GESÙ DI NAZARETH
LA BUONA NOVELLA AI PICCOLI
DEL GREGGE DI GESÙ
IL Vangelo eterno (Ap. 14,6)
LIBRO 5
CAP. 187 – 229
Marziale bambino simbolo della Chiesa. pratiche di evaangelizzazione
Secondo il piccolo Giovanni
A cargo de Fray Jesúsmaria de Cabnaconde S.O.S
(Siervo de la Orden delo salvadores)
Arma di eterna difesa
Dice Gesù:
«Al dragone rosso con sette teste dieci corna e sette diademi sulle teste, che con la coda trae dietro la terza parte delle stelle del Cielo e le fa precipitare – e in verità vi dico che esse precipitano ancor più in basso che sulla Terra – e che perseguita la Donna, alle bestie del mare e della terra che molti, troppi, adorano, sedotti come sono dai loro aspetti e prodigi, opponete il mio Angelo volante nel mezzo del Cielo tenendo il Vangelo eterno ben aperto anche sulle pagine sin qui chiuse, perché gli uomini possano salvarsi per la sua luce dalle spire del gran Serpente dalle sette facce, che li vuole affogare nelle sue tenebre, e al mio ritorno Io ritrovi ancora la fede e la carità nel cuore dei perseveranti, e siano questi numerosi più di quanto l’opera di Satana e degli uomini non danno a sperare che possano essere».
Gesù di Nazareth
Inizia il secondo viaggio pasquale.
187. Verso Gerusalemme per la Pasqua. Da Tarichea al monte Tabor[2].
Umanità degli apostoli, quanta!
Contrasti di sentimenti
1Gesù congeda le barche dicendo: «Non tornerò indietro» e, seguito dai suoi attraverso la zona che appariva ubertosa fin dall’opposta sponda, si dirige verso un monte che appare in direzione sud-sud-ovest.
2Gli apostoli, poco entusiasti del cammino fra questa zona bella ma selvaggia – piena di falaschi che si impigliano ai piedi, di canne che fanno piovere sul capo una pioggerellina di rugiada rimasta trattenuta dalle coltelle delle foglie, di nocchi che percuotono il viso con la mazza dura del loro frutto disseccato, di salci fragili che spiovono da ogni parte facendo il solletico, di traditrici zone d’erba che pare nata su un suolo solido ed invece cela pozze d’acqua in cui il piede sprofonda perché non sono che agglomerati di code di volpe e di vescicolane nate in minuscoli stagni e così fitte da nascondere l’elemento su cui sono nate – vanno in silenzio, parlandosi solo con gli occhi.
3Gesù, dal suo canto, pare bearsi in tutto quel verde di mille colori, in tutti quei fiori che strisciano, che stanno eretti, che si aggrappano per salire, che mettono sottili festoni sparsi di lievi convolvoli di un rosa malva tenuissimo, che fanno un tappeto gentile d’azzurro per le migliaia di corolle di miosotidi palustri, che aprono la perfetta coppa della corolla bianca, rosea, o azzurra fra le larghe foglie piatte dei nenufari. 4Gesù ammira i pennacchi delle canne palustri, setosi e tutti imperlati, e si china beato ad osservare la gentilezza delle code di volpe che fanno un velo di smeraldo alle acque. 5Gesù si ferma estatico davanti ai nidi che gli uccellini costruiscono con un andare e venire giocondo fatto di trilli, di guizzi, di fatica lieta, col beccuccio pieno di fili di fieno, di bambagia delle canne, di bioccoli di lana strappata alle siepi che l’avevano strappata ai greggi trasmigranti… 6Pare la persona più felice che ci sia. Il mondo dove è con le sue cattiverie, falsità, dolori, insidie? Il mondo è al di là di questa oasi verde e fiorita dove tutto profuma, splende, ride, canta. Qui è la terra creata dal Padre e non profanata dall’uomo, e qui si può dimenticare l’uomo.
Coro di lamenti
7Vuol fare condividere la sua beatitudine agli altri. Ma non trova terreno propizio. I cuori sono stanchi ed esacerbati di tanto malanimo e lo riversano sulle cose e anche sul Maestro con un mutismo chiuso, che pare l’aria morta che precede un temporale. 8Solo il cugino Giacomo, lo Zelote e Giovanni si interessano di quanto interessa Gesù. Ma gli altri non sono che… assenti, per non dire ostili. Forse, per non mormorare, tacciono fra di loro. Ma dentro devono parlare, e parlare anche troppo. E’ proprio una più viva esclamazione di ammirazione davanti al gioiello vivo di un piombino che viene a volo, portando alla compagna un pesciolino d’argento, che fa aprire loro la bocca.
9Gesù dice: «Ma vi può essere qualcosa di più gentile?».
Pietro risponde: «Forse di più gentile no… ma ti assicuro che è più comoda la barca. Qui si è nell’umido lo stesso, e in compenso non si è comodi…»
«Io preferirei la carovaniera a questo… giardino, se ti piace chiamarlo così, e sono proprio d’accordo con Simone» dice l’Iscariota.
10«La carovaniera non l’avete voluta voi» risponde Gesù.
«Eh! certo… Ma io non l’avrei data vinta ai geraseni. Me ne sarei andato di là, ma avrei proseguito oltre, lungo il fiume, continuando per Gadara, Pella e giù, giù» brontola Bartolomeo.
E il suo grande amico Filippo termina: «Le strade sono di tutti, infine, e ci potevamo transitare noi pure».
Dolci rimproveri di Gesù agli apostoli
11«Amici, amici! Sono tanto afflitto, sono tanto nauseato… Non aumentate la mia pena con le vostre piccinerie! Lasciatemi cercare un poco di ristoro nelle cose che non sanno odiare…»
Il rimprovero, dolce nella sua tristezza, tocca gli apostoli.
«Hai ragione, Maestro. Siamo indegni di Te. Perdona la nostra stoltezza. Tu sei capace di vedere il bello perché sei santo e guardi con gli occhi del cuore. Noi, carnaccia, sentiamo solo questa carnaccia… Ma non ci badare. Credi che, anche fossimo in un paradiso, senza di Te saremmo tristi. Ma con Te… oh! è sempre bello per il cuore. Sono le membra sole che si rifiutano» mormorano in molti.
Apostoli rissosi e astiosi
12«Fra poco usciremo di qui e troveremo suolo più comodo anche se meno fresco» promette Gesù.
«Dove andiamo di preciso?» chiede Pietro.
13«A dare la Pasqua a chi soffre. Volevo farlo da tempo. Non ho potuto. L’avrei fatto al ritorno in Galilea. Ora che ci obbligano a fare vie non scelte da noi, vado a benedire i poveri amici di Giona».
«Ma perderemo tempo! La Pasqua è prossima! Sempre ci sono ritardi per cause diverse».
14Un altro coro di lamenti si alza al cielo. Non so come Gesù possa portare tanta pazienza… Dice, senza rimproverare nessuno: «Ve ne prego, non mi ostacolate! Comprendete il mio bisogno di amare e di essere amato. Non ho che questo conforto sulla terra: l’amore e fare la volontà di Dio».
«E andiamo di qui? Non era più bello andarvi da Nazaret?».
15«Se ve lo avessi proposto vi sareste ribellati. Nessuno mi crederà da queste parti… e lo faccio per voi che… avete paura».
«Paura? Ah! no! Siamo pronti a combattere per Te».
16«Pregate il Signore di non mettervi alla prova. Io vi so rissosi, astiosi, con una smania di offendere chi mi offende, di mortificare il prossimo. Tutto questo lo so. Ma che siate coraggiosi non lo so. Per Me sarei andato anche solo e per la via comune, e nulla mi sarebbe accaduto perché non è l’ora. Ma ho pietà di voi. Ma ho ubbidienza a mia Madre e, sì, anche questo, ma non voglio disgustare il fariseo Simone. Io non li disgusterò. Ma loro saranno disgusto a Me».
«E di qui dove si passa? Non sono pratico di queste zone» dice Tommaso.
17«Raggiungiamo il Tabor, lo costeggiamo in parte e passando presso Endor andiamo a Naim; da qui nella piana di Esdrelon. Non temete!… Doras, figlio di Doras, e Giocana sono già a Gerusalemme»
La spiritualità di Giovanni
La vita spirituale di Giovanni
18«Oh! sarà bello! Dicono che dalla cima, da un punto, si veda il mare grande, quello di Roma. Mi piace tanto! Ci porti a vederlo?». Giovanni prega col suo volto di fanciullo buono alzato verso Gesù.
19«Perché ti piace tanto vederlo?» chiede Gesù accarezzandolo.
20«Non so… Perché è grande e non si vede fine… Mi fa pensare a Dio… Quando siamo stati sul Libano io ho visto il mare per la prima volta, perché non ero mai stato altro che lungo il Giordano oppure sul nostro piccolo mare… e ho pianto di emozione. Tanto azzurro! Tanta acqua! E che non trabocca mai!… Che cosa meravigliosa! 21E gli astri che fanno vie di luce sul mare… Oh! non ridere di me! Guardavo la via d’oro del sole fino ad essere abbacinato, quella d’argento della luna fino a non avere che un candore fisso nell’occhio, e le vedevo perdersi lontano lontano. 22Mi parlavano quelle vie. Mi dicevano: “Dio è in quella lontananza infinita, e queste sono le vie di fuoco e di purezza che un’anima deve seguire per andare a Dio. Vieni. Tuffati nell’infinito, remigando su queste due vie, e l’Infinito troverai».
Sei poeta, Giovanni» dice il Taddeo ammirato.
«Non so se sia poesia questa. So che mi accende il cuore».
23«Ma il mare lo hai visto anche a Cesarea e a Tolemaide, e ben da vicino. Eravamo sulla riva! Non vedo la necessità di fare tanta strada per vedere altra acqua marina. In fondo… ci siamo nati sull’acqua…» osserva Giacomo di Zebedeo.
«E ci siamo anche ora, purtroppo!» esclama Pietro che, distrattosi un momento per ascoltare Giovanni, non ha visto una pozzanghera infida e si è innaffiato generosamente… Ridono, lui per il primo.
24Ma Giovanni risponde: «E’ vero. Ma dall’alto è più bello. Si vede di più e più lontano. Si pensa più alto e più vasto… Si desidera… si sogna…» e veramente Giovanni sogna già… guarda davanti a sé, sorride al suo sogno… Pare una rosa carnicina cosparsa di minutissima rugiada, tanto la sua pelle liscia e chiara di giovane biondo si fa di un vellutato carnicino e si cosparge di un lieve sudore, che la fa ancor più simile a petalo di rosa.
L’ideale di Giovanni
25«Cosa desideri? Cosa sogni?» chiede piano Gesù al suo prediletto, e pare un padre che interroghi dolcemente un caro figliolino parlante in un dolce sonno. Parla proprio all’anima di Giovanni, Gesù, tanto è dolce nell’interrogare per non lacerare il sogno dell’amoroso. 26«Desidero andare per quel mare infinito… verso altre terre che sono al di là di esso… Desidero andare per parlare di Te… Sogno…
27sogno un andare verso Roma, verso la Grecia, verso i posti oscuri per portare la Luce… onde i viventi nelle tenebre vengano a contatti con Te e vivano in una comunione con Te, Luce del mondo…
28Sogno un mondo migliore… da far migliore attraverso la tua conoscenza, ossia attraverso la conoscenza dell’Amore che faccia buoni, che faccia puri, che faccia eroici, un mondo che si ami nel tuo Nome, e sopra l’odio, sopra il peccato, la carne, il vizio della mente, sopra l’oro, sopra ogni cosa alzi il tuo Nome, la tua Fede, la tua Dottrina…
29e sogno di essere io con questi miei fratelli ad andare per il mare di Dio, su strade di luce a portare Te… come un tempo tua Madre ti ha portato fra noi dai Cieli…
30Sogno… sogno di essere il fanciullo che, non conoscendo altro che l’amore, è sereno anche incontro ai tormenti… e canta per riconfortare gli adulti che riflettono troppo, e va avanti… incontro alla morte con un sorriso… incontro alla gloria con l’umiltà di chi non sa quanto fa, ma sa solo di venire a Te, Amore…»
31Gli apostoli non hanno tirato respiro durante la estatica confessione di Giovanni… Fermi là dove erano, guardano il più giovane che parla con gli occhi velati dalle palpebre come di un velo gettato sull’ardore saliente dal cuore, guardano Gesù che si trasfigura nella gioia di ritrovarsi così completo nel suo discepolo…
32Quando Giovanni tace, rimanendo un poco curvo – e ricorda la grazia della umile Annunziata di Nazaret – Gesù lo bacia sulla fronte dicendo: «Andremo a vedere il mare, per farti sognare ancora l’avvenire del mio Regno nel mondo».
Il capriccio umano dell’Iscariota
«Signore… dopo hai detto che andiamo a Endor. Accontenta allora anche me… per farmi passare l’amaro del giudizio di quel fanciullo…» dice l’Iscariota.
33«Oh! ci pensi ancora?» chiede Gesù.
«Sempre. Mi sento diminuito ai tuoi occhi e a quelli dei compagni. Penso ai vostri pensieri…»
34«Come ti affatichi per nulla il cervello! Io neppure più pensavo a quell’inezia, e certo così era negli altri. Tu ce lo fai ricordare… Sei un fanciullo abituato solo alle carezze, e la parola di un bimbo ti è parsa la condanna di un giudice. Ma non è questa parola che devi temere, sibbene le tue azioni e il giudizio di Dio. Ma per persuaderti che mi sei caro come prima, come sempre, ti dico che ti accontenterò. Che vuoi vedere ad Endor? E’ un povero posto fra le rocce…»
«Portamici… e te lo dirò».
35«Va bene. Ma guarda di non soffrirne poi…»
«Se a questo non può essere sofferenza vedere il mare, a me non può far danno vedere Endor».
36«Vedere?… No. Ma è il desiderio di quel che si cerca vedere nel vedere, che può far male. Ma vi andremo…»
E riprendono la strada diretti verso il Tabor la cui mole appare sempre più vicina, mentre il suolo si spoglia del suo aspetto palustre, si fa solido e più raro di vegetazione, lasciando posto a piante più alte o a cespugli di vitalbe e rovi che ridono con le loro fronde novelle ed i fiori precoci.
188. A Endor. La spelonca della maga
e l’incontro con Felice chiamato poi Giovanni[3].
Endor è un povero luogo.
Per la via principale.
1Il Tabor è ora alle spalle dei camminatori. Già superato. Per una pianura chiusa fra questo monte ed un altro che è in faccia, il gruppo cammina, parlando dell’ascensione fatta da tutti, per quanto sembra che in principio i più anziani se ne volessero risparmiare. Ma ora sono contenti di essere andati là in cima. Il cammino è facile perché si è su una via maestra abbastanza comoda. L’ora è fresca perché ho l’impressione che abbiano pernottato sulle pendici del Tabor.
Interesse di Pietro.
2«Quello è Endor» dice Gesù accennando un povero paese aggrappato alle prime elevazioni di quest’altro gruppo montano. «Ci vuoi proprio andare?».
«Se mi vuoi fare contento..» risponde l’Iscariota.
3«E andiamo allora».
«Ma ci sarà molto da camminare?» chiede Bartolomeo, che per l’età non deve essere molto voglioso di escursioni panoramiche.
4«Oh! no! Ma se volete rimanere…» dice Gesù.
«Sì, sì! Rimanete pure. Mi basta andare col Maestro» si affretta a dire Giuda di Keriot.
5«Ecco, io vorrei sapere cosa c’è di bello da vedere, prima di decidere… In cima al Tabor abbiamo visto il mare, e dopo il discorso del ragazzo devo confessare che l’ho visto per bene per la prima volta e l’ho visto come vedi Tu: col cuore. Qui… vorrei sapere se c’è da imparare qualche cosa, e allora vengo anche se devo fare fatica…» dice Pietro.
Intenzione dell’Iscariote.
6«Li senti? Tu non hai ancora detto le tue intenzioni. Per gentilezza verso i compagni, dille ora» invita Gesù.
«Non è a Endor che Saul volle andare per consultare la pitonessa?»[4].
7«Sì. Ebbene?».
«Ebbene, Maestro, mi piacerebbe andare in quel luogo e sentire da Te parlare di Saul».
«Oh! allora ci vengo anche io!» esclama Pietro entusiasta.
8«E allora andiamo».
Fanno a passo svelto l’ultimo tratto di via maestra e poi la lasciano per una via secondaria che porta diritta a Endor.
Endor è un povero luogo.
9E’ un povero luogo, come ha detto Gesù. Le case sono abbarbicate alle pendici che dopo, oltre il paese, si fanno più aspre. Povera gente le abita. Per lo più i cittadini devono esercitare la pastorizia su per i pascoli del monte e fra i boschi di querce secolari. Pochi campicelli di orzo, o simile biada, nei ritagli propizi, e delle piante di melo e di fico. Poche viti intorno alle case, a fare un poco di decorazione sulle muraglie, oscure come questo fosse un posto piuttosto umido.
10«Ora domanderemo dove era il luogo della maga» dice Gesù. E ferma una donna che torna con le anfore dalla fontana.
Questa lo guarda curiosamente, poi risponde sgarbata: «Non so. Ho ben altre cose, più importanti, io, di queste fole!» e lo pianta in asso.
L’amore invece dell’odio
Felice detto poi Giovanni di Endor
11Gesù si rivolge ad un vecchietto che intaglia un pezzo di legno.
«La maga?… Saul?… E chi se ne occupa più? Però, aspetta… C’è uno che ha studiato e forse saprà…Vieni».
E il vecchietto arranca su per una vietta sassosa fino ad una casa molto misera e molto sciatta.
«Sta qui. Ora entro e lo chiamo».
Pietro, accennando a del pollame che razzola in un cortiletto sudicio, dice: «Questo uomo non è israelita».
12Ma non dice altro, perché torna il vecchietto seguito da un uomo guercio, sporco e disordinato, come tutto quanto è della sua casa. Il vecchietto dice: «Vedi? Quest’uomo dice che è là, oltre quella casa diroccata. Un sentiero, poi un ruscello, poi un bosco e delle caverne; la più alta, quella che mostra ancora delle mura diroccate sul suo fianco, è quella che cerchi. Non hai detto così?».
«No. Hai tutto confuso. Andrò io con questi stranieri».
13L’uomo ha una voce aspra e gutturale, il che aumenta il senso di disagio. Si incammina. Pietro, Filippo e Tommaso fanno segni su segni a Gesù perché non vada. Ma Gesù non dà retta. Cammina con Giuda, dietro all’uomo, e gli altri lo seguono… di malavoglia.
Felice, fuggiasco dell’ergástolo.
«Sei israelita?» chiede l’uomo.
14«Sì».
15«Io pure, o quasi, benché non sembri. Ma sono stato molto tempo in altri paesi e ho preso abitudini che questi stolti deplorano. Sono meglio degli altri. Ma mi dicono demonio perché leggo molto, allevo pollame che vendo ai romani e so curare con le erbe. Da giovane, per una donna, mi presi con un romano – allora stavo a Cintio – e lo pugnalai. Lui morì, io vi persi l’occhio e le sostanze e fui condannato all’ergastolo per molti anni… per sempre. Ma sapevo curare, e guarii la figlia di un guardiano. Ciò mi valse la sua amicizia, e un poco di libertà… L’ho usata per fuggire. Ho fatto male, perché l’uomo certo scontò la mia fuga con la vita. Ma la libertà sembra bella quando si è prigionieri…»
16«E non è bella, poi?».
«No. E’ meglio la carcere, dove si è soli, al contatto cogli uomini che non concedono di esser soli e che ci stanno intorno per odiarci…»
17«Hai studiato i filosofi?».
«Ero maestro a Cintium… Ero proselite…»
18«E ora?».
«E ora sono nulla. Vivo nella realtà. E odio, come fui e come sono odiato».
19«Chi ti odia?».
«Tutti. E Dio per il primo. Era mia moglie… e Dio ha permesso mi tradisse e mi rovinasse. Ero libero e rispettato, e Dio ha permesso divenissi un ergastolano. L’abbandono di Dio, l’ingiustizia degli uomini. Ho annullato Quello e questi. Qui non c’è più nulla…» e si batte sulla fronte e sul petto.
«Cioè, qui, nella testa, c’è il pensiero, il sapere. Qui è, che non c’è nulla» e sputa con sprezzo.
Il Messia offre l’amore a cambio dell’odio
20«Ti sbagli. Lì hai ancora due cose».
«Quali?».
21«Il ricordo e l’odio. Levale. Sii veramente vuoto… ed Io ti darò una cosa nuova da mettere lì».
«Che cosa?».
22«L’amore».
«Ah! Ah! Ah! Mi fai ridere! Sono trentacinque anni che non ridevo più, uomo. Da quando ebbi la prova che la femmina mi tradiva col mercante di vini romano. L’amore! L’amore a me! Come se io gettassi gioielli ai miei polli! Morirebbero di indigestione se non riuscissero a passarli nello sterco. Lo stesso a me. Mi farebbe peso il tuo amore se non lo potessi digerire…».
Un paradiso in ogni cuore.
23«No, uomo! Non dire così!». Gesù gli posa la mano sulla spalla, veramente e palesemente afflitto.
L’uomo lo guarda col suo unico occhio, e quel che vede in quel viso dolce e bellissimo lo fa ammutolire e cambiare espressione. Dal sarcasmo passa ad una serietà profonda, da questa ad una vera mestizia. China il capo e poi chiede con voce mutata: «Chi sei?».
24«Gesù di Nazaret. Il Messia».
«Tu!!!».
25«Io. Non sapevi di Me, tu che leggi?».
«Sapevo… Ma non che eri vivo e non… oh! soprattutto questo non sapevo! Non sapevo che eri buono con tutti… così… anche con gli assassini… Perdona quanto ti ho detto… di Dio e dell’amore… Ora capisco perché Tu vuoi darmi l’amore… Perché senza l’amore il mondo è un inferno, e Tu, Messia, ne vuoi fare un paradiso».
26«Un paradiso in ogni cuore. Dammi il ricordo e l’odio che ti tengono malato e lascia che Io ti metta in cuore l’amore!».
«Oh! se ti avessi conosciuto prima!… allora… Ma quando io uccidevo Tu non eri certo nato… Ma dopo… dopo… quando, libero come è libero il serpente nelle foreste, io vissi per avvelenare col mio odio».
Per crescere in bontà.
27«Ma hai fatto anche del bene. Non hai detto che curavi con le erbe?».
«Sì. Per essere tollerato. Ma quante volte ho lottato con la voglia di avvelenare coi filtri!… Vedi? Mi sono rifugiato qui perché… è un paese dove si ignora il mondo e che il mondo ignora. Un paese maledetto. Altrove ero odiato e odiavo e avevo paura di essere riconosciuto… Ma cattivo sono».
28«Hai un rimpianto per avere causato del male al guardiano della prigione. Vedi che ancora sei munito di bontà? Non sei malvagio… Sei solo con una grande ferita aperta, e nessuno te la medica… La tua bontà fugge da essa come il sangue dalle ferite. Ma se ci fosse chi ti cura e chiude la tua ferita, povero fratello, la tua bontà, non più sfuggente man mano che si forma, crescerebbe in te…»
L’uomo piange a capo chino, senza che nulla tradisca quel pianto. Solo Gesù, che gli cammina al fianco, lo vede. Sì, lo vede. Ma non dice più altro.
Sull’ocultismo, la negromanzia, il satanismo…
La spelonca della maga
29Arrivano ad una spelonca che è fatta di macerie crollate e di caverne nel monte. L’uomo cerca di fare ferma la voce e dice: «Ecco, è qui. Entra pure».
30«Grazie, amico. Sii buono».
31L’uomo non dice nulla e resta dove è, mentre Gesù coi suoi, superando pietroni che certo erano pezzi di muraglie ben robuste, disturbando ramarri e altre brutte bestie, entrano in una vasta grotta affumicata sulle cui pareti, graffiti nel masso, sono ancora segni dello zodiaco e simili storie.
32In un angolo affumicato vi è una nicchia e, sotto, un buco come fosse un tombino per lo scolo di liquidi. I pipistrelli decorano il soffitto dei loro grappoli che fanno ribrezzo,
33e un gufo, disturbato dalla luce di un ramo che Giacomo ha acceso per vedere se calpestano scorpioni o aspidi, si lamenta sbattendo le ali ovattate e stringendo gli occhiacci feriti dalla luce. E’ proprio appollaiato nella nicchia,
34e un fetore di topi morti, di donnole, di uccelli in putrefazione fra i suoi piedi, si mescola all’odore dello sterco e del suolo umido.
Curiosità dell’apostolo indagatore.
35«Un bel posto in verità!» dice Pietro. «Era meglio il tuo Tabor e il mare, ragazzo!». E poi, volgendosi a Gesù: «Maestro, accontenta presto Giuda perché qui… non è certo la sala regale di Antipa!».
36«Subito. Che vuoi sapere di preciso?» chiede a Giuda di Keriot.
«Ecco… Vorrei sapere se e perché Saul ha peccato venendo qui… Vorrei sapere se è possibile che una donna possa evocare i morti. Vorrei sapere se… Oh! insomma, parla Tu. Io ti farò domande».
«Affare lungo! Andiamo almeno lì fuori, al sole, sui massi… Ci salveremo dall’umido e dal fetore» prega Pietro.
37E Gesù acconsente. Si siedono come possono sulle muraglie crollate.
I peccati di Saul.
38«Il peccato di Saul non è stato che uno dei peccati dello stesso. Fu preceduto e seguito da molti altri. Tutti gravi. 39Ingratitudine duplice verso Samuele che lo unge re[5] e che si eclissa poi per non dividere col re l’ammirazione del popolo[6]. 40Ingrato più volte verso Davide che lo libera da Golia[7], che lo risparmia nella caverna di Engaddi[8] e ad Achila[9]. 41Colpevole di multiple disubbidienze[10] e di scandalo nel popolo. 42Colpevole di avere addolorato Samuele suo benefattore mancando alla carità[11]. 43Colpevole di gelosia e di attentati verso Davide[12], altro suo benefattore, 44e infine del delitto commesso qui»[13]..
La pratica esoterica è delito
«Contro chi? Non vi ha ucciso nessuno».
45«La sua anima ha ucciso, ha finito di uccidere, qui dentro. Perché abbassi il capo?».
«Penso, Maestro».
46«Pensi. Lo vedo. Che pensi? Perché sei voluto venire? Non per pura curiosità di studioso, confessalo».
«Sempre si sente parlare di maghi, di negromanzie, di spiriti evocati… Volevo vedere se scoprivo qualcosa… Mi piacerebbe sapere come avviene… Penso che noi, destinati a stupire per attirare, dovremmo essere un poco negromanti. Tu sei Tu e fai col tuo potere. Ma noi dobbiamo chiederlo un potere, un aiuto, per fare opere strane, che si impongano…»
«Oh! ma sei folle? Ma che dici?» urlano in molti.
47«Tacete. Lasciatelo parlare. Non è follia la sua».
«Sì, insomma mi pareva che, venendo qui, qualche poco della magia di un tempo potesse entrare in me e farmi più grande. Per l’interesse tuo, credilo».
Veleno satanico della curiosità
48«So che sei sincero in questo tuo desiderio attuale. Ma ti rispondo con parole eterne, perché sono del Libro, e il Libro sarà finché sarà l’uomo. Creduto o schernito, impugnato in nome della Verità o deriso, sarà, sempre sarà.
49É detto: “Ed Eva, visto che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi e bello a vedersi, lo colse e ne mangiò e ne diede al marito… E allora i loro occhi si apersero e si accorsero di essere nudi e si fecero delle cinture…[14]
50E Dio disse: ‘Come vi siete accorti di essere nudi? Solo per avere mangiato il frutto proibito’. E li cacciò dal paradiso di delizie”[15]. 51E nel libro di Saul è detto: “Disse Samuele apparendo: ‘Perché mi hai disturbato col farmi evocare? Perché interrogarmi dopo che il Signore si è ritirato da te? Il Signore ti tratterà come ti ho detto… perché tu non hai ubbidito alla voce del Signore’.[16]“
È delitto l’esoterismo in tutte le sue forme.
52Figlio, non tendere la mano al frutto proibito. Anche solo accostarlo è imprudenza. Non avere curiosità di conoscere l’ultraterreno per tema che non ti se ne apprenda il satanico veleno. 53Fuggi l’occulto e ciò che non si spiega. 54Una sola cosa va accolta con santa fede: Dio… Ma ciò che Dio non è, e che non è spiegabile con le forze della ragione e creabile con le forze dell’uomo, 55fuggilo, fuggilo, ché non ti si aprano le fonti della malizia e tu non comprenda di essere “nudo”. Nudo: repellente nella umanità mista al satanismo. 56Perché vuoi stupire con prodigi oscuri? Stupisci con la tua santità, e sia luminosa come cosa che viene da Dio. 57Non avere desiderio di lacerare i veli che separano i viventi dai trapassati. 58Non disturbare i defunti. Ascoltali, se saggi, finché sono sulla terra, venerali con l’ubbidirli anche dopo la morte. Ma non turbare la loro seconda vita. 59Chi non ubbidisce alla voce del Signore perde il Signore. E il Signore ha proibito l’occultismo, la negromanzia, il satanismo in tutte le sue forme[17]. 60Che vuoi sapere più di quanto la Parola non ti dica già? Che vuoi operare più di quanto la tua bontà e il mio potere ti concedono di operare? Non appetire al peccato, ma alla santità, figlio. 61Non ti mortificare. Mi piace che tu ti sveli nella tua umanità. Quello che piace a te piace a molti, a troppi. 62Solo, il fine che tu metti a questo tuo desiderio: “essere potente per attirare a Me”, leva a quest’umanità molto peso e vi mette ali. Ma sono di uccello notturno. No, mio Giuda. Mettivi ali solari, ali d’angelo al tuo spirito. Col solo vento di esse attirerai cuori e li trasporterai, nella tua scia, a Dio. Possiamo andare?».
«Sì, Maestro! Ho sbagliato..»
63«No. Sei stato un indagatore… Il mondo ne sarà sempre pieno. Vieni, vieni. Usciamo da questo luogo di puzzo. Incontro al sole andiamo! Fra pochi giorni è Pasqua, e dopo andremo da tua madre. Io ti evoco quella: la tua casa onesta, la tua madre santa. Oh! che pace!».
64Come sempre, il ricordo della madre, la lode del Maestro alla madre, rasserena Giuda. Escono dalle rovine e cominciano a scendere per il sentiero fatto prima. L’uomo guercio è ancora lì.
La nuova famiglia
Felice di Endor riceve il nome di Giovanni
65«Qui ancora?» chiede Gesù mostrando di non vedere il viso rosso per il molto pianto versato.
«Qui. Se mi permetti ti seguo. Ho da dirti una cosa..»
66«Vieni dunque con Me. Che vuoi dirmi?».
«Gesù… Io trovo che per avere forza di parlare, e di fare la magia santa di cambiare me stesso, di evocare la mia anima morta come la maga evocò, per Saul, Samuele, devo dire il tuo Nome, dolce come il tuo sguardo, santo come la tua voce. Tu mi hai dato una nuova vita ed essa è informe, incapace come quella di un neonato mal generato. Si dibatte ancora fra le strette di una scorza malvagia. Aiutami ad uscire dalla mia morte».
67«Sì, amico».
«Io… io ho conosciuto di avere ancora un poco di umanità nel mio cuore. Non tutto belva sono, e posso ancora amare ed essere amato, perdonare ed essere perdonato. Il tuo amore, il tuo amore che è perdono, me lo insegna. Non è vero che è così?».
68«Sì, amico».
«Allora… portami con Te. Io ero Felice! Ironia! Ma Tu dammi un nuovo nome. Che il passato sia realmente morto. Ti seguirò come un cane randagio che finalmente trova un padrone. Sarò il tuo schiavo se vuoi. Ma non lasciarmi solo…»
69«Sì, amico».
«Che nome mi dai?».
70«Un nome a Me caro: Giovanni. Poiché tu sei la grazia che fa il Signore».
Gioia di Gesù per il nuovo discepolo.
«Mi prendi con Te?».
71«Per ora sì. Poi mi seguirai fra i discepoli. Ma la tua casa?».
«Non ho più casa. Lascerò ai poveri quanto ho. Dammi solo amore e un pane».
72«Vieni». E Gesù si volge chiamando gli apostoli.
«Amici, e specie tu, Giuda, abbiate il mio grazie. Per te, per voi un anima viene a Dio. Ecco il nuovo discepolo. Viene con noi finché non potremo affidarlo ai fratelli discepoli. Siate felici di avere trovato un cuore e benedite con Me Iddio».
Molto felici veramente non sembrano i dodici. Ma fanno buon viso per ubbidienza e cortesia.
«Se permetti vado avanti. Mi troverai sulla soglia di casa».
73«Va’ pure».
L’uomo parte di corsa. Pare un altro.
74«Ed ora che siamo soli vi ordino, questo lo ordino, di essere buoni con lui e di tacere il suo passato a chicchessia. Chi parlasse, o chi mancasse verso la carità al fratello redento, verrebbe all’istante respinto da Me. Avete inteso? E vedete quanto è buono il Signore! Venuti qui per fine umano, ci concede di ripartirne avendo ottenuto un fatto soprannaturale. Oh! Io giubilo per la gioia che ora è nel Cielo per il nuovo convertito».
L’esperienza di seguire il Messia
75Giungono davanti alla casa. Sulla soglia, con una veste scura e pulita, un mantello uguale, un paio di sandali nuovi e una capace sacca sulle spalle, è l’uomo. Chiude l’uscio e poi, strano in un uomo che si potrebbe pensare insensibile, prende una gallinella bianca, forse la prediletta, che si accoccola domestica sulle sue mani, e la bacia e piange, e poi la posa.
«Andiamo… e perdona. Ma essi, i miei polli, mi hanno amato… Parlavo con loro e… mi capivano…»
76«Ti capisco anche Io… e ti amo. Tanto. Ti darò tutto l’amore che in trentacinque anni il mondo ti ha negato…»
«Oh! lo so! Lo sento! Per questo vengo. Ma compatisci l’uomo che… che ama un animale che… che… che gli è stato più fedele dell’uomo…»
77«Sì… sì. Non pensare più al passato. Avrai tanto da fare! E con la tua esperienza farai tanto bene. Simone, vieni qui, e tu, Matteo. Vedi? Questo fu più che prigioniero, e lebbroso fu. Questo fu peccatore. Ed Io li ho cari perché sanno capire i poveri cuori… Non è vero?».
«Per bontà tua, Signore. Ma certo, credi, amico, che tutto si annulla nel servirlo. Resta solo la pace» dice lo Zelote.
78«Sì. La pace e una giovinezza nuova succede dove era vecchiezza di vizio o di odio. Io ero pubblicano. Ma ora sono l’apostolo. Abbiamo davanti il mondo. E noi siamo istruiti circa esso. Non siamo i fanciulli svagati che passano presso il frutto nocivo e la pianta che piega e non vedono la realtà. Noi sappiamo. Possiamo evitare il male e insegnare ad altri ad evitarlo. E sappiamo raddrizzare chi piega. Perché sappiamo come è di sollievo essere sorretti. E sappiamo chi sorregge: Lui» dice Matteo.
79«E’ vero! E’ vero! Mi aiuterete. Grazie. E’ come io passassi da un luogo oscuro e fetido all’aperto di un prato fiorito… Ho provato qualcosa di simile quando sono uscito, libero, finalmente libero, dopo venti anni di ergastolo e di lavoro brutale nelle miniere dell’Anatolia, e mi sono trovato – ero fuggito in una sera burrascosa – in cima ad un monte aspro, ma aperto, ma pieno di sole per l’aurora e coperto di boschi odorosi… La libertà! Ma ora è di più! Tutto in me si dilata! Non avevo più catene da quindici anni. Ma l’odio, ma la paura, ma la solitudine mi erano sempre catene… Ora sono cadute!… Eccoci alla casa del vecchio che vi ha portati a me. Uomo! Uomo!».
La nuova Famiglia
Il vecchietto accorre e resta di stucco vedendo che il guercio è pulito, in veste da viaggio, e con un viso sorridente.
80«Tieni. Questa è la chiave della mia casa. Io vado via, per sempre. Ti sono grato perché tu sei il mio benefattore. Mi hai reso la famiglia. Fa’ del mio tutto quello che vuoi… e cura i miei polli. Non li maltrattare. Ogni sabato viene un romano e compera le uova… Ti daranno dell’utile… Trattale bene le mie gallinelle… e Dio te ne rimuneri».
Il vecchietto è trasecolato… Prende la chiave e resta a bocca aperta.
81Gesù dice: «Sì, fa’ come egli dice, e Io pure te ne sarò grato. In nome di Gesù ti benedico».
«Il Nazareno! Sei Tu! Misericordia! Ho parlato col Signore! Donne! Donne! Uomini! Il Messia è fra noi!». Strilla come un’aquila e corrono persone da ogni parte.
«Benedici! Benedici!» gridano. E altri: «Resta!»; e altri: «Dove vai? Almeno di’ dove vai».
82«A Naim. Restare non posso».
«Ti seguiamo! Lo vuoi?».
83«Venite. E a chi resta pace e benedizione».
La nuova Fraternità
84Si avviano verso la via maestra. La prendono. L’uomo, che cammina vicino a Gesù e che fatica sotto la sua sacca, attira la curiosità di Pietro.
«Ma che hai lì dentro di tanto pesante?» chiede.
«Le vesti… e dei libri… I miei amici dopo e con i polli. Non ho potuto separarmi. E pesano».
«Eh! la scienza pesa! Già! E a chi piace, eh?».
«Mi hanno impedito di impazzire».
«Eh! ci devi volere bene! Ma, che libri sono?».
«Filosofia, storia, poesia greca, romana…»
«Belli, belli. Certo belli. Ma… pensi poterteli portare dietro?».
«Forse riuscirò anche a separarmene. Ma tutto insieme non si può fare, non è vero, Messia?»
85«Chiamami Maestro. Sì, non si può. Ma ti farò avere un luogo dove potrai dare un ricovero ai tuoi amici, i libri. Ti potranno servire per discutere con i pagani di Dio».
«Oh! come hai netto il pensiero da ogni restrizione!».
86Gesù sorride e Pietro esclama: «Sfido io! E’ la Sapienza, Lui!»
«Éla Bontà, credilo. E tu sei colto?»
«Io? Oh! coltissimo! Distinguo un agone da una carpa, e la mia coltura resta lì. Sono pescatore, amico!» e Pietro ride, umile e schietto.
«Sei un onesto. E’ una scienza che si impara da sé. Ed è molto difficile ad aversi. Mi piaci».
«Anche tu mi piaci. Perché sei schietto. Anche nell’accusarti. Io perdono tutto, aiuto tutti. Ma sono nemico spietato dei falsi. Mi fanno ribrezzo»
«Hai ragione. Il falso è un delinquente».
«Un delinquente. Lo hai detto. Di’, non ti fidi a darmi un poco la tua sacca? Tanto, sta’ certo, coi libri non scappo… Mi pare che fai fatica…
«Venti anni di miniera spezzano… Ma perché vuoi faticare tu?».
87«Perché il Maestro ci ha insegnato ad amarci come fratelli. Da’ qui. E prendi i miei stracci. E’ leggera la mia… Non ci sono storie, né poesie. La mia storia, la mia poesia e quell’altra cosa che hai detto, è Lui, il mio Gesù, il nostro Gesù».
189. A Naim. Resurrezione del figlio
di una vedova[18].
Risurrezione di Daniele
Naim (Lc 7,11)[19].
1Naim doveva avere una certa importanza ai tempi di Gesù. Non è molto vasta, ma ben costruita, chiusa dentro la sua cinta di mura, stesa su una bassa e ridente collina, una propaggine del piccolo Hermon, dominante dall’alto sulla pianura fertilissima che si spiega in direzione nord-ovest.
2Vi si giunge, venendo da Endor, dopo avere valicato un fiumicello che certo è affluente del Giordano. Però da qui il Giordano non si vede più, e neppure la sua valle, perché delle colline lo celano facendo un arco a punto interrogativo verso est.
3Gesù vi si dirige per una via maestra che congiunge le regioni del lago all’Ermon e ai suoi paesi. Dietro di Lui camminano molti abitanti di Endor parlando fitto fitto fra di loro.
Funerale a Naim (Lc 7,12)[20]
4La distanza che separa il gruppo apostolico dalle mura è ormai molto breve: un duecento metri al massimo. E, posto che la strada maestra va diretta ad immettersi per una porta in città, e la porta è spalancata essendo giorno pieno, si può vedere quanto avviene immediatamente al di là delle mura. E’ così che Gesù, che parlava con gli apostoli e col nuovo convertito, vede venire, fra un grande fracasso di piangenti e simili apparati orientali, un corteo funebre.
«Andiamo a vedere, Maestro?» dicono in molti. E già fra i cittadini di Endor molti si sono precipitati a vedere.
5«Andiamo pure» dice Gesù condiscendente.
«Oh! deve essere un fanciullo, perché vedi quanti fiori e nastri sulla barella?» dice Giuda di Keriot a Giovanni.
«Oppure sarà una vergine» risponde Giovanni.
«No, è certo un giovinetto per i colori che vi hanno messo. E poi mancano i mirti…» dice Bartolomeo.
6Il funerale esce oltre le mura. Cosa sia sulla barella, tenuta alta sulle spalle dei portatori, non è possibile vedere. Si intuisce il corpo steso nelle sue bende e coperto dal lenzuolo solo per il rilievo che fa, e si comprende che è il corpo di uno che ha già raggiunto lo sviluppo completo perché è lungo quanto la barella.
La madre del defunto Daniele (Lc 7,12,)[21]
7Al suo fianco una donna velata, sorretta da parenti o amiche, cammina piangendo. L’unico pianto vero in tutta quella commedia di piagnone. E quando un sasso incontrato da un portatore, una buca, un rialzo, fa imprimere una scossa alla barella, la madre geme: «Oh! no! Fate piano! Ha tanto sofferto il mio bambino!» e alza una mano tremante ad accarezzare l’orlo della barella – di più non può – e, non potendo di più, bacia i veli ondeggianti e i nastri che il vento talora sommuove e che sfiorano perciò la forma immobile.
8«Éla madre» dice Pietro compunto e con un luccicore di pianto nell’occhio arguto e buono. Ma non è il solo che abbia il pianto agli occhi per quello strazio. Lo Zelote, Andrea, Giovanni e persino il sempre allegro Tommaso hanno negli occhi del luccicore. Tutti, tutti sono commossi.
Giuda Iscariota mormora: «Fossi io! Oh! povera madre mia…».
9Gesù, il cui occhio è di una dolcezza intollerabile tanto è profonda, si dirige verso la barella.
La madre, che singhiozza più forte perché il corteo sta per torcere verso il sepolcro già aperto, lo scansa con violenza vedendo che Gesù fa per toccare la bara. Nel suo delirio chissà cosa teme. Urla: «E’ mio!» e con occhi folli guarda Gesù.
10«Lo so, madre. E’ tuo».
«E’ il mio unico figlio! Perché a lui la morte, a lui che era buono e caro, la gioia di me, vedova?, Perché?».
11La folla delle piangenti aumenta il suo pagato pianto per far coro alla madre che continua: «Perché lui e non io? Non è giusto che chi ha generato veda perire il suo seme. Il seme deve vivere perché altrimenti, perché altrimenti a che serve che queste viscere si squarcino per dare alla luce un uomo?» e si percuote sul ventre, feroce e disperata.
Risurrezione di Daniele (7,13-15)[22].
12«Non fare così! Non piangere, madre». Gesù le prende le mani in una stretta potente e le tiene con la sua sinistra mentre con la destra tocca la bara dicendo ai portatori: «Fermatevi e posate a terra la barella».
I portatori ubbidiscono abbassando il lettuccio, che resta appoggiato sui suoi quattro piedi al suolo.
13Gesù afferra il lenzuolo che copre il morto e lo getta indietro scoprendo la salma. La madre grida il suo dolore con il nome del figlio, credo: Daniele!».
14Gesù, sempre tenendo le mani materne nella sua, si raddrizza, imponente nel suo fulgore di sguardi, col suo viso dei miracoli più potenti, e abbassando la destra ordina con tutta la forza della voce: «Giovinetto! Io te lo dico: sorgi!».
Il morto, così come è, fra le fasce, si leva a sedere sulla barella e chiama: «Mamma!».
La chiama con la voce balbettante e spaurita di un piccolo terrorizzato.
15«E’ tuo, donna. Io te lo rendo in nome di Dio. Aiutalo a liberarsi dal sudario. E siate felici».
16E Gesù fa per ritirarsi. Ma sì! La folla lo inchioda alla bara su cui si è rovesciata la madre, che annaspa fra le bende per fare presto, presto, presto, mentre il lamento infantile, implorante, si ripete: «Mamma! Mamma!».
Il sudario è slegato, slegate le bende, e madre e figlio si possono abbracciare, e lo fanno senza tenere conto dei balsami che appiccicano e che poi la madre leva dal caro viso, dalle care mani, con le stesse bende, e poi, non avendo con che rivestirlo, la madre si leva il mantello e ve lo avvolge, e tutto serve ad accarezzarlo…
17Gesù la guarda… guarda questo gruppo di amore, stretto sulle sponde del lettuccio non più funebre, e piange. Lo vede Giuda Iscariota, questo pianto, e chiede: «Perché piangi, Signore?».
18Gesù volge il volto verso di lui e dice: «Penso a mia Madre…».
Benedetto il Messia di Israele (Lc 7,16-17)[23].
Il breve colloquio richiama la donna al suo Benefattore.
19Prende per mano il figlio e lo sorregge, perché è come uno che abbia un resto di torpore nelle membra, e si inginocchia dicendo: «Anche tu, figlio mio. Benedici questo Santo che ti ha reso alla vita e a tua madre» e si china a baciare la veste di Gesù, mentre la folla osanna a Dio e al suo Messia, ormai conosciuto per quello che è perché gli apostoli e i cittadini di Endor si sono presi l’incarico di dire chi è Colui che ha operato il miracolo. E tutta la folla ormai esclama: «Sia benedetto il Dio di Israele. Benedetto il Messia, il suo Inviato! Benedetto Gesù, Figlio di Davide! Un grande Profeta è sorto fra noi! Dio ha veramente visitato il suo popolo! Alleluia! Alleluia!».
Augurio di risurrezione al bene.
21Finalmente Gesù può sgusciare dalla stretta e penetrare in città. La folla lo segue e lo insegue, esigente nel suo amore. Accorre un uomo e saluta profondamente.
«Ti prego sostare nel mio tetto».
22«Non posso. La Pasqua mi vieta ogni sosta oltre quelle stabilite».
«Fra poche ore è il tramonto ed è venerdì…»
23«Appunto che devo prima del tramonto avere raggiunto la mia tappa. Ti ringrazio lo stesso. Ma non mi trattenere».
«Ma io sono il sinagogo».
24«E con ciò vuoi dire che ne hai il diritto. Uomo, bastava che Io tardassi un’ora che quella madre non avrebbe riavuto il figlio. Io vado dove altri infelici mi attendono. Non ritardare per egoismo la loro gioia. Verrò, di certo, un’altra volta e starò con te, in Naim, più giorni. Ora lasciami andare».
L’uomo non insiste più. Dice solo: «Èdetto. Ti attendo».
25«Sì. La pace sia con te e con i cittadini di Naim. Anche a voi di Endor pace e benedizione. Tornate alle case. Dio vi ha parlato attraverso il miracolo. Fate che in voi avvengano, per forza d’amore, tante risurrezioni al Bene per quanti sono i cuori».
26Un ultimo coro di osanna. Poi la folla lascia andare Gesù, che traversa diagonalmente la città ed esce verso la campagna, verso Esdrelon.
190. L’arrivo nella piana di Esdrelon
al tramonto del venerdì[24].
Isaia contadino di Giocana
Il tramonto si inizia con un arrossar di cielo quando Gesù giunge in vista dei campi di Giocana.
1«Affrettiamo il passo, amici, prima che cali il sole. E tu, Pietro, va’ con tuo fratello ad avvisare i nostri amici, quelli di Doras»
«Ci vado, sì, anche per vedere se il figlio è proprio via». Pietro dice quella parola: figlio, in un modo tale che vale per un lungo discorso. E se ne va.
2Intanto Gesù procede più adagio, guardandosi intorno per vedere se vede qualche contadino di Giocana. Ma non ci sono che i campi fertili, con le spighe già ben formate. Finalmente, tra il rameggiare del vigneto, sporge un viso sudato e viene un grido: «Oh! Signore benedetto!» e il contadino corre fuori dal vigneto per venire a prostrarsi davanti a Gesù.
3«La pace sia a te, Isaia!»
«Oh! anche il mio nome ti ricordi?»
4«L’ho scritto in cuore. Alzati. I compagni dove sono?».
Benedizione e maledizione sui campi.
5«Là, nei pometi. Ma ora li avverto. Sei nostro ospite, vero? Non c’è il padrone e possiamo farti festa. E poi… un poco la paura, un poco la gioia, è più buono. Pensa, ci ha concesso l’agnello quest’anno e di andare al Tempio! Ci ha dato sei giorni soli… ma correremo per la strada… Anche noi a Gerusalemme… Pensa!… E in grazia di Te». L’uomo è ai sette cieli dalla gioia di essere stato trattato da uomo e da israelita.
6«Io non ho fatto nulla, che mi sappia…» dice Gesù sorridendo.
«Eh! no! Hai fatto. Doras, e poi i campi di Doras, e questi invece, così belli quest’anno… Giocana ha saputo della tua venuta, e non è sciocco. Ha paura e… e ha paura».
7«Di che?».
«Paura che gli succeda come a Doras. Nella vita e nelle sostanze. Hai visto i campi di Doras?».
8«Vengo da Naim…».
«Allora non li hai visti. Sono tutti rovinati. (L’uomo dice questo a voce bassa e pur marcata, come chi confida una cosa tremenda, in segreto). Tutti rovinati! Non fieni, non biade, non frutta. Viti seccate, pometi seccati… Morto… tutto morto… come a Sodoma e Gomorra[25]… Vieni, vieni che te li mostro».
9«Non occorre. Vado da quei contadini…»
«Ma non ci sono più! Non lo sai? Li ha sparsi o licenziati tutti Doras, figlio di Doras, e quelli che ha sparsi per i loro altri luoghi di campagna hanno l’obbligo di non parlare di Te, pena la frusta… Non parlare di Te! Sarà difficile! Lo ha detto anche Giocana a noi».
10«Che ha detto?».
«Ha detto: “Io non sono così stolto come Doras, e non vi dico: ‘Non voglio che parliate del Nazareno’. Sarebbe inutile, perché lo fareste lo stesso e non vi voglio perdere uccidendovi come bestie riottose sotto la frusta. Anzi vi dico: ‘Siate buoni come certo il Nazareno vi insegna e diteglielo che io vi tratto bene. ‘Non voglio essere maledetto io pure “. Li vede bene che cosa sono questi campi dopo che Tu li hai benedetti, e cosa sono quelli dopo che li hai maledetti. Oh! ecco quelli che mi hanno arato il campo…» e l’uomo corre incontro a Pietro e Andrea. Ma Pietro lo saluta brevemente e prosegue il suo andare, e già grida: «Oh! Maestro! Ma non c’è più nessuno! Tutti visi nuovi. E c’è tutto devastato! In verità potrebbe fare a meno di tenere contadini qui. E’ peggio che sul Mar Salato!…»
11«Lo so. Me lo ha detto Isaia».
«Ma vieni a vedere! Che vista!..»
12Gesù lo accontenta, dicendo prima a Isaia: «Allora sarò con voi. Avverti i compagni. E non vi scomodate. Il cibo l’ho Io. Ci basta un fienile per dormire e il vostro amore. Verrò subito».
L’ira di Dio sui campi di Doras
13La vista dei campi di Doras è realmente desolante. Campi e prati aridi e nudi, secchi i vigneti, distrutto il fogliame e il frutto sugli alberi da milioni di insetti d’ogni genere. Anche presso la casa il giardino-frutteto mostra l’aspetto desolato di un bosco morente. 14I contadini vagano qua e là strappando erbacce, schiacciando bruchi, lumache, lombrichi e simili, scuotendo i rami tenendovi sotto dei catini pieni d’acqua per affogarvi le farfalline, gli afidi e altri parassiti che coprono le superstiti foglie ed emungono la pianta fino a farla morire. Cercano un segno di vita nei tralci dei vigneti. Ma questi si spezzano aridi non appena sono toccati e talora piegano alla base come se una sega avesse reciso le radici. 15Il contrasto coi campi di Giocana, coi vigneti e frutteti di questo, è vivissimo, e la desolazione dei campi maledetti sembra ancor più violenta se la si paragona alla fertilità degli altri.
«Ha la mano pesante il Dio del Sinai» mormora Simone Zelote.
16 Gesù fa un atto come dire: «Eccome!» ma non dice nulla. Solo chiede: «Come è avvenuto?».
Un contadino risponde fra i denti: «Talpe, cavallette, vermi… ma va’ via! Il sorvegliante è fedele a Doras… Non ci fare del male…».
17Gesù ha un sospiro e se ne va. Un altro contadino dice, rimanendo curvo a rincalzare un melo, nella speranza di salvarlo: «Ti raggiungeremo domani… quando il sorvegliante va a Jesrael per la preghiera… in casa di Michea verremo».
18Gesù fa un gesto di benedizione e se ne va.
Il Messia dei contadini
19Quando torna al crocicchio vi sono tutti i contadini di Giocana, festosi, felici, e si circondano il loro Messia portandolo alle povere case.»
«Hai visto di là?».
20«Ho visto. Domani verranno i contadini di Doras».
«Già, mentre le iene sono alla preghiera… Facciamo così ogni sabato… e parliamo di Te, con quello che sappiamo da Giona, da Isacco che viene a trovarci spesso, e col tuo discorso di tisri. Come sappiamo parliamo. Perché non si può non parlare di Te. E tanto più se ne parla quanto più si soffre ed è proibito farlo. Quei poveri… bevono la vita ogni sabato… Ma in questa pianura quanti ce ne sono che hanno bisogno di sapere, almeno sapere di Te, e che non possono venire fin qui…».
21«Penserò anche a loro. E voi siate benedetti per ciò che fate».
Il sole cade mentre Gesù entra in una affumicata cucina. Il riposo del sabato ha inizio.
191. Il sabato a Esdrelon. Il piccolo Jabé e
la parabola del ricco Epulone[26].
Il figlio della nascente chiesa
Il Messia si prende cura dei contadini
1«Consegna a Michea tanto denaro che domani egli possa ricompensare quanto oggi si è fatto prestare dai contadini di questa zona» dice Gesù a Giuda Iscariota, che generalmente amministra le… sostanze comuni. E poi Gesù chiama Andrea e Giovanni e li manda in due punti in cui si può vedere la strada o le strade che vengono da Jezrael. Chiama poi Pietro e Simone e li manda incontro ai contadini di Doras con l’ordine di fermarli presso il confine fra le due proprietà. Infine dice a Giacomo e Giuda: «Prendete le cibarie e venite».
2Li seguono i contadini di Giocana, donne, uomini e bambini, e gli uomini portano due piccole anfore, piccole per modo di dire, che devono essere colme di vino. Più che anfore sono giarre e conterranno su per giù quei dieci litri ognuna. (Prego sempre non prendere le mie misure per articolo di fede). Vanno là dove un folto vigneto, già tutto coperto di foglie novelle, indica la fine dei possessi di Giocana. Oltre vi è un largo fossato, mantenuto pieno d’acqua con chissà che fatica.
Confidenze contadine
3«Vedi? Giocana si è litigato con Doras per questo. Giocana diceva: “Colpa di tuo padre se tutto è rovina. Se non lo voleva adorare, almeno lo doveva temere e non provocare”. E Doras urlava, pareva un demonio: “Tu ti sei salvato le terre per questo fosso. Le bestie non l’hanno varcato…”. 4E Giocana diceva: “E allora come a te tanta rovina mentre prima i tuoi campi erano i più belli di Esdrelon? E’ il castigo di Dio, credilo. Avete passato la misura. Quest’acqua?… C’è sempre stata e non è essa che mi ha salvato”. 5E Doras urlava: “Questo prova che Gesù è un demonio”. 6“È un giusto” urlava Giocana. E sono andati avanti per un pezzo, finché ebbero fiato, 7e dopo Giocana fece con grande spesa derivare acque dal torrente e scavare per cercare altre acque nel suolo e fare tutto un ordine di fossi a confine fra lui e il parente e li fece fare più fondi, e a noi disse quello che ti abbiamo detto ieri… 8In fondo lui è felice di quanto è accaduto. Era tanto invidioso di Doras… Ora spera poter comperare tutto, perché Doras finirà col vendere tutto per due spiccioli».
Il Messia fa da padre di famiglia
9Gesù ascolta con benignità tutte queste confidenze e intanto attende i poveri contadini di Doras, che non tardano a venire e che si prostrano al suolo non appena vedono Gesù al riparo di un albero.
10«Pace a voi, amici. Venite. Oggi la sinagoga è qui ed Io sono il vostro sinagogo. Ma prima voglio essere il vostro padre di famiglia. Sedete in cerchio, che vi dia un cibo. Oggi avete lo Sposo, e facciamo convito di nozze».
11E Gesù scopre una cesta e ne trae pani che dà agli stupiti contadini di Doras, e dall’altra leva quelle cibarie che ha potuto trovare: formaggi, verdure che ha fatto cucinare e un piccolo caprettino o agnellino, cotto intero, che spartisce ai poveri disgraziati, poi versa il vino e fa circolare il rozzo calice perché tutti bevano.
«Ma perché? Ma perché? E loro?» dicono quelli di Doras accennando a quelli di Giocana.
12«Loro hanno già avuto».
«Ma che spesa! Come hai potuto?».
13«Ci sono ancora dei buoni in Israele» dice Gesù sorridendo.
«Ma oggi è sabato…»
14«Ringraziate quest’uomo» dice Gesù accennando all’uomo di Endor. «E’ lui che ha procurato l’agnello. Il resto fu facile averlo».
Quei poveretti divorano – è la parola – il cibo da tanto sconosciuto.
Il figlio della nascente chiesa
Inizia la storia di Yahvé (Marziam)
Vi è uno, piuttosto vecchio, che si stringe al fianco un fanciullo di un dieci anni circa; mangia e piange.»
15«Perché, padre, fai così?…» chiede Gesù.
«Perché la tua bontà è troppa…»
L’uomo di Endor dice con la sua voce gutturale: «E’ vero… e fa piangere. Ma il pianto è senza amaro…»
«E’ senza amaro. E’ vero. E poi… io vorrei una cosa. È anche desiderio questo pianto».
16«Che vuoi, padre?».
«Questo fanciullo lo vedi? Èmio nipote. Mi è rimasto dopo la frana di questo inverno. Doras neppure sa che mi ha raggiunto, perché lo faccio vivere come una bestia selvatica nel bosco e solo al sabato lo vedo. Se me lo scopre, o lo caccia o lo mette al lavoro… e sarà peggio di un animale da soma questo tenero mio sangue… A Pasqua lo manderò con Michea a Gerusalemme per divenire figlio della Legge… e poi?… E’ il figlio di mia figlia…».
17 «Lo daresti a Me, invece? Non piangere. Ho tanti amici che sono onesti, santi e senza figli. Lo alleveranno santamente, nella mia via…».
«Oh! Signore! Da quando ho saputo di Te l’ho desiderato. E pregavo il santo Giona, lui che sa cosa è essere di questo padrone, di salvare il mio nipote da questa morte…»
18«Fanciullo, verresti con Me?».
«Sì, mio Signore. E non ti darò dolore».
19«E’ detto».
Figlio della nascente chiesa
«Ma… a chi lo vuoi dare?» chiede Pietro tirando Gesù per una manica. «A Lazzaro anche questo?».
20«No, Simone. Ma ce ne sono tanti senza figli…»
«Ci sono anche io…». Il viso di Pietro pare fino affilarsi nel desiderio.
21«Simone, te l’ho detto. Tu devi essere il “padre” di tutti i figli che Io ti lascerò in eredità. Ma non devi avere la catena di nessun figlio tuo proprio. Non ti mortificare. Tu sei troppo necessario al Maestro perché il Maestro possa staccarti da Sé per un affetto. Sono esigente, Simone. Sono esigente più di uno sposo gelosissimo. Ti amo con ogni predilezione e ti voglio tutto per Me e di Me».
«Va bene, Signore… Va bene… Sia fatto come Tu vuoi». Il povero Pietro è eroico nel suo aderire a questa volontà di Gesù.
22«Sarà il figlio della mia nascente Chiesa. Va bene? Di tutti e di nessuno. Sarà il “nostro” bambino. Ci seguirà quando lo permetteranno le distanze, o ci raggiungerà, e suoi tutori saranno i pastori, loro che amano nei bambini tutti il “loro” bambino Gesù. Vieni qui, fanciullo. Come ti chiami?».
«Jabé di Giovanni, e son di Giuda» dice sicuro il ragazzo.
«Sì. Siamo giudei noi» conferma il vecchio.
«Io lavoravo nelle terre di Doras in Giudea, e mia figlia si è sposata con un di quelle parti. Lavorava ai boschi presso Arimatea e quest’inverno…»
23«Ho visto la sventura».
«Il fanciullo si è salvato perché quella notte era da un parente lontano… Veramente si è portato il nome, Signore! L’ho detto subito a mia figlia: “Perché? Non ricordi l’antico?”. Ma il marito volle chiamarlo così, e Jabé fu».
24«”Il fanciullo invocherà il Signore[27] e il Signore lo benedirà e dilaterà i suoi confini, e la mano del Signore è sulla sua mano, ed egli non sarà più oppresso dal male”. Questo gli concederà il Signore per consolare te, padre, gli spiriti dei morti, confortare l’orfano. Ed ora che abbiamo separato il bisogno del corpo da quello dell’anima con un atto di amore al fanciullo, ascoltate la parabola che ho pensata per voi.
Parabola del ricco Epulone
I ricco Epulone e il povero Lazzaro(Lc 16,1.19-21)[28].
25Vi era un tempo un uomo molto ricco. Le vesti più belle erano le sue, e nei suoi abiti di porpora e di bisso si pavoneggiava nelle piazze e nella sua casa, riverito dai cittadini come il più potente del paese, e dagli amici che lo secondavano nella sua superbia per averne utile. Le sue sale erano aperte ogni giorno in splendidi banchetti in cui la folla degli invitati, tutti ricchi, e perciò non bisognosi, si pigiavano adulando il ricco Epulone. I suoi banchetti erano celebri per abbondanza di cibi e di vini prelibati.
El pobre Lázaro (Lc 16,20)[29]
26Ma nella stessa città vi era un mendico, un grande mendico. Grande nella sua miseria come l’altro era grande nella sua ricchezza. 27Ma sotto la crosta della miseria umana del mendico Lazzaro vi era celato un tesoro ancor più grande della miseria di Lazzaro e della ricchezza dell’Epulone. Ed era la santità vera di Lazzaro. 28Egli non aveva mai trasgredito alla Legge, neppure sotto la spinta del bisogno, e soprattutto aveva ubbidito al precetto dell’amore verso Dio e verso il prossimo. 29Egli, come sempre fanno i poveri, si accostava alle porte dei ricchi per chiedere l’obolo e non morire di fame. E andava ogni sera alla porta dell’Epulone sperando averne almeno le briciole dei pomposi banchetti che avvenivano nelle ricchissime sale. 30Si sdraiava sulla via, presso la porta, e paziente attendeva. Ma se l’Epulone si accorgeva di lui lo faceva scacciare, perché quel corpo coperto di piaghe, denutrito, in vesti lacere, era una vista troppo triste per i suoi convitati. L’Epulone diceva così. In realtà era perché quella vista di miseria e di bontà era un rimprovero continuo per lui.
Los perros fieles (Lc 16,21)[30]
31Più pietosi di lui erano i suoi cani, ben pasciuti, dai preziosi collari, che si accostavano al povero Lazzaro e gli leccavano le piaghe, mugolando di gioia per le sue carezze, e giungevano a portargli gli avanzi delle ricche mense, per cui Lazzaro sopravviveva alla denutrizione per merito degli animali, perché per mezzo dell’uomo sarebbe morto, non concedendogli l’uomo neppure di penetrare nella sala dopo il convito per raccogliere le briciole cadute dalle mense.
La morte del santo (Lc 16,22)[31].
32Un giorno Lazzaro morì. Nessuno se ne accorse sulla terra, nessuno lo pianse. Anzi ne giubilò l’Epulone di non vedere quel giorno né poi quella miseria che egli chiamava “obbrobrio” sulla sua soglia. 33Ma in Cielo se ne accorsero gli angeli. E al suo ultimo anelito, nella sua tana fredda e spoglia, erano presenti le coorti celesti, che in un folgoreggiare di luci ne raccolsero l’anima portandola con canti di osanna nel seno di Abramo.
La morte del peccatore (Lc 16,22).[32]
34Passò qualche tempo e morì l’Epulone. Oh! che funerali fastosi! Tutta la città, che già sapeva della sua agonia e che si pigiava sulla piazza dove sorgeva la sua dimora per essere notata come amica del grande, per curiosità, per interesse presso gli eredi, si unì al cordoglio, 35e gli ululi salirono al cielo e con gli ululi del lutto le lodi bugiarde al “grande”, al “benefattore”, al “giusto” che era morto.
36Può parola d’uomo mutare il giudizio di Dio? Può apologia umana cancellare quanto è scritto sul libro della Vita? No, non può. Ciò che è giudicato è giudicato, e ciò che è scritto è scritto. E, nonostante i funerali solenni, l’Epulone ebbe lo spirito sepolto nell’Inferno[33].
Natura e tormenti dell’inferno(Lc 16,23-24)[34].
37Allora, in quel carcere orrendo[35], bevendo e mangiando fuoco e tenebre, trovando odio e torture in ogni dove e in ogni attimo di quella eternità, alzò lo sguardo al Cielo.
Il Cielo fulgido del povero Lázaro (Lc 16,23)[36]
38Al Cielo che aveva visto in un bagliore di folgore, in un atomo di minuto, e la cui non dicibile bellezza gli rimaneva presente ad essere tormento fra i tormenti atroci. E vide lassù Abramo. Lontano, ma fulgido, beato… e nel suo seno, fulgido e beato pure egli, era Lazzaro, il povero Lazzaro un tempo spregiato, repellente, misero, ed ora?… Ed ora bello della luce di Dio e della sua santità, ricco dell’amore di Dio, ammirato non dagli uomini ma dagli angeli di Dio.
El infierno de llamas del rico Epulón (Lc 16,24)[37]
39Epulone gridò piangendo: “Padre Abramo, abbi pietà di me! Manda Lazzaro, poiché non posso sperare che tu stesso lo faccia, manda Lazzaro ad intingere la punta del suo dito nell’acqua e a posarla sulla mia lingua per rinfrescarla, perché io spasimo per questa fiamma che mi penetra di continuo e mi arde!
Eternità dell’Inferno(Lc 16,25-26)[38].
40Abramo rispose: “Ricordati, figlio, che tu avesti tutti i beni in vita, mentre Lazzaro ebbe tutti i mali. E lui seppe del male fare un bene, mentre tu non sapesti dei tuoi beni fare nulla che male non fosse. Perciò è giusto che ora lui sia qui consolato e che tu soffra.
41Inoltre non è più possibile farlo. I santi sono sparsi sulla terra perché gli uomini di loro se ne avvantaggino. Ma quando, nonostante ogni vicinanza, l’uomo resta quello che è – nel tuo caso, un demonio – è inutile poi ricorrere ai santi.
42Ora noi siamo separati. Le erbe sul campo sono mescolate. Ma una volta che sono falciate vengono separate dalle buone le malvagie. Così è di voi e di noi.
43Fummo insieme sulla terra e ci cacciaste, ci tormentaste in tutti i modi, ci dimenticaste, contro l’amore. 44Ora siamo divisi. Tra voi e noi c’è un tale abisso che quelli che vogliono passare da qui a voi non possono, né voi, che lì siete, potete valicare l’abisso tremendo per venire a noi.
Conseguenze dell’anticarità(Lc 16,27-28)[39].
45Epulone piangendo più forte gridò: “Almeno, o padre santo, manda, io te ne prego, manda Lazzaro a casa di mio padre. Ho cinque fratelli. Non ho mai capito l’amore neppure fra parenti. Ma ora, ora comprendo cosa è di terribile essere non amati. 46E, poi che qui dove io sono è l’odio, ora ho capito, per quell’atomo di tempo che vide la mia anima Iddio, cosa è l’Amore. Non voglio che i miei fratelli soffrano le mie pene. Ho terrore per loro che fanno la mia stessa vita. 47Oh! manda Lazzaro ad avvertirli di dove io sono, e perché ci sono, e a dire loro che l’Inferno è, ed è atroce, e che chi non ama Dio e il prossimo all’Inferno viene. Mandalo! Che in tempo provvedano, e non abbiano a venire qui, in questo luogo di eterno tormento”.
48Ma Abramo rispose: “I tuoi fratelli hanno Mosè ed i Profeti. Ascoltino quelli. E con gemito di anima torturata rispose l’Epulone: “Oh! padre Abramo! Farà loro più impressione un morto… Ascoltami! Abbi pietà!”.
Conseguenze dell’incredulità (Lc 16,29-31)[40].
49Ma Abramo disse: “Se non hanno ascoltato Mosè ed i Profeti, non crederanno nemmeno ad uno che risusciti per un’ora dai morti per dire loro parole di Verità. 50E d’altronde non è giusto che un beato lasci il mio seno per andare a ricevere offese dai figli del Nemico. Il tempo delle ingiurie per esso è passato. 51Ora è nella pace e vi sta, per ordine di Dio che vede l’inutilità di un tentativo di conversione presso coloro che non credono neppure alla parola di Dio e non la mettono in pratica”.
52Questa la parabola, il cui significato è così chiaro da non meritare neppure una spiegazione.
La via del cielo è l’amore
53Qui veramente è vissuto conquistando la santità il Lazzaro novello, il mio Giona, la cui gloria presso Dio è palese nella protezione che dà a chi spera in Lui. A voi sì che Giona può venire, protettore e amico, e ci verrà se sarete sempre buoni. 54Io vorrei, e dico a voi ciò che dissi a lui la scorsa primavera, Io vorrei potervi tutti aiutare, anche materialmente, ma non posso, ed è il mio dolore. 55Non posso che additarvi il Cielo. Non posso che insegnarvi la grande sapienza della rassegnazione promettendovi il Regno futuro. 56Non odiate mai, per nessuna ragione. L’Odio è forte nel mondo. Ma ha sempre un limite l’Odio. 57L’Amore non ha limite di potenza né di tempo. Amate perciò, per possederlo a difesa e conforto sulla terra e a premio in Cielo. Meglio essere Lazzari che Epuloni, credetelo. Giungete a crederlo e sarete beati.
La Giustizia divina è sempre vigile
58Non sentite nel castigo di questi campi una parola d’odio, anche se i fatti lo potevano giustificare. Non leggete male nel miracolo. Io sono l’Amore e non avrei colpito. Ma, visto che l’Amore non poteva piegare l’Epulone crudele, l’ho abbandonato alla Giustizia[41], ed essa ha fatto le vendette del martire Giona e dei suoi fratelli. 59Voi imparate questo dal miracolo. Che la Giustizia è sempre vigile anche se pare assente e che, essendo Dio Padrone di tutto il creato, si può servire, per l’applicazione di essa, dei minimi quali i bruchi e le formiche per mordere il cuore del crudele e dell’avido e farlo morire in un rigurgito di veleno che lo strozza.
60Io vi benedico, ora. Ma per voi pregherò ogni nuova aurora. E tu, padre, non avere più affanno per l’agnello che mi affidi. Te lo riporterò ogni tanto perché tu possa giubilare vedendolo crescere in sapienza e bontà sulla via di Dio. 61Sarà il tuo agnello di questa tua povera Pasqua, il più gradito degli agnelli presentati all’altare di Geové. Jabé, saluta il vecchio padre e poi vieni al tuo Salvatore, al tuo Pastore buono. La pace sia con voi!».
“Ubbidite per amore all’Amore”
«Oh! Maestro! Maestro buono! Lasciarti!…».
62«Sì. E’ penoso. Ma non è bene che il sorvegliante qui vi trovi. Sono venuto apposta qui per evitarvi punizioni. Ubbidite per amore all’Amore che vi consiglia».
63I disgraziati si alzano con le lacrime agli occhi e vanno alla loro croce. Gesù li benedice ancora e poi, con la mano del fanciullo nella sua, e con l’uomo di Endor dall’altro lato, torna per la via già fatta alla casa di Michea, raggiunto da Andrea e da Giovanni che, finito il loro turno di guardia, si ricongiungono ai confratelli.
192. Una predizione a Giacomo d’Alfeo.
L’arrivo ad Engannim dopo una sosta
a Mageddo[42].
Predizione a Santiago di Alfeo
Confidenziale conversazione con Santiago.
«Signore, quella cima è il Carmelo?» chiede il cugino Giacomo.
1«Sì, fratello. Quella è la catena del Carmelo, e la cima più alta è quella che dà il nome alla catena».
«Deve essere bello anche di lì il mondo. Ci sei mai stato?».
2«Una volta, da solo, all’inizio della mia predicazione. E ai piedi di esso guarii il mio primo lebbroso. Ma ci andremo insieme, a rievocare Elia…»
«Grazie, Gesù. Mi hai compreso come sempre».
3«E come sempre ti perfeziono, Giacomo».
«Perché?».
4«Il perché è scritto in Cielo».
«Non me lo diresti, fratello, Tu che leggi ciò che è scritto in Cielo?».
5Gesù e Giacomo procedono a fianco l’uno dell’altro, e solo il piccolo Jabé, sempre per mano di Gesù, può udire la confidente conversazione dei cugini che si sorridono guardandosi negli occhi.
Profezia sul futuro di Giacomo
6Gesù, passando un braccio sulle spalle di Giacomo per attirarselo ancora più vicino, chiede: «Lo vuoi proprio sapere? Ebbene te lo dirò ad indovinello, e quando ne troverai la chiave sarai sapiente. 7Ascolta: “Radunati i falsi profeti sul monte Carmelo, si avvicinò Elia e disse al popolo: ‘Fino a quando zoppicherete da due parti? Se il Signore è Dio, seguitelo; se lo è Baal, seguite lui’. 8Il popolo non rispose. Allora Elia seguitò a dire al popolo: ‘Dei profeti del Signore sono rimasto io solo'”; e, unica forza del solo, era il grido: ‘Esaudiscimi, Signore, esaudiscimi affinché questo popolo riconosca che Tu sei il Signore Iddio e che hai di nuovo convertito i loro cuori’. Allora il fuoco del Signore cadde e divorò l’olocausto”[43]. Fratello, indovina».
Giacomo pensa a capo chino e Gesù lo guarda sorridendo. Fanno qualche metro così, poi Giacomo dice: «Ha attinenza con Elia o col mio futuro?».
9«Col tuo futuro, naturalmente…»
Giacomo pensa ancora e poi mormora: «Sarei destinato io ad invitare Israele a seguire con verità una via? Sarei io chiamato ad essere l’unico rimasto in Israele? Se sì, vuoi dire che gli altri saranno perseguitati e dispersi e che… e che… pregherò Te per la conversione di questo popolo… quasi fossi un sacerdote… quasi fossi… una vittima… Ma se così è, incendiami da ora, Gesù…».
10«Lo sei già. Ma sarai rapito dal Fuoco, come Elia. Per questo andremo, Io e te soli, a parlare sul Carmelo».
«Quando? Dopo la Pasqua?».
11«Dopo una Pasqua, sì. E allora ti dirò tante cose…»
Arri
Arrivo e fermata a Magedo
Un ruscello ferma la marcia.
12Un bel fiumicello che scorre verso il mare, fatto pieno dalle piogge primaverili e dalle nevi disciolte, ferma il loro andare.
Accorre Pietro e dice: «Il ponte è più su, là dove passa la strada che da Tolemaide va ad Enganmin (o Engannim)».
13Gesù torna indietro docilmente valicando il fiumicello su un robusto ponte di pietra. Subito dopo si ripresentano altre montagnole e colline, ma di poca entità.
«Saremo entro sera ad Engannim?» chiede Filippo.
Le buone spalle di Pedro.
14«Certamente. Ma… ora abbiamo il fanciullo. Sei stanco Jabé?» chiede amorosamente Gesù. «Sii sincero come un angelo».
«Un poco, Signore. Ma mi sforzerò a camminare».
«Questo bambino è indebolito» dice con la sua voce gutturale l’uomo di Endor.
«Sfido io!» esclama Pietro.
«Con la vita che fa da qualche mese! Vieni, che ti prendo in braccio».
«Oh! no, signore. Non ti affaticare. Posso camminare ancora».
«Vieni, vieni. Non sei certo pesante. Sembri un uccellino malnutrito» e Pietro lo issa a cavalluccio sulle sue spalle quadrate, tenendolo per le gambe. Vanno presto perché il sole è ormai forte e invita e sprona a raggiungere le colline ombrose.
Sosta a Magedo.
15Sostano in un paese, che sento chiamare Mageddo, per prendere cibo e riposo presso una fonte molto fresca e rumorosa per la molt’acqua che da essa sgorga nel bacino di pietra oscura. Ma nessuno del paese si interessa dei viaggiatori, anonimi fra i molti altri pellegrini più o meno ricchi che vanno a piedi o su asinelli e mule verso Gerusalemme per la Pasqua. Vi è già un’aria di festa e molti bambini sono coi gitanti, esilarati all’idea della cerimonia della maggiore età.
Pedro designato Tutore di Yahvé.
Due bambini di cuore malvagio.
16Due ragazzetti di agiata condizione, che vengono a giocare presso la fonte mentre vi è Jabé con Pietro, che se lo tira dietro allettandolo con mille cosette, chiedono al ragazzo: «Vai anche tu per essere figlio della Legge?».
Jabé risponde timidamente: «Sì», ma si nasconde quasi dietro a Pietro. E’ tuo padre questo? Sei povero, vero?».
«Sono povero, sì». I due fanciulli, forse figli di farisei, lo scrutano ironici e curiosi, e dicono: «Si vede».
Infatti si vede… Il suo abitino è ben misero! Forse il fanciullo è cresciuto, e nonostante che l’orlo della veste, di un marrone stinto dalle intemperie, sia stato disfatto, l’abito arriva appena a metà delle esili gambette brune, lasciando ben scoperti i piccoli piedi mal calzati da due informi sandali tenuti da funicelle che devono torturare il piede. I fanciulli, spietati per l’egoismo proprio in molti fanciulli, per la crudeltà dei fanciulli non buoni, dicono: «Oh! allora non avrai un abito nuovo per la tua festa! Noi invece!.. Vero Gioachino? Io tutto rosso, col manto uguale. Lui, invece, color del cielo, e avremo sandali con fibbie d’argento e una cintura preziosa e un talet tenuto da una lamina d’oro e…»
17«… e un cuore di pietra, dico io!» scatta Pietro, che ha finito di rinfrescarsi i piedi e di prendere acqua per tutte le borracce.
«Siete cattivi, ragazzi. La cerimonia e la veste non valgono un ranocchio se il cuore non è buono. Preferisco il mio bambino. Sgombrate, superbi! Andate fra i ricchi e abbiate rispetto a chi è povero e onesto.
18Vieni, Jabé! Quest’acqua è buona ai piedini stanchi. Vieni che te li lavo. Dopo camminerai meglio. Oh! queste funicelle come ti hanno fatto del male! Non devi più camminare. Ti porterò in braccio finché siamo ad Engannim. Là troverò un sandalaio e ti comprerò un paio di sandali nuovi». E Pietro lava e asciuga i piedini che da tempo non hanno avuto più tante carezze.
Pedro padre e madre di Yahvé.
19Il bambino lo guarda, tituba, ma poi si piega sull’uomo che gli riallaccia i sandali e lo circonda con le sue braccine scarne e dice: «Come sei buono!» e lo bacia sui capelli brizzolati.
Pietro si commuove. Si siede per terra, là nell’umido, come si trova, e si mette in grembo il bambino e gli dice: «Allora chiamami “padre”».
Il gruppetto è soave. Gesù si avvicina con gli altri. Ma prima i due superbietti di poc’anzi, che erano rimasti lì curiosi, chiedono: «Ma non è tuo padre?».
«E’ padre e madre per me» dice sicuro Jabé.
«Sì, caro! Hai detto bene: padre e madre. E, cari i miei signorini, vi assicuro che non andrà malvestito alla cerimonia. Avrà anche lui un vestito da re, rosso come il fuoco e con una cintura verde come l’erba, e il talet bianco come neve».
Per quanto l’accozzo non sia armonico, pure stupisce i due vanitosi e li mette in fuga.
Pietro tutore di Yahvé.
20«Che fai, Simone, nel bagnato?» chiede Gesù con un sorriso.
«Bagnato? Ah! sì. Me ne accorgo ora. Che faccio? Mi rifaccio agnello con l’innocenza sul cuore. Ah! Maestro! Maestro! Bene, andiamo. Ma mi devi lasciare fare con questo piccolo. Poi lo cederò. Ma finché non è un vero israelita è mio».
21«Ma sì! E tu ne sarai sempre il tutore, come un vecchio padre. Va bene? Andiamo, per essere a sera ad Engannim senza far troppo correre il bambino».
«Lo porto io. Pesa di più la mia rete. Non può camminare con queste due suole rotte. Vieni». E caricandosi del suo figlioccio Pietro riprende felice la sua via, ormai sempre più ombrosa, fra boschi di frutta varie, in un ascendere dolce di colli dai quali la vista spazia sull’ubertosa pianura di Esdrelon.
Publio Quintilliano
La pattuglia romana.
22Sono già nei pressi di Engannim – che deve essere una bella cittadina, ben munita di acqua portata dai colli con un aereo acquedotto, probabilmente opera romana – quando li fa rifugiare sul bordo della via il rumore di un drappello militare che sopraggiunge. Gli zoccoli dei cavalli suonano sulla via che qui, nei pressi della città, mostra una larva di pavimentazione affiorante dalla polvere accumulata insieme a detriti sulla via, vergine di ogni scopa.
Confidenze col Messia.
23«Salve, Maestro! Come qui?» grida Publio Quintilliano smontando da cavallo e avvicinandosi a Gesù con un aperto sorriso, tenendo per la briglia il cavallo. I suoi soldati si mettono al passo per secondare il superiore.
24«Vado a Gerusalemme per la Pasqua».
«Io pure. Si rinforza la guardia per le feste, anche perché Ponzio Pilato viene per esse in città, e vi è Claudia. Noi siamo a staffetta di lei. Sono vie così insicure! Le aquile fugano gli sciacalli» ride il soldato e guarda Gesù. Continua più piano: «Doppia guardia quest’anno, per proteggere le spalle del sozzo Antipa. Vi è molto malcontento per l’arresto del Profeta. Malcontento in Israele e… malcontento, per riflesso, fra noi. Ma… abbiamo già pensato a far giungere una… benigna suonata di… flauti al Sommo Sacerdote e compari» e a bassa voce termina: «Va’ sicuro. Tutti gli unghioni sono rientrati nelle zampe. Ah! Ah! Hanno paura di noi. Basta che ci si schiarisca la voce che lo prendono per un ruggito. Parlerai a Gerusalemme? Vieni presso il Pretorio. Claudia parla di Te come di un grande filosofo. E’ bene per Te perché… il proconsole è Claudia».
Bontà del graduato romano.
25Si guarda intorno e vede Pietro carico, rosso, sudato. «Quel bambino?».
26«Un orfano che ho preso con Me».
«Ma quel tuo uomo fatica troppo! Fanciullo, hai paura venire per qualche metro a cavallo? Ti metterò sotto la clamide e andrò piano. Ti renderò a… a questo uomo quando saremo alle porte».
Il bambino non fa resistenza, deve essere dolce come un agnello, e Publio lo issa con sé in sella. E nel dare ordine ai soldati di andare adagio vede anche l’uomo di Endor. Lo fissa e dice: «Tu qui?».
«Io. Ho cessato di vendere le uova ai romani. Ma i polli ci sono ancora. Ora sono col Maestro..»
«Buon per te! Ne avrai più conforto. Addio! Salve, Maestro. Ti aspetto a quel ciuffo d’alberi». E sprona.
«Lo conosci? E ti conosce?» chiedono in molti a Giovanni di Endor
«Sì, come fornitore di polli. Prima non mi conosceva. Ma una volta fui chiamato al comando a Naim, per fissare le quote, e c’era lui. D’allora, quando andavo a comperare libri o utensili a Cesarea, mi ha sempre salutato. Mi chiama Ciclope o Diogene. Non è cattivo, e per quanto io abbia odio ai romani pure non l’ho offeso, perché mi poteva essere utile».
Figli a migliaia.
27«Hai sentito, Maestro? Ha fatto bene il mio discorso al centurione di Cafarnao. Ora vado più quieto» dice Pietro.
Raggiungono il folto di alberi alla cui ombra si è appiedata la pattuglia.
«Ecco che rendo il fanciullo. Hai ordini, Maestro?».
28«No, Publio. Dio ti si mostri».
«Salve» e rimonta e sprona, seguito dai suoi con un grande sferragliar di zoccoli e corazze.
Entrano in città e Pietro col suo piccolo amico va a comperare i sandaletti.
«Quell’uomo muore dalla voglia di un figlio» dice lo Zelote, e termina: «Ha ragione».
29«Ve ne darò a migliaia. Ora andiamo a cercare asilo per proseguire domani alla prima aurora».
193. L’arrivo a Sichem dopo due giorni
di cammino[44].
Primo giorno di viaggio
Il bambino sempre più confidente
1Per le vie sempre più affollate di pellegrini Gesù prosegue verso Gerusalemme. Un acquazzone nella notte ha messo un poco di fango nelle vie, ma in compenso ha abbassato la polvere e resa nitida l’aria. Le campagne sembrano un giardino ben curato dal giardiniere.
2E vanno tutti solleciti perché sono riposati dalla sosta, e perché il bambino, nei suoi sandaletti nuovi, non soffre nel cammino, ma anzi, sempre più confidente, cinguetta con questo e con quello, confidando a Giovanni che suo padre si chiamava Giovanni e sua madre Maria, e che perciò lui vuole molto bene anche a Giovanni. «Ma già» termina «voglio bene a tutti, e nel Tempio pregherò tanto tanto per voi e per il Signore Gesù».
Gli apostoli paterni con Yahvé.
3È commovente vedere come questo gruppo di uomini, per la maggior parte senza figli, siano paterni e pieni di previdenze per il più piccolo dei discepoli di Gesù. 4Persino l’uomo di Endor si ammorbidisce nell’aspetto quando obbliga il piccolo a bere un uovo, oppure si arrampica fra i boschi che fanno verdi le colline e le montagne sempre più alte, spaccate da valloni nel cui fondo va la via maestra, per cogliere dei rametti aciduli di rovo o profumati steli di finocchio selvatico, e li porta al piccolo per mitigargli la sete senza aggravarlo d’acqua, e come lo distrae dalla lunghezza della strada facendogli osservare gli aspetti e i panorami diversi.
Due miserie che risorgono
5L’antico pedagogo di Cittium, rovinato dalla cattiveria umana, risorge per questo bambino, una miseria come è miseria lui stesso, e spiana le rughe della sventura e dell’amarezza in un sorriso buono. 6Se Jabé è già meno miserello coi suoi sandaletti nuovi e il visetto meno triste, su cui non so che mano apostolica ha avuto cura di cancellare ogni segno della vita selvatica fatta per tanti mesi, accomodandogli i capelli fino allora incolti e polverosi ed ora resi soffici e pareggiati da una energica lavata, 7anche l’uomo di Endor, che ancora resta un poco perplesso quando si sente chiamare Giovanni, ma che poi scuote il capo con un sorriso di compatimento verso la sua poca memoria, è ben diverso. Giorno per giorno il suo viso perde quel che di duro che aveva e acquista una serietà che non fa paura. 8Naturalmente queste due miserie, che risorgono per la bontà di Gesù, gravitano col loro amore verso il Maestro. Cari i compagni, ma Gesù… Quando Egli li guarda o parla proprio a loro, la loro espressione diviene tutt’affatto felice.
Nostalgia di Yahvé.
9Dopo aver superato il vallone e poi un colle verde e bellissimo, dal sommo del quale si può ancora intravedere la pianura di Esdrelon – cosa che fa sospirare al fanciullo: «Che farà il vecchio padre?» e lo fa terminare con un sospiro ben triste e un luccicore di pianto negli occhi castani: «Oh! lui è ben meno felice di me… ed è così buono!»; e il lamento del fanciullo getta un velo di tristezza in tutti – ecco che si scende per una valle ubertosa, tutta coltivata di campi e di uliveti, e il lieve vento fa cadere la neve dei fiorellini delle viti e dei più precoci fra gli ulivi. La pianura di Esdrelon è perduta di vista per sempre.
Sosta dopo una marcia continua.
10Una sosta per il pasto e ancora la marcia verso Gerusalemme. Ma deve avere molto piovuto, oppure essere un luogo ricco di acque sotterranee, perché le praterie sembrano un basso acquitrino tanto l’acqua luccica fra le erbe folte, salendo a lambire la via un poco sopraelevata, ma che perciò non evita di essere molto fangosa. Gli adulti si rialzano le vesti per non renderle una crosta di fango, e Giuda Taddeo si mette sulle spalle il bambino per farlo riposare e per potere attraversare più presto la zona inondata e forse malsana.
Sonno felice su paglia estesa.
11Il giorno è al declino quando, dopo aver costeggiato nuove colline e superato un’altra valletta rocciosa ed asciutta, entrano in un paese elevato su un terrapieno roccioso e, facendosi strada fra i molti pellegrini, cercano alloggio in una specie di albergo molto rustico: una grande tettoia sotto cui è stesa abbondante paglia, e nulla più. Piccole lampadette accese qua e là illuminano le cene delle famiglie pellegrinanti, famiglie povere, come quella apostolica, perché i ricchi, per lo più, si sono drizzati le tende fuori del paese, sdegnosi di contatti coi popolani del luogo e coi poveri pellegrinanti.
12E scende notte e silenzio… Il primo a cadere dormente è il bambino, che si reclina stanco in grembo a Pietro che poi lo sistema sulla paglia e lo copre con cura. 13Gesù raduna gli adulti in una preghiera e poi ognuno si getta sulla lettiera per ristorarsi dal molto cammino.
Secondo giorno di viaggio
Da Samaria a Sichem
Il giorno di poi.
14La comitiva apostolica, partita al mattino, sta per entrare a sera in Sichem dopo avere superato Samaria, di bell’aspetto, cinta di mura, incoronata di edifici belli e maestosi, intorno ai quali si stringono belle case, ordinate. Ho l’impressione che la città, come Tiberiade, sia da poco ricostruita e con sistemi presi da Roma. Intorno, oltre le mura, una cerchia di terre fertilissime e ben coltivate. 15La strada che da Samaria conduce a Sichem si snoda scendendo di balzo in balzo, con un sistema di muri sorreggenti il terreno che mi ricorda i colli fiesolani, e con una magnifica vista su verdi montagne a sud, e su di una pianura bellissima che va verso ovest.
16La strada tende a scendere a valle, ma ogni tanto risale per valicare altri colli, dall’alto dei quali si domina la terra di Samaria con le sue belle colture a ulivi, a grani, a vigneti, sui quali vegliano dall’alto dei colli boschi di querce e d’altri alberi d’alto fusto, che devono essere una provvidenza contro i venti che certo dalle gole tendono formare vortici, e che sciuperebbero le colture. 17Questa plaga mi ricorda molto i punti del nostro Appennino qui, verso l’Amiata, quando l’occhio contempla insieme le colture piatte e cerealicole della Maremma e le colline festose e i monti severi che sorgono più alti, all’interno. Non so come sia ora la Samaria. Allora era molto bella.
La carovana del Console romano
18Ora ecco che fra due alti monti, fra i più alti della zona, si vede d’infilata una valle, e al centro di essa, fertilissima, irrigua, ecco Sichem. E’ qui che Gesù e i suoi vengono raggiunti dalla carovana fastosa della corte del Console che si trasporta per le feste a Gerusalemme. Schiavi a piedi e schiavi sui carri per tutelare il trasporto degli arredi… 19Mio Dio, quanta roba potevano portarsi dietro a quei tempi!!! E con gli schiavi carri veri e propri carichi di un po’ di tutto, e persino di lettighe intere, e carrozze da viaggio: sono ampi carri a quattro ruote, ben molleggiati, coperti, sotto cui sono ricoverate le dame. E poi altri carri e schiavi… 20Una tenda si sposta, sollevata dalla mano ingioiellata di una donna, e appare il profilo severo di Plautina, che saluta senza parlare ma con un sorriso. E così pure fa Valeria, che ha la sua piccina fra i ginocchi, tutta trilli e risatine. 21L’altro carro da viaggio, ancora più pomposo, passa senza che nessuna tenda si scosti. Ma quando già è passato, si sporge sul dietro di esso, fra le cortine allacciate, il volto roseo di Lidia che fa un gesto di inchino. La carovana si allontana….
A Sichem per via diritta
«Viaggiano bene loro!» dice Pietro stanco e sudato.
«Ma se Dio ci aiuta dopodomani sera saremo a Gerusalemme».
22«No, Simone. Io non posso che deviare andando verso il Giordano».
«Ma perché, Signore?».
23«Per quel bambino. E molto triste, e troppo lo sarebbe rivedendo il monte della sciagura».
«Ma non lo vediamo! O meglio, ne vediamo l’altra parte… e… e ci penso io a tenerlo distratto. Io e Giovanni… Si distrae subito, povero tortorino senza nido. Andare verso il Giordano! Ohibò! Meglio di qui. Via diretta. Più breve. Più sicura. No. No. Questa, questa. Lo vedi? Anche le romane la fanno. Lungo il mare e il fiume fumano le febbri, a queste prime acque d’estate. Qui è sano. E poi… Quando si arriva se la si allunga ancora? Pensa in che orgasmo sarà tua Madre dopo il brutto fatto del Battista!…» Pietro la vince e Gesù acconsente.
