Prodigi dell’Amore

GESÙ DI NAZARETH

 

LA BUONA NOVELLA AI PICCOLI

DEL GREGGE DI GESÙ

 

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Il Vangelo eterno (Ap 14,6)

 

 

LIBRO   6

CAP. 230 – 256

I prodigi dell’amore misericordioso.

 

SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI

 

 

A cura di  Fray Jesusmaria de Cabnaconde S.O.S

(Servo dell’Ordine dei Salvatori)

 

Gesù il Messia ritornato[1]

Sono Misericordia viva.

“Ma qui non è l’angelo che parla. Io sono che ti parlo: Gesù.

Sempre, Io vengo quando uno “applica il suo cuore a comprendere”. Non sono un Dio duro e severo. Sono Misericordia viva. E più rapido del pensiero vengo a chi si volge a Me. Anche alla povera Maria di Magdala, così immersa nel suo peccare, sono andato veloce, con lo spirito mio, non appena ho sentito sorgere in lei il desiderio di comprendere. Comprendere la luce di Dio e comprendere il suo stato di tenebre. E mi sono fatto a lei Luce”.

Gesù di Nazareth

230. Guarigione dell’emorroissa e resurrezione della figlia di Giairo[2].

Fede della emorroisa.

Gesù benevolo e paziente (Mc 5,21; Lc 8,40)[3].

1Apparsa mentre prego molto stanca e crucciata e perciò proprio nelle peggiori condizioni per pensare a simili cose di mio. Ma stanchezza fisica, mentale e cruccio si sono dileguati al primo apparire del mio Gesù, e scrivo.

2Egli è per una strada assolata e polverosa che bordeggia la riva del lago. Si incammina verso il paese circondato da gran folla, che l’attendeva di certo e che gli si pigia attorno nonostante che gli apostoli lavorino di braccia e di spalle per fargli largo e alzino la voce per indurre la folla a lasciare un poco di posto.

3Ma Gesù non è inquieto per tanta confusione. Più alto di tutta la testa di chi lo circonda, guarda con un dolce sorriso la turba che gli si stringe intorno, risponde ai saluti, accarezza qualche bambino che riesce a insinuarsi fra la siepe degli adulti e giunge a venirgli vicino, posa la mano sul capo degli infanti che le madri sollevano oltre il capo dei presenti perché Egli li tocchi. E cammina intanto. Lentamente, pazientemente, in mezzo a questo vocìo e a queste continue pressioni che infastidirebbero chiunque.

Pianto del sinagoga (Mt 9,18; Mc5,21-23;Lc 8,40-42)[4].

4Una voce d’uomo grida: «Fate largo, fate largo». È una voce affannata e deve essere conosciuta da molti e rispettata come quella di persona influente, perché la folla si apre, con molta fatica tanto è pigiata, e lascia passare un uomo sulla cinquantina, tutto coperto da un vestone lungo e sciolto e con una specie di fazzoletto bianco intorno al capo e ricadente con le falde lungo il viso e il collo.

5Giunto davanti a Gesù, si prostra ai suoi piedi e dice: «Oh! Maestro, perché sei stato via tanto tempo? La mia bambina è tanto malata. Nessuno la può guarire. Tu solo sei la speranza mia e della madre. Vieni, Maestro. Ti attendevo con un’ansia infinita. Vieni, vieni subito. La mia unica creatura sta morendo…» e piange.

6Gesù posa la mano sul capo dell’uomo piangente, sul capo curvo e scosso dai singhiozzi, e gli risponde: «Non piangere. Abbi fede. La tua bambina vivrà. Andiamo da lei. Alzati! Andiamo!». Queste due ultime parole hanno tono d’imperio. Prima era il Consolatore. Ora è il Dominatore che parla.

7Si rimettono in moto. Gesù ha al fianco il padre piangente e lo tiene per mano. Quando un singhiozzo più forte scuote il pover’uomo, vedo Gesù che lo guarda e gli stringe la mano. Non fa altro, ma quanta forza deve rifluire in un’anima quando si sente trattata così da Gesù!

La emorroisa.

Fede della emorroisa (Mt 9,19-21; Mc 5,24-29; Lc 8,43-44)[5].

8Prima, al posto del padre, era Giacomo. Ma Gesù gli ha fatto cedere il posto al povero padre. Pietro è dall’altro lato. Giovanni è di fianco a Pietro e cerca con lo stesso di fare argine alla folla, come fanno Giacomo e l’Iscariota dall’altro lato, dopo il padre piangente. Gli altri apostoli sono parte davanti e parte dietro a Gesù. Ma ci vuol altro! Specie i tre di dietro, fra cui vedo Matteo, non ce la fanno a tenere indietro la muraglia viva. Ma quando brontolano un po’ troppo e quasi quasi insultano la folla indiscreta, Gesù volge il capo e dice dolcemente: «Lasciate fare a questi miei piccoli!…».

Guarigione dell’emorraissa (Mc 5,30-32; Lc 8,45-46)[6].

9Ad un certo momento però si volge di scatto, lasciando anche andare la mano del padre, e si ferma. Si volge non solo col capo. Ma con tutto il corpo. Sembra anche più alto perché ha preso un atteggiamento da re. Col volto e lo sguardo fatto severo, inquisitore, scruta la folla. I suoi occhi hanno lampi, non di durezza ma di maestà.

10«Chi mi ha toccato?» chiede. Nessuno risponde.

11«Chi mi ha toccato, ripeto» insiste Gesù.

«Maestro» rispondono i discepoli, «non lo vedi come la folla ti pigia da ogni lato? Tutti ti toccano, nonostante i nostri sforzi».

12«Chi mi ha toccato per ottenere miracolo, chiedo. Ho sentito potenza di miracolo uscire da Me perché un cuore l’invocava con fede. Chi è questo cuore?».

Testimonianza dell’emorroissa (Mt 9,22; Lc 47-50)[7]

13Gli occhi di Gesù si chinano due o tre volte, mentre parla, su una donnetta sulla quarantina, molto poveramente vestita e molto sciupata nel volto, la quale cerca di eclissarsi nella folla, di farsi inghiottire dalla calca. Quegli occhi le devono bruciare addosso. Comprende che non può sfuggire e torna avanti e gli si butta ai piedi, quasi col volto nella polvere, le mani protese che però non osano toccare Gesù.

14«Perdono! Sono io. Ero malata. Dodici anni che ero malata! Sfuggita da tutti. Mio marito mi ha abbandonata. Ho speso tutto il mio avere per non essere considerata obbrobrio, per vivere come vivono tutti. Ma nessuno ha potuto guarirmi. Lo vedi, Maestro? Sono una vecchia anzitempo. La forza è defluita da me col mio flusso inguaribile, e la mia pace con essa. M’han detto che Tu sei buono. Me l’ha detto uno che è stato guarito da Te della sua lebbra e che per essere stato tanti anni sfuggito da tutti non ha avuto schifo di me. Non ho osato dirlo prima. Perdono! Ho pensato che solo che ti avessi toccato sarei guarita. Ma non ti ho reso immondo. Ho appena sfiorato il lembo della tua veste là dove striscia al suolo, sulle lordure del suolo… Sono io pure lordura… Ma son guarita, che Tu sia benedetto! Nel momento che ti ho toccato la veste il mio male è cessato. Sono tornata come tutte. Non sarò più schivata da tutti. Mio marito, i figli miei, i parenti potranno stare con me, li potrò accarezzare. Sarò utile alla mia casa. Grazie, Gesù, Maestro buono. Che Tu sia benedetto in eterno!».

15Gesù la guarda con una bontà infinita. Le sorride. Le dice: «Va’ in pace, figlia. La tua fede ti ha salvata. Sii guarita per sempre. Sii buona e felice. Va’».

Resurrezione della figlia di Giairo.

“Soltanto abbi fede” (Lc 8,49-50)[8].

16Mentre parla ancora, sopraggiunge un uomo, direi un servo, il quale si rivolge al padre che è stato tutto quel tempo in un’attesa rispettosa ma tormentosa come fosse sulla brace. «Tua figlia è morta. Inutile importunare più il Maestro. Il suo spirito l’ha lasciata e già le donne ne fanno i lamenti. La madre ti manda a dire ciò e ti prega di venire subito».

Il povero padre ha un gemito. Si porta le mani alla fronte e se la stringe comprimendosi gli occhi e curvandosi come fosse colpito.

17Gesù, che pare non debba vedere e udire nulla, intento come è ad ascoltare e rispondere con la donna, si volge invece e pone la mano sulle spalle curve del povero padre. «Uomo, ti ho detto: abbi fede. Ti ripeto: abbi fede. Non temere. La tua bambina vivrà. Andiamo da lei». E si incammina tenendo stretto a Sé l’uomo annichilito. La folla, davanti a quel dolore e alla grazia già avvenuta, si ferma intimorita, si divide, lascia camminare speditamente Gesù e i suoi, e poi segue come scia la Grazia che passa.

Si fanno così un cento metri circa, forse più – non sono calcolatrice – e si entra sempre più nel centro del paese.

La fanciulla dorme (Mc 5,38-39; Mt 9,23-25; Lc 8,51-53)[9].

18Un affollamento di gente è davanti ad una casa di civile condizione e commenta a voce alta e stridula l’accaduto, rispondendo a più alti stridi che escono dalla porta spalancata. Sono gridi trillati, acuti, tenuti su una nota monocorde, e sembrano diretti da una voce più acuta che fa da a solo, alla quale rispondono prima un gruppo di voci più esili, poi un altro di voci più piene. Un baccano da far morire anche chi sta bene.

19Gesù ordina ai suoi di sostare davanti all’uscio e chiama con Sé Pietro, Giovanni e Giacomo. Entra con questi in casa tenendo sempre stretto per un braccio il padre piangente. Sembra voglia infondergli la certezza che Egli è lì per farlo felice con quella stretta.

Le … piangenti (io le chiamerei: le urlatrici) nel vedere il capo di casa e il Maestro raddoppiano il grido. Battono le mani, scuotono dei tamburelli, percuotono dei triangoli, e su questa… musica appoggiano i loro lamenti.

20«Tacete» dice Gesù. «Non occorre piangere. La fanciulla non è morta, ma dorme».

Le donne gettano gridi più forti e alcune si rotolano per terra, si graffiano, si strappano i capelli (o meglio: ne fanno mostra) per mostrare che è proprio morta. I suonatori e gli amici scuotono il capo davanti alla illusione di Gesù. Loro la credono tale.

21Ma Egli ripete un: «Tacete!» talmente energico che il baccano, se non cessa del tutto, diviene brusio. E passa oltre.

Risurrezione della fanciulla (Mc 5,41-42; Mt 9,26; Lc 8,55-56)[10].

22Entra in una cameretta. Sul letto è stesa una fanciulla morta. Magra, pallidissima, ella giace già vestita e coi bruni capelli accomodati con cura. La madre piange presso quel lettino dal lato destro e bacia la cerea manina della morta.

23Gesù… come è bello ora! Come poche volte l’ho visto! Gesù si accosta sollecito. Pare che scivoli sul pavimento, in volo, tanto si affretta a quel letticciuolo. I tre apostoli restano contro la porta che chiudono in faccia ai curiosi. Il padre si ferma ai piedi del letto.

24Gesù va alla sinistra del lettuccio, tende la mano sinistra e prende con questa la manina abbandonata della morticina. La mano sinistra. Ho visto bene. È la sinistra tanto di Gesù che della bambina. Alza il braccio destro portando la mano aperta sino all’altezza della spalla e poi l’abbassa con l’atto di uno che giura o comanda. Dice: «Fanciulla, Io te lo dico. Alzati!».

25Un attimo in cui tutti, meno Gesù e la morta, restano sospesi. Gli apostoli allungano il collo per vedere meglio. Il padre e la madre guardano con mano straziati la loro creatura. Un attimo. Poi un sospiro alza il petto della morticina. Un lieve colore monta al visetto cereo e ne annulla le lividure di morte. Un sorriso si disegna sulle labbra pallide prima ancora che gli occhi si aprano, come la fanciulla facesse un bel sogno. Gesù le tiene sempre la mano nella sua mano. La bambina apre dolcemente gli occhi, li gira intorno come si svegliasse allora. Vede per primo il volto di Gesù che la fissa coi suoi splendidi occhi e le sorride con bontà che incoraggia, e gli sorride.

26«Alzati» ripete Gesù. E scosta con la sua mano gli apparati funebri che erano sparsi sul lettuccio e ai lati (fiori, veli, ecc. ecc.) e l’aiuta a scendere, le fa fare i primi passi tenendola sempre per mano.

27«Datele da mangiare, ora» ordina. «Essa è guarita. Dio ve l’ha resa. Ringraziatelo. E non dite a nessuno ciò che è accaduto. Voi sapete che era avvenuto di lei. Avete creduto e avete meritato il miracolo. Gli altri non hanno avuto fede. Inutile cercare di persuaderli. A chi nega il miracolo Dio non si mostra. E tu, fanciulla, sii buona. Addio. La pace sia a questa casa». Ed esce rinchiudendo l’uscio dietro di Sé.

La visione cessa.

Commento del portavoce.

28Le dirò che i due punti in cui essa mi ha particolarmente letificata sono stati quelli in cui Gesù cerca nella folla chi l’ha toccato e soprattutto quando, ritto presso la morticina, le prende la mano e le ordina di alzarsi. La pace, la sicurezza è entrata in me. Non è possibile che un Pietoso suo pari e un Potente non possa avere pietà di noi e vincere il Male che ci fa morire.

29Gesù per ora non commenta, come non dice nulla su altre cose. Mi vede quasi morta e non giudica opportuno che io stia meglio questa sera. Sia fatto come Egli vuole. Sono già felice abbastanza nell’avere in me la sua visione.

231. A Cafarnao, Marta parla con Gesù della crisi che tormenta Maria
di Magdala
[11].

Motivo del pianto di Marta.

Marta cerca il Signore

1Accaldato e polveroso, Gesù, con Pietro e Giovanni, rientra nella casa di Cafarnao. Ha appena messo piede nell’orto, diretto alla cucina, quando il padrone di casa lo chiama famigliarmente dicendogli: «Gesù, è tornata quella dama di cui ti ho parlato a Betsaida, è tornata a cercarti. Le ho detto di aspettarti e l’ho condotta di sopra, nella stanza alta».

2«Grazie, Tommaso, vado subito. Se vengono gli altri trattienili qui». E Gesù sale lesto la scala senza neppure levarsi il mantello.

Sulla terrazza dove la scala immette vi è ferma Marcella, l’ancella di Marta. «Oh! Maestro nostro! La mia padrona è là dentro. Ti aspetta da tanti giorni», dice la donna inginocchiandosi a venerare Gesù.

3«Lo immaginavo. Vado subito da lei. Dio ti benedica, Marcella».

4Gesù alza la tenda messa a fare da riparo alla luce ancora violenta, nonostante che il tramonto sia avanzato e faccia di fuoco l’aria e pare accenda le case bianche di Cafarnao con il riverbero rosso di un enorme braciere. Nella stanza, tutta velata e avvolta in un mantello, seduta presso una finestra, è Marta. Forse guarda uno scorcio di lago in cui si tuffa il muso di un colle boscoso. Forse non guarda che i suoi pensieri. Certo è molto assorta, tanto da non sentire il lieve scalpiccio di Gesù che le si avvicina. E ha un sussulto quando Egli la chiama.

«Oh! Maestro!», grida. E scivola in ginocchio a braccia tese, come invocando aiuto, e poi si curva fino a toccare con la fronte il pavimento e piange.

Motivo del pianto di Marta

5«Ma perché? Su, alzati! Perché questo grande pianto? Hai qualche sventura da dirmi? Sì? Quale dunque? Sono stato a Betania, lo sai? Sì? E là ho saputo che c’erano buone notizie. Ora tu piangi… Che cosa è avvenuto?», e la forza ad alzarsi facendola sedere sul sedile messo contro la parete e sedendosi di fronte a lei.

6«Andiamo, levati il velo e il mantello, come faccio Io. Devi soffocare lì sotto. E poi voglio vedere il viso di questa Marta turbata, per cacciare tutte le nuvole che l’oscurano».

Marta ubbidisce piangendo sempre, e appare il suo viso arrossato, dagli occhi gonfi.

7 «Dunque? Ti aiuterò Io. Maria ti ha mandato a chiamare. Ha pianto molto, ha voluto sapere molto di Me, e tu hai pensato che ciò fosse buon segno, tanto che per compiere il miracolo hai desiderato Me. E Io sono venuto. E ora? …».

«Ora più nulla, Maestro! Mi sono sbagliata. É la troppo viva speranza che fa vedere ciò che non c’è… Ti ho fatto venire per nulla… Maria è peggio di prima… No! Che dico! Calunnio, mento. Non è peggio, perché non vuole più uomini d’intorno. E’ diversa, ma è sempre tanto cattiva. Mi sembra pazza… Io non la capisco più. Prima, almeno, la capivo. Ma ora! Ora chi la capisce più?», e Marta piange desolatamente.

8«Su, mettiti calma e dimmi cosa fa. Perché è cattiva? Uomini, dunque, non ne vuole più intorno. Suppongo perciò che viva ritirata in casa. É così? Sì? Bene. Ciò è molto bene. L’averti desiderata vicina come per essere difesa dalla tentazione – sono le tue parole – e lo schivare la tentazione inibendosi le colpevoli relazioni, o anche semplicemente ciò che potrebbe indurre a colpevoli relazioni, è segno di volontà buona».

«Dici di sì, Maestro? Proprio lo credi che è così?».

9«Ma certo. In che allora ti sembra cattiva? Raccontami cosa fa…».

“Inferma per possesso demoniaco”.

Volontà di guarire

10«Ecco». Marta, un poco rianimata dalla certezza di Gesù, parla con più ordine. «Ecco. Maria da quando sono venuta non è più uscita dalla casa e dal giardino, neppure per andare sul lago con la barca. E mi ha detto la sua nutrice che anche prima non usciva quasi più. Dalla Pasqua pare che abbia avuto inizio questo mutamento. Però prima della mia venuta ancora venivano persone a trovarla e non sempre lei le respingeva. Delle volte dava l’ordine che nessuno fosse fatto passare. E pareva un ordine dato per sempre. Poi giungeva a percuotere i servi, presa da un’ira ingiusta se, accorrendo lei verso il vestibolo per avere sentito le voci dei visitatori, li trovava già partiti. Da quando sono venuta io, non lo ha fatto più. Mi ha detto la prima notte, e per questo io ho tanto sperato: “Tienimi, legami magari. Ma non mi lasciare più uscire, non lasciare più che io veda altri che te e la nutrice. Perché io sono una malata e voglio guarire. Ma quelli che vengono da me, o che vogliono che io vada da loro, sono come degli stagni di febbre. Mi fanno sempre più ammalare. Ma sono tanto belli, all’apparenza, sono tanto fioriti e pieni di canti, con frutta d’aspetto piacevole, che io non so resistere perché sono una disgraziata, una disgraziata sono. Tua sorella è una debole, Marta. E c’è chi si approfitta della sua debolezza per farle compiere cose infami alle quali un resto di me non consente. L’unico resto che ho ancora della mamma, della povera mamma mia…”, e piangeva, piangeva.

E io l’ho fatto questo. Con dolcezza nelle ore che lei è più ragionevole; con fermezza nelle ore che mi sembra una fiera in gabbia. Non si è mai ribellata a me. Anzi, passati i momenti di maggiore tentazione, viene a piangere ai miei piedi, col capo sul grembo, e dice: “Perdonami, perdonami!”; e se io le chiedo: “Ma di che, sorella? Tu non mi hai dato dolore”, lei mi risponde: “Perché poco fa, o ieri sera, quando tu mi hai detto: ‘Tu non vai fuori di qui’, io nel mio cuore ti ho odiata, maledetta, e ti ho desiderato la morte”.

Non fa pena, Signore? Ma è pazza forse? Il suo vizio l’ha resa pazza? Penso che qualche amante le abbia dato un filtro per rendersela schiava nella lussuria e ciò le sia salito al cervello…».

11«No. Niente filtro. Niente pazzia. É un’altra cosa. Ma continua».

Incoerenze di una posseduta

12«Dunque con me è rispettosa e ubbidiente. Anche i servi non li ha più maltrattati. Ma però, dopo la prima sera, non ha più chiesto di sapere nulla di Te. Anzi, se io ne parlo, devia il discorso. Salvo poi stare ore e ore sullo scoglio dove è il belvedere a guardare il lago, fino ad esserne abbacinata, e a chiedermi, ad ogni barca che vede passare: “Ti pare quella dei pescatori galilei?”. Non dice mai il tuo Nome, né quello degli apostoli. Ma io so che pensa a loro e a Te nella barca di Pietro. E anche capisco che pensa a Te perché delle volte alla sera, mentre passeggiamo nel giardino oppure attendiamo l’ora del riposo, io cucendo, lei stando con le mani in mano, mi dice: “Così dunque bisogna vivere secondo la dottrina che segui?”. E delle volte piange, altre ride con una risata sarcastica, da pazza o da demonio.

13Altre volte invece si scioglie i capelli, sempre così artisticamente acconciati, e ne fa due trecce, e si mette una delle mie vesti e mi viene davanti con le trecce giù per le spalle o portate sul davanti, tutta accollata, pudica, fatta giovanetta dall’abito, dalle trecce e dall’espressione del volto, e dice ancora: “Così dunque dovrebbe divenire Maria?”, e anche lì delle volte piange baciandosi le sue splendide trecce grosse come braccia, lunghe fino ai ginocchi, tutto quell’oro vivo che era la gloria di mia madre, e alle volte invece fa quell’orrenda risata oppure mi dice: “Ma piuttosto, guarda, faccio così, e mi levo di mezzo”, e si annoda le trecce alla gola e stringe fino a divenire paonazza come per volersi strozzare. Altre volte, si capisce quando più forte sente la sua… la sua carne, ella si compassiona oppure si malmena. L’ho trovata che si percuoteva ferocemente il seno, il grembo, e si graffiava la faccia, picchiava la testa contro il muro, e se io le chiedevo: “Ma perché fai così?”, mi si voltava stravolta, feroce, dicendo: “Per spezzarmi. Me, le mie viscere e la mia testa. Le cose nocive, maledette, vanno distrutte. Mi distruggo”.

14E se io le parlo della misericordia divina, di Te – perché io ne parlo lo stesso di Te, come se lei fosse la più fedele delle tue discepole, e ti giuro che delle volte ho ribrezzo di parlarne davanti a lei – lei mi risponde: “Per me non ci può essere misericordia. Ho passato la misura”. E allora le prende una furia di disperazione, e grida, percuotendosi a sangue: “Ma perché? Perché a me questo mostro che mi dilania? Che non mi dà pace. Che mi porta al male con voci di canto e poi mi ci unisce le voci maledicenti del padre, della mamma, di voi, perché anche tu e Lazzaro mi maledite, e mi maledice Israele, me le porta per farmi impazzire…

15Io allora, quando così dice, rispondo: “Perché pensi a Israele, un popolo sempre, e non a Dio? Ma posto che non hai pensato prima a calpestare tutto, pensa ora a superare tutto, e a non curarti altro che di quello che non è mondo, ossia di Dio, del padre, della madre. Ed essi non ti maledicono se tu cambi vita, ma ti aprono le braccia…”. E lei mi ascolta, pensierosa, stupita come io dicessi una favola impossibile, e poi piange… Ma non risponde. Delle volte invece ordina ai servi vini e droghe, e beve e mangia questi cibi artificiosi e spiega: “Per non pensare.

16Ora, da quando sa che Tu sei sul lago, dice a me, tutte le volte che si accorge che vengo: “Qualche volta vengo anche io” e, ridendo di quel riso che è un insulto a se stessa, termina: “Così almeno l’occhio di Dio cadrà anche sul letame”. Ma io non voglio che venga. E ora aspetto a venire quando lei, stanca di ira, di vini, di pianto, di tutto, dorme spossata. Anche oggi sono fuggita così, in modo da tornare a notte, prima che lei si ridesti. Questa è la mia vita… e io non spero più…»; e il pianto, non più frenato dal pensiero di dire tutto con ordine, riprende più forte di prima.

Enferma por possesso demoniaco  

17«Ti ricordi, Marta, cosa ti ho detto una volta? “Maria è una malata”. Tu non lo volevi credere. Ora lo vedi. Tu la chiami pazza. Lei stessa si dice malata di febbri peccaminose. Io dico: inferma per possesso demoniaco. É sempre una malattia. E queste incoerenze, queste furie, questi pianti, e desolazioni, e aneliti a Me sono le fasi del suo male che, giunto al momento della guarigione, ha le più violente crisi. Tu fai bene a essere buona con lei. Fai bene ad essere paziente. Fai bene a parlarle di Me. Non averne ribrezzo a dire il mio Nome in sua presenza. Povera anima della mia Maria! É pure essa uscita dal Padre Creatore, non dissimile dalle altre, dalla tua, da quella di Lazzaro, da quelle degli apostoli e discepoli. Pure essa è stata inclusa e contemplata fra le anime per cui Io mi sono fatto carne per essere Redentore. Anzi per lei più che per te, per Lazzaro, apostoli e discepoli, Io sono venuto. Povera, cara anima che soffre, della mia Maria! Della mia Maria avvelenata con sette veleni oltre che col veleno primogenito e universale! Della mia Maria prigioniera! Ma lascia che venga a Me! Lascia che respiri il mio respiro, che senta la mia voce, che incontri il mio sguardo!… Si dice “letame”… Oh! povera cara, che dei sette demoni ha in sé meno forte quello della superbia! Ma solo per questo si salverà!».

La Cristo-terapia

18«Ma se poi uscendo trova qualcuno che la devia di nuovo verso il vizio? Lei stessa lo teme…».

19«E sempre lo temerà, ora che è giunta ad avere nausea del vizio. Ma non temere. Quando un’anima ha già questo desiderio di venire al Bene, e ne è trattenuta solo dal Nemico diabolico, che sa di perdere la preda, e dal nemico personale dell’io, che ragiona ancora umanamente e giudica sé stesso umanamente, applicando a Dio il suo giudizio per impedire allo spirito di dominare l’io umano, allora quell’anima è già forte contro gli assalti del vizio e dei viziosi. Ha trovato la Stella Polare e non devia più. E ugualmente non dirle più: “E non hai pensato a Dio e invece pensi a Israele?”. É un rimprovero implicito. Non lo fare. É una uscita dalle fiamme. É tutta una piaga. Non la sfiorare altro che con balsami di dolcezza, di perdono, di speranza…

20Lasciala libera di venire. Anzi devi dirle quando conti di venire, ma non dirle: “Vieni con me”. Anzi, se riesci a capire che viene, tu non venire. Torna indietro. Attendila a casa. Ti verrà, spezzata dalla Misericordia. Perché Io le devo levare la malvagia forza che ora la tiene, e per qualche ora sarà come una svenata, una a cui un medico ha levato le ossa. Ma poi starà meglio. Sarà sbalordita.

21Avrà un grande bisogno di carezze e di silenzio. Assistila come fossi il suo secondo angelo custode: senza farti sentire. E se la vedrai piangere, lasciala piangere. E se la udrai farsi domande, lasciala fare. E se la vedrai sorridere, e poi farsi seria, e poi sorridere con un sorriso mutato, con un occhio mutato, con un volto mutato, non farle domande, non metterla in soggezione. Soffre più ora, nell’ascendere, che quando discese. E deve fare da sé, come da sé ha fatto quando è discesa. Non ha sopportato allora i vostri sguardi sulla sua discesa, perché nei vostri occhi era il rimprovero. Ma ora non può, nella sua vergogna finalmente risvegliata, sopportare il vostro sguardo. Allora era forte perché aveva in sé Satana, che era il padrone e la mala forza che la reggeva e poteva sfidare il mondo, eppure non ha potuto essere vista da voi nel suo peccare.

22Ora non ha più Satana per padrone. Egli è ospite in lei, ancora, ma è già tenuto alla gola dal volere di Maria. E non ha ancora Me. Perciò è troppo debole. Non può sostenere neppure la carezza dei tuoi occhi fraterni sulla sua confessione al suo Salvatore. Tutta la sua energia è volta e consumata a tenere alla gola il settemplice demone. Per tutto il resto ella è indifesa, nuda. Ma Io la rivestirò e la fortificherò.

23Va’ in pace, Marta. E domani, con tatto, dille che Io parlerò presso il torrente della Fonte, qui a Cafarnao, dopo il vespero. Va’ in pace! Va’ in pace! Ti benedico».

Utilità delle reliquie

Marta è perplessa ancora.

24«Non cadere in incredulità, Marta», le dice Gesù che l’osserva.

«No, Signore. Ma penso… Oh! dammi qualche cosa che io possa dare a Maria, per darle un poco di forza… Soffre tanto… e io ho tanta paura che non riesca a trionfare sul demonio!».

25«Sei una bambina! Ha Me e te, Maria. Può mai non riuscire? Però vieni e tieni. Dammi questa mano che non ha mai peccato, che ha saputo essere dolce, misericordiosa, attiva, pia. Ha sempre fatto gesti di amore e di preghiera. Non si è impoltrita nell’ozio. Non si è corrotta mai. Ecco, la tengo fra le mie per farla più santa ancora. Alzala contro il demonio ed esso non la sopporterà. E prendi questa mia cintura. Non te ne separare mai. E tutte le volte che la vedrai di’ a te stessa: “Più forte di questa cintura di Gesù è il potere di Gesù, e con esso tutto si vince: demoni e mostri. Non devo temere”. Sei contenta ora? La mia pace sia con te. Va’ tranquilla».

Marta lo venera ed esce.

26Gesù sorride mentre la vede riprendere posto nel carro, che Marcella ha fatto venire alla porta, e andare verso Magdala.

232. Guarigione di due ciechi e di
un muto indemoniato
[12].

Migliorarsi giorno per giorno

Pettegolezzi locali.

1Poi Gesù scende nella cucina e, vedendo che Giovanni sta per andare alla fonte, anziché rimanere nella cucina calda e fumosa preferisce andare con Giovanni, lasciando Pietro alle prese con dei pesci che hanno portato allora allora i garzoni di Zebedeo per la cena del Maestro e degli apostoli.

2Non vanno alla fonte sorgiva che è all’estremo del paese, ma a quella sulla piazza e dove certo l’acqua viene portata ancora da quella bella e abbondante sorgiva che spiccia dalla costa del monte presso il lago. Sulla piazza è la solita folla dei paesi palestinesi a sera. Donne con le anfore, bambini che giuocano, uomini che trattano di affari o … di pettegolezzi locali. Passano anche, attorniati da servi o da clienti, i farisei diretti alle ricche case. Tutti si scansano per farli passare ossequiandoli, salvo poi, appena passati, maledirli di cuore narrando i loro ultimi soprusi e strozzinaggi.

Matteo imita il suo Maestro

3Matteo, in un angolo della piazza, conciona i suoi antichi amici, il che fa dire con sprezzo e a voce alta al fariseo Uria: «Le famose conversioni! L’affetto al peccato rimane e lo si vede dalle amicizie che durano. Ah! Ah!»

4Al che Matteo si volge risentito rispondendo: «Durano per convertirli».

«Non ce n’è bisogno! Basta il tuo Maestro. Tu stacci lontano, che non ti torni la malattia, ammesso che tu sia guarito proprio».

5Matteo diviene paonazzo nello sforzo di non dirne quattro, ma si limita a rispondere: «Non temere e non sperare».

«Cosa?».

6«Non temere che io torni ad essere Levi il pubblicano e non sperare che io ti imiti per perdere queste anime. Le separazioni e gli sprezzi li lascio a te e ai tuoi amici. Io imito il mio Maestro e avvicino i peccatori per portarli alla Grazia».

Uria vorrebbe ribattere, ma sopraggiunge l’altro fariseo, il vecchio Eli, e dice: «Ma non sporcare la tua purezza e non contaminare la tua bocca, amico. Vieni con me», e prende sottobraccio Uria portandolo verso la sua casa.

Migliorarsi giorno per giorno

7Intanto la folla, specie di bambini, si è stretta ancora a Gesù. Vi è fra i bambini la coppia dei fratellini Giovanna e Tobiolo, quelli che in un giorno lontano si litigavano per i fichi, e dicono a Gesù, brancicando con le manine l’alto corpo di Gesù per richiamare la sua attenzione: «Senti, senti. Anche oggi siamo stati buoni, sai? Non abbiamo mai pianto. Non ci siamo mai fatti dispetti, per amore di Te. Ci dai un bacio?».

8«Siete stati buoni dunque, e per amor mio! Che gioia mi date. Eccovi il bacio. E domani siate meglio ancora».

9E vi è Giacomo, il piccolo che portava ogni sabato la borsa di Matteo a Gesù. Dice: «Levi non mi dà più nulla per i poveri del Signore, ma io ho messo via tutti gli spiccioli che mi danno quando sono buono e ora te li do. Li dai ai poveri per mio nonno?».

10«Certamente. Che ha il nonno?».

«Non cammina più. É tanto vecchio e le gambe non lo reggono più».

11«Ti spiace questo?».

«Sì, perché era il mio maestro quando si andava per la campagna. Mi diceva tante cose. Mi faceva amare il Signore. Anche ora mi dice di Giobbe e mi fa vedere le stelle del cielo, ma dalla sua sedia… Era più bello prima».

12«Verrò da tuo nonno domani. Sei contento?».

E Giacomo è surrogato da Beniamino, non quello di Magdala, il Beniamino di Cafarnao, quello di una lontana visione. Giunto sulla piazza insieme alla madre e visto Gesù, lascia la mano materna e si getta con un grido che pare un garrito di rondine fra la piccola calca e, arrivato davanti a Gesù, lo abbraccia ai ginocchi dicendo: «Anche a me, anche a me una carezza!»

La fede di due ciechi

Chi non crede nel Messia è condannato

Passa in quel momento il fariseo Simone e fa un pomposo inchino a Gesù, che glielo ricambia. Il fariseo si ferma e, mentre la folla si scansa come intimorita, il fariseo dice: «E a me non daresti una carezza?», e ha un lieve sorriso.

13«A tutti che me la chiedono. Mi felicito con te, Simone, per la tua ottima salute. Mi avevano detto a Gerusalemme che eri stato alquanto malato».

«Sì. Molto. Ti ho desiderato per guarire».

14«Credevi che Io lo potessi?».

     Non ne ho mai dubitato. Ma ho dovuto guarire da me perché Tu sei stato molto assente. Dove sei stato?».

15 «Ai confini di Israele. Così ho occupato i giorni fra Pasqua e Pentecoste».

«Molti successi? Ho saputo dei lebbrosi di Innom e Siloan. Grandioso. Quello solo? No certo. Ma ciò si sa per il sacerdote Giovanni. Chi non è prevenuto crede in Te ed è beato».

16«E chi non crede perché è prevenuto? Che è di lui, saggio Simone?».

Il fariseo si turba un poco… è combattuto fra la voglia di non condannare i suoi troppi amici che sono prevenuti contro Gesù e quella di ben meritare gli elogi di Gesù. Ma vince questa e dice: «E chi non vuole credere in Te nonostante le prove che dài è condannato».

17«Io vorrei che nessuno lo fosse…».

«Tu sì. Noi non ti ricambiamo con la stessa misura di bontà che Tu hai per noi. Troppi non ti meritano… Gesù, ti vorrei mio ospite domani…».

18«Domani non posso. Facciamo fra due giorni. Accetti?».

«Sempre. Avrò… amici… e li dovrai compatire se…».

19«Sì, sì. Verrò con Giovanni».

«Solo lui?».

20«Gli altri hanno altre missioni. Eccoli che tornano dalle campagne. La pace a te, Simone».

«Dio sia con Te, Gesù».

21Il fariseo se ne va e Gesù si riunisce agli apostoli.

La fede di due ciechi (Mt 9,27-31)[13]. 

Tornano a casa per la cena.

22Ma mentre mangiano il pesce arrostito li raggiungono dei ciechi che già avevano implorato Gesù per la via. Ripetono ora il loro: «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di noi!».

«Ma andate via! Vi ha detto: “domani”, e domani sia. Lasciatelo mangiare», rimprovera Simon-Pietro.

23«No, Simone. Non li cacciare. Tanta costanza merita un premio. Venite avanti voi due», dice poi ai ciechi, e quelli entrano tastando col bastone il suolo e le pareti.

24«Credete voi che Io vi possa rendere la vista?».

«Oh! sì! Signore! Siamo venuti perché ne siamo certi».

25Gesù si alza da tavola, li avvicina, pone i suoi polpastrelli sulle palpebre cieche, alza il volto, prega e dice: «Siavi fatto secondo la fede che avete». Leva le mani e le palpebre senza moto si muovono, perché la luce colpisce di nuovo le pupille rinate in uno, e si dissigillano le palpebre all’altro, e dove prima era una naturale sutura, dovuta certo a ulceri mal curate, ecco che si riforma l’orlo palpebrale senza difetti e si alza e si abbassa con moto d’ala.

I due cadono in ginocchio.

26«Alzatevi e andate. E badate bene che nessuno sappia ciò che vi ho fatto. Portate alle vostre città la novella della grazia ricevuta, ai parenti, agli amici. Qui non è necessario e non è propizio all’anima vostra. Conservatela immune da lesioni nella sua fede così come, ora che sapete cosa è l’occhio, lo preserverete da lesioni per non accecare di nuovo».

La cena ha termine. Salgono sulla terrazza dove è un poco di frescura. Il lago è tutto un brillio sotto il quarto di luna.

Quando Gesù si abstrae nel guardare la natura.

27Gesù si siede sull’orlo del muretto e si astrae a guardare quel lago di argento mosso. Gli altri parlano fra di loro a voce sommessa per non disturbarlo.

28Ma lo guardano come affascinati. Infatti! Come è bello! Tutto aureolato di luna che ne illumina il volto severo e sereno nello stesso tempo, permettendo di studiarne i più lievi particolari, Egli sta colla testa lievemente riversa, appoggiata al tralcio ruvido della vite che sale di lì per stendersi poi sulla terrazza.

29I suoi occhi lunghi, di un azzurro che nella notte pare quasi color dell’onice, pare riversino onde di pace su tutte le cose. Qualche volta si alzano verso il cielo sereno, sparso d’astri, talaltra si abbassano sulle colline, e più giù, sul lago, altre ancora fissano un punto indeterminato e pare che sorridano ad un loro proprio vedere.

30I capelli ondeggiano lievi al vento leggero. Con una gamba sospesa a poca distanza dal suolo, l’altra che al suolo si appoggia, sta così, seduto di sbieco, con le mani abbandonate sul grembo, e l’abito bianco pare accentuare il suo candore, farsi quasi d’argento per la luce lunare, mentre le mani lunghe e di un bianco d’avorio sembrano accentuare la loro tinta di vecchio avorio e la loro bellezza virile e pure affusolata.

31Anche il volto, dalla fronte alta, dal naso diritto, dall’ovale sottile delle guance, che la barba biondo rame allunga, sembra, in questa luce lunare, farsi di avorio vecchio perdendo la sfumatura rosea che nel giorno si nota al sommo delle guance.

Un muto indemoniato.

“Antipatie senza peso”

«Sei stanco, Maestro?», interroga Pietro.

32«No».

«Mi sembri pallido e pensieroso…».

33«Pensavo. Ma non credo essere più pallido del solito. Venite qui… Il lume di luna vi fa tutti pallidi voi pure. Domani andrete a Corozim. Forse troverete dei discepoli. Parlate loro. E badate di essere domani al vespero qui. Predicherò presso il torrente».

«Che bella cosa! Lo diremo a quelli di Corozim. Oggi, nel ritorno, abbiamo incontrato Marta e Marcella. Erano state qui?», chiede Andrea.

34«Sì».

«A Magdala si faceva un gran parlare di Maria che non esce più, che non dà più feste. Abbiamo riposato presso la donna dell’altra volta. Beniamino mi ha detto che quando ha voglia di fare il cattivo pensa a Te e …».

«…e a me, dillo pure Giacomo», dice l’Iscariota.

«Non lo ha detto».

«Ma lo ha sottinteso dicendo: “Non voglio essere bello ma cattivo, io” e mi ha guardato storto. Non mi può …».

35«Antipatie senza peso, Giuda. Non ci pensare», dice Gesù.

«Sì, Maestro. Ma è seccante che…».

Liberazione di un muto indemoniato Mt 9,32-33; Lc 11,14[14]. 

36«C’è il Maestro?», grida una voce dalla via.

«C’è. Ma che volete da capo? Non vi basta il giorno quanto è lungo? É questa l’ora da disturbare dei poveri pellegrini? Tornate domani», ordina Pietro.

37«É che abbiamo con noi un muto indemoniato. E per la strada ci è scappato tre volte. Se non era così si arrivava prima. Siate buoni! Fra poco, quando la luna sarà alta, urlerà forte e spaventerà il paese. Vedete come già si agita?!».

38Gesù si sporge dal muretto dopo avere attraversato tutta la terrazza. Gli apostoli lo imitano. Una collana di visi curvi su una turba di gente che alza la testa verso quelli che la chinano.

39In mezzo, con mosse e mugolio da orso o da lupo incatenato, un uomo ben legato ai polsi perché non fugga. Mugola dimenandosi con mosse bestiali e come cercando al suolo chissà che. Ma quando alza gli occhi e incontra lo sguardo di Gesù ha un urlo bestiale, inarticolato, un vero ululato, e cerca fuggire.

La folla, quasi tutta Cafarnao nei suoi adulti, si scansa impaurita. «Vieni, per carità! Gli riprende come prima…».

40 «Vengo subito».

E Gesù scende svelto andando di faccia al disgraziato, che è più che mai agitato.

41«Esci da costui. Lo voglio».

L’ululo si schianta in una parola: «Pace!».

42«Sì, pace. Abbi pace ora che sei liberato».

La folla urla di meraviglia vedendo il subitaneo passaggio dalla furia alla quiete, dalla possessione alla liberazione, dal mutismo alla favella.

43«Come avete saputo che ero qui?».

«A Nazaret ci dissero: “É a Cafarnao”. A Cafarnao ce lo confermarono due che si dicevano risanati negli occhi da Te, in questa casa».

«É vero! É vero! Anche a noi lo dissero…», gridano in molti. E commentano: «Mai si videro simili cose in Israele!».

Incredulità dei farisei (Mt 9,34)[15]. 

49«Se non avesse l’aiuto di Belzebù non le farebbe», ghignano i farisei di Cafarnao, fra i quali manca Simone.

50«Aiuto o non aiuto, io sono guarito e i ciechi pure. Voi non lo potreste fare, nonostante le vostre gran preghiere», rimbecca il muto indemoniato guarito e bacia la veste di Gesù, che non risponde ai farisei ma si limita a licenziare la folla col suo: «La pace sia con voi», mentre trattiene il miracolato e chi lo accompagna offrendo loro ricovero nella stanza alta per il riposo fino all’alba.

233. La parabola della pecorella smarrita, ascoltata anche da Maria di Magdala[16].

Parabola della pecorella smarrita.

Chiara sera di prima estate.

1Gesù parla alle folle. Montato sul margine arborato di un torrentello, parla a molta gente sparsa su un campo che ha il grano segato e mostra l’aspetto desolante delle stoppie arse.

2È sera. Il crespuscolo scende, ma già sale la luna. Una bella e chiara sera di prima estate. Dei greggi tornano all’ovile e il din-don dei campanacci si mescola ad un grande cantare di grilli o cicale, un grande gri, gri, gri…

Il pastore buono.

3Gesù prende lo spunto dalle mandre che passano. Dice:

4«Il Padre vostro è come un pastore sollecito. Che fa il pastore buono? Cerca pascoli buoni per le sue pecorelle, quelli dove non sono cicute e tossici, ma dolci trifogli, aromatiche mentucce e amari ma salutiferi radicchi. Cerca là dove insieme al cibo sia fresco e puro ruscello e ombria di piante e non regnino aspidi fra il verde delle zolle. 5Non si cura di preferire i pascoli più grassi perché sa che in essi è facile trovare insidia di colubri e d’erbe nocive, ma dà le sue preferenze ai pascoli montani, dove le rugiade fan monda e fresca l’erbetta, ma il sole la pulisce dai rettili, là dove l’aria è mossa e buona e non pesante e malsana come quella di pianura. 6Il buon pastore osserva una per una le sue pecore. Le cura se sono malate, le medica se ferite. A quella che si ammalerebbe per troppa ingordigia di cibo dà la voce, all’altra che prenderebbe un male per rimanere troppo all’umido o troppo al sole dice di venire in altro luogo. E se una svogliata non mangia, egli le cerca gli steli aciduli e aromatici atti a risvegliarle l’appetito e glieli porge di sua mano parlandole come a persona amica.

7Così fa il Padre buono che è nei Cieli coi suoi figli erranti sulla Terra. Il suo amore è la verga che li raduna, la sua voce è la guida, i suoi pascoli la sua Legge, il suo ovile il Cielo.

Il tentatore

8Ma ecco che una pecorella lo lascia. Quanto Egli l’amava! Era giovane, pura, candida, come nuvola in cielo d’aprile. Il pastore la guardava con tanto amore, pensando a quanto bene poteva ad essa fare e quanto amore riceverne. Ed essa lo abbandona.

9È passato, lungo la via che costeggia il pascolo, un tentatore. Non ha la casacca austera, ma veste una veste di mille colori. Non ha cintura di pelle con l’ascia e il coltello pendenti, ma una cintura d’oro da cui pendono sonagli argentini, melodiosi come voce di usignolo, e fiale di essenze che inebbriano… 10Non ha bordone come il pastore buono col quale radunare e difendere le pecore, e se non basta il bordone egli è pronto a difenderle con l’ascia e coltello e anche con la vita. Ma questo tentatore che passa ha fra le mani un turibolo brillante di gemme, da cui sale un fumo che è lezzo e profumo insieme, ma che sbalordisce così come lo sfaccettio dei gioielli – oh! quanto falsi! – abbacina. Egli va cantando e lascia cadere manate di un sale che brilla sulla strada oscura…

La pecorella smarrita (Mt 18,12-13; Lc 15,4)[17]. 

11Novantanove pecore guardano e stanno. La centesima, la più giovane e cara, fa un balzo e scompare dietro al tentatore. Il pastore la chiama. Ma lei non torna. Va più veloce del vento per raggiungere colui che è passato e, per sorreggersi nella corsa, gusta di quel sale che le scende dentro e la brucia di un delirio strano per cui anela ad acque fonde e verdi in un cupo di selve. 12E nelle selve, dietro il tentatore, si sprofonda e penetra e sale e scende e cade… una, due, tre volte. E una, due, tre volte sente intorno al suo collo l’abbraccio viscido dei rettili, e volendo bere beve acque inquinate, e volendo nutrirsi morde erbe lucide di bave schifose.

Il pastore cerca la sua pecorella.

13Che fa intanto il pastore buono? Chiude al sicuro le novantanove fedeli e poi si pone in cammino, e non resta di andare sinché non trova tracce della perduta. Poiché ella non torna a lui, che pure affida ai venti le sue parole di richiamo, egli va a lei. 14E la vede da lungi, ebbra fra le spire dei rettili, tanto ebbra che non sente nostalgia del volto che l’ama; e lo deride. E la rivede, colpevole di esser penetrata, ladra, nell’altrui dimora, tanto colpevole che non osa più guardarlo… 15Eppure il pastore non si stanca… e va. La cerca, la cerca, la segue, l’incalza. Piangendo sulle tracce della perduta – lembi di vello: lembi d’anima; tracce di sangue: delitti diversi; lordure: prove della sua lussuria – egli va e la raggiunge.

La pecorella ritrovata.

16Ah! ti ho trovata, diletta. Ti ho raggiunta! Quanto cammino ho fatto per te. Per riportarti all’ovile. Non chinare la fronte avvilita. Il tuo peccato è sepolto nel mio cuore. Nessuno, fuorché Io che ti amo, lo conoscerà. Io ti difenderò dalle critiche altrui, ti coprirò con la mia persona per farti scudo contro le pietre degli accusatori. 17Vieni. Sei ferita? Oh! mostrami le tue ferite. Le conosco. Ma voglio che tu me le mostri con la confidenza che avevi quando eri pura e guardavi a me, tuo pastore e dio, con occhio innocente. Eccole. Hanno tutte un nome. Come sono profonde! Chi te le ha fatte tanto profonde queste nel fondo del cuore? 18Il Tentatore, lo so. È lui che non ha bordone né ascia, ma che colpisce più a fondo col suo morso avvelenato, e dietro a lui colpiscono i gioielli falsi del suo turibolo: coloro che ti hanno sedotta col loro brillare… e che erano zolfi d’inferno tratti alla luce per arderti il cuore. Guarda quante ferite! Quanto vello lacerato, quanto sangue, quanti rovi.

Povera piccola anima illusa!

19O povera piccola anima illusa! Ma dimmi: se Io ti perdono, tu mi ami ancora? Ma dimmi: se Io ti tendo le braccia, tu vi accorri? Ma dimmi: hai sete dell’amore buono? E allora vieni e rinasci. Torna nei pascoli santi. 20Piangi. Il tuo col mio pianto lavano le tracce del tuo peccato, ed Io per nutrirti, poiché sei consumata dal male che ti ha arsa, mi apro il petto, le vene mi apro, e ti dico: “Pasciti, ma vivi!”. 21Vieni, che ti prendo sulle braccia. Andremo più solleciti ai pascoli santi e sicuri. Tutto dimenticherai di quest’ora disperata. E le novantanove sorelle, le buone, giubileranno per il tuo ritorno perché, Io te lo dico, mia pecorella smarrita che ho cercato venendo da tanto lontano, che ho raggiunto, che ho salvato, si fa più festa fra i buoni per uno smarrito che torna, che non per novantanove giusti che mai si sono allontanati dall’ovile».

Presenza di Maria di Magdala.

22Gesù non si è mai voltato a guardare sulla via che ha alle spalle e sulla quale è sopraggiunta, fra le penombre della sera, Maria di Magdala, ancora elegantissima, ma vestita almeno, e ricoperta da un velo oscuro che ne confonde i tratti e le forme. Ma quando Gesù parla dal punto: «Io ti ho trovata, diletta», Maria porta le mani sotto al velo e piange, piano e continuamente.

23La gente non la vede perché ella è al di qua dell’argine che borda la via. La vede solo la luna ormai alta e lo spirito di Gesù…

 

24…il quale mi dice: «Il commento è nella visione. Ma te ne parlerò ancora. Ora riposa perché è ora. Ti benedico, Maria fedele».

234. A commento di tre episodi sulla conversione di Maria di Magdala[18].

Consigli ai pastori e agli evangelizzatori.

Consigli ai pastori d’anime

1Dice Gesù: «Dal gennaio, da quando ti ho fatto vedere la cena in casa di Simone il fariseo, tu e chi ti guida avete desiderato di conoscere di più di Maria di Magdala e quali parole ho avuto per lei. Sette mesi dopo vi scopro queste pagine di passato per fare contenti voi e per dare una norma a quelli che devono sapersi curvare su queste lebbrose di anima, e una voce che invita a queste infelici che soffocano nel loro sepolcro di vizio ad uscirne.

2Dio è buono. Con tutti è buono. Non misura con misure umane. Non fa differenze fra peccato e peccato mortale. Il peccato lo addolora, quale che sia. Il pentimento lo rende lieto e pronto al perdono. La resistenza alla Grazia lo rende inesorabilmente severo, perché la Giustizia non può perdonare all’impenitente che muore tale nonostante tutti gli aiuti avuti perché si convertisse.

3Ma delle mancate conversioni, se non la metà almeno i quattro decimi, sono causa prima la trascuranza dei preposti al convertire, un male inteso e bugiardo zelo che è tenda messa su un reale egoismo e orgoglio, per cui si sta tranquilli nel proprio asilo senza scendere fra il fango per strapparne un cuore.

4 “Io sono puro, io sono degno di rispetto. Non vado là dove vi è marciume e dove mi si può mancare di riverenza”. 5Ma colui che così parla non ha letto il Vangelo, dove è detto che il Figlio di Dio andò per convertire pubblicani e meretrici, oltre a onesti che solo erano nella Legge antica[19]? 6Ma non pensa costui che l’orgoglio è impurità di mente, che l’anticarità è impurità di cuore? Sarai vilipeso? Io lo fui prima e più di te, ed ero il Figlio di Dio. Dovrai portare la tua veste sull’immondezze? Ed Io non la toccai con le mie mani, questa immondezza, per metterla in piedi e dirle: “Cammina su questa nuova via”?

Consigli agli evangelizzatori itineranti

7Non ricordate cosa ho detto ai vostri primi predecessori[20]? “In qualunque città o villaggio entrerete informatevi chi vi sia che lo meriti e dimorate presso lui”. Questo perché il mondo non mormori. Il mondo troppo facile a vedere il male in tutte le cose. 8Ma ho aggiunto: “Nell’entrare poi nelle case – ‘case’ ho detto, non ‘casa’ – salutatele dicendo: ‘Pace a questa casa’. Se la casa ne è degna la pace verrà sopra di essa, se non ne è degna tornerà a voi. Questo per insegnarvi che, sino a prova sicura di impenitenza, dovete avere per tutti uno stesso cuore. 9E ho completato l’insegnamento dicendo: “E se alcuno non vi riceve e non ascolta le vostre parole, uscendo da quelle case e da quelle città scuotete la polvere che vi è rimasta attaccata alle suole”. 10La fornicazione, sui buoni che la Bontà costantemente amata fa come cubo di cristallo liscio, non è che polvere. Polvere che basta scuotere o soffiarle sopra perché voli via senza lasciare lesione.

Potere della bontà

11Siate veramente buoni. Un blocco solo con la Bontà eterna al centro. E nessuna corruzione potrà salire a sporcarvi oltre le suole che poggiano al suolo. L’anima è tanto in alto! L’anima di chi è buono e di chi è tutta una cosa con Dio. L’anima è in Cielo. Là non giunge polvere e fango, neppure se è lanciato con astio contro lo spirito dell’apostolo. 12Può colpirvi la carne, ferirvi cioè materialmente e moralmente, perseguitandovi, perché il Male odia il Bene, o offendendovi. E che perciò? Non fui offeso Io? Non fui ferito? Ma incisero quelle percosse e quelle parole oscene sul mio spirito? Lo turbarono? No. 13Come sputo su uno specchio e come sasso lanciato contro la succosa polpa di un frutto, scivolarono senza penetrare, o penetrarono ma solo in superficie, senza ferire il germe chiuso nel nocciolo, anzi favorendone il germogliare, perché più facile è erompere da una massa socchiusa che non da una integra. 14É morendo che il grano germina e l’apostolo produce. Morendo materialmente talora, morendo quasi giornalmente, nel senso metaforico perché non ne è che frantumato l’io umano. E questa non è morte, è Vita. Trionfa lo spirito sulla morte dell’umanità.

Il perdono, natura e valore.

Valore del perdono

15Venuta a Me per capriccio di oziosa che non sa come empire le sue ore di ozio, alle sue orecchie rintronate dai bugiardi ossequi di chi la cullava cogli inni al senso per averla sua schiava, è suonata alle sue orecchie la voce limpida e severa della Verità. 16Della Verità che non ha paura d’esser schernita e incompresa e parla le sue parole guardando Dio. E come coro di campane a festa tutte le voci si sono fuse nella Parola. Le voci use a suonare nei cieli, nell’azzurro libero dell’aria, propagandosi per valli e colline, pianure e laghi, per ricordare le glorie del Signore e le sue festività. 17Non ricordate il doppio di festa che nei tempi di pace faceva tanto lieto il giorno dedicato al Signore? La campana maggiore dava, col maglio sonoro, il primo squillo in nome della Legge divina. Diceva: “Parlo in nome di Dio, Giudice e Re”. 18Ma poi le minori campane arpeggiavano: “che è buono, misericorde e paziente”, sinché la campana più argentina, con voce d’angelo, diceva: “la cui carità spinge a perdonare e a compatire per insegnarvi che il perdono è più utile del rancore, e il compatimento dell’inesorabilità. Venite a Chi perdona. Abbiate fede in Chi compatisce”.

Natura del perdono

19Anche Io, dopo aver ricordato la Legge, calpestata dalla peccatrice, ho fatto cantare la speranza del perdono. Come una serica fascia di verde e di azzurro l’ho scossa fra le tinte nere perché vi mettesse le sue confortevoli parole. 20Il perdono! La rugiada sull’arsione del colpevole. La rugiada non è grandine che saetta, colpisce, rimbalza e va, senza penetrare, uccidendo il fiore. 21La rugiada scende così lieve che il fiore anche più tenue non la sente posarsi sui petali di seta. Ma poi ne beve il fresco e si ristora. Essa si posa presso le radici, sull’arsa gleba, e va oltre… É un umidore di lacrime, pianto delle stelle, amoroso pianto di nutrici sui figli che hanno sete, e che scende, esso stesso ristoro, insieme al latte dolce e fecondo. 22Oh! i misteri degli elementi che operano anche quando l’uomo riposa o pecca! Il perdono è come questa rugiada. Porta seco non solo mondezza, ma succhi vitali rapiti non agli elementi, ma ai focolari divini.

La Sapienza richiama e scuote

23Poi, dopo la promessa di perdono, ecco la Sapienza che parla e dice ciò che è lecito o non lecito, e richiama e scuote. Non per durezza. Ma per sollecitudine materna di salvare.

24Quante volte la vostra selce non si fa ancora più impenetrabile e tagliente verso la Carità che su voi si curva… Quante volte fuggite mentre Essa vi parla!… Quante la deridete! Quante la odiate… Se la Carità usasse con voi i modi che voi usate con Lei, guai alle vostre anime! Invece, lo vedete? Essa è l’instancabile Camminatrice che viene alla ricerca vostra. Viene a raggiungervi anche se voi vi intanate in luride tane.

25Perché Io sono voluto andare in quella casa? Perché non ho operato in essa il miracolo? Per insegnare agli apostoli come agire, sfidando prevenzioni e critiche per compiere un dovere tanto alto che è esente da queste cosucce del mondo.

26Perché ho detto a Giuda quelle parole? Gli apostoli erano molto uomini. Tutti i cristiani sono molto uomini, anche i santi della Terra lo sono, sebbene in maniera minore. Qualcosa di umano sopravvive anche nei perfetti. 27Ma gli apostoli non erano ancora tali. I loro pensieri erano compenetrati di umano. Io li portavo in alto. Ma il peso della loro umanità li riportava in basso. Per farli scendere sempre meno, dovevo mettere sulla via dell’ascesa delle cose atte ad arrestarne la discesa, di modo che contro esse si fermassero meditando e riposando, per poi salire più oltre del limite di prima. 28Cose che fossero di un tenore atto a persuaderli che Io ero un Dio. Perciò introspezione d’anime, perciò vittoria sugli elementi, perciò miracoli, perciò trasfigurazione, risurrezione e ubiquità. 29Io fui sulla strada di Emmaus[21] mentre ero nel Cenacolo[22]; e l’ora delle due presenze, confrontate fra apostoli e discepoli, fu una delle ragioni che più li scosse, svellendoli dai loro lacci e scagliandoli nella via del Cristo. 30Più che per Giuda, membro che covava in sé già la morte, Io parlai per gli altri undici. Che ero Dio dovevo necessariamente farlo loro brillare davanti, non per orgoglio ma per necessità di formazione. Ero Dio e Maestro. Quelle parole mi indicano tale. Mi rivelo in una facoltà extraumana e insegno una perfezione: non avere discorsi cattivi neppure col nostro interno. Poiché Dio vede, e Dio deve vedere un interno puro per potervi scendere e farvi dimora.

Condizioni per avere Dio con noi.

La presenza di Dio esige un ambiente puro.

31Perché non ho operato il miracolo in quella casa? Per fare capire a tutti che la presenza di Dio esige un ambiente puro. Per rispetto alla sua eccelsa maestà. Per parlare, senza parole di labbra ma con una parola ancor più profonda, allo spirito della peccatrice e dirle: “Lo vedi, infelice? Sei tanto sozza che tutto intorno a te si fa sozzo. Tanto sozzo che non vi può operare Dio. Tu sozza più di costui. Perché tu ripeti la colpa d’Eva e offri il frutto agli Adami[23],, tentandoli e levandoli al Dovere. Tu, ministra di Satana”.

