9; Mc 14,4-5; Gv 12,4-6).
[197]IL VANGELO ETERNO: Ma Gesù, accortosene, disse loro: “Perché infastidite questa donna? Lasciatela stare. Lasciatela fare! Essa ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficiarli quando volete, me invece non mi avete sempre. Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, versando questo olio sul mio corpo, lo ha fatto in vista della mia sepoltura, In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo sarà annunciato il Vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto” (Mt 226,10-13; Mc 14,6-9; Gv 12,7-8).
[198] Gli ebrei chiamavano così coloro che parlavano alle adunanze. I libri sapienziali sono composti delle parole delle sciolte raccolti nei rotoli delle Scritture. A parte la differente grafia e pronunzia, Qoèlet o Qoèlet è nome che la Bibbia ebraica attribuisce all’autore del libro noto anche come ECCLESIASTE. Qoèlet deriva dal verbo qahal che significa “parlare in pubblico”. Il Qoèlet è colui che parla nelle assemblee, il predicatore. Il testo sacro dichiara che egli fu un saggio che “insegnò la scienza al popolo, ascoltò, indagò e compose un grande numero di massime […] e scrisse con esattezza parole di verità”.
[199]Il suo sacrificio d’amore si consumò sul calvario: Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo spirò (Lc 23,46). “È impossibile eliminare i peccati con il sangue di tori e di capri. Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,4-7).
[200]La Pentecoste: Effettivamente 50 giorni dopo la consumazione del suo sacrificio venne l’Amore: “Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi” (At 2,1-4).
[201]Il Sacrificio perenne: preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi” (Lc 22,19-20). “Cristo, venuto come sommo sacerdote di beni futuri, attraverso una Tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo, cioè non appartenente a questa creazione, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì sé stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalla opera morte, per servire il Dio vivente?” (Eb 9,11-14).
[202]“Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26). “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà” (16,12-14).
[203] “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46); “Mi affido alle tue mani; tu mi riscatti, Signore, Dio fedele” (Sal 30,6).
[204] 2 marzo 1945. La Buona Novella. Op.cit. Vol9 N°587«Qui», dice Gesù, «metterai la visione del 2 marzo 1945: “L’addio a Lazzaro”. Dal punto: “Gesù cammina dirigendosi oltre il giardino, là dove è il sepolcro che fu di Lazzaro”».
[205] Gesù di Nazzaro è il Messia d’Israele, il Promesso, l’Atteso, ma soprattutto è il Redentore.
[206]< Medicina mitologica che, immessa nel vino, avrebbe eliminato ogni tristezza >
[207] “Allora Satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici” (Lc 22,3). “Non ho forse scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un demonio!”. Egli parlava di Giuda Iscariota: questi infatti stava per tradirlo (Gv 6,70-71).
[208] Perché i santi, i giusti vivono uniti a Dio e chi si unisce a Dio forma un solo spirito con Lui.
[209] Es 12,11
[210] “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio” Lc 1,35
[211] All’annunzio dell’angelo: “Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù…”. Maria rispose: “Come è possibile? Non conosco uomo” (Lc 1,31-32). “Ecco: la v e r g i n e concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà ‘ Dio con noi ’” (Is 7,14).
[212] “Un fuoco uscì dalla presenza del Signore e consumò sull’altare l’olocausto e i grassi” (Lv 9,24). “Salì dalla roccia un fuoco che consumò la carne e le focacce azzime” (Giudici 6,21). “Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del cataletto” (1 Re 18,38).
[213] “Dopo aver detto prima non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose tutte che vengono offerte secondo la legge, soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio per stabilirne uno nuovo. Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre” (Eb 10,8-10).
[214] Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!” (Gv 1,29).
[215] “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». (Gv 6,51)
[216] Preso un pane, dicendo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi. Allo stesso modo, prese il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi” (Lc 22,19-20). “Se non mangiate la cerna del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,54-56).
[217] 3 aprile 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 10. N° 621
[218] 24 aprile 1947. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 10. N° 638
[219] 21 agosto 1951. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 10.N 642
[220] 5 ottobre 1951. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 10. N° 644
[221]Shabahót Il manoscritto originale così prosegue, tra parentesi: avrò scritto bene? mi sono sforzata di dare la parola con l’h aspirate come le ho sentite dire. Nota mia, ma da non mettere nel dattiloscritto.
Sabaot: Espressione che significa in ebraico
“eserciti” e che spesso designa una delle caratteristiche del Signore. Gli eserciti di cui si parla sono
quelli del cielo: eserciti di angeli ma anche di astri che, in tutto l’Oriente antico, costituivano
“l’Esercito del cielo” oggetto di un diffuso culto: secondo i profeti si faceva fumare l’incenso in suo
onore sui tetti delle case. La Legge metteva in guardia i figli d’Israele contro la tentazione di
imitare i popoli pagani ma il contagio era forte e colpì molto spesso. Il re Manasse si spinse fino a
innalzare un altare all’“Esercito del cielo” nel cortile del Tempio. Giosia di Giuda tentò invano di
opporsi a quella forma di idolatria e i profeti deplorarono i figli d’Israele che “amarono, servirono,
seguirono, consultarono e adorarono la milizia del cielo”.
Ma gli astri sono creature
che Dio aveva voluto chiamare all’esistenza fra i primi atti della creazione del mondo: “così furono
portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere”. Non solo Dio le ha create ma le
conosce ad una ad una per nome, le comanda come un generale i suoi eserciti; è il “Signore degli
Eserciti, il re della gloria”, il Dio dell’Arca che “siede sui cherubini”, che il profeta Michea vide
circondato dalla moltitudine degli angeli e BAIA lodato dai serafini. Creature privilegiate, questi
eserciti di Dio sono invitati a cantarne le lodi.
Talvolta, in un’accezione più
limitata e concreta, il Dio degli eserciti è colui che combatte con le schiere d’Israele.
[222] “Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra (Es 20, 4). “Non rivolgetevi agli idoli, e non fatevi divinità di metallo fuso” (Lv 19, 4). “Poiché dunque non vedeste alcuna figura, quando il Signore vi parlò sull’Oreb dal fuoco, state bene in guardia per la vostra vita, perché non vi corrompiate e non vi facciate l’immagine scolpita di qualche idolo, la figura di maschio o femmina…” (Dt 4, 15-18).
[223] 8 agosto 1951. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 10. N°646
[224]Atti degli Apostoli: Persone pie seppellirono Stefano e fecero un grande lutto per lui (At 8,2).
[225]Atti degli Apostoli: In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme (At 8,1).
[226]Atti degli Apostoli: Tutti, ad eccezione degli apostoli, furono dispersi nelle regioni della Giudea e della Samaria. Quelli però che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la parola di Dio (At 8,1.4).
