LA PAROLA CHE DA’ LA VITA ETERNA.
Catechismo di Gesù Messia. Teologia del Regno dei Cieli. Rivelazioni dei misteri sigillati. L’Apocalisse completa.
Libro 4
CAP. 275 – 335
27 dicembre 1943 – 1° marzo 1944
SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI
A cura di Fray Jesus Maria de Cabanaconde S.O.S
Servo dell’Ordine dei Salvatori
S O M M A R I O
Portatori della gloria di Dio alle genti.
L’immobilità e la gloria di Dio.
276. La Vittima senza difetto.
Il primo dolore e il primo pianto.
Il nome compendia la perfezione e la missione.
Come e dove va scalfito questo segno.
278. Cristianesimo rinnegatore del Cristo.
Lascia i morti seppellire sé stessi.
Dolce visione di Gesù e di Maria.
In previsione delle ultime ore.
La ferita della mano sinistra.
282. Abbiate fede. Essa vi salverà.
Ciò che vorrebbe l’amore patrio.
Il Formatore del mondo stellare.
Contemplazione del Volto Santo.
285. Giovanni coppia di Gesù, Giuda coppia di lucifero.
È carità sopportare i disturbatori.
Il sole e le tenebre nel gruppo apostolico.
Contemplazione del gruppo apostolico.
287. Il dono della profezia e i baciati da Dio.
Simbolo di tre anime vittime..
288. Maria: Il beato transito.
Visione del transito di Maria.
La mirra che ricopre la terra.
290. La teoria della rincarnazione.
291. Esistenza e opera di Satana.
Il regno di satana e la sua manifestazione.
E’ delitto negare il Vangelo e la Chiesa.
La messa nera e l’entità infernali.
Guai a voi astrologhi, indovini e satanisti.
293. Salvare, la più grande delle carità.
L’arma per vincere la guerra di Satana.
Angoscia per i troppi che si dannano.
294. Potere sovrano dello Spirito Santo
Requisiti per conoscere lo Spirito Santo.
Il mistero della presenza viva del nostro Dio.
Convertirsi allo Spirito Santo.
Tornate sui sentieri del Cristo.
La mediatrice di tutte le grazie.
La mite agnella e la più pacifica dell’ulivo.
296. Contemplazione del Paradiso.
Agnese, Cecilia Teresa di Liseux.
297. La rincarnazione, antitesi della risurrezione.
L’unica sola vita corporale e spirituale.
Risveglio beato con il bacio di Maria Ss.
299. Stoltezza della rincarnazione.
Unica, sola e irrepetibile vita.
Solo lo spirito eredita il Regno di Dio.
301. L’agente vero ed unico dei Martiri è l’amore.
Locuzione ricevuta del Portavoce.
Assorta nella contemplazione della martire.
303. Il Perfezionatore delle opere del Verbo.
304. Esistenza e natura dell’Inferno.
Differenza fra purgatorio e inferno.
Le cause del tormento infernale.
La natura del tormento: l’Odio.
La vita incomincia dopo la morte.
305. Il primogenito di tutte le creature
Generato prima di ogni creatura.
Tutte le cose sussistono in Lui.
Primogenito di coloro che risuscitano dai morti.
Dio che riconcilia a sé tutte le cose.
306. Vivere secondo la fede nel Cristo.
I figli di Dio e figli di Satana.
La religione dei figli di Satana.
Il sacrificio satanico o messa nera.
Compiere tutto nel nome di Gesù.
L’imprecazione è odio che fermenta.
Doppia offesa alla persona di Cristo.
Conseguenze dell’incredulità e dell’anticarità.
309. Due versioni della deposizione di Agnese.
Visione dello spirito glorioso di Agnese.
Parole di introduzione ad una visione.
Parole di preparazione a una lezione.
Conversione d’Israele al cristianesimo..
Il tempo di tre anni e sei mesi.
L’Abominazione della desolazione.
Ultimi eventi e fine del mondo.
311. Errori e orrori che partoriranno l’Anticristo.
Segni dei ministri diabolici dell’Apocalisse.
Il Leopardo: l’uomo feroce e falso.
L’Anticristo: perfezione dell’Orrore.
Il piccolo corno: estremo livore di Satana.
sgombri di sollecitudini umane.
La cisterna dell’acqua divina.
313. Il Sacerdote e le Chiese nel mondo.
Gli idoli del potere e la gloria umana.
314. La morte dell’universo e la fine del mondo.
Ricomposizione della carne e degli organi.
I risvegliati alla fine del mondo.
Tempo fra la fine e il Giudizio universale.
Tempo necessario per una espiazione.
Il velo che vestirà i corpi risorti.
Fulgido segno inciso nello spirito.
Ai confini della vita saremo giudicati.
Esperienze di mistiche diverse.
Esperienze mistiche di Maria Valtorta.
Prova del valore divino dell’Opera.
317. Nel campo del soprannaturale.
Sotto il getto corrosivo della tentazione.
La Vergine, Maestra di preghiera.
318. La Grazia sgorga dal cuore di Cristo.
L’acqua scaturiva dal lato destro.
Futuro senza il Cristo che sostiene.
Onde vitali arginate dalla lotta contro il Cristo.
Lotta che culminerà nell’Anticristo.
Una casa al ciglio della mulattiera.
Il fluido dell’amore nelle mani di Gesù.
I tre fanciulli che piacquero a Dio
Fede che procede dall’amare Dio.
Il generatore delle “bestie” apocalittiche.
Fede e ringraziamento la loro forza.
Preceduti dall’angelo nella fornace.
Potenza della fede e del ringraziamento.
Amplificare la lode e il ringraziamento.
321. Quando arriva l’ora dell’olocausto.
Consacrarsi alla volontà di Dio-Padre.
Superare la prova del silenzio.
Con Gesù Messia verso l’olocausto.
L’arresto e l’abbandono di tutti.
Sotto la condanna del potere religioso.
Lo schiaffo e la benda sugli occhi.
Lo sguardo a Pietro e il canto del gallo.
Sotto il giudizio del potere politico.
Giudicato da Erode e rimandato a Pilato.
Dichiarato per seconda volta innocente.
La flagellazione, l’incoronazione, la condanna.
Preparativi alla flagellazione.
Salita al Calvario carico della Croce.
322. L’amore di compartecipazione.
L’amore di fussione e di compartecipazione.
Pesantezza della mente carnale.
All’altare non salgono gli impuri.
Le facoltà del “portavoce” di Gesù.
Dolce lamento e soave consolazione.
Gesù avanza in cerca di un luogo solitario.
La Madre dell’evangelizzatore.
Il Figlio non ha segreti per la Madre.
Gesù non ha segreti per Maria.
La Trinità nel cuore dell’uomo giusto
Abitazione della Trinità nei cuori.
Consumazione del cibo del rito pasquale ebraico.
La comunione eucaristica a Maria.
Salita al Calvario (continuazione)
326. La crocifissione e la deposizione.
L’arrivo alla cima del Calvario.
Le strade che conducono alla cima.
Gesù arriva alla cima del calvario.
Maria e Giovanni ai piedi della Croce.
L’agonia della Grande Vittima.
Gesù rimane solo nel suo sepolcro.
Maria sola col suo ricordo di strazio.
Veronica dà alla Madre il sudario.
328. Contemplazione del Crocifisso.
Particolari su Maria Ss. E S. Giovanni.
Riparare i delitti fatti con le mani.
Riparare i delitti fatti coi piedi.
Riparare i delitti di idolatria date alla carne.
Riparare alle colpe della mente.
Riparare i delitti del culto alle forme del corpo.
Le pie donne preparano gli aromi
Vista della resurrezione concessa al Portavoce.
Il pane di dolore per il Portavoce.
Illustrazione della visione della Risurrezione.
Le guardie, un fascio di burattini.
Un grido di sconfinato, adorante amore.
331. Lavoro per necessità spirituale.
Fascicolo sui dolori della vita di Gesù
Benedizione a chi accetta il dono.
Parola di introduzione ai “Vangeli della fede.
Preghiere e messa dei martiri.
335. Martirio di Perpetua, Felicita e compagni.
Una fortezza adibita a carcere.
275. I Quattro Evangelisti[1].
Portatori della gloria di Dio alle genti.
Dice Gesù:
1«Sono i miei quattro evangelisti coloro che, fuoco sprigionante fuoco, portano la mia Voce nella direzione voluta dai loro spiriti accesi. Portano la mia Gloria alle genti, perché mi fanno conoscere e dànno col loro ardore moto al tuono[2] su cui sfolgora la mia Maestà di Dio, Redentore e Maestro. Il loro spirito, vivente eterno in seno a Dio, muove le mistiche ruote e dà, senza mezzi umani, ad esse vita poiché è spirito di Vita.
Ancora evangelizzano.
2A venti secoli di distanza non sono forse essi che ancora evangelizzano e dirigono a Me la massa degli umani e quella dei credenti, ed empiono del fragore santo del mio insegnamento la Chiesa Romana, sonante della mia Voce che rimbomba come voce d’organo sotto le volte mistiche del Tempio smisurato di Dio che vi accoglie, o cristiani non fedifraghi, spenti o rinnegatori, e che si stende vasto come un firmamento su tutta la Terra e le genti accoglie all’ombra della Croce e del Tabernacolo?
Il rumore d’immense acque.
3Non è la loro parola, eco della mia Parola scesa nei loro cuori e fatta in essi Luce per volere dello Spirito di Dio, quella che con rumore d’immense acque vi riporta il tono della voce sublime di Dio?
Il rumore delle moltitudini.
4Non è nel rumore dei loro passi il rumore delle moltitudini che la loro parola ha attirate a Me, simile a rumore di armata in cammino, della santa armata di Cristo, loro Duce a Signore, che vince con essi le forze d’Inferno e conquista per essi e con essi il Cielo?
Simbolismo dello stile.
5Non è nel loro aspetto (e qui non alludo al simbolismo del volto, ma dello stile) quelli che vi riportano così viva e perfetta la mia quadruplice figura di Uomo divino nella mia Umanità perfetta, non dissimile alla vostra nei bisogni e nelle passioni, ma sublimata a Perfezione che vi insegna a quali vertici occorre portare sé per essere dei Cieli e quali vi aveva fatti il Padre per i Cieli? La mia pazienza e forza per cui ho vinto Satana, la Morte e il Mondo, e vi ho vinto con l’amore e trascinato come masso di marmo pario sulla salita la cui vetta è il Cielo? Il mio coraggio, il mio eroismo rispetto al quale quello del leone è nullo, perché Io non ho il coraggio di chi assale per nutrire il suo io, ma il coraggio eroico e sublime di chi si fa assalire e uccidere per fare di Sé cibo di vita ai languenti della Terra?
6Non è soprattutto la mia Divinità che splende e balena nell’Intelligenza e vi porta dal centro dei Cieli la Luce, e vi porta la Carità, e vi porta la Sapienza, e vi porta la Conoscenza, e vi porta il Dio, Uno e Trino, facendovi cogniti del Padre e possessori dello Spirito, rapendovi ad altezze in cui solo chi ha fatto della sua pesantezza umana una spirituale levità vola come aquila chiamata da un amore a congiungimenti eterni in cui più non siete uomini ma dèi?
L’immobilità e la gloria di Dio.
7Non vi insegnano col loro rimanere immoti, adorando, quando la mia Voce tuona nei Cieli, la grande verità che non vi è voce più grande della mia, più santa e vera, e che ogni altra voce, ogni altra potenza, deve tacere e fermarsi quando Essa parla, per accoglierla come gemma inestimabile e portarla in sé per mostrarla alle folle e rapirle a Dio?
8Non riposa la mia Gloria su loro come su sicuro trono e non splende la mia Luce su questi benedetti che hanno seminato l’Orbe della mia Parola e l’hanno cristianizzato e redento ammaestrandolo del Redentore e Dio Gesù Cristo?
Il Vangelo antico e nuovo.
9Nùtriti, o figlia diletta, di questa santa Parola che essi ti portano e che Io ti dono. Poiché sei destinata a ripetere insegnamenti del Verbo[3] che prende la tua pochezza per sbalordire i grandi e consolare gli umili, accetta il cibo che Io ti offro e non lo ricusare. Se la sua materia ti pare ostica e immangiabile come pesante rotolo di pergamena, sappi che te ne spezzo i sigilli a te ne sbriciolo le parti poiché t’amo, e ti voglio nutrire di cibo santo.
10Apri il tuo cuore a saziane l’insaziabile fame, perché il cuore che ha conosciuto Dio ha di Lui insaziata fame. Il mio Vangelo antico e nuovo sarà miele dolcissimo allo spirito tuo.»
276. La Vittima senza difetto[4].
Il primo dolore e il primo pianto.
Dice Maria:
1«Il primo pianto del mio Bambino ha tremato nell’aria otto giorni dopo la Nascita. Era il primo dolore del mio Gesù.
2Egli era l’Agnello e come agnello fu marcato col segno del Signore perché fosse a Lui consacrato: Primogenito, secondo la legge divina e secondo la legge umana, fra tutti i viventi.
3Già la sua consacrazione a Dio Padre era avvenuta in Cielo quando Egli si era offerto Riparatore della colpa e Redentore dell’uomo, cangiando la sua spirituale natura in quella di Uomo, Verbo fatto Carne per desiderio d’amore.
4Vittima già deposta sulla pietra del celeste altare, Vittima santa e senza difetto, Egli non aveva bisogno d’altre consacrazioni sempre imperfette a paragone della sua sublime. Ma tale era la Legge[5] e nessuno, fuorché quelli ai quali Dio aveva rivelato la natura del Figlio mio, conosceva come il Bambino della donna galilea fosse il Santo, l’Unto del Signore, il Pontefice eterno, il Redentore e Re. Perciò la Legge doveva compiersi per questo maschio primogenito, nato al Signore e a Lui offerto secondo il suo Volere.
5Circoncisi tutti, i figli di Abramo, ma il segno sui primogeniti era veramente l’anello che li univa a Dio e li consacrava all’altare. Presso al nostro altare non potevano essere offerti coloro che prima non avessero già sofferto per il Signore questi sponsali mistici. Due volte santi i primogeniti ebrei e per la circoncisione e per l’offerta al Tempio. Infinitamente santo l’Innocente che piangeva sul mio seno dopo aver sparso le prime stille di quel Sangue che è perdono[6].
Condizioni per conoscere Dio.
6Se i presenti al rito avessero avuto lo spirito vivo, avrebbero compreso quale Maestà si celava dietro quelle Carni infantili e avrebbero adorato Iddio apparso fra gli uomini per portare gli uomini a Dio. Ma allora, come ora, gli uomini avevano il cuore ingombro da quanto è pratica e non religione, interesse e non distacco dal mondo, egoismo e non carità, superbia e non umiltà. Il volto di Dio non apparve dunque ai loro occhi tralucendo dalle Carni dell’Innocente.
7Per conoscere Iddio bisogna fare scopo della vita la ricerca di Dio. Allora Egli si svela senza più mistero, ossia con quel tanto di mistero che Egli, nella sua Sapienza, giudica esser bontà serbarvi per non incenerirvi col suo Fulgore, poiché ‑ sappilo, Maria ‑ la visione di Dio quale è ‑ e come solo in Cielo è concesso vedere, poiché in Cielo sono già spiriti che la santità ha reso atti a contemplare Iddio ‑ è di una tale potenza che solo la nostra natura fatta a somiglianza di Dio può sopportarla, così come un figlio può sempre vedere la potenza e la bellezza del padre suo senza sentirsene sgomento e avvilito.
8È nel Cielo, oltre la vita umana, che l’uomo prende la vera somiglianza di Dio, è allora che può affissarlo ed accrescere il suo fulgore col Fulgore divino, la sua beatitudine contemplando l’Amore che vi[7] ama.
Il sangue degli innocenti.
9Il Sangue del mio Figlio chiese, nel suo gocciare, purpureo corteo di altro sangue innocente.
10I piedi del Cristo avrebbero corporalmente calpestato il terreno aspro della Palestina, reso ancor più nemico al suo andare dal malvagio volere umano che ai rovi e alle pietre del cammino univa il suo livore, l’insidia, il tradimento e il delitto.
11IL Re dei Giudei e il Re del mondo non ha avuto molli e preziosi tappeti sotto il suo piede. Anche nell’ora del breve trionfo umano ‑ così umano che, essendo frutto di esaltazione di folla per il presunto re dei Giudei, per colui che avrebbe ridato lustro al popolo ebreo, cadde come ala di vento che più non gonfia la vela a si mutò in bufera ‑ anche allora Egli non ebbe che povere vesti e rami di ulivo, omaggio dei poveri, sotto alla sua ancor più povera cavalcatura[8].
12Ma quanto gli uomini non vedevano, vedeva l’Uomo‑Dio sulla terra e vedeva Dio in Cielo; e quando il mio Cristo tornò al Cielo, dopo il martirio, per ricevere l’abbraccio del Padre, i suoi Piedi trafitti volarono rapidi su un prezioso tappeto di porpora viva, che era rimasto come scia santa dalla terra al Cielo quando i primi martiri del Figlio mio ‑ i piccoli innocenti[9]‑ erano caduti come manipoli di spighe falciate dal mietitore e come prati di fiori in boccio tagliati a divenire fieno, imporporando del loro sangue la via del Cielo.
Precursori del Redentore.
13Ogni redenzione ha bisogno di precursori che la preparino. E non tanto con la parola quanto col sacrificio. La Redenzione, ormai iniziata, ebbe alla sua alba il sacrificio dell’innocenza spenta dalla ferocia e al suo meriggio il sacrificio della penitenza uccisa dalla lussuria a cui la penitenza è rimprovero[10].
14Il Sangue del Golgota cadde fra questi due eroici sangui per insegnarvi che è tra l’innocenza e la penitenza che il Redentore si posa, e che il Sangue del Cristo chiama il vostro sangue alla gloria del dolore per santificarlo e per santificare il mondo unendosi al Sangue santissimo del Figlio mio.»
277. Il nome di Gesù[11].
“Al Dio ignoto”.
Dice il Padre Eterno:
1«Scrivi, ché vi è chi lo desidera e pensa a questo.
2Paolo di Tarso, un tempo sinedrista convinto e persecutore accanito dei discepoli di Cristo, tornato alla Luce attraverso ad una folgorazione divina e divenuto l’Apostolo instancabile del Figlio mio, nell’Areopago d’Atene annunziò agli Ateniesi quel Dio ignoto al quale essi avevano dedicato un altare[12].
3Anche ora molti altari vivi sono privi del loro Dio e potrebbero scrivere sulla loro nudità religiosa almeno questa parola: “al Dio ignoto”.
Il nome compendia la perfezione e la missione.
4Non scrivono neppur questa, inferiori nel loro paganesimo agli Ateniesi di un tempo i quali, non soddisfatti dei loro simulacri senza vita vera e non offuscati da un languore religioso come voi siete, sentivano che al disopra del bugiardo Olimpo dei loro dèi, ai quali avevano prestato le loro passioni e i loro vizi, vi era un Dio vero e santo, e lo invocavano di farsi conoscere con quell’altare a Lui dedicato, sul quale ancor non era statua e nome in attesa che la Rivelazione divina ve li apponesse.
5Ma voi lo conoscete il Dio vero poiché Io ve l’ho rivelato da secoli e secoli e, non contento di rivelarvelo, vi ho mandato il Dio stesso non per bugiarda apparizione o per fugace dimora, ma rivestito di umana Carne e vivente fra voi per tutta una vita.
6Io, a quella Perfezione della Perfezione di Dio ‑ricordate, o uomini, che Dio è Carità, e il compendio e la perfezione della Carità si ha nel Cristo che si incarna per darvi la Vita ‑Io, a quella Perfezione scesa ad operare fra voi, ho dato un nome. Nome santo da Me voluto poiché nel suo Nome è il compendio della sua Perfezione a della sua missione sublime. Nome noto a Dio solo nel suo significato vero. Nome davanti al quale palpita di più vivo ardore la Divinità, splende di più beatifico splendore il Paradiso con tutte le sue teorie di angeli e di santi, trema l’abisso, e le forze dell’Universo inchinano le loro potenze, poiché riconoscono il nome del Re per cui tutte le cose sono state fatte[13].
La casa al nome di Dio.
7Nel nome tre volte santo e potente di Gesù è lo splendore e la gloria di Dio, Uno e Trino, poiché Egli è il Santo dei santi in cui si trova, come nel Tempio di Dio, Dio vivo, vero, perfetto come è in Cielo, eterno e operante come ruota che non conosce saldatura e che non cessa il suo moto nei secoli dei secoli antecedenti all’uomo e nei secoli dei secoli susseguenti all’uomo. Onde bene è detto nel Libro: “La casa al mio Nome non me la edificherai tu, uomo, ma tuo figlio che uscirà dalle tue viscere, sarà lui quello che edificherà una casa al mio Nome[14]”.
8Il Figlio dell’uomo, nato da donna di stirpe santa e a Me consacrata, per volere di Spirito Santo concepito senza peso di carnalità ma per sola infusione d’amore, il Nato di Maria che non aprì nel nascere il seno verginale, come nel concepirlo nessuno violò quel seno a Me consacrato, il figlio tuo per la Madre, o Umanità, e il Figlio mio per l’origine divina, sarà Quello che di Se stesso farà la Casa sulla quale è incisa la Gloria del mio Nome.
9Poiché siamo inscindibili nella nostra Trinità, e nel Cristo vi è il Padre, il Figlio e il Divino Spirito. Il Figlio non è che la Parola del Padre che ha preso forma per esser a voi Redenzione. Ma il suo annichilimento non spezza l’unione delle Tre Persone, poiché la Perfezione di Dio non conosce limitazioni e separazioni.
10Come potevate voi contenere Dio in tempio talmente infinito e santo quale la Divinità importa? Solo Dio stesso poteva essere tempio a Dio e portare il suo Nome senza che ciò fosse ironia e offesa. Solo Dio poteva abitare in Sé stesso e fare di Sé vivi i templi dell’uomo, sui quali non più mendace è il nome apposto dall’uomo poiché quel Nome Io ve l’ho detto.
Il segno di salvezza.
11Solo Dio poteva, o cristiani, darvi il suo Nome per segno di salvezza su tutte le stirpi della Terra, quel Nome che leggeranno gli angeli sulla fronte di chi non morrà in eterno e li preserveranno, per quel Nome, dai flagelli dell’ultima ora, come dalla seconda morte già ha preservato gli eletti che nella dimora celeste cantano la santità del Nome del mio Figlio.
12Guai a coloro che rinnegano quel Nome a lo offendono sostituendo ad esso, santo, il segno demoniaco di Satana, o che anche solo permettono al languore dello spirito di dimenticarlo come se una sostanza corrodente lo cancellasse dal loro io che ha Vita per quel Nome. La Morte, la vera Morte attende i misconoscitori del Nome del Figlio mio, al quale ho deferito ogni potere e ogni giudizio e nel Nome del quale si piega la mia Maestà ad ogni miracolo, come nell’Universo dovrebbe piegarsi ogni creatura in adorazione santa e soave.
Come e dove va scalfito questo segno.
13Oh! figli del mio Figlio ‑ che ha portato il suo Nome ad imporporarsi di divino Sangue sull’erta del Calvario e a splendere, unica luce del mondo oscurato, fra le tenebre del Venerdì santo[15], perché fosse il monito che dall’alto di una Croce accenna al Cielo per il quale siete stati fatti, e da secoli splende per continuarvi a ricordare il Cielo, e mai come ora balena per chiamarvi a Sé in quest’ira da voi creata, invocata, voluta, nella quale perite fra gorgogli di sangue e risate di demoni ‑ o figli del mio Figlio, scalfite nuovamente col vostro dolore che torna a Dio, colla vostra speranza che si rialza a Dio, con la vostra fede che le lacrime ribattezzano, col vostro amore che ritrova la via della Carità, il Nome santo di Gesù Cristo sull’ara del vostro cuore senza Dio, sul tempio profanato della vostra mente. Liberateli l’uno e l’altra dai simulacri di un culto che vi dà morte dello spirito. Ponete in essi e su essi il Dio vero. Amate, cantate, invocate, benedite, credete nel Nome del mio Figlio.
Il nome più grande.
14Nel Nome del Giusto, del Santo, del Forte, del Dominatore, del Vincitore. Nel Nome di Colui davanti al quale non resiste il Padre e per il quale lo Spirito effonde i suoi fiumi di grazia santificante. Nel Nome del Misericordioso che vi ama sino ad aver voluto conoscere la vita e la morte della terra ed a farsi Cibo per nutrire la vostra debolezza e Sacramento per rimanere fra voi oltre il suo ritorno al Cielo e portare in voi Dio.
15Io ve lo giuro per la mia Santità: non vi è, non vi fu, non vi sarà nome più grande di Questo. In Esso Io, Uno e Trino, sono con la mia manifestazione suprema di potenza a amore.»
Sulla data del dettato.
Dice ancora:
16«Metti la data di domani. Gesù Cristo, figlio di Davide, deve aver celebrato il suo Nome nel giorno del Profeta regale dal quale Maria proviene.»
278. Cristianesimo
rinnegatore
del Cristo[16].
Monito al Portavoce.
Dice Gesù:
1«E la parola del Signore ti è rivolta in questi termini, anche se tu non la vuoi udire poiché ti fa tremare il cuore e di timore e di pietà, per i giorni che vi sono serbati e per i fratelli che nei giorni dell’ira terribile non avranno Me nel cuore per loro conforto, e vedranno solo l’orrore di Satana e udranno solo le bestemmie di Satana e conosceranno solo la disperazione di Satana.
2Ho messo questa lacuna per monito agli indiscreti, mostrando e dimostrando che Io sono il Signore e Maestro al quale non vanno poste limitazioni o tesi, il quale non conosce limitazioni, per mostrare che Io sono quello che parlo e non tu, creatura, e meco ti conduco dove voglio: dalle rivelazioni e le contemplazioni di eterni veri e di celestiali visioni, alle considerazioni di quest’ora satanica in cui è annullato ogni riflesso di Cielo e ai frutti che dessa ora vi porta.
La civiltà del Cristo.
3O mio popolo, ascolta.
Ti avevo eletto alla più alta sorte e a te avevo affidato le gemme della mia Redenzione e la mia Dottrina nella Chiesa, fiorente sul tuo suolo come palmizio e cedro da cui fluiscono miele e vino e in cui trovano riparo tutti i viventi che vogliano aver riparo nell’arca vera della salvezza eterna.
4Da te come da un sole erano partiti raggi di una civiltà perfetta perché era la Civiltà del Cristo, la quale non si ammanta di scoperte atte a rendere molle la vita e crudele la sorte, ma di leggi sante, volte ad elevare l’uomo, a sollevare le sue miserie, ad istruire la sua ignoranza, poiché sono leggi venute dalla Fonte divina della Santità, della Carità, della Sapienza.
5Ti avevo dato una missione simile alla mia di Luce nel mondo.
Apostasia del cristianesimo.
6Mi hai rinnegato. Gerusalemme nuova, hai tradito il Cristo e infierito sui suoi santi e i suoi profeti e ti appresti ad infierire più ancora. Hai sopportato la croce e le chiese come arte e come mezzo per conseguire i tuoi scopi neopagani. Hai respinto il Cibo per satollare il tuo cuore di fango.
7Tutto il fango hai voluto conoscere e assaggiare e con gusto corrotto come quello di un immondo animale ora ti pare dolce al palato. E lussuria, prepotenza, ferocia, avidità, menzogna, corruzione, satanismo, sono i piatti di cui colmi la tua tavola. E castigo, castigo, castigo attiri su te, fabbrichi con le tue stesse mani e te lo infliggi, e invochi chi ti perde e non chiami chi ti perdonerebbe ancora.
8Ho usato ancora una e una misericordia su te e ti ho[17] avvertito di non volgere questa mia misericordia a tuo novello danno usandola con fine indegno. E una e una volta ancora avete del dono di Dio fatto un peccato usandolo con fine illecito.
9Proprio come dice il Profeta: “La verga ha fiorito, l’orgoglio ha germogliato”[18]. Io vi avevo dato virgulto d’olivo perché lo coltivaste e vi divenisse fronda di giustizia e pace, avvisandovi che il suolo doveva esser sgombrato dall’errore perché il santo mio pollone non s’inselvatichisse nel contatto impuro e non germinasse in rami e frutti di più grande colpevolezza. Ma non avete ascoltato il Signore che ‑ Padre e Maestro ‑ vi dava consiglio, e la fioritura è divenuta veleno, e l’orgoglio ha figliato delitto. E altro delitto seguirà, ed altri ancora.
Conseguenze apocalittiche.
10Per cui vi dico: non uno di voi sarà senza pianto. Piangerà chi possiede e chi è ignudo. Poiché chi possiede perderà e chi è ignudo più non troverà chi lo vesta. La fame, la spada, la pestilenza, vi stringeranno con le loro funi i corpi, e disperazione e terrore le anime cieche.
11Sì; come ciechi sarete, camminanti nelle tenebre piene di orridi e di macerie, sapendo che ogni passo che muovete può condurvi a tradimento e morte, camminerete come su suolo scosso da terremoto tremendo. E invero la Terra trema sotto i vostri passi perché, per quanto non sia che un pianeta, è più figlia del Creatore di voi, e vede il volto irato di Dio affissare questo suolo, simile a quando guardò i figli meritevoli del diluvio[19] e del fuoco[20], e si agita, nelle sue profondità, di timore per il suo castigo.
12I valori materiali e intellettuali sconvolti e dispogliati della loro giusta sostanza. Le cognizioni divenute inciampo e non aiuto; fin quella santa di Dio divenuta condanna perché conoscendolo lo rinnegate. Luce e Parola vi rimangono nella strozza senza poter scendere ad illuminare e nutrire lo spirito, poiché il laccio delle vostre perverse passioni vi impedisce di accoglierle.
13Vedendo crollare gli idoli di fango che avevate eretto al posto del Dio vero, conoscerete di avere adorato immondezza e non avrete più fede. Più fede in nulla. Non nel vero, non nel falso.
14E per punizione ai rinnegatori, ai senza fede, verranno loro addosso gli odiatori del Cristo Romano, gli empi della Terra, i sempre più prossimi a Satana, i demolitori della Croce, non tanto sulle cupole dei templi quanto nell’interno dei cuori che ancora portano in sé traccia del mio Segno.
L’Amministratore fedele[21].
15E tu, Pietro novello, vigila e vigila senza farti illusioni. Vero è che soffrire per il Cristo è dignità che più alta non si trova. Ma Io ti dico: “Vigila e prega”.
16In ore di grande tempesta occorre non solo avere gonfalone purpureo alto sull’albero della vela, ma che la mano di Pietro sia più che mai sana e sicura alla barra del timone. Il Disorientatore di tutto si serve per disorientare. E nelle ore di fortunale che da ogni lato si avventa per sommergere in un naufragio i valori santi, invisi ai pervertiti, basta che per un attimo la mano sia tolta, per irreparabile sventura, dalla ruota del timone, perché più forte le onde prendano di trasverso la mistica barca.
17Vigila su te perché tu possa sugli altri vigilare. Pietro, ora più che mai occorre che tu mi pasca questi miei agnelli e queste mie pecorelle. Non sei che tu che resti Pastore santo, e se tu cadi molti agnelli verranno condotti da pecore imprudenti fuori dai pascoli, e altri pastori di malvagie dottrine si insinueranno fin nell’interno del mio dominio per contaminarlo con le loro umane‑ e dire umane è già misericordioso giudizio ‑pressioni.
18No. Non è questo il momento di morire per il Cristo. Questo è il momento di vegliare, difendere, istruire, fare argine a ciò che vuole entrare a corrompere sempre più ampiamente e profondamente.
19E credimi, o Cristo in terra, credimi che la piaga già rode in profondo e ottenebra menti e cuori e, quel che è sventura delle sventure, spegne le lucerne che erano state messe in vetta ai monti perché illuminassero la via ai pellegrini cercanti il Cielo. Molte sono già spente, molte fumigano, molte languono, e altre si apprestano a languire. Se i fedeli sono gelidi, i pastori sono freddi, e la morte dello spirito viene per assideramento. Insensibile morte che addormenta in un sonno senza luce di risurrezione.
20Pensaci, o Cristo in terra, nato a tanta sorte. E senza stancarti insisti, predica, esorta, riprendi, evangelizza. Troppi sono i templi in cui il Vangelo ha perduto valore e troppi i cuori che odono del Vangelo un suono non vero che da esso li allontana.
21Sopperisci tu, come Pietro primo, alle deficienze dei ministri, e fa’ che le turbe risentano attraverso alle tue labbra la dottrina dolce, santa e salutare, del Cristo, e i non ancora uccisi si salvino e tornino a Me, e torni[22] la pace a questa terra in cui non vi è zolla che non conosca la rugiada dei martiri.»
279. Esperienze carismatiche[23].
Lascia i morti seppellire sé stessi.
1Dopo aver scritto questo brano, che il mio buon Gesù mi detta senza indugio dopo la sua visita, io ripenso alla conversazione avuta con lei[24] riguardo a quella persona che giudica che “nulla di buono può venire da Nazaret”[25].
2Il Maestro interloquisce: “Te ne occupi e preoccupi forse?”, ed io: “No, Gesù. Per nulla. Pensavo soltanto”. “Non ci pensare neppure. Lascia i morti seppellire sé stessi[26]. Occupati della mia cuna. Verrò a darti tanti eucaristici baci con essa. Questo è quello che conta: l’amore mio, e non il disamore delle creature”.
Dolce visione di Gesù e di Maria.
3E[27] mi pareva che Gesù mi ponesse le mani sulle spalle (stando colle braccia dietro alle mie spalle). Sentivo distintamente le due mani lunghe e forti di Gesù che mi abbracciavano e scuotevano un poco, attirandomi a Sé con abbraccio d’amore, e vedevo il suo sorriso dolce e maestoso.
4Ieri sera poi, prima del sopore, quando già me lo sentivo venire addosso, ebbi la vista della Vergine e di Gesù, ma Gesù adulto come era alla sua morte. Sempre col suo candido abito. Tutti e[28] due vestiti di bianco. Ma la Madonna aveva il suo abito di un bianco argenteo come quello del giglio, e velo uguale: così come era nelle visioni della Grotta; mentre Gesù aveva il suo che è un bianco avoriato come fosse stoffa di lana.
5Ho potuto confrontare bene i due Corpi e i due Volti essendo vicini l’uno all’altra, alla sponda destra del mio letto. Gesù presso il capezzale, Maria alla sua destra verso i piedi del letto.
6Maria era più bassa di tutto il capo del Figlio suo, di modo che la testa della Vergine era all’altezza della spalla del Figlio che è molto alto. Lei è molto più esile mentre Lui ha spalle ampie e tutto un corpo robusto senza esser grasso. Tinta del volto di un bianco avorio. Solo le labbra accentuate nel loro colore, che spicca su quel colore senza colore della pelle, e gli occhi azzurri: chiari nella Vergine, più scuri nel Figlio e più grandi. Occhi da dominatore, ma tanto dolci! Capelli più chiari nella Madre, più accesi nel Figlio, ma sempre d’un biondo tendente al color rame e ugualmente fini, morbidi e mossi in onde che in Gesù finiscono in ricciolo, in Maria non so, perché il velo mi permette solo di vedere quelli della fronte fino alle orecchie. Non so se li ha sciolti, intrecciati, o appuntati sulla nuca.
7Il volto è in tutti e due di un ovale allungato, sottile senza essere ossuto. Più delicato in Maria e più piccolo, perché proporzionato al suo corpo. Ma fronte, naso, bocca, forma delle guance, taglio dell’occhio dalla palpebra liscia e piuttosto abbassata sull’occhio, è uguale. Soltanto, ripeto, quelli di Gesù sono più grandi e il loro sguardo è da dominatore.
8Le mani, candidissime e minute in Maria, sono più virili nel Figlio e più scure di pelle, ma la forma è fortemente affusolata rispetto alla larghezza in tutti a due.
9Gesù e Maria si guardano, dentro per dentro[29], con un amore indescrivibile. Maria guarda con amore adorante. Gesù guarda la Madre con amore infinito, venerante e protettivo, riconoscente, direi. E direi anche che si parlano con lo sguardo e col sorriso. Guardavano me e poi si guardavano. Vedevo il moto delle teste distintamente.
Il santo rosario.
10Poi tutto si annullò nel sopore. Ma quando tornai in me, la prima cosa che vidi furono i miei due Amori ancora allo stesso posto.