24«Riposeremo presto e bene, allora, e domani all’alba partiremo per essere dopo domani sera al Getsemani. Andremo il dì dopo, venerdì, dalla Madre, a Betania, dove scaricheremo i libri di Giovanni, che vi hanno affaticato non poco, e troveremo Isacco a cui daremo questo povero fratello…»
Amare con spirito soprannaturale
«E il bambino? Lo dai subito?».
25Gesù sorride: «No. Lo darò alla Madre, che lo prepari per la “sua” festa. E poi lo terremo con noi per la Pasqua. Ma dopo dovremo pure lasciarlo… 26Non ti ci affezionare troppo! O meglio: amalo come fosse un tuo nato, ma con spirito soprannaturale. Tu vedi, è debole e si stanca. Anche a Me sarebbe piaciuto istruirmelo e crescerlo nutrito da Me nella Sapienza. Ma Io sono l’Instancabile e Jabé è troppo giovane e troppo debole per fare le nostre fatiche. 27Noi andremo per la Giudea, poi torneremo a Gerusalemme per la Pentecoste, e poi andremo… andremo, evangelizzando… Lo ritroveremo per l’estate nella nostra patria. Eccoci alle porte di Sichem. Va’ avanti con tuo fratello e con Giuda di Simone a cercare alloggio. Io verrò sulla piazza del mercato e ti aspetterò».
Sosta a Sichem
28E si separano mentre Pietro galoppa in cerca di un ricovero e mentre gli altri camminano a fatica per le strade, ingombre di gente urlante e gesticolante, di asini, di carri, tutti diretti verso Gerusalemme per la Pasqua imminente. 29Le voci, i richiami, le imprecazioni si mescolano ai ragli asinini, facendo un rumore che rimbomba forte sotto gli androni gettati da casa a casa, con un rumore che ricorda il rombo di certe conchiglie accostate all’orecchio. 30L’eco va di voltone in voltone, dove già le ombre si adunano, e la gente, come acqua sempre sospinta, si getta per le vie, vi si insinua cercando un tetto, una piazza, un prato per passarvi la notte…
31Gesù, col bambino per mano, addossato ad un albero, attende Pietro sulla piazza, che per l’occasione è sempre piena di venditori.
«Che non ci veda nessuno e ci riconosca!» dice l’Iscariota.
«Come riconoscere un granello fra la rena» risponde Tommaso.
«Non vedi quanta folla?».
Torna Pietro: «Fuori città vi è una tettoia con del fieno. E non ho trovato altro».
32«Non cercheremo altro. Èfin troppo bello per il Figlio dell’uomo».
194. La rivelazione al piccolo Jabé durante il cammino da Sichem a Berot[45].
La rivelazione a Marziam
Da Sichem a Berot.
1Come un fiume che si arricchisce per sempre nuovi affluenti, così la via che da Sichem va a Gerusalemme si fa sempre più folta di popolo, man mano che da altre vie secondarie i paesi riversano i fedeli diretti alla Città santa. Cosa che aiuta non poco Pietro nel tenere distratto il bambino, che rasenta i colli natii, sotto le cui zolle franate sono sepolti i genitori, senza avvedersene.
2Dopo una lunga marcia, interrotta – dopo che Silo, erta sul suo monte, è stata lasciata a sinistra – per prendere riposo e cibo in una verde vallata sonante d’acque pure e cristalline, i gitanti si rimettono in cammino e superano un monticello calcareo, piuttosto nudo, su cui il sole picchia senza misericordia. Si inizia la discesa per una serie di vigneti bellissimi, che mettono i loro festoni sulle balze dei monti calcarei, ma solatii al sommo.
3Pietro ha un arguto sorriso e fa un cenno a Gesù, che a sua volta sorride. Il bambino non si accorge di nulla, intento come è ad ascoltare Giovanni di Endor che gli parla di altre terre da lui viste e nelle quali crescono uve dolcissime, che però non servono tanto al vino quanto a fare dolciumi più buoni delle focacce di miele.
4Ecco una nuova salita molto ripida poiché, lasciata la via maestra, polverosa e affollata, la comitiva ha preferito prendere questa scorciatoia boscosa. E, giunti alla cima, ecco in lontananza splendere, già distintamente, un mare lucente, sospeso sopra un agglomerato bianco, forse case nitide di calcina.
Il sonno di Jacob.
5«Jabé» chiama Gesù, «vieni qui. Vedi quel punto d’oro? È la Casa del Signore. Là tu giurerai di ubbidire alla Legge. Ma la conosci bene?».
«La mamma me ne parlava e il padre mi insegnava i precetti. So leggere e… e credo sapere ciò che “essi mi hanno detto prima dì morire…». Il bambino, che è accorso con un sorriso alla chiamata di Gesù, piange ora, col capino basso e la mano che trema nella mano di Gesù.
6«Non piangere. Senti. Sai dove siamo? Questa è Betel. Qui il santo Giacobbe fece il suo sogno angelico. Lo sai? Lo ricordi?».
«Sì, Signore. Vide una scala che toccava dalla terra al Cielo, e su e giù andavano gli angeli, e la mamma mi diceva che nell’ora della morte, se si era stati sempre buoni, si vedeva la stessa cosa e si andava per quella scala alla Casa di Dio. Tante cose mi diceva la mamma… Ma ora non me le dirà più… le ho tutte qui ed è tutto quello che ho di lei…». Le lacrime scendono sul visetto tanto triste.
Il futuro di Yahvé.
7«Ma non piangere così! Senti, Jabé. Ho anche Io una Madre che si chiama Maria, e che è santa e buona e sa dire tante cose. E’ più sapiente di un maestro, e più buona e bella di un angelo. Ora andiamo da Lei. Ti vorrà tanto bene. Ti dirà tante cose. 8E poi con Lei è la mamma di Giovanni, anche lei tanto buona e di nome Maria. E la madre di mio fratello Giuda, anche lei dolce come un pan di miele, e anche lei ha nome Maria. Ti vorranno tanto bene. Ma tanto. Perché sei un bravo bambino, e per amor mio che ti amo tanto. 9E poi tu crescerai con loro e fatto grande sarai un santo di Dio, predicherai come un dottore il Gesù che ti ha ridato una madre qui, e che aprirà le porte dei Cieli alla tua madre morta, al padre tuo, e che te l’aprirà anche a te, alla tua ora. 10Tu non avrai neppure bisogno di salire la lunga scala dei Cieli[46] all’ora della morte. L’avrai già salita durante la vita tua, essendo un buon discepolo, e ti troverai là, alla soglia aperta del Paradiso, ed Io ci sarò e ti dirò: “Vieni, amico mio e figlio di Maria” e staremo insieme». 11Il sorriso fulgido di Gesù, che cammina un poco curvo per essere più vicino al visetto alzato del bambino che gli cammina a lato con la manina nella sua, e il racconto meraviglioso rasciugano le lacrime e fanno spuntare un sorriso.
Il limbo aprirà le sue porte
12Il bambino, che deve essere tutt’altro che stolto, ma che è solo intontito dal tanto dolore e privazione che ha patito, interessato alla storia chiede: «Ma Tu dici che aprirai le porte dei Cieli. Non sono serrate per il gran Peccato? La mamma mi diceva che nessuno poteva entrare finché non fosse venuto il perdono e che i giusti lo attendevano nel Limbo».
13 «Così è. Ma poi Io andrò al Padre dopo avere predicato la parola di Dio e… e avervi ottenuto il perdono, e dirò: “Padre mio, ora tutta la tua volontà Io l’ho compiuta. Ora Io voglio il mio premio per il mio sacrificio[47]. Vengano i giusti che attendono al tuo Regno. “E il Padre mi dirà: “Sia come Tu vuoi 14Ed allora Io scenderò[48] a chiamare tutti i giusti[49], e il Limbo aprirà le sue porte[50] al suono della mia voce[51], e usciranno esultanti i santi Patriarchi, i luminosi Profeti, le donne benedette d’Israele e poi, sai quanti bambini? Come un prato in fiore di bambini di ogni età! E cantando mi verranno dietro, ascendendo al bel Paradiso».
Le anime assistono i parenti
«E ci sarà la mia mamma?».
15«Certamente».
«Tu non mi hai detto che ci sarà con Te sulla porta del Cielo quando sarò anche io morto…»
16«Ella, e con lei il padre tuo, non avranno bisogno di essere su quella porta. Come fulgidi angeli intrecceranno sempre voli dal Cielo alla terra, da Gesù al piccolo loro Jabé, e quando tu sarai per morire faranno come fanno quei due uccellini, là, in quella siepe. Li vedi?». Gesù prende in braccio il bambino perché veda meglio. «Vedi come stanno sulle loro piccole uova? Attendono che si schiudano e dopo stenderanno le ali sulla loro covata per proteggerla da ogni male e poi, quando sarà cresciuta e pronta al volo, la sorreggeranno con le loro forti ali portandola su, su, su… verso il sole. I tuoi parenti faranno così con te».
«Proprio così sarà?».
17«Proprio così».
«Ma Tu glielo dirai di ricordarsi di venire?».
18«Non ce ne sarà bisogno perché essi ti amano, ma Io lo dirò loro».
«Oh! come ti voglio bene!». Il bambino, ancora in braccio a Gesù, gli si stringe al collo e lo bacia con una espansione così gioiosa che commuove. Gesù ricambia il bacio e lo posa.
Esame di religione
Esame sul riposo nel giorno di sabato
19«Oh! bene! Ora andiamo avanti. Verso la Città santa. Dobbiamo arrivarci verso sera di domani. Perché tanta fretta? Me lo sai dire? Non sarebbe lo stesso arrivare dopo domani?».
«No. Non sarebbe lo stesso. Perché domani è Parasceve e dopo il tramonto non si cammina che per sei stadi. Oltre non si può perché è incominciato il sabato e il suo riposo».
20«Si ozia dunque in sabato».
«No. Si prega il Signore altissimo».
21«Come si chiama?».
«Adonai. Ma i santi possono dire il suo Nome».
22«Anche i bambini buoni. Dillo se lo sai».
«Jaavé» (questo piccolo dice così: un G molto dolce che diviene quasi un J, e l’a molto lunga)[52].
23«E perché si prega il Signore Altissimo al sabato?».
«Perché Egli lo ha detto a Mosè, dandogli le tavole della Legge»[53].
24«Ah, sì? E che ha detto?».
«Ha detto di santificare il sabato. “Lavorerai per sei giorni, ma il settimo riposerai e farai riposare, perché così ho fatto Io pure dopo la creazione ».
Suall’attività di Dio
25«Come? Il Signore si è riposato? Si era stancato a creare?[54] E ha proprio creato Lui? Come lo sai? Io so che Dio non si stanca mai».
«Non si era stancato perché Dio non cammina e non muove le braccia. Ma lo ha fatto per insegnare ad Adamo, e a noi, e per avere un giorno in cui noi si pensi a Lui. E ha creato Lui, tutto, sicuro. Lo dice il Libro del Signore».
26«Ma il Libro è stato scritto da Lui?».
«No. Ma è la Verità. E va creduto per non andare da Lucifero».
Sulla natura di Dio e del suo messia
27«Mi hai detto che Dio non cammina e non muove le braccia. Come allora ha creato? Come è? Una statua?».
«Non è un idolo, è Dio. E Dio è… Dio è… lasciami pensare e ricordare come diceva la mamma mia, e meglio ancora di lei quell’uomo che va in tuo nome a trovare i poveri di Esdrelon… La mamma diceva, per farmi capire Dio: “Dio è come il mio amore per te. Non ha corpo, ma pure c’è”. E quell’uomo piccolo, con un sorriso così dolce, diceva: “Dio è uno Spirito[55] eterno, uno e trino, e la seconda Persona ha preso carne per amore di noi, poveri, ed ha nome…”.
Rivelazione del Messia a Jabé.
Oh! mio Signore! Ma ora che ci penso… sei Tu!». Il bambino sbalordito si getta a terra adorando.
28Accorrono tutti credendo che sia caduto, ma Gesù fa un cenno di silenzio col dito sulle labbra, poi dice: «Alzati, Jabé. I bambini non devono avere paura di Me!».
29Il bambino alza la testa venerabondo e guarda Gesù con mutata espressione, quasi di paura. Ma Gesù sorride e gli tende la mano dicendo: «Sei un sapiente, piccolo israelita. Continuiamo l’esame fra noi. Ora che mi hai riconosciuto, sai se di Me si parla nel Libro?».
«Oh! sì, Signore! Dal principio a ora. Tutto parla di Te. Tu sei il Salvatore promesso. Ora capisco perché aprirai le porte del Limbo. Oh! Signore! Signore! E mi vuoi bene tanto?».
30«Si, Jabé».
Jabé chiede un nome nuovo.
«No. Più Jabé. Dammi un nome che voglia dire che Tu mi hai amato, che Tu mi hai salvato..»
31«Il nome lo sceglierò insieme alla Madre. Va bene?».
«Ma che voglia proprio dire così. E lo prenderò dal giorno che diventerò figlio della Legge».
32«Lo prenderai da quel giorno».
Betel è superata, e in una valletta fresca e ricca d’acqua sostano a prendere cibo. Jabé è rimasto mezzo intontito dalla rivelazione e mangia in silenzio, accettando con venerazione ogni boccone che gli porge Gesù. Ma piano piano si rinfranca e, specie dopo una bella giocata con Giovanni mentre gli altri riposano sull’erba verde, torna a Gesù insieme al ridente Giovanni e fanno un crocchietto a tre.
I profeti parlano di Gesù Messia
33«Non mi hai più detto chi parla di Me nel Libro».
34«I Profeti, Signore. E prima ancora ne parla il Libro fin da quando è cacciato Adamo[56] e poi a Giacobbe[57] e ad Abramo e a Mosè… Oh!… Mi diceva mio padre che era andato da Giovanni – non questo, l’altro Giovanni, quello del Giordano – che egli, il gran Profeta, ti chiamava l’Agnello… Ecco, ora capisco l’agnello di Mosè… La Pasqua sei Tu!».
Giovanni lo stuzzica: «Ma quale è il Profeta che ha profetato meglio di Lui?».
35«Isaia e Daniele. Ma… mi piace di più Daniele, ora che ti amo come il padre mio. Lo posso dire? Dire che ti amo come ho amato mio padre? Sì? Ebbene, ora preferisco Daniele».
«Perché? Chi parla tanto del Cristo è Isaia».
36«Sì. Ma parla di dolori del Cristo. Invece Daniele parla del bell’angelo e della tua venuta. E’ vero… lui pure dice che il Cristo sarà immolato. Ma io penso che l’Agnello sarà immolato d’un colpo solo. Non come dicono Isaia e Davide. Io piangevo sempre quando li sentivo leggere, e la mamma non me li disse più». Quasi quasi piange anche ora, mentre carezza una mano di Gesù.
37«Non ci pensare per ora. Ascolta. I precetti li sai?».
«Sì, Signore. Credo di saperli. Nel bosco me li ripetevo per non dimenticarli e per sentire le parole della mamma e del padre mio. Ma ora non piango più (veramente c’è un grande luccicore nelle pupille) perché ora ho Te».
Giovanni sorride e si abbraccia il suo Gesù dicendo: «Le mie stesse parole! Tutti i pargoli di cuore parlano uguale».
38«Sì. Perché le loro parole vengono da un’unica sapienza. Ora bisognerebbe andare, in modo da giungere a Berot molto presto. La gente cresce e il tempo minaccia. I ricoveri saranno presi d’assalto. E non voglio che vi ammaliate».
Giovanni chiama i compagni, e si riprende la marcia fino a Berot attraverso una pianura non molto coltivata, come non assolutamente arida come era il monticello valicato dopo Silo.
195. Una lezione di Giovanni di Endor all’Iscariota e l’arrivo a Gerusalemme[58].
Imparare a vivere
1Il cielo è a pioggia e Pietro mi pare un Enea capovolto, perché in luogo di portare via il proprio padre ha sulle spalle il piccolo Jabé, tutto ricoperto dal mantellone di Pietro. La testolina si vede emergere sopra il capo canuto di Pietro, che ha le braccia del piccolo intorno al collo e che ride diguazzando nelle pozzanghere.
«Ce la poteva risparmiare questa» brontola l’Iscariota, nervoso per l’acqua che viene dal cielo, che schizza sulle vesti dal suolo.
«Eh! si potrebbero risparmiare tante cose!» risponde Giovanni di Endor fissando col suo unico occhio, che credo veda per due, il bel Giuda»
«Che vuoi dire?»
«Voglio dire che è inutile pretendere che gli elementi abbiano riguardi per noi, quando noi non ne abbiamo coi nostri simili, e in materia ben più grave che non siano due gocce d’acqua o uno spruzzo di fango».
«E’ vero. Ma a me piace entrare in città ordinato, pulito. Ho molte amicizie, io, e in alto».
«Attento allora di non cascare».
«Mi stuzzichi?».
«Nooh! Ma sono un vecchio maestro e… un vecchio scolaro. Da quando vivo imparo. Prima ho imparato a vegetare, poi ho osservato la vita, poi ho conosciuto l’amarezza della vita, ho esercitato una inutile giustizia, quella del “solo” contro Dio e contro la società. Dio mi ha castigato con il rimorso, la società con le catene, perciò il giustiziato, in fondo, sono stato io. Infine, ora, ho imparato, sto imparando, a “vivere”. Ora, essendo maestro e scolaro, tu capisci che mi viene naturale di ripetere le lezioni».
Il mondo nasconde sorprese.
2«Ma io sono l’apostolo…»
«E io sono un disgraziato, lo so, e non dovrei permettermi di insegnare a te. Ma, vedi, non si sa mai ciò che si può diventare. Credevo di morire onesto e venerato pedagogo in Cipro, e divenni omicida e ergastolano. Ma quando alzavo il coltello per farmi vendetta, e quando trascinavo la catena odiando l’universo, se mi avessero detto che sarei divenuto un discepolo del Santo, avrei dubitato della mente di chi me lo avesse detto. Eppure… tu lo vedi! Perciò chissà che anche a te, apostolo, io non possa dare qualche lezione buona. Per la mia esperienza. Non per la santità. Non ci penso neppure».
«Ha ragione quel romano a chiamarti Diogene».
«Già. Ma però Diogene cercava l’uomo e non lo trovò. Io, più fortunato di lui, ho trovato una serpe dove credevo essere la donna e un cuculo dove vedevo l’uomo amico, ma dopo aver vagato per tanti anni, reso folle da questa conoscenza, ho trovato l’Uomo, il Santo».
Non sterilizzare la mente.
3«Io non conosco altra sapienza che quella d’Israele».
«Se così è, hai già di che salvarti. Ora però hai anche la scienza, anzi la sapienza di Dio».
«E’ la stessa cosa».
«Oh! no! Come un giorno nebbioso rispetto ad uno pieno di sole».
«Insomma, mi vuoi ammaestrare? Io non ne ho voglia».
«Lasciami parlare! Prima parlavo ai bambini: erano svagati. Poi alle ombre: mi maledivano. Poi ai polli: erano già migliori dei due primi, molto migliori. Ora parlo con me stesso non potendo ancora parlare con Dio. Perché me lo vuoi impedire? Ho mezza vista, la vita spezzata dalle miniere, il cuore malato da tanti anni. Lascia almeno che non mi si sterilisca la mente».
«Gesù è Dio».
«Lo so, lo credo. Più di te. Perché io sono rinato per sua opera, tu no. Ma per quanto Lui sia il Buono, è sempre Lui, Dio, ed il povero disgraziato che io sono non osa trattarlo con la tua famigliarità. Gli parla la mia anima… ma il labbro non osa. L’anima, e penso che Egli la senta nei suoi pianti di riconoscente e penitente amore».
Parlare con se stesso per fine buono
5«E’ vero, Giovanni. Io sento la tua anima». Gesù entra nella conversazione dei due. Giuda arrossisce di vergogna, l’uomo di Endor di gioia.
«Io sento la tua anima, è vero. E sento anche il lavoro della tua mente. Hai detto bene. Quando ti sarai formato in Me, molto ti gioverà essere stato maestro e scolaro attento. Parla, parla, anche con te stesso…».
«Una volta, Maestro, e non è molto, mi hai detto che è male parlare col proprio io» osserva impertinente Giuda.
6«E’ vero, l’ho detto. Ma era perché tu facevi mormorazione col tuo proprio io. Quest’uomo non mormora, medita, e con fine buono. Non fa male».
«Insomma, ho torto!». Giuda è aggressivo.
7«No, hai dell’uggia nel cuore. Ma non sempre può essere sereno. I contadini desiderano la pioggia. E’ carità pregare perché essa venga. E’ carità anche questa. Ma guarda, ecco un bell’arcobaleno che da Atarot fa arco su Rama. Siamo già oltre Atarot, il triste vallone è superato, qui tutto è coltivato e ridente sotto il sole che rompe le nubi. Quando saremo a Rama, saremo a trentasei stadi da Gerusalemme. La rivedremo dopo quel colle, che segna il luogo dell’orrenda libidine commessa dai gabaoiti[59]. Tremenda cosa il morso della carne, Giuda…».
15Giuda non risponde e si dilunga sguazzando con ira nelle pozzanghere.
L’amore tutto comprende, scusa e sopporta
8«Ma che ha, oggi, quello?» chiede Bartolomeo.
«Taci, che Simone di Giona non senta. Evitiamo questioni e… non avveleniamo Simone. E’ così felice col suo bambino!».
«Sì, Maestro. Ma non sta bene. Glielo dirò».
9«E’ giovane, Natanaele. Anche tu lo fosti…»
«Sì… ma… Non deve mancarti di rispetto!». Senza volere alza la voce.
Accorre Pietro: «Che c’è? Chi manca di rispetto? Il nuovo discepolo?» e guarda Giovanni di Endor, che si è discretamente ritirato quando ha capito che Gesù correggeva l’apostolo, e che sta parlando con Giacomo d’Alfeo e Simone Zelote.
«Neanche per idea. E’ rispettoso come una fanciulla».
«Ah! bene! Se no… eh! era in pericolo il suo occhio. Allora… allora è Giuda!…»
10«Senti, Simone, non potresti occuparti del tuo piccolo? Me lo hai levato e poi vuoi occuparti di una conversazione amichevole fra Me e Natanaele. Non ti pare che vuoi fare troppe cose?».
Gesù sorride così tranquillo che Pietro resta incerto sul suo giudizio. Guarda Bartolomeo… ma questo ha alzato il suo volto aquilino a scrutare il cielo… Pietro sente cadere il sospetto.
Igiene personale sull’orlo della strada.
11L’apparizione della Città, ormai vicina, visibile in tutta la sua bellezza di colli, di uliveti, di case e del Tempio in specie, questa vista che doveva essere sempre fonte di emozione e d’orgoglio per gli israeliti, finisce di distrarlo del tutto. Il sole ben caldo dell’aprile di Giudea ha presto asciugato le pietre della via consolare. Ora le pozze d’acqua bisogna proprio cercarle. Gli apostoli si rassettano sul bordo della via, riabbassano le vesti che si erano rimborsate, si lavano i piedi fangosi in un chiaro ruscello, si aggiustano i capelli, si drappeggiano nei mantelli. E così fa Gesù. Vedo che tutti fanno così.
L’entrata a Gerusalemme
12L’entrata a Gerusalemme doveva essere una cosa importante. Presentarsi alle mura in questo tempo di festa era come presentarsi ad un sovrano. La Città santa era la «vera» regina degli israeliti. Lo capisco bene quest’anno che posso notare, su questa via consolare, le turbe e il loro comportamento. Qui i cortei delle diverse famiglie si ordinano, le donne tutte da loro, gli uomini in altro gruppo, i bambini o con questo o con quello, ma tutti seri e nello stesso tempo sereni. Alcuni ripiegano il mantello più usato ed estraggono un altro, nuovo, dalle sacche da viaggio, o cambiano i sandali. E poi l’andatura diviene solenne, già ieratica. In ogni gruppo c’è il solista che dà tono, e gli inni vengono intonati, i vecchi, gloriosi inni di Davide. E la gente si guarda con occhi più buoni, come raddolciti dall’aver visto la Casa di Dio, e guarda questa Casa santa, enorme cubo di marmo sormontato dalle cupole d’oro, messo come perla al centro del recinto imponente del Tempio.
Qui – nella comitiva apostolica che si forma così: davanti Gesù e Pietro, aventi in mezzo il bambino; dietro Simone, l’Iscariota e Giovanni; poi Andrea, che ha forzato Giovanni di Endor a mettersi fra lui e Giacomo di Zebedeo; in quarta fila i due cugini del Signore con Matteo; ultimi Tommaso con Filippo e Bartolomeo –
Gesù intona i salmi.
13Qui è Gesù che intona con la sua potente e bellissima voce di un leggero tono baritonale, fuso, a renderlo più prezioso, a vibrazioni tenorili; e risponde Giuda Iscariota, uno schietto tenore, e Giovanni dalla voce limpida di chi è molto giovane ancora, e le due voci baritonali dei cugini di Gesù e il quasi basso di Tommaso che è un baritono talmente profondo da non essere quasi più tale. Gli altri, dotati di voci meno belle, seguono in sordina il coro pieno di quelli che sono virtuosi fra di loro. (I salmi sono quelli noti, detti graduali). Il piccolo Jabé, voce d’angelo fra le voci robuste degli uomini, canta molto bene, forse perché lo conosce meglio degli altri, il salmo 121: «Mi sono rallegrato per quello che mi è stato detto: “Andremo alla casa del Signore”». E veramente è tutto luminoso di gioia nel visetto solo pochi giorni prima tanto triste.
Ecco le mura ormai prossime. Ecco la porta dei Pesci. Ecco le vie sovraffollate. Subito al Tempio per una prima preghiera. E poi la pace nella pace del Getsemani, la cena, il riposo.
Il viaggio verso Gerusalemme è compiuto.
196. Il sabato al Getsemani. Gesù parla della Madre e degli amori di
diverse potenze[60].
Il sabato al Getsemani.
La mattina del sabato
1La mattina del sabato è stata occupata, per la maggior parte del tempo, in ristoro dei corpi stanchi e delle vesti polverose e sgualcite dal viaggio. Nelle ampie cisterne del Getsemani, che l’acqua piovana ha fatto colme, e nel Cedron che fa tutto una sinfonia sui sassi, spumoso, pieno, per le acquate degli ultimi giorni, vi è tant’acqua che è un vero invito. E l’uno dopo l’altro i pellegrini, sfidando la frescura, scendono a tuffarvisi e poi, rivestiti a nuovo da capo a piedi, con ancora i capelli un poco stesi dagli spruzzi del torrente, attingono acqua alle cisterne per riversarla in capaci vasche dove sono le vesti, colore per colore.
«Oh! bene!» dice Pietro contento. «Lì si purgheranno e Maria le laverà con minor fatica» (suppongo che sia la donna che è al Getsemani).
Consiglio per gli acquisti
2«Solo tu, piccolino, non ti puoi mutare. Ma domani…». Infatti ha una vesticciola pulita il fanciullo, tratta dal sacchettino suo, un sacchettino che potrebbe bastare ad una bambola tanto è piccino. Ma la vesticciola è ancor più stinta e lacera dell’altra, e Pietro la guarda con apprensione, mormorando: «Come faccio a portarlo in città? Quasi farei in due un mio mantello, perché con un mantello… si coprirebbe tutto».
3Gesù, che sente questo soliloquio paterno, dice: «Èmeglio farlo riposare ora. Questa sera andremo a Betania…»
«Ma io voglio comperargli la veste. Gliel’ho promesso…».
4 «Lo farai certamente. Ma è meglio consigliarsi con la Madre. Sai… le donne… hanno più capacità di noi negli acquisti… e ne sarà felice di occuparsi di un bambino… Andrete insieme!».
L’idea di andare con Maria a fare gli acquisti rapisce al settimo cielo l’apostolo. Non so se Gesù esprima tutto il suo pensiero o se ne trattenga una parte, ossia quella che avrebbe detto come sua Madre ha un gusto più fino che salva da accozzi di colori atroci. Fatto è che ottiene lo scopo senza mortificare il suo Pietro.
L’uliveto e la città .
5Si spargono per l’uliveto, così bello in questo sereno giorno d’aprile. La pioggia dei giorni scorsi sembra avere inargentato gli ulivi e seminato fiori, tanto le fronde splendono al sole e sono numerosi i fioretti ai piedi degli ulivi. Gli uccelli cantano e volano da tutte le parti. La città è stesa là, in direzione ovest di chi guarda.
Non si vede il formicolio della folla nel suo interno, ma si vedono le carovane che vanno verso la porta dei Pesci ed altre porte di cui non so il nome, da questo lato est, e che poi vengono inghiottite dalla città come fosse un famelico ventre.
6Gesù passeggia osservando Jabé che giuoca allegro con Giovanni e con i più giovani. Anche l’Iscariota, passata la sua stizza di ieri, è allegro e giuoca. I più anziani osservano e sorridono.
Cosa dirà Maria di Jabé?
7 Cosa dirà tua Madre di questo fanciullo?» chiede Bartolomeo.
«Io dico che dirà: “È molto esile”» dice Tommaso.
«Oh! no! Dirà: “Povero fanciullo!”» risponde Pietro.
«Ti dirà invece: “Sono contenta che tu lo ami”» obbietta Filippo.
«La Madre non ne avrebbe mai dubitato. Ma io credo che non parlerà. Se lo prenderà sul cuore» dice lo Zelote.
«E Tu, Maestro, che dici che dirà?».
8 «Farà quello che voi dite. Ma molte cose, tutte anzi, le penserà e le dirà nel suo cuore, e nel baciarlo dirà solo: “Che tu sia benedetto!” e lo curerà come fosse un uccellino caduto dal nido.
Parabola dell’uccellino
9Un giorno, udite, mi raccontava di quando era una fanciullina. Non aveva ancora tre anni perché ancora non era nel Tempio, e il cuore le si frangeva d’amore dando, come fiore e uliva pigiati e franti nel torchio, tutti i suoi oli e i suoi profumi. E in un delirio d’amore diceva alla madre sua che voleva esser vergine per piacere di più al Salvatore, ma che avrebbe voluto essere peccatrice per potere essere salvata, e quasi piangeva perché la madre non la capiva e non sapeva dirle come si può fare ad essere la “pura” e la “peccatrice” insieme.
10Le dette pace suo padre portandole un piccolo passero che egli aveva salvato mentre pericolava sull’orlo di una fontana. Le fece la parabola dell’uccellino, dicendo che Dio l’aveva salvata in anticipo e che perciò Lei lo doveva benedire due volte. E la piccola Vergine di Dio, la grandissima Vergine Maria, esercitò la sua prima maternità spirituale su quel nidiace che Ella rese al volo quando fu forte, ma che non lasciò mai più l’orto di Nazaret, consolando coi suoi voli e coi suoi cinguettii la triste casa e i tristi cuori di Anna e Gioacchino dopo che Maria fu nel Tempio. Morì poco prima che spirasse Anna… Aveva finito il suo compito…
Amori di diverse potenze
Amore di prima potenza
11Mia Madre si era votata alla verginità per l’amore. Ma aveva, essendo creatura perfetta, la maternità nel sangue e nello spirito. Perché la donna è fatta per essere madre, ed è aberrazione quando è sorda a questo sentimento, che è amore di seconda potenza…»
Si sono accostati anche gli altri, piano piano.
«Cosa vuoi dire, Maestro, dicendo amore di seconda potenza?» chiede Giuda Taddeo.
12«Fratello mio, vi sono molti amori e di diverse potenze. Vi è l’amore di prima potenza: quello che si dà a Dio.
Amore di seconda potenza (bis)
12Poi l’amore di seconda potenza: quello materno o paterno, perché se il primo è tutto spirituale, questo è per due parti spirituale e per una sola carnale. Vi si mescola, sì, il sentimento affettivo umano, ma vi predomina il superiore, perché un padre e una madre, sanamente e santamente tali, non danno solo cibo e carezze alla carne del figlio, ma anche nutrimento e amore alla mente e allo spirito della loro creatura. E tanto è vero ciò che dico, che chi si vota all’infanzia, anche se unicamente per istruirla, finisce ad amarla come fosse sua carne».
13«Io li amavo infatti molto i miei discepoli» dice Giovanni di Endor.
«Ho compreso che dovevi essere un buon maestro vedendo come ti comporti con Jabé».
L’uomo di Endor si china e bacia la mano di Gesù senza parlare.
«Continua, ti prego, la tua classificazione degli amori» prega lo Zelote.
« Amore di terza potenza
14Vi è l’amore per la compagna: amore di terza potenza perché fatto per metà – parlo sempre dei sani e santi amori – di spirito e per metà di carne. L’uomo per la sposa è un maestro e un padre, oltre che sposo; e la donna per lo sposo è un angelo e una madre oltre che sposa. Questi sono i tre amori più elevati».
¿Y el amor al prójimo?
«E l’amore del prossimo? Non sbagli? O lo hai dimenticato?» chiede l’Iscariota. Gli altri lo guardano stupiti e… feroci per l’osservazione.
15Ma Gesù risponde placido: «No, Giuda. Ma osserva. Dio va amato perché è Dio, dunque non necessita nessuna spiegazione per persuadere a questo amore. Egli è Colui che è, ossia il Tutto; e l’uomo, il nulla che diviene partecipe del Tutto per l’anima infusa dall’Eterno[61] – senza quella l’uomo sarebbe uno dei tanti animali bruti che vivono sulla terra o nelle acque o nell’aria – deve adorarlo per dovere e per meritare di sopravvivere nel Tutto, ossia per meritare di divenire parte del popolo santo di Dio in Cielo, cittadino della Gerusalemme che non conoscerà profanazioni e distruzioni in eterno.
Amore di Adamo e Eva prima del peccato
16L’amore dell’uomo, e specie della donna, alla prole, ha indicazione di comando nelle parole di Dio ad Adamo ed Eva dopo averli benedetti, vedendo di aver fatto “cosa buona”, in un lontano sesto giorno, il primo sesto giorno del creato. Disse loro: “Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra…”[62].
17Vedo la tua inespressa obbiezione e ti rispondo subito così: posto che nel creato avanti la colpa tutto era regolato e basato sull’amore, questo moltiplicarsi dei figli sarebbe stato amore, santo, puro, potente, perfetto. 18E Dio lo ha dato per primo comando all’uomo: “Crescete, moltiplicatevi”. “Amate perciò, dopo di Me, i vostri figli”.19L’amore quale ora è, il generatore attuale dei figli, allora non era. La malizia non era e con essa non era l’esecrata fame del senso[63]. 20L’uomo amava la donna e la donna l’uomo, naturalmente, non naturalmente secondo natura quale noi l’intendiamo o, meglio, come voi uomini l’intendete, ma secondo natura di figli di Dio: soprannaturalmente[64]. 21Dolci, primi giorni d’amore fra i due che erano fratelli, perché nati da un Padre unico, e che pure erano sposi, e che nell’amarsi si guardavano con gli innocenti occhi di due gemelli nella cuna; 22e l’uomo provava l’amor di padre per la compagna “osso delle sue ossa e carne della sua carne”, così come è il figlio per un padre; 23e la donna conosceva la gioia d’esser figlia, ossia protetta da un amore ben alto, perché sentiva di avere in sé qualcosa di quello splendido uomo che l’amava, con innocenza e angelico ardore, nei bei prati dell’Eden!
24Dopo, nell’ordine dei comandi dati da Dio, con un sorriso, ai suoi pargoli diletti, viene quello che lo stesso Adamo, dotato per la Grazia di una intelligenza seconda solo a quella di Dio, decreta, parlando della compagna e di tutte le donne in lei, il decreto del pensiero di Dio, che si rifletteva netto sul terso specchio dello spirito di Adamo e fioriva in pensiero e in parola: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua moglie e i due saranno una carne sola”.
Amore di quarta potenza
25Se non ci fossero stati i tre piloni dei tre amori sopraddetti, avrebbe potuto esserci l’amore di prossimo? No. Non avrebbe potuto esserci. L’amore di Dio fa Dio amico e insegna l’amore. Chi non ama Dio, che è buono, non può certo amare il prossimo, che in maggioranza è difettoso. Se non ci fossero stati amor coniugale e paternità nel mondo, non avrebbe potuto esserci prossimo, perché il prossimo è fatto dei figli nati dagli uomini. Sei persuaso?».
«Sì, Maestro. Non avevo riflettuto».
26«Èinfatti difficile risalire alle sorgenti. L’uomo è ormai confitto da secoli e millenni nel fango, e quelle sorgenti sono talmente sulle cime! La prima, poi, è una sorgente che viene da un abisso di altezza: Dio… Ma Io vi prendo per mano e vi conduco alle sorgenti. So dove sono…»
I “disamori”
«E gli altri amori?» chiedono insieme Simone Zelote e l’uomo d’Endor.
27«Il primo della seconda serie è quello del prossimo. In realtà è il quarto in potenza. Poi viene l’amore alla scienza. Indi l’amore al lavoro».
«E basta?».
28«E basta».
I cavilli dell’Iscariota
29«Ma vi sono molti altri amori!» esclama Giuda Iscariota.
«No. Vi sono altre fami. Ma non sono amori. Sono “disamori”[65]. Negano Dio, negano l’uomo. Non possono perciò essere amori, perché sono negazioni e la negazione è odio».
«Se io nego di acconsentire al male è odio?» chiede ancora Giuda Iscariota.
«Miseri noi! Ma sei più cavilloso di uno scriba! Mi dici che hai? E’ l’aria fina di Giudea che ti pizzica i nervi come un crampo?» esclama Pietro.
«No. Mi piace istruirmi e avere molte idee, e chiare. Qui è facile parlare per l’appunto con scribi. Non voglio rimanere a corto di argomenti».
«E credi di potere, in quel momento che ti occorre, tirare fuori la filaccia del colore richiesto dal sacco dove zavorri tutti questi cenci?» interroga Pietro.
«Cenci le parole del Maestro? Tu bestemmi!».
«Non mi fare lo scandalizzato. In bocca a Lui non sono cenci, ma una volta che vengono malmenate da noi lo divengono. Prova tu a dare un bisso prezioso in mano di un bambino… Dopo poco è uno sbrendolo sporco e lacerato. Quello che succede a noi… Ora se tu pretendi di pescare al momento buono il brandellino che ti serve, fra che è brandellino e fra che è sporco… uhm! non so che combinerai».
«Tu non ci pensare. Sono affari miei».
«Oh! sta’ certo che non ci penso! Ne ho basta dei miei. E poi!… Mi contento che tu non faccia danno al Maestro. Perché, in questo caso, penserei anche agli affari tuoi…»
«Quando farò male lo farai. Ma non sarà mai, perché io so fare… Non sono un ignorante io…»
«Lo sono io, lo so. Ma, appunto perché lo so, non zavorro nulla per sventolarlo poi al momento buono. Ma mi raccomando a Dio, e Dio mi aiuterà per amore del suo Messia di cui io sono il servo più infimo e più fedele».
«Fedeli siamo tutti!» ribatte arrogante Giuda.
Jabé severo con l’Iscariote.
30«Oh! cattivo! Perché offendi il padre mio? E’ vecchio, è buono. Non devi. Sei un cattivo uomo e mi fai paura» dice Jabé severo, rompendo il silenzio attento in cui era.
«E due!» esclama a bassa voce Giacomo di Zebedeo urtando col gomito Andrea. Ha parlato piano, ma l’Iscariota ha sentito.
«Vedi, Maestro, se le parole dello stolto bambino di Magdala hanno lasciato un segno?» dice Giuda acceso di stizza.
Parlando di Maria
I narratori dell’infanzia di Maria.
«Ma non sarebbe più bello continuare la lezione del Maestro anziché sembrare tanti capretti imbizziti?» chiede il pacifico Tommaso.
«Ma sì, Maestro. Parlaci ancora di tua Madre. È così luminosa la sua infanzia! Ci fa l’anima vergine per riflesso, ed io, povero peccatore, ne ho tanto bisogno!» esclama Matteo.
31«Che vi devo dire? Sono tanti episodi, uno più dolce dell’altro… ».
«Lei te li ha narrati?».
32«Qualcuno. Ma molti di più Giuseppe[66], come il più bel racconto a Me fanciullo, e anche Alfeo di Sara che, essendo di pochi anni più vecchio di mia Madre, le fu amico nei brevi anni che Lei fu a Nazaret».
«Oh! racconta…» prega Giovanni. Sono tutti in cerchio, seduti all’ombra degli ulivi, con Jabé al centro che guarda fisso Gesù come udisse una paradisiaca fiaba.
Appellativi della bambina di Nazaret.
33«Vi dirò la lezione di castità che diede mia Madre, pochi giorni avanti l’entrata nel Tempio, al suo piccolo amico e a molti altri.
34Si era sposata quel giorno una fanciulla di Nazaret, parente di Sara, e anche Gioacchino ed Anna erano stati invitati alle nozze.
35Con essi la piccola Maria, che con altri bambini aveva l’incarico di gettare petali sfogliati sul cammino della sposa. 36Dicono che era bellissima, da piccina, e tutti se la contendevano dopo la festosa entrata della sposa. 37Era molto difficile vedere Maria perché Ella viveva molto in casa, amando una grotticella, che Lei chiama tuttora “dei suoi sponsali” più di ogni luogo. Quando perciò era vista, bionda, rosea e gentile, era accasciata dalle carezze. 38La chiamavano “il fiore di Nazaret”, oppure “la perla di Galilea”, o anche “la pace di Dio” a ricordo di un arcobaleno enorme venuto improvviso al suo primo vagito. Era ed è infatti tutto questo e più ancora. 39E’ il Fiore del Cielo e del creato, è la Perla del Paradiso, è la Pace di Dio… Sì, la Pace. Io sono il Pacifico perché sono Figlio del Padre e figlio di Maria: la Pace infinita e la Pace soave.
Lezione di castità.
40Quel giorno tutti la volevano baciare e prendere in grembo. E Lei, schiva di baci e di contatti, disse con una gravità gentile: “Ve ne prego. Non mi sgualcite”. 41Credettero parlasse della sua veste di lino, cinta di una fascia d’azzurro alla vita, ai piccoli polsi, al collo… oppure della ghirlandetta di fiorellini azzurri di cui Anna l’aveva incoronata per trattenerle a posto i riccioli lievi, e l’assicurarono che non le avrebbero sgualcita né veste né ghirlanda. 42Ma Lei, sicura, piccola donna di tre anni ritta fra un cerchio di adulti, disse seria: “Non penso a ciò che si ripara. Parlo dell’anima mia. E’ di Dio. E non vuole esser toccata che da Dio”. 43Le obbiettarono: “Ma noi baciamo te, non la tua anima. Ed Essa: “Il mio corpo è tempio dell’anima e vi è sacerdote lo Spirito. Il popolo non è ammesso nel recinto sacerdotale. Ve ne prego. Non entrate nel recinto di Dio”.
44Alfeo, che aveva allora oltre otto anni e che l’amava molto, fu colpito da questa risposta e il giorno dopo, trovandola presso la sua grotticella, intenta a cogliere fiori, le chiese: “Maria, quando sarai donna mi vorresti per sposo?”. Ancora in lui durava l’effervescenza della festa nuziale a cui aveva assistito.
45Ed Ella: “Io ti amo molto. Ma non ti vedo come uomo. Ti dico un segreto. Io vedo solo l’anima dei viventi. Quella la amo molto, con tutto il cuore. Ma non vedo altro che Dio come “vero Vivente a cui potrò dare me stessa”.
Ecco un episodio».
La Madre della Sapienza
«”Vero Vivente”!!! Ma sai che è parola profonda!» esclama Bartolomeo.
46E Gesù, umilmente e con un sorriso: «Ella era la Madre della Sapienza».
«Era?… Ma non aveva tre anni?».
47«Era. Io vivevo già in Lei, essendo Dio in Lei, dal suo concepimento, nella sua Unità e Trinità perfettissima»[67].
L’Immacolata concepita.
«Ma, scusa se io colpevole oso parlare, ma Gioacchino ed Anna sapevano che Ella era la Vergine prescelta?» chiede Giuda Iscariota.
48«Non lo sapevano».
«E allora come poté dire Gioacchino che Dio l’aveva salvata in anticipo? Ciò non allude al suo privilegio sulla colpa?».
49«Vi allude. Ma Gioacchino parlava per bocca di Dio, come tutti i profeti. Lui pure non comprese la sublime verità soprannaturale che lo Spirito metteva sulle sue labbra. 50Perché era un giusto, Gioacchino. Tanto da meritare quella paternità. Ed era un umile. Non vi è infatti giustizia dove è superbia. Lui era giusto ed umile. 51Consolò la Figlia per amor di padre. L’istruì per sapienza di sacerdote, ché tale era essendo tutore dell’Arca di Dio. La consacrò come pontefice del titolo più dolce: “La Senza Macchia”. 52Un giorno verrà che un altro canuto pontefice dirà al mondo: “Ella è la Concepita senza Macchia”, e darà al mondo dei credenti questa verità, come articolo di fede non impugnabile, perché nel mondo d’allora, sempre più sprofondantesi in un grigiore nebbioso di eresie e di vizi, splenda, pienamente discoperta, la Tutta Bella di Dio, incoronata di stelle, vestita di raggi di luna meno puri di Lei e, sugli astri appoggiata, la Regina del Creato e dell’Increato. Perché Dio-Re ha per Regina, nel suo Regno, Maria».
«Allora Gioacchino era profeta?».
53«Era un giusto. La sua anima disse come un’eco ciò che Dio diceva alla sua anima amata da Dio».
Apprensioni di Jabè
«Quando andiamo da questa Mamma, Signore?» chiede con occhi di desiderio Jabé.
54«Questa sera. Che le dirai vedendola?».
«Ti saluto, Madre del Salvatore. “Va bene così?»
55«Molto bene» conferma Gesù accarezzandolo.
«Ma oggi non andremo al Tempio?» chiede Filippo.
56«Prima di partire per Betania vi andremo. E tu starai buono qui. Non è vero?».
«Sì, Signore».
La moglie di Giona, il conduttore dell’uliveto, che si è accostata piano piano, dice: «Perché non lo porti? Ne ha desiderio il bambino…»
57Gesù la fissa con insistenza senza parlare. La donna capisce e lo dice: «Ho capito! Ma devo avere ancora un piccolo mantello di Marco. Lo vado a cercare» e corre via lesta.
Jabé tira Giovanni per una manica: «Saranno severi i maestri?».
«Oh! no. Non avere paura. E poi non è per oggi. In pochi giorni, con la Madre, sarai più sapiente di un dottore» lo conforta Giovanni.
Gli altri sentono e sorridono delle apprensioni di Jabé.
«Ma chi lo presenterà come fosse il padre?» chiede Matteo.
«Io. E’ naturale! A meno… che lo voglia presentare il Maestro» dice Pietro.
58«No, Simone. Io non lo farò. Ti lascio questo onore».
«Grazie, Maestro. Ma… ci sarai anche Tu?».
59«Certamente. Tutti ci saremo. È il “nostro” bambino…».
Un mantello per Marziam
60Torna Maria di Giona con un mantello viola scuro, ancora buono. Ma che colore! Lei stessa lo dice: «Marco non me lo volle mai usare perché non gli piaceva il colore».
«Sfido io! E’ atroce! E il povero Jabé, così olivastro come è, sembra un annegato fra quel viola violento. Ma egli non si vede… e perciò è felice di quel mantello in cui può drappeggiarsi come un adulto..»
«Il pasto è pronto, Maestro. La servente ha levato ora dallo spiedo l’agnello».
61«Andiamo, allora».
E, scendendo dal luogo dove sono, entrano nella vasta cucina per il pasto.
197. Nel Tempio con Giuseppe d’Arimatea. L’ora dell’incenso[68].
Madri fedeli
1Pietro è proprio solenne mentre entra in veste di padre nel recinto del Tempio, tenendo per mano Jabé. Sembra persino più alto tanto procede impettito.
2Dietro, in gruppo, tutti gli altri. Gesù è l’ultimo, occupato in una conversazione serrata con Giovanni di Endor, che pare vergognarsi di entrare nel Tempio.
3Pietro chiede al suo protetto: «Ci sei mai stato?», avendo per risposta la frase: «Quando sono nato, padre. Ma non me ne ricordo», cosa che fa ridere di gusto Pietro, che la ripete ai compagni, che ridono loro pure dicendo bonari e arguti: «Forse dormivi e perciò…», oppure: «Siamo tutti come te. Non ci ricordiamo di quando siamo venuti qui di nascita».
4Anche Gesù chiede la stessa cosa al suo protetto e ne ha una risposta analoga o quasi. Perché Giovanni di Endor dice: «Eravamo proseliti e ci venni in braccio a mia madre, proprio per una Pasqua, perché sono nato ai primi di adar e la madre, lei era di Giudea, si mise in viaggio appena poté, per offrire in tempo il suo maschio al Signore. Forse troppo presto… perché si ammalò e non guarì più. Io avevo meno di due anni quando rimasi senza madre. La prima sventura della mia vita. Ma ero il suo primogenito, l’unigenito rimasi per la sua malattia, ed ella era fiera di morire per avere ubbidito alla Legge. Mi diceva il padre: “Ella è morta contenta per averti offerto al Tempio”… Povera madre! Che offristi? Un futuro assassino…».
Tutti saranno discepoli e sacerdoti di Dio.
5«Giovanni, non dire così. Allora eri Felice, ora sei Giovanni. Abbi presente la grande grazia che Dio ti ha fatto, questa sempre. Ma abbandona l’avvilimento di ciò che fosti… Non sei tornato più al Tempio?».
«Oh! sì. A dodici anni e da allora sempre finché… finché potei farlo… Dopo, quando avrei potuto farlo, non lo feci più, perché te l’ho detto che culto avevo, uno solo: l’Odio… E anche per questo non oso inoltrarmi qui. Mi sento straniero nella Casa del Padre… Io l’ho abbandonato per troppo tempo…».
6«Tu vi torni preso per mano da Me che sono il Figlio del Padre. Se Io ti conduco davanti all’altare è perché so che tutto è perdonato».
Giovanni di Endor ha un aspro singhiozzo e dice: «Grazie, mio Dio».
7«Sì, ringrazia l’Altissimo. Lo vedi che aveva spirito profetico tua madre, vera israelita? Tu sei il maschio sacro al Signore e non più riscattato. Sei mio, sei di Dio, discepolo, e perciò futuro sacerdote del tuo Signore nella nuova èra e religione che avrà nome da Me. Io ti assolvo di tutto, Giovanni. Procedi sereno verso il Santo. In verità ti dico che fra questi che abitano questo recinto ve ne sono molti più colpevoli di te e indegni di te di accostarsi all’altare»…
Jebé è tutto per Pietro per amore.
8Pietro intanto si industria di spiegare al bambino le cose più degne di rilievo nel Tempio, ma chiama in suo soccorso gli altri più colti, e specie Bartolomeo e Simone, perché si trova a suo agio con questi anziani in questa sua veste di padre. Sono presso il gazofilacio per fare le loro offerte quando li chiama Giuseppe d’Arimatea.
«Qui siete? Da quando?» dice dopo i saluti reciproci.
«Da ieri sera».
«Il Maestro?».
«E’ là, con un discepolo novello. Ora verrà».
Giuseppe guarda il bambino e chiede a Pietro: «Un tuo nipotino?».
«No… sì… Insomma, nulla come sangue, molto come fede, tutto come amore».
«Non ti capisco…»
«Un orfanello… perciò nulla come sangue. Un discepolo… perciò molto come fede. Un figlio… perciò tutto come amore. Il Maestro lo ha raccolto… e io me lo carezzo. Deve divenire maggiorenne in questi giorni… ».
Sostegno morale di Giuseppe d’Arimatea
9«Già dodici anni? Così piccino?».
«Eh!… ma te lo dirà il Maestro… Giuseppe, tu sei buono… uno dei pochi che buoni siano qui dentro… Dimmi, mi aiuteresti in questa faccenda? Sai… io lo presento come fosse mio figlio. Ma sono galileo e ho una brutta lebbra addosso…»
«Lebbra?!» esclama e interroga spaurito Giuseppe, scostandosi.
«Non avere paura!… Ho la lebbra di essere di Gesù! La più odiosa per quelli del Tempio, salvo poche eccezioni».
«Noooh! Non lo dire!».
«E’ verità e va detta… Perciò temo che saranno crudeli con il piccolo per via di me e di Gesù. Poi non so come sappia la Legge, l’Halascia, l’Haggadha e i Midrasciot[69]. Gesù dice che sa assai…»
«Eh! ma se lo dice Gesù! Non avere paura!».
«Pur di darmi un dispiacere quelli…»
«Ci vuoi molto bene a questo piccolo! Lo tieni sempre con te?».
«Non posso!… Io cammino sempre… Il bambino è piccolo e gracile…».
«Ma io ci verrei volentieri con te…» dice Jabé, che si è rassicurato per le carezze di Giuseppe. Pietro sfavilla di gioia… Ma dice: «Il Maestro dice che non si deve e non lo faremo… Ma ci vedremo lo stesso… Giuseppe… mi aiuti?».
«Ma sì! Verrò io con te. Davanti a me non faranno ingiustizie. Quando? Oh! Maestro! Dammi la tua benedizione!».
La gioia di essere amico di Gesù
10«La pace a te, Giuseppe. Ho piacere di vederti e in buona salute».
«Io pure, Maestro, e anche gli amici ti vedranno con gioia. Sei al Getsemani?».
11«Ero. Dopo la preghiera vado a Betania».
«Da Lazzaro?».
12«No, da Simone. Ho anche la Madre mia e la madre dei miei fratelli e quella di Giovanni e Giacomo. Verrai a trovarmi?».
«Lo chiedi? Grande gioia e grande onore. Te ne ringrazio. Verrò con diversi amici…»
«Va’ piano, Giuseppe, con gli amici!…» consiglia Simone Zelote.
«Oh! li conoscete già. Prudenza dice: “L’aria non oda”. Ma quando li vedrete capirete che sono amici».
«Allora…»
«Maestro, Simone di Giona mi diceva della cerimonia del piccolo. Sei venuto mentre chiedevo quando intendete farla. Ci voglio essere io pure».
13«Il mercoledì avanti Pasqua. Voglio che faccia la sua Pasqua da figlio della Legge».
«Molto bene. E’ inteso. Verrò a prendervi a Betania. Ma lunedì verrò con gli amici».
«È detto.»
L’ora dell’incienso.
«Maestro, ti lascio. La pace sia con Te. È l’ora dell’incenso».
14«Addio, Giuseppe. La pace sia con te. Vieni, Jabé. Questa è l’ora più solenne del giorno. Ve ne è una analoga al mattino. Ma questa è ancor più solenne. Il mattino inizia il giorno. Ed è bene che l’uomo benedica il Signore per esserne benedetto durante la giornata, in tutte le sue opere. 15Ma alla sera è ancora più solenne. La luce decade, cessa il lavoro, viene la notte. La luce che decade ricorda la caduta nel male, e veramente le azioni di peccato avvengono solitamente nella notte. Perché? Perché l’uomo, non più distratto dal lavoro, è più facile ad essere circuito dal Maligno che getta i suoi richiami e i suoi incubi 16Perciò è bene, dopo aver ringraziato Dio per averci protetto durante il giorno, supplicarlo perché si allontanino da noi i fantasmi della notte e le tentazioni. La notte, il sonno… simbolo della morte. Ma beati quelli che, avendo vissuto con la benedizione del Signore, si addormentano non nelle tenebre ma in una fulgida aurora. 17Il sacerdote che offre l’incenso lo fa per noi tutti. Prega per tutto il popolo, in comunione con Dio, e Dio gli affida la sua benedizione per il popolo dei suoi figli. Vedi quanto è grande il ministero del sacerdote?».
«Mi piacerebbe… Mi parrebbe di essere ancora più vicino alla mamma…»
18«Se sarai sempre un buon discepolo e un buon figlio di Pietro, lo diventerai. Ora vieni. Ecco che le trombe annunciano che l’ora è giunta. Andiamo con venerazione a lodare Geové». (Gesù dice così, con il G che diviene lungo: un Sgiéveee molto cantato e con le ultime e molto aperte come fossero quasi un a, mentre quella che segue il g è molto chiusa).
198. L’incontro con la Madre a Betania.
Jabé cambia il suo nome in Marjziam[70].
Incontri familiari.
Incontro con gli amici.
1Attraverso alla ombrosa strada che congiunge il monte degli Ulivi a Betania – e potrei dire che il monte giunge con le sue propaggini verdi sino alle campagne di Betania – Gesù coi suoi cammina sollecito verso la città di Lazzaro. 2E non vi è ancora entrato che viene riconosciuto, e volontarie staffette corrono in tutti i sensi ad avvertire della sua venuta. Per cui ecco accorrere Lazzaro e Massimino da un lato, Isacco con Timoneo e Giuseppe dall’altro, terza viene Marta con Marcella che alza il suo velo per curvarsi a baciare la veste di Gesù, e subito dopo accorrono Maria d’Alfeo e Maria Salome che venerano il Maestro e poi si abbracciano i figli; 3e mentre il piccolo Jabé, sempre per mano di Gesù, sballottato da tutti questi irruenti arrivi, osserva stupefatto, 4e Giovanni di Endor, sentendosi estraneo, si ritira in fondo al gruppo, in disparte, ecco farsi avanti, sul sentiero che conduce alla casa di Simone, la Madre.
Incontro con la madre
5Gesù abbandona la mano di Jabé e dolcemente respinge gli amici per affrettarsi verso di Lei. Le note parole rompono l’aria, squillando come un assolo d’amore sul brusio della folla: «Figlio!»; «Mamma!».
6Si baciano, e nel bacio di Maria è l’affanno di chi ha temuto per tanto tempo ed ora, nello sciogliersi del terrore che l’ha tenuto, sente la stanchezza dello sforzo fatto, misura in tutta l’estensione il pericolo in cui è incorso…
7Gesù la carezza, Lui che comprende, e dice: «Oltre il mio angelo avevo il tuo, Madre, a vegliarmi. Non poteva accadermi nulla di male».
«Ne sia data lode al Signore. Ma ho tanto sofferto!».
8«Volevo venire più sollecito, ma ho dovuto fare altra via per ubbidire a te. E bene fu, perché il tuo comando, Madre mia, come sempre è fiorito in bene».
«La tua ubbidienza, Figlio!».
9«Il tuo comando sapiente, Madre…» Si sorridono come due innamorati.
10Ma è possibile che questa Donna sia Madre di quest’Uomo? Dove sono i sedici anni di differenza? La freschezza e la grazia del volto e del corpo verginale fanno di Maria la sorella del suo Figlio, che è nella pienezza della sua bellissima virilità.
11«Non mi chiedi perché è fiorito in bene?» chiede Gesù sempre sorridendo.
«So che il mio Gesù non mi tiene nascosto nulla».
12«Mamma cara!». La bacia ancora…
La gente si è tenuta lontana qualche metro e mostra di non osservare la scena. Ma scommetto che non c’è uno, di tutti questi occhi che pare guardino altrove, che non sbirci la dolce scena.
Due figli dell’ ubbidienza
Jabé figglio dell’ubbidienza.
13Quello che guarda più di tutti è Jabé, che Gesù ha lasciato andare quando è corso ad abbracciare sua Madre e che è rimasto solo, perché nell’affollarsi delle domande e delle risposte l’attenzione è distratta dal povero bambino… Guarda, guarda, poi china il capo, lotta con il pianto… ma infine non ce la fa e scoppia in pianto, gemendo: «Mamma! Mamma!».
14Tutti, Gesù e Maria per i primi, si volgono, e tutti cercano riparare o sapere chi è il bambino. Maria d’Alfeo accorre, e accorre Pietro – erano insieme – dicendo entrambi: «Perché piangi?».
15Ma prima che fra il suo grande pianto Jabé possa trovare fiato per parlare, è accorsa Maria e lo ha preso in braccio dicendo: «Sì, figliolino mio, la Mamma! Non piangere più… e scusa se non ti ho visto prima. Ecco, amici, il mio figliolino…».
16Si capisce che Gesù, nel fare i pochi metri, le deve avere detto: «E’ un orfanello che ho preso con Me». Il resto lo ha intuito Maria.
Il bambino piange ancora, ma meno desolatamente, e posto che Maria lo tiene in braccio e lo bacia, finisce col sorridere col visetto ancora lavato di pianto.
17«Vieni che ti asciugo tutte queste lacrime. Non devi piangere più! Dammi un bacio…»
Jabé… non chiedeva che quello, e dopo tante carezze di uomini barbuti si crogiola tutto nel baciare la guancia liscia di Maria.
Il pacificato Giovanni di Endor.
18Ma Gesù ha cercato e scorto Giovanni di Endor e lo va a prendere nel suo angolino remoto. E mentre tutti gli apostoli salutano Maria, Gesù viene a Lei tenendo per mano Giovanni di Endor e dice: «Ecco, Madre, l’altro discepolo. Questi due figli ti ha ottenuto il tuo comando».
«La tua ubbidienza, Figlio» ripete Maria, e poi saluta l’uomo dicendo: «La Pace è con te».
19L’uomo, il rude, inquieto uomo di Endor, che tanto si è già mutato da quel mattino in cui il capriccio dell’Iscariota ha portato Gesù a Endor, finisce di spogliarsi del suo passato mentre si inchina a Maria. Io credo sia così, tanto il volto che si rialza dopo il profondo inchino appare sereno, veramente «pacificato».
Novità in casa di Simón Zelote.
In casa di Simone
Si avviano tutti verso la casa di Simone: Maria con Jabé in braccio, Gesù tenendo per mano Giovanni di Endor e poi, intorno e dietro, Lazzaro e Marta, gli apostoli con Massimino, Isacco, Giuseppe, Timoneo.
Entrano nella casa sulla cui soglia il vecchio servo di Simone venera Gesù e il suo padrone.
20«La pace a te, Giuseppe, e a questa casa» dice Gesù alzando la mano a benedire dopo averla posata sulla testa bianca del vecchio servitore.
21Lazzaro e Marta, dopo la prima gioia, sono un poco tristi, e Gesù chiede: «Perché, amici?».
«Perché Tu non sei con noi, e perché tutti vengono a Te meno l’anima che vorremmo fosse tua».
22«Fortificate pazienza, speranza e preghiera. E poi, Io sono con voi. Questa casa!… Questa casa non è che il nido da cui il Figlio dell’uomo volerà ogni giorno dai cari amici, così vicini nello spazio, ma, se si considera la cosa soprannaturalmente, infinitamente più vicini nell’amore. Voi siete nel mio cuore ed Io sono nel vostro. Si può essere più vicini di così? Ma questa sera staremo insieme. Vogliate sedervi alla mia tavola».
«Oh! povera me! Ed io qui mi ciondolo! Vieni, Salome. Abbiamo da fare!». Il grido di Maria d’Alfeo fa sorridere tutti, mentre la buona parente di Gesù si alza sollecita per andare al suo lavoro.
Ma Marta la raggiunge: «Non ti preoccupare, Maria, per il cibo. Vado a dare ordini. Tu prepara solo le mense. Ti manderò sedili sufficienti e quanto abbisogna. Vieni, Marcella. Torno subito, Maestro».
Storia di Jabè
23«Ho visto Giuseppe d’Arimatea, Lazzaro. Lunedì viene qui con degli amici».
«Oh! allora quel giorno sei mio!».
24«Sì. Viene per stare insieme, ma anche per combinare per una cerimonia che si riflette a Jabé. Giovanni, porta il bambino sulla terrazza. Si divertirà».
Giovanni di Zebedeo, ubbidiente sempre, si alza subito dal suo posto, e dopo poco si sente il cinguettio del bambino e le sue piccole pedate sulla terrazza che cinge la casa.
25«Il bambino» spiega Gesù alla Madre, agli amici, alle donne, fra cui è Marta, che ha volato per non perdere un minuto di gioia presso il Maestro, «è nipote di un contadino di Doras. Sono passato da Esdrelon… E’ vero che i campi sono una desolazione e che li vuole vendere?».
26«Una desolazione lo sono. Della vendita non so. Un contadino di Giocana me ne ha accennato. Ma non so se è cosa sicura».
«Se li vendesse… li comprerei volentieri per avere un asilo per Te anche in mezzo a quel nido di serpenti».
27«Non credo che ci riuscirai. Giocana è pronto a prenderli».
«Vedremo… Ma continua il racconto. Che contadini sono? Quelli di prima li ha tutti sparsi».
28«Sì. Questi vengono dalle sue terre di Giudea, almeno il vecchio che è parente del bambino. Il bambino era tenuto nel bosco, come un animale selvatico, perché Doras non lo scorgesse… e vi è dall’inverno…»
«Oh! povero bambino! Ma perché?». Le donne sono tutte commosse.
29«Perché suo padre e sua madre sono rimasti sepolti dalla frana nei pressi di Emmaus. Tutti: padre, madre, fratellini. Lui è vissuto perché non era in casa. Lo hanno condotto dal vecchio padre. Ma che poteva un contadino di Doras? Tu, Isacco, hai parlato di Me come di un salvatore, anche per questo caso».
«Ho fatto male, Signore?» chiede umilmente Isacco.
30«Hai fatto bene. Dio lo voleva. Il vecchio mi ha dato il bambino, che deve anche divenire maggiorenne in questi giorni».
«Oh! miserello! Così piccolo a dodici anni?! Il mio Giuda era alto quasi il doppio a quell’età… E Gesù? Che fiore!» dice Maria d’Alfeo.
E Salome: «Anche i miei figli erano ben più forti!».
Marta mormora: «Veramente è ben piccolino! Credevo non avesse ancora dieci anni».
«Eh! la fame è brutta! E la deve avere fatta da quando fu al mondo. Ora poi… Cosa gli doveva dare il vecchio, se là si muore tutti di fame?» dice Pietro.
31«Sì, ha molto sofferto. Ma è molto buono e intelligente. L’ho preso per consolare il vecchio e il bambino».
«Lo adotti?» chiede Lazzaro.
32«No. Non posso».
«Allora lo prendo io».
Il manto regale del Messia
Pietro si vede dileguare la speranza e ha un gemito vero e proprio: «Signore! Tutto a lui?».
33Gesù sorride: «Lazzaro, tu hai già fatto tanto e te ne sono grato. Ma questo bambino non te lo posso confidare. E il “nostro” bambino. Di tutti noi. La gioia degli apostoli e del Maestro. Inoltre qui crescerebbe fra il fasto. 34Io gli voglio fare dono del mio manto regale: “l’onesta povertà”. Quella che il Figlio dell’uomo volle per Sé, per poter avvicinare tutte le più grandi miserie senza mortificare nessuno. Tu hai avuto anche di recente un mio dono…»
I doni del Messia.
«Ah! sì! Il vecchio patriarca e sua figlia. Molto attiva la donna, e il vecchio molto buono».
35«Dove sono ora? Voglio dire: in quale luogo?».
«Ma qui, a Betania. Ti pare che volessi allontanare la benedizione che Tu mi mandavi? La donna è al lino. Ci vogliono mani leggere ed esperte per quel lavoro. Il vecchio, posto che vuole proprio lavorare, l’ho messo agli alveari. Ieri – vero, sorella? – aveva la lunga barba tutta d’oro. Le api, sciamando, si erano attaccate tutte a quel barbone, ed egli parlava loro come a tante figlie. E’ felice».
36«Lo credo! Che tu sia benedetto!» dice Gesù.
Gara di solidarietà
37«Grazie, Maestro. Ma quel bambino ti costerà! Mi permetterai almeno..»
«Ci penso io alla sua veste di festa» strilla Pietro. Ridono tutti per l’impulsività del grido.
«Va bene. Ma avrà bisogno di altre vesti. Simone, sii buono. Sono anche io senza bambini. Lascia che io e Marta ci si consoli pensando a delle piccole vesti da fare».
Pietro, così pregato, si commuove subito e dice: «Le vesti… sì… Ma la veste per mercoledì la prendo io. Me l’ha promesso il Maestro, e ha detto che andrò con la Madre ad acquistarla domani». Pietro dice tutto per paura di qualche mutazione in suo sfavore.
Colore del vestito per Jebé.
38Gesù sorride e dice: «Sì, Madre. Ti prego di andare domani con Simone. Altrimenti quest’uomo mi muore d’affanno. Lo consiglierai nella scelta».
«Io ho detto: veste rossa e cintura verde. Starà molto bene. Meglio che con quel colore che ha ora».
«Rosso andrà molto bene. Anche Gesù era vestito di rosso. Ma io direi che starebbe meglio sul rosso una cintura rossa, o almeno ricamata in rosso» dice dolcemente Maria.
«Io dicevo così perché vedo che Giuda, che è bruno, sta molto bene con quelle strisce verdi sull’abito rosso».
«Ma queste non sono verdi, amico!» ride l’Iscariota.
«No? E che colore è allora?».
«Questo colore è detto “vena d’agata”»
«E che vuoi che ne sappia io?! Mi pareva verde. L’ho visto anche sulle foglie…»
Maria SS. interviene benigna: «Simone ha ragione. È il colore esatto che prendono le foglie alle prime acque di tisri…».
«Ecco! e siccome le foglie sono verdi io dicevo che era verde» termina contento Pietro. La Soave ha messo pace e gioia anche in questa piccola cosa.
Margziam: piccola stilla nel mare dei salvati
39«Chiamate il piccino» prega Maria. E il bambino accorre subito insieme a Giovanni.
40«Come ti chiami?» chiede Maria accarezzandolo.
Sono… ero Jabé. Ma ora aspetto il nome…
41Lo aspetti?».
42«Sì, Jabé vuole un nome che voglia dire che Io l’ho salvato. Tu lo cercherai, Madre. Un nome d’amore e di salvezza».
43Maria pensa… e poi dice: «Marjiam (Maarhgziam). Tu sei la piccola stilla nel mare dei salvati di Gesù. Ti piace? Così ricorda anche me oltre che la Salvezza».
«E’ molto bello» dice contento il bambino.
«Ma non è un nome di donna?» chiede Bartolomeo.
44«Con una elle al fondo, invece della emme, quando questa stilla di Umanità sarà adulto, potrete mutare il suo nome in nome d’uomo. Ora porta il nome che gli ha dato la Mamma. Non è vero?».
Il bambino dice di sì e Maria lo carezza.
Sorpresa di Marta per Jabé.
45La cognata la interpella: «E’ bella questa lana» e tocca il mantellino di Jabé.
«Ma ha un tal colore! Che dici? Io la tingerei in rosso scurissimo. Verrà bene».
«Domani sera lo faremo. Perché domani avrà la sua nuova veste. Ora non glielo possiamo levare».
Marta dice: «Verresti con me, bambino? Ti porto qui vicino, a vedere tante cose, e poi si torna qui…»
Jabé non si rifiuta. Non rifiuta mai niente… ma pare un poco spaurito ad andare con la donna quasi sconosciuta. Dice timido e gentile: «Potrebbe venire con me Giovanni?».
«Ma certo!…»
Commenti sulla cattura del Bautista.
46Se ne vanno. E nella loro assenza le conversazioni continuano fra i vari gruppi. Narrazioni, commenti, sospiri sulla durezza umana. Isacco racconta quanto ha potuto sapere del Battista. C’è chi lo dice in Macheronte e chi a Tiberiade. I discepoli non sono ancora tornati…
«Ma non lo avevano seguito?».
«Sì. Ma presso Doco i catturatori traversarono il fiume col prigioniero e non si sa se poi sono risaliti al lago o scesi a Macheronte. Giovanni, Mattia e Simeone si sono sguinzagliati per sapere e non lo abbandoneranno certo».
Convegno dei pastori
47«E tu, Isacco, non mi abbandonerai certo questo nuovo discepolo. Per ora sta con Me. Voglio faccia la Pasqua con Me».
48«Io la farò in Gerusalemme, in casa di Giovanna. Mi ha visto e mi ha offerto una stanza per me e i compagni. Vengono tutti, quest’anno. E saremo con Gionata».
«Anche quelli del Libano?».
49«Anche. Ma non potranno forse venire i discepoli di Giovanni».
50«Vengono quelli di Giocana, lo sai?».
«Davvero? Starò alla porta, presso i sacerdoti che immolano. Li vedrò e li porterò con me».
51«Attendili proprio per l’ultima ora. Non hanno che tempo misurato. Ma hanno l’agnello».
«Io pure. Splendido. Me lo ha dato Lazzaro. Immoleremo questo, e l’altro, il loro, servirà loro per il ritorno».
Marjziam in veste di lino
52Rientra Marta con Giovanni e il bambino in una piccola veste di lino bianco con una sopraveste rossa. Sul braccio ha un mantello pure rosso. Li riconosci, Lazzaro? Vedi che tutto serve?».
I due fratelli si sorridono.
53Gesù dice: « Io ti ringrazio, Marta».
«Oh! Signore mio! Ho la malattia di conservare tutto. L’ho ereditata dalla madre mia. Ho ancora molte vesti di mio fratello. Care perché toccate dalla madre. Ogni tanto ne levo un capo per qualche bambino. Ora li darò a Marjziam. Sono un poco lunghe, ma si possono rimborsare.. Lazzaro, divenuto maggiorenne, non le volle più… Un bel capriccio, tutt’affatto da pargolo… e l’ebbe vinta perché mia madre adorava il suo Lazzaro».
La sorella lo carezza con amore e Lazzaro ne prende la bellissima mano, la bacia e dice: «E tu no?». Si sorridono.
«E’ una provvidenza questa» osservano in molti. «Sì, il mio capriccio ha fatto del bene. Forse mi sarà perdonato per questo».
La cena è pronta e ognuno va al suo posto…
Aglae è una grande redenzione
54…E’ notte fatta quando Gesù può parlare in pace con la Madre. Sono saliti sulla terrazza e, seduti su un sedile, l’uno presso l’altra, con la mano nella mano, si parlano e si ascoltano.
55Prima è Gesù che narra le cose avvenute.
56Poi è Maria che dice: «Figlio, dopo la tua partenza, subito dopo, è venuta da me una donna… Ti cercava. Una grande miseria. E’ una grande redenzione. 57Ma questa creatura ha bisogno del tuo perdono per essere tenace nella sua risoluzione. L’ho affidata a Susanna dicendo che era una tua guarita. E’ vero. 58L’avrei potuta tenere con me se la nostra casa non fosse un mare ormai, dove tutti fanno vela… e molti con malvagi intenti. 59E la donna ha ribrezzo del mondo, ormai. Vuoi sapere chi è?».
60«Un’anima è. Ma dimmi il nome, perché Io la possa accogliere senza errore»[71].
61«Aglae è. La romana, mima e peccatrice, che Tu hai cominciato a salvare ad Ebron, che ti ha cercato e trovato all’Acqua Speciosa, che per la sua rinata onestà ha già sofferto. Quanto!… Mi ha detto tutto… Che orrore!… »
62 «Il suo peccato?».
63«Questo e… direi più ancora: che orrore è il mondo! Oh! Figlio mio! Diffida dei farisei di Cafarnao! Di questa infelice si volevano servire per nuocerti. Anche di questa…»
64«Lo so Madre, dov’è Aglae? »
«Giungerà con Susanna avanti la Pasqua».
65«Va bene. Io le parlerò. Sarò qui ogni sera e, meno quella pasquale che consacrerò al famiglia, l’attenderò. Non hai che da trattenerla, se viene. E’ una grande redenzione, lo hai detto. E’ così spontanea! In verità ti dico che in pochi cuori il mio seme attecchì con la forza con cui attecchì su questo terreno infelice. E dopo ne aiutò la crescita, fino a completa formazione, Andrea».
«Me lo ha detto».
66«Madre, che hai provato avvicinando quella rovina?».
«Ribrezzo e gioia. Mi pareva di essere sull’orlo di un abisso d’inferno, ma insieme mi sentivo trasportare nell’azzurro. Come sei Dio, mio Gesù, quando compi di questi miracoli!».
67Restano zitti, sotto le stelle luminosissime e nel biancore di un quarto di luna già tendente ad essere piena. Zitti, amandosi e riposandosi l’uno nell’amore dell’altra.
199. Dai lebbrosi di Siloan e di Ben Hinnom. Pietro ottiene Marjziam
per mezzo di Maria[72].
E’ chiamato Margziam
Marjziam sembra il figlio del re.
1La mattinata splendida invita veramente a passeggiare lasciando i letti e le case, e gli abitanti della casa dello Zelote, come tante api al primo sole, sorgono molto presto ed escono a respirare l’aria pura nel frutteto di Lazzaro che circonda la casetta ospitale. Presto si aggiungono anche quelli che sono ospitati da Lazzaro, ossia Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Andrea e Giacomo di Zebedeo. Il sole entra festoso per tutte le finestre e porte spalancate, e le stanze, semplici e linde, si vestono di una tinta d’oro che avviva i colori delle vesti e fa più lucenti i colori dei capelli e delle pupille.
Marjziam sembra il figlio del re.
2Maria d’Alfeo e Salome sono intente a servire questi uomini dal gagliardo appetito. Maria invece sta sorvegliando un servo di Lazzaro che mette in ordine i capellucci di Marjziam pareggiandoli con più sapienza di quanto non avesse fatto il suo primo parrucchiere.
«Per ora così» dice il servo.
«Poi, quando avrai offerto a Dio le tue chiome di bambino, te li raccorcerò per bene. Viene il caldo e starai meglio senza capelli sul collo. E ti si rinforzeranno. Sono aridi e friabili, trascurati. Lo vedi, Maria? Hanno bisogno di cure. Ora li ungo per tenerli al posto. Senti, bambino, che buon odore? È l’olio che usa Marta. Mandorla, palma e midollo del più fino con essenza rara. Fa molto bene. La mia padrona ha detto di tenere questo vasetto per il bambino. Oh! ecco! Ora sembri il figlio del re» e il servo, che forse è il barbiere della casa di Lazzaro, dà un buffetto sulla guancia di Marjziam, saluta Maria e se ne va soddisfatto.
Marjziam, bello di nozze
3«Vieni che ti vesto» dice Maria al bambino, che per ora ha unicamente una tunichella a maniche corte; credo sia la camicia o quanto a quei tempi ne faceva funzione. E per la finezza del lino comprendo che faceva parte del corredo di Lazzaro bambino. Maria leva l’asciugatoio in cui era quasi fasciato Marjziam e lo riveste della sottoveste di lino increspata alla radice del collo e ai polsi, e della sopraveste rossa, di lana, dall’ampia scollatura e dalle ampie maniche. Il lino splendente esce candidissimo dalla scollatura e dalle maniche della stoffa rossa e opaca. La mano di Maria deve aver provveduto nella notte a regolare la lunghezza della veste e delle maniche, e ora va tutto bene, specie quando Maria gli cinge la vita colla morbida fascia della cintura terminata in un fiocco di lana bianca e rossa. Il bambino non sembra più il povero esserino di pochi giorni sono.
«Ora vai a giocare, senza sporcarti, mentre io mi preparo» dice Maria, accarezzandolo. E il bambino esce, saltellando contento, a cercare i suoi grandi amici.
Il primo a vederlo è Tommaso: «Ma come sei bello! Di nozze! Mi fai scomparire» dice il sempre allegro Tommaso, grassoccio, tranquillo. E lo prende per mano dicendo: «Vieni che andiamo dalle donne. Ti cercavano per darti l’imbeccata».
Entrano nella cucina e Tommaso fa sobbalzare le due Marie curve sui fornelli gridando col suo vocione: «C’è qui un giovanotto che vi desidera» e ridendo presenta il bambino che si era nascosto dietro la robusta persona.
«Oh! caro! Ma vieni che ti do un bacio! Guarda, Salome, come sta bene!» esclama Maria d’Alfeo.
«Davvero! Ora ha solo bisogno di farsi più robusto. Ma ci penserò io. Vieni che ti bacio anche io» risponde Salome.
E’ chiamato Marziam
4«Ma Gesù lo affida ai pastori…» obbietta Tommaso.
«Neanche per idea! In questo il mio Gesù sbaglia. Cosa volete fare e saper fare voi uomini? Litigare – perché, sia detto per caso, siete piuttosto litigiosi… come capretti che si amano ma si danno cornate – mangiare, parlare, avere mille bisogni, e pretendere dal Maestro tutta l’attenzione su di voi… altrimenti sono bronci… I bambini hanno bisogno delle mamme. Non è vero… come ti chiami?».
«Marjziam».
«Ah! già! Ma benedetta la mia Maria! Poteva metterti un nome più facile!».
«E’ quasi come il suo!» esclama Salome.
«Sì. Ma il suo è più semplice. Non ci sono quelle tre lettere al centro… Tre sono troppe…»
5E’ entrato l’Iscariota e dice: «Ha messo il nome esatto nel suo significato, secondo l’antica lingua incorrotta».
6«Va bene. Ma è difficile, e io ne levo una e dico Marziam. È più facile e non cascherà il mondo per questo. Vero, Simone?».
Pietro, che sta passando davanti alla finestra parlando con Giovanni di Endor, si affaccia e dice: «Che vuoi?».
«Dicevo che io il bambino lo chiamo Marziam. È più facile».
7«Hai ragione, donna. Se la Madre me lo permette, lo chiamo anche io così. Ma come stai bene! Però anche io, eh? Guardate!» Infatti è tutto spazzolato, sbarbato sulle guance, con capelli e barba regolati, unti, la veste senza sgualciture, i sandali che sembrano nuovi tanto sono mondi e lucidati con non so che. Le donne lo ammirano ed egli ride contento.
Il bambino ha finito il suo pasto ed esce per andare dal suo grande amico, che egli chiama sempre: «Padre».
Grande onore camminare con Maria.
8Ecco Gesù che viene dalla casa di Lazzaro insieme allo stesso, e al bambino che gli corre incontro dice: «La pace fra noi, Marjziam. Diamoci il bacio di pace».
Lazzaro, salutato dal bambino, lo carezza e gli dà un dolcetto.
Tutti si riuniscono intorno a Gesù. Anche Maria, rivestita di una veste di lino color turchese su cui è drappeggiato il mantello più scuro, viene verso suo Figlio sorridendo. «Possiamo andare, allora» dice Gesù.
9«Tu, Simone, colla Madre mia e il bambino, se proprio vuoi spendere anche ora che Lazzaro ha provveduto».
«Ma certo! E poi… potrò dire di avere potuto per una volta camminare al fianco di tua Madre. Grande onore».
Fra i sepolcri vivi dei lebbrosi
I volontari della missione.
10«E allora vai. Tu, Simone, mi accompagnerai dai tuoi amici lebbrosi…».
«Davvero, Maestro? Allora se permetti vado avanti di corsa, a radunarli… Mi raggiungerai. Tanto lo sai dove sono…».
11«Va bene. Vai. Gli altri facciano quello che credono. Siete tutti liberi fino a mercoledì mattina. All’ora di terza tutti alla porta Dorata».
«Io vengo con Te, Maestro» dice Giovanni.
«Io pure» dice Giacomo suo fratello.
«Ed anche noi» dicono i due cugini.
«Vengo anche io» dice Matteo, e con lui lo dice Andrea.
«E io? Vorrei venire anche io… ma se vado per le spese non posso venire…» dice Pietro, preso fra due voglie.
12«Si può fare. Prima si va dai lebbrosi, intanto mia Madre col bambino va in una casa amica di Ofel. Poi la raggiungiamo e tu vai con Lei, mentre Io e gli altri andiamo da Giovanna. Ci riuniremo al Getsemni per il cibo, e poi verso il tramonto torneremo qui».
«Io, se permetti, vado da alcuni amici…» dice Giuda Iscariota.
13«Ma l’ho detto. Fate quello che credete».
«Allora io andrò dai parenti. Forse è già venuto mio padre. Se c’è te lo conduco» dice Tommaso.
«Noi due, che dici Filippo? Si potrebbe andare da Samuele».
«Ben detto» risponde questo a Bartolomeo.
14«E tu, Giovanni?» chiede Gesù all’uomo di Endor. «Preferisci rimanere qui per sistemare i tuoi libri o venire con Me?».
«Veramente preferirei venire con Te… I libri… mi piacciono già meno. Preferisco leggere Te, Libro vivente».
15«Allora vieni. Addio, Lazzaro, a…»
«Ma vengo anche io. Le gambe stanno un poco meglio e ti lascerò, dopo i lebbrosi, andando al Getsemni ad attenderti».
16«Andiamo. La pace a voi, donne».
Fino alle vicinanze di Gerusalemme stanno tutti uniti. Poi si separano, andando l’Iscariota per conto suo, entrando in città probabilmente da quella porta che è verso la torre Antonia; mentre Tommaso, con Filippo e Natanaele, fanno ancora qualche decina di metri con Gesù e i compagni e poi entrano in città dal sobborgo di Ofel, insieme a Maria e al bambino.
I lebbrosi di Siloán.
Il luogo dei sepolcri di Siloan
17«E ora andiamo da questi infelici!» dice Gesù e, volgendo le spalle alla città, va verso un luogo desolato, situato sulle pendici di un colle roccioso che è fra le due strade che da Gerico portano a Gerusalemme. Uno strano luogo fatto come a gradinate, dopo la prima salita sulla quale si inerpica un sentiero, di modo che il primo balzo è sopraelevato a picco per almeno tre metri sul sentiero, e così il secondo. Arido, morto… Tristissimo.
«Maestro» grida Simone lo Zelote «sono qui. Fermati che ti insegno la via…» e lo Zelote, che si era addossato alla roccia per avere un poco d’ombra, viene avanti e conduce Gesù per un sentiero a gradini diretto verso il Getsemani, ma separato da questo dalla strada che dal monte Uliveto va a Betania.
Una decina di mostri.
18«Eccoci. Fra i sepolcri di Siloan io vissi, e qui ci sono i miei amici. Parte di essi. Gli altri sono a Ben Innom, ma non possono venire… Dovrebbero traversare la strada e sarebbero visti».
19«Andremo anche da loro».
«Grazie! Per loro e per me».
20«Ve ne sono molti?».
«L’inverno ha ucciso i più. Ma qui ce ne sono ancora cinque di quelli ai quali io avevo parlato. Ti attendono. Eccoli sull’orlo del loro ergastolo… Saranno una diecina di mostri. Dico «saranno» perché, se cinque sono ben visibili, in piedi, gli altri, e per il grigiore della pelle e per la deformità del volto e per il loro sporgere appena dalla sassaia, si distinguono così male che potrebbero essere più come meno. Fra quelli in piedi vi è una sola donna. La dicono tale solamente i capelli incanutiti e incolti che cadono duri e sporchi giù per le spalle sino alla cintura. Ma per il resto non si distingue il sesso, perché la malattia, ben avanzata, l’ha scheletrita annullando ogni curva femminile, così come negli uomini uno solo mostra ancora una traccia di baffi e barba. Gli altri sono stati rasati dal morbo distruttore.
La salute del corpo o la salute dell’anima.
Gridano: «Gesù, Salvatore nostro, pietà di noi!» e tendono le mani deformi o impiagate. «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà!».
21«Che volete che Io vi faccia?» chiede Gesù alzando il volto verso quelle miserie.
«Che Tu ci salvi dal peccato e dalla malattia».
22«Dal peccato salva la volontà e il pentimento…»
«Ma, se Tu vuoi, puoi cancellare i nostri peccati. Quelli almeno, se non vuoi guarire i nostri corpi».
23«Se Io vi dico: “Scegliete fra le due cose”, quale volete?».
«Il perdono di Dio, Signore. Per essere meno desolati».
24Gesù fa un cenno d’approvazione, sorridendo luminosamente, e poi alza le braccia e grida: «Siate esauditi. Lo voglio».
Il miracolo predica già di suo
25Esauditi! Può essere per il peccato come per la malattia, o per tutte e due le cose, e i cinque infelici restano incerti. Ma incerti non sono gli apostoli, e non possono che urlare il loro osanna vedendo la lebbra sparire rapida come sparisce il fiocco di neve caduto su un fuoco. E allora i cinque comprendono di essere stati esauditi completamente. Il loro grido risuona come uno squillo di vittoria. Si abbracciano fra di loro e gettano baci a Gesù non potendo precipitarsi ai suoi piedi, e poi si volgono ai compagni dicendo: «E voi non volete ancora credere? Ma che infelici siete?».
27«Buoni! Siate buoni! I poveri fratelli hanno bisogno di pensare. Non dite loro nulla. La fede non si impone, si predica con pace, dolcezza, pazienza, costanza. Quello che voi farete dopo la vostra purificazione, come Simone fece con voi. Del resto, il miracolo predica già di suo. Voi, guariti, andrete dal sacerdote al più presto. Voi, malati, attendeteci a sera. Vi porteremo cibarie. La pace sia con voi.»
27Gesù scende di nuovo sulla via seguito dalle benedizioni di tutti.
I lebbrosi di Ben Hinnom.
L’inferno di Ben Hinom.
27«Ed ora andiamo a Ben Hinnom» dice Gesù.
«Maestro… io vorrei venire. Ma comprendo che non posso. Vado al Getsemani» dice Lazzaro.
28«Vai, vai, Lazzaro. La pace sia con te».
Mentre Lazzaro lentamente si avvia, Giovanni apostolo dice: «Maestro, io lo accompagno. Fa fatica e la stradetta non è molto buona. Poi ti raggiungo a Ben Hinnom».
29«Vai pure. Andiamo».
30Passano il Cedron, costeggiano il lato sud del monte Tofet e entrano nella valletta tutta sparsa di sepolcri e di lordure, senza un albero, senza uno schermo al sole, che su questo lato meridionale si abbatte con tutti i suoi fuochi e arroventa il pietrame di questi nuovi scaglioni d’inferno, alla base dei quali fumano incendi puteolenti che aumentano il calore. E dentro a questi sepolcri, simili a forni crematori, vi sono dei poveri corpi che si consumano…
Siloan sarà brutto nell’inverno, umido come è, e volto quasi a settentrione. Ma questo deve essere tremendo in estate…
31Simone lo Zelote getta un urlo di richiamo, e prima tre, poi due, poi uno e un altro ancora vengono, come possono, fino al limite prescritto. Qui vi sono due donne, e una ha per mano un orrore di bambino che la lebbra ha preso specialmente nel viso. E’ già cieco…
E vi è un uomo dall’aspetto nobile, nonostante la misera sua condizione. Prende la parola per tutti:
Discorso di Giovanni il lebbroso.
32«Sia benedetto il Messia del Signore, che è sceso nella nostra Geenna per trarre da essa coloro che sperano in Lui. Salvaci, Signore, ché noi periamo! Salvaci, Salvatore! Re della stirpe di Davide, Re d’Israele, pietà dei tuoi sudditi. 33Oh! Germoglio della stirpe di Jesse, di cui è detto che nel tuo tempo non vi sarà più male[73], 34stendi la tua mano a raccogliere questi avanzi del tuo popolo. Fai sparire da noi questa morte, asciuga le nostre lacrime, perché così è detto di Te.35Chiamaci, Signore, ai tuoi pascoli prelibati, alle tue dolci acque, ché sitibondi siamo. Portaci sulle eterne colline dove non è più colpa e dolore. Abbi pietà, Signore…».
36«Chi sei?».
«Giovanni, uno del Tempio. Contaminato forse da un lebbroso. Da poco, e Tu lo vedi, la malattia è su me. Ma questi!… Vi è chi attende la morte da anni, e questa fanciullina vi è da quando ancor non camminava. Non sa che sia il creato di Dio. Quanto conosce o quanto ricorda delle meraviglie di Dio sono questi sepolcri, questo sole spietato e le stelle della notte. Pietà per i colpevoli e per gli innocenti, Signore, Salvatore nostro». Si sono tutti inginocchiati tendendo le mani.
Lacrime e preghiera del Messia.
37Gesù piange su tanta miseria e poi apre le braccia gridando: «Padre, Io lo voglio: salute, vita, vista e santità su loro». Resta a braccia aperte pregando intensamente con tutto il suo spirito. Pare affinarsi e alzarsi nella preghiera, fiamma d’amore, bianca e potente fra il potente oro del sole.
«Mamma, io vedo!» è il primo grido, e ad esso corrisponde l’urlo della madre che si stringe al cuore la sua bambina guarita, e poi quello degli altri e degli apostoli… Il miracolo è compiuto.
Vocazione di Juan l’ex lebbroso.
38«Giovanni, tu sacerdote, guiderai i compagni nel rito. La pace sia con voi. A voi pure porteremo cibo verso sera». Benedice e fa per avviarsi.
Ma il lebbroso Giovanni grida: «Sui tuoi passi io voglio venire. Dimmi che devo fare, dove andare per predicare di Te!».
39 «In questa terra desolata e nuda che ha bisogno di convertirsi al Signore. Sia la città di Gerusalemme il tuo campo. Addio».
Il bambino simbolo della Chiesa
A casa di Annalia
40«Ed ora andiamo dalla Madre» dice poi agli apostoli.
«Ma dove è?» chiedono in molti.
41«In una casa che Giovanni sa. In casa della fanciulla guarita lo scorso anno».
Entrano in città, percorrono buona parte del popoloso sobborgo di Ofel fino ad una casetta bianca. Entra col suo dolce saluto nella casa la cui porta è socchiusa, e ne esce la voce dolce di Maria e la argentina voce di Annalia e quella più grossa di sua madre. La fanciulla si prostra adorando, la madre si inginocchia. Maria si alza.
42Vorrebbero trattenere il Maestro con la Madre. Ma Gesù, promettendo di tornare in un altro giorno, benedice e si accomiata.
María il bambino-simbolo e Pietro.
43Pietro se ne va felice con Maria. Tengono tutti e due il bambino per mano e sembrano una famigliola felice. Molti si volgono a guardarli. Gesù osserva il loro andare con un sorriso.
«Simone è felice!» esclama lo Zelote.
«Perché sorridi, Maestro?» chiede Giacomo di Zebedeo.
44«Perché vedo in quel gruppo una grande promessa».
«Quale, Fratello? Che vedi?» domanda il Taddeo.