Esige amore che vince l’odio col perdono.

32Perché però non voglio che sia chiamata “satana” dalla madre angosciata? Perché nessuna ragione giustifica l’insulto e l’odio. Necessità prima e condizione prima per avere Dio con noi è non aver rancore e sapere perdonare.

Esige verità che sa riconoscere le proprie colpe.

33Necessità seconda saper riconoscere che anche noi, o chi è nostro, è colpevole. Non vedere solo le colpe altrui.

Esige gratitudine e fedeltà.

34Necessità terza saper conservarsi grati e fedeli, dopo aver avuto grazia, per giustizia verso l’Eterno. Infelici quelli che, a grazia ottenuta, sono peggio dei cani e non si ricordano del loro Benefattore, mentre l’animale se ne ricorda[24]!

Divina pedagogia.

35Non ho detto parola alla Maddalena. Come fosse una statua l’ho guardata un attimo e poi l’ho lasciata. Sono tornato ai “vivi” che volevo salvare. Lei, materia morta come e più di un marmo scolpito, l’ho avvolta di noncuranza apparente. Ma non ho detto parola e fatto atto che non avesse a principale mira la sua povera anima che volevo redimere.

36E l’ultima parola: “Io non insulto. Non insultare. Prega per i peccatori. Null’altro”, come ghirlanda di fiori che si compie, si è andata a saldare con la prima detta sul monte: “Il perdono è più utile del rancore e il compatimento dell’inesorabilità”. E l’hanno chiusa, la povera infelice, in un cerchio vellutato, fresco, profumato di bontà, facendole sentire come è diversa la amorosa servitù a Dio dalla feroce schiavitù di Satana, come è soave il profumo celeste rispetto al lezzo della colpa e come riposa l’esser amati santamente rispetto all’esser posseduti satanicamente.

37Vedete come è misurato il Signore nel volere. Non esige conversioni fulminee. Non pretende l’assoluto da un cuore. Sa attendere. E sa accontentarsi. E mentre attende che la perduta ritrovi la via, la folle la ragione, si accontenta di quanto le può dare la madre sconvolta.

38Non le chiedo altro che: “Puoi perdonare?”. Quante altre cose avrei avuto a chiederle per renderla degna del miracolo, se avessi giudicato alla stregua umana! Ma Io misuro divinamente le forze vostre. Quella povera madre sconvolta era già molto se giungeva a perdonare. E le chiedo questo soltanto, in quell’ora.

39Dopo, resole il figlio, le dico: “Sii santa e fa’ santa la tua casa”. Ma mentre lo spasimo la sconvolge non le chiedo che perdono per la colpevole. Non si deve esigere tutto da chi poco prima era nel nulla delle Tenebre. Quella madre sarebbe poi venuta alla Luce totale, e con lei la sposa e i bambini. Sul momento, ai suoi occhi, ciechi di pianto, occorreva far giungere il primo crepuscolo della Luce: il perdono, l’alba del giorno di Dio.

Forza vincente dell’Apostolo.

Disfatte connesse alle vittorie dell’apostolato.

40Dei presenti uno solo – non conto Giuda, parlo dei cittadini ivi accolti, non dei miei discepoli – uno solo non sarebbe venuto alla Luce. Queste disfatte sono connesse alle vittorie dell’apostolato. Vi è sempre qualcuno per cui l’apostolo si affatica invano. Ma non devono, queste sconfitte, far perdere lena. 41L’apostolo non deve pretendere di ottenere tutto. Contro di lui sono forze avverse dai molti nomi, che come tentacoli di piovre riafferrano la preda che egli aveva loro strappato. Il merito dell’apostolo resta ugualmente. 42Infelice quell’apostolo che dice: “So che là non potrò convertire e perciò non vado”. Costui è apostolo di ben scarso valore.

43Occorre andare anche se uno solo su mille si salverà. La sua giornata apostolica sarà fruttuosa per quell’uno come per mille. Poiché egli avrà fatto tutto quanto poteva, e Dio premia questo.

44Occorre anche pensare che dove l’apostolo non può convertire, perché il convertendo è troppo abbrancato da Satana e le forze dell’apostolo sono inferiori allo sforzo richiesto, può intervenire Iddio. E allora? Chi più da Dio?

La forza vincente del cercatore di anime

45Altra cosa che deve assolutamente praticare l’apostolo è l’amore. Palese amore. Non solo l’amore segreto dei cuori dei fratelli. Quello basta ai fratelli buoni. Ma l’apostolo è operaio di Dio e non deve limitarsi a pregare, deve agire. Agisca con amore. Grande amore. Il rigore paralizza il lavoro dell’apostolo e il movimento delle anime verso la Luce. Non rigore ma amore.

46L’amore è la veste d’amianto che rende incorruttibile al morso delle vampe delle malvagie passioni. 47L’amore è saturazione di essenze preservatrici che impediscono alla putredine umano-satanica di penetrare in voi. Per conquistare un’anima occorre sapere amare. Per conquistare un’anima occorre portarla ad amare. Amare il Bene ripudiando i suoi poveri amori di peccato.

48Io volevo l’anima di Maria. E come per te, piccolo Giovanni, non mi sono limitato a parlare dalla mia cattedra di Maestro. Sono sceso a cercarla per le vie del peccato. L’ho inseguita e perseguitata col mio amore. Dolce persecuzione! Sono entrato, Io-Purezza, dove era ella-impurità.

49Non ho temuto scandalo né per Me né per gli altri. Scandalo in Me non poteva entrare perché ero la Misericordia; e questa piange sulle colpe ma non se ne scandalizza. 50Infelice quel pastore che si scandalizza e dietro questo paravento si trincera per abbandonare un’anima! Non sapete che le anime sono più soggette dei corpi a risorgere, e la parola pietosa e amorosa che dice: “Sorella, sorgi per tuo bene” opera sovente il miracolo? 51Non temevo lo scandalo altrui. Davanti all’occhio di Dio il mio operato era giustificato. Davanti all’occhio dei buoni era compreso. L’occhio malevolo in cui fermenta malizia, evaporando da un interno corrotto, non ha valore. Esso trova colpe anche in Dio. Non vede perfetto che sé. Perciò non lo curavo.

Le tre fasi della salvezza di un’anima.

Le tre fasi della salvazione di un’anima sono:

52Essere integerrimi per poter parlare senza timore d’esser posti a tacere. Parlare a tutta una folla, di modo che la nostra apostolica parola detta alle turbe che si affollano intorno alla mistica barca vada, per cerchi d’onda, sempre più lontano, sino alla riva motosa dove sono coricati coloro che stagnano nel fango e non si curano di conoscere la Verità.

53Questo è il primo lavoro per rompere la crosta della dura zolla e prepararla al seme. Il più severo per chi lo compie e per chi lo riceve, perché la parola deve, come vomere tagliente, ferire per aprire. E in verità vi dico che il cuore dell’apostolo buono si ferisce e sanguina per il dolore di dover ferire per aprire. Ma anche questo dolore è fecondo. Col sangue e il pianto dell’apostolo si fa fertile la zolla incolta.

54Seconda qualità: operare anche là dove uno, men compreso della sua missione, fuggirebbe. Spezzarsi nello sforzo di strappare zizzania, gramigna e spine per mettere a nudo il terreno arato e far balenare su esso, come sole, il potere di Dio e la sua bontà, e nello stesso tempo, con modo di giudice e di medico, esser severo e pur pietoso, fermo in una pausa di attesa per dare tempo alle anime di superare la crisi, meditare, decidere.

55Terzo punto: non appena l’anima che nel silenzio si è pentita, piangendo e pensando sui suoi trascorsi, osa venire timidamente, paurosa d’esser cacciata, verso l’apostolo, l’apostolo abbia un cuore più grande del mare, più dolce di un cuore di mamma, più innamorato di un cuore di sposo, e lo apra tutto per farne fluire onde di tenerezza.

Il segreto dell’apostolo.

56Se avrete Dio in voi – Dio che è Carità – troverete facilmente le parole di carità da dire alle anime. Dio parlerà in voi e per voi e, come miele che scola da un favo, come balsamo che fluisce da un’ampolla, l’amore andrà alle labbra arse e disgustate, andrà agli spiriti feriti e sarà sollievo e medicina. 57Fate che i peccatori vi amino, voi dottori delle anime. Fate che sentano il sapore della carità celeste e se ne rendano tanto ansiosi da non cercare più altro cibo. Fate che sentano nella vostra dolcezza un tale sollievo che lo cerchino per tutte le loro ferite.

58Bisogna che la vostra carità mandi via da loro ogni timore perché, come dice l’epistola che hai letto oggi: “Il timore suppone il castigo, chi teme non è perfetto nella carità”. Ma non lo è neppure chi fa temere. Non dite: “Che hai fatto?”. Non dite: “Va’ via”. Non dite: “Tu non puoi aver gusto all’amore buono”. 59Ma dite, dite in mio nome: “Ama ed io ti perdono”. Ma dite: “Vieni, le braccia di Gesù sono aperte”. Ma dite: “Gusta questo Pane angelico e questa Parola e dimentica la pece d’inferno e gli scherni di Satana”.

60Fatevi soma per le altrui debolezze. L’apostolo deve portare le sue e quelle altrui, insieme alle croci sue e altrui. E mentre venite a Me, carichi delle pecore ferite, rassicuratele, queste erranti, dite: “Tutto è dimenticato di quest’ora”; dite: “Non aver paura del Salvatore. Egli è venuto dal Cielo per te, proprio per te. Io non sono che il ponte per portarti a Lui che ti aspetta, oltre il rio della assoluzione penitenziale, per condurti ai suoi pascoli santi, i cui princìpi sono qui, sulla Terra, ma poi proseguono, con una bellezza eterna che nutre e bea, nei Cieli”.

61Ecco il commento. Voi poco vi tocca, voi pecore fedeli al Pastore buono. Ma se a te, piccola sposa, sarà aumento di fiducia, al Padre sarà ancor più luce nella sua luce di giudice, e per tanti sarà non pungolo a venire al Bene. Ma sarà la rugiada che penetra e nutre, di cui ho parlato, e che fa rialzare i fiori appassiti.

62Alzate il capo. Il Cielo è in alto. Va’ in pace, Maria. Il Signore è con te».

235. Marta ha avuto dalla sorella Maria la certezza della conversione[25].

Conversione di Maria Maddalena.

Chiara aurora estiva.

1Gesù sta per salire sulla barca, ed è una chiara aurora estiva che sfoglia rose sulla seta crespa del lago, quando sopraggiunge Marta con la sua ancella.

«Oh! Maestro! Ascoltami per amore di Dio».

2Gesù scende di nuovo sulla riva e dice agli apostoli: «Andate ad attendermi vicino al torrente. Preparate intanto tutto per la missione verso Magedan. Anche la Decapoli aspetta la Parola. Andate».

E mentre la barca si stacca e prende il largo, Gesù cammina a fianco di Marta, seguita rispettosamente da Marcella.

Si dilungano così dal paese camminando sulla riva che subito dopo una striscia di rena, già sparsa di erbe selvagge e rade, si copre di vegetazione e perde la linea orizzontale per assumere quella verticale, dando l’assalto alle coste che si specchiano nel lago.

Sussulti di conversione.

3Quando raggiungono un luogo solitario, Gesù dice sorridendo: «Che mi vuoi dire?».

4«Oh! Maestro… questa notte, da poco era terminata la seconda vigilia, è tornata a casa Maria. Ah! ma mi dimenticavo di dirti che mi aveva detto mentre mangiavamo, a sesta: “Ti dispiacerebbe prestarmi un tuo abito e un mantello? Saranno un poco corti. Ma lascerò sciolta la veste e terrò basso il mantello…”. Le ho detto: “Prendi quello che vuoi, sorella mia” e il cuore mi batteva forte perché prima, nel giardino, avevo detto, parlando con Marcella: “A vespero bisogna essere a Cafarnao perché il Maestro parla alla folla questa sera” e avevo visto Maria sussultare, cambiare colore, non sapere più stare ferma, ma andava e veniva sola, come chi è in pena, in orgasmo, nel punto di decidere… e non sa ancora quale cosa accettare e quale respingere.

Preghiera di intercessione

5Dopo il pasto è andata nella mia stanza e ha preso la veste più oscura che avessi, la più modesta, se l’è provata e ha pregato la nutrice di abbassare tutto l’orlo perché era troppo corta. Ci si era provata lei, ma aveva confessato piangendo: “Non sono più capace di cucire. Ho dimenticato tutto ciò che è utile e buono…” e mi ha gettato le braccia al collo dicendo: “Prega per me”. É uscita sola verso il tramonto…

6Quanto ho pregato perché non incontrasse nessuno che la trattenesse dal venire qui, perché la tua parola fosse compresa da lei, perché ella riuscisse a strozzare definitivamente il mostro che la fa schiava… Guarda: ho messo alla mia cintura la tua cintura, bene stretta sotto le altre, e quando sentivo l’oppressione del cuoio duro alla mia vita, non usa a cinture rigide così, dicevo: “Egli è più forte di tutto”.

Angustia di Marta.

7Poi – col carro si fa presto – poi siamo venute io e Marcella. Non so se ci hai visto nella folla… Ma che dolore, che spina nel cuore non vedendo Maria! Pensavo: “Si è pentita. É tornata a casa. Oppure… oppure è fuggita non potendo più resistere alla dominazione mia, da lei richiesta”. Ti ascoltavo e piangevo sotto il mio velo. Quelle parole parevano proprio per lei… e non le sentiva! Così pensavo io che non la vedevo. Sono tornata a casa sconfortata. É vero. Ti ho disubbidito perché mi avevi detto: “Se lei viene, tu attendila a casa”. Ma considera il mio cuore, Maestro! Era mia sorella che veniva a Te! Potevo non esserci a vedere lei presso Te? E poi!… Tu mi avevi detto: “Sarà spezzata”. Io volevo esserle vicino subito, per sostenerla…

Conversione di Maria di Magdala.

Rinnascita di Maria di Maddala.

8Ero inginocchiata in lacrime e preghiera nella mia stanza, e da molto era terminata la seconda vigilia, quando lei è entrata. Così piano che non l’ho sentita altro che quando mi si è rovesciata addosso abbracciandomi stretta e dicendo: “É vero tutto quanto tu dici, sorella benedetta. Anzi è molto più di quanto tu dici. La sua misericordia è molto più grande. Oh! Marta mia! Non hai più bisogno di tenermi! Non mi vedrai più cinica e disperata! Non mi sentirai più dire: ‘Per non pensare!’. Ora voglio pensare. So a che pensare. Alla Bontà fatta carne. Tu pregavi, sorella mia, certo pregavi per me. Ma tu hai la tua vittoria già in pugno. La tua Maria che non vuole più peccare, che rinasce ora. Eccola. Guardala bene in faccia. Perché è una Maria nuova, dal volto lavato dal pianto della speranza e del pentimento. Mi puoi baciare, pura sorella. Non c’è più traccia di vergognosi amori sul mio volto. Egli ha detto che ama l’anima mia. Perché ad essa parlava, e di essa. La pecorella smarrita ero io. Ha detto, ascolta se dico bene. Tu lo conosci il modo di parlare del Salvatore…”; e mi ha ripetuto, ma perfettamente, la tua parabola.

Vittoria di sorella Marta.

9É tanto intelligente Maria! Molto più di me. E sa ricordare. Così io ti ho sentito due volte; e se sul tuo labbro quelle parole erano sante e adorabili, sul suo erano per me sante, adorabili e amabili perché era un labbro di sorella, della mia sorella ritrovata, ritornata all’ovile famigliare, che me le diceva. Stavamo abbracciate insieme, sedute sulla stuoia del pavimento, come quando eravamo bambine e stavamo così nella camera della mamma o presso al telaio dove ella tesseva o ricamava le sue splendide stoffe, stavamo così, non più divise dal peccato, e mi pareva che anche la mamma fosse presente col suo spirito. Piangevamo senza dolore, ma anzi con tanta pace! Ci baciavamo felici… E poi Maria, stanca del cammino fatto a piedi, dell’emozione, di tante cose, mi si è addormentata fra le braccia, e con l’aiuto della nutrice l’ho coricata sul mio letto… e l’ho lasciata, correndo qui…»; e Marta bacia le mani di Gesù, beata.

“Tu hai la tua vittoria in pugno”.

10«Ti dico Io pure ciò che ha detto Maria: “Tu hai la tua vittoria in pugno”. Va’ e sii felice. Va’ in pace. Segui una condotta tutta dolcezza e prudenza con la rinata. Addio, Marta. Fallo sapere a Lazzaro che laggiù si angustia».

«Sì, Maestro. Ma Maria quando verrà con noi discepole?».

11Gesù sorride e dice: «Il Creatore fece il creato in sei giorni e il settimo riposò».

«Comprendo. Bisogna avere pazienza…».

12«Pazienza, sì. Non sospirare. É una virtù anche questa. La pace a voi, donne. Ci rivedremo presto», e Gesù le lascia andando verso il luogo dove la barca attende presso la riva.

 

13Dice Gesù: «Qui metterete la visione della cena in casa del fariseo Simone, avuta il 21-1-44».

236. La cena in casa di Simone il fariseo e l’assoluzione a Maria di Magdala[26].

La sala del banchetto

Una sala ricchissia (Lc 7,36)[27].

1A conforto del mio complesso soffrire, e per farmi dimenticare le cattiverie degli uomini, il mio Gesù mi concede questa soave contemplazione.

2Vedo una ricchissima sala. Un ricco lampadario a molti becchi pende nel centro ed è tutto acceso. Alle pareti tappeti bellissimi, sedili intarsiati ed incrostati di avorio e di laminature preziose e mobili pure molto belli.

3Nel centro una grande tavola quadrata ma composta di quattro tavole unite così .

4La tavola è certo apparecchiata in tal modo per i molti convitati (tutti uomini) ed è ricoperta di bellissime tovaglie e di ricco vasellame. Vi sono anfore e coppe preziose e molti sono i servi che si muovono intorno ad essa portando pietanze e mescendo vini. Nel centro del quadrato non c’è nessuno. Vedo il pavimento molto bello su cui si riflette la luce del lampadario ad olio. Dal lato esterno, invece, ci sono molti letti-sedili, tutti occupati dai commensali.

5Mi pare d’essere nell’angolo semibuio posto in fondo alla sala, presso ad una porta che è spalancata dalla parte esterna, ma che è nello stesso tempo chiusa da un pesante tappeto o arazzo che pende dal suo architrave.

Gli invitati[28].

6Nel lato più lontano dalla porta, ossia qui[29] dove sono i due segni, è il padrone di casa con gli invitati più importanti. È un uomo vecchiotto, vestito con un’ampia tunica bianca stretta alla vita da una cintura ricamata. La veste ha anche, al collo e al fondo delle maniche e della veste stessa, dei bordi di ricamo applicato come fossero nastri ricamati o galloni, se più le piace chiamarli così. Ma il volto di questo vecchiotto non mi piace. È un volto maligno, freddo, superbo e avido.

7Nel lato opposto, di fronte a lui, sta il mio Gesù. Io lo vedo di fianco e direi quasi di dietro, alle spalle. Ha la sua solita veste bianca, i sandali, i capelli bipartiti sulla fronte e lunghi come sempre.

8Noto che tanto Lui come tutti i commensali non siedono, come io credevo si sedesse su quei letti-sedili, ossia perpendicolarmente alla tavola, ma parallelamente. Nella visione delle nozze di Cana non avevo fatto molto caso a questo particolare, avevo visto che mangiavano stando appoggiati sul gomito sinistro, ma mi pareva che fossero meno adagiati, forse perché i letti erano meno lussuosi e molto più corti. Questi sono dei veri letti, paiono i moderni divani alla turca.

9Gesù ha vicino Giovanni e, dato che Gesù sta appoggiato col gomito sinistro (come tutti), risulta che la posizione dei due è così[30]: . Insomma Giovanni è incastrato fra la tavola e il corpo del Signore, giungendo col suo gomito verso l’inguine del Maestro, di modo che non gli ostacola di mangiare, ma che gli permette anche, se vuole, di appoggiarsi confidenzialmente al suo petto.

10Di donne non ce ne è nessuna. Tutti parlano, e il padrone di casa ogni tanto si rivolge, con affettata condiscendenza e con palese degnazione, a Gesù. È chiaro che vuol dimostrargli, e dimostrare a tutti i presenti, che gli ha fatto un grande onore ad invitarlo nella sua ricca casa, lui, povero profeta giudicato anche un poco esaltato…

11Vedo che Gesù risponde con cortesia, pacatamente. Sorride del suo lieve sorriso a chi lo interroga, sorride con un sorriso luminoso se chi gli parla, o anche solo lo guarda, è Giovanni.

La testimone dell’amore misericordioso.

Una giovane bella, ricca e procace (Lc 7,37)[31]

12Vedo alzarsi la ricca tenda che copre il vano della porta ed entrare una donna giovane, bellissima, riccamente vestita e accuratamente pettinata. La sua abbondantissima chioma bionda le fa sulla testa un vero ornamento di ciocche intrecciate con arte. Pare porti un elmo d’oro tutto a rilievi, tanto la chioma splende ed è abbondante. Ha una veste che, se la confronto con quella sempre vista alla Vergine Maria, direi che è molto eccentrica e complicata. Fibbie sulle spalle, gioielli per trattenere le increspature al sommo del petto, catenelle d’oro per delineare il petto stesso, cintura a borchie d’oro e gemme. Una veste procace che mette in rilievo le linee del bellissimo corpo. Sulla testa un velo così leggero che… non vela niente. È un’aggiunta ai suoi vezzi e basta. Ai piedi, sandali molto ricchi con fibbie d’oro, di pelle rossa e con lacci intrecciati sulla caviglia.

Solo i puri guardano giusto.

13Tutti, meno Gesù, si voltano a guardarla. Giovanni la osserva un attimo, poi si volge verso Gesù. Gli altri la fissano con apparente e maligna golosità. Ma la donna non li guarda per niente e non si cura del sussurrìo che si è destato al suo entrare e dell’ammiccare di tutti i presenti, meno Gesù e il discepolo. Gesù mostra di non accorgersi di nulla. Continua a parlare terminando il discorso che aveva intavolato col padrone di casa.

Lacrime d’amore (Lc 7,37-38)[32]

14La donna va verso Gesù e si inginocchia presso i piedi del Maestro. Appoggia in terra un vasetto a forma di anfora molto panciuta, si leva il velo dal capo spuntando lo spillone prezioso che lo tratteneva puntato ai capelli, si sfila dalle dita gli anelli e posa tutto sul letto-sedile presso i piedi di Gesù, e poi prende fra le sue mani i piedi, prima il destro, poi il sinistro, e ne slaccia i sandali, li depone al suolo, poi bacia, con un gran scoppio di pianto, quei piedi, vi appoggia contro la fronte, se li carezza, e le lacrime cadono come una pioggia, che luccica alla fiamma del lampadario, che riga la pelle di quei piedi adorabili.

15Gesù volge lentamente il capo, appena appena, e il suo sguardo azzurro cupo si posa un istante sulla testa reclina. Uno sguardo che assolve. Poi torna a guardare verso il centro. La lascia libera nel suo sfogo.

Sentimenti dei commensali.

16Ma gli altri no. Motteggiano fra loro, ammiccano, ghignano. E il fariseo si mette un momento seduto per vedere meglio, e ha uno sguardo fra desideroso, crucciato e ironico. Desideroso della donna. È palese questo sentimento. Crucciato che sia entrata tanto liberamente, cosa che potrebbe far pensare agli altri che la donna è… ospite frequente della sua casa. Ironico riguardo a Gesù…

Gesti inconfondibili dell’amore (Lc 7,38)[33]

17Ma la donna non si accorge di niente. Continua a piangere dirottamente, senza gridi. Solo lacrimoni e rari singulti. Poi si spunta i capelli, traendone le forcine d’oro che sostenevano la complicata pettinatura, e pone anche queste forcine vicino agli anelli e allo spillone. Le matasse d’oro si srotolano per le spalle. Ella le prende a due mani, se le porta sul petto e le passa sui piedi bagnati di Gesù, finché li vede asciutti. Poi immerge le dita nel vasetto e ne trae una pomata lievemente giallina e odorosissima. Un profumo fra di giglio e tuberosa si spande per tutta la sala. La donna attinge senza avarizia e stende e spalma e bacia e carezza.

Il viso accigliato del fariseo (Lc 7,39) [34]

18Gesù di tanto in tanto la guarda con tanta amorosa pietà. Giovanni, che si è voltato stupito allo scoppio di pianto, non sa distaccare l’occhio dal gruppo di Gesù e della donna. Guarda l’Uno e l’altra alternativamente. Il volto del fariseo è sempre più arcigno.


La risposta del Messia (Lc 7,40-47)[35]

19Odo qui le note parole del Vangelo, e le odo accompagnate da un tono e da uno sguardo che fanno abbassare il capo al vecchio astioso.

Il perdono di Dio (Lc 7,48-50)[36].

20Odo le parole di assoluzione alla donna, che se ne va lasciando ai piedi di Gesù i suoi gioielli. Ella si è arrotolato il velo intorno al capo serrando in esso alla bene meglio le chiome sfatte. Gesù, nel dirle: «Va’ in pace», le pone la mano sulla testa china, per un attimo. Ma con atto dolcissimo.


Riflessioni di aggiornamento.

Parole rivolte al cuore del fariseo[37].

Gesù ora mi dice:

21«Quello che ha fatto chinare il capo al fariseo e ai suoi compagni, e che non è riportato nel Vangelo, sono le parole che il mio spirito, attraverso al mio sguardo, ha dardeggiato e confitto in quell’anima arida e avida. 22Ho risposto molto più di quanto non sia detto, perché nulla mi era occulto dei pensieri degli uomini. Ed egli mi ha capito nel mio muto linguaggio, che era ancor più denso di rimprovero di quanto non lo fossero le mie parole.

Motivi perché la Maddalena ama Gesú.

23Gli ho detto: “No. Non fare insinuazioni malvagie per giustificare te stesso a te stesso. Io non ho la tua libidine. Costei non viene a Me per attrazione di senso. Io non sono te e come sono i tuoi simili. 24Ella viene a Me perché il mio sguardo e la mia parola, udita per puro caso, le hanno illuminato l’anima in cui la lussuria aveva creato la tenebra. E viene perché vuol vincere il senso, e comprende, povera creatura, che da sola non vi riuscirebbe mai. 25Essa ama in Me lo spirito, nulla più che lo spirito che sente soprannaturalmente buono. Dopo tanto male che ha ricevuto da voi tutti, che avete sfruttato la sua debolezza per i vostri vizi ricambiandola poi con le staffilate dello sprezzo, ella viene a Me perché sente di aver trovato il Bene, la Gioia, la Pace, inutilmente cercate fra le pompe del mondo.

Lebbre ben più fetide di quelle del corpo.

26Guarisci da questa tua lebbra di anima, fariseo ipocrita, sappi vedere giusto nelle cose. Deponi superbia di mente e lussuria di carne. Queste sono lebbre ben più fetide di quelle della vostra persona. Di quest’ultima il mio tocco vi può guarire perché per essa mi invocate, ma della lebbra dello spirito no, perché voi di questa non volete guarire perché vi piace. 27Costei lo vuole. Ed ecco che Io la mondo, ecco che Io la affranco dalle catene della sua schiavitù.

La peccatrice è morta

28La peccatrice è morta. Essa è là, in quegli ornamenti che ella si vergogna di offrirmi perché Io li santifichi usandoli per i bisogni miei e dei miei discepoli, per i poveri che Io soccorro con l’altrui superfluo perché Io, Padrone dell’universo, non possiedo nulla ora che sono il Salvatore dell’uomo. Essa è là in quel profumo sparso sui miei piedi, avvilito come i suoi capelli, su quella parte del corpo che tu hai spregiato di rinfrescare con l’acqua del tuo pozzo dopo che ho fatto tanto cammino per venire a portare luce anche a te.

Maria è rinata pura e bella come bambina.

29La peccatrice è morta. Ed è rinata Maria, rifatta bella come fanciulla pudica dal suo vivo dolore, dal suo retto amore. S’è lavata nel suo pianto. In verità ti dico, o fariseo, che fra costui che m’ama nella sua giovinezza pura e questa che m’ama nella sincera contrizione di un cuore rinato alla Grazia, Io non faccio differenza, e al puro e alla pentita commetto l’incarico di comprendere il mio pensiero come nessuno e quello di dare al mio Corpo le estreme onoranze ed il primo saluto (non conto quello particolare di mia Madre) quando Io sarò risorto”.

Per la nostra gioia: l’amore ridá la verginità.

30Ecco quanto volevo dire col mio sguardo al fariseo. Ma a te faccio notare un’altra cosa, a tua gioia e a gioia di molti.

31Anche a Betania Maria ripetè il gesto che segnò l’alba della sua redenzione. Vi sono gesti personali che si ripetono e denunciano una persona come lo stile della stessa. Gesti inconfondibili. Ma, poiché era giusto, a Betania il gesto è meno avvilito e più confidenziale nella sua riverente adorazione.

32Molto ha camminato Maria da quell’alba di sua redenzione. Molto. L’amore l’ha trascinata come rapido vento in alto e in avanti. L’amore l’ha arsa come un rogo distruggendo in lei la carne impura e facendo signore in lei uno spirito purificato. E Maria, diversa nella sua risorta dignità di donna come diversa nella veste, ora semplice come quella della Madre mia, nell’acconciatura, nello sguardo, nel contegno, nella parola, nuova, ha un nuovo modo di onorarmi con lo stesso gesto. Prende l’ultimo dei suoi vasi di profumo, serbato per Me, e me lo sparge sui piedi, senza pianto, con sguardo che l’amore e la sicurezza d’esser perdonata e salvata fa lieto, e sul capo. Può ben ungermi e toccarmi il capo, ora, Maria. Il pentimento e l’amore l’hanno mondata col fuoco dei serafini ed ella è un serafino.

33Dillo a te stessa, o Maria, mia piccola “voce”, dillo alle anime. Va’, dillo alle anime che non osano venire a Me perché si sentono colpevoli. Molto, molto, molto è perdonato a chi molto ama. A chi molto mi ama. Voi non sapete, povere anime, come vi ama il Salvatore! Non temete di Me. Venite. Con fiducia. Con coraggio. Io vi apro il Cuore e le braccia.

34Ricordatelo sempre: “Io non faccio differenza fra colui che mi ama con la sua purezza integra e colui che mi ama nella sincera contrizione d’un cuore rinato alla Grazia”. Sono il Salvatore. Ricordatevelo sempre.

35Va’ in pace. Ti benedico».

Considerazioni sugli eventi accaduti[38]

Considerazioni sulle risposte di Gesù

36Quest’oggi ho sempre pensato al dettato di Gesù di ieri sera e a quanto vedevo e comprendevo anche se non detto.

37Intanto, per incidenza, le dico che i discorsi dei commensali, per quelli che capivo, ossia quelli particolarmente rivolti a Gesù, vertevano su fatti del giorno: i romani, la Legge contrastata da essi, e poi la missione di Gesù come Maestro di una nuova scuola. Ma sotto l’apparente benevolenza si capiva che erano domande viziose e capziose, fatte per trarlo in impiccio. Cosa non facile perché Gesù con poche parole poneva una risposta giusta e conclusiva ad ogni discorso.

La scuola di Gesù.

38Alla domanda, per esempio, di quale particolare scuola o setta si fosse fatto maestro nuovo, rispose semplicemente: «Della scuola di Dio. È Lui che seguo nella sua santa Legge ed è di Lui che mi curo facendo sì che a questi piccoli (e guardava con amore Giovanni ed in Giovanni guardava tutti i retti di cuore) venga rinnovata in tutta la sua essenza così come era il giorno che il Signore Iddio la promulgò sul Sinai[39]. Riporto gli uomini alla Luce di Dio».

I tirani sono verga di Dio.

39All’altra su cosa pensasse dell’abuso di Cesare, che s’era fatto dominatore della Palestina, aveva risposto: «Cesare è ciò che è perché così vuole Iddio. Ricorda il profeta Isaia[40]. Non chiama egli, per ispirazione divina, Assur “bastone” della sua collera? La verga che punisce il popolo di Dio che troppo s’è staccato da Dio ed ha la finzione per sua veste e per suo spirito? E non dice che, dopo averlo usato per punizione, lo spezzerà perché esso del suo compito se ne sarà abusato, divenendo di troppo superbo e feroce?».

40Queste sono le due risposte che più mi hanno colpito.

Interventi di Gesù nella nostra vita

Gesù nel cuore di chi vuol comprendere.

41Questa sera, poi, il mio Gesù mi dice sorridendo:

42«Ti dovrei chiamare come Daniele[41]. Sei quella dei desideri e quella che mi sei cara perché desideri tanto il tuo Dio. E potrei continuare a dirti ciò che fu detto a Daniele dall’angelo mio: “Non temere, perché, fin dal primo giorno in cui applicasti il tuo cuore a comprendere e ad affliggerti nel cospetto di Dio, sono state esaudite le tue preghiere ed Io sono venuto a causa di esse”. Ma qui non è l’angelo che parla. Io sono che ti parlo: Gesù.

43Sempre, o Maria, Io vengo quando uno “applica il suo cuore a comprendere”. Non sono un Dio duro e severo. Sono Misericordia viva. E più rapido del pensiero vengo a chi si volge a Me. 44Anche alla povera Maria di Magdala, così immersa nel suo peccare, sono andato veloce, con lo spirito mio, non appena ho sentito sorgere in lei il desiderio di comprendere. Comprendere la luce di Dio e comprendere il suo stato di tenebre. E mi sono fatto a lei Luce.

Gesù al cuore che vuol cambiare.

45Parlavo a molti quel giorno, ma in verità parlavo per lei sola. Non vedevo che lei, che s’era accostata portata da un empito d’anima che si rivoltava alla carne che la teneva soggetta. Non vedevo che lei col suo povero volto in tempesta, col suo sforzato sorriso che nascondeva, sotto una veste di sicurezza e gioia mendace che era una sfida al mondo e a sé stessa, tanto interno pianto. Non vedevo che lei, ben più avvolta nei rovi della pecorella smarrita della parabola, lei che affogava nel disgusto della sua vita, venuto a galla come quelle ondate profonde che portano seco l’acqua del fondo.

46Non ho detto grandi parole, né ho toccato un argomento indicato per lei, peccatrice ben nota, per non mortificarla e per non costringerla a fuggire, a vergognarsi o a venire. L’ho lasciata in pace. Ho lasciato che la mia parola e il mio sguardo scendessero in lei e vi fermentassero per fare di quell’impulso di un momento il suo glorioso futuro di santa. Ho parlato con una delle più dolci parabole: un raggio di luce e di bontà effuso proprio per lei. E quella sera, mentre ponevo piede nella casa del ricco superbo, nel quale la mia parola non poteva fermentare in futura gloria perché uccisa dalla superbia farisaica, già sapevo che ella sarebbe venuta, dopo aver tanto pianto nella sua stanza di vizio e, alla luce di quel pianto, già deciso il suo futuro.

“Solo i puri vedono giusto”

47Gli uomini, arsi di lussuria, nel vederla entrare hanno trasalito nella carne e insinuato col pensiero. Tutti l’hanno desiderata, meno i due “puri” del convito: Io e Giovanni. Tutti hanno creduto che ella venisse per uno di quei facili capricci che, vera possessione demoniaca, la gettavano in improvvise avventure. Ma Satana era ormai vinto. E tutti hanno, con invidia, pensato, vedendo che ad essi non si volgeva, che venisse per Me.

48L’uomo sporca sempre anche le cose più pure, quando è solo uomo di carne e sangue. Solo i puri vedono giusto, perché il peccato non è in loro a fare turbamento al pensiero. 12Ma che l’uomo non comprenda, non deve sgomentare, Maria. Dio comprende. E basta per il Cielo. La gloria che viene dagli uomini non aumenta di un grammo la gloria che è sorte degli eletti in Paradiso. Ricordalo sempre.

49La povera Maria di Magdala è sempre stata mal giudicata nei suoi atti buoni. Non lo era stata nelle sue azioni malvagie perché esse erano bocconi di lussuria offerti all’insaziabile fame dei libidinosi. Criticata e mal giudicata a Cafarnao, in casa del fariseo, criticata e rimproverata a Betania, in casa sua. Ma Giovanni, che dice una grande parola, dà la chiave di quest’ultima critica: “Giuda… perché era ladro“. Io dico: “Il fariseo e i suoi amici perché erano lussuriosi“. Ecco, vedi? L’avidità del senso, l’avidità del denaro alzano la voce a critica dell’atto buono. I buoni non criticano. Mai. Comprendono.

50Ma, ripeto, non importa della critica del mondo. Importa del giudizio di Dio».

Gesù Maestro e Padre.

Tenuti per mano.

Dice poi Gesù a me:

    51«Quando Io ti vedo così attenta alle mie lezioni mi sembri una scolara diligente e affezionata del suo maestro che per essa è lo  “scibile” intiero. Quando invece da te scopri delle parti nuove, fai delle osservazioni (e questo nelle visioni) mi fai pensare ad un bambino buono che il suo padre tiene per la manina conducendolo davanti a ciò che vuole che il bambino veda per crescere nel l’intelligenza, ma che nel contempo non interviene, per dare al suo piccolo la gioia di scoprire qualche cosa di nuovo e di sentirsi crescere nel concetto di sé.

Sgombri di sollecitudini umane.

52Per fare questo tu devi essere sempre sgombra di sollecitudini umane. Devi essere sempre più sgombra. Devi essere sempre più sicura per camminar disin­volta per i sentieri della contemplazione e sempre più tranquilla e fiduciosa in Me che ti tengo per mano. Un papà non se ne fa accorgere, ma con mille arti amorose fa tanto finché la sua creatura vede quella data cosa che egli vuole che il bambino veda.

Discepoli del Maestro e Padre.

53Oh! Io sono il più amoroso dei padri e il più paziente dei maestri per i miei piccoli, e quando posso tenerne uno per mano, docile e attento, Io sono felice. Felice d’esser Maestro e Padre. E’ tanto difficile che le mie creature mi mettano con fiducia la mano nella mia mano per essere condotte, istruite da Me, e per dirmi: “Ti amo sopra tutte le cose e con tutta me stessa!” A quelle poche che sono così tutte “mie”, senza riserve, Io apro i tesori delle rivelazioni delle contemplazioni e mi dò senza riserva.

Evangelizzatori della divinità.

54Però, Maria, siccome vi eleggo al ruolo di divulgatrici della mia Divinità, nelle sue diverse manifestazioni, presso coloro che hanno bisogno d’esser risvegliati e condotti ad intravedere Dio, ricorda di essere scrupolosa al sommo nel ripetere quanto vedi. Anche una inezia ha un valore e non è tua, ma mia. Perciò non ti è lecito trattenerla. Sarebbe disonesto ed egoista.

Cisterne dell’acqua divina.

55Ricordati che sei la cisterna dell’acqua divina alla quale essa acqua si versa perché tutti ne vengano ad attingere. Per i dettati sei giunta alla fedeltà più fedele. Nelle contemplazioni osservi molto, ma nella fretta di scrivere e per le tue speciali condizioni di salute e di ambiente ti avviene di omettere qualche particolare. Non lo devi fare. Mettili in calce, ma segnali tutti. Non è un rimprovero, è un dolce consiglio del tuo Maestro.

Quest’Opera rimane a carico tuo.

56 Giorni sono mi hai detto: “Che gli uomini ti amino un poco di più attraverso a me giustifica e ripaga tutta la mia fatica e la mia vita; fosse anche un solo uomo che torna a Te per mezzo della tua violetta nascosta essa sarebbe felice”. Più sarai attenta ed esatta e più sarà numeroso il numero di coloro che vengono a Me e più grande la tua felicità spirituale presente e la tua felicità eterna futura.

57Va’ in pace. Il tuo Signore è con te».

237. La richiesta di operai per la messe e
la parabola del tesoro nascosto nel campo. Ancora marta teme per sua sorella María
[42]

Per evangelizzare come Gesù.

Gli operai di Gesù

1Gesù si trova sulla via che dal lago di Meron viene verso quello di Galilea. Sono con Lui lo Zelote e Bartolomeo, e pare attendano presso un torrente, ridotto a un filo d’acqua che però nutre folte piante, gli altri che stanno giungendo da due parti diverse.

2La giornata è torrida, eppure molta gente ha seguito i tre gruppi che devono avere predicato per le campagne, convogliando i malati al gruppo di Gesù e riserbandosi di predicare di Lui ai sani. Molti miracolati fanno un gruppo felice, seduto fra le piante, e in loro la gioia è tale che non sentono neppure la stanchezza data dal calore, dalla polvere, dalla luce abbacinante, tutte cose che mortificano non poco tutti gli altri.

3Quando il gruppo capitanato da Giuda Taddeo giunge per primo presso a Gesù, appare evidente la stanchezza di tutti quelli che lo formano e che lo seguono. Ultimo viene il gruppo capitanato da Pietro, in cui sono molti di Corozim e di Betsaida.

4«Abbiamo fatto, Maestro. Ma bisognerebbe essere molti gruppi… Tu vedi. Camminare a lungo non si può, per il caldo. E allora come si fa? Sembra che il mondo si allarghi più noi si deve fare, per sparpagliare i paesi e accrescere le distanze. Non mi ero mai accorto che fosse così grande la Galilea. Siamo in un angolo di essa, proprio in un angolo, e non si riesce a evangelizzarla, tanto è vasta e tanto vasti sono i bisogni e i desideri di Te», sospira Pietro.

5«Non è che il mondo cresca, Simone. È che cresce la conoscenza del Maestro nostro», risponde il Taddeo.

6«Sì, è vero. Guarda quanta gente. Ci seguono da questa mattina, talussni. Nelle ore calde ci siamo rifugiati in un bosco. Ma anche ora che si avvicina la sera è una pena camminare. E questi poveretti sono molto più lontani da casa di noi. Se sempre tutto cresce così non so come faremo…», dice Giacomo di Zebedeo.

7«In ottobre verranno anche i pastori», conforta Andrea.

«Eh! sì! Pastori, discepoli, belle cose! Ma servono solo per dire: “Gesù è il Salvatore. È là”. Non di più», risponde Pietro.

8«Ma almeno la gente saprà dove trovarlo. Ora invece! Noi si va qui e loro corrono qui; intanto che loro vengono qui noi si va là, e loro devono correrci dietro. E con bambini e malati non è molto comodo».

“La messe è molta gli operai sono pochi” (Mt 9,35-38)[43].

9Gesù parla: «Hai ragione, Simon-Pietro. Ho anche Io compassione di queste anime e di queste turbe. Per molti non trovarmi in un dato momento può essere causa irreparabile di sventura. Guardate come sono stanchi e smarriti quelli che ancora non possiedono la certezza della mia Verità, e come sono affamati quelli che già hanno gustato la mia parola e non sanno più starne senza, né nessuna altra parola li accontenta più. Sembrano pecore senza pastore che vaghino non trovando chi li guida e chi li pasce. Io provvederò. Ma voi dovete aiutarmi. Con tutte le vostre forze spirituali, morali e fisiche. Non più a gruppi numerosi, ma a coppie dovete sapere andare. E manderemo a coppie i discepoli migliori. Perché la messe è veramente grande. Oh! in questa estate vipreparerò a questa grande missione. Per tamuz saremo raggiunti da Isacco coi migliori discepoli. E vi preparerò. Non basterete ancora. Perché se la messe è veramente grande gli operai in compenso sono pochi. Pregate dunque il Padrone della Terra che mandi molti operai alla sua messe».

Per evangelizzare come Gesù.

10«Sì, mio Signore. Ma non muterà molto la situazione di questi che ti cercano», dice Giacomo d’Alfeo.

«Perché, fratello?».

11«Perché essi cercano non solo dottrina e parola di Vita, ma anche guarigioni ai loro languori, alle loro malattie, ad ogni menomazione che la vita o Satana portino alla loro parte inferiore o superiore. E questo lo puoi fare Tu solo, perché in Te è il Potere».

12«Coloro che sono uni con Me giungeranno a fare ciò che Io faccio, e i poveri saranno soccorsi in tutte le loro miserie. Ma ancora non avete in voi quanto basti per fare questo. Sforzatevi a superare voi stessi, a calcare la vostra umanità per fare trionfare lo spirito. Assimilate non solo la mia parola, ma lo spirito di essa, ossia santificatevi per essa e poi tutto potrete. Ed ora andiamo a dire loro la mia parola, posto che non vogliono andarsene se Io non ho dato loro la parola di Dio. E poi ritorneremo a Cafarnao. Anche là ci sarà chi attende…».

L’anima e la verità.

Il prezzo di una anima.

«Signore, ma è vero che Maria di Magdala ha chiesto perdono a Te, in casa del fariseo?».

13«È vero, Tommaso».

«E Tu glielo hai dato?», chiede Filippo.

14«Gliel’ho dato».

«Ma hai fatto male!», esclama Bartolomeo.

15«Perché? Era un pentimento sincero e meritava perdono».

«Ma non dovevi darlo in quella casa, pubblicamente…», rimprovera l’Iscariota.

16 «Ma non vedo in che ho errato».

«In questo: Tu sai chi sono i farisei, quanti cavilli hanno nella testa, come ti sorvegliano, come ti calunniano, come ti odiano. Uno ne avevi a Cafarnao, di amico, ed era Simone. E Tu chiami in casa sua una prostituta per profanare la casa e dare scandalo all’amico Simone».

17«Non l’ho chiamata Io. Vi è venuta. Non era una prostituta. Era una pentita. Ciò cambia molto. Se non si aveva schifo ad avvicinarla prima e a desiderarla sempre, anche in mia presenza, anche ora che ella non è più una carne ma un’anima, non si deve avere schifo di vederla entrare per inginocchiarsi ai miei piedi e piangere accusandosi, avvilendosi nella pubblica umile confessione che è tutta in quel pianto. Simone fariseo ha avuto la casa santificata da un miracolo grande: la risurrezione di un’anima. Sulla piazza di Cafarnao, or sono cinque giorni, mi chiedeva: “Hai fatto quello solo di miracolo?”, e rispondeva da sé: “No certo”, avendo molto desiderio di vederne uno. Gliel’ho dato. L’ho scelto per essere il testimone, il paraninfo di questo

fidanzamento dell’anima con la Grazia. Deve esserne fiero».

Verità, onestà e condotta morale non transigono.

«Invece ne è scandalizzato. Forse hai perduto un amico».

18«Ho trovato un’anima. Merita di perdere un uomo con la sua amicizia, la sua povera amicizia d’uomo, pur di rendere l’amicizia con Dio ad un’anima».

19«È inutile. Con Te non si può ottenere umana riflessione. Siamo sulla Terra, Maestro! Ricordatelo. E vigono le leggi e le idee della Terra. Tu agisci col metodo del Cielo, ti muovi nel tuo Cielo che hai in cuore, vedi tutto attraverso luci di Cielo. Povero Maestro mio! Come sei divinamente inetto a vivere fra noi perversi!». Giuda Iscariota lo abbraccia, ammirato e desolato, finendo: «E me ne dolgo perché Tu ti crei, per troppa perfezione, tanti nemici».

20«Non te ne dolere, Giuda. È scritto che così sia. Ma come sai che Simone è offeso?».

«Non ha detto che è offeso. Ma a me e Tommaso ha fatto capire che ciò non andava fatto. Non dovevi invitarla in casa sua, dove non entrano che persone oneste».

21«Bene! Sull’onestà di chi va da Simone piantiamola lì», dice Pietro.

22E Matteo: «Io potrei dire che il sudore delle prostitute è colato più volte sui pavimenti, sulle mense, e oltre, di Simone il fariseo».

«Ma non pubblicamente», ribatte l’Iscariota.

23«No. Con ipocrisia intesa a celarlo».

«Vedi che allora cambia».

24«Cambia anche l’entrata di una prostituta che entra per dire: “Lascio il mio peccato infame” da quella di una che entra per dire: “Eccomi a te per compiere il peccato insieme”».

«Matteo ha ragione», dicono tutti.

«Sì. Ha ragione. Ma loro non pensano come noi. E bisogna venire a transazioni con loro, adattarsi a loro per averli amici».

25«Questo mai, Giuda. Nella verità, nell’onestà, nella condotta morale, non ci sono adattamenti e transazioni», tuona Gesù. E termina: «Del resto Io so di avere agito bene e per il bene. E basta. Andiamo a congedare questi stanchi».

26E va da quelli che, sparsi sotto gli alberi, guardano nella sua direzione con ansia di udirlo.

Il Regno di Dio in parabole (Discorso)

 Lo spirito e il fratello corpo

27«La pace a voi tutti, che per stadi e solleoni siete venuti ad udire la Buona Novella.

28In verità vi dico che voi cominciate a comprendere realmente ciò che è il Regno di Dio, quanto sia prezioso il suo possesso e beato l’appartenervi. Ed ogni fatica perde per voi il valore che per altri conserva, perché l’animo comanda in voi e dice alla carne: “Giubila che io ti opprima. È per la tua beatitudine che lo faccio. Quando sarai riunita a me, dopo la finale risurrezione, tu mi amerai per quanto ti ho conculcata e vedrai in me il tuo secondo salvatore”. Non dice così lo spirito vostro? Ma sì che lo dice! Voi ora basate le vostre azioni sull’insegnamento delle mie parabole lontane. Ma ora Io vi do altre luci per sempre più farvi innamorati di questo Regno che vi aspetta e il cui valore non è misurabile.

Parabola del tesoro nascosto (Mt 13,44)[44].

29Udite: Un uomo, andato per caso in un campo per prendere terriccio per portarlo nel suo orticello, nello scavare faticosamente la terra dura trova, sotto qualche strato di terra, un filone di metallo prezioso. Che fa allora quell’uomo? Ricopre con la terra la scoperta fatta. Non gli importa di lavorare più ancora, perché la scoperta merita la fatica. E poi va a casa sua, raggranella tutte le sue ricchezze in denaro o in oggetti e queste ultime le vende per avere molto denaro.

30Poi va dal padrone del campo e gli dice: “Mi piace il tuo campo. Quanto vuoi per vendermelo?”. “Ma io non lo vendo”, dice l’altro. Ma l’uomo offre somme sempre più forti, sproporzionate al valore del campo, e finisce a sedurre il padrone di esso, il quale pensa: “Questo uomo è un pazzo! Ma, posto che lo è, io me ne avvantaggio. Prendo la somma che mi offre. Non è uno strozzinaggio perché è lui che me la vuole dare. Con essa mi comprerò almeno tre altri campi, e più belli”, e fa la vendita, convinto di avere fatto uno splendido affare.

31Ma invece è l’altro che fa l’affare splendido, perché si priva di oggetti che possono essere asportati dal ladro o perduti o consumati, e si procura un tesoro che per essere vero, naturale, è inesauribile. Merita dunque di sacrificare quanto ha per questo acquisto, rimanendo per qualche tempo col solo possesso del campo, ma in realtà possedendo per sempre il tesoro celato in esso.

32Voi questo lo avete capito e fate come l’uomo della parabola. Lasciate le effimere ricchezze per possedere il Regno dei Cieli. Le vendete agli stolti del mondo, le cedete ad essi, accettate di essere derisi per questo che agli occhi del mondo pare stolto modo di agire. Fate così, sempre così, e il Padre vostro che è nei Cieli, giubilando, vi darà un giorno il vostro posto nel Regno.

33Tornate alle vostre case prima che venga il sabato, e nel giorno del Signore pensate alla parabola del tesoro che è il Regno celeste. La pace sia con voi».

Fasi del turbamento di Marta.

Gente in attesa del maestro.

34La gente si sparge lentamente per le vie e i sentieri della campagna, mentre Gesù va alla volta di Cafarnao nella sera che scende.

Vi giunge a notte fatta. Traversano in silenzio la città silenziosa sotto il lume della luna, che è l’unico lume esistente per le viette oscure e malselciate. Entrano pure in silenzio nell’orticello a fianco della casa, credendo che tutti siano a letto. Ma invece un lume arde nella cucina e tre ombre, rese mobili per il muoversi della fiammella, si proiettano sul muretto bianco del forno lì vicino.

«C’è gente che ti aspetta, Maestro. Ma così non può andare! Ora vado a dire che sei troppo stanco. Va’ sulla terrazza, intanto».

35«No, Simone. Vado in cucina. Se Tommaso ha trattenuto queste persone segno è che vi è un serio motivo».

Marta sconsolata.

36Ma intanto quelli di dentro hanno sentito il bisbiglio e Tommaso, padrone di casa, viene sulla soglia.

«Maestro, vi è la solita dama. Ti attende da ieri al tramonto. È con un servo»; e poi, sottovoce: «È molto agitata. Piange senza sosta…».

37«Sta bene. Dille di venire di sopra. Dove ha dormito?».

«Non voleva dormire. Ma infine si è ritirata per qualche ora, verso l’alba, nella mia camera. Il servo l’ho fatto dormire in uno dei vostri letti».

38«Va bene. Dormirà anche questa notte. E tu dormirai nel mio».

«No, Maestro. Andrò sulla terrazza, su delle stuoie. Avrò buon sonno lo stesso».

Gesù sale sul terrazzo. Ecco Marta che sale lei pure.

39«La pace a te, Marta».

Un singhiozzo di risposta.

40«Piangi ancora? Ma non sei felice?».

La testa di Marta fa cenno di no.

41«Ma perché mai?» …

Marta desconsertada.

42Una lunga pausa piena di singhiozzi. Infine, in un gemito: «Da molte sere Maria non è più tornata. E non si trova. Non io, non Marcella, non la nutrice la troviamo… Era uscita ordinando il carro. Era tutta pomposa nelle vesti… Oh! non aveva voluto rimettere la mia!… Non era seminuda, ne ha anche di quelle, ma era molto procace in questa… E ori e profumi hanno preso con sé… e non è più tornata. Ha licenziato il servo alle prime case di Cafarnao dicendo: “Tornerò con altra compagnia”. Ma non è più tornata. Ci ha ingannati! Oppure si è sentita sola, forse tentata… o le è accaduto del male… Non è tornata più…». E Marta scivola in ginocchio, piangendo col capo reclinato sull’avambraccio messo su un mucchio di sacchi vuoti.

43Gesù la guarda e dice lento e sicuro, dominatore: «Non piangere. Maria è venuta da Me tre sere or sono. Mi ha imbalsamato i piedi, mi ha messo ai piedi tutti i suoi gioielli. Si è consacrata così, e per sempre, prendendo posto fra le mie discepole. Non la denigrare nel tuo cuore. Ti ha superata».

Marta disperata.

44«Ma dove, dove è allora mia sorella?», grida Marta alzando un volto sconvolto. «Perché non è tornata a casa? È stata forse assalita? Ha preso forse una barca e si è affogata? Oppure qualche amante respinto l’ha rapita? Oh! Maria! La mia Maria! L’avevo ritrovata e subito l’ho perduta!». Marta è proprio fuori di sé. Non pensa più che quelli abbasso la possono sentire. Non pensa più che Gesù può dirle dove è la sorella. Si dispera senza riflettere a nulla.

45Gesù la prende per i polsi e la costringe a stare ferma, ad ascoltarlo, dominandola con la sua alta statura e col suo sguardo magnetico. «Basta! Voglio da te fede nelle mie parole. Voglio da te generosità. Hai capito?». Non la lascia andare altro che quando Marta si quieta un poco. «Tua sorella è andata a gustarsi la sua gioia, avvolgendosi di una solitudine santa perché è in lei il supersensibile pudore dei redenti. Te l’ho detto in anticipo. Non può sopportare lo sguardo dolce ma indagatore dei parenti sulla sua nuova veste di sposa della Grazia. E ciò che Io dico è sempre vero. Mi devi credere».

La vendeta di Satana.

«Sì, Signore, sì. Ma la mia Maria è troppo, troppo stata del demonio. Egli l’ha ripresa subito, egli…».

46«Egli si vendica su te della preda perduta per sempre. Devo dunque vedere che tu, la forte, divieni sua preda per un folle sgomento senza ragione d’essere? Devo vedere che per lei, che ora crede in Me, tu perdi la tua bella fede che sempre ti ho conosciuta?

47Marta! Guardami bene. Ascolta Me. Non ascoltare Satana. Non sai che, quando è costretto ad abbandonare la preda per una vittoria di Dio su di lui, esso si dà subito da fare, questo instancabile torturatore degli esseri, questo instancabile ladro dei diritti di Dio, per trovare altre prede?

48Non sai che sono le torture di un terzo, che resiste agli assalti perché è buono e fedele, quelle che consolidano la guarigione di un altro spirito?

49Non sai che nulla è slegato di tutto quanto avviene ed esiste nel creato, ma tutto segue una legge eterna di dipendenze e di conseguenze, per cui l’atto di uno ha ripercussioni naturali e soprannaturali vastissime?

50Tu piangi qui, tu qui conosci il dubbio atroce, e resti fedele al tuo Cristo anche in quest’ora di tenebre. Là, in un punto vicino a te ignoto, Maria sente dissolversi l’ultimo dubbio sulla infinità del perdono avuto, e il suo pianto si muta in sorriso e le sue ombre in luce.

Maddlena è corsa alla Madre universale.

51È il tuo tormento che l’ha guidata là dove è pace, là dove si rigenerano le anime presso la Generatrice senza macchia, presso quella che è tanto Vita da avere ottenuto di avere dato al mondo il Cristo che è la Vita. Tua sorella è da mia Madre. Oh! non è la prima che raccoglie le vele in quel porto di pace dopo che il raggio soave della viva Stella, Maria, l’ha chiamata a quel seno d’amore per amore, muto e attivo, del Figlio suo! Tua sorella è a Nazaret».

«Ma come vi è andata se non conosce tua Madre, la tua casa?… Sola… Di notte… Così… Senza mezzi… In quella veste… Tanta strada… Come?».

52«Come? Come va la rondine stanca al nido natio, traversando mari e monti, superando tempeste, nebbie e venti nemici. Come vanno le rondini nei luoghi di svernamento. Per istinto che le guida, per tepore che le invita, per sole che le chiama. Anche lei è corsa al raggio che chiama… alla Madre universale. E la vedremo tornare all’aurora, felice… uscita per sempre dalle tenebre, con una madre al fianco, la mia, e per non essere mai più orfana. Puoi credere questo?».

«Sì, mio Signore».

53Marta è come affascinata. Infatti Gesù è stato veramente dominatore. Alto, eretto, e pure lievemente curvato su Marta inginocchiata, ha parlato lentamente, ma incisivamente, quasi per trasfondere Se stesso nella discepola sconvolta. Poche volte l’ho visto potente così, per persuadere con la parola un suo ascoltatore. Ma alla fine che luce, che sorriso è sul suo volto! Marta lo riflette con un sorriso e una luce più pacata nel suo stesso volto.

54«E ora vai al riposo. Con pace».

E Marta gli bacia le mani e scende rasserenata… […].

238. L’arrivo a Cafarnao, sotto un temporale, di Maria SS. con Maria
di Magdala
[45].

Segno certo di bufera

1«Forse sarà tempesta oggi, Maestro. Vedi là quelle strisce di piombo avanzarsi di dietro all’Hermon? E vedi come si corruga il lago? E senti che soffi di tramontana alternati alle larghe onde calde dello scirocco? Vortice di vento: segno certo di bufera».

2«Fra quanto, Simone?».

«Prima che termini l’ora di prima. Guarda come i pescatori si affrettano a tornare. Sentono che il lago brontola. Fra poco sarà esso pure di piombo, e poi sarà di pece, e poi verrà la furia».

«Ma se sembra così calmo!», dice Tommaso incredulo.

3«Tu conosci l’oro e io l’acqua. Come dico sarà. Non è neppure una tempesta improvvisa. Si prepara con chiari segni. L’acqua è calma alla superficie, appena quel crespo che sembra uno scherzo. Ma se fossi in barca! Sentiresti come migliaia di nocche battere contro la carena e scuotere stranamente la barca. L’acqua bolle già, di sotto. Aspetta il segnale del cielo e poi vedrai… Lascia che il tramontano si annodi allo scirocco! E poi!… Ehi, donne! ritirate ciò che avete steso e riparate le vostre bestie. Fra poco piovono sassi e secchie d’acqua».

