Giovanni di Endor, l’Odio che divenne Amore

GESÙ DI NAZARETH

Nuova Evangelizzazione

I dieci modi di dire che non sapevi venissero dalla Bibbia

 

 

GIOVANNI DI ENDOR

L’odio che divenne amore

 

 

SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI

 

 

A cura di Fray Jesus Maria de Cabanaconde S.O.S
Servo dell’Ordine dei Salvatori

1.  A Endor. La spelonca della maga e l’incontro con Felice chiamato poi Giovanni[1].

L’amore a cambio dell’odio

Endor un povero luogo

1Il Tabor è ora alle spalle dei camminatori. Già superato. Per una pianura chiusa fra questo monte ed un altro che è in faccia, il gruppo cammina, parlando dell’ascensione fatta da tutti, per quanto sembra che in principio i più anziani se ne volessero risparmiare. Ma ora sono contenti di essere andati là in cima. Il cammino è facile perché si è su una via maestra abbastanza comoda. L’ora è fresca perché ho l’impressione che abbiano pernottato sulle pendici del Tabor.

2«Quello è Endor» dice Gesù accennando un povero paese aggrappato alle prime elevazioni di quest’altro gruppo montano.

3«Ci vuoi proprio andare?».

«Se mi vuoi fare contento.» risponde l’Iscariota.

4«E andiamo allora».

«Ma ci sarà molto da camminare?» chiede Bartolomeo, che per l’età non deve essere molto voglioso di escursioni panoramiche.

5«Oh! no! Ma se volete rimanere…» dice Gesù.

«Sì, sì! Rimanete pure. Mi basta andare col Maestro» si affretta a dire Giuda di Keriot.

6«Ecco, io vorrei sapere cosa c’è di bello da vedere, prima di decidere… In cima al Tabor abbiamo visto il mare, e dopo il discorso del ragazzo devo confessare che l’ho visto per bene per la prima volta e l’ho visto come vedi Tu: col cuore. Qui… vorrei sapere se c’è da imparare qualche cosa, e allora vengo anche se devo fare fatica…» dice Pietro.

7«Li senti? Tu non hai ancora detto le tue intenzioni. Per gentilezza verso i compagni, dille ora» invita Gesù.

«Non è a Endor che Saul volle andare per consultare la pitonessa?»[2].

«Sì. Ebbene?».

8«Ebbene, Maestro, mi piacerebbe andare in quel luogo e sentire da Te parlare di Saul».

«Oh! allora ci vengo anche io!» esclama Pietro entusiasta.

«E allora andiamo».

9Fanno a passo svelto l’ultimo tratto di via maestra e poi la lasciano per una via secondaria che porta diritta a Endor.

10E’ un povero luogo, come ha detto Gesù. Le case sono abbarbicate alle pendici che dopo, oltre il paese, si fanno più aspre. Povera gente le abita. Per lo più i cittadini devono esercitare la pastorizia su per i pascoli del monte e fra i boschi di querce secolari. Pochi campicelli di orzo, o simile biada, nei ritagli propizi, e delle piante di melo e di fico. Poche viti intorno alle case, a fare un poco di decorazione sulle muraglie, oscure come questo fosse un posto piuttosto umido.

12«Ora domanderemo dove era il luogo della maga» dice Gesù.

E ferma una donna che torna con le anfore dalla fontana.

Questa lo guarda curiosamente, poi risponde sgarbata: «Non so. Ho ben altre cose, più importanti, io, di queste fole!» e lo pianta in asso.

Felice detto poi Giovanni di Endor

13Gesù si rivolge ad un vecchietto che intaglia un pezzo di legno.

«La maga?… Saul? … E chi se ne occupa più? Però, aspetta… C’è uno che ha studiato e forse saprà…Vieni».

E il vecchietto arranca su per una vietta sassosa fino ad una casa molto misera e molto sciatta.

«Sta qui. Ora entro e lo chiamo».

14Pietro, accennando a del pollame che razzola in un cortiletto sudicio, dice: «Questo uomo non è israelita».

15Ma non dice altro, perché torna il vecchietto seguito da un uomo guercio, sporco e disordinato, come tutto quanto è della sua casa. Il vecchietto dice: «Vedi? Quest’uomo dice che è là, oltre quella casa diroccata. Un sentiero, poi un ruscello, poi un bosco e delle caverne; la più alta, quella che mostra ancora delle mura diroccate sul suo fianco, è quella che cerchi. Non hai detto così?».

«No. Hai tutto confuso. Andrò io con questi stranieri».

16L’uomo ha una voce aspra e gutturale, il che aumenta il senso di disagio. Si incammina. Pietro, Filippo e Tommaso fanno segni su segni a Gesù perché non vada. Ma Gesù non dà retta. Cammina con Giuda, dietro all’uomo, e gli altri lo seguono… di malavoglia.

17«Sei israelita?» chiede l’uomo.

«Sì».

18«Io pure, o quasi, benché non sembri. Ma sono stato molto tempo in altri paesi e ho preso abitudini che questi stolti deplorano. Sono meglio degli altri. Ma mi dicono demonio perché leggo molto, allevo pollame che vendo ai romani e so curare con le erbe. Da giovane, per una donna, mi presi con un romano – allora stavo a Cintio – e lo pugnalai. Lui morì, io vi persi l’occhio e le sostanze e fui condannato all’ergastolo per molti anni… per sempre. Ma sapevo curare, e guarii la figlia di un guardiano. Ciò mi valse la sua amicizia, e un poco di libertà… L’ho usata per fuggire. Ho fatto male, perché l’uomo certo scontò la mia fuga con la vita. Ma la libertà sembra bella quando si è prigionieri…»

19«E non è bella, poi?».

«No. È meglio il carcere, dove si è soli, al contatto cogli uomini che non concedono di esser soli e che ci stanno intorno per odiarci…»

20«Hai studiato i filosofi?».

«Ero maestro a Cintium… Ero proselite…»

21«E ora?».

«E ora sono nulla. Vivo nella realtà. E odio, come fui e come sono odiato».

22«Chi ti odia?».

«Tutti. E Dio per il primo. Era mia moglie… e Dio ha permesso mi tradisse e mi rovinasse. Ero libero e rispettato, e Dio ha permesso divenissi un ergastolano. L’abbandono di Dio, l’ingiustizia degli uomini. Ho annullato Quello e questi. Qui non c’è più nulla…» e si batte sulla fronte e sul petto.

«Cioè, qui, nella testa, c’è il pensiero, il sapere. Qui è, che non c’è nulla» e sputa con sprezzo.

Il Messia offre l’amore a cambio dell’odio

23«Ti sbagli. Lì hai ancora due cose».

24«Quali?».

«Il ricordo e l’odio. Levale. Sii veramente vuoto… ed Io ti darò una cosa nuova da mettere lì».

25«Che cosa?».

«L’amore».

26«Ah! Ah! Ah! Mi fai ridere! Sono trentacinque anni che non ridevo più, uomo. Da quando ebbi la prova che la femmina mi tradiva col mercante di vini romano. L’amore! L’amore a me! Come se io gettassi gioielli ai miei polli! Morirebbero di indigestione se non riuscissero a passarli nello sterco. Lo stesso a me. Mi farebbe peso il tuo amore se non lo potessi digerire…».

27«No, uomo! Non dire così!». Gesù gli posa la mano sulla spalla, veramente e palesemente afflitto.

28L’uomo lo guarda col suo unico occhio, e quel che vede in quel viso dolce e bellissimo lo fa ammutolire e cambiare espressione. Dal sarcasmo passa ad una serietà profonda, da questa ad una vera mestizia. China il capo e poi chiede con voce mutata: «Chi sei?».

«Gesù di Nazareth. Il Messia».

«Tu!!!».

29«Io. Non sapevi di Me, tu che leggi?».

«Sapevo… Ma non che eri vivo e non… oh! soprattutto questo non sapevo! Non sapevo che eri buono con tutti… così… anche con gli assassini… Perdona quanto ti ho detto… di Dio e dell’amore… Ora capisco perché Tu vuoi darmi l’amore… Perché senza l’amore il mondo è un inferno, e Tu, Messia, ne vuoi fare un paradiso».

30«Un paradiso in ogni cuore. Dammi il ricordo e l’odio che ti tengono malato e lascia che Io ti metta in cuore l’amore!».

31«Oh! se ti avessi conosciuto prima! … allora… Ma quando io uccidevo Tu non eri certo nato… Ma dopo… dopo… quando, libero come è libero il serpente nelle foreste, io vissi per avvelenare col mio odio».

32«Ma hai fatto anche del bene. Non hai detto che curavi con le erbe?».

«Sì. Per essere tollerato. Ma quante volte ho lottato con la voglia di avvelenare coi filtri!… Vedi? Mi sono rifugiato qui perché… è un paese dove si ignora il mondo e che il mondo ignora. Un paese maledetto. Altrove ero odiato e odiavo e avevo paura di essere riconosciuto… Ma cattivo sono».

33«Hai un rimpianto per avere causato del male al guardiano della prigione. Vedi che ancora sei munito di bontà? Non sei malvagio… Sei solo con una grande ferita aperta, e nessuno te la medica… La tua bontà fugge da essa come il sangue dalle ferite. Ma se ci fosse chi ti cura e chiude la tua ferita, povero fratello, la tua bontà, non più sfuggente man mano che si forma, crescerebbe in te…»

34L’uomo piange a capo chino, senza che nulla tradisca quel pianto. Solo Gesù, che gli cammina al fianco, lo vede. Sì, lo vede. Ma non dice più altro.

Sull’occultismo, la negromanzia, il satanismo…

La spelonca della maga

35Arrivano ad una spelonca che è fatta di macerie crollate e di caverne nel monte. L’uomo cerca di fare ferma la voce e dice: «Ecco, è qui. Entra pure».

«Grazie, amico. Sii buono».

36L’uomo non dice nulla e resta dove è, mentre Gesù coi suoi, superando pietroni che certo erano pezzi di muraglie ben robuste, disturbando ramarri e altre brutte bestie, entrano in una vasta grotta affumicata sulle cui pareti, graffiti nel masso, sono ancora segni dello zodiaco e simili storie. In un angolo affumicato vi è una nicchia e, sotto, un buco come fosse un tombino per lo scolo di liquidi. I pipistrelli decorano il soffitto dei loro grappoli che fanno ribrezzo, e un gufo, disturbato dalla luce di un ramo che Giacomo ha acceso per vedere se calpestano scorpioni o aspidi, si lamenta sbattendo le ali ovattate e stringendo gli occhiacci feriti dalla luce. È proprio appollaiato nella nicchia, e un fetore di topi morti, di donnole, di uccelli in putrefazione fra i suoi piedi, si mescola all’odore dello sterco e del suolo umido.

«Un bel posto in verità!» dice Pietro.

37«Era meglio il tuo Tabor e il mare, ragazzo!». E poi, volgendosi a Gesù: «Maestro, accontenta presto Giuda perché qui… non è certo la sala regale di Antipa!».

38«Subito. Che vuoi sapere di preciso?» chiede a Giuda di Keriot.

«Ecco… Vorrei sapere se e perché Saul ha peccato venendo qui…  Vorrei sapere se è possibile che una donna possa evocare i morti. Vorrei sapere se… Oh! insomma, parla Tu. Io ti farò domande».

39«Affare lungo! Andiamo almeno lì fuori, al sole, sui massi… Ci salveremo dall’umido e dal fetore» prega Pietro.

E Gesù acconsente. Si siedono come possono sulle muraglie crollate.

40«Il peccato di Saul non è stato che uno dei peccati dello stesso. Fu preceduto e seguito da molti altri. Tutti gravi. Ingratitudine duplice verso Samuele che lo unge re[3] e che si eclissa poi per non dividere col re l’ammirazione del popolo[4]. Ingrato più volte verso Davide che lo libera da Golia[5], che lo risparmia nella caverna di Engaddi[6] e ad Achila[7]. Colpevole di multiple disubbidienze[8] e di scandalo nel popolo. Colpevole di avere addolorato Samuele suo benefattore mancando alla carità[9]. Colpevole di gelosia e di attentati verso Davide[10], altro suo benefattore, e infine del delitto commesso qui»[11]..

La pratica esoterica è delitto

41«Contro chi? Non vi ha ucciso nessuno».

«La sua anima ha ucciso, ha finito di uccidere, qui dentro. Perché abbassi il capo?».

«Penso, Maestro».

42«Pensi. Lo vedo. Che pensi? Perché sei voluto venire? Non per pura curiosità di studioso, confessalo».

43«Sempre si sente parlare di maghi, di negromanzie, di spiriti evocati… Volevo vedere se scoprivo qualcosa… Mi piacerebbe sapere come avviene… Penso che noi, destinati a stupire per attirare, dovremmo essere un poco negromanti. Tu sei Tu e fai col tuo potere. Ma noi dobbiamo chiederlo un potere, un aiuto, per fare opere strane, che si impongano…»

«Oh! ma sei folle? Ma che dici?» urlano in molti.

44«Tacete. Lasciatelo parlare. Non è follia la sua».

«Sì, insomma mi pareva che, venendo qui, qualche poco della magia di un tempo potesse entrare in me e farmi più grande. Per l’interesse tuo, credilo».

45«So che sei sincero in questo tuo desiderio attuale. Ma ti rispondo con parole eterne, perché sono del Libro, e il Libro sarà finché sarà l’uomo. Creduto o schernito, impugnato in nome della Verità o deriso, sarà, sempre sarà. É detto: “Ed Eva, visto che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi e bello a vedersi, lo colse e ne mangiò e ne diede al marito… E allora i loro occhi si apersero e si accorsero di essere nudi e si fecero delle cinture…[12] E Dio disse: ‘Come vi siete accorti di essere nudi? Solo per avere mangiato il frutto proibito’. E li cacciò dal paradiso di delizie”[13]. E nel libro di Saul è detto: “Disse Samuele apparendo: ‘Perché mi hai disturbato col farmi evocare? Perché interrogarmi dopo che il Signore si è ritirato da te? Il Signore ti tratterà come ti ho detto… perché tu non hai ubbidito alla voce del Signore’.[14] 

46Figlio, non tendere la mano al frutto proibito. Anche solo accostarlo è imprudenza. Non avere curiosità di conoscere l’ultraterreno per tema che non ti se ne apprenda il satanico veleno. Fuggi l’occulto e ciò che non si spiega. Una sola cosa va accolta con santa fede: Dio… Ma ciò che Dio non è, e che non è spiegabile con le forze della ragione e creabile con le forze dell’uomo, fuggilo, fuggilo, ché non ti si aprano le fonti della malizia e tu non comprenda di essere “nudo”. Nudo: repellente nella umanità mista al satanismo.

47Perché vuoi stupire con prodigi oscuri? Stupisci con la tua santità, e sia luminosa come cosa che viene da Dio. Non avere desiderio di lacerare i veli che separano i viventi dai trapassati. Non disturbare i defunti. Ascoltali, se saggi, finché sono sulla terra, venerali con l’ubbidirli anche dopo la morte. Ma non turbare la loro seconda vita. Chi non ubbidisce alla voce del Signore perde il Signore. E il Signore ha proibito l’occultismo, la negromanzia, il satanismo in tutte le sue forme[15]. Che vuoi sapere più di quanto la Parola non ti dica già? Che vuoi operare più di quanto la tua bontà e il mio potere ti concedono di operare? Non appetire al peccato, ma alla santità, figlio. Non ti mortificare. Mi piace che tu ti sveli nella tua umanità. Quello che piace a te piace a molti, a troppi. Solo, il fine che tu metti a questo tuo desiderio: “essere potente per attirare a Me”, leva a quest’umanità molto peso e vi mette ali. Ma sono di uccello notturno. No, mio Giuda. Mettivi ali solari, ali d’angelo al tuo spirito. Col solo vento di esse attirerai cuori e li trasporterai, nella tua scia, a Dio. Possiamo andare?».

«Sì, Maestro! Ho sbagliato.»

48«No. Sei stato un indagatore… Il mondo ne sarà sempre pieno. Vieni, vieni. Usciamo da questo luogo di puzzo. Incontro al sole andiamo! Fra pochi giorni è Pasqua, e dopo andremo da tua madre. Io ti evoco quella: la tua casa onesta, la tua madre santa. Oh! che pace!».

49Come sempre, il ricordo della madre, la lode del Maestro alla madre, rasserena Giuda. Escono dalle rovine e cominciano a scendere per il sentiero fatto prima. L’uomo guercio è ancora lì.

50«Qui ancora?» chiede Gesù mostrando di non vedere il viso rosso per il molto pianto versato.

«Qui. Se mi permetti ti seguo. Ho da dirti una cosa.»

51«Vieni dunque con Me. Che vuoi dirmi?».

52«Gesù… Io trovo che per avere forza di parlare, e di fare la magia santa di cambiare me stesso, di evocare la mia anima morta come la maga evocò, per Saul, Samuele, devo dire il tuo Nome, dolce come il tuo sguardo, santo come la tua voce. Tu mi hai dato una nuova vita ed essa è informe, incapace come quella di un neonato mal generato. Si dibatte ancora fra le strette di una scorza malvagia. Aiutami ad uscire dalla mia morte».

«Sì, amico».

53«Io… io ho conosciuto di avere ancora un poco di umanità nel mio cuore. Non tutto belva sono, e posso ancora amare ed essere amato, perdonare ed essere perdonato. Il tuo amore, il tuo amore che è perdono, me lo insegna. Non è vero che è così?».

«Sì, amico».

54«Allora… portami con Te. Io ero Felice! Ironia! Ma Tu dammi un nuovo nome. Che il passato sia realmente morto. Ti seguirò come un cane randagio che finalmente trova un padrone. Sarò il tuo schiavo se vuoi. Ma non lasciarmi solo…»

«Sì, amico».

45«Che nome mi dai?».

«Un nome a Me caro: Giovanni. Poiché tu sei la grazia che fa il Signore».

46«Mi prendi con Te?».

«Per ora sì. Poi mi seguirai fra i discepoli. Ma la tua casa?».

«Non ho più casa. Lascerò ai poveri quanto ho. Dammi solo amore e un pane».

47«Vieni». E Gesù si volge chiamando gli apostoli.

«Amici, e specie tu, Giuda, abbiate il mio grazie. Per te, per voi un’anima viene a Dio. Ecco il nuovo discepolo. Viene con noi finché non potremo affidarlo ai fratelli discepoli. Siate felici di avere trovato un cuore e benedite con Me Iddio».

48Molto felici veramente non sembrano i dodici. Ma fanno buon viso per ubbidienza e cortesia.

49«Se permetti vado avanti. Mi troverai sulla soglia di casa».

«Va’ pure».

L’uomo parte di corsa. Pare un altro.

50«Ed ora che siamo soli vi ordino, questo lo ordino, di essere buoni con lui e di tacere il suo passato a chicchessia. Chi parlasse, o chi mancasse verso la carità al fratello redento, verrebbe all’istante respinto da Me. Avete inteso? E vedete quanto è buono il Signore! Venuti qui per fine umano, ci concede di ripartirne avendo ottenuto un fatto soprannaturale. Oh! Io giubilo per la gioia che ora è nel Cielo per il nuovo convertito».

Discepolo per sempre

51Giungono davanti alla casa. Sulla soglia, con una veste scura e pulita, un mantello uguale, un paio di sandali nuovi e una capace sacca sulle spalle, è l’uomo. Chiude l’uscio e poi, strano in un uomo che si potrebbe pensare insensibile, prende una gallinella bianca, forse la prediletta, che si accoccola domestica sulle sue mani, e la bacia e piange, e poi la posa.

52«Andiamo… e perdona. Ma essi, i miei polli, mi hanno amato… Parlavo con loro e… mi capivano…»

53«Ti capisco anche Io… e ti amo. Tanto. Ti darò tutto l’amore che in trentacinque anni il mondo ti ha negato…»

54«Oh! lo so! Lo sento! Per questo vengo. Ma compatisci l’uomo che… che ama un animale che… che… che gli è stato più fedele dell’uomo…»

55«Sì… sì. Non pensare più al passato. Avrai tanto da fare! E con la tua esperienza farai tanto bene. Simone, vieni qui, e tu, Matteo. Vedi? Questo fu più che prigioniero, e lebbroso fu. Questo fu peccatore. Ed Io li ho cari perché sanno capire i poveri cuori… Non è vero?».

56«Per bontà tua, Signore. Ma certo, credi, amico, che tutto si annulla nel servirlo. Resta solo la pace» dice lo Zelote.

57«Sì. La pace e una giovinezza nuova succede dove era vecchiezza di vizio o di odio. Io ero pubblicano. Ma ora sono l’apostolo. Abbiamo davanti il mondo. E noi siamo istruiti circa esso. Non siamo i fanciulli svagati che passano presso il frutto nocivo e la pianta che piega e non vedono la realtà. Noi sappiamo. Possiamo evitare il male e insegnare ad altri ad evitarlo. E sappiamo raddrizzare chi piega. Perché sappiamo come è di sollievo essere sorretti. E sappiamo chi sorregge: Lui» dice Matteo.

58«È vero! È vero! Mi aiuterete. Grazie. È come io passassi da un luogo oscuro e fetido all’aperto di un prato fiorito… Ho provato qualcosa di simile quando sono uscito, libero, finalmente libero, dopo venti anni di ergastolo e di lavoro brutale nelle miniere dell’Anatolia, e mi sono trovato – ero fuggito in una sera burrascosa – in cima ad un monte aspro, ma aperto, ma pieno di sole per l’aurora e coperto di boschi odorosi… La libertà! Ma ora è di più! Tutto in me si dilata! Non avevo più catene da quindici anni. Ma l’odio, ma la paura, ma la solitudine mi erano sempre catene… Ora sono cadute!… Eccoci alla casa del vecchio che vi ha portati a me. Uomo! Uomo!».

La nuova Famiglia

59Il vecchietto accorre e resta di stucco vedendo che il guercio è pulito, in veste da viaggio, e con un viso sorridente.

60«Tieni. Questa è la chiave della mia casa. Io vado via, per sempre. Ti sono grato perché tu sei il mio benefattore. Mi hai reso la famiglia. Fa’ del mio tutto quello che vuoi… e cura i miei polli. Non li maltrattare. Ogni sabato viene un romano e compera le uova… Ti daranno dell’utile… Trattale bene le mie gallinelle… e Dio te ne rimuneri».

Il vecchietto è trasecolato… Prende la chiave e resta a bocca aperta.

61Gesù dice: «Sì, fa’ come egli dice, e Io pure te ne sarò grato. In nome di Gesù ti benedico».

62«Il Nazareno! Sei Tu! Misericordia! Ho parlato col Signore! Donne! Donne! Uomini! Il Messia è fra noi!». Strilla come un’aquila e corrono persone da ogni parte.

63«Benedici! Benedici!» gridano. E altri: «Resta!»; e altri: «Dove vai? Almeno di’ dove vai».

«A Naim. Restare non posso».

64«Ti seguiamo! Lo vuoi?».

«Venite. E a chi resta pace e benedizione».

La nuova Fraternità

65Si avviano verso la via maestra. La prendono. L’uomo, che cammina vicino a Gesù e che fatica sotto la sua sacca, attira la curiosità di Pietro.

66«Ma che hai lì dentro di tanto pesante?» chiede. 

«Le vesti… e dei libri… I miei amici dopo e con i polli. Non ho potuto separarmi. E pesano».

«Eh! la scienza pesa! Già! E a chi piace, eh?».

«Mi hanno impedito di impazzire».

67«Eh! ci devi volere bene! Ma, che libri sono?».

«Filosofia, storia, poesia greca, romana…»

68«Belli, belli. Certo belli. Ma… pensi poterteli portare dietro?».

«Forse riuscirò anche a separarmene. Ma tutto insieme non si può fare, non è vero, Messia?»

69«Chiamami Maestro. Sì, non si può. Ma ti farò avere un luogo dove potrai dare un ricovero ai tuoi amici, i libri. Ti potranno servire per discutere con i pagani di Dio».

70«Oh! come hai netto il pensiero da ogni restrizione!». Gesù sorride e Pietro esclama: «Sfido io! È la Sapienza, Lui!»

71«Éla Bontà, credilo. E tu sei colto?»

«Io? Oh! coltissimo! Distinguo un agone da una carpa, e la mia coltura resta lì. Sono pescatore, amico!» e Pietro ride, umile e schietto.

72«Sei un onesto. È una scienza che si impara da sé. Ed è molto difficile ad aversi. Mi piaci».

73«Anche tu mi piaci. Perché sei schietto. Anche nell’accusarti. Io perdono tutto, aiuto tutti. Ma sono nemico spietato dei falsi. Mi fanno ribrezzo»

«Hai ragione. Il falso è un delinquente».

74«Un delinquente. Lo hai detto. Di’, non ti fidi a darmi un poco la tua sacca? Tanto, sta’ certo, coi libri non scappo… Mi pare che fai fatica…

75«Venti anni di miniera spezzano… Ma perché vuoi faticare tu?».

«Perché il Maestro ci ha insegnato ad amarci come fratelli. Dà qui. E prendi i miei stracci. È leggera la mia… Non ci sono storie, né poesie. La mia storia, la mia poesia e quell’altra cosa che hai detto, è Lui, il mio Gesù, il nostro Gesù».

2.  Benefattore dei contadini di Doras. Parabola del ricco Epulone[16].

Il Messia si prende cura dei contadini

Il Messia fa da padre di famiglia

4Gesù ascolta con benignità tutte queste confidenze e intanto attende i poveri contadini di Doras, che non tardano a venire e che si prostrano al suolo non appena vedono Gesù al riparo di un albero. «Pace a voi, amici. Venite. Oggi la sinagoga è qui ed Io sono il vostro sinagogo. Ma prima voglio essere il vostro padre di famiglia. Sedete in cerchio, che vi dia un cibo. Oggi avete lo Sposo, e facciamo convito di nozze».

5E Gesù scopre una cesta e ne trae pani che dà agli stupiti contadini di Doras, e dall’altra leva quelle cibarie che ha potuto trovare: formaggi, verdure che ha fatto cucinare e un piccolo caprettino o agnellino, cotto intero, che spartisce ai poveri disgraziati, poi versa il vino e fa circolare il rozzo calice perché tutti bevano.

6«Ma perché? Ma perché? E loro?» dicono quelli di Doras accennando a quelli di Giocana.

«Loro hanno già avuto».

7«Ma che spesa! Come hai potuto?».

«Ci sono ancora dei buoni in Israele» dice Gesù sorridendo.

«Ma oggi è sabato…»

8«Ringraziate quest’uomo» dice Gesù accennando all’uomo di Endor. «È lui che ha procurato l’agnello. Il resto fu facile averlo».

9Quei poveretti divorano – è la parola – il cibo da tanto sconosciuto.

Marziam figlio della nascente chiesa

10Vi è uno, piuttosto vecchio, che si stringe al fianco un fanciullo di un dieci anni circa; mangia e piange.»

11«Perché, padre, fai così? …» chiede Gesù.

«Perché la tua bontà è troppa…»

12L’uomo di Endor dice con la sua voce gutturale: «È vero… e fa piangere. Ma il pianto è senza amaro…»

«È senza amaro. È vero. E poi… io vorrei una cosa. È anche desiderio questo pianto».

13«Che vuoi, padre?».

«Questo fanciullo lo vedi? È mio nipote. Mi è rimasto dopo la frana di questo inverno. Doras neppure sa che mi ha raggiunto, perché lo faccio vivere come una bestia selvatica nel bosco e solo al sabato lo vedo. Se me lo scopre, o lo caccia o lo mette al lavoro… e sarà peggio di un animale da soma questo tenero mio sangue… A Pasqua lo manderò con Michea a Gerusalemme per divenire figlio della Legge… e poi?… È il figlio di mia figlia…».

14 «Lo daresti a Me, invece? Non piangere. Ho tanti amici che sono onesti, santi e senza figli. Lo alleveranno santamente, nella mia via…».

15«Oh! Signore! Da quando ho saputo di Te l’ho desiderato. E pregavo il santo Giona, lui che sa cosa è essere di questo padrone, di salvare il mio nipote da questa morte…»

16«Fanciullo, verresti con Me?».

«Sì, mio Signore. E non ti darò dolore».

«È detto».

Come ti chiami?».

«Jabé di Giovanni, e son di Giuda» dice sicuro il ragazzo.

22«”Il fanciullo invocherà il Signore[17] e il Signore lo benedirà e dilaterà i suoi confini, e la mano del Signore è sulla sua mano, ed egli non sarà più oppresso dal male”. Questo gli concederà il Signore per consolare te, padre, gli spiriti dei morti, confortare l’orfano. Ed ora che abbiamo separato il bisogno del corpo da quello dell’anima con un atto di amore al fanciullo, ascoltate la parabola che ho pensata per voi.

Parabola del ricco Epulone

Il ricco Epulone e il povero Lazzaro.

23Vi era un tempo un uomo molto ricco. Le vesti più belle erano le sue, e nei suoi abiti di porpora e di bisso si pavoneggiava nelle piazze e nella sua casa, riverito dai cittadini come il più potente del paese, e dagli amici che lo secondavano nella sua superbia per averne utile. Le sue sale erano aperte ogni giorno in splendidi banchetti in cui la folla degli invitati, tutti ricchi, e perciò non bisognosi, si pigiavano adulando il ricco Epulone. I suoi banchetti erano celebri per abbondanza di cibi e di vini prelibati.

24Ma nella stessa città vi era un mendico, un grande mendico. Grande nella sua miseria come l’altro era grande nella sua ricchezza. Ma sotto la crosta della miseria umana del mendico Lazzaro vi era celato un tesoro ancor più grande della miseria di Lazzaro e della ricchezza dell’Epulone. Ed era la santità vera di Lazzaro. Egli non aveva mai trasgredito alla Legge, neppure sotto la spinta del bisogno, e soprattutto aveva ubbidito al precetto dell’amore verso Dio e verso il prossimo. Egli, come sempre fanno i poveri, si accostava alle porte dei ricchi per chiedere l’obolo e non morire di fame. E andava ogni sera alla porta dell’Epulone sperando averne almeno le briciole dei pomposi banchetti che avvenivano nelle ricchissime sale.

25Si sdraiava sulla via, presso la porta, e paziente attendeva. Ma se l’Epulone si accorgeva di lui lo faceva scacciare, perché quel corpo coperto di piaghe, denutrito, in vesti lacere, era una vista troppo triste per i suoi convitati. L’Epulone diceva così. In realtà era perché quella vista di miseria e di bontà era un rimprovero continuo per lui. Più pietosi di lui erano i suoi cani, ben pasciuti, dai preziosi collari, che si accostavano al povero Lazzaro e gli leccavano le piaghe, mugolando di gioia per le sue carezze, e giungevano a portargli gli avanzi delle ricche mense, per cui Lazzaro sopravviveva alla denutrizione per merito degli animali, perché per mezzo dell’uomo sarebbe morto, non concedendogli l’uomo neppure di penetrare nella sala dopo il convito per raccogliere le briciole cadute dalle mense.

La morte del povero e del ricco.

26Un giorno Lazzaro morì. Nessuno se ne accorse sulla terra, nessuno lo pianse. Anzi ne giubilò l’Epulone di non vedere quel giorno né poi quella miseria che egli chiamava “obbrobrio” sulla sua soglia. Ma in Cielo se ne accorsero gli angeli. E al suo ultimo anelito, nella sua tana fredda e spoglia, erano presenti le coorti celesti, che in un folgoreggiare di luci ne raccolsero l’anima portandola con canti di osanna nel seno di Abramo.

27Passò qualche tempo e morì l’Epulone. Oh! che funerali fastosi! Tutta la città, che già sapeva della sua agonia e che si pigiava sulla piazza dove sorgeva la sua dimora per essere notata come amica del grande, per curiosità, per interesse presso gli eredi, si unì al cordoglio, e gli ululi salirono al cielo e con gli ululi del lutto le lodi bugiarde al “grande”, al “benefattore”, al “giusto” che era morto.

Natura e tormenti dell’inferno.

28Può parola d’uomo mutare il giudizio di Dio? Può apologia umana cancellare quanto è scritto sul libro della Vita? No, non può. Ciò che è giudicato è giudicato, e ciò che è scritto è scritto. E, nonostante i funerali solenni, l’Epulone ebbe lo spirito sepolto nell’Inferno[18]. Allora, in quel carcere orrendo[19], bevendo e mangiando fuoco e tenebre, trovando odio e torture in ogni dove e in ogni attimo di quella eternità, alzò lo sguardo al Cielo. Al Cielo che aveva visto in un bagliore di folgore, in un atomo di minuto, e la cui non dicibile bellezza gli rimaneva presente ad essere tormento fra i tormenti atroci. E vide lassù Abramo. Lontano, ma fulgido, beato… e nel suo seno, fulgido e beato pure egli, era Lazzaro, il povero Lazzaro un tempo spregiato, repellente, misero, ed ora?… Ed ora bello della luce di Dio e della sua santità, ricco dell’amore di Dio, ammirato non dagli uomini ma dagli angeli di Dio.

29Epulone gridò piangendo: “Padre Abramo, abbi pietà di me! Manda Lazzaro, poiché non posso sperare che tu stesso lo faccia, manda Lazzaro ad intingere la punta del suo dito nell’acqua e a posarla sulla mia lingua per rinfrescarla, perché io spasimo per questa fiamma che mi penetra di continuo e mi arde!

Eternità dell’Inferno.

30Abramo rispose: “Ricordati, figlio, che tu avesti tutti i beni in vita, mentre Lazzaro ebbe tutti i mali. E lui seppe del male fare un bene, mentre tu non sapesti dei tuoi beni fare nulla che male non fosse. Perciò è giusto che ora lui sia qui consolato e che tu soffra.

31Inoltre non è più possibile farlo. I santi sono sparsi sulla terra perché gli uomini di loro se ne avvantaggino. Ma quando, nonostante ogni vicinanza, l’uomo resta quello che è – nel tuo caso, un demonio – è inutile poi ricorrere ai santi. Ora noi siamo separati. Le erbe sul campo sono mescolate. Ma una volta che sono falciate vengono separate dalle buone le malvagie. Così è di voi e di noi. Fummo insieme sulla terra e ci cacciaste, ci tormentaste in tutti i modi, ci dimenticaste, contro l’amore. Ora siamo divisi. Tra voi e noi c’è un tale abisso che quelli che vogliono passare da qui a voi non possono, né voi, che lì siete, potete valicare l’abisso tremendo per venire a noi.

Conseguenze dell’anticarità.

32Epulone piangendo più forte gridò: “Almeno, o padre santo, manda, io te ne prego, manda Lazzaro a casa di mio padre. Ho cinque fratelli. Non ho mai capito l’amore neppure fra parenti. Ma ora, ora comprendo cosa è di terribile essere non amati. E, poi che qui dove io sono è l’odio, ora ho capito, per quell’atomo di tempo che vide la mia anima Iddio, cosa è l’Amore. Non voglio che i miei fratelli soffrano le mie pene. Ho terrore per loro che fanno la mia stessa vita. Oh! manda Lazzaro ad avvertirli di dove io sono, e perché ci sono, e a dire loro che l’Inferno è, ed è atroce, e che chi non ama Dio e il prossimo all’Inferno viene. Mandalo! Che in tempo provvedano, e non abbiano a venire qui, in questo luogo di eterno tormento”.

33Ma Abramo rispose: “I tuoi fratelli hanno Mosè ed i Profeti. Ascoltino quelli. E con gemito di anima torturata rispose l’Epulone: “Oh! padre Abramo! Farà loro più impressione un morto… Ascoltami! Abbi pietà!”.

Conseguenze dell’incredulità.

34Ma Abramo disse: “Se non hanno ascoltato Mosè ed i Profeti, non crederanno nemmeno ad uno che risusciti per un’ora dai morti per dire loro parole di Verità. E d’altronde non è giusto che un beato lasci il mio seno per andare a ricevere offese dai figli del Nemico. Il tempo delle ingiurie per esso è passato. Ora è nella pace e vi sta, per ordine di Dio che vede l’inutilità di un tentativo di conversione presso coloro che non credono neppure alla parola di Dio e non la mettono in pratica”.

35Questa la parabola, il cui significato è così chiaro da non meritare neppure una spiegazione.

La via del cielo è l’amore

36Qui veramente è vissuto conquistando la santità il Lazzaro novello, il mio Giona, la cui gloria presso Dio è palese nella protezione che dà a chi spera in Lui. A voi sì che Giona può venire, protettore e amico, e ci verrà se sarete sempre buoni. Io vorrei, e dico a voi ciò che dissi a lui la scorsa primavera, Io vorrei potervi tutti aiutare, anche materialmente, ma non posso, ed è il mio dolore. Non posso che additarvi il Cielo. Non posso che insegnarvi la grande sapienza della rassegnazione promettendovi il Regno futuro. Non odiate mai, per nessuna ragione. L’Odio è forte nel mondo. Ma ha sempre un limite l’Odio. L’Amore non ha limite di potenza né di tempo. Amate perciò, per possederlo a difesa e conforto sulla terra e a premio in Cielo. Meglio essere Lazzari che Epuloni, credetelo. Giungete a crederlo e sarete beati.

La Giustizia divina è sempre vigile

37Non sentite nel castigo di questi campi una parola d’odio, anche se i fatti lo potevano giustificare. Non leggete male nel miracolo. Io sono l’Amore e non avrei colpito. Ma, visto che l’Amore non poteva piegare l’Epulone crudele, l’ho abbandonato alla Giustizia, ed essa ha fatto le vendette del martire Giona e dei suoi fratelli. Voi imparate questo dal miracolo. Che la Giustizia è sempre vigile anche se pare assente e che, essendo Dio Padrone di tutto il creato, si può servire, per l’applicazione di essa, dei minimi quali i bruchi e le formiche per mordere il cuore del crudele e dell’avido e farlo morire in un rigurgito di veleno che lo strozza.

3Io vi benedico, ora. Ma per voi pregherò ogni nuova aurora. E tu, padre, non avere più affanno per l’agnello che mi affidi. Te lo riporterò ogni tanto perché tu possa giubilare vedendolo crescere in sapienza e bontà sulla via di Dio. Sarà il tuo agnello di questa tua povera Pasqua, il più gradito degli agnelli presentati all’altare di Geové. Jabé, saluta il vecchio padre e poi vieni al tuo Salvatore, al tuo Pastore buono. La pace sia con voi!».

“Ubbidite per amore all’Amore”

39«Oh! Maestro! Maestro buono! Lasciarti! …».

«Sì. È penoso. Ma non è bene che il sorvegliante qui vi trovi. Sono venuto apposta qui per evitarvi punizioni. Ubbidite per amore all’Amore che vi consiglia».

40I disgraziati si alzano con le lacrime agli occhi e vanno alla loro croce. Gesù li benedice ancora e poi, con la mano del fanciullo nella sua, e con l’uomo di Endor dall’altro lato, torna per la via già fatta alla casa di Michea, raggiunto da Andrea e da Giovanni che, finito il loro turno di guardia, si ricongiungono ai confratelli.

3.  Andando a Engannim[20].

Diagnosi su Marziam.

13«Saremo entro sera ad Engannim?» chiede Filippo.

«Certamente. Ma… ora abbiamo il fanciullo. Sei stanco Jabé?» chiede amorosamente Gesù. «Sii sincero come un angelo».

«Un poco, Signore. Ma mi sforzerò a camminare».

14«Questo bambino è indebolito» dice con la sua voce gutturale l’uomo di Endor.

15«Sfido io!» esclama Pietro.

«Con la vita che fa da qualche mese! Vieni, che ti prendo in braccio».

Publio Quintilliano

32Si guarda intorno e vede Pietro carico, rosso, sudato. «Quel bambino?».

«Un orfano che ho preso con Me».

33«Ma quel tuo uomo fatica troppo! Fanciullo, hai paura venire per qualche metro a cavallo? Ti metterò sotto la clamide e andrò piano. Ti renderò a… a questo uomo quando saremo alle porte».

34Il bambino non fa resistenza, deve essere dolce come un agnello, e Publio lo issa con sé in sella. E nel dare ordine ai soldati di andare adagio vede anche l’uomo di Endor. Lo fissa e dice: «Tu qui?».

35«Io. Ho cessato di vendere le uova ai romani. Ma i polli ci sono ancora. Ora sono col Maestro.»

36«Buon per te! Ne avrai più conforto. Addio! Salve, Maestro. Ti aspetto a quel ciuffo d’alberi». E sprona.

37«Lo conosci? E ti conosce?» chiedono in molti a Giovanni di Endor.

38«Sì, come fornitore di polli. Prima non mi conosceva. Ma una volta fui chiamato al comando a Naim, per fissare le quote, e c’era lui. D’allora, quando andavo a comperare libri o utensili a Cesarea, mi ha sempre salutato. Mi chiama Ciclope o Diogene. Non è cattivo, e per quanto io abbia odio ai romani pure non l’ho offeso, perché mi poteva essere utile».

4.  Una lezione di Giovanni di Endor all’Iscariota e l’arrivo a Gerusalemme[21].

Imparare a vivere

1Il cielo è a pioggia e Pietro mi pare un Enea capovolto, perché in luogo di portare via il proprio padre ha sulle spalle il piccolo Jabé, tutto ricoperto dal mantellone di Pietro. La testolina si vede emergere sopra il capo canuto di Pietro, che ha le braccia del piccolo intorno al collo e che ride diguazzando nelle pozzanghere.

2«Ce la poteva risparmiare questa» brontola l’Iscariota, nervoso per l’acqua che viene dal cielo, che schizza sulle vesti dal suolo.

3«Eh! si potrebbero risparmiare tante cose!» risponde Giovanni di Endor fissando col suo unico occhio, che credo veda per due, il bel Giuda»

4«Che vuoi dire?»

«Voglio dire che è inutile pretendere che gli elementi abbiano riguardi per noi, quando noi non ne abbiamo coi nostri simili, e in materia ben più grave che non siano due gocce d’acqua o uno spruzzo di fango».

«È vero. Ma a me piace entrare in città ordinato, pulito. Ho molte amicizie, io, e in alto».

«Attento allora di non cascare».

5«Mi stuzzichi?».

«Nooh! Ma sono un vecchio maestro e… un vecchio scolaro. Da quando vivo imparo. Prima ho imparato a vegetare, poi ho osservato la vita, poi ho conosciuto l’amarezza della vita, ho esercitato una inutile giustizia, quella del “solo” contro Dio e contro la società. Dio mi ha castigato con il rimorso, la società con le catene, perciò il giustiziato, in fondo, sono stato io. Infine, ora, ho imparato, sto imparando, a “vivere”. Ora, essendo maestro e scolaro, tu capisci che mi viene naturale di ripetere le lezioni».

6«Ma io sono l’apostolo…»

«E io sono un disgraziato, lo so, e non dovrei permettermi di insegnare a te. Ma, vedi, non si sa mai ciò che si può diventare. Credevo di morire onesto e venerato pedagogo in Cipro, e divenni omicida e ergastolano. Ma quando alzavo il coltello per farmi vendetta, e quando trascinavo la catena odiando l’universo, se mi avessero detto che sarei divenuto un discepolo del Santo, avrei dubitato della mente di chi me lo avesse detto. Eppure… tu lo vedi! Perciò chissà che anche a te, apostolo, io non possa dare qualche lezione buona. Per la mia esperienza. Non per la santità. Non ci penso neppure».

7«Ha ragione quel romano a chiamarti Diogene».

«Già. Ma però Diogene cercava l’uomo e non lo trovò. Io, più fortunato di lui, ho trovato una serpe dove credevo essere la donna e un cuculo dove vedevo l’uomo amico, ma dopo aver vagato per tanti anni, reso folle da questa conoscenza, ho trovato l’Uomo, il Santo».

8«Io non conosco altra sapienza che quella d’Israele».

«Se così è, hai già di che salvarti. Ora però hai anche la scienza, anzi la sapienza di Dio».

«È la stessa cosa».

«Oh! no! Come un giorno nebbioso rispetto ad uno pieno di sole».

9«Insomma, mi vuoi ammaestrare? Io non ne ho voglia».

«Lasciami parlare! Prima parlavo ai bambini: erano svagati. Poi alle ombre: mi maledivano. Poi ai polli: erano già migliori dei due primi, molto migliori. Ora parlo con me stesso non potendo ancora parlare con Dio. Perché me lo vuoi impedire? Ho mezza vista, la vita spezzata dalle miniere, il cuore malato da tanti anni. Lascia almeno che non mi si sterilisca la mente».

10«Gesù è Dio».

«Lo so, lo credo. Più di te. Perché io sono rinato per sua opera, tu no. Ma per quanto Lui sia il Buono, è sempre Lui, Dio, ed il povero disgraziato che io sono non osa trattarlo con la tua famigliarità. Gli parla la mia anima… ma il labbro non osa. L’anima, e penso che Egli la senta nei suoi pianti di riconoscente e penitente amore».

Parlare con sé stesso per fine buono

11«È vero, Giovanni. Io sento la tua anima». Gesù entra nella conversazione dei due. Giuda arrossisce di vergogna, l’uomo di Endor di gioia.

12«Io sento la tua anima, è vero. E sento anche il lavoro della tua mente. Hai detto bene. Quando ti sarai formato in Me, molto ti gioverà essere stato maestro e scolaro attento. Parla, parla, anche con te stesso…».

13«Una volta, Maestro, e non è molto, mi hai detto che è male parlare col proprio io» osserva impertinente Giuda.

«È vero, l’ho detto. Ma era perché tu facevi mormorazione col tuo proprio io. Quest’uomo non mormora, medita, e con fine buono. Non fa male».

14«Insomma, ho torto!». Giuda è aggressivo.

«No, hai dell’uggia nel cuore. Ma non sempre può essere sereno. I contadini desiderano la pioggia. È carità pregare perché essa venga. È carità anche questa. Ma guarda, ecco un bell’arcobaleno che da Atarot fa arco su Rama. Siamo già oltre Atarot, il triste vallone è superato, qui tutto è coltivato e ridente sotto il sole che rompe le nubi. Quando saremo a Rama, saremo a trentasei stadi da Gerusalemme. La rivedremo dopo quel colle, che segna il luogo dell’orrenda libidine commessa dai Gabaoniti[22]. Tremenda cosa il morso della carne, Giuda…».

15Giuda non risponde e si dilunga sguazzando con ira nelle pozzanghere.

L’amore tutto comprende, scusa e sopporta

16«Ma che ha, oggi, quello?» chiede Bartolomeo.

«Taci, che Simone di Giona non senta. Evitiamo questioni e… non avveleniamo Simone. È così felice col suo bambino!».

«Sì, Maestro. Ma non sta bene. Glielo dirò».

«È giovane, Natanaele. Anche tu lo fosti…»

«Sì… ma… Non deve mancarti di rispetto!». Senza volere alza la voce.

17Accorre Pietro: «Che c’è? Chi manca di rispetto? Il nuovo discepolo?» e guarda Giovanni di Endor, che si è discretamente ritirato quando ha capito che Gesù correggeva l’apostolo, e che sta parlando con Giacomo d’Alfeo e Simone Zelote.

«Neanche per idea. È rispettoso come una fanciulla».

«Ah! bene! Se no… eh! era in pericolo il suo occhio. Allora… allora è Giuda! …»

18«Senti, Simone, non potresti occuparti del tuo piccolo? Me lo hai levato e poi vuoi occuparti di una conversazione amichevole fra Me e Natanaele. Non ti pare che vuoi fare troppe cose?».

20Gesù sorride così tranquillo che Pietro resta incerto sul suo giudizio. Guarda Bartolomeo… ma questo ha alzato il suo volto aquilino a scrutare il cielo… Pietro sente cadere il sospetto.

21L’apparizione della Città, ormai vicina, visibile in tutta la sua bellezza di colli, di uliveti, di case e del Tempio in specie, questa vista che doveva essere sempre fonte di emozione e d’orgoglio per gli israeliti, finisce di distrarlo del tutto. Il sole ben caldo dell’aprile di Giudea ha presto asciugato le pietre della via consolare. Ora le pozze d’acqua bisogna proprio cercarle. Gli apostoli si rassettano sul bordo della via, riabbassano le vesti che si erano rimborsate, si lavano i piedi fangosi in un chiaro ruscello, si aggiustano i capelli, si drappeggiano nei mantelli. E così fa Gesù. Vedo che tutti fanno così.

L’entrata a Gerusalemme

22L’entrata a Gerusalemme doveva essere una cosa importante. Presentarsi alle mura in questo tempo di festa era come presentarsi ad un sovrano. La Città santa era la «vera» regina degli israeliti. Lo capisco bene quest’anno che posso notare, su questa via consolare, le turbe e il loro comportamento. Qui i cortei delle diverse famiglie si ordinano, le donne tutte da loro, gli uomini in altro gruppo, i bambini o con questo o con quello, ma tutti seri e nello stesso tempo sereni. Alcuni ripiegano il mantello più usato ed estraggono un altro, nuovo, dalle sacche da viaggio, o cambiano i sandali. E poi l’andatura diviene solenne, già ieratica. In ogni gruppo c’è il solista che dà tono, e gli inni vengono intonati, i vecchi, gloriosi inni di Davide. E la gente si guarda con occhi più buoni, come raddolciti dall’aver visto la Casa di Dio, e guarda questa Casa santa, enorme cubo di marmo sormontato dalle cupole d’oro, messo come perla al centro del recinto imponente del Tempio.

23Qui – nella comitiva apostolica che si forma così: davanti Gesù e Pietro, aventi in mezzo il bambino; dietro Simone, l’Iscariota e Giovanni; poi Andrea, che ha forzato Giovanni di Endor a mettersi fra lui e Giacomo di Zebedeo; in quarta fila i due cugini del Signore con Matteo; ultimi Tommaso con Filippo e Bartolomeo – qui è Gesù che intona con la sua potente e bellissima voce di un leggero tono baritonale, fuso, a renderlo più prezioso, a vibrazioni tenorili; e risponde Giuda Iscariota, uno schietto tenore, e Giovanni dalla voce limpida di chi è molto giovane ancora, e le due voci baritonali dei cugini di Gesù e il quasi basso di Tommaso che è un baritono talmente profondo da non essere quasi più tale. Gli altri, dotati di voci meno belle, seguono in sordina il coro pieno di quelli che sono virtuosi fra di loro. (I salmi sono quelli noti, detti graduali). Il piccolo Jabé, voce d’angelo fra le voci robuste degli uomini, canta molto bene, forse perché lo conosce meglio degli altri, il salmo 121: «Mi sono rallegrato per quello che mi è stato detto: “Andremo alla casa del Signore”». E veramente è tutto luminoso di gioia nel visetto solo pochi giorni prima tanto triste.

24Ecco le mura ormai prossime. Ecco la porta dei Pesci. Ecco le vie sovraffollate. Subito al Tempio per una prima preghiera. E poi la pace nella pace del Getsemani, la cena, il riposo.

25Il viaggio verso Gerusalemme è compiuto.

L’uomo di Endor amavo molto i suoi discepoli[23]

Si sono accostati anche gli altri, piano piano.

17«Cosa vuoi dire, Maestro, dicendo amore di seconda potenza?» chiede Giuda Taddeo.

18«Fratello mio, vi sono molti amori e di diverse potenze. Vi è l’amore di prima potenza: quello che si dà a Dio. Poi l’amore di seconda potenza: quello materno o paterno, perché se il primo è tutto spirituale, questo è per due parti spirituale e per una sola carnale. Vi si mescola, sì, il sentimento affettivo umano, ma vi predomina il superiore, perché un padre e una madre, sanamente e santamente tali, non danno solo cibo e carezze alla carne del figlio, ma anche nutrimento e amore alla mente e allo spirito della loro creatura. E tanto è vero ciò che dico, che chi si vota all’infanzia, anche se unicamente per istruirla, finisce ad amarla come fosse sua carne».

19«Io li amavo infatti molto i miei discepoli» dice Giovanni di Endor.

20«Ho compreso che dovevi essere un buon maestro vedendo come ti comporti con Jabé».

21L’uomo di Endor si china e bacia la mano di Gesù senza parlare.

5.  Nel Tempio con Giuseppe d’Arimatea. L’ora dell’incenso[24].

Nel Tempio

1Pietro è proprio solenne mentre entra in veste di padre nel recinto del Tempio, tenendo per mano Jabé. Sembra persino più alto tanto procede impettito.

2Dietro, in gruppo, tutti gli altri. Gesù è l’ultimo, occupato in una conversazione serrata con Giovanni di Endor, che pare vergognarsi di entrare nel Tempio.

3Pietro chiede al suo protetto: «Ci sei mai stato?», avendo per risposta la frase: «Quando sono nato, padre. Ma non me ne ricordo», cosa che fa ridere di gusto Pietro, che la ripete ai compagni, che ridono loro pure dicendo bonari e arguti: «Forse dormivi e perciò…», oppure: «Siamo tutti come te. Non ci ricordiamo di quando siamo venuti qui di nascita».

4Anche Gesù chiede la stessa cosa al suo protetto e ne ha una risposta analoga o quasi. Perché Giovanni di Endor dice: «Eravamo proseliti e ci venni in braccio a mia madre, proprio per una Pasqua, perché sono nato ai primi di adar e la madre, lei era di Giudea, si mise in viaggio appena poté, per offrire in tempo il suo maschio al Signore. Forse troppo presto… perché si ammalò e non guarì più. Io avevo meno di due anni quando rimasi senza madre. La prima sventura della mia vita. Ma ero il suo primogenito, l’unigenito rimasi per la sua malattia, ed ella era fiera di morire per avere ubbidito alla Legge. Mi diceva il padre: “Ella è morta contenta per averti offerto al Tempio”… Povera madre! Che offristi? Un futuro assassino…».

5«Giovanni, non dire così. Allora eri Felice, ora sei Giovanni. Abbi presente la grande grazia che Dio ti ha fatto, questa sempre. Ma abbandona l’avvilimento di ciò che fosti… Non sei tornato più al Tempio?».

6«Oh! sì. A dodici anni e da allora sempre finché… finché potei farlo… Dopo, quando avrei potuto farlo, non lo feci più, perché te l’ho detto che culto avevo, uno solo: l’Odio… E anche per questo non oso inoltrarmi qui. Mi sento straniero nella Casa del Padre… Io l’ho abbandonato per troppo tempo…».

7«Tu vi torni preso per mano da Me che sono il Figlio del Padre. Se Io ti conduco davanti all’altare è perché so che tutto è perdonato».

8Giovanni di Endor ha un aspro singhiozzo e dice: «Grazie, mio Dio».

9«Sì, ringrazia l’Altissimo. Lo vedi che aveva spirito profetico tua madre, vera israelita? Tu sei il maschio sacro al Signore e non più riscattato. Sei mio, sei di Dio, discepolo, e perciò futuro sacerdote del tuo Signore nella nuova èra e religione che avrà nome da Me. Io ti assolvo di tutto, Giovanni. Procedi sereno verso il Santo. In verità ti dico che fra questi che abitano questo recinto ve ne sono molti più colpevoli di te e indegni di te di accostarsi all’altare» …

6.  L’incontro con la Madre a Betania[25].

Incontro con la madre

1Attraverso alla ombrosa strada che congiunge il monte degli Ulivi a Betania – e potrei dire che il monte giunge con le sue propaggini verdi sino alle campagne di Betania – Gesù coi suoi cammina sollecito verso la città di Lazzaro. E non vi è ancora entrato che viene riconosciuto, e volontarie staffette corrono in tutti i sensi ad avvertire della sua venuta. Per cui ecco accorrere Lazzaro e Massimino da un lato, Isacco con Timoneo e Giuseppe dall’altro, terza viene Marta con Marcella che alza il suo velo per curvarsi a baciare la veste di Gesù, e subito dopo accorrono Maria d’Alfeo e Maria Salome che venerano il Maestro e poi si abbracciano i figli; e mentre il piccolo Jabé, sempre per mano di Gesù, sballottato da tutti questi irruenti arrivi, osserva stupefatto, e Giovanni di Endor, sentendosi estraneo, si ritira in fondo al gruppo, in disparte, ecco farsi avanti, sul sentiero che conduce alla casa di Simone, la Madre.

2Gesù abbandona la mano di Jabé e dolcemente respinge gli amici per affrettarsi verso di Lei. Le note parole rompono l’aria, squillando come un assolo d’amore sul brusio della folla: «Figlio!»; «Mamma!».

3Si baciano, e nel bacio di Maria è l’affanno di chi ha temuto per tanto tempo ed ora, nello sciogliersi del terrore che l’ha tenuto, sente la stanchezza dello sforzo fatto, misura in tutta l’estensione il pericolo in cui è incorso…

4Gesù la carezza, Lui che comprende, e dice: «Oltre il mio angelo avevo il tuo, Madre, a vegliarmi. Non poteva accadermi nulla di male».

«Ne sia data lode al Signore. Ma ho tanto sofferto!».

5«Volevo venire più sollecito, ma ho dovuto fare altra via per ubbidire a te. E bene fu, perché il tuo comando, Madre mia, come sempre è fiorito in bene».

«La tua ubbidienza, Figlio!».

«Il tuo comando sapiente, Madre…» Si sorridono come due innamorati.

6Ma è possibile che questa Donna sia Madre di quest’Uomo? Dove sono i sedici anni di differenza? La freschezza e la grazia del volto e del corpo verginale fanno di Maria la sorella del suo Figlio, che è nella pienezza della sua bellissima virilità.

7«Non mi chiedi perché è fiorito in bene?» chiede Gesù sempre sorridendo.

«So che il mio Gesù non mi tiene nascosto nulla».

«Mamma cara!». La bacia ancora…

8La gente si è tenuta lontana qualche metro e mostra di non osservare la scena. Ma scommetto che non c’è uno, di tutti questi occhi che pare guardino altrove, che non sbirci la dolce scena.

Due figli dell’ubbidienza

9Quello che guarda più di tutti è Jabé, che Gesù ha lasciato andare quando è corso ad abbracciare sua Madre e che è rimasto solo, perché nell’affollarsi delle domande e delle risposte l’attenzione è distratta dal povero bambino… Guarda, guarda, poi china il capo, lotta con il pianto… ma infine non ce la fa e scoppia in pianto, gemendo: «Mamma! Mamma!».

10Tutti, Gesù e Maria per i primi, si volgono, e tutti cercano riparare o sapere chi è il bambino. Maria d’Alfeo accorre, e accorre Pietro – erano insieme – dicendo entrambi: «Perché piangi?».

11Ma prima che fra il suo grande pianto Jabé possa trovare fiato per parlare, è accorsa Maria e lo ha preso in braccio dicendo: «Sì, figliolino mio, la Mamma! Non piangere più… e scusa se non ti ho visto prima. Ecco, amici, il mio figliolino…».

12Si capisce che Gesù, nel fare i pochi metri, le deve avere detto: «È un orfanello che ho preso con Me». Il resto lo ha intuito Maria.

13Il bambino piange ancora, ma meno desolatamente, e posto che Maria lo tiene in braccio e lo bacia, finisce col sorridere col visetto ancora lavato di pianto.

14«Vieni che ti asciugo tutte queste lacrime. Non devi piangere più! Dammi un bacio…»

Jabé… non chiedeva che quello, e dopo tante carezze di uomini barbuti si crogiola tutto nel baciare la guancia liscia di Maria.

15Ma Gesù ha cercato e scorto Giovanni di Endor e lo va a prendere nel suo angolino remoto. E mentre tutti gli apostoli salutano Maria, Gesù viene a Lei tenendo per mano Giovanni di Endor e dice: «Ecco, Madre, l’altro discepolo. Questi due figli ti ha ottenuto il tuo comando».

16«La tua ubbidienza, Figlio» ripete Maria, e poi saluta l’uomo dicendo: «La Pace è con te».

17L’uomo, il rude, inquieto uomo di Endor, che tanto si è già mutato da quel mattino in cui il capriccio dell’Iscariota ha portato Gesù a Endor, finisce di spogliarsi del suo passato mentre si inchina a Maria. Io credo sia così, tanto il volto che si rialza dopo il profondo inchino appare sereno, veramente «pacificato».

18Si avviano tutti verso la casa di Simone: Maria con Jabé in braccio, Gesù tenendo per mano Giovanni di Endor.

Diversi momenti dell’uomo d Endor[26].

Il Libro vivente dell’uomo di Endor.

32«E tu, Giovanni?» chiede Gesù all’uomo di Endor. «Preferisci rimanere qui per sistemare i tuoi libri o venire con Me?».

33«Veramente preferirei venire con Te… I libri… mi piacciono già meno. Preferisco leggere Te, Libro vivente».

34«Allora vieni. Addio, Lazzaro

Sotto un melograno tutto in fiore.

73…E di nuovo siamo, a sera, nella casetta di Betania. Molti, stanchi, si sono già ritirati. Ma Pietro passeggia avanti e indietro per il sentiero, alzando la testa molto sovente verso la terrazza dove sono seduti in colloquio Gesù e Maria. Giovanni di Endor, invece, parla con lo Zelote stando seduti sotto un melograno tutto in fiore.

L’uomo di Endor inspira pietà a Maria.

76«Non tutti possono essere Giovanni! …».

77«Ma non lo pretendo! Sarebbe un paradiso la terra, allora. Ma, vedi, Tu mi hai detto dell’altro Giovanni… Un uomo che ha ucciso… ma mi fa solo pietà. Giuda mi fa paura».

7.  La parabola del figlio prodigo[27].

Metodo per rinascere uomo nuovo

Ricostruire l’anima

1«Giovanni di Endor, vieni qui con Me. Ti devo parlare», dice Gesù affacciandosi sull’uscio.

L’uomo accorre lasciando il bambino al quale insegnava qualcosa. «Che mi vuoi dire, Maestro?», chiede.

«Vieni con Me qui sopra».

2Salgono sulla terrazza e si siedono dalla parte più riparata perché, per quanto sia mattina, il sole è già forte. Gesù gira lo sguardo sulla campagna coltivata, in cui i grani di giorno in giorno divengono d’oro e gli alberi gonfiano le loro frutta. Pare volere attingere il pensiero da quella metamorfosi vegetale.

3«Senti, Giovanni. Oggi Io credo che verrà Isacco per condurmi i contadini di Giocana prima della loro partenza. Ho detto a Lazzaro di prestare a Isacco un carro per fare loro accelerare il ritorno senza tema di giungere con un ritardo che provocherebbe loro un castigo. E Lazzaro lo fa. Perché Lazzaro fa tutto ciò che Io dico. Ma da te voglio un’altra cosa. Ho qui una somma che mi è stata data da una creatura per i poveri del Signore. Generalmente è un mio apostolo l’incaricato di tenere le monete e di dare gli oboli. È Giuda di Keriot generalmente; qualche volta gli altri. Giuda non è presente. Gli altri non voglio siano a cognizione di quel che voglio fare. Anche Giuda questa volta non lo sarebbe. Lo farai tu, in mio nome…».

«Io, Signore? … Io? … Oh! non ne sono degno!».

4«Ti devi abituare a lavorare in mio nome. Non sei venuto per questo?».

«Sì. Ma pensavo dovere lavorare a ricostruire la povera anima mia».

5«E Io te ne do il mezzo. In che hai peccato? Contro la misericordia e l’amore. Con l’odio hai demolito la tua anima. Con l’amore e la misericordia la ricostruirai. Io te ne darò il materiale. Ti adibirò particolarmente alle opere di misericordia e di amore. Tu sei anche capace di curare, tu sei capace di parlare. Per questo sei atto ad avere cura delle infelicità fisiche e morali, e hai capacità di farlo. Inizierai con quest’opera. Tieni la borsa. La darai a Michea e ai suoi amici. Fànne parti uguali. Ma fàlle così come Io ti dico. La dividi per dieci, poi ne dai quattro parti a Michea: una per sé, una per Saulo, una per Gioele e una per Isaia. E le altre sei le dai a Michea perché le dia al vecchio padre di Jabé, per sé e per i suoi compagni. Potranno così avere qualche conforto».

6«Va bene ma che dico loro per giustificare?».

«Dirai: “Questo è perché vi ricordiate di pregare per un’anima che si redime”».

«Ma potranno pensare che sia io! Non è giusto!».

«Perché? Non ti vuoi redimere?».

«Non è giusto che pensino che sia io il donatore».

«Lascia, e fa’ come Io dico».

7«Ubbidisco… ma almeno concedimi di mettere anche io qualche cosa. Tanto… ora non mi occorre più nulla. Libri non ne compero più, polli da nutrire non ne ho più. A me basta tanto poco… Tieni, Maestro. Serbo solo un minimo per le spese dei sandali…», ed estrae da una borsa che aveva in cintura molte monete e le aggiunge alle monete di Gesù.

Missione speciale

8«Dio ti benedica per la tua misericordia… Giovanni, fra poco ci lasceremo perché tu andrai con Isacco».

«Me ne duole, Maestro. Ma ubbidisco».

9«Anche a Me duole di allontanarti. Ma ho tanto bisogno di discepoli peregrinanti. Io non basto più. Presto lancerò gli apostoli, poi manderò i discepoli. E tu farai molto bene. Ti serberò a speciali missioni. Intanto con Isacco ti formerai. È tanto buono e lo Spirito di Dio lo ha veramente istruito durante la lunga malattia. Ed è l’uomo che tutto ha sempre perdonato… Lasciarci, del resto, non vuole dire non vederci più. Ci incontreremo sovente, e ogni volta che ci ritroveremo parlerò per te, ricordatelo…».

10Giovanni si piega su sé stesso, si nasconde il volto fra le mani con un aspro scoppio di pianto, e geme: «Oh! allora dimmi subito qualche cosa che mi persuada che io sono perdonato… che io posso servire Dio… Se sapessi, ora che è caduto il fumo dell’odio, come vedo la mia anima… e come… e come penso a Dio…».

11«Lo so, non piangere. Resta nell’umiltà, ma non ti avvilire. L’avvilimento è ancora superbia. Solo, solo umiltà abbi. Suvvia, non piangere…».

Giovanni di Endor si calma poco a poco…

12Quando lo vede calmato, Gesù dice: «Vieni, andiamo sotto quel folto di meli e raduniamo i compagni e le donne. Parlerò a tutti, ma ti dirò come Dio ti ama».

13Scendono, radunandosi intorno gli altri man mano che vanno, e si siedono poi a cerchio sotto l’ombra del pometo. Anche Lazzaro, che parlava con lo Zelote, si aggiunge alla compagnia. Venti persone in tutto.

La parabola del figlio prodigo

Il figlio prodigo[28].

14«Udite. È una bella parabola che vi guiderà con la sua luce in tanti casi.

15Un uomo aveva due figli. Il maggiore era serio, lavoratore, affezionato, ubbidiente. Il secondo era intelligente più del maggiore – che in verità era un poco ottuso e si lasciava guidare per non avere da affaticarsi a decidere da sé – ma in compenso era anche ribelle, svagato, amante del lusso e del piacere, dissipatore e ozioso. L’intelligenza è un grande dono di Dio. Ma è un dono che va usato saggiamente. Altrimenti è come certi farmaci i quali, usati in mal modo, non sanano ma uccidono. Il padre – era nel suo diritto e nel suo dovere – lo richiamava a vita più saggia. Ma senza alcun utile, tolto quello di averne male risposte e un maggior irrigidimento del figlio nelle proprie cattive idee.

16Infine un giorno, dopo una disputa più fiera, il figlio minore disse: “Dammi la mia parte dei beni. Così non sentirò più i tuoi rimproveri e i lagni del fratello. Ognuno il suo e sia finito tutto”. “Guarda” rispose il padre “che presto sarai rovinato. Che farai allora? Pensa che io non sarò ingiusto in favore di te e non riprenderò un picciolo a tuo fratello per darlo a te”. “Non ti chiederò nulla. Sta sicuro. Dammi la mia parte”.

Figlio dissoluto[29].

17Il padre fece stimare le terre e le cose preziose e, visto che denaro e gioielli facevano tanto quanto le terre, dette al maggiore i campi e i vigneti, le mandre e gli ulivi, e al minore il denaro e i gioielli, che il giovane vendette subito mutando tutto in denaro. E fatto questo, in pochi giorni, se ne andò in lontano paese dove visse da gran signore, scialacquando tutto il suo in bagordi di ogni specie, facendosi credere un figlio di re perché si vergognava di dire: “sono campagnolo”, rinnegando perciò il padre suo. Festini, amici e amiche, vesti, vini, giuoco… vita dissoluta… Presto vide scemare la sostanza e venire avanti la miseria. E con la miseria, a farla più grave, venne nel paese una grande carestia che dette fondo ai resti della sostanza.

Figlio  superbo[30].

18Avrebbe potuto andare dal padre. Ma era superbo e non volle. Andò allora da un riccone del paese, già suo amico nei tempi buoni, e lo pregò dicendo: “Accoglimi fra i tuoi servi in ricordo di quando godesti delle mie dovizie”. Vedete voi come è stolto l’uomo! Preferisce mettersi sotto la frusta di un padrone anziché dire ad un padre: “Perdono! Ho sbagliato!”. Quel giovane aveva imparato tante cose inutili con la sua intelligenza aperta, ma non aveva voluto imparare il detto dell’Ecclesiastico: “Quanto è infame colui che abbandona il padre suo e quanto è maledetto da Dio chi fa inquietare la madre”. Era intelligente ma non sapiente.

Figlio stolto[31].

19L’uomo a cui si era rivolto, in cambio del molto che aveva goduto dal giovane stolto, mise questo stolto di guardia ai porci – perché si era in paese pagano e vi erano molti porci – e lo mandò a pasturare nei suoi possessi le mandre di porci. Lurido, stracciato, puzzolente, affamato – perché il cibo era scarso per tutti i servi e specie per gli infimi, e lui, straniero mandriano di porci e deriso, era ritenuto tale – vedeva i porci satollarsi delle ghiande e sospirava: “Potessi almeno io pure empirmi il ventre di questi frutti! Ma sono troppo amari! Neppure la fame me li fa parere buoni”.

Beneficio della riflessione[32].

20E piangeva pensando ai ricchi festini da satrapo fatti poco tempo prima fra risa, canti, danze… e pensava poi agli onesti pranzi ben nutriti della sua casa lontana, alle porzioni che il padre faceva a tutti imparzialmente, serbando per sé sempre il meno, lieto di vedere il sano appetito dei suoi figli… e pensava anche alle parti fatte ai servi da quel giusto, e sospirava: “I garzoni di mio padre, anche i più infimi, hanno pane in abbondanza… e io qui muoio di fame…”. Un lungo lavoro di riflessione, una lunga lotta per strozzare la superbia…

Frutto dell’umiltà[33].

21Infine venne il giorno che, rinato nell’umiltà e nella sapienza, sorse in piedi e disse: “Io vado dal padre mio! È stolto questo orgoglio che mi fa prigione. E di che? Perché soffrire e nel corpo e più nel cuore mentre posso avere perdono e sollievo? Vado dal padre mio. È detto. Che gli dirò? Ma quello che è nato qui dentro, in questa abbiezione, fra queste lordure, fra i morsi della fame! Gli dirò: “Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami perciò come l’infimo dei tuoi garzoni, ma sopportami sotto il tuo tetto. Che io ti veda passare…”. Non potrò dirgli: “…perché ti amo”. Non lo crederebbe. Ma lo dirà la mia vita, ed egli lo comprenderà, e prima di morire mi benedirà ancora… Oh! lo spero. Perché mio padre mi ama”.

Il padre misericordioso[34].

22E, tornato la sera in paese, si licenziò dal padrone, e mendicando per via tornò a casa sua. Ecco i campi paterni… e la casa… e il padre che dirigeva i lavori, invecchiato, scarnito dal dolore, ma sempre buono… Il colpevole, guardando quella rovina causata da lui, si fermò intimorito… ma il padre, girando l’occhio, lo vide e gli corse incontro, perché era ancora lontano, e raggiuntolo gli gettò le braccia al collo e lo baciò. Solo il padre aveva riconosciuto in quel mendicante avvilito la sua creatura e solo lui aveva avuto un movimento di amore.

23Il figlio, stretto fra quelle braccia, con il capo sulla spalla paterna, mormorò fra i singhiozzi: “Padre, lascia che io mi getti ai tuoi piedi”. “No, figlio mio! Non ai piedi. Sul mio cuore, che ha tanto sofferto della tua assenza e che ha bisogno di rivivere col sentire il tuo calore sul mio petto”. E il figlio, piangendo più forte, disse: “Oh! padre mio! Io ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato da te: figlio. Ma permettimi di vivere fra i tuoi servi, sotto il tuo tetto, vedendoti, mangiando il tuo pane, servendoti, bevendo il tuo alito. Ad ogni boccone di pane, ad ogni tuo respiro si riformerà il mio cuore tanto corrotto e diverrò onesto…”.

24Ma il padre, tenendolo sempre abbracciato, lo condusse verso i servi, che si erano ammucchiati in distanza e che osservavano, e disse loro: “Presto, portate qui la veste più bella e catini di acque odorose, lavatelo, profumatelo, rivestitelo, mettetegli dei calzari nuovi e un anello al dito. Poi prendete un vitello ingrassato e ammazzatelo. E si prepari un banchetto. Perché questo figlio mio era morto ed ora è risuscitato, era perduto ed è stato ritrovato. Io voglio che ora lui pure ritrovi il suo semplice amore di pargolo; e il mio amore e la festa della casa per il suo ritorno glielo devono dare. Deve capire che egli è sempre per me il caro bambino ultimo nato, quale era nella infanzia sua lontana, quando mi camminava al fianco facendomi beato col suo sorriso e il suo balbettio”. E così fecero i servi.

Il fratello maggiore[35].

25Il figlio maggiore era in campagna e non seppe nulla fino al suo ritorno. A sera, venendo verso casa, la vide luminosa di lumi e udì suoni di strumenti e danze uscire da essa. Chiamò un servo che correva indaffarato e gli disse: “Che avviene?”. E il servo rispose: “È tornato tuo fratello! Tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso perché ha riavuto il figlio e sano, guarito dal suo grande male, ed ha ordinato banchetto. Non si attende che te per cominciare”. Ma il primogenito, in collera perché gli pareva ingiustizia tanta festa per il minore, che oltre che minore era stato cattivo, non volle entrare e anzi fece per allontanarsi da casa.

L’amore senza misura[36].

26Ma il padre, avvertito di questo, corse fuori e lo raggiunse tentando di convincerlo e pregandolo di non amareggiargli la sua gioia. Il primogenito rispose al padre suo: “E vuoi che io non sia inquieto? Tu fai ingiustizia e spregio al tuo primogenito. Io da quando ho potuto lavorare ti ho servito, e sono molti anni. Io non ho mai trasgredito ad un tuo comando, neppure ad un tuo desiderio. Io ti sono sempre stato vicino e ti ho amato per due per farti guarire dalla piaga fatta da mio fratello. E tu non mi hai dato neppure un capretto per godermelo cogli amici. Questo, che ti ha offeso, che ti ha abbandonato, che è stato infingardo e dissipatore e che torna ora perché è spinto dalla fame, tu lo onori e per lui ammazzi il vitello più bello. Vale la pena essere lavoratori e senza vizi! Questo non me lo dovevi fare!”.

27Il padre disse allora stringendoselo al seno: “Oh! figlio mio! E puoi credere che io non ti ami perché non stendo un velo di festa sulle tue azioni? Le tue azioni sono sante di loro, e il mondo ti loda per esse. Ma questo tuo fratello, invece, ha bisogno di essere rialzato nella stima del mondo e nella stima sua stessa. E credi tu che io non ogni mio alito e pensiero tu sei presente al mio cuore, e ad ogni attimo io ti benedico. Tu hai il premio continuo di essere sempre con me, e tutto quanto è mio è tuo. Ma era giusto banchettare e fare festa per questo tuo fratello, che era morto ed è risuscitato al Bene, che era perduto ed è stato ritornato al nostro amore”. E il primogenito si arrese.

28Così, amici miei, succede nella Casa del Padre. E chi si sa uguale al figlio minore della parabola pensi pure che, se lo imita nell’andare al Padre, il Padre gli dice: “Non ai miei piedi. Ma sul mio cuore, che ha sofferto della tua assenza e che ora è beato per il tuo ritorno”. Chi è in condizioni di figlio primogenito e senza colpa verso il Padre, non sia geloso della gioia paterna, ma ne prenda parte, dando amore al fratello redento.

29Ho detto. Rimani, Giovanni di Endor, e tu, Lazzaro. Gli altri vadano a preparare le mense. Presto verremo».

30Tutti si ritirano. Quando Gesù, Lazzaro e Giovanni sono soli, Gesù dice a Lazzaro e Giovanni: «Così si farà dell’anima cara che tu attendi, Lazzaro, e così si fa della tua, Giovanni. La bontà di Dio supera ogni misura» …

Ritorno dell’Iscariota

31…Gli apostoli, insieme alla Madre e alle donne, vanno verso casa preceduti da Marjziam che saltella correndo avanti. Ma presto ritorna e prende Maria per mano dicendole: «Vieni con me. Ti devo dire una cosa, da soli». E Maria lo accontenta.

32Torcono verso il pozzo, sito in un angolo del cortiletto, tutto velato da una pergola folta che da terra sale con un arco verso la terrazza. Là dietro è l’Iscariota.

33«Giuda, che vuoi? Vai, Marjziam… Parla, che vuoi?».

«Io sono in colpa… Non oso andare dal Maestro né affrontare i compagni… Aiutami…».

34«Ti aiuterò. Ma non pensi quanto dolore dài? Mio Figlio ha pianto per causa tua. E i compagni ne hanno sofferto. Ma vieni. Nessuno ti dirà niente. E, se puoi, non ricadere più in queste colpe. È indegno di un uomo, ed è sacrilego verso il Verbo di Dio».

35«E tu, Madre, mi perdoni?».

«Io? Io non conto presso te che ti senti tanto grande. Io sono la più piccola delle serve del Signore. Come ti puoi preoccupare di me se non hai pietà di mio Figlio?».

«Perché ho anche io una madre e, se ho il tuo perdono, mi pare di avere il suo».

36«Ella non sa questa tua colpa».

«Ma ella mi aveva fatto giurare di essere buono col Maestro. Sono spergiuro. Sento il rimprovero dell’anima di mia madre».

37«Senti questo? E il lamento e il rimprovero del Padre e del Verbo non lo senti? Sei un disgraziato, Giuda! Semini, in te e in chi ti ama, il dolore».

38Maria è molto seria e mesta. Senza acredine parla, ma con molta serietà. Giuda piange.

39«Non piangere. Ma migliorati. Vieni» e lo prende per mano entrando così nella cucina.

40Lo stupore di tutti è vivissimo. Ma Maria previene ogni uscita poco pietosa. Dice: «Giuda è ritornato. Fate come il primogenito dopo il discorso del padre. Giovanni, va’ ad avvisare Gesù».

Giovanni di Zebedeo parte di corsa.

41Un silenzio grava nella cucina… Poi Giuda dice: «Perdonatemi, tu Simone per primo. Hai un cuore tanto paterno. Sono un orfano io pure».

42«Sì, sì, ti perdono. Per favore non parlarne più. Siamo fratelli… e non mi piacciono questi alti e bassi di perdoni chiesti e di ricadute fatte. Avviliscono chi li fa e chi li dà. Ecco Gesù. Vai da Lui. E basta».

43Giuda va mentre Pietro, non potendo fare altro, si dà a spezzare con foga delle legna secche…

8.  Con due parabole sul regno dei Cieli termina la sosta a Betania[37].

La parabola delle dieci vergini.

Premesse

1Alla presenza dei contadini di Giocana, di Isacco e molti discepoli, delle donne fra cui è Maria Ss. e Marta, e molti di Betania, Gesù parla. Tutti gli apostoli sono presenti. Il bambino, seduto di fronte a Gesù, non perde una parola. Il discorso deve essere iniziato da poco perché ancora viene della gente…

Dice Gesù:

2«…è per questo timore, che sento così vivo in molti, che voglio oggi proporvi una dolce parabola. Dolce per gli uomini di buona volontà, amara per gli altri. Ma costoro hanno il modo di abolire questo amaro. Divengano loro pure di buona volontà, e il rimprovero, suscitato dalla parabola nella coscienza, cesserà di essere.

Usanze e costumi.

3Il Regno dei Cieli è la casa degli sponsali compiuti tra Dio e le anime. Il momento dell’entrata in esso, il giorno degli sponsali.

4Or dunque udite. Da noi è costume che le vergini facciano scorta allo sposo che giunge, per condurlo fra lumi e canti alla casa nuziale insieme alla sua dolce sposa. Quando il corteo lascia la casa della sposa, che velata e commossa si dirige al suo posto di regina, in una casa non sua ma che, dal momento in cui ella diviene una carne con lo sposo, sua diventa, il corteo delle vergini, amiche per lo più della sposa, corre incontro a questi due felici per circondarli di un anello di luci.

Le dieci vergini[38].

5Ora avvenne che in un paese si fece uno sponsale. Mentre gli sposi coi parenti e amici tripudiavano nella casa della sposa, dieci vergini andarono al loro posto, nel vestibolo della casa dello sposo, pronte ad uscire a lui incontro quando un lontano suono di cembali e di canti avesse ad avvertire che gli sposi avevano lasciato la casa della sposa per venire a quella dello sposo. Ma il convito nella casa degli sponsali si prolungava, e scese così la notte.

Cinque savie e cinque stolte[39].

6Le vergini, voi lo sapete, tengono sempre le lampade accese per non perdere tempo al momento buono. Ora fra queste dieci vergini, dalle lampade accese e ben lucenti, ve ne erano cinque savie e cinque stolte. Le savie, piene di prudenza, si erano provviste di piccoli vasi pieni d’olio, per potere alimentare le lampade se la durata dell’attesa fosse stata più lunga del prevedibile, mentre le stolte si erano limitate ad empire per bene le lampadette.

“Ecco lo sposo!”[40].

7Un’ora passò dopo l’altra. Gai discorsi, racconti, facezie rallegrarono l’attesa. Ma poi non seppero più che dire, né che fare. E, annoiate o anche semplicemente stanche, le dieci fanciulle si sedettero più comodamente, con le loro lampade accese e ben vicine, e piano piano si addormentarono.

8Venne la mezzanotte e si udì un grido: “Ecco lo sposo, andategli incontro!”. Le dieci fanciulle sorsero al comando, presero i veli e le ghirlande e si acconciarono, e corsero alla mensola dove erano le lampade. Cinque di esse languivano ormai… Il lucignolo, non più nutrito dall’olio, tutto consumato, fumigava con sprazzi sempre più deboli, pronto a spegnersi al minimo soffio d’aria; mentre le altre cinque lampade, alimentate prima del sonno dalle prudenti, avevano fiamme ancor vive che si fecero ancora più vive per il nuovo olio aggiunto al vasello del lume.

9“Oh!”, pregarono le stolte, “dateci un poco del vostro olio, perché altrimenti le lampade si spegneranno al solo muoverle. Le vostre sono già belle! …”. Ma le prudenti risposero: “Fuori è il vento della notte e cade la guazza a grosse gocce. Mai non basta l’olio per fare una robusta fiamma che possa resistere ai venti e all’umidore. Se ve ne diamo, accadrà che a noi pure vacillerà la luce. E ben triste sarebbe il corteo delle vergini senza il palpitare delle fiammelle! Andate, correte dal venditore più vicino, pregate, bussate, fatelo alzare perché vi dia olio”. E quelle, affannate, sgualcendo i veli, macchiandosi le vesti, perdendo le ghirlande nell’urtarsi e nel correre, seguirono il consiglio delle compagne.

Conseguenze della stoltezza[41].

10Ma, mentre andavano a comprare l’olio, ecco spuntare dal fondo della via lo sposo con la sposa. Le cinque vergini, munite di lampade accese, gli corsero incontro, e in mezzo a loro gli sposi entrarono in casa per la fine della cerimonia, quando le vergini avrebbero scortato per ultimo la sposa fino alla camera nuziale. L’uscio venne chiuso dopo l’entrata degli sposi, e chi fuori era fuori rimase. E così fu per le cinque stolte che, giunte infine con l’olio, trovarono la porta serrata e inutilmente vi picchiarono contro, ferendosi le mani e gemendo: “Signore, signore, aprici! Siamo del corteo delle nozze. Siamo le vergini propiziatorie, scelte per portare onore e fortuna al tuo talamo”.

11Ma lo sposo, dall’alto della casa, lasciando per un momento gli invitati più intimi da cui si accomiatava mentre la sposa entrava nella stanza nuziale, disse: “In verità vi dico che non vi conosco. Non so chi siate. I vostri visi non erano festanti intorno alla mia amata. Usurpatrici siete. Siate perciò lasciate fuori dalla casa delle nozze”. E le cinque stolte, piangendo, se ne andarono per le strade buie, con l’ormai inutile lume, con le vesti sgualcite, i veli strappati, le ghirlande disfatte o perdute…

Senso della parabola

Le nozze celesti.

12Ed ora sentite il sermone chiuso nella parabola.

Vi ho detto al principio che il Regno dei Cieli è la casa degli sponsali compiuti fra Dio e le anime. Alle nozze celesti sono chiamati tutti i fedeli, perché Dio ama tutti i suoi figli. Chi prima, chi poi, si trova al momento degli sponsali, e l’esservi arrivati è gran sorte. Ma ora udite ancora. Voi sapete come le fanciulle reputino onore e fortuna esser chiamate ad ancelle intorno alla sposa. Applichiamo al nostro caso i personaggi e capirete meglio.

Lo Sposo e la sposa.

13Lo sposo è Dio. La sposa, l’anima di un giusto che, superato il periodo del fidanzamento nella casa del Padre, ossia nella tutela e ubbidienza della e alla dottrina di Dio, vivendo secondo giustizia, viene portata nella casa dello Sposo per le nozze.

Le ancelle-vergini.

14Le ancelle-vergini sono le anime dei fedeli che, per l’esempio lasciato dalla sposa – essere stata scelta dallo Sposo per le sue virtù è segno che costei era un esempio vivo di santità – cercano di giungere allo stesso onore, santificandosi.

Le virtù necessarie.

15Sono in veste bianca, netta e fresca, in bianchi veli, coronate di fiori. Hanno lampade accese in mano. Le lampade sono ben pulite, dal lucignolo nutrito di olio del più puro perché non sia maleodorante.

16In veste bianca. La giustizia fermamente praticata dà candida veste e presto verrà il giorno che candidissima sarà, senza neppur più il lontano ricordo di macchia, di un candore super-naturale, di un candore angelico.

17In veste netta. Occorre con l’umiltà tenere sempre netta la veste. Tanto facile è offuscare la purezza del cuore. E chi non è mondo di cuore non può vedere Dio. L’umiltà è come acqua che lava. L’umile si accorge subito, perché ha occhio non offuscato da fumi di orgoglio, di essersi offuscata la veste e corre dal suo Signore e dice: “Ho levato la nettezza a questo mio cuore. Io piango per mondarmi, ai tuoi piedi piango. E tu, mio Sole, imbianca dei tuoi benigni perdoni, dei tuoi paterni amori, la veste mia!”.

18In veste fresca. Oh! la freschezza del cuore! I bambini l’hanno per dono di Dio. I giusti l’hanno per dono di Dio e volontà propria. I santi l’hanno per dono di Dio e per volontà portata all’eroismo. Ma i peccatori, dall’anima lacerata, bruciata, avvelenata, insozzata, non potranno allora mai più avere una veste fresca? Oh! sì che la possono avere. Cominciano ad averla dal momento che si guardano con ribrezzo, l’aumentano quando decidono di cambiare vita, la perfezionano quando con la penitenza si lavano, si disintossicano, si medicano, si ricompongono la loro povera anima; e con l’aiuto di Dio, che non nega soccorso a chi gli chiede santo aiuto, e con la volontà propria, portata al supereroismo — perché in loro non necessita di tutelare ciò che hanno, ma di ricostruire ciò che loro hanno abbattuto, perciò doppia e tripla e settupla fatica — e infine con una penitenza instancabile, implacabile verso l’io che fu peccatore, riportano la loro anima ad una nuova freschezza d’infanzia, fatta preziosa dall’esperienza che li fa maestri di altri che sono come erano loro un tempo, ossia peccatori.       

19In bianchi veli. L’umiltà! Io ho detto: “Quando pregate o fate penitenza, fate che il mondo non se ne avveda”[42]. Nei libri sapienziali è detto: “Non è bene svelare il segreto del Re”[43]. L’umiltà è il velo candido messo a difesa sul bene che si fa e sul bene che Dio ci concede. Non gloria per l’amore di privilegio che Dio concede, non stolta gloria umana. Il dono verrebbe subito ritolto. Ma interno canto del cuore al suo Dio: “L’anima mia ti magnifica, o Signore… perché Tu hai rivolto il tuo sguardo alla bassezza della tua serva”[44]».

20Gesù ha una breve sosta e getta uno sguardo verso sua Madre, che avvampa sotto il suo velo e si china tutta, come per ravviare i capelli del bambino che è seduto ai suoi piedi, ma in realtà per celare il suo commosso ricordo…

21«Coronata di fiori. L’anima deve intessersi la sua quotidiana ghirlanda di atti virtuosi, perché al cospetto dell’Altissimo non devono stare cose vizze, né si deve stare in aspetto sciatto. Quotidiana, ho detto. Perché l’anima non sa quando Dio-Sposo può apparire per dire: “Vieni”. Perciò non stancarsi mai di rinnovare la corona. Non abbiate paura. I fiori avvizziscono. Ma i fiori delle corone virtuose non avvizziscono. L’angelo di Dio, che ogni uomo ha al suo fianco, le raccoglie queste ghirlande quotidiane e le porta in Cielo. E là faranno da trono al novello beato quando entrerà come sposa nella casa nuziale.

22Hanno le lampade accese. E per onorare lo Sposo e per guidarsi nella via. Come è fulgida la fede, e che dolce amica ella è! Fa una fiamma raggiante come una stella, una fiamma che ride perché è sicura nella sua certezza, una fiamma che rende luminoso anche lo strumento che la regge. Anche la carne dell’uomo nutrito di fede pare, fin da questa Terra, farsi più luminosa e spirituale, immune da precoce appassimento. Perché chi crede si regge sulle parole e sui comandi di Dio per giungere a possedere Dio, suo fine, e perciò fugge ogni corruzione, non ha turbamenti, paure, rimorsi, non è obbligato ad uno sforzo per ricordarsi le sue menzogne o per nascondere le sue male azioni, e si conserva bello e giovane della bella incorruzione del santo. Una carne e un sangue, una mente e un cuore puliti da ogni lussuria per contenere l’olio della fede, per dare luce senza fumo. Una costante volontà per nutrire sempre questa luce.