45«Vedo questo: che potrò andarmene tranquillo, quando sarà l’ora. Non devo temere per la mia Chiesa. Allora sarà piccola ed esile come Marjziam. Ma ci sarà mia Madre a tenerla per mano così e a farle da Madre; e ci sarà Pietro a farle da padre. Nella sua mano onesta e callosa posso mettere senza preoccupazione la mano della mia nascente Chiesa. Egli le darà la forza della protezione sua. Mia Madre la forza del suo amore. 47E la Chiesa crescerà… come Marjziam… E’ veramente il bambino-simbolo! Dio benedica mia Madre, il mio Pietro, e il loro e nostro bambino! Andiamo ora da Giovanna…»…
Pietro ottiene Marjziam per mezzo di Maria.
Seduti a colloquio.
48…E di nuovo siamo, a sera, nella casetta di Betania. Molti, stanchi, si sono già ritirati. Ma Pietro passeggia avanti e indietro per il sentiero, alzando la testa molto sovente verso la terrazza dove sono seduti in colloquio Gesù e Maria. Giovanni di Endor, invece, parla con lo Zelote stando seduti sotto un melograno tutto in fiore.
L’anima vergine profuma grazia.
49Maria ha già molto parlato, perché sento che Gesù dice: «Tutto quanto mi hai detto è ben giusto, e ne terrò presente la giustizia.
50E anche per Annalia dico che è giusto il tuo consiglio. Che l’uomo l’abbia accolto con tanta prontezza è buon segno. 51Veramente l’alta Gerusalemme è piena di ottusità e livore, potrei dire anche di lordura. Ma nel suo popolo umile vi sono perle di ignorato valore. 52Sono lieto che Annalia sia felice. E’ una creatura più del Cielo che della terra, e forse l’uomo, ora che è entrato nel concetto dello spirito, lo intuisce e ne ha quasi un rispetto venerabondo. Il suo pensiero di andare altrove, per non turbare di un palpito umano il candido voto della sua fanciulla, lo dimostra».
53«Sì, Figlio mio. L’uomo avverte il profumo dei vergini… Mi ricordo Giuseppe. Io non sapevo che parole usare. Egli non sapeva il mio segreto… Eppure mi aiutò a dirlo con una percezione di santo. Aveva sentito l’odore dell’anima mia… Vedi anche Giovanni?… Che pace!… E tutti lo cercano…
l’anima in peccato produce turbamento.
54Lo stesso Giuda di Keriot, per quanto… No, Figlio. Giuda non è cambiato. Io lo so e Tu lo sai. Noi non parliamo perché non vogliamo dare inizio alla guerra. Ma anche se non parliamo, sappiamo… e anche se non parliamo, gli altri intuiscono… 55Oh! mio Gesù! Mi hanno raccontato i giovani, oggi, al Getsemani, l’episodio di Magdala e quello della mattina del sabato… 56L’innocenza parla… perché vede per gli occhi del suo angelo. Ma anche i vecchi intravedono… Non hanno torto. E’ un essere sfuggente… Tutto in lui è sfuggente… ed io ho paura di lui ed ho sul labbro le stesse parole di Beniamino a Magdala e di Marjziam al Getsemani, perché ho lo stesso ribrezzo per Giuda che hanno i bambini».
57«Non tutti possono essere Giovanni!…».
58«Ma non lo pretendo! Sarebbe un paradiso la terra, allora. Ma, vedi, Tu mi hai detto dell’altro Giovanni… Un uomo che ha ucciso… ma mi fa solo pietà. Giuda mi fa paura».
59«Amalo, Madre! Amalo, per amor mio!».
60«Sì, Figlio. Ma non servirà neppure il mio amore. Sarà solo sofferenza a me e colpa in lui. Oh! perché mai è entrato! Turba tutti, offende Pietro che è degno di ogni rispetto».
La potenza della parola di Maria
61«Sì. Pietro è molto buono. Per lui farei qualunque cosa, perché lo merita».
«Se ti sentisse direbbe col suo buon sorriso schietto: “Ah! Signore, ciò non è vero!”. E avrebbe ragione».
62«Perché, Madre?». Ma Gesù sorride già perché ha capito.
«Perché Tu non lo accontenti dandogli un figlio. Mi ha detto tutte le sue speranze, i suoi desideri… e le tue ripulse».
63«E non ti ha detto le ragioni con cui le ho giustificate?».
64«Sì. Me le ha dette ed ha aggiunto: “E’ vero… ma io sono un uomo, un povero uomo. Gesù si ostina a vedere in me un grande uomo. Ma io so di essere ben meschino, e perciò… mi potrebbe dare un bambino. Mi ero sposato per averne… muoio senza averne”. E ha detto – accennando al bambino che, felice della bella veste comperata da Pietro, lo aveva baciato dicendogli: “Padre amato” – ha detto: “Vedi, quando questo esserino, che solo dieci giorni sono non conoscevo ancora, mi dice così, io mi sento diventare più morbido del burro e più dolce del miele, e piango perché… ogni giorno che passa me lo porta via questo bambino…”
Le ragioni di Maria.
65Maria tace osservando Gesù, studiandolo in volto, aspettando una parola… Ma Gesù ha messo il gomito sul ginocchio, la testa sulla mano, e tace guardando la distesa verde del frutteto.
66Maria gli prende la mano e la carezza e dice: «Simone ha questo grande desiderio… Mentre andavo con lui non ha fatto che parlarmene, e con ragioni così giuste che… non ho potuto dire nulla per farlo tacere. Erano le stesse ragioni che pensiamo tutte noi, donne e madri. 67Il bambino non è robusto. Fosse stato come eri Tu… oh! allora avrebbe potuto andare incontro alla vita del discepolo senza paura. Ma è così esile!… Molto intelligente, molto buono… ma nulla di più. Quando un tortorino è delicato non si può lanciarlo a volo presto, come si fa con i forti. 68I pastori sono buoni… ma sempre uomini. I bambini hanno bisogno delle donne. Perché non lo lasci a Simone? Finché gli neghi una creatura proprio nata da lui, comprendo il motivo. Un piccino nostro è come un àncora. E Simone, destinato a tanta sorte, non può avere àncore che lo trattengano. 69Ma però, devi convenire che egli deve essere il “padre di tutti i figli che Tu gli lascerai. Come può essere padre se non ha fatto scuola con un bambino? Dolce deve essere un padre. Simone è buono, ma dolce no. E’ impulsivo e intransigente. Non c’è che una creaturina che gli possa insegnare l’arte sottile del compatimento per chi è debole… 70Considera questa sorte di Simone… È bene il tuo successore! Oh! che la devo pur dire questa atroce parola! Ma per tutto il dolore che mi costa a dirla, ascoltami. Mai ti consiglierei cosa che non fosse buona. Marjziam… Tu ne vuoi fare un perfetto discepolo… Ma è ancora bambino. Tu… te ne andrai prima che lui sia uomo. A chi allora darlo, per completarne la formazione, meglio che a Simone? 71Infine, povero Simone, Tu sai come è stato tribolato, anche per causa di Te, dalla suocera sua; eppure non ha ripreso un granello del suo passato, della sua libertà di or è un anno, per essere lasciato in pace dalla suocera, che neppur Tu hai potuto mutare. 72E, quella povera creatura di sua moglie? Oh! ha un tale desiderio di amare e di essere amata. La madre… oh!… Il marito? Un caro prepotente… Mai un affetto che le si sia dato senza troppo esigere… Povera donna!… Lasciale il bambino.73Ascolta, Figlio. Per ora lo portiamo con noi. Verrò anche io in Giudea. Mi porterai con Te da una mia compagna nel Tempio, e quasi parente, perché da Davide viene. Sta a Betsur. La vedrò volentieri, se ancora vive. 74Poi, al ritorno in Galilea, lo daremo a Porpora. Quando saremo nei pressi di Betsaida Pietro lo prenderà. Quando verremo qui, lontano, il bambino starà con lei. Ah! ma Tu sorridi ora! Allora fai contenta la tua Mamma. Grazie, mio Gesù».
Pedro ottiene il figlio.
75«Sì, sia fatto come tu vuoi». Gesù si alza e chiama forte: «Simone di Giona, vieni qui».
Pietro ha uno scatto e fa di corsa gli scalini: «Che vuoi, Maestro?».
76«Vieni qui, uomo usurpatore e corruttore!».
«Io? Perché? Che ho fatto, Signore?».
77«Mi hai corrotto la Madre. Per questo volesti essere solo. Che ti devo fare?». Ma Gesù sorride e Pietro si rassicura.
«Oh!» dice «mi hai fatto proprio paura! Ma ora ridi… Che vuoi da me, Maestro? La vita? Non ho più che quella, perché mi hai preso tutto… Ma se vuoi te la do».
78«Non ti voglio prendere. Ma ti voglio dare. Però non approfittartene della vittoria e non dare il segreto agli altri, furbissimo uomo che vinci il Maestro con l’arma della parola materna. Avrai il bambino ma…».
79Gesù non può più parlare perché Pietro, che si era inginocchiato, salta in piedi e bacia Gesù con tale impeto che gli mozza la parola.
80«Ringrazia Lei, non Me. Ma però ricorda che questo ti deve essere di aiuto, non di ostacolo…»
81«Signore, non avrai a pentirti del dono… Oh! Maria! Che tu sia sempre benedetta, santa e buona…». E Pietro, che è riscivolato in ginocchio, piange proprio, baciando la mano di Maria…
200. Aglae a colloquio con il Salvatore[74].
María presenta la figlia al Salvatore.
La Madre di ogni anima redenta
1Gesù rientra solo nella casa dello Zelote. La sera sta scendendo, placida e serena dopo tanto sole. Gesù si affaccia alla porta della cucina, saluta e poi sale a meditare nella stanza superiore, già preparata per la cena. Non pare molto lieto il Signore. Sospira spesso e passeggia avanti e indietro per lo stanzone, gettando ogni tanto uno sguardo sulla campagna circostante, che è visibile dalle molte porte di questa ampia stanza che fa da cubo sopra il piano terreno. Esce anche a passeggiare sulla terrazza, facendo il giro della casa, e si immobilizza sul lato posteriore a guardare Giovanni di Endor, che cortesemente attinge acqua ad un pozzo per offrirla alla indaffarata Salome. Guarda, scrolla il capo, sospira.
2La potenza del suo sguardo attira Giovanni, che si volge a guardare e che chiede: «Maestro, mi vuoi?».
3«No, ti guardavo solamente».
«E’ buono Giovanni. Mi aiuta» dice Salome.
4«Anche di questo aiuto Dio gliene darà compenso».
5Gesù, dopo queste parole, rientra nella stanza e si siede. È tanto assorto che non avverte il brusio di molte voci e lo scalpiccio di molti passi entro il corridoio di entrata, e poi due pedate leggere che salgono la scaletta esterna e si avvicinano allo stanzone. Solo quando Maria lo chiama alza il capo.
Aglae vestita da ebrea.
«Figlio, è giunta a Gerusalemme Susanna con la famiglia e mi ha subito accompagnato Aglae. La vuoi udire mentre siamo soli?».
6«Sì, Madre. Subito. E che non salga nessuno finché tutto è finito. Spero avere tutto finito prima del ritorno degli altri. Ma ti prego di vegliare acciò non ci siano curiosità indiscrete… in nessuno… e specie per Giuda di Simone».
«Sorveglierò con cura…»
7Maria esce per tornare dopo poco tenendo per mano Aglae, non più infagottata nel suo mantellone grigio e nel suo velo calato sul davanti, non più con i sandali alti e complicati di fibbie e di strisce che aveva prima, ma resa in tutto simile ad una ebrea per i sandali piatti e bassi, semplicissimi come quelli di Maria, per la veste di un azzurro cupo sulla quale è drappeggiato il manto, e per il velo bianco messo come lo usano le donne ebree popolane, ossia semplicemente sul capo con un lembo gettato sulle spalle di modo che il viso ne è velato ma non totalmente. L’abito comune a quello di infinite altre donne, e l’essere in un gruppo di galilei, hanno risparmiato ad Aglae di essere riconosciuta. Entra a capo chino, divenendo di porpora ad ogni passo che fa, e credo che, se Maria non la tirasse dolcemente verso Gesù, si sarebbe inginocchiata sulla soglia.
8«Ecco, Figlio, colei che ti cerca da tanto tempo. Ascoltala» dice Maria quando è presso a Gesù e poi si ritira, abbassando le tende sulle porte spalancate e chiudendo quella che è più prossima alla scaletta.
Aglae a colloquio col Salvatore
Quando bisogna piangere.
9Aglae si libera del sacchetto che ha sulle spalle e poi si inginocchia ai piedi di Gesù con un grande scoppio di pianto. Scivola fino a terra e piange col capo appoggiato sulle braccia incrociate al suolo.
10«Non piangere così. Non è più tempo. Piangere dovevi quando eri in odio a Dio. Non ora che lo ami e ne sei amata».
Ma Aglae continua a piangere…
11«Non credi che così è?».
In ogni bene, Dio precede la sua creatura.
12La voce si fa strada fra i singhiozzi: «Io lo amo, è vero, come so, come posso… Ma, per quanto io sappia e creda che Dio è Bontà, non posso osare di sperare di avere il suo amore. Ho troppo peccato… Lo avrò, forse, un giorno… Ma devo piangere tanto ancora… Per ora sono sola nel mio amore. Sono sola… Non è la disperata solitudine degli anni passati. E’ una solitudine piena del desiderio di Dio, perciò non più disperata… ma così triste, così triste…»
13«Aglae, come male ancora conosci il Signore! Questo desiderio di Lui ti è prova che Dio risponde al tuo amore, che ti è amico, che ti chiama, che ti invita, che ti vuole. Dio è incapace di rimanere inerte davanti al desiderio della creatura, perché quel desiderio lo ha acceso Lui, Creatore e Signore di ogni creatura, in quel cuore. Lo ha acceso Lui perché ha amato di privilegiato amore l’anima che ora lo desidera. 14Il desiderio di Dio sempre precede il desiderio della creatura, perché Egli è il Perfettissimo e perciò il suo amore è ben più solerte e acceso dell’amore della creatura».
L’amore comprende lábisso di misericordia
«Ma come, come può Dio amare il mio fango?».
15«Non cercare di comprendere con la tua intelligenza. E’ un abisso di misericordia, incomprensibile a mente umana. Ma là dove l’intelligenza dell’uomo non può comprendere, comprende invece l’intelligenza dell’amore, l’amore dello spirito. Questo comprende ed entra sicuro nel mistero che è Dio e nel mistero dei rapporti dell’anima con Dio. Entra, Io te lo dico. Entra poiché Dio lo vuole».
«Oh! Salvatore mio! Ma allora io sono proprio perdonata? Amata proprio io sono? Lo devo credere?».
Tutto quello che dice il Salvatore si realizza.
16«Ti ho mai mentito?».
«Oh! no, Signore! Tutto quanto mi hai detto ad Ebron si è avverato. Tu mi hai salvata come è detto dal tuo Nome. Tu mi hai cercata, povera anima perduta. Tu mi hai dato la vita di quest’anima che io portavo in me morta. Tu mi hai detto che se ti avessi cercato ti avrei trovato. E fu vero. Tu mi hai detto che sei dovunque l’uomo ha bisogno di medico e medicina. Ed è vero. Tutto, tutto quanto hai detto alla povera Aglae, da quelle parole del mattino di giugno, alle altre dell’Acqua Speciosa…»
17«Devi allora credere anche a queste».
«Sì, credo, credo! Ma Tu dimmi: “Io ti perdono!”».
18«Io ti perdono in nome di Dio e di Gesù».
La prima eremita cristiana
La volontà di non peccare.
19«Grazie… Ma ora… Ora che devo fare? Dimmi, Salvatore mio, che cosa devo fare per avere la Vita eterna? L’uomo si corrompe solo nel guardarmi… Io non posso vivere col tremito continuo di essere scoperta e circuita… In questo viaggio io tremavo ad ogni sguardo d’uomo… 20Io non voglio più peccare né fare peccare. Dammi la via da seguire. Qual che sia la seguirò. Tu vedi che sono forte anche negli stenti… E anche se per troppo stento incontrassi la morte non ne ho paura. La chiamerò “amica mia” perché mi leverà dai pericoli della terra, e per sempre. Parla, mio Salvatore».
Dove l’anima ammaestra il corpo.
21«Va’ in luogo deserto».
«Dove, Signore?»
22«Dove vuoi. Dove ti porterà il tuo spirito».
«Sarà capace di tanto il mio spirito appena formato?»
23«Sì, perché Dio ti conduce».
«E chi mi parlerà più di Dio?».
24«La tua anima risorta, per ora…»
La redenzione completa.
«Ti vedrò mai più?».
25«Mai più sulla terra. Ma fra poco ti avrò redenta del tutto e allora verrò al tuo spirito per prepararti all’ascesa a Dio».
«Come avverrà la mia completa redenzione se non ti vedrò più? Come me la darai?».
26«Morendo per tutti i peccatori».
«Oh! no! Tu no, morire!».
27«Per darvi la Vita devo darmi la morte. Sono venuto per questo in veste umana. Non piangere… Mi raggiungerai presto dove Io sarò dopo il sacrificio mio e tuo»
«Mio, Signore? Io pure morrò per Te?».
28«Sì. Ma in altra maniera. Morirà ora per ora la tua carne e per volere della tua volontà. E’ quasi un anno che sta morendo. Quando essa sarà tutta morta, Io ti chiamerò».
Un aiuto spirituale.
«Avrò la forza di distruggere la mia carne colpevole?».
29«Nella solitudine dove sarai e dove Satana ti assalirà con livida violenza quanto più tu diverrai dei Cieli, troverai un mio apostolo, già peccatore e poi redento».
«Allora non il benedetto che mi parlava di Te? Egli è troppo onesto per essere stato peccatore».
30«Non quello. Un altro. Ti raggiungerà all’ora giusta. Ti dirà quanto ancora non puoi sapere. Va’ in pace. La benedizione di Dio sia su di te».
Aglae si ritira in luogo remoto
31Aglae, che è sempre stata in ginocchio, si curva a baciare i piedi del Signore. Non osa di più. Poi afferra il suo sacco, lo capovolge. Ne cadono semplici vesti, un piccolo sacchetto che risuona e un’anfora di un delicato alabastro rosa. 32Aglae ripone le vesti, raccoglie il sacchetto e dice: «Questo per i tuoi poveri. E’ il resto dei miei gioielli. Non ho serbato che delle monete per viatico durante il viaggio… perché, se anche Tu non lo avessi detto, sarei andata in luogo remoto. 33E questo è per Te. Meno soave del profumo della tua santità. Ma è tutto quello che può dare di meglio la terra. E mi serviva per fare il peggio… Ecco. Dio mi conceda di odorare almeno come questo, al tuo cospetto, in Cielo» e stappa l’anfora dal tappo prezioso spargendone il contenuto al suolo. Un odore acuto di rose sale a ondate dai mattoni che si impregnano dell’essenza preziosa. 34Aglae ritira l’anfora vuota. «Per ricordo di quest’ora» dice, e poi si curva ancora a baciare i piedi di Gesù e si rialza, si ritira a ritroso, esce, chiude la porta…
35Si sente il suo passo allontanarsi verso la scala, la sua voce scambiare poche parole con Maria, e poi il rumore dei sandali che scendono la scala, e poi più nulla. Di Aglae non resta che il sacchettino ai piedi di Gesù e l’aroma acutissimo per tutta la stanza.
Lezione di gratitudine.
Il Messia ringrazia l’apostolo di Aglae.
36Gesù si alza… raccoglie il sacchetto e se lo pone in seno, va ad una apertura che guarda sulla via, sorride vedendo la donna sola che si allontana nel suo mantello ebraico verso Betlemme. Fa un gesto di benedizione e poi va sulla terrazza e chiama: «Mamma».
Maria sale lesta la scala: «L’hai fatta felice, Figlio mio. È andata, con fortezza e con pace»
37«Sì, Madre. Quando tornerà Andrea mandamelo per primo».
Passa del tempo, poi si sentono le voci degli apostoli che ritornano… Accorre Andrea: «Maestro, mi vuoi?».
38«Sì, vieni qui. Nessuno lo saprà, ma per te è giustizia dirlo. Andrea, grazie in nome di Dio e di un anima»
«Grazie? Di che?».
39«Non senti questo profumo? È il ricordo della Velata. È venuta. E’ salvata».
Andrea diviene rosso come una fragola, scivola in ginocchio e non trova una parola… Infine dice: «Ora sono contento. Sia benedetto il Signore!»
40«Sì. Alzati. Non dire agli altri che è venuta».
«Tacerò, Signore».
41«Vai pure. Ascolta, c’è ancora Giuda di Simone?».
«Sì, ci ha voluto accompagnare… dicendo… tante menzogne. Perché fa così, Signore?».
42«Perché è un ragazzo viziato. Dimmi la verità: vi siete litigati?».
«No. Mio fratello è troppo felice col suo bambino per avere voglia di farlo, e gli altri… lo sai… sono più prudenti. Ma certo, in cuor nostro, siamo tutti disgustati. Ma dopo cena torna via… Altri amici… dice lui. Oh! e sprezza le meretrici!…».
43«Sii buono, Andrea. Anche tu devi essere felice questa sera…».
«Sì, Maestro. Ho anche io la mia invisibile ma dolce paternità. Vado».
Amore di una redenta
44Ancora qualche tempo, poi salgono in gruppo gli apostoli col bambino e Giovanni di Endor. Li seguono le donne con le pietanze e i lumi. Ultimo viene Lazzaro con Simone. Appena entrano nella stanza esclamano: «Ah! ma veniva di qui!!!» e fiutano l’aria satura di profumo di rose, satura nonostante le porte spalancate.
«Ma chi ha profumato così questa stanza? Marta forse?» chiedono in molti.
«Mia sorella non si è mossa di casa, oggi, dopo le mense» risponde Lazzaro.
«E chi allora? Qualche satrapo assiro?» scherza Pietro.
45«L’amore di una redenta» dice serio Gesù.
Grugniti dell’Iscariote.
46«Poteva risparmiarsi questo inutile sfoggio di redenzione e dare quanto ha speso per i poveri. Sono tanti e sanno che noi diamo. Io non ho più un picciolo» dice irritato l’Iscariota.
«E dobbiamo comperare l’agnello, affittare la stanza per il Cenacolo e…».
«Ma vi ho offerto tutto io…» dice Lazzaro.
«Non è giusto. Perde il bello, il rito. La Legge dice: “Prenderai l’agnello per te e la tua casa”[75]. Non dice: “Accetterai l’agnello”.
Bartolomeo si volta di scatto, apre la bocca, ma poi la chiude. Pietro diviene cremisi nello sforzo di tacere. Ma lo Zelote, che è in casa sua, sente di poter parlare e dice: «Queste sono sottigliezze rabbiniche… Ti prego di lasciarle perdere e di conservare, in cambio, rispetto al mio amico Lazzaro».
«Bravo, Simone!». Pietro scoppia se non parla.
«Bravo! Mi pare anche che ci si dimentichi un poco troppo che solo il Maestro ha diritto di insegnare…».
Pietro dice quel «ci si dimentichi» con uno sforzo eroico per non dire: «che Giuda dimentica».
«E’ vero… ma… sono nervoso, ecco. Scusa, Maestro».
La gratitudine è grande virtù.
47«Sì. E anche ti rispondo. La gratitudine è una grande virtù. Io sono grato a Lazzaro. Come quella redenta fu grata a Me. Io spargo su Lazzaro il profumo della mia benedizione, anche per quelli, fra i miei apostoli, che non lo sanno fare, Io, capo di voi tutti. 48La donna ha sparso ai miei piedi il profumo della sua gioia di salvata. Ha riconosciuto il Re, ed è venuta al Re, prima di molti altri sui quali il Re ha effuso molto più amore che non su di lei. 49Lasciatela fare senza criticarla. Non potrà essere presente alla mia acclamazione, né alla mia unzione. La sua croce è già sulla sua spalla. 50Pietro, tu hai detto se era venuto qui un satrapo assiro. In verità ti dico che neppure l’incenso dei Magi, tanto puro e prezioso, era più soave di questo, più prezioso di questo. L’essenza è stemperata nel pianto, e per questo è così acuta: l’umiltà sostiene l’amore e lo rende perfetto. Sediamo a mensa, amici…»
E con l’offerta del cibo cessa la visione.
201. L’esame della maggiore età
di Marziam[76].
Eventi antecedenti all’esame.
Epiteti e battibecchi tra i militi e la folla
1Deve essere la mattina del mercoledì perché la comitiva degli apostoli e delle donne, preceduta da Gesù e Maria col piccolo fra di loro, si avvicina alla porta dei Pesci. Con loro è anche Giuseppe d’Arimatea che, fedele alla parola data, è andato loro incontro. Gesù cerca con lo sguardo il milite Alessandro, ma non lo vede.
2«Neanche oggi vi è. Vorrei sapere che ne è stato…»
3Ma la folla è tanta che non c’è modo di rivolgersi ai soldati, e sarebbe forse anche imprudente, perché i giudei sono più intransigenti che mai nella imminenza della festa e con il rancore per la cattura del Battista, di cui fanno complice anche Pilato e i suoi satelliti. 4Comprendo tutto questo per gli epiteti e i battibecchi che continuamente si accendono alla porta fra i militi e i cittadini, e gli insulti… pittoreschi e non parlamentari che scoppiettano ad ogni momento come il fuoco di una girandola perpetua. 5Le donne di Galilea ne sono scandalizzate e si avvolgono più strette che mai nei loro veli e nei loro mantelli. 6Maria arrossisce, ma procede sicura, dritta come una palma, guardando suo Figlio, il quale, di suo, non tenta neppure di cercare di fare ragionare gli esaltati ebrei né di consigliare pietà ai soldati verso gli ebrei. 7E dato che qualche epiteto poco bello va anche al gruppo dei galilei, Giuseppe d’Arimatea viene avanti, presso Gesù, e la folla, che lo conosce, tace per rispetto di lui.
8La porta dei Pesci è finalmente superata e questo fiume di popolo che a ondate si riversa in città, mescolato ad asini e a mandre, si dilaga per le vie…
Giuda non c’è
9«Eccoci, Maestro!» saluta Tommaso che è con Filippo e Bartolomeo al di là della porta.
«Giuda non c’è?»; «Perché qui?» chiedono in diversi.
«No. Noi siamo qui dal primo mattino per tema che Tu anticipassi la venuta. Ma lui non si è visto. Io ieri l’ho incontrato, era con Sadoc lo scriba, sai, Giuseppe? Quello vecchio, magro, con la verruca sotto l’occhio. E c’erano anche altri… giovani, questi. Gli ho gridato: “Ti saluto, Giuda”. Ma non mi ha risposto fingendo di non conoscermi. Ho detto: “Ma che ha costui?” e gli sono andato dietro per qualche metro. Si è separato da Sadoc, col quale pareva un levita, e se ne è andato con gli altri della sua età che… non erano certo dei leviti… E ora non c’è… E lo sapeva che avevamo deciso di venire qui!».
Filippo non dice nulla. Bartolomeo stringe le labbra fino ad annullarle quasi per fare barriera al giudizio che gli sale dal cuore.
«Bene, bene! Andiamo lo stesso! Non piangerò di certo per la sua assenza» dice Pietro.
«Attendiamo ancora per un poco. Può essere stato trattenuto per via» dice serio Gesù.
Si addossano al muro dalla parte dell’ombra, le donne in gruppo, gli uomini in un altro gruppo.
Tutti vestiti a festa.
10Sono tutti in vesti solenni. Pietro, poi, è proprio di lusso. Sfoggia un copricapo nuovissimo, candido come neve e tenuto da un gallone ricamato in rosso e oro. Ha la sua migliore veste color granata scurissimo, abbellita da una cintura nuova come è il gallone del copricapo, e da essa pende il coltello a guaina come un pugnale, dalla impugnatura bulinata e il fodero di ottone tutto traforato, attraverso al quale luccica il ferro tersissimo della lama.
11Anche gli altri sono su per giù tutti così armati. Solo Gesù è senza armi, in veste di lino candidissima e col mantello azzurro fiordaliso, che certo Maria gli ha tessuto nell’inverno.
12Marjziam è vestito di un rosso pallido con un gallone in tinta più scura al collo, alla balza e ai polsi, e uguale gallone ricamato è all’altezza della cintura e ai bordi del mantello, che però il bambino tiene piegato sul braccio, e se lo carezza contento, alzando di tanto in tanto un visetto per metà ridente e per metà preoccupato… Anche Pietro ha in mano un involto che tiene con cura.
Al Tempio senza il Messia.
13Passa del tempo… e Giuda non viene.
«Non si è degnato…» brontola Pietro, e forse direbbe di più, ma l’apostolo Giovanni dice: «Forse ci aspetta alla porta Dorata…»
Vanno al Tempio. Ma Giuda non c’è.
Giuseppe d’Arimatea non pazienta oltre. Dice: «Andiamo».
Marjziam diventa un poco pallido e bacia Maria dicendo: «Prega!… prega!…»
14«Sì, caro. Non avere paura. Stai tanto bene…»
Marjziam si attacca allora a Pietro. Stringe nervosamente la mano di Pietro e, non sentendosi ancora sicuro, vorrebbe la mano di Gesù.
15«Io non vengo, Marjziam. Vado a pregare per te. Ci vedremo dopo».
«Non vieni? Perché, Maestro?» dice stupito Pietro.
16 «Perché è meglio così…». Gesù è molto serio, direi triste. E termina: «Giuseppe, che è giusto, non può che approvare il mio atto».
Infatti Giuseppe non ribatte parola e col suo silenzio, e con un sospiro eloquente, conferma.
«Allora… andiamo…». Pietro è un poco afflitto.
Marjziam si attacca allora a Giovanni. E vanno, preceduti da Giuseppe che è di continuo salutato con profondi inchini. Con loro vanno Simone e Tommaso. Gli altri restano con Gesù.
Esame di Margziam.
Presentazione dell’esaminando.
17Entrano nella sala dove entrò a suo tempo Gesù. Un giovane, che sta scrivendo in un angolo, si alza di scatto vedendo Giuseppe e si piega fino a terra.
«Dio sia con te, Zaccaria. Va’ a chiamare sollecitamente Asrael e Giacobbe».
Il giovane parte per tornare quasi subito con due rabbini, sinagoghi, scribi, che so? Due arcigni personaggi che spianano il loro sussiego solo davanti a Giuseppe. Dietro di loro entrano altri otto meno imponenti. Si siedono lasciando in piedi i postulanti, il d’Arimatea incluso.
«Che vuoi, Giuseppe?» chiede il più anziano.
«Presentare alla vostra sagacia questo figlio di Abramo che ha compito il tempo prescritto per entrare nella Legge e reggervisi da solo».
«Tuo parente?» e guardano stupiti.
«In Dio tutti parenti. Ma il fanciullo è orfano, e questo uomo, della cui onestà io mi faccio mallevadore, lo ha preso per suo, acciò il suo talamo non resti privo di discendenza».
«Chi è l’uomo? Risponda di suo».
«Simone di Giona, di Betsaida di Galilea, coniugato senza prole, pescatore per il mondo, figlio della Legge per l’Altissimo».
«E tu, galileo, ti assumi questa paternità? Perché?».
«E’ detto nella Legge di avere amore all’orfano e alla vedova[77]. Lo faccio».
«Può mai conoscere costui la Legge al punto di meritare di… Ma tu, fanciullo, rispondi. Chi sei?».
«Jabé Marjziam di Giovanni, delle campagne di Emmaus, nato dodici anni sono».
«Giudeo dunque. E’ egli lecito che un galileo lo curi? Scrutiamo le leggi».
«Ma che sono? Lebbroso o maledetto?». Il sangue di Pietro inizia a bollire.
«Taci, Simone. Io parlo per lui. Vi ho detto che mi faccio di quest’uomo mallevadore. Lo conosco come fosse della mia casa. L’Anziano Giuseppe non proporrebbe mai una cosa contraria alla Legge e neppure alle leggi. Vogliate esaminare il fanciullo con giustizia e sollecitudine. Il cortile è pieno di fanciulli che attendono l’esame. Non siate lenti, per amore di tutti»
«Ma chi lo prova che il fanciullo è dodicenne e riscattato dal Tempio?».
«Lo puoi provare con le scritture. Noiosa ricerca ma che si può fare. Fanciullo, mi hai detto essere il primogenito?».
«Sì, signore. Puoi vederlo perché fui sacro al Signore e riscattato con le dovute decime[78]».
«Cerchiamo allora queste notizie…» dice Giuseppe.
«Non serve» rispondono asciutti i due cavillosi.
L’ esame
18«Vieni qui, fanciullo. Di’ il Decalogo». E il bambino lo dice sicuro. «Dammi quel rotolo, Giacobbe. Leggi se sai».
«Dove, rabbi?»
«Dove vuoi. Dove ti cade l’occhio» dice Asrael.
«No. Qui. Dammi» dice Giacobbe. E apre fino a un punto il rotolo e poi dice: «Qui».
«”Allora egli disse loro in segreto: ‘Benedite il Dio del Cielo e dategli lode dinanzi a tutti i viventi, perché Egli ha usato con voi la sua misericordia. Certo è bene tenere nascosto il segreto del re, ma è però onorifico rivelare’…”[79]»
Giuramento di Pietro.
19«Basta! Basta! Cosa sono queste?» chiede Giacobbe indicando le frange del suo mantello.
«Le frange sacre, signore: le portiamo per ricordarci dei precetti del Signore altissimo».
«E’ lecito ad un israelita nutrirsi di ogni carne?…» chiede Asrael.
«No, signore. Ma solo di quelle che sono dichiarate monde»[80].
«Dimmi i precetti…» E docile il bambino attacca le litanie dei: «Non farai…».
«Basta, basta! per essere un galileo sa persino troppo. Uomo, tocca a te giurare che il figlio è maggiorenne».
Pietro, col miglior garbo di cui ancora dispone dopo tante sgarberie, pronuncia il suo discorsetto paterno: «Come voi avete osservato, il figlio mio, giunto alla età prescritta, è capace di guidarsi conoscendo la Legge, i precetti, le consuetudini, le tradizioni, le cerimonie, le benedizioni, le preghiere. Perciò, come avete constatato, può da me e da lui essere chiesta la maggiore età. Veramente ciò doveva essere detto prima da me; ma qui sono state violate, e non da noi galilei, le consuetudini, e fu interrogato il fanciullo prima del padre. Ma ora io vi dico: posto che lo avete ritenuto capace, da questo momento io non sono più responsabile delle sue azioni, né presso Dio né presso gli uomini».
Il rito finale.
20«Passate nella sinagoga».
Il piccolo corteo passa nella sinagoga fra i volti arcigni dei rabbi che Pietro ha messo a posto. Ritto di fronte ai leggii e alle lampade, Marjziam subisce il taglio dei capelli, che dalle spalle vengono raccorciati fino alle orecchie, e poi Pietro, che ha aperto il suo fagottino, ne leva una bella cintura di lana rossa, ricamata in giallo oro, e la stringe alla vita del fanciullo, e poi, mentre i sacerdoti legano alla fronte e al braccio delle striscioline di cuoio, Pietro si affanna ad appuntare al mantello, che Marziam gli ha passato, le frange sacre. Ed è ben commosso Pietro quando intona la lode al Signore!…
Composta comunione di felicità
21La cerimonia è finita. Sgusciano fuori svelti e Pietro dice: «Meno male! Non mi reggevo più! Hai visto, Giuseppe? Neppure hanno compito il rito. Non importa. Tu… tu, figlio mio, hai chi ti consacra… Andiamo a prendere un agnellino per il sacrificio di lode al Signore. Un agnellino caro come te. Io ti ringrazio, Giuseppe! Di’ anche tu “grazie” a questo grande amico. Senza di te ci trattavano male del tutto».
«Simone, io sono contento di essere stato utile ad un giusto tuo pari, e ti prego di venire nella mia casa di Bezeta per il banchetto. Con te tutti, è naturale».
«Andiamo a dirlo al Maestro. Per me… troppo onore!» dice umile Pietro, ma sfavilla di gioia.
Riattraversano le corti e gli atri fino al cortile delle donne, dove Marjziam è felicitato da tutte, e poi gli uomini passano nell’atrio degli israeliti dove è Gesù coi suoi. Si riuniscono tutti, in una composta comunione di felicità, e mentre Pietro va a sacrificare l’agnello si avviano per portici e cortili sino alla prima cinta.
El antídoto al veneno de Judas.
22Come è felice Pietro col suo bambino, perfetto israelita ormai! Tanto da non vedere la ruga che taglia la fronte di Gesù. Tanto da non rilevare il silenzio piuttosto opprimente dei compagni. E soltanto nella sala della casa di Giuseppe – quando il bambino, alla richiesta di rito su quanto vuol fare in futuro, dichiara: « Sarò pescatore come il padre mio» – che, fra le lacrime, Pietro si sovviene e comprende…
«Però… Giuda ci ha messo una goccia di veleno in questa festa… E Tu sei crucciato, Maestro… e gli altri sono tristi per questo. Perdonate tutti se io non ho visto prima… Ah! quel Giuda!…» Il suo sospiro credo sia in tutti i cuori…
23Ma Gesù, per levare il veleno, si sforza di sorridere e dice: «Non te ne crucciare, Simone. Non manca che tua moglie alla festa… e Io pensavo anche a lei, così buona e sacrificata sempre. Ma presto avrà la sua gioia, inaspettata e chissà come bene accolta. Pensiamo al buono che è nel mondo. Vieni. Sicché Marjziam ha risposto per bene? Lo sapevo in anticipo…»
24Giuseppe rientra dopo avere dato ordini ai servi. «Io vi ringrazio tutti» dice «per avermi ringiovanito con questa cerimonia e per farmi l’onore di avere nella mia casa il Maestro, sua Madre, le parenti, e voi, cari condiscepoli. Venite nel giardino. Vi è aria, e i fiori…» e tutto ha fine.
202. Un rimprovero a Giuda Iscariota.
L’arrivo dei contadini di Giocana[81].
L’Iscariote maestro dei saforim.
1La vigilia della Pasqua. Solo con i suoi apostoli, perché le donne non sono unite al gruppo, Gesù attende il ritorno di Pietro che ha portato l’agnello pasquale al suo sacrificio. Mentre attendono, e Gesù parla di Salomone al bambino, ecco Giuda che attraversa il grande cortile. E’ con un gruppo di giovani e parla con grandi gesti magniloquenti e con pose ispirate. Il suo mantello si agita continuamente ed egli se lo drappeggia con pose sapienti… Credo che Cicerone non era più pomposo quando pronunciava le sue orazioni…
«Guarda là Giuda!» dice il Taddeo.
«E’ con un gruppo di saforim» osserva Filippo.
E Tommaso dice: «Vado a sentire cosa dice» e va, senza aspettare che Gesù esprima il suo prevedibile «no».
Gesù… oh! che viso ha Gesù! Di vera sofferenza e di severo giudizio. Marjziam, che lo guardava fin da prima, mentre dolce e lievemente mesto gli parlava del grande re d’Israele, vede questo cambiamento e quasi se ne spaventa, e scuote la mano di Gesù per richiamarlo a sé e dice: «Non guardare! Non guardare! Guarda me che ti voglio tanto bene»…
Tommaso riesce a raggiungere Giuda senza essere visto da lui e lo segue per qualche passo. Non so quello che sente dire, so che dà in una improvvisa esclamazione tonante che fa volgere molti, e specie Giuda che diventa livido di rabbia: «Ma quanti rabbi ha mai Israele! Mi felicito con te, novella luce di sapienza!».
«Non sono una selce. Ma una spugna. E assorbo. E quando il desiderio degli affamati di sapienza lo vuole, ecco che mi spremo per darmi con tutti i miei succhi di vita». Giuda è ampolloso e sprezzante.
«Sembri un’eco fedele. Ma l’eco, per sussistere, deve stare presso la Voce. Se no muore, amico. Tu, mi pare che te ne allontani. Egli è là. Non vieni?»
L’Iscariote perde stima sul Maestro.
2Giuda diventa di tutti i colori, col viso astioso e ripugnante dei suoi momenti peggiori. Ma si domina. E dice: «Vi saluto, amici. Eccomi con te, Tommaso, caro amico mio. Andiamo subito dal Maestro. Non sapevo che era nel Tempio. Se lo avessi saputo mi sarei dato alla ricerca di Lu» e passa il braccio intorno alle spalle di Tommaso come avesse per lui un grande affetto.
Ma Tommaso, placido ma non scemo, non si lascia abbindolare da queste proteste… e chiede, un poco sornione: «Come? Non sai che è Pasqua? E pensi che il Maestro non sia fedele alla Legge?».
«Oh! mai più! Ma lo scorso anno si mostrava, parlava… Ricordo proprio questo giorno. Mi ha attirato per la sua violenza di re… Ora… Mi sembra uno che abbia perduto vigore. Non ti pare?».
«A me no. Mi sembra uno che ha perduto stima».
«Nella sua missione, ecco, dici bene».
«No. Tu capisci male. Ha perduto stima negli uomini. E tu sei uno di quelli che vi contribuiscono. Vergognati!» Non ride più Tommaso! E’ cupo, e il suo «vergognati» è sferzante come una frustata.
«Guarda come parli!» minaccia l’Iscariota.
«Guarda come agisci. Qui siamo due giudei, senza testimoni. E per questo parlo. E ti ridico: “Vergognati!” E ora taci. Non fare il tragico né il piagnucoloso, perché altrimenti parlo davanti a tutti. Ecco là il Maestro e i compagni. Régolati».
L’Iscariota bugiardo e falso
«La pace a Te, Maestro…».
3«La pace a te, Giuda di Simone».
«Mi è tanto dolce trovarti qui… Avrei da parlarti…»
4«Parla».
«Sai… io volevo dirti… Non mi puoi ascoltare in disparte?».
5«Sei fra i compagni».
«Ma io volevo Te solo».
6«A Betania Io sono solo con chi mi vuole e ricerca, ma tu non mi cerchi. Mi sfuggi…».
«No, Maestro. Non lo puoi dire».
7«Perché ieri hai offeso Simone, e Me con lui, e con noi Giuseppe d’Arimatea, i compagni, e mia Madre e le altre?».
«Io? Ma non vi ho visti!».
8«Non ci hai voluti vedere. Perché non sei venuto, come era convenuto, a benedire il Signore per un innocente accolto nella Legge? Rispondi! Non hai sentito neppure il bisogno di avvisare che non saresti venuto».
«Ecco mio padre!» grida Marjziam che scorge Pietro di ritorno col suo agnello sgozzato, sventrato, riavvolto nella pelle. «Oh! con lui è Michea e gli altri! Vado, posso andare incontro a loro per sentire del vecchio padre?».
9«Vai, figlio» dice Gesù accarezzandolo. E aggiunge, toccando Giovanni di Endor sulla spalla: «Ti prego, accompagnalo e… trattienili un poco».
10Si rivolge da capo a Giuda: «Rispondi dunque! Io aspetto».
«Maestro… un obbligo improvviso… inderogabile… Ne ho avuto dolore… Ma…».
Meritato amonimento.
11«Ma non c’era, in tutta Gerusalemme, uno che potesse portare la tua giustificazione, ammesso che tu ne avessi una? Ed era già colpa. 12Ti ricordo che recentemente un uomo ha lasciato di seppellire il padre per seguirmi, 13e che questi miei fratelli hanno lasciato fra gli anatemi la casa paterna per seguire Me, 14e che Simone e Tommaso, e con loro Andrea, Giacomo, Giovanni, Filippo e Natanaele, hanno lasciato la famiglia, 15e Simone Cananeo la ricchezza per darmela, 16e Matteo il peccato per seguire Me. E potrei continuare con cento nomi. 17Vi è chi lascia la vita, la stessa vita, per seguire Me nel Regno dei Cieli. 18Ma, posto che sei così ingeneroso, sii almeno educato. 19Non hai carità, ma abbi almeno signorilità. 20Imita, poiché ti piacciono, i falsi farisei che mi tradiscono, che ci tradiscono mostrandosi educati. 21Il tuo dovere era di serbarti per noi, ieri, per non offendere Pietro, che esigo sia rispettato da tutti. Ma almeno fossi giunto a mandare un avviso».
L’incorreggibile.
22«Ho sbagliato. Ma ora venivo apposta in cerca di Te per dirti che, sempre per la stessa causa, domani io non posso venire. Sai… Ho degli amici del padre mio e mi…».
23«Basta. Va’ pure con loro. Addio».
«Maestro… sei sdegnato con me? Mi hai detto che mi faresti da padre… Io sono un ragazzo sventato, ma un padre perdona…».
24«Ti perdono, sì. Ma va’ via. Non fare attendere oltre gli amici di tuo padre, così come Io non faccio attendere oltre gli amici del santo Giona».
«Quando lascerai Betania?».
25«Alla fine degli Azzimi. Addio».
Gesù si volge e va verso i contadini che sono in estasi davanti al mutato Marjziam.
Lasciare all’oblio ed al silenzio le amarezze.
Fa pochi passi e poi si arresta per la considerazione di Tommaso: «Per Geovà! Voleva vederti nella violenza di re! Lo hai servito!…»
26«Vi prego dimenticare tutti l’incidente, così come Io mi sforzo di farlo. E vi ordino il silenzio con Simone di Giona, Giovanni di Endor e il piccolo. Per motivi che la vostra intelligenza è in grado di comprendere, è bene non addolorare e non scandalizzare quei tre. E silenzio a Betania, con le donne. Vi è mia Madre, ricordatevelo».
«Sta’ sicuro, Maestro,»
«Faremo di tutto per riparare».
«E per consolarti, sì» dicono tutti.
Tanti fratelli buoni
27«Grazie… Oh! La pace a voi tutti. Isacco vi ha trovati. Ne sono lieto. Godete in pace la vostra Pasqua. I miei pastori saranno tanti fratelli buoni con voi. Isacco, prima che partano, accompagnameli. Li voglio benedire ancora. Avete visto il bambino?».
«Oh! Maestro! Come sta bene! È già più florido! Oh! lo diremo al vecchio. Come ne sarà felice! Ci ha detto questo giusto che ora Jabé è suo figlio… Una provvidenza! Diremo tutto, tutto».
28 «Anche che sono figlio della Legge. E che sono felice. E che lo ricordo sempre. E che non pianga per me né per la mamma. Io l’ho vicina e anche lui ce l’ha come un angelo, e ce l’avrà sempre anche nell’ora della morte, e se Gesù avrà già aperto le porte dei Cieli ecco allora che la mamma, più bella di un angelo, verrà incontro al vecchio padre e lo condurrà da Gesù. Lo ha detto Lui. Glielo direte? Lo saprete dire bene?».
«Sì, Jabé».
29«No. Ora sono Marjziam. Mi ha dato questo nome la Mamma del Signore. E’ come se si dicesse il suo nome. Mi vuole tanto bene. Mi mette a letto Lei ogni sera e mi fa dire le preghiere che faceva dire al suo Bambino. E mi sveglia con un bacio, e mi veste, e mi insegna tante cose. Anche Lui però. Ma entrano dentro così piano che si sanno senza fatica. Il mio Maestro!!!». Il bambino si stringe a Gesù con una tale adorazione di atto e di espressione che commuove.
30«Sì, direte tutto questo e anche che non perda la speranza il vecchio. Quest’angelo prega per lui ed Io lo benedico. Anche voi benedico. Andate. La pace sia con voi».
I gruppi si separano andando ognuno per suo conto.
203. La preghiera del “Padre nostro”[82].
Andando verso il monte degli Ulivi
Saluti di congedo.
1Gesù esce con i suoi da una casa prossima alle mura e credo sempre nel rione di Bezeta, perché per uscire dalle mura si deve ancora passare davanti alla casa di Giuseppe, che è presso la porta che ho sentito definire “di Erode”. La città è semideserta nella sera placida e lunare. Comprendo che è stata consumata la Pasqua in una delle case di Lazzaro, che però non è per nulla la casa del Cenacolo. Questa è proprio agli antipodi di quella. Una a nord, l’altra a sud di Gerusalemme.
2Sulla porta di casa Gesù si accomiata, col suo garbo gentile, da Giovanni di Endor, che Egli lascia a custodia delle donne e che ringrazia per questa custodia. Bacia Marjziam, che è venuto anche lui sulla porta, e poi si avvia fuori della porta detta di Erode.
Fiducia in Gesù, su tutto.
«Dove andiamo, Signore?».
3«Venite con Me. Vi porto a coronare con una perla rara e desiderata la Pasqua. Per questo ho voluto stare con voi soli. I miei apostoli! Grazie, amici, del vostro grande amore per Me. Se poteste vedere come esso mi consola, voi restereste stupiti. 4Vedete, Io procedo fra continui attriti e delusioni. Delusioni per voi. Per Me, persuadetevene, non ho nessuna delusione, non essendomi concesso il dono di ignorare… 5Anche per questo vi consiglio a lasciarvi guidare da Me. Se Io permetto questo o quello, non ostacolatelo. Se Io non intervengo a porre fine ad una cosa, non pensatevi di farlo voi. Ogni cosa a suo tempo. Abbiate fiducia in Me, su tutto».
Sono all’angolo nord-est della cerchia delle mura; lo girano e costeggiano il monte Moria fino al punto in cui, per un ponticello, possono valicare il Cedron.
Sino a raggiungerne la cresta
«Andiamo al Getsemani?», chiede Giacomo d’Alfeo.
6«No. Più su. Sul monte degli Ulivi».
«Oh! sarà bello!», dice Giovanni.
«Sarebbe piaciuto anche al bambino», mormora Pietro.
7«Oh! ci verrà molte altre volte! Era stanco. Ed è bambino. Io voglio darvi una grande cosa, perché ormai è giusto che voi l’abbiate».
Salgono fra gli ulivi, lasciando alla loro destra il Getsemani e elevandosi ancora, su per il monte, sino a raggiungerne la cresta su cui gli ulivi fanno un pettine frusciante.
Meritare il dono della preghiera (Lc 11,1) [83]
Minimo di preparazione.
8Gesù si ferma e dice: «Sostiamo… Miei cari, cari tanto, discepoli miei e miei continuatori in futuro, venite a Me vicino. 9Un giorno, e non uno solo, voi mi avete detto: “Insegnaci a pregare come Tu preghi. Insegnaci come Giovanni lo insegnò ai suoi, acciò noi discepoli si possa pregare con le stesse parole del Maestro”. 10Ed Io vi ho sempre risposto: “Vi farò questo quando vedrò in voi un minimo di preparazione sufficiente, acciò la preghiera non sia formula vana di parole umane, ma vera conversazione col Padre”. A questo siamo giunti. 11Voi siete possessori di quanto basta per poter conoscere le parole degne di essere dette a Dio. E ve le voglio insegnare questa sera, nella pace e nell’amore che è fra noi, nella pace e nell’amore di Dio e con Dio, perché noi abbiamo ubbidito al precetto pasquale, da veri israeliti, e al comando divino sulla carità verso Dio e verso il prossimo.
Progredire nella vita dello spirito.
12Uno fra voi ha molto sofferto in questi giorni. Sofferto per un atto immeritato, e sofferto per lo sforzo fatto su se stesso per contenere lo sdegno che quell’atto aveva eccitato. Sì, Simone di Giona, vieni qui. Non c’è stato un fremito del tuo cuore onesto che mi sia stato ignoto, e non c’è stata pena che Io non abbia condivisa con te. Io e i tuoi compagni…».
13«Ma Tu, Signore, sei stato ben più offeso di me! E questa era per me una sofferenza più… più grande, no, più sensibile… neppure… più… più… Ecco: che Giuda abbia avuto schifo di partecipare alla mia festa mi ha fatto male come uomo. Ma di vedere che Tu eri addolorato e offeso mi ha fatto male in un altro modo e ne ho sofferto il doppio… Io… non mi voglio vantare e fare bello usando le tue parole… Ma devo dire, e se faccio superbia dimmelo Tu’, devo dire che ho sofferto con la mia anima… e fa più male».
14«Non è superbia, Simone. Hai sofferto spiritualmente perché Simone di Giona, pescatore di Galilea, si sta mutando in Pietro di Gesù, Maestro dello spirito, per cui anche i suoi discepoli divengono attivi e sapienti nello spirito. È per questo tuo progredire nella vita dello spirito, è per questo vostro progredire che Io vi voglio questa sera insegnare l’orazione. Quanto siete mutati dalla sosta solitaria in poi!».
«Tutti, Signore?», chiede Bartolomeo un poco incredulo.
15«Comprendo ciò che vuoi dire… Ma Io parlo a voi undici. Non ad altri…».
Regresso spirituale dell’ Iscariota
16«Ma che ha Giuda di Simone, Maestro? Noi non lo comprendiamo più… Pareva tanto cambiato, e ora, da quando abbiamo lasciato il lago…», dice desolato Andrea.
«Taci, fratello. La chiave del mistero ce l’ho io! Ci si è attaccato un pezzettino di Belzebù. È andato a cercarlo nella caverna di Endor per stupire e… e è stato servito! Il Maestro lo ha detto quel giorno… A Gamala i diavoli sono entrati nei porci. A Endor i diavoli, usciti da quel disgraziato di Giovanni, sono entrati in lui… Si capisce che… si capisce… Lasciamelo dire, Maestro! Tanto è qui, in gola, e se non lo dico non esce, e mi ci avveleno…».
17«Simone, sii buono!».
«Sì, Maestro… e ti assicuro che non farò sgarbi a lui. Ma dico e penso che essendo Giuda un vizioso – tutti lo abbiamo capito – è un poco affine al porco… e si capisce che i demoni scelgono volentieri i porci per i loro… cambi di dimora. Ecco, l’ho detto».
«Tu dici che è così?», chiede Giacomo di Zebedeo.
«E che vuoi che altro sia? Non c’è stata nessuna ragione per diventare così intrattabile. Peggio che all’Acqua Speciosa! E là potevo pensare che era il luogo e la stagione che lo innervosivano. Ma ora…».
La gelosia è malattia dello spirito
18«C’è un’altra ragione, Simone…».
«Dilla, Maestro. Sono contento di ricredermi sul compagno».
19«Giuda è geloso. È inquieto per gelosia».
«Geloso? Di chi? Non ha moglie e, anche l’avesse e fosse con le donne, io credo che nessuno di noi userebbe spregio al condiscepolo…».
20«È geloso di Me. Considera: Giuda si è alterato dopo Endor e dopo Esdrelon. Ossia quando ha visto che Io mi sono occupato di Giovanni e di Jabé. Ma ora che Giovanni, soprattutto Giovanni, verrà allontanato passando da Me a Isacco, vedrai che torna allegro e buono».
21«E… bene! Non mi vorrai però dire che non è preso da un demonietto. E soprattutto… No, lo dico! E soprattutto non mi vorrai dire che si è migliorato in questi mesi. Ero geloso anche io l’anno scorso… Non avrei voluto nessuno più di noi sei, i primi sei, lo ricordi? Ora, ora… lasciami invocare Dio una volta tanto a testimonio del mio pensiero. Ora dico che sono felice più aumentano i discepoli intorno a Te. Oh! vorrei avere tutti gli uomini e portarli a Te e tutti i mezzi per poter sovvenire chi ne ha bisogno, perché la miseria non sia a nessuno di ostacolo per venire a Te. Dio vede se dico il vero. Ma perché sono così ora? Perché mi sono lasciato cambiare da Te. Lui… non è cambiato. Anzi… Va’ là, Maestro… Un demonietto lo ha preso…».
22«Non lo dire. Non lo pensare. Prega perché guarisca. La gelosia è una malattia…».
«Che al tuo fianco guarisce se uno lo vuole. Ah! lo sopporterò, per Te… Ma che fatica!…».
23«Ti ho dato il premio per essa: il bambino. E ora ti insegno a pregare…».
«Oh! sì, fratello. Parliamo di questo… e il mio omonimo sia ricordato solo come uno che ha bisogno di questo. Mi pare che ha già il suo castigo. Non è con noi in quest’ora!», dice Giuda Taddeo.
La preghiera del cristiano
Il “Padre nostro”(Mt 6.9-13)[84].
24«Udite. Quando pregate dite così: “Padre nostro che sei nei Cieli, sia santificato il Nome tuo, venga il Regno tuo in Terra come lo è in Cielo, e in Terra come in Cielo sia fatta la Volontà tua. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal Maligno”».
Profezia sulle sette cristiane.
25Gesù si è alzato per dire la preghiera e tutti lo hanno imitato, attenti, commossi.
26«Non occorre altro, amici miei. In queste parole è chiuso come in un cerchio d’oro tutto quanto abbisogna all’uomo per lo spirito e per la carne e il sangue. 27Con questo chiedete ciò che è utile a quello e a questi. E se farete ciò che chiedete, acquisterete la vita eterna. È una preghiera tanto perfetta che i marosi delle eresie e il corso dei secoli non l’intaccheranno. 28Il cristianesimo sarà spezzettato dal morso di Satana e molte parti della mia carne mistica verranno staccate, separate, facenti cellule a sé, nel vano desiderio di crearsi a corpo perfetto come sarà il Corpo mistico del Cristo, ossia quello dato da tutti i fedeli uniti nella Chiesa apostolica che sarà, finché sarà la Terra, l’unica vera Chiesa. 29Ma queste particelle separate, prive perciò dei doni che Io lascerò alla Chiesa Madre per nutrire i miei figli, si chiameranno però sempre cristiane, avendo culto al Cristo, e sempre si ricorderanno, nel loro errore, di essere venute dal Cristo. Ebbene, esse pure pregheranno con questa universale preghiera.
Importanza, valore, utilità.
30Ricordatevela bene. Meditatela continuamente. Applicatela alle vostre azioni. Non occorre altro per santificarsi. Se uno fosse solo, in un posto di pagani, senza chiese, senza libri, avrebbe già tutto lo scibile da meditare in questa preghiera e una chiesa aperta nel suo cuore per questa preghiera. Avrebbe una regola e una santificazione sicura.
Spiegazione di questa preghiera.
Padre nostro.
31“Padre nostro“.
32Io lo chiamo: “Padre”. Padre è del Verbo, Padre è dell’Incarnato. Così voglio lo chiamiate voi, perché voi siete uni con Me se voi in Me permanete. 33Un tempo era che l’uomo doveva gettarsi volto a terra per sospirare, fra i tremori dello spavento: “Dio!”[85]. Chi non crede in Me e nella mia parola ancora è in questo tremore paralizzante… 34Osservate nel Tempio. Non Dio, ma anche il ricordo di Dio è celato dietro triplice velo[86] agli occhi dei fedeli. 35Separazioni di distanze, separazioni di velami, tutto è stato preso e applicato per dire a chi prega: “Tu sei fango. Egli è Luce[87]. Tu sei abbietto. Egli è Santo[88]. Tu sei schiavo. Egli è Re”[89].
36Ma ora!… Alzatevi! Accostatevi! Io sono il Sacerdote eterno[90].. Io posso prendervi per mano e dire: “Venite”. Io posso afferrare le tende del velario e aprirle, spalancando l’inaccessibile luogo chiuso fino ad ora. Chiuso? 37Perché? Chiuso per la Colpa, sì. Ma ancor più serrato dall’avvilito pensiero degli uomini. Perché chiuso, se Dio è Amore, se Dio è Padre? Io posso, Io devo, Io voglio portarvi non nella polvere, ma nell’azzurro; non lontani, ma vicini; non in veste di schiavi, ma di figli sul cuore di Dio.
38“Padre! Padre!”[91], dite. E non stancatevi di dire questa parola. Non sapete che ogni volta che la dite il Cielo sfavilla per la gioia di Dio? Non diceste che questa, e con vero amore, fareste già orazione gradita al Signore. 39 “Padre! Padre mio!”, dicono i piccoli al padre loro. È la parola che dicono per prima: “Madre, padre”. Voi siete i pargoli di Dio. 40Io vi ho generati dal vecchio uomo che eravate e che Io ho distrutto col mio amore per far nascere l’uomo nuovo, il cristiano. Chiamate dunque con la parola che per prima conoscono i pargoli, il Padre Ss. che è nei Cieli.
Sia santificato il tuo Nome[92].
41“Sia santificato il tuo Nome“.
42Oh! Nome più di ogni altro santo e soave, Nome che il terrore del colpevole vi ha insegnato a velare sotto un altro. No, non più Adonai, non più. È Dio. È il Dio che in un eccesso di amore ha creato l’Umanità. L’Umanità, d’ora in poi, con le labbra mondate dal lavacro che Io preparo, lo chiami col suo Nome, riservandosi di comprendere con pienezza di sapienza il vero significato di questo Incomprensibile quando, fusa con Esso, l’Umanità, nei suoi figli migliori, sarà assurta al Regno che Io sono venuto a stabilire.
Venga il Regno tuo.
43“Venga il Regno tuo in Terra come in Cielo“.
44Desideratelo con tutte le vostre forze questo avvento[93].. Sarebbe la gioia sulla Terra se esso venisse[94].
45Il Regno di Dio nei cuori[95], nelle famiglie[96], fra i cittadini[97], fra le nazioni[98]. Soffrite, faticate, sacrificatevi per questo Regno[99]. Sia la Terra uno specchio che riflette nei singoli la vita dei Cieli. 46Verrà. Un giorno tutto questo verrà. Secoli e secoli di lacrime e sangue, di errori, di persecuzioni, di caligine rotta da sprazzi di luce irraggianti dal Faro mistico della mia Chiesa – che, se barca è, e non verrà sommersa, è anche scogliera incrollabile ad ogni maroso, e alta terrà la Luce, la mia Luce, la Luce di Dio – precederanno il momento in cui la Terra possederà il Regno di Dio[100]. 47E sarà allora come il fiammeggiare intenso di un astro che, raggiunto il perfetto del suo esistere, si disgrega, fiore smisurato dei giardini eterei, per esalare in un rutilante palpito la sua esistenza e il suo amore ai piedi del suo Creatore. Ma venire verrà. 48E poi sarà il Regno perfetto, beato, eterno del Cielo[101].
“Sia fatta la tua Volontà”.
49“E in Terra come in Cielo sia fatta la tua Volontà“.
50L’annullamento della volontà propria in quella di un altro si può fare solamente quando si è raggiunto il perfetto amore verso quella creatura. L’annullamento della volontà propria in quella di Dio si può fare solo quando si è raggiunto il possesso delle teologali virtù in forma eroica[102]. In Cielo, dove tutto è senza difetti, si fa la volontà di Dio. Sappiate, voi, figli del Cielo, fare ciò che in Cielo si fa.
“Dacci il pane quotidiano”.
51“Dacci il nostro pane quotidiano“.
52Quando sarete nel Cielo vi nutrirete soltanto di Dio. La beatitudine sarà il vostro cibo. Ma qui ancora abbisognate di pane. E siete i pargoli di Dio. Giusto dunque dire: “Padre, dacci il pane”. Avete timore di non essere ascoltati? Oh, no!
Parabola dell’amico inopportuno (Lc 11,5-8)[103]
53Considerate. Se uno di voi ha un amico e, accorgendosi di essere privo di pane per sfamare un altro amico o un parente, giunto da lui sulla fine della seconda vigilia, va ad esso dicendo: “Amico, prestami tre pani perché m’è venuto un ospite e non ho che dargli da mangiare”, può mai sentirsi rispondere dal di dentro della casa: “Non mi dare noia perché ho già chiuso l’uscio e assicurati i battenti e i miei figli dormono già al mio fianco. Non posso alzarmi e darti quanto vuoi”? No. Se egli si è rivolto ad un vero amico e se insiste, avrà ciò che chiede. L’avrebbe anche se colui a cui si è rivolto fosse un amico poco buono. Lo avrebbe per la sua insistenza, perché il richiesto di tal favore, pur di non essere più importunato, si affretterà a dargliene quanti ne vuole.
Efficacia del discorso (Lc 11,9-10)[104]
54Ma voi, pregando il Padre, non vi rivolgete ad un amico della Terra, ma vi rivolgete all’Amico perfetto che è il Padre del Cielo. Perciò Io vi dico: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, picchiate e vi sarà aperto”. Infatti a chi chiede viene dato, chi cerca finisce col trovare, e a chi bussa si apre la porta.
Parabola del padre buono (Lc 11,11-13)[105]
55Chi fra i figli degli uomini si vede porre in mano un sasso se chiede al proprio padre un pane? E chi si vede dare un serpente al posto di un pesce arrostito? Delinquente sarebbe quel padre se così facesse alla propria prole. Già l’ho detto e lo ripeto per persuadervi a sensi di bontà e di fiducia. Come dunque uno di sana mente non darebbe uno scorpione al posto di un uovo, con quale maggiore bontà non vi darà Dio ciò che chiedete! Poiché Egli è buono, mentre voi, più o meno, malvagi siete. Chiedete dunque con amore umile e figliale il vostro pane al Padre.
Rimetti a noi i nostri debiti.
56“Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori“. 57 Vi sono i debiti materiali e quelli spirituali. Vi sono anche i debiti morali. 58È debito materiale la moneta o la merce che avuta in prestito va restituita. 59È debito morale la stima carpita e non resa e l’amore voluto e non dato. 60È debito spirituale l’ubbidienza a Dio dal quale molto si esigerebbe salvo dare ben poco, e l’amore verso di Lui. Egli ci ama e va amato, così come va amata una madre, una moglie, un figlio da cui si esigono tante cose. 61L’egoista vuole avere e non dà. Ma l’egoista è agli antipodi del Cielo. 62Abbiamo debiti con tutti. Da Dio al parente, da questo all’amico, dall’amico al prossimo, dal prossimo al servo e allo schiavo, essendo tutti esseri come noi. Guai a chi non perdona! Non sarà perdonato. Dio non può, per giustizia, condonare il debito dell’uomo a Lui Santissimo se l’uomo non perdona al suo simile.
“ Non ci indurre in tentazione”.
63“Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal Maligno“.
64L’uomo che non ha sentito il bisogno di spartire con noi la cena di Pasqua mi ha chiesto, or è men di un anno: “Come? Tu hai chiesto di non essere tentato e di essere aiutato, nella tentazione, contro la stessa?”. Eravamo noi due soli… e ho risposto. Eravamo poi in quattro, in una solitaria plaga, ed ho risposto ancora. Ma non è ancora servito, perché in uno spirito tetragono occorre fare breccia demolendo la mala fortezza della sua caparbietà. E perciò lo dirò ancora una, dieci, cento volte, fino a che tutto sarà compiuto.
65Ma voi, non corazzati di infelici dottrine e di ancora più infelici passioni, vogliate pregare così. 66Pregate con umiltà perché Dio impedisca le tentazioni. Oh! l’umiltà! Conoscersi per quello che si è! Senza avvilirsi, ma conoscersi. Dire: “Potrei cedere anche se non mi sembra poterlo fare, perché io sono un giudice imperfetto di me stesso. Perciò, Padre mio, dammi, possibilmente, libertà dalle tentazioni col tenermi tanto vicino a Te da non permettere al Maligno di nuocermi”. 67Perché, ricordatelo, non è Dio che tenta al Male, ma è il Male che tenta[106]. 67Pregate il Padre perché sorregga la vostra debolezza al punto che essa non possa essere indotta in tentazione dal Maligno.
Ordine del giorno
68Ho detto, miei diletti. Questa è la mia seconda Pasqua fra voi. Lo scorso anno spezzammo soltanto il pane e l’agnello. Quest’anno vi dono la preghiera. Altri doni avrò per le altre mie Pasque fra voi, acciò, quando Io sarò andato dove il Padre vuole, voi abbiate un ricordo di Me, Agnello, in ogni festa dell’agnello mosaico.
69Alzatevi e andiamo. Rientreremo in città all’aurora. Anzi, domani tu, Simone, e tu, fratello mio (indica Giuda), andrete a prendere le donne e il bambino. Tu, Simone di Giona, e voi altri, starete con Me finché costoro tornano. Poi andremo insieme a Betania». 70E scendono fino al Getsemani nella cui casa entrano per il riposo.
204. La fede e l’anima spiegate ai pagani con la parabola dei templi[107].
In attesa dei gentile.
Gesù assorto nei suoi pensieri.
1Nella pace del sabato Gesù si riposa presso un campo di lino tutto in fiore appartenente a Lazzaro. Più che presso, direi che si è immerso nell’alto lino e, seduto sull’orlo di un solco, si assorbe nei suoi pensieri. Non c’è vicino a Lui che qualche silenziosa farfalla o qualche frusciante lucertola, che lo guarda con gli occhietti di giaietto, alzando il capino triangolare dalla gola chiara e palpitante. E null’altro. Nell’ora tarda del meriggio tace anche il minimo soffio di vento fra gli alti steli.
2Da lontano, forse dal giardino di Lazzaro, viene la canzone di una donna, e con essa i gridi festosi del bambino che giuoca con qualcuno. Poi una, due, tre voci che chiamano: «Maestro!», «Gesù!».
3Gesù si scuote e si alza. Per quanto il lino, al suo completo sviluppo, sia molto alto, Gesù emerge per un bel pezzo da questo mare verde e azzurro.
«Eccolo là, Giovanni!» grida lo Zelote.
E Giovanni a sua volta chiama: «Madre! Il Maestro è qui, nel lino».
E, mentre Gesù si avvicina al sentiero che porta verso le case, ecco giungere Maria.
Dialogo con la Madre.
4«Che vuoi, Madre?».
«Figlio mio, sono arrivati dei gentili con delle donne. Dicono di avere saputo da Giovanna che Tu sei qui. Dicono anche che ti hanno atteso per tutti questi giorni presso l’Antonia…».
5«Ah! ho capito! Vengo subito. Dove sono?».
«In casa di Lazzaro, nel suo giardino. Egli è amato dai romani e non ne ha il ribrezzo che ne abbiamo noi. Li ha fatti entrare, coi loro carri, nell’ampio giardino per non dare scandalo a nessuno».
6«Va bene, Madre. Sono soldati e dame romane. Lo so».
I romani cercano la Luce
«E che vogliono da Te?»
7«Quello che molti in Israele non vogliono: Luce».
«Ma come e cosa ti credono? Dio, forse?».
8«A modo loro sì. Per loro è facile accogliere l’idea di una incarnazione di un dio in carne mortale, più che fra di noi».
«Allora sono giunti a credere nella tua fede…»
9«Non ancora, Mamma. Prima devo distruggere la loro. Per adesso Io sono per loro un sapiente, un filosofo, come loro dicono. Ma, sia questa brama di conoscere dottrine filosofiche, sia la loro tendenza a credere possibile la incarnazione di un dio, mi aiutano molto nel portarli alla vera fede. Credilo, sono più ingenui, nel loro pensiero, di molti d’Israele»
«Ma saranno sinceri? Si dice che il Battista…»
10«No. Fosse stato per loro, Giovanni sarebbe libero e sicuro. Chi non è ribelle è lasciato stare. Anzi, ti dico, presso di loro l’essere profeti – loro dicono filosofi, perché l’elevatezza della sapienza soprannaturale per loro è sempre filosofia – è una garanzia per essere rispettati. Non essere preoccupata, Mamma. Non mi verrà da lì il male…».
«Ma i farisei… se sanno, che diranno anche di Lazzaro? Tu… sei Tu e devi portare la Parola al mondo. Ma Lazzaro!.. E’ già tanto offeso da loro…»
11«Ma è intoccabile. Lo sanno protetto da Roma».
«Ti lascio, Figlio mio. Ecco Massimino per condurti ai gentili» e Maria, che aveva camminato al fianco di Gesù per tutto questo tempo, si ritira svelta, andando verso la casa dello Zelote, mentre Gesù entra da una porticina di ferro, aperta nella cinta del giardino, in una parte remota di esso, là dove il giardino si muta in frutteto, presso cioè al luogo dove, in futuro, sarebbe stato sepolto Lazzaro.
Dialogo con Quintiliano.
Là è anche Lazzaro e nessun altro: «Maestro, mi sono permesso di ospitarli…»
12«Hai fatto bene. Dove sono?»
«Là in quell’ombra di bossi e lauri. Come vedi, sono lontani almeno cinquecento passi dalla casa».
13«Va bene, va bene… La Luce venga a voi tutti».
«Salve, Maestro!» saluta Quintilliano, vestito da cittadino.
Le dame si alzano per salutare. Sono Plautina, Valeria e Lidia, più un’altra, anziana, che non so chi sia né che sia, se dello stesso grado o di grado inferiore. Sono tutte vestite molto semplicemente e nulla le distingue.
«Abbiamo voluto sentirti. Tu non sei mai venuto. Ero di… guardia al tuo arrivo. Ma non ti ho mai visto».
14«Io pure non ho mai visto un milite, che mi era amico, alla porta dei Pesci. Aveva nome Alessandro…»
«Alessandro? Non so di preciso se è quello. Ma so che tempo fa dovemmo levare, per calmare i giudei, un milite colpevole di… avere parlato con Te. Ora è ad Antiochia. Ma forse tornerà. Auf! come sono seccanti i… quelli che vogliono comandare anche ora che sono soggetti! E bisogna barcamenare per non andare a cose grosse… Ci fanno la vita difficile, credilo… Ma Tu sei buono e sapiente. Ci parli? Forse presto lascerò la Palestina. Vorrei avere qualcosa di Te da ricordare».
15«Vi parlerò. Sì. Non deludo mai. Che volete sapere?».
Quintilliano guarda le dame interrogativamente… Quello che vuoi, Maestro» dice Valeria.
16Plautina si alza di nuovo e dice: «Ho molto pensato… avrei tanto da conoscere… tutto, per giudicare. Ma, se è lecito chiedere, vorrei sapere come si costruisce una fede, la tua, per esempio, su un terreno che Tu hai detto privo di fede vera. Hai detto che le nostre credenze sono vane. Allora rimaniamo senza nulla. Come giungere ad avere?».
Come costruire la Fede
Parabola del tempio.
17 «Prenderò l’esempio da una cosa che voi avete. I templi. I vostri edifici sacri, veramente belli, la cui unica imperfezione è di essere dedicati al Nulla, vi possono insegnare come si può giungere ad avere una fede e dove collocare la fede.
18Osservate. Dove vengono costruiti? Quale luogo è possibilmente scelto per essi? Come sono costruiti? Il luogo generalmente è spazioso, libero ed elevato. E, se spazioso e libero non è, lo si fa tale demolendo quanto lo ingombra e stringe. 19Se non è elevato lo si sopraeleva su uno stereobate più elevato di quello usuale di tre gradini, usato per i templi posti già su una naturale elevazione. 19Chiusi in una cinta sacra, per lo più, e formata da colonnati e portici entro cui sono chiusi gli alberi sacri agli dèi, fontane e altari, statue e stele, sono preceduti solitamente dal propileo, oltre il quale è l’altare dove vengono fatte le preci al nume. Di fronte a questo vi è il luogo del sacrificio, perché il sacrificio precede la preghiera. 20Molte volte, e specie nei più grandiosi, il peristilio li cinge di una ghirlanda di marmi preziosi. Nell’interno vi è il vestibolo anteriore, esterno o interno al peristilio, la cella del nume, il vestibolo posteriore. 21Marmi, statue, frontoni, acrotèri e timpani, tutti politi, preziosi, decorati, fanno del tempio un edificio nobilissimo anche alla vista più rozza. Non è così?».
Onnipresenza del Messia-Dio.
«Così è, Maestro. Li hai visti e studiati molto bene» conferma e loda Plautina.
«Ma se ci consta che non è mai uscito dalla Palestina!?» esclama Quintilliano.
22«Non sono mai uscito per andare a Roma o ad Atene. Ma non ignoro l’architettura di Grecia e di Roma, e nel genio dell’uomo che ha decorato il Partenone Io ero presente, perché Io sono dovunque è vita e manifestazione di vita. 23Là dove un saggio pensa, uno scultore scolpisce, un poeta compone, una madre canta su una cuna, un uomo fatica sui solchi, un medico lotta con i morbi, un vivente respira, un animale vive, un albero vegeta, là Io sono insieme a Colui da cui vengo. 24Nel boato del terremoto o nel fragore dei fulmini, nella luce delle stelle o nel flusso delle maree, nel volo dell’aquila o nel sibilo della zanzara, Io sono col Creatore altissimo»[108].
«Sicché… Tu… Tu sai tutto? E il pensiero e le opere umane?» chiede ancora Quintilliano.
25«Io so».
Come costruire la fede
I romani si guardano stupiti. Un silenzio lungo e poi, timidamente, prega Valeria: «Svolgi il tuo pensiero, Maestro, perché noi si sappia cosa fare».
26«Sì. La fede si costruisce come si costruiscono i templi di cui siete tanto orgogliosi. Si fa spazio al tempio, si fa libertà intorno ad esso, si fa elevazione ad esso».
«Ma il tempio dove mettere la fede, questa deità vera, dove è?» chiede Plautina.
27«Non è deità, Plautina, la fede. È una virtù. Non vi sono deità nella fede vera. Ma vi è un unico e vero Dio».
Dio omnioperante.
«Allora… Egli è lassù, solo, nel suo Olimpo? E che fa se è solo?».
28«Basta a Se stesso e si occupa di ogni cosa che è nel creato. Ti ho detto prima: anche al sibilo della zanzara è presente Dio. Non si annoia, non dubitare. Non è un povero uomo, padrone di un immenso impero in cui si sente odiato e in cui vive tremando. 29È l’Amore, e vive amando. La sua Vita è Amore continuo. Basta a Se stesso perché è infinito e potentissimo, è la Perfezione. Ma tante sono le cose create, che vivono per il suo continuo volere, che Egli non ha tempo di annoiarsi. 30La noia è frutto dell’ozio e del vizio. Nel Cielo del vero Dio non vi è ozio e non vi è vizio. 31Ma presto Egli avrà, oltre agli angeli che ora lo servono, un popolo di giusti giubilanti in Lui, e sempre più questo popolo si accrescerà per i credenti futuri nel vero Dio».
Gli eseri spirituali.
32«Gli angeli sarebbero i geni?» chiede Lidia.
«No. Sono esseri spirituali, come lo è Dio che li ha creati».
«E i geni che sono allora?».
33«Quali voi li immaginate sono menzogna. Non esistono, così come voi li immaginate. Ma per quell’istintivo bisogno dell’uomo di cercare la verità – e questo per pungolo dell’anima che è viva e presente anche nei pagani, e sofferente in essi, perché è delusa nel suo desiderio, perché è affamata nella sua nostalgia del Dio vero che essa sola ricorda, in quel corpo in cui ella abita e che è retto da una mente pagana – anche voi avete sentito che l’uomo non è solo carne, e che al suo peribile corpo è unito un che di immortale. E così lo hanno le città e le nazioni. 35Ecco allora che credete, che sentite il bisogno di credere ai “geni”. E vi date il genio individuale, quello della famiglia, della città, delle nazioni. Voi avete il “genio di Roma”. Avete il “genio dell’imperatore” E li adorate come divinità minori. 36Entrate nella vera fede. Avrete conoscenza ed amicizia dell’angelo vostro, al quale darete venerazione, non adorazione. Solo Dio va adorato».
L’anima la sua natura la sua formazione
Origine e natura dell’anima
«Hai detto: “Pungolo dell’anima che è viva e presente anche nei pagani, e sofferente in essi perché delusa. Ma l’anima da chi viene?» Domanda Publio Quintilliano.
37«Da Dio. Egli è il Creatore»[109].
«Ma non nasciamo da donna per connubio con uomo? Anche i nostri dèi sono generati così».
38«I vostri dèi non sono. Sono i fantasmi del vostro pensiero che ha bisogno di credere. Perché questo bisogno è più imperioso di quello del respirare. 39Anche chi dice di non credere crede. A qualcosa crede. Il fatto solo di dire: “Io non credo in Dio” presuppone un’altra fede. In se stesso, magari, nella propria mente superba. Ma credere si crede sempre. 40E’ come il pensiero. Se voi dite: “Io non voglio pensare” oppure: “Io non credo a Dio”, solo per queste due frasi che dite mostrate di pensare che non volete credere a Quello che sapete esistere e che non volete pensare. 41Circa l’uomo, per essere esatti nell’esprimere il concetto, dovete dire: «L’uomo è generato come tutti gli animali da un connubio fra maschio e femmina. Ma l’anima, ossia quella cosa che differenzia l’animale-uomo dall’animale bruto, viene da Dio. 42Egli la crea di volta in volta che un uomo è generato, meglio, è concepito in un seno, e la innesta in questa carne che altrimenti sarebbe solamente animale”.»
«E noi l’abbiamo? Noi pagani? A sentire i tuoi connazionali non parrebbe…» dice ironico Quintilliano.
43«Ogni nato da donna l’ha».
La morte dell’anima.
«Tu hai detto però che il peccato la uccide. Come allora in noi peccatori è viva?» chiede Plautina.
44«Voi non peccate nella fede, credendo di essere nel Vero. Quando conoscerete la Verità e persisterete nell’errore, allora peccherete. Ugualmente molte cose, che per gli israeliti sono peccato, per voi non lo sono. Perché nessuna legge divina ve le proibisce. 45Il peccato è quando uno scientemente si ribella all’ordine dato da Dio e dice: “So che ciò che faccio è male. Ma lo voglio fare ugualmente”. 46Dio è giusto. Non può punire uno che fa il male credendo di fare il bene. Punisce chi, avendo avuto modo di conoscere Bene e Male, sceglie quest’ultimo e vi persiste».
L riicordo dell’anima
«Allora in noi l’anima è, e viva e presente?».
47«Sì».
«E’ sofferente? Credi proprio che essa si ricordi di Dio? Noi non ci ricordiamo del seno che ci ha portati. Non potremmo dire come era fatto nel suo interno. L’anima, se ho ben capito, viene spiritualmente generata da Dio. Può mai ricordarsi di questo se il corpo non ricorda la lunga sosta nel seno?».
48«L’anima non è bruta, Plautina. Il feto sì. L’anima è, a somiglianza di Dio, eterna e spirituale. Eterna dal momento che viene creata, mentre Dio è il perfettissimo Eterno e perciò non ha principio nel tempo come non avrà fine. 49L’anima, lucida, intelligente, spirituale, opera di Dio, si ricorda. E soffre perché desidera Dio, il vero Dio da cui viene, e ha fame di Dio. Ecco perché pungola il corpo torpido a cercare di accostarsi a Dio».
Le tre fasi di formazione dell’anima
«Allora noi abbiamo un’anima come l’hanno quelli che voi dite “giusti” del vostro popolo? Proprio uguale?».
50«No, Plautina. A seconda di quello che intendi dire, cambia. Se vuoi dire per l’origine e la natura, è in tutto uguale a quella dei nostri santi. Se dici per formazione, allora ti dico che è già diversa. Se poi vuoi dire per perfezione raggiunta avanti la morte, allora la diversità può essere assoluta. 51 Ma questo non solo in voi pagani. Anche un figlio di questo popolo può essere assolutamente diverso, nella vita futura, da un santo.
52L’anima subisce tre fasi. La prima è di creazione[110]. La seconda di ricreazione[111]. La terza di perfezione[112]. 53La prima è comune a tutti gli uomini. 54La seconda è propria dei giusti che con la loro volontà portano l’anima ad una rinascita ancora più completa, unendo le loro buone azioni alla bontà dell’opera di Dio, e fanno perciò un’anima già spiritualmente più perfetta della prima; per cui fanno, fra la prima e la terza, da anello di congiunzione. 55La terza è propria dei beati, o santi se così vi piace, i quali hanno superato di mille e mille gradi l’iniziale anima loro, adatta all’uomo, e ne hanno fatto un che di adatto a riposare in Dio».
Metodo per costruire la fede.
Eliminare le cose inutili.
56«Come possiamo fare spazio, libertà, elevazione all’anima?».
«Con l’abbattere le inutili cose che avete nel vostro io. Liberarlo da tutte le idee sbagliate, e coi detriti di queste demolizioni fare l’elevazione per il tempio sovrano.
Salire i tre gradini.
57L’anima va portata sempre più in alto, sui tre gradini. Oh! voi romani amate i simboli. Guardate i tre gradini alla luce del simbolo. 58Possono dirvi i loro nomi: penitenza, pazienza, costanza. Oppure: umiltà, purezza, giustizia. Oppure: sapienza, generosità, misericordia. O infine il trinomio splendido: fede, speranza, carità.
Una cinta scalpellata con la volontà.
59Guardate ancora il simbolo della cinta che, ornata e robusta, cinge l’area del tempio. Occorre saper circondare l’anima, regina del corpo, tempio allo Spirito eterno, di una barriera che la difenda senza però impedirle la luce né opprimerla con la vista di brutture. 60Una cinta sicura, e scalpellata dal desiderio di amore, da ciò che è inferiore: la carne e il sangue, verso ciò che è superiore: lo spirito. 61Scalpellare con la volontà. Levare angoli, scheggiature, macchie, vene di debolezza dal marmo del nostro io perché sia perfetto intorno all’anima.
Il rifugio ed i portici.
62E nello stesso tempo, della cinta messa a riparo del tempio, fare misericordioso rifugio ai più infelici che non conoscono ciò che è Carità.
63I portici: l’effondersi dell’amore, della pietà, del desiderio che altri vengano a Dio, simili ad amorose braccia che si stendono a far velo sulla cuna di un orfano.
Le piante aromatiche.
64E oltre la cinta le piante più belle e più profumate, omaggio al Creatore. Seminate sul terreno prima nudo e poi coltivate le piante: le virtù d’ogni nome, la seconda cinta viva e fiorita intorno al sacrario;
Le fonti di purificazione.
65e fra le piante, fra le virtù, le fontane, altro amore, altra purificazione prima di accostarsi al propileo vicino al quale, e prima di salire all’altare, si deve compiere il sacrificio della carnalità, svenarsi delle lussurie.
Avvicinarsi alla cella di Dio.
66E poi passare oltre, all’altare, per deporvi l’offerta, e poi ancora accostarsi alla cella dove è Dio, superando il vestibolo. E la cella che sarà? Una dovizia di spirituali ricchezze perché nulla è mai troppo per fare cornice a Dio.
Conclusione e dialogo con Lázaro.
Conservare tutto nel cuore.
67 Avete inteso? Mi avete chiesto come si costruisce la fede. Vi ho detto: “secondo il metodo con cui si alzano i templi”. Vedete che è vero. Avete altro da dirmi?».
«No, Maestro. Credo che Flavia abbia scritto le cose che hai detto. Claudia le vuole sapere. Hai scritto?».
«Esattamente» dice la donna passando le tavolette cerate.
«Ci rimarrà per poterle rileggere» dice Plautina.
68«E’ cera. Si cancella. Scrivetevele nei cuori. Non si cancellerà più».
«Maestro, sono ingombri di templi vani. Vi gettiamo contro la tua Parola per atterrarli. Ma è lavoro lungo» dice Plautina con un sospiro. E termina: «Ricordati di noi presso il tuo Cielo…».
69«Andate sicure che lo farò. Vi lascio. Sappiate che la vostra venuta mi è stata cara. Addio, Publio Quintilliano. Ricordati di Gesù di Nazaret».
Le dame salutano e se ne vanno per prime. Poi, pensieroso, se ne va Quintilliano. Gesù li guarda andare in compagnia di Massimino, che li riconduce ai loro carri.
Commenti con Lazzaro
«Che pensi, Maestro?» chiede Lazzaro.
70«Che visono molti infelici al mondo».
«E io sono uno di quelli».
71«Perché, amico mio?».
«Perché tutti vengono a Te, e Maria no. È dunque la rovina più grande?».
72Gesù lo guarda e sorride. «Tu sorridi? Ma non ti duole che Maria sia inconvertibile? Non ti duole che io soffra? Marta non fa che piangere dalla sera del lunedì. Chi era quella donna? Non sai che per una intera giornata abbiamo sperato fosse lei?».
73«Sorrido perché sei un bambino impaziente… E sorrido perché penso che sprecate male energia e lacrime. Fosse stata lei, Io sarei corso a dirvelo».
«Allora non era proprio?».
74«Oh! Lazzaro!…».
«Hai ragione. Pazienza! Ancora pazienza!… Ecco, Maestro, i gioielli che mi hai dato per la vendita. Sono divenuti denaro per i poveri. Erano molto belli. Di donna».
75«Erano di “quella” donna».
«Me lo sono immaginato. Ah! fossero stati di Maria… Ma lei, ma lei!… Perdo la speranza, mio Signore!…».
76Gesù lo abbraccia senza parlare per un poco. Poi dice: «Ti prego tacere di questi gioielli con chicchessia. Ella deve scomparire dalle ammirazioni e dagli appetiti, come una nuvola che il vento porta altrove senza che ne resti traccia sull’azzurro».
«Sta’ sicuro, Maestro… e, in cambio, portami Maria, la nostra infelice Maria…».
77«La pace sia con te, Lazzaro. Quel che ho promesso farò».
205. La parabola del figlio prodigo[113].
Metodo per rinascere uomo nuovo
Ricostruire l’ anima
1«Giovanni di Endor, vieni qui con Me. Ti devo parlare», dice Gesù affacciandosi sull’uscio.
L’uomo accorre lasciando il bambino al quale insegnava qualcosa. «Che mi vuoi dire, Maestro?», chiede.
2«Vieni con Me qui sopra».
Salgono sulla terrazza e si siedono dalla parte più riparata perché, per quanto sia mattina, il sole è già forte. Gesù gira lo sguardo sulla campagna coltivata, in cui i grani di giorno in giorno divengono d’oro e gli alberi gonfiano le loro frutta. Pare volere attingere il pensiero da quella metamorfosi vegetale.
3«Senti, Giovanni. Oggi Io credo che verrà Isacco per condurmi i contadini di Giocana prima della loro partenza. Ho detto a Lazzaro di prestare a Isacco un carro per fare loro accelerare il ritorno senza tema di giungere con un ritardo che provocherebbe loro un castigo. E Lazzaro lo fa. Perché Lazzaro fa tutto ciò che Io dico. 4Ma da te voglio un’altra cosa. Ho qui una somma che mi è stata data da una creatura per i poveri del Signore. Generalmente è un mio apostolo l’incaricato di tenere le monete e di dare gli oboli. È Giuda di Keriot generalmente; qualche volta gli altri. Giuda non è presente. Gli altri non voglio siano a cognizione di quel che voglio fare. Anche Giuda questa volta non lo sarebbe. Lo farai tu, in mio nome…».
«Io, Signore?… Io?… Oh! non ne sono degno!…».
5«Ti devi abituare a lavorare in mio nome. Non sei venuto per questo?».
«Sì. Ma pensavo dovere lavorare a ricostruire la povera anima mia».
6«E Io te ne do il mezzo. In che hai peccato? Contro la misericordia e l’amore. Con l’odio hai demolito la tua anima. Con l’amore e la misericordia la ricostruirai. Io te ne darò il materiale. Ti adibirò particolarmente alle opere di misericordia e di amore. Tu sei anche capace di curare, tu sei capace di parlare. Per questo sei atto ad avere cura delle infelicità fisiche e morali, e hai capacità di farlo. 7Inizierai con quest’opera. Tieni la borsa. La darai a Michea e ai suoi amici. Fànne parti uguali. Ma fàlle così come Io ti dico. La dividi per dieci, poi ne dai quattro parti a Michea: una per sé, una per Saulo, una per Gioele e una per Isaia. E le altre sei le dai a Michea perché le dia al vecchio padre di Jabé, per sé e per i suoi compagni. Potranno così avere qualche conforto».
«Va bene ma che dico loro per giustificare?».
8«Dirai: “Questo è perché vi ricordiate di pregare per un’anima che si redime”».
«Ma potranno pensare che sia io! Non è giusto!».
9«Perché? Non ti vuoi redimere?».
«Non è giusto che pensino che sia io il donatore».
10«Lascia, e fa’ come Io dico».
«Ubbidisco… ma almeno concedimi di mettere anche io qualche cosa. Tanto… ora non mi occorre più nulla. Libri non ne compero più, polli da nutrire non ne ho più. A me basta tanto poco… Tieni, Maestro. Serbo solo un minimo per le spese dei sandali…», ed estrae da una borsa che aveva in cintura molte monete e le aggiunge alle monete di Gesù.
Missione speciale
11«Dio ti benedica per la tua misericordia… Giovanni, fra poco ci lasceremo perché tu andrai con Isacco».
«Me ne duole, Maestro. Ma ubbidisco».
12«Anche a Me duole di allontanarti. Ma ho tanto bisogno di discepoli peregrinanti. Io non basto più. Presto lancerò gli apostoli, poi manderò i discepoli. E tu farai molto bene. Ti serberò a speciali missioni. 13Intanto con Isacco ti formerai. È tanto buono e lo Spirito di Dio lo ha veramente istruito durante la lunga malattia. Ed è l’uomo che tutto ha sempre perdonato… 14Lasciarci, del resto, non vuole dire non vederci più. Ci incontreremo sovente, e ogni volta che ci ritroveremo parlerò per te, ricordatelo…».
Giovanni si piega su se stesso, si nasconde il volto fra le mani con un aspro scoppio di pianto, e geme: «Oh! allora dimmi subito qualche cosa che mi persuada che io sono perdonato… che io posso servire Dio… Se sapessi, ora che è caduto il fumo dell’odio, come vedo la mia anima… e come… e come penso a Dio…».
15«Lo so, non piangere. Resta nell’umiltà, ma non ti avvilire. L’avvilimento è ancora superbia. Solo, solo umiltà abbi. Suvvia, non piangere…».
Giovanni di Endor si calma poco a poco…
16Quando lo vede calmato, Gesù dice: «Vieni, andiamo sotto quel folto di meli e raduniamo i compagni e le donne. Parlerò a tutti, ma ti dirò come Dio ti ama».
Scendono, radunandosi intorno gli altri man mano che vanno, e si siedono poi a cerchio sotto l’ombra del pometo. Anche Lazzaro, che parlava con lo Zelote, si aggiunge alla compagnia. Venti persone in tutto.
La parabola del figlio prodigo
Il figlio prodigo(Lc 15,11-12)[114].
17«Udite. È una bella parabola che vi guiderà con la sua luce in tanti casi.