La tempesta si prepara.

4Infatti il cielo si va facendo sempre più verdognolo, con venature di ardesia, per l’invasione continua di lame di nuvole che sembrano eruttate dal grande Hermon. Esse respingono l’aurora da dove è venuta, come se l’ora retrocedesse verso la notte anziché avanzare verso il meriggio. Solo una lama di sole persiste a sfuggire obliqua da dietro alla barricata dei nuvoli di pece, e getta una irreale pennellata di un giallo verde sulla vetta di un colle al sud ovest di Cafarnao. Il lago è già mutato da azzurro in un nero blu, e le prime spume, fra ondetta e ondetta, esili, spezzate, sembrano di un bianco irreale su quell’acqua scura. Sul lago non è più una barca. Gli uomini si affrettano a portare sul greto le barche, a riporre reti, ceste, vele e remi, oppure, se contadini, a ritirare derrate, ad assicurare pali e legami, a chiudere nelle stalle le bestie, e le donne si affrettano alla fonte prima che piova, oppure racimolano i bambini alzati al primo sole e li spingono in casa e chiudono le porte, sollecite come chiocce che sentano la grandine prossima.

Due donne sotto il temporale.

5«Simone, vieni con Me. Chiama anche il servo di Marta e chiama Giacomo, mio fratello. Prendi una grossa tela. Grossa e larga. Due donne sono sulla via e bisogna andare loro incontro».

Pietro lo guarda, curioso, ma ubbidisce senza perdere tempo. É sulla via, mentre di corsa traversano il paese andando verso sud, che Simone chiede: «Ma chi sono?».

6«Mia Madre e Maria di Magdala».

La sorpresa è tale che Pietro si arresta un momento, come inchiodato al suolo, e dice: «Tua Madre e Maria di Magdala?!!! Insieme?!!!». Poi riprende a correre perché Gesù non si ferma, e non si fermano Giacomo e il servo. Ma torna a dire: «Tua Madre e Maria di Magdala! Insieme!… Ma da quando?».

7«Da quando non è più altro che Maria di Gesù. Fa’ presto, Simone. Vengono le prime gocce…».

La tempesta si avvicina.

8 E Pietro si sforza a stare alla pari con questi suoi compagni, tutti più alti e svelti di lui. La polvere si alza ora a nuvoli dalla via arsa, per un vento che si fa più forte di attimo in attimo, un vento che rompe il lago e lo alza in creste d’onde che si frangono con un primo scroscio sul lido. Quando è possibile vedere il lago, lo si vede mutato in un enorme paiolo nel furore dell’ebollizione. Onde alte almeno un metro lo corrono in tutti i sensi, si urtano, crescono fondendosi, si separano correndo in direzioni opposte in cerca di un’altra onda con cui cozzarsi, tutto un duello di spume, di creste, di gobbe panciute, di scrosci, di muggiti, di schiaffi fin contro le case più prossime a riva. Quando le case parano la vista, il lago si tiene presente col suo fragore, che supera il fischio del vento che piega gli alberi strappandone foglie e facendo cadere frutti, e il boato dei tuoni lunghi, minacciosi, preceduti da lampi sempre più spessi e potenti.

La Madre e Maria di Magdala.

Soccorse sotto un pesante tpezzo di vela.

«Chissà che paura avranno quelle donne!», soffia Pietro col fiato grosso.

9«Mia Madre no. Non so l’altra. Ma certo se non facciamo presto si bagneranno forte».

Cafarnao è superata di qualche centinaio di metri quando, fra nuvoli di polvere, in mezzo al primo scroscio di un acquazzone che scende obliquo e violento, rigando l’aria cupa, divenendo presto cataratta che si polverizza, che accieca, che mozza il fiato, si vede una coppia di donne correre, cercando riparo sotto qualche albero folto.

«Eccole! Corriamo!».

Ma per quanto il suo amore per Maria dia ali a Pietro, egli, con le sue gambe corte e non certo da corridore, giunge quando Gesù e Giacomo hanno già raccolto le donne sotto un pesante pezzo di vela.

10«Qui non si può stare. C’è pericolo di folgori e fra poco la via sarà un torrente. Andiamo, Maestro. Almeno alla prima casa», dice Pietro affannato.

A Maddalena non ha paura.

11Vanno con le donne al centro, tenendo il telo steso sulle loro teste e schiene. La prima parola che Gesù dice alla Maddalena, che è ancora nella veste della sera del convito in casa di Simone, ma con un mantello di Maria SS. sulle spalle, è questa: «Hai paura, Maria?».

Questa, che è sempre stata a capo chino sotto il velo delle sue chiome, che nel correre si sono disfatte, avvampa, china ancora di più la testa e mormora: «No, Signore».

12Anche la Madonna ha perduto le forcine e pare una bambina con le trecce giù per le spalle. Ma sorride al Figlio che è al suo fianco e gli parla con quel suo sorriso.

«Sei molto bagnata, Maria», dice Giacomo d’Alfeo toccando il velo e il mantello della Madonna.

13«Non fa nulla. E ora non ci bagniamo più. Non è vero, Maria? Egli ci ha salvato anche dalla pioggia», dice dolcemente Maria alla Maddalena, di cui sente il doloroso imbarazzo.

Questa annuisce col capo.

Con Gesù non si ha mai paura.

14«Tua sorella sarà contenta di rivederti. É a Cafarnao. Ti cercava», dice Gesù.

Maria alza per un momento il capo e fissa i suoi splendidi occhi in volto a Gesù, che le parla con la naturalezza che usa con le altre discepole. Ma non dice niente. É strozzata da troppe emozioni.

15Gesù termina: «Sono contento di averla trattenuta. Vi lascerò andare dopo avervi benedette».

La parola si perde nello schianto secco di un fulmine vicino. La Maddalena ha un atto di spavento. Si porta le mani al viso e si curva con uno scoppio di pianto.

16«Niente paura!», conforta Pietro. «Ormai è passato. E con Gesù non c’è mai da avere paura».

Anche Giacomo, che è al fianco della Maddalena, dice: «Non piangere. Ormai le case sono vicine».

17«Non piango di paura… Piango perché Egli mi ha detto che mi benedirà… Io… io…», e non può dire altro.

Maddalena ha superato la sua tempesta.

18La Vergine interviene a calmarla dicendo: «Tu Maria, hai già superato il tuo temporale. Non ci pensare più. Ora tutto è sereno e pace. Non è vero, Figlio mio?».

19«Sì, Madre. É tutto vero. Fra poco tornerà il sole e tutto sarà più bello, mondo, fresco di ieri. Così per te, Maria».

20La Madre riprende, stringendo la mano della Maddalena: «Dirò a Marta le tue parole. Sono contenta di poterla vedere subito e dirle quanto la sua Maria sia piena di buona volontà».

Pietro, sguazzando nella fanghiglia e prendendo il diluvio con pazienza, esce da sotto il riparo per andare verso una casa a chiedere ricovero.

21«No, Simone. Preferiamo tutti ritornare nella nostra. Non è vero?», dice Gesù.

Tutti approvano e Pietro torna sotto il telo.

Cafarnao sotto la tempesta.

22Cafarnao è un deserto. Vi regnano padroni il vento, la pioggia, i tuoni, i lampi, e ora la grandine che suona e rimbalza su terrazzi e facciate. Il lago è di una terribilità imponente. Le case vicine ad esso sono schiaffeggiate dalle onde, perché la spiaggetta non esiste più e le barche, assicurate presso le case, sembrano naufragate tanto sono colme d’acqua, che ogni maroso aumenta facendone traboccare quella già esistente in esse.

Entrano correndo nell’orto, divenuto un’enorme pozzanghera in cui galleggiano detriti sull’acqua motosa, e da questo nella cucina dove tutti sono radunati.

Veemenza di abbracci.

23Il grido di Marta, quando vede la sorella tenuta per mano da Maria, è acuto. Le si stringe al collo, senza sentire quanto si bagna nel farlo, la bacia, la chiama: «Miri, Miri, gioia mia!». Forse è il vezzeggiativo che usavano per la Maddalena piccina.

Maria piange, curva, col capo sulla spalla fraterna, rivestendo la veste scura di Marta di un pesante velo d’oro, unica cosa che splenda nella cucina buia, dove solo è un fuocherello di stipe per rompere la tenebra che non è sufficiente a vincere una lampadetta accesa.

24Gli apostoli sono di stucco, e così lo è il padrone di casa e la padrona che si sono affacciati per lo strillo di Marta, ma che dopo un momento di curiosità comprensibile si ritirano discreti.

Quando la furia degli abbracci si è un poco sedata, Marta si ricorda di Gesù, di Maria, della stranezza della loro venuta tutti insieme, e chiede alla sorella, alla Madonna, a Gesù, e non saprei dire a chi con più insistenza: «Ma come? Come tutti insieme?».

25«Il temporale, Marta, si faceva vicino. Sono andato con Simone, Giacomo e il tuo servo incontro alle due pellegrine».

Marta è tanto stupita che non riflette al fatto che Gesù andasse così sicuro incontro a loro e non chiede: «Ma Tu sapevi?».

Il cammino da fare per raggiungere Gesù.

É Tommaso che lo chiede a Gesù. Ma non ne ha risposta perché Marta dice alla sorella: «Ma come eri con Maria?».

26La Maddalena china il capo. La soccorre la Madonna prendendola per mano e dicendo: «É venuta da me come una pellegrina che vada al luogo dove può esserle detto il cammino da fare per raggiungere la mèta. E mi ha detto: “Insegnami come devo fare per essere di Gesù”. Oh! poiché in lei è volontà vera e totale, ha subito compreso e appreso questa sapienza! Ed io l’ho trovata subito pronta per prenderla per mano, così, e condurla a Te, Figlio mio, a te Marta buona, a voi, fratelli discepoli, e dirvi: “Ecco la discepola e la sorella che non darà che soprannaturali gioie al suo Signore e ai fratelli suoi”. Vogliatemi credere e amarla tutti come Gesù ed io l’amiamo».

Allora gli apostoli si avvicinano salutando la nuova sorella. Non è escluso che ci sia della curiosità… Ma come si fa?! Si è ancora uomini…

Il buon senso di Pietro.

27É il buon senso di Pietro che dice: «Va bene tutto. Voi le assicurate aiuto e amicizia santa. Ma bisognerebbe pensare che la Madre e la sorella sono molto bagnate… Lo siamo anche noi, veramente… Ma per esse è peggio. I loro capelli stillano acqua come salici dopo l’uragano, le vesti sono fangose e bagnate. Facciamo fuoco, chiediamo vesti, prepariamo del cibo caldo…».

28Tutti si danno da fare e Marta conduce nella stanza le due inzuppate viaggiatrici, mentre viene riattivato il fuoco e stesi davanti alla fiamma i mantelli, i veli, le vesti inzuppate. Non so come provvedano di là… So che Marta, ritrovata la sua energia di ottima donna di casa, va e viene sollecita, con catini e acqua calda, con tazze di latte fumante, con vesti prestate dalla padrona, per soccorrere le due Marie…

239. Parabola dei pesci e parabola della perla. Il tesoro degli insegnamenti
antichi e nuovi
[46].

Un segno indicatore per i colpevoli.

Passato il temporale

1Sono tutti riuniti nella vasta stanza superiore. Il temporale violento si è risolto in una pioggia persistente, che ora si fa lieve fin quasi a sospendere e ora infittisce con improvvisa furia. Il lago non è certo azzurro oggi, ma giallastro, con strie di spume nei momenti di vento e acquazzone, grigio plumbeo con spume bianche nelle soste dell’acquazzone. Le colline, tutte grondanti d’acqua, con le fronde ancora piegate per tanto che sono molli di pioggia, con qualche ramo che pende spezzato dal vento e molte foglie strappate dalla grandine, mostrano righe di ruscelli da ogni parte, acque giallognole che riversano nel lago foglie, sassi, terra rapita alle chine. La luce è rimasta offuscata, verdognola.

2Nella stanza sono, sedute presso una finestra che guarda le colline, Maria con Marta e la Maddalena, più due altre donne che non so di preciso chi siano. Ma ho l’impressione che siano già conosciute da Gesù e Maria e dagli apostoli, perché sono a loro agio. Certo più della Maddalena, che sta ferma ferma, a capo chino, fra la Vergine e Marta.

3Gli abiti riasciugati alla fiamma, spazzolati dal fango, sono stati rimessi. Ma dico male. È stato indossato dalla Vergine il suo di lana azzurro cupo. Ma la Maddalena ha una veste di imprestito, corta e stretta per lei alta e formosa, e cerca di riparare alle manchevolezze della veste stando avvolta nel mantello della sorella. Si è raccolta i capelli in due grosse trecce annodandosele sulla nuca in qualche modo, perché per sostenere quel peso ci vuole ben più delle poche forcine racimolate lì per lì. Infatti, dopo, io ho sempre visto che la Maddalena aiuta le forcine con un nastrino che le fa quasi un diadema sottile, perdendosi col suo colore paglia nell’oro dei capelli.

Il Tadeo chiede per sua mamma.

4Nell’altro lato della stanza, seduti chi su sgabelli, chi sui davanzali delle finestre, sono Gesù con gli apostoli e il padrone di casa. Manca il servo di Marta. Pietro e gli altri pescatori studiano il tempo, facendo pronostici per il domani. Gesù ascolta, oppure risponde a questo e a quello.

5«Ad averlo saputo, di questo, avrei detto a mia madre di venire. È bene che la donna sia messa subito a suo agio con le compagne», dice Giacomo di Zebedeo sbirciando verso le donne.

6«Eh! ad averlo saputo!… Ma perché poi la mamma non è venuta con Maria?», chiede il Taddeo al fratello Giacomo.

«Non lo so. Me lo chiedo anche io».

«Non si sentirà male?».

«Maria lo avrebbe detto».

«Io glielo chiedo», e il Taddeo va dalle donne.

7Si sente la voce limpida di Maria rispondere: «Sta bene. Sono stata io che le ho evitato uno strapazzo con questo caldo. Siamo scappate come due bambine, non è vero, Maria? Maria è venuta a sera oscura e all’alba siamo partite. Non ho che detto ad Alfeo: “Ecco la chiave. Tornerò presto. Dillo a Maria”. E sono venuta».

8«Torneremo insieme, Madre. Non appena il tempo sarà buono e Maria avrà una veste, noi andremo, tutti insieme, per la Galilea, accompagnando le sorelle fino alla via più sicura. Così saranno conosciute anche da Porfirea, da Susanna, dalle vostre mogli e figlie, Filippo e Bartolomeo».

9È squisito quel dire: «saranno conosciute», per non dire: «Maria sarà conosciuta»! È forte, anche. E abbatte tutte le prevenzioni e restrizioni mentali degli apostoli verso la redenta. La impone, vincendo le riluttanze di loro, le vergogne di lei, tutto. Marta splende nel viso, Maria Maddalena avvampa e ha uno sguardo supplice, riconoscente, turbato, che so?… Maria Ss. ha il suo sorriso soave.

La Maddalena è un segno indicatore per i colpevoli.

«Dove andremo per primo luogo, Maestro?».

10«A Betsaida. Poi per Magdala, Tiberiade, Cana, a Nazaret. Di lì, per Jafia e Semeron, andremo a Betlem di Galilea e poi a Sicaminom e a Cesarea…».

11Gesù è interrotto da uno scoppio di pianto della Maddalena. Alza il capo, la guarda e poi riprende come nulla fosse: «A Cesarea troverete il vostro carro. Ho ordinato così al servo, e andrete a Betania. Ci rivedremo poi, ai Tabernacoli».

Maddalena si riprende presto e non risponde alle domande della sorella, ma esce dalla stanza ritirandosi forse in cucina per qualche tempo.

«Maria soffre, Gesù, nel sentire che deve venire in certe città. Bisogna capirla… Lo dico più per i discepoli che per Te, Maestro», dice umile e affannata Marta.

12«È vero, Marta. Ma così deve avvenire. Se ella non affronta subito il mondo e non strozza quell’orrendo aguzzino del rispetto umano, rimane paralizzata la sua eroica conversione. Subito e con noi».

«Con noi nessuno le dirà nulla. Te lo assicuro, Marta, anche per tutti i compagni miei», promette Pietro.

«Ma certo! La circonderemo come una sorella. Così ha detto Maria che ella è, e così sarà per noi», conferma il Taddeo.

«E poi!… Siamo tutti peccatori e il mondo non ci ha risparmiato neppure noi. Comprendiamo perciò le sue lotte», dice lo Zelote.

13«Io più di tutti la capisco. Nei posti dove peccammo è molto meritorio vivere. Le persone sanno chi siamo!… È una tortura. Ma è anche una giustizia e una gloria resistere lì. Appunto perché è palese in noi la potenza di Dio, noi siamo oggetto di conversioni anche senza usare parole», dice Matteo.

14«Tu vedi, Marta, che tua sorella è compresa da tutti e amata da tutti. E lo sarà sempre più.

15Lei diverrà un segno indicatore per tante anime colpevoli e pavide. E una grande forza anche per i buoni.

16Perché Maria, quando avrà frantumato le ultime catene della sua umanità, sarà un fuoco di amore. Non ha che cambiato direzione all’esuberanza del suo sentimento. Ha riportato questa sua potente facoltà di amare in un piano soprannaturale. E ivi compierà prodigi. Ve lo assicuro. Ora è ancora turbata. Ma la vedrete giorno per giorno pacificarsi e irrobustirsi nella sua nuova vita.

17In casa di Simone ho detto: “Molto le è perdonato perché molto ella ama”. Ora vi dico che in verità tutto le sarà perdonato perché ella amerà con tutta la sua forza, la sua anima, il suo pensiero, il suo sangue, la sua carne, fino all’olocausto, il suo Dio».

«Lei beata che merita queste parole! Vorrei meritarle anche io», sospira Andrea.

18«Tu? Ma tu le meriti già! 5Vieni qui, mio pescatore. Ti voglio raccontare una parabola che pare pensata proprio per te».

«Maestro, attendi. Vado a prendere Maria. Desidera tanto di sapere la tua dottrina! …».

19Mentre Marta esce, gli altri dispongono i sedili in modo da fare un semicerchio intorno a quello di Gesù. Tornano le due sorelle e riprendono posto vicino a Maria Ss.

Gesù inizia a parlare:

La parabola dei pescatori (Mt 13,47-48)[47].

Pescatori del buon pastore e del padrone catvo.

20«Dei pescatori uscirono al largo e gettarono nel mare la loro rete, e dopo il tempo dovuto la tirarono a bordo. 21Con molta fatica compivano così il loro lavoro per ordine di un padrone che li aveva incaricati di fornire di pesce prelibato la sua città, dicendo loro anche: “Però quei pesci che sono nocivi o scadenti non state neppure a trasportarli a terra. Ributtateli in mare. 22Altri pescatori li pescheranno e, poiché sono pescatori di un altro padrone, li porteranno alla città dello stesso, perché là si consuma ciò che è nocivo e che rende sempre più orrida la città del mio nemico. Nella mia, bella, luminosa, santa, non deve entrare nulla di malsano”.

Lavoro dei pescatori.

23Tirata perciò a bordo la rete, i pescatori iniziarono il lavoro di cernita. I pesci erano molti, di diverso aspetto, grossezza e colore. Ve ne erano di bell’aspetto, ma con una carne piena di spine, dal cattivo sapore, dal grosso buzzo pieno di fanghiglia, di vermi, di erbe marce che aumentavano il sapore cattivo della carne del pesce. 24Altri invece erano di brutto aspetto, un muso che pareva il ceffo del delinquente o di un mostro da incubo, ma i pescatori sapevano che la loro carne è squisita. Altri, per essere insignificanti, passavano inavvertiti. 25I pescatori lavoravano, lavoravano. Le ceste erano colme di pesce squisito ormai e nella rete erano i pesci insignificanti. “Ormai basta. Le ceste sono colme. Gettiamo tutto il resto a mare”, dissero molti pescatori.

El buen pescador.

26Ma uno, che poco aveva parlato, mentre gli altri avevano magnificato o deriso ogni pesce che capitava loro fra le mani, rimase a frugare nella rete e tra la minutaglia insignificante scoperse ancora due o tre pesci, che mise al disopra di tutti nelle ceste. “Ma che fai?”, chiesero gli altri. “Le ceste sono complete, belle. Tu le sciupi mettendovi sopra per traverso quel povero pesce lì. Sembra che tu lo voglia celebrare come il più bello”. “Lasciatemi fare. Io conosco questa razza di pesci e so che rendimento e che piacere danno”.

27Questa è la parabola, che finisce con la benedizione del padrone al pescatore paziente, esperto e silenzioso, che ha saputo discernere fra la massa i migliori pesci.

Applicazione della parabola (Mt 13,49-50)[48].

Ora udite l’applicazione di essa.

28Il padrone della città bella, luminosa e santa, è il Signore. La città è il Regno dei Cieli. I pescatori, i miei apostoli. I pesci del mare, l’umanità nella quale è presente ogni categoria di persone. I pesci buoni, i santi.

29Il padrone della città orrida è Satana. La città orrida, l’Inferno. I suoi pescatori, il mondo, la carne, le passioni malvagie incarnate nei servi di Satana sia spirituali, ossia demoni, sia umani, ossia uomini che sono i corruttori dei loro simili. I pesci cattivi, l’umanità non degna del Regno dei Cieli: i dannati.

Tipi di pescatori.

30Fra i pescatori delle anime per la Città di Dio ci saranno sempre quelli che emuleranno la capacità paziente del pescatore che sa perseverare nella ricerca, proprio negli strati dell’umanità, dove altri suoi compagni, più impazienti, hanno levato solo le bontà che appaiono tali a prima vista. 31E vi saranno purtroppo anche pescatori che, per essere troppo svagati e ciarlieri, mentre il lavoro di cernita esige attenzione e silenzio per udire le voci delle anime e le indicazioni soprannaturali, non vedranno pesci buoni e li perderanno. E vi saranno quelli che per troppa intransigenza respingono anche anime che non sono perfette nell’aspetto esteriore ma ottime per tutto il resto.

Anime provate, anime sicure.

32Che vi importa se uno dei pesci che catturate per Me mostra i segni di lotte passate, presenta mutilazioni prodotte da tante cause, se poi queste non ledono il suo spirito? Che vi importa se uno di questi, per liberarsi dal Nemico, si è ferito e si presenta con queste ferite, se il suo interno mostra la sua chiara volontà di voler essere di Dio? 33Anime provate, anime sicure. Più di quelle che sono come infanti salvaguardati dalle fasce, dalla cuna e dalla mamma, e che dormono sazi e buoni, o sorridono tranquilli, ma che però possono in seguito, con la ragione e l’età, e le vicende della vita che avanzano, dare dolorose sorprese di deviazioni morali.

Retto discernimento nel vagliare le coscienze.

34Vi ricordo la parabola del figliuol prodigo. Altre ne udrete, perché sempre Io mi studierò a infondervi un retto discernimento nel modo di vagliare le coscienze e di scegliere il modo con cui guidare le coscienze, che sono singole, ed ognuna, perciò, ha il suo speciale modo di sentire e di reagire alle tentazioni e agli insegnamenti.

35Non crediate facile l’essere cernitore di animi. Tutt’altro. Ci vuole occhio spirituale tutto luminoso di luce divina, ci vuole intelletto infuso di divina sapienza, ci vuole possesso delle virtù in forma eroica, prima fra tutte la carità. 36Ci vuole capacità di concentrarsi nella meditazione, perché ogni anima è un testo oscuro che va letto e meditato. 37Ci vuole unione continua con Dio, dimenticando tutti gli interessi egoisti. Vivere per le anime e per Dio. Superare prevenzioni, risentimenti, antipatie. 38Essere dolci come padri e ferrei come guerrieri. Dolci per consigliare e rincuorare. Ferrei per dire: “Ciò non è lecito e non lo farai“. Oppure: “Ciò è bene si faccia e tu lo farai“. 39Perché, pensatelo bene, molte anime saranno gettate negli stagni infernali. Ma non saranno solo anime di peccatori. Anche anime di pescatori evangelici vi saranno: quelle di coloro che avranno mancato al loro ministero, contribuendo alla perdita di molti spiriti.

I membri del poplo di Dio.

40Verrà il giorno — l’ultimo giorno della Terra, il primo della Gerusalemme completata e eterna — in cui gli angeli, come i pescatori della parabola, separeranno i giusti dai malvagi, perché al comando inesorabile del Giudice i buoni passino al Cielo e i cattivi nel fuoco eterno. 41E allora sarà resa nota la verità circa i pescatori ed i pescati, cadranno le ipocrisie e apparirà il popolo di Dio quale è, coi suoi duci e i salvati dai duci. Vedremo allora che tanti, fra i più insignificanti all’esterno o i più malmenati all’esterno, sono gli splendori del Cielo, e che i pescatori quieti e pazienti sono quelli che più hanno fatto, splendendo ora di gemme per quanti sono i loro salvati.

La parabola è detta e spiegata».

Per un piatto di lenticchie

42«E mio fratello?!… Oh! ma! …». Pietro lo guarda, lo guarda… poi guarda la Maddalena…

«No, Simone. In quella io non ci ho merito. Il Maestro solo ha fatto», dice schietto Andrea.

«Ma gli altri pescatori, quelli di Satana, prendono dunque gli avanzi?», chiede Filippo.

43«Tentano prendere i migliori, gli animi capaci di maggior prodigio di Grazia, ed usano degli stessi uomini per farlo, oltre che delle loro tentazioni. Ce ne sono tanti nel mondo che per un piatto di lenticchie rinunciano alla primogenitura!».

Parabola della perla preziosa (Mt 13,45-46)[49].

In pochi resistono alla tentazione dell’oro.

44«Maestro, l’altro giorno Tu dicevi che molti sono quelli che si lasciano sedurre da cose del mondo. Sarebbero ancora quelli che pescano per Satana?», chiede Giacomo d’Alfeo.

45«Sì, fratello mio. In quella parabola l’uomo si lasciò sedurre dal molto denaro che poteva dare molto godimento, perdendo ogni diritto al Tesoro del Regno. 46Ma in verità vi dico che su cento uomini solo un terzo sa resistere alla tentazione dell’oro o ad altre seduzioni, e di questo terzo solo la metà sa farlo in maniera eroica. 47Il mondo muore asfissiato per aggravarsi volontariamente dei lacci del peccato. Vale meglio essere spogli di tutto anziché avere ricchezze irrisorie e illusorie.

La perla presiosa.

48Sappiate fare come i saggi gioiellieri, i quali, saputo che in un luogo è stata pescata una perla rarissima, non si preoccupano di trattenere tante piccole gioie nei loro forzieri, ma di tutto si liberano per acquistare quella perla meravigliosa».

La missione è un olocausto.

49«Ma allora perché Tu stesso metti delle differenze nelle missioni che dai alle persone che ti seguono, e dici che noi le missioni le dobbiamo tenere come dono di Dio? Allora bisognerebbe rinunciare anche a queste, perché anche queste sono briciole rispetto al Regno dei Cieli», dice Bartolomeo.

50«Non briciole: mezzi sono. Briciole sarebbero, meglio ancora, sarebbero festuche di paglia sudicia, se divenissero scopo umano nella vita. Quelli che armeggiano per avere un posto a scopo di utile umano fanno di quel posto, anche se santo, una festuca di paglia sudicia. 51Ma fatene una ubbidiente accettazione, un gioioso dovere, un totale olocausto, e ne farete una perla rarissima. La missione è un olocausto, se compiuta senza riserva, è un martirio, è una gloria. Gronda lacrime, sudore, sangue. Ma forma corona di eterna regalità».

«Tu sai proprio rispondere a tutto!».

52«Ma mi avete capito? Comprendete ciò che Io dico con paragoni trovati nelle cose di ogni giorno, illuminate però da una luce soprannaturale che ne fa spiegazione a cose eterne?».

«Sì, Maestro».

Il discepolo del Regno (Mt 13,51-52)[50].

53«Ricordatevi allora il metodo per istruire le turbe. Perché questo è uno dei segreti degli scribi e dei rabbi: ricordare. In verità vi dico che ognuno di voi, istruito nella sapienza di possedere il Regno dei Cieli, è simile ad un padre di famiglia che trae fuori dal suo tesoro ciò che serve alla famiglia, usando cose antiche o cose nuove, ma tutte per l’unico scopo di procurare il benessere ai propri figli.

54L’acqua è cessata. Lasciamo in pace le donne e andiamo dal vecchio Tobia che sta per aprire i suoi occhi spirituali sulle albe dell’al di là. La pace a voi, donne».

240. A Betsaida da Porfirea e Marziam, che insegna alla Maddalena
la preghiera di Gesù
[51].

All’aurora verso Betsaida.

1E’ tornato il sereno sul mare di Galilea. Tutto anzi è più bello di prima della tempesta perché si è ripulito dalla polvere. L’atmosfera è di un nitore assoluto e l’occhio, guardando il firmamento, ha l’impressione che si sia alzato, fatto più leggero… un velano quasi trasparente steso fra la Terra e i fulgori del Paradiso. Il lago rispecchia questo azzurro perfetto e ride quieto con le sue acque di turchese.

2È un inizio d’aurora. Gesù con Maria, Marta e Maddalena, sale sulla barca di Pietro. Con Lui sono, oltre che Pietro e Andrea, anche lo Zelote, Filippo, Bartolomeo. Matteo, Tommaso, i cugini di Gesù, l’Iscariota sono invece nell’altra barca di Giacomo e Giovanni. Puntano diritti verso Betsaida. Un breve tragitto che il vento favorisce. Il percorso è fatto in pochi minuti.

I due apostoli inseparabili.

3Quando stanno per giungere, Gesù dice a Bartolomeo e all’inseparabile Filippo: «Andrete ad avvisare le vostre donne. Oggi verrò in casa vostra». E fissa i due in maniera eloquente.

«Sarà fatto, Maestro. Non concedi né a me né a Filippo di averti?».

4 «Non ci tratteniamo che fino al tramonto e non voglio privare Simon Pietro della gioia di godersi Marziam».

La barca striscia sulla riva e si ferma. Scendono, e Filippo e Bartolomeo si staccano dai compagni per andare in paese.

Porfirea, la discepola buona e silenziosa.

«Dove vanno quei due?», chiede Pietro al Maestro, che è sceso per primo ed è al suo fianco.

5«Ad avvisare le loro donne».

«Vado anche io ad avvisare Porfirea, allora».

6«Non occorre. Porfirea è tanto buona che non occorre prepararla a nulla. Il suo cuore non sa che dare dolcezza».

Simon Pietro splende sentendo la lode della sua sposa e non dice altro. Sono intanto scese le donne, per le quali è stata messa una tavola a fare da barcarizzo, e vanno a casa di Simone.

7Li vede per primo Marziam, che sta uscendo con le sue pecorelle per portarle a brucare l’erba fresca sulle prime pendici di Betsaida, e con uno strillo di gioia dà l’annuncio, correndo a rifugiarsi sul petto di Gesù che si è curvato per baciarlo. Poi va da Pietro. Accorre, con le mani infarinate, Porfirea, e si curva nel saluto.

8«Pace a te, Porfirea. Non ci attendevi tanto presto, non è vero? Ma ti ho voluto portare mia Madre e due discepole, oltre che la mia benedizione. Mia Madre desiderava rivedere il bambino… Eccolo là fra le sue braccia. E le discepole desideravano conoscerti… Questa è la moglie di Simone. La discepola buona e silenziosa, attiva nella sua ubbidienza più di molti altri. Queste sono Marta e Maria di Betania. Due sorelle. Vogliatevi bene».

«Quelli che Tu mi conduci mi sono più cari del sangue mio, Maestro. Vieni. La mia casa si fa più bella ogni volta che Tu vi metti piede».

9Maria si avvicina sorridente e abbraccia Porfirea dicendole: «Vedo che in te è veramente viva la madre. Il bambino ha già prosperato ed è felice. Grazie».

«Oh! Donna più di ogni altra benedetta! So che per te io ho avuto la gioia di essere chiamata mamma. E tu sappi che non ti darò il dolore di non esserlo con tutto il migliore che è in me. Entra, entra con le sorelle…».

Il piccolo confortatore.

10Marziam guarda curiosamente la Maddalena. Tutto un lavoro di pensieri si forma nella sua testa. Infine dice: «Però… a Betania tu non c’eri…».

«Non c’ero. Ma ora ci sarò sempre», dice la Maddalena con un rossore e un accenno di sorriso. E carezza il bambino dicendo: «Anche se ci conosciamo solo ora, mi vuoi bene?».

11«Sì perché sei buona. Hai pianto, non è vero? È per quello che sei buona. E ti chiami Maria, non è vero? Anche la mia mamma si chiamava così ed era buona. Tutte le donne che si chiamano Maria sono buone. Però», termina per non addolorare Porfirea e Marta, «però ce ne sono di buone anche in quelle di un altro nome. Tua mamma come si chiamava?».

«Eucheria… ed era tanto buona», e due lacrimoni cadono dagli occhi di Maria di Magdala.

12«Piangi perché è morta?», chiede il bambino e l’accarezza sulle bellissime mani incrociate sulla veste scura, certo una di Marta adattata a lei perché mostra l’orlo abbassato. E aggiunge: «Ma non devi piangere. Non siamo soli, sai? Le nostre mamme ci sono sempre vicine. Lo dice Gesù. E sono come angeli custodi. Anche questo lo dice Gesù. E se si è buoni ci vengono incontro quando si muore, e si sale a Dio in braccio alla mamma. Ma è vero, sai? Lo ha detto Lui!».

Maria di Magdala abbraccia stretto il piccolo confortatore e lo bacia dicendo: «Prega allora che io diventi buona così».

L’innocenza conforta sempre.

13«Ma non lo sei? Con Gesù vanno solo quelli che sono buoni… E se non lo si è del tutto lo si diventa, per potere essere i discepoli di Gesù, perché non si può insegnare se non si sa. Non si può dire: “Perdona”, se prima non perdoniamo noi. Non si può dire: “Devi amare il tuo prossimo” se prima non lo si ama noi. La sai la preghiera di Gesù?».

«No».

14«Ah! già! sei da poco con Lui. È tanto bella, sai? Dice tutte queste cose. Senti come è bella». E Marziam dice lentamente il Pater noster, con sentimento e fede.

«Come la sai bene!», dice ammirata Maria di Magdala.

15«Me l’hanno insegnata la mia mamma di notte e la Mamma di Gesù di giorno. Ma se vuoi te la insegno. Vuoi venire con me? Le pecorelle belano. Hanno fame. Ora le porto al pascolo. Vieni con me. Ti insegnerò a pregare e diventerai buona del tutto», e le prende la mano.

«Ma non so se il Maestro vuole…».

16«Vai, vai, Maria. Hai un innocente per amico e degli agnelli… Vai pure. Serenamente…»

Maria di Magdala esce col bambino e la si vede allontanare preceduta dalle tre pecorelle. Gesù guarda… e guardano gli altri.

«Povera sorella mia!», dice Marta.

17«Non la compassionare. È un fiore che raddrizza lo stelo dopo l’uragano. Senti?… Ride… L’innocenza conforta sempre».

241. Vocazione della figlia di Filippo. L’arrivo a Magdala e la parabola della dramma perduta[52].

Divino sposo delle anime.

Maddalena nella sua posa di convertita.

La barca bordeggia il tratto da Cafarnao a Magdala.

1Maria di Magdala è per la prima volta nella sua posa abituale di convertita: seduta sul fondo della barca ai piedi di Gesù, che è invece austeramente seduto su una delle panchette della stessa barca. 2Il viso della Maddalena è oggi molto diverso da quello di ieri; non è ancora il viso radioso della Maddalena che corre incontro al suo Gesù ogni volta che Egli va a Betania, ma è già un viso sgombro da timori e da tormenti, e l’occhio, che prima era avvilito per quanto prima ancora era sfrontato, ora è serio ma sicuro, e nella sua dignitosa serietà brilla ogni tanto una scintilla di letizia ascoltando Gesù che parla con gli apostoli o con sua Madre e Marta.

L’Amatore più potente

3Parlano della bontà di Porfirea, così semplice e così amorosa, parlano dell’accoglienza affettuosa di Salome e delle donne di Bartolomeo e Filippo, e il medesimo dice: «Se non fosse che sono ancora molto fanciulle, e la madre è contraria a saperle per le vie, esse pure ti seguirebbero, Maestro».

4«Mi segue l’anima loro. Ed è ugualmente santo amore. Filippo, ascoltami. La tua maggiore sta per essere promessa, non è vero?».

«Sì, Maestro».  

5«Un degno sponsale e un buono sposo. Non è vero, Bartolomeo?».

«È vero. Ne sono garante perché conosco la famiglia. Non ho potuto accettare di essere io chi propone l’affare, ma lo avrei fatto, se non fossi trattenuto presso il Maestro, con piena pace di creare una santa famiglia».

6«Ma la fanciulla mi ha pregato di dirti di non farne nulla».

«Non le piace lo sposo? È in errore. Ma la gioventù è folle. Spero si persuaderà. Non c’è motivo di respingere un ottimo sposo. A meno che… No, non può essere!», dice Filippo.

7«A meno che? Termina, Filippo», sprona Gesù.

«A meno che non ami un altro. Ma non è possibile! Non esce mai di casa e in casa vive molto ritirata. Non è possibile!».

8«Filippo, ci sono amatori che penetrano anche nelle case più chiuse; che sanno parlare a quelle che amano nonostante tutte le barriere e le sorveglianze; quelli che abbattono ogni ostacolo di vedovanze, o di fanciullezze ben custodite, o… di altro ancora, e che prendono quelle che vogliono. E ci sono anche amatori che non possono essere rifiutati. Perché sono prepotenti nel volere. Perché sono seducenti nel convincere ogni resistenza, fosse anche quella del demonio. Tua figlia ama uno di questi. E il più potente».

«Ma chi? Uno della corte di Erode?».

9«Quella non è potenza!».

«Uno… uno della casa del Proconsole, un patrizio romano? Non lo permetterò a nessun costo. Il puro sangue d’Israele non avrà contatti col sangue impuro. A costo di uccidere mia figlia. Non sorridere, Maestro! Io soffro!».

10«Perché sei come un cavallo imbizzarrito. Vedi ombre dove è solo luce. Ma sta’ quieto. Non è che un servo anche il Proconsole, e servi sono i suoi patrizi amici, e servo è Cesare».

«Ma Tu scherzi, Maestro! Mi hai voluto fare paura. Non c’è nessuno più grande di Cesare e più padrone di lui».

Divino sposo delle anime.

11«Ci sono Io, Filippo».

«Tu? Tu vuoi sposare mia figlia?!».

12«No. La sua anima. Sono Io l’amatore che penetra nelle case più chiuse e nei cuori ancor più serrati da sette e sette chiavi. Sono Io che so parlare nonostante tutte le barriere e sorveglianze. Sono Io che abbatto tutti gli ostacoli e prendo ciò che voglio prendere: puri e peccatori, vergini e vedovi, liberi da vizi e schiavi di essi. 13E a tutti do un’unica e nuova anima, rigenerata, beatificata, eternamente giovane. Gli sponsali miei. E nessuno può rifiutare di darmi le mie dolci prede. Non padre, non madre, non figli e neppure Satana. 14Sia che Io parli all’anima di una fanciulla come è la tua figlia, o di un peccatore immerso nel peccato e tenuto da Satana con sette catene, l’anima viene a Me. E nulla e nessuno me la strappa più. 15Né nessuna ricchezza, potenza, gioia del mondo, comunica la letizia perfetta che è di quelli che si coniugano con la mia povertà, con la mia mortificazione. Nudi di ogni povero bene, rivestiti di ogni celeste bene. Ilari della serenità di essere di Dio, solo di Dio… 16Essi sono i padroni della Terra e del Cielo. La prima perché la signoreggiano, il secondo perché lo conquistano».

L’amore verginale nel giardino di Cristo.

«Ma nella nostra Legge ciò non è mai stato!», esclama Bartolomeo.

17«Spogliati dell’uomo vecchio, Natanaele. Quando ti ho visto per la prima volta ti ho salutato dicendoti perfetto israelita senza frode. Ma ora tu sii di Cristo, non di Israele. Siilo senza frode e senza lacci. Rivestiti di questa nuova mentalità. Altrimenti non potrai capire tante bellezze della redenzione che Io sono venuto a portare alla Umanità tutta».

Filippo interviene dicendo: «E mia figlia dici che è stata chiamata da Te? E che farà ora? Io non te la contrasto di certo. Ma voglio sapere, anche per aiutarla, in che è la sua chiamata…».

18«Nel portare i gigli di un amore verginale nel giardino di Cristo. Ce ne saranno tante nei secoli avvenire!… Tante!,.. Aiuole di incensi per controbilanciare le sentine dei vizi. Anime oranti per controbilanciare i bestemmiatori e gli atei. Aiuto a tutte le infelicità umane e gioia di Dio».

Maria Maddalena vergine e martire.

Maria di Magdala apre le labbra per chiedere, e lo fa arrossendo ancora ma con più spigliatezza degli altri giorni: «E noi, le rovine che Tu edifichi, che diventiamo?».

19 «Quello che sono le sorelle vergini…».

«Oh! non può essere! Abbiamo calpestato troppo fango e… e… e non può essere».

20«Maria, Maria! Gesù non perdona mai a metà. Ti ha detto che ti ha perdonato. E così è. Tu e tutti coloro che come te peccarono, e che il mio amore perdona e disposa, profumerete, pregherete, amerete, conforterete, rese conscie del male e atte a curarlo dove è, anime che per gli occhi di Dio sono martiri. Care perciò come le vergini».

«Martiri? In che, Maestro?».

21«Contro voi stesse e i ricordi del passato e per sete di amore e di espiazione».

«Lo devo credere? …». La Maddalena guarda tutti quelli che sono nella barca, chiedendo conferma alla sua speranza che si accende.

22«Chiedilo a Simone. Parlai di te e di voi peccatori in genere, in una sera stellata, nel tuo giardino. E i tuoi fratelli tutti ti possono dire se la mia parola non ha cantato per tutti i redenti i prodigi della Misericordia e della conversione».

«Me ne ha parlato, con voce di angelo, anche il bambino. Sono tornata con l’anima rinfrescata da quella sua lezione. Mi ha fatto conoscere Te meglio ancora di mia sorella, tanto che oggi mi sentivo più forte per affrontare Magdala. Ora che Tu mi dici questo, io sento crescere la mia fortezza. Ho dato scandalo al mondo. Ma, te lo giuro, mio Signore, ora il mondo guardando me giungerà a comprendere cosa è il tuo potere».

23Gesù le posa per un momento la mano sul capo, mentre Maria Ss. le sorride come Lei sa fare: paradisiacamente.

Ogni anima è un tesoro.

Gli incontri con l’amore.

24Ecco Magdala stesa al bordo del lago, con il sole sorgente di fronte, la montagna d’Arbela alle spalle che la protegge dai venti, e la stretta valle dirupata e selvaggia, da cui sbocca un torrentello nel lago, che si inoltra verso l’occidente con le sue coste a picco, piene di una bellezza fascinosa e severa.

«Maestro», grida Giovanni dall’altra barca, «ecco la valle del nostro ritiro…», e splende in volto come gli si fosse acceso un sole nell’interno.

25«La nostra valle, sì. L’hai ben riconosciuta».

26«Non si può non ricordare i luoghi dove si è conosciuto Iddio», risponde Giovanni.

27«Allora io ricorderò sempre questo lago. Perché su esso ti ho conosciuto. Lo sai, Marta, che qui ho visto il Maestro, una mattina? …».

«Sì, e per poco si va tutti a fondo, noi e voi. Donna, credi pure che i tuoi rematori non valevano uno spicciolo», dice Pietro che sta facendo la manovra di approdo.

28«Non valevano nulla né i rematori né chi era con essi… Ma è sempre stato il primo incontro, e questo ha un grande valore. E poi ti ho visto sul monte, e poi a Magdala, e poi a Cafarnao… Tanti incontri, tante catene spezzate… Ma Cafarnao è stato il luogo più bello. Lì mi hai liberata…».

L’umile e casta Maddalena.

Scendono a terra dove già sono scesi quelli dell’altra barca. Entrano in città.

29La curiosità semplice o… non semplice dei magdaliti deve essere come una tortura per la Maddalena. Ma la sopporta eroicamente, seguendo il Maestro che è avanti, framezzo a tutti i suoi apostoli, mentre le tre donne sono dopo di loro. Il bisbiglio è forte. L’ironia non manca. Tutti quelli che, finché Maria era la signora prepotente di Magdala, la rispettavano in apparenza per tema di rappresaglie, ora che la vedono e la sanno staccata per sempre dai suoi amici potenti, umile e casta, si permettono di mostrarle anche disprezzo e lanciarle epiteti poco lusinghieri.

Marta, che soffre quanto lei di questo, le chiede: «Vuoi ritirarti in casa?».

30«No. Non lascio il Maestro. E Lui, prima che la casa sia purificata da ogni traccia del passato, non lo invito là dentro».

«Ma tu soffri, sorella!».

31«Me lo sono meritato». E, soffrire, deve soffrire. Il sudore che le imperla la faccia, il rossore che la copre fin sul collo non sono solo dovuti al caldo.

32Traversano tutta Magdala andando nei quartieri poveri, fino alla casa dove sostarono l’altra volta. La donna rimane di stucco quando, alzando il capo dal lavatoio per vedere chi la saluta, si trova di fronte Gesù e la ben nota signora di Magdala, non più pomposa, non più ingioiellata, ma con la testa velata da un lino leggero, vestita di viola pervinca, un abito accollato, stretto, certo non suo nonostante che si sia lavorato a farlo tale, fasciata in un mantello pesante che deve essere un supplizio con quel calore.

Sorella delle sue serve.

33«Mi permetti di sostare nella tua casa e parlare di qui a chi mi segue?». Ossia a tutta Magdala, perché tutta la popolazione ha fatto coda al gruppo apostolico.

«E me lo chiedi, Signore? Ma la mia casa è tua». E si dà da fare a portare sedie e panche alle donne e agli apostoli.

Passando presso la Maddalena ha un inchino da schiava.

34«Pace a te, sorella», risponde questa. E la sorpresa della donna è tale che lascia cadere il panchetto che ha fra le mani. Ma non dice niente. L’atto però mi fa pensare che Maria trattasse i suoi sudditi piuttosto superbamente. E finisce di strabiliare, la donna, quando si sente chiedere come stanno i bambini, dove sono, e se la pesca ha dato buoni frutti.

«Bene stanno… Sono a scuola o dalla madre mia. Solo il piccolo dorme nella cuna… La pesca è buona. Mio marito ti porterà le decime…».

35«Non occorre più. Usale per i tuoi bambini. Mi lasci vedere il pargolo?».

«Vieni» …

La gente si è affollata sulla via.

Parabola della dramma perduta (Lc 15,8-10)[53].

Gesù inizia a parlare:

46«Una donna aveva dieci dramme nella sua borsa. Ma in un movimento la borsa le cadde dal seno, aprendosi, e le monete ruzzolarono per terra. Ella le raccolse con l’aiuto delle vicine presenti e le contò. Erano nove. La decima era introvabile. 37Dato che era prossima la sera e la luce mancava, la donna accese la lampada, la posò al suolo e presa una scopa si dette a scopare attentamente per vedere se era ruzzolata lontano dal luogo dove era caduta. Ma la dramma non si trovava. Le amiche se ne andarono stanche di ricerche. 38La donna spostò allora il cassapanco, la scansia, il cofano pesante, smosse le anfore e gli orcioli posati nella nicchia del muro. Ma la dramma non si trovava. 39Allora si pose carponi e cercò nel mucchio delle spazzature, messo contro la porta di casa, per vedere se la dramma era rotolata fuori di casa mescolandosi agli avanzi delle verdure. E trovò infine la dramma tutta sporca, sepolta quasi dalle spazzature ricadute su di essa.

40La donna giubilante la prese, la lavò, l’asciugò. Era più bella di prima, ora. E la mostrò alle vicine che chiamò di nuovo a gran voce, e che si erano ritirate dopo averla aiutata nelle prime ricerche, dicendo: “Ecco! Vedete? Voi mi consigliavate di non faticare più. Ma io ho insistito e ho ritrovato la dramma perduta. Rallegratevi perciò con me che non ho avuto il dolore di perdere uno solo dei miei tesori”.

Ogni anima è un tesoro.

41Anche il Maestro vostro, e con Lui i suoi apostoli, fa come la donna della parabola. Egli sa che un movimento può far cadere un tesoro. Ogni anima è un tesoro e Satana, che è astioso di Dio, provoca i mal movimenti per fare cadere le povere anime. 42C’è chi nella caduta si ferma presso la borsa, ossia va poco lontano dalla Legge di Dio che raccoglie le anime nella salvaguardia dei comandamenti. 43È c’è chi va più lontano, ossia si allontana più ancora da Dio e dalla sua Legge. 44C’è infine chi rotola fino nelle spazzature, nelle lordure, nel fango. E là finirebbe a perire con l’essere arso nei fuochi eterni, così come le immondezze vengono arse in luoghi acconci.

45Il Maestro lo sa e cerca instancabile le monete perdute. Le cerca in ogni luogo, con amore. Sono i suoi tesori. E non si stanca e non si ripugna di nulla. Ma fruga, fruga, smuove, spazza, finché trova. E trovato che abbia, lava l’anima ritrovata col suo perdono e chiama gli amici, tutto il Paradiso e tutti i buoni della Terra, e dice: “Rallegratevi con Me perché ho trovato ciò che si era smarrito, ed è più bello di prima perché il mio perdono lo fa nuovo”.

46In verità vi dico che si fa molta festa in Cielo e giubilano gli angeli di Dio e i buoni della Terra per un peccatore che si converte. 47In verità vi dico che non c’è cosa più bella delle lacrime del pentimento. 48In verità vi dico che solo i demoni non sanno, non possono giubilare per questa conversione che è un trionfo di Dio. 49E anche vi dico che il modo come un uomo accoglie la conversione di un peccatore è misura della sua bontà e della sua unione con Dio.

50La pace sia con voi».

51La gente capisce la lezione e guarda la Maddalena, venuta a sedersi sulla porta con il poppante fra le braccia, forse per darsi un contegno, e sfolla lentamente rimanendo solo la padrona della casetta e la madre sua sopraggiunta coi bambini. Manca Beniamino, ancora a scuola.

242. A Tiberiade con Maria di Magdala. Il romano Crispo e la ricerca della Verità[54].

Eroica testimonianza.

Folla elegante e oziosa.

1Quando la barca si ferma nel porticciolo di Tiberiade, accorrono a vedere chi giunge alcuni sfaccendati che passeggiavano presso il moletto. Vi sono persone di ogni ceto e di ogni nazionalità. Perciò le lunghe vesti ebraiche di tutti i colori, le zazzere e le barbe imponenti degli israeliti, si mescolano alle vesti di lana candida, più corte e sbracciate, e ai visi glabri, dai capelli corti, dei romani robusti, e a quelle ancor più ridotte che coprono i corpi snelli ed effeminati dei greci, che sembra abbiano assimilato fin nelle pose l’arte della loro nazione lontana, come statue di dèi scese sulla Terra in corpi di uomini avvolti in tuniche molli, volti classici sotto chiome arricciate e profumate, braccia cariche di braccialetti che scintillano nelle movenze studiate.

2Molte donne di piacere sono mescolate a questi due ultimi generi di persone, perché i romani e gli elleni non si peritano di esporre i loro amori sulle piazze e per le vie, mentre i palestinesi se ne astengono, salvo poi praticare allegramente il libero amore con donne di piacere dentro le loro case. Ciò appare nettamente perché le cortigiane, nonostante gli occhiacci che fanno loro gli interpellati, chiamano famigliarmente per nome diversi ebrei fra i quali non manca un infiocchettato fariseo.

3Gesù si dirige verso la città, proprio là dove la folla più elegante si raduna più fitta. La folla elegante, ossia romana e greca per lo più, con qualche pizzico di cortigiani di Erode e di altri che credo ricchi mercanti della costa fenicia, verso Sidone e Tiro, perché parlano di quelle città e di empori e navi.

4Le terme hanno i portici esterni pieni di questa folla elegante e oziosa, che perde così il suo tempo discutendo su argomenti molto piccini, quali il favorito discobolo o l’atleta più agile e armonico nella lotta greco-romana. Oppure cicaleggiano di mode e di banchetti, e prendono appuntamenti per gite allegre andando ad invitare le più belle cortigiane o le dame che escono profumate e arricciate dalle terme o dai palazzi, riversandosi in questo centro di Tiberiade, marmoreo, artistico come un salone.

Curiosità intensa e morbosa.

5Naturalmente il passaggio del gruppo suscita curiosità intensa, e questa diventa addirittura morbosa quando vi è chi riconosce Gesù per averlo visto a Cesarea, e vi è chi riconosce la Maddalena per quanto proceda tutta ammantellata e col velo bianco molto calato sulla fronte e sulle guance, di modo che per essere così velata, e a capo chino per giunta, ben poco del suo viso si vede.

6«È il Nazzareno che ha guarito la bambina di Valeria», dice un romano.

«Mi piacerebbe vedere un miracolo», gli risponde un altro romano.

«Io lo vorrei sentire parlare. Dicono che è un gran filosofo. Gli diciamo che parli?», chiede un greco.

«Non te ne impicciare, Teodate. Predica nuvole. Sarebbe piaciuto al tragedo per una satira», risponde un altro greco.

«Non inquietarti, Aristobulo. Pare che ora scenda dalle nuvole e vada al solido. Vedi che ha scorta di femmine giovani e belle?», scherza un romano.

7«Ma quella è Maria di Magdala!», urla un greco e poi chiama: «Lucio! Cornelio! Tito! Ma guardate là Maria!».

«Ma non è lei! Maria così! Sei ebbro?».

«È lei, ti dico. Non posso ingannarmi anche se è così mascherata».

8Romani e greci si affollano verso il gruppo apostolico che taglia per sbieco la piazza piena di portici e fontane.

Eroica testimonianza della Maddalena.

Anche donne si uniscono a questi curiosi, ed è proprio una donna che va quasi sotto il volto di Maria per vederla meglio e resta di sasso vedendo che è proprio lei. Chiede: «Che fai in questa guisa?», e ride di scherno.

9Maria si ferma, si raddrizza, alza una mano e si scopre il volto gettando indietro il velo. È la Maria di Magdala signora potente su tutto ciò che è spregevole e padrona, già padrona delle sue impressioni, che appare. «Sono io, sì», dice con la sua splendida voce e con dei lampi negli occhi bellissimi. «Sono io. E mi disvelo perché non abbiate a pensare che mi vergogno di essere con questi santi».

«Oh! Oh! Maria coi santi! Ma vieni via! Non avvilire te stessa!», dice la donna.

10«Avvilita fui fino ad ora. Adesso non più».

«Ma sei folle? O è un capriccio?», dice.

Un romano dice scherzando e ammiccando con gli occhi: «Vieni con me. Sono più bello e più allegro di quella prèfica coi baffi che mortifica la vita e ne fa un funerale».

«Bella è la vita! Un trionfo! Un’orgia di gioia. Vieni. Io saprò superare tutti per farti felice», dice un giovane brunetto dal volto volpino, pur essendo bello, e fa per toccarla.

11«Indietro! Non mi toccare. Hai detto bene: la vita che voi fate è un’orgia. E delle più vergognose. Ne ho nausea».

«Oh! Oh! Fino a poco fa era la tua vita, però», risponde il greco.

«Ora fa la vergine!», ghigna un erodiano.

«Tu rovini i santi! Il tuo Nazzareno perderà l’aureola con te. Vieni con noi», insiste un romano.

12«Venite voi con me dietro a Lui. Cessate di essere animali e divenite almeno uomini».

Un coro di risate e di beffe le risponde.

Il romano Crispo.

13Solo un vecchio romano dice: «Rispettate una donna. È libera di fare ciò che vuole. Io la difendo».

«Il demagogo! Sentilo! Ti ha fatto male il vino di ieri sera?», chiede un giovane.

«No. È ipocondriaco perché gli duole la schiena», gli risponde un altro.

«Vai dal Nazzareno che te la gratti».

14«Vado perché mi gratti il fango che ho preso in contatto con voi», risponde l’anziano.

«Oh! Crispo che si è corrotto a sessant’anni!», ridono in molti facendogli cerchio intorno.

15Ma l’uomo detto Crispo non si preoccupa di essere beffato e si dà a camminare dietro alla Maddalena, che raggiunge il Maestro messosi all’ombra di un edificio bellissimo che si stende in forma di esedra su due lati di una piazza.

Sofferenza corredentrice.

Uno scriba senza amore.

16E Gesù è già alle prese con uno scriba che lo rimprovera di essere in Tiberiade e con quella compagnia.

17«E tu perché vi sei? Questo per essere a Tiberiade. E anche ti dico che pure a Tiberiade, anzi più qui che altrove, vi sono anime da salvare», gli risponde Gesù.

«Non sono salvabili: sono gentili, pagani, peccatori».

18«Per i peccatori Io sono venuto. Per far conoscere il Dio vero. A tutti. Anche per te sono venuto».

«Non ho bisogno di maestri né di redentori. Io sono puro e dotto».

19«Almeno lo fossi tanto da conoscere il tuo stato!».

«E Tu da sapere quanto ti pregiudichi con la compagnia di una meretrice».

20«Ti perdono anche in suo nome. Ella, nella sua umiltà, annulla il suo peccato. Tu, per la tua superbia, raddoppi le tue colpe».

«Non ho colpe».

21«Hai la capitale. Sei senza amore».

Lo scriba dice: «Raca!», e volge le spalle.

Nessuno ti separi dal Maestro.

«Per mia colpa, Maestro!», dice la Maddalena. E vedendo il pallore di Maria Vergine geme: «Perdonami. Io faccio insultare tuo Figlio. Mi ritirerò…»

22«No. Tu resti dove sei. Lo voglio Io», dice Gesù con voce incisiva e un balenare tale negli occhi, un che di dominio in tutta la sua persona che lo fa quasi inguardabile. E poi più dolcemente: «Tu resti dove sei. E se qualcuno non sopporta la tua vicinanza, questo qualcuno se ne va, lui soltanto».

23E Gesù si riavvia dirigendosi verso la parte occidentale della città.

A seguire la perfezione si fatica sempre.

«Maestro!», chiama il romano corpulento e vecchiotto che ha difeso la Maddalena.

24Gesù si volge.

«Ti chiamano Maestro, e io pure ti chiamo così. Desideravo sentirti parlare. Sono un mezzo filosofo e un mezzo gaudente. Ma forse Tu potresti fare di me un onesto uomo».

25Gesù lo guarda fisso e dice: «Io lascio la città dove regna la bassezza della animalità umana ed è sovrano lo scherno». E riprende a camminare.

L’uomo dietro, sudando e faticando perché il passo di Gesù è sollecito e lui è grosso e vecchiotto, appesantito anche dai vizi.

Pietro, che si volta indietro, ne avverte Gesù.

26«Lascialo camminare. Non te ne occupare».

Dopo poco è l’Iscariota che dice: «Ma quell’uomo ci segue. Non va bene!».

27«Perché? Per pietà o per altro motivo?».

«Pietà di lui? No. Perché più in distanza ci segue lo scriba di prima con altri giudei».

28«Lasciali fare. Ma era meglio se avevi pietà di lui che di te».

«Di Te, Maestro».

28«No: di te, Giuda. Sii schietto nel capire i tuoi sentimenti e nel confessarli».

«Io veramente ho pietà anche del vecchio. Si fatica, sai, a starti dietro», dice Pietro che suda.

29«A seguire la Perfezione si fatica sempre, Simone».

L’uomo li segue instancabile, cercando di stare vicino alle donne, alle quali però non rivolge mai la parola.

Ostinatamente chiusi alla luce.

La Maddalena piange silenziosamente sotto al suo velo.

30«Non piangere, Maria», conforta la Madonna prendendole la mano. «Dopo il mondo ti rispetterà. Sono i primi giorni quelli più penosi».