11Allora, poiché ero sola, al buio, mentre gli altri mangiavano o parlavano (non so) in stanza da pranzo, mi sono ben guardata da far sapere che ero sveglia. Ho sopportato arsura e bisogno d’esser mossa (ero tutta informicolita) per gustare in pace quella dolce visione. Con le mani mezze intorpidite ho preso la mia corona che avevo sul petto, dove la metto sempre quando mi sento prendere dal sonno o dal collasso, e ho cominciato a dire il rosario. Erano i misteri dolorosi.
12Appena ho iniziato con le invocazioni di Fatima: “Gesù, è per tuo amore, per la conversione dei peccatori, per il santo Padre e per riparare le ingiurie fatte al Cuore immacolato di Maria. Gesù, perdonateci le nostre colpe, preservateci dal fuoco dell’inferno, portate al Cielo tutte le anime e specialmente le più bisognose della vostra misericordia”, ho visto i Due guardarsi sfavillando d’amore reciproco. Sfavillare è la parola giusta e dice appena il fulgore dei due Volti.
13Poi, quando dissi il mistero: “L’orazione di Gesù nell’orto”, il volto di Maria guardò il Figlio con amore e pena, ed Ella prese nella sua mano piccina la mano destra del Figlio che pendeva lungo il fianco e la baciò con venerazione somma. E così ad ognuno dei 5 misteri dolorosi. La grazia di quell’atto è indescrivibile, e indescrivibile pure lo sguardo che Gesù abbassava sul capo curvo di sua Madre mentre Ella lo baciava sul dorso della mano.
14Non vedevo le stimmate. Veramente, se devo dire il vero, anche quando ho visto Gesù penante[30], ho visto sangue sulle sue mani, ma la ferita aperta mai. Perciò non posso dire il punto esatto dove si trova.
I fatti dopo la visione.
15Dopo è venuta gente di casa e mi hanno disturbato. Continuavo a vedere, ma ero disturbata nella pace del contemplare. Avevo il volto solito di quando vedo e Paola[31] se ne è accorta e ha detto: “Come siamo belli questa sera!”.
16Poi ho lavorato perché mi sentivo felice. Ho messo insieme la “Cuna” che vuole Gesù.
17E poi… mi sono sentita male di cuore e ho avuto una bellissima crisi che dura tuttora. La Vita e la Gioia precipitano con troppa violenza in me, ed il mio corpo sfinito se ne risente. Ma ci sto, a morire con quella visione. Oh! se ci sto!…
In previsione delle ultime ore.
18Le ho fatto[32] una descrizione così esatta che è quasi una pittura. Se ne bei anche lei. Mi spiace di non poterle far vedere come io vedo, ma faccio il più possibile per fare una parte anche a lei dei tesori che mi dà Gesù. Scusi se sono più che mai illeggibile[33], ma sono fra morte e vita, tanto che ho preso e ripreso gocce ecc. ecc., e appena Paola si alza mi farò fare delle iniezioni perché non passa la crisi. Ho voluto scrivere, nonostante il mio stato, perché, se morissi, voglio che lei conosca ciò che ha fatto luminose le mie ultime ore.
19Durante il giorno, poi, mentre ero mezza tramortita dalla sofferenza, pensavo a quanto dicevo circa le ferite alle mani di Gesù. Ed ecco quanto mi dice ora il Maestro.
280. Le ferite alle palme[34].
Il pensiero dei carnefici.
Dice Gesù:
1«Le ferite alle palme, che tu non hai visto perché raramente Io muovo la sinistra e per abitudine contratta nel lavoro e perché la più ferita, sono state inflitte così.
2Il pensiero dei carnefici era di appendermi per i carpi, immediatamente al di sopra della giuntura del polso, per rendere più sicura la sospensione. E infatti, dopo avermi disteso sulla croce, mi trapassarono la mano destra in questo punto.
3Ma, dato che il costruttore del patibolo aveva segnato il buco di sinistra (usava segnare i posti dei chiodi per rendere più facile l’entrata del chiodo nello spesso legno e più sicura la sospensione di un corpo messo non orizzontalmente ma verticalmente e senza altro sostegno che tre lunghi chiodi) più lontano del punto dove il mio carpo poteva arrivare, dopo avermi stirato il braccio sino a produrre lo strappamento dei tendini, si decisero a configgere il chiodo al centro del palmo, fra osso e osso del metacarpo.
La ferita della mano sinistra.
4Nella Sindone ciò non si rileva perché la mano destra copre la sinistra.
5Fu la ferita alle membra, patita da vivo, più vasta perché, una volta alzata la croce, quando il peso del Corpo si spostò verso il basso e in avanti, il chiodo lacerò molto verso il pollice allargando il foro più che non sia a destra, dove il carpo resistette alla sospensione meglio del metacarpo. E fu anche la più tormentosa, sia per essere dalla parte del cuore, sia perché il chiodo nell’entrare spezzò i nervi e i tendini della mano, dando spasimo atroce che mi si propagò sino alla testa.
6I pittori e gli scultori, che per senso d’arte mi dipinsero o scolpirono con la mano destra semi aperta e la sinistra serrata a pugno, hanno testimoniato senza volere una verità fisica del mio Corpo martirizzato, perché la mano sinistra realmente si serrò a pugno e nello spasimo e per la troncatura dei nervi recisi, e sempre più si chiuse perché sempre più lo spasimo e la contrattura delle fibre nervose aumentò col passare delle ore.
Promesse varie.
7Molti sono stati i miei spasimi sulla Croce. Te ne parlerò un giorno[35]. Ma questo delle mani fu uno dei più crudeli.
8La ferita sulla destra è quasi completamente nascosta dalla manica ed è più piccola e regolare.
9Quando ti sono apparso come Uomo dei dolori avviato al Calvario, tu non hai visto le ferite delle mani perché, non essendo ancora crocifisso, logicamente non le avevo ancora. Avevo sulle mani il sangue gocciante dal capo coronato e dall’epidermide lacerata dai flagelli, ma non le ferite. Te le mostrerò in tempi più consoni, di questi natalizi, a tale visione di dolore.
Mercimonio con Satana.
10Riguardo a quella parola di cui non comprendi il vero significato, sappi che vuol dire: “mercimonio con Satana”. Esso si compie in molte guise, tutte da Me maledette. Anche di questo te ne parlerò un giorno. Sappi, per ora, che esso è molto esercitato nel mondo ed è causa di molte sventure e di castighi inesorabili qui e nell’eternità.
11Ora basta. Riposa. Io sono qui e ti benedico.»
281. Fede e speranza [36].
Un pensiero di fede[37].
Dice Gesù:
1“Non ti voglio molto stancare perché sei sfinita. Due parole soltanto per te e per tutti quelli che il timore accascia.
2Fate vostre le parole di Sara che ti ho condotto a leggere. Fatene un pensiero di fede e speranza.
3La mia misericordia è pronta ad assolvere purché a lei ricorriate con fede e umiltà. La mia bontà è più incline a liberarvi dal male e dalla sventura che a lasciarvici, purché non dubitiate di Me. La mia sapienza sa fino a che punto posso spingere la prova per ogni singolo mio figlio. Se passassi quel segno sarei imprudente, quindi non più perfetto, quindi non Dio.
4Non temete, vi dico, non temete. Credete in Me e nel nome mio.”
282. Abbiate fede. Essa vi salverà[38].
Ciò che vuole Satana.
Dice Gesù:
1«Due riflessioni necessarie a farsi sempre, e specie più ora che sotto la sferza del demonio i vostri cuori sono portati a vacillare nel dubbio, primo passo verso la disperazione. È quel che vuole Satana. A lui non importano tanto le rovine materiali che produce, ma gli effetti spirituali che esse hanno in voi. Perciò è bene che Io, Maestro, vi ripeta ancora una volta[39] la lezione circa il modo di comportarsi per ottenere.
Ciò che vorrebbe l’amore patrio.
2Dice Marco al capo 6° del suo Vangelo, al versetto 5: “E non poteva (Gesù) fare alcun miracolo e non guarì che pochi infermi”.
3Con quanto amore ero andato alla mia patria, solo chi pensa alla perfezione dell’Uomo-Dio, il quale ha sublimato le passioni umane rendendole sante come la sua natura importava, lo può comprendere. Dio non nega e interdice i vostri sentimenti quando essi sono onesti e santi. Condanna unicamente quelli che voi chiamate erroneamente sentimenti ma sono in realtà pervertimenti.
4Io dunque amavo la mia patria, e in essa, di amore particolare, il mio paese. A Nazaret, dalla[40] quale ero partito per evangelizzare, il mio cuore tornava ogni giorno con pensiero d’amore e tornavo Io pure, perché l’avrei voluta beneficare e santificare, nonostante la sapessi verso Me chiusa e ostile. Se profusi dovunque[41] la potenza del miracolo, a Nazaret avrei voluto che dessa potenza non lasciasse insoluto nessun caso di malattia fisica, di malattia morale, di malattia spirituale, avrei voluto consolare ogni miseria, dare luce ad ogni cuore.
Incredulità e superbia.
5Ma contro Me era l’incredulità dei miei compaesani. Perciò unicamente ai pochi che vennero a Me con fede e senza superbia di giudizio venne concesso il miracolo.
6Voi mi accusate tante e tante volte di non ascoltarvi e di non[42] esaudirvi. Ma esaminatevi, o figli. Come venite a Me? Dove è in voi quella fede costante, assoluta, simile a quella di un bambino innocente che sa che il fratello maggiore, il padre amoroso, il nonno paziente possono aiutarlo e farlo contento nei suoi infantili bisogni poiché lo amano tanto? Dove è tale fede in voi verso di Me? Non sono forse Io fra voi straniero come lo ero a Nazaret, perché l’incredulità e la critica mi vi espellevano quale cittadino?
7Voi pregate. Vi è ancora chi prega. Ma mentre mi chiedete una grazia pensate, senza dirlo neppure a voi stessi, ma lo pensate con il profondo dello spirito: “Dio non mi ascolta. Dio questa grazia non può farmela”.
Il Creatore dell’universo.
8Non può!! Cosa non può Dio? Pensate che dal nulla ha fatto l’Universo[43], pensate che da millenni lancia i pianeti negli spazi e ne regola il percorso, pensate che contiene le acque sui lidi e senza barriere d’argini, pensate che dal fango ha fatto quell’organismo che voi siete, pensate che in esso organismo un seme e poche gocce di sangue che si mescolano creano un nuovo uomo, il quale nel formarsi è in rapporto con fasi astrali, lontane migliaia di chilometri, ma che pure non sono assenti nella opera di formazione di un essere, così come regolano, coi loro eteri e i loro sorgere e tramontare sui vostri cieli, il germinare delle biade ed il fiorire degli alberi; pensate che nel suo potere sapiente ha creato i fiori dotati di organi atti a fecondare altri fiori ai quali fanno da pronubi i venti e gli insetti. Pensate che non vi è nulla che non sia stato creato da Dio, così perfettamente creato, dal sole al protozoo, che voi a tale perfezione non potete nulla aggiungere. Pensate che la sua sapienza ha ordinato, dal sole al protozoo, tutte le leggi per vivere, e convincetevi che nulla è impossibile a Dio, il quale può disporre a suo agio di tutte le forze del cosmo, aumentarle, arrestarle, renderle più veloci, sol che il suo Pensiero lo pensi.
9Quante volte nel corso dei millenni gli abitanti della Terra non sono rimasti stupiti per fenomeni[44] stellari di inconcepibile grandezza: meteore dalle luci strane, sole nella notte, comete e stelle che nascono come fiori in un giardino, nel giardino di Dio, e che vengono lanciati negli spazi come per giuoco di bimbo a stupirvi?!
Il Formatore del mondo stellare.
10I vostri scienziati danno ponderose[45] spiegazioni di disgregazione e di nucleazione di cellule o di corpi stellari per rendere umane le incomprensibili germinazioni dei cieli. No. Tacete. Dite una sola parola: Dio. Ecco il formatore di quelle lucenti, rotanti, ardenti vite! Dio è quello che, a monito per voi dimentichi, vi dice che Egli è attraverso le aurore boreali, attraverso le guizzanti meteore che fanno di zaffiro, di smeraldo, di rubino o di topazio l’etere da loro solcato, attraverso le comete dalla fiammante coda simile a manto di celeste regina trasvolante per i firmamenti, attraverso l’aprirsi di un altro occhio stellare sulla volta del cielo, attraverso il rotare del sole percepibile a Fatima per persuadervi al volere di Dio. Le altre vostre induzioni sono fumo di umana scienza e nel fumo avviluppano errore.
11Tutto è possibile a Dio. Ma per quanto vi riguarda sappiate che da voi Dio esige unicamente fede per agire. Voi fate argine al potere di Dio con la vostra sfiducia. E le vostre preghiere sono inquinate di sfiducia. Non calcolo poi quelli che non pregano ma che bestemmiano.
Il potere del carisma.
12Altro punto del vangelo di Marco è il versetto 13 dello stesso 6° capitolo: “…e ungevano con olio gli infermi e li guarivano“. Nella empirica medicina di allora l’olio aveva una parte principale. Né si può dire che fosse più nociva o meno efficace delle vostre complicate medicine di ora. Anzi era di certo più innocua. Ma non era nell’olio che risiedeva il potere di guarigione per gli infermi ai quali gli apostoli miei compievano le unzioni.
13Come sempre, alla pesantezza umana era necessario un segno, visibile. Chi avrebbe potuto credere che il tocco della mano di quei poveri uomini che erano i miei apostoli, conosciuti come pescatori e popolani, potesse risanare? Se lo avessero creduto avrebbero detto: “Risanate per potere del principe dei demoni”, come lo hanno detto a Me[46]8. E li avrebbero accusati come posseduti dai demoni. Ciò non doveva essere. Perciò detti loro il mezzo, umano, per essere creduti, se non altro, degli empirici. Ma il potere era Dio che lo infondeva in loro per fare proseliti alla sua dottrina.
14Io l’ho detto: “Coloro i quali credono in Me potranno camminare sui serpenti e scorpioni e compiere le opere che Io faccio”9. Io non mento mai e nella mano di un bambino in Me credente e vivente posso infondere potere divino. La storia del cristianesimo non è colma di tali miracoli? I primi secoli ne sono cosparsi e la fioritura di essi si è andata sminuendo non per sminuito potere di Dio, ma perché siete voi insufficienti al compito di essere i ministri di Dio.
15Abbiate, abbiate, abbiate fede. Essa vi salverà.»
283. Esperienza carismatica[47].
Contemplazione del Volto Santo.
1Oggi ho avuto solo la gioia della contemplazione del Volto santo di Gesù.
2Forse il mio buon Gesù ha calcolato di avere parlato a sufficienza con il dettato del 31-12-43 iniziato nel detto giorno e finito alle 2,30 antimeridiane del 1° gennaio, dopo una interruzione di qualche ora dovuta alle cause esterne che lei[48]ben conosce e che sono il mio tormento, perché vorrei poter occuparmi ed ascoltare Lui solo. Forse anche ha voluto fare così perché la povera Maria oggi boccheggia come un luccio tratto dall’acqua e dalle 15 alle 21 è stata proprio male, con un affanno ed una palpitazione proprio impressionanti, che mi hanno abbattuta nel sopore prima del solito e tanto velocemente che sono rimasta coi tre guanciali, di modo che sono tutta un dolore.
3Ma sono felice perché ho visto Lui. Soprattutto gli occhi benedetti di Lui. Mi ci sono sprofondata in quello zaffiro vivo e magnetico uscendone beata. E dopo queste poche parole in essa beatitudine mi raccolgo perché rimanga a mia compagnia per tutta la notte.
284. Esperienza carismatica[49].
Gesù e L’apostolo Giovanni.
1Per ora ancora contemplazione.
2Mi fu concesso vedere Gesù e Giovanni. L’Uno presso all’altro, tenendo il suo braccio destro sulle spalle di Giovanni che è molto più basso e più tarchiato di Gesù. Ma tanto bello.
3Non ha barba né baffi, o per lo meno ha sul labbro superiore una lieve peluria bionda che si perde nel rosato del volto. È biondo, ma un biondo più chiaro di quello di Gesù: un biondo castano, non il biondo-rame del Cristo.
4Ha anche lui gli occhi azzurri. Un azzurro limpido che è sempre più carico di quello di Maria ma non è così cupo come quello di Gesù e non così scintillante. Un occhio di bambino puro, mite, amoroso. Un occhio che riposa a guardarlo.
5La bocca ha un sorriso sereno di creatura giovane e felice, certo per essere presso al Maestro. Non è il sorriso rapito di Maria né quello di Cristo pieno di dignità e d’una serietà che è quasi mestizia. È un sorriso più umano di questi due altri. Ma tanto bello.
6Dopo avere ben bene guardato, ho notato una somiglianza fra i tratti di Gesù e quelli del discepolo, come se Gesù fosse un fratello maggiore d’anni e perciò dai tratti più virili e resi più signorili da una… come dire? coltura, professione, elevatezza spirituale raggiunta in pieno.
7Mi è venuto in mente: “Ma erano forse un poco parenti?” e ho preso il Vangelo. Mi sono fatta venire il capogiro nel cercare, ma non ho capito nulla. Si parla di Zebedeo e di Salome, ma poi?… È vero che nel ricostruire parentele non valgo nulla, ma sfogliando i 4 vangeli non ho neppure trovato nulla di veramente atto a spiegare, neppure nelle note messe in calce al foglio.
8Bene. Non importa. Ho visto Gesù e il suo e mio prediletto e mi basta.
285. Giovanni coppia di Gesù, Giuda coppia di lucifero[50].
È carità sopportare i disturbatori.
Dice Gesù:
1«Ed ora che finalmente puoi essere tutta mia, ti parlo.
2È carità sopportare anche i disturbatori e non ti devi rifiutare a questa carità, né innervosirti. Guarda il tuo Maestro. Io ti do una grande lezione di sopportazione. Non volendo sottoporti ad una doppia fatica parlandoti mentre altri ti parlano o ti fanno chiasso d’attorno, né volendo mettere altri a conoscenza della mia istruzione a te, attendo, con pazienza che non si stanca d’esser tale, che tu possa esser tutta per Me. Tu vedi con quanta tranquillità aspetto e con quanta benignità riprendo a parlarti quando il momento è venuto. Impara a fare anche tu così, senza timore di perdere nulla, senza irritarti, senza turbarti in nessun modo. Non perdi nulla. Stai tranquilla. Acquisti soltanto il merito di un atto virtuoso.
3Questa sera ti parlerò di coloro che, per aver creduto al Precursore e aver seguito Me, furono da Me scelti per apostoli miei. E ti parlerò anche della pecora smarrita del piccolo gregge, dal quale venne il gregge immenso che ora è sparso per la Terra e che è il gregge battezzato nel mio Nome.
Le somiglianze fisiche.
4Le somiglianze fisiche non hanno importanza, Maria. Sono fortuite combinazioni. Vi sono parenti che non si assomigliano fisicamente quanto si assomigliano due che parenti non sono e viceversa. Vi sono anche attrazioni fisiche per cui due che si assomigliano si amano più di due che sono diversi, quasi uno contemplasse nell’altro un secondo sé stesso vedendolo ornato di quegli abbellimenti che l’amore fa vedere e che rendono perfetto, per chi ama, l’oggetto del suo amore. Ma ciò non ha importanza.
5Occorre tenere presente che la Galilea non era un mondo e che i Galilei erano relativamente pochi, che si sposavano quasi sempre fra loro e che perciò i caratteri somatici erano ripetuti in due o tre esemplari che da secoli si ritrovavano su quei volti. Non sarebbe errato dire che in tutti i piccoli paesi, se si fosse andati alle origini, si sarebbero trovati due o tre ceppi familiari originari, i quali si erano sposati o risposati fra di loro dando un carattere fisico spiccato in tutta la razza galilea.
Una coppia vera del Maestro.
6Che perciò Giovanni avesse anche una somiglianza fisica con Me, non deve stupire. Era un galileo biondo. Particolarità più rara del galileo bruno ma che pure esisteva. Ma la sua somiglianza era ancor più spiccata in quanto riguarda lo spirito.
7Venuto a Me ancora vergine, giovane, innocente, mi aveva potuto assimilare come nessun altro. Era una copia vera del Maestro. L’amore lo aveva portato a prendere non solo il pensiero ma finanche il modo di parlare, gestire, muoversi mio. Lo aveva persino reso più somigliante a Me nel volto, fenomeno che non è unico fra due che si amano perfettamente. E Giovanni mi amò di amore perfetto. Lo vedi come sfavilla nella gioia del sentirselo dire? Nessuno mi amò come lui, fuorché Benedetta, di un amore che non conobbe attimo di titubanza o di errore. E nessuno, fuorché mia Madre ed i bambini che venivano a cercare la mia carezza, ebbe per Me il dono di un cuore puro come il suo.
8Giovanni mori longevo, ma i lustri non offuscarono, col loro accumularsi, quel candore angelico che non conobbe altra fiamma che quella dell’amore divino ed altra carezza che quella di mia Madre.
Una coppia vera di Lucifero.
9Era il più giovane del gruppo apostolico. Dopo lui, in età, veniva l’iscariota. E per età avrebbe potuto esser anche lui come Giovanni. Ma non lo era. E se vergine non era, casto non divenne neppure dopo avermi conosciuto. Era un impuro. E l’impurità impedisce l’opera di Dio nei cuori e favorisce quella di Satana come nessun’altra passione.
10Il suo volto ti è noto. È quello. Ti è apparso come il Seduttore. Perché infatti nella sua bellezza egli assomigliava al Bellissimo che si era ribellato a Dio e che è padre di tutti i nemici di Dio.
Arme di Lucifero.
11Anche la bellezza è un’arma in mano a Satana, ed esso non trascura di imprimere il suo carattere di seduzione sui suoi strumenti. In tal modo li attira verso il suo profondo e li può mordere al cuore inoculando il triplice peccato. E Giuda aveva nel cuore la concupiscenza del denaro, della carne, del potere. E per queste tre Nemesi che lo perseguitavano, e che egli non volle volere vincere, divenne il deicida. Quando Satana vuole prendere offre la donna, per la quale è necessario avere censo e onori per conquistarla. Quando ha preso nega denaro, onori e donna, e dà unicamente disperazione e morte.
Il sole e le tenebre nel gruppo apostolico.
12Giovanni era il sole del gruppo apostolico. Giuda era le tenebre. Era figlio della Menzogna. La mia Luce e Verità non poterono penetrare in lui. E se nonostante le sue prevenzioni potei fare di Natanaele un convinto[51] e di Levi un convertito[52], perché non era nella prima frode e nella seconda resistenza alla grazia, nulla potei in Giuda poiché il suo animo era posseduto né Io potevo penetrarvi perché egli me ne interdiva l’entrata. Mi seguì per speranza umana. Mi tradì per avidità umana. Vendette il Cristo ai suoi crocifissori e la sua anima a Satana che da anni era il suo istigatore, perché Satana non è Dio che dà anche se non date per conquistarvi a Sé. Satana vuole il cento per uno. Vuole voi, in eterno, in cambio di un’ora di trionfo bugiardo. Ricordatevelo.
Esempio di sopportazione.
13Ho sopportato questa serpe nel gruppo per insegnare agli uomini a sopportare e ad insistere per salvare. Non un pensiero di Giuda m’era ignoto. Ed è stata una anticipata passione l’averlo vicino. Un tormento che voi non contemplate, ma che non fu meno amaro degli altri. Vi ho insegnato a sopportare le cose e le persone moleste, perché quale persona è più ripulsiva di chi tradisce?
14Maria, la vita del Cristo è insegnamento anche nei più insignificanti particolari, e te ne istruisco perché voglio che tu mi conosca e mi imiti anche nelle cose minori.
15Ti benedico.»
Esperienza carismatica[53].
Contemplazione del gruppo apostolico.
16Era tutto il giorno che io vedevo il collegio apostolico e non vedevo l’ora che fosse notte per averne spiegazione da Gesù. Oggi ho avuto una giornata di… esercizio di pazienza. Mai libera di ascoltare Gesù.
17Ora le dico come ho visto.
18Giovanni è tanto ben descritto che non mi ripeto. È il più giovane di tutti e, per me, il più bello. Segue per età Giuda iscariota, nel quale ritrovo il volto di quel tale sogno fatto tanti anni fa e che le ho descritto nelle mie note personali. Un bello che, se si scruta bene, ripugna e spaurisce, perché si sente essere cattivo e falso. Un bello satanico.
19Poi vedo l’altro Giuda, parente di Gesù, al quale non somiglia per nulla perché è bruno e muscoloso, più basso di Gesù. Sembra sui trent’anni. Questo ha barba scura e quadrata. Giuda iscariota non ha barba come non ne ha Giovanni, e ha i capelli ricci e più corti di quelli di Giovanni. Sembrano tagliati su per giù per quanto è lunga la testa, torno torno.
20Ugualmente con capelli corti, ma di un color pepe a sale, perché con diversi capelli bianchi fra il nero, è Pietro. Pare dai 45 anni in là. Basso e muscoloso.
21Poi un gruppo di uomini sui 40 anni, in cui certo sarà Andrea, Tommaso, Matteo e i due Giacomi. Indi due molto anziani, più bianchi che scuri nei capelli e barba. Non so perché, penso siano Filippo e Bartolomeo. Ma il Maestro non me lo spiega ed io resto polarizzata su Giovanni, Pietro, l’iscariota e Giuda Taddeo, che come unica somiglianza col Cristo ha l’occhio azzurro scuro ma senza lo splendore dell’occhio di Gesù.
22E con questa visione nel cuore mi corico. Domani le narrerò la gioia di Paola[54] per un sogno fatto e la mia perché quel sogno l’ho provocato pregando la “Mamma degli orfani” di andare da Paola.
286. Il Buon Samaritano[55].
L’Amico che vi vuole salvare.
Dice Gesù:
1«Io sono il buon Samaritano[56]. Non ci sono che Io che ho pietà delle vostre ferite e che mi curvo su voi versandovi sopra, senza ripugnanze e stanchezze, l’olio e il vino spremuto dall’amore.
2Per tutto il fiele e l’aceto che mi date, o uomini che mi offendete nella mia natura e nella mia dottrina, Io vi do il vino del mio Sangue premuto dalle vene come da grappolo messo nel torchio, non tanto dai crocifissori, quanto dall’amore per voi che mi ha dato nelle mani dei crocifissori, e vi do l’olio della mia Misericordia che fluisce dal cuore squarciato anche dopo la morte, perché neppure fosse immune da offesa il mio cadavere e conservata una goccia del mio Sangue per Me.
3Satana ladrone vi assale e ferisce e poi vi abbandona. Il mondo vi guarda e vi deride, se pure non si unisce a Satana per ferirvi. Io solo vengo e ho pietà del vostro stato.
4Non ricusate l’Amico che vi vuole salvare. Lasciatevi curare da Lui. Venite da chi vi ama.»
287. Il dono della profezia e
i baciati da Dio[57].
Il mistero del futuro[58].
Dice Gesù:
1«Daniele ispirato da Dio dice una verità ormai troppo trascurata.
2Il mistero del futuro e l’altro più grande mistero dell’al di là non possono essere conosciuti, nella forma e nell’ampiezza voluta da Dio, che unicamente da quelli a cui Dio vuole farli conoscere. Direttamente. Senza intermediari. Senza cornici. Senza apparati. Senza aiutanti.
3Per lo Spirito non ci sono limitazioni, non ostacoli, non confini, non manchevolezze, non bisogni. Egli è potente, libero, subitaneo. Egli trascina con Sé luce e intelligenza. Anche un incolto e un tardo di mente, se investito dallo Spirito di Dio, diviene dotto non della vostra povera scienza umana ma della sublime Scienza di Dio.
Alla sorgente del carisma[59].
4Ho detto: “Ti ringrazio, o Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate agli umili”[60]. Nel dire “Padre” dicevo anche “Spirito”, poiché Uno è il Padre con lo Spirito ed Io sono con Loro, e chi benedice Uno benedice i Tre, e chi è amato da Uno è nelle braccia dei Tre, poiché non vi sono tre Dei ma un Dio solo dalla triniforme natura e dall’unica unità.
5Grande il Padre, grande il Figlio, grande lo Spirito. Potente il Padre, potente il Figlio, potente lo Spirito. Santo il Padre, santo il Figlio, santo lo Spirito. In uguale misura.
6Viene il Padre nella sua unità che ci genera. Viene il Figlio con la sua origine che salva. Viene lo Spirito con la sua settiforme fiamma che santifica. Vengono amandosi e amando e fanno di un umile, di un piccolo, un occhio che penetra nel mistero di Dio, una bocca che parla le parole di Dio.
I baciati da Dio[61].
7I baciati da Dio non sono coloro che fra gli uomini, saturi d’errore, hanno fama di maghi e di indovini. Non sono coloro che con manifestazioni istrioniche tentano simulare Dio in loro e affascinare i creduli senza vera fede. Non sono coloro che del loro satanismo fanno un lucro. Questi sono e siano sempre più maledetti!
8I baciati da Dio sono quelli che vivono la vita casta, mortificata, amorosa del servo di Dio. Quelli che rifuggono il plauso e odiano l’esser conosciuti. Quelli che, perduti nel gorgo di luce che è Dio, col cuore nutrito di fede e lo spirito di carità, stanno come mistiche bocche sul mio Io, aspiranti da Me la Verità e la Cognizione. Non forzatori, non prepotenti, non mercanti del mistero, essi accolgono quanto Io do in semplicità, in amore, in onestà. Non profanatori, non si permetterebbero mai di suscitare in nessuna maniera l’ambiente atto a creare quel clima di cui non Io, che di climi e di ambiente non ho bisogno, ve lo ripeto, ma il loro satanismo ha bisogno per ricevere l’efflusso del Maligno.
I ministri di Satana.
9Simulatori di Dio e dei suoi santi, peggio che simulatori, parodisti di Dio e dei suoi santi, dei quali danno una rappresentazione che è sacrilegio. Figli, sudditi, ministri di Satana, zimbelli suoi. Non una parola di verità è nella loro bocca, non una luce nel loro cuore. La Menzogna trascina loro e chi in loro crede nel profondo dell’abisso da essi cercato. Né può essere diversamente, perché anche l’Astuto non può conoscere fino in fondo il pensiero di Dio, ed anche per quel che conosce non dice, poiché egli è sempre il Serpente che canta canzone menzognera per portare la rovina là dove la sua gelosia vede che ancora può essere una dimora per il Signore.
10A che credere a quelle larve, fumo della satanica bocca, che vi si mostrano per simulare ciò che solo Dio può inviarvi per vostra spirituale guida? E non pensate che, se è vero che Dio può accogliere il vostro desiderio di sentirlo per Padre amoroso più che la maggioranza degli uomini non lo desideri, è anche vero che a Dio nessuno, dico nessuno, neppure un santo, può imporsi e dirgli: “Vieni, lo te lo comando”?
11Il segno di Dio e dei suoi servi.
12Io vengo quando, dove, come voglio, nell’ora e nell’ambiente che voglio. Io vi parlo per quanto voglio. E fra la semplicità verace che è il mio segno e l’umiltà semplice che è il segno dei miei servi, e la coreografia menzognera e la superbia avida degli altri falsi possessori del vero, vi è ancor più grande differenza di quanto non ve ne sia fra il sole e la notte senza stella, e più vasto abisso di quanto non sia fra sponda e sponda degli oceani il cui pro-fondo in certe zone è a voi immisurabile. Di qua è Dio e il suo Vero. Di là è Satana e il suo Errore. Di qua la mia mano è tesa a benedizione sugli umili fiori che accolgono la mia luce benedicendomi e giudicandosene non degni. Di là la mia mano è tesa a maledire perché sono venefici fiori di putrido stagno avvinghiati da serpi dal tossico eternamente mortale.
13Per conto tuo dico: “Questa è parola mia. Accoglila per tua pace”.
Esperienza carismatica.
Simbolo di tre anime vittime[62]..
14Le tre croci[63] sono il segno di tre vittime di questa città. L’una già porta il frutto maturo che va staccato dall’albero santo per essere riposto nella Città di Dio. Per lei è venuta la pace e, come il Cristo dopo il martirio, viene calata dalla croce per esser seme a vita beata. Saluta l’anima sorella.
15Le altre due croci sono di altre due vittime. L’una è tua. È ancora alta verso il cielo perché la tua missione dura ancora un poco. È brullo il monte e triste la sua triplice corona. Ma vedi quanto è vicino al Cielo e quanto cielo ha d’intorno. E il mondo come è lontano. Siete già fra l’altare e il cielo, o mie care vittime, e gli angeli sono intorno a voi per raccogliervi lo spirito quando consumate l’ultimo dolore.
16Sempre più vicino ti verrà la visione, perché ardo di farti vivere la mia Passione. Ma non temere. Come ramo che morbido si curva, così la Croce ti deporrà dopo la prova, come ha deposto tua sorella, e ti si schiuderà il Cielo.
17Va’ in pace.»
288. Maria: Il beato transito[64].
La morte delle anime vittime.
Dice Gesù:
1«Quello che hai visto[65]è il beato transito della Madre mia. Sei tanto sfinita e torturata che il mio amore sente il bisogno di versare su te la dolcezza delle visioni. E, per te che devi morire, quale più confortevole di questa?
2La morte delle vittime non è sempre placida come la sera di Maria. Vi sono fra voi quelle che restano sulla croce sino all’ultimo respiro. Ma fosse anche per la durata di quest’ultimo, l’estasi vi accompagna, oltre il dolore, alla pace del cielo. Il dolore è ormai esaurito quando viene la vostra sera, e dai Cieli fluisce su voi la pace, che non vi attende ma vi corre incontro per ricoprirvi del suo balsamo dopo tanto martirio.
3Non temete, voi che vi offrite. Non ci fui che Io, Espiatore per tutto il mondo, che non conobbi conforto nel mio morire. E per aver conosciuto quell’amarezza ho pietà, e ai miei piccoli cristi apro le porte del Cielo per investirli di luce, di gaudio, nei momenti estremi. Non morite, no, voi che avete scelto la croce. Lasciate il dolore per entrare nella gioia. E dato che la gioia del figlio di Dio è possedere Dio, tal gioia vi è data con anticipo sulla morte in una conoscenza di Dio che i vostri occhi vedono prima di chiudersi all’orrore della Terra.
4Abbiate fede in Me. La morte dei miei discepoli è di invidia agli angeli.
Il vivere di Maria ss.
5Ti fu già detto[66] dalla Madre mia, come al termine dei suoi terreni giorni l’amore aumentasse in Lei come piena che straripa e come incendio che tocca il suo colmo.
6Il vivere di Maria era sempre stato vivere nel Signore. Le vicende e le occupazioni della vita non erano ostacolo alla sua unione con Dio. Vivere, per Lei, era stato orare, orare era stato contemplare. Le sue ore di preghiera erano abissi di adorazione, di carità, perle di inestimabile bellezza nel gran tesoro dei suoi giorni. Ciò che per gli altri è consunzione nell’ardore, per Lei era aumento di vita, e riposare per Lei era non dormire, ma raccogliersi in Dio, nel silenzio delle notti, e amarlo, amarlo con lo spirito rapito mentre la carne abbandonata dall’anima giaceva in attesa del ritorno dello spirito letificato e rinvigorito dall’abbraccio col suo Dio. Ai fiori è nutrimento la rugiada. A Maria era nutrimento la rugiada dell’amore. Se ne cibava come di divina manna.
Il transito di Maria Ss.
7Venuta la sua ultima sera, come un giglio stanco che a notte si curva sotto le stelle e chiude il suo occhio di candore, Maria si raccolse sul suo giaciglio e chiuse gli occhi al mondo per raccogliersi in un’ultima contemplazione terrena del suo Dio[67].
8Curvo sul suo riposo, l’angelo di Maria attendeva trepido che l’urgere dell’estasi separasse per sempre quello spirito dalla terra, mentre dai Cieli scendeva il dolce comando di Dio: “Vieni, o tutta Bella”, e quella luce angelica splendeva più forte nel suo giubilo santo chiamando dal Cielo altre coorti di luci per l’osanna alla Vincitrice che ascendeva al suo trionfo.
9Curvo sul suo riposo, l’angelo-Giovanni vegliava lui pure la Madre che lo lasciava solo. E quando la vide spenta, vegliò ancora, perché inviolata da sguardi profani rimanesse anche oltre la morte l’inviolata di Dio che dormiva così placida e bella. Giovanni, al quale la verginità aveva dato dono di sentire i desideri di Maria come l’amore aveva dato modo di comprendere Me come nessun altro mai, non permise manomissione di Benedetta, la cui morte era stata come il trascolorare di un fiore in un candore ancor più puro come è quello di un giglio che s’apre in un’alba d’aprile. Alla sua alba del Cielo.
Maria Ss. Non ebbe tomba.