18Un uomo aveva due figli. Il maggiore era serio, lavoratore, affezionato, ubbidiente. 19Il secondo era intelligente più del maggiore – che in verità era un poco ottuso e si lasciava guidare per non avere da affaticarsi a decidere da sé – ma in compenso era anche ribelle, svagato, amante del lusso e del piacere, dissipatore e ozioso. 20L’intelligenza è un grande dono di Dio. Ma è un dono che va usato saggiamente. Altrimenti è come certi farmaci i quali, usati in mal modo, non sanano ma uccidono. 21Il padre – era nel suo diritto e nel suo dovere – lo richiamava a vita più saggia. Ma senza alcun utile, tolto quello di averne male risposte e un maggior irrigidimento del figlio nelle proprie cattive idee.
22Infine un giorno, dopo una disputa più fiera, il figlio minore disse: “Dammi la mia parte dei beni. Così non sentirò più i tuoi rimproveri e i lagni del fratello. Ognuno il suo e sia finito tutto”.
23“Guarda” rispose il padre “che presto sarai rovinato. Che farai allora? Pensa che io non sarò ingiusto in favore di te e non riprenderò un picciolo a tuo fratello per darlo a te”.
24“Non ti chiederò nulla. Sta sicuro. Dammi la mia parte”.
Figlio dissoluto (Lc 15,13)[115].
25Il padre fece stimare le terre e le cose preziose e, visto che denaro e gioielli facevano tanto quanto le terre, dette al maggiore i campi e i vigneti, le mandre e gli ulivi, e al minore il denaro e i gioielli, che il giovane vendette subito mutando tutto in denaro. 26E fatto questo, in pochi giorni, se ne andò in lontano paese dove visse da gran signore, scialacquando tutto il suo in bagordi di ogni specie, facendosi credere un figlio di re perché si vergognava di dire: “sono campagnolo”, rinnegando perciò il padre suo. Festini, amici e amiche, vesti, vini, giuoco… vita dissoluta… 27Presto vide scemare la sostanza e venire avanti la miseria. E con la miseria, a farla più grave, venne nel paese una grande carestia che dette fondo ai resti della sostanza.
Figlio superbo(Lc 15,14)[116].
28Avrebbe potuto andare dal padre. Ma era superbo e non volle. 29Andò allora da un riccone del paese, già suo amico nei tempi buoni, e lo pregò dicendo: “Accoglimi fra i tuoi servi in ricordo di quando godesti delle mie dovizie”. Vedete voi come è stolto l’uomo! Preferisce mettersi sotto la frusta di un padrone anziché dire ad un padre: “Perdono! Ho sbagliato!”. 30Quel giovane aveva imparato tante cose inutili con la sua intelligenza aperta, ma non aveva voluto imparare il detto dell’Ecclesiastico: “Quanto è infame colui che abbandona il padre suo e quanto è maledetto da Dio chi fa inquietare la madre”. Era intelligente ma non sapiente.
Figlio stolto (Lc 15,15-16)[117].
31L’uomo a cui si era rivolto, in cambio del molto che aveva goduto dal giovane stolto, mise questo stolto di guardia ai porci – perché si era in paese pagano e vi erano molti porci – e lo mandò a pasturare nei suoi possessi le mandre di porci. 32Lurido, stracciato, puzzolente, affamato – perché il cibo era scarso per tutti i servi e specie per gli infimi, e lui, straniero mandriano di porci e deriso, era ritenuto tale – vedeva i porci satollarsi delle ghiande e sospirava: “Potessi almeno io pure empirmi il ventre di questi frutti! Ma sono troppo amari! Neppure la fame me li fa parere buoni”.
Beneficio della riflessione (Lc 15,17)[118].
33E piangeva pensando ai ricchi festini da satrapo fatti poco tempo prima fra risa, canti, danze… e pensava poi agli onesti pranzi ben nutriti della sua casa lontana, alle porzioni che il padre faceva a tutti imparzialmente, serbando per sè sempre il meno, lieto di vedere il sano appetito dei suoi figli… e pensava anche alle parti fatte ai servi da quel giusto, e sospirava: “I garzoni di mio padre, anche i più infimi, hanno pane in abbondanza… e io qui muoio di fame…”. Un lungo lavoro di riflessione, una lunga lotta per strozzare la superbia…
Frutto dell’umiltà(Lc 15,18-20)[119].
34Infine venne il giorno che, rinato nell’umiltà e nella sapienza, sorse in piedi e disse: “Io vado dal padre mio! È stolto questo orgoglio che mi fa prigione. E di che? Perché soffrire e nel corpo e più nel cuore mentre posso avere perdono e sollievo? 35Vado dal padre mio. È detto. Che gli dirò? Ma quello che è nato qui dentro, in questa abbiezione, fra queste lordure, fra i morsi della fame! 36Gli dirò: “Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami perciò come l’infimo dei tuoi garzoni, ma sopportami sotto il tuo tetto. Che io ti veda passare…”. 37Non potrò dirgli: “…perché ti amo”. Non lo crederebbe. Ma lo dirà la mia vita, ed egli lo comprenderà, e prima di morire mi benedirà ancora… Oh! lo spero. Perché mio padre mi ama”.
Il padre misericordioso (Lc 15,20-24)[120].
38E, tornato la sera in paese, si licenziò dal padrone, e mendicando per via tornò a casa sua. 39Ecco i campi paterni… e la casa… e il padre che dirigeva i lavori, invecchiato, scarnito dal dolore, ma sempre buono… Il colpevole, guardando quella rovina causata da lui, si fermò intimorito… ma il padre, girando l’occhio, lo vide e gli corse incontro, perché era ancora lontano, e raggiuntolo gli gettò le braccia al collo e lo baciò. 40Solo il padre aveva riconosciuto in quel mendicante avvilito la sua creatura e solo lui aveva avuto un movimento di amore.
41Il figlio, stretto fra quelle braccia, con il capo sulla spalla paterna, mormorò fra i singhiozzi: “Padre, lascia che io mi getti ai tuoi piedi”.
42“No, figlio mio! Non ai piedi. Sul mio cuore, che ha tanto sofferto della tua assenza e che ha bisogno di rivivere col sentire il tuo calore sul mio petto”.
Il figlio pentito (Lc 15,21)[121].
43E il figlio, piangendo più forte, disse: “Oh! padre mio! Io ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato da te: figlio. Ma permettimi di vivere fra i tuoi servi, sotto il tuo tetto, vedendoti, mangiando il tuo pane, servendoti, bevendo il tuo alito. Ad ogni boccone di pane, ad ogni tuo respiro si riformerà il mio cuore tanto corrotto e diverrò onesto…”.
Dignità restituita (Lc 15,22-24)[122].
44Ma il padre, tenendolo sempre abbracciato, lo condusse verso i servi, che si erano ammucchiati in distanza e che osservavano, e disse loro: “Presto, portate qui la veste più bella e catini di acque odorose, lavatelo, profumatelo, rivestitelo, mettetegli dei calzari nuovi e un anello al dito. 45Poi prendete un vitello ingrassato e ammazzatelo. E si prepari un banchetto. Perché questo figlio mio era morto ed ora è risuscitato, era perduto ed è stato ritrovato. 46Io voglio che ora lui pure ritrovi il suo semplice amore di pargolo; e il mio amore e la festa della casa per il suo ritorno glielo devono dare. 47Deve capire che egli è sempre per me il caro bambino ultimo nato, quale era nella infanzia sua lontana, quando mi camminava al fianco facendomi beato col suo sorriso e il suo balbettio”. E così fecero i servi.
Il fratello maggiore(Le 15,25-30)[123].
48Il figlio maggiore era in campagna e non seppe nulla fino al suo ritorno. A sera, venendo verso casa, la vide luminosa di lumi e udì suoni di strumenti e danze uscire da essa. 49Chiamò un servo che correva indaffarato e gli disse: “Che avviene?”. E il servo rispose: “È tornato tuo fratello! Tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso perché ha riavuto il figlio e sano, guarito dal suo grande male, ed ha ordinato banchetto. Non si attende che te per cominciare”. 50Ma il primogenito, in collera perché gli pareva ingiustizia tanta festa per il minore, che oltre che minore era stato cattivo, non volle entrare e anzi fece per allontanarsi da casa.
Figlio senza sentimenti del padre (Lc 15,29-30)[124].
51Ma il padre, avvertito di questo, corse fuori e lo raggiunse tentando di convincerlo e pregandolo di non amareggiargli la sua gioia. 52Il primogenito rispose al padre suo: “E vuoi che io non sia inquieto? Tu fai ingiustizia e spregio al tuo primogenito. Io da quando ho potuto lavorare ti ho servito, e sono molti anni. Io non ho mai trasgredito ad un tuo comando, neppure ad un tuo desiderio. 53Io ti sono sempre stato vicino e ti ho amato per due per farti guarire dalla piaga fatta da mio fratello. E tu non mi hai dato neppure un capretto per godermelo cogli amici. 54Questo, che ti ha offeso, che ti ha abbandonato, che è stato infingardo e dissipatore e che torna ora perché è spinto dalla fame, tu lo onori e per lui ammazzi il vitello più bello. Vale la pena essere lavoratori e senza vizi! Questo non me lo dovevi fare!”.
L’amore senza missura[125]
55Il padre disse allora stringendoselo al seno: “Oh! figlio mio! E puoi credere che io non ti ami perché non stendo un velo di festa sulle tue azioni? Le tue azioni sono sante di loro, e il mondo ti loda per esse. 56Ma questo tuo fratello, invece, ha bisogno di essere rialzato nella stima del mondo e nella stima sua stessa. 57E credi tu che io non ogni mio alito e pensiero tu sei presente al mio cuore, e ad ogni attimo io ti benedico. Tu hai il premio continuo di essere sempre con me, e tutto quanto è mio è tuo. Ma era giusto banchettare e fare festa per questo tuo fratello, che era morto ed è risuscitato al Bene, che era perduto ed è stato ritornato al nostro amore”. E il primogenito si arrese.
Concluzione.
58Così, amici miei, succede nella Casa del Padre. E chi si sa uguale al figlio minore della parabola pensi pure che, se lo imita nell’andare al Padre, il Padre gli dice: “Non ai miei piedi. Ma sul mio cuore, che ha sofferto della tua assenza e che ora è beato per il tuo ritorno”. 59 Chi è in condizioni di figlio primogenito e senza colpa verso il Padre, non sia geloso della gioia paterna, ma ne prenda parte, dando amore al fratello redento.
60Ho detto. Rimani, Giovanni di Endor, e tu, Lazzaro. Gli altri vadano a preparare le mense. Presto verremo».
61Tutti si ritirano. Quando Gesù, Lazzaro e Giovanni sono soli, Gesù dice a Lazzaro e Giovanni: «Così si farà dell’anima cara che tu attendi, Lazzaro, e così si fa della tua, Giovanni. La bontà di Dio supera ogni misura»…
Ritorno dell’ Iscariota
62…Gli apostoli, insieme alla Madre e alle donne, vanno verso casa preceduti da Marjziam che saltella correndo avanti. Ma presto ritorna e prende Maria per mano dicendole: «Vieni con me. Ti devo dire una cosa, da soli». E Maria lo accontenta.
63Torcono verso il pozzo, sito in un angolo del cortiletto, tutto velato da una pergola folta che da terra sale con un arco verso la terrazza. Là dietro è l’Iscariota.
64«Giuda, che vuoi? Vai, Marjziam… Parla, che vuoi?».
«Io sono in colpa… Non oso andare dal Maestro né affrontare i compagni… Aiutami…».
65«Ti aiuterò. Ma non pensi quanto dolore dài? Mio Figlio ha pianto per causa tua. E i compagni ne hanno sofferto. Ma vieni. Nessuno ti dirà niente. E, se puoi, non ricadere più in queste colpe. È indegno di un uomo, ed è sacrilego verso il Verbo di Dio».
«E tu, Madre, mi perdoni?».
66«Io? Io non conto presso te che ti senti tanto grande. Io sono la più piccola delle serve del Signore. Come ti puoi preoccupare di me se non hai pietà di mio Figlio?».
«Perché ho anche io una madre e, se ho il tuo perdono, mi pare di avere il suo».
67«Ella non sa questa tua colpa».
«Ma ella mi aveva fatto giurare di essere buono col Maestro. Sono spergiuro. Sento il rimprovero dell’anima di mia madre».
68 «Senti questo? E il lamento e il rimprovero del Padre e del Verbo non lo senti? Sei un disgraziato, Giuda! Semini, in te e in chi ti ama, il dolore».
Maria è molto seria e mesta. Senza acredine parla, ma con molta serietà. Giuda piange.
69«Non piangere. Ma migliorati. Vieni» e lo prende per mano entrando così nella cucina.
Il perdono del fratello maggiore.
70Lo stupore di tutti è vivissimo. Ma Maria previene ogni uscita poco pietosa. Dice: «Giuda è ritornato. Fate come il primogenito dopo il discorso del padre. Giovanni, va’ ad avvisare Gesù».
Giovanni di Zebedeo parte di corsa.
Un silenzio grava nella cucina… Poi Giuda dice: «Perdonatemi, tu Simone per primo. Hai un cuore tanto paterno. Sono un orfano io pure».
71«Sì, sì, ti perdono. Per favore non parlarne più. Siamo fratelli… e non mi piacciono questi alti e bassi di perdoni chiesti e di ricadute fatte. Avviliscono chi li fa e chi li dà. Ecco Gesù. Vai da Lui. E basta».
72Giuda va mentre Pietro, non potendo fare altro, si dà a spezzare con foga delle legna secche…
206. Con due parabole sul regno dei Cieli,
termina la sosta a Betania[126].
La parabola delle dieci vergini (Mt 25,1-13).
Scenario.
1Alla presenza dei contadini di Giocana, di Isacco e molti discepoli, delle donne fra cui è Maria Ss. e Marta, e molti di Betania, Gesù parla. 2Tutti gli apostoli sono presenti. Il bambino, seduto di fronte a Gesù, non perde una parola. Il discorso deve essere iniziato da poco perché ancora viene della gente…
Premessa
Dice Gesù:
3«…è per questo timore, che sento così vivo in molti, che voglio oggi proporvi una dolce parabola. Dolce per gli uomini di buona volontà, amara per gli altri. Ma costoro hanno il modo di abolire questo amaro. Divengano loro pure di buona volontà, e il rimprovero, suscitato dalla parabola nella coscienza, cesserà di essere.
Usanze e costumi.
4Il Regno dei Cieli è la casa degli sponsali compiuti tra Dio e le anime. Il momento dell’entrata in esso, il giorno degli sponsali.
5Or dunque udite. Da noi è costume che le vergini facciano scorta allo sposo che giunge, per condurlo fra lumi e canti alla casa nuziale insieme alla sua dolce sposa. Quando il corteo lascia la casa della sposa, che velata e commossa si dirige al suo posto di regina, in una casa non sua ma che, dal momento in cui ella diviene una carne con lo sposo, sua diventa, il corteo delle vergini, amiche per lo più della sposa, corre incontro a questi due felici per circondarli di un anello di luci.
Le dieci vergini (Mt 25,1)[127].
6Ora avvenne che in un paese si fece uno sponsale. Mentre gli sposi coi parenti e amici tripudiavano nella casa della sposa, dieci vergini andarono al loro posto, nel vestibolo della casa dello sposo, pronte ad uscire a lui incontro quando un lontano suono di cembali e di canti avesse ad avvertire che gli sposi avevano lasciato la casa della sposa per venire a quella dello sposo. Ma il convito nella casa degli sponsali si prolungava, e scese così la notte.
Cinque savie e cinque stolte (Mt 25,2-5)[128].
7Le vergini, voi lo sapete, tengono sempre le lampade accese per non perdere tempo al momento buono. Ora fra queste dieci vergini, dalle lampade accese e ben lucenti, ve ne erano cinque savie e cinque stolte. Le savie, piene di prudenza, si erano provviste di piccoli vasi pieni d’olio, per potere alimentare le lampade se la durata dell’attesa fosse stata più lunga del prevedibile, mentre le stolte si erano limitate ad empire per bene le lampadette.
8Un’ora passò dopo l’altra. Gai discorsi, racconti, facezie rallegrarono l’attesa. Ma poi non seppero più che dire, né che fare. E, annoiate o anche semplicemente stanche, le dieci fanciulle si sedettero più comodamente, con le loro lampade accese e ben vicine, e piano piano si addormentarono.
“Ecco lo sposo!” (Mt 25,6-10)[129].
9Venne la mezzanotte e si udì un grido: “Ecco lo sposo, andategli incontro!”. Le dieci fanciulle sorsero al comando, presero i veli e le ghirlande e si acconciarono, e corsero alla mensola dove erano le lampade. 9Cinque di esse languivano ormai… Il lucignolo, non più nutrito dall’olio, tutto consumato, fumigava con sprazzi sempre più deboli, pronto a spegnersi al minimo soffio d’aria; mentre le altre cinque lampade, alimentate prima del sonno dalle prudenti, avevano fiamme ancor vive che si fecero ancora più vive per il nuovo olio aggiunto al vasello del lume.
10“Oh!”, pregarono le stolte, “dateci un poco del vostro olio, perché altrimenti le lampade si spegneranno al solo muoverle. Le vostre sono già belle!…”. 11Ma le prudenti risposero: “Fuori è il vento della notte e cade la guazza a grosse gocce. Mai non basta l’olio per fare una robusta fiamma che possa resistere ai venti e all’umidore. Se ve ne diamo, accadrà che a noi pure vacillerà la luce. E ben triste sarebbe il corteo delle vergini senza il palpitare delle fiammelle! 12Andate, correte dal venditore più vicino, pregate, bussate, fatelo alzare perché vi dia olio”. E quelle, affannate, sgualcendo i veli, macchiandosi le vesti, perdendo le ghirlande nell’urtarsi e nel correre, seguirono il consiglio delle compagne.
Conseguenze della stoltezza (Mt 25,11-13)[130].
13Ma, mentre andavano a comprare l’olio, ecco spuntare dal fondo della via lo sposo con la sposa. Le cinque vergini, munite di lampade accese, gli corsero incontro, e in mezzo a loro gli sposi entrarono in casa per la fine della cerimonia, quando le vergini avrebbero scortato per ultimo la sposa fino alla camera nuziale. 14L’uscio venne chiuso dopo l’entrata degli sposi, e chi fuori era fuori rimase. E così fu per le cinque stolte che, giunte infine con l’olio, trovarono la porta serrata e inutilmente vi picchiarono contro, ferendosi le mani e gemendo: “Signore, signore, aprici! Siamo del corteo delle nozze. Siamo le vergini propiziatorie, scelte per portare onore e fortuna al tuo talamo”.
15Ma lo sposo, dall’alto della casa, lasciando per un momento gli invitati più intimi da cui si accomiatava mentre la sposa entrava nella stanza nuziale, disse: “In verità vi dico che non vi conosco. Non so chi siate. I vostri visi non erano festanti intorno alla mia amata. Usurpatrici siete. Siate perciò lasciate fuori dalla casa delle nozze”. E le cinque stolte, piangendo, se ne andarono per le strade buie, con l’ormai inutile lume, con le vesti sgualcite, i veli strappati, le ghirlande disfatte o perdute…
Senso della parabola
Le nozze celesti.
16Ed ora sentite il sermone chiuso nella parabola.
17Vi ho detto al principio che il Regno dei Cieli è la casa degli sponsali compiuti fra Dio e le anime. 18Alle nozze celesti sono chiamati tuttii fedeli, perché Dio ama tutti i suoi figli. Chi prima, chi poi, si trova al momento degli sponsali, e l’esservi arrivati è gran sorte. 19Ma ora udite ancora. Voi sapete come le fanciulle reputino onore e fortuna esser chiamate ad ancelle intorno alla sposa. Applichiamo al nostro caso i personaggi e capirete meglio.
Lo Sposo e la sposa.
20Lo sposo è Dio. La sposa, l’anima di un giusto che, superato il periodo del fidanzamento nella casa del Padre, ossia nella tutela e ubbidienza della e alla dottrina di Dio, vivendo secondo giustizia, viene portata nella casa dello Sposo per le nozze.
Le ancelle-vergini.
21Le ancelle-vergini sono le anime dei fedeli che, per l’esempio lasciato dalla sposa – essere stata scelta dallo Sposo per le sue virtù è segno che costei era un esempio vivo di santità – cercano di giungere allo stesso onore, santificandosi.
Le virtù necessarie.
Elenco
22Sono in veste bianca, netta e fresca, in bianchi veli, coronate di fiori. Hanno lampade accese in mano. Le lampade sono ben pulite, dal lucignolo nutrito di olio del più puro perché non sia maleodorante.
Purezza e candore angelico.
23In veste bianca.La giustizia fermamente praticata dà candida veste e presto verrà il giorno che candidissima sarà, senza neppur più il lontano ricordo di macchia, di un candore super-naturale, di un candore angelico.
Purezza di cuore.
24In veste netta.Occorre con l’umiltà tenere sempre netta la veste. Tanto facile è offuscare la purezza del cuore. E chi non è mondo di cuore non può vedere Dio. L’umiltà è come acqua che lava. L’umile si accorge subito, perché ha occhio non offuscato da fumi di orgoglio, di essersi offuscata la veste e corre dal suo Signore e dice: “Ho levato la nettezza a questo mio cuore. Io piango per mondarmi, ai tuoi piedi piango. E tu, mio Sole, imbianca dei tuoi benigni perdoni, dei tuoi paterni amori, la veste mia!”.
25In veste fresca.Oh! la freschezza del cuore! I bambini l’hanno per dono di Dio. I giusti l’hanno per dono di Dio e volontà propria. I santi l’hanno per dono di Dio e per volontà portata all’eroismo. 26Ma i peccatori, dall’anima lacerata, bruciata, avvelenata, insozzata, non potranno allora mai più avere una veste fresca? Oh! sì che la possono avere. Cominciano ad averla dal momento che si guardano con ribrezzo, l’aumentano quando decidono di cambiare vita, la perfezionano quando con la penitenza si lavano, si disintossicano, si medicano, si ricompongono la loro povera anima; 27e con l’aiuto di Dio, che non nega soccorso a chi gli chiede santo aiuto, e con la volontà propria, portata al supereroismo — perché in loro non necessita di tutelare ciò che hanno, ma di ricostruire ciò che loro hanno abbattuto, perciò doppia e tripla e settupla fatica — e infine con una penitenza instancabile, implacabile verso l’io che fu peccatore, riportano la loro anima ad una nuova freschezza d’infanzia, fatta preziosa dall’esperienza che li fa maestri di altri che sono come erano loro un tempo, ossia peccatori.
Umiltà di cuore e di mente.
28In bianchi veli.L’umiltà! Io ho detto: “Quando pregate o fate penitenza, fate che il mondo non se ne avveda”[131]. Nei libri sapienziali è detto: “Non è bene svelare il segreto del Re”[132]. 29L’umiltà è il velo candido messo a difesa sul bene che si fa e sul bene che Dio ci concede. Non gloria per l’amore di privilegio che Dio concede, non stolta gloria umana. Il dono verrebbe subito ritolto. 30Ma interno canto del cuore al suo Dio: “L’anima mia ti magnifica, o Signore… perché Tu hai rivolto il tuo sguardo alla bassezza della tua serva”[133]».
31Gesù ha una breve sosta e getta uno sguardo verso sua Madre, che avvampa sotto il suo velo e si china tutta, come per ravviare i capelli del bambino che è seduto ai suoi piedi, ma in realtà per celare il suo commosso ricordo…
Atti virtuosi.
32«Coronata di fiori.L’anima deveintessersi la sua quotidiana ghirlanda di atti virtuosi, perché al cospetto dell’Altissimo non devono stare cose vizze, né si deve stare in aspetto sciatto. 33Quotidiana, ho detto. Perché l’anima non sa quando Dio-Sposo può apparire per dire: “Vieni”. Perciò non stancarsi mai di rinnovare la corona. 34Non abbiate paura. I fiori avvizziscono. Ma i fiori delle corone virtuose non avvizziscono. 35L’angelo di Dio, che ogni uomo ha al suo fianco, le raccoglie queste ghirlande quotidiane e le porta in Cielo. E là faranno da trono al novello beato quando entrerà come sposa nella casa nuziale.
Fede fulgida.
36Hanno le lampade accese.E per onorare lo Sposo e per guidarsi nella via. Come è fulgida la fede, e che dolce amica ella è! Fa una fiamma raggiante come una stella, una fiamma che ride perché è sicura nella sua certezza, una fiamma che rende luminoso anche lo strumento che la regge. 37Anche la carne dell’uomo nutrito di fede pare, fin da questa Terra, farsi più luminosa e spirituale, immune da precoce appassimento. 38Perché chi crede si regge sulle parole e sui comandi di Dio per giungere a possedere Dio, suo fine, e perciò fugge ogni corruzione, non ha turbamenti, paure, rimorsi, non è obbligato ad uno sforzo per ricordarsi le sue menzogne o per nascondere le sue male azioni, e si conserva bello e giovane della bella incorruzione del santo. 39Una carne e un sangue, una mente e un cuore puliti da ogni lussuria per contenere l’olio della fede, per dare luce senza fumo. Una costante volontà per nutrire sempre questa luce.
40La vita di ogni giorno, con le sue delusioni, constatazioni, contatti, tentazioni, attriti, tende a sminuire la fede. No! Non deve avvenire. Andate giornalmente alle fonti dell’olio soave, dell’olio sapienziale, dell’olio di Dio. 41Lampada poco nutrita può essere spenta dal minimo vento, può essere spenta dalla pesante guazza della notte. 42La notte… L’ora delle tenebre, del peccato, della tentazione viene per tutti. È la notte per l’anima. Ma se questa ha se stessa colma di fede, non può la fiamma essere spenta dal vento del mondo, dal caligo delle sensualità.
Vigilanza, vigilanza, vigilanza.
43Infine vigilanza, vigilanza, vigilanza. Chi imprudente si fida dicendo: “Oh! Dio verrà in tempo, mentre ho ancora luce in me”, chi si induce a dormire in luogo di vegliare, e dormire sprovvisto di quanto necessita per sorgere sollecito alla prima chiamata, chi si riduce all’ultimo momento per procurarsi l’olio della fede o il lucignolo robusto della buona volontà, incorre nel pericolo di rimanere fuoriquando giunge lo Sposo. 44Vegliate dunque con prudenza, con costanza, con purezza, con fiducia per essere sempre pronti alla chiamata di Dio, perché in realtà non sapete quando Esso verrà.
45Miei cari discepoli, Io non voglio indurvi a tremare di Dio, ma anzi ad avere fede nella sua bontà. Sia voi che restate, come voi che andate, pensate che, se farete ciò che fecero le vergini savie, sarete chiamati non solo a fare corteggio allo Sposo, ma, come per la fanciulla Ester, divenuta regina al posto di Vasti[134], sarete scelti ed eletti a spose, avendo lo Sposo “trovato in voi ogni grazia e favore sopra ogni altro”. Io vi benedico, voi che andate. Portate in voi e ai compagni questa mia parola. La pace del Signore sia sempre con voi».
La fame di Dio
47Gesù si avvicina ai contadini per salutarli ancora, ma Giovanni di Endor gli sussurra: «Maestro, ormai c’è Giuda…».
48«Non importa. Accompagnali al carro e fa’ ciò che ti ho detto di fare».
49L’assemblea si scioglie lentamente. Molti parlano a Lazzaro… E questo si volge a Gesù che, lasciati i contadini, viene in quel senso e dice: «Maestro, prima che Tu ci lasci, parlaci ancora… Questo vogliono i cuori di Betania».
50«La sera scende. Ma è placida e serena. Se volete riunirvi sui fieni falciati, Io vi parlerò prima di lasciare questo paese amico. Oppure domani, all’aurora. Perché è giunta l’ora del commiato».
«Più tardi! Questa sera!», urlano tutti.
«Come voi volete. Andate ora. Alla metà della prima vigilia vi parlerò»…
La virtù della libertà dalle ricchezze[135]
Beati quelli che Gesù benedice.
51…e instancabile infatti – mentre il sole scompare anche col ricordo del suo rosso, in un primo stridere di grilli, incerto, solitario – Gesù si avvia in mezzo ad un prato falciato da poco e su cui l’erbe morenti fanno un tappeto di acuta e morbida fragranza. Lo seguono gli apostoli, le Marie, Marta e Lazzaro con quelli della sua casa, Isacco coi discepoli, e direi tutta Betania. Fra i servi è il vecchione con la donna, i due che sul monte delle Beatitudini hanno trovato un conforto anche per i loro giorni.
52Gesù si ferma a benedire il patriarca, che gli bacia piangendo la mano e che accarezza il bambino, che cammina a fianco di Gesù, dicendogli: «Te beato che lo puoi sempre seguire! Sii buono, sta’ attento, figlio. La tua è una gran ventura! Una gran ventura! Sul tuo capo è sospesa una corona… Oh! te beato!».
Quando tutti sono a posto Gesù inizia a parlare.
La parola di Gesù è tutto il bene dei poveri.
53«Partiti i poveri amici che avevano bisogno di essere molto confortati nella speranza, nella certezza, anzi, che basta poco sapere per essere ammessi nel Regno, che basta un minimo di verità su cui la buona volontà lavora, parlo ora a voi, molto meno infelici perché in condizioni materiali molto migliori e con maggiori aiuti dal Verbo. Il mio amore va a loro solo col pensiero. Qui, a voi, il mio amore viene anche con la parola. Perciò voi andate trattati, in Terra come in Cielo, con maggiore fortezza, perché a chi più è stato dato più sarà chiesto. Essi, i poveri amici che stanno tornando alla loro galera, non possono che avere un minimo di bene, ed hanno, in compenso, un massimo di dolore. Perciò a loro solo le promesse della benignità, perché ogni altra cosa sarebbe superflua. In verità vi dico che la loro vita è penitenza e santità, e non deve essere imposto loro altro. E in verità anche vi dico che, pari a vergini savie, essi non lasceranno spegnere la loro lampada fino all’ora della chiamata. Lasciarla spegnere? No. È tutto il loro bene questa luce. Non possono lasciarla spegnere.
La virtù della libertà dalle ricchezze
54In verità vi dico che, come Io sono nel Padre, così i poveri sono in Dio. È per questo che Io, Verbo del Padre, ho voluto nascere povero, e povero rimanere. Perché fra i poveri mi sento più prossimo al Padre, che ama i minimi ed è amato da essi con tutta la loro forza. I ricchi hanno tante cose. I poveri hanno solo Dio. I ricchi hanno amici. I poveri sono soli. I ricchi hanno molte consolazioni. I poveri non hanno consolazioni. I ricchi hanno distrazioni. I poveri hanno solo il lavoro. I ricchi hanno tutto reso facile per il denaro. I poveri hanno anche la croce di dover temere malattie e carestie perché sarebbe la fame e la morte per loro. Ma hanno Dio, i poveri. Il loro Amico. Il loro Consolatore. Colui che li distrae dal loro penoso presente con speranze celesti. Colui a cui si può dire — e lorolo sanno dire, lo dicono perché appunto sono poveri, umili, soli — : “Padre, sovvienici della tua misericordia”.
Per i poveri l’unico tesoro è la parola di Dio.
55Quanto Io dico in questa terra di Lazzaro, amico mio e amico di Dio sebbene tanto ricco, può parere strano. Ma Lazzaro è l’eccezione fra i ricchi. Lazzaro è giunto a quella virtù difficilissima a trovarsi sulla Terra, e ancor più difficile a mettersi in pratica per insegnamento altrui: la virtù della libertà dalle ricchezze.
56Lazzaro è giusto. Non si offende. Non si può offendere, perché sa che egli è il ricco-povero e perciò non lo tocca il mio celato rimprovero. Lazzaro è giusto. E riconosce che nel mondo dei grandi è così come Io dico. Perciò Io parlo e dico: in verità, in verità vi dico che è molto più facile che sia in Dio un povero che un ricco; e nel Cielo del Padre mio e vostro, molti seggi saranno occupati da coloro che sulla Terra furono spregiati perché minimi come polvere che si calpesta.
57I poveri serbano in cuore le perle delle parole di Dio. Sono il loro unico tesoro. Chi ha una sola ricchezza veglia su essa. Chi ne ha molte è annoiato e distratto, ed è superbo, ed è sensuale. Per tutto questo non ammira con occhi umili e innamorati il tesoro che Dio ha dato, e lo confonde con altri tesori, solo in apparenza preziosi, tesori che sono le ricchezze della Terra, e pensa: “Degnazione mia se accolgo le parole di uno, pari a me nella carne!”, e ottunde la sua capacità di gustare ciò che è soprannaturale con i sapori forti della sensualità. Sapori forti!… Sì, molto speziati per confondere il loro lezzo e il loro sapore di putredine…
La parabola del banchetto nuziale (Mt 22,2-14).
Il banchetto nuziale (Mt 22,2)[136].
58Ma udite. E capirete meglio come le sollecitudini, le ricchezze e le crapule impediscono l’entrata nel Regno dei Cieli.
59Una volta un re fece le nozze di suo figlio. Potete immaginare che festa fosse nella reggia. Era il suo unico figlio e, giunto all’età perfetta, si sposava con la sua diletta. Il padre e re volle che tutto fosse gioia intorno alla gioia del suo diletto, finalmente sposo con la beneamata. Fra le molte feste nuziali fece anche un grande pranzo. E lo preparò per tempo, vegliando su ogni particolare dello stesso, perché riuscisse splendido e degno delle nozze del figlio del re.
Malizia degli invitati(Mt 22,3-6)[137].
60Mandò per tempo i suoi servi a dire agli amici e agli alleati, e anche ai più grandi nel suo regno, che le nozze erano stabilite per quella data sera e che loro erano invitati, e che venissero per fare degna cornice al figlio del re. Ma amici, alleati e grandi del regno non accettarono l’invito.
61Allora il re, dubitando che i primi servi non avessero parlato a dovere, ne mandò altri ancora, perché insistessero dicendo: “Ma venite! Ve ne preghiamo. Ormai tutto è pronto. La sala è apparecchiata, i vini preziosi sono stati portati da ogni dove, e già nelle cucine sono ammucchiati i buoi e gli animali ingrassati per essere cotti, e le schiave intridono le farine a far dolciumi, ed altre pestano le mandorle nei mortai per fare leccornie finissime a cui mescolano aromi fra i più rari. Le danzatrici e i suonatori più bravi sono stati scritturati per la festa. Venite dunque acciò non sia inutile tanto apparato”.
Nefaste conseguenze della malvagità (Mt 22,7-8)[138].
62Ma amici, alleati e grandi del regno o rifiutarono, o dissero: “Abbiamo altro da fare”, o finsero di accettare l’invito, ma poi andarono ai loro affari, chi al campo, chi ai negozi, chi ad altre cose ancor meno nobili. E infine ci fu chi, seccato da tanta insistenza, prese il servo del re e l’uccise per farlo tacere, posto che insisteva: “Non negare al re questa cosa perché te ne potrebbe venire male”.
63I servi tornarono al re e riferirono ogni cosa, e il re avvampò di sdegno mandando le sue milizie a punire gli uccisori dei suoi servi e a castigare quelli che avevano sprezzato il suo invito, riservandosi di beneficare quelli che avevano promesso di venire. Ma la sera della festa, all’ora fissata, non venne nessuno.
I commensali del Regno (Mt 22,9-10)[139].
64Il re, sdegnato, chiamò i servi e disse: “Non sia mai che mio figlio resti senza chi lo festeggi in questa sua sera nuziale. Il banchetto è pronto, ma gli invitati non ne sono degni. Eppure il banchetto nuziale del figlio mio deve avere luogo. Andate dunque sulle piazze e sulle strade, mettetevi ai crocicchi, fermate chi passa, adunate chi sosta e portateli qui. Che la sala sia piena di gente festante”.
65I servi andarono. Usciti per le vie, sparsisi sulle piazze, messisi ai crocicchi, radunarono quanti trovarono, buoni o cattivi, ricchi o poveri, e li portarono nella dimora regale, dando loro i mezzi per apparire degni di entrare nella sala del banchetto di nozze. Poi li condussero in quella, ed essa fu piena, come il re voleva, di popolo festante.
La veste nuziale(Mt 22,11-14)[140].
66Ma, entrato il re nella sala per vedere se potevano aver inizio le feste, vide uno che, nonostante gli aiuti dati dai servi, non era in veste di nozze. Gli chiese: “Come mai sei entrato qui senza la veste di nozze?”. E colui non seppe che rispondere, perché infatti non aveva scusanti. Allora il re chiamò i servi e disse loro: “Prendete costui, legatelo nelle mani e nei piedi e gettatelo fuori della mia dimora, nel buio e nel fango gelido. Ivi starà nel pianto e con stridor di denti come ha meritato per la sua ingratitudine e per l’offesa che mi ha fatta, e più che a me al figlio mio, entrando con veste povera e non monda nella sala del banchetto, dove non deve entrare che ciò che è degno di essa e del figlio mio”.
Senso della parabola
Cause che attirano l’ira del Re.
67Come voi vedete, le sollecitudini del mondo, le avarizie, le sensualità, le crudeltà attirano l’ira del re, fanno sì che mai più questi figli delle sollecitudini entrino nella casa del Re. E vedete anche come anche fra i chiamati, per benignità verso suo figlio, vi sono i puniti.
68Quanti al giorno d’oggi, in questa terra alla quale Dio ha mandato il suo Verbo! Gli alleati, gli amici, i grandi del suo popolo, Dio veramente li ha invitati attraverso i suoi servi, e più li farà invitare, con invito pressante, man mano che l’ora delle mie nozze si farà vicina. Ma non accetteranno l’invito perché sono falsi alleati, falsi amici, e non sono grandi che di nome perché la bassezza è in loro».
69Gesù va elevando sempre più la voce, e i suoi occhi, alla luce di fuoco che è stato acceso fra Lui e gli ascoltatori per illuminare la sera, nella quale manca ancora la luna che è nella fase decrescente e si alza più tardi, gettano sprazzi di luce come fossero due gemme.
70«Sì, la bassezza è in loro. Per tutto questo essi non comprendono che è dovere e onore per loro aderire all’invito del Re.
71Superbia, durezza, libidine fanno baluardo nel loro cuore. E — sciagurati che sono! — e hanno odio a Me, a Me, per cui non vogliono venire alle mie nozze. Non vogliono venire. Preferiscono alle nozze i connubi con la politica sozza, con il più sozzo denaro, con il sozzissimo senso. Preferiscono il calcolo astuto, la congiura, la subdola congiura, il tranello, il delitto.
72Io tutto questo lo condanno in nome di Dio. Si odia perciò la voce che parla e le feste a cui invita. In questopopolo vanno cercati coloro che uccidono i servi di Dio: i profeti che sono i servi fino ad oggi, i miei discepoli che sono i servi da ora in poi. In questopopolo vanno scelti i turlupinatori di Dio che dicono: “Sì, veniamo”, mentre dentro di sé pensano: “Neanche per idea!”. Tutto questo è in Israele.
Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti
73E il Re del Cielo, perché il Figlio abbia un degno apparato di nozze, manderà a raccogliere sui crocicchi coloro che sono non amici, non grandi, non alleati, ma sono semplicemente popolo che passa. Già — e per mia mano, per la mia mano di Figlio e di servo di Dio — la raccolta si è iniziata. Quali che siano, verranno… E sono già venuti. Ed Io li aiuto a farsi mondi e belli per la festa di nozze.
74Ma ci sarà, oh! per sua sventura ci sarà chi anche della magnificenza di Dio, che gli dà profumi e vesti regali per farlo apparire quale non è — un ricco e degno — vi sarà chi di tutta questa bontà se ne farà un approfitto indegno per sedurre, per guadagnare… Individuo di bieco animo, abbracciato dal polipo ripugnante di tutti i vizi… e sottrarrà profumi e vesti per trarne guadagno illecito, usandoli non per le nozze del Figlio, ma per le sue nozze con Satana.
75Ebbene, questo avverrà. Perché molti sono i chiamati, ma pochi coloro che, per saper perseverare nella chiamata, giungono ad essere eletti. Ma anche avverrà che a queste iene, che preferiscono le putrefazioni al nutrimento vivo, sarà inflitto il castigo di essere gettati fuori della sala del Banchetto, nelle tenebre e nel fango di uno stagno eterno in cui stride Satana il suo orrido riso per ogni trionfo su un’anima, e dove suona eterno il pianto disperato dei mentecatti che seguirono il Delitto invece di seguire la Bontà che li aveva chiamati.
Popolo avvelenato nei suoi capi
Animatori di preghiera
76Alzatevi e andiamo al riposo. Io vi benedico, o cittadini di Betania, tutti. Io vi benedico e vi do la mia pace. E benedico te in particolare, Lazzaro, amico mio, e te, Marta. Benedico i miei discepoli antichi e nuovi che mando per il mondo a chiamare, a chiamare alle nozze del Re. Inginocchiatevi che Io vi benedica tutti. Pietro, di’ l’orazione che vi ho insegnata, e dilla stando qui al mio fianco, in piedi, perché così va detta da chi a ciò è destinato da Dio».
77L’assemblea si inginocchia tutta sul fieno, rimanendo in piedi solo Gesù nel suo abito di lino, alto e bellissimo, e Pietro nella sua veste marrone scuro, acceso di emozione, quasi tremante, che prega, con la sua voce non bella ma virile, andando adagio, per paura di sbagliare: «Padre nostro…».
Si sente qualche singhiozzo… di uomo, di donna…
La preghiera trasforma.
78Marjziam, inginocchiato proprio davanti a Maria che gli tiene le manine congiunte, guarda con un sorriso d’angelo Gesù e dice piano: «Guarda, Madre, come è bello! E come è bello anche il padre mio! Sembra d’essere in Cielo… Ci sarà la mia mamma, qui, a vedere?».
79E Maria, in un sussurro che finisce in un bacio, risponde: «Sì, caro. Ella è qui. E impara la preghiera».
«E io? L’imparerò?».
80«Ella la sussurrerà all’anima tua mentre tu dormi, ed io te la ripeterò di giorno».
Il bambino piega indietro la testolina bruna, sul petto di Maria, e sta così mentre Gesù benedice con la sempre solenne benedizione mosaica.
Gesù è serenità e parola
Poi tutti si alzano, andando ognuno alle proprie case; solo Lazzaro segue ancora Gesù, entrando con Lui nella casa di Simone per stare ancora con Lui. Entrano anche tutti gli altri. L’Iscariota si mette in un angolo semibuio, mortificato. Non osa stringersi a Gesù come fanno gli altri…
Lazzaro si felicita con Gesù. Dice: «Oh! mi duole di vederti partire. Ma sono più contento che se ti avessi visto andare via ieri l’altro!».
81«Perché, Lazzaro?».
«Perché mi parevi tanto triste e stanco… Non parlavi, poco sorridevi… Ieri e oggi sei tornato il mio santo e dolce Maestro, e ciò mi dà tanta gioia…».
82«Lo ero anche se tacevo…».
«Lo eri. Ma Tu sei serenità e parola. Noi vogliamo questo da Te. Beviamo a queste fonti la nostra forza. Ed ora queste fonti parevano disseccate. Era penosa la nostra sete… Tu vedi che anche i gentili se ne sono stupiti, e sono venuti a cercarle…».
Provocazione del Bugiardo
L’Iscariota, a cui si era accostato Giovanni di Zebedeo, osa parlare: «Già, avevano domandato anche a me… Perché io stavo molto presso l’Antonia, sperando di vederti».
83«Sapevi dove ero», risponde Gesù brevemente.
«Lo sapevo. Ma speravo che non avresti deluso chi ti attendeva. Anche i romani furono delusi. Non so perché hai agito così…».
84«E sei tu che me lo chiedi? Non sei al corrente degli umori del Sinedrio, dei farisei, degli altri ancora, per Me?».
«Che? Avresti avuto paura?».
Motivi che causeranno la distruzione del Tempio
85«No. Nausea. Lo scorso anno, quando ero solo — uno solo contro tutto un mondo che neppur sapeva se ero profeta — ho mostrato di non avere paura. E tu sei un acquisto di quella mia audacia. Ho fatto sentire la mia voce contro tutto un mondo di urlatori; ho fatto sentire la voce di Dio ad un popolo che se l’era dimenticata; ho purificato la Casa di Dio dalle sozzure materiali che erano in essa, non sperando di ripulirla delle ben più gravi sozzure morali che in essa hanno nido, perché non ignoro il futuro degli uomini, ma per fare il mio dovere, per lo zelo della Casa del Signore eterno tramutata in una piazza vociante di barattieri, usurai e di ladri, e per scuotere dal torpore quelli che secoli di trascuratezza sacerdotale avevano fatto cadere in letargo spirituale. È stato lo squillo di raccolta al mio popolo per portarlo a Dio…
86Quest’anno sono tornato… E ho visto che il Tempio è sempre lo stesso… Che è peggio ancora. Non più spelonca di ladri, ma posto di congiura, e poi diverrà sede del Delitto, e poi lupanare, e poi, finalmente, sarà distrutto da una forza più potente di quella di Sansone, schiacciando una casta indegna di chiamarsi santa. Inutile parlare in quel luogo, nel quale, te lo ricordo, mi fu proibito di parlare.
87Popolo fedifrago! Popolo avvelenato nei suoi capi, che osa interdire che la Parola di Dio parli nella sua Casa! Mi fu proibito. Ho taciuto per amore dei minimi. Non è ancora l’ora di uccidermi.
88Troppi hanno bisogno di Me, e i miei apostoli non sono ancora forti per ricevere sulle loro braccia la mia prole: il Mondo. Non piangere, Madre; perdona, tu buona, al bisogno di tuo Figlio di dire, a chi vuole o può illudersi, la verità che Io so… Taccio… Ma guai a coloro per i quali Dio tace!… Madre, Marjziam, non piangete!… Ve ne prego. Nessuno pianga».
Ma in realtà piangono tutti più o meno dolorosamente.
Lacrime bugiarde.
Giuda, pallido come un morto nella sua veste gialla e rossa a righe, osa ancora parlare, con una voce piagnucolosa e ridicola: «Credi, Maestro, che io sono stupito e addolorato… Non so che vuoi dire… Io non so nulla… È vero che io non ho visto nessuno del Tempio. Ho rotto i contatti con tutti… Ma se Tu lo dici sarà vero…».
89«Giuda!… Anche Sadoc non hai visto?».
Giuda china il capo borbottando: «È un amico… Come tale l’ho visto. Non come uno del Tempio…».
Ogni partenza è dolorosa
90Gesù non gli risponde. Si volge a Isacco e a Giovanni di Endor, a cui fa ancora raccomandazioni inerenti al loro lavoro. Intanto le donne confortano Maria che piange e il bambino che piange nel vedere piangere Maria. Anche Lazzaro e gli apostoli sono rattristati.
91Ma Gesù viene a loro. Ha ripreso il suo dolce sorriso e, mentre abbraccia la Madre e carezza il bambino, dice: «Ed ora vi saluto, voi che restate. Perché domani all’alba noi partiremo. Addio, Lazzaro. Addio, Massimino. Giuseppe, Io ti ringrazio per ogni cortesia fatta a mia Madre e alle discepole nella attesa mia. Grazie di tutto. Tu, Lazzaro, benedici ancora Marta in mio nome. Presto ritornerò. Vieni, Madre, al riposo. Anche tu, Maria e Salome, se proprio volete venire voi pure».
«Certo che veniamo!», dicono le due Marie.
92«Allora a letto. La pace a tutti. Dio sia con voi». Fa un gesto di benedizione ed esce tenendo per mano il bambino e abbracciata la Madre…
La sosta a Betania è finita.
207. Alla grotta di Betlemme la Madre rievoca la nascita di Gesù[141].
Maria rievoca il viaggio a Betlemme
Panoramica del viagio
1Lasciata Betania al primo riso dell’aurora, Gesù va verso Betlemme con sua Madre, Maria di Alfeo e Maria Salome, seguito dagli apostoli e preceduto dal bambino, che trova motivo di gioia da tutto quanto vede: le farfalle che si svegliano, gli uccellini che cantano o sbeccuzzano sul sentiero, i fiori che splendono per i diamanti delle rugiade, l’apparizione di un gregge in cui sono molti agnellini belanti. Superato il torrente che è a sud di Betania, tutto una spuma ridarella fra i sassi, la comitiva si dirige verso Betlemme fra due ordini di colli, tutti verdi di ulivi e di vigneti, con piccoli campi dorati di messi già avviate alla mietitura. La valle è fresca, e abbastanza comoda la via.
La regina di Betlemme
Simone di Giona si fa avanti, raggiungendo il gruppo di Gesù, e chiede: «Si va di qui a Betlemme? Giovanni dice che l’altra volta avete fatto un’altra strada».
2«E’ vero» risponde Gesù. «Ma perché venivamo da Gerusalemme. Di qui è più breve. Al sepolcro di Rachele[142], che le donne vogliono vedere, ci separeremo come avete deciso tempo fa. Ci riuniremo poi a Betsur, dove mia Madre desidera sostare».
«Già, l’abbiamo detto… Ma sarebbe così bello che ci fossimo tutti… la Madre in specie… perché, infine, la regina di Betlemme e della grotta è Lei, e Lei sa proprio bene tutto… Sentito da Lei… sarebbe diverso, ecco».
3Gesù sorride guardando Simone che insinua dolcemente il suo desiderio.
«Che grotta, padre?» chiede Marziam.
«La grotta dove è nato Gesù».
«Oh! bello! ci vengo anche io!…»
Desierio di peregrinare a Betlemme
«Sarebbe bello davvero!» dicono Maria d’Alfeo e Salome.
«Molto bello!… Sarebbe tornare indietro… a quando il mondo ti ignorava, è vero, ma non ti odiava ancora… Sarebbe ritrovare l’amore dei semplici, che non seppero che credere e amare con umiltà e fede… Sarebbe deporre questo peso di amarezza che mi grava sul cuore da quando ti so così odiato, deporlo là nella tua greppia… Ci deve essere rimasta ancora la dolcezza del tuo sguardo, del tuo respiro, del tuo incerto sorriso, là… e mi carezzerebbero il cuore… E’ così amareggiato!…». Maria parla piano, con desiderio e con mestizia.
4«Allora vi andremo, Mamma. Conducici tu. Oggi sei tu la Maestra e Io il Bambino che impara».
«Oh! Figlio! No! Tu sei sempre il Maestro…»
5«No, Mamma. Simone di Giona ha detto bene. Nella terra di Betlemme sei tu la Regina. E’ il tuo primo castello. Maria, della stirpe di Davide, guida questo piccolo popolo nelle tue dimore».
6L’Iscariota fa per parlare, ma tace. Gesù, che vede l’atto e l’interpreta, dice: «Se qualcuno, per stanchezza o altro, non vuole venire, prosegua per Betsur liberamente». Ma nessuno parla.
Fredda giornata di dicembre
Proseguono la strada per la fresca valle che va in direzione est-ovest. Poi piegano lievemente a nord per costeggiare un colle che sporge e raggiungono così la via, che da Gerusalemme conduce a Betlemme, proprio presso il cubo sormontato da una cupoletta tonda della tomba di Rachele. Tutti si accostano a pregare con riverenza.
7«Qui abbiamo sostato io e Giuseppe… E’ tutto uguale come allora. Solo differisce la stagione. Allora era una fredda giornata di casleu. Aveva piovuto e le strade si erano fatte pantanose, poi era venuto vento gelido e forse nella notte era venuta brina. Le strade si erano indurite ma, tutte solcate dai carri e dalle folle, erano come un mare pieno di buche, e il mio asinello faticava molto…»
8«E tu no, Madre mia?»
9«Oh! io avevo Te!…» e lo guarda con un tal viso beato che commuove. Poi riprende a parlare: «Veniva la sera e Giuseppe era molto preoccupato… Si stava levando sempre più forte un vento tagliente… La gente si affrettava verso Betlemme, urtandosi l’una coll’altra, e molti insolentivano il mio asinello che andava così piano, cercando il posto dove mettere gli zoccoli… Pareva sapesse che c’eri Tu… e che facevi l’ultimo sonno nella cuna del mio seno. Faceva freddo… Ma io ero in un ardore. Ti sentivo venire…
10Venire? Potresti dire: “C’ero, Mamma, da nove mesi”.
11Sì. Ma ora era come Tu venissi dai Cieli. I Cieli si abbassavano, si abbassavano su me, ed io ne vedevo gli splendori… Vedevo ardere la Divinità nella sua gioia del prossimo tuo natale, e quei fuochi mi penetravano, mi incendiavano, mi astraevano… da tutto… Freddo… vento… folle… nulla! Io vedevo Dio… Ogni tanto, con sforzo, riuscivo a riportare il mio spirito sulla terra e sorridevo a Giuseppe, che aveva paura del freddo e della fatica per me, e che guidava l’asinello per tema che inciampasse, e che mi ravvolgeva nella coperta per tema che mi raffreddassi… Ma nulla poteva accadere. Le scosse io non le sentivo. Mi pareva di procedere su un cammino di stelle, fra nuvole di candore, sorretta da angeli… E sorridevo… Prima a Te… Ti guardavo, attraverso le barriere della carne, dormire coi pugnelli stretti nel tuo lettino di rose vive, mio boccio di giglio… Poi sorridevo allo sposo così afflitto, così afflitto, per rincuorarlo… Poi alla gente, che non sapeva che già respirava nell’aura del Salvatore…
12Sostammo presso la tomba di Rachele per fare riposare un momento l’asinello e per mangiare un poco di pane e ulive, le nostre provviste da poveri. Ma io non avevo fame. Non potevo avere fame… Ero nutrita dalla mia gioia…
Vedere attraverso ad una luce angelica
13Riprendemmo il cammino… Venite. Vi mostro dove incontrammo il pastore… Non abbiate tema che io sbagli. Io rivivo quell’ora e ritrovo ogni luogo perché vedo tutto attraverso ad una gran luce angelica. Forse lo stuolo angelico è di nuovo qui, invisibile ai corpi, ma visibile alle anime col suo luminoso candore, e tutto si svela, e tutto è indicato. Essi non possono sbagliare, e mi conducono… per gioia mia, e per gioia vostra. Ecco, da quel campo a questo venne Elia con le sue pecore, e Giuseppe gli chiese del latte per me. E lì, in quel prato, sostammo mentre lui mungeva il latte caldo e ristoratore, e dava i suoi consigli a Giuseppe. Venite, venite… Ecco, ecco il sentiero dell’ultima valletta prima di Betlemme. Abbiamo preso questo perché la strada principale, nella imminenza della città, era un arruffìo di persone e di cavalcature…
Belemme terra del pane.
14Ecco Betlemme! Oh! cara! Cara terra dei miei padri che mi hai dato il primo bacio di mio Figlio! Ti sei aperta, buona e fragrante come il pane di cui hai il nome[143], per dare il Pane vero al mondo morente di fame! 15Mi hai abbracciata, tu in cui è rimasto il materno amore di Rachele[144], come una madre, terra santa della davidica Betlemme, primo tempio al Salvatore, alla Stella del mattino[145] nata da Giacobbe[146] per segnare la rotta dei Cieli a tutta l’Umanità! 16Guardatela come è bella in questa primavera! Ma anche allora, benché i campi ed i vigneti fossero spogli, era bella! Un velo leggero di brina tornava a splendere sui rami nudi, ed essi divenivano spolverati di diamanti, come fossero avvolti in un impalpabile velo paradisiaco. 17Ogni casa fumava nel suo camino per l’imminente cena, e il fumo, salendo di scaglione in scaglione fino a questo ciglio, mostrava la città essa pure velata… 18Tutto era casto, raccolto, in attesa… di Te, di Te, Figlio! La terra ti sentiva venire… E ti avrebbero sentito anche i betlemmiti, perché cattivi non sono, anche se voi non lo credete. Non potevano ospitarci… Nelle case oneste e buone di Betlemme si pigiavano, arroganti come sempre, sordi e superbi, quelli che anche ora lo sono, ed essi non potevano sentire Te…
19Quanti farisei, sadducei, erodiani, scribi, esseniti c’erano mai! Oh! il loro essere ottusi ora viene ancora dall’essere stati duri di cuore allora. Hanno chiuso il cuore all’amore verso la loro povera sorella quella sera… e sono rimasti, e restano nelle tenebre. Hanno respinto Dio fin d’allora, respingendo da loro l’amore del prossimo.
Il Natale: nascita del Bambino Gesù
Benedetta providenziale natura.
20Venite. Andiamo alla grotta. In città è inutile entrare. I più grandi amici del mio Bambino non ci sono più. Resta la natura amica, nelle sue pietre, nel suo rio, nelle sue legna per fare fuoco. La natura che ha sentito venire il suo Signore… Ecco, venite sicuri. Si gira di qui… Ecco là le macerie della torre di Davide. Oh! cara a me più di una reggia! Benedette rovine! Benedetto rio! Benedetta pianta che come per miracolo ti spogliasti, col vento, di tanti rami perché noi trovassimo legna e potessimo far fuoco!».
21Maria scende svelta verso la grotta, valica il piccolo rio su una tavola che fa da ponte, corre sullo spiazzo che è davanti alle macerie e cade in ginocchio sulla soglia della grotta, si curva e ne bacia il suolo. La seguono tutti gli altri. Sono commossi… Il bambino, che non la lascia un istante, sembra che ascolti una meravigliosa storia, e i suoi occhietti neri bevono parole e gesti di Maria non perdendone uno solo.
Preparativi.
22Maria si rialza ed entra dicendo: «Tutto, tutto come allora!… Ma allora era notte… Giuseppe fece lume al mio entrare. Allora, solo allora, smontando dall’asinello, sentii quanto ero stanca e gelata… Un bue ci salutò, andai ad esso, per sentire un poco di calore, per appoggiarmi al fieno… Giuseppe qui, dove io sono, stese il fieno a farmi letto e lo asciugò per me come per Te, Figlio, alla fiammata accesa in quell’angolo… perché era buono come un padre nel suo amore di sposo-angelo… E tenendoci per mano, come due fratelli spersi nel buio della notte, mangiammo il nostro pane e cacio, e poi egli andò là, ad alimentare il fuoco, levandosi il mantello per fare ostacolo all’apertura… In realtà calò il velo davanti alla gloria di Dio che scendeva dai Cieli, Tu, mio Gesù… ed io stetti sul fieno, al tepore dei due animali, ravvolta nel mio mantello e con la coperta di lana… Caro sposo mio!… In quell’ora trepida in cui ero sola davanti al mistero della prima maternità, sempre colma di ignoto per una donna, e per me, nella mia unica maternità, colma anche del mistero di che sarebbe stato vedere il Figlio di Dio emergere da carne mortale, egli, Giuseppe, mi fu come una madre, un angelo fu… il mio conforto… allora, sempre…
L’ estasi
23E poi il silenzio e il sonno che caddero ad avviluppare il Giusto… perché non vedesse ciò che era per me il quotidiano bacio di Dio… E per me, dopo l’intermezzo delle umane necessità, ecco le onde smisurate dell’estasi, venienti dal mare paradisiaco, e che mi sollevavano di nuovo sulle creste luminose sempre più alte, portandomi su, su, con loro, in un oceano di luce, di luce, di gioia, di pace, di amore, fino a trovarmi persa nel mare di Dio, del seno di Dio… Una voce dalla terra, ancora: “Dormi, Maria?”. Oh! così lontana!… Un’eco, un ricordo della terra!… E così debole che l’anima non si scuote, e non so con che rispondo, mentre salgo, salgo ancora in questo abisso di fuoco, di beatitudine infinita, di preconoscimento di Dio… fino a Lui, a Lui… 24 Oh! ma sei Tu che mi sei nato, o sono io che sono nata dai trini Fulgori, quella notte? Sono io che ho dato Te, o Tu mi hai aspirata per darmi? Non so…
La nascita
25E poi la discesa, di coro in coro, di astro in astro, di strato in strato, dolce, lenta, beata, placida come quella di un fiore portato in alto da un’aquila e poi lasciato andare, e che scende lentamente, sull’ali dell’aria, fatto più bello per una gemma di pioggia, per un briciolo di arcobaleno rapito al cielo, e si ritrova sulla zolla natia… Il mio diadema: Tu! Tu sul mio cuore…
26Seduta qui, dopo averti adorato in ginocchio, ti ho amato. Finalmente ti ho potuto amare senza barriere di carne, e da qui mi sono mossa per portarti all’amore di quello che come me era degno d’amarti fra i primi. E qui, fra queste due rustiche colonne, ti ho offerto al Padre. E qui Tu hai riposato per la prima volta sul cuore di Giuseppe… E poi ti ho fasciato e insieme ti abbiamo deposto qui… Io ti cullavo mentre Giuseppe asciugava il fieno alla fiamma e lo teneva caldo poi mettendolo sul suo petto, e poi lì, ad adorarti tutti e due, così, così, curvi su Te come io ora, a bere il tuo respiro, a vedere a che annichilimento può condurre l’amore, a piangere le lacrime che si piangono certo in Cielo per la gioia inesausta di vedere Dio».
27Maria, che è andata e venuta nella sua rievocazione, accennando i posti, affannata d’amore, con un bagliore di pianto nell’occhio azzurro e un sorriso di gioia sulla bocca, si curva realmente sul suo Gesù, che si è seduto su un grosso sasso mentre Lei rievoca, e lo bacia fra i capelli, piangendo, adorando come allora…
I pastori
28«E poi i pastori… essi dentro, qui, ad adorare col loro animo buono e col gran sospiro della terra che entrava con loro, nel loro odore di umanità, di greggi, di fieni; e fuori, e ovunque, gli angeli, ad adorarti col loro amore, i loro canti non ripetibili da creatura umana, e con l’amore dei Cieli, con l’aere dei Cieli che entrava con essi, che portavano essi, fra i loro fulgori… La tua nascita, benedetto!…»
29Maria si è inginocchiata a fianco del Figlio e piange di emozione col capo piegato sui ginocchi di Lui. Nessuno osa parlare per qualche tempo. Più o meno emozionati i presenti si guardano intorno, come se fra le ragnatele e le pietre scabre sperassero vedere dipinta la scena descritta…
30Maria si riprende e dice: «Ecco, io ho detto la infinitamente semplice e infinitamente grande nascita del Figlio mio. Con il mio cuore di donna, non con sapienza di maestro. Altro non c’è, perché fu la cosa più grande della terra, nascosta sotto le apparenze più comuni».
Semplicemente la Madre
Donna e adoratrice
«Ma il giorno dopo? E poi ancora?» chiedono in molti, fra cui le due Marie.
31«Il giorno dopo? Oh! molto semplice! Fui la madre che dà il latte al suo bambino e che lo lava e fascia come tutte le madri fanno. Scaldavo l’acqua presa al rio sul fuoco acceso lì fuori, perché il fumo non facesse piangere due occhietti azzurri, e poi nell’angolo più riparato, in un vecchio mastello, lavavo la mia Creatura e la mettevo in panni freschi. E al rio andavo a lavare i pannolini e li stendevo al sole… e poi, gioia fra le gioie, mettevo Gesù alla mammella, e Lui succhiava divenendo più colorito, e felice… Il primo giorno, nell’ora più calda, andai a sedermi lì fuori per vederlo bene. Qui la luce filtra, non entra, e lume e fiamma davano bizzarri aspetti alle cose. Andai lì fuori, al sole… e guardai il Verbo incarnato. La Madre ha allora conosciuto il Figlio e la serva di Dio il suo Signore. E fui donna e adoratrice… Poi la casa di Anna… i giorni alla tua cuna, i primi passi, la prima parola… Ma questo fu poi, a suo tempo… E nulla, nulla fu pari all’ora del tuo nascere… Solo al ritorno a Dio io ritroverò quella pienezza…»
Volontà divina
«Ma però… partire così all’ultimo! Che imprudenza! Perché non attendere? Il decreto prevedeva un termine prolungato per casi eccezionali quali nascite o malattie. Alfeo lo disse…» dice Maria d’Alfeo.
32«Attendere? Oh! no! Quella sera, quando Giuseppe portò la notizia, io e Te, Figlio, balzammo di gioia. Era la chiamata… perché qui, qui solo Tu dovevi nascere come i Profeti avevano detto[147]; e quel decreto improvviso fu come un Cielo pietoso che annullasse a Giuseppe anche il ricordo del suo sospetto[148]. Era quello che attendevo, per Te, per lui, per il mondo giudaico e per il mondo futuro, fino alla fine dei secoli. Era detto. E come era detto, fu. Attendere! Può la sposa mettere attesa al suo sogno nuziale? Perché attendere?».
«Ma… per tutto quello che poteva accadere…» dice ancora Maria d’Alfeo.
33«Non avevo alcun timore. Mi riposavo in Dio».
«Ma lo sapevi che tutto sarebbe andato così?».
34«Nessuno me lo aveva detto, ed io non vi pensavo affatto, tanto che per rincuorare Giuseppe lasciai dubitare a lui e a voi che ancora vi fosse tempo alla nascita. Ma io sapevo, questo lo sapevo, che nella festa delle luci la Luce[149] del mondo sarebbe nata».
«Tu piuttosto, madre, perché non hai accompagnato Maria? E il padre perché non vi pensò? Dovevate bene venire voi pure qui! Non vi venimmo tutti?» chiede severo Giuda Taddeo.
«Tuo padre aveva deciso di venire dopo l’Encenie e lo disse al fratello. Ma Giuseppe non volle aspettare».
«Ma tu almeno…» ribatte ancora il Taddeo.
35«Non la rimproverare, Giuda. Di comune accordo trovammo giusto calare un velo sul mistero di questa nascita».
«Ma Giuseppe sapeva che sarebbe avvenuta con quei segni? Se tu non lo sapevi, poteva saperlo lui?».
36«Non sapevamo nulla, fuorché che Egli doveva nascere».
«E allora?»
37«E allora la Sapienza divina ci guidò così, come era giusto. La nascita di Gesù, la sua presenza nel mondo, doveva apparire priva di tutto quanto fosse di stupendo e che avrebbe aizzato Satana… E voi vedete che l’astio attuale di Betlemme al Messia è una conseguenza della prima epifania del Cristo. Il livore demoniaco usò della rivelazione per fare spargere sangue, e per spargere, per il sangue sparso, odio. Sei contento, Simone di Giona, che non parli e quasi non respiri?».
L’amore e il potere fusi compiono il desiderio del Verbo.
«Tanto… tanto che mi pare di essere fuori del mondo, in un luogo ancor più santo che se fossi oltre il Velano del Tempio… Tanto che… che ora che ti ho vista in questo luogo e con la luce di allora, io tremo di averti trattata, con rispetto, sì, ma come una grande donna, sempre donna. Ora… ora io non oserò più dirti come prima: “Maria”. Prima eri per me la Mamma del mio Maestro. Ora, ora ti ho vista sulla cima di quelle onde celesti, Regina ti ho vista, e io, miserabile, faccio così, da quello schiavo che sono» e si butta a terra baciando i piedi di Maria.
38Gesù parla, ora: «Simone, alzati. Vieni qui, ben vicino a Me».
Pietro va alla sinistra di Gesù, perché Maria è a destra.
39«Che siamo ora noi?» chiede Gesù.
«Noi? Ma siamo Gesù, Maria e Simone».
40«Va bene. Ma quanti siamo?».
«Tre, Maestro».
41«Una trinità, allora. Un giorno in Cielo, nella divina Trinità venne un pensiero: “Ora è tempo che il Verbo vada sulla terra”, e in un palpito d’amore il Verbo venne sulla terra. Si separò perciò dal Padre e dallo Spirito santo[150]. Venne ad operare sulla terra. In Cielo i Due rimasti contemplarono le opere del Verbo, rimanendo più uniti che mai per fondere Pensiero e Amore in aiuto della Parola operante sulla terra[151]. Verrà un giorno che dal Cielo verrà un ordine: “E’ tempo che Tu torni perché tutto è compiuto”, e allora il Verbo tornerà ai Cieli, così… (e Gesù si ritira un passo indietro lasciando Maria e Pietro dove erano) e dall’alto dei Cieli contemplerà le opere dei due rimasti sulla terra, i quali, per movimento santo, si uniranno più che mai, per fondere potere e amore e farne mezzo per compiere il desiderio del Verbo: la redenzione del mondo attraverso il perpetuo insegnamento della sua Chiesa. E il Padre, il Figlio e lo Spirito santo faranno dei loro raggi una catena per stringere, stringere sempre più i due rimasti sulla terra: mia Madre, l’amore; tu, il potere. Dovrai bene, perciò, trattare Maria da regina, sì, ma non da schiavo. Non ti pare?».
«Mi pare tutto quello che Tu vuoi. Sono annichilito! Io il potere? Oh! se devo essere il potere, allora sì che mi devo appoggiare a Lei! Oh! Madre del mio Signore, non mi abbandonare, mai, mai, mai…»
42«Non avere paura. Ti terrò sempre per mano così, come facevo col mio Bambino finché non fu capace di andare da solo».
Protagonista del cantico dei cantici
«E dopo?».
43«E dopo ti sorreggerò con la preghiera. Su, Simone. Non dubitare mai del potere di Dio. Non ne dubitai io, e non Giuseppe. Neppure tu devi dubitare. Dio dà gli aiuti ora per ora, se rimaniamo umili e fedeli… Ora venite qui fuori, presso il rio, all’ombra dell’albero buono che, se fosse più inoltrata l’estate, vi darebbe le sue mele oltre che l’ombra; venite. Mangeremo prima di andare…»
«Dove, Figlio mio?».
44«A Jala. E’ vicino. E domani andremo a Betsur».
Si siedono all’ombra del melo e Maria si mette proprio contro il tronco robusto. Bartolomeo fissamente la guarda, così giovane e ancora animata celestialmente dalla rievocazione fatta, accettare dal Figlio il cibo che Egli ha benedetto e sorridergli con occhi d’amore, e mormora: «”All’ombra di lui mi sono assisa e il suo cibo è dolce al mio palato”.»
Gli risponde Giuda Taddeo: «E’ vero. Languente ella è d’amore. Ma non si può certo dire che “sotto un melo fu risvegliata”.
«E perché no, fratello? Che ne sappiamo noi dei segreti del Re?», risponde Giacomo di Alfeo.
45E Gesù sorridendo: «La nuova Eva è stata concepita dal Pensiero ai piedi del paradisiaco pomo perché del suo riso e del suo pianto fugasse il serpente e disintossicasse l’attossicato frutto. Lei si è fatta albero dal frutto redentore. Venite, amici, e mangiatene. Perché nutrirsi della sua dolcezza è nutrirsi del miele di Dio».
«Maestro, rispondi ad un mio antico desiderio di sapere. Il Cantico che noi stiamo citando prevede Lei?» chiede piano Bartolomeo, mentre Maria si occupa del bambino e parla con le donne.
46«Dal principio del Libro si parla di Lei, e di Lei si parlerà nei libri futuri finché la parola dell’uomo si muterà nel sempiterno osanna della eterna Città di Dio» e Gesù si volge alle donne.
«Come si sente che è di Davide! Che sapienza, che poesia!» dice lo Zelote parlando coi compagni.
Sulla incarnazione e sulla maternità
Padre degli eretici.
47«Ecco» interloquisce l’Iscariota, che ancora sotto l’impressione del giorno avanti poco parla, pur cercando di mettersi nella libertà che aveva prima, «ecco, io vorrei capire perché dovette proprio avvenire l’Incarnazione. Solo Dio può parlare in modo da sconfiggere Satana. Solo Dio può avere potere di redenzione. E non lo metto in dubbio. Però, ecco, mi pare che il Verbo poteva avvilirsi meno di quanto abbia fatto nascendo come tutti gli uomini, assoggettandosi alle miserie dell’infanzia e così via. Non avrebbe potuto apparire con forma umana, già adulto, in apparenza di adulto? O, se proprio voleva una madre, scegliersela, ma adottiva, come fece per il padre? Mi pare che una volta gliene chiesi, ma non mi rispose ampiamente, o non lo ricordo io».
Acordo degli apostoli.
48«Chiediglielo! Posto che siamo in argomento…» dice Tommaso.
«Io no. L’ho fatto inquietare e ancora non mi sento perdonato. Chiedeteglielo voi per me».
«Ma scusa! Noi accettiamo tutto senza tante delucidazioni, e dobbiamo essere noi a fare domande? Non è giusto!» rimbecca Giacomo di Zebedeo.
49«Cosa è che non è giusto?» domanda Gesù.
Un silenzio, poi lo Zelote si fa interprete di tutti e ripete le domande di Giuda di Keriot e le risposte degli altri.
Dottrina di Gesù.
50«Io non serbo rancore. Questo per prima cosa. Faccio le osservazioni che devo, soffro e perdono. Questo per chi ha paura, frutto ancora del suo turbamento. Riguardo alla Incarnazione reale da Me fatta, dico: è giusto che così sia stato. 51In futuro molti e molti cadranno in errori sulla mia Incarnazione, prestandomi appunto le erronee forme che Giuda vorrebbe avessi preso. Uomo apparentemente compatto nel corpo, ma in realtà fluido come giuoco di luce, per cui sarei e non sarei una carne. E sarebbe e non sarebbe una maternità quella di Maria. 52In verità Io sono una carne e in verità Maria è la Madre del Verbo incarnato. Se l’ora della nascita non fu che un’estasi, è perché Ella è la nuova Eva senza peso di colpa e senza eredità di castigo. 53Ma non ci fu avvilimento in Me a riposare in Lei. Era forse avvilita la manna chiusa nel Tabernacolo? No, anzi ne era onorata per essere in quella dimora. 54Altri diranno che Io, non essendo carne reale, non patii e non morii durante la mia sosta sulla terra. 55Sì, non potendo negare che Io ci fui, si negherà la mia Incarnazione reale o la mia Divinità vera. No, che in verità Io sono Uno col Padre in eterno, e Io sono unito a Dio come Carne, perché in verità si può che l’Amore abbia raggiunto l’irraggiungibile nella sua Perfezione rivestendosi di Carne per salvare la carne. 56A tutti questi errori risponde la mia intera vita, che dà sangue dalla nascita alla morte, e che si è assoggettata a tutto quanto è comune all’uomo, fuorché al peccato. 57Nato, sì, da Lei. E per vostro bene. Voi non sapete quanto si tempera la Giustizia da quando ha la Donna a sua collaboratrice. Ti ho fatto contento, Giuda?».
«Sì, Maestro».
58«Fa’ tu l’altrettanto con Me».
L’Iscariota curva il capo, confuso, e forse anche realmente toccato da tanta bontà. La sosta si prolunga all’ombra fresca del melo. Chi dorme e chi sonnecchia. Ma Maria si alza e torna nella grotta, e Gesù la segue…
208. Maria SS. rivede il pastore Elia
e con Gesù va da Elisa a Betsur[152].
Una crisi di odio
A due a due in cerca di Elia
1«Quasi sicuramente li troveremo se ci rimetteremo sulla via di Ebron per qualche tempo. Ve ne prego. Andate due per due in cerca di essi sui sentieri delle montagne. Da qui alle piscine di Salomone, poi da lì a Betsur. Noi vi seguiremo. E’ la sua zona di pascolo questa» dice il Signore ai dodici, e comprendo che parla dei pastori.
Gli apostoli si apprestano ad andare ognuno con il compagno preferito, e solo la coppia quasi inseparabile di Giovanni e di Andrea non si unisce, perché tutti e due vanno dall’Iscariota dicendo: «Vengo con te», e Giuda risponde: «Sì, vieni, Andrea. E’ meglio così, Giovanni. Io e te saremmo due che già conosciamo i pastori. Meglio perciò che tu vada con qualche altro».
2«Con me, allora, il ragazzo» dice Pietro lasciando Giacomo di Zebedeo, che senza proteste va con Tommaso, mentre lo Zelote va con Giuda Taddeo, Giacomo di Alfeo con Matteo e i due inseparabili Filippo e Bartolomeo per conto loro. Il bambino resta con Gesù e con le Marie.
La strada è fresca e bella fra monti tutti verdi per diverse colture boschive e prative. Si incontrano greggi che vanno, nella luce bionda dell’aurora, ai pascoli.
3Ad ogni suono di campanaccio Gesù cessa di parlare e guarda, poi chiede ai pastori se Elia, il pastore betlemmita, è in quei luoghi. Comprendo che ormai Elia è detto «il betlemmita». Anche se altri pastori lo sono, egli è per diritto o per scherno «il betlemmita». Ma nessuno lo sa. Rispondono fermando il gregge e cessando di suonare i loro rustici flauti. I giovani hanno quasi tutti questi primordiali flauti di canne, cosa che fa andare in estasi Marziam, finché un pastore vecchio e buono gli dà quello del nipote dicendo: «Lui se ne farà un altro», e Marjziam se ne va felice col suo strumento a tracolla, anche se per ora non lo sa usare.
Gli inocenti e il Limbo
4«Mi piacerebbe tanto incontrarli!» esclama Maria.
«Li troveremo certo. In questa stagione sono verso Ebron, sempre».
5Il bambino si interessa a questi pastori che hanno visto Gesù bambino e fa mille domande a Maria che spiega tutto, paziente e buona.
«Ma perché li hanno castigati? Non avevano fatto che bene!» chiede il bambino dopo il racconto delle loro sventure.
6«Perché molte volte l’uomo fa degli errori, accusando gli innocenti del male che in realtà ha fatto un altro. Ma siccome loro sono stati buoni ed hanno saputo perdonare, Gesù li ama tanto. Bisogna sempre sapere perdonare».
«Ma tutti quei bambini che sono stati uccisi come hanno fatto a perdonare a Erode?».
7«Sono piccoli martiri, Marziam, e i martiri sono santi. Essi non solo perdonano al loro carnefice, ma lo amano perché egli apre loro il Cielo».
«Ma loro sono in Cielo?».
8«No, per ora no. Ma sono nel Limbo ad essere gioia dei patriarchi e dei giusti».
«Perché?».
9«Perché hanno detto, arrivando con la loro anima imporporata di sangue: “Eccoci, noi siamo gli araldi del Cristo Salvatore. Gioite, voi che attendete, perché Egli è già sulla terra”. E tutti li amano perché portatori di questa buona novella».
«La buona novella mi ha detto il padre che è anche la Parola di Gesù. Allora quando mio padre andrà al Limbo dopo averla detta sulla terra, e io anche andrò là, saremo amati noi pure?».
Dio Padre e gli orfani
10«Tu non andrai al Limbo, piccino».
«Perché?».
11«Perché Gesù sarà già tornato ai Cieli e li avrà aperti, e tutti i buoni alla loro morte andranno subito in Cielo».
«Io sarò buono, lo prometto. E Simone di Giona? Anche lui, eh? Perché non voglio diventare orfano una seconda volta».
12«Anche lui, sta’ certo. Ma in Cielo non si è orfani. Abbiamo Dio. E Dio è tutto. Neppure qui lo siamo. Perché il Padre è sempre con noi».
«Ma Gesù, in quella bella preghiera, che tu di giorno e la mia mamma di notte mi avete insegnato, dice: “Padre nostro che sei nei Cieli”. Noi non siamo in Cielo ancora. Come dunque siamo con Lui?».
13«Perché Dio è dappertutto, figlio mio. Egli veglia sul bambino che nasce e sul vecchio che muore. L’infante che nasce in questo momento, nel posto più remoto della terra, ha l’occhio e l’amore di Dio con sé e lo avrà fino alla morte».
Augurare al più cativo il maggior bene.
«Anche se è cattivo come Doras?».
14«Anche».
«Ma può amarlo, Dio che è buono, Doras che è tanto cattivo e fa piangere il vecchio padre?».
15«Lo guarda con sdegno e dolore. Ma se egli si pentisse gli direbbe ciò che disse il padre della parabola al figlio pentito. Tu dovresti pregare perché egli si penta e…»
«Oh! no, Madre! Io pregherò perché muoia!!!» dice con foga il bambino. Per quanto l’uscita sia poco… angelica, il suo impeto è tale e così sincero che gli altri devono per forza ridere.
16Ma poi Maria riprende la sua dolce serietà di maestra: «No, caro. Ciò non lo devi fare per un peccatore. Dio non ti ascolterebbe e guarderebbe anche te con severità. Noi dobbiamo augurare al prossimo, anche se molto cattivo, il maggior bene. La vita è un bene perché dà modo all’uomo di acquistare meriti agli occhi di Dio».
«Ma se uno è cattivo acquista peccati».
17«Si prega perché diventi buono».
Marziam in crisi di odio
18Il bambino pensa… ma non gli va molto giù questa lezione sublime e conclude: «Doras non diventerà buono anche se io prego. E’ troppo cattivo. Neanche se con me pregassero tutti i bambini martiri di Betlemme lo sarebbe. 19Non sai che… non sai che… che un giorno ha picchiato con una verga di ferro il vecchio padre perché lo ha trovato seduto nell’ora del lavoro? Non poteva alzarsi perché si sentiva male, e lui… lo ha picchiato lasciandolo come morto e poi gli ha dato un calcio nel viso… Io vedevo perché ero nascosto dietro una siepe… 20Ero andato fin là perché nessuno mi aveva portato pane da due giorni e avevo fame… Ho dovuto scappare per non farmi sentire, perché piangevo a vedere il padre così, con del sangue sulla barba, a terra, come morto… 21 Sono andato piangendo a mendicare un pane… ma quel pane l’ho sempre qui… e ha sapore del sangue e del pianto di mio padre e mio, e di tutti quelli che sono torturati e che non possono amare chi li tortura. 22Io, Doras, io lo vorrei percuotere perché senta cosa è la percossa, senza pane lo vorrei lasciare perché sappia cosa è la fame, io lo vorrei far lavorare sotto il sole, nel fango, con la minaccia del sorvegliante e senza mangiare, perché sappia cosa è quello che lui dà ai poveri… 23Io non posso volergli bene perché… perché egli lo uccide il mio vecchio padre, ed io, se non trovavo voi, di chi ero dopo?». 24Il bambino, preso da un convulso di dolore, grida e piange, tremando, stravolto, coi piccoli pugni chiusi a percuotere l’aria non potendo percuotere l’aguzzino.
25Le donne sono stupite e commosse e cercano di calmarlo. Ma egli è proprio in una crisi di dolore e non sente niente. Urla: «Non posso, non posso amarlo e perdonarlo. Io lo odio, per tutti lo odio, lo odio, lo odio!…» 26Fa pena e paura. Éla reazione della creatura che ha troppo sofferto.
L’odio fa perdere il cielo
27E Gesù lo dice: «Questo è il più grande delitto di Doras: portare un innocente ad odiare…»
Ma poi prende in braccio il bambino e gli parla: «Ascolta, Marzjiam. Vuoi tu andare un giorno con la mamma, il padre, i fratellini e il vecchio padre?».
«Siii…».
28«E allora non devi odiare nessuno. In Cielo non entra chi odia. Non puoi pregare, per ora, per Doras? Ebbene non pregare, ma non odiare. Sai cosa devi fare? Non devi mai voltarti indietro a pensare il passato…»
«Ma il padre che soffre non è passato…»
La Buona Novella parla d’amore e perdono.
29«E’ vero. Ma guarda, Marzjiam, prova a pregare solo così: Padre nostro che sei nei Cieli, pensa Tu a ciò che è desiderio mio…”. Vedrai che il Padre ti ascolta nel migliore dei modi. Se anche tu uccidessi Doras, che faresti? Perderesti l’amore di Dio, il Cielo, l’unione col padre e la madre e non leveresti dalle pene il vecchio che ami. Tu sei troppo piccino per poterlo fare. Ma Dio lo può. Dillo a Lui. Digli: “Tu lo sai come amo il vecchio padre e come amo tutti quelli che sono infelici. Pensaci Tu che puoi tutto”. Come? Non vuoi predicare la Buona Novella? Ma essa parla di amore e perdono! Come puoi dire ad un altro: “Non odiare. Perdona” se tu non sai amare e perdonare? Lascia, lascia fare al buon Dio, e vedrai quanto bene Egli predispone. Lo farai?».
«Sì, perché ti voglio bene».
30Gesù bacia il bambino e lo mette a terra. L’episodio è superato e anche la strada.
I giardini di Salomone.
I bacini scavati nella roccia
31I tre grandi bacini scavati nella roccia del monte, un’opera veramente grandiosa, splendono nella superficie limpidissima e nella nappa d’acqua che dal primo bacino scende nel secondo più vasto e da questo nel terzo, che è veramente un piccolo lago e che poi la convoglia nelle sue tubazioni verso città lontane.
Poema di erbe e fiori
32Ma per l’umidità del suolo in questa zona, tutto il monte, dalla sorgente alle piscine e da queste al suolo, è di una fertilità bellissima, e fiori più composti di quelli selvaggi ridono per le coste verdi insieme ad erbe profumate e rare. Sembra che qui siano stati seminati dall’uomo i fiori dei giardini e le erbe profumate, che spargono per l’aria, per il sole che le scalda, i loro aromi di cannella, canfora, garofano, lavanda e altri odori piccanti, fragranti, forti, soavi, in una fusione meravigliosa dei migliori odori della terra. Io direi che è una sinfonia di profumi, perché realmente è il poema delle erbe e dei fiori nelle tinte e nelle fragranze.
All’ombra di un albero.
33Tutti gli apostoli sono seduti all’ombra di un albero carico di grandi fiori bianchi di cui non so il nome – delle enormi campanelle di smalto bianco, pendule – ondeggianti al minimo soffio di vento, e ad ogni ondulìo e un’onda di fragranza che si sparge. Non conosco il nome di quest’albero. Nel fiore mi ricorda quell’arbusto che è in Calabria, che là chiamano «bottaro», ma nel fusto no certo, perché questo è un albero alto, dal tronco robusto, non un arbusto.
34Gesù li chiama ed essi accorrono. «Abbiamo trovato quasi subito Giuseppe che tornava da un mercato. Questa sera saranno tutti a Betsur. Noi ci siamo riuniti chiamandoci a gran voce e siamo stati qui, al fresco» spiega Pietro.
Giardini celebri nel mondo di allora.
35«Che bel posto! Pare un giardino! Fra noi si discuteva se era naturale o meno, e c’è chi si ostina in una cosa o nell’altra» dice Tommaso.
«La terra di Giudea ha di queste meraviglie» dice l’Iscariota, inevitabilmente portato alla superbia da tutto, anche dai fiori e dalle erbe.
«Sì, ma… io credo che, se per esempio il giardino di Giovanna a Tiberiade venisse abbandonato e divenisse selvaggio, anche la Galilea avrebbe la meraviglia di rose splendide fra le rovine» ribatte Giacomo di Zebedeo.
36E non sei in errore. In questa zona erano i giardini di Salomone, celebri nel mondo di allora come i suoi palazzi. Forse qui ha sognato il Cantico dei cantici[153], applicando alla Città santa tutte le bellezze cresciute qui per suo volere» dice Gesù.
«Allora avevo ragione io!» dice il Taddeo.
«Avevi ragione. Sai, Maestro? Egli citava l’Ecclesiaste (Qoèlet)[154], riunendo l’idea dei giardini a quella dei serbatoi, e terminava dicendo: “Però si accorse che ogni cosa è vanità e niente dura sotto al sole, fuorché la Parola del mio Gesù”» dice l’altro fratello Giacomo.
37«Io ti ringrazio. Ma ringraziamo anche Salomone. Suoi o non suoi gli originari fiori. Certamente sue le vasche che alimentano erbe e uomini. Ne sia benedetto. Andiamo allora fino a quel grande rosaio scapigliato che ha fatto una galleria fiorita da albero ad albero. Lì sosteremo. Siamo quasi a mezza via»…
Incontro col pastore Elia.
Panorama
38…E il cammino riprende verso l’ora di nona, quando le ombre si allungano da ogni albero di questa zona molto ben coltivata in ogni sua parte. Sembra di passare in un immenso orto botanico, perché ogni specie di pianta da fusto, da frutto, o di bellezza, vi è rappresentata. I lavoratori della terra spesseggiano per ogni dove ma non si interessano della comitiva che passa. Non è la sola, d’altronde. Altri gruppi di ebrei sono sulla strada, di ritorno dalle feste pasquali.
La strada è abbastanza buona nonostante sia tagliata fra i monti, e i panorami sempre variati levano la monotonia dell’andare. Ruscelli e torrenti fanno virgole di argento liquido e scrivono parole che poi cantano coi loro mille meandri che si intersecano, che si effondono sotto i boschi, o si nascondono sotto caverne e poi ne escono più belli. Sembra che giuochino con le piante ed i sassi come lieti bambini.
Fatti di Marzjiam.
39Anche Marzjiam ora, completamente rasserenato, giuoca e tenta suonare il suo strumento per imitare gli uccellini. Ma veramente i suoi non sono canti ma lamenti molto discordi, che mi sembrano assai sgraditi ai più difficili della comitiva, ossia a Bartolomeo per l’età sua e a Giuda di Keriot per molti motivi. Ma nessuno parla chiaramente, e il bambino fischia saltellando qua e là. Solo due volte accenna ad un paesello annidato fra i boschi e dice: «E’ il mio?» e diviene tutto pallido. Ma Simone, che se lo tiene ben vicino, risponde: «Il tuo è molto lontano di qui. Vieni, vieni che vediamo di cogliere quel bel fiore per portarlo a Maria» e lo distrae così.
Stupore di Elia.
40Il tramonto ha inizio quando appare Betsur sulla sua collina, e quasi subito, sulla via secondaria presa per andarvi, ecco i greggi dei pastori e i pastori che accorrono. Ma quando Elia vede che c’è anche Maria, alza le braccia con stupore e resta così, non osando credere a se stesso.
41«La pace a te, Elia. Sono proprio io. Ti era stato promesso e a Gerusalemme non fu possibile vederci… Ma non ci pensare. Ora ci vediamo» dice dolcemente Maria.
«Oh! Madre, Madre!…» Elia non sa che dire. Poi finalmente trova: «Ecco, la mia Pasqua la faccio ora. E’ lo stesso, e meglio ancora».
«Ma sì, Elia. Abbiamo venduto bene. Possiamo uccidere un agnellino. Oh! siate ospiti della povera tavola…» prega Levi e anche Giuseppe.
42«Questa sera siamo stanchi. Domani. Udite. Conoscete una certa Elisa, sposa ad Abramo di Samuele?».
Elisa di Betsur
Amica-compagna-maestra di Maria
43«Sì. È nella sua casa di Betsur. Ma Abramo è morto e lo scorso anno sono morti i suoi figli. Un male di poche ore il primo, né mai si comprese di che è morto. L’altro andò lentamente e nulla fermò il male. Noi le davamo latte di capra novella, perché i medici lo dicevano buono per il malato. Ne beveva tanto, preso da tutti i pastori, perché la povera madre aveva mandato a cercare chiunque avesse una capra di primo latte nel gregge. Ma non servì a nulla. Quando siamo tornati al piano il giovane non si nutriva più. Quando siamo tornati in adar era morto da due lune».
44«Povera amica mia! Mi voleva bene nel Tempio… un poco parente mi era nell’antenato… Era buona… Uscì, per sposare Abramo al quale era promessa dall’infanzia, due anni prima di me, e la ricordo quando venne per l’offerta del primogenito al Signore. Mi fece chiamare, non me sola, ma mi volle da sola poi per più tempo… E ora è sola… Oh! bisogna che mi affretti a consolarla! Voi restate. Vado con Elia ed entrerò sola. Il dolore vuole rispetto intorno a sé…».
«Neppure Io, Madre?».
45«Tu sempre. Ma gli altri… Neppure tu, piccolino. Sarebbe un dolore. Vieni, vieni, Gesù!».
56«Attendeteci sulla piazza del paese. Cercate un ricovero per la notte. Addio» ordina Gesù a tutti.
57E soli con Elia, Gesù e la Madre vanno fino ad una vasta casa tutta chiusa e silenziosa, alla quale il pastore bussa col suo bastone. Una serva mette il viso al finestrino chiedendo chi è. Maria si fa avanti dicendo: «Maria di Gioacchino e suo Figlio, di Nazaret. Dillo alla tua padrona».
«E’ inutile. Non vuole vedere nessuno. Si lascia morire nel pianto».
58«Provati».
«No. So come mi caccia se cerco di distrarla. Non vuole nessuno, vedere nessuno, parlare a nessuno. Solo con il ricordo dei figli parla».
59«Vai, donna. Te lo ordino. Dille: “C’è la piccola Maria di Nazaret, quella che nel Tempio t’era figlia…”. Vedrai che mi vuole».
La donna se ne va scuotendo il capo.
60Maria spiega al Figlio e al pastore: «Elisa era molto più vecchia di me. Attendeva nel Tempio il ritorno dello sposo, andato in Egitto per affari di eredità, e vi stette perciò fino ad età insolita. Ha quasi dieci anni di più. Le maestre usavano dare alle piccine delle allieve adulte per guidarle… e lei fu la mia compagna-maestra. Era buona e… Ecco la donna».
Infatti la servente accorre stupita e apre il portone ben largo: «Entra, entra!» dice. E poi a bassa voce: «Te benedetta che la fai uscire da quella stanza».
61Elia si congeda ed entrano Maria col Figlio.
«Ma quest’uomo, veramente… Per pietà! Ha l’età di Levi…»
62«Lascialo entrare. È mio Figlio e la consolerà più di me».
La donna si stringe nelle spalle e li precede per il lungo vestibolo di una bella ma triste casa. Tutto è pulito, ma tutto pare morto…
Elisa, vedova sconsolata
Una donna alta, ma che va curva nelle sue vesti oscure, viene avanti per l’andito in penombra.
63«Elisa! Cara! Sono Maria!» dice Maria correndole incontro e abbracciandola.
«Maria? Tu… Credevo morta tu pure. Mi era stato raccontato… quando? Non so più!… Ho un vuoto qui nella testa… Mi era stato detto che tu eri morta con molte madri dopo la venuta dei Magi. Ma chi mi ha detto che tu eri la Madre del Salvatore?».
64«I pastori forse…»
«Oh! i pastori!». La donna ha uno scoppio di pianto angoscioso. «Non lo dire quel nome. Mi ricorda l’ultima speranza per la vita di Levi… Eppure… sì… un pastore mi parlò del Salvatore, ed io ho ucciso mio figlio portandolo al posto dove si diceva che era il Messia, presso il Giordano. Ma non c’era nessuno… e mio figlio è tornato in tempo per morire… La fatica, il freddo… io l’ho ucciso… Ma non ho voluto essere assassina. Mi si diceva che Egli, il Messia, guariva i morbi… e l’ho fatto per quello… Ora mio figlio mi accusa di averlo ucciso…»
Pianto che fa disperare viene dal maligno.
