I Vangeli della Fede

GESÙ DI NAZARETH

NUOVA EVANGELIZZAZIONE

 

 

 

Gesù cammina sul mare | Vita di Gesù

 

 

I Vangeli della fede

 

 

SECONDO IL PICOLO GIOVANNI.

 

 

A cura di Fray Jesus Maria de Cabanaconde S.O.S

Servo dell’Ordine dei salvatori

 

 

I VANGELI DELLA FEDE

Introduzione.

Credere non vuol dire essere dei creduloni. Credere è accettare e comprendere secondo il lume dell’intelligenza quanto vi viene detto da coloro che non hanno mentito mai: dai Santi di Dio, partendo dai patriarchi; credere è capire alla luce della Grazia, che Io vi ho portata piena e sovrabbondante, quanto ancora resta oscuro all’intelligenza. Credere è soprattutto amare. La credulità è sciocca. Il credere è santo perché è avere lo spirito ubbidiente ai misteri del Signore.

Gesù di Nazareth.

 

 

 

Il mio interno ammonitore mi dice: “Chiama queste contemplazioni, che avrai e che ti dirò, “I vangeli della fede”, perché a te e agli altri verranno ad illustrare la potenza della fede e dei suoi frutti e a confermarvi nella fede in Dio”.

Maria Valtorta

 

1. Adorazione dei Magi. E’ “vangelo della fede”[1].

Vangelo della Fede.

Nota del Portavoce.

1Il mio interno ammonitore mi dice: «Chiama queste contemplazioni, che avrai e che ti dirò, “i Vangeli della Fede”, perché a te e agli altri verranno ad illustrare la potenza della fede e dei suoi frutti e a confermarvi nella fede in Dio».

Betlemme sotto le stelle. 

2Vedo Betlemme piccola e bianca, raccolta come una chiocciata sotto al lume delle stelle. Due vie principali la tagliano a croce, l’una venendo da oltre il paese, ed è la via maestra che poi prosegue oltre il paese, l’altra andando da un’estremità all’altra dello stesso, ma non oltre. Altre viuzze lo segmentano, questo piccolo paese, senza la più piccola norma di piano stradale come noi lo concepiamo, ma anzi adattandosi al suolo che è a dislivelli ed alle case sorte qua e là, secondo i capricci del suolo e del loro costruttore. Volte quali a destra e quali a manca, chi messa per spigolo, rispetto alla via che le costeggia, obbligano questa ad essere come un nastro che si sgomitola sinuosamente e non un rettilineo che va da qua a là senza deviare. Ogni tanto una piazzetta, sia per un mercato, sia per una fontana, sia perché, costruito qui e là senza regola, è rimasto uno scampolo di suolo sghimbescio su cui non è possibile costruire più nulla.

3Nel punto dove mi pare di sostare particolarmente è proprio una di queste piazzette irregolari. Dovrebbe essere quadrata o quanto meno rettangolare. Invece è venuta un trapezio tanto strano da parere un triangolo acuto smusso nel vertice. Nel lato più lungo – la base del triangolo – vi è un fabbricato largo e basso. Il più largo del paese. Di fuori è un muraglione liscio e nudo, sul quale si aprono appena due portoni, ora ben serrati. Dentro invece, nel suo largo quadrato, si aprono molte finestre al primo piano, mentre sotto vi sono porticati che cingono cortili sparsi di paglia e detriti, con delle vasche per abbeverare cavalli e altri animali. Alle rustiche colonne dei portici sono anelli per tenere legate le bestie, e su un lato vi è una vasta tettoia per ricoverare mandrie e cavalcature. Comprendo che è l’albergo di Betlemme.

4Sugli altri due lati uguali sono case e casette, quali precedute e quali no da un poco d’orto, perché fra esse vi è quella che è con la facciata sulla piazza, e quella col retro della casa sulla piazza. Sull’altro lato più stretto, fronteggiante il caravanserraglio, un ‘unica casetta dalla scaletta esterna che entra a metà facciata nelle camere del piano abitato. Sono tutte chiuse perché è notte. Non vi è nessuno per le vie, data l’ora.

Una stella di insolita grandezza.

5Vedo aumentare la luce notturna piovente dal cielo pieno di stelle, così belle nel cielo orientale, così vive e grandi che paiono vicine e che sia facile raggiungerle e toccare quei fiori splendenti nel velluto del firmamento. Alzo lo sguardo per comprendere la fonte di questo aumento di luce. Una stella, di insolita grandezza che la fa parere una piccola luna, si avanza nel cielo di Betlemme. E le altre paiono eclissarsi e farle largo come ancelle al passare della regina, tanto il suo splendore le soverchia e annulla. Dal globo, che pare un enorme zaffiro pallido, acceso internamente da un sole, parte una scia nella quale, al predominante colore dello zaffiro chiaro, si fondono i biondi dei topazi, i verdi degli smeraldi, gli opalescenti degli opali, i sanguigni bagliori dei rubini e i dolci scintillii delle ametiste. Tutte le pietre preziose della terra sono in quella scia, che spazza il cielo con un moto veloce e ondulante come fosse viva. Ma il colore che predomina è quello piovente dal globo della stella: il paradisiaco colore di pallido zaffiro che scende a fare di argento azzurro le case, le vie, il suolo di Betlemme, culla del Salvatore.

6Non è più la povera città, per noi meno di un paese rurale. È una fantastica città di fiaba in cui tutto è d’argento. E l’acqua delle fonti e delle vasche è di liquido diamante.

7Con un più vivo raggiare di splendori la stella si ferma sulla piccola casa che è sul lato più stretto della piazzetta. Né i suoi abitanti, né i betlemiti la vedono, perché dormono nelle chiuse case, ma essa accelera i suoi palpiti di luce, e la sua coda vibra e ondeggia più forte tracciando quasi dei semicerchi nel cielo, che si accende tutto per questa rete d’astri che essa trascina, per questa rete piena di preziosi che splendono tingendo dei più vaghi colori le altre stelle, quasi a comunicare loro una parola di gioia.

8La casetta è tutta bagnata da questo fuoco liquido di gemme. Il tetto della breve terrazza, la scaletta di pietra scura, la piccola porta, tutto è come un blocco di puro argento sparso di polvere di diamanti e perle. Nessuna reggia della terra ha mai avuto od avrà una scala simile a questa, fatta per ricevere il passo degli angeli, fatta per esser usata dalla Madre che è Madre di Dio. I suoi piccoli piedi di Vergine Immacolata possono posarsi su quel candido splendore, i suoi piccoli piedi destinati a posarsi sui gradini del trono di Dio.

9Ma la Vergine non sa. Essa veglia presso la cuna del Figlio e prega. Nell’anima ha splendori che superano gli splendori di cui la stella decora le cose.

La cavalcata dei re.

10Dalla via maestra si avanza una cavalcata. Cavalli bardati ed altri condotti a mano, dromedari e cammelli cavalcati o portanti il loro carico. Il suono degli zoccoli fa un rumore di acqua che frusci e schiaffeggi le pietre di un torrente. Giunti sulla piazza, tutti si fermano. La cavalcata, sotto il raggio della stella, è fantastica di splendore. I finimenti delle ricchissime cavalcature, gli abiti dei loro cavalcatori, i volti, i bagagli, tutto splende unendo e ravvivando il suo splendore di metallo, di cuoio, di seta, di gemma, di pelame, al brillio stellare. E gli occhi raggiano e ridono le bocche, perché un altro splendore si è acceso nei cuori, quello di una gioia soprannaturale.

11Mentre i servi si avviano verso il caravanserraglio con gli animali, tre della carovana smontano dalle rispettive cavalcature, che un servo subito conduce altrove, e a piedi vanno verso la casa. E si prostrano, fronte a terra, a baciare la polvere. Sono tre potenti. Lo dicono le vesti ricchissime. Uno, di pelle molto scura, sceso da un cammello, si avvolge tutto in uno sciamma di candida seta splendente, stretto alla fronte ed alla vita da un cerchio prezioso, da cui pende un pugnale o una spada dall’elsa tempestata di gemme.

12Gli altri, scesi da due splendidi cavalli, sono vestiti l’uno di una stoffa rigata, bellissima, in cui predomina il color giallo, fatto quest’abito come un lungo domino ornato di cappuccio e di cordone, che paiono un sol lavoro di filigrana d’oro tanto sono trapunti di ricami in oro. Il terzo ha una camicia setosa, che sbuffa da larghe e lunghe brache strette al piede, e si avvolge in uno scialle finissimo, che pare un giardino fiorito tanto sono vivi i fiori che lo decorano tutto. In testa ha un turbante trattenuto da una catenella tutta a castoni di diamanti.

13Dopo avere venerato la casa dove è il Salvatore, si rialzano e vanno al caravanserraglio, dove i servi hanno bussato e fatto aprire.

E qui cessa la visione.

14Che riprende, tre ore dopo, con la scena dell’adorazione dei Magi a Gesù.

L’adorazione dei Magi.

15E’ giorno, ora. Un bel sole splende nel cielo pomeridiano. Un servo dei tre traversa la piazza e sale la scaletta della piccola casa. Entra. Esce. Torna all’albergo.

16Escono i tre Savi, seguiti ognuno dal proprio servo. Traversano la piazza. I rari passanti si volgono a guardare i pomposi personaggi che passano molto lentamente, con solennità. Fra l’entrata del servo e quella dei tre è passato un buon quarto d’ora, che ha dato modo agli abitanti della casetta di prepararsi a ricevere gli ospiti.

17Questi sono ancor più riccamente vestiti della sera avanti. Le sete splendono, le gemme brillano, un gran pennacchio di penne preziose, sparse di scaglie ancor più preziose, tremola e sfavilla sul capo di colui che ha il turbante.

18I servi portano l’uno un cofano tutto intarsiato, le cui rinforzature metalliche sono in oro bulinato; il secondo un lavoratissimo calice, coperto da un ancor più lavorato coperchio tutto d’oro; il terzo una specie di anfora larga e bassa, pure in oro, e tappata da una chiusura fatta a piramide, che al vertice porta un brillante. Devono essere pesanti, perché i servi li portano con fatica, specie quello del cofano.

19I tre montano la scala ed entrano. Entrano in una stanza che va dalla strada al dietro della casa. Si vede l’orticello posteriore da una finestra aperta al sole. Delle porte si aprono nelle due altre pareti, e da queste sbirciano coloro che sono i proprietari: un uomo, una donna e tre o quattro fra giovinetti e bimbi.

20Maria è seduta col Bambino in grembo ed ha vicino Giuseppe in piedi. Però si alza Ella pure e si inchina quando vede entrare i tre Magi. È tutta vestita di bianco. Così bella nella sua semplice veste candida che la copre dalla radice del collo ai piedi, dalle spalle ai polsi sottili, così bella nella testina coronata di trecce bionde, nel viso che l’emozione fa più vivamente roseo, negli occhi che sorridono con dolcezza, nella bocca che s’apre al saluto: «Dio sia con voi», che i tre si arrestano un istante colpiti. Poi procedono e le si prostrano ai piedi. E la pregano di sedere.

21Essi no, non siedono, per quanto Ella li preghi di farlo. Essi restano in ginocchio, rilassati sui calcagni. Dietro a loro, pure in ginocchio, sono i tre servi. Essi sono subito dopo il limitare. Hanno posato davanti a loro i tre oggetti che portavano, e attendono.

22I tre Savi contemplano il Bambino, che mi pare possa avere dai nove mesi ad un anno, tanto è vispo e robusto. Egli sta seduto in grembo alla Mamma, e sorride e cinguetta con una vocina di uccellino. È vestito tutto di bianco come la Mamma, con sandaletti ai piedini minuscoli. Una vestina molto semplice: una tunichella da cui escono i bei piedini irrequieti, le manine grassottelle che vorrebbero afferrare tutto, e soprattutto la bellissima faccina nella quale splendono gli occhi azzurro cupi, e la bocca fa le fossette ai lati ridendo e scoprendo i primi dentini minuti. I ricciolini sembrano una polvere d’oro tanto sono splendenti e vaporosi.

Discorso del Savio

23Il più vecchio dei Savi parla per tutti. Spiega a Maria che essi hanno visto, una notte del passato dicembre, accendersi una nuova stella nel cielo, di inusitato splendore. Mai le carte del cielo avevano portato quell’astro e parlato di esso. Il suo nome non era conosciuto, perché essa non aveva nome. Nata allora dal seno di Dio, essa era fiorita per dire agli uomini una verità benedetta, un segreto di Dio. Ma gli uomini non le avevano fatto caso, perché avevano l’anima confitta nel fango. Non alzavano lo sguardo a Dio e non sapevano leggere le parole che Egli traccia, ne sia in eterno benedetto, con astri di fuoco sulla volta dei cieli.

24Essi l’avevano vista e si erano sforzati a capirne la voce. Perdendo contenti il poco sonno che concedevano alle loro membra, dimenticando il cibo, s’erano sprofondati nello studio dello zodiaco. E le congiunzioni degli astri, il tempo, la stagione, il calcolo delle ore passate e delle combinazioni astronomiche avevano a loro detto il nome e il segreto della stella. Il suo nome: «Messia». Il suo segreto: «Essere il Messia venuto al mondo». E si erano partiti per adorarlo. Ognuno all’insaputa dell’altro. Per monti e deserti, per valli e fiumi, viaggiando la notte, erano venuti verso la Palestina, perché la stella andava in tal senso. Per ognuno, da tre punti diversi della terra[2], andava in tal senso. E si erano trovati poi oltre il Mar Morto. Il volere di Dio li aveva riuniti là, ed insieme avevano proceduto, intendendosi, nonostante ognuno parlasse la sua lingua, e intendendo e potendo parlare la lingua del Paese per un miracolo dell’Eterno.

25E insieme erano andati a Gerusalemme, poiché il Messia doveva essere il Re di Gerusalemme, il Re dei giudei. Ma la stella si era celata, sul cielo di quella città, ed essi avevano sentito frangersi di dolore il loro cuore e si erano esaminati per sapere se avevano demeritato di Dio. Ma avendoli rassicurati la coscienza, si erano rivolti a re Erode per chiedergli in quale reggia era il nato Re dei giudei che essi erano venuti ad adorare. E il re, convocati i principi dei sacerdoti e gli scribi, aveva chiesto dove poteva nascere il Messia. Ed essi avevano risposto: «A Betlemme di Giuda».

I doni dei re.

26Ed essi erano venuti verso Betlemme e la stella era riapparsa ai loro occhi, lasciata la Città santa, e la sera avanti aveva aumentato gli splendori – il cielo era tutto un incendio – e poi si era fermata, adunando tutta la luce delle altre stelle nel suo raggio, sopra questa casa. Ed essi avevano compreso esser lì il Nato divino. Ed ora lo adoravano, offrendo i loro poveri doni e più che altro offrendo il loro cuore, che mai avrebbe cessato di benedire Iddio della grazia concessa e di amare il suo Nato, di cui vedevano la santa Umanità. Dopo sarebbero tornati a riferire al re Erode, perché egli desiderava adorarlo esso pure.

27«Ecco intanto l’oro come a re si conviene possedere, ecco l’incenso come a Dio si conviene, ed ecco, o Madre, ecco la mirra, poiché il tuo Nato è Uomo oltre che Dio, e della carne e della vita umana conoscerà l’amarezza e la legge inevitabile del morire. Il nostro amore vorrebbe non dirle, queste parole, e pensarlo eterno anche con la carne come eterno è lo Spirito suo. Ma, o Donna, se le nostre carte, e più le nostre anime, non errano, Egli è, il Figlio tuo, il Salvatore, il Cristo di Dio, e perciò dovrà, per salvare la terra, levare su Sé il male della terra, di cui uno dei castighi è la morte. Questa resina è per quell’ora. Perché le carni, che son sante, non conoscano putredine di corruzione e conservino integrità sino alla loro risurrezione. E per questo nostro dono Egli di noi si ricordi, e salvi i suoi servi dando loro il suo Regno». Per intanto, per esserne santificati, Ella, la Madre, dia il suo Pargolo «al nostro amore. Che baciando i suoi piedi scenda in noi benedizione celeste».

Lacrime e sorrisi di commiato.

28Maria, che ha superato lo sgomento suscitato dalle parole del Sapiente e ha celato la tristezza della funebre evocazione sotto un sorriso, offre il Bambino. Lo pone sulle braccia del più vecchio, che lo bacia e ne è accarezzato, poi lo passa agli altri due. Gesù sorride e scherza colle catenelle e le frange dei tre, e guarda curiosamente lo scrigno aperto pieno di una cosa gialla che luccica, e ride vedendo che il sole fa un arcobaleno battendo sul brillante del coperchio della mirra.

29Poi i tre rendono a Maria il Bambino e si alzano. Si alza anche Maria. Si inchinano a vicenda, dopo che il più giovane ha dato un ordine al servo, che esce. I tre parlano ancora un poco. Non sanno decidersi a staccarsi da quella casa. Lacrime di emozione sono negli occhi. Infine si dirigono all’uscita, accompagnati da Maria e Giuseppe.

30Il Bambino ha voluto scendere e dare la manina al più vecchio dei tre, e cammina così, tenuto per mano da Maria e dal Savio, che si curvano per tenerlo per mano. Gesù ha il passetto ancora incerto dell’infante e ride picchiando i piedini sulla striscia che il sole fa sul pavimento.

31Giunti alla soglia – non si deve dimenticare che la stanza era lunga quanto la casa – i tre si accomiatano inginocchiandosi ancora una volta e baciando i piedini di Gesù. Maria, curva sul Piccino, gli prende la manina e la guida, facendole fare un gesto di benedizione sul capo di ogni singolo Mago. E’ già un seguo di croce[3] tracciato dalle ditine di Gesù, guidate da Maria.

32Poi i tre scendono la scala. La carovana è già li pronta che attende. Le borchie dei cavalli splendono al sole del tramonto. La gente si è affollata sulla piazzetta a vedere l’insolito spettacolo.

33Gesù ride battendo le manine. La Mamma lo ha sollevato e appoggiato al largo parapetto che limita il pianerottolo e lo tiene con un braccio contro il suo petto perché non caschi. Giuseppe è sceso con i tre e regge ad ognuno la staffa mentre salgono sui cavalli e sul cammello.

34Ora servi e padroni sono tutti a cavallo. L’ordine di marcia viene dato. I tre si curvano fin sul collo della cavalcatura in un ultimo saluto. Giuseppe si inchina, Maria pure e torna a guidare la manina di Gesù in un gesto di addio e di benedizione.

I cercatori di Dio[4]. (Insegnamento)

Quando si cerca Dio.

Dice Gesù:

35«Ed ora? Che dirvi ora, o anime che sentite morire la fede? Quei Savi d’oriente non avevano nulla che li assicurasse della verità. Nulla di soprannaturale. Solo il calcolo astronomico e la loro riflessione che una vita integra faceva perfetta.

36Eppure hanno avuto fede. Fede in tutto: fede nella scienza, fede nella coscienza, fede nella bontà divina. Per la scienza hanno creduto al segno della stella nuova, che non poteva che esser “quella”, attesa da secoli dall’umanità: il Messia. Per la coscienza hanno avuto fede nella voce della stessa che, ricevendo “voci” celesti, diceva loro: “È quella stella che segna l’avvento del Messia”. Per la bontà hanno avuto fede che Dio non li avrebbe ingannati e, poiché la loro intenzione era retta, li avrebbe aiutati in ogni modo per giungere allo scopo.

37E sono riusciti. Essi soli, fra tanti studiosi dei segni, hanno compreso quel segno, perché essi soli avevano nell’anima l’ansia di conoscere le parole di Dio con un fine retto, che aveva a principale pensiero quello di dare subito a Dio lode ed onore.

38Non cercavano un utile proprio. Anzi vanno incontro a fatiche e spese, e nulla chiedono di compenso che sia umano. Chiedono soltanto che Dio si loro si ricordi e li salvi per l’eternità. Come non hanno nessun pensiero di futuro compenso umano, così non hanno, quando decidono il viaggio, nessuna umana preoccupazione. Voi vi sareste messi mille cavilli: “Come farò a fare tanto viaggio in paesi e fra popoli di lingua diversa? Mi crederanno o mi imprigioneranno come spia? Che aiuto mi daranno nel passare deserti e fiumi e monti? E il caldo? E il vento degli altipiani? E le febbri stagnanti lungo le zone paludose? E le fiumane gonfiate dalle piogge? E il cibo diverso? E il diverso linguaggio? E… e… e”.

39Così ragionate voi. Essi non ragionano così. Dicono con sincera e santa audacia: “Tu, o Dio, ci leggi nel cuore e vedi che fine perseguiamo. Nelle tue mani ci affidiamo. Concedici la gioia sovrumana di adorare la tua Seconda Persona fatta Carne per la salute del mondo”.

40Basta. E si mettono in cammino dalle Indie lontane. (Gesù mi dice poi che per Indie vuol dire l’Asia meridionale, dove ora è Turchestan, Afganistan e Persia). Dalle catene mongoliche sulle quali spaziano unicamente le aquile e gli avvoltoi e Dio parla col rombo dei venti e dei torrenti e scrive parole di mistero sulle pagine sterminate dei nevai. Dalle terre in cui nasce il Nilo e procede, vena verde azzurra, incontro all’azzurro cuore del Mediterraneo, né picchi, né selve, né arene, oceani asciutti e più pericolosi di quelli marini, fermano il loro andare. E la stella brilla sulle loro notti, negando loro di dormire. Quando si cerca Dio, le abitudini animali devono cedere alle impazienze e alle necessità soprumane.

Umiltà vera

41La stella li prende da settentrione, da oriente e da meridione, e per un miracolo di Dio procede per tutti e tre verso un punto, come, per un altro miracolo, li riunisce dopo tante miglia in quel punto, e per un altro dà loro, anticipando la sapienza pentecostale, il dono di intendersi e di farsi intendere così come è nel Paradiso, dove si parla un’unica lingua, quella di Dio. Un unico momento di sgomento li assale quando la stella scompare e, umili perché sono realmente grandi, non pensano che sia per la malvagità altrui che ciò avviene, non meritando i corrotti di Gerusalemme di vedere la stella di Dio.

42Ma pensano di avere demeritato di Dio loro stessi, e si esaminano con tremore e contrizione già pronta a chiedere perdono. Ma la loro coscienza li rassicura. Anime use alla meditazione, hanno una coscienza sensibilissima, affinata da una attenzione costante, da una introspezione acuta, che ha fatto del loro interno uno specchio su cui si riflettono le più piccole larve degli avvenimenti giornalieri. Ne hanno fatto una maestra, una voce che avverte e grida al più piccolo, non dico errore, ma sguardo all’errore, a ciò che è umano, al compiacimento di ciò che è io. Perciò, quando essi si pongono di fronte a questa maestra, a questo specchio severo e nitido, sanno che esso non mentirà. Ora li rassicura ed essi riprendono lena.

43“Oh! dolce cosa sentire che nulla è in noi di contrario a Dio! Sentire che Egli guarda con compiacenza l’animo del figlio fedele e lo benedice. Da questo sentire viene aumento di fede e fiducia, e speranza, e fortezza, e pazienza. Ora è tempesta. Ma passerà, poiché Dio mi ama e sa che lo amo, e non mancherà di aiutarmi ancora”. Così parlano coloro che hanno la pace che viene da una coscienza retta, che è regina di ogni loro azione.

44Ho detto che erano “umili perché erano realmente grandi”. Nella vostra vita, invece, che avviene? Che uno, non perché è grande, ma perché è più prepotente, e si fa potente per la sua prepotenza e per la vostra idolatria sciocca, non è mai umile. Ci sono dei disgraziati che, solo per essere maggiordomi di un prepotente, uscieri di un ufficio, funzionari in una frazione, servi insomma di chi li ha fatti tali, si danno delle pose da semidei. E fanno pietà!…

45Essi, i tre Savi, erano realmente grandi. Per virtù soprannaturali per prima cosa, per scienza per seconda cosa, per ricchezza per ultima cosa. Ma si sentono un nulla, polvere sulla polvere della terra, rispetto al Dio altissimo, che crea i mondi con un suo sorriso e li sparge come chicchi di grano per saziare gli occhi degli angeli coi monili delle stelle.

46Ma si sentono nulla rispetto al Dio altissimo, che ha creato il pianeta su cui vivono e lo ha fatto variato mettendo, Scultore infinito d’opere sconfinate, qua, con una ditata del suo pollice, una corona di dolci colline, e là un’ossatura di gioghi e di picchi, simili a vertebre della terra, di questo corpo smisurato a cui sono vene i fiumi, bacini i laghi, cuori gli oceani, veste le foreste, veli le nubi, decorazioni i ghiacciai di cristallo, gemme le turchesi e gli smeraldi, gli opali e i berilli di tutte le acque che cantano, con le selve e i venti, il grande coro di laude al loro Signore.

47Ma si sentono nulla nella loro sapienza rispetto al Dio altissimo, da cui la loro sapienza viene e che ha dato loro occhi più potenti di quelle due pupille per cui vedono le cose: occhi dell’anima, che sanno leggere nelle cose la parola non scritta da mano umana, ma incisa dal pensiero di Dio.

48Ma si sentono nulla nella loro ricchezza: atomo rispetto alla ricchezza del Possessore dell’universo, che sparge metalli e gemme negli astri e pianeti e soprannaturali dovizie, inesauste dovizie, nel cuore di chi l’ama.

Amore ardente

49E, giunti davanti ad una povera casa, nella più meschina delle città di Giuda, essi non crollano il capo dicendo: “Impossibile”, ma curvano la schiena, le ginocchia, e specie il cuore, e adorano. Là, dietro quel povero muro, è Dio. Quel Dio che essi hanno sempre invocato, non osando mai, neppur lontanamente, sperare di averlo a vedere. Ma invocato per il bene di tutta l’umanità, per il “loro” bene eterno. Oh! questo solo si auguravano. Di poterlo vedere, conoscere, possedere nella vita che non conosce più albe e tramonti!

50Egli è là, dietro quel povero muro. Chissà se il suo cuore di Bambino, che è pur sempre il cuore di un Dio, non sente questi tre cuori che, proni nella polvere della via, squillano: “Santo, Santo, Santo. Benedetto il Signore Iddio nostro. Gloria a Lui nei Cieli altissimi e pace ai suoi servi. Gloria, gloria, gloria e benedizione”? Essi se lo chiedono con tremore di amore. E per tutta la notte e la seguente mattina preparano con la preghiera più viva lo spirito alla comunione con il Dio-Bambino. Non vanno a questo altare, che è un grembo verginale portante l’Ostia divina, come voi vi andate con l’anima piena di sollecitudini umane.

51Essi dimenticano sonno e cibo e, se prendono le vesti più belle, non è per sfoggio umano ma per fare onore al Re dei re. Nelle regge dei sovrani i dignitari entrano con le vesti più belle. E non dovrebbero essi andare da questo Re con le loro vesti di festa? E quale festa più grande di questa per loro?

52Oh! nelle loro terre lontane, più e più volte si sono dovuti ornare per degli uomini pari a loro. Per far loro festa e onore. Giusto dunque umiliare ai piedi del Re supremo porpore e gioielli, sete e preziose piume. Mettergli ai piedi, ai dolci piccoli piedi, le fibre della terra, le gemme della terra, le piume della terra, i metalli della terra – sono ancora opera sua – perché esse pure, queste cose della terra, adorino il loro Creatore. E sarebbero felici se la Creaturina ordinasse loro di stendersi al suolo e fare un vivo tappeto ai suoi passetti di Bambino, e li calpestasse, Egli che ha lasciato le stelle per loro, polvere, polvere, polvere.

La virtù genera virtù

53Umili e generosi. E ubbidienti alle “voci” dell’Alto. Esse comandano di portare doni al Re neonato. Ed essi portano doni. Non dicono: “Egli è ricco e non ne ha bisogno. È Dio e non conoscerà la morte”. Ubbidiscono. E sono coloro che per primi sovvengono la povertà del Salvatore. Come provvido quell’oro per chi domani sarà fuggiasco! Come significativa quella resina a chi presto sarà ucciso! Come pio quell’incenso a chi dovrà sentire il lezzo delle lussurie umane ribollenti intorno alla sua purezza infinita!

54Umili, generosi, ubbidienti e rispettosi l’uno dell’altro. Le virtù generano sempre altre virtù. Dalle virtù volte a Dio, ecco le virtù volte al prossimo. Rispetto, che è poi carità. Al più vecchio è deferito di parlare per tutti, di ricevere per primo il bacio del Salvatore, di sorreggerlo per la manina. Gli altri potranno vederlo ancora. Ma egli no. È vecchio, e prossimo è il suo giorno di ritorno a Dio. Lo vedrà, questo Cristo, dopo la sua straziante morte e lo seguirà, nella scia dei salvati, nel ritorno al Cielo. Ma non lo vedrà più su questa terra. E allora per suo viatico gli rimanga il tepore della piccola mano, che si affida alla sua già rugosa.

55Nessuna invidia negli altri. Ma anzi un aumento di venerazione per il vecchio sapiente. Ha meritato certo più di loro e per più lungo tempo. Il Dio-Infante lo sa. Ancora non parla, la Parola del Padre, ma il suo atto è parola. E sia benedetta la sua innocente parola, che designa costui come il suo prediletto.

Contegno di Giuseppe e portamento di Maria.

Il Custode fedele

56Ma, o figli, vi sono altri due insegnamenti da questa visione. Il contegno di Giuseppe che sa stare al “suo” posto. Presente come custode e tutore della Purezza e della Santità. Ma non usurpatore dei diritti di queste. È Maria col suo Gesù che riceve omaggi e parole. Giuseppe ne giubila per Lei e non si accora d’esser figura secondaria. Giuseppe è un giusto, è il Giusto. Ed è giusto sempre. Anche in quest’ora. I fumi della festa non gli salgono al capo. Resta umile e giusto.

57E’ felice di quei doni. Non per sé. Ma perché pensa che con essi potrà fare più comoda la vita alla Sposa e al dolce Bambino. Non vi è avidità in Giuseppe. Egli è un lavoratore e continuerà a lavorare. Ma che “Loro” i suoi due amori, abbiano agio e conforto. Né lui né i Magi sanno che quei doni serviranno ad una fuga e ad una vita d’esilio, nelle quali le sostanze dileguano come nube percossa dai venti, e ad un ritorno in patria dopo aver tutto perduto, clienti e suppellettili, e salvate solo le mura della casa, protetta da Dio perché là Egli si è congiunto alla Vergine e si è fatto Carne. Giuseppe è umile, egli, custode di Dio e della Madre di Dio e Sposa dell’Altissimo, sino a reggere la staffa a questi vassalli di Dio. È un povero legnaiuolo, perché la prepotenza umana ha spogliato gli eredi di Davide dei loro averi regali. Ma è sempre stirpe di re ed ha tratti di re. Anche per lui va detto: Era umile perché era realmente grande.

L’Avvocata nostra

Ultimo, soave, indicatore insegnamento.

58E’ Maria che prende la mano di Gesù, che non sa ancora benedire, e la guida nel gesto santo. È sempre Maria che prende la mano di Gesù e la guida. Anche ora. Ora Gesù sa benedire. Ma delle volte la sua mano trafitta cade stanca e sfiduciata, perché sa che è inutile benedire. Voi distruggete la mia benedizione. Cade anche sdegnata, perché voi mi maledite. E allora è Maria che leva lo sdegno a questa mano col baciarla. Oh! il bacio di mia Madre! Chi resiste a quel bacio? E poi prende con le sue dita sottili, ma così amorosamente imperiose, il mio polso e mi forza a benedire. Non posso respingere mia Madre. Ma bisogna andare da Lei per farla Avvocata vostra.

59Essa è la mia Regina prima d’esser la vostra, ed il suo amore per voi ha indulgenze che neppure il mio conosce. Ed Essa, anche senza parole ma con le perle del suo pianto e col ricordo della mia Croce, il cui segno mi fa tracciare nell’aria, perora la vostra causa e mi ammonisce: Sei il Salvatore. “Salva”.

60Ecco, figli, il “vangelo della fede” nell’apparizione della scena dei Magi. Meditate e imitate. Per il vostro bene».

2. Agnese testimone della fede[5]

L’agente vero ed unico dei martiri è l’amore.

L’amore infinito.

Dice Gesù:

1«E’ detto: “Dio, avendo amato infinitamente l’uomo, lo amò sino alla morte”.[6]

2I miei seguaci più veri non sono e non sono stati dissimili dal loro Dio ed a Lui ed agli uomini, a suo esempio e per sua gloria, hanno dato un amore senza misura che va sino alla morte.

3Ti ho già detto[7] che un unico nome ha la morte di Agnese come quella di Teresa: amore. Sia che sia la spada o il morbo la causa apparente della morte di queste creature, che seppero amare con quella “infinità” relativa della creatura (dico così per i cavillatori della parola) che è la copia minore di quella perfetta di Dio, l’agente vero ed unico è l’amore.

L’amore dei martiri.

4Una sola parola andrebbe apposta per epigrafe su questi miei “santi”. Quella che si dice di Me: “Dilexit”. Amò. Amò la fanciulla Agnese e la giovane Cecilia, amò la schiera dei figli di Sinforosa, amò il tribuno Sebastiano, amò il diacono Lorenzo, amò Giulia la schiava, amò Cassiano maestro, amò Rufo carpentiere, amò Lino pontefice, amò la candida aiuola delle vergini, la tenera prateria dei fanciullini, la soave schiera delle madri, quella virile dei padri, e la ferrea coorte dei soldati, e la sacerdotale teoria dei vescovi, dei pontefici, dei preti, dei diaconi, amò l’umile e due volte redenta massa degli schiavi.

L’amore dei confessori.

5Amò questa mia porpurea corte che mi ha confessato fra i tormenti. E amò, in epoche più dolci, la moltitudine dei consacrati dei chiostri e dei cenobi, le vergini di tutti i conventi e gli eroi del mondo, che vivendo nel mondo hanno saputo fare dell’amore clausura allo spirito perché viva amando unicamente il Signore, per il Signore, e gli uomini attraverso il Signore.

“Dilexit”.

6Amò. Questa piccola parola che è più grande dell’universo – perché nella sua brevità racchiude la forza più forza di Dio, la caratteristica più caratteristica di Dio, la potenza più potenza di Dio – questa parola il cui suono, detto soprannaturalmente a definizione di una vita vissuta, empie di sé il creato e fa trasalire di ammirazione l’umanità e di giubilo i Cieli, è la chiave, è il segreto che apre e che spiega la resistenza, la generosità, la fortezza, l’eroismo di tante e tante creature che per età o per condizioni di famiglia e di posizione parevano le meno atte a tanta perfezione eroica. Ché, se ancora non fa stupore che Sebastiano, Alessandro, Mario, Espedito, possano aver saputo sfidare la morte per il Cristo, così come avevano sfidato la morte per il Cesare, fa stupire che delle poco più che fanciulle, come Agnese, e delle madri amorose abbiano saputo gettare fra i tormenti la vita, accettando per primo tormento di strapparsi all’abbraccio dei parenti e dei figli per amore di Me.

“Gesù”.

7Ma a generosità umana e sopra-umana del martire dell’amore corrisponde generosità divina del Dio d’amore. Io sono che a questi miei eroi e a tutte le vittime dell’incruento ma lungo e non meno eroico martirio do la forza. Mi faccio Io forza in loro. All’agnella Agnese come al vegliardo cadente, alla giovane madre come al soldato, al maestro come allo schiavo, e poi nei secoli alla claustrata come allo statista che muore per la fede, alla vittima ignorata come al condottiero di spirito, Io sono che infondo fortezza.

8Non cercate in fondo ai loro cuori e sulle loro labbra altra perla ed altro sapore che questo: “Gesù “. Io, Gesù, sono là dove la santità raggia e la carità s’effonde

Locuzione ricevuta del Portavoce.

9È la mezzanotte. Gesù ha appena finito di dettare questo brano, che io connetto alla mia visione di questa sera.

10La frase: “Dio, avendo amato infinitamente l’uomo, lo amò sino alla morte” mi suonava in cuore sino da questa mattina. Tanto che avevo sfogliato tutto il nuovo testamento per vedere di trovarla. Ma non l’ho trovata. O mi è sfuggita o non è lì.

11Quasi accecata, mi sono rassegnata a smettere le ricerche, convinta che Gesù avrebbe parlato certamente su quel tema. E non ho sbagliato. Ma prima di parlare di esso, il mio Signore mi ha dato una dolce visione, con la quale nel cuore mi sono abbandonata al mio solito… riposo, ritrovandola poi, fresca come al primo momento, al mio ritorno fra i vivi.

Martirio di Agnese.

Il palazzo romano.

12Mi pareva dunque di vedere come un portico (peristilio o foro che fosse), un portico dell’antica Roma. Dico “portico’’ perché c’era un bel pavimento di mosaico di marmo e delle colonne di marmo bianco sorreggenti un soffitto a volta, decorato di mosaici. Poteva essere il portico di un tempio pagano o di un palazzo romano, o la Curia o il Foro. Non so.

13Contro una parete, era una specie di trono composto di una predella marmorea sorreggente un seggio. Su questo seggio era un romano antico in toga. Compresi poi essere il Prefetto imperiale. Contro le altre pareti, statue e statuette di dèi e tripodi per l’incenso. In mezzo alla sala o portico, uno spazio vuoto avente una gran lastra di marmo bianco. Nella parete di fronte al seggio di quel magistrato si apriva il portico vero e proprio, per cui si vedeva la piazza e la via.

Le tre fanciulle.

14Mentre osservavo questi particolari e la fisionomia arcigna del Prefetto, tre giovinette entrarono nel vestibolo, portico, sala (quello che vuole lei).

15Una era giovanissima: una bambina quasi. Vestita di bianco completamente: una tunica che la copriva tutta lasciando visibile soltanto il collo sottile e le manine piccoline dai polsi di bimba. Aveva il capo scoperto ed era bionda. Pettinata semplicemente con una divisa in mezzo al capo e due pesanti e lunghe trecce sulle spalle. Il peso dei capelli era tanto che le faceva piegare lievemente indietro il capo dandole, senza volere, un portamento da regina. Ai suoi piedi scherzava belando un agnellino di pochi giorni, tutto bianco e col musetto roseo come la bocca di un bambino.

16A pochi passi dietro alla fanciullina erano le altre due giovinette. Una di quasi pari età della prima, ma più robusta e di aspetto più popolano. L’altra era più adulta: sui 16 o 18 anni al massimo. Erano anche loro vestite di bianco e a capo velato. Ma vestite più umilmente. Parevano ancelle perché rimanevano in aspetto rispettoso verso la prima. Compresi che questa era Agnese, quella della sua stessa età Emerenziana, e l’altra non so.


Dialogo col Prefetto.

17Agnese, sorridente e sicura, andò fin contro alla predella del Magistrato. E qui sentii il seguente dialogo:

“Mi desideravi? Eccomi”.

“Non credo che, quando saprai perché ti volli, chiamerai ancora desiderio il mio. Sei tu cristiana?”.

 “Sì, per grazia di Dio”.

“Ti rendi conto cosa ti può portare questa affermazione?”.

“Il Cielo”.

“Bada! La morte è brutta e tu sei una bambina. Non sorridere perché io non scherzo”.

“Ed io neppure. Sorrido a te perché tu sei il pronubo delle mie eterne nozze e te ne sono grata”.

“Pensa piuttosto alle nozze della terra. Sei bella a ricca. Molti già pensano a te. Non hai che da scegliere per essere una patrizia felice”.

“La mia scelta è già fatta. Amo il Solo degno d’esser amato e questa è l’ora delle mie nozze, questo è il tempio di esse. Odo la voce dello Sposo che viene e già ne vedo l’amoroso sguardo. A Lui sacrifico la mia verginità perché Egli ne faccia un fiore eterno”.

“Se di essa hai premura e della tua vita insieme, sacrifica tosto agli dèi. Così vuole la legge”.

“Ho un unico vero Dio, e ad Esso sacrifico volentieri”.[8]

E qui pareva che degli aiutanti del Prefetto dessero ad Agnese un vaso con dell’incenso perché lo spargesse su quel tripode da lei prescelto, davanti ad un dio. “Non sono questi gli dèi che amo. Il mio Dio è nostro Signore Gesù Cristo. A Lui che amo sacrifico me stessa”.

La piccola gigante.

18Mi pareva a questo momento che il Prefetto irritato desse ordine ai suoi aiutanti di mettere i ferri ai polsi di Agnese per impedirle la fuga o qualche atto irriverente verso i simulacri, essendo da quel momento considerata rea e prigioniera.

19Ma la vergine sorridente si volse al carnefice dicendo: “Non mi toccare. Sono venuta qui spontaneamente perché qui mi chiama la voce dello Sposo che mi invita dal Cielo alle nozze eterne. Non ho bisogno dei tuoi braccialetti, né delle tue catene. Soltanto se mi volessi trascinare al male dovresti mettermeli. E (forse) non servirebbero perché il mio Signore Iddio li renderebbe più inutili di un filo di lino al polso di un gigante. Ma per andare incontro alla morte, alla gioia, alle nozze con il Cristo, no, le tue catene non servono, o fratello. Io ti benedico se mi dai il martirio. Non fuggo. Ti amo e prego per lo spirito tuo”.

20Bella, bianca, diritta come un giglio, Agnese era visione celeste nella visione…

Il martirio.

21Il Prefetto dette la sentenza che non udii bene. Mi parve ci fosse come una lacuna durante la quale persi di vista Agnese, intenta come ero ai molti che si erano accatastati nell’ambiente.

22Poi ritrovai la martire, ancor più bella e gioconda. Di fronte a lei una statuetta d’oro di Giove e un tripode. Al suo fianco il carnefice con la spada già snudata. Parevano fare un ultimo tentativo per piegarla. Ma Agnese con gli occhi sfavillanti scuoteva il capo e con la piccola mano respingeva la statuetta. Non aveva più ai piedi l’agnellino che era invece nelle braccia di Emerenziana piangente.

23Vidi che facevano inginocchiare Agnese sul pavimento, in mezzo alla sala, là dove era la gran lastra di marmo bianco. La martire si raccolse con le mani sul petto e lo sguardo al cielo.

24Lacrime di sovrumana gioia le imperlavano l’occhio, rapito in una contemplazione soave. Il volto, senza essere più pallido di prima, sorrideva.

25Uno degli aiutanti le prese le trecce come fossero una fune per tenerle fermo il capo. Ma non ce ne era bisogno.

26“Amo Cristo!” gridò quando vide il carnefice alzare la spada, e vidi la stessa penetrare tra la scapola e la clavicola e aprire la carotide destra e la martire cadere, sempre conservando la sua posizione di inginocchiata, sul lato sinistro, come uno che si adagia nel sonno, in un beato sonno, perché il sorriso non si diparti dal suo volto e fu nascosto solo dal fiotto di sangue che sgorgava a nappo dalla gola squarciata.

Le virtù dei martiri[9]

Dice Gesù:

27«Ti voglio spiegare l’epistola e il vangelo della Messa di ieri. Ieri sera eri troppo stanca perché Io lo facessi.

28“Chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvo” è detto nel brano evangelico[10]. E nell’epistola si dice: “Non vogliate dunque gettare la vostra fiducia, alla quale è serbata grande ricompensa. Or vi è necessaria la pazienza, affinché facendo la volontà di Dio possiate conseguire ciò che vi è stato promesso; poiché ancora un tantino, e chi ha da venire verrà e non tarderà; ma il giusto vive di fede, se però indietreggia non sarà più gradito all’anima mia”[11].

29Ecco, figlia. Abbi presente sempre, in questo e nei molti accasciamenti futuri, frutto tutti della anticarità che ti circonda, queste luminose parole. Sono quelle che hanno fatto la forza dei martiri dei tiranni e dei martiri dei familiari o dei superiori.

40Occorre perseverare sino alla fine, nonostante scherni, urti, pressioni, pene. lo sono il premio dato ai perseveranti. Pensa, Maria, Io, il tuo Gesù. Ma che ti saranno, allora, queste spine che ti trafiggono ora e ti fanno tanto soffrire? Un nulla, anzi più che un nulla: una gioia. Le guarderai con amore, le bacerai con riconoscenza, perché proprio per esse avrai Me sempre più potentemente.

41Ogni pena superata senza flettere è aumento di fusione in Cielo. Ricordatelo. Là tutto è visto in una nuova luce. Anche quelli che ora ami unicamente per amor mio, perché il loro modo di agire spingerebbe la tua umanità a non amarli, là li amerai di tuo, perché li vedrai come mezzi che ti han dato quell’infinito Tesoro che Io sono.

42L’ultima preghiera dei martiri era per i loro carnefici: perché giungessero alla Luce. L’ultima preghiera dei santi, per i loro oppressori: perché giungessero alla Carità.

43Non sai, tu non lo sai, ma Io te lo dico. Molti superiori conventuali, che un’umanità, vivente in essi nonostante la loro veste di rinuncia alla carne, portava alla superbia e perciò all’anticarità verso i loro soggetti, sono giunti al pentimento e da questo ad una rinascita spirituale, origine di una nascita al Cielo, proprio per le preghiere di Un “santo” del loro dominio, il quale ricambiò le loro durezze e le loro ingiustizie con atti di soprannaturale amore, pregando e soffrendo per la redenzione di quel cuore che era per loro così poco benigno. Ora in Cielo i miei angeli mirano vicini e l’oppresso e l’oppressore, e non è l’oppressore il superiore ora, è l’oppresso, il quale come padre amoroso guarda con gioia il suo salvato, entrato nella vita eterna in grazia del suo v e r o amore.

44La luce di questi spiriti che hanno salvato i loro tormentatori è luce speciale e viene dal raggio del mio costato aperto, del mio cuore che pregò sulla croce per i suoi crocifissori, poiché quelli che pregano per chi li fa soffrire sono simili a Me che pregai per i miei carnefici[12].

45Fiducia in Me che vedo, e pazienza verso gli altri, verso le cose che vi si accaniscono contro. La ricompensa è tale che merita ogni sacrificio. E non tarderà a venire.

46Non ti accasciare. Lascia che gli altri siano ciò che vogliono essere. Tu sii mia, e basta. Anzi prega – è la carità più grande – perché gli altri siano ciò che Io voglio che siano. E sii sempre più mia. Va in pace, ti benedico. “

Deposizione di Agnese[13]

Il giardino di una casa patrizia.

Assisto alla deposizione di Agnese.

47Vedo un giardino di una casa patrizia. Non so se sia la casa paterna di Agnese o di altra famiglia cristiana. Del resto, ciò non ha molta importanza. Vedo, insomma, questo amplissimo giardino con viali e vialetti, aiuole, peschiere e piante d’alto fusto.

48E’ sera, potrei dire notte perché le ombre sono già folte. Il luogo è rischiarato da un bel chiaro di luna e da rade fiaccole o lumi che siano. Vedo le fiamme piegarsi ogni tanto al lieve vento della sera. La luna è al suo primo quarto e perciò penso siano le 20 o anche meno delle venti, perché essa si è appena alzata all’orizzonte e in gennaio essa si alza presto, specie quando è nella sua fase iniziale.

49In principio non vedo altro. Poi la scena si anima. Entrano nel giardino molte persone con lumi e torce, e la luce cresce. Sono certo cristiani e cristiane, condotti dai loro sacerdoti e diaconi al seppellimento di Agnese.

50Ad un certo momento si apre una porta della casa e appare un peristilio vivamente illuminato, certo in corrispondenza con la via, perché di fronte a questa porta – dirò così: verso l’interno – ve ne è un’altra, che pure si apre come se qualcuno avesse bussato dal di fuori, ed entra un gruppo di persone portando su una lettiga una forma avvolta in un sudario.

51Deposta la lettiga in mezzo a questo peristilio e chiusa la porta che dà sulla via, la forma viene scoperta, alzata piamente e deposta su un’altra specie di barella simile ad un lettuccio senza sponde, ricoperto di una stoffa rosso cupo ricchissima, direi trapunta a ricamo.

52Vedo che la martire è già stata lavata e composta. Non è più sangue sul suo volto e nella sua chioma, non più sulla sua veste. Devono averle messo una tunica pulita perché nessuna macchia è su essa.

La giovinetta martire e il Pontefice.

53La giovinetta martire pare una statua marmorea, tanto è pallida in volto. Ma è tanto in pace. Sorride. Ha i capelli sciolti sotto il velo candido che la copre tutta. Ma il primo velo glielo fanno i suoi lunghi capelli biondi. Un vero manto d’oro che la avvolge sino alle ginocchia. Ha le mani congiunte sul petto ed una palma fra esse. La ferita al collo non si vede. Glie l’hanno coperta pietosamente colle ciocche d’oro e il candido velo.

54Intorno a lei si affollano i parenti che piangono senza strepito e la baciano sulle manine ceree e sulla fronte marmorea, i familiari, i compagni di fede, i sacerdoti.

55Entra un vecchio venerando fiancheggiato da due altri. Sono tutti vestiti da romani dell’epoca. Da quanto avviene comprendo che il vegliardo è il Pontefice o un suo vicario. Ma direi il Pontefice, perché tutti si inginocchiano mentre egli entra e benedice. Anche egli si accosta alla martire e prega su lei. Poi si mette i paramenti sacerdotali e uguale cosa fanno i due diaconi che lo accompagnano, e così molti dei sacerdoti sparsi fra i cristiani, e il corteo si ordina.

La scena placida e solenne.

56Un gruppo di vergini, fra cui Emerenziana, si stringono alla barellina e la sollevano. Per quanto, vista distesa, Agnese sembri più alta di quando era viva, non deve essere soverchio il peso: è una bambina e non molto formosa. Le vergini sono tutte bianco vestite e bianco velate: una siepe di gigli intorno al giglio spento coricato sulla porpora del drappo funebre. Davanti il Pontefice e i sacerdoti, preceduti e fiancheggiati da famigli con fiaccole, dietro le vergini con la martire, poi i genitori, i parenti, i cristiani, tutti con lumi, vanno per i viali del giardino, verso il luogo dove questo confina con una campagna (mi pare). Certo non vi sono altre case dopo, ma altre piante e prati.

57La scena è placida e solenne. La luna bacia la candida forma e il vento la carezza. Vedo una ciocca bionda ondeggiare lievemente sotto il soffio del vento leggero.

Il cantico dei cristiani.

58I cristiani cantano a bassa voce. in principio stento a capire, forse perché sono distratta nel guardare tante cose. Poi afferro le parole della santa melodia latina e ricordo di conoscerla, non mi è nuova. Penso dove l’ho udita o letta.

59Intanto si è giunti ad una specie di pozzo, molto largo di bocca, nel quale si scende per una scaletta tagliata nel tufo o arenaria che dir si voglia. Piano piano scendono i principali personaggi e nella cavità sotterranea, che è fatta in forma circolare con molti cunicoli che sembrano appena iniziati in diverse direzioni, le voci si fanno più forti e solenni.

60Ora ricordo bene. Sono le parole dell’Apocalisse, nel punto dove parlano di quel  “canto” che solo potranno dire coloro che non si contaminarono sulla terra[14]. Ma non è detto tutto. È detto così. Lo dicevano così lentamente, quell’inno, che ho potuto trascriverlo, e poi ho guardato se la mia asineria aveva fatto molti errori latini[15].

Il canto dei prescelti.

61“Et vidi supra montem Sion Agnum stantem” cantavano gli uomini.

“Et audivi vocem de caelo, tamquam vocem aquarum multarum” rispondevano le donne.

“Sicut citharoedorum citharizantium in citharis suis”.

“Et cantabant quasi canticum novum”.

“Et nemo poterat dicere canticum, nisi illa 144.000 qui empti

sunt de terra”.

“Hi sunt qui cum mulieribus non sunt coinquinati: virgines

enim sunt”.

“Hi sequuntur Agnum, quocumque ierit “.

“Hi empti sunt ex hominibus primitiae Deo et Agno”.

“Sine macula enim sunt ante thronum Dei” cantavano alternativamente, un versetto gli uomini, uno le donne.

62Un’armonia celeste! Avevo le lacrime agli occhi e tuttora è in me come un fìume di dolcezza che placa tutto. La sento sopra tutti i rumori che ho attorno…

63Un ultimo saluto dei parenti e poi la salma viene sollevata e portata verso il loculo lungo e stretto scavato nell’arenaria, scavato di fìanco, non per il lungo. 11 Pontefìce segue la deposizione con queste parole: “Veni, sponsa Christi. Veni, Agne sanctissima. Requiescant in pace”.

Una pietra viene ribattuta e fìssata sull’apertura.

La visione si cristallizza lì.

È pur bello morire per Gesù!

64Io mi sento in pace come fossi io pure coricata in quel piccolo loculo a fìanco della dolce creatura, in attesa di risorgere con lei in Cristo dopo il martirio. Come se fossi, come lei, già uscita dai tormenti e dalle cattiverie del mondo e cantassi al suo fìanco il cantico che cantano solo coloro che sono stati riscattati dalla terra.

65E’ pur bello morire per Gesù! È pur bello potersi dire: ” Il mio dolore mi ottiene il Paradiso!”.

Martirio d’amore

Dice Giovanni:

66«Il conforto sarò io, piccola sorella.

67Ieri mattina hai avuto un piccolo lamento col nostro buon Gesù. Ti è parso che Egli ti posponesse all’operaia dell’ultima ora[16], alla vittima subito immolata, mentre tu, che da anni sei sull’altare e che hai per prima pronunciato la preghiera data dal Maestro[17], non vedi mai consumare il sacrificio.

68Mi sei sorella, Maria. Sono stato il primo discepolo di Gesù, sono stato quello che più di tutti gli sono stato simile. Le sue parole, i suoi affetti, i suoi desideri, li ho fatti miei. Ho avuto la stessa ansia di Lui di morire per redimere. Ed ho visto gli altri precedermi presso Dio. Anche Paolo, apostolo dell’ora già trascorsa, mi ha preceduto. E Stefano è caduto primo, egli venuto dopo il Maestro. Ed io sono rimasto.

69Ho conosciuto il dolore del distacco dal Maestro, l’ansia dell’attesa, le persecuzioni, il martirio, l’esilio. Ma non la rapida consumazione del sacrificio. Io che ero affamato del mio Gesù, ho dovuto vedere scorrere gli anni fino alla più tarda vecchiezza prima di poterlo raggiungere.

70E che perciò? Il mio martirio d’amore e di desiderio sarà stato meno martirio di quello degli altri? E meno fruttuoso? No, piccola sorella. Vi è chi subito viene accolto e chi deve restare finché Egli vuole si resti ..[18], perché ha il compito di esser voce di Dio ai fratelli.

71Ma credi, sorella nell’amore del Cristo, che la tua attesa è predilezione di Gesù. Egli ti lascia perché sei il suo piccolo Giovanni[19] e devi predicare, con la parola che il Maestro ti dona, l’amore ai fratelli. È la più dolce missione.

La pace sia con te sempre.»

3. Potenza della fede[20].

I tre fanciulli che piacquero a Dio

Fede che procede dall’amare Dio.

Dice Gesù:

1«Vieni, piccolo Giovanni. Dopo aver gioito della visione del tuo Gesù che ama i fanciulli, e te con loro, andiamo insieme a leggere il mio e tuo Daniele là dove parla di tre fanciulli[21] che piacquero a Dio perché ebbero quella fede, fedeltà e fiducia, propria dei bambini, e credettero con tenacia, credettero senza titubanze, credettero anche in una prova tremenda perché amavano “con la mente, col cuore, con tutte le loro forze, con tutti se stessi, il Signore Iddio”.

Forza che è debolezza.

2I tiranni ci sono sempre stati. E nella loro tirannia, di cui Satana si serve per traviarli e per angosciare i loro sudditi portandoli a diffidare, oltre tutto, di Dio, si compiacciono di leggi inique, bandite per fomite di superbia e appoggiate alla forza della spada.

3Meschina forza da Me riprovata. Da Me maledetta. Forza che è debolezza. Forza di un prepotente che si rivolge in arma contro lo stesso. Forza che suscita altre forze, le quali o umanamente risolvono la situazione con un delitto, che è la conseguenza di tutti i delitti precedenti, oppure soprannaturalmente attirano l’aiuto divino il quale, ben più potente di tutte le armi e di tutte le parole, atterra la superbia del tiranno e la muta in benignità, liberando in maniera santa i suoi soggetti dalla sua tirannia sacrilega.

Amministratori di giustizia[22].

4Nabucodonosor, reso ebbro dalla sua potenza, credette lecito passare la misura anche verso Dio sostituendo, anche presso coloro che avevano adorazione al Dio vero, l’idolatria per una statua d’oro, simbolo della sua potenza da lui creduta divina.

5Di divino non c’è che Dio. Di vera potenza non c’è che quella divina. Le altre sono missioni di comando, perché ci deve essere chi è capo di un gruppo etnico, ma non sono superpotenze e tanto meno divine. Ho già spiegato[23] che esse sono finché Dio permette che siano. Che sono per la loro azione di aiuto o di punizione degli uomini meritevoli o immeritevoli della protezione celeste. Che cessano di essere quando passano la misura rendendo troppo aspro il giogo punitivo sugli uomini protervi. Per punire una colpa, Dio non permette se ne formi una maggiore, e allora colpisce colui che non è più amministratore di giustizia ma di colpevole potenza.

Il generatore delle “bestie” apocalittiche[24].

6Ai tiranni, anzi ai potenti, l’uomo piega la sua schiena e sempre più la piega quanto più questi sono tiranni nella loro potenza male intesa e male esercitata. Avviene quell’idolatria delle folle, di cui ho parlato più volte[25], verso uno della folla, divenuto più o meno lecitamente e santamente Capo-popolo ed esercitante più o meno giustamente la sua missione. E, dato che Satana è l’eterno creatore di inganni, colui che genera le sempre nuove “bestie” apocalittiche per trarre l’uomo in suo potere e le dota di tutte le potenze per sedurre; e dato che gli uomini hanno in loro il fomite del male più che quello del bene, perché sono più inclini al Male: Satana, che al Bene: Dio, e non controbilanciano e neutralizzano il fomite malefico con l’amore e l’unione col Cristo vincitore di Satana, avviene che sono tanto più idolatrati quanto più questi trionfatori di un’ora sono immeritevoli di esserlo.

7Nel regno di Babilonia i sudditi, sedotti dal luccichio della statua d’oro (profondo significato!) e dalle voci dei banditori tonanti la volontà del re, si affrettarono ad adorare l’idolo. L’idolo! Non il Dio. L’idolo d’oro! L’oro! L’eterno fascinatore!

Dio è Spirito e Carne.

8Dio non è idolo d’oro. Dio è uno Spirito infinito, eterno, perfetto, in Cielo; Dio è una Carne santissima pendente da una croce sulla Terra o vivente nel Sacramento sull’altare eucaristico. In Cielo cantano intorno al suo trono i nove cori angelici. Intorno alla sua Croce, dal Golgota ad oggi e sino alla fine del mondo, salgono le voci di chi prega e ama (pochi!) e gli urli di chi bestemmia (molti!). Intorno al suo Tabernacolo stanno come lampade i cuori che lo adorano e attendono da Lui vita e conforto.

9Questo è Dio. Spirito e Carne. Non oro. Metallo che voi avete rivestito di gran valore perché, eterni selvaggi, vi siete fatti sedurre dal suo luccichio, ma che è meno prezioso del ferro grigiastro che vi dà i vomeri, le falci, le vanghe, le uniche armi utili e sante perché dissodano le glebe, le aprono al seme, falciano la spiga, il grande dono di Dio all’uomo, la spiga che è il vostro pane quotidiano.

I tre che piacquero a Dio[26].

10I sudditi di Nabucodonosor, parte per seduzione dell’oro – i più – parte per paura dei castighi regi, adorarono l’idolo. Tutti, meno i tre giovanetti che, per cura del Profeta di Dio, non s’erano contaminati con cibi impuri.

11Osservate bene il grande insegnamento. Molte volte il fomite del peccato entra per la gola. In un corpo golosamente nutrito, anche gli altri appetiti sorgono. Viene la concupiscenza nella sua triplice veste, perché i fumi dell’eccesso di cibo svegliano la sensualità, eccitano la superbia e, conseguentemente, spingono l’uomo ad essere avido di denaro, perché per possedere la donna e il potere occorre molto denaro. Nel fermentare delle passioni muore la fede e l’anima si stacca da Dio, preparandosi così ad adorare il primo idolo che le venga presentato.

Potenza della fede e del ringraziamento.

Non resistere al malvagio[27].

12Sidrac, Misac e Abdenago erano vissuti castamente anche nella gola. Fedeli a Dio, al loro Dio, anche con questa. E Dio era cresciuto in loro col crescere di loro stessi. Dio dominava nel loro cuore, puro altare al quale essi davano ogni cura perché trono del loro Signore.

13Avendo Dio, vivo in loro e padrone di tutte le loro forze, più che padrone Padre e Regolatore delle loro forze, seppero resistere ad ogni minaccia e non temere, non temere, Maria. Non hanno neppur trovato utile discutere con il tiranno. È buona regola non entrare in discussioni coi malvagi, ma pregare Dio che discuta nel loro cuore per noi, meglio di quanto potremmo fare noi.

14Guarda che feci Io, che pure ero Dio, con i miei accusatori, inquisitori e giudici. Ho sempre troncato netto o non ho risposto affatto. Prima sono salito sulla Croce, pregando e soffrendo, poi dal Cielo ho agito. Si fa così, piccolo Giovanni, per quelli che si vogliono convertire. La prima conversione la si ottiene con la preghiera e il dolore. Dopo, nell’animo preparato a riceverla, scende la Luce di Dio e si fa Parola e Vita.

15Non discutono i tre giovanetti. Sanno che ogni discussione rimarrebbe senza frutto e che occorre un prodigio per snebbiare il cuore al re. Un prodigio ottenuto attraverso ad un atto di fede assoluta e di eroismo intrepido. Fede, eroismo: i due fiori dell’amore.

Preceduti dall’angelo nella fornace[28].

16E l’Amore risponde all’amore. Dio non delude mai. E Dio, che nella sua perfezione sa già come avrebbero agito i tre giovanetti, li fa precedere dal suo angelo nella fornace perché, quando i crudeli li avessero precipitati fra le fiamme, già fosse preparato il luogo fresco come prato rugiadoso al mattino, ventilato dall’ala angelica del più soave vento, rispetto al quale quella dolce d’aprile è corrotto respiro; li fa precedere perché le fiamme non possano neppure sfiorare il più lieve dei capelli dei loro capi innocenti, ma solo siano viva tenda di ardori, meno, oh! meno forti di quella della loro carità, stesa fra il mondo pagano e la dimora preparata da Dio.

17Dio è Padre, Maria. Dio precede sempre i suoi figli nei loro bisogni. Quando voi lo chiamate perché vi aiuti, Egli ha già provveduto. Ma occorre aver fede. Fede grande. E riconoscenza grande.

Potenza della fede e del ringraziamento[29].

18È così bello il grido che sale dalla terra, dal cuore di un uomo riconoscente, al trono di Dio! Esso risuona come arpeggio d’arpa nel Paradiso e tacciono per un istante tutte le armonie celesti, perché tutto l’Empireo si curva ascoltando quel grido di grazie che un figlio buono manda al Padre buono. E poi quel grido viene raccolto, ripetuto, amplificato da tutti i cori degli angeli e dei beati, e diviene il canto di quel giorno nel bel Paradiso, e la Trinità sfavilla nel suo contento e ride Maria col suo riso di Madre e Regina. Troppo pochi ringraziano, Maria. E lo sa unicamente Iddio se Egli continuamente vi fa dei doni! Voi non ve ne accorgete neppure. La sua Paternità ve li dà così dolcemente per non offendervi come con un obolo, che voi credete siano opera vostra. No. Da mattino a sera, da sera a mattino, Dio vi benefica. E voi non ringraziate. Non ringraziate neppure per le “grandi” grazie ottenute.

Amplificare la lode e il ringraziamento[30].

19Ma tu non sei più un uomo: tu sei il piccolo Giovanni. Sai cosa vuol dire “Giovanni”? Vuol dire: “Dio fa grazie”. In verità a pochi ho fatto e faccio tante grazie come a te. E, guarda, tu porti i due nomi a Me più cari: Maria – Giovanni. L’uno te l’hanno messo i tuoi parenti. Ma l’altro te l’ho messo Io: tuo Re e Sposo. Eri la Perla amara, il Mare amaro. Ma Io ti ho voluto far dolce: una perlina del mio Cuore che è dolcezza divina. E ti ho ribattezzato “Giovanni” perché sono il Dio che ti fa grazie.