23La vita di ogni giorno, con le sue delusioni, constatazioni, contatti, tentazioni, attriti, tende a sminuire la fede. No! Non deve avvenire. Andate giornalmente alle fonti dell’olio soave, dell’olio sapienziale, dell’olio di Dio. Lampada poco nutrita può essere spenta dal minimo vento, può essere spenta dalla pesante guazza della notte. La notte… L’ora delle tenebre, del peccato, della tentazione viene per tutti. È la notte per l’anima. Ma se questa ha sé stessa colma di fede, non può la fiamma essere spenta dal vento del mondo, dalla caligo delle sensualità.

Vigilanza, vigilanza, vigilanza.

24Infine vigilanza, vigilanza, vigilanza. Chi imprudente si fida dicendo: “Oh! Dio verrà in tempo, mentre ho ancora luce in me”, chi si induce a dormire in luogo di vegliare, e dormire sprovvisto di quanto necessita per sorgere sollecito alla prima chiamata, chi si riduce all’ultimo momento per procurarsi l’olio della fede o il lucignolo robusto della buona volontà, incorre nel pericolo di rimanere fuori quando giunge lo Sposo. Vegliate dunque con prudenza, con costanza, con purezza, con fiducia per essere sempre pronti alla chiamata di Dio, perché in realtà non sapete quando Esso verrà.

25Miei cari discepoli, Io non voglio indurvi a tremare di Dio, ma anzi ad avere fede nella sua bontà. Sia voi che restate, come voi che andate, pensate che, se farete ciò che fecero le vergini savie, sarete chiamati non solo a fare corteggio allo Sposo, ma, come per la fanciulla Ester, divenuta regina al posto di Vasti[45], sarete scelti ed eletti a spose, avendo lo Sposo “trovato in voi ogni grazia e favore sopra ogni altro”. Io vi benedico, voi che andate. Portate in voi e ai compagni questa mia parola. La pace del Signore sia sempre con voi».

La fame di Dio

26Gesù si avvicina ai contadini per salutarli ancora, ma Giovanni di Endor gli sussurra: «Maestro, ormai c’è Giuda…».

27«Non importa. Accompagnali al carro e fa’ ciò che ti ho detto di fare».

28L’assemblea si scioglie lentamente. Molti parlano a Lazzaro… E questo si volge a Gesù che, lasciati i contadini, viene in quel senso e dice: «Maestro, prima che Tu ci lasci, parlaci ancora… Questo vogliono i cuori di Betania».

29«La sera scende. Ma è placida e serena. Se volete riunirvi sui fieni falciati, Io vi parlerò prima di lasciare questo paese amico. Oppure domani, all’aurora. Perché è giunta l’ora del commiato».

«Più tardi! Questa sera!», urlano tutti.

«Come voi volete. Andate ora. Alla metà della prima vigilia vi parlerò» …

La parabola del banchetto nuziale

Beati quelli che Gesù benedice.

30…e instancabile infatti – mentre il sole scompare anche col ricordo del suo rosso, in un primo stridere di grilli, incerto, solitario – Gesù si avvia in mezzo ad un prato falciato da poco e su cui le erbe morenti fanno un tappeto di acuta e morbida fragranza. Lo seguono gli apostoli, le Marie, Marta e Lazzaro con quelli della sua casa, Isacco coi discepoli, e direi tutta Betania. Fra i servi è il vecchione con la donna, i due che sul monte delle Beatitudini hanno trovato un conforto anche per i loro giorni.

31Gesù si ferma a benedire il patriarca, che gli bacia piangendo la mano e che accarezza il bambino, che cammina a fianco di Gesù, dicendogli: «Te beato che lo puoi sempre seguire! Sii buono, sta’ attento, figlio. La tua è una gran ventura! Una gran ventura! Sul tuo capo è sospesa una corona… Oh! te beato!».

32Quando tutti sono a posto Gesù inizia a parlare.

La parola di Gesù è tutto il bene dei poveri.

33«Partiti i poveri amici che avevano bisogno di essere molto confortati nella speranza, nella certezza, anzi, che basta poco sapere per essere ammessi nel Regno, che basta un minimo di verità su cui la buona volontà lavora, parlo ora a voi, molto meno infelici perché in condizioni materiali molto migliori e con maggiori aiuti dal Verbo. Il mio amore va a loro solo col pensiero. Qui, a voi, il mio amore viene anche con la parola. Perciò voi andate trattati, in Terra come in Cielo, con maggiore fortezza, perché a chi più è stato dato più sarà chiesto. Essi, i poveri amici che stanno tornando alla loro galera, non possono che avere un minimo di bene, ed hanno, in compenso, un massimo di dolore. Perciò a loro solo le promesse della benignità, perché ogni altra cosa sarebbe superflua. In verità vi dico che la loro vita è penitenza e santità, e non deve essere imposto loro altro. E in verità anche vi dico che, pari a vergini savie, essi non lasceranno spegnere la loro lampada fino all’ora della chiamata. Lasciarla spegnere? No. È tutto il loro bene questa luce. Non possono lasciarla spegnere.

La virtù della libertà dalle ricchezze

34In verità vi dico che, come Io sono nel Padre, così i poveri sono in Dio. È per questo che Io, Verbo del Padre, ho voluto nascere povero, e povero rimanere. Perché fra i poveri mi sento più prossimo al Padre, che ama i minimi ed è amato da essi con tutta la loro forza. I ricchi hanno tante cose. I poveri hanno solo Dio. I ricchi hanno amici. I poveri sono soli. I ricchi hanno molte consolazioni. I poveri non hanno consolazioni. I ricchi hanno distrazioni. I poveri hanno solo il lavoro. I ricchi hanno tutto reso facile per il denaro. I poveri hanno anche la croce di dover temere malattie e carestie perché sarebbe la fame e la morte per loro. Ma hanno Dio, i poveri. Il loro Amico. Il loro Consolatore. Colui che li distrae dal loro penoso presente con speranze celesti. Colui a cui si può dire — e loro lo sanno dire, lo dicono perché appunto sono poveri, umili, soli —: “Padre, sovvienici della tua misericordia”.

“Padre, sovvienici della tua misericordia”.

35Quanto Io dico in questa terra di Lazzaro, amico mio e amico di Dio sebbene tanto ricco, può parere strano. Ma Lazzaro è l’eccezione fra i ricchi. Lazzaro è giunto a quella virtù difficilissima a trovarsi sulla Terra, e ancor più difficile a mettersi in pratica per insegnamento altrui: la virtù della libertà dalle ricchezze. Lazzaro è giusto. Non si offende. Non si può offendere, perché sa che egli è il ricco-povero e perciò non lo tocca il mio celato rimprovero. Lazzaro è giusto. E riconosce che nel mondo dei grandi è così come Io dico. Perciò Io parlo e dico: in verità, in verità vi dico che è molto più facile che sia in Dio un povero che un ricco; e nel Cielo del Padre mio e vostro, molti seggi saranno occupati da coloro che sulla Terra furono spregiati perché minimi come polvere che si calpesta.

36I poveri serbano in cuore le perle delle parole di Dio. Sono il loro unico tesoro. Chi ha una sola ricchezza veglia su essa. Chi ne ha molte è annoiato e distratto, ed è superbo, ed è sensuale. Per tutto questo non ammira con occhi umili e innamorati il tesoro che Dio ha dato, e lo confonde con altri tesori, solo in apparenza preziosi, tesori che sono le ricchezze della Terra, e pensa: “Degnazione mia se accolgo le parole di uno, pari a me nella carne!”, e ottunde la sua capacità di gustare ciò che è soprannaturale con i sapori forti della sensualità. Sapori forti!… Sì, molto speziati per confondere il loro lezzo e il loro sapore di putredine…

La parabola del banchetto nuziale.

Il banchetto nuziale[46].

37Ma udite. E capirete meglio come le sollecitudini, le ricchezze e le crapule impediscono l’entrata nel Regno dei Cieli.

38Una volta un re fece le nozze di suo figlio. Potete immaginare che festa fosse nella reggia. Era il suo unico figlio e, giunto all’età perfetta, si sposava con la sua diletta. Il padre e re volle che tutto fosse gioia intorno alla gioia del suo diletto, finalmente sposo con la beneamata. Fra le molte feste nuziali fece anche un grande pranzo. E lo preparò per tempo, vegliando su ogni particolare dello stesso, perché riuscisse splendido e degno delle nozze del figlio del re.

Malizia degli invitati[47].

39Mandò per tempo i suoi servi a dire agli amici e agli alleati, e anche ai più grandi nel suo regno, che le nozze erano stabilite per quella data sera e che loro erano invitati, e che venissero per fare degna cornice al figlio del re. Ma amici, alleati e grandi del regno non accettarono l’invito.

40Allora il re, dubitando che i primi servi non avessero parlato a dovere, ne mandò altri ancora, perché insistessero dicendo: “Ma venite! Ve ne preghiamo. Ormai tutto è pronto. La sala è apparecchiata, i vini preziosi sono stati portati da ogni dove, e già nelle cucine sono ammucchiati i buoi e gli animali ingrassati per essere cotti, e le schiave intridono le farine a far dolciumi, ed altre pestano le mandorle nei mortai per fare leccornie finissime a cui mescolano aromi fra i più rari. Le danzatrici e i suonatori più bravi sono stati scritturati per la festa. Venite dunque acciò non sia inutile tanto apparato”.

Nefaste conseguenze della malvagità[48].

41Ma amici, alleati e grandi del regno o rifiutarono, o dissero: “Abbiamo altro da fare”, o finsero di accettare l’invito, ma poi andarono ai loro affari, chi al campo, chi ai negozi, chi ad altre cose ancor meno nobili. E infine ci fu chi, seccato da tanta insistenza, prese il servo del re e l’uccise per farlo tacere, posto che insisteva: “Non negare al re questa cosa perché te ne potrebbe venire male”.

42I servi tornarono al re e riferirono ogni cosa, e il re avvampò di sdegno mandando le sue milizie a punire gli uccisori dei suoi servi e a castigare quelli che avevano sprezzato il suo invito, riservandosi di beneficare quelli che avevano promesso di venire. Ma la sera della festa, all’ora fissata, non venne nessuno.

I commensali del Regno[49].

43Il re, sdegnato, chiamò i servi e disse: “Non sia mai che mio figlio resti senza chi lo festeggi in questa sua sera nuziale. Il banchetto è pronto, ma gli invitati non ne sono degni. Eppure il banchetto nuziale del figlio mio deve avere luogo. Andate dunque sulle piazze e sulle strade, mettetevi ai crocicchi, fermate chi passa, adunate chi sosta e portateli qui. Che la sala sia piena di gente festante”.

44I servi andarono. Usciti per le vie, sparsisi sulle piazze, messisi ai crocicchi, radunarono quanti trovarono, buoni o cattivi, ricchi o poveri, e li portarono nella dimora regale, dando loro i mezzi per apparire degni di entrare nella sala del banchetto di nozze. Poi li condussero in quella, ed essa fu piena, come il re voleva, di popolo festante.

La veste nuziale[50].

45Ma, entrato il re nella sala per vedere se potevano aver inizio le feste, vide uno che, nonostante gli aiuti dati dai servi, non era in veste di nozze. Gli chiese: “Come mai sei entrato qui senza la veste di nozze?”. E colui non seppe che rispondere, perché infatti non aveva scusanti. Allora il re chiamò i servi e disse loro: “Prendete costui, legatelo nelle mani e nei piedi e gettatelo fuori della mia dimora, nel buio e nel fango gelido. Ivi starà nel pianto e con stridor di denti come ha meritato per la sua ingratitudine e per l’offesa che mi ha fatta, e più che a me al figlio mio, entrando con veste povera e non monda nella sala del banchetto, dove non deve entrare che ciò che è degno di essa e del figlio mio”.

Senso della parabola

Cause che attirano l’ira del Re.

46Come voi vedete, le sollecitudini del mondo, le avarizie, le sensualità, le crudeltà attirano l’ira del re, fanno sì che mai più questi figli delle sollecitudini entrino nella casa del Re. E vedete anche come anche fra i chiamati, per benignità verso suo figlio, vi sono i puniti.

47Quanti al giorno d’oggi, in questa terra alla quale Dio ha mandato il suo Verbo!

48Gli alleati, gli amici, i grandi del suo popolo, Dio veramente li ha invitati attraverso i suoi servi, e più li farà invitare, con invito pressante, man mano che l’ora delle mie nozze si farà vicina. Ma non accetteranno l’invito perché sono falsi alleati, falsi amici, e non sono grandi che di nome perché la bassezza è in loro».

49Gesù va elevando sempre più la voce, e i suoi occhi, alla luce di fuoco che è stato acceso fra Lui e gli ascoltatori per illuminare la sera, nella quale manca ancora la luna che è nella fase decrescente e si alza più tardi, gettano sprazzi di luce come fossero due gemme.

50«Sì, la bassezza è in loro. Per tutto questo essi non comprendono che è dovere e onore per loro aderire all’invito del Re. Superbia, durezza, libidine fanno baluardo nel loro cuore.

51E — sciagurati che sono! — e hanno odio a Me, a Me, per cui non vogliono venire alle mie nozze. Non vogliono venire. Preferiscono alle nozze i connubi con la politica sozza, con il più sozzo denaro, con il sozzissimo senso. Preferiscono il calcolo astuto, la congiura, la subdola congiura, il tranello, il delitto.

52Io tutto questo lo condanno in nome di Dio. Si odia perciò la voce che parla e le feste a cui invita. In questo popolo vanno cercati coloro che uccidono i servi di Dio: i profeti che sono i servi fino ad oggi, i miei discepoli che sono i servi da ora in poi. In questo popolo vanno scelti i turlupinatori di Dio che dicono: “Sì, veniamo”, mentre dentro di sé pensano: “Neanche per idea!”. Tutto questo è in Israele.

Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti

53E il Re del Cielo, perché il Figlio abbia un degno apparato di nozze, manderà a raccogliere sui crocicchi coloro che sono non amici, non grandi, non alleati, ma sono semplicemente popolo che passa. Già — e per mia mano, per la mia mano di Figlio e di servo di Dio — la raccolta si è iniziata. Quali che siano, verranno… E sono già venuti. Ed Io li aiuto a farsi mondi e belli per la festa di nozze.

54Ma ci sarà, oh! per sua sventura ci sarà chi anche della magnificenza di Dio, che gli dà profumi e vesti regali per farlo apparire quale non è — un ricco e degno — vi sarà chi di tutta questa bontà se ne farà un approfitto indegno per sedurre, per guadagnare… Individuo di bieco animo, abbracciato dal polipo ripugnante di tutti i vizi… e sottrarrà profumi e vesti per trarne guadagno illecito, usandoli non per le nozze del Figlio, ma per le sue nozze con Satana.

55Ebbene, questo avverrà. Perché molti sono i chiamati, ma pochi coloro che, per saper perseverare nella chiamata, giungono ad essere eletti. Ma anche avverrà che a queste iene, che preferiscono le putrefazioni al nutrimento vivo, sarà inflitto il castigo di essere gettati fuori della sala del Banchetto, nelle tenebre e nel fango di uno stagno eterno in cui stride Satana il suo orrido riso per ogni trionfo su un’anima, e dove suona eterno il pianto disperato dei mentecatti che seguirono il Delitto invece di seguire la Bontà che li aveva chiamati.

Popolo avvelenato nei suoi capi

Animatori di preghiera

56Alzatevi e andiamo al riposo. Io vi benedico, o cittadini di Betania, tutti. Io vi benedico e vi do la mia pace. E benedico te in particolare, Lazzaro, amico mio, e te, Marta. Benedico i miei discepoli antichi e nuovi che mando per il mondo a chiamare, a chiamare alle nozze del Re. Inginocchiatevi che Io vi benedica tutti. Pietro, di’ l’orazione che vi ho insegnata, e dilla stando qui al mio fianco, in piedi, perché così va detta da chi a ciò è destinato da Dio».

Bell’acquisto Giovanni!» motteggia l’Iscariota[51].

13«Fra un secolo si dirà che è leggenda la grotta di Betlemme e tante altre cose! E poi, scusa! Tu hai voluto andare in quel fetido antro di Endor che, ne devi convenire, non era di un… ciclo santo; non ti pare forse? E loro vengono qui dove si dice che sono sangue e ceneri di santi. Endor ci ha portato Giovanni e chissà…».

14«Bell’acquisto Giovanni!» motteggia l’Iscariota.

«Nel volto no che non lo è. Nell’anima può essere meglio di noi».

«Questo poi! Con quel passato!».

«Taci. Il Maestro ha detto che non lo dobbiamo ricordare».

«Comodo! Vorrei vedere io, se facessi qualcosa di simile, se voi non lo ricordereste!».

15«Addio, Giuda. È meglio che tu stia da solo. Sei troppo inquieto. Almeno sapessi cosa hai!».

 «Cosa ho, Toma? Ho che vedo trascurare noi per i primi venuti. Ho che vedo preferire tutti a me. Ho che noto come si aspetta che io non ci sia per insegnare a pregare. E vuoi che mi facciano piacere queste cose?».

16«Non fanno piacere. Ma ti faccio osservare che, se tu eri venuto con noi per la Cena di Pasqua, ci saresti stato tu pure sull’Uliveto con noi quando il Maestro ci insegnò la preghiera. Non vedo poi dove noi si sia trascurati per i primi venuti. Perché c’è quel povero innocente parli? O perché c’è quell’infelice di Giovanni?».

17«Per l’uno e l’altro. Gesù non ci parla quasi più. Guardalo anche ora… E là che si attarda a parlare, a parlare, col bambino. Ha da aspettare un bel pezzo prima che possa metterlo fra i discepoli! È l’altro, poi, non lo sarà mai. Troppo superbo, colto, indurito e di tendenze cattive. Eppure: “Giovanni di qua, Giovanni di là…».

17«Padre Abramo mantienimi la pazienza!!!

9.  Ai discepoli venuti con Isacco la parabola del fango che diviene fiamma. Il sacrificio di Giovanni
di Endor
[52].

La piccola Fraternità

Piccola fraternità di discepoli.

1É proprio sulle rive del profondo torrente che Gesù trova Isacco con molti discepoli noti e ignoti.

2Fra i noti sono il sinagogo dell’Acqua Speciosa: Timoneo; Giuseppe, l’accusato di incesto di Emmaus; il giovane che lasciò di seppellire il padre per seguire Gesù; Stefano; il lebbroso Abele mondato un anno avanti presso Corozim col suo amico Samuele; vi è il traghettatore di Gerico: Salomon; e altri, altri, altri, che riconosco ma dei quali non ricordo assolutamente il luogo dove li vidi né il nome. Volti noti, ed ormai sono tanti, tutti noti come volti di discepoli. E poi altri, conquiste di Isacco o degli stessi discepoli su nominati, che seguono il nucleo principale sperando trovare Gesù. L’incontro è affettuoso, gioioso e riverente. Isacco raggia nella gioia di vedere il Maestro e di mostrargli il suo gregge novello, e per premio chiede una parola da Gesù, per la turba che ha con sé.

3«Sai un luogo quieto dove potersi riunire?».

«All’estremità del golfo vi è una spiaggia deserta, in cui sono casupole di pescatori, vuote in questa stagione perché malsane e perché la stagione della pesca dei pesci da salagione è finita, ed essi vanno nella Siro-Fenicia alla pesca della porpora. Molti di essi già credono in Te, per averti sentito parlare nelle città di mare e per aver trovato i discepoli, e mi hanno ceduto le casette per i nostri riposi. Vi torniamo dopo una missione. Perché molto è da fare su questa costa. É perfettamente corrotta da tante cose. Vorrei giungere sino alla Siro-Fenicia, e lo potrei fare per mare, perché la costa è troppo arroventata dal sole per farla a piedi. Ma io sono pastore, non marinaro, e fra questi non ve ne è uno che sappia veleggiare».

4Gesù, che ascolta attento, con un lieve sorriso, stando un poco curvo, Lui tanto alto di fronte al piccolo pastore, che come un soldato riferisce tutto al suo generale, risponde: «Dio ti aiuta per la tua umiltà. Se qui sono noto è per te, discepolo, non per gli altri. Ora chiederemo a quelli del lago se si sentono di veleggiare sul mare, e andremo, se potremo, in Siro-Fenicia».

A Sidone per mare.

5E si volta a cercare Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, che sono in animata conversazione con alcuni discepoli, mentre Giuda Iscariota è dietro a fare i complimenti a Stefano, e lo Zelote con Bartolomeo e Filippo sono presso le donne. Gli altri quattro sono presso a Gesù. I quattro pescatori vengono subito.

6«Ve la sentite di andare in barca sul mare?», chiede Gesù.

I quattro si guardano, perplessi. Pietro si spettina i capelli mentre riflette. Poi chiede: «Ma dove? Molto al largo? Noi siamo pesci d’acqua dolce…».

«No, lungo la costa fino a Sidone».

7«Umh! Credo che si possa. Che ne dite?».

«Lo credo anche io. Mare o lago sarà sempre la stessa cosa: acqua», dice Giacomo.

«Anzi, sarà più bello e facile», dice Giovanni.

«Questo poi non so da che lo giudichi», gli risponde suo fratello.

8«Dal suo amore per il mare. Chi ama una cosa vede tutte le perfezioni in essa. Amassi così una donna, saresti uno sposo perfetto», scherza Pietro scuotendo affettuosamente Giovanni.

«No, lo dico perché ad Ascalona ho visto che le manovre sono uguali e la navigazione è tanto dolce», risponde Giovanni.

9«E allora andiamo!», esclama Pietro.

«Sarebbe però sempre meglio avere uno del luogo. Noi non conosciamo questo mare e questi fondali», osserva Giacomo.

«Oh! non ci penso neppure! Abbiamo Gesù con noi! Prima non ero ancora sicuro, ma dopo che ha quietato il lago! Andiamo, andiamo col Maestro a Sidone. Forse c’è da fare del buono», dice Andrea.

«Allora andremo. Procurerai le barche per domani. Fatti dare la borsa da Giuda di Simone».

L’uomo toccato dal duplice martirio.

10E mescolati insieme, apostoli con discepoli – e non è da dire con che festa molti lo sono, e sono quelli che già sono ben noti a Gesù – tornano sui loro passi andando verso la città, girandola nella sua periferia fino a raggiungere la punta estrema della baia che si spinge come un braccio ricurvo in mare. Lì poche casupole, sparse sulla costa ghiaiosa e breve, rappresentano il posto più miserabile della città, il più spopolato e saltuariamente abitato. Ora le casette – dei cubi di muro sgretolato dalla salsedine e dalla vecchiaia – sono tutte chiuse e, quando i discepoli le aprono, mostrano la loro miseria affumicata, le loro suppellettili ridotte proprio al minimo indispensabile.

11«Ecco. Sono molto comode e pulite, se non belle», dice Isacco che ne fa gli onori.

«Belle no, poverette. L’Acqua Speciosa era una reggia al paragone. E c’era chi si lamentava! …», borbotta Pietro.

«Ma per noi sono una fortuna».

«Certo, certo! L’importante è avere un tetto e volersi bene. Oh! guarda qua il nostro Giovanni! Come stai? Dove eri?».

12Ma Giovanni di Endor, pur sorridendo a Pietro, corre a venerare Gesù che lo saluta con parole molto buone.

«Non l’ho fatto venire perché è stato poco bene… Preferisco resti qui. Sa tanto fare con i cittadini e con chi chiede notizie sul Messia…», dice Isacco.

13Infatti l’uomo di Endor è molto più magro di prima. Ma il suo volto è sereno. L’emaciazione gli nobilita i tratti, per cui fa pensare ad uno già toccato dal duplice martirio della carne e dello spirito. Gesù l’osserva e gli chiede: «Sei malato, Giovanni?».

«Non più di quanto lo fossi prima di vederti. E questo nella carne. Ma nell’anima, se ben mi giudico, io sto guarendo dalle mie particolari ferite».

14Gesù ne guarda ancora l’occhio pacato e la fronte scavata alle tempie e non dice altro. Ma gli pone una mano sulla spalla mentre entra con lui in una casetta, dove sono state portate conche d’acqua di mare per rinfrescare i piedi stanchi e brocche di acqua fresca per la sete, mentre fuori, su una rustica tavola ombreggiata da una larva di pergola di piante arrampicanti, si preparano le mense. Ed è bello, mentre il crepuscolo cala e il mare mormora le preghiere della sera con il fruscio della risacca sulla spiaggetta ghiaiosa, vedere la cena di Gesù con le donne e gli apostoli, seduti al rozzo tavolone, mentre gli altri, parte seduti per terra, parte su sedili o ceste rovesciate, fanno cerchio alla tavola principale. Presto termina la cena e ancor più presto è sparecchiato perché le stoviglie erano ben poche, per i più importanti ospiti. Il mare si è fatto di un nero d’indaco nella notte ancora senza luna. E tutta la sua imponenza si disvela in quest’ora mesta e solenne propria delle coste marine.

La parabola del fango che diviene fiamma.

Il buon Maestro.

15Gesù, altezza bianca fra le ombre sempre più scure, si alza dalla tavola e viene al centro della piccola turba di discepoli, mentre le donne si ritirano. Isacco e un altro accendono sulla rena dei piccoli fuochi per illuminare e per tenere lontano i nuvoli di zanzare, che forse vengono da acquitrini prossimi.

16«La pace a voi tutti. La misericordia di Dio ci unisce in anticipo sul tempo fissato dando reciproca gioia ai nostri cuori. Io li ho scrutati tutti, questi vostri cuori moralmente buoni, come lo dimostra il vostro essere qui, in attesa di Me, in formazione in Me, spiritualmente ancora imperfetti come lo dimostrano certe vostre reazioni, che confessano come ancora in voi perdura il vecchio uomo d’Israele con tutti i suoi concetti e preconcetti, e non è ancora uscito da esso, come farfalla da larva, l’uomo nuovo, l’uomo del Cristo, che del Cristo ha l’ampia, luminosa, misericordiosa mentalità e l’ancor più ampia carità. Ma non vi mortificate se Io ve li ho scrutati e letti in tutti i loro segreti.

17Un maestro deve conoscere i suoi scolari per poterli correggere nei loro difetti e, credetemi, se è un buon maestro non si disgusta per i più difettosi, ma anzi proprio su quelli egli si curva di più, per migliorarli. Voi sapete che Io sono un buon Maestro.

18Ed ora vediamo insieme queste reazioni e questi preconcetti, vediamo di considerare insieme il motivo per cui qui siamo, e per la gioia che questo essere uniti ci dà, sappiamo benedire il Signore che sempre, da un singolo bene, ottiene un bene collettivo.

La resurrezione dello spirito.

19Ho sentito dalle vostre labbra la vostra ammirazione per Giovanni di Endor, tanto più ammirazione perché egli si professa peccatore convertito, e su questa sua vecchia qualità e su quella nuova appoggia la sua tesi di predicazione presso coloro che vuole portare a Me. É vero. Egli era un peccatore. Ora è un discepolo. Molti di voi sono ormai venuti al Messia per suo merito. Vedete dunque che proprio con quei mezzi che il vecchio uomo di Israele sprezzerebbe, Dio crea il nuovo popolo di Dio.

20Ora Io vi prego di astenervi dal giudicare con giudizio malsano la presenza di una sorella che il vecchio Israele non comprende come discepola. Ho ordinato alle donne di riposare. Ma non era tanto l’ansia di dare loro riposo, quanto quella di potere dare a voi una santa valutazione di una conversione e di impedirvi di commettere peccato contro l’amore e contro la giustizia, la ragione per cui ho dato quel comando che ha certo addolorato le discepole.

21Maria di Magdala, la grande peccatrice di Israele, quella che non aveva scusa al suo peccato, è tornata al Signore. E da chi aspetterà ella fede e misericordia se non da Dio e dai servi di Dio? Tutta Israele, e con Israele gli stranieri che sono fra noi, quelli che molto la conoscono e che severamente la giudicano, ora che non è più loro complice negli stravizi, critica e deride questa risurrezione.

22Risurrezione. É la parola più esatta. Non è il più grande miracolo risuscitare una carne. É miracolo sempre relativo perché destinato ad essere un giorno annullato dalla morte. Io non do immortalità al risuscitato nella carne, ma do eternità al risuscitato dello spirito. E mentre un morto nella carne non unisce la sua volontà di risorgere alla mia, perciò il merito da sua parte non c’è, nel risuscitato nello spirito è presente la sua volontà, anzi è la prima ad essere presente. Perciò non è assente il merito del risuscitato.

23Questo non vi dico per giustificarmi. A Dio solo devo rendere conto delle mie azioni. Ma voi siete i miei discepoli. I miei discepoli devono essere dei secondi Gesù. Non deve essere in loro nessuna ignoranza e nessuna di quelle inveterate colpe per cui tanti sono solo di nome uniti a Dio.

Nehemia e il fuoco sacro.

24Tutto è suscettibile di buone azioni. Anche la cosa apparentemente meno atta ad esserlo. Quando una materia si presta alla volontà di Dio, fosse anche la più inerte, gelata, lurida, può divenire moto, fiamma, bellezza pura. Vi porto un paragone tratto dal libro dei Maccabei[53].

25Quando Nehemia fu rimandato dal re di Persia a Gerusalemme, nel ricostruito Tempio e sul purificato altare si vollero offrire i sacrifici. Nehemia ricordava come, al momento della cattura da parte dei persiani, i sacerdoti addetti al culto di Dio prendessero il fuoco dell’altare e lo nascondessero in un luogo segreto, nel fondo di una valle, in un pozzo profondo e secco, e facessero ciò così bene e così segretamente che solo essi seppero dove era il sacro fuoco. Questo ricordava Nehemia, e ricordando prese i nipoti di quei sacerdoti perché andassero al luogo che, avanti di morire, i sacerdoti avevano detto ai figli, e questi avevano detto ai figli ancora, tramandando così il segreto di padre in figlio, e vi prendessero il sacro fuoco per accendere il fuoco del sacrificio. Ma, scesi i nipoti nel pozzo segreto, non fuoco trovarono ma densa acqua, una melma putrida, fetida, pesante, lì filtrata da tutte le ingombre cloache della devastata Gerusalemme. E lo dissero a Nehemia. Ma questi ordinò fosse presa di quell’acqua e gli fosse portata. E, fatti porre le legna sull’altare e sulle legna i sacrifici, spruzzò abbondantemente tutto, onde fosse aspersa ogni cosa con l’acqua melmosa. Il popolo stupito e gli scandalizzati sacerdoti guardavano e fecero con rispetto, solo perché era Nehemia che ordinava. Ma quanta tristezza nei cuori! Quanta sfiducia! Come in cielo erano nubi a rendere triste il giorno, così nei cuori era il dubbio a rendere melanconici gli uomini.

26Ma il sole ruppe le nubi e scese coi suoi raggi sull’altare, e le legna, spruzzate dell’acqua melmosa, si accesero con grande fuoco che subito consumò il sacrificio, mentre i sacerdoti pregavano con le preghiere composte da Nehemia e con gli inni più belli d’Israele, finché tutto il sacrifizio fu arso. E, per persuadere le folle che Dio può anche con le materie meno atte, ma usate a retto fine, produrre prodigi, Nehemia ordinò che il resto dell’acqua fosse sparsa su grandi pietre. E le pietre spruzzate dettero fiamme e in esse si consumarono nella gran luce che veniva dall’altare.

Ogni anima è un fuoco sacro.

27Ogni anima è un fuoco sacro messo da Dio nell’altare del cuore, perché serva ad ardere il sacrificio della vita con amore al Creatore della stessa. Ogni vita è olocausto se bene spesa, ogni giorno è un sacrificio che va consumato con santità.

28Ma vengono i predoni, gli oppressori dell’uomo e dell’anima dell’uomo. Il fuoco sprofonda nel pozzo profondo. E non per necessità santa, ma per stoltezza nefasta. E là, sommerso negli scoli di tutte le sentine dei vizi, diviene fango putrido e pesante, finché non scende in quel profondo un sacerdote e riporta alla luce del sole quel fango, posandolo sull’olocausto del suo proprio sacrificio. Perché, sappiatelo, non basta l’eroismo del convertendo. Ci vuole anche quello di colui che converte. Anzi, questo deve precedere quello, perché le anime si salvano con il sacrificio nostro. Perché così si giunge ad ottenere che il fango si muti in fiamma e Dio giudichi perfetto e grato alla sua santità il sacrificio che si consuma.

29É allora che, non essendo ancora sufficiente a persuadere il mondo che un fango pentito è ancor più ardente di un fuoco comune, anche se fuoco consacrato – il quale fuoco comune serve solo ad ardere legna e vittime, ossia materie atte ad essere arse – ecco che questo fango pentito diviene tanto potente da accendere e ardere anche le pietre, materie incombustibili.

30E non vi chiedete da che viene a questo fango questa proprietà? Non lo sapete?

31Io ve lo dico: perché nell’ardore del pentimento essi si fondono con Dio, fiamma con fiamma; fiamma che sale, fiamma che scende; fiamma che si offre amando, fiamma che si concede amando; abbraccio di due che si amano, che si ritrovano, che si congiungono, facendo una cosa sola. E dato che la fiamma più grande è quella di Dio, ecco che essa trabocca, soverchia, penetra, assorbe, e la fiamma del fango pentito non è più fiamma relativa di cosa creata, ma fiamma infinita di Cosa increata: dell’Altissimo, Potentissimo, Infinito, di Dio.

31Questo sono i grandi peccatori convertiti veramente, totalmente convertiti, generosamente datisi alla conversione senza nulla trattenere del passato, ardendo per prima cosa se stessi, nella parte più pesante, con la fiamma che si alza dal loro fango, corso incontro alla Grazia e toccato da Essa.

32In verità, in verità vi dico che molte pietre in Israele saranno investite dal fuoco di Dio per queste fornaci ardenti che sempre più arderanno, fino alla consumazione della creatura umana, e che continueranno ad ardere le pietre, le tiepidezze, le incertezze, le timidezze della Terra, dal loro trono in Cielo, veri specchi ustori soprannaturali che raccolgono le Luci Une e Trine per convergerle sulla umanità e accenderla di Dio.

La missione dei Salvatori.

33Vi ripeto che non avevo bisogno di giustificare le mie azioni, ma ho voluto che voi entraste nel mio concetto e lo faceste vostro. Per ora, per altri casi consimili futuri, quando Io non sarò con voi.

34Un deviato concetto, un farisaico sospetto di contaminare Iddio col portargli un peccatore pentito, non vi trattenga mai dal fare questa opera, che è coronamento perfetto della missione alla quale vi destino. Abbiate sempre presente che Io non sono venuto a salvare i santi ma i peccatori. E fate voi il somigliante, perché il discepolo non è da più del Maestro, e se Io non ripugno da prendere per mano i rifiuti della Terra che sentono bisogno del Cielo, che lo sentono finalmente, e giubilando li porto a Dio, perché questa è la mia missione, ed ogni conquista è una giustificazione della mia Incarnazione mortificante l’Infinito, non ripugnate a farlo neppure voi, uomini limitati, che più o meno avete tutti conosciuto l’imperfezione, fatti della stessa natura dei fratelli peccatori, uomini che Io eleggo a salvatori perché sia continuata la mia opera nei secoli dei secoli della Terra, quasi che Io continuassi a vivere su di essa, in una secolare esistenza. E tale sarà, perché l’unione dei miei sacerdoti sarà come la parte vitale nel grande corpo della mia Chiesa, di cui Io sarò lo Spirito animatore, e intorno a questa parte vitale si accentreranno tutte le infinite particelle dei credenti a fare un unico corpo che dal mio Nome avrà nome. Ma, se mancasse la vitalità nella parte sacerdotale, potrebbero le infinite particelle avere vita?

35In verità che Io, essendo in esso, potrei spingere la mia Vita fino alle particelle più lontane, trascurando le cisterne ed i canali otturati e inutili, renitenti al loro ministero. Perché la pioggia scende dove vuole, e le particelle buone, capaci da sé stesse di volere la vita, vivrebbero ugualmente la mia Vita. Ma che sarebbe allora il Cristianesimo? Una vicinanza di anime ed anime. Vicine eppure separate da canali e cisterne che non sono più laccio che unisce distribuendo ad ogni particella il sangue vitale, venuto da un unico centro. Ma sarebbero muri e precipizi di separazione attraverso i quali le particelle si guarderebbero, umanamente ostili, soprannaturalmente afflitte, dicendo nei loro spiriti: “Eppure eravamo fratelli e tali ancora ci sentiamo per quanto ci abbiano divisi!”. Una vicinanza. Non una fusione. Non un organismo. E su questa rovina splenderebbe dolente il mio amore…

36E ancora. Non pensatevi che ciò valga solo per gli scismi religiosi. No. Serve anche per tutte le anime che restano sole perché i sacerdoti si rifiutano di sostenerle, di occuparsene, di amarle, contravvenendo alla loro missione che è quella di dire e di fare ciò che Io dico e faccio, ossia: “Venite a Me voi tutti, ed Io a Dio vi condurrò”.

Andate in pace, ora, e Dio sia con voi».

Il discepolo corredentore.

Sullo scoglio in riva al mare.

37La gente sciama lentamente, andando ognuno alle casette che li ospitano. Si alza anche Giovanni di Endor, che ha sempre preso appunti mentre Gesù parlava, facendosi arroventare dal fuoco per poter vedere ciò che scriveva. Ma Gesù lo ferma dicendogli: «Resta un poco con il tuo Maestro». E se lo tiene vicino fino a che tutti se ne sono andati.

38«Andiamo fino a quel masso in riva all’acqua. La luna è sempre più alta e si vede il cammino».

39Giovanni acconsente senza ribattere parola. Si dilungano dalle case un duecento metri circa e si siedono su un grosso masso, che non so se sia un rudere di molo, o una estrema propaggine di una scogliera sprofondata nel mare, oppure una rovina di qualche casupola semi inghiottita dalle acque, forse avanzatesi nei secoli sul litorale. So che mentre dalla spiaggetta si può salire appoggiando il piede su incavi e sporgenze che fanno da scalini, dalla parte del mare la parete scende quasi diritta e si tuffa nell’acqua glauca. Anzi, ora, per la marea, è semi circondato dall’acqua che borbotta e schiaffeggia leggermente questo ostacolo e poi fugge con suono di enorme aspirazione, e poi tace un momento, per tornare ancora, sempre con un moto e un suono regolare, fatto di schiaffi e di aspirazioni e silenzi come una musica sincopata.

40Si siedono proprio in cima a questo ammasso urtato dal mare. La luna fa una via d’argento sulle acque e rende di un azzurro cupissimo il mare, che prima del suo sorgere non era che una distesa nerastra nel nero della notte.

La sorte di discepolo corredentore.

41«Giovanni, non dici al tuo Maestro la ragione per cui soffre il tuo corpo?».

42«Tu la sai, Signore. Ma non dire: “soffre”. Di’: “si consuma”. È più esatto, e Tu lo sai, e sai che si consuma con giubilo. Grazie, Signore. Mi sono ravvisato io pure nel fango che diviene fiamma. Ma io non avrò tempo di accendere le pietre. Mio Signore, io morrò presto. Troppo ho sofferto per l’odio del mondo e troppo io giubilo per l’amore di Dio. Ma non rimpiango la vita. Qui potrei ancora peccare, mancare alla missione alla quale ci destini. Già due volte ho mancato nella mia vita. Alla mia missione di maestro, perché in essa dovevo saper trovare di che formare me stesso e non mi sono formato. Alla mia missione di marito, perché non ho saputo formare la moglie. Logicamente. Non avevo saputo formare me, e non potevo saper formare lei. Potrei mancare anche alla missione di discepolo. E mancare a Te non voglio. Sia dunque benedetta la morte se viene a portarmi dove non si può più peccare! Ma se non avrò la sorte di discepolo insegnante, avrò quella di discepolo vittima, e sarà quella che più assomiglia alla tua. Tu lo hai detto questa sera: “Ardendo per prima cosa se stessi”».

«Giovanni, è una sorte che subisci o un’offerta che fai?».

«Un’offerta che faccio, se Dio non disdegna il fango che si è fatto fuoco».

«Giovanni, tu fai molte penitenze».

43«Le fanno i santi, Tu per il primo. É giusto le faccia colui che tanto ha da pagare. Ma Tu forse trovi che le mie non sono grate a Dio? Me le vieti?».

44«Io non ostacolo mai le buone aspirazioni dell’anima innamorata. Sono venuto a predicare coi fatti che nella sofferenza è espiazione e nel dolore redenzione. Non mi posso contraddire».

«Grazie, Signore. Sarà la mia missione».

Appunti dedicati a Marziam.

«Cosa scrivevi, Giovanni?».

45«Oh! Maestro! Delle volte il vecchio Felice emerge ancora con le sue abitudini di maestro. Penso a Marziam. Lui ha tutta una vita per predicarti, ed è, per la sua età, non presente alle tue predicazioni. Ho pensato di segnare certi insegnamenti che Tu ci hai dato e che il bambino non ha sentito perché intento ai suoi giuochi o lontano con uno di noi. Nelle tue parole anche minime è tanta sapienza! Le tue conversazioni famigliari sono già un ammaestramento, e proprio sulle cose di ogni giorno, di ogni uomo, su quei minimi che sono in fondo i massimi della vita perché accumulandosi formano una grande soma che esige pazienza, costanza, rassegnazione, per essere portata con santità. Più facile compiere un grande ed unico atto eroico che mille e diecimila piccole cose che esigono una costante presenza di virtù. Eppure non si giunge all’atto grande, sia nel male come nel bene – io lo so per il male – se non si fa lungo accumulo di atti piccoli, apparentemente insignificanti. Io ho cominciato ad uccidere quando, stanco della frivolezza di mia moglie, le ho dato il primo sguardo sprezzante. Per Marziam ho segnato le tue piccole lezioni. E questa sera ho avuto desiderio di segnare la tua grande lezione. Lascerò il mio lavoro al bambino perché si ricordi di me, il vecchio maestro, e perché abbia anche quello che altrimenti non avrebbe. Il suo splendido tesoro. Le tue parole. Me lo permetti?».

46«Sì, Giovanni. Ma sii in pace su tutto, come questo mare. Vedi? Per te sarebbe troppo rovente andare nell’ardore del sole, e la vita apostolica è veramente un ardore. Hai tanto lottato nella tua vita. Ora Dio ti chiama a Sé in questo placido raggiare di luna che tutto placa e fa puro. Cammina nella dolcezza di Dio. Io te lo dico: Dio è contento di te».

47Giovanni di Endor prende la mano di Gesù, la bacia e mormora: «Eppure sarebbe stato anche bello dire al mondo: “Vieni a Gesù!”».

48«Lo dirai dal Paradiso, uno specchio ustorio anche tu. Andiamo, Giovanni. Vorrei leggere ciò che hai scritto».

49«Eccolo, Signore. E domani ti darò l’altro rotolo su cui ho segnato le altre parole».

50Scendono dal loro scoglio e, in un biancore splendidissimo di luna che ha mutato in argento la ghiaietta della riva, tornano alle case. E si salutano, Giovanni inginocchiandosi, Gesù benedicendolo con la mano posata sul suo capo e dandogli la sua pace.

Gesù affida all’uomo di Endor un discepolo[54] .

13Ritorna a casa Giovanni di Endor; che non era andato con Gesù, e con lui molti discepoli diretti alle casette che abitano. Quasi contemporaneamente torna la Maddalena dicendo: «Stanno arrivando. Sono le cinque barche partite all’alba di ieri. Le ho riconosciute molto bene».

«Saranno stanchi e assetati. Vado a prendere altra acqua. La fonte è molto fresca», e Maria d’Alfeo esce con le brocche.

«Andiamo incontro a Gesù. Venite», dice la Vergine. Ed esce con la Maddalena e con Giovanni di Endor, perché Marta e Susanna rimangono ai fornelli, rosse e molto occupate di ultimare la cena.

14Costeggiando la riva giungono ad un moletto dove altre barche da pesca sono rientrate e stanno in riposo. Dalla punta di esso si vede bene tutto il golfo e la città che gli dà nome, e si vedono anche le cinque barche che filano leste, un poco piegate dalla corsa, con la vela ben tesa da un venticello di borea, ad esse propizio e di sollievo agli uomini affaticati dal calore.

15«Guarda come Simone e gli altri si destreggiano bene. Seguono la barca del pilota a meraviglia. Ecco che hanno superato il frangente; ora prendono il largo per girare la corrente che è forte in quel punto. Ecco… Adesso va tutto bene. Fra poco sono qui», dice Giovanni di Endor.

Infatti le barche si avvicinano sempre più e già sono visibili i loro ospiti.

16Gesù è sulla prima, insieme a Isacco. Si è alzato in piedi e la sua alta statura appare in tutta la sua imponenza finché la vela, ammainandosi, non la nasconde per qualche minuto. Poiché la barca, virando, passa da prua di fianco per entrare al riparo del moletto, passando davanti alle donne che sono proprio in cima al moletto. Gesù sorride per salutarle, mentre esse si danno a camminare svelte per giungere al punto di approdo contemporaneamente alla barca.

17«Dio ti benedica, Figlio mio!», dice Maria salutando Gesù che scende sulla banchina.

18«Dio ti benedica, Mamma. Sei stata in pensiero? A Sidone non c’era chi cercavamo. Siamo andati fino a Tiro. E là abbiamo trovato. Vieni, Ermasteo… Ecco, Giovanni. Questo giovane vuole essere ammaestrato. Te lo affido».

«Non ti deluderò nell’ammaestrarlo sulla tua parola. Grazie, Maestro! Ci sono molti che ti attendono», risponde Giovanni di Endor.

«Vi è anche un povero bambino malato, Figlio mio, e la madre ti desidera».

«Vado subito da lei».

19«So chi è, Maestro. Ti ci accompagno. Vieni anche tu, Ermasteo. Comincia a conoscere la bontà infinita del nostro Signore», dice l’uomo di Endor.

20Scendono dalla seconda barca Pietro, dalla terza Giacomo, dalla quarta Andrea, dalla quinta Giovanni, i quattro piloti, seguiti dagli altri apostoli o discepoli che erano con loro e che si affollano intorno a Gesù e a Maria.

«Andate a casa. Vengo subito Io pure. Preparate intanto per la cena e dite a chi attende che sul finire del vespero parlerò».

21«E se ci sono dei malati?».

«Li sanerò per prima cosa. Anche prima di cena, perché possano tornare a casa felici».

22Si separano, Gesù andando con l’uomo di Endor ed Ermasteo verso la città, gli altri rifacendo il cammino sulla spiaggia ghiaiosa, narrando tutto quanto hanno visto e udito, contenti come bambini che tornano dalla mamma.

10. Tra i cinque Giovanni ascolta il discorso sulle opere di misericordia corporale e spirituale[55].

I cinque Giovanni.

27«Dove è Giovanni di Endor?», chiede per tutta risposta Gesù.

«Là, Maestro, con quei guariti».

«Che venga qui».

28Giovanni di Endor accorre. Gesù gli posa la mano sulla spalla con particolare saluto e dice: «Ecco. Ora Io parlerò. Voglio avere davanti voi dal nome santo. Tu, mio apostolo; tu, sacerdote; tu, scriba; tu, Giovanni del Battista; e tu, infine, a chiudere la corona di grazie fatte da Dio. E se ultimo ti nomino, sai che ultimo non sei nel mio cuore. Te l’ho promesso un giorno questo discorso. Abbilo».

29E Gesù, come solitamente fa, sale su un piccolo argine perché tutti possano vederlo, avendo di fronte, in prima fila, i cinque Giovanni. Dietro è la folla dei discepoli mescolata a quella degli accorsi da ogni parte della Palestina per bisogno di salute o di parola.

Le Opere di Misericordia

I servi e Ministri della Misericordia.

30«La pace a tutti voi e la sapienza su voi.

31Udite. Mi è stato chiesto, un giorno lontano, da uno, se e fino a che punto Dio è misericordioso verso i peccatori. Chi chiedeva ciò era un peccatore perdonato che non riusciva a persuadersi dell’assoluto perdono di Dio. E Io con parabole lo calmai, lo rassicurai e promisi che per lui avrei sempre parlato di misericordia, perché il suo cuore pentito, che simile ad un fanciullo smarrito gli piangeva dentro, si sentisse sicuro di essere già nei possessi del Padre suo dei Cieli. Dio è Misericordia perché Dio è Amore. Il servo di Dio deve essere misericordioso per imitare Iddio. Dio si serve della misericordia come di un mezzo per attirare a Sé i figli sviati. Il servo di Dio deve servirsi della misericordia come di un mezzo per portare a Dio i figli sviati. Il precetto dell’amore è obbligatorio a tutti.

32Ma deve essere tre volte tale nei servi di Dio.

33Non si conquista il Cielo se non si ama. Ma questo basta dirlo ai credenti. Ai servi di Dio Io dico: “Non si fa conquistare il Cielo ai credenti se non si amano con perfezione. E voi che siete? Voi che vi pigiate qui intorno? Per la più parte siete creature che tendete a vita perfetta, alla vita benedetta, faticosa, luminosa del servo di Dio, del ministro del Cristo. E che doveri avete in questa vita di servo e ministro? Un amore totale a Dio, un amore totale al prossimo. Il vostro scopo: servire. Come? Rendendo a Dio coloro che il mondo, la carne, il demonio hanno rapito a Dio. In che modo? Con l’amore. L’amore che ha mille forme per esplicarsi e un unico fine: far amare.

Le opere di Misericordia.

34Pensiamo al nostro bel Giordano. Come è imponente a Gerico! Ma così era alla sorgente? No. Era un filo di acqua, e tale sarebbe rimasto se fosse stato sempre solo. Invece, ecco che da monti e colli, dell’una e l’altra sponda della sua valle, scendono mille e mille affluenti, quali soli, quali già fatti di cento rivi, e tutti si riversano nel suo letto che cresce, cresce, cresce, fino a divenire, dal dolce ruscello di argento azzurro che ride e scherza nella sua fanciullezza di fiume, il largo, solenne, placido fiume che innesta un nastro di azzurro celeste fra le ubertose sponde di smeraldo.

35Così è l’amore. Un filo iniziale negli infanti della via della Vita, che sanno appena salvarsi dal peccato grave per timore della punizione; e poi, proseguendo nella via della perfezione, ecco che dalle montagne dell’umanità, scabre, aride, superbe, dure, si esprimono, per volontà d’amore, rivi e rivi di questa principale virtù, e tutto serve a farli sorgere e sgorgare: i dolori e le gioie; così come sui monti servono a far rio le nevi gelate e il sole che le discioglie. Tutto serve ad aprire loro la via: l’umiltà come il pentimento. Tutto serve a convogliarle al fiume iniziale. Perché l’anima, spinta per quella via, ama le discese nell’annichilimento dell’io, aspirando a risalire, attirata dal Sole-Iddio, dopo esser divenuta fiume potente, bello, benefattore.

36I rii che nutrono l’embrionale rio dell’amore di temenza sono, oltre le virtù, le opere che le virtù insegnano a compiere. Le opere che, appunto per essere rii d’amore, sono opere di misericordia. Vediamole insieme. Alcune erano già note ad Israele, altre ve le rendo note Io perché la mia legge è perfezione d’amore.

Dare da mangiare agli affamati.

Dare da mangiare agli affamati.

37Dovere di riconoscenza e di amore. Dovere di imitazione. I figli sono grati al padre del pane che procura loro e, fatti uomini, lo imitano col procurare pane ai figli loro, e al padre, ormai inabile al lavoro per l’età, procurano il pane col lavoro loro proprio, amorosa restituzione, doverosa restituzione del bene avuto. Il quarto precetto lo dice: “Onora il padre e la madre”. É onorare la loro canizie anche non ridurli a mendicare il pane da altri.

38Ma prima del quarto è il primo precetto: “Ama Dio con tutto te stesso”, e il secondo: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Amare Dio per Sé stesso e amarlo nel prossimo è perfezione.

39Lo si ama dando pane a chi ha fame, in ricordo di quante volte Egli sfamò l’uomo con atti di miracolo. Ma, senza guardare solo alla manna e alle quaglie, guardiamo al miracolo continuo del grano che germina per bontà di Dio, che ha dato terra atta a colture e regola venti, piogge, calore, stagioni, perché il seme diventi spiga e la spiga pane.

40E non è stato miracolo della sua misericordia quello di avere, con luce soprannaturale, insegnato al figlio colpevole che quelle erbe alte e sottili, terminanti in un granire di semi d’oro dal caldo odore di sole, chiusi nella dura fascia di squame spinose, erano cibo che andava colto, sgusciato, sfarinato, intriso, cotto? Dio ha insegnato tutto questo. E come coglierlo e mondarlo e pestarlo e intriderlo e cuocerlo. Mise le pietre presso le spighe e l’acqua presso le pietre, accese con riflessi d’acqua e di sole il primo fuoco sulla Terra e, sopra al fuoco, il vento portò dei grani che arsero spandendo grato odore, perché l’uomo capisse che più buono di così come è tratto dalla spiga, come sogliono gli uccelli, o bagnato con acqua dopo sfarinato facendone un pastone colloso, è quando il fuoco lo tosta. Non vi pensate, voi che ora mangiate il buon pane cotto nel forno famigliare, quanta misericordia indica questo essere giunti a questa perfezione di cottura, quanto cammino è stato fatto fare alla conoscenza umana dalla prima spiga masticata, come lo fa il cavallo, all’attuale pane? E da chi? Dal Datore del pane. E così per ogni sorta di cibo che l’uomo ha saputo, per lume benefico, individuare fra le piante e gli animali di cui il Creatore ha coperto la Terra, luogo di castigo paterno per il figlio colpevole.

41Dare dunque da mangiare agli affamati è preghiera di riconoscenza al Signore e Padre che ci sfama, ed è imitare il Padre, del quale abbiamo somiglianza gratis data e che occorre sempre più aumentare imitando le sue azioni.

Dare da bere agli assetati.

Dare da bere agli assetati.

42Avete mai pensato che avverrebbe se il Padre non facesse più piovere le acque? Eppure, se Egli dicesse: “Per la vostra durezza verso chi ha sete Io impedirò alle nubi di scendere sulla terra”, potremmo noi protestare e maledire? L’acqua, più ancora del grano, è di Dio. Perché il grano è coltivato dall’uomo, ma solo Dio coltiva i campi delle nubi che scendono come piogge o rugiade, come nebbie o nevi, e nutrono campi e cisterne, e colmano fiumi e laghi, dando ricovero ai pesci che sfamano l’uomo con altri animali. Potete voi dunque dire, a chi vi dice: “Dammi da bere”, “No. Quest’acqua è mia e non te la do”?

43Bugiardi! Chi di voi ha fatto un sol fiocco di neve o una sola stilla di pioggia? Chi ha evaporato un sol diamante di rugiada col suo calore astrale? Nessuno. É Dio che fa ciò. E, se le acque scendono dal cielo e risalgono, è solo perché Dio regola questa parte di creazione così come regola il resto. Date dunque la buona acqua fresca delle vene del suolo, o quella pura del vostro pozzo, o quella che ha empito le vostre cisterne, a chi ha sete. Sono acque di Dio. E per tutti. Datele a chi ha sete. Per così piccola opera, che non vi costa denaro, che non richiede altra fatica di quella di porgere una tazza o una brocca, Io ve lo dico, avrete compenso in Cielo. Perché non l’acqua ma l’atto di carità è grande agli occhi e al giudizio di Dio.

Vestire gli ignudi.

44Passano per le strade della Terra miserie nude, vergognose, pietose. Sono vecchi abbandonati, sono invalidi per malattie o per sciagure, sono lebbrosi che tornano alla vita per bontà del Signore, sono vedove cariche di prole, sono colpiti da sventure che li hanno privati di tutto che è agiatezza, sono orfanelli innocenti. Se Io spingo l’occhio sulla vasta Terra, dovunque vedo persone ignude o coperte di cenci che appena riparano decenza e non riparano il freddo, e queste persone guardano con occhio avvilito i ricchi che passano in soffici vesti, coi piedi calzati da morbidi calzari. Avvilito con bontà nei buoni, avvilito con odio nei men buoni. Ma perché non sovvenite quel loro avvilimento, facendoli più buoni se buoni, distruggendo l’odio se men buoni, col vostro amore? Non dite: “Ne ho solo per me”. Come è per il pane, vi è sempre qualcosa in più del necessario sulle tavole e negli armadi di chi non è assolutamente derelitto. Fra questi che mi ascoltano c’è più di uno che ha saputo; di una veste smessa per logoramento, trarre la vesticciuola per l’orfano o per il bambino poverello, e da un vecchio lenzuolo fare fasce per un innocente senza fasce; e vi è uno che, mendico, seppe spartire per anni il pane elemosinato a fatica con chi per lebbra non poteva andare stendendo la mano alle soglie dei ricchi. E in verità vi dico che questi misericordiosi non sono da cercarsi fra i possessori di beni ma fra le schiere umili dei poveri, che per essere tali sanno come è penosa povertà.

45Anche qui, come per l’acqua ed il pane, pensate che lana e lino con cui vi vestite vengono da animali e piante che il Padre ha creato non per i ricchi soltanto fra gli uomini, ma per tutti gli uomini. Perché Dio ha dato una sola ricchezza all’uomo: quella sua della Grazia, della salute, dell’intelligenza. Ma non la sporca ricchezza che è l’oro, che elevaste – da metallo non più bello di ogni altro, molto meno utile del ferro con cui si fanno le vanghe e gli aratri, gli erpici e le falci, gli scalpelli, i martelli, le seghe, le pialle, i santi arnesi del santo lavoro – a nobile metallo, che lo elevaste ad una nobiltà inutile, menzognera, per istigazione di Satana che da figli di Dio vi ha resi selvaggi come fiere. La ricchezza di ciò che è santo vi aveva dato a farvi sempre più santi! Non questa omicida ricchezza che tanto sangue e lacrime spreme. E date come vi fu dato. Date in nome del Signore, senza temere di restare ignudi. Meglio sarebbe morire di freddo per essersi spogliati in favore del mendico, che far assiderare il cuore, pur sotto le morbide vesti, per mancanza di carità. Il tepore del bene fatto è più dolce di quello di un mantello di purissima lana, e le carni ricoperte del povero parlano a Dio e dicono: “Benedici chi ci ha vestiti”.

46Se sfamare, dissetare, rivestire, levando a sé per dare ad altri, unisce la santa temperanza alla santissima carità, e vi unisce pure la beata giustizia, per cui si modifica con santità la sorte dei fratelli infelici, dando di ciò di cui abbondiamo, per permesso di Dio, a favore di chi, per malvagità di uomini o di morbi, ne è privo,

Albergare i pellegrini.

47albergare i pellegrini unisce la carità alla fiducia e al ben pensare del prossimo. É anche questa una virtù, sapete? Una virtù che denota, in chi la possiede, oltre che carità, onestà. Perché chi è onesto agisce bene e, dato che come si agisce solitamente si pensa agiscano gli altri, ecco che la fiducia, la semplicità, che credono che le parole altrui siano vere, denotano che colui che le ascolta è uno che dice la verità nelle grandi e piccole cose, non giungendo perciò a diffidenze sui racconti altrui.

48Perché pensare, davanti al pellegrino che vi chiede ricovero: “E poi se è ladro e omicida?”. Tanto tenete alle vostre ricchezze da tremare per esse di ogni estraneo che giunge? Tanto tenete alla vostra vita da sentirvi raggricciare di orrore pensando di poterne essere privati? E che? Pensate che Dio non possa difendervi dai ladroni? E che? Temete nel passante un ladrone e non avete paura dell’ospite tenebroso che vi deruba di ciò che è insostituibile? Quanti ospitano il demonio nel cuore! Potrei dire: tutti ospitano il peccato capitale, eppure nessuno trema per questo. É dunque prezioso solo il bene delle ricchezze e della esistenza? E non sarà più preziosa l’eternità, che vi lasciate rubare e uccidere dal peccato? Povere, povere anime derubate del loro tesoro, messe in mano agli assassini, così, come cose di poco conto, mentre si barricano le case, si mettono chiavistelli, cani e forzieri a difesa delle cose che seco noi non portiamo nell’altra vita!

49Perché voler vedere in ogni pellegrino un ladrone? Fratelli siamo. La casa si apre ai fratelli di passaggio. Non è del nostro sangue il pellegrino? Oh! sì! É sangue di Adamo e di Eva. Non è nostro fratello? E come no?! Il Padre è uno solo: Iddio che ci ha dato un’anima uguale, così come ai figli di un letto solo il padre dà un sangue uguale. É povero? Fate che non sia più povero di lui il vostro spirito privo di amicizia del Signore. Lacera è la sua veste? Fate che non sia più lacerata la vostra anima dal peccato. É fangoso o polveroso il suo piede? Fate che più del suo sandalo sporco per tanto cammino, rotto nel lungo andare, non sia il vostro io logorato da vizi. É brutto il suo aspetto? Fate che non più brutto sia il vostro agli occhi di Dio. È straniero il suo parlare? Fate di non avere voi il linguaggio del cuore incomprensibile nella città di Dio.

50Vedete nel pellegrino un fratello. Tutti siamo pellegrini in cammino per il Cielo e tutti bussiamo alle porte che sono lungo la via che va al Cielo. E le porte sono i patriarchi e i giusti, gli angeli e gli arcangeli, ai quali ci raccomandiamo per avere aiuto e protezione onde giungere alla mèta senza cadere esausti nel buio della notte, nel rigore del gelo, preda delle insidie dei lupi e sciacalli delle passioni malvagie, e dei demoni. Come vogliamo che angeli e santi ci aprano il loro amore per ospitarci e ridarci lena a proseguire la via, così facciamo noi per i pellegrini della Terra. E per ogni volta che apriremo la casa e le braccia, salutando col dolce nome di fratello un ignoto, pensando a Dio che lo conosce, Io vi dico che saranno percorse molte miglia nel cammino che va ai Cieli.

Visitare gli infermi.

51Oh! che in verità, come sono pellegrini, così gli uomini sono tutti infermi. E le malattie più gravi sono quelle dello spirito, le invisibili e le più letali. Eppure non fanno schifo. Non ripugna la piaga morale. Non nausea il fetore del vizio. Non fa paura la pazzia demoniaca. Non fa ribrezzo la cancrena di un lebbroso di spirito. Non fa fuggire il sepolcro pieno di marciume di un uomo dall’animo morto e putrefatto. Non è anatema accostarsi ad una di queste impurità. Povero, ristretto pensiero dell’uomo! Ma dite: ha più valore lo spirito o la carne e il sangue? Ha potere il materiale di corrompere l’incorporeo per vicinanza? No. Io vi dico di no. Ha un infinito valore lo spirito rispetto alla carne e al sangue, questo sì; ma non ha maggior potere la carne dello spirito. E lo spirito può essere corrotto non da cose materiali ma da cose spirituali. Se anche uno cura un lebbroso, non si fa lebbroso il suo spirito, ma anzi, per la carità esercitata eroicamente fino a segregarsi in valli di morte per pietà del fratello, cade da lui ogni macchia di peccato. Perché la carità è assoluzione dal peccato e la prima delle purificazioni.

52Partite sempre dal pensiero: “Che vorrei fatto a me, se fossi come è costui?”. E come vorreste vi fosse fatto, fate. Ora ancora Israele ha le sue antiche leggi. Ma un giorno verrà, e la sua aurora non è più molto lontana, quando si venererà come simbolo di assoluta bellezza l’immagine di Uno in cui sarà ripetuto materialmente l’Uomo dei dolori di Isaia e il Torturato del salmo davidico, Colui che per essersi fatto simile a lebbroso diverrà il Redentore del genere umano, e alle sue piaghe accorreranno, come cervi alle sorgenti, tutti gli assetati, i malati, gli esausti, i piangenti della Terra, ed Egli li disseterà, li guarirà, li ristorerà, li farà consolati nello spirito e nella carne, e sarà anelito dei migliori di divenire simili a Lui, coperti di ferite, svenati, percossi, coronati di spine, crocifissi, per amore degli uomini da redimere, continuando l’opera del Re dei re e Redentore del mondo.

53Voi che ancora siete Israele, ma già spuntate le ali per volare nel Regno dei Cieli, iniziate fin da ora questa concezione e valutazione nuova delle infermità e, benedicendo Iddio che vi mantiene sani, curvatevi su chi soffre e muore. Un mio apostolo ha detto un giorno a un suo fratello: “Non temere di toccare i lebbrosi. Nessun male si apprenderà a noi per volontà di Dio”. Ha detto bene. Dio tutela i suoi servi. Ma, anche foste contagiati curando gli infermi, nel ruolo dei martiri dell’amore sareste messi nell’altra vita.

Visitare i carcerati.

54Credete voi che nelle galere siano solo i delinquenti? La giustizia umana ha un occhio cieco e l’altro è turbato da disturbi visivi, per cui vede cammelli dove sono nuvole o scambia un serpente per un ramo fiorito. Giudica male. Più male ancora perché sovente chi la conduce di proposito crea nebbie di fumo, perché essa veda anche più male. Ma, anche se i carcerati fossero tutti ladroni e omicidi, non è giusto farsi noi ladroni ed omicidi, levando loro speranza di perdono col nostro disprezzo.

55Poveri prigionieri! Non osano alzare gli occhi a Dio, carichi come sono del loro delitto. Le catene, in verità, sono più sullo spirito che al piede. Ma guai se disperano di Dio! Al delitto verso il prossimo uniscono quello della disperazione del perdono. La galera è espiazione, come lo è la morte sul patibolo. Ma non basta pagare la parte che va dovuta alla società umana per il delitto fatto. Bisogna pagare anche e soprattutto la parte che va pagata a Dio, per espiare, per avere la vita eterna. E chi è ribelle e disperato non espia che verso la società. Al condannato o al prigioniero vada l’amore dei fratelli. Sarà una luce nelle tenebre. Sarà una voce. Sarà una mano che indica l’alto mentre la voce dice: “Il mio amore ti dica che anche Dio ti ama, Egli che mi ha messo in cuore questo amore per te, fratello sventurato”, e la luce permette di intravedere Dio, pietoso Padre.

56La vostra carità vada con più ragione a consolare i martiri dell’ingiustizia umana. Quelli incolpevoli affatto, o quelli che una forza crudele ha portato ad uccidere. Non giudicate voi pure là dove già è stato giudicato. Voi non sapete perché l’uomo poté uccidere. Non sapete che molte volte non è che un morto quello che uccide, un automa privo di ragione, perché un assassinio incruento ha levato a lui ragione con la vigliaccheria di un tradimento crudele. Dio sa. E basta. Nell’altra vita si vedranno molti delle galere, molti che uccisero e rubarono, in Cielo, e si vedranno molti, che parvero derubati e uccisi, all’Inferno, perché in realtà i veri ladri dell’altrui pace, onestà, fiducia, i veri assassini di un cuore, furono essi: le pseudo vittime. Vittime solo perché furono in ultimo colpite, ma dopo che per anni, silenziosamente, colpirono. L’omicidio e il furto sono peccati. Ma fra chi uccide e ruba perché portato a ciò da altri, e poi se ne pente, e chi induce altri al peccato, e non se ne pente, sarà punito di più colui che porta al peccato senza sentirne rimorso.

57Perciò, non giudicando mai, siate pietosi ai carcerati. Pensate sempre che, se dovessero venire puniti tutti gli omicidi e i furti dell’uomo, pochi uomini e poche donne non morirebbero nelle galere o sul patibolo. Quelle madri che concepiscono e che poi non vogliono portare alla luce il loro frutto, come si chiameranno? Oh! non facciamo giuochi di parole! Diciamo sinceramente ad esse il loro nome: “Assassine”. Quegli uomini che rubano reputazioni e posti, che li diremo? Ma semplicemente ciò che sono: “Ladri”. Quegli uomini e donne che essendo adulteri o tormentatori famigliari dei loro congiunti li spingono all’omicidio o al suicidio, e così quelli che, essendo i grandi della Terra, portano a disperazione i soggetti, e con la disperazione alla violenza, che nome hanno? Eccolo: “Omicidi”. Ebbene? Nessuno fugge? Voi vedete che fra questi galeotti evasi alla giustizia, che empiono case e città e si strusciano a noi per le strade, e dormono negli alberghi con noi, e con noi dividono la mensa, si vive senza pensarci. Eppure, chi è senza peccato? Se il dito di Dio scrivesse sulla parete della stanza dove convitano i pensieri dell’uomo – sulla fronte – le parole accusatrici di ciò che foste, siete o sarete, poche fronti porterebbero scritta, in carattere di luce, la parola “innocente”. Le altre fronti, a caratteri verdi come l’invidia, o neri come il tradimento, o rossi come il delitto, porterebbero le parole di “adulteri”, “assassine”, “ladri”, “omicidi”. Senza superbia siate dunque misericordiosi ai fratelli meno fortunati, umanamente, che sono nelle galere, espiando ciò che voi non espiate, per la stessa colpa. Ne avvantaggerà la vostra umiltà.

Seppellire i morti.

58La contemplazione della morte è scuola della vita. Io vorrei potervi portare tutti di fronte alla morte e dire: “Sappiate vivere da santi per non avere che questa morte – separazione temporanea del corpo dallo spirito – per poi risorgere trionfalmente in eterno, riuniti, beati”.

59Tutti nasciamo nudi. Tutti moriamo divenendo spoglia destinata a corruzione. Re o pezzenti, così si nasce, così si muore. E se il fasto dei re permette una più lunga preservazione del cadavere, è sempre il disfacimento la sorte di ciò che è carne morta. Le stesse mummie che sono? Carne? No. Materia fossilizzata dalle resine, legnificata. Non preda dei vermi perché svuotata e arsa dalle essenze, ma preda dei tarli come un legno vecchio.

60Ma la polvere torna polvere perché così Dio ha detto. Eppure, solo perché questa polvere ha fasciato lo spirito e ne è stata vivificata, ecco che, come cosa che ha toccato una gloria di Dio – tale è l’anima dell’uomo – occorre pensare che è polvere santificata non diversamente degli oggetti che sono stati a contatto col Tabernacolo. Almeno un momento fu che l’anima fu perfetta: mentre il Creatore la creava. E se poi la Macchia la deturpò, levandole perfezione, solo per la sua Origine comunica bellezza alla materia, e per quel bello che viene da Dio il corpo si abbella e merita rispetto. Noi siamo templi e come tali meritiamo onore, così come sempre sono onorati i luoghi dove sostò il Tabernacolo.

61Date dunque ai morti la carità del riposo onorato in attesa della risurrezione, vedendo nelle mirabili armonie del corpo umano la mente e il pollice divino che lo ideò e modellò con percezione, e venerando anche nella spoglia l’opera del Signore.

Istruire gli ignoranti.

62Ma l’uomo non è solo carne e sangue. É anche anima e pensiero. Anche questi soffrono e vanno misericordiosamente sovvenuti. Vi sono ignoranti che fanno il male solo perché non conoscono il bene. Quanti che non sanno o sanno male le cose di Dio e anche le leggi morali! Come affamati languono perché non c’è chi li sfami, e cadono in marasma per mancanza di nutrienti verità. Andate ad istruirli, perché per questo Io vi raccolgo e vi mando. Date il pane dello spirito alla fame degli spiriti.

63Istruire gli ignoranti corrisponde, nello spirituale, a sfamare gli affamati; e se premio è dato per un pane offerto al corpo languente onde per quel giorno non muoia, che premio sarà dato a colui che sfama uno spirito di verità eterne, dandogli eterna vita? Non siate avari di ciò che sapete. Vi fu dato senza spesa e senza misura. Datelo senza avarizia, perché è cosa di Dio come l’acqua del cielo, e va data come ci viene data.

Pregare per i vivi e per i morti.

64Non siate avari e non superbi di ciò che sapete. Ma date con umile generosità. E date il refrigerio limpido e benefico della preghiera ai vivi e ai morti che hanno sete di grazie. Non si deve rifiutare l’acqua alle fauci assetate. Che allora ai cuori dei vivi angosciati, e che agli spiriti penanti dei morti? Preghiere, preghiere, feconde perché attive di amore e di spirito di sacrificio.

65La preghiera deve essere vera, non meccanica come suono di ruota sulla via. É il suono o la ruota quella che fa procedere il carro? É la ruota che si logora per portare oltre il carro. Lo stesso è della preghiera vocale e meccanica e della preghiera attiva. La prima: suono, nulla più. La seconda: opera, in cui si logorano le forze e cresce sofferenza, ma si ottiene lo scopo. Pregate più col sacrificio che con le labbra e darete refrigerio ai vivi e ai morti, facendo la seconda opera di spirituale misericordia. Il mondo sarà più salvato dalle preghiere di coloro che sanno pregare, che dalle fragorose, inutili, micidiali battaglie.

Consigliare i dubbiosi.

66Molte persone del mondo sanno. Ma non sanno credere con fermezza. Come fossero presi fra due canapi opposti, tentennano, tentennano, senza procedere d’un solo passo, e si affaticano le forze senza riuscire a nulla. Sono i dubbiosi. Sono quelli dei “ma”, dei “se”, degli “e poi”. Quelli delle domande: “Sarà poi così?”, “E se non fosse?”, “E io potrò?”, “E se non riesco?”, e così via. Sono i vilucchi che, se non trovano dove aggrapparsi, non salgono e, anche trovando, spenzolano di qua e di là, e non solo bisogna dar loro sostegno, ma guidarli su di esso ad ogni nuova svolta della giornata. Oh! che veramente fanno esercitare pazienza e carità più di un pargolo tardivo! Ma, in nome del Signore, non li abbandonate! Date tutta la fede luminosa, la fortezza ardente a questi prigionieri di loro stessi, della loro malattia nebbiosa. Guidateli al sole e all’alto. Siate maestri e padri per questi incerti. Senza stanchezze e senza impazienze. Fanno cascare le braccia? Benissimo. Anche voi le fate cascare tante volte a Me, e ancor di più al Padre che è nei Cieli, che deve spesso pensare che inutilmente sembra essersi fatta Carne la Parola, posto che l’uomo è ancora dubbioso, anche ora che sente parlare il Verbo di Dio.

67Non vorrete già presumere che voi siete da più di Dio e di Me! Dunque, aprite le carceri a questi prigionieri dei “ma” e dei “se”. Scioglieteli dalle catene dei “potrò?”, “se non riesco?”. Fateli persuasi che basta fare tutto il meglio che si può e Dio è contento. E se li vedete scivolare giù dall’appoggio, non passate oltre, ma rialzateli di nuovo. Come fanno le mamme che non passano oltre sé il loro piccolo cade, ma si fermano, lo rialzano, lo puliscono, lo consolano, lo sorreggono, finché a lui è passata la paura di una nuova caduta. E fanno così per mesi e anni se il bambino è di gambe deboli.

Perdonare le offese.

68Vestite gli ignudi dello spirito col perdono a chi vi offende. L’offesa è anticarità. L’anticarità spoglia di Dio. Perciò chi offende diviene nudo, e solo il perdono dell’offeso rimette vesti su quella nudità. Perché le riporta Dio. Dio attende a perdonare che l’offeso abbia perdonato. Perdonare tanto l’offeso dall’uomo come l’offensore dell’uomo e di Dio. Perché, via! nessuno è senza offese al suo Signore. Ma Dio perdona a noi se noi perdoniamo al prossimo, e perdona al prossimo se l’offeso da un suo prossimo perdona. Vi sarà fatto come fate. Perdonate perciò se volete perdono e gioirete in Cielo, per la carità che avrete dato, come di un manto di stelle messo sulle vostre spalle sante.

Consolare chi piange.

69Siate misericordiosi con coloro che piangono.

70Sono i feriti della vita, i malati del cuore coi suoi affetti.

71Non vi chiudete nella vostra serenità come in una fortezza. Sappiate piangere con chi piange, consolare chi è afflitto, empire il vuoto di chi è orbato dalla morte di un parente. Padri con gli orfani, figli coi genitori, fratelli gli uni agli altri.

72Amate. Perché amare solo i felici? Essi hanno già la loro parte di sole. Amate i piangenti. Sono i meno amabili per il mondo. Ma il mondo non sa il valore delle lacrime. Voi lo sapete. Amate dunque chi piange. Amateli se nel loro pianto sono rassegnati. Amateli, e più ancora, se sono ribelli nel dolore. Non rimprovero ma dolcezza per persuaderli della verità del dolore e sul dolore. Possono, fra il velo del pianto, vedere sformato il volto di Dio, ridotto ad una espressione di vendicativo prepotere. No. Non vi scandalizzate! Non è che allucinazione data dalla febbre del dolore. Soccorreteli acciò la febbre cada.

73La vostra fresca fede sia come ghiaccio dato al delirante. E quando la febbre più acuta cade, e subentra l’abbattimento e l’ebetimento stuporoso del risorgente da un trauma, allora, come a bambini che una malattia ha arretrato nel sapere, ritornate a parlare di Dio come di cosa nuova, dolcemente, pazientemente… Oh! una bella favola, detta per svagare l’eterno fanciullo che è l’uomo! E poi tacete. Non imponete… L’anima lavora da sé. Aiutatela con le carezze e la preghiera. E quando essa dice: “Allora non fu Dio?”, dite: “No. Egli non ti voleva far male perché ti ama anche per chi non ti ama più per morte o altro”. E quando l’anima dice: “Ma io l’ho accusato”, dite: “Egli lo ha dimenticato perché era febbre”. E quando dice: “Allora io lo vorrei”, dite: “Eccolo! É alla porta del tuo cuore ad attendere che tu gli apra”.

Sopportate le persone moleste.

Sopportate le persone moleste.

74Esse entrano a turbare la piccola casa del nostro io, così come i pellegrini entrano a turbare la casa che abitiamo. Ma, come vi ho detto di accogliere quelli, così vi dico di accogliere questi. Vi sono moleste? Ma se voi non le amate, per il disturbo che vi danno, esse, più o meno bene, vi amano. Per questo amore accoglietele. E anche venissero indagando, odiando, insultando, esercitate pazienza e carità. Potete migliorarle con la vostra pazienza. Potete scandalizzarle con la vostra anticarità. Vi dolga che esse pecchino, di loro; ma più vi dolga di farle peccare, e di peccare voi stessi. Ricevetele in nome mio se non le potete ricevere per amor vostro. E Dio vi compenserà venendo Lui, dopo, a restituire la visita e a cancellare il ricordo spiacevole con le sue soprannaturali carezze.

Ammonire i peccatori.

75Infine vedete di seppellire i peccatori per preparare il ritorno alla Vita della Grazia. Sapete quando lo fate? Quando ammonite gli stessi con paterna, paziente, amorosa insistenza. É come se voi seppelliste mano mano le brutture del corpo prima di consegnare lo stesso al sepolcro in attesa del comando di Dio: “Sorgi e vieni a Me”. Non purifichiamo i morti, noi ebrei, per rispetto al corpo che dovrà risorgere?

76Ammonire i peccatori è come un purificarli nelle membra, prima operazione del seppellimento. Il resto lo farà la Grazia del Signore. Purificateli con carità, lacrime e sacrifici. Siate eroici per strappare uno spirito alla corruzione. Siate eroici! Questo non resterà senza premio. Perché, se è dato premio per un calice d’acqua dato ad un assetato corporale, che sarà dato per chi leva dalla sete infernale uno spirito?

77Ho detto. Queste le opere di misericordia del corpo e dello spirito che aumentano l’amore. Andate e fate. E la pace di Dio e mia sia con voi ora e sempre».

Le capanne[56].

2Al centro è quella di Gesù, e sotto ad essa è Maria con Marziam che l’aiuta a preparare la cena. Intorno, le capannelle degli apostoli. E in quella di Giacomo e Giuda è Maria d’Alfeo; in quella di Giovanni e Giacomo, Maria Salome col marito; in quella accosto a questa vi è Susanna col marito, che non è apostolo e discepolo… ufficiale, ma che deve aver vantato il suo diritto di stare lì, posto che ha concesso alla moglie di essere tutta di Gesù. Poi, intorno, quelle dei discepoli, chi con e chi senza famiglia. E chi è solo, e sono i più, sì è aggregato ad uno o più compagni. Giovanni di Endor si è preso il solitario Ermasteo, ma ha cercato di stare il più possibile vicino alla capanna di Gesù, di modo che Marziam va spesso da lui, portando questo o quello, o rallegrandolo con le sue parolette di bambino intelligente e felice di essere con Gesù, Maria e Pietro, e a una festa.

11. La delazione al Sinedrio riguardo ad Ermasteo, a Giovanni di Endor
e a Sintica
[57].

Delazione nel Sinedrio

Disgustosi regionalismi.

1Gesù, con gli apostoli e i discepoli, è diretto a Betania e sta proprio parlando ai discepoli, ai quali dà l’ordine di separarsi andando – i giudei per la Giudea, i galilei risalendo per l’Oltre Giordano – annunciando il Messia. Questa cosa solleva qualche obbiezione. Mi pare che l’Oltre Giordano non godesse buona fama fra gli israeliti. Ne parlano quasi come di regioni pagane. Ma ciò offende i discepoli d’Oltre Giordano, fra i quali, voce più autorevole di tutte, il sinagogo dell’Acqua Speciosa e poi un giovane di cui ignoro il nome, che difendono accanitamente le loro città e i loro concittadini.

2Timoneo dice: «Vieni, Signore, ad Aera, e vedrai se là non ti si rispetta. Non troverai tanta fede in Giudea quanta là. Anzi, io non ci voglio andare. Tienimi con Te e vada un giudeo con un galileo nella mia città. Vedranno come ha saputo credere in Te sulla mia sola parola».

3E il giovane dice: «Io ho saputo credere senza neppure averti mai visto. E ho cercato Te dopo il perdono di mia madre. Ma io sono felice di tornare lassù, per quanto ciò vorrà dire beffe dei concittadini malvagi, come lo ero io un tempo, e rimproveri dei buoni per la mia passata condotta. Ma non mi importa. Ti predicherò col mio esempio».

Uguaglianza radicale.

4 «Bene dici. Farai come hai detto. E poi Io verrò. E tu, Timoneo, anche hai detto bene. Andranno dunque Erma con Abele di Betlemme di Galilea ad annunciarmi ad Aera, mentre tu, Timoneo, resterai con Me. Ma però Io non voglio queste dispute. Siete non più giudei o galilei: siete i discepoli. Basta così. Il nome e la missione vi parificano in regione, in grado, in tutto. Solo in una cosa potete differenziarvi: nella santità. Quella sarà individuale e nella misura che ognuno saprà raggiungere. Ma Io vorrei aveste tutti una stessa misura: quella perfetta. Vedete gli apostoli? Erano come voi divisi dalle razze e da altre cose. Ora, dopo un anno e più di istruzione, sono unicamente gli apostoli. Fate voi pure così, e come fra voi il sacerdote sta presso all’antico peccatore, e il ricco presso al già mendico, il giovane presso al vegliardo, così fate che si annulli la separazione di essere di questa o quella regione. Avete una sola patria: il Cielo, ormai. Perché sulla via del Cielo vi siete volontariamente messi. Non date mai ai nemici miei l’impressione di essere nemici fra di voi. Il nemico è il peccato. Non altro».

Delazione nel Sinedrio

5Procedono in silenzio qualche tempo. Poi Stefano si fa vicino al Maestro e dice: «Io ti dovrei dire una cosa. Speravo Tu me la chiedessi, ma non lo hai fatto. Ieri mi ha parlato Gamaliele…»

«Ho visto».

«Non mi chiedi ciò che mi ha detto?».

«Attendo che tu me lo dica, perché il buon discepolo non ha segreti per il suo Maestro».

«Gamaliele… Maestro, vieni qualche metro avanti con me…».

«Andiamo pure. Ma potevi parlare alla presenza di tutti…».

Si dilungano per qualche metro. Stefano, avvampando in viso, dice: «Io ti devo dare un consiglio, Maestro. Perdonami…»

«Se è buono lo accetterò. Parla, dunque».

6«Maestro, nel Sinedrio tutto si sa prima o poi. É una istituzione che ha mille occhi e cento branche. Penetra da per tutto, vede tutto, sente tutto. Ha più… informatori che mattoni nei muri del Tempio. Molti vivono così…».

«Facendo la spia. Termina pure. É verità e la so. Ebbene? Che è stato detto, di più o meno vero, al Sinedrio?».

7«È stato detto… tutto. Io non so come possano sapere certe cose. Non so neppure se sono vere… Ma ti dico ciò che mi ha detto Gamaliele, testualmente: “Di’ al Maestro che faccia circoncidere Ermasteo o lo allontani, per sempre. Non occorre dire altro”».

8«Infatti non occorre dire altro. Prima di tutto perché appunto Io vado a Betania per questo, e là sosterò finché Ermasteo potrà viaggiare di nuovo. In secondo luogo perché nessuna giustificazione potrebbe far cadere le prevenzioni e… le sostenutezze di Gamaliele, scandalizzato dal fatto che ho con Me un incirconciso su un membro del corpo. Oh! che se si guardasse intorno e dentro di sé! Quanti incirconcisi in Israele!».

Vittoria dell’amore e della preghiera.

9 «Ma Gamaliele…»

«È il perfetto rappresentante del vecchio Israele. Non è malvagio, ma… Guarda questo ciottolo. Io potrei spaccarlo, ma non renderlo malleabile. Così lui. Dovrà essere stritolato per essere ricomposto. E Io lo farò».

10«Vuoi combattere Gamaliele? Bada! È potente!».

«Combattere? Come fosse un nemico? No. Anziché combatterlo Io lo amerò, accontentandolo in un suo desiderio per il suo cervello mummificato ed effondendo su lui un balsamo che lo discioglierà per ricomporlo nuovo».

11«Pregherò io pure perché ciò avvenga, perché gli voglio bene. Faccio male?».

«No. Devi volergli bene pregando per lui. E lo farai. Certo che lo farai. Anzi mi aiuterai proprio tu a comporre il balsamo… Dirai però a Gamaliele, perché si tranquillizzi, che Io avevo già provveduto per Ermasteo e che gli sono grato del consiglio. Eccoci a Betania. Fermiamoci perché Io vi benedica tutti, perché qui è il luogo di separazione».

12E, riunendosi al gruppo folto degli apostoli fusi coi discepoli, li benedice e congeda, tutti meno Ermasteo e Giovanni di Endor e Timoneo.

Casa di accoglienza.

13Poi con i rimasti fa svelto i pochi passi che ancora lo dividono dal cancello di Lazzaro, già spalancato a riceverlo, ed entra nel giardino alzando la mano a benedire la casa ospitale, nel cui ampio parco sono sparsi i padroni di casa e le pie donne, che ridono delle corse di Marziam per i sentieri decorati delle ultime rose. E con i padroni e le donne, al grido di queste ultime, spuntano da un sentiero Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, ospiti essi pure di Lazzaro per potere stare in pace col Maestro. E accorrono tutti incontro a Gesù, Maria col suo dolce sorriso e Maria di Magdala col grido d’amore: «Rabbonì!», e Lazzaro claudicante e i due solenni sinedristi e, in coda, le pie donne di Gerusalemme e di Galilea, volti segnati da rughe e volti lisci di giovani donne e, soave come volto d’angelo, il visetto verginale ai Annalia che avvampa nel salutare il Maestro.

Casa di accoglienza.

14«Sintica non c’è?», chiede Gesù dopo i primi saluti.

«È con Sara e Marcella e Noemi all’addobbo delle mense. Ma eccole che vengono».

15E vengono, infatti, insieme alla vecchia Ester di Giovanna: due volti segnati dall’età e dai dolori passati, in mezzo ad altri due volti sereni e, diverso per razza e per tutto un certo “che” che lo distingue, il volto severo e pur luminoso di pace della greca.

16Non potrei neanche definirla una vera e propria bellezza. Ma pure i suoi occhi, di un nero addolcito da sfumature d’indaco cupissimo, sotto una fronte alta e nobilissima, colpiscono più ancora del suo corpo, che è certo più bello del volto, questo sì. Un corpo snello senza esser magro, proporzionato, armonico nel passo e nelle movenze. Ma è lo sguardo, questo sguardo intelligente, aperto, profondo, che pare aspirare il mondo, selezionarlo, trattenere il buono, l’utile, il santo, e respingere ciò che è male, è questo sguardo sincero, che si lascia frugare fin nel profondo e dal quale l’anima si affaccia a scrutare chi l’avvicina, quello che colpisce. Se è vero che l’occhio permette di conoscere l’individuo, io dico che Sintica è donna di giudizio sicuro e di fermi e onesti pensieri. Si inginocchia essa pure con le altre e attende a rialzarsi che il Maestro lo ordini.

Ogni delatore è un demonio.

17Gesù procede per il verde giardino fino al portico che precede la casa ed entra poi in una sala, dove i servi sono pronti a dare ristoro e ad aiutare i sopraggiunti per le purificazioni avanti il pasto. Mentre le donne si ritirano, tutte, Gesù resta con gli apostoli nella sala, mentre Giovanni di Endor con Ermasteo vanno alla casa di Simone Zelote per deporre le sacche di cui si sono caricati.

18«Quel giovane che è andato con Giovanni il guercio è quel filisteo che Tu hai accettato?», chiede Giuseppe.

«Sì, Giuseppe. Come fai a saperlo?».

19«Maestro… Io e Nicodemo ce lo domandiamo da qualche giorno come possiamo saperlo e come lo possano sapere gli altri del Tempio, purtroppo. Ma certo è che lo sappiamo. Avanti ai Tabernacoli, alla seduta che sempre precede le feste, alcuni farisei hanno detto di sapere con esattezza che fra i tuoi discepoli, oltre alle… – perdona, Lazzaro – alle peccatrici note e ignote, e ai pubblicani – perdona, Matteo figlio d’Alfeo – e ai già galeotti, si erano uniti un filisteo incirconciso e una pagana. Per la pagana, che certo è Sintica, si comprende che si possa sapere, o per lo meno intuire. Il baccano che ne fece il romano fu grande, ed ha fatto il soggetto di risate fra i suoi simili e fra i giudei, anche perché andò, querulo e minaccioso insieme, a cercarla per ogni dove la sua fuggitiva, importunando persino Erode, perché diceva che si era nascosta in casa di Giovanna e che il Tetrarca doveva imporre al suo intendente di consegnarla al padrone. Ma che fra tanti uomini che ti seguono si possa sapere che uno è filisteo e incirconciso, e uno un già galeotto!… È strano. Molto strano. Non ti pare?».