65«No, Elisa. Sei tu che lo pensi. Ascolta. Io credo che tuo figlio invece mi ha proprio presa per mano dicendo: “Vieni dalla mia cara mamma. Portale il Salvatore. Io sto meglio qui che sulla terra. Ma lei sente solo il suo pianto, e non può udire le parole che io le sussurro fra i baci, povera mamma che è come posseduta da un demone che la tenta alla disperazione, perché ci vuole divisi. Mentre, se lei si rassegna e crede che Dio tutto fa per un fine di bene, saremo uniti per sempre, col padre e col fratello. Gesù lo può fare”. Ed io sono venuta… con Lui… Non lo vuoi vedere?…»
Maria ha parlato tenendo sempre fra le braccia la sventurata, baciandola sui capelli grigi, e con una dolcezza quale Lei sola la può avere.
«Oh! fosse vero! Ma perché, perché allora Daniele non è venuto da te, a dirti di venire prima?… Ma chi mi ha detto un tempo che eri morta? Non ricordo… non ricordo… Anche per questo ho aspettato forse troppo a venire dal Messia. Ma avevano detto che era morto Lui, tu, tutti a Betlemme…»
La speranza della risurrezione
Supplica d’Elisa al Messia.
66«Non pensare a chi l’ha detto. Vieni, guarda, qui è mio Figlio. Vieni da Lui. Fa contente le tue creature e la tua Maria. Lo sai che soffriamo a vederti così?». E la conduce verso Gesù, che si è messo in un angolo buio e che solo ora si fa avanti, sotto ad un lume che la donna di servizio ha messo su un alto scrigno.
La povera madre alza il capo… e vedo allora che è l’Elisa che era anche sul Calvario fra le pie donne. Gesù le tende le mani con atto di invito tutto amore. La sventurata lotta un poco, poi gli affida le sue e infine di colpo si abbandona sul petto di Gesù gemendo: «Dimmelo, dimmelo che io non ho colpa della morte di Levi! Dimmelo che essi non sono perduti per sempre! Dimmelo che presto io sarò con loro!…».
La terra promessa è il Regno di Dio.
67«Sì, sì. Ascolta. Essi sono tripudianti ora che tu sei fra le mie braccia. Presto Io andrò da loro, e che devo loro dire, allora? Che tu non ti rassegni al Signore? Questo devo dire? Le donne d’Israele, le donne di Davide, così forti, così savie, devono avere una smentita in te? No. Tu soffri, ma perché hai sofferto sola. Il tuo dolore e te. Tu e il dolore. Non può sopportarsi allora. Non hai più presenti le parole di speranza su coloro che la morte ci ha presi? “Io vi trarrò dai vostri sepolcri e vi condurrò nella terra di Israele. E voi conoscerete che Io sono il Signore quando avrò aperto le vostre tombe e vi avrò tratti dai vostri sepolcri. Quando avrò infuso in voi il mio spirito avrete vita”[155]. La terra d’Israele, per i giusti addormentati nel Signore, è il Regno di Dio. Io lo aprirò e lo darò a quelli che attendono».
«Anche al mio Daniele? Anche al mio Levi?… Aveva tanto ribrezzo della morte!… Non poteva pensare di essere lontano dalla sua mamma. Per questo io volevo morire e andare al suo fianco nel sepolcro…».
Le anime nonstanno nel sepolcro.
68«Ma là essi non erano con la loro parte viva. Là erano le cose morte che non potevano udirti. Essi sono nel luogo di attesa…».
«Ma c’è proprio? Oh! non ti fare scandalo di me. La mia memoria se ne è andata in pianto! Ho il capo pieno del rumore del pianto e del rantolo dei figli. Quel rantolo! Quel rantolo!… Mi ha disciolto il cervello. Non ho che quel rantolo qui dentro…»
Importanza del sacrificio per i defunti.
69«Ed Io ti ci metterò le parole della vita. Seminerò la Vita, perché Vita Io sono, dove è il fragore della morte. Ricorda il grande Giuda Maccabeo che volle fatto un sacrificio per i morti[156], rettamente pensando che essi sono destinati a risorgere, e che occorre loro accelerare la pace con opportuni sacrifici. Se Giuda il Maccabeo non fosse stato certo della risurrezione, avrebbe pregato e fatto pregare per i morti? Egli invece, come è scritto, pensò che grande ricompensa è riserbata a coloro che muoiono piamente, come certo i tuoi figli fecero… Vedi che dici di sì? Or dunque non disperare. Ma santamente prega per i tuoi morti perché i loro peccati siano annullati prima della mia venuta a loro. Allora, senza un attimo di attesa, verranno con Me in Cielo. Perché Io sono la Via, la Verità e la Vita, e conduco e dico il Vero e do Vita a chi crede al mio Vero e mi segue. Dimmi. I tuoi figli credevano nella venuta del Messia?».
«Certo, Signore. Lo avevano imparato da me questo credere».
70«E Levi credeva possibile la guarigione per mio volere?».
«Sì, Signore. Speravamo in Te ma… non è giovato… ed egli è morto sconfortato dopo avere tanto sperato…». Il pianto della donna riprende più calmo ma più desolato, nella sua calma, di quanto non fosse nella furia di prima.
71«Non dire che non è giovato. Chi crede in Me, anche se è morto, vivrà in eterno… La sera scende, donna. Io raggiungo i miei apostoli. Ti lascio la Madre mia…»
Maria Ss. resta con Elisa
«Oh! resta Tu pure!… Ho paura che, andando via Tu, mi riprenda quel tormento… Comincia appena appena a calmarsi la bufera sotto il suono delle tue parole…»
72«Non temere! Hai Maria con te. Domani verrò di nuovo. Ho alcune cose da dire ai pastori. Posso dire loro di venire presso la tua casa?…»
«Oh! sì. Ci venivano anche lo scorso anno per il figlio mio… Dietro alla casa è un orto e poi un rustico cortile. Possono andare là, come facevano allora per tenere raccolte le greggi…».
73«Va bene. Verrò. Sii buona. Ricordati che Maria nel Tempio era affidata a te. Io pure te l’affido questa notte».
«Sì, sta’ quieto. La curerò, la… Dovrò pensare alla sua cena, al suo riposo… Quanto è che non penso a queste cose! Maria, vuoi dormire nella mia stanza come faceva Levi nella sua malattia? Io nel letto del figlio, tu nel mio. E mi sembrerà di risentire il suo respiro leggero… Mi teneva sempre per mano…».
74«Sì, Elisa. E prima parleremo di tante cose».
«No. Sei stanca. Devi dormire».
75«Tu pure…»
«Oh! io! Non dormo più da mesi… Piango… piango… Non so fare altro…».
76«Questa sera invece pregheremo e poi andremo nel letto e tu dormirai… Dormiremo con la mano nella mano anche noi due. Va’ pure, Figlio, e prega per noi..».
77«Vi benedico. La pace sia con voi e a questa casa!». E Gesù se ne va con la servente, che è di stucco e non fa che ripetere: «Che miracolo, Signore! Che miracolo! Dopo tanti mesi ha parlato, ha pensato… Oh! che cosa!… Dicevano che moriva folle… E ne avevo pena perché è buona».
78«Sì, è buona, e Dio l’aiuterà perciò. Addio, donna. La pace anche a te».
Gesù esce nella strada semibuia e tutto ha fine.
209. La fecondità del dolore nel discorso di Gesù presso la casa di Elisa a Betsur[157].
Gli amici di Elisa
1La notizia che Elisa si è persuasa ad uscire dalla sua melanconia tragica si deve essere sparsa per il paese, tanto che quando Gesù, seguito da apostoli e discepoli, va verso la casa, attraversando il paese, molta gente lo osserva attentamente e anche interroga questo o quel pastore per avere spiegazioni su di Lui, su come mai è venuto, su chi sono quelli che sono con Lui, e chi è il bambino, e chi le donne, e che medicina ha dato a Elisa per trarla dalle oscurità della pazzia così subito, non appena apparso, e che farà, e che dirà… E chi più ha voglia di mettere domande ne metta…
Ultima a farsi è la domanda: «Non si potrebbe venire noi pure?», al che i pastori rispondono: «Questo non lo sappiamo. Bisogna chiederlo al Maestro. Andateci».
«E se ci tratta male?».
«Egli non tratta male neppure i peccatori. Andate, andate. Ne avrà piacere».
Un gruppo di persone – donne e uomini per lo più molto adulti, dell’età di Elisa – si consultano e poi vanno avanti, si avvicinano a Gesù, che parla con Pietro e Bartolomeo, e chiamano un poco incerti: «Maestro…»
«Che volete?» domanda Bartolomeo.
«Parlare col Maestro per chiedere…»
Rispettare il dolore degli altri.
2«La pace venga a voi. Quali domande volete farmi?».
Quelli si rinfrancano davanti al suo sorriso e dicono: «Siamo tutti amici di Elisa, della sua casa. Abbiamo sentito che ella è guarita. Vorremmo vederla. E sentire Te. Possiamo venire?».
3«A sentire Me certo. A vedere lei no, amici. Mortificate l’amicizia e anche la curiosità. Perché c’è anche questa. Abbiate rispetto per un grande dolore che non va turbato».
«Ma non è guarita?».
4«Si volge alla Luce. Ma quando cessa la notte viene di un subito il meriggio? E quando si accende un focolare spento la fiamma viene subito forte? Lo stesso è per Elisa. E se un vento intempestivo si avventa sulla fiammella che sorge, non la spegne forse? Abbiate perciò prudenza. La donna è tutta una ferita. Anche l’amicizia potrebbe esasperarla, perché ha bisogno di riposo, di silenzio, di una solitudine non più tragica come era quella di ieri, ma di una solitudine rassegnata, per ritrovare se stessa…»
«Allora quando mai la vedremo?».
5«Più presto che non vi pensiate. Perché ormai è messa nella scia della salute. Ma se sapeste cosa è uscire da quelle tenebre! Sono peggio della morte. E chi ne esce, in fondo, ha vergogna di esservi stato e che il mondo lo sappia».
«Sei medico?».
6«Sono il Maestro».
La convalescente
7Sono giunti davanti alla casa. Gesù si volge ai pastori: «Andate nel cortile. Venga pure con voi chi vuole. Ma che nessuno faccia rumore e non oltrepassi il cortile. Vegliate anche voi» dice agli apostoli «perché ciò avvenga. E voi (parla a Salome e a Maria d’Alfeo) badate che il bambino non faccia chiasso. Addio». E bussa alla porta mentre gli altri scantonano per una viuzza e vanno dove devono.
La servente apre. Gesù entra fra gli inchini ripetuti della servente.
8«Dove è la tua padrona?».
«Con tua Madre… e, pensa! è scesa nel giardino! Una cosa! Una cosa! E ieri sera è venuta nella stanza dei pasti… Piangeva, ma c’è tornata. Io avrei voluto prendesse anche il cibo invece del goccio di latte solito, ma non ci sono riuscita!».
9«Lo prenderà. Non insistere. Sii paziente anche nel tuo amore per la padrona».
«Sì, Salvatore. Farò tutto quello che dici».
Io credo infatti che, se Gesù dicesse alla donna di fare le cose più strane, ella le farebbe senza discutere, tanto è persuasa che Gesù è Gesù e che tutto quanto fa è bene.
Orto-giardino divenute bosco.
10Intanto lo accompagna in un vasto orto-giardino pieno di piante da frutta e di fiori. Ma se le piante da frutto hanno pensato da loro a vestirsi di foglie e a fiorire, a legare i frutticini ed a crescerli, le povere piante da fiore, non più curate da oltre un anno, sono divenute un bosco nano e intricato, dove le piante più deboli e basse di fusto soffocano sotto il peso delle più forti. Aiuole, sentieri, tutti annullati in un unico caotico groviglio. Solo nel fondo, dove le necessità della servente hanno seminato insalate e legumi, vi è un poco di ordine.
Maria si offre da badante a Elisa
11Maria è con Elisa sotto una scapigliatissima pergola che lascia cadere fino a terra tralci e viticci. Gesù si ferma e guarda la sua giovane Madre che, con arte finissima, sveglia e dirige la mente di Elisa a cose ben diverse di quanto erano fino ad ieri i pensieri della desolata.
La servente va dalla padrona e dice: «E’ venuto il Salvatore».
Le donne si volgono venendo verso di Lui, l’una col suo dolce sorriso, l’altra col suo viso stanco e smarrito.
12«La pace a voi. Bello questo giardino…»
«Era bello…» dice Elisa.
13«E’ fertile la terra. Guarda quante belle frutta si avviano a maturare! E quanti fiori questi rosai! E là? Sono gigli?».
«Sì, intorno ad una vasca dove tanto giocavano i miei bambini. Ma allora era ordinata… Ora è tutto rovinato qui. E non mi pare più il giardino dei miei figli».
14«In pochi giorni tornerà come prima. Ti aiuterò io. Vero, Gesù? Tu mi lasci per qualche giorno, qui con Elisa. Abbiamo tanto da fare..»
15«Tutto quanto tu vuoi Io lo voglio».
Elisa lo guarda e mormora: «Grazie».
16Gesù la carezza sulla testa canuta e poi si accomiata per andare dai pastori. Le donne restano nel giardino, ma dopo poco, quando si sente la voce di Gesù, che saluta i presenti, spargersi nell’aria quieta, Elisa, come attirata da una forza irresistibile, si accosta lentamente ad una siepe molto alta, oltre la quale è il cortile. Gesù parla prima ai tre pastori. È proprio vicino alla siepe, avendo di fronte gli apostoli e quei cittadini di Betsur che lo hanno seguito. Le Marie col bambino sono sedute in un angolo.
Da semplici pastori a discepoli del Messia
17Gesù dice: «Ma siete obbligati da contratto oppure potete liberarvi dall’impegno in ogni tempo?».
«Ecco, veramente siamo servi liberi. Ma lasciarlo subito, ora che le greggi richiedono tante cure e che è difficile trovare pastori, non ci sembra bello».
18«Bello non è. Ma non è necessario subito. Ve lo dico in tempo perché provvediate con giustizia. Vi voglio liberi. Per unirvi ai discepoli e darmi aiuto…»
«Oh! Maestro!…» I tre sono in estasi dalla gioia.
«Ma saremo capaci?» dicono poi.
19«Non ne ho dubbio. Allora è inteso. Non appena lo potete fare, vi unite a Isacco».
«Sì, Maestro».
20«Andate pure fra gli altri. Dirò due parole alla gente».
E lasciati i pastori si volge alla folla.
Servire Dio nel prossimo (discorso)
Compito degli evangelizzatori
21«La pace sia con voi. Ieri ho sentito parlare due grandi sventurati. L’uno all’aurora della vita, l’altra al tramonto: due anime che piangevano la loro desolazione. Ed ho pianto nel mio cuore con loro, vedendo quanto dolore è sulla terra e come solo Dio lo può sollevare. Dio! La conoscenza esatta di Dio, della sua grande, infinita bontà, della sua costante presenza, delle sue promesse. 22Ho visto come l’uomo può essere torturato dall’uomo e come può essere travolto dalla morte in desolazioni, sulle quali lavora Satana per aumentare il dolore e per creare rovine. 23Mi sono detto allora: “Non devono i figli di Dio soffrire di questa tortura nelle torture. Diamo la conoscenza di Dio a chi la ignora, ridiamola a chi l’ha dimenticata sotto bufere di dolore”. 24Ma anche ho visto che da Me solo non basto più agli infiniti bisogni dei fratelli. E ho deciso di chiamare molti, in numero sempre più grande, perché tutti coloro che hanno bisogno del conforto della conoscenza di Dio lo possano avere. 25Questi dodici sono i primi. Come secondi Me sono capaci di condurre a Me, e perciò al conforto, tutti coloro che piegano sotto pesi troppo grandi di dolore. 26In verità Io ve lo dico: venite a Me, voi tutti che siete addolorati, disgustati, col cuore ferito, stanchi, ed Io condividerò il vostro dolore e vi darò pace. 27Venite, attraverso ai miei apostoli, attraverso ai miei discepoli e discepole che ogni giorno si aumentano di nuovi volonterosi. 28Troverete il conforto nei vostri dolori, la compagnia nelle vostre solitudini, l’amore dei fratelli a farvi dimenticare l’odio del mondo; 29troverete, alto su tutti, consolatore sopra tutti, compagno perfetto, l’amore di Dio. 30Non dubiterete più di niente. Non direte mai più: “Tutto è finito per me!”. Ma direte: “Tutto per me ha inizio in un mondo soprannaturale che abolisce le distanze e annulla le separazioni”, per cui i figli orfani saranno riuniti coi genitori assurti al seno d’Abramo, e i padri e le madri, le spose e i vedovi, ritroveranno i figli perduti e il perduto consorte.
Noemi e Rut
31In questa terra di Giudea, ancora prossima a Betlemme di Noemi, Io vi ricordo che l’amore solleva dal dolore e rende gioia.
32Guardate, voi che piangete, la desolazione di Noemi dopo che la sua casa rimase senza uomini. Udite le sue parole di sconfortato commiato ad Orfa e a Rut: “Tornatevene alla casa di vostra madre. Il Signore usi misericordia con voi come voi l’avete usata a quelli che sono morti e con me…”. 33Udite le sue stanche insistenze. Non sperava più nulla dalla vita colei che un tempo era Noemi la bella e che ora era la tragica Noemi spezzata dal dolore, ma solo tornare, per morire, nei luoghi in cui era stata felice nel tempo della sua giovinezza fra l’amore del marito e i baci dei figli. 34Diceva: “Andate, andate. Inutile venire con me… Io sono come una morta… La mia vita non è più qui, ma là, nell’oltre vita dove essi sono. Non sacrificate più la vostra giovinezza al fianco di una cosa che muore. Perché realmente io sono ‘una cosa’. Tutto m’è indifferente. Dio tutto mi ha preso… Sono un’angoscia. E farei la vostra angoscia… ed essa mi peserebbe sul cuore. E il Signore me ne chiederebbe ragione, Lui che mi ha già tanto percossa, perché tenere voi, vive, presso me morta, sarebbe egoismo. Andate dalle vostre madri…”
Ci sono dolori sempre più grandi del proprio
35Ma Rut rimase a sorreggere la dolente vecchiaia. Rut aveva compreso che ci sono dolori sempre più grandi del proprio, e che il suo di giovane vedova era più lieve di quello della donna che aveva perduto, oltre che il marito, i due figli. 36Così come il dolore dell’orfano bambino, che si vede costretto a vivere mendicando, senza mai più carezze, senza più consigli buoni, è ben più grande di quello della madre orbata dei figli; 37così come il dolore di chi, per un complesso di motivi, giunge all’odio contro l’uman genere e vede in ogni uomo un nemico da cui deve difendersi e temere, è ancora più grande degli altri dolori, perché coinvolge non solo carne e sangue e mente, ma lo spirito con i suoi doveri e diritti soprannaturali, e lo porta a perdersi. 38Quante madri senza figli per i figli senza madre vi sono nel mondo! 39Quante vedove senza prole vi sono per essere pietose alle vecchiezze solitarie! 40Quanti vi sono, fatti privi di amori perché siano tutti per gli infelici, con il loro bisogno di amare e combattere così l’odio, dando, dando, dando amore all’umanità infelice, che sempre più soffre perché sempre più odia!
Volontà di servire Dio nel prossimo.
41Il dolore è croce, ma è anche ala. Il lutto spoglia ma per rivestire. Sorgete, voi che piangete! Aprite gli occhi, uscite dagli incubi, dalle tenebre, dagli egoismi! Guardate… Il mondo è la landa dove si piange e muore. 42E grida: “aiuto!” il mondo, per le bocche degli orfani, dei malati, dei soli, dei dubbiosi, per le bocche di quelli che un tradimento, che una crudeltà fanno prigionieri del rancore. 43Andate a questi che gridano. Dimenticatevi fra i dimenticati! Guarite fra i malati! Sperate fra i disperati! Il mondo è aperto alle buone volontà di servire Dio nel prossimo e di conquistarsi il Cielo: l’unione con Dio e la riunione con coloro che piangiamo. Qui è la palestra. Là è il trionfo.
Persistete fino alla morte.
44Venite. Imitate Rut presso tutti i dolori. Dite voi pure: “Io sarò con voi fino alla morte”. E se anche vi risponderanno, queste sventure che si credono insanabili: “Non chiamatemi più Noemi, ma chiamatemi Mara perché Dio mi ha colmata d’amarezze”, persistete. 45Ed Io in verità vi dico che un giorno, per il vostro persistere, queste sventure esclameranno: “Sia benedetto il Signore che mi ha levata dall’amarezza, dalla desolazione, dalla solitudine, per opera di una creatura che ha saputo far fruttificare il suo dolore in bene. Dio la benedica in eterno perché ella è la mia salvatrice”.
Massima dimensione di un atto buono.
46L’atto buono di Rut presso Noemi, pensatelo, dette al mondo il Messia, perché da David di Isai, da Isai di Obed, viene il Messia, come Obed da Booz, Booz da Salmon, Salmon da Nahasson, Nahasson da Aminadab, Aminadab da Aram, Aram da Esron, Esron da Fares sono venuti, per popolare i campi di Betlemme preparando gli antenati del Signore. 47Ogni atto buono è origine a grandi cose. Quali voi non vi pensate. E lo sforzo di uno sul proprio egoismo può provocare un’onda tale d’amore che è capace di salire, salire, tenendo fra la sua limpidezza colui che l’ha provocata, sino a portarlo ai piedi dell’altare, al cuore di Dio. Dio vi dia pace».
48E Gesù, senza tornare nel giardino dalla porticina aperta fra la siepe, veglia acciò nessuno si accosti alla siepe, oltre la quale viene un lungo pianto… Solo quando tutti quelli di Betsur se ne sono andati, si allontana coi suoi senza turbare quel pianto salutare…
210. Le inquietudini di Giuda Iscariota
durante il cammino verso Ebron[158].
Delusioni e gelosie
L’Iscariota, apostolo inquieto.
1«Ma non credo che vogliate fare un pellegrinaggio a tutti i luoghi noti d’Israele» dice ironico l’Iscariota, che discute in un gruppo dove sono Maria d’Alfeo e Salome, oltre Andrea e Tommaso.
«Perché no? Chi lo vieta?» domanda Maria Cleofa.
«Ma io. Mia madre mi attende da tanto…».
«Ma vàcci da tua madre. Ti raggiungeremo poi» dice Salome, e pare che aggiunga mentalmente: «Nessuno si addolorerà per la tua assenza».
2«No proprio! Io ci vado col Maestro. Già non c’è più la Madre, come era stabilito. E questo veramente non andava fatto, perché era stato promesso che ci sarebbe stata».
«Si è fermata a Betsur per una opera buona. Quella donna era ben infelice».
3«Gesù la poteva guarire subito senza bisogno di farla tornare integra grado a grado. Non so perché ora non ami più fare strepitosi miracoli».
«Se così ha fatto, avrà le sue sante ragioni» dice calmo Andrea.
L’Iscariota, apostolo deluso.
4«Già! E così perde i proseliti. La sosta a Gerusalemme! Che delusione! Più c’è bisogno di cose altisonanti e più Lui si rannicchia nell’ombra. Mi ero tanto ripromesso di vedere, di combattere…»
«Scusa la domanda… Ma cosa volevi vedere e chi volevi combattere?» chiede Tommaso.
5«Che? Chi? Ma vedere le sue opere di miracolo e poi potere tenere testa a chi dice che è un falso profeta o un indemoniato. Perché questo si dice, capisci? Dicono che se Belzebù non lo sostiene Egli è un povero uomo. E dato che l’umore capriccioso di Belzebù è noto e si sa che egli si diletta di prendere e lasciare, come fa il leopardo con la preda, e che i fatti giustificano questo pensiero, mi inquieto a pensare che Egli non fa nulla. Bella figura che ci facciamo! Gli apostoli di un Maestro… tutto dottrina, questo è innegabile, ma non più altro». Il brusco arresto di Giuda dopo la parola «Maestro» fa pensare che la dovesse dire più grossa.
Le donne sono esterrefatte e Maria d’Alfeo, come parente di Gesù, dice chiaro: «Io non mi stupisco di questo, ma che Egli ti sopporti, ragazzo!».
Ma Andrea, il sempre mite Andrea, perde la pazienza e rosso, inviperito, molto simile al fratello una volta tanto, urla: «Ma vattene! E non fare più brutte figure per causa del Maestro! E chi ti ha chiamato? Noi ci ha voluti. Ma te no. Hai dovuto insistere più volte perché ti accettasse. Ti sei imposto tu. Non so chi mi tiene da riferire tutto agli altri…»
6«Con voi non si può mai parlare. Hanno ragione di dirvi rissosi e ignoranti…».
«Ecco, veramente anche io non capisco proprio dove trovi l’errore nel Maestro. Io non sapevo di questi umori capricciosi del Demonio. Poveretto! Certo che deve essere strambo. Se era di intelligenza equilibrata non si ribellava a Dio. Ma ne prenderò nota» motteggia Tommaso per stornare la bufera che si avvicina.
7«Non scherzare, ché io non scherzo. Puoi forse dire che a Gerusalemme si è fatto notare? Lo ha detto anche Lazzaro del resto…».
8La risata di Tommaso è rimbombante. Poi, ancora ridendo, e già il suo riso ha disorientato l’Iscariota, dice: «Non ha fatto niente? Vallo a chiedere ai lebbrosi di Siloan e di Hinnom. Cioè: a Hinnom non ci trovi più nessuno, perché sono tutti guariti. Se tu non c’eri perché avevi fretta di andartene dagli… amici, e perciò non sai, ciò non toglie che le valli di Gerusalemme, e anche molte altre, risuonino degli osanna dei guariti» termina serio Tommaso. 9E aggiunge severo: «Tu sei malato di bile, amico. Ed essa ti fa sentire amaro e vedere verde da per tutto. Deve essere una malattia ricorrente in te. E credi che è poco piacevole convivere con uno come te. Modificati. Io non andrò a dire niente a nessuno, e se queste buone donne mi vogliono ascoltare staranno zitte come me, e così farà Andrea. Ma tu modificati. 10 Non ti credere deluso, perché non c’è delusione. Non necessario, perché il Maestro sa fare da Sé. Non volere essere tu il maestro del Maestro. Se Egli anche per quella povera donna di Elisa ha agito così, è segno che era bene fare così. Lascia che i serpenti fischino e sputino a loro piacere. 11Non ti prendere l’affanno di volere fare da sensale fra loro e Lui, e tanto meno non ti pensare di avvilirti a stare con Lui. Anche non guarisse più neppur di un raffreddore, sarebbe sempre potente. La sua parola è un continuo miracolo. E mettiti in pace. Non abbiamo dietro gli arcieri! Arriveremo, va’ là, arriveremo a convincere il mondo che Gesù è Gesù. 12E sta’ quieto anche, che se Maria ha promesso di venire da tua madre ci verrà. Noi intanto andiamo pellegrinando per queste belle contrade, è il nostro lavoro! E, sicuro! Facciamo contente anche le discepole andando a vedere la tomba di Abramo, il suo albero e poi la tomba di Jesse e… che altro avete detto?».
«Si dice che qui è il posto dove abitò Adamo e fu ucciso Abele…».
13«Le solite leggende senza senso!…» brontola Giuda.
L’apostolo geloso.
«Fra un secolo si dirà che è leggenda la grotta di Betlemme e tante altre cose! E poi, scusa! Tu hai voluto andare in quel fetido antro di Endor che, ne devi convenire, non era di un… ciclo santo; non ti pare forse? E loro vengono qui dove si dice che sono sangue e ceneri di santi. Endor ci ha portato Giovanni e chissà…».
14«Bell’acquisto Giovanni!» motteggia l’Iscariota.
«Nel volto no che non lo è. Nell’anima può essere meglio di noi».
15«Questo poi! Con quel passato!».
«Taci. Il Maestro ha detto che non lo dobbiamo ricordare».
16«Comodo! Vorrei vedere io, se facessi qualcosa di simile, se voi non lo ricordereste!».
«Addio, Giuda. E’ meglio che tu stia da solo. Sei troppo inquieto. Almeno sapessi cosa hai!».
17«Cosa ho, Toma? Ho che vedo trascurare noi per i primi venuti. Ho che vedo preferire tutti a me. Ho che noto come si aspetta che io non ci sia per insegnare a pregare. E vuoi che mi facciano piacere queste cose?».
«Non fanno piacere. Ma ti faccio osservare che, se tu eri venuto con noi per la Cena di Pasqua, ci saresti stato tu pure sull’Uliveto con noi quando il Maestro ci insegnò la preghiera. Non vedo poi dove noi si sia trascurati per i primi venuti. Perché c’è quel povero innocente parli? O perché c’è quell’infelice di Giovanni?».
18«Per l’uno e l’altro. Gesù non ci parla quasi più. Guardalo anche ora… E là che si attarda a parlare, a parlare, col bambino. Ha da aspettare un bel pezzo prima che possa metterlo fra i discepoli! E l’altro, poi, non lo sarà mai. Troppo superbo, colto, indurito e di tendenze cattive. Eppure: “Giovanni di qua, Giovanni di là…».
«Padre Abramo mantienimi la pazienza!!! E in che ti pare che preferisca altri a te il Maestro?».
19«Ma non vedi anche ora? Venuto il tempo di lasciare Betsur, dopo una sosta per istruire tre pastori che potevano benissimo essere istruiti da Isacco, ecco che chi lascia con sua Madre? Io, te? No. Lascia Simone. Un vecchio che quasi non parla!…»
«Ma che quel poco che dice lo dice sempre bene» rimbecca Tommaso, solo ormai, perché le donne con Andrea si sono separate e vanno avanti svelte come per fuggire un pezzo di via tutta sole.
La bontà del Maestro.
I due apostoli sono così accalorati che non sentono venire Gesù, perché il rumore della sua pedata si perde del tutto nel polverone della via. Ma se Lui non fa rumore, loro due urlano per dieci, e Gesù sente. Dietro a Lui sono Pietro, Matteo, i due cugini del Signore, Filippo e Bartolomeo e i due figli di Zebedeo, che hanno fra di loro Marziam.
20Gesù dice: «Hai detto bene, Tommaso. Simone parla poco, ma quel poco lo dice sempre bene. E’ una mente pacata e un cuore onesto. E’ soprattutto una grande buona volontà. Per questo l’ho lasciato con mia Madre. E’ un vero galantuomo e insieme è uno che sa vivere, che ha sofferto, e che è vecchio. Perciò – parlo, posto che suppongo che c’è chi gli pare ingiusta la scelta – perciò era il più adatto a rimanere. Non potevo, Giuda, permettere che mia Madre rimanesse sola presso una povera donna ancora malata. Ed era giusto che la lasciassi. La Madre compirà l’opera da Me iniziata. Ma non potevo neppure lasciarla con i fratelli miei, né con Andrea, Giacomo o Giovanni, e neppure con te. Se non ne capisci la ragione, non so che dire…».
«Perché è tua Madre, giovane, bella, e la gente…»
21«No! La gente avrà sempre fango nel pensiero, sulle labbra e nelle mani, e specie nel cuore, la gente disonesta che vede in tutti i sentimenti che ha essa; ma del suo fango Io non me ne curo. Cade da sé quando è secco. Ma ho preferito Simone perché è vecchio e non avrebbe troppo ricordato i figli morti alla desolata. Voi giovani li avreste rievocati con la vostra gioventù… Simone sa vegliare e sa non farsi sentire, non esige mai nulla, sa compatire, sa sorvegliare se stesso. Potevo prendere Pietro. Chi meglio di lui presso mia Madre? Ma è troppo impulsivo ancora. Vedi che glielo dico sul viso, e lui non se ne adombra. Pietro è sincero e ama la sincerità anche se a suo danno. Potevo prendere Natanaele. Ma non è mai stato in Giudea. Simone invece la conosce bene, e sarà prezioso per guidare la Madre a Keriot. Sa anche dove è la tua casa di campagna e quella di città e non farà…».
«Ma… Maestro!… Ma la Madre tua verrà proprio dalla mia?».
22«Ma è detto. E quando una cosa è detta si fa. Noi andremo lentamente, fermandoci ad evangelizzare per questi paesi. Non vuoi che la evangelizzi la tua Giudea?».
«Oh! Sì, Maestro… Ma credevo… ma pensavo…»
23«Ma più di tutto ti creavi delle pene per delle chimere sognate da te. Alla seconda fase della luna di ziv noi saremo tutti da tua madre. Noi, ossia anche mia Madre con Simone. Per ora Ella evangelizza Betsur, città giudea, così come Giovanna evangelizza Gerusalemme, e con lei lo fa una fanciulla e un sacerdote già lebbroso, così come Lazzaro con Marta e il vecchio Ismaele evangelizzano Betania, così come a Jutta evangelizza Sara e a Keriot certo parla del Messia tua madre. Non puoi certo dire che lascio la Giudea senza voci. Ma anzi do ad essa, chiusa e proterva più di altre regioni, le voci più dolci, quelle delle donne, oltre che quelle di Isacco santo e di Lazzaro amico. Le donne che alla parola uniscono l’arte sottile della donna, maestra nel portare gli animi al punto che vuole. Non parli più? Perché quasi piangi, grande bambino capriccioso? Che ti giova avvelenarti con le ombre? Hai ancora motivo di inquietudine? Suvvia! Parla…».
«Sono cattivo… e Tu sei tanto buono. La tua bontà mi colpisce sempre, perché è sempre così fresca, così nuova… Io… io non so mai dire quando la trovo sul mio cammino».
24«Hai detto il vero. Non lo puoi sapere. Ma è perché non è né fresca né nuova. E’ eterna, Giuda. E’ onnipresente, Giuda… Oh! eccoci alle vicinanze di Ebron, e Maria e Salome con Andrea ci fanno grandi gesti. Andiamo. Parlano con degli uomini. Devono avere chiesto dove sono i luoghi storici. Tua madre si ringiovanisce, fratello mio, in questa rievocazione!».
Giuda Taddeo sorride al Cugino che a sua volta sorride.
E Pietro: «Ringiovaniamo tutti! Mi pare di essere a scuola. Ma è una bella scuola! Meglio di quella di quel brontolone di Eliseo. Te lo ricordi, Filippo? Ma ce ne abbiamo fatte, veh! Quella storia delle tribù! ”Dite le città delle tribù!”; “Non le avete dette in coro… Tornatele a dire…”; “Simone, pari un ranocchio addormentato. Resti indietro. Tornate da capo”. Ohimè! Ero diventato tutto nomi di città e paesi del tempo dei tempi e non sapevo altro. Invece qui! Si impara proprio! Sai, Marziam? Qualche giorno il tuo padre va a dare l’esame, ora che sa…».
Ridono tutti mentre vanno verso Andrea e le donne.
211. Ritorno ad Ebron, patria
del Battista[159].
Accoglienza festosa
Notizie del giorno.
1Sono tutti seduti in cerchio in un boschetto presso Ebron e mangiano parlando fra di loro. Giuda, ora che è sicuro che Maria andrà da sua madre, è tornato nelle migliori disposizioni di spirito, e cerca di cancellare il ricordo dei suoi malumori presso i compagni e le donne con mille cortesie. Deve essere andato lui per acquisti in paese e racconta che lo ha trovato molto cambiato dallo scorso anno: «La notizia della predicazione e dei miracoli di Gesù è arrivata fin qui. E la gente ha cominciato a riflettere su tante cose. Lo sai, Maestro, che da queste parti è un possesso di Doras? E anche la moglie di Cusa ha qui, su questi monti, delle terre e un castello proprio suo, di dote sua. Si vede che un poco lei e un poco i contadini di Doras, perché ci deve essere qui qualcuno di quelli di Esdrelon, hanno preparato il terreno. Lui, Doras, ordina il silenzio. Ma loro!… Credo che neanche di fronte al tormento tacerebbero. Ha fatto stupore la morte del vecchio fariseo, sai? E la salute ottima di Giovanna, che è venuta qui avanti Pasqua. Ah! e poi, a servire Te c’è stato anche l’amante di Aglae. Lo sai che lei è scappata dopo poco che noi passammo di qui? E lui ha fatto il demonio su molti innocenti per vendicarsi. Così che la gente ha finito col pensare a Te come a un vendicatore degli oppressi e ti desidera. Voglio dire i migliori…»
Il Vendicatore degli oppressi
2«Vendicatore degli oppressi! Infatti lo sono. Ma soprannaturalmente. Nessuno vede giusto di quelli che mi vedono con lo scettro e la scure in mano, come re e giustiziere secondo lo spirito della terra. Ma certo che Io sono venuto a liberare dalle oppressioni. Del peccato, la più grave, delle malattie, delle desolazioni; dalle ignoranze e dall’egoismo. Molti impareranno che non è giusto opprimere perché la sorte ha messo in alto. Ma che invece si deve usare questo alto per sollevare chi è in basso».
«Lazzaro lo fa e anche Giovanna. Ma sono due contro centinaia…» dice desolatamente Filippo.
I fiumi non sono larghi alla sorgente.
3«I fiumi non sono larghi alla sorgente come lo sono all’estuario. Poche gocce, un filo d’acqua, ma poi… Vi sono fiumi che sembrano mari alla foce».
«Il Nilo, eh?! Tua Madre mi raccontava quando andaste in Egitto. Mi diceva sempre: “Un mare, credi, un mare verde-azzurro. Vederlo nelle piene è proprio un sogno!” e mi raccontava delle piante che parevano sorgere dall’acqua, e poi di tutto quel verde che pareva nascere dall’acqua quando essa si ritirava…» dice Maria d’Alfeo.
4«Ebbene, Io ve lo dico. Come alla sorgente il Nilo è un filo d’acqua e poi diviene quel gigante che è, così il filino, per ora, di grandezza che si piega con amore e per amore sui minimi diverrà in seguito una moltitudine. Giovanna, Lazzaro, Marta per ora, e poi quanti, quanti!». Gesù pare vedere questi che saranno misericordiosi ai fratelli, e sorride, assorto nella sua visione.
Notizie sulla casa del Battista.
Giuda confida che il sinagogo voleva venire con lui, ma che lui non si è fidato di prendere la decisione di suo: «Ti ricordi, Giovanni, come ci ha cacciati lo scorso anno?».
«Lo ricordo… Ma diciamolo al Maestro».
5E Gesù, interrogato, dice che entreranno in Ebron. Se li vorranno, li chiameranno e si fermeranno; se no, passeranno senza fermarsi.
«Così vedremo anche la casa del Battista. Di chi è ora?».
«Di chi la vuole, credo. Sciammai è andato via e non è più tornato. Ha ritirato servi e mobili. I cittadini, per vendicarsi dei suoi soprusi, hanno sfondato il muro di cinta, e la casa è di tutti. Il giardino almeno. Si riuniscono là per venerare il loro Battista. Si dice che Sciammai sia stato assassinato. Non so perché… pare per donne…»
«Qualche putrida trama della corte, certo!…» mormora Natanaele fra la barba.
Il Messia rionosciuto dagli ebroniti.
Il pentimento annulla la colpa
Si alzano e vanno verso Ebron, verso la casa del Battista. Mentre stanno per raggiungerla, ecco dei cittadini in gruppo serrato. Si fanno avanti un poco incerti, curiosi e impacciati. Ma Gesù li saluta con un sorriso. Si rinfrancano, si dividono, e dal gruppo viene fuori il sinagogo scortese dello scorso anno.
6«La pace a te!» saluta subito Gesù. «Ci permetti di sostare nella tua città? Sono con tutti i miei discepoli prediletti e con le madri di alcuni di essi».
«Maestro, ma Tu non hai rancore per noi, per me?».
7«Rancore? Non lo conosco, né so perché lo dovrei avere».
«L’anno scorso io ti ho offeso…».
8«Hai offeso lo Sconosciuto, credendoti in diritto di farlo. Poi hai compreso e te ne sei doluto di averlo fatto. Ma questo è il passato. E come il pentimento annulla la colpa così il presente annulla il passato. Ora per te Io non sono più lo Sconosciuto. Che sentimenti hai dunque per Me?».
«Di rispetto, Signore. Di… desiderio…»
Criteri per riconoscere il vero Messia.
9«Desiderio? Che vuoi da Me?».
«Conoscerti più che io non ti conosca».
10«Come? In che modo?».
11«Attraverso la tua parola e la tua opera. Qui è giunta notizia di Te, della tua dottrina, del tuo potere, ed è stato detto che Tu non sei estraneo nella liberazione del Battista. Tu non lo odiavi dunque, non cercavi di soppiantarlo il nostro Giovanni!… Egli stesso non ha negato che è per Te che egli rivide la valle del santo Giordano. 12Noi siamo stati da lui, parlandogli di Te, e ci ha detto: “Voi non sapete ciò che avete respinto. Dovrei maledirvi, ma vi perdono perché Egli mi ha insegnato a perdonare e ad essere mite. Però, se non volete essere anatema al Signore e a me suo servo, amate il Messia. 13E non abbiate dubbi. La sua testimonianza è questa: spirito di pace, amore perfetto, sapienza superiore a qualsiasi altra, dottrina celeste, mitezza assoluta, potenza su ogni cosa, umiltà totale, castità angelica.14 Non vi potete sbagliare. Quando respirerete pace presso un uomo che si dice Messia, quando beverete amore, l’amore che da Lui emana, quando passerete dalle vostre tenebre nella Luce, quando vedrete redimersi i peccatori e sanarsi le carni, allora dite: ‘Questo è veramente l’Agnello di Dio!’.” 15Noi sappiamo che le tue opere sono quelle che dice il nostro Giovanni. Perciò perdonaci, amaci, dacci ciò che il mondo aspetta da Te».
16«Sono qui per questo. Vengo da tanto lontano per dare anche alla città di Giovanni ciò che do ad ogni luogo che mi accoglie. Dite ciò che desiderate da Me».
17«Abbiamo noi pure malati, e ignoranti siamo. Specie in ciò che è amore e bontà siamo ignoranti. Giovanni, nel suo amore totale di Dio, ha mano di ferro e parola di fuoco, e vuole piegare tutti come un gigante piega uno stelo d’erba. Molti cadono in sconforto perché l’uomo è più peccatore che santo. E’ difficile essere santi!… 18Tu… si dice che non pieghi ma sollevi, che non cauterizzi ma metti balsami, che non stritoli ma carezzi. Si sa che sei paterno coi peccatori e che sei potente sulle malattie, quali che siano, anche e soprattutto quelle del cuore. I rabbi non lo sanno più fare».
La proba dei miracoli.
19«Portatemi i vostri malati e poi radunatevi in questo giardino abbandonato e profanato dal peccato dopo che fu fatto tempio per la Grazia che vi abitò».
20Gli ebroniti partono in tutte le direzioni come rondini e resta il sinagogo, che entra con Gesù e i discepoli oltre la cinta del giardino, andando all’ombra di un pergolato intricato di rose e di viti, cresciute a loro beneplacito. Fanno presto a ritornare gli ebroniti. E con loro è un paralitico in barella, una giovane cieca, un mutolino e due malati di non so che, che vengono accompagnati sorreggendoli.
21«La pace a te» saluta Gesù ad ogni malato che viene. E poi la dolce domanda: «Che volete che vi faccia?». E il coro dei lamenti di questi infelici, in cui ognuno vuole dire la storia propria.
22Gesù, che era seduto, si alza e va dal mutolino, a cui bagna le labbra con la sua saliva e dice la grande parola: «Apriti». E così la dice bagnando le palpebre senza taglio della cieca con il dito bagnato di saliva. E poi dà la mano al paralitico e gli dice: «Sorgi!»; infine impone le mani ai due malati dicendo: «Guarite, nel nome del Signore!».
E il mutolino, che prima mugolava, dice nettamente: «Mamma!».
Mentre la giovane sbatte le dissigillate palpebre alla luce e fa solecchio delle dita allo sconosciuto sole, e piange e ride, e guarda ancora, stringendo gli occhi perché è non abituata alla luce, le fronde, la terra, le persone, specie Gesù.
Il paralitico scende sicuro dalla barella, e i suoi pietosi portatori sollevano la stessa vuota per fare capire ai lontani che la grazia è fatta, mentre i due malati piangono di gioia e si inginocchiano a venerare il Salvatore loro. La folla è in un urlio frenetico di osanna.
Tommaso, che è vicino a Giuda, lo guarda così intensamente e con una così chiara espressione che quello gli risponde: «Ero stolto, perdona».
Cessato il gridìo, Gesù inizia a parlare.
Colpevole eunuchismo
La città rifugio
23«Il Signore parlò a Giosuè dicendo: ‘Parla ai figli di Israele e di’ loro: Separate le città pei fuggiaschi, delle quali vi parlai per mezzo di Mosè, affinché vi si possa rifugiare chi avrà involontariamente ucciso uno, e possa così sottrarsi all’ira del prossimo parente, del vendicatore del sangue’. Ed Ebron è una di queste.
24E’ sempre detto: “E i seniori della città non consegneranno l’innocente a chi lo cerca per ucciderlo, ma lo accoglieranno e gli daranno da abitare e vi resterà fino al giudizio e finché non muore il sommo sacerdote d’allora; dopo di che potrà rientrare nella sua città e nella sua casa”[160].
La Legge di Dio è amore misericordioso.
25In questa legge è già contemplato e ordinato l’amore misericordioso verso il prossimo. Questa legge ha imposto Iddio, perché non è lecito condannare senza udire l’accusato, né è lecito uccidere in momento d’ira. Può dirsi anche per i delitti e le accuse morali questa cosa. Non è lecito accusare se non si conosce, né giudicare se non si è udito l’accusato. Ma oggi alle accuse e alle condanne per le colpe solite o rivolge e che si fa contro coloro che vengono in nome di Dio. 26Nei secoli si è ripetuta contro i Profeti, ora si torna a ripetere contro il Precursore del Cristo e contro il Cristo. Voi lo vedete. Attirato con inganno fuori dal territorio di Sichem, il Battista attende la morte nelle prigioni di Erode, perché egli mai si piegherà alla menzogna e al compromesso, e potrà essere spezzata la sua vita e recisa la sua testa ma non si potrà spezzargli la sua onestà e recidere la sua anima dalla Verità, servita fedelmente in tutte le sue diverse forme, divine, soprannaturali o morali che siano. 27E ugualmente si perseguita il Cristo, con doppia e decupla furia, perché Egli non si limita a dire: “Non ti è lecito” ad Erode, ma tuona questo: “Non ti è lecito” là dovunque Egli entrando trova peccato o sa che è peccato, senza escludere nessuna categoria, in nome di Dio e per l’onore di Dio.
L’idolo, falso dio dei pagani[161]
28Come mai può essere questo? Non vi sono più servi di Dio in Israele? Sì, che vi sono. Ma sono “idoli”.
29Nella lettera di Geremia agli esuli sono dette, fra le tante cose, queste. E su esse vi richiamo la mente, perché ogni parola del Libro è insegnamento che, dal momento in cui lo Spirito la fa scrivere per un fatto presente, si riferisce ad un fatto che verrà in futuro. 30E’ dunque detto: “…Entrati che sarete in Babilonia voi vedrete degli dèi d’oro, d’argento, di pietra, di legno… Guardate di non imitare il fare degli stranieri; di non avere paura, di non temerli… Dite in cuor vostro: ‘Bisogna adorare Te solo, o Signore’.” 31E la lettera enumera le particolarità di questi idoli che hanno lingua fatta da artefice e non se ne servono per rimproverare i loro falsi sacerdoti, che li spogliano per rivestire dell’oro dell’idolo le meretrici, salvo poi levare l’oro, profanato dal sudore della prostituzione, per rivestire l’idolo; 32di questi idoli che la ruggine o la tignola possono rodere e che sono puliti e ordinati solo se l’uomo lava loro la faccia e li riveste, mentre non possono da sé fare nulla neppure se hanno scettro o scure in mano.
33E termina il Profeta: “Perciò non li temete”[162]. E continua: “Inutili come vasi rotti sono questi dèi. I loro occhi sono pieni della polvere smossa dai piedi di chi entra nel tempio e sono tenuti ben serrati: come in un sepolcro o come chi ha offeso il re, perché chiunque li può spogliare dei loro vestimenti preziosi. 34Non vedono la luce delle lampade, perciò sono nel tempio come travi, e le lampade non servono che ad affumicarli, mentre civette, rondini e altri uccelli volano sul loro capo e lo svirgolano di escrementi, e i gatti si fanno un nido nelle loro vesti e le lacerano. Perciò non vanno temuti, sono cose morte. 35 Neanche l’oro serve loro, è una mostra, e se non è ripulito non brillano, così come non hanno sentito niente quando furono fatti. Il fuoco non li ha destati. Furono comperati a prezzi favolosi. Vengono portati dove l’uomo vuole perché sono vergognosamente impotenti… 36Perché dunque sono chiamati dèi? Perché sono adorati con offerte e con una pantomima di cerimonie false, non sentite da chi le fa, non credute da chi le vede. Se viene loro fatto del male o del bene non ricambiano, sono incapaci di eleggere o detronizzare un re, non possono rendere le ricchezze né il male, 37non possono salvare un uomo dalla morte e salvare il debole dal prepotente. Non hanno pietà delle vedove e degli orfani. Sono simili a pietre della montagna”[163]… La lettera dice su per giù così.
I servi di dio divenuti idoli e mummie
38Ecco. Noi pure abbiamo degli idoli, non più dei santi, nelle file del Signore. Per questo può il Male erigersi contro il Bene. Il male che svirgola di sterco l’intelletto e il cuore dei non più santi, e fa nido sulle loro false vesti di bontà. 39Non sanno parlare più le parole di Dio. E’ naturale! Hanno una lingua fatta dall’uomo e parlano parole di uomo, quando non parlano parole di Satana, e non sanno che fare rimproveri folli agli innocenti e ai poveri, tacendo però là dove vedono corruzione potente. 40Perché tutti corrotti sono, e non possono l’un l’altro accusarsi delle stesse colpe. Avidi, non per il Signore, ma per Mammona, lavorano accettando l’oro della lussuria e del delitto, barattandolo, derubando, presi da una frenesia che travolge ogni limite e ogni cosa. 41Ogni polvere si annida su loro, fermenta su loro, e se mostrano faccia pulita, l’occhio di Dio vede un ben sporco cuore. La ruggine dell’odio e il verme del peccato li rode, né loro sanno intervenire per salvarsi. Agitano le maledizioni come scettri e scuri, ma non sanno di essere maledetti. 42Chiusi nel loro pensiero e nel loro livore, come cadaveri in un sepolcro o prigionieri in carcere, vi stanno, aggrappandosi alle sbarre per tema che una mano li levi di là, perché là questi morti sono ancora qualcosa: mummie, non più di mummie dall’aspetto umano ma dal corpo ridotto a legno arido, mentre fuori sarebbero oggetti sorpassati dal mondo che cerca la Vita, che ha bisogno della Vita come il bambino della mammella, e che vuole chi gli dà Vita e non fetori di morte.
43Stanno nel Tempio, sì, e il fumo delle lampade – degli onori – li affumica, ma la luce non scende in essi; e tutte le passioni si annidano in loro come uccelli e gatti, mentre il fuoco della missione non dà loro il mistico tormento di essere arsi dal fuoco di Dio. Sono refrattari all’Amore. Il fuoco della carità non li accende, così come la carità non li veste dei suoi aurei splendori. 44La carità duplice nella forma e nella sorgente: carità di Dio e di prossimo la forma; carità da Dio e da uomo la sorgente. Perché Dio si allontana dall’uomo che non ama, e perciò questa prima sorgente cessa; e si allontana l’uomo dall’uomo malvagio, e cessa anche la seconda sorgente. Tutto è levato dalla Carità all’uomo senza amore. Si lasciano comperare con prezzo maledetto e si lasciano portare dove l’utile e il potere vuole.
Colpevole enuchismo
45No. Non è lecito! Non vi è moneta per comperare la coscienza, e specie quella dei sacerdoti e dei maestri. Non è lecito avere acquiescenza con le cose forti della terra quando esse vogliono portare in atti contrari alle cose ordinate da Dio. Questa è impotenza spirituale, ed è detto: “L’eunuco non entrerà nell’assemblea del Signore”[164].. 46Se dunque non può essere del popolo di Dio l’impotente di natura, può mai essere suo ministro l’impotente di spirito? Perché in verità vi dico che molti sacerdoti e maestri sono ormai afflitti da colpevole eunuchismo, essendo mutilati della loro virilità spirituale. Molti. Troppi!
47Meditate. Osservate. Confrontate. Vedrete che molti idoli abbiamo e pochi ministri del Bene che è Dio. Ecco perché può farsi che le città rifugio non siano più rifugio. Nulla più è rispettato in Israele, e i santi muoiono perché i non santi li hanno odiosi.
La chiamata del Messia.
48Ma Io vi invito: “Venite!”. Io vi chiamo in nome del vostro Giovanni che langue perché fu santo, che è colpito perché mi precede e perché ha tentato di levare le sozzure dalle vie dell’Agnello. 49Venite a servire Iddio. il tempo è vicino. Non siate impreparati alla Redenzione. Fate che la pioggia cada sopra il terreno seminato. Altrimenti per nulla sarà effusa. 50Voi, voi di Ebron, alla testa dovete essere! Qui siete convissuti con Zaccaria e Elisa: i santi che hanno meritato dal Cielo Giovanni; e qui Giovanni ha sparso il profumo della Grazia con la sua vera innocenza di pargolo, e dal suo deserto vi ha inviato gli incensi anticorruttori della sua Grazia divenuta prodigio di penitenza. 51Non deludete il vostro Giovanni. Egli ha portato l’amore del prossimo ad un livello quasi divino, onde ama l’ultimo abitatore del deserto come ama voi suoi concittadini; ma certo che egli per voi impetra la Salute. E la Salute è seguire la Voce del Signore e credere nella sua Parola. Da questa città sacerdotale venite in massa al servizio di Dio. Io passo e vi chiamo. Non siate inferiori alle meretrici, alle quali basta una parola di misericordia per lasciare la via percorsa prima e venire sulla via del Bene.
Il nuovo essodo.
52Mi è stato chiesto al mio arrivo: “Ma Tu non ci serbi rancore?”. Rancore? Oh! no! Amore vi serbo! E serbo la speranza di vedervi nelle mie schiere di popolo. Del popolo che Io conduco a Dio, nel novello esodo verso la vera Terra Promessa: il Regno di Dio, oltre il Mare Rosso dei sensi e i deserti del peccato, liberi dalle schiavitù di ogni genere, alla Terra eterna, pingue di delizie, satura di pace… 53Venite! Questo è l’Amore che passa. Chi vuole può seguirlo, perché ad essere accolti da Lui altro non occorre che buona volontà».
54Gesù ha finito in un silenzio attonito. Sembra che molti soppesino le parole udite, le saggino, le gustino, le confrontino.
Masala un aborto d’ uomo
55Mentre questo avviene, e Gesù stanco e accaldato si siede, parlando con Giovanni e Giuda, ecco un clamore oltre la cinta del giardino. Grida confuse e poi più chiare: «C’è il Messia? C’è?» e avutane conferma ecco portare avanti uno storpio che sembra un S tanto è contorto.
«Oh! è Masala!».
«Ma troppo storpio è! Che spera?».
«Ecco sua madre! L’infelice!».
«Maestro, il marito la respinse per quell’aborto d’uomo che è il figlio, e lei vive qui di carità. Ma ormai è vecchia, e poco più vivrà…».
L’aborto d’uomo, è detto bene, è ora davanti a Gesù. Non può nemmeno vederlo in viso tanto è curvo e contorto. Sembra una caricatura di uomo-scimpanzè, o di un cammello umanizzato. La madre, vecchia e misera, non parla neppure, geme solo: «Signore, Signore… io credo…».
56Gesù mette le sue mani sulle spalle sbilenche dell’uomo che gli giunge appena alla vita, alza il volto al Cielo e tuona: «Alzati e cammina nelle vie del Signore», e l’uomo ha una scossa e poi scatta ritto come il più perfetto uomo. Così subitanea la mossa che pare che si siano spezzate delle molle che lo trattenevano in quella anomala positura. Ora arriva alle spalle di Gesù, lo guarda e poi piomba in ginocchio, con la madre, baciando i piedi del suo Salvatore.
Quello che succede fra la folla non si dice… E nonostante ogni volontà contraria, Gesù è costretto a sostare in Ebron, perché la gente è pronta a fare barriera alle uscite per impedirgli l’andare.
Entra così nella casa del vecchio sinagogo, così mutato dallo scorso anno…
212. Un’onda di amore per Gesù,
che a Jutta parla dalla casetta di Isacco[165].
Rifflezione del Portavoce
Gioia dell’ uomo-Dio
1Tutta Jutta è corsa incontro a Gesù con i fiori selvaggi delle sue pendici e con le primizie delle sue colture, oltre che col sorriso dei suoi bambini e le benedizioni dei suoi cittadini. E prima ancora che Gesù possa mettere piede nel paese, è circondato da questi buoni che, avvisati da Giuda di Keriot e da Giovanni mandati avanti, sono corsi con quanto hanno trovato di meglio per fare onore al Salvatore, e soprattutto col loro amore.
2Gesù non fa che benedire col gesto e con la parola questa gente adulta o fanciulla, che gli si stringe addosso baciandogli la veste e le mani e che gli pone sulle braccia i poppanti perché Egli li benedica con un bacio. La prima a farlo è Sara, che gli mette sul cuore quello splendido puttino di dieci mesi che è ormai Jesai.
3L’amore ostacola l’andare tanto è irruente, eppure è come un’onda che solleva. Io credo che Gesù proceda più portato da quest’onda che dai propri piedi, e certo il suo Cuore è portato ben in alto, nel sereno, dalla gioia che gli dà questo amore.
Volto dell’uomo-Dio
4Ha il volto rifulgente dei momenti di più viva gioia d’Uomo-Dio. Non il potente volto dallo sguardo magnetico delle ore di miracolo, né il volto maestoso di quando manifesta la sua unione continua col Padre, e neppure quello severo di quando reprime una colpa.
5Tutti rifulgenti di diverse luci, ma questa d’ora è la luce delle ore di distensione di tutto il suo io, assalito da tante parti, costretto a sorvegliare sempre ogni minimo gesto o parola sua o di altri, avvolto in tutti i tranelli del mondo che, come una malefica ragnatela, gettano i loro fili satanici intorno alla divina Farfalla dell’Uomo-Dio, sperando paralizzarne il volo e imprigionarne lo spirito perché non salvi il mondo; imbavagliarne la parola perché non ammaestri le supreme e colpevoli ignoranze della terra; legarne le mani perché non santifichino, le sue mani di Sacerdote eterno, gli uomini che demonio e carne hanno depravati; velarne gli occhi perché la perfezione del suo sguardo, che è calamita, che è perdono, che è amore, che è fascino che vince ogni resistenza che non sia una resistenza di perfetto satana, non attirino a Sé i cuori.
L’odio del mundo
6Oh! non ancora e sempre così verso il Cristo per opera dei nemici del Cristo? Ancora Scienza ed Eresia, ancora Odio e Invidia, ancora i nemici dell’Umanità, sgorgati dalla stessa Umanità come rami attossicati da una pianta buona, non fanno tutto questo perché l’Umanità muoia, essi che la odiano più ancora di quanto odino il Cristo, perché la odiano attivamente privandola della sua gioia collo scristianizzarla, mentre a Gesù non possono levare nulla, essendo Egli Dio e loro polvere?
Quando Gesù si rifugia in un cuore fedele.
7Sì, lo fanno. Ma il Cristo si rifugia nei cuori fedeli e da lì guarda, da lì parla, da lì benedice l’Umanità e poi… e poi si dà a questi cuori ed essi… ed essi toccano il Cielo con la sua beatitudine, pur rimanendo qui, ma ardendo, fino ad averne delizioso tormento di tutto quanto è l’essere: nei sensi e negli organi, nei sentimenti e nel pensiero, e nello spirito infine… Lacrime e sorrisi, gemiti e canto, sfinimento e pure urgenza di vita sono i nostri compagni, più che compagni sono il nostro stesso essere, perché come le ossa sono nella carne e le vene e i nervi sotto l’epidermide e tutto forma un solo uomo, così ugualmente tutte queste cose accese, nate dall’essersi dato a noi Gesù, sono in noi, nella nostra povera umanità.
L’uomo diventa serafino.
9E che siamo noi in quei momenti, che non potrebbero durare eterni perché, se durassero più di attimi, si morrebbe arsi e spezzati? Noi non siamo più uomini. Non siamo più gli animali dotati di ragione viventi sulla terra. Siamo, siamo, oh! Signore! Lascia che io lo dica una volta, non per superbia, ma per cantare le tue glorie, perché il tuo sguardo mi brucia e mi fa delirare… 10Noi siamo allora serafini. E m’è stupore che da noi non escano fiamme e ardori sensibili alle persone e alle materie, così come è nelle apparizioni dei dannati. Perché, se è vero che il fuoco d’Inferno è tale che solo un riflesso emanato da un dannato può ardere il legno e far sgocciolare i metalli, che è mai il tuo fuoco, o Dio, che tutto hai di infinito e perfetto?
L’uomo ragiunge l’Amore.
11Non si muore, no, di febbre, non si arde per essa, non ci si consuma di febbre da mali della carne. Tu sei la febbre di noi, Amore! E di questo si arde, si muore, ci si consuma, di questo e per questo si lacerano le fibre del cuore che non può resistere a tanto. 12Ma ho detto male, perché l’amore è delirio, l’amore è cascata che frange le dighe e scende atterrando tutto quanto non è lui, l’amore è affollarsi di sensazioni nella mente tutte vere, tutte presenti, ma non può la mano trascriverle tanto è veloce la mente nel tradurre in pensiero il sentimento che prova il cuore. Non è vero che si muore.
L’anima supera la beatitudine.
13Si vive. Di una vita decuplicata. Di una vita duplice, vivendo da uomini e da beati: la vita della terra, quella del Cielo. Si raggiunge e si supera, oh! ne sono certa, la vita senza tare, senza menomazioni né limitazioni, che Tu, Padre, Figlio e Spirito Santo, Tu, Dio Creatore, uno e trino, avevi dato ad Adamo, preludio della Vita dopo la assunzione a Te, da godersi in Cielo dopo un placido passaggio dal Paradiso terrestre a quello celeste, e un valico fatto sulle amorose braccia degli angeli, così come fu il dolce sonno e il dolce assurgere di Maria al Cielo, per venire a Te, a Te, a Te! Si vive la vera Vita.
Dopo il transito di Dio.
14E poi ci si ritrova qui e, come io faccio ora, ci si stupisce, ci si vergogna di esser andati tant’oltre e si dice: «Signore, io non sono degno di tanto. Perdona, Signore», e ci si batte il petto, perché abbiamo terrore di avere commesso superbia, e si cala un più fitto velo sullo splendore che, se non continua a fiammeggiare con una supercompleta ardenza, per pietà della nostra limitatezza, si raccoglie però al centro del cuore nostro, pronto a rifiammeggiare potente per un nuovo momento di beatitudine, voluta da Dio. 15Si cala il velo sul sacrario dove Dio arde dei suoi fuochi, delle sue luci, dei suoi amori… e sfiniti e pur rigenerati si riprende l’andare come… ebbri di un vino forte e soave, che non ottunde ragione ma che ci preserva da avere occhi e pensieri per ciò che non sia il Signore, Tu, mio Gesù, anello di congiunzione fra la nostra miseria e la Divinità, mezzo di redenzione per la nostra colpa, creatore di beatitudine per la nostra anima, Tu, Figlio, che con le mani ferite metti le nostre mani fra quelle spirituali del Padre e dello Spirito perché noi si sia in Voi, ora e sempre. Amen.
Confesione del portavoce.
16Ma dove sono andata mentre Gesù mi arde ardendo i cittadini di Jutta col suo sguardo d’amore? Lei avrà notato che non parlo più, o ben di rado, di me. Quante cose potrei dire. Ma stanchezza e debolezza fisica, che mi opprimono subito dopo i dettati, e pudore spirituale, sempre più forte più io procedo, mi persuadono, mi obbligano a tacere. Ma oggi… 17sono andata troppo in sù e, si sa, l’aria della stratosfera fa perdere il controllo… Io sono andata molto più su che nella stratosfera… e non ho più potuto controllarmi… E poi io credo che, se sempre tacessimo, noi presi da questi gorghi d’amore, si finirebbe a deflagrare come proiettili, o meglio come caldaie superriscaldate e chiuse. Mi perdoni, Padre. E ora andiamo avanti.
Casa di preghiera
18Gesù entra a Jutta e viene condotto nella piazza del mercato e, da questa, alla povera casuccia dove Isacco languì per trent’anni. Gli spiegano: «Qui veniamo a parlare di Te e a pregare come in una sinagoga, la più vera. Perché qui ti abbiamo cominciato a conoscere, e qui le preghiere di un santo ti hanno chiamato a noi. Entra. Vedi come abbiamo disposto».
19La casetta, solo l’anno prima fatta di tre buchetti di stanze – la prima quella in cui Isacco infermo mendicava, la seconda un ripostiglio e la terza una cucinetta che dava sul cortile – sono divenute un unico ambiente e in esso sono panche per chi si raduna in esso. 20Nel cortile, in una baracchetta, sono state messe le poche masserizie di Isacco come tante reliquie; e il rispetto di quelli di Jutta ha reso meno desolato il cortile, mettendovi delle piante arrampicanti che ora, coi loro fiori, coprono la rustica staccionata e fanno un principio di pergolato, camminando su corde stese a rete sul cortile, all’altezza del tetto basso.
21Gesù li elogia e dice: «Qui possiamo sostare. Vi prego solo di ospitare le donne e il bambino».
«Oh! Maestro nostro! Questo non sarà mai! Qui verremo con Te, e Tu ci parlerai, ma Tu e i tuoi siete ospiti nostri. Concedici la benedizione di ospitare Te e i servi di Dio. Solo ci spiace che essi non siano quante sono le case…».
22Gesù acconsente ed esce dalla casetta andando nella casa di Sara, che non cede a nessuno il suo diritto di ospitare per il pasto Gesù e i suoi…
Peccato di idolatria
Peccato indelebile
23…Gesù, nella casa di Isacco, parla. La gente stipa la stanza e il cortile e si pigia anche sulla piazza, e Gesù, per essere udito da tutti, si mette a metà della stanza, così che la voce si spande tanto nel cortile come nella piazza. Deve trattare un argomento portato avanti da qualche interrogazione o avvenimento. Dice: «…Ma non abbiatene dubbio. Come dice Geremia, essi riconosceranno alla prova come è doloroso e amaro avere abbandonato il Signore[166]. Per certi delitti, amici, non c’è nitro né borit che valgano a levarne il segno. Neppure il fuoco dell’Inferno corrode questo segno. E’ indelebile[167].
24Anche qui bisogna riconoscere la giustizia delle parole di Geremia. Veramente i nostri grandi di Israele sembrano le asine selvagge di cui parla il Profeta[168]. Avvezzi al deserto del loro cuore, perché, credetelo, finché uno è con Dio, anche se povero come Giobbe, anche se solo, anche se nudo, non è mai solo, non è mai povero, non è mai spoglio, non è mai un deserto; ma essi hanno levato Dio dal loro cuore e perciò sono in un arido deserto. 25Come selvagge asine fiutano nel vento l’odore dei maschi che qui, nel nostro caso, per la loro libidine, ha nome potere, denaro, oltre che lussuria vera e propria, e quell’odore seguono, fino al delitto. Sì. Lo seguono e più lo seguiranno. Non sanno di avere non il piede[169] ma il cuore nudo agli strali di Dio, che vendicherà il loro delitto. Come allora resteranno confusi re e principi, sacerdoti e scribi, che in verità hanno detto e dicono a ciò che è nulla, o peggio, è peccato: “Tu mi sei padre. Tu mi hai generato”![170]
La terra è una selva di idoli
26In verità, in verità vi dico che Mosè spezzò con ira le tavole della Legge vedendo il popolo in idolatria, e poi risalì sul monte, pregò, adorò, ottenne[171]. E ciò da secoli. Ma ancora non è cessata né cesserà, ma anzi cresce come lievito messo nella farina, l’idolatria nel cuore degli uomini. Ora quasi ognuno degli uomini ha il proprio vitello d’oro. La terra è una selva di idoli, perché ogni cuore è un altare, e difficilmente vi è sopra Iddio. Chi non ha una passione maligna ne ha un’altra, chi non ha una concupiscenza ne ha una di altro nome. Chi non è tutto per l’oro è tutto per la posizione, chi non è tutto per la carne è tutto per l’egoismo. Quanti io ridotti a vitello d’oro non sono adorati nei cuori! Verrà perciò il giorno che, percossi, chiameranno il Signore e si sentiranno rispondere: “Volgiti ai tuoi dèi. Io non ti conosco”.
L’uomo è obbligato a conoscere Dio
27Io non ti conosco! Tremenda parola se detta da Dio ad un uomo. Dio ha creato l’Uomo razza e conosce l’uomo singolo. Se dunque dice: “Io non ti conosco” è segno che ha cancellato con la forza del suo volere quell’uomo dal suo ricordo. Io non ti conosco! Troppo severo Iddio per questo verdetto? No. L’uomo ha urlato al Cielo: “Io non ti conosco” e il Cielo ha risposto all’uomo: “Io non ti conosco”. Fedele come un’eco…
28E, meditate, l’uomo è obbligato a conoscere Dio per dovere di riconoscenza e per rispetto verso la propria intelligenza.
Per riconoscenza.
29Per riconoscenza. Dio ha creato l’uomo dandogli il dono ineffabile della vita e provvedendolo del dono superineffabile della Grazia. Perduta questa per colpa propria, l’uomo si sente fare una grande promessa: “Io ti renderò la Grazia”. E’ Dio, l’offeso, che dice così all’offensore, quasi fosse Lui, Dio, il colpevole che è in obbligo di riparare. E Dio mantiene la promessa. Ecco, Io sono qui per rendere la Grazia all’uomo. Dio non si limita a dare il soprannaturale, ma piega la sua Essenza spirituale a provvedere alle pesanti necessità della carne e del sangue dell’uomo, e dà calore di sole, sollievo di acqua, grani, viti, alberi d’ogni specie e animali d’ogni specie. Così l’uomo ha da Dio tutti i mezzi per la vita. È il Benefattore. Bisogna essergli riconoscenti e mostrarlo con lo sforzarsi a conoscerlo.
Per rispetto verso la propria ragione.
30Per rispetto verso la propria ragione. Il mentecatto, l’ebete, non sono grati a chi li cura perché non comprendono le cure nel vero loro valore, e a chi li lava e imbocca, li conduce o li pone a letto, a chi veglia perché non vadano in pericoli, hanno odio perché, bestiali come sono per causa del loro malanno, confondono le cure con le torture. 31L’uomo che manca verso Dio è uno che disonora se stesso, essere dotato di ragione. Solo gli ebeti o i folli non riescono a distinguere il padre dall’estraneo, il benefattore dal nemico. Ma l’uomo intelligente conosce suo padre e il suo benefattore e si compiace di sempre più conoscerlo, anche nelle cose che egli ignora perché avvenute prima che egli fosse nato o fosse beneficato dal padre o dal benefattore. Così si deve fare anche con il Signore per mostrare che intelligenti si è, e non bruti. Ma troppi in Israele sono simili a questi folli che non riconoscono il padre e il benefattore.
32Geremia si chiede: “Può mai la vergine dimenticare i suoi ornamenti e una sposa la sua cintura?”. Oh! sì. Israele è fatto di queste vergini folli, di queste spose impudiche, che dimenticano gli ornamenti e la cintura onesti per mettersi orpelli da meretrice; e ciò si riscontra in misura sempre più numerosa quanto più si sale nelle classi che dovrebbero essere maestre al popolo. E il rimprovero di Dio va, col corruccio e col pianto di Dio, a loro: “Perché ti sforzi di mostrare buona la tua condotta per cercare amore, tu, che invece insegni le malizie e i tuoi modi di fare, ed hai fatto trovare nei lembi della tua veste il sangue dei poveri e degli innocenti?”.
Predicare Dio con una vita onesta
33Amici, la distanza è un bene ed è un male. Essere molto lontano dai luoghi dove con facilità Io parlo è un male perché vi impedisce di udire le parole della Vita. Voi ve ne lamentate. E’ vero. Ma è un bene perché vi tiene lontani dai luoghi dove fermenta il peccato, bolle la corruzione e l’insidia sibila per operare su Me intralciandomi nella mia opera, e sui cuori insinuando dubbi e menzogne a mio riguardo. 34Ma Io vi preferisco lontani a corrotti. Provvederò al vostro formarsi. Voi vedete che Dio ha provveduto da prima che noi ci conoscessimo e perciò ci amassimo. Io ero noto prima che mai ci fossimo visti. Isacco è stato l’annunziatore vostro. Manderò molti Isacchi a parlarvi le mie parole. E sappiate, del resto, che Dio può parlare ovunque, da Solo a solo con lo spirito dell’uomo, e crescerlo nella sua dottrina.
35Non temete che l’esser soli vi possa portare in errori. No. Se non vorrete non sarete infedeli al Signore e al suo Cristo. Del resto, chi proprio non può stare lontano dal Messia sappia che il Messia gli apre il cuore e le braccia e gli dice: “Vieni”. Venite, voi che volete venire. Rimanete, voi che volete restare. Ma predicate il Cristo tanto gli uni come gli altri con una vita onesta. Predicatelo contro la disonestà che si annida in troppi cuori. Predicatelo contro la leggerezza degli infiniti che non sanno rimanere fedeli e che dimenticano i loro ornamenti e cinture di anime chiamate alle nozze col Cristo.
36Voi mi avete detto felici: “Da quando Tu sei venuto non ebbimo mai più malati né morti. La tua benedizione ci ha protetti”. Sì, grande cosa la salute. Ma fate che la mia venuta di ora vi faccia sani di spirito tutti, e sempre, e per tutto. Per questo vi benedico e vi do la mia pace, a voi, ai vostri bambini, ai campi, alle case, alle messi, alle greggi, ai frutteti. Servitevene con santità, non vivendo per essi, ma di essi, dando il superfluo a chi ne è privo, acquistando così la misura premuta delle benedizioni del Padre e un posto nei Cieli. Andate. Io resto a pregare…».
Tutto è paglia quanto è umano[172].
37Rileggo, per mettere a posto certe parole incomprensibili per pietà dei suoi occhi, Padre, quanto ho scritto ieri. Rileggerlo mi desola… è così inferiore a quello che provavo mentre descrivevo il mio stato d’animo! Eppure allora io, per aiutarmi nel dire ciò che il Signore mi faceva provare, e per la paura di dire male e per avere un sollievo – perché è anche una sofferenza, sa? – io chiamavo il mio S Giovanni. Gli dicevo: «Tu le sai bene queste cose. Tu le hai provate. Aiutami». Né mi è mancata la sua presenza, il suo sorriso di eterno fanciullo buono e la sua carezza. Ma ora sento che la povera mia parola è così inferiore al sentimento che provavo… Tutto è paglia quanto è umano, l’oro è solo il soprannaturale. Ma l’umano non lo può neppure descrivere.
213. A Keriot una profezia di Gesù e
l’inizio della predicazione apostolica[173].
Inizia la predicazione apostolica.
Nella sinagoga di Keriot.
1L’interno della sinagoga di Keriot. Allo stesso posto dove fu steso al suolo Saul, morto dopo aver visto la gloria futura del Cristo. E su questo posto, in gruppo serrato dal quale emergono Gesù e Giuda – i due più alti, entrambi sfavillanti nel volto, uno per il suo amore, l’altro per la gioia di vedere che la sua città è sempre fedele al Maestro e che si fa onore con la pompa delle onoranze – sono i notabili di Keriot e poi, più lontano da Gesù, ma fitti come semi in un sacchetto, i cittadini, a far piena la sinagoga dove non si respira nonostante le porte aperte. E, per fare onore, per sentire il Maestro, finiscono che fanno tutti una bella confusione e un rumore che non fa sentire nulla.
2Gesù sopporta e tace. Ma gli altri si inquietano e fanno gesti e urlano: «Silenzio!». Ma l’urlo si perde nel frastuono come un grido gettato su una spiaggia in tempesta.
Giuda non fa storie. Sale su un alto scanno e picchia le lampade, che pendono a grappolo, fra di loro. Il metallo cavo suona e le catenelle crepitano fra di loro come strumenti musicali. La gente si cheta e si può, finalmente, sentire parlare Gesù.
4° capitolo della storia, dei Maccabei
3Dice al sinagogo: «Dammi il decimo rotolo di quello scaffale» e, avutolo, lo scioglie e lo porge al sinagogo dicendo: Leggi il 4° capitolo della storia, dei Maccabei»[174].
Il sinagogo ubbidiente legge. E le vicende di Onia e gli errori di Giasone e i tradimenti e i furti di Menelao passano così davanti al pensiero dei presenti. Il capitolo è terminato. Il sinagogo guarda Gesù che ha ascoltato attentamente.
Inizio della predicazione Apostolica
4Gesù fa cenno che basta così e poi si volge al popolo: «Nella città del mio carissimo discepolo Io non avrò le solite parole di ammaestramento. Sosteremo qui qualche giorno ed Io voglio che sia lui che ve le dice. 5Perché da qui voglio che si inizi il diretto contatto, il continuo contatto fra gli apostoli e il popolo. Èstato deciso nell’alta Galilea e là ebbe un primo bagliore. Ma l’umiltà dei miei discepoli li fece poi ritirare nell’ombra, perché temono di non saper fare e di usurpare il mio posto. No. Devono fare, faranno bene e aiuteranno il loro Maestro. 6Qui perciò, congiungendo in un unico amore i confini galileo-fenici con le terre di Giuda, le più meridionali, di confine verso i paesi del sole e delle arene, deve avere inizio la vera predicazione apostolica. Perché il Maestro non basta più ai bisogni delle folle. E perché è giusto che gli aquilotti lascino il nido e facciano i primi voli mentre ancora il Sole è con loro e l’ala robusta di Lui li regge.
7Perciò Io, in questi giorni, sarò l’amico vostro e il vostro conforto. Essi saranno la parola e andranno spargendo il seme che ho loro dato. Io non avrò perciò parole di pubblico ammaestramento, ma vi darò una cosa privilegiata. Una profezia. Vi prego di ricordarvela per i tempi futuri, quando l’evento più orrendo dell’Umanità avrà offuscato il sole e, nelle tenebre, potranno i cuori essere tratti in giudizi d’errore.
Difesa da una accusa ingiusta.
8Non voglio che voi siate indotti in errore, voi che dal primo momento foste buoni con Me. Non voglio che il mondo possa dire: “Keriot fu nemica del Cristo”. Giusto Io sono. Non posso permettere che la critica, astiosa o innamorata di Me, possa, ognuna per il pungolo del suo sentimento, accusarvi di colpe verso di Me. 9Come non si può da numerosa famiglia pretendere una uguale santità nei figli, così non la si può pretendere per una popolosa città. Ma sarebbe forte anticarità dire per un figlio malvagio o per un cittadino non buono: “Tutta la famiglia o tutta la città è anatema”. 10Udite dunque, ricordate poi, siate fedeli sempre, e come Io vi amo tanto da volervi difendere da una accusa ingiusta, così voi sappiate amare gli incolpevoli. Sempre. Quali che siano. Quale che sia la loro parentela coi colpevoli.
Profezia sul tradimento al Messia.
Applicazione del testo biblico
11Ora udite. Verrà un tempo che in Israele vi saranno delatori del tesoro e della patria i quali, nella speranza di farsi amici gli stranieri, parleranno male del vero Sommo Sacerdote, accusandolo di alleanza coi nemici d’Israele e di atti malvagi verso i figli di Dio. E per giungere a questo saranno capaci di commettere delitti addossandone le responsabilità all’Innocente[175]. 12E verrà il tempo, sempre in Israele, in cui, più ancora che ai tempi di Onia, un infame, tramando di essere lui il Pontefice, andrà dai potenti in Israele e li corromperà con l’oro, ancor più infame, di mendaci parole, e intanto sviserà la verità dei fatti, non parlerà contro le colpe, ma anzi, perseguendo i suoi indegni scopi, si volgerà a corrompere i costumi[176] per avere più facile presa sugli animi privati dell’amicizia con Dio: tutto per giungere al suo scopo.
13E riuscirà. Oh! certo! Poiché, se nella stessa dimora sul monte Moria non sono i ginnasi dell’empio Giasone, in realtà essi sono nei cuori degli abitatori del monte che per franchigia sono disposti a vendere ciò che è ben più di un terreno, ma è la loro stessa coscienza. I frutti dell’antico errore si vedono ora, e chi ha occhi per vedere vede ciò che avviene là dove dovrebbe essere carità, purezza, giustizia, bontà, religione santa e profonda. Ma se sono frutti che già fanno tremare, i frutti nati dai semi di questi non solo saranno oggetto di tremore ma di maledizione divina[177].
Profezia sul tradimento dell’ Iscariota e la sua morte
14Ed eccoci alla vera profezia. In verità vi dico che da colui che ha carpito il posto e la fiducia[178], mediante un giuoco lungo e astuto, sarà dato, per denaro[179], nelle mani dei nemici il Sommo Sacerdote, il vero Sacerdote. Tratto in inganno con proteste d’affetto, indicato ai carnefici con un atto d’amore[180], Egli sarà ucciso senza riguardo alla giustizia.
15Quali accuse saranno fatte al Cristo, poiché di Me Io parlo, per giustificare il diritto di ucciderlo? Quale sorte sarà serbata a coloro che questo faranno? Una sorte immediata di orrenda giustizia. Una sorte non individuale ma collettiva per i complici del traditore. Una sorte più lontana e ancor più orrenda di quella dell’uomo che il rimorso porterà a coronare il suo animo di demonio dell’ultimo delitto contro se stesso. Perché quello in un attimo avrà fine.
Il destino della massa complice
16Quest’ultimo castigo sarà lungo, tremendo. Trovatelo nelle frasi: “e acceso di sdegno ordinò che Andronico fosse spogliato della porpora e ucciso nel luogo dove aveva commesso empietà contro Onia”[181]. 17 Sì, la razza sacerdotale sarà colpita nei figli oltreché negli esecutori. E il destino della massa complice leggetelo in queste: “La voce di questo sangue grida a Me dalla terra. Or dunque tu sarai maledetto…”[182]. E sarà detta da Dio a tutto un popolo che non avrà saputo tutelare il dono del Cielo. Perché, se è vero che Io sono venuto per redimere, guai a coloro che saranno assassini e non redenti, fra questo popolo che ha per prima redenzione la mia Parola.
18Ho detto. Ricordatevelo. E quando sentirete dire che Io sono un malfattore, dite: “No. Egli lo ha detto. Questo è il segnato che si compie ed Egli è la Vittima uccisa per i peccati del mondo”».
Il pianto ell’apostolo tenebre
19La sinagoga si svuota e tutti parlano e gesticolano sulla profezia e sulla stima che Gesù ha di Giuda. «Quelli di Keriot sono esaltati dall’onore dato loro dal Messia scegliendo il luogo di un apostolo, e proprio dell’apostolo di Keriot, per iniziare il magistero apostolico e anche per il dono della profezia. Per quanto sia triste, è un grande onore averla avuta e con le parole di amore che la precedono…»
20Nella sinagoga restano Gesù e il gruppo degli apostoli; anzi passano nel giardinetto che è fra la sinagoga e la casa del sinagogo. Giuda si è seduto e piange.
«Perché piangi? Non ne vedo il motivo…» dice l’altro Giuda.
21«Ma, ecco. Quasi quasi farei anche io come lui. Avete sentito? Ora bisogna parlare noi…» dice Pietro.
«Ma un poco lo abbiamo già fatto sul monte. Sempre meglio faremo. Tu e Giovanni siete stati subito capaci» dice Giacomo di Zebedeo per rincuorare.
«Il peggio è per me… ma Dio mi aiuterà. Non è vero, Maestro?» interroga Andrea.
22Gesù, che scorreva dei rotoli che si era portati con Sé, si volta e dice: «Cosa dicevi?»
«Che Dio mi aiuterà quando dovrò parlare. Cercherò di ripetere le tue parole il meglio che posso. Ma mio fratello ha paura e Giuda piange».
23«Piangi? Perché?» domanda Gesù.
«Perché veramente io ho peccato. Andrea e Tommaso lo possono dire. Io ho fatto maldicenza su Te, e Tu mi benefichi chiamandomi “carissimo discepolo” e volendomi maestro qui… Quanto amore!…»
24«Ma non lo sapevi che ti amavo?».
«Sì. Ma… Grazie, Maestro. Non mormorerò mai più, perché veramente io sono le tenebre e Tu sei la Luce».
La pena del sinagogo
25Ritorna il sinagogo invitandoli nella sua casa, e nell’andare dice: «Penso alle tue parole. Se ho ben compreso, in Keriot, come hai trovato un prediletto, il nostro Giuda di Simone, profetizzi di trovarvi un indegno. Ciò mi accora. Meno male che Giuda compenserà l’altro…»
«Con tutto me stesso» dice Giuda, che si è ripreso.
26Gesù non parla, ma guarda i suoi interlocutori e fa un gesto aprendo le braccia come per dire: «Così è».
214. La madre di Giuda si confida con la Madre di Gesù, giunta a Keriot con Simone Zelote[183].
Nella bella casa di Giuda.
A mensa
1Gesù è per andare a mensa nella bella casa di Giuda insieme a tutti i suoi. E dice alla madre di Giuda, venuta dalla sua casa di campagna per ospitare degnamente il Maestro: «No, madre, anche tu devi stare con noi. Qui siamo come una famiglia. Non è il banchetto freddo e compassato degli ospiti casuali. Io ti ho preso un figlio e voglio che tu mi prenda come un figlio, così come Io ti prendo come una madre, perché ne sei ben degna. Non è vero, amici, che così ci sentiremo tutti più contenti e più a nostro agio?».
Gli apostoli e le due Marie annuiscono con calore. E la madre di Giuda, con un grande luccichio nelle pupille, deve sedersi fra suo figlio e il Maestro, che ha di fronte le due Marie con Marziam al centro.
2La servente porta le vivande e Gesù offre e benedice e poi spartisce, perché su questo la madre di Giuda è inflessibile. E spartisce sempre cominciando da lei, cosa che sempre più commuove la donna e inorgoglisce Giuda, e nello stesso tempo lo fa pensoso.
Porfiria, donna quieta, casta e silenziosa
3I discorsi vertono su diversi argomenti, e Gesù cerca interessarne la madre di Giuda e di affiatarla con le due discepole. Molto a questo serve Marziam, che dichiara che lui vuole già molto bene anche alla madre di Giuda «perché si chiama Maria come tutte le donne che sono buone».
«E a quella che ci aspetta là sul lago non vorrai bene, cattivello?» chiede Pietro semiserio.
«Oh! molto bene, se sarà buona».
4«Per questo ne puoi essere sicuro. Lo dicono tutti e lo devo dire anche io che, se è sempre stata mansueta con sua madre e con me, è proprio segno che è buona. Ma non si chiama Maria, figlio. Ha uno strambo nome, perché il padre le mise quello della cosa che gli aveva dato ricchezza e Porfirea la volle chiamare. La porpora è bella e preziosa. Mia moglie non è bella, ma è preziosa per la sua bontà. E io le ho voluto bene perché era tanto quieta, casta, silenziosa. Tre virtù… eh! non sono facili a trovarsi! L’avevo sbirciata fin da quando era una fanciulla. Scendevo a Cafarnao col pesce e la vedevo alle reti, oppure alla fonte, o anche nell’orto di casa lavorare e tacere, e non era la svagata farfalla che vola qua e là, e neppure la sventata gallinella che gira l’occhio per ogni chicchirichì di gallo. Non alzava mai il capo anche se sentiva voci d’uomo e quando io, innamorato della sua bontà e delle sue splendide trecce, le sue uniche bellezze, e anche… sì, e anche impietosito per la sua condizione di schiava in famiglia, le ho rivolto i primi saluti – allora aveva sedici anni – lei ha risposto a mala pena, calando ancora di più il suo velo e ritirandosi ancora di più in casa. Eh! ce n’è voluto per capire se non le parevo un orco e per mandare avanti il paraninfo!… Ma non me ne pento. Potevo girare tutta la terra, ma un’altra così non la trovavo. Non è vero, Maestro, che è buona?».
5«Molto buona. E sono sicuro che Marziam l’amerà anche se non si chiama Maria. Non è vero, Marziam?».
«Sì. Quella si chiama “mamma”, e le mamme sono buone e si amano».
A due a due per evangelizzare.
7Poi Giuda racconta quanto ha fatto nella giornata. Comprendo che è andato lui ad avvisare la madre della loro venuta, e che poi ha iniziato a parlare nelle campagne di Keriot avendo a compagno Andrea. Dice poi: «Domani vorrei veniste tutti, però. Non voglio brillare da me. Andremo, per quanto si può, un giudeo e un galileo. Io con Giovanni, per esempio, e Simone con Tommaso. Se venisse l’altro Simone! Però voi due (e accenna ai figli di Alfeo) potete andare da voi. Ho detto anche a chi non lo voleva sapere che siete i fratelli del Maestro. E anche voi due (e accenna Filippo e Bartolomeo) potete andare insieme. Ho detto che Natanaele è un rabbi venuto al seguito del Maestro. E’ cosa che fa impressione. E… rimanete voi tre. Ma appena viene lo Zelote si potrà fare una coppia di più. E poi ci alterneremo perché voglio vi conoscano tutti…». Giuda è pieno di brio. «Ho parlato sul decalogo, Maestro, cercando di illustrare specialmente le parti in cui so che questa zona più manca…».
8«Non avere la mano pesante, Giuda. Te ne prego. Abbi sempre presente che ottiene di più la dolcezza che l’intransigenza e che sei uomo tu pure. Perciò esaminati e rifletti come è facile anche a te cascare e come ti irriti per rimproveri troppo aperti» dice Gesù, mentre la madre di Giuda piega la testa avvampando nel volto.
«Non temere, Maestro. Mi sforzo di imitare Te in tutto. Però, nel paese che vediamo anche da quella porta (mangiano a porte aperte e si vede un bell’orizzonte da questa camera sopraelevata) vi è un infermo che vorrebbe guarire. E non lo si può trasportare. Potresti venire con me?».
9«Domani, Giuda. Domani mattina senza fallo. E se vi sono altri malati ditemelo o conducetemeli».
«Vuoi proprio beneficare la mia patria, Maestro?»
10«Sì. Perché non si dica che sono stato ingiusto verso chi non mi ha fatto del male. Benefico anche i malvagi! Perché allora non i buoni di Keriot? Voglio lasciare un ricordo indelebile di Me…».
«Ma come? Non torniamo più qui?».
11«Ci torneremo ancora, ma…».
Le madri dei segnati
La Madre di Gesù.
12«Ecco la Madre, la Madre con Simone!» trilla il bambino, che vede Maria e Simone salire la scala che conduce alla terrazza su cui è la stanza. Tutti si alzano in piedi e vanno incontro ai due che giungono. Rumore di esclamazioni, di saluti, di sedili smossi. Ma nulla distrae Maria dal salutare per primo Gesù e poi la madre di Giuda, che si è profondamente inchinata e che Maria invece rialza e abbraccia come fosse una cara amica ritrovata dopo un’assenza.
Rientrano nella stanza e Maria di Giuda ordina alla servente nuovi cibi per i sopraggiunti.
13«Ecco, Figlio, il saluto di Elisa» dice Maria e dà un piccolo rotolo a Gesù, che lo apre e legge, dicendo poi: «Lo sapevo. Ne ero certo. Grazie, Mamma. Per Me e per Elisa. Tu sei veramente la Salute degli infermi!».
«Io? Tu, Figlio. Non io».
14«Tu; e sei il mio più grande aiuto». Poi si volge agli apostoli e alle discepole e dice: «Elisa scrive: “Torna, mia Pace. Ti voglio non solo amare, ma servire”. E così abbiamo levato dalla angoscia, dalla melanconia una creatura, e ci siamo guadagnati una discepola. Ci torneremo, sì».
15«Vuole conoscere anche le discepole. Viene lentamente, ma senza soste. Povera cara! Ha ancora dei momenti di smarrimento pauroso. Vero, Simone? Un giorno volle provare ad uscire con me, ma vide un amico del suo Daniele… e faticammo molto a calmare il suo pianto. Ma Simone è così bravo! E mi ha suggerito, posto che mostra il desiderio di ritornare nel mondo, ma che il mondo di Betsur è troppo pieno di ricordi per lei, di chiamare Giovanna. E’ andato lui a chiamarla. Era tornata, dopo le feste, a Bètér presso i suoi splendidi roseti di Giudea. Dice Simone che gli è sembrato un sogno, attraversando quelle colline tutte a roseto, che gli pareva d’essere nel Paradiso. Èvenuta subito. Lei può capire e compatire una madre che piange i figli! Elisa le si è molto affezionata ed io sono venuta. Giovanna la vuole persuadere ad uscire da Betsur e ad andare nel suo castello. E ci riuscirà, perché è dolce come una colomba ma ferma come un granito nei suoi voleri».
16«Andremo a Betsur nel ritorno e poi ci separeremo. Voi discepole resterete con Elisa e Giovanna per qualche tempo. Noi andremo per la Giudea e ci ritroveremo a Gerusalemme per la Pentecoste»…
La madre dell’ Iscariota
17Maria SS. e Maria madre di Giuda sono insieme. Non nella casa di città, ma in quella di campagna. Sono sole. Gli apostoli con Gesù sono fuori, le discepole col bambino sono per lo splendido pometo e si sentono le loro voci unite al rumore di panni sbattuti sui lavatoi. Forse fanno il bucato mentre il bambino giuoca. La madre di Giuda, seduta in una stanza in penombra a fianco di Maria, parla alla stessa: «Questi giorni di pace rimarranno come un dolce sogno in me. Troppo brevi! Troppo! Comprendo che non si deve essere egoisti e che è giusto che voi andiate da quella povera donna e da tanti altri infelici. Ma se potessi! Se potessi fermare il tempo, o venire con voi!… Ma non posso. Non ho parenti all’infuori di mio figlio e devo curare i beni della casa…»
18«Comprendo… Separarti dal figlio ti è dolore. Noi madri vorremmo sempre essere con i figli. Ma noi li diamo per una ben grande ragione, e non li perdiamo. Neppure la morte ce li leva i figli, se sono loro, e se siamo noi, in grazia agli occhi di Dio. Ma noi li abbiamo ancora sulla terra, anche se la volontà di Dio li strappa al nostro seno per darli al mondo per il suo bene. Possiamo sempre raggiungerli, e anche l’eco delle loro opere ci dà come una carezza al cuore, perché le loro opere sono il profumo della loro anima».