10La vostra leggenda dice che nell’arca di Maria, riaperta per Tommaso, v’erano unicamente dei fiori. Il sepolcro di Maria non inghiotti la salma. Non vi era la salma di Maria. Maria non è morta. Ella è stata ricongiunta col suo corpo allo spirito che l’aveva preceduta. Invertendo le leggi abituali per cui l’estasi finisce quando lo spirito torna nel corpo, fu il corpo di Maria che ritornò allo spirito dopo una sosta sul letto funerario.
11Tutto è possibile a Dio. Io sono uscito dal sepolcro senza altri aiuti che il mio potere. Maria venne a Me senza conoscere il sepolcro col suo orrore di putredine. È uno dei più fulgidi miracoli di Dio.
12Voi non avete reliquie del corpo e della tomba di Maria perché Maria non ebbe tomba. Il suo Corpo è assunto al Cielo. Là vi aspetta pregando il suo Figlio per voi.»
Esperienza carismatica.
Visione del transito di Maria[68].
13Le ho detto come da ieri sera ho visto il sonno della Vergine. Tutta bianca, composta, serena. Le mani congiunte sul petto, la gamba destra leggermente flessa al ginocchio. L’ho vista reclinarsi su quella specie di letto e chiudere gli occhi come uno che si addormenti in una grande pace.
14Dire la grazia dell’atto e dell’aspetto è impossibile. È cosa che riposa e commuove.
289. La potenza dell’amore[69].
La potenza non è nelle armi[70]..
Dice Gesù:
1«Più e più volte vi ho detto, e ve lo dico una volta ancora oggi, giorno della manifestazione del Cristo,[71] che quando Dio è con voi tutte le forze della Terra insieme unite sono come fumo che un vento gagliardo disperde.
2La potenza non è nelle armi e nel numero degli armati. La potenza è in quella parte che ha Dio con sé. Dio è dove vi è onestà di vita, amore al Signore, giustizia di diritto.
3Vano è sperare che Dio sia dove le colpe sorpassano quel limite che la mia Misericordia ammette perché si ricorda d’esser stata Uomo e di avere subito gli assalti del Nemico vincendoli perché era Uno con la Volontà del Padre, la quale non vuole che l’uomo si perda ma vinca per salvarsi. Dio non è dove in nome di una prepotenza ci si permette l’abuso e il sopruso. Dio non è dove non vi è amore per Lui, e amore non è dove è colpa di vita e anticarità di prossimo.
Nutrirsi di carità.
4Non mentite dicendo: “io amo Dio, ma non posso amare il prossimo perché m’ha fatto questo e quello”. No. Non amate.
5Se vi foste nutriti di carità fino a farne carne e sangue vostri, non potreste distinguere e separare, e dall’amore eccelso donato a Dio passereste senza fratture all’amore santo donato al vostro prossimo. Se la Carità fosse viva in voi, coprirebbe come un manto divino le miserie dei fratelli e ve li farebbe apparire copie minori di Dio di cui sono figli come voi. Se faceste della Carità la vostra vita, sareste beati di amare chi vi disama, sapendo che in tal modo raggiungereste l’amore perfetto, il quale non agisce sperando ricompensa da chi lo riceve ma credendo con fede assoluta che il Buono tiene segnati i vostri affetti e ve ne fa ricchezze eterne che troverete al vostro entrare nel Regno.
L’esempio del Maestro.
6E che ho fatto e che faccio Io verso di voi? Amo chi mi ama? No, amo con amore doloroso anche chi mi offende. Vi ho amati prima che foste, pur conoscendo le offese che mi avreste fatte, e se verso chi mi ama ho predilezioni celesti perché essi, i miei amatori, sono il conforto del cuor mio, per voi che mi colpite ho sovrabbondare di misericordia, e come da fonte inesauribile spargo su voi l’onda dell’amore per chiamarvi a Me, per salvarvi a Me, per darvi quella gioia che non potete che trovare in Me, sperando di penetrarvi ed ammollire la vostra durezza e farvi buoni, o figli che mi siete costati tanto e che non volete credere in Me.
7Non ricusate la mia mano che si tende verso di voi, che ha conosciuto lo spasimo d’esser trafitta ma che soffre molto di più per essere respinta che non trafitta. Dolce la trafittura mi sarebbe stata quando avessi saputo che da essa sarebbe venuta salvezza per voi. Carezze le infinite ferite, baci le spine, abbraccio la croce, se il mio onniveggente pensiero avesse conosciuto che dal mio Sacrificio fosse venuta redenzione a tutto l’umano genere. Ora cade stanca per il suo peso di misericordia che non posso effondere.
La mirra che ricopre la terra.
8L’oro me lo dànno le preghiere dei santi e l’incenso l’olocausto delle vittime, ma la mirra, l’amarissima mirra me la date voi che non m’amate e che mi fate rigustare il calice del Getsemani e la spugna del Calvario col vostro disamore. Preziosissimo l’oro e l’incenso deposto ai miei piedi che sono corsi volonterosi alla morte per voi. Ma poco, poco, troppo poco rispetto ai mucchi di mirra di cui è ricoperta la Terra e dall’alto dei quali ride Satana schernendo Me che crede vinto dall’inutilità del sacrificio.
9Ma vinto non sono. I vinti saranno sempre e solo i servi di Satana. Io e i miei salvati saremo i vittoriosi in eterno e dalla nostra pacifica, fulgida, eterna gloria vedremo gli abbattuti dal Nome santo e terribile, che è il mio, scomparire nella Morte eterna.
10Figli che ancora mi amate, non abbiate paura. Io sono il Salvatore. E voi che senza odiarmi non sapete amare, scuotetevi, venite a Me. Vi chiamo intorno al mio segno. Venite. Credete. 13Purificatevi, accendetevi, sperate. Atterrate i vostri nemici spirituali e i vostri nemici materiali con la spada dell’amore.»
290. La teoria della rincarnazione[72].
La parola di Dio.
Dice Gesù:
1«Uomo che mi sei caro nonostante i tuoi errori, pecora spersa per la quale ho camminato e per la quale ho versato il mio Sangue per segnarti la via della Verità, questo dettato è per te. Una istruzione per te. Una luce per te. Non rifiutare il mio dono.
2Non commettere sacrilegio di pensare che è più giusta altra parola di questa. Questa è mia. È la mia voce che da secoli è sempre la stessa, che non muta, che non si contraddice, che non si rinnova col passare dei secoli perché è perfetta e il progresso non la incide. Voi potete aggiornarvi. Non Io che sono come il primo giorno nella mia dottrina così come sono da eternità in eterno nella mia natura. Sono la Parola di Dio, la Sapienza del Padre.
L’ordine della vita umana.
3Nel mio vero, unico Vangelo, è detto: “io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe. Non il Dio dei morti ma dei vivi”[73]. Abramo è vissuto una volta. Isacco è vissuto una volta. Giacobbe è vissuto una volta. Tu vivrai una volta. Io che sono Dio ho preso carne una volta e non la prenderò una seconda, perché anche Dio rispetta l’ordine. E l’ordine della vita umana è questo:
4Che ad una carne si fonda uno spirito per rendere l’uomo simile a Dio, il quale non è carne ma spirito, non è animale ma
soprannaturale.
5Che quando la carne tramonta, alla sua sera, cada come spoglia e rivestimento nel nulla da cui fu tratta e lo spirito torni alla vita sua: beata se visse, dannata se peri per avere fatto della carne il suo signore invece di fare Dio signore del suo spirito.
6Che da quel al di là del quale inutilmente volete conoscere gli estremi senza accontentarvi di credere al suo essere, esso spirito attende con tremore di spavento o con palpito di gioia di veder risorgere la carne per rivestirsene nell’estremo giorno della Terra e con quella precipitare nell’abisso penetrare in Cielo glorificato anche nella materia, con la quale avete vinto perché è stata la vostra nemica naturale da voi fatta alleata soprannaturale.
Teoria nefasta.
7Ma come potreste rivestire una carne al momento della mia eccelsa rassegna e con essa andare alla condanna o alla gloria, se ogni spirito avesse avuto molte carni? E quale sceglierebbe fra esse? La prima o l’ultima?
8Se la prima gli valse, secondo le vostre teorie, l’ascesa alla seconda, è già carne meritevole, anzi più meritevole delle altre di possedere il cielo, perché ciò che costa è la prima vittoria. Dopo l’ascesa trascina. Ma se in Cielo devono entrare solo i perfetti, come può entrare la prima? Ingiusto sarebbe escludere la prima e ingiusto credere che sarà esclusa l’ultima delle vostre carni, che con teoria nefasta voi credete possano rivestire, a serie ascendenti, il vostro spirito, incarnato e disincarnato per tornarsi ad incarnare come abito che si posa la sera e si riprende al mattino.
9E come potreste voi chiamare i beati se essi fossero già reincarnati? E come dire vostri i vostri defunti se in quel momento essi già sono i figli di altri?
Lo spirito vive una sol volta
10No. Lo spirito vive. Creato che sia, non si distrugge più. Vive nella Vita se ha vissuto sulla terra, nell’unica vita che vi è concessa, da figlio di Dio. Vive nella Morte se ha vissuto nella vita terrena da figlio di Satana. Ciò che è di Dio torna a Dio in eterno. Ciò che è di Satana torna a Satana in eterno.
11E non dire: “Ciò è male”. Ciò – ti dico Io, Verità – è sommo bene. Viveste mille vite, diverreste mille volte zimbello di Satana e non sempre sapreste uscirne feriti ma vivi. Vivendo una volta e sapendo che in quella volta è il vostro destino, se non siete dei maledetti adoratori della Bestia, agite con quel minimo almeno di volontà che basta a Me per salvarvi.
12Beati poi quelli che in luogo del minimo danno tutto se stessi e vivono nella mia Legge. Il Dio dei vivi li guarda dal Cielo con infinito amore, e quel che ancora avete di bene sulla terra l’avete per questi santi che voi talora spregiate, ma che i Santi chiamano “fratelli”, che gli angeli carezzano, e che il Dio Uno e Trino benedice.»
291. Esistenza e opera di Satana[74].
Il regno di satana e la sua manifestazione.
Dice Gesù:
1«Fra le molte cose che il mondo nega, gonfio di orgoglio e di incredulità quale è ora, è la potenza e la presenza del demonio. L’ateismo che nega Dio nega logicamente anche Lucifero, il creato da Dio, il ribelle a Dio, l’avversario di Dio, il Tentatore, l’infido, l’Astuto, l’instancabile, il Simulatore di Dio.
2Vi ho già detto[75]che Satana, divenuto tale per peccato di superbia, anche ora che dai regni dell’Altissimo, ai quali osò dare assalto, è precipitato nell’abisso profondo dove è tenebre e orrore, ha voluto instaurare in quel profondo una copia della celeste corte ed avere i suoi ministri ed i suoi angeli, i suoi sudditi ed i suoi figli, e nelle sue manifestazioni si camuffa in spirito di luce, coprendo il suo aspetto ed il suo pensiero di Bassissimo con bugiardi rivestimenti copiati dall’Altissimo per trarvi in errore.
3Ma coloro che realmente vivono con lo spirito vivificato dalla Grazia, sentono il suono falso e vedono oltre l’apparenza e conoscono per spirituale intuito il Seduttore dietro alla larva che si mostra. Naturalmente ciò avviene per quelli che le triplici virtù proteggono di santa difesa e che la Grazia vivifica. Gli altri – e non solo gli atei che negano, ma i tiepidi che sonnecchiano, gli indifferenti che non osservano, gli svagati che non riflettono, gli imprudenti che vanno avanti come dei folli – non possono vedere Satana oltre l’innocua apparenza o la ipocrita apparenza e ne divengono zimbello.
4Non negate l’esistenza di Satana, figli che perite per negare sempre, per negare tutto. Non è fola di donnicciuole e non è superstizione medioevale. È realtà vera.
Il leone ruggente[76].
5Satana c’è. Ed è instancabile nell’agire. In alto, Dio è instancabile nel bene. In basso, Satana è instancabile nel male. La parola del Salmo non è bella frase di pietà, e non è bella frase di oratore la parola dell’Apostolo[77]. Come leone ruggente Satana è intorno a voi e nelle tenebre agisce per portarvi a sé. Per quanto ormai la vostra incredulità, la vostra indifferenza, il vostro ateismo gli permetterebbero di agire anche nella luce, apertamente, poiché voi gli spalancate le porte dell’anima e coi vostri desideri smodati gli dite: “Entra. Purché io abbia ciò che voglio in quest’ora della terra, ti faccio signore del mio io”. Se così non fosse, non potreste giungere a quella forma di vita che avete raggiunto e che fa orrore a Dio ed ai suoi santi, servi e figli.
Il serpente in agguato[78].
6Ma ricordate che metaforicamente, artificialmente, o realmente, Satana agisce subdolamente nelle tenebre. Vi circuisce con avvolgimenti e sottigliezze di serpente in agguato nel folto di una macchia. Per quanto vi veda già tanto avulsi da Dio, non osa ancora presentarsi a faccia a faccia e dirvi: “Sono Io. Seguimi”, perché vi sa vili nel male come nel bene. Pochi ancora fra voi sono gli audaci che in questo esplicito incontro oserebbero dirgli: “Vengo”. Siete ipocriti anche nel male e desiderando il suo aiuto non osate confessare questo desiderio.
7Ma non c’è bisogno di parole per Satana. Il suo sguardo vi trapassa il cuore come il mio. Io vedo la vostra libidine di satanismo, egli vede la stessa cosa e agisce.
Assale il pensiero[79].
8Dopo aver tentato di distruggere il Cristo tentandolo[80], la Chiesa dandole epoche oscure, il Cristianesimo con gli scismi, la società civile con le sètte, ora, alla vigilia della sua manifestazione preparatoria alla finale, tenta di distruggere le vostre coscienze dopo aver già distrutto il vostro pensiero. Sì. Distrutto. Distrutto non come capacità di pensare da uomini, ma da figli di Dio. Il razionalismo, la scienza separata da Dio hanno distrutto il vostro pensiero da dèi ed ora pensate come il fango può pensare: a livello di terra. Non vedete Dio impresso col suo sigillo sulle cose che il vostro occhio vede. Per voi sono astri, monti, pietre, acque, erbe, animali. Per il credente sono opere di Dio, e senza bisogno di altro egli si immerge nella contemplazione e nella lode del Creatore davanti agli innumeri segni della sua potenza che vi circondano e vi fanno bella la vostra esistenza e vi sono utili al vostro vivere.
Assale le coscienze[81].
9Ora Satana assale le coscienze. Offre l’antico frutto[82]: piacere, avidità di sapere, superba e sacrilega speranza di ottenere, mordendo nella carne e nella scienza, d’essere dèi. E il piacere fa di voi degli animali arsi dalla lussuria, repellenti, malati, condannati in questa e nell’altra vita ai morbi della carne e alla morte dello spirito. E l’avidità di sapere vi dà in mano all’Ingannatore poiché, per illecite seti di conoscere ciò che sono misteri di Dio, tentando di imporre a Dio la vostra volontà di conoscenza, fate sì che Satana possa irretirvi con i suoi errori.
10Mi fate pietà. E mi fate orrore. Pietà perché siete dei folli. Orrore perché volete esserlo e vi marcate le carni dell’anima col segno della Bestia ricusando la verità per la Menzogna.
11E potete credere che Satana vi serva? No. È molto più facile che Dio vi conceda ciò che chiedete, se è cosa lecita, che non ve la dia Satana. Satana si fa servire. E vi assicuro che per un’ora vi chiede tutta la vita, per un trionfo tutta l’eternità.
12E potete credere che dicendo: “Voglio”, Dio voglia? No. Dio vuole ciò che è vostro bene. Non tutto quanto voi volete.
Condizioni per ricevere Dio.
13E potete illudervi che al vostro comando Dio ed i suoi ministri vengano a voi? No. Solo una vita casta e pia, solo una vita incoronata dalle tre faci della fede, della speranza, della carità, solo una vita difesa dalle altre virtù praticate contro Satana, il mondo e la carne, solo una vita vissuta nella mia Legge, in quella mia dottrina che è nel mio quadruplice Vangelo, e che è quella da venti secoli – e tale sarà finché sarà la terra e l’uomo – solo una vita “cristiana”, ossia vita simile a quella del Cristo, di ossequio, ubbidienza, fedeltà al Padre, di generosità costante, ottengono al vostro spirito quella purificazione, quella sensibilità, che vi possono permettere di ricevere Dio e i suoi ministri in una così sensibile maniera da darvi gioia di visione e gioia di parola semplicemente ispirata o realmente detta.
Discernimento e satanismo.
14Dove è l’uno, l’altro non vi è. Segno di Dio è la vostra vita e segno di Satana è la vostra vita.
15Quando siete capaci di riflessione – ammesso che abbiate ancora un lembo di anima libero dal possesso che uccide – esaminatevi voi, le vostre opere, le ispirazioni che ricevete. Se le vedete anche soltanto umanamente oneste, dite: “Qui può essere potere di Dio”. Ma se esse sono contrarie alla morale umana e sono agli antipodi della morale sovrumana, dite pure: “Qui non può essere Dio, ma il suo Nemico”.
16E voi, già traviati al punto di aver abbracciato la nefasta religione che Io chiamo “satanismo” – quella parodia della religione che è sacrilegio e che è delitto – ricordate che Io non ho bisogno di tenebre, di solitudine, di magnetismi per venire. Io sono Luce ed i miei santi sono luce. Io non temo il sole e non temo la folla. Io so rapire da mezzo ad una folla e apparire Sole nel sole.
Discernimento del divino.
17I miei discepoli possono dire come sia semplice, dolce, spontaneo e assoluto il mio venire a loro, come li sollevi oltre ciò che li circonda inabissandoli nella luce e nel suono che è Cielo venuto a loro.
18Essi possono dire come dopo ogni contatto sentono la loro materia perdere peso e acquistare spiritualità, come dopo ogni fusione la carne muoia un poco di più ed Io viva sempre più forte in loro. Io, il Vincitore della carne, strumento di Satana, e perciò vincitore di Satana.
19Essi possono dire come, rinnovellati ogni volta più profondamente, muoiano misticamente ad ogni volta e risorgano sempre più spiritualizzati.
20Essi vi possono dire quale pace, quale serenità, quale equilibrio è in loro, quale intelligenza, quale amore, quale purezza. Non umana, più ancora che soprumana. Mia, poiché Io divengo loro e loro divengono Me. La creatura non c’è più. Io ci sono. Essi sono una goccia di sangue nel mio Cuore. Io vivo. Io regno. Io li faccio dèi poiché li assimilo a Me.
21Quello che Satana non dà, non può dare: il divenire simili a Dio, Io lo do a questi miei discepoli perché li fondo con Me e li deifico in tale fusione.
292. Satana: Culto di Satana[83].
Obbrobriosa idolatria[84].
Dice l’Eterno Padre:[85]
1«Continuo a parlare a te, uomo[86] e a tutti quelli che come te sono adoratori di idoli bugiardi.
2Non c’è bisogno di avere un Olimpo come i pagani dell’antico tempo, per essere idolatri. Non c’è bisogno di avere dei feticci come le tribù selvagge, per essere idolatri. Siete idolatri anche voi, e della più obbrobriosa idolatria, voi che adorate ciò che non è vero, che servite ad un culto che non è che culto di Satana, che adorate il Tenebroso per non volere chinare il capo traviato e il più traviato cuore a ciò che fu guida e luce soprannaturale di milioni e milioni di uomini che pure furono dei grandi della Terra – e della vera grandezza del genio e del cuore – i quali in questa luce e in questa guida soprannaturali trovarono la leva della loro elevazione, il conforto della loro vita e la gioia della loro eternità, ed ai quali il mondo, nonostante la sua evoluzione continua, guarda ammirando e rimpiangendo di non avere più in sé quella fede che fece grandi in Terra e oltre la Terra quei grandi.
È delitto negare il Vangelo e la Chiesa[87].
3Voi, poiché le midolla della vostra anima non sono nutrite di Fede vera e della conoscenza di quegli eterni Veri che sono vita dello spirito; voi, che avete commesso verso voi stessi il delitto di negare allo spirito creato da Dio la conoscenza della Legge e della Dottrina data da Dio, e chiamate superstizione la Religione e definite inutili le forme di essa; voi trovate di esser superiori anche a quei grandi che, secondo voi, non vanno assolti dalla colpa di aver immiserito se stessi al livello di una donnicciuola ignorante per aver avuto ossequio alla Chiesa e obbedienza alla Religione, che altro non è che somma della mia Legge e della Dottrina del Figlio mio, culto, perciò, vero ad un Dio vero le cui manifestazioni sono innegabili e sicure. Tutte: dal Sinai al Calvario, dal Sepolcro squarciato da forza divina ai mille e mille miracoli che nel corso dei secoli, come parole di fuoco che non si spegne, di oro fuso che non si offusca, hanno scritto nel tempo le glorie di Dio e la verità del suo Essere.
4E come folli che gettino in mare degli splendidi gioielli raccogliendo preziosamente dei ciottoli, o rigettino dei cibi sani per empirsi poi la bocca di lordure, per la Religione di Dio che rifiutate non trovandola degna di voi – pseudo-superuomini dalla mente insatanassata, dal cuore corrotto, dallo spirito venduto, idoli a vostra volta dai piedi di creta- per la Religione respinta accogliete poi il demoniaco culto del Nemico di Dio e vi fate ministri o proseliti di esso.
La messa nera e l’entità infernali[88].
5Eccoli i criticatori del mio culto, eccoli i giudici della mia Chiesa, eccoli gli accusatori dei miei ministri, eccoli i sindacatori dei miei fedeli! Trovano nel culto, nella Chiesa, nei sacerdoti, nei fedeli, oggetto di scherno e mezzo di avvilimento. Poi, loro che dicono che l’uomo non ha bisogno di culto, non ha bisogno di sacerdoti, non ha bisogno di cerimonie per corrispondere con Dio, si fanno un loro culto tenebroso, occulto, carico di tutto un cerimoniale segreto rispetto al quale quello palese, solare del mio culto è nulla. Si fanno dei ministri di esso, uomini corrotti e traviati quanto loro e più di loro, nei quali credono con fede cieca, e prendono per voci e manifestazioni di Dio gli istrionismi di questi posseduti da Satana. Si fanno proseliti – e come osservanti! – di questa parodia oscena di culto, di questa menzogna sacrilega.
6Eccoli, eccoli quelli che al posto del Dio santo, del Salvatore eterno, mettono la Entità e le entità infernali, e a quelle curvano fino a terra la loro cervice e la loro schiena, che non reputano degno di un uomo curvare davanti ad un vero altare sul quale la mia Gloria trionfa, e splende la Misericordia del mio Figlio, e fluisce vivificante l’Amore dello Spirito, ed esce Vita e Grazia da un Tabernacolo e da un Confessionale, non perché un uomo, pari a voi come materia ma fatto depositario di un potere divino dal Sacerdozio, vi dà una piccola forma di pane azzimo e vi pronuncia una formula di umane parole, ma perché quel poco pane è il mio Figlio, vivo e vero come è in Cielo alla mia destra col suo Corpo e Sangue, Anima e Divinità, e quelle parole fanno piovere il suo Sangue, che ha dolore di aver effuso per tanti di voi, sacrileghi spregiatori di Esso, come pioveva dall’alto della sua Croce su cui il mio amore per voi lo aveva inchiodato.
7Ma non riflettete, o pseudo-superuomini fatti di putrido fango che nessuna luce nobilita, alla vostra incongruenza? Respingete Dio e adorate gli idoli di un culto osceno e demoniaco. Dite di venerare e credere nel Cristo e poi fuggite dalla sua Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana; mettete una croce là dove chiamate il Nemico della Croce e del Crocifisso santo. È come se su quella Croce sputaste il rigurgito del vostro interno.
I sacerdoti di Satana[89].
8E che ci vedete di grande nei vostri sacerdoti da burla? Nella massa dei miei sono molti sui quali vi è da fare appunti. Ma, e i vostri? Quale dei vostri è “santo”? Lussuriosi, crapuloni, menzogneri, superbi sono i migliori, delinquenti e feroci i peggiori. Ma di meglio fra i vostri non avete. Né potreste avere, perché se fossero onesti, casti, sinceri, mortificati, umili, sarebbero dei “santi”, ossia dei figli di Dio, e non potrebbe Satana possederli per traviarli e per traviarvi attraverso ad essi.
9Dopo anni ed anni che si dicono “mezzi” in mano a Dio, hanno migliorato la loro natura? No. Tali erano, tali restano, se pure non peggiorano. Ma non sapete che il contatto di Dio è continua metamorfosi che fa di un uomo un angelo? Quale consiglio buono, risultato poi corrispondente ai fatti, vi hanno mai dato? Nessuno. Ad uno dicono una cosa e ad un altro un’altra sullo stesso argomento, poiché sono zimbello di Satana e poiché Io, Io Potere supremo, confondo le loro idee di tenebre col fulgore insostenibile della mia Luce che essi non possono sopportare. Essa Luce è solo gioia e guida ai figli miei che con essa in cuore spaziano, non per potere proprio ma per potere di essa, nei tempi futuri, e con gli occhi dello spirito vedono, e con le orecchie dello spirito odono ciò che è segreto di Dio, futuro dell’uomo, e dicono in mio nome ciò che lo Spirito pone sulle loro labbra mondate dall’amore e fatte sante dal dolore.
Guai a voi astrologhi, indovini e satanisti[90].
10Indovini, astrologi, sapienti e dottori del satanismo che il mio Figlio condanna e che Io copro di doppia condanna, di tripla condanna – perché la vostra religione satanica, che si camuffa di nomi pomposi ma altro non è che satanismo, è peccato contro Me, Signore del Cielo e della Terra davanti al quale non c’è altro Dio, è offesa al Figlio, Salvatore dell’uomo rovinato da Satana, è offesa allo Spirito Santo con la vostra negazione alla verità conosciuta – sappiate che Io rendo stoltezza la vostra scienza occulta e preparo i rigori di un futuro eterno per voi, che non avete voluto il Cielo ma l’inferno per vostro regno e avete voluto Satana, non Dio, per vostro pontefice, re e padre.»
11Credevo che parlasse Gesù, invece è l’Eterno Padre. Voglia Dio che la sua parola penetri quel cuore che lei sa.
293. Salvare, la più
grande
delle carità[91].
La conquista delle anime[92].
A me poi dice Gesù:
1«Maria, ti sei offerta senza riserve, non è vero? Vuoi che le anime si salvino per il tuo sacrificio, non è vero?
2E allora non pensi che ti ho detto che le anime si conquistano con la stessa arma con cui esse si perdono? L’impurità di un’anima con la purezza, la superbia con l’umiltà, l’egoismo con la carità, l’ateismo e la tiepidezza con la fede, e la disperazione, e la disperazione, e la disperazione, Maria, con le vostre angosce che pure non disperano, ma chiamano Dio, guardano a Dio, cercano Dio, sperano in Dio anche quando Satana, il mondo, gli uomini, gli eventi sembrano congiurare contro la speranza e si alleano per dire: “Non c’è Dio”.[93]
L’arma per vincere la guerra di Satana[94].
3In quest’ora satanica che vivete, mentre dovrebbe unicamente essere usata un’arma per vincere la guerra di Satana alle creature di Dio, mentre basterebbe invocare il mio Nome con fede, speranza, carità intrepide, pressanti, accese, per vedere fuggire le armate di Satana e cadere infranti i loro mezzi che Io maledico, cosa sale dalla Terra al Cielo, e mai tanto vi sale come quando su voi è il flagello orrifico delle armi omicide, micidiali, che Satana ha insegnato all’uomo e che l’uomo ha accettate mettendo in disparte la legge che dice: “Amatevi come fratelli”[95] per assumere quella che dice: “Odiatevi come io, Satana, odio”? Un coro di bestemmie, maledizioni, di derisioni a Dio, di disperazioni. La morte molte volte vi ferma sulle labbra quelle parole, ve le inchioda e vi porta così, marcati da un’ultima colpa, al mio cospetto.
Angoscia per i troppi che si dannano.
4Maria, tu stupisci come dopo tanto aiuto Io ti lasci ora sentire tanta angoscia. Ti ho aiutata nell’ora della morte di chi amavi[96]e ti ho dato il mio cuore per guanciale e la mia bocca per musica e per lino che ha asciugato il tuo pianto col suo bacio e attutito il tuo dolore col suo canto d’amore. Ma quello era dolore tuo. Me lo avevi già offerto ed Io l’avevo già usato. Era l’ora che te ne premiassi. Era l’ora che ti sostenessi perché tu mi devi servire ancora, mia piccola “voce”, e non voglio che tu muoia prima del momento in cui la tua voce potrà tacere, avendo dato abbastanza agli immeritevoli uomini di parola mia.
5Ora vi sono troppi che si dannano nella disperazione e muoiono accusandomi. Anche sulla bocca dei bimbi che, oggi, sanno più bestemmiare che pregare, e maledire che sorridere, e sempre più sapranno bestemmiare e maledire, poveri fiori sporcati dal mondo e dal suo re infernale quando il loro non è che un boccio ancora serrato.
Occorrono anime vittime[97].
6Perché alle vostre troppe, troppe, troppe maledizioni non abbia finalmente a rispondere una mia che vi stermini senza darvi tempo di invocarmi più; perché alle troppe, troppe, troppe accuse vostre a Me non abbia finalmente a tornare a voi la mia accusa tremenda; perché alle vostre troppe, troppe, troppe disperazioni, frutto naturale della vostra vita di bastardi, non abbia finalmente a corrispondere la mia condanna eterna su voi, miei salvati che calpestare Me e la salvezza che vi ho dato,[98] occorre che vi siano vittime che amano, soffrono, pregano, benedicono, sperano, ma ripeto: soffrano, soffrano, soffrano di quel che fa soffrire i fratelli, le quali vittime purifichino col loro amare, soffrire, pregare, benedire, sperare, i luoghi in cui si va incontro alla Morte, non quella della carne ma dello spirito.
7Io ti dico che se il numero di chi ama, crede e spera, fosse uguale a quello di coloro che non amano, non credono, non sperano, e che se nei tragici momenti in cui vi incombe la strage un uguale numero di invocazioni salissero insieme alle imprecazioni – bada che non dico un numero maggiore ma un numero uguale – tutte le insidie e le volontà dei demoni e degli uomini-demoni rimarrebbero spezzate e cadrebbero senza farvi più male, come avvoltoio al quale vengono spezzate l’ali e non può più far preda.
La più grande delle carità.
8Animo! Sii una che salva.
9Salvare! Per salvare l’Umanità ho lasciato il Cielo. Per salvare l’Umanità ho conosciuto la morte.
10Salvare! La più grande delle carità. Quella che fu la carità del Cristo. Quella che fa di voi, salvatrici, le anime che più sono uguali al Cristo.
11Io vi benedico, o voi tutte a Me sorelle nel salvare. Io ti benedico. Benedico te alla quale, per farti felice di una felicità immisurabile ed eterna, ho dato di essere una che salva.
12Va’ in pace. Sta’ in pace. Io sono con te, sempre.»
294. Potere sovrano dello Spirito Santo[99]
Il Santificatore[100].
Dice lo Spirito di Dio:
1«Non manchi a chiamarti la parola di Colui che è Sapienza e Amore di Dio, Colui che si effonde da eternità ad eternità su tutto quanto è per santificarlo a Dio, Colui che ha presieduto con la sua forza a tutte le opere della Trinità nostra e che non è estraneo a tutto ciò che è santo nel tempo e nell’eternità, perché Io sono il Santificatore, Quello che col suo settemplice dono vi santifica e a Dio vi porta facendovelo conoscere nei suoi voleri sulla Terra e nella sua gloria in Cielo.
2Io sono la Sapienza di Dio. Sono Colui che la Seconda Persona della nostra Triade santissima chiama “Maestro di ogni vero, Colui che non vi parlerà da Sé stesso, ma dirà tutto quello che ha udito e vi annunzierà l’avvenire”.[101]
Il depositario della Verità[102].
3Ecco, o voi che cercate di conoscere anche più che necessario non sia, chi è Quello che può darvi questa conoscenza da voi cercata. Io sono. Io, Luce della Luce, Io, Spirito dello Spirito, Io, intelligenza dell’intelligenza, sono il custode, il depositario di tutte le verità passate, presenti, avvenire, il conoscitore di tutti i decreti di Dio, l’amministratore delle sue luci agli uomini. Io sono Quello, che non assente col suo consiglio alle opere del Creatore, che non assente al decreto della Redenzione, neppure assente presso voi per consigliarvi, e con dolcezza d’amore guidarvi nel rendere atto compiuto le volontà che il Padre vi propone. Io sono più ancora. Sono l’Amore che vi ispira ciò che è atto a darvi l’abbraccio di Dio e per sentiero di santità vi porta sul suo seno.
L’educatore[103].
4Come nutrice pietosa, Io piglio la vostra incapacità di neonati alla Vita e vi educo e allevo. Tenendovi fra le mie braccia, vi do calore per farvi assimilare il latte dolcissimo della Parola di Dio onde divenga in voi vita. Di Me stesso vi faccio scudo contro i pericoli del mondo e di Satana perché l’Amore è forza che salva. Io vi guido e sorreggo e come maestro di amorosa pazienza vi istruisco. Faccio di voi, pesanti e tardi, pusillanimi e deboli, degli eroi e degli atleti di Dio. Faccio di voi, poveri spirituali, dei re dello spirito, poiché il vostro spirito lo copro coi miei splendori divini e lo pongo su un trono che più grande non vi è, poiché il mio è trono di santità eterna.
Requisiti per conoscere lo Spirito Santo[104].
5Ma per conoscermi occorre non avere idolatria in cuore. Occorre credere a ciò che Io ho santificato. Credere alle verità che Io ho illuminato. Occorre abbandonare l’errore. Occorre cercare Dio là dove Egli è. Non dove vi è il Nemico di Dio e dell’uomo.
6Volete conoscere la Verità? Oh! venite a Me! Io solo ve la posso dire. E ve la dico nel modo che la mia bontà sa a voi confacente, per non turbare la vostra debolezza d’uomini e la vostra relatività. Perché amate ciò che è contorto, complicato, tenebroso? Amate Me che sono semplice, lineare, luminoso; Me che sono gioia di Dio e dello spirito.
Il futuro del nostro spirito[105].
7Volete conoscere il futuro dello spirito? Ed Io ve lo insegno parlandovi di una eternità che vi attende in una beatitudine che per voi è inconcepibile, nella quale, dopo questa ora di sosta, unica sosta sulla Terra, riposerete in Dio di tutte le fatiche, di tutti i dolori, dimenticherete il dolore perché la Gioia sarà vostro possesso; e se anche l’Amore, che mai come in Cielo è vivo, vi darà palpiti per i dolori dei viventi, non sarà pietà che vi darà dolore, ma solo amore attivo che sarà pur esso gioia.
8Volete conoscere le perfezioni del Creatore nelle cose, i misteri della creazione? Io ve li posso dire, Io che, Sapienza, “uscii primo dalla bocca di Dio, primogenita avanti tutte le creature”,[106] Io che sono in tutto quanto è, perché tutto porta sigillo d’amore ed Io sono l’Amore. Il mio Essere si estende su tutto l’Universo; la mia Luce bagna di Sé gli astri, i pianeti, i mari, le valli, le erbe, gli animali; la mia intelligenza corre per tutta la Terra, istruisce i lontani, dà a tutti un riflesso dell’Alto, educa alla ricerca di Dio; la mia Carità penetra come il respiro e conquista i cuori.
I misteri delle religioni[107].
9Attiro a Me i giusti della Terra, e anche ai retti non conoscitori del Dio vero do riflessi di questo santo Dio vostro, per cui un rivo di verità è in tutte le religioni rivelate, messo da Me che son Colui che irriga e feconda.
Il mistero della presenza viva del nostro Dio[108].
10Io, poi, come possente zampillo di sorgente eterna, trabocco da ogni lato della Cattolica Chiesa di Cristo, e con la Grazia, coi sette doni e coi sette sacramenti, faccio, dei cattolici fedeli, dei servi del Signore, degli eletti al Regno, dei figli di Dio, dei fratelli del Cristo, degli dèi la cui sorte è così infinitamente sublime che merita qualunque sacrificio per possederla.
Convertirsi allo Spirito Santo[109].
11Volgetevi a Me. Saprete, conoscerete e sarete salvi perché conoscerete la Verità. Staccatevi, staccatevi dall’errore che non vi dà gioia e pace. Curvate il ginocchio davanti al Dio vero. Al Dio che ha parlato sul Sinai[110]e che ha evangelizzato in Palestina. Al Dio che vi parla attraverso la Chiesa da Me, Spirito di Dio, fatta Maestra.