«Lo è e non lo è. Provvederò per Sintica e per il già galeotto».

20«Sì. Farai bene ad allontanare Giovanni soprattutto. Non sta bene nelle tue schiere».

«Giuseppe, sei tu forse divenuto fariseo?», chiede severo Gesù.

«No… ma…».

21«Ed Io dovrei avvilire un’anima, che si è rigenerata, per stolto scrupolo del peggior fariseismo? No, che non lo farò! Provvederò alla sua tranquillità. Alla sua. Non alla mia. Veglierò alla sua formazione come veglio a quella dell’innocente Marziam. In verità che non vi è differenza nella loro ignoranza spirituale! L’uno dice per le prime volte parole di sapienza perché Dio lo ha perdonato, perché egli è rinato in Dio, perché Dio ha stretto a Sé il peccatore. L’altro le dice perché, passando dalla fanciullezza derelitta ad una adolescenza su cui veglia l’amore dell’uomo oltre che di Dio, apre la sua anima come una corolla al sole, e il Sole di Sé lo illumina. Il suo Sole: Iddio. E uno sta per dire le ultime parole… Non avete occhi per vedere che egli si consuma di penitenza e d’amore? Oh! che in verità vorrei avere molti Giovanni di Endor in Israele e fra i miei servi. Vorrei che anche tu, Giuseppe, e tu, Nicodemo, aveste il suo cuore e soprattutto lo avesse il suo delatore, l’abbietta serpe che si cela sotto veste di amico e che fa la spia prima di fare l’assassino. La serpe che invidia all’uccello le ali e lo insidia per strappargliele e gettarlo nel carcere. Ah! no! L’uccello sta per mutarsi in angelo. E se anche il serpe potesse strappargli le ali, ma non potrà, esse, messe sul suo corpo viscido, si muteranno in ali di demonio. Ogni delatore è già un demonio[58]».

Abolizione della circoncisione.

22«Ma dove sarà questo tale? Ditemelo, che io possa andare subito a strappargli la lingua», esclama Pietro.

«Faresti meglio a strappargli i denti del veleno», dice Giuda d’Alfeo.

23«Ma no! Meglio strozzarlo! Così non farà più male con niente. Sono esseri che sempre possono nuocere…», dice reciso l’Iscariota.

24Gesù lo fissa e termina: «…e mentire. Ma nessuno deve fare nulla verso di lui. Non merita, per occuparsi del colubro, lasciar perire l’uccello. Riguardo ad Ermasteo Io sosterò qui, proprio in casa di Lazzaro, per la circoncisione dello stesso Ermasteo, che abbraccia, per mio amore e per evitare persecuzioni delle piccole menti ebree, la religione santa del nostro popolo. Non è che un trapasso dalle tenebre alla luce. E non necessario perché venga la luce in un cuore. Ma lo concedo per calmare le suscettibilità d’Israele e per mostrare la vera volontà del filisteo di giungere a Dio. Ma, Io ve lo dico, nel tempo del Cristo non è necessario questo per esser di Dio. Basta la volontà e l’amore, basta la rettezza di coscienza. E dove circoncideremo la greca? In quale punto del suo spirito, se da sé ha saputo sentire Dio meglio di tanti in Israele? In verità che fra i presenti molti sono tenebre rispetto agli sprezzati da voi come tenebre. Ad ogni modo il delatore e voi, sinedristi, potete informare chi di dovere che lo scandalo è levato da oggi stesso».

25«Per chi? Per tutti e tre?».

«No, Giuda di Simone. Per Ermasteo. Agli altri provvederò. Hai altro da chiedere?».

«Io no, Maestro».

26«E neppure Io ho altro da dirti. Però chiedo a voi di dirmi, se lo sapete, che ne è del padrone di Sintica».

«È che Pilato lo ha spedito in Italia con la prima nave che ebbe sotto mano, per non aver noie con Erode e cogli ebrei in genere. Traversa dei brutti momenti Pilato… e gli bastano…», dice Nicodemo.

27«Sicura la notizia?».

«Posso controllarla se lo credi, Maestro», dice Lazzaro.

«Sì. Fallo. E dimmi poi la verità».

«Ma in casa mia Sintica è sicura lo stesso».

«Lo so. Anche Israele tutela la schiava fuggita a padrone straniero e crudele[59]. Ma voglio saperlo».

Meglio parlare di ciò che è buono.

28«E io vorrei sapere chi è il delatore, l’informatore, la graziosa spia dei farisei… e, questo si può sapere e lo voglio sapere, chi sono i farisei denunciatori. Fuori i nomi dei farisei e della città loro. Dico dei farisei che hanno fatto il bel lavoro di informare, previo tradimento di uno di noi – perché solo noi sappiamo certe cose, noi, discepoli vecchi e nuovi – di informare il Sinedrio sui fatti del Maestro, i quali fatti sono tutti giusti, ed è un demonio chi dice e pensa il contrario, e…».

29«E basta, Simone di Giona. Io te lo comando».

«E io ubbidisco, anche a costo che mi si scoppino le vene del cuore per lo sforzo. Ma intanto il bello di questa giornata è andato…».

30«No. Perché? È mutato qualcosa fra noi? E allora? O mio Simone! Ma vieni qui al mio fianco e parliamo di ciò che è buono…».

31«Ci vengono a dire che è ora del pasto, Maestro», dice Lazzaro.

«E andiamo, allora…».

12. Lazzaro offre un rifugio per Giovanni di Endor e Sintica. Viaggio lieto verso Gerico senza l’Iscariota[60].

Gesù il miglior amico.

L’amico confidente.

1«Lazzaro, amico mio, Io ti chiedo di venire con Me», dice Gesù apparendo sulla soglia della sala dove Lazzaro sta semisdraiato su un lettuccio, leggendo un rotolo.

«Subito, Maestro. Dove andiamo?», chiede Lazzaro alzandosi subito.

«Per la campagna. Ho bisogno di essere tutto solo con te».

2Lazzaro lo guarda turbato e chiede: «Hai tristi notizie da darmi in segreto? Oppure… No, non ci voglio pensare…».

«Non ho che da consigliarmi con te, e neppure l’aria deve sapere ciò che noi diremo. Ordina il carro, perché non ti voglio stancare. Quando saremo in aperta campagna ti parlerò».

«Allora guido io. Così neppure il servo sa che abbiamo detto».

«Sì. Proprio così».

«Vado subito, Maestro. Fra poco tempo sarò pronto», ed esce.

3Anche Gesù esce dopo essere rimasto un poco pensieroso in mezzo alla ricca stanza. Mentre pensava, ha macchinalmente mosso due o tre oggetti, raccolto il rotolo caduto per terra, e infine, nel rimetterlo a posto in una scansia per quell’innato istinto dell’ordine che è tanto forte in Gesù, rimane a braccio alzato ad osservare degli oggetti di un’arte strana, per lo meno diversa da quella corrente in Palestina, allineati sopra il piano della scansia. Sono anfore e coppe antichissime, sembra, dagli sbalzi e disegni imitanti i fregi dei templi dell’antica Grecia e delle urne funerarie. Cosa veda oltre l’oggetto in sé stesso, non so… Esce e va nel cortile interno dove sono gli apostoli.

4«Dove andiamo, Maestro?», chiedono vedendo che Gesù si aggiusta il mantello.

«In nessun luogo. Io esco con Lazzaro. Voi rimanete qui ad attendermi, tutti insieme. Sarò presto di ritorno».

I dodici si guardano fra di loro… Sono poco contenti… Pietro dice: «Vai solo? Stai attento…».

5«Non temere cosa alcuna. Mentre attendete, non state in ozio. Istruite ancora Ermasteo perché sempre più conosca la Legge e fatevi buona compagnia, senza dispute e sgarbi. Compatitevi, amatevi».

Si avvia verso il giardino e tutti lo seguono. Presto viene un carro leggero, coperto, su cui è già Lazzaro.

«Col carro vai?».

«Sì, perché Lazzaro non si affatichi le gambe. Addio, Marziam. Sii buono. La pace a voi tutti».

6Monta sul carro che, facendo scricchiolare la ghiaietta del viale, esce dal giardino prendendo la via maestra.

«Vai all’Acqua Speciosa, Maestro?», gli grida dietro Tommaso.

«No. Ancora vi dico: siate buoni».

L’amico consigliere.

7Il cavallo parte con un robusto trotto. La via, quella che da Betania va a Gerico, passa per la campagna che si spoglia. E sempre più si nota questo morire del verde quanto più si scende verso la pianura.

8Gesù pensa. Lazzaro tace occupandosi solo della guida del cavallo. Quando sono proprio in pianura – una pianura fertile, già tutta pronta a nutrire il seme del futuro grano, già tutta dormente nei suoi vigneti come una donna che ha dato da poco alla luce il suo frutto e si riposa della dolce fatica – Gesù fa cenno di fermare. E Lazzaro ferma ubbidiente, conducendo il cavallo in una stradella secondaria diretta verso case lontane… e spiega: «Qui saremo ancora più tranquilli che sulla grande strada. Questi alberi ci riparano dalla vista di molti». Infatti un ciuffo di piante basse e folte fanno come da paravento contro le curiosità dei passanti. E Lazzaro sta dritto davanti a Gesù, in attesa.

 9«Lazzaro, Io ho bisogno di allontanare Giovanni di Endor e Sintica. Tu vedi che la prudenza lo consiglia, e anche la carità. Per l’uno e per l’altra sarebbe una pericolosa prova, un inutile dolore essere a conoscenza della persecuzione lanciatasi su loro… e che potrebbe, almeno per uno, provocare penosissime sorprese».

«In casa mia…».

10«No. Neppure in casa tua. Non sarebbero toccati materialmente, forse. Ma avviliti moralmente. Il mondo è crudele. Frantuma le sue vittime. Io non voglio che si perdano queste due belle forze, così. Perciò, come ho unito un giorno il vecchio Ismaele con Sara, ora unirò il mio povero Giovanni con Sintica. Voglio che muoia in pace e non sia solo, e con l’illusione di essere mandato altrove non perché è “l’ex-galeotto”, ma perché è il discepolo proselite che può trasferirsi altrove a predicare il Maestro. E Sintica lo aiuterà… Sintica è una bella anima e sarà una grande forza nella Chiesa futura[61] e per la Chiesa futura. Mi puoi tu consigliare dove mandarli? In Giudea, in Galilea e neppure nella Decapoli, là dove Io e con Me gli apostoli e discepoli andiamo, no. Nel mondo pagano, no. Dove allora? Dove, che siano utili e sicuri?».

«Maestro… io… Ma consigliare io Te!».

11«No, no. Parla. Tu mi vuoi bene, tu non tradisci, tu ami chi Io amo, tu non sei di mente ristretta come altri».

12«Io… Sì. Io ti consiglierei di mandarli dove io ho degli amici. A Cipro o in Siria. Scegli Tu. In Cipro ho persone fidate. In Siria poi!… Ho ancora qualche piccola casa, sorvegliata da un intendente fedele più di una pecorina. Il nostro vecchio Filippo! Per me farà ogni cosa che dico. E, se me lo concedi, essi, coloro che Israele perseguita e ti sono cari, potranno dirsi miei ospiti da ora, sicuri nella casa… Oh! non è una reggia! È una casa in cui abita solo Filippo con un nipote che si occupa dei giardini di Antigonio. Gli amati giardini della madre mia. Li abbiamo conservati per suo ricordo. Aveva portato in essi le piante dei suoi giardini giudei, dalle essenze rare… La mamma!… Con esse quanto bene faceva ai poveri… Erano il suo feudo segreto… La mia mamma… Maestro, io presto le andrò a dire: “Godi, o madre buona. Il Salvatore è sulla Terra”. Ti attendeva…».

L’amico che conforta.

13Due righe di pianto sono sul volto sofferente di Lazzaro. Gesù lo guarda e sorride. Lazzaro si riprende. «Ma parliamo di Te. Ti pare buon luogo?».

14«Mi pare. E una volta di più ti ringrazio, per Me e per loro. Mi sollevi di un grande peso…».

15«Quando partiranno? Lo chiedo per preparare una lettera per Filippo. Dirò che sono due miei amici di qui, bisognosi di pace. E basterà così».

16«Sì. Basterà così. Però, te ne prego, neppur l’aria sappia tutto questo. Tu lo vedi! Io sono spiato…»

«Lo vedo. Non parlerò neppure con le sorelle. Ma come farai a condurli là? Hai con Te gli apostoli…».

17«Ora risalirò fino a Aera senza Giuda di Simone, Tommaso, Filippo e Bartolomeo. Intanto istruirò a fondo Sintica e Giovanni… perché vadano con grande viatico di Verità. Poi scenderò al Meron e da lì a Cafarnao. E lì… e lì manderò ancora via i quattro, con altre missioni, e intanto farò partire per Antiochia i due. A questo sono costretto…».

«A dover temere dei tuoi. Hai ragione… Maestro, io soffro nel vederti crucciato…».

18«Ma la tua buona amicizia mi conforta tanto… Lazzaro, Io ti ringrazio… Dopodomani Io parto e ti levo le sorelle. Ho bisogno di molte discepole per confondere fra esse Sintica. Viene anche Giovanna di Cusa. Da Meron andrà a Tiberiade perché passerà l’inverno là. Così vuole il marito per averla più vicina, perché Erode torna a Tiberiade per qualche tempo».

Amico servitore.

19«Sarà fatto come Tu desideri. Le mie sorelle sono tue, come lo sono io, le mie case, i miei servi, i miei averi. Tutto è tuo, Maestro. Usane per il bene. Ti preparerò la lettera per Filippo. È meglio che Tu l’abbia direttamente».

«Grazie, Lazzaro».

20«È tutto quello che posso fare… Fossi sano, verrei… Guariscimi, Maestro, e verrò».

«No, amico. Tu mi necessiti così come sei».

21«Anche se non faccio nulla?».

«Anche. Oh! mio Lazzaro!», e Gesù lo abbraccia e bacia. Risalgono sul carro e tornano indietro. Ora è Lazzaro che è molto silenzioso e pensieroso, e Gesù gliene chiede la ragione.

«Penso che perdo Sintica. Mi attraevano la sua scienza e la sua bontà…».

«L’acquista Gesù…»

22«È vero. È vero. Quando ti rivedrò, Maestro?».

«A primavera».

«Fino a primavera più? Lo scorso anno eri da me per l’Encenie…»

«Quest’anno accontento gli apostoli. Ma l’anno futuro starò molto con te. Te lo prometto».

Amico e protettore.

23Betania appare sotto al sole ottobrino. Stanno quasi per giungervi quando Lazzaro trattiene il cavallo per dire: «Maestro, fai bene ad allontanare l’uomo di Keriot. Io temo di lui. Non ti ama. Non mi piace. Non mi è mai piaciuto. È un sensuale e un avido. Per questo può giungere ad ogni peccato. Maestro, è lui che ti ha denunciato…».

«Ne hai le prove?».

«No».

24«E allora non giudicare. Non sei molto esperto nel giudicare. Ricordati che giudicavi inesorabilmente perduta la tua Maria… Non dire che è merito mio. Lei mi ha cercato per prima».

«È vero anche questo. Ma insomma, temi di Giuda».

Dopo poco rientrano nel giardino dove attendono gli apostoli, curiosi.

Dimensione della carità e possesso della verità

Famiglie di Gesù e Maria.

25L’assenza di quattro apostoli, e soprattutto di Giuda, fa più intimo e felice il gruppo dei superstiti. È proprio una famiglia, i cui capi sono Gesù e Maria, quella che, volgendo le spalle a Betania in una mattina serena di ottobre, si dirige verso Gerico per passare alla sponda opposta del Giordano. Raggruppate le donne intorno a Maria: e non manca che Annalia al gruppo femminile delle discepole, ossia delle tre Marie, Giovanna, Susanna, Elisa, Marcella, Sara e Sintica. Raggruppati intorno a Gesù: Pietro, Andrea, Giacomo e Giuda d’Alfeo, Matteo, Giovanni e Giacomo di Zebedeo, Simone Zelote, Giovanni di Endor, Ermasteo e Timoneo; mentre Marziam, saltando come un capretto, fa la spola da questo a quel gruppo, che procedono a pochi metri l’uno dall’altro. Carichi di pesanti sacche, vanno allegri per la via soleggiata dolcemente, per la campagna solenne nel suo riposo.

La croce di Giovanni di Endor.

26Giovanni di Endor procede a fatica sotto il peso che gli pende sulle spalle. Pietro se ne accorge e dice: «Da’ qui, posto che hai voluto riprendere questa zavorra. Ne avevi nostalgia?».

«Me lo ha ordinato il Maestro».

«Sì? Oh! bella! Perché mai?».

«Non lo so. Mi ha detto ieri sera: “Riprendi i tuoi libri e vieni dietro a Me con quelli”».

27«Oh! bella, bella!… Ma se lo ha detto Lui, certo è cosa buona. Forse lo farà per quella donna. Quante cose sa, eh? Le sai anche tu?».

«Quasi quanto lei. È molto dotta».

«Ma non continuerai a venirci dietro con questo peso, eh?».

«Oh! non credo. Ma non lo so. Ma posso portarlo anche lo…».

«No, amico. Mi preme che tu non ti ammali. Sei male in arnese, lo sai?».

28«Lo so. Mi sento morire».

«Non fare scherzi! Lasciaci almeno arrivare a Cafarnao. Si sta così bene ora che siamo fra noi senza quel… Maledetta lingua! Ho mancato ancora alla promessa fatta al Maestro… Maestro? Maestro?».

«Che vuoi, Simone?».

L’incorreggibile Pietro.

29«Ho mormorato su Giuda e ti avevo promesso che non lo avrei più fatto. Perdonami».

«Sì. Cerca di non farlo più».

«Ho ancora 489 volte da avere il tuo perdono…».

«Ma che dici, fratello?», chiede Andrea stupito.

30E Pietro, tutto un brillio di arguzia sul viso buono, torcendo il collo sotto il peso della sacca di Giovanni di Endor: «E non ti ricordi che ha detto Lui di perdonare settanta volte sette? Perciò io ho ancora da avere 489 perdoni. Ne terrò conto accurato…»

31Ridono tutti, anche Gesù deve sorridere per forza. Ma risponde: «Faresti meglio a tenere conto di tutte le volte che sai essere buono, o grande bambino che sei».

32Pietro gli va vicino e col braccio destro cinge la vita di Gesù dicendo: «Caro il mio Maestro! Come sono felice di essere con Te senza… Va’ là! Sei contento anche Tu… E Tu mi capisci quel che voglio dire. Siamo fra noi. C’è tua Madre. C’è il bambino. Si va verso Cafarnao. La stagione è bella… Cinque ragioni per essere felici. Oh! è pur bello venire con Te! Dove ci fermiamo questa sera?».

«A Gerico».

33«L’anno passato ci abbiamo visto la Velata. Ma chissà mai che ne è successo… Sarei curioso di saperlo… E abbiamo trovato anche quello delle vigne…». La risata di Pietro è contagiosa, tanto è sonora. Ridono tutti, ripensando alla scena dell’incontro con Giuda di Keriot.

«Ma sei incorreggibile, Simone!», rimprovera Gesù.

«Non ho detto niente, Maestro. Ma mi è venuto da ridere pensando alla sua faccia quando ci ha trovati lì… nelle sue vigne…». Pietro ride così di gusto che deve fermarsi, mentre gli altri vanno avanti ridendo per forza.

Una imperfezione alla carità.

34Pietro è raggiunto dalle donne. Maria chiede dolcemente: «Che hai, Simone?»

35«Ah! non lo posso dire perché farei un’altra mancanza di carità. Ma… ecco, Madre, dimmi un poco, tu che sei sapiente. Se io faccio una insinuazione o, peggio, una calunnia, pecco, è naturale. Ma se io rido di una cosa nota a tutti, di un fatto che è noto a tutti, fatto che fa ridere, come per esempio ricordare la sorpresa di un bugiardo, il suo impiccio, le sue scuse, e tornare a ridere come già ridemmo, è ancora male?».

36«È una imperfezione alla carità. Non è peccato come la maldicenza o la calunnia e neppure come l’insinuazione, ma è sempre una mancanza di carità. È come un filo tirato fuori in un tessuto. Non è un vero strappo, non è neppure una consunzione della stoffa, ma è sempre una cosa che intacca l’integrità della stoffa e la sua bellezza, predisponendo diradature e buchi. Non ti pare?».

37Pietro si stropiccia la fronte e dice un poco mortificato: «Mi pare. Non ci avevo pensato mai».

38«Pensaci ora e non lo fare più. Vi sono risate più offensive alla carità di schiaffi. Ha sbagliato qualcuno? Lo abbiamo colto in colpa di menzogna o altro? Ebbene? Perché ricordarlo? E farlo ricordare? Caliamo il velo sulle colpe del fratello, sempre pensando: “Fossi io il colpevole, amerei che un altro ricordasse questa colpa e la facesse ricordare?”. Ci sono dei rossori intimi, Simone, che fanno tanto soffrire. Non scuotere il capo. So ciò che vuoi dire… Ma anche i colpevoli li hanno, credilo. Parti, parti sempre dal pensiero: “Amerei per me ciò?”. Vedrai che non peccherai mai più contro la carità. E avrai sempre tanta pace in te. Guarda là Marziam come salta e canta beato. È perché lui non ha nessun pensiero in cuore. Lui non deve pensare a itinerari, a spese, a parole da dire. Lui sa che altri pensano a tutto questo per lui. Anche tu fa’ così. Abbandona tutto a Dio. Anche il giudizio sulle persone. Finché puoi essere come un bambino che il buon Dio conduce, perché ti vuoi caricare del peso di decidere e giudicare? Verrà il momento che dovrai essere giudice e arbitro, e allora dirai: “Oh! come era più facile prima, meno pericoloso!” e ti darai dello stolto per avere voluto caricarti prima del tempo di tanta responsabilità. Giudicare! Che cosa difficile! Hai sentito cosa ha detto Sintica giorni or sono? “Le ricerche a mezzo del senso sono sempre imperfette”. Ha detto molto bene. Molte volte noi giudichiamo proprio per le reazioni del senso. Con imperfezioni somme, perciò. Lascia di giudicare…».

Il possesso della Verità.

39«Sì, Maria. A te lo prometto proprio. Ma io tutte le belle cose che sa Sintica non le so!».

40«E te ne affliggi, uomo? Non sai che io me ne voglio sbarazzare per prendere solamente quelle che tu sai?».

«Davvero? Perché?».

«Perché con la scienza puoi reggerti sulla Terra, ma con la sapienza conquisti il Cielo. La mia è scienza, la tua è sapienza».

«Ma con la tua scienza hai saputo venire a Gesù! Dunque è buona cosa».

41«Mescolata a tanti errori, per cui io vorrei spogliarmene per rivestirmi solo della sapienza. Via le vesti ornate e vane. Sia mia la veste severa e senza appariscenza esterna della sapienza, che non il corruttibile ma l’immortale riveste di imperitura veste. La luce della scienza tremola e vacilla. Quella della sapienza splende uniforme e invariabilmente costante così come è il Divino da cui essa si genera».

42Gesù ha rallentato il passo per sentire. Si volge e dice alla greca: «Non devi anelare a spogliarti di tutto quanto sai. Ma devi scegliere, fra questo tuo sapere, ciò che è atomo di Intelligenza eterna conquistato da menti di innegabile valore».

43«Hanno dunque quelle menti ripetuto in sé il mito del fuoco rapito agli dèi?».

44«Sì, donna. Qui non rapito. Ma saputo cogliere quando la Divinità li sfiorava dei suoi fuochi, carezzandoli come esemplari, sparsi fra un’umanità decaduta, di ciò che è l’uomo, essere dotato di ragione».

45«Maestro, Tu dovresti indicarmi ciò che devo ritenere e ciò che devo lasciare. Io non sarei buon giudice. E poi, a colmare gli spazi vuoti, mettere luci della tua sapienza».

46«È ciò che intendo fare. Ti indicherò fino a che punto è saggio il pensiero che sai e lo continuerò da quel punto fino alla fine della idea vera. Perché tu sappia. Farà bene anche a costoro, destinati ad avere molti contatti futuri con i gentili».

«Non ci capiremo niente, Signore», geme Giacomo di Zebedeo.

47«Poco per ora. Ma un giorno capirete. E le lezioni di ora e la necessità di esse. E tu, Sintica, esponimi i punti per te più oscuri. Nelle soste te li chiarirò».

48«Sì, mio Signore. È il desiderio dell’anima mia che si fonde al tuo desiderio. Io discepola della Verità, e Tu Maestro. Il sogno di tutta la mia vita: il possesso della Verità».

13. A Ramot con il mercante Alessandro Misace. Lezione a Sintica sul ricordo delle anime[62].

Un uomo onesto ma infelice.

La carovana di un ricco mercante.

1Dopo una fertile pianura, seguita per molto spazio oltre il Giordano – ed è bello andare nella stagione serena e dolce che è questa di un morir d’ottobre – e dopo una sosta in un villaggetto accucciato ai piedi delle prime pendici di una catena montuosa non indifferente – e qualche cima può prendere il vero nome di montagna – Gesù si mette in cammino di nuovo, accodandosi ad una lunga carovana ricca di quadrupedi e di uomini bene armati, coi quali ha parlato prima, mentre questi facevano bere le loro bestie alle vasche della piazza.

2Sono uomini per lo più alti e molto bruni, già di apparenza asiatica. Su un fortissimo mulo è il capo della carovana, armato fino ai denti e con armi che ciondolano dalla sella. Pure è stato molto deferente con Gesù.

3Gli apostoli chiedono a Gesù: «Chi è?».

«Un ricco mercante d’Oltre Eufrate. Gli ho chiesto dove andava e fu cortese. Passa per le città dove conto andare. Ciò è provvidenza su questi monti, avendo donne con noi».

4«Temi qualche cosa?».

«Come furti nulla, perché non abbiamo nulla. Ma basterebbe la paura per le donne. Un pugno di ladroni non assalta mai una carovana così forte, e potrà esserci utile anche per conoscere i passi migliori e superare quelli difficili. Mi ha chiesto: “Sei il Messia?” e, saputo che sì, ha detto: “Ero nel cortile dei Pagani giorni or sono e ti ho sentito più che visto, perché io sono piccolo. Bene, io proteggerò Te e Tu proteggerai me. Ho un carico di molto valore”».

5«È proselite?».

«Non credo. Ma forse è ancora proveniente dal nostro popolo».

6La carovana va lenta, come non volesse esaurire le forze dei quadrupedi per fare molta marcia. Perciò è facile seguirla al passo, anzi sovente occorre fermarsi, perché i conducenti fanno passare gli animali carichi uno per uno, tenendoli a cavezza nei punti difficili.

7Per quanto sia montagna vera e propria, pure la zona è molto fertile e ben coltivata. Forse i monti sempre più alti, che sono a nord-est, fanno da riparo alle correnti fredde del nord o dannose dell’est, e questo favorisce le colture. La carovana costeggia un torrente che certo va a gettarsi nel Giordano, ben nutrito d’acque che scendono da chissà quale cima. La vista è bella, sempre più bella man mano che si sale, spaziando ad occidente sulla pianura del Giordano e avendo, oltre questa, i vaghi aspetti dei colli e monti della Giudea del nord, mentre a oriente e a settentrione è un continuo variare di panorami, quali aperti su lontananze e ampiezze, quali offrenti allo sguardo un accavallarsi di dossi e di cime verdi, o rocciose, che sembrano ostacolare la via come muro improvviso di labirinto.

Solidarietà.

8Il sole sta per calare dietro i monti della Giudea, arrossando vivamente cielo e coste, quando il ricco mercante, che si è fermato lasciando passare la carovana, interpella Gesù: «Occorre giungere al paese avanti notte. Ma molti di quelli che sono con Te paiono stanchi. È una tappa dura questa. Falli salire sui muletti di scorta. Sono bestie quiete. E avranno tutta la notte per il loro riposo, ne è fatica portare peso di donna».

9Gesù acconsente e l’uomo ordina l’alt per far salire sulle bestie le donne.

Gesù fa salire a cavallo anche Giovanni di Endor. E quelli a piedi, Gesù compreso, prendono le redini per rendere più sicuro l’andare alle donne.

10Marziam vuole fare… l’uomo e, benché caschi dalla fatica, non vuole assolutamente andare in sella con nessuno, ma anzi prende anche lui una redine del muletto di Maria SS., che così è fra Gesù e il bambino, e cammina bravamente.

11Il mercante è rimasto vicino a Gesù e dice a Maria: «Vedi, o Donna, quel paese? È Ramot. Là ci fermeremo. Sono conosciuto all’albergo perché faccio questa via due volte all’anno, mentre per altre due faccio la costa, per vendere o acquistare. La mia vita, dura vita. Ma ho dodici figli e piccini. Mi sono sposato tardi. Uno l’ho lasciato di nove giorni. E ora lo troverò coi primi denti».

12«Una bella famiglia…», commenta Maria e termina: «Te la conservi il Cielo».

«Non mi lamento infatti del suo aiuto, per quanto io sia molto poco meritevole del suo aiuto».

Un uomo onesto ma infelice.

13Gesù interroga: «Sei almeno proselite?».

«Dovrei esserlo… I miei antenati erano veri israeliti. Poi… ci siamo acclimatati là…».

14«L’anima si acclimata in un’unica aria, quella del Cielo».

«Hai ragione. Ma sai… Il bisavolo sposò una non d’Israele. I figli furono meno fedeli… I figli dei figli si risposarono con nuove donne non d’Israele, dando figli solo rispettosi del nome giudeo; perché, d’origine, siamo giudei. Ora io, nipote dei nipoti… più nulla. A contatto con tutti ho preso di tutti, finendo a essere più di nessuno».

15«Non è una buona ragione la tua, e te lo dimostro. Se tu, andando per questa via che conosci buona, trovassi cinque o sei persone le quali ti dicono: “Ma no, va’ di là”, “Torna indietro”, “Fermati”, “Prendi a oriente”, “Torci a occidente”, tu che diresti?».

«Direi: “So che questa è la via più breve e giusta, e non la lascio”».

16«Ancora: tu, dovendo fare un affare e sapendo il metodo da tenere per farlo, daresti retta a quelli che, o per sola spavalderia o per calcolata astuzia, ti consigliassero in modo diverso?».

«No. Seguirei ciò che la mia esperienza mi dice migliore».

17«Benissimo. Millenni di fede sono dietro a te, originario d’Israele. Stupido non sei, né incolto. Perché allora assorbi i contatti di tutti in materia di fede, mentre sai respingerli in materia di denaro o di sicurezza stradale? Non ti pare questa cosa disonorevole anche umanamente? Posporre Dio al denaro e alla via…».

18«Non pospongo Dio. Ma l’ho perso di vista…».

«Perché hai per dèi il commercio, il denaro, la vita. Ma è ancora Dio che ti permette di averle, queste cose… perché sei entrato allora nel Tempio?».

«Per curiosità. Per la strada, mentre uscivo da una casa dove avevo contrattato merce, ho visto un gruppo d’uomini venerarti e mi è riaffiorato un discorso sentito ad Ascalona da una fabbricatrice di tappeti. Ho chiesto chi eri, perché m’era venuto sospetto che fossi quello di cui parlava la donna. E, saputo che eri Tu, ti sono venuto dietro. Avevo finito i miei affari per quel giorno… Poi ti ho perso di vista. A Gerico ti ho rivisto. Ma un momento solo. Ora ti ho ritrovato… Ecco…».

19«Ecco dunque che Dio unisce e intreccia le nostre strade. Io non ho doni da farti per ringraziarti delle tue bontà. Ma prima di lasciarti spero poterti dare un dono, a meno che tu non mi abbandoni avanti».

20«No, che non lo farò! Alessandro Misace non si ritira quando si è offerto! Ecco. Dietro quella svolta ha inizio il paese. Vado avanti. Ci rivedremo nell’albergo», e sprona partendo quasi al galoppo sul bordo della via.

21«È un onesto e un infelice, Figlio mio», dice Maria.

«E tu lo vorresti felice secondo Sapienza, non è vero?».

Si sorridono dolcemente nelle prime ombre della sera.

Il ricordo delle anime.

La ricerca spirituale di Sintica.

22…Nella lunga sera ottobrina, tutti riuniti in una vasta stanza dell’albergo, i pellegrini attendono di coricarsi. In un angolo, tutto solo, è il mercante intento ai suoi conti. Nell’angolo opposto, Gesù con tutti i suoi. Non vi sono altri ospiti. Dalle stalle vengono ragli, nitriti e belati, il che fa supporre siano presenti nell’albergo altre persone. Ma forse sono già a letto.

23Marziam si è addormentato in braccio alla Madonna, dimenticandosi di colpo di essere “un uomo”. Pietro sonnecchia, e non è il solo a farlo. Anche le bisbiglianti donne anziane si sono mezze addormentate e tacciono. Sono ben desti Gesù, Maria, le sorelle di Lazzaro, Sintica, Simone Zelote, Giovanni e Giuda.

24Sintica sta frugando nel sacco di Giovanni di Endor come per cercarvi qualche cosa. Ma poi preferisce venire vicino agli altri e ascoltare Giuda d’Alfeo, che parla delle conseguenze dell’esilio di Babilonia[63] terminando: «… e forse quell’uomo è ancora una conseguenza di quello. Ogni esilio è una rovina…». Sintica fa un cenno involontario col capo ma non dice nulla, e Giuda d’Alfeo termina: «Però è strano che con tanta facilità uno si possa spogliare di ciò che è tesoro di secoli per divenire tutto nuovo, specie in queste cose di religione, e di religione quale è la nostra…».

25Gesù risponde: «Non ti deve stupire se in seno ad Israele contempli Samaria[64]».

Un silenzio… Gli occhi scuri di Sintica guardano fisso il profilo sereno di Gesù. Guarda con intensità. Ma non parla. Gesù sente quello sguardo e si volta a guardarla.

26«Non hai trovato nulla di tuo gusto?».

«No, Signore. Sono giunta al punto di non poter più conciliare il passato col presente, le idee di prima con quelle di ora. E mi pare quasi una defezione, perché le idee di prima mi hanno proprio aiutato ad avere quelle di ora. Diceva bene il tuo apostolo… Però la mia è una felice rovina».

27«Cosa ti si è rovinato?».

«Tutta la fede nell’Olimpo pagano, Signore. E sono però un poco turbata, perché leggendo la vostra Scrittura – me l’ha data Giovanni, e la leggo perché senza conoscenza non vi è possesso – ho trovato che anche nella vostra storia… degli inizi, dirò così, vi sono fatti non molto diversi dai nostri. Ora io vorrei sapere…».

«Ti ho detto: chiedi e Io risponderò».

28«È tutto errore nella religione degli dèi?».

«Sì, donna. Non vi è che un Dio, il quale non si genera da altri, non soggiace a ciò che sono le passioni e i bisogni umani, un Dio unico, eterno, perfetto, creatore».

29«Io lo credo. Ma voglio potere rispondere, non con una forma che non accetta discussione, ma con una che discute per convincere, alle domande che altri pagani potrebbero rivolgere a me. Io da me stessa, e per virtù di questo Dio benefico e paterno, mi sono data risposte informi ma sufficienti a dar pace al mio spirito. Ma in me c’era la volontà di raggiungere la Verità. Altri saranno meno ansiosi di me di questa. Eppure dovrebbe in tutti aversi questa ricerca. Io non intendo rimanere inerte presso le anime. Ciò che ho avuto vorrei dare. Per dare devo sapere. Dammi di sapere e ti servirò in nome dell’amore. Oggi, per via, mentre osservavo le montagne, e certi aspetti mi riportavano vive alla memoria le catene dell’Ellade e le storie della Patria, per associazione di idee mi si è presentato il mito di Prometeo, quello di Deucalione… Avete voi pure qualcosa di simile nella fulminazione di Lucifero[65], nell’infusione della vita nell’argilla[66] e nel diluvio di Noè[67]. Concomitanze lievi, ma che pure sono un ricordo… Ora dimmi: come potemmo noi saperle se nessun contatto fu tra noi e voi, se voi le aveste certo prima di noi, e noi le avemmo, ne vi è origine di come le avemmo? Ci ignoriamo ora, in tante cose. Come allora, millenni indietro, noi avemmo leggende che ricordano le vostre verità?».

Il ricordo delle anime.

30«Donna, tu meno di altri me lo dovresti chiedere. Perché tu hai letto opere che potrebbero da sole rispondere a questo tuo perché. Oggi tu, per associazione di idee, dal ricordo dei tuoi monti natii sei passata al ricordo dei miti natii ed a confronti. Non è vero? Perché ciò?».

«Perché il mio pensiero risvegliato si ricordò».

31«Benissimo. Anche le anime degli antichissimi, che hanno dato una religione alla tua terra, si sono ricordate. Confusamente, come può farlo un imperfetto, un separato dalla religione rivelata. Ma si sono sempre ricordate. Nel mondo sono molte religioni. Orbene, se noi avessimo qui, in un quadro chiaro, tutti i particolari di esse, vedremmo che vi è come un filo aureo sperso fra il molto fango, un filo che ha nodi nei quali sono chiusi brandelli della Verità vera».

32«Ma non veniamo tutti da un ceppo? Tu lo dici. Allora perché gli antichi degli antichi, venienti dal ceppo originario, non hanno saputo portare con sé la Verità? Non è ingiustizia questo averli privati?».

33«Hai letto la Genesi, non è vero? Che hai trovato? Un peccato complesso al suo inizio, un peccato abbracciante i tre stati dell’uomo: materia, pensiero e spirito[68]. Poi un fratricidio[69]. Poi un duplice omicidio[70] a controbilanciare l’opera di Enoc[71] di tenere luce nei cuori; poi corruzione, unendosi, per libidine di senso, i figli di Dio con le figlie del sangue[72]. E nonostante la purificazione del diluvio[73] e il rifacimento della razza da buon seme[74] – non da sassi come è detto nei vostri miti, così come non da rapimento di fuoco vitale per opera d’uomo, ma per infusione di Fuoco vitale per opera di Dio s’era animata la prima argilla modellata da Dio a sua immagine e a forma d’uomo – ecco di nuovo il fermento superbo, l’oltraggio a Dio: “Tocchiamo il Cielo”, e la maledizione divina: “Siano dispersi e non si comprendano più”… E l’unico ceppo, come acqua che urtando un sasso si disperde in rivoli né più si unisce, ecco che si divise, la razza si separò in razze. L’Umanità, messa in fuga dal suo peccato e dalla punizione divina, ecco spargersi e non più riunirsi, portando seco la confusione che superbia aveva creato[75]. Ma le anime ricordano. Qualcosa resta in loro sempre. E le più virtuose e sapienti intravvedono una luce, seppure debole, nelle tenebre dei miti: la luce della Verità. È questo ricordo della Luce, vista ante vita[76], quello che agita in loro delle verità in cui sono brandelli della Verità rivelata. Mi hai compreso?».

34«In parte. Ma ora ci penserò. La notte è amica di chi pensa e in sé si raccoglie».

35«Allora andiamo a raccoglierci ognuno in sé stesso. Andiamo, amici. La pace a voi donne, la pace a voi discepoli miei. La pace a te, Alessandro Misace».

36«Addio, Signore. Dio sia con Te», risponde il mercante inchinandosi…

14. Da Ramot a Gerasa con la carovana
del mercante
[77].

Si snodala il cammino.

Ramot.

1Nella luce un poco cruda del mattino alquanto ventoso, la singolarità di questo paese appoggiato su una piattaforma rocciosa, sollevata fra una corona di picchi, quali più alti, quali più bassi di esso, appare in tutta la sua caratteristica bellezza. Sembra un grande vassoio di granito con sopra appoggiate case, casette, ponti, fontane, per il divertimento di un bambino gigante. Le case sembrano intagliate nella roccia calcarea, che costituisce la materia base di questa zona. Squadrate a blocchi sovrapposti, quali senza intonaco, quali neppur sgrezzati, sembrano proprio casette di un paesello da presepio, costruito coi cubi da un grande bambino ingegnoso.

2E tutto intorno a questo paesello si contempla la sua fertile campagna alberata, variata nelle colture per cui dall’alto sembra un tappeto a quadri, a trapezi, a triangoli, quali bruni di terra zappata di fresco, quali verdi smeraldo per l’erba rinata alle piogge d’autunno, quali rosseggianti per le estreme foglie delle viti e dei frutteti, quali verde grigio per pioppi e salici, o verde smalto per querce e carrubi, o verde bronzo per cipressi e conifere. Molto, molto bello!

3E strade che vanno, come nastri da un nodo, dal paese alla pianura lontana, oppure verso monti anche più alti, e sprofondano sotto boschi, oppure dividono di un segno bigio il verde dei prati, il bruno dei campi arati.

4E vi è un ridente corso d’acqua, che è d’argento oltre il paese verso la sorgente, che è di azzurro sfumato in giada al lato opposto, nella discesa a valle fra gole e pendici, e che appare e dispare, scherzoso, sempre più robusto e sempre più azzurro man mano che, ingrossando le sue acque, non permette più alle canne del fondale e alle erbe nate nell’alveo nei mesi di secca di tingerlo di verde, ma riflette il cielo, avendo seppellito gli steli sotto un velo d’acque già fonde. Il cielo è di un azzurro irreale: una scaglia preziosa di smalto azzurro carico, senza una incrinatura impura nella sua compagine stupenda.

Strada penosa.

5E la carovana si rimette in moto così, con le donne a cavallo ancora perché, come dice il mercante, la strada è penosa oltre il paese e occorre farla presto per giungere a Gerasa entro notte. Imbacuccati, lesti perché riposati, vanno svelti per la strada che ascende fra boscaglie stupende, rasentando le pendici più alte di un monte solitario, che si alza come un enorme blocco sulle schiene degli altri monti sottoposti. Un vero gigante, quale se ne riscontrano nei punti più alti del nostro Appennino.

6«Galaad», dice accennandolo il mercante, che è rimasto presso a Gesù, conducente sempre per le briglie il muletto della Vergine. E aggiunge: «Dopo questo la strada è più buona. Sei mai stato qui?».

«Mai. Volevo farla a primavera. Ma a Galgala fui respinto».

«Respingere Te? Che errore!».

Gesù lo guarda e tace.

7Il mercante si è preso in sella Marziam, che proprio penava con le sue gambette corte a tenere dietro al passo sollecito dei cavalli. E lo sa Pietro se è sollecito! Viene avanti arrancando a tutta forza, imitato dagli altri, ma è sempre distanziato alquanto dalla carovana. Suda, ma è contento perché sente ridere Marziam, vede riposata la Madonna e lieto il Signore. Parla sbuffando con Matteo e con suo fratello Andrea, che sono quelli che restano in coda a tutti come lui, e li fa ridere dicendo che se come ha le gambe avesse le ali sarebbe felice in quella mattina. Si è sbarazzato da ogni peso, come gli altri, legando le sacche alle selle delle donne, ma la strada è proprio tremenda, su pietre che la guazza fa scivolose. I due Giacomi insieme a Giovanni e il Taddeo sono più bravi e tengono il passo presso le mule delle donne. Simone Zelote parla con Giovanni di Endor. Timoneo ed Ermasteo si occupano anche loro di guidare i muletti.

Panorama alpino.

8Finalmente il più brutto è superato e tutto un diverso scenario si apre alla vista stupita. La valle del Giordano è definitivamente sparita. Ora l’occhio spazia ad oriente su un altipiano di una estensione imponente, sul quale solo una crespatura di colli accenna appena ad elevarsi per interrompere la monotonia del paesaggio. Non avrei mai pensato che ci potesse essere in Palestina una simile cosa. Sembra che, dopo la tempesta rocciosa dei monti, questa si sia pietrificata e pacificata in un enorme flutto rimasto sospeso fra il livello del fondo e il cielo, con unico ricordo della sua furia originale in quelle rughettine di colli, la spuma delle creste solidificata qua e là, mentre l’acqua del flutto si è distesa in una piana superficie di una magnificenza meravigliosa. E a questa zona di pace luminosa si accede per l’ultima gola, selvaggia come è l’abisso fra due marosi che si cozzano, i due ultimi marosi di una mareggiata, nel cui fondo è un nuovo torrente spumeggiante che corre verso ovest venendo da est in un tormentato, iroso cammino fra rocce e cascate, così in contrasto con la pace lontana dell’enorme pianoro.

Piccola sosta.

9«Ora la via sarà buona. Se permetti ordino la sosta», dice il mercante.

«Io mi lascio guidare da te, uomo. Tu sai».

10Scendono tutti e si spargono per la pendice cercando legna per cuocere i cibi, acqua per i piedi stanchi, per le gole assetate. Le bestie, scaricate del carico, brucano l’erba folta o scendono all’abbeverata nelle acque limpide del torrente. Odor di resine e di carni arrostite si spargono dai piccoli roghi drizzati per cuocere gli agnelli.

11Gli apostoli si sono preparati il loro fuocherello e su questo scaldano del pesce salato, previa lavatura nell’acqua fresca del torrente. Ma il mercante vede, e viene portando un agnelletto scuoiato, o capretto che sia, e forza ad accettare. E Pietro si accinge ad arrostirlo dopo averlo stipato di mentucce fresche.

12Il pasto è presto preparato e presto consumato. E sotto il sole a perpendicolo del mezzodì la marcia è ripresa su una via migliore, che costeggia il torrente in direzione nord-est, in una zona di una fertilità meravigliosa e molto ben coltivata, ricca di pecore e di branchi di porci che fuggono grugnando davanti alla carovana.

La sopravvivenza delle anime

Sogno ad occhi aperti.

13«Quella città murata è Gerasa, Signore. Città di grande avvenire. Ora si sta formando, e credo di non errare dicendo che competerà presto con Joppe ed Ascalona, con Tiro e con molte altre città, per bellezza, commerci e ricchezza. I romani ne vedono l’importanza su questa via che dal mar Rosso, e perciò dall’Egitto, per Damasco va al mare Pontico. E aiutano i geraseni a costruire… Hanno occhio e fiuto buono. Per ora ha solo molti commerci, ma poi!… Oh! sarà bella e ricca! Una piccola Roma con templi e piscine, circhi e terme. Io vi avevo solo commerci. Ma ora vi ho già preso molto suolo, per farvi empori, per rivenderlo a caro prezzo fra poco, forse per costruirvi una casa da vero signore e venire a starvi in vecchiaia quando Baldassare, Nabor, Felice e Sidmia potranno rispettivamente tenere e guidare gli empori di Sinopo, Tiro, Joppe e Alessandria nella foce del Nilo. Intanto cresceranno gli altri tre figli maschi e darò loro gli empori di Gerasa, di Ascalona, di Gerusalemme forse. E le femmine, ricche e belle, saranno cercate e faranno buoni matrimoni e mi daranno molti nipoti…». Il mercante sogna ad occhi aperti il più roseo e aureo futuro.

Sopravvivenza e attività eterna dell’anima.

14Gesù chiede calmo: «E poi?»

Il mercante si scuote, lo guarda perplesso e poi dice: «E poi? Basta. Dopo verrà la morte… È triste. Ma è così».

15«E lascerai ogni attività? Ogni emporio? Ogni affetto?».

«Ma Signore! Io non lo vorrei. Ma, come sono nato, devo anche morire. E dovrò lasciare tutto», e tira un sospirone tale da far procedere la carovana col suo vento…

16«Ma chi ti dice che da morti si lascia tutto?».

«Chi? Ma i fatti! Morti che si è… Più nulla. Non più mani, non più occhi, non più orecchie…».

17«Non sei soltanto mani, occhi e orecchie».

«Sono un uomo. Lo so. Ho altre cose. Ma tutte finite con la morte. È come il tramonto del sole. Il tramonto lo annulla…».

18«Ma l’aurora lo ricrea, o meglio lo ripresenta. Tu sei un uomo, lo hai detto. Non sei un animale come quello che cavalchi. Lui, morto che sia, è realmente finito. Tu no. Tu hai l’anima. Non lo sai? Neppur questo sai più?».

19Il mercante sente il triste rimprovero, triste e dolce, e china la testa mormorando: «Questo lo so ancora…».

«E allora? Non sai che l’anima sopravvive? [78]».

«Lo so».

20«E allora? Non sai che ha sempre un’attività nell’oltre vita?[79] Santa, se ella è santa. Malvagia, se ella è malvagia[80]. Ha i suoi sentimenti[81]. Oh! Come li ha! Di amore, se santa. Di odio, se dannata. Odio per chi? Per le cause della sua dannazione. Nel tuo caso le attività, gli empori, gli affetti tutti umani. Di amore per chi? Per le stesse cose. E che benedizioni sui figli e sulle attività dei figli può portare un’anima che è nella pace del Signore!»[82].

L’uomo è pensieroso. Dice poi: «È tardi. Sono vecchio, ormai». E ferma il mulo.

21Gesù sorride e risponde: «Io non ti forzo. Ti consiglio», e poi si volge a guardare gli apostoli che, nella tappa prima di entrare in città, aiutano le donne a scendere e prendono le loro sacche.

L’Amore mendicante d’amore.

22La carovana riparte, entrando presto dalla porta vegliata dalle torri nella città piena di traffico.

Il mercante torna da Gesù: «Vuoi ancora stare con me?».

«Se tu non mi scacci, perché non dovrei volere?».

«Per quello che ti ho detto. A Te, santo, io devo fare schifo».

23«Oh! no! Sono venuto per quelli come te. Vi amo perché siete i più bisognosi. Tu non mi conosci ancora. Ma Io sono l’Amore che passa mendicando amore».

«Allora non mi odii?».

«Io ti amo».

24L’uomo ha un luccichio negli occhi fondi. Ma dice con un sorriso: «Allora staremo insieme. A Gerasa io mi fermo tre giorni per affari. Lì lascio i muli per i cammelli. Ho la posta delle carovane nei luoghi di tappa maggiore e ho un servo a badare le bestie che lascio nel luogo. E Tu che farai?».

25«Evangelizzerò nel sabato. Ti avrei lasciato se tu non avessi sostato, perché il sabato è sacro al Signore».

L’uomo aggrotta la fronte, pensa e, come a fatica, assente: Già… É vero. É sacro al Dio d’Israele. É sacro. É sacro».

26Guarda Gesù… «Te lo consacrerò, se permetti».

«A Dio. Non al suo Servo».

27«A Dio e a Te, ascoltandoti. Farò oggi gli affari e nella mattina di domani. E poi ti ascolterò. Vieni all’albergo ora?».

«Per forza. Ho le donne e qui sono sconosciuto».

28«Eccolo il mio. É mio perché ci stanno le mie scuderie di anno in anno. Ma ho vaste stanze per le mercanzie. Se credi…».

«Dio te ne compensi. Andiamo».

15. Discorso ai cittadini di Gerasa e lode di una donna alla Madre di Gesù[83].

Il Regno di Dio. discorso in Gerasa.

La città di Gerasa.

1Credeva di essere sconosciuto! Quando la mattina di poi pone piede fuori dal fabbricato di uso di Alessandro, trova già delle persone ad attenderlo. Gesù è con i soli apostoli. Donne e discepoli sono rimasti in casa, in riposo.

2La gente lo saluta e circonda dicendogli che lo conosce per quanto disse di Lui uno guarito dai demoni, che ora è assente perché andato avanti con due discepoli passati di lì qualche giorno prima. Gesù ascolta benignamente tutti questi discorsi e intanto cammina per la città, che mostra spesso delle zone dove infuria un vero fragore di cantieri. Muratori, sterratori, scalpellini, fabbri, falegnami lavorano a costruire, a spianare o a colmare dislivelli, a sbozzare pietre per le muraglie, a lavorare il ferro per questo o quell’uso, a segare, piallare, ridurre a pali dei tronchi robusti.

3Gesù passa e guarda, valica un ponte gettato su un torrentello chiacchierino che passa proprio al centro del paese; e le case si sono allineate al di qua e al di là di esso con pretese di formare un lungo-fiume. Sale poi verso la parte alta della città, che è un poco in dislivello nel suo piano, di modo che il lato sud-ovest è più alto del lato nord-est, ma ambedue sono più alti del centro cittadino tagliato in due dal piccolo corso d’acqua. La vista è bella dal punto dove si è fermato Gesù. Tutta la città, abbastanza vasta, si mostra a chi guarda, e dietro ad essa, dai lati d’oriente, meridione e occidente, vi è un ferro di cavallo di lievi colline tutte verdi, mentre a nord l’occhio spazia su una pianura aperta e vasta che all’orizzonte mostra un rilievo, tenue tanto da non poter essere chiamato neppur colle, tutto biondo di sole mattutino, che fa preziosi i pampini giallastri delle viti che coprono questa onda di terreno, quasi volesse mitigare la malinconia delle morenti foglie con il fasto di una pennellata d’oro.

La società dei cittadini.

4Gesù osserva e la gente di Gerasa lo sta a guardare. Gesù li conquista col dire: «Questa città è molto bella. Fatela bella anche di giustizia e santità. I colli, il ruscello, la verde pianura ve li ha dati Dio. Roma vi aiuta ora a darvi case e belle costruzioni. Ma sta in voi soli dare alla città vostra il nome di città santa e giusta. La città è quale la fanno i cittadini. Perché la città è una parte della società chiusa fra cerchia di mura, ma chi fa la città sono i cittadini. La città in sé stessa non pecca. Non può peccare il ruscello, il ponte, le case, le torri. Sono materia, non anima. Ma peccare possono coloro che sono chiusi nelle mura cittadine, nelle case, nelle botteghe, e passano sul ponte, e si bagnano nel rio. Si dice di una città faziosa e crudele: “É una città pessima”. Ma è mal detto. Non è la città, sono i cittadini pessimi.

5Questi singoli che diventano, unendosi, una cosa multipla, eppure anche una cosa sola, detta “la città”. Ora ascoltate. Se in una città diecimila abitanti sono buoni e solo mille non lo sono, potrebbe dirsi che quella città è malvagia? Non lo si potrebbe dire. Ugualmente: se in una città di diecimila abitanti ci sono molti partiti e ognuno tende a beneficare il suo, può dirsi più che quella città è unita? Non lo si può dire. E pensate voi che quella città sarà prospera? Non lo sarà.

6Voi di Gerasa ora siete tutti uniti nell’intento di fare della vostra città una grande cosa. E ci riuscirete perché tutti volete la stessa cosa e gareggiate l’uno con l’altro a raggiungere questo scopo. Ma se domani fra voi sorgessero partiti diversi e uno dicesse: “No, meglio è estendersi a occidente”, e un altro partito: “Niente affatto. Andremo a settentrione dove è la pianura”, e un terzo: “Né qua né là. Stretti tutti nel centro, presso il fiume vogliamo stare”, che accadrebbe? Accadrebbe che i lavori iniziati si fermerebbero, chi presta i capitali li ritirerebbe, chi ha intenzione di stabilirsi qui se ne andrebbe in altra città dai cittadini più concordi, e il già fatto cadrebbe a rovina perché esposto alle intemperie senza essere ultimato per le diatribe dei cittadini.

7É o non è così? Voi dite che così è, e dite bene. Dunque occorre concordia fra i cittadini per fare il bene della città e, di conseguenza, dei cittadini, perché nella società il bene della stessa è benessere di chi la compone.

La società degli spiriti.

8Ma non vi è solo la società quale voi la pensate, la società dei cittadini, o dei connazionali, o la piccola e cara società della famiglia. Vi è una società più vasta, infinita: quella degli spiriti. Noi tutti che viviamo abbiamo un’anima. Quest’anima non muore col corpo, ma sopravvive ad esso in eterno. Idea del Creatore Iddio, che ha dato all’uomo l’anima, era che tutte le anime degli uomini si riunissero in un unico luogo, il Cielo, costituendo il Regno dei Cieli, il cui monarca è Dio e i cui sudditi beati sarebbero stati gli uomini dopo una vita santa e una placida dormizione. Satana venne a dividere e a scompigliare, a distruggere e addolorare Dio e spiriti. E mise il peccato nei cuori, e con esso portò la morte al corpo al termine dell’esistenza, sperando di dare morte anche agli spiriti. La morte di essi è la dannazione, la quale è esistere ancora, sì, ma di una esistenza priva di ciò che è vita vera e giubilo eterno, ossia della visione beatifica di Dio e del suo eterno possesso nelle luci eterne. E l’Umanità si divise nei suoi voleri come una città divisa da contrari partiti. E così facendo andò in rovina.

L’Evangelizzatore del Regno[84].

9Io l’ho detto altrove a chi mi accusava di cacciare i demoni con l’aiuto di Belzebù: “Ogni regno diviso in sé stesso andrà in rovina”. Infatti, se Satana cacciasse sé stesso, esso e il suo regno tenebroso rovinerebbe. Io, per l’amore che Dio ha per l’Umanità da Lui creata, sono venuto a ricordare che un Regno solo è santo: quello dei Cieli. E venuto sono a predicarlo perché i migliori accorrano ad esso. Oh! Io vorrei che tutti, anche i peggiori, venissero, convertendosi, liberandosi dal demonio che palesemente, nelle possessioni corporali oltre che spirituali, o segretamente, in quelle tutte spirituali, li tiene schiavi. Per questo Io vado guarendo i malati, cacciando i demoni dai corpi posseduti, convertendo i peccatori, perdonando in nome del Signore, istruendo al Regno, compiendo miracoli per farvi persuasi del mio potere e che Dio è con Me. Perché non si può fare miracolo se non si ha amico Iddio.

10Perciò, se Io caccio i demoni col dito di Dio e guarisco i malati, mondo i lebbrosi, converto i peccatori, annuncio e istruisco al Regno e chiamo ad esso in nome di Dio, e la condiscendenza di Dio è con Me, chiara e indiscutibile, e solo i nemici sleali possono dire il contrario, segno è che il Regno di Dio è giunto fra voi e va costituito perché questa è l’ora della sua fondazione.

Fondazione del Regno di Dio.

La Legge, la conoscenza, l’applicazione

11Come si fonda il Regno di Dio nel mondo e nei cuori? [85] Col ritorno alla Legge mosaica o con la conoscenza esatta di essa se la si ignora, e, soprattutto, con l’applicazione totale della Legge in sé stessi, in ogni evento e momento della vita. Quale è questa Legge? Una cosa talmente severa da essere impraticabile? No. Essa è una serie di dieci precetti santi e facili, quali anche l’uomo moralmente buono, veramente buono, sente doversi dare, anche se è uno sepolto sotto l’intricato tetto vegetale delle foreste più impenetrabili dell’Africa misteriosa. Essa dice:

I dieci precetti santi e facili

12“Io sono il Signore Iddio tuo, né vi è altro Dio all’infuori di Me.

Non nominare il Nome di Dio inutilmente.

Rispetta il sabato secondo il comando di Dio e il bisogno della creatura.

Onora il padre e la madre se vuoi vivere lungamente e aver del bene in terra e in Cielo.

Non ammazzare.

Non rubare.

Non commettere adulterio.

Non dire false testimonianze contro il prossimo.

Non desiderare la moglie altrui.

Non invidiare la roba altrui”.

Non nominare il nome di Dio invano.

13Quale è quell’uomo, che sia di animo buono anche se è un selvaggio, che girando lo sguardo su quanto lo circonda non giunge a dirsi: “Tutto questo da sé stesso non si è potuto formare. Perciò vi è Uno, più potente della natura e dello stesso uomo, che ha fatto questo”? E adora questo Potente, di cui sa o non sa il Nome SS., ma che sente esistere? E ne ha tale riverenza che a pronunciare il nome che gli ha dato, o che gli fu insegnato a dire per nominarlo, trema di riverenza e sente di pregare sol col nominarlo con riverenza? Ché infatti è preghiera dire il Nome di Dio nell’intento di adorarlo o di farlo conoscere alla gente che lo ignora.

Il riposo festivo.

14Così pure, solo per prudenza morale ogni uomo sente di dover concedere riposo alle sue membra, perché resistano fino a che dura vita. Con più ragione questo riposo animale, l’uomo che non ignora il Dio d’Israele, il Creatore e Signore dell’universo, sente che lo deve consacrare al Signore, per non essere simile al giumento che stanco si riposa sulla lettiera frangendo biade fra i denti robusti.

L’amore ai genitori.

15Anche il sangue grida amore per quelli da cui è venuto, e lo vediamo anche in quel puledro d’asina che corre ora ragliando incontro alla madre che torna dai mercati. Giocava nel branco, l’ha vista, si ricorda d’esser stato allattato da essa e leccato con amore, difeso, scaldato dalla madre, e vedete? Con le froge tenere le strofina il collo e sgroppona di gioia, sfregando la giovane groppa contro il fianco che lo ha portato. Amare i genitori è dovere e diletto. Né vi è animale che non ami colei che lo ha generato. E che? L’uomo sarà più infimo del verme che vive nel fango della zolla?

Non uccidere.

16L’uomo moralmente buono non uccide. La violenza gli fa ribrezzo. Sente che non è lecito levare la vita a nessuno, che solo Dio che l’ha data ha il diritto di levarla. E rifugge dall’omicidio.

Non rubare.

17Ugualmente, il moralmente sano non si prevale delle cose altrui. Preferisce il pane mangiato con serena coscienza presso la fonte argentina, al succulento arrosto frutto di un furto. Preferisce dormire sul suolo col capo su una pietra e le stelle amiche sul capo, pioventi pace e conforti alla coscienza onesta, al sonno turbato su un letto carpito con furto.

Non adulterare.

18E, se è moralmente sano, non è avido di più donne che sue non siano, non entra, insozzatore e vile, nel talamo altrui. Ma nella donna dell’amico vede una sorella e non ha per lei sguardi e appetiti che per sorella non si hanno.

Non mentire e non desiderare.

19L’uomo di animo retto, anche se naturalmente retto, senza altra conoscenza del Bene che quella che gli viene dalla sua coscienza buona, non si permette mai di testimoniare ciò che non è vero, parendogli ciò uguale ad omicidio e furto, e così è. Ma ha labbra oneste come ha onesto il cuore, e con essi ha onesti sguardi per cui non appetisce alle mogli altrui. Neppure appetisce, perché sente che l’appetire è il primo stimolo al peccare. E non invidia. Perché è buono. Il buono non invidia mai. Sta sereno nella sua sorte.

20Vi pare, questa legge, così esigente da essere impraticabile? Non fatevi torto! Io sono certo che voi non ve lo farete. E, se non lo farete, fonderete il Regno di Dio in voi e nella vostra città. E vi ritroverete, un giorno, felici con coloro che amaste e che come voi conquistarono il Regno eterno nei gaudi senza fine del Cielo.

Gli spirituali cittadini.

Tutte le passioni vogliono la santità.

21Ma nel nostro stesso intimo sono le passioni come tanti cittadini chiusi fra la cerchia delle mura cittadine. Occorre che tutte le passioni dell’uomo vogliano la stessa cosa, ossia la santità. Altrimenti, inutilmente una parte tenderà al Cielo, se poi un’altra lascia incustodite le porte e vi lascia penetrare il seduttore, o neutralizza con dispute e pigrizie le azioni di una parte degli spirituali cittadini, facendo perire la città intima e abbandonandola al regno delle ortiche, dei tossici, delle gramigne, dei serpenti, scorpioni, topi e sciacalli, e gufi, ossia delle male passioni e degli angeli di Satana. Occorre vegliare senza mai smettere, come scolte messe alle mura, per impedire che il Maligno entri là dove noi vogliamo costruire il Regno di Dio.

L’uomo più forte[86].

22In verità vi dico che, finché il forte guarda in armi l’atrio della sua casa, è sicuro di tutto quanto è in essa. Ma, se viene uno più forte di lui, o se egli lascia incustodita la porta, allora il più forte lo vince, lo disarma, ed egli, privo delle armi in cui confidava, si avvilisce e si arrende, e il forte lo fa prigioniero prendendosi le spoglie del vinto. Ma se l’uomo vive in Dio, mediante la fedeltà alla Legge e la giustizia santamente praticata, Dio è con lui, Io sono con lui, e nulla di male può accadergli. L’unione con Dio è l’arma che nessun forte può vincere. L’unione con Me è sicurezza di vittoria e di bottino di virtù eterne, per cui eternamente sarà dato posto nel Regno di Dio.

L’uomo che disperde[87].

23Ma chi da Me si stacca o di Me si fa nemico respinge per conseguenza le armi e la sicurezza della mia parola. Chi respinge il Verbo respinge Dio. Chi respinge Dio chiama Satana. Chi chiama Satana distrugge quanto aveva per conquistare il Regno.

24Perciò, chi non è con Me è contro di Me. E chi non coltiva ciò che Io ho seminato raccoglie ciò che semina il Nemico. Chi meco non raccoglie disperde, e povero e nudo verrà al Giudice supremo, che lo manderà dal padrone al quale si è venduto preferendo Belzebù al Cristo.

25Cittadini di Gerasa, edificate in voi e nella vostra città il Regno di Dio».

Beato chi ascolta e pratica la parola di Dio[88].

26Una trillante voce di donna si solleva limpida come un canto di allodola sul brusìo della folla ammirata, cantando la novella beatitudine, ossia la gloria di Maria: «Beato il seno che ti ha portato e le mammelle che hai succhiato».

27Gesù si volge verso la donna che esalta la Madre per ammirazione del Figlio. Sorride, perché dolce gli è la lode data alla Genitrice. Ma poi dice: «Più beati quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica. Fa’ tu questo, o donna».

28E poi benedice e si avvia verso la campagna, seguito dagli apostoli che gli chiedono: «Perché hai detto questo?».

29«Perché in verità vi dico che in Cielo non si misura con le misure della Terra. E mia Madre stessa sarà beata non tanto per la sua immacolata anima, quanto per avere ascoltato la parola di Dio ed averla messa in pratica con l’ubbidienza. Il “sia fatta l’anima di Maria senza colpa” è prodigio del Creatore. A Lui dunque ne va data lode. Ma il “sia fatto di me secondo la tua parola” è prodigio di mia Madre. Per questo, dunque, grande è il suo merito. Tanto grande che solo per quella sua capacità di ascoltare Dio, parlante per bocca di Gabriele, e per la sua volontà di mettere in pratica la parola di Dio, senza stare a soppesare le difficoltà e i dolori immediati e futuri che da essa adesione sarebbero venuti, è venuto il Salvatore nel mondo. Voi dunque vedete che Ella è la mia beata Madre non solo perché mi ha generato e allattato, ma perché ha ascoltato la parola di Dio e l’ha messa in pratica con l’ubbidienza. Ma ora torniamo a casa. Mia Madre sapeva che Io stavo fuori per poco tempo e potrebbe temere vedendomi ritardare. Siamo in paese semipagano. Ma in verità è più buono di altri. Pure andiamo. E giriamo dietro le mura per sfuggire alla folla che mi tratterrebbe ancora. Giù lesti, dietro questi boschetti folti…».

16. Il sabato a Gerasa. Lo svago di Marziam e il quesito di Sintica sulla salvezza dei pagani[89].

Occuparsi dei giochi di un bambino.

Ore di ozio.

1Sono lunghe le ore di un giorno quando non si sa cosa fare. E non sanno proprio cosa fare in quel sabato quelli che sono con Gesù, in paese dove non hanno conoscenze, in una casa dove diversità di lingua e di costumi li fa separati, quasi non bastassero i pregiudizi ebraici a tenerli separati dai carovanieri e servi di Alessandro Misace. Perciò molti sono rimasti a letto, oppure sonnecchiano al sole che scalda l’ampia corte quadrata della casa. Una corte proprio adatta ad accogliere carovane, con vasche e anelli infissi ai muri o alle colonne di un rustico portico che corre lungo i quattro lati, e scuderie numerose e fienili e pagliai su tre lati. Le donne sono ritirate nelle loro stanze. Non se ne vede una.

Lo svago di Marziam.

2Marziam trova dello svago anche nel chiuso cortile, osservando il lavoro degli stallieri che strigliano i muli, cambiano le lettiere, osservano gli zoccoli, ribattono i ferri smossi, oppure – e ciò è per lui di interesse ancor più grande perché è cosa nuova – osserva incantato come i cammellieri agiscano coi cammelli preparando da oggi il carico per ogni singolo animale, proporzionandolo alla bestia, equilibrandolo, e come facciano inginocchiare e alzare l’animale per poterlo caricare e scaricare, premiandolo poi con un pugno di legumi secchi che mi sembrano fave, terminato con una distribuzione di bacche di carrubo che anche gli uomini masticano con piacere.

3Marziam è proprio stupito e si guarda intorno per avere con chi condividere il suo stupore. Ma è deluso perché gli adulti non si occupano dei cammelli. O parlano fra loro o sonnecchiano. Va da Pietro, che se la dorme beato col capo appoggiato a del morbido fieno, e lo scuote per una manica. Pietro apre mezzo occhio e chiede: «Che c’è? Chi mi vuole?».

«Io. Vieni a vedere i cammelli».

«Lasciami dormire. Ne ho visti tanti… Brutte bestie».

4Il bambino va da Matteo che fa i conti di cassa, essendo lui in questo viaggio il tesoriere: «Sono stato dai cammelli, sai? Mangiano come le pecore, sai? E si inginocchiano come uomini e sembrano barche nell’andare su e giù. Li hai visti tu?».

Matteo, che ha perso il conto per l’interruzione, risponde un asciutto: «Sì», e torna alle sue monete.

5Altra delusione… Marziam si guarda intorno… Ecco là Simone Zelote e Giuda Taddeo che parlano… «Che belli i cammelli! E che buoni! Li hanno caricati e scaricati, e loro si sono messi a terra perché l’uomo non faticasse. Poi hanno mangiato le carrube. Anche gli uomini le hanno mangiate. Mi piacerebbe… Ma non so farmi intendere. Vieni tu…», e prende per mano Simone.

Questo, assorto nella pacifica discussione col Taddeo, risponde un distratto: «Sì, caro… Va’, va’, e sta’ attento di non farti male».

Marziam lo guarda stupito… Simone ha risposto non a tono. Quasi ci piange. Si allontana sconfortato, andando ad appoggiarsi ad una colonna…

6Gesù esce da una stanza e lo vede così imbronciato e solo. Va dal bambino e gli posa una mano sulla testa. «Che fai tutto solo e mesto?».

«Nessuno mi dà retta…».

«Che volevi dagli altri?».

«Niente… Parlavo dei cammelli… Sono belli… mi piacciono. Deve essere come stare sulla barca ad essere lassù… E mangiano delle carrube; anche gli uomini…».

Il cammelliere Calipio.

7«E tu hai voglia di andare lassù e di mangiare le carrube. Vieni, andiamo dai cammelli», e Gesù lo prende per mano e va col bambino, tutto rasserenato, in fondo al cortilone. Si dirige diritto ad un cammelliere e lo saluta con un sorriso. Quello si inchina e continua ad osservare il suo animale, al quale aggiusta la cavezza e regola le briglie.

8«Uomo, mi intendi?».

«Sì, Signore. Da venti anni conosco voi».

«Questo bambino ha una grande voglia. Salire su un cammello… E una piccola: mangiare una carruba», e Gesù sorride ancor più vivamente.

«Tuo figlio?».

«Non ho figli Io. Non ho sposa».

«Tu tanto bello e forte, non trovato donna?».

«Non l’ho cercata».

«Non sentito voglia di donna?».

«No. Mai».

9L’uomo lo guarda sbalordito. Poi dice: «Io nove figli a Ischilo… Vado: figlio. Vado: figlio. Sempre».

«Ci vuoi bene ai figli?».

«Sangue mio! Ma duro lavoro. Io qui, figli là. Lontani… Ma per pane loro. Capisci?».

10«Capisco. Allora puoi capire il bambino che vorrebbe montare sul cammello e mangiare le carrube».

«Sì. Vieni. Paura? No? Bravo. Bello bambino! Anche io. Uno così. Nero così. Qui. Prendi qui. Stretto», e gli mette in mano il bizzarro manico che è sul davanti della sella. «Tenere. Ora vengo io. E cammello su. Non paura, eh?».

11E l’uomo si inerpica sulla sella alta, si accomoda e incita il cammello, che si alza ubbidiente con un grande beccheggio. Marziam ride felice. Tanto più felice perché il cammelliere gli ha messo in bocca una magnifica carruba. L’uomo mette al passo il cammello lungo il cortile, poi al trotto; infine, vedendo che Marziam non ha paura, urla qualcosa ad un suo compagno, e questo apre la porta vastissima che è sul dietro del cortile, e il cammelliere sparisce col suo carico verso il verde della campagna.

Il cammelliere Calipio.

12Gesù torna verso la casa ed entra in uno stanzone dove sono le donne. Sorride tanto che Maria gli chiede: «Che hai, Figlio mio, che sei tanto felice?».

«Ho la felicità di Marziam che sta galoppando su un cammello. Venite fuori che lo vediamo ritornare».

13Escono tutti nel cortile, sedendosi su un muretto basso presso le vasche. Gli apostoli che non dormono vengono vicini. Quelli che erano alle finestre delle stanze alte guardano giù, vedono e vengono essi pure, e le loro voci alte e giovanili, perché sono quelle di Giovanni e dei due Giacomi, svegliano anche Pietro e Andrea e scuotono Matteo. Ora sono al completo, perché anche Giovanni di Endor viene coi due discepoli.

14«Ma dove è Marziam che non lo vedo?», chiede Pietro.

«A spasso sul cammello. Nessuno di voi lo ascoltava… Io l’ho visto triste ed ho provveduto».

15Pietro, Matteo e Simone si sovvengono: «Ah! già! Parlava di cammelli… e di carrube. Ma io avevo sonno!»; «Io avevo dei conti da fare per darti il rendiconto di quanto ho ricevuto dai geraseni e di quanto ho dato in elemosina»; «E io parlavo di fede con tuo fratello!».

16«Non importa. Ci ho pensato Io. Però, incidentalmente, vi dico che è amore anche occuparsi dei giuochi di un bambino… Ma ora parliamo d’altro. Fuori la città è tutta in festa. Del nostro sabato non c’è ricordo che in una allegria generale. Meglio stare qui dentro, allora. Molto più che, se vogliono, possono trovarci. Sanno dove siamo. Ecco Alessandro che ispeziona i suoi cammelli. Ora gli dico che uno non c’è per mia colpa».

Le anime e la salvezza dei pagani.

Le anime non sono separate dalla morte.

17E Gesù va lesto verso il mercante e gli parla. Tornano insieme. Il mercante dice: «Molto bene. Si divertirà e gli farà bene una corsa al sole. Puoi stare sicuro che l’uomo lo tratterà bene. Calipio è un brav’uomo. In cambio della corsa ti chiedo di dirmi qualche cosa. Questa notte pensavo alle tue parole… a quelle sentite a Ramot, dette fra Te e la donna, a quelle di ieri. Ieri mi pareva di salire su un alto monte come quelli della terra che abito, che hanno proprio la cima nelle nuvole. Tu portavi su, su, su. Mi pareva di essere uno preso da un’aquila. Una di quelle del nostro monte maggiore, il primo emerso dal Diluvio. Vedevo tutte cose nuove, mai pensate, tutte fatte di una luce… E le capivo. Poi mi si sono confuse. Di’ ancora».

18«Che devo dire?».

«Ma non so… Era tutto bello. Quello che dicevi di ritrovarsi in Cielo… Ho capito che là si amerà diversamente eppure uguale. Per esempio: non avremo più le ansie di ora, eppure saremo tutti per uno e uno per tutti, come fossimo una famiglia sola. Dico male?».

19«No. Anzi! Saremo una famiglia anche coi viventi. Le anime non sono separate dalla morte. Parlo dei giusti. Essi costituiscono una sola grande famiglia. Fa’ conto un grande tempio, dove siano quelli che adorano e pregano e quelli che si affaticano. I primi pregano anche per quelli che si affaticano, i secondi lavorano per questi oranti. Così è delle anime. Noi ci affatichiamo sulla Terra. Essi ci sovvengono delle loro preghiere. Ma noi dobbiamo offrire le nostre sofferenze per la loro pace. É una catena che non si rompe. É l’Amore che lega quelli che furono con quelli che sono. E quelli che sono devono essere buoni per potersi riunire a quelli che furono e che ci desiderano con loro».

La salvezza dei pagani.

20Sintica fa un gesto involontario che frena subito. Ma Gesù lo vede e la invita ad uscire dal riserbo che la donna sempre osserva.

21«Pensavo… É più giorni che lo penso e, se devo dire il vero, ciò mi turba, perché mi pare che credere al tuo Paradiso sia perdere per sempre mia madre e le sorelle…». Un singhiozzo incrina la voce di Sintica, che si arresta per non piangere.

«Cosa è questo pensiero che ti turba tanto?».

22«Ora io credo in Te. Mia madre io non so pensarla altro che pagana. Era buona… Oh! tanto! E tanto le sorelle! La piccola Ismene era la più buona creatura che la Terra abbia portato. Ma erano pagane… Ora io, finché lo ero come loro, pensavo all’Ade e dicevo: “Ci riuniremo”. Ora non c’è più l’Ade. C’è il tuo Paradiso, il Regno dei Cieli per quelli che hanno servito con giustizia il Dio vero. E quelle povere anime? Non hanno colpa loro di essere nate greche! Nessuno dei sacerdoti d’Israele venne a dire: “Il Dio vero è il nostro”. E allora? Le loro virtù, nulla? Le loro sofferenze, nulla? E buio eterno e eterna separazione da me? Ti dico: un tormento! Mi pare quasi di averle rinnegate. Perdona, Signore… Io piango…», e si inginocchia proprio piangendo desolata.

23Alessandro Misace dice: «Ecco! Anche io pensavo se, divenendo un giusto, ritroverò mai il padre, la madre, i fratelli, gli amici…».

24Gesù posa le dita sulla testa bruna di Sintica e dice: «Colpa diviene quando, conoscendo il Vero, si persiste nell’Errore. Non quando si è convinti di essere nella verità, né nessuna voce è mai venuta a dire: “Questa che io porto è verità. Lasciate le vostre chimere per questo Vero e avrete il Cielo”. Dio è giusto. Vuoi tu che non premi la virtù perché si è formata tutta sola fra la corruzione di un mondo pagano? Datti pace, figlia».

25«Ma la colpa d’origine? Ma il culto nefando? Ma…». Verrebbe fuori dell’altro dagli israeliti a far da macia all’anima afflitta di Sintica, se Gesù con un gesto non imponesse silenzio.

26Egli dice: «La colpa d’origine è comune a tutti, d’Israele e non d’Israele. Non è prerogativa dei pagani. Il culto pagano sarà colpa dal momento che sarà diffusa nel mondo la Legge di Cristo. La virtù sarà sempre virtù agli occhi di Dio. E per l’unione mia col Padre Io dico, e dico in suo Nome, traducendo in parola il Pensiero SS., che le vie del potere misericordioso di Dio sono tante, e così tutte intese a dar gioia ai virtuosi, che saranno sollevate le barriere da anima ad anima, e pace sarà per coloro che meritarono pace. Non solo. Dico che in futuro coloro che, convinti di essere nella Verità, seguiranno la religione dei padri con giustizia e santità, non saranno invisi e puniti da Dio. É la malizia, la malavoglia, il respingere deliberatamente la Verità conosciuta, è soprattutto l’impugnare la Verità rivelata e combatterla, è il vivere vizioso quello che realmente separerà in eterno le anime dei giusti da quelle dei peccatori. Alza lo spirito abbattuto, Sintica. Queste malinconie sono un assalto infernale per l’ira che Satana ha per te, preda per sempre perduta. L’Ade non c’è. C’è il mio Paradiso. Ma esso non è cagione di dolore, bensì di gioia. Nulla della Verità deve essere cagione di abbattimento o dubbio, ma anzi forza a sempre più credere e con ilare sicurezza. Ma tu dimmele sempre le tue ragioni. Io voglio in te luce sicura e ferma come quella del sole».

27Sintica, stando ancora in ginocchio, gli prende la mano e la bacia…

Una corona per ogni paese evangelizzato.

28Il crr crr del cammelliere fa capire che il cammello sta per rientrare al passo, senza far rumore sull’erba folta che è fuori del portone posteriore, che un servo apre subito.

29E Marziam torna felice, arrossato dalla corsa – un minuscolo ometto issato sull’alta groppa – e ride agitando le braccia, mentre il cammello si inginocchia, e scivola giù dalla bizzarra sella carezzando il bruno cammelliere. E poi corre da Gesù gridando: «Che bello! Sono venuti su quelle bestie lì per adorarti i Savi d’Oriente? E io andrò con quelli a predicarti da per tutto! Il mondo sembra più grande, visto di lassù, e dice: “Venite, venite, voi che sapete la Buona Novella!”. Oh! Sai?… Anche quell’uomo ne ha bisogno… E anche tu, mercante, e tutti i tuoi servi… Quanta gente che aspetta, e che muore senza poterla avere… Più gente che rena del fiume. Tutti senza Te, Gesù! Oh! ma fa presto a dirla a tutti!», e gli si attacca ai fianchi a capo in su.

30E Gesù si china e lo bacia, promettendo: «Tu vedrai il Regno di Dio evangelizzato nei confini più lontani di Roma. Sei contento?».

31«Io sì. E poi verrò a dirti: “Ecco: questo, quello e quell’altro paese ti conoscono”. Allora saprò i nomi di quelle terre lontane. E Tu che mi dirai?».

32«Ti dirò: “Vieni, piccolo Marziam. Abbiti una corona per ogni paese in cui mi hai predicato e poi vieni qui al mio fianco, come quel giorno a Gerasa, e riposati dalle tue fatiche, perché sei stato un servo fedele ed ora è giusto che tu sia beato nel mio Regno”».

17. L’uomo dagli occhi ulcerati. Sosta alla “fonte del Cammelliere”. Ancora sul ricordo delle anime[90].

Condizione per aver il miracolo

Carovana va’.

1La carovana esce dal cortilone di Alessandro. Ordinata come per una parata militare. In coda Gesù con tutti i suoi. I cammelli vanno, dondolando nel passo ritmico il loro carico potente, e le teste, sul collo arcuato, paiono chiedere ad ogni passo: «Perché? Perché?», in una mossa muta ma tipica, come quella dei colombi che ad ogni passo sembrano dire: «sì, sì», a tutto quanto vedono. Deve attraversare la città, la carovana. E lo fa nell’aria nitida del mattino. Sono tutti imbacuccati perché fa fresco. Il sonaglio dei cammelli, il crrr crrr dei cammellieri, il versaccio di un cammello che rimpiange la stalla oziosa, fanno avvisati i geraseni della partenza di Gesù.

Gesù esige pentimento e fede.

2La nuova si diffonde rapida come il baleno, e dei geraseni vengono a salutarlo e a portare offerte di frutta e altri cibi. Corre anche un uomo con un piccolino malato: «Benedicilo, che guarisca. Abbi pietà!».

3Gesù alza la mano e benedice, aggiungendo: «Vai sicuro. Abbi fede».

4E l’uomo risponde un “sì” così pieno di fiducia che una donna chiede: «Il mio uomo malato di ulceri agli occhi lo guariresti?».

«Se siete capaci di credere, sì».

5«Allora vado a prenderlo. Attendimi, Signore», e vola via come una rondine.

Attendere! É una parola! I cammelli vanno avanti. Alessandro, in testa alla colonna, non sa ciò che si vuole in coda. Non c’è che mandare un avviso all’uomo.

6«Corri, Marziam. Va’ a dire al mercante che si fermi prima di uscire dalle mura», dice Gesù. E Marziam sfreccia via, a fare la sua missione.

La carovana sosta mentre il mercante viene verso Gesù.

«Che accade?».

«Resta e vedrai».

Guarigione degli occhi ulcerati.

7Presto è di ritorno la donna di Gerasa col marito malato d’occhi. Altro che ulceri! Quelle sono due tane di marciume aperte in mezzo al viso. L’occhio appare là in mezzo, appannato, arrossato, semicieco, fra scoli di lacrime ripugnanti. Non appena l’uomo solleva la benda scura che fa velo alla luce, il pianto aumenta perché la luce aumenta il dolore dell’occhio malato.

L’uomo geme: «Pietà! Soffro tanto!».

8«Hai anche molto peccato. Di quello non ti lamenti? Solo della povera vista del mondo ti affliggi di poterla perdere? Non sai nulla di Dio? Non ti fa paura una tenebra eterna? Perché hai mancato?».

L’uomo piange e si curva senza parlare. La moglie anche piange e geme: «Io ho perdonato…».

9«E Io pure perdonerò se egli qui mi giura di non ricadere più nel suo peccato».

«Sì, sì! Perdono. Ora so cosa il peccato porta con sé. Perdono. Come la donna perdonami. Tu sei il Buono».

«Io ti perdono. Va’ a quel rio e lavati nell’acqua il volto e guarirai».

«L’acqua fredda gli fa peggio, Signore», geme la donna.

10Ma l’uomo non pensa altro che ad andare, e va brancolando finché l’apostolo Giovanni, pietoso, non lo prende per mano e lo guida da solo finché la moglie non lo sorregge per l’altra mano. L’uomo scende fino al limite della gelida acqua che borbotta fra i sassi, si curva, prende l’acqua nella coppa delle mani unite e si lava e rilava il viso. Non dà segno di dolore. Pare anzi trovarne sollievo.

11Poi, col volto ancora bagnato, risale la sponda, torna da Gesù che gli chiede: «Ebbene? Sei guarito?».

«No, Signore. Non per ora. Ma Tu lo hai detto e io guarirò».

12«Allora resta nella tua speranza. Addio».

La donna si accascia piangendo… E delusa.

13Gesù fa cenno al mercante che si può andare. E il mercante, deluso lui pure, fa passare la voce. I cammelli si rimettono in marcia col loro moto di barca che alzi e abbassi la prora e il tagliamare sull’onda, escono dalle mura, prendono la carovaniera ampia e polverosa che si dilunga in direzione sud-ovest.

14L’ultima coppia del gruppo apostolico, ossia Giovanni di Endor e Simone Zelote, ha superato di un venti metri le mura, quando un grido taglia l’aria silenziosa, pare empire di sé il mondo, si ripete, sempre più alto, lieto, osannante: «Io vedo! Gesù! Benedetto mio! Io vedo! Io vedo! Ho creduto! Io vedo! Gesù, Gesù! Benedetto mio!», e l’uomo, dal volto completamente risanato, dagli occhi tornati belli – due carbonchi pieni di luce e di vita – fende le file apostoliche e piomba ai piedi di Gesù, finendo quasi sotto le zampe del cammello del mercante, che fa appena a tempo a scansare la bestia dal prostrato.

15L’uomo bacia la veste di Gesù ripetendo: «Ho creduto! Ho creduto e vedo. Benedetto mio!».

16«Alzati e sii felice. E buono, soprattutto. Di’ a tua moglie che sappia credere completamente. Addio». E Gesù si libera dalla stretta del miracolato e riprende ad andare.

Condizioni per aver il miracolo.

17Il mercante si liscia la barba pensieroso… Infine chiede: «E se non avesse saputo persistere a credere dopo la delusione del lavaggio?».

«Sarebbe rimasto quale era».

18«Perché esigi tanta fede per fare miracolo?».

«Perché la fede testimonia presenza di speranza e di amore in Dio».

19«E perché prima hai voluto il pentimento?».

«Perché il pentimento fa amico Dio».

20«Io che non ho malattie, che dovrei fare per testimoniare che ho fede?».

«Venire alla Verità».

21«E potrei venirci senza amicizia di Dio?».

«Non ci potresti venire senza la bontà di Dio. Il Signore permette che chi, ancora senza pentimento, lo cerca, lo trovi; perché il pentimento generalmente viene quando l’uomo, scientemente o con appena una larva di coscienza di ciò che vuole la sua anima, conosce Iddio. Prima è come un ebete guidato dal solo istinto. Tu non hai mai sentito il bisogno di credere?».

22«Molte volte. Non ero soddisfatto, ecco, di ciò che avevo. Sentivo che c’era dell’altro. Più forte del denaro e dei figli, speranze mie… Ma non mi davo poi la cura di cercare di sapere ciò che senza sapere cercavo».

23«La tua anima cercava Dio. La bontà di Dio ha permesso che tu trovassi Dio. Il pentimento per il tuo inerte passato lontano da Dio ti darà l’amicizia di Dio».

24«Allora per… per avere il miracolo di vedere con l’anima la Verità, dovrei pentirmi del passato?».

«Certamente. Pentirti e risolverti ad un completo mutamento di vita…».

Importanza della cultura.

L’esperienza di Giovanni d’Endor.

25L’uomo si torna a lisciare la barba, e pare che stia studiando e contando i peli del collo del cammello, tanto sta a occhi fissi. Senza volere, urta col tallone la bestia, e questa prende l’urto per un incitamento ad accelerare il passo, e lo fa portando oltre il mercante, verso la testa della carovana. Gesù non lo trattiene. Anzi si ferma lasciandosi sorpassare dalle donne e dagli apostoli, finché lo raggiungono Simone Zelote e Giovanni di Endor. Gesù si unisce a loro.

26«Di che parlate?», chiede.

«Parlavamo dello sconforto che deve provare chi non crede a nulla o chi perde una fede che aveva. Ieri Sintica era proprio angosciata, pur essendo passata ad una fede perfetta», risponde lo Zelote.

27«Io dicevo a Simone che, se è penoso passare dal Bene al Male, è anche sconcertante passare dal Male al Bene. Nel primo caso si è torturati dalla coscienza che rampogna. Nel secondo si è… straziati… Come deve esserlo uno che si trova portato in paese straniero, assolutamente ignoto… Oppure è lo sgomento di chi, essendo un miserabile e incolto, si trovasse messo in mezzo ad una Corte di re, fra dotti e signori. É una sofferenza… Io so… Tanta sofferenza… Non si può credere che ciò sia vero, che possa durare… che lo si possa meritare… specie quando si ha l’anima macchiata… come era la mia…».

28«E ora, Giovanni?», chiede Gesù.