20Ma tu dimmi “grazie” sempre, sempre, sempre, dall’alba al tramonto, dalla notte al di. Il tuo “grazie” empia il Cielo, continuamente, per te, e per gli infiniti che vivono e muoiono senza un “grazie” per il loro Dio. Amplifica il tuo “grazie”, come i tre giovanetti, chiamando tutte le cose create ad unirsi al tuo canto: le cose che, col loro linguaggio, sanno lodare Dio meglio degli uomini.

21Unisciti ai santi del Cielo ed ai santi della Terra per dire il tuo “grazie”. Unisciti a Me-Eucarestia, e con le labbra fatte dolci e profumate dal Pane di vita prega e ringrazia Dio Padre con il Cristo stesso vivente in te. E il prodigio avverrà come avvenne per i tre fanciulli e per il re crudele. Gli uomini “vedranno” Dio per mezzo del tuo orare. Non tutti. Ma anche fosse un solo, saresti da Me benedetta una volta di più.

Frutto della fede[31].

22Nabucodonosor vede Dio nel suo angelo e comprende che contro quel Dio non si lotta. Comprende che il suo idolo è materia inerte fatta peccato per colpa dell’uomo, e che uno solo è il vero Dio: quello di Sidrac, Misac e Abdenago e, tocco dalla Luce, riconosce l’errore e lo confessa e dà culto e onore al Dio santo, Signore del Cielo e della Terra.

23Lo vedi, piccolo Giovanni, quanto può fare la fede di tre fanciulli?

La possa degli amorosi.

24Ora confessa, tu che ieri dicevi di non volere più essere il mio piccolo discepolo sinché non ti avevo ascoltato, perché eri troppo ferita da ciò che è nel mondo e intorno a te. Non è tutto passato: il dolore, il disgusto, lo sconforto di ieri? Non è tutto annullato dall’onda di gaudio che ho versato su te? Come potresti fare senza di Me, povera anima che vivi di questo mio pane: della mia Parola, più che del pane di grano di cui ti sfami? Non sai che quando uno è preso nel mio gorgo d’amore non può più uscirne, non vuol più uscirne? Ma tu lo sai. E se come in cielo d’aprile sorgono delle nubi, esse non sono che acqua lustrale che fa più fulgido il sole e più bella la terra.

25Vieni, vieni come i piccolini di ieri.[32] Vieni a mettere il tuo capo sui miei ginocchi. È la posa dei bimbi e degli amorosi. Quella che ebbe Maria redenta[33] che beveva la Vita ascoltandomi. Vieni e non avere mai paura. Io sono con te.»

4. Martirio di Castulo[34].

Piccoli grandi martiri.

Il carcere Tullianum.

1Vedo un buio stanzone. Lo dico stanzone tanto per dire ambiente vasto e in muratura. Ma è un sotterraneo nel quale la luce entra a malapena da due feritoie a livello del suolo che servono anche per l’areazione. Molto insufficiente, d’altronde, rispetto alla quantità di gente che è nell’ambiente e all’umidità dello stesso che trasuda dalle muraglie fatte di blocchi quasi quadrati di pietra connessa con calcina, ma senza alcun intonaco, e dal suolo di terreno battuto.

2So che è il carcere Tullianum. Me lo dice il mio indicatore. So anche, per la stessa fonte, che quella folla accatastata in così poco spazio è data da cristiani imprigionati per la loro fede e in attesa d’esser martirizzati. È tempo di persecuzione, e precisamente una delle prime persecuzioni, perché sento parlare di Pietro e Paolo e so che questi sono stati uccisi sotto Nerone.

3Non può credere con che vivezza di particolari io “veda” questo carcere e chi vi è accolto. Potrei di ogni singolo descrivere età, fisionomia e vestito. Ma allora non la finirei più. Mi limito perciò a dire le cose, i punti e i personaggi che più mi colpiscono.

4Vi sono persone di tutte le età e condizione sociale. Dai vecchi che sarebbe pietoso lasciar spegnere dalla morte, ai bambini di pochi anni che sarebbe giusto lasciar liberi e giocondi ai loro giuochi innocenti e che invece languono, poveri fiori che non vedranno mai più i fiori della terra, nella penombra malsana di questa carcere.

5Vi sono i ricchi dalle vesti curate ed i poveri dalle povere vesti. E anche il linguaggio ha variazioni di pronuncia e di stile a seconda che esce da labbra istruite di signori o da bocche di popolani. Si sentono anche, mescolate al latino di Roma, parole e pronunce straniere di greci, di iberi, di traci, ecc. ecc. Ma se diversi sono gli abiti e gli eloqui, uguale è to spirito guidato da carità. Essi si amano senza distinzione di razza e di censo. Si amano e cercano d’esser l’un l’altro di aiuto.

6I più forti cedono i posti più asciutti e più comodi – se comodo si può chiamare qualche pietrone sparso qua e là a far da sedile e guanciale – ai più deboli. E riparano questi con le loro vesti, rimanendo senza altra cosa che una tunica per la pudicizia, usando toghe e mantelli a far da materasso e guanciale e da coperta ai malati che tremano di febbre o ai feriti da già subite torture. I più sani sovvengono i più malati dando loro da bere con amore: un poco d’acqua mesciuta da un orcio in un rustico recipiente, intridendo, nella stessa, strisce di tela strappate alle loro vesti per fare da bende sulle membra slogate o lacerate e alle fronti arse da febbre.

7E cantano di tanto in tanto. Un canto soave che è certo un salmo o più salmi, perché si alternano. Non sento il bel canto che accompagnò la sepoltura di Agnese.[35] Questi sono salmi. Li riconosco.

8Uno di essi incomincia così: “Amo, perché il Signore ascolta la voce della mia preghiera” (S. 94).[36]

9Un altro dice: “O Dio, Dio mio, per Te veglio dalla prima luce. Ha sete di Te l’anima mia e molto più la mia carne. In una terra deserta, impraticabile e senz’acqua…” (S. 62).

Castulo.

10Un bambino geme nella semi oscurità. Il canto sospende. “Chi piange?” si chiede.

11“È Castulo” si risponde. “La febbre e la bruciatura non gli dànno tregua. Ha sete e non può bere perché l’acqua brucia sulle sue labbra arse dal fuoco”.

12“Qui vi è una madre che non può più dare il latte al suo piccino” dice una imponente matrona dall’aspetto signorile. “Mi si porti Castulo. Il latte brucia meno dell’acqua”.

13“Castulo a Plautina” si ordina.

14Si avanza uno che dalla veste giudicherei o un servo di famiglia cristiana, che condivide la sorte dei padroni, o un lavoratore del popolo. È tarchiato, bruno, robusto, coi capelli quasi rasati e una corta veste scura stretta alla vita da una cinghia. Porta con cura sulle braccia, come su una barellina, un povero bambino di sì e no otto anni. Le sue vesti, per quanto ormai sporche di terra e di macchie, sono ricche, di lana bianca e fina, e ornate al collo, alle maniche e al fondo, da una ricca greca ricamata. Anche i sandali sono ricchi e belli.

15Plautina si siede su un sasso che un vecchio le cede. Plautina pure è tutta vestita di lana bianca. Non ricordo il nome delle vesti romane con esattezza, ma mi pare che questa lunga veste si chiami clamide e il manto palla. Però non garantisco della mia memoria. So che questa di Plautina è molto bella e ampia e l’avvolge con grazia facendo di lei una bellissima statua viva.

16Ella si siede sul masso addossato alla muraglia. Vedo distintamente i pietroni che la sovrastano, sui quali ella spicca col suo volto lievemente olivastro, dagli occhi grandi e neri e dalle trecce corvine, e con la sua candida veste.

17“Dàmmi, Restituto, e che Dio ti compensi” ella dice al pietoso portatore del piccolo martire. E divarica un poco le ginocchia per accogliere, come su un letto, il bambino.

18Quando Restituto lo posa, vedo uno scempio che mi fa raccapricciare. Il viso del povero bambino è tutto una bruciatura. Sarà stato bello forse. Ora è mostruoso. Non più che pochi capelli sul dietro del capo; davanti la cute è nuda e mangiata dal fuoco. Non più fronte né guance né naso come noi li pensiamo, ma una tumefazione rosso-viva, rosa dalla vampa come da un acido. Al posto degli occhi, due piaghe da cui colano rare lacrime che devono essere tormento alle sue carni bruciate. Al posto delle labbra, un’altra piaga orrenda a vedersi. Si direbbe che lo hanno tenuto curvo sulla fiamma col solo viso, perché l’arsione cessa sotto il mento.

19Plautina si apre la tunica e, parlando con amore di vera madre, spreme la sua tonda mammella piena di latte e ne fa stillare le gocce fra le labbra del bambino, che non può sorridere, ma che le carezza la mano per mostrarle il suo sollievo. E poi, dopo averlo dissetato, fa cadere altro latte sul povero viso per medicarlo con questo balsamo, che è un sangue di madre divenuto nutrimento e che è amore di una senza più figli per uno senza più mamma.

 20Il bambino non geme più. Dissetato, calmato nel suo spasimo, ninnato dalla matrona, si assopisce respirando affannosamente.

Transito di Fabio.

21Plautina sembra una madre dei dolori per la posa e per l’espressione. Guarda il poverino e certo vede in lui la sua creatura o le sue creature, e delle lacrime rotolano sulle sue guance, e lei getta indietro il capo per impedire che cadano sulle piaghe del piccolo.

22Il canto riprende: “Ho aspettato ansiosamente il Signore ed Egli a me si è rivolto ed ha ascoltato il mio grido”.[37]

23“Il Signore è il mio Pastore, non mi mancherà nulla. Egli mi ha posto in luogo di abbondanti pascoli, m’ha condotto ad acqua ristoratrice” (S. 22).

24“Fabio è spirato” dice una voce nel fondo del sotterraneo. “Preghiamo”, e tutti dicono il Pater ed un’altra preghiera che si inizia così: “Sia lode all’Altissimo che ha pietà dei suoi servi e schiude il suo Regno all’indegnità nostra senza chiedere alla nostra debolezza altro che pazienza e buona volontà. Sia lode al Cristo che ha patito la tortura per coloro che la sua misericordia poteva conoscere troppo deboli per subirla, e non ha loro richiesto che amore e fede. Sia lode allo Spirito che ha dato i suoi fuochi per martirio ai non chiamati alla consumazione del martirio e li fa santi della sua Santità. Così sia “(Maranata) (non so se scrivo giusto).

25“Fabio felice!” esclama un vegliardo. “Egli già vede Cristo!”

26“Noi pure lo vedremo, Felice, e andremo a Lui con la doppia corona della fede e del martirio. Saremo come rinati, senza ombra di macchia, poiché i peccati della nostra passata vita saranno lavati nel sangue nostro prima d’esser lavati nel Sangue dell’Agnello. Molto peccammo, noi che fummo per lunghi anni pagani, ed è grande grazia che a noi venga il giubileo del martirio a farci nuovi, degni del Regno”.

Paolo di Tarso.

Piccolo, bruttino, ma focoso.

27“Pace a voi, miei fratelli” tuona una voce che mi par subito di avere già udito.

28“Paolo! Paolo! Benedici!”

29Molto movimento avviene fra la folla. Solo Plautina resta immobile col suo pietoso peso sul grembo.

30“Pace a voi” ripete l’apostolo. E si inoltra sin nel centro dell’androne. “Eccomi a voi con Diomede e Valente per portarvi la Vita”.

31“E il Pontefice?” chiedono in molti.

32“Egli vi manda il suo saluto e la sua benedizione. È vivo, per ora, e in salvo nelle catacombe. Fanno buona guardia i fossores. Egli verrebbe, ma Alessandro e Caio Giulio ci hanno avvisati che egli è troppo conosciuto dai custodi. Non sempre sono di guardia Rufo e gli altri cristiani. Vengo io, meno noto e cittadino romano. Fratelli, che nuove mi date?”

33“Fabio è morto”.

34“Castulo ha subìto il primo martirio”.

35“Sista è stata condotta ora alla tortura”.

36“Lino lo hanno trasportato con Urbano e i figli di questo al Mamertino o al Circo, non sappiamo”.

37“Preghiamo per loro: vivi e morti. Che il Cristo dia a tutti la sua Pace”.

38E Paolo, con le braccia aperte a croce, prega – basso, bruttino anziché no, ma un tipo che colpisce – in mezzo al sotterraneo. È vestito, come fosse un servo lui pure, di una veste corta e scura, ed ha un piccolo mantelletto con cappuccio che per pregare si è buttato indietro. Alle sue spalle sono i due che ha nominato, vestiti come lui, ma molto più giovani.

Dialogo con Castulo.

39Finita la preghiera, Paolo chiede: “Dove è Castulo?”

40“In grembo a Plautina, là in fondo”.

41Paolo fende la folla e si accosta al gruppo. Si curva a osserva. Benedice. Benedice il bambino e la matrona. Si direbbe che il bambino si sia risvegliato ai gridi salutanti l’apostolo, perché alza una manina cercando toccare Paolo, il quale gli prende allora la mano fra le sue e parla: “Castulo, mi senti?”

42“Sì” dice il piccino muovendo a fatica le labbra.

43“Sii forte, Castulo. Gesù è con te”.

44“Oh! perché non me l’avete dato? Ora non posso più!” E una lacrima scende a invelenire le piaghe.

45“Non piangere, Castulo. Puoi inghiottire una briciola sola? Si? Ebbene, ti darò il Corpo del Signore. Poi andrò dalla tua mamma a dirle che Castulo è un fiore del Cielo. Che devo dire alla tua mamma?”

46“Che io son felice. Che ho trovato una mamma. Che mi dà il suo latte. Che gli occhi non fanno più male. (Non è bugia dirlo, non è vero? per consolare la mamma?). E che io ‘vedo’ il Paradiso ed il posto mio e suo meglio che se avessi questi occhi ancora vivi. Dille che il fuoco non fa male quando gli angeli sono con noi, e che non tema. Né per lei, né per me. Il Salvatore ci darà forza”.

Discorso di incoraggiamento.

47“Bravo Castulo! Dirò alla mamma le tue parole. Dio aiuta sempre, o fratelli. E lo vedete. Questo è un bambino. Ha l’età in cui non si sa sopportare il dolore di un piccolo male. E voi lo vedete e l’udite. Egli è in pace. Egli è pronto a tutto subire, dopo aver già tanto subito, pur di andare da Colui che egli ama e che lo ama perché è uno di quelli che Egli amava: un fanciullo, ed è un eroe della Fede. Prendete coraggio da questi piccoli, o fratelli. Torno dall’aver portato al cimitero Lucina, figlia di Fausto e Cecilia. Non aveva che quattordici anni, e voi lo sapete se era amata dai suoi e debole di salute. Eppure fu una gigante di fronte ai tiranni. Voi lo sapete che io mi faccio passare, con questi, per fossor, per potere raccogliere quanti più corpi posso e deporli in suolo santo. Vivo perciò presso i tribunali e vedo, come vivo presso i circhi e osservo. E m’è conforto pensare che io pure nella mia ora – faccia Iddio sollecita – sarò da Lui sorretto come i santi che ci hanno preceduto.

48Lucina fu torturata con mille torture. Battuta, sospesa, stirata, attanagliata. E sempre guariva per opera di Dio. E sempre resisteva a tutte le minacce. L’ultima delle torture, avanti il supplizio, fu volta al suo spirito. Il tiranno, vedendola presa di amore per il Cristo, vergine che aveva legata sé stessa al Signore Iddio nostro, volle ferirla in questo suo amore. E la condannò ad esser di un uomo. Ma uno, due, dieci che si accostarono e dieci che perirono, percossi da folgore celeste. Allora, non potendo in nessun modo spezzare e distruggere il suo giglio, il tiranno ordinò fosse legata e sospesa in modo da rimanere come seduta e poi calata precipitosamente su un cuneo pontuto che le squarciò le viscere. Credette così il barbaro di averle levato la verginità tanto amata. Ma mai tanto, come sotto quel bagno di sangue, il suo giglio fiori più bello e dalle viscere squarciate si espanse per esser colto dall’angelo di Dio. Ora ella è in pace. Coraggio, fratelli. Ieri l’avevo nutrita del Pane celeste e col sapore di quel Pane ella andò all’ultimo martirio. Ora darò anche a voi quel Pane perché domani è giorno di festa sovrumana per voi. Il Circo vi attende. E non temete. Nelle fiere e nei serpenti voi vedrete aspetti celesti poiché Dio compierà per voi questo miracolo, e le fauci e le spire vi parranno abbracci d’amore, i ruggiti e i sibili voci celesti, e come Castulo vedrete il Paradiso che già scende per accogliervi nella sua beatitudine”.

Preghiere e messa dei martiri.

Salmi 41.

49I cristiani, meno Plautina, sono tutti in ginocchio e cantano: “Come il cervo anela al rivo così l’anima mia anela a Te. L’anima mia ha sete di Dio. Del Dio forte e vivente. Quando potrò venire a Te, Signore? Perché sei triste, anima mia? Spera in Dio e ti sarà dato di lodarlo. Nel giorno Dio manda la sua grazia e nella notte ha il cantico di ringraziamento. La preghiera a Dio è la mia vita. Dirò a Lui: ‘Tu sei la mia difesa’ (S. 4l).

Salmo 94.

50Venite, cantiamo giulivi al Signore; alziamo gridi di gioia al Dio nostro Salvatore. Presentiamoci a Lui con gridi di giubilo. Perché il Signore è il gran Dio. Venite, prostriamoci ed adoriamo Colui che ci ha creati. Perché Egli è il Signore Dio nostro e noi il popolo da Lui nutrito, il gregge da Lui guidato” (S. 94).

51Mentre essi cantano sono entrati anche dei soldati romani e dei carcerieri, i quali montano anche la guardia perché non entrino persone nemiche.

La Messa dei Martiri.

52Paolo si appresta al rito. “Tu sarai il nostro altare” dice a Castulo. “Puoi tenere il calice sul tuo petto?”

53“Sì”.

54Viene steso un lino sul corpicino del bimbo e sul lino sono appoggiati il calice e il pane.

55E assisto alla Messa dei martiri che viene celebrata da Paolo e servita dai due preti che l’accompagnano. Però non è la Messa come è ora.[38] Mi pare che abbia parti che ora non ha e non abbia parti che ora ha. Non ha epistola, per esempio, e dopo la benedizione: “Vi benedica il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo” (dice così) non ha altro.[39] Però dal Vangelo alla Consacrazione sono uguali a ora. Il Vangelo letto è quello delle Beatitudini.[40]

Pace al Martire di Cristo.

56Vedo il lino palpitare sul petto di Castulo il quale, per ordine di Paolo, tiene fra le dita la base del calice perché non cada. Vedo anche che quando Paolo dice: “Questa consacrazione del Corpo…” un fremito di sorriso scorre sul volto piagato del piccolino e poi la testolina si abbatte subito con una pesantezza di morte che sempre cresce.

57Plautina ha come un sussulto ma si domina. Paolo procede come non notasse nulla. Ma quando, franta l’Ostia, sta per curvarsi sul piccolo martire per comunicarlo per primo con un minuscolo frammento, Plautina dice: “È morto”, e Paolo sosta un attimo, dando poi alla matrona il frammento destinato al bambino, che è rimasto con le ditine serrate sul piede del calice nell’ultima contrazione, e gliele devono sciogliere per poter prendere il calice e darlo agli altri.

58Poi, distribuita la Comunione, la Messa ha termine. Paolo si spoglia delle vesti e ripone queste e il lino e il calice e la teca delle ostie in una sacca che porta sotto il mantello. Poi dice: “Pace al martire di Cristo. Pace a Castulo santo”.

59E tutti rispondono: “Pace!”

60“Ora lo porterò altrove. Datemi un manto, ché ve lo avvolga. Lo porterò senza attendere la sera. Questa sera verremo per Fabio. Ma questo… lo porterò come un bambino addormentato. Addormentato nel Signore”.

61Uno dei soldati dà il suo mantello rosso; e vi depongono il piccolo martire e ve lo avvolgono, e Paolo se lo prende in braccio (a sinistra) come fosse un padre che trasporta altrove il figlioletto dormiente, col capo curvo sulla spalla paterna. “Fratelli, la pace sia con voi, e ricordatevi di me quando sarete nel Regno”. Ed esce benedicendo.

I martiri sconosciuti.

Gli eroi sconosciuti.

Dice Gesù:

62«Non è Vangelo, ma voglio che sia considerato uno dei “vangeli della fede”[41] per voi che temete.

63Anche delle persecuzioni temete. Non avete più la tempra antica. È vero. Ma Io sono sempre Io, figli. Non dovete pensare che Io non possa darvi un cuore intrepido nell’ora della prova. Senza il mio aiuto nessuno, anche allora, avrebbe potuto rimanere fermo davanti a tanto supplizio. Eppure vecchi e bambini, giovinette e madri, coniugi e genitori, seppero morire, incuorando a morire, come andassero a festa. E festa era. Eterna festa!

64Morivano, e il loro morire era breccia nella diga del paganesimo. Come acqua che scava e scava e scava e rompe lentamente ma inesorabilmente le più forti opere dell’uomo, il loro sangue, sgorgando da migliaia di ferite, ha sgretolato la muraglia pagana e come tanti rivoli si è sparso nelle milizie di Cesare, nella reggia di Cesare, nei circhi e nelle terme, fra i gladiatori e i bestiari, fra gli addetti ai pubblici bagni, fra i colti e i popolani, dovunque, incessabile e invincibile.

65Il suolo di Roma è imbibito di questo sangue e la città sorge, potrei dire che è cementata col sangue e la polvere dei miei martiri. Le poche centinaia di martiri che voi conoscete sono un nulla rispetto ai mille e mille ancora sepolti nelle viscere di Roma e agli altri mille e mille che bruciati sui pali nei circhi divennero cenere sparsa dal vento, o sbranati e inghiottiti da fiere e da rettili divennero escremento che fu spazzato e gettato come concime.

Gli atleti della fede.

66Ma se voi non li conoscete, questi miei eroici sconosciuti, Io li conosco tutti, e il loro annichilimento totale, sin dello scheletro, è stato quello che ha fecondato più di qualunque concime il suolo selvaggio del mondo pagano e lo ha fatto divenire capace di portare il Grano celeste.

67Ora questo suolo del mondo cristiano sta ritornando pagano e germina tossico e non pane. È perciò che voi temete. Troppo vi siete staccati da Dio per avere in voi la fortezza antica.

68Le virtù teologali sono morenti là dove già non sono morte. E quelle cardinali neppure le ricordate. Non avendo la carità, è logico non possiate amare Dio sino all’eroismo. Non amandolo, non sperate in Lui, non avete in Lui fede. Non avendo fede, speranza e carità, non siete forti, prudenti, giusti. Non essendo forti, non siete temperanti. E non essendo temperanti, amate la carne più dell’anima e tremate per la vostra carne.

69Ma Io so ancora fare il miracolo. Credete pure che in ogni persecuzione i martiri sanno esser tali per aiuto mio. I martiri: ossia coloro che mi amano ancora.

70Io, poi, porto il loro amore alla perfezione e ne faccio degli atleti della fede. Io soccorro chi spera e crede in Me. Sempre. In qualunque evenienza.

71Il piccolo martire che resta con le manine strette al calice, anche oltre la morte, vi insegna dove è la forza. Nell’Eucarestia. Quando uno si nutre di Me, secondo il detto di Paolo[42], non vive più per sé ma vive in lui Gesù. E Gesù ha saputo sopportare tutti i tormenti, senza flettere. Perciò chi vive di Me sarà come Me. Forte.

72Abbiate fede.»


5. Martirio di Perpetua, Felicita e compagni[43].

Fede di Perpetua.

Fra spasmi e dolori.

Mi dice Gesù:

1«Non era mia intenzione darti questa visione questa sera. Avevo intenzione di farti vivere un altro episodio dei “vangeli della fede” l. Ma è stato espresso un desiderio da chi merita d’esser accontentato. E Io accontento. Nonostante i tuoi dolori, vedi, osserva e descrivi. I tuoi dolori li dai a Me e la descrizione ai fratelli.»

2E nonostante i miei dolori, tanto forti – per cui mi pare di avere il capo stretto in una morsa che parte dalla nuca e si congiunge sulla fronte e scende verso la spina dorsale, un male terribile per cui ho pensato mi stesse per scoppiare una meningite e poi mi sono svenuta – scrivo. È tanto forte anche ora. Ma Gesù permette che riesca a scrivere per ubbidire. Dopo… dopo sarà quel che sarà.

Una fortezza adibita a carcere.

3Le assicuro, intanto, che passo di sorpresa in sorpresa; perché per prima cosa mi trovo di fronte a degli africani, arabi per lo meno, mentre ho sempre creduto che questi santi fossero europei. Ché non avevo la minima nozione della loro condizione sociale e fisica e del loro martirio. Di Agnese sapevo vita e morte.[44] Ma di questi! È come se leggessi un racconto sconosciuto.

4Per prima illustrazione, avanti di svenirmi, ho visto un anfiteatro su per giù come il Colosseo (ma non rovinato), vuoto per allora di popolo. Solo una bellissima e giovane mora è ritta là in mezzo e sollevata dal suolo, raggiante per una luce beatifica che si sprigiona dal suo corpo bruno e dalla scura veste che lo copre. Sembra l’angelo del luogo. Mi guarda e sorride. Poi mi svengo e non vedo più nulla.

5Ora la visione si completa. Sono in un fabbricato che, per la mancanza di ogni e qualsiasi comodità e per la sua arcigna apparenza, mi si rivela come una fortezza adibita a carcere. Non è il sotterraneo del Tullianum visto ieri. Qui sono stanzette e corridoi sopraelevati. Ma così scarsi di spazio e di luce e così muniti di sbarre e di porte ferrate e piene di chiavistelli, che quel “che” di migliore che hanno in posizione viene annullato dal loro rigore che annulla la benché più piccola idea di libertà.

Perpetua.

6In una di queste tane è seduta su un tavolaccio, che fa da letto, sedile e tavola, la giovane mora che ho visto nell’anfiteatro. Ora non emana luce. Ma unicamente tanta pace. Ha in grembo un piccino di pochi mesi al quale dà il latte. Lo ninna, lo vezzeggia con atto di amore. Il bambino scherza con la giovane madre e strofina la sua faccetta molto olivastra contro la bruna mammella materna, e vi si attacca e stacca con avidità e con subite risatine piene di latte.

7La giovane è molto bella. Un viso regolare piuttosto tondo, con bellissimi occhi grandi e di un nero vellutato, bocca tumida e piccina piena di denti candidissimi e regolari, capelli neri e piuttosto crespi ma tenuti a posto da strette trecce che le si avvolgono intorno al capo. Ha il colorito di un bruno olivastro non eccessivo. Anche fra noi italiani, e specie del meridione d’Italia, si vede quel colore, appena un poco più chiaro di questo. Quando si alza per addormentare il piccino andando su e giù per la cella, vedo che è alta e formosa con grazia. Non eccessivamente formosa, ma già ben modellata nelle sue forme. Sembra una regina per il portamento dignitoso. È vestita di una veste semplice e scura, quasi quanto la sua pelle, che le ricade in pieghe morbide lungo il bel corpo.

L’autorità paterna.

8Entra un vecchio, moro lui pure. Il carceriere lo fa entrare aprendo la pesante porta. E poi si ritira. La giovane si volge e sorride. Il vecchio la guarda e piange. Per qualche minuto restano così.

9Poi la pena del vecchio prorompe. Con affanno supplica la figlia di aver pietà del suo soffrire: “Non è per questo” le dice “che ti ho generato. Fra tutti i figli ti ho amata, gioia e luce della mia casa. Ed ora tu ti vuoi perdere e perdere il povero padre tuo che sente morirsi il cuore per il dolore che gli dài. Figlia, sono mesi che ti prego. Hai voluto resistere ed hai conosciuto il carcere, tu nata fra gli agi. Curvando la mia schiena davanti ai potenti t’avevo ottenuto di esser ancora nella tua casa per quanto come prigioniera. Avevo promesso al giudice che ti avrei piegata con la mia autorità paterna. Ora egli mi schernisce perché vede che di essa tu non ti sei curata. Non è questo quel che dovrebbe insegnarti la dottrina che dici perfetta. Quale Dio è dunque quello che segui, che ti inculca di non rispettare chi ti ha generato, di non amarlo, perché se mi amassi non mi daresti tanto dolore? La tua ostinazione, che neppure la pietà per quell’innocente ha vinto, ti ha valso di esser strappata alla casa e chiusa in questa prigione. Ma ora non più di prigione si parla, ma di morte. E atroce. Perché? Per chi? Per chi vuoi morire? Ha bisogno del tuo, del nostro sacrificio – il mio e quello della tua creatura che non avrà più madre – il tuo Dio? il suo trionfo ha bisogno del tuo sangue e del mio pianto per compiersi? Ma come? La belva ama i suoi nati e tanto più li ama quanto più li ha tenuti al seno. Anche in questo speravo e per questo ti avevo ottenuto di poter nutrire il tuo bambino. Ma tu non muti. E dopo averlo nutrito, scaldato, fatto di te guanciale al suo sonno, ora lo respingi, lo abbandoni senza rimpianto. Non ti prego per me. Ma in nome di lui. Non hai il diritto di farne un orfano. Non ha diritto il tuo Dio di fare questo. Come posso crederlo buono più dei nostri se vuole questi sacrifici crudeli? Tu me lo fai disamare, maledire sempre più. Ma no, ma no! Che dico? Oh! Perpetua, perdona! Perdona al tuo vecchio padre che il dolore dissenna. Vuoi che lo ami il tuo Dio? Lo amerò più di me stesso, ma resta fra noi. Di’ al giudice che ti pieghi. Poi amerai chi vuoi degli dèi della terra. Poi farai del padre tuo ciò che vuoi. Non ti chiamo più figlia, non son più tuo padre. Ma il tuo servo, il tuo schiavo, e tu la mia signora. Domina, ordina ed io ti ubbidirò. Ma pietà, pietà. Salvati mentre ancora lo puoi. Non è più tempo di attendere. La tua compagna ha dato alla luce la sua creatura, lo sai, e nulla più arresta la sentenza. Ti verrà strappato il figlio; non lo vedrai più. Forse domani, forse oggi stesso. Pietà, figlia! Pietà di me e di lui che non sa parlare ancora, ma lo vedi come ti guarda e sorride! Come invoca il tuo amore! Oh! Signora, mia signora, luce e regina del cuor mio, luce e gioia del tuo nato, pietà, pietà!”

Il dovere di Figlia.

10Il vecchio è ginocchioni e bacia l’orlo della veste della figlia e le abbraccia i ginocchi e cerca prenderle la mano che ella si posa sul cuore per reprimerne lo strazio umano. Ma nulla la piega.

11“È per l’amore che ho per te e per lui che rimango fedele al mio Signore” ella risponde. “Nessuna gloria della terra darà al tuo capo bianco e a questo innocente tanto decoro quanto ve ne darà il mio morire. Voi giungerete alla Fede. E che direste allora di me se avessi per viltà di un momento rinunciato alla Fede? il mio Dio non ha bisogno del mio sangue e del tuo pianto per trionfare. Ma tu ne hai bisogno per giungere alla Vita. E questo innocente per rimanervi. Per la vita che mi desti e per la gioia che egli mi ha dato, io vi ottengo la Vita che è vera, eterna, beata. No, il mio Dio non insegna il disamore per i padri e per i figli. Ma il vero amore. Ora il dolore ti fa delirare, padre. Ma poi la luce si farà in te e mi benedirai. Io te la porterò dal cielo. E questo innocente non è che io l’ami meno, ora che mi sono fatta svuotare dal sangue per nutrirlo. Se la ferocia pagana non fosse contro noi cristiani, gli sarei stata madre amantissima ed egli sarebbe stato lo scopo della mia vita. Ma più della carne nata da me è grande Iddio, e l’amore che gli va dato infinitamente più grande. Non posso neppure in nome della maternità posporre il suo amore a quello di una creatura. No. Non sei lo schiavo della figlia tua. Io ti son sempre figlia e in tutto ubbidiente fuorché in questo: di rinunciare al vero Dio per te. Lascia che il volere degli uomini si compia. E se mi ami, seguimi nella Fede. Là troverai la figlia tua, e per sempre, perché la vera Fede dà il Paradiso, ed a me il mio Pastore santo ha già dato il benvenuto nel suo Regno”.

Martirio di Perpetua e Felicita.

Fede di Felicita.

12E qui la visione ha un mutamento, perché vedo entrare nella cella altri personaggi: tre uomini ed una giovanissima donna. Si baciano e si abbracciano a vicenda. Entrano anche i carcerieri per levare il figlio a Perpetua. Ella vacilla come colpita da un colpo. Ma si riprende.

12La compagna la conforta: “Io pure, ho già perduto la mia creatura. Ma essa non è perduta. Dio fu meco buono. Mi ha concesso di generarla per Lui e il suo battesimo si ingemma del mio sangue. Era una bambina… e bella come un fiore. Anche il tuo è bello, Perpetua. Ma per farli vivere in Cristo questi fiori hanno bisogno del nostro sangue. Duplice vita daremo loro così”.

14Perpetua prende il piccino, che aveva posato sul giaciglio e che dorme sazio e contento, e lo dà al padre dopo averlo baciato lievemente per non destarlo. Lo benedice anche e gli traccia una croce sulla fronte ed una sulle manine, sui piedini, sul petto, intridendo le dita nel pianto che le cola dagli occhi. Fa tutto così dolcemente che il bambino sorride nel sonno come sotto una carezza.

In attesa del martirio.

15Poi i condannati escono e vengono, in mezzo a soldati, portati in una oscura cavea dell’anfiteatro in attesa del martirio. Passano le ore pregando e cantando inni sacri, esortandosi a vicenda all’eroismo.

16Ora mi pare di essere io pure nell’anfiteatro che ho già visto. È pieno di folla per la maggior parte di pelle abbronzata. Però vi sono anche molti romani. La folla rumoreggia sulle gradinate e si agita. La luce è intensa nonostante il velario steso dalla parte del sole.

17Vengono fatti entrare nell’arena, dove mi pare siano stati già eseguiti dei giuochi crudeli perché è macchiata di sangue, i sei martiri in fila. La folla fischia e impreca. Essi, Perpetua in testa, entrano cantando. Si fermano in mezzo all’arena e uno dei sei si volge alla folla.

Un martire invita alla Fede.

18 “Fareste meglio a mostrare il vostro coraggio seguendoci nella Fede e non insultando degli inermi che vi ripagano del vostro odio pregando per voi e amandovi. Le verghe con cui ci avete fustigato, il carcere, le torture, l’aver strappato a due madri i figli – voi bugiardi che dite d’esser civili e attendete che una donna partorisca per poi ucciderla e nel corpo e nel cuore separandola dalla sua creatura, voi crudeli che mentite per uccidere perché sapete che nessuno di noi vi nuoce, e men che mai delle madri che altro pensiero non hanno che la loro creatura – non ci mutano il cuore. Né per quanto è amore di Dio né per quanto è amore di prossimo. E tre, e sette, e cento volte daremmo la vita per il nostro Dio e per voi. Perché voi giungiate ad amarlo, e per voi preghiamo mentre già il Cielo su noi si apre: Padre nostro che sei nei cieli…”. In ginocchio i sei santi martiri pregano.

Gloria ai martiri di Cristo.

19Si apre un basso portone e irrompono le fiere che, per quanto sembrano bolidi tanto sono veloci nella corsa, mi paiono tori o bufali selvaggi. Come una catapulta ornata di corna pontute, investono il gruppo inerme. Lo alzano sulle corna, lo sbattono per aria come fossero tanti cenci, lo riabbattono al suolo, lo calpestano. Tornano a fuggire come pazzi di luce e di rumore e tornano a investire.

20Perpetua, presa come un fuscello dalle corna di un toro, viene scaraventata molti metri più là. Ma per quanto ferita, si rialza e sua prima cura è di ricomporsi le vesti strappate sul seno. Tenendosele con la destra, si trascina verso Felicita caduta supina e mezza sventrata, e la copre e sorregge facendo di sé appoggio alla ferita. Le bestie tornano a ferire finché i cinque malvivi sono stesi al suolo. Allora i bestiari le fanno rientrare e i gladiatori compiono l’opera.

21Ma, fosse pietà o inesperienza, quello di Perpetua non sa uccidere. La ferisce, ma non prende il punto giusto. “Fratello, qua, che io ti aiuti” dice ella con un filo di voce e un dolcissimo sorriso. E, appoggiata la punta della spada contro la carotide destra, dice: “Gesù, a Te mi raccomando! Spingi, fratello. Io ti benedico” e sposta il capo verso la spada per aiutare l’inesperto e turbato gladiatore.

La fede non muore. Insegnamento

Dice Gesù:

22«Questo è il martirio della mia martire Perpetua, della sua compagna Felicita e dei suoi compagni. Rea di esser cristiana. Catecumena ancora. Ma come intrepida nel suo amore per Me! Al martirio della carne ella ha unito quello del cuore, e con lei Felicita. Se sapevano amare i loro carnefici, come avranno saputo amare i figli loro?

23Erano giovani e felici nell’amore dello sposo e dei genitori. Nell’amore della loro creatura. Ma Dio va amato sopra ogni cosa. Ed esse lo amano così. Si strappano le loro viscere separandosi dal loro piccino, ma la Fede non muore. Esse credono nell’altra vita. Fermamente. Sanno che essa è di chi fu fedele e visse secondo la Legge di Dio.

24Legge nella legge è l’amore. Per il Signore Iddio, per il prossimo loro. Quale amore più grande di dare la vita per coloro che si ama, così come l’ha data il Salvatore per l’umanità che Egli amava? Esse dànno la vita per amarmi e per portare altri ad amarmi e possedere perciò l’eterna Vita. Esse vogliono che i figli e i genitori, gli sposi, i fratelli e tutti coloro che esse amano di amore di sangue o di amore di spirito – i carnefici fra questi poiché Io ho detto: “Amate coloro che vi perseguitano”[45] – abbiano la Vita del mio Regno. E, per guidarli a questo mio Regno, tracciano col loro sangue un segno che va dalla Terra al Cielo, che splende, che chiama.

25Soffrire? Morire? Cosa è? È l’attimo che fugge. Mentre la vita eterna resta. Nulla è quell’attimo di dolore rispetto al futuro di gioia che le attende. Le fiere? Le spade? Che sono? Benedette siano esse che dànno la Vita.

26Unica preoccupazione – poiché chi è santo lo è in tutto – di conservare la pudicizia. In quel momento, non della ferita ma delle vesti scomposte hanno cura.

27Poiché, se vergini non sono, sono sempre delle pudiche. Il vero cristianesimo dà sempre verginità di spirito. La mantiene, questa bella purezza, anche là dove il matrimonio e la prole han levato quel sigillo che fa dei vergini degli angeli.

28Il corpo umano lavato dal Battesimo è tempio dello Spirito di Dio. Non va dunque violato con invereconde mode e inverecondi costumi. 49Dalla donna, specie dalla donna che non rispetta sé stessa, non può che venire una prole viziosa e una società corrotta, dalla quale Dio si ritira e nella quale Satana ara e semina i suoi triboli che vi fanno disperare.»

6. La sapienza dei martiri[46].

La Sapienza salva.

I martiri possedettero la sapienza[47].

Dice Gesù:

1«I miei martiri hanno posseduto la Sapienza. E con essi i miei confessori. E la possiedono tutti quelli che veramente mi amano e fanno di questo amore lo scopo della loro vita.

2Agli occhi del mondo ciò non appare. Anzi, l’esser giusti sembra debolezza, sembra una cosa superata. Quasi che per volgere di secoli fossero avvenuti mutamenti nei rapporti fra Dio e fedeli.

3No. Se Io ho attenuato il rigore della legge mosaica e vi ho dato delle risorse di incalcolabile potenza per aiutarvi a praticare la Legge e giungere alla Perfezione, non è però mutato il dovere di rispetto e di ubbidienza che avete per il Signore Dio vostro. Se Egli si è fatto Buono al punto di dare Sé stesso per farvi buoni, voi dovete ancor più esserlo e non dire: “Ci pensi Lui a salvarci. Noi godiamo”. Ciò non è sapienza: è stoltezza e bestemmia. Ciò è sapienza del mondo, ossia riprovevole, non Sapienza divina.

Lo stolto invoca su di sé la morte[48].

4I miei martiri furono divinamente sapienti. Non hanno, come l’empio, detto a sé stessi: “Godiamo l’oggi perché esso non torna e con la morte ogni gioia finisce. E per godere facciamo della prepotenza un diritto, ed estorcendo dai deboli e dai buoni ciò che non è lecito estorcere traiamo da queste estorsioni di che empire la borsa per empire poi il ventre e saziare concupiscenza di carne e di mente”. Non hanno, come l’empio, detto a sé stessi: “Esser giusti è un sacrificio ed è fatica esserlo. Come è rimprovero vedere il giusto. E perciò leviamolo di mezzo perché la sua giustizia ci ricorda Dio e ci rimprovera del nostro vivere da bestie”.

Con la Sapienza salvarono il mondo[49].

5I miei martiri hanno invece capovolto la teoria del mondo ed hanno voluto unicamente seguire quella di Dio. Il mondo li ha perciò messi alla prova, li ha oltraggiati, tormentati, uccisi, sperando di turbare la loro virtù. E nella sua stoltezza non sapeva che ogni colpo dato per sgretolare la loro anima era simile a maglio che faceva penetrare loro in Me ed Io in loro con un amore di fusione perfetto, tanto che nelle carceri o nei circhi essi erano già in Cielo e vedevano Me così come, dopo l’attimo di dolore e di morte, mi avrebbero visto per la beata eternità.

6Non morti, non distrutti, non torturati, non disperati. Come non è morte il travaglio del parto, non è distruzione, non è tortura, non è disperazione, ma è vita che genera vita, ma è raddoppiamento di carne che era una e diviene due, ma è soddisfazione, ma è speranza di esser madre e di avere dalla maternità gioie ineffabili per tutta la vita, così quel dolore era per loro speranza, sicurezza, vita che li faceva beati.

7Il mondo non li poteva capire questi santi folli la cui follia era amare Dio con tutta la perfezione possibile alla creatura, facendo di sé delle volontarie sterili poiché uniche nozze erano quelle con Me Divino, facendo di sé eunuchi che per uno spirituale amore amputavano in sé la sensualità umana e vivevano casti come angeli. Non poteva capire questi pazzi sublimi che, consci delle dolcezze del talamo e della prole, sapevano rinunciare a questa e a quello e volare ai tormenti, dopo essersi volontariamente lacerato il cuore nel lasciare i figli e i consorti, per amore di Me loro amore.

8Ma il mondo è stato salvato da loro. Se siete divenuti le belve che siete, dopo tanto esempio e tanto lavacro di sangue purificatore, che sareste divenuti, e da quando, senza la generazione santa e benedetta dei martiri miei? Essi vi hanno trattenuto da precipitare in Satana molto prima del momento che le vostre libidini fomentavano. Essi vi invitano tuttora a fermarvi e a rimettervi sulla via che sale, lasciando il sentiero che precipita. Essi vi dicono parole di salute. Ve le dicono con le loro ferite, con le loro parole ai tiranni, con le loro carità, con la cura del loro pudore, con la loro pazienza, purezza, fede, costanza. Essi vi dicono che una sola è la scienza necessaria. Quella che sgorga dalla Sapienza eterna.

Doti della Sapienza.

Amarono le doti della Sapienza[50].

9Saggi ancor più di Salomone, essi preferirono questa Sapienza a tutti i troni e le ricchezze della terra. E per ottenerla e conservarla sfidarono persecuzioni e tormenti, abbracciarono la morte per non perderla. L’amarono più della salute e della bellezza, e vollero averla per loro luce, perché il suo splendore viene direttamente da Dio e possederla vuol dire anticipare all’anima, la Luce beatifica dell’eterno giorno. Con rettezza di cuore la impararono e con carità la comunicarono anche ai loro nemici. Non ebbero paura di rimanerne privi, perché ne facevano parte alle folle che ne erano prive, poiché Essa, vivente in loro, li istruiva che “dare è ricevere”[51] e che, più essi distribuivano le acque celesti che la Fonte divina riversava in loro, e più tali acque aumentavano sino a colmarli come calici di una Messa santa, consumata per il bene del mondo dal Sacerdote eterno.

Le doti della Sapienza[52].

10Il re sapiente fa l’enumerazione delle doti della Sapienza il cui spirito è intelligente, santo, unico, molteplice, sottile… ma tutte queste qualità essi, i miei martiri, le hanno possedute. In loro era quello che Salomone chiama “vapore della virtù di Dio ed emanazione della gloria dell’Onnipotente”.[53] Essi perciò rispecchiavano in sé Dio come nessuno al mondo, rispecchiavano Dio nelle sue qualità e Me Cristo-Salvatore nel mio olocausto.

Utilità della Sapienza[54].

11Oh! come si potrebbero mettere sulla bocca di ogni martire le parole di Salomone proclamante di avere amato e cercato dalla giovinezza la Sapienza e di averla voluta per sposa! Di averla voluta maestra e ricchezza! [55] E come potete pensare, senza tema di errore, che sulle loro labbra fiori quella preghiera per ottenere la Sapienza che è fiorita sulle labbra di Salomone! [56]

 

Preghiera per ottenere la Sapienza[57].

12E come, soprattutto, dovreste sforzarvi, o voi che la cupidigia della carne ha arretrato a tenebre di paganesimo ben più profonde di quelle alle quali i miei martiri portarono la Luce, a farvi amanti, desiderosi della Sapienza, e a pregare perché vi venga data a guida nelle imprese singole e collettive, onde non siate più quelli che siete: dei maniaci crudeli che vi torturate a vicenda perdendo vita e sostanze, due cose alle quali tenete, e salvezza dello spirito, cosa alla quale tengo Io che sono morto per dare ai vostri spiriti salvezza.

13“È per la Sapienza” dice Salomone “che vengono raddrizzate le vie degli uomini ed essi sanno ciò che è gradito a Dio”.[58] Ricordatevelo. E sappiate che a Dio non è gradito altro che il vostro bene. Perciò, se voi lo conoscerete e seguirete questa via a Lui gradita, farete del bene a voi e nella Terra e nel Cielo.»

 

7. Martirio di Sta. Fenicola e transito
di Petronila
[59].

Fenicola e Petronila.

Invito a scrivere.

Mi dice Gesù:

1«Molto lavoro oggi per riprendere il tempo, non perduto ma usato altrimenti secondo il mio volere[60].

2Sai dalla prima ora di questo giorno (ore 1 ant.ne) su cosa terrò fissa la tua mente, perché il primo e unico punto che ti s’è illuminato ti ha già detto su che poserai gli occhi dello spirito. E quel nome femminile e sconosciuto che t’è rimbombato dentro come campana che chiami e non si placa che quando s’è risposto, ti ha detto che conoscerai anche questo. Ma fra la mia vergine e il Maestro devi scegliere il Maestro e far precedere il mio punto a quello[61].

3Te ne farò conoscere molte di creature celesti. Hanno tutte il loro ammaestramento, utile per voi divenuti consci di tutto, lettori di tutto, ma non di quello che è scienza per conquistare il Cielo. Scrivi.»

Passione di Gesù vissuta dal Portavoce.

4Scrivo, anzi descrivo.

5Questa notte, mentre fra dolori da impazzire mi chiedevo come ha fatto Gesù a sopportare quel gran male al capo – e glie lo chiedevo perché a me era tormento tale da farmi stringere i denti per non urlare al minimo rumore o tentennamento al letto, e mi pareva di avere tanti cuori che battessero veloci e dolenti per quanti denti avevo, per la lingua, le labbra, il naso, le orecchie, gli occhi, e in mezzo alla fronte mi pareva avere un groviglio di chiodi che mi penetrassero nel cranio, e dalla nuca saliva e si irraggiava una fascia di fuoco e di dolore stringente come una morsa, e nel parietale destro mi pareva che ogni tanto urtasse contro un colpo di oggetto pesante a conficcarmi vieppiù quella fascia nella testa e a rimbombarmi tutta – e nel mio spasimo lo contemplavo dall’Orto al Calvario, ecco che, proprio dopo la terza caduta, ho avuto una sosta di sollievo fisico e spirituale, perché mi apparve bello, sano, sorridente sulle acque irate del Mar di Galilea.

Santa Fenicola.

6Poi il tormento è ricominciato, finché verso le due, cessata la contemplazione della Passione del Signore e calmato un pochino (poco, sa?) il tremendo dolore al capo, m’è suonato dentro un nome: Santa Fenicola.

7Chi è? Sconosciuta. Ci è proprio stata? Mah! Chi l’ha mai sentita! E cercavo dormire. Macché! Santa Fenicola. Santa Fenicola. Santa Fenicola.

8Qui non si dorme, mi sono detta, se prima non so chi è. E in grazia del diminuito dolore, che mi permetteva ora di muovermi mentre dalle 15 alla mezzanotte e oltre mi aveva abbattuta e resa inerte, corpo che soffriva spasmodicamente ma non poteva neppur aprire gli occhi – Paola[62] glielo può dire – ho preso un indice dei santi e ho trovato che porta, insieme a S. Petronilla v., porta S. Fenicola vergine martire. Io ho sentito dire: Fenicola, ma forse ho capito male.

9Contemporaneamente a questa scoperta ho visto una giovane donna nuda, legata ad una colonna in maniera atroce. Poi nient’altro.

10E ora per ubbidienza scrivo ciò che il Maestro mi mostra, senza rimandare, per quanto ho la testa che gira come una trottola.

Potere della preghiera e la Comunione.

11Il martirio di S. Fenicola.

12Vedo due giovani donne in preghiera. Una preghiera ardentissima che deve proprio penetrare nei cieli. Una è più matura. Pare quasi sui trent’anni; l’altra deve da poco aver passato i venti. Sembrano in perfetta salute tutte e due. Poi si alzano e preparano un piccolo altare su cui dispongono lini preziosi e fiori.

13Entra un uomo vestito come i romani dell’epoca, che le due giovani salutano con la massima venerazione. Egli si leva dal petto una borsa dalla quale trae tutto quanto occorre per celebrare una Messa. Poi si riveste delle vesti sacerdotali e inizia il Sacrificio.

14Non comprendo benissimo il Vangelo, ma mi pare sia quello di Marco: “E gli presentarono dei bambini… chi non riceverà il regno di Dio come un fanciullo non c’entrerà”.[63] Le due giovani, inginocchiate presso l’altare, pregano sempre più fervorosamente.

15Il Sacerdote consacra le Specie e poi si volge a comunicare le due fedeli, cominciando dalla più anziana, il cui volto è serafico di ardore. Poi comunica l’altra. Esse, ricevute le Specie, si prostrano al suolo in profonda preghiera e sembra restino così per pura devozione.

Transito di Petronila.

16Ma quando il Sacerdote si volge a benedire e scende dall’altare collocato su una pedana di legno – dopo la celebrazione del rito, che è uguale a quella di Paolo nel Tullianum.[64] Solo qui il celebrante parla più piano, date le due sole fedeli; ecco perché capisco meno il Vangelo[65] – una soltanto delle giovani si muove. L’altra rimane prostrata come prima. La compagna la chiama e la scuote. Si china anche il Sacerdote. La sollevano. Già il pallore della morte è su quel viso, l’occhio semispento naufraga sotto le palpebre, la bocca respira a fatica. Ma che beatitudine in quel viso!

17La adagiano su una specie di lungo sedile che è presso una finestra aperta su un cortile, in cui canta una fontana. E cercano soccorrerla. Ma, radunando le forze, ella alza una mano e accenna al cielo e non dice che due parole: “Grazia… Gesù” e senza spasimi spira.

18Tutto ciò non mi spiega che c’entra la giovane legata alla colonna che ho visto questa notte e che, per quanto molto più pallida e smagrita, spettinata, torturata, mi pare assomigli tanto alla superstite che ora piange presso la morta. E resto così, nella mia incertezza, per qualche ora.

19Soltanto ora che è sera ritrovo la giovane piangente prima, ora ritta presso la fontana del severo cortile nel quale sono coltivate solo delle piccole aiuole di gigli e sui muri salgono dei rosai tutti in fiore.

Il martirio di Sta. Fenicola.

Verginità consacrata.

20La giovane parla con un giovane romano: “È inutile che tu insista, o Flacco. Io ti sono grata del tuo rispetto e del ricordo che hai per la mia amica morta. Ma non posso consolare il tuo cuore. Se Petronilla è morta, segno era che non doveva essere tua sposa. Ma io neppure. Tante sono le fanciulle di Roma che sarebbero felici di diventare le signore della tua casa. Non io. Non per te. Ma perché ho deciso di non contrarre nozze”.

“Tu pure sei presa dalla frenesia stolta di tante seguaci di un pugno d’ebrei?”.

21“Io ho deciso, e credo non esser folle, di non contrarre nozze”.

“E se io ti volessi?”.

22“Non credo che tu, se è vero che mi ami e rispetti, vorrai forzare la mia libertà di cittadina romana. Ma mi lascerai seguire il mio desiderio avendo per me la buona amicizia che io ho per te”.

“Ah, no! Già una m’è sfuggita. Tu non mi sfuggirai”.

23“Ella è morta, Flacco. La morte è forza a noi superiore, non è fuga di uno ad un destino. Ella non s’è uccisa. È morta…”.

“Per i vostri sortilegi. Lo so che siete cristiane e avrei dovuto denunciarvi al Tribunale di Roma. Ma ho preferito pensare a voi come a mie spose. Ora per l’ultima volta ti dico: vuoi esser moglie del nobile Flacco? Io te lo giuro che è meglio per te entrare signora nella mia casa e lasciare il culto demoniaco del tuo povero dio, anziché conoscere il rigore di Roma che non permette siano insultati i suoi dèi. Sii la sposa mia e sarai felice. Altrimenti…”.

24“Non posso esser tua sposa. A Dio sono consacrata. Al mio Dio. Non posso adorare gli idoli, io che adoro il vero Dio. Fa’ di me quello che vuoi. Tutto puoi fare del corpo mio. Ma la mia anima è di Dio ed io non la vendo per le gioie della tua casa”.

“È la tua ultima parola?”.

25“L’ultima”.

“Sai che il mio amore può mutarsi in odio?”

26“Dio te ne perdoni. Per mio conto ti amerò sempre come fratello e pregherò per il tuo bene”.

“Ed io farò il tuo male. Ti denuncerò. Sarai torturata. Allora mi invocherai. Allora comprenderai che è meglio la casa di Flacco alle dottrine stolte di cui ti nutri”.

27“Comprenderò che il mondo, per non avere più dei Flacchi, ha bisogno di queste dottrine. E farò il tuo bene pregando per te dal Regno del mio Dio”.

“Maledetta cristiana! Alle carceri! Alla fame! Ti sazi il tuo Cristo se lo può”.

Condannata alla colonna.

28Ho l’impressione che le carceri siano abbastanza prossime alla casa della vergine perché la strada è poca, e che il nobile Flacco sia né più né meno che un segugio del Questore di Roma perché, quando la visione, mutando aspetto, mi riporta la sala già vista con la giovane legata alla colonna, vedo che è un tribunale come quello in cui fu giudicata Arnese[66]. Ben poche sono le differenze e che, anche qui, vi è un brutto ceffo che giudica e condanna, e che Flacco gli fa da aiutante e aizzatore.

29Fenicola, estratta dalla muda dove era, viene portata in mezzo alla sala. Appare sfinita di forze ma ancor tanto dignitosa. Per quanto la luce l’abbacini, debole come è e abituata ormai al buio carcere, si tiene eretta e sorride. Le solite domande e le solite offerte seguite dalle solite risposte: “Sono cristiana. Non sacrifico ad altro Dio che non sia il mio Signore Gesù Cristo”.

30Viene condannata alla colonna.

Martirio consumato.

31Le strappano le vesti e nuda, alla presenza del popolo, la legano con le mani e i piedi dietro ad una delle colonne del Tribunale. Per fare ciò le slogano le anche e le slogano le braccia. La tortura deve essere atroce. E non basta, ma torcono le funi ai polsi e alle caviglie, la percuotono sul petto e sul ventre nudo con verghe e flagelli, le torcono le carni con tenaglie e altri così atroci supplizi che non sto a ridire.

32Ogni tanto le chiedono se vuol sacrificare agli dèi. Fenicola, con voce sempre più debole, risponde: “No. Al Cristo. A Lui solo. Or che lo comincio a vedere, ed ogni tortura me lo rende più vicino, volete che io lo perda? Compite la vostra opera. Che io abbia il mio amore compiuto. Dolci nozze di cui Cristo è sposo ed io sposa sua! Sogno di tutta la mia vita!”.

33Quando la slegano dalla colonna, ella cade come morta per terra. Le membra slogate, forse anche spezzate, non la reggono più, non rispondono a nessun comando della mente. Le povere mani, segate ai polsi dalla fune che ha fatto due braccialetti di sangue vivo, pendono come morte. I piedi, pure lacerati ai malleoli sino a mostrare i nervi e i tendini, appaiono chiaramente spezzati dal modo come stanno ripiegati in modo innaturale. Ma il volto è pieno di una felicità d’angelo. Scendono le lacrime sulle gote esangui, ma l’occhio ride assorto in una visione che l’estasia.

34I carcerieri, meglio i boia, la colpiscono di calci, e a calci la spingono, come fosse un sacco tanto immondo da non poter esser toccato, verso la predella del Questore.

“Ancor viva sei?”.

35“Sì, per volontà del mio Signore”.

“Ancora insisti? Vuoi proprio la morte?”

36“Voglio la Vita. Oh! mio Gesù, aprimi il Cielo! Vieni, Amore eterno!”.

“Gettatela nel Tevere! L’acqua calmerà i suoi ardori”.

37I boia la sollevano con mal garbo. La tortura delle membra spezzate deve essere atroce. Ma ella sorride. La avvolgono nelle sue vesti, non per pudicizia ma per impedirle di reggersi in acqua. Inutile cura! Con degli arti in quello stato, non si nuota. Solo la testa emerge dal viluppo delle vesti. Il suo povero corpo, gettato sulle spalle di un carnefice, pende come fosse già morta. Ma ella sorride alla luce delle fiaccole, perché ormai è sera.

38Giunti al Tevere, come fosse un animale da sopprimersi, la prendono e dall’alto del ponte la precipitano nelle acque scure, sulle quali ella riaffiora due volte e poi si inabissa senza un grido.

Petronila e Fenicola[67]. (insegnamento)

Petronila gioia e perla di Pietro.

Dice Gesù:

39«Ti ho voluto far conoscere la mia martire Fenicola per dare a te ed a tutti qualche insegnamento.

40Tu hai visto il potere della preghiera nella morte di Petronilla, compagna e maestra di Fenicola di cui era molto più anziana, e il frutto di una santa amicizia.

41Petronilla, figlia spirituale di Pietro, aveva assorbito dalla viva parola del mio Apostolo lo spirito di Fede. Petronilla. La gioia, la perla romana di Pietro. Sua prima conquista romana. Quella che, per la sua rispettosa e amorosa devozione all’Apostolo, lo consolò di tutti i dolori della sua evangelizzazione romana.

42Pietro per amore mio aveva lasciato casa e famiglia. Ma Colui che non mente gli aveva fatto trovare in questa fanciulla – e in maniera sovrabbondante, colma, premuta, secondo le mie promesse [68] conforto, cure, dolcezze femminili. Come Io a Betania, egli in casa di Petronilla trovava aiuti, ospitalità e soprattutto amore. La donna è uguale, nel suo bene e nel suo male, sotto tutti i cieli e in tutte le epoche. Petronilla fu la Maria[69] di Pietro, con in più la sua purezza di fanciulla che il Battesimo, ricevuto mentre ancora l’innocenza non aveva conosciuto oltraggio, aveva portato a perfezione angelica.

43Maria, ascolta. Petronilla, volendo amare il Maestro con tutta sé stessa senza che la sua avvenenza e il mondo potessero turbare questo amore, aveva pregato il suo Dio di fare di lei una crocifissa. E Dio la esaudì. La paralisi crocifisse le sue angeliche membra. Nella lunga infermità sul terreno bagnato dal dolore fiorirono più belle le virtù e specie l’amore per la Madre mia.

La vita nostra è sempre di Gesù.

45Ascolta ancora, Maria. Quando fu necessario, la sua malattia conobbe una sosta. Per mostrare che Dio è padrone del miracolo. E poi, finito il momento, tornò a crocifiggerla.

46Non conosci nessun’altra, Maria, alla quale il suo Maestro, come Pietro a Petronilla, non dica, quando gli occorre: “Sorgi, scrivi, sii forte” e cessato il bisogno del Maestro non torni una povera inferma in perpetua agonia?

47Morto l’Apostolo e guarita Petronilla, ella trovò che la sua vita non era più sua. Ma del Cristo. Non era di quelle che, ottenuto il miracolo, se ne servono per offendere Dio. Ma la salute la usò per l’interesse di Dio.

48La vita vostra è sempre mia. Io ve la do. Ve lo dovreste ricordare. Ve la do come vita animale facendovi nascere e conservandovi vivi. Ve la do come vita spirituale con la Grazia e i Sacramenti. Dovreste ricordarvelo sempre e farne buon uso. Quando poi vi rendo la salute, vi faccio rinascere quasi dopo malattia mortale, dovreste ancor più ricordarvi che quella vita, rifiorita quando già la carne sapeva di tomba, è mia. E per riconoscenza usarla nel Bene.

49Petronilla lo seppe fare. Non si è assorbita per niente[70] la mia Dottrina. Essa è come sale che preserva dal male, dalla corruzione, è fiamma che scalda e illumina, è cibo che nutre e fortifica, è fede che fa sicuri. Viene la prova, l’assalto della tentazione, la minaccia del mondo. Petronilla prega. Chiama Dio. Vuol essere di Dio. Il mondo la vuole? Dio la difenda dal mondo.

50Il Cristo l’ha detto: “Se avete tanta fede quanto un granello di senape, potrete dire ad un monte: ‘Levati a va’ più in là’”.[71] Pietro glie l’ha detto tante volte. Ella non chiede al monte di muoversi. Chiede a Dio di levarla dal mondo prima che una prova superiore alle sue forze la schiacci. E Dio l’ascolta. La fa morire in un’estasi. In un’estasi, Maria, prima che la prova la schiacci. Ricordala questa cosa, piccola discepola mia.[72]

Fermezza e dolcezza di Fenicola.

51Fenicola era amica, più che amica figlia o sorella, data la poca differenza d’età di una diecina d’anni circa. Non si convive senza santificarsi con chi è santo. Come non ci si guasta convivendo con chi è guasto. Se il mondo se la ricordasse questa verità! Ma il mondo invece trascura i santi o li sevizia, e segue i satana divenendo sempre più satana.

52La fermezza e la dolcezza di Fenicola l’hai vista. Che è la fame per chi ha Cristo a suo cibo? Che è la tortura per chi ama il Martire del Calvario? Che è la morte per chi sa che la morte apre la porta alla Vita?

53È sconosciuta dai cristiani d’ora la mia martire Fenicola. Ma essa è ben conosciuta dagli angeli di Dio che la vedono ilare in Cielo dietro l’Agnello divino. Ho voluto renderla nota a te per poterti parlare anche della sua maestra di spirito e per incuorarti al patire.

54Ripeti con lei: “Ora sì che fra questi dolori comincio a vedere il mio sposo Gesù, nel quale ho posto tutto il mio amore”, e pensa che anche per te ho suscitato un Nicomede[73], per salvare dalle acque delle passioni il tuo io che volevo per Me, e per raccogliere quanto di te merita d’esser conservato, ciò che è mio, ciò che può operare di bene all’anima dei fratelli.» 

8. Missione e ministero dei martiri[74]

L’anima in grazia.

La storia dei martiri

Dice Gesù:

1«O voi cristiani del ventesimo secolo, che ascoltate come racconti fiabeschi le torture dei miei martiri e vi dite: “Non può esser vero. Come lo può essere? Infine erano anche essi uomini e donne! “Ciò è leggenda”, sappiate che ciò non è leggenda, ma è storia. E se voi credete alle virtù civiche degli antichi ateniesi, spartani, romani, e vi sentite esaltare lo spirito per gli eroismi e le grandezze degli eroi civili, perché non potete credere a quelle virtù soprannaturali e non vi sentite esaltare lo spirito e spronarlo a eletta imitazione al racconto delle grandezze e degli egoismi dei miei eroi?