«Oh! non per me! Ma per Lui. Se gli dovessi fare del male non me lo perdonerei. Hai sentito lo scriba che cosa ha detto? Io lo pregiudico». 31«Povera figlia! Ma non sai che queste parole fischiano come tanti serpenti intorno a Lui da quando tu ancora non pensavi di venire a Lui? 32Mi ha detto Simone che lo accusarono di questo fino dallo scorso anno, per avere guarito una lebbrosa, un tempo peccatrice, vista nel momento del miracolo e poi mai più, vecchia più di me che gli sono madre. 33Ma non sai che dovette fuggire dall’Acqua Speciosa perché una tua disgraziata sorella era andata là per redimersi? Come vuoi che l’accusino se Egli è senza peccato? Con menzogne. E in che trovarle? Nella sua missione fra gli uomini. L’atto buono viene agitato come prova di colpa. 34E qualunque cosa facesse mio Figlio, sarebbe sempre colpa per loro. Se si chiudesse in un eremo sarebbe colpevole di trascurare il popolo di Dio. Scende fra il popolo di Dio ed è colpevole di farlo. Per loro è sempre colpevole».

«Sono odiosamente cattivi, allora!».

35«No. Sono ostinatamente chiusi alla Luce. Egli, il mio Gesù, è l’eterno Incompreso. E sempre, e sempre più lo sarà».

Sofferenza corredentrice di Maria Ss.

«E non ne soffri? Mi sembri tanto serena».

36«Taci. È come se il mio cuore fosse fasciato di spine roventi. Ad ogni respiro io ne sono punta. Ma che Egli non lo sappia! Mi faccio vedere così per sostenerlo con la mia serenità. Se non lo conforta la sua Mamma, dove potrà trovare conforto il mio Gesù? Su quale seno potrà curvare il capo senza trovare ferita o calunnia per farlo? 37È dunque ben giusto che io, al disopra delle spine che già mi lacerano il cuore, e delle lacrime che bevo nelle ore di solitudine, posi un morbido manto di amore, metta un sorriso, a qualunque costo, per lasciarlo più quieto, più quieto finché… finché l’onda dell’odio sarà tale che nulla più gioverà. Neanche l’amore della Mamma…». Maria ha due righe di pianto sul volto pallido.

Le due sorelle la guardano commosse.

«Ma Egli ha noi che lo amiamo. Gli apostoli poi…», dice Marta per consolarla.

38«Ha voi, sì. Ha gli apostoli… Ancora molto inferiori al loro compito… E il mio dolore è più forte perché so che Egli nulla ignora…».

«Allora saprà anche che io lo voglio ubbidire fino all’immolazione se occorre?», chiede la Maddalena.

39«Lo sa. Sei una grande gioia sul suo duro cammino».

«Oh! Madre!», e la Maddalena prende la mano di Maria e la bacia con espansione.

La mente si ristora nella verità.

Tiberiade finisce nelle ortaglie del suburbio. Oltre è la via polverosa che conduce a Cana, limitata da un lato da frutteti, dall’altro da una serie di prati e di campi arsi dall’estate.

40Gesù si inoltra in un frutteto e sosta all’ombra delle piante folte. Lo raggiungono le donne e poi il trafelato romano, che proprio non ne può più. Si mette un poco scosto, non parla, ma guarda.

41«Mentre riposiamo, prendiamo il cibo», dice Gesù.

«Là vi è un pozzo e presso un contadino. Andate a chiedergli acqua».

Va Giovanni e il Taddeo. Tornano con una brocca gocciolante d’acqua, seguiti dal contadino che offre degli splendidi fichi.

42«Dio te ne compensi nella salute e nel raccolto».

«Dio ti protegga. Sei il Maestro, vero?».

43«Lo sono».

«Parli qui?».

44«Non c’è chi lo desidera».

«Io, Maestro. Più dell’acqua che è così buona per chi ha sete», grida il romano.

45«Hai sete?».

«Tanto. Ti sono venuto dietro dalla città».

46«Non mancano in Tiberiade fontane d’acqua fresca».

«Non fraintendermi, Maestro, o fare mostra di fraintendermi. Ti sono venuto dietro per sentirti parlare».

47 «Ma perché?».

«Non so perché e come. È stato vedendo lei (e accenna la Maddalena). Non so. Qualche cosa che mi ha detto: “Quello ti dirà ciò che ancora non sai”. E sono venuto».

48«Date all’uomo acqua e fichi. Che si ristori il corpo».

«E la mente?».

49«La mente ha ristoro nella Verità».

«È per quello che ti sono venuto dietro. Ho cercato la Verità nello scibile. Ho trovato la corruzione. Nelle dottrine anche migliori c’è sempre un che di non buono. Io mi sono avvilito fino a divenire un nauseato e nauseante uomo senza altro futuro che l’ora che vivo».

50Gesù lo guarda fissamente mentre mangia pane e fichi che gli hanno portato gli apostoli.

Il pasto è presto finito.

51Gesù, rimanendo seduto, principia a parlare come se facesse una semplice lezione ai suoi apostoli. Rimane vicino anche il contadino.

La vera sapienza (Discorso)

Segreto per trovare la Verità.

52«Molti sono quelli che cercano la Verità per tutta la vita senza giungere a trovarla. Sembrano folli che vogliano vedere pur tenendo una cavezza di bronzo sui loro occhi e annaspano cercando convulsamente, tanto che sempre più si allontanano dalla Verità, oppure la nascondono rovesciando su essa cose che la loro ricerca folle smuove e fa precipitare. Non può che accadere loro così, perché cercano là dove la Verità non può essere. 53Per trovare la Verità bisogna unire l’intelletto con l’amore e guardare le cose non solo con occhi sapienti, ma con occhi buoni. Perché vale più la bontà della sapienza. Colui che ama giunge sempre ad avere una traccia verso la Verità.

Amore è spirituale.

54Amare non vuole dire godere di una carne e per la carne. Quello non è amore. È sensualità. Amore è l’affetto da animo ad animo, da parte superiore a parte superiore, per cui nella compagna non si vede la schiava ma la generatrice dei figli, solo quello, ossia la metà che forma con l’uomo un tutto che è capace di creare una vita, più vite; ossia la compagna che è madre e sorella e figlia dell’uomo, che è debole più di un neonato o più forte di un leone a seconda dei casi, e che come madre, sorella, figlia, va amata con rispetto confidente e protettore. 55Ciò che non è quanto Io dico, non è amore. È vizio. Non conduce all’alto ma al basso. Non alla Luce ma alle Tenebre. Non alle stelle ma al fango. Amare la donna per sapere amare il prossimo. Amare il prossimo per sapere amare Dio.

La Verità è Dio.

56Ecco trovata la via della Verità. La Verità è qui, uomini che la cercate. La Verità è Dio. La chiave per comprendere lo scibile è qui. La dottrina che è senza difetto non è che quella di Dio. 57Come può l’uomo dare risposta ai suoi “perché”, se non ha Dio che gli risponde? Chi può svelare i misteri del creato, anche solo e semplicemente quelli, se non il Fattore supremo che ha fatto questo creato? 58Come comprendere il prodigio vivente che è l’uomo, essere in cui si fonde la perfezione animale con quella perfezione immortale che è l’anima, per cui dèi siamo se abbiamo in noi viva l’anima, ossia libera da quelle colpe che avvilirebbero il bruto e che pure l’uomo compie, e si vanta di compierle?

Il sapere non è corruzione se è religione.

59Io vi dico le parole di Giobbe, o cercatori della Verità: “Interroga i giumenti e ti istruiranno, gli uccelli e te lo indicheranno. 60Parla alla terra e ti risponderà, ai pesci e te lo faranno sapere”[55].

61Sì, la terra, questa terra verdeggiante e fiorita, queste frutta che si gonfiano sulle piante, questi uccelli che prolificano, queste correnti di venti che distribuiscono le nubi, questo sole che non erra il suo sorgere da secoli e millenni, tutto parla di Dio, tutto spiega Dio, tutto svela e disvela Iddio.

62Se la scienza non si appoggia su Dio diviene errore che non eleva ma avvilisce. Il sapere non è corruzione se è religione. Chi sa in Dio non cade perché sente la sua dignità, perché crede nel suo futuro eterno. 63Ma bisogna cercare il Dio reale. Non le fantasie che dèi non sono ma solo deliri di uomini ancora avvolti nelle fasce della ignoranza spirituale, per cui non c’è ombra di sapienza nelle loro religioni e ombra di verità nelle loro fedi.

Buona volontà e coerenza.

64Ogni età è buona per divenire sapienti. Anzi, ancora in Giobbe questo è detto: “Sul far della sera ti sorgerà una specie di luce meridiana, e quando ti crederai finito sorgerai come la stella del mattino. Sarai pieno di fiducia per la speranza che ti attende”[56].

65Basta la buona volontà di trovare la Verità, e prima o poi essa si lascerà trovare. Ma una volta che trovata sia, guai a chi non la segue, imitando i cocciuti di Israele che, avendo già in mano il filo conduttore per trovare Dio – tutte le cose che di Me sono dette nel Libro – non vogliono arrendersi alla Verità e la odiano, accumulando sul loro intelletto e sul loro cuore le macie dell’odio e delle formule, 66e non sanno che per troppo peso la terra si aprirà sotto il loro passo che crede essere di trionfatore e non è che passo di schiavo dei formalismi, dell’astio, degli egoismi, ed essi saranno ingoiati, precipitando là dove vanno i colpevoli coscienti di un paganesimo più colpevole ancora di quello che dei popoli si sono dati, da se stessi, per avere una religione su cui regolare se stessi.

67No, che Io, così come non respingo chi si pente fra i figli di Israele, così non respingo neppure questi idolatri che credono in ciò che fu loro dato da credere, e che dentro, nell’interno, gemono: “Dateci la Verità!”.

68Ho detto. Ora riposiamo in questo verde, se l’uomo lo concede. A sera andremo a Cana».

Crispo ringrazia Maria de Magdala.

69«Signore, io ti lascio. Ma poiché non voglio profanare la scienza che Tu mi hai dato, partirò questa sera da Tiberiade. Lascio questa terra. Mi ritiro col mio servo sulle coste della Lucania. Ho là una casa. Molto mi hai dato. Di più comprendo che Tu non possa dare al vecchio epicureo. Ma in quello che mi hai dato ho già tanto da ricostruire un pensiero. E… Tu prega il tuo Dio per il vecchio Crispo. L’unico tuo ascoltatore di Tiberiade. Prega perché prima della stretta di Libitina io possa riudirti e, con la capacità che credo poter creare in me sulle tue parole, capirti meglio e capire meglio la Verità. Salve, Maestro».

70E saluta alla romana. Ma poi, passando presso le donne sedute un poco in disparte, si inchina a Maria di Magdala e le dice: «Grazie, Maria. Bene fu che ti conoscessi. Al tuo vecchio compagno di festini tu hai dato il tesoro cercato. Se giungerò dove tu già sei, lo dovrò a te. Addio».

E se ne va.

71La Maddalena si stringe le mani sul cuore, con un viso stupito e radioso. Poi a ginocchi si trascina davanti a Gesù. 72«Oh! Signore! Signore! È dunque vero che io posso portare al bene? Oh! mio Signore! Ciò è troppa bontà!». 73E curvandosi col viso fra l’erba bacia i piedi di Gesù bagnandoli di nuovo col pianto, ora riconoscente, della grande amorosa di Magdala.

243. A Cana nella casa di Susanna. L’aspetto, i modi e la voce di Gesù. Una disputa sulle possessioni[57].

Festa per l’Ospite Maestro e Signore.

1Nella casa di Cana la festa per la venuta di Gesù è di poco minore di quanto lo fu per le nozze di miracolo. Mancano i suonatori, non ci sono gli invitati, la casa non è inghirlandata di fiori e rami verdi, non ci sono le tavole per i molti ospiti né il maestro di tavola presso le credenze e le idrie colme di vini. 2Ma tutto è superato dall’amore che ora è dato nella sua giusta forma e misura, ossia non all’ospite, forse anche un poco parente, ma che è sempre un uomo, ma all’Ospite Maestro di cui si conosce e riconosce la vera Natura e si venera la Parola come cosa divina. 3Perciò i cuori di Cana amano con tutti se stessi il Grande Amico che si è affacciato con la sua veste di lino all’apertura dell’orto, fra il verde della terra e il rosso del tramonto, abbellendo le cose tutte colla sua presenza, comunicando la sua pace non solo agli animi a cui rivolge il suo saluto, ma financo alle cose.

4Veramente sembra che, dovunque si volga il suo occhio azzurro, si stenda un velo di pace solenne e pur lieta. Purezza e pace fluiscono dalle sue pupille, così come la sapienza dalla sua bocca e l’amore dal suo cuore.

Gesti e sentimenti di Gesù (la Cronista).

Le espressioni di Gesù.

5 A chi leggerà queste pagine parrà forse impossibile quanto io dico. Eppure lo stesso luogo, che prima della venuta di Gesù era un luogo comune, oppure era un luogo di movimento indaffarato che esclude la pace che si presuppone priva di orgasmi di lavoro, non appena Egli si presenta, si nobilita, e il lavoro stesso prende un che di ordinato che non esclude la presenza di un pensiero soprannaturale fuso al lavoro manuale. Non so se mi spiego bene. 6Gesù non è mai arcigno, neppure nelle ore di maggior disgusto per qualche azione che gli accade, ma è sempre maestosamente dignitoso, e comunica questa dignità soprannaturale al luogo in cui si muove. 7Gesù non è mai allegrone né piagnucolone, con faccia squarciata dal riso né ipocondriaca, neppure nei momenti di maggiore letizia o di maggiore sconforto.

Il sorriso di Gesù.

8Il suo sorriso è inimitabile. Nessun pittore lo potrà mai ripetere. Sembra sia una luce che gli si emani dal cuore, una luce radiosa nelle ore di maggior letizia per qualche anima che si redime o per qualche altra che si avvicina alla perfezione; 9un sorriso direi roseo, quando approva le azioni spontanee dei suoi amici o discepoli e gode della loro vicinanza; 10un sorriso, sempre per stare nei colori, azzurro, angelico, quando si curva sui bambini per ascoltarli, per ammaestrarli, per benedirli; 11un sorriso temperato di pietà quando guarda qualche miseria della carne o dello spirito; infine un sorriso divino quando parla del Padre o della Madre sua, o guarda e ascolta questa Madre purissima.

L’allegria e i gesti di Gesù.

12Non posso dire di averlo visto ipocondriaco neppure nelle ore di maggiore strazio. Fra le torture dell’essere tradito, fra le angosce del sudore di sangue, fra gli spasimi della Passione, se la mestizia sommerge il fulgore dolcissimo del suo sorriso, non è sufficiente a cancellare quella pace che pare un diadema di paradisiache gemme fulgente sulla sua fronte liscia e illuminante, della sua luce, tutta la divina persona. 13E così non posso dire di averlo mai visto abbandonarsi a smodate allegrie. Non alieno ad una schietta risata se il caso lo richiede, riprende subito dopo la sua dignitosa serenità. Ma quando ride, ringiovanisce prodigiosamente, fino ad assumere un volto di giovane ventenne, e pare che il mondo ringiovanisca per la sua bella risata, schietta, sonora, tonata.

14Non posso ugualmente dire di avergli visto fare affrettatamente le cose. Sia che parli o che si muova, lo fa sempre con pacatezza pur non essendo mai lento o svogliato. Sarà forse perché, alto come è, può fare passi lunghi senza per questo mettersi a correre per fare molta strada, e ugualmente può raggiungere con facilità oggetti lontani senza avere bisogno di alzarsi per raggiungerli. Certo è che, fin nel suo modo di muoversi, è signorile e maestoso.

La voce di Gesù.

15E la voce? Ecco, io sono a momenti due anni che lo sento parlare, eppure delle volte quasi perdo il filo del suo dire tanto mi sprofondo nello studio della sua voce. E il buon Gesù, paziente, ripete ciò che ha detto e mi guarda col suo sorriso di Maestro buono per non fare che nei dettati risultino mutilazioni dovute alla mia beatitudine di ascoltarne la voce, gustarla e studiarne il tono e il fascino. Ma dopo due anni ancora non so dire di preciso che tono abbia. 16 Escludo assolutamente il tono di basso, come escludo quello di tenore leggero. Ma sono sempre incerta se sia una potente voce tenorile o quella di un perfetto baritono dalla gamma vocale amplissima. Direi che è questo, 17perché la sua voce prende delle volte delle note bronzee, fin quasi ovattate tanto sono profonde, specie quando parla a tu per tu con un peccatore per riportarlo alla Grazia o indica le deviazioni umane alle turbe; 18mentre poi, quando si tratta di analizzare e mettere all’indice le cose proibite e scoprire le ipocrisie, il bronzo si fa più chiaro; 19e diviene tagliente come schianto di fulmine quando impone la Verità e la sua volontà, 20fino a giungere a cantare come lastra d’oro percossa con martello di cristallo quando si eleva inneggiando alla Misericordia o magnificando le opere di Dio; 21oppure fascia questo timbro di amore per parlare alla Madre e della Madre. 22Veramente allora è fasciata di amore questa sua voce, di un amore riverenziale di figlio e di un amore di Dio che loda la sua opera migliore. E questo tono, sebbene meno marcato, usa per parlare ai prediletti, ai convertiti o ai bambini. 23E non stanca mai, neppure nel più lungo discorso, perché è voce che riveste e completa il pensiero e la parola, rendendone la potenza o la dolcezza a seconda del bisogno.

24E io resto talora con la penna in mano, ad ascoltare, e poi trovo il pensiero andato troppo avanti, impossibile ad afferrarsi… e lì resto, finché il buon Gesù non lo ripete, come fa quando sono interrotta per insegnarmi a sopportare pazientemente le cose o le persone moleste, che glielo lascio pensare quanto mi sono moleste quando mi levano dalla beatitudine di ascoltare Gesù…

Il discepolo fa ciò che fa il Maestro.

Sorella Aglae conquista la felicità.

25Ora, a Cana, sta ringraziando Susanna dell’ospitalità data ad Aglae. Sono in disparte, sotto una folta pergola carica di grappoli che già invaiano, mentre tutti gli altri prendono ristoro nella vasta cucina.

26«La donna era molto buona, Maestro. Non ci fu certo un peso. Volle aiutarmi in tutti i bucati, nella pulitura della casa per la Pasqua, come fosse una serva, e lavorò, te lo assicuro, come una schiava per aiutarmi a terminare le vesti pasquali. 27Prudente, si ritirava ad ogni persona che venisse, e fino con mio marito cercava non rimanere. Poco parlava alla presenza della famiglia, poco si cibava. 28Si alzava avanti giorno per ravviarsi prima che fossero desti gli uomini, ed io trovavo sempre il fuoco già acceso e scopata la casa. 29Ma quando eravamo sole mi chiedeva di Te e di insegnarle i salmi della nostra religione. Diceva: “Per saper pregare come prega il Maestro”. E ora ha finito di penare? Perché penare penava molto. Di tutto aveva paura e molto sospirava e piangeva. È ora felice?».

30«Sì. Soprannaturalmente felice. Libera dalle paure. In pace. Io ancora ti ringrazio del bene che le hai fatto».

«Oh! mio Signore! Che bene mai? Non le ho dato che amore in nome tuo, perché altro non so fare. Era una povera sorella. Lo capivo. E io, per riconoscenza all’Altissimo che mi ha tenuta nella sua grazia, l’ho amata».

Il discepolo deve fare ciò che fa il Maestro.

31«E hai fatto più che se avessi predicato nel Bel Nisdrasc. Ora ne hai qui un’altra. L’hai riconosciuta?». 

«E chi la ignora per queste contrade?».

32«Nessuno, è vero. Ma ancora ignorate, voi e le contrade, la seconda Maria, quella che sarà sempre della sua vocazione. Sempre. Ti prego crederlo».

«Tu lo dici. Tu sai. Io credo».

33«Di’ anche: “Io amo”. So che è più difficile compatire e perdonare uno che ha mancato, essendo dei nostri, che non uno che ha la scusa di essere pagano. Ma se il dolore di vedere apostasie famigliari fu forte, più forte sia il compatimento e il perdono. Io ho perdonato per tutto Israele», termina Gesù marcando le parole.

«Ed io perdonerò per la mia parte. Perché penso che un discepolo debba fare ciò che fa il Maestro».

34«Sei nella verità, e Dio ne giubila. Andiamo dagli altri. La sera scende. Sarà dolce il riposo nel silenzio della sera».

«Non ci dirai nulla, Maestro?».

35«Non so ancora».

Il lavoro afratella.

36Entrano nella cucina dove sono preparate pietanze e bevande per la cena prossima. Susanna si fa avanti, dicendo con un lieve rossore sul viso giovanile: «Vogliono le mie sorelle venire con me nella stanza alta? Dobbiamo preparare presto le mense, perché poi dobbiamo stendere i giacigli per gli uomini. Potrei fare da sola. Ma ci terrei più tempo».

37«Vengo anche io, Susanna», dice la Vergine.

«No. Bastiamo noi e servirà a conoscerci, perché il lavoro affratella».

38Escono insieme mentre Gesù, dopo avere bevuto dell’acqua corretta con non so che sciroppo, va a sedersi con la Madre, gli apostoli e gli uomini di casa, al fresco della pergola, lasciando libere le serventi e la padrona anziana di ultimare le vivande.

La donna dello spirito indomito.

39Si sentono venire dalla stanza alta le voci delle tre discepole che preparano le tavole. Susanna racconta il miracolo avvenuto per le sue nozze, e Maria di Magdala risponde: «Cambiare l’acqua in vino è forte. Ma cambiare una peccatrice in discepola è ancora più forte. Voglia Iddio che io faccia come quel vino: che io diventi del migliore».

40«Non ne avere dubbio. Egli muta tutto in modo perfetto. Ci fu qui una, e per giunta pagana, da Lui convertita nel sentimento e nella fede. Puoi dubitare che ciò non avvenga per te che già sei d’Israele?».

«Una? Giovane?».

41«Giovane. Bellissima».

«E dove è ora?», chiede Marta.

«Solo il Maestro lo sa».

42«Ah! allora è quella di cui ti ho parlato. Lazzaro era da Gesù quella sera e ha sentito le parole dette per lei. Che profumo c’era in quella stanza! Lazzaro lo portò nelle vesti per più giorni. Eppure Gesù disse superiore ancora il cuore della convertita col suo profumo di pentimento. Chissà dove è andata? Io credo in solitudine…»

43«Lei in solitudine, ed era straniera. Io qui, e sono nota. La sua espiazione nella solitudine, la mia nel vivere fra il mondo che mi conosce. Non invidio la sua sorte perché sono con il Maestro. Ma spero poterla imitare un giorno per essere senza nulla che mi distragga da Lui».

«Lo lasceresti?».

44«No. Ma Egli dice che se ne va. E allora il mio spirito lo seguirà. Con Lui posso sfidare il mondo. Senza Lui avrei paura del mondo. Metterò il deserto fra me e il mondo».

«E io e Lazzaro? Come faremo?».

45«Come avete fatto nel dolore. Vi amerete e mi amerete. E senza rossori. Perché allora sarete soli, ma saprete che sono con il Signore. E che nel Signore vi amerò».

«È forte e netta, Maria, nelle sue decisioni», commenta Pietro che ha sentito.

46E lo Zelote risponde: «Una lama diritta come il padre suo. Della madre ha le fattezze. Ma del padre ha lo spirito indomito».

E colei che ha lo spirito indomito scende ora svelta venendo verso i compagni per dire che le mense sono pronte…

Il potere di Satana sull’anima.

L’uomo pipistrello.

47La campagna si annulla nella notte serena ma per ora illune. Solo un tenue chiarore di astri serve a mostrare gli ammassi oscuri delle piante e quelli bianchi delle case. Null’altro. 48 Degli uccelli notturni svolazzano col loro volo muto intorno alla casa di Susanna, in cerca di mosche, rasentando anche le persone sedute sulla terrazza intorno ad una lampada che getta una lieve luce giallognola sui volti raccolti intorno a Gesù. 49Marta, che deve avere una gran paura dei pipistrelli, getta uno strillo ogni qualvolta un nottolone la sfiora. Invece Gesù si preoccupa delle farfalle che la lampada attira e con la lunga mano cerca di allontanarle dalla fiamma.

L’istinto degli animali.

50 «Sono bestie molto stupide tanto le une che gli altri», dice Tommaso.

«I primi ci scambiano per mosconi, le seconde prendono la fiamma per un sole e si bruciano. Non hanno neppure l’ombra di un cervello».

«Sono animali. Vuoi che ragionino?», chiede l’Iscariota.

«No. Vorrei che avessero almeno l’istinto».

«Non fanno a tempo ad averlo. Parlo delle farfalle. Perché dopo la prima prova sono belle e morte. L’istinto si sveglia e si fa forte dopo le prime penose sorprese», commenta Giacomo d’Alfeo.

L’uomo pipistrello.

51«E i pipistrelli? Quelli dovrebbero averlo perché vivono per degli anni. Sono stupidi, ecco», ribatte Tommaso.

52«No, Tommaso. Non più degli uomini. Anche gli uomini sembrano pipistrelli stupidi, molte volte. Volano, o meglio, svolazzano come ubriachi intorno a cose che non servono che a dare dolore. Ecco qua: mio fratello, con una buona sventolata del manto, ne ha abbattuto uno. Datemelo», dice Gesù.

53Giacomo di Zebedeo, ai cui piedi è caduto il pipistrello che ora, sbalordito, si dimena sul pavimento con mosse goffe, lo prende con due dita per una delle ali membranose e, tenendolo sospeso come fosse un cencio sporco, lo depone in grembo a Gesù. «Eccolo qui l’imprudente. Lasciamolo fare e vedrete che si riprende, ma non si corregge».

«Un singolare salvataggio, Maestro. Io lo uccidevo del tutto», dice l’Iscariota.

54«No. Perché? Anche esso ha una vita e ci tiene», gli risponde Gesù.

«Non mi pare. O non sa di averla, oppure non ci tiene. La mette in pericolo!».

L’uomo severo è intransigente.

55«Oh! Giuda! Giuda! Come saresti severo con i peccatori, con gli uomini! Anche gli uomini sanno che hanno una e una vita, e non si peritano di mettere in pericolo questa e quella».

«Due vite abbiamo?».

56«Quella del corpo e quella dello spirito, lo sai».

«Ah! credevo alludessi a rincarnazioni. C’è chi ci crede».

57«Non c’è rincarnazione. Ma due vite ci sono. Eppure l’uomo mette in pericolo tutte e due le sue vite. Se tu fossi Dio, come giudicheresti gli uomini che sono dotati di ragione oltre che d’istinto?».

«Severamente. A meno che non fosse un uomo menomato nella mente».

58«Non considereresti le circostanze che rendono folli moralmente?».

«Non le considererei».

59«Sicché tu, di uno che sa di Dio e della Legge, e che pure pecca, non avresti pietà».

«Non avrei pietà. Perché l’uomo deve sapersi reggere».

60«Dovrebbe».

«Deve, Maestro. È una vergogna imperdonabile che un adulto cada in certi peccati, soprattutto, tanto più se nessuna forza ve lo spinge».

L’uomo severo è lussorioso.

61«Quali peccati secondo te?».

«Quelli del senso per i primi. È un degradarsi senza rimedio…». Maria di Magdala china la testa… Giuda prosegue: … è un corrompere anche gli altri, perché dal corpo degli impuri esala come un fermento che turba anche i più puri e li porta a imitarli…».

62Mentre la Maddalena curva sempre più il capo, Pietro dice: «Oh! là, là! Non essere così severo! La prima a commettere questa imperdonabile vergogna è stata Eva. E non mi vorrai dire che è stata corrotta dal fermento impuro esalante da un lussurioso. Intanto sappi che, per conto mio, proprio niente si agita anche se siedo a lato di un lussurioso. Affari suoi…».

«La vicinanza sporca sempre. Se non la carne, l’anima, ed è peggio ancora».

«Mi sembri un fariseo! Ma scusa, allora a questo modo bisognerebbe chiudersi dentro una torre di cristallo e starsene là, sigillati».

63«E non ti credere, Simone, che ti gioverebbe. Nella solitudine sono più tremende le tentazioni», dice lo Zelote.

«Oh! bene! Rimarrebbero sogni. Nulla di male», risponde Pietro.

«Nulla di male? Ma non sai che la tentazione porta alla cogitazione, questa alla ricerca di un mezzo termine per soddisfare in qualche modo l’istinto che urla, e il mezzo termine spiana la via ad un raffinamento di peccato nel quale è unito il senso al pensiero?», interroga l’Iscariota.

64«Non so niente di questo, caro Giuda. Forse perché non sono mai stato cogitabondo, come tu dici, su certe cose. So che mi pare che siamo andati molto lontani dai pipistrelli e che è bene che tu non sia Dio. Altrimenti in Paradiso ci resteresti da solo, con tutta la tua severità. Che ne dici, Maestro?».

Il potere di Satana sull’anima.

Satana può impossessarsi di un’anima.

65«Dico che è bene non essere troppo assoluti, perché gli angeli del Signore ascoltano le parole degli uomini e le segnano sui libri eterni[58], e potrebbe dispiacere un giorno sentirsi dire: “Ti sia fatto come tu hai giudicato”. 66Dico che se Dio mi ha mandato è perché vuole perdonare tutte le colpe di cui un uomo si pente, sapendo quanto l’uomo è debole per causa di Satana. 67Giuda, rispondi a Me: ammetti tu che Satana possa impossessarsi di un’anima di modo da esercitare su di essa una coercizione che le diminuisce il peccato agli occhi di Dio?».

«Non lo ammetto. Satana non può intaccare che la parte inferiore».

68«Ma tu bestemmi, Giuda di Simone!», dicono quasi insieme lo Zelote e Bartolomeo.

«Perché? In che?».

69«Smentendo Dio e il Libro. In esso si legge che Lucifero intaccò anche la parte superiore[59], e Dio, per bocca del suo Verbo, ce lo ha detto infinite volte», risponde Bartolomeo.

«È detto anche che l’uomo ha il libero arbitrio[60]. Ciò significa che sulla libertà umana del pensiero e del sentimento Satana non può fare violenza. Non la fa neppure Dio».

70«Dio no, perché è Ordine e Lealtà. Ma Satana sì, perché esso è Disordine e Odio», ribatte lo Zelote.

«L’odio non è il sentimento opposto alla lealtà. Dici male».

71«Dico bene perché, se Dio è Lealtà e perciò non manca alla parola data di lasciare l’uomo libero delle sue azioni, il demonio non può a questa parola mentire, non avendo promesso all’uomo libertà di arbitrio. Ma è pur vero che esso è Odio e che perciò si avventa contro Dio e l’uomo, e ci si avventa assalendo la libertà intellettiva dell’uomo, oltre che la sua carne, e portando questa libertà di pensiero a schiavitù, a possessi per cui l’uomo fa cose che, se libero da Satana, non farebbe», sostiene Simone Zelote.

«Non lo ammetto».

72«Ma gli indemoniati, allora? Tu neghi l’evidenza», urla Giuda Taddeo.

«Gli indemoniati sono sordi, o muti, o folli. Non lussuriosi».

73«Hai solo questo vizio presente?», chiede ironico Tommaso.

«Perché è il più diffuso e il più basso».

74«Ah! credevo che fosse quello che conoscevi meglio», dice Tommaso ridendo.

Ma Giuda scatta in piedi come volesse reagire. Poi si domina e scende la scaletta allontanandosi per i campi.

I posseduti nello spirito.

     Un silenzio… Poi Andrea dice: «In tutto la sua idea non è sbagliata. Si direbbe che infatti Satana ha possessi solo sui sensi: occhi, udito, favella, e sul cervello. Ma allora, Maestro, come si spiegano certe cattiverie? Quelle non sono forse possessioni? Un Doras, ad esempio? …».

75«Un Doras, come tu dici per non mancare di carità a nessuno, e di ciò Dio ti doni compenso, oppure una Maria, come tutti, lei per prima, pensiamo dopo le chiare e anticaritatevoli allusioni di Giuda, sono i posseduti più completamente da Satana, che estende il suo potere sui tre gradi dell’uomo. 76Le possessioni più tiranniche e sottili, dalle quali si liberano solo coloro che sono sempre tanto poco degradati nello spirito da sapere ancora comprendere l’invito della Luce. Doras non fu un lussurioso. Ma con tutto questo non seppe venire al Liberatore.

77In questo sta la differenza. Che mentre nei lunatici, e nei muti, sordi, o ciechi, per opera demoniaca, cercano e pensano i parenti a portarli a Me, in questi, posseduti nello spirito, è solo il loro spirito che provvede a cercare la libertà. 78Per questo essi sono perdonati oltre che liberati. Perché il loro volere ha per primo iniziato la spossessione dal Demonio. E ora andiamo al riposo. Maria, tu che sai cosa è l’esser presi, prega per quelli che prestano se stessi ad intermittenze al Nemico, facendo peccato e dando dolore».

«Sì, Maestro mio. E senza rancore».

79«La pace a tutti. Lasciamo qui la causa di tanta discussione. Tenebra con tenebra fuori nella notte. E noi rientriamo per dormire sotto lo sguardo degli angeli».

80E depone il pipistrello, che fa i primi tentativi di volo, su una panca, ritirandosi con gli apostoli nella stanza alta, mentre le donne con i padroni di casa scendono al terreno.

244. Giovanni ripete un discorso di Gesù sul Creato e sui popoli che attendono
la Luce
[61].

Espiazione e ricordi

L’espiazione della Maddalena.

1Stanno tutti salendo per fresche scorciatoie che portano a Nazaret. Le coste delle colline galilee sembrano create in quella mattina, tanto la recente burrasca le ha lavate e la rugiada le mantiene lucide e fresche, tutte un brillìo al primo sole. L’aria è così pura che discopre ogni particolarità dei monti più o meno vicini e dà un senso di leggerezza e di brio.

2Quando viene raggiunto lo scrimolo di un colle la vista si bea su uno scorcio di lago, bellissimo in questa luce mattinale. Tutti ammirano, imitando Gesù. Ma Maria di Magdala presto storce lo sguardo da quel punto cercando in altra direzione qualche cosa. I suoi occhi si posano sulle creste montane che sono a nord-ovest dal punto dove si trova, e pare non trovare.

Espiazione della Maddalena.

Susanna, perché è presente anche lei, le chiede: «Che cerchi?».

3 «Vorrei riconoscere il monte dove incontrai il Maestro».

«Chiedilo a Lui».  

4«Oh! non merita che io lo disturbi. Sta parlando proprio con Giuda di Keriot».

«Che uomo quel Giuda!», sussurra Susanna. Non dice altro, ma si capisce il resto.

5«Quel monte non è certo su questa via. Ma qualche volta ti ci condurrò, Marta. C’era un’aurora come questa e tanti fiori… E tanta gente… 6Oh! Marta! Ed io ho osato mostrarmi a tutti con quella veste di peccato e con quegli amici… No, non puoi essere offesa per le parole di Giuda. Me le sono meritate. Tutto mi sono meritato. E in questo soffrire è la mia espiazione. Tutti ricordano, tutti hanno diritto di dirmi la verità. E io devo tacere. Oh! se si riflettesse prima di peccare! Chi mi offende ora è il mio più grande amico, perché mi aiuta ad espiare».

«Ma ciò non toglie che egli ha mancato. Madre, è proprio contento di quell’uomo tuo Figlio?».

7 «Bisogna molto pregare per lui. Così Egli dice».

Ricordi dal Tabor.

8Giovanni lascia gli apostoli per venire ad aiutare le donne in un passaggio scabroso su cui i sandali scivolano, molto più che il sentiero è sparso di pietre lisce, come scaglie di ardesia rossastra, e di un’erbetta lucida e dura, molto traditrici per il piede che su esse non ha presa. Lo Zelote lo imita e appoggiandosi a loro le donne superano il punto pericoloso.

«È un poco faticosa questa via. Ma è senza polvere e senza folla. Ed è più breve», dice lo Zelote.

9«La conosco, Simone», dice Maria. «Venni a quel paesello a mezza costa, con i nipoti, quando Gesù fu cacciato da Nazaret», dice Maria SS. e sospira.

10«Però è bello da qui il mondo. Ecco là il Tabor e l’Hermon, e a settentrione i monti d’Arbela, e là in fondo il grande Hermon. Peccato che non si veda il mare come si vede dal Tabor», dice Giovanni.

«Ci sei stato?».

11«Sì, col Maestro».

I convertiti sono assoluti nel Bene.

12«Giovanni, col suo amore per l’infinito, ci ha ottenuto una grande letizia, perché Gesù, là in cima, parlò di Dio con un rapimento mai udito. 13E poi, dopo avere avuto già tanto, ottenemmo una grande conversione. Lo conoscerai anche tu, Maria. E ti si fortificherà lo spirito più ancora che già non sia. 14Trovammo un uomo indurito nell’odio, abbruttito dai rimorsi, e Gesù ne fece uno che non esito a dire che sarà un grande discepolo. Come te, Maria. 15Perché, credi pure che è verità ciò che ti dico, noi peccatori siamo i più cedevoli al Bene che ci prende, perché sentiamo il bisogno di essere perdonati anche da noi stessi», dice lo Zelote.

E’ vero. Ma tu sei molto buono dicendo “noi peccatori”. Tu sei stato un disgraziato, non un peccatore».

16«Tutti lo siamo, chi più chi meno, e chi crede di esserlo meno è il più soggetto a divenirlo se pure non lo è già. Tutti lo siamo. Ma i più grandi peccatori che si convertono sono quelli che sanno essere assoluti nel bene come lo furono nel male».

«Il tuo conforto mi solleva. Sei sempre stato un padre per i figli di Teofilo, tu».

17«E come un padre giubilo di avervi tutti e tre amici di Gesù».

Recuerdos de Endor.

«Dove lo avete trovato quel discepolo gran peccatore?».

18«A Endor; Maria. Simone vuol dare al mio desiderio di vedere il mare il merito di tante cose belle e buone. Ma se Giovanni l’anziano è venuto a Gesù non è per merito di Giovanni lo stolto. È per merito di Giuda di Simone», dice sorridendo il figlio di Zebedeo.

«Lo ha convertito?», chiede dubbiosa Marta.

«No. Ma ha voluto andare a Endor e …».

19«Sì, per vedere l’antro della… E’ un uomo molto strano Giuda di Simone… Bisogna prenderlo come è… Già!… E Giovanni di Endor ci guidò alla caverna e poi rimase con noi. Ma, figlio mio, sempre tuo è il merito, perché senza il tuo desiderio di infinito non avremmo fatto quella via e non sarebbe venuto a Giuda di Simone il desiderio di andare a quella strana ricerca».

Il monte delle Beatitudini.

«Mi piacerebbe sapere cosa ha detto Gesù sul Tabor… come mi piacerebbe riconoscere il monte dove lo vidi», sospira Maria Maddalena.

20«Il monte è quello su cui pare ora accendersi un sole per quel piccolo stagno, usato dalle greggi, che raccoglie le acque sorgive. Noi eravamo più su, dove la cima pare spaccata come un largo bidente che voglia infilzare le nuvole e portarle altrove. Per il discorso di Gesù, credo che Giovanni te lo può dire».

«Oh! Simone! Può mai un ragazzo ripetere le parole di Dio?».

«Un ragazzo no. Tu sì. Provati. Per compiacenza alle tue sorelle e a me che ti voglio bene».

Giovanni è molto rosso quando inizia a ripetere il discorso di Gesù.

La creazione (discorso: firmamento, luce, mare)

Tutto ha la sua ragione buona di essere.

21«Egli disse: “Ecco la pagina infinita su cui le correnti scrivono la parola ‘Credo’. Pensate il caos dell’Universo avanti che il Creatore volesse ordinare gli elementi e costituirli a meravigliosa società, che ha dato agli uomini la Terra e quanto contiene e al firmamento gli astri e i pianeti. 22Tutto già non era. Nè come caos informe, né come cosa ordinata. Dio la fece[62]. Fece dunque per primi gli elementi. Perché necessari sono, sebbene talora sembra che siano nocivi. 23Ma, pensatevelo sempre, non c’è la più piccola stilla di rugiada che non abbia la sua ragione buona di essere; non c’è insetto, per piccolo e noioso che sia, che non abbia la sua ragione buona di essere. E così non c’è mostruosa montagna eruttante dalle viscere fuoco e incandescenti lapilli che non abbia la sua ragione buona di essere. E non vi è ciclone senza motivo. 24E non vi è – passando dalle cose alle persone – e non vi è evento, non pianto, non gioia, non nascita, non morte, non sterilità o maternità abbondante, non lungo coniugio né rapida vedovanza, non sventura di miserie e malattie, come non prosperità di mezzi e di salute, che non abbia la sua ragione buona di essere, anche se tale non appaia alla miopia e alla superbia umana, che vede e giudica con tutte le cataratte e tutte le nebbie proprie delle cose imperfette. 25Ma l’occhio di Dio, ma il pensiero senza limitazione di Dio, vede e sa. Il segreto per vivere immuni da sterili dubbi che innervosiscono, esauriscono, avvelenano la giornata terrena, è nel saper credere che Dio fa tutto per ragione intelligente e buona, che Dio fa ciò che fa per amore, non nello stolto intento di crucciare per crucciare.

Gli spiriti ottenebrati dallo orgoglio e dal pessimismo.

26Dio aveva già creato gli angeli. E parte di essi, per avere voluto non credere che fosse buono il livello di gloria al quale Dio li aveva collocati, si erano ribellati e con l’animo arso dalla mancanza di fede nel loro Signore avevano tentato di assalire il trono irraggiungibile di Dio[63]. 27Alle armoniose ragioni degli angeli credenti avevano opposto il loro discorde, ingiusto e pessimistico pensiero, e il pessimismo, che è mancanza di fede, li aveva da spiriti di luce fatti divenire spiriti ottenebrati.

28Viva in eterno coloro che in Cielo come in Terra sanno basare ogni loro pensiero su un presupposto di ottimismo pieno di luce! Mai sbaglieranno completamente, anche se i fatti li smentiranno. Non sbaglieranno almeno per quanto riguarda il loro spirito, il quale continuerà a credere, a sperare, ad amare soprattutto Dio e prossimo, rimanendo perciò in Dio fino ai secoli dei secoli!

29Il Paradiso era già stato liberato da questi orgogliosi pessimisti, i quali vedevano nero anche nelle luminosissime opere di Dio, così come in Terra i pessimisti vedono nero anche nelle più schiette e solari azioni dell’uomo, e per volersi separare in una torre di avorio, credendosi gli unici perfetti, si autocondannano ad una oscura galera, la cui via termina nelle tenebre del regno ìnfero, il regno della Negazione. Perché il pessimismo è Negazione esso pure.

Occorre guardare il creato con occhi di fede.

30Dio fece dunque il Creato. E come per comprendere il mistero glorioso del nostro Essere uno e trino bisogna saper credere e vedere che fin dal principio il Verbo era, ed era presso Dio, uniti dall’Amore perfettissimo che solo possono effondere due che Dèi sono pur essendo Uno, così ugualmente, 31per vedere il creato per quello che è, occorre guardarlo con occhi di fede, perché nel suo essere, così come un figlio porta l’incancellabile riflesso del padre, così il creato ha in sé l’incancellabile riflesso del suo Creatore. 32Vedremo allora che anche qui in principio fu il cielo e la terra e fu poi la luce, paragonabile all’amore. Perché la luce è letizia così come lo è l’amore. E la luce è l’atmosfera del Paradiso. E l’incorporeo Essere che è Dio, Luce è, ed è Padre di ogni luce intellettiva, affettiva, materiale, spirituale, così in Cielo come in Terra.

Cielo e terra, luce e tenebre.

33In principio fu il cielo e la terra, e per essi fu data la luce e per la luce tutte le cose furono fatte. 34E come nel Cielo altissimo furono separati gli spiriti di luce da quelli di tenebre, così nel creato furono separate le tenebre dalla luce e fu fatto il Giorno e la Notte, e il primo giorno del creato fu, col suo mattino e la sua sera, col suo meriggio e la sua mezzanotte.

35E quando il sorriso di Dio, la luce, tornò dopo la notte, ecco che la mano di Dio, il suo potente volere, si stese sulla terra informe e vuota, si stese sul cielo su cui vagavano le acque, uno degli elementi liberi nel caos, e volle che il firmamento separasse il disordinato errare delle acque fra il cielo e la terra, acciò fosse velano ai fulgori paradisiaci, misura alle acque superiori, perché sul ribollire dei metalli e degli atomi non scendessero i diluvi a dilavare e disgregare ciò che Dio riuniva.

L’ordine prova la potenza e la bontà del Creatore.

36L’ordine era stabilito nel Cielo. E l’ordine fu sulla Terra per il comando che Dio dette alle acque sparse sulla Terra. E il mare fu. Eccolo. Su esso, come sul firmamento, è scritto: ‘Dio è’. 37Quale che sia l’intellettualità di un uomo e la sua fede o la sua non fede, davanti a questa pagina, in cui brilla una particella dell’infinità che è Dio, in cui è testimoniata la sua potenza – perché nessuna potenza umana né nessun assestamento naturale di elementi possono ripetere, seppure in minima misura, un simile prodigio – è obbligato a credere. 38A credere non solo alla potenza ma alla bontà del Signore, che per quel mare dà cibo e vie all’uomo, dà sali salutari, dà tempera al sole e spazio ai venti, dà semi alle terre l’una dall’altre lontane, dà voce di tempeste perché richiamino la formica che è l’uomo all’Infinito suo Padre, dà modo di elevarsi, contemplando più alte visioni, a più alte sfere.

I tre elementi che più parlano di Dio.

39Tre sono le cose che più parlano di Dio nel creato che è tutto testimonianza di Lui. La luce, il firmamento, il mare. L’ordine astrale e meteorologico, riflesso dell’Ordine divino; 40la luce, che solo un Dio poteva fare; 41il mare, la potenza che solo Dio, dopo averla creata, poteva mettere in saldi confini, dandole moto e voce, senza che per questo, come turbolento elemento di disordine, sia danno alla terra che lo sopporta sulla sua superficie. 42Penetrate il mistero della luce che mai si consuma. Alzate lo sguardo al firmamento dove ridono le stelle e i pianeti.

43Abbassate lo sguardo al mare. Vedetelo per quello che è. Non separazione, ma ponte fra i popoli che sono sulle altre sponde, invisibili, ignote anche, ma che bisogna credere che ci siano solo perché è questo mare. Dio non fa nulla di inutile. Non avrebbe perciò fatto questa infinità se essa non avesse a limite, là, oltre l’orizzonte che ci impedisce di vedere, altre terre, popolate da altri uomini, venuti tutti da un unico Dio, portati là, per volere di Dio, a popolare continenti e regioni, da tempeste e correnti. E questo mare porta nei suoi flutti, nelle voci delle sue onde e delle sue maree, appelli lontani. Tramite è, non separazione.

La nuova evangelizzazione.

44Quell’ansia che dà dolce angoscia a Giovanni è questo appello di fratelli lontani. Più lo spirito diviene dominatore della carne e più è capace di sentire le voci degli spiriti che sono uniti anche se divisi, così come i rami sgorgati da un’unica radice sono uniti anche se l’uno neppur più vede l’altro perché un ostacolo si frappone fra essi. 45Guardate il mare con occhi di luce. Vi vedrete terre e terre sparse sulle sue spiagge, ai suoi limiti, e nell’interno terre e terre ancora, e da tutte giunge un grido:

Il grido dei gentili in attesa.

46‘Venite! Portateci la Luce che voi possedete. Portateci la Vita che vi viene data.

47Dite al nostro cuore la parola che ignoriamo ma che sappiamo essere la base dell’universo: amore.

48Insegnateci a leggere la parola che vediamo tracciata sulle pagine infinite del firmamento e del mare: Dio.

49Illuminateci perché sentiamo che una luce vi è più vera ancora di quella che arrossa i cieli e fa di gemme il mare.

50Date alle nostre tenebre la Luce che Dio vi ha data dopo averla generata col suo amore, e l’ha data a voi ma per tutti, così come la dette agli astri ma perché la dessero alle terre. Voi gli astri, noi la polvere.

51Ma formateci così come il Creatore creò con la polvere la terra perché l’uomo la popolasse adorandolo ora e sempre, finché venga l’ora che più terra non sia, ma venga il Regno. Il Regno della luce, dell’amore, della pace, così come a voi il Dio vivente ha detto che sarà, perché noi pure siamo figli di questo Dio e chiediamo di conoscere il Padre nostro’.

Per la via dell’amore portare i popoli alla Verità

52E per vie di infinito sappiate andare. Senza timori e senza sdegni. Incontro a quelli che chiamano e piangono. Verso quelli che vi daranno anche dolore perché sentono Dio ma non sanno adorare Dio, ma che pure vi daranno la gloria perché grandi sarete quanto più possedendo l’amore lo saprete dare, portando alla Verità i popoli che attendono”.

 53Gesù ha detto così, molto meglio di come io ho detto. Ma almeno questo è il suo concetto».

Il dono di Giovanni.

54«Giovanni, tu hai dato una esatta ripetizione del Maestro. Solo hai lasciato ciò che disse del tuo potere di capire Iddio per la tua generosità di donarti. Tu sei buono, Giovanni. Il migliore fra noi! Abbiamo fatto la via senza avvedercene. Ecco là Nazaret sulle sue colline. Il Maestro ci guarda e sorride. Raggiungiamolo solleciti per entrare in città uniti».

55«Io ti ringrazio, Giovanni», dice la Madonna. «Hai fatto un grande regalo alla Mamma».

«Io pure. Anche alla povera Maria tu hai aperto orizzonti infiniti…».

56«Di che parlavate tanto?», chiede Gesù ai sopraggiungenti.

«Giovanni ha ripetuto il tuo discorso del Tabor. Perfettamente. E ne fummo beati».

57«Sono contento che la Madre lo abbia udito, Lei che porta un nome in cui il mare non è estraneo e possiede una carità vasta come il mare».

58«Figlio mio, Tu la possiedi come Uomo, e nulla ancora è rispetto alla tua infinita carità di Verbo divino. Mio dolce Gesù!».

59«Vieni, Mamma, al mio fianco. Come quando tornavamo da Cana o da Gerusalemme quando ero bambino e tu mi tenevi per mano».

E si guardano col loro sguardo d’amore.

245. Un’accusa dei nazareni a Gesù, respinta con la parabola del
lebbroso guarito
[64].

Presso María d’Alfeo.

Incontro con María d’Alfeo (Mt 13,53; Mc 6,1)[65].

1La prima fermata che Gesù fa a Nazaret è alla casa di Alfeo. Sta per entrare nell’orto quando si incontra con Maria d’Alfeo che esce con due anfore di rame per andare alla fonte.

2«La pace sia con te, Maria!», dice Gesù e abbraccia la parente che, espansiva come sempre, lo bacia con un grido di gioia.

3«Sarà certo giorno di pace e gioia, Gesù mio, poiché Tu sei venuto! Oh! figli miei carissimi! Che felicità vedervi per la vostra mamma!», e bacia affettuosamente i suoi figlioloni che erano immediatamente dietro a Gesù.

«State con me, oggi, non è vero? Ho giusto il forno acceso per il pane. Andavo a prendere l’acqua per non avere più a sospendere la cottura».

«Mamma, andiamo noi», dicono i figli impadronendosi delle brocche.

«Come sono buoni! Non è vero, Gesù?».

4«Tanto buoni», conferma Gesù.

«Ma anche con Te, non è vero? Perché, se dovessero amarti meno di quanto mi amano, li avrei meno cari».

5«Non temere, Maria. Essi sono per Me solo gioia».

«Sei solo? Maria se ne è andata così all’improvviso… Sarei venuta anche io. Era con una donna… Una discepola?».

6«Sì. La sorella di Marta».

«Oh! Che Dio ne sia benedetto! Ho tanto pregato per questo! Dove è?».

Solo l’amore sa accogliere.

7«Eccola che giunge con mia Madre, Marta e Susanna».

Infatti le donne stanno svoltando la via, seguite dagli apostoli. Maria d’Alfeo corre loro incontro ed esclama: «Come sono felice di averti per sorella! Dovrei dirti “figlia” perché tu sei giovane ed io vecchia. Ma ti chiamo col nome che mi è tanto caro da quando lo do alla mia Maria. Cara! Vieni. Sarai stanca… Ma certo anche felice», e bacia la Maddalena tenendola poi per mano quasi per farle ancora più sentire che le vuole bene. La bellezza fresca della Maddalena sembra ancora più forte presso la persona sciupata della buona Maria d’Alfeo.

8«Oggi tutti da me. Non vi lascio andare»; e, con un sospiro d’anima che esce involontario, sfugge la confessione: «Sono sempre tanto sola! Quando non c’è mia cognata passo le giornate ben tristi e solitarie».

Essere discepoli unisce e divida.

«Sono assenti i tuoi figli?», chiede Marta.

Maria d’Alfeo arrossisce e sospira: «Con l’anima sì. Ancora. L’essere discepoli unisce e divide… Ma come tu, Maria, sei venuta, pure loro verranno», e si asciuga una lacrima.

Guarda Gesù che la osserva con pietà, e si sforza a sorridere per chiedere: «Sono cose lunghe, vero?».

9«Sì, Maria. Ma tu le vedrai».

«Speravo… Dopo che Simone… Ma poi ha saputo altre… cose, e si è tornato a fare titubante. Amalo ugualmente, Gesù!».

10«Lo puoi dubitare?».

Maria, mentre parla, prepara dei ristori per i pellegrini, sorda alle parole di tutti che le assicurano di non abbisognare di nulla.

11«Lasciamo le discepole in pace», dice Gesù e termina: «E andiamo per il paese».

«Te ne vai? Forse verranno gli altri figli».

12«Mi trattengo tutto domani. Staremo insieme, perciò. Ora vado a trovare gli amici. La pace a voi, donne. Madre, addio».

Città ironica, incredula e chiusa al Maestro.

Curiosità senza amore al Messia.

13Nazaret è già in subbuglio per l’arrivo di Gesù, e con quell’appendice di Maria di Magdala. C’è chi si precipita verso la casa di Maria d’Alfeo e chi verso quella di Gesù per vedere, e trovando quest’ultima chiusa rifluiscono tutti verso Gesù, che traversa Nazaret andando verso il centro della stessa. 14La città è sempre chiusa al Maestro. In parte ironica, in parte incredula, con qualche nucleo di manifesta cattiveria che si svela con certe frasi pungenti, segue per curiosità ma senza amore il suo grande Figlio che essa non comprende. 15Anche nelle domande che gli rivolgono non c’è amore, ma incredulità e beffa. Ma Egli non mostra di rilevarle e, dolce e mite, risponde a chi gli parla.

«Dài a tutti, ma sembri un figlio senza legame alla tua patria, poiché ad essa non dài».

16«Sono qui per dare ciò che chiedete».

«Ma preferisci non essere qui. Siamo forse più peccatori degli altri?».

17«Non vi è peccatore per grande che sia che Io non voglia convertire. E voi non siete da più degli altri».

«Neppure però dici che siamo migliori degli altri. Un figlio buono dice sempre che la madre sua è migliore delle altre anche se non lo è. Ti è forse matrigna Nazaret?».

18«Io non dico nulla. Tacere è regola di carità verso gli altri e verso se stessi, quando dire che uno è buono non si può, e quando non si vuole mentire. Ma la lode per voi sarebbe pronta a sgorgare sol che voi veniste alla mia dottrina».

«Vuoi dunque essere ammirato?».

19«No. Soltanto ascoltato e creduto, per il bene delle anime vostre».

«E parla, allora! Ti ascolteremo».

20«Ditemi su che vi devo parlare».

Risposte ai tranelli del sinagogo.

Un uomo sui quaranta-quarantacinque anni dice: «Ecco. Io vorrei che Tu entrassi da me e mi spiegassi un punto».

21«Vengo subito, Levi».

22E vanno alla sinagoga mentre la gente si accalca dietro al Maestro e al sinagogo, stipando subito la sinagoga. Il sinagogo prende un rotolo e legge: «”Egli fece salire la figlia di Faraone dalla città di Davide nella casa che egli le aveva fabbricata, perché disse: ‘La mia moglie non deve abitare nella casa di Davide, re d’Israele, ché fu santificata quando in essa entrò l’arca del Signore”‘. Ecco, vorrei da Te il giudizio se questa misura fu giusta o meno, e perché lo fu».

23«Senza dubbio che fu giusta, perché il rispetto alla casa di Davide, santificata perché in essa era entrata l’arca del Signore[66], lo esigeva».

«Ma l’essere moglie di Salomone non rendeva la figlia del Faraone degna di vivere nella casa di Davide? La moglie non diviene, secondo la parola di Adamo, “osso delle ossa” del marito e “carne della sua carne”[67]? Se tale è, come mai può profanare, se non profana lo sposo?».

Il peccato di Salomone e il castigo del Signore.

24«È detto nel primo di Esdra: “Voi avete peccato sposando donne straniere e aggiunto questo delitto ai molti di Israele”[68]. E una delle cause dell’idolatria di Salomone proprio si deve a questi connubi con donne straniere. Dio l’aveva detto: “Esse, le straniere, pervertiranno i vostri cuori fino a farvi seguire dèi stranieri”[69]. Le conseguenze le sappiamo».

«Ma pure non si era pervertito per avere sposato la figlia del Faraone, tanto che giunse a giudicare con sapienza che essa non doveva rimanere nella casa santificata».

25 «La bontà di Dio non è misurabile con la nostra. L’uomo, dopo una colpa, non perdona, sebbene lui stesso sia sempre colpevole.  26Dio non è inesorabile dopo una prima colpa, ma non permette però che impunemente l’uomo si indurisca nello stesso peccato. 27Perciò non punisce alla prima caduta; allora parla al cuore. Ma punisce quando la sua bontà non serve a convertire e viene scambiata dall’uomo per debolezza. Allora scende la punizione, perché Dio non si irride. 28Osso del suo osso e carne della sua carne, la figlia del Faraone aveva deposto i primi germi di corruzione nel cuore del Saggio, e voi sapete che una malattia scoppia non quando un solo germe è nel sangue, ma quando il sangue è corrotto da molti germi che si sono moltiplicati dal primo. 29La caduta dell’uomo al basso ha sempre inizio con una leggerezza apparentemente innocua. Poi la condiscendenza al male aumenta. Si forma l’abitudine alle transazioni di coscienza e alla trascuranza dei doveri e delle ubbidienze verso Dio, e per gradi si giunge al peccato grande, in Salomone persino di idolatria, provocando lo scisma le cui conseguenze perdurano tuttora».

«Sicché Tu dici che occorre la massima attenzione e il massimo rispetto alle cose sacre?».

30«Senza dubbio».

«Ora spiegami ancora questo. Tu ti dici il Verbo di Dio. È vero?».

31«Io sono tale. Egli mi ha mandato per portare sulla Terra la buona novella a tutti gli uomini, e perché Io li redima da ogni peccato».

«Tu dunque, se tale sei, sei da più dell’arca. Perché non sulla gloria che sovrasta l’arca ma in Te stesso sarebbe Dio».

32«Tu lo dici ed è verità».

«E allora perché ti profani?».

Giustificazione del Verbo di Dio.

33«E per dirmi questo qui mi hai portato? Ma Io ti compatisco. Te e chi ti ha stuzzicato a parlare. Non dovrei giustificarmi, perché ogni giustificazione cade spezzata dal vostro livore. Ma Io, a voi che mi rimproverate di disamore per voi e di profanazione della mia persona, Io darò giustificazione. 34Udite. Io so a che alludete. Ma vi rispondo: “Siete in errore”. Così come apro le braccia ai morenti per riportarli alla vita e chiamo i morti per renderli alla vita, ugualmente apro le braccia ai più veri moribondi e chiamo i più veri morti, i peccatori, per riportarli alla Vita eterna e risuscitarli, se già putridi, perché non muoiano più. Ma vi porterò una parabola.

Parabola del lebbroso guarito.