Il viso estenuato di Giovanni di Endor, estenuato e triste, si illumina di un sorriso che lo fa meno scarno. Dice: «E ora non più. Resta la gratitudine, anzi essa cresce, per il Signore che ha voluto questo. Resta il ricordo del passato a tenermi umile. Ma c’è la sicurezza. Mi sento acclimatato, non più straniero in questo dolce mondo che è il tuo, di perdono e di amore. E sono pacificato, sereno, felice».

29«Giudichi buona la tua esperienza?».

«Sì. Se non fosse che mi dolgo di aver peccato, perché con esso peccato ho contristato Iddio, direi che sento che è stato bene questo mio passato. Mi può molto servire a sostenere anime, volonterose ma smarrite, nei primi momenti del loro nuovo credere».

30«Simone, va’ a dire al ragazzo di non saltare tanto. Questa sera sarà sfinito».

31Simone guarda Gesù, ma capisce la verità del comando. Ha un sorriso intelligente e se ne va lasciando soli i due.

Il bravo pedagogo.

32«Ora che siamo soli, Giovanni, ascolta questo mio desiderio. Tu, per molte ragioni, hai l’ampiezza di giudizio e di pensiero che nessun altro ha fra i miei seguaci. E hai una cultura più vasta di quella comune fra gli israeliti. Perciò Io ti prego di aiutarmi…» [91].

«Io aiutare Te? In che?».

33«Per Sintica. Tu sei tanto un bravo pedagogo! Marziam impara presto e bene con te. Tanto che Io conto lasciarvi insieme per qualche mese, perché voglio in Marziam una conoscenza più vasta di quella del piccolo mondo d’Israele. A te dà gioia occuparti di lui. Anche a Me dà gioia vedere voi uniti, tu a insegnare, lui ad apprendere[92]; tu a ringiovanire, egli a maturare nell’occupazione. Ma anche Sintica dovresti curare. Come una sorella smarrita. Tu l’hai detto: è uno smarrimento… Aiutala ad acclimatarsi nell’atmosfera mia. Mi fai questo favore?».

34«Ma è grazia per me farlo, mio Signore! Io non l’avvicinavo perché mi pareva di essere un superfluo. Ma se Tu vuoi. Ella legge i miei rotoli. Ce ne sono di sacri e di unicamente colti: libri di Roma e di Atene. Vedo che medita e compulsa. Ma non mi ero mai intromesso ad aiutarla. Se Tu lo vuoi…».

35«Sì, lo voglio. Voglio vedervi amici. Anche lei, come Marziam e come te, sosterete a Nazareth qualche tempo. Sarà bello. Mia Madre e tu maestri di due anime che si aprono a Dio. Mia Madre, l’angelica Maestra della scienza di Dio; tu, l’esperto maestro dell’umano sapere, che però ora puoi spiegare con riferimenti soprannaturali[93]. Sarà bello. E buono».

36«Sì, mio benedetto Signore! Troppo bello per il povero Giovanni…», e l’uomo sorride al pensiero di questi prossimi giorni di pace presso Maria, nella casa di Gesù…

La fonte del cammelliere.

37E la strada si snoda, in un tepore di sole sempre più sensibile, in una vaghezza di campagna ormai tutta piana dopo aver costeggiato quelle piccole elevazioni che sono subito dopo Gerasa. Una strada anche ben tenuta, su cui è comodo l’andare. E riprendere ad andare dopo la sosta del mezzodì.  É quasi sera quando sento ridere per la prima volta di gusto Sintica, alla quale Marziam ha raccontato non so che, che fa ridere tutte le donne. Vedo che la greca si china ad accarezzare il bambino e a sfiorargli la fronte con un bacio. Dopo di che il fanciullo riprende a saltellare come non sentisse stanchezza.

38Ma stanchi sono tutti gli altri, e con gioia è appresa la decisione di pernottare alla fonte del Cammelliere. Il mercante dice: «Io vi pernotto sempre. Troppo lunga è la tappa da Gerasa a Bozra. Per uomini e per bestie».

39«È umano questo mercante», osservano fra loro gli apostoli, confrontandolo con Doras…

40La “fonte del Cammelliere” non è che un pugno di case intorno a pozzi numerosi. Una specie di oasi non nell’arido del deserto, perché qui non c’è aridità. Ma è un’oasi nella vastità disabitata dei campi e dei frutteti, che si seguono gli uni agli altri per delle miglia e che, nel venire della sera ottobrina, emanano la stessa tristezza del mare al crepuscolo. Perciò vedere case, udire rumori di voci, pianti di bimbi, sentire l’odore dei camini che fumano e vedere le prime lucerne accese, è dolce come l’arrivo alla propria casa.

41Mentre i cammellieri sostano per una prima abbeverata ai cammelli, gli apostoli e le donne seguono Gesù, che col mercante entrano nel… molto preistorico albergo che li ospiterà per la notte…

Il coraggio delle discepole.

42…Nella fumosa stanzaccia dove hanno preso il pasto, dove dormiranno gli uomini, e mentre già i servi preparano i giacigli di fieno ammucchiato su graticci, si radunano tutti presso un ampio focolare che tiene tutta la parete stretta dello stanzone.

Il fuoco è acceso perché la sera ha portato umido e freddo.

«Purché il tempo non si metta all’acqua», sospira Pietro.

43Il mercante lo rassicura: «Vi è ancora da finire questa luna prima che venga il maltempo. Qui fa così a sera. Ma domani avremo sole».

44«È per le donne, sai? Non per me. Io sono pescatore e nell’acqua ci vivo. E ti assicuro che preferisco l’acqua alle montagne e alla polvere».

45Gesù parla con le donne e coi due cugini. Lo ascoltano anche Giovanni di Endor e lo Zelote. Invece Timoneo ed Ermasteo con Matteo leggono uno dei rotoli di Giovanni, e i due israeliti spiegano ad Ermasteo i passi biblici più oscuri per lui.

46Marziam li ascolta incantato, ma con un visetto che si vela di sonno. Lo vede Maria d’Alfeo e dice: «Quel bambino è stanco. Vieni, caro, ché andiamo a dormire noi. Vieni, Elisa. Vieni, Salome. Vecchi e bambini stanno meglio a letto. E fareste bene andarci tutti. Siete stanchi».

47Ma oltre le anziane, eccettuate Marcella e Giovanna di Cusa, nessuno si muove.

48Quando, dopo esser state benedette, esse se ne sono andate, Matteo mormora: «Chi lo avesse detto a queste donne di avere a dormire sulla paglia, tanto lontane da casa, solo poco tempo fa!».

49 «Non ho mai dormito tanto bene», afferma recisa Maria di Magdala. E Marta conferma la stessa cosa. Però Pietro dà ragione al compagno: «Matteo ha ragione. E io mi chiedo, senza capire, perché il Maestro vi ha portate qui».

«Ma perché siamo le discepole!».

50«Allora se andasse… dove stanno i leoni, ci andreste?».

«Ma sicuro, Simon Pietro! Gran che fare qualche passo! E con Lui vicino!».

«Ecco, veramente sono molti passi. E per delle donne disabituate a questo…».

51Ma le donne protestano, tanto che Pietro si stringe nelle spalle e tace. Giacomo d’Alfeo, alzando la testa, vede un sorriso così luminoso sul volto di Gesù che gli chiede: «Ci vuoi dire il vero scopo di questo viaggio, fra di noi, con le donne e… con poco frutto rispetto alla fatica?».

52«Tu potresti pretendere di vedere ora il frutto del seme sepolto nei campi che abbiamo traversato?».

«Io no. Lo vedrò in primavera».

«Io pure ti dico: “Lo vedrai a suo tempo”».

Origine e natura dell’anima.

Questione sulla reincarnazione.

53Gli apostoli non ribattono nulla. Si alza la voce argentina di Maria: «Figlio mio, oggi fra noi parlavamo di quanto hai detto a Ramot. E ognuna di noi aveva sensazioni e riflessioni diverse. Vorresti dirci il tuo pensiero? Io dicevo che era meglio chiamarti subito. Ma Tu parlavi con Giovanni di Endor».

54«Veramente ero io quella che aveva suscitato la questione. Perché sono una povera pagana, io, e non ho le luci splendide della vostra fede. Bisogna compatirmi».

55«Ma vorrei avere la tua anima, sorella mia!», dice impulsiva la Maddalena. E, sempre esuberante, l’abbraccia tenendola stretta a sé con un braccio. Splendida nella sua bellezza, pare da sola illuminare la misera stamberga e mettervi l’opulenza della sua casa sontuosa. Stretta a lei, la greca, tutt’affatto diversa, eppure singolare nella sua persona, mette una nota di pensiero presso il grido d’amore che pare sprigionarsi sempre dalla passionale Maria; mentre, seduta col dolce viso alzato verso il Figlio, le mani intrecciate quasi pregasse, il profilo purissimo in risalto contro la parete nera, la Vergine è la perpetua Adorante.

56Susanna sta nella penombra dell’angolo e sonnecchia, mentre Marta approfitta della luce del focolare per assicurare delle fibbie alla vesticciola di Marziam, attiva anche nonostante la stanchezza e le insistenze altrui.

Gesù dice a Sintica: «Ma non era pensiero penoso. Ti ho sentita ridere».

57«Sì, per il bambino, che risolveva la questione agilmente, dicendo: “Io non voglio ritornare altro che se torna Gesù. Ma se tu vuoi sapere tutto, va’ di là e poi torna a dirci se ti ricordi”». Ridono tutte ancora e dicono che Sintica domandava a Maria spiegazioni sulla non ben capita spiegazione del ricordo che le anime conservano, e che spiega certa possibilità nei pagani di avere ricordi vaghi della Verità.

58«Io dicevo: “Forse che questo conferma la teoria della rincarnazione creduta da molti pagani?”; e tua Madre, Maestro, mi spiegava che altra cosa è quello che Tu dici. Ora voglimi spiegare anche questo, mio Signore».

Origine e natura dell’anima.

59«Ascolta. Non devi credere che, perché gli spiriti hanno spontanei ricordi di Verità, sia dimostrato che noi si vive più vite. Ormai sai già abbastanza per sapere come fu creato l’uomo, come l’uomo peccò, come fu punito. Ti è stato spiegato come nell’animale-uomo da Dio sia incorporata un’anima singola. Questa è creata di volta in volta e non mai più usata per successive incarnazioni. Questa certezza dovrebbe annullare la mia asserzione sui ricordi delle anime. Dovrebbe per qualunque altro essere che non fosse l’uomo, dotato di un’anima fatta da Dio. L’animale non può ricordare nulla, nascendo una volta sola. L’uomo può ricordare, pur nascendo una volta sola. Ricordare con la sua parte migliore: l’anima. Da dove viene l’anima? Ogni anima d’uomo? Da Dio[94]. Chi è Dio? Lo Spirito intelligentissimo, potentissimo, perfetto. Questa mirabile cosa che è l’anima, cosa da Dio creata per dare all’uomo la sua immagine e somiglianza come segno indiscutibile della sua Paternità SS. [95], risente delle doti proprie di Colui che la crea. É dunque intelligente[96], spirituale[97], libera[98], immortale[99], come il Padre che l’ha creata. Essa esce perfetta dal Pensiero divino e nell’attimo della sua creazione essa è uguale, per un millesimo di attimo, a quella del primo uomo: una perfezione che comprende la Verità per dono gratis dato. Un millesimo di attimo. Poi, formata che sia, è lesionata dalla colpa d’origine. Per farti capire meglio dirò che è come se Dio fosse gravido dell’anima che crea e che il creato, nel nascere, venisse ferito da un segno incancellabile. Mi comprendi?».

60«Si. Finché è pensata, è perfetta. Un millesimo d’attimo, questo pensiero creante. Poi, il pensiero tradotto in fatto, il fatto è soggetto alla legge provocata dalla Colpa».

61«Bene hai risposto. L’anima si incarna perciò così nel corpo umano, portando seco, quale gemma segreta nel mistero del suo essere spirituale, il ricordo dell’Essere Creatore, ossia della Verità. Il bimbo nasce. Può essere un buono, un ottimo come un perfido. Tutto può divenire, perché è libero di volere. Sui suoi ”ricordi” getta le luci il ministero angelico e le tenebre l’insidiatore. A seconda che l’uomo appetisce alle luci, e perciò anche a virtù sempre più grande, facendo l’anima signora del suo essere, ecco che si aumenta in lei la facoltà di ricordare, come se sempre più la virtù assottigliasse la parete che si frappone fra l’anima e Dio. Ecco perché i virtuosi di ogni paese sentono la Verità, non perfettamente, perché ottusi da contrarie dottrine o da ignoranze letali, ma sufficientemente per dare pagine di formazione morale ai popoli ai quali appartengono. Hai compreso? Sei persuasa?».

62«Sì. Concludendo: la religione delle virtù praticate eroicamente predispone l’anima alla Religione vera e alla conoscenza di Dio».

63«Proprio così. E ora vai al riposo e sii benedetta. E tu pure, Mamma; e voi, sorelle e discepole. La pace di Dio sul vostro riposo».

18. A Bozra l’insidia di scribi e farisei[100].

Uomini-iene. Che bestie!

Bozra.

1Bozra, sia per la stagione, sia per essere così chiusa nelle sue stradette, si mostra al mattino opaca di nebbia. Opaca e molto sporca. Gli apostoli, tornati dalle compere sul mercato, ne parlano fra di loro. Perché l’industria alberghiera di quei tempi e di questi luoghi è talmente preistorica, che ognuno deve pensare ai suoi vettovagliamenti. Si capisce che gli osti non ci vogliono rimettere una briciola. Si limitano a cucinare ciò che gli avventori portano, e speriamo che non rubino sul portato. O al massimo a comperare per l’avventore o a vendere direttamente all’avventore le vettovaglie di cui hanno scorte, facendo da macellai, all’occorrenza, sui poveri agnelli destinati ad essere arrostiti.

Incompatibilità regionale.

2Questo di comperare dall’oste non è garbato a Pietro, e ora continua il battibecco fra l’apostolo e l’oste – una faccia malandrina alquanto – il quale non manca di insolentire l’apostolo dandogli del «galileo», mentre quello rimbecca, accennando ad un porcellino sgozzato or ora dall’oste per conto di avventori di passaggio: «Io galileo, tu porco, pagano che sei. Nel tuo fetido albergo non ci starei un’ora se fossi padrone di me. Ladro e…» (e qui aggiunge un altro termine molto… esplicativo, che lascio nella penna).

3Deduco che fra questi di Bozra e i galilei ci sia una delle tante incompatibilità regionali e religiose di cui era pieno Israele, o meglio la Palestina. L’oste urla più forte: «Se non fosse perché tu sei col Nazareno, e io sono meglio dei vostri lerci farisei che lo odiano senza ragione, ti laverei il muso col sangue del porco, così dovresti sgombrare di qui per correre a purificarti. Ma rispetto Lui, di cui è certa la potenza. E ti dico che con tutte le vostre storie siete dei peccatori. Siamo meglio noi di voi. Noi non insidiamo, noi non tradiamo. Voi, puah! Razza di traditori ingiusti e ribaldi che non rispettate neppure i pochi santi che avete fra voi».

4«A chi traditori? A noi? Ah! viva il Cielo che ora…». Pietro è inviperito e sta per scagliarsi, mentre suo fratello e Giacomo lo trattengono e Simone Zelote si interpone con Matteo. Ma, più che la loro opera, vale a far cadere l’ira la voce di Gesù, che si affaccia da una porta e dice: «Che ora tu, Simone, taci. E tu, uomo, taci ugualmente».

«Signore, quest’oste ha insinuato e minacciato per il primo».

«Nazareno, io sono stato offeso per il primo».

Io, lui. Lui e io. Si rimbalzano a vicenda la colpa i due colpevoli.   

Le insidie delle iene.

Gesù si fa avanti serio e calmo.

5«Avete torto tutti e due. E tu, Simone, più di lui. Perché tu conosci la dottrina dell’amore, del perdono, della mansuetudine, della pazienza, della fratellanza. Per non essere maltrattati come galilei occorre farsi rispettare come santi. E tu, uomo, se ti senti migliore degli altri, benedicine Iddio e sii degno di divenire sempre di più buono. E soprattutto non sporcare la tua anima con accuse bugiarde. I miei discepoli non tradiscono e non insidiano».

6«Ne sei certo, Nazareno? E allora perché quei quattro sono venuti a farmi domande se eri venuto, con chi eri e tante belle cose?».

«Cosa? Cosa? Chi sono? Dove sono?».

Gli apostoli si affollano, dimenticando che si accostano ad uno bagnato di sangue di porco, cosa che prima li faceva stare alla larga inorriditi.

«Andate voi ai vostri affari. Resta pure, tu, Misace».

7Gli apostoli se ne vanno nella stanza dalla quale è uscito Gesù, e nel cortile restano solo, uno di fronte all’altro, Gesù e l’oste. A qualche passo da Gesù è il mercante che sta osservando la scena, stupito.

8«Rispondi, uomo. Con sincerità. E perdona se il sangue ha inviperito la lingua di un mio discepolo. Chi sono questi quattro e che hanno detto?».

9«Chi siano non so di preciso. Ma certo scribi e farisei dell’altra parte. Chi li abbia portati qui non so. Non li ho mai visti. Ma loro sono bene al corrente di Te. Sanno da dove vieni, dove vai, con chi sei. Ma ne volevano conferma da me. No. Io sarò ribaldo. Ma so il mio mestiere. Io non conosco nessuno, non vedo nulla, non so niente. Per gli altri, si capisce. Perché per me so tutto. Ma perché devo dire agli altri ciò che so, e specie a quegli ipocriti? Ribaldo io? Sì. All’occorrenza sostengo anche i ladroni. Tanto Tu lo sai… Ma non saprei rubare o tentare di rubare a Te libertà, onore, vita. E quelli – non sono più Fara di Tolomeo se non è vero ciò che dico – e quelli ti posteggiano per farti del male. E chi ce li manda? Forse un della Perea o della Decapoli? Forse uno della Traconite o della Gaulanite o dell’Auranite? No. Noi, o non ti conosciamo o, se di Te sappiamo, ti rispettiamo come un giusto se non crediamo in Te come un santo. Chi allora li ha mandati? Uno della tua parte e forse uno dei tuoi amici, perché sanno troppe cose…».

Un discepolo e un amico.

Filippo di Arbela discepolo.

«Sapere della mia carovana è facile…», dice Misace.

10«No, mercante. Non di te. Ma di altri che sono con Gesù. Io non so e non voglio sapere. Non vedo e non voglio vedere. Però ti dico: se sai di essere colpevole ripara, se sai d’essere tradito provvedi».

11«Non colpevole, uomo. E non tradito. Solo è che Israele non comprende Me. Ma tu come sai di Me?».

«Per un ragazzo. Un discolo che faceva parlare di sé Bozra e Arbela. Qui perché veniva a consumare i suoi peccati, là perché disonorava la sua famiglia. E poi si è convertito. E più onesto di un giusto si è fatto. E ora è passato coi tuoi discepoli, discepolo esso pure, e ti attende ad Arbela per onorarti col padre e la madre. E narra a tutti che Tu gli hai mutato il cuore per le preghiere di sua madre. Filippo di Giacobbe, se santa diverrà mai questa regione, avrà merito di esserne il santificatore. E se in Bozra c’è chi ti crede, è per lui».

Fara l’oste di Bozra.

12«Dove sono ora gli scribi qui venuti?».

«Non lo so. Se ne sono andati, perché ho detto che non avevo posto per loro. Ce l’avevo. Ma non ho voluto ospitare i serpenti vicino alla colomba. Nella zona sono di certo. Sta’ attento».

13«Io ti ringrazio, uomo. Come ti chiami?».

«Fara. Ho fatto il mio dovere. Ricordati di me».

«Sì. E tu di Dio. E perdona al mio Simone. Il molto amore che mi porta lo acceca talora».

«Niente di male. L’ho offeso anche io… Ma fa male sentirsi insultare. Tu non insulti…».

14Gesù sospira… Poi dice: «Vuoi aiutare il Nazareno?».

«Se posso…».

«Io parlerei volentieri da questo cortile…».

«E io ti lascerò parlare. Quando?».

«Fra sesta e nona».

«Va’ tranquillo dove vuoi. Bozra saprà che parli. Ci penso io».

15«Dio te ne compensi», e Gesù gli dà un sorriso che è già un compenso. Poi si avvia verso la stanza dove era prima.

16Alessandro Misace dice: «Maestro, sorridi anche a me così… Vado anche io a dire ai cittadini di venire a sentire la Bontà che parla. Ne conosco molti. Addio».

«Anche a te Dio dia compenso», e Gesù gli sorride.

Le virtù di un discepolo.

Carità, mitezza e bontà.

17Entra nella stanza. Le donne sono intorno a Maria che ha il viso addolorato e che si alza subito andando dal Figlio. Non parla. Ma tutto in Lei è domanda. Gesù le sorride e le risponde dicendo a tutti: «Fate di essere liberi per l’ora di sesta. Dopo qui Io parlerò a molti. Intanto andate, tutti meno Simon Pietro, Giovanni ed Ermasteo. Annunciatemi e fate molte elemosine».

Gli apostoli se ne vanno.

Pietro si accosta lentamente a Gesù, che è presso le donne, e chiede: «Perché non anche io?».

18 «Quando si è troppo impulsivi si sta in casa. Simone, Simone! Quando mai saprai piegare la tua carità verso il prossimo? Per ora è una fiamma accesa, ma tutta per Me, è una lama diritta e rigida, ma solo per Me. Sii mite, Simone di Giona».

«Hai ragione, Signore. Mi ha già rimproverato tua Madre, come Lei sa, senza far male. Ma fin di dentro mi ha penetrato. Però… rimproverami anche Tu, ma… poi non mi guardare più così triste».

L’ubbidienza è la virtù del giusto.

19«Sii buono. Sii buono… Sintica, vorrei parlarti in disparte. Sali sulla terrazza. Vieni tu pure, Madre mia…».

20E sul rustico terrazzo che copre un’ala del fabbricato, nel sole tepido che scalda l’aria, Gesù, passeggiando lentamente fra Maria e la greca, dice: «Domani ci separeremo per qualche tempo. Presso Arbela voi donne, insieme a Giovanni di Endor, andrete verso il mar di Galilea, proseguendo fino a Nazareth insieme. Ma, per non mandarvi sole con un uomo quasi inabile, vi farò accompagnare dai miei fratelli e da Simon Pietro. Prevedo che ci saranno delle ripugnanze per questa separazione. Ma l’ubbidienza è la virtù del giusto. Passando dalle terre che Cusa sorveglia in nome di Erode, Giovanna può avere scorta per il resto della via. Allora rimanderete i figli di Alfeo e Simon Pietro. Ma quello per cui ti ho chiesto di salire qui è questo. Io ti voglio dire, o Sintica, che ho deciso per te una sosta in casa di mia Madre. Ella sa già. Con te sarà Giovanni di Endor e Marziam. Statevi di cuore, formandovi sempre più alla Sapienza. Io voglio che tu abbia molta cura del povero Giovanni. A mia Madre non dico questo perché Ella non occorre di consigli. Tu puoi capire e compatire Giovanni, ed egli può farti tanto bene perché è un esperto maestro. Poi verrò Io. Oh! presto! E ci vedremo sovente. Spero trovarti sempre più sapiente nella Verità. Io ti benedico, Sintica, in particolare. Questo è il mio addio per te, per questa volta. A Nazareth troverai amore e odio come dovunque. Ma nella mia casa troverai pace. Sempre».

Onde d’amore e di fedeltà.

21«Nazaret mi ignorerà e io la ignorerò. Vivrò nutrendomi della Verità e il mondo sarà nulla per me, Signore».

22«Sta bene. Vai pure, Sintica. E silenzio per ora. Madre, tu sai… Ti affido queste mie perle più care. Mentre siamo in pace, fra noi, Mamma, fa’ che il tuo Gesù si ristori nelle tue carezze…»

23 «Quanto odio, Figlio mio!».

«Quanto amore!».

«Quanta amarezza, Gesù caro!».

«Quanta dolcezza!».

«Quanta incomprensione, Creatura mia!».

«Quanta comprensione, Mamma!».

«Oh! mio Tesoro, Figlio caro!».

«Mamma! Gioia di Dio e mia! Mamma!».

24Si baciano restando poi vicini, sulla panchina di pietra che costeggia il muretto del terrazzo, Gesù tenendo abbracciata la Madre, protettore e amoroso, Lei stando col capo sulla spalla del Figlio, le mani nella sua mano: beati… Il mondo è tanto lontano… sepolto da onde di amore e di fedeltà…

19. Il discorso e i miracoli a Bozra dopo l’irruzione di due farisei. Il dono della fede ad Alessandro Misace[101].

Mummie velenose. Che incubo!

Gente e gente in attesa di Gesù.

1E il mondo è anche tanto vicino con le sue onde di odio, di tradimento, di dolore, di bisogno, di curiosità. E le onde vengono, come quelle del mare in un porto, a morire qui, dentro il cortile dell’albergo di Bozra, che il rispetto dell’oste, migliore di cuore di quanto non lo faccia supporre la sua faccia, ha nettato da escrementi e brutture. Gente e gente, del luogo e non del luogo, ma ancora della regione. E gente che dai discorsi comprendo venire da lontano, dalle rive del lago o da oltre lago. Nomi di paesi, frammenti di dolori si afferrano fra i discorsi che si intrecciano in attesa di Gesù. Gadara, Ippo, Gerghesa, Gamala, Afeca, e Naim, Endor, Jezrael, Magdala e Corozim passano da bocca a bocca, e con essi i racconti dei motivi per cui da tanto lontano sono venuti fino qui.

Frammenti di dolori.

2«Quando ho saputo che Egli era venuto per l’Oltre Giordano mi sono sconfortato. Ma mentre stavo per tornare a Jezrael sono venuti dei discepoli e hanno detto, a noi che aspettavamo a Cafarnao: “A quest’ora Egli è certo oltre Gerasa. Non perdete tempo ad andare a Bozra o ad Arbela”, e sono venuto con questi…».

3«Io invece da Gadara ho visto passare dei farisei. E chiedevano se c’era Gesù di Nazareth che era nella regione. Ho la moglie malata. Mi sono unito a loro. Poi, ieri ad Arbela, ho saputo che prima veniva a Bozra e sono venuto qui».

4«Io da Gamala vengo, per questo bambino. L’ha colpito una vacca furente. M’è rimasto così…», e mostra il figlio tutto rattrappito, incapace di muovere anche le braccia liberamente.

5«Io non ho potuto portare il mio. Vengo da Mageddo. Che dite? Me lo guarirà anche da qui?», geme una donna dal volto arrossato dal pianto.

6«Ma ci vuole il malato!».

«No. Basta aver fede».

«No. Se non impone le mani non si guarisce. Fanno così anche i discepoli suoi».

«Hai fatto tanta strada per nulla, donna!».

La donna si dà a piangere dicendo: «O me misera! E l’ho lasciato quasi moribondo, sperando… Non lo guarirà, e io non lo consolerò nella morte…».

7Un’altra donna la consola: «Non credere, donna. Io vengo a dirgli grazie perché mi ha fatto un grande miracolo senza lasciare il monte su cui parlava».

«Che male aveva tuo figlio?».

«Non era il figlio. Era il marito che era divenuto folle…», e le due continuano a parlare sottovoce.

«È vero. Anche la madre d’Arbela ebbe redento il figlio senza che il Maestro lo vedesse…», dice uno di Arbela e continua a parlare con dei vicini…

8«Largo, per pietà! Largo!», urlano dei portatori di una lettiga tutta coperta.

 

 

 

 

9La folla si fende e la lettiga passa col suo carico di dolore, andando a porsi là in fondo, quasi dietro ad un pagliaio. Uomo o donna colui che è steso sul lettuccio? Chissà!

Vecchie mummie velenose!

10Entrano due farisei tronfi e ben portanti, superbi più che mai. Assalgono il povero albergatore come due matti, urlando: «Maledetto mentitore! Perché ci hai detto che non c’era? Complice sei di Lui? Schernirti così di noi, i santi di Israele, per favorire… Chi poi? Che ne sai tu chi è? Che è per te?».

11«Che è? Ciò che voi non siete. Ma non ho mentito. É venuto poche ore dopo la vostra venuta. E non si è nascosto, né io lo nascondo. Ma siccome il padrone qui sono io, sull’istante vi dico: “Uscite da casa mia!”. Non si fa ingiuria qui al Nazareno. Capite? E se non capite le parole potrei parlarvi coi fatti, sciacalli che siete!».

12Il nerboruto alberghiere sembra così deciso di passare all’azione che i due farisei cambiano tono e si fanno striscianti come cagnoli minacciati dallo scudiscio.

13«Ma noi lo cerchiamo per venerarlo! Che credi? Ci ha fatto inferocire il pensiero di non poterlo vedere per tua colpa. Noi lo sappiamo chi è Egli. Il Messia, santo e benedetto, al quale noi non siamo degni di alzare lo sguardo. Noi polvere, Egli gloria di Israele. Conducici da Lui. La nostra anima brucia dalla voglia di udire la sua parola».

14L’oste rifà loro il verso a meraviglia, rispondendo: «Oh! guarda! E come ho potuto pensare che così non fosse, io che so di fama la giustizia dei farisei?! Ma certo. Voi siete venuti per adorarlo! Voi bruciate di questo desiderio! Vado a dirglielo. Vado… No, per Satana! Tu non mi segui! E neppur tu, o vi sbatacchio tanto, vecchie mummie velenose, da farvi entrare l’uno nell’altro. Qui state. Tu qui, dove ti pianto. E tu qui. E mi spiace di non potervi conficcare nella terra fino al collo per servirmi di voi come di piolo per legarvi i porci da scannare»; e unisce le parole all’azione, prendendo prima il più striminzito fariseo per le ascelle, alzandolo e poi ripiantandolo a terra così violentemente che per davvero che, se non era terreno ben duro, il disgraziato sarebbe entrato almeno fino alla caviglia nel suolo. Ma il terreno è duro e il fariseo resta ritto, dopo un grande scuotìo, come fosse un pupazzo. Poi l’oste prende l’altro e, per quanto sia piuttosto obeso, lo alza e lo riabbassa con la stessa furia e, posto che l’altro reagisce e si divincola, finisce che invece di metterlo ritto lo butta giù, seduto: un fagotto di carne e di stoffa… E se ne va poi, dicendo una brutta parola che si sperde fra i lamenti dei due e le risate di molti altri.

15Entra in un corridoio, passa in una corticella, prende una scaletta, pone piede su un ballatoio porticato e da questo in una stanza vasta, nella quale stanno finendo il pasto Gesù con tutti i suoi, più il mercante.

16«Sono arrivati due dei quattro farisei. Regolati. Per ora li ho regolati io. Volevano venire dietro a me. Non ho voluto. Sono ora giù nel cortile fra molti, molti malati, e altri ancora».

«Vengo subito. Grazie, Fara. Vai pure».

Ipocrisia farisaica.

17Si alzano tutti. Ma Gesù ordina che i discepoli restino dove sono, e così le donne, meno sua Madre, Maria Cleofa, Susanna e Salome. E visto il dolore che si dipinge sui volti degli esclusi, dice: «Andate sul terrazzo. Mi udrete ugualmente».

18Esce con gli apostoli e le quattro donne. Rifà la strada fatta dall’oste, entra nel cortile grande. La folla allunga il collo per vedere, e chi è furbo monta sui pagliai, sui carri fermi contro un lato, sull’orlo delle vasche…

19I due farisei gli vanno incontro tutti ossequiosi. Gesù li saluta col suo solito saluto, come fossero i suoi più fedeli amici. Però non si ferma a rispondere alle loro domande untuose: «Così in pochi siete? E senza discepoli? Ti hanno dunque abbandonato?».

20Gesù, continuando a camminare, risponde serio: «Nessun abbandono. Voi venite da Arbela dove avete incontrato chi mi precede, e in Giudea avete incontrato Giuda di Simone, Tommaso, Natanaele e Filippo».

21Il fariseo corpulento non osa più seguirlo e si ferma di colpo, arrossendo come una bragia.

22L’altro, più sfacciato, insiste: «È vero. Ma appunto sapevamo che Tu eri con dei discepoli fedeli e con le donne, e ci stupivamo di vederti con così pochi. Volevamo vedere le tue nuove conquiste per felicitarci con Te», e ride falso.

23«Le mie conquiste nuove? Eccole!», e Gesù fa un gesto a semicerchio, indicando la folla per lo più dell’Oltre Giordano, ossia di questa regione dove è Bozra. E poi, senza lasciare tempo al fariseo di replicare, inizia a parlare.

Discorso messianico

Compimento delle promesse.

24«”Mi han cercato quelli che prima non domandavano di Me. Mi han trovato quelli che prima non mi cercavano. Ed Io ho detto: ‘Eccomi, eccomi’ ad una nazione che non invocava il mio Nome”[102]. Gloria al Signore che parla la verità sulla bocca dei Profeti! Veramente Io, guardando questa folla che mi si stringe intorno, esulto nel Signore, perché vedo compite le promesse che l’Eterno mi ha fatte quando mi mandò nel mondo. Quelle promesse che Io stesso ho accese, col Padre e col Paraclito, nel pensiero, nella bocca, nel cuore dei Profeti[103], quelle promesse che Io ho conosciute prima di esser Carne[104] e che mi hanno confortato a vestire una carne. E mi confortano. Sì. Mi confortano da ogni odio, rancore, dubbio e menzogna. Mi hanno cercato quelli che prima non domandavano di Me. E mi hanno trovato coloro che non mi cercavano. Perché questo se invece coloro, ai quali Io ho teso le mani dicendo: “Eccomi”, mi hanno respinto? Eppure essi mi conoscevano, mentre questi non mi conoscevano. E allora?

25Ecco la chiave del mistero. Non è colpa l’ignorare, ma è colpa il rinnegare. E troppi di quelli che sanno di Me, e ai quali ho teso le mani, mi hanno rinnegato come fossi un bastardo o un ladrone, un satana corruttore, perché nella loro superbia hanno spento la fede e si sono smarriti per vie non buone, contorte, peccaminose, lasciando la via che la mia voce indica loro. Il peccato è nel cuore, nei piatti, nei letti, nei cuori, nelle menti di questo popolo che mi respinge e che, vedendo riflessa ovunque la sua propria immondezza, sopra Me pure la vede, e il suo astio più ancor la concentra, e allora mi dice: “Allontanati, ché sei immondo”[105].

Il Redentore.

26E che allora dirà Colui che viene con le vesti tinte di rosso, bello nel suo vestito, e cammina nella grandezza della sua forza? [106] Già compirà ciò che dice Isaia, e non tacerà, ma verserà quanto si meritano nel loro seno? No. Prima ha da pigiare nel suo strettoio, tutto solo, da tutti abbandonato, per fare il vino della Redenzione[107]. Il vino che inebria i giusti per farne dei beati, il vino che inebria i colpevoli della gran colpa per farne in bricioli la loro sacrilega potenza. Sì. Il mio vino, quello che si matura ora per ora al sole dell’eterno Amore, sarà rovina e salvezza di molti, come è detto in una profezia ancor non scritta, ma depositata nella roccia senza fenditura da cui è sgorgata la Vite che dà il Vino di Vita eterna[108].

27Voi capite? No, non capite, o dottori di Israele. Ma non importa che voi comprendiate. Sta scendendo su voi la tenebra di cui parla Isaia: “Hanno occhi e non vedono. Hanno orecchie e non odono”. Fate schermo alla Luce col vostro livore, onde si possa dire che la Luce è stata respinta dalle tenebre e il mondo non l’ha voluta conoscere[109]. Ma voi, voi esultate! Voi che essendo nelle tenebre avete saputo credere alla Luce che vi veniva annunciata, voi che l’avete desiderata, cercata, trovata[110]. Esulta, o popolo dei fedeli che per monti, fiumi, valli e laghi sei venuto alla Salute, senza contare il peso del lungo cammino[111]. Così si fa anche per l’altro spirituale cammino che è quello che dalle tenebre dell’ignoranza condurrà te, o popolo di Bozra, alla luce della Sapienza.

I servi della santa e dolce Legge

28Esulta, o popolo dell’Auranite! Esulta nella gioia della conoscenza. Veramente anche di te è detto, e dei popoli tuoi limitrofi, quando canta il Profeta che i vostri cammelli e dromedari si accalcheranno per le vie di Neftali e di Zabulon per portare adorazione al vero Dio[112] e per essere suoi servi[113] nella santa e dolce legge, che non impone altre cose, per dare paternità divina e beatitudine eterna, che di osservare i dieci comandi del Signore: amare il vero Dio con tutti se stessi, amare il prossimo come se stessi, rispettare i sabati senza profanarli, onorare i genitori, non uccidere, non rubare, non fare adulterio, non essere falso nelle testimonianze, non desiderare la donna e la roba d’altri. 

Gli schiavi dei comandi di Satana.

29Oh! voi beati se, venendo da più lontano; sorpasserete quelli che erano della casa del Signore e che ne sono usciti pungolati dai dieci comandi di Satana del disamore a Dio, dell’amore a se stessi, della corruzione del culto, della durezza ai parenti, del desiderio omicida, del tentato furto dell’altrui santità, della fornicazione con Satana, delle testimonianze false, dell’invidia per la natura e missione del Verbo, e del peccato orrendo che lievita e matura nel fondo dei cuori, di troppi cuori.

Seguire il Salvatore.

30Esultate, o sitibondi! Esultate, o affamati! Esultate, o afflitti! Eravate i reietti? Eravate i proscritti? Eravate gli spregiati? Eravate gli stranieri? Venite! Esultate! Ora non più. Io vi do casa, beni, paternità, patria. Il Cielo vi do. Seguitemi, ché sono il Salvatore! Seguitemi, ché sono il Redentore! Seguitemi, ché sono la Vita! Seguitemi, ché sono Colui al quale il Padre non nega grazie! Esultate nel mio amore! Esultate! E, perché vediate che Io vi amo, o voi che mi avete cercato coi vostri dolori, o voi che avete creduto in Me prima ancora di avermi conosciuto; perché questo giorno sia di vera esultanza, Io prego così:

Preghiera di guarigione messianica.

31“Padre, Padre santo! Su tutte le ferite, le malattie, le piaghe dei corpi, le angosce, i tormenti, i rimorsi dei cuori, su tutte le fedi che nascono, su quelle che vacillano, su quelle che si rafforzano, scenda, oh! scenda salute, grazia, pace! Pace in mio Nome! Grazia in tuo Nome! Salute per il nostro reciproco amore! Benedici, o Padre santissimo! Raccogli e fondi in un solo gregge questi tuoi e miei figli dispersi! Fa’ che dove Io sarò essi siano, una sola cosa con Te, Padre santo, con Te, con Me e col divinissimo Spirito”».

32Gesù, a braccia aperte in forma di croce, le palme alte verso il cielo, il volto alzato, la voce squillante come una tuba d’argento, è travolgente nel suo dire… Resta così, in silenzio, per qualche minuto. Poi i suoi occhi di zaffiro lasciano di guardare il cielo per guardare l’ampio cortile pieno di folla, che sospira commossa o freme di speranza; le mani si riuniscono quasi portandosi in avanti e, con un sorriso che lo trasfigura, Egli getta l’ultimo grido: «Esultate, o voi che credete e sperate! Popolo dei sofferenti, sorgi e ama il Signore Iddio tuo!».

Il dono della Fede.

Simultanea guarigione di tutti i malati.

33É simultanea e complessiva la guarigione di tutti i malati. Un trillìo di grida, un tuonare di voci osanna il Salvatore. E dal fondo del cortile, ancor trascinando il lenzuolo che la copriva, una donna fende la folla cadendo ai piedi del Signore. La folla ha un urlo diverso, di terrore: «Maria, la lebbrosa moglie di Gioacchino!», e fugge in tutte le direzioni.

34«Non temete! Ella è guarita. Né il suo contatto può farvi più male», rassicura Gesù. E poi alla prostrata: «Alzati, donna. La tua grande speranza ti ha premiata e ti fa perdonare di aver calpestato la prudenza verso i fratelli. Torna alla tua casa dopo le purificazioni salutari».

35La donna, giovane e passabilmente bella, piange alzandosi in piedi. Gesù la mostra alla folla, che si accosta un poco e ammira il miracolo urlando le sue meraviglie.

«Il marito che l’adorava le aveva costruito un rifugio in fondo alle sue terre, e ogni sera andava al limite di esso e piangendo le dava cibo…».

«Ella si era ammalata per la sua pietà, curando un mendico che non s’era detto lebbroso».

36«Ma come è venuta Maria, la buona?».

«Con quella barella. Come non ci abbiamo pensato che erano due servi di Gioacchino?».

«Hanno sfidato di esser lapidati per questo».

«La loro padrona! L’amano, sa farsi amare, più di sé stessi…»

37Gesù fa un gesto e tutti tacciono: «Voi vedete che amore e bontà provocano miracolo e gioia. Sappiate esser buoni, perciò. Vai, donna. Nessuno ti farà del male. La pace sia con te e nella tua casa».

La donna, seguita dai servi, che hanno incendiato la barella in mezzo al cortile, esce seguita da molti.

Risonanze.

38Gesù congeda la folla dopo aver ascoltato qualcuno e si ritira in casa, seguito da chi era con Lui.

«Che parole, Maestro!».

«Come eri trasfigurato!».

«Che voce!».

«E che miracoli!».

39«Hai visto quando sono fuggiti i farisei?».

«Se ne sono andati strisciando come due ramarri dopo le prime parole».

40«Quelli di Bozra e di tutti questi paesi hanno di Te un ricordo di sole…».

41«Madre, e tu che dici?».

«Io ti benedico, Figlio. Per me e per loro».

«Ebbene, la tua benedizione mi seguirà fino a che ci ritroveremo».

42«Perché dici così, Signore? Le donne ci lasciano, dunque?».

«Sì, Simone. Domani alla prima luce Alessandro parte per Aera. Andremo con lui fino alla strada di Arbela e poi lo lasceremo. E con dolore, credilo, Alessandro Misace, che sei stato una guida cortese del Pellegrino. Mi ricorderò di te sempre, Alessandro…».

Il dono della Fede.

43Il vecchio è commosso. Sta con le braccia incrociate sul petto nel profondo saluto orientale, un poco curvo, di fronte a Gesù. Ma sentendo queste parole dice: «Soprattutto ricordati di me quando sarai nel tuo Regno».

«Lo desideri, Misace?».

«Sì, mio Signore».

44«Io pure desidero una cosa da te».

«Quale, Signore? Sol che io possa, te la darò. Fosse la più preziosa delle cose che posseggo».

45«É la più preziosa. La tua anima voglio. Vieni a Me. Ti ho detto, in principio del viaggio, che speravo di darti un dono alla fine. Il dono è la Fede. Credi tu in Me, Misace?».

46«Io credo, Signore».

«Allora santifica la tua anima, onde la Fede non sia per te dono non solo inerte, ma dannoso».

47«É vecchia la mia anima. Ma mi sforzerò di farla nuova. Signore, io sono un vecchio peccatore. Ma Tu assolvimi e benedicimi perché da qui io cominci una vita nuova. Porterò con me la tua benedizione come la migliore scorta nel mio cammino verso il tuo Regno… Ci vedremo mai più, Signore?».

48«Mai più su questa Terra. Ma saprai di Me e crederai ancora di più, perché non ti lascerò senza evangelizzazione. Addio, Misace. Domani poco tempo avremo di salutarci. Facciamolo ora, prima di consumare per l’ultima volta il cibo insieme».

49Lo abbraccia e lo bacia. Anche gli apostoli e i discepoli lo fanno. Le donne salutano in un unico saluto. Ma Misace si inginocchia quasi davanti a Maria dicendo: «La tua luce di pura stella mattutina splenda nel mio pensiero fino alla morte».

50«Alla Vita, Alessandro. Ama mio Figlio e me amerai, ed io ti amerò».

Ubbidienza e pace.

51Simon Pietro chiede: «Ma da Arbela andremo ad Aera? Io ho paura che ci colga il mal tempo. Tanta nebbia… Sono tre giorni che c’è all’alba e al tramonto…».

52«Perché qui siamo discesi. Non ti pare di esser disceso molto? Ma così è. Da domani risalirai verso i monti della Decapoli e non avrai più nebbie», spiega Misace.

 «Discesi? Quando? Era strada piana…».

«Sì, ma in continua discesa. Oh! così lenta che non si avverte. Ma su miglia e miglia! …».

53«Ad Arbela quanto ci stiamo?»

«Tu Giacomo e Giuda neppure un’ora», dice reciso Gesù.

«Io… Giacomo e Giuda… neppur un’ora? E dove vado se non resto con voi tutti?».

54«Via. Fino alle terre di cui è custode Cusa. Accompagnerai con gli altri mia Madre e le donne fin lì. Poi andranno sole con i servi di Giovanna, e voi tornerete, raggiungendomi ad Aera».

«Oh! Signore! Tu sei in collera con me e mi punisci… Quanto dolore mi dai, Signore!».

55«Simone, si sente punito chi si sa in colpa. Questo essere in colpa deve dare dolore, non la punizione in sé. Ma non credo che sia punizione accompagnare mia Madre e le discepole sulla via del ritorno».

56«Ma non era meglio venissi anche Tu con noi? Lascia perdere Aera e questi luoghi, e vieni con noi».

«Ho promesso di andarvi e ci vado».

«Allora ci vengo anche io».

«Tu ubbidisci come senza proteste fanno i fratelli miei».

«E se trovi i farisei?».

57«Non sei certo tu il più indicato a convertirli. Ma è appunto perché li troverò che voglio che tu, con Giacomo e Giuda, andiate via prima di Arbela con le donne e con Giovanni di Endor e Marziam».

«Ah!… ho capito! Va bene».

58Gesù si volge alle donne e le benedice una per una dando ad ognuna consigli adatti. La Maddalena, nel chinarsi a baciare i piedi del suo Salvatore, chiede: «Ti vedrò ancora prima di ritornare a Betania?».

59«Senza dubbio, Maria. A etanim sarò sul lago».

Ieri, oggi e sempre è il migliore[114].

1Anche Arbela è lontana ormai. Nella comitiva ora sono Filippo d’Arbela e l’altro discepolo che sento chiamare Marco.

2La strada è fangosa come avesse molto piovuto. Il cielo è bigio. Un fiumicello abbastanza degno di questo nome taglia la via per Aera. Gonfio per le piogge, che certo hanno imperversato sulla zona, non è certo cerulo, ma di un giallo rossastro come avesse in sé acque passate su terreni ferrosi.

3«Ormai il tempo è al brutto. Bene hai fatto a mandare via le donne. Non è più tempo per loro stare per le strade», sentenzia Giacomo. E Simone lo Zelote, sempre pacato anche nella sua assoluta dedizione al Maestro, proclama: «Il Maestro fa tutto bene quello che fa. Non è ottuso come noi. Egli vede e prevede tutto per il meglio, e più per noi che per Lui».

4Giovanni, felice di essergli a lato, lo guarda di sotto in su col suo volto ridente e dice: «Sei il più caro e buon Maestro che la Terra ebbe, ha e avrà, oltre che il più santo».

Viva l’acqua!

5«Quei farisei… Che delusione! Ed è servito anche il maltempo a persuaderli che proprio Giovanni di Endor non c’era. Ma perché poi ce l’hanno così con lui?», chiede Ermasteo, che ha per Giovanni di Endor molta tenerezza.

6Risponde Gesù: «Non è su lui e per lui il loro astio. Ma è uno strumento che agitano contro di Me».

7Filippo di Arbela dice: «Ebbene, l’acqua li ha fatti più che persuasi che era inutile aspettare e sospettare di Giovanni di Endor. Viva l’acqua! Ha servito anche a tenerti nella mia casa cinque giorni».

 

Tre discepoli buoni[115].

17«É vero… E gli altri che hanno fatto in questo tempo?».

«Si sono istruiti».

«Ovvero, li hai istruiti. Che te ne pare?».

«Oh! sono tre buoni. Tolto Te, non ho mai avuto scolari più dolci e attenti. Ho cercato anche di rinforzare un poco Giovanni. É molto malato. Non camperà molto…».

18«Lo so. Ma per lui è un bene. Del resto egli stesso lo desidera. Ha compreso spontaneamente il valore della sofferenza e della morte. E Sintica?». «È una pena allontanarla. Vale cento discepoli per santità e capacità di intendere il soprannaturale».

«Comprendo. Ma lo devo fare».

«Ciò che fai è sempre ben fatto, Figlio».

19«E il bambino?».

«Anche lui impara. Ma è molto triste in questi giorni… Ricorda la sventura di or è un anno… Oh! non c’era molta letizia qui… Giovanni e Sintica sospirano pensando alla partenza da qui, il bambino piange pensando alla mamma morta…».

20. Con Giovanni di Endor, Sintica e Marziam. Maria è Madre e Maestra[116].

A Gesù per Maria.

La Gioia dei discepoli buoni.

1«Maestro! Maestro! Maestro!». I tre gridi di Giovanni di Endor; che uscendo dalla sua cameretta per andare alla vasca a lavarsi si trova di fronte Gesù che ne viene, svegliano Marziam che corre fuori dalla stanza di Maria con la sola tunichella sbracciata e corta, ancora scalzo, tutt’occhi e bocca per vedere e per gridare: «C’è Gesù!», e tutto gambe per correre e arrampicarsi fra le sue braccia. E svegliano anche Sintica, che dorme nell’ex-laboratorio di Giuseppe e che ne appare dopo qualche momento già vestita, ma con le trecce morate ancora semisfatte e ciondoloni sulle spalle.

2Gesù, con ancor fra le braccia il bambino, saluta Giovanni e Sintica e li esorta ad entrare nella casa perché il tramontano è molto forte. Ed entra Lui per il primo, portando il seminudo Marziam, che batte i denti nonostante il suo entusiasmo, presso il focolare già acceso, dove Maria si affretta a scaldare del latte e poi le vesti del bambino perché non pigli un malanno.

3Gli altri due non parlano, ma sembrano la personificazione della gioia estatica. Gesù, che è seduto col bambino in grembo mentre la Vergine svelta svelta lo imbacucca nelle vesti riscaldate, alza il viso e sorride loro dicendo: «Ve lo avevo promesso che sarei venuto. E oggi o domani viene anche Simone Zelote. É andato per mio incarico altrove. Ma presto verrà e staremo insieme molti giorni».

L’obbedienza esige volontà per meritare.

4La toletta di Marziam è finita e il colore torna sulle guancine morelle di freddo. Gesù lo fa scendere dai suoi ginocchi e si alza in piedi passando nella stanzetta accanto, seguito da tutti. Ultima viene Maria col bambino per mano. E lo rimprovera dolcemente così: «Che ti dovrei fare, ora, io? Hai disubbidito. Ti avevo detto: “Sta’ a letto finché io torno”, e tu sei venuto prima…».

«Mi sono svegliato per i gridi di Giovanni…», si scusa Marziam.

5«Dovevi saper ubbidire proprio allora. Stare a letto finché si dorme non è ubbidienza e non c’è nessun merito a farlo. Dovevi saperlo fare quando c’era merito, perché esigeva volontà. Ti avrei portato io Gesù. Lo avresti avuto tutto per te e senza rischiare di prendere un malanno».

6«Non sapevo che faceva tanto freddo».

7«Ma lo sapevo io. Mi dà dolore vederti disubbidiente».

8«No, Mamma. Dà più dolore a me vederti così… Se non era per Gesù non mi alzavo neanche se mi dimenticavi a letto senza mangiare, Mamma bella, Mamma mia!… Dammi un bacio, Mammina. Lo sai che sono un povero bambino!…».

9Maria se lo prende in braccio e lo bacia, fermando così le lacrime sul visetto e riportandovi il sorriso con la promessa: «Non ti disubbidirò mai, mai, mai più!».

Madre e maestra dei cristiani.

10Gesù intanto parla coi due discepoli. Si informa dei loro progressi nella Sapienza e, poiché essi dicono che tutto si illumina in loro per la parola di Maria, Egli dice: «Lo so. La soprannaturalmente luminosa Sapienza di Dio diviene comprensiva luce anche ai più duri di cuore se detta da Lei. Ma voi non siete duri di cuore e perciò beneficiate al completo del suo insegnamento».

11«Ora ci sei Tu, Figlio. La maestra torna scolara».

12«Oh! no! Tu continui ad essere maestra. Io ti ascolterò come essi. Sono solo “il Figlio” in questi giorni. Nulla più. Tu sarai la Madre e Maestra dei cristiani. Lo sei da ora: Io, il tuo Primogenito e primo allievo, questi, e con essi Simone quando verrà, gli altri… Vedi, Madre? Il mondo è qui. Il mondo di domani nel piccolo israelita puro che neppure si accorgerà di divenire “il cristiano”; il mondo, il vecchio mondo d’Israele nello Zelote; l’umanità in Giovanni, i gentili in Sintica. E vengono tutti a te, santa Nutrice che dai latte di Sapienza e Vita al mondo e ai secoli. Quante bocche hanno desiderato attaccarsi al tuo capezzolo! E quante lo faranno in futuro! Te hanno sospirato i Patriarchi e i Profeti, perché dal tuo seno fecondo sarebbe venuto il Nutrimento dell’uomo. E te cercheranno i “miei” per essere perdonati, istruiti, difesi, amati, come tanti Marziam. E beati quelli che lo faranno! Perché non sarà possibile perseverare in Cristo se non si fortifica la grazia col tuo aiuto, Madre piena di Grazia».

13Maria sembra una rosa nella sua veste oscura, tanto le si accende il viso per la lode del Figlio. Una splendida rosa in ben umile veste, di grossa lana marrone scura…

Palese affetto per lo Zelote.

14Bussano ed entrano in gruppo Maria d’Alfeo, Giacomo e Giuda, carichi, questi ultimi, di brocche d’acqua e di fascine. La gioia di vedersi è reciproca. E aumenta quando sanno che presto verrà lo Zelote. L’affetto dei figli di Alfeo per lui è palese, anche senza la frase che Giuda dice in risposta all’osservazione di sua madre che nota questa loro gioia: «Mamma, proprio in questa casa, e in una sera ben triste per noi, egli ci ha dato affetto di padre e ce lo mantiene. Non lo possiamo dimenticare. Per noi è “il padre”. Noi per lui “i figli”. Quali quei figli che non giubilino nel rivedere un padre buono?».

15Maria d’Alfeo riflette e sospira… Poi, molto pratica anche nelle sue pene, chiede: «E dove lo mettete a dormire? Non avete posto. Mandatelo da me».

16«No, Maria. Egli vivrà sotto il mio tetto. Ma è presto fatto. Sintica dormirà con mia Madre, Io con Marziam, Simone nel laboratorio. Anzi, sarà meglio preparare subito. Andiamo».

17E gli uomini escono nell’orto con Sintica, mentre le due Marie vanno in cucina alle loro faccende.

21. Discussione sul comportamento dei nazareni e lezione sulla tendenza al peccato malgrado la Redenzione[117].

Nazareth traviata dai nemici del Messia.

Lavoro e commenti.

1Il telaio è inoperoso perché Maria e Sintica cuciono svelte svelte le stoffe portate dallo Zelote. I pezzi delle vesti già tagliate sono piegati in mucchio ordinato sulla tavola, colore per colore, e ogni tanto le donne ne prendono un pezzo imbastendolo poi sulla tavola, così che gli uomini sono respinti verso l’angolo dell’inoperoso telaio, vicini ma non interessati al lavoro delle donne. Sono presenti anche i due apostoli Giuda e Giacomo d’Alfeo, che a loro volta osservano il daffare femminile, senza fare domande ma credo non senza curiosità.

2E i due cugini raccontano dei fratelli, specie di Simone che li ha accompagnati fino alla porta di Gesù e poi se ne è andato «perché ha un bambino sofferente», dice Giacomo per medicare la notizia e scusare il fratello. Giuda è più severo e dice: «Proprio per questo avrebbe dovuto venire. Ma sembra anche lui divenuto ebete. Come tutti i nazareni, d’altronde, se si escludono Alfeo e i due discepoli che ora chissà dove sono. Si capisce che Nazareth non ha altro di buono, e il buono lo ha sputato tutto, come fosse sapor e molesto a questa città nostra…».

I consolidatori del Regno di Dio.

3«Non dire così», prega Gesù. «Non ti intossicare l’animo… Non è colpa loro…».

«Di chi, allora?».

4«Di tante cose… Non indagare. Ma Nazareth non è tutta nemica. I bambini…».

«Perché sono bambini».

5«Le donne…».

«Perché sono donne. Ma non sono né i bambini né le donne quelle che affermeranno il tuo Regno».

6«Perché, Giuda? Sei in errore. I bambini di oggi saranno proprio i discepoli di domani, quelli che propagheranno il Regno su tutta la Terra. E le donne… Perché non lo possono fare?».

7«Non potrai certo fare delle donne degli apostoli. Saranno, al massimo, delle discepole, come Tu hai detto, di aiuto ai discepoli».

8«Ti ricrederai di tante cose in futuro, fratello mio. Ma non tento neppure di farti ricredere Io. Cozzerei contro una mentalità che ti viene da secoli di concetti e preconcetti errati sulla donna. Ti prego soltanto di osservare, di annotare, in te, le differenze che vedi fra le discepole e i discepoli, e di notare, spassionatamente, la loro rispondenza ai miei insegnamenti. Vedrai che, incominciando da tua madre, che se si vuole è stata la prima delle discepole in ordine di tempo e di eroismo – e lo è tuttora, tenendo coraggiosamente testa a tutto un paese che la schernisce perché m’è fedele, resistendo anche alle voci del sangue suo che non le risparmia rimproveri perché mi è fedele – vedrai che le discepole sono migliori di voi».

9«Lo riconosco, è vero. Ma in Nazareth anche le donne discepole dove sono? Le figlie di Alfeo, le madri di Ismaele e di Aser e le loro sorelle. E basta. Troppo poco. Io vorrei non venire più a Nazareth per non vedere tutto ciò».

10«Povera mamma! Le daresti un grande dolore», dice Maria intervenendo nella conversazione».

11«E’ vero», dice Giacomo. «Ella spera tanto di arrivare a conciliare i fratelli con Gesù e con noi. Credo che non desideri che questo. Ma non è certo con lo stare lontani che lo faremo. Fino ad ora ti ho dato retta con lo starmene come isolato. Ma da domani voglio uscire, avvicinare questo e quello… Perché, se dovremo evangelizzare anche i gentili, non evangelizzeremo la città nostra? Io mi rifiuto a crederla tutta malvagia, non convertibile».

Giuda Taddeo non ribatte. Ma è palesemente inquieto.

Nazareth traviata.

12Simone Zelote, che era rimasto sempre zitto, interviene: «Io non vorrei insinuare sospetti. Ma lasciate che, per sollevarvi lo spirito, vi faccia una domanda. Questa: siete sicuri che nella sostenutezza di Nazareth non siano estranee forze venute da altrove, che qui lavorano bene in base ad un elemento che dovrebbe, se si ragionasse con giustizia, dare le migliori garanzie per fare sicuri che il Maestro è il Santo di Dio? La conoscenza della vita perfetta di Gesù, cittadino di Nazareth, dovrebbe rendere più facile a nazareni di accettarlo per il promesso Messia. Io più di voi, e con me molti della mia età, in Nazareth abbiamo conosciuto, almeno di fama, dei pretesi Messia. E vi assicuro che la loro vita intima sfatava la più ostinata asserzione di messianità in loro. Roma li ha perseguitati ferocemente come ribelli. Ma, a parte l’idea politica, che Roma non poteva permettere esistesse dove essa regna, questi falsi Messia, per molti motivi privati, avrebbero meritato punizione. Noi li agitavamo e li sostenevamo perché ci servivano a satollare il nostro spirito di ribellione a Roma. Noi li secondavamo perché, ottusi come siamo, abbiamo creduto – finché il Maestro non ha chiarito la verità, e purtroppo, nonostante questo, ancora non crediamo come dovremmo, ossia totalmente – vedere in loro il “re” promesso. Essi ci cullavano lo spirito afflitto con speranze di indipendenza nazionale e di ricostruzione del regno d’Israele. Ma, oh! miseria! Quale regno labile e corrotto sarebbe mai stato?! No, che in vero chiamare quei falsi Messia re d’Israele e fondatori del Regno promesso era avvilire profondamente l’idea messianica. Nel Maestro, alla profondità della dottrina si unisce la santità della vita. E Nazareth, come nessun’altra città, la conosce. Neppure penso a fare accusa di miscredenza nazarena per il soprannaturale della sua venuta, che essi, i nazareni, ignorano. Ma la vita! Ma la sua vita!… Ora tant’astio, tanta impenetrabile resistenza… Ma che dico! Tanta aumentata resistenza non potrebbe avere origine da manovre nemiche? Noi li conosciamo i nemici di Gesù. Sappiamo ciò che valgono. Credete voi che solo qui siano stati inerti e assenti, se dovunque ci hanno o preceduto, o affiancato, o seguito per distruggere l’opera del Cristo? Non accusate Nazareth come unica colpevole. Ma piangete su di essa, traviata dai nemici di Gesù».

13«Hai detto molto bene, Simone. Piangete su di essa…», dice Gesù. Ed è mesto.

14Giovanni di Endor osserva: «Hai detto anche molto bene quando hai detto che l’elemento favorevole si muta in sfavorevole, perché l’uomo raramente usa giustizia nel pensare. Qui il primo ostacolo è la nascita umile, l’infanzia umile, l’adolescenza umile, la giovinezza umile di Gesù nostro. L’uomo dimentica che i valori si celano sotto apparenze modeste, mentre le nullità si camuffano da grandi esseri per imporsi alle folle».

15«Sarà… Ma nulla modifica il mio pensiero circa i concittadini. Qualunque cosa possa loro essere stata detta, dovevano saper giudicare sulle opere reali del Maestro e non sulle parole di sconosciuti».

La colpa d’origine e la tendenza al peccato.

La scienza umana è ignoranza ancora.

16Un silenzio lungo, rotto solo dal rumore di tele che la Vergine divide in strisce per farne delle balze. Sintica non ha mai parlato pure rimanendo attentissima. Essa conserva sempre il suo atteggiamento di profondo rispetto, di riservatezza, che solo con Maria o col bambino si fa meno rigido. Ma ora il bambino si è addormentato, seduto su un panchetto proprio ai piedi di Sintica e colla testa appoggiata sui ginocchi di lei, sul braccio ripiegato. Perciò ella non si muove e attende che Maria le passi le strisce.

17«Che sonno innocente!… Sorride…», osserva Maria curvandosi sul visetto dormente.

«Chissà cosa sogna», dice sorridendo Simone.

18E’ un bambino intelligente molto. Impara con prontezza e vuole avere spiegazioni nette. Fa domande molto acute e vuole risposte chiare. Su tutto. Confesso che delle volte sono imbarazzato a rispondere. Sono argomenti superiori alla sua età, e talora anche alla mia capacità di spiegarli», dice Giovanni.

19«Già! Come quel giorno… Ricordi, Giovanni? Avesti due alunni molto tormentosi quel giorno! E molto ignoranti», dice Sintica sorridendo lievemente e fissando il discepolo col suo sguardo profondo.

20Giovanni sorride a sua volta e dice: «Sì. E voi aveste un maestro molto incapace, che dovette chiamare in aiuto la vera Maestra… perché in nessuno dei molti libri che aveva letto, questo stolto pedagogo aveva trovato la risposta da dare ad un bambino. Segno che sono un pedagogo ignorante ancora».

21«La scienza umana è ignoranza ancora, Giovanni. Non il pedagogo, ma ciò che gli avevano dato per esserlo era insufficiente. La povera scienza umana! Oh! come mi sembra mutilata! Mi fa pensare ad una deità che era onorata in Grecia. Ci voleva proprio la materialità pagana per poter credere che, perché era priva d’ali, la Vittoria fosse per sempre possesso dei greci! Non solo le ali alla Vittoria, ma la libertà ci è stata levata… Meglio era avesse avuto l’ali, nella credenza nostra. Avremmo potuto pensarla capace di volare a rapire fulmini celesti per saettare i nemici. Ma, così come era, non dava speranza, ma sconforto, ma parola di tristezza. Non la potevo vedere senza soffrirne… Mi pareva sofferente, avvilita della sua mutilazione. Un simbolo di dolore e non di gioia… E lo fu. Ma, come per la Vittoria, l’uomo fa con la Scienza. Le mutila le ali, che intingerebbero il sapere nel soprannaturale dando chiave ad aprire tanti segreti dello scibile e del creato. Hanno creduto e credono di tenerla captiva col mutilarla delle ali… Ne hanno fatto solo una deficiente… La Scienza alata sarebbe Sapienza. Così come è, è soltanto intendimento parziale».

Sulla colpa d’origine.

22«E mia Madre vi ha risposto quel giorno?».

«Con perfetta chiarezza e con casta parola, atta ad esser udita da un fanciullo e da due adulti di sesso diverso senza che nessuno avesse ad arrossire».

23«Su che verteva?».

«Sulla colpa d’origine, Maestro. Ho segnato la spiegazione di tua Madre per ricordarmela», dice ancora Sintica, e Giovanni di Endor lui pure dice: «Anche io. Credo che sarà una cosa molto richiesta, se un giorno si andrà fra i gentili. Io non penso di andarvi perché…».

24«Perché, Giovanni?».

«Perché poco ancora vivrò».

25«Ma vi andresti volentieri?».

«Più di molti altri in Israele, perché non ho prevenzioni. E anche… Sì, anche per questo. Io ho dato mal esempio fra i gentili, a Cintium e in Anatolia. Avrei voluto poter arrivare a fare del bene dove ho fatto del male. Il bene da fare: portare la tua parola là, farti conoscere… Ma sarebbe stato troppo onore… Non lo merito».

Tolta la colpa originale rimane la tendenza al peccato.

26Gesù lo guarda sorridendo ma non dice nulla in proposito. Chiede: «E non avete altre domande da fare?».

«Io ne ho una. Mi è sorta l’altra sera quando parlavi dell’ozio col bambino. Ho cercato di darmi una risposta. Ma senza riuscirvi. Attendevo il sabato per fartela, quando le mani sono inoperose e l’anima nostra, nelle tue mani, viene alzata a Dio», dice Sintica.

 «Falla ora la tua domanda, mentre si attende l’ora del riposo».

27«Ecco, Maestro. Tu hai detto che, se uno si intiepidisce nel lavoro spirituale, si indebolisce e predispone alle malattie dello spirito. Non è vero?».

«Sì, donna».

28«Ora questo mi pare in contrasto su quanto ho udito da Te e da tua Madre sulla colpa d’origine, i suoi effetti in noi, la liberazione da essa per mezzo tuo. Mi avete insegnato che con la Redenzione sarà annullata la colpa d’origine. Credo di non errare dicendo che sarà annullata non per tutti, ma solo per coloro che crederanno in Te».

«E’ vero».

29«Trascuro perciò gli altri e prendo uno di questi salvati. Lo contemplo dopo gli effetti della Redenzione. La sua anima non ha più la colpa d’origine. Torna dunque in possesso della Grazia così come l’avevano i Progenitori. Questo non le dà, allora, una vigoria inattaccabile ad ogni languore? TU dirai: “L’uomo fa anche peccati personali”. Sta bene. Ma penso che essi pure cadranno con la tua Redenzione. Non ti chiedo come. Ma suppongo che, a testimonianza dell’essere essa stata veramente – e non so come avverrà, per quanto ciò che a Te si riferisce nel Libro sacro faccia tremare[118], e mi auguro che sia sofferenza simbolica, ristretta al morale, benché non è illusione il dolore morale ma spasimo forse molto più atroce di quello fisico – Tu lascerai dei mezzi, dei simboli. Tutte le religioni ne hanno, e sono talora chiamati misteri… Il battesimo attuale, vigente in Israele, ne è uno, non è vero?».

30«Lo è. E ci saranno, con nome diverso da quello che tu dai loro, anche nella mia religione dei segni di questa mia Redenzione, applicati alle anime per purificarle[119], fortificarle[120], illuminarle[121], sostenerle[122], nutrirle[123], assolverle[124]».

31«E allora? Se sono assolte anche dai peccati personali, sempre saranno in grazia… Come allora saranno deboli e predisposte a malattie spirituali?».

Il bambino colpito da malattia mortale

32«Ti porto un paragone. Prendiamo un bambino appena nato da genitori sanissimi, sano esso pure e robusto. Nessuna tara fisica, ereditaria, è in lui. Il suo essere è perfetto nello scheletro e negli organi, gode di un sangue sano. Ha perciò tutti i requisiti per crescere forte e sano, anche perché la madre ha latte abbondante e sostanzioso. Ma nel primo momento della sua vita viene colpito da gravissima malattia, non si sa come causata. Una malattia mortale proprio. Se ne salva a stento per pietà di Dio, che gli trattiene la vita già in procinto di fuggire da quel corpicino. Ebbene, credi tu che, dopo, quel bambino sarà robusto come se non avesse avuto quel male? No, avrà un indebolimento perenne in sé. Anche se non sarà palese, vi sarà e lo predisporrà, con più facilità che se non fosse stato malato, alle malattie. Qualche organo non sarà mai più integro come prima. Il suo sangue sarà meno forte e puro di prima. Tutte ragioni per cui più facilmente contrarrà malattie. Le quali, ogni volta che lo colpiranno, lo lasceranno più facile a riammalarsi. Lo stesso è per il campo spirituale. La colpa d’origine sarà cancellata nei credenti in Me. Ma lo spirito conserverà una tendenza al peccato che senza la colpa originale non avrebbe avuto. Perciò occorre sorvegliare e continuamente curare il proprio spirito, così come fa una madre sollecita col suo figliolino rimasto indebolito da una malattia infantile. Perciò bisogna non oziare, ma sempre essere solerti per irrobustirsi in virtù. Se uno cade in accidia o in tiepidezza, più facilmente sarà sedotto da Satana. E ogni peccato grave, essendo simile a grave ricaduta, sempre più predisporrà a infermità e morte dello spirito. Mentre se la Grazia, restituita dalla Redenzione, viene coadiuvata da una volontà attiva e instancabile, ecco che essa si conserva.

33Non solo. Ma si aumenta, perché viene associata alle virtù conseguite dall’uomo. Santità e Grazia! Che sicure ali per volare a Dio! Hai compreso?».

34«Sì, mio Signore. Tu, ossia la Trinità SS., date il Mezzo base all’uomo. L’uomo, col suo lavoro e la sua attenzione, non lo deve distruggere. Ho compreso. Ogni peccato grave è distruzione della Grazia, ossia della salute dello spirito. I segni che ci lascerai renderanno la salute, è vero. Ma il peccatore ostinato, che non lotta per non peccare, sarà ogni volta più debole anche se ogni volta è perdonato. Occorre perciò vigilare per non perire. Grazie, Signore… Marziam si sveglia. É tardi…».

35«Sì. Preghiamo tutti insieme e poi andiamo al riposo».

36Gesù si alza e tutti lo imitano, anche il bambino ancora mezzo assonnato. E il “Pater noster” risuona forte e armonico nella piccola stanza.

22. Con Pietro, a Nazareth, Gesù organizza la partenza di Giovanni
di Endor e Sintica
[125].

Simon Pietro a Nazareth.

Sorprese per Marziam.

1È mattina inoltrata quando Pietro arriva, solo e inaspettato, alla casa di Nazareth. È carico come un facchino di ceste e di sacchette. Ma è così felice che non sente peso e fatica.

2A Maria, che gli va ad aprire, dedica un sorriso beato e un saluto gioioso e venerabondo insieme. Poi chiede: «Dove è il Maestro, e Marziam?».

3«Sono sul ciglione, sopra la grotta, ma verso la casa d’Alfeo. Credo che Marziam colga le ulive, e Gesù certo medita. Ora li chiamo».

«Ci penso io».

«Liberati da tutti quei pesi, almeno».

4«No, no. Sono sorprese per il bambino. Mi piace vederlo sgranare gli occhi e frugare con ansia… Le sue felicità, povero bambino mio».

5Esce nell’orto, va sotto il ciglio, si nasconde ben bene nell’incavo della grotta e poi grida, alterando un poco la voce: «La pace a Te, Maestro», e poi a voce naturale: «Marziam!…»

6La vocetta di Marziam, che empiva di esclamazioni l’aria quieta, si tace… Una pausa, poi la vocetta quasi da bambina del ragazzo chiede: «Maestro, ma non era il padre mio questo che mi ha chiamato?».

7Forse Gesù era tanto immerso nei suoi pensieri che non ha sentito nulla e lo confessa, semplicemente. Pietro chiama di nuovo: «Marziam!», e poi ride della sua aperta risata.

7«Oh! è proprio lui! Padre! Padre mio! Dove sei?».

Si spenzola per guardare nell’orto. Ma non vede nulla… Anche Gesù si fa avanti e guarda… Vede Maria che sorride sulla porta e Giovanni e Sintica che la imitano dalla stanza in fondo all’orto, presso il forno.

8Ma Marziam rompe gli indugi e si butta giù dal balzo, proprio vicino alla grotta, e Pietro è pronto ad afferrarlo prima che tocchi terra.

9È commovente il saluto dei due. Gesù, Maria e i due in fondo all’orto l’osservano sorridendo e poi si fanno tutti vicini al gruppetto d’amore.

Marziam preferisce la mamma

10Pietro si libera come può dalla stretta del ragazzo per inchinarsi a Gesù salutandolo di nuovo. E Gesù lo abbraccia, abbracciando insieme il bambino, che non si svincola dall’apostolo e che chiede: «E la madre?».

11Ma Pietro risponde a Gesù che gli dice: «Perché sei venuto  tanto presto?».

«E ti pareva che potessi stare tanto tempo senza vederti? E poi… Eh! e poi c’è Porfirea che non mi dava bene: “Va’ a vedere Marziam. Portagli questo. Portagli quello”. Pareva che sapesse Marziam fra i ladroni o in un deserto. L’altra notte poi si è alzata a fare le focacce apposta e, appena cotte che furono, mi fece partire…».

12«Uh! le focacce!…», grida Marziam. Ma poi si zittisce.

«Sì. Sono qui dentro con i fichi seccati nel forno e le ulive e le mele rosse. E poi ti ha fatto un pane unto. E poi ti ha mandato le formaggelle delle tue pecorine. E poi c’è una veste che non prende acqua. E poi, e poi… Non so che altro. Come? Non hai più fretta? Quasi piangi? Oh! Perché?».

13«Perché preferivo mi portassi lei a tutte queste cose… Le voglio bene, sai, io!».

«Oh! divina Misericordia! Ma chi lo avrebbe pensato?! Se ci fosse lei a sentirti si scioglierebbe come il burro…».

«Marziam ha ragione. Potevi venire con lei. Certo desidera vederlo dopo tanto tempo. Noi donne siamo così coi nostri bambini…», dice Maria.

14«Bene… Ma fra poco lo vedrà, non è vero, Maestro?».

«Sì. Dopo le Encenie, quando noi andremo via… Ma anzi… Sì, quando tornerai, dopo le Encenie, verrai con lei. Starà con lui qui qualche giorno e poi torneranno insieme a Betsaida».

«Oh! che bello! Qui con due madri!». Il bambino è rasserenato e felice. 

Entrano tutti in casa e Pietro si scarica dei suoi fagotti.

Iniziazione alla penitenza

15«Ecco: pesce secco, in salamoia, e fresco. Farà comodo a tua Madre. Ecco quel formaggio tenero che ti piace tanto, Maestro. E qui uova per Giovanni. Speriamo non si siano rotte… No. Meno male. E poi uva. Me l’ha data Susanna a Cana, dove ho dormito. E poi… Ah! questo poi! Guarda, Marziam, come è biondo. Sembra fatto dei capelli di Maria»… E apre un orciolo pieno di miele filante.

16«Ma perché tanta roba? Ti sei sacrificato, Simone», dice Maria davanti a fagotti e fagottelli, vasi e orci che coprono la tavola.

«Sacrificato? No. Ho pescato molto e con molto utile. Questo per il pesce. Per il resto, roba di casa. Non costa nulla e dà in compenso tanta gioia a portarla. E poi… Sono le Encenie ormai… È uso. No?! Non assaggi il miele?».

17«Non posso», dice serio Marziam.

«Perché? Stai male?».

«No. Ma non posso mangiarlo».

«Ma perché?».

18Il bambino diventa rosso ma non risponde. Guarda Gesù e tace. Gesù sorride e spiega: «Marziam ha fatto un voto per ottenere una grazia. Non può prendere miele per quattro settimane».

«Ah! bene! Lo mangerai dopo… Prendi il vaso lo stesso… Ma guarda! Non lo credevo così… così…».

19«Così generoso, Simone. Chi si inizia alla penitenza da bambino troverà facile il cammino della virtù per tutta la vita», dice Gesù mentre il bambino va via col suo vasetto fra le mani.

Pietro lo guarda andare, ammirato. Poi chiede: «Lo Zelote non c’è?».

«È da Maria d’Alfeo. Ma presto verrà. Questa sera dormirete insieme. Vieni di là, Simon Pietro».

Organizzazione per la partenza.

I due perseguitati

20Escono mentre Maria e Sintica mettono in ordine la stanza invasa di fagotti.

21«Maestro… Io sono venuto per vedere Te e il bambino. È vero. Ma anche perché ho molto pensato in questi giorni, specie dopo la venuta di tre calabroni velenosi… ai quali ho detto più bugie che non ci siano pesci in mare. Ora stanno andando al Getsemani credendo di trovarci Giovanni di Endor, e poi vanno da Lazzaro sperando trovarci Sintica e anche Te. Camminino pure!… Ma poi torneranno e… Maestro, ti vogliono dare delle noie per quei due infelici…».

22«Ho già provveduto a tutto, da mesi. Quando essi torneranno alla ricerca di questi due perseguitati non li troveranno più, in nessun posto della Palestina. Vedi questi cofani? Sono per loro. Hai visto tutte quelle vesti piegate presso il telaio? Sono per loro. Sei sbalordito?».

23«Sì, Maestro. Ma dove li mandi?».

«Ad Antiochia».

Pietro fa una fischiatina significativa e poi chiede: «E da chi? e come ci vanno?»

24«In una casa di Lazzaro. L’ultima che Lazzaro abbia là dove suo padre governò in nome di Roma. E ci andranno per mare…».

«Ah! ecco! Perché se Giovanni doveva andarci con le sue gambe…».

Collaboratore stimato

25«Per mare. Ho piacere anche Io di poterti parlare. Avrei mandato Simone a dirti: “Vieni”, per preparare tutto. Ascolta. Due o tre giorni dopo le Encenie noi partiremo di qui alla spicciolata per non dare nell’occhio. Della comitiva faranno parte Io, te, tuo fratello, Giacomo e Giovanni e i miei due fratelli, più Giovanni e Sintica. Andremo a Tolemaide. Da lì, con una barca, tu li accompagnerai a Tiro. Lì prenderete posto su di una nave che va ad Antiochia, come foste proseliti che tornano alle loro case. Poi tornerete indietro e mi troverete ad Aczib. Sarò in cima al monte ogni giorno, e del resto lo spirito vi guiderà…»

26«Come? Tu non vieni con noi?».

«Sarei troppo notato. Voglio dare pace allo spirito di Giovanni».

«E come faccio io, che non sono mai andato fuori di qui?!».

«Non sei un pargolo… e presto dovrai andare molto più lontano di Antiochia. Mi fido di te. Vedi che ti stimo…».

27«E Filippo e Bartolomeo?».

«Ci verranno incontro a Jotapata, evangelizzando in nostra attesa. Scriverò loro e tu porterai la lettera».

28«E… quei due di là lo sanno già il loro destino?».

«No. Faccio far loro la festa in pace…».

29«Umh! Poveretti! Guarda qui se uno deve esser perseguitato da delinquenti d’anima e…».

«Non ti sporcare la bocca, Simone».

30«Sì, Maestro… Senti… Però come facciamo a portare questi cofani? E a portare Giovanni? Mi sembra proprio molto malato».

«Prenderemo un asino».

«No. Prenderemo un carretto».

31«E chi lo guida?».

«Eh! se Giuda di Simone ha imparato a remare, Simone di Giona imparerà a guidare. Non deve poi essere cosa difficile condurre per la briglia un asino! Sul carretto ci mettiamo i cofani e quei due… e noi si va a piedi. Sì, sì! É bene fare così, credilo».

32«E il carretto chi ce lo dà? Ricordati che non voglio che sia notata la partenza».

Pietro pensa… Decide: «Hai denaro?».

«Sì. Molto ancora dei gioielli di Misace».

33«Allora tutto è facile. Dammi una somma. Prenderò asino e carro da qualcuno e… sì, sì… dopo regaleremo l’asino a qualche infelice e il carretto… vedremo… Ho fatto bene a venire. E devo proprio tornare con la sposa?».

«Sì. É bene».

Lavorare per il Messia

34«E bene sarà. Ma quei due poverini! Mi spiace, ecco, non avere più Giovanni con noi. Già l’avremmo per poco… Ma, poveretto! Poteva morire qui, come Giona.»

«Non glielo avrebbero permesso. Il mondo odia chi si redime».

«Si mortificherà…»

«Troverò un argomento per farlo partire sollevato».

35«Quale?».

«Lo stesso che ha servito per mandare via Giuda di Simone: quello di lavorare per Me».

36«Ah!… Soltanto che in Giovanni sarà santità, ma in Giuda è solo superbia».

«Simone, non mormorare».

37«Più difficile che far cantare un pesce! É verità, Maestro, non è mormorazione… Ma mi pare sia venuto Simone coi tuoi fratelli. Andiamo di là».

«Andiamo. E silenzio con tutti».

38«Me lo dici? Non posso tacere la verità quando parlo, ma so tacere del tutto, se voglio. E voglio. L’ho giurato a me stesso. Io andare fino ad Antiochia! In capo al mondo! Oh! non vedo l’ora di essere tornato! Non dormirò più finché tutto non è fatto…».

Escono e non so più niente.

23. La rinuncia di Marziam provoca una lezione sui sacrifici fatti per amore[126].

L’economia santa dell’amore universale.

L’Encenie

1Non so se sia lo stesso giorno, ma lo suppongo per la presenza di Pietro alla tavola familiare di Nazareth. Il pasto è quasi ultimato e Sintica si alza per mettere sulla tavola delle mele, noci, uva e mandorle che terminano la cena, perché è sera e le lucerne sono già accese.

2Sulle lucerne verte proprio il discorso mentre Sintica porta la frutta. Pietro dice: «Quest’anno noi ne accenderemo una di più, poi sempre di più, per te, figlio mio. Perché la vogliamo accendere noi per te, anche se sei qui. La prima volta che l’accendiamo per un bambino…», e Simone si commuove un poco terminando: «Certo… se c’eri anche tu era più bello…».

3«L’anno passato ero io, Simone, che sospiravo così per il Figlio lontano, e con me Maria d’Alfeo e Salome, e anche Maria di Simone, nella sua casa di Keriot, e la madre di Tommaso…».

4«Oh! la madre di Giuda! Quest’anno avrà il figlio… ma non credo che sarà più felice… Lasciamo andare… Noi eravamo da Lazzaro. Quanti lumi!… Pareva un cielo d’oro e fuoco. Quest’anno Lazzaro ha sua sorella… Ma sono certo di dire il vero dicendo che sospireranno pensando che Tu non ci sei. E l’anno che viene? Dove saremo?»

Il discepolo evangelizzatore

5«Io sarò molto lontano…», mormora Giovanni.

Pietro si volta a guardarlo, perché lo ha di fianco, e sta per chiedere qualche cosa, ma fortunatamente si sa frenare per il richiamo di un’occhiata di Gesù.

6Marziam chiede: «Dove sarai?».

«Per la misericordia del Signore spero in seno ad Abramo…».

7«Oh! vuoi morire? Non vuoi evangelizzare? Non ti spiace di morire senza averlo fatto?».

«La parola del Signore deve uscire da labbra sante. Molto è se mi ha permesso di udirla e di redimermi per essa. Mi sarebbe piaciuto… Ma è tardi…».

8«Eppure tu evangelizzerai. Lo hai già fatto. Tanto da attirare su te l’attenzione. Perciò sarai chiamato ugualmente discepolo evangelizzatore, anche se non peregrinerai spargendo la Buona Novella; ed avrai nell’altra vita il premio riserbato ai miei evangelizzatori».

9«La tua promessa mi fa desiderare la morte… Ogni minuto di vita può celare un’insidia, ed io, debole come sono, non potrei forse superarla. Se Dio mi accoglie, pago di ciò che ho compiuto, non è grande bontà che va benedetta?».

10«In verità ti dico che la morte sarà somma bontà per molti, che in tal modo conosceranno sino a che punto l’uomo si indemonia da un punto dove la pace li consolerà di questa conoscenza e la muterà in osanna, perché sarà connessa alla inesprimibile gioia della liberazione dal Limbo».

Vivere il presente

11«E gli anni dopo dove saremo, Signore?», chiede attento Simone Zelote.

12«Dove all’Eterno piacerà. Vuoi tu prenotare il tempo lontano, quando non siamo sicuri del momento che viviamo e se ci sarà concesso di finirlo? Del resto, qualunque sia il posto dove avvengano le future Encenie, sempre santo sarà se ivi sarete per compiere la volontà di Dio».

«Sarete? E Tu?», chiede Pietro.

13«Io sempre sarò dove saranno i miei diletti».

14Maria non ha mai parlato. Ma i suoi occhi non hanno lasciato per un momento di scrutare il viso del Figlio… La riscuote l’osservazione di Marziam che dice: «Perché, Madre, non hai messo in tavola le focacce col miele? A Gesù piacciono e a Giovanni farebbero bene per la sua gola. E poi piacciono anche al padre mio…».

«E anche a te», termina Pietro.

15«Per me… è come non ci fossero. Ho promesso…».

«E’ per questo, caro, che non le ho messe…», dice Maria accarezzandolo, perché Marziam è fra Lei e Sintica su un lato della tavola, mentre i quattro uomini sono sul lato opposto.

«No, no. Le puoi portare. Anzi, le devi portare. E le darò io a tutti».

16Sintica prende una lucerna, esce, torna con le focacce. E Marziam le prende il vassoio e inizia la distribuzione. La più bella, dorata, sollevata a maestria di pasticciere, la dà a Gesù. Una, seconda in perfezione, a Maria. Poi è la volta di Pietro, poi di Simone, poi di Sintica. Ma per darla a Giovanni il bambino si alza e va al fianco del vecchio e malato pedagogo e gli dice: «A te la tua e la mia, più un bacio, per tutto quello che insegni». Poi torna al suo posto posando risolutamente il vassoio in mezzo alla tavola e incrociando le braccia.

17«Mi fai andare per traverso questa delizia», dice Pietro vedendo che Marziam non ne prende proprio. E aggiunge: «Almeno un pezzettino. Toh! della mia, tanto per non morire di voglia. Soffri troppo… Gesù te lo concede».

18«Ma se non soffrissi non avrei merito, padre mio. É ben perché sapevo che mi avrebbe fatto soffrire, che ho offerto questo sacrificio… E del resto… Sono così contento da quando l’ho fatto che mi pare di essere pieno di miele. Ne sento il sapore da per tutto, mi pare persino di respirarlo con l’aria…».

«É perché ne muori di voglia».

19«No. È perché so che Dio mi dice: “Bene fai, figlio mio».

«Il Maestro ti avrebbe fatto contento anche senza questo sacrificio. Ti ama tanto!».

20«Sì. Ma non è giusto che, perché sono amato, me ne approfitti. Egli lo dice, del resto, che grande è la ricompensa in Cielo anche per una coppa d’acqua offerta in suo nome. Penso che, se è grande per un calice dato ad altri in suo nome, lo sarà anche per una focaccia o un poco di miele negato a se stessi per amore di un fratello. Dico male, Maestro?».

La Comunione dei Santi.

21«Parli con saggezza. Io potevo, infatti, concederti ciò che mi chiedevi per la piccola Rachele anche senza il tuo sacrificio, perché era cosa buona da farsi ed il mio cuore la voleva. Ma con più gioia l’ho fatto perché aiutato da te. L’amore per i nostri fratelli non si limita a mezzi e limiti umani, ma si alza a ben più alti luoghi. Quando è perfetto tocca assolutamente il trono di Dio e si fonde con la sua infinita carità e bontà. La comunione dei santi è proprio questo operare continuo, come continuamente e con tutti i modi opera Iddio, per dare aiuto ai fratelli, sia nei loro bisogni materiali come nei loro bisogni spirituali o in ambedue, come lo è nel caso di Marziam che, ottenendo la guarigione di Rachele, la solleva dalla malattia e nello stesso tempo solleva lo spirito abbattuto della vecchia Giovanna e accende una confidenza sempre più grande nel Signore nel cuore di tutti di quella famiglia. Anche una cucchiaiata di miele sacrificata può servire a riportare pace e speranza ad un afflitto, così come la focaccia, o altro cibo non mangiato per scopo d’amore, può ottenere un pane, miracolosamente offerto, ad un affamato lontano e che sarà per noi sempre sconosciuto; e la parola d’ira, anche se giusta, trattenuta per spirito di sacrificio, può impedire un delitto lontano, così come resistere alla voglia di cogliere un frutto, per amore, può servire a dar pensiero di resipiscenza ad un ladrone e così sventare un ladrocinio. Nulla va perso nell’economia santa dell’amore universale. Non l’eroico sacrificio di un bambino davanti ad un piatto di focacce come non l’olocausto di un martire. Anzi, vi dico che l’olocausto di un martire ha sovente origine dalla educazione eroica che egli si è data fin dall’infanzia per amore di Dio e del prossimo».

22«Allora è proprio bene che io faccia sempre sacrifici. Per il tempo in cui saremo perseguitati», dice convinto Marziam.

23«Perseguitati?», chiede Pietro.

«Sì. Non ti ricordi che Egli lo ha detto? “Sarete perseguitati per causa mia”. Me lo hai detto tu, quando sei venuto per la prima volta da solo a evangelizzare a Betsaida, nell’estate».

24«Si ricorda tutto, questo bambino», commenta Pietro ammirato.