12Non vi è altro Dio all’infuori di Noi: Uno e Trino. Non vi è altra Religione che la nostra secolare. Non vi è altro futuro, sulla Terra ed oltre, fuor di quello che vi dicono i Libri santi. Tutto il resto è Menzogna destinata ad essere svergognata da Colui che è Giustizia e verità.
13Chiedete a Noi – Potenza, Parola e Sapienza – la luce acciò non camminiate più oltre su torti sentieri di morte, ma possiate venire anche voi, erranti, nella via sulla quale trovarono salvezza quelli che per la loro umile, sapiente, santa fede, piacquero a Dio che ne fece i suoi santi.»
295. L’appello della Madre[111].
Tornate sui sentieri del Cristo.
Dice Maria:
1«E poiché sono la Madre, parlo io pure stringendovi al seno per indurvi alla fede, miei figli che vedo morire, nutriti come siete di tossico di morte.
2Ve ne prego, per quel mio Figlio che ho dato con dolorosa gioia per la vostra salvezza, tornate sui sentieri del Cristo. Avete scritto il suo Nome santissimo sui vostri sentieri. Ma è un profanarlo. E se non fosse che il Nemico vi offusca la mente e vi regge la mano forzandola a scrivere ciò che il buon senso non potrebbe indurvi a scrivere, quel Nome benedetto non lo scrivereste sulle vie per le quali Satana viene a voi e sulle porte dei vostri grotteschi templi di senza-Dio.
3Ma io dico per voi al Padre: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno”[112]e vi chiedo al Padre santo, poveri figli irretiti da Satana. Io ho vinto Satana in me e per gli uomini. Esso è sotto il mio piede. Lo vincerò anche in voi purché veniate a me.
La mediatrice di tutte le grazie.
4Io sono la Madre. La Madre che l’Amore ha fatta madre del bell’amore. Io sono quella in cui riposa, come in un’arca, la manna della Grazia. Colma ne sono di Grazia, né Dio pone limite al mio potere di effonditrice di questo divino tesoro. Io sono la Madre della Verità che in me si fece Carne. Io sono la portatrice della Speranza dell’uomo. Attraverso a me la speranza dei patriarchi e dei profeti è divenuta realtà. Io sono la sede della Sapienza che mi fece sua e Madre del Figlio di Dio.
5Venite, che io vi porti al Cristo tenendovi per mano, con questa mia mano che ha sorretto i primi passi del Gesù-Salvatore per le vie della terra e che gli ha insegnato a camminare perché sollecito salisse al Golgota per salvare voi, a me più cari, perché i più infelici fra tutti gli uomini, i condannati che lotto per strappare al potere che vi trascina all’abisso, per salvare al Cielo.
6Guardate quanto ho pianto per voi. Ché voi non siete coloro che cadono trascinati da peso di carne, così impetuoso e improvviso che vi abbatte senza darvi tempo e modo di reagire. Voi siete quelli che tenacemente, scientemente, commettono la colpa che non è perdonata, l’ha detto il Figlio mio.[113] Voi negate la verità per farvi, di menzogne nefande, delle verità. Voi divenite luciferi. E potreste esser angeli!
La mite agnella e la più pacifica dell’ulivo.
7Non chiedo molto da voi. Sol che mi amiate come una Madre, sol che mi chiamiate. Il mio nome sarà già miele alle vostre labbra attossicate. E sarà salvezza perché dove è Maria là è Gesù, e chi ama me non può non amare la Verità che è il Figlio delle mie carni. Io non rimprovero, Io non condanno. Io amo. Unicamente amo.
8Non vi devo far paura perché sono più mite di agnella e più pacifica dell’ulivo. Tanto mite che, superando le agnelle, ho lasciato che mi venisse strappata dal seno la mia Creatura e mi fosse sacrificata su cruento altare senza reagire, senza maledire. Tanto superiore all’ulivo, che ho fatto, da me stessa, di me stessa uliva nella mola, e mi sono fatta torchiare dal dolore per stillare dal mio verginale e materno cuore immacolato l’olio per medicare le vostre ferite e per consacrarvi al Cielo.
9Posatemi nel grembo la testa malata. Io la guarirò e vi dirò le parole che la Sapienza mi dice per condurre voi alla Luce di Dio.»
296. Contemplazione del Paradiso[114].
Inizio della contemplazione.
1Che bello! Che bello! Che bello ciò che io vedo!
2Cercherò di essere esattissima e chiara nel descriverle ciò che mi ha portato la Comunione.
3Che io fossi felice, ella lo sa già. Ma quale beatitudine e quale vista gaudiosa mi fu concessa dal momento dell’unione eucaristica in poi, no. Fu come un quadro che mi si svelasse per gradi. Ma quadro non era: era contemplazione. Me ne sono raccolta per un’ora buona senza altro pregare che questo contemplare che mi rapiva oltre la Terra.
4Si è iniziato subito dopo aver ricevuto la sacra Particola e credo che a lei non è sfuggito come fossi lenta a rispondere e a salutare; ero già avvolta. Ciononostante ho detto ad alta voce tutto il ringraziamento mentre sempre più viva veniva a me la visione. E poi mi sono messa quieta, ad occhi chiusi come dormissi. Ma non sono mai stata tanto sveglia col mio io completo come in quest’ora.
5La visione dura, nella sua fase finale, ancora mentre io scrivo. Scrivo sotto lo sguardo di tanti esseri celesti che vedono come io dico unicamente ciò che vedo, senza aggiungere particolari o portare modifiche. Ed ecco la visione.
La Mamma Ss.
6Non appena ricevuto Gesù, mi sentii la Mamma, Maria, al lato sinistro del letto che mi abbracciava col braccio destro attirandomi a sé. Era col suo abito e velo bianco come nelle visioni della Grotta, in dicembre[115]. Nello stesso tempo mi sentii avvolta da una luce d’oro e da un soave, indescrivibilmente soave colore, e gli occhi del mio spirito cercavano la sorgente di esso che sentivo piovere su me dall’alto. Mi parve che la mia camera, pur rimanendo camera come è nel pavimento e nelle 4 pareti e nelle suppellettili, non avesse più soffitto ed io vedessi gli azzurri sconfinati di Dio.
Lo Spirito Santo.
7Sospesa in questi azzurri, la Divina Colomba di fuoco stava a perpendicolo sul capo di Maria, e naturalmente sul mio capo, perché io ero appoggiata gota a gota a Maria. Lo Spirito Santo aveva l’ali aperte e posizione eretta, verticale. Non si muoveva, eppure vibrava, e ad ogni vibrazione erano onde, lampi, scintille di fulgore che si sprigionavano. Da Esso scaturiva un cono di luce d’oro il cui vertice partiva dal petto della Colomba e la cui base fasciava Maria e me. Eravamo raccolte in questo cono, in questo manto, in questo abbraccio di luce gaudiosa. Una luce vivissima eppure non abbagliante, perché comunicava agli occhi una forza nuova che aumentava ad ogni bagliore che si sprigionava dalla Colomba, aumentando sempre il bagliore già esistente ad ogni vibrazione di Essa. Sentivo l’occhio come dilatarsi in una potenza sovrumana, quasi non fosse più occhio di creatura ma di spirito già glorificato.
Dio-Padre.
8Quando raggiunsi la capacità di vedere oltre, per merito dell’Amore acceso e sospeso sopra di me, il mio spirito venne chiamato a guardare più in alto. E contro l’azzurro più terso del Paradiso vidi il Padre. Distintamente, per quanto la sua figura fosse a linee di luce immateriale. Una bellezza che non tento descrivere perché è superiore alle capacità umane. Egli mi appariva come su un trono. Dico così perché mi appariva seduto con infinita maestà. Ma non vedevo trono, poltrona o baldacchino. Nulla di quanto è forma terrena di sedile. Egli mi appariva dal lato alla mia sinistra (verso la direzione del mio Gesù crocifisso, tanto per darle una indicazione, e perciò a destra del suo Figlio) ma ad una altezza incalcolabile. Eppure lo vedevo nei più minuti dei suoi luminosissimi tratti. Guardava verso la finestra (sempre per darle una indicazione delle diverse posizioni). Guardava con sguardo di infinito amore.
Gesù Cristo Re glorioso.
9Seguii il suo sguardo e vidi Gesù. Non il Gesù-Maestro che vedo di solito.
Il Gesù-Re. Bianco vestito ma di una veste luminosa e candidissima come è quella di Maria. Una veste che
pare fatta di luce. Bellissimo. Aitante. Imponente. Perfetto. Sfolgorante. Colla mano destra – era in
piedi – teneva il suo scettro che è anche il suo vessillo. Una lunga asta, quasi un pastorale, ma ancora
più alto del mio altissimo Gesù, che non finisce con il ricciolo del pastorale ma in una asta traversa,
che forma perciò una croce fatta così[116]
, dalla quale pende, sostenuto dall’asta più corta, un gonfalone di
luminosissima, candida seta, fatto così[117]
, e segnato da ambo i lati da una croce purpurea; sul gonfalone è scritto a
parole di luce, quasi fosse scritto con diamanti liquidi, la parola: “Gesù Cristo”.
10Vedo molto bene le piaghe delle mani poiché la destra tiene l’asta in alto,
verso il gonfalone, e la sinistra accenna alla ferita del costato, che però non vedo altro che come un
punto luminosissimo da cui escono raggi che scendono verso terra. La ferita a destra è proprio verso il
polso e pare un rubino splendentissimo della larghezza di una moneta da 10 centesimi. Quella di sinistra
è più centrale e vasta, ma si allunga poi così[118]
verso il pollice. Splendono come carbonchi vivi. Non vedo altre ferite. Anzi
il Corpo del mio Signore è bellissimo e integro in ogni sua parte.
11Il Padre guarda il Figlio alla sua sinistra. Il Figlio guarda sua Madre e me. Ma le assicuro che se non guardasse con amore non potrei sostenere il fulgore del suo sguardo e del suo aspetto. È proprio il Re di tremenda maestà di cui è detto.[119]
12Più la visione dura e più si aumenta in me la facoltà di percepire i più minuti particolari e di vedere sempre più in vasto raggio.
S. Giuseppe.
13Infatti dopo qualche tempo vedo S. Giuseppe (presso all’angolo dove è il Presepio). Non è tanto alto, su per giù come Maria. Robusto. Brizzolato nei capelli, che sono ricciuti e corti, e nella barba tagliata quadrata. Naso lungo e sottile, aquilino. Due rughe incidono le guance partendo dagli angoli del naso e scendendo a perdersi ai lati della bocca, fra la barba. Occhi scuri e buonissimi. Ritrovo in essi lo sguardo amorosamente buono di mio padre. Tutto il volto è buono, pensoso senza essere mesto, dignitoso, ma tanto, tanto buono. È vestito di una tunica blu-violacea come i petali di certe pervinche ed ha un manto color pelo di cammello. Gesù me lo addita dicendomi: “Ecco il patrono di tutti i giusti”.
L’angelo custode.
14Poi la Luce mi richiama lo spirito dall’altro lato della camera, ossia verso il letto di Marta,[120] e vedo il mio angelo. È in ginocchio, volto verso Maria che pare venerare. Biancovestito. Le braccia messe a croce sul petto con le mani che toccano le spalle. Ha il capo molto curvo, per cui poco lo vedo in viso. È in atto di profondo ossequio. Vedo le belle ali lunghe, candidissime, pontute, vere ali fatte per trasvolare rapide e sicure da Terra a Cielo, ora raccolte dietro alle spalle. Mi insegna, col suo atteggiamento, come si dice: “Ave, Maria”.
S. Giovanni apostolo.
15Mentre ancora lo guardo, sento che qualcuno è presso a me dal lato destro e che mi posa una mano sulla spalla destra. È il mio S. Giovanni col suo volto splendente di ilare amore.
La Chiesa trionfante.
16Mi sento beata. E mi raccolgo in mezzo a tanta beatitudine credendo aver toccato il culmine. Ma un più vivo sfavillare dello Spirito di Dio e delle piaghe di Gesù, mio Signore, aumenta ancora la capacità di vedere. E vedo la Chiesa celeste, la Chiesa trionfante! Tento descrivergliela.
17In alto, sempre, il Padre, il Figlio, ed ora anche lo Spirito, alto sopra i Due, framezzo ai Due che collega coi suoi fulgori.
18Più in basso, come fra due pendici azzurre, di un azzurro non terreno, raccolta in una beata valle, la moltitudine dei beati in Cristo, l’esercito dei segnati col nome dell’Agnello[121], una moltitudine che è luce, una luce che è canto, un canto che è adorazione, una adorazione che è beatitudine.
19A sinistra le schiere dei confessori. A destra quelle dei vergini. Non vidi la schiera dei martiri, e lo Spirito mi fa capire che i martiri sono aggregati ai vergini poiché il martirio rinverginizza l’anima come fosse pur mo creata. Mi paiono tutti vestiti di bianco, sia i confessori che i vergini. Quel bianco luminoso della veste di Gesù e Maria.
20Luce emana dal suolo azzurro e dalle azzurre pareti della valle santa quasi fossero di zaffiro acceso. Luce emanano le vesti di diamante tessuto. Luce, soprattutto, i corpi ed i volti spiritualizzati. 25E qui mi industrio a descriverle ciò che ho notato nei diversi corpi.
Corpi spiritualizzati.
21Corpo di carne e spirito vivo, pulsante, perfetto, sensibile al tatto e contatto, è unicamente quello di Gesù e Maria: due corpi gloriosi ma realmente “corpi”. Luce dalla forma di corpo, tanto perché possa esser percepibile a questa povera serva di Dio, l’Eterno Padre, lo
22Spirito Santo e l’angelo mio. Luce già più compatta S. Giuseppe e S. Giovanni, certamente perché ne devo udire la presenza e la parola. Fiamme bianche, che sono corpi spiritualizzati, tutti i beati che formano la moltitudine dei Cieli.
Gli apostoli Pietro e Paolo.
23Fra i confessori non si volta nessuno. Guardano tutti la Santissima Trinità. Fra i vergini si volge qualcuno. Distinguo gli apostoli Pietro e Paolo perché, per quanto luminosi e bianco-vestiti come tutti, hanno il volto già più distinguibile degli altri: un caratteristico volto ebraico. Mi guardano con benignità (meno male!).
Agnese, Cecilia Teresa di Liseux.
24Poi tre spiriti beati, che comprendo essere di donne, che mi guardano, accennano e sorridono. Si direbbe che mi invitano. Sono giovani. Ma già mi pare che i beati abbiano tutti una stessa età: giovanile, perfetta, ed una uguale bellezza. Sono copie minori di Gesù e Maria. Chi siano queste tre creature celesti non posso dire, ma poiché due portano le palme e una solo dei fiori – le palme sono l’unico segno che distingue i martiri dai vergini – credo di non errare nel dire che sono Agnese, Cecilia e Teresa di Lisieux.
L’Alleluia della moltitudine.
25Quel che, nonostante il mio buon volere, non le posso dire, è l’Alleluia di questa moltitudine. Un Alleluia potente e pure soave come una carezza. E tutto ride e splende più vivo ad ogni osanna della moltitudine al suo Dio.
26La visione cessa e nella sua intensità si cristallizza in questa sua forma. Maria mi lascia e con Lei Giovanni e Giuseppe, prendendo la prima il suo posto di fronte al Figlio e gli altri il loro nella schiera dei vergini.
27Sia lode a Gesù Cristo.
297. La rincarnazione, antitesi della risurrezione[122].
Accogliere la parola divina.
Dice Giovanni:
1“Istruito come ero, penetrato, fatto uno col Maestro, nel mio Vangelo vive la Parola così come fu detta, perché io per la mia fusione l’ho potuta ripetere senza modifiche. È il Cristo che parla. Giovanni non è che lo strumento che scrive. Così come te.[123]
2Grande sorte la nostra alla quale occorre essere fedeli sino nelle minuzie per non inquinare di noi, creature, la dottrina divina, e per la qual sorte dobbiamo conservare una vita illibata perché la Parola scenda dove nulla è di impuro, neppur l’ombra di un pensiero.
3Accogliere la Parola di Dio è come accogliere il Pane del Cielo. È il Pane del Cielo che si fa a noi Parola per divenire Pane allo spirito dei fratelli. È l’Eucarestia della Parola, non meno santa della Eucarestia dell’altare, perché, venuto in noi, il Cristo eucaristico ci porta la sua Parola, tanto più o meno sentita quanto più in noi è vita di spirito, e venuto in noi il Cristo Maestro ci porta il suo nutrimento che ci rende atti a sempre più fare dell’Eucarestia il Cibo di vita eterna.
4Egli l’ha detto, il Maestro mio e tuo: “Beati quelli che conservano in cuore la Parola di Dio”. Ed ha anche detto: “Chi ascolta la mia Parola ha la vita eterna”, e: “Io sono il Pane vivo che dal Cielo discende. Chi mangia di Me non morrà ed Io lo risusciterò l’ultimo giorno”.[124] Dunque il Maestro dà un’unica sorte a chi si ciba di Lui: Verbo del Padre e Pane del Cielo.
5Ma non parlo tanto a te per te, discepola che sei nella luce. Parlo io, luce di Cristo, di Cristo, Luce del mondo, ai tenebrosi che, come coloro che hanno scaglie sulle pupille, vanno brancolando nel buio e non sanno mettersi sul sentiero nel quale passa il Maestro, non vogliono mettervisi, e gridare: “Gesù, salvaci! Dacci la tua Luce!”.
6Se lo chiamassero, Egli verrebbe a loro, sosterebbe in loro e darebbe loro la beata sorte di divenire figli di Dio, nati una seconda volta – l’unica volta che si può rinascere, non nella carne, la quale spenta che sia non rivestirà mai più quello spirito che l’ha avuta per veste fuorché nell’ultimo giorno per andare con essa alla gloria o alla dannazione, ma nello spirito il quale innestandosi al Cristo si rigenera, poiché il Cristo, avendolo in Sé, parte del suo santissimo Essere, lo unisce allo Spirito di Dio, il quale è Colui che ci ottiene di rinascere non più uomini ma figli di Dio – e conoscerebbero la Luce, si staccherebbero dalle Tenebre e dalla Menzogna, poiché Cristo è Verità, poiché Cristo è Luce, e il Paraclito che Cristo dona ai “suoi” è Luce e Verità, e chi ha il Cristo ha la Verità e la Luce della Divinità Trina in sé.
I ciechi del tempo moderno.
7Lasciate l’eterno Omicida il quale peri e fa perire, perché non perseverò nella verità che nella sua fortunata sorte angelica aveva posseduto dal primo istante della sua creazione. Credete nel Cristo che non può mentire, perché è Dio e di Dio ha la Perfezione.
8Egli vi dice, e più e più volte: “io vi risusciterò”. Potrebbe Egli dire parola impropria, Egli il Perfetto nella Scienza e a nell’intelligenza? Egli dice “risusciterò”, non dice “rincarnerò”. E specifica: “nell’ultimo giorno”, e ancora: “Come il Padre risuscita i morti e rende loro la vita, così pure il Figlio dà la vita a quelli che vuole… Chi ascolta la mia parola e crede in Colui che m’ha mandato, ha la vita eterna e non incorre in condanna, ma passa da morte a vita… Viene l’ora in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e chi l’avrà sentita vivrà. Vien l’ora in cui tutti nei sepolcri udranno la voce del Figlio di Dio e ne usciranno, quanti fecero bene, alla risurrezione della vita; quanti poi fecero male, alla risurrezione della morte”.[125]
L’unica sola vita corporale e spirituale.
9Perciò Colui che è Verità e Scienza dice, ripete, insiste, giura su una vita, unica e sola, della carne, e su una vita, unica e sola, dello spirito. Questa vita si vive nella nostra unica giornata di uomini e poi, solo nell’ultimo giorno, al comando di Gesù-Dio, risorge per rivestire lo spirito di cui fu veste. Questa vita eterna si ha unicamente per mezzo della nostra giornata unica, e, se in essa abbiamo ucciso una volta lo spirito, mai più esso potrà rincarnarsi per passare, per successive fasi, da morte a vita.
10No. Il potere di Dio Padre, di Dio Figlio Gesù, di Dio Spirito Paraclito, può darvi risurrezione dello spirito sulla terra mediante un miracolo della grazia, o mediante l’intercessione di un “santo” sia della terra o del Cielo, o anche mediante il desiderio vostro di risorgere. Ma questo avviene qui, sulla Terra, nel vostro unico giorno. Venuta per voi la sera ed entrati nel sonno della notte umana, non vi è più risurrezione possibile attraverso nuove fasi vitali. Vi è solo, se siete dei morti dello spirito, morte.
11Io, discepolo del Cristo, io che ho visto, oltre la vita, la vita futura e la risurrezione ultima, ve lo giuro che ciò è verità.
La verità è nel Vangelo.
12Liberatevi da queste catene. Sono le più pericolose che Satana vi getti. Fate il primo passo per dire a Cristo: “Vengo a Te” e a Satana: “indietro, in nome di Gesù”. Accogliete la prima verità.
13Non potete sapere come sia dolce il Signore, il Maestro buono, il Pastore santo, verso chi si volge a Lui. Come un padre vi prende sul cuore e vi istruisce, vi cura, vi nutre. Non dite che lo amate. Non lo amate nella verità e perciò non lo amate.
14La verità è nel suo Vangelo. Il Vangelo è quello detto da Lui ai suoi discepoli e quello che Egli conferma e spiega, per benignità di Salvatore, tuttora. Sempre uguale dopo tanti secoli. Non ve ne è altro.
15Vi fosse stata una seconda o più altre vite, Egli lo avrebbe detto. Non siete parsi o scintoisti; siete “cristiani”. Lasciate dunque le chimere, gli errori, gli inganni che Satana suscita per strapparvi a Dio e credete a quanto Cristo ha detto.
16Chi ama crede. Chi poco ama dubita. Chi non ama accetta una dottrina contraria. La dottrina che seguite è contraria a quella di Gesù Cristo, Verbo di Dio, Maestro nostro, Luce del mondo. Voi dunque non amate Cristo nella verità.»
298. Sponsale di Maria Ss.[126]
Verginità consacrata.
Dice Maria:
1«Era anelito dello spirito mio restare vergine nel Tempio per tutta la vita, a lodare il Signore ed a pregare perché l’Emmanuele venisse concesso a coloro che da secoli attendevano la sua venuta di Grazia.
2Perciò, quando il Sommo Sacerdote mi significò il suo volere di dare a me sistemazione maritale, il mio interno conobbe il suo primo turbamento. Il secondo fu quello dell’annunzio angelico[127].
3Ebbi un attimo di smarrimento, di accasciamento, perché, Maria, mi pareva che il Signore rifiutasse la mia offerta di vergine non trovandola degna della sua Perfezione. Esaminai me stessa per trovare in che fossi spiaciuto al mio Signore, perché, naturalmente, non ebbi neppur larva di pensiero che la Giustizia divina avesse potuto essere ingiusta. Ma nell’umile esame di me stessa trovai la risposta e la pace.
Ilare ubbidienza.
4Lo Spirito mi disse, con la sua luminosa voce d’amore, che questo volere sacerdotale, rispondente a volere di Dio, non era retrocessione agli occhi di Dio ma avanzamento nei gradi dello spirito e che, essendo volontà del Signore, il solo accoglierla con pronta ubbidienza mi avrebbe valso benedizioni e meriti ed un più intenso legame col mio santo Signore Iddio.
5Allora con ilare ubbidienza dissi a Dio, attraverso al suo sacerdote: “Eccomi, o Signore, a fare la tua volontà e non la mia”. Le parole del mio Figlio[128]fiorirono molti anni avanti sulle labbra e nel cuore della Mamma sua.
6Chiesi soltanto, in cambio della mia ubbidienza, che Iddio concedesse alla sua Serva uno sposo tale da non essere per la mia verginità, sacrata al Signore, violenza che turba e scherno che irride, ma compagno rispettoso e santo, al quale il timore e l’amore di Dio fosse luce nel cuore per comprendere l’anima della sua Donna. Non chiesi altro. Bellezza, gioventù, posizione sociale, censo, mi furono cose talmente trascurabili che non meritarono un fugace pensiero. Chiesi la “santità” nel mio sposo futuro. E di altro non mi occupai.
La scelta dei fidanzati.
7Condizioni prime, e troppo trascurate nei vostri matrimoni di ora, sono queste di volgersi a Dio chiedendo dalle sue mani il compagno conforme al vostro carattere e alla vostra posizione e soprattutto il compagno “giusto agli occhi suoi”. A Dio nulla chiedete in quest’ora decisiva della vita della donna, e non guardate né allo spirito vostro né allo spirito del compagno. Vi basta sia bello, ricco, giovane, influente nel mondo. Tutto il resto non ha peso nel momento della scelta. Ma purtroppo tutto il peso lo acquista dopo le nozze, e molti matrimoni sono una delusione che si limita ad esser tale unicamente se la moglie è donna di cristiani sentimenti. Se in lei mancano anche questi, il matrimonio diviene un disastro di cui sono vittime espiatorie gli innocenti, e molte volte termina in un duplice adulterio. Vi mettete a repentaglio l’anima, e sovente la portate a morte, per tenere di vista solo fini umani nelle nozze e non volgervi al Padre dei Cieli in quell’ora solenne.
L’uomo giusto.
8Quando vidi Giuseppe ogni mia naturale ansia cadde come nuvola che si scioglie in arcobaleno. Mi bastò fissarlo negli occhi per leggere in essi che egli era un onesto, un fedele, un puro, un giusto. La sua età, del doppio più adulta della mia, gli aveva lasciato lo sguardo limpido di un bambino, perché il Male aveva tumultuato intorno a lui, vivente nel mondo, ma non aveva potuto penetrare nel suo cuore saturo di amor di Dio.
9Con quanta fiducia misi la mia mano nella sua, sentendo d’aver trovato in lui un padre d’amore, uno sposo fedele, un compagno casto, che sarebbe stato come l’olivo e il fico che ombreggiano la piccola casa e la difendono dai venti e dall’ardore dando ristoro e conforto di dolcezza e di nutrimento!
10Dolce sposo mio che non mi ha mai deluso! Che, poiché realmente mi amava, credette in me anche contro le apparenze[129], che mi nascose il suo pianto per non turbarmi, che non ebbe per me che sorrisi e aiuti, che mi guidò come la sua prima figlia putativa, tenendomi per mano per farmi sentire che m’era vicino col suo amore, scansandomi gli inciampi, prevenendo i miei bisogni, paziente, silenzioso e casto, casto come solo un angelo può esserlo.
Angelico consorte.
11Oh! sì! Ne sia benedetto il Signore! Io, che l’Eterno aveva destinata ad esser Regina degli angeli suoi, ho avuto, sino dalla terra, due angeli per sudditi: il mio Angelo Custode la cui invisibile presenza sentivo aleggiare presso a me continuamente con lampi di luce e profumo celeste, ed il mio angelico consorte la cui carne non offuscata da desiderio di sangue viveva vicina alla mia come quella di due gigli sbocciati in un’unica aiuola che si profumano a vicenda e fioriscono per il Signore, esempio l’uno all’altro di salire più in alto, verso Dio, di profumare più forte per carità di Dio e del compagno, ma non uniscono mai le loro bocche fiorite in un bacio che sporca di polline la seta angelica della loro veste di purezza.
12Santo e benedetto Giuseppe mio! Di avermelo dato a consorte non cessa il mio cuore di ringraziare il suo Signore, che alla sua Serva ha provveduto da Padre santo e che per la mia verginità tratta dal Tempio ha creato questa viva difesa, per cui l’alito del mondo si frangeva contro Giuseppe senza che strepito o fetore di umana bruttura penetrasse dove l’eterna Vergine continuava a lodare il Signore come fosse preposta al servizio dell’altare, oltre il Santo dei santi, là dove splendeva la gloria dell’Eterno Iddio.»
Esperienza carismatica.
Risveglio beato con il bacio di Maria Ss.
13Questa mattina ho avuto un risveglio beato. Avevo scritto da mezzanotte alle 2. Sempre rimanendo sotto la luce della Colomba d’oro e nell’abbraccio di Maria, perché la visione[130], che si era offuscata nel giorno, si era ripresentata ieri sera in tutta la sua magnificenza avanti il sopore, e poi era tornata nelle sue fasi iniziali, come era rimasta sempre dalle 11 alle 18, di Spirito Santo e di Maria. Dopo avere scritto mi ero coricata pregando e verso mattina mi sono addormentata nonostante i vivi dolori che mi scuotevano dal sonno ad ogni momento.
14L’ultima volta che mi svegliarono suonavano le 6. Insieme alla trafittura dello spasimo ho udito un bacio lieve sulla fronte e la dolce voce di Maria, inconfondibile, dirmi con tutta la sua soavità: “La grazia del Signore sia sempre con te”. Ho risposto subito, perché non potevo sbagliarmi: “Benedetta tu fra tutte le donne”. E mi sono rannicchiata nel silenzio e nel tepore, sentendo d’esser vegliata dalla Mamma che mi aveva dato il più bel “buongiorno” che si possa dare.
15Volevo scriverle subito questo. Ma Maria alle 7 e mezza ha incominciato a parlare del suo sposalizio e ho scritto dopo. Ora aggiungo dei fogli perché mi viene detto che vi è un dettato da unire qui, appartenendo alla serie dei precedenti.[131]
299. Stoltezza della rincarnazione[132].
Tramonto dello spirito.
Dice l’apostolo Paolo:[133]
1«Gli antichi pagani ai quali Io spezzavo il pane della Fede sembrano essere tuttora vivi, anzi essere ritornati, secondo la vostra credenza, a reincarnarsi con le loro antiche teorie riguardo alla risurrezione e alla seconda vita, tanto tuttora, e più che mai ora, dopo venti secoli di predicazione evangelica, è incarnata e incarnita nella vostra mente la teoria della reincarnazione.
2Unica cosa che si reincarni, questa vostra teoria che rifiorisce come una muffa ad epoche alterne di oscuramento spirituale. Poiché, sappiatelo, o voi che vi credete i più evoluti nello spirito, questo è il segno di un tramonto e non di un’aurora dello spirito. Tanto più basso è il Sole di Dio nei vostri spiriti e tanto più nell’ombra che sale si formano larve e stagnano febbri e pullulano i portatori di morte e germinano le spore che intaccano, corrodono, assorbono, distruggono la vita dello spirito vostro, come in boschi iperborei dove di sei mesi è lunga la notte e fa delle boscaglie, piene di vita vegetale e animale, delle morte zone simili a quelle di un mondo spento.
I morti non ritornano.
3Stolti! I morti non ritornano. Con nessun nuovo corpo. Non vi è che una risurrezione: quella finale.
4Non siete, no, non siete, voi fatti ad immagine e somiglianza di Dio, dei semi che per ciclo alterno spuntano e si fanno stelo, fiore, frutto, seme e, da seme, stelo, fiore, frutto. Voi siete uomini, non erbe del campo. Voi siete destinati al Cielo non alla stalla del giumento. Voi possedete lo spirito di Dio, quello spirito che Dio vi infonde per continua sua generazione spirituale che è in rispondenza alla generazione umana di una nuova carne.
5E che credete voi? Che Dio, l’onnipotente, illimitato, eterno Iddio nostro, abbia un limite nel suo generare? Un limite che gli imponga di create un dato numero di spiriti e non più, di modo che per continuare la vita degli uomini sulla terra, come commesso da emporio, debba andare agli scaffali e cercare fra gli ivi ammassati spiriti quello da riusare per quella data merce; o, meglio ancora, credete che Egli sia come uno scriba il quale riesuma una data pratica e cerchi un dato rotolo perché è venuta l’ora di riusarlo a dar voce ad un evento?
6O stolti, stolti, stolti! Voi non siete merci, pergamene o semi. Voi siete uomini.
Unica, sola e irrepetibile vita.
7Il corpo, come seme, cade, finito il suo ciclo, nella corruzione della fossa. Lo spirito torna alla sua Fonte per essere giudicato se è vivo o putrido quanto la carne, e a seconda del suo essere va al suo destino. Né più da quello esce altro che per chiamare ciò che fu suo ad una unica risurrezione, in cui chi fu putrido in vita putrido perfetto diviene in eterno, con quello spirito corrotto e quella corrotta carne che nella loro unica, sola, non ripetibile vita, ebbero; e chi fu “giusto” in vita risorge glorioso, incorruttibile, elevando la sua carne alla gloria del suo spirito glorioso, spiritualizzandola, divinizzandola, poiché per essa e con essa ha vinto ed è giusto che con essa trionfi.
8Qui siete animali ragionevoli per lo spirito che possedete e che consegue la vita anche per la carne che esso vince. Nell’altra vita sarete spiriti vivificanti la carne che ha conseguito vittoria rimanendo soggetta allo spirito. Prima viene sempre la natura animale. Ecco l’evoluzione vera. Ma è unica. Poi dalla natura animale, che ha saputo, per la triplice virtù, rendere leggera se stessa, viene la natura spirituale.
Prima e seconda vita.
9A seconda che vivete in questa vita, tali sarete nella seconda. Se in voi ha predominato ciò che è celeste, conoscerete la natura di Dio in voi e possederete tale natura poiché Dio sarà il vostro eterno possesso. Se avrete avuto predominio terrestre, oltre la morte conoscerete l’opacità, la morte, il gelo, l’orrore, la tenebra, tutto ciò che è comune al corpo che viene calato nella fossa; con questa differenza: che la durata di questa seconda, vera morte, è eterna.
10Eredi di Dio per volere di Dio, non vogliate, o fratelli, perdere questa eredità per seguire carne e sangue ed errore della mente.
11Io pure errai e fui contrario alla Verità, fui persecutore del Cristo. Il mio peccato m’è sempre presente, anche nella gloria di questo regno le cui porte me l’apersero il mio pentimento, la mia fede, il mio martirio per confessare Cristo e la vita immortale. Ma quando la Luce mi atterrò, facendosi conoscere, io abbandonai l’errore per seguire la Luce.[134]
12A voi la Luce si è fatta conoscere attraverso a venti secoli di prodigi, innegabili anche al più feroce negatore e al più ostinato. Perché dunque volete, voi fortunati che avete per testimonianza di essa Luce venti secoli di divine manifestazioni, perché volete voi rimanere nell’errore?
Solo lo spirito eredita il Regno di Dio.
13Io, testimonio di Cristo, ve lo giuro. Non la carne né il sangue possono ereditare il regno di Dio, ma unicamente lo spirito. E, come è detto nel Vangelo di Gesù Signore nostro,[135]non sono i figli di questo secolo – intendete, o fratelli, che qui “secolo” sta a significare coloro che sono nel mondo, ossia i terrestri – quelli destinati a risorgere ed a risposarsi avendo una seconda vita terrena. Solo risorgeranno coloro che sono degni del secondo secolo, dell’eterno, quelli cioè che non potranno più morire essendo già vissuti, ma che, per avere conseguito la vita spirituale ed essere divenuti simili agli angeli e figli dell’Altissimo, non hanno più fame di nozze umane, desiderando col loro spirito un solo coniugio: quello con Dio-Amore; un solo possesso: quello di Dio; una sola dimora: quella del Cielo; una sola vita: quella nella Vita.
14Amen, amen, amen!
15Dico a voi: credete per conseguirla.»
Esperienza carismatica
Un desiderio appagato[136].
16E così è venuto anche S. Paolo. Alla grazia! Che uragano! Non mi stupisco che abbia travolto, sotto la veemenza della sua parola, anche gli ateniesi abituati ai loro oratori! Se Giovanni è sospiro di vento profumato di cielo, Paolo è ciclone carico di tutti gli elementi atti a piegare le più proterve cime.
17Credo che il ciclo sia chiuso. E se tutto questo concerto di note non penetra in loro (……)[137] non so cosa più potrà penetrare. Avevo desiderato un dettato in merito da mesi e mesi. Ho atteso. Ma ne ho avuti sette e, se io fossi al posto di taluni, mi parrebbe d’essere come un topo in trappola o uccello nella rete. L’evidenza mi stringerebbe da tutti i lati.
18Che proprio parlasse anche S. Paolo non me l’aspettavo.
19Ora ho le spalle rotte e mi riposo guardando con l’anima la Divina Colomba d’oro e sentendo Maria al mio fianco. La sua parola mattutina mi continua a cantare in cuore.
300. Pratica della carità[138].
Tutti siete fratelli[139].