35Un uomo per molti vizi diviene lebbroso. La società degli uomini lo allontana dal suo consorzio e l’uomo, in una solitudine atroce, medita sul suo stato e sul suo peccato che in quello stato lo ha ridotto. 36Passano lunghi anni così, e quando meno se lo aspetta il lebbroso guarisce. Il Signore gli ha usato misericordia per le sue molte preghiere e lacrime. Che fa allora l’uomo? Può ritornarsene a casa sua perché Dio gli ha usato misericordia? No. 37Deve mostrarsi al sacerdote, il quale, dopo averlo attentamente osservato per qualche tempo, lo fa purificare dopo un primo sacrificio di due passeri. 38E dopo non una, ma due lavature di vesti, il guarito ritorna dal sacerdote con gli agnelli senza macchia e l’agnella e la farina e l’olio prescritti[70]. 39Il sacerdote lo conduce allora alla porta del Tabernacolo. Ecco allora che l’uomo viene religiosamente riammesso nel popolo d’Israele. 40Ma ditemi voi: quando egli va per la prima volta dal sacerdote, perché vi va?».

La purificazione dell’impuro.

«Per essere purificato una prima volta in modo da poter compiere la più grande purificazione che lo riammette nel popolo santo!».

41«Avete detto bene. Ma allora non è del tutto purificato?».

«Eh! no! Ancora molto gli manca ad esserlo; e secondo la materia e secondo lo spirito».

42«Come allora osa accostarsi al sacerdote una prima volta quando è del tutto immondo, e una seconda accostarsi anche al Tabernacolo?».

«Perché il sacerdote è il mezzo necessario per poter essere riammesso fra i viventi».

43«E il Tabernacolo?».

«Perché solo Dio può annullare le colpe, ed è di fede credere che oltre il santo velano riposi Dio sulla sua gloria, dispensando di là il suo perdono».

44«Ma allora il lebbroso guarito non è ancora senza colpa quando si avvicina al sacerdote e al Tabernacolo?».

«No. Certo che no!».

Il Messia guarisce i lebbrosi delloo spirito.

45«Uomini di contorto pensiero e di non limpido cuore, perché allora mi accusate se Io, il Sacerdote e il Tabernacolo, mi lascio avvicinare dai lebbrosi dello spirito? Perché avete due misure per giudicare? 46Sì, la donna che era perduta, come Levi il pubblicano, qui presente ora con la sua nuova anima e il suo nuovo ufficio, e con essi altri e altre, già venuti prima di questi, sono ora al mio fianco. Vi possono essere perché ora sono riammessi nel popolo del Signore. 47Vi furono portati presso a Me dal volere di Dio che ha rimesso in Me il potere di giudicare e assolvere, di guarire e risuscitare. Profanazione sarebbe se in essi perdurasse la loro idolatria così come permaneva nella figlia del Faraone, ma profanazione non è perché essi hanno abbracciato la dottrina che Io ho portato sulla Terra e per essa sono risorti alla Grazia del Signore.

Il Messia ama Nazareth.

48Uomini di Nazaret, che mi tendete tranelli non parendovi possibile che in Me sia la Sapienza vera e la giustizia di Verbo del Padre, 49Io vi dico: “Imitate i peccatori”. In verità essi vi superano nel saper venire alla Verità. E anche vi dico: “Non ricorrete a bassi tranelli per potermi contrastare”. Non lo fate. 50Chiedete, ed Io vi darò, come do ad ognun che a Me viene, la parola vitale. Accoglietemi come un figlio di questa terra nostra. Io non vi serbo rancore. 51Le mie mani sono piene di carezze, e il mio cuore del desiderio di istruirvi e farvi contenti. Tanto lo sono che se mi volete passerò fra voi il mio sabato, istruendovi nella Legge Novella».

La folla è in contrasto di idee. Ma prevale la curiosità o l’amore, e gridano in molti: «Sì, sì. Domani qui. Ti ascolteremo».

52«Pregherò perché cada nella notte l’intonaco che vi opprime il cuore. Perché cada ogni prevenzione e, liberi da essa, voi possiate comprendere la Voce di Dio venuta a portare il Vangelo a tutta la Terra, ma col desiderio che la prima zona capace di accoglierla sia la città dove sono cresciuto. La pace a voi tutti».

246. Un apologo per i cittadini di Nazareth, che restano increduli[71].

L’apologo contro Abimelec (Mc 6,2)[72].

Ancora la sinagoga di Nazaret, in giorno di sabato, però.

1Gesù ha letto l’apologo contro Abimelec e termina con le parole: «”esca da lui un fuoco e divori i cedri del Libano”». Poi rende al sinagogo il rotolo.

L’uomo deve saper usare l’intelligenza.

«Il resto non lo leggi? Bene sarebbe per far comprendere l’apologo», dice il sinagogo.

2«Non occorre. Il tempo di Abimelec è molto lontano. Io applico al momento di ora l’apologo antico.

3Udite, genti di Nazaret. Voi già sapete, per istruzione del vostro sinagogo, il quale fu istruito a suo tempo da un rabbi, e questo da un altro ancora, e così via da secoli, e sempre con lo stesso metodo e con le stesse conclusioni, le applicazioni dell’apologo contro Abimelec.

4Da Me sentirete un’altra applicazione. E vi prego, del resto, di saper usare della vostra intelligenza e non essere come corde appoggiate sulle carrucole del pozzo, che finché non sono logore vanno dalla carrucola all’acqua, dall’acqua alla carrucola senza mai poter cambiare! 5L’uomo non è un canapo obbligato, né un arnese meccanico. L’uomo è dotato di un cervello intelligente e lo deve saper usare di suo, a seconda dei bisogni e delle circostanze. 6Perché, se la lettera della parola è eterna, le circostanze cambiano. Miseri quei maestri che non sanno saper volere la fatica e la soddisfazione di estrarre volta per volta l’insegnamento nuovo, ossia lo spirito che le parole antiche e sapienti contengono sempre. Saranno simili a echi che non possono che ripetere, magari dieci e dieci volte, una sola parola, senza mettervene pur una di loro.

Responsabilità dei capi dei popoli.

7Gli alberi, ossia l’umanità raffigurata nel bosco dove sono radunate tutte le specie di piante, di arbusti e di erbe, sentono il bisogno di essere condotti da uno che si aggravi di tutte le glorie ma anche, ed è peso ben maggiore, di tutti i gravami dell’autorità, dell’essere il responsabile della felicità o infelicità dei sudditi, il responsabile presso i sudditi, presso i popoli vicini e, ciò che è tremendo, presso Dio. 8Perché le corone o le preminenze sociali, quali che siano, sono date dagli uomini, è vero, ma permesse da Dio, senza la quale condiscendenza nessuna forza umana può imporsi. Cosa che spiega gli impensabili e improvvisi mutamenti di dinastie che parevano eterne, e di potenze che parevano intoccabili, e che, quando passarono la misura nell’essere punizioni ai popoli o prova dei popoli, furono rovesciate dagli stessi, per permesso di Dio, divenendo nulla, polvere, talora fango di bassa cloaca.

9Ho detto: i popoli sentono il bisogno di eleggersi uno che si aggravi di tutte le responsabilità verso i sudditi, verso le nazioni vicine e verso Dio, ciò che è più tremendo di tutto.

10Perché, se il giudizio della storia è tremendo, e invano cercano interessi di popoli di mutarlo, perché eventi e popoli futuri lo renderanno alla sua prima tremenda verità, ancor peggio è il giudizio di Dio, il quale non subisce pressioni da chicchessia, e non è soggetto a mutamenti di umore e di giudizio, come troppo spesso gli uomini lo sono, e tanto meno è soggetto a errori di giudizio. 11Occorrerebbe perciò che gli eletti ad essere capi di popoli e creatori di storia agissero con la giustizia eroica propria dei santi, per non essere infamati nei secoli futuri e puniti da Dio nei secoli dei secoli.

La dolce risposta dell’ulivo.

12Ma torniamo all’apologo di Abimelec.

Gli alberi dunque vollero eleggersi un re e andarono dall’ulivo. Ma questo, albero sacro e consacrato ad usi soprannaturali, per l’olio che arde davanti al Signore ed è parte preponderante nelle decime e nei sacrifizi, che presta il suo liquido a formare il balsamo santo per l’unzione dell’altare, dei sacerdoti e dei re, e scende con proprietà direi quasi taumaturgiche nei corpi o sui corpi malati, rispose: “Come posso io mancare alla mia vocazione santa e soprannaturale per avvilirmi in cose della terra?”.

13Oh! la dolce risposta dell’ulivo!

14Perché mai non è imparata e praticata da tutti coloro che Dio elegge a santa missione, almeno da quelli, dico almeno? 15Perché in verità andrebbe detta da ogni uomo in risposta alle suggestioni del demonio, 16dato che ogni uomo è re e figlio di Dio, dotato di un’anima che tale lo fa, regale, figlialmente divino, chiamato a destino soprannaturale. 17Ha un’anima che è un altare e una casa. L’altare di Dio, la casa dove il Padre dei Cieli scende a ricevere amore e riverenza dal figlio e suddito. 18Ogni uomo ha un’anima, ed ogni anima essendo altare fa dell’uomo che la contiene un sacerdote, custode dell’altare, ed è detto nel Levitico: “Il sacerdote non si contamini”.

19L’uomo dunque avrebbe il dovere di rispondere alla tentazione del demonio, del mondo e della carne: “Posso io cessare di essere spirituale per occuparmi di cose materiali e peccaminose?”.

La risposta del fico.

20Gli alberi andarono allora dal fico, invitandolo a regnare su loro. Ma il fico rispose: “Come posso io rinunziare alla mia dolcezza e ai miei soavissimi frutti per divenire vostro re?”.

21Molti si volgono a colui che è dolce per averlo re. Non tanto per ammirazione della sua dolcezza quanto perché sperano che per essere molto dolce finisca a divenire un re da burla, dal quale si possa ottenere ogni consenso e sul quale permettersi ogni licenza. 22Ma la dolcezza non è debolezza. È bontà. Giusta. Intelligente. Ferma. Non scambiate mai la dolcezza con la debolezza. La prima è virtù, la seconda è difetto. E appunto essendo virtù comunica a chi la possiede una dirittura di coscienza che gli permette di resistere alle sollecitazioni e seduzioni umane, intese a piegarlo verso i loro interessi, che non sono gli interessi di Dio, rimanendo fedele al suo destino, ad ogni costo. 23Il dolce di spirito non ribatterà mai con asprezza le rampogne altrui, non respingerà mai con durezza chi lo reclama. Ma però, con perdoni e sorriso, dirà sempre: “Fratello, lasciami alla mia dolce sorte. Io sono qui per consolarti ed aiutarti, ma non posso divenire re, quale tu pensi, perché di un’unica regalità mi curo e preoccupo, per l’anima mia e per l’anima tua: di quella spirituale”.

La risposta della vite.

24Gli alberi andarono dalla vite a chiederle di essere il loro re. Ma la vite rispose: “Come posso io rinunciare ad essere allegrezza e forza per venire a regnare su voi?”.

25L’essere re, e per le responsabilità e per i rimorsi, perché più raro di diamante nero è il re che non pecca e non si crea rimorsi, porta sempre a cupezze di spirito. La potenza seduce finché splende come un faro da lontano, ma quando la si è raggiunta si vede che non è che un lume di lucciola e non di stella. 26E anche: la potenza non è che una forza legata dai mille canapi dei mille interessi che si agitano intorno ad un re. Interessi di cortigiani, interessi di alleati, interessi personali e di parentele. Quanti re giurano a sé stessi, mentre l’olio li consacra: “Io sarò imparziale”, e poi non sanno esserlo?

L’abbraccio dell’edera.

27Come un albero potente che non si ribella al primo abbraccio dell’edera molle e sottile dicendo: “È tanto esile che non mi può nuocere”, e anzi si compiace di esserne inghirlandato e di esserne il protettore che la sorregge nel suo salire, 28così sovente, potrei dire sempre, il re cede al primo abbraccio di un interesse cortigiano, alleato, personale o di parentela che a lui si volge, e si compiace di esserne il munifico protettore. “È tanto poca cosa!”, dice anche se la coscienza gli grida: “Bada!”. E pensa non possa nuocergli né nel potere, né nel buon nome. 29Anche l’albero crede così. Ma viene il giorno che, ramo dopo ramo, crescendo in robustezza e in lunghezza, crescendo nella voracità di suggere linfe del suolo e salire alla conquista di luce e di sole, l’edera abbraccia tutto l’albero potente, lo soverchia, lo soffoca, l’uccide. Ed era tanto esile! E lui era tanto forte!

30Anche per i re è così. Un primo compromesso con la propria missione, una prima alzata di spalle alla voce della coscienza, perché le lodi sono dolci, perché l’aria di protettore ricercato piace, e viene il momento che il re non regna, ma regnano gli interessi altrui e lo imprigionano, lo imbavagliano fino a soffocarlo e lo sopprimono se, divenuti più forti di lui, vedono che egli non si affretta a morire.

31 Anche l’uomo comune, sempre un re nello spirito, si perde se accetta regalità minori per superbia, per avidità. E perde la sua serenità spirituale che gli viene dall’unione con Dio. Perché il demonio, il mondo e la carne possono dare un illusorio potere e godere, ma a costo della allegrezza spirituale che viene dall’unione con Dio.

La forza dei poveri di spirito.

32Allegrezza e forza dei poveri di spirito, ben meritate che l’uomo sappia dire: “E come posso accettare di divenire re nella parte inferiore se, venendo ad alleanze con voi, io perdo forza e allegrezza interna e il Cielo e la sua regalità vera?”.

33E possono anche dire, questi beati poveri di spirito che hanno solo la mira di possedere il Regno dei Cieli e sprezzano ogni altra ricchezza che quel regno non sia, e possono anche dire: “E come possiamo venire meno alla nostra missione, che è quella di maturare succhi fortificatori e di allegrezza per questa umanità sorella, che vive nell’arido deserto della animalità e che ha bisogno di essere dissetata per non morire, per essere nutrita di succhi vitali come un bimbo privo di nutrice? 34Noi siamo le nutrici dell’umanità che ha perduto il seno di Dio, che erra sterile e malata, che giungerebbe alla disperata morte, ai neri scetticismi, se non trovasse noi che, con l’allegra operosità dei liberi da ogni laccio terreno, li facessimo persuasi che vi è una Vita, una Gioia, una Libertà, una Pace. Non possiamo rinunciare a questa carità per un interesse meschino”.

La risposta dello spino.

35Gli alberi andarono allora dallo spino. Questo non li respinse. Ma impose patti severi: “Se mi volete per re venite sotto di me. Ma se non lo volete fare, dopo avermi eletto, io farò di ogni spino tormento acceso e arderò tutti voi, anche i cedri del Libano”.

36Ecco le regalità che pure il mondo accetta per vere! La prepotenza e la ferocia sono, per l’umanità corrotta, scambiate per vera regalità, mentre la mitezza e la bontà vengono prese per stoltezza e bassi sentimenti.

37L’uomo non si sottomette al Bene ma si sottomette al Male. Ne è sedotto. E conseguentemente ne è arso.

Questo l’apologo di Abimelec.

L’apologo di Gesù

L’apologo contro Israele.

38Ma Io ora ve ne propongo un altro. Non lontano e per fatti lontani. Ma vicino, presente.

39Gli animali pensarono ad eleggersi un re. Ed essendo astuti pensarono di eleggersi uno che non desse timore di essere forte o feroce.

40Scartarono dunque il leone e tutti i felini. Dissero di non volere le rostrate aquile né nessun altro uccello di rapina. Diffidarono del cavallo che con rapidità poteva raggiungerli e vedere le loro azioni; e ancor più diffidarono dell’asino di cui sapevano la pazienza ma anche le subite furie e i potenti zoccoli. 41Inorridirono di avere per re la scimmia perché troppo intelligente e vendicativa. 42Con la scusa che il serpente si era prostrato a Satana per sedurre l’uomo, dissero di non volerlo a re nonostante i suoi vaghi colori e l’eleganza delle sue mosse. In realtà non lo vollero perché ne conoscevano il silenzioso incedere, il forte potere dei suoi muscoli, il tremendo agire del suo veleno. 43Darsi a re un toro o altro animale munito di aguzze corna? Ohibò! “Anche il diavolo le ha” dissero. Ma pensavano: “Se ci ribelliamo, un giorno esso ci stermina con le sue corna”.

L’agnelletto grasso e bianco.

44Scansa e scansa, videro un agnelletto grasso e bianco saltabeccare allegro su un prato verde, dando musate alla tonda mammella materna. 45Non aveva corna, ma aveva occhi miti come un cielo d’aprile. Era mansueto e semplice. Di tutto era contento. 46E dell’acqua di un piccolo rio dove beveva tuffando il musetto rosato; 47e dei fioretti dai diversi sapori che appagavano l’occhio e il palato; 48e dell’erba folta in cui era bello giacere quando era sazio; 49e delle nuvole che parevano altri agnellini che scorazzassero su quei prati azzurri, lassù, e lo invitassero a giocare correndo sul prato come esse nel cielo; 50e, soprattutto, delle carezze della mamma, che ancora gli permetteva qualche tepida succhiata leccandogli intanto il vello bianco con la sua rosea lingua; 51e dell’ovile sicuro e riparato dai venti, della lettiera ben soffice e fragrante, nella quale era dolce dormire presso la madre.

52“È di facile accontentatura. È senza armi né veleno. È ingenuo. Facciamolo re”.

53E tale lo fecero. E se ne gloriavano perché era bello e buono, ammirato dai popoli vicini, amato dai sudditi per la sua paziente mansuetudine.

L’agnello divenne montone.

54Passò del tempo e l’agnello divenne montone e disse: “Ora è tempo che io realmente governi. Ora ho il pieno possesso della cognizione della mia missione. 55Il volere di Dio, che ha permesso che io fossi eletto re, mi ha poi formato a questa missione, dandomi capacità di regnare. È dunque giusto che io la eserciti in modo perfetto, anche per non trascurare i doni di Dio”.

56E vedendo sudditi che facevano cose contrarie alla onestà dei costumi, o alla carità, alla dolcezza, alla lealtà, alla morigeratezza, all’ubbidienza, al rispetto, alla prudenza, e così via, alzò la voce per ammonire. 57I sudditi si risero del suo belato saggio e dolce, che non spauriva come il ruggito dei felini, né come lo strido degli avvoltoi quando si calano rapidi sulla preda, né come il sibilo del serpente e neppure come l’abbaiata del cane che incute timore.

L’agnello minacciato, deriso, colpito.

58L’agnello divenuto montone non si limitò più a belare. Ma andò dai colpevoli per ricondurli al loro dovere. 59Ma il serpente gli sgusciò fra le zampe. L’aquila si elevò a volo lasciandolo in asso. 60I felini con una zampata lo scansarono minacciando: “Vedi che cosa c’è nella zampa felpata che per ora ti scansa soltanto? Artigli”. 61I cavalli, e tutti i corridori in genere, si dettero a giostrare al galoppo intorno a lui, deridendolo. 62E i forti elefanti o altri pachidermi, con un urto del muso, lo gettarono qua e là, mentre le scimmie, dall’alto degli alberi, lo bersagliarono di proiettili.

L’agnello impone Giustizia ed Ordine.

63L’agnello divenuto montone si inquietò, infine, e disse: “Non volevo usare né le mie corna né la mia forza. Perché io pure ho una forza in questo collo, e sarà presa a modello per abbattere ostacoli di guerra. Non volevo usarla perché preferisco usare amore e persuasione. 64Ma posto che non vi piegate con queste armi, ecco che userò la forza, perché se voi mancate al vostro dovere verso di me e Dio, io non voglio mancare al mio verso Dio e voi. Qui sono stato messo per guidarvi alla Giustizia e al Bene, da voi e da Dio. E qui voglio che Giustizia e Bene, ossia Ordine, regnino”.

65E punì con le corna, leggermente perché era buono, un testardo botolo che continuava a molestare i vicini, e poi, col collo fortissimo, sfondò la porta della tana dove un ingordo ed egoista porco aveva accumulato cibarie a scapito degli altri, e pure abbatté il cespuglio di liane eletto da due lussuriosi scimmiotti per i loro illeciti amori.

La ribellione.

66“Questo re si è fatto troppo forte. Vuole realmente regnare lui. Vuole proprio che noi si viva da saggi. Ciò non ci và a genio. Bisogna detronizzarlo” decisero.

67Ma un astuto scimmiotto consigliò: “Non facciamolo altro che con l’apparenza di un motivo giusto. Altrimenti faremo brutta figura presso i popoli e saremo invisi a Dio. Spiamo dunque ogni azione dell’agnello divenuto montone per poterlo accusare con una parvenza di giustizia”.

Lo spionaggio

68“Ci penso io” disse il serpente. “Ed io pure disse la scimmia”. Uno strisciando fra le erbe, l’altra stando sull’alto delle piante, non persero mai di vista l’agnello divenuto montone, e ogni sera, quando lui si ritirava per riposare dalle fatiche della missione, e per meditare sulle misure da adottare e le parole da usare per domare la ribellione e vincere i peccati dei sudditi, questi, meno qualche raro onesto e fedele, si riunivano per ascoltare il rapporto delle due spie e dei due traditori. Perché tali erano anche.

Il tradimento

69Il serpente diceva al suo re: “Ti seguo perché ti amo e se vedessi che sei assalito voglio potere difenderti”. 70La scimmia diceva al suo re: “Come ti ammiro! Ti voglio aiutare. Guarda, da qua io vedo che oltre quel prato si sta peccando. Corri!”; e poi diceva ai compagni: “Anche oggi ha preso parte al banchetto di alcuni peccatori. Ha finto di andare là per convertirli, ma poi, in realtà, è stato complice dei loro bagordi”. 71E il serpente riferiva: “È andato fino fuori del suo popolo, avvicinando farfalle, mosconi e viscidi lumaconi. È un infedele. Commercia con stranieri immondi”.

72Così parlavano alle spalle dell’innocente, credendo che costui ignorasse. Ma lo spirito del Signore, che lo aveva formato alla sua missione, lo illuminava anche sulle congiure dei sudditi. Avrebbe potuto sfuggire sdegnato, maledicendoli. Ma l’agnello era dolce e umile di cuore. Amava.

La colpa di amare.

73Aveva il torto di amare. E aveva quello anche più grande di perseverare, amando e perdonando, nella sua missione, a costo della morte, per compiere la volontà di Dio. Oh! che torti questi presso gli uomini! Imperdonabili! E tanto lo erano che a lui procurarono condanna.

La condanna a morte.

74“Sia ucciso per essere liberati dalla sua oppressione”. E il serpente si incaricò di ucciderlo, perché è sempre il serpente il traditore…

75Questo è l’altro apologo. A te il capirlo. popolo di Nazareth! Io, per l’amore che a te mi lega, ti auguro di rimanere almeno al grado di popolo ostile, e non oltre. 76L’amor della terra in cui venni bambino, in cui crebbi amandovi e avendo amore, mi fa dire a voi tutti: “Non siate più ostili. Non fate che la storia dica: ‘Da Nazareth vennero il suo traditore e i suoi giudici iniqui’.”

77Addio. Siate retti nel giudicare e costanti nel volere. La prima cosa tutti voi, miei concittadini. La seconda quelli fra voi che non sono disturbati da pensieri disonesti. Io vado… La pace sia con voi».

Un profeta non è onorato nella sua patria.

Il Messia contestato.

78E Gesù, fra un silenzio penoso, rotto solo da due o tre voci che lo approvano, esce mesto, a capo chino, dalla sinagoga di Nazareth.

79È seguito dagli apostoli. In coda a tutti sono i figli di Alfeo. E i loro occhi non sono certo gli occhi di un agnello mansueto… Guardano severamente la folla ostile, e Giuda Taddeo non esita a piantarsi ritto di fronte al fratello Simone e a dirgli: «Credevo di avere un fratello più onesto e di carattere più forte».

Simone china il capo e tace. Ma l’altro fratello, spalleggiato da altri di Nazareth, dice: «Vergognati di offendere il fratello maggiore!».

80«No. Mi vergogno di voi. Tutti voi. Non matrigna. Ma matrigna depravata è questa Nazareth per il Messia. Però udite la mia profezia. Piangerete tante lacrime da alimentare una fonte, ma non serviranno a lavare dai libri della storia il nome vero di questa città e di voi. Sapete quale è? “Stoltezza”. Addio».

Giacomo aggiunge un saluto più ampio con augurare luce di sapienza. Ed escono insieme ad Alfeo di Sara e a due giovanotti che, se ben li ravviso, sono i due asinai che scortarono gli asinelli usati per andare incontro a Giovanna di Cusa morente.

La forza negativa dell’ignoranza (Mt 13,5457; Mc 6,3)[73].

81La folla, rimasta interdetta, mormora: «Ma da dove mai costui ha tanta sapienza?».

«E i miracoli donde li fa? Perché farli li fa. Tutta la Palestina ne parla».

82«Non è il figlio di Giuseppe legnaiolo? Tutti lo abbiamo visto, al banco del fabbro di Nazareth, fare tavole e letti, e aggiustare ruote e serrature. Non è neppure andato a scuola, e solo sua Madre gli fu Maestra».

«Uno scandalo anche questo che nostro padre ha criticato» dice Giuseppe d’Alfeo.

«Ma anche i tuoi fratelli finirono la scuola con Maria di Giuseppe».

«Eh! mio padre fu debole presso la moglie…» risponde ancora Giuseppe.

«Anche il fratello di tuo padre, allora?».

«Anche».

«Ma è proprio il figlio del legnaiolo?».

«E non lo vedi?».

«Oh! tanti si assomigliano! Io penso che sia uno che si dice tale ma non lo è».

«E dove è allora Gesù di Giuseppe?».

«Ti pare che sua Madre non lo conosca?».

«Qui ci sono i suoi fratelli e le sue sorelle, e tutti lo dicono parente. Non è forse vero, voi due?».

I due anziani figli di Alfeo annuiscono.

Forza negativa dell’incredulità (Mt 13,57-58; Mc 6,4-6)[74].

83«Allora è divenuto folle o indemoniato, perché ciò che dice non può venire da un operaio».

«Bisognerebbe non ascoltarlo. la sua pretesa dottrina è delirio o possessione» …

Gesù è fermo sulla piazza in attesa di Alfeo di Sara che parla con un uomo. E, mentre attende, uno degli asinai che era rimasto presso la porta della sinagoga gli riporta le calunnie dette nella stessa.

84«Non te ne addolorare. Un profeta generalmente non è onorato dalla sua patria e dalla sua casa. L’uomo è tanto stolto che crede che per essere profeti occorre essere quasi esseri fuori della vita. E i concittadini e i famigliari più di tutti conoscono e ricordano l’umanità del loro concittadino e parente. Ma la verità trionferà sempre. Ed ora ti saluto. La pace sia con te».

«Grazie, Maestro, di avere guarito mia madre».

85«Lo meritavi perché hai saputo credere. È inerte il mio potere qui, perché qui non c’è fede. Andiamo, amici. Domani all’alba partiremo».

247. Maria SS. ammaestra la Maddalena sull’orazione mentale[75].

L’amore esclusivo è egoismo.

Spronate dall’amore.

1«Dove faremo tappa, mio Signore?», chiede Giacomo di Zebedeo, mentre camminano per una gola fra due colline tutte coltivate e verdi dalla base alle vette.

2«A Betlem di Galilea. Ma nelle ore calde sosteremo sul monte che sovrasta Meraba. Così tuo fratello sarà beato un’altra volta vedendo il mare», e Gesù sorride. Poi termina: «Noi uomini avremmo potuto fare più strada, ma abbiamo dietro di noi le discepole, che non si lamentano mai, ma che non dobbiamo stancare eccessivamente».

«Non si lamentano mai. È vero. Siamo più facili a lamentarci noi», ammette Bartolomeo.

«Eppure sono meno abituate di noi a questa vita…», dice Pietro.

«Forse lo fanno volentieri per questo», dice Tommaso.

3«No, Toma. Lo fanno volentieri per amore. Credi pure che mia Madre e neppure le altre donne di casa, come Maria d’Alfeo, Salome e Susanna, lasciano volentieri la casa per venire per le vie del mondo e fra la gente. E Marta e Giovanna, quando anche ella verrà, non use alle fatiche, non lo farebbero volentieri se l’amore non le spronasse. Riguardo a Maria di Magdala, solo un potente amore le può dare la forza di subire questa tortura», dice Gesù.

L’amore egoista dell’Iscariota.

«Perché gliel’hai imposta, allora, se sai che è tortura?», chiede l’Iscariota. «Non è buona cosa per lei e non la è per noi».

4«Null’altro che la dimostrazione palese, indubitabile del suo mutamento poteva persuadere il mondo. Maria vuole persuadere il mondo di questo. La sua separazione dal passato è stata completa. È completa».

«Ciò è da vedersi. È presto ora per dirlo. Quando si è fatto abitudine ad un genere di vita, difficilmente ci se ne stacca del tutto. Amicizie e nostalgie ci riportano ad esso», dice l’Iscariota.

«Tu hai nostalgie, allora, per la vita di prima?», chiede Matteo.

«Io… no. Ma faccio per dire. Io sono io: uomo, amante del Maestro e… Insomma io ho in me elementi che mi servono a resistere nel proposito. Ma lei è una donna, e che donna! E poi, anche fosse ben ferma, è sempre poco piacevole averla con noi. Se si avesse ad incontrare dei rabbi, sacerdoti o grandi farisei, credete che non sarebbe piacevole il loro commento. Io ci penso con anticipato rossore».

5«Non ti contraddire, Giuda. Se tu hai realmente tagliato i ponti col passato, come vuoi dire, perché tanto ti duoli che una povera anima ci segua per completare la sua trasformazione nel Bene?».

«Ma per amore, Maestro. Io pure faccio tutto per amore. Verso di Te».

L’amore perfetto ama tutto in Dio.

6«Allora perfezionati in questo tuo amore. Non deve un amore, per essere veramente tale, essere mai esclusivista. Quando uno sa amare solo un oggetto e non sa amarne nessun altro, anche se amato dall’oggetto che egli ama, dimostra di non essere nel vero amore. L’amore perfetto ama, con le dovute gradazioni, tutto il genere umano, e anche animali e vegetali, stelle e acque, perché tutto vede in Dio. Ama Dio come si conviene e ama tutto in Dio. Guarda che l’amore esclusivista è spesso egoismo. Sappi perciò giungere ad amare anche gli altri per amore».

«Sì, Maestro».

L’oggetto della discussione procede intanto con le altre donne vicino a Maria, senza pensare di essere causa di tanta discussione.

Jafia e Meraba indifferenti al Signore.

7L’agglomerato di Jafia viene raggiunto, attraversato, superato senza che nessun cittadino mostri desiderio di seguire il Maestro o di trattenerlo. Proseguono, gli apostoli inquieti per l’indifferenza del luogo, Gesù che cerca di calmarli.

8La valle prosegue in direzione ovest e mostra al suo estremo un altro paese che si adagia alla base di un altro monte. Anche questo paese, che sento chiamare Meraba, è indifferente. Solo dei bambini si avvicinano agli apostoli mentre attingono acqua ad una limpida fontana addossata ad una casa. Gesù li accarezza chiedendo il loro nome, e i bambini chiedono il suo e chi è, dove va, cosa fa. Si avvicina anche un mendicante semicieco, vecchio, curvo, e stende la mano per ricevere l’obolo che infatti riceve.

Panorami splendidi.

Diletto anche alla vista.

9La marcia ricomincia con la salita di un colle, quello che sbarra la valle nella quale riversa le acque dei suoi fiumicelli, ora ridotti a un filo d’acqua o a sole pietre arse dal sole.

10Ma la strada è buona, aperta fra i boschi di ulivi prima, di altre piante poi, che intrecciano i rami facendo galleria verde sopra la strada. Raggiungono la vetta, che è coronata da uno stormente bosco di frassini, se non erro. E là si siedono per prendere riposo e cibo. E, col cibo e il riposo, diletto anche alla vista, perché il panorama è bellissimo, con la catena del Carmelo alla sinistra di chi guarda verso ovest; e là dove la catena del Carmelo – una verdissima catena in cui sono presenti tutti i toni più belli del verde – finisce, scintilla il mare, aperto, sconfinato, stendendosi, col suo drappo mosso da lievi ondette, verso il nord, a bagnare le sponde che dalla punta del promontorio, formato dall’estrema propaggine del Carmelo, salgono verso Tolemaide e le altre città fino a perdersi in una lieve nebbia verso la Siro Fenicia. Non si vede invece il mare al sud del promontorio del Carmelo, perché la catena, più alta del colle dove ci si trova, ne cela la vista.

 

Nell’ombra frusciante del bosco arioso.

11Passano le ore nell’ombra frusciante del bosco arioso. Chi dorme, chi parla sottovoce, chi guarda. Giovanni si dilunga dai compagni andando il più in alto possibile per vedere di più. Gesù si isola in un folto per pregare e meditare. Le donne si sono a loro volta ritirate dietro una cortina di ondulante caprifoglio tutto in fiore, e là si sono rinfrescate ad una minuscola sorgente che, ridotta ad un filo, forma in terra una pozzanghera che non riesce a mutarsi in rio.

 12Poi le più anziane si sono addormentate, stanche, mentre Maria SS. con Marta e Susanna parlano della loro casa lontana, e Maria dice che vorrebbe avere quel bel cespuglio tutto in fiore a veste della sua grotticella.

13La Maddalena, che si era sciolti i capelli non potendo resistere al loro peso, se li raccoglie di nuovo e dice: «Vado da Giovanni, ora che è con Simone, a guardare con loro il mare».

14«Vengo io pure», risponde Maria SS.

Marta e Susanna restano presso le compagne dormenti.

Il segreto della vita spirituale.

Ritirarsi in preghiera.

Per raggiungere i due apostoli devono passare presso il roveto in cui si è isolato Gesù per pregare.

15«Mio Figlio trova riposo nella preghiera», dice piano Maria.

16La Maddalena le risponde: «Credo che gli sia anche indispensabile l’isolarsi per mantenere il meraviglioso dominio che ha e che il mondo mette a dura prova. Sai, Madre? Ho fatto quanto tu mi hai detto. Ogni notte mi isolo per un tempo più o meno lungo per potere ristabilire in me stessa la calma che molte cose turbano. Mi sento molto più forte dopo».

Necessità e utilità dalla meditazione.

17«Per ora forte, più tardi ti sentirai beata. Credi pure, Maria, che sia nella gioia come nel dolore, sia nella pace come nella lotta, lo spirito nostro ha bisogno di tuffarsi tutto dentro all’oceano della meditazione, per ricostruire ciò che il mondo e le vicende abbattono e per creare nuove forze per sempre più salire. In Israele noi usiamo e abusiamo della preghiera vocale. Non voglio già dire che essa sia inutile e invisa a Dio. Ma dico però che è sempre molto più utile allo spirito l’elevazione mentale a Dio, la meditazione, in cui, contemplando la sua divina perfezione e la nostra miseria, o quella di tante povere anime, non già per criticarle ma per compatirle e capirle, e per avere riconoscenza al Signore che ci ha sorrette per non farci peccare, o ci ha perdonate per non lasciarci cadute, noi giungiamo a pregare realmente, ossia ad amare. Perché l’orazione, per essere realmente tale, deve essere amore. Altrimenti è borbottìo di labbra dal quale l’anima è assente».

Abbandonarsi all’amore.

«Ma parlare con Dio è lecito quando si hanno le labbra ancora sporche di tante parole profane? Io, nelle mie ore di raccoglimento, che faccio come tu mi hai insegnato, tu, mio apostolo dolcissimo, faccio violenza al mio cuore che vorrebbe dire a Dio: “Io ti amo”…»

18«Nooh! Perché?».

«Perché mi pare che farei sacrilega offerta a offrirgli il mio cuore…».

19«Non lo fare, figlia. Non lo fare. Il tuo cuore è, prima di tutto, riconsacrato dal perdono del Figlio, e il Padre non vede che questo perdono. Ma se anche Gesù non ti avesse ancora perdonata, e tu, in una solitudine ignorata, che tanto può essere materiale come morale, gridassi a Dio: “Io ti amo. Padre, perdona le mie miserie. Perché io di esse me ne spiaccio per il dolore che ti danno”, credi pure, o Maria, che il Padre Iddio ti assolverebbe di suo, e caro gli sarebbe il tuo grido di amore. Abbandonati, abbandonati all’amore. Non fare violenza ad esso. Lascia anzi che esso divenga violento come incendio avvampante. L’incendio consuma tutto ciò che è materiale, ma non distrugge una molecola di aria. Perché l’aria è incorporea. Anzi la purifica dai detriti minuscoli che i venti vi seminano, la fa più leggera. Così l’amore allo spirito. Consumerà più presto la materia dell’uomo, se Dio lo permette, ma non distrugge lo spirito. Anzi ne accresce la vitalità e lo fa puro e agile per le ascensioni a Dio.

La amorosa meditazione.

20Vedi là Giovanni? É proprio un ragazzo. Ma pure è un’aquila. É il più forte di tutti gli apostoli. Perché ha compreso il segreto della fortezza, della formazione spirituale: la amorosa meditazione».

«Ma lui è puro. Io… Lui è un ragazzo. Io…».

21«Guarda allora Io Zelote. Non è un ragazzo. Ha vissuto, ha lottato, ha odiato. Egli lo confessa sinceramente. Ma ha imparato a meditare. E lui pure, credimi, è bene in alto. Vedi? Si cercano quei due. Poiché si sentono uguali. Hanno raggiunto la stessa età perfetta dello spirito e con lo stesso mezzo: la orazione mentale. Per essa il ragazzo è divenuto virile nello spirito, e per essa il già vecchio e stanco è ritornato ad una virilità forte. 22E sai un altro che, senza essere apostolo, sarà, anzi è molto avanti per la sua tendenza naturale alla meditazione, che da quando è amico di Gesù è divenuta in lui necessità spirituale? Tuo fratello».

Paura della Maddalena.

23«Lazzaro mio?… Oh! Madre! Dimmelo, tu che sai tante cose perché Dio te le mostra, come mi tratterà Lazzaro al primo incontro? Prima taceva sdegnoso. Ma lo faceva perché io non sopportavo osservazioni. Sono stata molto crudele coi fratelli… Ora lo comprendo. Ora che sa che può parlare, che mi dirà? Temo il suo aperto rimprovero. Oh! certo mi ricorderà tutte le pene di cui sono causa. Io vorrei volare da Lazzaro. Ma ne ho paura. Prima ci andavo, e neppure i ricordi della mamma morta, le sue lacrime ancora vive sugli oggetti da lei usati, lacrime per me, per mia colpa, mi turbavano. Il mio cuore era cinico, sfrontato, chiuso ad ogni voce che non fosse “male”. Ma ora io non ho più la malvagia forza del Male e tremo… Che mi farà Lazzaro?»

“Sorella diletta”.

24«Ti aprirà le braccia e ti chiamerà, più col cuore che con le labbra, “sorella diletta”. É tanto formato in Dio che non può che usare questo modo. Non temere. Non ti dirà una parola sul passato. Egli, è come se io lo vedessi, è là, a Betania, e gli sono ben lunghi i giorni dell’attesa. Attende te, per stringerti sul cuore. Per saziare il suo amore di fratello. Tu non hai che amarlo come ti ama lui per gustare la dolcezza di essere nati da un seno».

«Lo amerei anche se mi rimproverasse. Me lo merito».

25«Ma egli ti amerà soltanto. Questo solo».

Flash sulla fuga in Egitto.

Hanno raggiunto Giovanni e Simone, che parlano dei viaggi futuri e che si alzano riverenti quando giunge la Madre del Signore.

26«Veniamo anche noi a lodare il Signore per le belle opere della sua creazione».

«Hai mai visto il mare, Madre?».

27«Oh! l’ho visto. Ed era allora meno turbato esso, nella sua tempesta, del mio cuore, e meno salato del mio pianto, mentre fuggivo lungo il litorale da Gaza verso il Mar Rosso, col mio Bambino fra le braccia e la paura di Erode alle spalle. 28 E l’ho visto al ritorno. Ma allora era primavera sulla terra e nel mio cuore. La primavera del ritorno in patria. E Gesù batteva le manine, felice di vedere cose nuove… E io e Giuseppe pure eravamo felici. Per quanto la bontà del Signore ci avesse fatto men duro l’esilio a Matarea, in mille modi».

29La loro conversazione dura mentre a me cessa la capacità di vedere e di udire.

248. A Betlem di Galilea. Giudizio per un omicidio e parabola delle foreste pietrificate[76].

I pastori adorano il Messia-Dio.

Destino dei paesi chiamati Betlem.

1É sera quando giungono a Betlem di Galilea. Si capisce che è destino delle città di questo nome essere adagiate su ondulate colline, fasciate di verde, di boschi, di prati, su cui pasturano greggi scendendo verso gli ovili per la notte. L’aria rossa, vestigio del potente tramonto appena compiuto, è piena di una pastorale musica di campani e di un tremolare di belati, ai quali si uniscono i gridi allegri dei bambini che giuocano e le voci delle madri che li chiamano.

2«Giuda di Simone, va’ con Simone a cercare alloggio per noi e le donne. Al centro del paese è l’albergo e là vi raggiungeremo».

3Mentre Giuda e lo Zelote ubbidiscono, Gesù si volge alla Madre e dice: «Questa volta non sarà come all’altra Betlemme. Troverai riposo, Madre mia. Pochi si muovono in questa stagione e non vi è nessun editto».

4«Con questa stagione sarebbe dolce anche dormire sui prati o in mezzo a questi pastori, fra gli agnellini», e Maria sorride al Figlio e sorride a dei pastorelli curiosi che la guardano fisso. Sorride in tal maniera che uno dà di gomito all’altro e gli dice sottovoce: «Non può che essere Lei», e si fa avanti, sicuro, dicendo: «Ti saluto, Maria piena di grazia. Il Signore è con Te?».

Identità della Madre del Salvatore.

5Maria risponde con un ancor più dolce sorriso: «Eccolo il Signore», e accenna a Gesù, che si è voltato a parlare con i cugini dando loro incarico di dare oboli ai poveri che si avvicinano con lamentose richieste. E tocca leggermente suo Figlio, la Madre, dicendogli: «Figlio mio, questi pastorelli cercano di Te e mi hanno riconosciuta. Non so come…».

6«Certo di qui è passato Isacco lasciando il profumo della rivelazione. Giovinetto, vieni qui».

7Il pastorello, un brunetto sui dodici-quattordici anni, robusto sebbene magro, dagli occhi vivi e nerissimi, dai capelli spioventi con una zazzera d’ebano, avvolto nella sua pelle di pecora – e mi sembra una copia giovinetta del Precursore – si accosta con un sorriso beato, come affascinato, a Gesù.

8«La pace a te, fanciullo. Come hai riconosciuto Maria?».

9«Perché solo la Madre del Salvatore poteva avere quel sorriso e quel volto. Mi fu detto: “Un volto di angelo, degli occhi di stella e un sorriso che è più dolce del bacio di una madre, dolce come il suo nome che è Maria, santo tanto da potersi curvare sul Dio neonato”. Ho visto questo in Lei e l’ho salutata perché ti cercavo. Ti cercavamo, Signore, e … non osavo salutare Te per primo».

10«Chi ti ha parlato di noi?».

«Isacco dell’altra Betlemme, promettendoci di condurci da Te come viene l’autunno».

11«Fu qui Isacco?».

«È ancora per queste contrade, con tanti discepoli. Ma a noi pastori fu lui che parlò. E noi abbiamo creduto alla sua parola. Signore, lascia che noi pure ti si adori come quei compagni nostri nella notte beata»; e, mentre si inginocchia nella polvere della via, getta un grido agli altri pastori che hanno fermato il gregge alle porte della città (porte per modo di dire, perché non è città murata) là dove anche Gesù si era fermato per attendere le donne ed entrare con esse in paese.

Venite e adoriamo

12Il pastorello grida: «Padre, fratelli e amici, abbiamo trovato il Signore. Venite e adoriamo».

E i pastori vengono ad affollarsi col gregge intorno a Gesù e a pregarlo di non andare da altri ma di accettare la loro povera casa, poco lontana, per sua dimora e per quella dei suoi amici. «È un ampio ovile», spiegano, «poiché Dio ci protegge e vi sono stanze e portici colmi di fieno fragrante. Le stanze alla Madre e alle sue sorelle, perché donne sono. Ma anche per Te ve ne è una. Gli altri possono dormire con noi sotto i portici, sul fieno».

13«Io pure starò con voi. E mi sarà più dolce riposo che se dormissi nella stanza del re. Andiamo però prima ad avvisare Giuda e Simone».

«Vado io, Maestro», dice Pietro e se ne va insieme a Giacomo di Zebedeo.

Sostano sul margine della via attendendo il ritorno dei quattro apostoli.

L’amore di Maria per gli agnellini.

14I pastori guardano Gesù come fosse già Dio nella sua gloria. I più giovani poi sono proprio beati, e sembra vogliano stamparsi nella mente ogni particolare di Gesù e di Maria, che si è curvata ad accarezzare degli agnelli venuti a drizzare il musetto, belando, contro i suoi ginocchi.

15«Ce ne era uno, in casa di Elisabetta mia parente, che mi leccava le trecce ogni volta che mi vedeva. Lo chiamavo “amico” perché mi era proprio amico come un fanciullo e appena poteva correva da me. Questo me lo ricorda tutto, con questi occhi di due colori. Non lo uccidete! Anche l’altro fu lasciato vivere per questo suo amore per me».

«É un’agnella, Donna, e la volevamo vendere perché ha gli occhi di due colori e credo che da uno poco ci veda. Ma la terremo se tu vuoi».

16«Oh! sì! Già io non vorrei mai che fosse ucciso nessun agnellino… Sono così innocenti e con una voce da bambino che chiama la mamma. Mi parrebbe di uccidere un bambino a uccidere uno di questi».

«Ma allora, Donna, non ci sarebbe più posto per noi sulla terra se vivessero tutti gli agnellini», dice il pastore più anziano.

17«Lo so. Ma io penso al loro dolore e a quello delle pecore madri. Piangono tanto quando si levano a loro i figli. Sembrano proprio madri come noi. E io non posso vedere soffrire nessuno, ma ho strazio per una madre straziata. É un dolore diverso da ogni altro, perché a noi si lacerano non solo cuore e cervello per la percossa della morte di un figlio, ma fino le viscere stesse. Noi madri rimaniamo unite col figlio, sempre. Ed è lacerarci tutte il levarcelo».

18Non sorride più Maria, ma ha un luccichio di pianto nell’occhio azzurro e guarda il suo Gesù che l’ascolta e la guarda, e gli posa una mano sul braccio, come se temesse che Egli fosse per esserle strappato dal fianco.

Abele trascinato alla morte.

Abel calunniato per assassino.

19Dalla via polverosa viene una piccola scorta di armati: sei uomini, unita a persone vocianti. I pastori guardano e parlano sottovoce fra di loro. Poi guardano Maria e Gesù. Il più vecchio parla: «Allora è stato bene che tu non entrassi in Betlem questa sera».

20«Perché?».

«Perché quella gente, che ora è passata entrando in città, va per strappare un figlio a una madre».

21«Oh! ma perché?».

«Per ucciderlo».

22«Oh! no! Che ha fatto?».

Anche Gesù lo chiede e gli apostoli si affollano per sentire.

23«É stato trovato ucciso per la via del monte il ricco Gioele. Tornava da Sicaminon, pieno di denaro. Ma ladroni non sono stati, perché il denaro era ancora sul morto. Il servo che lo accompagnava disse che il padrone gli aveva detto di correre avanti per avvisare del ritorno, e per la via, diretto verso il luogo dove fu commesso l’omicidio, vide solo il giovane che ora sarà ucciso. Due, poi, del paese, giurano di averlo visto aggredire Gioele. Ora i parenti del morto esigono la sua morte. E se omicida è…»

«Non lo credi?».

«Non mi pare cosa possibile. Il giovane è poco più di un ragazzo, è buono, vive sempre con la madre di cui è l’unico figlio, e lei è vedova, e vedova santa. Non gli mancano i mezzi. Non pensa alle femmine. Non è rissoso. Non è folle. Perché allora ha ucciso?».

Coraggio di salvare

Il coraggio di parlare.

24«Ma ha forse dei nemici?».

«Chi? Gioele il morto o Abele l’accusato?».

25«L’accusato».

«Ah! Non saprei… Ma… Non saprei».

26«Sii schietto, uomo».

«Signore, è una cosa che penso, e Isacco ci ha detto che non si deve pensare male del prossimo».

27«Ma si deve avere coraggio di parlare per salvare un innocente».

«Se parlo, abbia io ragione o torto, dovrò fuggire di qua perché Aser e Giacobbe sono potenti».

28«Parla senza temere. Non sarai costretto a fuggire».

«Signore, la madre di Abele è giovane, bella e saggia. Aser saggio non è, e non lo è Giacobbe. Al primo piace la vedova e al secondo… il paese sa che il secondo è un cuculo nel talamo di Gioele. Io penso che…».

Il coraggio d’intervenire.

29«Ho capito. Andiamo, amici. Restate pure, voi donne, coi pastori. Tornerò presto».

«No, Figlio. Io vengo con Te».

30Gesù già cammina sollecito verso l’interno della città. I pastori restano indecisi, ma poi abbandonano il gregge ai più giovani che restano con tutte le donne, meno la Madre e Maria d’Alfeo che seguono Gesù, e si danno a raggiungere il gruppo apostolico. Alla terza strada che taglia la via principale di Betlem si incontrano con l’Iscariota, Simone, Pietro e Giacomo, che vengono in giù gestendo e vociando.

«Che fatto, Maestro! Che fatto! e che pena!», dice Pietro sconvolto.

«Un figlio preso a forza alla madre per essere ucciso, e lei lo difende come una iena. Ma è donna contro degli armati», aggiunge Simone Zelote.

«Sanguina già da molte parti», dice l’Iscariota.

«Le hanno sfondato la porta perché si era barricata in casa», termina Giacomo di Zebedeo.

31«Vado da lei».

«Oh! sì! Tu solo puoi consolarla».

32Piegano a destra, poi a sinistra, verso il centro del paese. Già si vede l’affollamento tumultuoso che si agita e pressa vicino alla casa di Abele, e delle grida laceranti di donna, disumane, feroci e pietose insieme, giungono fin qui. Gesù affretta il passo giungendo ad una minuscola piazzetta – una curva della strada, che qui si allarga, più che una piazzetta – nella quale il tumulto è al colmo.

Il dramma di una madre.

33La donna contende ancora il figlio alle guardie stando abbrancata con una mano, che è divenuta artiglio di ferro, al rudere della porta abbattuta, e con l’altra sta allacciata alla cintura del figlio, e se uno cerca di staccarla di là morde ferocemente, incurante dei colpi che riceve né delle strappate ai capelli, che le danno in maniera così feroce che le rovesciano indietro il capo; e quando non morde urla: «Lasciatelo! Assassini! É innocente! La notte che fu ucciso Gioele egli era nel letto al mio fianco! Assassini! Assassini! Calunniatori! Immondi! Spergiuri!».

34E il giovanetto, afferrato per le spalle dai catturatori, trascinato per le braccia, si volge indietro col volto sconvolto e urla: «Mamma! Mamma! Perché devo morire se non ho fatto nulla?». É un bel giovinetto alto e snello, dagli occhi oscuri e dolci, i capelli morati un poco mossi. La veste lacerata mostra il corpo agile e giovanile, quasi ancora di fanciullo.

35Gesù, con l’aiuto di chi l’accompagna, spezza la folla compatta come un masso e si fa strada fino al gruppo pietoso, proprio nel momento in cui la donna, spossata, viene strappata dalla porta e trascinata, come un sacco legato al corpo del figlio, per la strada sassosa. Ma ciò dura per pochi metri. Un più fiero strattone divelle la mano materna dalla cintura del figlio, e la donna cade prona battendo duramente il viso al suolo, sanguinando più ancora. Ma subito si rialza stando in ginocchio, tendendo le braccia, mentre il figlio, portato via velocemente, per quanto lo concede la folla che si apre a fatica, si libera il braccio sinistro e lo agita, storcendosi indietro e gridando: «Mamma! Addio! Ricorda, tu almeno, che io sono innocente!». La donna lo guarda con occhi da pazza e poi piomba a terra svenuta.

Il coraggio di smascherare.

36Gesù si para davanti al gruppo dei catturatori. «Fermatevi un momento. Ve lo ordino!». E il suo viso non ammette replica.

«Chi sei?», dice aggressivo un cittadino che è nel gruppo. «Non ti conosciamo. Scansati e lasciaci andare perché sia ucciso prima che la notte venga».

37«Un Rabbi sono. Il più grande. In nome di Jeovè fermatevi, o Egli vi fulminerà». Intanto pare che fulmini Lui. «Chi è testimonio contro costui?».

«Io, lui e lui», risponde quello che ha parlato prima.

38«La vostra testimonianza non è valida perché non è vera».

«E perché lo puoi dire? Noi siamo pronti a giurarlo».

39«Il vostro giuramento è peccato».

«Noi peccare? Noi?».

40«Voi. Come covate lussuria, come nutrite odio, come avete avidità di ricchezze, come siete omicidi, così siete anche spergiuri. Vi siete venduti alla Immondezza. Potete compiere qualunque lordura».

«Guarda come parli! Io sono Aser…»

41«Ed Io sono Gesù».

«Non sei di qui, non sei sacerdote né giudice. Nulla sei. Sei lo straniero».

42«Sì, sono lo Straniero perché la Terra non è il mio Regno. Ma sono Giudice e Sacerdote. Non solo di questa piccola parte d’Israele, ma di tutto Israele e di tutto il mondo».

«Andiamo, andiamo! Abbiamo a che fare con un pazzo», dice l’altro testimone e dà uno spintone a Gesù per scansarlo.

Il Messia applica la legge mosaica

Giudizio secondo la legge mosaica.

43«Tu non farai nessun altro passo», tuona Gesù guardandolo con uno sguardo di miracolo che soggioga e paralizza, così come rende vita e letizia, quando vuole. «Tu non fai nessun altro passo. Non credi a ciò che Io dico? Ebbene, allora guarda. Qui non c’è la polvere del Tempio, né l’acqua di esso, e non ci sono parole scritte con l’inchiostro per fare l’acqua amarissima che è giudizio alla gelosia e all’adulterio[77]. Ma qui sono Io. E Io faccio giudizio».

La voce di Gesù è uno squillo di tromba tanto è penetrante.

La gente si pigia per vedere. Solo Maria SS. e Maria d’Alfeo sono rimaste a soccorrere la madre svenuta.

Il giurameno.

44«E Io faccio giudizio così. Datemi un pizzico di polvere della via e un goccio d’acqua in un orciolo. E, mentre mi vengono date, voi che accusate e tu che sei accusato rispondete a Me. Sei tu innocente, figlio? Dillo con sincerità a Colui che ti è Salvatore».

«Lo sono, Signore».

45«Aser, puoi giurare di non avere detto che il vero?».

«Lo giuro. Non avrei motivo di mentire. Lo giuro per l’altare. Scenda dal Cielo una fiamma che mi bruci se io non dico il vero».

46«Giacobbe, puoi tu giurare di essere sincero nell’accusa e senza un movente segreto che ti spinga a mentire?».

 «Lo giuro per Geové. Solo l’amore per l’amico ucciso mi spinge a parlare. Con costui io non ho nulla di personale».

47«E tu, servo, puoi giurare di aver detto la verità?».

«Mille volte lo giuro se occorre! Il mio padrone, il mio povero padrone!», e piange velandosi il capo col mantello.

L’orazione e il rito.

48«Sta bene. Ecco l’acqua ed ecco la polvere. E la parola è questa: “Tu, Padre santo e Dio altissimo, compi giudizio di verità per mio mezzo, acciò vita e onore siano resi all’innocente e alla madre desolata, e degno castigo a chi innocente non è. Ma per la grazia che ho agli occhi tuoi, non fiamma né morte, ma lunga espiazione venga a coloro che hanno commesso peccato”».

49Dice queste parole tenendo le mani stese sull’orciolo come fa il sacerdote all’altare durante la Messa, all’offertorio. Poi tuffa la destra nell’orciolo e con la mano inzuppata d’acqua spruzza i quattro sotto giudizio e fa loro bere un sorso di quell’acqua. Prima al giovanetto, poi ai tre altri. Indi incrocia le braccia sul petto e li guarda.

La giustizia di Dio.

50Anche la folla guarda, e dopo pochi momenti ha un urlo e si getta col volto al suolo. Allora i quattro che erano in fila si guardano fra loro e urlano alla loro volta: il primo, il giovanetto, di stupore, gli altri di orrore. Perché si vedono coperti nel volto di subita lebbra, mentre il giovanetto ne è immune. 51Il servo si getta ai piedi di Gesù che si scansa come tutti, soldati compresi, e si scansa prendendo per mano il giovanetto Abele perché non si contamini presso i tre lebbrosi. E grida, questo servo: «No! No! Perdono! Lebbroso no! Sono stati loro che mi hanno pagato perché facessi ritardare fino a sera il padrone, per colpirlo sulla via deserta. Mi hanno fatto sferrare la mula apposta. Mi hanno insegnato a mentire dicendo che ero venuto avanti. Invece ero con loro ad ucciderlo. E dico anche perché l’hanno fatto. Perché Gioele si era accorto che Giacobbe amava la giovane sua moglie e perché Aser voleva la madre di costui ed essa lo respingeva. Si sono accordati per liberarsi di Gioele e di Abele insieme e godersi le donne. Ho detto. Levami la lebbra, levamela! Abele, tu sei buono, prega tu per me!».

Affidati ad una espiazione sovrumana.

52«Tu va’ da tua madre. Che uscendo dal suo languore veda il tuo viso e torni alla vita serena. E voi… A voi dovrei dire: “Vi sia fatto ciò che fatto avete”. E sarebbe umana giustizia. Ma Io vi affido ad una espiazione sovrumana. La lebbra di cui inorridite vi salva dall’essere afferrati e uccisi come meritate. Popolo di Betlem, scansati, apriti come le acque del mare per lasciare andare costoro alla loro lunga galera. Tremenda galera! Più atroce della rapida morte. Ed è pietà divina per dare loro modo di ravvedersi se vogliono. Andate!».

53La folla si addossa ai muri lasciando libero il centro della via, e i tre, ricoperti di lebbra come fossero malati da anni, vanno l’uno dietro l’altro verso la montagna. Nel silenzio e nel crepuscolo che scende, e che ha fatto tacere ogni voce di uccelli e di quadrupedi, non si sente che il loro pianto.

54«Purificate la via con acque abbondanti dopo avervi arso del fuoco. E voi, soldati, andate e riferite che giustizia è fatta secondo la più perfetta legge mosaica».

55E Gesù fa per andare dove sua Madre e Maria Cleofe continuano a soccorrere la donna, che rinviene lentamente mentre il figlio ne carezza le mani gelate e le bacia.

Vocazione di Mirta e Abele.

Mirta cree di essere nel Limbo.

56Ma la gente di Betlem, con un rispetto quasi esterrefatto, prega: «Parlaci, Signore. Tu sei realmente potente. Tu sei certo quello di cui parlò l’uomo che di qui è passato annunciando il Messia».

57«Parlerò a notte, presso l’ovile dei pastori. Per ora vado a ristorare la madre».

58E va dalla donna che, seduta sul grembo di Maria d’Alfeo, rinviene sempre più, guardando il viso amoroso di Maria che le sorride, non raccapezzandosi, finché china lo sguardo sulla testa morata del figlio curvo sulle sue mani vacillanti e chiede: «Sono morta io pure? É questo il Limbo?».

59«No, donna. Questa è la Terra, questo è tuo figlio, salvato da morte. E questo è Gesù, mio Figlio, il Salvatore».

La donna ha un moto tutto umano, per prima cosa. Raduna le forze e si protende a prendere il capo chino del suo figliolo, e lo vede vivo e sano, lo bacia frenetica, piangendo, ridendo, ritrovando tutti i nomi della cuna per dirgli la sua gioia.

60«Sì, mamma, sì. Ma ora, guarda, non a me. A Lui. A Lui che mi ha salvato. Benedici il Signore».

61La donna, ancora troppo debole per alzarsi o per porsi in ginocchio, stende le mani che tremano e sanguinano ancora, e prende la mano di Gesù coprendola di baci e di lacrime.

Mirta e Abele si consacrano al Messia.