25La cena ha termine. Gesù si alza. Prega per tutti e benedice. E poi, mentre le donne vanno ai loro lavori di riordino delle stoviglie, Gesù con gli uomini si mette in un angolo della stanza intagliando un pezzo di legno, che sotto gli sguardi ammirati di Marziam si trasforma in una pecorella…

24. Gesù comunica a Giovanni di Endor la decisione di mandarlo ad Antiochia[127].

Medico e Padre spirituale

Una prova d’amore di Gesù.

1É una piovosa mattina d’inverno. Gesù è già alzato ed è al lavoro nel suo laboratorio. Lavora intorno a piccoli oggetti. Ma in un angolo è pronto un telaio nuovo nuovo, non molto grande ma ben tornito.

2Entra Maria con una tazza di latte fumante. «Bevi, Gesù. È tanto che sei alzato. E fa umido e freddo…».

3«Sì. Ma almeno ho potuto ultimare tutto… Questi otto giorni di festa avevano paralizzato il lavoro…» Gesù si è seduto sul pancone da falegname, un poco di sbieco, e beve il suo latte mentre Maria osserva il telaio e lo carezza con la mano.

4«Lo benedici, Mamma?», chiede sorridendo Gesù.

«No. Lo accarezzo perché Tu lo hai fatto. La benedizione gliel’hai data Tu, facendolo. Hai pensato bene a farlo. A Sintica servirà. È molto esperta nel tessere. E ciò le servirà per avvicinare donne e fanciulle. Che altro hai fatto, che vedo trucioli fini, di ulivo mi pare, presso il tornio?».

5«Ho fatto cose utili per Giovanni. Vedi? Un astuccio per gli stili e una piccola tavola per scrivere. E poi questi leggii per chiudervi dentro i suoi libri. Non avrei potuto fare questo se Simone di Giona non avesse pensato al carretto. Ma ora potremo caricare anche questi… ed essi sentiranno che li ho amati anche in queste piccole cose…».

6«Tu soffri ad allontanarli, non è vero?».

«Soffro… Per Me e per loro. Ho atteso fino ad ora a parlare… ed è già assai non sia già arrivato Simone con Porfirea… È ora che Io parli… Una sofferenza che mi è stata in cuore tutti questi giorni e che mi fece tristi anche le luci delle molte lucerne… Una sofferenza che ora devo dare ad altri… Ah! Mamma, avrei voluto averla Io solo!»

Medico spirituale

7«Figlio buono!». Maria gli carezza una mano per consolarlo. Un silenzio… Poi Gesù riprende a parlare: «È alzato Giovanni?».

«Sì. L’ho sentito tossire. Forse è in cucina che si beve il latte. Povero Giovanni!…».

Una lacrima scorre lungo le guance di Maria.

8Gesù si mette ritto: «Vado… Devo andare a dirglielo. Con Sintica sarà più facile… Ma per lui… Mamma, vai da Marziam e sveglialo, e pregate mentre Io parlo a quell’uomo… È come se Io dovessi frugare nelle sue viscere. Posso ucciderlo o paralizzarlo nella sua vitalità spirituale… Che pena, Padre mio!… Vado», ed esce, realmente accasciato.

9Fa i pochi passi che dall’officina conducono verso la stanza di Giovanni, che è la stessa dove morì Giona, ossia quella di Giuseppe. Incontra Sintica che rientra con una fascina presa nel forno e che lo saluta ignara. Risponde assorto al saluto della greca e poi resta fermo a guardare un’aiuola di gigli, che appena mostrano il ciuffetto delle foglie. Ma non è detto che li veda… Poi si decide. Si volta e bussa alla porta di Giovanni, che si affaccia e il cui viso si rischiara tutto nel vedere Gesù che viene a lui.

Sollecitudine e prudenza

10«Posso entrare un poco da te?», chiede Gesù.

«Oh! Maestro! Ma sempre! Stavo scrivendo ciò che Tu dicevi ieri sera sulla prudenza e l’ubbidienza. Anzi, è bene che Tu lo osservi, perché mi pare di non avere ritenuto bene sulla prudenza».

11Gesù è entrato nella stanzetta già ordinata, nella quale è stato aggiunto un tavolino per comodità del vecchio maestro: Gesù si china sulla pergamena e legge.

«Molto bene. Hai ripetuto molto bene».

12«Ecco, vedi. Mi pareva di aver detto male in questa frase. Tu dici sempre che non occorre avere sollecitudini per il domani e per il proprio corpo. Ora, dicendo che la prudenza, anche per le cose inerenti al domani, è una virtù, mi pareva un errore. Mio, naturalmente».

Viltà e prudenza

13«No. Non hai errato. Ho proprio detto così. Diversa è l’ansia esagerata e paurosa di chi è egoista, dalla cura prudente di chi è giusto. Peccato è l’avarizia per il domani, che forse non godremo mai. Ma non è peccato la parsimonia per garantirsi un pane, e garantirlo ai congiunti, nei tempi scarsi. Peccato è l’egoistica cura del proprio corpo, esigendo che tutti coloro che ci stanno intorno siano preoccupati per esso, risparmiandosi ogni lavoro o sacrificio per paura che la carne soffra, ma non è peccato preservarlo da inutili malattie, prese per imprudenze, le quali malattie sono poi un peso per i famigliari e una perdita di proficuo lavoro per noi. Dio ha dato la vita. È un suo dono. Dobbiamo perciò usarne santamente, senza imprudenze come senza egoismi. Vedi? Delle volte la prudenza consiglia azioni che agli stolti possono parere viltà o volubilità, mentre non sono che sante prudenze conseguenti a fatti nuovi che si sono presentati. Per esempio: se Io ti mandassi, ora, proprio in mezzo a gente che ti potesse nuocere… i parenti di tua moglie ad esempio, o i guardiani delle miniere dove hai lavorato, farei bene o male?».

14«Io… non ti vorrei giudicare. Ma direi che era meglio mandarmi altrove, dove non è pericolo che la mia poca virtù sia messa a troppo dura prova».

15«Ecco! Giudicheresti con saggezza e prudenza. È per questo che Io non ti manderei mai in Bitinia o in Misia dove sei già stato. E neppure in Cintium, nonostante che tu, spiritualmente, hai desiderio di andarvi. Il tuo spirito potrebbe venirvi sopraffatto da molte durezze umane e potrebbe retrocedere. Prudenza, dunque, insegna a non mandarti là dove saresti inutile, mentre potrei mandarti altrove con buon utile per Me e per le anime del prossimo e della tua. Non è vero?».

16Giovanni, ignaro come è di ciò che il destino gli riserba, non afferra le allusioni di Gesù ad una possibilità di missione fuori della Palestina. Gesù lo studia nel volto e lo vede calmo, beato nell’ascoltarlo, pronto a rispondere: «Sicuramente, Maestro, darei più utile altrove. Io stesso, quando giorni fa ho detto: “Vorrei andare fra i gentili per dare buon esempio dove ho dato mal esempio, mi sono poi rimproverato dicendo: “Fra i gentili sì, perché tu non hai le prevenzioni degli altri d’Israele. Ma a Cintium no, e neppure sui desolati monti dove hai vissuto da galeotto e da lupo, al piombo o ai marmi preziosi. Neppure per sete di sacrificio assoluto potresti andarvi. Ti si sommuoverebbe il cuore coi ricordi crudeli e, se venissi riconosciuto, anche se non infierissero su te, direbbero: ‘Taci, assassino. Non possiamo ascoltarti e sarebbe inutile allora andare là”. Questo mi sono detto. Ed è pensiero buono».

Compito di predilezione

La donna perfetta

17«Vedi dunque che tu pure possiedi la prudenza. Io pure la possiedo. Per questo ti ho levato dalle fatiche dell’apostolato come lo fanno gli altri e ti ho portato qui, in riposo e in pace».

18«Oh! sì! Quanta pace! Vivessi cent’anni ancora, qui sarebbe sempre uguale. È una pace soprannaturale. E, se andassi via, la porterei con me. Anche nell’altra vita la porterò… I ricordi potranno ancora sommuovermi il cuore e le offese farmi soffrire, perché uomo sono. Ma non sarò mai più capace di odiare, perché qui l’odio è stato sterilito per sempre, fino nelle sue propaggini più lontane. Non ho più neppure antipatia per la donna, che io vedevo come l’animale più immondo e spregevole della Terra. Tua Madre è fuori causa. Quella l’ho venerata dal momento che l’ho vista, perché l’ho sentita diversa da tutte le donne. Ella è il profumo della donna, ma il profumo della donna santa. Chi non ama il profumo dei fiori più puri? Ma anche le altre donne, le discepole buone, amorose, pazienti sotto i loro pesi di pianto, come Maria Cleofe ed Elisa; generose come Maria di Magdala, così assoluta nella sua mutazione di vita; soavi e pure come Marta e Giovanna; dignitose, intelligenti, tutto pensiero e tutta rettezza come Sintica, mi hanno riconciliato con la donna. Sintica poi, te lo confesso, è quella che prediligo. Affinità di mente me la fanno cara, e affinità di condizione – lei schiava, io galeotto – mi permettono di avere con lei la confidenza che la diversità delle altre mi vieta. È un riposo, Sintica, per me. Non saprei dirti cosa e come di preciso io la vedo. Io, vecchio rispetto a lei, la vedo come una figlia, la figlia sapiente e studiosa che avrei desiderato di avere… Ma io, malato che lei cura con tanto affetto, ma io, uomo triste e solitario che ha pianto e rimpianto la madre per tutta la vita e cercato la donna-madre in tutte le donne senza trovarla, ecco che ora vedo in lei la realtà del sogno sognato, e sulla mia testa stanca e la mia anima che va incontro alla morte sento scendere la rugiada di un affetto materno… Vedi che, sentendo in Sintica un’anima di figlia e di madre, io sento in lei la perfezione della donna, e per lei perdono tutto il male che dalla donna mi è venuto. Se, per un caso impossibile, quella sciagurata che mi fu moglie e che ho ucciso risorgesse, io sento che la perdonerei, perché ora ho compreso l’anima femminile, facile all’affetto, generosa nel darsi… sia nel male che nel bene».

19«Ho molto piacere che tu abbia trovato tutto ciò in Sintica. Ti sarà una buona compagna per il resto della vita e farete insieme tanto bene. Perché Io vi assocerò…»

20Gesù scruta nuovamente Giovanni. Ma nessun segno di risvegliata attenzione è nel discepolo, che pure non è un superficiale. Quale misericordia divina gli vela fino al momento decisivo la sua sentenza? Non lo so. So che Giovanni sorride dicendo: «Cercheremo di servirti col meglio di noi».

Un compito delicato e santo

21«Sì. E sono anche certo che lo farete senza discutere il lavoro e il luogo che vi darò, anche se non sarà quale voi lo desiderate…».

22Giovanni ha un primo sentore di ciò che lo aspetta. Cambia volto e colore. Si fa serio e pallido, e il suo unico occhio fissa ora, attento e scrutatore, il viso di Gesù che prosegue: «Ti ricordi, Giovanni, quando Io, per calmare i tuoi dubbi sul perdono di Dio, ti ho detto: “Per farti capire la Misericordia ti userò a speciali opere di misericordia e per te avrò le parabole della misericordia”?».

23«Si. E fu vero. Tu mi hai fatto persuaso e mi hai concesso proprio di fare opere di misericordia e, direi, le più delicate, quali elemosine e istruzione di un bambino, di un filisteo e di una greca. Questo mi ha detto che Dio aveva tanto conosciuto il mio vero pentimento, e lo aveva visto reale, che mi affidava anime innocenti o anime di convertendi, perché io le formassi a Lui».

24Gesù abbraccia Giovanni e se lo attira contro il suo fianco, nell’atto che di solito ha con l’altro Giovanni, e impallidendo per il dolore che deve dare dice: «Anche ora Dio ti affida un compito delicato e santo. Un compito di predilezione. Tu solo, che sei generoso, che sei senza restrizioni e prevenzioni, che sei sapiente, che soprattutto ti sei offerto a tutte le rinunzie e le penitenze per espiare quel resto di purgazione, quel debito che ancora avevi verso Dio, tu solo lo puoi fare. Ogni altro si rifiuterebbe, e avrebbe ragione, perché sarebbe mancante dei requisiti necessari. Non uno dei miei apostoli possiede tutto quanto hai tu per andare a preparare le vie del Signore… D’altronde ti chiami Giovanni. Sarai perciò un precursore della mia Dottrina… preparerai le vie al tuo Maestro… farai anzi le veci del Maestro che non può andare tanto lontano… (Giovanni sussulta e cerca di liberarsi dal braccio di Gesù per guardarlo in volto, ma non ci riesce perché la stretta di Gesù è dolce ma autoritaria, mentre la sua bocca dà il colpo finale…) Non può andare tanto lontano… fino in Siria… in Antiochia…»

Intendere non fraintendere

25«Signore!», grida Giovanni liberandosi violentemente dall’abbraccio di Gesù.

26«Signore! In Antiochia? Dimmi che ho capito male! Dimmelo, per pietà!… È in piedi… tutto una supplica nell’unico occhio, nel viso divenuto cinereo, nelle labbra che tremano, nelle mani protese avanti che tremano, nel corpo che pare piegarsi verso terra come gravato dalla notizia.

27Ma Gesù non può dire: «Hai capito male». Apre le braccia, alzandosi a sua volta per accogliere sul cuore il vecchio pedagogo, e apre le labbra per confermare: «In Antiochia, sì. In casa di Lazzaro. Con Sintica. Partirete domani o dopo domani».

28La desolazione di Giovanni è veramente straziante. Si libera a metà dall’abbraccio e, viso a viso, tutto lavato di pianto sulle gote magre, grida: «Ah! Tu non mi vuoi più con Te!! In che ti ho dispiaciuto, mio Signore?», e poi si svincola e si abbatte sul tavolo in uno scoppio di singhiozzi laceranti, strazianti, intercalati a colpi aspri di tosse, sordo ad ogni carezza di Gesù, mormorando: «Tu mi cacci, mi cacci, non ti vedrò mai più…».

29Gesù soffre visibilmente e prega… Poi esce piano e vede sulla porta della cucina Maria con Marziam, che è spaventato di quel pianto… Più là è Sintica, essa pure sorpresa. «Madre, vieni qui un momento».

30Maria viene lesta e pallida. Entrano insieme. Maria si curva sul piangente come se fosse un povero bambino, dicendo: «Buono, buono, povero figlio mio! Non così! Ti farà male».

31Giovanni alza un viso sconvolto e grida: «Mi manda via!… Morirò solo, lontano… Oh! poteva bene attendere qualche mese e lasciarmi morire qui. Perché questa punizione? In che ho peccato? Ti ho mai dato noia? Perché darmi questa pace per poi… per poi…». Si riabbatte sul tavolo, piangendo più forte, ansimante…

32Gesù gli posa la mano sulle spalle magre e sussultanti, dicendo: «E tu puoi credere che, se avessi potuto, non ti avrei tenuto qui? Oh! Giovanni! Nella via del Signore ci sono tremende necessità! E il primo a soffrirne sono Io. Io che porto il mio dolore e quello di tutto il mondo. Guardami, Giovanni. Vedi se il mio è il viso di uno che ti odia, che è stanco di te… Vieni qui, fra le mie braccia, senti come palpita di dolore il mio cuore. Intendimi, Giovanni, non fraintendermi. È l’ultima espiazione che Dio ti impone per aprirti le porte del Cielo. Ascolta…». Lo solleva e se lo tiene fra le braccia. «Ascolta… Mamma, esci un momento… Ora che siamo soli, ascolta. Tu lo sai chi sono. Credi tu fermamente che Io sono il Redentore?».

Il nostro Dio martire.

33«E come no? È per questo che volevo stare con Te, sempre, fino alla morte…».

34«Alla morte… Orrenda sarà la mia morte!…»

35«La mia, dico. La mia!…».

36«La tua sarà placida, confortata dalla mia presenza, che ti infonderà certezza dell’amore di Dio, e dall’amore di Sintica, oltre che dalla gioia di avere preparato il trionfo del Vangelo in Antiochia. Ma la mia! Mi vedresti ridotto un ammasso di carne piagata, sputacchiata, vilipesa, abbandonata ad una folla inferocita, messa a morire appesa ad una croce come un malandrino… Potresti tu sopportare questo?».

37Giovanni, che ad ogni descrizione di come sarà Gesù nella Passione ha gemuto: «No, no!», urla un «no» reciso e aggiunge: «Tornerei ad odiare l’umanità… Ma io sarò morto perché Tu sei giovane e…».

38«E non vedrò che un’Encenie ancora».

Giovanni lo fissa esterrefatto…

39«Te l’ho detto in segreto per spiegarti che una delle ragioni per cui ti mando lontano è questa. Non sarai solo ad avere questo. Tutti coloro che Io non voglio siano turbati in maniera superiore alle loro forze, Io li allontanerò avanti. E ti pare questo disamore?…»

40«No, mio martire Dio… Ma io, intanto, ti devo lasciare… e morirò lontano».

“L’ amore può comunicarsi a chi ama”

41«Per la Verità che Io sono, ti prometto che sarò curvo sul guanciale della tua agonia».

42«E come, se io sono tanto lontano, se mi dici che Tu lontano così non vieni? Lo dici per mandarmi via meno triste…».

43«Giovanna di Cusa, morente ai piedi del Libano, mi vide, ed ero ben lontano ed ella non mi conosceva ancora, e di là Io la condussi alla povera vita della Terra. Credi che nel giorno della mia morte ella rimpiangerà di avere vissuto!… Ma per te, gioia del mio cuore in questo secondo anno di Maestro, Io farò di più. Verrò a portarti nella pace, dandoti missione di dire agli attendenti: “L’ora del Signore è giunta. Come ora viene primavera sulla Terra, così per noi spunta la primavera del Paradiso”. Ma non verrò solo allora… Verrò, mi sentirai, sempre… Io lo posso e lo farò. Avrai il Maestro in te come neppur ora mi hai. Perché l’Amore può comunicarsi a chi ama, e tanto sensibilmente da toccare non solo lo spirito ma i sensi stessi. Più quieto ora, Giovanni?».

“Padre sia fatta la tua volontà”.

44«Sì, mio Signore. Ma che dolore!».

45«Non hai ribellione però…».

46«Ribellarmi? Mai! Ti perderei del tutto. Dico il “mio” Padre nostro: sia fatta la volontà tua».

47«Lo sapevo che mi avresti capito…». Lo bacia sulle gote rigate da un continuo seppure pacato pianto.

48«Mi lasci salutare il bambino?… E’ un altro dolore questo… Gli volevo bene…». Il pianto torna più forte…

49«Sì. Lo chiamo subito… E chiamo anche Sintica. Essa pure soffrirà… Tu devi aiutarla, tu, uomo…».

«Sì, Signore».

50Gesù esce, mentre Giovanni piange e bacia e carezza pareti e suppellettili della stanzetta ospitale. Entrano insieme Maria e Marziam.

51«Oh! Madre! Hai sentito? Lo sapevi?».

52«Lo sapevo. E me ne dolevo… Ma io pure mi sono separata da Gesù… E sono la Madre…».

53«È vero!… Marziam, vieni qui. Lo sai che vado via e che non ci vedremo più?…». Vuole essere forte. Ma si prende fra le braccia il bambino, si siede sull’orlo del letto e piange, piange sulla testa bruna di Marziam, che pensa bene di imitarlo.

Consolare l’afflitto.

Uno scopo alla vita

54Entra Gesù con Sintica, che chiede: «Perché, Giovanni, tanto pianto?».

55«Ci manda via, non lo sai? Non lo sai ancora? Ci manda ad Antiochia!».

56«Ebbene? Non ha Egli detto che dove due sono congregati in suo nome Egli sarà frammezzo ad essi? Su, Giovanni! Tu, forse, hai fino ad ora sempre eletto da te la tua sorte, e per questo l’imposizione di una volontà, anche se d’amore, ti è sgomento. Io… io sono usa ad accettare la sorte imposta d’altrui. E che sorte… Perciò ora piego volentieri il capo a questo nuovo destino. E che? Non mi sono ribellata alla schiavitù dispotica altro che quando essa voleva esercitarsi sull’anima mia. E dovrei ora ribellarmi a questa dolce schiavitù di amore, che non lede ma eleva la nostra anima e ci conferisce titolo di servi suoi? Hai paura del domani perché sofferente? Io lavorerò per te. Hai paura di rimanere solo? Ma io non ti lascerò mai. Stanne certo. Io non ho altro scopo alla mia vita che amare Dio e prossimo. Tu sei il prossimo che Dio mi affida. Pensa se mi sarai caro!».

57«Non avrete bisogno di lavorare per vivere, perché siete in casa di Lazzaro. Ma vi consiglio di usare metodo di insegnamento per avvicinare il popolo. Tu, come maestro; tu, donna, con lavori donneschi. Servirà all’apostolato e a dare scopo alle vostre giornate».

58«Sarà fatto, Signore», risponde fermamente Sintica.

I compagni di viaggio.

59Giovanni sta sempre col bambino fra le braccia e piange piano. Marziam lo carezza…

60«Ti ricorderai di me?».

«Sempre, Giovanni, e pregherò per te… Anzi… Aspetta un momento…». Esce di corsa.

61Sintica chiede: «Come andremo ad Antiochia?».

«Per mare. Hai paura?».

«No, Signore. Tu ci mandi, del resto, e ciò ci proteggerà».

62«Andrete con i due Simone, i miei fratelli, i figli di Zebedeo, Andrea e Matteo. Da qui a Tolemaide sul carro, dove saranno messi i cofani e un telaio che ti ho fatto, Sintica, e alcuni oggetti utili per Giovanni…».

63«Io mi ero immaginato qualcosa vedendo i cofani e le vesti. E mi sono preparata l’anima al distacco. Era troppo bello vivere qui!…». Un singhiozzo represso spezza la voce di Sintica. Ma si riprende per sostenere il coraggio di Giovanni. Chiede con voce raffermata: «Quando partiremo?».

64«Non appena vengono gli apostoli, forse domani».

65«Allora, se permetti, vado a sistemare le vesti nei cofani. Dammi i tuoi libri, Giovanni».

66Credo che Sintica sia desiderosa di solitudine per piangere… Giovanni risponde: «Prendili… Però dammi quel rotolo legato d’azzurro».

Consolare l’afflitto.

67Rientra Marziam col suo vaso di miele. «Tieni, Giovanni. Lo mangerai per me…».

68«Ma no, bambino! Perché?».

«Perché Gesù ha detto che una cucchiaiata di miele sacrificata può dare pace e speranza ad un afflitto. Tu sei afflitto… Io ti do tutto il miele perché tu sia tutto consolato».

69«Ma è troppo sacrificio, bambino».

70«Oh, no! Nella preghiera di Gesù si dice: “Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male”. Questo vaso era una tentazione per me… e poteva essere un male perché poteva farmi infrangere il voto. Così non lo vedo più… ed è più facile… e sono certo che Dio ti aiuta per questo nuovo sacrificio. Ma non piangere più. E neppur tu, Sintica…

71Infatti la greca piange ormai, senza rumore, mentre raccoglie i libri di Giovanni. E Marziam li carezza a turno, con una grande voglia di piangere lui pure. Ma Sintica esce carica di rotoli e Maria la segue col vaso di miele.

72Giovanni resta con Gesù, che gli si siede a lato, e col bambino fra le braccia. È calmo, ma accasciato.

73«Unisci anche l’ultimo tuo scritto nel rotolo», consiglia Gesù.

74«Penso che tu lo voglia dare a Marziam…»

75«Sì… Io ne ho una copia per me… Ecco, ragazzo. Questi sono le parole del Maestro. Quelle dette quando tu non eri presente e anche altre… Volevo continuare a copiarle, per te, perché tu hai la vita davanti… e chissà quanto evangelizzerai… Ma non posso più farlo… Ora sono io che resto senza le sue parole…». Torna a piangere forte.

76Marziam è dolce e virile nel suo nuovo atto. Si attacca al collo di Giovanni e dice: «Ora sarò io che le scriverò per te e te le manderò… Vero, Maestro? Si può, non è vero?».

77«Certo che si può. E sarà grande carità farlo».

78«Lo farò. E quando non ci sarò io lo farò fare a Simone Zelote. Mi vuole e ti vuole bene, e lo farà per farci carità. Non piangere dunque più. Poi ti verrò a trovare Io… Non andrai certo lontano…».

79«Oh! quanto! Centinaia di miglia… E presto io morrò».

80Il bambino è deluso e sconfortato. Ma si riprende con la bella serenità del fanciullo al quale tutto sembra facile.

81«Come ci vai tu, così ci posso venire io col padre mio. E poi… ci scriveremo. Quando si leggono le pagine sacre è come stare con Dio, non è vero? Dunque, quando si legge una lettera è come stare con chi amiamo e che ce l’ha scritta. Su, vieni di là, con me…».

Sì, andiamo di là, Giovanni. Fra poco verranno i miei fratelli con lo Zelote. Li ho mandati a chiamare».

«Sanno?».

«Non ancora. Attendo a dirlo quando saranno presenti tutti…».

82«Va bene, Signore. Andiamo… È un vecchio ben curvo quello che esce dalla stanza di Giuseppe. Un vecchio che pare salutare ogni stelo, ogni fusto e la vasca e la grotta, mentre si dirige verso lo stanzone laboratorio, dove Maria e Sintica silenziosamente dispongono gli oggetti e le vesti nel fondo dei cofani… E così, silenziosi e mesti, li trovano Simone, Giuda e Giacomo. Osservano… ma non fanno domande, e non riesco a capire se intuiscono la verità. 

Vangelo per i semplici e i “piccoli”

Dice Gesù:

83«Avevo, per dare netta indicazione ai lettori, indicato il luogo dell’espiazione carceraria di Giovanni col nome in uso ora. Ne viene fatta eccezione. Ecco che ora specifico: “Bitinia e Misia” per chi vuole i nomi antichi. Ma questo è il Vangelo per i semplici ed i piccoli. Non per i dottori ai quali, nella grande maggioranza, è inaccettabile e inutile. E i semplici ed i piccoli comprendono più “Anatolia” che “Bitinia o Misia”. Non è vero, piccolo Giovanni che piangi per il dolore di Giovanni di Endor? Ma ce ne sono tanti di Giovanni di Endor nel mondo! Sono i fratelli desolati per i quali ti facevo soffrire lo scorso anno. Ora riposa, piccolo Giovanni che non sarai mai mandato lontano dal Maestro, ma anzi sempre più vicino.

84E con questo ha termine il secondo anno di predicazione e di vita pubblica, l’anno della Misericordia… E non posso che ripetere il lamento messo a chiusura del primo anno. Ma non tocca il mio portavoce, il quale, contro gli ostacoli di ogni genere, continua la sua opera. Veramente non sono i “grandi” ma i “piccoli” quelli che percorrono le vie eroiche, spianandole, con il loro sacrificio, anche a coloro che sono appesantiti da troppe cose. I “piccoli”, ossia i semplici, i miti, i puri di cuore e di intelletto. I “pargoli”. Ed Io vi dico, o pargoli, vi dico, o Romualdo e Maria, e con voi a quelli che sono pari a voi: “Venite a Me per udire ancora e sempre il Verbo che vi parla perché vi ama, che vi parla per benedirvi. La mia pace sia con voi». 

25. Preparativi di partenza da Nazareth dopo la visita di Simone d’Alfeo
con la famiglia
[128].

Il cugino Simone e famiglia

La gioia di essere in casa del Maestro.

1Giovanni, Giacomo, Matteo e Andrea sono già arrivati a Nazareth e, in attesa di Pietro, si aggirano per l’orto di Nazareth scherzando con Marziam oppure parlando fra di loro. Non vedo nessun altro, quasi che Gesù fosse fuori di casa e Maria fosse occupata in faccende. Dal forno che fuma direi che è là dentro intenta al pane.

2Sono contenti i quattro apostoli di essere in casa del Maestro e lo dimostrano anche. Marziam per ben tre volte dice loro: «Non ridete così!». E la terza volta la raccomandazione è notata da Matteo che chiede: «Perché, ragazzo? Non è giusto essere contenti di essere qui? Tu te lo sei goduto questo posto, eh? Ora ce lo godiamo noi», e gli dà bonariamente un buffetto. Marziam lo guarda molto serio. Ma sa tacere.

3Rientra Gesù insieme ai cugini Giuda e Giacomo, che con molta espansione salutano i compagni dai quali furono divisi per molti giorni. Maria d’Alfeo mette il capo fuori dal forno, tutta rossa e infarinata, e sorride ai suoi figlioloni. Ultimo, ritorna lo Zelote dicendo: «Ho fatto tutto, Maestro. Fra poco Simone sarà qui».

«Quale Simone? Mio fratello o Simone di Giona?».

«Tuo fratello, Giacomo. Viene con tutta la famiglia a salutarti».

Simone d’Alfeo e famiglia

4Infatti, dopo pochi minuti, dei colpi alla porta e un chiacchiericcio fitto fitto annunciano l’arrivo della famiglia di Simone d’Alfeo, che entra per primo avendo per mano un bambinello di circa otto anni; dietro di lui è Salome, contornata dalla sua chiocciata. Maria d’Alfeo corre fuori dalla stanza del forno e si bacia i nipoti, felice di vederli lì.

5«Tu parti, dunque, di nuovo?», chiede Simone mentre i suoi figli stringono amicizia con Marziam che, mi sembra, conosce bene solo il guarito Alfeo.

«Sì. È tempo».

«Avrai ancora giorni piovosi».

«Non importa. Ogni giorno ci avvicina a primavera».

6«Vai a Cafarnao?».

«Andrò certo anche là. Ma non subito. Ora andrò per la Galilea e oltre».

«Ti verrò a trovare quando ti saprò a Cafarnao. Ti accompagnerò la tua e la mia madre».

7«Te ne sarò grato. Per ora non trascurarla. Rimane tutta sola. Portale i bambini. Qui non si corrompono. Stanne sicuro…».

Il pianto di Maria.

8Simone diventa di bragia per l’allusione di Gesù a suoi pensieri passati e per l’occhiata molto chiara della moglie, che pare dica: «Lo senti? Ti sta ben detto». Ma Simone volta il discorso dicendo: «Dove è tua Madre?». «Sta facendo il pane. Ma ora verrà…».

9I figli di Simone, però, non attendono di più e nel forno, dietro alla nonna, ci vanno loro. E una bambinella, di poco più grande del guarito Alfeo, ne esce quasi subito dicendo: «Maria piange. Perché? Eh! Gesù? Perché piange tua Madre?».

10«Piange? Oh! cara! Vado da Lei», dice Salome premurosa.

E Gesù spiega: «Piange perché vado via… Ma tu verrai a tenerle compagnia, non è vero? Ti insegnerà a ricamare e tu la rallegrerai. Me lo prometti?».

11«Ci verrò anche io, ora che il padre mi ci lascia venire», dice Alfeo mangiando una focaccella calda che gli è stata data.

12Ma, per quanto questa sia tanto calda che non può quasi essere tenuta fra le dita, io credo sia sempre gelida rispetto al calore di vergogna che investe Simone d’Alfeo per le parole del figliolino. Nonostante sia una mattinata d’inverno piuttosto freddina, per un venticello di borea che spazza le nubi dal cielo ma frizza anche sull’epidermide, Simone si copre di una perspirazione abbondante, come fosse piena estate…

13Ma Gesù mostra di non avvedersene e gli apostoli fingono un grande interesse per ciò che raccontano i figli di Simone, e così ha termine l’incidente e Simone può riprendersi e domandare a Gesù perché non sono presenti tutti gli apostoli.

L’Iscariota, specchio delle idee imperanti.

14«Simone di Giona sta per giungere. Gli altri mi raggiungeranno al momento buono. È già detto».

«Tutti?».

«Tutti».

«Anche Giuda di Keriot?».

«Anche lui…».

15«Gesù, vieni un momento con me», prega il cugino Simone. E, scostati che siano verso il fondo dell’orto, Simone chiede: «Ma lo sai bene chi è Giuda di Simone?».

«È un uomo d’Israele. Nulla di più, nulla di meno».

«Oh! non mi vorrai dire che…»

16Sta per accalorarsi e alzare la voce. Ma Gesù lo placa interrompendolo e posandogli una mano sulla spalla, dicendo: «È quale lo fanno le idee imperanti e coloro che lo avvicinano. Perché, per esempio, se qui (e calca molto le parole) avesse trovato tutti animi giusti e menti intelligenti, non avrebbe trovato gusto a peccare. Ma non li ha trovati. All’opposto ha trovato un elemento tutto umano, nel quale egli ha adagiato con assoluto comodo il suo io molto umano che sogna, vede, lavora per Me e in Me re d’Israele[129], nel senso umano del termine, così come mi sogni e mi vorresti vedere e ti sentiresti di lavorare tu[130], e con te Giuseppe tuo fratello, e con voi due Levi sinagogo di Nazareth, e Matatia e Simeone e Mattia e Beniamino e Giacobbe e, meno tre o quattro, tutti voi di Nazareth. E non solo di Nazareth… Egli stenta a formarsi perché voi tutti contribuite a sformarlo. Sempre più. È il più debole dei miei apostoli. Ma non è, per ora, più che un debole. Ha impulsi buoni, ha volontà rette, ha amore per Me. Deviato nella sua forma, ma amore sempre. Voi non lo aiutate a dimalgamare queste parti buone dalle parti non buone che formano il suo io, ma sempre più le aggravate gettandovi dentro le vostre incredulità e limitatezze umane. Ma andiamo in casa. Gli altri ci hanno preceduti in essa…».

Israele non riconosce il promesso Messia.

17Simone lo segue un poco mortificato. Sono quasi sulla soglia quando trattiene Gesù e dice: «Fratello mio, sei Tu in collera con me?».

18«No. Ma cerco di formare anche te come formo tutti gli altri discepoli. Non hai detto che vuoi essere tale?».

19«Sì, Gesù. Ma le altre volte non parlavi così, neppure quando rimproveravi. Eri più dolce…»

20«E a che ha servito? Un tempo lo ero. Sono due anni che lo sono… Sulla mia pazienza e bontà avete impoltrito oppure avete affilato zanne e unghioni. L’amore vi ha servito a nuocermi. Non è così?…».

21«È così. È vero. Ma allora non sarai più buono?».

22«Sarò giusto. Ed anche essendo questo, sarò sempre quale non lo meritate, o voi d’Israele che non volete riconoscere in Me il promesso Messia[131]».

I servi dell’Opera di Gesù.

Pietro sul veicolo a trazione somara.

23Entrano nella stanzetta, tanto stipata di persone che molti sono finiti in cucina o nel laboratorio di Giuseppe. E questi sono gli apostoli, meno i due figli di Alfeo rimasti presso la madre e la cognata, alle quali si unisce ora Maria che entra tenendo per mano il piccolo Alfeo. Sul viso di Maria sono chiari segni di pianto versato. Ma, mentre Ella sta per rispondere a Simone che le assicura che verrà da Lei tutti i giorni, nella vietta quieta si avanza un carretto e con un tal rumore di bubboli che attira, per il baccano che fa, l’attenzione dei figli d’Alfeo e, mentre di fuori si bussa, di dentro si apre, contemporaneamente. Appare il volto allegro di Simon Pietro, ancora seduto sul carro, che bussa con il manico della frusta… Al suo fianco, timida ma sorridente, è Porfirea, seduta su casse e cassette come fossero un trono.

24Marziam corre fuori e si arrampica sul carro per salutare la sua madre adottiva. Escono anche gli altri fra i quali Gesù.

25«Maestro, eccomi. Ho portato la moglie, e con questo mezzo, perché è donna che non regge al cammino. Maria, il Signore sia con te. Anche con te, Maria d’Alfeo». Guarda tutti, mentre scende dal suo veicolo e aiuta a scendere la moglie, e saluta cumulativamente.

26Vorrebbero aiutarlo a scaricare il carretto. Ma egli si oppone energicamente. «Dopo, dopo», dice. E poi, senza complimenti, va alla larga porta del laboratorio di Giuseppe e la spalanca cercando farvi entrare il carretto così come sta. Non ci passa, naturalmente. Ma la manovra serve a distrarre gli ospiti e a far capire che sono di troppo… E infatti Simone d’Alfeo si accomiata con tutta la sua famiglia…

Buon senso pratico di Pietro.

27«Oh! ora che siamo soli, pensiamo a noi…», dice Simone di Giona facendo retrocedere l’asinello, che fa baccano per dieci, coperto come è di sonagli, tanto che Giacomo di Zebedeo non può trattenersi dal chiedere ridendo: «Ma dove lo hai trovato, così bardato?».

28Ma Pietro è intento a prendere le casse che erano sul carretto e a porgerle a Giovanni e Andrea, che credono di dovere sentire del peso e restano di stucco perché le casse sono leggere, e lo dicono…

29«Filate nell’orto e non fate le passere spaventate», ordina Pietro scendendo a sua volta con una cassettina realmente pesante, che depone in un angolo della stanzetta.

30«E ora l’asino e il carro. L’asino e il carro? L’asino e il carro… Questo è il difficile… Eppure deve essere tutto in casa…».

«Dall’orto, Simone», dice sottovoce Maria.

31«Vi è una chiudenda nella siepe in fondo. Non sembra che ci sia perché è coperta di rami… Ma c’è. Segui il sentiero sul fianco della casa, fra questa e l’orto vicino, e io ti verrò a mostrare dove è la chiudenda… Chi viene a scansare i rovi che la coprono?».

 32«Io. Io». Tutti corrono nel fondo dell’orto, mentre Pietro se ne va col suo chiassoso equipaggio e Maria d’Alfeo chiude la porta… E lavorando con un falcetto viene liberata la rustica cancellata e aperto il varco dal quale entra asino e carretto.

33«Oh! bene! E ora leviamo tutto questo. Ne ho rotte le orecchie!», e Pietro si affretta a tagliare i lacci che tengono legati i sonagli alla bardatura.

34«Ma perché ce li hai tenuti, allora?», chiede Andrea.

35«Perché tutta Nazareth mi sentisse arrivare. E ci sono riuscito… Ora li levo perché tutta Nazareth non ci senta partire. E così ho messo le casse vuote… Partiremo con le casse piene, e nessuno, se alcuno ci vedrà, si stupirà di vedere una donna seduta sulle casse al mio fianco. Quello che è lontano si vanta di possedere buon senso[132] e senso pratico. Ma quando voglio ce l’ho anche io…».

36«Ma scusa, fratello. Perché è necessario tutto questo?», chiede Andrea, che ha dato da bere all’asino portandolo presso la rozza legnaia vicina al forno.

37«Perché? Ma non sai?… Maestro, ma non sanno ancora niente?».

«No, Simone. Attendevo te per parlare. Venite tutti nel laboratorio. Le donne stanno bene là dove sono. E bene hai fatto a fare così, Simone di Giona».

38Vanno nel laboratorio mentre Porfirea col bambino e le due Marie sono rimaste in casa.

Servi dell’Opera di Gesù.

39«Vi ho voluti qui perché mi dovete aiutare[133] a fare andare via, molto lontano, Giovanni e Sintica. È dai Tabernacoli che ho deciso così. Voi avete ben veduto che non era possibile tenerli con noi e neppure tenerli qui, a meno di mettere in repentaglio la loro pace. Come sempre, Lazzaro di Betania mi aiuta in quest’opera. Essi sono già avvisati. Simon Pietro lo sa da pochi giorni. Voi lo sapete ora. Questa notte lasceremo Nazareth. Anche se ci fosse acqua e vento in luogo della prima luna. Avremmo già dovuto essere partiti. Ma suppongo che Simone di Giona abbia avuto ostacoli nel trovare il trasporto…».

40«E come! Ormai disperavo di trovarlo. Ma da un laido greco di Tiberiade ho potuto averlo, finalmente… E farà comodo…».

41«Sì. Farà comodo, specie per Giovanni di Endor».

41«Dove è, che non si vede?», chiede Pietro.

«Nella sua stanza con Sintica».

42«E… come ha preso la cosa?», chiede ancora Pietro.

«Con molto dolore. Anche la donna…».

43«E anche Tu, Maestro. La tua fronte è segnata da una ruga che non c’era, e hai l’occhio severo e triste», osserva Giovanni.

Risposta d’Israele all’invito del Messia.

Itinerario di andata e ritorno.

44«È vero. Ho molto dolore… Ma parliamo di ciò che dobbiamo fare. Ascoltatemi bene, perché poi ci dovremo lasciare. Partiremo questa sera, a metà della prima vigilia. Partiremo come persone che fuggono… perché sono colpevoli. Invece noi non andiamo a fare del male, non fuggiamo perché lo abbiamo fatto. Ma ce ne andiamo per impedire che altri lo faccia a chi non avrebbe forza di sopportarlo. Partiremo dunque… Andremo per la via di Sefori… E sosteremo in una casa a mezza strada per partire all’alba. È una casa con molti porticati per le bestie. Vi sono pastori amici di Isacco. Li conosco. Mi ospiteranno senza chiedere nulla. Poi dovremo assolutamente raggiungere Giftael entro sera e sostarvi. Pensi che la bestia lo possa?».

45«Altro che! Me lo ha fatto pagare, quel sudicio greco, ma mi ha dato una bestia buona e forte».

46«Ciò è bene. Al mattino di poi andremo a Tolemaide e ci separeremo. Voi, sotto la guida di Pietro, che è il vostro capo e che dovrete ubbidire ciecamente, andrete per mare fino a Tiro. Là troverete una nave in partenza per Antiochia. Vi salirete dando questa lettera da vedere al padrone della nave. È di Lazzaro di Teofilo. Voi passate per suoi servi, mandati alle sue terre di Antiochia, o meglio ai suoi giardini di Antigonio. Così siete per tutti. Sappiate essere attenti, seri, prudenti e silenziosi[134]. Giungendo ad Antiochia andate subito da Filippo, l’intendente di Lazzaro, al quale darete questa lettera…».

47«Maestro, egli mi conosce», dice lo Zelote.

«Molto bene».

«Ma come mi crederà servo?».

48«Per Filippo non occorre. Egli sa che deve ricevere e ospitare due amici di Lazzaro e aiutarli in tutto. Così è scritto. Voi li avete accompagnati. Nulla più. Egli vi chiama “suoi cari amici di Palestina”. E tali siete, accomunati dalla fede e dall’azione che compite. Riposerete fino a che la nave, compiute le sue operazioni di scarico e carico, ripartirà per Tiro. Da Tiro con la barca verrete a Tolemaide e da lì mi raggiungerete ad Aczib…

Israele malevolo, sputa sulla santità del Messia.

«Perché non vieni con noi, Signore?», sospira Giovanni.

49«Perché resto a pregare per voi e specie per quei poverini. Resto a pregare. Si inizia così il mio terzo anno di vita pubblica. Si inizia con una partenza ben triste; come il primo ed il secondo. Si inizia con una grande preghiera e penitenza come il primo… Perché questo ha le difficoltà dolorose del primo, e più ancora. Allora mi preparavo a convertire il mondo. Ora mi preparo a ben più vasta e potente opera. Ma, ascoltatemi bene, ma sappiate che, se nel primo fui l’Uomo-Maestro[135], il Sapiente che chiama alla sapienza con umanità perfetta e intellettuale perfezione, e nel secondo fui il Salvatore e Amico, il Misericorde che passa accogliendo, perdonando, compatendo, sopportando[136], nel terzo Io sarò il Dio Redentore e Re[137], il Giusto. Non stupite perciò se vedrete in Me forme nuove, se nell’Agnello vedrete balenare il Forte[138]. Cosa ha risposto Israele al mio invito di amore, al mio aprire ad esso le braccia dicendo: “Vieni, Io amo e perdono”? Con la sempre crescente, voluta ottusità e durezza di cuore, con la menzogna, con l’insidia. Ebbene sia.

50Lo avevo chiamato, in ogni sua classe, curvando la mia fronte fino alla polvere. Sulla Santità che si umiliava esso ha sputato.

51Lo avevo invitato a santificarsi. Mi ha risposto indemoniandosi.

52Ho fatto il mio dovere, in tutto. Il mio dovere lo ha chiamato “peccato”.

53Ho taciuto. Il mio silenzio lo ha chiamato “prova di colpevolezza”.

54Ho parlato. La mia parola l’ha chiamata “bestemmia”.

Ora basta!

55Non mi ha lasciato respiro. Non mi ha concesso una gioia. E la gioia per Me era crescermi nella vita dello spirito i neonati alla Grazia. Mi vengono insidiati e me li devo strappare dal petto, dando a loro e a Me spasimo di genitori e di figli strappati l’uno all’altro, per metterli in salvo da Israele malevolo.

56Essi, i potenti d’Israele che si dicono “santificatori” e si vantano di esserlo, impediscono a Me, vorrebbero impedirmi, di salvare e di gioire dei miei salvati.

57Ho da ormai molti e molti mesi un Levi pubblicano nella mia amicizia e al mio servizio, e il mondo vede se Matteo è scandalo o emulazione. Ma non cade l’accusa. E non cadrà per Maria di Lazzaro e per quanti e quanti altri Io salverò.

Ora basta!

Guai a quelli per cui l’Amore diviene Giustizia.

58Io vado sulla mia via sempre più aspra e bagnata di pianto… Vado… Non una delle mie lacrime cadrà inutilmente. Esse gridano al Padre mio… E poi griderà un ben più potente umore. Io vado. Chi mi ama mi segua e si virilizzi, perché viene l’ora severa. Io non mi arresto. Nulla mi arresta.

59Anche essi non si arresteranno… Ma guai a loro! Guai a loro! Guai a quelli per cui l’Amore diviene Giustizia!… Il segno del nuovo tempo sarà di una Giustizia severa per tutti coloro che sono ostinati nel loro peccato contro le parole del Signore e l’azione del Verbo del Signore!…

60Gesù sembra un arcangelo punitore. Direi che fiammeggia contro la parete fumosa, tanto i suoi occhi splendono… Pare che splenda persino la sua voce, che ha toni acuti di bronzo e argento percosso con violenza.

61Gli otto apostoli sono impalliditi e quasi impiccoliti dal timore.

62Gesù li guarda… con pietà e amore. Dice: «Non dico a voi, amici miei. Non sono per voi queste minacce. Voi siete i miei apostoli ed Io vi ho scelto». La voce si è fatta dolce e profonda. Termina: «Andiamo di là. Facciamo sentire ai due perseguitati – e vi ricordo che essi credono di partire per prepararmi la via ad Antiochia – che li amiamo più di noi stessi. Venite…».

26. La cena nella casa di Nazareth e la dolorosa partenza[139].

La cena nella cassetta di Nazareth.

Nuova sera di addio.

1Ed è sera. Una nuova sera di addio per la casetta di Nazareth ed i suoi abitanti. Un’altra cena durante la quale la pena rende svogliate al cibo le bocche e taciturne le persone. Alla tavola sono seduti Gesù con Giovanni e Sintica, e Pietro, Giovanni, Simone e Matteo. Gli altri non hanno potuto sedersi ad essa. É tanto piccola la mensa di Nazareth! Fatta proprio per una piccola famiglia di giusti, che al massimo possono farvi sedere il pellegrino e l’afflitto per dare loro un ristoro più di amore che di cibo! Al massimo, questa sera, avrebbe potuto sedersi ad essa Marziam, perché è un bambino, ed esile molto, che poco posto occupa…

2Ma Marziam, molto serio e silenzioso, mangia in un angolo, seduto su di un panchettino ai piedi di Porfirea, che la Vergine ha installata sul suo sedile del telaio e che, mite e silenziosa, mangia il cibo che le hanno dato guardando con sguardo di pietà i due prossimi alla partenza, che cercano inghiottire i loro bocconi stando molto a capo chino per nascondere il viso bruciato dalle lacrime.

3Gli altri, ossia i due figli di Alfeo, Andrea e Giacomo di Zebedeo, si sono installati in cucina, presso una specie di madia. Ma si vedono dalla porta aperta.

Le serve dei servi del Signore

4Maria SS. e Maria d’Alfeo vanno e vengono servendo questi e quelli, materne, affannate, tristi. E se Maria SS. carezza col suo sorriso, tanto doloroso questa sera, coloro che avvicina, Maria d’Alfeo, meno riservata e più alla buona, unisce al sorriso l’atto e la parola, e più di una volta incita, unendovi una carezza o anche un bacio, a seconda di chi è che ne beneficia, questo o quello a nutrirsi prendendo i cibi più acconci al loro fisico e al prossimo viaggio. Io credo che per amore pietoso per lo sfinito Giovanni, che in questi giorni di attesa è ancor più smagrito, gli darebbe se stessa da mangiare, tanto si studia a persuaderlo a prendere questo o quello, magnificandone il sapore e le proprietà salutifere. Ma, nonostante le sue… seduzioni, i cibi restano quasi intatti sul piatto di Giovanni, e Maria d’Alfeo ne è afflitta come una madre che veda respingere dal suo lattante il capezzolo.

L’anima materna di Maria d’Alfeo.

5«Ma così non puoi partire, figlio!», esclama. E nella sua anima materna non riflette che Giovanni di Endor ha su per giù la sua età, e il nome di “figlio” è perciò mal dato. Ma ella vede in lui solo una creatura che soffre, e perciò non trova, per consolarlo, che questo nome… «Viaggiare a stomaco vuoto, su quella carretta traballante, nel freddo umido della notte, ti farà male. E poi, chissà mai come mangerete durante quest’orrido e lungo viaggio!… Eterna pietà! In mare, per tante miglia! Io morirei di paura. E lungo coste fenicie, e poi!… peggio ancora! E, certo, il padrone della nave sarà filisteo o fenicio o di qualche altra nazione d’inferno… e non vi avrà pietà… Su dunque, mentre sei ancora vicino ad una mamma che ti vuol bene!… Mangia: un pezzettino solo di questo pesce ottimo. Tanto per fare contento anche Simone di Giona, che lo ha preparato a Betsaida con tanto amore e oggi mi ha insegnato a cucinarlo così, per te e Gesù, che ne abbiate gran ristoro. Non ti va proprio?… Allora… oh! questo lo mangerai!», e corre via verso la cucina tornando con un vassoio colmo di una fumante polentina. Non so cosa sia… Certo è qualche specie di farina o di grani cotti, fino ad essere sfatti, nel latte: «Guarda, questo l’ho fatto io perché mi sono ricordata che un giorno tu ne hai parlato come di un dolce ricordo della tua fanciullezza… È buono e fa bene. Su, un poco».

Marziam dispensato dal voto.

6Giovanni si lascia mettere qualche cucchiaio della molle pietanza sul piatto e cerca di ingoiarla, ma delle lacrime scendono a mescolare il loro sale nel cibo mentre egli china ancor più il viso sul piatto. Gli altri fanno molta festa a questo cibo, che forse è una squisitezza. I loro volti si sono rischiarati nel vederlo, e Marziam si è alzato in piedi… ma poi ha sentito il bisogno di chiedere a Maria SS.: «Io ne posso mangiare? Mancano ancora cinque giorni alla fine del voto…».

7«Sì, figlio mio. Puoi mangiarne», dice Maria con una carezza.

8Ma il bambino è ancora incerto e allora Maria, per calmare gli scrupoli del piccolo discepolo, interpella suo Figlio: «Gesù, Marziam chiede se può mangiare l’orzo mondo… per via del miele che ne fa un piatto dolce, sai…».

9«Sì, sì, Marziam. Questa sera ti dispenso Io dal tuo sacrificio, a patto che Giovanni mangi lui pure il suo orzo melato. Vedi come lo desidera il bambino? Aiutalo dunque ad ottenere questa cosa». E Gesù, che ha vicino Giovanni, gli prende la mano e gliela tiene mentre Giovanni si sforza, ubbidiente, di finire il suo orzo. Maria d’Alfeo è più contenta ora. E torna all’assalto con un bel piatto di pere, cotte nel forno, fumanti. Rientra dall’orto col suo vassoio e dice: «Piove. Comincia ora. Che pena!».

10«Ma no! Meglio anzi! Così non ci sarà nessuno per le vie. Quando si parte i saluti fanno sempre del male… Meglio filare col vento nella vela e senza trovare secche o scogli che esigono fermate e lento andare. E i curiosi sono proprio secche e scogli…», dice Pietro che in ogni azione vede la vela e il navigare.

Un boccone da re.

11«Grazie, Maria. Ma non mangio altro», dice Giovanni cercando respingere le frutta.

12«Ah! questo no! Le ha cotte Maria. Vuoi sprezzare il cibo preparato da Lei? Guarda come le ha preparate bene! Con le loro spezie nel buchino… col loro burro alla base… Devono essere un boccone da re. Un giulebbe. Si è rosolata anche Lei al fuoco del forno per cuocerle così dorate. E fanno bene alla gola, alla tosse… Danno calore e medicano. Maria, diglielo tu come facevano bene anche al mio Alfeo quando era malato. Ma le voleva fatte da te. Eh! già! Le tue mani sono sante e danno salute!… Benedetti i cibi che tu prepari!… Era più quieto il mio Alfeo dopo che aveva mangiato quelle pere… il suo respiro era più dolce… Povero marito mio…», e Maria coglie il destro della rievocazione per poter finalmente piangere ed uscire a piangere. Forse faccio un cattivo pensiero, ma credo che, senza la pietà per i due che partono, il «povero Alfeo» non avrebbe avuto neppure una lacrima della consorte, quella sera… Maria d’Alfeo era piena di pianto per Giovanni e Sintica, e per Gesù, Giacomo e Giuda che se ne vanno, tanto piena che ha aperto uno sfogo al pianto per non soffocare. Maria le subentra ora, posando una mano sulla spalla di Sintica che è di fronte a Gesù fra Simone e Matteo.

Consigli per la salute corporale e spirituale.

Salute degli infermi.

13«Suvvia dunque, mangiate. Volete dunque partire lasciandomi anche l’angoscia che siete partiti quasi digiuni?».

14«Io ho mangiato, Madre», dice Sintica alzando il viso stanco e segnato del pianto fatto per più giorni. E poi abbassa il suo viso sulla spalla, dove è la mano di Maria, strisciando la guancia sulla piccola mano per esserne carezzata. Maria le carezza con l’altra mano i capelli e attira a sé il capo di Sintica, che ora le appoggia il viso sul seno.

15«Mangia, Giovanni. Ti farà realmente bene. Hai bisogno di non raffreddarti. Tu, Simone di Giona, provvederai a dargli il latte caldo col miele ogni sera, o almeno acqua molto calda e melata. Ricordatelo».

16«Provvederò io pure, Madre. Stanne sicura», dice Sintica.

17«Ne sono infatti sicura. Ma ciò farai quando sarai installata ad Antiochia. Per ora ci penserà Simone di Giona. E ricorda, Simone, di dargli molto olio d’uliva. Ti ho dato per questo quell’orciolo. Bada che non si infranga. E se lo vedi più chiuso di respiro, fa’ come ti ho detto con l’altro vasetto di balsamo. Ne prendi tanto quanto sia sufficiente a ungergli il petto, le spalle e le reni, e lo scaldi fino a poterlo toccare senza scottarsi, e poi lo ungi e lo copri subito di quelle fasce di lana che ti ho dato. L’ho preparato apposta. E tu, Sintica, ricorda la sua composizione. Per rifarlo. Potrai sempre trovare gigli e canfore e dittami, e resine e garofani con lauri, artemisie e quant’altro. Sento che Lazzaro ha là ad Antigonio giardini di essenze».

18«E splendidi», dice lo Zelote che li ha visti. E aggiunge: «Io non consiglio nulla. Ma dico che per Giovanni quel posto dovrebbe essere salutare, sia per lo spirito che per la carne, più ancora di Antiochia. Riparato dai venti, aria leggera che viene dai boschetti di piante resinose site sulle pendici di un piccolo colle, che fa da ostacolo ai venti del mare ma che però permette ai benigni sali marini di diffondersi fin lì, sereno, silenzioso eppure allegro per i mille fiori e uccelli che vi vivono in pace… Insomma vedrete voi quello che più vi si confà. Sintica ha tanto giudizio! Perché in queste cose è meglio affidarsi alle donne. Non è vero?».

Consiglio sul sacrificio e l’ubbidienza.

19«Infatti Io affido il mio Giovanni proprio al buon senso e al buon cuore di Sintica», dice Gesù.

20«Ed io pure», dice Giovanni di Endor.

21«Io… io… io non ho più alcuna energia… e… non sarò mai più utile a nulla…».

22«Giovanni, non lo dire! Quando l’autunno spoglia le piante non è già detto che esse siano inerti. Anzi lavorano con celata energia a preparare il trionfo del prossimo fruttificare. Tu sei lo stesso. Ora sei spogliato dal vento freddo di questo dolore. Ma in realtà nel tuo profondo tu lavori già per i nuovi ministeri. La stessa tua pena sarà uno sprone ad operare. Io ne sono certa. E allora sarai tu, sempre tu, quello che aiuterai me, povera donna che ancor tanto ha da imparare per diventare qualcosa di Gesù».

23«Oh! che vuoi mai che io sia più?! Non ho nulla più da fare… Sono finito!».

24«No. Ciò non sta bene dirlo! Solo chi muore può dire: “Io sono finito come uomo”. Non altri. Credi di non avere a fare più nulla? Ancor ti resta ciò che mi hai detto un giorno: compiere il sacrificio. E come, se non colla sofferenza? Giovanni, a te, pedagogo, è stolto citare i saggi, ma ti ricordo Gorgia di Leontina (o Leontine). Egli insegnava che non si espia, in questa o nell’altra vita, altro che coi dolori e le sofferenze[140]. E ancor ti ricordo il nostro grande Socrate: “Disubbidire a chi è superiore di noi, sia dio che uomo, è male e vergogna”. Or se questo era giusto fare per ingiusta sentenza, data da uomini ingiusti, che mai sarà per ordine dato dall’Uomo santissimo e dal Dio nostro? Grande cosa è l’ubbidire, sol perché è ubbidire. Grandissima dunque l’ubbidire ad ordine santo che io giudico, e tu con me lo devi ugualmente giudicare, grande misericordia. Tu sempre dici che la tua vita volge al suo termine. Né ancor senti di avere annullato il tuo debito verso la Giustizia. E perché allora non giudichi questo grande dolore come un mezzo per giungere ad annullare questo debito, e farlo nel breve tempo che ancora ti resta? Grande dolore per avere grande pace! Credimi che vale la pena di soffrirlo. L’unica cosa che importante sia nella vita è di giungere alla morte avendo conquistato la Virtù[141]».

25«Tu mi rincuori, Sintica… Fallo sempre».

26«Lo farò. Qui lo prometto. Ma tu secondami, da uomo e da cristiano».

Partenza fra lacrime e singhiozzi.

Preparativi.

27Il pasto è finito. Maria raccoglie le rimaste pere e le mette in un vaso dandole ad Andrea, che esce per tornare dicendo: «Sempre più piove. Io direi che è meglio…».

28«Sì. Attendere è sempre più agonia. Vengo subito a preparare la bestia. E voi pure venite, coi cofani e quant’altro. Anche tu, Porfirea. Svelta! Sei tanto paziente che l’asino ne è conquiso e si lascia vestire (dice proprio così) senza fare puntigli. Dopo ci penserà Andrea, che ti somiglia. Su, via tutti!». E Pietro spinge fuori dalla stanza e dalla cucina tutti meno Maria, Gesù, Giovanni di Endor e Sintica.

29«Maestro! Oh! Maestro, aiutami! É l’ora di… sentirmi spaccare il cuore! É proprio venuta! Oh! perché, Gesù buono, non mi hai fatto morire qui, dopo che avevo già avuto lo strazio della mia condanna e fatto lo sforzo dell’accettazione di essa?!». E Giovanni si abbatte sul petto di Gesù, piangendo angosciosamente. Maria e Sintica cercano di calmarlo, e Maria, benché sempre così riservata, lo stacca da Gesù abbracciandolo, chiamandolo: «Figlio caro, mio prediletto figlio»…

Preghiera di consacrazione.

30Sintica intanto si inginocchia ai piedi di Gesù dicendo: «Benedicimi, consacrami perché io sia fortificata. Signore, Salvatore e Re, io, qui, alla presenza di tua Madre, giuro e professo di seguire la tua dottrina e di servirti fino all’ultimo respiro. Giuro e professo di dedicarmi alla tua dottrina ed ai seguaci di essa per amore di Te, Maestro e Salvatore. Giuro e professo che la mia vita non avrà altro scopo, e che tutto quanto è mondo e carne è per me morto definitivamente, mentre, con l’aiuto di Dio e delle preghiere della Madre tua, spero vincere il Demonio onde non mi tragga in errore e nell’ora del tuo Giudizio io non sia condannata. Giuro e professo che seduzioni e minacce non mi piegheranno e non avrò labile memoria, a meno che Dio non permetta altrimenti. Ma spero in Lui e credo nella sua bontà, onde sono certa che non mi lascerà in balìa di forze oscure più forti della mia. Consacra la tua serva, o Signore, perché sia difesa contro le insidie d’ogni nemico».

31Gesù le pone le mani sul capo, a palme aperte, come fanno anche i sacerdoti, e prega su di lei.

32Maria conduce Giovanni al fianco di Sintica e lo fa inginocchiare dicendo: «Anche questo, Figlio mio, perché ti serva con santità e pace».

33E Gesù ripete l’atto sul capo curvo del povero Giovanni. Poi lo alza e fa alzare Sintica, mettendo le loro mani nelle mani di Maria e dicendo: «E sia Essa l’ultima che vi carezza, qui», ed esce svelto andando non so dove.

Vera Madre dei cristiani.

34«Madre, addio! Non dimenticherò mai questi giorni», geme Giovanni.

35«Neppure io ti dimenticherò, figlio caro».

36«Io pure, Madre… Addio. Lascia che ti baci ancora… Oh! dopo tanti anni mi ero sfamata di baci materni… Ora non più…». Sintica piange fra le braccia di Maria che la bacia.

37Giovanni singhiozza senza ritegno. Maria abbraccia anche lui, ora li ha tutti e due fra le braccia, vera Madre dei cristiani, e sfiora con le sue labbra purissime la gota rugosa di Giovanni, un bacio pudico, ma tanto amoroso. E col bacio resta il pianto della Vergine sulla gota scarna…

Partenza fra lacrime e singhiozzi.

38Entra Pietro: «É pronto. Suvvia…», e non dice altro perché è commosso.

39Marziam, che segue suo padre come l’ombra segue il corpo, si attacca al collo di Sintica e la bacia, poi si abbraccia Giovanni e lo bacia, lo bacia… Ma piange anche lui.

40Escono. Maria tenendo per mano Sintica, Marziam per mano di Giovanni.

41«I nostri mantelli…», dice fra le lacrime Sintica e fa per entrare nelle stanze.

42«Sono qui, sono qui. Presto, prendete…».

43Pietro fa il rude per non fare il commosso, ma dietro le spalle dei due, che si avvolgono nei mantelli, si asciuga le lacrime col dorso della mano…

44Là, oltre la siepe, il lumino ballonzolante del carretto mette una chiazza gialla nell’aria scura… La pioggia fruscia fra le fronde degli ulivi, suona sulla vasca colma d’acqua… Un colombo, svegliato dalla luce delle lampade tenute dagli apostoli, al riparo dei mantelli, basse, per illuminare i sentieri pieni di pozze, tuba lamentosamente…

45Gesù è già presso al carretto su cui è stata tesa una coperta a fare da tetto.

46«Su, su che piove forte!», incita Pietro. E mentre Giacomo di Zebedeo sostituisce Porfirea alle briglie, lui, senza tanti complimenti, alza da terra Sintica e la pone sul carro, e con ancor più sveltezza afferra Giovanni di Endor e lo butta sopra, e sale lui pure, dando subito una nerbata così energica al povero asino che quello scatta in avanti di corsa, quasi travolgendo Giacomo. E Pietro insiste finché sono sulla vera via, un bel po’ lontano dalla casa… Un ultimo grido di addio segue i partenti, che piangono senza ritegno…

47Pietro ferma poi il somaro fuori di Nazareth, in attesa di Gesù e degli altri, che non tardano a raggiungerli camminando svelti sotto la pioggia che infittisce.

48Prendono una strada fra le ortaglie per portarsi di nuovo al nord della città, senza attraversarla. Ma Nazareth è buia e dormente sotto l’acqua gelida della notte d’inverno… e credo che lo zoccolio dell’asino, poco sensibile sul terreno fradicio, di terra battuta, non sia percepito neppure da chi è sveglio…

49La comitiva procede nel massimo silenzio. Solo i singhiozzi dei due discepoli si sentono, mescolati al rumore della pioggia sulle fronde degli uliveti. 

27. Il viaggio verso Jiftael. Le riflessioni
di Giovanni di Endor
[142].

Il viaggio verso Jiftael.

Vento che asciuga i polmoni.

1Deve avere piovuto tutta la notte. Ma con l’alba è succeduto un vento asciutto che ha respinto le nubi verso sud, oltre i colli di Nazareth. Perciò un timido sole invernale osa affacciarsi e accendere col suo raggio un diamante su ogni foglia degli ulivi. Ma è una veste di gala che gli ulivi presto perdono, perché il vento la scrolla dalle fronde che pare piangano scaglie di diamante, le quali poi si sperdono fra le erbe roride o sulla via motosa.

2Pietro, con l’aiuto di Giacomo e Andrea, prepara carro e asino. Gli altri non si vedono ancora. Ma poi escono uno dopo l’altro da una cucina, forse, perché dicono ai tre che sono fuori: «Ora andate voi a prendere ristoro». E questi vanno, per uscire dopo poco e questa volta insieme a Gesù.

Strada disastrata.

3«Ho rimesso la copertura per via del vento», spiega Pietro.

4«Se proprio vuoi andare a Jiftael lo avremo in faccia… e pizzicherà… Non so perché non prendiamo la via diretta a Sicaminon, e poi quella della marina… Era più lunga ma meno aspra. Hai sentito cosa diceva quel pastore che io ho fatto cantare abilmente?

5Ha detto: “Jotapata nei mesi di inverno è isolata. Non c’è che una strada per andarvi e con agnelli non ci si va… Sulle spalle non si deve avere nulla, perché ci sono passi che si fanno con le mani più che coi piedi, e gli agnelli non possono nuotare… Ci sono due fiumi spesso pieni e la stessa via è un torrente che scorre su un fondo di rocce. Io ci vado dopo i Tabernacoli e a primavera piena, e ci vendo bene, perché allora si riforniscono per dei mesi”. Così ha detto… E noi… con questo arnese… (e dà un calcio alla ruota del carretto)… e con questo somaro… uhm!…».

6«La via diretta da Sefori a Sicaminon era migliore. Ma è molto battuta… Ricordati che è bene non lasciare tracce di Giovanni…»

7«Il Maestro ha ragione. Potremmo trovare anche Isacco con dei discepoli… E a Sicaminon poi!…», dice lo Zelote.

«E allora… andiamo pure…».

La carità copre tutto.

8«Vado a chiamare quei due…», dice Andrea. E, mentre lo fa, Gesù si accomiata da una vecchia e da un fanciullo che escono da un ovile con dei secchi di latte. Sopraggiungono anche dei pastori barbuti, che Gesù ringrazia dell’ospitalità data nella notte piovosa. Giovanni e Sintica sono già sul carretto che si avvia sulla strada guidato da Pietro. Gesù, fiancheggiato dallo Zelote e da Matteo, seguito da Andrea, Giacomo, Giovanni e dai due figli d’Alfeo, affretta il passo per raggiungerlo. Il vento taglia la faccia e gonfia i mantelli. La copertura stesa sugli archi del carro schiocca come una vela, nonostante che la pioggia della notte l’abbia appesantita.

9«Va’ là, che si asciuga presto!», mormora Pietro guardandola. «Purché non si asciughino i polmoni a quel pover’uomo! Aspetta, Simone di Giona… Si fa così». Ferma l’asino e si leva il mantello, sale sul carro e vi avviluppa ben bene Giovanni. 

10«Ma perché? Ho già il mio…».

«Perché io a tirare l’asino ho già un caldo come fossi in un forno da pane. E poi sono uso, io, a stare nudo sulla barca, e più che mai nudo più c’è bufera. Il freddo mi fa da pungolo e sono più lesto. Su, sta’ ben coperto. Me ne ha fatte tante e tante delle raccomandazioni Maria a Nazareth, che se tu ti ammali io non potrò mai più andarle davanti…».

Povero somaro Antonio.

11Scende dal carretto e riprende la briglia incitando l’asino ad andare. Ma presto deve chiamare in aiuto suo fratello e anche Giacomo, per aiutare l’asino ad uscire da un luogo melmoso dove la ruota si è affondata. E vanno, spingendo a turno il carro per agevolare l’asino che punta le zampe robuste nel fango e tira, povera bestia, sbuffando e sbruffando di fatica e di golosità, perché Pietro lo stuzzica ad andare con l’offerta di bocconi di pane e di torsi di mela, che però gli concede solo nei momenti di sosta.

12«Sei un ingannatore, Simone di Giona», dice scherzando Matteo che osserva la manovra.

13«No. Applico la bestia al suo dovere, e con dolcezza. Se non facessi così, dovrei usare la frusta. E mi spiace a farlo. Non picchio la barca quando fa le bizze, ed è legno. Perché dovrei picchiare questo che è carne? Ora questo è la mia barca… nell’acqua è… e come! Perciò lo tratto come tratto la barca. Non sono Doras, io! Sapete? Volevo chiamarlo Doras, prima di acquistarlo. Ma poi ho sentito il suo nome e mi è piaciuto. Gliel’ho lasciato…».

14«Come si chiama?», chiedono incuriositi.

«Indovinate!», e Pietro ride fra la barba. Vengono detti i nomi più strani, e dei più feroci farisei o sadducei, ecc. ecc. Ma Pietro scuote sempre il capo. Si danno vinti.

15«Antonio si chiama! Non è un bel nome? Quel maledetto romano! Si vede che il greco che mi ha venduto l’asino aveva della ruggine anche lui con Antonio!».

16Ridono tutti, mentre Giovanni di Endor spiega: «Sarà uno dei taglieggiati dopo la morte di Cesare. É vecchio?».

17«Avrà settanta anni… e deve avere fatto tutti i mestieri… Adesso ha un albergo a Tiberiade…»

Via erta fino allo sgomento.

18Sono al trivio di Sefori con la via di Nazareth-Tolemaide, Nazareth-Sicaminon, Nazareth-Jotapata (faccio notare che il J lo dicono come un molto dolce “gi”). Il cippo consolare porta le tre indicazioni di Tolemaide, Sicaminon, Jotapata.

19«Entriamo in Sefori, Maestro?».

«É inutile. Andiamo a Jiftael. Senza sostare. Mangeremo camminando. Occorre esservi avanti sera».

20Vanno, vanno, superando due torrentelli ben gonfi, attaccando le prime pendici di un sistema di colli in direzione nord-sud, che al nord fanno però come un nodo aspro che poi si allunga verso est.

 

 

«Là è Jiftael», dice Gesù.

«Non vedo nulla», osserva Pietro».

21«E’ a settentrione. Verso noi sono coste a picco, e così a oriente e ponente».

22«Sicché bisogna girare tutto quel monte?».

«No. Vi è una strada presso il monte più alto, ai piedi di esso, nella valle. E abbrevia molto, anche se è via molto erta».

23«Ci sei stato?».

«No. Ma lo so».

24Davvero che è via erta! Tanto che quando vi giungono – e pare di precipitare incontro alla notte tanto si riduce la luce nel fondo di questa valle, che mi fa pensare alle dantesche male bolge tanto è orrida e dirupata, una via proprio incisa nel masso, quasi a gradini tanto è irta di dislivelli, una via stretta, selvaggia, rinserrata fra un torrente rabbioso e una costa ancor più rabbiosa che procede, salendo ripida, verso nord – se ne sgomentano…

25Se la luce cresce man mano che si sale, in compenso cresce anche la fatica, tanto che scaricano il carro delle sacche personali e scende anche Sintica perché il carretto sia il più leggero possibile. Giovanni di Endor, che dopo quelle poche parole non aveva più aperto bocca che per tossire, vorrebbe scendere lui pure. Ma non glielo concedono e resta dove è mentre tutti spingono e tirano bestia e veicolo, e sudano ad ogni dislivello. Ma nessuno brontola. Anzi tutti cercano di mostrarsi soddisfatti dell’esercizio per non avvilire i due per i quali lo fanno, e che più di una volta hanno avuto parole di rammarico per questa fatica.

26La strada fa un angolo retto. E poi un altro angolo ancora, più breve, che termina in una città appollaiata su una pendice tanto ripida che, come dice Giovanni di Zebedeo, fa l’impressione che debba scivolare a valle con le sue case.

27«Ma invece è ben solida. Tutt’una con la roccia».

«Come Ramot allora…», dice Sintica che ricorda.

«Più ancora. Qui la roccia è parte delle case, non è solo base ad esse. Ricorda di più Gamala. L’avete presente?».

28«Sì, e con essa abbiamo presenti quei porci…», dice Andrea.

«Proprio di là siamo partiti per Tarichea e il Tabor ed Endo….», ricorda Simone Zelote.

La psicoanalisi di Giovanni di Endor.

29«Io sono destinato a darvi ricordi penosi e grandi fatiche…», sospira Giovanni di Endor.

30«No, poi! Tu ci hai dato una fedele amicizia, nulla più, amico», dice con impeto Giuda d’Alfeo. E tutti si uniscono a lui per rendere più netta la conferma.

31«Eppure… io non sono stato amato… Nessuno me lo dice… Ma io so meditare, riunire i fatti sparsi in un quadro solo. Questa partenza, no, non era prevista, e non è spontanea la decisione…»

32«Perché dici così, Giovanni?», chiede dolcemente afflitto Gesù.

«Perché è vero. Non mi si è voluto. Io, e non altri, neppure i grandi discepoli, sono stato scelto per andare lontano».

33«E Sintica, allora?», chiede Giacomo di Alfeo, contristato della luce che viene alla mente dell’uomo di Endor.

34«Sintica viene per non mandarmi via solo… per pietosamente confondermi la verità…».

«No, Giovanni!…»

35«Sì, Maestro. E vedi? Potrei anche dirti il nome del mio torturatore. Sai dove lo leggo? Solo a guardare questi otto buoni lo leggo! Solo riflettendo all’assenza degli altri lo leggo! Quello per il quale io sono stato trovato da Te è anche colui che mi vorrebbe fare trovare da Belzebù. E mi ha portato a quest’ora – e ti ci ha portato, Maestro, perché Tu pure soffri come me e forse più di me – e mi ha portato a quest’ora per farmi tornare nella disperazione e nell’odio. Perché egli è cattivo[143]. Egli è crudele[144]. Egli è invidioso[145]. E altro ancora è. É Giuda di Keriot l’anima oscura[146] fra i tuoi servi tutti luce…».

36«Non dire così, Giovanni. Non manca lui solo. Tutti furono assenti per le Encenie meno lo Zelote, senza famiglia. Da Keriot, e in questa stagione, non si viene in poche tappe. Sono quasi duecento miglia di cammino. Ed era giusto che andasse dalla madre, come Tommaso. Anche Natanaele ho risparmiato perché vecchio, e con lui Filippo per dare il compagno a Natanaele…»

37«Sì. Altri tre non ci sono… Ma, o Gesù buono! Tu conosci i cuori perché sei il Santo. Ma non sei solo a conoscerli! Anche i perversi conoscono i perversi perché si riconoscono in loro. Io fui perverso e mi sono rivisto, nei miei istinti peggiori, in Giuda. Ma io lo perdono. Per una cosa sola io lo perdono di mandarmi a morire tanto lontano: perché proprio per lui sono venuto a Te. E Dio lo perdoni per il resto… per tutto il resto».

38Gesù non osa smentire… Tace.

39Gli apostoli si guardano fra loro mentre a forza di braccia spingono il carretto sulla via scivolosa. É prossima la sera quando raggiungono la città dove, sconosciuti fra sconosciuti, prendono alloggio in un albergo messo sullo scrimolo sud del paese. Uno scrimolo che dà le vertigini a gettare lo sguardo giù per la sua parete, tanto è a picco e profonda. In fondo -rumore e nulla più nell’ombra di pace che è già nella valle- rugge un torrente. 

28. L’addio di Gesù a Giovanni di Endor
e a Sintica
[147].

L’ora dell’addio.

Discesa orrenda.

1È per la stessa via – l’unica, del resto, di questo paese che pare un nido d’aquila sulla vetta di un picco solitario – che ripartono il giorno dopo, perseguitati da un tempo piovoso e freddo che ostacola l’andare. Deve scendere anche Giovanni di Endor dal carretto, perché la strada fatta in discesa è ancora più pericolosa che fatta in salita, e se l’asino, di suo, non pericolerebbe, il peso del carretto, che la pendenza spinge tutto in avanti, fa sì che la povera bestia si trovi molto male. E male si trovano i suoi conducenti che devono, oggi, non già sudare per spingere ma bensì per trattenere il veicolo, che potrebbe dirupare provocando sventure o, al minimo, perdita del carico.

Antonio, meritevole di onori.

2La strada è così orrenda fino ad un terzo circa della sua lunghezza, l’ultimo verso valle. Poi si biforca e un suo ramo si dirige ad ovest, divenendo più comoda e piana. Si fermano a riposare asciugandosi il sudore, e Pietro premia il ciuco che è tutto un fremito di ansito e che scuote le orecchie sbuffando, certo assorto in una profonda meditazione sulla dolorosa condizione degli asini e sui capricci degli uomini che scelgono certe strade. Almeno anche Simone di Giona attribuisce a queste considerazioni l’espressione pensosa della bestia, e per sollevargli l’umore gli mette al collo una sacca piena di fava cavallina, e mentre il somaro frange il duro pasto con avido piacere anche gli uomini mangiano pane e formaggio e bevono latte di cui hanno piene le fiaschette.

3Il pasto è finito. Ma Pietro vuole abbeverare il «suo Antonio che è più meritevole di onori di Cesare», dice lui, e va con un secchiello, che ha sul carretto, a prendere acqua ad un torrente che si dirige verso il mare.

L’ora dell’ Addio.

4«Ora possiamo andare… E andremmo anche di trotto, perché penso che oltre quel colle sia tutta pianura… Ma noi non possiamo trottare. Però andremo lesti. Su, Giovanni, e tu, donna. Montate e andiamo».

5«Salgo Io pure, Simone, e guido Io. Voi tutti seguiteci…» dice Gesù subito dopo che i due sono saliti.

6«Perché? Ti senti male? Sei tanto pallido…»

«No, Simone. Voglio parlare a solo con essi…», e indica i due che sono impalliditi essi pure, intuendo che è venuto il momento dell’addio.

7«Ah! Va bene. Sali pure e noi ti seguiremo».

Gesù si siede sulla tavola che fa da panchetta al guidatore e dice: «Vieni qui al mio fianco, Giovanni. E tu, Sintica, vieni vicina…».

8Giovanni si siede alla sinistra del Signore e Sintica ai suoi piedi, quasi sul bordo del carro, volgendo le spalle alla via, tenendo il viso alzato verso Gesù. Messa così, seduta sui calcagni, rilassata come fosse gravata da un peso che la sfinisce, le mani abbandonate in grembo e intrecciate per tenerle ferme perché un tremito le scuote, il viso stanco, i bellissimi occhi di un nero viola come appannati dal tanto pianto fatto, sotto l’ombra del velo e del manto molto calati, sembra una Pietà desolata.

9Giovanni, poi!… Io credo che, se al fondo della via ci fosse il suo patibolo, sarebbe meno stravolto.

10L’asino si mette al passo, così ubbidiente e giudizioso che non obbliga Gesù a stretta sorveglianza. E Gesù ne approfitta per abbandonare le redini e prendere la mano di Giovanni e posare l’altra sul capo di Sintica.

Parole di luce per i missionari.

Fiori del Trionfo del Salvatore.

11«Figli miei, Io vi ringrazio di tutta la gioia che mi avete dato. Questo è stato per Me un anno sparso di fiori di gioia, perché ho potuto cogliere le vostre anime e tenermele davanti a celarmi le brutture del mondo, a profumarmi l’aria corrotta dal peccato del mondo, a infondermi dolcezza e confermarmi nella speranza che la mia missione non è inutile[148]. Marziam, tu, Giovanni mio, Ermasteo, tu, Sintica, e Maria di Lazzaro, e Alessandro Misace, e altri ancora… I fiori trionfali del Salvatore che solo i retti di cuore sanno sentire tale… Perché scuoti il capo, Giovanni?».

12«Perché Tu sei buono e mi metti fra i retti di cuore. Ma il mio peccato è sempre presente al mio pensiero…».

13«Il tuo peccato è il frutto di una carne aizzata da due malvagi. La tua rettezza di cuore è il substrato del tuo io onesto, desideroso di oneste cose, disgraziato perché esse ti furono levate dalla morte o dalla malvagità, ma non per questo men vivo pur sotto le macie di tanto dolore. É bastato che la voce del Salvatore filtrasse nel profondo dove languiva il tuo io, che tu sei balzato in piedi, scuotendo ogni peso, per venire a Me. Non è così? Dunque tu sei un retto di cuore. Molto, molto più retto di altri che non hanno il tuo peccato, ma ne hanno di molto peggiori perché meditati e ostinatamente conservati vivi…

14Voi, dunque, voi, i miei fiori del trionfo mio di Salvatore, siate benedetti. In questo mondo ottuso e nemico, che abbevera di amarezza e di disgusto il Salvatore, avete rappresentato l’amore. Grazie! Nelle ore più penose che in questo anno ho avuto, vi ho tenuti presenti per averne consolazione e sostegno. In quelle ancora più penose che avrò, più ancora vi terrò presenti. Fino alla morte. E con Me sarete per l’eternità. Ve lo prometto.

La sorte migliore.

15Io vi affido i miei interessi più cari, ossia la preparazione della mia Chiesa nell’Asia minore, là dove Io non posso andare perché qui, in Palestina, è il mio luogo di missione, e perché anche la mentalità retriva dei grandi di Israele con ogni mezzo mi nuocerebbe se andassi altrove che qui. Così avessi altri Giovanni ed altre Sintica per altri paesi, di modo che i miei apostoli trovassero arato il terreno per spargervi il seme nell’ora che verrà! Siate dolci e pazienti, e nello stesso tempo forti per penetrare e per sopportare. Troverete ottusità e derisioni. Non vi avvilite per questo. Pensate così: “Noi mangiamo lo stesso pane e beviamo lo stesso calice che beve il nostro Gesù”. Voi non siete da più del Maestro vostro e non potete pretendere di avere miglior sorte[149]. La sorte migliore è questa: condividere ciò che è del Maestro[150].

Primogeniti della famiglia dei servi di Dio.

1Dò un solo ordine: di non avvilirvi, di non volere darvi risposta a questa lontananza che non è un esilio, come vuole pensare Giovanni, ma che anzi è un mettervi alle soglie della Patria prima di tutti gli altri, come servi formati quali nessun altro lo è. Il Cielo è abbassato su voi come velo materno e il Re dei Cieli vi accoglie già sul suo seno, vi protegge sotto le sue ali di luce e di amore come primogeniti della smisurata chiocciata dei servi di Dio, del Verbo di Dio, che in nome del Padre e dell’eterno Spirito vi benedice per ora e per sempre.

18E pregate per Me, il Figlio dell’uomo che va incontro a tutte le sue torture di Redentore. Oh! che in verità l’Umanità mia sta per essere stritolata da tutte le più amare conoscenze… Pregate per Me. Avrò bisogno[151] delle vostre preghiere… Saranno carezze… Saranno professioni di amore… Saranno aiuti per non giungere a dire: “L’umanità è tutta fatta di satana”…

Meritevoli di avere Dio con sé.

19Addio, Giovanni! Diamoci il bacio di addio… Non piangere così… A costo di strapparmi lembi di carne ti avrei tenuto, se non avessi visto tutto il bene che da questa separazione viene per te e per Me. Eterno bene…

20Addio, Sintica. Sì, bacia pure le mie mani[152], ma pensa che se il sesso diverso mi vieta di baciarti come una sorella[153], alla tua anima Io do il mio fraterno bacio[154]… E attendetemi, col vostro spirito. Verrò. Mi avrete presso le vostre fatiche e le vostre anime. Sì, perché se l’amore per l’uomo ha rinserrato la mia natura divina in carne mortale, non ne ha però potuto limitare la libertà. E libero sono di andare[155], come Dio[156], da chi merita di avere Dio con sé[157]. Addio, figli miei. Il Signore è con voi…».

Per amore.

21E si strappa dalla stretta convulsa di Giovanni che gli stringe le spalle, di Sintica che si è aggrappata ai suoi ginocchi, e salta giù dal carro, facendo un cenno di addio ai suoi apostoli e correndo via, per la strada già fatta, veloce come cervo inseguito… L’asino si è fermato sentendo cadere del tutto le redini che erano prima sui ginocchi di Gesù. E fermati, attoniti, si sono gli otto apostoli, guardando il Maestro che sempre più si allontana.

22«Piangeva…», sussurra Giovanni.

23«Ed era pallido come uno spirato…», mormora Giacomo d’Alfeo.

24«Neppure la sua sacca ha preso… Eccola lì sul carro…», osserva l’altro Giacomo.

25«E come farà ora?», si chiede Matteo.

26Giuda d’Alfeo sprigiona tutta la sua voce potente per chiamare: «Gesù! Gesù! Gesù!…».

27L’eco delle colline risponde lontano: «Gesù! Gesù! Gesù!…».

28Ma una svolta di strada assorbe nel verde delle sue piante il Maestro senza che Egli neppure si volga a guardare chi lo chiama…

29«Se ne è andato!… Non ci resta che andare noi pure…», dice desolato Pietro, montando sul carretto e prendendo le redini per incitare il ciuco. E il carro si avvia, cigolante, fra il rumore ritmico degli zoccoli ferrati e il pianto angoscioso dei due che, abbandonati sul fondo del carro, gemono: «Non lo vedremo più, mai più, mai più…». 

29. In barca da Tolemaide a Tiro inizia il viaggio degli otto apostoli con Giovanni di Endor e Sintica[158].

Partenza da Tolemaide per Tiro.

Tolemaide.

1La città di Tolemaide pare debba rimanere schiacciata da un cielo basso, di piombo, senza uno spiraglio di azzurro, senza neppure una varietà nel suo fosco. No. Non una nuvola, un cirro, un nembo che veleggi solo sulla cappa chiusa del firmamento. Ma un’ unica volta concava e pesante come un coperchio che stia per essere abbattuto su una cassa. Un enorme coperchio di stagno sporco, fuliginoso, opaco, opprimente. Le case bianche della città sembrano di gesso, un gesso ruvido, grezzo, desolato, in questa luce… e il verde delle piante sempreverdi sembra appannato, triste, e lividi o spettrali i volti delle persone e smorti i colori delle vesti. La città affoga nello scirocco pesante.

Il mare di Tolemaide.

2Il mare risponde al cielo con uno stesso aspetto di morte. Un mare sconfinato, fermo, deserto. Non è neanche plumbeo, sarebbe errato dirlo tale. É una distesa senza limite, e direi senza rughe, di una sostanza oleosa, grigia come devono esserlo i laghi di petrolio grezzo, o meglio, se fosse possibile, i laghi di un argento mescolato a fuligine, a cenere, per farne una manteca che ha un suo speciale splendore di scaglia quarzifera e che pure non pare splendere tanto è morta e opaca. Questo suo splendere non lo si avverte che con il disagio che ne soffre l’occhio, abbacinato da questo tremolio di madreperla nerastra che stanca senza rallegrare. Non un’onda a perdita d’occhio. Lo sguardo giunge all’orizzonte, là dove il morto mare tocca il morto cielo, senza vedere un moto d’onda; ma però si comprende che non sono acque solidificate, perché hanno un sotterraneo fiotto che è appena sensibile alla superficie col luccichio sporco delle acque. Tanto morto che a riva le acque sono lì, ferme come acque d’una vasca, senza il minimo accenno di flutto o risacca. E la rena è nettamente segnata di umidore lì, a un metro, poco più, dall’acqua, confessando così che non vi è stato moto d’onde, a riva, da molte ore. L’assoluta calmeria. 

Il carico di Antonio.

3I navigli, pochi, che sono nel porto, non hanno un movimento. Sembrano confitti in una materia solida tanto sono immobili, e quei pochi lembi di stoffa che sono stesi sugli alti ponti, insegne o vestimenta che siano, pendono inerti. Da una vietta del quartiere popolare del porto vengono verso la marina gli apostoli con i due diretti ad Antiochia. Non so che fine abbiano fatto l’asino e il carro. Non ci sono. Pietro e Andrea portano un cofano, Giacomo e Giovanni l’altro, mentre Giuda di Alfeo si è affastellato sulle spalle il telaio smontato, e Matteo, Giacomo d’Alfeo e Simone Zelote si sono caricati delle sacche di tutti, compresa quella di Gesù. Sintica non ha fra le mani che un cesto di cibarie. Giovanni di Endor nulla.

4Vanno lesti fra la gente che torna, per la più parte, dai mercati con le spese, o che, se marittimi, si affretta al porto, per caricare o scaricare i navigli, o ripararli, a seconda dei bisogni.

Una barca a noleggio.

5Simone di Giona va sicuro. Deve sapere già dove andare perché non si guarda intorno. Tutto rosso, sorregge per un cappio della fune, messa a far da maniglia, il cofano dalla sua parte, e Andrea lo seconda dalla sua. E si vede tanto in loro, come nei compagni Giacomo e Giovanni, lo sforzo del peso che portano nell’inturgidirsi dei muscoli dei polpacci e delle braccia, perché, per essere più liberi, sono con la sola sottoveste corta e sbracciata, in tutto simili ai facchini che si affrettano dai fondachi ai navigli, o viceversa, per le loro operazioni. Perciò passano assolutamente inosservati. Pietro non va alla grande calata ma, per una passerella cigolante, va alla calata più piccola, un moletto messo ad arco che fa come un secondo bacino, molto più ristretto, per le barche da pesca. Guarda e dà la voce. Risponde un uomo, alzandosi dal fondo di una robusta barca, abbastanza ampia.

6«Vuoi proprio partire? Guarda che la vela non serve, oggi. Dovrai andare a forza di remi».

«Servirà a scaldarmi e a darmi appetito».

7«Ma sei proprio capace di navigare?».