2Infine vi dite, erano uomini e donne. Sicuro, erano uomini e donne. Voi dite una grande verità e vi date una grande condanna. Erano omini e donne e voi siete dei bruti. Dei degradati dalla somiglianza con Dio, dalla figliolanza di Dio, a livello di animali solo guidati dall’istinto ed imparentati con Satana.

“Uomini e donne” in grazia.

3Erano uomini e donne. Erano tornati “uomini e donne” per mezzo della Grazia, così come erano il Primo e la Prima nel Terrestre Paradiso.

4Non si legge nella Genesi che Dio, fece l’Uomo dominatore su tutto quanto era sulla Terra, ossia su tutto meno che su Dio e i suoi angelici ministri? Non si legge che fece la Donna perché fosse compagna all’Uomo nella gioia e nella dominazione. su tutti i viventi? Non si legge che di tutto potevano mangiare fuorché dell’albero della scienza del Bene e del Male[75]? Perché? Quale sotto senso è nella parola ” perché domini? ” Quale in quello dell’albero della scienza del Bene e del Male? Ve lo siete mai chiesto, voi che vi chiedete tante cose inutili e non sapete chiedere mai alla vostra anima le celesti verità?

L’anima in grazia.

5La vostra anima, se fosse viva, ve le direbbe, essa che quando è in grazia è tenuta come un fiore fra le mani dell’angelo vostro essa che quando è in grazia è come un fiore baciato dal sole e irrorato dalla rugiada per lo Spirito Santo che la scalda e illumina, che la irriga e la decora di celesti luci.

6Quante verità vi direbbe la vostra anima se sapeste conversare con essa, se l’amaste come quella che mette in voi la somiglianza con Dio, che è Spirito come spirito è la vostra anima. Quale grande amica avreste se amaste la vostra anima in luogo di odiarla sino ad ucciderla; quale grande, sublime amica con la quale parlare di cose di Cielo, voi che siete così avidi di parlare e vi rovinate l’un l’altro con amicizie, che se non sono indegne (qual che volta lo sono) sono però quasi sempre inutili e vi si mutano in frastuono vano o nocivo di parole e parole tutte di terra.

7Non ho Io detto: ” Chi mi ama osserverà la mia Parola e il Padre mio l’amerà verremo presso di lui e faremo in lui dimora[76]? ” L’anima in grazia possiede l’amore e possedendo l’amo­re possiede Dio, ossia il Padre che la conserva, il Figlio che l’ammaestra, lo Spirito che la illumina. Possiede quindi la Conoscenza, la Scienza, la Sapienza. Possiede la Luce.

8Pensate perciò quali, conversazioni sublimi potrebbe intreccia­re con voi la vostra anima. Sono quelle che hanno empito i si­lenzi delle carceri, i silenzi delle celle, i silenzi degli eremitaggi, i silenzi delle camere degli infermi santi. Sono quelle che hanno confortato i carcerati in attesa di martirio, i claustrati alla ri­cerca della Verità, i romiti anelanti alla conoscenza anticipata di Dio, gli infermi alla sopportazione ma che dico? all’amore della loro croce.

9Se sapeste interrogare la vostra anima, essa vi direbbe che il significato vero, esatto, vasto quanto il creato, di quella parola ” domini ” è questo: ” Perché l’Uomo domini. su tutto. Su tutti i suoi tre strati. Lo strato inferiore animale. Lo strato di mezzo morale. Lo strato superiore spirituale. E tutti e tre li volga ad un unico fine: ‘Possedere Dio’”. Possederlo meritandolo con questo ferreo dominio che tiene soggette tutte le forze dell’io e le fa ancelle di questo unico scopo: meritare di possedere Dio.

Il Male e la Grazia.

Origine del Male[77].

10Vi direbbe che Dio aveva proibito la conoscenza del Bene e del Male perché il Bene lo aveva elargito alle sue creature gratuitamente, e il Male non voleva che lo conosceste perché è frutto dolce al palato ma che, sceso col suo succo nel sangue, ne desta una febbre che uccide e produce arsione, per cui più si beve di quel suo succo mendace e più se ne ha sete.

11Voi obbietterete: ” E perché ce la messo? ” E perché! Perché il Male è una forza che è nata da sola come certi mali mostruosi nel corpo più sano.

12Lucifero era angelo, il più bello degli angeli. Spirito perfetto inferiore a Dio soltanto. Eppure nel suo essere luminoso nacque un vapore di superbia che esso non disperse. Ma anzi condensò covandolo. E da questa incubazione è nato il Male. Esso era prima che l’uomo fosse. Dio l’aveva precipitato fuor dal Paradiso, l’Incubatore maledetto del Male, questo insozzatore del Paradiso. Ma esso è rimasto l’eterno Incubatore del Male, e non potendo più insozzare il Paradiso ha insozzato la Terra.

Il peccato originale[78].

13Quella metaforica pianta sta a dimostrare questa verità. Dio aveva detto all’Uomo e alla Donna: ” Conoscete tutte le leggi ed i misteri del creato. Ma non vogliate usurparmi il diritto di essere il Creatore dell’uomo. A propagare la stirpe umana basterà il mio Amore che circolerà in voi, e senza libidine di senso ma per, solo palpito di carità susciterà i nuovi Adami della stirpe. Tutto vi dono. Solo mi serbo questo mistero della formazione dell’uomo”.

14Satana ha voluto levare questa verginità intellettuale all’Uomo e con la sua lingua serpentina ha blandito e accarezzato membra e occhi di Eva suscitandone riflessi e acutezze che prima non avevano, perché la Malizia non li aveva intossicati. Essa ” vide “. E vedendo volle provare. La carne era destata.

15Oh! se avesse chiamato Dio! Se fosse corsa a dirgli: ” Padre! Io son malata. Il serpente mi ha accarezzata e il turbamento è in me “. Il Padre l’avrebbe purificata e guarita col suo alito, ché come le aveva infuso la vita poteva infonderle nuovamente innocenza, smemorandola del tossico serpentino ed anzi mettendo in lei la ripugnanza per il Serpente, come è in quelli che un male ha assalito e che, guariti di quel male, ne portano una istintiva ripugnanza.

16Ma Eva non va al Padre. Eva torna dal Serpente. Quella sensazione è dolce per lei. ” Vedendo che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi e bello all’occhio e gradevole all’aspetto, lo colse e ne mangiò”

17E ” comprese “. Ormai la malizia era scesa a morderle le viscere. Vide con occhi nuovi e udì con orecchi nuovi gli usi e le voci dei bruti. E li bramò con folle bramosia.

18Iniziò sola il peccato. Lo portò a termine col compagno. Ecco perché sulla donna pesa condanna maggiore[79]. È per lei che l’uo­mo è divenuto ribelle a Dio e che ha conosciuto lussuria e morte. È per lei che non ha più saputo dominare i suoi tre regni: dello spirito perché ha permesso che lo spirito disubbidisse a Dio; del morale perché ha permesso che le passioni lo signoreggiassero; della carne perché l’avvilì alle leggi istintive dei bruti.

19” Il Serpente mi ha sedotta ” dice Eva. ” La donna m’ha of­ferto il frutto ed io ne ho mangiato ” dice Adamo[80]. E la cupidigia triplice abbranca da allora i tre regni dell’uomo.

Il Vangelo della Grazia[81].

20Non c’è che la Grazia che riesca ad allentare la stretta di que­sto mostro spietato. E, se è viva, vivissima, mantenuta sempre più viva dalla volontà del figlio fedele, giunge a strozzare il mostro ed a non aver più a temere di nulla. Non dei tiranni interni: ossia della carne e delle passioni; non dei tiranni esterni: ossia del mondo e dei potenti del mondo. Non delle persecuzioni. Non della morte.

21E’ come dice l’apostolo Paolo: ” Nessuna di queste cose io temo, né tengo alla mia vita più di me, purché io compia la mia missione ed il ministero ricevuto dal Signore Gesù per rendere testimonianza al Vangelo della Grazia di Dio[82] “.

22I miei martiri hanno tenuto a compiere la loro missione e il ministero ricevuto. da Me di santificare il mondo e rendere testimonianza al Vangelo. Di. Nessun’altra cosa si sono preoccupati. Essi, per la Grazia vivente in loro e da loro tutelata con una cura quale non davano per la pupilla dei loro occhi e per la vita che gettavano con ilare prontezza, sapendo di gettare corruttibile spoglia per acquistarne una incorruttibile di infinito valore, erano tornati ” uomini e donne “, non più bruti. E da uomini e donne, figli del Padre celeste, vivevano e agivano.

Amore è darsi, offrirsi, immolarsi.[83].

23Come dice Paolo, essi ” non hanno bramato né oro, né argento, né vesti da alcuno “, ma anzi si sono fatti spogliare e si sono volontariamente spogliati di ogni ricchezza, fin della vita, ” per seguire Me ” sulla terra e nel Cielo.

24” Con le loro mani ” sempre come dice l’apostolo, ” han provveduto al bisogno loro e di altri”, hanno dato la Vita a sé ed hanno portato altri alla Vita.

25” Lavorando hanno soccorso gli infermi ” di quella tremenda infermità che è il vivere fuori della vera Fede e hanno tutto se stessi prodigato a questo scopo dando affetti, sangue, vita, fatiche, ogni cosa, ricordando le parole mie che ti ho detto tre giorni sono[84]: ” Dare è ricevere “, ” Dare è meglio che ricevere “, quelle parole che oggi, quando ti ho fatto aprire il Libro al capo 20 degli Atti e al versetto 35 tu hai letto con un sussulto perché hai ricordato di averle udite da poco e sei corsa a cercarle. E trovatele hai pianto, perché hai avuto una conferma che sono Io che parlo.

Un’anima di fanciullo

26Sì, sono lo. Non temere. Tu neppure te ne accorgi di quali verità divieni canale. Come l’uccellino sul ramo che canta felice quel canto che da millenni Dio ha messo nella sua piccola gola, e non sa perché escono quelle date note e non altre, e non sa di dire con quelle il suo nome e il nome del. suo Creatore, così tu ripeti quella Parola che parla in te e non sai neppure quanto essa è profonda nelle sue enunciazioni.

27Ma resta così: bambina. Amo tanto i bambini. Lo hai Visto[85]. Non m’hai visto ridere altro che con essi. Essi erano per Me la mia gioia d’Uomo. La Madre e il Discepolo, la mia gioia d’Uomo Dio e di Maestro. Il Padre, la mia gioia di Dio., Ma i bambini il mio sollievo giocondo sulla terra tanto amara.

28Resta così: bambina. Il tuo Salvatore, schiaffeggiato da tanti uomini, ha bisogno di rinfrescare le sue gote sulle gote dei bambini. Ha bisogno di appoggiare la sua fronte su dei capi che sono amorosi e senza malizia.

29Vieni, piccolo Giovanni, dal tuo Gesù. E restami sempre bambina. Il regno dei Cieli è di chi sa avere un’anima di fanciullo ed accogliere la Verità con la fiduciosa prontezza di un fanciullo.

30Sono Io, non temere. Io che ti parlo e ti benedico. Va’ in pace, piccolo Giovanni. Domani ti manderò Giovanni.»

9. La potenza della Croce[86].

La santa e lo stregone.

La Croce vince il demonio.

Dice Gesù:

1Scrivi: “Contro il potere del Demonio ogni potere ha la Croce”, e poi descrivi quanto vedrai.

2È la settimana di Passione: la preparatoria al trionfo della Croce. La croce è velata sugli altari, ma il Crocifisso è più che mai operante sul suo glorioso patibolo, dietro il suo velo, per chi lo ama e invoca. Descrivi.»

Proposta di fidanzamento.

3Vedo una giovane, poco più di giovinetta. È alle prese con un giovane sulla trentina. La giovane è bellissima. Alta, bruna, ben formata. Anche il giovane è bello. Ma quanto la giovane ha l’aspetto dolce pur nella sua severità, altrettanto questo uomo sotto il suo imposto sorriso ha un che poco simpatico. Sembra che sotto una patina di benevolenza abbia animo torbido e bieco.

4Fa delle grandi proteste di affetto alla giovane, dichiarandosi pronto a fare di lei una sposa felice, regina del suo cuore e della sua casa. Ma la giovane, che sento chiamare “Giustina”, respinge queste profferte d’amore con serena costanza.

5“Ma tu potresti fare di me un santo del tuo Dio, Giustina. Poiché tu sei cristiana, lo so. Ma io non sono nemico dei cristiani. Non sono incredulo sulle verità d’oltre tomba. Credo all’altra vita e all’esistenza dello spirito. Credo che esseri spirituali vegliano su noi e si manifestano e ci aiutano. Io pure ne ho aiuto. Come vedi, credo quanto tu credi, ne potrò mai accusarti perché dovrei accusare me pure del tuo stesso peccato. Non credo come tanti che i cristiani siano uomini che esercitano magia malvagia. E sono convinto che noi due insieme uniti faremo grandi cose”.

La vergine Giustina.

 6“Cipriano, non insistere. Io non discuto le tue credenze. Voglio anche credere che uniti faremo grandi cose. Non nego neppure d’esser cristiana e voglio ammettere che tu ami i cristiani. Pregherò che tu li abbia ad amare al punto da divenire un campione fra essi. Allora, se Dio vorrà, noi saremo congiunti in una sorte. In una sorte tutta spirituale, però. Perché d’altre unioni io sono schiva, volendo serbare tutta me stessa al mio Signore per conseguire quella Vita nella quale dici di credere tu pure, e giungere a possedere l’amicizia con quegli spiriti che anche tu ammetti siano veglianti su noi e operanti, in nome del Signore, opere di bene”.

7“Bada, Giustina! Il mio spirito protettore è potente. Ti piegherà a cedermi”.

8“Oh! no. Se egli è spirito di Cielo non potrà che volere ciò che Dio vuole. E Dio per me vuole verginità, e spero martirio. Non potrà perciò il tuo spirito indurmi a cosa contraria al volere di Dio. Ché se poi fosse spirito non di Cielo, allora nulla potrà su me, su cui è a difesa alzato il segno vincitore. Nella mente, nel cuore, nello spirito, sulla carne, è vivo quel segno, e carne, mente, cuore, spirito, saranno vittoriosi su qualunque voce che non sia quella del mio Signore. Va’ in pace, fratello, e Dio ti illumini a conoscere il vero. Io pregherò per la luce dell’anima tua”.

9Cipriano lascia la casa brontolando minacce che non comprendo bene. E Giustina lo guarda partire con lacrime di pietà. Poi si ritira in preghiera dopo aver rassicurato due vecchiotti, certo i genitori, accorsi appena partito il giovane. “Non temete. Dio ci proteggerà e farà nostro Cipriano. Pregate voi pure e abbiate fede”.

10La visione ha due parti, come se il luogo si bipartisse. In una vedo la camera di Giustina e nell’altra una stanza nella dimora di Cipriano.

La preghiera della vergine Giustina.

11La prima prega prostrata davanti ad una croce nuda, graffita fra due finestre come fosse un ornato e sormontata dalla figura dell’Agnello, fiancheggiata da una parte dal pesce e dall’altra da una fonte che pare attingere il suo liquido dalle gocce di sangue sgorganti dalla gola squarciata dell’Agnello mistico. Comprendo sono figure del simbolismo cristiano in auge in quei tempi crudeli. A mezz’aria sopra Giustina, prostrata in preghiera, è sospesa una luminosità dolce che, sebbene incorporea, ha parvenza di essere angelico.

Il rito magico dello stregone Cipriano.

12Nella stanza di Cipriano, invece, in mezzo a strumenti cabalistici e segni cabalistici e magici, è lo stesso Cipriano intento a trafficare intorno ad un tripode su cui getta sostanze resinose, direi, che fanno dense volute di fumo, e a tracciare su esse dei segni, mormorando parole di qualche oscuro rito. Nell’ambiente, che si satura di una nebbia azzurrognola che vela i contorni delle cose e fa apparire il corpo di Cipriano come dietro a lontananze d’acque tremule, si forma un punto fosforescente che ingrandisce piano piano sino a raggiungere un volume simile a quello di un corpo umano. Odo delle parole ma non ne capisco il significato. Vedo però che Cipriano si inginocchia e dà segni di venerazione come pregasse un potente. La nebbia dispare lentamente e Cipriano è di nuovo solo.

La potenza della Croce.

13Nella stanza di Giustina avviene invece un mutamento. Un punto fosforico e danzante come fuoco fatuo stringe cerchi sempre più stretti intorno alla giovane orante. Il mio interno ammonitore mi avverte che è l’ora della tentazione per Giustina e che quella luce cela un maligno il quale, con suscitare sensazioni e visioni mentali, cerca persuadere al senso la vergine di Dio.

14Io non vedo ciò che ella vede. Vedo solo che ella soffre e che, quando sta per essere sopraffatta, supera la potenza occulta col segno della croce tracciato su sé stessa con la mano e nell’aria con una crocetta che si è levata dal seno. Quando, alla terza volta, la tentazione deve essere violenta, Giustina si addossa alla croce graffita sul muro e alza a due mani davanti a sé l’altra piccola crocetta. Sembra un combattente isolato che si difenda al tergo stando addossato ad un incrollabile riparo e davanti con uno scudo invincibile. La luce fosforica non resiste a quel duplice segno e dilegua. Giustina resta in preghiera.

La vergine e lo stregone.

15Qui vi è una lacuna, perché la visione appare troncata. Ma la ritrovo poi negli stessi personaggi. Ancora è la vergine e Cipriano, in un serrato colloquio al quale assistono molti individui, che si uniscono a Cipriano nel pregare la fanciulla a cedere ed a sposarsi per liberare la città da una pestilenza.

16“Non io” risponde Giustina “devo cambiare pensiero, ma Cipriano vostro. Si liberi egli dalla schiavitù col suo spirito malvagio e la città sarà salva. Io, ora più che mai, resto fedele al Dio in cui credo e a Lui tutto sacrifico per il bene di voi tutti. Ed or si vedrà se il potere del mio Dio è superiore a quello dei vostri dèi e del Malvagio che costui adora”.

17La folla tumultua, parte contro Cipriano e parte contro la giovane…

Martirio di Sta Giustina e San Cipriano.

Cipriano Vescovo.

18…che io ritrovo poi unita al giovane, ormai molto più adulto e con i segni talari addosso: palio e tonsura in tondo, non più coi capelli ornati e piuttosto lunghi che aveva prima.

19Sono nella prigione di Antiochia in attesa del supplizio, e Cipriano ricorda alla compagna un antico discorso.

20“Or dunque si compie ciò che in diversa maniera profetammo aversi a compire. La tua croce ha vinto, Giustina. Tu sei stata la mia maestra, non la mia sposa. Tu mi hai liberato dal male e condotto alla Vita. Quando lo spirito tenebroso che adoravo mi confessò la sua impotenza a vincerti, ho compreso. ‘Essa vince per la Croce’ mi ha detto. ‘il mio potere è nullo su di lei. Il suo Dio Crocifisso è più potente di tutto l’inferno riunito. Egli mi ha già vinto infinite volte e sempre mi vincerà. Chi crede in Lui e nel suo Segno è salvo da ogni insidia. Solo chi in Lui non crede e spregia la sua Croce, cade in nostro potere e perisce nel nostro fuoco’. Non ho voluto andare a quel fuoco. Ma conoscere il Fuoco di Dio che ti faceva così bella e pura, così potente e santa. Tu sei la madre dell’anima mia e posto che mi sei madre, in questa ora, te ne prego, nutri la mia debolezza della tua forza, perché insieme si salga a Dio”.

21“Tu ora sei il mio vescovo, fratello mio. Nel nome del Cristo Signore nostro assolvimi da ogni colpa perché più pura del giglio io ti preceda nella gloria”.

22“Io ti benedico, non ti assolvo, ché colpa non è in te. E tu perdona al tuo fratello di tutte le insidie che ti ha teso. Prega per me che tanto errore ho fatto”.

23“Il tuo sangue e il tuo amore presente lavano ogni traccia d’errore. Ma preghiamo insieme: Pater noster…”.

Il martirio.

24Entrano dei carcerieri a turbare l’augusta preghiera.

25“Non vi bastano ancora i tormenti? Resistete ancora? Non sacrificate agli dèi?”.

26“A Dio facciamo il sacrificio di noi. Al Dio vero, unico, eterno, santo. Dateci la Vita. Quella vogliamo. Per Gesù Cristo Signore del mondo e di Roma, per il Re potente davanti al quale Cesare è polvere meschina, per il Dio davanti al quale si piegano gli angeli e tremano i demoni, a noi la morte”.

27I carnefici li rovesciano inferociti al suolo, li trascinano senza poterli disgiungere, ché le mani dei due eroi di Cristo sono saldate l’una all’altra.

28Così vanno al luogo del martirio che pare una delle solite aule dei Questori. E due fendenti, calati da due nerboruti giustizieri, spiccano i due capi eroici e dànno alle anime ali per il Cielo.

29La visione finisce così.

Testimonianza in favore della Croce[87].

Una piccola croce fra le mani.

Dice Gesù:

30«La vicenda di Giustina di Antiochia e di Cipriano è una delle più belle in favore della mia Croce. Essa, il patibolo irrorato dal mio Sangue, ha nel corso dei secoli operato infiniti miracoli. E ancora ne opererebbe se voi in essa aveste fede. Ma il miracolo della conversione di Cipriano, anima in potere di Satana che diventa un martire di Gesù, è uno dei più potenti e belli.

31Cosa vedete, o uomini? Una fanciulla sola con una piccola croce fra le mani e una leggera croce scalfita nel muro. Una fanciulla, con un cuore veramente convinto del potere della Croce, che in quella si rifugia per vincere.

32Di fronte a lei un uomo che il mercimonio con Satana fa ricco di tutti i vizi capitali. In lui lussuria, ira, menzogna, cecità spirituale e errore. In lui sacrilegio e connubio con le forze d’inferno. E in suo aiuto il signore dell’inferno con tutte le sue seduzioni.

La vittoria della Croce.

33Ebbene: vince la fanciulla. Non solo. Ma stretto da una forza invincibile, Satana deve confessare la verità e perdere il suo seguace. Non solo vince per sé la vergine fedele. Ma vince per la sua città, liberando Antiochia dal malefizio che si sparge come pestilenza uccidendo i cittadini. E vince per Cipriano facendo di lui, servo di Satana, un servo di Cristo. Il demonio, la malattia, l’uomo, vinti da una mano di fanciulla sorreggente la croce.

34Voi poco la conoscete questa mia martire. Ma dovreste raffigurarla ritta sulla pietra che chiude l’inferno, sotto la quale ringhia Satana, vinto e prigioniero, con la piccola mano armata della croce. E ricordarvela così, ed imitarla così. Poiché Satana ora più che mai scorre sulla terra e scatena le sue forze di male per farvi perire. E non c’è che la Croce che lo possa vincere. Ricordate che esso stesso ha confessato: “il Dio Crocifisso è più potente di tutto l’inferno. Sempre mi vincerà. Chi crede in Lui è salvo da ogni insidia”.

Fede nella Croce.

35Fede, fede, figli miei. È questione vitale per voi. O credete e avrete bene, o non credete e sempre più conoscerete il male.

36O voi che credete, usate di questo segno con venerazione. O voi che siete dubbiosi e che col dubbio l’avete cancellato dal vostro spirito come sotto dei succhi corrosivi – e il dubbio è infatti corrosivo quanto un acido – tornate a scolpire nel vostro pensiero e nel vostro cuore questo segno che vi fa sicuri di protezione divina.

37Se ora la croce è velata a simbolo della mia morte,[88] non sia mai velata nel vostro cuore. Come su un altare, essa in esso splenda. E vi sia luce che vi guida al porto. Vi sia il vessillo su cui affisserete lo sguardo beato nell’ultimo giorno, quando per quel segno Io separerò le pecore dai becchi e spingerò costoro nelle Tenebre eterne portando meco nella Luce i miei benedetti.»

Ora di abbracciarsi alla Croce.

Dice poi Gesù a me:

38«Tu la potenza della Croce l’hai provata. Tu non hai dubbi sulla veridicità della visione, perché tu pure hai visto fuggire Satana sotto alla tua mano alzante la mia croce.[89] Ma quanto pochi sono quelli che credono così! E non credendo non ricorrono neppure a questo segno benedetto.

39Anche questa visione è da includersi nei vangeli della Fede.[90] Non è Vangelo. Ma è Fede. Ed è ancora Vangelo perché Io ho detto: “A chi crederà in Me darò il potere di calcare serpi e scorpioni e la potenza del Nemico e nulla gli farà male”.[91]

40La tua fede aumenti ad ogni palpito del tuo cuore. E se questo, stanco, rallenta i suoi palpiti, non rallenti il tuo credere.

41Più l’ora della riunione con Dio è prossima e più occorre aumentare la fede. Perché nell’ora della morte, Satana, che mai non si è stancato di turbarvi coi suoi raggiri – e astuto, feroce, lusingatore con sorrisi, con canti, con ruggiti, con sibili, con carezze e unghiate, ha cercato di piegarvi – aumenta le sue operazioni per strapparvi al Cielo. È proprio questa l’ora di abbracciarsi alla Croce, perché le onde dell’ultima satanica bufera non vi abbiano a sommergere. Dopo viene la Pace eterna.

La Croce sia la tua forza.

42Animo, Maria. La Croce sia la tua forza ora e nell’ora della morte.

43La croce della morte, ultima croce dell’uomo, abbia due braccia. Una sia la mia Croce, l’altra il nome di Maria. Allora la morte avviene nella pace dei liberati anche della vicinanza di Satana. Perché esso, il Maledetto, non sopporta la Croce e il Nome della Madre mia.

44Si faccia sapere questo a molti. Poiché tutti avete a morire e tutti abbisognate di questo insegnamento per uscire vittoriosi dall’estrema insidia di chi vi odia infinitamente.»

10. Cecilia la vergine pura e fedele[92].

Celebrazione nelle catacombe.

Le Catacombe.

1Una bella e lunga visione che non ha nulla a che fare con la Santa penitente che io ho sempre amata tanto. La scrivo aggiungendo fogli a questo quaderno perché sono sola e prendo quanto ho sotto mano.

2Vedo le catacombe. Per quanto io non sia mai stata nelle catacombe, capisco che sono esse. Quali non so. Vedo oscuri meandri di stretti corridoi scavati nella terra, bassi e umidi, fatti tutti a giravolte come un labirinto. Si cammina diritti e sembra di poter continuare, al massimo di poter svoltare in un altro corridoio, invece ci si trova di fronte una parete terrosa e occorre svoltare, tornare indietro sino a ritrovare un altro corridoio che vada oltre.

3In essi sono loculi e loculi, pronti per ricevere martiri. Pronti in questo senso: che ognuno è leggermente scavato nella parete per dare una norma ai fossori. Così in principio. Ma più ci si addentra e più i loculi sono già fondi e compiti, messi tutti nel senso della parete, come tante cuccette di nave. Altri sono invece già colmi della loro santa spoglia e chiusi da una rozza lapide incisa malamente col nome del martire o del defunto e i segni cristiani, oltre una parola di addio e di raccomandazione.

4Ma questi loculi già completati e chiusi sono proprio in quella zona che suppongo sia la centrale della catacomba, perché qui si aprono sovente ambienti più vasti, come sale e salette, e più alti, ornati di graffiti e più luminosi degli altri per delle lucernette a olio sparse qua a là per devozione e per comodità dei fedeli ai quali per qualche motivo si spenga la propria lampadetta.

I fedeli cristiani.

5Anche le persone qui sono più numerose e sboccano da tutte le parti, salutandosi con amore, a voce bassa come il luogo santo lo richiede. Vi sono uomini, donne e bambini. Di ogni condizione sociale. Vestiti da poveri e da patrizi. Le donne hanno il capo coperto da una stoffa leggera come una mussola. Non è il velo di tulle, certo, ma è come una garza fitta fitta, più bella nelle ricche, più povera nelle povere, scura per le spose e vedove, bianca per le vergini. Vi sono spose che hanno i bambini in braccio. Forse non avevano a chi lasciarli e se li sono portati seco e, se i più grandicelli camminano al fianco delle mamme loro, i più piccini, certuni infanti, dormono beati sotto il velo materno, cullati dal passo della madre e dai canti lenti e pii che si elevano sotto le volte. Sembrano angioletti scesi dal Cielo e sognanti il Paradiso a cui sorridono nel sonno.

6La gente aumenta e finisce a radunarsi in una vastissima sala semicircolare che ha nel culmine del cerchio l’altare volto verso la folla ed è tutta coperta di pitture o mosaici. Non capisco bene. So che sono figurazioni colorate in cui splendono i toni più vivi o chiari e brillano le raggiere d’oro. Sull’altare molti lumi accesi. Intorno all’altare una corona di vergini bianco-vestite e bianco-velate.

7Entra, benedicente, un vecchio dall’aspetto buono e maestoso. Credo sia il Pontefice, perché tutti si prostrano riverenti. Egli è circondato da preti e diaconi e passa fra la siepe di teste chine con un sorriso di bellezza ineffabile sul volto. Il solo sorriso dice della sua santità. Sale all’altare e si prepara al rito mentre i fedeli cantano.

La celebrazione Eucaristica.

8La celebrazione ha luogo. È quasi simile alla nostra.[93] Molto più complessa di quella vista nel Tullianum, celebrata dall’apostolo Paolo, e di quella vista celebrare in casa di Petronilla.[94]

9Il vecchio celebrante, Vescovo di certo se non Pontefice, è aiutato e servito dai diaconi, i quali hanno vesti molto diverse dalle sue perché, mentre questo porta una veste (di celebrazione) che somiglia, tanto per darle un’idea, a quegli accappatoi da toletta che le donne usano per pettinarsi – mantellette tonde che coprono sul davanti e sul dietro e le spalle e braccia sino quasi al polso – i diaconi hanno una veste di celebrazione quasi uguale alle attuali, lunga sino al ginocchio e con maniche larghe e corte.

10La Messa consta di canti, che comprendo essere brani di salmi o dell’Apocalisse, di letture di brani epistolari o biblici e del Vangelo, i quali vengono commentati ai fedeli dai diaconi a turno.

11Finito di leggere il Vangelo – lo legge con voce di canto un giovane diacono – si alza il Pontefice. Lo chiamo così perché sento che così è indicato da una mamma ad un suo bambino piuttosto irrequieto. Il brano scelto era la parabola delle dieci vergini: sagge a stolte.[95]

Omelia sulla “verginità”.

Il Pontefice dice:

12«Propria delle vergini, questa parabola si rivolge a tutte le anime, poiché i meriti del Sangue del Salvatore e la Grazia riverginizza le anime e le fanno come fanciulle in attesa dello Sposo.

13Sorridete, o vecchi cadenti; alzate il volto, o patrizi sino a ieri immersi nella fanghiglia del paganesimo corrotto; guardate senza più rimpianto al vostro candido ignorare di fanciulle, o madri e spose. Non siete, nell’anima, dissimili da questi gigli fra cui passeggia l’Agnello e che ora fanno corona al suo altare. L’anima vostra ha bellezze di vergine che nessun bacio ha sfiorata, quando rinascete e permanete in Cristo, Signor nostro. Il suo venire fa più candida di alba su un monte coperto di neve l’anima che prima era sporca e nera dei vizi più abbietti. Il pentimento la deterge, la volontà la depura, ma l’amore, l’amore del nostro santo Salvatore, amore che viene dal suo Sangue che grida con voce d’amore, vi rende la verginità perfetta. Non già quella che aveste all’alba della vostra vita umana. Ma quella che era del padre di tutti: Adamo, ma quella che era della madre di tutti: Eva, prima che Satana passasse, traviando, sulla loro innocenza angelica, sull’innocenza: dono divino che li vestiva di grazia agli occhi di Dio e dell’universo.

14O santa verginità della vita cristiana! Bagno di Sangue, di Sangue di un Dio che vi fa nuovi e puri come l’Uomo e la Donna usciti dalle mani dell’Altissimo! O nascita seconda della vostra vita, nella vita cristiana, preludio di quella terza nascita che vi darà il Cielo quando vi salirete al cenno di Dio, candidi per la fede o purpurei per il martirio, belli come angeli e degni di vedere e seguire Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore nostro!

15Ma oggi, più che alle anime rinverginiate dalla Grazia, mi volgo a quelle chiuse in corpo vergine, con volontà di vergine. Alle vergini sagge che hanno compreso l’invito d’amore del Signor nostro e le parole del vergine Giovanni, e vogliono seguire per sempre l’Agnello fra la schiera di coloro che non conobbero contaminazione e che empiranno in eterno i Cieli del cantico che niuno può dire se non coloro che vergini sono per amore di Dio.[96] E parlo alla forte nella fede, nella speranza, nella carità, che si ciba questa notte delle Carni immacolate del Verbo e si corrobora col suo Sangue come di Vino celeste per esser forte nella sua impresa.

16Una fra voi si alzerà da questo altare per andare incontro a un destino il cui nome può essere “morte”. E vi va fidente in Dio, non della fede comune a tutti i cristiani, ma di una ancor più perfetta fede che non si limita a credere per sé stessa, a credere nella protezione divina per sé stessa. Ma crede anche per gli altri e spera di portare a questo altare colui che domani sarà agli occhi del mondo il suo sposo ma agli occhi di Dio il fratello suo dilettissimo. Doppia, perfetta verginità che si sente sicura della sua forza al punto di non temere violazione, di non temere ira di sposo deluso, di non temere debolezza di senso, di non temere paura di minacce, di non temere delusione di speranze, di non temere paura e quasi certezza di martirio.

17Alzati e sorridi al tuo Sposo vero, casta vergine di Cristo che vai incontro all’uomo guardando a Dio, che ci vai per portare l’uomo a Dio! Dio ti guarda e sorride e ti sorride la Madre che fu Vergine e gli angeli ti fanno corona. Alzati e vieni a dissetarti alla Fonte immacolata prima di andare alla tua croce, alla tua gloria.

18Vieni, sposa di Cristo. Ripeti a Lui il tuo canto d’amore sotto queste volte che ti sono più care della cuna della tua nascita al mondo, e portalo teco sino al momento che l’anima lo canterà nel Cielo mentre il corpo poserà nell’ultimo sonno fra le braccia di questa tua vera Madre: l’apostolica Chiesa.»

La seconda parte della Messa.

19Finita l’omelia del Pontefice, vi è un poco di brusio, perché i cristiani sussurrano guardando e accennando la schiera delle vergini. Ma viene zittito per far fare silenzio e poi vengono fatti uscire i catecumeni e la Messa prosegue.

20Non c’è il Credo. Almeno io non lo sento dire. Dei diaconi passano fra i fedeli raccogliendo offerte, mentre altri diaconi cantano con la loro voce virile alternando le strofe di un inno alle voci bianche delle vergini. Volute di incenso salgono verso la volta della sala mentre il Pontefice prega all’altare e i diaconi sollevano sulle palme le offerte raccolte in vassoi preziosi e in anfore pure preziose.

21La Messa prosegue ora così come è adesso. Dopo il dialogo che precede il Prefazio, e il Prefazio cantato dai fedeli, si fa un grande silenzio in cui si odono solo le aspirazioni e i sibili del celebrante che prega curvo sull’altare e che poi si solleva e a voce più distinta dice le parole della Consacrazione.

22Bellissimo il Pater intonato da tutti. Quando si inizia la distribuzione delle Specie i diaconi cantano. Vengono comunicate le vergini per prime. Poi cantano esse il canto udito per la sepoltura di Agnese:[97] “Vidi sopra monte Sion Agnum stantem…”. Il cantico dura sinché dura la distribuzione delle Specie alternandosi al salmo: “Come il cervo sospira alle acque, così l’anima mia anela Te mio Dio”[98] (credo avere tradotto bene).

Sposalizio di Cecilia.

La vergine Cecilia.

23La Messa ha termine. I cristiani si affollano intorno al Pontefice per esserne benedetti anche singolarmente e per accomiatarsi dalla vergine a cui si è rivolto il Pontefice. Questi saluti avvengono però in una sala vicina, una anticamera, direi, della chiesa vera e propria. E avvengono quando la vergine, dopo una preghiera più lunga di tutte degli altri presenti, si alza dal suo posto, si prostra ai piedi dell’altare e ne bacia il bordo. Pare proprio un cervo che non sappia staccarsi dalla sua fonte d’acqua pura.

24Sento che la chiamano: “Cecilia, Cecilia”[99] e la vedo, finalmente, in viso, perché ora è ritta presso il Pontefice e si è un poco sollevato il velo. È bellissima e giovanissima. Alta, formosa con grazia, molto signorile nel tratto, con una bella voce e un sorriso e uno sguardo d’angelo. Dei cristiani la salutano con lacrime, altri con sorrisi. Alcuni le dicono come mai si è potuta decidere a nozze terrene, altri se non teme l’ira del patrizio quando la scoprirà cristiana.

25Una vergine si rammarica che ella rinunci alla verginità. Risponde Cecilia a lei per rispondere a tutti: “Ti sbagli, Balbina. Io non rinuncio a nessuna verginità. A Dio ho sacrato il mio corpo come il mio cuore e a Lui resto fedele. Amo Dio più dei parenti. Ma li amo ancora tanto da non volerli portare a morte prima che Dio li chiami. Amo Gesù, Sposo eterno, più d’ogni uomo. Ma amo gli uomini tanto da ricorrere a questo mezzo per non perdere l’anima di Valeriano. Egli mi ama, ed io castamente lo amo, perfettamente lo amo, tanto da volerlo avere meco nella Luce e nella Verità. Non temo le sue ire. Spero nel Signore per vincere. Spero in Gesù per cristianizzare lo sposo terreno. Ma se non vincerò in questo, e martirio mi verrà dato, vincerò più presto la mia corona. Ma no!… Io vedo tre corone scendere dal Cielo: due uguali e una fatta di tre ordini di gemme. Le due uguali sono tutte rosse di rubini. La terza è di due fasce di rubini intorno e un grande cordone di perle purissime. Esse ci attendono. Non temete per me. La potenza del Signore mi difenderà. In questa chiesa ci troveremo presto uniti per salutare dei nuovi fratelli. Addio. In Dio”.

Lo sposalizio di Cecilia.

26Escono dalle catacombe. Si avvolgono tutti in mantelli scuri e sgattaiolano per le vie ancora semioscure perché l’alba è appena appena al suo inizio.

27Seguo Cecilia che va insieme a un diacono e a delle vergini. Alla porta di un vasto fabbricato si lasciano. Cecilia entra con due vergini sole. Forse due ancelle. Il portinaio però deve essere cristiano perché saluta così: “Pace a te!”.

28Cecilia si ritira nelle sue stanze e insieme alle due prega e poi si fa preparare per le nozze. La pettinano molto bene. Le infilano una finissima veste di lana candidissima, ornata di una greca in ricamo bianco su bianco. Sembra ricamata in argento e perle. Le mettono monili alle orecchie, alle dita, al collo, ai polsi.

29La casa si anima. Entrano matrone e altre ancelle. Un via vai festoso e continuo.

30Poi assisto a quello che credo sia lo sposalizio pagano. Ossia l’arrivo dello sposo fra musiche e invitati e delle cerimonie di saluti e aspersioni e simili storie, e poi la partenza in lettiga verso la casa dello sposo tutta parata a festa. Noto che Cecilia passa sotto archi di bende di lana bianca e di rami che mi paiono mirto e si ferma davanti al larario, credo, dove vi sono nuove cerimonie di aspersioni e di formule. Vedo a odo i due darsi la mano e dire la frase rituale: 38“Dove tu, Caio, io Caia”.

31Vi è tanta di quella gente e su per giù tutta in vesti uguali: toghe, toghe e toghe, che non capisco quale sia il sacerdote del rito e se c’è. Mi pare di avere il capogiro.

32Poi Cecilia, tenuta per mano dallo sposo, fa il giro dell’atrio (non so se dico bene), insomma della sala a nicchie e colonne dove è il larario, e saluta le statue degli antenati di Valeriano, credo. E poscia passa sotto nuovi archi di mirto ed entra nella vera casa. Sulla soglia le offrono doni e, fra l’altro, una rocca e un fuso. Glie la offre una vecchia matrona. Non so chi sia.

33La festa si inizia col solito banchetto romano e dura fra canti e danze. La sala è ricchissima come tutta la casa. Vi è un cortile – credo si chiami impluvio, ma non ricordo bene i nomi della edilizia romana né so se li applico giusti – che è un gioiello di fontane, statue e aiuole. Il triclinio è fra questo e il giardino folto e fiorito che è oltre la casa. Fra i cespugli, statue di marmo e fontane bellissime.

34Mi sembra passi molto tempo perché la sera scende. Si vede che per i romani non c’erano le tessere.[100] Il banchetto non finisce mai. È vero che vi sono soste di canti e danze. Ma insomma…

35Cecilia sorride allo sposo che le parla e la guarda con amore. Ma pare un poco svagata. Valeriano le chiede se è stanca e, forse per farle cosa gradita, si alza per licenziare gli ospiti.

L’evangelizzatrice dello sposo.

36Cecilia si ritira nelle sue nuove stanze. Le sue ancelle cristiane sono con lei. Pregano e, per avere una croce, Cecilia bagna un dito in una coppa che deve servire alla toletta e segna una leggera croce scura sul marmo di una parete. Le ancelle la svestono del ricco abito mettendole una semplice veste di lana, le sciolgono i capelli levandone le forcine preziose e glie li annodano in due trecce. Senza gioielli, senza riccioli, così, con le trecce sulle spalle, Cecilia pare una giovinetta, mentre giudico abbia dai 18 ai 20 anni.

37Un’ultima preghiera e un cenno alle ancelle che escono per tornare con altre più anziane, certo della casa di Valeriano. In corteo vanno ad una magnifica camera e le più vecchie accompagnano Cecilia al letto che è poco dissimile dai divani alla turca di ora, soltanto la base è di avorio intarsiato e colonne di avorio sono ai quattro lati, sorreggenti un baldacchino di porpora. Anche il letto è coperto di ricchissime stoffe di porpora. La lasciano sola.

38Entra Valeriano e va a mani tese verso Cecilia. Si vede che l’ama molto. Cecilia sorride al suo sorriso. Ma non va verso lui. Resta in piedi al centro della stanza, perché, non appena uscite le vecchie ancelle che l’avevano adagiata sul letto, ella si è rialzata.

39Valeriano se ne stupisce. Crede non l’abbiano servita a dovere ed è già iracondo verso le ancelle. Ma Cecilia lo placa dicendo che fu lei a volerlo attendere in piedi.

40“Vieni, allora, Cecilia mia” dice Valeriano cercando di abbracciarla. “Vieni, ché io ti amo tanto”.

41“Io pure. Ma non mi toccare. Non mi offendere con carezze umane”.

42“Ma Cecilia!… Sei mia sposa”.

43“Son di Dio, Valeriano. Son cristiana. Ti amo, ma con l’anima in Cielo. Tu non hai sposato una donna, ma una figlia di Dio cui gli angeli servono. E l’angelo di Dio sta meco a difesa. Non offendere la celeste creatura con atti di triviale amore. Ne avresti castigo”.

44Valeriano è trasecolato. Dapprima lo stupore lo paralizza, ma poi l’ira d’esser beffato lo soverchia ed egli si agita e urla. È un violento, deluso sul più bello. “Tu mi hai tradito! Tu ti sei fatta giuoco di me. Non credo. Non posso, non voglio credere che tu sei cristiana. Sei troppo buona, bella e intelligente per appartenere a questa sozza congrega. Ma no!… È uno scherzo. Tu vuoi giuocare come una bambina. È la tua festa. Ma lo scherzo è troppo atroce. Basta. Vieni a me”.

45“Sono cristiana. Non scherzo. Mi glorio d’esserlo perché esserlo vuol dire esser grandi in terra e oltre. Ti amo, Valeriano. Ti amo tanto che sono venuta a te per portarti a Dio, per averti con me in Dio”.

46“Maledizione a te, pazza e spergiura! Perché mi hai tradito? Non temi la mia vendetta? …”

47“No, perché so che sei nobile e buono e mi ami. No, perché so che non osi condannare senza prova di colpa. Io non ho colpa…”.

48“Tu menti dicendo di angeli e dei. Come posso credere a questo? Dovrei vedere e se vedessi… se vedessi ti rispetterei come angelo. Ma per ora sei la mia sposa. Non vedo nulla. Vedo te sola”.

49“Valeriano, puoi credere che io menta? Lo puoi credere, proprio tu che mi conosci? Sono dei vili, Valeriano, le menzogne. Credi a quanto ti dico. Se tu vuoi vedere l’angelo mio, credi in me e lo vedrai. Credi a chi ti ama. Guarda: sono sola con te. Tu potresti uccidermi. Non ho paura. Sono in tua balìa. Mi potresti denunciare al Prefetto. Non ho paura. L’angelo mi ripara delle sue ali. Oh! se tu lo vedessi! …”

50“Come potrei vederlo?”

51“Credendo in ciò che io credo. Guarda: sul mio cuore è un piccolo rotolo. Sai cosa è? È la Parola del mio Dio. Dio non mente, e Dio ha detto di non avere paura, noi che crediamo in Lui, ché aspidi e scorpioni saranno senza veleno per il nostro piede…”.[101]

52“Ma pure voi morite a migliaia nelle arene…”

53“No. Non moriamo. Viviamo eterni. L’Olimpo non è. Il Paradiso è. In esso non sono gli dei bugiardi e dalle passioni brutali. Ma solo angeli e santi nella luce e nelle armonie celesti. Io le sento… Io le vedo… O Luce! O Voce! O Paradiso! Scendi! Scendi! Vieni a far tuo questo tuo figlio, questo mio sposo. La tua corona prima a lui che a me. A me il dolore d’esser senza il suo affetto, ma la gioia di vederlo amato da Te, in Te, prima del mio venire. O gioioso Cielo! O eterne nozze! Valeriano, saremo uniti davanti a Dio, vergini sposi, felici di un amore perfetto…” Cecilia è estatica.

54Valeriano la guarda ammirato, commosso. “Come potrei… come potrei avere ciò? Io sono il patrizio romano. Sino a ieri gozzovigliai e fui crudele. Come posso esser come te, angelo?”

55“Il mio Signore è venuto per dare vita ai morti. Alle anime morte. Rinasci in Lui e sarai simile a me. Leggeremo insieme la sua Parola e la tua sposa sarà felice d’esserti maestra. E poi ti condurrò meco dal Pontefice santo. Egli ti darà la completa luce e la grazia. Come cieco a cui si aprono le pupille tu vedrai. Oh! vieni, Valeriano, e odi la Parola eterna che mi canta in cuore”.

56E Cecilia prende per mano lo sposo, ora tutto umile e calmo come un bambino, e si siede presso a lui su due ampi sedili e legge il I capitolo del Vangelo di S. Giovanni sino al v. 14, poi il cap. 3° nell’episodio di Nicodemo.

57La voce di Cecilia è come musica d’arpa nel leggere quelle pagine e Valeriano le ascolta prima stando seduto col capo appuntellato alle mani, posando i gomiti sui ginocchi, ancora un poco sospettoso e incredulo, poi appoggia il capo sulla spalla della sposa e a occhi chiusi ascolta attentamente e, quando lei smette, supplica: “Ancora, ancora”. Cecilia legge brani di Matteo e Luca, tutti atti a persuadere sempre più lo sposo, e termina tornando a Giovanni del quale legge dalla lavanda in poi.[102]

58Valeriano ora piange. Le lacrime cadono senza sussulti dalle sue palpebre chiuse. Cecilia le vede e sorride, ma non mostra notarle. Letto l’episodio di Tommaso incredulo[103], ella tace…

59E restano così, assorti l’una in Dio, l’altro in sé stesso, sinché Valeriano grida: “Credo. Credo, Cecilia. Solo un Dio vero può aver detto quelle parole e amato in quel modo. Portami dal tuo Pontefice. Voglio amare ciò che tu ami. Voglio ciò che tu vuoi. Non temere più di me, Cecilia. Saremo come tu vuoi: sposi in Dio e qui fratelli. Andiamo, ché non voglio tardare a vedere ciò che tu vedi: l’angelo del tuo candore “.

60E Cecilia raggiante si alza, apre la finestra, scosta le tende perché la luce del nuovo giorno entri, e si segna dicendo il Pater nostre: adagio, adagio perché lo sposo possa seguirla, e poi con la sua mano lo segna in fronte e sul cuore e per ultimo gli prende la mano e glie la porta alla fronte, al petto, alle spalle nel segno di croce, e poi esce tenendo lo sposo sempre per mano, guidandolo verso la Luce.

61Non vedo altro.

Insegnamento del maestro.

Dall’altare alla prova.

Ma Gesù mi dice:

62«Quanto avete da imparare dall’episodio di Cecilia! È un vangelo della Fede.[104] Perché la fede di Cecilia era ancor più grande di quella di tante altre vergini.

63Considerate. Ella va alle nozze fidando in Me che ho detto: “Se avrete tanta fede quanto un granello di senapa, potrete dire a un monte: ritirati, ed esso si sposterà”.[105] Vi va sicura del triplo miracolo di esser preservata da ogni violenza, di esser apostola dello sposo pagano, di esser immune per il momento, e da parte di lui, da ogni denuncia. Sicura nella sua fede, ella fa un passo rischioso, agli occhi di tutti, non ai suoi, perché i suoi fissi in Me vedono il mio sorriso. E la sua fede ha ciò che ha sperato.

64Come va al cimento? Corroborata di Me. Si alza da un altare per andare alla prova. Non da un letto. Non parla con uomini. Parla con Dio. Non si appoggia altro che a Me.

65Ella lo amava santamente Valeriano, lo amava oltre la carne. Angelica sposa, vuole continuare ad amare così il consorte per tutta la vera Vita. Non si limita a farlo felice qui. Vuole farlo felice in eterno. Non è egoista. Dà a lui ciò che è il suo bene: la conoscenza di Dio. Affronta il pericolo pur di salvarlo. Come madre, ella non cura pericoli pur di dare alla Vita un’altra creatura.

66La vera Religione non è mai sterile. Dà ardori di paternità e maternità spirituali che empiono i secoli di calori santi. Quanti coloro che in questi venti secoli hanno effuso se stessi, facendosi eunuchi volontari[106] pur di esser liberi di amare non pochi, ma tanti, ma tutti gli infelici!

67Guardate quante vergini fanno da madri agli orfani, quanti vergini da padri ai derelitti. Guardate quanti generosi senza tonaca o divisa fanno olocausto della loro vita per portare a Dio la miseria più grande: le anime che si sono perdute e impazzano nella disperazione e nella solitudine spirituale. Guardate. Voi non li conoscete. Ma Io li conosco uno per uno e li vedo come diletti del Padre.

“Beati i puri perché vedranno Dio”.

68Cecilia vi insegna anche una cosa. Che per meritare di vedere Iddio bisogna esser puri. Lo insegna a Valeriano e a voi. Io l’ho detto: “Beati i puri perché vedranno Dio”.[107]

69Esser puri non vuol dire esser vergini. Vi sono vergini che sono impuri, e padri e madri che sono puri. La verginità è l’inviolatezza fisica e, dovrebbe essere, spirituale. La purezza è la castità che dura nelle contingenze della vita. In tutte. È puro colui che non pratica e seconda la libidine e gli appetiti della carne. È puro colui che non trova diletto in pensieri e discorsi o spettacoli licenziosi. È puro colui che, convinto della onnipresenza di Dio, si comporta sempre, sia che sia con sé solo che con altri, come fosse in mezzo ad un pubblico.

70Dite: fareste in mezzo ad una piazza ciò che vi permettete di fare nella vostra stanza? Direste ad altri, coi quali volete rimanere in alto concetto, ciò che ruminate dentro? No. Perché su una via incorrereste nelle pene degli uomini e presso gli uomini nel loro disprezzo. E perché allora fate diversamente con Dio? Non vi vergognate di apparire a Lui quali porci, mentre vi vergognate di apparire tali agli occhi degli uomini?

71Valeriano vide l’angelo di Cecilia e ebbe il suo e portò a Dio Tiburzio. Lo vide dopo che la Grazia lo rese degno, e la volontà insieme, di vedere l’angelo di Dio. Eppure Valeriano non era vergine. Non era vergine. Ma quale merito sapersi strappare, per un amore soprannaturale, ogni abitudine inveterata di pagano! Grande merito in Cecilia che seppe tenere l’affetto per lo sposo in sfere tutte spirituali, con una verginità doppiamente eroica; grande merito in Valeriano di saper volere rinascere alla purezza dell’infanzia, per venire con bianca stola nel mio Cielo.

72I puri di cuore! Aiuola profumata e fiorita su cui trasvolano gli angeli. I forti nella fede. Rocca su cui si alza e splende la mia Croce. Rocca di cui ogni pietra è un cuore cementato all’altro nella comune Fede che li lega.

73Nulla Io nego a chi sa credere e vincere la carne e le tentazioni. Come a Cecilia, Io do vittoria a chi crede ed è puro di corpo e di pensiero.

“Beati i puri perché vedranno Dio”.

74Il Pontefice Urbano ha parlato sulla riverginizzazione delle anime attraverso la rinascita e la permanenza in Me. Scappiatela raggiungere. Non basta esser battezzati per essere vivi in Me. Bisogna sapervi rimanere.

75Lotta assidua contro il demonio e la carne. Ma non siete soli a combatterla. L’angelo vostro ed Io stesso siamo con voi. E la terra si avvierebbe verso la vera pace quando i primi a far pace fossero i cuori con sé stessi e con Dio, con sé stessi e i fratelli, non più essendo arsi da ciò che è male e che a sempre maggior male spinge. Come valanga che si inizia da un nulla e diviene massa immane.

76Tanto dovrei dire ai coniugi. Ma a che pro? Già ho detto[108]. Né si volle capire. Nel mondo decaduto non soltanto la verginità pare mania ma la castità nel coniugio, la continenza, che fa dell’uomo un Uomo e non una bestia, non è più riputata che debolezza e menomazione.

77Siete impuri e trasudate impurità. Non date nomi ai vostri mali morali. Ne hanno tre, i sempre antichi e sempre nuovi: orgoglio, cupidigia e sensualità. Ma ora avete raggiunto la perfezione in queste tre belve che vi sbranano e che andate cercando con pazza bramosia.

78Per i migliori ho dato questo episodio, per gli altri è inutile perché alla loro anima sporca di corruzione non fa che muovere solletico di riso. Ma voi buoni state fedeli. Cantate con cuore puro la vostra fede a Dio. E Dio vi consolerà dandosi a voi come Io ho detto. Ai buoni fra i migliori darò la conoscenza completa della conversione di Valeriano per il merito di una vergine pura e fedele.»

11. Conversione di Valeriano[109].

Battesimo di Valeriano e Tiburzio.

1La bontà del Signore mi concede il proseguimento della visione.

2Vedo così il battesimo dei due fratelli,[110] istruiti certo dal Pontefice Urbano e da Cecilia. Lo comprendo perché Valeriano dice nel salutare Urbano: “Or dunque tu, che mi hai dato la conoscenza di questa gloriosa Fede, mentre Cecilia mia me ne ha dato la dolcezza, aprimi le porte della Grazia. Che io sia di Cristo per esser simile all’angelo che Egli m’ha dato per sposa e che mi ha aperto vie celesti in cui procedo dimentico di tutto il passato. Non tardare oltre, o Pontefice. Io credo. E ardo di confessarlo per la gloria di Gesù Cristo, nostro Signore”.

3Questo lo dice alla presenza di molti cristiani che appaiono molto commossi e festanti, e che sorridono al nuovo cristiano e alla felice Cecilia che lo tiene per mano, stando fra sposo e cognato, e che sfavilla nella gioia di quest’ora.

4La chiesa catacombale è tutta ornata per la cerimonia. Riconosco drappi e coppe preziose che erano nella dimora di Valeriano. Certo sono stati donati per l’occasione e per inizio di una vita di carità dei nuovi cristiani.

5Valeriano a Tiburzio sono vestiti di bianco senza nessun ornamento. Anche Cecilia è tutta bianca e pare un bell’angelo.

6Non vi è fonte battesimale vero e proprio. Almeno in questa catacomba non c’è. Vi è un largo e ricchissimo bacile appoggiato su un basso tripode. Forse in origine era un brucia-profumi in qualche casa patrizia o un brucia-incensi. Ora fa da fonte battesimale. Le laminature d’oro, che rigano con greche e rosoni l’argento pesante del bacile, splendono alla luce delle numerose lampadette che i cristiani hanno in mano.

7Cecilia conduce i due presso il bacile e sta loro al fianco mentre il Pontefice Urbano, usando una delle coppe portate da Valeriano, attinge l’acqua lustrale e la sparge sulle teste chine sul bacile pronunciando la formula sacramentale. Cecilia piange di gioia e non saprei dire dove guardi di preciso, perché il suo sguardo, pur posandosi carezzoso sullo sposo redento, pare vedere oltre e sorridere a ciò che solo lei vede.

8Non vi è altra cerimonia. E questa termina con un inno e la benedizione del Pontefice. Valeriano, con ancora gocce di acqua fra i capelli morati e ricciuti, riceve il bacio fraterno dei cristiani e le loro felicitazioni per avere accolto la Verità.

9“Non ero capace di tanto, io, infelice pagano avvolto nell’errore. Ogni merito è di questa soave mia sposa. La sua bellezza e la sua grazia avevano sedotto me uomo. Ma la sua fede e la sua purezza hanno sedotto lo spirito mio. Non le ho voluto essere dissimile per poterla amare e comprendere più ancora. Di me, iracondo e sensuale, ella ha fatto ciò che vedete: un mite e un puro, e spero, con l’aiuto di lei, crescere sempre più in queste vie. Ora ti vedo, angelo del verginale candore, angelo della sposa mia, e ti sorrido poiché mi sorridi. Ora ti vedo, angelico splendore!… La gioia del contemplarti è ben superiore ad ogni asprezza di martirio. Cecilia, santa, preparami ad esso. Su questa stola io voglio scrivere col mio sangue il nome dell’Agnello”.

La casa cristiana.

10L’assemblea si scioglie e i cristiani tornano alle loro dimore. Quella di Valeriano mostra molti mutamenti. Vi è ancora ricchezza di statue e suppellettili, ma già molto ridotta e soprattutto più casta. Mancano il larario e i bracieri degli incensi davanti agli dei. Le statue più impudiche hanno fatto posto ad altri lavori scultorei che, per essere o rappresentazioni di bambini festanti o di animali, appagano l’occhio ma non offendono il pudore. È la casa cristiana.

11Nel giardino sono raccolti molti poveri e ad essi i neo-cristiani distribuiscono viveri e borse con oboli. Non vi sono più schiavi nella casa, ma servi affrancati e felici.

12Cecilia passa sorridente e benedetta, e la vedo poi sedersi fra sposo e cognato e leggere loro dei brani sacri e rispondere alle loro domande. E poi, ad istanza di Valeriano, ella canta degli inni che allo sposo devono piacere molto. Comprendo perché sia patrona della musica. La sua voce è duttile e armoniosa, e le sue mani scorrono veloci sulla cetra, o lira che sia, traendone accordi simili a perle ricadenti su un cristallo sottile e arpeggi degni della gola di un usignolo.

13E non vedo altro perché la visione mi cessa su questa armonia.

Le tre corone del martirio.

14Ritrovo Cecilia sola e comprendo già perseguitata dalla legge romana.

15La casa appare devastata, spoglia di quanto era ricchezza. Ma questo potrebbe esser opera anche degli sposi cristiani. Il disordine invece fa pensare che siano entrati con violenza e con ira i persecutori ed abbiano manomesso e frugato ogni cosa.

16Cecilia è in una vasta sala seminuda e prega fervorosamente. Piange, ma senza disperazione. Un pianto dato da un dolore cristiano in cui è fuso anche conforto soprannaturale.

17Entrano delle persone. “La pace a te, Cecilia” dice un uomo sulla cinquantina, pieno di dignità.

18“La pace a te, fratello. Lo sposo mio? …”

19Il suo corpo riposa in pace e la sua anima giubila in Dio. Il sangue del martire, anzi dei martiri, è salito come incenso al trono dell’Agnello unito a quello del persecutore convertito. Non abbiamo potuto portarti le reliquie per non farle cadere in mano dei profanatori”.

20Non occorre. La mia corona già scende. Presto sarò dove è lo sposo mio. Pregate, fratelli, per l’anima mia. E andate. Questa casa non è più sicura. Fate di non cadere fra le unghie dei lupi perché il gregge di Cristo non sia senza pastori. Saprete quando sarà l’ora di venire, per me. La pace a voi, fratelli”.

21Intuisco da questo che Cecilia era già in stato d’arresto. Non so perché è lasciata in casa sua, ma è già, virtualmente, prigioniera.

22La vergine prega, avvolta in una luminosità vivissima, e mentre delle lacrime scendono dai suoi occhi un sorriso celeste le schiude le labbra. È un contrasto bellissimo in cui si vede il dolore umano fuso col gaudio soprannaturale.

23Mi viene risparmiata la scena del martirio. Ritrovo Cecilia in una specie di torre, dico così perché l’ambiente è circolare come una torre. Un ambiente non vasto, piuttosto basso, almeno mi pare per la nebbia di vapore che lo empie e specie verso l’alto fa nube che vieta di vedere bene. È sola anche ora. Già abbattuta ma non ancora nella posa che è stata eternata nella statua del Maderno (mi pare).[111]

24È su un fianco come se dormisse. Le gambe lievemente flesse, le braccia raccolte a croce sul seno, gli occhi chiusi, un lieve ansare di respiro. Le labbra molto cianotiche si muovono lievemente. Certo prega. Il capo posa sulla massa dei capelli semi sfatti come su un serico cuscino. Il sangue non si vede. È scolato via dai buchi del pavimento che è tutto traforato come un crivello. Solo verso la testa il marmo bianco mostra anelli rossastri ad ogni buco come li avessero, questi buchi, tinti all’interno con del minio.

25Cecilia non geme, non piange. Prega. Ho l’impressione che sia caduta così quando fu ferita e che così sia rimasta forse per impossibilità di alzare il capo, il collo in specie, dai nervi recisi. Pure la vita resiste. Quando ella sente che la vita sta per fuggire, fa uno sforzo sovrumano per muoversi e porsi in ginocchio. Ma non ottiene che di fare una semi rotazione su se stessa e cadere nella posa che le vediamo,[112] sia del capo che delle braccia, sulle quali si è inutilmente puntellata, e che sono slittate sul marmo lucido senza sorreggere il busto. Là dove era primo il capo appare una chiazza rossa di sangue fresco, ed i capelli da quel lato della ferita[113] sono simili ad una matassa di fili purpurei, imbevuti di sangue come sono.

     26La santa muore senza sussulti in un ultimo atto di fede, compiuto dalle dita per la bocca che non può più parlare. Non vedo l’espressione del volto perché è contro il suolo. Ma certo ella è morta con un sorriso.

Insegnamento di Gesù.

Il profumo delle virtù.

Dice Gesù:

27«La fede è una forza che trascina e la purezza un canto che seduce. Ne avete visto il prodigio.

28Il matrimonio deve essere non scuola di corruzione ma di elevazione. Non siate inferiori ai bruti, i quali non corrompono con inutili lussurie l’azione del generare. Il matrimonio è un sacramento. Come tale è, e deve rimanere, santo per non divenire sacrilego. Ma anche non fosse sacramento, è sempre l’atto più solenne della vita umana i cui frutti vi equiparano quasi al Creatore delle vite, e come tale va almeno contenuto in una sana morale umana. Se così non è, diviene delitto e lussuria.

29Due che si amino santamente, dall’inizio, sono rari, perché troppo corrotta è la società. Ma il matrimonio è elevazione reciproca. Deve esser tale. Il coniuge migliore deve essere fonte di elevazione, né limitarsi ad esser buono, ma adoperarsi perché alla bontà giunga l’altro.

30Vi è una frase nel Cantico dei cantici che spiega il potere soave della virtù: “Attirami a te! Dietro a te correremo all’odore dei tuoi profumi”.[114]

31Il profumo della virtù. Cecilia non ha usato altro. Non è andata con minacce e sussieghi verso Valeriano. Vi è andata intrisa, come sposa da presentarsi al re, nei suoi meriti come in tanti odoriferi oli. 38E con quelli ha trascinato al bene Valeriano.