«Cosa è tuo Figlio per te, Donna?» chiede piano Maria di Giuda.
19E Maria SS., sicura, risponde: «È la mia gioia».
Confessione di una madre infelice.
«La tua gioia!!!…» e poi uno scoppio di pianto mentre la madre di Giuda si curva su se stessa come per nascondere questo pianto. Tocca quasi con la fronte i ginocchi tanto si curva su se stessa.
20«Perché piangi, mia povera amica? Perché? Dillo a me. Io sono felice nella mia maternità, ma so capire anche le madri non felici…».
21«Sì. Non felici! E io ne sono una. Tuo Figlio è la tua gioia… Il mio è il mio dolore. Lo è stato almeno. Ora, da quando è con tuo Figlio, meno mi affligge. Oh! fra tutti quelli che pregano per la tua santa Creatura, acciò abbia bene e trionfo, non ce ne è una, dopo te, beata, che preghi quanto questa infelice che ti parla… Dimmi il vero: che pensi tu di mio figlio? Siamo due madri, l’una di fronte all’altra; fra noi è Dio. E parliamo dei nostri figli. Tu non puoi che trovare facile parlare del… io devo far forza a me stessa per parlarne. Ma pure quanto bene, o quanto dolore, mi può venire da questo parlarne! E anche se è dolore sarà sempre un sollievo averne parlato… 22Quella donna di Betsur fu quasi folle per la morte dei figli, non è vero? Ma io ti giuro che delle volte ho pensato e penso, guardando il mio Giuda bello, sano, intelligente, ma non buono, non virtuoso, non dritto di animo, non sano di sentimenti, che preferirei piangerlo morto piuttosto che saperlo… che saperlo molto inviso a Dio. 23Tu, dimmi, che pensi di mio figlio? Sii schietta. È più di un anno che questa domanda mi brucia il cuore. Ma a chi chiedere? Ai cittadini? Essi non sapevano ancora che il Messia era, e che Giuda voleva andare con Lui. Io lo sapevo. Me lo aveva detto venendo qui dopo la Pasqua, esaltato, violento, come sempre quando lo prende un capriccio e come sempre sprezzante dei consigli di sua madre. Ai suoi amici di Gerusalemme? Una santa prudenza e una pia speranza me ne trattenevano. Non volevo dire a quelli, che io non posso amare perché tutto sono fuorché santi: “Giuda segue il Messia”. E speravo che il capriccio cadesse come tanti altri, come tutti, costando magari lacrime e desolazioni, come per più di una fanciulla che qui e altrove egli innamorò di sé e poi mai prese per sposa. 24Non sai che ci sono luoghi dove egli non va più perché potrebbe incontrare un giusto castigo? Anche l’essere del Tempio fu un capriccio. Non sa ciò che si vuole. Mai. Suo padre, Dio lo perdoni, lo ha guastato. Io non ho mai avuto voce presso i due uomini della mia casa. Ho solo dovuto piangere e riparare con umiliazioni d’ogni sorta… 25Quando è morta Joanna – e, benché nessuno lo dicesse, io so che morì di dolore quando, dopo aver aspettato per tutta la sua giovinezza, Giuda dichiarò che egli non voleva moglie, mentre poi era noto che a Gerusalemme aveva mandato amici ad interrogare una donna ricca e con empori fino a Cipro per la figlia sua – io ho dovuto piangere molto, molto per i rimproveri della madre della fanciulla morta, come se io fossi complice del figlio mio. No. No lo sono. Ma non sono nulla presso di lui. 26Lo scorso anno, quando fu qui il Maestro, compresi che Egli aveva capito… e fui per parlare. Ma è doloroso, doloroso è per una madre dover dire: “Temi di mio figlio. E’ un avido, un duro di cuore, un vizioso, un superbo, un instabile”. E’ questo… io prego perché un miracolo, Lui che ne fa tanti, tuo Figlio lo faccia sul mio Giuda… Ma tu, tu, dimmi: che pensi di lui?».
Prega il Signore che faccia per il meglio.
27Maria, che è sempre rimasta zitta e con espressione di pietoso dolore davanti a questo lamento materno, al quale non può il suo animo retto dare smentita, dice piano: «Povera madre!… Che penso? Sì, tuo figlio non è l’anima limpida di Giovanni, né il mite Andrea, né il fermo Matteo che si è voluto cambiare ed è cambiato. È… instabile, sì, è così. Ma pregheremo tanto per lui, io e te. Non piangere. Forse nel tuo amore di madre, che vorrebbe potersi gloriare del figlio, tu lo vedi più deforme di quanto non sia…».
«No! No! Io vedo giusto e ho tanta paura».
28La stanza è piena del pianto della madre di Giuda, e nella penombra biancheggia il volto di Maria, fatto più pallido da questa confessione materna che acuisce tutti i sospetti della Madre del Signore. Ma Ella si domina. Attira a sé la madre non felice e la carezza mentre questa, rotte le dighe di ogni ritegno, narra confusamente, affannosamente tutte le durezze, le esigenze, le violenze di Giuda, e termina: «Io arrossisco per lui quando mi vedo fatta segno ad atti di amore di tuo Figlio! Io non glielo chiedo. Ma sono sicura che, oltre che per la sua bontà, Egli lo fa per dire, con l’atto, a Giuda: “Ricordati che così si tratta la madre”. Ora, ora pare tutto buono… Oh! fosse vero! Aiutami, aiutami con la preghiera, tu che sei santa, perché mio figlio non sia un indegno della grande grazia che Dio gli ha concesso! Se non mi vuole amare, se non sa essere riconoscente a me, che l’ho partorito e allevato, non è nulla. Ma che sappia amare, realmente, Gesù; che sappia servirlo con fedeltà e riconoscenza. Se ciò non deve essere, allora… allora Dio gli levi la vita. Preferisco averlo nel sepolcro,… lo avrei finalmente, perché da quando ebbe la ragione ben poco fu mio. Morto, anziché cattivo apostolo. Posso pregare così? Che dici tu?».
29«Prega il Signore che faccia per il meglio. Non piangere più. Ho visto meretrici e gentili ai piedi del Figlio mio, e con essi pubblicani e peccatori. Divenuti tutti agnelli per la sua Grazia. Spera, Maria, spera. Le pene delle madri salvano i figli, non lo sai?…»
E con questa pietosa domanda cessa ogni cosa.
215. L’albergatore di Betginna e la sua figlia lunatica[184].
Segreto per convincere
Quando uno è convinto persuade sempre
1Non vedo né il ritorno a Betsur, né i roseti di Bètér che ho tanto desiderato di vedere. Gesù è solo con gli apostoli. Non c’è neppure Marziam, rimasto certo con la Madonna e le discepole. Il luogo è molto montagnoso, ma anche molto ricco di vegetazione con boschi di conifere, meglio, di alberi da pinoli, e l’odore delle resine si spande per ogni dove, balsamico e vitalizzatore. E attraverso questi monti verdi Gesù cammina, voltando le spalle all’oriente, insieme ai suoi.
Sento che ragionano di Elisa, che è apparsa molto mutata e persuasa a seguire Giovanna nella sua tenuta di Bètér, e della bontà di Giovanna. E che parlano anche del nuovo giro da fare, andando verso le fertili pianure che precedono la marina. E nomi di glorie passate riaffiorano, suscitando racconti, domande, spiegazioni e discussioni bonarie.
2«Quando saremo sulla cima di questo monte vi mostrerò dall’alto tutte le zone che vi interessano. Potrete da esse trarre pensieri per le vostre parole al popolo».
«Ma come facciamo, mio Signore? Io non sono buono» geme Andrea, e a lui si associano Pietro e Giacomo.
«Siamo i più disgraziati noi!».
«Oh! per questo! Anche io non sono di meglio. Fosse oro e argento potrei parlarne, ma di queste cose…» dice Tommaso.
«E io? che ero io?» chiede Matteo.
«Ma tu non hai paura del pubblico, tu sai discutere» ribatte Andrea.
«Ma su altre cose…» replica Matteo.
«Eh! già!… Ma… Insomma tu sai già quello che vorrei dire, e fa’ conto che te lo abbia detto. Il fatto è che tu vali più di noi» dice Pietro.
3«Ma miei cari. Non c’è bisogno di andare nel sublime. Dite semplicemente quello che pensate, con la vostra convinzione. Credete che quando uno è convinto persuade sempre» dice Gesù.
Ma Giuda di Keriot supplica: «Dacci molti spunti Tu. Un’idea ben data può servire a molte cose. Questi posti sono rimasti senza una parola su di Te, io credo. Perché nessuno mostra di conoscerti»
«E’ perché qui c’è ancora molto vento che viene dal Moria… Sterilisce…» risponde Pietro.
«E’ perché non si è seminato. Ma noi semineremo» ribatte l’Iscariota sicuro, reso felice dai primi successi.
Panorama naturale
4La vetta del monte è raggiunta. Un ampio panorama si apre di là, ed è bello vederlo stando all’ombra delle folte piante che incoronano la cima, così variato e solare, un accavallarsi di catene che vanno in ogni senso come marosi pietrificati di un oceano corso da venti contrari e poi, come in un golfo quieto, tutto placarsi in una luminosità senza termine che prelude a una vasta pianura in cui si erge, solitario come un faro all’imboccatura di un porto, un monticello.
Panorama storico.
5«Ecco. Questo paese che corre così sulla cresta, quasi per godersi tutto il sole, e dove sosteremo, è come il perno di una raggiera di luoghi storici.
6Venite qui. Ecco là (al settentrione) Gerimot. Vi ricordate Giosuè? La sconfitta dei re che vollero assalire il campo d’Israele, fatto forte dell’alleanza coi Gabaoniti.
7E vicino Betsames, la città sacerdotale di Giuda, in cui fu restituita l’arca dai filistei con i voti in oro imposti dagli indovini e sacerdoti al popolo per avere liberazione dai flagelli che tormentavano i colpevoli filistei.
8Ed ecco là, tutta nel sole, Saraà patria di Sansone, e un poco più a oriente Timnata, dove egli prese moglie e fece tante prodezze e tante sciocchezze.
9E là Azeco e Soco già campo filisteo.
10Più giù ancora è Szanoe, una delle città di Giuda.
11E qui, voltatevi, ecco la valle del Terebinto dove Davide si batté con Golia.
12E là è Maceda dove Giosuè sconfisse gli Amorrei.
13Voltatevi ancora. Vedete quel solitario monte in mezzo alla pianura che un tempo fu dei filistei? Là è Get, patria di Golia e luogo di rifugio per Davide presso Achis per fuggire l’ira folle di Saul, e dove il re saggio si finse pazzo perché il mondo preserva i folli contro i savi.
14Quell’orizzonte aperto sono le pianure della fertilissima terra dei filistei. Noi andremo per là, fino a Ramlè.
15Ed ora entriamo in Betginna. Tu, proprio tu, Filippo, che mi guardi così implorante, andrai con Andrea per il paese. Noi sosteremo, intanto che voi andate, presso la fontana o nella piazza del paese».
«Oh! Signore! Non ci mandare soli! Vieni anche Tu!» pregano i due.
16«Andate, ho detto. L’ubbidienza vi sarà più di aiuto che la mia muta presenza»…
L’albergatore Samuele
Cercando alloggio per il Messia
17E dunque Filippo e Andrea vanno, a caso, per il paese finché trovano un molto minuscolo albergo, più stallazzo che albergo, e dentro vi sono dei sensali che contrattano agnelli con dei pastori. Entrano e si fermano interdetti nel mezzo del cortile circondato da portici molto rustici.
Accorre l’albergatore: «Che volete? Alloggio?».
18I due si consultano con lo sguardo, uno sguardo molto sbigottito. Molto probabilmente, di quanto avevano prefisso di dire non trovano più neppure una parola. Ma è proprio Andrea che si riprende per primo e risponde: «Sì, alloggio per noi e per il Rabbi di Israele».
«Quale rabbi? Ce ne sono tanti! Ma sono molto signori. Non vengono in paesi di poveri a portare la loro sapienza ai poveri. Sono i poveri che devono andare da loro, e ancora è grazia se ci sopportano vicino!».
19«Il Rabbi di Israele è uno solo. Ed Egli viene proprio a portare la Buona Novella ai poveri, e più poveri e più peccatori sono e più li cerca e li avvicina» risponde dolcemente Andrea.
«Ma allora non farà denaro!».
20«Non ne cerca delle ricchezze. È povero e buono. La sua giornata è piena quando può salvare un’anima» risponde ancora Andrea.
«Hum! E’ la prima volta che sento che un rabbi è buono e povero. Il Battista è povero ma è severo. Tutti gli altri sono severi e ricchi, avidi come sanguisughe. Avete udito voi? Venite qui, voi che girate il mondo. Questi uomini dicono che c’è un maestro povero, buono, che viene a cercare i poveri e i peccatori».
«Ah! deve essere quello che veste di bianco come un essenita. L’ho visto anche tempo fa a Gerico» dice un sensale.
«No. Quello è solo. Deve essere quello di cui parlava Toma, perché si era trovato per caso a parlare di lui con dei pastori del Libano» risponde un alto pastore nerboruto.
«Sì, proprio! E viene fin qui se era sul Libano! Per i tuoi occhi di gatto!» esclama un altro.
Mentre l’oste parla e ascolta con i suoi clienti, i due apostoli sono rimasti lì, in mezzo al cortile, come due pioli. Infine un uomo dice: «Ehi! voi! Venite qui! Chi è? Da dove viene questo che dite?».
Chi sa per esperienza offre certezza.
21«E’ Gesù di Giuseppe, di Nazaret» dice serio Filippo, e sta come chi attende di essere schernito. Ma Andrea aggiunge: «E’ il predetto Messia. Io ve ne scongiuro, per il vostro bene, ascoltatelo. Voi avete nominato il Battista. Ebbene, io ero con lui, e lui ci indicò Gesù che passava dicendo: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Quando Gesù scese al battesimo nel Giordano, si aprirono i Cieli e una Voce gridò: “Ecco il mio Figlio diletto nel quale Io mi sono compiaciuto” e l’Amore di Dio scese come una colomba a splendere sul suo capo».
«Lo vedi? E’ proprio il Nazareno! Ma dite un poco, voi che vi dite suoi amici…»
22«Amici no, apostoli, discepoli siamo, e mandati da Lui per annunciarne l’arrivo, perché chi ha bisogno di salvezza vada a Lui» corregge Andrea.
«Va bene. Ma dite un poco. È proprio come lo dicono alcuni, ossia un santo più santo del Battista, o è un demonio come lo dicono gli altri? Voi che ci state insieme, perché se siete discepoli ci starete insieme, dite un poco e con sincerità. E’ vero che è lussurioso e crapulone? Che ama le meretrici e i pubblicani? Che è negromante e nella notte evoca gli spiriti per sapere i segreti dei cuori?».
«Ma perché chiedi a questi uomini questo? Chiedi piuttosto se è vero che è buono. Questi due se ne avranno a male e se ne andranno dicendo al Rabbi le nostre male ragioni e ne saremo maledetti. Non si sa mai!… Dio o diavolo che sia, è sempre meglio trattarlo bene».
23Questa volta è Filippo che parla: «Vi possiamo rispondere con sincerità, perché nulla di brutto è da tenere occulto. Egli, il Maestro nostro, è il Santo fra i santi. La sua giornata passa nelle fatiche dell’ammaestramento. Instancabile va di luogo in luogo, cercando i cuori. La sua notte la passa pregando per noi. 24Non sdegna la tavola e l’amicizia, ma non per utile proprio bensì per avvicinare chi altrimenti sarebbe non accostabile. Non respinge pubblicani e meretrici. Ma solo per redimerli. 25Segna la sua via di miracoli di redenzioni e di miracoli sulle malattie. Gli ubbidiscono i venti ed il mare. Ma non ha bisogno di alcuno per operare prodigi, né di evocare spiriti per conoscere i cuori».
«E come può?… Hai detto che gli ubbidiscono i venti ed il mare. Ma sono cose senza ragione. Come può comandare loro?» chiede l’oste.
26«Rispondimi, uomo: secondo te è più difficile comandare al vento e al mare, o alla morte?»
«Per Geové! Ma alla morte non si comanda! Al mare si può buttare dell’olio, si può opporre le vele, si può, saggiamente, non andare su esso. Al vento si possono opporre i serrami delle porte. Ma la morte non si comanda. Non c’è olio che la calmi. Non c’è vela che, messa alla nostra navicella, la faccia tanto rapida da distanziare la morte. E non ci sono serrami per essa. Quando vuol venire passa, anche se son dati i chiavistelli. Eh! nessuno comanda a questa regina!».
27«Eppure il Maestro nostro la comanda. Non solo quando è vicina. Ma anche quando ha già preso. Un giovane di Naim era per essere messo nella bocca orrenda del sepolcro, ed Egli disse: “Io te lo dico: alzati!” e il giovane tornò vivo. Naim non è fra gli iperborei. Potete andare e vedere».
«Ma così? Alla presenza di tutti?».
28«Sulla via, alla presenza di tutta Naim».
Chi crede che Gesú puó guarire e avanti nella fede
Oste e clienti si guardano in silenzio. Poi l’oste dice: «Ma le farà per gli amici, eh! quelle cose lì?».
29«No, uomo. Per tutti quelli che credono in Lui e non ad essi soli. E’ la Pietà sulla terra, credilo. Nessuno si volge a Lui per niente. Udite, voi tutti. Non vi è alcuno fra voi che soffra e pianga per malattie di famiglia, per dubbi, per rimorsi, per tentazioni, per ignoranze? Rivolgetevi a Gesù, il Messia della Buona Novella. Egli è qui, oggi. Domani sarà altrove. Non lasciate passare senza utile la Grazia del Signore che passa» dice Filippo, che si è sempre fatto più sicuro.
30L’oste si arruffa i capelli, apre e chiude la bocca, si tormenta le frange della cintura… infine dice: «Io provo!… Ho una figlia. Fino alla scorsa estate stava bene. Poi divenne lunatica. Sta come una belva muta in un angolo, sempre lì, e a fatica la madre la può vestire e imboccare. I medici dicono che le si è arso il cervello per troppo sole, altri per un triste amore. Il popolo dice che è indemoniata. Ma come, se è una giovinetta mai uscita di qui?! Dove lo ha preso questo demonio? Che dice il tuo Maestro? Che il demonio può prendere anche un innocente?».
31Filippo risponde sicuro: «Sì, per tormentare i parenti e portarli in disperazione.»
«E… Lui li guarisce i lunatici? Devo sperare?».
32«Devi credere» dice svelto Andrea. E racconta il miracolo dei geraseni terminando: «Se quelli, che erano legione in cuori di peccatori, fuggirono così, come non fuggirà quello penetrato a forza nel cuore giovinetto? Io te lo dico, uomo: a chi spera in Lui l’impossibile diviene facile come il respirare. Io ho visto le opere del mio Signore e testimonio del suo potere».
«Oh! allora chi di voi lo va a chiamare?».
33«Io stesso, uomo. Attendimi tosto». E Andrea va lesto, mentre Filippo resta a parlare.
Quando Andrea vede Gesù, fermo sotto un androne per fuggire il sole implacabile che empie la piazzetta del paese, gli corre incontro dicendo: «Vieni, vieni, Maestro. La figlia dell’alberghiere è lunatica. Il padre ti implora la sua guarigione».
34«Ma mi conosceva?»
«No, Maestro. Abbiamo cercato di farti conoscere…».
35«E lo avete fatto. Quando uno giunge a credere che Io possa guarire un male senza rimedio, è già avanti nella fede. E voi avevate paura di non sapere fare. Che avete detto?».
«Non te lo saprei neppur dire. Abbiamo detto quello che pensiamo di Te e le tue opere. Soprattutto abbiamo detto che Tu sei l’Amore e la Pietà. Ti conosce così male il mondo!!!».
36«Ma voi mi conoscete bene. E questo basta».
Liberazione della lunatica
37Il piccolo albergo è raggiunto. Tutti i clienti sono sulla porta, curiosi, e in mezzo con Filippo è l’oste che continua a monologare fra sé. Quando vede Gesù gli corre incontro: «Maestro, Signore, Gesù… io… io credo, io credo tanto che Tu sei Tu, che sai tutto, che vedi tutto, che conosci tutto, che puoi tutto, tanto lo credo che ti dico: abbi pietà della mia figlia benché io abbia molte colpe sul cuore. Non sulla mia creatura il castigo per essere stato disonesto nel mio mestiere. Non sarò più esoso, lo giuro. Tu vedi il mio cuore col suo passato e col suo pensiero di ora. Perdono e pietà, Maestro, ed io parlerò di Te, a tutti che vengono qui, nella mia casa…». L’uomo è in ginocchio.
38Gesù gli dice: «Alzati e persevera nei sentimenti di ora. Conducimi da tua figlia».
«E’ in una stalla, Signore. L’afa fa di lei una ancor più malata. E non vuole uscire».
39«Non importa. Andrò Io da lei. Non è l’afa. È che il demonio mi sente venire».
Entrano nel cortile e da esso in una stalla oscura, e tutti gli altri dietro. La fanciulla, spettinata, sparuta, si agita nell’angolo più oscuro e come vede Gesù urla: «Indietro, indietro! Non mi disturbare. Tu sei il Cristo del Signore, io un tuo percosso. Lasciami stare. Perché sempre vieni sui miei passi?».
40«Esci da costei. Vattene. Lo voglio. Rendi a Dio la tua preda e taci!».
Un urlo straziante, uno scatto, un afflosciarsi di corpo sulla paglia… e poi, calme, tristi, stupite, le domande: «Dove sono? Perché qui? Chi sono costoro?» e l’invocazione: «Mamma!» della giovinetta che si vergogna d’essere senza velo, con una veste lacerata, davanti agli occhi di molti estranei.
Gratitudine e conversione dell’albergatore Samuele.
41«Oh! Signore eterno! Ma è guarita!…» e, strano a vedersi nel rubicondo e colorito oste, un pianto da bambino… E’ felice, e piange non sapendo che baciare le mani di Gesù, mentre la madre piange, fra la corona degli stupiti figlioletti, e bacia la sua primogenita liberata dal demonio.
I presenti sono tutti un vocìo e altri accorrono per vedere il prodigio. La corte è piena.
«Resta, Signore. Viene la sera. Sosta sotto il mio tetto».
42«Siamo in tredici, uomo».
43«Foste anche trecento sarebbe nulla. So ciò che vuoi dire. Ma Samuele avido e disonesto è morto, Signore. E’ andato via anche il mio demonio. Ora c’è il nuovo Samuele. E farà ancora l’alberghiere. Ma da santo. Vieni, vieni con me, che ti onori come un re, come un dio. Quale sei. Oh! benedetto il sole di oggi che mi ti ha portato»…
216. Le infedeltà dei discepoli nella parabola del soffione[185].
Impronte del Creatore
Osservazione del Portavoce.
1Una pianura percossa dal sole che arroventa i grani maturi e ne estrae un odore che già ricorda il pane. L’odore del sole, dei bucati, delle messi, l’odore dell’estate.
2Perché ogni stagione, potrei dire ogni mese, e anche ogni ora del giorno, ha il suo odore, così come ogni località ha il suo, per uno dai sensi molto affinati e lo spirito di osservazione molto acuto. E’ ben diverso l’odore di un giorno invernale e con del vento tagliente, da quello pastoso di un giorno d’inverno che sia nebbioso, o dall’odore che sparge la neve. E quanto diversi da questi l’odore della primavera che viene e che si preannuncia così, in un profumo che non è profumo, ma che è ben diverso dall’odore dell’inverno. Ci si alza una mattina ed ecco che l’aria ha un odore diverso: il primo sospiro della primavera. E su, su, per l’odore dei frutteti in fiore, poi dei giardini, delle messi, fino a quello caldo delle vendemmie, e dentro, come un intermezzo, l’odore della terra dopo un temporale…
3E le ore? Sarebbe stolto dire che l’odore dell’aurora è come quello del meriggio, e questo come quello della sera o della notte. Il primo, fresco e verginale; l’altro, ridente e gaudente; l’altro ancora, stanco e pure saturo di tutto quanto esalò, nel giorno, i suoi odori; l’ultimo, quello notturno, pacato, raccolto, quasi la terra fosse un’enorme cuna raccogliente il riposo dei suoi piccini.
4E i luoghi? Oh! l’odore delle marine così diverso dalle albe alle sere, dai meriggi alle notti, dalle burrasche alle calme, dalle plaghe scogliose a quelle a spiaggia bassa! E l’odore delle alghe che si scoprono dopo le maree, e sembra che il mare abbia aperto le sue viscere per farci aspirare l’afrore del fondo. Così diverso questo odore da quello delle pianure interne, e questo dai luoghi di collina, e questo dagli alti monti.
5E’ tanta l’infinità del Creatore, che ha potuto imprimere un segno, o di luce, o di colore, o di profumo, o di suono, o di forma, o di altezza, su ognuna delle infinite cose che Egli ha creato. Bellezza infinita dell’Universo, che non ti vedo più che così, attraverso le visioni e il ricordo di ciò che vidi, amando Dio e pregandolo attraverso le sue opere e per la gioia che il vederle mi davano, quanto sei vasta, potente, inesauribile e scevra di stanchezze! Non ne hai e non ne dai. Ma anzi l’uomo si rinnova nel guardarti, Universo del mio Signore, si fa più buono, più puro, si eleva, dimentica… Oh! poterti sempre guardare, e dimenticare gli uomini nella loro parte inferiore, e amarli nella e per la loro anima e per condurli a Dio!
6Ed ecco che seguendo Gesù, che va con gli apostoli per questa pianura piena di messi, io divago di nuovo lasciandomi prendere dalla gioia di parlare del mio Dio nelle sue splendide opere. E’ amore anche questo, perché la creatura loda nella creatura ciò che in essa ama o loda, semplicemente, la creatura che ama. E così è anche fra creatura e Creatore. Chi lo ama lo loda, e tanto più lo ama tanto più lo loda per Se stesso e per le sue opere. Ma ora impongo silenzio al cuore e vado dietro a Gesù, non come adoratrice ma come fedele cronista.
Stato d’animo degli Apostoli.
Giornata calda.
7Gesù va dunque per le messi. La giornata è calda. La zona deserta. Non si vede un uomo per i campi. Solo spighe mature e alberi qua e là. Sole, grani, uccelli, lucertole, ciuffi radi e fermi nell’aria tranquilla: ecco ciò che è intorno a Gesù. Ai due estremi della via maestra che percorre Gesù, nastro polveroso e abbacinante fra il mareggiare dei grani, è da una parte un paesello, dall’altra una fattoria. Niente altro.
Procedono in silenzio e accaldati.
8Tutti procedono in silenzio, accaldati. Si sono levati i mantelli, ma certo soffrono ugualmente sotto le vesti di lana, anche se leggere. Solo Gesù, i due cugini e Giuda Iscariota, sono vestiti di lino o di canapa. Certo la veste di Gesù e dell’Iscariota sono di lino bianco; le altre dei figli di Alfeo, per la loro compattezza, mi sembrano più pesanti del lino e sono anche tinte in un colore avorio carico, proprio come lo ha la canapa non imbiancata. Gli altri sono come al solito e vanno asciugandosi il sudore col lino che fa da velo al capo.
Sembrano lucci morenti.
9Raggiungono un gruppetto di alberi ad un crocevia. Si fermano a quell’ombra salutare e bevono avidi dalle loro fiaschette.
«E’ calda come fosse levata dal fuoco» brontola Pietro.
«Ci fosse almeno un ruscello! Ma niente, niente!» sospira Bartolomeo.
«Fra poco non ne ho più».
«Quasi dico che è meglio la montagna» geme Giacomo di Zebedeo congestionato dal calore.
«Meglio di tutto è la barca. Fresca, riposante, pulita, ah!». Il cuore di Pietro va verso il suo lago e la sua barca.
10«Avete ragione tutti. Ma i peccatori sono in montagna come al piano. Se non ci avessero cacciato dall’Acqua Speciosa e perseguitato alle calcagna, sarei venuto qui fra tebet e scebat. Ma presto saremo lungo la marina. L’aria è là temperata dal vento del largo» conforta Gesù.
«Eh! ci vuole. Qui si sembra lucci morenti. Ma come fanno ad essere così belli i grani se non c’è acqua?» chiede Pietro.
11«Ci sono acque sotterranee. Mantengono umido il terreno» spiega Gesù.
«Era meglio se erano di sopra, anziché disotto. Che me ne faccio se sono disotto? Non sono una radice io!» dice d’ìmpeto Pietro, mentre tutti ridono.
Ma poi Giuda Taddeo si fa serio e dice: «Èegoista il suolo come lo sono gli animi, ed è arido ugualmente. Se ci lasciavano sostare a quel paese e passare il sabato così, si sarebbe avuto ombra, acqua, riposo. Ma ci hanno cacciati…».
Come mendicanti senza pana.
12«Anche cibo si avrebbe avuto. Ma neanche quello. Io ho fame. Ci fossero delle frutta! Ma le piante da frutta sono vicine alle case. E chi ci va? Se sono tutti dell’umore di quelli là…» dice Tommaso, accennando al paese lasciato alle spalle, a oriente.
«Prendi il mio cibo. Io non ho mai molta fame» dice lo Zelote.
13«Prendete anche il mio» dice Gesù.
«Chi si sente più affamato mangi».
Ma messe insieme le cibarie di Gesù, dello Zelote e di Natanaele, appaiono molto pochine, e l’occhio sgomento di Tommaso e dei giovani lo dice. Ma tacciono sbocconcellando le microscopiche parti.
Acqua providenziale.
14Lo Zelote, paziente, va verso un punto dove un filare verde sul terreno arso fa supporre esistere dell’umidore. Vi è infatti un filo d’acqua in fondo ad un greto, proprio un filo destinato a scomparire fra breve. Dà un grido ai lontani perché vengano a quel ristoro, e tutti vanno, di corsa, seguendo l’ombra saltuaria di un filare di piante poste sull’argine del torrentello semiasciutto, e là possono rinfrescarsi i piedi polverosi, lavarsi il viso sudato, e prima ancora empire le ormai vuote fiaschette e poi lasciarle nell’acqua, là dove è ombra, per averle più fresche. Si siedono ai piedi di un albero e sonnecchiano stanchi.
Tristezza del Maestro
15Gesù li guarda con amore e compassione e crolla il capo. Lo vede in quell’atto lo Zelote, che è andato ancora a bere, e gli chiede: «Che hai, Maestro?».
16Gesù si alza, va dallo Zelote e circondandolo con un braccio lo porta seco verso un altro albero dicendo: «Che ho? Mi affliggo per la vostra stanchezza. Se non sapessi ciò che Io sto facendo di voi, non mi darei pace di darvi tanti disagi».
«Disagi? No, Maestro! E’ la nostra gioia. Tutto si annulla nel venire con Te. Siamo tutti felici, credilo. Non c’è rimpianto, non c’è…».
17«Taci, Simone. L’umanità grida anche nei buoni. E non avete torto, umanamente parlando, di gridare. Vi ho levato alle vostre case, alle famiglie, agli interessi, e voi siete venuti pensando che ben altro fosse il seguirmi… Ma il vostro gridare di ora, il vostro interno gridare, si placherà un giorno, e allora capirete che sarà stato bello venire per nebbie e fango, per polvere e solleone, perseguitati, assetati, stanchi, senza cibo, dietro al Maestro perseguitato, disamato, calunniato… e più, più ancora. Tutto vi parrà bello allora. Perché allora avrete un altro pensiero, e tutto vedrete in un’altra luce. E mi benedirete di avervi condotto per la mia via difficile…
«Sei triste, Maestro. E il mondo giustifica la tua tristezza. Ma noi no. Noi siamo tutti contenti…
18«Tutti? Ne sei sicuro?».
«Pensi diverso Tu?»
19«Sì, Simone. Diverso. Tu sei sempre contento. Tu hai capito. Molti altri no. Vedi quelli che dormono? Sai quanti pensieri rimuginano anche nel sonno? E tutti quelli che sono fra i discepoli? Credi tu che saranno fedeli finché tutto sarà compiuto?
Parabola del soffione.
Il soffione
20Guarda, facciamo questo vecchio giuoco che certo hai fatto tu pure da bambino (e Gesù coglie un tondo soffione che si erge fra i sassi e che ha raggiunto la perfetta maturazione. Lo porta delicatamente alla bocca, soffia e il soffione si dissolve in minuscoli ombrellini che se ne vanno per l’aria, vagando col loro fiocchetto in alto retto sul manico minuscolo). Vedi? Guarda… Quanti me ne sono ricaduti in grembo come innamorati di Me? Contali… Sono ventitré. Erano almeno tre volte tanti. E gli altri? Guarda. Chi vaga ancora, chi è già caduto come per pesantezza, chi orgoglioso sale, superbo del suo pennacchio d’argento, chi cade nella fanghiglia che abbiamo fatto con le nostre fiaschette. Solo… Guarda, guarda!… Anche dei ventitré che mi erano sulle ginocchia, sette se ne sono andati. E’ bastato quel calabrone col suo volo per farli volare via!… Di che temevano? O di che sono stati sedotti? Forse del pungiglione o forse dei bei colori neri e gialli, dell’aspetto leggiadro, delle ali iridescenti… Se ne sono andati… Dietro ad una menzognera bellezza…
Applicazione.
21Simone, così sarà dei miei discepoli. Chi per irrequietezza, chi per incostanza, chi per pesantezza, chi per orgoglio, chi per leggerezza, chi per appetito di fango, chi per paura e chi per ingenuità, se ne andranno. Credi tu che tutti quelli che ora mi dicono: “Vengo con Te” Io li troverò, nell’ora decisiva della mia missione, al mio fianco? Erano più di settanta certo i pennacchietti del soffione che il Padre mio creò… e ora sul mio grembo ce ne sono solo sette, perché altri se ne sono andati per questa onda di vento che ha fatto dire di sì agli steli più sottili. Così sarà. E penso a che lotte sono in voi per essermi fedeli… Vieni, Simone. Andiamo a guardare quelle libellule che danzano sull’acqua. A meno che tu preferisca riposare».
Confesione di Simone.
22«No, Maestro. Le tue parole mi hanno contristato. Ma io spero che il lebbroso guarito, l’uomo perseguitato al quale Tu hai dato riabilitazione, il solitario al quale Tu hai donato compagnia, il nostalgico di affetti al quale Tu hai aperto il Cielo e il mondo perché trovasse e desse amore, non ti abbandonerà… Maestro… che pensi di Giuda? Lo scorso anno Tu hai pianto con me per lui. Poi… non so… Maestro, lascia stare quelle due libellule, guarda me, ascolta me. Non direi questo a nessuno. Non ai compagni. Non agli amici. Ma a Te sì. Io non riesco ad amarlo Giuda. Me ne confesso. E’ lui che respinge il mio desiderio di amarlo. Non che mi usi spregio, no, ché anzi è fin cortigianesco col vecchio Zelote che egli indovina più esperto degli altri nel conoscere gli uomini. Ma è il suo modo di fare. Ti pare sincero? Dimmelo.»
Ognuno usa il suo metodo
23Gesù tace per qualche momento, come affascinato dalle due libellule che, posate a pelo d’acqua, fanno un piccolo arcobaleno con le elitre iridescenti, un prezioso arcobaleno che serve ad attirare un curioso moscerino il quale è distrutto da una delle voraci bestiole, la quale a sua volta viene presa a volo da un appiattato rospo, o ranocchio che sia, che se la pappa a volo insieme al moscerino abbattuto. Gesù si muove, rialzandosi, perché si era quasi sdraiato per vedere i piccoli drammi della natura, e dice: «Così è. La libellula ha le sue robuste mascelle per nutrirsi delle erbe e le sue robuste ali per abbattere i moscerini, e il ranocchio ha l’ampia gola per inghiottire le libellule. Ognuno ha il suo, e il suo usa. Andiamo, Simone. Gli altri si svegliano».
«Non mi hai risposto, Signore. Non l’hai voluto fare».
24«Ma ti ho risposto! Mio vecchio sapiente, medita e troverai…».
E Gesù risale il greto e va dai discepoli che si svegliano e lo cercano.
217. Le spighe colte nel
giorno
di sabato[186].
L’intransigenza farisaica.
I discepoli ebbero fame (Mt 12,1; Mc 2,23; Lc 6,1)[187].
Ancora lo stesso luogo, ma il sole è meno implacabile perché si avvia al tramonto.
1«Occorre andare per raggiungere quella casa» dice Gesù.
E vanno. La raggiungono. Chiedono pane e ristoro. Ma il fattore li respinge duramente.
«Razza di filistei! Vipere! Sempre quelli! Sono nati da quel ceppo e danno i frutti di veleno» brontolano i discepoli affamati e stanchi.
«Vi sia reso ciò che date».
2«Ma perché mancate di carità? Non è più il tempo del taglione. Venite avanti. Ancora non è notte, e morenti di fame non siete. Un poco di sacrificio perché queste anime giungano ad avere fame di Me» esorta Gesù.
Ma i discepoli, e credo più per dispetto che per insopportabile fame, entrano nel bel mezzo di un campo e si danno a cogliere spighe, le sgranano sulle palme e si mettono a mangiarle.
«Sono buone, Maestro» urla Pietro.
«Non ne prendi? E poi hanno un doppio sapore… Ne vorrei mangiare tutto il campo».
«Hai ragione! Così si pentirebbero di non averci dato un pane» dicono gli altri, e vanno camminando fra le spighe e mangiando di gusto.
3Gesù cammina solo sulla strada polverosa. A un cinque o sei metri indietro sono lo Zelote con Bartolomeo, ma parlano fra di loro.
Incontro con i farisei.
Un altro quadrivio, per una via secondaria che traversa la via maestra, e fermi a quel punto un gruppo di arcigni farisei, certo di ritorno dalle funzioni del sabato, alle quali hanno assistito nel paesotto che si vede in fondo a questa via secondaria, largo, piatto, come fosse un bestione acquattato nella sua tana.
4Gesù li vede, li guarda mite e sorridente, e saluta: «La pace sia con voi».
In luogo della risposta al saluto, uno dei farisei chiede arrogantemente: «Chi sei?».
5«Gesù di Nazaret».
«Vedete che è Lui?» dice uno agli altri.
Intanto Natanaele e Simone si accostano al Maestro mentre gli altri, camminando fra i solchi, vengono verso la via. Masticano ancora e hanno nel cavo delle mani chicchi di grano.
Il fariseo che ha parlato per primo, forse il più potente, torna a parlare con Gesù che si è fermato in attesa di sentire il resto: «Ah! Tu dunque sei il famoso Gesù di Nazaret? Come mai fin qui?».
6«Perché anche qui vi sono anime da salvare».
«Bastiamo noi a questo. Noi sappiamo salvare le nostre e sappiamo salvare quelle dei nostri dipendenti».
La misione del Messia.
7«Se così è, bene fate. Ma Io sono stato mandato per evangelizzare e salvare».
«Mandato! Mandato! E chi ce lo prova? Non le tue opere certo!».
8«Perché dici così? Non ti preme la tua vita?».
«Ah! già! Tu sei quello che amministri la morte a quelli che non ti adorano. Vuoi allora uccidere tutta la classe sacerdotale, farisaica, quella degli scribi e molte altre, perché esse non ti adorano e non ti adoreranno mai. Mai, capisci? Mai, noi, gli eletti di Israele, ti adoreremo. E neppure ti ameremo».
9«Non vi forzo ad amarmi e vi dico: “Adorate Dio” perché…»
«Ossia Te, perché Tu sei Dio, vero? Ma noi non siamo i pidocchiosi popolani galilei, né gli stolti di Giuda che vengono dietro a Te dimenticando i nostri rabbi…»
10«Non ti inquietare, uomo. Io non chiedo nulla. Compio la mia missione, insegno ad amare Dio e torno a ripetere il Decalogo perché è troppo dimenticato e, ancor di più, è male applicato. Io voglio dare la Vita. Quella eterna. Io non auguro morte corporale, né, meno ancora, morte spirituale. La vita che ti domandavo se non ti premeva di perdere, era quella dell’anima tua, perché Io la tua anima l’amo, anche se essa non mi ama. E mi addoloro vedendo che tu la uccidi coll’offendere il Signore spregiando il suo Messia».
Il fariseo sembra preso da una convulsione tanto si agita; si scompone le vesti, si spennacchia le frange, si leva il copricapo e si arruffa i capelli, e grida: «Udite! Udite! A me, a Gionata di Uziel, discendente diretto di Simone il Giusto, a me, questo si dice. Io offendere il Signore! Non so chi mi tenga da maledirti, ma…».
11«La paura ti tiene. Ma fallo pure. Non ne sarai incenerito lo stesso. A suo tempo lo sarai e mi invocherai allora. Ma fra Me e te vi sarà, allora, un ruscello rosso: il mio Sangue».
Scandalo farisaico (Mt 12,2; Mc 2,24; Lc 6,2)[188]..
«Va bene. Ma intanto, Tu, che ti dici santo, perché permetti certe cose? Tu, che ti dici Maestro, perché non istruisci i tuoi apostoli prima degli altri? Guardali lì, dietro a Te!… Eccoli con ancora lo strumento del peccato fra le mani! Li vedi? Hanno colto delle spighe, ed è sabato. Hanno colto delle spighe non loro. Hanno violato il sabato e hanno rubato».
12«Avevamo fame. Abbiamo chiesto al paese, dove siamo giunti ieri sera, alloggio e cibo. Ci hanno cacciati. Solo una vecchierella ci ha dato del suo pane e un pugno d’ulive. Dio glielo renda centuplicato perché ha dato tutto ciò che aveva, chiedendo soltanto una benedizione. Abbiamo camminato per un miglio e poi abbiamo sostato, come di legge, bevendo l’acqua di un rio. Poi, venuto il tramonto, siamo andati a quella casa… Ci hanno respinto. Tu vedi che in noi c’era volontà di ubbidire alla Legge» risponde Pietro.
«Ma non lo avete fatto. Non è lecito in sabato fare opera manuale e non è mai lecito prendere ciò che è di altri. Io e i miei amici ne siamo scandalizzati».
L’amore misericordioso.
Davide in giorno di sabato (Mt 12,3-4; Mc 2,25-26; Lc 6,3-4)[189]
13«Io, invece, no. Non avete mai letto come Davide a Nobe prese i pani sacri della Proposizione per cibarsi lui ed i suoi compagni? I pani sacri erano di Dio, nella sua casa, riserbati per ordine eterno ai sacerdoti. Èdetto: “Apparterranno ad Aronne e ai suoi figli che li mangeranno in luogo santo perché sono cosa santissima”. Eppure Davide li prese per sé e per i suoi compagni, perché ebbe fame. Or dunque, se il santo re entrò nella casa di Dio e mangiò i pani della Proposizione in sabato, lui a cui non era lecito cibarsene, eppure non gli fu ascritto a peccato, perché Dio continuò anche dopo questo ad averlo caro, come puoi tu dire che noi siamo peccatori se cogliamo sul suolo di Dio le spighe cresciute e maturate per suo volere, le spighe che sono anche degli uccelli, e che tu neghi che se ne cibino gli uomini, figli del Padre?» chiede Gesù.
«Li avevano chiesti quei pani, non li avevano presi senza chiedere. E ciò cambia aspetto. E poi non è vero che Dio non ascrisse questo a peccato a Davide. Lo colpì ben duramente Dio!».
«Ma non per questo. Per la lussuria, per il censimento, non per…» ribatte il Taddeo.
«Oh! basta! Non è lecito, e non è lecito. Non avete diritto di farlo, e non lo farete. Andatevene. Non vi vogliamo nelle nostre terre. Non abbiamo bisogno di voi. Non sappiamo che fare di voi».
I sacerdoti in giorno di sabato[190].(Mt 12,5-6).
14«Ce ne andremo» dice Gesù, impedendo ai suoi di ribattere oltre.
«E per sempre, ricordalo. Che mai più Gionata di Uziel ti trovi al suo cospetto. Via!».
15«Sì. Via. Eppure ci troveremo ancora. E allora sarà Gionata quello che mi vorrà vedere per ripetere la condanna e per liberare per sempre il mondo di Me. Ma allora sarà il Cielo che ti dirà: “Non ti è lecito di farlo”, e quel “non ti è lecito” ti suonerà nel cuore come urlo di buccina per tutta la vita, e oltre la vita. 16Come nei giorni di sabato i sacerdoti nel Tempio violano il riposo sabatico e non fanno peccato, così noi, servi del Signore, possiamo, posto che l’uomo ci nega l’amore, attingere amore e soccorso dal Padre santissimo, senza per questo commettere colpe. 17Qui c’è Uno che è ben più grande del Tempio e può prendere ciò che vuole di quanto è nel creato, perché Dio ha messo tutto a far da sgabello alla Parola. Ed Io prendo e dono. Così le spighe del Padre, posate sulla immensa tavola che è la terra, come la Parola. Prendo e dono. Ai buoni come ai malvagi. 18Perché Misericordia sono.
L’amore misericordioso e la Legge(Mt 12,7-8; Mc 2,27-28;Lc 6,5)[191].
18Ma voi non sapete cosa è la Misericordia. Se sapeste cosa vuol dire il mio essere Misericordia, capireste anche che Io non voglio che quella. Se voi sapeste cosa è la Misericordia non avreste condannato degli innocenti. Ma voi non lo sapete. 19Voi non sapete neppure che Io non vi condanno, voi non sapete che Io vi perdonerò, che chiederò, anzi, perdono al Padre per voi. Perché Io voglio misericordia e non castigo.
20Ma voi non sapete. Non volete sapere. E questo è un peccato più grande di quello che mi ascrivete, di quello che dite abbiano fatto questi innocenti. 21Del resto sappiate che il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato, e che il Figlio dell’uomo è padrone anche del sabato. Addio…».
Dio provvede a nutrire i poveri.
22Si volge ai discepoli: «Venite. Andiamo a cercare un letto fra le sabbie che sono ormai vicine. Avremo sempre a compagne le stelle e ci daranno ristoro le rugiade. Dio provvederà, Lui che mandò la manna ad Israele, a nutrire noi pure, poveri e fedeli a Lui».
23E Gesù lascia in asso il gruppo astioso e se ne va coi suoi, mentre la sera scende con le prime ombre violette…
Trovano finalmente una siepe di fichi d’India sulla cui cima, irta di palette pungenti, sono dei fichi che iniziano a maturare. Ma tutto è buono per chi ha fame. E, pungendosi, colgono i più maturi e vanno, finché i campi cessano in dune sabbiose. Viene da lontano un rumore di mare.
24«Sostiamo qui. La sabbia è soffice e calda. Domani entreremo in Ascalona» dice Gesù, e tutti cadono stanchi ai piedi di un’alta duna.
218. L’arrivo ad Ascalona, città filistea, Regno dei cieli e sopravivenza dell’anima[192].
Esperienze di evangelizzazione.
In camino verso la città.
1L’alba risveglia col suo alito fresco i dormenti. Si alzano dal letto di sabbie su cui hanno dormito a ridosso di una duna sparsa di poche erbe disseccate e si arrampicano in cima alla stessa. Una profonda costa sabbiosa è loro davanti, mentre poco più là e poco più qua sono terreni coltivati e belli. Un torrente privo d’acqua segna dei suoi sassi bianchi il biondo della arena, andando con questo biancore di ossa disseccate fino al mare che luccica lontano, coi suoi flutti gonfi per la marea del mattino, fatti più gonfi da un poco di maestrale che pettina l’oceano.
2Camminano sull’orlo della duna fino al torrente disseccato, lo passano, riprendono l’andare, diagonalmente, sulle dune che franano sotto i passi e che così tutte ondulate sembrano continuare l’oceano con materie solide e asciutte anziché con le mobili acque.
3Giungono al lido umido e vanno più spediti, e mentre Giovanni si ipnotizza a guardare il mare sconfinato che si accende dei primi sfaccettii di sole, e pare che beva quella bellezza e si inazzurri ancor di più nell’occhio, Pietro, più pratico, si scalza, si solleva la veste e sguazza nelle ondette della riva cercando di trovare qualche granchiolino o qualche nicchio da succhiare. Una bella città marittima è a due buoni chilometri di distanza, stesa lungo la riva sulla scogliera semilunata, oltre la quale il vento e le burrasche hanno trasportato le arene. E la scogliera, ora che l’acqua dopo la marea si ritira, si scopre anche qui, obbligando a tornare sulle sabbie asciutte per non torturare sugli scogli i piedi nudi.
Cercando l’entrata nella città.
«Da dove entriamo, Signore? Di qui si vede solo una muraglia ben compatta. Dal mare non si può entrare. La città è nel punto più fondo dell’arco» dice Filippo.
4«Venite. So da dove si entra».
«Ci sei già stato?».
5«Una volta da piccino, e non me ne ricorderei. Ma so da dove si passa».
«Strano! L’ho notato tante volte… Tu non sbagli mai la strada. Qualche volta te la facciamo sbagliare noi. Ma Tu! Sembra che Tu sia sempre stato nel luogo dove ti muovi» osserva Giacomo di Zebedeo.
6Gesù sorride ma non risponde. Va sicuro sino ad un piccolo sobborgo rurale dove gli ortolani coltivano verdure per la città. I campicelli e gli orti sono regolari e ben curati, e donne ed uomini li coltivano e stanno versando acqua nei solchi, estraendola dai pozzi a fatica di braccia, oppure col vecchio e cigolante sistema delle secchie sollevate da un povero asinello che bendato gira intorno al pozzo. Ma non dicono nulla.
7Gesù saluta: «Pace a voi».
Ma la gente rimane, se non ostile, indifferente.
Tommaso alle spese
8«Signore, qui si corre pericolo di morire di fame. Non capiscono il tuo saluto. Ora provo io» dice Tommaso. E abborda il primo ortolano che vede dicendo: «Costa cara la tua verdura?».
«Non più di quella delle altre ortaglie. Cara o non cara, a seconda di come è grassa la borsa».
«Ben detto. Ma come vedi io non muoio di inedia. Sono grasso e colorito anche senza le tue verdure. Segno che la mia borsa è una buona mammella. Breve: siamo in tredici e possiamo comperare. Cosa ci vendi?».
«Uova, verdure, mandorle primaticce e mele che sono vizze per vecchiaia, ulive… Ciò che vuoi».
«Dammi delle uova, delle mele e pane, per tutti».
«Pane non ne ho. In città ne trovi».
«Ho fame ora, non fame fra un’ora. Non lo credo che non hai pane».
«Non ne ho. La donna lo sta facendo. Ma vedi là quel vecchio? Lui ne ha molto sempre, perché essendo più sulla strada ne è spesso richiesto dai pellegrini. Vai da Anania e chiedine. Ora ti porto le uova. Ma guarda che costano un denaro la coppia».
«Ladro! Le tue galline sgravano forse uova d’oro?».
«No. Ma non è bello essere in mezzo al fetore del pollame, e per nulla non ci si sta. E poi, non siete giudei? Pagate».
«Tientele. Sei bell’e pagato» e Tommaso gli volta le spalle.
«Ehi! uomo! Vieni. Te le do per meno. Tre al denaro».
«Neanche quattro. Bevile e ti si annodino nella gola».
«Vieni. Senti. Che mi vuoi dare?». L’ortolano insegue Tommaso.
«Nulla. Non le voglio più. Volevo fare uno spuntino prima di andare in città. Ma è meglio così. Non perderò voce e appetito per cantare le storie del re e per fare un buon pasto all’albergo».
«Te le do per un didramma la coppia».
«Auf! Sei peggio di un tafano. Dammi le tue uova. E fresche. Se no torno indietro e ti faccio il muso più giallo di quanto non l’hai» e Tommaso va e torna con almeno due dozzine d’uova nel lembo del mantello.
«Visto? Le spese le faccio io d’ora in poi, in questo paese di ladri. So come trattarli. Vengono pieni di denaro a comperare da noi, per le loro donne, e i bracciali non sono mai grossi abbastanza, e tirano sul prezzo a intere giornate. Mi vendico. Ora andiamo da quell’altro scorpione. Vieni, Pietro. E tu, Giovanni, tieni le uova».
Pietro evangelizza Anania il filisteo
9Vanno dal vecchio, che ha l’orto lungo la via maestra che dal nord, costeggiando le case del sobborgo, conduce alla città. Una bella via ben selciata, certo opera romana. La porta della città nel lato orientale è ormai vicina, e oltre di essa si vede che la via prosegue diritta e veramente artistica, mutata in un duplice porticato ombroso, retto da colonne marmoree, all’ombra fresca del quale la gente cammina lasciando il centro della via agli asini, cammelli, carri e cavalli.
«Salute! Ci vendi del pane?» chiede Tommaso.
Il vecchio o non sente o non vuol sentire. Veramente il cigolio del bindolo è tale che può creare confusione.
Pietro perde la pazienza e urla: «Ferma il tuo Sansone! Almeno prenderà fiato per non morire sotto i miei occhi. E ascoltaci!».
L’uomo ferma il ciuco e guarda storto il suo interlocutore, ma Pietro lo disarma dicendo: «Eh! non è giusto mettere il nome di Sansone ad un ciuco? Se sei filisteo ti deve piacere perché è offesa a Sansone. Se sei d’Israele ti deve piacere perché ricorda una sconfitta filistea. Vedi perciò…
«Sono filisteo e me ne vanto».
«Fai bene. Ti vanterò anche io se ci dai del pane».
«Ma non sei giudeo?».
«Sono cristiano».
«Che luogo è?».
«Non un luogo. E’ una persona. E io sono di quella persona».
«Sei schiavo suo?».
«Sono libero più di ogni altro uomo, perché chi è di quella persona non dipende più che da Dio».
«Dici il vero? Neanche da Cesare?».
«Puah! Cosa è Cesare rispetto a Colui che io seguo e al quale appartengo, e nel nome del quale ti chiedo un pane?».
«Ma dove è questo potente?».
«Quell’uomo là, che guarda qui e sorride. Èil Cristo, il Messia. Non ne hai mai sentito parlare?».
«Sì. Il re d’Israele. Vincerà Roma?».
«Roma? Ma tutto il mondo e anche l’Inferno».
«E voi ne siete i generali? Così vestiti? Forse per sfuggire alle persecuzioni dei perfidi giudei».
«Sì e no. Ma dammi del pane e mentre mangiamo ti spiegherò».
«Pane? Ma anche acqua, anche vino e sedili, all’ombra, per te e il compagno e per il tuo Messia. Chiamalo».
E Pietro sgambetta lesto verso Gesù: «Vieni, vieni. Ci dà quello che vogliamo, quel vecchio filisteo. Credo però che ti assalirà di domande… Gli ho detto chi sei,… su per giù glie l’ho detto. Ma è ben disposto».
Anania incontra il Re-Messia
Vanno tutti nell’ortaglia, dove l’uomo ha già sistemato panche intorno ad un tavolo grezzo messo sotto una folta pergola di vite.
10«La pace a te, Anania. Ti fiorisca la terra per la tua carità e ti dia pingue frutto».
«Grazie. A te pace. Siedi, sedete. Anibé! Nubi! Pane, vino, acqua. Subito» ordina il vecchio a due donne africane certo, perché una è assolutamente nera dalle grosse labbra e capelli crespi, l’altra è molto scura benché di tipo più europeo. E il vecchio spiega: «Le figlie delle schiave di mia moglie. Lei è morta e morte quelle che erano venute con lei. Ma le figlie sono rimaste. Alto e basso Nilo. Mia moglie era di là. Proibito, eh? Ma io non me ne curo. Non sono d’Israele, e le donne di razza inferiore sono mansuete.»
11«Non sei d’Israele?».
«Lo sono per forza, perché Israele ci è sul collo come un giogo. Ma… Tu sei israelita e ti offendi di questo ch’io dico?…».
12«No. Non mi offendo. Vorrei solo che tu ascoltassi la voce di Dio».
«Non parla a noi».
13«Tu lo dici. Io ti parlo, ed è la sua voce».
«Ma Tu sei il Re di Israele».
Le donne, che stanno arrivando con pane, acqua, vino e che sentono parlare di «re», si fermano interdette guardando il giovane biondo, sorridente, dignitoso, che il padrone chiama «re», e poi fanno per ritirarsi, quasi strisciando per il rispetto.
14«Grazie, donne. E pace anche a voi». Poi, rivolto al vecchio: «Sono giovani… Puoi pure continuare il tuo lavoro».
«No. La terra è bagnata e può aspettare. Parla un poco. Anibé, stacca l’asino e ricoveralo. E tu, Nubi, rovescia le ultime secchie, e poi… Ti fermi, Signore?».
15«Non ti disturbare oltre. Mi basta prendere un poco di cibo e poi entro in Ascalona».
«Non mi disturbo. Va’ pure in città. Ma a sera vieni. Spezzeremo il pane e divideremo il sale. Presto, voi! Tu al pane, tu chiama Geteo che uccida un capretto e preparalo per la sera. Andate».
E le due donne se ne vanno senza parlare.
Perché Regno dei Cieli e non della terra?
«Sicché Tu sei re? Ma le armi? Erode è crudele, in ogni suo ramo. Ci ha ricostruito Ascalona. Ma per gloria sua. E ora!… Ma Tu le vergogne di Israele le sai più di me. Come farai?».
16«Non ho che l’arma che viene da Dio».
«La spada di Davide?».
17«La spada della mia parola».
«Oh! povero illuso! Si spunterà e perderà il filo sul bronzo dei cuori».
18«Lo credi? Io non miro ad un regno del mondo. Per voi tutti Io miro al Regno dei Cieli».
«Noi tutti? Anche io, filisteo? Anche le mie schiave?».
19«Tutti. Tu e loro. E fino per il più selvaggio che è al centro delle foreste africane».
«Vuoi fare un regno così grande? Perché lo chiami dei Cieli? Potresti chiamarlo: regno della terra».
20«No. Non errare nel comprendere. Il mio è il Regno del vero Dio. Dio è in Cielo. Perciò è Regno del Cielo. Ogni uomo è un’ anima vestita di corpo, e l’anima non può vivere che nei Cieli. Io vi voglio curare l’anima, levarne gli errori e gli asti, condurla a Dio attraverso la bontà e l’amore».
«Questo mi piace molto. Gli altri, io a Gerusalemme non vado, ma so che gli altri d’Israele da secoli non parlano così. Sicché Tu non ci odi?».
21«Non odio nessuno».
Sopravvivenza dell’anima.
Il vecchio pensa… poi chiede: «E le due schiave hanno anche loro anima come voi d’Israele?».
22«Certamente. Non sono belve catturate. Sono creature infelici. Vanno amate. Le ami tu?».
«Non le tratto male. Voglio ubbidienza, ma non uso la frusta e le nutro bene. Bestia mal nutrita non lavora, si dice. Ma anche l’uomo malnutrito non è un buon affare. E poi sono nate in casa. Le ho viste piccole. Ora restano loro sole, perché io sono molto vecchio, sai? Quasi ottanta. Loro e Geteo sono il resto della mia casa di un tempo. Mi sono affezionato come a mobili miei. Mi chiuderanno gli occhi…»
23«E poi?».
«E poi… Mah! Non lo so. Andranno a servire, e la casa si disferà. Mi spiace. L’ho fatta ricca col mio lavoro. Questa terra tornerà sabbiosa, sterile… Questa vigna… L’abbiamo piantata io e la moglie. E quel roseto… Egiziano, Signore. L’odore della mia sposa sento in lui… Mi pare un figlio… il figlio unico che è sepolto, farina ormai, ai suoi piedi… Dolori… Meglio morire giovani e non vedere questo e la morte che viene avanti…».
24«Il tuo figlio non è morto e non la moglie. Sopravvive il loro spirito. Morta è la carne. La morte non deve spaurire. E’ vita la morte a chi spera in Dio e vive da giusto. Pensaci… Io vado in città. Tornerò questa sera e ti chiederò quel portico per dormire coi miei».
«No, Signore. Ho molte camere vuote. Te le offro».
Giuda mette sul tavolo delle monete.
«No. Non le voglio. Sono di questa terra a voi invisa. Ma forse sono meglio di quelli che ci dominano. Addio, Signore».
25«Pace a te, Anania».
Le due schiave insieme a Geteo, un nerboruto e anziano contadino, sono accorse a vederlo partire.
26«Pace anche a voi. Siate buoni. Addio» e Gesù sfiora i capelli crespi di Nubi e quelli lucidi e tesi di Anibé, sorride all’uomo e se ne va.
Il Messia per le vie d’Ascalona.
Ascalona un’imitazione di Roma.
27Dopo poco entrano in Ascalona, per la via dal duplice portico che va diritta al centro della città, che è una scimmiottatura di Roma, con vasche e fontane, con piazze uso Foro, con torri lungo la cinta delle mura e dappertutto il nome di Erode, messo dallo stesso per applaudirsi, posto che gli ascaloniti non lo applaudono. Vi è molto movimento, e cresce più l’ora passa e si avvicina la parte più centrale della città, aperta, ariosa, dagli sfondi luminosi sul mare, che pare chiuso come una turchese in una tenaglia di corallo rosa per le case sparse sull’arco profondo che qui fa la costa, non un golfo, un vero arco, una porzione di circolo che il sole fa tutta di un roseo pallidissimo.
In quattro gruppi per evangelizzare Ascalona.
28«Dividiamoci in quattro gruppi. Io vado, anzi vi lascio andare. Poi sceglierò Io. Andate. Dopo l’ora di nona ritrovo alla Porta da cui siamo entrati. Siate prudenti e pazienti».
29E Gesù li guarda andare rimanendo solo con Giuda Iscariota, che ha dichiarato che a questi egli non dirà nulla perché sono peggio dei pagani. Ma quando sente che Gesù vuole andare qua e là senza parlare, allora cambia pensiero e dice: «Ti spiace rimanere solo? Io andrei con Matteo, Giacomo e Andrea; sono i meno capaci…»
30«Va’ pure. Addio».
Il Messia evangelizza senza parlare.
31E Gesù si aggira solo per la città girandola in lungo e in largo, anonimo fra la gente affaccendata che neppure lo osserva. Solo due o tre bambini alzano il capo curiosi, e una donna procacemente vestita che gli viene risolutamente incontro con un sorriso pieno di sottintesi. Ma Gesù la guarda così severamente che lei diventa di porpora e china gli occhi andandosene. All’angolo si volge ancora, e poiché un popolano che ha osservato la scena le lancia un frizzo mordace e di scherno per la sua sconfitta, ella si avvolge nel suo mantello e fugge.
Alessandro un bambino audace.
I bambini invece girano intorno a Gesù, lo guardano, sorridono al suo sorriso. Uno più audace chiede: «Chi sei?».
32«Gesù» risponde Egli accarezzandolo.
«Che fai?».
33«Aspetto degli amici».
«Di Ascalona?».
34«No, del mio paese e della Giudea».
«Sei ricco? Io sì. Mio padre ha una bella casa e dentro lavora i tappeti. Vieni a vedere. E’ qui vicino».
35E Gesù va solo col bambino, entrando sotto un lungo androne che fa come una strada coperta. In fondo, fatto più vivo dalla penombra dell’androne, splende uno scorcio di mare tutto acceso di sole.
Dina povera orfanella.
36Incontrano una bambina sparuta che piange.
«È Dina. È povera, sai? Mia madre le dà del cibo. Sua madre non può più guadagnare. Il padre è già morto, in mare. Una tempesta mentre da Gaza andava al porto del Grande Fiume a portare merci e a prenderne. E siccome le merci erano di mio padre, e il padre di Dina era un marinaio nostro, mia mamma ora pensa a loro. Ma sono in tanti rimasti senza padre così… Che dici Tu? Deve essere brutto essere orfani e poveri.
Patto con Alessandro
37Ecco la casa mia. Non lo dire che ero per la strada. Dovevo essere a scuola. Ma sono stato mandato via perché facevo ridere i compagni con questo…» e tira fuori dal vestito un pupazzo intagliato nel legno, in una sottile assicella di legno, molto comico per davvero, munito di una bazza e di un naso molto caricaturali.
48Gesù ha un sorriso che gli tremola sotto le labbra, ma si frena e dice: «Non sarà il maestro, vero? E nessun parente. Non sta bene».
«No. E’ il sinagogo dei giudei. È vecchio e brutto, e noi gli diamo sempre la baia».
39«Non sta bene neppure questo. Certo è molto più vecchio di te e…».
«Oh! è un vecchione, mezzo gobbo e quasi cieco, ma è così brutto!… Non ci ho colpa io se lui è brutto!».
40«No. Ma hai colpa a scherzare un vecchio. Anche tu da vecchio sarai brutto perché ti curverai, sarai con pochi capelli, mezzo cieco, camminerai coi bastoni, avrai quel viso così. E allora? Avrai piacere di essere scherzato, allora, da un bambino senza rispetto? E poi perché fare inquietare il maestro, disturbare i compagni? Non sta bene. Tuo padre se lo sapesse ti punirebbe, tua madre ne avrebbe dolore. Io non dirò loro nulla. Ma tu mi dai subito due cose: la promessa di non fare più queste mancanze, e mi dai questo fantoccio. Chi lo ha fatto?».
«Io, Signore…» dice mortificato il bambino, conscio ormai della gravità dei suoi… misfatti… E aggiunge: «Mi piace tanto lavorare il legno! Delle volte rifaccio i fiori dei tappeti o le bestie che ci sono. Sai?… I draghi, le sfingi e altre bestie ancora…».
41«Quelle le puoi fare. C’è tanto bello sulla terra! Dunque prometti e mi dai questo fantoccio? Se no non siamo più amici. Io lo terrò per tuo ricordo e pregherò per te. Come ti chiami?».
«Alessandro. E Tu che mi dai?».
42Gesù è imbarazzato. Ha sempre così poco! Ma poi si ricorda di avere una fibbia molto bella al collo di una veste, cerca nel sacco, la trova, la stacca e la dà al bambino.
43«E ora andiamo. Ma guarda che, se anche Io vado via, Io so tutto lo stesso. E se ti so cattivo torno qui e dico tutto alla mamma».
Il patto è fatto.
Il Messia evangelizza la ricca padrona.
Entrano in casa. Dopo il vestibolo è un ampio cortile ed esso è circondato da tre lati da cameroni dove sono i telai. La servente che ha aperto, stupita vedendo il bambino con uno sconosciuto, avvisa la padrona e questa, una donna alta e di aspetto dolce, accorre chiedendo: «Ma il figlio si è forse sentito male?».
44«No, donna. Ma mi ha guidato a vedere i tuoi telai. Sono forestiero».
«Vuoi fare acquisti?».
45«No. Io non ho denaro. Ma ho amici che amano le cose belle e che hanno denaro».
La donna guarda curiosamente quest’uomo, che confessa così senza perifrasi di essere povero, e dice: «Ti credevo un signore. Hai modi e aspetto da gran signore».
46«Invece sono semplicemente un rabbi galileo, Gesù, il Nazareno».
«Noi abbiamo commerci e non abbiamo prevenzioni. Vieni e guarda».
E lo porta a guardare i suoi telai dove fanciulle lavorano sotto la direzione della padrona. I tappeti sono veramente pregevoli di disegno e di tinte; alti, soffici, sembrano aiuole tutte in fiore, o un caleidoscopio di gemme. Altri hanno mescolato ai fiori delle figure allegoriche come ippogrifi, sirene, draghi, oppure grifoni araldici simili ai nostri.
47Gesù ammira: «Sei molto brava. Sono contento di avere visto tutto questo. E sono contento che tu sia buona».
Come lo sai?».
48«Si vede al viso, e il bambino mi ha detto di Dina. Dio te ne compensi. Anche che tu non lo creda, tu sei molto vicina alla Verità, avendo carità in te».
«Quale verità?».
49«Al Signore altissimo. Chi ama il prossimo, e nella famiglia e nei dipendenti esercita la carità e la estende sui miseri, ha già in sé la Religione. Quella è Dina, non è vero?».
Gesù evangelizza la povera Dina.
«Sì. Ha la madre morente. Dopo la prenderò io, ma non per i telai. Troppo piccola e troppo gracile. Vieni, Dina, da questo signore».
La bambina, dal visetto triste dei bambini infelici, si accosta timidamente.
50Gesù la carezza e dice: «Mi conduci da tua madre? Vorresti che guarisse, vero? Allora portami da lei. Addio, donna. E addio, Alessandro. E sii buono».
51Esce con la bambina per mano. «Sei sola?» chiede.
«Ho tre fratellini. L’ultimo non ha conosciuto il padre».
52«Non piangere. Sei capace di credere che Dio può guarire tua madre? Lo sai, non è vero, che c’è un solo Dio, il quale ama gli uomini che Egli ha creati e specie i bambini buoni? E che può tutto?».
«Lo so, Signore. Prima andava a scuola mio fratello Tolmé, e a scuola si è mescolati coi giudei. Si sa per questo tante cose. So che c’è e che si chiama Jeové e che ci ha puniti perché i filistei furono cattivi con Lui. Ce lo rimproverano sempre i bambini ebrei. Ma io non c’ero allora, e non la mamma e non il padre. Perché allora…» il pianto fa argine alla parola.
53«Non piangere. Dio ama anche te e mi ha portato qui, per te e per tua mamma. Sai che gli israeliti attendono il Messia che deve venire per fondare il Regno dei Cieli? Il Regno di Gesù Redentore e Salvatore del mondo?».
«Lo so, Signore. E ci minacciano dicendo: “Allora guai a voi sarà”.»
54«E sai che farà il Messia?».
«Farà grande Israele e ci tratterà molto male».
55«No. Farà redento il mondo, leverà il peccato, insegnerà a non peccare, amerà i poveri, i malati, gli afflitti, andrà da essi, insegnerà ai ricchi, ai sani, ai felici ad amarli, raccomanderà di essere buoni per avere la Vita eterna e beata nel Cielo. Questo farà. E non opprimerà nessuno».
«E come si capirà che è Lui?».
56«Perché amerà tutti e guarirà i malati che credono in Lui, redimerà i peccatori e insegnerà l’amore».
«Oh! se ci fosse prima che la mamma muoia! Come crederei io! Come lo pregherei! Andrei a cercarlo finché lo avessi trovato e gli direi: “Sono una povera bambina senza padre, la madre mi muore, io spero in Te” e sono sicura che anche che io sia filistea mi ascolterebbe».
Tutta una fede semplice e forte vibra nella voce della fanciulla. Gesù sorride guardando la poverina che gli cammina a lato. Lei non vede questo sorriso fulgido perché guarda avanti, verso la casa ormai vicina…
Guarigione della mamma di Dina.
Giungono ad una casupola ben povera, in fondo ad un vicolo cieco.
«E’ qui, Signore. Entra…». Una cameretta meschina, un saccone con sopra un corpo sfinito, tre piccoli di età dai dieci ai tre anni, seduti presso il saccone. Miseria e fame tralucono da tutto.
57«Pace a te, donna. Non ti agitare. Non ti scomodare. Ho trovato la tua bambina e so che sei malata. Sono venuto. Vorresti guarire?».
La donna in un filo di voce risponde: «Oh! Signore!… Ma per me è finita!…» e piange.
58«Tua figlia è giunta a credere che il Messia potrebbe guarirti. E tu?».
«Oh! crederei anche io. Ma dove è il Messia?».
59«Io sono che ti parlo». E Gesù, che era curvo sul saccone mormorando le sue parole presso il volto dell’indebolita, si raddrizza e grida: «Lo voglio. Sii guarita».
I bambini hanno quasi paura della sua imponenza e stanno, tre volti di stupore, a far corona al giaciglio materno. Dina si preme le mani sul piccolo petto. Una luce di speranza, di beatitudine balena sul suo visetto. Anela quasi, tanta è la sua emozione. Ha la bocca aperta per una parola che già il cuore mormora, e quando vede che la madre, prima cerea e abbandonata, come se una forza la attirasse trasfondendosi in lei, si alza a sedere, e poi, sempre con gli occhi fissi in quelli del Salvatore, si alza in piedi, Dina ha un urlo di gioia: «Mamma!». La parola che empiva il cuore è detta!… E poi un’altra: «Gesù!». E abbracciando la madre la obbliga a inginocchiarsi dicendo: «Adora, adora! E’ Lui quello che il maestro di Tolmé diceva il profetizzato Salvatore».
60«Adorate il vero Dio, siate buoni, ricordatevi di Me. Addio». E lesto esce, mentre ancora le due felici sono prostese al suolo…
219. I diversi frutti della predicazione degli apostoli nella città di Ascalona[193].
Pratiche di evangelizzazione.
L’Iscariota è inquieto.
1Ubbidienti all’ordine avuto, i gruppetti degli apostoli vengono uno dopo l’altro presso la porta della città. Ancora Gesù non c’è. Ma presto sopraggiunge da una vietta che costeggia le mura.
«Il Maestro deve aver avuto buona sorte» dice Matteo.
«Guardate come sorride».
Gli vanno incontro ed escono insieme dalla porta riprendendo la via maestra, che è costeggiata dalle ortaglie del sobborgo.
2Gesù li interroga: «Ebbene? Come vi è andata? Che avete fatto?»
«Molto male» dicono insieme l’Iscariota e Bartolomeo.
3«Perché? Che vi è accaduto?».
«Che per poco ci lapidano. Abbiamo dovuto scappare. Andiamo via da questo paese di barbari. Torniamo dove ci amano. Io qui non parlo più. Già non volevo parlare. Ma poi mi sono lasciato vincere e Tu non mi hai trattenuto. Eppure Tu le sai le cose…». L’Iscariota è inquieto.
Evangelizzazione di Matteo.
4«Ma cosa ti è successo?».
«Eh! ero andato con Matteo, Giacomo e Andrea. Siamo andati nella piazza dei Giudizi, perché là c’è gente fine e che ha tempo da perdere in ascolto di chi parla. Abbiamo deciso che avrebbe parlato Matteo, il più adatto a parlare a pubblicani e a clienti degli stessi.
5E lui ha incominciato dicendo a due che litigavano per contendersi un campo in una ingarbugliata eredità: “Non odiatevi per quello che perisce e per quello che non potete portarvi dietro nell’altra vita. Ma amatevi per potere godere di beni eterni avuti senza altro contrasto che con le male passioni che si devono vincere per divenire vincitori e possessori del Bene”. Dicevi così, non è vero? E poi continuava, mentre due o tre altri si avvicinavano ad ascoltare. “Ascoltate la Verità che insegna questo al mondo perché il mondo abbia pace. Voi vedete che si soffre per questo. Per questo eccessivo interesse alle cose che muoiono. Ma la terra non è tutto. Vi è anche il Cielo, e nel Cielo vi è Dio così come in terra vi è ora il suo Messia, il quale ci manda per annunciarvi che il tempo della Misericordia è venuto e che non c’è peccatore che possa dire: ‘Io non sarò ascoltato’, perché se uno ha vero pentimento ha perdono, è ascoltato, amato e invitato al Regno di Dio”.
6Molta gente si era ormai affollata e c’era chi ascoltava con rispetto, c’era chi faceva domande, disturbando Matteo. Io già non do mai risposta per non guastare il discorso. Parlo e rispondo ai singoli in fondo. Se lo tengano a mente quello che vogliono dire e tacciano. Ma Matteo voleva rispondere subito!… E anche noi si era interrogati. Ma c’era anche chi sogghignava, dicendo: “Ecco un altro pazzo! Certo viene da quella tana di Israele. Son gramigne che si distendono da per tutto, i giudei! Ecco, ecco le loro eterne fandonie! Loro hanno a compare Iddio. Sentili! E sul filo della loro spada e nell’acido della loro lingua. Ecco, ecco! Ora tirano in ballo il suo Messia. Qualche altro frenetico che ci tormenterà come sempre fu nei secoli. Peste a Lui e alla razza!”.
Deludente intervento dell’Isacariota.
7Allora ho perso la pazienza. Ho tirato indietro Matteo, che continuava a parlare sorridendo come se gli facessero degli onori, e ho cominciato a parlare io, prendendo Geremia a base del mio discorso: “Ecco che le acque salgono dal settentrione e diverranno un torrente che inonda…”. “Al loro rumore” ho detto – “perché la punizione di Dio su voi, razza malefica, avrà rumore di molte acque, e invece saranno armi e armati della terra e celesti frombolatori dei Cieli, tutti mossi per ordine dei Capi del Popolo di Dio per punirvi della vostra pervicacia – al loro rumore voi perderete il vigore, vi cascheranno superbie, cuori, braccia, affetti, tutto. Sterminati sarete, avanzi dell’isola del peccato, porta dell’Inferno! Avete rimesso boria perché siete stati ricostruiti da Erode? Ma ancor più rasati, fino a farvi calvi senza rimedio, sarete; colpiti da ogni castigo nelle vostre città e villaggi, nelle valli e nelle pianure. La profezia non è morta ancora…”; e volevo continuare, ma ci si sono avventati contro, e solo perché una provvidenziale carovana passava da una via ci siamo potuti salvare, perché già volavano le pietre. Hanno colpito i cammelli e i cammellieri, è successo un parapiglia, e noi ce la siamo filata. Dopo siamo stati quieti in un cortiletto di sobborgo. Ah! io non ci vengo più qui…».
Evangelizzazione di Pietro secondo Natanaele.
8«Ma scusa, li hai offesi! La colpa è tua! Ora si capisce perché sono venuti così ostili a cacciarci!» esclama Natanaele. E continua: «Ascolta, Maestro. Noi, ossia Simone di Giona, io e Filippo, eravamo andati verso la torre che dà sul mare. Là c’erano dei marinai e dei padroni di navigli che caricavano le merci per Cipro, per la Grecia e anche più lontano. E imprecavano al sole, alla polvere, alla fatica. Bestemmiavano la loro sorte di filistei, schiavi, dicevano, dei prepotenti, mentre potevano essere re. E bestemmiavano i Profeti e il Tempio e noi tutti. Io volevo andare via di là, ma Simone non volle, dicendo: “No, anzi! Sono proprio questi peccatori che dobbiamo avvicinare. Il Maestro lo farebbe e lo dobbiamo fare anche noi”. “Parla tu, allora,” abbiamo detto io e Filippo. “E se non so fare?” ha detto Simone. “Allora ti aiuteremo noi” abbiamo risposto.
9E Simone allora è andato sorridente verso due che, sudati, si erano seduti su una grossa balla che non ce la facevano a issare sul naviglio, e ha detto: “E’ pesante, non è vero?”.
“Più che pesante, è che siamo stanchi. E bisogna avere ultimato il carico perché il padrone lo vuole. Vuole salpare nell’ora della calmeria, perché questa sera il mare sarà più forte e bisogna avere superato gli scogli per non avere pericolo”.
10“Scogli in mare?”.
“Sì. Là dove l’acqua bolle. Posti brutti”.
11“Correnti, eh? Già! Il vento del mezzogiorno gira la punta e là si scontra con quella corrente…”.
“Sei marinaio?”.
12“Pescatore. D’acqua dolce. Ma l’acqua è sempre acqua, e il vento vento. Ho bevuto anche io più di una volta e il carico m’è tornato al fondo più di una volta. Bello e brutto mestiere il nostro. Ma in tutte le cose c’è il bello e il brutto, il buono e il malvagio. Nessun posto è tutto di cattivi, né nessuna razza è tutta crudele. Con un poco di buona volontà ci si mette sempre d’accordo e si trova che da per tutto c’è della brava gente. Su! Vi voglio aiutare”; e Simone ha chiamato Filippo dicendo: “Forza! Prendi di lì che io prendo di qui, e questa brava gente ci conduce là, sulla nave, alle stive”.
13Non volevano, i filistei. Ma poi hanno lasciato fare. Messo a posto il fagotto, e altri ancora che erano sul ponte, Simone si mise a lodare la nave, come lui sa fare, a lodare il mare, la città così bella vista dal mare, a interessarsi di navigazione marina, di città d’altre nazioni. E tutti intorno, tutti a ringraziarlo, a lodarlo… Finché uno chiese: “Ma tu di dove sei? Nilotico?”.
14“No del mar di Galilea. Ma come vedete non sono una tigre”.
“E’ vero. Cerchi lavoro?”.
15“Sì”.
“Io ti prendo, se vuoi. Vedo che sei un marinaio capace “disse il padrone.
16“Io invece prendo te”.
“Me? Ma non hai detto che cerchi lavoro?”.
17“E’ vero. Il mio lavoro è portare gli uomini al Messia di Dio. Tu sei un uomo. Sei dunque un lavoro per me”.
“Ma io sono filisteo!”.
18“E che vuol dire?”.
“Vuol dire che voi ci odiate, ci perseguitate, dal tempo dei tempi. Lo hanno detto i vostri capi, sempre…”.
19“I Profeti, eh? Ma ora i Profeti sono voci che non urlano più. Ora c’è il solo, grande, santo Gesù. Egli non urla, ma chiama con voce di amico. Egli non maledice ma benedice. Egli non porta malanni ma li leva. Egli non odia e non vuole che si odi. Ma anzi ama tutti e vuole che noi si ami anche i nemici. Nel suo Regno non ci saranno più vinti e vincitori, non più liberi e schiavi, non più amici e nemici. Non ci saranno più queste distinzioni che fanno male, che sono venute dalla malvagità umana, ma solo ci saranno i suoi seguaci, ossia gente vivente nell’amore, nella libertà, nella vittoria su tutto quanto è peso e dolore. Io ve ne prego. Vogliate credere alle mie parole e avere desiderio di Lui. Le profezie sono state scritte. Ma Egli è più grande ancora dei Profeti; e per chi lo ama sono annullate le profezie. Vedete questa bella vostra città? Più bella ancora la ritrovereste in Cielo se giungeste ad amare il Signor nostro Gesù, il Cristo di Dio”.
20Così diceva Simone, bonario e ispirato insieme, e tutti lo ascoltavano con attenzione e rispetto. Sì, rispetto. Poi da una via sono sbucati vociando dei cittadini armati di bastoni e pietre, e ci hanno visti e riconosciuti alla veste per forestieri, e forestieri, ora capisco, della tua razza, o Giuda, e ci hanno creduti della tua risma. Se non ci proteggevano quelli del naviglio si stava freschi! Hanno calato una scialuppa e ci hanno portati via per mare, facendoci scendere sulla spiaggia presso i giardini del mezzogiorno, e siamo tornati di là, insieme ai coltivatori dei fiori per i ricchi di qui. Ma tu, Giuda, rovini tutto! È quella la maniera di insolentire?».
I discepoli si correggono prima di correggere.
«E’ verità ».
«Va saputa usare. Anche Pietro non ha detto bugie, ma ha saputo parlare!» ribatte Natanaele.
21«Oh! io! Ho cercato di mettermi nel Maestro, pensando: Lui sarebbe dolce così. Io pure allora…”» dice semplicemente Pietro.
«Io amo la maniera forte. È più regale».
22«La tua solita idea! Hai torto, Giuda. E’ un anno che il Maestro ti va correggendo da questa idea. Ma non ti presti alle correzioni. Sei tu pure ostinato nell’errore come questi filistei su cui ti avventi» rimprovera Simone lo Zelote.
«Quando mai mi ha corretto per questo? E poi ognuno ha il suo modo e lo usa».
23Simone Zelote ha persino un sussulto sentendo queste parole e guarda Gesù che tace e che, a quello sguardo che ricorda, risponde con un lieve sorriso d’intesa.
24«Non è una ragione questa» dice calmo Giacomo d’Alfeo, e continua: «Noi siamo qui per correggerci prima di correggere. Il Maestro è stato prima il maestro di noi. Non lo sarebbe stato se non avesse voluto che noi mutassimo le nostre abitudini e idee».
«Era Maestro per la sapienza…»
25«Era? E’» dice serio il Taddeo.
«Quanti cavilli! È, sì, è».
26«È anche per il resto Maestro. Non solo per la sapienza. Il suo ammaestramento va a tutto quanto è in noi. Egli è perfetto, noi imperfetti. Sforziamoci dunque a diventarlo» consiglia dolcemente Giacomo d’Alfeo.
«Non vedo di avere fatto colpa. E’ perché è una razza maledetta. Tutti perversi».
Evangelizzazione di Giovanni secondo Tommaso.
«No. Non lo puoi dire» prorompe Tommaso.
27«Giovanni è andato fra gli infimi: i pescatori che portavano i pesci ai mercati. E guarda questo sacco umido. E’ pesce prelibato. Si sono levati il guadagno per darcelo. Per paura che non fosse fresco a sera quello del mattino, sono tornati in mare e ci hanno voluti con loro. Pareva di essere sul lago di Galilea e ti assicuro che, se il luogo lo ricordava, se lo ricordavano le barche colme di visi attenti, ancor più lo ricordava Giovanni. Pareva un altro Gesù. Le parole gli scendevano dolci come il miele dalla bocca ridente, e il suo viso sfavillava come un altro sole. Come ti assomigliava, Maestro! Io ero commosso. Siamo stati per tre ore sul mare, in attesa che le reti, stese fra i gavitelli, fossero colme di pesce, e sono state tre ore di beatitudine. Poi volevano vedere Te. Ma Giovanni ha detto: “Vi do appuntamento a Cafarnao”, così come avesse detto: “Vi do appuntamento sulla piazza del vostro paese”. Eppure hanno promesso: “Verremo” e hanno preso nota. E abbiamo dovuto lottare per non essere caricati di troppo pesce. Ci hanno dato di quello più freschino. Andiamo a cuocerlo. Questa sera gran banchetto, per rifarci del digiuno di ieri».
«Ma che hai detto mai?» chiede interdetto l’Iscariota.
28«Nulla di speciale. Ho parlato di Gesù» risponde Giovanni.
«Ma come ne parli tu! Anche Giovanni ha preso i Profeti. Ma li ha capovolti» spiega Tommaso.
«Capovolti?» chiede stupefatto l’Iscariota.
29«Sì. Tu dai Profeti hai estratto l’asprezza, egli la dolcezza. Perché, infine, il loro stesso rigore è amore, esclusivo, violento se vuoi, ma sempre amore verso le anime che vorrebbero tutte fedeli al Signore. Non so se lo hai mai riflettuto, tu, l’educato fra gli scribi. Io sì, per quanto sia orafo. Anche l’oro si martella e si crogiola, ma per farlo più bello. Non per odio, ma per amore. Così i Profeti con le anime. Io lo capisco, forse appunto perché sono orafo. Ha preso Zaccaria nella sua profezia a carico di Adrac e Damasco e giunto al punto: “A tal vista Ascalona sarà presa da spavento e Gaza sarà in gran duolo e anche Accaron perché è svanita la sua speranza. Gaza non avrà più re”, si è messo a spiegare come tutto questo è venuto perché l’uomo si è staccato da Dio, e parlando della venuta del Messia, che è perdono di amore, ha promesso che da una povera regalità, quale i figli della terra si augurano per la loro nazione, gli uomini che seguiranno il Messia nella sua dottrina giungeranno ad avere una regalità eterna e infinita nel Cielo. Dirlo è niente. Ma a sentirlo! Pareva di sentire una musica e di salire portato dagli angeli. Ed ecco che i Profeti, che a te hanno dato legnate, a noi hanno dato pesci squisiti».
Giuda tace sconcertato.
Evangelizzazione di Giuda Taddeo
30«E voi?» chiede il Maestro ai cugini e allo Zelote.
31«Noi siamo andati verso i cantieri, dove i calafati lavorano. Anche noi abbiamo preferito andare dai poveri. Ma c’erano anche ricchi filistei che sorvegliavano la costruzione dei loro navigli. Non sapevamo chi avrebbe parlato e allora come bambini abbiamo giocato ai punti. Giuda ha gettato fuori sette dita, io quattro, Simone due. Toccava a Giuda. E ha parlato» spiega Giacomo d’Alfeo.
«Che hai detto?» chiedono tutti.
32«Mi sono francamente fatto conoscere per quello che sono, dicendo che alla loro ospitalità chiedevo la bontà di accogliere la parola del pellegrino che vedeva in loro tanti fratelli, avendo un’origine e una fine comune, e la speranza non comune, ma piena di amore, di poterli portare con sé nella casa del Padre e chiamarli “fratelli” in eterno, nella gran gioia del Cielo.
33Ho detto poi: “Èdetto da Sofonia, il nostro profeta: ‘La regione del mare sarà luogo di pastori… ivi avranno i loro pascoli e la sera riposeranno nelle case di Ascalona’, “e ho svolto il pensiero dicendo: “Il Pastore supremo è giunto fra voi. Non armato di frecce, ma di amore. Vi tende le braccia, vi indica i suoi pascoli santi. Non ricorda il passato altro che per compassionare gli uomini del gran male che si fanno e che si sono fatti, come bimbi folli, con l’odio, mentre avrebbero potuto levare tanto dolore con l’amarsi a vicenda, perché fratelli sono. 34Questa terra” ho detto, “sarà luogo di pastori santi, i servi del Pastore supremo che già sanno che qui avranno i loro pascoli più fertili e le greggi più buone, e il loro cuore, nella sera della loro vita, potrà riposare pensando ai vostri cuori, a quelli dei figli vostri, più familiari di case amiche perché avranno a padrone Gesù, Signore nostro. 35Mi hanno capito. Mi hanno interrogato, anzi ci hanno interrogato. E Simone ha narrato la sua guarigione, mio fratello le tue bontà verso i poveri. La prova: eccola. Questa pingue borsa per i poveri che troveremo per via. Anche a noi i Profeti non hanno fatto male…».
L’Iscariota non fiata.
L’evangelizzazione di Gesù
36«Ebbene» conforta Gesù «un’altra volta Giuda farà meglio. Egli ha creduto di fare bene facendo così. Avendo perciò agito con fine onesto non ha peccato in nessun modo. E Io sono contento anche di lui. Fare l’apostolo non è facile. Ma poi si impara. Una cosa mi spiace. Di non avere avuto questi denari prima e di non avervi trovato. Mi sarebbero occorsi per una famiglia disgraziata».
«Possiamo tornare indietro. È presto ancora… Ma, scusa, Maestro. Come l’hai trovata? Che hai fatto Tu? Proprio nulla? Non hai evangelizzato?».
37«Io? Ho passeggiato. Col silenzio ho detto ad una meretrice: “Lascia il tuo peccato”. Ho trovato un bambino, monello alquanto, e l’ho evangelizzato scambiandoci dei regali. Io ho dato la fibbia che Maria Salome mi aveva messo alla veste a Betania, e lui mi ha dato questo suo lavoro» e Gesù si leva dalla veste il fantoccio caricaturale. Tutti osservano e ridono. «Poi sono andato a vedere degli splendidi tappeti che uno di Ascalona fa per venderli in Egitto e altrove… poi ho consolato una bambina senza padre e le ho guarita la madre. E basta».
«E ti pare poco?».
38«Sì. Perché c’era bisogno anche di denaro e Io non ne avevo».
«Ma torniamo dentro noi che… non abbiamo dato noia a nessuno» dice Tommaso.
«E il tuo pesce?» scherza Giacomo di Zebedeo.
«Il pesce? Ecco. Voi che siete… coll’anatema addosso andate dal vecchio che ci ospita e cominciate a preparare. Noi si va in città».
39«Sì» dice Gesù. «Però Io vi mostro la casa da lontano. Ci sarà gente. Io non vengo. Mi tratterrebbero. Non voglio offendere l’ospite che ci attende col mancare al suo invito. La scortesia è sempre anticarità».
L’Iscariota abbassa ancora più il capo e diviene paonazzo, tanto cambia colore ricordando quante volte lui è caduto in quella colpa.
40Gesù riprende: «Voi andate nella casa e cercate della bambina, non c’è che lei di fanciulla, non potete sbagliare. Le darete questa borsa e direte: “Questa te la manda Iddio perché hai saputo credere. Per te, la mamma e i fratellini” Non di più. E venite subito indietro. Andiamo».
E il gruppo si divide, andando Gesù con Giovanni, Tommaso e i cugini in città, mentre gli altri vanno verso la casa dell’ortolano filisteo.
220. Gli idolatri di Magdalgad e
il miracolo sulla partoriente[194].
La gente di Ascalona
Ascalona solo ricordi.
1Ascalona e le sue ortaglie sono già un ricordo. Nelle ore fresche di una splendida mattina, dando le spalle al mare, Gesù coi suoi si dirige verso delle colline tutte verdi, poco alte ma graziose, che si elevano nella pianura ubertosa. I suoi apostoli, riposati e soddisfatti, sono tutti allegri e parlano di Anania, delle sue schiave, di Ascalona, della gazzarra che era in città al loro ritorno per portare i denari a Dina.
La forza dell’odio e dell’amore.
2«Era destinato che provassi le strette dei filistei. L’odio e l’amore hanno le stesse manifestazioni, se si vuole. E io, che non avevo patito per l’odio filisteo, per poco vengo ferito per l’amore. Per poco non ci imprigionano per farci dire dove era il Maestro, quegli esaltati dal miracolo. E che strillare! Vero, Giovanni? La città bolliva come un paiolo. Quelli che erano inquieti non volevano sentire ragione e volevano cercare i giudei per legnarli; quelli beneficati, o amici dei beneficati, volevano persuadere i primi che era passato un dio. Una confusione! Hanno da discutere per dei mesi. Il male è che discutono più coi bastoni che con la lingua. Ebbene… sono fra di loro. Facciano quello che vogliono» dice Tommaso.
«Però… non sono cattivi…» osserva Giovanni.
«No. Sono solamente accecati da tante cose» risponde lo Zelote.
Azoto punto d’incontro.