«Ohè! uomo! Non sapevo ancora dire “mamma” e già il padre mi aveva messo in mano la sagola e le corde delle vele. Ci ho arrotato sopra i denti di latte…».

8«É perché, sai?, questa barca è tutto il mio bene, sai?…».

«E me l’hai detto fin da ieri… Non sai altra canzone?».

«So che se tu vai a fondo io sono rovinato e…».

«Rovinato sarò io che ci perdo la pelle, non tu!».

«Ma questo è il mio bene, il mio pane, la mia gioia e quella della sposa, ed è la dote della mia bambina, e…».

9 «Uff! Senti, non mi pizzicare i nervi che hanno già un crampo… un crampo! più tremendo di quello dei nuotatori. Ti ho dato tanto che potrei dire: “la barca l’ho comperata”, non ho tirato sulla tua richiesta, ladrone marittimo che sei, ti ho mostrato che so il remo e la vela meglio di te, e tutto era stabilito. Ora, se l’insalata di porri che hai mangiato ieri sera, e la tua bocca ne puzza come una sentina, ti ha dato l’incubo e i rimorsi, a me non me ne importa. L’affare è stato fatto con due testimoni, uno tuo, uno mio, e basta. Salta fuori di lì, granchio peloso, e lasciami entrare».

«Ma io… una garanzia almeno… Se tu muori, chi mi paga la nave?».

10«La nave? Chiami nave questa zucca spolpata? Oh! miserabile e superbo! Ma ti darò pace, purché tu ti decida: ti darò altre cento dramme. Fra queste e quello che hai voluto di affitto te ne fai altre tre di queste talpe… No, anzi. Soldi niente. Saresti capace di darmi del matto e volerne di più al ritorno. Perché ritornare torno, sta’ certo. Magari per farti la barba con gli schiaffi se mi hai dato una barca difettosa di carena. Ti darò l’asino e il carro in pegno… No! Neanche quello! Il mio Antonio non te lo affido. Saresti capace di mutare mestiere e da barcaiolo farti carrettiere e filare mentre io sono via. E il mio Antonio vale dieci volte la tua barca. Meglio darti i denari. Bada però che sono una garanzia e tu me la rendi al ritorno. Hai inteso, o no? Ohi, della nave! Chi è di Tolemaide?».

11Da un naviglio vicino si sporgono tre volti: «Noi».

«Venite qui…».

«No, no, non serve. Facciamo fra noi», supplica il barcaiolo.

Pietro lo guarda scrutatore, ragiona dentro di sé e, vedendo che l’altro lascia la barca e si affretta a mettere in essa il telaio che Giuda aveva posato al suolo, mormora: «Ho capito!».

Urla a quelli della nave: «Non occorre più. State pure», e poi estrae da una piccola borsa delle monete, le conta e le bacia dicendo: «Addio, care!», e le dà al barcaiolo.

12«Perché le hai baciate?», chiede questo stupito.

«Un… rito. Addio, ladro! Su, voi. Tu, tieni almeno la barca. Le conterai dopo. E le troverai esatte. Non voglio averti compagno all’inferno, sai? Non rubo io. Su, issa! Su, issa!».

13E tira a bordo il primo cofano. Poi aiuta gli altri a stivare il loro, e le sacche, e tutto, equilibrando il peso e sistemando gli oggetti in modo da essere libero nelle manovre e, dopo gli oggetti, le persone.

«Vedi che so fare, vampiro? Molla ora e va al tuo destino».

In aperto mare.

14E insieme ad Andrea punta il remo contro il moletto per staccarsi da esso. Preso il filo della corrente, dà il timone a Matteo dicendo: «Tanto tu, per spellarci a dovere, ci venivi a pescare quando pescavamo e lo sai tenere passabilmente», e poi si siede a prua, dando le spalle alla prua, sulla prima panchetta, con Andrea di fianco. Davanti a lui sono seduti Giacomo e Giovanni di Zebedeo e vogano con ritmo regolare e potente. La barca va senza scosse e veloce, nonostante sia ben appesantita, sfiorando il fianco dei navigli grossi, dal bordo dei quali scendono parole di lode per la vogata perfetta. E poi ecco l’aperto mare, fuori dalle dighe… Tolemaide sfila tutta davanti agli occhi dei partenti, stesa come è sulla riva e col porto a sud della città. Nella barca è il silenzio assoluto. Si sentono solo i cigolii dei remi negli scalmi. Dopo un bel po’, e già Tolemaide è superata, Pietro dice: «Però, se c’era un poco di vento… Ma niente! Non un filo!…».

15«Purché non piova!…», dice Giacomo di Zebedeo.

«Uhm! Ne ha molta voglia…».

Silenzio e fatica di remi per molto tempo.

Poi Andrea chiede: «Perché hai baciato le monete?».

16«Perché chi parte per sempre si saluta. Non le vedrò più. E me ne spiace. Preferivo darle a qualche infelice… Ma pazienza! La barca è realmente buona, robusta e ben costruita. La migliore di Tolemaide. É per quello che ho ceduto alle pretese del suo padrone. E anche per non avere molte domande sul dove si va. Per questo gli ho detto: “A comperare al Giardino bianco”… Ahi! Ahi! Comincia a piovere. Copritevi, voi che potete, e tu, Sintica, dai l’uovo a Giovanni. É l’ora… Molto più che, con un mare così, nulla si agita nello stomaco… E Gesù che farà? Che mi farà? Senza vesti, senza denaro! Ma dove sarà ora?».

17«A pregare per noi, certamente», risponde Giovanni di Zebedeo.

«Va bene. Ma dove?…».

      18Nessuno può dire dove. E la barca bordeggia pesante, faticosamente, sotto il cielo di piombo, sul mare di bitume cinereo, fra una pioggerella fina come una nebbia, noiosa come un solletico prolungato. I monti, che dopo una zona a pianura tornano ad accostarsi al mare, si avvicinano, lividi nell’aria nebbiosa. Il mare, nella vicinanza, continua a dare noia agli occhi con la sua fosforicità

Vento malvagio.

strana; più lontano, si perde in un velo nebbioso.

19«A quel paese fermeremo per riposare e mangiare», dice Pietro che è instancabile nella voga. E gli altri confermano.

20Il paese è raggiunto. Un mucchietto di case di pescatori messo a ridosso di uno sperone di monte che viene verso mare.

21«Qui non si sbarca. Non c’è fondo…», borbotta Pietro. «Bene, mangeremo qui dove siamo».

22E infatti mangiano di buona voglia i vogatori, svogliatamente i due esiliati. La pioggia riprende e smette alternativamente. Il paese è spopolato come fosse senza abitanti. Eppure voli di colombi da casa a casa e vesti stese sulle altane dicono che vi è gente. Infine appare sulla riva un uomo seminudo che va ad una barchetta tirata sulla riva.

23«Ehi! uomo! Sei pescatore?», urla Pietro facendo imbuto delle mani.

«Sì». Il viene fievole per la distanza.

24«Che tempo farà?».

«Mare lungo fra poco. Se non sei di qui ti dico di andare subito oltre il capo. Di là l’onda è più quieta, specie se vai sotto riva, e puoi, perché è mare fondo. Ma va’ subito…».

«Sì. Pace a te!».

«Pace e fortuna a voi».

25«Forza allora», dice Pietro ai compagni.

«E Dio sia con noi».

26«Lo è certo. Gesù certamente prega per noi», risponde Andrea riprendendo la vogata.

27Ma l’onda lunga, infatti, si è già formata e respinge e aspira la povera barca ad ogni suo venire, mentre la pioggia si infittisce… e un vento sincopato si unisce a torturare i poveri naviganti. Simone di Giona lo gratifica di tutti gli epiteti più pittoreschi, perché è un vento malvagio che non può essere usato per la vela e che cerca spingere la barca verso gli scogli del capo ormai prossimo.

28La barca stenta a navigare nella curva di questo golfetto, che è cupo come un inchiostro. Vogano, vogano, a fatica, rossi, sudati, stringendo i denti, senza sprecare più una briciola di forza in parole. Gli altri, seduti di fronte a loro – ed io li vedo nella schiena – tacciono muti sotto la pioggia noiosa, Giovanni e Sintica al centro, presso l’albero della vela, dietro di loro i figli di Alfeo, ultimi Matteo e Simone che lottano a tenere diritto il timone ad ogni colpo di onda.

“Il Premio dell’ ubbidienza”.

29Il doppiare il capo è impresa faticosa. Infine è fatto… E un poco di pace è concessa ai rematori che devono essere stremati. Si consultano se rifugiarsi in un paesello al di là del capo. Ma predomina il concetto che “si deve ubbidire al Maestro anche contro al buon senso. E Lui ha detto che si deve arrivare a Tiro tutto in una giornata”. E vanno…

30Il mare si calma all’improvviso. Notano il fenomeno e Giacomo d’Alfeo dice: «Il premio dell’ubbidienza».

31«Sì, Satanasso se ne è andato perché non è riuscito a farci disubbidire», conferma Pietro.

32«Arriveremo a Tiro a notte, però. Ci ha molto ritardato questa cosa…», dice Matteo.

33«Non importa. Andremo a dormire e domani cercheremo la nave», risponde Simone Zelote.

«Ma la troveremo poi?».

«Gesù lo ha detto. La troveremo perciò», dice sicuro il Taddeo.

«Possiamo alzare la vela, fratello», osserva Andrea.

«Ora è vento buono e andremo lesti».

34La vela infatti si gonfia, non molto, ma tanto da rendere molto meno necessario il remare, e la barca scivola, come alleggerita, verso Tiro, il cui promontorio – meglio, il cui istmo – biancheggia là, a nord, nelle ultime luci del giorno.

35E la notte cade rapida. E pare strano, dopo tanto fosco di cielo, vedere spuntare le stelle da una imprevedibile schiarita e palpitare lucida nei suoi astri l’Orsa, mentre il mare acquista luce per un raggiare placido di luna, così bianco che pare stia per spuntare l’alba dopo il giorno penoso, senza intervallo di notte…

36Giovanni di Zebedeo alza il capo al cielo, guarda e ride, e d’improvviso apre la bocca al canto, secondando il moto del remo con la strofa e ritmando questa con quello: 

“Ave, Stella del mattino”.

37«Ave, Stella del mattino,

gelsomino della notte,

luna d’oro del mio Cielo,

Madre santa di Gesù. 

 

Spera in te il navigante,

sogna te chi soffre e muore.

Raggia, Stella santa e pia,

a chi t’ama, o Maria!…». 

 

38Canta a voce spiegata e tenorile, beato.

39«Ma che fai? Parliamo di Gesù e tu parli di Maria?», chiede suo fratello.

40«Lui è in Lei, e Lei è in Lui. Ma Lui c’è perché c’è stata Lei… Lasciami cantare…». E ci dà dentro, trascinando gli altri…

41Giungono a Tiro così, ed è comodo lo sbarco nel porticciuolo più piccolo, quello a sud dell’istmo, vegliato da lampade pendenti da molte barche, né viene negato aiuto, a questi sopraggiunti, dai presenti.

42Mentre Pietro con Giacomo di Zebedeo resta nella barca per vegliare i cofani, gli altri, con un uomo di un’altra barca, vanno all’albergo per il riposo.  

30. Partenza da Tiro sulla nave del cretese Nicomede[159].

Partenza da Tiro per Antiochia.

Il  sospetto che trivella Pietro.

1Tiro si ridesta fra sbuffi di maestrale. Il mare è tutto un ridere di ondette, azzurro-bianco, splendore agitato sotto un cielo azzurro, sotto cirri bianchi in moto lassù come la spuma dell’ onde è in moto quaggiù. Il sole si gode la sua giornata di sereno dopo tanto grigiore di maltempo.

«Ho capito», dice Pietro drizzandosi in piedi nella barca dove ha dormito.

2«É l’ora di muoversi. E “lui” (e accenna il mare che entra inquieto fin nel porto) ci ha dato l’acqua lustrale… Uhm! Andiamo a fare la seconda parte del sacrificio… Di’, Giacomo… Non ti sembra proprio di portare al sacrificio due vittime? A me sì».

3«Anche a me, Simone. E… ringrazio il Maestro della stima che ha in noi. Ma… non avrei voluto essere io a vedere tanto dolore. E non mi sarei mai pensato di vedere questo…».

4«Neanche io… Ma… Lo sai? Io dico che il Maestro non lo avrebbe fatto se il Sinedrio non ci avesse messo il naso…».

5«Lo ha detto infatti… Ma chi avrà avvertito il Sinedrio? Questo vorrei sapere…».

6«Chi? Dio eterno, fammi tacere e fammi non pensare! L’ho fatto io questo voto, per levarmi questo sospetto che mi trivella. Aiutami, Giacomo, a non pensare. Parla di tutt’altra cosa».

7«Ma di che? Del tempo?».

«Sì, magari».

«É che di mare io non me ne intendo…» 

«Io credo che balleremo», dice Pietro guardando il mare.

8«Nooh! Un po’ d’onda. Ma sono scherzi. Era più brutto ieri. Dall’alto della nave sarà bello tutto questo mare mosso così. Piacerà a Giovanni… Lo farà cantare. Quale sarà la nave?».

Informazioni.

9Si drizza in piedi lui pure, osservando i navigli messi dall’altra parte e visibili, con le loro alte soprastrutture, soprattutto quando l’onda solleva la navicella loro con un moto d’altalena. Guardano studiando le diverse navi, facendo pronostici… Il porto si anima.

10Pietro interpella un barcaiolo, o qualcosa di simile, che armeggia sulla banchina: «Sai se c’è in porto, quel porto là, il naviglio di… aspetta che leggo questo nome… (e tira fuori una pergamena legata che ha nella cintura). Ecco qui: Nicomede Filadelfio di Filippo, cretese di Paleocastro…»

11«Oh! il grande navigante! E chi non lo conosce? Credo sia noto non solo dal golfo delle Perle alle colonne d’Ercole, ma fino ai mari freddi, quelli nei quali si dice sia notte per mesi interi! Come non lo conosci, tu che sei marinaio?».

12«No. Non lo conosco, ma presto lo conoscerò poiché lo cerco per conto del nostro amico Lazzaro di Teofilo, un tempo governatore in Siria».

13«Ah! Quando io navigavo – ora vecchio sono – in Antiochia egli c’era… Bei tempi… Tuo amico? E cerchi Nicomede il cretese? Va’ sicuro, allora. Vedi quel naviglio là, il più alto, con quei vessilli al vento? É il suo. Salpa prima di sesta. Non teme il mare lui!…».

14«Non c’è da temerlo, infatti. Non è gran che», osserva Giacomo. Ma una rude ondata lo smentisce, innaffiando i due da capo a piedi.

15«Ieri troppo fermo, oggi troppo mosso. Un bel matto, va’ là! Preferisco il lago…», brontola Pietro asciugandosi il viso.

«Vi consiglio entrare nelle darsene. Ci vanno tutti, vedete?».

16«Ma noi dobbiamo partire. Andare via con la nave di… di… aspetta: di Nicomede, più tutto il resto!», dice Pietro che non riesce a ricordare i nomi strani del cretese.

17«Non vorrete caricare anche la barca sulla nave?».

«No, si capisce!».

18«Allora nelle darsene c’è il posto per le custodie e uomini a guardia fino al ritorno. Una moneta al giorno fino al ritorno. Perché penso che voi abbiate a tornare…».

«Certo, certo. Si va e si torna dopo aver visto lo stato dei giardini di Lazzaro, ecco».

19«Ah! suoi intendenti siete?».

«E anche di più…».

«Bene. Venite con me. Vi mostro il luogo. É fatto apposta per quelli che lasciano come voi le barche…».

Saluti fraterni.

20«Aspetta… Ecco gli altri. Fra un momento siamo da te».

E Pietro salta sulla banchina e corre incontro ai compagni che vengono.

21«Hai dormito bene, fratello?», chiede premuroso Andrea.

«Come un bambino nella cuna. E non mi è mancato il dondolo e la canzone…».

«Mi pare che non ti è mancata neppure la lavata», dice sorridendo il Taddeo.

22«Già! Il mare è… così buono che mi ha lavato il viso per levarmi il sonno».

«Un po’ grosso, mi pare», obbietta Matteo.

«Oh! ma se sapeste con chi si va! Uno che è conosciuto fino dai pesci dei ghiacci».

23«Lo hai già visto?».

«No. Ma me ne ha parlato uno che mi dice che c’è un posto per le barche, un deposito… Venite, che scarichiamo i cofani e andiamo, perché Nicodemo, no, Nicomede il cretese parte fra poco».

24«Nel canale di Cipro balleremo bene», dice Giovanni di Endor.

«Sì, eh?», chiede impensierito Matteo.

«Sì. Ma Dio ci aiuterà».

Evangelizzazione.

Sono da capo vicino alla barca.

«Ecco, uomo. Ora si tira fuori questa roba e poi si va, visto che sei tanto buono».

25«Ci si aiuta…», dice quello di Tiro.

«Eh! già! Ci si aiuta, ci si dovrebbe aiutare. Amare ci si dovrebbe, perché questa è la legge di Dio…».

26«Mi si dice che in Israele è sorto un nuovo profeta che predica questo. É vero?».

27«Se è vero! Questo e altro! E che miracoli fa! Forza, Andrea, issa, issa, più a destra. Forza, mentre l’onda alza la barca… Ohp-là! Fatto!… Ti dicevo, uomo: e che miracoli! Morti che risuscitano, malati che guariscono, ciechi che vedono, ladri che si convertono e persino… Vedi? Fosse qui Lui, direbbe al mare: “Sta’ fermo”, e il mare si calmerebbe… Ci riesci, Giovanni? Aspetta, che vengo io. Voi tenete forte e ben accosto… Su, su… Ancora un poco… Tu, Simone, prendi la maniglia… Attento alla mano, Giuda! Su, su… Grazie, uomo… Attenti a non cadere nell’acqua, voi di Alfeo… Su… Ci siamo! Sia lode a Dio! Si è faticato meno a metterli giù che a tirarli su… Ma ho le braccia rotte dall’esercizio di ieri… Dunque, dicevo del mare…».

28«Ma è vero, poi?».

«Vero? C’ero io a vedere!».

«Sì? Oh! … Ma dove?».

«Sul lago di Genezaret. Vieni in barca, che mentre si va al deposito ti dico…», e se ne va con l’uomo e con Giacomo, remando nel canale che va alle darsene.

Pietro, il capo virtuoso.

29«E Pietro dice di non saper fare…», osserva lo Zelote.

30«Invece ha l’arte di fare sapere le cose, così alla buona, e fa più di tutti».

31«Quello che mi piace tanto in lui è la sua onestà», dice l’uomo di Endor.

32«E la sua costanza», aggiunge Matteo.

33«E la sua umiltà. Guardate se si insuperbisce sapendo di essere il “capo”! Fatica più di tutti, si preoccupa più di noi che di sé…», dice Giacomo d’Alfeo.

34«Ed è così virtuoso, nel suo senso. Un fratello buono. Nulla più…», termina Sintica.

35«Sicché è detto proprio? Così passate? Come due fratelli?», chiede dopo qualche tempo lo Zelote ai due discepoli.

36«Sì. È meglio. Né è menzogna, ma spirituale verità. Egli mi è fratello maggiore e d’altro letto, ma di unico padre. Il Padre è Dio, i diversi letti Israele e la Grecia; e Giovanni m’è maggiore, e lo si vede, per età, e – ciò non si vede ma è – per essere discepolo da più tempo di me. Ecco Simone che torna…».

37«Fatto tutto. Andiamo…»

L’uomo delle lettere.

38Si caricano dei cofani e per l’istmo stretto passano all’altro porto. L’uomo di Tiro li accompagna, pratico come è, per i vicoli fatti dalle balle di mercanzie accatastate sotto tettoie vastissime, fino alla potente nave del cretese, che già sta facendo le manovre di prossima partenza, e dà la voce a quelli di bordo perché ricalino la passerella che hanno alzata.

39«Non si può. Carico fatto», urla il capo ciurma.

40«Ha lettere da dare», dice l’uomo accennando a Simone di Giona.

«Lettere? Di chi?».

«Di Lazzaro di Teofilo, già governatore d’Antiochia».

«Ah! Vado dal padrone».

Simone dice all’altro Simone e a Matteo: «Fate voi, ora. Io sono rozzo per trattare con uno così…».

«No. Tu sei il capo e tu fai, e fai bene. Noi ti aiuteremo, se mai. Ma non ce ne sarà bisogno».

41«Dove è l’uomo delle lettere? Salga», dice un uomo bruno come un egiziano, magro, bello, snello, severo, sulla quarantina, poco più, che si sporge dall’alta murata. E fa ricalare la passerella. Simone di Giona, che si è rimesso l’abito e il mantello mentre attendeva la risposta, sale tutto dignitoso. Dietro a lui, lo Zelote e Matteo.

42«La pace a te, uomo», saluta gravemente Pietro.

«Salve. La lettera dove è?», chiede il cretese.

«Eccola».

Il cretese rompe il sigillo, stende e legge.

La nave prende il largo.

43«Ben vengano i messi della famiglia di Teofilo! I cretesi non dimenticano che era buono e gentile. Ma fate presto. Avete molto carico?».

«Quanto ne vedi sulla banchina».

«E siete in…».

«In dieci».

44«Va bene. Faremo posto alla donna. Voi vi adatterete alla meglio. Su presto. Occorre uscire e prendere il largo prima che il vento rinforzi, e dopo sesta così sarà».

45E ordina, con fischi laceranti, il carico dei cofani e la loro stivagione. Poi salgono gli apostoli e i due discepoli. Si alza la passerella, si chiude la murata, si mollano gli ormeggi, si alzano le vele. E la nave inizia l’andare, rollando forte nell’uscire dal porto. Poi le vele si tendono scricchiolando, tanto le gonfia il vento, e con largo beccheggio la nave prende il largo fuggendo rapida verso Antiochia…

46Nonostante il vento violento, Giovanni e Sintica, vicini, aggrappati ad un paranco, a poppa, guardano allontanarsi la costa, la terra di Palestina, e piangono…

31. Prodigi sulla nave nel mare in tempesta[160].

Il mare in tempesta.

Il Mediterraneo adirato.

1Il Mediterraneo è una distesa irata di acque verd’azzurre che si cozzano in cavalloni altissimi, tutti crestati di spuma. Non c’è nebbia, no, di caligo, oggi. Ma l’acqua marina, polverizzata nei cozzi continui da maroso a maroso, si muta in un pulviscolo salato, bruciante, che penetra fin sotto le vesti, arrossa gli occhi, brucia le fauci e sembra spargersi come un velo di cipria salina su ogni dove, tanto nell’aria, facendola opaca come per nebbia sottile, come sulle cose, che sembrano spruzzate di una farina lucente: i minuti cristalli salini. Questo, però, là dove non arrivano gli schiaffi delle onde oppure le loro sciacquate vigorose, che lavano il ponte da un lato all’altro, precipitandovisi dentro, scavalcando la murata, per poi ricadere a mare, con scroscio di cascata, dai buchi della murata opposta.

E la nave s’alza e sprofonda, fuscello in balia dell’oceano, resa un nulla rispetto all’altro, e cigola e si lamenta dalle sentine alle vette degli alberi… Il mare è realmente il padrone e la nave è il suo trastullo…

2Fuori di chi è alle manovre, nessuno più è sul ponte. E nessuna merce più. Solo le scialuppe di salvataggio. E gli uomini dell’equipaggio, primo fra tutti il cretese Nicomede, nudi affatto, rollando come rolla la nave, corrono qua e là ai ripari e alle manovre, rese difficili dal ponte sempre allagato e scivoloso.

3I boccaporti sprangati non permettono di vedere che avviene sotto coperta. Ma, certo, non credo che siano molto quieti là dentro…

4Non so capire dove si sia, perché non c’è che mare all’intorno e una costa lontana che appare molto montuosa, di veri monti, non di colline. Direi che è già più di un giorno che si naviga, perché appare chiaramente che sono ore del mattino, dato che il sole, che appare e dispare da nembi molto folti, viene ancora da oriente.

5Credo che la nave ben poco proceda nonostante il ballottìo al quale è soggetta. E il mare pare farsi sempre più brutto.

6Con uno scroscio pauroso parte un pezzo di albero – non so il nome esatto di questa parte d’alberatura – e nel cadere, trascinato ora da una valanga d’acqua che si precipita sul ponte insieme a un vero turbine di vento, abbatte un pezzo di murata.

Pericolo di naufragio.

7Quelli di sotto devono avere la sensazione di naufragare… E, a dimostrarlo, dopo qualche momento si vede socchiudere un portello di boccaporto e sporgersi la testa brizzolata di Pietro. Guarda, vede, rinchiude in tempo per impedire a un torrente d’acqua di scendere dal boccaporto socchiuso. Ma poi, in una pausa di onda, riapre e salta fuori. Si aggrappa ai sostegni e osserva quell’inferno che è il mare, fischia per tutto commento e mugola.

8Lo vede Nicomede: «Via! Via!», urla. «Chiudi quella portella. Se la nave si appesantisce si va a fondo. Molto è se non devo gettare il carico… Mai vista una tempesta così! Via, ti dico! Non voglio uomini di terra fra i piedi. Non è posto da giardinieri questo, e…». Non può continuare, perché un’altra ondata spazza il ponte ricoprendo chi vi è sopra.

9«Lo vedi?», urla a Pietro che gronda acqua.

«Lo vedo. Ma non mi scuote. Non sono solo capace di guardare giardini. Sono nato sull’acqua, di lago, è vero… Ma anche il lago!… Prima di… coltivatore sono stato pescatore, e so…».

10Pietro è calmissimo e sa secondare il rollio alla perfezione con le sue gambe divaricate e muscolose. Il cretese lo osserva mentre si muove per venirgli vicino.

11«Non hai paura?», gli chiede.

«Neanche per sogno!».

12«E gli altri?».

«Tre sono pescatori come me, ossia lo erano… Gli altri, meno il malato, sono forti».

13«Anche la donna?… Bada! Bada! Tienti!».

Un’altra valanga d’acqua, da padrona, sul ponte. Pietro aspetta che passi e poi dice: «Questa frescura mi ci sarebbe voluta quest’estate… Pazienza! Dicevi che fa la donna? Prega… e faresti bene a farlo anche tu. Ma dove siamo, ora, di preciso? Nel canale di Cipro?».

14«Così fosse! Appoggerei all’isola aspettando pace di elementi. Siamo appena all’altezza di Colonia Giulia, o Beritus, se più ti piace. E ora viene il brutto… Quelle sono le montagne del Libano».

15«E non potresti entrare lì, in quel paese?».

«Porto non buono e frangenti e scogli. Non si può. Attento!…».

Un marinaio colpito a morte…

16Un altro turbine e un altro pezzo d’albero che parte dopo avere colpito un uomo, che non viene portato via solo perché l’onda lo porta contro un ostacolo.

17«Va’ sotto! Va’ sotto! Vedi?».

«Vedo, vedo… Ma quell’uomo?…».

18«Se non è morto tornerà in sé. Non posso curarlo… Lo vedi…». Infatti il cretese deve avere occhio a tutto per la vita di tutti.

«Dallo a me. Lo curerà la donna…».

«Tutto quello che vuoi, ma va’ via!…».

19Pietro striscia fino all’uomo immoto, lo afferra per un piede e lo tira a sé. Lo guarda, fischia… Borbotta: «Ha la testa aperta come una melagrana matura. Ci vorrebbe il Signore qui… Oh! se c’era! Signore Gesù! Maestro mio, perché ci hai lasciati?». Un grande dolore è nella sua voce…

Si carica il morente sulle spalle, insanguinandosi a dovere, e torna al boccaporto. Il cretese gli urla: «Fatica inutile. Nulla da fare. Lo vedi!…».

L’ unguento di Maria.

20Ma Pietro, carico come è, gli fa un cenno come dire: «Vedremo», e si stringe ad un palo per far forza alla nuova onda, poi apre il boccaporto e urla: «Giacomo, Giovanni, qui!», e col loro aiuto cala il ferito e scende lui pure sprangando il portello. Alla luce fumosa di pendule lucerne vedono che Pietro è sanguinante: «Sei ferito?», chiedono.

21«Io no. Sangue di questo… Ma… pregate pure perché… Sintica, guarda un po’ qui. Mi hai detto una volta che sai curare i feriti. Guarda questa testa, allora…».

22Sintica lascia di sorreggere Giovanni di Endor, molto sofferente, per venire alla tavola sulla quale hanno steso l’infelice, e guarda…

23«Brutta ferita! L’ho vista due volte, in due schiavi, colpiti l’uno dal padrone, l’altro da un masso a Caprarola. Ci vorrebbe acqua, molt’acqua per nettare e arrestare il sangue…».

24«Se non vuoi che acqua!… Ce ne è fin troppa! Vieni, Giacomo, col mastello. In due faremo meglio». Vanno e tornano grondanti.

25E Sintica, con dei panni inzuppati, lava e applica compresse alla nuca… Ma la ferita è brutta. Dalla tempia alla nuca l’osso è scoperto. Pure l’uomo riapre gli occhi, vaghi, e gorgoglia fra il rantolo. La paura istintiva del morire lo prende.

26«Buono! Buono! Ora guarisci», lo conforta materna la greca e glielo dice in greco, poiché egli in greco parla.

27L’uomo, per quanto stordito, la guarda stupito e con un’ombra di sorriso, sentendo il linguaggio natio, e cerca la mano di Sintica… l’uomo che è bambino appena è sofferente, e cerca la donna che è sempre madre in quei casi.

28«Io provo con l’unguento di Maria», dice Sintica quando il sangue diminuisce il suo fluire.

29«Ma è per i dolori…», obbietta Matteo, pallido come un morto, non so se per il mare o per il sangue, o se per tutte e due le cose.

30«Oh! lo ha fatto Maria, con le sue mani! E io lo uso pregando… Pregate anche voi. Male non può fare. L’olio sempre medica…».

31Va al sacco di Pietro, leva un recipiente, di bronzo direi, lo apre, leva un poco di unguento e lo scalda a un lume nello stesso coperchio del vaso. Lo rovescia su un lino ripiegato e lo applica alla testa ferita. Poi fascia stretto con dei lini che ha fatto a strisce. Mette un mantello ripiegato sotto il capo del ferito, che pare assopirsi, e si siede lì presso pregando; anche gli altri pregano. Di sopra continua il rovinio mentre la nave si impenna e sprofonda senza sosta. Si apre, dopo qualche tempo, lo sportello e si precipita dentro un marinaio.

Sacrificio a Venere

32«Che c’è?», chiede Pietro.

«C’è che si pericola. Vengo a prendere gli incensi e le oblazioni per un sacrificio…».

«Lascia perdere queste storie!».

«Ma Nicomede vuole sacrificare a Venere! Siamo nel suo mare…».

33«Che è frenetico come lei», borbotta piano Pietro. Poi, più forte: «Venite voi. Andiamo sul ponte. Forse c’è da fare… Hai paura tu a rimanere col ferito e con quei due?». I due sono Matteo e Giovanni di Endor, che il mal di mare rende due cenci.

34«No, no. Andate pure», risponde Sintica. Mentre escono sul ponte si scontrano col cretese che cerca di accendere gli incensi e che li investe furente, per rimandarli dentro, urlando: «Ma non vedete che senza un miracolo si fa naufragio? La prima volta! La prima volta da quando navigo!

35«Sta’ attento che ora dice che siamo noi quelli del maleficio!», sussurra Giuda d’Alfeo. E infatti l’uomo urla più forte: «Maledetti Via! Che ora sacrifico a Venere nascente…».

36«No affatto. Sacrifichiamo noi…».

«Via! Voi siete pagani, siete demoni, siete…».

37«Sentilo! Io ti giuro che se ci lasci fare vedrai il prodigio».

38«No. Via!», e accende gli incensi buttando in mare, come può, liquidi che prima ha offerto e gustato, e polveri che non so che siano. Ma le onde spengono gli incensi e, invece di calmarsi, il mare si infuria di più, trascinando via tutte le bacheche del rito e per poco lo stesso Nicomede…

Preghiere a Maria.

39«Bella risposta ti dà la tua dea! Ora a noi. Anche noi abbiamo Una, più pura di questa, fatta di spuma, ma poi… Canta, Giovanni, come ieri, e noi ti verremo dietro, e vediamo un po’!».

40«Sì, vediamo un po’! Ma se accade di peggio vi butto in mare per propizie vittime».

41«E va bene. Forza, Giovanni!».

42E Giovanni intona la sua canzone, secondato da tutti gli altri, anche da Pietro, che di solito non canta mai, stonato come è. Il cretese, con le braccia conserte e un sorriso tra irato e ironico sul volto, li guarda. Poi, dopo la canzone, pregano a braccia aperte. Deve essere il “Pater noster”, ma è detto in ebraico e non capisco niente. Poi cantano più forte. E così alternano senza paura, senza interruzione, nonostante le ondate che li schiaffeggiano. Non si tengono neppure ai sostegni, eppure sono sicuri come fossero tutt’uno col legno del ponte. E le onde realmente diminuiscono di violenza piano piano. Non cessano del tutto, come non cade il vento del tutto. Ma non è più la furia di prima e le onde non raggiungono più il ponte. Il viso del cretese è un poema di stupore… Pietro lo sbircia e non cessa di pregare. Giovanni sorride e canta più forte… Gli altri lo secondano, vincendo il fragore sempre più nettamente man mano che il mare si placa in un giusto moto e il vento in un giusto spirare.

Grazie ricevute.

43«E ora? Che ne dici?…».

44«Ma che avete detto? Che formula è?».

45«Quella del Dio vero e della sua santa Ancella. Drizza pure le vele e aggiusta, qui… Non è quella un’isola?».

46«Sì. É Cipro… E il mare è ancor più quieto nel suo canale… Strano! Ma quella stella che adorate chi è? Sempre Venere, no?».

47«Venerate, si dice. Si adora solo Dio. Ma niente Venere. È Maria. Maria di Nazareth, Maria ebrea, la Madre di Gesù, Messia d’Israele».

48«E quell’altra cosa che era? Non era ebraico quello…».

49«No, era il nostro dialetto, del lago nostro, della nostra patria. Ma non si può dire a te, pagano. È discorso fatto a Jeové e solo i credenti lo possono sapere. Addio, Nicomede. E non rimpiangere ciò che è andato al fondo. Un… sortilegio di meno a portarti sciagura. Addio, eh? Sei di sale?».

50«No… Ma… Scusate… Vi ho insultato prima!».

51«Oh! non fa nulla! Effetti del… del culto di Venere… Andiamo, ragazzi, dagli altri…», e ridendo felice Pietro si avvia al boccaporto. Il cretese li insegue: «Sentite! E l’uomo? Morto?».

«Macché! Forse te lo ridiamo presto sano… Altro scherzo dei nostri… malefici…».

52«Oh! scusate, scusate! Ma dite, dove si può impararli, per averne aiuto? Io pagherei per questo…».

53«Addio, Nicomede! Affare lungo e… non concesso. Non siano date le cose sacre ai pagani! Addio! Sta’ bene, amico! Sta’ bene!».

54E Pietro, seguito da tutti, si cala di sotto, ridendo, mentre ride anche il mare placato in un giusto maestrale che favorisce la navigazione, mentre cala il sole e ad oriente si delinea uno spicchio di luna tendente al suo colmo…

 

 

 

 

32. Sbarco a Seleucia e commiato
da Nicomede
[161].

Nicomede resta fedele agli dèi.

“L’ottimo Demete”.

1In un bellissimo tramonto si delinea la città di Seleucia come un grande ammasso bianco al limite delle acque azzurre del mare, che è placido e ridente, tutto uno scherzar di ondette sotto il cielo che fonde il suo cobalto senza nubi con le porpore del tramonto. La nave a vele spiegate punta veloce sulla città lontana, e pare incendiarsi con fuochi di gioia per la festa del prossimo arrivo, tanto è investita dagli splendori del sole calante.

2Sul ponte, fra i marinai, non più indaffarati e inquieti, sono i passeggeri che vedono avvicinarsi la meta. E seduto presso Giovanni di Endor, ancor più macilento di quando è partito, è il marinaio ferito. Ha ancora la testa fasciata da una lieve benda, è di un pallore d’avorio per il molto sangue perduto. Ma però è sorridente e parla con i suoi salvatori o coi compagni che, passando, si felicitano con lui di rivederlo sul ponte.

Frange mitologiche.

3Lo nota anche il cretese e lascia per un poco il suo posto, affidandolo al capo ciurma, per venire a salutare il suo «ottimo Demete», ritornato sul ponte per la prima volta dopo la ferita. «E grazie a voi tutti», dice agli apostoli.

4«Non credevo proprio potesse vivere ancora, colpito come fu dal trave pesante e dal ferro che ancor più pesante lo faceva. Veramente, o Demete, costoro ti hanno ripartorito alla vita, perché tu eri già morto una e una volta. La prima giacendo qual merce sul ponte dove, e per sangue che si sperdeva e per onde che al mare portato ti avrebbero, saresti perito scendendo nel regno di Nettuno tra Nereidi e Tritoni. E la seconda per averti curato con quei meravigliosi unguenti. Fammi dunque vedere la ferita!».

5L’uomo si scioglie la benda e mostra la cicatrice ben chiusa, liscia, simile ad un segno rosso dalla tempia alla nuca, al limite dei capelli che appaiono tagliati, forse da Sintica, perché non entrassero nella ferita. Nicomede sfiora leggermente quel segno: «Anche l’osso è saldato! Ti amò Venere marina! E non volle averti che alla superficie del mare e sulle sponde di Grecia. Ti sia dunque propizio Eros, ora che a terra scendiamo, e giovi a levarti il ricordo della sciagura e il terrore di Tanatos nelle cui strette già eri».

6Il viso di Pietro è un panorama di impressioni, mentre sente tutte queste frange mitologiche. Appoggiato ad un albero di vela, con le mani dietro la schiena, non parla, ma tutto in lui parla per applicare un epiteto salato al pagano Nicomede e al suo paganesimo, e per significare il suo schifo per tutto ciò che è gentilesimo. Anche gli altri non sono da meno… Giuda d’Alfeo ha il viso chiuso dei momenti peggiori, suo fratello si gira su se stesso mostrando un grande interesse al mare. Giacomo di Zebedeo e Andrea pensano bene di lasciare in asso tutti e di scendere a prendere le sacche e il telaio, Matteo giocherella con la sua cintura e lo Zelote lo imita occupandosi a dismisura dei suoi sandali come fossero una cosa nuova, e Giovanni di Zebedeo si ipnotizza guardando il mare. Tanto manifesto lo sprezzo e la noia degli otto – e non lo è meno il mutismo dei due discepoli seduti presso il ferito – che il cretese se ne accorge e si scusa: «È la nostra religione, sapete? Come voi credete alla vostra, io e noi tutti crediamo alla nostra…».

Silenzio glaciale.

7Nessuno risponde e il cretese pensa bene di lasciare in pace i suoi dèi e scendere dall’Olimpo sulla Terra, anzi sul mare, sulla sua nave, invitando gli apostoli a venire a prua per vedere bene la città che si avvicina.

8«Ecco, vedete? Ci siete mai stati qui?».

«Io, una volta. Ma venendo per via di terra», dice lo Zelote serio e reciso.

9«Ah! bene! Ma allora almeno sai che il vero porto di Antiochia è Seleucia, sul mare, alle foci dell’Oronte, che graziosamente si presta esso pure ad accogliere i navigli e, nei tempi di acque fonde, può essere risalito da barche leggere fino ad Antiochia. Quella che voi vedete è Seleucia, la più grande. L’altra, verso il mezzogiorno, non è città, ma rovine di un posto devastato. Illudono, ma è paese morto. Quella catena è il Pierio, che fa chiamare la città Seleucia Pieria. Quel picco più in dentro, oltre la pianura, è il monte Casio, che sovrasta come un gigante la pianura d’Antiochia. L’altra catena a settentrione è quella dell’Amano. Oh! vedrete che lavori in Seleucia e in Antiochia hanno fatto i romani! Di più grandi non potevano. Un porto a tre bacini che è uno dei migliori, e canali, e gettate, e dighe. Tanto non c’è in Palestina. Ma la Siria è più buona di altre province dell’Impero…».

10Le sue parole cadono in un silenzio glaciale. Anche Sintica, che per essere greca è meno schifiltosa degli altri, serra le labbra, e il suo viso prende più che mai l’incisività di un volto scolpito su una medaglia o un bassorilievo: un volto da dea, sdegnosa dei contatti terreni. Il cretese se ne accorge e si scusa: «Che volete! In fondo io guadagno coi romani!…».

11La risposta di Sintica è netta come una sciabolata: «E l’oro leva il filo alla spada dell’onor nazionale e della libertà», e lo dice in maniera tale e con un latino così puro che l’altro resta di stucco… Poi osa chiedere: «Ma non sei greca?».

12«Greca sono. Ma tu ami i romani. Ti parlo con la lingua dei tuoi padroni, non con la mia, quella della Patria martire».

Mancata evangelizzazione.

13Il cretese è confuso e gli apostoli sono mutamente entusiasti per la lezione data all’elogiatore di Roma. Il quale pensa bene di girare il discorso chiedendo con che mezzo andranno da Seleucia ad Antiochia.

«Con le gambe, uomo», risponde Pietro.

«Ma è sera. Sarà notte quando sbarcherete…»

«Ci sarà dove dormire».

«Oh! certo. Ma potreste dormire anche qui fino a domani».

14Giuda Taddeo, che ha visto portare già tutto l’occorrente per un sacrificio agli dèi, forse da farsi all’arrivo in porto, dice: «Non occorre. Ti siamo grati della tua bontà, ma preferiamo scendere. Non è vero, Simone?».

«Sì, sì. Anche noi dobbiamo fare le nostre preghiere e… o tu e i tuoi dèi, o noi e il nostro Dio».

«Fate come credete. Avevo piacere fare cosa grata al figlio di Teofilo».

15«Anche noi al Figlio di Dio facendoti persuaso che vi è un solo Dio. Ma tu sei scoglio che non si smuove. Come vedi, siamo pari. Ma chissà che un giorno non ci si ritrovi e che tu sia meno tenace…», dice serio lo Zelote.

16Nicomede fa un atto come dire: «Chissà quando!». Un atto di noncuranza ironica circa l’invito a riconoscere il Dio vero e ad abbandonare il falso. Poi va al suo posto di pilota, perché ormai il porto è vicino.

17«Scendiamo a prendere i cofani. Facciamo da noi. Non vedo l’ora di allontanarmi da questo puzzo pagano», dice Pietro. E, meno Sintica e Giovanni, se ne vanno tutti abbasso.

18Loro, i due esiliati, sono vicini e guardano le dighe che si avvicinano sempre più.

Pensare e agire da cittadino celeste.

19«Sintica, un altro passo verso l’ignoto, un altro strappo dal dolce passato, un’altra agonia, Sintica… Non ce la faccio più…».

Sintica gli prende la mano. È pallida molto, addolorata. Ma è sempre la forte donna che sa dare forza.

20«Sì, Giovanni, un altro strappo, un’altra agonia. Ma non dire: un altro passo verso l’ignoto… Non è giusto. Noi sappiamo la nostra missione qui. Gesù l’ha detta. Dunque noi non andiamo all’ignoto, ma anzi sempre più ci fondiamo con ciò che sappiamo, con la volontà di Dio. Non è neppur giusto dire: “un altro strappo”. Noi ci uniamo alla sua volontà. Lo strappo separa. Noi ci uniamo. Perciò non ci strappiamo. Ci liberiamo unicamente da tutte le delizie sensibili del nostro amore per Lui, il Maestro nostro, riserbandoci le delizie soprasensibili, trasportando l’amore e il dovere ad un piano ultraterreno. Ne sei persuaso che è così? Sì?

21E allora non devi dire neppure: “un’altra agonia”. Agonia presuppone prossima morte. Ma noi, raggiungendo i piani spirituali per nostra dimora, aura e cibo, non moriamo ma “viviamo”. Perché lo spirituale è eterno. Perciò noi saliamo ad una vita più viva, anticipo della grande vita dei Cieli. Su, dunque! Dimentica di essere l’uomo-Giovanni e ricordati di essere il destinato al Cielo. Ragiona, agisci, pensa e spera solo da cittadino di questa Patria immortale…».

Lo sbarco.

22Tornano gli altri con i loro carichi proprio mentre la nave entra maestosa nell’ampio porto di Seleucia.

23«E ora filiamo, al più presto, al primo albergo che vediamo. Certo ve ne sono di vicini, e domani… o per barca o per carro andremo a destino».

24Fra fischi secchi di comando la nave attracca e viene calata la passerella. Nicomede si fa vicino ai partenti.

25«Addio, uomo. E grazie», dice per tutti Pietro.

24«Salve, ebrei. E grazie anche da me. Se farete quella via, subito troverete alloggio. Addio».  

25Gli apostoli scendono di qua, lui si allontana di là verso il suo altare e, mentre Pietro con gli altri, carichi come facchini, vanno al riposo, il pagano inizia il suo inutile rito…

33. Partenza da Seleucia su un carro e arrivo ad Antiochia[162].

Da Seleucia ad Antiochia.

Veicolo a trazione animale.

1«Sui mercati troverete certo un carretto. Ma se volete il carro mio ve lo do, in ricordo di Teofilo. Se sono un uomo tranquillo, a lui lo devo. Mi difese perché era giusto. E certe cose non si dimenticano», dice il vecchio albergatore, ritto davanti agli apostoli nel primo sole del mattino.

2«È che il tuo carro te lo terremmo via per dei giorni… E poi chi lo conduce? Io arrivo all’asino… Ma i cavalli…».

3«Ma è uguale, uomo! Non ti darò un puledro indomito, ma un prudente cavallo da tiro, buono come un agnello. Ma farete presto e senza fatica. A nona sarete ad Antiochia, molto più che il cavallo ben conosce la strada e va da sé. Me lo renderai quando vorrai, senza interesse da parte mia, eccettuato quello di far cosa grata al figlio di Teofilo, al quale direte che ancora io sono debitore di tanto, e lo ricordo, e servo suo mi sento». 

4«Che facciamo?», chiede Pietro ai compagni.

«Quello che credi meglio. Tu giudica e noi ubbidiamo…»

5«Tentiamo il cavallo? Per Giovanni lo dico… e anche per fare presto… Mi sembra di condurre uno a morte e non vedo l’ora che sia tutto passato…».

«Hai ragione», dicono tutti.

«Allora, uomo, accetto».

«Ed io con gioia dono. Vado ad apparecchiare il veicolo». L’albergatore se ne va.

Un deviato amore di prossimo.

6Pietro sfoga il suo pensiero per intero: «Io ho consumato metà del tempo vitale che avevo in questi pochi giorni. Una pena! Una pena! Avrei voluto avere il carro di Elia, il manto preso da Eliseo, tutto ciò che è rapido per fare presto… e soprattutto avrei voluto, a costo di soffrire la morte, dare un che, che consolasse quei poverini, li smemorasse, li… Non so, ecco!! Qualcosa, insomma, che non li facesse soffrire tanto… Ma se riesco a sapere chi è la causa principale di questo dolore, non sono più Simone di Giona se non lo torco come un panno da strizzare. Non già dico di ucciderlo, ohibò! Ma spremerlo come lui ha spremuto gioia e vita a quei due poverini…».

7«Hai ragione. È una grande pena. Ma Gesù dice che si deve perdonare le offese…», dice Giacomo d’Alfeo.

8«Le avessero fatte a me, dovrei perdonare. E potrei. Io sono sano e forte, e se qualcuno mi offende ho forza da reagire anche al dolore. Ma quel povero Giovanni! No, non posso perdonare l’offesa fatta al redento del Signore, ad uno che muore afflitto così…».

9«Io penso all’ora in cui lo lasceremo del tutto…», sospira Andrea.

«Io pure. È un pensiero fisso e che cresce più si avvicina il momento…», mormora Matteo.

10«Facciamolo presto, per pietà», dice Pietro.

«No, Simone. Perdona se ti faccio considerare che hai torto a volerlo. Il tuo sta divenendo un amor di prossimo deviato, e non deve in te, sempre retto, avvenire tal cosa», dice pacato lo Zelote mettendo una mano sulla spalla di Pietro.

«Perché, Simone? Tu sei colto e buono. Mostrami il mio torto ed io, se lo vedo tale, ti dirò: hai ragione».

«Il tuo amore sta divenendo malsano perché sta per cangiarsi in egoismo».

11 «Come? Mi affliggo per loro e sono egoista?».

«Sì, fratello, perché tu per eccesso di amore – ogni eccesso è disordine, e perciò induce al peccato – divieni vile. Vuoi non soffrire tu di veder soffrire. Ciò è egoismo, fratello nel nome del Signore».

12«È vero! Hai ragione. E ti ringrazio di avermi avvertito. Così va fatto fra buoni compagni. Bene. Allora non avrò più fretta… Ma però, dite il vero, non è una pietà?».

«Lo è, lo è…» dicono tutti.

Proposte per un commiato indoloro.

13«Come faremo a lasciarli?».

14«Io direi di farlo dopo che Filippo li ha ospitati, restando magari nascosti in Antiochia per qualche tempo, andando a sentire da Filippo come si adattano…», suggerisce Andrea.

15«No. Sarebbe farli soffrire troppo con uno strappo così reciso», dice Giacomo d’Alfeo.

16«Allora, ecco, prendiamo il consiglio di Andrea per metà. Rimaniamo ad Antiochia, ma non in casa di Filippo. E per un po’ di giorni si va a trovarli, sempre meno, sempre meno finché… non ci si va più», dice l’altro Giacomo.

17«Dolore sempre rinnovato, e crudele delusione. No. Non va fatto», dice il Taddeo.

18«Che facciamo, Simone?».

«Ah! per me! Vorrei essere al loro posto piuttosto che dover dire: “vi saluto”», dice Pietro avvilito.

19«Io propongo una cosa. Andiamo con loro da Filippo e vi stiamo. Poi, sempre insieme, andiamo ad Antigonio. È luogo rallegrante… E vi stiamo. Quando essi sono acclimatati, ci ritiriamo, con dolore, ma con virilità. Ciò direi. A meno che Simon-Pietro non abbia ordini diversi dal Maestro», dice Simone Zelote.

20«Io? No. Mi ha detto: “Fa’ tutto bene, con amore, senza pigrizie e senza frette, e nel modo che giudichi il migliore”. Fino ad ora mi pare di averlo fatto. C’è quel che di aver detto che ero pescatore… Ma se non dicevo così non mi lasciava sul ponte».

21«Non ti fare degli scrupoli stolti, Simone. Sono insidie del demonio per turbarti», conforta il Taddeo.

22«Oh! sì. Proprio così. Credo che ci stia intorno come non mai, creandoci ostacoli e paure per indurci a viltà», dice Giovanni apostolo, e termina sottovoce: «Credo che volesse indurre a disperazione quei due col tenerli in Palestina… ed ora che essi sfuggono alla sua insidia, esso si vendica su di noi… Me lo sento attorno come un serpe nascosto fra le erbe… E sono mesi che me lo sento intorno così… Ma ecco l’albergatore da un lato e Giovanni con Sintica dall’altro. Vi dirò il resto quando saremo soli, se vi interessa».

23Infatti da un lato del cortile viene avanti il carro robusto al quale è attaccato un robusto cavallo guidato dall’oste, mentre dall’altro lato vengono verso loro i due discepoli.

Una valle di paradiso terrestre.

24«È ora di andare?», chiede Sintica.

«Sì. È l’ora. Sei coperto bene, Giovanni? Vanno meglio i tuoi dolori?».

«Sì. Sono avvolto nelle lane e mi ha giovato l’unzione».

«Allora sali, che ora veniamo noi pure».

25…E, ultimato il carico, saliti tutti, escono dall’ampio portone dopo ripetute assicurazioni dell’oste sulla docilità del cavallo. Traversano una piazza che è stata loro indicata e prendono una strada presso le mura, finché escono da una porta costeggiando prima un fondo canale e poi il fiume stesso. È una bella via ben tenuta, in direzione nord-est, ma seguente le giravolte del fiume. Dall’altro lato sono dei monti molto verdi nelle loro coste, insenature e burroni, e già si vedono sui cespugli del sotto bosco, nei posti più soleggiati, gonfiare le gemme di mille arbusti.

26«Quanti mirti!», esclama Sintica.

27«E lauri!», aggiunge Matteo. 

28«Presso Antiochia è un luogo sacro ad Apollo», dice Giovanni di Endor.

29«Forse i venti hanno portato i semi sin qui…». 

30«Forse. Ma è tutto un luogo pieno di belle piante questo», dice lo Zelote.

31«Tu che ci sei stato, credi che passeremo presso Dafne?». 

32«Per forza. Vedrete una delle valli più belle del mondo. A parte il culto osceno e degenerato in orge sempre più luride, è una valle di paradiso terrestre, e se vi entrerà la Fede diverrà un paradiso vero. Oh! quanto bene potrete fare qui! Vi auguro fertili i cuori come fertile è il suolo…», dice lo Zelote per suscitare pensieri di consolazione nei due.

Ma Giovanni china il capo e Sintica sospira.

33Il cavallo trotta cadenzato e Pietro non parla, tutto teso nello sforzo del guidare, benché la bestia vada sicura senza richiedere guida o stimolo. La strada scorre perciò abbastanza rapida, finché sostano presso un ponte per mangiare e per fare riposare il cavallo. Il sole è a mezzogiorno, e il bello della bellissima natura è tutto visibile.

Un primo sorriso dopo tetra malinconia.

34«Però… preferisco qui che sul mare…», dice Pietro osservando intorno.

«Ma che tempesta!».

35«Il Signore ha pregato per noi. Io l’ho sentito vicino quando pregavamo sul ponte. Vicino come fosse fra noi…», dice sorridendo Giovanni.

36«Dove sarà mai? Io non ho pace pensando che è senza vesti… Se si bagna? E che mangerà? É capace di digiunare…».

37«Puoi essere certo che lo fa per aiutare noi», dice sicuro Giacomo d’Alfeo.

38«E per altro ancora. Nostro fratello è molto afflitto da qualche tempo. Credo si mortifichi continuamente per vincere il mondo», dice il Taddeo.

39«Vorrai dire: il demonio che è nel mondo», dice Giacomo di Zebedeo.

«É lo stesso».

40«Ma non vi riuscirà. Io ho il cuore stretto da mille paure…», sospira Andrea.

41«Oh! ora che noi siamo lontani, tutto andrà meglio!», dice un po’ amaro Giovanni di Endor.

42«Non te lo pensare. Tu e lei non eravate nulla rispetto ai “grandi torti” del Messia secondo i grandi d’Israele», dice reciso il Taddeo.

43«Ne sei sicuro? Io, nel mio soffrire, ho anche questo chiodo nel cuore: di essere stato causa di male a Gesù con la mia venuta. Se fossi sicuro che così non è, soffrirei meno», dice Giovanni di Endor.

44«Mi credi veritiero, Giovanni?», domanda il Taddeo.

«Sì che lo credo!».

45«Ebbene, allora in nome di Dio e mio ti assicuro che tu non hai dato che una pena a Gesù: quella di doverti mandare qui in missione. In tutte le altre sue pene passate, presenti e future, tu non c’entri».

 46Il primo sorriso, dopo tanti giorni di malinconia tetra, illumina il volto scavato di Giovanni di Endor che dice: «Che sollievo mi dai! Mi pare più luminoso il giorno, più leggero il mio male, più consolato il cuore. Grazie, Giuda di Alfeo! Grazie!».

47Rimontano sul carro e passando sul ponte prendono l’altra riva del fiume, l’altra strada che va diritta verso Antiochia, attraverso una zona fertilissima.

Città molto fortificata.

48«Ecco là! In quella valle poetica è Dafne col suo tempio e i suoi boschetti. E là, in quella pianura, ecco Antiochia e le sue torri sulle mura. Entreremo per la porta che è presso il fiume. La casa di Lazzaro non è molto lontana dalle mura. Le più belle case sono state vendute. Resta questa, un tempo luogo di sosta dei servi e clienti di Teofilo, con molte scuderie e granai. Ora ci vive Filippo. Un buon vecchio. Un fedele di Lazzaro. Vi troverete bene. E insieme andremo ad Antigonio, dove era la casa abitata da Eucheria e dai suoi figli, allora bambini…».

49«Molto fortificata questa città, eh?», chiede Pietro, che ripiglia fiato ora che vede che il suo primo saggio di auriga è andato bene.

50«Molto. Muraglie di altezza e larghezza grandiosa, oltre cento torri che, le vedete, sembrano giganti diritti sulle mura, e fossati invalicabili al loro piede. Anche il Silpio ha messo le sue cime ad aiuto della difesa e a contrafforte delle mura nella parte più delicata… Ecco la porta. Meglio è che tu fermi ed entri tenendo al morso. Io ti conduco perché so la via»…

Passano la porta, guardata da romani.

51Giovanni apostolo dice: «Chissà se è qui quel soldato della porta dei Pesci… Gesù avrebbe gioia di saperlo…».

52«Lo cercheremo. Ma ora cammina lesto», ordina Pietro, turbato all’idea di andare in una casa sconosciuta. Giovanni ubbidisce senza parlare; solo guarda attentamente ogni milite che vede. Una breve via, poi una robusta e semplice casa, ossia un alto muro senza finestre. Solo un portone al centro del muro.

Una dimora per i discepoli del Messia.

53«Ecco. Ferma», dice lo Zelote.

«Oh! Simone! Sii buono! Parla tu, ora».

54«Ma sì, se ti deve fare piacere parlerò io», e lo Zelote bussa al pesante portone. Si fa riconoscere per un messo di Lazzaro. Entra solo. Esce con un vecchio alto e dignitoso, che si sprofonda in inchini e che dà ordine ad un servo di aprire il portone per lasciare entrare il carro. E si scusa di farli passare tutti di lì anziché dalla porta di casa. Il carro si arresta in un ampio cortile porticato, ben tenuto, con quattro grossi platani ai quattro angoli e due al centro, a difesa di un pozzo e di una vasca per abbeverare i cavalli.

55«Provvedi al cavallo», ordina l’intendente al servo. E poi, agli ospiti: «Vi prego, venite e sia benedetto il Signore che mi manda servi suoi e amici del padrone mio. Ordinate, che il vostro servo vi ascolta».

56Pietro si fa rosso, perché specie a lui sono rivolte quelle parole e quegli inchini, e non sa che dire… Lo soccorre lo Zelote.

57«I discepoli del Messia d’Israele, di cui ti parla Lazzaro di Teofilo, che d’ora in poi abiteranno la tua casa per servire il Signore, non necessitano che di riposo. Vuoi mostrarci dove possono abitare?».

58«Oh! sono sempre pronte stanze per pellegrini, come era uso della padrona mia. Venite, venite…». E seguito da tutti prende un corridoio, poi un piccolo cortile in fondo al quale è la vera casa. Apre la porta, va per un andito, piega a destra. Ecco una scala. Salgono. Un nuovo corridoio con stanze ai due lati.

59«Ecco. E dolce vi sia la dimora. Ora vado a ordinare acqua e biancherie. Dio sia con voi», dice il vecchio e se ne va.

60Aprono le imposte delle camere che scelgono. Le mura e i forti di Antiochia sono di fronte a quelle di un lato; il quieto cortile decorato di rosai rampicanti, per ora miseri per via della stagione, è visibile dalle altre dell’altro lato. E, dopo tanto andare, ecco finalmente una casa, una stanza, un letto… La sosta per alcuni, la mèta per gli altri…  

34. La visita ad Antigonio[163].

Missione di predilezione.

La prima terra di missione. 

1«Mio figlio Tolmai è venuto per i mercati. Oggi a sesta torna ad Antigonio. Tiepido è il giorno. Volete andare, secondo che desideravate?», chiede il vecchio Filippo mentre serve agli ospiti del latte fumante.

2«Andremo senza fallo. Quando hai detto?».

«A sesta. Potrete tornare domani, se volete, oppure la sera avanti il sabato, se più vi piace. Allora tutti i servi ebrei, o entrati nella fede, vengono per le funzioni del sabato».

«Così faremo. E non è detto che non sia scelto quel luogo per dimora di questi».

3«Ne avrò sempre piacere, anche se li perdo. Perché è luogo salubre. E molto bene potreste fare fra i servi che, alcuni, sono ancora i servi lasciati dal padrone. E alcuni sono bontà della padrona benedetta che li ha riscattati da padroni crudeli. Perciò non tutti sono israeliti. Ma ormai non sono più neppure pagani. Parlo delle donne. Gli uomini sono tutti circoncisi. Non ne abbiate ribrezzo… Ma sono molto lontani ancora dalla giustizia d’Israele. I santi del Tempio se ne scandalizzerebbero, loro che perfetti sono…».

4«Eh! già! già! già!… Bene! Ora potranno progredire aspirando sapienza e bontà dai messi del Signore… Sentite quanto avete da fare?», termina Pietro rivolgendosi ai due. 

5«Lo faremo. Non deluderemo il Maestro», promette Sintica. Ed esce per preparare ciò che crede opportuno.

6Giovanni di Endor chiede a Filippo: «Credi che ad Antigonio potrei fare un poco di bene anche ad altri, insegnando come pedagogo?».

7«Molto bene. Il vecchio Plauto è morto da tre lune e i fanciulli gentili non hanno scuola. Quanto agli ebrei non c’è maestro, perché tutti i nostri fuggono da quel luogo prossimo a Dafne. Ci vuole uno che sia… che sia… come era Teofilo… senza rigidezze per… per…».

8«Sì, insomma, senza fariseismo, vuoi dire», termina Pietro spicciativo.

9«Ecco… sì… Non voglio criticare… Ma penso… Maledire non serve. Meglio sarebbe aiutare… Come faceva la padrona che col suo sorriso portava alla Legge più e meglio di un rabbi».

10«Ecco perché mi ha mandato qui il Maestro! Io sono proprio l’uomo che ha i requisiti giusti… Oh! farò la sua volontà. Fino all’ultimo respiro. Ora credo, credo proprio che non è altro che una missione di predilezione la mia. Lo vado a dire a Sintica. Vedrete che ci fermiamo là… Vado, vado a dirglielo», ed esce, animato come da tempo non era.

Due pedagoghi raccomandati.

11«Altissimo Signore, io ti ringrazio e benedico! Soffrirà ancora, ma non come prima… Ah! che sollievo!», esclama Pietro. E poi sente il dovere di spiegare a Filippo un poco, e come lo può fare, il perché della sua gioia: «Devi sapere che Giovanni è stato preso di mira dai… “rigidi” di Israele. Tu li chiami: “rigidi»…».

12«Ah! comprendo! Perseguitato politico come… come…», e guarda lo Zelote. Sì, come me e più, per altro ancora. Perché, oltre che per la casta diversa, egli li eccita con il suo essere del Messia. Onde, e sia detto una volta per tutte, alla tua fedeltà sono affidati lui e lei… Comprendi?». 

«Comprendo. E mi saprò regolare».

13«Come li chiamerai presso gli altri?».

«Due pedagoghi raccomandati da Lazzaro di Teofilo, lui per i fanciulli, ella per le bambine. Vedo che ha ricami e telai… Molti lavori donneschi si fanno e si vendono ad Antiochia, da gente straniera. Ma sono lavori rozzi e pesanti. Ieri le ho visto un lavoro che mi ha ricordato la buona padrona mia… Saranno molto ricercati…».

14«E una volta di più sia lodato il Signore», dice Pietro.

«Sì. Ciò diminuisce in noi il dolore della prossima partenza».

15«Già volete partire?».

«Dobbiamo. Ci ha ritardato la tempesta. Ai primi di scebat dobbiamo essere col Maestro. Ci attende già, ché in ritardo siamo», spiega il Taddeo.

Argomenti vari.

Il tormento di Pietro.

16Si separano andando ognuno per le sue incombenze, ossia Filippo dove lo chiama una donna, gli apostoli al sole, sull’altana.

«Potremmo partire il giorno dopo il sabato. Che dite?», chiede Giacomo d’Alfeo.

«Per me… Figurati! Tutti i giorni mi alzo col tormento di Gesù solo, senza vesti, senza cure, e tutte le notti mi corico con questo tormento. Ma oggi decideremo».

L’enigma di Andrea.

17«Dite un po’. Ma il Maestro sapeva tutto ciò? Io mi chiedo da giorni come sapeva che avremmo trovato il cretese, come ha preveduto il lavoro di Giovanni e Sintica, come, come… Tante cose, insomma», dice Andrea.

«Veramente credo che il cretese abbia epoche fisse di sosta a Seleucia. Forse Lazzaro lo disse a Gesù, e Lui perciò ha deciso di partire senza attendere la Pasqua…», spiega lo Zelote.

Questione sulla Pasqua per  i due esiliati.

18«Già! Giusto! E per la Pasqua come farà Giovanni?», chiede Giacomo d’Alfeo.

«Ma come tutti gli israeliti!…», dice Matteo.

«No. Sarebbe cadere in bocca al lupo!».

«Macché! Fra tanta gente, chi lo pesca?».

«L’Iscar… Oh! che ho detto! Non ci pensate. È uno scherzo della mia mente…». Pietro è rosso, afflitto di avere parlato.

Giuda d’Alfeo gli mette una mano sulla spalla, sorridendo del suo sorriso severo, e dice: «Va’ là! Pensiamo tutti la stessa cosa… Ma non diciamola a nessuno. E benediciamo l’Eterno che ha deviato da questo pensiero la mente di Giovanni».

Tacciono tutti, assorti. Ma per loro, veri israeliti, è un pensiero il come potrà fare la Pasqua in Gerusalemme il discepolo esiliato… e tornano a parlare di questo.

«Io credo che Gesù provvederà. Forse Giovanni lo sa. Non c’è che chiederglielo», dice Matteo.

«Non lo fate. Non mettete desideri e spine dove appena si rifà pace», supplica Giovanni apostolo.

«Sì. É meglio chiederlo al Maestro stesso», conferma Giacomo d’Alfeo.

Progetti di ritorno.

19«Quando lo vedremo? Che dite?», chiede Andrea.

«Oh! Se partiamo il giorno dopo il sabato, per la fine della luna saremo certo a Tolemaide…», dice Giacomo di Zebedeo.

«Se troviamo naviglio…», osserva Giuda Taddeo.

E suo fratello aggiunge: «E se non c’è tempesta».

«Per il naviglio ce ne è sempre in partenza per la Palestina. E pagando faremo fare scalo a Tolemaide anche se è nave diretta a Joppe. Ne hai ancora, Simone?», chiede lo Zelote a Pietro.

«Sì. Per quanto quel ladro del cretese mi abbia pelato a dovere, nonostante le sue proteste di volere fare gentilezza a Lazzaro. Ma ho da pagare la sosta della barca e quella di Antonio… E i denari dati per Giovanni e Sintica non li tocco. Sacri. A costo di non mangiare, li lascio intatti».

Sull’unguento miracoloso.

20«Fai bene. Quell’uomo è molto malato. Lui crede di potere fare il pedagogo. Credo farà solo l’infermo, presto…», giudica lo Zelote.

«Sì, lo penso io pure. Sintica, più che i lavori, dovrà fare gli unguenti», conferma Giacomo di Zebedeo.

«Ma quell’unguento, eh? Che prodigio! Sintica mi ha detto che lo vuole rifare e usarlo per poter penetrare in famiglie di qui», dice Giovanni.

«Buona idea! Uno, malato, che guarisce è sempre un discepolo acquistato, e con lui i suoi», proclama Matteo.

«Ah! questo no!», esclama Pietro.

«Come? Vuoi dire che il miracolo non attira al Signore?», gli chiede Andrea e con lui due o tre altri.

«Oh! pargoletti! Sembra che veniate ora dal Cielo! Ma non vedete come fanno a Gesù? Si è convertito Eli di Cafarnao? E Doras? E Osea di Corozim? E Melchia di Betsaida? E – scusate, voi di Nazareth – e tutta Nazareth per i cinque, sei, dieci miracoli fatti, fino all’ultimo, quello di vostro nipote?», chiede Pietro.

Nessuno replica perché è l’amara verità…

21«Non abbiamo trovato ancora il soldato romano. Gesù lo aveva fatto capire…», dice Giovanni dopo un poco. 

«Lo diremo a quelli che restano. Anzi sarà uno scopo di più nella loro vita», risponde lo Zelote. Ritorna Filippo: «Mio figlio è pronto. Ha fatto presto. É con la madre che prepara regali per i nipoti».

22«Ébuona tua nuora, non è vero?».

«Buona. Mi ha consolato della perdita del mio Giuseppe. Come una figlia è. Era ancella di Eucheria, educata da lei. Venite a prendere ristoro avanti la partenza. Gli altri lo stanno facendo già»…

In terra di missione.

I giardini di Lazzaro.

23…E preceduti dal carro di Tolmai, nipote di Filippo, trottano verso Antigonio… La cittadina è presto raggiunta. Seppellita nell’ubertosità dei suoi giardini, riparata dalle correnti per le catene di monti che ha intorno, abbastanza lontane per non opprimerla ma abbastanza vicine per proteggerla e per versare su di essa gli effluvi dei suoi boschi di piante resinose ed essenziali, tutta piena di sole, rallegra vista e cuore solo a traversarla. I giardini di Lazzaro sono al sud della città e sono preceduti da un viale per ora spoglio, lungo il quale sono le case degli addetti ai giardini. Casette basse, ma ben tenute, sulle soglie delle quali si affacciano visi di bimbi e di donne che osservano curiosi e salutano sorridendo. Le razze diverse appaiono nelle diversità dei volti.

24Tolmai, non appena superato il cancello che inizia la proprietà, fa, passando davanti ad ogni casa, uno schiocco di frusta speciale; deve essere come un segno. E gli abitanti di ogni casa, dopo avere osservato, entrano nelle dimore ed escono poi chiudendo le porte e camminando per il viale dietro ai due carri, che camminano al passo e che si fermano poi al centro di una raggiera di sentieri diretti in ogni senso come i raggi di una ruota, fra campi e campi messi ad aiuole, quali spoglie, quali perenni nel loro verde, vegliate da lauri, da acacie o piante simili, da altre piante che da tagli fatti nel tronco esprimono latte odorifero e resine. Un odore misto di aromi balsamici, resinosi, aromatici, è nell’aria. Alveari per ogni dove. E vasche di irrigazione dove bevono colombi bianchissimi. E in speciali zone, dalla terra nuda, zappata di fresco, razzolano gallinelle pure bianche sorvegliate da fanciulle.

Presentazione dei due missionari.

25Tolmai schiocca la sua frusta ripetutamente, finché tutti i sudditi del piccolo regno sono riuniti intorno ai sopraggiunti. E allora inizia il suo discorsetto: «Ecco. Filippo, capo nostro e padre del padre mio, manda e raccomanda questi santi di Israele, qui venuti per volontà del padrone nostro, che Dio sia sempre con lui e la sua casa. Molto ci lamentavamo perché qui mancavano le voci dei rabbi santi. Ecco che la bontà del Signore e del padrone nostro, lontano ma tanto di noi amoroso – gli renda Dio il bene che egli dà ai suoi servi – ci procurano ciò che il cuore nostro sognava. In Israele è sorto il Promesso alle genti. Ce lo avevano detto nelle feste al Tempio e nella casa di Lazzaro. Ma ora realmente è venuto per noi il tempo della grazia, perché il Re d’Israele ha pensato ai minimi suoi servi ed ha mandato i suoi ministri a portarci le sue parole. Questi sono i suoi discepoli, e due di questi vivranno fra noi, qui o in Antiochia, insegnando la sapienza per essere dotti al Cielo e l’altra che necessita per la Terra. Giovanni, pedagogo e discepolo di Cristo, insegnerà ai nostri bambini l’una e l’altra sapienza. Sintica, discepola e maestra d’ago, insegnerà la scienza dell’amor di Dio e l’arte del lavoro donnesco alle fanciulle. Riceveteli come benedizione del Cielo e amateli come li ama Lazzaro di Teofilo ed Eucheria – gloria alle loro anime e pace – e come li amano le figlie di Teofilo, Marta e Maria, nostre amate padrone e discepole di Gesù di Nazareth, il Rabbi d’Israele, il Promesso, il Re».

26Il piccolo popolo di uomini, dalle corte tuniche, dalle mani terrose che sorreggono arnesi di giardinaggio, di donne, di fanciulli d’ogni età, ascolta stupito, poi bisbiglia, infine si inchina profondamente.

Presentazioni reciproche.

27Tolmai inizia le presentazioni: «Simone di Giona, il capo dei messi del Signore; Simone il Cananeo, amico del padrone nostro; Giacomo e Giuda, fratelli del Signore; Giacomo e Giovanni, Andrea e Matteo»; e poi agli apostoli e discepoli: «Anna, mia moglie, della tribù di Giuda, come mia madre d’altronde, perché puri siamo, venuti con Eucheria di Giuda. Giuseppe, il maschio sacro al Signore, e Teocheria, primogenita, che nel nome ha il ricordo dei giusti padroni, saggia figlia e amante di Dio da vera israelita, Nicolai e Dositeo. Nicolai è nazareo[164]; Dosideo, terzogenito, è già sposo (e un grosso sospirone accompagna l’annuncio) da più anni ad Ermione. Vieni qui, donna…».

28Si avanza una giovanissima brunetta con un bambino lattante in braccio.

29«Eccola. É figlia di un proselite e di una greca. Mio figlio la vide ad Alessandroscene di Fenicia quando vi fu per commerci… e la volle… e Lazzaro non si oppose, ma anzi mi disse: “Meglio così che al male”. E male non è. Ma volevo un sangue d’Israele io…».

30La povera Ermione sta a testa china come un’accusata. Dositeo freme e soffre. Anna, la madre e suocera, guarda con occhi dolenti…

Nel Regno del Signore regge l’eguaglianza.

31Giovanni, per quanto più giovane di tutti, sente la necessità di rialzare gli spiriti umiliati e dice: «Nel Regno del Signore non sono più greci o israeliti, romani o fenici, ma solo figli di Dio. Quando da questi che qui sono venuti conoscerai la Parola di Dio, ti si solleverà il cuore a nuove luci, e costei non sarà più “la straniera” ma la discepola, come te e come tutti, del Signore nostro Gesù».

32Ermione alza il capo avvilito e sorride con gratitudine a Giovanni, e nel volto di Dositeo e di Anna è la stessa espressione di riconoscenza.

33Tolmai risponde austero: «E così voglia Dio che avvenga, perché, fuor che l’origine, nulla ho da rimproverare alla nuora. Quello che è nelle sue braccia è Alfeo, l’ultimo nato, che dal padre di lei, proselite, ha preso il nome. La piccola dagli occhi di cielo sotto i ricci d’ebano è Mirtica, dal nome della madre d’Ermione, e questo, il primogenito, è Lazzaro, perché il padrone così volle, e l’altro è Erma».

34«Il quinto si deve chiamare Tolmai e la sesta Anna, per dire al Signore e al mondo che il tuo cuore si è aperto a nuove comprensioni», dice ancora Giovanni.

Continua la presentazione dei coloni.

35Tolmai si inchina senza parlare. Poi riprende le presentazioni: «Questi sono due fratelli di Israele: Miriam e Silviano, della tribù di Neftali. E questi sono Elbonide Danita e Simeone giudeo. Poi ecco i proseliti, già romani, o almeno di romani, carità di Eucheria fatta opera, da lei strappati al giogo e al gentilesimo: Lucio, Marcello, Solone figlio di Elateo».

«Nome greco», osserva Sintica.

36«Di Tessalonica. Schiavo di un servo di Roma», e lo sprezzo è palese nel dire “servo di Roma”. «Eucheria lo prese insieme col padre morente, in un’ora torbida, e se il padre morì pagano, Solone proselite è… Priscilla, vieni avanti coi figli…».

37Una donna alta e sottile, dal volto aquilino, si fa avanti spingendo una fanciulla e un fanciullo, alle gonne ha due frugoline.

8«Ecco la moglie di Solone, già liberta di una romana ora morta, e Mario, Cornelia, Maria e Martilla, gemelle. Priscilla è esperta in essenze. Amiclea, vieni tu coi figli. Costei è figlia di proseliti. E proseliti sono i due fanciulli Cassio e Teodoro. Teda, non ti nascondere. É la moglie di Marcello. Il suo dolore è essere sterile. Figlia di proseliti essa pure. Questi i coloni. Ora ai giardini. Venite».

Luogo confermato per la missione.

39E li conduce per la vasta possessione, seguito dai giardinieri che spiegano le colture e i lavori, mentre le fanciulle tornano alle loro gallinelle che hanno approfittato dell’assenza delle guardiane per sconfinare altrove. Tolmai spiega: «Vengono condotte qui per liberare la terra dai bruchi prima della semina delle culture annue».

40Giovanni di Endor sorride alle gallinelle croccolanti e dice: «Sembrano le mie di un tempo…», e si curva gettando minuzzoli di pane preso nella sacca, finché è circondato da pollastrelle e ride perché una, petulante, gli strappa il pane dalle dita.

41«Meno male!», esclama Pietro dando di gomito a Matteo e accennando a Giovanni che scherza coi polli e a Sintica, che parla greco con Solone e Ermione.

42Poi tornano verso la casa di Tolmai, che spiega: «Questo è il luogo. Ma se vorrete insegnare vi è modo di fare posto. Rimanete qui o…».

46«Sì, Sintica! Qui! È più bello! Antiochia mi opprime di ricordi…», prega piano Giovanni alla compagna.

47«Ma sì… Come vuoi. Purché tu stia bene. Per me tutto mi è uguale. Non guardo più indietro io… Solo avanti, avanti… Su, Giovanni! Qui staremo bene. Bambini, fiori, colombi e gallinelle per noi, povere creature. E per l’anima nostra la gioia di servire il Signore. Che ne dite voi?», interroga volgendosi agli apostoli.

«Noi pensiamo come te, donna».

«Allora è detto così».

«Molto bene. Partiremo contenti…».

48«Oh! non partite! Non vi vedrò più! Perché così presto? Perché?…». Giovanni ricade nel suo dolore.

49«Ma non andiamo via ora! Stiamo qui fino… fino che tu sei…». Pietro non sa dire cosa sarà Giovanni e, per non far vedere che è gonfio anche lui di lacrime, abbraccia il piangente Giovanni e cerca consolarlo così.

35. I discorsi degli otto apostoli prima di ripartire da Antiochia. L’addio a Giovanni di Endor e a Sintica[165].

Gli Apostoli, chi dicono che sia Gesù?.

Primo discorso in Antiochia.

1Gli apostoli sono da capo nella casa di Antiochia e con loro sono i due discepoli e tutti gli uomini di Antigonio, non già vestiti di vesti succinte e da lavoro, ma di abiti lunghi, festivi. Da questo arguisco che sia il sabato.

2Filippo prega gli apostoli di parlare almeno una volta a tutti, avanti la partenza, ormai imminente.

«Su che?».

«Su quanto volete. Avete udito in questi giorni i nostri discorsi. Regolatevi su quello».

3Gli apostoli si guardano l’un l’altro. A chi tocca? A Pietro, è naturale. É il capo! Ma Pietro non vorrebbe parlare, deferendo a Giacomo d’Alfeo o a Giovanni di Zebedeo l’onore di farlo. E solo quando li vede inesorabili si decide a parlare.

Pietro:
     Gesù di Nazareth è il Messia promesso.

4«Oggi abbiamo sentito nella sinagoga spiegare il capo 52° di Isaia[166]. Dottamente secondo il mondo, manchevolmente secondo la Sapienza, fu fatto il commento.

5Ma non è da farne rimprovero al commentatore, il quale ha dato ciò che poteva con la sua sapienza mutilata della parte migliore: la conoscenza del Messia e del tempo nuovo portato da Lui. Non facciamo però critiche ma preghiere, perché egli venga a conoscenza di queste due grazie e le possa accettare senza ostacolo.

6Voi mi avete detto che nella Pasqua sentiste parlare con fede e con scherno del Maestro. E che solo per la grande fede che riempie i cuori della casa di Lazzaro, tutti i cuori, avevate potuto resistere al disagio che le insinuazioni di altri vi mettevano in cuore, molto più che questi altri erano proprio i rabbi di Israele.

7Ma essere dotti non vuole dire essere santi né possedere la Verità.

8La Verità è questa: Gesù di Nazareth è il promesso Messia[167], il Salvatore del quale parlano i Profeti, l’ultimo dei quali da poco riposa nel seno d’Abramo dopo il glorioso martirio sofferto per la giustizia. Giovanni Battista ha detto, e qui sono presenti quelli che hanno udito, queste parole: “Ecco l’Agnello di Dio che leva i peccati del mondo”.

9Le sue parole sono state credute dai più umili fra i presenti, perché l’umiltà aiuta a giungere alla Fede, mentre ai superbi è difficile il cammino – carichi come sono di zavorra – per giungere in cima al monte dove vive casta e luminosa la Fede. Questi umili, perché erano tali e per aver creduto, hanno meritato di essere i primi nell’esercito del Signore Gesù.

10Vedete dunque quanto è necessaria l’umiltà[168] per avere fede pronta, e quanto sia premiato il saper credere anche contro le apparenze contrarie.

11Io vi esorto e stimolo ad avere queste due qualità in voi, e allora voi sarete dell’esercito del Signore e conquisterete il Regno dei Cieli…

12A te, Simone Zelote. Io ho detto. Tu continua».

Simone Zelote:
Il Messia è in mezzo a noi ed è il Salvatore.

13Lo Zelote, preso così all’improvviso e così chiaramente indicato come secondo oratore, deve farsi avanti senza indugio né recriminazione. E lo fa dicendo:

14«Continuerò il discorso di Simon Pietro, capo di noi tutti per volontà del Signore. E continuerò sempre prendendo l’argomento dal capo 52 di Isaia, visto da uno che conosce la Verità incarnata di cui è servo per sempre. É detto: “Sorgi, rivestiti della tua forza, o Sion, vestiti a festa, città del Santo”[169].

15Così veramente dovrebbe essere. Perché, quando una promessa si compie, una pace si fa, cessa una condanna e viene il tempo della gioia, i cuori e le città dovrebbero vestirsi a festa e rialzare le fronti abbattute, sentendo che non più odiati, vinti, percossi, ma amati e liberati sono.

116Non stiamo qui a fare il processo a Gerusalemme. La carità, prima fra tutte le virtù, lo vieta. Lasciamo dunque di osservare i cuori degli altri e guardiamo il nostro. Rivestiamo di forza il nostro cuore con quella fede della quale ha parlato Simone e vestiamoci a festa, perché la nostra fede secolare nel Messia ora si incorona della realtà della cosa. Il Messia, il Santo, il Verbo di Dio è realmente fra noi. E ne hanno la prova non soltanto le anime che si sentono dire parole di sapienza che le fortificano e infondono santità e pace, quanto anche i corpi che per opera del Santo, al quale tutto dal Padre è concesso, si vedono liberati dai morbi più atroci e persino dalla morte, perché le terre e le valli della nostra patria di Israele risuonino degli osanna al Figlio di Davide e all’Altissimo che ha mandato il suo Verbo, siccome aveva promesso ai Patriarchi e Profeti. Io che vi parlo ero lebbroso, destinato a morire, dopo anni di angoscia crudele, nella solitudine da belva propria dei lebbrosi. Un uomo mi disse: “Va’ a Lui, al Rabbi di Nazareth, e tu sarai guarito”. Ho avuto fede. Sono andato. Sono stato guarito[170]. Nel corpo. Nel cuore. Sull’uno non più il morbo che separa dagli uomini. Nell’altro non più il rancore che separa da Dio. E con animo nuovo, da proscritto, malato, inquieto, sono divenuto il suo servo, chiamato alla felice missione di andare fra gli uomini, amandoli in nome suo, istruendoli nella sola necessaria conoscenza: quella che Gesù di Nazareth è il Salvatore e che beati sono coloro che credono in Lui.

17Parla tu ora, Giacomo d’Alfeo».

Giacomo d’Alfeo:

Il Messia è Dio ed è fratello nostro.

18«Io sono il fratello del Nazareno[171]. Mio padre e suo padre erano fratelli nati da un seno. Ma pure non mi posso dire fratello, ma servo. Perché la paternità di Giuseppe, fratello a mio padre, fu una spirituale paternità, ed in verità vi dico che il vero Padre di Gesù, Maestro nostro, è l’Altissimo[172] che noi adoriamo. Il quale ha permesso che la sua Divinità, Una e Trina, si incarnasse nella seconda Persona e venisse sulla Terra pur rimanendo sempre unita con Quelle che abitano il Cielo. Perché ciò Dio può fare, l’infinitamente Potente. E lo fa per l’Amore che è la sua natura[173].

19Gesù di Nazareth è il nostro fratello, o uomini, perché nato da donna e simile a noi per l’umanità sua[174]. È il nostro Maestro perché è il Sapiente, è la Parola stessa di Dio venuta a parlarci per farci di Dio. Ed è il nostro Dio, uno essendo col Padre e con lo Spirito Santo, coi quali è sempre in unione di amore, potenza e natura.

20Questa verità, che con manifeste prove fu concesso conoscesse il Giusto che mi fu parente, sia pure vostro possesso. E contro al mondo che cercherà di strapparvi al Cristo dicendo: “É un uomo qualunque”, rispondete: “No. É il Figlio di Dio, è la Stella nata da Giacobbe[175], è la Verga che si leva là in Israele[176], è il Dominatore”[177]. Non lasciatevi smuovere da nessuna cosa. Questa è la Fede.      

21A te, Andrea».

Andrea :
Il Messia è l’Uomo-Dio.

22«Questa è la Fede. Io sono un povero pescatore del lago di Galilea, e nelle silenziose notti di pesca, sotto la luce degli astri, avevo muti colloqui con me stesso. Dicevo: “Quando verrà? Sarò io vivo ancora? Molti anni ancora mancano, secondo la profezia”. Per l’uomo dalla vita limitata anche poche decine d’anni sono secoli…  Mi chiedevo: “Come verrà? Dove? Da chi?”. E la mia ottusità umana mi faceva sognare regali splendori, regali dimore e cortei e clangori e potenza e insostenibile maestà[178]… E dicevo: “Chi potrà guardare questo grande Re?”. Lo pensavo più terrorizzante, nella sua manifestazione, dello stesso Jeovè sul Sinai. Mi dicevo: “Gli ebrei videro là il monte lampeggiare, ma non rimasero inceneriti perché l’Eterno era oltre i nembi. Ma qui ci guarderà con occhi mortali e noi morremo…”.

23Ero discepolo del Battista. E nelle pause della pesca andavo da lui, con altri compagni. Era un giorno di questa luna… Le rive del Giordano erano piene di folla che tremava sotto le parole del Battista. Avevo notato un giovane bello e calmo venire per un sentiero verso di noi. Umile la veste, dolce l’aspetto. Pareva chiedesse amore e desse amore. Il suo occhio azzurro si posò un momento su di me, ed io provai una cosa non mai più provata. Mi parve di essere carezzato sull’anima, di essere sfiorato da ali d’angelo. Mi sono per un momento sentito così lontano dalla Terra, così diverso, che ho detto: “Ora muoio! Questo è l’appello di Dio al mio spirito”.

24Ma non sono morto. Sono rimasto affascinato nel contemplare il giovane ignoto che, a sua volta, aveva fissato il suo sguardo azzurro sul Battista. E il Battista si volse, corse a Lui, lo inchinò. Si parlarono. E poiché la voce di Giovanni era un tuono continuo, le misteriose parole giunsero fino a me che ascoltavo, teso nel desiderio di conoscere chi era il giovane ignoto. La mia anima lo sentiva diverso da tutti. Dicevano: “Io dovrei essere battezzato da Te…”. “Lascia fare per ora. Conviene adempiere ogni giustizia”[179]

25Giovanni aveva già detto: “Verrà Colui al quale io non sono degno di sciogliere i lacci dei sandali”[180]. Aveva già detto: “Fra di voi, in Israele, sta Uno che non conoscete[181]. Egli tiene già in mano il ventilabro e netterà la sua aia bruciando le paglie col fuoco inestinguibile”[182]. Io avevo davanti un giovane del popolo, dall’aspetto mite ed umile, eppure ho sentito che Egli era Colui al quale neppure il Santo di Israele, l’ultimo Profeta, il Precursore, era degno di sciogliere i calzari. Ho sentito che era Colui che noi non conoscevamo. Ma non ne ebbi paura. Anzi, quando Giovanni, dopo il superestasiante tuono di Dio, dopo l’inconcepibile splendore della Luce in forma di colomba di pace[183], disse: “Ecco l’Agnello di Dio”[184], io, con la voce dell’anima, giubilante di avere presentito il Re Messia nel giovane mite ed umile d’aspetto, ho gridato con la voce dello spirito: “Credo!”. Per questa fede sono il suo servo. Siatelo voi pure e avrete pace.

26Matteo, a te narrare le altre glorie del Signore». 

Matteo:
Il Messia è il Salvatore buono.

27«Io non posso usare le parole serene di Andrea. Egli era un giusto, io ero un peccatore. Perciò non ha note di festa la mia parola, ma però ha la pace confidente di un salmo[185].

28Ero un peccatore. Un grande peccatore. Vivevo nell’errore completo. Mi ci ero indurito e non ne sentivo disagio. Se qualche volta i farisei o il sinagogo mi sferzavano dei loro insulti o dei loro rimproveri, ricordandomi Dio Giudice inesorabile, avevo un momento di terrore… e poi mi adagiavo nella stolta idea: “Tanto ormai io sono un dannato. Godiamo perciò, o sensi miei, finché lo possiamo”[186]. E più che mai sprofondavo nel peccato.

29Due primavere fa venne un Ignoto a Cafarnao. Anche per me era un ignoto. Lo era per tutti poiché era all’inizio della sua missione. Solo pochi uomini lo conoscevano per ciò che era realmente. Questi che vedete e pochi altri ancora. Mi stupì la sua splendida virilità, casta più della castità di una vergine. Questa la prima cosa che mi colpì. Lo vedevo austero eppure pronto ad ascoltare i bambini che andavano a Lui come le api al fiore[187]. Unico suo svago i loro giuochi innocenti e le loro parole senza malizia. Poi mi stupì la sua potenza. Faceva miracoli. Dissi: “É un esorcista. Un santo”. Ma mi sentivo talmente obbrobrio rispetto a Lui che lo sfuggivo.