32“Attirami a Te” mi ha detto per tutta la vita, e specie nell’ora in cui andava alle nozze. Sperduta in Me, non era più che una parte di Cristo. E come in un frammento di particola vi è tutto Cristo, così in questa vergine vi ero, operante e santificante come fossi stato di nuovo per le vie del mondo.

33“Attirami a Te, perché Valeriano ti senta attraverso di me e noi (ecco l’amore vero della sposa) e noi correremo dietro di Te”. Non si limita a dire: “e io correrò dietro di Te perché non posso più vivere senza sentirti”. Ma vuole che il consorte corra a Dio insieme a lei perché lui pure santamente nostalgico dell’odore di Cristo.

34E vi riesce. Come capitano su nave investita dai marosi – il mondo – ella salva i suoi più cari, e per ultima lascia la nave, solo quando per essi è già aperto il porto di pace. Allora il compito è finito. Non resta che testimoniare ancora, oltre la vita, la propria fede.

35Non vi è più bisogno di pianto. Esso era di amoroso affanno per i due che andavano al martirio e che, perché uomini, potevano esser tentati all’abiura. Ora che sono santi in Dio, non più pianto. Pace, preghiera e grido, muto grido di fede: “io credo nel Dio uno e trino”.

36Quando si vive di fede, si muore con uno splendore di fede in cuore e sul labbro. Quando si vive di purezza, si converte senza molte parole. L’odore delle virtù fa volgere il mondo. Non tutto si converte. Ma lo fanno i migliori fra esso. E ciò basta.

37Quando saranno cognite le azioni degli uomini, si vedrà che più delle altisonanti prediche sono valse a santificare le virtù dei santi sparsi sulla terra. Dei santi: gli amorosi di Dio.»

12.  Martirio di Stefano[115].

Il primo martire della Fede

1L’aula del Sinedrio, uguale, e per disposizione, e per persone, a come era nella notte tra il giovedì e il venerdì durante il processo di Gesù. Il Sommo Sacerdote e gli altri sono sui loro scanni. Al centro, davanti al Sommo Sacerdote, nello spazio vuoto dove, durante il processo, era Gesù, è ora Stefano. Egli deve aver già parlato, confessando la sua fede e testimoniando sulla vera Natura del Cristo e sulla sua Chiesa[116], perché il tumulto è al colmo e nella sua violenza è in tutto simile a quello che si agitava contro il Cristo nella notte fatale del tradimento e deicidio.

2Pugni, maledizioni, bestemmie orrende sono lanciati contro il diacono Stefano che, sotto le percosse brutali. traballa e vacilla, mentre con ferocia lo stiracchiano qua e là.

3Ma egli conserva la sua calma e dignità. Anzi più ancora. È, non solo calmo e dignitoso, ma persino beato, quasi estatico. Senza curarsi degli sputi che gli rigano il volto, né del sangue che gli scende dal naso, violentemente colpito, alza. ad un certo momento, il suo volto ispirato, e il suo sguardo luminoso e sorridente per affissarsi su una visione nota a lui solo. Apre poi le braccia in croce, le alza e le tende verso l’alto, come per abbracciare ciò che vede, poscia cade in ginocchio esclamando: “Ecco. io vedo aperti i Cieli ed il Figlio dell’Uomo, Gesù, il Cristo di Dio, che voi avete ucciso, stare alla destra di Dio.»

4Allora il tumulto perde quel minimo che ancora conservava di umanità e di legalità, e con la furia di una muta di lupi. di sciacalli, di belve idrofobe, tutti si slanciano sul diacono, lo mordono, lo calpestano, lo afferrano, lo rialzano sollevandolo per i capelli, 1o trascinano, facendolo cadere di nuovo, facendo ostacolo, con 1a furia alla furia, perché, nella ressa, chi cerca di strascinare fuori il martire è ostacolato da chi lo tira in altra direzione per colpirlo, per calpestarlo di nuovo.

5Tra i furenti più furenti vi è un giovane basso e brutto, che chiamano Saulo. La ferocia del suo volto è indescrivibile.

Gamaliele disapprova la condanna

6In un angolo della sala sta Gamaliele. Egli non ha mai preso parte alla zuffa, né mai ha rivolto parola a Stefano, né ad alcun potente. Il suo disgusto, per la scena ingiusta e feroce, è palese. In un altro angolo, anche lui disgustato e non partecipante al processo e alla mischia, sta Nicodemo, che guarda Gamaliele il cui volto è di una espressione più chiara di ogni parola. Ma ad un tratto, e precisamente quando vede per la terza volta sollevare Stefano per i capelli, Gamaliele si ammanta nel suo amplissimo mantello e si dirige verso un’uscita opposta a quella verso cui strascinato il diacono.

7L’atto non sfugge a Saulo che grida: «Rabbi. te ne vai?»

8Gamaliele non risponde. Saulo, temendo che Gamaliele non abbia capito che la domanda era diretta a lui, ripete e specifica: «Rabbi Gamaliele, ti astrai da questo giudizio?”.

9Gamaliele si volge tutto d’un pezzo, e, con uno sguardo terribile tanto è disgustato, altero e glaciale, risponde soltanto: “Sì”. Ma e un “Sì” che vale più d’un lungo discorso.

10Saulo capisce tutto quanto c’è in quel “sì”, e, abbandonando la muta feroce, corre verso Gamaliele. Lo raggiunge, lo ferma e gli dice: “Non vorrai dirmi. o rabbi, che tu disapprovi la nostra condanna.»

11Gamaliele non lo guarda e non gli risponde. Saulo incalza: “Quell’uomo è doppiamente colpevole per aver rinnegato la Legge seguendo un samaritano posseduto da Belzebù e per averlo fatto dopo esser stato tuo discepolo”.

12Gamaliele continua a non guardalo e a tacere. Saulo allora chiede: “Ma sei tu forse, anche tu, seguace di quel malfattore detto Gesù?”

13Gamaliele ora parla e dice: “Non lo sono ancora. Ma se Egli era Colui che diceva, e in verità molte cose stanno a dimostrare che lo era, io prego Dio che io lo divenga”.

“Orrore!” grida Saulo.

14“Nessun orrore. Ognuno ha un’intelligenza per adoperarla, e una libertà per applicarla. Ognuno dunque l’usi secondo quella libertà che Dio ha data ad ogni uomo, e quella luce che ha messo nel cuore di ognuno. I giusti, prima o poi, li useranno questi due doni di Dio, nel Bene, ed i malvagi nel Male”. E se ne va dirigendosi verso il cortile dove è il gazofilacio e va ad appoggiarsi contro la stessa colonna contro la quale Gesù parlò della povera vedova che dà al Tesoro del Tempio tutto quanto ha: due piccioli. È lì da poco quando lo raggiunge nuovamente Saulo e gli si pianta davanti.

Saulo e Gamaliele

15Il contrasto tra i due è fortissimo. Gamaliele alto, di nobile portamento, bello nei tratti fortemente semitici, dalla fronte alta, dai nerissimi occhi intelligenti, penetranti, lunghi e molto incassati sotto le sopracciglia folte e diritte, ai lati del naso pure diritto, lungo e sottile, che ricorda un poco quello di Gesù. Anche il colore della pelle, la bocca dalle labbra sottili, ricordano quelle di Cristo. Solo che Gamaliele ha la barba e i baffi, un tempo nerissimi. Ora molto brizzolati e più lunghi.

16Saulo invece è basso, tarchiato, quasi rachitico, con gambe corte e grosse, un poco divaricate ai ginocchi che si vedono bene perché si è levato il manto ed ha solo una veste a tunica corta e bigiognola. Ha le braccia corte e nerborute come le gambe, collo corto e tozzo, sorreggente una testa grossa, bruna, con capelli corti e ruvidi, orecchie piuttosto sporgenti, naso camuso, labbra tumide, zigomi alti e grossi, fronte convessa, occhi scuri, piuttosto bovini, per nulla dolci e miti, ma molto intelligenti sotto le ciglia molto arcuate, folte e arruffate. Le guance sono coperte da una barba ispida come i capelli e foltissima, però tenuta corta. Forse, per causa del collo così corto, pare lievemente gobbo o con spalle molto tonde la.

Protettore della giustizia

17Per un poco tace, fissando Gamaliele. Poi gli dice qualcosa sottovoce. Gamaliele gli risponde, con voce ben netta e forte: “Non approvo la violenza. Per nessun motivo. Da me non avrai mai approvazione ad alcun disegno violento. L’ho detto anche pubblicamente, a tutto il Sinedrio, quando furono presi, per la seconda volta, Pietro e gli altri apostoli e furono portati davanti al Sinedrio perché li giudicasse[117].E ripeto le stesse cose : ‘Se è disegno e opera degli uomini, perirà da se; se è da Dio, non potrà essere distrutta dagli uomini, ma anzi questi potranno esser colpiti da Dio’. Ricordalo”.

18“Sei protettore di questi bestemmiatori seguaci del Nazareno, tu, il più grande rabbi  d’lsraele?”.

19“Sono protettore della giustizia. E. questa insegna ad essere cauti e giusti nel giudicare. Te lo, ripeto. Se è cosa che viene da Dio resisterà, se no cadrà da sé. Ma io non voglio macchiarmi le mani di un sangue che non so se meriti la morte”.

20“Tu, tu, fariseo e dottore, parli così? Non temi l’Altissimo?”

21“Più di te. Ma penso. E ricordò… Tu non eri che un piccolo, non ancora figlio della Legge, ed io insegnavo già in questo Tempio con il rabbi più saggio di questo tempo… e con altri, saggi, ma non giusti. La nostra saggezza ebbe, tra queste mura, una lezione che ci fece pensare per tutto il resto della vita. Gli occhi del più saggio e giusto del tempo nostro, si chiusero sul ricordo di quell’ora, e la sua mente sullo studio di quelle verità, udite dalle labbra di un fanciullo che si rivelava agli uomini, specie se giusti. 1 miei occhi hanno continuato a vigilare, e la mia mente a pensare, coordinando eventi e cose… lo ho avuto il privilegio di udire l’Altissimo parlare per mezzo della bocca di un fanciullo che fu poi uomo giusto, sapiente, potente, santo, e che fu messo a morte proprio per queste sue qualità. Le sue parole di allora hanno poi avuto conferma dai fatti accaduti molti anni dopo, all’epoca detta da Daniele… Misero me che non compresi avanti! Che attesi l’ultimo terribile segno per credere, per capire! Misero popolo d’lsraele che non comprese allora, e non comprende neppur ora! La profezia di Daniele[118] e quella d’altri profeti e della Parola di Dio continuano, e si compiranno per lsraele cocciuto, cieco, sordo, Ingiusto, che continua a perseguitare il Messia nei suoi servi!”

22“Maledizione! Tu bestemmi! Veramente non vi sarà più salvezza per il popolo di Dio se i rabbi d’lsraele bestemmiano, rinnegano Javé, il Dio vero, per esaltare e credere in un falso Messia!”

23“Non io bestemmio. Ma tutti coloro che insultarono il Nazareno, e continuano a fargli spregio, spregiando i suoi seguaci. Tu sì che lo bestemmi poiché Io adii. in Lui e nei suoi. Ma hai detto giusto dicendo che non c’è più salvezza per Israele. Ma non perché vi sono israeliti che passano nel suo gregge, ma perché lsraele ha colpito Lui, a morte.»

“Mi fai orrore! Tradisci la Legge, il Tempio!”

24“Denunciami allora al Sinedrio, perché io abbia la stessa sorte di colui che sta per essere lapidato. Sarà l’inizio e il compendio felice della tua missione. E io sarò perdonato, per questo mio sacrificio, di non aver riconosciuto e compreso il Dio che passava, Salvatore e Maestro, tra noi, suoi figli e suo popolo”.

M a r t i r i o   d i   S t e f a n o

25Saulo, con un atto d’ira, va via sgarbatamente, tornando nel cortile prospiciente all’aula del Sinedrio, cortile nel quale dura il l’odio della folla esasperata contro Stefano. Saulo raggiunge gli aguzzini in questo cortile, si unisce a loro, che lo attendevano, ed esce insieme agli altri dal Tempio. e poi dalle mura della città. Insulti, dileggi, percosse. continuano ad essere lanciati contro il diacono che procede già spossato, ferito, barcollante, verso il luogo del supplizio.

26Fuori delle mura vi è uno spazio incolto e sassoso, assolutamente deserto. La giunti i carnefici si allargano in cerchio, lasciando solo, al centro, il condannato, con le vesti lacere e sanguinante in molte parti del corpo per le ferite già ricevute. Gliele strappano prima di allontanarsi. Stefano resta con una tunichetta cortissima. Tutti si levano le vesti lunghe. rimanendo con le sue tuniche, corte come quella di Saulo, al quale affidano le vesti, dato che egli non prende parte alla lapidazione, o perché scosso dalle parole di Gamaliele. o perché si sa incapace di colpire bene.

27I carnefici raccolgono i grossi ciottoli e le aguzze selci, che abbondano in quel luogo. e cominciano la lapidazione.

28Stefano riceve i primi colpi rimanendo in piedi, e con un sorriso di perdono sulla bocca ferita. che, un istante prima dell’inizio della lapidazione, ha gridato a Saulo, intento a raccogliere le vesti dei lapidatori: “Amico mio, ti attendo sulla via di Cristo.»

29Al che Saulo gli aveva risposto: «Porco! Ossesso!» unendo alle ingiurie un calcio vigoroso sugli stinchi del diacono che, solo per poco, non cade. e per l’urto e per il dolore.

30Dopo diversi colpi di pietra. che lo colpiscono da ogni parte. Stefano cade in ginocchio, puntellandosi sulle mani ferite, e, certo ricordando un episodio lontano, mormora, toccandosi le tempie e la fronte ferita: “Come Egli m’aveva predetto! La corona… I rubini… O Signore mio, Maestro, Gesù, ricevi lo spirito mio!”[119]

30Un’altra grandine di colpi sul capo già ferito lo fanno stramazzare del tutto al suolo che si impregna del suo sangue. Mentre si abbandona tra i sassi. sempre sotto una grandine di altre pietre. mormora spirando: “Signore… Padre… perdonali… non tenere loro ancore per questo loro peccato… Non sanno quello che…”  La morte gli spezza la frase tra le labbra, un estremo sussulto lo fa come raggomitolare su sé stesso, e così resta. Morto.

31I carnefici gli si avvicinano, gli lanciano addosso un’altra scarica di sassate. lo seppelliscono quasi sotto di esse. Poi si rivestono e se ne vanno, tornando al Tempio per riferire, ebbri di zelo satanico, ciò che hanno fatto.

32Mentre parlano col Sommo Sacerdote e altri potenti, Saulo va in cerca di Gamaliele. Non lo trova subito. Torna. acceso d’odio verso i cristiani, dai Sacerdoti, parla con loro, si fa dare una pergamena col sigillo del Tempio che lo autorizza a perseguitare i Cristiani. Il sangue di Stefano deve averlo reso furente come un toro che veda il rosso, o un vino generoso dato ad un alcoolizzato.

33Sta per uscire dal Tempio quando vede, sotto il Portico dei pagani, Gamaliele. Va da lui. Forse vuole iniziare una disputa o una giustificazione. Ma Gamaliele traversa il cortile, entra in una sala, chiude la porta in faccia a Saulo, che, offeso e furente, esce di corsa dal Tempio per perseguitare i cristiani.

13. Ordinazione sacerdotale di S. Valentino[120].

La chiesa nelle catacombe.

1Scrivo alla luce del lumino di cera, e non so come scriverò. Ma non voglio soffrire quello che ho sofferto ieri. Mentre dicevo il “Veni Sancte Spiritus” mi si presenta questa visione, ed è così prepotente che capisco l’inutilità di insistere a pregare. La seguo perciò. E vedendola complessa la scrivo come posso a questa luce.

2Sono di certo nelle catacombe. In quale? In quale secolo? Non so. Sono in una chiesa catacombale fatta così: [grafico]. Insomma a rettangolo terminato da una vasta aula rotonda nel cui centro è l’altare: una tavola rettangolare, staccata dalla parete, coperta da una vera tovaglia, ossia da un telo di lino ad alti orli su tutti i quattro lati, ma senza merletti e ricami.

3Sulla parete dell’abside è dipinta una scena evangelica: il Buon Pastore. Non è certo un capolavoro. Una via di campagna che pare mota gialla; una chiazza verdastra oltre la via, a sinistra di chi guarda, sarebbe il prato; sette pecore ammassate tanto da parere un blocco solo, di cui solo delle due prime si vede il muso mentre le altre paiono fagotti panciuti, camminano sulla via, venendo verso chi guarda, ai limiti del prato. Il Buon Pastore è al loro fianco, sul fondo, vestito di bianco e col manto rosso sbiadito. Ha sulle spalle una pecorina che è tenuta per le zampette da Lui. Il pittore, o mosaicista, ha fatto tutto quello che ha potuto… ma non si può certo dire che Gesù sia bello. Ha il caratteristico volto piatto, largo più che lungo perché preso di fronte, dai capelli stesi e appiccicati, troppo scuri e opachi, dei dipinti e mosaici cristiani primitivi. Non ha neppure la barba. Però nel suo brutto ha uno sguardo mesto e amoroso che attira, ed una mossa, sulla bocca, di sorriso doloroso che fa pensare.

4Nel punto segnato da una crocetta vi è una bassa apertura. Ma tanto bassa che solo un fanciullo potrebbe passare senza urtarvi il capo. Sopra, una lapide lunga quanto un uomo segna un loculo. Sulla lapide è scritto il “Pax” che si usava allora e sotto in latino: “Ossa del beato martire Valente“. Ai lati della epigrafe sono graffite una ampolla e una foglia di palma.

5In fondo alla chiesa, dove è il segno rotondo, un’altra bassa apertura, e presso ad essa vedo quattro robusti fossori, armati di pale e picconi. Sono vicini a due mucchi di arenaria di sterro. Arguisco che si sia in tempo di persecuzioni e che siano pronti a far franare la parete e ad occultare la chiesa con la frana e coi mucchi di arenaria già pronti.

L’altare.

6Nella chiesa vi è il solito chiarore giallo-rosso tremolante delle lampadette ad olio. Verso l’altare la luce è più viva. Nel fondo è appena un chiarore nel quale si perdono i contorni delle persone vestite per lo più di scuro.

7L’altare ha sopra il calice, ancora coperto. Ma la Messa deve essere già iniziata. All’altare vi è un vegliardo dal volto ascetico, pallidissimo, sembra scolpito nel vecchio avorio. La tonsura si perde nella calvizie che mette solo una corona di soffici capelli bianchi intorno al capo sino al disopra delle orecchie. Il resto è nudo, e la fronte pare immensa. Sotto essa due chiari occhi cilestrini, miti, tristi, limpidi però come quelli di un bimbo. Naso lungo e sottile, bocca dalla caratteristica piega dei vecchi, dalle mascelle molto sdentate. Un viso magro e austero di santo. Lo vedo bene perché è vòlto verso di me, stando nel rito dall’altra parte dell’altare. Ha la pianeta di allora, ossia a mantellina, e sopra ha il pallio oltre la stola.

8Sul davanti dell’altare vi sono inginocchiati (dove ho messo i tre punti) tre giovani. I due ai lati hanno la casacchetta dei diaconi, con le maniche larghe e lunghe oltre i gomiti. 13Quello di centro ha la veste già a pianeta, con le maniche fatte da una mantellina che va dalle coste alle scapole, a tracolla ha la stola. Vedendo la stola, che se bene mi ricordo non vidi nelle prime Messe, arguisco che non vedo scena dei primi tempi. Penso essere nella fine del II secolo o agli inizi del III. Però potrei sbagliare, perché questa è riflessione mia e in fatto di archeologia cristiana e di cerimonie di quei tempi sono analfabeta.

L’ordinazione.

9Il Pontefice – deve essere tale per il pallio – passa sul davanti dell’altare e viene a porsi di fronte ai tre giovani inginocchiati. Impone le mani al primo e al terzo pronunciando preghiere in latino. Poi si porta di fronte a quello di centro, quello della stola a tracolla, e impone anche a lui le mani sul capo; poi, servito da uno vestito da diacono, intinge le dita in un vaso d’argento e unge la fronte e le palme delle mani del giovane, alita a lui in viso, anzi prima alita poi unge le mani, gliele lega insieme con un lembo della stola che l’aiutante ha slegata dal corpo di lui, e l’altra parte gliela passa sul collo come un giogo. Poi lo fa alzare e, tenendolo per le mani legate, lo fa salire sui tre scalini che conducono all’altare e glielo fa baciare, e baciare quello che suppongo sia il Vangelo: 15Un voluminoso rotolo tenuto da un nastro rosso. Poi lo bacia a sua volta e lo conduce con sé dall’altra parte e continua la Messa.

Il canto al Vangelo.

10Capisco ora, però, che era da poco iniziata, perché dopo poco (è quasi uguale alla nostra e anche questo mi fa capire che siamo almeno alla fine del II secolo) si giunge al Vangelo. 17Lo canta il nuovo sacerdote (penso sia stata una ordinazione sacerdotale). Viene di nuovo sul davanti dell’altare, e i due che erano ancora in ginocchio si alzano, uno prende una lampadetta, l’altro il rotolo del Vangelo che gli porge quello che già serviva all’altare. Il diacono svolge il rotolo e lo tiene aperto al punto giusto, stando di fronte al neo sacerdote che ha al fianco quello della lampada. Il neo sacerdote, che è alto, bruno, coi capelli piuttosto ondulati, sui trent’anni, dal volto caratteristicamente romano, canta con bella voce il Vangelo di Gesù e del giovane che gli chiede che fare per seguire Lui[121]. Ha una voce sicura e forte, ben tonata. Empie la chiesa. Canta con canto fermo e con un sorriso luminoso nel volto, e quando giunge al “Vade, quaecumque habes vende et da pauperibus et habebisthesaurum in coelo et veni sequere Me” la sua voce è uno squillo di gioia e di amore.

11Bacia il Vangelo e torna presso il Pontefice che ha ascoltato in piedi il Vangelo, vòlto verso il popolo e con le mani congiunte in preghiera. Il neo sacerdote si inginocchia ora. Il Pontefice invece pronuncia la sua omelia.

L’omelia del Pontefice.

12Battezzato nel giorno natale del martire Valente, il nuovo figlio della Chiesa Apostolica e Romana, e fratello nostro, ha voluto assumere il nome del martire beato, ma con quella modifica che l’umiltà attinta dal Vangelo – l’umiltà: una delle radici della santità – gli dettava. E non Valente, ma Valentino volle essere detto.

13Oh! ma che in vero Valente egli è. Guardate quanto cammino ha fatto il pagano la cui religione era il vizio e la prepotenza. Voi lo conoscete quale è ora, nel seno della Chiesa. Qualcuno fra voi – e specie quelli che padri e madri di vera generazione gli sono stati, per essere quelli che con la parola e l’esempio l’hanno fatto concepire dalla Santa Madre Chiesa e partorire da essa per l’altare e per il Cielo – sanno quello che egli era non come cristiano Valente ma come il pagano di prima, il cui nome egli, e noi con lui, non vogliamo neppur ricordare.

14Morto è il pagano. E dall’acqua lustrale è risorto il cristiano. Ora egli è il vostro prete. Quanto cammino! Quanto! 22Dalle orgie ai digiuni; dai triclini alla chiesa; dalla durezza, dall’impurità, dall’avarizia, all’amore, alla castità, alla generosità assoluta.

15Egli era il giovane ricco, e un giorno ha incontrato, portato a lui dal cuore dei santi, che anche senza parole illustrano Cristo – perché Egli traluce dal loro animo – ha incontrato Gesù, Signor nostro benedetto. Gli occhi dolcissimi del Maestro si sono fissati sul volto del pagano. E il pagano ha provato una seduzione che nessun piacere gli aveva ancor data, una emozione nuova, dal nome sconosciuto, dalla non descrivibile sensazione. Un che di soave come carezza di madre, di onesto come odore di pane testé sfornato, di puro come alba di primavera, di sublime come sogno ultraterreno.

16Cadete voi larve del mondo e dell’Olimpo pagano quando il Sole Gesù bacia un suo chiamato. Come nebbie vi dissolvete. Come incubi demoniaci fuggite. Che resta di voi? 25Di voi che sembravate tanto splendida cosa? Un mucchio lurido di detriti inceneriti malamente e ancor fetidi di corruzione.

17Maestro buono, che devo fare per seguire Te e avere la vita eterna?” ha chiesto. E il dolce, divino Maestro, con poche parole gli ha dato l’insegnamento di Vita: “Osserva questi comandi”. Oh! non gli poteva dire: “Segui la Legge!”. Il pagano non la conosceva. Gli disse allora: “Non uccidere, non rubare, non spergiurare, non essere lussurioso, onora i parenti e ama Dio e prossimo come te stesso”. Parole nuove! Mète mai pensate! Orizzonti infiniti pieni di luce. Della sua luce.

18Il pagano non poteva dare la risposta del giovane ricco. Non poteva. Perché nel paganesimo sono tutti i peccati ed egli tutti li aveva nel cuore. Ma volle poterla dare. E venne ad un povero vecchio, al Pontefice perseguitato, e disse: “Dammi la Luce, dammi la Scienza, dammi la Vita! Un’anima dammi, in questo mio corpo di bruto!“, e piangeva.

19E il povero vecchio, che io sono, ha preso il Vangelo ed in esso ha trovato la Luce, la Scienza, la Vita per il mendicante piangente. Ho trovato tutto nel Vangelo di Gesù, nostro Signore, per lui. E gli ho potuto dare l’anima. L’anima morta evocarla a vita, e dirgli: “Ecco l’anima tua. Custodiscila per la vita eterna“.

20Allora, bianco del bagno battesimale, egli si è dato a ricercare il Maestro buono e lo ha trovato ancora e gli ha detto: “Ora posso dirti che faccio ciò che Tu mi hai detto. Che altro manca per seguire Te?“. E il Maestro buono ha risposto: “Va’, vendi quanto hai e dallo ai poveri. Allora sarai perfetto e potrai seguire Me“.

21Oh! allora Valentino ha superato il giovane di Palestina! Non se ne andò via, incapace di separarsi da tutti i suoi beni. Ma questi beni mi ha portato per i poveri di Cristo e, libero dal giogo delle ricchezze, pesante giogo che impedisce di seguire Gesù, mi ha chiesto il giogo luminoso, alato, paradisiaco del Sacerdozio.

22Eccolo. Lo avete visto sotto quel giogo, con le mani legate, prigioniero di Cristo, salire al suo altare. Ora vi frangerà il Pane eterno e vi disseterà col Vino divino. Ma lui, come io, per esser perfetti agli occhi del Maestro buono vogliamo ancora una cosa. Farci noi pane e vino: immolarci, frantumarci, spremerci sino all’ultima stilla, ridurci a farina per essere ostie. Vendere l’ultima, l’unica ricchezza che ci resta: la vita. Io la mia cadente vita di vecchio. Egli la fiorente vita di giovane.

23Oh! non deluderci, Pontefice eterno. Concedici il beato martirio! Col sangue vogliamo scrivere il tuo Nome: Gesù Salvatore nostro. Un altro battesimo vogliamo, per la nostra stola che l’imperfezione umana sempre corrompe: quello del sangue. Per salire a Te con stole immacolate e seguirti, o Agnello di Dio che levi i peccati del mondo, che li hai levati col tuo Sangue! Beato martire Valente, nella cui chiesa siamo, al tuo Pontefice Marcello e per il tuo fratello sacerdote chiedi dal Pontefice eterno la stessa tua palma e corona.”

24E non c’è altro.

14. Martirio di Diomede e agapito[122].

Nell’orrido carcere.

1Fra i miei spasimi vedo questi altri spasimi.

2Una specie di pozzo circolare di una larghezza di pochi metri quadri. Avrà un diametro di quattro, cinque metri al massimo, alto quasi altrettanto, senza finestre. Una porta stretta, piccola, di ferro, è incassata nel muraglione di quasi un metro di spessore. Al centro del soffitto un buco tondo, di un diametro di un mezzo metro al massimo, serve per l’aerazione di questo pozzo che nel suo pavimento, di suolo battuto, ha un altro buco dal quale sale fetore e gorgoglìo d’acque profonde, come se vicino ci fosse un fiume o sotto passasse una cloaca diretta al fiume. Il luogo è malsano, umido, fetido. Le muraglie trasudano acqua, il suolo è impregnato di materie schifose, perché comprendo che il buco del soffitto fa da scolo ai rifiuti della cella soprastante.

3In questo orrido carcere, in cui è una penombra folta che appena permette di intravvedere l’essenziale, sono due persone. Una è coricata al suolo, nell’umido, presso la parete, è incatenata per un piede. Ma non fa moto alcuno. L’altro è seduto lì presso, col capo fra le mani. È vecchio, perché vedo il sommo della testa calvo affatto.

4Al di sopra, nell’altra cella, vi devono essere più persone, perché odo voci e tramestio. Voci di uomo e di donna. Voci di bimbi e di vecchi commiste a voci fresche di giovinette e forti di adulti.

L’inno dei martiri.

5Cantano dentro per dentro[123] dei mesti inni che pur nella loro mestizia hanno un che di tanta pace. Le voci risuonano contro le pareti spesse come in una sala armonica. È molto bello l’inno che dice:

6Conducici alle tue fresche acque.

Portaci negli orti tuoi fioriti.

Dài la tua pace ai martiri

che sperano, che sperano in Te.

Sulla tua promessa santa

abbiam fondato la nostra fede.

Non deluderci, Gesù Salvatore,

perché abbiamo sperato in Te.

     Ai martirî noi gioiosi andiamo

per seguirti nel bel Paradiso.

Per quella Patria tutto lasciamo

e non vogliamo, non vogliam che Te“.

Morte di Agapito.

7Quando quest’ultimo canto si spegne lento, una luce si affaccia al buco e un braccio si spenzola con una piccola lampadetta. Un volto d’uomo pure si affaccia. Guarda. Vede che l’uomo coricato non fa moto e l’altro col capo fra le mani non vede il lume, e chiama: “Diomede! Diomede! È l’ora”.

8Il seduto sorge in piedi e trascinando la sua lunga catena viene sotto la botola. “Pace a te, Alessandro”.

9“Pace, Diomede”.

10“Hai tutto?”.

“Tutto. Priscilla osò venire, travestita da uomo. Si è rasi i capelli per parere un fossore. Ci ha portato di che celebrare il Mistero. Agapito che fa?”.

11“Non si lamenta più. Non so se dorma o se sia spirato. E vorrei vedere… Per dire su lui le preci dei martiri”.

12“Ti caliamo la lampada. Attendi. Sarà gioia per lui avere il Mistero”.

13Con un cordone di cinture annodate calano il fanaletto sino alle mani di Diomede che, ora lo vedo bene, è un vecchio dal volto affilato e austero. Pallidissimo, con pochi capelli, ha due occhi ancor splendidi di espressione. Nella sua miseria di incatenato in quella fetida tana ha dignità di re.

14Stacca il fanaletto dal cordone e va verso il compagno. Si china. Lo osserva. Lo tocca. E apre le braccia, dopo aver posato la lampada al suolo, in un largo gesto di commiserazione. Poi raccoglie le mani del cadavere, già quasi irrigidite, e le incrocia sul petto. Povere mani gialle e scheletrite di vecchio morto di stenti.

15Si volge a chi attende presso il foro e dice: “Agapito è morto. Gloria sia al martire della putrida fossa!”.

16“Gloria! Gloria! Gloria al fedele al Cristo” rispondono quelli della cella superiore.

Celebrazione del Mistero.

17“Calate per il Mistero. Non manca l’altare. Non più le sue mani, tese a far da sostegno. Ma l’immoto petto che sino all’ultima ora ebbe palpiti per il Signore nostro, Gesù”.

18Viene calata una borsa di preziosa stoffa a da questa Diomede estrae un piccolo lino, un pane largo e basso, un’anfora ed un piccolo calice. Prepara tutto sul petto del morto, celebra e consacra dicendo le orazioni a memoria mentre quelli di sopra rispondono. Deve essere nei primi tempi della Chiesa, perché la Messa è su per giù come quella di Paolo nel Tullianum[124].

19Quando la consacrazione è avvenuta, Diomede rimette nell’anfora il vino del calice che è lievemente a brocca, forse scelto per questa funzione così, ripone le Specie nella borsa e riporta tutto là dove il cordone attende di riportare di sopra la borsa. Mentre questa sale, sollevata con precauzione, Diomede assolve i compagni. Il canto, quasi tutto di fanciulle, riprende dolcemente mentre i cristiani si comunicano.

Omelia d’incoraggiamento.

20Quando cessa, Diomede parla: “Fratelli, comprendo che è giunta l’ora del circo e della vittoria eterna. Per Agapito è già venuta. Per voi sarà domani. Siate forti, fratelli. Il tormento sarà un attimo. La beatitudine non conoscerà sosta. Gesù è con voi. Non vi lascerà neppure quando le Specie saranno consumate in voi. Egli non abbandona i suoi confessori. Ma con essi resta per riceverne senza un indugio l’anima lavata dall’amore e dal sangue. Andate. Pregate nell’ora della morte per i carnefici e per il vostro prete. Il Signore per mia mano vi dà l’ultima assoluzione. Non abbiate timore. Le anime vostre sono più candide di un fiocco di neve che scenda dal cielo.”

21“Addio, Diomede!”, “Assistici, tu, santo, col tuo orare”, “Diremo a Gesù di venire a prenderti”, “Ti precediamo per prepararti la via”, “Prega per noi”. I cristiani si affacciano a turno al foro, salutano, sono salutati e scompaiono…

Morte di Diomede sacerdote.

22Per ultimo viene fatto risalire il fanaletto, e l’oscurità torna ancor più cupa nell’antro in cui uno muore lentamente presso il già morto, fra il fetore e il profondo fruscio delle acque sotterranee. Di sopra riprendono i canti lenti e soavi.

23Di mio non so dove avviene la scena. Direi a Roma, in tempi di persecuzione. Ma quale sia il carcere non lo so. Come non so chi sia questo prete Diomede, dalla figura tanto venerabile. Ma la visione per la sua tristezza mi colpisce ancora di più di quella del Tullianum.

Carisma del Portavoce.

“Sarai la città ricercata”[125].

Più tardi dice:

24“Niente del tutto. Con infinita carità e con sottile prudenza tu devi accogliere tutti. Chiudersi sarebbe un acuire le curiosità. Respingere sarebbe anticarità. Te l’ho detto: “Sarai la città ricercata”. Non tutti vengono con onesto fine? E che perciò? Tu sei prudente e ciò basta. Temi di perdere il tempo? 33E chi è il padrone del tempo? Io. E allora? Su, su, senza paura, senza inquietudine, senza impazienze. Vedi quante volte Io dovevo mutare il mio programma? Ed ero Io… Pace, pace e carità con tutti. E poi prudenza in terzo punto e basta.”

27A voce le dirò ciò che origina questa lezioncina.

15. I cristiani ai leoni[126].

Torturati in massa.

1Non so come farò a scrivere tanto, perché sento che Gesù si vuole presentare col suo Evangelo vissuto ed io ho sofferto tutta la notte per ricordare la visione seguente, della quale ho scarabocchiato le parole udite, come potevo, per non dimenticarle.

2Tempo di persecuzione, una delle più grandi persecuzioni perché i cristiani sono torturati in masse, non presi singolarmente. Il luogo è la cavea di un Circo (si chiamano così?). Insomma è un locale certo sito sotto le gradinate del Circo e adibito a ricovero dei gladiatori, bestiari ecc. ecc., di tutti gli addetti al Circo, insomma. Premetto che dirò male i nomi perché sono 35 anni che non leggo nulla di storia romana e perciò…

3In questo locale ampio, ma scuro – perché ha luce solo da una porta spalancata su un corridoio che certo porta all’interno del Circo, e forse all’esterno del medesimo, e da una finestrella, direi una feritoia bassa, a livello del suolo del Circo, da cui vengono rumori di folla – sono ammassati molti e molti cristiani di ogni età. Dai bambini di pochissimi anni, ancora fra le braccia delle madri – e due, per quanto sui due anni, ancora poppano all’esausta mammella materna – ai vecchi cadenti.

4E vi sono anche dei gladiatori, già con l’elmo e quella relativa corazza che difende e non difende, perché lascia scoperte ancora parti vitali quale il giugulo e le parti dell’addome all’altezza e posizione del fegato e della milza. Indossano questa parziale armatura sulla nuda pelle ed hanno in mano la corta e larga daga fatta quasi a foglia di castano. Sono bellissimi uomini, non tanto per il volto quanto per il corpo robusto e armonico di cui noto ad ogni movimento il guizzare agile dei muscoli. Alcuni hanno cicatrici di vecchie ferite, altri non mostrano nessun segno di ferita. Parlano fra loro e rilevo che devono essere di paesi sottomessi a Roma, prigionieri di guerra certo, perché non usano che un latino molto bastardo e pronunciato con voce dura e gutturale, quando si rivolgono ai cristiani che in attesa della morte cantano i loro dolci e mesti inni.

La fede dei martiri.

5Un gladiatore, alto quasi due metri – un vero colosso biondo come il miele e dai chiari occhi di un azzurro grigio, miti pur fra tanta ombra di ferro che riflette sul suo volto la visiera dell’elmo – si rivolge ad un vecchio tutto vestito di bianco, dignitoso, austero, più ancora: ascetico, che tutti i cristiani venerano col massimo rispetto. “Padre bianco, se le bestie ti risparmiano io ti dovrò uccidere. Così è l’ordine. E me ne spiace perché in Pannonia ho lasciato un vecchio padre come te”.

6“Non te ne dolere, figlio. Tu mi apri il Cielo. E da nessuno, nella mia lunga vita, avrò mai avuto dono più bello di quello che tu mi dài”.

7Anche nel Cielo, luogo dove certo è il tuo Dio come nel mio vi sono i nostri dèi ed in quello di Roma i loro, ancora è morte e lotta. Vuoi tu ancora soffrire per odio di dèi come qui soffri?“.

8Il mio Dio non è che solo. Nel suo Cielo Egli regna con amore e giustizia. E chi là perviene non conosce che eterno gaudio“.

9L’ho udito dire da più e più cristiani durante questa persecuzione. E ho detto ad una fanciulla che mi sorrideva mentre calavo su lei la daga… e ho finto d’ucciderla ma non l’ho uccisa per salvarla, perché era tenera e bionda come un’erica giovanetta dei miei boschi, … ma non m’è servito… Di qui non la potei portare fuori, e il giorno dopo… ai serpenti fu dato quel corpo di latte e rosa...”. L’uomo tace con aspetto mesto.

10“Che le hai detto, figlio?” chiede il vecchio.

11“Ho detto: ‘Lo vedi? Non sono cattivo. Ma è il mio mestiere. Sono schiavo di guerra. Se è vero che il tuo Dio è giusto digli che si ricordi di Albulo, mi chiamano così a Roma, e si faccia vedere col suo bene’. Mi ha detto: ‘Sì’. Ma è morta da giorni e nessuno è venuto”.

12“Finché non sei cristiano, Dio non ti si mostra che nei suoi servi. E quanti di essi ti ha portato! Ogni cristiano è un servo di Dio, ogni martire un amico, tanto amico da vivere fra le braccia di Dio”.

13Oh! molti… e io, non solo io, anche Dacio e Illirico, e anche altri di noi, tristi nella nostra sorte, siamo stati presi dal vostro giubilo… e lo vorremmo. Voi siete in catene… noi no. Ma neppure il soffio ci è libero. 17Se Cesare lo vuole, ecco ci incatenano l’alito dandoci morte. Ti fa ribrezzo parlarci di Dio?“.

Evangelizzazione.

14È l’unica mia gioia della terra, figlio, ed è ben grande. Ti benedica Gesù, mio Dio e Maestro, per essa. Sono prete, Albulo, ho consumato la vita nel predicarlo e nel portare a Lui tante creature. E più non speravo di avere questa gioia. Odi…” e il vecchio, a lui e agli altri gladiatori assiepatisi intorno, ripete la vita di Gesù, dalla nascita alla morte di croce, e dice, schematicamente, le necessità essenziali della Fede. Parla seduto su un masso che fa da banchina, pacato, solenne, tutto un candore nei capelli lunghi, nella barba mosaica, nella veste, tutto un ardore nello sguardo e nella parola. Si interrompe solo due volte per benedire due gruppi di cristiani tratti nell’arena per essere gettati, in giuochi nautici, in pasto ai coccodrilli. Poi riprende a parlare fra il cerchio dei robusti gladiatori, quasi tutti biondi e rosei, che l’ascoltano a bocca aperta.

15Si chiama Crisostomo quel dottore della Chiesa. Ma che nome dare allora a questo che non si nomina?

16Termina dicendo: “Questo l’essenziale da credere per avere il Battesimo e il Cielo”.

17Le voci robuste dei gladiatori, una decina, fanno rimbombare la volta bassa: “Lo crediamo. Dàcci il tuo Dio“.

18Non ho nulla per aspergervi, non una goccia d’acqua o altro liquido, e la mia ora è giunta. Ma troverete il modo… No! Dio me lo dice! Un liquido è pronto per voi“.

Glorioso martirio.

19I cristiani ai leoni!” ordina il sorvegliante. “Tutti“.

20Il vecchio prete in testa, dietro gli altri, fra cui le madri sul cui seno si sono addormentati i pargoli, entrano cantando nell’arena.

21Che folla! che luce! che rumore! quanti colori! È gremita inverosimilmente di popolo d’ogni ceto. Nella parte che il sole invade vi è popolo più basso e rumoroso, nella parte all’ombra vi è il patriziato. Toghe e toghe, ventagli di struzzo, gioielli, conversazioni ironiche e a voce più bassa. Al centro della parte all’ombra, il podio imperiale col suo baldacchino porpureo, la sua balaustra infiorata e coperta di drappi e i suoi sedili soffici per il riposo del Cesare e dei patrizi e cortigiani suoi invitati. Due tripodi in oro fumano ai lati estremi della balconata e spargono essenze rare. I cristiani vengono spinti verso la parte al sole.

22Dimenticavo una cosa. Al centro dell’arena è un… non so come dirlo. È una costruzione in marmo da cui salgono al cielo zampilli sottili, impalpabili di acqua, e sulla piattaforma di questa costruzione, di un ovale allungato, alta un due metri scarsi dal suolo, sono statuette di dèi in oro, e tripodi, in cui ardono incensi, sono davanti ad esse.

23I cristiani sono dunque ammassati dalla parte solare. Faccio uno schizzo come so [grafico]. I leoni irrompono dal punto X. II vecchio prete si avanza solo, per primo, a braccia tese. Parla: “Romani, per i miei fratelli e per me pace e benedizione. Gesù, per la gioia che ci date di confessarlo col sangue, vi dia Luce e Vita eterna. Noi di questo lo preghiamo perché grati vi siamo della porpora eterna di cui ci vestite col ...“.

24Un leone ha preso il balzo dopo essersi avvicinato strisciando quasi al suolo, e lo atterra e azzanna alla spalla. La veste ed i capelli di neve sono già tutti rossi.

25È il segnale dell’attacco bestiale. La torma delle fiere a balzi si lancia sul gregge dei miti. Una leonessa con un colpo di zampa strappa ad una madre uno dei pargoli dormenti, ed è così feroce la zampata che asporta parte del seno della madre che si rovescia, forse lacerata fino al cuore, sull’arena e muore. 33La belva, a colpi di coda e di zampa, difende il suo tenero pasto e lo sgranocchia in un baleno. Una piccola macchia rossa resta sulla sabbia, unica traccia del pargolo martire, mentre la belva si alza leccandosi il muso.

26Ma i cristiani sono molti e le belve poche in confronto. E forse già sazie. Più che divorare uccidono per uccidere. Atterrano, sgozzano, sventrano, leccano un poco e poi passano altrove, ad altra preda.

27Il popolo si inquieta perché manca la reazione nei cristiani e perché le bestie non sono feroci a sufficienza. Urla: “A morte! A morte! Anche l’intendente a morte! Non sono leoni questi, ma cani ben pasciuti! Morte ai traditori di Roma e di Cesare!“.

28L’imperatore dà un ordine e le belve vengono ricacciate nei loro antri. Vengono fatti entrare i gladiatori per il colpo di grazia. La folla urla i nomi dei preferiti: “Albulo, Illirico, Dacio, Ercole, Polifemo, Tracio” e altri ancora. Non sono solo i soli gladiatori ai quali ha parlato il vecchio martire, che agonizza nell’arena con un polmone quasi scoperto da un colpo di zampa. Ma anche altri che entrano da altre parti.

29Albulo corre al vecchio prete. La gente dice: “Fallo soffrire! Alzalo, che si veda il colpo! Forza Albulo!“. Ma Albulo si china invece a chiedere al vecchio qualcosa e, avuto un cenno di assenso, chiama i compagni che hanno prima udito parlare il vecchio prete.

30Non riesco a capire ciò che fanno, se si fanno benedire o che avviene, perché i loro robusti corpi fanno come un tetto sul vecchio prostrato. Ma lo capisco quando vedo che una mano senile già vacillante si alza sul gruppo di teste strette l’una all’altra e le asperge del sangue di cui si è fatta piena come una coppa. Poi ricade.

31I gladiatori, spruzzati di quel sangue, scattano in piedi e alzano la daga che brilla nella luce. Urlano forte: “Ave, Cesare, imperatore. I trionfatori ti salutano” e poi, ratti come un fulmine, corrono a quella costruzione che è in mezzo al circo, balzano su essa, rovesciano idoli e tripodi, li calpestano.

32La folla urla come impazzita. Chi vorrebbe difendere il gladiatore preferito, chi invoca morte atroce ai novelli cristiani. Che, per loro conto, tornati sull’arena, stanno allineati, sereni, magnifici come statue di giganti, con un sorriso nuovo sul volto fiero.

33Cesare, un brutto, obeso, cinico uomo incoronato di fiori e vestito di porpora, si alza fra la corona dei suoi patrizi tutti in vesti bianche. Solo alcuni hanno una balza rossa. La folla fa silenzio in attesa della sua parola. Cesare – chi sia non so questo viso rincagnato e vizioso – tiene tutti in sospeso per qualche minuto, poi rovescia il pollice in basso e dice: “Vadano a morte per i compagni“.

34I gladiatori non convertiti, che intanto hanno sgozzato i malvivi cristiani con la metodicità con cui un beccaio sgozza gli agnelli, si rivoltano, e con la stessa automatica freddezza e precisione aprono ai compagni la gola, al giugolo. Come manipolo di spighe che la roncola taglia stelo a stelo, i dieci neo-cristiani, aspersi del sangue del prete martire, si fanno veste di porpora eterna col loro sangue e cadono con un sorriso, riversi, guardando il cielo in cui si inalba il loro giorno beato.

35Non so che Circo sia. Non so che età del cristianesimo. Non ho dati. Vedo e dico ciò che vedo. Io non ho mai messo piede in nessuna Arena o Circo o Colosseo; perciò non posso dare il menomo indizio. Per la folla e la presenza del Cesare direi essere a Roma. Ma non so. Mi rimane nel cuore la visione del vecchio prete martire e dei suoi ultimi battezzati, e basta.


16. Martirio di Santa Irene[127].

Un rudere di corpo umano carbonizzato.

1Vedo insistentemente un rudere di corpo umano carbonizzato. È una vista pietosa e paurosa. È tanto corroso dalle fiamme che sembra un’informe statua di ferro estratta da un fondo di mare. Ancora si comprende la testa nelle sue linee principali del naso, zigomi e mento, ma manca ad essa la rotondità delle guance, la parte carnosa del naso, le orecchie, le labbra. Tutto è rinsecchito o distrutto. E così le estremità, simili nelle braccia e nelle gambe a rami semi combusti, alle quali il calore ha cambiato aspetto come fossero di cera rivestente tendini che si sono rattratti per l’ardore e che hanno rattrappito e contorto piedi e mani. Naturalmente mancano capelli e sopracciglia. Né potrei dire se fu uomo o donna, giovane o adulto, biondo o bruno, quel povero essere giacente riverso sui resti di un fuoco ormai spento. Il luogo pare essere alla periferia di una città, là dove incomincia la campagna, in una zona desolata, sassosa, lugubre.

Preparativi del rogo.

2Contemplo e contemplo questo povero corpo abbandonato in questo luogo e mi viene fatto di chiedere: “Ma chi sei?”.

3Non ho risposta per molte ore. Ma adesso io, pur ritrovandomi in quello stesso luogo, lo vedo animato di persone vestite all’antica che lavorano alla costruzione di un poderoso rogo di fascine mescolate a tronchetti robusti, solido, atto a bruciare molto bene. E poi ancora vedo venire dalla parte della città, che non so quale sia, ma certo è prossima al mare che scintilla là in fondo sotto il sole meridiano, un corteo di armati e di popolo.

Martirio d’Irene.

4Una giovane, poco più che adolescente, è in mezzo ad esso. Viene condotta al rogo. Era per lei. Vi sale tranquilla, sicura, con quell’espressione di suprema e sognante pace che ho visto sempre sul volto dei martiri.

5Fino ai piedi della catasta la segue, e là la saluta, una donna velata e anziana, come la mostrano le forme piuttosto pingui e quel poco che di lei appare quando per baciare la giovinetta si alza il velo. Non le dice una parola. Ma solo baci e pianto. La vogliono respingere, e duramente le impongono di allontanarsi mentre già le prime fiamme lambiscono la catasta, appiccate alle eriche asciutte delle fascine. Ma con una dignità non priva di alterezza ella risponde – a quelli che le dicono: “Perché ti interessi di questa ribelle? Ne sei parente? Vattene. Non si può stare a dare conforto ai nemici di Cesare” -: “Sono Anastasia, dama romana, sorella a costei. È mio diritto restare presso di lei come presso le sorelle di ieri. Lasciatemi, o me ne appellerò all’imperatore”.

6La lasciano stare ed ella guarda la giovinetta verso cui salgono lingue di fiamma e ondate di fumo che a intervalli la nascondono. La guarda così serena e sorridente al suo sogno spirituale, insensibile ai morsi delle fiamme che per prime le si apprendono ai capelli che ardono in una fumosa lingua di fuoco, poi alle vesti… finché, a sostituzione della bianca veste, arsa dalle fiamme, lo strumento stesso del martirio le fa una splendida veste di fuoco vivo, e dietro ad esso la cela agli sguardi della folla.

7“Addio, Irene. Ricordati di me quando sarai in pace” grida Anastasia. E da dietro al velo del fuoco risponde la giovane voce tranquilla: “Addio. Già parlo di te con…”. Non si sente più che il ruggire delle vampe…

8I soldati e gli esecutori della sentenza si allontanano quando comprendono che la morte è sopravvenuta, lasciando che il rogo termini la sua distruzione da solo.

I fratelli di Tessalonica.

9Anastasia non si muove. Fissa fra l’ardore del fuoco e quello del sole, che è forte in questa arida zona, attende… Finché sopraggiungono le ombre crepuscolari nelle quali splende debolmente qualche superstite guizzo fra le legna del rogo. Sembrano scrivere parole misteriose, narrando alla sera le glorie della giovane martire.

10Allora Anastasia si muove. Non va verso il rogo. Ma va verso una casupola in rovina che è poco lontano, già spersa per la spoglia campagna. Vi entra, va sicura, al chiarore di un primo raggio di luna, in un incolto orticello, si china su un pozzo e chiama. La sua voce ha risonanza di bronzo nel cavo del pozzo. Più voci le rispondono. E delle ombre emergono l’una dopo l’altra dal pozzo che deve essere asciutto.

11“Venite. Non c’è più nessuno. Venite. Prima che le facciano spregio. È morta da angelo come visse. Non ho toccato le ceneri perché… tutto le ho dato come il Padre dell’anima mia mi ordinò. Ma… oh! è troppo orribile trovare ridotto a carbone un giovane giglio!”.

12“Ritirati, domina. Noi faremo per te”.

13“No. Mi devo abituare a questo supplizio. Egli me lo ha detto. Ma allora non sarò sola. Ella e le sorelle saranno con gli angeli al mio fianco. Ora siatevi voi, fratelli di Tessalonica”.

Deposizione della salma.

14Vanno verso il rogo definitivamente spento: mucchio di ceneri sparse su cui è posato il corpo carbonizzato già prima visto. Anastasia piange piano mentre, con l’aiuto dei cristiani, involge in un drappo prezioso il corpo che la fiamma ha mummificato. Poi lo posano su una barella e il piccolo, pietoso corteo, costeggiando il limite della città, raggiunge una vasta casa di bella presenza dentro cui penetrano, deponendo in un cimitero scavato nel giardino la salma, mentre uno, certo sacerdote, la benedice fra lenti canti dei cristiani presenti.

17. Martirio di Flora e Maria
di Cordova
[128].

Un carcere in un castello mussulmano.

1Forse per consolarmi della visione perduta[129] e farmi passare l’inquietudine che mi resta addosso quando per delle cose tutte umane sono impedita di occuparmi del mio lavoro, mi si presenta ora nitidamente la visione strana di un sotterraneo, certo un carcere in qualche castello, e castello mussulmano, perché vedo un brutto ceffo vestito da turco o da arabo, ma mi pare più da turco dell’epoca antica, con un lungo caffettano marrone dal quale emerge una sottoveste di stoffa lucida come seta, rosso cupo e dalle larghe brache strette al malleolo. I piedi sono calzati di babbucce senza tacco di marocchino rosso. In testa ha un cappello a cono tronco color marrone, con un cerchio di stoffa attorcigliata a turbante color verde smeraldo. Il carcere o sotterraneo che dire si voglia – perché ha le finestre a livello di terra – è fatto in questa maniera: da un basso corridoio, in cui sbocca una scaletta ripida, si entra per una apertura ad arco tondo in una stanza bassa e fosca come una cantina. Al centro di questa vi è un macigno squadrato con al centro un grosso anello di ferro. Il terreno è battuto. E questo è il luogo, che non riesco assolutamente a raffigurare con un disegno.

Interrogazione del giudice.

2In esso viene condotta una giovanetta molto bella. È legata con le mani sul dorso e viene gettata quasi giù dai 5 scalini che portano nel corridoio precedente la triste stanza, dove l’attende passeggiando inquieto il personaggio sopra descritto, il quale – mi sono dimenticata di dirlo prima – porta infilata in un’alta cintura, che gli tiene a posto la veste, una lunga scimitarra ricurva dall’elsa gemmata e il fodero damaschinato in oro.

3“Per l’ultima volta te lo chiedo: vuoi tu lasciare la religione dei cani ebrei e tornare alla santa fede del Profeta?”.

4“No”.

5“Bada. Tu sai che in terra di Mori non si venera che un solo: Maometto, vero profeta di Allah! E sai che sorte attende gli apostati”.

6“So. Ma voi fedeli alla vostra fede, io alla mia. Voi alla vostra che è falsa, io alla mia che è vera”.

7“Ti farò togliere la vita fra i tormenti”.

8“Ma non mi toglierai il Cielo coi suoi gaudi”.

9“Perderai salute, vita, gioia, tutto”.

10Ma ritroverò Iddio e sua Madre la Vergine Maria, e la madre mia che a Dio mi ha generata“.

Là fustigazione con verghe di ferro.

11L’uomo batte il piede con ira e ordina la fustigazione con verghe di ferro.

12Strappano le vesti dal corpo della fanciulla che appare nuda fino alla cintola, gliele rovesciano giù per i fianchi senza scioglierle le mani che restano così coperte dalle vesti. Le mettono una fune al collo come fosse un collare e l’assicurano, dopo averla fatta inginocchiare presso il ceppo squadrato, all’anello, in modo che col mento tocca il duro macigno, e poi due nerboruti aguzzini, fra quelli della scorta che l’ha trascinata lì, iniziano a percuoterla sulle giovani spalle, sul collo, sul capo, ferocemente. Ogni colpo alza una vescica piena di sangue sulle carni tenere e bianche. Il mento, quando il capo viene percosso, batte duramente sul macigno e si ferisce, e certo si picchiano fra loro i denti, dando dolore. Essendo inginocchiata lontana dal ceppo, con le mani legate sul dorso, e obbligata a stare quasi curva ad angolo retto, non può trovare sollievo in nessun modo, e oltre alle percosse la posizione stessa è tortura.

Là fustigazione con verghe di ferro.

13Il giudice non è ancora contento e, stando a sorvegliare la tortura con le braccia conserte come vedesse un placido spettacolo, ordina si infittiscano i colpi sul capo, “per farla più simile al suo maledetto Cristo” dice ghignando.

14E i carnefici battono, battono con le verghe sottili, flessibili quasi – penso che siano di acciaio – che cadono a mazzo sulla povera testa dopo avere fischiato nell’aria. I capelli si impigliano alle verghe e vengono strappati a ciocche, quelli che restano si arrossano di sangue perché la cute si rompe e si scopre l’osso cranico, mentre il sangue cola lungo il collo, dietro le orecchie giù per il petto nudo, fermandosi alla cintura dove è bevuto dalle vesti.

15“Basta!” ordina il giudice.

16La slegano, la rivestono, la adagiano al suolo perché è semisvenuta.

17Il giudice la percuote col piede dicendole, quando la giovane apre gli occhi (uno sguardo mite e doloroso di agnello torturato): “Apostati?”.

18“No”. Non è più il “no” trionfale di prima, ma nella sua nota flebile è ben sicuro.

19“Ci penserà tuo fratello. E sarà peggio di me. Chiamatelo e datela a lui” e dopo averle dato un ultimo calcio il giudice se ne va …

Martirio delle vergini Flora e Maria di Cordova.

20… e la visione termina in un nuovo luogo, certo una prigione anche questa perché vi sono cortili con finestre dalle inferriate potenti, e si sentono voci che bestemmiano e dicono cose triviali unite a canti cristiani venire da esse.

21Ora la giovane è con un’altra della sua età e vengono condotte in una sala pomposa dove rivedo il giudice di prima, circondato da altri mussulmani, servi o giudici di grado inferiore.

22“Dunque ancora vi devo interrogare! È l’ultima. Ma che volete dunque?”.

23Morire per Gesù Cristo“.

24“Morire per Gesù Cristo! Ma tu, Flora, sai cosa vuol dire la tortura!”.

25So cosa voglia dire Gesù“.

26“Ma lo sapete che potrei tenervi per tutta la vita fra le… (io dico: donne di malaffare, ma lui ha detto un brutto nome) come siete state in questi giorni? Che porterete allora nel vostro Cielo? Fango e lordura”.

27Parla l’altra fanciulla: “T’inganni. Quella resta qui, da te. Io credo fermamente che per grazia del Signor nostro Gesù Cristo, di Maria Ss. sua Madre della quale porto il nome, di tutti i santi del Paradiso fra cui, ultimo, mio fratello diacono da te martirizzato, una volta salite al Cielo potremo fare sbocciare il seme gettato in tanti poveri cuori chiusi in una carne infame, e redimere così le infelici sorelle presso le quali ci hai messe sperando che ci corrompessero e che si spezzasse in noi la fermezza nella fede, mentre, sappilo, noi ne siamo uscite più pure e ferme ancora e più desiderose che mai di morire per aggiungere il nostro sangue a quello del Cristo e redimere le nostre compagne disgraziate“.

28“Chiamate il carnefice. Siano decapitate”.

29Il vero Dio ti ricompensi di aprirci il Cielo e ti tocchi il cuore. Vieni, Flora. Andiamo cantando“.

30Ed escono fra la scorta cantando il Magnificat…

Mi dice Gesù:

31Hai conosciuto la storia delle martiri e vergini Flora e Maria di Cordova, al tempo che la Spagna era in mano dei Mori, nel nono secolo. Sante martiri, quasi ignorate, ma come beate in Cielo! “

18. Santa Martina martire[130].

La gioia nello spirito.

Santa Martina.

1Sono le ore 20. Vengo invasa da una letizia soprannaturale talmente viva che ha già sapore d’estasi. Non so da che provenga perché non ne ho nessun motivo. Sono stanca, piena di dolori, sbalordita perché ho dovuto parlare molto e sentire anche cose tutt’altro che letificanti: rovine di spiriti… Figurarsi se ne ho sofferto. Eppure viene questa gioia così viva… così viva.

2Poi ecco apparirmi un luogo in muratura: grosse muraglie oscure, umide mi pare, sono color caffè molto chiaro o mota molto scura. Il luogo è come una rotonda dalla quale partono corridoi [grafico]. Dico corridoi perché non si vede il cielo, c’è un soffitto alto e scuro come le muraglie a larghe pietre squadrate come erano al Tullianum[131].

Mite apparizione di Sta. Martina.

3Proprio al centro della rotonda mi appare una creatura. Una poco più che fanciulla. Avrà un 12 anni al massimo, ed è anche meno sviluppata nel corpo di S. Agnese[132], dalla quale differisce anche perché è, oltre che più piccola, bruna di capelli e dalla epidermide pure di un bianco brunetto. Ha due larghi e dolcissimi occhi neri, un poco tristi, come stanchi, quasi avessero molto sofferto, o appartenessero a chi ha molto sofferto. Ed ha un mite sorriso, dolcissimo, e anche esso un po’ triste. Ha una veste tutta bianca, di lino, molto sciolta, senza cintura, le maniche fino al gomito, e ne escono due ben torniti avambracci terminanti in due mani piccole, brunette, incrociate sul petto. La figura è luminosa ma non troppo. Non è una fulgida figura di beata. È una mite apparizione, eppure è luminosa, di una luce di stella dentro ad un leggero velo di nebbia. Ma mi attira perché è una luce di una soavità pura che dà pace e letizia. Il contrasto con le muraglie oscure è vivissimo. Mi guarda e sorride.

Il simbolo della martire.

4Dietro alle sue spalle, per i due lati del [grafico] che ho segnato con la lineetta, corrono via degli uomini in corte vesti giallo bigie. Quattro vanno verso nord, verso una luce appena visibile e lontana come se l’alto corridoio finisse in un luogo aperto, gli altri vanno verso sud in una tenebra più fitta, tanto che non comprendo esattamente quanti sono. Comprendo invece che la fanciulla è una martire, perché ha una piccola palma stretta sul petto, fra le braccia incrociate, una palma bianca, oso dire spiritualizzata, così come lo è il lino della tunica che è più immateriale e splendido del lino anche più bello.

La gloriosa via delle tribolazioni.

5Ma non so chi sia e le chiedo: “Chi sei?”. Mi risponde: “Martina. E questo è il luogo dove molto ho sofferto. Uno dei luoghi. Perché ho sofferto molto. Tanti martirî prima della spada. E quelli che fuggono sono coloro che mi hanno martirizzata. Chi va verso la luce sono coloro che ho salvato col mio dolore e battezzato col mio sangue. Gli altri quelli che non si sono voluti convertire a Gesù. Ma ora io sono felice. Non è più il dolore. Per venire alla gloria occorre tutto soffrire. Ricordati: sono Martina… e vengo chiamata anche particolarmente nelle invocazioni della Chiesa. Oh! che Gesù è buono! E per poco dolore dà tanta gioia e tanto potere! Addio. Ti sono amica. Tu non ti ricordi di me. Eppure mi hai conosciuta e amata quando eri fanciulla della mia età. Io, però, ti ho sempre amata, insieme ad Agnese. La luce del Paradiso splenda sempre in te e ti aiuti a portare alla Luce tante anime. Addio. Tieni. Ti aspergo dei miei balsami”.

6E agita la palma verso di me, poi rinchiude sul petto le braccia e mi svanisce con un canto soave, immateriale, non ripetibile, e tutto sfolgora del tetro luogo mentre essa se ne va lasciando solo per ricordo di lei un gran profumo inqualificabile.

S. Martina il 30 gennaio.

7Prendo il Messale: 4 righe su S. Martina al 30 gennaio. Guardo un vecchio libro di preghiere. Non è neppure nominata. Cerco nella memoria… nulla. Buio storico completo. Mi resta però la sua amicizia, il suo sguardo, il suo sorriso, il profumo dei suoi balsami. E la letizia di prima dura e mi porta in su, molto in su…

19. I Martiri e le loro conquiste[133].

Scene raccapriccianti

L’ambiente in un luogo romano.