Dice Gesù:
1“Il mio discepolo dice: “Dio è Carità e chi ha carità ha Dio. Come può dire uno di amare Dio se non ama i propri fratelli?”.[140]
2Per fratelli non sono qui nominati i figli di un solo sangue, e neppure i figli di una sola nazione, e neppure i figli di una sola religione. Tutti siete fratelli, poiché il ceppo è unico: Adamo; ed unica l’origine: Dio. Latini, ariani, asiatici, africani, civili, incivili, non venite da diversi creatori, ma da un unico Creatore: il Dio vostro che è Signore dei Cieli e Padre di tutti i viventi.
3Figli più cari al suo cuore, i rigenerati nel Battesimo del Cristo. Figli dilettissimi e coeredi, col Figlio, della Città celeste, quelli che vivono la dottrina del Cristo. Ma se diversi sono i gradi della paternità e della figliolanza, unico è sempre il seme soprannaturale e naturale che avete: Dio, Padre divino; Adamo, padre terreno.
I perfetti nella carità[141].
4Non dovete dunque, voi che volete essere “perfetti” non per prava superbia della mente ma per ubbidienza al mio dolce comando: “Siate perfetti come è perfetto il Padre mio”,[142] nutrire in voi sentimento di spregio o ribrezzo per coloro che non sono come voi “cristiani” di fatto o cattolici di nome. Non dovete dire: “Costui, perché irreligioso, perché scismatico, perché pagano, m’è rettile o immondo animale, m’è ribrezzo e scandalo”. Una sola cosa vi deve fare ribrezzo e vi deve essere scandalo perché è immondezza e corruzione. Il vostro commercio con Satana che vi lede lo spirito e vi rende ripugnanti agli occhi di Dio. Questa cosa dovete fuggire, evitare, sfuggire anche collo sguardo della mente. Questa cosa sola.
I figli della carità[143].
5Ma se siete, se volete essere “figli di Dio”, veri figli, dovete aver carità per i fratelli miseri nello spirito, per gli indigenti dello spirito, per i malati dello spirito, per gli impuri dello spirito. Sono miseri gli idolatri e indigenti gli scismatici, sono malati i peccatori, sono impuri i traviati da dottrine ancor più nefaste di quelle di religioni cristiano-minori che credono nel Cristo ma non sono ramo dell’albero vero, bensì ramo senza innesto in Cristo e perciò selvatico e datore di aspro frutto, non degno della celeste mensa. Ché, se la benignità di Dio giudica le opere di tutti secondo giustizia e ai “buoni” dà premio, poiché ciò è giusto, non sarà mai, questo premio, così fulgido e pieno come quello di coloro che sono i figli veri della vera Chiesa.
L’amore non giudica.
6Molto è perdonato a chi molto ama e crede, credendosi nel vero, in altra religione. Ma poiché il Vangelo è predicato anche in quei paesi che sono separati da Roma, anche molto sarà chiesto a questi sordi che non vollero udire la Voce e vedere la Luce di Gesù Cristo, vivente nella sua Romana Apostolica Chiesa.
7Ma non sta a voi, cattolici, di giudicare. Io ho detto: “Non giudicate”. Ho detto: “Levati per prima la trave dal tuo occhio e poi la pagliuzza dall’occhio del fratello”.[144] Molte travi sono nei vostri occhi, o cristiani cattolici dalla fede lesionata, dalla troppo tiepida carità e dalle quattro virtù cardinali estinte. Molte. Troppe. Badate non vi avvenga che idolatri e gentili vi superino nell’amore del Cristo e meritino di sentirsi lodati avanti di voi per la loro fede sicura nella religione dei padri loro, per la loro carità al Dio conosciuto, per le loro virtù coraggiosamente praticate.
L’amore purifica.
8L’amore purifica anche ciò che è impuro e profano. L’amore ha purificato Maria di Magdala e Levi.[145] Possiamo paragonare le religioni non cattoliche a questi due redenti evangelici che l’amore ha redenti. Possiamo pensare, o figli, che i credenti di esse, viventi nell’amore di Dio così come è loro stato insegnato (Dio chiederà se mai il perché dell’errore ai responsabili della loro separazione da Roma) siano resi puri agli occhi miei dalla carità che è viva in loro. Ripeto: sarà loro chiesto il perché non hanno voluto accettare il Vangelo predicato da Roma; ma non verrà loro negato lo sguardo di Dio poiché la loro ara impura, l’ara del loro spirito, sarà stata mondata dall’amore.
L’amore non fa distinzione di persone[146].
9Tenete presenti le parole di Pietro: “Riconosco che Dio non fa distinzione di persone, ma in qualunque nazione gli è accetto chi lo teme e pratica la giustizia”.[147] Senza perciò superbia di mente e anticarità di cuore guardate con spirito soprannaturale i fratelli divisi da Roma ed effondete su loro il vostro amore attivo per riunirli a Roma di Cristo. Quale che sia il loro errore.
10Se voi vi terrete elevati oltre la carne e il sangue, elevati oltre l’umano pensiero, contatti di carne e contatti di mente non potranno nuocervi poiché sarete viventi in zone dove contagio non giunge. Permanete in Me. Io sono difesa a chi in Me vive. Ed effondete su tutti quella carità che nel mio cuore trovate viva per tutti e maestra a tutti.
La comunione dei santi.
11La comunione dei santi non è limitata ai fratelli di fede. Essa si effonde su tutti i viventi, poiché il Primo che l’ha stabilita ed esercitata sono Io che per tutti ho effuso il mio Sangue.
12La preghiera per i separati da Me – per scismi, per dottrine, per sette, per irreligione – non è altro che zelo per la mia Causa. Non è altro che imitazione del Maestro vostro, il quale non risparmiò a Se stesso nessun dolore pur di portare i figli separati al Dio, Padre santo.
13La sofferenza poi – e parlo a voi, perle del mio gregge, o mie anime vittime, mie copie perfette, conforto mio e mia gloria – la sofferenza poi, oro puro del vostro amore, sangue del cuore della mistica comunione dei santi, è quella che, come il comando del Cristo[148], trae i morti fuor dalla morte. E quale risurrezione sia questa, di uno spirito, infinitamente più alta e preziosa di quella di una carne, lo vedrete in Cielo quando udrete il mio: “Benedetti!”[149]a voi tutti che, evangelizzatori nascosti ma più potenti di tanti tiepidi sacerdoti, avrete conquistato alla verità gli incirconcisi di ora.»
301. L’agente vero ed
unico dei Martiri
è l’amore[150].
L’amore infinito.
Dice Gesù:
1«E’ detto: “Dio, avendo amato infinitamente l’uomo, lo amò sino alla morte”.[151]
2I miei seguaci più veri non sono e non sono stati dissimili dal loro Dio ed a Lui ed agli uomini, a suo esempio e per sua gloria, hanno dato un amore senza misura che va sino alla morte.
3Ti ho già detto[152]che un unico nome ha la morte di Agnese come quella di Teresa: amore. Sia che sia la spada o il morbo la causa apparente della morte di queste creature, che seppero amare con quella “infinità” relativa della creatura (dico così per i cavillatori della parola) che è la copia minore di quella perfetta di Dio, l’agente vero ed unico è l’amore.
L’amore dei martiri.
4Una sola parola andrebbe apposta per epigrafe su questi miei “santi”. Quella che si dice di Me: “Dilexit”. Amò. Amò la fanciulla Agnese e la giovane Cecilia, amò la schiera dei figli di Sinforosa, amò il tribuno Sebastiano, amò il diacono Lorenzo, amò Giulia la schiava, amò Cassiano maestro, amò Rufo carpentiere, amò Lino pontefice, amò la candida aiuola delle vergini, la tenera prateria dei fanciullini, la soave schiera delle madri, quella virile dei padri, e la ferrea coorte dei soldati, e la sacerdotale teoria dei vescovi, dei pontefici, dei preti, dei diaconi, amò l’umile e due volte redenta massa degli schiavi.
L’amore dei confessori.
5Amò questa mia purpurea corte che mi ha confessato fra i tormenti. E amò, in epoche più dolci, la moltitudine dei consacrati dei chiostri e dei cenobi, le vergini di tutti i conventi e gli eroi del mondo, che vivendo nel mondo hanno saputo fare dell’amore clausura allo spirito perché viva amando unicamente il Signore, per il Signore, e gli uomini attraverso il Signore.
“Dilexit”.
6Amò. Questa piccola parola che è più grande dell’universo – perché nella sua brevità racchiude la forza più forza di Dio, la caratteristica più caratteristica di Dio, la potenza più potenza di Dio – questa parola il cui suono, detto soprannaturalmente a definizione di una vita vissuta, empie di sé il creato e fa trasalire di ammirazione l’umanità e di giubilo i Cieli, è la chiave, è il segreto che apre e che spiega la resistenza, la generosità, la fortezza, l’eroismo di tante e tante creature che per età o per condizioni di famiglia e di posizione parevano le meno atte a tanta perfezione eroica. Ché, se ancora non fa stupore che Sebastiano, Alessandro, Mario, Espedito, possano aver saputo sfidare la morte per il Cristo, così come avevano sfidato la morte per il Cesare, fa stupire che delle poco più che fanciulle, come Agnese, e delle madri amorose abbiano saputo gettare fra i tormenti la vita, accettando per primo tormento di strapparsi all’abbraccio dei parenti e dei figli per amore di Me.
“Gesù”.
7Ma a generosità umana e sopra-umana del martire dell’amore corrisponde generosità divina del Dio d’amore. Io sono che a questi miei eroi e a tutte le vittime dell’incruento ma lungo e non meno eroico martirio do la f orza. Mi faccio Io forza in loro. All’agnella Agnese come al vegliardo cadente, alla giovane madre come al soldato, al maestro come allo schiavo, e poi nei secoli alla claustrata come allo statista che muore per la fede, alla vittima ignorata come al condottiero di spirito, Io sono che infondo fortezza.
8Non cercate in fondo ai loro cuori e sulle loro labbra altra perla ed altro sapore che questo: “Gesù “. Io, Gesù, sono là dove la santità raggia e la carità s’effonde.»
Esperienza carismatica
Locuzione ricevuta del Portavoce.
9È la mezzanotte. Gesù ha appena finito di dettare questo brano, che io connetto alla mia visione di questa sera.
10La frase: “Dio, avendo amato infinitamente l’uomo, lo amò sino alla morte” mi suonava in cuore sino da questa mattina. Tanto che avevo sfogliato tutto il nuovo testamento per vedere di trovarla. Ma non l’ho trovata. O mi è sfuggita o non è lì.
11Quasi accecata, mi sono rassegnata a smettere le ricerche, convinta che Gesù avrebbe parlato certamente su quel tema. E non ho sbagliato. Ma prima di parlare di esso, il mio Signore mi ha dato una dolce visione, con la quale nel cuore mi sono abbandonata al mio solito… riposo, ritrovandola poi, fresca come al primo momento, al mio ritorno fra i vivi.
302. Martirio di Agnese[153].
Il palazzo romano.
1Mi pareva dunque di vedere come un portico (peristilio o foro che fosse), un portico dell’antica Roma. Dico “portico’’ perché c’era un bel pavimento di mosaico di marmo e delle colonne di marmo bianco sorreggenti un soffitto a volta, decorato di mosaici. Poteva essere il portico di un tempio pagano o di un palazzo romano, o la Curia o il Foro. Non so.
2Contro una parete, era una specie di trono composto di una predella marmorea sorreggente un seggio. Su questo seggio era un romano antico in toga. Compresi poi essere il Prefetto imperiale. Contro le altre pareti, statue e statuette di dèi e tripodi per l’incenso. In mezzo alla sala o portico, uno spazio vuoto avente una gran lastra di marmo bianco. Nella parete di fronte al seggio di quel magistrato si apriva il portico vero e proprio, per cui si vedeva la piazza e la via.
Le tre fanciulle.
3Mentre osservavo questi particolari e la fisionomia arcigna del Prefetto, tre giovinette entrarono nel vestibolo, portico, sala (quello che vuole lei).
4Una era giovanissima: una bambina quasi. Vestita di bianco completamente: una tunica che la copriva tutta lasciando visibile soltanto il collo sottile e le manine piccoline dai polsi di bimba. Aveva il capo scoperto ed era bionda. Pettinata semplicemente con una divisa in mezzo al capo e due pesanti e lunghe trecce sulle spalle. Il peso dei capelli era tanto che le faceva piegare lievemente indietro il capo dandole, senza volere, un portamento da regina. Ai suoi piedi scherzava belando un agnellino di pochi giorni, tutto bianco e col musetto roseo come la bocca di un bambino.
5A pochi passi dietro alla fanciullina erano le altre due giovinette. Una di quasi pari età della prima, ma più robusta e di aspetto più popolano. L’altra era più adulta: sui 16 o 18 anni al massimo. Erano anche loro vestite di bianco e a capo velato. Ma vestite più umilmente. Parevano ancelle perché rimanevano in aspetto rispettoso verso la prima. Compresi che questa era Agnese, quella della sua stessa età Emerenziana, e l’altra non so.
Dialogo col Prefetto.
6Agnese, sorridente e sicura, andò fin contro alla predella del Magistrato. E qui sentii il seguente dialogo:
“Mi desideravi? Eccomi”.
7“Non credo che, quando saprai perché ti volli, chiamerai ancora desiderio il mio. Sei tu cristiana?”.
8“Sì, per grazia di Dio”.
9“Ti rendi conto cosa ti può portare questa affermazione?”.
10“Il Cielo”.
11“Bada! La morte è brutta e tu sei una bambina. Non sorridere perché io non scherzo”.
12“Ed io neppure. Sorrido a te perché tu sei il pronubo delle mie eterne nozze e te ne sono grata”.
13“Pensa piuttosto alle nozze della terra. Sei bella a ricca. Molti già pensano a te. Non hai che da scegliere per essere una patrizia felice”.
14“La mia scelta è già fatta. Amo il Solo degno d’esser amato e questa è l’ora delle mie nozze, questo è il tempio di esse. Odo la voce dello Sposo che viene e già ne vedo l’amoroso sguardo. A Lui sacrifico la mia verginità perché Egli ne faccia un fiore eterno”.
15“Se di essa hai premura e della tua vita insieme, sacrifica tosto agli dèi. Così vuole la legge”.
16“Ho un unico vero Dio, e ad Esso sacrifico volentieri”.[154]
17E qui pareva che degli aiutanti del Prefetto dessero ad Agnese un vaso con dell’incenso perché lo spargesse su quel tripode da lei prescelto, davanti ad un dio. “Non sono questi gli dèi che amo. Il mio Dio è nostro Signore Gesù Cristo. A Lui che amo sacrifico me stessa”.
La piccola gigante.
18Mi pareva a questo momento che il Prefetto irritato desse ordine ai suoi aiutanti di mettere i ferri ai polsi di Agnese per impedirle la fuga o qualche atto irriverente verso i simulacri, essendo da quel momento considerata rea e prigioniera.
19Ma la vergine sorridente si volse al carnefice dicendo: “Non mi toccare. Sono venuta qui spontaneamente perché qui mi chiama la voce dello Sposo che mi invita dal Cielo alle nozze eterne. Non ho bisogno dei tuoi braccialetti, né delle tue catene. Soltanto se mi volessi trascinare al male dovresti mettermeli. E (forse) non servirebbero perché il mio Signore Iddio li renderebbe più inutili di un filo di lino al polso di un gigante. Ma per andare incontro alla morte, alla gioia, alle nozze con il Cristo, no, le tue catene non servono, o fratello. Io ti benedico se mi dai il martirio. Non fuggo. Ti amo e prego per lo spirito tuo”.
20Bella, bianca, diritta come un giglio, Agnese era visione celeste nella visione…
Il martirio.
21Il Prefetto dette la sentenza che non udii bene. Mi parve ci fosse come una lacuna durante la quale persi di vista Agnese, intenta come ero ai molti che si erano accatastati nell’ambiente.
22Poi ritrovai la martire, ancor più bella e gioconda. Di fronte a lei una statuetta d’oro di Giove e un tripode. Al suo fianco il carnefice con la spada già snudata. Parevano fare un ultimo tentativo per piegarla. Ma Agnese con gli occhi sfavillanti scuoteva il capo e con la piccola mano respingeva la statuetta. Non aveva più ai piedi l’agnellino che era invece nelle braccia di Emerenziana piangente.
23Vidi che facevano inginocchiare Agnese sul pavimento, in mezzo alla sala, là dove era la gran lastra di marmo bianco. La martire si raccolse con le mani sul petto e lo sguardo al cielo.
24Lacrime di sovrumana gioia le imperlavano l’occhio, rapito in una contemplazione soave. Il volto, senza essere più pallido di prima, sorrideva.
25Uno degli aiutanti le prese le trecce come fossero una fune per tenerle fermo il capo. Ma non ce ne era bisogno.
26“Amo Cristo!” gridò quando vide il carnefice alzare la spada, e vidi la stessa penetrare tra la scapola e la clavicola e aprire la carotide destra e la martire cadere, sempre conservando la sua posizione di inginocchiata, sul lato sinistro, come uno che si adagia nel sonno, in un beato sonno, perché il sorriso non si diparti dal suo volto e fu nascosto solo dal fiotto di sangue che sgorgava a nappo dalla gola squarciata.
Assorta nella contemplazione della martire.
27Eccole la mia visione di questa sera. Non vedevo l’ora di esser sola per scriverla e rigodermela in pace.
28Era così bella che, mentre l’avevo – e mi scendevano lacrime che la penombra della stanza credo abbia nascoste ai presenti, e me ne stavo ad occhi chiusi, parte perché ero talmente assorbita nella contemplazione che avevo bisogno di concentrarmi, e parte per far credere che dormissi, per quanto non ami far capire… dove sono – non ho potuto sopportare di udire brani di frasi comuni e molto umane galleggiare come rottami fra la bellezza della visione, e ho detto: “Zitti, zitti” come semi dessero noia i rumori. Ma non era quello. Era che volevo rimanere sola per contemplare in pace. Come infatti m’è riuscito.
29Dopo, poi, Gesù mi ha parlato.[155]
303. Il
Perfezionatore delle opere
del Verbo[156].
Il Perfezionatore[157].
Dice Gesù:
1«Quel che Dio ha purificato, per quanto possa avere l’apparenza di essere impuro, è uno spirito il quale cerca Dio con purezza di intenti.
2Ti ho già detto[158], e attraverso a te lo dico a tanti ancor meno di te evangelizzati nella mia dottrina, che non dovete mai giudicare. Dio solo è giudice. Quando dall’alto del mio trono io vedo uno spirito retto che persegue il suo anelito e cerca Dio con ogni suo mezzo, cerca di servire e di amare questo Dio con tutte le sue forze, lo giustifico e lo rendo puro e gradevole all’occhio mio come un mio figlio, e là dove gli uomini fanno difetto sopperisco Io dando luci di spirito.
Maestro e Perfezionatore.
3Quante volte la mia Parola, o tiepidi cristiani-cattolici, non brilla e diviene luce nel cuore di uno che non vi è fratello di cattolicesimo, ma che vi supera per amore al Cristo e, anche se non conosce il Cristo, per amore al Dio vero che sente – per quanto sia a lui ignoto – essere vivente eterno nel suo Creato! in verità vi dico che lo Spirito di Dio non conosce limitazioni e si fa Maestro del Vero a molti che voi reputate essere invisi a Dio.
4Come marea che copre questo lido scoprendo il lido opposto che, troppo insabbiato, non permette al flutto di salire e mondarlo e irrorarlo di sé, lo Spirito Santo, al quale troppi di voi cattolici precludete il venire con la vostra forma di vita, effonde le sue luci ad altri più meritevoli di voi di riceverle e li purifica a Dio, poiché Egli è il Purificatore, il Preparatore e il Perfezionatore dell’opera del Verbo.
Il Preparatore.
5Come nella storia umana lo Spirito, per bocca dei Profeti, preparò gli uomini alla mia venuta e, dopo il mio ritorno a Dio, perfezionò in voi la capacità di comprendere la mia Parola, così ugualmente è sempre Lui, la terza divina Persona, che mi prepara la via nei cuori che non mi hanno ancora ricevuto come Verità e che me li irriga perché la mia Verità, deposta come seme portato dal vento divino, divenga in essi albero grande sul quale tutte le virtù facciano dimora. Egli battezza prima di Me i pagani di ora (e per pagani intendo tutti i non cattolici); e volesse la vostra buona volontà che vi avesse a ribattezzare anche voi, che state divenendo o già siete tornati pagani. Battezza col fuoco dell’amore vero.
6Onde torno a dirvi: Non giudicate profano ciò che Dio ha purificato ed abbiate viscere di fraterna carità per tutti.»
7Le ubbidisco scrivendo l’avvertimento di Gesù in merito all’epigrafe di Antonia…[159]
8Mi disse Gesù, dopo che le avevo dato il foglietto e che lei se ne era andato via con esso: «Guarda di avvertire il Padre che hai dimenticato di mettere l’accento sull’ “è” che precede “beatitudine”. E ciò cambia il senso alla frase e la rende un non senso. Ricordati di dirglielo e di farlo aggiungere questo accento.» Ecco fatto.
9Questa mattina non ho avuto nulla di speciale e fino al momento presente, ore 23, niente.
304. Esistenza e natura dell’Inferno[160].
Ignoranza volontaria.
Dice Gesù:
1«Una volta ti ho fatto vedere il Mostro d’abisso.[161] Oggi ti parlerò del suo regno. Non ti posso sempre tenere in paradiso. Ricordati che tu hai la missione di richiamare delle verità ai fratelli che troppo le hanno dimenticate. E da queste dimenticanze, che sono in realtà sprezzi per delle verità eterne, provengono tanti mali agli uomini.
2Scrivi dunque questa pagina dolorosa. Dopo sarai confortata. È la notte del venerdì. Scrivi guardando al tuo Gesù che è morto sulla croce fra tormenti tali che sono paragonabili a quelli dell’inferno, e che l’ha voluta, tale morte, per salvare gli uomini dalla Morte.
Esistenza dell’Inferno[162].
3Gli uomini di questo tempo non credono più all’esistenza dell’inferno. Si sono congegnati un al di là a loro gusto e tale da essere meno terrorizzante alla loro coscienza meritevole di molto castigo. Discepoli più o meno fedeli dello Spirito del Male, sanno che la loro coscienza arretrerebbe da certi misfatti, se realmente credesse all’inferno così come la Fede insegna che sia; sanno che la loro coscienza, a misfatto compiuto, avrebbe dei ritorni in se stessa e nel rimorso troverebbe il pentimento, nella paura troverebbe il pentimento e col pentimento la via per tornare a Me.
Opinione sacrilega.
4La loro malizia, istruita da Satana, al quale sono servi o schiavi (a seconda della loro aderenza ai voleri e alle suggestioni del Maligno) non vuole questi arretramenti e questi ritorni. Annulla perciò la fede nell’inferno quale realmente è e ne fabbrica un altro, se pure se lo fabbrica, il quale non è altro che una sosta per prendere lo slancio ad altre, future elevazioni.
5Spinge questa sua opinione sino a credere sacrilegamente che il più grande di tutti i peccatori dell’umanità, il figlio diletto di Satana, colui che era ladro come è detto nel Vangelo[163], che era concupiscente e ansioso di gloria umana come dico Io, l’iscariota, che per fame della triplice concupiscenza si è fatto mercante del Figlio di Dio e per trenta monete e col segno di un bacio – un valore monetario irrisorio e un valore affettivo infinito – mi ha messo nelle mani dei carnefici[164], possa redimersi e giungere a Me passando per fasi successive.
6No. Se egli fu il sacrilego per eccellenza, Io non lo sono. Se egli fu l’ingiusto per eccellenza, Io non lo sono. Se egli fu colui che sparse con sprezzo il mio Sangue, Io non lo sono. E perdonare a Giuda sarebbe sacrilegio alla mia Divinità da lui tradita, sarebbe ingiustizia verso tutti gli altri uomini, sempre meno colpevoli di lui e che pure sono puniti per i loro peccati, sarebbe sprezzo al mio Sangue, sarebbe infine venire meno alle mie leggi.
Eternità dell’Inferno[165].
7Ho detto[166], Io Dio Uno e Trino, che ciò che è destinato all’inferno dura in esso per l’eternità, perché da quella morte non si esce a nuova resurrezione. Ho detto che quel fuoco è eterno e che in esso saranno accolti tutti gli operatori di scandali e di iniquità. Né crediate che ciò sia sino al momento della fine del mondo. No, ché anzi, dopo la tremenda rassegna, più spietata si farà quella dimora di pianto e tormento, poiché ciò che ancora è concesso ai suoi ospiti di avere per loro infernale sollazzo – il poter nuocere ai viventi e il veder nuovi dannati precipitare nell’abisso – più non sarà, e la porta del regno nefando di Satana sarà ribattuta, inchiavardata dai miei angeli, per sempre, per sempre, per sempre, un sempre il cui numero di anni non ha numero e rispetto al quale, se anni divenissero i granelli di rena di tutti gli oceani della terra, sarebbero meno di un giorno di questa mia eternità immisurabile, fatta di luce e di gloria nell’alto per i benedetti, fatta di tenebre e orrore per i maledetti nel profondo.
8Ti ho detto che il Purgatorio è fuoco di amore. L’Inferno è fuoco di rigore.
Differenza fra purgatorio e inferno[167].
9Il Purgatorio è luogo in cui, pensando a Dio, la cui Essenza vi è brillata nell’attimo del particolare giudizio e vi ha riempito di desiderio di possederla, voi espiate le mancanze di amore per il Signore Dio vostro. Attraverso l’amore conquistate l’Amore, e per gradi di carità sempre più accesa lavate la vostra veste sino a renderla candida e lucente per entrare nel regno della Luce i cui fulgori ti ho mostrato giorni sono[168].
10L’inferno è luogo in cui il pensiero di Dio, il ricordo del Dio intravveduto nel particolare giudizio non è, come per i purganti, santo desiderio, nostalgia accorata ma piena di speranza, speranza piena di tranquilla attesa, di sicura pace che raggiungerà la perfezione quando diverrà conquista di Dio, ma che già dà allo spirito purgante un’ilare attività purgativa perché ogni pena, ogni attimo di pena, li avvicina a Dio, loro amore; ma è rimorso, è rovello, è dannazione, è odio. Odio verso Satana, odio verso gli uomini, odio verso se stessi.
Le cause del tormento infernale[169].
11Dopo averlo adorato, Satana, nella vita, al posto mio, ora che lo posseggono e ne vedono il vero aspetto, non più celato sotto il maliardo sorriso della carne, sotto il lucente brillio dell’oro, sotto il potente segno della supremazia, lo odiano perché causa del loro tormento.
12Dopo avere, dimenticando la loro dignità di figli di Dio, adorato gli uomini sino a farsi degli assassini, dei ladri, dei barattieri, dei mercanti di immondezze per loro, adesso che ritrovano i loro padroni per i quali hanno ucciso, rubato, truffato, venduto il proprio onore e l’onore di tante creature infelici, deboli, indifese, facendone strumento al vizio che le bestie non conoscono – alla lussuria, attributo dell’uomo avvelenato da Satana – adesso li odiano perché causa del loro tormento.
13Dopo avere adorato sé stessi dando alla carne, al sangue, ai sette appetiti della loro carne e del loro sangue tutte le soddisfazioni, calpestando la Legge di Dio e la legge della moralità, ora si odiano perché si vedono causa del loro tormento.
La natura del tormento: l’Odio[170].
14La parola “Odio” tappezza quel regno smisurato; rugge in quelle fiamme; urla nei chachinni dei demoni; singhiozza e latra nei lamenti dei dannati; suona, suona, suona come una eterna campana a martello; squilla come una eterna buccina di morte; empie di sé i recessi di quello carcere; è, di suo, tormento, perché rinnovella ad ogni suo suono il ricordo dell’Amore per sempre perduto, il rimorso di averlo voluto perdere, il rovello di non poterlo mai più rivedere.
15L’anima morta, fra quelle fiamme, come quei corpi gettati nei roghi o in un forno crematorio, si contorce e stride come animata di nuovo da un movimento vitale e si risveglia per comprendere il suo errore, e muore e rinasce ad ogni momento con sofferenze atroci, perché il rimorso la uccide in una bestemmia e l’uccisione la riporta al rivivere per un nuovo tormento. Tutto il delitto di aver tradito Dio nel tempo sta difronte all’anima nell’eternità; tutto l’errore di aver ricusato Dio nel tempo sta per suo tormento presente ad essa per l’eternità.
Primo tormento: il fuoco[171].
16Nel fuoco le fiamme simulano le larve di ciò che adorarono in vita, le passioni si dipingono in roventi pennellate coi più appetitosi aspetti, e stridono, stridono il loro memento[172]: “Hai voluto il fuoco delle passioni. Ora abbiti il fuoco acceso da Dio il cui santo Fuoco hai deriso”.
17Fuoco risponde a fuoco. In Paradiso è fuoco di amore perfetto. In Purgatorio è fuoco di amore purificatore. In Inferno è fuoco di amore offeso. Poiché gli eletti amarono alla perfezione, l’Amore a loro si dona nella sua Perfezione. Poiché i purganti amarono tiepidamente, l’Amore si fa fiamma per portarli alla Perfezione. Poiché i maledetti arsero di tutti i fuochi, men che del Fuoco di Dio, il Fuoco dell’ira di Dio li arde in eterno. E nel fuoco è gelo.
Secondo tormento: il gelo[173].
18Oh! che sia l’Inferno non potete immaginare. Prendete tutto quanto è tormento dell’uomo sulla terra: fuoco, fiamma, gelo, acque che sommergono, fame, sonno, sete, ferite, malattie, piaghe, morte, e fatene una unica somma e moltiplicatela milioni di volte. Non avrete che una larva di quella tremenda verità.
19Nell’ardore insostenibile sarà commisto il gelo siderale. I dannati arsero di tutti i fuochi umani avendo unicamente gelo spirituale per il Signore Iddio loro. E gelo li attende per congelarli dopo che il fuoco li avrà salati come pesci messi ad arrostire su una fiamma. Tormento nel tormento questo passare dall’ardore che scioglie al gelo che condensa.
20Oh! non è un linguaggio metaforico, poiché Dio può fare che le anime, pesanti delle colpe commesse, abbiano sensibilità uguali a quelle di una carne, anche prima che quella carne rivestano. Voi non sapete e non credete. Ma in verità vi dico che vi converrebbe di più subire tutti i tormenti dei miei martiri anziché un’ora di quelle torture infernali.
Terzo tormento: l’oscurità[174].
21L’oscurità sarà il terzo tormento. Oscurità materiale e oscurità spirituale. Esser per sempre nelle tenebre dopo aver visto la luce del paradiso ed esser nell’abbraccio della Tenebra dopo aver visto la Luce che è Dio! Dibattersi in quell’orrore tenebroso in cui si illumina solo, al riverbero dello spirito arso, il nome del peccato per cui sono in esso orrore confitti! Non trovare appiglio, in quel rimestio di spiriti che si odiano e nuocciono a vicenda, altro che nella disperazione che li rende folli e sempre più maledetti. Nutrirsi di essa, appoggiarsi ad essa, uccidersi con essa. La morte nutrirà la morte, è detto.[175] La disperazione è morte e nutrirà questi morti per l’eternità.
22Io ve lo dico, Io che pur l’ho creato quel luogo: quando sono sceso in esso per trarre dal Limbo coloro che attendevano la mia venuta, ho avuto orrore, Io, Dio, di quell’orrore; e, se cosa fatta da Dio non fosse immutabile perché perfetta, avrei voluto renderlo meno atroce, perché sono l’Amore e di quell’orrore ho avuto dolore.
23E voi ci volete andare.
La vita incomincia dopo la morte.
24Meditate, o figli, questa mia parola. Ai malati viene data amara medicina, agli affetti da cancri viene cauterizzato e reciso il male. Questa è per voi, malati e cancerosi, medicina e cauterio di chirurgo. Non rifiutatela. Usatela per guarirvi. La vita non dura per questi pochi giorni della terra. La vita incomincia quando vi pare finisca, e non ha più termine.
25Fate che per voi scorra là dove la luce e la gioia di Dio fanno bella l’eternità e non dove Satana è l’eterno Suppliziatore.»
Martirio d’amore[176].
Conforto di S. Giovanni.
Dice Giovanni:
26“Il conforto sarò Io, piccola sorella.
27Ieri mattina hai avuto un piccolo lamento col nostro buon Gesù. Ti è parso che Egli ti posponesse all’operaia dell’ultima ora[177], alla vittima subito immolata, mentre tu, che da anni sei sull’altare e che hai per prima pronunciato la preghiera data dal Maestro,[178] non vedi mai consumare il sacrificio.
28Mi sei sorella, Maria. Sono stato il primo discepolo di Gesù, sono stato quello che più di tutti gli sono stato simile. Le sue parole, i suoi affetti, i suoi desideri, li ho fatti miei. Ho avuto la stessa ansia di Lui di morire per redimere. Ed ho visto gli altri precedermi presso Dio. Anche Paolo, apostolo dell’ora già trascorsa, mi ha preceduto. E Stefano è caduto primo, egli venuto dopo il Maestro. Ed io sono rimasto.
29Ho conosciuto il dolore del distacco dal Maestro, l’ansia dell’attesa, le persecuzioni, il martirio, l’esilio. Ma non la rapida consumazione del sacrificio. Io che ero affamato del mio Gesù, ho dovuto vedere scorrere gli anni fino alla più tarda vecchiezza prima di poterlo raggiungere.
30E che perciò? il mio martirio d’amore e di desiderio sarà stato meno martirio di quello degli altri? E meno fruttuoso? No, piccola sorella. Vi è chi subito viene accolto e chi “deve restare finché Egli vuole si resti”,[179] perché ha il compito di esser voce di Dio ai fratelli.
31Ma credi, sorella nell’amore del Cristo, che la tua attesa è predilezione di Gesù. Egli ti lascia perché sei il suo piccolo Giovanni[180]e devi predicare, con la parola che il Maestro ti dona, l’amore ai fratelli. È la più dolce missione.
32La pace sia con te sempre.»
305. Il primogenito di tutte
le creature[181]
Il Primogenito.
Generato prima di ogni creatura[182].
Dice Gesù:
1«Già una volta ho detto[183], spiegando l’Apocalisse di Giovanni, come Io sia il primogenito di tutte le creature[184]. Primogenito perché uscito primo dal pensiero del Padre avanti che qualunque altra cosa fosse nell’Universo celeste ed in quello planetario. Primogenito perché nato primo dalla stirpe d’Adamo così come, secondo il volere del Padre, avrebbero dovuto nascere i figli dell’uomo: con procreazione priva di senso e di dolore.
Tutte le cose sussistono in Lui[185].
2All’erede, che è sempre il primogenito, viene dato impero su tutte le cose del padre, ed il padre, per il diletto, che è il primo venuto dal suo amore, compie ogni sforzo e sacrificio per aumentare i beni e la potenza del suo figlio primo, del destinato a portare il nome della stirpe.
3A Me, erede, primogenito del Padre Santo, il Padre ha dato, senza sacrificio e sforzo, un infinito reame che abbraccia Terra e Cielo, fatto di creature spirituali e di creature terrestri, fatto di “vite” infinite e tutte create perfette dal Dio, Padre e Creatore, le quali sono “vite” di astri e pianeti rotanti per i campi dei cieli e cantanti col loro eterno, veloce, splendente vivere, la lode delle sfere a Dio; sono “vite” di animali minuscoli o grandiosi, canori, muti, volanti, striscianti, guizzanti, correnti, fortissimi, delicatissimi, “vite” che sembrano rupi e “vite” che sembrano fiori e che vi dànno carne, ala, canto, aiuto, lana, miele, che fecondano i fiori lontani, che trasportano e seminano i semi da ancor più lontano, che mondano le acque e le zolle, che uniscono fra loro i continenti traversando col lento o col veloce andare deserti e savane e foreste e catene di monti.
4Sono “vite” vegetali che vi dànno ombra, diletto, cibo, fuoco, suppellettili. Sono “vite” minerali che vi dànno sostanze necessarie. Sono “vite” microscopiche e non senza ragione d’essere. E tutte sono state create perfette e date a Me dal Padre mio come sudditi al Re per cui tutte le cose sono state fatte.[186] Sono le “vite” perfette degli esseri angelici, le quali sono i miei spirituali sudditi adoranti un mio cenno, che per loro è comando reso atto dall’amore che li sprona. Sono “vite” che hanno raggiunto la perfezione attraverso Me e la loro buona volontà e che, risalite al Cielo dal quale provengono, costituiscono la mia eterna corte.
5Sono le “vite”, create per generazione continua dal Padre mio: le anime destinate a vitalizzare le carni sulla terra concepite, le quali, attraverso a Me, otterranno guarigione dal morso ereditario di Satana e torneranno accette al Signore Dio onnipotente, future cittadine nel mio Regno.