3Gesù non parla per un bel tratto di strada. Poi dice: «Ecco, Io ora vado a quel paesello sul monte, voi proseguite per Azoto. Fate attenzione. Siate cortesi, dolci, pazienti. Se anche vi deridono sopportatelo in pace, come ieri faceva Matteo, e Dio vi aiuterà. Al tramonto uscite, andando vicino allo stagno che è alle vicinanze di Azoto. Lì ci troveremo».
«Ma, Signore, io non ti lascio andare solo!» esclama l’Iscariota. «Sono dei violenti, questi!… E’ una imprudenza».
4«Non temete di nulla per Me. Vai, vai, Giuda, e sii tu prudente. Addio. La pace sia con voi».
I dodici se ne vanno non troppo entusiasti. Gesù li guarda andare e poi prende il sentiero della collina, fresco, ombroso. Il colle è coperto di boschi di ulivi, di noci, di fichi e di vigneti ben coltivati e già promettenti pingue raccolto. Nei luoghi pianeggianti sono campicelli di cereali, in quelli in pendio pascolano capre bionde sull’erba verde.
La sfida del vero Dio.
Rito di sortilegi.
6Gesù raggiunge le prime case del paese. Sta per entrarvi quando incontra uno strano corteo. Sono donne urlanti, uomini vocianti in una nenia alterna, e tutti fanno una specie di danza intorno ad un caprone che procede ad occhi bendati, percosso, già sanguinante nei ginocchi per essere inciampato e caduto sulle pietre del sentiero. 7 Un altro gruppo, ugualmente vociante e urlante, si agita intorno ad un simulacro scolpito, molto brutto in verità, e tiene alte delle padelle con brace accese che alimentano buttando loro sopra resine e sale, almeno così mi sembra, perché le prime mandano odore di ragia e il secondo scoppietta come fa il sale. 8Un ultimo gruppo attornia un santone davanti al quale continuamente si inchinano urlando: «Per la tua forza!» (uomini), «Tu solo puoi!» (donne), «Supplica il dio!» (uomini), «Leva il sortilegio!» (donne), «Comanda alla matrice!», «Salva la donna!»; e tutti insieme, con un ululato da tregenda: «Morte alla maga!». E poi da capo, con la variante: «Per la tua forza!», «Tu solo puoi!», «Ordina al dio!», «Che faccia vedere!», «Comanda al caprone!», «Che mostri la maga!»; e in un urlo da dannati: «Che odia la casa di Fara!».
La sfida Del Messia
9Gesù ferma uno dell’ultimo gruppo e chiede dolcemente: «Che avviene? Sono forestiero…»
L’uomo, poiché la processione si è fermata un momento per percuotere il capro, gettare le resine sulle braci e prendere fiato, spiega: «La sposa di Fara, il grande di Magdalgad, muore di parto. Una che l’odia ha gettato il maleficio. Le viscere si sono annodate e il figlio non può nascere. Cerchiamo la maga per ucciderla. Solo così la sposa di Fara sarà salva, e se non troveremo la maga sacrificheremo il caprone per impetrare somma misericordia dalla dea Matrice» (si capisce che quello scarabocchio di pupazzo è una dea…).
10«Fermatevi. Io sono capace di guarire la donna e salvare il maschio. Ditelo al sacerdote» dice Gesù all’uomo e ad altri due che si sono accostati.
«Sei medico?».
11«Più ancora».
I tre fendono la folla e vanno dal sacerdote idolatra. Gli parlano. La voce corre. La processione, che aveva ripreso ad andare, si ferma. Il sacerdote, imponente nei suoi cenci multicolori, fa un cenno a Gesù e ordina: «Giovane, vieni qui!».
E quando lo ha vicino: «E’ vero quanto dici? Guarda che, se quanto dici non avviene, noi penseremo che lo spirito della maga si è impersonato in te e ti uccideremo in suo luogo».
12«E’ vero. Conducetemi subito dalla donna e intanto datemi il capro. Mi occorre. Sbendatelo e portatemelo qui».
Lo fanno. La povera bestia sbalordita, barcollante, sanguinante, viene portata a Gesù che la carezza sul folto pelo nero.
13«Ora però bisogna ubbidirmi senza eccezione. Lo farete?».
«Sì!» urla la folla.
14«Andiamo. Non urlate più, non bruciate resine. Lo comando».
Il Messia è Dio.
15Vanno, entrando nel paese, e per una via che è la migliore vanno ad una casa messa al centro di un frutteto. Urla e pianti escono dalle porte spalancate, e su tutto, lugubre, il lamento atroce della donna che non può dare alla luce il figlio.
Corrono ad avvertire Fara, che viene avanti terreo, scarmigliato, affiancato da donne piangenti e da inutili santoni brucianti incensi e foglie su delle padelle di rame.
«Salvami la donna!», «Salva mia figlia!», «Salvala, salvala!» urlano a vicenda l’uomo, una vecchia, la folla.
16«La salverò e con essa il tuo maschio, perché maschio è, e floridissimo, con due dolci occhi colore dell’uliva che matura e la testa ricoperta di capelli neri come questo vello».
«Come lo sai? Che vedi? Anche nelle viscere?».
17«In tutto Io vedo e penetro. Tutto conosco e posso. Sono Dio».
Avesse mandato un fulmine avrebbe fatto meno effetto. Tutti si gettano al suolo come morti.
18«Alzatevi. Udite. Io sono il Dio potente e non sopporto altri dèi avanti a Me. Accendete un fuoco e gettatevi quella statua».
Fara vuole un segno.
19La folla si ribella. Comincia a dubitare del «dio» misterioso che ordina l’arsione della dea. I più accesi sono i sacerdoti. Ma Fara e la madre della sposa, ai quali preme la vita della donna, si oppongono alla folla ostile e, poiché Fara è il grande del paese, la folla frena i suoi sdegni. L’uomo però interroga: «Come posso credere che Tu sei un dio? Dammene un segno e io comanderò sia fatto ciò che Tu vuoi».
20«Guarda. Vedi le ferite di questo caprone? Sono aperte, vero? Sanguinanti, vero? La bestia è quasi morente, vero? Ebbene, Io voglio che ciò non sia… Ecco. guarda».
L’uomo si curva e guarda… e urla: «E’ senza ferite!» e si getta al suolo pregando: «La mia donna, la mia donna!».
Ma il sacerdote della processione dice: «Temi, Fara! Non conosciamo chi è costui! Temi la vendetta degli dèi».
L’uomo è preso da due paure: gli dèi, la donna… Chiede: «Chi sei?».
El Mesias proclama su diivinidad
21«Io sono Colui che sono, in Cielo, in terra. Ogni forza mi è soggetta, ogni pensiero noto. Gli abitanti dei Cieli mi adorano, gli abitanti dell’Inferno mi temono. E coloro che credono in Me vedranno compiersi ogni prodigio».
«Io credo! Io credo… Il tuo Nome!».
22«Gesù Cristo, l’incarnato Signore. Quell’idolo alle fiamme! Non sopporto dèi al mio cospetto. Quei turiboli spenti. Non vi è che il mio Fuoco che possa e voglia. Ubbidite, o Io vi incenerirò l’idolo vano e me ne andrò senza salvare».
23È terribile Gesù nel suo abito di lino, dalle spalle del quale pende il mantello azzurro che fa strascico dietro a Lui, il braccio levato in atto di comando, il volto folgorante. Ne hanno paura, nessuno parla più… Nel silenzio, l’urlo sempre più sfinito e straziante della sofferente. Ma stentano ad ubbidire.
24Il volto di Gesù si fa sempre più insostenibile a guardarsi. veramente un fuoco che brucia materie e animi. E le padelle di rame sono le prime a subirne il volere. Chi le tiene le deve gettare perché non resiste più al loro ardore. Eppure i carboni appaiono spenti…
25Poi sono i portatori dell’idolo che devono mettere al suolo la portantina che sorreggevano per le stanghe sulle spalle, perché i legni si carbonizzano come se una misteriosa fiamma li lambisse, e appena al suolo la barella dell’idolo va in fuoco.
La gente fugge terrorizzata…
26Gesù si volge a Fara: «Puoi dunque credere realmente nel mio potere?».
«Credo, credo. Tu sei Dio. Sei il dio Gesù».
Il Messia vuole fede nella sua miissione.
27«No. Io sono il Verbo del Padre, di Jeové di Israele, venuto in Carne, Sangue, Anima e Divinità a redimere il mondo e a dargli la fede nel Dio vero, uno, trino che è nei Cieli altissimi. Vengo a dare aiuto e misericordia agli uomini perché lascino l’Errore e vengano alla Verità, che è l’unico Dio di Mosè e dei Profeti. Puoi credere ancora?».
«Credo, credo!».
28«Io sono venuto a portare Via, Verità, Vita agli uomini, ad abbattere gli idoli, a insegnare la sapienza. Per Me il mondo avrà redenzione, perché Io morrò per amore del mondo e per la salvezza eterna degli uomini. Puoi credere ancora?».
«Credo, credo!».
29«Io sono venuto per dire agli uomini che essi, se credono nel Dio vero, avranno la vita eterna in Cielo, presso l’Altissimo che è il Creatore di ogni uomo, animale, pianta e pianeta. Puoi credere ancora?».
«Credo, credo!».
Il Potere del Messia – Dio
30Gesù non entra neppure nella casa. Solo tende le braccia verso la stanza della sofferente, a mani distese, come nella risurrezione di Lazzaro, e grida: «Esci alla luce per conoscere la Luce divina e per ordine della Luce che è Dio!».
31Un comando tonante al quale, dopo un momento, fa eco un grido di trionfo che ha nel suo suono del gemito e della gioia, e poi un flebile piangere di neonato, flebile eppure ben distinto e che sempre più cresce come per forza che aumenta.
32«Tuo figlio piange salutando la terra. Va’ da lui e digli, ora e poi, che non è la terra la patria, ma lo è il Cielo. Crescilo, e tu cresci con lui, per il Cielo. Questa è la Verità che ti parla. Quelle (e indica le padelle di rame accartocciate come foglie secche, inutili ad ogni uso, giacenti al suolo, e la cenere che segna il posto della barella dell’idolo) sono la Menzogna che non aiuta e non salva. Addio». E fa per andarsene.
Il miracolo non si paga.
33Ma una donna accorre con un vispo neonato avvolto in un lino e grida: «E’ maschio, Fara. Bello, robusto, dagli occhi morati come uliva che matura e i ricciolini più neri e fini di quelli di un capretto sacro. E la donna riposa beata. Non soffre più, come nulla fosse stato. Una cosa improvvisa, quando già era morente… e dopo quelle parole…».
34Gesù sorride e, poiché l’uomo gli presenta il neonato, Egli lo tocca sul capo col sommo delle dita. La gente, meno i sacerdoti che indignati se ne sono andati vedendo la defezione di Fara, si accosta curiosa di vedere il neonato e di guardare Gesù.
35Fara vorrebbe dargli oggetti e denaro per il miracolo. Ma Gesù dice, dolce e fermo: «Nulla. Il miracolo non si paga altro che con la fedeltà a Dio che l’ha concesso. Tengo solo questo caprone. Per ricordo della tua città».
36E se ne va col caprone, che gli trotterella vicino come se Gesù fosse il suo padrone, risanato, felice, belante la sua gioia di essere con uno che non lo percuote… Scendono così le balze del colle riprendendo la via maestra che conduce ad Azoto…
37Quando a sera, presso lo stagno ombroso, Gesù vede venire i discepoli, è reciproco lo stupore, vedendo essi Gesù con quell’ariete e Lui loro con i visi mortificati di chi non ha fatto affari.
Tutto forma all’umiltà.
Nulla è inutile neppure la disfatta.
38«Disastro, Maestro! Non ci hanno percossi. Ma ci hanno cacciati fuori di città. Abbiamo errato per la campagna, e pagando ben caro abbiamo potuto procurarci del cibo. Eppure fummo dolci…» dicono desolati.
39«Non importa. Anche a Ebron lo scorso anno ci cacciarono e questa volta ci fecero onori. Non dovete sconfortarvi».
Riasunto di una missione.
«E Tu, Maestro? Quella bestia?» interrogano.
40«Sono andato a Magdalgad. Ho arso un idolo e i turiboli dello stesso, ho fatto nascere un maschio, ho predicato il Dio vero attraverso i miracoli e mi sono preso il capro, destinato al rito idolatrico, per mercede. Povera bestia, era tutto una ferita!».
«Ma ora sta bene! È una magnifica bestia».
41«E’ animale sacro, destinato all’idolo… Sano. Sì. Il primo miracolo per convincerli che Io ero il Potente, non il loro pezzo di legno».
«E che ne fai?».
42«Lo porto a Marziam. Un fantoccio ieri, un capro oggi. Lo farò felice».
«Ma te lo vuoi condurre dietro fino a Bétèr?».
43«Certamente. Non vedo l’orrore di questo fatto. Se sono il Pastore potrò avere un ariete. Poi lo daremo alle donne. E andranno in Galilea così. Troveremo una capretta. Simone, diverrai pastore di caprette. Meglio se fossero pecore… Ma il mondo è più di capri che di agnelli… E’ un simbolo, Pietro mio. Ricordalo… Col tuo sacrificio farai degli arieti tanti agnelli. Venite. Raggiungiamo quel villaggio fra i frutteti. Troveremo alloggio o nelle case o sui covoni che già sono legati sui campi. E domani andremo a Jabnia».
Nulla è inutili.
44Gli apostoli sono stupiti, addolorati, sfiduciati. Stupiti dei miracoli, addolorati di non esserci stati, sfiduciati della loro incapacità, mentre Gesù può tutto.
45Ma Lui, invece, è così contento!… E riesce a persuaderli che «nulla è inutile. Neppure la disfatta. Perché serve a formarvi all’umiltà, mentre il parlare serve a far risuonare un nome, il mio, e a lasciare un ricordo nei cuori». Ed è così convincente e luminoso di gioia che essi pure si rasserenano.
221. Le prevenzioni degli apostoli verso i pagani e la parabola del figlio deforme[195].
Panorama estivo.
Campi falciati.
1«Da Jabnia andremo ad Acron?» chiedono andando per una fertilissima campagna dove i grani dormono il loro ultimo sonno al sole, al grande sole che li ha maturati, stesi a covoni sui campi falciati e tristi come immensi letti funebri, ora che non hanno più veste di spighe, ma salme di grano in attesa d’esser trasportate altrove.
Bellezze vegetali.
2Ma se i campi sono spogli, i pometi sono vestiti a festa, coi frutti che si affrettano a maturare, che passano dal verde duro del frutticino a quello tenero, giallino, rosato, lucido come per cera del frutto che matura, 3oppure i fichi aprono lo scrigno, scoppiando nelle pelle elastica, il dolcissimo scrigno del frutto-fiore, e mostrano, oltre lo spacco verde-bianco o viola e bianco, la gelatina trasparente e sparsa di semolini più scuri della polpa.
4Gli ulivi ad un venticello leggero scuotono le loro gocce ovali di giada appese al picciolo sottile fra il verd’argento delle frasche, e 5i noci solenni tengono, duri sul gambo, i loro frutti che gonfiano fra la felpa del mallo, mentre 6i mandorleti finiscono di maturarli fra l’involucro che aggrinza il suo velluto e ne muta colore, e 7le viti gonfiano gli acini, e già qualche grappolo, situato in posizione di favore, osa accennare al topazio trasparente e al rubino futuro dell’acino maturo, mentre 8le cactacee della pianura o delle prime pendici esultano per le decorazioni giorno per giorno più vive degli ovuli di corallo, che sono stati bizzarramente posati da un decoratore allegro sulla cima delle spatole polpute che sembrano mani e mani, chiuse in astucci pungenti che protendono al cielo i frutti che esse han cresciuto e maturato.
9Palme isolate e carrubi folti ricordano già molto l’Africa vicina, e mentre le prime suonano le nacchere delle loro foglie dure a pettine tondo, gli altri si sono vestiti di smalto verde cupo e stanno impettiti, in sussiego nella loro veste tanto bella.
10Capre bionde e capre nere, alte, snelle, dalle lunghe corna ricurve e gli occhi dolci e arguti, si pascono delle cactacee e danno l’assalto agli agavi carnosi, a questi enormi pennelli di foglie dure e spesse che, come carciofi aperti, dal centro del cuore erompono il candelabro da cattedrale del loro stelo gigante a sette braccia, su cui fiammeggia il fiore giallo e rosso dal profumo gentile.
Monte, mare e pianura di ondulata belezza.
11Africa ed Europa si danno la mano nel coprire il suolo di bellezze vegetali, e non appena il gruppo apostolico lascia la pianura per prendere un sentiero che si inerpica su una collina letteralmente coperta di vigneti, in questa sua costa che guarda il mare – costa pietrosa, calcarea, su cui l’uva deve divenire un che di prezioso come per mutazione di succo in giulebbe – 12ecco che il mare, il mio mare, il mare di Giovanni, il mare di Dio, si mostra nel suo drappo smisurato di seta crespa e azzurra, e parla di lontananze, di infinito, di potenza, mentre canta col cielo e col sole il trio delle glorie creatrici. 13E la pianura si spiega tutta, in tutta la sua ondulata bellezza di accenni di colli alti pochi metri, mescolati a zone piane, a dune d’oro fino alle città e paesi sul mare, bianchi contro l’azzurro.
Evangelizzazione senza frontiere
Destinati ad evangelizzare il mondo
14«Come è bello! Come è bello!» mormora estatico Giovanni.
«Ma, mio Signore! Quel ragazzo vive di azzurro. Devi destinarlo a quello. Pare che veda la sposa quando vede il mare!» dice Pietro, che non fa molta differenza fra acqua marina e acqua lacuale. E ride bonario.
15«E’ già destinato, Simone. Avete tutti il vostro destino».
«Oh! bella! E me dove mi mandi?».
16«Ah! tu!…».
«Dimmelo, sii buono!».
17«In un luogo più grande della tua e mia città e di Magdala e Tiberiade messe insieme».
«Mi ci perderò».
18«Non avere paura. Sembrerai una formica su un grande scheletro. Ma andando e venendo instancabile risusciterai lo scheletro».
«Non capisco niente… Sii più chiaro»
19«Capirai, capirai!…» e Gesù sorride.
«E io?», «E io?». Tutti vogliono sapere.
20«Farò così». Gesù si china – sono lungo la riva ghiaiosa di un torrente ancora molto colmo di acqua nel suo centro – e raccatta una manciata di ghiaietta fina fina. La butta in aria, e quella ricade sparpagliandosi in tutti i sensi. «Ecco. Questo solo sassolino mi è rimasto fra i capelli. Anche voi sarete così sparsi».
«E Tu, fratello, rappresenti la Palestina, vero?» chiede serio Giacomo d’Alfeo.
21«Sì».
«Io vorrei sapere chi sarà quello che resta sulla Palestina» chiede ancora Giacomo.
22«Tieni questo sassolino. Per ricordo» e Gesù dà la ghiaietta, rimasta impigliata fra i suoi capelli, al cugino Giacomo e sorride.
«Non potresti lasciare me in Palestina? Sono il più adatto, perché sono il più rozzo, e in casa nostra ancora mi rigiro. Ma fuori!…» dice Pietro.
L’evangelizzazione più difficile.
23«Tu sei il meno adatto, invece, a rimanere qui. In voi è la prevenzione contro il resto del mondo, e credete essere facile più l’evangelizzare in paese di fedeli che di idolatri e gentili. Mentre è proprio il contrario. 24Se rifletteste che cosa ci offre la vera Palestina nelle sue classi alte e anche, sebbene meno, nel suo popolo, e se pensaste che qui, in luogo in cui il nome di Palestina è odiato e quello di Dio, nella sua vera espressione, sconosciuto, siamo stati accolti non certo peggio che in Giudea, in Galilea e nella Decapoli, cadrebbero le vostre prevenzioni e vedreste che dico giusto dicendo che è più facile convincere gli ignoranti del Dio vero che quelli del popolo di Dio, idolatri sottili, colpevoli, e che orgogliosamente si credono perfetti, e che come sono vogliono rimanere.
La ricerca delle anme tesori di Dio.
I tesori vanno cercati
25Quante gemme, quante perle il mio occhio vede dove voi vedete solo terra e mare! La terra delle moltitudini che non sono Palestina. Il mare dell’Umanità che non è Palestina e che, come mare, non chiede che di accogliere i ricercatori per dar loro queste perle, e che, come terra, di essere frugata per lasciarsi carpire le gemme. 26I tesori sono dappertutto. Ma vanno cercati. Ogni zolla può nascondere un tesoro e nutrire un seme, ogni profondità celare una perla.
Le anime si cercano senza prevenzioni.
27Ma che? Pretendereste forse che il mare sconvolgesse il suo fondo con burrasche atroci per svellere ai banchi le ostriche perlifere, per aprirle sotto la percossa dei marosi e offrirle poi sul lido ai pigri che non vogliono faticare, ai pusillanimi che non vogliono correre pericoli? 28Pretendereste che la terra facesse pianta di un granello di rena per darvi frutti con nessun seme? No, miei cari. Ci vuole fatica, lavoro, ardimento. E soprattutto non ci vogliono prevenzioni.
Importanza di ricerca anime in terre lontane
Per la speranza di salvare degli spiriti.
29Voi, lo so, disapprovate, chi più, chi meno, questo viaggio fra i filistei. Neppure le glorie che queste terre ricordano, le glorie di Israele che parlano da questi campi fecondati dal sangue ebreo sparso per fare grande Israele, da quelle città che furono strappate una ad una dalle mani di chi le teneva per incoronare Giuda e farne nazione potente, sono valide a farvi amare questo pellegrinaggio. 30E neppure vi dico: neanche l’idea di preparare il terreno a raccogliere l’Evangelo e la speranza di salvare degli spiriti è valida a questo. Non ve la dico fra le ragioni che vi sottopongo alla mente per farvi considerare la giustizia di questo viaggio. E’ ancora troppo superiore a voi questo pensiero. Vi arriverete un giorno. 31E allora direte: “Credevamo che fosse un capriccio, credevamo che fosse una pretesa, credevamo che fosse poco amore del Maestro verso noi farci andare così lontano, con cammino lungo e penoso, col rischio di passare delle brutte ore. 32Ed invece era amore, era previsione, era uno spianarci la via per ora che non lo abbiamo più e che ci sentiamo ancora più smarriti. 33Perché allora eravamo come tralci che vanno in ogni direzione ma sanno che li nutre la vite e che lì vicino è sempre il palo robusto che li può sorreggere, e ora invece siamo tralci che devono creare una pergola da sé, traendo nutrimento, sì, dal ceppo della vite, ma senza più tronco su cui appoggiarsi”. Questo direte e mi ringrazierete allora.
Perché Dio sia conosciuto, amato da tutte le genti.
34E poi!… Non è bello andare così, lasciando cadere scintille di luce, note di suono, corolle celesti, profumi di verità, in servizio e lode di Dio, su terre avvolte nelle tenebre, in cuori muti, su animi sterili come deserti, per vincere i fetori della Menzogna, e farlo insieme, così, Io e voi, voi e Io, il Maestro e gli apostoli, tutti un cuor solo, un solo desiderio, un sol volere? 35Che Dio sia conosciuto e amato. Che Dio raccolga tutte le genti sotto il suo padiglione. Che dove Egli è tutti siano. Questa è la speranza, il desiderio, la fame di Dio! E questa è la speranza, il desiderio, la fame degli spiriti che non sono, essi, di razze diverse, ma che sono di un’ unica razza: quella che Dio crea. E che essendo tutti figli di un Unico, hanno gli stessi desideri, le stesse speranze, le stesse fami del Cielo, della Verità, dell’Amore reale…
Per sodisfare l’anelito dello spirito al Cielo, a Dio.
36Sembra che secoli di errore abbiano cambiato l’istinto degli spiriti. Ma non è. L’errore avvolge le menti. Perché le menti sono fuse con la carne e risentono del veleno che è stato inoculato da Satana nell’animale uomo. E così l’errore può avvolgere il cuore perché anche esso è innestato nella carne e ne risente i tossici. 37La concupiscenza triplice morde il senso, il sentimento e il pensiero. Ma lo spirito non è innestato nella carne. Sarà sbalordito dai pugni che Satana e la concupiscenza gli sferrano. 38Sarà quasi accecato dai baluardi carnali e dagli spruzzi del sangue bollente dell’animale-uomo in cui esso è infuso. Ma non ha cambiato il suo anelito al Cielo, a Dio. Non può cambiare.
Per aiutare lo spirito a tornare alla sua origini.
39Vedete l’acqua pura di questo torrente? È scesa dal cielo e al cielo tornerà per le evaporazioni delle acque sotto il vento ed il sole. Scende e risale. L’elemento non si consuma ma torna alle origini. 40Lo spirito torna alle origini. Quest’acqua, qui fra i sassi, se avesse parola vi direbbe che anela di tornare all’alto, per essere spinta dai venti per i bei campi del firmamento, soffice, bianca, oppure rosata alle aurore, o di rame acceso al tramonto, o viola come un fiore nei crepuscoli già stellari; 41vi direbbe che vorrebbe far da crivello alle stelle che occhieggiano dalle schiarite dei cirri, perché ricordino agli uomini il Cielo, 42oppure da velo alla luna perché non veda le brutture notturne, anziché essere qui, serrata fra gli argini, minacciata di mutarsi in fango, costretta a conoscere connubi di biscie e di ranocchi, mentre essa ama tanto la libertà solitaria dell’atmosfera.
Lo spirito ha fame di Dio, di Verità.
43Anche gli spiriti, se osassero parlare, direbbero tutti la stessa cosa: “Dateci Dio! Dateci la Verità!”. Ma non lo dicono, perché sanno che l’uomo non avverte, non comprende o deride la supplica dei “grandi mendicanti”, degli spiriti che cercano Dio per la loro tremenda fame. La fame della Verità. 44Questi idolatri, questi romani, questi atei, questi infelici, che nell’andare incontriamo, che sempre incontrerete, questi vilipesi nei loro desideri di Dio, o per politica, o per egoismo familiare, o per eresia nata da putrido cuore e proliferata in nazioni, hanno fame. Hanno fame! Ed Io ho pietà di loro. 45E non avrei pietà, essendo Colui che sono? Se provvedo al cibo per l’uomo e per il passero avendone pietà, perché non avrei pietà degli spiriti ai quali si sono messi ostacoli per essere del vero Dio, e che tendono le braccia del loro spirito gridando: “Abbiamo fame!”?
Per aiutare gli spiriti a venire al’Amore alla Luce.
46Li credete malvagi? Selvatici? Incapaci di giungere ad amare la religione di Dio e Dio? Siete in errore. Sono spiriti che attendono amore e luce. 47Questa mattina siamo stati svegliati dal belare minaccioso del capro che voleva cacciare quel grosso cane venuto ad annusarmi. E voi avete riso, vedendo come l’ariete puntava minaccioso le corna, dopo avere strappato la funicella che lo assicurava all’albero sotto il quale dormivamo, mettendosi fra Me e il cane con un solo balzo, senza pensare che poteva essere assalito e sgozzato dal molosso nella difesa impari di Me. 48Ugualmente i popoli, che agli occhi vostri paiono arieti selvatici, sapranno mettersi coraggiosamente a difesa della fede di Cristo quando avranno conosciuto che Cristo è Amore che li invita al suo seguito. Li invita. sì. E voi dovete aiutarli a venire.
Parabola del figlio deforme
Il bambino deforme nel corpo e nella razza.
49Udite una parabola.
50Un uomo si sposò, avendo molti figli dalla moglie. Ma uno fra questi nacque deforme nel corpo e apparentemente di razza diversa. L’uomo lo riputò un disonore e non lo amò, per quanto la creatura fosse innocente. Il fanciullo crebbe trascurato fra i servi più infimi, perciò inferiore anche nel pensiero ai fratelli.
51La madre, essendo morta nel darlo alla luce, non poteva temperare la durezza del padre, impedire lo scherno dei fratelli, correggere le idee errate, nate dal pensiero selvaggio del bambino. Una piccola belva mal sopportata presso la casa dei figli del cuore.
Fame, freddo e solitudine del cuore del deforme
52Il fanciullo divenne uomo così. E la ragione sviluppata in ritardo, ma finalmente giunta alla maturità, comprese che non era essere figlio vivere nelle stalle, ricevere un tozzo di pane e uno straccio di veste e mai un bacio, mai una parola, mai un invito ad entrare nella casa paterna. 53E soffriva, soffriva gemendo nella sua tana: “Padre! Padre!” Mordeva il suo pane, ma rimaneva la grande fame del cuore. Si copriva con la veste, ma rimaneva il grande freddo del cuore. Aveva amici gli animali e alcuni pietosi del paese. Ma aveva la solitudine del cuore. “Padre! Padre!”… Lo udivano i servi, i fratelli, i concittadini gemere sempre così, come folle. E “il folle” era detto.
La pietà di un servo buono
54Infine un servo osò andare da lui, divenuto quasi una belva, e gli disse: “Perché non ti getti ai piedi del padre?”. “Lo farei. Ma non oso…”. “Perché non vieni in casa?”. “Ho paura”. “Ma lo vorresti fare?”. “Oh! sì! Perché di questo ho fame, per questo ho freddo, e mi sento solo come in un deserto. Ma io non so come si vive nella casa del padre mio.
L’aiuto del servo buono.
55Il servo buono si mise allora ad istruirlo, a renderlo più di bell’aspetto, a levargli il terrore di essere inviso al padre, dicendogli: “Tuo padre ti vorrebbe, ma non sa se tu lo ami. Lo sfuggi sempre… Leva al padre il rimorso di avere agito troppo severamente e il suo dolore di saperti ramingo. Vieni. Anche i fratelli ora non vogliono più schernirti, perché io ho narrato loro il tuo dolore”.
Il padre Benedisse il servo buono.
56E il povero figlio andò una sera, guidato dal servo buono, alla porta paterna e gridò: “Padre, io ti amo! Lasciami entrare!…”. 57Il padre, che vecchio e triste pensava al suo passato e al suo futuro eterno, sussultò a quella voce e disse: “Il mio dolore si placa infine perché nella voce del deforme ho sentito la mia, e il suo amore è prova che egli è sangue del mio sangue e carne della mia carne. 58Venga dunque a prendere il suo posto presso i fratelli, e sia benedetto il servo buono che ha reso completa la mia famiglia mettendo il figlio reietto fra tutti i figli del padre.
Questa è la parabola.
Il ministero dei servi di un Dio infinito,
Dovere di portare a Dio Padre i figli deformi
59Ma nell’applicazione di essa voi dovete pensare che il Padre dei deformi spirituali, Dio – perché i deformi spirituali sono gli scismatici, gli eretici, i separati – è stato costretto al rigore dalle deformità volontarie che essi hanno voluto. Ma il suo amore non ha mai deflettuto. Li attende. Portateglieli. È il vostro dovere.
Come la preghira universaale è universale il ministero.
60Io vi ho insegnato a dire: “Dacci oggi il nostro pane, o Padre nostro“. Ma sapete voi cosa vuole dire quel “nostro”? Non vuole dire vostro di voi dodici. Non vostro come discepoli del Cristo. Ma vostro come uomini. 61Per tutti gli uomini. Per quelli presenti, per quelli futuri. Per quelli che conoscono Dio e per quelli che non lo conoscono. Per quelli che amano Dio e il suo Cristo e per quelli che non lo amano o lo amano male. 62 Ho messo sulle vostre labbra la preghiera per tutti. E’ il ministero vostro. Voi che conoscete Dio, il suo Cristo, e li amate, dovete pregare per tutti. Vi ho detto che la mia preghiera è universale e durerà quanto dura la terra. Ma voi dovete pregare universalmente, unendo le vostre voci e i vostri cuori di apostoli e discepoli della Chiesa di Gesù a quelle e a quelli degli appartenenti ad altre Chiese che saranno cristiane ma non apostoliche.
Ragioni per insistere nel ministero universale.
64E insistere, perché siete fratelli – voi nella casa del Padre, essi fuori della casa del Padre comune con la loro fame e la loro nostalgia – finché venga dato ad essi come a voi il “pane” vero che è il Cristo del Signore, amministrato sulle tavole apostoliche, non su altre su cui è mescolato con alimenti impuri.
65Insistere finché il Padre non abbia detto a questi fratelli “deformi”: “Il mio dolore si placa perché in voi, nella vostra voce, ho sentito la voce e le parole del mio Unigenito e Primogenito. Siano benedetti quei servi che vi hanno portati nella Casa del Padre vostro perché la mia Famiglia sia completa”. Servi di un Dio infinito, dovete mettere l’infinità in ogni vostra intenzione.
66Avete inteso? Ecco Jabnia. Una volta da qui passò l’Arca per andare ad Acron, che non poté custodirla e la rimandò a Betsemes. L’Arca torna ad andare ad Acron. Giovanni, vieni con Me. Voi rimanete in Jabnia e sappiate riflettere e parlare. La pace sia con voi».
67E Gesù se ne va con Giovanni e coll’ariete, che belando gli corre dietro come un cane.
222. L’apostolo Giovanni ha il modo di Gesù e sa tenere un segreto[196].
Capacità di mantenere un segreto.
Sotto le stelle del cielo.
1I colli dopo Jabnia, in direzione da ovest a est rispetto alla stella polare, aumentano le loro altezze e dietro sempre più se ne vedono sorgere di più alti e ancora più alti. Lontano, nell’ultima luce della sera, si profilano i gioghi verdi e violetti delle montagne giudee. 2Il giorno è caduto rapidamente, come fa nei luoghi meridionali. Dall’orgia di rosso del tramonto è passato in meno di un’ora al primo scintillìo delle stelle, e pare impossibile che l’incendio solare si sia spento così rapido, annullando il sanguigno del cielo con una velatura sempre più spessa di ametista sanguigno e poi di un malva che trascolora e si fa sempre più trasparente per lasciare scorgere un cielo irreale, non azzurro ma verde pallido, che poi si infosca in un color glauco di avene novelle, preludio all’indaco che regnerà nella notte trapungendosi di diamanti come un manto regale.
3E le prime stelle ridono già a oriente insieme ad un falcetto di luna nel suo primo quarto. La terra si imparadisa sempre più sotto la luce degli astri e nel silenzio degli uomini. Ora cantano le cose che non peccano: gli usignoli, le acque che arpeggiano, le fronde che frusciano, i grilli che sviolinano e i rospi che fanno punteggiati d’oboe cantando alla rugiada. Forse cantano anche le stelle lassù… Esse che sono più vicine agli angeli di noi.
3L’incendio del calore si spegne sempre più nell’aria della notte che è umida di rugiade, così dolci alle erbe ed agli uomini e animali!
Giovanni tiene nascosto Il segreto.
4Gesù, che ha atteso alla base di una collina gli apostoli uscenti da Jabnia, dove Giovanni è andato a prenderli, parla ora fitto fitto con l’Iscariota, consegnandogli dei sacchetti di monete e dandogli istruzioni sul modo di ripartirle. 5Dietro a Lui è Giovanni, che tiene il capro e che tace fra lo Zelote e Bartolomeo che parlano di Jabnia in cui si fecero bravi Andrea e Filippo. 6Dietro ancora, in gruppo, tutti gli altri, gruppo vociante che fa come un riassunto delle avventure in terra filistea e mostra chiaramente la sua gioia per il prossimo ritorno in Giudea per la Pentecoste.
«Ma ci andremo proprio subito?» chiede Filippo, molto stanco di correre per sabbie infuocate.
7«Così ha detto il Maestro. Lo hai sentito» risponde Giacomo d’Alfeo.
«Mio fratello lo sa certo. Ma pare trasognato. Cosa abbiano fatto in questi cinque giorni è un mistero» dice Giacomo di Zebedeo.
«Già. E io non ne posso più dalla voglia di sapere. Almeno questo per premio di quella… purga a Jabnia. Cinque giorni sorvegliandosi ad ogni parola, sguardo o passo per non andare in guai» dice Pietro.
8«Ci siamo riusciti però. Cominciamo a saper fare» dice contento Matteo.
L’indomabile Iscariota.
9«Veramente… ho tremato due o tre volte. Quel benedetto ragazzo di Giuda di Simone!… Ma non imparerà mai a moderarsi?» dice Filippo.
«Quando sarà vecchio. Eppure, se si vuole, lo fa a scopo buono. Hai sentito? Anche il Maestro lo ha detto. Lo fa per zelo…» scusa Andrea.
10«Va’ là! Il Maestro ha detto così perché è la Bontà e la Prudenza. Ma non credo che lo approvi» dice Pietro.
11«Non mente Lui» ribatte il Taddeo.
12«Mentire no. Ma sa mettere nelle risposte tutta la prudenza che noi non sappiamo metterci, e dice il vero senza far sanguinare il cuore a nessuno, senza eccitare sdegni, suscitare rimproveri. Eh! Lui è Lui!» sospira Pietro.
Curiosità indiscreta degli apostoli.
13Un silenzio mentre camminano fra il biancore sempre più netto della luna. Poi Pietro dice a Giacomo di Zebedeo: «Prova a chiamare Giovanni. Non so perché ci eviti».
«Te lo dico io subito: perché sa che noi lo tormenteremmo per sapere» risponde Tommaso.
«Già! E sta coi due più prudenti e saggi» conferma Filippo.
14«Ebbene, prova lo stesso, Giacomo, sii buono» insiste Pietro.
E Giacomo, condiscendente, chiama per tre volte Giovanni, che non ode o fa mostra di non sentire. Si volge invece Bartolomeo, al quale Giacomo dice: «Di’ a mio fratello di venire qui», e poi a Pietro: «Ma non credo che sapremo».
Giovanni, ubbidiente, viene subito e chiede: «Che volete?».
«Sapere se da qui si va diritti in Giudea» dice suo fratello.
15«Così ha detto il Maestro. Non voleva quasi tornare indietro da Acron e voleva mandarvi a prendere da me. Ma poi ha preferito venire fino alle ultime pendici… Tanto si va in Giudea anche di qui».
«Per Modin?».
«Per Modin»
«E’ via insicura. I malfattori vi aspettano le carovane e fanno colpi di mano» obbietta Tommaso.
16Oh!… con Lui!… Non resiste nulla a Lui!…». Giovanni alza al cielo un viso rapito in chissà che ricordi e sorride.
Intensità persuasiva di Pitro.
17Tutti lo osservano e Pietro dice: «Di’ un po’, stai leggendo una beata storia sul cielo stellato che hai quel volto?»
«Io? No…»
18«Va’ là! Lo vedono anche le pietre che sei lontano dal mondo. Di’: cosa ti è successo ad Acron?».
«Ma nulla, Simone. Te lo assicuro. Non sarei beato se fosse accaduto qualche che di penoso».
19 «Non penoso. Anzi!… Su! Parla!».
«Ma non ho nulla da dire più che Egli non abbia detto. Furono buoni come esseri stupiti dai miracoli. Ecco tutto. Proprio come Lui ha detto».
20«No» e Pietro scuote il capo. «No. Non sai mentire. Sei limpido come acqua sorgiva. No. Cambi colore. Ti conosco da quando eri bambino. Non potrai mai mentire. Per incapacità del cuore, del pensiero, della lingua e fin della pelle che cambia colore. Per questo ti voglio tanto bene e te ne ho sempre voluto. 21Su, vieni qui, dal tuo vecchio Simone di Giona, dal tuo amico. Ti ricordi quando eri fanciullo e io ero già uomo? Come ti coccolavo? Volevi le storie e le barchette di sughero “che non fanno mai naufragio” dicevi, e che ti servivano ad andare lontano… Anche ora vai lontano e lasci a riva il povero Simone. 22E la tua barchetta non farà naufragio. Se ne va colma di fiori come quelle che varavi bambino a Betsaida, nel fiume, perché il fiume le portasse al lago, e andassero, andassero. Te lo ricordi? 23Ti voglio bene, Giovanni. Tutti te ne vogliamo. Sei la nostra vela. Sei la nostra barca che non naufraga. Ci porti nella tua scia. Perché non ci dici il prodigio di Acron?».
24Pietro ha parlato tenendo avvinto con un braccio alla vita Giovanni, il quale cerca di eludere la domanda dicendo: «E tu, che sei il capo, perché non parli alle folle con questa intensità persuasiva che usi con me? Esse hanno bisogno di essere convinte. Non io».
La famigli di Giovanni è Dio Padre, Gesù e Maria.
25«Perché con te mi sento a mio agio. Ti amo, te. Esse non le conosco» si scusa Pietro.
«E non le ami. Ecco il tuo errore. Amale, anche se non le conosci. Di’ a te stesso: “Sono del Padre nostro”. Vedrai che ti parrà di conoscerle e le amerai. Vedi in esse tanti Giovanni…».
26«Presto detto! Come se gli aspidi o gli istrici possano essere scambiati con te, fanciullo eterno».
«Oh! no! Sono come tutti».
27«No, fratello. Non come tutti. Noi, meno forse Bartolomeo, Andrea e lo Zelote, avremmo già detto anche alle erbe ciò che ci è accaduto e che ci fa beati. Tu taci. Però a me, al tuo fratello maggiore, lo devi dire. Ti sono come un padre» dice Giacomo di Zebedeo.
28«Il Padre è Dio, il Fratello è Gesù, la Madre è Maria…».
«Sicché il sangue per te non è più nulla?» grida inquieto Giacomo.
29«Non ti inquietare. Io benedico il sangue e il seno che mi hanno formato: padre e madre; e benedico te, fratello uguale nel sangue; ma perché i primi mi hanno generato e allevato per permettermi di seguire il Maestro, e tu perché lo segui. La madre, da quando è discepola, io la amo in due maniere: colla carne e il sangue, da figlio; con lo spirito, da suo condiscepolo. Oh! gioia di essere uniti nell’amore di Lui!…».
Giovanni ha il modo e lo stile di Gesù.
30Gesù è tornato indietro sentendo la voce inquieta di Giacomo, e le ultime parole lo illuminano sul caso.
31«Lasciate stare Giovanni. Inutilmente lo tormentate. Egli ha molte somiglianze con la Madre mia. E non parlerà».
«Dillo Tu, allora, Maestro» supplicano tutti.
32«Ebbene, ecco. Ho portato con Me Giovanni perché il più adatto per quanto volevo fare. Io ne sono stato aiutato, egli perfezionato. E’ detto».
Pietro, Giacomo fratello di Giovanni, Tommaso, l’Iscariota si guardano, torcendo un poco la bocca, disillusi. E Giuda Iscariota non si limita ad essere disilluso, lo dice: «Perché perfezionare lui che è già il migliore?».
33Gesù gli risponde: «Tu hai detto: “Ognuno ha il suo modo e lo usa”. Io ho il mio. Giovanni il suo, molto simile al mio. 34Il mio non può perfezionarsi. Il suo sì. E questo Io voglio che sia, perché è bene che così sia. E per questo l’ho preso. Perché avevo bisogno di uno che avesse quel modo e quell’animo. Perciò non malumori e non curiosità. 35Andiamo a Modin. La notte è serena, fresca e luminosa. Cammineremo finché dura la luna e poi dormiremo fino all’alba. Porterò i due Giuda a venerare le tombe dei Maccabei, dei quali essi portano il nome glorioso».
«Noi soli con Te!» dice l’Iscariota felice.
36«No. Con tutti. Ma la visita alla tomba dei Maccabei è per voi. Perché li sappiate imitare soprannaturalmente, portando lotte e vittorie in un campo tutto spirituale».
223. Una carovana nuziale evita l’assalto dei predoni dopo un discorso di Gesù[197].
Una carovana nuziale.
Posto di sosta preferito.
1«Nel luogo in cui andremo parlerò Io» dice il Signore, mentre sempre più la comitiva si addentra in vallate che assalgono il monte con vie difficili, sassose, strette, e salgono e scendono perdendo orizzonti, riacquistandoli, finché, giunta ad una valle profonda per una discesa ripidissima sulla quale si sente a suo agio solo il caprone, come dice Pietro, la comitiva prende riposo e consuma il suo pasto presso una sorgiva molto ricca d’acque.
2Altre persone sono sparse per i prati ed i boschetti e fanno il loro pasto come Gesù e i suoi. Deve essere un posto di sosta preferito per essere riparato dai venti, con prati soffici e acque. Sono pellegrini che vanno verso Gerusalemme, viaggiatori diretti forse al Giordano, mercanti di agnelli destinati al Tempio, pastori con le loro greggi. Alcuni fanno il viaggio con le cavalcature, i più a piedi.
La carovana nuziale
3Giunge anche una carovana nuziale tutta bardata a festa. Gli ori tralucono sotto il velo che avviluppa la sposa, una poco più che fanciulla, accompagnata da due matrone tutte scintillanti di bracciali e collane, e da un uomo, forse il paraninfo, oltre che da due servi. Sono arrivati su asini pieni di fiocchi e sonagli, e si ritirano in un angolo per mangiare, come avessero paura che l’occhio dei presenti violasse la sposina. Il paraninfo, o parente che sia, monta la guardia minaccioso mentre le donne mangiano.
4Vi è della curiosità molto viva, infatti, e con la scusa di chiedersi del sale, un coltello, un goccio di aceto, vi è sempre qualcuno che va da questo o quello per interrogare se è conosciuta la sposa e dove va, e tante belle cose del genere… 5C’è uno, infatti, che sa da dove viene e dove va e che è ben felice di raccontare tutto quanto sa, stuzzicato da un altro che gli apre sempre più l’ugola col versargli vino generoso. A momenti vengono sciorinati anche i più segreti particolari di due famiglie, del corredo che la sposa porta in quei cassoni, delle ricchezze che l’attendono nella casa dello sposo, e così via. 6Si viene così a sapere che la sposa è figlia di un ricco mercante di Joppe, e che va sposa al figlio di un ricco mercante di Gerusalemme, e che lo sposo l’ha preceduta per ornare la casa nuziale nell’imminenza del suo arrivo, e che quello che l’accompagna, l’amico dello sposo, è lui pure figlio di un mercante, di Abramo, colui che lavora i diamanti e le gemme, mentre lo sposo è battiloro, e il padre della sposa mercante di lane, tele, tappeti, tende…
Una perfetta civetta
7Dato che il chiacchierone è prossimo al gruppo apostolico, Tommaso sente e chiede: «Ma è forse Natanaele di Levi, lo sposo?».
«È proprio lui. Lo conosci?»
8«Conosco bene il padre per scambio di affari, un poco meno Natanaele. Matrimonio ricco!».
«E sposa felice! E ricoperta d’oro. Abramo, parente della madre della sposa e padre dell’amico dello sposo, si è fatto onore, e così lo sposo e il padre di lui. Si dice che in quelle casse è il valore di molti talenti d’oro».
9«Salute!» esclama Pietro e fa una fischiatina. E aggiunge: «Vado a vedere da vicino se la merce principale corrisponde al resto» e si alza, insieme a Tommaso, e vanno a fare un giretto intorno al gruppo nuziale e guardano ben bene le tre donne, un ammasso di stoffe e di veli dai quali emergono le mani e i polsi ingioiellati e trapelano scintillii dalle orecchie e dal collo, e guardano il rodomantesco paraninfo che sembra debba respingere un assalto di corsari alla verginella, tanto fa il bravaccio. Guarda male anche i due apostoli. Ma Tommaso lo prega di salutare, a nome di Tommaso detto Didimo, Natanaele di Levi.
10E la pace è fatta, tanto fatta che, mentre lui chiacchiera, la sposina trova il modo di farsi ammirare, alzandosi in modo che il mantello e il velo cadano ed ella appaia in tutta la sua leggiadria di corpo e di vesti e nella sua ricchezza di idolo. Avrà quindici anni al massimo, e certi occhi furbi! Si muove vezzosa nonostante la disapprovazione delle matrone, si spunta le trecce e se le riaggiusta con l’aiuto di forcine preziose, si stringe la cintura gemmata, si slaccia, sfila e si rimette i sandali a scarpetta, ben serrati dalle fibbie in oro sul piedino, e intanto ha modo di mostrare le magnifiche chiome morate, le belle mani e le morbide braccia, la vita sottile, il petto e le anche ben modellati, il piedino perfetto, e tutti i monili che tintinnano e sfaccettano alle ultime luci del giorno e alle fiamme dei primi falò.
11Pietro e Tommaso tornano indietro. Tommaso dice: «È una bella fanciulla».
12«E una perfetta civetta. Sarà… ma il tuo amico Natanaele conoscerà presto che c’è chi gli tiene caldo il letto mentre lui tiene caldo l’oro per lavorarlo. E il suo amico è un perfetto sciocco. L’ha affidata bene la sposina!» termina Pietro sedendosi presso i compagni.
Brutti sospetti
13«A me non è piaciuto quell’uomo che faceva parlare quell’altro sciocco là. Quando ha saputo tutto quanto voleva sapere, se ne è andato su per il monte… Sono posti brutti questi. E il tempo è quello buono per i colpi da malandrini. Notti di luna. Calore che spossa. Alberi pieni di fronde. Hum! non mi piace questo posto» brontola Bartolomeo. «Era meglio proseguire».
14«E quell’imbecille che ha raccontato tante ricchezze! E quell’altro che fa l’eroe e il guardiano alle ombre e non vede i corpi veri!… Ebbene, io veglierò ai fuochi. Chi viene con me?» dice Pietro.
«Io, Simone» risponde lo Zelote. «Resisto bene al sonno».
15Molti del campo, specie i viaggiatori isolati, si sono alzati e se ne sono andati alla spicciolata. Restano dei pastori coi greggi, la comitiva degli sposi, quella apostolica e tre mercanti di agnelli che dormono già. Anche la sposina dorme con le matrone sotto una tenda che i servi hanno montato.
16Gli apostoli si cercano un posto, Gesù si isola in preghiera, i pastori fanno un gran fuoco al centro dello spiazzo in cui sono. Pietro e Simone ne fanno un altro presso il sentiero del greppo su cui si è imbucato l’uomo che ha dato sospetto a Bartolomeo.
17Passano le ore e chi non russa ciondola col capo. Gesù prega. Il silenzio è totale. Pare che taccia anche la fonte che splende alla luna, ormai alta nel cielo e illuminante alla perfezione lo spiazzo mentre le coste restano in ombra sotto al frascame fitto.
Una cacofonia data dallo spavento.
18Un grosso cane da pastore ringhia. Un mandriano alza il capo. Il cane si drizza e alza il pelo sulla schiena, puntandosi in atto di difesa e di ascolto. Trema persino mentre il ringhio sordo che gli bolle dentro si fa sempre più forte. Simone alza anche lui la testa e scuote Pietro che sonnecchia. Un fruscio cauto viene dal bosco.
19«Andiamo dal Maestro. Portiamolo con noi» dicono i due. E intanto il mandriano sveglia i compagni. Sono tutti in ascolto e senza fare rumore. Gesù pure si è alzato, prima ancora di essere chiamato, e va verso i due apostoli. Si riuniscono presso i compagni e perciò presso i pastori, il cui cane dà segni sempre più manifesti di agitazione.
20«Chiamate coloro che dormono. Tutti. Dite che vengano qui senza rumore, e specie le donne e i servi coi cofani. Dite che forse ci sono dei malandrini. Ma non alle donne. A tutti gli uomini».
21Gli apostoli si spargono ubbidendo al Maestro, che dice ai pastori: «Nutrite il fuoco, ben forte, che faccia fiamma molto viva».
22I pastori ubbidiscono e, poiché appaiono agitati, Gesù dice: «Non temete. Non vi sarà tolto un bioccolo di lana».
Sopraggiungono i mercanti e sussurrano: «Oh! i nostri guadagni!» e aggiungono una litania di improperi ai governanti romani e giudei che non ripuliscono il mondo dai ladroni.
23«Non temete. Non perderete uno spicciolo» conforta Gesù.
Giungono le donne piangenti, spaurite, perché il coraggioso paraninfo, fra i tremiti di una paura colossale, le terrorizza gemendo: «E’ la morte! La morte per mano dei predoni!».
24«Non temete. Non sarete sfiorate neppure con uno sguardo» conforta Gesù conducendo le donne al centro del piccolo popolo di uomini e bestie spaventate.
25Gli asini ragliano, il cane ulula, le pecore belano, le donne singhiozzano, gli uomini imprecano, o basiscono peggio delle donne, in una cacofonia data dallo spavento.
26Gesù è calmo come nulla fosse. Il fruscio nel bosco non si può più sentire in questo baccano. Ma che nel bosco ci siano dei malviventi che si avvicinano lo denunciano dei rami che si schiantano o delle pietre che rotolano.
27«Silenzio!» impone Gesù. E lo dice in un modo tale che il silenzio si fa. Gesù lascia il suo posto e va verso il bosco, al limite dello spiazzo. Volge le spalle al bosco e inizia a parlare.
Fratelli ladri.
Malvagia fame dell’oro.
28«La malvagia fame dell’oro travolge gli uomini in sentimenti abbietti. Per l’oro si svela l’uomo più che per altre cose. Guardate quanto male semina col suo affascinante e inutile splendore questo metallo. Io credo che del suo colore sia l’aria dell’Inferno, tanto esso è di natura infernale da quando l’uomo è peccatore. 29Il Creatore lo aveva lasciato nelle viscere di quell’enorme lapislazzuli che è la terra, creatasi per suo volere, perché fosse utile all’uomo coi suoi sali e fosse di bellezza nei suoi templi. 30Ma Satana, baciando gli occhi di Eva e mordendo l’io dell’uomo, dette un sapore di maleficio al metallo innocente. E da allora per l’oro si uccide e si pecca. La donna per esso diviene civetta e facile al peccato carnale. 31L’uomo per esso diviene ladro, usurpatore, omicida, duro al suo prossimo e alla sua anima che egli spoglia della sua vera eredità per darsi una effimera cosa, all’anima alla quale egli depreda il tesoro eterno per darsi poche scaglie lucenti che alla morte vanno abbandonate.
Riflettete!.
32O voi, che per l’oro peccate più o meno leggermente, più meno gravemente, e tanto più peccate e tanto più vi ridete di quanto vi è stato insegnato dalla madre e dai maestri, ossia che vi è un premio e un castigo per le azioni fatte durante l’esistenza, 33non riflettete dunque che per questo peccato voi perderete la protezione di Dio, la vita eterna, la gioia, e avrete rimorsi, maledizioni nel cuore, la paura a compagna, la paura delle punizioni umane, sempre un niente rispetto alla paura, che dovreste avere e non avete, alla santa paura delle punizioni divine? 34Non riflettete che potrete avere una fine tremenda per i vostri misfatti, se essi sono giunti al delitto; e una fine ancor più tremenda perché eterna, se i vostri misfatti per amore dell’oro non sono giunti allo spargimento di sangue ma hanno vilipeso la legge dell’amore e del rispetto al prossimo, negando soccorsi a chi ha fame per l’avarizia, rubando posti, o pesi, o denari, per ingordigia? 35No. Non ci pensate. Dite: “Tutto è fola! Io ho schiacciato queste fole sotto il peso del mio oro. E non vivono più”. Non sono fole. Sono verità. Non dite: “Ebbene, morto che io sia, tutto è finito”. No. Tutto incomincia.
Non è mai tardi per ravvedersi
36L’altra vita non è l’abisso senza pensiero e senza ricordo per il passato vissuto e senza aspirazione a Dio che voi credete sarà la sosta in attesa della liberazione del Redentore. 37L’altra vita è attesa beata per i giusti, attesa paziente per i penanti, attesa orrenda per i dannati. Per i primi nel Limbo, per i secondi nel Purgatorio, per gli ultimi nell’Inferno. E mentre ai primi l’attesa cesserà con l’entrata nei Cieli dietro al Redentore, nei secondi dopo quell’ora si farà più confortata di speranza, mentre per i terzi incupirà la sua tremenda certezza di maledizione eterna. 38Pensateci, voi che peccate. Non è mai tardi per ravvedersi. Mutate il verdetto, che si sta scrivendo nei Cieli per voi, con un vero pentimento. Lo sceol sia per voi non inferno, ma penitente attesa, quella almeno, per il vostro volere. Non buio ma crepuscolo di luce. Non strazio ma nostalgia. Non disperazione ma speranza.
L’ amore disarma i violenti
39Andate. Non cercate lottare con Dio. Egli è il Forte e il Buono. Non vilipendete il nome dei vostri parenti. Udite come quella fonte ha gemito, un gemito simile a quello che spezza il cuore alle vostre madri sapendovi assassini. Udite come mugola il vento nella gola. Pare che minacci e maledica. Come vi maledice il padre per la vita che conducete. Udite come ulula il rimorso nei vostri cuori.
40Perché volete soffrire mentre potreste essere serenamente paghi col poco sulla terra e col tutto in Cielo? Date pace al vostro spirito! Date pace agli uomini che temono, che devono temere di voi come di altrettante belve! Datevi pace, poveri sciagurati! Alzate lo sguardo al Cielo, staccate la bocca dal velenoso cibo, purificatevi le mani che grondano di sangue fraterno, purificatevi il cuore.
41Io ho fede in voi. Per questo vi parlo. Perché, se tutto il mondo vi odia e vi teme, Io non vi odio e non vi temo. Ma solo vi tendo la mano per dirvi: “Sorgete. Venite. Tornate mansueti fra gli uomini, uomini fra gli uomini”. Tanto poco vi temo che ora dico a questi tutti: “Tornate al riposo. Senza rancore per i poveri fratelli. Pregate per loro. Io resto qui a guardarli con occhi di amore e vi giuro che nulla accadrà più. Perché l’amore disarma i violenti e sazia gli avidi. Sia benedetto l’Amore, forza vera del mondo. Forza sconosciuta e potente. Forza che è Dio».
42E volgendosi a tutti: «Andate, andate. Non temete. Là non sono più dei malfattori. Ma uomini sbigottiti e uomini che piangono. Chi piange non fa male. Volesse Iddio che così, come ora, essi rimanessero. Sarebbe la loro redenzione».
224.Il potere dell’uione con Dio.
L’arrivo a Bètér[198].
La volontad y la mirada del Mesías.
Dibattito sul sortilegio
1La comitiva apostolica ha subìto una mutazione nel suo seguito animale. Non c’è più il caprone e in cambio ci sono una pecora e due agnellini. La pecora grassa e dal petto pieno, gli agnellini ilari come due monelli. Un minuscolo gregge che, per essere di aspetto meno magico dell’ariete nerissimo, fa più contenti tutti.
2«Ve lo avevo detto che sarebbe venuta la capretta per fare di Marziam un minuscolo pastore felice. Invece della capretta, posto che di capre non ne volete sapere, ecco che sono venute le pecore. E bianche. Proprio come Pietro le sognava».
«Ma certo! Mi pareva di tirarmi dietro Belzebù!» dice Pietro.
«Infatti da quando era con noi ne sono successe delle brutte vicende. Era il sortilegio che ci inseguiva» conferma l’Iscariota irritato.
3«Un buon sortilegio allora. Perché che cosa ci è proprio successo di male?» dice calmo Giovanni.
Tutti gli danno la voce come per rimproverarlo della sua cecità.
5«Ma non hai visto a Modin come siamo stati beffati?» «E ti pare niente quella caduta che ha fatto mio fratello? Poteva essersi rovinato. Come facevamo a portarlo via di là se si era rotto le gambe o la spina?», «E ieri notte ti è parso bello l’intermezzo?».
4«Ho visto tutto, ho considerato tutto e ho benedetto il Signore perché non ci è accaduto niente di male. Il male è venuto verso di noi e poi è fuggito, come sempre, e certo l’incontro è servito a lasciare dei semi di bene tanto a Modin come presso i vignaioli, accorsi con la certezza di trovare almeno un ferito e col pentimento di essere stati senza carità, tanto che hanno voluto riparare; come presso i ladroni di ieri notte. Non hanno fatto nulla di male e noi, ossia Pietro, ci ha guadagnato le pecorelle in cambio del capro e per regalo di essere stati salvati, e i poveri hanno ora molto denaro per le borse date dai mercanti e le offerte delle donne. E tutti, ciò che ha più valore, hanno raccolto la parola di Gesù».
5«Giovanni ha ragione» dicono lo Zelote e Giuda Taddeo. E quest’ultimo termina: «Sembra proprio che ogni cosa avvenga per una netta cognizione delle cose avvenire. Trovarsi proprio là, in ritardo, per causa della mia caduta, insieme a quelle donne ingioiellate, a quei pastori dal pingue gregge, a quei mercanti imbottiti di denaro, magnifiche prede per i ladroni! Fratello, dimmi la verità. Sapevi che ciò sarebbe avvenuto?» chiede il Taddeo a Gesù.
Il Messia non violenta nessuno.
6«Vi ho detto molte volte che leggo nei cuori e che, quando il Padre non dispone diversamente, non ignoro ciò che deve accadere».
«Ma allora perché delle volte fai degli errori, come quello di andare verso farisei ostili o in città tutte ostili?» chiede Giuda Iscariota.
7Gesù lo guarda fisso fisso e poi dice calmo e lento: «Non sono errori. Sono necessità della mia missione. Del medico hanno bisogno i malati e del maestro gli ignoranti. Tanto questi che quelli talora respingono il medico o il maestro. Ma essi, se sono un buon medico e un buon maestro, continuano ad andare da chi li respinge perché è loro dovere di andare. Io vado. 8Voi vorreste che dove mi presento cadesse ogni resistenza. ‘Lo potrei fare. Ma Io non violento nessuno. Persuado. La coercizione va usata in casi eccezionalissimi e solo quando lo spirito illuminato da Dio comprende che essa può servire a persuadere che Dio è, ed è il più forte, oppure in casi di salvezza multipla».
«Come ieri sera, eh?» chiede Pietro.
«Ieri sera quei ladroni ebbero paura vedendoci ben desti a riceverli» dice con palese sprezzo l’Iscariota.
9«No. Sono stati persuasi dalle parole» dice Tommaso.
«Sì! Stai fresco! Sono proprio anime tenere che si persuadono per due parole, anche se di Gesù! Lo so io quella volta che fummo assaliti io con tutta la famiglia e molti di Betsaida nella gola di Adomin!» risponde Filippo.
Dibattito sulla volontà e lo sguardo di Gesù
10«Maestro, dimmi un po’. E’ da ieri che te lo voglio chiedere. Ma insomma sono state le tue parole o la tua volontà a non far succedere niente?» domanda Giacomo di Zebedeo.
11Gesù sorride e tace.
12Risponde Matteo: «Io credo che sia stata la sua volontà a superare la durezza di quei cuori, a paralizzarla quasi per potere parlare e salvare».
13«Anche io dico che è così. È per questo che Egli è rimasto là solo, a guardare il bosco. Li teneva soggiogati col suo sguardo, con la sua fiducia in loro, con la sua calma inerme. Neppure un bastone aveva!…» dice Andrea.
14«Va bene. Ma tutto questo lo diciamo noi. Sono idee nostre. Io lo voglio sapere dal Maestro» dice Pietro.
15Succede una discussione vivace, che Gesù lascia fare, fra chi dice che, avendo Gesù dichiarato che Egli non forza nessuno, non avrà usato violenza neppure a questi ladroni. E questo lo dice Bartolomeo, 16mentre l’Iscariota, appoggiato seppure blandamente da Tommaso, dice che egli non può credere che lo sguardo di un uomo possa tanto. 17Matteo ribatte dicendo: «Questo e più ancora. Io sono stato convertito dal suo sguardo prima ancora che dalle parole». 18I “sì” e i “no” sono contrastanti, violenti, essendo tenace ognuno nella propria tesi. 19Giovanni tace come Gesù, e sorride stando a capo chino per tenere nascosto il suo sorriso. 20Pietro torna all’assalto, perché nessuna ragione dei compagni lo persuade. Pensa e dice che lo sguardo di Gesù è diverso da quello di un uomo qualunque, e vuole sapere se è perché è Gesù, il Messia, o se è perché è sempre Dio.
I campioni di Dio.
Il potere dell’unione con Dio.
21Gesù parla: «In verità vi dico che non Io solo, ma chiunque sarà fuso a Dio con una santità, una purezza, una fede senza incrinature, potrà fare questo e più ancora. 22Lo sguardo di un fanciullo, se il suo spirito è unito a quello di Dio, può far crollare i templi vani senza usare lo scuotìo di Sansone, comandare mitezza alle belve e agli uomini-belva, respingere la morte, vincere le malattie dello spirito, 23come la parola di un fanciullo fuso al Signore e strumento del Signore può anche sanare i morbi, levare il veleno ai serpenti, operare ogni miracolo. Perché Dio opera in lui».
«Ah! ho capito!» dice Pietro. E guarda, guarda, guarda Giovanni. E termina, poi, tutto un ragionamento dentro di sé dicendo ad alta voce: «Ecco! Tu, Maestro, hai potuto perché Dio, e perché sei Uomo unito a Dio. E così succede di chi sa giungere, o è già giunto, ad essere unito a Dio. Ho capito! Ho proprio capito!».
La chiave dell’unione con Dio.
24«Ma non ti chiedi la chiave di questa unione, né il segreto di questo potere? Non tutti ci giungono fra gli uomini che pure hanno gli stessi requisiti di riuscita».
«Giusto! Dove è la chiave di questa forza per unirsi a Dio e per piegare le cose? Una preghiera o delle parole segrete…».
25«Poco fa Giuda di Simone accusava il capro di tutte le vicende che ci sono occorse. Non ci sono sortilegi connessi alle bestie. 26Cacciate le superstizioni che sono ancora idolatrie e che possono causare sventure. E come non ci sono formule per compiere stregonerie, così non ci sono parole segrete per compiere miracoli.
27C’è solo l’Amore. Come ho detto ieri sera, l’Amore calma i violenti e sazia gli avidi. L’Amore: Dio. Con Dio in voi, pienamente posseduto per merito di un amore perfetto, l’occhio diviene fuoco che brucia ogni idolo e ne atterra i simulacri, la parola diviene potenza.
28E ancora: l’occhio diviene arma che disarma. Non si resiste a Dio, all’Amore.
Unico aversario dell’amore
29Solo il demonio vi resiste perché è l’Odio perfetto, e con esso vi resistono i suoi figli.
Gli altri, i deboli posseduti da una passione, ma non vendutisi volontariamente al demonio, non vi resistono. Quale che sia la loro religione o il loro assenteismo da ogni fede, quale che sia il loro livello di bassezza spirituale, vengono colpiti dall’Amore che è il grande Vittorioso.
30Cerca di giungere a questo, e presto, e farai ciò che fanno i figli di Dio e portatori di Dio».
L’ atleta dell’ amore
31Pietro non leva gli occhi da Giovanni; anche lo Zelote, i figli di Alfeo, e Giacomo con Andrea, hanno l’intelligenza risvegliata e indagatrice.
«Ma allora, Signore» dice Giacomo di Zebedeo «che è avvenuto a mio fratello? Tu parli di lui. E’ lui il fanciullo che fa miracoli! E’ questo? E’ così?».
32«Che ha fatto? Ha voltato una pagina del libro della Vita ed ha letto e conosciuto nuovi misteri. Nulla di più. Vi ha preceduto perché non si ferma a considerare ogni ostacolo, a soppesare ogni difficoltà, a calcolare ogni utile. Ma non vede la terra, più. Vede la Luce e va a quella. Senza soste. 33Ma lasciatelo stare. Le anime che consumano più fiamma non vanno disturbate nel loro ardere che letifica e consuma. Bisogna lasciarle ardere. E’ somma gioia ed è somma fatica. 4Dio concede loro attimi di notte perché conosce che l’ardore uccide le anime-fiori, se esposte ad un sole continuo. Dio concede silenzio e rugiade mistiche a queste anime-fiori così come ai fiori dei campi. 35Lasciate l’atleta dell’amore in riposo quando Dio ve lo lascia. Imitate i ginnasiarchi che concedono ai loro allievi i dovuti riposi… 36Quando sarete giunti voi pure dove egli è già giunto, e oltre, perché oltre andrete tanto voi che lui, comprenderete il bisogno di rispetto, di silenzio, di penombra che provano le anime che l’Amore ha fatto sua preda e suo strumento. 37Non vi pensate: “Io allora avrò piacere che sia noto, e Giovanni è uno stolto, perché le anime del prossimo come quelle di bambini vogliono essere sedotte dal meraviglioso”. No. Quando sarete giunti lì, avrete lo stesso desiderio di silenzio e di penombra che ora ha Giovanni.
I falsi campioni
38E quando Io non sarò più fra voi, ricordate che, dovendo giudicare di una conversione e di una potenza di santità, dovete sempre tenere per misura l’umiltà. 39Se in uno perdura orgoglio non illudetevi che sia convertito. E se in uno anche detto “santo” regna superbia, siate certi che santo non è. Potrà ciarlatanescamente e ipocritamente fare il santo, simulare prodigi. Ma non è tale. L’apparenza è ipocrisia, i prodigi satanismo. Avete capito?».
«Sì, Maestro»… Tacciono tutti molto pensierosi. E se le bocche stanno chiuse, i pensieri si indovinano chiari dai loro sguardi, dalle loro espressioni. Una grande voglia di sapere tremola come un etere intorno a loro, emanandosi da loro…»
Un Eden di bellezza e di pace.
Le terre di Giovanna
40Lo Zelote si studia di distrarre i compagni per avere tempo di parlare loro in disparte e certo consigliarli ancora a tacere. Ho l’impressione che lo Zelote abbia molto questo ministero nel gruppo apostolico. E’ il moderatore, il conciliatore, il consigliere dei compagni, oltre che essere colui che capisce tanto bene il Maestro.
41Ora dice: «Siamo già nelle terre di Giovanna. Quel paese in quella cuna è Bètér. Quel palazzo su quella cima è il suo castello natale. Sentite nell’aria questo profumo? Sono i roseti che cominciano a profumare al sole del mattino. A sera è una potenza di fragranze.
42Ma ora è tanto bello vederli, in questa freschezza del mattino, ancora spolverati di rugiada come di milioni di diamanti gettati su milioni di corolle che si aprono. Quando cade il sole vengono colti tutti i fiori giunti a completo sboccio.
I roseti di Giovanna
43Venite. Vi voglio mostrare da un poggetto la vista dei roseti che dalla cima traboccano come da una cascata giù per le balze dell’altro versante.
44Una cascata di fiori che poi torna a salire come un’onda su per altre due colline. Un anfiteatro, un lago di fiori. E’ splendido. La via è più ripida. Ma merita di farla perché da quello scrimolo si domina tutto questo paradiso.
45E giungeremo presto anche al castello. Giovanna vi vive libera, in mezzo ai suoi contadini, unica guardia a tanta dovizia. Ma essi amano tanto la loro padrona, che fa di queste valli un eden di bellezza e di pace, che valgono meglio di tutte le guardie di Erode.
I più bei roseti del mondo.
46Ecco, guarda, Maestro. Guardate, amici» e col gesto indica un semicerchio di colli invasi dai roseti.
47Da ogni parte l’occhio si posi, vede sotto altissimi alberi, dalle funzioni di riparo ai venti, ai raggi troppo cocenti e alle grandinate, roseti e roseti. Il sole circola e l’aria anche, sotto a questo tetto leggero che fa velo ma non opprime, tenuto nelle dovute regole dai giardinieri, e sotto vivono felici i più bei roseti del mondo.
Una cosa veramente di sogno.
48Sono migliaia e migliaia di piante d’ogni specie di rose. Roseti nani, bassi, alti, altissimi. Messi a ciuffi come cuscini trapunti di fiori ai piedi degli alberi, sui prati di erba verdissima, o a siepi lungo i sentieri, a lato dei rivi, in cerchio intorno alle vasche di irrigazione, sparse per questo parco che comprende colline, oppure attorcigliati ai fusti degli alberi, colle capigliature fiorite gettate da tronco a tronco a fare festoni e ghirlande.
49Una cosa veramente di sogno. Tutte le grossezze, le sfumature sono presenti e si intrecciano mettendo i colori di avorio delle tea presso il sanguinante ardore di altre corolle, e regnando sovrane, per numero, le vere rose dal colore di guancia infantile che sfuma nei contorni nel bianco sfumato di rosa. Tutti rimangono impressionati per tanta bellezza.
Lavoro per centintinai di servi.
50«Ma che se ne fa di tutto questo?» chiede Filippo.
«Se lo gode» risponde Tommaso.
51«No. Ne trae anche essenze dando lavoro a centinaia di servi giardinieri e addetti agli strettoi delle essenze. I romani ne sono avidi. Gionata me lo diceva mostrandomi i conti dell’ultimo raccolto.
Le discepole
52Ma ecco là Maria d’Alfeo col bambino. Ci hanno visti e chiamano le altre…».
Infatti ecco che Giovanna e le due Marie, precedute da Marziam che scende di corsa, a braccia già pronte all’abbraccio, verso Gesù e Pietro, vengono svelte e si prostrano davanti a Gesù.
53«La pace a voi tutte. Mia Madre dove è?».
«Fra i roseti, Maestro. Con Elisa. Oh! è ben guarita! Può affrontare il mondo e seguire Te. Grazie di avermi usata per questo».
54«Grazie a te, Giovanna. Vedi che era utile venire in Giudea?
Marziam con gli lucidi di gioia.
55Marziam, ecco i regali per te. Questo bel fantoccino e queste belle pecorelle. Ti piacciono?».
Il bambino è senza fiato dalla gioia. Si tende verso Gesù, che si è curvato per dargli il pupazzo ed è rimasto così per guardarlo in viso, e gli si stringe al collo, baciandolo con tutta la veemenza possibile.
56«Così ti fai mite come le pecorelle e diventi poi un buon pastore per i credenti in Gesù. Non è vero?».
Marziam dice sì, sì, sì, col fiato mozzo, con gli occhi fatti lucidi di gioia.
57«Ora vai da Pietro ché Io vado da mia Madre. Ne vedo là un lembo di velo che scorre lungo una siepe di rose».
Il bacio della Mamma
58E corre da Maria ricevendola sul cuore alla svolta del sentiero. Dopo il primo bacio Maria spiega, ancora affannata: «Dietro è Elisa… Sono corsa per baciarti… perché non baciarti, Figlio mio, non potevo… e baciarti di fronte a lei non volevo… E’ molto mutata… Ma il cuore duole sempre davanti alle gioie altrui, per sempre a lei negate. Eccola che viene».
Maternità spirituale di Elisa.
59Elisa fa svelta gli ultimi passi e si inginocchia a baciare la veste di Gesù. Non è più la tragica donna di Betsur. Ma una vecchia austera, segnata dal dolore e imponente per la traccia che esso le ha lasciato sul volto e nello sguardo.
«Che Tu sia benedetto, Maestro mio, ora e sempre, per avermi reso ciò che avevo perduto».
60«Sempre più pace a te, Elisa. Sono contento di trovarti qui. Alzati».
«Io pure contenta. Ho tante cose da dirti e da chiederti, Signore».
61«Ne avremo tutto il tempo, perché sosterò qui qualche giorno. Vieni, che ti faccio conoscere i condiscepoli».
62«Oh!! Hai dunque già compreso ciò che ti volevo dire?! Che io voglio rinascere a vita nuova: la tua; rifarmi una famiglia: la tua; dei figli: i tuoi; come Tu hai detto parlando di Noemi, in casa mia, a Betsur. Noemi novella sono io in grazia tua, Signore mio. Che Tu ne sia benedetto. Non sono più amara e non infeconda. Ancora madre sarò. E se Maria lo permette, un poco anche madre tua, oltre che dei figli della tua dottrina».
63«Sì. Lo sarai. Maria non ne sarà gelosa ed Io ti amerò in modo da non farti rimpiangere di essere venuta. Andiamo ora da quelli che vogliono dirti che ti amano come fratelli».
64E Gesù la prende per mano conducendola presso la sua nuova famiglia. Il viaggio in attesa della Pentecoste è finito.
225. Il paralitico della piscina di Betsaida e la disputa sulle opere
del
Figlio di Dio[199].
L’angelo della salute.
Tutti gli apostoli meno l’Iscariota.
1Gesù è in Gerusalemme e precisamente nei pressi dell’Antonia. Con Lui sono tutti gli apostoli meno l’Iscariota. Molta folla si affretta al Tempio. Sono in veste di festa tutti, tanto gli apostoli come gli altri pellegrini, e penso perciò siano i giorni di Pentecoste. 2Molti mendicanti si mescolano alla gente, lamentando le loro miserie con delle nenie pietose e dirigendosi ai posti migliori, presso le porte del Tempio o ai crocevia da cui la folla viene verso di esso. 3Gesù passa beneficando questi miserabili, dei quali è cura fare l’esposizione integrale delle loro miserie oltre che la narrazione delle stesse. 4Ho l’impressione che Gesù sia già stato al Tempio, perché sento che gli apostoli parlano di Gamaliele che ha fatto mostra di non vederli, nonostante che Stefano, uno dei suoi uditori, gli segnalasse il passaggio di Gesù.
Ingenuità e semplicità degli apostol.
5Sento anche che Bartolomeo chiede ai compagni: «Che avrà voluto dire quello scriba con la frase: “Un gruppo di montoni da basso macello”?».
6«Avrà parlato di qualche suo affare» risponde Tommaso.
«No. Indicava noi. L’ho visto bene. E poi! La seconda frase era conferma della prima. Ha detto sarcastico: “Fra poco l’agnello sarà lui pure da tosa e poi da macello”.»
7«Sì, ho sentito io pure» conferma Andrea.
«Già! Ma a me brucia la voglia di tornare indietro e chiedere al compagno dello scriba che cosa sa di Giuda di Simone» dice Pietro.
8«Ma nulla sa! Questa volta Giuda non c’è perché veramente ammalato. Noi lo sappiamo. Forse ha realmente troppo sofferto del viaggio fatto. Noi siamo più robusti. Lui è vissuto qui, comodo. Si stanca» risponde Giacomo di Alfeo.
9«Sì, noi lo sappiamo. Ma quello scriba ha detto: “Manca il camaleonte al gruppo”. Il camaleonte non è quello che cambia colore tutte le volte che vuole?» chiede Pietro.
«Sì, Simone. Ma certo hanno voluto dire per i suoi abiti sempre nuovi. Ci tiene. E’ giovane. Va compatito…» concilia lo Zelote.
10«E’ vero anche questo. Però!… Che frasi curiose!» conclude Pietro.
«Sembra sempre che minaccino» dice Giacomo di Zebedeo.
«E’ che noi sappiamo di essere minacciati e sentiamo minacce anche dove non ce ne sono…» osserva Giuda Taddeo.
«E vediamo colpe anche dove non esistono» termina Tommaso.
11«Eh! già! Il sospetto è brutto… Chissà come sta oggi Giuda? Intanto si gode quel paradiso, con quegli angeli… Ci starei anche io ad ammalarmi per avere tutte quelle delizie!» dice Pietro, e Bartolomeo gli risponde: «Speriamo che guarisca presto. E’ necessario terminare il viaggio perché il caldo incalza».
«Oh! le cure non gli mancano, e poi… ci pensa il Maestro se mai» assicura Andrea.
12«Aveva molta febbre quando lo abbiamo lasciato. Non so come gli sia venuta, così…» dice Giacomo di Zebedeo, e Matteo gli risponde: «Come viene la febbre! Perché deve venire. Ma non sarà nulla. Il Maestro non è per nulla impensierito. Se avesse visto del brutto non avrebbe lasciato il castello di Giovanna».
La piscina di Betseida (Gv 5,1-4)[200].
13Infatti Gesù non è per nulla impensierito. Parla con Marziam e con Giovanni, andando avanti e dando elemosine. Certo spiega al bambino molte cose, perché vedo che gli indica questo e quello. È diretto verso la fine delle mura del Tempio all’angolo nord-est. Là vi è molta folla che si dirige verso un luogo molto porticato, che precede una porta che sento chiamare “del Gregge”.
14«Questa è la Probatica, la piscina di Betsaida. Ora guarda bene l’acqua. Vedi come è ferma ora? Fra poco vedrai che ha come un movimento e si alza, toccando quel segno umido. Lo vedi? Allora scende l’angelo del Signore, l’acqua lo sente e lo venera come può. Egli porta l’ordine all’acqua di guarire l’uomo pronto a tuffarsi in essa. 15Vedi quanta gente? Ma troppi si distraggono e non vedono il primo movimento dell’acqua; oppure i più forti, senza carità, respingono i più deboli. 16Non ci si deve mai distrarre davanti ai segni di Dio. Occorre tenere l’anima sempre vigilante, perché non si sa mai quando Dio si mostri o mandi il suo angelo. 17E non si deve mai essere egoisti, neanche per salute. Molte volte, per stare a litigare su chi tocca prima o chi ne ha maggiore bisogno, questi infelici perdono il beneficio della venuta angelica».
L’angelo del Signore.
18Gesù spiega paziente a Marziam, che lo guarda coi suoi occhi ben spalancati, attenti, e intanto tiene d’occhio anche l’acqua. Si può vedere l’angelo? Mi piacerebbe».
19«Levi, pastore della tua età, lo vide. Guarda bene anche tu e sii pronto a lodarlo».
Il bambino non si distrae più. I suoi occhi sono sull’acqua e sopra l’acqua, alternativamente, e non sente più nulla, non vede più altro.
20Gesù intanto guarda quel piccolo popolo di infermi, ciechi, storpi, paralitici, che aspettano. Anche gli apostoli osservano attentamente. Il sole fa giuochi di luce sull’acqua e invade da re i cinque ordini di portici che circondano le piscine.
21«Ecco, ecco!» trilla Marziam. «L’acqua cresce, si muove, splende! Che luce! L’angelo!»… e il bambino si inginocchia.
22Infatti nel moto del liquido nella vasca, che pare accrescersi per un flutto subitamente immesso che lo gonfi, elevandolo verso il bordo, l’acqua splende come uno specchio messo al sole. Un bagliore abbacinante per un attimo. 23Uno zoppo è pronto a tuffarsi nell’acqua per uscirne dopo poco con la gamba, già rattratta da una grande cicatrice, perfettamente guarita. Gli altri si lamentano e litigano col risanato, dicendo che infine lui non era impossibilitato al lavoro mentre loro sì. E la zuffa continua.
Guarigione del paralitico (Gv 5,5-9)[201].
24Gesù si volge intorno e vede un paralitico sul suo lettuccio che piange piano. Gli va vicino, si curva e lo carezza domandandogli: «Piangi?».
«Sì. Nessuno pensa mai a me. Sto qui, sto qui, tutti guariscono, io mai. Sono trentotto anni che giaccio sul dorso, ho consumato tutto, mi sono morti i miei, ora sono di peso ad un parente lontano che mi porta qui al mattino, mi riprende alla sera… Ma come gli pesa farlo! Oh! vorrei morire!».
25«Non ti desolare. Tanta pazienza e fede hai avuto! Dio ti esaudirà».
«Lo spero… ma vengono momenti di sconforto. Tu sei buono. Ma gli altri… Chi è guarito potrebbe, in ringraziamento a Dio, stare qui a soccorrere i poveri fratelli…»
26«Dovrebbe farlo, infatti. Ma non avere rancore. Essi non ci pensano. Non è malanimo il loro. E’ la gioia di essere guariti che li rende egoisti. Perdonali…»
«Tu sei buono. Tu non faresti così. Io mi sforzo a trascinarmi con le mani fino là, quando la vasca è mossa. Ma sono sempre preceduto da un altro, e presso l’orlo non ci posso stare; sarei calpestato. E anche stessi là, chi mi calerebbe? Se ti avevo visto prima lo chiedevo a Te…»
27«Vuoi proprio guarire? Allora alzati! Prendi il tuo letto e cammina!». Gesù si è rialzato per dare il comando e pare che, alzandosi, alzi anche il paralitico, perché questo sorge in piedi e poi fa uno, due, tre passi, quasi incredulo, dietro a Gesù che se ne va, e visto che cammina proprio ha un grido che fa volgere tutti.
«Ma chi sei? In nome di Dio, dimmelo! L’angelo del Signore, forse?».
28 «Io sono da più di un angelo. Il mio nome è Pietà. Va’ in pace».
Tutti si affollano. Vogliono vedere. Vogliono parlare. Vogliono guarire. Ma accorrono le guardie del Tempio, che credo sorvegliassero anche la piscina, e respingono quel vociante assembramento minacciando castighi.
29Il paralitico prende la sua barellina – due stanghe su due paia di piccole ruote e un telo sdruscito inchiodato sulle stanghe – e se ne va felice, urlando a Gesù: «Ti ritroverò. Non dimenticherò il tuo nome e il tuo volto».
Le iene in aguato (Gv 5,10-13)[202].
30Gesù, mescolandosi alla folla, se ne va in un altro senso, verso le mura. Ma non ha ancora superato l’ultimo portico che giungono, come spinti da una furia di vento, un gruppo di giudei delle caste peggiori, tutti accumunati nel desiderio di dire insolenze a Gesù. Cercano, guardano, scrutano. Ma non riescono a capire bene di che si tratta, e Gesù se ne va mentre questi, delusi, dietro indicazioni delle guardie, assalgono il povero e felice risanato e lo rimproverano: «Perché porti via questo letto? È sabato. Non ti è lecito».
31L’uomo li guarda e dice: «Io non so niente. So che quello che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi il tuo letto e cammina”. Questo so».
«Sarà certo un demonio, perché ti ha ordinato di violare il sabato. Come era? Chi era? Giudeo? Galileo? Proselite?».
32«Non lo so. Era qui. Mi ha visto piangere e mi è venuto vicino. Mi ha parlato. Mi ha guarito. Se ne è andato con un bambino per mano. Credo suo figlio, perché è in età di avere un figlio di quel tempo».
«Un bambino? Allora non è Lui!… Come ha detto di chiamarsi? Non glielo hai chiesto? Non mentire!».
33«Mi ha detto che si chiama Pietà».
«Sei uno stolto! Quello non è un nome!».
34L’uomo si stringe nelle spalle e se ne va.
Gli altri dicono: «Era certo Lui. Lo hanno visto nel Tempio gli scribi Ania e Zaccheo».
«Ma Lui non ha figli!». Eppure è Lui. Era coi discepoli».
35«Ma Giuda non c’era. E’ quello che conosciamo bene. Gli altri… possono essere gente qualunque».
«No. Erano loro».
E la discussione continua mentre i portici si riaffollano di malati…
Gesù riceve buone notizie.
36Gesù rientra nel Tempio da un altro lato, quello del lato ovest che è quello che fronteggia il più della città. Gli apostoli lo seguono. Gesù si guarda intorno e vede finalmente ciò che cerca, Gionata, che a sua volta lo cerca.
«Sta meglio, Maestro. La febbre cala. Tua Madre dice che spera potere venire entro il prossimo sabato».
37«Grazie, Gionata. Sei stato puntuale».
«Non molto. Mi ha trattenuto Massimino di Lazzaro. Ti sta cercando. E’ andato al portico di Salomone».
38«Vado a raggiungerlo. La pace sia con te, e porta la mia pace alla Madre e alle discepole, oltre che a Giuda».
E Gesù va svelto verso il portico di Salomone, dove infatti trova Massimino.
«Lazzaro ha saputo che sei qui. Ti vuol vedere per dirti una grande cosa. Verrai?».
39«Senza dubbio. E presto. Puoi dire che mi attenda in settimana».
Anche Massimino arriva dopo poche altre parole.
“Non peccare mai più (Gv 5,14-15)[203]”.
40«Andiamo a pregare ancora, poiché siamo tornati fin qui» dice Gesù e va verso l’atrio degli Ebrei. Ma presso il medesimo incontra il paralitico guarito, che è andato a ringraziare il Signore. Il miracolato lo scorge fra la folla e lo saluta con gioia, e gli racconta quanto è accaduto alla piscina dopo la sua partenza. E termina: «Mi ha poi detto uno, che si è stupito di vedermi qui sano, chi Tu sei. Tu sei il Messia. E’ vero?».
41«Lo sono. Ma anche tu fossi stato guarito dall’acqua, o da un altro potere, avresti sempre lo stesso dovere verso Dio. Quello di usare la salute per buone opere. Tu sei guarito. Va’ dunque con buone intenzioni a riprendere le attività della vita. E non peccare mai più. Che Dio non ti abbia a punire più ancora. Addio. Va’ in pace».
«Io sono vecchio… non so nulla… Ma vorrei seguirti per servirti, e per sapere. Mi vuoi?».
42«Non respingo nessuno. Pensaci però prima di venire. E se sei deciso vieni».
«Dove? Non so dove vai…».
43«Per il mondo. Dovunque troverai dei discepoli che ti guideranno a Me. Il Signore ti illumini per il meglio».
Gesù ora va al suo posto e prega…
Divinità del Messia
Chi viola il sabato non è inviato da Dio.
44Non so se il guarito vada spontaneamente dai giudei o se questi, essendo alla posta, lo fermino per chiedergli se quello che gli ha ora parlato è colui che lo ha miracolato. So che l’uomo parla coi giudei e poi se ne va, mentre questi vengono presso la scala da dove deve scendere Gesù per passare negli altri cortili e uscire dal Tempio. Senza salutarlo, quando Gesù giunge gli dicono: «Dunque Tu continui a violare il sabato, nonostante tutti i rimproveri che ti vengono fatti? E vuoi che ti si rispetti come inviato di Dio?».
Il Mesías si dichiara Figlio di Dio. (Gv 5,16-18)[204].
45«Inviato? Più ancora, come Figlio. Perché Dio mi è Padre. Se non mi volete rispettare, astenetevene. Ma Io non cesserò di compiere la mia missione per questo. Non c’è un attimo in cui Dio cessi di operare. Anche ora il Padre mio opera, ed Io pure opero, perché un buon figlio fa ciò che fa il padre suo, e perché per operare sulla terra Io sono venuto».
Sacrilegio! Dio non ha figli!
46 Della gente si avvicina per udire la disputa. Fra essa vi sono persone che conoscono Gesù, altre che ne sono state beneficate, altre che lo vedono per la prima volta; alcuni lo amano, altri lo odiano, molti sono incerti. Gli apostoli fanno nucleo col Maestro. Marziam ha quasi paura e fa un visetto prossimo al pianto.
I giudei, una mescolanza di scribi, farisei e sadducei, gridano alto il loro scandalo: «Tu osi! Oh! Si dice Figlio di Dio! Sacrilegio! Dio è Colui che è, e non ha figli! Ma chiamate Gamaliele! Ma chiamate Sadoc! Adunate i rabbi, che odano e confutino».
Dio è uno e trino
47«Non vi agitate. Chiamateli e vi diranno, se è vero che sanno, che Dio è uno e trino: Padre, Figlio e Spirito Santo, e che il Verbo, ossia il Figlio del Pensiero, è venuto, secondo che era profetizzato, per salvare Israele e il mondo dal Peccato. 48Il Verbo sono Io. Sono il Messia predetto. Nessun sacrilegio perciò se do al Padre il nome di Padre mio. 49Voi vi inquietate perché Io faccio miracoli, perché con ciò attiro a Me le folle e le convinco. 50Voi mi accusate di essere un demonio perché opero prodigi. Ma Belzebù è per il mondo da secoli e, in verità, non gli mancano gli adoratori devoti… Perché allora egli non fa ciò che Io faccio?».
53La gente bisbiglia: «È vero! È vero! Nessuno fa ciò che Egli fa.»
Natura e Potere divino del Messia (Gv. 5,19-20)[205].
51Gesù continua: «Io ve lo dico: è perché Io so ciò che egli non sa e posso ciò che egli non può. Se Io faccio opere di Dio è perché Io sono suo Figlio. 52Da sé uno non può arrivare a fare se non ciò che ha veduto fare. Io, Figlio, non posso fare se non ciò che ho veduto fare dal Padre essendo Uno con Lui nei secoli dei secoli, non dissimile nella natura né nel potere. 53Tutte le cose che fa il Padre le faccio Io pure che sono suo Figlio. Né Belzebù né altri possono fare ciò che Io faccio, perché Belzebù e gli altri non sanno ciò che Io so. 54Il Padre ama Me, suo Figlio, e mi ama senza misura così come Io lo amo. Perciò mi ha mostrato e mi mostra tutto quanto Egli fa, acciò Io faccia ciò che Egli fa, Io sulla terra, in questo tempo di Grazia, Egli in Cielo, da prima che il Tempo fosse per la terra. 55E mi mostrerà opere sempre maggiori acciò Io le faccia e voi ne restiate meravigliati.
56Il suo Pensiero è inesauribile nel pensare. Io lo imito essendo inesauribile nel compiere ciò che il Padre pensa e col pensiero vuole.
Autorità divina del Messia (Gv 5,21-23)[206].
57Voi ancora non sapete quanto l’Amore crei inesauribilmente. Noi siamo l’Amore. E non vi è limitazione per Noi, né vi è cosa che non possa essere applicata sui tre gradi dell’uomo: l’inferiore, il superiore, lo spirituale. 58Infatti, così come il Padre risuscita i morti e rende loro la vita, ugualmente Io, Figlio, posso dare la vita a quelli che voglio, e anzi, per l’amore infinito che il Padre ha per il Figlio, mi è concesso non solo di rendere vita alla parte inferiore, ma bensì anche vita alla superiore liberando il pensiero dell’uomo e il suo cuore dagli errori mentali e dalle male passioni, e alla parte spirituale rendendo allo spirito la sua libertà dal peccato, 59perché il Padre non giudica nessuno, ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio, essendo il Figlio Colui che col proprio sacrificio ha comperato l’Umanità per redimerla; e ciò il Padre fa per giustizia, perché a Colui che paga con sua moneta è giusto sia dato, e perché tutti onorino il Figlio come già onorano il Padre.
Culto alla mirabile Trinità (Gv 5,24-27)[207].
60Sappiate che, se separate il Padre dal Figlio o il Figlio dal Padre e non vi ricordate dell’Amore, voi non amate Dio come va amato, con verità e sapienza, ma commettete un’eresia perché date culto a uno solo mentre Essi sono una mirabile Trinità. 61Perciò chi non onora il Figlio è come non onorasse il Padre, perché il Padre, Dio, non accetta che una sola parte di Sé sia adorata, ma vuole sia adorato il suo Tutto. 62Chi non onora il Figlio non onora il Padre che lo ha mandato per pensiero perfetto di amore. Nega dunque che Dio sappia fare opere giuste.