1Vedo un luogo che per costruzione e per personaggi molto mi ricorda il Tullianum nella visione della morte del piccolo Castulo.  Mi ricorda anche altri luoghi romani come le celle dei circhi dove ho visto ammassati i cristiani prossimi ad essere gettati ai leoni. Ma non è né l’uno né l’altro luogo. Le muraglie sono con le solite robuste pietre squadrate sovrapposte. La luce è poca e triste come filtrasse da feritoie e si mescolasse al lume incerto di una fiammella ad olio insufficiente a rischiarare l’ambiente. Il luogo è sempre, di certo, un carcere, e carcere di cristiani, ma, a differenza degli altri luoghi che ho visto, questo ambiente fosco e triste non è tutto chiuso da porte e muraglie. Ha in un angolo un ampio corridoio che si diparte dallo stanzone e va chissà dove. Anche il corridoio, un poco curvo come facesse parte di una larga elissi, è con le solite pietre quadrangolari e malamente rischiarato da una fiammella. Il luogo è vuoto. Però al suolo, un suolo che pare di granito, sparso di grossi sassi a far da sedili, sono degli indumenti.

Un rumore strano fatto di voci umane.

2Un rumore sordo, come di mare in tempesta che si senta lontano dalla riva, viene da non so dove. Delle volte è più fievole, talora è forte. Ha quasi del boato. Forse per effetto delle pareti a curva che lo devono raccogliere e amplificare come per eco. È un rumore strano. Delle volte mi sembra fatto da onde di mare o da una grande cascata d’acque, delle volte mi pare di sentirlo fatto di voci umane e penso sia folla che urla, altre fa dei suoni inumani durante i quali l’altro rumore si sospende per esplodere poi più forte… Ora uno scalpiccio di passi, di molti passi, viene dal corridoio ellittico che si illumina vivamente come se altri lumi vi venissero portati, e col rumore dei passi un rammarichio fievole di creature sofferenti…

La testimonianza che nell’uomo si cela la belva.

3Poi ecco la tremenda scena. Preceduto da due uomini colossali, anzianotti, barbuti, seminudi, muniti di torce accese, viene avanti un gruppo di creature sanguinanti, parte sorrette, parte sorreggenti, parte addirittura portate. Ho detto: creature. Ma ho detto male. Quei corpi straziati, mutilati, aperti, quei volti dalle guance segnate da atroci ferite che hanno dilaniato le bocche sino all’orecchio, o spaccato una guancia sino a mostrare i denti infissi nella mandibola, o cavato un occhio che spenzola fuor dall’orbita priva della palpebra ormai inesistente, o che è mancante affatto come per una barbara ablazione, quelle teste scoperchiate del cuoio capelluto come se un ordigno crudele le avesse scotennate, non hanno più aspetto di creature. Sono una visione macabra come un incubo, sono come un sogno di pazzia… Sono la testimonianza che nell’uomo si cela la belva e che essa è pronta ad apparire e a sfogare i suoi istinti approfittando di ogni pretesto che giustifichi la belluinità. Qui il pretesto è la religione e la ragion di stato. I cristiani sono nemici di Roma e del divo Cesare, sono gli offensori degli dèi, perciò i cristiani siano torturati. E lo sono. Che spettacolo! Uomini, donne, vecchi, fanciullini, giovinette sono là alla rinfusa in attesa di morire per le ferite o per un nuovo supplizio.

Sostegno reciproco dei martiri.

4Eppure, tolto il lamento inconscio di coloro che la gravità delle ferite fa insensati, non si sente una voce di rammarico. Quelli che li hanno condotti si ritirano lasciandoli alla loro sorte, e allora si vede che i meno feriti cercano di soccorrere i più gravi e chi appena può va a curvarsi sui morenti, chi non può farlo stando ritto si trascina sulle ginocchia o striscia al suolo cercando l’essere a lui più caro o quello che sa più debole di carne e forse di spirito. E chi può ancora usar le mani cerca dare soccorso alle forme denudate ricoprendole con le vesti che erano al suolo, oppure raccogliendo le membra dei languenti in positure che non offendano la modestia e stendendo su esse qualche lembo di veste. E alcune donne raccolgono nel grembo i bambini morenti, e forse non sono i loro, che piangono di dolore e paura. Altre si trascinano presso giovinette coperte soltanto delle chiome disciolte e cercano rivestire le forme verginali con le candide vesti trovate al suolo. E le vesti si intridono di sangue, e odor di sangue satura l’aria dell’ambiente mescolandosi al fumo pesante del lume ad olio. E dialoghi pietosi e santi si intrecciano sommessi.

Un disperato gesto di amore.

5Soffri molto, figlia mia?” chiede un vecchio dal cranio scoperchiato della cute che pende sulla nuca come una cuffia caduta e che non può vedere perché non ha più per occhi che due piaghe sanguinanti, rivolgendoli ad una che sarà stata una florida sposa ma che ora non è che un mucchio di sangue, stringente al petto aperto, con l’unico braccio che ancor lo può fare, in un disperato gesto di amore, il figliolino che sugge il sangue materno in luogo del latte che non può più scendere dalle mammelle lacerate.

6No, padre mio… Il Signore mi aiuta… Se almeno venisse Severo… Il bambino… Non piange… non è forse ferito… Sento che mi cerca il petto… Sono molto ferita? Non sento più una mano e non posso… non posso guardare perché non ho forza più di vedere… La vita… se ne fugge col sangue… Sono coperta, padre mio? …”.

Non so, figlia. Non ho occhi più…”.

Santa Cristina e santa Clementina.

7Più oltre è una donna che striscia al suolo sul ventre come fosse un serpente. Da uno squarcio alla base delle coste si vedono respirare i polmoni. “Mi senti ancora, Cristina?” dice curvandosi su una giovinetta nuda, senza ferite, ma col color della morte sul viso. Una corona di rose è ancor sulla sua fronte sopra i capelli morati disciolti. È semi svenuta.

8Ma si scuote alla voce e carezza materna, e raduna le forze per dire: “Mamma…”. La voce è un soffio. “Mamma! Il serpente… mi ha stretta così… che non posso più… abbracciarti… Ma il serpente… è nulla… La vergogna… Ero nuda… Mi guardavano tutti… Mamma… son vergine ancora anche se… anche se gli uomini… mi hanno vista… così?… Piaccio ancora a Gesù? …”.

9Sei vestita del tuo martirio, figlia mia. Io te lo dico: piaci a Lui più di prima...”.

Sì… ma… coprimi, mamma… non vorrei più esser vista… Una veste per pietà…”.

10Non ti agitare, mia gioia… Ecco. La mamma si mette qui e ti nasconde… Non posso più cercarti la veste… perché… muoio… Sia lode a Ge...”. E la donna si rovescia sul corpo della figlia con un grande fiotto di sangue, e dopo un gemito resta immobile. Morta? Certo agli ultimi respiri.

La madre mia muore… Non è vissuto nessun prete per darle la pace? …” dice la giovinetta sforzando la voce.

San Cleto sacerdote.

11Io vivo ancora. Se mi portate…” dice da un angolo un vecchio dal ventre aperto completamente…

Chi può portare Cleto da Cristina a Clementina?” dicono in diversi.

Forse io posso, ché ho buone le mani e forte ancora sono. Ma dovrei essere condotto perché il leone mi ha levato gli occhi” dice un giovane bruno, alto e forte.

Ti aiuto io a camminare, o Decimo” risponde un giovinetto poco ferito, uno dei più illesi.

E io e mio fratello ti aiuteremo a portare Cleto” dicono due robusti uomini nel fior della virilità, anche essi poco feriti.

Dio vi compensi tutti” dice il vecchio prete sventrato mentre lo trasportano con precauzione. E deposto che è presso la martire prega su di lei, e agonizzante come è trova ancora il modo di raccomandare l’anima ad un uomo che, scarnificato nelle gambe, muore di dissanguamento al suo fianco. E chiede a quello cieco che lo ha portato se non sa nulla di Quirino.

È morto al mio fianco. La pantera gli ha aperto la gola per il primo“.

Troppi cristiani per troppo poche belve.

12Le belve fanno presto all’inizio. Poi sono sazie e giuocano soltanto” dice un giovinetto che si dissangua lentamente poco lontano.

Troppi cristiani per troppo poche belve” commenta un vecchio che si zaffa con un cencio la ferita che gli ha aperto il costato senza ledergli il cuore.

Lo fanno apposta. Per godere poi di un nuovo spettacolo. Certo lo stanno ideando ora…” osserva un uomo che sorregge con la destra l’avambraccio sinistro quasi staccato da una zannata di belva.

Satira sui misteri cristiani.

13Un brivido scuote i cristiani.

La giovinetta Cristina geme: “I serpenti no! È troppo orrore!”.

È vero. Esso ha strisciato su me leccandomi il viso con la lingua viscida… Oh! Ho preferito il colpo d’artiglio che mi ha aperto il petto ma che ha ucciso il serpente, al gelo dello stesso. Oh!” e una donna si porta le mani vacillanti e insanguinate al volto.

Eppure tu sei vecchia. Il serpente era serbato alle vergini“.

Hanno satireggiato sui nostri misteri. Prima Eva sedotta dal serpente, poi i primi giorni del mondo: tutti gli animali“.

Già. La pantomima del Paradiso terrestre… Il direttore del Circo è stato premiato per essa” dice un giovane.

I serpenti, dopo averne stritolate molte, si sono gettati su noi finché aprirono alle belve e fu il combattimento“.

Ci hanno cosparse di quell’olio e i serpenti ci hanno sfuggite come preda di cibo… Che sarà ora di noi? Io penso alla nudità...” geme una poco più che fanciulla.

Aiutami, Signore! Il mio cuore vacilla…”.

Io confido in Lui…”.

Madri eroiche.

14Io vorrei che Severo venisse, per il bambino…“.

È vivo tuo figlio?” chiede una madre molto giovane che piange su ciò che era il figlio suo e che ora non è che un pugnello informe di carne: un piccolo tronco, solo tronco, senza testa, senza membra.

È vivo e senza ferite. Me lo sono messo dietro la schiena. La belva ha squarciato me. E il tuo?”.

Il suo piccolo capo dai ricci leggeri, i suoi occhietti di cielo, le sue piccole guance, le manine di fiore, i piedini che imparavano appena a camminare sono ora nel ventre di una leonessa… Ah! che era femmina e certo sa cosa è essere madre e non seppe avere pietà di me! …“.

Il piccolo Lino.

15Voglio la mamma! La mamma voglio! È rimasta col padre là per terra… E io ho male. La mamma mi farebbe guarire la pancina! …” piange un bambino di sei, sette anni, al quale un morso o una zampata ha aperto nettamente la parete addominale, e agonizza rapidamente.

Ora andrai dalla mamma. Ti ci porteranno gli angeli del cielo tuoi fratellini, piccolo Lino. Non piangere così…” lo conforta una giovane sedendosi al suo fianco e carezzandolo con la mano meno ferita. Ma il bambino soffre sul duro pavimento e trema, e la giovane, aiutata da un uomo, se lo prende sui ginocchi e lo sorregge e ninna così.

Il Beato Crispiniano!

16Vostro padre dove è?” chiede Cleto ai due fratelli che lo hanno portato insieme all’accecato.

È divenuto cibo del leone. Sotto i nostri occhi. Mentre già la belva gli mordeva la nuca disse: ‘Perseverate’. Non disse di più perché ebbe la testa staccata…”.

Ora parla dal Cielo. Beato Crispiniano!”.

“Beati fratelli! Pregate per noi”.

“Per l’ultima lotta!”.

“Per l’ultima perseveranza”.

“Per amor di fratelli”.

Discorso di San Cleto:

Non ci sono nemici per i cristiani.

17“Non temete. Essi, perfetti già nell’amore, tanto che il Signore li volle nel primo martirio, sono ora perfettissimi perché viventi nel Cielo, e del Signore altissimo conoscono e riflettono la Perfezione. Le spoglie loro, che abbiamo lasciate sull’arena, sono solamente spoglie. Come le vesti che ci hanno levate. Ma essi sono in Cielo. Le spoglie sono inerti. Ma essi vivi sono. Vivi e attivi. Essi sono con noi. Non temete. Non abbiate preoccupazione per come morrete. Gesù lo ha detto: ‘Non preoccupatevi delle cose della terra. Il Padre vostro sa di che avete bisogno’. Sa la vostra volontà e la vostra resistenza. Tutto sa e vi sovverrà. Ancora un poco di pazienza, o fratelli. E poi è la pace. Il Cielo si conquista con la pazienza e con la violenza. Pazienza nel dolore. Violenza verso le nostre paure d’uomini. Stroncatele. È l’insidia del Nemico infernale per strapparvi alla Vita del Cielo. Respingete le paure. Aprite il cuore alla confidenza assoluta. Dite: ‘Il Padre nostro che è nei Cieli ci darà il nostro pane quotidiano di fortezza perché sa che noi vogliamo il suo Regno e moriamo per esso perdonando ai nostri nemici’. No. Ho detto una parola di peccato. Non ci sono nemici per i cristiani. Chi ci tortura è nostro amico come chi ci ama. Ci è anzi duplice amico. Perché ci serve sulla terra a testimoniare la nostra fede, e ci veste della veste nuziale per il banchetto eterno. Preghiamo per i nostri amici. Per questi nostri amici che non sanno quanto li amiamo. Oh! veramente in questo momento noi siamo simili a Cristo perché amiamo il nostro prossimo sino a morire per esso.

L’Amore è Dio, e chi ama è simile a Dio.

18Noi amiamo. Oh! parola! Noi abbiamo imparato ciò che è essere dèi. Perché l’Amore è Dio, e chi ama è simile a Dio, è veramente figlio di Dio. Noi amiamo evangelicamente non coloro dai quali attendiamo gioie e compensi, ma coloro che ci percuotono e ci spogliano anche della vita. Noi amiamo col Cristo dicendo: ‘Padre, perdonali perché non sanno ciò che fanno’. Noi col Cristo diciamo: ‘È giusto che si compia il sacrificio perché siamo venuti per compierlo e vogliamo che si compia’. Noi col Cristo diciamo ai superstiti: ‘Ora voi siete addolorati. Ma il vostro dolore si muterà in gaudio quando ci saprete in Cielo. Noi vi porteremo dal Cielo la pace in cui saremo’. Noi col Cristo diciamo: ‘Quando ce ne saremo andati manderemo il Paraclito a compiere i suoi misteriosi lavori nei cuori di quelli che non ci hanno capito e che ci hanno perseguitato perché non ci hanno capito’. Noi col Cristo non agli uomini ma al Padre affidiamo lo spirito perché lo sostenga col suo amore nella nuova prova. Amen“. Il vecchio Cleto, sventrato, morente, ha parlato con una voce così forte e sicura che un sano non avrebbe tale. Ed ha trasfuso il suo spirito eroico in tutti. Tanto che un canto dolce si leva da quelle creature straziate

I volontari del rogo.

S. Marcellino e santa Anicia.

19Dove è mia moglie?” interroga una voce dal corridoio interrompendo il canto.

Severo! Sposo mio! Il bambino è vivo! Te l’ho salvato! Ma a tempo giungi… perché io muoio. Prendi, prendi Marcellino nostro!”.

L’uomo si fa avanti, si curva, abbraccia la sposa morente, raccoglie il bambino dalla mano tremante di lei e le due bocche, che si sono santamente amate, si uniscono un’ultima volta in un unico bacio deposto sulla testolina innocente.

Cleto… Benedici… Muoio…”. Sembra che la donna abbia proprio trattenuto la vita sino all’arrivo dello sposo. Ora si abbatte in un rantolo fra le braccia del marito al quale sussurra: “Va’, va’… per il bambino… a Puden...”. La morte le tronca la parola…

Pace ad Anicia” dice Cleto.

Pace!” rispondono tutti.

Il marito la contempla stesa ai suoi piedi, svenata, squarciata… Delle lacrime gli cadono dagli occhi sul viso della morta. Poi dice: “Ricordati di me, o mia sposa fedele! …“. Si volge al vecchio suocero: “La porterò nella vigna di Tito. Caio e Sostenuto sono qui fuori con la barella“.

Vi fanno passare?”.

Sì. Chi ha ancora parenti fra i vivi avrà sepoltura…”.

Col denaro?”.

Col denaro… e anche senza. Ognuno che vuole può venire a raccogliere i morti e a salutare i vivi. Sperano così che la vista dei martiri indebolisca quelli che ancor liberi sono e li persuada a non farsi cristiani, e sperano che le nostre parole… indeboliscano voi. Chi non ha parenti andrà al carnaio… Ma i nostri diaconi nella notte ricercheranno i resti...”.

Si prepara il rogo.

20Si prepara forse il nuovo martirio?”.

Sì. Per questo fanno passare i parenti e anche per questo nella notte i martiri verranno sepolti. Essi saranno occupati nello spettacolo…”.

Così a tarda ora? Che spettacolo mai nella notte?”.

Sì. Quale spettacolo?”.

“Il rogo. Quando sarà notte piena…”.

“Il rogo!… Oh! …”…

21“A coloro che sperano nel Signore le fiamme saranno come la dolce rugiada dell’aurora. Ricordate i giovinetti di cui parla Daniele[134]. Essi andarono cantando fra le fiamme. La fiamma è bella! Purifica e veste di luce. Non le immonde belve. Non i lubrici serpenti. Non gli impudichi sguardi sui corpi delle vergini. La fiamma! Se resto di peccato è in noi, ci sia la fiamma del rogo simile al fuoco del Purgatorio. Breve purgatorio e poi, vestiti di luce, andiamo a Dio. A Dio: Luce, noi andremo! Fortificate i vostri cuori. Volevano essere luce al mondo pagano. I fuochi del rogo siano il principio della luce che noi daremo a questo mondo delle tenebre” dice ancora Cleto.

San Decimo.

22Dei passi pesanti, ferrati, nel corridoio. “Decimo, sei vivo ancora?” chiedono due soldati apparendo nella stanza.

Sì, compagni. Vivo. E per parlarvi di Dio. Venite. Perché io non posso venire a voi, perché non vedrò mai più la luce“.

Infelice” dicono i due.

No. Felice. Io sono felice. Non vedo più le brutture del mondo. Entrando dalle mie pupille le lusinghe della carne e dell’oro non mi potranno più tentare. Nelle tenebre della cecità temporanea io vedo già la Luce. Dio vedo! …”.

Ma non sai che fra poco sarai arso? Non sai che perché ti amiamo avevamo chiesto di vederti, per farti fuggire se vivo eri ancora?”.

Fuggire? Così mi odiate da volermi levare il Cielo? Non eravate così nelle mille battaglie che sostenemmo fianco a fianco per l’Imperatore. Allora a vicenda ci spronavamo ad essere eroi. Ed ora voi, mentre io mi batto per un Imperatore eterno, immenso nella sua Potenza, mi consigliate alla viltà? Il rogo? E non sarei morto volentieri fra le fiamme, durante gli assalti ad una città nemica, pur di servire l’imperatore e Roma: un uomo mio pari, ed una città che oggi è e domani non è più? Ed ora che do l’assalto al Nemico più vero per servire Dio e la Città eterna dove regnerò col mio Signore, volete che io tema le fiamme?”.

I due soldati si guardano sbalorditi.

Il martire è l’unico eroe.

23Cleto parla di nuovo: “Il martire è l’unico eroe. Il suo eroismo è eterno. Il suo eroismo è santo. Non nuoce col suo eroismo a nessuno. Non emula gli stoici dagli stoicismi aridi. Non i crudeli dalle violenze inutili e nefande.  Non prende tesori. Non usurpa poteri. Dà. Dà del suo. Le sue ricchezze… Le sue forze… La sua vita… È il generoso che si spoglia di tutto per dare. Imitatelo. Servi supini di un crudele che vi manda a dare morte e a trovare la morte, passate alla Vita, a servire la Vita, a servire Dio. Forse ché, caduta l’ebbrezza della battaglia, quando il segnale impone silenzio nel campo, voi avete mai sentito la gioia che sentite essere nel vostro compagno? No. Stanchezza, nostalgia, paura della morte, nausea di sangue e di violenze… Qui… guardate! Qui si muore e si canta. Qui si muore e si sorride. Perché noi non moriremo ma vivremo. Noi non conosciamo la Morte ma la Vita, il Signore Gesù”.

I volontari del rogo.

24Entrano ancora quei due nerboruti uomini venuti al principio con le torce. Sono con loro altri due uomini vestiti pomposamente. Le torce fumigano tenute alte dai due. Gli altri che sono con loro si chinano a guardare i corpi…

Morto… Anche questo… Costei agonizza… Il fanciullo ghiaccia già… Il vecchio morrà fra breve… Questa?… Il serpente le ha schiacciato le costole. Osserva, schiuma rosa è già alle labbra…” si consultano fra loro.

Io direi… Lasciamoli morire qui”.

“No. Il giuoco è già fissato. Il Circo si riempie nuovamente…”.

“Gli altri delle carceri basterebbero”.

“Troppo pochi! Procolo non ha saputo regolare le masse. Troppi ai leoni. Troppo pochi per i roghi…”.

“Così è… Che fare?“.

Attendi“. Uno si porta in mezzo alla stanza e dice: “Chi di voi è meno ferito sorga in piedi”.

Si alzano una ventina di persone.

Potete camminare? Reggervi in piedi?”.

Lo possiamo”.

Decimo chiede in grazia il rogo.

25“Tu sei cieco” dicono a Decimo.

Posso essere guidato. Non mi private del rogo, poiché penso che a questo pensate” dice Decimo.

A questo. E vuoi il rogo?”.

“Lo chiedo in grazia. Sono un soldato fedele. Guardate le cicatrici delle mie membra. Per premio del mio lungo fedele servizio all’Imperatore, datemi il rogo”.

Se tanto ami l’Imperatore, perché lo tradisci?“.

“Non tradisco né l’Imperatore né l’Impero, perché non faccio atti contro la loro salute. Ma servo il Dio vero che è l’Uomo Dio a l’Unico degno di essere servito sino alla morte”.

O Cassiano, con simili cuori i tormenti sono vani. Io te lo dico. Non facciamo che coprirci di crudeltà senza scopo…” dice un intendente del Circo al compagno.

È forse vero. Ma il divo Cesare…”.

E lascia andare! Voi che camminate, uscite di qui! Attendeteci presso le uscite. Vi daremo delle vesti nuove“.

I martiri salutano quelli che restano. Un giovinetto si inginocchia per essere benedetto dalla madre. Una fanciulla col suo sangue appone una crocetta come fosse un crisma sulla fronte della madre che la lascia per salire al rogo. Decimo abbraccia i due commilitoni. Un vecchio bacia la figlia morente e si avvia sicuro. Tutti prima di uscire si fanno benedire dal prete Cleto… I passi dei morituri si allontanano nel corridoio.

La fedeltà di un fanciullo.

26Voi rimanete ancora qui?” chiedono gli intendenti ai due soldati.

“Sì. Rimaniamo”.

Per qual motivo? È.… pericoloso. Costoro corrompono i fedeli cittadini“.

I due soldati scrollano le spalle.

Gli intendenti se ne vanno mentre entrano dei fossori con delle barelle per portare via i morti. Vi è un poco di confusione perché con i fossori sono anche i parenti dei morti e dei morenti e vi sono lacrime o addii fra questi e i malvivi. I due soldati ne approfittano per dire a un fanciullo: “Fingiti morto. Ti porteremo in salvo“.

“Tradireste voi l’imperatore mettendovi in salvo mentre egli ha fiducia in voi per la sua gloria?”.

No certo, fanciullo“.

“E neppure io tradisco il mio Dio che è morto per me sulla Croce”.

I due soldati, letteralmente sbalorditi, si chiedono: “Ma chi dà loro tanta forza?“. E poi, col gomito appoggiato alla muraglia, a sostenere il capo, restano meditabondi osservando.

Nuovi volontari per il rogo.

27Tornano gli intendenti con schiavi e con barelle. Dicono: “Siete ancora pochi per il rogo. I meno feriti si siedano almeno“.

I meno feriti!… Chi più chi meno sono tutti agonizzanti. E non possono sedersi più. Ma le voci pregano: “Io! Io! Purché mi portiate…”.

Vengono scelti altri 11…

Voi beati! Prega per me, Maria! A Dio, Placido! Ricordati di me, o madre! Figlio mio, chiama l’anima mia presto! Sposo mio, ti sia dolce il morire! …”. I saluti si incrociano…

Le barelle vengono portate via.

Il Pane dei forti.

28Sorreggiamo i martiri col nostro pregare. Offriamo il duplice dolore delle membra e del cuore che si vede escluso dal martirio per essi. Padre nostro…”. Cleto, che è paurosamente livido ed è morente, raccoglie le forze per dire il Pater.

Entra uno trafelato. Vede i due soldati. Arretra. Rattiene il grido che aveva già sulle labbra.

“Puoi parlare, uomo. Non ti tradiremo. Noi, soldati di Roma, chiediamo di essere soldati di Cristo”.

“Il sangue dei martiri feconda le zolle!” esclama Cleto. E rivolto al sopraggiunto chiede: “Hai i misteri?”.

Sì. Ho potuto darli agli altri un momento prima che fossero portati nell’arena. Ecco! “.

I soldati guardano stupiti la borsa di porpora che l’uomo si leva dal seno.

“Soldati. Voi ci chiedete dove noi troviamo la forza. Ecco la forza! Questo è il Pane dei forti. Questo è Dio che entra a vivere in noi. Questo...”.

Presto! Presto, o padre! Io muoio… Gesù… e morirò felice! Vergine, martire e felice!” grida Cristina ansante negli spasimi della soffocazione.

Cleto si affretta a spezzare il pane e a darlo alla giovinetta che si raccoglie quieta chiudendo gli occhi.

Pace al piccolo Fabio!

29Anche a me… e poi… chiamate i servi del Circo. Io voglio morire sul rogo…” gorgoglia un fanciullo dalle spalle dilaniate e dalla guancia aperta dalla tempia alla gola che sanguina.

Puoi inghiottire?”.

Posso! Posso. Non mi sono mai mosso né ho mai parlato per non morire… prima della Eucarestia. Speravo… Ora…”.

Il prete gli dà una mollichina del Pane consacrato. E il fanciullo cerca di inghiottire. Ma non riesce. Un soldato si china impietosito e gli sorregge il capo mentre l’altro, trovata in un angolo un’anfora con ancora un sorso d’acqua nel fondo, cerca di aiutarlo ad inghiottire versandogli l’acqua stilla a stilla fra le labbra.

Intanto Cleto spezza le Specie e le dà ai più vicini. Poi prega i soldati di trasportarlo per distribuire ai morenti l’Eucarestia. Poi si fa ricondurre dove era e dice: “Il nostro Signore Gesù Cristo vi ricompensi per la vostra pietà”.

Il fanciullino che stentava a inghiottire le Specie ha un breve affanno, si dibatte… Un soldato impietosito lo prende fra le braccia. Ma mentre lo fa, un fiotto di sangue sgorga dalla ferita del collo e bagna la lorica lucente. “Mamma! Il Cielo… Signore… Gesù...”. Il corpicino si abbandona.

È morto… Sorride…”.

Pace al piccolo Fabio!” dice Cleto che impallidisce sempre più.

Pace!” sospirano i morenti.

Battesimo di sangue.

30I due soldati parlano fra loro. Poi uno dice: “Sacerdote del Dio vero, termina la tua vita mettendoci nella tua milizia“.

Non mia… Di Cristo Gesù… Ma… non si può… Prima… bisogna essere catecumeni…”.

No. Sappiamo che in caso di morte viene dato il battesimo“.

Voi siete… sani…”. Il vecchio ansa…

Noi siamo morenti perché… Con un Dio quale è il vostro che vi fa tanto santi, a che restare a servire un uomo corrotto? Noi vogliamo la gloria di Dio. Battezzaci: io Fabio, come il piccolo martire; e il mio compagno Decimo come il nostro glorioso commilitone. E poi voleremo al rogo. A che vale la vita del mondo quando si è compresa la Vita vostra?“.

Non c’è più acqua… nessun liquido… Cleto fa giumella della sua tremula mano, raccoglie il sangue che goccia dalla sua atroce ferita: “Inginocchiatevi… Io ti battezzo, o Fabio, nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo… Io ti battezzo, o Decimo, nel nome del… Padre… del Figlio… dello Spirito… Santo… Il Signore sia con voi per la Vita… eterna…Amen! …“. Il vecchio sacerdote ha finito la sua missione, la sua sofferenza, la sua vita… È morto…

I due soldati lo guardano… Guardano per qualche tempo quelli che muoiono lentamente, sereni… sorridenti fra le agonie, rapiti nell’estasi eucaristica. “Vieni, Fabio. Non attendiamo un attimo ancora. Con simili esempi è sicura la via! Andiamo a morire per il Cristo!”. E rapidi corrono via per il corridoio incontro al martirio a alla gloria.

Nel locale i gemiti si fanno sempre più lievi e più pochi… Dal Circo torna il fragore che era all’inizio. La folla torna a rumoreggiare in attesa dello spettacolo.

NATURA ED ENERGIA DELLA FEDE

20. Natura della fede[135].

La fede vera.

Dice Gesù:

1«La bellezza, la potenza, la forza della Fede sono tali che la pienezza della stessa la potrete capire solo in Cielo. Quaggiù non ne avete che un pallido riflesso, anche nelle anime più pervase di Fede. Ma questo riflesso è già tanto vasto che basta a dare orientamento a tutta una vita e a condurla dritta dritta a Me.

2Parlo della Fede. Della Fede vera. Della mia Fede. Non vi è che un Dio, non vi è che un Cristo, non vi è che una Fede.

3Questa Fede vera che è nata con l’uomo, abitante della Terra, unico fiore nel deserto e nell’esilio del primo uomo e dei suoi nati, che si è perfezionata nei secoli, attingendo la pienezza con la mia venuta, sigillo, che non mentisce e che non si può smentire, alla fede dei patriarchi e dei profeti, questa Fede di cui è custode la Chiesa, depositaria dei tesori del Verbo, non è mutabile, perché del suo Creatore condivide gli attributi di immutabilità e di perfezione.

La fede è immutabile.

4Guarda bene. Che assicurava la Fede ai padri antichi? La mia venuta, atto di una carità così eccelsa che basta esso solo a render sicuri di un Dio, Padre del genere umano. Assicurava la vita eterna riserbata a tutti coloro che sono morti nel Signore e annunciava eterna punizione ai trasgressori della Legge del Signore. Assicurava la nostra Una e Trina Entità. Assicurava l’esistenza dello Spirito Santo da cui viene ogni soprannaturale lume spirituale.

5Che assicura la Fede dei cristiani, da 20 secoli a questa parte? Le stesse cose. Ho forse modificato Io la Fede? No. Anzi l’ho confermata e le ho costruito intorno la roccaforte della mia Chiesa Cattolica, apostolica, romana, nella quale è la Verità da Me stesso deposta.

6Fino all’ultimo giorno e all’ultimo uomo la Fede è e resta “quella”. Non ve ne può essere un’altra. Che se voi mi dite che il mondo si evolve, Io vi rispondo che tale evoluzione non è d’ostacolo alla Fede, ma anzi vi deve sempre più rendere facile il credere.

La natura della fede.

7Credere non vuol dire essere dei creduloni. Credere è accettare e comprendere secondo il lume dell’intelligenza quanto vi viene detto da coloro che non hanno mentito mai: dai Santi di Dio, partendo dai patriarchi; credere è capire alla luce della Grazia, che Io vi ho portata piena e sovrabbondante, quanto ancora resta oscuro all’intelligenza. Credere è soprattutto amare. La credulità è sciocca. Il credere è santo perché è avere lo spirito ubbidiente ai misteri del Signore.

8Beati coloro che non mutano la loro fede. Beati quelli che restano fedeli al Signore. Luce su luce è la Fede in un essere. Le cose, tutte le cose: soprannaturali o naturali che siano, si svelano in un lume di verità, ignorato dagli increduli, e l’anima sale ad altezze di amore, di venerazione, di pace, di sicurezza.

9No, che non si può descrivere con parola umana ciò che è la Fede in un cuore. E non si può neppure capire, da parte di coloro che credono, quale abisso di terrore, di tenebra, di annientamento, sia un cuore privo di Fede.

Il dono della fede.

10Però non giudicare mai i tuoi disgraziati fratelli increduli. Credi anche per loro. Per riparare alle loro negazioni. Io solo giudico. Io solo condanno. Io solo premio. E solo Io so come vorrei soltanto premiare, perché vi amo. Vi amo al punto che per potervi salvare sono morto per voi, per tutti voi. E non mi potete dare[136] gioia più grande di quella di salvare la vostra anima: di lasciarmela salvare. E non mi potete dare dolore più grande di quello di voler perdere la vostra anima respingendo il mio dono di salvazione.

11Ora pensa tu, Maria mia, quanto dolore ha il tuo Gesù. Il tuo Gesù che vede perire le anime come fiori arsi da un vento di fuoco che giorno per giorno accelera la sua opera distruttrice. In verità ti dico che questo è molto più doloroso della barbara flagellazione.

12Il tuo Gesù piange, Maria. Piangiamo insieme sulle povere anime che vogliono morire. Se anche il nostro pianto non le salverà, resterà sempre il tuo a conforto del tuo Gesù, e di questo conforto che tu sia benedetta.»


21. La potenza della fede[137].

La potenza del credere.

Dice Gesù:

1«Se considerate la mia espressione: “In verità vi dico che i pubblicani e le meretrici vi precederanno nel regno di Dio”[138] potete capire quale sia la potenza del credere, quando è assoluto e retto nell’intenzione.

2Ecco anche perché vi dico di non giudicare nessuno dei vostri fratelli e non dire, stoltamente: “Io sono tranquillo circa la mia anima perché non ho fatto colpe gravi”.

3No, che in verità voi commettete colpa più grande del pubblicano e della meretrice poiché quelli sono dominati da passione di carne mentre voi siete sregolati nelle passioni della mente. Mancate alla Carità e perciò offendete Iddio, mancate all’umiltà e perciò lo disgustate, mancate alla contrizione e perciò lo rendete severo.

4Il povero pubblicano, la povera meretrice, che tante cose possono aver portato ad essere tali, quando incontrano lo sguardo di Dio credono in Lui e vengono a Lui con tutta la loro forza di fede, di amore, di umiltà, di pentimento. E allora non è solo un lavacro superficiale, ma una saturazione del mio Potere quella che li guarisce e ne fa degli eroi.

5Ma voi!… Così pochi i capaci d’esser fermi nella fede nel loro Dio! Guarda, Maria: come neve che fiocca dalle nubi, così cascano le anime per mancanza di fede. E se un tempo era una nevicata lenta, ora spesseggia sempre più come tormenta. Povere anime! Avrebbero tanto bisogno di credere per salvare qualcosa del loro spirito già tanto ferito. Invece non sanno più credere.

Vivere senza credere è impossibile.

6E in che credono allora se non credono a Me, eterno? Vivere senza credere è impossibile. Chi non crede in Dio, nel Dio vero, crederà per forza in altri dèi. Chi non crede in nessun dio crederà agli idoli, crederà alla carne, crederà al denaro, avrà fede nella forza delle armi. Ma insomma senza credere a nulla non si può stare. Peggio del buio che avvolge il cieco è il buio dell’anima che non ha fede in nessuna cosa umana o soprumana. Non gli resta che uccidere anima e corpo nella morte violenta.

7Quando Giuda non ha più creduto in Me, non nella soddisfazione del denaro, non nella protezione della legge umana, si è ucciso. Rimorso per il delitto? No. Fosse stato quello, si sarebbe ucciso subito dopo aver capito che Io sapevo. Ma non allora, ma non dopo il bacio infame e il mio saluto amoroso, non allora, non quando mi vide sputacchiato, legato, trascinato via fra mille insulti. Solo dopo aver capito che la legge non lo proteggeva la povera legge umana che spesso crea o istiga al delitto, ma poi si disinteressa dei suoi esecutori e complici e all’occorrenza ci si rivolta contro e dopo averli usati li ammutolisce per sempre sopprimendoli e solo dopo aver capito che potere e denaro non venivano o erano troppo meschini per far felici, allora solo si è ucciso. Era nel buio del nulla. Si gettò nel buio dell’inferno.

Quando la luce del credente si spegne.

8Il mondo sta divenendo un caos senza luce perché la luce del credere si spegne sempre più nei cuori. È una morte spirituale che fa orrore agli spiriti viventi in Me.

9Perciò vi dico che se un pubblicano o una meretrice crederanno in Me, vi precederanno nel mio Regno. Poiché chi realmente crede in Me vive ubbidiente alla mia Parola. Se peccatore si redime, se senza colpa si preserva dalla stessa.

10In uno o nell’altro modo, Io, Perdono e Amore, attendo chi crede in Me per incoronarlo di gloria

21. Abbiate fede. Essa vi salverà. [139].

Ciò che vuole Satana.

Dice Gesù:

1«Due riflessioni necessarie a farsi sempre, e specie più ora che sotto la sferza del demonio i vostri cuori sono portati a vacillare nel dubbio, primo passo verso la disperazione. È quel che vuole Satana. A lui non importano tanto le rovine materiali che produce, ma gli effetti spirituali che esse hanno in voi. Perciò è bene che Io, Maestro, vi ripeta ancora una volta[140] la lezione circa il modo di comportarsi per ottenere.

Ciò che vorrebbe l’amore patrio.

2Dice Marco al capo 6° del suo Vangelo, al versetto 5: “E non poteva (Gesù) fare alcun miracolo e non guarì che pochi infermi”.

3Con quanto amore ero andato alla mia patria, solo chi pensa alla perfezione dell’Uomo-Dio, il quale ha sublimato le passioni umane rendendole sante come la sua natura importava, lo può comprendere. Dio non nega e interdice i vostri sentimenti quando essi sono onesti e santi. Condanna unicamente quelli che voi chiamate erroneamente sentimenti ma sono in realtà pervertimenti.

4Io dunque amavo la mia patria, e in essa, di amore particolare, il mio paese. A Nazareth, dalla[141] quale ero partito per evangelizzare, il mio cuore tornava ogni giorno con pensiero d’amore e tornavo Io pure, perché l’avrei voluta beneficare e santificare, nonostante la sapessi verso Me chiusa e ostile. Se profusi dovunque[142] la potenza del miracolo, a Nazareth avrei voluto che dessa potenza non lasciasse insoluto nessun caso di malattia fisica, di malattia morale, di malattia spirituale, avrei voluto consolare ogni miseria, dare luce ad ogni cuore.

Incredulità e superbia.

5Ma contro Me era l’incredulità dei miei compaesani. Perciò unicamente ai pochi che vennero a Me con fede e senza superbia di giudizio venne concesso il miracolo.

6Voi mi accusate tante e tante volte di non ascoltarvi e di non[143] esaudirvi. Ma esaminatevi, o figli. Come venite a Me? Dove è in voi quella fede costante, assoluta, simile a quella di un bambino innocente che sa che il fratello maggiore, il padre amoroso, il nonno paziente possono aiutarlo e farlo contento nei suoi infantili bisogni poiché lo amano tanto? Dove è tale fede in voi verso di Me? Non sono forse Io fra voi straniero come lo ero a Nazareth, perché l’incredulità e la critica mi vi espellevano quale cittadino?

7Voi pregate. Vi è ancora chi prega. Ma mentre mi chiedete una grazia pensate, senza dirlo neppure a voi stessi, ma lo pensate con il profondo dello spirito: “Dio non mi ascolta. Dio questa grazia non può farmela”.

Il Creatore dell’universo.

8Non può!! Cosa non può Dio? Pensate che dal nulla ha fatto l’Universo[144], pensate che da millenni lancia i pianeti negli spazi e ne regola il percorso, pensate che contiene le acque sui lidi e senza barriere d’argini, pensate che dal fango ha fatto quell’organismo che voi siete, pensate che in esso organismo un seme e poche gocce di sangue che si mescolano creano un nuovo uomo, il quale nel formarsi è in rapporto con fasi astrali, lontane migliaia di chilometri, ma che pure non sono assenti nella opera di formazione di un essere, così come regolano, coi loro eteri e i loro sorgere e tramontare sui vostri cieli, il germinare delle biade ed il fiorire degli alberi; pensate che nel suo potere sapiente ha creato i fiori dotati di organi atti a fecondare altri fiori ai quali fanno da pronubi i venti e gli insetti. Pensate che non vi è nulla che non sia stato creato da Dio, così perfettamente creato, dal sole al protozoo, che voi a tale perfezione non potete nulla aggiungere. Pensate che la sua sapienza ha ordinato, dal sole al protozoo, tutte le leggi per vivere, e convincetevi che nulla è impossibile a Dio, il quale può disporre a suo agio di tutte le forze del cosmo, aumentarle, arrestarle, renderle più veloci, sol che il suo Pensiero lo pensi.

9Quante volte nel corso dei millenni gli abitanti della Terra non sono rimasti stupiti per fenomeni[145] stellari di inconcepibile grandezza: meteore dalle luci strane, sole nella notte, comete e stelle che nascono come fiori in un giardino, nel giardino di Dio, e che vengono lanciati negli spazi come per giuoco di bimbo a stupirvi?!

Il Formatore del mondo stellare.

10I vostri scienziati danno ponderose[146] spiegazioni di disgregazione e di nucleazione di cellule o di corpi stellari per rendere umane le incomprensibili germinazioni dei cieli. No. Tacete. Dite una sola parola: Dio. Ecco il formatore di quelle lucenti, rotanti, ardenti vite! Dio è quello che, a monito per voi dimentichi, vi dice che Egli è attraverso le aurore boreali, attraverso le guizzanti meteore che fanno di zaffiro, di smeraldo, di rubino o di topazio l’etere da loro solcato, attraverso le comete dalla fiammante coda simile a manto di celeste regina trasvolante per i firmamenti, attraverso l’aprirsi di un altro occhio stellare sulla volta del cielo, attraverso il rotare del sole percepibile a Fatima per persuadervi al volere di Dio. Le altre vostre induzioni sono fumo di umana scienza e nel fumo avviluppano errore.

11Tutto è possibile a Dio. Ma per quanto vi riguarda sappiate che da voi Dio esige unicamente fede per agire. Voi fate argine al potere di Dio con la vostra sfiducia. E le vostre preghiere sono inquinate di sfiducia. Non calcolo poi quelli che non pregano ma che bestemmiano.

Il potere del carisma.

12Altro punto del vangelo di Marco è il versetto 13 dello stesso 6° capitolo: “…e ungevano con olio gli infermi e li guarivano“. Nella empirica medicina di allora l’olio aveva una parte principale. Né si può dire che fosse più nociva o meno efficace delle vostre complicate medicine di ora. Anzi era di certo più innocua. Ma non era nell’olio che risiedeva il potere di guarigione per gli infermi ai quali gli apostoli miei compievano le unzioni.

13Come sempre, alla pesantezza umana era necessario un segno, visibile. Chi avrebbe potuto credere che il tocco della mano di quei poveri uomini che erano i miei apostoli, conosciuti come pescatori e popolani, potesse risanare? Se lo avessero creduto avrebbero detto: “Risanate per potere del principe dei demoni”, come lo hanno detto a Me[147]8. E li avrebbero accusati come posseduti dai demoni. Ciò non doveva essere. Perciò detti loro il mezzo, umano, per essere creduti, se non altro, degli empirici. Ma il potere era Dio che lo infondeva in loro per fare proseliti alla sua dottrina.

14Io l’ho detto: “Coloro i quali credono in Me potranno camminare sui serpenti e scorpioni e compiere le opere che Io faccio”9. Io non mento mai e nella mano di un bambino in Me credente e vivente posso infondere potere divino. La storia del cristianesimo non è colma di tali miracoli? I primi secoli ne sono cosparsi e la fioritura di essi si è andata sminuendo non per sminuito potere di Dio, ma perché siete voi insufficienti al compito di essere i ministri di Dio.

15Abbiate, abbiate, abbiate fede. Essa vi salverà.»

22. CONSAPEVOLEZZA DELLA FEDE

Fede è conoscenza che viene dall’amore

(Libro di Azaria p.163)

1 “Cosa è che ci dà di adorare e di ottenere? La vera fede

2La fede, per essere vera, deve essere coraggiosa. Eroicamente coraggiosa contro tutte le cose che sono create a deriderla, ad osteggiarla, ad abbatterla. Il mondo, la carne, oltre Satana, costituiscono i nemici della fede contro i quali occorre essere eroicamente coraggiosi[148].

3La bontà di Dio è tale che concede la gloria del martirio non solo ai martiri veri e propri, periti nel loro sangue per la Fede, ma anche a quelli che, contro tutto e tutti, sanno rimanere fedeli, integralmente fedeli al Signore.

4Quanti combattimenti sono mossi alla Fede! Quante astute manovre usa Satana per sminuirla, per coprirla di ridicolo, per mostrarla impossibile a seguirsi! Ma ecco dove si vede la giustizia delle tre virtù teologali. La Fede, sorretta dalla Speranza e soprattutto dalla Carità, non crolla per nessuna ragione, e vince. La fede è conoscenza che viene dall’amore. Più forte è l’amore, più forte è la fede, perché  l’amore fa conoscere Dio[149].

5 Ecco dunque veritiere le parole dell’Orazione della S. Messa in onore della Ss. Trinità: -. O Dio che desti ai tuoi servi di e conoscere mediante la professione della vera fede, la gloria dell’Eterna Trinità e di adorare l’Unità nella potenza della sua maestà… “.

6 È un mistero l’Unità e Trinità di Dio. Nessuno, per santo che sia. lo può penetrare. Neppure quelli ai quali fu rivelato in che sia, parte – che tutto non può esser detto a chi è ancora mortale – possono dire di averlo conosciuto. È un così abbagliante mistero che l’uomo non può affissarcisi per conoscerlo integralmente. Superiore ad ogni altro mistero. L’incomprensibile mistero perché il Sublimissimo mistero.                Perciò solo la fede eroica, sorretta da un forte amore, può portare, se non dentro, alle soglie di esso, e concedere di sentire, dirò così, il divino murmure dell’Unità Trina, celata al di là del muro abbacinante del suo Fuoco.  Più forte è l’amore – e ti ricordo che al grado d’amore al quale giunge la creatura corrisponde un corrispondente grado di amore di Dio moltiplicato per la sua potenza, perché Dio ama darsi a chi lo cerca senza misura, Lui che si dona con la misericordia e provvidenza anche ai figli che non lo cercano – e più forte è la conoscenza, perché  più ridotta la distanza, perché  più unita l’anima al Dio che scende – poiché ella non può salire sino all’abisso di altezza dove la Trinità arde – al Dio che si concede per essere conosciuto il più possibile, ardendo di esser tutto conosciuto, tutto posseduto dal figlio quando, alla sua fede, al suo amore, al suo eroismo, sarà dato il premio del Paradiso.

La fede è umile ma assoluta

 (Libro di Azaria p.180)

  7 “Oggi è anche vigilia alla Natività del Battista e l’introito di quella S. Messa canta: “ Non temere, o Zaccaria,  perché  è stata esaudita la tua preghiera….”[150]  Io ti dico: “Non temere, o Maria, perché  è stata esaudita la tua preghiera”. Gesù esaudisce le preghiere di quelli che lo amano. Ed è intervenuto per non farti perire in un mare di sconforto. Ma, non parlando a te sola, ma a tutte le anime, io dico che sempre il Signore ama e porta al largo, in salvo, quelli che a Lui si affidano senza paura.

  8 Vincete la paura che paralizza l’amore, la confidenza e la preghiera. Vincete la paura che mostra ancora in voi ignoranza di Dio e della sua potenza, e che mostra anche una non buona fede in Dio. La fede buona e vera è umile e tutto accetta perché dice: “Se Dio lo dice o me lo fa dire segno è che è cosa vera”.

Ma questa fede totale non è mai congiunta a paura[151] , diffidenza, dubbio o, peggio ancora, a cocciuta ed intima persuasione che Dio non può quella data cosa. Tutto può Dio. Tutto dovete sperare che Dio possa. Tutto dovete credere che Dio possa.

  9 Non uccidete l’amore con il dubbio o la negazione. Mai. Non spezzate la catena d’amore che vi congiunge a Dio con la frase dei dubbiosi e di quelli che vogliono giudicare Dio secondo la loro misura, la frase di Zaccaria, così punita: “Come è possibile? Zaccaria rimase col suo interrogativo sigillato sulle labbra finché non seppe nuovamente credere e lodare il Signore riconoscendolo capace di operare ogni prodigio.

 10Non meritate mai, o care anime, la punizione della mutezza spirituale per delle diffidenze verso l’Onnipotente. E pregate per essere mantenuti in questo spirito di fede assoluta nel Signore Dio vostro e di timore unito all’amore del Signore Benedetto.

 11Osservate la bella fede del Battista in Colui che non conosceva che per ciò che di Lui dicevano i profeti.  Nulla indicava il Messia nell’umile viandante che veniva verso le sponde del Giordano.  Ma la fede, quando è assoluta, quando è fusa con una assoluta carità, dà prescienza e possibilità di vedere e in- tendere Dio anche quando si cela sotto un’apparente forma di vita comune. E Giovanni vide il Messia Divino nell’uomo galileo, e come il santo timore di Dio aveva fatto di lui un santo, così il santissimo amore lo fece veggente”.

Fede è realtà di vita

(Quaderni. 17-1-1944).

Dice Gesù:

12 “Di Fede ce ne è una sola che sia vera. La mia. Così come Io ve l’ho data, gemma divina la cui luce è vita. In essa fede non basta rimanere di nome così come rimane un pezzo di marmo messo per caso in una stanza. Ma occorre fondersi ad essa e fare di essa parte di voi.

      13 È vita per voi l’abito che portate? Vi diviene forse carne e sangue? No. È un indumento che vi è utile, ma che, se ve lo togliete per indossarne un altro, non togliete nulla al vostro interno. Mentre il cibo che prendete si fa vostro sangue e vostra carne e non potete più levarlo da voi. È parte, ed essenziale, di voi, perché senza sangue e senza carne non potreste vivere e senza cibo non avreste carne e sangue.

14Lo stesso è della Fede. Non deve essere una cosa appoggiata in date ore su voi, così come un velo per apparire più belli e sedurre i fratelli, ma deve essere parte intrinseca di voi, inseparabile da voi, vitale in voi. La fede non è soltanto speranza di cose credute, la fede è realtà di vita. Vita che comincia qui, in questa chimera della vita umana, e che si compie nell’al di là, in quel vivere eterno che vi attende.

Significato della fede in Gesù

Fede in Gesù (Quaderni. 5 ottobre 1943).   

    15«Ho detto: ” A chi crede in Me farò sgorgare in cuore fontane di vita eterna”. Ma non faccio forse sin da questa vita sgorgare di balsamo che medicano voi attossicati dal dolore?

    16Oh!  venite a Me, voi tutti che piangete. Credete in Me, voi tutti che soffrite. Amatemi, voi tutti che siete derelitti.

    17Come pane caduto in un barile di miele che lo penetra della sua dolcezza, sarà vostra anima, che lotta e soffre sulla terra, se crede fermamente in Me.

18Credere in Me vuol dire amare, vuol dire sperare, vuol dire Credere in Me vuol dire possedere.

19Possedere quaggiù le armi per la lotta contro il Male che si avanza da tutte le parti e che cerca di abbattervi con mille travi, e vuol dire possedere nel mio Regno quel premio che è Me stesso per tutta l’eternità.»

Significato della fede in Gesù

(Quaderni 31 – 12 – 1943).

Dice Gesù:

20«Due riflessioni necessarie a farsi sempre, e specie più ora che sotto la sferza del demonio i vostri cuori sono portati a vacillare nel dubbio, primo passo verso la disperazione. È quel che vuole Satana. A lui non importano tanto le rovine materiali che produce, ma gli effetti spirituali che esse hanno in voi. Perciò è

bene che Io, Maestro, vi ripeta ancora una volta la lezione circa il modo di comportarsi per ottenere.

21 Dice Marco al capo del suo Vangelo, al versetto 5: “E non poteva (Gesù) fare alcun miracolo e non guarì che pochi infermi”

22Con quanto amore ero andato alla mia patria, solo chi pensa alla perfezione dell’Uomo Dio, il quale ha sublimato le passioni umane rendendole sante come la sua natura importava, lo può comprendere. Dio non nega e interdice i vostri sentimenti quando essi sono onesti e santi. Condanna unicamente quelli che voi chiamate erroneamente sentimenti ma sono in realtà pervertimenti.

23Io dunque amavo la mia patria, e in essa, di amore particolare, il mio paese. A Nazareth, dalla quale ero partito per evangelizzare, il mio cuore tornava ogni giorno con pensiero d’amore e tornavo il puro, perché l’avrei voluta beneficare e santificare, nonostante la sapessi verso Me chiusa e ostile. Se profusi dovunque la potenza del miracolo, a Nazareth avrei voluto che desse potenza non lasciasse insoluto nessun caso di malattia fisica, di malattia morale, di malattia spirituale, avrei voluto consolare ogni miseria, dare luce ad ogni cuore.

24Ma contro Me era l’incredulità dei miei compaesani. Perciò unicamente ai pochi che vennero a Me con fede e senza superbia di giudizio venne concesso il miracolo.

Consapevolezza della fede

(Quaderni 23 novembre 1943).   

Dice Gesù:

 25Non vi è bisogno di ponderose opere di scienza per giungere a credere. Il più bel libro è l’universo che ho creato dal nulla e senza aiuto di uomo. Sappiate leggere in esso il nome di Dio e guardando l’immensità del firmamento cominciate a capire l’immensità mia, guardando il moto degli astri cominciate a capire la mia potenza.

26Atomi di polvere sul granello, rotante negli spazi, che chiamate Terra – un pulviscolo portato dal soffio di Dio e che passa veloce presso infiniti altri pulviscoli ad esso simili – non vi sentite stritolare la vostra superbia se contemplate il firmamento oltre il quale Io sono Effimere che durate lo spazio di un attimo d’eternità, non cominciate a comprendere la mia Eternità la cui durata è baratro senza fondo in cui sprofondano i millenni, e sono pulsazioni del mio ardore

27Tornate al Signore che avete lasciato. Egli nella sua trina qualità tornerà ad essere Creatore del Bene che avete distrutto, Salvatore del Bene che v’è restato, Animatore al Bene che ora più non sapete servire.

28Venite. Io vi porterò se mi date voi stessi”

Le fondamenta della fede[152]

      29Gamaliele: “Tu ami molto le erbe e gli animali, non è vero?     

      30Gesù: «Molto. È il mio libro vivente. L’uomo ha sempre davanti le fondamenta della fede. La Genesi vive nella natura. Ora, uno che sa vedere, sa anche credere. Questo fiore, così dolce nel profumo e nella materia delle sue pendule corolle, e così in contrasto con questo spinoso ginepro e con quel ginestrone pungente, può essersi fatto da se? E, guarda là, quel pettirosso può essersi così da solo fatto, con quella ditata di sangue disseccato sulla gola molle? E quelle due tortore dove e come hanno potuto dipingersi quel collare di onice sul velo delle piume grigie? E là, quelle due farfalle, una nera a grandi occhi d’oro e rubino, bianca con righe d’azzurro l’altra, dove avranno trovato le gemme e i nastri per le loro ali? E questo rio? È acqua. Sta bene. Ma da dove venuta? Quale la fonte prima dell’acqua elemento? Oh! guardare vuol dire credere, se si sa vedere”.

        31Gamaliele: “Guardare vuol dire credere. Noi guardiamo troppo poco la Genesi viva che ci sta davanti”

        32Gesù: “Troppa scienza, Gamaliele. E troppo poco amore, e troppo poca umiltà”.

23. La fede spiegate ai pagani
con la parabola dei templi
[153].

Come costruire la Fede

Attesa dei gentili

1Nella pace del sabato Gesù si riposa presso un campo di lino tutto in fiore appartenente a Lazzaro. Più che presso, direi che si è immerso nell’alto lino e, seduto sull’orlo di un solco, si assorbe nei suoi pensieri. Non c’è vicino a Lui che qualche silenziosa farfalla o qualche frusciante lucertola, che lo guarda con gli occhietti di giaietto, alzando il capino triangolare dalla gola chiara e palpitante. E null’altro. Nell’ora tarda del meriggio tace anche il minimo soffio di vento fra gli alti steli.

2Da lontano, forse dal giardino di Lazzaro, viene la canzone di una donna, e con essa i gridi festosi del bambino che giuoca con qualcuno. Poi una, due, tre voci che chiamano: «Maestro!», «Gesù!».

3Gesù si scuote e si alza. Per quanto il lino, al suo completo sviluppo, sia molto alto, Gesù emerge per un bel pezzo da questo mare verde e azzurro.

«Eccolo là, Giovanni!» grida lo Zelote.

E Giovanni a sua volta chiama: «Madre! Il Maestro è qui, nel lino».

E, mentre Gesù si avvicina al sentiero che porta verso le case, ecco giungere Maria.

4«Che vuoi, Madre?». 

«Figlio mio, sono arrivati dei gentili con delle donne. Dicono di avere saputo da Giovanna che Tu sei qui. Dicono anche che ti hanno atteso per tutti questi giorni presso l’Antonia…».

5«Ah! ho capito! Vengo subito. Dove sono?».

«In casa di Lazzaro, nel suo giardino. Egli è amato dai romani e non ne ha il ribrezzo che ne abbiamo noi. Li ha fatti entrare, coi loro carri, nell’ampio giardino per non dare scandalo a nessuno».

«Va bene, Madre. Sono soldati e dame romane. Lo so».

Desiderio di luce

6«E che vogliono da Te?»

«Quello che molti in Israele non vogliono: Luce».

7«Ma come e cosa ti credono? Dio, forse?».

«A modo loro sì. Per loro è facile accogliere l’idea di una incarnazione di un dio in carne mortale, più che fra di noi».

8«Allora sono giunti a credere nella tua fede…»

«Non ancora, Mamma. Prima devo distruggere la loro. Per adesso Io sono per loro un sapiente, un filosofo, come loro dicono. Ma, sia questa brama di conoscere dottrine filosofiche, sia la loro tendenza a credere possibile la incarnazione di un dio, mi aiutano molto nel portarli alla vera fede. Credilo, sono più ingenui, nel loro pensiero, di molti d’Israele»

9«Ma saranno sinceri?».

«Si dice che il Battista…»

10«No. Fosse stato per loro, Giovanni sarebbe libero e sicuro. Chi non è ribelle è lasciato stare. Anzi, ti dico, presso di loro l’essere profeti – loro dicono filosofi, perché l’elevatezza della sapienza soprannaturale per loro è sempre filosofia – è una garanzia per essere rispettati. Non essere preoccupata, Mamma. Non mi verrà da lì il male…».

11«Ma i farisei… se sanno, che diranno anche di Lazzaro? Tu… sei Tu e devi portare la Parola al mondo. Ma Lazzaro! È già tanto offeso da loro…»

«Ma è intoccabile. Lo sanno protetto da Roma».

12«Ti lascio, Figlio mio. Ecco Massimino per condurti ai gentili» e Maria, che aveva camminato al fianco di Gesù per tutto questo tempo, si ritira svelta, andando verso la casa dello Zelote, mentre Gesù entra da una porticina di ferro, aperta nella cinta del giardino, in una parte remota di esso, là dove il giardino si muta in frutteto, presso cioè al luogo dove, in futuro, sarebbe stato sepolto Lazzaro.

13Là è anche Lazzaro e nessun altro: «Maestro, mi sono permesso di ospitarli…»

«Hai fatto bene. Dove sono?»

«Là in quell’ombra di bossi e lauri. Come vedi, sono lontani almeno cinquecento passi dalla casa».

«Va bene, va bene… La Luce venga a voi tutti».

14«Salve, Maestro!» saluta Quintilliano, vestito da cittadino.

15Le dame si alzano per salutare. Sono Plautina, Valeria e Lidia, più un’altra, anziana, che non so chi sia né che sia, se dello stesso grado o di grado inferiore. Sono tutte vestite molto semplicemente e nulla le distingue.

16«Abbiamo voluto sentirti. Tu non sei mai venuto. Ero di… guardia al tuo arrivo. Ma non ti ho mai visto».

17«Io pure non ho mai visto un milite, che mi era amico, alla porta dei Pesci. Aveva nome Alessandro…»

18«Alessandro? Non so di preciso se è quello. Ma so che tempo fa dovemmo levare, per calmare i giudei, un milite colpevole di… avere parlato con Te. Ora è ad Antiochia. Ma forse tornerà. Auf! come sono seccanti i… quelli che vogliono comandare anche ora che sono soggetti! E bisogna barcamenare per non andare a cose grosse… Ci fanno la vita difficile, credilo… Ma Tu sei buono e sapiente. Ci parli? Forse presto lascerò la Palestina. Vorrei avere qualcosa di Te da ricordare».

19«Vi parlerò. Sì. Non deludo mai. Che volete sapere?».

Quintilliano guarda le dame interrogativamente… Quello che vuoi, Maestro» dice Valeria.

Parabola dei templi

20Plautina si alza di nuovo e dice: «Ho molto pensato… avrei tanto da conoscere… tutto, per giudicare. Ma, se è lecito chiedere, vorrei sapere come si costruisce una fede, la tua, per esempio, su un terreno che Tu hai detto privo di fede vera. Hai detto che le nostre credenze sono vane. Allora rimaniamo senza nulla. Come giungere ad avere?».

21«Prenderò l’esempio da una cosa che voi avete. I templi. I vostri edifici sacri, veramente belli, la cui unica imperfezione è di essere dedicati al Nulla, vi possono insegnare come si può giungere ad avere una fede e dove collocare la fede. Osservate. Dove vengono costruiti? Quale luogo è possibilmente scelto per essi? Come sono costruiti? Il luogo generalmente è spazioso, libero ed elevato. E, se spazioso e libero non è, lo si fa tale demolendo quanto lo ingombra e stringe. Se non è elevato lo si sopraeleva su uno stereobate più elevato di quello usuale di tre gradini, usato per i templi posti già su una naturale elevazione. Chiusi in una cinta sacra, per lo più, e formata da colonnati e portici entro cui sono chiusi gli alberi sacri agli dèi, fontane e altari, statue e stele, sono preceduti solitamente dal propileo, oltre il quale è l’altare dove vengono fatte le preci al nume. Di fronte a questo vi è il luogo del sacrificio, perché il sacrificio precede la preghiera. Molte volte, e specie nei più grandiosi, il peristilio li cinge di una ghirlanda di marmi preziosi. Nell’interno vi è il vestibolo anteriore, esterno o interno al peristilio, la cella del nume, il vestibolo posteriore. Marmi, statue, frontoni, acroteri e timpani, tutti politi, preziosi, decorati, fanno del tempio un edificio nobilissimo anche alla vista più rozza. Non è così?».

22«Così è, Maestro. Li hai visti e studiati molto bene» conferma e loda Plautina.

23«Ma se ci consta che non è mai uscito dalla Palestina!?» esclama Quintilliano.

24«Non sono mai uscito per andare a Roma o ad Atene. Ma non ignoro l’architettura di Grecia e di Roma, e nel genio dell’uomo che ha decorato il Partenone Io ero presente, perché Io sono dovunque è vita e manifestazione di vita. Là dove un saggio pensa, uno scultore scolpisce, un poeta compone, una madre canta su una cuna, un uomo fatica sui solchi, un medico lotta con i morbi, un vivente respira, un animale vive, un albero vegeta, là Io sono insieme a Colui da cui vengo. Nel boato del terremoto o nel fragore dei fulmini, nella luce delle stelle o nel flusso delle maree, nel volo dell’aquila o nel sibilo della zanzara, Io sono col Creatore altissimo»[154].

25«Sicché… Tu… Tu sai tutto? E il pensiero e le opere umane?» chiede ancora Quintilliano.

«Io so».

Come costruire la fede

26I romani si guardano stupiti. Un silenzio lungo e poi, timidamente, prega Valeria: «Svolgi il tuo pensiero, Maestro, perché noi si sappia cosa fare».

27«Sì. La fede si costruisce come si costruiscono i templi di cui siete tanto orgogliosi. Si fa spazio al tempio, si fa libertà intorno ad esso, si fa elevazione ad esso».

28«Ma il tempio dove mettere la fede, questa deità vera, dove è?» chiede Plautina.

«Non è deità, Plautina, la fede. È una virtù. Non vi sono deità nella fede vera. Ma vi è un unico e vero Dio».

29«Allora… Egli è lassù, solo, nel suo Olimpo? E che fa se è solo?».