6Per la mia gloria e la mia gioia il Padre ha tutto creato e, come divina calamita, Io attiro a Me tutte le cose create che mi riconoscono per Colui per il quale esse hanno vita.
Primogenito di coloro che risuscitano dai morti[187].
7Primo nella vita, sono anche Colui che per primo risuscitò dalla morte, all’alba del terzo giorno, quando ancora corruzione di carne non era iniziata, ché non era confacente alla mia natura conoscere la putredine. La mia Carne era divina per parte di Padre e senza macchia per parte di Madre. Esente perciò dalla condanna che fa dei vostri – troppo da voi amati – corpi un ammasso di putredine verminosa prima di farne un mucchio d’ossa calcinate e, per lento disfacimento delle stesse, un mucchio di calce sfarinata: polvere. Nulla più che polvere.
8Espiatore supremo, ho dovuto conoscere la morte. Redentore e capo di una nuova religione – la mia – ho dovuto darvi un segno che essa era l’unica che fosse divina. E qual segno più grande della risurrezione dopo tanti dolori di morte per cui fu constatato da tutti il mio morire, e dopo tante ore di sosta nel chiuso ermetico di un sepolcro, sotto bende sature d’aromi la cui violenza poteva di per sé provocare la morte? E quale è colui che senza aiuto d’uomo, dopo tanto martirio, dopo tanta asfissia, sorge e si libera, come gigante che scuote le ghirlande di fiori con cui un bimbo l’ha avvinto, dalle fasce piene di aromi dalle pietre ribattute sul suo sepolcro, e sorge scuotendo la terra nel trionfo sulla morte e sul male, bello, sano, forte, libero?
Dio che riconcilia a sé tutte le cose[188].
9Ma, oltre questa prova subita per amore di voi, così tardi e ribelli alla Fede, non era giusto conoscesse altra prova il Figlio di Dio, e la risurrezione segui la morte così come il sorgere del sole segue il tramonto della stella del mattino, ed Io sono il primo rinato dalla morte che non mi poteva tenere in lungo abbraccio, ma solo per quel tanto di tempo da presentarmi come ostia nell’ostensorio all’umanità, perché vedesse la Gran Vittima e non negasse il suo sacrificio, e per adorarmi come suo Dio e suo Vincitore, poiché Io sono Colui che dopo averla creata l’ho vinta, l’ho resa non maledizione ma benedizione all’uomo che muore in Me poiché, avendo annullato l’ira del Padre col Sangue effuso dalla mia Croce, non è più separazione il morire ma congiungimento col Padre vostro al quale Io, Primogenito, vi ho riconciliati unendo le vostre mani con le mie trafitte per voi.
10Io, Principe della Pace, ho portato pace alle cose, e se voi pace non avete non viene per mio difetto ma per nequizia vostra, che preferisce il male al bene, il delitto alla santità, il sangue allo spirito.»
306. Vivere secondo
la fede
nel Cristo[189].
I figli di Dio e figli di Satana.
La fede è realtà di vita[190].
Dice Gesù:
1«Bada che, più che per te e per molti come te, questo dettato rientra nel gruppo dei “sette dettati”.[191] Non è male, quando si è cominciato a scardinare un sistema, proseguire con colpi d’ariete. E questa forma di pensiero è un sistema d’acciaio. Occorre insistere per vincere.
2Di Fede ce ne è una sola che sia vera. La mia. Così come Io ve l’ho data, gemma divina la cui luce è vita. In essa fede non basta rimanere di nome così come rimane un pezzo di marmo messo per caso in una stanza. Ma occorre fondersi ad essa e fare di essa parte di voi.
3È vita per voi l’abito che portate? Vi diviene forse carne e sangue? No. È un indumento che vi è utile, ma che, se ve lo togliete per indossarne un altro, non togliete nulla al vostro interno. Mentre il cibo che prendete si fa vostro sangue e vostra carne e non potete più levarlo da voi. È parte, ed essenziale, di voi, perché senza sangue e senza carne non potreste vivere e senza cibo non avreste carne e sangue.
4Lo stesso è della Fede. Non deve essere una cosa appoggiata in date ore su voi, così come un velo per apparire più belli e sedurre i fratelli, ma deve essere parte intrinseca di voi, inseparabile da voi, vitale in voi. La fede non è soltanto speranza di cose credute[192], la fede è realtà di vita. Vita che comincia qui, in questa chimera della vita umana, e che si compie nell’al di là, in quel vivere eterno che vi attende.
La religione dei figli di Satana[193].
5Oggi sta accadendo una grande eresia, una sacrilega al sommo eresia. Il figlio di Satana, uno dei figli e che potrei dire uno dei più grandi, non il più grande passato che è Giuda, non il più grande avvenire che sarà l’Anticristo, ma uno di quelli ora viventi per castigo dell’uomo che ha adorato l’uomo e non Dio, dandosi la morte attraverso all’uomo mentre Io, Dio, avevo dato all’uomo la Vita attraverso alla mia morte – meditate questa differenza – il figlio di Satana bandisce una nuova fede che è parodia tragica, sacrilega, maledetta, della mia Fede. Si bandisce un nuovo vangelo, si fonda una nuova chiesa, si eleva un nuovo altare, si innalza una nuova croce, si celebra un nuovo sacrificio. Vangelo, chiesa, altare, croce, sacrificio di uomo. Non di Dio.
6Uno è il Vangelo: il mio.
7Una è la Chiesa: la mia, cattolica romana.
8Uno è l’Altare: quello consacrato dall’olio, dall’acqua e dal vino; quello fondato sulle ossa di un martire e di un santo di Dio.
La Croce del Cristo[194].
9Una è la Croce: la mia. Quella da cui pende il Corpo del Figlio di Dio: Gesù Cristo; quella che ripete la figura del legno che Io ho portato con infinito amore e con tanta fatica sino alla cima del Calvario. Non ci sono altre croci. Vi possono essere altri segni, dei geroglifici simili a quelli scolpiti negli ipogei dei Faraoni o sulle stele degli atzechi, segni, niente più che segni di uomo o di Satana, ma non croci, ma non simbolo di tutto un poema di amore, di redenzione, di vittoria su tutte le forze del Male, quali che siano.
10Dal tempo di Mosè ad ora, e da ora al momento del Giudizio,[195]una sarà la croce: quella simile alla mia, quella che portò per primo il “serpente”, simbolo di vita eterna, quella che portò Me, quella che Io porterò con Me quando vi apparirò Giudice e Re per giudicare tutti: voi, o miei benedetti credenti nel mio Segno e nel mio Nome; e voi, maledetti, parodisti e sacrileghi che avete abbattuto dai templi, dagli stati e dalle coscienze il mio Segno ed il mio Nome sostituendovi la vostra sigla satanica e il vostro nome di satanici.
Il sacrificio satanico o messa nera[196].
11Uno è il Sacrificio: quello che ripete misticamente il mio, e nel pane e nel vino vi dà il mio Corpo e il mio Sangue immolato per voi. Non vi è altro corpo e altro sangue che possano sostituire la Gran Vittima. E il sangue ed i corpi che voi immolate, o feroci sacrificatori di chi vi è soggetto e dei quali disponete – poiché ne avete fatto corpi di galeotti al remo, marcati del vostro segno come fossero bestie da macello, resi incapaci anche di pensare poiché avete rubato, interdetto, colpito questa sovranità dell’uomo sui bruti, e di esseri intelligenti avete fatto una enorme mandria di bruti su cui agitate lo staffile ed ai quali minacciate “morte” anche se osano, soltanto nel loro interno, giudicarvi – e questo sangue e questi corpi non celebrano, non sostituiscono, non servono, no, al sacrificio.
12Il mio vi ottiene grazie e benedizioni. Questo vi ottiene condanna e maledizioni eterne. Sento e vedo i gemiti e le torture degli oppressi, che voi sgozzate nell’anima e nella mente più ancora che nel corpo. Non uno dei vostri soggetti è salvo dal vostro coltello che li svuota della libertà, della pace, della serenità, della fede, e che fa di loro degli ebeti morali, degli spauriti, dei disperati, dei ribelli. Sento e vedo i rantoli degli uccisi e il sangue che bagna il “vostro” altare. Povero sangue per il quale Io ho una misericordia che supera ogni misura ed al quale perdono anche l’errore, perché già l’uomo si è fatto ad esso punizione e Dio non infierisce là dove già si è espiato.
13Ma vi giuro che di quel sangue e di quei gemiti farò il vostro tormento eterno. Mangerete, rigurgiterete, vomiterete sangue, affogherete in esso, avrete l’anima rintronata fino ad impazzire di quei rantoli e di quei gemiti e sarete ossessionati da milioni di larve di volti che vi grideranno i vostri milioni di delitti e vi malediranno. Questo troverete là dove vi attende il padre vostro, re della menzogna e della crudeltà.
Il sacerdozio satanico[197].
14E dove è fra voi il Pontefice, il Sacerdote per la celebrazione del rito? Carnefici siete e non sacerdoti. Quello non è un altare: è un patibolo. Quello non è un sacrificio: è una bestemmia. Quella non è una fede: è un sacrilegio.
15Scendete, o maledetti, prima che Io vi fulmini con una morte orrenda. Fate una morte almeno da bruti che si ritirano nella tana per morire, sazi di preda. Non attendete su quel vostro piedestallo di dèi infernali che Io vi consegni all’espiazione, non dello spirito, del vostro corpo di belve, e vi faccia morire fra i ludibri della moltitudine e le sevizie dei seviziati d’ora. Vi è un limite. Ve lo ricordo. E non vi è pietà per chi scimmiotta Dio e si rende simile a Lucifero.[198]
16E voi, o popoli, sappiate esser forti nella verità e nella Giustizia. Le umane filosofie e le umane dottrine sono tutte inquinate di scorie. Quelle di ora sono sature di veleno. Coi serpenti velenosi non si scherza. Viene l’ora che il serpente esce dall’incantamento e vi vibra il morso fatale. Non lasciatevi avvelenare.
Vivere il Vangelo[199].
17Rimanete uniti a Me. In Me è giustizia, pace e amore. Non cercate altre dottrine. Vivete l’Evangelo. Sarete felici. Vivete di Me, in Me. Non conoscerete le grandi gioie corporali. Io non le do, queste: do le gioie vere che non sono unicamente godimento della carne ma anche dello spirito, le gioie oneste, benedette, sante, che Io ho concesse e sancite, quelle alle quali non ho ricusato di prendere parte.
18La famiglia, i figli, un onesto benessere, una patria prospera e tranquilla, una buona armonia coi fratelli e con le nazioni. Ecco quello che Io chiamo santo e che benedico. In esso avete anche salute, perché la vita familiare, onestamente vissuta, dà sanità al corpo; in esso avete serenità, perché un commercio o professione, onestamente compiuti, dànno tranquillità di coscienza; in esso avete pace e prosperità di patria e di paese, perché, vivendo in buona armonia coi compaesani e con i popoli vicini, evitate i rancori e le guerre.
Rivestirsi di Cristo[200].
19Nel vostro sangue fermenta il veleno di Satana, lo so, poveri figli miei. Ma Io vi ho dato Me stesso per controveleno. Io vi ho insegnato a incidere su voi, in voi, il mio Segno che vince Satana.
20Circoncidetevi lo spirito di Me. Ben più alta e perfetta circoncisione! Essa leva alla vostra carne quelle cellule in cui si annidano i germi di morte e vi innesta la Vita che Io sono. Essa vi spoglia dell’animalità e vi riveste di Cristo. Essa vi seppellisce come figli di Adamo colpevole, e colpevoli voi pure per colpa originale e per colpe proprie, nel Battesimo e nella Confessione di Cristo, e vi fa risorgere figli dell’Altissimo.
Divenire carità[201].
21Non separatevi da Me. Oh! Io bene vi porterò ai Cieli se rimarrete parte di Me, ed anche – poiché non siete tutti “cielo”, ma sempre in voi resta un poco del fango della Terra – ecco, Io ve lo prometto che la benedizione del Padre non mancherà neppure su questo vostro limo, perché non potrà il Padre che benedire il Figlio suo, e la mia Potenza vi adombrerà talmente – se rimarrete in Me, se con Me pregherete dicendo “Padre nostro” così come Io vi ho insegnato[202]– che il Padre vi darà e il Regno dei Cieli, come è chiesto nella prima parte, e il pane quotidiano e il perdono delle colpe, come è chiesto nella seconda.
22Se rimanete in Me, come bambini nel seno della madre, il Padre nostro non potrà vedere che la veste che vi veste: Me, vostro Redentore, vostro Generatore al Cielo e Figlio suo; e sul Figlio, oggetto di tutte le sue compiacenze, per il quale ha fatto, oltre a tutte le cose, anche il perdono e la gloria, per gioia del suo Figlio, che vi vuole perdonati e gloriosi, fare piovere le sue grazie.
23La vostra morte Io l’ho distrutta con la mia. Le vostre colpe Io le ho annullate col mio Sangue. In anticipo Io le ho riscattate per voi. Tutto ho reso impotente a nuocervi nella vita futura inchiodando il vostro male, da Adamo ad ogni singolo di voi, alla mia croce. Posso dire di aver consumato tutto il veleno del mondo suggendo la spugna intrisa di fiele e aceto del Golgota e di avervi restituito quel Male in Bene perché, morendone, l’ho distillato e dalla mistura di morte ne ho fatta acqua di Vita, scaturita dal mio petto squarciato.
Compiere tutto nel nome di Gesù[203].
24Rimanete in Me con purità e fortezza. Non siate ipocriti ma sinceri nella Fede. Non sono le pratiche esteriori quelle che costituiscono fede e amore. Queste le hanno anche i sacrileghi, che se ne servono per ingannare voi e procurarsi delle glorie umane. Questo voi non dovete essere.
25Ricordatevi che, come vi ho rigenerati alla Vita della Grazia alla quale eravate morti, così vi ho risuscitati con Me alla Vita eterna. Mirate dunque a quel luogo di Vita. Cercate tutte le cose che vi sono moneta per entrarvi. Tutte le cose dello spirito: la Fede, la Speranza, la Carità, le altre Virtù che fanno dell’uomo un figlio di Dio.
26Cercate la Scienza che non erra: quella contenuta nella mia dottrina. Questa è quella che vi rende capaci di guidarvi in modo che il Cielo sia vostro.
Morale cristiana[204].
27Cercate la Gloria. Non la irrisoria e sovente colpevole gloria della terra, che Io condanno sovente, e sempre non giudico essere vera gloria, ma unicamente missione che Dio vi dà perché ve ne facciate un mezzo per giungere alla celeste Gloria. La Gloria vera si ottiene con un capovolgimento dei valori del mondo. Il mondo dice: “Godete, accumulate, siate superbi, prepotenti, senza cuore, odiate per vincere, mentite per trionfare, incrudelite per imperare”. Io vi dico: “Siate moderati, continenti, senza sete di carne, di oro, di potenza, siate sinceri, onesti, umili, amorosi, pazienti, miti, misericordiosi.[205] Perdonate chi vi offende, amate chi vi odia, aiutate chi è meno felice di voi. Amate, amate, amate”.
28In verità vi dico che non un atto di amore, anche se minimo come un sospiro di compassione verso chi soffre, passerà senza ricompensa. Infinita ricompensa in Cielo. Già grande ricompensa, non comprensibile altro che da chi la prova, anche sulla terra. Ricompensa della pace di Cristo a tutti i miei buoni, della luminosità della Parola ai “buonissimi” nei quali Io vengo per trovare il mio conforto.
29Miei cari figli, che amo di un amore ben più grande di tutto l’odio che circola come fluido infernale sulla Terra, amatemi a vostra volta; qualunque cosa facciate o diciate, fatelo in nome del vostro Gesù, rendendo così, per mezzo di Lui, grazie a Dio Padre vostro, e la grazia del Signore permarrà su voi come un usbergo sulla terra e un’aureola sicura per il Cielo.»
Morale cristiana[206].
30Quel “discorso”[207] è stato fatto or sono otto giorni circa, perciò verso il 10 o l’11 c.m. In esso era detto, dopo altre svariate frasi, fra le quali[208]questa: che i sacerdoti non sono necessari né a Dio né alle anime, perché sono dei mestieranti ecc. ecc. solo intenti a lucrare sulla loro professione ecc. ecc.; che quando sarà finita la guerra, naturalmente con la vittoria della Germania, un nuovo, vero culto sarà instaurato, nuovi veri templi saranno aperti, e là i fedeli della nuova fede andranno a veder consumare il sacrificio in cui sarà portato il pane dato al popolo germanico e il sangue del medesimo.
31Parole e promesse fatte da Hitler ai suoi sudditi.
307. L’amore misericordioso[209].
Conseguenze dell’anticarità
L’imprecazione è odio che fermenta.
Dice Gesù:
1«Mia povera figlia così disgustata da quanto ti circonda, e nella casa e nella patria, ascoltami. Ieri sera ti sono stato vicino, conforto che non manca a chi soffre senza separarsi da Me.
2Se tutti sapessero – in luogo di imprecare soltanto per tutte le noie, le pene, le sventure della vita – se tutti sapessero venire a Me quando il prossimo offende, morde, nuoce, quando calunnia, quando disillude, quando avvilisce, quando colpisce con la sua indifferenza, anticarità, incomprensione, come con una spada, come sarebbe meglio! Soffrirebbero meno e acquisterebbero benedizioni divine. Invece l’imprecazione contro tutto e tutti, Me compreso, fiorisce sempre su queste labbra umane che si sentono stanche per pregare ma non stanche per insultare.
3E come posso Io andare a chi ha in sé odio che fermenta? E l’imprecazione non è forse odio che fermenta? Contro Me, contro il prossimo, contro la volontà di Dio, contro voi stessi. E sappiate che, se anche è contro voi stessi, è da Me riprovata perché Io aborro i cuori e le bocche che odiano, sia che odino Me, Dio, o i fratelli, creature di Dio, o loro stessi, opera di Dio.
4Chi poi odia un infelice – odiare per Me è non amare, e per non amare non c’è bisogno di uccidere, basta mancare a quel senso di paziente compassione che anche gli animali domestici sentono per il padrone che soffre – chi odia un infelice, facendogli sentire aspramente la sua condizione ed acutizzando le ferite che Io ho medicato col mio amore perché soffra meno, offende Me che ho detto: “Beati i misericordiosi! Anche di un bicchiere d’acqua vi sarà data ricompensa”.[210] E la parola buona è molto più ricompensata di un bicchiere d’acqua.
Doppia offesa alla persona di Cristo.
5Quando infine, con pensiero di scherno, si giudica male un mio servo e lo si turba al punto da renderlo fisicamente incapace di trascrivere la mia parola, allora si commette doppia offesa alla mia Persona. Perché solo Io posso ritirare la facoltà di ricevere in un mio servo, se costui manca a quella forma di vita che Io esigo da lui; e chi invece con arte umana me lo colpisce facendone un povero ferito incapace di moto, sul quale Io devo curvarmi, Samaritano divino,[211] a medicare le ferite e ristorare le forze col mio pietoso amore, si arroga un diritto che non ha e defrauda Dio di un suo diritto e di un suo strumento.
6In verità ti dico che, pur conoscendo quel cuore, ho dettato per esso una grande parola per spronarlo, per costringerlo al bene; per te l’ho fatto, e anche per lei, perché il ricordo della madre sua, vera cristiana, le fosse pungolo ad imitarne le virtù. Ma talvolta da un melo dolcissimo nascono selvatici frutti. E che tali restano perché non accolgono, con fede, la parola di Dio. Io sono quello che innesto in voi il Bene. Ma chi non mi accoglie rimane aspro e selvatico come frutto di selvatica pianta.
7Non è così, in verità, che si esercita “la carità verso il prossimo”. L’antica Marta era molto migliore. Si affannava di troppe cose,[212] ma non derideva l’amore della sorella, lieta anzi che ella fosse presa in tale amore, e non la turbava al punto da mettere fra lei e Me il velo amaro di una incomprensione fraterna che sempre turba.
Conseguenze dell’incredulità e dell’anticarità.
8Io ho detto alla donna di Samaria: “Chi beve di quest’acqua avrà ancora sete, ma chi beve dell’acqua da Me data non avrà più sete, anzi l’acqua da Me data diverrà in lui fontana d’acqua viva zampillante in vita eterna”.[213]
9Ma se quello nel quale Io vengo, portando sotto le specie eucaristiche la divina fontana che ha in sé tutte le virtù e le grazie atte a far di un uomo un santo, rimane marmo che non si imbeve e con la sua non fede vera e non vera carità non solo resta bacino di marmo impenetrabile ma anche bacino perforato da questa sua non fede schietta e non carità, come posso Io divenire in lui fontana d’acqua viva zampillante in vita eterna? in verità ecco che Io sfuggirò da lui dopo esser venuto, perché non amo gli increduli e i non caritatevoli, e lo lascerò ogni volta vuoto e arido come prima.
10Tale il destino di chi pretende che Dio faccia tutto il miracolo e non mette di suo nessuno sforzo per migliorare sé stesso.
11Come lavora Satana intorno a questi cuori! Se si vedessero tremerebbero. Come uccellini svagati, non ascoltano il richiamo paterno che li avverte del pericolo e che li chiama; non vedono, non vogliono vedere che l’uccellatore malefico sta colla rete in pugno per catturarli e farli infelici. E finiscono ad esserne preda e strumento di afflizione per i miei diletti.
12Il mondo è pieno di questi svagati. Essi sono i meno facili a convertirsi perché già superbia li tiene e non vi è in essi carità che li bonifichi. Mi fanno pietà. Abbi tu pure pietà e prega. Se la tua preghiera, come la mia grazia, non gioverà, tornerà a te come la grazia torna a Me, e tu ne avrai lo stesso merito come se essa avesse ottenuto la conversione di quel cuore.
13Supera il disgusto umano, Maria. Hai delle gioie che ti compensano di esso al centuplo.»
308. Le virtù dei martiri[214].
Fede speranza e carità.
Il giusto vive di fede[215].
Dice Gesù:
1Ti voglio spiegare l’epistola e il vangelo della Messa di ieri. Ieri sera eri troppo stanca perché Io lo facessi.
2“Chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvo” è detto nel brano evangelico.[216] E nell’epistola si dice: “Non vogliate dunque gettare la vostra fiducia, alla quale è serbata grande ricompensa. Or vi è necessaria la pazienza, affinché facendo la volontà di Dio possiate conseguire ciò che vi è stato promesso; poiché ancora un tantino, e chi ha da venire verrà e non tarderà; ma il giusto vive di fede, se però indietreggia non sarà più gradito all’anima mia”.[217]
3Ecco, figlia. Abbi presente sempre, in questo e nei molti accasciamenti futuri, frutto tutti della anticarità che ti circonda, queste luminose parole. Sono quelle che hanno fatto la forza dei martiri dei tiranni e dei martiri dei familiari o dei superiori.
4Occorre perseverare sino alla fine, nonostante scherni, urti, pressioni, pene. Io sono il premio dato ai perseveranti. Pensa, Maria, Io, il tuo Gesù. Ma che ti saranno, allora, queste spine che ti trafiggono ora e ti fanno tanto soffrire? Un nulla, anzi più che un nulla: una gioia. Le guarderai con amore, le bacerai con riconoscenza, perché proprio per esse avrai Me sempre più potentemente.
5Ogni pena superata senza flettere è aumento di fusione in Cielo. Ricordatelo. Là tutto è visto in una nuova luce. Anche quelli che ora ami unicamente per amor mio, perché il loro modo di agire spingerebbe la tua umanità a non amarli, là li amerai di tuo, perché li vedrai come mezzi che ti han dato quell’infinito Tesoro che Io sono.
Carità dei martiri.
6L’ultima preghiera dei martiri era per i loro carnefici: perché giungessero alla Luce. L’ultima preghiera dei santi, per i loro oppressori: perché giungessero alla Carità.
7Non sai, tu non lo sai, ma Io te lo dico. Molti superiori conventuali, che un’umanità, vivente in essi nonostante la loro veste di rinuncia alla carne, portava alla superbia e perciò all’anticarità verso i loro soggetti, sono giunti al pentimento e da questo ad una rinascita spirituale, origine di una nascita al Cielo, proprio per le preghiere di un “santo” del loro dominio, il quale ricambiò le loro durezze e le loro ingiustizie con atti di soprannaturale amore, pregando e soffrendo per la redenzione di quel cuore che era per loro così poco benigno. Ora in Cielo i miei angeli mirano vicini e l’oppresso e l’oppressore, e non è l’oppressore il superiore ora, è l’oppresso, il quale come padre amoroso guarda con gioia il suo salvato, entrato nella vita eterna in grazia del suo vero amore.
8La luce di questi spiriti che hanno salvato i loro tormentatori è luce speciale e viene dal raggio del mio costato aperto, del mio cuore che pregò sulla croce per i suoi crocifissosi, poiché quelli che pregano per chi li fa soffrire sono simili a Me che pregai per i miei carnefici.[218]
9Fiducia in Me che vedo, e pazienza verso gli altri, verso le cose che vi si accaniscono contro. La ricompensa è tale che merita ogni sacrificio. E non tarderà a venire.
10Non ti accasciare. Lascia che gli altri siano ciò che vogliono essere. Tu sii mia, e basta. Anzi prega – è la carità più grande – perché gli altri siano ciò che Io voglio che siano. E sii sempre più mia. Va’ in pace, ti benedico.»
11Qui va inserita la descrizione della visione che ha lei[219].
309. Due versioni della
deposizione
di Agnese[220].
Prima versione.
1A conforto della mia tristezza, il buon Gesù mi concede la seguente visione che mi affretto a descriverle pensando le possa far piacere.
2Assisto alla deposizione di Agnese.[221]
3Vedo un giardino di una casa patrizia. Non so se sia la casa paterna di Agnese o di altra famiglia cristiana. Del resto, ciò non ha molta importanza. Vedo, insomma, questo amplissimo giardino con viali e vialetti, aiuole, peschiere e piante d’alto fusto.
4È sera, potrei dire notte perché le ombre sono già folte. Il luogo è rischiarato da un bel chiaro di luna e da rade fiaccole o lumi che siano. Vedo le fiamme piegarsi ogni tanto al lieve vento della sera. La luna è al suo primo quarto e perciò penso siano le 20 o anche meno delle venti, perché essa si è appena alzata all’orizzonte e in gennaio essa si alza presto, specie quando è nella sua fase iniziale.
5In principio non vedo altro. Poi la scena si anima. Entrano nel giardino molte persone con lumi e torce, e la luce cresce. Sono certo cristiani e cristiane, condotti dai loro sacerdoti e diaconi al seppellimento di Agnese.
6Ad un certo momento si apre una porta della casa e appare un peristilio vivamente illuminato, certo in corrispondenza con la via, perché di fronte a questa porta – dirò così: verso l’interno – ve ne è un’altra, che pure si apre come se qualcuno avesse bussato dal di fuori, ed entra un gruppo di persone portando su una lettiga una forma avvolta in un sudario.
7Deposta la lettiga in mezzo a questo peristilio e chiusa la porta che dà sulla via, la forma viene scoperta, alzata piamente e deposta su un’altra specie di barella simile ad un lettuccio senza sponde, ricoperto di una stoffa rosso cupo ricchissima, direi trapunta a ricamo.
8Vedo che la martire è già stata lavata e composta. Non è più sangue sul suo volto e nella sua chioma, non più sulla sua veste. Devono averle messo una tunica pulita perché nessuna macchia è su essa.
9La giovinetta martire pare una statua marmorea, tanto è pallida in volto. Ma è tanto in pace. Sorride. Ha i capelli sciolti sotto il velo candido che la copre tutta. Ma il primo velo glielo fanno i suoi lunghi capelli biondi. Un vero manto d’oro che la avvolge sino alle ginocchia. Ha le mani congiunte sul petto ed una palma fra esse. La ferita al collo non si vede. Glie l’hanno coperta pietosamente colle ciocche d’oro e il candido velo.
10Intorno a lei si affollano i parenti che piangono senza strepito e la baciano sulle manine ceree e sulla fronte marmorea, i familiari, i compagni di fede, i sacerdoti.
11Entra un vecchio venerando fiancheggiato da due altri. Sono tutti vestiti da romani dell’epoca. Da quanto avviene comprendo che il vegliardo è il Pontefice o un suo vicario. Ma direi il Pontefice, perché tutti si inginocchiano mentre egli entra e benedice. Anche egli si accosta alla martire e prega su lei. Poi si mette i paramenti sacerdotali e ugual cosa fanno i due diaconi che lo accompagnano, e così molti dei sacerdoti sparsi fra i cristiani, e il corteo si ordina.
12Un gruppo di vergini, fra cui Emerenziana, si stringono alla barellina e la sollevano. Per quanto, vista distesa, Agnese sembri più alta di quando era viva, non deve essere soverchio il peso: è una bambina e non molto formosa. Le vergini sono tutte biancovestite e bianco velate: una siepe di gigli intorno al giglio spento coricato sulla porpora del drappo funebre. Davanti il Pontefice e i sacerdoti, preceduti e fiancheggiati da famigli con fiaccole, dietro le vergini con la martire, poi i genitori, i parenti, i cristiani, tutti con lumi, vanno per i viali del giardino, verso il luogo dove questo confina con una campagna (mi pare). Certo non vi sono altre case dopo, ma altre piante e prati.
13La scena è placida e solenne. La luna bacia la candida forma e il vento la carezza. Vedo una ciocca bionda ondeggiare lievemente sotto il soffio del vento leggero.
14I cristiani cantano a bassa voce. In principio stento a capire, forse perché sono distratta nel guardare tante cose. Poi afferro le parole della santa melodia latina e ricordo di conoscerla, non mi è nuova. Penso dove l’ho udita o letta.
15Intanto si è giunti ad una specie di pozzo, molto largo di bocca, nel quale si scende per una scaletta tagliata nel tufo o arenaria che dir si voglia. Piano piano scendono i principali personaggi e nella cavità sotterranea, che è fatta in forma circolare con molti cunicoli che sembrano appena iniziati in diverse direzioni, le voci si fanno più forti e solenni.
16Ora ricordo bene. Sono le parole dell’Apocalisse, nel punto dove parlano di quel “canto” che solo potranno dire coloro che non si contaminarono sulla terra.[222] Ma non è detto tutto. È detto così. Lo dicevano così lentamente, quell’inno, che ho potuto trascriverlo, e poi ho guardato se la mia asineria aveva fatto molti errori latini[223].
17“Et vidi sopra montem Sion Agnum stantem” cantavano gli uomini.
18“Et audivi vocem de caelo, tamquam vocem aquarum multarum” rispondevano le donne.
19“Sicut citharoedorum citharizantium in citharis suis”.
20“Et cantabant quasi canticum novum”.
21“Et nemo poterat dicere canticum, nisi illa 144.000 qui empti sunt de terra”.
22“Hi sunt qui cum mulieribus non sunt coinquinati: virgines enim sunt”.
23“Hi sequuntur Agnum, quocumque ierit”.
24“Hi empti sunt ex hominibus primitiae Deo et Agno”.
25“Sine macula enim sunt ante thronum Dei” cantavano alternativamente, un versetto gli uomini, uno le donne.
26Un’armonia celeste! Avevo le lacrime agli occhi e tuttora è in me come un fiume di dolcezza che placa tutto. La sento sopra tutti i rumori che ho attorno…
27Un ultimo saluto dei parenti e poi la salma viene sollevata e portata verso il loculo lungo e stretto scavato nell’arenaria, scavato di fianco, non per il lungo. Il Pontefice segue la deposizione con queste parole: “Veni, sponsa Christi. Veni, Agne sanctissima. Requiescant in pace”.
28Una pietra viene ribattuta e fissata sull’apertura. La visione si cristallizzalì.
Esperienza del Portavoce.
29Io mi sento in pace come fossi io pure coricata in quel piccolo loculo a fianco della dolce creatura, in attesa di risorgere con lei in Cristo dopo il martirio. Come se fossi, come lei, già uscita dai tormenti e dalle cattiverie del mondo e cantassi al suo fianco il cantico che cantano solo coloro che sono stati riscattati dalla terra.
30È pur bello morire per Gesù! È pur bello potersi dire: “il mio dolore mi ottiene il Paradiso!”.
31Ora mi raccolgo in attesa che lei venga. Mi raccolgo nell’eco di quel dolce canto così pieno di promesse per chi ha dato se stesso al servizio dell’Agnello e lo segue in ogni sua volontà.
Seconda versione[224].
32Vedo un giardino di casa patrizia. Vi sono viali, aiuole, peschiere, praticelli, piante d’alto fusto. Pare molto vasto e deve confinare con la campagna o con altri vasti giardini, come vedo poi, perché là dove finisce non vi sono case ma altri prati e piante.
33Il giardino all’inizio della visione è vuoto di persone. Lo vedo al chiarore di rade luci date da lucerne a olio o da torce messe qua e là. Vedo le fiamme rossastre che si piegano ogni tanto al vento leggero della sera. Vi è anche un chiaro di luna. Essa è alla sua fase iniziale perché lo spicchio è sottile e volto a ponente. Giudico, data la stagione e la posizione della luna, che è appena alta al limite del cielo, che siano le prime ore della notte, che di questa stagione è molto precoce.
34In un secondo tempo noto presso la casa, che pare tutta chiusa come fosse vuota, molti gruppi di uomini e donne vestiti come a quel tempo, accompagnati da altri uomini che sembrano rivestiti di speciale incarico e dignità, ai quali tutti ubbidiscono con rispetto. Comprendo che sono cristiani venuti ai funerali di Agnese.
35Molti hanno delle lucernette a olio, cosa che mi permette di vedere che ce ne sono alcuni, fra gli uomini, con capelli corti, direi rasati, e vesti corte e bigiognole, altri con chiome più curate ma sempre corte e vesti lunghe e chiare con manto di cui un lembo passa sulla testa come un cappuccio. Nelle donne pure alcune vestite dimesse e di scuro, altre in chiaro e meglio vestite; un folto gruppo è vestito di bianco, con velo bianco sul capo[225].
36Mentre osservo tutti questi particolari, si apre una vasta porta nella casa, nella facciata che dà sul giardino, e ne esce viva luce. Questa proviene da un peristilio vivamente illuminato. Di fronte a questa porta ve ne è un’altra, certamente sulla facciata che dà sulla via, la quale ad un certo punto viene aperta come se dal di fuori qualcuno avesse bussato.
37Entra un gruppo di persone che circondano una lettiga portata da quattro robusti uomini vestiti di color scuro (color lana bigia), i quali depongono il loro carico in mezzo al peristilio mentre la porta di casa è subito rinchiusa con cura. Quando vengono sollevate le cortine della lettiga, vedo che essa contiene un corpo steso, tutto avvolto in un sudario. Questo corpo viene pietosamente sollevato e adagiato, senza il sudario che resta nella lettiga, su una specie di barellina ricoperta di un prezioso drappo purpureo che pare ricamato a bordure come fosse un damasco. Essa era certo già preparata a ricevere il suo carico.
38Vedo la martire Agnese, irrigidita nella morte. Pare una statua di marmo candido tanto è esangue nel volto, nelle mani piccine, nei piccoli piedi calzati da sandali. È tutta vestita di bianco e con un velo candido che l’avvolge tutta. Ma il primo velo glie lo fanno i suoi splendidi capelli biondi, lunghi sino al ginocchio, ora tutti sciolti come un manto d’oro. Non sono ricci, sono morbidi e appena ondati, ma tanti, tanti e bellissimi. Ella sorride come davanti ad una visione di pace. Ha le mani congiunte sul grembo e con una palma, unico ornamento, fra le dita irrigidite.
39È tutta monda. Si capisce che l’hanno detersa dal sangue e rivestita di veste pulita prima di trasportarla qui, perché non ha più sangue sul volto, fra i capelli e sulla veste. La ferita al collo non si vede. Gliel’hanno pietosamente coperta coi capelli e col velo.
40Si avvicinano a lei i parenti che la baciano piangendo sulle manine ceree e sulla fronte gelata. Ma il loro dolore è composto e dignitoso. Nessuna di quelle manifestazioni isteriche solite in quei casi. Un dolore cristiano. Dopo i parenti si affollano gli amici e fratelli di fede. Vedo Emerenziana piangente e sorridente insieme alla sorellina di latte che l’ha preceduta nella gloria. Tutti salutano la martire e pregano.