62Gesù le posa la mano sinistra sulla testa dicendole: «Sii felice. In pace. E sii sempre buona. E tu pure, Abele».

63«No, Signore mio. La vita mia e di mio figlio è tua perché Tu le hai salvate. Lascia che egli vada coi discepoli come già desiderava da quando furono qui. Io te lo dono con tanta gioia e ti prego di lasciare che io lo segua per servirlo e servire i servi di Dio».

64«E la tua casa?».

64«Oh! Signore! Può uno risorto da morte avere più gli affetti che aveva prima di morire? Mirta è uscita da morte e da inferno per Te. In questo paese potrei giungere ad odiare coloro che mi hanno torturata nella mia creatura. E Tu predichi l’amore. Lo so. Lascia dunque che la povera Mirta ami il Solo che meriti amore, la sua missione, i suoi servi. Ora sono ancora sfinita e non potrei seguirti. Ma non appena potrò, permettimelo, Signore. Sarò al tuo seguito e presso il mio Abele…»

65«Seguirai tuo figlio e Me con lui. Sii felice. Sta’ in pace, ora. Con la mia pace. Addio».

66E mentre la donna sorretta dal figlio e da alcuni pietosi rientra in casa, Gesù, coi pastori, gli apostoli, la Madre e Maria d’Alfeo, torna fuori del paese andando poi all’ovile sito all’estremità di una via che finisce nei campi…

Un grande falò illumina la riunione.

67Un grande falò è acceso per illuminare la riunione. Seduti a semicerchi sui campi, molti attendono che Gesù venga a parlare. Intanto parlano loro degli avvenimenti del giorno. È presente anche Abele, col quale molti si congratulano dicendo che tutti credevano nella sua innocenza.

«Ma eravate pronti a uccidermi, però! Anche tu che mi avevi salutato sulla porta di casa proprio nell’ora in cui veniva ucciso Gioele», non può trattenersi da rispondere il giovanetto. E aggiunge: «Ma io ti perdono in nome di Gesù».

68Ecco che Gesù viene dall’ovile verso di loro. Alto, biancovestito, contornato dagli apostoli, seguito dai pastori e dalle donne.

La Legge in Israele. (Discorso)

Sia benedetto il Signore. La Legge è morta

69 «La pace a voi tutti.

70Se l’essere venuto è valso ad instaurare il Regno di Dio fra di voi, sia benedetto il Signore. Se l’essere venuto è valso a far brillare una innocenza, sia benedetto il Signore. Se l’essere giunto in tempo per impedire un delitto serve anche a dare a tre colpevoli modi di redimersi, sia benedetto il Signore. 71Ora, di tutte le molte cose che porta a meditare questa giornata, e che mediteremo mentre la notte scende a fasciare di tenebre la gioia di due cuori e il rimorso di altri tre – e nelle sue tenebre nasconde come in velo pudico le lacrime gioiose dei primi e quelle brucianti degli altri, che però Dio vede – vi è quella che indica come nulla è inutile di quanto Dio ha dato per Legge.

La Leggge mummificata.

72 La Legge data da Dio, nominalmente è molto osservata in Israele. Ma in realtà non lo è. La Legge è là, analizzata, sviscerata, spezzettata, fino a farla morire per torture di sottigliezze piccine. É là. Ma come un cadavere mummificato non ha vita, respiro, circolazione di sangue nonostante abbia l’apparenza di uno che sia immobile per sonno, così la Legge non ha vita, respiro, sangue in troppi, troppi, troppi cuori.

73Su una mummia ci si siede come su uno sgabello. Su una mummia si possono appoggiare oggetti, vesti, anche lordure, se si vuole, ed essa non si ribella perché non ha vita. Così troppi fanno della Legge uno sgabello, un appoggio, uno scarico per le loro lordure, certi che essa non si ribella nella loro coscienza perché essa per loro è morta.

Similitudine delle foreste pietrificate.

Piccolo paradiso ­ terreno.

74Potrei paragonare molta parte di Israele alle foreste pietrificate che si vedono sparse per la valle del Nilo e nel deserto egiziano. Erano boschi e boschi di piante vive, nutrite da linfe, fruscianti al sole, belle di fronde, di fiori, di frutti. 75Facevano, del punto dove sorgevano, un piccolo paradiso terrestre, caro a uomini e animali che dimenticavano l’aridità desolata del deserto, la sete rovente che le sabbie danno all’uomo penetrando con la loro polvere ardente nelle fauci. 76Dimenticavano il sole spietato che calcifica i cadaveri in poco tempo, scarnendoli, consumandone in polvere le carni e lasciando coricati fra le curve delle sabbie scheletri e scheletri puliti come da un attento operaio. 77Dimenticavano tutto in quest’ombra verde, frusciante, ricca d’acque e di frutti che ristoravano, consolavano, rendevano ardimento a nuovi percorsi.

Il paradiso pietrificato.

78Poi, per una ignota causa, come cose maledette, esse si sono non solo disseccate, come fanno le piante che, morte che siano, servono ancora per fare fuochi nei focolari dell’uomo, o dei roghi per illuminare la notte, tenere lontano fiere e cacciare l’umido della notte ai pellegrini lontani dai paesi. Ma queste non hanno servito come legna. Pietra sono divenute. Pietra. La silice del suolo sembra essere salita per un sortilegio dalle radici al tronco, ai rami, alle fronde. I venti hanno poi spezzato i rametti più esili divenuti simili ad alabastro che è duro e molle insieme.

Foreste fantasma.

79Ma i rami più robusti sono là, sui loro tronchi poderosi a fare inganno alle carovane stanche, che nel riflesso abbacinante del sole, o nella luce spettrale della luna, vedono profilarsi le ombre dei tronchi ritti sui loro pianori, o nel fondo delle valli che conoscono l’acqua solo nel tempo delle piene feconde e che, e per l’ansia di un rifugio, di un ristoro, di un pozzo, di frutti freschi, e per la stanchezza degli occhi abbacinati dal sole sulle sabbie senza riparo, si precipitano verso le foreste fantasma. Veramente fantasma! Illusorie apparenze di corpi vivi. Reali presenze di cose morte.

Virtù morte in anime morte.

80Io le ho viste. Mi sono rimaste impresse, per quanto fossi poco più che un pargolo, come una delle più tristi cose della Terra. Così mi erano parse finché non ho toccato, misurato, pesato le cose totalmente tristi della Terra perché sono le cose completamente morte. Le cose immateriali, ossia le virtù e le anime morte. Morte le prime nelle anime, morte le anime perché si sono uccise.

Morte che attira altri a morte.

81La Legge è in Israele. Ma vi è come le piante pietrificate sono nel deserto: divenute silice. Morte. Oggetto di inganno. Oggetto destinato a corrodersi senza servire. Anzi nuocendo perché creano miraggi che allettano allontanando dalle oasi vere, facendo morire di sete, di fame, di desolazione, col loro attirare alla loro morte. 82Morte che attira altri a morte, come si legge in certe favole di miti pagani.

Fate rivivere la Legge.

83Voi oggi ne avete avuto un esempio di cosa è una Legge ridotta a pietra in un’anima pure divenuta pietra. É peccato di ogni genere e creatore di sventura. Questo vi serva a saper vivere e a saper far rivivere la Legge in voi, nella sua integrità che Io illumino con luci di misericordia.

Evitare l’aridità delle piante maledette.­

84La notte è alta. Le stelle ci guardano e con esse Dio. Alzate lo sguardo al cielo stellato ed elevate lo spirito a Dio. E senza critiche verso gli infelici già da Dio puniti, e senza orgogli per essere senza il loro peccato, promettete a Dio e a voi stessi di non cadere nella aridità delle piante maledette dei deserti e delle valli d’Egitto.

La pace sia con voi».

85Li benedice e poi si ritira nell’ampio recinto dell’ovile, cinto da rustici portici, sotto cui i pastori hanno steso molto fieno a fare da letto ai servi del Signore.

249. Maria SS. ammaestra Giuda Iscariota sul dovere preminente della fedeltà
a Dio
[78].

Mai acconsentire alle colpe.

Il paese di delizie.

1La mattina calma e solare favorisce la marcia su per delle colline messe sempre in direzione di ovest, ossia del mare.

«Bene abbiamo fatto a giungere ai monti nelle prime ore del mattino. Non avremmo potuto rimanere per la pianura sotto questo sole. Ma qui c’è ombra e fresco. Compiango quelli che seguono la via romana. Buona per l’inverno», dice Matteo.

2«Dopo queste colline troveremo il vento del mare. Tempera sempre l’aria», dice Gesù.

«Mangeremo là in cima. L’altro giorno era tanto bello. E di qui deve esserlo ancora di più, perché il Carmelo è più vicino e più vicino è il mare», aggiunge Giacomo d’Alfeo.

3«E’ pur bella la nostra patria!», esclama Andrea.

«Sì. C’è proprio di tutto. Monti nevosi e colline dolci, laghi, fiumi, piante di ogni genere, né vi manca il mare. É proprio il paese di delizie che hanno celebrato i nostri salmisti[79], i nostri profeti[80], i nostri grandi guerrieri[81] e poeti», dice il Taddeo.

«Dinne qualche brano, tu che sai tante cose», prega Giacomo di Zebedeo.

Lode biblica

4«”Con la bellezza del Paradiso Egli ha formato la terra di Giuda. 5Del sorriso dei suoi angeli ha decorato la terra di Neftali e coi fiumi di miele del cielo ha dato sapore ai frutti della sua terra. 6Tutto il creato si specchia in te, gemma di Dio, da Dio data al suo popolo santo. 7Più dolce dei grappoli pingui che maturano sulle pendici dei tuoi monti, più soave del latte che riempie il petto delle tue agnelle, più inebriante del miele che ha il sapore dei fiori che ti vestono, terra beata, è la tua bellezza per il cuore dei tuoi figli. 8Il cielo è disceso a farsi fiume che unisce due gemme, a farti pendente e cintura sulla tua veste verde. 9Il tuo Giordano canta, e ride un tuo mare, e l’altro ricorda che Dio è terribile, mentre pare danzino i colli nell’ora della sera come gaie fanciulle su un prato, e i tuoi monti pregano nelle albe angeliche o cantano l’alleluia nell’ardore del sole, o anche adorano insieme alle stelle la tua potenza, Signore altissimo. 10Non ci hai chiuso fra serrati confini, ma davanti ci hai lasciato l’aperto mare per dirci che il mondo è nostro”».

Tutti lodano Le belezze della Palestina.

11«Bello, eh! Proprio bello! Io non sono stato che sul lago e a Gerusalemme; per anni e anni non ho visto altro. Ora conosco solo la Palestina. Ma sono certo che niente di più bello è nel mondo», dice Pietro, pieno di orgoglio nazionale.

«Maria mi diceva che è molto bella anche la valle del Nilo», dice Giovanni.

«E l’uomo di Endor parla di Cipro come di un paradiso», aggiunge Simone.

«Eh! ma la nostra terra! …

12E gli apostoli, tutti meno l’Iscariota e Tommaso che sono insieme a Gesù, un poco avanti, proseguono a lodare le bellezze della Palestina.

Né patti, né compromessi col male.

Preferibile morire lebbroso ­ e santo che non sano e peccatore.

13Ultime vengono le donne, che non possono trattenersi dal raccogliere sementi di fiori per piantarle nei loro orticelli o nei loro giardini, e perché sono belli e perché saranno un ricordo del loro viaggio. 14Delle aquile, credo marittime, o avvoltoi, fanno larghi giri sulle creste delle colline, abbassandosi talora in cerca di preda. E una zuffa si accende fra due avvoltoi che giostrano, giostrano, perdendo penne, in un elegante e feroce duello che finisce con la fuga del vinto, che forse va a morire su di un picco remoto. Almeno così giudicano tutti, tanto il suo volo è stanco, da morente.

«Gli ha fatto male l’ingordigia», commenta Tommaso.

15«L’ingordigia e l’ostinazione fanno sempre male. Anche quei tre di ieri!… Misericordia eterna! Che brutta sorte!», dice Matteo.

«Non guariranno mai?», chiede Andrea.

«Chiedilo al Maestro».

16Gesù, interrogato, risponde: «Meglio sarebbe chiedere se si convertiranno. Perché in verità vi dico che è preferibile morire lebbroso e santo che sano e peccatore. La lebbra resta sulla terra, nella tomba. Ma il peccato resta nell’eternità».

Mai acconsentire alle colpe.

«A me è piaciuto molto il tuo discorso di ieri sera», dice lo Zelote.

17«A me no, invece. Era molto severo per troppi in Israele», dice l’Iscariota.

18«Sei tu fra questi?».

«No, Maestro».

19«E allora? Perché te la prendi?».

«Ma perché ti può nuocere».

20«Dovrei allora, per non incontrare nocumento, patteggiare ed esser complice coi peccatori?».

«Non dico questo. Non lo potresti fare. Ma tacere. Non inimicarti i grandi…».

21«Tacere è acconsentire. Io non acconsento alle colpe. Né dei piccoli, né dei grandi».

«Ma lo vedi che cosa è accaduto al Battista?».

22«La sua gloria».

«La sua gloria? Mi pare la sua rovina».

“La vocazione è più del sangue”.

23«Persecuzione e morte per fedeltà al nostro dovere sono gloria all’uomo. Il martire è sempre glorioso».

«Ma con la morte impedisce a sé stesso di essere maestro, dà dolore a discepoli e famigliari. Esce lui da ogni pena, ma lascia gli altri in pene ben maggiori. Il Battista non ha parenti, è vero. Ma ha sempre doveri verso i discepoli».

24«Anche avesse parenti, sarebbe uguale. La vocazione è più del sangue».

«E il quarto comandamento? [82]».

25«Viene dopo quelli dedicati a Dio».

«Una madre, Tu l’hai visto ieri come soffre per un figlio…».

Fedeltà del Messia, infedeltà d’Israele

Il Messia è fedele al Signore.

26«Madre! Vieni qui».

Maria accorre presso Gesù e chiede: «Che vuoi, Figlio mio?».

27«Madre, Giuda di Keriot sta perorando la tua causa perché ti ama e mi ama».

«La mia causa? In che?».

28«Mi vuole persuadere ad una maggior prudenza perché Io non sia colpito come il nostro parente, il Battista. E mi dice che bisogna aver pietà delle madri, risparmiandosi per esse, perché così vuole il quarto comandamento. Tu che ne dici? Ti cedo la parola, Madre, perché tu ammaestri con dolcezza questo Giuda nostro».

29«Io dico che non amerei più mio Figlio come Dio, che giungerei a dubitare di essermi sempre ingannata, di essere sempre stata ingannata sulla sua Natura, se lo vedessi venire meno alla sua perfezione con abbassare il suo pensiero a considerazioni umane, perdendo di vista le considerazioni soprumane: ossia il redimere, il cercare di redimere gli uomini, per amore degli stessi e per gloria di Dio, a costo di crearsi pene e rancori. Lo amerei ancora come un figlio traviato da una forza malvagia, per pietà, perché mi è figlio, perché sarebbe un disgraziato, ma non più con quella pienezza di amore con cui lo amo ora che lo vedo fedele al Signore».

«A Sé stesso, vuoi dire».

30«Al Signore[83]. Ora Egli è il Messia del Signore e deve essere fedele al Signore così come ogni altro, anzi più di ogni altro, perché Egli ha la missione più grande di ogni altra che fu, che è e che sarà sulla Terra, e certo ha da Dio gli aiuti proporzionati a tanta missione».

«Ma se gli accadesse del male non piangeresti?».

31«Tutte le mie lacrime. Ma lacrime e sangue piangerei se lo vedessi fedifrago a Dio».

Israele non vuole sapere del Messia.

«Ciò diminuirà molto le colpe di quelli che lo perseguiteranno».

32«Perché?».

«Perché tanto te che Lui quasi li giustificate».

33«Non te lo pensare. Le colpe saranno sempre uguali agli occhi di Dio, sia che noi si giudichi che ciò è inevitabile, come che si giudichi che nessun uomo di Israele dovrebbe essere in colpa verso il Messia».

«Uomo di Israele? E se fossero gentili non sarebbe lo stesso?».

34«No. Per i gentili non ci sarebbe che la colpa verso un loro simile. Israele sa chi è Gesù».

«Molto Israele non lo sa».

35«Non lo vuole sapere. É incredulo di proposito. Alla anticarità unisce perciò l’incredulità e nega la speranza. Calpestare le tre virtù principali non è colpa minima, Giuda. É grave, spiritualmente grave più dell’atto materiale verso mio Figlio».

Giuda, a corto di argomenti, si curva ad allacciarsi un sandalo rimanendo indietro.

Sulla vetta.

36La vetta, o meglio, uno scrimolo che è quasi sulla vetta, uno scrimolo che si protende tutto in avanti come volesse correre verso l’azzurro riso del mare infinito, è raggiunto.

37Un folto bosco di elci fa una luce di smeraldo chiaro, punteggiata da morbidi aghi di sole su questa cresta di monte che è vaga, che è ariosa, aperta sull’ormai prossima sponda marina, di fronte alla maestosa catena del Carmelo. 38In basso, ai piedi del monte dallo scrimolo sporgente come per ansia di volo, dopo campicelli a mezza costa, vi è una stretta valle con un torrente profondo, certo imponente per violenza d’acque nei tempi di piena, ora ridotto ad uno spumeggio d’argento al centro del letto. 39Il torrente corre verso il mare rasentando la base del Carmelo. Una via corre presso il torrente, sopraelevata sull’argine destro, congiungente una città messa nel centro dell’insenatura della costa a quelle dell’interno, forse della Samaria, se mi oriento bene.

40«Quella città è Sicaminon», dice Gesù. Vi saremo a sera fatta. Ora riposiamo perché difficile è la discesa, sebbene fresca e breve».

41E seduti in cerchio, mentre si arrostisce su un rustico spiedo un agnello, certo dono dei pastori, parlano fra loro e con le donne…

250. Ai discepoli venuti con Isacco la parabola del fango che diviene fiamma.
Il sacrificio di Giovanni di Endor
[84].

La piccola Fraternità

Piccola fraternità di discepoli.

1É proprio sulle rive del profondo torrente che Gesù trova Isacco con molti discepoli noti ed ignoti.

2Fra i noti sono il sinagogo dell’Acqua Speciosa: Timoneo; Giuseppe, l’accusato di incesto di Emmaus; il giovane che lasciò di seppellire il padre per seguire Gesù; Stefano; il lebbroso Abele mondato un anno avanti presso Corozim col suo amico Samuele; vi è il traghettatore di Gerico: Salomon; e altri, altri, altri, che riconosco ma dei quali non ricordo assolutamente il luogo dove li vidi né il nome. 3Volti noti, ed ormai sono tanti, tutti noti come volti di discepoli. E poi altri, conquiste di Isacco o degli stessi discepoli su nominati, che seguono il nucleo principale sperando trovare Gesù. 4L’incontro è affettuoso, gioioso e riverente. Isacco raggia nella gioia di vedere il Maestro e di mostrargli il suo gregge novello, e per premio chiede una parola da Gesù, per la turba che ha con sé.

Come un fedele a suo Dio.

5«Sai un luogo quieto dove potersi riunire?».

6«All’estremità del golfo vi è una spiaggia deserta, in cui sono casupole di pescatori, vuote in questa stagione perché malsane e perché la stagione della pesca dei pesci da salagione è finita, ed essi vanno nella Siro-Fenicia alla pesca della porpora. Molti di essi già credono in Te, per averti sentito parlare nelle città di mare e per aver trovato i discepoli, e mi hanno ceduto le casette per i nostri riposi. Vi torniamo dopo una missione. Perché molto è da fare su questa costa. É perfettamente corrotta da tante cose. Vorrei giungere sino alla Siro-Fenicia, e lo potrei fare per mare, perché la costa è troppo arroventata dal sole per farla a piedi. Ma io sono pastore, non marinaro, e fra questi non ve ne è uno che sappia veleggiare».

7Gesù, che ascolta attento, con un lieve sorriso, stando un poco curvo, Lui tanto alto di fronte al piccolo pastore, che come un soldato riferisce tutto al suo generale, risponde: «Dio ti aiuta per la tua umiltà. Se qui sono noto è per te, discepolo, non per gli altri. Ora chiederemo a quelli del lago se si sentono di veleggiare sul mare, e andremo, se potremo, in Siro-Fenicia».

A Sidone per mare.

8E si volta a cercare Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, che sono in animata conversazione con alcuni discepoli, mentre Giuda Iscariota è dietro a fare i complimenti a Stefano, e lo Zelote con Bartolomeo e Filippo sono presso le donne. Gli altri quattro sono presso a Gesù. I quattro pescatori vengono subito.

9«Ve la sentite di andare in barca sul mare?», chiede Gesù.

I quattro si guardano, perplessi. Pietro si spettina i capelli mentre riflette. Poi chiede: «Ma dove? Molto al largo? Noi siamo pesci d’acqua dolce…».

10«No, lungo la costa fino a Sidone».

«Umh! Credo che si possa. Che ne dite?».

«Lo credo anche io. Mare o lago sarà sempre la stessa cosa: acqua», dice Giacomo.

«Anzi, sarà più bello e facile», dice Giovanni.

«Questo poi non so da che lo giudichi», gli risponde suo fratello.

11«Dal suo amore per il mare. Chi ama una cosa vede tutte le perfezioni in essa. Amassi così una donna, saresti uno sposo perfetto», scherza Pietro scuotendo affettuosamente Giovanni.

«No, lo dico perché ad Ascalona ho visto che le manovre sono uguali e la navigazione è tanto dolce», risponde Giovanni.

«E allora andiamo!», esclama Pietro.

12«Sarebbe però sempre meglio avere uno del luogo. Noi non conosciamo questo mare e questi fondali», osserva Giacomo.

13«Oh! non ci penso neppure! Abbiamo Gesù con noi! Prima non ero ancora sicuro, ma dopo che ha quietato il lago! Andiamo, andiamo col Maestro a Sidone. Forse c’è da fare del buono», dice Andrea.

14«Allora andremo. Procurerai le barche per domani. Fatti dare la borsa da Giuda di Simone».

L’uomo toccato dal duplice martirio.

La residenza dei discepoi.

15E mescolati insieme, apostoli con discepoli – e non è da dire con che festa molti lo sono, e sono quelli che già sono ben noti a Gesù – tornano sui loro passi andando verso la città, girandola nella sua periferia fino a raggiungere la punta estrema della baia che si spinge come un braccio ricurvo in mare. 16Lì poche casupole, sparse sulla costa ghiaiosa e breve, rappresentano il posto più miserabile della città, il più spopolato e saltuariamente abitato. Ora le casette – dei cubi di muro sgretolato dalla salsedine e dalla vecchiaia – sono tutte chiuse e, quando i discepoli le aprono, mostrano la loro miseria affumicata, le loro suppellettili ridotte proprio al minimo indispensabile.

17«Ecco. Sono molto comode e pulite, se non belle», dice Isacco che ne fa gli onori.

«Belle no, poverette. L’Acqua Speciosa era una reggia al paragone. E c’era chi si lamentava!», borbotta Pietro.

18«Ma per noi sono una fortuna».

Il martirio della carne e dello spirito.

«Certo, certo! L’importante è avere un tetto e volersi bene. Oh! guarda qua il nostro Giovanni! Come stai? Dove eri?».

19Ma Giovanni di Endor, pur sorridendo a Pietro, corre a venerare Gesù che lo saluta con parole molto buone.

«Non l’ho fatto venire perché è stato poco bene… Preferisco resti qui. Sa tanto fare con i cittadini e con chi chiede notizie sul Messia…», dice Isacco.

20Infatti l’uomo di Endor è molto più magro di prima. Ma il suo volto è sereno. L’emaciazione gli nobilita i tratti, per cui fa pensare ad uno già toccato dal duplice martirio della carne e dello spirito. Gesù l’osserva e gli chiede: «Sei malato, Giovanni?».

«Non più di quanto lo fossi prima di vederti. E questo nella carne. Ma nell’anima, se ben mi giudico, io sto guarendo dalle mie particolari ferite».

21Gesù ne guarda ancora l’occhio pacato e la fronte scavata alle tempie e non dice altro. Ma gli pone una mano sulla spalla mentre entra con lui in una casetta, dove sono state portate conche d’acqua di mare per rinfrescare i piedi stanchi e brocche di acqua fresca per la sete, mentre fuori, su una rustica tavola ombreggiata da una larva di pergola di piante arrampicanti, si preparano le mense.

La cena del Messia con la sua famiglia.

22Ed è bello, mentre il crepuscolo cala e il mare mormora le preghiere della sera con il fruscio della risacca sulla spiaggetta ghiaiosa, vedere la cena di Gesù con le donne e gli apostoli, seduti al rozzo tavolone, mentre gli altri, parte seduti per terra, parte su sedili o ceste rovesciate, fanno cerchio alla tavola principale. 23Presto termina la cena e ancor più presto è sparecchiato perché le stoviglie erano ben poche, per i più importanti ospiti. Il mare si è fatto di un nero d’indaco nella notte ancora senza luna. E tutta la sua imponenza si disvela in quest’ora mesta e solenne propria delle coste marine.

24Gesù, altezza bianca fra le ombre sempre più scure, si alza dalla tavola e viene al centro della piccola turba di discepoli, mentre le donne si ritirano. Isacco e un altro accendono sulla rena dei piccoli fuochi per illuminare e per tenere lontano i nuvoli di zanzare, che forse vengono da acquitrini prossimi.

Discorso ai discepoli itineranti con a capo Isaco.

L’uomo del Cristo.

25«La pace a voi tutti. La misericordia di Dio ci unisce in anticipo sul tempo fissato dando reciproca gioia ai nostri cuori. Io li ho scrutati tutti, questi vostri cuori moralmente buoni, come lo dimostra il vostro essere qui, in attesa di Me, in formazione in Me, spiritualmente ancora imperfetti come lo dimostrano certe vostre reazioni, che confessano come ancora in voi perdura il vecchio uomo d’Israele con tutti i suoi concetti e preconcetti, e non è ancora uscito da esso, come farfalla da larva, l’uomo nuovo, l’uomo del Cristo, che del Cristo ha l’ampia, luminosa, misericordiosa mentalità e l’ancor più ampia carità. Ma non vi mortificate se Io ve li ho scrutati e letti in tutti i loro segreti.

Il buon Maestro.

26Un maestro deve conoscere i suoi scolari per poterli correggere nei loro difetti e, credetemi, se è un buon maestro non si disgusta per i più difettosi, ma anzi proprio su quelli egli si curva di più, per migliorarli. Voi sapete che Io sono un buon Maestro.

27Ed ora vediamo insieme queste reazioni e questi preconcetti, vediamo di considerare insieme il motivo per cui qui siamo, e per la gioia che questo essere uniti ci dà, sappiamo benedire il Signore che sempre, da un singolo bene, ottiene un bene collettivo.

Il buon discepolo.

28Ho sentito dalle vostre labbra la vostra ammirazione per Giovanni di Endor, tanto più ammirazione perché egli si professa peccatore convertito, e su questa sua vecchia qualità e su quella nuova appoggia la sua tesi di predicazione presso coloro che vuole portare a Me. É vero. 29Egli era un peccatore. Ora è un discepolo. Molti di voi sono ormai venuti al Messia per suo merito. Vedete dunque che proprio con quei mezzi che il vecchio uomo di Israele sprezzerebbe, Dio crea il nuovo popolo di Dio.

Astenersi dal giudicare i convertiti.

30Ora Io vi prego di astenervi dal giudicare con giudizio malsano la presenza di una sorella che il vecchio Israele non comprende come discepola. Ho ordinato alle donne di riposare. Ma non era tanto l’ansia di dare loro riposo, quanto quella di potere dare a voi una santa valutazione di una conversione e di impedirvi di commettere peccato contro l’amore e contro la giustizia, la ragione per cui ho dato quel comando che ha certo addolorato le discepole.

La risurrezione dello spirito.

31Maria di Magdala, la grande peccatrice di Israele, quella che non aveva scusa al suo peccato, è tornata al Signore. E da chi aspetterà ella fede e misericordia se non da Dio e dai servi di Dio? 32Tutta Israele, e con Israele gli stranieri che sono fra noi, quelli che molto la conoscono e che severamente la giudicano, ora che non è più loro complice negli stravizi, critica e deride questa risurrezione.

33Risurrezione. É la parola più esatta. Non è il più grande miracolo risuscitare una carne. É miracolo sempre relativo perché destinato ad essere un giorno annullato dalla morte. Io non do immortalità al risuscitato nella carne, ma do eternità al risuscitato dello spirito. 34E mentre un morto nella carne non unisce la sua volontà di risorgere alla mia, perciò il merito da sua parte non c’è, nel risuscitato nello spirito è presente la sua volontà, anzi è la prima ad essere presente. Perciò non è assente il merito del risuscitato.

35Questo non vi dico per giustificarmi. A Dio solo devo rendere conto delle mie azioni. Ma voi siete i miei discepoli. I miei discepoli devono essere dei secondi Gesù. Non deve essere in loro nessuna ignoranza e nessuna di quelle inveterate colpe per cui tanti sono solo di nome uniti a Dio.

La parabola del fango che diviene fiamma.

Nehemia e il fuoco sacro.

      36Tutto è suscettibile di buone azioni. Anche la cosa apparentemente meno atta ad esserlo. Quando una materia si presta alla volontà di Dio, fosse anche la più inerte, gelata, lurida, può divenire moto, fiamma, bellezza pura. Vi porto un paragone tratto dal libro dei Maccabei[85].

37Quando Nehemia fu rimandato dal re di Persia a Gerusalemme, nel ricostruito Tempio e sul purificato altare si vollero offrire i sacrifici. 38Nehemia ricordava come, al momento della cattura da parte dei persiani, i sacerdoti addetti al culto di Dio prendessero il fuoco dell’altare e lo nascondessero in un luogo segreto, nel fondo di una valle, in un pozzo profondo e secco, e facessero ciò così bene e così segretamente che solo essi seppero dove era il sacro fuoco. 39Questo ricordava Nehemia, e ricordando prese i nipoti di quei sacerdoti perché andassero al luogo che, avanti di morire, i sacerdoti avevano detto ai figli, e questi avevano detto ai figli ancora, tramandando così il segreto di padre in figlio, e vi prendessero il sacro fuoco per accendere il fuoco del sacrificio. 40Ma, scesi i nipoti nel pozzo segreto, non fuoco trovarono ma densa acqua, una melma putrida, fetida, pesante, lì filtrata da tutte le ingombre cloache della devastata Gerusalemme. 41E lo dissero a Nehemia. Ma questi ordinò fosse presa di quell’acqua e gli fosse portata. E, fatti porre le legna sull’altare e sulle legna i sacrifici, spruzzò abbondantemente tutto, onde fosse aspersa ogni cosa con l’acqua melmosa. 42Il popolo stupito e gli scandalizzati sacerdoti guardavano e fecero con rispetto, solo perché era Nehemia che ordinava. Ma quanta tristezza nei cuori! Quanta sfiducia! Come in cielo erano nubi a rendere triste il giorno, così nei cuori era il dubbio a rendere melanconici gli uomini.

43Ma il sole ruppe le nubi e scese coi suoi raggi sull’altare, e le legna, spruzzate dell’acqua melmosa, si accesero con grande fuoco che subito consumò il sacrificio, mentre i sacerdoti pregavano con le preghiere composte da Nehemia e con gli inni più belli d’Israele, finché tutto il sacrifizio fu arso. 44E, per persuadere le folle che Dio può anche con le materie meno atte, ma usate a retto fine, produrre prodigi, Nehemia ordinò che il resto dell’acqua fosse sparsa su grandi pietre. E le pietre spruzzate dettero fiamme e in esse si consumarono nella gran luce che veniva dall’altare.

Ogni anima è un fuoco sacro.

45Ogni anima è un fuoco sacro messo da Dio nell’altare del cuore, perché serva ad ardere il sacrificio della vita con amore al Creatore della stessa. Ogni vita è olocausto se bene spesa, ogni giorno è un sacrificio che va consumato con santità.

46Ma vengono i predoni, gli oppressori dell’uomo e dell’anima dell’uomo. Il fuoco sprofonda nel pozzo profondo. E non per necessità santa, ma per stoltezza nefasta. E là, sommerso negli scoli di tutte le sentine dei vizi, diviene fango putrido e pesante, finché non scende in quel profondo un sacerdote e riporta alla luce del sole quel fango, posandolo sull’olocausto del suo proprio sacrificio. 47Perché, sappiatelo, non basta l’eroismo del convertendo. Ci vuole anche quello di colui che converte. Anzi, questo deve precedere quello, perché le anime si salvano con il sacrificio nostro. Perché così si giunge ad ottenere che il fango si muti in fiamma e Dio giudichi perfetto e grato alla sua santità il sacrificio che si consuma.

Potenza del pentimento dell’anima.

48É allora che, non essendo ancora sufficiente a persuadere il mondo che un fango pentito è ancor più ardente di un fuoco comune, anche se fuoco consacrato – il quale fuoco comune serve solo ad ardere legna e vittime, ossia materie atte ad essere arse – ecco che questo fango pentito diviene tanto potente da accendere e ardere anche le pietre, materie incombustibili.

Fusione del’anima fiama con Dio Fiama.

49E non vi chiedete da che viene a questo fango questa proprietà? Non lo sapete? Io ve lo dico: perché nell’ardore del pentimento essi si fondono con Dio, fiamma con fiamma; fiamma che sale, fiamma che scende; fiamma che si offre amando, fiamma che si concede amando; abbraccio di due che si amano, che si ritrovano, che si congiungono, facendo una cosa sola. 50E dato che la fiamma più grande è quella di Dio, ecco che essa trabocca, soverchia, penetra, assorbe, e la fiamma del fango pentito non è più fiamma relativa di cosa creata, ma fiamma infinita di Cosa increata: dell’Altissimo, Potentissimo, Infinito, di Dio.

Ecco i grandi peccatori convertiti verament.

51Questo sono i grandi peccatori convertiti veramente, totalmente convertiti, generosamente datisi alla conversione senza nulla trattenere del passato, ardendo per prima cosa se stessi, nella parte più pesante, con la fiamma che si alza dal loro fango, corso incontro alla Grazia e toccato da Essa.

52In verità, in verità vi dico che molte pietre in Israele saranno investite dal fuoco di Dio per queste fornaci ardenti che sempre più arderanno, fino alla consumazione della creatura umana, e che continueranno ad ardere le pietre, le tiepidezze, le incertezze, le timidezze della Terra, dal loro trono in Cielo, veri specchi ustori soprannaturali che raccolgono le Luci Une e Trine per convergerle sulla umanità e accenderla di Dio.

La missione dei Salvatori.

Avere lo stesso pensiero e concetto del Salvatore.

53Vi ripeto che non avevo bisogno di giustificare le mie azioni, ma ho voluto che voi entraste nel mio concetto e lo faceste vostro. Per ora, per altri casi consimili futuri, quando Io non sarò con voi. 54Un deviato concetto, un farisaico sospetto di contaminare Iddio col portargli un peccatore pentito, non vi trattenga mai dal fare questa opera, che è coronamento perfetto della missione alla quale vi destino.

Fare la stessa missione del Salvatore.

55Abbiate sempre presente che Io non sono venuto a salvare i santi ma i peccatori. E fate voi il simigliante, perché il discepolo non è da più del Maestro, e se Io non ripugno da prendere per mano i rifiuti della Terra che sentono bisogno del Cielo, che lo sentono finalmente, e giubilando li porto a Dio, perché questa è la mia missione, ed ogni conquista è una giustificazione della mia Incarnazione mortificante l’Infinito, 56non ripugnate a farlo neppure voi, uomini limitati, che più o meno avete tutti conosciuto l’imperfezione, fatti della stessa natura dei fratelli peccatori, uomini che Io eleggo a salvatori perché sia continuata la mia opera nei secoli dei secoli della Terra, quasi che Io continuassi a vivere su di essa, in una secolare esistenza.

L’unione dei sacerdoti è parte vital de la missione.

57E tale sarà, perché l’unione dei miei sacerdoti sarà come la parte vitale nel grande corpo della mia Chiesa, di cui Io sarò lo Spirito animatore, e intorno a questa parte vitale si accentreranno tutte le infinite particelle dei credenti a fare un unico corpo che dal mio Nome avrà nome.

Necessità dell’unità vitale dei sacerdoti.

58Ma, se mancasse la vitalità nella parte sacerdotale, potrebbero le infinite particelle avere vita? 59In verità che Io, essendo in esso, potrei spingere la mia Vita fino alle particelle più lontane, trascurando le cisterne ed i canali otturati e inutili, renitenti al loro ministero. Perché la pioggia scende dove vuole, e le particelle buone, capaci da sé stesse di volere la vita, vivrebbero ugualmente la mia Vita.

Gli scismi religiosi.

60Ma che sarebbe allora il Cristianesimo? Una vicinanza di anime ed anime. Vicine eppure separate da canali e cisterne che non sono più laccio che unisce distribuendo ad ogni particella il sangue vitale, venuto da un unico centro. 61Ma sarebbero muri e precipizi di separazione attraverso i quali le particelle si guarderebbero, umanamente ostili, soprannaturalmente afflitte, dicendo nei loro spiriti: “Eppure eravamo fratelli e tali ancora ci sentiamo per quanto ci abbiano divisi!”. Una vicinanza. Non una fusione. Non un organismo. E su questa rovina splenderebbe dolente il mio amore…

Contravvenzione alla missione sacerdotale.

62E ancora. Non pensatevi che ciò valga solo per gli scismi religiosi. No. Serve anche per tutte le anime che restano sole perché i sacerdoti si rifiutano di sostenerle, di occuparsene, di amarle, contravvenendo alla loro missione che è quella di dire e di fare ciò che Io dico e faccio, ossia: “Venite a Me voi tutti, ed Io a Dio vi condurrò”.

63Andate in pace, ora, e Dio sia con voi».

Il discepolo corredentore.

Sullo scoglio in riva al mare.

64La gente sciama lentamente, andando ognuno alle casette che li ospitano. Si alza anche Giovanni di Endor, che ha sempre preso appunti mentre Gesù parlava, facendosi arroventare dal fuoco per poter vedere ciò che scriveva. Ma Gesù lo ferma dicendogli: «Resta un poco con il tuo Maestro». E se lo tiene vicino fino a che tutti se ne sono andati.

65«Andiamo fino a quel masso in riva all’acqua. La luna è sempre più alta e si vede il cammino».

66Giovanni acconsente senza ribattere parola. Si dilungano dalle case un duecento metri circa e si siedono su un grosso masso, che non so se sia un rudere di molo, o una estrema propaggine di una scogliera sprofondata nel mare, oppure una rovina di qualche casupola semi inghiottita dalle acque, forse avanzatesi nei secoli sul litorale. So che mentre dalla spiaggetta si può salire appoggiando il piede su incavi e sporgenze che fanno da scalini, dalla parte del mare la parete scende quasi diritta e si tuffa nell’acqua glauca. Anzi, ora, per la marea, è semicircondato dall’acqua che borbotta e schiaffeggia leggermente questo ostacolo e poi fugge con suono di enorme aspirazione, e poi tace un momento, per tornare ancora, sempre con un moto e un suono regolare, fatto di schiaffi e di aspirazioni e silenzi come una musica sincopata.

67Si siedono proprio in cima a questo ammasso urtato dal mare. La luna fa una via d’argento sulle acque e rende di un azzurro cupissimo il mare, che prima del suo sorgere non era che una distesa nerastra nel nero della notte.

La sorte di discepolo corredentore.

68 «Giovanni, non dici al tuo Maestro la ragione per cui soffre il tuo corpo?».

69«Tu la sai, Signore. Ma non dire: “soffre”. Di’: “si consuma”. E’ più esatto, e Tu lo sai, e sai che si consuma con giubilo. Grazie, Signore. Mi sono ravvisato io pure nel fango che diviene fiamma. Ma io non avrò tempo di accendere le pietre. Mio Signore, io morrò presto. Troppo ho sofferto per l’odio del mondo e troppo io giubilo per l’amore di Dio. Ma non rimpiango la vita. 70Qui potrei ancora peccare, mancare alla missione alla quale ci destini. Già due volte ho mancato nella mia vita. Alla mia missione di maestro, perché in essa dovevo saper trovare di che formare me stesso e non mi sono formato. Alla mia missione di marito, perché non ho saputo formare la moglie. Logicamente. Non avevo saputo formare me, e non potevo saper formare lei. Potrei mancare anche alla missione di discepolo. E mancare a Te non voglio. 71 Sia dunque benedetta la morte se viene a portarmi dove non si può più peccare! Ma se non avrò la sorte di discepolo insegnante, avrò quella di discepolo vittima, e sarà quella che più assomiglia alla tua. Tu lo hai detto questa sera: “Ardendo per prima cosa se stessi”».

72«Giovanni, è una sorte che subisci o un’offerta che fai?».

«Un’offerta che faccio, se Dio non disdegna il fango che si è fatto fuoco».

73«Giovanni, tu fai molte penitenze».

«Le fanno i santi, Tu per il primo. É giusto le faccia colui che tanto ha da pagare. Ma Tu forse trovi che le mie non sono grate a Dio? Me le vieti?».

74«Io non ostacolo mai le buone aspirazioni dell’anima innamorata. Sono venuto a predicare coi fatti che nella sofferenza è espiazione e nel dolore redenzione. Non mi posso contraddire».

«Grazie, Signore. Sarà la mia missione».

Appunti dedicati a Marziam.

75«Cosa scrivevi, Giovanni?».

76«Oh! Maestro! Delle volte il vecchio Felice emerge ancora con le sue abitudini di maestro. Penso a Marziam. Lui ha tutta una vita per predicarti, ed è, per la sua età, non presente alle tue predicazioni. 77Ho pensato di segnare certi insegnamenti che Tu ci hai dato e che il bambino non ha sentito perché intento ai suoi giuochi o lontano con uno di noi. Nelle tue parole anche minime è tanta sapienza! Le tue conversazioni famigliari sono già un ammaestramento, e proprio sulle cose di ogni giorno, di ogni uomo, su quei minimi che sono in fondo i massimi della vita perché accumulandosi formano una grande soma che esige pazienza, costanza, rassegnazione, per essere portata con santità. 78Più facile compiere un grande ed unico atto eroico che mille e diecimila piccole cose che esigono una costante presenza di virtù. Eppure non si giunge all’atto grande, sia nel male come nel bene – io lo so per il male – se non si fa lungo accumulo di atti piccoli, apparentemente insignificanti. Io ho cominciato ad uccidere quando, stanco della frivolezza di mia moglie, le ho dato il primo sguardo sprezzante. 79Per Marziam ho segnato le tue piccole lezioni. E questa sera ho avuto desiderio di segnare la tua grande lezione. Lascerò il mio lavoro al bambino perché si ricordi di me, il vecchio maestro, e perché abbia anche quello che altrimenti non avrebbe. Il suo splendido tesoro. Le tue parole. Me lo permetti?».

90«Sì, Giovanni. Ma sii in pace su tutto, come questo mare. Vedi? Per te sarebbe troppo rovente andare nell’ardore del sole, e la vita apostolica è veramente un ardore. Hai tanto lottato nella tua vita. Ora Dio ti chiama a Sé in questo placido raggiare di luna che tutto placa e fa puro. Cammina nella dolcezza di Dio. Io te lo dico: Dio è contento di te».

Giovanni di Endor prende la mano di Gesù, la bacia e mormora: «Eppure sarebbe stato anche bello dire al mondo: “Vieni a Gesù!”».

91«Lo dirai dal Paradiso, uno specchio ustorio anche tu. Andiamo, Giovanni. Vorrei leggere ciò che hai scritto».

«Eccolo, Signore. E domani ti darò l’altro rotolo su cui ho segnato le altre parole».

92Scendono dal loro scoglio e, in un biancore splendidissimo di luna che ha mutato in argento la ghiaietta della riva, tornano alle case. E si salutano, Giovanni inginocchiandosi, Gesù benedicendolo con la mano posata sul suo capo e dandogli la

251. Ai pescatori siro-fenici la parabola del minatore perseverante. Ermasteo
di Ascalona
[86].

Tiro e i pescatori.

Tiro, città sulla riva del mare.

1Sono le prime ore del mattino quando Gesù giunge davanti ad una città sul mare. Quattro barche seguono la sua. La città è spinta in mare stranamente, come fosse fabbricata su un istmo. Anzi, come se un esile istmo ne congiungesse la parte tutta sporgente sul mare con quella stesa sulla riva.

 

 

2Vista dal mare, sembra un enorme fungo, adagiato sulle onde col suo cocuzzolo e conficcato con le radici sulla costa: l’istmo è il gambo. Al di qua e al di là di esso, due porti; l’uno, quello di settentrione, meno chiuso, è pieno di piccole imbarcazioni. L’altro, a meridione, ben più riparato, di grossi navigli in arrivo o in partenza.

3«Bisogna andare là», dice Isacco accennando al porto delle piccole barche.

«Là stanno i pescatori».

Girano l’isola e vedo che l’istmo è artificiale, una specie di diga ciclopica che unisce l’isoletta alla terra ferma. Si costruiva senza miserie un tempo!

4Arguisco da quest’opera e dal numero dei navigli nei porti quanto la città fosse ricca e attiva nei commerci. Dietro alla città, dopo una zona piana, sono collinette di bell’aspetto, e molto lontano è visibile il grande Hermon e la catena libanese. Arguisco anche che questa sia una delle città che vedevo dal Libano.

5La barca di Gesù sta intanto giungendo nel porto settentrionale, nella rada del porto, perché non attracca ma va lenta, a forza di remi, avanti e indietro, finché Isacco scorge quelli che cerca e li chiama a gran voce.

Vengono avanti due belle barche da pesca, e l’equipaggio si curva sulle barche più piccole dei discepoli.

I pescatori Siro-fenici.

6«Il Maestro è con noi, amici. Venite, se volete sentirne la parola. Entro sera torna verso Sicaminom», dice Isacco.

«Subito veniamo. Dove andiamo?».

«In un posto quieto. Il Maestro non scende a Tiro, né alla città di terra. Parla dalla barca. Scegliete un posto d’ombra e di riparo».

«Venite verso le rocce, dietro di noi. Vi sono seni quieti e ombrosi. Potrete anche scendere».

7E vanno in un rientramento della scogliera, più a nord. La costa, spaccata a picco, fa da riparo al sole. Il luogo è solitario. Solo i gabbiani e i colombacci vi fanno dimora, uscendo per le loro scorribande sul mare, e tornano con grandi stridi ai nidi nella roccia.

8Ma delle altre navicelle si sono unite a quelle di guida, formando una minuscola flottiglia. In fondo a questo minuscolo golfo vi è una larva di spiaggia. Proprio una larva: una piazzetta sparsa di sassi. Ma un centinaio di persone ci possono stare.

9Scendono usando di uno scoglio largo e piatto, che sporge sulle acque fonde come un moletto naturale, e si dispongono sulla spiaggetta sassosa, lucida di sale. Sono uomini bruni, magri, arsi dal sole e dal mare. Delle corte sottovesti lasciano scoperte le membra agili e magre. É molto visibile la diversità della razza coi giudei presenti, meno questa appare coi galilei. Direi che questi siro-fenici hanno più somiglianza coi filistei lontani che con i popoli a loro più vicini. Questi, almeno, che vedo io.

Potenza dell’atto di carità. (Discorso)

La vedova di Sarepta.

10Gesù si addossa alla costa e inizia a parlare.

11«Si legge nel libro dei Re[87] come il Signore comandasse ad Elia di andare a Sarepta dei Sidoni durante la siccità e la carestia che afflisse la terra per oltre tre anni.

12Il Signore non mancava dei mezzi per sfamare il suo profeta in ogni luogo, né lo mandò a Sarepta perché questa città fosse ricca di cibo. No, che anzi là già si moriva di fame. Perché allora Dio mandò Elia Tesbite?

13C’era in Sarepta una donna di retto cuore, vedova e santa, madre di un fanciullo, povera, sola, eppure non ribelle al tremendo castigo, non egoista nella sua fame, non disubbidiente. Dio la volle beneficare dandole tre miracoli. Uno per l’acqua portata all’assetato, uno per il piccolo pane cotto sotto la cenere quando ella non aveva più che un pugno di farina, uno per l’ospitalità data al profeta. Le dette pane e olio, la vita del figlio e la conoscenza della parola di Dio.

Potenza dell’atto di carità.

14Voi vedete che un atto di carità non solo sfama il corpo, leva il dolore della morte, ma istruisce l’anima nella sapienza del Signore.

15Voi avete dato alloggio ai servi del Signore ed Egli vi dà la parola della Sapienza. In questa terra dove non viene la parola del Signore, ecco che un atto buono la porta. Io posso paragonare voi all’unica donna di Sarepta che accolse il profeta. Anche voi qui siete gli unici che accolgono il Profeta. Perché, se fossi sceso nella città, i ricchi e potenti non mi avrebbero accolto, gli indaffarati mercanti e marinai dei navigli mi avrebbero trascurato, e inerte sarebbe rimasta la mia venuta.

Potenza dell’evangelizzazione.

16Ora Io vi lascerò e voi direte: “Ma che siamo noi? Un pugnello di uomini. Che possediamo? Una goccia di sapienza”. Eppure Io vi dico: “Vi lascio con l’incarico di annunciare l’ora del Redentore”. Vi lascio ripetendo le parole di Elia profeta: “L’anfora della farina non si esaurirà. L’olio non scemerà fintanto che verrà chi più ampiamente lo distribuisca”.

17Già lo avete fatto. Perché qui vi sono dei fenici mescolati a voi di là del Carmelo. Segno è che voi avete parlato così come vi fu parlato. Vedete che il pugnello di farina e la gocciola d’olio non si è esaurita, ma anzi è sempre cresciuta. Continuate a farla crescere. E se vi parrà che sia strano che Iddio vi abbia scelto per questa opera, non sentendovi atti a eseguirla, dite la parola della grande fiducia: “Farò ciò che Tu dici fidandomi sulla tua parola”».

Un solo Padre ci accumuna.

18«Maestro, ma come comportarci con questi pagani? Questi noi li conosciamo per la pesca. L’uguale lavoro ci accomuna. Ma gli altri?», chiede un pescatore d’Israele.

19«Il comune lavoro ci accomuna, tu dici. E allora non dovrebbe accomunare una comune provenienza? Dio ha creato gli israeliti come i fenici. Quelli del piano di Saron o dell’Alta Giudea non differiscono da quelli di questa costa. Il Paradiso era stato fatto per tutti i figli dell’uomo. E il Figlio dell’uomo viene per portare al Paradiso tutti gli uomini. Lo scopo è quello di conquistare il Cielo e dare gioia al Padre. Trovatevi dunque sulla stessa via e amatevi spiritualmente così come vi amate per ragioni di lavoro».

Perseverare. È la grande parola.

Non ci sono stranieri per Gesù.

20«Isacco molto ci ha detto. Ma noi vorremmo sapere di più. È possibile avere un discepolo per noi, così fuori mano?».

«Mandaci Giovanni di Endor; Maestro. É tanto capace di fare ed è abituato a vivere con dei pagani», suggerisce Giuda di Keriot.

21«No. Giovanni sta con noi», risponde reciso Gesù. E poi, volgendosi ai pescatori: «Quando finisce la pesca della porpora?».

«Alle burrasche di autunno. Dopo il mare è troppo agitato qui».

22«Tornerete allora a Sicaminom?».

«Lì. E a Cesarea. Forniamo molto i romani».

23«Potrete allora ritrovarvi coi discepoli. Intanto perseverate».

Ermasteo: Non ci sono stranieri per Gesù.

«Vi è a bordo della mia barca uno che io non volevo e che è venuto in tuo nome, quasi».

24«Chi è?».

«Un giovane pescatore di Ascalona».

25 «Fallo scendere e venire qui».

L’uomo va a bordo e torna con un giovinotto piuttosto confuso di essere oggetto di tanta attenzione. L’apostolo Giovanni lo riconosce.

26«É uno di quelli che ci hanno dato il pesce, Maestro», e si alza per salutarlo.

«Sei venuto, Ermasteo? Qui? Sei solo?».

«Solo. A Cafarnao mi sono vergognato… Sono rimasto sulla costa, sperando…».

«Che?».

«Di vedere il tuo Maestro».

«E non ancora il tuo? Perché, amico, tergiversi ancora? Vieni alla Luce che ti attende. Guarda come ti osserva e sorride».

«Come sarò sopportato?».

27«Maestro, vieni da noi un momento». Gesù si alza e va da Giovanni.

«Egli non osa perché straniero».

28«Non ci sono stranieri per Me. E i tuoi compagni? Non eravate in molti?… Non ti turbare. Tu solo hai saputo perseverare. Ma anche per te solo Io sono felice. Vieni con Me».

29Gesù torna al suo posto con la nuova conquista. «Questo sì che lo daremo a Giovanni di Endor», dice all’Iscariota.

E poi parla a tutti.

Parabola del minatore perseverante.

30«Un gruppo di scavatori scesero in una miniera dove sapevano esservi dei tesori, molto nascosti nelle viscere del suolo però. E iniziarono lo scavo. Ma il terreno era duro e faticoso il lavoro. Molti si stancarono e gettarono i picconi andandosene. Altri si burlarono del capo squadra quasi trattandolo da stolto. Altri imprecarono alla loro sorte, al lavoro, alla terra, al metallo, e con ira percossero le viscere della terra spezzando il filone in briciole inutili, e poi, visto di avere fatto rovine e non guadagni, se ne andarono essi pure.

31Rimase solo il più perseverante. Con dolcezza trattò gli strati di terra tenace per perforarla senza guastare, fece saggi, approfondì, scavò. Uno splendido filone prezioso è finalmente messo allo scoperto. La perseveranza del minatore è stata premiata, e con il metallo purissimo che ha scoperto egli può ottenere molti lavori e acquistare molta gloria e molti clienti, perché tutti vogliono di quel metallo che solo la perseveranza ha saputo trovare là dove gli altri, infingardi o iracondi, non avevano nulla ottenuto.

Perseverare. E’ la grande parola.

32Ma l’oro trovato, per essere bello al punto di servire per l’orafo, deve a sua volta perseverare nella volontà di farsi lavorare. Se l’oro, dopo il primo lavoro di escavazione, più non volesse patire pene, rimarrebbe un metallo grezzo e non lavorabile. Voi vedete dunque che non basta il primo entusiasmo per riuscire, né come apostoli, né come discepoli, né come fedeli. Occorre perseverare.

33Erano molti i compagni di Ermasteo, e nel primo entusiasmo avevano promesso di venire tutti. Lui solo è venuto. Molti sono i miei discepoli e più saranno. Ma la terza parte della metà soltanto sapranno esserlo fino alla fine. Perseverare. É la grande parola. Per tutte le cose buone.

34Voi, quando gettate il tramaglio per strappare le conchiglie delle porpore, lo fate forse una volta sola? No. Ma una dopo l’altra e per ore, per giorni, per mesi, pronti a tornare sul posto l’anno seguente, perché questo dà pane e agiatezza, a voi e alle famiglie vostre. E vorreste fare diverso per le cose più grandi quali sono gli interessi di Dio e delle anime vostre, se fedeli; vostre e dei fratelli, se discepoli? In verità vi dico che per estrarre la porpora delle vesti eterne occorre perseverare fino alla fine. 35Ed ora stiamo da buoni amici finché è l’ora del ritorno. Così ci conosceremo meglio e sarà facile il ravvisarci fra di noi…».

Da buoni amici.

36E si spargono nel piccolo seno scoglioso, cuocendo mitili e granchi rapiti agli scogli e pesci presi con piccole reti, dormendo su un letto d’alghe disseccate dentro caverne aperte da terremoti o da onde nella costa rocciosa, mentre cielo e mare sono un abbacinante azzurro che si bacia all’orizzonte, e i gabbiani fanno un continuo carosello di voli dal mare ai nidi, con stridi e sbatacchio di ali, uniche voci che insieme allo sciabordìo dell’onda parlino in queste ore di afa estiva.

252. Il ritorno da Tiro. Miracoli e parabola della vite e dell’olmo[88].

Bontà infinita del Signore.

Le discepole instancabili e solidali.

1La gente di Sicaminom, attirata dalla curiosità di vedere, ha assediato per tutto il giorno la località dei discepoli in attesa del ritorno del Maestro. Ma le discepole, intanto, non hanno perso tempo, lavando le vesti polverose e sudate, e sulla spiaggetta è tutta una allegra esposizione di vesti che asciugano al vento e al sole. Ora che sta per scendere la sera, e con la sera si farebbe sentire l’umido del salmastro, esse si affrettano a raccoglierle ancora un poco umide e a sbatterle e stirarle in tutti i sensi prima di piegarle, perché appaiano ben ordinate ai rispettivi proprietari.

Virtù di Maria di Magdala.

2«Portiamo subito le sue vesti a Maria», dice Maria d’Alfeo. E termina: «É stata ben sacrificata ieri ed oggi in quella cameretta senz’aria!».

Comprendo così che l’assenza di Gesù è stata di più di un giorno e che in quel tempo Maria di Magdala, padrona di una sola veste, ha dovuto stare nascosta finché la sua d’imprestito non fosse riasciugata.

3Susanna risponde: «Per buona sorte non si lamenta mai! Non la giudicavo così buona».

4«E così umile, devi dire, e riservata. Povera figlia! Era proprio il diavolo che la tormentava! Liberata dal mio Gesù è tornata lei, quale certo era da fanciulla».

La Vergine Maria Lavora in cucina.

5E, parlando fra loro due, tornano in casa a portare le vesti lavate. Nella cucina, intanto, Marta si affanna a preparare le vivande, mentre la Vergine pulisce le verdure in una conchetta di rame e poi le mette a lessare per la cena.

6«Ecco. Tutto è asciugato, tutto è pulito e piegato. Ce ne era bisogno. Vai da Maria e dàlle le sue vesti», dice Susanna dando la veste a Marta. 

Intezione di Maria di Magdala.

Le sorelle tornano insieme dopo poco.

7«Grazie a tutte e due. Il sacrificio della veste non mutata da giorni mi era il più penoso», dice Maria di Magdala sorridendo. «Ora mi sembra di essere tutta fresca».

8«Vai a sederti lì fuori, c’è un bel venticello. Ne devi avere bisogno dopo essere stata tanto chiusa», osserva Marta la quale, essendo meno alta della sorella e meno formosa, ha potuto indossare una veste di Susanna o di Maria d’Alfeo mentre le sue erano al bucato.

9«Questa volta è andata così. Ma in avvenire ci faremo il nostro piccolo sacco, come le altre, e non avremo questo disagio», dice la Maddalena.

10«Come? Intendi seguirlo come noi?».

«Certamente. A meno che Egli non mi ordini il contrario. Vado ora sulla riva a vedere se tornano. Torneranno questa sera?».

In attesa del Maestro.

11«Lo spero», risponde Maria SS. «Sto in pensiero perché è andato in Fenicia. Ma penso che è con gli apostoli e penso anche che i fenici forse sono meglio di tanti altri. Ma vorrei tornasse, anche per la gente che aspetta. Quando sono andata alla fonte mi ha fermata una madre dicendomi: “Sei col Maestro galileo, quello che chiamano Messia? Vieni allora e guarda il mio bambino. É un anno che la febbre lo tormenta”. Sono entrata in una casetta. Povera creatura! Sembra un fiorellino che muoia! Lo dirò a Gesù».

«Ce ne sono anche altri che chiedono guarigione. Più guarigione che insegnamento», dice Marta.

12«L’uomo difficilmente è tutto spirituale. Sente più forti le voci della carne e i suoi bisogni», risponde la Vergine.

«Però molti dopo il miracolo nascono alla vita dello spirito».

13 «Sì, Marta. Ed è anche per questo che mio Figlio fa tanti miracoli. Per bontà verso l’uomo ma anche per attirarlo, con quel mezzo, alla sua via, che altrimenti da troppi non sarebbe seguita».

Incontro a Gesù.

14Ritorna a casa Giovanni di Endor; che non era andato con Gesù, e con lui molti discepoli diretti alle casette che abitano. Quasi contemporaneamente torna la Maddalena dicendo: «Stanno arrivando. Sono le cinque barche partite all’alba di ieri. Le ho riconosciute molto bene».