30«Basta a Sé stesso e si occupa di ogni cosa che è nel creato. Ti ho detto prima: anche al sibilo della zanzara è presente Dio. Non si annoia, non dubitare. Non è un povero uomo, padrone di un immenso impero in cui si sente odiato e in cui vive tremando. È l’Amore, e vive amando. La sua Vita è Amore continuo. Basta a Sé stesso perché è infinito e potentissimo, è la Perfezione. Ma tante sono le cose create, che vivono per il suo continuo volere, che Egli non ha tempo di annoiarsi. La noia è frutto dell’ozio e del vizio. Nel Cielo del vero Dio non vi è ozio e non vi è vizio. Ma presto Egli avrà, oltre agli angeli che ora lo servono, un popolo di giusti giubilanti in Lui, e sempre più questo popolo si accrescerà per i credenti futuri nel vero Dio».

31«Gli angeli sarebbero i geni?» chiede Lidia.

«No. Sono esseri spirituali, come lo è Dio che li ha creati».

32«E i geni che sono allora?».

33«Quali voi li immaginate sono menzogna. Non esistono, così come voi li immaginate. Ma per quell’istintivo bisogno dell’uomo di cercare la verità – e questo per pungolo dell’anima che è viva e presente anche nei pagani, e sofferente in essi, perché è delusa nel suo desiderio, perché è affamata nella sua nostalgia del Dio vero che essa sola ricorda, in quel corpo in cui ella abita e che è retto da una mente pagana – anche voi avete sentito che l’uomo non è solo carne, e che al suo peribile corpo è unito un che di immortale. E così lo hanno le città e le nazioni. Ecco allora che credete, che sentite il bisogno di credere ai “geni”. E vi date il genio individuale, quello della famiglia, della città, delle nazioni. Voi avete il “genio di Roma”. Avete il “genio dell’imperatore” E li adorate come divinità minori. Entrate nella vera fede. Avrete conoscenza ed amicizia dell’angelo vostro, al quale darete venerazione, non adorazione. Solo Dio va adorato».

QUALITA’ E VANTAGGI DELLA FEDE 

24.CREDERE PER FORZA D’AMORE

Credere per forza d’amore: fede semplice

(L’Evangelo,7. p.85)

 1Voi qui presenti siete fedeli. Ma dove è Cafarnao? E questa tutta Cafarnao? Dove sono quelli che le altre volte Io vedevo affollarsi intorno a Me? Dunque il lievito, fermentato l’ultima volta che qui fui, ha operato rovine in molti cuori?  Dove è Alfeo?  Dove Giosuè coi suoi tre figli? Dove Aggeo di Malachia?

2Dove Giuseppe e Noemi? Dove Levi, Abele, Saul e Zaccaria? dimenticato il palese beneficio avuto, perché delle bugiarde parole lo hanno soverchiato?  Ma possono le parole distruggere i fatti?

 3Voi vedete! Non è che un piccolo luogo. In questo luogo, dove i beneficati sono i più numerosi, ha potuto il livore devastare la fede in Me. Solo i perfetti nella fede Io li vedo qui uniti. E potreste pretendere che dei fatti lontani, delle lontane parole, possano mantenere fedeli a Dio tutto Israele? Ciò dovrebbe essere, perché la fede deve esser tale anche senza sostegno di fatti. Ma ciò non è. E più grande è la scienza e più bassa è la fede, perché i dotti si credono esenti dalla fede semplice e schietta che crede per forza d’amore e non per ausilio di scienza.

 4È l’amore che bisogna tramandare e accendere. E, per farlo, bisogna ardere. Essere convinti, eroicamente convinti per convincere. In luogo degli sgarbi, in risposta agli insulti, umiltà e amore. E con questi andare, ricordando le parole del Signore a chi più non le ricorda: temiamo il Signore che ci dà la pioggia della prima e dell’ultima stagione”».

 5«Non ci comprenderebbero! Anzi, ci offenderebbero dicendo che siamo dei sacrileghi insegnando senza averne il diritto. Tu non ignori chi sono scribi e farisei! …».

 6“No. Non lo ignoro. Anche l’avessi ignorato, ora lo saprei. Ma non importa ciò che essi sono. Importa ciò che noi siamo. Se essi e i sacerdoti battono le mani ai falsi profeti che profetizzano ciò che dà loro dell’utile, dimenticando che solo alle opere buone che il Decalogo comanda vanno battute le mani, non per questo i miei fedeli devono imitarli, e neppure sconfortarsi e porsi a guardare come degli sconfitti e dovete lavorare per quanto il male lavora…”

Credere fermamente: Fede totale

(Quaderni del 45 p.583)

7Bisogna per fede, per pura fede, credere. Credere senza limiti di indagini umane. Accogliere le verità che ci sono proposte senza volersele spiegare. Credere fermamente, semplicemente, totalmente. Più si crede così, e più sottile si fa il velo del mistero, tanto da avere, per tratti, la sensazione spirituale che esso si sia per un attimo squarciato, confermando lo spirito nelle soprannaturali speranze del possesso di Dio, e producendo un più ardente fiammeggiare di carità che, unendoci vieppiù a Dio, favorisce un nuovo rapidissimo rivelarsi del Mistero sublime. Attimi anticipati e relativi della conoscenza che formerà la nostra beatitudine eterna. Allora conosceremo quanto qui, più o meno relativamente e in proporzione alla nostra vita di identificazione col Cristo, Sapienza, Verità, Conoscenza del Padre, e della nostra unione con la Divinità, abbiamo appena intravisto nella sua Verità.


Credere senza limiti: Fede prepotente

(L’Evangelo. 1 p.170)

8Pensate: il Padre, dopo aver punito gli uomini col diluvio, disse a sé stesso e al suo patriarca: “Io non maledirò più la terra a causa degli uomini, perché i sensi e i pensieri del cuore umano sono inclinati   al male fin dall’adolescenza; quindi non colpirò più ogni vivente come ho fatto “. Ed è stato fedele alla sua parola. Non ha più mandato il diluvio. Ma voi quante volte vi siete detti, e avete detto a Dio: ” Se ci salviamo questa volta, se ci salvi, non faremo mai più guerre, mai più “, e poi ne avete sempre fatte di più tremende? Quante volte, o falsi e senza rispetto per il Signore e per la parola vostra? Eppure Dio vi aiuterebbe ancora una volta, se la gran massa dei fedeli lo chiamasse con fede e amore prepotente.

 Mettete – o voi tutti che, troppo pochi per controbilanciare i molti che mantengono vivo il rigore di Dio, rimanete però a Lui devoti nonostante l’ora tremenda che incombe e cresce di attimo in attimo – mettete il vostro affanno ai piedi di Dio. Egli saprà mandarvi il suo angelo come ha mandato il Salvatore al mondo. Non temete. State uniti alla Croce. Essa ha vinto sempre le insidie del demonio, che viene con la ferocia degli uomini e le tristezze della vita a cercare di piegare alla disperazione, ossia alla separazione da Dio, i cuori che non può prendere in altra maniera “.

Credere assolutamente: Fede certa

 (Il Libro di Azaria p.350)

9“Paolo dice che tutto quanto è stato scritto per farvi sapienti nel Signore, è stato scritto perché si conservi la speranza. Quale speranza? Quella delle promesse divine. Ma le promesse, che sono certe – e perciò bisogna, più ancor che sperare: credere, assolutamente credere che si compiranno – avranno compimento se voi saprete perseverare e operare con pazienza e con la forza che viene dalle consolazioni, di cui è ripiena la Scrittura, nelle diverse contingenze della vita.

10Perché questa vita è lotta continua, sempre nuova, piena di incognite e di sorprese, lotta che stancherebbe anche un eroe, se questo non fosse sorretto da qualcosa più che terreno. Questo qualcosa è Dio e la sua Legge, e le sue promesse, è la certezza della vita futura, la fede certa che l’Uomo che si è immolato per voi non poteva che essere che Dio, perché nessuno, che non sia stato Cristo, ha mai saputo vivere e morire come Egli visse e morì. Queste le cose che alimentano le forze di voi, lottatori al presente, vincitori domani. Queste le certezze e consolazioni che il Dio della pazienza e delle consolazioni vi infonde perché sappiate lottare con Cristo e per il Cristo, giungendo alla gloria che per il Cristo potete avere”.

DIMENSIONI DELLA FEDE

25. L’EROISMO DELLA FEDE

L’eroismo della fede si forma fra le difficoltà.

(L’Evangelo. Vol. 6)

 1La gente intanto aumenta sempre più. Il frutteto posto fra la casa di Lazzaro e quella che era dello Zelote formicola di folla. Ve ne è di tutte le caste e condizioni, ne mancano farisei di Giudea, sinedristi e donne velate.

 2Dalla casa di Lazzaro escono in gruppo, stretti intorno ad una lettiga su cui viene trasportato lo stesso, i sinedristi che il sabato pasquale erano in visita da Lazzaro a Gerusalemme, e altri ancora. Lazzaro, passando, fa un gesto ed ha un sorriso felice per Gesù. E Gesù glielo ricambia mentre si accoda al piccolo corteo per andare là dove la gente attende.

     3Gli apostoli si uniscono a Lui, e Giuda Iscariota, che è trionfante da qualche giorno, in una fase felicissima, getta qua e là gli sguardi dei suoi occhi nerissimi e scintillanti, e annuncia all’orecchio di Gesù le scoperte che fa.

     4«Oh! guarda! Ci sono anche dei sacerdoti!… Ecco, ecco! C’è anche Simone sinedrista. E c’è Elchia. Guarda che bugiardo! Solo pochi mesi fa diceva inferno di Lazzaro e ora lo ossequia come fosse un dio!… E là Doro l’Anziano e Trisone. Vedi che saluta Giuseppe? E lo scriba Samuele con Saulo… E il figlio di Gamaliele! E là c’è un gruppo di quelli di Erode… E quel gruppo di donne così velate sono certo le romane. Stanno appartate, ma vedi come osservano dove ti dirigi per potersi spostare e sentirti? Riconosco le loro persone nonostante i mantelloni. Vedi? Due alte, una più larga che alta, le altre di media statura, ma in proporzione giusta. Vado a salutarle?».

     5«No. Esse vengono come sconosciute. Come anonime che desiderano la parola del Rabbi. Tali le dobbiamo considerare».

«Come vuoi, Maestro. Facevo per… ricordare a Claudia la promessa…».

     6«Non ce n’è bisogno. E anche ce ne fosse, non diveniamo mai dei questuanti, Giuda. Non è vero? L’eroismo della fede deve formarsi fra le difficoltà».

     «Ma era per… per Te, Maestro».

     7«E per la tua idea perenne di un trionfo umano. Giuda, non ti creare illusioni. Ne sul mio modo di agire futuro, né sulle promesse avute. Tu credi a ciò che ti dici da te stesso. Ma nulla potrà mutare il pensiero di Dio, ed esso è che Io sia Redentore e Re di un regno spirituale».

Generosità della fede[155]

8“Lo so che questo ti stritola. Ma se l’uliva non venisse franta, potrebbe dare l’olio che nutre, che sana e che consacra?

9Ho detto alla sorella di Lazzaro: ” Chi crede in Me non morra in eterno”. Non tutti giungono ad avere quella fede in Me necessaria per avere sollecita risurrezione nella gloria del mio Paradiso.

 10Ho bisogno che ci siano quelli che credono, non una ma sette volte credono, per coloro che credono tiepidamente, per dare ai tiepidi un ultimo bagliore di fede, e tanto assoluta, da farli apparire al mio cospetto rivestiti di questo estremo bagliore. Per gli operai dell’ultima ora vado mendicando eroismi di fede generosità che paghino per questi operai che sono privi di celeste moneta”.

Massima dimensione della fede: Credere senza misura[156]

11E Gesù, congedato Salomon, che ha parlato per tutti, va dai malati invocanti guarigione e li guarisce. Sono una donna anziana anchilosata dall’artrite, un paralitico, un giovanetto ebete, una fanciulla che direi etica e due malati agli occhi. La gente ha i suoi trillanti gridi di gioia.

 12Ma non è finita ancora la serie dei malati. Una madre si avanza, sfigurata dal dolore, sorretta da due amiche o parenti, e si inginocchia dicendo: «Ho il figlio morente. Non può essere portato qui… Pietà di me!».

       13«Puoi credere senza misura?».

       «Tutto, o mio Signore!».

       14«E allora torna a casa tua».

       «A casa mia? Senza Te?». La donna lo guarda un momento con affanno, poi comprende. Il povero viso si trasfigura.

  15Grida: «Vado, Signore. E benedetto Te e l’Altissimo che ti ha mandato!». E corre via, più svelta delle stesse sue compagne…

 Gesù si volge ad uno di Gerico, ad un dignitoso cittadino.

      16«Quella donna è ebrea?».

      «No. Di nascita almeno, no. Viene da Mileto. Sposa però a uno di noi e da allora nella nostra fede»

      17“Ha saputo credere meglio di molti ebrei” osserva Gesù.   

La massima fede[157]

    18“Ma intanto nessuno ti ha chiesto un miracolo. Una fede molto strana hanno in Te!».

     19«E tu credi, Tommaso, che solo la richiesta del miracolo provi che vi è fede? Sbagli. È tutto il contrario. Chi vuole un miracolo per poter credere è segno che senza il miracolo, prova tangibile, non crederebbe. Invece chi dice: ” credo ” sulla parola altrui mostra la massima fede “.

    «Sicché allora i samaritani sono migliori di noi! “.

   20«Non dico questo. Ma nella loro condizione di menomazione spirituale hanno mostrato una capacità di intendere Iddio molto più dei fedeli di Palestina. Questo lo troverete molte volte nella vostra vita e, ve ne prego, ricordate anche questo episodio per sapervi regolare senza preconcetti verso le anime che verranno alla fede nel Cristo “.

 26.  VANTAGGI DELLA FEDE

Fede nella vita futura

I  tesori di Dio si aprono a chi ha fede[158]

1«Oh! no! C’è qui Gesù! Non bisogna aver paura dove è Gesù. Il mio Bambino ti ha levato la sofferenza, tu l’hai detto, quando era come un boccio appena formato. Ora che sempre più si completa e già vive come creatura mia – ne sento battere il cuoricino ella mia gola e mi par di aver posato su essa un uccellino di nido dal cuoricino pulsante leggero – leverà da te ogni pericolo. Devi aver fede “.

2Maria comprende e risponde: «Il Signore farà completa la gioia. Credi in Lui completamente, spera infinitamente, ama totalmente. L’Altissimo ti esaudirà più che tu non osi sperarlo. Egli vuole questa tua fede totale a lavacro della tua diffidenza passata. Di’ nel tuo cuore, con me: ” Credo “. Dillo ad ogni battito del cuore. I tesori di Dio si aprono a chi crede in Lui e nella sua potente bontà».

Fede che assicura la vita eterna[159]

3«Oh! vieni, Gesù. Vieni a salvargli l’anima e il corpo. Vieni… Dicono anche, per accusarti, già dicono che hai levato due figli ad un padre che muore, e lo dicono per Nazareth, capisci? Ma dicono anche: ” Fa da per tutto miracoli e nella sua casa non li sa fare “, e perché ti difendo dicendo: ” Che può, se l’avete cacciato quasi coi vostri rimproveri, se non credete? ” mi contendono “.

 4«Hai detto bene: se non credete. Come posso fare dove non si crede? “.

 «Oh! Tu puoi tutto. Io credo per tutti! Vieni. Fa’ un miracolo… per la tua povera zia… “.

 5“Non posso”. Gesù è mestissimo nel dirlo. Ritto in piedi, stringendo al suo petto la testa della piangente, pare confessi la sua impotenza alla natura serena, pare chiamarla testimone della sua pena di non potere per decreto eterno.  La donna piange più forte.  “Ascolta, Maria. Sii buona. Io ti giuro che se potessi, se fosse bene farlo, lo farei. Oh! strapperei al Padre questa grazia, per te, per mia Madre, per Giuda e Giacomo e anche, sì, anche per Alfeo, Giuseppe e Simone. Ma non posso. Tu ora hai tanto male al cuore e non puoi capire la giustizia di questo mio non potere. Te la dico, ma non la capirai lo stesso. Quando fu l’ora del transito di mio padre, e tu sai se era giusto e se mia Madre lo amava, Io non lo trassi a vita ancora. Non è giusto che la famiglia in cui un santo vive sia esente dalle inevitabili sventure della vita. Se così fosse, Io dovrei essere eterno sulla terra, eppure presto morrò, ne Maria, la santa Madre mia, potrà strapparmi alla morte. Non posso. Quel che posso è questo. E lo farò”. Gesù si è seduto e si è preso il capo della parente sulla spalla. “Questo farò. Prometterti, per questo dolore, la pace al tuo Alfeo, assicurarti che non ne sarai divisa, darti la mia parola che la nostra famiglia sarà riunita nel Cielo, ricomposta in eterno e che, fin che Io viva ed oltre, infonderò sempre alla mia cara parente tanta pace, tanta forza, sino a fare di lei una apostola presso tante povere donne che più facile sarà a te, donna, avvicinare. Sarai la mia diletta amica in questo tempo di evangelizzazione. La morte, non piangere, la morte di Alfeo ti libera dai doveri maritali e ti eleva a quelli più sublimi di un mistico sacerdozio femminile, tanto necessario presso l’altare della gran Vittima e presso tanti pagani, che piegheranno più l’animo davanti all’eroismo santo delle donne discepole che non a quello dei discepoli. Oh! che il tuo nome, zia cara, sarà come una fiamma nel cielo cristiano… Non piangere più. Va’ in pace. Forte, rassegnata, santa. Mia Madre… fu vedova prima di te… e ti conforterà come Lei sa. Vieni. Non voglio tu parta sola sotto questo sole. Pietro ti accompagnerà con la barca sino al Giordano e di lì a Nazareth con un asinello. Sii buona”.

Fede nella vita futura[160]

         6Chi è nato muore. Lo sapete. Ma non finisce la vita con la morte. Essa prosegue in altra forma e per l’eternità con un premio a chi fu giusto, con un castigo a chi fu malvagio. Questo pensiero di certo giudizio non sia paralisi durante il vivere e nell’ora del morire. Ma sia pungolo e freno, pungolo che sprona al bene, freno che trattiene da male passioni. Siate perciò veramente amanti del Dio vero, agendo nella vita sempre col fine di meritarlo nella vita futura

Beato chi sa aver fede[161]

 “Richiesta di un miracolo singolare”

7Una donna che gli chiede un miracolo singolare: il latte per il suo petto privo di latte, e mostra un bambino di pochi giorni, denutrito e tutto rosso come per riscaldo. Piange: «Tu vedi. Abbiamo il comando di ubbidire all’uomo e di procreare. Ma che giova se poi vediamo languire i figli? È il terzo che genero e due li ho coricati nel sepolcro, per questo petto cieco. Questo già muore perché nato nei calori, gli altri vissero l’uno dieci lune, l’altro sei, per farmi piangere più ancora quando morirono per malattia di visceri. Avessi il mio latte, non accadrebbe…”.

8Gesù la guarda e dice: «Il tuo bambino vivrà. Abbi fede.

Va’ a casa tua e, come sarai giunta, offri la mammella al pargolo. Abbi fede».

La donna se ne va ubbidiente col miserello, che si lagna come un gattino, stretto sul cuore.

9 «Ma le verrà il latte?».

«Certo che verrà».

«Io dico che le camperà il bambino, ma che il latte non verrà e sarà già miracolo se campa. È morto quasi di stenti».

«Invece io dico che le viene il latte».

«Sì».

«No».

     10I pareri sono vari come le persone.

Guardate verso la città».

11Tutti si volgono verso la città e vedono la donna di prima che corre e, pur correndo, non si stacca il figliolino dalla mammella piena, ben piena di latte, che il piccolo affamato succhia con una voracità tale che quasi si affoga. E la donna non si ferma altro che quando è ai piedi di Gesù, davanti al quale stacca un momento il bambino dal capezzolo urlando: «Benedici, benedici, perché viva per Te!»

 

27. Parabola della vite e dell’olmo[162] 

Ogni turbamento nuoce alla Sapienza

1Intanto Gesù si ritira a mangiare. Quando esce per predicare di nuovo, la gente è ancora di più, perché la notizia del miracolo del bambino malato di febbri, da Gesù appena sbarcato, si è sparsa per la città.

   2“Vi do la mia pace perché vi prepari lo spirito all’intendere. Nella tempesta non può giungere la voce del Signore. Ogni turbamento nuoce alla Sapienza perché essa è pacifica, venendola Dio. Il turbamento invece non viene da Dio, perché le sollecitudini, le ansie, i dubbi, sono opere del Maligno per turbare i figli dell’uomo e separarli da Dio.

Vi propongo questa parabola perché meglio intendiate l’insegnamento.

La parabola

3Un agricoltore aveva molti alberi, nei suoi campi, e viti chiedevano molto frutto, fra le quali una di qualità pregiata di cui era molto orgoglioso. Un anno questa vite fece molte fronde e pochi grappoli. Un amico disse all’agricoltore: “È perché l’hai troppo poco potata”. L’anno di poi l’uomo la potò molto. La vite fece pochi tralci, ancor meno grappoli. Un altro amico disse: “È perché l’hai troppo potata”. Il terzo anno l’uomo la lasciò stare. La vite non fece neppure un grappolo e mise ben poche foglie, magre, accartocciate e sparse di ruggine. Un terzo amico sentenziò: “Muore perché il terreno non è buono. Bruciala”. “Ma perché se è lo stesso terreno che hanno le altre e se la curo come le altre? Prima faceva bene!” L’amico si strinse nelle spalle e se ne andò.

Passò un ignoto viandante e si fermò ad osservare l’agricoltore tristemente appoggiato al tronco della povera vite.

“Che hai?” gli chiese. “Morti in casa?”.

     “No. Ma mi muore questa vite che amavo tanto. Non ha più succo per fare frutto. Un anno poco, l’altro meno, questo niente. Ho fatto quanto mi hanno detto, ma non è giovato”.

    L’Ignoto viandante entrò nel campo e si accostò alla vite. Toccò le foglie, prese in mano una zolla di terra, l’annusò, la sbriciolò fra le dita, alzò lo sguardo al tronco di un albero che sorreggeva la vite. “Devi levare quel tronco. Questa è sterilita da quello”.

“Ma se è il suo appoggio da anni?!”.

“Rispondimi, uomo: quando tu mettesti questa vite a dimora, come era essa, e come era esso?”.

“Oh! essa era un bel magliolo di tre anni. L’avevo ricavato da un’altra mia pianta e per portarlo qui avevo fatto una profonda buca, onde non offendere le radici nel levarlo dalla zolla natia. Anche qui avevo fatto una buca uguale, anzi ancor più vasta, perché fosse subito a suo agio, e prima avevo zappettato tutta la terra all’intorno perché fosse morbida per le radici, che potessero espandersi subito, senza fatica. Con ogni cura l’ho sistemata, mettendo sul fondo allettante concime. Le radici, tu lo sai, si fanno forti se trovano subito ciò che le nelle tre. Meno mi occupai dell’olmo. Era un alberello destinato solo a sorreggere il magliolo. Perciò lo misi quasi superficialmente presso il magliolo, lo rincalzai e me ne andai. Attecchirono tutti e due, perché la terra è buona. Ma la vite cresceva di anno in anno, amata, potata, sarchiata. L’olmo invece stentava. Ma per quello che valeva!… Poi si è fatto robusto. Lo vedi ora come è bello? Quando torno da lontano ne vedo la cima svettare alta come una torre, e mi pare l’insegna del mio piccolo regno. Prima la vite lo ricopriva e non si vedeva la sua bella fronda. Ma ora guarda come è bella là in alto, nel sole! E che tronco! Diritto, forte. Poteva sorreggere questa vite per anni ed anni, anche fosse divenuta uguale a quelle prese sul torrente del Grappolo dagli esploratori d’Israele. Invece…”.

“Invece te l’ha uccisa. L’ha soverchiata. Tutto era buono per il suo vivere: il terreno, la posizione, la luce, il sole, le cure che le davi. Ma questo l’ha uccisa. È divenuto troppo forte. Le ha legate le radici fino a strozzarle, le ha levato ogni succo del suolo, le ha messo un bavaglio al suo respiro, al suo bisogno di luce. Sega subito questa inutile e poderosa pianta, e la tua vite risorgerà. E meglio ancora risorgerà se tu, con pazienza, scaverai il suolo per mettere a nudo le radici dell’olmo e per segarle, onde essere sicuro che non gettino polloni. Marciranno nel suolo colle loro ultime ramificazioni, e da morte diverranno vita perché diverranno concime, degno castigo al loro egoismo. Il tronco lo brucerai e ti darà utile così. Non serve che al fuoco una pianta inutile e nociva, e va levata perché ogni bene vada alla pianta buona e utile. Abbi fede in ciò che io dico e sarai contento”.

“Ma tu chi sei? Dimmelo perché io possa aver fede”.

“Io sono il Sapiente. Chi crede in me sarà sicuro” e se ne andò.

L’uomo stette un poco in forse. Poi si decise e mise mano alla sega. Anzi chiamò gli amici per esserne aiutato.

“Ma sei stolto?”. “Perderai l’olmo oltre che la vite”. “Io mi limiterei a potarne la cima per dare aria alla vite. Non di più”. “Dovrà pure avere un sostegno. Fai un lavoro inutile”.

Chissà chi era! Forse uno che ti odia a tua insaputa”. “Oppure un pazzo” e via e via.

“Io faccio ciò che mi ha detto. Ho fede in lui” e segò l’olmo presso la radice e, non contentò, per un largo raggio mise a nudo le radici delle due piante, con pazienza segò quelle dell’olmo, badando di non ferire quelle della vite, ricoprì la gran buca e alla vite, rimasta senza un sostegno, mise accosto un robusto paletto di ferro con la parola “Fede“, scritta sopra una tavola legata in cima al palo.

Gli altri se ne andarono crollando il capo.

Passò l’autunno e l’inverno. Venne la primavera. I tralci attorcigliati alla penzana si ornarono di gemme e gemme, prima serrate come in un astuccio di velluto argentato e poi socchiuse sullo smeraldo delle nascenti fogliette, e poi aperte, e poi allunganti dal tronco nuovi tralci robusti, tutti un fiorettar di fioretti e poi tutto un legar di acinelli. Più grappoli che foglie, e queste ampie, verdi, robuste al pari dei penzoli di due, tre e più grappoli ancora. E ogni grappolo un fitto di acini carnosi, succosi, splendidi.

Ed ora che dite? Era o non era l’albero la ragione per cui la mia vite moriva? Aveva o non aveva detto bene il Sapiente? Ho avuto o non ho avuto ragione a scrivere su quella tavola la parola, Fede ‘?” disse l’uomo agli amici increduli.

Hai avuto ragione. Te beato che hai saputo aver fede ed essere capace di distruggere il passato e ciò che ti fu detto nocivo”.  Questa la parabola.

 “Il senso della parabola”

4 La parabola ha un senso più ampio del piccolo episodio di una fede premiata. Ed è questo.

 Iddio aveva messo la sua vite, il suo popolo, in luogo adatto, fornendolo di tutto quanto gli occorreva per crescere e dare sempre maggiori frutti, appoggiandolo ai maestri perché più facilmente potesse comprendere la Legge e farne sua forza. Ma i maestri vollero superare il Legislatore e crebbero, crebbero, crebbero fino ad imporsi più della eterna parola. E Israele si è sterilito. Il Signore ha mandato allora il Sapiente perché coloro che in Israele, con animo retto, si addolorano di questo sterilire e tentano questo e quel rimedio, secondo i dettami e consigli dei maestri, dotti umanamente ma indotti soprannaturalmente e perciò lontani dal conoscere il necessario da farsi per rendere vita allo spirito di Israele, possano avere un consiglio veramente salutare.

 Or bene, che accade? Perché non riprende forza Israele e torna vigoroso come nei tempi aurei della sua fedeltà al Signore? Perché il consiglio sarebbe: levare tutte le cose parassitarie cresciute a detrimento della Cosa santa – la Legge del Decalogo – quale è stata data, senza compromessi, senza tergiversazioni, senza ipocrisie, levarle per lasciare aria, spazio, nutrimento alla Vite, al Popolo di Dio, dandogli un robusto, diritto, non piegabile sostegno, unico, dal nome solare: la Fede. E questo consiglio non viene accettato. Perciò vi dico che Israele perirà, mentre potrebbe risorgere e possedere il Regno di Dio se sapesse credere e generosamente ravvedersi e mutare sostanzialmente sé stesso.

 Andate in pace e il Signore sia con voi».

Beatitudine del credente

Beati quelli che  sanno credere[163]

5Beati quelli che non solo ti amano, o Pensiero del Padre che l’Amore fa Parola, nelle ore di gioia, ma che anche prima che sia la gioia, anche sotto nubi di uragano, benedicono Te, Luce che non conosci pause nello splendere. Beati quelli che sanno lodarti col pianto sul ciglio e la fiducia in cuore e stanno certi della tua pietà. In verità vi dico che chi col più bell’atto di fede sa sperare in Dio mentre le tenebre incombono portando disperazione, conoscerà il Sole eterno. Pochi, troppo pochi questi credenti veri. In questa notte di impotenza sbucata fuori dall’inferno cadono gli spiriti malati come foglie marcite dall’acqua e strappate dal vento. Il loro peso li trascina e, ad aumento della carne, hanno Satana che li tiene accecati e stretti per impedire loro di avere un conato di elevazione che basterebbe a salvarli. La paura, l’avvilimento li ottundono, il vizio li paralizza, la disperazione li brucia. Sono delle rovine che tremano di ombre fatue e non sanno che dovrebbero tremare di sé stessi, uccisori della loro immortalità.

Beatitudine del credere[164]

      6Ma Elisabetta, dopo esser stata un minuto come raccolta in sé, alza un volto talmente radioso che pare ringiovanito, guarda Maria sorridendo con venerazione come vedesse un angelo, e poi si inchina in un profondo saluto dicendo: «Benedetta tu fra tutte le donne! Benedetto il Frutto del tuo seno! (dice così: due frasi ben staccate). Come ho meritato che venga a me, tua serva, la Madre del mio Signore? Ecco, al suono della tua voce il bambino m’è balzato in seno come per giubilo e quando t’ho abbracciata lo Spirito del Signore mi ha detto altissima verità al cuore. Te beata, perché hai creduto che a Dio fosse possibile anche ciò che non appare possibile ad umana mente! Te benedetta, che per la tua fede farai compiere le cose a te predette dal Signore e predette ai Profeti per questo tempo! Te benedetta, per la Salute che generi alla stirpe di Giacobbe! Te benedetta, per aver portato la Santità al figlio mio che, lo sento, balza, come capretto festante, di giubilo nel mio seno, perché si sente liberato dal peso della colpa, chiamato ad esser colui che precede, santificato prima della Redenzione dal Santo che cresce in te!».

      «Benedetta! Anche io, da quando ti ho vista, non ho più sentito peso, stanchezza e dolore. Mi par d’esser nuova, giovane, liberata dalle miserie della mia carne di donna. Il mio bambino, dopo aver balzato felice al suono della tua voce, si è messo quieto nella sua gioia. E mi pare di averlo, dentro, in una cuna viva e di vederlo dormire sazio e beato, respirare come un uccellino felice sotto l’ala della mamma… 0ra mi metterò al lavoro. Non mi peserà più. Ci vedo poco, ma…»

      Elisabetta, donna di fede intrepida e di fiducioso abbandono al volere di Dio, merita di comprendere il mistero chiuso in me. Lo Spirito le parla attraverso il balzare del suo seno. Il Battista ha pronunciato il suo primo discorso di Annunziatore del Verbo attraverso i veli e i diaframmi di vene e di carne, che lo separano e insieme lo uniscono alla sua santa genitrice.

L’uomo che crede nel male e non nel bene[165]

7Sì. Per colpirmi gli uomini hanno coraggio. Ma per venirmi accosto, attratti dal mio amore, no. Credono ciecamente nel Male e nel Principe del Male. Quello lo seguono senza paura, non appena si manifesta in una delle sue infinite forme dagli infiniti nomi. Ma non credono, o credono molto malamente, nel Bene e nel Dio del Bene, e davanti alle sue manifestazioni fuggono.

Sono coperti di colpe e imitano Adamo quando si nascose al Creatore dopo avere peccato nell’Eden”.

La fede di due ciechi[166]

Chi non crede nel Messia è condannato

8Passa in quel momento il fariseo Simone e fa un pomposo inchino a Gesù, che glielo ricambia. Il fariseo si ferma e, mentre la folla si scansa come intimorita, il fariseo dice: «E a me non daresti una carezza?», e ha un lieve sorriso.

«A tutti che me la chiedono. Mi felicito con te, Simone, per la tua ottima salute. Mi avevano detto a Gerusalemme che eri stato alquanto malato».

«Sì. Molto. Ti ho desiderato per guarire».

«Credevi che Io lo potessi?».

Non ne ho mai dubitato. Ma ho dovuto guarire da me perché Tu sei stato molto assente. Dove sei stato?».

«Ai confini di Israele. Così ho occupato i giorni fra Pasqua e Pentecoste».

«Molti successi? Ho saputo dei lebbrosi di Innom e Siloan. Grandioso. Quello solo? No certo. Ma ciò si sa per il sacerdote Giovanni. Chi non è prevenuto crede in Te ed è beato».

«E chi non crede perché è prevenuto? Che è di lui, saggio Simone?».

Il fariseo si turba un poco… è combattuto fra la voglia di non condannare i suoi troppi amici che sono prevenuti contro Gesù e quella di ben meritare gli elogi di Gesù. Ma vince questa e dice: «E chi non vuole credere in Te nonostante le prove che dài è condannato».

«Io vorrei che nessuno lo fosse…».

«Tu sì. Noi non ti ricambiamo con la stessa misura di bontà che Tu hai per noi. Troppi non ti meritano… Gesù, ti vorrei mio ospite domani…».

«Domani non posso. Facciamo fra due giorni. Accetti?».

«Sempre. Avrò… amici… e li dovrai compatire se…».

«Sì, sì. Verrò con Giovanni».

«Solo lui?».

«Gli altri hanno altre missioni. Eccoli che tornano dalle campagne. La pace a te, Simone».

«Dio sia con Te, Gesù». Il fariseo se ne va e Gesù si riunisce agli apostoli.

La fede di due ciechi (Mt 9,27-31)[167].

9Ma mentre mangiano il pesce arrostito li raggiungono dei ciechi che già avevano implorato Gesù per la via. Ripetono ora il loro: «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di noi!».

«Ma andate via! Vi ha detto: “domani”, e domani sia. Lasciatelo mangiare», rimprovera Simon-Pietro.

«No, Simone. Non li cacciare. Tanta costanza merita un premio. Venite avanti voi due», dice poi ai ciechi, e quelli entrano tastando col bastone il suolo e le pareti.

«Credete voi che Io vi possa rendere la vista?».

«Oh! sì! Signore! Siamo venuti perché ne siamo certi».

Gesù si alza da tavola, li avvicina, pone i suoi polpastrelli sulle palpebre cieche, alza il volto, prega e dice: «Siavi fatto secondo la fede che avete». Leva le mani e le palpebre senza moto si muovono, perché la luce colpisce di nuovo le pupille rinate in uno, e si dissigillano le palpebre all’altro, e dove prima era una naturale sutura, dovuta certo a ulceri mal curate, ecco che si riforma l’orlo palpebrale senza difetti e si alza e si abbassa con moto d’ala. I due cadono in ginocchio.

«Alzatevi e andate. E badate bene che nessuno sappia ciò che vi ho fatto. Portate alle vostre città la novella della grazia ricevuta, ai parenti, agli amici. Qui non è necessario e non è propizio all’anima vostra. Conservatela immune da lesioni nella sua fede così come, ora che sapete cosa è l’occhio, lo preserverete da lesioni per non accecare di nuovo».

28. FEDE UMANA E FEDE SPIRITUALE[168]

Categorie di uomini nelle ore gravi

 Gesù parla

1“Dopo il trionfo di questa mattina ben diverso è il vostro spirito. Che devo dire? Che è sollevato? Oh! Sì! Secondo l’umanità è sollevato: Siete entrati in città tremanti per le mie parole. Pareva che ognuno temesse, per sé, gli sgherri oltre le mura, pronti ad assalirlo e farlo prigioniero.

In ogni uomo vi è un altro uomo che si rivela nelle ore più gravi. Vi è l’eroe che nelle ore di maggior pericolo balza fuori dal mite che il mondo sempre vide e giudicò insignificante, l’eroe. che dice alla lotta: ” Eccomi”, che dice al nemico, al prepotente: ” Con me misurati “. E vi è il santo che mentre tutti fuggono terrorizzati davanti ai feroci che vogliono vittime dice. ” Me prendete in ostaggio e in sacrificio. Pago io per tutti “. E vi è il cinico che sulle sventure generali fa approfitto proprio, e ride sui corpi delle vittime. C’è il traditore che ha un coraggio suo proprio: quello del male. Il traditore che è l’amalgama del cinico con il vigliacco, che è pure una categoria che si manifesta nelle ore gravi. Perché cinicamente trae profitto da una sventura e vigliaccamente passa al partito più forte, osando. pur di averne utile, affrontare lo sprezzo dei nemici e le maledizioni degli abbandonati. C’è infine, ed è il tipo più diffuso, il vigliacco che nell’ora grave non è capace che di rammaricarsi per essersi fatto conoscere di un partito e di un da anatema, e di fuggire… Questo vigliacco non è delinquente quando il quanto il cinico e ributtante come il traditore.

Ma mostra sempre la imperfezione della sua struttura spirituale

Fede umana e fede spirituale

 2E voi, allora, dicevate anche: ” Questo solo vogliamo. Con Te, come Te, per Te vogliamo essere, ed essere trattati, e patire”. Sì. Dicevate così. Ed eravate anche sinceri. Ma era perché non ragionavate che da bambini, da svagati bambini. Vi pensavate facile il seguirmi e tanto eravate pregni di sensualità triplice ~ che non potevate ammettere che fosse vero quello che lo vi accennavo. Pensavate: ” Egli è il Figlio di Dio.  5. Lo dice per provare il nostro amore. Ma Egli non potrà essere percosso dall’uomo. Lui che opera miracoli saprà bene fare un grande miracolo in suo favore!” E ognuno aggiungeva: “lo non posso credere che Egli sia tradito, preso, ucciso”. Tanto forte questa vostra umana fede nella mia potenza che giungevate a non avere fede nelle mie parole, la Fede vera, spirituale, santa e santificante.

Fortezza e prudenza spirituale

 3Siete più sollevati allora anche nello spirito? No. in questo siete ancora meno sollevati. Perché siete ancora più impreparati all’ora che incombe. Avete bevuto gli osanna come vino forte e piacente. E ne siete ebbri. Un ebbro è mai un forte? Basta una manina di bambino a farlo traballare e cadere. Così siete voi. E basterà l’apparizione degli sgherri a farvi fuggire come timide gazzelle che vedono affacciarsi ad una rupe del monte il muso aguzzo dello sciacallo, e, rate come vento si disperdono per le solitudini del deserto. 

 Oh! badate di non morire di un’orrida sete in quella arsa arena che è il mondo senza Dio! Non dite, non dite, o amici miei, ciò che dice Isaia alludendo a questo vostro stato di spirito falso e pericoloso. Non dite:

   Costui non parla altro che di congiure. Ma non c’è da temere, non c’è da avere spavento. Non dobbiamo temere ciò profetizza. Israele lo ama. E noi l’abbiamo visto “. Quante volte il tenerello piede ignudo di un pargolo calpesta le erbette del prato, cogliendo corolle per portarle alla mamma, e steli e fiori, e invece posa il calcagno sulla testa e ne è morso e ne muore! i fiori celavano il serpente. stamane… anche stamane così! Io sono il Condannato di rose. Le rose!… Quanto durano le rose? Che resta di dopo che la corolla loro si è sfaldata in neve di profumati petali?  Spine.

29.  VOLONTA’ DI CREDERE[169]

 “La fede fa praticare le virtù e la legge”

 Dice Gesù:

1«Stai sicura. Chi ha Me ha tutto. Non hai più fame e non hai più sete, secondo la mia promessa, perché credi in Me. Non parlo della fame e della sete del povero corpo. Parlo della fame e della sete del vostro cuore, della vostra anima, del vostro spirito.

       Solo il pensiero che mi hai vicino ti consola, ti sostiene, ti nutre tutta.

No, che non mi stanco di stare vicino a te.  Gesù non si stanca mai di stare vicino ai suoi poveri egli che senza di Lui. sono tanto infelici. Guarda se mi stanco mai di stare nelle chiese, ad attendervi, chiuso in poco pane per assumere una forma visibile alla vostra pesantezza materiale.

Come il più dolce tesoro che lo abbia, sono le anime che il Padre mio mi ha date. Puoi tu dubitare che lo non tratti con amoroso rispetto quanto mi è stato dato dal Padre mio?

Sono disceso dal Cielo, dove ero beato nella divinità eccelsa della mia Essenza, per compiere questo desiderio del Padre di salvare il genere umano da Lui creato. Circoscritto, Io l’infinito, in poca carne; avvilito, Io il Potente, in veste d’uomo oscuro; povero, Io il Padrone dell’Universo, in un paesello qualsiasi; accusato, Io il senza Macchia, il Purissimo, di tutte le colpe morali e spirituali come ribelle all’autorità umana, sovvertitore di popoli, violatore della legge divina, bestemmiatore di Dio; tutto ho subìto, tutto ho compiuto per rendere realtà il desiderio del Padre.

 No, non mi stanco d’essere con te. Ti aspetto. Quando sarà la tua ora, salirai con Me alla vita eterna, perché a chi crede in Me essa è serbata. Ti ho già detto come colui che crede, realmente crede, si salva. Poiché la Fede porta seco le altre virtù e fa praticare le virtù e la Legge.» 

 “La capacità di credere”

  Dice Gesù:

 2«Di’ al Padre, che chiede un segno per persuadere i confratelli a certe verità che non si possono negare, che gli do la stessa risposta data al ricco Epulone: ” Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non ascolteranno neppure un morto risuscitato”. Se non ascoltano la voce della loro coscienza ispirata da Me, che grida i suoi avvertimenti inoppugnabili e veritieri, se soffocano sotto l’incredulità anche quel resto di sensibilità che permane in loro, come vuoi che facciano a sentire altre cose? Se non chinano la fronte davanti alla realtà che li colpisce e non ricordano, non capiscono, non ammettono nulla, come vuoi che credano a un segno?

 Negano anche Me, anche se dicono di non negarmi; loro sono i ” dotti” ed hanno soffocato la bella, santa, semplice, pura capacità di credere, sotto le pietre e i mattoni della loro scienza, troppo imbevuta di terra per potere capire ciò che non è terra.

 Ah! Maria! Quanto dolore ha il tuo Gesù! Vedo morire quello che lo ho seminato a costo del mio morire.

 Ma neanche se lo apparissi mi crederebbero. Metterebbero in moto tutti gli arnesi della scienza per pesare, elencare, analizzare la meraviglia della mia apparizione, sciorinerebbero tutti i ragionamenti della loro cultura, disturbando profeti e santi per citare, a rovescio e nel modo che più torna loro comodo, le ragioni per cui lo, Re e Signore del Creato, non posso apparire.

“La santa verginità dello spirito”

 3Anche ora, come venti secoli orsono, dei semplici, dei bimbi, mi seguirebbero e crederebbero in Me. I semplici, perché. hanno Io stesso cuore, vergine di razionalismo e di diffidenza e di superbia della mente, dei pargoli. No. Non troverei nella mia Chiesa i capaci di credere. Ossia, nel grande esercito dei miei ministri troverei qualche anima che ha saputo conservare la verginità più alta: ” quella dello spirito”.

O santa verginità dello spirito! Come sei preziosa, cara, diletta al mio Cuore che ti benedice e predilige! O santa verginità dello spirito che conservi candore di Battesimo alle anime che li possiedono, che conservi ardore di Confermazione alle anime che ti conservano, che mantieni nutrimento di Comunione alle anime che ti si abbandonano, che sei Matrimonio dell’anima col suo Gesù Maestro e Amico, che sei Sacerdozio che consacri alla Verità, che sei Olio che mondi nell’ora estrema per preparare all’ingresso nella dimora che vi ho preparato! Santa verginità dello spirito che sei luce per vedere, suono per intendere, come pochi ti sanno conservare!

 “Il sicario della fede”

4Vedi, anima mia. Poche sono le cose che io condanno severamente come questa del razionalismo che svergina e sconsacra e uccide la Fede, dico Fede colla maiuscola per dire Fede vera, assoluta, regale.  Io lo condanno come mio sicario. È adesso che uccide Me nei cuori e che ha preparato e prepara tempi ben tristi alla Chiesa e al mondo.

Ho maledetto altre cose. Ma nessuna maledirò come questa. È stato il seme da cui sono venute altre, altre, altre venefiche dottrine. È stato il perfido che apre le porte al nemico. Ha infatti aperto le porte a Satana che mai, come da quando il razionalismo regna, ha regnato tanto.

 Ma è detto: ” Quando il Figlio dell’uomo verrà non troverà fede nei cuori”. Perciò il razionalismo fa la sua opera. Io farò la mia.

 Beati coloro che, come chiudono la porta al peccato e alle passioni, sanno chiudere le porte del tempio segreto in faccia alla scienza che nega, e vivono, soli col Solo che è Tutto, sino all’ultimo.

 In verità ti dico che stringerò al cuore il disgraziato che ha commesso un delitto umano, e se ne è pentito, purché abbia sempre ammesso che Io posso tutto, ma avrò volto di Giudice per coloro che, in base ad una dottrinaria scienza umana, negano il soprannaturale nelle manifestazioni che il Padre vorrebbe che Io dessi.

 Un sordo nato non può udire, vero? Uno che abbia i timpani rotti per infortunio non può sentire, vero? Solo lo potrei ridare loro l’udito col tocco delle mie mani. Ma come posso dare udito a sordo se questo spirito non si lascia toccare da Me?     

30. FEDE ABRAMICA [170]

La fede di Abramo

1Paolo scrive, riportando le parole della Scrittura: “Abramo credette a Dio e gli fu imputato a giustizia”. Ma sebbene la Scrittura dica questo dopo che Abramo credette alla promessa divina di una discendenza, veramente Io vi dico che Abramo credette molto prima, quando già aveva la certezza che da Sarai non avrebbe avuto discendenza, quando, profugo fuor dalla sua terra e dal suo parentado, era nelle condizioni meno favorevoli a credere che il Signore avrebbe fatto di lui “una grande Nazione” e che alla  “sua progenie Dio avrebbe dato quella terra” che poscia fu la Palestina, quella terra estesa “a settentrione,

mezzogiorno, oriente e occidente”, data a lui e ai suoi posteri, a quella “progenie che Dio avrebbe moltiplicata come polvere della Terra”.

 Da un seme può venire spiga granita e da questa, sparsa coi suoi granelli, cento nuove spighe e da queste, riseminate, mille e poi dieci e centomila. Ma se manca il seme primo, come può aversi posterità e moltiplicazione?

 Abramo non aveva il seme: l’erede. Dal grembo sterile di Sarai non fioriva seme di posterità. Eppure, nonostante tutto, Abramo credette che Dio gli avrebbe concesso l’erede, ne la sua fede si affievolì per passar di tempo senza compimento di promessa. E ciò gli fu imputato a giustizia. Senza tener conto delle altre opere sue, Dio lo giudicò degno di grazia per la sua fede.

La fede e la legge,

 2La fede è dunque circoncisione mistica, valida come e più del rito materiale. Dio riconosce suoi servi coloro che credono in Lui e ubbidiscono alle sue volontà. Vano è aver il segno sulla carne, il nome nei registri, se non vi è segno di sudditanza al Dio vero nel cuore e se il nome è contraddetto dalle opere. L’erede fu promesso ad Abramo per la sua fede. L’eredità vi sarà data per la vostra fede. Avere la Legge ma non compirla, perché non c’è fede, è cagione di perdita del Regno celeste anziché di conquista.

 E come compiere la legge se non si credono le verità rivelate da Dio? Quando premio e castigo, eternità, inferno, paradiso, risurrezione della carne, giudizio divino, sono sprezzati come fole, quando il dubbio sull’esistenza di Dio fa trascurare la legge, a che vi giova avere e conoscere il codice della vita? Quale scudo contro i fomiti e le tentazioni vi resta se, non avendo la fede, non curate di vivere la legge?

Il granello di fede

3Il Verbo di Dio disse un giorno: ” Se avrete tanta fede quanto un granello di senape, potrete dire a quel monte, o a questa pianta: Strappati di là e piantati in mare e l’otterreste “.

Ma è questo granello di fede che vi occorre per strappare da voi i fomiti e le tentazioni, per comandare a questi tentacoli che vi abbrancano e torturano, e talora vi conducono a morte spirituale, di ” gettarsi in mare” lasciandovi liberi. Ma è questo granello di fede che vi farà forti come eroi e vi sarà giustificazione e perdono anche delle opere imperfette o delle cadute. Uno che ha fede non può perire. Colui che ha fede ha in sé il mezzo che gli impedisce di offendere irreparabilmente il Padre. Colui che ha fede crede in Gesù Figlio del Padre, in Gesù Salvatore e Redentore, e di lui è detto che chi crede in Lui e in Chi Io ha mandato avrà la vita eterna.  Colui che ha fede crede nella Terza Persona, nell’Amore dell’Amore di Dio, nel perfettissimo Amore che è Dio Uno e Trino, e chi crede nell’Amore ama, e chi crede e ama ha Dio in sé, e chi ha Dio non può conoscerla morte eterna.

Per questo, chi ha fede ha il Regno di Dio. In Sé, nella giornata terrena, il regno di Dio nel suo interno. Dio Re, Dio Amico, Dio Maestro, Luce, Via, Verità, Vita. Nell’altra vita, possesso e conoscenza beatifica senza più fine. “

31. FEDE CHE MUOVE LE MONTAGNE[171]

Gridi di speranza

1«Chi mi conduce dal Rabbi? Pietà di un cieco! Dove è? Ditemelo. L’ho cercato a Gerusalemme, a Nazareth, a Cafarnao. Era sempre partito prima che io giungessi… Dove è? Oh! pietà di me!», si lagna un uomo di un quarant’anni, tastando intorno a sé con un bastone.

     Raccoglie improperi di chi piglia sulle gambe o sulle spalle il colpo, ma nessuno si muove a pietà e tutti lo urtano passando senza che una mano si tenda a gridarlo. Il povero cieco si ferma spaurito e sconfortato…

     «Il Rabbi! Il Rabbi! Ahc-Ach, il il lèee!» (mi sforzo di rendere… parola il grido acuto delle donne che lo modulano. Ma è un grido, non è una parola! Ha più dello strido di certi uccelli che della parola umana).

«Ci benedirà i figli!».

«La sua parola farà trasalire il frutto che ho nel seno. Godi, creatura mia! Il Salvatore ti parla» dice una florida sposa carezzandosi il ventre gonfio sotto la veste sciolta.

«Oh! forse a me lo renderà fecondo! Sarebbe la gioia e la pace fra me ed Eliseo. Sono andata in tutti i luoghi dove si dice che la donna acquista fecondità. Ho bevuto l’acqua del pozzo presso la tomba di Rachele e quella del rio della grotta dove la Madre lo partorì… Sono andata a Ebron a prendere per tre giorni la terra del luogo dove nacque il Battista… Mi sono pasciuta dei frutti della quercia di Abramo e ho pianto invocando Abele nel luogo dove fu partorito e ucciso… Tutte le cose sante, tutte le cose miracolose del suolo e del Cielo ho provato, e medici, e medicine, e voti, e preghiere, e offerte… ma non si è aperto il mio grembo al seme, e appena mi sopporta Eliseo, a fatica non mi odia!!! Ohimè!», geme una donna già appassita.

«Sei vecchia ormai, Sella! Rassegnati!” le dicono con una pietà mista a un lieve sprezzo e a un palese trionfo quelle che passano col seno gonfio di maternità o con i poppanti attaccati alle floride mammelle.

«No! Non lo dite! Egli ha fatto risuscitare i morti! Non potrà dar vita alle mie viscere?”

«Largo! Largo! Fate largo alla mia madre malata» grida un giovane che sorregge le stanghe di una improvvisata barella retta, dall’altro lato, da una fanciulla molto afflitta. Sulla barella è una donna ancor giovane ma ridotta a scheletro giallognolo.

«Bisognerà dirgli dell’infelice Giovanni. Mostrargli il luogo dove è. E il più infelice di tutti, perché lui, lebbroso, non può andare cercando il Maestro…» dice un autorevole vecchione.

«Prima noi! Prima noi! Se si inoltra verso Ippo è finita. Quelli della città lo prendono per loro e noi si resta come sempre indietro».

Gridi di gioia

2«Ma che avviene là? Perché gridano così le donne, là sulla riva?».

«Perché sono stolte!».

«No. Gridano a festa! Corriamo…».

La via è un fiume di popolo che si incanala verso il greto del lago e del torrente, là dove Gesù e i suoi sono rimasti bloccati dai primi accorsi.

«Miracolo! Miracolo! Il figlio di Elisa, spedito dai medici, ecco, è guarito! Il Rabbi lo ha guarito mettendogli della saliva nella gola».

Gli «Ahc-Ahc-il-il-lèee» delle donne si fanno ancor più trillanti e acuti, mescolati ai forti osanna maschili.

Gesù è letteralmente sopraffatto, nonostante la sua statura. Gli apostoli fanno di tutto per fargli largo. Ma sì! Le discepole con Maria al centro sono separate dal gruppo apostolico. Il bambino, fra le braccia di Maria d’Alfeo, piange spaurito. E il suo pianto fa convergere sul gruppo delle discepole l’attenzione di molti, e c’è il solito bene informato che dice: «Oh! c’è anche la Madre del Rabbi e le madri dei discepoli! …».

«Quali? Quali sono?».

«La Madre è quella pallida e bionda vestita di lino, e le altre quelle vecchie che hanno una il bimbo e l’altra quel cesto sul

«E il bambino chi è?».

«Il figlio, eh! Non sentite che chiama mamma?».

«Figlio di chi? Della vecchia? Non può essere!».

 «Della giovane. Vedi che vuole andare da lei?».

 «No. Il Rabbi non ha fratelli. Lo so di sicuro».

La fede va data a Dio

3Delle donne sentono e, mentre Gesù, muovendosi a fatica, riesce a raggiungere la barella dove è la malata portata dai figli e la guarisce, si dirigono a Maria, curiose.

  Ma una non. è curiosa. Una si prostra ai suoi piedi dicendo:

  «Per la tua maternità, abbi pietà di me», ed è la sterile.

  Maria si curva e le dice: «Che vuoi, sorella?».

  «Esser madre… Un bambino!… Uno solo!… Sono odiata perché sterile. Io credo che tuo Figlio possa tutto, ma ho una fede tanto grande in Lui che penso che, per essere nato da te, ti abbia fatta santa e potente come Lui. Ora io te ne prego… per le tue delizie di madre te ne prego: fammi feconda. Toccami con la tua mano ed io sarò felice…».

  «La tua fede è grande, donna. Ma la fede va data a chi ne ha il diritto: a Dio. Vieni, dunque, dal mio Gesù…», e la prende per mano chiedendo con grazia pressante di poter passare sino a raggiungere Gesù.

  Le altre discepole la seguono nella scia che si apre fra la gente e così le donne accorse verso Maria, e intanto chiedono a Maria d’Alfeo chi è il piccolo che tiene alto sulla folla.

 «Un bambino che la madre non ama più. Ed egli è venuto a cercare amore dal Rabbi…».

 «Un bambino che la madre non ama più!?!».

  «Hai sentito, Susanna?».

  «Chi questa iena?».

 «Ohimè! Ed io che spasimo per non averne! Dà, da’, che mi baci almeno una volta un figlio! …», e Sella, la sterile, strappa quasi dalle braccia di Maria d’Alfeo il piccino e se lo stringe al cuore mentre cerca di seguire Maria, già separatasi da lei nell’attimo che Sella ha abbandonato la mano di Maria per prendere il piccolo.

Miracoli

 4«Gesù, ascolta. vi e una donna che chiede grazia. È sterile…».

 «Non disturbare il Maestro per lei, donna. Le sue viscere sono morte» dice uno che non sa di parlare alla Madre di Dio. E poi, confuso del suo sbaglio di cui viene avvertito, cerca farsi piccino e scomparire, mentre Gesù risponde a lui e alla supplice insieme dicendo:

  «Io sono la Vita. Donna, ti sia fatto ciò che chiedi», e posa per un attimo la mano sul capo di Sella.

  «Gesù! Figlio di Davide, abbi pietà di me!» grida il cieco di prima, che lentamente è giunto presso la folla e dai margini di essa getta il suo grido di invocazione.

  Gesù, che aveva il capo chino per ascoltare le parole di supplica di Sella, rialza il volto e guarda verso il punto da dove, sincopata come il grido di un naufrago, viene la voce del cieco.

  «Che vuoi che Io ti faccia?» grida.

  «Che io veda. Sono nelle tenebre».

  «Io sono la Luce. Voglio!».

  «Ah! Vedo! Vedo! Di nuovo vedo! Lasciatemi passare! Che io baci i piedi del mio Signore!».

  «Maestro, hai guarito tutti qui. Ma c’è un lebbroso in una capanna fra il bosco. Ci prega sempre di portarti a lui…».

  «Andiamo! Suvvia Lasciatemi andare. Non vi fate del male Io sono qui per tutti… Su, fate largo. Nuocete alle donne e ai bambini. Non parto già. Resto domani e poi sarò nella regione per cinque giorni. Mi potrete seguire, se volete…».

 Gesù cerca di disciplinare la ressa, di fare che per avere beneficio della sua venuta i cittadini non si facciano del male. Ma la folla è come una sostanza molliccia che si sposta ma poi torna a stringersi intorno a Lui, è come una valanga che per legge naturale non può che farsi sempre più compatta più procede, è come particelle di ferro attratte dalla calamita… E l’andare è lento, inceppato, faticoso… Tutti sudano, gli apostoli sbraitano, lavorano di gomiti nei petti e di calci negli stinchi per fare strada… Inutile ogni sforzo Per fare dieci metri ci vuole un quarto d’ora.

  Una donna sui quarant’anni riesce a suon di costanza a farsi strada fino a Gesù e lo tocca in un gomito.

  «Che vuoi, donna?».

  «Quel bimbo… ho saputo… Io sono vedova e senza figli… Ricordati di me. Sono Sara di Afeca, la vedova del venditore di stuoie. Ricorda. Ho casa presso la piazza della fonte rossa. Ma ho anche qualche vigna e bosco. Ho da dare a chi è solo… e sarei felice…».

 «Ricorderò, donna. La tua pietà sia benedetta».

Giovanni lebbroso santo

  5Il paese, più parallelo al lago che verticale allo stesso, viene presto attraversato e la campagna, dolce, silenziosa nel crepuscolo che scende e non fa ombra notturna, perché fra la luce diurna e la notturna di luna non è che un trapasso inavvertibile, li accoglie. Vanno verso le propaggini dell’alta scogliera che, più verso sud, borda il lago. Delle grotte, non so se naturali o a bella posta fabbricate nella roccia, molte murate e imbiancate al di fuori, certo sepolcri, sono nel balzo.

 «Eccoci! Fermiamoci per non contaminarci. Siamo presso al” la tomba del vivo, e questa è l’ora in cui egli viene a quel masso a ritirare le offerte. Era ricco, sai? Noi lo ricordiamo. Era buono anche. Ma ora è un santo. Più lo ha percosso il dolore e più egli si è fatto giusto. Non sappiamo come fu. Si dice per dei pellegrini che egli ospitò. Erano diretti a Gerusalemme, così dicevano. Parevano sani, ma certo erano lebbrosi. Il fatto è che, dopo il loro passaggio, per prima la moglie e i servi, poi i figli, ultimo lui, presero la lebbra. Tutti. Per primi e dalle mani quelli che avevano lavato i piedi e le vesti ai pellegrini, perciò diciamo che dovettero esser loro causa di tutto. 1 bambini, tre, morti presto presto. Poi la moglie, e più di dolore che di malattia… Egli… Quando il sacerdote dichiarò tutti lebbrosi, si comprò questo pezzo di monte con le sue ormai inutili sostanze e vi fece mettere provvigioni per sé e i suoi… servi compresi, e zappe e picconi… e cominciò a scavare i sepolcri… e uno per uno vi collocò tutti: i figliolini, poi la moglie, i servi… È rimasto lui, e solo, e povero, perché tutto finisce col tempo… e sono quindici anni che dura… Eppure… mai un lamento. Era dotto: a memoria si ripete la Scrittura. La dice alle stelle, alle erbe, alle piante, agli uccelli, la dice a noi che abbiamo tanto da imparare da lui, e consola i nostri dolori… lui, capisci? consola i nostri dolori. Vengono da Ippo e Gamala e fin da Gherghesa e Afec a sentirlo. Quando ha saputo del miracolo dei due indemoniati… Oh! si è messo a predicare la fede in Te. Signore, se gli uomini ti hanno salutato col tuo nome di Messia, se le donne ti hanno salutato come il vincitore e re, se i bambini nostri sanno il tuo Nome e che Tu sei il Santo d’Israele, è per il povero lebbroso», narra per tutti il vecchione che per primo ha parlato di Giovanni.

«Lo guarirai?» chiedono in molti.

«E lo chiedete? Ho pietà dei peccatori, ma che avrò per un giusto?

Fede che muove le montagne

6Ma è forse lui che viene? Là, fra quei cespugli…»

     «Certo è lui. Ma che vista hai mai, Signore! Noi sentiamo fruscio, ma nulla vediamo…».

      Anche il fruscio cessa. Tutto è silenzioso e attesa…

Gesù è bene in luce, solo, un poco avanti, perché si è avanzato sino al masso dove sono deposte delle provviste; gli altri, nella penombra di alcuni alberi, scompaiono confondendosi ai tronchi e ai cespugli della sodaglia. Anche i bambini tacciono, o perché assonnati in braccio alle madri, o perché spauriti del silenzio, dei sepolcri, delle bizzarre ombre che trae la luna dalle piante e dalle rocce.

Ma il lebbroso deve vedere, dal suo nascondiglio, e vedere bene. Vedere l’alta e solenne persona del Signore, tutto bianco nel bianco della luna, bellissimo. Gli sguardi stanchi del lebbroso certo si incrociano con lo sguardo splendente di Gesù.

Che linguaggio uscirà da quelle pupille divine, larghe, fulgide come stelle? Che, dalla bocca disserrata su un sorriso d’amore? Che dal cuore, soprattutto dal cuore del Cristo? Mistero. Uno dei tanti misteri fra Dio e le anime nei loro rapporti spirituali. Certo il lebbroso capisce, perché grida: «Ecco l’Agnello di Dio! Ecco Colui che è venuto a sanare tutto il dolore del mondo!  Gesù, Messia benedetto, Re nostro e nostro Salvatore, pietà di me!».

 Come puoi credere nello Sconosciuto e vedere in lui l’atteso? «Che sono Io per te?  L’Ignoto…».

 «No. Tu sei il Figlio del Dio vivente. Come lo so e lo vedo? Non so. Qui, dentro di me, una voce ha gridato: “Eccolo l’Atteso! È venuto a premiare la tua fede”. Ignoto? Sì. Nessuno ha noto il volto di Dio. Perciò sei l’Ignoto” nella tua apparenza. Ma il Noto sei per la tua Natura, per la tua Realtà. Gesù, Figlio del Padre, Verbo incarnato e Dio come i’ Padre. Ecco chi sei, e io ti saluto e prego, credendo in Te».

 «E se Io non potessi nulla e la tua fede andasse delusa?».

 «Direi che ciò è volontà dell’Altissimo e continuerei a credere e ad amare, sperando sempre nel Signore».