30Egli mi cercava. O ne avevo l’impressione. Non passava una volta vicino al mio banco senza guardarmi col suo occhio dolce e un poco mesto. E ogni volta era come un soprassalto della coscienza intorpidita, che non tornava più allo stesso livello di torpore.

31Un giorno – la gente magnificava sempre la sua parola – ebbi voglia di udirlo. E nascondendomi dietro uno spigolo di casa lo sentii parlare ad un gruppetto di uomini. Parlava alla buona, sulla carità che è come una indulgenza per i nostri peccati… Da quella sera io, l’esoso e duro di cuore, volli farmi perdonare da Dio molti peccati. Facevo le cose in segreto… Ma Egli sapeva che ero io, perché Egli tutto sa. Un’altra volta lo sentii spiegare proprio il capo 52 di Isaia. Diceva che nel suo Regno, nella Gerusalemme celeste, non saranno gli immondi e gli incirconcisi di cuore[188], e prometteva che quella Città celeste della quale diceva le bellezze con tale persuasiva parola che nostalgia di essa mi venne, sarebbe stata di chi fosse venuto a Lui[189].

32E poi,… e poi… Oh! quel giorno non fu uno sguardo di mestizia, ma di imperio. Mi lacerò il cuore, mise a nudo l’anima mia, la cauterizzò, la prese in pugno questa povera anima malata, la torturò col suo amore esigente… ed ebbi un’anima nuova. Sono andato verso di Lui con pentimento e desiderio. Non attese che gli dicessi: “Signore, pietà!”. Disse Lui: “Seguimi!”[190].

33Il Mite aveva vinto Satana nel cuore del peccatore. Questo vi dica, se alcuno fra voi è turbato da colpe, che Egli è il Salvatore buono[191] e che non bisogna fuggirlo ma, quanto più si è peccatori, andare a Lui con umiltà e pentimento per essere perdonati[192].

34Giacomo di Zebedeo, parla  tu».

Giacomo di Zebedeo:
Le vie per andare al Messia.

35«Veramente non so cosa dire. Voi avete parlato e detto ciò che io avrei detto. Perché la verità è questa e non può mutare.

36Io pure ero con Andrea al Giordano, ma non mi accorsi di Lui altro che quando me lo indicò il richiamo del Battista. Pure ho subito creduto e quando Egli fu partito, dopo la sua luminosa manifestazione, io rimasi come uno che da una vetta piena di sole viene incarcerato in buia carcere. Smaniavo per ritrovare il Sole. Il mondo era tutto senza luce, dopo che m’era apparsa la Luce di Dio e poi m’era scomparsa. Fra gli uomini ero solo. Mentre mi saziavo avevo fame. Nel sonno vegliavo con la parte migliore, e denaro, mestiere, affetti, tutto, erano passati dietro questa mia smania di Lui, lontani, senza più attrattiva. Come un bambino che ha perduto la madre gemevo: “Torna, Agnello del Signore! Altissimo, come mandasti Raffaele a guidare Tobia, manda il tuo angelo a condurmi sulle vie del Signore perché io lo trovi, lo trovi, lo trovi!”.

37Eppure, quando dopo diecine di giorni di inutile attesa, di ricerche affannose – che per la loro inutilità ci facevano più crudele la perdita del nostro Giovanni, arrestato per una prima volta – Egli ci apparve sul sentiero, venendo dal deserto, io non lo riconobbi subito.

38E qui, fratelli nel Signore, io vi voglio insegnare un’altra via per andare a Lui e riconoscerlo.

39Simone di Giona ha detto che occorre fede e umiltà per riconoscerlo. Simone Zelote ha riconfermato l’assoluta necessità della fede per riconoscere in Gesù di Nazareth Colui che è, in Cielo e in Terra, secondo quanto è detto. E Simone Zelote necessitava di una fede ben grande, anche per sperare per il suo corpo inesorabilmente malato. Perciò Simone Zelote dice che fede e speranza sono i mezzi per avere il Figlio di Dio. Giacomo, fratello del Signore, dice del potere della fortezza per conservare ciò che si è trovato. La fortezza che impedisce che le insidie del mondo e di Satana scalzino la nostra fede. Andrea mostra tutta la necessità di unire alla fede una santa sete di giustizia, cercando di conoscere e di ritenere la verità, quale che sia la bocca santa che l’annuncia, non per orgoglio umano d’essere dotti, ma per desiderio di conoscere Iddio. Chi si istruisce nelle verità trova Dio.

40Matteo, un tempo peccatore, vi indica un’altra via per la quale si raggiunge Dio: spogliarsi del senso per spirito di imitazione, direi per riflesso di Dio che è Purezza infinita. Egli, il peccatore, è per prima cosa colpito dalla “virilità casta” dell’Ignoto venuto a Cafarnao e, quasi questa avesse il potere di risuscitare la sua morta continenza, egli si interdice per prima cosa il senso carnale, sgombrando così la via alla venuta di Dio e alla risurrezione delle altre morte virtù. Dalla continenza passa alla misericordia, da questa alla contrizione, dalla contrizione al superamento di tutto se stesso e all’unione con Dio. “Seguimi”, “Vengo”. Ma la sua anima aveva già detto: “Vengo”, e il Salvatore aveva già detto: “Seguimi”, da quando per la prima volta la virtù del Maestro aveva attirato l’attenzione del peccatore.

41Imitate. Perché ogni esperienza altrui, anche se penosa, è guida ad evitare il male e a trovare il bene in coloro che sono di buona volontà.

42Io, per me, dico che più l’uomo si sforza di vivere per lo spirito e più è atto a riconoscere il Signore[193], e la vita angelica favorisce ciò al sommo[194]. Fra noi, discepoli di Giovanni, colui che lo riconobbe, dopo l’assenza, fu l’anima vergine. Più ancora di Andrea egli lo riconobbe, nonostante la penitenza avesse mutato il volto dell’Agnello di Dio. Onde dico: “siate casti per poterlo riconoscere”.

43Giuda, vuoi parlare tu, ora?».

Giuda Tadeo:
Il Messia è il Santo Servo di Jave.

44«Sì. Siate casti per poterlo riconoscere. Ma siatelo anche per poterlo conservare in voi con la sua Sapienza, col suo Amore, con tutto Se stesso. É ancora Isaia che dice nel 52° capo: “Non toccate ciò che è impuro,… purificatevi voi che portate i vasi del Signore”[195]. Veramente che ogni anima che si fa sua discepola è simile ad un vaso colmo del Signore, ed il corpo che la contiene è come colui che porta il vaso sacro al Signore. Non può Dio stare dove è impurità[196].

45Matteo ha detto come il Signore spiegasse che nulla di immondo e di separato da Dio sarà nella Gerusalemme celeste. Sì. Ma occorre non essere immondi quaggiù, né da Dio separati, per potervi entrare. Infelici coloro che si rimettono all’estrema ora per pentirsi. Non sempre avranno tempo di farlo. Così come coloro che ora lo calunniano non avranno tempo di rifarsi un cuore al momento del suo trionfo e non godranno perciò dei frutti di esso.

46Coloro che nel Re santo e umile sperano di vedere un monarca terreno, e più ancora quelli che temono di vedere in Lui un monarca terreno, saranno impreparati per quell’ora; tratti in inganno e delusi nel loro pensiero, che non è il pensiero di Dio ma un povero pensiero umano, peccheranno vieppiù.

47L’umiliazione di esser l’Uomo è su di Lui. Questo dobbiamo ricordarlo. Isaia[197] lo dice che tutti i nostri peccati tengono mortificata la Persona Divina sotto un’apparenza comune[198]. Quando io penso che il Verbo di Dio ha intorno a Sé, come una crosta sudicia, tutta la miseria dell’umanità da quando essa è, penso con profonda compassione e con profonda comprensione alla sofferenza che deve averne la sua anima senza colpa. Il ribrezzo di un sano che venisse ricoperto dei cenci e delle lordure di un lebbroso. È veramente il trafitto dai nostri peccati, il piagato da tutte le concupiscenze dell’uomo[199]. La sua anima, vivente fra noi, deve tremare nei contatti come per ribrezzo di febbre.

48Eppure Egli non parla. Non apre bocca[200] per dire: “Mi fate orrore”. Ma la apre solo per dire: “Venite a Me, che Io vi levi le vostre colpe”. É il Salvatore. Nella sua infinita bontà ha voluto velare la sua insostenibile bellezza. Quella che, se fosse apparsa quale è nel Cielo, ci avrebbe inceneriti, come disse Andrea. Quella ora si è fatta attraente, come di Agnello mansueto, per poterci avvicinare e salvare. La sua oppressione, la sua condanna durerà finché, consumato dallo sforzo dell’essere l’Uomo perfetto fra gli uomini imperfetti, sarà innalzato sopra la moltitudine dei riscattati, nel trionfo della sua regalità santa. Dio che conosce la morte per salvare noi alla Vita![201]

49Questi pensieri ve lo facciano amare sopra ogni cosa. Egli è il Santo[202]. Io lo posso dire, io che con Giacomo sono cresciuto con Lui. E lo dico e lo dirò, pronto a dare la mia vita per firmare questa confessione, perché gli uomini credano in Lui ed abbiano la Vita eterna.

50Giovanni di  Zebedeo, a te sta di parlare».

Giovanni di Zebedeo:
Il Messia è la Luce fusa con l’Amore

51«Quanto sono belli sui monti i piedi del messaggero! Del messaggero di pace, di Colui che annunzia la felicità e predica la salute, di Colui che dice a Sion: “Regnerà il tuo Dio!”[203]. E questi piedi vanno instancabili da due anni per i monti d’Israele chiamando a raccolta le pecore del gregge di Dio, confortando, sanando, perdonando, dando pace. La sua pace.

52Veramente mi è stupore vedere che non ne trasalgano di gioia i colli e non esultino le acque della patria alla carezza del suo piede. Ma ciò che più mi stupisce è di vedere che non trasalgano di gioia i cuori e non esultino dicendo: “Lode al Signore! L’Atteso è venuto![204] Benedetto Colui che viene nel nome del Signore!”[205], Colui che sparge grazie e benedizioni, pace e salute, e chiama al Regno aprendocene la via, Colui, soprattutto, che effonde amore da ogni suo atto o parola, da ogni sguardo, da ogni respiro.

53Che è dunque questo mondo per essere cieco alla Luce che vive fra noi?[206] Quali lastre, spesse più della pietra che è alle porte dei sepolcri, ha dunque murate sulla vista dell’anima per non vedere questa Luce? Quali montagne di peccati ha su se stesso per essere così oppresso, separato, accecato, assordito, incatenato, paralizzato, di modo da rimanere inerte davanti al Salvatore?

54Cosa è il Salvatore? É la Luce fusa con l’Amore. La bocca dei miei fratelli ha magnificato le lodi del Signore, rievocato le sue opere, indicato le virtù da praticare per giungere alla sua via. Io vi dico: amate. Non c’è altra virtù più grande e più simile alla sua Natura. Se voi amerete, tutte le virtù praticherete senza fatica[207], cominciando dalla castità. Né vi sarà di peso essere casti, perché amando Gesù niun’altro amerete smodatamente. Sarete umili perché vedrete in Lui le sue infinite perfezioni con occhi d’amante, e perciò non insuperbirete delle vostre, minime. Sarete credenti. E chi non crede in chi ama? Sarete contriti dal dolore che salva, perché il vostro sarà retto dolore, ossia dolore per la pena a Lui data non per quella da voi meritata. Sarete forti. Oh! sì! Uniti a Gesù si è forti! Forti contro ogni cosa. Sarete pieni di speranza perché non dubiterete del Cuor dei cuori che vi ama con tutto Se stesso. Sarete sapienti. Tutto sarete. Amate Colui che annunzia la felicità vera, che predica la salute, che va instancabile per monti e valli, chiamando il gregge a raccolta, e sulla sua via è la Pace, e pace è nel suo Regno che non è di questo mondo, ma che è vero come vero è Dio.

55Lasciate ogni strada che la sua non sia. Liberatevi da ogni nebbia. Andate alla Luce. Non siate come il mondo che non vuole vedere la Luce, che non la vuole conoscere. Ma andate al Padre nostro che è il Padre delle luci, che Luce senza misura è, attraverso al Figlio che è la Luce del mondo, per godere Dio nell’abbraccio del Paraclito che è il folgoreggiare delle Luci in una sola beatitudine d’amore, che i Tre accentra in Uno. Infinito oceano dell’Amore, senza tempeste, senza tenebre, accoglici! Tutti! Gli innocenti come i convertiti. Tutti! Nella tua pace! Tutti! Per l’eternità. Tutti, sulla Terra, perché amiamo Te, Dio, e il prossimo come Tu vuoi. Tutti, nel Cielo, perché ancora e sempre amiamo non solo Te e i celesti abitanti, ma anche, e ancora, i fratelli militanti sulla Terra in attesa della pace, e come angeli di amore li difendiamo e sorreggiamo nelle lotte e nelle tentazioni, perché poi possano essere teco nella tua pace, a gloria eterna del Signore nostro Gesù, Salvatore, Amatore dell’uomo, fino al limite senza limite dell’annichilimento sublime».

56Come sempre, Giovanni, salendo nei suoi voli d’amore, porta seco le anime dove è rarefazione d’amore e silenzio mistico.

57Solo dopo qualche tempo ritorna sulle labbra degli ascoltatori la parola. E il primo a dirla è Filippo, rivolgendosi a Pietro. «E Giovanni, pedagogo, non parla?».

58«Egli vi parlerà per noi continuamente. Ora lasciatelo nella sua pace e lasciateci con lui alquanto. Tu, Saba, fa’ ciò che ti ho detto prima, e così pure tu, buona Berenice…

59Tutti escono, rimanendo nella vasta stanza gli otto coi due.

60Vi è un silenzio grave. Sono tutti un poco pallidi, gli apostoli perché sanno ciò che sta per accadere, i due discepoli perché lo presentono.

61Pietro apre la bocca, ma non trova che questa parola: «Preghiamo», e intona il «Pater noster». Poi, ed è proprio pallido come forse non sarà nella morte, dice, andando fra i due e mettendo loro una mano sulla spalla: «É l’ora del commiato, figli. Che devo dire al Signore a nome vostro? A Lui che certo ansioso sarà di sapere la santità vostra?».

62Sintica scivola in ginocchio coprendosi il volto con le mani e Giovanni la imita. Pietro li ha ai piedi e macchinalmente li carezza, mentre si morde le labbra per non cedere all’emozione.

63Giovanni di Endor alza un volto straziato e dice: «Dirai al Maestro che noi facciamo la sua volontà…».

64E Sintica: «E che ci aiuti a compierla fino alla fine…»[208].

65Ma il pianto impedisce più lunghe frasi.

66«Sta bene. Diamoci il bacio di addio. Quest’ora doveva venire…». Anche Pietro si ferma, strozzato da un nodo di pianto.

67«Prima benedicici», prega Sintica.

68«No. Non io. Meglio uno dei fratelli di Gesù…».

69«No. Tu sei il capo. Noi li benediremo col bacio. Benedicici tutti, sia noi che partiamo come essi che restano», dice il Taddeo inginocchiandosi per il primo.

70E Pietro, il povero Pietro, che ora è rosso dallo sforzo di tenere ferma la voce e dall’orgasmo di benedire a mani tese verso il piccolo nucleo prono ai suoi piedi, dice, con voce fatta ancor più aspra dal pianto, una voce quasi di vecchio, la benedizione mosaica…[209]

71Poi si china, bacia sulla fronte la donna come fosse una sorella, alza e abbraccia, baciandolo forte, Giovanni e… scappa coraggiosamente fuori dalla stanza, mentre gli altri imitano il suo atto con i due che restano…

Ultime raccomandazioni.

72Fuori il carro è già pronto. Non è presente che Filippo e Berenice, e il servo che tiene il cavallo. Pietro è già sul carro…

73«Dirai al padrone che abbia pace circa i suoi raccomandati», dice Filippo a Pietro.

74«Dirai a Maria che io sento la pace di Eucheria da quando ella è la discepola», dice piano Berenice allo Zelote.

75«Direte al Maestro, a Maria, a tutti, che li amiamo e che… Addio! Addio! Oh! non li vedremo più! Addio, fratelli! Addio…».

76Corrono fuori, sulla via, i due discepoli… Ma il carro, che è partito al trotto, ha ormai svoltato l’angolo… Sparito…

«Sintica!».

«Giovanni!».

«Siamo soli!»

77«Dio è con noi!… Vieni, povero Giovanni. Il sole cala, ti fa male restare qui…».

78«Il sole è calato per sempre per me… Solo in Cielo risorgerà».

79Ed entrano dove prima erano con gli altri, abbandonandosi su un tavolo, piangendo senza più freno…

Il grande errore.

Dice Gesù:

80«E il tormento causato da un uomo, non voluto altro che dall’uomo cattivo, fu compito, fermandosi come corso d’acqua che si ferma in un lago dopo aver fatto il suo corso…

81Ti faccio osservare come anche Giuda d’Alfeo, per quanto nutrito di sapienza più degli altri, dia al brano di Isaia sulle mie sofferenze di Redentore una spiegazione umana. E così era tutto Israele, che si rifiutava di accettare la realtà profetica e contemplava le profezie sui miei dolori come allegorie e simboli. Il grande errore per cui, nell’ora della Redenzione, ben pochi in Israele seppero ancora vedere il Messia nel Condannato. La Fede non è solo una corona di fiori. Ha spine anche. Ed è santo colui che sa credere nelle ore di gloria come nelle ore tragiche, e sa amare sia che Dio lo copra di fiori o lo adagi sulle spine».

36. Gli otto apostoli si riuniscono a Gesù presso Aczib[210].

Il ritorno degli Apostoli.

Panorama primaverile.

1Gesù – un Gesù molto magro e pallido, molto mesto, direi sofferente – è sulla cima, proprio sulla cima più alta di un monticello sul quale è anche un paese. Ma Gesù non è nel paese che è in vetta, sì, ma volto sulla pendice sud-est. Gesù, invece, è su uno speroncello, il più alto, volto a nord-ovest. Più ovest che nord, veramente.

 

2Gesù, guardando come fa da più lati, vede perciò una catena ondulata di monti che all’estremo nord-ovest e sud-ovest tuffa l’ultima propaggine in mare: a sud-ovest col Carmelo, che sfuma lontano nella giornata serena; a nord-ovest con un capo tagliente come uno sperone di nave, molto simile alle nostre Apuane per vene rocciose biancheggianti al sole. Da questa catena ondulata di monti scendono torrenti e fiumicelli, tutti ben colmi d’acque in questa stagione, che per la pianura costiera corrono a gettarsi nel mare. Presso l’ampia baia di Sicaminon, il più rigoglioso di essi, il Kison, sfocia a mare dopo aver quasi fatto uno specchio d’acqua alla confluenza di un altro fiumiciattolo, presso la foce. Il sole meridiano di una giornata serena trae luccichii di topazi o di zaffiri dai corsi d’acqua, mentre il mare è un immenso zaffiro venato di leggere collane di perle. La primavera del sud si delinea già con le foglie novelle che erompono dalle gemme dischiuse, tenere, lucide, direi verginali tanto sono novelle, ignare di polvere e di tempeste, di morsi di insetti e di contatti d’uomo. E i rami dei mandorli sono già fiocchi di spuma bianco-rosata, così soffici, così aerei, che danno l’impressione abbiano a staccarsi dal tronco natale e veleggiare per l’aria serena come piccole nubi. Anche i campi della pianura, non vasta ma fertile, compresa fra il capo a nord-ovest e quello a sud-ovest, mostrano un tenero verzicare di grani che levano ogni tristezza ai campi, solo poco tempo prima nudi.

3Gesù guarda. Dal punto dove è, vede tre strade. Quella che esce dal paese e viene a finire lì, una stradetta adatta solo a persone, e altre due che dal paese scendono biforcandosi in direzione opposta: verso nord-ovest, verso sud-ovest.

Gesù segnato dalla penitenza.

4Che Gesù patito è mai! Segnato dalla penitenza molto più di quando digiunò nel deserto. Allora era l’uomo impallidito ma ancora giovane e gagliardo. Ora è l’uomo emunto da un complesso soffrire che accascia tanto le forze fisiche come le forze morali. Il suo occhio è molto mesto, una mestizia dolce e severa insieme. Le gote, assottigliate, fanno ancor più risaltare la spiritualità del suo profilo, della fronte alta, del naso lungo e diritto, della bocca dalle labbra assolutamente prive di sensualità. Un viso angelico, tanto esclude la materialità. Ha la barba più lunga del solito, cresciuta anche sulle guance fino a confondersi con i capelli che cadono sulle orecchie, di modo che del suo volto sono visibili solo la fronte, gli occhi, il naso e gli zigomi sottili e di un color avorio senz’ombra di roseo. Ha i capelli ravviati rudimentalmente, resi opachi e conservanti, per ricordo dell’antro dove è stato, tante piccole parti di foglie secche e di stecchi rimasti aggrovigliati nella lunga capigliatura. E la veste e il mantello, spiegazzati e polverosi, denunciano, pure loro, il luogo selvaggio in cui furono portati e usati senza sosta.

La gioia di rivedersi.

Gesù guarda…

5Il sole del mezzodì lo scalda, e sembra che Egli ne abbia piacere perché sfugge l’ombra di alcuni roveri per venire proprio al sole, ma per quanto sia un sole netto, splendente, non accende splendori nei suoi capelli polverosi, nei suoi occhi stanchi, né dà colore al suo viso smagrito.

6Non è il sole che lo ristora e avviva nei colori. Ma è la vista dei suoi cari apostoli, che salgono gesticolando e guardando verso il paese dalla strada che viene da nord-ovest, la più piana. Allora avviene la metamorfosi. L’occhio gli si avviva e il viso pare divenire meno macilento per una sfumatura di roseo che si stende sulle gote e più per il sorriso che lo illumina. Disserra le braccia che aveva conserte ed esclama: «I miei cari!». Lo dice alzando il volto, girando l’occhio sulle cose, quasi a comunicare a steli e piante, al cielo sereno, all’aria che già sa di primavera, la sua gioia. Raccoglie il mantello ben stretto intorno al corpo, perché non si impigli nei cespugli, e scende rapido per una scorciatoia incontro a loro che salgono e che non lo hanno ancora visto. Quando è a portata di voce li chiama, per arrestarli nel loro andare verso il paese.

7Essi sentono il richiamo lontano. Forse dal punto dove sono non possono vedere Gesù, il cui abito scuro si confonde col folto del bosco che copre la pendice. Si guardano intorno, gestiscono… Gesù li chiama di nuovo… Infine una radura nel bosco lo mostra ai loro occhi, nel sole, con le braccia un po’ tese, come già li volesse abbracciare.

8Allora è un grande grido che si ripercuote sulla costa: «Il Maestro!», e una grande corsa su per i greppi, lasciando la via, graffiandosi, inciampando, ansando, senza sentire il peso delle sacche, la fatica dell’andare… portati dalla gioia di rivederlo.

Gara d’ amore.

9Naturalmente i primi ad arrivare sono i più giovani e i più agili, ossia i due figli di Alfeo dal passo sicuro di chi è nato sui colli, e Giovanni e Andrea che corrono come due cerbiatti, ridendo felici. E gli cadono ai piedi, amorosi e riverenti, felici, felici, felici… Poi arriva Giacomo di Zebedeo; ultimi, quasi insieme, i tre meno esperti di corse e di montagne, Matteo e lo Zelote; e ultimo, proprio ultimo, Pietro.

10Ma si fa largo – oh! se si fa largo! – per giungere al Maestro stretto alle gambe dai primi arrivati, che non si stancano di baciargli le vesti o le mani che Egli ha abbandonato a loro. Prende energicamente Giovanni e Andrea, attaccati, come ostriche ad uno scoglio, alle vesti di Gesù, e ansando per la fatica fatta li scansa tanto da poter cadere lui ai piedi di Gesù dicendo: «Oh! Maestro mio! Ora torno a vivere, finalmente! Non ne potevo più. Sono invecchiato e smagrito come fossi stato malato forte. Guarda se non è vero, Maestro…», e alza il capo per farsi guardare da Gesù. Ma nel farlo vede lui il mutamento di Gesù e sorge in piedi gridando: «Maestro!? Ma che hai fatto? Stolti! Ma guardate! Non vedete niente voi? Gesù è stato malato!… Maestro, Maestro mio, che hai avuto? Dillo al tuo Simone».

«Nulla, amico».

Motivi della sofferenza di Gesù.

11«Nulla? Con quel viso? Allora ti hanno fatto del male?».

«Ma no, Simone».

«Non è possibile! O malato o perseguitato sei stato! Ho gli occhi!…».

12«Io pure. E vedo te smagrito e invecchiato, infatti. Perché, allora, tu sei così?», chiede sorridendo il Signore al suo Pietro, che lo scruta come volesse leggere la verità dai capelli, dalla pelle, dalla barba di Gesù.

«Ma io ho sofferto, io! E non lo nego. Credi che sia stato piacevole vedere tanto dolore?».

«Lo hai detto! Io pure ho sofferto per lo stesso motivo…».

13«Proprio solo per quello, Gesù?», chiede impietosito e affettuoso Giuda di Alfeo.

«Per il dolore, sì, fratello mio. Per il dolore causato dalla necessità di mandare via…».

«E per il dolore di esservi stato costretto da…».

14«Ti prego!… Silenzio! Mi è più caro il silenzio sulla mia ferita di ogni parola che voglia consolare dicendomi: “Io so perché hai sofferto”. Del resto, sappiatelo tutti, ho sofferto di molte cose, non di questa sola. E se Giuda non mi avesse interrotto ve lo avrei detto».

15Gesù è austero nel dire questo. Tutti ne restano intimoriti. Ma Pietro è il primo a riprendersi e chiede: «E dove sei stato, Maestro? Che hai fatto?».

16«Sono stato in una grotta… a pregare… a meditare… a fortificare lo spirito mio, a ottenervi fortezza, a voi nella vostra missione, a Giovanni e Sintica nel loro soffrire».

17«Ma dove, dove? Senza vesti, senza denaro! Come hai fatto?». Simone è agitato.

«In una grotta non necessitavo di nulla».

18«Ma il cibo? Ma il fuoco? Ma il letto? Ma… tutto insomma! Io ti speravo almeno ospite, come un pellegrino smarrito, a Jiftael, altrove, in una casa insomma. E questo mi dava un poco di pace. Ma però, eh? Ditelo voi se non era il mio tormento il pensiero che Lui era senza vesti, senza cibo, senza modo di procurarselo, senza, soprattutto questo, senza volontà di procurarselo. Ah! Gesù! Questo non lo dovevi fare! E non me lo farai mai più! Non ti lascerò più per un’ora. Mi cucirò alla tua veste per venirti dietro come un’ombra, sia che Tu voglia o che Tu non voglia. Solo se muoio sarò separato da Te».

«O se Io muoio».

«Oh! Tu no. Tu non devi morire prima di me. Non lo dire. Mi vuoi rattristare del tutto?».

I cari e prediletti amici di Gesù.

19«No. Anzi mi voglio con te, con tutti, rallegrare in questa bell’ora che mi riporta i miei cari, prediletti amici. Vedete! Sto già meglio perché il vostro amore sincero mi nutre, mi scalda, mi consola di tutto». E li carezza uno per uno, mentre i loro volti splendono in un sorriso beato e gli occhi luccicano e tremano le labbra per l’emozione di queste parole, mentre chiedono: «Davvero, Signore?», «Proprio così, Maestro?», «Tanto cari ti siamo?».

20«Sì. Tanto cari. Avete cibo con voi?».

«Sì. Me lo sentivo che Tu eri sfinito e l’ho preso per via. Ho pane e carne arrostita, ho latte e formaggi e mele, più una borraccia con vino generoso e uova per Te. Purché non si siano rotte…».

«Ebbene, sediamo allora qui, a questo bel sole, e mangiamo. Mentre mangiamo mi direte…».

21Si siedono al sole su un balzo e Pietro apre la sua sacca, osserva i suoi tesori: «Tutto salvo!», esclama. «Anche il miele di Antigonio. Macché! Se l’ho detto io! Anche se al ritorno ci fossimo messi in una botte e fatti rotolare da un matto, o su una barca senza remi, bucata magari, in ora di tempesta, saremmo arrivati sani e salvi… Ma nell’andare! Sempre più mi convinco che prima era il Demonio che ci ostacolava. Per non farci andare con quei poverini…».

«Già! ora non aveva più scopo…», conferma lo Zelote.

Carità e perfezione.

22«Maestro, hai fatto penitenza per noi?», chiede Giovanni che si dimentica di mangiare per contemplare Gesù.

«Sì, Giovanni. Vi ho seguiti col pensiero. Ho sentito i vostri pericoli e le vostre afflizioni. Vi ho aiutati come ho potuto…».

«Oh! io l’ho sentito! Ve l’ho anche detto. Ve lo ricordate?».

«Sì. É vero», confermano tutti.

«Ebbene, ora voi mi rendete ciò che vi ho dato».

23«Hai digiunato, Signore?», chiede Andrea.

«Per forza! Anche se avesse voluto mangiare, senza denaro, in una grotta, come volevi che mangiasse?», gli risponde Pietro.

«Per causa nostra! Come ne ho dolore!», dice Giacomo d’Alfeo.

24«Oh! no! Non ve ne affliggete! Non per voi soli. Anche per tutto il mondo. Come ho fatto quando iniziai la missione, così ho fatto ora. Allora fui, alla fine, soccorso dagli angeli. Ora lo sono da voi. E, credetelo, mi è duplice gioia. Perché negli angeli è inderogabile il ministero di carità. Ma negli uomini è meno facile a trovarsi. Voi lo esercitate. E da uomini siete, per mio amore, divenuti angeli, avendo scelto santità contro ogni cosa. Perciò mi fate felice[211] come Dio e come Uomo-Dio. Perché mi date ciò che è di Dio: la Carità; e mi date ciò che è del Redentore: la vostra elevazione alla Perfezione. Questo mi viene da voi ed è più nutriente d’ogni cibo. Anche allora, nel deserto, fui nutrito di amore dopo il digiuno. E ne fui ristorato. Così ora, così ora! Abbiamo tutti sofferto. Io e voi. Ma non è stata inutile sofferenza. Io credo, Io so che essa vi ha giovato più di un intero anno di ammaestramento. Il dolore, la meditazione di ciò che può fare l’uomo di male ad un suo simile, la pietà, la fede, la speranza, la carità che avete dovuto esercitare, e da soli, vi hanno maturati come fanciulli che divengono uomini…».

25«Oh! sì! Sono diventato vecchio, io. Non sarò mai più il Simone di Giona che ero alla partenza. Ho capito come è dolorosa, faticosa, nella sua bellezza, la nostra missione…», sospira Pietro.

Cronaca del ritorno.

26«Ebbene, ora siamo qui, insieme. Narrate dunque…».

«Parla tu, Simone. Sai dire meglio di me», dice Pietro allo Zelote.

«No. Tu, da bravo capo, riferisci per tutti», risponde l’altro.

E Pietro comincia, dicendo a premessa: «Ma voi aiutatemi».

27Racconta con ordine fino alla partenza da Antiochia. Poi inizia il racconto del ritorno: «Soffrivamo tutti, sai? Non dimenticherò mai le ultime voci di quei due…». Pietro si asciuga col dorso della mano due lacrimoni che rotolano improvvisi… «Mi sono sembrati l’ultimo grido di uno che affoga… Mah! Insomma, dite voi… io non posso…», e si alza andando un po’ in là per domare la sua emozione.

28Parla Simone Zelote: «Non abbiamo parlato, nessuno, per molta via… Non potevamo parlare… La gola ci doleva per tanto che era gonfia di pianto… E non volevamo piangere… perché, se avessimo cominciato, anche uno solo, sarebbe stata finita. Avevo preso le redini io perché Simone di Giona, per non fare vedere che soffriva, si era messo in fondo al carro rovistando nelle sacche. Ci siamo fermati ad un paesino a mezza via fra Antiochia e Seleucia. Per quanto la luna si facesse chiara più la notte si faceva alta, pure, non pratici come eravamo, ci siamo fermati lì. E abbiamo sonnecchiato fra le nostre robe. Non abbiamo mangiato, nessuno, perché… non potevamo. Pensavamo a quei due… Alla prima luce dell’alba abbiamo passato il ponte e siamo arrivati prima dell’ora di terza a Seleucia. Abbiamo riportato il carro e il cavallo all’albergatore e – era tanto un buon uomo – ci siamo consigliati con lui per la nave. Ha detto: “Vengo al porto io. Sono conosciuto e conosco”. E così ha fatto. Ha trovato tre navigli in partenza per questi porti. Ma su uno erano certi… esseri che non abbiamo voluto avere vicini. Ce lo ha detto l’uomo, che lo aveva saputo dal padrone della nave. La seconda era di Ascalona e non voleva fare scalo per noi a Tiro, a meno di una somma che non avevamo più.

29La terza era un navicello ben meschino, carico di legname greggio. Una povera barca, con poca ciurma e, credo, con molta miseria. Per questo, pure essendo diretta a Cesarea, acconsentì a fermarsi a Tiro, previo sborso di una giornata di vitto e di paga per tutta la ciurma. Ci conveniva. Io, veramente, e con me Matteo, avevo un poco paura. É tempo di tempeste… e Tu sai cosa si trovò nell’andare. Ma Simon Pietro disse: “Non accadrà nulla”. E vi montammo. Pareva che gli angeli fossero le vele della nave, tanto andava liscia e veloce. Meno della metà del tempo impiegato nell’andare ci tenemmo a giungere a Tiro, e lì fu così buono il padrone che ci concesse di rimorchiare la barca fino presso a Tolemaide. Dentro vi scesero Pietro e Andrea con Giovanni, per le manovre. Ma era molto semplice… Non come nell’andare… A Tolemaide ci separammo. Ed eravamo così contenti che gli abbiamo dato ancora denaro oltre il pattuito, prima di scendere tutti nella barca dove erano già le nostre cose.

30A Tolemaide abbiamo sostato un giorno, poi siamo venuti qui… Ma non dimenticheremo mai il sofferto. Simone di Giona ha ragione».

31«Non abbiamo ragione, anche, di dire che il Demonio ci ostacolava solo nell’andare?», chiedono in più d’uno.

Vincolati dal silenzio.

32«Avete ragione. Ora ascoltate. La vostra missione è finita. Ora torneremo verso Jiftael, in attesa di Filippo e Natanaele. E occorre farlo presto. Poi verranno gli altri… Intanto evangelizzeremo qui, ai confini della Fenicia, nella Fenicia stessa. Però quanto è avvenuto è seppellito per sempre nei nostri cuori. A nessuna domanda sarà data risposta».

33«Neppure a Filippo e Natanaele?

Essi sanno che siamo venuti con Te…».

34«Parlerò Io. Ho molto sofferto, amici, e voi lo avete visto. Ho pagato con la mia sofferenza la pace di Giovanni e Sintica. Fate che il mio soffrire non sia inutile. Non aggravate le mie spalle di un peso. Ne ho già tanti!… E il loro peso cresce giorno per giorno, ora per ora… Dite a Natanaele che ho molto sofferto. Ditelo a Filippo, e che siano buoni. Ditelo agli altri due. Ma non dite di più. Dire che avete capito che ho sofferto, e che ve l’ho confermato, è verità. Non occorre di più».

35Gesù parla stancamente… Gli otto lo guardano dolenti, e Pietro osa accarezzarlo sulla testa, standogli alle spalle. Gesù alza il capo e guarda il suo onesto Simone con un sorriso di una mestizia affettuosa.

36«Oh! non posso vederti così! Mi sembra, ho la sensazione che la gioia della nostra unione sia cessata e che di essa resti la santità, solo quella! Intanto… Andiamo ad Aczib. Ti muterai la veste, ti raderai le guance e ordinerai i capelli. Così no, non così! Non ti posso vedere così… Mi sembri… uno sfuggito da mani crudeli, un percosso, un esausto… Mi sembri Abele di Betlemme di Galilea, liberato dai suoi nemici…».

37«Sì, Pietro. Ma è il cuore del tuo Maestro che è malmenato… e quello non guarirà mai più… Sempre più, anzi, sarà ferito. Andiamo…»

La potenza della fede.

38Giovanni sospira: «Mi spiace… Avrei voluto raccontare a Toma, tanto amante della Madre tua, il miracolo della canzone e dell’unguento…».

39«Lo dirai un giorno… Non ora. Tutto direte un giorno. Allora potrete parlare. Io stesso vi dirò: “Andate a dire tutto ciò che sapete”. Ma intanto sappiate vedere nel miracolo la verità. Questa: la potenza della fede. Tanto Giovanni come Sintica hanno calmato il mare e guarito l’uomo non per le parole, non per l’unguento. Ma per la fede con la quale hanno usato il nome di Maria e l’unguento fatto da Lei. E anche: ciò avvenne perché intorno alla loro fede era la vostra, di tutti voi, e la vostra carità. Carità verso il ferito. Carità verso il cretese. All’uno voleste conservare la vita, all’altro dare la fede. Ma se è ancora facile curare i corpi, è ben dura cosa curare gli animi… Non vi è morbo più difficile a debellare di quello spirituale…», e Gesù sospira forte.

40Sono in vista di Aczib. Pietro va avanti con Matteo per trovare alloggio. Lo seguono gli altri, stretti intorno a Gesù. Il sole cala rapidamente, mentre entrano in paese…

37. Una parabola per l’uomo di Endor[212]

Verso il Tempio cantando i salmi.

2Gesù ha lasciato Rama[213] ed è già in vista di Gerusalemme. sulla strada affollata, si voltano a guardare il gruppo apostolico che passa. Chi saluta reverente; chi si limita a sogguardare, sorridendo con venerazione, e queste sono per lo più donne; chi osserva soltanto; chi ha un sorrisetto ironico e sprezzante; e chi, infine, passa con sussiego e con palese malanimo.

3Gesù va tranquillo nella sua veste pulita e buona. Come tutti, anche Lui si è mutato per entrare in ordine e, direi, in eleganza nella città santa.

4Anche Marziam quest’anno è all’altezza del momento nelle sue vesti nuove e cammina a fianco di Gesù, cantando a tutta gola con la sua voce in verità un poco aspretta perché non ancora virile. Ma il suo tono imperfetto si perde nel coro pieno delle voci dei compagni, e solo emerge limpido come tinnulo d’argento negli acuti che egli emette ancora con voce bianca e sicura. É felice, Marziam…

Una parabola per Giovanni d’Endor.

5In una pausa dei canti, mentre, già in vista della porta di Damasco – perché entrano di lì per andare subito al Tempio – sostano in attesa che passi una pomposa carovana che tiene tutta la via e fa ingorgo, di modo che chi è prudente si ferma ai margini della strada, Marziam chiede: «Signor mio, non dirai un’altra bella parabola per il tuo figlio lontano? Vorrei unirla agli altri scritti che ho; perché certo troveremo a Betania i suoi messi e le sue notizie. Ed io mi struggo di dare a lui una gioia, secondo che gli ho promesso e che il suo cuore ed il mio cuore vogliamo…».

6«Sì, figlio mio. Certo che te la darò».

«Una proprio che lo consoli, che gli dica che egli è sempre il tuo amato…».

«Così dirò. E ne avrò gioia perché sarà verità detta».

7«Quando la dirai, Signore?».

«Subito. Andremo subito al Tempio come è dovere, e là parlerò prima che mi si impedisca di farlo».

8«E parlerai per lui?».

«Sì, figlio mio».

9«Grazie, Signore! Deve essere doloroso tanto essere separato così…», dice Marziam che ha quasi un luccichio di pianto negli occhi neri.

Una parabola sui figli.

I figli bastardi e il figlio vero.

47Gesù dice: «In verità, in verità vi dico che coloro che paiono bastardi sono figli veri, e quelli che sono figli veri divengono bastardi.

Udite, voi tutti, una parabola.

48Un tempo ci fu un uomo il quale, per alcuni suoi impegni, dovette assentarsi per lungo tempo da casa lasciando dei figli ancora poco più che fanciulli. Dal luogo in cui si trovava scriveva lettere ai suoi figli maggiori per tenerli sempre nel rispetto del padre lontano e per ricordare loro i suoi insegnamenti. L’ultimo, nato quando egli era partito, era ancora a balia presso una donna lontana di lì, dei paesi della moglie, che non era della sua razza. La moglie venne a morire mentre questo figlio era ancora piccolo e lontano da casa. I fratelli dissero: “Lasciamolo là dove è, presso i parenti di nostra madre. Forse il padre se ne scorderà e noi ne avremo utile, avendo a dividere con uno di meno, quando nostro padre verrà a morte”. E così fecero. In questa maniera il fanciullo lontano visse allevato dai parenti materni, ignorando gli insegnamenti del padre, ignorando di avere un padre e dei fratelli, o peggio conoscendo l’amarezza della riflessione: “Essi tutti mi hanno ripudiato come fossi un bastardo”, e giunse persino a credere di esserlo, tanto si sentiva reietto dal padre.

49Il caso volle che, fatto uomo e messosi ad un impiego – perché, inasprito come era dai pensieri sopraddetti, aveva preso in odio anche la famiglia di sua madre, che riputava colpevole di adulterio – questo giovane andasse nella città dove era il padre suo. E senza sapere chi fosse lo avvicinò ed ebbe modo di sentirlo parlare. L’uomo era un saggio. Non avendo soddisfazioni dai figli lontani – che ormai facevano da sé, mantenendo solo rapporti convenzionali col padre lontano, tanto per ricordargli che essi erano i “suoi” figli e che perciò se ne ricordasse nel testamento – si occupava molto di dare retti consigli ai giovani che aveva modo di avvicinare nella terra dove era. Il giovane fu attratto da quella rettezza, che era paterna verso tanti giovani, e non solo si accostò a lui ma fece tesoro di ogni sua parola, facendo buono il suo animo inasprito.

50L’uomo si ammalò, dovette decidersi a tornare in patria. E il giovane gli disse: “Signore, tu solo mi hai parlato con giustizia, elevando l’animo mio. Lascia che io ti segua come servo. Non voglio ricadere nel male di prima”. “Vieni con me. Starai al posto di un figlio di cui non ho più potuto avere notizia”. E tornarono insieme alla casa paterna.

51Né il padre, né i fratelli, né lo stesso giovane, intuirono che il Signore aveva riunito di nuovo quelli di un sangue sotto un unico tetto. Ma il padre ebbe molto a piangere per i figli a lui noti, perché li trovò dimentichi dei suoi insegnamenti, avidi, duri di cuore, non più con la fede in Dio ma sibbene con molte idolatrie in cuore: superbia, avarizia e lussuria erano i loro dèi, e non volevano sentire di altro che utile umano non fosse. Lo straniero, invece, sempre più si accostava al Signore, si faceva giusto, buono, amoroso, ubbidiente. I fratelli lo odiavano perché il padre amava quello straniero. Egli perdonava e amava perché aveva capito che nell’amore è la pace.

52Il padre, un giorno, disgustato dalla condotta dei figli, disse: “Voi vi siete disinteressati dei parenti di vostra madre e persino del fratello vostro. Mi ricordate la condotta dei figli di Giacobbe verso il loro fratello Giuseppe. Voglio andare a quelle terre per sapere di lui. Può darsi che lo ritrovi e che ne abbia conforto”. E si accomiatò tanto dai figli noti come dal giovane sconosciuto, dando a questo viatico di denaro perché potesse tornare al luogo da dove era venuto e mettervi un piccolo commercio.

53Giunto alle terre della moglie morta, i parenti di essa gli raccontarono che il figlio abbandonato, dal nome primitivo di Mosè era passato a quello di Manasse, perché realmente egli col suo nascere aveva fatto dimenticare al padre di essere giusto avendolo abbandonato.

 54“Non fatemi torto! Mi era stato detto che del fanciullo si erano perdute le tracce, e neppure speravo trovare più alcun di voi. Ma ditemi di lui. Come è? É cresciuto forte? Assomiglia alla mia amata sposa che si esaurì nel darmelo? É buono? Mi ama?”.

55“Forte è forte, e bello è come la madre sua, solo che ha gli occhi di un nero schietto. Ma persino della madre ha preso la voglia di carruba sul fianco. Di te invece ha la pronuncia lievemente blesa. Andò da adulto via di qui, inasprito della sua sorte, avendo dubbi sull’onestà della madre, e per te avendo del rancore. Buono sarebbe stato se non avesse avuto questo rancore nell’anima. Andò oltre monti e fiumi fino a Trapezius per…”.

56“A Trapezius dite? Nel Sinopio? Oh! dite! Io là ero e vidi un giovane che era lievemente bleso, solo e triste, e buono tanto sotto la sua crosta di durezza. É lui? Dite!”.

57“Forse lui sarà. Ricercalo. Sul fianco destro ha la carruba rilevata e scura come l’aveva la moglie tua.

58L’uomo partì a precipizio, sperando ritrovare ancora lo straniero alla sua casa. Era partito per tornare verso la colonia di Sinopio. E l’uomo dietro… Lo trovò. Lo fece venire per scoprirgli il fianco. Lo riconobbe. Cadde in ginocchio lodando Iddio per avergli reso il figlio, e buono più degli altri che sempre più imbestiavano mentre questo, nei mesi che erano intercorsi, si era sempre più fatto santo. E al figlio buono disse: “Tu avrai la parte dei fratelli perché tu, senza amore da parte di alcuno, ti sei fatto giusto più di ogni altro”.

59E non era giustizia? Sì che lo era. In verità vi dico che sono veri figli del Bene coloro che reietti dal mondo e spregiati, odiati, vilipesi, abbandonati come bastardi, reputati obbrobrio e morte, sanno superare i figli cresciuti nella casa ma ribelli alle leggi di essa. Non è essere d’Israele che dà diritto al Cielo. Né è essere farisei, scribi o dottori che assicura la sorte. É avere buona volontà e venire generosamente alla Dottrina di amore, farsi nuovi in essa, farsi per essa figli di Dio in spirito e verità.

60Voi tutti che udite, sappiate che molti, che si credono sicuri in Israele, saranno soppiantati da coloro che per essi sono pubblicani, meretrici, gentili, pagani e galeotti. Il Regno dei Cieli è di chi sa rinnovarsi accogliendo la Verità e l’Amore».


38. Nicolai la prima conquista di Giovanni per Gesù[214].

Nicolai di Antiochia.

18La sinagoga si svuota, rimanendo i fedeli a Gesù…

E vi è uno straniero in un angolo. Un uomo robusto che nessuno osserva, al quale nessuno parla. Del resto egli pure non parla con nessuno. Guarda solo fissamente Gesù, tanto che il Maestro volge il suo sguardo in quella direzione, lo vede e chiede a Giairo chi sia.

«Non so. Uno di passaggio certo».

19Gesù lo interpella: «Chi sei?».

«Nicolai, proselite di Antiochia, diretto a Gerusalemme per la Pasqua».

«Chi cerchi?».

«Te, Signore Gesù di Nazareth. Ho desiderio di parlarti».

«Vieni». E avutolo vicino esce con lui nell’orto dietro la sinagoga per ascoltarlo.

20«Ho parlato ad Antiochia con un tuo discepolo di nome Felice. Ho ardentemente desiderato di conoscerti. Mi ha detto che luogo di sosta tua è Cafarnao, e hai la Madre a Nazareth. E anche che vai al Getsemani o a Betania. L’Eterno fa che io ti trovi al primo luogo. C’ero ieri… E ti ero presso stamane mentre Tu piangevi pregando, presso la fonte… Ti amo, Signore. Perché sei santo e mite. Credo in Te. Le tue azioni, le tue parole mi avevano già fatto tuo. Ma la tua misericordia di poco fa, per i colpevoli, mi ha deciso. Signore, accoglimi al posto di chi ti abbandona! Vengo a Te con tutto quanto ho: la vita e i beni, tutto». Si è inginocchiato dicendo le ultime parole.

21Gesù lo guarda fissamente… poi dice: «Vieni. Da oggi sarai del Maestro. Andiamo dai tuoi compagni».

Tornano nella sinagoga, dove è un grande parlare dei discepoli e degli apostoli con Giairo.

22«Ecco un nuovo discepolo. Il Padre mi consola. Amatelo come un fratello. Andiamo con lui a dividere il pane e il sale. Poi nella notte voi partirete con lui per Gerusalemme e noi colle barche andremo a Ippo… E non dite la mia strada a nessuno, onde Io non sia trattenuto».

La prova della vocazione.

23Ma intanto il sabato è finito, e quelli che vogliono fuggire Gesù sono in folla sulla spiaggia, per contrattare i traghetti per Tiberiade. E litigano con Zebedeo che non vuole cedere la sua barca, già pronta, vicina a quella di Pietro, per la partenza nella notte di Gesù con i dodici.

«Io vado ad aiutarlo!», dice Pietro che è irritato.

24Gesù, ad evitare urti troppo forti, lo trattiene dicendo: «Andiamo tutti, non tu solo».

E vanno… E gustano l’amarezza di vedere che i fuggenti se ne vanno senza un saluto, tagliando netto ogni discussione pur di allontanarsi da Gesù… e sentono anche qualche epiteto spregevole e consigli acri ai fedeli discepoli…

25Gesù si volge per tornare a casa dopo che la turba ostile se ne è andata, e dice al nuovo discepolo: «Li senti? Questo è ciò che ti attende venendo a Me».

26«Lo so. Per questo resto. Ti avevo visto in un giorno glorioso fra folla che ti acclamava salutandoti “re”. Ho scosso le spalle dicendo: “Un altro povero illuso! Un’altra piaga per Israele!”, e non ti ho seguito perché parevi un re, e neppure a Te pensavo più. Ora ti seguo perché nelle tue parole e nella tua bontà vedo il promesso Messia».

Secondo annuncio della Passione

27«In verità tu sei più giusto di molti altri. Però ancora una volta lo dico. Chi spera in Me un re terreno si ritiri. Chi sente che si vergognerà di Me nel cospetto del mondo accusatore si ritiri. Chi si scandalizzerà di vedermi trattato da malfattore si ritiri. Ve lo dico mentre ancora potete farlo senza essere compromessi agli occhi del mondo. Imitate coloro che fuggono su quelle barche, se non vi sentite di condividere la mia sorte nell’obbrobrio per poterla condividere poi nella gloria. Perché questo sta per avvenire: il Figlio dell’uomo sta per essere accusato e messo poi nelle mani degli uomini, i quali lo uccideranno come un malfattore e crederanno averlo vinto. Ma inutilmente avranno fatto il loro delitto. Perché Io risorgerò dopo tre giorni e trionferò. Beati quelli che sapranno essere meco fino alla fine!».

L’Iscariota, modello dei traditori.

28Sono giunti alla casa e Gesù affida ai discepoli il nuovo venuto, salendo da solo dove era prima. Anzi entra nella stanza superiore e si siede, pensando.

Salgono dopo un poco l’Iscariota con Pietro.

«Maestro, Giuda mi ha fatto riflettere a delle cose giuste».

«Dille».

29«Tu prendi questo Nicolai, un proselite, e del quale ignoriamo il passato. Già tante noie abbiamo avuto… e abbiamo. E ora? Che sappiamo di lui? Possiamo fidarci? Giuda giustamente dice che potrebbe essere una spia mandata dai nemici».

30«Ma sì! Un traditore! Perché non vuole dire da dove viene e chi lo manda? Io l’ho interrogato, ma dice solo: “Sono Nicolai di Antiochia, proselite”. Io ho fieri sospetti».

30«Ti ricordo che egli viene perché mi vede tradito».

«Può essere menzogna! Può essere un tradimento!».

31«Chi dovunque vede menzogna o vede tradimento è anima capace di tali cose, perché si misura sul proprio modello», dice serio Gesù.

«Signore, Tu mi offendi!», grida Giuda sdegnato.

«Lasciami, dunque, e vai con chi mi abbandona».

Giuda esce sbatacchiando la porta con mal modo.

Gesù-Messia, Re solo per lo spirito.

32«Però, Signore, Giuda non ha tutti i torti… E poi non vorrei che… quell’uomo dicesse di Giovanni. Non può essere che l’uomo di Endor il Felice che ti manda questo…».

33«Così è certamente. Ma Giovanni di Endor è prudente ed ha ripreso il suo antico nome. Sta’ tranquillo, Simone. Un uomo che si fa discepolo, perché sente che la mia causa umana è già persa, non può essere che uno retto di spirito. Ben diverso è quello di colui che ora è uscito, e che è venuto a Me perché sperava di essere il principe di un re potente… e non si persuade che Io sono Re solo per lo spirito…».

«Sospetti di lui, Signore?».

34«Di nessuno. Ma in verità ti dico che dove giungerà Nicolai, discepolo e proselite, Giuda di Simone apostolo, israelita e giudeo, non giungerà».

Il Cuore di Gesù.

35«Signore, io avrei voglia di interrogare Nicolai su… Giovanni».

«Non lo fare. Giovanni non gli ha dato incarichi perché è prudente. Non essere tu l’imprudente».

«No, Signore. Te lo chiedevo soltanto…».

36«Scendiamo ad affrettare le cene. A notte alta partiremo… Simone… mi ami tu?».

«Oh! Maestro! Ma che dici?».

37«Simone, il mio cuore è più scuro del lago in una notte di tempesta e tanto agitato come quello…»[215].

38«Oh! Maestro mio!… Che ti devo dire, se io sono ancor più… scuro e agitato di Te? Ti dirò: “Ecco il tuo Simone. E se ti può dare conforto il mio cuore, prenditelo”. Non ho che questo, ma è sincero».

39Gesù gli pone per un momento la testa sul petto ampio e robusto e poi si alza e scende, con Pietro[216].

39. Lettere da Antiochia

Notizie dei missionari[217].

71« Ti è andata bene con Giovanni. Sai? Ieri è venuto Tolmai con altri e mi ha portato lettere per Te. Le hanno le sorelle. Ma dove sono rimaste Marta e Maria? Non provvedono a farti onore?». Lazzaro è inquieto come molti malati.

«Sta’ buono. Sono fuori con Simone e Marziam. Sono venuto con loro. E non abbisogno di nulla. Ora li chiamo».

72E infatti chiama quelli che, prudenti, erano rimasti fuori. Marta esce e torna con due rotoli che dà a Gesù. Maria riferisce intanto che il servo di Nicodemo ha detto che precede il padrone che viene con Giuseppe d’Arimatea.

74Lazzaro guarda Marziam ammirato. E Marziam è sulle spine. Vorrebbe sapere ciò che è nei rotoli. Gesù lo comprende e li apre.

Lazzaro dice: «Come? Egli sa?».

«Sì. Egli e gli altri meno Natanaele, Filippo, Tommaso e Giuda…».

75«Bene hai fatto a tenerlo celato a lui!», prorompe Lazzaro.

«Io ho molti sospetti…».

76«Non sono imprudente, amico», lo interrompe Gesù e legge i rotoli riferendo poi le notizie principali, ossia che i due si sono acclimatati, che la scuola prospera e che, senza il declinare di Giovanni, tutto andrebbe bene. Ma non può dire di più perché si annuncia la venuta di Nicodemo e Giuseppe.

I confidenti[218].

31La cena è presto consumata. E, dopo, Gesù invita sua Madre e Maria d’Alfeo ad andare con Lui e con i discepoli per l’uliveto silenzioso. Forse le altre tre donne andrebbero volentieri esse pure. Ma Gesù non le chiama, e anzi dice a Salome e Porfirea: «Fate sante parole con la nuova sorella e poi coricatevi senza attenderci. La pace sia con voi». E le tre si rassegnano al loro destino. Pietro è un poco imbronciato e tace, mentre tutti parlano mentre in gruppo vanno proprio verso il futuro masso dell’agonia. Si siedono sul ciglio avendo di fronte Gerusalemme, che si quieta lentamente dopo la confusione della giornata.

32«Accendi dei rami, Pietro», ordina Gesù.

«Perché?»

33«Perché voglio leggervi ciò che scrivono Giovanni e Sintica. Per questo, tu che sei malcontento sappilo, per questo non ho fatto venire le tre donne».

«Ma mia moglie c’era quella sera!…»

34«Ma escludere soltanto Salome, delle vecchie discepole, sarebbe stato brutto… Del resto ciò ti darà modo di sfogare la tua lingua narrando alla tua moglie prudente ciò che ora senti».

35Pietro, gongolante per l’elogio dato a Porfirea e per la concessione di poterla mettere al corrente del segreto, perde il broncio di colpo e si dà da fare ad accendere un allegro falò, dal quale si alzano fiamme diritte, ferme nell’aria calma.

Gesù si leva dalla cintura le due lettere, le svolge e legge nel mezzo del cerchio attento di undici volti.

Saluti.

36«”A Gesù di Nazareth onore e benedizione. A Maria di Nazareth benedizione e pace. Ai fratelli santi pace e salute. A Marziam beneamato pace e carezze.

37Lacrime e sorrisi sono nel mio cuore e sul mio volto mentre mi siedo per scrivere questa lettera per voi tutti. Ricordi, nostalgie, speranze e pace del dovere compiuto sono in me. Tutto il passato che per me ha valore, ossia quello iniziato dodici mesi or sono, mi è davanti, e un salmo di riconoscenza a Dio, troppo pietoso per il colpevole, mi sgorga dal cuore. Che Tu sia benedetto, e con Te la Santa che ti ha dato al mondo, e l’altra madre che mi ricordo come la compassione incarnata, e con Te benedetti Pietro, Giovanni, Simone, Giacomo e Giuda, e l’altro Giacomo, e Andrea e Matteo, e infine, preso sul cuore per benedirlo, Marziam carissimo, per tutto quanto mi avete dato, dal momento che vi conobbi a quello che vi lasciai! Oh! non per mio volere! Dio perdoni coloro che hanno strappato me a voi! Dio li perdoni. E aumenti in me la capacità di farlo, di mio. Per ora, col suo aiuto, insieme a Lui lo posso fare. Ma da solo, no, ancora non potrei, perché troppo rovente è la ferita che essi mi hanno fatto con lo strapparmi alla mia vera Vita, a Te, Santissimo. Troppo rovente ancora nonostante i tuoi conforti siano una pioggia continua e balsamica su me…”»

Interferenza di Pietro.

38Gesù scorre molte righe senza leggerle. E riattacca: «”La mia vita… “»; ma Pietro, che per aiutare il Maestro a vedere ha preso un ramo fiammeggiante e lo tiene alzato, stando presso il Maestro e allungando il collo per vedere lo scritto, dice: «No, no, non è così! Perché non leggi, Maestro? C’è dell’altro in mezzo! Bestia sono, ma non tanto da non saper leggere piano. Io leggo: “Le tue promesse hanno superato le mie speranze…”»

39«Ma sei terribile! Peggio di un ragazzo!», dice Gesù sorridendo.

«Sicuro! Sono un vecchio a momenti! Perciò ho più malizia di un fanciullo».

«Dovresti anche avere più prudenza».

40«É buona per i nemici. Qui siamo fra amici. Qui Giovanni dice delle belle cose di Te. Voglio saperle. Per regolarmi anche io per quando Tu mi spedissi come una mercanzia altrove. Su, leggi tutto! Madre, diglielo tu che non è giusto darci le notizie sceverate come tanti pesciolini. Fuori! Fuori! Alghe, mota, pesce minuto e pesce prelibato. Tutto! Aiutatemi voi! Sembrate tante statue! Mi fate stizza! E ridono!».

41Non ridere è difficile davanti all’agitazione di Pietro, che salta qua e là come un puledro imbizzito, scuotendo il suo ramo fiammeggiante senza curarsi delle scintille che gli piovono addosso. Gesù deve cedere per calmarlo e potere andare avanti nella lettura.

Apparizione di Gesù.

42«”Le tue promesse hanno superato le mie speranze nelle tue promesse. Oh! Maestro santo! Quando in quella triste mattina d’inverno Tu mi hai promesso che Tu saresti venuto a consolare il tuo triste discepolo, io non ho capito il vero valore della tua promessa. Il dolore e la relatività dell’uomo opprimevano le facoltà dello spirito, ed esso era ottuso nel capire la portata della tua promessa.

43Che Tu sia benedetto, spirituale visitatore delle mie notti, che perciò non sono desolazione e dolore come mi prevedevo, ma attesa di Te, o gioioso incontro con Te. La notte, orrore dei malati, degli esiliati, dei soli, dei colpevoli, per me, veramente Felice di fare il tuo volere e di servirti, si è fatta ‘l’attesa delle vergini sagge per l’arrivo dello sposo’. La povera anima mia ha anzi più ancora. Ha la beatitudine di essere la sposa che attende il suo Amore, che viene nella stanza nuziale per darle ogni volta la gioia del primo incontro e l’estasi fortificante della fusione.

Supplica.

44Oh! mio Maestro e Signore, mentre ti benedico del tanto che mi dai, ti prego di ricordarti le due altre promesse che mi hai fatto. La più importante, per il troppo debole uomo che sono, è di non lasciarmi in vita per l’ora del tuo dolore. Tu conosci la mia debolezza! Non fare che colui che per il tuo amore si è spogliato dall’odio debba, per l’odio verso gli uomini tuoi carnefici, tornare a vestire le spinose e brucianti divise dell’odio. La seconda è per il tuo povero discepolo, anche esso troppo debole e incompiuto nella perfezione. Siimi presso, come hai detto, nell’ora del mio morire. Ora che so come per Te non esistono distanze, e mari, monti, fiumi e volere degli uomini non ti impediscono di dare a chi ti ama il conforto della tua sensibile presenza, non dubito più di poterti avere al mio spirare. Vieni, Signore Gesù! E vieni presto ad introdurmi nella pace.

Ed ora che ti ho parlato dello spirito, ti darò notizie del mio lavoro.

Il pedagogo.

45Ho molti allievi, di ogni razza e paese. Per non urtare questi o quelli, ho diviso i giorni e alterno un dì ai pagani, uno ai fedeli, con molto profitto, data l’assenza qui di pedagoghi. Il guadagno lo do ai poveri e così li attiro al Signore. Ho ripreso il mio antico nome non perché lo ami, ma per prudenza. Nelle ore che sono del mondo, sono ‘Felice’. Nelle ore che sono di Gesù solo, sono ‘Giovanni’: la grazia di Dio. Ho spiegato a Filippo che il vero nome era Felice e che Giovanni ero detto solo per distinguermi fra i fratelli. E nessuno stupore ha creato la cosa, data la facilità con cui cambiamo nomi o chiamiamo per soprannomi. Spero di fare qui molto lavoro, per preparare la via ai fratelli santi. Se avessi più forze vorrei spingermi per queste campagne a rendere noto il tuo Nome. Ma forse lo potrò nella prima estate o per le frescure di autunno. E solo che possa, lo farò. L’aria pura di Antigonio, questi giardini così placidi e belli, i fiori, i fanciulli, le gallinelle, l’affetto dei giardinieri, e soprattutto quello grande, saggio, figliale di Sintica, mi giovano molto. Direi che sono migliorato. Così non la pensa Sintica, benché questo suo pensiero si palesi solo dalle sollecite e continue cure che ha di me, per il mio cibo, per il mio riposo, perché io non prenda freddo… Ma io mi sento meglio. Questa non è forse sensazione che viene dal dovere eroicamente compiuto? Così dice Sintica. E vorrei sapere se dice bene. Perché il dovere è cosa morale, mentre la malattia è cosa carnale.

46E anche vorrei sapere se Tu vieni realmente o se mi appari soltanto ai sensi spirituali, ma così perfettamente da non lasciarmi distinguere dove finisce la realtà materiale della tua Presenza.

47Maestro caro e benedetto, il tuo Giovanni si inginocchia chiedendoti benedizione. Alla Madre, a Maria, ai fratelli santi, pace e benedizione. A Marziam un bacio perché si ricordi di mandare le sante parole, pane agli esuli che sono operai nella vigna del Signore”.

Questa è la lettera di Giovanni… Che ne dite?».

48Un incrociarsi di impressioni… Ma più forte di tutte è quella sulla presenza di Gesù. Lo tempestano di domande… sul come può essere, se può essere, e se Sintica vede ecc. ecc.

Gesù fa un gesto di silenzio e apre il rotolo di Sintica.

La maestra cristiana.

49Legge: «”Sintica al Signore Gesù con tutto l’amore di cui è capace. Alla Madre benedetta venerazione e lode. Ai fratelli nel Signore riconoscenza e benedizione. A Marziam l’abbraccio della sorella lontana.

50Giovanni ti ha detto, o Maestro, la nostra vita. Molto sinteticamente ti ha detto ciò che egli fa e che io, donnescamente, faccio. Ho la mia scuoletta piena di fanciulle e molto guadagno spiritualmente perché te le guadagno, o mio Signore, parlando del vero Dio attraverso allo stesso lavoro. Qui, in questa regione dove tante razze si sono mescolate, è una matassa arruffata di religioni. Tanto arruffata che… non sono più che impraticabili religioni, filacce di religioni che non servono più a nulla. In mezzo, rigida e intransigente, la fede degli israeliti che col suo peso spezza i già logori fili delle altre senza ottenere nulla.

51Giovanni, avendo alunni, deve agire con prudenza. Io, con le fanciulle, vado più liberamente. Essere donne è sempre una inferiorità, tanto che alle famiglie di diverse religioni non importa se le fanciulle si mescolano in un’unica scuola. Basta che imparino la fruttuosa arte del ricamo. E sia benedetto il concetto dispregioso che il mondo ha di noi donne, perché mi permette così di allargare sempre più il mio cerchio di azione. I ricami vanno a ruba, la fama si estende, vengono dame da lontano. A tutte ho modo di parlare di Dio… Oh! come anche i fili, che divengono fiori, animali, stelle sul telaio o sulla tela, servono, sol che si voglia, ad indirizzare le anime alla Verità. Avendo conoscenza di diverse lingue posso usare il greco coi greci, il latino coi romani, l’ebraico con gli ebrei. Anzi, in questo sempre più mi miglioro con l’aiuto di Giovanni.

La carismatica.

52Altro mezzo di penetrazione è l’unguento di Maria. Ne ho fatto molto, di novello, con le essenze qui esistenti, e ad esso ho mescolato una particella di quello originario, per santificarlo. Ulceri e dolori, ferite e mal di petto scompaiono. Vero è che io, mentre spalmo e fascio, non faccio che dire i due Nomi santi: Gesù-Maria. Anzi, giocando sul nome greco di Cristo, ho chiamato questo balsamo: ‘Unto Mirra’. Non è forse così? Non c’è in esso l’essenza salutifera della Mirra di Dio che ti ha generato, o prezioso Olio che ci fai re? Devo stare molte volte alzata per poterne preparare sempre di nuovo, e pregherei la Santa di prepararne ancora e mandarmelo per i Tabernacoli, per poterlo mescolare all’altro fatto dalla infima serva di Dio. Però, se facessi male a fare così, dillo, Signore. E mai più lo farò.

La testimone.

53Il caro Giovanni mi loda molto. E che dovrei dire io di lui, allora? Soffre acutamente, ma è di una fortezza meravigliosa. Non sapessi il suo segreto ne stupirei. Ma da quella notte che tornando da un malato l’ho scoperto estatico e trasfigurato, ed ho sentito le sue parole, e prostrata mi sono, intuendo che Tu eri presente al tuo servo, io non posso più stupirmi. Forse qualche fratello stupirà invece sentendo che non mi rammarico di non aver visto io pure. Perché dovrei farlo? Tutto è bene, tutto è sufficiente di ciò che Tu dai. Ognuno riceve la parte che merita e che gli è necessaria. Bene dunque è se Giovanni ha Te visibile ed io ti ho solo nello spirito.

54Sono io felice? Come donna ho rimpianti del tempo che fui con Te e Maria. Ma come anima felicissima sono, perché solo ora io ti servo, mio Signore. Penso che il tempo è un nulla. Penso che l’ubbidienza è moneta per entrare nel tuo Regno. Penso che darti aiuto è grazia che supera ciò che la povera schiava poteva sognare anche in ora di delirio, e che Tu mi hai concesso di aiutarti. Penso che, separata ora, ti avrò infine per tutta l’eternità. E canto la canzone di Giovanni come fa una calandra a primavera sui campi d’oro dell’Ellade. Le mie fanciulle la cantano perché dicono che è bella. Io le lascio cantare sul ritmo del telaio, così simile a quello del remo in quel giorno lontano, perché penso che dire il tuo nome, o Madre, sia predisporsi alla Grazia.

55Giovanni mi prega di aggiungere la notizia che ti ha mandato un ottimo cittadino di Antiochia. Nicolai è il suo nome. La sua prima conquista per il tuo gregge. Molto speriamo che Nicolai non deluda il concetto che di lui abbiamo in cuore.

56Benedici la tua serva, Signore. Benedicila, o Madre, beneditemi tutti, o voi, santi, e tu, fanciullo benedetto che cresci in sapienza presso il Signore”.

Postilla.

57Così scrive Sintica. E ha aggiunto una postilla all’insaputa di Giovanni. Dice in essa: “Giovanni non grandeggia e rinforza che nello spirito. Il resto declina nonostante ogni cura. Molto conta nel primo dell’estate. Io penso che non potrà fare ciò che dice. Penso che l’inverno soffochi la sua larva di vita… Ma è in pace. E si santifica con le opere e con la sofferenza. Mantienigli la forza con la tua presenza, o mio Signore! Ti chiedo di sottoporre me ad ogni pena in cambio di questo dono per il tuo discepolo. Mandando queste da Tolmai a Lazzaro, ti supplico di volere dire a lui e alle sorelle che ricordiamo le loro bontà per noi, e per loro costantemente e ardentemente preghiamo”».

Tutti si scambiano nuove impressioni.

Il pianto di Maria.

58Andrea si curva per chiedere qualcosa a Maria e resta stupefatto a vedere delle lacrime sul suo volto.

59«Piangi?», chiede.

«Perché piange? Ma come? Madre!», dicono in molti.

60«Io lo so perché piange», dice Marziam.

«Perché, allora?».

61«Perché Giovanni ha ricordato la morte del Signore».

62«Già. É vero! E come lo sa se non c’era più quando Tu l’hai predetta?».

«Perché da Me l’ha saputo per suo conforto».

«Umh! Conforto!…».

63«Sì, conforto. La promessa che non attenderà molto ad avere il Regno. Egli lo merita perché vi ha superati nella volontà e nell’ubbidienza. Torniamo a casa. Prepareremo le risposte per darle a Tolmai, e tu, Marziam, unirai i tuoi libri».

64«Ah! capisco! capisco! Scriveva per loro!…».

65«Sì. Andiamo. Domani andremo al Tempio…».

40. Esperienze mistiche e carismatiche[219].

Le apparizioni di Gesù.

1E nella via del ritorno verso la casa di Giovanna, mentre sono un poco isolati fra la gente che si pigia nelle vie e che separa l’un dall’altro i molti della compagnia che segue Gesù, Pietro, che è col Maestro e con i due figli di Alfeo, domanda: «Ecco, Signore. Adesso che possiamo parlare un poco fra noi, mi dici una cosa che da ieri sera penso?».

«Sì, Simone. Dimmi che cosa è, ed Io risponderò».

2«É da ieri sera che penso alla grande grazia che Tu concedi a Giovanni ad Antigonio. Ma sai che è ben grande?! Una cosa unica. Fatta solamente a lui! Eppure anche Sintica merita tanto… E infine c’è tanta brava gente che… meriterebbe di vederti… e che non ti vede altro che quando ti è vicina. Noi, per esempio, come saremmo stati consolati quando ci hai mandati per il mondo! E delle volte si è stati in momenti che una tua parola ci avrebbe levati dall’incertezza… Ma Tu, a noi, non vieni mai… Perché questa differenza?».

3«Concludendo, tu, Simone mio, sei un poco geloso?…».

«Noooh! Ma… Insomma vorrei sapere tre cose: perché a Giovanni di Endor; se a lui solo; e se non c’è il caso che un giorno avvenga anche a noi, a me, per esempio, di vederti miracolosamente e di sapere da Te come regolarmi».

4«Ed Io ti rispondo. A Giovanni perché è uno spirito volonterosissimo ma che, per le sue avventure passate, ha delle debolezze, più fisiche che altro, che potrebbero far rovinare l’edificio che egli ha costruito della sua elevazione a Dio.

“La lebbra delle mura”.

5Vedi, amico mio? Il passato, stato per tanto tempo su noi come una crosta penetrata fin nel profondo, ha inciso segni indelebili, non solo, ma lascia tendenze indelebili in ogni uomo. Guarda ad esempio quella casupola costruita sotto il monte. Le acque del suolo, quelle che scolano dal monte durante le piogge, l’hanno penetrata lentamente. Ora c’è sole caldo, per mesi ci sarà. Ma le muffe che hanno penetrato la calcina saranno sempre presenti come macchie di lebbra. La casa è abbandonata perché dichiarata lebbrosa. In altri tempi, meno irridenti, la casa sarebbe stata demolita del tutto, secondo la legge. Perché è avvenuto questo disastro alla povera casa? Perché i proprietari di essa non hanno provveduto a tenere scavati fossatelli intorno ad essa per non fare stagnare le acque alla base, per derivare lontano dal lato che si appoggia al monte le acque scendenti dallo stesso. Ora la casa non solo è brutta, ma è minata dall’umido. Se un volonteroso pensasse a quei lavori e poi la ripulisse, raschiando le mura e cambiando i mattoni imporriti con altri nuovi, essa potrebbe essere usata ancora. Però presenterebbe sempre debolezze tali che in un terremoto sarebbe la prima a crollare. Giovanni è stato penetrato per anni dai veleni del male del mondo. Ha provveduto con la volontà a reciderli dalla sua anima tornata viva. Ma nella base nascosta nella carne, nella parte inferiore, sono rimaste debolezze… Lo spirito è forte, ma la sua carne è debole, e la carne sprigiona pure tempeste quando i suoi fomiti si congiungono ad elementi del mondo, capaci di scuotere l’io. Giovanni!… Che rimuovere di particelle del passato ha causato quanto è accaduto! Io ne aiuto la resistenza, la depurazione, la vittoria sul risorgere del passato, do conforto al suo troppo soffrire come posso. Perché egli lo merita. Perché è giusto aiutare una volontà santa contro cui si è lanciata in assalto tutta la nequizia del mondo. Sei persuaso?».

6«Sì, Maestro. E… a lui solo ti mostri?».

Gesù sorride guardando Pietro, che lo guarda dal basso e pare un bambino che osservi il volto del padre. Risponde: «Non a lui solo. Anche ad altri che sono lontani a costruirsi la loro santità, faticosamente e da soli».

I doni e la buona volontà.

«Chi sono?».

«Ciò non è necessario sapere». Giacomo d’Alfeo chiede: «E a noi, per esempio, quando saremo soli e chissà come tormentati dal mondo?… Non ci aiuterai della tua presenza?».

7«Voi avrete il Paraclito con le sue luci».

«Va bene… Ma io… non lo conosco… e… penso che non riuscirò mai a capirlo. Tu invece… Dirò: “Oh! ecco il Maestro” e ti chiederò cosa fare, con sicurezza che sei Tu…», dice Pietro. E termina: «Il Paraclito! Troppo eccelso per il povero pescatore! Chissà come parla difficile e come è… leggero: un soffio che passa… Chi se ne accorge? Io ho bisogno di uno scrollone, di un urlo, perché la mia zucca si svegli e possa capire. Ma Tu, se mi appari, ti vedo, e allora… Promettimi, anzi, promettici che ci apparirai anche a noi. Ma così, eh?! Così di carne e sangue. Che ti si veda bene e ti si senta meglio».

8«E se venissi a rimproverare?».

«Non importa! Ma almeno – vero, voi due? – almeno sapremo ciò che c’è da fare!».

I due figli di Alfeo annuiscono.

9«Ebbene, ve lo prometto. Per quanto, credetelo, il Paraclito saprà farsi capire dalle vostre anime. Ma verrò Io a dirvi: “Giacomo, fa’ questo e quello. Simon Pietro, non sta bene che tu faccia quest’altro. Giuda, fortificati per essere pronto a questo o a quest’altro”»

10«Oh! molto bene. Ora sono più quieto. E vieni sovente, sai? Perché io sarò come un povero bambino sperduto e che non fa che piangere e… fare cose non buone…». E quasi quasi Pietro ci piange da ora…

I doni e la buona volontà.

11Giuda Taddeo chiede: «Non potresti farlo per tutti, da ora? Voglio dire: per i dubitosi, per i colpevoli, per i rinnegatori. Forse un miracolo…».

12«No, fratello. Il miracolo fa molto bene, il miracolo di tal genere specialmente, quando è dato a tempo e luogo, a persone non maliziosamente colpevoli. Dato a persone maliziosamente colpevoli, aumenta la loro colpevolezza perché aumenta la loro superbia. Il dono di Dio lo prendono per debolezza di Dio che supplica loro, gli orgogliosi, di permettergli di amarli. Il dono di Dio lo prendono per un prodotto dei loro grandi meriti. Si dicono: “Dio si umilia con me perché io sono santo”. É la rovina completa, allora. La rovina di un Marco di Giosia, ad esempio, e con lui di altri… Guai, guai a chi prende questa via satanica. Il dono di Dio si muta in esso in veleno di Satana. É la prova più grande e più sicura del grado di elevazione e di volontà santa in un uomo essere beneficato di doni straordinari. Molto sovente l’uomo se ne inebria umanamente, e da spirituale diviene tutto umanità, e poi scende e diviene satanicità».

I doni e il libero arbitrio.

13«E allora perché Dio li concede? Sarebbe meglio non li concedesse!».

«Simone di Giona, per farti imparare a camminare tua madre ti ha sempre tenuto nelle fasce e sulle braccia?».

«No. Mi metteva per terra e a gambe libere».

«Ma sarai caduto?».

«Oh! infinite volte! Molto più che ero molto… Insomma fin da piccolo avevo pretesa di fare da me e di fare tutto bene».

14«Ma ora non caschi più?».

«Ci mancherebbe altro! Ora so che andare in cima ad una spalliera di sedia è pericoloso, che pretendere di usare delle grondaie per scendere dal tetto alla corte è errore, che volere volare dal fico dentro la casa, come fossimo uccelli, è da matto. Ma da piccino non lo sapevo. E se non mi sono ammazzato è proprio un mistero. Però pian piano ho imparato a fare buon uso delle gambe e anche del cervello».

15«Allora Dio ha fatto bene a darti gambe e cervello, e tua madre a lasciarti imparare a tue spese?».

«Certo!».

«Così fa Dio con le anime. Dà loro i doni e, come una madre, avverte e insegna. Ma poi ognuno deve da sé ragionare a come usarli».

16«E se è ebete?».

«Dio non dà i doni agli ebeti. Questi li ama perché sono infelici, ma non dà ciò che non comprenderebbero di avere».

«Ma se li desse e loro li usassero male?».

«Dio li tratterebbe da quel che sono: incapaci, e perciò irresponsabili. Non li giudicherebbe».

17«E se uno, intelligente quando li riceve, poi diviene stolto o folle?».

«Se è per malattia, non è colpevole di non usare il dono avuto».

18«Ma… uno di noi, per esempio? Giosia… o… o un altro, ecco?!».

«Oh! allora! Meglio per lui non esser nato! Ma così si separano i buoni dai malvagi… Penosa operazione, ma giusta».

41. Giovanni assurse cantando
il suo ultimo poema
[220]

Incontro di Zenone con il Dio vero.

Zenone travolto dal dolore.

37Vanno sino all’ampio vestibolo che è sul dietro della casa, più un portico semitondo aperto sul parco che un vestibolo; e il parco si prolunga nella casa, in questo vestibolo a semicerchio, aperto sul giardino e ornato di colonne con rami di roseti ora senza fiori e ramaglie gentili di gelsomini, stellate di fiori e di altri arrampicanti purpurei dei quali ignoro il nome.

«La pace sia con te, straniero. Mi volevi?»

38«Salute e gloria, Signore. Ti volevo. Ho una lettera per Te. Me l’ha data una donna greca ad Antiochia. Sono… No, non sono più greco perché ho preso cittadinanza romana per continuare il mio appalto. Sono fornitore delle milizie romane. Li odio. Ma vettovagliarli è fruttuoso. Per quanto ci hanno fatto, cicuta dovrei mescolare alle farine. Ma bisognerebbe avvelenarli tutti. Pochi non serve. Farebbero peggio… Si credono lecito tutto perché sono forti. Dei barbari sono, rispetto ai greci. Ci hanno rubato tutto per ornarsi del nostro e fingersi civili. Ma gratta la crosta, che è tinta della nostra civiltà, e scopri sempre un Amulio, un Romolo, un Tarquinio… Scopri sempre un Bruto uccisore di chi lo benefica. Ora hanno Tiberio! Poco ancora per loro! Hanno Seiano. Hanno ciò che sta loro bene. Il ferro, le catene, i delitti che hanno fatto si rivoltano contro loro stessi e mordono le carni dei bruti romani. Poco, ancor troppo poco. Ma ciò che è legge avverrà. Quando il mostro sarà divenuto enorme per suo proprio peso, precipiterà e imputridirà. E i vinti rideranno sull’enorme cadavere e diventeranno di nuovo i vincitori. Così sia. Tutti i piedi dei conquistatori a premere colei che ha tutto schiacciato con la sua espansione brutale… Ma perdona, Signore. Il perpetuo dolore mi ha travolto ancora una volta…

Quesiti sulla dottrina del Messia.

39Dicevo che una greca mi ha dato una lettera per Te e mi ha detto che Tu sei il Virtuoso perfetto. Virtuoso… Sei giovane per esserlo… I grandi spiriti dell’Ellade spesero la vita per diventarlo un poco… Eppure la donna mi ha detto la tua Idea. Se veramente credi in ciò che insegni, Tu sei grande… É vero che Tu vivi per prepararti alla morte per dare al mondo la sapienza del vivere da dèi e non da bruti, siccome ora gli uomini fanno? É vero che Tu asserisci esservi solo una ricchezza degna di essere raggiunta: quella delle virtù? É vero che sei venuto per redimere, ma che la redenzione si inizia in noi stessi, seguendo i tuoi insegnamenti? É vero che noi possediamo l’anima e dobbiamo averne cura essendo cosa divina, imperitura, incorruttibile per sua natura, ma che noi, noi soli vivendo da bruti possiamo sdivinizzare pur non potendola distruggere? Rispondi, o Grande!».

«E’ vero. Tutto è vero».

L’anima di Zenone.

40«Per Zeus! Questo diceva anche il sommo Nostro. Ma pareva una musica alla quale mancasse una nota, una lira alla quale mancasse una corda. Ogni tanto si sentiva un vuoto, invalicato dal filosofo. Tu lo hai colmato, se realmente sei venuto non soltanto per insegnare ma anche per morire, non costretto a ciò da alcuno, ma per volontà propria di ubbidienza al Dio, ciò che cambia la tua morte da suicidio in sacrificio… Per la divina Pallade! Nessuno dei nostri dèi fece mai questo. Dunque deduco esser Tu più di essi. La greca dice che essi non sono, e Tu solo sei… Parlo io dunque ad un dio? E può un dio ascoltare così un vettovagliatore ladro e astioso del nemico, un miserabile uomo? Perché mi ascolti?».

41«Perché vedo la tua anima».

«La vedi?!!! Come è?».

42«Contorta, sporca, anguicrinita, amara, ignorante, nonostante che il tuo intelletto sia ben diverso da quello di un barbaro. Ma dentro del tempio brutto hai un altare che attende, come quello che è nell’Areopago e attende la stessa cosa. Attende il Dio vero».

La via che porta ad essere dio.

43«Te allora, perché la greca dice che Tu sei il Dio vero. Ma, per Zeus, è vero ciò che dici della mia anima. Sei più chiaro e sicuro dell’oracolo delfico. Ma Tu predichi pace e amore e perdono. Difficili virtù. E continenza predichi, e onestà d’ogni specie… Esser ciò è esser dèi più grandi degli dèi, perché essi… oh! non sono pacifici, onesti, magnanimi!… Essi sono la perfezione delle passioni male dell’uomo, eccetto Minerva che è almeno sapiente… La stessa Diana!… Pura, ma crudele… Sì, esser ciò che Tu predichi è esser più degli dèi. Se lo divenissi… per il bellissimo Ganimede! Lui, da giovanetto ad aquila olimpica e divo coppiere. Ma Zenone, da fornitor di biade ai barbari padroni a dio… Ma lascia che io mi ci interni in questo pensiero, e leggi la lettera della donna, intanto…», e l’uomo si dà a passeggiare come un peripatetico.

Lettera di Sintica.

Lettura di Gesù in privato.

44Pietro, stanco, vedendo che il discorso era lungo, si era comodamente seduto su un sedile dell’atrio e nel fresco dell’ambiente, nel morbido dei cuscini gettati sul sedile, si è messo tranquillamente a sonnecchiare… Però deve aver tenuto un orecchio vigile, perché lo desta il rumore del sigillo spezzato e della pergamena svoltolata, e sorge in piedi, strofinandosi gli occhi assonnati. Si accosta al Maestro che legge, ritto in piedi sotto un lampadario di lastre di mica delicatamente violacea. La luce essendo tenue, adatta a illuminare il luogo senza levargli l’incanto della luna nelle notti serene, Gesù tiene alto il foglio per leggere le parole, e Pietro, molto più basso del Maestro, standogli al fianco, cerca di allungare il collo, di alzarsi in punta di piedi per vedere, ma non può.

45«E’ Sintica, eh? Che dice?», chiede due volte e supplica: «Leggi forte, Maestro!».

Ma Gesù risponde: «Sì. E’ lei… Dopo…», e legge, legge, e finito il primo foglio lo piega e se lo mette nelle pieghe della cintura e riprende la lettura sul secondo foglio.

46«Quanto ha scritto, eh?! Come sta Giovanni? E chi è quell’uomo?». Pietro è insistente come un bambino.

Gesù è talmente assorto che non lo ascolta più. Anche il secondo foglio è finito e segue la sorte del primo.

47«Si sciupano lì. Dàlli a me da tenere….», e certo pensa: «e da sbirciare». Ma, alzando gli occhi per seguire le mani del Maestro che svolgono il terzo e ultimo foglio, vede brillare una lacrima sospesa sulle ciglia bionde di Gesù.

«Maestro?! Piangi?! Perché, Maestro mio?», dice e gli si stringe contro abbracciandolo alla vita col suo braccio muscoloso e corto. 48«E’ morto Giovanni…».

«Oh! poveretto! Quando?».

«Ai primi grandi calori… desiderandoci tanto…».

«Oh! povero Giovanni!… Ma già… era finito!… E’ il dolore di separarsi… Tutto per dei serpenti! Li conoscessi per nome!… Leggi forte, Signore. Volevo bene, io, a Giovanni!».

«Dopo. Dopo leggerò. Taci ora». Gesù legge attento…

Pietro si allunga ancor più per vedere… La lettura è finita. Gesù ripiega il foglio e dice: «Chiama mia Madre».

«Non leggi?».

«Attendo gli altri… Intanto congederò quell’uomo».

La nuova patria  immortale.

49E mentre Pietro entra in casa, dove sono le discepole con Giovanna, Gesù va dal greco: «Quando parti?».

«Oh! devo andare a Cesarea dal Proconsole e poi a Joppe dopo aver acquistato merci. Partirò fra un mese, in tempo per evitare le tempeste di novembre. Partirò per mare. Hai bisogno di me?».

«Sì, per rispondere. La greca dice che mi posso fidare di te».

50«Ci dicono falsi. Ma abbiamo anche la capacità di non esserlo. Fidati di me. Puoi preparare lo scritto e cercarmi per i Tabernacoli presso Cleante, quello che mi fornisce di formaggi di Giudea per le tavole dei romani. Terza casa dopo la fonte del villaggio di Betfage. Non puoi sbagliare».

51«Anche tu non puoi sbagliare se prosegui la via in cui hai messo piede. Addio, uomo. La civiltà greca ti porti a quella cristiana».

«Non mi rimproveri di odiare?».

«Senti che dovrei farlo?».

«Sì. Perché Tu riprovi l’odio come passione indegna e abborri la vendetta».

52«E tu che ne pensi?».

«Che colui che non odia e perdona è più grande di Giove».

53«Raggiungi allora quella grandezza… Addio, uomo. La tua famiglia ami Sintica e nell’esilio in cui siete prendete le vie della Patria immortale: il Cielo. Chi crede in Me e pratica le mie parole avrà quella Patria. La Luce ti illumini. Va’ in pace».

L’uomo saluta e si avvia. Poi si ferma, torna indietro, chiede: «Non ti sentirò parlare?».

54«All’aurora parlerò a Tarichea. Ma dopo vado verso la Sirofenicia e poi; non so per che strada, a Gerusalemme».

«Ti cercherò. E domani sarò a Tarichea per giudicare se sei eloquente come saggio».

Se ne va definitivamente.

Commenti sulla morte di Giovanni.

55Le donne sono nell’atrio e con Pietro commentano la morte di Giovanni. Ma sono venuti anche gli altri rimasti per la città ad avvisare che domani mattina il Rabbi sarà a Tarichea. E tutti parlano del povero Giovanni di Endor e sono ansiosi di sapere.

56«Egli è morto, Figlio?», domanda Maria.

«Sì. É nella pace».

«Veramente ha finito di soffrire», sospira Pietro.

56«É uscito dalla carcere definitivamente».

«Sarebbe stato giusto non avesse sofferto l’ultimo dolore dell’esilio», osserva con impeto Giuda d’Alfeo.

«Una purificazione di più».

57«Oh! io non vorrei per me questa purificazione. Ogni altra, ma non morire lontano dal Maestro!», grida Giacomo di Zebedeo.

58«Eppure… moriremo tutti così… Maestro… portaci via con Te!», dice Andrea dopo gli altri.

«Non sai ciò che chiedi, Andrea. Questo è il posto vostro fino alla mia chiamata. Ma sentite ciò che scrive Sintica.

Contenuto della lettera.

Zenone, futuro apostolo cristiano.

59“Sintica di Cristo al Cristo Gesù, salute.