«Saranno stanchi e assetati. Vado a prendere altra acqua. La fonte è molto fresca», e Maria d’Alfeo esce con le brocche.

15«Andiamo incontro a Gesù. Venite», dice la Vergine. Ed esce con la Maddalena e con Giovanni di Endor, perché Marta e Susanna rimangono ai fornelli, rosse e molto occupate di ultimare la cena.

Costeggiando la riva giungono ad un moletto dove altre barche da pesca sono rientrate e stanno in riposo. Dalla punta di esso si vede bene tutto il golfo e la città che gli dà nome, e si vedono anche le cinque barche che filano leste, un poco piegate dalla corsa, con la vela ben tesa da un venticello di borea, ad esse propizio e di sollievo agli uomini affaticati dal calore.

Gesù affida Ermasteo a Giovaanni di Endor.

16«Guarda come Simone e gli altri si destreggiano bene. Seguono la barca del pilota a meraviglia. Ecco che hanno superato il frangente; ora prendono il largo per girare la corrente che è forte in quel punto. Ecco… Adesso va tutto bene. Fra poco sono qui», dice Giovanni di Endor.

Infatti le barche si avvicinano sempre più e già sono visibili i loro ospiti.

17Gesù è sulla prima, insieme a Isacco. Si è alzato in piedi e la sua alta statura appare in tutta la sua imponenza finché la vela, ammainandosi, non la nasconde per qualche minuto. Poiché la barca, virando, passa da prua di fianco per entrare al riparo del moletto, passando davanti alle donne che sono proprio in cima al moletto. Gesù sorride per salutarle, mentre esse si danno a camminare svelte per giungere al punto di approdo contemporaneamente alla barca.

18«Dio ti benedica, Figlio mio!», dice Maria salutando Gesù che scende sulla banchina.

19«Dio ti benedica, Mamma. Sei stata in pensiero? A Sidone non c’era chi cercavamo. Siamo andati fino a Tiro. E là abbiamo trovato. Vieni, Ermasteo… Ecco, Giovanni. Questo giovane vuole essere ammaestrato. Te lo affido».

«Non ti deluderò nell’ammaestrarlo sulla tua parola. Grazie, Maestro! Ci sono molti che ti attendono», risponde Giovanni di Endor.

20«Vi è anche un povero bambino malato, Figlio mio, e la madre ti desidera».

21«Vado subito da lei».

«So chi è, Maestro. Ti ci accompagno. Vieni anche tu, Ermasteo. Comincia a conoscere la bontà infinita del nostro Signore», dice l’uomo di Endor.

Scendono dalla seconda barca Pietro, dalla terza Giacomo, dalla quarta Andrea, dalla quinta Giovanni, i quattro piloti, seguiti dagli altri apostoli o discepoli che erano con loro e che si affollano intorno a Gesù e a Maria.

22«Andate a casa. Vengo subito Io pure. Preparate intanto per la cena e dite a chi attende che sul finire del vespero parlerò».

«E se ci sono dei malati?».

23«Li sanerò per prima cosa. Anche prima di cena, perché possano tornare a casa felici».

Si separano, Gesù andando con l’uomo di Endor ed Ermasteo verso la città, gli altri rifacendo il cammino sulla spiaggia ghiaiosa, narrando tutto quanto hanno visto e udito, contenti come bambini che tornano dalla mamma.

Porpora per il Maestro.

24E’ contento anche Giuda di Keriot. Mostra tutti gli oboli che i pescatori di porpora hanno voluto dargli e soprattutto mostra un bel fagottello della preziosa materia.

25«Questo per il Maestro. Se non la porta Lui, chi mai la può portare? Mi hanno chiamato in disparte dicendo: “Abbiamo delle preziose madrepore nella barca e abbiamo anche una perla. Pensa! Un tesoro. Non so come ci sia toccata tanta fortuna. Ma te le diamo volentieri per il Maestro. 26Vieni a vederle”. Sono andato per accontentarli mentre il Maestro si era ritirato in una grotta a pregare. Erano bellissimi coralli e una perla, non grossa ma bella. Ho detto loro: “Non vi private di queste cose. Il Maestro non porta nessun gioiello. Piuttosto datemi un poco di quella porpora per farne ornamento alla sua veste”. Ne avevano questo mucchietto. Me l’hanno voluta dare tutta, ad ogni costo. 27Tieni, Madre, fanne un bel lavoro, come tu sai, per il nostro Signore. Ma fallo, sai? Se Lui se ne avvede, vuole che la si venda per i poveri. E a noi piace vederlo vestito come si merita. Non è vero?».

Il vestito semplice del Messia non piace.

28«Oh! sì davvero! Io ci soffro quando lo vedo così semplice in mezzo ad altri, Lui Re, essi peggio che schiavi e tutti infiocchettati e lustri. E lo guardano come un povero indegno di loro!», dice Pietro.

29«Hai visto, eh? che risate quei signori di Tiro mentre prendevamo congedo dai pescatori?!», gli risponde suo fratello.

30«Io ho detto: “Vergognatevi, cani che siete! Vale più un filo della sua veste bianca di tutti i vostri fronzoli”», dice Giacomo di Zebedeo.

31«Io vorrei, poiché Giuda ha potuto avere questa cosa, che tu la preparassi per i Tabernacoli», dice l’altro Giuda, il Taddeo.

María SS. Proverá filare con la porpora.

32«Non ho mai filato con la porpora. Ma mi proverò…», dice Maria SS. toccando il serico stame lieve, soffice, di splendido colore.

33«La mia nutrice è esperta in questo. A Cesarea la troveremo. Ti farà vedere. Imparerai subito, perché tu sai fare tutto bene. Io farei un gallone al collo, alle maniche e al basso della veste: porpora su lino bianchissimo o lana bianchissima, a palme e rosoni come sono sui marmi del Santo, e col nodo di Davide al centro. Starebbe molto bene», dice la Maddalena, esperta di bellezze in genere.  

34Marta dice: «Nostra madre fece quel disegno, per la sua bellezza, sulla veste che Lazzaro ebbe per il suo viaggio nelle terre di Siria quando ne prese possesso. L’ho conservato perché fu l’ultimo lavoro di nostra madre. Te lo manderò».

35«Lo farò pregando per la madre vostra».

Bontà infinita del Signore.

36Le case sono raggiunte. Gli apostoli si spargono per radunare quelli che vogliono il Maestro, specie i malati…

37E torna Gesù con Giovanni di Endor ed Ermasteo.

38E passa salutando fra quelli che si pigiano davanti alle casette. Il suo sorriso è una benedizione. 39Gli presentano l’immancabile malato di occhi, quasi accecato dalle oftalmie ulcerose, e lo risana. 40Poi è la volta di uno, certo malarico, consunto e giallo come un cinese, e lo risana.

La donna del peto secco.

41Poi è una donna che gli chiede un miracolo singolare: il latte per il suo petto privo di latte, e mostra un bambino di pochi giorni, denutrito e tutto rosso come per riscaldo. Piange: «Tu vedi. Abbiamo il comando di ubbidire all’uomo e di procreare[89]. Ma che giova se poi vediamo languire i figli? È il terzo che genero e due li ho coricati nel sepolcro, per questo petto cieco. Questo già muore perché nato nei calori, gli altri vissero l’uno dieci lune, l’altro sei, per farmi piangere più ancora quando morirono per malattia di visceri. Avessi il mio latte, non accadrebbe…»

42Gesù la guarda e dice: «Il tuo bambino vivrà. Abbi fede. Va’ a casa tua e, come sarai giunta, offri la mammella al pargolo. Abbi fede».

La donna se ne va ubbidiente col miserello, che si lagna come un gattino, stretto sul cuore.

Pareri vari.

43«Ma le verrà il latte?».

«Certo che verrà».

«Io dico che le camperà il bambino, ma che il latte non verrà e sarà già miracolo se campa. È morto quasi di stenti».

«Invece io dico che le viene il latte».

«Sì».

«No».

34I pareri sono vari come le persone. Intanto Gesù si ritira a mangiare. Quando esce per predicare di nuovo, la gente è ancora di più, perché la notizia del miracolo del bambino malato di febbri, compiuto da Gesù appena sbarcato, si è sparsa per la città.

Parabola della vite e l’olmo (insegnamento sulla fede)

Preparare lo spirito all’ascolto.

45«Vi do la mia pace perché vi prepari lo spirito all’intendere. Nella tempesta non può giungere la voce del Signore. Ogni turbamento nuoce alla Sapienza perché essa è pacifica, venendo da Dio. Il turbamento invece non viene da Dio, perché le sollecitudini, le ansie, i dubbi, sono opere del Maligno per turbare i figli dell’uomo e separarli da Dio. 46Vi propongo questa parabola perché meglio intendiate l’insegnamento.

La vite e l’olmo.

47Un agricoltore aveva molti alberi, nei suoi campi, e viti che davano molto frutto, fra le quali una di qualità pregiata di cui era molto orgoglioso. Un anno questa vite fece molte fronde e pochi grappoli.

48Un amico disse all’agricoltore: “È perché l’hai troppo poco potata”. L’anno di poi l’uomo la potò molto. La vite fece pochi tralci, ancor meno grappoli.

49Un altro amico disse: “È perché l’hai troppo potata”. Il terzo anno l’uomo la lasciò stare. La vite non fece neppure un grappolo e mise ben poche foglie, magre, accartocciate e sparse di ruggine.

50Un terzo amico sentenziò: “Muore perché il terreno non è buono. Bruciala”. “Ma perché, se è lo stesso terreno che hanno le altre e se la curo come le altre? Prima faceva bene!”. L’amico si strinse nelle spalle e se ne andò.

Il consiglio del Sapiente.

51Passò un ignoto viandante e si fermò ad osservare l’agricoltore tristemente appoggiato al tronco della povera vite. “Che hai?”, gli chiese. “Morti in casa?”. “No. Ma mi muore questa vite che amavo tanto. Non ha più succo per fare frutto. Un anno poco, l’altro meno, questo niente. Ho fatto quanto mi hanno detto, ma non è giovato”.

52L’ignoto viandante entrò nel campo e si accostò alla vite. Toccò le foglie, prese in mano una zolla di terra, l’annusò, la sbriciolò fra le dita, alzò lo sguardo al tronco di un albero che sorreggeva la vite. “Devi levare quel tronco. Questa è sterilita da quello”.

“Ma se è il suo appoggio da anni?!”.

53“Rispondimi, uomo: quando tu mettesti questa vite a dimora, come era essa, e come era esso?”.

54“Oh! essa era un bel magliolo di tre anni. L’avevo ricavato da un’altra mia pianta e per portarlo qui avevo fatto una profonda buca, onde non offendere le radici nel levarlo dalla zolla natìa. Anche qui avevo fatto una buca uguale, anzi ancor più vasta, perché fosse subito a suo agio, e prima avevo zappettato tutta la terra all’intorno perché fosse morbida per le radici, che potessero espandersi subito, senza fatica. Con ogni cura l’ho sistemata, mettendo sul fondo allettante concime. Le radici, tu lo sai, si fanno forti se trovano subito ciò che le nutre. Meno mi occupai dell’olmo. Era un alberello destinato solo a sorreggere il magliolo. Perciò lo misi quasi superficialmente presso il magliolo, lo rincalzai e me ne andai. Attecchirono tutti e due, perché la terra è buona. Ma la vite cresceva di anno in anno, amata, potata, sarchiata. L’olmo invece stentava. Ma per quello che valeva!… Poi si è fatto robusto. Lo vedi ora come è bello? Quando torno da lontano ne vedo la cima svettare alta come una torre, e mi pare l’insegna del mio piccolo regno. Prima la vite lo ricopriva e non si vedeva la sua bella fronda. Ma ora guarda come è bella là in alto, nel sole! E che tronco! Diritto, forte. Poteva sorreggere questa vite per anni ed anni, anche fosse divenuta uguale a quelle prese sul torrente del Grappolo dagli esploratori d’Israele. Invece…”

55“Invece te l’ha uccisa. L’ha soverchiata. Tutto era buono per il suo vivere: il terreno, la posizione, la luce, il sole, le cure che le davi. Ma questo l’ha uccisa. È divenuto troppo forte. Le ha legate le radici fino a strozzarle, le ha levato ogni succo del suolo, le ha messo un bavaglio al suo respiro, al suo bisogno di luce. 56Sega subito questa inutile e poderosa pianta, e la tua vite risorgerà. E meglio ancora risorgerà se tu, con pazienza, scaverai il suolo per mettere a nudo le radici dell’olmo e per segarle, onde essere sicuro che non gettino polloni. Marciranno nel suolo colle loro ultime ramificazioni, e da morte diverranno vita perché diverranno concime, degno castigo al loro egoismo. Il tronco lo brucerai e ti darà utile così. Non serve che al fuoco una pianta inutile e nociva, e va levata perché ogni bene vada alla pianta buona e utile. Abbi fede in ciò che io dico e sarai contento”.

Pareri diversi.

“Ma tu chi sei? Dimmelo perché io possa aver fede”.

57“Io sono il Sapiente. Chi crede in me sarà sicuro”, e se ne andò.

L’uomo stette un poco in forse. Poi si decise e mise mano alla sega. Anzi chiamò gli amici per esserne aiutato.

“Ma sei stolto?”.

“Perderai l’olmo oltre che la vite”.

“Io mi limiterei a potarne la cima per dare aria alla vite. Non di più”.

“Dovrà pure avere un sostegno. Fai un lavoro inutile”.

“Chissà chi era! Forse uno che ti odia a tua insaputa”.

“Oppure un pazzo”, e via e via.

Fede nel consiglio del Sapiente.

58“Io faccio ciò che mi ha detto. Ho fede in lui”, e segò l’olmo presso la radice e, non contento, per un largo raggio mise a nudo le radici delle due piante, con pazienza segò quelle dell’olmo, badando di non ferire quelle della vite, ricoprì la gran buca e alla vite, rimasta senza un sostegno, mise accosto un robusto paletto di ferro con la parola “Fede”, scritta sopra una tavola legata in cima al palo.

Gli altri se ne andarono crollando il capo.

59Passò l’autunno e l’inverno. Venne la primavera. I tralci attorcigliati alla penzana si ornarono di gemme e gemme, prima serrate come in un astuccio di velluto argentato e poi socchiuse sullo smeraldo delle nascenti fogliette, e poi aperte, e poi allunganti dal tronco nuovi tralci robusti, tutti un fiorettar di fioretti e poi tutto un legar di acinelli. Più grappoli che foglie, e queste ampie, verdi, robuste al pari dei penzoli di due, tre e più grappoli ancora. E ogni grappolo un fitto di acini carnosi, succosi, splendidi.

Beato chi ha saputo avere fede.

60“Ed ora che dite? Era o non era l’albero la ragione per cui la mia vite moriva? Aveva o non aveva detto bene il Sapiente? Ho avuto o non ho avuto ragione a scrivere su quella tavola la parola ‘Fede’?”, disse l’uomo agli amici increduli.

61“Hai avuto ragione. Te beato che hai saputo aver fede ed essere capace di distruggere il passato e ciò che ti fu detto nocivo”.

Questa la parabola.

La madre del petto secco.

62Per il fatto della donna dal petto secco, ecco la risposta. Guardate verso la città».

Tutti si volgono verso la città e vedono la donna di prima che corre e, pur correndo, non si stacca il figliolino dalla mammella piena, ben piena di latte, che il piccolo affamato succhia con una voracità tale che quasi si affoga. E la donna non si ferma altro che quando è ai piedi di Gesù, davanti al quale stacca un momento il bambino dal capezzolo urlando: «Benedici, benedici, perché viva per Te!»

Applicazione della parabola.

63Superato questo momento, Gesù riprende:

64«E per le vostre ipotesi sul miracolo, avete avuto risposta. Ma la parabola ha un senso più ampio del piccolo episodio di una fede premiata. Ed è questo.

65Iddio aveva messo la sua vite, il suo popolo, in luogo adatto, fornendolo di tutto quanto gli occorreva per crescere e dare sempre maggiori frutti, appoggiandolo ai maestri perché più facilmente potesse comprendere la Legge e farne sua forza. Ma i maestri vollero superare il Legislatore e crebbero, crebbero, crebbero fino ad imporsi più della eterna parola.

66E Israele si è sterilito. Il Signore ha mandato allora il Sapiente perché coloro che in Israele, con animo retto, si addolorano di questo sterilire e tentano questo e quel rimedio, secondo i dettami e consigli dei maestri, dotti umanamente ma indotti soprannaturalmente e perciò lontani dal conoscere il necessario da farsi per rendere vita allo spirito di Israele, possano avere un consiglio veramente salutare.

67Or bene, che accade? Perché non riprende forza Israele e torna vigoroso come nei tempi aurei della sua fedeltà al Signore? Perché il consiglio sarebbe: levare tutte le cose parassitarie cresciute a detrimento della Cosa santa – la Legge del Decalogo – quale è stata data, senza compromessi, senza tergiversazioni, senza ipocrisie, levarle per lasciare aria, spazio, nutrimento alla Vite, al Popolo di Dio, dandogli un robusto, diritto, non piegabile sostegno, unico, dal nome solare: la Fede. E questo consiglio non viene accettato.

68Perciò vi dico che Israele perirà, mentre potrebbe risorgere e possedere il Regno di Dio se sapesse credere e generosamente ravvedersi e mutare sostanzialmente se stesso.

69Andate in pace e il Signore sia con voi».

253. Maria d’Alfeo e la maternità spiritualizzata La Maddalena
deve temprarsi soffrendo
[90].

Il martirio redentivo delle madri.

Tacita partenza.

1È ancora notte, una bellissima notte di luna calante, quando silenziosamente Gesù, con gli apostoli e le donne, più Giovanni di Endor e Ermasteo, si accomiatano da Isacco, unico che sia desto, e iniziano il cammino lungo la riva. Il rumore dei passi è solo uno scricchiolio leggero di ghiaietta premuta dai sandali, e nessuno parla fintanto che l’ultima casetta è sorpassata da qualche metro. Certo, chi dorme in essa, o nelle altre che la precedono, non ha avvertito la tacita partenza del Signore e dei suoi amici. Il silenzio è profondo. Solo il mare parla alla luna che volge a ponente, iniziando il tramonto, e racconta alle arene le storie del profondo colla sua onda lunga di alta marea che si inizia lasciando un sempre più stretto margine asciutto sulla sponda.

2Questa volta le donne sono avanti, insieme a Giovanni, lo Zelote, Giuda Taddeo e Giacomo d’Alfeo, che aiutano le discepole a superare piccole scogliere sparse qua e là, umide di salmastro e scivolose. Lo Zelote è con la Maddalena, Giovanni con Marta, mentre Giacomo di Alfeo si occupa della madre e di Susanna, e il Taddeo non cede a nessuno l’onore di prendere nella sua robusta e lunga mano – un’altra parte in cui egli assomiglia a Gesù – la mano piccina di Maria per sostenerla nei passi difficili. Ognuno parla sottovoce con la propria compagna. Sembra che tutti vogliano rispettare il sonno della terra.

3Lo Zelote parla fitto fitto con Maria di Magdala e vedo che più di una volta Simone apre le braccia in atto di chi dice: «così è e non c è da fare altro», ma non sento ciò che dicono essendo i più in avanti.

4Giovanni parla solo di tanto in tanto con la sua compagna, accennandole il mare e il Carmelo la cui pendice volta a ponente è ancora bianca di luna. Forse parla della via fatta l’altra volta costeggiando il Carmelo dall’altra parte.

La curiosità è difetto, cosa inutile, e pericolosa.

5Anche Giacomo, in mezzo a Maria d’Alfeo e Susanna, parla del Carmelo. Dice a sua madre: «Gesù mi ha promesso di salire lassù solo con me e di dirmi una cosa, a me soltanto».

6«Che ti vorrà dire, figlio? Me la ripeti poi?».

«Mamma, se è un segreto non te lo posso dire», risponde sorridendo del suo sorriso così affettuoso Giacomo, la cui somiglianza con Giuseppe sposo di Maria è molto sensibile nei tratti e ancora più nella pacata dolcezza.

7«Per la mamma non ci sono segreti».

«Non ne ho infatti. Ma se Gesù mi vuole lassù solo, e solo per parlarmi, è segno che vuole che nessuno sappia ciò che vuole dirmi. E tu, mamma, sei la mia cara mamma che amo tanto, ma Gesù è sopra di te, e la sua volontà anche. Però glielo domanderò, quando sarà il momento, se posso dire a te le sue parole. Sei contenta?».

8«Te lo dimenticherai di chiederlo…».

«No, mamma. Io non ti dimentico mai, anche se mi sei lontana. Quando sento o vedo qualche cosa bella penso sempre: “Se ci fosse la mia mamma!”».

9«Caro! Dammi un bacio, figlio mio». Maria d’Alfeo è commossa. Ma la commozione non uccide la curiosità. Torna all’assalto dopo aver taciuto qualche momento: «Hai detto: la sua volontà. Allora hai capito che ti vuol dire qualche sua volontà. Su, almeno questo lo puoi dire. Questo te lo ha detto presenti gli altri».

«Veramente ero avanti con Lui solo», dice sorridendo Giacomo.

10«Ma gli altri potevano sentire».

«Non mi ha detto molto, mamma. Mi ha ricordato le parole e la preghiera di Elia sul Carmelo: “Dei profeti del Signore sono rimasto io solo”. “Esaudiscimi affinché questo popolo riconosca che Tu sei il Signore Iddio”».

11«E che voleva dire?».

«Quante cose, mamma, vuoi sapere! Vai da Gesù, allora, e te le dirà», si schermisce Giacomo.

12«Avrà voluto dire che, posto che il Battista è preso, Lui solo resta profeta in Israele, e che Iddio lo deve conservare a lungo perché il popolo sia ammaestrato», dice Susanna.

«Umh! Ci credo poco che Gesù chieda di essere conservato a lungo. Per Sé non chiede nulla… Su, Giacomo mio! Dillo a tua madre».

13«La curiosità è un difetto, mamma; è una cosa inutile, pericolosa, talora è dolorosa. Fai un bell’atto di mortificazione…».

«Ohimé! Non avrà certo voluto dire che tuo fratello mi sarà imprigionato, ucciso forse?!», chiede tutta sconvolta Maria d’Alfeo.

«Giuda non è “tutti i profeti”, mamma, anche se per il tuo amore ogni tuo figlio rappresenta il mondo…».

«Penso anche agli altri perché… perché nei profeti futuri siete certo voi. Allora… allora se resti tu solo… Se resti tu solo è segno che gli altri, che il mio Giuda… oh! … ».

Tutto si compatisce a un cuore di Madre.

14Maria d’Alfeo pianta in asso Giacomo e Susanna e, svelta come fosse una giovinetta, corre indietro, incurante della domanda che le fa il Taddeo. Arriva, come una che è inseguita, nel gruppo di Gesù.

«Gesù mio, parlavo con mio figlio… di quanto Tu gli hai detto… del Carmelo… di Elia… dei profeti… Tu hai detto… che Giacomo resterà solo… E di Giuda che avverrà? È mio figlio, sai?», dice tutta affannata per l’angoscia e per la corsa fatta.

15«Lo so, Maria. E so anche che tu sei felice che sia il mio apostolo. Vedi che tu hai tutti i diritti come madre, ed Io li ho come Maestro e Signore».

«È vero… è vero… ma Giuda è il mio bambino! …», e Maria, in un intravvedere di futuro, piange di gusto.

16«Oh! che lacrime mal spese! Ma tutto si compatisce ad un cuore di madre. Vieni qui, Maria. Non piangere. Ti ho già confortata un’altra volta. Anche allora ti ho promesso che quel tuo dolore ti avrebbe dato grandi grazie da Dio, per te, per il tuo Alfeo, per i tuoi figli…». Gesù ha passato il braccio sulla spalla della zia, attirandosela ben vicina… Ordina a quelli che erano con Lui: «Andate avanti voi…».

17Poi, solo con Maria Cleofa, riprende a parlare. «E non ho mentito. Alfeo è morto invocandomi. Perciò ogni suo debito verso Dio è stato annullato. Questa conversione verso il parente incompreso, verso il Messia non voluto riconoscere prima, l’ha ottenuta il tuo dolore, Maria. Ora questo otterrà che l’incerto Simone e il tenace Giuseppe imitino il tuo Alfeo».

«Sì, ma… che gli farai a Giuda, al mio Giuda?».

18«Lo amerò ancora più che non lo ami ora».

«No, no. C’è una minaccia in quelle parole. Oh! Gesù! Oh! Gesù!».

Il martirio redentore delle madri.

19Maria Vergine torna indietro Ella pure, per consolare la cognata del dolore di cui ancora non conosce la natura, e quando la sa – perché la cognata, vedendola al suo fianco, piange ancora più forte dicendoglielo – diviene più pallida della stessa luna. Maria d’Alfeo geme: «Diglielo tu, che no, che no, la morte per il mio Giuda…»

20Maria Vergine, ancor più esangue, le dice: «E posso chiedere questo per te, se neppur per la mia Creatura io chiedo salvezza dalla morte? Maria, di’ con me: “Sia fatta la tua volontà, Padre, in Cielo, in Terra e nel cuore delle madri”. 21Fare la volontà di Dio attraverso la sorte dei figli è il martirio redentivo di noi madri… E d’altronde… Non è detto che Giuda debba essere ucciso, o ucciso prima che tu muoia. 22La tua preghiera di ora, perché egli campi fino alla più longeva età, come ti peserebbe allora, quando, in un Regno di Verità e Amore, tu vedrai le cose, tutte, attraverso le luci di Dio e attraverso la tua maternità spiritualizzata. Allora, io ne sono certa, e come beata e come madre, tu vorresti che Giuda fosse simile al mio Gesù nella sorte di redentore e arderesti di averlo presto con te, di nuovo, per sempre. 23Perché il tormento delle mamme è di essere separate dai figli. Un tormento così grande che credo perduri, come ansia d’amore, anche nel Cielo che ci accoglierà».

24Il pianto di Maria, così forte nel silenzio di un primo annuncio d’alba, ha fatto sì che tutti tornassero indietro per sapere che è accaduto, e così sentono le parole di Maria Vergine e la commozione dilaga.

La maternità spiritualizzata.

25Lacrima Maria di Magdala sussurrando: «E io quel tormento l’ho dato a mia madre già dalla Terra».

26Lacrima Marta dicendo: «È reciproco dolore l’essere separati fra figli e madre».

27Non sono senza luccichio gli occhi di Pietro, e lo Zelote dice a Bartolomeo: «Che parole di sapienza per spiegare ciò che sarà la maternità di una beata!».

28«E come da una madre beata saranno valutate le cose: attraverso le luci di Dio e la maternità spiritualizzata… Fa restare senza respiro come davanti ad un luminoso mistero», gli risponde Natanaele.

29L’Iscariota dice ad Andrea: «La maternità si spoglia di ogni pesantezza del senso e diventa tutt’ala, detta così. Sembra di vedere già tramutate in un’inconcepibile bellezza le nostre madri».

30«È vero. La nostra, Giacomo, ci amerà così. Lo immagini come sarà allora perfetto il suo amore?», dice Giovanni al fratello, ed è l’unico che abbia una luce di sorriso, tanto il pensiero che la madre sua giunga ad amare in modo perfetto lo commuove gioiosamente.

«Mi spiace di aver causato tanto dolore», si scusa Giacomo D’Alfeo. «Ma ha intuito più di quanto io non abbia detto… Credimi, Gesù».

31«Lo so, lo so. Ma Maria si sta lavorando da se stessa, e questo è un colpo più forte di scalpello. Però le leva tanto peso morto», dice Gesù.

32«Suvvia, madre. Basta di piangere! Questo mi duole. Che tu soffra come una povera femminetta che non conosce le certezze del Regno di Dio. Non assomigli per nulla alla madre dei fanciulli Maccabei», rimprovera severo il Taddeo pur abbracciando sua madre, e finisce, baciandola sulla testa, fra i capelli brizzolati: 33«Sembri una bambina che ha paura delle ombre e delle favole che le raccontano per spaventarla. Eppure lo sai dove trovarmi: in Gesù. 34Che mamma! Che mamma! Piangere dovresti se ti fosse stato detto che io, in futuro, divenissi un traditore di Gesù, un che lo abbandona, un dannato. Allora sì. Dovresti piangere anche sangue. Ma, se Dio mi aiuta, questo dolore non te lo darò mai, madre mia. Voglio stare con te per tutta l’eternità…».

35Il rimprovero prima, le carezze poi, finiscono per far cessare il pianto di Maria d’Alfeo, che ora è tutta vergognosa della sua debolezza.

Breve intermezzo crepuscolare.

36La luce, nel trapasso dalla notte al giorno, è diminuita, essendo tramontata la luna e non ancora iniziato il giorno. Ma è un breve intermezzo crepuscolare. Subito dopo la luce, prima plumbea, poi grigiolina, poi verdognola, poi lattea con infusioni di azzurro, infine chiara, quasi di un incorporeo argento, si afferma sempre più, rendendo facile il cammino sul greto umido lasciato scoperto dalle onde, mentre l’occhio si rallegra nella vista del mare che si fa di un azzurro più chiaro, pronto ad accendersi di sfaccettii gmmei. 37E poi l’aria intride il suo argento di un rosa sempre più sicuro, finché questo rosa oro dell’aurora si fa pioggia di rosa rosso sul mare, sui volti, sulle campagne, con contrasti di tinte sempre più vivi, che raggiungono il punto perfetto, per me sempre il più bello del giorno, quando il sole, balzando fuori dai limiti d’oriente, getta il suo primo raggio sui monti e pendici, boschi, prati e ampie distese marine e celesti, accentuando ogni colore, sia candore di nevi o di lontananze montane di un indaco che svaria nel verde diaspro, o sia cobalto del cielo che si impallidisce per accogliere il rosa, o sia zaffiro venato di giada e filettato di perle del mare. 38 E oggi il mare è un vero miracolo di bellezza. Non morto nella calmeria pesante, non sconvolto nella lotta dei venti, ma maestosamente vivo in un ridere di ondette sottili, appena segnalate da un’increspatura che si incorona di una crestina di spuma.

“Ti lavorerò col fuoco e sull’incudine”.

39«Arriveremo a Dora prima che il sole bruci. E ripartiremo al tramonto. Domani a Cesarea sarà finita la vostra fatica, sorelle. E noi pure riposeremo. Il vostro carro vi aspetta certo. Ci separeremo… Perché piangi, Maria? Dovrò dunque vedere oggi piangere tutte le Marie?», dice Gesù alla Maddalena.

«Le duole lasciarti», la scusa la sorella.

40«Non è detto che non ci si riveda e presto».

Maria fa cenno di no col capo. Non piange per questo.

41 Lo Zelote spiega: «Teme di non saper essere buona senza la tua vicinanza. Teme di… di essere tentata troppo fortemente quando Tu non sia vicino a tenere lontano il demonio. Me ne parlava poco fa».

42«Non avere questa tema. Io non ritiro mai una grazia che ho concessa. Vuoi tu peccare? No? E allora sta’ tranquilla. Vigila, questo sì, ma non temere».

«Signore… piango anche perché a Cesarea… Cesarea è piena dei miei peccati. Ora li vedo tutti… Avrò molto da soffrire nella mia umanità…».

43«Ne ho piacere. Più soffrirai e meglio sarà. Perché dopo non soffrirai più di queste inutili pene. Maria di Teofilo, ti ricordo che sei figlia di un forte e che sei un’anima forte e che Io ti voglio fare fortissima. Compatisco le debolezze nelle altre perché esse sono sempre state donne miti e timide, tua sorella compresa. In te non lo sopporto. 44Ti lavorerò col fuoco e sull’incudine. Perché sei tempra che va lavorata così per non guastare il miracolo della tua e della mia volontà. 45Questo sappilo tu e chi fra i presenti o fra gli assenti può pensare che Io per il tanto che ti ho amata possa divenire debole con te. Ti concedo di piangere per pentimento e per amore. Non per altro. Hai capito?». Gesù è suggestionante e severo.

46Maria di Magdala si sforza ad inghiottire lacrime e singulti e scivola in ginocchio, bacia i piedi di Gesù e, cercando di fare sicura la voce, dice: «Sì, mio Signore. Farò ciò che Tu vuoi».

47«Alzati, allora, e sii serena».

254. L’incontro con Sintica, il primo
fiore della Grecia di Cristo, e l’arrivo a Cesarea Marittima
[91].

Le sorprese delle discepole.

Ancora ambiente estivo.

1Non vedo la città di Dora. Il sole è al tramonto, i pellegrini sono diretti a Cesarea. Ma la sosta di Dora non l’ho vista. Forse è stata solo una sosta senza nulla di notevole da segnalare. Il mare sembra infuocato, tanto riflette nella sua calma il rosso del cielo, un rosso quasi irreale tanto è violento. Sembra che sia stato versato sangue sulla volta del firmamento. Fa ancora caldo, nonostante l’aria marina renda sopportabile questo calore. Camminano sempre lungo mare, per fuggire l’ardore del terreno asciutto, e molti si sono addirittura levati i sandali e rialzate le vesti per entrare nell’acqua.

Pietro dichiara: «Se non c’erano le discepole mi mettevo nudo e andavo lì dentro fino al collo».

Notizie di bestie nocive di acque dolci.

2Ma deve uscire anche di lì perché la Maddalena, che era avanti con le altre, torna indietro e dice: «Maestro, io sono pratica di questa zona. Vedi là dove il mare ha quel filo giallo nel suo azzurro? Là si butta un fiume, perenne anche in questi tempi di estate. E bisogna saperlo varcare…».

«Ne abbiamo varcati tanti! Non sarà il Nilo! Varcheremo anche questo», dice Pietro.

3«Non è il Nilo. Ma nelle sue acque e sulle sue rive ci sono bestie d’acqua nocive. Occorre non passare con leggerezza e scalzi per non essere feriti».

«Oh! Chi sono mai? Dei Leviatan?».

4«Hai detto bene, Simone. Sono proprio dei coccodrilli. Piccoli, è vero, ma sufficienti a non farti camminare per un pezzo».

«E che ci stanno a fare?».

5«Ci sono stati portati per culto, credo, fin da quando qui regnavano i fenici. E ci sono rimasti, diventando sempre più piccoli, ma non meno aggressivi perciò, passando dai templi alla fanghiglia del fiume. Ora sono grossi lucertoloni, ma con certi denti! I romani vengono qui per partite di caccia e per divertimenti vari… Ci sono venuta anche io con loro. Tutto serve per… occupare il tempo. E poi le pelli sono belle e si usano per molte cose. Lasciate perciò che per la mia esperienza vi guidi».

«Va bene. Mi piacerebbe vederli…», dice Pietro.

6«Forse ne vedremo qualcuno, benché siano quasi sterminati tanto sono cacciati».

La paura di Marta.

7Lasciano la riva e piegano verso l’interno, fino a trovare una strada maestra a metà spazio tra le colline e il mare, e giungono presto ad un ponte molto arcuato, gettato su un fiumicello di letto piuttosto grande, ma ora povero d’acque, ridotte al centro dell’alveo che, dove non ha acqua, mostra falaschi e canne, ora semiarsi dall’estate, in altre stagioni formanti certo minuscole isole fra le acque. Le sponde invece hanno cespugli e alberi folti.

8Per quanto aguzzino lo sguardo, non vedono nessun animale e molti ne sono delusi. Ma quando stanno per finire il valico del ponte, il cui unico arco è molto alto, forse per non essere invaso dalle acque in tempo di piena – una robusta costruzione forse romana – Marta dà uno strillo acutissimo e scappa indietro terrorizzata. Un grossissimo lucertolone – non sembra più di così – avente però la testa classica del coccodrillo, sta per traverso sulla via, fingendosi dormente.

«Ma non avere paura!», grida la Maddalena.

9«Quando sono lì non sono pericolosi. Il brutto è quando sono nascosti e ci si va sopra senza vederli».

10Ma Marta sta prudentemente indietro. Anche Susanna non scherza… Maria d’Alfeo è più coraggiosa nella sua prudenza e stando vicino ai suoi figli va avanti e guarda. Gli apostoli poi non hanno proprio paura e guardano facendo commenti sulla brutta bestia, la quale si degna di girare lentamente la testa per farsi vedere anche di fronte e poi accenna a muoversi, e sembra voglia venire in direzione dei suoi disturbatori. Altro strillo di Marta che fugge più indietro, imitata ora anche da Susanna e Maria Cleofe. Ma Maria di Magdala raccoglie un sasso e lo tira alla bestia e questa, colpita al fianco, scappa giù per il greto e si immelma nell’acqua.

«Vieni avanti, paurosa. Non c’è più», dice alla sorella. Le donne tornano vicine.

Riputati animali sacri.

«Però è proprio brutto», commenta Pietro.

«É vero, Maestro, che una volta davano loro per cibo delle vittime umane?», chiede l’Iscariota.

11«Era riputato animale sacro, rappresentava un dio e, come noi consumiamo il sacrificio al nostro Dio, essi, i poveri idolatri, lo facevano con i modi e gli errori che la loro condizione portava».

«Ma ora più?», chiede Susanna.

12«Io credo che non è escluso che ancora si faccia in luoghi idolatri», dice Giovanni di Endor.

«Mio Dio! Ma li daranno morti, eh?».

13«No. Li danno vivi, se li danno. Fanciulle, bambini, in genere. Le primizie del popolo. Almeno così ho letto», risponde sempre Giovanni alle donne che si guardano intorno spaurite.

«Io morirei di paura se dovessi andargli vicino», dice Marta.

14«Davvero? Ma questo è nulla, donna, rispetto al vero coccodrillo. É lungo e largo almeno tre volte tanto».

«E affamato anche. Questo era certo sazio di bisce o conigli selvatici».

«Misericordia! Anche bisce! Ma dove ci hai portato, Signore!», geme Marta così spaurita che l’ilarità prende irresistibilmente tutti.

15Ermasteo, che ha sempre taciuto, dice: «Non avere alcuna paura. Basta fare molto rumore e scappano tutti. Sono pratico. Sono stato nel basso Egitto più volte».

Tutto il creato è utile.

16Si mettono in marcia battendo le mani o picchiando sui tronchi. E il punto pericoloso è sorpassato. Marta si è messa vicino a Gesù e chiede spesso: «Ma non ce ne saranno proprio più?».

17Gesù la guarda e scrolla il capo sorridendo, ma la rassicura: «La pianura di Saron non è che bellezza, e ormai ci siamo. Ma in verità oggi le discepole mi hanno serbato delle sorprese! Non so proprio perché tu sia così paurosa».

«Non lo so neanche io. Ma tutto ciò che striscia mi terrorizza. Mi pare di sentire il freddo di quei corpi, certo freddi e viscidi, su di me. E mi chiedo anche perché ci sono. Sono forse necessari?».

18«Questo andrebbe chiesto a Colui che li fece. Ma credi che se li ha fatti è segno che sono utili. Non foss’altro che per fare brillare l’eroismo di Marta», dice Gesù con un brillio arguto negli occhi.

«Oh! Signore! Tu scherzi e hai ragione. Ma io ho paura e non mi vincerò mai».

Il primo fiore della Grecia per il Messia.

Sintica, la schiava greca.

19«Lo vedremo questo… Cosa si muove là, fra quei cespugli?», dice Gesù drizzando il capo e spingendo lo sguardo in avanti, verso un groviglio di rovi e altre piante dai lunghi rami portati all’assalto di un muraglione di fichi d’India, che sono più indietro con le loro palette dure quanto i rami assalitori sono flessibili.

«Un altro coccodrillo, Signore?!…», geme Marta terrorizzata.

20Ma il frascare aumenta e ne sporge un volto umano, di donna. Guarda. Vede tutti questi uomini, è incerta se fuggire per la campagna o imbucarsi nella galleria selvaggia. Ma vince la prima cosa e fugge con uno strido.

«Lebbrosa?»,

«Pazza?»,

«Indemoniata?», si chiedono restando perplessi.

21Ma la donna torna indietro, perché da Cesarea già prossima si avanza un carro romano. La donna è come un topo in trappola. Non sa dove andare, perché Gesù e i suoi sono ora presso il cespuglio che le era di rifugio e non vi può tornare, verso il carro non vuole andare… Nelle prime caligini della sera, perché la notte cade rapida dopo il tramonto potente, si vede che è giovane e graziosa, malgrado sia lacera nelle vesti e spettinata.

22«Donna! Vieni qui!», ordina Gesù imperiosamente.

La donna tende le braccia supplicando: «Non mi fare del male!».

23«Vieni qui. Chi sei? Non ti faccio del male», e lo dice così dolcemente che la persuade.

La donna viene avanti curva e si getta al suolo dicendo: «Chiunque tu sia, abbi pietà. Uccidimi ma non mi consegnare al padrone. Sono una schiava scappata…».

24 «Chi era il tuo padrone? E tu di dove sei? Ebrea no di certo. Il tuo modo di parlare lo dice. E anche la tua veste».

25«Sono greca. La schiava greca di… Oh! pietà! Nascondetemi! Il carro sta per arrivare…».

26Fanno tutti gruppo intorno all’infelice raggomitolata al suolo. La veste lacerata dai pruni mostra le spalle solcate di colpi e decorate di sgraffi. Il carro passa senza che nessuno di chi è in esso mostri interesse al gruppo fermo presso la siepe.

27«Sono andati avanti, parla. Se possiamo, ti aiutiamo», dice Gesù mettendole la punta delle dita sulle chiome disfatte.

28«Sono Sintica, la schiava greca di un nobile romano al seguito del Proconsole».

«Ma allora sei la schiava di Valeriano!», esclama Maria di Magdala.

«Ah! pietà, pietà! Non mi denunciare a lui», supplica l’infelice.

29«Non temere. Io non parlerò mai più con Valeriano», risponde la Maddalena. E spiega a Gesù: «É uno fra i più ricchi e sozzi romani che qui abbiamo. E come è sozzo, è crudele».

Natura e dignità dell’anima.

30«Perché sei fuggita?», domanda Gesù.

«Perché ho un’anima. Non sono una mercanzia… (la donna si rinfranca vedendo di avere trovato dei pietosi). Non sono una mercanzia. Egli mi ha comperata. É vero. Ma potrà avere comperato la mia persona per abbellire la sua casa, perché io gli rallegri le ore con la lettura, perché lo serva. Ma non altro. L’anima è mia! Non è cosa che si compra. Egli voleva anche quella».

31«Come sai tu di anima?».

«Non sono illetterata, Signore. Preda di guerra fin dalla più giovane età. Ma non plebea. Questo è il mio terzo padrone ed è un lurido fauno. 32Ma in me restano le parole dei nostri filosofi. E so che non è solo carne in noi. Vi è qualche cosa di immortale chiuso in noi. Qualcosa che non ha esatto nome per noi. Ma di recente il suo nome lo so. 33É passato, un giorno, un uomo da Cesarea, facendo prodigi e parlando meglio di Socrate e Platone. Molto se ne è parlato, nelle terme e nei triclini, o nei peristili dorati, sporcando il suo augusto nome col dirlo nelle sale delle orge immonde. 34E il mio padrone, a me, proprio a me che già sentivo di avere qualcosa di immortale che solo a Dio spetta e non si compera come merce su un mercato di schiavi, ha fatto rileggere le opere dei filosofi per confrontare e cercare se questa cosa ignorata, che l’uomo venuto a Cesarea ha nominato “anima”, vi fosse descritta. 35 A me, a me ha fatto leggere questo! A me che voleva asservire al suo senso! Ho così saputo che questa cosa immortale è l’anima. E mentre Valeriano con altri suoi pari ascoltava la mia voce, e fra un’eruttazione e uno sbadiglio tentava comprendere, paragonare e discutere, io univo i loro discorsi, riportanti quelli dello Sconosciuto, alle parole dei filosofi, e me le mettevo qui, e me ne facevo una dignità sempre più forte, per respingere la sua libidine… 36Mi ha battuta a morte, sere or sono, perché l’ho respinto a colpi di denti… e sono fuggita il giorno dopo… Sono cinque giorni che vivo in quel folto, cogliendo di notte more e fichi d’India. Ma finirò per essere presa. Mi cerca certo. Costo molto denaro e piaccio troppo al suo senso perché mi lasci stare… Abbi pietà! 37 Ti chiedo, tu sei ebreo e certo sai dove si trova, ti chiedo di condurmi dallo Sconosciuto che parla agli schiavi e che parla dell’anima. Mi hanno detto che è povero. Farò la fame, ma voglio stargli vicino perché mi istruisca e mi rialzi. Vivere con i bruti abbrutisce, anche se ad essi si fa resistenza. Voglio ritornare a possedere la mia dignità morale».

Le discepole accolgono Sintica.

38«Quell’uomo, lo Sconosciuto che cerchi, ti è davanti».

«Tu? O ignoto Dio dell’Acropoli, ave!», e si curva fino con la fronte al suolo.

39«Qui non puoi stare. Ma Io vado a Cesarea…».

«Non mi lasciare, Signore!».

40«Non ti lascio… Penso…».

41«Maestro, il nostro carro è certo al luogo convenuto, in attesa. Manda ad avvertire. Sul carro sarà sicura come in casa nostra», consiglia Maria di Magdala.

 «Oh! sì, Signore. A noi, al posto del vecchio Ismaele. La istruiremo di Te. Sarà una strappata al paganesimo», supplica Marta.

42«Vuoi venire con noi?», chiede Gesù.

«Con chiunque dei tuoi purché non sia più con quell’uomo. Ma… ma qui una donna ha detto che lo conosce? Non mi tradirà? Non verranno nella sua casa dei romani? Non…».

«Non avere paura. A Betania non vengono romani, e di quel genere soprattutto», rassicura la Maddalena.

43«Simone e Simon Pietro, andate a cercare del carro. Noi vi attendiamo qui. Entreremo in città dopo», ordina Gesù.

Magdalena, felice di essere la discepola.

La nutrice di Maddalena.

44…Quando il pesante carro coperto si annuncia col rumore degli zoccoli e delle ruote e col lume penzolante dal suo tetto, quelli che attendevano si alzano dalla proda, dove certo hanno cenato, e si fanno sulla via. Il carro si ferma traballando sul margine della via sconquassata e ne scendono Pietro e Simone, subito seguiti da una donna anziana che corre ad abbracciare la Maddalena dicendo: «Non un momento, non un momento di ritardo a dirti che io sono felice, a dirti che tua madre giubila con me, a dirti che tu sei tornata la bionda rosa della nostra casa, come quando dormivi nella cuna dopo avermi succhiato il seno», e la bacia e ribacia.

Maria piange fra le sue braccia.

45«Donna, ti affido questa giovane e ti chiedo il sacrificio di attendere qui tutta la notte. Domani potrai andare al primo villaggio sulla via consolare e attendere lì. Verremo entro l’ora di terza», dice Gesù alla nutrice.

46«Tutto sia come Tu vuoi, benedetto Tu sia! Solo lascia che io dia a Maria le vesti che le ho portate». E risale sul carro con Maria SS. e Maria e Marta. Quando ne tornano fuori, la Maddalena è quale la vedremo in seguito, sempre: con una semplice veste, un ampio lino sottile per velo e un mantello senza ornamenti.

47«Vai pure tranquilla, Sintica. Domani verremo noi pure. Addio», saluta Gesù. E riprende il cammino verso Cesarea…

Il lungomare.

48Il lungomare è molto popolato di gente che vi passeggia al lume di torce o fanali portati da schiavi, respirando l’aria che viene dal mare, un grande refrigerio ai polmoni stanchi dell’afa estiva. E chi passeggia è proprio la classe dei ricchi romani. Gli ebrei sono chiusi nelle loro case e godono il fresco dall’alto delle stesse. Il lungomare sembra un lunghissimo salotto in ora di visite. Passarvi vuol dire essere letteralmente analizzati in ogni particolare. Eppure Gesù passa proprio di lì… per quanto è lungo il lungomare, incurante di chi lo osserva, commenta e deride.

«Maestro, Tu qui? A quest’ora?», domanda Lidia seduta su una specie di poltrona, o lettuccio, portatole dagli schiavi sul limite della via. E si alza in piedi.

49«Vengo da Dora e ho fatto tardi. Vado in cerca di alloggio».

«Ti direi: ecco la mia casa», e accenna ad un bell’edificio alle sue spalle. «Ma non so se…».

50«No. Ti ringrazio. Ma non accetto. Ho con Me molti e già sono andati avanti due ad avvertire persone che conosco. Credo mi ospiteranno».

L’unica saggezza della Maddalena.

51L’occhio di Lidia si posa anche sulle donne che Gesù ha indicato insieme ai discepoli e subito ravvisa la Maddalena.

«Maria? Tu? Ma allora è vero?».

52Maria di Magdala ha uno sguardo di gazzella accerchiata: torturato. E ne ha ragione perché non è Lidia da sola da affrontare, ma molti e molti che la guardano… Ma guarda anche Gesù e si rinfranca. È vero».

«Allora ti abbiamo perduta!».

53«No. Mi avete trovata. Almeno spero di ritrovarvi un giorno, e con un’amicizia migliore, sulla via che ho finalmente trovata. Dillo, ti prego, a tutti quelli che mi conoscono. Addio, Lidia. Dimentica tutto il male che mi hai visto fare, te ne chiedo perdono…».

«Ma Maria! Perché ti avvilisci? Abbiamo fatto la stessa vita, dei ricchi e sfaccendati, e non c’è…».

54 «No. Io ho fatto una vita peggiore. Ma ne sono uscita. E per sempre».

55«Ti saluto, Lidia», abbrevia il Signore e si avvia verso il cugino Giuda, che con Tommaso viene verso di Lui. Lidia trattiene ancora un attimo la Maddalena.

«Ma dimmi il vero, ora che siamo fra noi: sei tu veramente convinta?».

56«Non convinta: felice di essere la discepola. Ho solo un rimpianto, di non avere conosciuto prima la Luce e di avere mangiato il fango invece di nutrirmi di Essa. Addio, Lidia».

La risposta suona netta nel silenzio che si è fatto intorno alle due donne. Nessuno dei molti presenti parla più… Maria si volge e, rapida, cerca di raggiungere il Maestro.

57Un giovane le si para davanti: «É la tua ultima pazzia?», dice e fa per abbracciarla. Ma, mezzo ubriaco come è non ci riesce, e Maria gli sfugge gridandogli: «No, è la mia unica saggezza».

Raggiunge le compagne, velate come maomettane tanto hanno ribrezzo di esser viste da quei viziosi.

«Maria», dice trepida Marta, «hai molto sofferto?».

58«No. E, ha ragione, e ora non soffrirò mai più per questo. Ha ragione Lui…».

Svoltano tutti in una vietta oscura per entrare poi in una casa vasta, certo un albergo, per la notte.

255. Partenza di Marta e Maria con Sintica. Una lezione a Giuda Iscariota. Applicazione della legge sullo schiavo[92].

L’imperfezione degli apostoli.

La pianura di Saron.

1E di nuovo in cammino, piegando a oriente, diretti verso la campagna.

2Ora gli apostoli e i due discepoli sono con Maria Cleofe e Susanna dietro di qualche metro a Gesù, che è con sua Madre e le due sorelle di Lazzaro. Gesù parla fitto fitto. Gli apostoli invece non parlano. Sembrano stanchi o sconfortati. Non li attira neppure la bellezza della campagna che è veramente splendida, nelle sue lievi ondulazioni gettate sulla pianura come tanti cuscini verdi sotto i piedi di un re gigante, coi suoi colli di pochi metri messi qua e là a preludere le catene del Carmelo e della Samaria. 3Sia nel piano, che è il sovrano del luogo, sia sulle decorazioni di questi piccoli colli e onde di terra, è tutto un fiorire di erbe e un maturare di frutta. 4Deve essere un luogo irriguo nonostante la regione e la stagione, perché è troppo florido per essere senza dovizia d’acque. Comprendo adesso perché la pianura di Saron sia tante volte nominata con entusiasmo nella sacra Scrittura.

Gli apostoli procedono imbronciati.

5Ma questo entusiasmo non è per nulla condiviso dagli apostoli, che procedono come un poco imbronciati, unici che abbiano dei bronci in questa giornata serena e in questa plaga ridente.

6La strada consolare, molto ben tenuta, taglia col suo nastro bianco questa campagna fertilissima e, data l’ora mattutina, ancora è facile incontrare contadini carichi di derrate, oppure viaggiatori diretti a Cesarea. Uno, che raggiunge con una fila di asini carichi di sacchi gli apostoli e li costringe a scansarsi per fare posto alla carovana asinina, chiede con arroganza: «Il Kison è qui?».

7«Più indietro», risponde secco Tommaso e brontola fra i denti: «Pezzo di tanghero!».

8«È un samaritano, e basta questo a dire tutto!», risponde Filippo.

Lgli apostoli criticano il Maestro.

9Ricadono nel silenzio. Dopo qualche metro, così, come terminando un interno discorso, Pietro dice: «Per quello che è giovato! Valeva la pena di fare tanta strada?».

10«Ma già! Perché poi siamo andati a Cesarea se non ha detto una parola? Io credevo volesse fare qualche stupefacente miracolo per persuadere i romani. Invece…», dice Giacomo di Zebedeo.

11«Ci ha portati alla berlina e basta», commenta Tommaso.

12E l’Iscariota rincara: «E ci ha fatto soffrire. Ma a Lui piacciono le offese e crede che piacciano a noi pure».

13«Veramente chi ha sofferto in questo caso è Maria di Teofilo», osserva pacato lo Zelote.

14«Maria! Maria! É diventata il centro dell’universo Maria? Non soffre che lei, non è eroica che lei, non è da formarsi che lei. Se sapevo, divenivo ladrone e omicida per essere poi oggetto di tante premure», scatta l’Iscariota.

15«Veramente, l’altra volta che venimmo a Cesarea e Lui fece miracolo ed evangelizzò, noi lo affliggemmo dei nostri malcontenti per averlo fatto», osserva il cugino del Signore.

La nullità vuole mettersi in alto.

16«É che noi non sappiamo ciò che vogliamo… Fa così e brontoliamo, fa l’opposto e brontoliamo. Siamo difettosi», dice serio Giovanni.

17«Oh! ecco l’altro sapiente che parla! Certo è che non si fa nulla di buono da tempo».

18«Nulla, Giuda? Ma quella greca, ma Ermasteo, ma Abele, ma Maria, ma…».

19«Non è con queste nullità che Egli fonderà il Regno», ribatte l’Iscariota, ossessionato dall’idea di un trionfo terreno.

20«Giuda, ti prego di non giudicare le opere di mio Fratello. È una pretesa ridicola. Un bambino che vuole giudicare il maestro, per non dire: una nullità che vuole mettersi in alto», dice il Taddeo che, se ha in comune il nome, ha però una invincibile antipatia per il suo omonimo.

21«Ti ringrazio di esserti limitato a dirmi bambino. Veramente, dopo avere tanto vissuto nel Tempio, credevo di essere giudicato almeno maggiorenne», risponde sarcastico l’Iscariota.

Comprendere è ubbidire senza discutere

22«Oh! come sono pesanti queste dispute!», sospira Andrea.

23 Davvero! Invece di fonderci, più si vive insieme, ci si separa. E pensare che a Sicaminom Egli ha detto che noi bisogna essere uniti al gregge. Come lo saremo, se fra pastori non lo siamo?», osserva Matteo.

24«Non si deve allora parlare? Mai dire il nostro pensiero? Non siamo schiavi, credo».

25«No, Giuda. Non siamo schiavi. Ma siamo degli indegni di seguirlo perché non lo comprendiamo», dice calmo lo Zelote.

26«Io lo comprendo benissimo».

27«No. Non lo comprendi, e con te non lo comprendono, più o meno, tutti quelli che lo criticano. Comprendere è ubbidire senza discutere perché si è persuasi della santità di chi guida», dice ancora lo Zelote.

28«Ah! ma tu alludi a comprendere la sua santità! Io dicevo le sue parole. La santità è indiscussa e indiscutibile», si affretta a dire l’Iscariota.

29«E puoi scindere questa da quelle? Un santo avrà sempre a possesso la Sapienza, e le sue parole saranno sapienti».

I nervosismi alontanano le vocazioni.

30«E’ vero. Ma fa degli atti nocivi. Certo per troppa santità. Lo concedo. Ma il mondo non è santo, e Lui si crea delle noie. Ora, per esempio, questo filisteo e questa greca credi tu che ci giovino?».

31«Ma se io devo nuocere mi ritiro», dice mortificato Ermasteo. «Io ero venuto con l’idea di dargli onore e di fare cosa giusta».

32«Gli daresti un dolore andandotene per questo motivo», gli risponde Giacomo d’Alfeo.

33«Lascerò credere che ho cambiato idea. Ora lo saluterò e… me ne andrò».

34«No davvero! Tu non te ne vai. Non è giusto che per i nervosismi altrui il Maestro perda un discepolo buono», scatta Pietro.

35«Ma se se ne vuole andare così per poco, è segno che non è sicuro della sua volontà. Lascialo perciò andare», risponde l’Iscariota.

Il difensore delle opere di Gesù.

36Pietro perde la pazienza: «Ho promesso a Lui, quando mi ha dato Marziam, di diventare paterno con tutti, e mi dispiace di mancare alla promessa. Ma tu mi ci porti. Ermasteo è qui e qui resta. Sai cosa ti devo dire? Che sei tu quello che turbi le volontà degli altri e le fai incerte. Sei uno che separa e disordina. Ecco quello che sei. E vergognatene».

37«Cosa sei? Il protettore dei…».

38«Sissignore. Hai detto bene. So ciò che vuoi dire. Protettore della Velata, protettore di Giovanni di Endor; protettore di Ermasteo, protettore di quella schiava, protettore di quanti altri sono trovati da Gesù e non sono gli splendidi esemplari pavoneschi del Tempio, i fabbricati con la sacra calcina e le ragnatele del Tempio, gli stoppini fragranti di morchia dei lumi del Tempio, i come te, insomma, per rendere più chiara la parabola, perché se il Tempio è molto, a men che io non sia divenuto scemo, il Maestro è da più del Tempio e tu gli manchi…».

39Urla tanto che Gesù si ferma e si volta e accenna a tornare indietro, lasciando le donne.

L’imperfezione dell’apostolo è molto dannosa.

40«Ha sentito! Ora sarà afflitto!», dice l’apostolo Giovanni.

41«No, Maestro. Non venire. Discutevamo… per ingannare la noia del cammino», dice pronto Tommaso.

42Ma Gesù sta fermo in modo da essere raggiunto.

43«Che discutevate? Ancora una volta devo dirvi che le donne vi superano?». Il dolce rimprovero tocca il cuore di tutti. Tacciono abbassando il capo.

44«Amici, amici! Non siate oggetto di scandalo a coloro che solo ora nascono alla Luce! Non sapete che nuoce più un’imperfezione in voi che tutti gli errori che sono nel paganesimo, alla redenzione di un pagano o di un peccatore?».

45Nessuno risponde perché non sanno cosa dire per giustificarsi o per non accusare.

Le discepole del Messia.

Noemí insegna ad usare la porpora alla Vergine.

46Presso un ponte su un torrente secco è fermo il carro delle sorelle di Lazzaro. I due cavalli pasturano coll’erba folta delle rive del torrente, forse secco da poco e perciò con sponde ben nutrite di erba. Il servo di Marta e uno, forse il conducente, sono pure sul greto, mentre le donne sono chiuse nel carro, che è tutto coperto da una pesante coperta fatta di pelli conciate che scendono a modo di cortine pesanti fino sul piano del carro. Le donne discepole si affrettano ad esso e il servo che le vede per primo dà l’allarme alla nutrice, mentre l’altro si affretta a condurre i cavalli alle stanghe. Il servo intanto corre dalle padrone inchinandosi fino a terra.

47La anziana nutrice, una bella donna di colorito olivastro, ma piacente, scende lesta e va dalle sue padrone. Ma Maria di Magdala le dice qualche cosa e lei si dirige subito alla Vergine dicendo: «Perdona… Ma è tanta la gioia di vederla che non vedo che lei. Vieni, benedetta. Il sole brucia. Sul carro è ombra».