 Gesù si volge alla folla, che ascolta il dialogo sospesa, e dice: «In verità, in verità vi dico che quest’uomo ha la fede che smuove le montagne. In verità, in verità vi dico che la vera carità, fede e speranza si provano nel dolore più che nella gioia, benché l’eccesso di gioia sia talora rovina ad uno spirito in forme ancora. Facile è credere ed essere buoni quando la vita non è che un placido, se non gioioso, scorrere di giorni uguali. Ma colui che sa persistere nella fede, speranza e carità, anche quando malattie, miserie, morti, sventure lo fanno solo, abbandonato, sfuggito da tutti, e non fa che dire: “Sia fatto ciò che l’Altissimo crede utile per me”, in verità costui non solo merita aiuto da Dio, ma, Io ve lo dico, nel Regno dei Cieli è pronto il suo posto e non conoscerà sosta nella purgazione, perché la sua giustizia ha annullato ogni debito della vita passata. Uomo, Io te lo dico: “Va’ in pace, che Dio è con te!”».

 Si volge, nel dirlo, e tende le braccia verso il lebbroso, lo attira quasi col suo atto e, quando è ben vicino, ben visibile, ordina: «Voglio! Sii mondato! …, e sembra che la luna deterga e trasporti via, col suo raggio d’argento, le pustole, le piaghe, i noduli e le croste della orrenda malattia. Il corpo si ricompone e modella in sanità.

 È un vecchio dignitoso, ascetico nella sua magrezza, colui che, reso edotto del miracolo dai gridi osannanti della folla, si curva a baciare il suolo, non potendo toccare Gesù ne alcun uomo prima del tempo prescritto dalla Legge.

 «Alzati. Ti porteranno una veste monda, perché tu possa andare davanti al sacerdote. Ma sappi andare sempre con la mondezza dello spirito davanti al tuo Dio. Addio, uomo. La pace sia con te!».

 E Gesù si riunisce alla gente e torna lentamente nel paese per il riposo.

RELAZIONI DELLA FEDE CON IL SAPERE

32. LA FEDE E LA SCIENZA DEI MISTERI

Credere è più alto di conoscere[172]

Onniscienza di Dio

Dice Gesù

    1«Quando Io dico d’essere ” l’eterno immolato” non dico un concetto nuovo. Coloro che furono a Me più vicini: Pietro e Giovanni, hanno lo stesso concetto. Ne possono averlo diverso tutti coloro che meditano sulle opere del Padre, del Figlio e dello ‘Spirito.

Talora a voi uomini fa stupore che Iddio» sapendo nella sua infinita intelligenza tutte le cose, abbia proceduto a creare l’uomo, e quasi vi chiedete se Dio sapeva o non sapeva4 quanto l’uomo avrebbe commesso.

Oh! lo sapeva! Nulla è ignoto al Dio Uno e Trino. Tutti gli avvenimenti dell’Universo: nascite e morti di pianeti, formarsi e disgregarsi di nebulose, vita o morte sugli astri lanciati nello spazio, cataclismi, deflagrazioni, sono conosciuti, in eterno, dall’Eterno. E ugualmente in eterno sono conosciuti tutti gli avvenimenti della Terra: uno dei milioni di mondi creati da Dio, che a voi è noto perché ne siete abitatori.

E in eterno sono noti tutti gli avvenimenti dell’uomo, preso come abitante della Terra. Prima che Adamo fosse, Iddio sapeva che Adamo avrebbe peccato. E con lui avrebbe peccato, per millenni, la razza di Adamo. Non uno dei peccati degli uomini, non una delle virtù degli uomini, sono ignorati dalla Sapienza nostra, sia nel momento in cui avvengono, sia da un tempo talmente anticipato che non ha paragone con nessun limite del vostro tempo, risalendo a ritroso nei secoli dei millenni sino al non essere del tempo: all’eternità.

L’e t e r n i t à

 2Spingi lo sguardo, o Maria, nell’eternità nostra. Immergiti in questo segno di Dio. È come se tu affissi lo sguardo verso un cielo tersissimo e pensi che oltre quell’azzurro, che ti pare li mite, è altro, altro, altro spazio sconfinato, sempre più alto…

 Un vortice di etere, un gorgo d’azzurro che tanto più si fa fondo quanto più sali, ne trovi confine ad esso. Il suo azzurro, che pure è, non è altro che il suo non essere, come sostanza consistente. Il suo azzurro è fatto di milioni incalcolabili di chilometri di etere nel quale danzano i mondi creati dal Padre mio.

Lo stesso è la nostra eternità.

     È! Quando cominciò? Mai!

     Quando finirà? Mai! quanto durerà? Sempre! Da quando dura? Da sempre!

     Mai. Sempre. Medita quale sconfinata potenza sta in queste due parolette applicate alla Perfezione. Non il vostro ” sempre” legato alla breve vita vostra e che non dura neppure per quanto dura la vita. Non il vostro ” mai” soggetto a così rapide smentite. Ma il nostro ” sempre” e il nostro ” mai” che non conoscono menomazioni di sorta e si rivestono della nostra Perfezione.

La scienza dei misteri

      3Nulla è occulto a Dio. Nulla. E allora, vi chiedete voi, poveri uomini, perché Dio ha creato l’uomo?

      Oh! che inutile perché! Vorreste voi giudicare l’opera di Dio? Fare il processo alle sue azioni?            Quando sarete nella gloria comprenderete tutti i perché misteriosi. Leggerete, con lo sguardo dello spirito libero, pagine che ora ignorate, che ora inutilmente volete sfogliare cadendo, per la vostra inutile superbia di formiche che vogliono perforare un monte di marmo, nei più perniciosi errori.

Quanti misteri ha ancora l’Universo per voi! Siete immersi nel mistero. Dio. Mistero dei perché di Dio. Mistero della seconda vita. Mistero di leggi cosmiche. Mistero di rapporti fra questo Mistero di vostro pianeta e gli altri mondi. Mistero dei rapporti fra i viventi sulla terra e i già passati alla seconda vita.

La vostra curiosità umana, il bisogno della vostra anima di ricongiungersi alle sue origini, vi danno sante e non sante inquietudini.

Sante, quando vi spingono a bene operare desiderando di approfondire il mistero e l’unione col soprannaturale per sentirvi meno esiliati fuor dal Regno dello spirito, e per rendervi sempre capaci di capire le parole spirituali e di meritare la vita spirituale che raggiunge la perfezione nell’altra vita, nella mia beatitudine.

Non sante, quando volete, scartando la bella e semplice Fede, imitare Adamo e conoscere ciò che non è utile per ora conoscere, violando il segreto, forzando celestiali porte, disturbando riposi paradisiaci, valicando barriere intoccabili.

Ciò è male, figli miei. Credetelo. Lasciate al vostro Dio l’iniziativa di istruirvi sui misteri dell’al di là. Egli sa fino a che punto introdurre nel segreto che sta oltre la morte. Fidatevi del vostro Padre e Maestro. Non vogliate irrispettosamente andare oltre al confine. Non vogliate volere più di ciò che vuole Dio. Rispettate.

Credere è più alto di conoscere

      4Questo vada per tutti i coloro che non si accontentano di quanto ho detto e vogliono sapere di più.  Ma credete voi che se fosse stato bene il saperlo, Io avrei smemorato i tre risuscitati del Vangelo? Eppure nessuno di essi disse ciò che è l’altra parte. Neppure Io, Verbo del Padre e Sapienza infinita, vi ho svelato il mistero della morte e con esso altri, la cui conoscenza non è necessaria alla vostra santificazione, ma anzi è nociva ad essa.

 Credere è più alto che conoscere. Credere è amare. Io torno a dire. Credete dunque che se Dio vi ha creati è stato per impulso d’Amore. Credetelo con amore per rispondere a tale amore. 

Fede e carità per vedere Dio

   5E con settemplice amore credete che Io, l’eterno immolato, sono con giusta parola chiamato così perché, da prima che il tempo fosse, Io sono il destinato ad essere immolato per salvare voi.

   Non si è iniziato il mio olocausto con la mia vita corporale. No. Esso era prima che Io divenissi carne nel seno della Vergine. Non si è iniziato con la cacciata di Adamo. No. Esso era prima che Adamo peccasse. Non si è iniziato quando il Padre disse: ” Facciamo l’uomo“. No. Esso era prima di tal pensiero creativo.

  Esso olocausto, compiuto dalla seconda Persona della Nostra, Trinità santa, è come palpito nel centro dell’eterno cuore del nostro Essere, da sempre. Da sempre, capisci? Eterno come Noi siamo eterni.  Tutto previsto e tutto preordinato, in eterno.

 Io sono l’eterno Immolato, la Vittima eterna, Colui che vi trasfonde il suo Sangue per guarirvi dalle malattie delle colpe, Colui che vi rinsalda con esso a Dio, Colui che vi dà tutte le certezze della fede e della speranza e vi nutre della sua carità perché possiate credere, vivere in Dio, santificarvi per mezzo della

Parola che non muore e che non permette che chi di essa si nutre muoia.

Credete in Me, amici miei, e chiedetemi la grazia di sempre più credere. La luce della Fede e quella della Carità vi permetteranno di vedere sempre più chiaramente il vostro Dio, il vostro Gesù, fin da questa vita.»

Ferita e morte della fede[173]

 “curiosità malsana e sacrilega”

 Dice Gesù:

6«Molte anime si perdono per volere ” cercare quello che è al di sopra di esse, e quello che è al disopra delle loro forze di indagine ” come dice l’Ecclesiastico.

 È l’antico veleno. Sempre l’uomo ha avuto, ed ha, curiosità malsane e sacrileghe profanazioni.  Vuole spingere il suo indagare in plaghe che la sapienza divina tiene avvolte nel mistero non per potere geloso ma per previdente amore. Guai se l’uomo conoscesse tutto del futuro e dei segreti dell’universo! Non avreste più pace spirituale e pace naturale. Lasciate il futuro a Dio, creatore e dispensatore del tempo e lasciate verginità a zone dell’universo il cui possesso vi darebbe armi per turbare sempre più la vostra esistenza di individui e di spiriti.

 Ho già detto che Io non sono contrario alle opere dell’intelligenza umana. Se il fosso dovrei dire che sono incoerente verso Me stesso che ho dato all’uomo l’intelletto perché lo usi e non perché lo tenga inerte. Ma però, per bocca della Sapienza, vi dico: Non vogliate essere curiosi scrutatori delle opere di Dio, non cercate di andare oltre i confini che Io ho messo per separare la potenza vostra da potenze più forti della vostra, da leggi di cosmo, da segreti di forze naturali, e soprattutto da misteri d’oltre tomba le cui verità e la cui vita Io solo ho il diritto di svelarvi, perché sono il Signore di tutte le cose mentre voi siete soltanto gli ospiti di questa povera Terra e non sapete cosa vi è riservato oltre la vita della terra.

“I turbatori del mistero”

 7Credete nell’altra vita. Basta credere a questo. Credete che in essa vi è un premio e un castigo, frutto di una Giustizia santa, che attende di essere applicato ad ogni singolo. Questo ve l’ho fatto conoscere per vostro bene. Non occorre che sappiate oltre.

      Non turbate, con le vostre pettegole curiosità, la pace soprannaturale dell’altra vita. Anche se è verso i tormentati, ossia verso coloro che non hanno pace perché scissi da Me, il vostro penetrare porta sempre un aumento di turbamento. Perché turbare con echi della terra la serenità dei cieli? Perché aumentare il tormento dei puniti con voci che ricordano il mondo dove meritarono il castigo? Abbiate rispetto dei primi e pietà dei secondi.

 Io solo, Signore del Cielo e della Terra, arbitro supremo di tutte le cose, Potenza perfetta in tutte le cose, posso prendere tali iniziative e riallacciare contatti dell’uomo col mistero dell’oltre vita. Io solo. È allora che vi mando i miei messaggeri, e sempre per uno scopo di bene, non mai per piegarmi a stolte e profanatrici indagini umane.

“Ferita e morte della fede”

 8Beati coloro che credono senza avere visto, ho detto a Tommaso, e lo ridico a tutti i curiosi e gli increduli della terra. Non c’è bisogno di prove per credere alla seconda vita, che – intanto sappiatelo – non è come arzigogolate voi, ma come ho detto Io: una seconda vita, una, non più e più vite. Siete uomini e non chicchi di grano che riseminati germogliano una, due, dieci, cento volte per quante sono seminati.

     Non c’è bisogno di prove. Basta la mia Parola. Che se dite di credere ad essa e poi cercate prove soprannaturali per credere, voi mentite e mi date del mentitore. Mentite perché colla bocca dite di credere e con la mente non ci credete e cercate prove. Mi date del mentitore perché il vostro cercare prove porta in sé il pensiero, sotto taciuto ma vivissimo, che Io posso aver detto cosa non vera.

     A punizione di tali inutili, pericolose, stolte curiosità e di tali irriverenti e sacrileghi pensieri, Io permetto che nei disgraziati indagatori di ciò che non è necessario all’uomo indagare si crei confusione mentale, turbamento di spiriti e grave ferita alla Fede nei migliori di essi, morte della Fede e dello spirito nei peggiori.

“Violatori del mistero”

 9Quali sono i migliori fra questi violatori del mistero? Sono che si accostano ad esso non per fare un processo a Me, che sono improcessabile, ma per cercare Me che non sanno trovare per altre vie più sicure: umili e alte come Colui che le ha segnate: il Cristo che è venuto apposta sulla Terra per portare la dottrina sicura che vi guidasse alla seconda vita e per fondare la Chiesa, depositaria e Maestra della mia dottrina. Costoro non sanno con semplicità di bambini e umiltà di santi abbracciare della Chiesa e dire ad essa: ” Ti amo, ti ubbidisco; guidami tu”. Ma però cercano, con retto pensiero, Me. Perciò uso loro ancora molta misericordia.

“I puri credenti”

 10Quali sono i peggiori fra questi violatori del mistero? Sono coloro che si accostano ad esso per pura curiosità scientifica, per utile umano, di qualunque genere sia composto: dalla moneta vile data a prezzo delle loro scienze di magia all’utile diretto che può loro venire (almeno credono che possa loro venire) da guide ultraterrene. Ma non è così che si hanno le guide. Esse vengono spontanee, per mio comando e non per chiamata umana. Verso costoro sarò Giudice di una severità inesorabile e li punirò per avere mancato di Fede e rispetto verso il Padrone di questa e della Vita vera e per avere mancato di rispetto ai trapassati, dei quali solo Io ho il diritto di farmi emanatore di ordini capaci di distoglierli dalle loro estraterrene dimore.

Beati, beati, tre volte beati quelli che credono senza bisogno di prove; beati, sette volte sette beati coloro che non hanno mai dubitato per un attimo della mia parola e della mia dottrina, affidata alla Maestra mia Sposa: la Chiesa, e senza mai aver osato, e neppure desiderato di osare, una profanazione dei regni oltreterreni, sono convinti che la vita non muore su questa terra, ma cambia natura e diviene eterna: beatifica per coloro che hanno saputo vivere di Me e in Me, orrifica per coloro che ripudiando Dio hanno fornicato con Satana.

A questi puri credenti, a questi semplici ed umili spiriti, ai quali la Fede è luce e la mia Parola vita, Io concedo ciò che nego agli indagatori: il possesso e la conoscenza della Verità d’oltreterra.”


I puri credenti possiedono la verità[174]

 “Il signore elegge i credenti”

 Dice Gesù:

11«Fra i puri credenti, fra questi spiriti umili e semplici, di cui ieri ti ho parlato e ai quali concedo il possesso della Verità, lo suscito speciali anime, le eleggo prima della loro incorporazione nella vita perché lo so tutto dell’uomo che è vissuto, che vive e che vivrà, e so perciò già in anticipo come ogni spirito agirà

sulla terra, meritando o demeritando.

    E non dite che ciò è ingiustizia perché non vi forzo a meritare. No: ciò è fedeltà alla mia opera e alla mia promessa di creare l’uomo capace di guidarsi e libero di guidarsi. lo ai figli do gli aiuti, tutti gli aiuti, ma non li forzo a servirsene. Lo desidero con tutto il mio amore, ma rispetto il desiderio dell’uomo. Dio ha spinto il suo amore sino a sacrificare il suo Verbo perché vi portasse la Parola e il Sangue. Ma di più non può fare, non vuole fare. Che merito avreste ad esser buoni se vi impedissi d’esser malvagi7

    Alle anime, perciò, che eleggo, perché so in anticipo che saranno sante per amore o diverranno sante dopo l’errore per pentimento sincero e duplice amore, Io do anche ciò che non do alle masse. Insegnamenti e luci che sono beatitudine per le stesse anime e guida per anime sorelle, meno illuminate di esse perché meno fuse a Me di esse.

“Non ama gli avari”

12Guai però se queste predilette mostrano avarizia o superbia del dono mio. Non amo gli avari e detesto i superbi.

primi mancano alla Carità perché economizzano per sé stessi ciò che è di tutti, perché Io sono il Padre di tutti e i miei tesori li do agli amati perché siano i miei elemosinieri presso i poveri dello spirito e non perché tesaurizzino avidamente e anti caritatevolmente gli stessi tesori, uccidendo la carità e disubbidendo al volere di Dio. Il solo fatto di uccidere la carità spezza il canale per cui fluiscono ad essi le mie parole e spegne la luce per cui essi vedono la verità delle mie parole. Perciò decadono dalle loro missioni di portatori della mia Voce. Questo spiega perché certe anime, dinanzi fari della Chiesa, periscono poi in un grigiore di nebbie perniciose. “

“Detesta i superbi”

13Riguardo ai superbi, poi, essi vengono privati inesorabilmente e immediatamente del mio dono. In essi la mia parola non si spegne piano come fiore che muore senz’acqua o uccello imprigionato in buio carcere, come avviene negli avari. Essa muore  s u b i t o come creatura strangolata. La superbia è la quintessenza dell’anticarità, la perfezione dell’anticarità, e il suo veleno demoniaco uccide istantaneamente la Luce nel cuore.

Mentre guardo con dolore e compassione le vostre debolezze, volgo altrove lo sguardo quando incontro un superbo. E sapete voi cosa è non avere più su di sé lo sguardo mio? È essere dei poveri ciechi, dei poveri folli, dei miseri ebbri che vanno brancolando, di pericolo in pericolo, e incontrano la morte. Ecco quello che è non avere più su di sé lo sguardo di Dio che vi protegge come nulla di più vi può proteggere.


33. SAPIENZA, FEDE E SCIENZA[175] 

 “La   v e r a    s a p i e n z a”

    Dice il Dolce Ospite (dal 7 marzo lo Spirito Santo vuole che io lo chiami così):

 1«Nell’ultima lezione per voi, uomini, e specie uomini preposti all’insegnamento della Verità e a quello della conoscenza dell’essenza di Dio, ossia della Carità senza la quale nel cuore non siete suoi figli, Io ho parlato della scienza vera e della scienza non vera, non completamente vera, perché spazia in plaghe di

sapere umano. La vera scienza supera queste plaghe basse, misere, ristrette, relative, e si lancia, freccia d’oro ardente, oltre ciò che è umanità, incontro agli eterni Veri che sono la vera

scienza o, con più giusto nome, la vera Sapienza.

    La vera sapienza si trova nel luminoso e ardente centro che è la Carità. Non è nel sapere molto di opere umane, e soprattutto non è nel discutere molto in lunghe, pedanti, scribacchi dispute teologiche, che si acquista la vera sapienza, ossia la vera conoscenza di ciò che è Dio, di ciò che vuole Dio, di ciò che si deve fare per possedere in eterno Dio. Ma è nell’amare molto.

    Colui che perfettamente ama, perfettamente nella relatività dell’uomo – ma è amare perfettamente nella relatività dell’uomo – ma è amare perfettamente se amate con tutte le vostre forze – infonde la perfezione non solo nel suo spirito ma anche nel suo intelletto.

   Perché una intelligenza illuminata dalla carità è intelligenza perfetta. E intelligenza perfetta è intelligenza sovrumana, ossia intelligenza sapiente di quella scienza vera, che non ebbe bisogno di libri e di studi per essere nell’uomo, di quella scienza vera che Adamo cd Eva ebbero infusa, proporzionata al loro stato, nell’albore beato, puro, perfetto, dei primi giorni dell’Umanità, quella scienza vera che Dio infuse direttamente alla creatura fatta a sua immagine e somiglianza. E un dato di questa divina immagine e somiglianza è questa scienza del Vero eterno che Dio possiede senza misura, e che l’uomo doveva possedere nella misura a lui sufficiente e che lo doveva guidare in tutte le sue opere e rapporti fatti per amore a Dio, al prossimo e alle creature inferiori.

     Io, Carità e Sapienza, dico a voi: meno scienza e più amore, e possederete la Sapienza.

“F e d e   e   s c i e n z a”

     2Volere spiegare con scienza umana il mistero di Dio ed  i meravigliosi processi della Creazione, della evoluzione, della trasformazione delle cose create, è follia che degenera poi in eresia. Non si può spiegare l’origine del finito che contemplando con amore, ossia con fede – che la fede non è mai disgiunta dall’amore – l’infinito.

    La fede illumina la scienza e l’aiuta a comprendere. È come il latte materno che fa dell’infante un essere sempre più formato. Ma come non potrebbe un neonato sostenere e nutrire la madre e neppure un adulto, così non può la scienza nutrire e aiutare la fede. Perché fede è religione; e la religione permette alla creatura, intelligente ma limitata, di comprendere il sopra intelligibile e l’infinito.

    E se scienza è sufficiente per conoscere le nozioni finite, sapienza – ossia fede e amore – è indispensabile per conoscere le verità eccelse. Nel credere è luce Nell’analizzare per comprendere, disputare e accettare il mistero, perché investigato come un medico o un avvocato investigano su una malattia fisica o su una lesione morale, è creare tenebre e gelo.

    La fede non è contraria alla scienza. Anzi la scienza umana dalla religione trova aiuto a spiegarsi e a raggiungere le scoperte e le leggi del Creato. Ma mentre una scienza umana senza aiuto della religione deve necessariamente cadere nell’errore, la religione, anche senza aiuto della scienza, conduce alla Verità e alla conoscenza delle verità essenziali.

    Quando poi non le leggi naturali e i fatti naturali sono le cose investigate unicamente con scienza umana, ma si vogliono spiegare e investigare i misteri soprannaturali – Dio, che all’uomo è sempre mistero – allora più che all’errore si giunge alla negazione.

“La  r a g i o n e  e  la  f e d e”

3La ragione, questa grande cosa che distingue l’uomo dal bruto, è grande se la si paragona all’istinto, unica luce degli esseri inferiori; ma è piccola, piccola, piccola cosa se si cimenta nell’investigazione di ciò che è Dio. E la ragione, se è umile, cade in ossequio davanti all’incomprensibile, infinito Iddio, gridando: “Credo! Per capirti credo, e la fede nella tua Rivelazione mi è luce, mi è alimento per, vivere. Vivere di Te, in Te, con Te; per venire a Te e conoscerti quale sarà dato di conoscerti ai giusti, viventi nel tuo celeste Regno”.

      Ne idealismo ne positivismo spiegano Dio, la Creazione, la seconda vita, ne servono a leggere le risposte ai perché scientifici scritte nei corpi umani, sulle pagine dei firmamenti, negli strati terrestri. Non spiegano Dio, la Creazione, la seconda vita, né la superbia della mente, che da sé vuol capire ciò che è superiore a umana ragione, ne ignoranza, o la semi ignoranza, che crede di sapere e di poter giudicare di ciò che, senza il mio lume; non possono giudicare e sapere; in modo da giudicare giustamente, neppure quelli che sono chiamati i dottori nella religione.

     Ma tutto spiega la carità. Perché unisce a Dio, e mette Dio in voi, Ospite e Maestro. Per questo è giusta verità il detto che “veri teologi sono coloro che sono condotti dallo Spirito Santo, ossia dall’Amore”    

34. FEDE E FEDELTA’[176]

Conseguenze dell’infedeltà

Il vero fedele

1“Ho detto: ‘Se rimarrete fedeli alla mia Parola sarete veramente miei discepoli, conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi’.

Rimanere fedeli alla mia Parola vuole dire essere fedeli al Cristo, perché la Parola del Padre è Gesù Cristo, Redentore vostro. Perciò rimanendo fedeli alla mia Parola rimanete fedeli alla eterna Trinità Nostra, perché se amate il Verbo amate anche l’origine di Esso e amando Esso amate anche lo Spirito Santo che ha, insieme al Padre, provveduto a mandare il Cristo in terra per darvi la Dottrina di Vita e la Redenzione.

 Ecco perché non è vero fedele colui che ama Me e non ama la mia Origine e non ama il mio Fattore: l’Amore; perché è l’Amore che ha generato il Cristo ai viventi, come il Padre ha generato il Figlio Verbo, è l’Amore che ha generato all’uomo il Redentore unendo le due nature divina e umana in un unico nodo di fuoco dal quale è venuto al mondo la Luce vera.

 Colui che ama Uno solo della Triade Santa e non ama gli Altri Due, colui non è un vero fedele e manca verso la Carità e la Fede. Mancando verso la Fede manca anche verso la Verità, perché mette in dubbio la Verità che lo sono venuto a portarvi e si rifiuta di conoscerla mettendo un impedimento alla sua intelligenza.

 C6me lo mette? Rifiutando Dio. Perché Dio è Carità, e chi tanto poco conosce la carità da essere incapace di amare ciò che Dio ha fatto e ciò che Dio ha donato, come può dire d’essere in Dio? E se non è in Dio così come figlio in seno del padre, come può avere in sé la capacità di intendere il soprannaturale 1inguaggio del Padre?

Conseguenze dell’infedeltà

 2Vedete come l’essenza della Fede sia come un cerchio meraviglioso che non conosce interruzione e vi cinge di un unico abbraccio vitale? Ma se voi violentemente lo rompete per superbia della mente, per durezza di cuore, per pesantezza di carne, ecco che allora esso presenta una lacuna che nessuna ragione umana è capace di colmare.

 E succede di voi quello che sempre succede. Che voi precipitate fuori dal baratro aperto dal vostro volere che non accetta con semplicità di pargoli ciò che la Bontà vi dice di credere, e nel vostro precipitare non vi fermate al fango della terra. Sarebbe già una colpa, perché voi siete stati fatti per il Cielo e non per sporcare l’anima nel fango della terra. Ma precipitate oltre la terra nei regni di Satana, perché chi vive avulso da Dio, dalla sua Parola e dal suo Amore, uccide in sé la Vita e il suo essere è alimento per il fuoco orrendo dove s’aggira l’odiatore di Dio.

 Credete pure, figli miei, che basta respingere una parte di Verità per fare il caos in voi. Che basta accogliere un vero di meno della mia dottrina perché si sconquassi tutto l’edificio della fede e voi vi troviate come fra le rovine di un palazzo crollato, pieno di baratri e di pericoli.

 Ora il mondo moderno non fa proprio così? Non sceglie dal mio parlare ciò che più gli fa comodo e non rifiuta il resto? Non crede forse a singoli punti negandone altri? Ma, figli del mio amore riflettete. Posso lo essere venuto a dirvi parole inutili? Menzognere? impossibili a credersi e a mettersi in pratica?

Appello alla fedeltà

 3No, creature del mio dolore. Io non ho detto una parola sola che sia inutile e non la dico. Non ho detto una parola sola che non sia vera e non la dico. Non ho detto una parola sola che sia impossibile allo spirito – dico allo spirito che è generato da Dio, parte di Dio stesso chiusa in voi che lo spirito non possa credere. Io non ho detto una parola sola che voi non possiate praticare, sol che vogliate farlo, perché Io sono intelligente, Giusto, Buono, e non do ordini stolti, pesi superiori alle vostre forze, ne ho esigenze che per la loro severità siano in contrasto con la bontà.

Fedeltà limitata[177]

Dice Gesù:

4«Un esempio di fede limitata e delle conseguenze che essa porta lo abbiamo in Pietro.

Pietro, nella pesantezza del suo essere non ancora acceso dallo Spirito Santo e non corroborato dalla mia immolazione che sarebbe scesa su lui come su tutti – perché Io lo amavo molto il mio generoso, impulsivo e anche così umano Pietro, nel quale erano tante doti e tanta umanità: campione vero dell’uomo umanamente buono e che per divenire santo ha bisogno di innestare la sua bontà nella Bontà di Dio – Pietro non aveva accettato totalmente la mia Parola. Il suo stesso grande amore per Me – e ciò lo ha assolto da ogni colpa – lo portava a rifiutare quelle verità di sangue che lo annunciavo come a Me riserbate.

“Signore, questo non sia mai” aveva detto una volta. E se anche dopo il mio rimprovero non l’aveva più ripetuto, nell’interno suo il cuore si rivoltava all’idea che il suo Signore potesse esser serbato a una sorte così orrenda e che il regno del suo Re avrebbe avuto per reggia la cima di un monte e per trono una croce.

Giovanni invece accettava tutto; col cuore che gli si stritolava ma con anche cuore di bimbo, per il quale la parola di chi lo ama è verità assoluta, chinava il capo e il cuore davanti alle predizioni del suo Gesù e preparava sé stesso, con la fedeltà assoluta nella vita, ad esser fedele al Maestro anche nell’ora della Passione.

Giovanni, il puro e amoroso credente, restò fedele. Pietro, che voleva accogliere della Verità quelle verità che seducevano il suo spirito troppo ancora amalgamato alla carne, mi rinnegò. E la sua colpa di quell’ora è una mancanza di coraggio, ma anche e soprattutto una mancanza di fede.

Se avesse creduto in Me fedelissimamente, avrebbe capito che il suo Maestro non era mai tanto Re, Maestro e Signore, come in quell’ora in cui pareva un delinquente comune.

Allora Io ho raggiunto l’apice dell’insegnamento perché ho fatto del mio insegnamento non più una teoria, ma un fatto vero.

Allora Io ho assunto il regno su tutti coloro che furono, che erano e che sarebbero stati, e ho messo porpora e corona che più splendide non potevo assumerle, perché la prima era data dal sangue di un Dio e la seconda era la testimonianza di quale forza raggiunga l’amore di Dio per voi, di Dio che muore di martirio per levare dai martiri eterni gli uomini.

Allora Io ho ripreso piena e completa la mia veste di Signore del Cielo e della Terra, perché solo il Signore del Cielo poteva dare soddisfazione al Signore Iddio e solo il Signore della Terra poteva cancellare la colpa della Terra; di Signore della Vita e della Morte, perché ho comandato alla Vita di tornare in voi e alla Morte di non più uccidere. Parlo della vita e della morte dello spirito, perché agli occhi miei ha solo valore ciò che è spirito.

Beati, beati, beati coloro che sanno esser veramente credenti in Me. Sempre. Qualunque cosa accada e sotto qualsiasi luce si mostri. Che se un’apparenza si drizza come muro scabro e nero per spaurire la vostra anima, pensate sempre che dietro l’ostacolo che poco dura, Dio, la sua Luce, la sua Verità, sono sempre, uguali ed ugualmente operanti a vostro riguardo.

Pensate questo, con tutto il vostro cuore e la vostra mente, e saprete agire da veri discepoli miei. Così agendo possederete la Verità. E la Verità, che risiederà come vita al centro del vostro essere, vi condurrà alla Vita.»

Fedeltà interessata[178]

Figli infedeli

Dice Gesù:

5«Dei ” Pietri ” ce ne sono sempre stati e ce ne sono tanti. Essi vorrebbero da Me doni di benessere terreno che lo non ho mai promesso di dare, perché lo vi indirizzo al Cielo e non alle cose di quaggiù, e tutto quanto vi do di felicità terrena è un soprappiù che voi non meritate e non potete esigere, e che vi do unicamente perché il novanta per cento degli uomini è così carne e sangue che senza aver doni di questa terra mi si rivolterebbero tutti contro.

Vi ci rivoltate ugualmente, o figli ingrati, dando a Me la colpa del male creato da voi stessi. Almeno lo sapeste sopportare con rassegnazione il male che è opera delle vostre azioni malvagie, delle vostre lussurie, delle vostre prepotenze e sfrenatezze, delle vostre usure e frodi! Se sapeste sopportarlo dicendo: ” Ce lo siamo meritato”, esso male vi si muterebbe in bene, perché Dio avrebbe pietà della vostra irriflessione.

L’amore misericordioso

6Sì, se vi vedessi umili nel riconoscere i vostri torti, rassegnati a subirne le conseguenze, filiali nel volgere a Me lo sguardo lacrimoso e la parola supplice, Io che sono il Dio della Misericordia e del Perdono, Io che sono venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto, e che non ho perduto ne perderò per scorrere di secoli – atomi della mia eternità – la mia sete di portarvi salvezza e bene, interverrei a salvarvi ancora, facendo straripare il mio Amore e la mia Misericordia sulla mia Giustizia che ferisce prima Me che voi, credetelo, poveri figli miei, perché il dovervi punire, il dover lasciare che da voi stessi vi puniate con sofferenze create dal vostro duro cuore e stolto intelletto, è ciò che costituisce il dolore del vostro Gesù, il cui nome è ” Salvatore” e non Giustiziere, di Gesù che pur di salvarvi ha operato, col Padre e lo Spirito, quel miracolo di indescrivibile, immisurabile amore, quel miracolo che ha fatto restare immoti di reverente stupore i Cieli, che ha fatto tremare d’ira gli abissi infernali ed arrestare per un’ora la corsa degli astri e le leggi dell’universo, quel miracolo che è stato lo staccarsi della seconda Persona dalla divina Trinità per scendere: Luce eterna, Cuore di Dio, a divenire cuore di uomo nel seno di una Vergine e luce agli uomini che avevano spento in loro la luce.

Più grave conseguenza dell’infedeltà

7Questi numerosi e novelli Pietri – e mai come ora il mondo ne è pieno – quando vedono che Io non do loro quello che la loro umanità desidera, giungono a credere che lo non sono quello che dico di essere: ossia il Potente. E davanti a questa mia creduta impotenza, giudicano che non vale la pena seguire Me e mi rinnegano, proprio come Pietro in quell’ora in cui le apparenze erano contro di Me.

L’incredulità porta a Satana.

8Eppure, poveri figli miei, sono proprio le ore in cui, umanamente, sembra che Io sia assente, quelle in cui Io sono curvo sui miei figli e lavoro per essi. Se non aveste in voi uno spirito contrario a Dio, e molte volte già in possesso de Satana, sentireste la mia invisibile Presenza e il mio desiderio di aiutarvi. Ma voi mi fuggite. Voi preferite darvi all’amico di un’ora che seduce la vostra carne con soddisfazioni dolci solo alla superficie, ma poi attossicanti nel profondo e dannose come un veleno mortale. Voi preferite darvi, mani e piedi legati, al Nemico in agguato.

L’incredulità distrugge l’identità spirituale

9Rinnegate non solo Me, vostro Dio, ma la vostra dignità di uomini, la vostra intelligenza che vi fa somiglianti a Dio sopra tutti gli animali creati dal Padre, unici capaci di pensare e agire non coll’istinto rudimentale dei bruti, ma con un fulgore di intelletto che vi alza a sfere molto prossime a Noi. Oh! Questo sì che vi fa a Noi somiglianti, e non la conoscenza del Male! Ma voi ascoltate sempre il sibilo del Serpente e volete conoscere anche il Male per essere simili a Dio. O stolti, stolti, stolti!

L’incredulità condanna l’uomo al dolore.

10Dio nella sua perfetta essenza può conoscere il Male, perché il male non ha potere su Dio. Ma voi no. Voi non siete perfetti e il Male non vi lascia indifferenti quando lo volete investigare, conoscere e assaggiare. L’aver masticato di quell’esperienza portò la condanna dell’uomo al lavoro, della donna alla maternità dolorosa, della razza al Dolore e alla Morte, Ma voi, non ancora persuasi, sempre volete quel cibo d’inferno, e sempre più esso si evolve in voi in opere maledette che aumentano dolore e morte, fatiche, fame ed ogni castigo su questa terra ed oltre, perché, ripeto, del male che create mi accusate fattore, e mi maledite per ciò di cui sono innocente.

 L’incredulità porta al naufragio eterno

11Uscite da Dio con ira, gli accecati dal vostro malanimo, e cadete nello stagno di Satana. Siete nello stagno sino al collo e non volete afferrarvi alla Fede, gomena spirituale gettata a voi, naufraghi, dalla Bontà eterna.

Effetto della fede vera

 12Se aveste quella Fede vera, quale Io vi dissi dovevate avere, nessuna prova contraria potrebbe farvela perdere, e vincereste gli eventi avversi perché forzereste le porte della Misericordia, così poco chiuse e che non chiedono che di essere aperte, e barrichereste quelle della Giustizia, aperte a punire i vostri delitti e che, per l’amore infinito che abbiamo per voi, desideriamo chiudere.

Come dovete fare coi miei rinnegatori? Quello che lo feci per Pietro. Piangere e pregare per ricondurli a Me.

Il posto nel Cielo

13Non sta a voi scegliervi un posto in Cielo, l’ho detto a Giacomo e a Giovanni e lo dico a voi pure. Ma fate con le vostre opere di meritarvene uno nel mio Cielo. E sapete quali sono le opere da compiersi per meritarlo. Non avete che da guardare il vostro Gesù per sapere come dovete agire. Carità, carità, carità soprattutto. Vedere in tutti Me, vostro Dio, servire i fratelli come Io vi ho serviti sino all’olocausto della mia vita per strappare anime a Satana.

Frutti delle opere di misericordia corporali

14Anime, ho detto. Con questo non intendo che dobbiate non avere carità anche per i corpi dei vostri fratelli. Le opere di misericordia corporale servono a preparare la via alla più alta opera di misericordia che è quella di abbeverare, sfamare, vestire, curare le anime nude e povere, affamate e assetate dei poveri fratelli vostri, allontanatisi dal mio Ovile o cresciuti fuori di esso, e che muoiono nel deserto.

Ricondurre gi erranti senza giudicare

15Sta a voi, cristiani, e soprattutto a voi, mie amorose, benedette, dilettissime vittime, fiori vivi che esalate il vostro spirito di fiore tutto per Me e che vivrete rose eterne in Cielo, sta a voi, miei veri amici, ricondurmi gli erranti, senza giudicare se meritano d’esser degni del Cielo.

 Non sta a voi giudicare del premio o del castigo. lo solo sono il Giudice. A voi spetta solo di ricondurre, con le mie stesse armi: preghiera e sacrificio, e poi per ultima la parola, i prodighi alla ” casa del Padre, per poter fare giubilare il Cuore di Dio ed empire di gaudio i Cieli per un nuovo peccatore che si converte, lascia le tenebre e ritorna alla Luce, alla Verità, all’Amore.»

Fede e carità[179]

      16Sono Io il Signore, il salvatore. Credetelo per vostro bene.

 All’infuori di Me non vi è altro salvatore. Sappiate credere questo contro ogni umana o satanica insinuazione. Dimenticate ogni altra cosa che vi sia stata detta da bocca che non è la mia e che sia disforme alla mia parola. Respingete ogni altra cosa – che vi possa essere detta nel futuro. Dite, a chiunque vorrà far vi abiurare il Cristo, dite: “Le sue opere parlano al nostro spirito”, e siate perseveranti nella fede.

      Molto ho fatto per darvi una fede intrepida. Ho curato i vostri malati e sollevato i vostri dolori, come un Maestro buono vi ho istruiti, e come un Amico ascoltati, ho spezzato con voi il pane e spartita la bevanda. Ma queste sono ancora opere di santo e profeta. Altre ne farò, e tali da levare ogni dubbio che le tenebre possano suscitare come il turbine suscita nuvole di tempesta nel sereno di un cielo estivo. Lasciate passare il nembo stando fermi nella carità per il vostro Gesù, per questo Gesù che ha lasciato il Padre per venire a salvarvi e che lascerà la vita per darvi la salute.


35. LA FEDE E IL DOLORE[180]

 “Risposta al dolore è la fede in Dio”

 Dice Gesù:

 1La tua risposta, sia al prossimo che si stupisce e ti fa osservare l’apparente abbandono di Dio verso di te, sia al tentatore che vuole persuadere che tutto il tuo sacrificio non ti ottiene Dio, sia la stessa del vecchio Tobia. Anche a te stessa dire. ” Noi siamo figli di santi, e aspettiamo quella vita che Dio darà a coloro che non perdono mai la loro fede in Lui “.

 di santi e chiamati alla stessa santità. sei tu figlia di Dio, Maria? E chi più santo del Padre tuo? Egli, che è il Santo dei santi, vuole per te tanto dolore, è questo dolore ha per fine una gioia proporzionata al ossia tanta, smisurata gioia, e gioia senza fine.

“La fede che diventa fortezza”

 2L’anima che arriva a credere fermamente che tutto quanto le ha origine da un amore e produce una gioia eterna, è come dentro ad una fortezza. Non può perire. Soffre, ma il suo dolore è soprannaturale e dà frutti soprannaturali di vita.

anima che arriva a credere fermamente che tutto quanto le accade ha origine da un amore e produce una gioia eterna, è sicura come dentro ad una fortezza. Non può perire. Soffre, ma i1 suo dolore è soprannaturale e dà frutti soprannaturali di vita.

Ancora un poco e poi verrà la gioia. Ancora un poco e poi verrò Io. Verrò non nei limiti che devo imporre ora all’incontro per adattarlo alla tua umanità. Ma verrò da Dio ad anima: ossia liberamente, completamente. Non temere. Vedrai allora come la mia dimora sia infinitamente più bella di come l’hai vista nei sogni e immaginata col pensiero. Vedrai allora come sarà privo di pena l’unirsi con Me lasciando un corpo che è laccio all’anima e pericolo continuo.

“La fede in Gesù”

3Non perdere mai la fede nel tuo Gesù. Io ti sono vicino e lo senti. Ma non ricusare nessuno degli aiuti che ho messo a vostra disposizione. La via soprannaturale nella quale cammini non ti esime dal percorrere la via comune a tutte le creature viventi nella Chiesa.

Un olio ti ha liberata, e da schiava del Nemico ti ha fatta figlia di Dio. Un olio ti ha fatta milite di Cristo. Un olio ti faccia compartecipe del Regno. L’anima che entra nella gloria diviene regina. E per i re, lo hai letto, era necessaria l’unzione

Voglio che anche le appannature dei passati peccati siano cancellate da te. Quando sarà l’ora devi venire incontro, vergine saggia e previdente, con tutti gli ornamenti atti alle nozze.

Il dolore è una grande assoluzione quando è sofferto con santità. Ma, lo ripeto, neppure la mia carezza ti deve far pensare che sei esente dai doveri di tutti. La perla nascosta, che solo Gesù conosce, deve, agli occhi del mondo, non differire per nulla dalle anime sorelle che sono meno trasformate di te in gemma per volere del tuo Signore”.


36.  FEDE, LEGGE E GIUSTIFICAZIONE[181]

La Legge e la Grazia

    Dice l’Autore Ss.:

1«Se il mondo intero debba essere riconosciuto colpevole davanti a Dio, se dalla Legge viene la coscienza del peccato e nessuno sarà giustificato dinanzi a Dio mediante le opere della Legge, chi mai si salverà? Con che? E meriterà allora appartenere al Popolo di Dio se tutto il mondo debba essere riconosciuto colpevole davanti a Lui?

Queste parole dell’Apostolo, a chiusura del brano meditato avanti, non distruggono la speranza nella promessa divina? No.

Non distruggono né speranza, ne promessa. Non condannano il mondo ad un perire inesorabile. Non sconfortano con il pensiero dell’inutilità di appartenere al Popolo di Dio. Ma anzi amplificano la speranza e la promessa, la fiducia nell’amore del Padre Creatore d’ogni creatura, sollecitano ad entrare in questo Popolo benedetto, confortano ad operare le opere della Legge senza temere che esse non valgano a salute, col conoscerle e praticarle, ma anzi a condanna perché compiute sempre imperfettamente.

 E perché? Perché tutti quelli che credono nel Cristo sono giustificati gratuitamente per la grazia di Lui mediante la Redenzione da Lui compiuta.

Eternità della redenzione

2Oh! veramente Egli  ha preso sopra di se tutti i mali dell’uomo, Dio, suo Padre, ha messo su di Luì l’iniquità di tutto il mondo ed Egli patì il castigo che ridona agli uomini la pace[182].

Ecco il Pastore e l’Agnello che raduna “le pecore erranti che hanno deviato dalla via del Cielo[183]. Egli, agli uomini svagati dagli allettamenti della carne, del mondo, di Satana, facili a passare in pascoli infidi, ha tracciato, col suo Sangue, un segno. Quel segno va da questa fangosa Terra dove vivete al Regno di Dio. quel Sangue, quel divino Sangue dell’Incarnato Verbo, quell’innocente Sangue del Figlio dell’Uomo, splende e grida a tutti gli uomini indicando la via e le verità da seguirsi per avere la Vita.

Notate che Io parlo al presente, perché la Redenzione mediante la Vittima propiziatoria preordinata da Dio è un eterno presente che ha inizio non dall’ora di nona, non dal vagito di Betlem[184], non dalle rivelazioni ai profeti[185], non dalla promessa ad Abramo[186], non dalla condanna dell’Eden [187], non dal primo comando creativo: Sia la luce[188], ma è sempre stato, sempre, come Dio sempre fu, Uno e Trino, generando dalla sua perfetta Unità il Figlio, e il Paraclito che dai due Primi procede senza per questo produrre divisione di Unità e senza, per questa inalterata Unità, creare confusione di Persone.

Sempre il Pensiero ha, nell’eterno presente del Pensiero divino, pensato, preordinato, voluto 1a Vittima redentiva. E questo suo infinito palpito di amore misericordioso, eternamente avuto dall’Unità pensante i giorni dell’Universo ancora increato e le creature di questo Universo, perfette per origine, imperfette per loro volontà, ha generato il Verbo, la Vittima.

Ecco perché giusto è dire che Dio e Amore e che ogni operazione di Dio è amore, da quella misteriosamente e infinitamente mirabile della generazione del Verbo, e perciò anche dall’essere del Paraclito che è l’amore infinito e reciproco dei due Primi, al seme che in questo minuto, dopo millenni dalla Creazione, getta il suo germe fuori dal solco per creare un giorno una famiglia di grani, futuro pane all’uomo.

Dio è infinitamente buono, amoroso, sapiente, paziente. Per queste sue perfezioni Egli ha voluto il Redentore prima ancora che fosse il Peccato, e per queste sue perfezioni ha saputo sopportare i precedenti delitti degli uomini per far conoscere la giustizia al momento che era giusto e perché avessero redenzione tutti coloro che, o per spirituale luce, o per conoscenza dottrinale, credono nel Cristo Gesù.

Universalità della salvezza

3Ho detto: “tutti coloro che o per spirituale luce o per conoscenza dottrinale”. Ecco un punto che molti non meditano abbastanza e sul quale cadono nello stesso errore degli antichi ebrei, che si credevano gli unici destinati al Cielo perché erano gli unici che conoscevano l’esistenza e la Legge del vero Iddio.

Oh! miseri! A quanti di loro questa conoscenza fu condanna! Condanna perché la conoscenza non fu in essi ragione di umiltà ma di superbia. Si giudicarono giustificati, senza bisogno di circoncidere lo spirito, solo perché la circoncisione era sulla loro carne. Pensarono di avere il trionfo per rapina, per diritto prepotente. No. I1 Cielo, per tutti, è conquista. Dura. Lunga. Certa solo a coloro che perseverarono nella buona volontà sino al termine dell’esistenza.

È detto dai profeti che la Sinagoga sarà ripudiata e distrutti il Tempio e la Nazione d’Israele mentre “il deserto della Terra senza vie sarà pieno di letizia“, e nel deserto sorgeranno le moltitudini dei nuovi popoli di Dio “e vedranno la gloria del Signore” e udranno le parole invitanti: “Non temete. Ecco il vostro Dio. Egli viene e vi salva“. E “allora gli occhi dei ciechi e le orecchie dei sordi (i Gentili) si apriranno“. Egli zoppi (gli incivili) correranno come cervi“, come fossero sani, alle acque del Salvatore. E “le acque purificatrici sgorgheranno anche là dove ora (parlo al presente di Dio, ma alludo ai tempi iniziati con l’evangelizzazione apostolica e che non avranno fine che col finire del tempo) è aridume di idolatria, e i torrenti (della sapienza) scorreranno dove è ignoranza di Dio e della sua dottrina… e dove prima erano i covili dei dragoni” (il peccato, l’idolatria, le eresie, ogni male nato dal Male) sorgeranno le dimore degli eletti alla divina figliolanza e “vi sarà una via, e sarà chiamata santa“.

Quella via segnata dal Sangue di Cristo. “Chi la segue, anche se ignorante, non potrà sbagliare“. Oh! consolante promessa! “Non vi saranno in essa leoni né bestie malefiche, ma vi cammineranno soltanto i liberati, i redenti dal Signore” che torneranno alla divina amicizia e figliolanza fra Dio e l’uomo, infranta da Adamo, e pieni di soprannaturale allegrezza compiranno il loro giorno, sinché l’entrata nel Regno di Dio non asciugherà ogni pianto e annullerà ogni dolore in eterno. Ecco la promessa. Ed ecco la risposta a chi crede che solo un cattolico può salvarsi. Ed ecco la spiegazione delle mie parole: “o per spirituale conoscenza“.

Dio ha ogni potere. E Dio ha ogni misericordia. E sua gioia è comunicarsi agli spiriti che anelano al Dio ignoto che sentono essere senza sapere come, chi, dove sia, né come andare a Lui. Molti, se si guarda al loro numero, pochi, se si calcolano i miliardi di uomini che da Adamo in poi hanno premuto la polvere della Terra, sono coloro che sono “salvati” per la fede nel Dio vero, per quella fede trovata misteriosamente viva nel mezzo del loro spirito e che Dio ha fatta più forte e limpida, per premio della loro giustizia offerta all’ignoto Dio che essi cercavano di conoscere.

Molti! Molti! Sì. Perché Dio giustifica gli incirconcisi per mezzo della fede e i circoncisi per mezzo della fede. E molte volte veramente gli incirconcisi, per la fede misteriosa che li anima (un dono divino a questi di buona volontà) senza conoscere le opere prescritte dalla Legge, operano meglio di coloro che le conoscono, mostrando così che la fede è ancor più valida della Legge a salvare l’uomo, perché dove è fede in un Dio ignoto che ama e premia per il bene compiuto in suo onore, là è speranza, e là è carità. E dove è carità è salute. Perché veramente al finire dei tempi coloro che non furono battezzati con l’acqua saranno

battezzati col Fuoco, ossia con la Carità data a premio della loro carità.”

CONSEGUENZE DELL’INCREDULITA’

37. IL PECCATO D’INCREDULITA’[189]

Chi non crede in Gesù Cristo non sarà giustificato.  

 1«Ma quelli che non possono credere che Tu sia Dio non avranno peccato. Saranno giustificati…».

 «No. Se non mi aveste conosciuto, se non aveste potuto constatare le mie opere, se non aveste potuto controllare le mie parole, non avreste colpa. Se non foste dottori in Israele, non avreste colpa. Ma voi conoscete le Scritture e vedete le mie opere. Potete fare un parallelo. E, se lo fate con onestà, Me vedete nelle parole della Scrittura, e le parole della Scrittura vedete tradotte in atti in Me. Perciò non sarete giustificati di misconoscermi e odiarmi. Troppe abominazioni, troppi idoli, troppe fornicazioni sono, dove solo Dio dovrebbe essere. E in ogni luogo dove voi siete. La salvezza è nel ripudiarle e nell’accogliere la Verità che vi parla. E perciò dove voi uccidete, o tentate di uccidere, sarete uccisi. E per questo sarete giudicati alle frontiere di Israele, là dove ogni potere umano decade e solo l’Eterno è

 Giudice dei suoi creati».

«Perché parli così, Signore? Severo sei».

«Veritiero sono. Io sono la Luce. La Luce è stata mandata per illuminare le Tenebre. Ma la Luce deve splendere libera mente. Inutile sarebbe che l’Altissimo avesse mandato la sua Luce se poi ad essa Luce avesse imposto il moggio. Neppure gli uomini così fanno quando accendono un lume, perché allora sarebbe stato inutile lo avessero acceso. Se l’accendono è perché illumini e chi entra in casa vegga. Io, nella oscurata casa terrena del Padre mio, vengo a mettere la Luce, perché chi è in essa veda. E la Luce splende. E beneditela se col suo raggio purissimo vi discopre rettili, scorpioni, trabocchetti, ragnatele, crepe delle muraglie. Ve lo fa per amore. Per darvi modo di conoscervi, ripulirvi, cacciare gli animali nocivi – le passioni e i peccati – ricostruirvi prima che sia troppo tardi, vedere dove mettete il piede – sul tranello di Satana – prima che vi precipitate.

Ma per vedere, oltre al lume netto ci vuole occhio netto. Da un occhio che la malattia fa coperto di materia non passa la luce. Pulite i vostri occhi. Pulite il vostro spirito perché la Luce possa scendere in voi. Perché perire nelle tenebre quando il Buonissimo vi manda Luce e Medicina per guarirvi? Non è ancora troppo tardi. Venite, nell’ora che vi resta, venite alla Luce, alla Verità, alla Vita. Venite al Salvatore vostro che vi tende le braccia, che vi apre il cuore, che vi supplica di accoglierlo per il vostro eterno bene».


38. LA PIAGA DELL’INCREDULITÀ[190]

È una delle piaghe maggiori

Negatori della Potenza di Dio

Dice Gesù:

1«L’incredulità è una delle piaghe maggiori di questo vostro tempo di sventura.

Alle parole della Fede non credete o ci credete nel modo che piace a voi: relativo e accomodato al vostro metodo di vita.

A Dio non ci credete con semplicità e fermezza. Discutete, ottenete di giungere a negare perché non sapete spiegare.

La potenza di Dio la negate in pieno poiché non ammettete che Dio può suscitare santi anche dalle pietre e dar parola alle anime mute. Dio fa quanto vuole, e a confondere i superbi prende i piccoli e li fa grandi poiché entra in loro e diviene il loro ” tutto “.

Negatori del miracolo.

2Voi negate il miracolo. Ossia ammettete quei miracoli che vi fanno comodo. Gli altri, e non sono meno grandi, per il fatto d’esser spirituali, dite che non possono esser possibili. E che? Mi mettereste delle limitazioni? Vi ho forse chiesto consiglio e approvazione per agire? Vi ho chiesto aiuto? No. La buona volontà dei miei servi mi basta per suscitare il miracolo, che voi negate, di fare di un nulla un mio servo. La vostra cooperazione, o farisei negatori, non ve la chiedo e non mi occorre.

Ricordatevelo e siate meno increduli e superbi. Abbassate la vostra testa orgogliosa e permettete così al vostro spirito di salire. Dio, vedendo che credete in Lui, umilmente e tenacemente vi concederà il miracolo della trasformazione del vostro cuore, pieno di umani impacci, in quella di un cuore che la Fede riconsacra.

Non abbiate mai paura di chi vi è Padre. Amatelo e beneditelo sempre, perché Egli non ha per voi che un amore infinito il quale tutto compatisce e perdona sol che veda in voi la retta intenzione.

Generazione perversa e corrotta

3Ma è questa che vi manca. Le vostre azioni portano tutte un germe non retto. Rare come perle nere sono quelle creature le cui intenzioni hanno un solo fine: la gloria di Dio senza preoccupazione di stima umana. È per questo che Io non ascolto le vostre parole, rendendovi, con uguale misura, ciò che voi fate

a Me col non ascoltare le mie parole.

E finché rimarrete la generazione perversa che siete, nemica a Dio e allo spirito e amica della carne e del sangue e dell’Aizzatore della carne e del sangue, non godrete della vera pace. Vera: non illusoria come la stasi di un male cronico che altro non è che segreta raccolta di nuove tossine destinate a traboccare poi nel sangue per dare aggravamento sempre più forte al male che uccide.

Negatori di Dio e le sue rivelazioni

4Le vostre paci sono uguali. Non sono che raccolte di forze e di mezzi per future più demoniache guerre.  Ve l’avevo detto[191] e fatto dire dalla santa Madre mia, da miei servi a cui era svelato il futuro. Ma voi negate il miracolo, voi negate la rivelazione, voi negate Dio.


Insatanassati dalla triplice lussuria.

5Cosa non negate voi? Tutto quello che non è frutto della vostra superbia negate, e agite non secondo le luci che vengono dall’alto ma secondo i fumi che escono dal vostro essere acceso dalla superbia, aizzato dalla prepotenza, insatanassato dalla triplice lussuria.

Chi non ha Dio con sé perisce.

6Ed Io che sono curvo come un Padre, che sono Amore per chi m’è fedele, non posso benedire i vostri disegni ed essere reggitore delle vostre imprese. E, ricordatelo, chi non ha Dio con sé perisce. “

39. INVETTIVE CONTRO L’INCREDULITA’[192]

I profeti hanno parlato sino a Giovanni.

1 “Ma Giovanni sarà nel Regno? E come vi sarà”?    

Egli nel suo spirito è già del Regno e vi sarà dopo la morte come uno dei soli più splendidi dell’eterna Gerusalemme. E ciò per la Grazia che è senza incrinatura in lui e per la sua volontà propria. Perché egli fu ed è violento anche con sé stesso per fine santo. Dal Battista in poi, il Regno dei Cieli è di coloro che sanno conquistarselo con la forza opposta al Male, e se lo acquistano i violenti. Perché ora sono note le cose da farsi e tutto è dato per questa conquista. Non è più il tempo che parlavano solo la Legge ed i Profeti. Questi hanno parlato sino a Giovanni.

Ora parla la Parola di Dio

2Ora parla la Parola di Dio e non nasconde un iota di quanto è da sapersi per questa conquista. Se credete in Me, dovete perciò vedere Giovanni come quell’Elia che deve venire. Chi ha orecchi da intendere intenda. Ma a chi paragonerò questa generazione?

Generazione stolta e maliziosa.

3È simile a quella che descrivono quei ragazzi, che seduti sulla piazza gridano ai loro compagni: “Abbiamo suonato e non avete ballato; abbiamo intonato lamenti e non avete pianto”. Difatti è venuto Giovanni che non mangia e non beve, e questa generazione dice: “Può fare così perché ha il demonio che lo aiuta”. È venuto il Figlio dell’uomo che mangia e beve, e dicono: “Ecco un mangione e un beone, amico di pubblicani e peccatori”. Così alla Sapienza viene resa giustizia dai suoi figli. In verità vi dico che solo i pargoli sanno riconoscere la verità, perché in essi non è malizia»;

«Bene hai detto, Maestro» dice il sinagogo. «Ecco perché mia figlia, ancor senza malizia, ti vede quale noi non giungiamo a vederti. Eppure questa città e quelle vicine traboccano della tua potenza, sapienza e bontà e, devo confessarlo, non procedono che in cattiveria verso di Te. Non si ravvedono. E

 il bene, che Tu dai loro, fermenta in odio verso di Te».

 «Come parli, Giairo? Tu ci calunni! Noi siamo qui perché fedeli al Cristo» dice uno di Betsaida.

«Sì. Noi. Ma quanti siamo? Meno di cento su tre città che dovrebbero essere ai piedi di Gesù. Fra quelli che mancano, e parlo degli uomini, la metà è nemica, un quarto indifferente, l’altra voglio mettere non possa venire. Non è questo colpa agli occhi di Dio? E non sarà punito tutto questo livore e questa pertinacia nel male? Parla Tu, Maestro che sai, e che se taci è per la tua bontà, non già perché Tu ignori. Longanime sei, e ciò è preso per ignoranza e debolezza. Parla dunque e possa il tuo parlare scuotere almeno gli indifferenti, posto che i malvagi non si convertono ma sempre più malvagi divengono».

Invettive contro l’incredulità

      4«Sì. È colpa e sarà punita. Perché il dono di Dio non va mai sprezzato o usato per fare del male. Guai a te, Corozim, guai a te, Betsaida, che fate mal uso dei doni di Dio. Se in Tiro e in Sidone fossero già avvenuti i miracoli avvenuti in mezzo a voi, già da gran tempo, vestiti di cilizio e aspersi di cene re, avrebbero fatto penitenza e sarebbero venuti a Me. E per ciò vi dico che a Tiro e a Sidone sarà usata maggiore clemenza che a voi nel giorno del Giudizio. E tu, Cafarnao, credi che per avermi ospitato soltanto sarai esaltata sino al Cielo? Tu scenderai fino all’inferno. Perché, se in Sodoma fossero stati fatti i miracoli che Io ti ho dati, essa ancora sarebbe fiorente, perché in Me avrebbe creduto e si sarebbe convertita. Perciò sarà usata maggior clemenza a Sodoma nell’ultimo Giudizio, perché essa non ha conosciuto il Salvatore e la sua Parola, e perciò è meno grande la sua colpa di quanto non ne verrà usata a te, che hai conosciuto il Messia e udita la sua parola e non ti sei ravveduta. Però, siccome Dio è giusto, a quelli di Cafarnao, Betsaida e Corozim che hanno creduto e che si santificano ubbidendo alla mia parola, sarà usata misericordia più grande. Perché non è giusto che i giusti siano coinvolti nella rovina dei peccatori. a tua figlia, Giairo, e alla tua, Simone, e al tuo bambino, Zaccaria, e ai tuoi nipoti, Beniamino, Io vi dico che essi, essendo senza malizia, già vedono Dio. E voi lo vedete come la loro fede è pura e operosa in essi, unita a sapienza celeste, a aneliti di carità quali gli adulti non hanno».


40. CONSEGUENZE DELL’INCREDULITÀ[193]

Bisogno della fedeltà alla Parola di Gesù

1“Ho detto: ‘Se rimarrete fedeli alla mia Parola sarete veramente miei discepoli, conoscerete la Verità e la Verità vi farà liberi’.

Rimanere fedeli alla mia Parola vuole dire essere fedeli al Cristo, perché la Parola del Padre è Gesù Cristo, Redentore vostro. Perciò rimanendo fedeli alla mia Parola rimanete fedeli alla eterna Trinità Nostra, perché se amate il Verbo amate anche l’origine di Esso e amando Esso amate anche lo Spirito Santo che ha, insieme al Padre, provveduto a mandare il Cristo in terra per darvi la Dottrina di Vita e la Redenzione.

Ecco perché non è vero fedele colui che ama Me e non ama la mia Origine e non ama il mio Fattore: l’Amore; perché è l’Amore che ha generato il Cristo ai viventi, come il Padre ha generato il Figlio-Verbo, è l’Amore che ha generato all’uomo il Redentore unendo le due nature divina e umana in un unico nodo di fuoco dal quale è venuto al mondo la Luce vera.

Colui che ama Uno solo della Triade Santa e non ama gli Altri Due, colui non è un vero fedele e manca verso la Carità e la Fede. Mancando verso la Fede manca anche verso la Verità, perché mette in dubbio la Verità che Io sono venuto a portarvi e si rifiuta di conoscerla mettendo un impedimento alla sua

intelligenza.

Come lo mette? Rifiutando Dio. Perché Dio è Carità, e chi tanto poco conosce la carità da essere incapace di amare ciò che Dio ha fatto e ciò che Dio ha donato, come può dire d’essere in Dio? E se non è in Dio così come figlio in seno del padre, come può avere in sé la capacità di intendere il soprannaturale linguaggio del Padre?

Conseguenza dell’incredulità

2Vedete come l’essenza della Fede sia come un cerchio meraviglioso che non conosce interruzione e vi cinge di un unico abbraccio vitale? Ma se voi violentemente lo rompete per superbia della mente, per durezza di cuore, per pesantezza di carne, ecco che allora esso presenta una lacuna che nessuna ragione umana è capace di colmare.

E succede di voi quello che sempre succede. Che voi precipitate fuori dal baratro aperto dal vostro volere che non accetta con semplicità di pargoli ciò che la Bontà vi dice di credere, e nel vostro precipitare non vi fermate al fango della terra. Sarebbe già una colpa, perché voi siete stati fatti per il Cielo e non per sporcare l’anima nel fango delta terra. Ma precipitate oltre la terra, nei regni di Satana, perché chi vive avulso da Dio, dalla sua Parola e dal suo Amore, uccide in sé la Vita e il suo essere è alimento per il fuoco orrendo dove s’aggira l’Odiatore di Dio.

Credete pure, figli miei, che basta respingere una parte di Verità per fare il caos in voi. Che basta accogliere un vero di meno della mia dottrina perché si sconquassi tutto l’edificio della Fede e voi vi troviate come fra le rovine di un palazzo crollato, pieno di baratri e di pericoli.

Ora il mondo moderno non fa proprio così? Non sceglie dal mio parlare ciò che più gli fa comodo e non rifiuta il resto? Non crede forse a singoli punti negandone altri? Ma, figli del mio amore, riflettete. Posso Io essere venuto a dirvi parole inutili? Menzognere? Impossibili a credersi e a mettersi in pratica?