La Fede che dà vita eterna (Jn 5,24)[208]
63In verità vi dico che chi ascolta la mia parola e crede in Colui che mi ha mandato ha la vita eterna e non è colpito da condanna, ma passa da morte a vita, perché credere in Dio e accettare la mia parola vuol dire infondere in sé la Vita che non muore.
Risurrezione degli spiriti(Gv 5,24-27)[209].
64 Sta venendo l’ora, anzi per molti è già venuta, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e chi l’avrà sentita risuonare vivificatrice in fondo al cuore vivrà.
65Che dici, tu, scriba?».
«Dico che i morti non odono più nulla, e che Tu sei folle».
66«Il Cielo ti persuaderà che così non è, e che il tuo sapere è nullo rispetto a quello di Dio. Voi avete talmente umanizzato le cose soprannaturali che non date più alle parole altro che un significato immediato e terreno. 67Avete insegnato l’Haggadda su formule fisse, vostre, senza sforzarvi a comprendere le allegorie nella loro verità, e ora, nel vostro animo stanco di essere pressato da una umanità trionfante sullo spirito, non credete più neppure a ciò che insegnate. E questa è la ragione per cui non potete più lottare contro le forze occulte.
68La morte di cui Io parlo non è quella della carne, ma dello spirito. Verranno coloro che odono con le orecchie la mia parola e l’accolgono nel loro cuore e la mettono in pratica. Costoro, anche se morti nello spirito, riavranno vita, perché la mia Parola è Vita che si infonde. 69Ed Io la posso dare a chi voglio, perché in Me è perfezione di Vita, perché come il Padre ha in Sé la Vita perfetta così pure il Figlio ebbe dal Padre la Vita, in Se stesso, perfetta, completa, eterna, inesauribile e trasfondibile. 70E con la Vita il Padre mi ha dato il potere di giudicare, perché il Figlio del Padre è il Figlio dell’uomo, e può e deve giudicare l’uomo.
71E non vi meravigliate di questa prima risurrezione, quella spirituale, che Io opero con la mia Parola. 72Ne vedrete di più forti ancora, più forti per i vostri sensi pesanti, perché in verità vi dico che non vi è cosa più grande della invisibile ma reale risurrezione di uno spirito.
Risurrezione dei corpi (Gv 5,28-30)[210].
73Presto viene l’ora in cui i sepolcri saranno penetrati dalla voce del Figlio di Dio e tutti quelli che sono in essi la udranno. E coloro che fecero il bene ne usciranno per andare alla risurrezione della Vita eterna, e quanti fecero il male alla risurrezione della condanna eterna.
74Questo Io non dico di fare e non farò da Me stesso, per mio solo volere, ma per volere del Padre unito al mio. Io parlo e giudico secondo che ascolto, e il mio giudizio è retto perché non cerco il mio volere, ma il volere di Colui che mi ha mandato. 75Io non sono separato dal Padre. Io sono in Lui ed Egli è in Me, ed Io conosco il suo pensiero e lo traduco in parola ed in azione.
Testimoni della missione divina del messia
Testimonianza del Battista (Gv 5,31-35)[211].
76Quanto Io dico per rendere testimonianza a Me stesso non può essere accettabile al vostro spirito incredulo, che non vuole vedere in Me altro che l’uomo simile a voi tutti. 77Anche un altro ve ne è che testifica per Me, e che voi dite di venerare come grande profeta. Io so che la sua testimonianza è vera. Ma voi, voi che dite di venerarlo, non accettate la sua testimonianza perché è disforme al vostro pensiero che mi è nemico. 78Voi non accettate la testimonianza dell’uomo giusto, del Profeta ultimo di Israele perché, in ciò che vi piace, dite che egli non è che un uomo e può sbagliare.
79Voi avete mandato ad interrogare Giovanni, sperando che dicesse di Me ciò che voi desideravate, ciò che di Me voi pensate, ciò che voi di Me volete pensare. Ma Giovanni ha reso testimonianza di verità e voi non l’avete potuta accettare. 80Poiché il Profeta dice che Gesù di Nazaret è il Figlio di Dio, voi, nel segreto dei cuori, perché temete le folle, dite che il Profeta è un folle come lo è il Cristo. 81Io pure, però, non ricevo testimonianza dall’uomo, sia pure il più santo di Israele. 82Io vi dico: egli era la lampada ardente e luminosa, ma voi avete per poco voluto godere della sua luce. Quando questa luce si è proiettata su Me, per farvi conoscere il Cristo per ciò che Egli è, voi avete lasciato che la lampada fosse messa sotto al moggio, e prima ancora avevate drizzato fra essa e voi un muro, per non vedere nella sua luce il Cristo del Signore.
83Io sono grato a Giovanni della sua testimonianza, e grato gliene è il Padre. E Giovanni avrà gran premio per questa sua testimonianza, ardendo anche per questo in Cielo, il primo sole che vi splenderà di tutti gli uomini lassù, ardendo come arderanno tutti quelli che sono stati fedeli alla Verità e affamati di Giustizia.
Testimonianza delle opere (Gv 5,36)[212].
84Ma Io però ho una testimonianza maggiore a quella di Giovanni. E questa testimonianza sono le mie opere. Perché le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle opere Io faccio, ed esse testificano che il Padre mi ha mandato dandomi ogni potere.
Testimonianza di Dio-Padre (Gv 5,37-38)[213].
85E così è il Padre stesso che mi ha mandato, Colui che rende testimonianza in mio favore.
86Voi non ne avete mai sentito la Voce, né visto il Volto. Ma Io l’ho visto e lo vedo, l’ho udita e la odo. Voi non avete dimorante in voi la sua Parola, perché non credete a Colui che Egli ha mandato.
Testimonianza della scrittura (Gv 5,39-40)[214].
87Voi investigate la Scrittura perché credete di ottenere, per la sua conoscenza, la Vita eterna. E non vi accorgete allora che sono proprio le Scritture che parlano di Me? E come mai allora continuate a non volere venire a Me per avere la Vita? 88Io ve lo dico: è perché quando qualche cosa è contraria alle vostre inveterate idee voi la respingete. Vi manca l’umiltà. Non potete giungere a dire: “Ho sbagliato. Costui, o questo libro, dice giusto e io sono in errore”. 89Così avete fatto con Giovanni, così con le Scritture, così con il Verbo che vi parla. Non potete più vedere e capire perché siete fasciati di superbia e rintronati dalle vostre voci.
Le cause dell’incredulità (Gv 5,41-44)[215].
90Credete voi che Io parli così perché Io voglia essere da voi glorificato? No, sappiatelo, Io non cerco e non accetto gloria dagli uomini. Quello che Io cerco e voglio è la vostra salvezza eterna. Questa è la gloria che cerco. La mia gloria di Salvatore, che non può esserci se Io non ho dei salvati, che aumenta più salvati Io ho, che mi deve essere data dagli spiriti salvati e dal Padre, Spirito purissimo. 91Ma voi non sarete salvati. Vi ho conosciuto per quello che siete. Voi non avete in voi amore di Dio. Siete senza amore. E perciò non venite all’Amore che vi parla e non entrerete nel Regno dell’Amore. 92Là voi siete degli sconosciuti. Non vi conosce il Padre, perché voi non conoscete Me che sono nel Padre. Non mi volete conoscere. 93Io sono venuto in nome del Padre mio e voi non mi ricevete, mentre siete pronti a ricevere chiunque viene in nome proprio, purché dica ciò che a voi piace. 94Dite di essere spiriti di fede? No. Non lo siete. Come potete credere, voi che mendicate la gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria dei Cieli che da Dio solo procede? 95La gloria che è Verità, non giuoco di interessi che si fermano sulla terra e carezzano solo l’umanità viziosa dei degradati figli di Adamo.
Testimonianza di Mosè (Gv 5,45-47)[216].
96Io non vi accuserò al Padre. Non ve lo pensate. Vi è già chi vi accusa. Quel Mosè in cui voi sperate. Egli vi rimprovererà di non credere in lui poiché non credete in Me, perché egli di Me ha scritto e voi non mi riconoscete secondo quanto egli di Me ha lasciato scritto. Voi non credete alle parole di Mosè che è il grande su cui giurate. Come potete allora credere alle mie, a quelle del Figlio dell’uomo, nel quale non avete fede? Umanamente parlando ciò è logico. 97Ma qui siamo nel campo dello spirito, e sono in confronto le vostre anime. Dio le osserva alla luce delle mie opere e confronta le azioni che fate con ciò che Io sono venuto a insegnare. E Dio vi giudica. 98Io me ne vado. Per molto non mi troverete. E credete pure che questo non è un trionfo. Ma è un castigo. Andiamo».
99E Gesù fende la folla, in parte muta, in parte bisbigliante approvazioni che la paura dei farisei trattiene a bisbiglio, e se ne va.
226. Un buon segno da Maria di Magdala. Morte del vecchio Ismaele[217].
La speranza dell’anima vittima.
Presso i giardini di Lazzaro
1Gesù con la compagnia dello Zelote giunge al giardino di Lazzaro in un mattino bellissimo d’estate. Ancora non è terminata l’aurora e perciò tutto è fresco e ridente.
2Il servo-giardiniere, che accorre a ricevere il Maestro, indica allo stesso un lembo di veste bianca che scompare dietro una siepe, dicendo: «Lazzaro va alla pergola dei gelsomini con dei rotoli da leggere. Ora lo chiamo».
«No. Vado Io. Da solo».
3E Gesù cammina svelto lungo un sentiero bordato da siepi in fiore. L’erbetta che è sul limite della siepe attutisce il rumore dei passi, e Gesù cerca di posare il piede proprio su quella per giungere all’improvviso davanti a Lazzaro.
La speranza dell’anima vittima.
4Lo sorprende così che, ritto in piedi, coi rotoli appoggiati ad un tavolo di marmo, prega a voce alta. «Non mi deludere, Signore. Questo filo di speranza che mi è nato in cuore fallo Tu crescere. Dammi ciò che con lacrime ti ho chiesto dieci e cento mila volte. Ciò che ti ho chiesto con le azioni, col perdono, con tutto me stesso. Dammelo in cambio della mia vita. Dàmmelo in nome del tuo Gesù che mi ha promesso questa pace. Può mai Egli mentire? Devo pensare che la sua promessa fu solo di parole? Che il suo potere è inferiore all’abisso di peccato che è mia sorella? Dimmelo, Signore, che io mi rassegnerò per tuo amore…».
5«Sì, te lo dico!», dice Gesù.
Lazzaro si volge di scatto e grida: «Oh! mio Signore! Ma quando sei venuto?», e si china a baciare la veste di Gesù.
6«Da qualche minuto».
«Solo?».
7«Con Simone Zelote. Ma qui, dove tu eri, sono venuto solo. So che mi devi dire una grande cosa. Dimmela dunque».
«No. Prima rispondi alle domande che io faccio a Dio. A seconda della tua risposta, te la dirò».
8«Dimmela, dimmela questa tua grande cosa. La puoi dire…», e Gesù sorride aprendo le braccia in atto d’invito.
«Dio altissimo! Ma è vero? Tu allora sai che è vero?!», e Lazzaro va fra le braccia di Gesù a confidare la sua grande cosa.
9«Maria ha chiamato Marta a Magdala. E Marta è partita in affanno temendo qualche forte sventura… Ed io qui, con lo stesso timore, solo sono rimasto. Ma Marta, dal servo che l’ha accompagnata, mi ha mandato una lettera che mi ha empito di speranza. Guarda, l’ho qui, sul cuore. La tengo lì perché mi è più preziosa di un tesoro. Sono poche parole ma le leggo ogni poco per essere certo che sono proprio state scritte. Guarda….» e Lazzaro leva dalla veste un piccolo rotolo legato da un nastrino violetto e lo spiega. «Vedi? Leggi, leggi. A voce alta. Letta da Te mi parrà più certa la cosa».
Lettera di Marta
10«”Lazzaro, fratello mio. A te pace e benedizione. Sono giunta presto e bene. E il mio cuore non ha più palpitato di tema di nuove sciagure perché ho visto Maria, la nostra Maria sana e… te lo devo dire? e meno frenetica nell’aspetto di prima. Mi ha pianto sul cuore. Un grande pianto… E poi, a notte, nella stanza dove mi aveva condotta, mi ha chiesto tante e tante cose sul Maestro. Non di più che questo, per ora. Ma io, che vedo il volto di Maria oltre che sentirne le parole, dico che nel mio cuore è nata la speranza. Prega, fratello. Spera. Oh! fosse vero! Io resto ancora perché sento che ella mi vuole vicina come per essere difesa dalla tentazione. E per imparare… Che? Ciò che noi già sappiamo. La bontà infinita di Gesù. Le ho detto di quella donna venuta a Betania… Vedo che pensa, pensa, pensa… Ci vorrebbe Gesù. Prega. Spera. Il Signore sia con te”». Gesù ripiega il rotolo e lo rende.
«Maestro…».
“Le redenzioni hanno un pudore profondo”.
11«Andrò. Hai modo di avvisare Marta che mi venga incontro a Cafarnao fra quindici giorni, al massimo?».
«Ne ho modo, Signore. E io?».
12«Tu resti qui. Anche Marta la rimanderò qui».
«Perché?».
13«Perché le redenzioni hanno un pudore profondo. E nulla fa più vergogna dell’occhio di un genitore o di un fratello. Io pure ti dico: “Prega, prega, prega”».
Lazzaro piange sul petto di Gesù… Dopo, quando si è ripreso, racconta ancora del suo orgasmo, dei suoi scoramenti… «E’ quasi un anno che spero… che dispero… Come è lungo il tempo della risurrezione!…», esclama.
14Gesù lo lascia parlare, parlare, parlare… finché Lazzaro si accorge di mancare ai suoi doveri di ospitalità e si alza per condurre Gesù in casa. Per farlo, passano presso una folta siepe di gelsomini in fiore, sulle cui corolle stellari ronzano api d’oro.
Transito di Ismaele
15«Ah! mi dimenticavo di dirti… Il vecchio patriarca che Tu mi hai mandato è tornato in grembo ad Abramo. Lo trovò Massimino seduto qui, con la testa appoggiata a questa siepe, come se si fosse addormentato presso gli alveari che egli curava come fossero delle case piene di bambini d’oro. Egli chiamava le api così. Pareva le comprendesse e ne fosse compreso. E sul patriarca addormentato nella pace della buona coscienza, quando Massimino lo trovò, era un velo prezioso di piccoli corpi d’oro. Tutte le api posate sul loro amico. I servi dovettero lavorare non poco per staccarle da lui. Era tanto buono che forse sapeva di miele… Era tanto onesto che forse per le api era come una corolla non contaminata… Ne ho avuto dolore. Avrei voluto averlo più a lungo nella mia casa. Era un giusto…».
16«Non lo rimpiangere. Egli è in pace, e dalla pace prega per te che gli hai reso dolci gli ultimi giorni. Dove è sepolto?».
«In fondo al verziere. Ancora vicino ai suoi alveari. Vieni che ti ci conduco…».
17E se ne vanno, per un piccolo bosco di laurocèrasi, verso gli alveari da cui viene un brusio operoso…
227. Un episodio incompiuto[218].
L’arrivo dell’Iscariota
1É un ben pallido Giuda quello che scende dal carro insieme alla Madonna e alle discepole, ossia alle Marie, a Giovanna e a Elisa… 2e in grazia alla confusione che ho avuto in casa questa mattina, non ho potuto scrivere mentre vedevo, e perciò, ora che sono le 18, 3non posso che dire che ho capito e sentito che Giuda convalescente torna da Gesù, che è al Getsemani, insieme a Maria che lo ha curato e a Giovanna che insiste perché le donne e il convalescente tornino col carro in Galilea. 4E Gesù aderisce facendo salire anche il bambino con esse. 5Invece Giovanna con Elisa restano a Gerusalemme per qualche giorno, per poi tornare Elisa a Betsur; Giovanna a Bètér.
6Ricordo che Elisa dice: «Ora ho coraggio di tornare là perché la mia vita non è più senza scopo. Ti farò amare dai miei amici».
7E ricordo che Giovanna aggiunge: «E io lo farò nelle mie terre, finché Cusa mi lascia qui. Sarà servirti ancora benché preferirei seguirti». 8Ricordo anche che Giuda dice che non ha desiderato sua madre neppure nelle ore peggiori della malattia, perché «tua Madre fu una vera madre per me, soave e amorosa, e non lo dimenticherò mai», dice.
9Il resto è confuso (nelle parole) e perciò non lo dico perché sarebbe detto da me e non dalle persone della visione[219].
228. In barca verso Betsaida, dove Marziam viene affidato a Porfirea[220].
La buona volontà e l’aiuto di Dio.
La paura della prima volta.
1Gesù è sul lago di Galilea insieme ai suoi apostoli. É mattina presto. Tutti gli apostoli, perché anche Giuda, perfettamente guarito e con un volto fatto più dolce dal male sofferto e dalle cure avute, è della compagnia. 2E vi è anche Marziam, un poco impressionato dall’essere sull’acqua per la prima volta. Non lo vuole far vedere, ma ad ogni beccheggio più forte si aggrappa con un braccio al collo della pecora, che condivide la sua paura belando lamentosamente, e con l’altro braccio afferra ciò che può, albero, sedile, remo che sia, o anche la gamba di Pietro o di Andrea o dei garzoni di barca che passano facendo le loro manovre, e chiude gli occhi, forse convinto di essere alla sua ultima ora.
“Un discepolo non deve mai aver paura”
3Pietro gli dice ogni tanto, dandogli un buffetto sulle guance: «Non hai paura, eh? Un discepolo non deve mai avere paura», e il bambino dice di no col capo ma, posto che il vento aumenta e l’acqua si fa più mossa man mano che ci si avvicina allo sbocco del Giordano nel lago, stringe più forte e chiude più di sovente gli occhi, finché ad un improvviso piegarsi della barca, per un’onda che la prende di fianco, ha uno strillo di paura.
4Chi ride e chi motteggia scherzando Pietro per il fatto di essere divenuto padre di uno che non sa stare in barca, e chi scherza Marziam che sempre dice di volere andare per terre e per mari a predicare Gesù e poi ha paura di fare pochi stadi su un lago. Ma Marziam si difende dicendo: «Ognuno ha paura di qualche cosa che non conosce. Io dell’acqua, Giuda della morte…».
La buona volontà e l’aiuto di Dio.
5Capisco che Giuda deve avere avuto una grande paura di morire e mi stupisco che non reagisca all’osservazione ma anzi dica: «Hai detto bene. Si ha paura di quello che non si conosce. Ma ora stiamo per arrivare. Betsaida è a pochi stadi. E tu sei sicuro di trovarvi amore. Così vorrei essere io a poca distanza dalla Casa del Padre ed essere sicuro di trovarvi amore!». Lo dice con stanchezza e mestizia.
6«Diffidi di Dio?», chiede stupito Andrea.
«No. Di me diffido. In quei giorni di malattia, circondato da tante donne pure e buone, io mi sono sentito così minimo nello spirito! Quanto ho pensato! Dicevo: “Se esse ancora lavorano per migliorarsi e acquistare il Cielo, cosa non devo fare io?”. Perché esse, e a me parevano tutte già sante, si sentono ancora peccatrici. E io?… Ci arriverò mai, Maestro?».
7«Con la buona volontà si può tutto».
«Ma la mia volontà è molto imperfetta».
8«L’aiuto di Dio mette ad essa ciò che le manca per diventare completa. La tua umiltà presente è nata nella malattia. Vedi dunque che il buon Dio ha provveduto, mediante un incidente penoso, a darti una cosa che non avevi».
Un buon momento dell’Iscariote
9«E’ vero, Maestro. Ma quelle donne! Che discepole perfette! Non parlo di tua Madre. Lei si sa. Dico le altre. Oh! veramente ci hanno superato! Io sono stato una delle prime prove del loro futuro ministero. Ma, credi, Maestro, ti puoi riposare sicuro su loro. Io e Elisa eravamo in loro cura, ed essa è tornata a Betsur con l’anima rifatta, e io… io spero di rifarmela, ora che esse me l’hanno lavorata…». Giuda, ancora debole, piange. 10Gesù, che gli è seduto vicino, gli mette una mano sul capo facendo cenno agli altri di non fare parola.
11Ma Pietro e Andrea sono molto occupati delle ultime manovre di approdo e non parlano, e lo Zelote, Matteo, Filippo e Marziam non cercano certo di farlo, chi perché distratto dall’ansia dell’arrivo e chi perché è prudente di suo.
Tutti a terra, pecorelle comprese.
12La barca infila il corso del Giordano e dopo poco si ferma sul greto. Mentre i garzoni scendono per assicurarla legandola con una fune ad un macigno, e per assicurare un’asse per fare da pontile, e Pietro si riveste della veste lunga e così fa Andrea, l’altra barca fa la stessa manovra e ne scendono gli altri apostoli. Anche Gesù e Giuda scendono mentre Pietro mette al bambino la vesticciola, lo ravvia per presentarlo in ordine alla moglie.
Eccoli tutti a terra, pecorelle comprese.
13«E ora andiamo», dice Pietro. É proprio emozionato. Dà la mano al bambino che è a sua volta emozionato, tanto che dimentica le pecorine di cui si occupa Giovanni e chiede, in un improvviso sorgere di paura: «Ma mi vorrà poi? E mi vorrà bene proprio?». 14Pietro lo rassicura; ma forse la paura gli si contagia e dice a Gesù: «Diglielo Tu, Maestro, a Porfirea. Io credo di non sapere dire bene».
15Gesù sorride, ma promette di occuparsene Lui. La casa è presto raggiunta seguendo il greto della riva. Dalla porta aperta si sente che Porfirea sta facendo le sue faccende domestiche.
Porfiria, la mamma – discepola.
16«La pace a te!», dice Gesù affacciandosi sulla porta della cucina dove la donna sta mettendo in ordine delle stoviglie.
17«Maestro! Simone!». La donna corre a prostrarsi ai piedi di Gesù e poi a quelli del marito. Poi si raddrizza e col suo viso buono, se non bello, dice arrossendo: «Era tanto che vi desideravo! Siete stati tutti bene? Venite! Venite! Sarete stanchi…».
18«No. Veniamo da Nazaret dove abbiamo sostato qualche giorno e fummo a Cana per altra sosta. A Tiberiade erano le barche. Tu vedi che non siamo stanchi. Avevamo un bambino con noi, e Giuda di Simone indebolito da una malattia».
«Un bambino? Un discepolo così piccino?».
19«Un orfano che abbiamo raccolto per via».
20«Oh! caro! Vieni, tesoro, che ti baci!».
Il bambino, che era stato timoroso seminascosto dietro a Gesù, si lascia prendere dalla donna, che si è inginocchiata quasi per essere all’altezza di lui e si lascia baciare senza riluttanza.
21«E ora ve lo portate dietro, sempre dietro, così piccino? Si stancherà…». La donna è tutta pietosa. Si tiene stretto il bambino fra le braccia e tiene la guancia appoggiata a quella del bambino.
22«Veramente Io avevo un altro pensiero. Quello di affidarlo a qualche discepola, quando andiamo lontano dalla Galilea, del lago…».
23«A me no, Signore? Io non ho mai avuto bambini. Ma nipotini sì, e so come si fa coi bambini. Sono la discepola che non sa parlare, che non ha tanta salute da seguirti come fanno le altre, che… oh! Tu lo sai! Sarò vile anche, se vuoi. Ma Tu sai in che tenaglia io sono. Tenaglia ho detto? No, sono fra due canapi che mi attirano in direzione opposta e non ho il coraggio di spezzarne uno. Lascia che almeno ti serva un pochino, essendo la mamma-discepola di questo bambino. Gli insegnerò tutto quello che le altre insegnano a tanti… Ad amare Te…».
La famiglia voluta da Gesù.
24Gesù le pone la mano sul capo, sorride e dice: «Il bambino è stato portato qui perché qui avrebbe trovato una madre e un padre. Ecco. Facciamo la famiglia». E Gesù mette la mano di Marziam in quelle di Pietro, che ha gli occhi lucidi, e di Porfirea. «E allevatemi santamente questo innocente».
25Pietro sa già e perciò non fa che asciugarsi una lacrima col dorso della mano. Ma sua moglie, che non se lo aspettava, resta per un poco muta di stupore. Poi torna a inginocchiarsi e dice: «Oh! mio Signore. Tu mi hai levato lo sposo facendomi quasi vedova. Ma ora mi dai un figlio… Tu dunque rendi tutte le rose alla mia vita, non solo quelle che mi hai prese, ma quelle che non ho mai avute. Che Tu sia benedetto! Più che se fosse nato dalle mie viscere mi sarà caro questo fanciullo. Perché questo mi viene da Te». E la donna bacia la veste di Gesù e bacia il bambino, se lo siede poi in grembo… É felice…
«Lasciamola alle sue espansioni», dice Gesù.
26«Resta tu pure, Simone. Noi andiamo in città per predicare. Verremo a sera tardi a chiederti cibo e riposo».
E Gesù esce con gli apostoli lasciando in pace i tre…
Il desiderio di Giovanni.
Giovanni dice: «Mio Signore, Simone oggi è beato!».
27«Vuoi tu pure un bambino?».
«No. Vorrei solo un paio di ali per alzarmi fino alle porte dei Cieli ed imparare il linguaggio della Luce, per ridirlo agli uomini», e sorride.
28Sistemano le pecorelle nel fondo dell’orto, presso il camerone delle reti, danno loro fronde, erba e acqua del pozzo, e se ne vanno verso il centro della città.
229. Discorso ai cittadini di Betsaida sul gesto di carità di Simon Pietro[221].
La novità del figlio adottivo di Pietro.
Commentari diverssi.
1Gesù parla dalla casa di Filippo. Molta gente è adunata lì davanti e Gesù è ritto sulla soglia, che ha due alti scalini. La novità del figlio adottivo di Pietro, che è venuto con la sua minuscola ricchezza di tre pecorelle a chiedere di ritrovare la grande ricchezza di una famiglia, si è sparsa come una goccia d’olio su un tessuto. Tutti ne parlano e bisbigliano con commenti rispondenti ai diversi modi di pensare.
I sinceri
2Chi, sincero amico di Simone e Porfirea, è contento per la loro gioia. Chi, malevolo, dice: «Per farglielo accettare lo ha dovuto corredare di dote». Chi, buono, dice: «Vorremo tutti bene a questo piccolo che Gesù ama». Chi, maligno, dice: «La generosità di Simone? Si, proprio! Sarà un lucro, se no!…».
Gli avidi.
3Altri avidi: «Lo avrei fatto anche io se avessi avuto un bambino con delle pecore. Tre, capite!? Un piccolo gregge. E belle! Lana e latte assicurati, e poi gli agnelli da vendere o da tenere! Ricchezze sono! E il bambino può servire, lavorare…».
I buoni.
4Altri danno su la voce: «Oh! vergogna! Farsi pagare una buona azione? Simone non ha certo pensato a questo. Nella sua modesta ricchezza di pescatore lo abbiamo sempre conosciuto generoso verso i poveri, specie bambini. É giusto, ora che egli non guadagna più colla pesca e gli cresce una persona in famiglia, che abbia un poco di guadagno in altro modo».
Gesù invitato a guarire la figlia del sinagogo.
5Intanto che ognuno commenta, traendo dal proprio cuore ciò che ha di buono o di cattivo e vestendolo di parole, Gesù ascolta e parla con uno di Cafarnao, che è venuto a raggiungerlo per dirgli di andare al più presto perché la figlia del sinagogo è morente e anche perché da qualche giorno viene una dama con un’ancella a cercare di Lui. Gesù promette di andare la mattina di poi. Cosa che addolora quelli di Betsaida che vorrebbero averlo lì per più giorni.
Le ripercussioni di un atto buono (Discorso).
É carità soccorrere il prossimo.
6«Voi siete meno bisognosi di altri di Me. Lasciatemi andare. Del resto ora, finché dura l’estate, Io starò in Galilea, e molto a Cafarnao. Ci vedremo con facilità. Là vi è un padre e una madre in angoscia. É carità soccorrerli.
Solo il giudizio dei buoni ha valore.
7Voi approvate la bontà di Simone verso l’orfano. I buoni fra di voi. Ma solo il giudizio dei buoni ha valore. I non buoni non vanno ascoltati nei loro giudizi sempre intinti di veleno e di menzogna. Allora voi, buoni, dovete anche approvare la mia bontà di andare a sollevare un padre ed una madre. E non fate che l’approvazione rimanga sterile, ma bensì vi porti a imitare.
Esempio biblico.
8Quanto bene viene da un atto buono lo dicono pagine della Scrittura. Ricordiamo Tobia. Meritò che l’arcangelo tutelasse il suo Tobiolo[222] e che gli insegnasse con che rendere vista al padre[223]. Ma quanta carità, e senza pensiero di utile, aveva compiuto il giusto Tobia, nonostante i rimproveri della moglie e i pericoli alla sua vita! E ricordate le parole dell’arcangelo: “Buona cosa è la preghiera col digiuno, e l’elemosina vale più di monti di tesori d’oro, perché l’elemosina libera dalla morte, purifica dai peccati, fa trovare la misericordia e la vita eterna[224]… Quando tu pregavi fra le lacrime e seppellivi i morti… io presentai le tue preghiere al Signore[225].
Missione di Pietro.
9Il mio Simone, in verità ve lo dico, supererà di molto le virtù del vecchio Tobia. Vi resterà come un tutore delle vostre anime nella mia Vita, dopo che Io me ne sarò andato. Ed ora inizia la sua paternità di anima per essere domani padre santo di tutte le anime a Me fedeli. Non mormorate, dunque.
Racogliere gli orfani.
10Ma se un giorno, come uccello caduto di nido, trovate sulla vostra via un orfano, raccoglietelo. Non è il boccone spartito con l’orfano quello che impoverisce la mensa dei figli veri. Ma anzi porta alla casa le benedizioni di Dio.
È volotà di Dio Padre.
11Fate questo perché Dio è il Padre degli orfani e ve li presenta Egli stesso perché li aiutiate rifacendo ad essi il nido disfatto dalla morte. 12E fatelo perché così insegna la Legge data da Dio a Mosè, che è il nostro legislatore proprio perché in terra nemica e di idoli trovò sulla sua debolezza di infante un cuore pietoso che si curvò salvandolo dalla morte, traendolo da essa, fuor dalle acque[226], fuor dalle persecuzioni, perché Dio aveva destinato che Israele avesse un giorno il suo liberatore[227]. Un atto di pietà ha ottenuto a Israele il suo duce.
Le ripercussioni di un atto buono.
13Le ripercussioni di un atto buono sono come onde di suono che si spargono molto lontano dal punto dove vengono emesse o, se più vi piace, come onde di vento che seco portano molto lontano i semi rapiti a fertili zolle. 14Andate ora. La pace sia con voi».
S O M M A R I O
187. Verso Gerusalemme per la Pasqua. Da Tarichea al monte Tabor.
Umanità degli apostoli, quanta!
Dolci rimproveri di Gesù agli apostoli
La vita spirituale di Giovanni
Il capriccio umano dell’Iscariota
188. A Endor. La spelonca della maga e l’incontro con Felice chiamato poi Giovanni.
Felice detto poi Giovanni di Endor
Felice, fuggiasco dell’ergástolo.
Il Messia offre l’amore a cambio dell’odio
Sull’ocultismo, la negromanzia, il satanismo…
Curiosità dell’apostolo indagatore.
Veleno satanico della curiosità
È delitto l’esoterismo in tutte le sue forme.
Felice di Endor riceve il nome di Giovanni
Gioia di Gesù per il nuovo discepolo.
L’esperienza di seguire il Messia
189. A Naim. Resurrezione del figlio di una vedova.
La madre del defunto Daniele (Lc 7,12,)
Risurrezione di Daniele (7,13-15).
Benedetto il Messia di Israele (Lc 7,16-17).
Augurio di risurrezione al bene.
190. L’arrivo nella piana di Esdrelon al tramonto del venerdì.
Benedizione e maledizione sui campi.
L’ira di Dio sui campi di Doras
191. Il sabato a Esdrelon. Il piccolo Jabé e la parabola del ricco Epulone.
Il figlio della nascente chiesa
Il Messia si prende cura dei contadini
Il Messia fa da padre di famiglia
Il figlio della nascente chiesa
Inizia la storia di Yahvé (Marziam)
I ricco Epulone e il povero Lazzaro(Lc 16,1.19-21).
La morte del santo (Lc 16,22).
La morte del peccatore (Lc 16,22).
Natura e tormenti dell’inferno(Lc 16,23-24).
Il Cielo fulgido del povero Lázaro (Lc 16,23)
El infierno de llamas del rico Epulón (Lc 16,24)
Eternità dell’Inferno(Lc 16,25-26).
Conseguenze dell’anticarità(Lc 16,27-28).
Conseguenze dell’incredulità (Lc 16,29-31).
La Giustizia divina è sempre vigile
“Ubbidite per amore all’Amore”
192. Una predizione a Giacomo d’Alfeo. L’arrivo ad Engannim dopo una sosta a Mageddo.
Predizione a Santiago di Alfeo
Confidenziale conversazione con Santiago.
Profezia sul futuro di Giacomo
Pedro designato Tutore di Yahvé.
Due bambini di cuore malvagio.
193. L’arrivo a Sichem dopo due giorni di cammino.
Il bambino sempre più confidente
Gli apostoli paterni con Yahvé.
Sosta dopo una marcia continua.
Sonno felice su paglia estesa.
La carovana del Console romano
Amare con spirito soprannaturale
194. La rivelazione al piccolo Jabé durante il cammino da Sichem a Berot.
Esame sul riposo nel giorno di sabato
Sulla natura di Dio e del suo messia
Rivelazione del Messia a Jabé.
I profeti parlano di Gesù Messia
195. Una lezione di Giovanni di Endor all’Iscariota e l’arrivo a Gerusalemme.
Parlare con se stesso per fine buono
L’amore tutto comprende, scusa e sopporta
Igiene personale sull’orlo della strada.
196. Il sabato al Getsemani. Gesù parla della Madre e degli amori di diverse potenze.
Amore di seconda potenza (bis)
Amore di Adamo e Eva prima del peccato
I narratori dell’infanzia di Maria.
Appellativi della bambina di Nazaret.
197. Nel Tempio con Giuseppe d’Arimatea. L’ora dell’incenso.
Tutti saranno discepoli e sacerdoti di Dio.
Jebé è tutto per Pietro per amore.
Sostegno morale di Giuseppe d’Arimatea
La gioia di essere amico di Gesù
198. L’incontro con la Madre a Betania. Jabé cambia il suo nome in Marjziam.
Il pacificato Giovanni di Endor.
Novità in casa di Simón Zelote.
Margziam: piccola stilla nel mare dei salvati
Commenti sulla cattura del Bautista.
199. Dai lebbrosi di Siloan e di Ben Hinnom. Pietro ottiene Marjziam per mezzo di Maria.
Marjziam sembra il figlio del re.
Marjziam sembra il figlio del re.
Grande onore camminare con Maria.
Fra i sepolcri vivi dei lebbrosi
Il luogo dei sepolcri di Siloan
La salute del corpo o la salute dell’anima.
Il miracolo predica già di suo
Discorso di Giovanni il lebbroso.
Lacrime e preghiera del Messia.
Vocazione di Juan l’ex lebbroso.
Il bambino simbolo della Chiesa
María il bambino-simbolo e Pietro.
Pietro ottiene Marjziam per mezzo di Maria.
L’anima vergine profuma grazia.
l’anima in peccato produce turbamento.
La potenza della parola di Maria
200. Aglae a colloquio con il Salvatore.
María presenta la figlia al Salvatore.
La Madre di ogni anima redenta
Aglae a colloquio col Salvatore
In ogni bene, Dio precede la sua creatura.
L’amore comprende lábisso di misericordia
Tutto quello che dice il Salvatore si realizza.
Dove l’anima ammaestra il corpo.
Aglae si ritira in luogo remoto
Il Messia ringrazia l’apostolo di Aglae.
La gratitudine è grande virtù.
201. L’esame della maggiore età di Marziam.
Epiteti e battibecchi tra i militi e la folla
Presentazione dell’esaminando.
Composta comunione di felicità
El antídoto al veneno de Judas.
202. Un rimprovero a Giuda Iscariota. L’arrivo dei contadini di Giocana.
L’Iscariote maestro dei saforim.
L’Iscariote perde stima sul Maestro.
Lasciare all’oblio ed al silenzio le amarezze.
203. La preghiera del “Padre nostro”.
Andando verso il monte degli Ulivi
Meritare il dono della preghiera (Lc 11,1)
Progredire nella vita dello spirito.
Regresso spirituale dell’ Iscariota
La gelosia è malattia dello spirito
Profezia sulle sette cristiane.
Spiegazione di questa preghiera.
Parabola dell’amico inopportuno (Lc 11,5-8)
Efficacia del discorso (Lc 11,9-10)
Parabola del padre buono (Lc 11,11-13)
Rimetti a noi i nostri debiti.
“ Non ci indurre in tentazione”.
204. La fede e l’anima spiegate ai pagani con la parabola dei templi.
Gesù assorto nei suoi pensieri.
L’anima la sua natura la sua formazione
Le tre fasi di formazione dell’anima
Una cinta scalpellata con la volontà.
Avvicinarsi alla cella di Dio.
Conclusione e dialogo con Lázaro.
205. La parabola del figlio prodigo.
Metodo per rinascere uomo nuovo
La parabola del figlio prodigo
Il figlio prodigo(Lc 15,11-12).
Beneficio della riflessione (Lc 15,17).
Frutto dell’umiltà(Lc 15,18-20).
Il padre misericordioso (Lc 15,20-24).
Dignità restituita (Lc 15,22-24).
Il fratello maggiore(Le 15,25-30).
Figlio senza sentimenti del padre (Lc 15,29-30).
Il perdono del fratello maggiore.
206. Con due parabole sul regno dei Cieli, termina la sosta a Betania.
La parabola delle dieci vergini (Mt 25,1-13).
Cinque savie e cinque stolte (Mt 25,2-5).
“Ecco lo sposo!” (Mt 25,6-10).
Conseguenze della stoltezza (Mt 25,11-13).
Vigilanza, vigilanza, vigilanza.
La virtù della libertà dalle ricchezze
Beati quelli che Gesù benedice.
La parola di Gesù è tutto il bene dei poveri.
La virtù della libertà dalle ricchezze
Per i poveri l’unico tesoro è la parola di Dio.
La parabola del banchetto nuziale (Mt 22,2-14).
Il banchetto nuziale (Mt 22,2).
Malizia degli invitati(Mt 22,3-6).
Nefaste conseguenze della malvagità (Mt 22,7-8).
I commensali del Regno (Mt 22,9-10).
La veste nuziale(Mt 22,11-14).
Cause che attirano l’ira del Re.
Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti
Popolo avvelenato nei suoi capi
Motivi che causeranno la distruzione del Tempio
207. Alla grotta di Betlemme la Madre rievoca la nascita di Gesù.
Maria rievoca il viaggio a Betlemme
Desierio di peregrinare a Betlemme
Vedere attraverso ad una luce angelica
Il Natale: nascita del Bambino Gesù
Benedetta providenziale natura.
L’amore e il potere fusi compiono il desiderio del Verbo.
Protagonista del cantico dei cantici
Sulla incarnazione e sulla maternità
208. Maria SS. rivede il pastore Elia e con Gesù va da Elisa a Betsur.
Augurare al più cativo il maggior bene.
La Buona Novella parla d’amore e perdono.
Giardini celebri nel mondo di allora.
Amica-compagna-maestra di Maria
Pianto che fa disperare viene dal maligno.
La speranza della risurrezione
La terra promessa è il Regno di Dio.
Le anime nonstanno nel sepolcro.
Importanza del sacrificio per i defunti.
209. La fecondità del dolore nel discorso di Gesù presso la casa di Elisa a Betsur.
Rispettare il dolore degli altri.
Maria si offre da badante a Elisa
Da semplici pastori a discepoli del Messia
Servire Dio nel prossimo (discorso)
Ci sono dolori sempre più grandi del proprio
Volontà di servire Dio nel prossimo.
Massima dimensione di un atto buono.
210. Le inquietudini di Giuda Iscariota durante il cammino verso Ebron.
L’Iscariota, apostolo inquieto.
I fiumi non sono larghi alla sorgente.
Notizie sulla casa del Battista.
Il Messia rionosciuto dagli ebroniti.
Il pentimento annulla la colpa
Criteri per riconoscere il vero Messia.
La Legge di Dio è amore misericordioso.
I servi di dio divenuti idoli e mummie
212. Un’onda di amore per Gesù, che a Jutta parla dalla casetta di Isacco.
Quando Gesù si rifugia in un cuore fedele.
L’anima supera la beatitudine.
L’uomo è obbligato a conoscere Dio
Per rispetto verso la propria ragione.
Predicare Dio con una vita onesta
Tutto è paglia quanto è umano.
213. A Keriot una profezia di Gesù e l’inizio della predicazione apostolica.
Inizia la predicazione apostolica.
4° capitolo della storia, dei Maccabei
Inizio della predicazione Apostolica
Difesa da una accusa ingiusta.
Profezia sul tradimento al Messia.
Applicazione del testo biblico
Profezia sul tradimento dell’ Iscariota e la sua morte
Il destino della massa complice
Il pianto ell’apostolo tenebre
214. La madre di Giuda si confida con la Madre di Gesù, giunta a Keriot con Simone Zelote.
Porfiria, donna quieta, casta e silenziosa
A due a due per evangelizzare.
Confessione di una madre infelice.
Prega il Signore che faccia per il meglio.
215. L’albergatore di Betginna e la sua figlia lunatica.
Quando uno è convinto persuade sempre
Cercando alloggio per il Messia
Chi sa per esperienza offre certezza.
Chi crede che Gesú puó guarire e avanti nella fede
Gratitudine e conversione dell’albergatore Samuele.
216. Le infedeltà dei discepoli nella parabola del soffione.
Procedono in silenzio e accaldati.
217. Le spighe colte nel giorno di sabato.
I discepoli ebbero fame (Mt 12,1; Mc 2,23; Lc 6,1).
Scandalo farisaico (Mt 12,2; Mc 2,24; Lc 6,2)..
Davide in giorno di sabato (Mt 12,3-4; Mc 2,25-26; Lc 6,3-4)
I sacerdoti in giorno di sabato.(Mt 12,5-6).
L’amore misericordioso e la Legge(Mt 12,7-8; Mc 2,27-28;Lc 6,5).
Dio provvede a nutrire i poveri.
218. L’arrivo ad Ascalona, città filistea, Regno dei cieli e sopravivenza dell’anima.
Esperienze di evangelizzazione.
Cercando l’entrata nella città.
Pietro evangelizza Anania il filisteo
Perché Regno dei Cieli e non della terra?
Il Messia per le vie d’Ascalona.
Ascalona un’imitazione di Roma.
In quattro gruppi per evangelizzare Ascalona.
Il Messia evangelizza senza parlare.
Il Messia evangelizza la ricca padrona.
Gesù evangelizza la povera Dina.
Guarigione della mamma di Dina.
219. I diversi frutti della predicazione degli apostoli nella città di Ascalona.
Deludente intervento dell’Isacariota.
Evangelizzazione di Pietro secondo Natanaele.
I discepoli si correggono prima di correggere.
Evangelizzazione di Giovanni secondo Tommaso.
Evangelizzazione di Giuda Taddeo
220. Gli idolatri di Magdalgad e il miracolo sulla partoriente.
La forza dell’odio e dell’amore.
El Mesias proclama su diivinidad
Il Messia vuole fede nella sua miissione.
Nulla è inutile neppure la disfatta.
221. Le prevenzioni degli apostoli verso i pagani e la parabola del figlio deforme.
Monte, mare e pianura di ondulata belezza.
Evangelizzazione senza frontiere
Destinati ad evangelizzare il mondo
L’evangelizzazione più difficile.
La ricerca delle anme tesori di Dio.
Le anime si cercano senza prevenzioni.
Importanza di ricerca anime in terre lontane
Per la speranza di salvare degli spiriti.
Perché Dio sia conosciuto, amato da tutte le genti.
Per sodisfare l’anelito dello spirito al Cielo, a Dio.
Per aiutare lo spirito a tornare alla sua origini.
Lo spirito ha fame di Dio, di Verità.
Per aiutare gli spiriti a venire al’Amore alla Luce.
Il bambino deforme nel corpo e nella razza.
Fame, freddo e solitudine del cuore del deforme
Il padre Benedisse il servo buono.
Il ministero dei servi di un Dio infinito,
Dovere di portare a Dio Padre i figli deformi
Come la preghira universaale è universale il ministero.
Ragioni per insistere nel ministero universale.
222. L’apostolo Giovanni ha il modo di Gesù e sa tenere un segreto.
Capacità di mantenere un segreto.
Giovanni tiene nascosto Il segreto.
Curiosità indiscreta degli apostoli.
Intensità persuasiva di Pitro.
La famigli di Giovanni è Dio Padre, Gesù e Maria.
Giovanni ha il modo e lo stile di Gesù.
223. Una carovana nuziale evita l’assalto dei predoni dopo un discorso di Gesù.
Una cacofonia data dallo spavento.
Non è mai tardi per ravvedersi
224.Il potere dell’uione con Dio. L’arrivo a Bètér.
La volontad y la mirada del Mesías.
Il Messia non violenta nessuno.
Dibattito sulla volontà e lo sguardo di Gesù
Il potere dell’unione con Dio.
La chiave dell’unione con Dio.
Un Eden di bellezza e di pace.
Lavoro per centintinai di servi.
Marziam con gli lucidi di gioia.
Maternità spirituale di Elisa.
225. Il paralitico della piscina di Betsaida e la disputa sulle opere del Figlio di Dio.
Tutti gli apostoli meno l’Iscariota.
Ingenuità e semplicità degli apostol.
La piscina di Betseida (Gv 5,1-4).
Guarigione del paralitico (Gv 5,5-9).
Le iene in aguato (Gv 5,10-13).
“Non peccare mai più (Gv 5,14-15)”.
Chi viola il sabato non è inviato da Dio.
Il Mesías si dichiara Figlio di Dio. (Gv 5,16-18).
Natura e Potere divino del Messia (Gv. 5,19-20).
Autorità divina del Messia (Gv 5,21-23).
Culto alla mirabile Trinità (Gv 5,24-27).
La Fede che dà vita eterna (Jn 5,24)
Risurrezione degli spiriti(Gv 5,24-27).
Risurrezione dei corpi (Gv 5,28-30).
Testimoni della missione divina del messia
Testimonianza del Battista (Gv 5,31-35).
Testimonianza delle opere (Gv 5,36).
Testimonianza di Dio-Padre (Gv 5,37-38).
Testimonianza della scrittura (Gv 5,39-40).
Le cause dell’incredulità (Gv 5,41-44).
Testimonianza di Mosè (Gv 5,45-47).
226. Un buon segno da Maria di Magdala. Morte del vecchio Ismaele.
La speranza dell’anima vittima.
La speranza dell’anima vittima.
“Le redenzioni hanno un pudore profondo”.
228. In barca verso Betsaida, dove Marziam viene affidato a Porfirea.
La buona volontà e l’aiuto di Dio.
“Un discepolo non deve mai aver paura”
La buona volontà e l’aiuto di Dio.
Un buon momento dell’Iscariote
Tutti a terra, pecorelle comprese.
Porfiria, la mamma – discepola.
229. Discorso ai cittadini di Betsaida sul gesto di carità di Simon Pietro.
La novità del figlio adottivo di Pietro.
Gesù invitato a guarire la figlia del sinagogo.
Le ripercussioni di un atto buono (Discorso).
É carità soccorrere il prossimo.
Solo il giudizio dei buoni ha valore.
Le ripercussioni di un atto buono.
[1]Quest’Opera è manifestazione, è rivelazione, è venuta del FIGLIO DELL’UOMO, in compimento della Sua profezia: “ La venuta del Figlio dell’Uomo sarà come nei giorni di Noè e di Lot. Così sarà il tempo in cui il Figlio dell’Uomo si rivelerà” (Mt 24,37-40; Lc 17,26-30). La Malvagità di oggi ha superato la Malizia di quei tempi, fedelmente Gesù ha compiuto la sua promessa. Gesù si è rivelato in quest’Opera? Quindi Gesù è venuto. Come il Verbo venne a Nazaret fatto Uomo, per redimere; rimasse con noi fatto Pane, per nutrirci; Ora il Verbo è tornato a noi fatto Libro, per la Nuova Evangelizzazione del mondo.
[2] 12 giugno 1945. Poema: III, 48
[3] 13 giugno 1945. Poema: III, 49
[4] Saul disse ai suoi ministri: “Cercatemi una negromante, perché voglio andare a consultarla”. I suoi ministri gli risposero: “Vi è una negromante nella città di Endor”.(I Samuele 28,7). Saul morì a causa della sua infedeltà al Signore, perché non aveva ascoltato la parola e perché aveva evocato uno spirito per consultarlo. Non aveva consultato il Signore (I Cronache 10,13);
[5] Samuele prese allora l’ampolla dell’olio e gliela versò sulla testa, poi lo baciò dicendo:”Ecco: il Signore ti ha unto capo sopra Israele suo popolo” (I Samuele 10,1)
[6] Allora Samuele disse a tutto Israele: “Ecco ho ascoltato la vostra voce in tutto quello che mi avete chiesto e ho costituito su di voi un re. Da questo momento ecco il re procede davanti a voi. Quanto a me sono diventato vecchio e canuto…” (I Sam. 12,1-2)
[7] I Sam 17,1-52 Davide disse a Saul: “Nessuno si perda d’animo a causa di costui. Il tuo servo andrà a combattere con questo Filisteo” (17,32). Davide ebbe il sopravvento sul Filisteo con la fionda e con la pietra e lo colpì e uccise, benché Davide non avesse spada (17,50)
[8] Come Davide risparmiò Saul nella caverna di Engaddì : I Sam.24,1-23
[9] Come Davide risparmiò Saul sull’altura di Achila (Cachilà) I Sam 26,1-25
[10] La disubbidienza che causo la rottura con Samuele: I Sam 13,6-15. E un’altra disubbidienza che fece esclamare a Samuele: “Il Signore forse gradisce gli olocausti e i sacrifici come obbedire alla voce del Signore? Ecco, obbedire è meglio del sacrificio, essere docili è più del grasso degli arieti. Poiché peccato di divinazione è la ribellione, e iniquità e idolatria l’insubbordinazione. Perché hai rigettato la parola del Signore, egli ti ha rigettato come re” (I Sam 15,22-23)
[11] Saul vuole uccidere Davide davanti a Samuele: I Sam 19,18-24
[12] Come entrò in Saul lo spirito di gelosia che lo spinse a numerosi attentati: I Sam 18,6-16; 19,8-10
[13] “Se un uomo si rivolge ai negromanti e agli indovini per darsi alle superstizioni dietro a loro, io volgerò la faccia contro quella persona e la eliminerò dal suo popolo” (Levitino 20,6) Ecco l’ultimo delitto di Saul.
[14] Genesi 3,6-7
[15] Il signore Dio lo scacciò dal giardino di eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto. Scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita (Genesi 3,23-24)
[16] I Sam. 28,15-18
[17] Non praticherete alcuna sorta di divinazione o di magia. Non vi rivolgete ai negromanti né agli indovini; non li consultate per non contaminarvi per mezzo loro. Io sono il Signore, vostro Dio. (Levitino 19,26.31).
“Non si trovi in mezzo a te chi immola, facendoli passare per il fuoco, il suo figlio o la sua figlia, né chi esercita la divinazione o il sortilegio o l’augurio o la magia; né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore…” (Deuteronomio 18,10-12)
[18] 14 giugno 1945. Poema: III, 50
[19]IL VANGELO ETERNO: In seguito si recò in una città chiamata Naìm e facevano la strada con Lui i discepoli e grande folla (Lc 7,11).
[20] IL VANGELO ETERNO: Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto (Lc 7,12).
[21] IL VANGELO ETERNO: figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei (Lc 7,12).
[22]IL VANGELO ETERNO: Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere!». E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Giovinetto, dico a te, alzati». Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre (7,13-15).
[23]IL VANGELO ETERNO: Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo». La fama di questi fatti si diffuse in tutta la Giudea e per tutta la regione (Lc 7,16-17).
[24] 15 giugno 1945. Poema: III, 51
[25] Genesi 19,23-29
[26] 16 giugno 1945. Poema: III, 52
[27] Paralipomeni 4,9-10
[28]IL VANGELO ETERNO: Diceva anche ai discepoli: «C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. (Lc 16,1.19-21).
[29] . EL EVANGELIO ETERNO: Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, (Lc 16,2O.
[30]EL EVANGELIO ETERNO: deseoso de saciarse de lo que caía de la mesa del rico. Hasta los perros venían a lamer sus llagas. (Lc 16,21).
[31]IL VANGELO ETERNO: Un giorno il povero morì e fu portato dagli angli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto nel inferno (Lc 16,22)
[32]EL EVANGELIO ETERNO: El rico también murió y fue enterrado en el infierno (Lc 16,22).
[33] L’Inferno è un Carcere orrendo dove l’anima mangia e beve fuoco e tenebre eterne; è l’Abissotenebroso dove l’anima si rovina per sempre: “Se i peccatori germogliano come l’erba e fioriscono tutti i malfattori, li attende una rovina eterna” (Sal 92,8); è la Fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti: “Alla fine del mondo gli angeli raccoglieranno tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 13,41-42); è la Genna delle torture senza fine: “Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue” (Mc 9,47; Is 66,24); è lo strato di marciume e vermi: “Negli inferi è precipitato il tuo fasto, la musica delle tue arpe; sotto di te v’è uno strato di marciume, tua coltre sono i vermi” (Is 14,11); è lo stagno di fuoco: “Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. E’ questa la seconda morte” (Apocalisse 21,8).Perciò “Umilia profondamente la tua anima, perché castigo dell’empio sono fuoco e vermi” (Siracide 7,17).
[34]IL VANGELO ETERNO:Natura dell’inferno: Allora gridando disse: Padre, Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura (Lc 16,23-24).
[35] Carcere e catene: “Gli angeli che non conservarono la loro dignità ma lasciarono la propria dimora, egli li tiene in catene eterne, nelle tenebre, per il giudizio del gran giorno” (Giuda 6)
[36]EL EVANGELIO ETERNO: Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. (Lc 16,23).
[37]EL EVANGELIO ETERNO: Entonces gritando dijo: Padre, Abraham, ten piedad de mí y manda Lázaro a mojar en el agua la punta del dedo y mojarme la lengua, porque esta llama me tortura(Lc 16,24).
[38]IL VANGELO ETERNO: Durata dell’inferno: Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi (Lc 16,25-26).
[39]IL VANGELO ETERNO:E quegli replicò: “Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. (Lc 16,27-28).
[40]IL VANGELO ETERNO: L’incredulità: Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvedranno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi” (Lc 16,29-31).
[41] Nel presente Testo, si trova dopo, aggiunta un opportuno chiarimento dottrinale: Al Divino Amore, solamente a causa dell’impenitenza ostinata, succede l’implacabile Divina giustizia
[42] 17 giugno 1945. Poema: III, 53
[43] 2 Samuele 18,21-22.36-38 (III Re)
[44] 18 giugno 1945. Poema: III, 54
[45] 19 giugno 1945. Poema: III, 55
[46] Giacobbe fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa (Genesi 28,12)
[47] “Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi” (Apocalisse 1,17-18). “Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediantela morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare cos’ quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Ebrei 2,14-15)
[48] “ ‘Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri’ (Sal 68,19). Ma che significa la parola “ascese”, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra (e la giù negli inferi)? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose” (Efesini 4,8-9)
[49] “Sei salito in alto conducendo prigionieri, hai ricevuto uomini in tributo: anche i ribelli abiteranno presso il Signore Dio” (Salmo 6819)
[50] “Quanto a te, per il sangue dell’alleanza con te, estrarrò i tuoi prigionieri dal pozzo senz’acqua. Ritornate alla cittadella, prigionieri della speranza!” (Zc 9,11-12).
[51] “In spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione” (1 Pietro 3,19). “Infatti è stata annunziata la buona novella anche ai morti, perché pur avendo subito, perdendo la vita del corpo, la condanna comune a tutti gli uomini, vivano secondo Dio nello spirito” (1 Pt. 4,6)
[52] Nota: all’opposto dei galilei che dicono la prima consonante come un sgi molto strascicato e l’ultima vocale molto aperta, quasi fosse due e con accento grave, come “père” dei francesi.
[53] “Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo,m né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro” (Esodo 20,8-11; Deuteronomio 5,12-15)
[54] “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero” (Gv 5,17)
[55] “Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” (Gv 4,24)
[56] Il Signore Dio disse al serpente: “Io porrò inimicizia tra te e la Donna, tra la tua stirpe e la sua Stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Genesi 3,15). La Donna è Maria e la sua Stirpe destinata a schiacciare la testa del diavolo è Gesù e quelli che avranno il suo spirito.
[57] Giacobbe disse a Giuda: “Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli” (Genesi 49,10). Infatti lo scettro appartiene a Gesù e a Lui è dovuta l’obbedienza dei popoli.
[58] 20 giugno 1945. Poema: III, 56
[59] Giudici 19,22-28
[60] 21 giugno 1945. Poema: III, 57
[61]< in calce > Nota. Se l’anima sa rimanere in Grazia, quindi deificata, non per identità di sostanza, ma per elevazione all’ordine sopranaturale
[62]< vedi, anche per quel che segue: Genesi 1,26-31; 2,18-24
[63]< in margine > Nota. Sinché l’uomo rimase nell’ordine, non ebbero origine in lui i veleni della triplice concupiscenza che lo fecero delirante, poi ribelle, poi decaduto
[64]< aggiunge > senza che alle ordinate leggi di Dio, inerenti alla moltiplicazione e popolazione della terra, si unisse il disordine della malizia, anzi “si sostituisse”
[65]< Qui, dunque, si distinguono e si ponderano sei amori secondo la volontà di Dio e perciò degni del nome di amore: amore di prima potenza, verso Dio; di seconda potenza, cioè dei genitori verso i propri figli (e viceversa, senza dubbio); di terza potenza, cioè dello sposo verso la propria sposa e viceversa; di quarta potenza, verso (il rimanente de) il prossimo; di quinta potenza, verso la scienza; di sesta potenza, verso il lavoro >
[66]< Secondo quest’Opera le fonti di informazione circa la Madonna sono tre: Gesù, Maria stessa, Giuseppe >
[67]< in calce e in margine > Maria – Santuario perpetuo e purissimo dove il Dio Uno e trino fece perpetua dimora, non fu mai separata dalla Sapienza: il verbo di Dio fu sempre in Lei, vera arca portatrice della Parola eterna, e nessuna creatura la conobbe come ella la conobbe questa Parola che è sapienza Divina, che avrebbe preso carne in Lei e che ancora e sempre sarebbe stata in Lei
[68] 22 giugno 1945. Poema: III, 58
[69]< cioè i commentari rabbinici della Bibbia. Vedine un tipo in Sapienza Cap.16 al 19 > Infatti in questi capitoli l’autore aggiunge particolari ai racconti biblici, interpretandoli liberamente secondo il genere letterario del midrash.
[70] 23 giugno 1945. Poema: III, 59
[71]< In tutta quest’Opera Gesù viene presentato e si comporta come vero Dio, che tutto sa, e come vero Uomo, che può non conoscere qualche cosa, persona o avvenimento: o perché e nel senso che l’Eterno suo Padre (fonte suprema di ogni verità e manifestazione) vuole tenerli nascosti all’Umanità del Figlio suo; o perché e nel senso che l’Umanità di Gesù non li conosce “per esperienza umana” fino a che non cadono sotto i suoi sensi. Perciò si legge nel 2° volume, a pag. 172 del Poema: “Quanto potrei ignorare come uomo, e mal giudicare, conosco e giudico come Figlio di Dio”. Inoltre si consideri che Gesù soltanto quando lo riteneva necessario e giovevole faceva manifestamente apparire e sentire la sua Divinità, mentre ordinariamente non la faceva pesare ma la teneva occultata o volontariamente la occultava dietro i veli della sua Umanità, comportandosi, interrogando, parlando, facendosi trattare o accettando di venir trattato come se fosse soltanto uomo. In altre parole: come e più di qualsiasi personalità, spesso amava l’incognito (Lc 2,39-52; Gv 7,10). E perciò usava o poteva usare certe frasi che rispecchiano il modo consueto del parlare umano: ogni uomo infatti che non abbia mai visto una persona, ha bisogno di preavviso o di presentazione per sapere con sicurezza chi essa sia: altrimenti può errare, affibbiando ad una il nome o i titoli di un’altra persona.
[72] 24 giugno 1945. Poema: III, 60
[73] Isaia 7,10-16; 11,1-9
[74] 25 giugno1945. Poema: III, 61
[75] Esodo 12,3
[76] 26 giugno 1945. Poema: III, 62
[77] Esodo 22,21-23; Deuteronomio 24,17-18; 27,19
[78] “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò” (Genesi 22,2). Questa prova superata da Abramo fu sostituita per il rito di consacrazione di ogni primogenito a Dio, come il Signore disse a Mosè: “Consacrami ogni primogenito, il primo parto di ogni madre tra gli Israeliti – di uomini o di animali -: esso appartiene a me” (Esodo 13,1-2). Ricorda anche la morte dei primogeniti egiziani per la liberazione di Israele dalla condizione di schiavitù (Es. 13,11-16): “Quando io colpii tutti i primogeniti nel paese d’Egitto, io mi riservai in Israele tutti i primogeniti degli uomini e degli animali; essi saranno miei. Io sono il Signore”(Numeri 3,13); significa anche l’appartenenza a Dio come popolo santo: “Il primogenito dei tuoi figli lo darai a me. Così farai per il tuo bue e per il tuo bestiame minuto. Voi sarete per me uomini santi” (Es 22,28-30); significa anche il tributo che Israele deve pagare a Dio per rimanere suo popolo: “Ogni essere che nasce per primo dal seno materno è mio… Ogni primogenito dei tuoi figli lo dovrai riscattare. Nessuno venga davanti a me a mani vuote” (Es 34,19-20).
[79] Tobia 12,6-7
[80]Il Signore disse a Mosè e ad Aronne: “Riferite agli Israeliti: questi sono gli animali che potrete mangiare fra tutte le bestie che sono sulla terra…” (Levitico 11,1ss) e segue l’elenco degli animali mondi e immondi (Deuteronomio 14,3-21). Questa legge è cessata per noi cristiani da quando il Signore ha detto: “Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più immondo” (Atti 10,15).
[81] 27 giugno 1945. Poema: III, 63
[82] 28 giugno 1945. Poema: III, 64
[83]IL VANGELO ETERNO: Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli” (Lc 11,1).
[84]IL VANGELO ETERNO: Il Padre nostro: Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi oli rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male (Mt 6.9-13).
[85] Adamo ed Eva, dopo il loro peccato, udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”. Rispose: “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto” (Gen 3,8-10).
[86] s. Paolo ricorda che “dietro il secondo velo c’era una Tenda, detta santo dei Santi” (Ebrei 9,3), ma il primo e il secondo velo stavano dietro la cortina della prima Tenda (Esodo 26,31-37; 36,35-38). Perciò il Signore dice: “anche il ricordo di Dio è celato dietro triplice velo.
[87] “Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita” (Gen 2,7)
[88] Davide faceva trasportare l’Arca di Dio. Ma quando furono giunti all’aia di Nacon, Uzzà stese la mano verso l’arca di Dio e vi si appoggiò perché i buoi la facevano piegare. L’ira del signore si accese contro Uzzà; dio lo percosse per la sua colpa ed egli morì sul posto, presso l’arca di Dio”… Davide in quel giorno ebbe paura del Signore (1 Samuele 6,6-9);
[89] “Il Signore disse a Mosè: “Parla ad Aronne, tuo fratello, e digli di non entrare in qualunque tempo nel santuario, oltre il velo, davanti al coperchio che è sull’arca; altrimenti potrebbe morire” (Levitico 16,2)
[90] “Noi abbiamo un sommo sacerdote così grande che si è assiso alla destra del Trono della maestà nei cieli” (Ebrei 8,1). “Cristo, venuto come sommo sacerdote di beni futuri, con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna” (Eb. 9,11ss). “avvendo dunque, fratelli, piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, per questa via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne; avendo noi un sacerdote grande sopra la casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza” (Eb 10,19ss).
[91] “Non è il Signore il Padre che ti ha creato?”(Dt 32,6). “Io sono un Padre per Israele” (Ger. 31,9). “Voi siete figli per il signore Dio vostro”(Dt 14,19. “Noi abbiamo un solo Padre: Dio” (Gv 8,41). “Un solo Dio, Padre di tutti” (Ef.4,6). “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio”(1Gv 3,1-2). “Come un Padre ha pietà dei suoi figli”(Sal.103,13. “Avrò compassione di loro come il padre ha compassione”(Malachia 3,17).
[92] Per santificare il nome del Signore bisogna conoscerlo: “Il mio popolo conoscerà il mio nome”(Is 52,6); bisogna amarlo: “Al tuo nome si volge tutto il nostro amore”(Is 26,8); bisogna servirlo: Il sacerdote e il levita “farà il servizio nel nome del Signore “ (Dt 18,5.6-7); “E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui gazie a Dio Padre” (Col 3,17).
Si santifica il nome del Signore: Proclamandolo: “Voglio proclamare il nome del Signore”(Dt 32,3). Cantandolo: “Fra i popoli canterò inni al tuo nome”(2Sam 22,50). Lodandolo: “Lodiamo il tuo nome glorioso”(1Cr 29,13). Esaltandolo: “Esaltiamo insieme il suo nome”(Sal 34,4). Invocandolo: “Lodate il Signore e invocate il suo nome”(Sal 105,1). Ringraziandolo: “Rendo grazie al tuo nome”(Sal 138,2). Benedicendolo: “Voglio benedire il tuo nome in eterno”(Sal 145,1). Celebrandolo: “I giusti celebrano il tuo nome santo”(Sap 10,20). Glorificandolo: “Glorificherò il tuo nome”(Sir 51,1). Ma soprattutto con la santificazione della propria vita.
[93] “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 6,33). Con il Vangelo del Regno di Dio il Signore chiama a raccolta il suo popolo per istaurare con esso il suo Regno, ma il popolo non risponde, come sta scritto: “Per qual motivo non c’è nessuno, ora che io sono venuto? Perché, ora che chiamo, nessuno risponde? E’ forse la mia mano troppo corta per riscattare oppure io non ho la forza per liberare?” ( Is 50,2). “Io avevo chiamato e nessuno ha risposto, avevo parlato e nessuno ha ascoltato” (Is 66,4). Quei pochi che rispondiamo desideriamolo con tutta la forza della nostra volontà questo Regno.
[94] “Il regno di Dio è gioia nello Spirito Santo”(Rm 14,17). “Il Signore asciugherà le lacrime su ogni volto” (Is 25,7-10). “Dio vi ricondurrà con gioia per sempre. Vi darà con la salvezza, una gioia perenne”(Bar 4,23.29). “Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio”(Is 62,3). “Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti la amate. Sfavillate di gioia con essa voi tutti che avete partecipato al suo lutto: Ecco io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la prosperità; come un torrente in piena la ricchezza dei popoli. Come una madre consola un figlio così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore”(Is 66,10.12-13).
[95] “Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: eccolo qui, o: eccolo là. Perché il Regno di Dio e dentro di voi”(Lc 17,21). “Voi innalzerete il vostro canto come nella notte in cui si celebra una festa; avrete la gioia nel cuore come chi parte al suono del flauto, per recarsi al monte del Signore, alla Roccia d’Israele”(is 30,29)
[96] “Il Regno di Dio infatti non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo”Rm 14,17).
[97] “Il regno di Dio non consiste in parole, ma in potenza”(1Cor 4,20). Il regno di dio si basa “sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza”(1Cor 2,4)
[98] “Il regno, il potere e la grandezza di tutti i regni che sono sotto il cielo saranno dati al popolo dei santi dell’Altissimo”( Dn 7,27)
[99] Alcune condizioni per istaurare il Regno: Sforzo personale:“Regno di Dio viene annunziato e ognuno si sforza per entrarvi” (Lc 16,16). “Il Regno dei cieli soffre violenza e chi fa violenza su se stesso lo conquista”(Mt 11,12). Spiritualizzarsi: “Se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio. Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,3.5). Distacco delle cose terrene: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”(Mt 5,3). Purezza di cuore: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”(Mt 5,8). Pazienza nelle contrarietà: “Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”(Mt 5,10).Conversione e semplicità: “Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”(Mt 18,3). Perseveranza: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”(Lc9,62)
[100]“Egli mi ha detto: “tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra. Le spezzerai con scettro di ferro, come vasi di argilla le frantumerai”(Sal 2,7-9). “Il Signore sarà re di tutta la terra e ci sarà il Signore soltanto, e soltanto il suo nome” (Zaccaria 14,9). “Il regno del mondo appartiene al Signore nostro e al suo Cristo: egli regnerà nei secoli dei secoli”(Ap.11,15). “Il Regno sarà del Signore”(Abdia 21).Queste profezie annunziano che il Regno del Messia sarà abbraccerà tutta la terra dei cieli soffre violenza e chi fa violenza su se stesso lo conquista”(Mt 11,12). Spiritualizzarsi: “Se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio. Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,3.5). Distacco delle cose terrene: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”(Mt 5,3). Purezza di cuore: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”(Mt 5,8). Pazienza nelle contrarietà: “Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”(Mt 5,10).Conversione e semplicità: “Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”(Mt 18,3). Perseveranza: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”(Lc9,62)
“Egli mi ha detto: “tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra. Le spezzerai con scettro di ferro, come vasi di argilla le frantumerai”(Sal 2,7-9). “Il Signore sarà re di tutta la terra e ci sarà il Signore soltanto, e soltanto il suo nome” (Zaccaria 14,9). “Il regno del mondo appartiene al Signore nostro e al suo Cristo: egli regnerà nei secoli dei secoli”(Ap.11,15). “Il Regno sarà del Signore”(Abdia 21). “al tempo di questi re, il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto e non sarà trasmesso ad altro popolo: stritolerà e annienterà tutti gli altri regni, mentre esso durerà per sempre” (Dn2,44)
[101] “Il suo regno è un regno eterno e il suo dominio di generazione in generazione” (Dn 3,100). “Allora il regno, il potere e la grandezza di tutti i regni che sono sotto il cielo saranno dati al popolo dei santi dell’Altissimo, il cui regno sarà eterno e tutti gli imperi lo serviranno e obbediranno” (Dn 7,27). “Al Re dei secoli incorruttibili, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli” (1Tm1,17). Il regno messianico, regno temporale dei secoli corruttibili, dopo la fine del mondo sarà regno celeste, divino, dei secoli incorruttibili. Quindi, eterno come Dio. “Benedetto Dio che vive in eterno il suo regno dura per sempre” (Tb. 13,2).
[102] Le virtù teologale sono la Fede, la speranza e la Carità. La Fede “La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova (convinzione, certezza) di quelle che non si vedono” (Ebrei 11,1). La fede perfetta è quella fissa in Dio: “la vostra fede e la vostra speranza sono fisse in Dio” (1Pt 1,21) e il possesso di questa fede in modo eroico si ha quando non si pongono condizioni alla parola di Dio: “Avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38). “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (Atti 5,29). La speranza: E’ il possesso sicuro delle promesse di Dio: “Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto,non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza” (Rm 8,24-25). La speranza perfetta è quella fissa in Dio: “La vostra fede e la vostra speranza sono fisse in Dio” (1Pt 1,21). Si ha questa virtù in modo eroico, quando si spera contro ogni speranza, come Abramo: “Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza… Per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento” (Rm 4,18-22). L’Amore: L’amor più grande: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). L’amore perfetto: “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,44-48)
[103] IL VANGELO ETERNO: 5Poi aggiunse: “Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani, 6perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti; 7e se quegli dall’interno gli risponde: Non m’importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli; 8vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza (Lc 11,5-8).
[104] IL VANGELO ETERNO: 9Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 10Perché chichiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto (Lc 11.9-10)
[105] IL VANGELO ETERNO: 11Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? 12O se gli chiede uovo, gli darà uno scorpione? 13Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!” (Lc 11,11-13).
[106] “Nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male, Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce; poi la concupiscenza concepisce e genera il peccato, e il peccato, quand’è consumato, produce la morte” (Giacomo 1,13-15).
[107] 29 giugno 1945. Poema: III, 65
[108] Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio: il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa… non è lontano di ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, poiché di lui stirpe noi siamo” (Att. 17,23-28). “Dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità” (Rm 1,20).
[109] “Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita (anima spirituale) e l’uomo divenne un essere vivente” (Genesi2,7). “E ritorni la polvere alla terra, com’era prima, e lo spirito torni a Dio che lo ha dato” (Qoèlet 12,7). Dio inspirò nell’uomo un’anima attiva e gli infuse uno spirito vitale e poi sarà richiesto all’uomo l’uso fatto di quest’anima (cf. Sap.15, 8.11)
[110]Fase di creazione: “Avevo avuto in sorte un’anima buona” (Sap 8,19) Tutte le anime vengono dalla stessa sorgente di bontà che è Dio perciò tutti abbiamo ricevuto in sorte un’anima buona è il corpo corruttibile che appesantisce l’anima (Sap 9,15) e sono i desideri della carne quelle che fanno guerra all’anima (1Pt 2,11). Quindi non conviene vivere secondo la carne. “poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete” (Rm 8,12-13)
[111]Ricreazione: “Se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio” (Gv 3,3). Rinascere, convertirsi, rinnovarsi è impegno giornaliero dell’anima che vuole progredire: “l’uomo interiore si rinnova di giorno in giorno” (2 Cor 4,16). “Dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente, e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Efesini 4,22-24). “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono” (Rm 12,2).
[112]Di perfezione: “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). “Per il resto, fratelli, state lieti, tendete alla perfezione” (2Cor 13,11). “Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza: Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è vincolo di perfezione” (Colossesi (3,12-14)
[113] 30 giugno1945. Poema: III, 66
[114]IL VANGELO ETERNO: Il figlio prodigo:Disse ancora: «un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro la sostanza(Le 15,11-12).
[115]IL VANGELO ETERNO: Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolse le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto (Lc 15,13).
[116]IL VANGELO ETERNO: Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno (Lc 15,14).
[117]IL VANGELO ETERNO Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava (Lc 15,15-16).
[118]IL VANGELO ETERNOBeneficio della riflessione: Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! (Lc 15,17).
[119]IL VANGELO ETERNO Frutto dell’umiltà: Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre (Lc 15,18-20)
[120]IL VANGELO ETERNO L’amore misericordioso del padre:Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro gli si gettò al collo e lo baciò. (Lc 15,20-24).
[121]IL VANGELO ETERNO: Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato contro il Cielo e contro dite; non son più degno di esser chiamato tuo figlio”. (Lc 15,21).
[122] IL VANGELO ETERNO: Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa (Lc 15,22-24).
[123]IL VANGELO ETERNO: L’egoismo del figlio fedele: Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso (Le 15,25-30).
[124]IL VANGELO ETERNO: Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso (Le 15,29-30).
[125] IL VANGELO ETERNO:Il Padre ama senza misura: Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,3 1-32).
[126] 1 luglio 1945. Poema: III, 67
[127]IL VANGELO ETERNO: Dieci vergini: Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: «Il Regno dei Cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo (Mt 25,1).
[128]IL VANGELO ETERNO: Le vergini stolte e le vergini sagge
Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono (Mt 25,2-5).
[129]IL VANGELO ETERNO: “Ecco lo sposo”: A mezzanotte si levò un grido: “Ecco lo sposo, andategli incontro!” Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a .mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. Ora, mentre quelle andavano per arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa (Mt 25,6-10).
[130]IL VANGELO ETERNO: “Vegliate!”: Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25,11-13).
[131] Mt 6,5-6. 16-18
[132]< Tobia 12,6-7. Il libro di Tobia in alcune versioni figura dopo i libro sari, in altre dopo i sapienziali >
[133] Luca 1,46-48
[134] Ester 2,1-18
[135] Poema: III, 68
[136]IL VANGELO ETERNO: Il Regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio (Mt 22,2).
[137]IL VANGELO ETERNO:Malizia degli invitati :Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze.Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; Altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero (Mt 22,3-6).
[138]IL VANGELO ETERNO:Disgraziate conseguenze: Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni (Mt 22,7-8).
[139]IL VANGELO ETERNO: I commensali:andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali (Mt 22,9-10) .
[140]IL VANGELO ETERNO:L’abito nuziale: Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti” (Mt 22,11-14).
[142] Genesi 35, 16-20
[143]< Beth-lehem infatti, secondo l’interpretazione corrente, significa: casa del pane >
[144] Mancava ancora un tratto di cammino per arrivare ad Efrata, quando Rachele partorì ed ebbe un parto difficile. Mentre esalava l’ultimo respiro, essa lo chiamò Ben-Oni (figlio del mio dolore). Ma Giacobbe lo chiamò Beniamino (figlio di buon augurio). Così Rachele morì e fu sepolta lungo la strada verso Efrata, cioè Betlemme (Genesi 35,16-20).
[145] “Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino” (Apocalisse 22,16)
[146] “Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (Numeri 24,17)
[147] “E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti” (Michea 5,2)
[148] Mt 1,18-25
[149]< cioè nelle Encenie, o festa della Dedicazione o festa delle Luci, venticinquesimo giorno del mese di Kisleu (o Casleu, come riporta comunemente la scrittrice). Giuda e i suoi fratelli si radunarono il mattino del venticinque del nono mese, cioè il mese di Casleu, e offrirono il sacrifico secondo la legge sull’altare degli olocausti che avevano rinnovato. Poi giuda e i suoi fratelli e tutta l’assemblea d’Israele stabilirono che si celebrassero i giorni della dedicazione dell’altare nella lo ricorrenza, ogni anno , per otto giorni, cominciando dal venticinque del mese di Casleu. (I Maccabei 4, 36-61; II° Maccabei 10,1-8; Gv 10,22)
[150] Lasciò perciò il seno del Padre e l’abbraccio reciproco che forma lo Spirito Santo.
[151] In Cielo le due Persone rimaste contemplarono le opere del Verbo rimanendo però ugualmente a Lui unite per fondersi: Pensiero e amore, alla Parola operante sulla terra < e spiega in calce e in margine > Nota. L’unione ipostatica per la quale il Verbo, essendo realmente nella carne del figlio di Dio e Maria, non cessò d’essere Uno col Padre e quindi con l’Amore; non cessò d’essere il Santo dei Santi, perché tale era per Divina Natura e tale fu nella Natura umana, per grazia e per volontà perfettissime. Dei molti Attributi divini, durante il tempo mortale e come Verbo fattosi Uomo, non perdette < in un certo senso > che l’Eternità, dovendo conoscere la morte, e l’Immensità essendo costretto in un’umanità, sempre e solo per i trentatré anni in cui fu in tutto simile a noi fuorché nel peccato
[152] 4 luglio 1945. Poema: III, 70
[153] “Cantico dei cantici, (il Cantico per eccellenza), che è di salomone” (Cantico dei Cantici 1,1)
[154] “Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità, Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?” Qoèlet 1,1-2; 11,7; 12,
[155] “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d’Israele. Riconoscerete che io dono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese” (Ezechiele 37,12-14)
[156] Il nobile giuda, fatta una colletta, con un tanto a testa, per circa duemila dra me d’argento, le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio espiatorio agendo così in modo molto buono e nobile, suggerito dal pensiero della risurrezione. Perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati,sarebbe stato superfluo a e vano pregare per i morti. Ma se egli considerava la magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato” ( II Maccabei 12,38-46).
[157] 5 luglio 1945. Poema: III, 71
[158] 6 luglio 1945. Poema: III, 72.
[159] 7 luglio 1945. Poema: III, 73
[160] “Stabilitevi le città di rifugio, perché l’omicida che avrà ucciso qualcuno per errore o per inavvertenza, vi si possa rifugiare; vi serviranno di rifugio contro il vendicatore del sangue. L’omicida fuggirà in una di quelle città e, fermatosi all’ingresso della porta della città, esporrà il suo caso agli anziani di quella città; questi lo accoglieranno preso di loro dentro la città, gli assegneranno una dimora ed egli si stabilirà in mezzo a loro. Se il vendicatore del sangue lo inseguirà,essi non gli daranno nelle mani l’omicida, perché ha ucciso il prossimo senza averne l’intenzione, senza averlo prima odiato” (Giosuè 20,1-5).
[161] ‘Bisogna adorare Te solo, o Signore’: “Per i peccati da voi commessi di fronte a Dio sarete condotti prigionieri in Babilonia. Giunti in Babilonia, vi resterete molti anni e per lungo tempo fino a sette generazioni; dopo vi ricondurrò di là in pace. Ora, vedrete in Babilonia idoli d’argento, d’oro e di legno, portati a spalla, i quali infondono timore ai pagani. State attenti dunque a non imitare gli stranieri; il timore dei loro dèi non si impadronisca di voi. Alla vista di una moltitudine che prostrandosi davanti e dietro a loro li adora, pensate: “Te dobbiamo adorare, signore”. Poiché il mio angelo è con voi, egli si prenderà cura di voi” (Baruc 6,1-6).
[162] “Essi hanno una lingua limata da un artefice, sono indorati e inargentati, ma sono simulacri falsi e non possono parlare. Come si fa con una ragazza vanitosa, prendono oro e acconciano corone sulla testa dei loro dèi. Non temeteli, dunque!: Talvolta anche i sacerdoti, togliendo ai loro dèi oro e argento, lo spendono per sé, dandone anche alle prostitute nei postriboli.
Adornano poi con vesti, come si fa con gli uomini, questi idoli d’argento, d’oro e di legno; ma essi non sono in grado di salvarsi dalla ruggine e dai tarli. Sono avvolti in una veste purpurea, ma bisogna pulire il loro volto per la polvere del tempio che si possa abbondante su di essi. Come un governatore di una regione, il dio ha lo scettro, ma non stermina colui che lo offende. Ha il pugnale e la scure nella destra, ma non si libera dalla guerra e dai ladri. Per questo è evidente che non sono dèi; non temeteli, dunque!” (Baruc 6,7-14).
[163] Baruc 6,15-39
[164] Deuteronomio 23,1
[165] 8 luglio 1945. Poema: III, 74
[166] “tutto ciò forse non ti accade perché hai abbandonato il Signore tuo Dio? … La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Riconosci e vedi quanto è cosa cattiva e amara l’avere abbandonato il signore tuo Dio e il non aver più timore di me” (Geremia 2,17-19).
[167] “Già da tempo hai infranto il tuo giogo, hai spezzato i tuoi legami e hai detto: Non ti servirò! Infatti sopra ogni colle elevato e sotto ogni albero verde ti sei prostituita. Io ti avevo piantato come vigna scelta, tutta di vitigni genuini; ora, come mai ti sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda? Anche se ti lavassi con la soda e usassi molta potassa, davanti a me resterebbe la macchia della tua iniquità” (Geremia 2,20-22).
[168] “Perché osi dire: non mi sono contaminata, non ho seguito i baal? Considera i tuoi passi là nella valle, riconosci quello che hai fatto, giovane cammella leggera e vagabonda, asina selvatica abituata al deserto: nell’ardore del suo desiderio aspira l’aria; chi può frenare la sua brama? Quanti la cercano non devono stancarsi: la troveranno sempre nel suo mese” (Ger. 2,23-24)
[169] “Bada che il tuo piede non resti scalzo e che la tua gola non si inaridisca! Ma tu rispondi: No. E’ inutile, perché io amo gli stranieri, voglio seguirli” (Ger 2,25).
[170] “Come si vergogna un ladro preso in flagrante così restano svergognati quelli della casa di Israele, essi, i loro re, i loro capi, i loro sacerdoti e i loro profeti. Dicono a un pezzo di legno: Tu sei mio padre, e a una pietra: Tu mi hai generato. A me essi voltan le spalle e non la fronte; ma al tempo della sventura invocano: Alzati, salvaci! E dove sono gli dèi che ti sei costruiti? Si alzino, se posson salvarti nel tempo della tua sventura; poiché numerosi come le tue città sono, i tuoi dèi! Perché vi lamentate con me? Tutti voi mi siete stati infedeli” (Ger 2,26-29).
[171] Esodo 32,30-34
[172]Nota scritta il 9 luglio del 43
[173] [9 luglio 1945.] Poema: III, 75
[174] 2 Maccabei 4,1-50
[175] Il suddetto Simone, che si era fatto delatore dei beni e della patria, diffamava Onia, come se avesse percosso Eliodoro e fosse stato l’organizzatore dei disordini; osava definire nemico della cosa pubblica il benefattore della città, il protettore dei cittadini, il difensore delle leggi. L’odio era giunto a tal punto che si compirono delle uccisioni da parte di uno dei gregari di Simone. (2 Mac 4,1-5)
[176] Giàsone, fratello di Onia, volle procurarsi con la corruzione il sommo sacerdozio e, in un incontro con il Re, gli promise trecentosessanta talenti d’argento… se gli fosse stato concesso di stabilire di sua autorità una palestra e un campo d’addestramento e di erigere una corporazione d’Antiocheni a Gerusalemme. Ottenuto il potere si diede subito a trasformare i suoi connazionali secondo i costumi greci e sradicando le leggi cittadine inaugurò usanze perverse. Fece costruire una palestra attigua al Santuario. Obbligo ai giovani a portare il pètaso (cappello di Ermes, dio della lotta e delle gare). Raggiunse il colmo dell’ellenizza- zione. Anche i sacerdoti non erano più premurosi del servizio all’altare, ma, disprezzando il tempio e trascurando i sacrifici, si affretarono a partecipare agli spettacoli contrari alla legge nella palestra (cfr. 2 Mac 4,7-17).
[177] “ Ma appunto a causa di queste li sorprese una grave situazione e si ebbero quali avversari e punitori proprio coloro le cui istituzioni seguivano con zelo e a cui cercavano di rassomigliare in tutto. Non è cosa che resti impunita il comportarsi empiamente contro le leggi divine” (2 Mac 4,16-17).
[178] Colui che mangia il pane con me (Gv 13,18); “Colui che ha intinto con me la mano nel piato, quello mi tradirà” (Mt 26,23); “La mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola” (Lc 22,21)
[179] Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti e disse: “Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?”. E quelli gli fissarono trenta monete d’argento (Mt 26,14-15).
[180] Il traditore aveva dato loro questo segnale dicendo: “Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!”. E subito si avvicinò a Gesù e disse: “Salve, Rabbì!”. E lo baciò. (Mt 26,48)
[181] 2 Mac 4,38
[182] Genesi 4,9-12
[183] 10 luglio 1945. Poema: III, 76
[184] 11 luglio 1945. Poema: III, 77
[185] 12 luglio 1945. Poema: III, 78
[186] 13 luglio 1945. Poema: III, 79
[187]IL VANGELO ETERNO: In quel tempo Gesù passò tra le messi in giorno di sabato, e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere spighe e, sfregandole con le mani, le mangiavano. (Mt 12,1; Mc 2,23; Lc 6,1).
[188]IL VANGELO ETERNO: Alcuni farisei dissero a Gesù: “Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare in giorno di sabato. Perché fanno ciò che non è permesso di sabato?” (Mt 12,2; Mc 2,24; Lc 6,2)
[189]IL VANGELO ETERNO: Ma egli rispose loro: “Non avete mai letto che cosa fece Davide quando si trovò nel bisogno ed ebbe fame, lui e i suoi compagni? Come entrò nella casa di Dio, sotto il sommo sacerdote Abiatàr, e mangiò i pani dell’offerta, che soltanto ai sacerdoti è lecito mangiare, e ne diede anche ai suoi compagni?” (Mt 12,3-4; Mc 2,25-26; Lc 6,3-4).
[190]IL VANGELO ETERNO: “O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio infrangono il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora Io vi dico che qui c’è qual cosa più grande del tempio” (Mt 12,5-6).
[191]IL VANGELO ETERNO: “Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia Io voglio e non sacrificio, non avreste condannato individui senza colpa”. E diceva loro: “Il sabato è stao fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è Signore anche del sabato!”. (Mt 12,7-8; Mc 2,27-28;Lc 6,5).
[192] 14 luglio 1945. Poema:III, 80
[193] 15 luglio 1945. Poema: III, 81
[194] 16 luglio 1945. Poema: III, 82
[195] 17 luglio 1945. Poema: III, 83
[196] 18 luglio 1945. Poema: III, 84
[197] 19 luglio 1945. Poema: III, 85
[198] 20 luglio 1945. Poema: III, 86
[199] 21 luglio 1945. Poema: III, 87
[200]IL VANGELO ETERNO: Vi fu poi una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. V’è a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, una piscina, chiamata in ebraico Betzaetà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. (Un angelo infatti in certi momenti discendeva nella piscina e agitava l’acqua; il primo ad entrarvi dopo l’agitazione dell’acqua; guariva da qualsiasi malattia fosse affetto). (Gv 5,1-4).
[201]IL VANGELO ETERNO: Si trovava là un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù vedendolo disteso e, sapendo che da molto tempo stava così, gli disse: “Vuoi guarire?”. Gli rispose il malato: “Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me”. Gesù gli disse: “Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina”. E sull’istante quell’uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare. Quel giorno però era un sabato. (Gv 5,5-9).
[202]IL VANGELO ETERNO: Dissero dunque i Giudei all’uomo guarito: “E’ sabato e non ti è lecito prender su il tuo lettuccio”. Ma egli rispose loro: “Colui che mi ha guarito mi ha detto: Prendi il tuo lettuccio e cammina”. Gli chiesero allora: “Chi è stato a dirti: “Prendi il tuo lettuccio e cammina?”. Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato, essendoci folla in quel luogo. (Gv 5,10-13).
[203]IL VANGELO ETERNO: Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: “Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio”. Quell’uomo se ne andò e disse ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo (Gv 5,14-15).
[204]IL VANGELO ETERNO: Per questo i Giudei cominciarono a perseguitare Gesù, perché faceva tali cose di sabato. Ma Gesù rispose loro: “Il Padre mio opera sempre e anch’Io opero”. Proprio per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio (Gv 5,16-18)
[205]IL VANGELO ETERNO: Gesù riprese a parlare e disse: “In verità, in verità vi dico, il figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati.” (Gv. 5,19-20).
[206]IL VANGELO ETERNO: “Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole; il Padre infatti non giudica nessuno ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre” (Gv 5,21-23).
[207] IL VANGELO ETERNO: Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato” (Gv 5,23).
[208] IL VANGELO ETERNO: “In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. (Jn 5,24)
[209]IL VANGELO ETERNO: “In verità, in verità vi dico: è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno. Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha cocesso al figlio di avere la vita in se stesso; e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo” (Gv 5,25-27).
[210]IL VANGELO ETERNO: “Non vi meravigliate di questo, poiché verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno; quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna. Io non posso far nulla da me stesso; giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 5,28-30).
[211]IL VANGELO ETERNO: “Se fossi Io a render testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera; ma c’è un altro che mi rende testimonianza, e so che la testimonianza che egli mi rende è verace. Voi avete inviato messaggeri da Giovanni ed egli ha reso testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché possiate salvarvi. Egli era una lampada che arde e risplende, e voi avete voluto solo per un momento rallegrarvi alla sua luce” (Gv 5,31-35).
[212]IL VANGELO ETERNO: “Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che Io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato” (Gv 5,36).
[213]IL VANGELO ETERNO: “e anche il Padre, che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me. Ma voi non avete mai udito la sua voce, né avete visto il suo volto, e non avete la sua parola che dimora in voi, perché non credete a colui che egli ha mandato” (Gv 5,37-38).
[214]IL VANGELO ETERNO: “Voi scrutate le Scritture credendo di aver in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testi- monianza. Ma voi non volete venire a me per avere la vita” (Gv 5,39-40).
[215]IL VANGELO ETERNO: “Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma Io vi conosco e so che non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome dal Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste. E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo” (Gv 5,41-44).
[216]IL VANGELO ETERNO: “Non crediate che sia Io ad accusarvi davanti al Padre; c’è già chi vi accusa, Mosè, nel quale avete riposto la vostra speranza. Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?”. (Gv 5,45-47)
[217] 22 luglio 1945. Poema: IV, 88
[218] 23 luglio 1945, ore 8 ant. Poema: IV, 88
[219]< Segue, nel testo originale, la scena del martirio di due giovani cristiane, in un luogo descritto minutamente ma “…che non riesco assolutamente a raffigurare con un disegno”. La “visione” è introdotta con queste parole: “Forse per consolarmi della visione perduta e farmi passare l’inquietudine che mi resta addosso quando per delle cose tutte umane sono impedita di occuparmi del mio lavoro, mi si presenta ora nitidamente la visione…” E, a chiusura, la breve spiegazione: “Mi dice Gesù: ‘Hai conosciuto la storia delle martiri e vergini Flora e Maria di Cordova, al tempo che la Spagna era in mano dei Mori, nel nono secolo. Sante martiri, quasi ignorate, ma come beate in Cielo’ ”>
[220] 24 luglio 1945. Poema: IV, 89
[221] 25 luglio 1945. Poema: IV, 87
[222] Tobia disse a suo padre: “Egli (L’arcangelo Raffaele) mi ha condotto sano e salva, mi ha guarito la moglie, è andato a prendere per me il denaro e infine ha guarito te!” Tobia 12,3
[223] Raffaele disse a Tobia prima di avvicinarsi al padre: “Io so che i suoi occhi si apriranno. Spalma il fiele del pesce sui suoi occhi; il farmaco intaccherà e asporterà come scaglie le macchie bianche dai suoi occhi. Così tuo padre riavrà la vista e vedrà la luce”
[224] Tobia 12,8-9
[225] Tobia 12,12
[226] La figlia del Faraone scese per prendere un bagno al fiume: vide la cesta in mezzo al canneto. Aprì e vide dentro un fanciullo che piangeva. Ne ebbe compassione (Esodo 2,5-6)
[227] Il Signore disse a Mosè: “Ho visto l’oppressione del mio popolo , ho udito il suo grido. Voglio scendere a liberarlo… E ora va’: ti invio dal Faraone per fare uscire il mio popolo dall’Egitto” (Esodo 3,7-9)