48E salgono tutte in attesa degli uomini rimasti molto indietro. Mentre attendono e mentre Sintica, rivestita della veste che ieri aveva la Maddalena, bacia i piedi delle sue padrone – come si ostina a dirle lei, nonostante che esse le dicano che non è per loro né serva né schiava, ma solo ospite in nome di Gesù – la Vergine mostra il prezioso fagottello della porpora, chiedendo come si può filare quella cortissima barbetta il cui stame rifiuta umidore e torcitura.

49«Non si usa così, Donna. Va ridotta in polvere e usata come qualunque altra tintura. Questa è la bava della conchiglia, non è un capello né un pelo. Vedi come è friabile ora che è secca? Tu la riduci in polvere fina, la setacci perché non rimanga nessun pezzo lungo che macchierebbe il filato o la stoffa. Meglio se tingi il filato in matasse. Quando sei sicura che è tutta in polvere, la sciogli come si fa con la cocciniglia, o lo zafferano, o la polvere dell’indaco, o altre di altre cortecce, o radici, o frutti, e la usi. Ferma la tinta con dell’aceto forte per ultima sciacquatura».

L’addio della Vergine alle discepole del Cristo.

50«Grazie, Noemi. Farò come tu insegni. Ho ricamato con fili porporini, ma me li avevano dati già pronti all’uso… 51Ecco Gesù ormai vicino. É ora di salutarci, figlie. Vi benedico tutte nel nome del Signore. Andate in pace portando pace e gioia a Lazzaro.

52Addio, Maria. Ricordati che hai pianto sul mio petto il tuo primo felice pianto. Perciò ti sono madre, perché una creatura piange il suo primo pianto sul petto della sua mamma. Ti sono madre e tale ti sarò sempre.

53Quello che ti può pesare di dire anche alla più dolce delle sorelle, alla più amorosa delle nutrici, vieni a dirlo a me. Ti comprenderò sempre.

54Quello che non oseresti dire al mio Gesù perché ancora intriso di una umanità che Egli in te non vuole, vieni a dirlo a me. Ti compatirò sempre.

55E se poi vorrai dirmi anche i tuoi trionfi – ma questi preferisco tu li dia a Lui, come fragranti fiori, perché Lui e non io è il tuo Salvatore – io giubilerò con te.

56Addio, Marta. Ora tu te ne vai felice, e in questa felicità soprannaturale perdurerai. Non hai dunque altro bisogno fuor di quello di progredire nella giustizia fra mezzo alla pace che nulla più turba in te. Fallo per amor di Gesù, che ti ha amata tanto da amare questa che tu ami completamente.

57Addio, Noemi. Va’ col tuo tesoro ritrovato. Come per il latte con cui la sfamavi, ora sfamati tu alle parole che essa e Marta ti diranno, e giungi a vedere nel Figlio mio molto più dell’esorcista che libera i cuori dal Male.

58Addio, Sintica, fiore di Grecia, che hai saputo sentire da te sola che c’è qualcosa più della carne. Ora fiorisci in Dio e sii la prima dei nuovi fiori della Grecia di Cristo. Io sono molto contenta di lasciarvi unite così. Vi benedico con amore».

La piccola famiglia del Messia.

59Lo scalpiccìo dei passi è ormai vicino. Alzano la tenda pesante e vedono che Gesù è a un due metri dal carro. Scendono sotto al sole cocente che invade la via.

60Maria di Magdala si inginocchia ai piedi di Gesù dicendo: «Io ti ringrazio, di tutto. E anche molto di avermi fatto fare questo pellegrinaggio. Tu solo hai sapienza. Ora parto spogliata dei resti della Maria di un tempo. Benedicimi, Signore, per fortificarmi sempre più».

61«Sì. Ti benedico. Godi dei fratelli, e coi fratelli sempre più formati in Me. Addio, Maria. Addio, Marta. Dirai a Lazzaro che Io lo benedico. Vi affido questa donna. Non ve la dono. È mia discepola. Ma voglio che voi le diate un minimo di capacità di intendere la mia dottrina. Poi verrò Io. Noemi, ti benedico, e anche voi due».

62Marta e Maria hanno le lacrime agli occhi. Lo Zelote le saluta in particolare dando loro uno scritto per il suo servo. Gli altri hanno un saluto cumulativo. Poi il carro si mette in moto.

63«E ora andiamo in cerca di ombra. Dio le accompagni… Tanto ti spiace, Maria, che esse se ne siano andate?», chiede a Maria d’Alfeo che piange zitta zitta.

64«Sì. Erano molto buone…».

65«Le ritroveremo presto. E accresciute di numero. Avrai molte sorelle… o figlie, se più ti piace. É tutto amore, sia il materno che il fraterno», la conforta Gesù.

Una lezione sul diritto di asilo.

L’apostolo veleno.

«Purché ciò non crei delle noie…», mormora l’Iscariota.

66«Noie l’amarsi?».

«No. Noie avere persone di altra razza e di altra appartenenza».

67«Sintica, vuoi dire?».  

«Sì, Maestro. Infine essa era oggetto del romano e appropriarsene è male. Lo inquieterà verso di noi e ci attireremo addosso Ponzio Pilato coi suoi rigori».

68«Ma cosa vuoi che gli prema a Pilato se un suo dipendente perde una schiava? Lo conoscerà quello che vale! E se è un poco onesto, come si dice lo sia, in famiglia almeno, dirà che quella donna ha fatto bene a fuggire. Se poi è un disonesto dirà: “Ti sta bene. Così forse la trovo io”. I disonesti non sono sensibili ai dolori altrui. E poi! Oh! povero Ponzio! Con tutti i fastidi che gli diamo, ha ben altro che perder tempo per le querimonie di uno che si fa scappare una schiava!», dice Pietro. E gli danno ragione in molti, deridendo le rabbie del lubrico romano.

Il Deuteronomio ripete la parola di Dio.

69Ma Gesù porta la questione su un piano più alto. «Giuda, lo conosci il Deuteronomio?».

«Certamente, Maestro. E, non esito a dirlo, come pochi lo sanno».

70«Come lo giudichi?».

«Come portavoce di Dio».

71«Portavoce. Dunque ripetente la parola di Dio?».

«Proprio così».

72«Hai ben giudicato. Ma allora perché non giudichi che è bene fare ciò che esso ordina?».

«Io non l’ho mai detto questo. Anzi! Io trovo che proprio noi lo trascuriamo troppo seguendo la nuova Legge».

Il Deuteronomio è intoccabile.

73«La nuova Legge è il frutto dell’antica, ossia è la perfezione raggiunta dall’albero della Fede. Ma nessuno fra noi lo trascura, per quanto mi risulta, perché sono Io il primo a rispettarlo e a impedire che altri lo trascurino». Gesù è molto incisivo nel dire queste parole. Riprende: 74«Il Deuteronomio è intoccabile. Anche quando trionferà il mio Regno, e col mio Regno la nuova Legge coi suoi nuovi codici e paragrafi, esso sarà sempre applicato ai nuovi dettami, così come le pietre squadrate di antiche costruzioni vengono usate per le nuove perché sono pietre perfette che danno robuste muraglie. 75Ma ora non c’è ancora il mio Regno, ed Io, da fedele israelita, non faccio offesa né trascuranza al libro mosaico. Esso è base del mio modo di agire e del mio insegnamento. Sopra la base dell’Uomo e del Maestro, il Figlio del Padre mette la celeste costruzione della sua Natura e Sapienza.

Applicazione della Legge.

76Nel Deuteronomio è detto: “Non consegnerai al padrone lo schiavo che si è rifugiato presso di te. Egli abiterà con te nel luogo che gli parrà, starà tranquillo in una delle tue città e tu non lo contristerai”[93]. Questo nel caso che uno sia costretto a fuggire da una schiavitù inumana.

77Nel mio caso, in quello di Sintica, vi è la fuga non verso una libertà limitata, ma verso la libertà illimitata del Figlio di Dio. E vuoi tu che Io, a questa allodola fuggita al laccio dei cacciatori, metta di nuovo il filetto, e la renda alla sua prigione per levarle anche la speranza dopo la libertà? No, mai! Benedico Iddio che, come l’andata ad Endor ha portato questo figlio al Padre, l’andata a Cesarea ha portato questa creatura a Me perché Io la porti al Padre.

78A Sicaminon vi ho parlato della potenza della Fede. Oggi vi parlerò della luce della Speranza. Ma ora, in questo folto frutteto, sostiamo a mangiare e a riposare. Perché il sole arde come se l’inferno fosse aperto».

256. Presso dei vignaioli, guarigione di un vecchio cieco e parabola sulla speranza[94]

La speranza di vedere il Messia

Carità e fede dei vignaiuoli

1Visti da alcuni vignaiuoli che passano per il frutteto, carichi di ceste di un’uva bionda come fosse fatta con l’ambra, gli apostoli vengono interrogati.

2«Siete pellegrini o forestieri?».

«Galilei siamo e pellegrini verso il Carmelo», risponde per tutti Giacomo di Zebedeo, che con i compagni pescatori si sgranchisce le gambe per finire di vincere un resto di sonnolenza. L’Iscariota e Matteo si stanno svegliando sull’erba su cui si erano sdraiati, e i vecchi, invece, stanchi, dormono ancora. Gesù parla con Giovanni di Endor ed Ermasteo, mentre Maria e Maria Cleofe si tengono lì vicine, ma stanno zitte.

3I vignaiuoli dicono: «E venite da lontano?».

«Da Cesarea per ultima tappa. Ma prima eravamo a Sicaminom e più là ancora. Veniamo da Cafarnao».

 4«Oh! che lunga strada in questa stagione! Ma perché non siete venuti alla nostra casa? É là, la vedete? Vi avremmo dato acqua fresca per ristoro alle membra e cibo, paesano ma buono. Venite ora».

«Stiamo per partire. Dio vi compensi lo stesso».

Fede dei vignaiuoli.

5«Il Carmelo non fugge sul carro di fuoco come il suo profeta», dice un contadino semiserio.

6«Non viene più nessun carro dal Cielo a rapire i profeti. Non ci sono più profeti in Israele. Si dice che Giovanni sia già morto», dice l’altro contadino.

«Morto? E da quando?».

«Così hanno detto alcuni venuti da oltre Giordano. Lo veneravate?».

«Eravamo suoi discepoli».

7«Perché lo avete lasciato?»

«Per seguire l’Agnello di Dio, il Messia che egli annunciò. Vi è ancora questo in Israele, uomini. E ben più di un carro di fuoco occorrerebbe per fare degno trasporto di Lui in Cielo! Non credete al Messia?».

 8«Se ci crediamo! Abbiamo deciso che, finito il raccolto, lo andremo a cercare. Si dice che è zelante all’ubbidienza della Legge e va al Tempio nelle solennità prescritte. Andremo presto ai Tabernacoli e staremo al Tempio tutti i giorni per vederlo. E se non lo troveremo andremo in cerca di Lui finché lo abbiamo trovato. Voi che lo conoscete, diteci: è vero che sta a Cafarnao quasi sempre? É vero che è alto, giovane, pallido, biondo e che ha una voce diversa da tutti gli uomini, la quale tocca i cuori e fino le bestie e le piante la sentono?».

9«Tutti i cuori meno quelli dei farisei, Gamala. Quelli si sono fatti più aspri».

«Quelli non sono neppure bestie. Sono dei demoni, compreso quello di cui io porto il nome. Ma dite: è vero che è così e che è tanto buono che parla con tutti, consola tutti, guarisce i morbi e converte i peccatori?».

«Questo credete?».

10«Sì. Ma vorremmo saperlo da voi che lo seguite. Oh! se ci conduceste da Lui!».

«Ma non avete le vigne da curare?».

11«Abbiamo anche l’anima da curare, ed è più delle vigne. É a Cafarnao? Forzando il cammino, in dieci giorni potremmo andare e tornare…».

Lo stupore di stare davanti al Messia.

 12«É là Quello che cercate. Ha riposato nel vostro frutteto ed ora parla con quel vecchio e quel giovane, avendo al fianco la Madre e la sorella della Madre».

13«Quello!… Oh!… Che si fa?».

Restano irrigiditi dallo stupore. Sono tutti occhi per guardare. La loro vitalità è tutta raccolta nelle pupille.

«Ebbene? Tanto desiderio avevate di vederlo e ora non vi muovete? Siete divenuti di sale?», stuzzica Pietro.

14«No.… è che… Ma è così semplice il Messia?».

«Ma che volevate che fosse? Assiso su un trono folgoreggiante e coperto del regio ammanto? Lo credevate un nuovo Assuero?».

15«No. Ma… così semplice, Lui così santo!».

«É ben semplice perché è santo, uomo. Bene, facciamo così… Maestro! Abbi pazienza, vieni qui a fare un miracolo. Ci sono qui uomini che ti cercano e che il vederti ha pietrificati. Vieni a rendere loro moto e parola».

16Gesù, che si è voltato sentendosi chiamare, si alza sorridendo e viene verso i vignaiuoli che lo guardano tanto stupefatti da parere impauriti.

17«La pace a voi. Mi volevate? Eccomi», e ha l’atto abituale delle braccia che si aprono tendendosi un poco come per offrirsi. I vignaiuoli scivolano in ginocchio e stanno zitti.

18 «Non temete. Ditemi ciò che volete».

Tendono i cesti colmi d’uva senza parlare.

19Gesù ammira la splendida frutta e, dicendo: «Grazie», stende una mano a prendere un grappolo e inizia a mangiare i chicchi.

«O Dio altissimo! Mangia come noi!», sospira quello chiamato Gamala.

20É impossibile non ridere di questa uscita. Anche Gesù ha un sorriso più marcato, e quasi a scusarsi dice: «Sono il Figlio dell’uomo!».

Ma il gesto ha vinto il torpore estatico, e Gamala dice: «Non entreresti nella nostra casa, fino al vespero almeno? Siamo in molti, perché siamo sette fratelli con le spose e i bambini, più i vecchi che attendono la morte con pace».

21«Andiamo. Voi chiamate i compagni e raggiungeteci. Madre, vieni con Maria».

22E Gesù si avvia dietro ai contadini, che si sono rialzati e camminano un poco di sbieco per vederlo camminare. Il sentiero è piccolo, fra i tronchi degli alberi legati l’un coll’altro dalle viti.

Il Messia in casa.

23Giungono presto alla casa, anzi alle case, perché è un piccolo quadrato di case con al centro un comune ampio cortile nel quale è un pozzo, e vi si accede da un profondo corridoio che fa da vestibolo e che certo nella notte viene chiuso col portone pesante.

24«La pace sia a questa casa e a chi vi abita», dice Gesù entrando e alzando la mano a benedire, per poi abbassarla ad accarezzare un puttino seminudo che lo guarda estatico, bellissimo nella sua camicina senza maniche che è scivolata dalla spalla grassoccia, ritto sui piedini nudi, con un ditino in bocca e una crosta di pane unta d’olio nell’altra manina.

25«É Davide, il bambino di mio fratello minore», spiega Gamala, mentre un altro dei vignaiuoli entra nella casa più prossima a dare l’avviso e poi ne esce per entrare in un’altra e così fa per tutte, di modo che visi di tutte le età si affacciano e poi si ritirano per ritornare dopo una sommaria toletta.

Un modello di speranza.

Il padre dei vignaioli.

26Seduto all’ombra di una tettoia sporgente, alla quale fa da riparo un fico gigantesco, è un vecchio col bastoncello fra le mani. Non alza neppure il capo, come niente lo interessasse.

27«É nostro padre», spiega Gamala. «Uno dei vecchi della casa, perché anche la moglie di Giacobbe ha portato qui il padre rimasto solo, e poi vi è la vecchia madre di Lia, la più giovane sposa. Nostro padre è cieco. Gli si è fatto il velo sulle pupille. Tanto sole nei campi! Tanto calore della terra! Povero padre! È molto rattristato. Ma è molto buono. Ora attende i nipoti perché sono la sua unica gioia».

28Gesù si dirige dal vecchio. «Dio ti benedica, padre».

«Chiunque tu sia, ti renda Dio la tua benedizione», risponde il vecchio alzando il capo in direzione della voce.

29«É brutta la tua sorte, non è vero?», chiede Gesù dolcemente e fa segno di non dire chi è che parla.

«Viene da Dio, dopo tanto bene che mi ha dato nella lunga mia vita. Come ho preso il bene da Dio, devo prendere anche la sventura della vista. Non è eterna, infine. Finirà sul seno d’Abramo».

30«Dici bene. Peggio sarebbe se fosse cieca l’anima».

«Ho cercato di tenerla con la vista sempre».

Un cieco che spera di vedere Dio.

31«Come hai fatto?».

32«Sei giovane tu che parli, la tua voce lo dice. Non sarai come quei giovani di ora che sono tutti ciechi perché sono senza religione, eh? 33Bada che è gran sventura non credere e non eseguire ciò che Dio ci ha detto. Un vecchio te lo dice, ragazzo. 34Se abbandonerai la Legge, sarai cieco in Terra e nell’altra vita. Mai più vedrai Iddio. Perché verrà pure un giorno che il Messia redentore ci aprirà le porte di Dio. Io sono troppo vecchio per vedere questo giorno sulla Terra. Ma lo vedrò dal seno di Abramo. 35Per questo non mi lamento di nulla. Perché spero che con queste ombre sconterò quello che posso avere commesso di ingrato a Dio e di meritarlo per la vita eterna. 36Ma tu sei giovane. Sii fedele, figlio, di modo che il Messia tu lo possa vedere. Perché il tempo è vicino. Il Battista lo ha detto. Tu lo vedrai. Ma se avrai l’anima cieca sarai come quelli di cui parla Isaia. Avrai occhi e non vedrai».

37«Tu lo vorresti vedere, padre?», chiede Gesù posandogli una mano sulla testa bianca.

38«Lo vorrei vedere. Sì. Ma però preferisco andarmene senza vederlo, anziché vederlo io e che i miei figli non lo riconoscano. Io ho ancora la fede antica e mi basta. Essi… Oh! il mondo d’ora! …».

Speranza premiata.

39«Padre, vedi dunque il Messia e sia coronata di giubilo la tua sera», e Gesù fa scivolare la sua mano dai capelli bianchi giù per la fronte sino al mento barbuto del vecchio come per una carezza, e intanto si curva per mettersi all’altezza del viso senile.

40«Oh! Altissimo Signore! Ma io vedo! Vedo… Chi sei, con questo volto ignoto eppure famigliare come già ti avessi visto?… Ma… Oh! stolto che sono! Tu che mi hai reso la vista sei il Messia benedetto! Oh! Oh!».

41Il vecchio piange sulle mani di Gesù che ha afferrate coprendole di baci e lacrime. Tutto il parentado è in subbuglio.

42Gesù si libera una mano e carezza ancora il vecchio dicendo: «Sì, sono Io. Vieni, che oltre che il viso tu conosca la mia parola». E si dirige ad una scaletta, che porta su una terrazza ombrosa per una pergola folta che l’ombreggia tutta. E tutti lo seguono.

La speranza (discorso)

Giogo che sorregge la Fede e la Carità

43«Avevo promesso di parlare della speranza ai miei discepoli e avrei portato a spiegazione una parabola. La parabola eccola: questo vecchio israelita. Me lo dà il Padre dei Cieli il soggetto per insegnare a voi tutti la grande virtù che, come le braccia di un giogo, sorregge la fede e la carità.

44Dolce giogo. Patibolo dell’umanità come il braccio trasverso della croce, trono della salvezza come appoggio del serpente salutare alzato nel deserto. Patibolo dell’umanità. Ponte dell’anima per spiccare il volo nella Luce. Ed è messa in mezzo fra l’indispensabile fede e la perfettissima carità, perché senza la speranza non può esservi fede, e senza speranza muore la carità.

Sostanza che vivifica la Fede e la Carità.

45Fede presuppone speranza sicura. Come credere di giungere a Dio se non si spera nella sua bontà? Come sorreggersi nella vita se non si spera in un’eternità? Come poter persistere nella giustizia se non ci anima la speranza che ogni nostra buona azione è da Dio vista e per darci di essa premio?

46 Ugualmente, come fare vivere la carità se non c’è speranza in noi? La speranza precede la carità e la prepara. Perché un uomo ha bisogno di sperare per potere amare. I disperati non amano più. 47La scala è questa, fatta di scalini e di ringhiera: la fede i gradini, la speranza la ringhiera; in alto ecco la carità alla quale si sale mediante le altre due. L’uomo spera per credere, crede per amare.

Un modello di speranza.

48Quest’uomo ha saputo sperare. É nato. Un bambino di Israele come tutti gli altri. É cresciuto con gli stessi ammaestramenti degli altri. É divenuto figlio della Legge come tutti gli altri. Si è fatto uomo, sposo, padre, vecchio, sempre sperando nelle promesse fatte ai patriarchi e ripetute dai profeti. 49Nella vecchiaia sono scese le ombre sulle sue pupille ma non nel suo cuore. In esso è sempre rimasta accesa la speranza. Speranza di vedere Iddio. Vedere Iddio nell’altra vita. 50E, nella speranza di questa vista eterna, una, più intima e cara: “vedere il Messia”. E mi ha detto, non sapendo chi era il giovane che gli parlava: “Se abbandonerai la Legge sarai cieco in Terra e in Cielo. Non vedrai Dio e non riconoscerai il Messia”.

Conseguenze della ribellione alla speranza.

Ribellione alla Parola di Dio.

51Ha detto da saggio. Troppi sono ora in Israele che sono ciechi. Non hanno più speranza perché l’ha uccisa in loro la ribellione alla Legge, che è sempre ribellione, anche se velata da paramenti sacri se non è accettazione integrale della parola di Dio, dico di Dio, non delle soprastrutture che vi sono state messe dall’uomo e che per essere troppe, e tutte umane, vengono trascurate da quelli stessi che le hanno messe, e fatte macchinalmente, sforzatamente, stancamente, sterilmente dagli altri. Non hanno più speranza. Ma irrisione delle verità eterne. Non hanno perciò più fede e più carità.

Incredulità e durezza di cuore.

52Il divino giogo da Dio dato all’uomo perché se ne facesse ubbidienza e merito, la celeste croce che Dio ha dato all’uomo a scongiuro contro i serpenti del Male perché se ne facesse salute, ha perduto il suo braccio trasverso, quello che sorreggeva la fiamma candida e la fiamma rossa: la fede e la carità; e le tenebre sono scese nei cuori.

Cecità spirituale.

53Il vecchio mi ha detto: “É grande sventura non credere e non eseguire ciò che Dio ci ha detto”. É vero. Io ve lo confermo. É peggio della cecità materiale, che ancora può essere guarita per dare ad un giusto la gioia di rivedere il sole, i prati, i frutti della terra, i volti dei figli e nipoti, e soprattutto ciò che era la speranza della sua speranza: “Vedere il Messia del Signore”.

Tutto è facile dove la speranza vive.

54Io vorrei che una simile virtù fosse viva nell’animo di tutto Israele, e specie in quelli che sono i più istruiti nella Legge.

55Non basta essere stato nel Tempio o del Tempio, non basta sapere a memoria le parole del Libro. Occorre saperle fare vita della nostra vita mediante le tre virtù divine.

56Voi ne avete un esempio: dove esse sono vive tutto è facile, anche la sventura. Perché il giogo di Dio è sempre giogo leggero, che preme solo sulla carne ma non abbatte lo spirito.

Pace a questa casa di buoni israeliti.

57Andate in pace, voi che restate in questa casa di buoni israeliti. Vai in pace, vecchio padre. Che Dio ti ami ne hai la certezza. Chiudi la tua giusta giornata deponendo la tua saggezza nel cuore dei pargoli del tuo sangue. 58Non posso rimanere, ma la mia benedizione resta fra queste mura pingue di grazie come i grappoli di questa vigna».

59E Gesù vorrebbe andarsene. Ma deve almeno fermarsi tanto da conoscere questa tribù di tutte le età e di ricevere quanto gli vogliono dare fino a rendere le sacche da viaggio panciute come otri… Poi può riprendere il cammino per una scorciatoia fra le viti che gli indicano i vignaiuoli, che non lo lasciano altro che alla via maestra, già in vista di un paesello dove Gesù e i suoi potranno sostare per la notte.


S O M M A R I O

AROVAZIONE

PESENTAZIIONE

DICHIARAZIONE

AVERTIMENTO

230. Guarigione dell’emorroissa e resurrezione della figlia di Giairo.

Fede della emorroisa.

Gesù benevolo e paziente (Mc 5,21; Lc 8,40).

Pianto del sinagoga (Mt 9,18; Mc5,21-23;Lc 8,40-42).

La emorroisa.

Fede della emorroisa (Mt 9,19-21; Mc 5,24-29; Lc 8,43-44).

Guarigione dell’emorraissa (Mc 5,30-32; Lc 8,45-46).

Testimonianza dell’emorroissa (Mt 9,22; Lc 47-50)

Resurrezione della figlia di Giairo.

“Soltanto abbi fede” (Lc 8,49-50).

La fanciulla dorme (Mc 5,38-39; Mt 9,23-25; Lc 8,51-53).

Risurrezione della fanciulla (Mc 5,41-42; Mt 9,26; Lc 8,55-56).

Commento del portavoce.

231. A Cafarnao, Marta parla con Gesù della crisi che tormenta Maria  di Magdala.

Motivo del pianto di Marta.

Marta cerca il Signore

Motivo del pianto di Marta

“Inferma per possesso demoniaco”.

Volontà di guarire

Incoerenze di una posseduta

Enferma por possesso demoniaco

La Cristo-terapia

Utilità delle reliquie

232. Guarigione di due ciechi e di  un muto indemoniato.

Migliorarsi giorno per giorno

Pettegolezzi locali.

Matteo imita il suo Maestro

Migliorarsi giorno per giorno

La fede di due ciechi

Chi non crede nel Messia è condannato

La fede di due ciechi (Mt 9,27-31).

Quando Gesù si abstrae nel guardare la natura.

Un muto indemoniato.

“Antipatie senza peso”

Liberazione di un muto indemoniato Mt 9,32-33; Lc 11,14.

Incredulità dei farisei (Mt 9,34).

233. La parabola della pecorella smarrita, ascoltata anche da Maria di Magdala.

Parabola della pecorella smarrita.

Chiara sera di prima estate.

Il pastore buono.

Il tentatore

La pecorella smarrita (Mt 18,12-13; Lc 15,4).

Il pastore cerca la sua pecorella.

La pecorella ritrovata.

Povera piccola anima illusa!

Presenza di Maria di Magdala.

234. A commento di tre episodi sulla conversione di Maria di Magdala.

Consigli ai pastori e agli evangelizzatori.

Consigli ai pastori d’anime

Consigli agli evangelizzatori itineranti

Potere della bontà

Il perdono, natura e valore.

Valore del perdono

Natura del perdono

La Sapienza richiama e scuote

Condizioni per avere Dio con noi.

La presenza di Dio esige un ambiente puro.

Esige amore che vince l’odio col perdono.

Esige verità che sa riconoscere le proprie colpe.

Esige gratitudine e fedeltà.

Divina pedagogia.

Forza vincente dell’Apostolo.

Disfatte connesse alle vittorie dell’apostolato.

La forza vincente del cercatore di anime

Le tre fasi della salvezza di un’anima.

Il segreto dell’apostolo.

235. Marta ha avuto dalla sorella Maria la certezza della conversione.

Conversione di Maria Maddalena.

Chiara aurora estiva.

Sussulti di conversione.

Preghiera di intercessione

Angustia di Marta.

Conversione di Maria di Magdala.

Rinnascita di Maria di Maddala.

Vittoria di sorella Marta.

“Tu hai la tua vittoria in pugno”.

236. La cena in casa di Simone il fariseo e l’assoluzione a Maria di Magdala.

La sala del banchetto

Una sala ricchissia (Lc 7,36).

Gli invitati.

La testimone dell’amore misericordioso.

Una giovane bella, ricca e procace (Lc 7,37)

Solo i puri guardano giusto.

Lacrime d’amore (Lc 7,37-38)

Sentimenti dei commensali.

Gesti inconfondibili dell’amore (Lc 7,38)

Il viso accigliato del fariseo (Lc 7,39)

La risposta del Messia (Lc 7,40-47)

Il perdono di Dio (Lc 7,48-50).

Riflessioni di aggiornamento.

Parole rivolte al cuore del fariseo.

Motivi perché la Maddalena ama Gesú.

Lebbre ben più fetide di quelle del corpo.

La peccatrice è morta

Maria è rinata pura e bella come bambina.

Per la nostra gioia: l’amore ridá la verginità.

Considerazioni sugli eventi accaduti

Considerazioni sulle risposte di Gesù

La scuola di Gesù.

I tirani sono verga di Dio.

Interventi di Gesù nella nostra vita

Gesù nel cuore di chi vuol comprendere.

Gesù al cuore che vuol cambiare.

“Solo i puri vedono giusto”

Gesù Maestro e Padre.

Tenuti per mano.

Sgombri di sollecitudini umane.

Discepoli del Maestro e Padre.

Evangelizzatori della divinità.

Cisterne dell’acqua divina.

Quest’Opera rimane a carico tuo.

237. La richiesta di operai per la messe e  la parabola del tesoro nascosto nel campo. Ancora marta teme per sua sorella María

Per evangelizzare come Gesù.

Gli operai di Gesù

“La messe è molta gli operai sono pochi” (Mt 9,35-38).

Per evangelizzare come Gesù.

L’anima e la verità.

Il prezzo di una anima.

Verità, onestà e condotta morale non transigono.

Il Regno di Dio in parabole (Discorso)

Lo spirito e il fratello corpo

Parabola del tesoro nascosto (Mt 13,44).

Fasi del turbamento di Marta.

Gente in attesa del maestro.

Marta sconsolata.

Marta desconsertada.

Marta disperata.

La vendeta di Satana.

Maddlena è corsa alla Madre universale.

238. L’arrivo a Cafarnao, sotto un temporale, di Maria SS. con Maria   di Magdala.

Segno certo di bufera

La tempesta si prepara.

Due donne sotto il temporale.

La tempesta si avvicina.


La Madre e Maria di Magdala.

Soccorse sotto un pesante tpezzo di vela.

A Maddalena non ha paura.

Con Gesù non si ha mai paura.

Maddalena ha superato la sua tempesta.

Cafarnao sotto la tempesta.

Veemenza di abbracci.

Il cammino da fare per raggiungere Gesù.

Il buon senso di Pietro.

239. Parabola dei pesci e parabola della perla. Il tesoro degli insegnamenti  antichi e nuovi.

Un segno indicatore per i colpevoli.

Passato il temporale

Il Tadeo chiede per sua mamma.

La Maddalena è un segno indicatore per i colpevoli.

La parabola dei pescatori (Mt 13,47-48).

Pescatori del buon pastore e del padrone catvo.

Lavoro dei pescatori.

El buen pescador.

Applicazione della parabola (Mt 13,49-50).

Tipi di pescatori.

Anime provate, anime sicure.

Retto discernimento nel vagliare le coscienze.

I membri del poplo di Dio.

Per un piatto di lenticchie

Parabola della perla preziosa (Mt 13,45-46).

In pochi resistono alla tentazione dell’oro.

La perla presiosa.

La missione è un olocausto.

Il discepolo del Regno (Mt 13,51-52).

240. A Betsaida da Porfirea e Marziam, che insegna alla Maddalena  la preghiera di Gesù.

All’aurora verso Betsaida.

I due apostoli inseparabili.

Porfirea, la discepola buona e silenziosa.

Il piccolo confortatore.

L’innocenza conforta sempre.

241. Vocazione della figlia di Filippo. L’arrivo a Magdala e la parabola della dramma perduta.

Divino sposo delle anime.

Maddalena nella sua posa di convertita.

L’Amatore più potente

Divino sposo delle anime.

L’amore verginale nel giardino di Cristo.

Maria Maddalena vergine e martire.

Ogni anima è un tesoro.

Gli incontri con l’amore.

L’umile e casta Maddalena.

Sorella delle sue serve.

Parabola della dramma perduta (Lc 15,8-10).

Ogni anima è un tesoro.

242. A Tiberiade con Maria di Magdala. Il romano Crispo e la ricerca della Verità.

Eroica testimonianza.

Folla elegante e oziosa.

Curiosità intensa e morbosa.

Eroica testimonianza della Maddalena.

Il romano Crispo.

Sofferenza corredentrice.

Uno scriba senza amore.

Nessuno ti separi dal Maestro.

A seguire la perfezione si fatica sempre.

Ostinatamente chiusi alla luce.

Sofferenza corredentrice di Maria Ss.

La mente si ristora nella verità.

La vera sapienza (Discorso)

Segreto per trovare la Verità.

Amore è spirituale.

La Verità è Dio.

Il sapere non è corruzione se è religione.

Buona volontà e coerenza.

Crispo ringrazia Maria de Magdala.


243. A Cana nella casa di Susanna. L’aspetto, i modi e la voce di Gesù. Una disputa sulle possessioni.

Festa per l’Ospite Maestro e Signore.

Gesti e sentimenti di Gesù (la Cronista).

Le espressioni di Gesù.

Il sorriso di Gesù.

L’allegria e i gesti di Gesù.

La voce di Gesù.

Il discepolo fa ciò che fa il Maestro.

Sorella Aglae conquista la felicità.

Il discepolo deve fare ciò che fa il Maestro.

Il lavoro afratella.

La donna dello spirito indomito.

Il potere di Satana sull’anima.

L’uomo pipistrello.

L’istinto degli animali.

L’uomo pipistrello.

L’uomo severo è intransigente.

L’uomo severo è lussorioso.

Il potere di Satana sull’anima.

Satana può impossessarsi di un’anima.

I posseduti nello spirito.

244. Giovanni ripete un discorso di Gesù sul Creato e sui popoli che attendono  la Luce.

Espiazione e ricordi

L’espiazione della Maddalena.

Espiazione della Maddalena.

Ricordi dal Tabor.

I convertiti sono assoluti nel Bene.

Recuerdos de Endor.

Il monte delle Beatitudini.

La creazione (discorso: firmamento, luce, mare)

Tutto ha la sua ragione buona di essere.

Gli spiriti ottenebrati dallo orgoglio e dal pessimismo.

Occorre guardare il creato con occhi di fede.

Cielo e terra, luce e tenebre.

L’ordine prova la potenza e la bontà del Creatore.

I tre elementi che più parlano di Dio.

La nuova evangelizzazione.

Il grido dei gentili in attesa.

Per la via dell’amore portare i popoli alla Verità

Il dono di Giovanni.

245. Un’accusa dei nazareni a Gesù, respinta con la parabola del  lebbroso guarito.

Presso María d’Alfeo.

Incontro con María d’Alfeo (Mt 13,53; Mc 6,1).

Solo l’amore sa accogliere.

Essere discepoli unisce e divida.

Città ironica, incredula e chiusa al Maestro.

Curiosità senza amore al Messia.

Risposte ai tranelli del sinagogo.

Il peccato di Salomone e il castigo del Signore.

Giustificazione del Verbo di Dio.

Parabola del lebbroso guarito.

La purificazione dell’impuro.

Il Messia guarisce i lebbrosi delloo spirito.

Il Messia ama Nazareth.

246. Un apologo per i cittadini di Nazareth, che restano increduli.

L’apologo contro Abimelec (Mc 6,2).

L’uomo deve saper usare l’intelligenza.

Responsabilità dei capi dei popoli.

La dolce risposta dell’ulivo.

La risposta del fico.

La risposta della vite.

L’abbraccio dell’edera.

La forza dei poveri di spirito.

La risposta dello spino.

L’apologo di Gesù

L’apologo contro Israele.

L’agnelletto grasso e bianco.

L’agnello divenne montone.

L’agnello minacciato, deriso, colpito.

L’agnello impone Giustizia ed Ordine.

La ribellione.

Lo spionaggio

Il tradimento

La colpa di amare.

La condanna a morte.

Un profeta non è onorato nella sua patria.

Il Messia contestato.

La forza negativa dell’ignoranza (Mt 13,5457; Mc 6,3).

Forza negativa dell’incredulità (Mt 13,57-58; Mc 6,4-6).

247. Maria SS. ammaestra la Maddalena sull’orazione mentale.

L’amore esclusivo è egoismo.

Spronate dall’amore.

L’amore egoista dell’Iscariota.

L’amore perfetto ama tutto in Dio.

Jafia e Meraba indifferenti al Signore.

Panorami splendidi.

Diletto anche alla vista.

Nell’ombra frusciante del bosco arioso.

Il segreto della vita spirituale.

Ritirarsi in preghiera.

Necessità e utilità dalla meditazione.

Abbandonarsi all’amore.

La amorosa meditazione.

Paura della Maddalena.

“Sorella diletta”.

Flash sulla fuga in Egitto.

248. A Betlem di Galilea. Giudizio per un omicidio e parabola delle foreste pietrificate.

I pastori adorano il Messia-Dio.

Destino dei paesi chiamati Betlem.

Identità della Madre del Salvatore.

Venite e adoriamo

L’amore di Maria per gli agnellini.

Abele trascinato alla morte.

Abel calunniato per assassino.

Coraggio di salvare

Il coraggio di parlare.

Il coraggio d’intervenire.

Il dramma di una madre.

Il coraggio di smascherare.

Il Messia applica la legge mosaica

Giudizio secondo la legge mosaica.

Il giurameno.

L’orazione e il rito.

La giustizia di Dio.

Affidati ad una espiazione sovrumana.

Vocazione di Mirta e Abele.

Mirta cree di essere nel Limbo.

Mirta e Abele si consacrano al Messia.

Un grande falò illumina la riunione.

La Legge in Israele. (Discorso)

Sia benedetto il Signore. La Legge è morta

La Leggge mummificata.

Similitudine delle foreste pietrificate.

Piccolo paradiso  terreno.

Il paradiso pietrificato.

Foreste fantasma.

Virtù morte in anime morte.

Morte che attira altri a morte.

Fate rivivere la Legge.

Evitare l’aridità delle piante maledette.

249. Maria SS. ammaestra Giuda Iscariota sul dovere preminente della fedeltà  a Dio.

Mai acconsentire alle colpe.

Il paese di delizie.

Lode biblica

Tutti lodano Le belezze della Palestina.

Né patti, né compromessi col male.

Preferibile morire lebbroso  e santo che non sano e peccatore.

Mai acconsentire alle colpe.

“La vocazione è più del sangue”.

Fedeltà del Messia, infedeltà d’Israele

Il Messia è fedele al Signore.

Israele non vuole sapere del Messia.

Sulla vetta.


250. Ai discepoli venuti con Isacco la parabola del fango che diviene fiamma.  Il sacrificio di Giovanni di Endor.

La piccola Fraternità

Piccola fraternità di discepoli.

Come un fedele a suo Dio.

A Sidone per mare.

L’uomo toccato dal duplice martirio.

La residenza dei discepoi.

Il martirio della carne e dello spirito.

La cena del Messia con la sua famiglia.

Discorso ai discepoli itineranti con a capo Isaco.

L’uomo del Cristo.

Il buon Maestro.

Il buon discepolo.

Astenersi dal giudicare i convertiti.

La risurrezione dello spirito.

La parabola del fango che diviene fiamma.

Nehemia e il fuoco sacro.

Ogni anima è un fuoco sacro.

Potenza del pentimento dell’anima.

Fusione del’anima fiama con Dio Fiama.

Ecco i grandi peccatori convertiti verament.

La missione dei Salvatori.

Avere lo stesso pensiero e concetto del Salvatore.

Fare la stessa missione del Salvatore.

L’unione dei sacerdoti è parte vital de la missione.

Necessità dell’unità vitale dei sacerdoti.

Gli scismi religiosi.

Contravvenzione alla missione sacerdotale.

Il discepolo corredentore.

Sullo scoglio in riva al mare.

La sorte di discepolo corredentore.

Appunti dedicati a Marziam.

251. Ai pescatori siro-fenici la parabola del minatore perseverante. Ermasteo  di Ascalona.

Tiro e i pescatori.

Tiro, città sulla riva del mare.

I pescatori Siro-fenici.

Potenza dell’atto di carità. (Discorso)

La vedova di Sarepta.

Potenza dell’atto di carità.

Potenza dell’evangelizzazione.

Un solo Padre ci accumuna.

Perseverare. È la grande parola.

Non ci sono stranieri per Gesù.

Ermasteo: Non ci sono stranieri per Gesù.

Parabola del minatore perseverante.

Perseverare. E’ la grande parola.

Da buoni amici.

252. Il ritorno da Tiro. Miracoli e parabola della vite e dell’olmo.

Bontà infinita del Signore.

Le discepole instancabili e solidali.

Virtù di Maria di Magdala.

La Vergine Maria Lavora in cucina.

Intezione di Maria di Magdala.

In attesa del Maestro.

Incontro a Gesù.

Gesù affida Ermasteo a Giovaanni di Endor.

Porpora per il Maestro.

Il vestito semplice del Messia non piace.

María SS. Proverá filare con la porpora.

Bontà infinita del Signore.

La donna del peto secco.

Pareri vari.

Parabola della vite e l’olmo (insegnamento sulla fede)

Preparare lo spirito all’ascolto.

La vite e l’olmo.

Il consiglio del Sapiente.

Pareri diversi.

Fede nel consiglio del Sapiente.

Beato chi ha saputo avere fede.

La madre del petto secco.

Applicazione della parabola.


253. Maria d’Alfeo e la maternità spiritualizzata La Maddalena  deve temprarsi soffrendo.

Il martirio redentivo delle madri.

Tacita partenza.

La curiosità è difetto, cosa inutile, e pericolosa.

Tutto si compatisce a un cuore di Madre.

Il martirio redentore delle madri.

La maternità spiritualizzata.

Breve intermezzo crepuscolare.

“Ti lavorerò col fuoco e sull’incudine”.

254. L’incontro con Sintica, il primo fiore della Grecia di Cristo, e l’arrivo a Cesarea Marittima.

Le sorprese delle discepole.

Ancora ambiente estivo.

Notizie di bestie nocive di acque dolci.

La paura di Marta.

Riputati animali sacri.

Tutto il creato è utile.

Il primo fiore della Grecia per il Messia.

Sintica, la schiava greca.

Natura e dignità dell’anima.

Le discepole accolgono Sintica.

Magdalena, felice di essere la discepola.

La nutrice di Maddalena.

Il lungomare.

L’unica saggezza della Maddalena.

255. Partenza di Marta e Maria con Sintica. Una lezione a Giuda Iscariota. Applicazione della legge sullo schiavo.

L’imperfezione degli apostoli.

La pianura di Saron.

Gli apostoli procedono imbronciati.

Lgli apostoli criticano il Maestro.

La nullità vuole mettersi in alto.

Comprendere è ubbidire senza discutere

I nervosismi alontanano le vocazioni.

Il difensore delle opere di Gesù.

L’imperfezione dell’apostolo è molto dannosa.

Le discepole del Messia.

Noemí insegna ad usare la porpora alla Vergine.

L’addio della Vergine alle discepole del Cristo.

La piccola famiglia del Messia.

Una lezione sul diritto di asilo.

L’apostolo veleno.

Il Deuteronomio ripete la parola di Dio.

Il Deuteronomio è intoccabile.

Applicazione della Legge.

256. Presso dei vignaioli, guarigione di un vecchio cieco e parabola sulla speranza

La speranza di vedere il Messia

Carità e fede dei vignaiuoli

Fede dei vignaiuoli.

Lo stupore di stare davanti al Messia.

Il Messia in casa.

Un modello di speranza.

Il padre dei vignaioli.

Un cieco che spera di vedere Dio.

Speranza premiata.

La speranza (discorso)

Giogo che sorregge la Fede e la Carità

Sostanza che vivifica la Fede e la Carità.

Un modello di speranza.

Conseguenze della ribellione alla speranza.

Ribellione alla Parola di Dio.

Incredulità e durezza di cuore.

Cecità spirituale.

Tutto è facile dove la speranza vive.

Pace a questa casa di buoni israeliti.

 

 

 


[1] Quest’Opera è manifestazione, è rivelazione, è venuta del FIGLIO DELL’UOMO, in compimento della Sua profezia: “La venuta del Figlio dell’Uomo sarà come nei giorni di Noè e di Lot. Così sarà il tempo in cui il Figlio dell’Uomo si rivelerà” (Mt 24,37-40; Lc 17,26-30). La Malvagità di oggi ha superato la Malizia di quei tempi, fedelmente Gesù ha compiuto la sua promessa.  Gesù si è rivelato in quest’Opera? Quindi Gesù è venuto. Come il Verbo venne a Nazaret fatto Uomo, per redimere; rimasse con noi fatto Pane, per nutrirci; Ora il Verbo è tornato a noi fatto Libro, per la Nuova Evangelizzazione del mondo.

 

[2] 11 marzo 1944.  Poema: IV, 91 Gesù dice poi: «Qui metterete la visione della risurrezione della figlia di Giairo, avuta il giorno 11 marzo 1944».

[3] VANGELO ETERNO Al suo ritorno, essendo passato di nuovo Gesù all’altra riva, fu accolto dalla folla, poiché tutti erano in attesa di Lui. Ed egli stava lungo il mare. (Mc 5,21; Lc 8,40)

[4] VANGELO ETERNO: Giairo intercede per sua figlia: Si recò da Lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi e lo pregava con insistenza: “La mia figlioletta è agli stremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva”. Era figlia unica di circa dodici anni. Gesù andò con lui. (Mt 9,18; Mc5,21-23; Lc 8,40-42).

[5] VANGELO ETERNO Fede della emorroisa: Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia, e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: “Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita”. E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male. (Mt 9,19-21; Mc 5,24-29; Lc 8,43-44)

[6] VANGELO ETERNO: La virtù di guarigione: Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da Lui, si voltò alla folla dicendo: “Chi mi ha toccato il mantello?”. I discepoli gli dissero: “Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?”. Mentre tutti negavano, Pietro disse: “Maestro, la folla ti stringe da ogni parte e ti schiaccia”. Ma Gesù disse: “Qualcuno mi ha toccato. Ho sentito che una virtù è uscita da me”. Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo (Mc 5,30-32; Lc 8,45-46).

[7] VANGELO ETERNO Coraggio di credere: Allora la donna, vedendo che non poteva rimanere nascosta, si fece avanti tremando e, gettatasi ai suoi piedi, dichiarò davanti a tutto il popolo il motivo per cui l’aveva toccato, e come era stata subito guarita. Gesù disse: “Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita e ti ha salvata, va’ in pace!”. (Mt 9,22; Lc 47-50)

[8] VANGELO ETERNO Stava ancora parlando quando venne uno della casa del capo della sinagoga a dirgli: “Tua figlia è morta, non disturbare più il Maestro”. Ma Gesù che aveva udito rispose: “Non temere, soltanto abbi fede e sarà salvata” (Lc 8,49-50)

[9] VANGELO ETERNO Giunse alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. Veduti i flautisti e la gente in agitazione, disse: “Perché fate tanto strepito e piangete? Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme”. Essi lo deridevano, sapendo che era morta. Ma dopo che fu cacciata via la gente egli entrò. Non lasciò entrare nessuno con sé, all’infuori di Pietro, Giovanni e Giacomo e il padre e la madre della fanciulla. (Mc 5,38-39; Mt 9,23-25; Lc 8,51-53)

[10] VANGELO ETERNO: “Talitù Kum”: Presa la mano della bambina, le disse: “Talitù Kum”, che significa: “Fanciulla, Io ti dico, alzati!”. Il suo spirito ritornò in lei ed ella si alzò all’istante, e si mise a camminare. Egli ordinò di darle da mangiare. Essi furono presi da grande stupore. I genitori ne furono sbalorditi, ma elgi raccomandò loro di non raccontare a nessuno ciò che era accaduto. E sene sparse la fama in tutta quella regione. (Mc 5,41-42; Mt 9,26; Lc 8,55-56)

[11] 27 luglio 1945.  Poema: IV, 92 

[12] 28 luglio 1945.  Poema: IV, 93 

[13] VANGELO ETERNO: “Sia fatto a voi secondo la vostra fede”: Mentre Gesù si allontanava di là, due ciechi lo seguivano urlando: “Figlio di Davide, abbi pietà di noi”. Entrato in casa, i ciechi gli si accostarono, e Gesù disse loro: “Credete voi che Io possa fare questo?”. Gli risposero: “Sì o signore!”. Allora toccò loro gli occhi e disse: “Sia fatto a voi secondo la vostra fede”. E si aprirono loro gli occhi Quindi Gesù li ammonì dicendo: “badate che nessuno lo sappia!”. Ma essi, appena usciti, ne sparsero la fama in tutta quella regione (Mt 9,27-31).

[14] VANGELO ETERNO: Scacciato il demonio, quel muto parlò: Usciti costoro, gli presentarono un muto indemoniato. Scacciato il demonio, quel muto cominciò a parlare e la folla presa da stupore diceva: “Non si è mai vista una cosa simile in Israele!” (Mt 9,32-33; Lc 11,14).

[15] VANGELO ETERNO: Ma i farisei dicevano: “Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni” Mt 9,34

[16] [12 agosto 1944.]  Poema: IV, 94 […] Dice Gesù: «Qui metterete la parabola della pecorella smarrita, avuta il 12-8-1944».

[17] IL VANGELO ETERNO: La pecorella smarrita: Che ve ne pare? Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto o sui monti e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite (Mt 18,12-13; Lc 15,4).

[18] 13 agosto 1944.  Poema: IV, 95 

[19] Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli, Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: “Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori? Gesù li udì e disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9.10-13)

[20] Mt 10,11-16; Mc 6,10-11; Lc 9, 4-5; 10,5-12

[21] “…Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”. (Luca 24,28-29)

[22] “ La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro” (Gv 20,19)

[23] Genesi 3,6

[24] “Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende”.(Isaia 1,3).

[25] 29 luglio 1945.  Poema: IV, 96 

[26] 21 gennaio 1944.  Poema: IV, 97 

[27] IL VANGELO ETERNO: Un fariseo lo pregò che mangiasse con lui; (Lc 7,36)

[28] IL VANGELO ETERNO: E, entrando nella casa del fariseo, si mise al tavolo (Lc 7,36).

[29] il Portavoce ha segnato due piccole linee parallele sulla riga superiore del quadrato per indicare dove era seduto il padrone.

[30] Il Portavoce traccia uno schizzo per far capire il modo come erano seduti il Signore e il suo discepolo Giovanni

[31] IL VANGELO ETERNO: C’era nella città una donna peccatrice pubblica, (Lc 7,37). 

 

[32] IL VANGELO ETERNO: La donna sapendo che stava mangiando in casa del fariseo, prese un fiasco di alabastro con profumi, e mettendosi dietro, ai piedi di lui, cominciò a piangere, (Lc 7,37-38,

 

[33] IL VANGELO ETERNO: E con le sue lacrime li bagnava i piedi e coi capelli della sua testa li asciugava; baciava i suoi piedi e li ungeva col profumo (Lc 7,38).

[34] IL VANGELO ETERNO: Vedendolo il fariseo che l’aveva invitato, si diceva per sé: “Se questo fosse profeta, saprebbe chi e che classe di donna è quella che sta toccandogli, perché è una peccatrice” (Lc 7,39).

 

[35] IL VANGELO ETERNO: Gesù gli rispose: “Simón, ho qualcosa da dirti.” Egli disse: “Di, maestro.” Un creditore aveva due debitori: Uno doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Come non avevano per pagargli, perdono a tutti i due. Chi di essi l’amerà più?” Rispose Simón: Suppongo che quello al quale perdono di più.” Egli gli disse: Hai giudicato bene”; e voltandosi verso la donna, disse a Simón: “¿Vedi questa donna? Entrando nella tua casa, non mi hai dato acqua per i miei piedi. Ella, invece, ha bagnato i miei piedi con lacrime, e li ha asciugati coi suoi capelli. Non mi hai dato il bacio, Ella, da quando entrò, non ha smesso di baciarmi i piedi.  Non ungesti la mia testa con olio. Ella ha unto i miei piedi con profumo. Per quel motivo ti dico che rimangono perdonati i suoi molti peccati, perché mostra molto amore. A chi poco gli è perdonato, poco amore mostra.” (Lc 7,40-47)

[36] IL VANGELO ETERNO: E gli disse: I “tuoi peccati rimangono perdonati.” I commensali incominciarono a dire tra sé: “Chi è questo che perdona anche i peccati? Ma egli disse alla donna: La “tua fede ti ha salvato. Va’ in pace.” (Lc 7,48-50)

 

[37]  Poema: IV, 98 

[38] SCRITTO IL 22 GENNAIO 1944.  Poema: IV, 99 

[39] Esodo 19,16-20; Deuteronomio 5,1-22

[40] Isaia 10,5

[41] Daniele 9,23; 10,11

[42] 29 luglio 1945.  Poema: IV, 100 

[43] Vangelo Eterno: Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il Vangelo del Regno e curando ogni malattia e infermità. Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!”. (Mt 9,35-38)

[44] IL VANGELO ETERNO: “Il Regno dei Cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo” (Mt 13,44)

[45] 30 luglio 1945.  Poema: IV, 101 

[46] 31 luglio 1945.  Poema: IV, 102 

[47] IL VANGELO ETERNO: La rete gettata nel mare: “Il Regno dei Cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi.” (Mt 13,47-48)

[48] IL VANGELO ETERNO: Mèta finale dei buoni e dei cattivi: “Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 13,49-50).

[49] IL VANGELO ETERNO: La perla preziosa: “Il Regno dei Cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; Trovata un perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra” (Mt 13,45-46)

[50] IL VANGELO ETERNO: I discepoli del Regno: “Avete capito tutte queste cose?”. Gli risposero: Sì”. Ed egli disse loro: “Per questo ogni scriba divenuto discepolo del Regno dei Cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,51-52)

[51] 1 agosto 1945.  Poema: IV, 103 

[52] 2 agosto 1945.  Poema: IV, 104 

      [53] IL VANGELO ETERNO: La dramma perduta: “Quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finchè non la ritrova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. Così vi dico, c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”. (Lc 15,8-10)

[54] 3 agosto 1945.  Poema: IV, 105 

 

      [55] La nuova versione della Bibbia di Gerrusalemme, traduce così: “Interroga pure le bestie, perché ti ammaestrino, gli uccelli del cielo perché ti informino, o i rettili della terra, perché ti istruiscano, o i pesci del mare perché te lo faccian sapere. Chi non sa, fra tutti questi esseri, che la mano del Signore ha fatto questo?” (Giobbe 12,7-9)

       [56] Bibbia di Gerusalemme: “Se tu a Dio dirigerai il cuore e tenderai a lui le tue palme, se allontanerai l’iniquità che è nella tua mano e non farai abitare l’ingiustizia nelle tue tende, allora più del sole meridiano splenderà la tua vita, l’oscurità sarà per te come l’aurora. Ti terrai sicuro per ciò che ti attende e, guardandoti attornom, riposerai tranquillo” (Giobbe 11,17-18).

[57] 4 agosto 1945.  Poema: IV, 106 

[58] “Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno” (Sal 139,16). “Io continuavo a guardare, quand’ecco furono collocati troni e un vegliardo si assise… La corte sedette e i libri furono aperti” (Dn 7,9-10).  “Poi vidi i morti, grandi e piccoli, ritti davanti al trono. Furono aperti dei libri. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere” (Ap. 20,12). “Io cancellerò dal mio libro colui che ha peccato contro di me” (Es 32,30-35).  Siano cancellati dal libro dei viventi e tra i giusti non siano iscritti” (Sal 69,29). “In quel tempo sarà salvato il tuo popolo chiunque si troverà scritto nel libro” (Dn 12,1). “Allora parlarono tra di loro i timorati di Dio. Il Signore porse l’orecchio e li ascoltò: un libro di memorie fu scritto davanti a Lui per coloro che lo temono e che onorano il suo nome” (Mal 3,16). “Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli” (Lc 10,20 “Non cancellerò il nome del vincitore dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli” (Ap 3,5)              

[59] Vedi: Nota 5 a pag. 598 2° volume del “IL Poema dell’Uomo-Dio”

[60] “Io pongo oggi davanti a voi una benedizione e una maledizione: la benedizione, se obbedite ai comandi del Signore vostro Dio; la maledizione, se non obbedite ai comandi del Signore vostro Dio” (Deuteronomio 11,26). “Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza” (Dt. 30,19).

“Il Signore da principio creò l’uomo e lo lasciò in balia del suo proprio volere. Se vuoi, osserverai i comandamenti; l’essere fedele dipenderà dal tuo buonvolere. Egli ti ha posto davanti il fuoco e l’acqua; là dove vuoi stenderai la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà. Egli non ha comandato a nessuno di essere empio e non ha dato a nessuno il permesso di peccare” (Siracide 15,11-20). “La tua immondezza è esecrabile: ho cercato di purificarti, ma tu non ti sei lasciata purificare. Perciò dalla tua immondezza non sarai purificata finché non avrò sfogato su di te la mia collera. Ti giudicherò secondo la tua condotta e i tuoi misfatti” (Ezechiele 24,13-14).

[61] 5 agosto 1945.  Poema: IV, 107 

[62] Genesi 1,1-25; 2,1-6; Salmo 8; 103; Proverbi 8,22-31

[63] Isaia 14,3-21; Ezechiele 28,1-19; Luca 10,17-20; Giovanni 12,31-32; 2 Tessalonicesi 2,3-4; Apocalisse 8,10; 9,1; 12,7-9

[64] 6 agosto 1945.  Poema: IV, 108 

[65] IL VANGELO ETERNO: Gesù partì di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono (Mt 13,53; Mc 6,1).

[66] 2 Cronache 8,11

[67] Genesi 2,21-24

[68] Esdra 10,10

[69] Deuteronomio  7,1-6; Giudice 3,5-6;

[70] Levitino 14,1-32

[71] 7 agosto 1945.  Poema: IV, 109 

[72] IL VANGELO ETERNO: Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti (Mc 6,2).

[73] IL VANGELO ETERNO: Forza negativa dell’ignoranza: E la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove gli vengono dunque tutte queste cose?”. E si scandalizzavano per causa sua (Mt 13,5457; Mc 6,3).

[74] IL VANGELO ETERNO: Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E non vi potè operare nessun prodigio, e non fece molti miracoli a causa della loro incredulità, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità (Mt 13,57-58; Mc 6,4-6)..

[75] 8 agosto 1945.  Poema: IV, 110 

 

[76] 9 agosto 1945.  Poema: IV, 111 

      [77] “Qualora lo spirito di gelosia si impadronisca del marito… quel uomo condurrà la moglie al sacerdote e porterà una offerta per lei: un decimo di efa di farina d’orzo; è un’oblazione di gelosia… Il sacerdote prenderà acqua santa in un vaso di terra; prenderà anche polvere che è sul pavimento della Dimora e la metterà nell’acqua. … Il sacerdote farà giurare quella donna con una imprecazione… Poi il sacerdote scriverà queste imprecazioni su un rotolo e le cancellerà con l’acqua amara. Farà bere alla donna quell’acqua amara che porta maledizione e l’acqua che porta maledizione entrerà in lei per produrle amarezza…” (cfr. Numeri 5,11-31). Se l’acqua entrando in lei avrebbe prodotto amarezza, la donna sarebbe stata colpevole; altrimenti sarebbe stata innocente.

[78] 10 agosto 1945.  Poema: IV, 112 

[79] Sal 47

[80] Ezechiele 16,8-14; 20,5-7

[81] Esodo 3,7-8; 13,5; Levitico 20,24; Numeri 13,21-23; Dt. 8,7-10;11,11-12

[82] Esodo 20,12; Levitino 19,3; Deuteronomio 5,16; Ecclesiastico 3,1-16

[83] < Espressione da intendersi rettamente, per esempio alla luce di: Mt 26,366-46; Mc 14,32-42; Lc 22,39-46>

[84] 11 agosto 1945.  Poema: IV, 113 

[85] 2 Maccabei 1,18-36

[86] 12 agosto 1945.  Poema: IV, 114 

      [87] 1 Re 17,1-24

[88] 13 agosto 1945.  Poema: IV, 115 

[89] “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra” (Genesi 1,28; 9,1)

[90] 14 agosto 1945.  Poema: IV, 116 

[91] 15 agosto 1945.  Poema: IV, 117 

[92] 17 agosto 1945.  Poema: IV, 118 

[93] Deuteronomio 23,15-26

[94] 18 agosto 1945.  Poema: IV, 119 

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