41Ho qui l’impressione, che ho dimenticato di scrivere nella 1aversione, limitandomi di dirla a lei a voce, di un grande amore fra i cristiani, la sensazione di quello che sia la “comunione dei santi” così come era intesa dai primi cristiani, dai quali tanto avremmo da imparare. Essi erano venuti, sfidando ogni pericolo, a rendere onore alla martire di Cristo, a raccomandarsi a lei, già assurta al Cielo, di esser per tutti loro fonte di intercessione presso Dio nei prossimi combattimenti per la Fede, e lei mi pareva planasse già col suo spirito sui presenti, trasfondendo in essi i suoi sentimenti eroici e la sua protezione. Il Cielo e la Terra erano in comunicazione.
42In questo mentre[226] si riapre la porta esterna ed entra un vegliardo accompagnato da due uomini dai 25 ai 35 anni. Il vecchio ha un aspetto dolcemente serio, è molto magro, direi sofferente, e pallidissimo. Deve essere persona molto influente presso i cristiani, perché al suo apparire tutti si inginocchiano ed egli passa fra due file di teste chine, benedicendo. Ho l’impressione sia un vescovo o lo stesso Pontefice.
43Si avvicina alla barella e benedice la morta e prega su lei. Poi si veste degli abiti sacerdotali (vedo il pallio, non so se si dice così: è una striscia bianca che forma come un cerchio sulle spalle e sul petto e scende poi dietro e davanti in due strisce. Il tutto è ornato di piccole croci scure). Anche gli altri suoi accompagnatori si vestono mettendo le vesti dei diaconi (tunica sino al ginocchio e maniche sino a poco più su del gomito).
44Poi il corteo si ordina. Davanti il clero, ossia il vegliardo, i due diaconi e gli altri sacerdoti che prima erano sparsi fra la folla dei cristiani e che hanno messo pure loro le stole sacerdotali. Intorno ad essi si pongono uomini portanti fiaccole accese. Hanno la veste corta e scura. Direi che sono servi, cristiani, perché ho l’impressione che nella casa tutti siano seguaci di Gesù. Anche intorno alla barella si fa una fila di lumi portati dalle vergini bianco-vestite e bianco-velate, una vera siepe di gigli intorno al giglio reciso. La barella viene sollevata facilmente da 4 vergini, fra cui Emerenziana. Non deve pesare molto perché, per quanto Agnese, stesa come è, sembri più alta che da viva, è sempre un’adolescente e per di più poco formosa.
45Il corteo si avvia verso la tomba per i viali del giardino. Tutti portano fiaccole o lucerne accese. E cantano. Sottovoce. Un inno pieno di dolcezza e speranza che sulle prime non riconosco. Mi pare di avere già udito quelle parole, ma non so dove. Il vento serale piega le fiamme che poi si drizzano più belle. Vedo distintamente una ciocca di capelli di Agnese, uscita da sotto al velo, che si muove sotto il sospiro della brezza. Il corteo è molto composto e pio.
46Si giunge al limite del giardino. Lì vi è una specie di pozzo dall’apertura molto larga. Una scaletta, intagliata nell’arenaria o nel tufo, porta in basso. Si scende in molti. Chi non può, resta intorno all’orlo del pozzo e canta ancora, rispondendo ai canti del basso. Nella cavità del pozzo le voci acquistano risonanza e comprendo bene di che si tratti. Sono versetti dell’Apocalisse nel punto dove parla dei vergini che seguono l’Agnello.[227] Un versetto è cantato dagli uomini, l’altro dalle donne alternativamente e come le ho scritto nel I° racconto.
47Vedo che il pozzo è semicircolare, anzi a ferro di
cavallo, e dei cunicoli partono da esso a raggiera. Così. Dove
ho fatto la crocetta vi è un loculo scavato nell’arenaria. Preparato per Agnese. Il primo di questo
sepolcro, futura tomba di molti martiri e catacomba. Dei cunicoli, il primo a destra della croce (rispetto a chi guarda, quello che io segno con un V) è il più fondo.
48Si addentra nella terra per un 5 o 6 metri. Mentre gli
altri sono meno fondi e uno, il primo a sinistra di chi guarda, presso la scala, è appena appena
iniziato. Ho l’impressione che sia un ipogeo che è appena incominciato, quasi che la morte di Agnese
l’abbia trovato impreparato.
49I parenti e i più prossimi si accostano per un ultimo saluto. Poi il drappo purpureo su cui è appoggiata la martire viene alzato ai lati sulla stessa ed ella viene avvolta in questa stoffa preziosa dalla testa ai piedi.
50Il Pontefice le dà l’ultimo saluto: “Veni, sponsa Christi. Veni, Agne sanctissima. Requiescant in pace!” come se a nome della Chiesa la prendesse in consegna. E il corpo viene sollevato con devozione e deposto nel loculo, sul quale viene ribattuta una pietra che lo chiude.
51E la visione si cristallizza così.
52In me rimane la dolcezza del canto e la religiosità di tutta la scena, nei suoi particolari più minuti, in cui è palese l’unione degli antichi cristiani e il loro fervore.
Giustificazione del Portavoce
53Ho scritto nuovamente questa visione per ordine di Gesù, il quale mi dice:
54«Questa è un’altra ragione probatoria. Solo chi ha visto una scena che lo ha fortemente colpito può, a distanza di giorni, ripeterne con esattezza il racconto.»
55Questo me lo dice questa sera, 23-1, alle 24, quando cioè io ho scritto per la causa dettami all’inizio.
Invito della vergine Agnese[228].
Nella dimora dello sposo.
Dice la vergine Agnese:
56«Non guardare unicamente alla mia spoglia. Guarda piuttosto allo spirito mio, beato là dove suona quel cantico che tanto ti piace.
57Ivi sono felice. Niente più di quanto mi fu momentaneo dolore sulla terra venne meco nella dimora dello Sposo. Ma soltanto trovai ineffabile gaudio.
58Ivi, nella luce emanante da Dio, nostra gioia, viviamo nella pace. Le armonie dei beati si intrecciano a quelle degli angeli. Tutto è luce e armonia. In alto splende la Trinità santissima e sorride la Madre di Dio.
59Ciò che sia il Paradiso non lo puoi pensare, anche se di esso hai avuto un baleno[229]. Conoscerlo in tutto il suo gaudio sarebbe morire, perché è beatitudine non sopportabile alla carne che ne muore. Dio te ne fa conoscere un saggio per incuorarti alla prova. Come a noi che soffrimmo per Lui.
60Vieni. Il dolore cessa e la gioia dura eterna. Il dolore, visto da questo luogo, è un attimo di tempo; la gloria che il dolore ci dà è eterna. Qui è Colui che ci ama e che amando non commettiamo colpa ma meritiamo premio.
61Gesù ti ha riscattata col suo amore. Amalo del tuo amore per meritare di unirti al coro che empie il beato Paradiso.»
Visione dello spirito glorioso di Agnese.
62Dopo che lei se ne è andato, alle 18, io rimasi nella gioia di quell’armonia e di quella visione.
63Ma poi si mutò nella presenza del corpo glorificato di Agnese, bellissima, bianco-vestita e dallo sguardo rapito. E mi pareva sentire due piccole mani carezzarmi dolcemente, manine di bambina. Così sono andata in sopore. Un affannoso sopore, perché i dolori tremendi (è notte fra il giovedì e venerdì) non mi dànno tregua.
64Tornata in me, mentre i miei dolori si fanno sempre più acuti, e mentre penso per sollevarli a quanto vidi, la martire giovinetta mi dice queste parole.
65Ora mi stendo sentendomela vicina a consolare il mio martirio di carne e di cuore. Soltanto lo spirito è beato. Ma suona la mezzanotte ed ha inizio il venerdì. Penso al mio Signore nel suo tragico venerdì di passione e non mi lamento di soffrire. Gli chiedo solo di sapermi far ben soffrire: per Lui e per le anime.
Parole di introduzione ad una visione[230].
661. A conforto del mio complesso soffrire, e per farmi dimenticare le cattiverie degli uomini, il mio Gesù mi concede questa soave contemplazione.
Parole di preparazione a una lezione[231].
67« [ … ] E ti preparo alla lezione di domani; segna il punto al capo 12° di Daniele, con le parole dette allo stesso dal luminoso angelo mio: “Non temere, la Pace è con te. Fatti coraggio e sii forte”, e tu sappi sempre rispondere: “Parla, o mio Signore, perché Tu m’hai rinvigorito”[232].»
310. Periodi dell’Anticristo[233].
Eventi di quel periodo.
Conversione d’Israele al cristianesimo.[234].
Dice Gesù:
1«L’arcangelo che ha vinto Lucifero, e che sta a guardia del mio Regno e dei figli di esso, sarà quello che sorgerà come segno celeste nell’ultimo tempo. Sarà questo il tempo in cui Israele sarà ricongiunto alla Roma di Cristo e non ci saranno più i due rami del popolo di Dio: il benedetto e il maledetto per il suo deicidio, ma un unico tronco detto di Cristo, perché vivente in Me.[235]
Risurrezione della carne[236].
2Allora, poiché il numero dei salvati sarà completo, verrà la risurrezione della carne e, come moltitudine che dorme e che una tromba risveglia per chiamarla ad una adunata, i morti, stesi negli infiniti cimiteri, nei deserti, nei mari, ovunque giace un che fu uomo, sorgeranno per venire a Me, Giudice supremo.
3Oh! Luce che sei attributo mio e che farai rifulgenti come stelle coloro che conobbero la Sapienza e insegnarono la Giustizia e la vissero, come ti effonderai gioiosa quel giorno sui miei beati!
Il tempo di tre anni e sei mesi[237].
4L’ultimo tempo di tre anni a sei mesi, tremendo come mai l’uomo conobbe, sarà quello in cui Satana, attraverso suo figlio, arso da supremo livore – perché anche la scissione fra i due rami del popolo di Dio sarà finita, e con essa la causa di tanti mali materiali, morali e spirituali – userà le sue perfette ed ultime astuzie per nuocere, rovinare, uccidere il Cristo nei cuori e i cuori al Cristo.
Illuminazione dei sapienti[238].
5I sapienti comprenderanno il tranello di Satana, gli innumerevoli tranelli di Satana, perché chi possiede la Sapienza vera è illuminato, e per la loro fedeltà alla Grazia diverranno candidi e provati come il fuoco, degni d’essere eletti al Cielo. Gli empi seguiranno il Male e faranno il male non potendo comprendere il Bene, perché di loro spontanea volontà avranno colmato il loro cuore di Male.
L’Abominazione della desolazione[239].
6Allora verrà il tempo in cui, conculcata sino ad un punto mai raggiunto, la Chiesa non sarà più libera di celebrare il Sacrificio perpetuo, e l’abominazione della desolazione sarà innalzata sul Luogo Santo e sui luoghi santi, così come è detto dai profeti e ripetuto da Me che non erro.
Eventi dopo l’Anticristo.
Ultimi eventi e fine del mondo[240].
7Daniele dice: “Vi saranno 1290 giorni (di questo conculcamento). Beato chi aspetta e giunge a 1335”.[241]
8Ciò vuol dire che nei tre anni e sei mesi che precederanno la fine, un piccolo tempo sarà serbato in fine ai fedeli per riunirsi ad ascoltare l’ultima Parola, risuonante nei loro spiriti, come invito al Cielo, mentre Michele coi suoi angeli vincerà Satana ed i suoi demoni. “Beato chi aspetta e giunge a 1335 giorni” vuol dire: “Beato chi avrà perseverato sino alla fine” poiché sarà salvo.[242]
9E a te dico: “Va’ fino al termine stabilito (del tuo tempo di vivente sulla terra) ed avrai requie, e starai nella tua sorte sino alla fine dei giorni”.» [243]
311. Errori e orrori
che
partoriranno l’Anticristo[244].
I ministri dell’Anticristo.
I profeti del Messia.
Dice Gesù:
1«Daniele è colui che ha la medesima nota di Giovanni, e Giovanni è colui che raccoglie e amplifica la nota iniziale di Daniele. Ecco perché, piccolo Giovanni, a te piace tanto.
2Come pesce in limpida peschiera, tu sei felice quando ti muovi nell’atmosfera del tuo Cristo, il quale avrà il suo supremo trionfo nell’ora in cui Satana, suo figlio e i suoi cortigiani, saranno per sempre resi impotenti. E in Daniele vi è quest’atmosfera. Se Isaia è il pre-evangelista che parla del mio avvento nel mondo per la salute del mondo[245], Daniele è il pre-apostolo, il pre-Giovanni che annuncia le glorie del mio eterno trionfo di Re della Gerusalemme imperitura.
Segni dei ministri diabolici dell’Apocalisse[246].
3Ora vedi come nelle quattro bestie descritte da Daniele[247]siano anticipati i segni dei ministri diabolici dell’Apocalisse.[248] I commentatori si sono affannati a dare un significato storico-umano a quei quattro mostri. Ma occorre spingere lo sguardo molto più avanti, e molto più in alto. Sollevatevi, quando meditate i libri santi, dalla terra, staccatevi dal momento presente, spingete lo sguardo nel futuro e nel soprannaturale. Lì è la chiave del mistero.
4Le quattro bestie: i quattro errori che precederanno la fine. I quattro errori che saranno quattro orrori per l’umanità e che partoriranno l’Orrore finale.
Il Leone: l’uomo ateo[249].
5L’uomo era un semidio per la Grazia e per la Fede. Come aquila e come leone sapeva affrontare e vincere i pericoli del senso e sollevare se stesso a spaziare nel clima di Dio, là dove l’anima si congiunge in nozze soprannaturali col suo Signore in continui e rapidi congiungimenti di ardori, da cui scende sulla terra ogni volta rinnovellata nella forza, nella gioia, nella carità che effonde sui fratelli e poi slancia nuovamente, ancor più impetuosamente, verso Dio, poiché ogni congiungimento è aumento di perfezione che si compie quando il congiungimento diviene eterno nel mio Paradiso.
6L’ateismo strappò all’uomo le sue ali d’aquila e il suo cuore da semidio e lo fece animale camminante sul fango e portante sul fango, verso il fango, il suo pesante cuore tutto carne e sangue. Un pondo pesante più del piombo porta l’uomo nel suo “io” privo delle spirituali penne dello spirito, un pondo che lo curva, lo stende, lo sprofonda nel fango.
7L’uomo era un semidio per la Carità vivente in lui. Amando Dio e la sua Legge, che è legge di Carità, egli possedeva Dio, e con Dio la Pace, che è un principale attributo di Dio, e con la pace tanto bene universale e singolo.
L’Orso: l’uomo mostro[250].
8L’uomo respinse la Legge di Dio per assumere molte altre dottrine. Ma nessuna era ed è da Dio e perciò in nessuna è Carità vera. Onde l’uomo, che aveva abbracciato l’ateismo divenendo da aquila e leone semplice uomo, per un sortilegio infernale partorì sé stesso divenuto orso, feroce divoratore dei suoi simili.
9Ma orrore chiama orrore. Per scala ascendente. Sempre più grande l’orrore perché nei maledetti connubi con Satana l’uomo, che il Cristo aveva riportato alla sua natura di semidio, genera mostri sempre più mostri. E sono i figli del suo errare che si vende a Satana per averne terrestre aiuto.
Il Leopardo: l’uomo feroce e falso[251].
10Dall’uomo semidio venne l’uomo, dall’uomo l’orso, dall’orso il nuovo mostro feroce e falso come il leopardo, dotato da Satana di ali multiple per essere più veloce nel nuocere. Vi ho detto[252] che Satana è lo scimmiottatore di Dio. Anche esso dunque volle dare alla “sua” creatura, ormai sua creatura, all’umanità senza Fede e senza Dio, dare delle ali. Non di aquila, di vampiro perché fosse incubo dell’umanità stessa e fosse rapido nel suo correre ad abbattersi sulle parti di sé, vittime di sé, per suggerne il sangue.
11Io, mistico pellicano, mi sono aperto il cuore per darvi il mio sangue. Satana fa dell’uomo, al quale Io ho dato il mio sangue, il vampiro che sugge parti di sé stesso e si dà morte con tormento.
12Non pare una leggenda di incubo? È invece la vostra realtà. Non è un mostro mitico. Siete voi che con fame diabolica divorate parte di voi stessi, svenandovi, mutilandovi per poi generare le nuove parti mentre divorate le già formate, con una continuità che ha in sé qualcosa di maniaco, ma di un maniaco diabolico.
13La potenza voluta, spinta, imposta sino al delitto, è la terza bestia. Dato che è potenza umana, ossia vendutasi a Satana pur di esser sempre più potente, contro ogni legge divina e morale, essa genera il suo mostro che ha nome Rivoluzione e che, come è della sua natura, porta nelle protuberanze della sua mostruosità tutti i più biechi orrori delle rivoluzioni, naufragio sociale del Bene e della Fede. Onestà, rispetto, moralità, religione, libertà, bontà, muoiono quando questo mostro alita su una nazione il suo fiato d’inferno, e come pestifera emanazione esso si spande oltre i confini contagiando di sé popoli e popoli, sinché contagerà il mondo intero preparando sui brandelli delle vittime, da lei uccise e sbranate, sulle rovine delle nazioni ridotte a macerie, la culla per il mostro finale: l’Anticristo.
L’Anticristo.
L’Anticristo: perfezione dell’Orrore[253].
14Ve l’ho detto che esso sarà il figlio della lussuria dell’uomo, nato dal connubio della stessa con la Bestia. Ve l’ho detto. Non muto nel mio dire. Ciò che dico è vero. Lo conosco senza bisogno di leggerlo, lo ricordo senza bisogno di rileggerlo. È scritto nella mia mente di Dio davanti alla quale scorrono incessantemente, e l’uno sopra l’altro, senza che l’uno impedisca la visione dell’altro, tutti gli eventi dell’uomo nel tempo.
Il piccolo corno: estremo livore di Satana[254].
15Esso Anticristo, perfezione dell’Orrore come Io fui perfezione della Perfezione, con le sue infinite armi, simboleggiate nelle dieci corna, nelle mascelle dentate di ferro, nei piedi feroci e infine nel piccolo corno, simbolo dell’estremo livore di cui Satana doterà suo figlio per intossicare l’umanità mentre con la bocca di menzogna la sedurrà facendosi adorare per dio, tormenterà a dismisura coloro che, piccolo gregge fedele, mi resteranno seguaci. D’ora in ora il piccolo corno crescerà per nuocere, crescerà l’intelligenza satanica per far dire alla bocca le più turbatrici menzogne, crescerà in potenza come Io crescevo in sapienza e grazia,[255] armato di occhi per leggere il pensiero degli uomini santi e ucciderli per esso pensiero.
L’Orrore regnante nel mondo[256].
16Oh! i miei santi dell’ultimo tempo! Se eroico fu il vivere dei primi fra le persecuzioni del paganesimo, tre volte, sette volte, sette volte sette volte eroico sarà il vivere dei miei ultimi santi. Solo i nutriti con la midolla della Fede potranno aver cuor di leone per affrontare quei tormenti e occhi e penne d’aquila per affissare Me-Sole e volare a Me-Verità, mentre le tenebre li soverchieranno da ogni parte e la Menzogna cercherà persuaderli ad adorarla e credere in essa.
17Dopo i precursori dell’Anticristo verrà l’Anticristo stesso. Il periodo anticristiano, simboleggiato dalla Bestia armata di dieci corna – i dieci servi, che si credono re, di Satana, dei quali tre (nota bene) saranno strappati e gettati nel nulla, ossia nel baratro dove non è Dio e perciò dove è il Nulla, l’opposto di Dio che è Tutto – culminerà nella nascita e crescita, fino alla sua potenza massima, dell’undecimo corno, ragione della caduta di tre precursori, e sede del vero Anticristo, il quale bestemmierà Dio come nessun figlio d’uomo mai fece, calpesterà i santi di Dio e torturerà la Chiesa del Cristo; crederà, poiché è figlio del connubio della superbia demoniaca con la lussuria umana, “di poter fare grandi cose, di mutare i tempi e le leggi” e per tre anni a mezzo sarà l’Orrore regnante sul mondo.
Il Regno messianico[257].
18Poi il Padre dirà: “Basta” davanti al gran coro che, per il “rumore delle grandi parole” dei santi, si farà in Cielo; e la Bestia malvagia sarà uccisa e gettata nel pozzo d’abisso e con essa tutte le bestie minori per rimanervi con Satana, loro generatore, per l’eternità.
19Io sarò chiamato allora dal Padre per “giudicare i vivi ed i morti” secondo quanto è detto nel Simbolo della Fede. E i “vivi”, coloro che hanno serbato vita in loro per aver serbato viva la Grazia e la Fede, erediteranno “il regno, la potenza e la magnificenza di Dio”. I morti dello spirito avranno la Morte eterna secondo che la loro volontà ha scelto di avere.
20E non vi sarà più Terra e più uomo carnale. Ma solo vi saranno “figli di Dio”, creature affrancate da ogni dolore, e non vi sarà più peccato, e non vi saranno più tenebre, e non vi sarà più timore. Ma solo gioia, gioia, gioia immensa, eterna, inconcepibile agli uomini. Gioia di vedere Dio, di possederlo, di comprenderne il pensiero e l’amore.
21Venite, o uomini, alla Fonte della vita. Io ve ne apro la sorgente. Attingetene, fortificatevi in lei per essere intrepidi nelle prove e per giungere ad immergervi completamente in essa, in Me, sorgente di beatitudine, nel bel Paradiso che il Padre mio ha creato per voi e nel quale il triplice Amore del Dio Uno e la Purezza della Madre “nostra” vi attendono, e con essi coloro che per esser stati fedeli hanno già conseguito la Vita.»
312. Gesù Maestro e Padre[258].
sgombri di sollecitudini umane.
Dice poi Gesù a me:
1«Quando Io ti vedo così attenta alle mie lezioni, mi sembri una scolara diligente e affezionata del suo maestro che per essa è lo “scibile” intiero. Quando invece da te scopri delle parti nuove, fai delle osservazioni (e questo nelle visioni), mi fai pensare ad un bambino buono che suo padre tiene per la manina conducendolo davanti a ciò che vuole che il bambino veda per crescere nell’intelligenza, ma che nel contempo non interviene, per dare al suo piccolo la gioia di scoprire qualche cosa di nuovo e di sentirsi crescere nel concetto di sé.
2Per fare questo, tu devi essere sempre sgombra di sollecitudini umane. Sempre più sgombra. Devi essere sempre più sicura per camminare disinvolta per i sentieri della contemplazione e sempre più tranquilla e fiduciosa in Me che ti tengo per mano.
3Un papà non se ne fa accorgere, ma con mille arti amorose fa tanto finché la sua creatura vede quella data cosa che egli vuole che il bambino veda. Oh! Io sono il più amoroso dei padri e il più paziente dei maestri per i miei piccoli, e quando posso tenerne uno per mano, docile e attento, Io sono felice. Felice d’esser Maestro e Padre.
4È tanto difficile che le mie creature mi mettano con fiducia la mano nella mia mano per essere condotte, istruite da Me, e per dirmi: “Ti amo sopra tutte le cose e con tutta me stessa!”. A quelle poche che sono così tutte “mie”, senza riserve, Io apro i tesori delle rivelazioni e delle contemplazioni e mi do senza riserva.
La cisterna dell’acqua divina.
5Però, Maria, siccome vi eleggo al ruolo di divulgatrici della mia Divinità, nelle sue diverse manifestazioni, presso coloro che hanno bisogno d’esser risvegliati e condotti ad intravvedere Dio, ricorda di essere scrupolosa al sommo nel ripetere quanto vedi. Anche una inezia ha un valore e non è tua, ma mia. Perciò non ti è lecito trattenerla. Sarebbe disonesto ed egoista. Ricordati che sei la cisterna dell’acqua divina[259], alla quale essa acqua si versa perché tutti ne vengano ad attingere.
6Per i dettati sei giunta alla fedeltà più fedele. Nelle contemplazioni osservi molto, ma nella fretta di scrivere, e per le tue speciali condizioni di salute e di ambiente, ti avviene di omettere qualche particolare. Non lo devi fare. Mettili in calce, ma segnali tutti. Non è un rimprovero, è un dolce consiglio del tuo Maestro.
7Giorni sono mi hai detto: “Che gli uomini ti amino un poco di più, attraverso a me, giustifica e ripaga tutta la mia fatica e la mia vita; fosse anche un solo uomo che torna a Te per mezzo della tua ‘violetta nascosta’[260], essa sarebbe felice”.
8Più sarai attenta ed esatta e più sarà numeroso il numero di coloro che vengono a Me, e più grande la tua felicità spirituale presente e la tua felicità eterna futura.
9Va’ in pace. Il tuo Signore è con te.»
313. Il Sacerdote e
le Chiese
nel mondo[261].
Sacerdoti apostoli.
Il Sacerdote, Luce del mondo.
Dice Gesù:
1«È una pagina dolorosa a dettarla, a scriverla, a leggerla. Ma è verità e va detta.
2Scrivi. È per i sacerdoti.
3Molto si accusano i fedeli d’esser poco fedeli e tiepidi molto. 4Molto si accusano gli uomini d’esser senza carità, senza purezza, senza distacco dalle ricchezze, senza spirito di fede. Ma come i figli, salvo rare eccezioni, sono come li formano i genitori, non tanto con le repressioni, quanto con l’esempio, altrettanto i fedeli sono, salvo le sempre esistenti eccezioni, quali li formano i sacerdoti, non tanto con le parole quanto con l’esempio.
4Le chiese sparse fra mezzo alle case dell’uomo dovrebbero essere come un faro ed un purificatoio. Da esse dovrebbe sprigionarsi una luce dolce e potente, penetrante e attirante, che, come è della luce del giorno, penetrasse, nonostante tutti i serrami, nel fondo dei cuori.
5Guardate una bella giornata d’estate. Una gloria di luce s’effonde dal sole e abbraccia la terra. Così vittoriosa e potente che anche nella stanza più chiusa l’oscurità non è mai completa. Sarà un raggio sottile come capello di bambino, sarà un punto tremolante su una parete, sarà un pulviscolo d’oro danzante nell’atmosfera, ma un piccolo segno di luce sta in quella stanza a testimoniare che fuori vi è lo sfolgorante sole di Dio.
6Ugualmente nei cuori più chiusi, se dalle chiese sparse fra le case si effondesse una “luce” quale Io ve l’ho indicata come vostro segno, o sacerdoti che Io chiamo “luce del mondo”[262]– ho chiamato così quando vi ho creati – un filo, un punto, un pulviscolo di luce penetrerebbe, quel tanto da ricordare che vi è sul mondo “una Luce”, quel tanto da metter fame di luce, di “quella Luce”, nei cuori.
7Ma quante sono le chiese dalle quali emana una così viva luce da forzare le chiuse porte dei cuori e penetrarvi e portarvi Dio, Dio che è Luce? Ma quante sono le anime delle chiese, voi parroci e curati, voi sacerdoti e monaci, voi tutti che Io ho vocati ad esser portatori di Me ai cuori, che siano talmente accesi dalla Carità da riuscire a vincere il gelo delle anime ed a portare nei cuori degli uomini l’amore di Dio e l’amore a Dio, a Dio che è Carità?
Salvatori di uomini.
8Gli uomini nei loro dolori, ed Io solo so se sono tanti, nei loro dolori, diversi dai vostri – o almeno i vostri dovrebbero esser diversi dai loro, perché i vostri dovrebbero essere solo pene che vengono dallo zelo per il vostro Signore Iddio non sufficientemente amato, per i fedeli che si perdono, per i peccatori che non si convertono, questi e non altri dovrebbero essere i vostri dolori perché Io, chiamandovi, non vi ho additato una reggia, una tavola, una borsa, una famiglia, ma una croce, la mia Croce, sulla quale morii nudo, sulla quale spirai solo, sulla quale salii dopo essermi staccato, spogliato di tutto, anche della mia povertà che era ricchezza rispetto alla mia miseria di giustiziato al quale non resta che il patibolo fatto di poco legno e di tre chiodi e un pugno di spine tessute a corona, e questo per dire a tutti, a voi in specie, che le anime si salvano con il sacrificio, con la generosità nel sacrificio che va sino allo spogliamento totale, assoluto, degli affetti, dei comodi, del necessario, della vita – gli uomini, nei loro dolori, dovrebbero poter guardare alla loro chiesa come ad una mamma sul cui grembo si va a piangere e ad ascoltare parole di conforto, dopo aver narrato i propri affanni, con la certezza d’esser ascoltati e compresi. Gli uomini, nei loro oscuramenti dati da tante cause, non sempre originate dalla loro volontà, ma imposte da altrui volontà, da un complesso di circostanze che li inducono a credere all’errore o a dubitare di Dio, dovrebbero trovare voi, portatori di luce, della mia luce, voi pietosi come il samaritano[263], voi maestri come il vostro Maestro, voi padri come il Padre vostro.
Annullati in Dio.
9La terra, corrotta da tante cose, fermenta come corpo che imputridisce e contamina col suo lezzo di peccato le anime. Ma se le chiese sparse fra le case fossero incensieri dove un sacerdote vive ardendo e si arde amando, il lezzo del mondo sarebbe bilanciato dal profumo di Dio traspirante dai cuori dei sacerdoti viventi in totale “fusione” con Dio, annullati in Dio sino a non essere più che simili a Me che sono nel Sacramento a disposizione dell’uomo ad ogni ora – Io, Dio, ci sono senza stanchezze, senza superbie, senza resistenze – ed i cuori verrebbero purificati.
10I sacerdoti così, perfetti, sono come il sole. Aspirano le anime al Cielo come fossero gocce di acqua, le purificano nell’atmosfera del Cielo e poscia sono come nubi che si sciolgono leggere in benefica rugiada, durante la notte, nel nascondimento, per portare refrigerio alle ferite ed alle arsioni dei cuori, poveri fiori feriti da tante cose.
11Aspirano: per aspirare a sé occorre avere una grande forza. Solo l’amore vivissimo per il Signore e per i fratelli ve la possono dare. Fissi in Dio, in alto, molto in alto sulla terra, voi potete, se volete, attirare a voi, ossia a Dio in cui vivete, le anime. È un’operazione che richiede generosità e costanza. Anche il battere del ciglio deve servire a questo scopo. Tutte le vostre azioni devono aver questo per mèta. Vi sono sguardi che possono convertire un cuore quando da quegli sguardi traluce Dio.
12Sciogliersi: sacrificarsi, con tutti i modi, nel nascondimento, portando alle anime arse il refrigerio celeste che si effonde così dolcemente che esse non sanno quando si è effuso ma se ne trovano roride. Proprio come fa la rugiada che, silenziosa e pudica, scende mentre tutto riposa: gli uomini, gli animali ed i fiori, e deterge l’aria dalle impurità diurne, e disseta e imperla gli steli e le fronde.
Pastori del Gregge di Cristo.
13Sacrificio, sacrificio, sacrificio, o sacerdoti. Preghiera, preghiera, preghiera, o pastori.
14Vi ho chiamato “pastori”.[264] Non vi ho chiamato “solitari” e non “capitani”. Il solitario vive a sé. Il capitano marcia alla testa dei suoi. Ma il “pastore” sta in mezzo al suo gregge e lo sorveglia. Non si isola perché il gregge si disperderebbe. Non cammina alla testa perché gli svagati del gregge rimarrebbero seminati per via, preda ai lupi ed ai ladroni.
15Il pastore, se non è un pazzo, vive in mezzo al suo gregge, lo chiama, lo raduna, instancabile va su e giù lungo di esso, lo precede nelle cose difficili, saggia lui per il primo le difficoltà, le appiana più che può, rende sicuri i passi maleagevoli con la sua fatica, poi resta nel punto difficile per sorvegliare il passaggio delle sue pecorelle e, se ne vede qualcuna paurosa o debole, se la prende sulle spalle e la porta oltre il punto pericoloso, e se viene il lupo non fugge ma si butta contro esso, avanti alle sue pecore, e le difende, anche a costo di morirne pur di salvarle. Si immola per esse, per saziare la fame della belva, di modo che questa non senta più bisogno di sbranare. Quante belve ci sono contro le anime! Il pastore non si perde in inutili discorsi coi passanti, non si divaga dietro a cose che non sono di sua competenza. Si occupa del suo gregge e basta.
Sacerdoti idolatri[265].
L’idolo della gelosia[266].
16Ora guardate. Non sembra di leggere il capo 8° di Ezechiele?
17Primo idolo: la Gelosia.
18Dovreste essere carità, non è vero? Carità per indurre altri alla carità. Che siete? Gelosi l’uno dell’altro. Vi offendete se un laico vi critica. Ma non vi criticate, e spesso ingiustamente, l’un l’altro? il superiore critica gli inferiori. L’inferiore critica i superiori. Siete gelosi se uno di voi è notato, se uno di voi riesce meglio, se uno di voi diviene più ricco. Questo poi, che dovrebbe farvi orrore, è invece quello che più vi fa gola. Ma ero ricco Io, Sacerdote eterno? Siate perfetti e sarete notati e lodati, per quanto dovrebbe solo premervi la lode del vostro Dio. Siate perfetti e riuscirete nell’unico scopo degno della vostra veste: quello di portare anime a Dio.
19Secondo idolo, anzi molti idoli: le diverse eresie che sostituiscono in voi il culto che dovreste avere.
20Anche voi, come i settanta anziani nominati da Ezechiele[267], state incensando ognuno l’idolo che preferite. E lo fate nelle tenebre sperando che l’occhio dell’uomo non vi veda. Ma vi vede. E lo scandalizzate. Perché i fedeli, e gli uomini in genere, sono come i bambini che sembra non osservino, ma non lasciano mai di tenere d’occhio e d’orecchio i più grandi di loro.
21Ma non sapete che, se anche l’uomo non vedesse, Dio vi vede? E perché dunque spargete i vostri incensi davanti alla potenza dell’oro o a quella dell’uomo? Non osservo Io dall’alto del mio trono troppi miei sacerdoti occupati a dedicare il loro tempo – quel tempo che do loro perché lo spendano nella loro missione sacerdotale – in commerci umani, atti ad aumentare il loro benessere? Sì, lo vedo. Non osservo Io – ed il cuore mi si rivolta – troppi miei sacerdoti abiuranti la mia Legge per ubbidire alla legge di uomini disgraziati, sperandone onore e lucro? Sì, lo vedo.
22Oh! i sacerdoti politicanti! I sinedristi di ora! Ricordino però questi quale fu la fine del Sinedrio proprio per mano di coloro ai piedi dei quali avevano prosternata la loro coscienza e infranta la mia Legge. E non dico di più. Questo per parte degli uomini. Il resto poi verrà dal Giudice eterno e giusto.
L’idolo del senso[268].
23Terzo idolo: il senso.
24Si, vi è anche questo. E non dico di più per rispetto del mio “portavoce”. Ma ognuno esamini se stesso per vedere se, al posto dove uniche creature femminee lecite da ricordare con amore da un sacerdote – mia Madre e la loro madre – non sia una dea pagana. Pensate che toccate Me, che ricevete Me. E basta. Non mettete il Purissimo a contatto con una carne maculata di lussuria.
Gli idoli del potere e la gloria umana[269].
25Quarto idolo: l’adorazione dell’oriente. Le sètte. Sì, anche questo.
26E non dovrei guardare molti di voi con sdegno ed avere per molti le apostrofi che ho avuto per i farisei ed i dottori del mio tempo?[270] E non dovrei suscitare delle “luci” fra i laici che mi amano come molti di voi non m’amano, per pietà delle anime che voi lasciate nel gelo, nel buio, nell’impurità, per le anime alle quali non siete via a Dio ma sentiero che porta al basso? E come osate ripetere la mia Parola e predicare la mia Legge quando Parola e Legge sono a voi condanna? Chi è mondo divenga ancor più mondo, chi non è mondo si mondi.
27L’umanità si trova ad un grande bivio. Da esso si dipartono due strade: l’una porta salendo a Dio, l’altra conduce scendendo a Satana. Al bivio è un masso. Siete voi. Se farete di voi baluardo e spinta verso la prima, Satana non irromperà e le anime saranno spinte a Dio. Ma se voi per i primi rotolate verso la china di Satana, trascinerete l’umanità, con anticipata ora, verso gli orrori dell’Anticristo.
28E se costui deve venire, guai a quelli che ne anticipano la venuta e la prolungano, perché esso cesserà d’essere all’ora in eterno fissata, e più lungo sarà il tempo della sua dimora e più numeroso il numero delle anime che si perdono. Non una di esse passerà invendicata, ricordatevelo. Ché, se il vostro Dio vede il passero che muore, come non può vedere un’anima che muore? 33Agli uccisori della stessa, quali che siano, chiederò ragione e darò condanna.»
314. La morte
dell’universo
e la fine del mondo[271].
L’agonia del mondo.
Lenta morte dell’universo[272].