60L’uomo che ti porterà questi fogli è un mio connazionale, mi ha promesso di cercarti sinché non ti ha trovato, riserbando per ultimo luogo Betania dove lascerà la lettera presso Lazzaro se non avesse potuto trovarti in nessun luogo. Egli è uno che si rifà come può di tutto il male che ha ricevuto, egli e i suoi avi, da parte di Roma. Per tre volte Roma li ha colpiti, e in molti modi, e sempre coi suoi metodi. Egli, con arguzia greca, dice che ora munge le vacche tiberine per far loro sputare le capre elleniche. É fornitore della casa del Legato e di molte case romane di questa piccola Roma, e grande città regina d’Oriente. Inoltre, dopo le raffinatezze per i ricchi, è riuscito a carpire, con astuta maniera fatta di omaggi servili che coprono odio insanabile, le forniture per le coorti d’Oriente. Il suo metodo non lo approvo. Ma ognuno ha il suo modo. Io avrei preferito il pane mendicato per la via agli scrigni d’oro avuti dall’oppressore. E così avrei fatto sempre se ora un altro motivo, che non è l’utile per me, non mi avesse spinta ad imitare il greco per il mio scopo.

61Ma in fondo è un buon uomo, e buona è sua moglie e le tre figlie e un figlio. Li ho conosciuti nella piccola scuola di Antigonio, ed essendosi ammalata all’inizio della primavera la madre, l’ho curata col balsamo e così sono entrata in casa loro. Molte case mi avrebbero ricevuta con piacere come maestra e ricamatrice. Case nobili e case commerciali, ma io ho preferito questa per un motivo che non è l’essere casa di greci. Ora ti spiegherò.

62Io ti prego di compatire Zenone anche se Tu non puoi approvare il suo pensiero. Egli è come certi terreni aridi, quarziferi alla superficie ma ottimi sotto la crosta dura. Io spero riuscire a levare questa crosta creata da tanto dolore e mettere a nudo il buon terreno. Sarebbe un grande aiuto per la tua Chiesa, essendo Zenone noto e collegato con tanti dell’Asia minore e della Grecia, oltre Cipro, Malta, e persino in Iberia, dove in ogni luogo ha parenti e amici, come lui greci e perseguitati, oppure anche romani delle milizie, o delle magistrature, utilissimi un giorno alla tua causa.

Profezia sulla Roma cristiana.

63Signore, mentre scrivo, da una delle terrazze della casa vedo Antiochia coi suoi moli sul fiume, il palazzo del Legato nell’isola, le sue vie regali, le sue mura dalle cento e cento torri poderose, e se mi volgo vedo la cresta del Sulpio che mi sovrasta con le sue caserme, e l’altro palazzo del Legato. Sono così fra le due manifestazioni della potenza romana, io povera donna soggetta, sola. Ma non mi dànno paura. Anzi penso che ciò che non può l’ira degli elementi e la forza di tutto un popolo in rivolta, farà la debolezza che non dà ombra, la apparente debolezza, spregevole ai potenti, di chi è una forza perché possiede Dio: Te.

64Penso, e te lo dico, che questa forza romana sarà la forza cristiana quando ti avrà conosciuto, e che dalle cittadelle della romanità pagana occorrerà iniziare il lavoro, perché esse saranno sempre le padrone del mondo e una romanità cristiana vorrà dire una cristianità universale. Quando questo? Non so. Ma sento che sarà. Onde guardo con un sorriso queste testimonianze di potenza romana, pensando a quel giorno che metteranno le insegne e la loro forza a servizio del Re dei re. Le guardo come si guardano amici utili che ancora non sanno di esserlo, che faranno soffrire prima di essere conquistati, ma che, conquistati che siano, porteranno Te, la conoscenza di Te sino ai confini del mondo.

65Io, povera donna, oso dire ai miei grandi fratelli in Te che, quando sarà l’ora della conquista del mondo al tuo Regno, non da Israele, troppo chiuso nel suo rigorismo mosaico inasprito da quello fariseo e delle altre caste per essere conquistato, ma da qui, dal mondo romano, dalle propaggini di esso – i tentacoli con cui essa Roma strozza ogni fede, ogni amore, ogni libertà che non sia quale essa vuole, ad essa utile – da qui dovrà iniziarsi la conquista degli spiriti alla Verità.

66Tu lo sai, Signore. Ma io parlo per i fratelli che non possono credere che anche noi, i gentili, si abbia anelito al Bene. Ai fratelli dico che sotto la corazza pagana vi sono cuori delusi del vuoto pagano, nauseati della vita che conducono perché così si usa, stanchi di odio, di vizio, di durezza. Vi sono spiriti onesti, ma che non sanno dove appoggiarsi per trovare appagamento al loro anelito al Bene. Date ad essi una Fede che li appaghi. Morranno per essa portandola sempre più avanti come una fiaccola fra le tenebre, come gli atleti dei giuochi ellenici”».

Intervallo.

67Gesù ripiega il primo foglio e, mentre gli ascoltatori commentano lo stile, la forza, le idee di Sintica, e si chiedono perché non è più ad Antigonio, Gesù svolge il secondo foglio.

68Pietro, finora rimasto seduto, si torna ad avvicinare come per sentire meglio e riprende a sollevarsi sulle punte dei piedi per vedere, stringendosi a Gesù.

69«Simone, fa tanto caldo e tu mi opprimi», dice sorridendo Gesù. «Torna al tuo posto. Non hai sentito fino ad ora?».

70«Sentito? Sì. Ma non ho veduto. E ora voglio vedere, perché Tu è da quel foglio lì che sei mutato e hai pianto… E non è solo per Giovanni… Che era morente si sapeva…».

71Gesù sorride ma, per impedire a Pietro di sbirciare da dietro le spalle sullo scritto, si addossa alla più vicina colonna, incurante di allontanarsi dalla luce del lampadario che, in compenso, se non illumina il foglio illumina molto il viso di Gesù.

Pietro, ben deciso a vedere, a capire, trascina uno sgabello di fronte a Gesù e si siede tenendo gli occhi fissi sul volto del Maestro.

Il seme del cristianesimo.

72«”Tanto sono convinta di questo che, rimasta sola, ho lasciato Antigonio per Antiochia, certa di potere lavorare più in questo terreno, dove come a Roma tutte le razze si fondono e mescolano, che là dove impera Israele… Non posso, io, donna, partire alla conquista di Roma. Ma se l’Urbe mi è irraggiungibile, sulla figlia più bella dell’Urbe, la più somigliante alla madre in tutto l’Orbe, io getto il seme… Su quanti cuori cadrà? In quanti germoglierà? In quanti verrà trasportato altrove e attenderà gli apostoli per germinare? Non so. Non chiedo di sapere. Faccio. Offro al Dio che ho conosciuto, e che appaga il mio spirito e il mio intelletto, il lavoro. In questo Dio credo come a Dio unico e onnipotente. So che non delude chi è di buona volontà. Questo mi basta e mi sorregge nel fare.

Sul transito di Giovanni.

73Maestro, Giovanni è morto il sesto giorno avanti le none di giugno secondo i romani, quasi alla neomenia di tamuz secondo gli ebrei.

74Signore… A che dirti ciò che sai? Eppure lo dico per i fratelli. Giovanni morì da giusto e, per la verità sulle sue sofferenze, dovrei dire da martire.

75Io l’ho assistito con tutta la pietà che una donna può avere, con tutto il rispetto che si ha per un eroe, con tutto l’amore che si ha per un fratello. Ma ciò non ha impedito una sofferenza tale che io, non per disgusto o stanchezza ma per compassione, pregavo l’Eterno di chiamarlo alla pace. Egli diceva: ‘alla libertà’.

76Che parole uscivano dalla sua bocca! Può mai un uomo che è sceso fino in fondo, come egli diceva, salire a tanta luce di sapienza? Oh! la morte è proprio il mistero che rivela la nostra origine, e la vita è lo scenario che nasconde il mistero. Uno scenario che ci viene dato senza disegni e sul quale noi possiamo lavorare ciò che vogliamo. Egli vi aveva scritto molte cose, non tutte belle. Ma le ultime furono sublimi. Dal cielo fosco del basso, su cui erano disegni di dolore umano e di umana violenza, come sapiente artefice era passato a sempre più luminosi segni, decorando di virtù lo scorcio della sua vita cristiana e finendo in una luminosità fulgida di anima perduta in Dio.

77Io te lo dico: non parlò, ma cantò il suo ultimo poema. Non morì, ma assurse. Né io potei distinguere con esattezza quando era ancora l’uomo che parlava o quando già parlava lo spirito figlio di Dio.

78Signore, ho letto, Tu lo sai, tutte le opere dei filosofi per cercare un pascolo all’anima legata dalle doppie catene della schiavitù e del paganesimo. Ma quelle erano opere d’uomo. Qui non erano più voci d’uomo, erano parole di super-uomo, di spirito regale, più, di spirito semidivino.

79Io ho vegliato sul mistero, che non sarebbe stato capito d’altronde da quelli che ci ospitavano, buoni con l’uomo ma israeliti nel più ampio e completo senso del nome… E quando negli ultimi tocchi dell’amore Giovanni non fu più che un amore parlante, io ho allontanato ognuno e ho raccolto io sola ciò che Tu certo sai…

80Signore… quell’uomo è morto, è ‘uscito finalmente dalla carcere, è andato nella libertà’, come egli diceva col filo di voce degli ultimi giorni e con lo sguardo acceso d’estasi, stringendomi la mano e svelandomi il Paradiso con le sue parole. Quell’uomo è morto insegnandomi a vivere, perdonare, credere, amare. E’ morto preparandomi all’ultimo tempo della tua vita.

81Signore, tutto so. Mi aveva istruito sui profeti nelle sere d’inverno. Conosco il Libro come una vera israelita. Ma so anche ciò che il Libro non specifica…

82Maestro mio e mio Signore… io lo imiterò. E io vorrei lo stesso favore, ma penso che sia più eroico non chiederlo, e fare la tua volontà…”»

Intervallo.

83Gesù ripiega il foglio e fa per prendere il terzo.

84«No, no, Maestro! Non può essere… C’è dell’altro. Non può essere finito così presto il foglio!», esclama Pietro.

85«Tu non leggi tutto! Perché, Signore? Voi! Protestate. Sintica ha scritto più per noi che per Lui, e Lui non ci legge».

86«Non insistere, Pietro!».

87«Sì che insisto! Eccome se insisto! Ho visto, sai, che il tuo occhio andava più in basso di colpo e che, c’è trasparenza, non hai letto le ultime righe. Non starò quieto che finché rileggi la fine di quel foglio. Piangevi prima!… E che? C’è forse da piangere in quello che hai letto? Dispiace, sì, saperlo morto… ma una morte così non fa piangere! Io credevo che fosse morto male, perdendo il suo spirito… Invece… Leggi, su! Madre! Giovanni! Voi che ottenete tutto…».

88«Ascoltalo, Figlio mio, e se anche è cosa penosa a sapersi berremo tutti il calice…».

«Sia come volete…

Consapevolezza della Verità.

89“Conosco il Libro come una vera israelita. Ma so anche ciò che il Libro non specifica, ossia che ormai la tua Passione non tarderà a compiersi, poiché Giovanni è morto e Tu gli hai promesso breve sosta nel Limbo. Egli me lo ha detto. Egli mi ha detto che Tu avevi promesso di levarlo prima che conoscesse come e dove può giungere l’odio d’Israele verso Te, e ciò per impedire che per amore di Te egli odiasse i tuoi torturatori. Ora egli è morto… e Tu sei dunque prossimo a morire… No. A vivere. Veramente a vivere con la tua Dottrina, con Te stesso in noi, con la Divinità in noi dopo che il tuo Sacrificio ci renderà la vita dell’anima, la Grazia, l’unione col Padre, col Figlio, con lo Spirito Santo.

90Maestro, mio Salvatore, mio Re, mio Dio… forte è la mia tentazione, anzi è stata forte, di raggiungerti ora che Giovanni dorme col corpo nel sepolcro e riposa con lo spirito nell’attesa. Raggiungerti per essere con le altre presso la tua ara. Ma le are vanno ornate non solo della vittima, ma di ghirlande in onore del Dio per il cui onore si celebra il sacrificio. Io metto la mia violacea ghirlanda di discepola lontana ai piedi della tua ara. Vi metto l’ubbidienza, il lavoro, il sacrificio di non vederti e ascoltarti… Ah! sarà ben duro! E‘ ben duro ora che sono finiti i tuoi colloqui soprannaturali con Giovanni e io non ne godo più!… Signore, alza la tua mano sulla tua serva perché ella sappia fare solo la tua volontà e ti sappia servire” ».

Intervallo.

91Gesù piega il foglio e guarda i volti degli ascoltatori. Sono pallidi. Ma Pietro mormora: «Non capisco perché piangevi… Credevo ci fosse altro…».

92«Piangevo perché confrontavo l’uxoricida, il galeotto di un tempo e la schiava pagana con troppi in Israele».

93«Ho capito! Ti angoscia che gli ebrei siano inferiori ai gentili, e i sacerdoti e principi ai galeotti. Hai ragione. Ero stolto! Che donna questa donna! Peccato che abbia dovuto andar via!…»

Gesù spiega il terzo foglio.

94«”E sappia imitare in tutto il discepolo e fratello che è già nella pace, che vi è andato dopo aver compiuto ogni purificazione… in tuo onore e per alleviare le tue sofferenze”».

95«Ah! no, poi!». Pietro è saltato con agilità sul sedile prima che Gesù possa scostarsi e vede che non è possibile esser già là dove Gesù guarda. Occorre tenere presente che la cartapecora si arrotola su se stessa man mano che è lasciata libera in alto, e perciò molte righe sono ormai nascoste nell’alto del foglio.

96Gesù alza la testa e, con volto più mesto che triste, dolce ma fermo, respinge il suo apostolo e dice: «Pietro, il tuo Maestro sa ciò che ti fa bene! Lascia che Io ti dia ciò che ti è buono…».

97Pietro è tocco da quelle parole, e più dallo sguardo di Gesù, così implorante, lucido di una lacrima che sta per cadere. Scende dal sedile dicendo: «Ubbidisco… Ma che ci sarà mai li?!».

La scelta delle anime.

98Gesù riprende a leggere: «”Ed ora che ho parlato di altri, parlo di me. Ho lasciato Antigonio dopo la sepoltura di Giovanni. Non perché mi trattassero male. Ma perché sentivo che non era il mio posto. Perché lo sentivo? Non so. Lo sentivo. Come ti ho detto, avevo conosciuto molte famiglie perché molti erano venuti a noi. Ho preferito sistemarmi presso quella di Zenone, proprio perché è nell’ambiente dove conto lavorare.

99Una donna romana mi voleva nella sua splendida casa presso i Colonnati di Erode. Una ricchissima siriana mi invitava a maestra nel laboratorio di stoffe che il marito, di Tiro, ha impiantato in Seleucia. Una vedova proselite, madre di sette fanciulle, abitante presso il ponte Seleucio, mi voleva per rispetto a Giovanni, maestro dei fanciulli. Una famiglia greco-assira, con empori in una via presso il Circo, chiedeva che io andassi da essa perché nel tempo dei giuochi potevo essere utile. Infine un romano, già centurione, credo, certo militare, qui rimasto con non so quale preciso impegno, guarito lui pure con il balsamo, insisteva per avermi.

100No. Non volevo i ricchi, non i mercanti. Volevo anime, e anime greche e romane, perché sento che da queste deve iniziarsi l’espansione della tua Dottrina nel mondo.

Seminatrice del Regno.

101Ed eccomi in casa di Zenone sulle pendici del Sulpio, presso le caserme. La cittadella incombe minacciosa dalla vetta. Eppure, così arcigna come è, è migliore dei ricchi palazzi dell’Onfolo e del Ninfeo, e vi ho amici. Un milite che ti conosce, di nome Alessandro. Un semplice cuore di fanciullo chiuso in un gran corpo di soldato. E lo stesso tribuno, da poco giunto qui da Cesarea, sotto la sua clamide ha un retto cuore. Nella sua semplicità rozza si avvicina più alla Verità Alessandro. Ma anche il tribuno, che ti ammira come un retore perfetto, un filosofo ‘divino’, come egli dice, non è ostile alla Sapienza, se anche ancora non può accogliere la Verità. Ma conquistare questi e le loro famiglie con un minimo di tua conoscenza vuol dire gettare il seme di questa conoscenza a settentrione e mezzogiorno, a oriente e occidente, perché le milizie sono come dei grani agitati dal ventilabro, meglio, delle pule che il mulinello del vento, in questo nostro caso il volere dei Cesari e le necessità di dominio, sparge per ogni dove.

Tutto per il trionfo del Messia.

102Quando verrà un giorno che i tuoi apostoli, come uccelli lanciati a volo, si spargeranno sulla Terra, grande aiuto sarà per loro trovare nei luoghi di apostolato uno, uno solo, anche uno solo che non ignori che Tu fosti. Per questa idea curo anche le membra dolenti dei vecchi gladiatori e quelle ferite dei giovani gladiatori. Per questo non sfuggo più le donne romane, per questo sopporto quelli che mi erano dolore… Tutto. Per Te.

103Se sbaglio, consigliami con la tua sapienza. Sappi solo, ma lo sai, che i miei sbagli vengono da incapacità, ma non da malizia. Signore, la tua serva ti ha detto tanto… un niente del tanto che ho in cuore. Ma Tu vedi il mio spirito. Signore… Quando vedrò il tuo volto? Quando rivedrò tua Madre, i fratelli?… La vita è un sogno che passa. Passerà la separazione. Sarò in Te, e con loro, e sarà la gioia e la libertà per me, anche per me, come per Giovanni.

104Mi prostro ai tuoi piedi, mio Salvatore. Benedicimi con la tua pace.

105A Maria di Nazareth, alle discepole, pace e benedizione. Agli apostoli e ai discepoli, pace e benedizione. A Te, Signore, gloria e amore.

106Ho letto. Madre, vieni con Me. Voi attendetemi, oppure riposate. Io non rientro. Resto in preghiera con mia Madre. Giovanna, se alcuno mi cerca, sono nel chiosco presso il lago».

Il sacrificio della Missionaria.

Il grande bambino buono.

107Pietro ha tratto in disparte Maria e le parla concitato ma sotto voce. Maria gli sorride e mormora qualcosa. Poi raggiunge suo Figlio che segue il sentiero appena visibile nella notte.

108«Che voleva Simone di Giona?».

«Sapere, Figlio mio. É come un bambino… un grosso bambino… Ma è tanto buono».

109«Sì, è molto buono. E ha pregato te, che sei buonissima, per sapere… Ha scoperto il punto debole: te e Giovanni. Lo so. Mostro di non saperlo, ma lo so. Ma non posso sempre cedere per farlo contento… Non occorreva, Gionata. Stavamo anche al buio», dice vedendo Gionata accorrere con una lucerna d’argento e dei cuscini che dispone sulla tavola e sui sedili del chiosco.

«Lo ha ordinato Giovanna. La pace a Te, Maestro».

«E a te».

Restano soli.

La Consolatrice.

110«Dicevo che non sempre posso accontentarlo. Questa sera non potevo. Tu sola puoi sapere i punti che ho taciuto. Ti ho voluta per questo e anche per stare con te, Mamma… Stare con te nelle ultime ore prima di una separazione è radunare tanta dolce forza da esserne ricco per molte ore di solitudine fra il mondo, che non mi capisce o mi capisce male. E stare con te nelle prime ore di un ritorno è ritemprarsi subito nella tua dolcezza di tutti i calici che devo bere nel mondo… e che sono così disgustosi e amari».

111Maria lo carezza senza parlare. Ritta in piedi presso Lui seduto, è la Madre che conforta il Figlio. Ma Egli la fa sedere e dice: «Ascolta…»; e allora Maria, nella posa attenta, seduta di fronte a Lui, diviene la discepola che pende dalle labbra di Gesù Maestro.

La Messaggera di vita.

112«Sintica scrive parlando di Antiochia: “Qui il volere – non so distinguere dove cessa quello degli uomini e ha inizio quello di Dio, perché non sono saggia – qui il volere, più forte del mio desiderio, mi ha portata, e chissà che ciò non sia stato tutto volere di Dio. Certo è che, quasi di sicuro per una grazia del Cielo, io amo ormai questa città che, con le vette del Casio e dell’Amano a vegliarla da due lati e le creste verdi delle Montagne nere più lontano, molto mi ricorda la patria perduta. E mi pare che questo sia il primo passo di ritorno verso la mia terra, e non già passo di pellegrina stanca che torna per morire, ma di messaggera di vita che viene a dare vita a chi le fu madre. Mi pare che da qui, rondine riposata al volo e nutrita di Sapienza, io debba volare là, alla città dove vidi la luce e dalla quale voglio, vorrei salire alla Luce dopo aver dato la Luce che mi fu data.

113I miei fratelli in Te, lo so, non approverebbero questo pensiero. Vogliono solo per loro la tua sapienza. Ma sbagliano. Un giorno capiranno che il mondo aspetta, e che il mondo sprezzato sarà il migliore. Io preparo loro la via. Non qui soltanto, ma con quanti qui fanno capo e poi tornano ad altri paesi, e non distinguo tanto se sono gentili o proseliti, greci o romani, o di altre colonie dell’Impero e della Diaspora. Parlo, suscito volontà di conoscerti… Il mare non è fatto di una nuvola che si svuota. É fatto di nuvole, nuvole, nuvole che si svuotano sulla terra e si riversano in mare. Io sarò una nuvola. Il mare sarà il cristianesimo. Voglio moltiplicare la conoscenza di Te per contribuire a formare il mare del cristianesimo. Io, greca, so parlare ai greci, non tanto con l’idioma quanto con la comprensione… Io, già schiava dei romani, so lavorare i romani di cui conosco i punti sensibili. E, per quanto ho vissuto fra gli ebrei, so anche come trattare costoro, specie qui dove i proseliti sono numerosi. Giovanni è morto per la tua gloria. Io vivrò per la tua gloria. Benedici i nostri spiriti”.

La vera libertà.

114E più oltre, là dove parla della morte di Giovanni, là dove non ho lasciato che Simone leggesse, è scritto: “Giovanni è morto dopo aver compiuto ogni purificazione, anche l’estrema, del perdono a coloro che col loro modo di fare lo hanno ucciso e ti hanno costretto ad allontanarlo. So il nome di costoro, almeno del principale di costoro. Giovanni me lo ha rivelato dicendo: ‘Diffida sempre di lui. É un traditore. Ha tradito me, tradirà Lui e i compagni. Ma io perdono all’Iscariota come Egli perdonerà. É già tanto grande l’abisso in cui lui giace che non voglio farlo più profondo col mio non perdonargli di avermi ucciso separandomi da Gesù. Il mio perdono non lo salverà. Nulla lo salverà, perché è un demonio[221]. Non lo dovrei dire, io che fui assassino, ma io avevo almeno un’offesa a farmi folle. Egli inveisce su chi non gli ha fatto del male e finirà col tradire il suo Salvatore. Ma gli perdono perché la bontà di Dio ha fatto del suo livore verso di me il mio bene. Vedi? Tutto ho espiato. Egli, il Maestro, me lo ha detto ieri sera. Ho tutto espiato. Ora esco dalla carcere. Ora entro veramente nella libertà, libero anche dal peso del ricordo del peccato di Giuda di Keriot verso un infelice che aveva trovato la pace presso il suo Signore’.

Sacrificio della discepola.

115Io pure, a suo esempio, lo perdono di avermi strappata a Te, alla Madre benedetta, alle sorelle discepole, all’udirti, al seguirti sino alla morte, per essere presente al trionfo tuo di Redentore. E lo faccio per Te, in tuo onore e per alleviare le tue sofferenze. Sta’ in pace, mio Signore. Il nome dell’obbrobrio che è fra le file dei tuoi seguaci non uscirà dalle mie labbra, e con questo non uscirà niente di quanto ho sentito da Giovanni quando il suo io parlava con la tua invisibile, letificante Presenza. Sono stata in forse se venire da Te prima di sistemarmi nella nuova dimora. Ma ho sentito che mi sarei tradita col ribrezzo per l’Iscariota e che ti avrei nuociuto presso i tuoi nemici. Ho sacrificato così anche questo conforto… certa che il sacrificio non sarà senza frutto e senza premio”.

I morti sentono l’amore della preghiera.

116Ecco, Madre. Potevo leggere questo a Simone?».

«No. Non a lui, non agli altri. Nel mio dolore ho la gioia di questa morte santa di Giovanni… Figlio, preghiamo perché egli senta il nostro amore e… e perché Giuda non sia l’obbrobrio… Oh! è orrendo!… Eppure… noi perdoneremo…»

117«Preghiamo…».

Si alzano in piedi e pregano nella luce tremula della lampada, fra cortine di rami penduli, mentre la risacca ha un respiro sincopato contro la sponda…

42. A Betania viene ricordato
Giovanni di Endor
[222].

L’uomo e il suo rimorso.

“Elisa trionfa nella sua gioia”

1Una casa di Betania sempre più triste, ma sempre accogliente… La presenza di amici e discepoli non leva la tristezza alla casa. Vi sono Giuseppe, Nicodemo, Mannaen, Elisa e Anastasica che, a quel che comprendo, non hanno saputo resistere lontane da Gesù e se ne scusano come di una disubbidienza, ben decise però a non andarsene. Ed Elisa ne spiega le valide ragioni che sono: l’impossibilità per le sorelle di Lazzaro di seguire il Maestro, per dare a Lui e agli apostoli quelle cure muliebri che sono necessarie ad un gruppo di uomini soli e perseguitati per giunta.

2«Noi sole possiamo. Perché Marta e Maria non possono lasciare il fratello. Giovanna non c’è. Annalia è troppo giovane per venire con voi. Niche è bene che stia là dove è per accogliervi là. I miei capelli bianchi evitano le mormorazioni. Io ti precederò dove Tu andrai, o starò dove Tu mi dici, e Tu avrai sempre una madre vicina, ed io penserò di avere ancora un figlio. Farò ciò che Tu vuoi, ma lasciami servirti».

3Gesù acconsente sentendo che tutti trovano giusta la cosa. Forse anche, nelle grandi amarezze che certo ha nel cuore, desidera vicino un cuore materno in cui trovare un riflesso della dolcezza materna…

Elisa trionfa nella sua gioia.

4Gesù dice: «Starò sovente a Nobe. Tu andrai nella casa del vecchio Giovanni. Me l’ha offerta per le mie soste. Ti troverò ad ogni nostro ritorno…».

Consigli al Messia.

5«Conti andare via nonostante le piogge?», chiede Giuseppe d’Arimatea.

«Sì. Voglio andare ancora verso la Perea sostando nella casa di Salomon. Poi verso Gerico e la Samaria. Oh! vorrei andare in tanti luoghi ancora…».

6«Non allontanarti troppo, Maestro, dalle strade presidiate e dalle città presidiate da un centurione. Essi sono incerti. E anche gli altri lo sono. Due paure. Due sorveglianze. Su Te. E a vicenda. Ma credi che, per Te, sono meno pericolosi i romani…».

7«Ci hanno abbandonato…», scatta Giuda di Keriot.

8«Lo credi? No. Fra quei gentili che ascoltano il Maestro puoi discernere forse i mandati da Claudia o da Ponzio? Fra i liberti della prima e delle sue amiche non sono pochi quelli che potrebbero parlare nel Bel Nidrasc se fossero israeliti. Non dimenticare mai che dei dotti ce ne sono in ogni luogo, che Roma asservisce il mondo, che i suoi patrizi amano prendersi il bottino migliore per ornamento alle loro case. Se i ginnasiarchi e i presidi dei Circhi scelgono ognuno ciò che a loro può dare guadagno e gloria, i patrizi scelgono quelli che per coltura o bellezza sono decoro e soddisfazione delle case e di loro stessi… Maestro, questo discorso mi suscita un ricordo… Mi è concesso farti una domanda?».

«Parla».

L’ uomo ha ucciso il rimorso.

9«Quella donna, quella greca che era qui lo scorso anno… e che era un capo d’accusa per Te, dove è? Molti hanno cercato sapere… non per buon fine. Ma io non ho cattivo desiderio… Soltanto… Che sia tornata nell’errore non mi pare possibile cosa. C’era in lei un grande intelletto e una giustizia sincera. Ma non vederla più…».

10«In un luogo della Terra ella, la pagana, ha saputo esercitare per un israelita perseguitato la carità che gli israeliti non avevano».

11«Vuoi parlare di Giovanni di Endor? É con lei?».

«É morto».

«Morto?».

12«Sì. E lo si poteva lasciar morire a Me vicino… Non c’era molto da attendere… Coloro, e sono tanti, che hanno lavorato per provocare il suo allontanamento, hanno commesso un omicidio come avessero alzato la mano armata di coltello su di lui. Gli hanno spaccato il cuore. E anche sapendolo morto di questo, non pensano di essere degli omicidi. Non sentono rimorso di esserlo stati. Si può uccidere in molti modi i fratelli. Con l’arma e con la parola, o con qualche azione malvagia. Come un riferire, a chi perseguita, i luoghi del perseguitato, il levare ad un infelice un asilo di conforto… Oh! in quanti modi si uccide… Ma l’uomo non ne sente rimorso. L’uomo, e questo è il segno della sua decadenza spirituale, ha ucciso il rimorso».

13É così severo Gesù dicendo queste parole che nessuno trova forza di parlare. Si sogguardano, a capo chino, confusi, anche i più innocenti e buoni.

14Gesù, dopo un silenzio, dice: «Non occorre che nessuno riporti ai nemici del morto e ai miei ciò che ho detto, per farli giubilare satanicamente. Ma, se vi interrogano, rispondete pure che Giovanni è in pace, col corpo in un sepolcro lontano e lo spirito in attesa di Me».

15«Signore, questo ti ha dato molta pena?», chiede Nicodemo.

«Che? La sua morte?».

«Sì».

16«No.

La sua morte mi ha dato pace perché è stata la sua pace. Pena, una grande pena mi hanno dato quelli che per un basso sentimento hanno denunciato al Sinedrio la sua presenza fra i discepoli e prodotto la sua partenza. Ma ognuno ha il suo sistema, e solo una grande volontà buona può mutare gli istinti e i sistemi. Però vi dico: “Chi ha denunciato denuncerà ancora. Chi ha fatto morire farà ancora morire. Guai a lui, però. Crede di vincere e perde. E lo attende il giudizio di Dio».

Chi odia suo fratello è un demonio.

17«Perché mi guardi così, Maestro?», chiede Giovanni di Zebedeo turbandosi e arrossendo come fosse colpevole.

18«Perché se guardo te nessuno penserà, neppure il più malvagio, che tu possa avere odiato un tuo fratello».

19«Sarà stato qualche fariseo o qualche romano… Egli li serviva d’uova…», dice Giuda di Keriot.

20«Un demonio è stato. Ma gli ha fatto del bene volendogli nuocere. Ha affrettato la sua completa purificazione e la sua pace».

21«Come lo hai saputo? Chi ti ha portato la notizia?», chiede Giuseppe.

22«Ha forse bisogno il Maestro di avere chi gli porta le notizie? Non vede forse le azioni degli uomini? Non è andato a chiamare Giovanna perché venisse a Lui e guarisse? Cosa impossibile a Dio?», dice veemente Maria di Magdala.

23«E’ vero,  donna. Ma pochi possiedono la tua fede… E per questo ho fatto una stolta domanda».

24«Va bene. Ma ora, Maestro, vieni. Lazzaro si è destato e ti attende…». E se lo porta via, recisa e decisa, troncando ogni altro possibile discorso o domanda.

Giovanni –Felice è felice[223]

16Sintica sta prendendo una sacca da viaggio. È sera, perché arde un lume piccolo, tremulo, dalla luce molto relativa, posato su una tavola presso la donna intenta a ripiegare delle vesti.

La stanza si illumina vivamente e Sintica alza il capo, stupita, a vedere cosa succede, donde viene quella luce così chiara in quella stanza tutta chiusa. Ma, prima che veda, Gesù la previene: «Sono Io. Non temere. Mi sono mostrato a molti per confermarli nella fede. Anche a te mi mostro, discepola ubbidiente e fedele. Sono risorto. Vedi? Non ho più dolore. Perché piangi?».

La donna, davanti alla bellezza del Glorificato, non trova le parole… Gesù le sorride per incoraggiarla e soggiunge: «Sono lo stesso Gesù che ti ha accolta sulla via presso Cesarea. Sapesti parlare allora che eri tanto timorosa e che ti ero lo Sconosciuto. Ed ora non sai dirmi una parola?».

«O Signore! Io stavo partendo… Per levarmi dal cuore tanta inquietudine e dolore».

«Perché dolore? Non ti hanno detto che ero risorto?».

«Hanno detto e contraddetto. Ma delle loro contraddizioni non mi sono turbata. Io sapevo che Tu non potevi corromperti in un sepolcro. Ho pianto sul tuo martirio. Ho creduto, prima ancora che me la dicessero, alla tua risurrezione. E ho continuato a credere quando sono venuti altri a dire che non era vero. Ma volevo venire in Galilea. Pensavo: a Lui non posso fare più del male. Egli ora è più Dio che Uomo. Non so se so dir bene…».

«Capisco il tuo pensiero».

«E dicevo: Lo adorerò, e vedrò Maria. Pensavo che Tu non rimarresti molto fra noi e affrettavo la partenza. Dicevo: quando sarà tornato al Padre, come diceva, sua Madre sarà un poco triste nella sua gioia. Perché è un’anima, ma è anche una madre… E io cercherò di consolarla, ora che è sola… Superba ero!».

«No. Eri pietosa. Dirò a mia Madre il tuo pensiero. Ma non venire là. Resta dove sei e continua a lavorare per Me. Ora più di prima. I tuoi fratelli, i discepoli, hanno bisogno del lavoro di tutti per poter propagare la mia dottrina. Mi hai visto. Maria è affidata a Giovanni. Ogni tua pena cada. Potrai fortificare il tuo spirito nella certezza di avermi visto e con la potenza della mia benedizione».

Sintica ha una gran voglia di baciarlo. Ma non osa. Gesù le dice: «Vieni». E lei osa strascinarsi a ginocchi presso Gesù e fa l’atto di baciargli i piedi. Ma vede le due piaghe e non osa. Prende il lembo della veste e la bacia piangendo. E mormora: «Cosa ti hanno fatto!».

Poi ha una domanda: «E Giovanni-Felice?».

«È felice. Non ricorda più altro che l’amore e vive in esso. La pace a te, Sintica».

Scompare.

La donna resta nell’atto adorante, in ginocchio, il volto alzato, le mani un poco tese, delle lacrime sul volto, un sorriso sulla bocca…

 

 


S O M M A R I O

1. A Endor. La spelonca della maga e l’incontro con Felice chiamato poi Giovanni.

L’amore a cambio dell’odio

Endor un povero luogo

Felice detto poi Giovanni di Endor

Il Messia offre l’amore a cambio dell’odio

Sull’occultismo, la negromanzia, il satanismo…

La spelonca della maga

La pratica esoterica è delitto

Discepolo per sempre

La nuova Famiglia

La nuova Fraternità

2. Benefattore dei contadini di Doras. Parabola del ricco Epulone.

Il Messia si prende cura dei contadini

Il Messia fa da padre di famiglia

Marziam figlio della nascente chiesa

Parabola del ricco Epulone

Il ricco Epulone e il povero Lazzaro.

La morte del povero e del ricco.

Natura e tormenti dell’inferno.

Eternità dell’Inferno.

Conseguenze dell’anticarità.

Conseguenze dell’incredulità.

La via del cielo è l’amore

La Giustizia divina è sempre vigile

“Ubbidite per amore all’Amore”

3. Andando a Engannim.

Diagnosi su Marziam.

Publio Quintilliano

4. Una lezione di Giovanni di Endor all’Iscariota e l’arrivo a Gerusalemme.

Imparare a vivere

Parlare con sé stesso per fine buono

L’amore tutto comprende, scusa e sopporta

L’entrata a Gerusalemme

L’uomo di Endor amavo molto i suoi discepoli

5. Nel Tempio con Giuseppe d’Arimatea. L’ora dell’incenso.

Nel Tempio

6. L’incontro con la Madre a Betania.

Incontro con la madre

Due figli dell’ubbidienza

Diversi momenti dell’uomo d Endor.

Il Libro vivente dell’uomo di Endor.

Sotto un melograno tutto in fiore.

L’uomo di Endor inspira pietà a Maria.

7. La parabola del figlio prodigo.

Metodo per rinascere uomo nuovo

Ricostruire l’anima

Missione speciale

La parabola del figlio prodigo

Il figlio prodigo.

Figlio dissoluto.

Figlio  superbo.

Figlio stolto.

Beneficio della riflessione.

Frutto dell’umiltà.

Il padre misericordioso.

Il fratello maggiore.

L’amore senza misura.

Ritorno dell’Iscariota

8. Con due parabole sul regno dei Cieli termina la sosta a Betania.

La parabola delle dieci vergini.

Premesse

Usanze e costumi.

Le dieci vergini.

Cinque savie e cinque stolte.

“Ecco lo sposo!”.

Conseguenze della stoltezza.

Senso della parabola

Le nozze celesti.

Lo Sposo e la sposa.

Le ancelle-vergini.

Le virtù necessarie.

Vigilanza, vigilanza, vigilanza.

La fame di Dio

La parabola del banchetto nuziale

Beati quelli che Gesù benedice.

La parola di Gesù è tutto il bene dei poveri.

La virtù della libertà dalle ricchezze

“Padre, sovvienici della tua misericordia”.

La parabola del banchetto nuziale.

Il banchetto nuziale.

Malizia degli invitati.

Nefaste conseguenze della malvagità.

I commensali del Regno.

La veste nuziale.

Senso della parabola

Cause che attirano l’ira del Re.

Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti

Popolo avvelenato nei suoi capi

Animatori di preghiera

Bell’acquisto Giovanni!» motteggia l’Iscariota.

9. Ai discepoli venuti con Isacco la parabola del fango che diviene fiamma. Il sacrificio di Giovanni  di Endor.

La piccola Fraternità

Piccola fraternità di discepoli.

A Sidone per mare.

L’uomo toccato dal duplice martirio.

La parabola del fango che diviene fiamma.

Il buon Maestro.

La resurrezione dello spirito.

Nehemia e il fuoco sacro.

Ogni anima è un fuoco sacro.

La missione dei Salvatori.

Il discepolo corredentore.

Sullo scoglio in riva al mare.

La sorte di discepolo corredentore.

Appunti dedicati a Marziam.

Gesù affida all’uomo di Endor un discepolo .

10. Tra i cinque Giovanni ascolta il discorso sulle opere di misericordia corporale e spirituale.

I cinque Giovanni.

Le Opere di Misericordia

I servi e Ministri della Misericordia.

Le opere di Misericordia.

Dare da mangiare agli affamati.

Dare da bere agli assetati.

Vestire gli ignudi.

Albergare i pellegrini.

Visitare gli infermi.

Visitare i carcerati.

Seppellire i morti.

Istruire gli ignoranti.

Pregare per i vivi e per i morti.

Consigliare i dubbiosi.

Perdonare le offese.

Consolare chi piange.

Sopportate le persone moleste.

Ammonire i peccatori.

Le capanne.

11. La delazione al Sinedrio riguardo ad Ermasteo, a Giovanni di Endor  e a Sintica.

Delazione nel Sinedrio

Disgustosi regionalismi.

Uguaglianza radicale.

Delazione nel Sinedrio

Vittoria dell’amore e della preghiera.

Casa di accoglienza.

Casa di accoglienza.

Ogni delatore è un demonio.

Abolizione della circoncisione.

Meglio parlare di ciò che è buono.

12. Lazzaro offre un rifugio per Giovanni di Endor e Sintica. Viaggio lieto verso Gerico senza l’Iscariota.

Gesù il miglior amico.

L’amico confidente.

L’amico consigliere.

L’amico che conforta.

Amico servitore.

Amico e protettore.

Dimensione della carità e possesso della verità

Famiglie di Gesù e Maria.

La croce di Giovanni di Endor.

L’incorreggibile Pietro.

Una imperfezione alla carità.

Il possesso della Verità.

13. A Ramot con il mercante Alessandro Misace. Lezione a Sintica sul ricordo delle anime.

Un uomo onesto ma infelice.

La carovana di un ricco mercante.

Solidarietà.

Un uomo onesto ma infelice.

Il ricordo delle anime.

La ricerca spirituale di Sintica.

Il ricordo delle anime.

14. Da Ramot a Gerasa con la carovana  del mercante.

Si snodala il cammino.

Ramot.

Strada penosa.

Panorama alpino.

Piccola sosta.

La sopravvivenza delle anime

Sogno ad occhi aperti.

Sopravvivenza e attività eterna dell’anima.

L’Amore mendicante d’amore.

15. Discorso ai cittadini di Gerasa e lode di una donna alla Madre di Gesù.

Il Regno di Dio. discorso in Gerasa.

La città di Gerasa.

La società dei cittadini.

La società degli spiriti.

L’Evangelizzatore del Regno.

Fondazione del Regno di Dio.

La Legge, la conoscenza, l’applicazione

I dieci precetti santi e facili

Non nominare il nome di Dio invano.

Il riposo festivo.

L’amore ai genitori.

Non uccidere.

Non rubare.

Non adulterare.

Non mentire e non desiderare.

Gli spirituali cittadini.

Tutte le passioni vogliono la santità.

L’uomo più forte.

L’uomo che disperde.

Beato chi ascolta e pratica la parola di Dio.

16. Il sabato a Gerasa. Lo svago di Marziam e il quesito di Sintica sulla salvezza dei pagani.

Occuparsi dei giochi di un bambino.

Ore di ozio.

Lo svago di Marziam.

Il cammelliere Calipio.

Il cammelliere Calipio.

Le anime e la salvezza dei pagani.

Le anime non sono separate dalla morte.

La salvezza dei pagani.

Una corona per ogni paese evangelizzato.

17. L’uomo dagli occhi ulcerati. Sosta alla “fonte del Cammelliere”. Ancora sul ricordo delle anime.

Condizione per aver il miracolo

Carovana va’.

Gesù esige pentimento e fede.

Guarigione degli occhi ulcerati.

Condizioni per aver il miracolo.

Importanza della cultura.

L’esperienza di Giovanni d’Endor.

Il bravo pedagogo.

La fonte del cammelliere.

Il coraggio delle discepole.

Origine e natura dell’anima.

Questione sulla reincarnazione.

Origine e natura dell’anima.

18. A Bozra l’insidia di scribi e farisei.

Uomini-iene. Che bestie!

Bozra.

Incompatibilità regionale.

Le insidie delle iene.

Un discepolo e un amico.

Filippo di Arbela discepolo.

Fara l’oste di Bozra.

Le virtù di un discepolo.

Carità, mitezza e bontà.

L’ubbidienza è la virtù del giusto.

Onde d’amore e di fedeltà.

19. Il discorso e i miracoli a Bozra dopo l’irruzione di due farisei. Il dono della fede ad Alessandro Misace.

Mummie velenose. Che incubo!

Gente e gente in attesa di Gesù.

Frammenti di dolori.

Vecchie mummie velenose!

Ipocrisia farisaica.

Discorso messianico

Compimento delle promesse.

Il Redentore.

I servi della santa e dolce Legge

Gli schiavi dei comandi di Satana.

Seguire il Salvatore.

Preghiera di guarigione messianica.

Il dono della Fede.

Simultanea guarigione di tutti i malati.

Risonanze.

Il dono della Fede.

Ubbidienza e pace.

Ieri, oggi e sempre è il migliore.

Viva l’acqua!

Tre discepoli buoni.

20. Con Giovanni di Endor, Sintica e Marziam. Maria è Madre e Maestra.

A Gesù per Maria.

La Gioia dei discepoli buoni.

L’obbedienza esige volontà per meritare.

Madre e maestra dei cristiani.

Palese affetto per lo Zelote.

21. Discussione sul comportamento dei nazareni e lezione sulla tendenza al peccato malgrado la Redenzione.

Nazareth traviata dai nemici del Messia.

Lavoro e commenti.

I consolidatori del Regno di Dio.

Nazareth traviata.

La colpa d’origine e la tendenza al peccato.

La scienza umana è ignoranza ancora.

Sulla colpa d’origine.

Tolta la colpa originale rimane la tendenza al peccato.

Il bambino colpito da malattia mortale

22. Con Pietro, a Nazareth, Gesù organizza la partenza di Giovanni  di Endor e Sintica.

Simon Pietro a Nazareth.

Sorprese per Marziam.

Marziam preferisce la mamma

Iniziazione alla penitenza

Organizzazione per la partenza.

I due perseguitati

Collaboratore stimato

Lavorare per il Messia

23. La rinuncia di Marziam provoca una lezione sui sacrifici fatti per amore.

L’economia santa dell’amore universale.

L’Encenie

Il discepolo evangelizzatore

Vivere il presente

La Comunione dei Santi.

24. Gesù comunica a Giovanni di Endor la decisione di mandarlo ad Antiochia.

Medico e Padre spirituale

Una prova d’amore di Gesù.

Medico spirituale

Sollecitudine e prudenza

Viltà e prudenza

Compito di predilezione

La donna perfetta

Un compito delicato e santo

Intendere non fraintendere

Il nostro Dio martire.

“L’ amore può comunicarsi a chi ama”

“Padre sia fatta la tua volontà”.

Consolare l’afflitto.

Uno scopo alla vita

I compagni di viaggio.

Consolare l’afflitto.

Vangelo per i semplici e i “piccoli”

25. Preparativi di partenza da Nazareth dopo la visita di Simone d’Alfeo  con la famiglia.

Il cugino Simone e famiglia

La gioia di essere in casa del Maestro.

Simone d’Alfeo e famiglia

Il pianto di Maria.

L’Iscariota, specchio delle idee imperanti.

Israele non riconosce il promesso Messia.

I servi dell’Opera di Gesù.

Pietro sul veicolo a trazione somara.

Buon senso pratico di Pietro.

Servi dell’Opera di Gesù.

Risposta d’Israele all’invito del Messia.

Itinerario di andata e ritorno.

Israele malevolo, sputa sulla santità del Messia.

Guai a quelli per cui l’Amore diviene Giustizia.

26. La cena nella casa di Nazareth e la dolorosa partenza.

La cena nella cassetta di Nazareth.

Nuova sera di addio.

Le serve dei servi del Signore

L’anima materna di Maria d’Alfeo.

Marziam dispensato dal voto.

Un boccone da re.

Consigli per la salute corporale e spirituale.

Salute degli infermi.

Consiglio sul sacrificio e l’ubbidienza.

Partenza fra lacrime e singhiozzi.

Preparativi.

Preghiera di consacrazione.

Vera Madre dei cristiani.

Partenza fra lacrime e singhiozzi.

27. Il viaggio verso Jiftael. Le riflessioni  di Giovanni di Endor.

Il viaggio verso Jiftael.

Vento che asciuga i polmoni.

Strada disastrata.

La carità copre tutto.

Povero somaro Antonio.

Via erta fino allo sgomento.

La psicoanalisi di Giovanni di Endor.

28. L’addio di Gesù a Giovanni di Endor  e a Sintica.

L’ora dell’addio.

Discesa orrenda.

Antonio, meritevole di onori.

L’ora dell’ Addio.

Parole di luce per i missionari.

Fiori del Trionfo del Salvatore.

La sorte migliore.

Primogeniti della famiglia dei servi di Dio.

Meritevoli di avere Dio con sé.

Per amore.

29. In barca da Tolemaide a Tiro inizia il viaggio degli otto apostoli con Giovanni di Endor e Sintica.

Partenza da Tolemaide per Tiro.

Tolemaide.

Il mare di Tolemaide.

Il carico di Antonio.

Una barca a noleggio.

In aperto mare.

Vento malvagio.

“Il Premio dell’ ubbidienza”.

“Ave, Stella del mattino”.

30. Partenza da Tiro sulla nave del cretese Nicomede.

Partenza da Tiro per Antiochia.

Il  sospetto che trivella Pietro.

Informazioni.

Saluti fraterni.

Evangelizzazione.

Pietro, il capo virtuoso.

L’uomo delle lettere.

La nave prende il largo.

31. Prodigi sulla nave nel mare in tempesta.

Il mare in tempesta.

Il Mediterraneo adirato.

Pericolo di naufragio.

Un marinaio colpito a morte…

L’ unguento di Maria.

Sacrificio a Venere

Preghiere a Maria.

Grazie ricevute.

32. Sbarco a Seleucia e commiato  da Nicomede.

Nicomede resta fedele agli dèi.

“L’ottimo Demete”.

Frange mitologiche.

Silenzio glaciale.

Mancata evangelizzazione.

Pensare e agire da cittadino celeste.

Lo sbarco.

33. Partenza da Seleucia su un carro e arrivo ad Antiochia.

Da Seleucia ad Antiochia.

Veicolo a trazione animale.

Un deviato amore di prossimo.

Proposte per un commiato indoloro.

Una valle di paradiso terrestre.

Un primo sorriso dopo tetra malinconia.

Città molto fortificata.

Una dimora per i discepoli del Messia.

34. La visita ad Antigonio.

Missione di predilezione.

La prima terra di missione.

Due pedagoghi raccomandati.

Argomenti vari.

Il tormento di Pietro.

L’enigma di Andrea.

Questione sulla Pasqua per  i due esiliati.

Progetti di ritorno.

Sull’unguento miracoloso.

In terra di missione.

I giardini di Lazzaro.

Presentazione dei due missionari.

Presentazioni reciproche.

Nel Regno del Signore regge l’eguaglianza.

Continua la presentazione dei coloni.

Luogo confermato per la missione.

35. I discorsi degli otto apostoli prima di ripartire da Antiochia. L’addio a Giovanni di Endor e a Sintica.

Gli Apostoli, chi dicono che sia Gesù?.

Primo discorso in Antiochia.

Pietro:      Gesù di Nazareth è il Messia promesso.

Simone Zelote: Il Messia è in mezzo a noi ed è il Salvatore.

Giacomo d’Alfeo:

Il Messia è Dio ed è fratello nostro.

Andrea : Il Messia è l’Uomo-Dio.

Matteo: Il Messia è il Salvatore buono.

Giacomo di Zebedeo: Le vie per andare al Messia.

Giuda Tadeo: Il Messia è il Santo Servo di Jave.

Giovanni di Zebedeo: Il Messia è la Luce fusa con l’Amore

Ultime raccomandazioni.

Il grande errore.

36. Gli otto apostoli si riuniscono a Gesù presso Aczib.

Il ritorno degli Apostoli.

Panorama primaverile.

Gesù segnato dalla penitenza.

La gioia di rivedersi.

Gara d’ amore.

Motivi della sofferenza di Gesù.

I cari e prediletti amici di Gesù.

Carità e perfezione.

Cronaca del ritorno.

Vincolati dal silenzio.

La potenza della fede.

37. Una parabola per l’uomo di Endor

Verso il Tempio cantando i salmi.

Una parabola per Giovanni d’Endor.

Una parabola sui figli.

I figli bastardi e il figlio vero.

38. Nicolai la prima conquista di Giovanni per Gesù.

Nicolai di Antiochia.

La prova della vocazione.

Secondo annuncio della Passione

L’Iscariota, modello dei traditori.

Gesù-Messia, Re solo per lo spirito.

Il Cuore di Gesù.

39. Lettere da Antiochia

Notizie dei missionari.

I confidenti.

Saluti.

Interferenza di Pietro.

Apparizione di Gesù.

Supplica.

Il pedagogo.

La maestra cristiana.

La carismatica.

La testimone.

Postilla.

Il pianto di Maria.


40. Esperienze mistiche e carismatiche.

Le apparizioni di Gesù.

“La lebbra delle mura”.

I doni e la buona volontà.

I doni e la buona volontà.

I doni e il libero arbitrio.

41. Giovanni assurse cantando  il suo ultimo poema

Incontro di Zenone con il Dio vero.

Zenone travolto dal dolore.

Quesiti sulla dottrina del Messia.

L’anima di Zenone.

La via che porta ad essere dio.

Lettera di Sintica.

Lettura di Gesù in privato.

La nuova patria  immortale.

Commenti sulla morte di Giovanni.

Contenuto della lettera.

Zenone, futuro apostolo cristiano.

Profezia sulla Roma cristiana.

Intervallo.

Il seme del cristianesimo.

Sul transito di Giovanni.

Intervallo.

Consapevolezza della Verità.

Intervallo.

La scelta delle anime.

Tutto per il trionfo del Messia.

Il sacrificio della Missionaria.

Il grande bambino buono.

La Consolatrice.

La Messaggera di vita.

La vera libertà.

Sacrificio della discepola.

I morti sentono l’amore della preghiera.

42. A Betania viene ricordato  Giovanni di Endor.

L’uomo e il suo rimorso.

“Elisa trionfa nella sua gioia”

Consigli al Messia.

L’ uomo ha ucciso il rimorso.

Chi odia suo fratello è un demonio.

Giovanni –Felice è felice

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


[1] MARIA VALTORTA, GESU’ DI NAZRET, La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù, inedito Vol. 3 N° 188.

 

[2] Saul disse ai suoi ministri: “Cercatemi una negromante, perché voglio andare a consultarla”. I suoi ministri gli risposero: “Vi è una negromante nella città di Endor”. (I Samuele 28,7). Saul morì a causa della sua infedeltà al Signore, perché non aveva ascoltato la parola e perché aveva evocato uno spirito per consultarlo. Non aveva consultato il Signore (I Cronache 10,13); 

[3] Samuele prese allora l’ampolla dell’olio e gliela versò sulla testa, poi lo baciò dicendo: “Ecco: il Signore ti ha unto capo sopra Israele suo popolo” (I Samuele 10,1)

[4] Allora Samuele disse a tutto Israele: “Ecco ho ascoltato la vostra voce in tutto quello che mi avete chiesto e ho costituito su di voi un re. Da questo momento ecco il re procede davanti a voi. Quanto a me sono diventato vecchio e canuto…” (I Sam. 12,1-2)

[5] I Sam 17,1-52 Davide disse a Saul: “Nessuno si perda d’animo a causa di costui. Il tuo servo andrà a combattere con questo Filisteo” (17,32). Davide ebbe il sopravvento sul Filisteo con la fionda e con la pietra e lo colpì e uccise, benché Davide non avesse spada (17,50)

[6] Come Davide risparmiò Saul nella caverna di Engaddì: I Sam.24,1-23

[7] Come Davide risparmiò Saul sull’altura di Achila (Cachilà) I Sam 26,1-25

[8] La disubbidienza che causo la rottura con Samuele: I Sam 13,6-15. E un’altra disubbidienza che fece esclamare a Samuele: “Il Signore forse gradisce gli olocausti e i sacrifici come obbedire alla voce del Signore? Ecco, obbedire è meglio del sacrificio, essere docili è più del grasso degli arieti. Poiché peccato di divinazione è la ribellione, e iniquità e idolatria l’insubbordinazione. Perché hai rigettato la parola del Signore, egli ti ha rigettato come re” (I Sam 15,22-23)

[9] Saul vuole uccidere Davide davanti a Samuele: I Sam 19,18-24

[10] Come entrò in Saul lo spirito di gelosia che lo spinse a numerosi attentati: I Sam 18,6-16; 19,8-10

[11]  “Se un uomo si rivolge ai negromanti e agli indovini per darsi alle superstizioni dietro a loro, io volgerò la faccia contro quella persona e la eliminerò dal suo popolo” (Levitino 20,6) Ecco l’ultimo delitto di Saul.

[12] Genesi 3,6-7

[13] Il signore Dio lo scacciò dal giardino di eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto. Scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita (Genesi 3,23-24)

[14] I Sam. 28,15-18

[15] Non praticherete alcuna sorta di divinazione o di magia. Non vi rivolgete ai negromanti né agli indovini; non li consultate per non contaminarvi per mezzo loro. Io sono il Signore, vostro Dio.  (Levitino 19,26.31).

“Non si trovi in mezzo a te chi immola, facendoli passare per il fuoco, il suo figlio o la sua figlia, né chi esercita la divinazione o il sortilegio o l’augurio o la magia; né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore…” (Deuteronomio 18,10-12)

[16] 16 giugno 1945. La Buona Novella, op. cit. opera inedita. Vol. 3. N° 191.

[17] Paralipomeni 4,9-10

[18] L’Inferno è un Carcere orrendo dove l’anima mangia e beve fuoco e tenebre eterne; è l’Abisso tenebroso dove l’anima si rovina per sempre: “Se i peccatori germogliano come l’erba e fioriscono tutti i malfattori, li attende una rovina eterna” (Sal 92,8); è la Fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti: “Alla fine del mondo gli angeli raccoglieranno tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 13,41-42); è la Genna delle torture senza fine: “Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue” (Mc 9,47; Is 66,24); è lo strato di marciume e vermi: “Negli inferi è precipitato il tuo fasto, la musica delle tue arpe; sotto di te v’è uno strato di marciume, tua coltre sono i vermi” (Is 14,11); è lo stagno di fuoco: “Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte” (Apocalisse 21,8). Perciò “Umilia profondamente la tua anima, perché castigo dell’empio sono fuoco e vermi” (Siracide 7,17).

[19] Carcere e catene: “Gli angeli che non conservarono la loro dignità ma lasciarono la propria dimora, egli li tiene in catene eterne, nelle tenebre, per il giudizio del gran giorno” (Giuda 6)

[20] 17 giugno 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 3 N°192.

[21] 20 giugno 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 3 N°.

[22] Giudici 19,22-28

[23] 21 giugno 1945. Vol. 3. N° 196.

[24] 22 giugno 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.   Vol. 3. N°197

[25] 23 giugno 1945.  La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 3. N° 198.

 

[26] 24 giugno 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 3. N° 199.

[27] 30 giugno1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 3. N° 205.

[28]Il figlio prodigo: Disse ancora: «un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro la sostanza (Le 15,11-12).

[29] Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolse le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto (Lc 15,13).

[30] Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno (Lc 15,14).

[31] Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava (Lc 15,15-16).

[32]Beneficio della riflessione: Allora rientrò in sé stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! (Lc 15,17).

[33]Frutto dell’umiltà: Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre (Lc 15,18-20)

[34]L’amore misericordioso del padre: Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro dite; non son più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa (Lc 15,20-24).

[35]L’egoismo del figlio fedele: Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso (Le 15,25-30).

[36]Il Padre ama senza misura: Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,3 1-32).

 

[37] 1 luglio 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 3. N°206

[38]Dieci vergini: Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: «Il Regno dei Cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo (Mt 25,1).

[39]Le vergini stolte e le vergini sagge

Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono (Mt 25,2-5).

[40]“Ecco lo sposo”: A mezzanotte si levò un grido: “Ecco lo sposo, andategli incontro!” Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. Ora, mentre quelle andavano per arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa (Mt 25,6-10).

[41]“Vegliate!”: Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,11-13).

[42] Mt 6,5-6. 16-18

[43]< Tobia 12,6-7. Il libro di Tobia in alcune versioni figura dopo i libri sari, in altre dopo i sapienziali >

[44] Luca 1,46-48

[45] Ester 2,1-18

[46] Il Regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio (Mt 22,2).

[47]Malizia degli invitati: Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; Altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero (Mt 22,3-6).

[48]Disgraziate conseguenze: Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni (Mt 22,7-8).

[49]I commensali: andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali (Mt 22,9-10).

[50]L’abito nuziale: Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti” (Mt 22,11-14).

 

[51] 6 luglio 1945. Vol. 3. N° 210.

[52] 11 agosto 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 4. N°250

[53] 2 Maccabei 1,18-36

[54] 13 agosto 1945.Vol. 4. N°252

[55] 8 settembre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 4. N°275

[56] 19 settembre 1945. Vol. 4. N°280

[57] 21 settembre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 4. N° 282

[58]  “Maledici il delatore e l’uomo di doppia lingua, perché fa perire molti che vivono in pace. Una lingua maledica ha sconvolto molti, li ha scacciati di nazione in nazione. Chi le presta attenzione non trova pace, dalla sua dimora scompare la serenità. Un colpo di frusta produce lividure, ma un colpo di lingua rompe le ossa. Molti sono caduti a fil di spada, ma non quanti sono periti per colpa della lingua” (Siracide 28,13-18).

[59] “Non consegnerai al suo padrone uno schiavo che, dopo essergli fuggito, si sarà rifugiato presso di te. Rimarrà da te nel tuo paese, nel luogo che avrà scelto, in quella città che gli parrà meglio; non lo molesterai” (Deuteronomio 23,16-17).

[60] 24 settembre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 4. N°285

 

[61] Sintica, infatti viene nominata nella lettera di S. Paolo ai Filippesi quando dice: “Esorto Evodia ed esorto anche Sintica ad andare d’accordo nel Signore. E prego te pure, mio fedele collaboratore, di aiutarle, poiché hanno combattuto per il vangelo insieme con me” (Filippesi 4,2-3). Quindi Sintica è stata la prima evangelizzatrice di Antiochia dove la comunità nascente per prima volta si chiamò Cristiana.

[62] 25 settembre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 4. N° 286

[63] L’esilio degli Ebrei in Babilonia, predetto da Geremia ed Ezechiele, realizzato da Nabucodonosor re di Babilonia, terminato per opera di Ciro re di Persia, si estese dall’anno 538 avanti Cristo. Comportò varie deportazioni, l’assedio e la distruzione di Gerusalemme e del Tempio, la incarcerazione del profeta Geremia e del re di Giuda Sedecia ecc.

[64] Contro due popoli sono irritato, il terzo non è neppure un popolo: quanti abitano sul monte Seir e i Filistei e lo stolto popolo che abita in Sichem (Samaria) (Siracide 5025-28).

[65] “Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell’aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore di popoli? Eppure tu pensavi: Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell’assemblea, nelle parti più remote del settentrione. Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò uguale all’Altissimo. E invece sei stato precipitato negli inferi, nelle profondità dell’abisso!” (Isaia 14,12-15).

[66] “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gn 2,7).

[67] “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gn 2,7).

[68]Genesi Cap. 3

[69] Genesi 4,1-16

[70] Lamech discende da Caino nella quinta generazione. “Lamech disse alle mogli: “Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino ma Lamech settantasette” (Genesi .4,23-24).

[71] Enoch si distingue dagli altri patriarchi per parecchie caratteristiche: la sua vita raggiunge una cifra perfetta, il numero dei giorni di un anno solare, trecentosessantacinque anni; “camminò con Dio” come Noè (6,9), scomparve misteriosamente rapito da Dio come Elia (2 Re 2,11s): “Enoch piacque al Signore e fu rapito, esempio istruttivo per tutte le generazioni” (Siracide 44,16). Diventò una grande figura della tradizione giudaica, che propose a esempio la sua fede e la sua pietà: “Per fede Enoch fu trasportato via, in modo da non vedere la morte; e non lo si trovò più, perché Dio lo aveva portato via. Prima infatti di essere trasportato via, ricevette la testimonianza di essere stato gradito a Dio” (Ebrei 11,5)

[72] Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie, i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero. Allora il Signore disse: “Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni” (Genesi 6,2-3).

[73] Il diluvio durò sulla terra quaranta giorni. Le acque coprirono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo. Così fu sterminato ogni essere vivente. Le acque restarono alte sopra la terra centocinquanta giorni (Gn 7,17-24).

[74] I figli di Noè che uscirono dall’arca furono Sem, Cam e Iafet. E da questi fu popolata tutta la terra (Genesi 9,17).

[75] Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Si dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra. (Gn 11,1-9).

[76] Cioè nell’attimo fulmineo in cui l’anima viene creata da Dio.

[77] 26 settembre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 4. N° 287

[78] Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità. Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé: li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto. (Sapienza 2,23; 3,1-6).

[79] Nel giorno del loro giudizio risplenderanno; come scintille nella stoppia, correranno qua e là. Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro (Sap. 3,7-8). Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi (Sal. 27,13).

[80] L’anima del malvagio desidera far il male (Proverbi 21,10)

[81] Vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. E gridarono a gran voce: “Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?” (Ap.6,9-10).

[82] Il frutto del giusto è un albero di vita (Proverbi 11,30).

[83] 27 settembre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 4. N° 288

[84] “Se un regno è diviso in sé stesso quel regno non può reggersi; se una casa è divisa in sé stessa, quella casa non può reggersi. Alla stessa maniera, se satana si ribella contro sé stesso ed è diviso, non può resistere, ma sta per finire. Se invece Io scaccio i demoni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il Regno di Dio” (Mc 3,24-26; Lc 11,20).

[85] “Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo” (Geremia 31,33). Darò loro un cuore capace di conoscermi (Ger. 24,7). Darò loro un solo cuore e un solo modo di comportarsi perché mi temano tutti i giorni per il loro bene e per quello dei loro figli dopo di essi (Ger. 32,39).

[86] “Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via l’armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino”. (Lc 11,21-22).

[87] Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde” (Lc 11,23).

[88] Mentre diceva questo, una donna alza la voce di mezzo alla folla e disse: “Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte! Ma egli disse: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!” (Lc 11,27-28).

[89] 28 settembre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 4. N° 289

 

[90] 29 settembre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 4. N° 290

[91] “Tutto ciò che compone l’ordine temporale, cioè i beni della vita e della famiglia, la cultura, l’economia, le arti e le professioni, le istituzioni della comunità politica, le relazioni internazionali e così via, la loro evoluzione e il loro progresso, non sono soltanto mezzi con cui l’uomo può raggiungere il suo fine ultimo, ma hanno un valore proprio, riposto in essi da Dio, sia considerati in se stessi, sia considerati come parti di tutto l’ordine temporale: “E Dio vide tutte le cose che aveva fatto, ed erano assai buone” (Gen 1,31)… Perciò, è compito di tutta la Chiesa aiutare gli uomini affinché siano resi capaci di ben costruire tutto l’ordine temporale e di ordinarlo a Dio per mezzo di Cristo. È compito dei pastori annunciare con chiarezza i principi circa il fine della creazione e l’uso del mondo, dare gli aiuti morali e spirituali affinché l’ordine temporale venga istaurato in Cristo. (Decreto, sull’apostolato dei Laici, n.7)

[92] “I seminari maggiori sono necessari per la formazione sacerdotale. In essi tutta l’educazione degli alunni deve tendere allo scopo di formarne veri pastori di anime, sull’esempio di nostro Signore Gesù Cristo maestro, sacerdote e pastore. Gli alunni perciò vengano preparati al ministero della parola, in modo da penetrare sempre meglio la parola di Dio rivelata, rendersela propria con la meditazione e saperla esprimere con la parola e con la vita; al ministero del culto e della santificazione, in modo che pregando e celebrando le azioni liturgiche sappiano esercitare il ministero della salvezza per mezzo del sacrificio eucaristico e dei sacramenti; all’ufficio di pastore, per essere in grado di rappresentare in mezzo agli uomini Cristo, il quale non “venne per essere servito, ma per servire e dare la sua vita a redenzione delle moltitudini” e di guadagnare molti, facendosi servi di tutti” (Decreto sulla formazione sacerdotale, n.4).

[93] “Pertanto tutti gli aspetti della formazione, spirituale, intellettuale, disciplinare, siano con piena armonia indirizzati a questo fine pastorale, disciplinare, e tutti i superiori e i maestri si applicheranno a raggiungere questo fine con zelo e con azione concorde” (Decreto sulla formazione sacerdotale, n. 4).

[94] “Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gn 2,7). “È più spregevole del fango, colui che disconosce il suo creatore, colui che gli inspirò un’anima attiva e gli infuse uno spirito vitale” (Sap. 15,11).

[95] “Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani” (Is. 64,7). “Così ripaghi il Signore, o popolo stolto e insipiente? Non è lui il padre che ti ha creato, che ti ha fatto e ti ha costituito?” (Dt. 32,6). “Quanto siete perversi! Forse che il vasaio è stimato pari alla creta? Un oggetto può dire del suo autore: “Non mi ha fatto lui”? (Is.29,16).

[96]L’anima è intelligente in quanto ha la facoltà di conoscere penetrando nella natura e nell’essenza stessa delle cose e ha la capacità di comprendere pervadendo l’intelligenza stessa di tutti gli spiriti intelligenti. 

[97]L’anima è spirituale: Dio è spirito, l’anima è spirituale in quanto è la somiglianza genuina della natura stessa di Dio, è un riflesso della sua luce, è uno specchio terso della sua attività, è una immagine della sua bontà. Per l’anima spirituale noi partecipiamo della natura di Dio. Così sta scritto: Natura Dei sumus: “Noi siamo della natura di Dio” (Atti 17,28). Perciò Gesù disse: “voi siete dèi” (Gv 10,34).

[98]L’anima è libera: “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3,8). “Dio da principio creò l’uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere. Se vuoi, osserverai i comandamenti; l’essere fedele dipenderà dal tuo buon volere. Egli ti ha posto davanti il fuoco e l’acqua; là dove vuoi stenderai la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà” (Siracide 15,14-17).

[99] “Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli. Perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste” (2Cor 5,1-2). La rivelazione dell’immortalità dell’anima è esistita sempre, in quanto Dio si nomina Iddio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe (Es 3,6). Dio infatti non è Iddio dei morti, ma è Dio dei vivi (Mc 12,26).

[100] 1 ottobre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 4. N° 292

 

 

[101] 2 ottobre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 4. N°293

 

[102] “Mi feci ricercare da chi non mi interrogava, mi feci trovare da chi non mi cercava. Dissi: “Eccomi, eccomi” a gente che non invocava il mio nome. Ho teso la mano ogni giorno a un popolo ribelle; essi andavano per una strada non buona, seguendo i loro capricci, un popolo che mi provocava sempre, con sfacciataggine” (Isaia 65,1-3)

[103] “Non vogliamo infatti che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri… tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo” (1 Cor 10,1.4)

[104] “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,1.14). Gli dissero allora i Giudei: “Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?”. Rispose loro Gesù: “In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono” (Gv 8,57-58).

[105] “Essi sacrificavano nei giardini, offrivano incenso sui mattoni, abitavano nei sepolcri, passavano la notte in nascondigli, mangiavano carne suina e cibi immondi nei loro piatti. Essi dicono: “Sta’ lontano! Non accostarti a me, che per te sono sacro” (Is. 65,3-5).

[106] “Chi è costui che viene da Edom, da Bozra con le vesti tinte di rosso? Costui, splendido nella sua veste, che avanza nella pienezza della sua forza? – “Io, che parlo con giustizia, sono grande nel soccorrere” (Is 63,1).

[107] – “Perché rossa è la tua veste e i tuoi abiti come quelli di chi pigia nel tino?”  – “Nel tino ho pigiato da solo e del mio popolo nessuno era con me. Li ho pigiati con sdegno, li ho calpestati con ira. Il loro sangue è sprizzato sulle mie vesti e mi sono macchiato tutti gli abiti, poiché il giorno della vendetta era nel mio cuore e l’anno del mio riscatto è giunto” (Is 63,2-4).

[108] Allusione alla profezia di Simeone conservata nel cuore di Maria: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri in molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2,34-35).

[109] “Ascolta pure, ma senza comprendere, osservate pure, ma senza conoscere. Rendi insensibile il cuore di questo popolo, fallo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da esser guarito” (Is 6,9-10).

[110] “Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere” (Is 60,1-3).

[111] “Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. A quella vista sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore” (Is 60,4-5).

[112] “Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore” (Is 60,6)

[113] “Tutti i greggi di Kedàr si raduneranno da te, i montoni dei Nabaei saranno a tuo servizio, saliranno come offerta gradita sul mio altare; renderò splendido il tempio della mia gloria” (Is 60,7).

[114] 6 ottobre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 5. N°296

[115] 15 ottobre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 5. N°303

[116] 16 ottobre 1945.La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 5. N°304

 

 

[117] 19 ottobre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 5. N° 307

 

[118] “Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi” (Isaia 50,6). “Molti si stupiranno di lui, tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo. Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo” (Is 52,14; 53,2-3.5.7-8).

[119]Battesimo: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezandole nel nome del Padre e del figlio e dello Spirito santo” (Mt 28,19).

[120]Matrimonio: “Quello che Dio ha unito, l’uomo non lo separi” (Mt 19,6).

[121]Cresima: “Sarete battezzati in Spirito Santo e Fuoco” (Atti 1,5; Lc 3,16).

[122]Unzione degli infermi: “Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati” (Giacomo 5,14).

[123]Eucaristia: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51).

[124]Confessione: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,22).

[125] 22 ottobre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.   Vol. 5. N° 310

 

[126] 23 ottobre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 5. N° 311

 

[127] 24 ottobre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 5. N° 312

 

[128] 29 ottobre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 5. N° 313

[129] “Queste saranno le pretese del re che regnerà su di voi: prenderà i vostri figli per destinarli ai suoi carri e ai suoi cavalli, li farà correre davati al suo cocchio, li farà capi di migliaia e capi di cinquantine; li costringerà ad arare i suoi campi, a mietere le sue messi, ad apprestargli armi per le sue battaglie e attrezzature per i suoi carri. Prenderà anche le vostre figlie per farle sue profumiere e cuoche e fornaie. Si farà consegnare ancora i vostri campi, le vostre vigne, i vostri oliveti più belli e li regalerà ai suoi ministri. Sulle vostre sementi e sulle vostre vigne prenderà le decime e le darà ai suoi consiglieri e ai suoi ministri. Vi sequestrerà gli schiavi e le schiave, i vostri armenti migliori e i vostri asini e li adopererà nei suoi lavori. Metterà la decima sui vostri greggi e voi stessi diventerete suoi schiavi” (1 Samuele 8,11-16)

[130] “Ci sia un re su di noi. Saremo anche noi come tutti i popoli; il nostro re ci farà da giudice, uscirà alla nostra testa e combatterà le nostre battaglie” (1 Sam. 8,19-20).

[131] “Ecco Io manderò il mio servo Germoglio” (Zaccaria 3,8). “Ecco un uomo che si chiama Germoglio: spunterà da sé e ricostruirà il tempio del signore. Sì, egli ricostruirà il tempio del signore, egli riceverà la gloria, egli siederà da sovrano sul suo trono” (Zc 6,12-13). “Susciterò per loro un pastore che le pascerà” (Ezechiele 34,23). “Egli pascerà con la forza del signore, con la maestà del nome del Signore suo Dio. Abiteranno sicuri perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra e tale sarà la pace” (Michea 5,3).

[132] Il buon senso è fiore della sapienza che matura in frutti di pratiche buone, come dice la Scrittura: “del fiorire della sapienza, come uva vicina a maturare, il mio cuore si rallegrò. Il mio piede si incamminò per la via retta; sono stato zelante nel bene, non resterò confuso. La mia anima si è allenata in essa; fui diligente nel praticare la legge. Ho steso le mani verso l’alto; ho deplorato che la si ignori. Alla sapienza rivolsi il mio desiderio, e la trovai nella purezza. In essa acquistai buon senso fin da principio; per questo non la abbandonerò” (Siracide 51,15-20). “Sapienza e buon senso vengono dal signore” (Siracide 11,15).

[133] I Servi di Gesù aiutano Gesù aiutando il prossimo, come dice lo Spirito del Signore: “Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è privo di mezzi, aiutalo perché possa vivere presso di te. Non prendere da lui interessi, né utili; ma temi il tuo Dio e fa’ vivere il tuo fratello presso di te. Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura. Io sono il Signore vostro Dio” (Levitino 25,35-38). Gli aiutanti di Gesù, devono servire senza discriminazione: “Quando incontrerai il bue del tuo nemico o il suo asino dispersi, glieli dovrai ricondurre. Quando vedrai l’asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonarlo a sé stesso: mettiti con lui ad aiutarlo” (Esodo 23,4-5). Perciò “Aiuta il tuo prossimo secondo la tua possibilità e bada a te stesso per non cadere” (Siracide 29,20).

[134] Gli Operatori di Gesù sono servi attenti, seri, prudenti e silenziosi per tutti.

Attenti ai propri compiti: “Ognuno sarà come un riparo contro il vento e uno schermo dall’acquazzone, come canali d’acqua in una steppa, come l’ombra di una grande roccia su arida terra. Non si chiuderanno più gli occhi di chi vede e gli orecchi di chi sente staranno attenti” (Isaia 32,2-3).

Attenti al proprio comportamento: “Non far nulla senza riflessione, alla fine dell’azione non te ne pentirai. In ogni azione abbi fiducia in te stesso, poiché anche questo è osservare i comandamenti. Chi crede alla legge è attento ai comandamenti, chi confida nel Signore non resterà deluso” (Siracide 32,19.23-24)

Attenti all’ascolto giornaliero dello Spirito: Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati, perché io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come gli iniziati. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro” (Isaia 50,4-5).

Attenti alla pratica religiosa: “Sta’ attento a come si entra nel tempio da tutti gli accessi del santuario. Avete introdotto figli stranieri, non circoncisi di cuore e non circoncisi di carne, perché stessero nel mio santuario e profanassero il tempio, mentre mi offrivate il mio cibo. Non vi siete presi voi la cura delle mie cose sante ma avete affidato loro, al vostro posto, la custodia del mio santuario” (Ezechiele 44,4ss).

[135]Maestro: “Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui” (Gv 3,2). “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno” (Mt 22,16). “Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono” (Gv 13,13).

[136]Salvatore misericordioso: “Dite alla figlia di Sion: arriva il tuo salvatore” (Is 62,11). “Io sono il Signore tuo Dio il tuo Salvatore” (Is 43,3) “Fuori di me non v’è Salvatore” (Is 43,11). “Il Signore in mezzo a te è un salvatore potente” (Sofonia 3,17). “Coraggio, figli miei, gridate a Dio ed egli vi libererà dall’oppressione e dal potere dei vostri nemici. Io, infatti, spero dall’Eterno la vostra salvezza. Una grande gioia mi viene dal santo, per la misericordia che presto vi giungerà dall’Eterno vostro Salvatore” (Baruc 4,21-22).

[137]Redentore e Re: “Ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace; grande sarà il suo dominino e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e sempre” (Is 9,5-6). “Tuo Redentore è il Santo d’Israele” (Isaia 41,14). “L’Agnello è il Signore dei signori e il Re dei re e quelli con lui sono i chiamati, gli eletti e i fedeli” (Ap.17,14)

[138] “Così parla il Santo, il Verace, Colui che ha la chiave di Davide; quando egli apre nessuno chiude, e quando chiude nessuno apre” (Ap 3,7).

[139] 30 ottobre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 5. N° 314

[140] L’uomo è istruito e riscattato dal dolore e le sofferenze (Gb 33,19-28) Dio libera il povero con l’afflizione, gli apre l’udito con la sventura. Anche te intende sottrarre dal morso dell’angustia con la sofferenza (Gb 36,15-16) Ferite sanguinanti spurgano il male, le percosse purificano i recessi del cuore (Pr 20,30) Beato l’uomo che sopporta la tentazione, perché una volta superata la prova riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a quelli che lo amano (Gc 1,12). Chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo (Sal 126,5). Oltre che col dolore e la sofferenza si espia con l’amore, come disse Gesù: “le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato” (Lc 7,47). “I fratelli e un aiuto servono nell’afflizione, ma più ancora salverà la carità” (Sir.40,24). L’amore ricopre ogni colpa” (Pr. 10,12). “Soprattutto conservate tra voi una grande carità, perché la carità copre una moltitudine di peccati” (1 Pt 4,8). Si espia con la bontà: Con la bontà si espia la colpa (Pr 16,6). L’elemosina espia i peccati (Sir 6,29). Sacrificio espiatorio è astenersi dalla malvagità (Sir 35,2).

[141] Dopo un breve tormento, la vita eterna (2 Mac 7,36). Alla sera il pianto, al mattino la gioia (Sal 30,6). Dopo una breve sofferenza, Dio vi confermerà e vi renderà forti e saldi” (1 Pt 5,10). Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi (Rm 8,18).

 

[142] 31 ottobre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 5. N° 315

 

[143] Il figlio di perdizione (Gv 17,12)

[144] “Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!” (Mt 26,48). Il crudele Giuda, con un bacio tradì il suo Maestro (Lc 22,48).

[145] Perché era invidioso mormorò dell’olio col quale fu unto Gesù (Gv 12,4)

[146] “Uno di voi è un diavolo”, Gesù parlava di Giuda (Gv 6,70.71)

[147] 1 novembre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 5. N° 316

[148] La gioia di Gesù è trovare anime che, con la loro bontà celano ai suoi occhi le brutture del mondo, con la loro purezza profumano l’aria corrotta dal peccato del mondo, con l’amore misericordioso infondono dolcezza al suo cuore amareggiato dalla cattiveria del mondo.

[149] “Un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone; è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro e per il servo come il suo padrone. Se hanno chiamato Belzebù il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!” (Mt 10,24).

[150] “Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. Un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica” 8Gv 13,13-17).” Io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Gv 18,37).

[151]< in margine e in calce > (bisogno non come può averlo un uomo qualunque per i suoi bisogni d’ogni specie. Ma per sentire nel suo spirito il conforto dell’amore dei suoi discepoli, espresso con la preghiera, a Lui e per Lui). Dice Gesù: “Ad evitare male interpretazioni spiego: Pregare è ricordarsi di un essere, sia esso Dio o prossimo. Ricordarsi di uno vuol dire: amare quell’uno. Io avevo desiderio d’amore e di conforto per tutto l’odio che mi circondava. Anche ora ho desiderio che gli uomini si ricordino di pregare perché il mondo mi ami per avere salute”. < Gesù perciò avrebbe desiderato, chiesto, dimostrato di apprezzare l’amore e il conforto degli uomini suoi amici, come indubbiamente gradì il conforto dell’angelico spirito nell’Orto degli Ulivi, all’inizio della sua sanguinosa passione. Vedi: Luca 22,43 >. 

[152] “Oh se tu fossi un mio fratello, allattato al seno di mia madre! Trovandoti fuori ti potrei baciare e nessuno potrebbe disprezzarmi. Ti condurrei, ti introdurrei nella casa di mia madre; m’insegneresti l’arte dell’amore. La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia” (Ct 8,1-3).

[153]< Indubbiamente, Gesù, il Creatore, il Redentore, il Purissimo, avrebbe potuto imprimere sul volto di Sintica il suo castissimo ed amoroso bacio di Dio fatto Uomo. Ma Gesù, oltre ad essere il Semplicissimo, era anche il Prudentissimo, non certo per Sé, ma perché ben conosceva, anche in ciascun individuo, la condizione terrena dell’umana natura, che assurgerà alla piena e indefettibile rinascita soltanto in virtù della gloriosa resurrezione della Carne: “Tutto mi è lecito!”. Ma non tutto giova. “Tutto mi è lecito!”. Ma io non mi lascerà dominare da nulla (1 Cor 6,12). Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla chiesa di Dio; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare l’utile mio ma quello di molti, perché giungano alla salvezza (1 Cor 10,32-33).

[154] “Mi baci con i baci della sua bocca! Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino. Per la fragranza sono inebrianti i tuoi profumi, profumo olezzante è il tuo nome, per questo le giovinette ti amano” (Ct 1.2-3).

[155] “Se egli sceglie, chi lo farà cambiare? Ciò che egli vuole, lo fa” (Giobbe 23,13).

[156] “Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia” (Esodo 33,19).

[157] “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerà e mi manifesterò a lui” (Gv 14,21).

[158] 3 novembre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 5. N° 318

 

[159] 4 novembre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.   Vol. 5. N° 319

 

[160] 5 novembre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 5. N° 320

 

[161] 6 novembre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.   Vol. 5. N° 321

 

[162] [senza data). La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 5. N° 322

 

[163] 7 novembre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 5. N° 323

 

[164] Numeri 6.1-21

[165] 8 novembre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 5. N° 324

 

[166] “Svegliati, svegliati, rivestiti della tua magnificenza, Sion; indossa le vesti più belle, Gerusalemme, città santa; perché mai più entrerà in te il non circonciso né l’impuro. Scuotiti la polvere, alzati, Gerusalemme schiava! Sciogliti dal collo i legami, schiava figlia di Sion! … Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: “Regna il tuo Dio” “(Is 52,1-2.7). Fin qui la profezia parla del Messaggero Giovanni Battista, e del “Dio che regna” Gesù di Nazareth. A continuazione, nel versetto 8 dice: “Senti? Le tue sentinelle alzano la voce, insieme gridano di gioia, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore in Sion”. Quindi, si parla anche della seconda venuta che sarà annunziata da sentinelle che alzeranno la voce di gioia perché vedranno il ritorno del Signore allora tutti i popoli vedranno il Signore: “Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutti i popoli; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio” (versetto 10).

[167] E secondo la profezia commentata Gesù di Nazareth è Dio venuto a regnare: “Regna il tuo Dio” (Is 52,7).

[168] “Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno”. (1 Pt 5,5-6).

[169] Isaia 52,1

[170] Lc 5,12-14

[171] I fratelli di Gesù Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda (Mt 13,55). Per questi fratelli gli evangelici e i Testimoni di Geova negano la verginità di Maria argomentando che la scrittura non può mentire nel trasmettere fino a noi i nomi dei fratelli di Gesù. Dalla Tradizione invece crediamo che erano parenti e non fratelli carnali. Questa rivelazione conferma le tradizioni e la nostra fede.

[172] “Lo Spirito santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio” (Lc 1,35)

[173] “L’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1 Gv 4,7)

[174] Gesù disse alla Maddalena: “Va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e dio vostro” (Gv 20,17).

[175] “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (Nu. 24,17)

[176] “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di Lui si poserà lo Spirito del signore” (Is 11,1-2). “La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento” (Is 11,4)

[177] “E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il Dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti” (Michea 5,1).

[178] “Signore, mio Dio, quanto sei grande! Rivestito di maestà e di splendore, avvolto di luce come di un manto… fai delle nubi il tuo carro, cammini sulle ali del vento; fai dei enti i tuoi messaggeri, delle fiamme guizzanti i tuoi ministri” (Sal 104,1-4

[179] Mt 3,13-15

[180] Mt 3,11; Lc 3,16

[181] Gv 1,26

[182] Mt 3,12

[183] “Si aprirono i cieli ed egli vide la Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mt 3,16-17)

[184]  Il giorno dopo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! (Gv 1,29)

[185] “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia” (Sal.1312)

[186] La nostra vita è breve e triste. La nostra esistenza è il passare di un’ombra e non c’è ritorno alla nostra morte. Su, godiamoci i beni presenti. Inebriamoci di vino squisito e di profumi. Coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano, questa è la nostra parte” (Sap. 2,6-9).

[187] Lc 18,15-16

[188] “Svegliati, svegliati, Gerusalemme, città santa; perché mai più entrerà in te il non circonciso né l’impuro” (Is 52,1)

[189] “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo” (Gv 10,9).

[190] Mt 9,9-13

[191] “Il signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura. In quel giorno si dirà a Gerusalemme: ‘non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il signore tuo dio in mezzo a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa’” (Sofonia 3,15-18).

[192] “Non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo” (Gv 12,47). “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,13).

[193] Chi vive per lo spirito si lascia guidare dallo Spirito e con l’aiuto dello spirito vince e fa morire le opere della carne che sono ben note: “fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordie, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere e chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è legge” (Galati 5,19-23).

[194] “Poi guardai ed ecco l’Agnello ritto sul monte Sion e insieme centoquarantaquattromila persone che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo. Questi non si sono contaminati con donne, sono infatti vergini e seguono l’Agnello dovunque va”. (Apocalisse 14,1.4).

[195] Isaia 52,11.

[196] “La Sapienza non entra in un’anima che opera il male né abita in un corpo schiavo del peccato. Il Santo spirito che ammaestra rifugge dalla finzione, se ne sta lontano dai discorsi insensati, è cacciato al sopraggiungere dell’ingiustizia” (Sapienza 1,4-5).

[197] Isaia 52,13; 53,12.

[198] Tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo. Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto (Is 52 14; 53,2).

[199] “Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori” (Is 53 5.12)

[200] “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca” (Is. 53,7).

[201] “Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte” (Is 53,8).

[202] “Gridate giulivi ed esultate, abitanti di Sion, perché grande in mezzo a voi è il Santo di Israele” (Is 12,6). “Io sono il Signore tuo Dio che ti tengo per la destra e ti dico: “Non temere, io ti vengo in aiuto”. Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva di Israele; Io vengo in tuo aiuto tuo redentore è il Santo di Israele” (Is 41,13-14).

 

[203] Is 52,7

[204] “Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il Re della gloria. Chi è questo Re della gloria? Il signore forte e potente. Il Signore potente in battaglia è il Re della gloria” (Sal 24,7-8). “Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie, sei il mio Dio e ti esalto” (Sal 118,28).

[205] Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Vi benediciamo dalla casa del signore; Dio, il Signore è nostra luce” (Sal 118,26-27).

[206] “Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre” (Gv 12,46). “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).

[207] La carità è paziente, è benigna, non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (1Cor 13,4-7).

[208] Signore io voglio fare la tua volontà, aiutami a compierla sino alla fine

[209] “Il Signore ti benedica e ti custodisca. Il signore ti mostri il suo volto e abbia di te misericordia. Il Signore volga verso di te il suo sguardo e ti dia pace” (Numeri 6,24-26).

[210] 10 novembre 1945. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol. 5. N° 325

 

[211] “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito…” (Lc15,7).

[212] 1° gennaio 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 6. N° 364

[213] visione del 17-12-45

[214] 9 dicembre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 5 N° 355

[215] Più il Signore si avvicinava all’ora delle tenebre, ora in cui fu quasi sommerso dalla tristezza e dall’angoscia: “La mia anima è triste fino alla morte” (Mt 26,37-38), più cominciava a provare le ore di oscurità.

[216] Gesù trasse conforto da un angelo (Lc 22,43). Ora ne trae dal suo Pietro.

[217] 3 gennaio 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 6. N° 365

[218] 22 gennaio 1946. Vol. 6. N° 366

[219] 25 gennaio 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 6. N° 369

[220] 23 luglio 1946. La Buona Novella, op. cit. Inedita.  Vol 7: 461

[221] Allora satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici”. (Lc 22,3). “Non ho forse scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un demonio! Egli parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: questi infatti stava per tradirlo, uno dei Dodici (Gv 6,70-71). Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota di tradirlo (Gv 13,2).

[222] 14 settembre 1946. La Buona Novella, op. cit. Inedita.   Vol. 7, N° 492

 

[223] 16-17 aprile 1947. Vol 10. N° 632

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