Appello alla fedeltà

3No, creature del mio dolore. Io non ho detto una parola sola che sia inutile e non la dico. Non ho detto una parola sola che non sia vera e non la dico. Non ho detto una parola sola che sia impossibile allo spirito – dico allo spirito che è generato da Dio, parte di Dio stesso chiusa in voi[194] – che lo spirito non possa credere. Io non ho detto una parola sola che voi non possiate praticare, sol che vogliate farlo, perché Io sono Intelligente, Giusto, Buono, e non do ordini stolti, pesi superiori alle vostre forze, né ho esigenze che per la loro severità siano in contrasto con la bontà.

Siatemi fedeli, cari figli. Accettate la mia Parola senza volerla sindacare, e dove la vostra debolezza non giunge a capire volgetevi a Me: Luce del mondo.

Per la milionesima volta Io, Dio, vi assicuro che non voglio la vostra rovina ma la vostra salvezza, e come chioccia trepida della sua prole Io vi tengo sotto il mio abbraccio perché mi preme la vostra eterna vita. Non uscite dal mio abbraccio. Io fedele ai miei figli e voi fedeli a Me.

Come sarà bello il giorno in cui, dopo esserci amati, attraverso a tanta distanza d’etere, voi verrete a Me per sempre e ci potremo amare in sempiterno: luci tornate alla Luce; vite tornate alla Vita; spiriti tornati allo Spirito; figli tornati al Padre; esuli tornati alla Patria; eredi di un Re assunti al regno del vostro Iddio. Re dei re e Signore dell’Universo.»

41. GUAI ALL’UOMO SENZA FEDE[195]

Il fico maledetto

1Stanno per rientrare in città, sempre per la stessa stradicciola remota presa la mattina avanti, quasi che Gesù non volesse essere circondato dalla gente in attesa prima di essere nel Tempio, al quale presto si accede entrando in città dalla porta del Gregge che è vicina alla Probatica. Ma oggi molti dei settantadue lo attendono già al di là del Cedron, prima del ponte, e non appena lo vedono apparire fra gli ulivi verde-grigi, nella sua veste porpurea, gli vanno incontro. Si riuniscono e procedono verso la città.

Pietro, che guarda avanti, giù per la china, sempre in sospetto di veder apparire qualche malintenzionato, vede fra il verde fresco delle ultime pendici un ammasso di foglie vizze e pendenti che si spenzola sull’acqua del Cedron. Le foglie accartocciate e morenti, qua e là già macchiate come per ruggine, sono simili a quelle di una pianta che le fiamme hanno essiccata. Ogni tanto la brezza ne stacca una e la seppellisce nelle acque del torrente.

«Ma quello è il fico di ieri! Il fico che Tu hai maledetto!» grida Pietro, una mano puntata ad indicare la pianta seccata, la testa volta indietro a parlare al Maestro.

Accorrono tutti, meno Gesù che viene avanti col suo solito passo. Gli apostoli narrano ai discepoli il precedente del fatto che vedono e tutti insieme commentano guardando strabiliati Gesù. Hanno visto migliaia di miracoli su uomini ed elementi. Ma questo li colpisce come molti altri non lo hanno fatto.

Guai all’uomo senza fede

2Gesù, che è sopraggiunto, sorride nell’osservare quei visi stupiti e timorosi, e dice: «E che? Tanto vi fa meraviglia che per la mia parola sia seccato un fico? Non mi avete visto forse risuscitare i morti, guarire i lebbrosi, dar vista ai ciechi, moltiplicare i pani, calmare le tempeste, spegnere il fuoco? E vi stupisce che un fico dissecchi?».

«Non è per il fico. È che ieri era vegeto quando l’hai maledetto, e ora è seccato. Guarda! Friabile come argilla disseccata.  I suoi rami non hanno più midollo. Guarda. Vanno in polvere», e Bartolomeo sfarina fra le dita dei rami che ha con facilità spezzato.

«Non hanno più midollo. Lo hai detto. Ed è la morte quando non c’è più midollo, sia in una pianta, che in una nazione, che in una religione, ma c’è soltanto dura corteccia e inutile fogliame: ferocia ed ipocrita esteriorità. Il midollo, bianco, interno, pieno di linfa, corrisponde alla santità, alla spiritualità. La corteccia dura e il fogliame inutile, all’umanità priva di vita spirituale e giusta. Guai a quelle religioni che divengono umane perché i loro sacerdoti e fedeli non hanno più vitale lo spirito. Guai a quelle nazioni i cui capi sono solo ferocia e risuonante clamore privo di idee fruttifere! Guai agli uomini in cui manca la vita dello spirito!”.

«Però, se Tu avessi a dire questo ai grandi d’Israele, ancorché il tuo parlare sia giusto, non saresti sapiente. Non ti lusingare perché essi ti hanno finora lasciato parlare. Tu stesso lo dici che non è per conversione di cuore, ma per calcolo. Sappi allora Tu pure calcolare il valore e le conseguenze delle tue parole. Perché c’è anche la sapienza del mondo, oltre che la sapienza dello spirito. E occorre saperla usare a nostro vantaggio. Perché, infine, per ora si è nel mondo, non già nel Regno di Dio» dice l’Iscariota, senza acredine ma in tono dottorale.

«Il vero sapiente è colui che sa vedere le cose senza che le ombre della propria sensualità e le riflessioni del calcolo le alterino. Io dirò sempre la verità di ciò che vedo».

La potenza della fede

3«Ma insomma questo fico è morto perché sei stato Tu a maledirlo, o è un… caso… un segno… non so?» chiede Filippo.

«È tutto ciò che tu dici. Ma ciò che Io ho fatto voi pure potrete fare, se giungerete ad avere la fede perfetta. Abbiatela nel Signore altissimo. E quando l’avrete, in verità vi dico che potrete questo e ancor più. In verità vi dico che, se uno giungerà ad avere la fiducia perfetta nella forza della preghiera e nella bontà del Signore, potrà dire a questo monte: “Spostati di qua e gettati in mare”, e se dicendolo non esiterà nel suo cuore, ma crederà che quanto egli ordina si possa avverare, quanto ha detto si avvererà”

«E sembreremo dei maghi e saremo lapidati, come è detto per chi esercita magia. Sarebbe un miracolo ben stolto, e a nostro danno!” dice l’Iscariota crollando il capo.

«Stolto tu sei, che non capisci la parabola!» gli rimbecca l’altro Giuda.

Gesù non parla a Giuda. Parla a tutti: «Io vi dico, ed è vecchia lezione che ripeto in quest’ora: qualunque cosa chiederete con la preghiera, abbiate fede di ottenerla e l’avrete. Ma se prima di pregare avete qualcosa contro qualcuno, prima perdonate e fate pace per aver amico il Padre vostro che è nei Cieli, che tanto, tanto vi perdona e benefica, dalla mattina alla sera e dal tramonto all’aurora”.

42. NON C’E’ PACE IN CHI NON CREDE[196]

Ciò che vince il mondo

 1Ed ora leggiamo le parole del Serafino apostolico, del Fratello nostro Giovanni, fratello per la purezza illibata e l’amore perfetto, compagno nel ministero presso la Croce di Cristo[197], angelo di carne e anima nella, teoria degli spiriti veglianti il sublime Martire e la sublime Martirizzata, compagno nell’assistenza alla Regina degli Angeli e degli uomini[198] , “voce” del palpito del Cuore divino, possessore della Carità, e della Carità apostolo, Giovanni benedetto, luce fra le luci dei Cieli.

” Tutto ciò che è nato da Dio trionfa del mondo”.

Sì. Una risposta ai sillogismi, alle dubitanze, ai troppi “perché” di quelli che, anche nelle cose dello spirito, vogliono trattare come per le cose della materia – e Sapienza e scienza, la prima soprannaturale, l’altra umana, vogliono sviscerare con lo stesso sistema di ragionamento limitato, perché spogliato della luce che permette di comprendere e accettare la prima, ossia la Sapienza che solo la Fede fa comprensibile – è data dalla durata di ciò che viene da Dio. Le opere umane non durano agli urti degli avvenimenti, non resistono all’erosione del tempo. Ma ciò che viene da Dio non perisce. Tutta la Storia divina ne è prova. Sia l’antecedente alla venuta del Verbo, come quella che da quel momento fino ad ora si è fatta, come quella che verrà fino a che la fine del mondo porrà la parola “fine ” alla lunga descrizione storica dei rapporti di Dio con l’Umanità.

Dal primo capitolo di questa multi millenaria storia non si, perde mai, non si annulla mai, la verità che l’uomo viene da Dio e che Dio gli procura Salute e gli destina il Cielo. E quando il tempo non sarà più, e alla lunga Storia sarà posta l’ultima parola, i risorti vedranno che, poiché era cosa nata da Dio, la stirpe dei santi trionfò sul mondo e del mondo, e del tempo, e delle insidie umane o sataniche, avendo perpetua vita nel Regno eterno nel principio per i figli di Dio, conservato ai figli anche la colpa, restituito con l’Olocausto di Cristo, aperto con la sua Morte, donato ai giusti per gioia del Padre di dare ciò che aveva creato per essi.

L a   n o s t r a   f e d e

 2Ma qual è  la vittoria che trionfa del mondo? “È la nostra fede assicura Giovanni. Infatti senza fede in Dio, nel suo Premio nella sapienza dei suoi Comandi, come può l’uomo superare gli angeli nel merito delle lotte da subire per meritare il premio promesso? Non soccomberebbe come il soldato che si sa dai compagni, senz’arma, senza speranza, e che si abbandona ai nemici, vinto dalla disperazione prima che da essi?

 Ma il credente sa! Il credente sa! Egli vede, dietro al baluardo duro, crudele, insidioso che lo circonda, e segrega, e osteggia, e tenta da ogni parte, e che lo vuole fare persuaso che tutto ha termine quaggiù, che l’Al di là non è, che Dio non è, che non è premio o castigo, e che è saggio godere l’ora presente, egli vede, come già fosse nell’Aldilà, perché la fede dà vista soprannaturale, vede che Dio è, che la Vita dura, che il premio è. E giunge a detto premio per la fede che lo fa sperare, e amare, e lottare, e vincere su Satana, il mondo e la carne.

E se ancor difficile poteva essere credere prima della venuta di Gesù Salvatore, nei tempi del rigore e del corruccio nei quali l’uomo non aveva che parole a base della sua fede, dopo la venuta del Salvatore la fede ebbe ogni mezzo per crescere e trionfare. Fede nel perdono di Dio, nella possibilità di salvezza, nella verità della Legge, nel Regno dei Cieli. Gesù ha testimoniato per tutto, e su tutto, e con tutto. Con la sua Ss. Incarnazione. Con la sua Divina Parola. Con la sua Ss. Morte. Con la sua gloriosa Risurrezione.

La fede, nei cuori non venduti alle Tenebre, ingigantì per queste testimonianze, sentendo che un Dio, che si umilia in una Carne per salvare l’uomo, non vi è dubbio che perdoni ed abbia un premio e un Regno da dare ai salvati. Ingigantì la certezza di una seconda vita immortale, perché altrimenti non sarebbe stata necessaria l’incarnazione se tutto avesse dovuto finire con l’esistenza. La fede nel Cristo Figlio vero di Dio vero ingigantì con la prova della sua vera Umanità, data dal poter versare sangue e morire, e con la prova della sua vera Divinità per le testimonianze della voce del Padre[199], dei miracoli, e della Risurrezione.   

Perciò chi ebbe cuore desideroso di credere, ebbe resa più facile la Fede per Gesù Cristo, creduto

vero Uomo e vero Dio, prova d’amore, di perdono e di potenza.

E chi questo crede vince il mondo, perché la sua fede è appoggiata su una base che non crolla.

T e s t i m o n i a n z e

 3“Questo e quel Gesù che è venuto con l’acqua e col Sangue” dice l’Apostolo.

Quale acqua? Quale Sangue? Soltanto l’acqua materiale del Battesimo che, per i Suoi meriti, ebbe mutata natura, divenendo da rito purificatore rito rigeneratore? No, non soltanto con l’acqua materiale. Ma con la testimonianza del Padre e dello Spirito venuti ad indicarlo nella sua divina Natura all’inizio del suo ministero nel momento dell’acqua battesimale, ad illuminare la sua figura, a celebrare la sua umiltà, a comandare di venerarlo come Colui nel quale l’Eterno prende le sue compiacenze. Non soltanto con l’acqua materiale. Ma con l’acqua uscita dal petto squarciato a dire, ai negatori di allora e di ora e di sempre, che Egli era vera Carne e che era veramente morto dopo aver dato tutto il suo Preziosissimo Sangue per gli uomini.

Oh! quando si benedice il Fonte battesimale si versano nello stesso le sostanze che la liturgia prescrive. Ma non pensate che in ogni fonte battesimale, a far valido lo strumento, onde rigeneri alla Grazia, all’acqua naturale, si è infusa, per prodigio divino, una stilla meritevole di quell’acqua Ss. uscita dal petto squarciato dell’Agnello crocifisso? Questa è l’acqua che rigenera l’uomo, annullando la colpa d’origine! Quella che è tratta dall’Agnello immolato per la Redenzione degli uomini, colpito anche oltre la morte perché non sussistesse dubbio, svuotato da ogni resto vitale, fin dell’acqua dopo il Sangue, perché la grandezza della Colpa esigeva la totalità del Sacrificio.

 Lo Spirito ha testimoniato che Cristo è verità. Il Sangue ha testimoniato che Cristo è Uomo. L’acqua ha testimoniato che la Redenzione era compiuta totalmente, così come sul Giordano e sull’acqua aveva Dio testimoniato che la Manifestazione aveva inizio.

 Tre in Cielo a testimoniare della Divinità: il Padre che lo proclama suo Figlio, il Verbo che si manifesta, lo Spirito che lo incorona dei suoi fulgori.

 Tre sono sulla Terra a testimoniare della sua Umanità: lo Spirito reso dopo tremenda agonia, il sangue versato nella dolorosa Passione, l’acqua, unica superstite nello Svenato, gocciata in una super generosa totalità di redenzione dal costato senza più palpito. Redentore anche dopo la Morte! 

Non c’è  p a c e  in chi non crede

4E come non si può negare la testimonianza resa agli uomini così non si può negare la testimonianza resa da Dio, ma per prima e più valevole, si deve accettare quella di Dio,  resa al suo Figlio, dal momento della sua per opera di Spirito Santo a quello della sua Ascesa in Corpo ed Anima dopo il compimento della sua missione Perciò, chi accetta queste testimonianze, della Terra del Cielo, crede che Gesù Cristo è il Redentore, Salvatore,  Figlio di Dio, e perciò ha in se la testimonianza di Dio. Ma quelli che dicono di credere in Dio, e respingono la fede nella SS. Divinità e Umanità del Cristo, non hanno in sé la Fede sono separati da Dio, offensori a Dio, morti a Dio.

Per essi è nullo il precederli del Risorto nel Regno dei Cieli. Per essi è nullo il continuo mostrarsi di Cristo nelle opere dei Servi di Dio e della Chiesa da Lui fondata. Inutili sono le parole di augurio divino. Non è pace in chi non crede. Inutile il mostrarsi di Dio. Lo respingono come un delirio. Perduta la fede, o anche semplicemente sgretolata dai razionalismi di una scienza arida, non è più possibile ammettere che Dio è Onnipotente e perciò anche i miracoli, quale che sia la loro forma e natura, sono negati. Oh! a quanti potrebbe Gesù Ss. Dire le parole dette a Tommaso: “Vieni qui, constata, e non essere incredulo, ma fedele!” 

Il mondo rigurgita di Tommasi! Ebbene il mio Signore mi fa dire, a quelli che per superbia – questa è la mala pianta che estingue la fede – non possono ammettere altro che ciò che capiscono, dimenticando che Dio è infinito in tutto e loro in tutto sono limitati: “Beati coloro che sanno credere anche senza comprendere il perché di una cosa”. Beati per la loro semplicità, per la loro umiltà. Beati per il loro abbandono.

 Beati sempre, anche se, per caso, potessero essere ingannati. Perché veramente il tranello peserebbe su chi l’ha ordito, e non su chi nel tranello è caduto. E del resto, riprendendo le prime parole dell’Epistola, ciò che viene da Dio si testifica per la sua durata. I fenomeni falsi presto cadono. O perché cessano o perché degenerano in atti e parole d’errore. Perciò, se la cosa dura, e dura con dignitosa serietà e santa virtù, da Dio viene, ed è preferibile accettarla e dire: “Gloria a Te, o Signore, per questo tuo manifestarti “, anziché dire: “Io non posso credere che Dio possa questo”.

Due peccati alla Carità. E per il Signore Iddio, che offendete mettendogli delle limitazioni; e per i suoi strumenti, che incolpate ingiustamente. Se non capite: tacete. In Cielo capirete. Ma non giudicate per non essere giudicati. Lasciate a Dio il compito di far brillare la Verità e la Misericordia.

Maria, anima mia, non offendere il Signore accogliendo per un attimo il dubbio degli uomini e di Satana. Prega per chi non sa vedere e sentire Dio, ma sii ferma nella tua verità. Respingi il Nemico, che usa il dubbio quando non può usare altra tentazione per allontanare le anime da Dio, con le parole sempre vittoriose: “Indietro, o Satana, nel Nome Santo di Dio e per i meriti Ss. di Gesù Cristo Signor Nostro”.

43. L’IRA DI DIO SUGLI INCREDULI[200]

L’incredulità inaridisce il cuore

Dice Gesù:

1 “…Io ho detto alla donna di Samaria: ‘Chi beve in quest’acqua avrà ancora sete, ma chi beve dell’acqua da Me data non avrà più sete, anzi l’acqua da Me data diverrà in lui fontana d’acqua viva zampillante in vita eterna’.

Ma se quello nel quale Io vengo, portando sotto le specie eucaristiche la divina fontana che ha in sé tutte le virtù e le grazie atte a far di un uomo un santo, rimane marmo che non si imbeve e con la sua non fede vera e non vera carità non solo resta bacino di marmo impenetrabile ma anche bacino perforato da questa sua non fede schietta e non carità, come posso lo divenire in lui fontana d’acqua viva zampillante in vita eterna? In verità ecco che Io sfuggirò da lui dopo esser venuto, perché non amo gli increduli e i non caritatevoli, e lo lascerò ogni volta vuoto e arido come prima.

      Tale il destino di chi pretende che Dio faccia tutto il miracolo e non mette di suo nessuno sforzo per migliorare sé stesso.

Come lavora Satana intorno a questi cuori! Se si vedessero tremerebbero. Come uccellini svagati, non ascoltano il richiamo paterno che li avverte del pericolo e che li chiama; non vedono,

non vogliono vedere che l’uccellatore malefico sta colla rete in pugno per catturarli e farli infelici. E finiscono ad esserne preda e strumento di afflizione per i miei diletti.

Il mondo è pieno di questi svagati. Essi sono i meno facili a convertirsi perché già superbia li tiene e non vi è in essi carità che li bonifichi. Mi fanno pietà. Abbi tu pure pietà e prega. Se la tua preghiera, come la mia grazia, non gioverà, tornerà a te come la grazia torna a Me, e tu ne avrai lo stesso merito come se essa avesse ottenuto la conversione di quel cuore…”

La fede muore per lo scandalo[201]

Dice lo Spirito Santo:

2 “… Scandalo, dico. Molti scandali avvengono bel mondo, e la massa non se ne commuove che un attimo, finché il rumore dello scandalo dura. Delle volte, specie in momenti di generale rilassamento dei valori morali – non dico neppure di quelli spirituali, ma semplicemente di quelli morali – non se ne commuove neppure…

    Ma vi sono scandali che colpiscono l’emozione sincera dei giusti, e anche quella degli indifferenti, e fanno talora, dei giusti, dei disgustati, e degli indifferenti fanno dei derisori. Non dico poi ciò che sono certi scandali in mano ai nemici di Dio e della sua Chiesa. Simili a leva sotto un masso, a mina sotto un edificio,

a foro in una barca, questi scandali pongono in serio pericolo e Fede e Chiesa. La fede muore per essi in molti cuori, e la Chiesa ne subisce rudi scosse di un valore incalcolabile.

Quando poi gli scandali si susseguono, è come un allargarsi di cerchi ondosi in un lago turbato da un precipitare di massi. Un solo masso provoca una serie di cerchi che poi si placano morendo sul greto. Ma se i massi si susseguono, e sempre più grandi, sino ad essere caduta di un’intera parete di monte, allora i cerchi si mutano in onde contrastanti, le onde in traboccare d’acque sulle rive sino a provocare sventure.

Così per gli scandali di coloro che ‘portano il nome di Giudei e si riposano nella Legge e si gloriano di Dio”, e soprattutto di essere ‘i ministri di Dio’, e non sono lucerna a chi cerca luce, non guida a chi è cieco, non maestro vero ai piccoli del gregge, ma sono confusione, crepuscolo, disordine, negazione. Sì. Negazione perché ‘insegnano agli altri ma non a sé stessi’, perché la loro vita è colma delle colpe o debolezze che rimproverano ai loro agnelli. Essi, con la loro vita di pastori-idoli[202], di pastori mercenari, disonorano Dio calpestando la Legge che conoscono e predicano.

E per cagione loro, il Nome di Dio è bestemmiato fra le genti’. Sì. Bestemmiato. Perché i nemici di Dio additano allo sprezzo dei popoli i servi di Dio troppo peccatori o anche troppo imperfetti, pigri, tiepidi, senza vera fede. In verità è più fede negli agnelli che nella maggioranza dei pastori che del loro ministero hanno fatto un mestiere, non più una missione regale. Sì. Bestemmiato perché, capovolgendo l’osservazione che i Gentili dei primi secoli facevano sui sacerdoti cattolici e che valse a convertirli al Cristo: ‘Vedete come si amano fra loro e come i loro sacerdoti sono perfetti’[203], ora i più, anche fra i cattolici ferventi, dicono, o si dicono nell’interno del cuore: ‘Vedi come sono i sacerdoti! Peggio di noi. Se fossero veramente ministri di un Dio, Dio non permetterebbe questi scandali’. E concludono: ‘Per ciò credo (o comincio a credere) che il Dio che predicano non esiste, non esiste una seconda vita, non esistono i sacramenti.’ Ed ecco la morte della fede, della Grazia, della Vita. Ma Dio è…”

L’ira di Dio è sugli increduli[204]

Dice l’Angelo Azaria:

3 “…E state fermi. Senza superbie e senza paure. I vani discorsi degli uomini, se superficiali, trascurateli per non avere a rispondere del tempo perduto in povere cose, se volti a spaurirvi o insuperbirvi, o a denigrare e a tendere di diminuire l’opera che Dio fa in voi, non vi seducano. L’ira di Dio è sugli increduli Non vi associate perciò a loro, ma rispondete loro: “Una volta noi pure eravamo tenebre, ma ora siamo luce nel Signore. E preghiamo per voi perché possiate divenire luce”.

 Non più di così, Maria. Non più. E vivi sempre più come figlia della Luce, perché il suo frutto è tutto ciò che è buono, giusto e vero. Ne – questo lo puoi dire agli increduli e ai razionalisti – né si può dare che Belzebù serva Dio, dando parole, sante per la conversione dei cuori. (Eppure mi si vuol dire che può esser Belzebù a dettare! … ).

 Vola alla casa, al nido, o tortorella di Dio, e fa’ dimora nel suo Amore. E di là ascolta, che hai bisogno di quella difesa per ascoltare ciò che ti dice l’Arcangelo, e abbi in Esso Amore la tua pace”.

 E Azaria si inginocchia per ascoltare Gabriele che, aumentando la sua luce, mi saluta col saluto: “Ave Maria!”. Non altro che Ave Maria. Poi mi dice una tremenda, oh! è proprio tre menda parola e mi dà un ordine. Così di condanna nelle sue ragioni!!! Ma lo porterò con me nella tomba. “E’ ben più tremendo” dice l’Arcangelo “del segreto di Fatima[205] , e non va rivelato perché gli uomini, anche questi per cui è emesso, non  meritano di conoscerlo”. E poi l’Arcangelo, insieme ad Azaria che si rialza dalla sua genuflessione, canta: “Benediciamo il Signore”. Rispondo: “A Dio le grazie” come mi ha insegnato Azaria, e con loro dico: “Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo”…

 


S O M M A R I O

I VANGELI DELLA FEDE

Introduzione.

1. Adorazione dei Magi. E’ “vangelo della fede”.

Vangelo della Fede.

Nota del Portavoce.

Betlemme sotto le stelle.

Una stella di insolita grandezza.

La cavalcata dei re.

L’adorazione dei Magi.

Discorso del Savio

I doni dei re.

Lacrime e sorrisi di commiato.

I cercatori di Dio. (Insegnamento)

Quando si cerca Dio.

Umiltà vera

Amore ardente

La virtù genera virtù

Contegno di Giuseppe e portamento di Maria.

Il Custode fedele

L’Avvocata nostra

2. Agnese testimone della fede

L’agente vero ed unico dei martiri è l’amore.

L’amore infinito.

L’amore dei martiri.

L’amore dei confessori.

“Dilexit”.

“Gesù”.

Locuzione ricevuta del Portavoce.

Martirio di Agnese.

Il palazzo romano.

Le tre fanciulle.

Dialogo col Prefetto.

La piccola gigante.

Il martirio.

Le virtù dei martiri

Deposizione di Agnese

Il giardino di una casa patrizia.

La giovinetta martire e il Pontefice.

La scena placida e solenne.

Il cantico dei cristiani.

Il canto dei prescelti.

È pur bello morire per Gesù!

Martirio d’amore

3. Potenza della fede.

I tre fanciulli che piacquero a Dio

Fede che procede dall’amare Dio.

Forza che è debolezza.

Amministratori di giustizia.

Il generatore delle “bestie” apocalittiche.

Dio è Spirito e Carne.

I tre che piacquero a Dio.

Potenza della fede e del ringraziamento.

Non resistere al malvagio.

Preceduti dall’angelo nella fornace.

Potenza della fede e del ringraziamento.

Amplificare la lode e il ringraziamento.

Frutto della fede.

La possa degli amorosi.

4. Martirio di Castulo.

Piccoli grandi martiri.

Il carcere Tullianum.

Castulo.

Transito di Fabio.

Paolo di Tarso.

Piccolo, bruttino, ma focoso.

Dialogo con Castulo.

Discorso di incoraggiamento.

Preghiere e messa dei martiri.

Salmi 41.

Salmo 94.

La Messa dei Martiri.

Pace al Martire di Cristo.


I martiri sconosciuti.

Gli eroi sconosciuti.

Gli atleti della fede.

5. Martirio di Perpetua, Felicita e compagni.

Fede di Perpetua.

Fra spasmi e dolori.

Una fortezza adibita a carcere.

Perpetua.

L’autorità paterna.

Il dovere di Figlia.

Martirio di Perpetua e Felicita.

Fede di Felicita.

In attesa del martirio.

Un martire invita alla Fede.

Gloria ai martiri di Cristo.

La fede non muore. Insegnamento

6. La sapienza dei martiri.

La Sapienza salva.

I martiri possedettero la sapienza.

Lo stolto invoca su di sé la morte.

Con la Sapienza salvarono il mondo.

Doti della Sapienza.

Amarono le doti della Sapienza.

Le doti della Sapienza.

Utilità della Sapienza.

Preghiera per ottenere la Sapienza.

7. Martirio di Sta. Fenicola e transito  di Petronila.

Fenicola e Petronila.

Invito a scrivere.

Passione di Gesù vissuta dal Portavoce.

Santa Fenicola.

Potere della preghiera e la Comunione.

Transito di Petronila.

Il martirio di Sta. Fenicola.

Verginità consacrata.

Condannata alla colonna.

Martirio consumato.

Petronila e Fenicola. (insegnamento)

Petronila gioia e perla di Pietro.

La vita nostra è sempre di Gesù.

Fermezza e dolcezza di Fenicola.

8. Missione e ministero dei martiri

L’anima in grazia.

La storia dei martiri

“Uomini e donne” in grazia.

L’anima in grazia.

Il Male e la Grazia.

Origine del Male.

Il peccato originale.

Il Vangelo della Grazia.

Amore è darsi, offrirsi, immolarsi..

Un’anima di fanciullo

9. La potenza della Croce.

La santa e lo stregone.

La Croce vince il demonio.

Proposta di fidanzamento.

La vergine Giustina.

La preghiera della vergine Giustina.

Il rito magico dello stregone Cipriano.

La potenza della Croce.

La vergine e lo stregone.

Martirio di Sta Giustina e San Cipriano.

Cipriano Vescovo.

Il martirio.

Testimonianza in favore della Croce.

Una piccola croce fra le mani.

La vittoria della Croce.

Fede nella Croce.

Ora di abbracciarsi alla Croce.

La Croce sia la tua forza.

10. Cecilia la vergine pura e fedele.

Celebrazione nelle catacombe.

Le Catacombe.

I fedeli cristiani.

La celebrazione Eucaristica.

Omelia sulla “verginità”.

La seconda parte della Messa.

Sposalizio di Cecilia.

La vergine Cecilia.

Lo sposalizio di Cecilia.

L’evangelizzatrice dello sposo.

Insegnamento del maestro.

Dall’altare alla prova.

“Beati i puri perché vedranno Dio”.

“Beati i puri perché vedranno Dio”.

11. Conversione di Valeriano.

Battesimo di Valeriano e Tiburzio.

La casa cristiana.

Le tre corone del martirio.

Insegnamento di Gesù.

Il profumo delle virtù.

12.  Martirio di Stefano.

Il primo martire della Fede

Gamaliele disapprova la condanna

Saulo e Gamaliele

Protettore della giustizia

M a r t i r i o   d i   S t e f a n o

13. Ordinazione sacerdotale di S. Valentino.

La chiesa nelle catacombe.

L’altare.

L’ordinazione.

Il canto al Vangelo.

L’omelia del Pontefice.

14. Martirio di Diomede e agapito.

Nell’orrido carcere.

L’inno dei martiri.

Morte di Agapito.

Celebrazione del Mistero.

Omelia d’incoraggiamento.

Morte di Diomede sacerdote.

Carisma del Portavoce.

“Sarai la città ricercata”.

15. I cristiani ai leoni.

Torturati in massa.

La fede dei martiri.

Evangelizzazione.

Glorioso martirio.

16. Martirio di Santa Irene.

Un rudere di corpo umano carbonizzato.

Preparativi del rogo.

Martirio d’Irene.

I fratelli di Tessalonica.

Deposizione della salma.

17. Martirio di Flora e Maria  di Cordova.

Un carcere in un castello mussulmano.

Interrogazione del giudice.

Là fustigazione con verghe di ferro.

Là fustigazione con verghe di ferro.

Martirio delle vergini Flora e Maria di Cordova.

18. Santa Martina martire.

La gioia nello spirito.

Mite apparizione di Sta. Martina.

Il simbolo della martire.

La gloriosa via delle tribolazioni.

S. Martina il 30 gennaio.

19. I Martiri e le loro conquiste.

Scene raccapriccianti

L’ambiente in un luogo romano.

Un rumore strano fatto di voci umane.

La testimonianza che nell’uomo si cela la belva.

Sostegno reciproco dei martiri.

Un disperato gesto di amore.

Santa Cristina e santa Clementina.

San Cleto sacerdote.

Troppi cristiani per troppo poche belve.

Satira sui misteri cristiani.

Madri eroiche.

Il piccolo Lino.

Il Beato Crispiniano!

Discorso di San Cleto:

Non ci sono nemici per i cristiani.

L’Amore è Dio, e chi ama è simile a Dio.

I volontari del rogo.

S. Marcellino e santa Anicia.

Si prepara il rogo.

San Decimo.

Il martire è l’unico eroe.

I volontari del rogo.

Decimo chiede in grazia il rogo.

La fedeltà di un fanciullo.

Nuovi volontari per il rogo.

Il Pane dei forti.

Pace al piccolo Fabio!

Battesimo di sangue.

NATURA ED ENERGIA DELLA FEDE

20. Natura della fede.

La fede vera.

La fede è immutabile.

La natura della fede.

Il dono della fede.

21. La potenza della fede.

La potenza del credere.

Vivere senza credere è impossibile.

Quando la luce del credente si spegne.

21. Abbiate fede. Essa vi salverà. .

Ciò che vuole Satana.

Ciò che vorrebbe l’amore patrio.

Incredulità e superbia.

Il Creatore dell’universo.

Il Formatore del mondo stellare.

Il potere del carisma.

22. CONSAPEVOLEZZA DELLA FEDE

Fede è conoscenza che viene dall’amore

La fede è umile ma assoluta

Fede è realtà di vita

Significato della fede in Gesù

Fede in Gesù (Quaderni. 5 ottobre 1943).

Significato della fede in Gesù

Consapevolezza della fede

Le fondamenta della fede

23. La fede spiegate ai pagani con la parabola dei templi.

Come costruire la Fede

Attesa dei gentili

Desiderio di luce

Parabola dei templi

Come costruire la fede

QUALITA’ E VANTAGGI DELLA FEDE

24.CREDERE PER FORZA D’AMORE

Credere per forza d’amore: fede semplice

Credere fermamente: Fede totale

Credere senza limiti: Fede prepotente

Credere assolutamente: Fede certa

DIMENSIONI DELLA FEDE

25. L’EROISMO DELLA FEDE

L’eroismo della fede si forma fra le difficoltà.

Generosità della fede

Massima dimensione della fede: Credere senza misura

La massima fede

26.  VANTAGGI DELLA FEDE

Fede nella vita futura

I  tesori di Dio si aprono a chi ha fede

Fede che assicura la vita eterna

Fede nella vita futura

Beato chi sa aver fede

“Richiesta di un miracolo singolare”

27. Parabola della vite e dell’olmo

Ogni turbamento nuoce alla Sapienza

La parabola

“Il senso della parabola”

Beatitudine del credente

Beati quelli che  sanno credere

Beatitudine del credere

L’uomo che crede nel male e non nel bene

La fede di due ciechi

Chi non crede nel Messia è condannato

La fede di due ciechi (Mt 9,27-31).

28. FEDE UMANA E FEDE SPIRITUALE

Categorie di uomini nelle ore gravi

Fede umana e fede spirituale

Fortezza e prudenza spirituale

29.  VOLONTA’ DI CREDERE

“La fede fa praticare le virtù e la legge”

“La capacità di credere”

“La santa verginità dello spirito”

“Il sicario della fede”

30. FEDE ABRAMICA

La fede di Abramo

La fede e la legge,

Il granello di fede

31. FEDE CHE MUOVE LE MONTAGNE

Gridi di speranza

Gridi di gioia

La fede va data a Dio

Miracoli

Giovanni lebbroso santo

Fede che muove le montagne

RELAZIONI DELLA FEDE CON IL SAPERE

32. LA FEDE E LA SCIENZA DEI MISTERI

Credere è più alto di conoscere

Onniscienza di Dio

L’e t e r n i t à

La scienza dei misteri

Credere è più alto di conoscere

Fede e carità per vedere Dio

Ferita e morte della fede

“curiosità malsana e sacrilega”

“I turbatori del mistero”

“Ferita e morte della fede”

“Violatori del mistero”

“I puri credenti”

I puri credenti possiedono la verità

“Il signore elegge i credenti”

“Non ama gli avari”

“Detesta i superbi”

33. SAPIENZA, FEDE E SCIENZA

“La   v e r a    s a p i e n z a”

“F e d e   e   s c i e n z a”

“La  r a g i o n e  e  la  f e d e”

34. FEDE E FEDELTA’

Conseguenze dell’infedeltà

Il vero fedele

Conseguenze dell’infedeltà

Appello alla fedeltà

Fedeltà limitata

Fedeltà interessata

Figli infedeli

L’amore misericordioso

Più grave conseguenza dell’infedeltà

L’incredulità porta a Satana.

L’incredulità distrugge l’identità spirituale

L’incredulità condanna l’uomo al dolore.

L’incredulità porta al naufragio eterno

Effetto della fede vera

Il posto nel Cielo

Frutti delle opere di misericordia corporali

Ricondurre gi erranti senza giudicare

Fede e carità

35. LA FEDE E IL DOLORE

“Risposta al dolore è la fede in Dio”

“La fede che diventa fortezza”

“La fede in Gesù”

36.  FEDE, LEGGE E GIUSTIFICAZIONE

La Legge e la Grazia

Eternità della redenzione

Universalità della salvezza

CONSEGUENZE DELL’INCREDULITA’

37. IL PECCATO D’INCREDULITA’

Chi non crede in Gesù Cristo non sarà giustificato.

38. LA PIAGA DELL’INCREDULITÀ

È una delle piaghe maggiori

Negatori della Potenza di Dio

Negatori del miracolo.

Generazione perversa e corrotta

Negatori di Dio e le sue rivelazioni

Insatanassati dalla triplice lussuria.

Chi non ha Dio con sé perisce.

39. INVETTIVE CONTRO L’INCREDULITA’

I profeti hanno parlato sino a Giovanni.

Ora parla la Parola di Dio

Generazione stolta e maliziosa.

Invettive contro l’incredulità

40. CONSEGUENZE DELL’INCREDULITÀ

Bisogno della fedeltà alla Parola di Gesù

Conseguenza dell’incredulità

Appello alla fedeltà

41. GUAI ALL’UOMO SENZA FEDE

Il fico maledetto

Guai all’uomo senza fede

La potenza della fede

42. NON C’E’ PACE IN CHI NON CREDE

Ciò che vince il mondo

L a   n o s t r a   f e d e

T e s t i m o n i a n z e

Non c’è  p a c e  in chi non crede

43. L’IRA DI DIO SUGLI INCREDULI

L’incredulità inaridisce il cuore

La fede muore per lo scandalo

L’ira di Dio è sugli increduli

 

 


[1] GESÙ DI NAZARETH, La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù. Edizione non commerciabile.  Vol 1 N° 34

[2]Essendo questo uno dei prodigi che accompagnarono la venuta e la vita di Gesù, non è da stupirsi se a tre, da tre punti diversi, la stella ispirò un’unica direzione.

[3]Gli israeliti praticavano l’uso del Tau: T (Ez 9,4-6; Ap 7,2-3; 9,4), come segno di buon augurio e protezione di Dio, quindi, è già un segno di croce, ma non è ancora una croce.

[4]Poema: I, 57 

 

[5] Scritto il 13 gennaio 1944.

[6] Richiamando in calce con una crocetta, la scrittrice così annota: Giovanni cap. 13° v. l°. (Me lo fa vedere S. Giovanni)

[7] Il 14 ottobre 1943, ne «i quaderni del 1943»

[8] Il testo compreso nei cinque capoversi che precedono si trova così condensato sul quaderno autografo: “Ed io neppure. Sorrido a te perché tu sei il pronubo delle mie eterne nozze e te ne sono grata. Sacrifica agli dèi. Così vuole la legge. Ho un unico vero Dio, e ad Esso sacrifico volentieri”. Ma poi la scrittrice ha cassato con tratti di penna tutto il brano, vi ha scritto sopra di traverso: corretto per dettato di Agnese, e su un foglietto volante, che ha inserito nel quaderno, ha scritto: Mentre faccio il ringraziamento della Comunione, la martire Agnese mi ha detto: Hai riferito con esattezza. Ma hai dimenticato un punto. Correggi così e fa’ scrivere così” … [segue il brano da noi riportato nel testo, in sostituzione di quello cancellato dalla scrittrice] Ecc., ecc… infatti, con tutte le chiacchiere che avevo intorno e il tempo (6 ore) intercorso fra la visione e la descrizione della stessa, per quanto io abbia buona memoria, mi era sfuggita quella parte di dialogo che, sentendomi ripetere dalla martire, ricordo ora benissimo di avere udito. Sono contenta di potere, per bontà della Santa, correggere questa mia omissione e dare l’esatta versione del dialogo.

[9] I Quaderni del 44: 20 – 1 – 1944, p.86

[10] Matteo 10,22; 24,13

[11] Ebrei 10,35-38

[12] Luca 23,34

[13] Quaderni del 44: 20 – 1 – 1944, p.87

[14] Apocalisse 14,1-5

[15] Non vi sono errori nella trascrizione del testo latino, che segue

[16] Mt. 20,1-6

[17] Mt 26,39-44; Mc 14,35-39; Lc 22,41-42

[18] Gv 21,23

[19] ‘Piccolo Giovanni’ perché viene avvicinata, per spiritualità e missione, al grande Giovanni, apostolo ed evangelista.

[20] Scritto l’8 febbraio 1944.

[21] Daniele 3, 8-97.

[22] L’idolo d’oro: Il re Nabucodonosor aveva fatto costruire una statua d’oro, quindi aveva convocato tutte le alte autorità perché presenziassero all’inaugurazione della statua. Fece bandire questo proclama: “Quando udirete il suono d’ogni specie di strumenti musicali, vi prostrerete e adorerete la statua d’oro. Chiunque non si prostrerà alla statua, sarà gettato in mezzo ad una fornace di fuoco ardente” (Dan 3,1-6).

[23] Il 30 giugno, il 23 e il 30 ottobre 1943, ne «i quaderni del 1943», pag. 70, 328, e 344.

[24] Gli adoratori dell’idolo d’oro: Perciò tutti i popoli, nazioni e lingue, in quell’istante che ebbero udito il suono di ogni specie di strumenti musicali, si prostrarono e adorarono la statua d’oro, che il re Nabucodonosor aveva fatto innalzare (Dn 3,7).

[25] Il 21 e 28 luglio, il 5 e 10 novembre, e il 29 dicembre 1943, ne «i quaderni del 1943»,

[26] I tre incontaminati: Alcuni Caldei dissero al re: “Ci sono alcuni Giudei, ai quali hai affidato gli affari della provincia di Babilonia, cioè Sadràch, Mesàch e Abdènego, che non ti obbediscono, re: non servono i tuoi dèi e non adorano la statua d’oro che tu hai fatto innalzare”. (Dan 3,12).

[27] Il coraggio della Fede: Ma Sadràch, Mesàch e Abdènego risposero al re Nabucodonosor: “Re, noi non abbiamo bisogno di darti alcuna risposta in proposito; sappi però che il nostro Dio, che serviamo, può liberarci dalla fornace con il fuoco acceso e dalla tua mano, o re. Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuo dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai eretto”. Il re, acceso d’ira, ordinò che si aumentasse il fuoco della fornace sette volte più del solito. (Dan 3,16-19).

[28] L’angelo nella fornace: I servi del re, che li avevano gettati dentro, non cessarono di aumentare il fuoco nella fornace, con bitume, stoppa, pece e sarmenti. La fiamma si alzava quarantanove cubiti sopra la fornace e uscendo bruciò quei Caldei che si trovavano vicino alla fornace. Ma l’angelo del Signore, che era sceso con Azaria e con i suoi compagni nella fornace, allontanò da loro la fiamma del fuoco e rese l’interno della fornace come un luogo dove soffiasse un vento pieno di rugiada. Così il fuoco non li toccò affatto, non fece loro alcun male, non diede loro alcuna molestia (Dan 3,46-50).

[29] Lode e ringraziamento: Allora quei tre giovani, a una sola voce, si misero a lodare, a glorificare, a benedire Dio nella fornace dicendo: “Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri, degno di lode e di gloria nei secoli…” (Dan 3,51-52).

[30] Lode amplificata: Benedite, opere tutte del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, angeli, cieli, acque tutte, che siete sopra i cieli, potenze tutte del Signore, sole e luna, stelle del cielo, piogge e rugiade, venti tutti, fuoco e calore, freddo e caldo, rugiada e brina, gelo e freddo, ghiacci e nevi, notti e giorni, luce e tenebre, folgori e nubi, monti e colline, mari e fiumi, mostri marini, uccelli tutti dell’aria, animali tutti, selvaggi e domestici, il Signore lodatelo ed esaltatelo nei secoli.

Benedite, figli dell’uomo, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, sacerdoti del Signore, o servi del Signore, spiriti e anime dei giusti, pii e umili di cuore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli (Dan 3,52-90).

[31] Contro Dio non si lotta: Allora il re Nabucodonosor rimase stupito e alzatosi in fretta si rivolse ai suoi ministri: “Non abbiamo noi gettato tre uomini legati in mezzo al fuoco?”. “Certo, o re”, risposero. Egli soggiunse: “Ecco, io vedo quattro uomini sciolti, i quali camminano in mezzo al fuoco, senza subirne alcun danno; anzi il quarto è simile nell’aspetto a un figlio di dèi”.

Nabucodonosor prese a dire: “Benedetto il Dio di Sadràch, mesàch e abdènego, il quale ha mandato il suo angelo e ha liberato i servi che hanno confidato in lui; hanno trasgredito il comando del re e hanno esposto i loro corpi per non servire e per non adorare alcun altro dio che il loro Dio. Perciò io decreto che chiunque, a qualsiasi popolo, nazione o lingua appartenga, proferirà offesa contro il Dio di Sadràch, Mesàch e Abdènego, sia tagliato a pezzi e la sua casa sia ridotta a un mucchio di rovine, poiché nessun altro dio può in tal maniera liberare” (Dan 3,91-96).

[32] Della visione del 7 febbraio

[33] Luca 10, 38-42.

[34] Scritto il 29 febbraio 1944.

[35] Nella visione del 20 gennaio

[36] Ma sembra il Salmo 116 A (volgata: 114), 1. Le indicazioni dei Salmi, che nel testo poniamo tra parentesi, sono aggiunte a matita dalla scrittrice.

[37] Salmo 40 (volgata: 39), 2.

[38] Secondo il messale in vigore ai tempi della scrittrice, poi riformato dal Concilio Vaticano II.

[39] L’intero ultimo periodo è aggiunto dopo dalla scrittrice, che ha inserito Non ha epistola, per esempio su una parte di rigo rimasta in bianco, ed ha messo tutto il resto in calce alla pagina richiamando con una crocetta.

[40] Matteo 5, 1-12; Luca 6, 20-23.

[41] Vedi il brano del 28 febbraio

[42] Galati 2, 20.

[43] Scritto il 1° marzo 1944, verso le 17.

[44] Nelle visioni del 13 e del 20 gennaio,

[45] Matteo 5, 43-44; Luca 6, 27.

[46] Scritto il 2 marzo 1944.

[47] Chi ama e teme il Signore possiede la sapienza: Rettamente pensate del Signore, cercatelo con cuore semplice. Egli infatti si lascia trovare da quanti non lo tentano, si mostra a coloro che non ricusano di credere in lui. I ragionamenti tortuosi allontanano da Dio; L’onnipotenza, messa alla prova, caccia gli stolti, La sapienza non entra in un’anima che opera il male né abita in un corpo schiavo del peccato. Il santo spirito che ammaestra rifugge dalla finzione, se ne sta lontano dai discorsi insensati, è cacciato al sopraggiungere dell’ingiustizia.  La sapienza è uno spirito amico degli uomini; ma non lascerà impunito chi insulta con le labbra, perché Dio è testimone dei suoi sentimenti e osservatore verace del suo cuore e ascolta le parole della sua bocca (Sap 1,1-6).

[48] Gli empi invocano su di sé la morte con gesti e con parole. Dicono fra loro sragionando: “La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio, quando l’uomo muore. Su, godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile! Inebriamoci di vino squisito e di profumi, non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera, coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano. Spadroneggiamo sul giusto povero. La nostra forza sia regola della giustizia. Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni. Mettiamolo alla prova con insulti e tormenti. Condanniamolo a una morte infame, perché secondo le sue parole il soccorso gli verrà” (Sap 2,1-20).

[49] L’abbondanza dei saggi è la salvezza del mondo (Sap 6,24)

[50] La preferii a scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto; non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l’oro al suo confronto è un po’ di sabbia e come fango sarà valutato di fronte ad essa l’argento. L’amai più della salute e della bellezza, preferii il suo possesso alla stessa luce, perché non tramonta lo splendore che ne promana. Di tutti i beni essa è madre. Senza frode imparai e senza invidia io dono, non nascondo le sue ricchezze. Essa è un tesoro inesauribile per gli uomini; quanti se lo procurano si attirano l’amicizia di Dio (Sap 7,7-14).

[51] Luca 6, 38; Atti 20, 35.

[52] Natura della Sapienza: Nella Sapienza c’è uno spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico, amico dell’uomo, stabile, sicuro, senza’affanni, onnipotente, onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi. La sapienza è il più agile di tutti i moti; per la sua purezza si diffonde e penetra in oggi cosa. È un’emanazione della potenza di Dio, un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente, per questo nulla di contaminato in essa s’infiltra. È un riflesso della luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e un’immagine della sua bontà.  Sebbene unica, essa può tutto; pur rimanendo in sé stessa, tutto rinnova e attraverso le età entrando nelle anime sante, forma amici di Dio e profeti. Nulla infatti Dio ama se non chi vive con la sapienza. Essa in realtà è più bella del sole e supera ogni costellazione di astri; paragonata alla luce, risulta superiore; a questa, infatti, succede la notte, ma contro la sapienza la malvagità non può prevalere (Sap 7,22-30).

[53] Sapienza 7, 22-30.

[54] Sorgente di felicità: Questa ho amato e ricercato fin dalla mia giovinezza, ho cercato di prendermela come sposa, mi sono innamorato della sua bellezza. Essa manifesta la sua nobiltà, in comunione di vita con Dio, perché il Signore dell’universo l’ha amata. Essa infatti è iniziata alla scienza di Dio e sceglie le opere sue. Se la ricchezza è un bene desiderabile in vita, quale ricchezza è più grande della sapienza, la quale tutto produce? Se l’intelligenza opera, chi, tra gli esseri, è più artefice di essa? Se un’ama la giustizia, le virtù sono il frutto delle sue fatiche. Essa insegna infatti la temperanza e la prudenza, la giustizia e la fortezza, delle quelli nulla è più utile agli uomini nella vita. Se uno desidera anche un’esperienza molteplice, essa conosce le cose passate e intravede le future, conosce le sottigliezze dei discorsi e le soluzioni degli enigmi, pronostica segni e portenti, come anche le vicende dei tempi e delle epoche (Sap 8,2-8).

[55] Sapienza 8.

[56] Sapienza 9.

[57] Signore, dammi sapienza per darti gloria: “Dio dei padri e Signore di misericordia, dammi la sapienza, che siede in trono accanto a te e non mi escludere dal numero dei tuoi figli, perché io sono tuo servo e figlio della tua ancella (Maria). Con te è la sapienza che conosce le tue opere, essa conosce che cosa è gradito ai tuoi occhi, e ciò che è conforme ai tuoi decreti. Inviala dai cieli santi, mandala dal tuo trono glorioso, perché mi assista e mi affianchi nelle mie fatiche e io sappia ciò che ti è gradito.  Essa infatti tutto conosce e tutto comprende, e mi guiderà prudentemente nelle mie azioni e mi proteggerà con la sua gloria.  Così le mie opere ti saranno gradite. Chi ha conosciuto il tuo pensiero, se tu non gli hai concesso la sapienza e non gli hai inviato il tuo santo spirto dall’alto? Così saranno raddrizzati i miei sentieri; sarò ammaestrato in ciò che ti è gradito; e sarò salvato per mezzo della tua sapienza” (cfr Sap 9,1-18).

[58] Sapienza 9, 18.

[59] Scritto il 4 marzo 1944, ore 9.

[60] Espresso al terzo punto del dettato che precede.

[61] Prima l’episodio evangelico di Gesù che cammina sulle acque, che indicheremo a pag. 239, e poi quello del martirio di Fenicola, che riporteremo a pag. 243.

[62] Paola Belfanti.

[63] Marco 10, 15; Luca 18, 17. Tutto il periodo è aggiunto dopo dalla scrittrice, che ha inserito Non comprendo benissimo su una parte di rigo rimasta in bianco, ed ha messo tutto il resto in calce alla pagina richiamando con una crocetta.

[64] Nella visione del 29 febbraio

[65] Tutto il brano che abbiamo delimitato con i trattini è stato aggiunto dalla scrittrice in calce alla pagina, richiamandolo nel testo con una crocetta.

[66] Nella visione del 13 gennaio

[67] Scritto nello stesso 4 marzo 1944.

[68] Luca 6, 38.

[69] Maria di Magdala, sorella di Lazzaro e Marta di Betania.

[70] per niente sta per inutilmente

[71] Matteo 17, 20; Marco 11, 23; Luca 17, 6.

[72] Maria Valtorta, della cui vita viene fatto qui un parallelo con quella di Petronilla, morì dopo un lungo periodo di smemorato isolamento, che per molti è rimasto misterioso.

[73] È il nome del presbitero che recuperò il corpo della santa martire Fenicola, le cui notizie storiche sembrano corrispondere al racconto sulla martire Fenicola, qui presentato. Il “Nicomede” della scrittrice, suscitato per il suo recupero spirituale, è Padre Migliorini.

[74] Scritto il 5 marzo 1944.

[75] Gn 1, 2628; 2, 1525; 3, 13.

[76] Gv 14, 23.

[77] L’Incubatore del Male: Negli inferi è precipitato il tuo fasto, la musica delle tue arpe; sotto di te v’è uno strato di marciume, tua coltre sono i vermi. Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell’aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore di popoli? Eppure tu pensavi: Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, mi farò uguale all’Altissimo. E invece sei stato precipitato negli inferi, nelle profondità dell’abisso! (Is 14,11-15).

     L’Insozzatore della Terra: Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. Allora udii una gran voce nel cielo che diceva: “…Guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo” (Ap 12,7-12).

[78] Lussuria e morte: Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: “È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?” Rispose la donna al serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”. Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture (Gn 3,1-7).

[79] Alla donna disse: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà” (Gn 3,16).

[80] Genesi 3,12.

[81] Il testimone del Vangelo della Grazia: Ed ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al Vangelo della grazia di Dio (Att 20, 22-24).

[82] At 20,24

[83] Vi è più gioia nel dare che nel ricevere! “Ed ora vi affido al Signore e alla parola della sua grazia che ha il potere di edificare e di concedere l’eredità con tutti i santificati. Non ho desiderato né argento, né oro, né la veste di nessuno. Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani, In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!” (At 20, 32-35).

[84] Il 2 marzo, pag. 236.

[85] Il 7 febbraio, pag. 196.

[86] Scritto il 29 marzo 1944, ore 11.

[87] A commento della visione che precede, viene riaffermata la potenza della Croce, che vince Satana con tutte le sue seduzioni. Imitare Giustina e armarci della croce, con fede, fino all’ultimo giorno della nostra vita.

[88] Così si usava fare nelle chiese durante la settimana di Passione,

[89] Probabile allusione all’episodio riportato nell’ «Autobiografia», pag. 264 e 269-274.

[90] Introdotti con il breve dettato del 28 febbraio

[91] Luca 10, 19.

[92] Scritto il 22 luglio 1944. Festività di S. Maria Maddalena.

[93] La scrittrice si riferisce, ovviamente, alla S. Messa come veniva celebrata ai suoi tempi, prima della riforma liturgica introdotta dal Concilio Vaticano II, anche se resta la somiglianza della celebrazione da lei descritta con quella dei nostri giorni.

[94] Il 29 febbraio e il 4 marzo

[95] Matteo 25, 1-13.

[96] Apocalisse 14, 4.

[97] Il 20 gennaio. Apocalisse 14, 1.

[98] Salmo 42 (volgata: 41), 2.

[99] Cecilia, la santa martire di Roma, del II o III secolo, già ricordata il 10 e 12 giugno.

[100] Le tessere che, nel periodo bellico in cui Maria Valtorta scriveva, regolavano il razionamento del pane e di altri alimenti.

[101] Marco 16, 17-18; Luca 10, 19.

[102] Da Giovanni 13, 1 in poi.

[103] Giovanni 20, 24-29.

[104] Vedi il breve dettato del 28 febbraio,

[105] Matteo 17, 20; Luca 17, 6.

[106] Matteo 19, 12.

[107] Matteo 5, 8.

[108] Nei dettati del 22 marzo e del 21 giugno

[109] Scritto il 23 luglio 1944, pag. 534.

[110] Valeriano e Tiburzio, come è precisato nel dettato successivo alla visione del 22 luglio.

[111] Maderno è nostra correzione da Maderni. La celebre statua si ammira nella chiesa di S. Cecilia in Trastevere, a Roma.

[112] Nella statua di cui si parla sopra. Commissionata dal cardinale Paolo Sfondrati allo scultore Stefano Maderno, essa raffigura il corpo della santa martire nella posizione in cui venne rinvenuto nel 1599.

[113] ferita è lettura incerta, che potrebbe anche interpretarsi fronte

[114] Cantico dei Cantici 1, 4 (volgata: 1, 3).

[115] Scritto il 7 agosto 1944.

[116] Atti Capitoli 6,7 e 8,1-2, per considerare tutto il contesto

[117] Atti 5,27-42

[118] Daniele capitolo 9

[119] Sono le parole di Gesù morente: Lc 23,46, ripetute da Stefano agonizzante: At.7,59, Provenienti dal Salmo 30,6

[120]Scritto il 16 gennaio 1945, ore 6 ant.

[121]Mt 19, 1630; Mc 10, 1727; Lc 18, 1830.

[122]Scritto l’11 febbraio 1945, ore.

[123] Espressione ricorrente e che significa ogni tanto, di tanto in tanto.

[124] Ne I quaderni del 1944, pag. 225.

[125]Scritto il 12 febbraio 1945, pag. 27.

[126]Scritto il 20 febbraio 1945. Albulo, Illirico, Dacio, Ercole, Polifemo, Tracio

[127]Scritto il 20 aprile 1945.

[128]Scritto il 23 luglio 1945.

[129] Si riferisce all’annotazione da noi indicata al termine del paragrafo che precede, nella quale è costretta a riassumere una visione in poche righe, spiegando che in grazia alla confusione che ho avuto in casa questa mattina non ho potuto scrivere mentre vedevo.

[130]Scritto il 4 dicembre 1945ore 20, pag. 141.

[131] Ne I quaderni del 1944, pag. 218.

[132] Ne I quaderni del 1944, pag. 64 e seguenti, 87 e seguenti, 95.

[133]Scritto la Sera del 24 novembre 1946. I martiri e le loro conquiste

[134]Daniele 3, 19-90.

[135] Scritto il 26 agosto 1943. Sommario: La vera Fede è immutabile e perfetta come il Creatore, e assicura oggi le stesse verità che assicurava ai padri antichi. Gesù l’ha confermata, fondando la Chiesa nella quale ha deposto la Verità. Credere non significa essere dei creduloni, ma significa comprendere al lume dell’intelligenza e nella luce della grazia, e significa soprattutto amare. Beati coloro che credono e restano fedeli al Signore. La scrittrice non giudichi i disgraziati che non credono, ma ripari alle loro negazioni, e pianga insieme con Gesù sulle anime che vogliono morire.

[136] dare è nostra correzione da darmi

[137] Scritto lo stesso 1 agosto 1943.

[138] Matteo 21,31.

[139] Scritto il 31 dicembre 1943, I Quaderni del 1944. Riflessioni sul modo di comportarsi per ottenere. A Nazareth, tanto amata, Gesù non poté operare miracoli a causa dell’incredulità dei suoi compaesani. Anche fra noi Egli è spesso straniero, perché dubitiamo della potenza di Colui che tutto ha fatto e tutto regola. Ma se a Dio è possibile tutto, Egli esige la nostra fede per agire. Gli apostoli usavano dei mezzi, come l’olio, per guarire, allo scopo di non essere accusati come indemoniati e di essere creduti come empirici. Il potere di Dio è diminuito in voi perché non siamo all’altezza del nostro compito di ministri. 

[140] Già detto, ad esempio, il 22 luglio.

[141] dalla è nostra correzione da dal

[142] profusi dovunque è nostra costruzione da dovunque profusi

[143] e di non è nostra correzione da ed

[144] Genesi 1, 1-31.

[145] fenomeni è nostra correzione da fenomeni

[146] ponderose è nostra correzione da ponderosi

[147] Matteo 12, 24.

[148] Efesini 6,10-17 L’armatura del cristiano nel combattimento spirituale contro gli spiriti maligni

[149] Romani 12,3-13; 1 Corinti Cap. 12: CONCILIO VATICANO II, Gaudium et spes n. 38

[150] Luca 1,13-15

[151] Romani 8,14-17; 2 Timoteo 1,6-7; 1 Giovanni 4,16-18

[152] MARIA VALTORTA L’Evangelo come mi è stato rivelato, Ed. Pisani, Isola del Liri 1993, Vol.3

[153] 29 giugno 1945.  Poema: III, 65 

[154] Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio: il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa… non è lontano di ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, poiché di lui stirpe noi siamo” (Att. 17,23-28). “Dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità” (Rm 1,20).

[155]  Soscritto 2-3 ottobre 1943.

[156] (L’Evangelo.  Vol. 8)

 

[157] (L’Evangelo. Vol. 2)

 

[158] (L’Evangelo. Vol. 1)

[159] (L’Evangelo. Vol. 2)  

[160] (L’Evangelo. Vol. 6)

[161] (L’Evangelo: Vol. 4)

 

[163] Scritto il 6 novembre 1943

[164]       (Evangelo. Vol. 1)

 

[165] Scritto il 24 giugno 1943

[166] Scritto il 28 luglio 1945

[167]VANGELO ETERNO: “Sia fatto a voi secondo la vostra fede”: Mentre Gesù si allontanava di là, due ciechi lo seguivano urlando: “Figlio di Davide, abbi pietà di noi”. Entrato in casa, i ciechi gli si accostarono, e Gesù disse loro: “Credete voi che Io possa fare questo?”. Gli risposero: “Sì o signore!”. Allora toccò loro gli occhi e disse: “Sia fatto a voi secondo la vostra fede”. E si aprirono loro gli occhi Quindi Gesù li ammonì dicendo: “badate che nessuno lo sappia!”. Ma essi, appena usciti, ne sparsero la fama in tutta quella regione (Mt 9,27-31).

[168] MARIA VALTORTA, Il Poema dell’Uomo-Dio, E Pisani, Isola del Liri 1975

[169] Scritto il 2 agosto 1943

[170] MARIA VALTORTA, Lezioni sull’Epistola di paolo ai Romani, Ed. Pisani, Isola del Liri 1977

[171] (L’Evangelo. Vol. 7)      

 

[172] Scritto il 28 agosto 1943

[173] Scritto il 11 settembre 1943

[174] Scritto il 12 settembre 1943

[175] Scritto il 16 maggio 1948

[176] Scritto il 27 novembre 1943

[177] Scritto il 28 settembre 1943

[178] Scritto il 29 settembre 1943

[179] (Evangelo. Vol.6)

 

[180] Scritto il 30 agosto 1943

[181] Scritto il 25 gennaio 1948

[182] Isaia 53,4-12

[183] Ez. 34,12

[184] Mt 2,4 ; Lc 2,1-7

[185] Ebrei 1,1-2

[186] Genesi 15

[187] Genesi 3,16-19

[188] Genesi 1,3

     [189] L’Evangelo Vol.6, N° 413

[190] Scritto il 17 dicembre 1943

[191] Ad esempio, nel dettato del 15 agosto 1943, p.132.

     [192] Evangelo. Vol.4, N° 266

[193] Scritto il 27 settembre 1943

[194] È detto meglio nel dettato del 1° ottobre l943, p.366-367

[195] L’Evangelo, Vol.9, n.594

[196] Azaria n.10

[197] Vedi: Gv.19,25-27

[198] Per questa regalità di Maria, che è “essenzialmente materna”: regalità sull’universo, sui cieli e sulla terra, sugli Angeli e gli uomini, vedi una bella pagina, sintetica e densa, di Pio XII nel radiomessaggio rivolto a Fatima il 13 maggio l946, “Bendito seja o Senhor”, in Acta Apostoicae Sedis, vol. 38 (l946. P. 266, e la sua grande Enciclica “Ad Caeli reginam”, in Acta… Vol 46 (1954, pp.625-640.

[199] Vedi: Mt 3,13-17; 17,1-18; Mc 1,9-11; Lc 3,21-22; 9,28-36; 2 Pt. 1,16-18

[200] (Quaderni. 44, p.85)

 

[201] Romani, Scritto il 17 gennaio 1948

[202] Ezechiele Cap.34

[203] Giovanni 13,35

[204] Azaria N° 5

[205] Allude alla terza parte del cosiddetto Segreto di Fatima, finora (1972) mai ufficialmente rivelato.

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