1Ciò che io vedo questa sera:
2Una immensa estensione di terra. Un mare, tanto è senza confini. Dico “terra” perché vi è della terra come nei campi e nelle vie. Ma non vi è un albero, non uno stelo, non un filo d’erba. Polvere, polvere e polvere.
3Vedo questo ad una luce che non è luce. Un chiarore appena disegnato, livido, di una tinta verde-viola quale si nota in tempo di fortissimo temporale o di eclissi totale. Una luce, che fa paura, di astri spenti. Ecco. Il cielo è privo di astri. Non ci sono stelle, non luna, non sole. Il cielo è vuoto come è vuota la terra. Spogliato l’uno dei suoi fiori di luce, l’altra della sua vita vegetale e animale. Sono due immense spoglie di ciò che fu.
4Ho tutto l’agio di vedere questa desolata visione della morte dell’universo, che penso sarà dello stesso aspetto dell’attimo primo[273], quando era già cielo e terra ma spopolato il primo d’astri e la seconda nuda di vita, globo già solidificato ma ancora inabitato, trasvolante per gli spazi in attesa che il dito del Creatore le donasse erbe e animali.
5Perché io comprendo che è la visione della morte dell’universo? Per una di quelle “seconde voci” che non so da chi vengano, ma che fanno in me ciò che fa il coro nelle tragedie antiche: la parte di indicatrici di speciali aspetti che i protagonisti non illustrano di loro. È proprio quello che le voglio dire e che le dirò dopo.
La morte dell’universo[274].
6Mentre giro lo sguardo su questa desolata scena di cui non comprendo la necessità, vedo, sbucata non so da dove, ritta nel mezzo della piana sconfinata, la Morte. Uno scheletro che ride con i suoi denti scoperti e le sue orbite vuote, regina di quel mondo morto, avvolta nel suo sudario come in un manto. Non ha falce. Ha già tutto falciato. Gira il suo sguardo vuoto sulla sua messe e ghigna.
7Ha le braccia congiunte sul petto. Poi le disserra, queste scheletriche braccia, e apre le mani senza più altro che ossa nude e, poiché è figura gigante e onnipresente – o meglio detto: onnivicina – mi appoggia un dito, l’indice della destra, sulla fronte. Sento il ghiaccio dell’osso pontuto che pare perforarmi la fronte ed entrare come ago di ghiaccio nella testa. Ma comprendo che ciò non ha altro significato che quello di voler richiamare la mia attenzione a ciò che sta avvenendo.
La risurrezione finale.
Le ossa arida[275].
8Infatti col braccio sinistro fa un gesto indicandomi la desolata distesa su cui ci ergiamo essa, regina, ed io unica vivente. Al suo muto comando, dato con le dita scheletriche della mano sinistra e col volgere a destra e a manca ritmicamente il capo, la terra si fende in mille e mille crepe e nel fondo di questi solchi scuri biancheggiano bianche cose sparse che non comprendo che siano.
9Mentre mi sforzo di pensare che sono, la Morte continua ad arare col suo sguardo e il suo comando, come con un vomere, le glebe, e quelle sempre più si aprono fino all’orizzonte lontano; e solca le onde dei mari privi di vele, e le acque si aprono in voragini liquide.
Ricomposizione delle ossa[276].
10E poi da solchi di terra e da solchi di mare sorgono, ricomponendosi, le bianche cose che ho visto sparse e slegate. Sono milioni e milioni e milioni di scheletri che affiorano dagli oceani, che si drizzano su dal suolo. Scheletri di tutte le altezze. Da quelli minuscoli degli infanti dalle manine simili a piccoli ragni polverosi, a quelli di uomini adulti, e anche giganteschi, la cui mole fa pensare a qualche essere antidiluviano. E stanno stupiti e come tremanti, simili a coloro che sono svegliati di soprassalto da un profondo sonno e non si raccapezzano del dove si trovano.
11La vista di tutti quei corpi scheletriti, biancheggianti in quella “non luce” da Apocalisse, è tremenda.
Ricomposizione della carne e degli organi[277].
12E poi intorno a quegli scheletri si condensa lentamente una nebulosità simile a nebbia sorgente dal suolo aperto, dagli aperti mari, prende forma e opacità, si fa carne, corpo simile a quello di noi vivi; gli occhi, anzi le occhiaie, si riempiono d’iridi, gli zigomi si coprono di guance, sulle mandibole scoperte si stendono le gengive e le labbra si riformano e i capelli tornano sui crani e le braccia si fanno tornite e le dita agili e tutto il corpo torna vivo, uguale a come è il nostro.
Risurrezione della carne[278].
13Uguale, ma diverso nell’aspetto. Vi sono corpi bellissimi, di una perfezione di forme e di colori che li fanno simili a capolavori d’arte. Ve ne sono altri orridi, non per sciancature o deformazioni vere e proprie, ma per l’aspetto generale che è più da bruto che da uomo. Occhi torvi, viso contratto, aspetto belluino e, ciò che più mi colpisce, una cupezza che si emana dal corpo aumentando il lividore dell’aria che li circonda. Mentre i bellissimi hanno occhi ridenti, viso sereno, aspetto soave, e emanano una luminosità che fa aureola intorno al loro essere dal capo ai piedi e si irradia all’intorno.
I risvegliati alla fine del mondo[279].
14Se tutti fossero come i primi, l’oscurità diverrebbe totale al punto di celare ogni cosa. Ma in virtù dei secondi la luminosità non solo perdura ma aumenta, tanto che posso notare tutto per bene.
15I brutti, sul cui destino di maledizione non ho dubbi poiché portano questa maledizione segnata in fronte, tacciono gettando sguardi spauriti e torvi, da sotto in su intorno a sé, e si aggruppano da un lato ad un intimo comando che non intendo ma che deve esser dato da qualcuno e percepito dai risorti. I bellissimi pure si questi bellissimi, cantano in coro lento e soave di benedizione a Dio.
16Non vedo altro. Comprendo di aver visto la risurrezione finale.[280]
Tempo fra la fine e il Giudizio universale.
La “seconda voce”.
17Quello che le volevo dire all’inizio è questa cosa.
Lei oggi mi diceva come avevo potuto sapere i nomi di Hillel e Gamaliele e quello di Sciammai[281].
18È la voce che io chiamo “seconda voce”[282], quella che mi dice queste cose. Una voce ancor meno sensibile di quella del mio Gesù e degli altri che dettano. Queste sono voci – glie l’ho detto[283]e glie lo ripeto – che il mio udito spirituale percepisce uguali a voci umane. Le sento dolci o irate, forti o leggere, ridenti o meste. Come se uno parlasse proprio vicino a me. Mentre questa “seconda voce” è come una luce, una intuizione che parla nel mio spirito. “Nel”, non “al” mio spirito. È una indicazione.
19Così, mentre io mi avvicinavo al gruppo dei disputanti e non sapevo chi era quell’illustre personaggio che a fianco di un vecchio disputava con tanto calore, questo “che” interno mi disse: “Gamaliele – Hillel”. Si. Prima Gamaliele e poi Hillel. Non ho dubbi. Mentre pensavo chi erano costoro, questo indicatore interno mi indicò il terzo antipatico individuo proprio mentre Gamaliele lo chiamava a nome. E così ho potuto sapere chi era costui dal farisaico aspetto.
20Oggi questo indicatore interno mi fa comprendere che io vedevo l’universo dopo la sua morte. E così molte volte nelle visioni. È quello che mi fa capire certi particolari che da me non afferrerei e che sono necessari di capirsi.
21Non so se mi sono spiegata bene. Ma smetto perché comincia a parlare Gesù.
Tempo necessario per una espiazione.
Dice Gesù:
22Quando il tempo sarà finito e la vita dovrà essere unicamente Vita nei cieli, il mondo universo tornerà, come hai pensato, ad essere quale era all’inizio, prima d’esser dissolto completamente. Il che avverrà quando Io avrò giudicato.
23Molti pensano che dal momento della fine al Giudizio universale vi sarà un attimo solo. Ma Dio sarà buono sino alla fine, o figlia. Buono e giusto.
24Non tutti i viventi dell’ora estrema saranno santi e non tutti dannati. Vi saranno fra quei primi coloro che sono destinati al Cielo ma che hanno un che da espiare. Ingiusto sarei se annullassi ad essi l’espiazione che pure ho comminata a tutti coloro che li hanno preceduti trovandosi nelle loro medesime condizioni alla loro morte.
I viventi dell’ultima ora[284].
25Perciò, mentre la giustizia e la fine verranno per altri pianeti, e come faci su cui uno soffia si spegneranno uno ad uno gli astri del cielo, e oscurità e gelo andranno aumentando, nelle mie ore che sono i vostri secoli – e già si è iniziata l’ora dell’oscurità, nei firmamenti come nei cuori – i viventi dell’ultima ora, morti nell’ultima ora, meritevoli di Cielo ma bisognosi di mondarsi ancora, andranno nel fuoco purificatore. Aumenterò gli ardori di quel fuoco perché più sollecita sia la purificazione e non troppo attendano i beati di portare alla glorificazione la loro carne santa e di far gioire anche la stessa vedendo il suo Dio, il suo Gesù nella sua perfezione e nel suo trionfo.
La terra dell’ultima ora[285].
26Ecco perché hai visto la terra priva di erbe e alberi, di animali, di uomini, di vita, e gli oceani privi di vele, distesa ferma di acque ferme poiché non sarà più necessario ad esse il moto per dar vita ai pesci delle acque, come non più necessario calore alla terra per dar vita alle biade e agli esseri. Ecco perché hai visto il firmamento vuoto dei suoi luminari, senza più fuochi e senza più luci. Luce e calore non saranno più necessari alla terra, ormai enorme cadavere portante in sé i cadaveri di tutti i viventi da Adamo all’ultimo figlio di Adamo.
La Morte cesserà d’essere[286].
27La Morte, mia ultima ancella sulla Terra, compirà il suo ultimo incarico e poi cesserà d’essere essa pure. Non vi sarà più Morte. Ma solo Vita eterna. Nella beatitudine o nell’orrore. Vita in Dio o vita in Satana per il vostro io ricomposto in anima e corpo.
28Ora basta. Riposa e pensa a Me.»
Il velo che vestirà i corpi risorti[287].
29E anche questa sera, che non volevo scrivere perché ero sfinita, ho dovuto scrivere 12 facciate!… Senza commenti.
30Dimenticavo dirle che i corpi erano tutti nudi ma che non faceva senso, come se la malizia fosse morta essa pure: in loro e in me. E poi, ai corpi dei dannati faceva schermo la loro oscurità e a quello dei beati faceva veste la loro stessa luce.
31Perciò, ciò che è animalità in noi scompariva sotto l’emanazione dello spirito interno, signore ben lieto o ben disperato della carne.
Esperienza carismatica[288].
L’altro volto della mistica.
32Quanto è stato la mia dolcezza di oggi.
33Lavoravo a quel merletto che lei sa e ascoltavo della musica in compagnia dei familiari. Ero perciò distratta da cose comuni. Quando d’improvviso la visione mi astrasse dandomi altro volto che, per fortuna, solo Paola comprese. Sono rimasta con quella gioia per tutto il pomeriggio sino al momento del collasso solito, venuto più presto del solito, perché quando “vedo” così le mie forze fisiche e specie cardiache hanno una grande dispersione[289], che non mi cruccia perché è compensata da tanta gioia spirituale.
34Ora che tutti dormono, le narro la mia gioia. Ho “visto” il Vangelo di oggi[290]. Noti che stamane, leggendolo, ho detto a me stessa: ” Ecco un episodio evangelico che non vedrò mai perché poco si presta ad una visione “. Invece, quando meno vi pensavo, è proprio venuto ad empirmi di gioia.
35 Ecco quanto vidi[291].
36Peccato che lei oggi non sia venuto. Avrebbe visto un viso di beatitudine ed io avrei potuto sapere in che muto, perché Paola dice che se ne accorge nonostante io continui a lavorare anzi più velocemente che mai, ma non sa spiegare di più… Almeno mi saprei regolare e all’occorrenza fare come Mosè[292]: mettermi un velo sul volto.
315. Il segno del Tau[293].
Simbolo di salvezza sicura
Significato del Tau.
Dice Gesù:
1“Il segno del Tau: croce capitozzata come è giusto sia quella che segna i sudditi, i quali non possono portare baldacchino al loro trono, col nome di re. Figli di Dio ma non “primogeniti del Padre”.
2Solo il Primogenito siede sul suo trono di re. Solo il Cristo, il cui trono terreno fu la Croce, porta in alto alla stessa, sull’asse che s’innalza oltre il capo, la sua gloriosa insegna: “Gesù Cristo, Re dei Giudei”[294]. I cristiani portano il segno di Cristo umilmente monco nella cima come si conviene a figli di stirpe regale ma non primogeniti del Padre.
Fulgido segno inciso nello spirito[295].
3In che consiste il segno del Tau? Dove è apposto? Oh! lasciate la materialità delle forme quando vi immergete nella conoscenza del mio regno che è tutto dello spirito!
4Non sarà un segno materiale quello che vi renderà immuni dal verdetto compiuto dagli angeli. Esso sarà scritto, con caratteri invisibili ad occhio umano ma ben visibili ai miei angelici ministri, sui vostri spiriti, e saranno le vostre opere, ossia voi stessi, che avrete durante la vita inciso quel segno che vi fa degni d’esser salvati alla Vita. Età, posizione sociale, tutto sarà un nulla all’occhio dei miei angeli. Unico valore quel segno. Esso uguaglierà i re ai mendicanti, le donne agli uomini, i sacerdoti ai guerrieri. Ognuno lo porterà uguale, se nella rispettiva forma di vita avrà ugualmente servito Dio e ubbidito alla Legge, e uguale sarà il premio: vedere e godere Iddio eternamente, per tutti coloro che si presentano a Me con quel fulgido segno nel loro spirito.
5Il solo esser tanto convinti della necessità, del dovere di dare a Dio ogni gloria e ogni ubbidienza, vi incide nell’anima quel segno santo che vi fa miei e che vi comunica una somiglianza soave con Me Salvatore, per cui voi, come Io, vi affliggete dei peccati degli uomini e per l’offesa che recano al Signore e per la morte spirituale che portano ai fratelli. La carità si accende, e dove è carità è salvezza.
Il grande giudizio
Il fuoco giustiziere[296]
6Ezechiele dice d’aver udito il Signore ordinare all’uomo vestito di lino di prendere i carboni accesi che stavano fra i cherubini e di gettarli sulla città a punire i colpevoli, cominciando da quelli del santuario, perché l’occhio del Signore era stanco di vedere le opere dell’uomo, il quale crede di poter fare il male impunemente perché Dio glie lo lascia fare e si illude che Dio non veda altro che l’ipocrito aspetto esteriore.
7No. Con la potenza sua infinita Dio vi legge nel fondo dei cuori, o voi, ministri del santuario, o voi, potenti della terra, o voi, coniugi che peccate, o voi, figli che contravvenite al quarto comandamento, o voi, professionisti che mentite, o voi, venditori che rubate, o voi tutti che disubbidite ai miei dieci comandamenti[297]. Inutile ogni velame. Come i vostri raggi X, di cui andate tanto fieri, molto più ancora, l’occhio di Dio vi fruga, vi penetra, vi trapassa, vi legge, vi sviscera per quello che realmente siete. Ricordatevelo.
8Non è un’azione simbolica quella del fuoco preso fra i cherubini per punire.
Punizione dell’anticarità[298].
9In che mancate, mancando? Alla carità. Già ve l’ho spiegato parlando del Purgatorio e dell’inferno[299], di questi due veri che voi credete fole. Carità, verso Dio, i primi tre comandamenti. Carità verso il prossimo, gli altri sette.
10Oh! molte volte mi sentirete ritornare su questo argomento. Meglio se non ve ne fosse tanto bisogno! Vorrebbe dire che migliorate. Ma non migliorate. Precipitate, anzi, con velocità di meteorite, verso l’anticarità.
11Le vostre azioni, anzi le vostre “maleazioni” verso la Carità pullulano sempre più numerose come fungaia nata sulla corruzione di un terreno. Io osservo questo germinare sempre più vasto e forte, questo prosperare di maleazioni sulle maleazioni già esistenti, come se da strato di putredine sorgesse altro strato sempre più venefico, e così via. È l’atmosfera di peccato e delitto, è il terreno di peccato e delitto, è lo strato di peccato e delitto in cui vivete, su cui vi posate, da cui sorgete, quello che alimenta della sua corruzione il nuovo più corrotto e sanguinario strato, terreno, atmosfera. È un moto perpetuo, è un caos rotante di male, simile a quello di certi microbi patogeni, i quali continuano a riprodursi senza soste e con sempre maggiore virulenza in un sangue inquinato.
12Ora è giusto che siate puniti delle colpe contro la Carità col fuoco della Carità che avete respinta. Era Amore. Ora è Punizione.
13Non si spregia il dono di Dio. Voi l’avete spregiato. Il dono si muta in castigo. Dio vi ritira la Carità e vi lascia nella vostra anticarità. Dio vi getta, come saette, la Carità che avete sprezzata e vi punisce. Per chiamarvi ancora, se non in molti, ancora quelli che sono suscettibili a resipiscenza e a meditazione.
14I cherubini, ossia il simbolo della Carità soprannaturale, custodiscono fra loro le braci della Carità. L’azione, che sembra unicamente simbolica, cela una verità reale.
Il grande giudizio[300].
15Quando sarete evocati al grande Giudizio, coloro che vissero nella Carità non appariranno arsi dal fuoco punitivo. Già ardenti di loro, per il santo amore che li colmò, essi non avranno conosciuto il morso delle accese punizioni divine, ma solo il bacio divino che li farà più belli. Mentre coloro che furono carne, unicamente carne, porteranno sulla carne le cicatrici delle folgori divine, poiché la carne, essa sola, può esser segnata da tale cicatrice, non lo spirito che è fuoco vivente nel Fuoco del Signore.
I quattro evangelisti[301].
16A questo Giudizio, ai lati del Giudice che Io sono, saranno i miei quattro Evangelisti. Consumarono se stessi per portare la legge della Carità nei cuori, e oltre la morte continuarono la loro opera coi loro Vangeli, dai quali il mondo ha vita poiché conoscere il Cristo è avere in sé la Vita. Giusto dunque che Giovanni, Luca, Matteo e Marco siano meco quando sarete giudicati per avere o non avere vissuto il Vangelo[302]. Io non sono un Dio geloso e avaro. Vi chiamo a condividere la mia gloria. Non dovrei dunque, a questi miei servi fedeli che vi divulgarono la mia Parola e la sottoscrissero col loro sangue e colle loro pene, dare la compartecipazione alla gloria del Giudizio?
Ai confini della vita saremo giudicati[303].
17Non nella vita, ma per la vita che avrete vissuta vi giudicherò “ai confini” di essa, ossia là dove la vita cesserà per mutarsi in eternità. Vi giudicherò tutti, dal primo all’ultimo, definitivamente, per quello che avrete fatto o non fatto di bene e, tu l’hai visto[304], nel risorgere sarete tutti uguali, povere ossa slegate, povero fumo che si ricondensa in carne, e delle quali cose siete tanto superbi ora, quasi che quelle ossa e quella carne fossero tal cosa da essere superiori a Dio.
18Nulla siete come materia. Nulla. Solo il mio spirito infuso in voi vi fa qualcosa, e solo conservando in voi il mio spirito, divenuto in voi anima, meritate di esser rivestiti di quella luce imperitura che sarà veste alla vostra carne, fatta incorruttibile per l’eternità.
19Vi giudicherò, e già fra voi, in voi, vi giudicherete, anche prima del mio apparire, perché allora vi vedrete. Morta la Terra della quale siete tanto avidi, e con essa tutti i sapori della Terra, uscirete dall’ebrietà di cui vi saziate e vedrete.
20Oh! tremendo “vedere” per chi visse unicamente della Terra e delle sue menzogne! Oh! gaudioso “vedere” per chi oltre le voci della Terra “volle” ascoltare le voci del Cielo e rimase ad esse fedele.
21Morti i primi, vivi i secondi, saranno oscurità o luce, a seconda della loro forma di vita, la quale è o con la Legge o contro la Legge per avere sostituito ad essa la legge umana o demoniaca, e andranno nell’abbraccio tremendo dell’Oscurità eterna o a quello beatifico della Luce trina, che arde in attesa di fondervi a Sé, o miei santi, o miei amatori, per tutta l’Eternità.»
316. Esperienze mistiche[305].
Esperienze di mistiche diverse.
Dice Gesù a me:
1«Quanto hai scritto il 30 gennaio potrebbe dare spunto ai diffidenti di mettere avanti i loro ma e se. Rispondo Io per te. Hai scritto: “…quando vedo così, le mie forze fisiche, e specie cardiache, hanno una grande dispersione”[306].
2Ci saranno certo i “dottori dell’impossibile” che diranno: “Ecco la prova che quanto avviene è umano, perché il soprannaturale dà sempre forza e non mai debolezza”.
3Mi spieghino allora perché i grandi estatici, dopo un’estasi nella quale hanno superato le potenze umane abolendo dolore, peso della materia, conseguenze di ferite interne e di imponenti emorragie, gioendo di una felicità che li fa belli anche fisicamente, restino, non appena l’estasi cessa, tramortiti al suolo in maniera da far pensare che l’anima si sia dipartita da essi.
4Mi spieghino anche perché, dopo poche ore della più atroce agonia che ripete la mia, quale è quella della mia serva Teresa, quale furono le agonie della mia santa Gemma[307] e di molti altri spiriti che il mio amore e il loro amore fece degni di vivere la mia Passione, essi riprendano o riprendessero forza ed equilibrio fisico come le persone più sane non hanno.
5Io sono il Padrone della vita e della morte, della sanità e della malattia. Io uso dei miei servi nei modi che voglio, come userei di un morbido filo messo a trastullo nella mia mano.
Esperienze mistiche di Maria Valtorta.
6Il miracolo in te, uno dei miracoli, sta in questo. Che tu, nello stato fisico in cui sei – stato che è miracoloso che duri – possa andare a quella beatitudine senza morirne, portata in essa mentre sei in una prostrazione che in altri impedirebbe anche i pensieri più rudimentali. Il miracolo sta nella vitalità che rifluisce in te in quelle ore, come vi rifluisce in quelle in cui scrivi i miei dettati o quelli degli altri spiriti che ti portano la loro celeste parola. Il miracolo sta nel riacquistare di colpo la forza, dopo che la gioia ha consumato in te quella larva di vitalità che ti resta, per scrivere.
7Ma quella vitalità te la trasfondo Io. È come un sangue che da Me entri nelle tue vene esauste, è come un flutto che si riversi su una riva e la irrori di sé, e che dura irrorata sinché il flutto la bagna, poi resta di nuovo arsa fino al nuovo flutto, così come è uguale a un’operazione che ti svuoti del mio sangue sino alla nuova trasfusione.
Prova del valore divino dell’Opera.
8Tu per conto tuo non sei nulla. Sei un povero essere in agonia che campi perché Io voglio, per i miei fini; sei una povera creatura che vali unicamente per il tuo amore. Altri meriti non ne hai.
9Amore e desiderio di esser cagione d’altri amori per il tuo Dio, perciò sempre amore. Ciò è quello che giustifica il tuo essere e la mia benignità di conservarti la vita, mentre umanamente dovresti essere dissolta nella morte da tempo.
10Il tuo sentirti daccapo uno “straccio”, come dici tu, dopo che Io cesso di portarti con Me nei campi della contemplazione o di parlarti, è la prova che Io do a te e agli altri che tutto quanto avviene è per mio unico volere. E se qualcuno umanamente pensa che con lo stesso volere e amore potrei guarirti e che sarebbe la miglior prova di amore e di volere, rispondo che ho sempre conservato la vita ai miei servi sinché ho giudicato che la loro missione doveva continuare, ma che non ho mai dato ad essi una vita umanamente felice perché le missioni si compiono nel e col dolore, e i miei servi, d’altronde, non hanno che un desiderio simile al mio: “Soffrire per redimere”.
11Non dire dunque: “dispersione di forze”. Di’: “Dopo che la bontà di Gesù annulla in me il mio stato d’inferma per i suoi fini e per mia gioia, io torno quella che la sua bontà m’ha concesso d’essere: una crocifissa del suo e per il suo amore”.
12E ora va avanti con ubbidienza e amore.»
317. Nel campo del soprannaturale[308].
Interferenza umana.
Volontà del Portavoce.
1Come vede, mi sono affrettata a mettere quei particolari che per la loro piccolezza m’erano sfuggiti e che lei ha desiderato di avere.[309]
2Oggi poi, leggendo il fascicolo[310], noto una frase di Gesù che le può essere di regola.
3Lei stamane diceva che non potrà rendere note le mie descrizioni per via dello stile; ed io, che di essere conosciuta ho una vera fobia, ne fui ben contenta. Ma non le pare che ciò sia contrario a ciò che dice il Maestro nell’ultimo dettato del fascicolo? “Più sarai attenta ed esatta (nella descrizione di ciò che vedo) e più sarà numeroso il numero di coloro che vengono a Me”.[311] Ciò implica che le descrizioni debbano esser note, altrimenti come può esservi numero di anime che in grazia ad esse vanno a Gesù?
4Le sottopongo questo punto e poi faccia lei ciò che le pare meglio, ché per me è indifferente. Anzi, umanamente, sono del suo stesso parere. Ma qui non siamo nel campo dell’umano, e anche l’umano del portavoce deve scomparire.
Sotto il getto corrosivo della tentazione.
5Anche nel dettato di oggi[312] Gesù dice: “…nel mostrarti il Vangelo faccio un tentativo più forte di portare gli uomini a Me. Non mi limito più alla parola… Ricorro alla visione e la spiego per renderla più chiara e attraente”. E allora?
6Intanto, perché sono un povero nulla che da me sola mi ripiego subito su me stessa, le dico che la sua osservazione mi ha turbata – e l’invidioso se ne giova – tanto turbata da farmi pensare di non scrivere più ciò che vedo e scrivere unicamente i dettati. Mi soffia in cuore: “Tanto, lo vedi? Non servono a un bel nulla le tue famose visioni! Solo a farti passare per pazza. Come sei, in verità. Cosa vedi? Le larve del tuo cervello turbato. Ci vuol ben altro per meritare di vedere il Cielo!”
7È tutt’oggi che mi tiene sotto il getto corrosivo della sua tentazione. Le assicuro che non ho tanto sofferto del mio grande dolore fisico quanto ho sofferto e soffro per questo. Mi vuol far disperare. Il mio venerdì è oggi venerdì di tentazione spirituale. Penso a Gesù nel deserto e a Gesù nel Getsemani…
8Ma non mi do per vinta, per non farlo ridere questo demonio astuto; e lottando contro lui e contro il mio lato meno spirituale le scrivo la mia gioia d’oggi, assicurandole insieme che per conto mio sarei ben lieta se Gesù mi levasse questo dono di vedere che è la mia più alta gioia. Basta mi conservi il suo amore e la sua misericordia.
Maria, Maestra di preghiera.
L’apparizione di Lourdes.
9Nel pomeriggio di oggi ho visto l’apparizione di Lourdes.
10Vedevo nitidamente la grotta che si incava nel monte con le sue protuberanze di sasso sul quale sono nate, approfittando di un poco di terra deposta nelle crepe, le pianticelle delle grotte. Erbe sottili, muschi, capperi, o meglio erba parietaria, edera selvatica dai rami penduli e, presso la parete di destra (rispetto a me), ai bordi della grotta, uno spinoso rosaio selvatico che stende i suoi rami ancora privi di foglie verso l’interno e l’alto, dove si trova una spaccatura nella roccia, una spaccatura che si interna come fosse un corridoio in salita, stretto e oscuro.
11La grotta – non rida del mio scarabocchio – è fatta così:
12Quella specie di finestra è la spaccatura e quegli scarabocchi che dal suolo vanno ad essa vogliono mostrarle il rosaio selvatico. Quelle due linee dietro lo spacco, il percorso presumibile del corridoio petroso. Al suolo vi è della terra mista a sassi ed erba, la caratteristica erbetta corta e lucida di certi posti di montagna.
13Lo spacco si illumina ad un certo punto di un chiarore giallo-rosato dolcissimo, come se un raggio di sole fosse penetrato nella sua ombra a farla dorata, o una lampada nascosta l’avesse accesa del suo gioioso chiarore. È una luce che fa lieti.
14Poi dalla luce emerge la mia dolce Signora che amo tanto, la Mamma che ormai tanto bene conosco. Sorride col suo volto di giglio, con lo sguardo amoroso e pudico. È tutta vestita di bianco come quando l’ho vista in Paradiso[313], ma ha una lunga cintura di una splendida seta celeste, che le si annoda alla vita sotto il cuore e scende sin quasi all’orlo della veste lunghissima, dalla quale emergono le punte dei piedi sottili e rosei. Due rose sono puntate all’orlo della veste, sopra i piedini, due magnifiche rose che sembrano d’oro lavorato a filigrana. Un lungo velo, di una leggerezza che pure è compatta, la copre dal capo ai piedi. Alle mani congiunte è appoggiato un lungo rosario che sembra di perle legate in oro. Il rosario mi è parso completo: 15 poste.
15Dimenticavo dirle che, quando la luce si è fatta nella spaccatura della roccia, il ciuffo di rami del rosaio, che stava ai piedi e lungo la parete destra dello spacco, si agitò come se un vento piegasse i suoi rami spinosi e le sue superstiti foglie accartocciate dal gelo e di un color verde rosso, come arrugginito.
16Maria sorride senza parlare nel nimbo della sua luce d’oro che la fa parere ancor più nivea nella veste e nel colore delle mani, del collo e del purissimo volto di poco più che fanciulla. Le si darebbero non più di vent’anni, e anche di quelli ben portati.
17Maria scende verso l’apertura dello spacco, fin sul limite di esso. Vedo il suo passo lievemente ondeggiante, come già lo vidi nelle altre volte che la vidi camminare: il passo caratteristico di chi è uso ai sandali senza nessun rialzo di tacco. Giunta al limite dell’apertura, proprio sopra il rosaio, si ferma.
La Vergine, Maestra di preghiera.
18Maria si fa il segno della croce. Mi insegna a fare il segno della croce. C’è da vergognarsi pensando come lo si fa noi! L’angelo della visione del Paradiso mi ha insegnato a dire: “Ave, Maria”.[314] Maria mi insegna a dire: “in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo”.
19Ella separa le mani unite in preghiera, appoggia la sinistra sul cuore e con la destra, libera della corona, si tocca la fronte guardando al cielo, il petto, le spalle, e poi curva il capo, al “così sia”, riunendo le mani come prima, e sorride di nuovo. Prima, nel segnarsi, non era né seria né sorridente: era assorta in Dio. Il gesto è molto ampio e lento. Neppur lontano parente dei nostri che sembrano… scacciamosche e che sono mutilati nelle parole.
20Poi inizia a sgranare la sua corona. Lentamente, dicendo a voce alta, curvando fortemente il capo come per un inchino, il “Gloria Patri”. Mentre io dico le “Ave” e i “Pater”, sorride e tace. Il vento muove ogni tanto l’estremità della sua cintura di seta. Un lieve vento.
21Infine Ella apre le braccia e le protende verso il suolo, curvando il capo e la snella persona in un lieve inchino di umiltà, e dice con la sua inimitabile voce soavissima: “io sono l’immacolata Concezione”, e nel dirlo risolleva la testa e riunisce le mani una nuova volta, guardando il cielo con l’occhio umido di soprannaturale emozione.
22Non dice altro. Ma il suo gesto, il suo sorriso, il suo sguardo, mi fanno capire che Ella è “l’ancella di Dio”,[315]si reputa sempre tale (questo coll’abbassare le braccia e il capo umilmente), lo è per grazia di Dio e non per suo merito proprio (ecco il significato del suo gesto iniziale) e lo è per il Signore a cui va data lode per averla donata al mondo come primo perdono alla umanità colpevole (ecco il significato della seconda parte del gesto in cui è lode, gratitudine e raccoglimento modesto).
23A dirlo non è nulla. Ma a vederlo, quante cose insegnava quel gesto soltanto!
24Poi si raccoglie come in interna preghiera con lo sguardo rapito in Dio che Ella vede, e si dissolve così, tornando al suo Paradiso, lasciando in me la luce, la musica, il profumo del suo candore e la spiritualità della sua preghiera.
25Ho scritto vincendo gli impacci che il Tentatore e la mia umanità creavano. Ed ora mi metto quieta col mio rosario fra le mani cercando imitare Maria, la Mamma-Maestra che è venuta per insegnarmi a pregare e a dar lode al Signore per tutto quanto Egli fa di noi.
26Nostra Signora di Lourdes, insegnami a pregare e proteggimi contro il demonio e me stessa. Così sia.
318. La Grazia sgorga
dal cuore
di Cristo[316].
Umanità senza Grazia di Dio.
L’acqua scaturiva dal lato destro[317].
Dice Gesù:
1«Ho detto: “Io sono (in chi mi accoglie) fontana d’acqua viva zampillante in vita eterna”.[318]
2Sia che sia un uomo o una nazione, beati coloro che mi accolgono e che hanno in sé i prodigi dell’Acqua di Vita vera. Ma troppo pochi sono ormai gli uomini che mi accolgono e ancor più poche le nazioni. E i frutti di questo respingere, o anche soltanto trascurare Gesù Cristo, si vedono. Si vedono con tutto il loro tragico aspetto e si gustano col loro venefico sapore che vi portano alla disperazione, alla morte, dopo avervi fatto smaniare in una paura del domani che vi fa quasi impazzire. E avete ragione di impazzire.
Futuro senza il Cristo che sostiene.
3Se vedeste tutta la verità del futuro che si avanza, non uno di voi, che non sia sostenuto da Satana, resisterebbe. Dico: Satana, perché di sostenervi col Cristo non ci pensate. Anzi, quanto più avete bisogno di un pietoso sostegno, di una luce nelle tenebre, di una parola che vi consoli e vi guidi, e più rivolgete lo sguardo ostile a queste cose, accusando Dio e dando a Lui il rancore che dovreste dare a chi vi è cagione di tanto male: a Satana e alle vostre malvagie passioni.
4Guardate quello che già siete divenuti, e tremate, tremate, pensando a quello che diverrete. Peggio delle aride sabbie salmastrose, nelle quali è assolutamente impossibile ogni forma di vita e che si trovano nei posti più desolati dei deserti – desolazione che non conosce neppure la povera veste che è stesa sulla desolazione desertica e che, con le sue grame erbe, coi cespugli spinosi, con i rari animali che li abitano, dando a quella solitudine una vita di voli, di cinguettii, di guizzi, mostra che quel lembo di terra non è polvere morta da secoli – peggio di queste zone salmastrose, dove nulla vive e nessun seme può metter radice e nessun uccello fermare il suo volo e nessun rettile sostare sul suolo e neppur strisciare su esso con rapido moto la lucida pelle, così diverrete, state divenendo, siete già molto divenuti per aver respinto il Cristo, Acqua che feconda.
Onde vitali arginate dalla lotta contro il Cristo[319].
5Dal mio cielo Io, Capo del mistico Corpo composto di tutti i cristiani, effondo le mie onde vitali, e dalla mia Chiesa le spargo sul mondo. Le spargerei: Ma il mondo drizza argini e dighe e mi interdice l’effondermi. Ma il mondo spinge contro la Chiesa queste dighe per affogarla, per seppellirla, e Me con lei. È una lotta senza pace. È la vera Guerra, quella dalla quale vengono tutte le guerre dell’intera umanità dell’èra cristiana. La lotta contro il Cristo.
Lotta che culminerà nell’Anticristo.
6Non occorre, sappiatelo, fare le grandi persecuzioni o i grandi scismi, per lottare contro Cristo. Anche la piccola, individuale, intima lotta di ognuno di voi contro la mia Legge; anche la velata, astuta, statale lotta di un Paese contro la voce di Roma cattolica, contro la voce che parla in mio nome dalle labbra del mio Vicario e richiama gli uomini, e specie i capi, alla legge dell’onestà, del dovere, dell’amore, sono lotte contro Cristo. Sono le guerriglie. Ora siete così pratici di termini bellici che mi capite se le chiamo così. Sono le guerriglie. Poi da esse partono gli assalti veri e propri, le grandi avanzate, le imponenti manovre e i crudeli massacri.
7Satana è il Capitano di questo esercito che si è iniziato a Gerusalemme, in seno al Sinedrio, fra la casta dei farisei, degli scribi, dei sadducei, che ha trovato il suo alfiere in Giuda, che si è sempre più fatto numeroso nei secoli delle persecuzioni cristiane, che come valanga si è caricato di sempre nuovi elementi con gli scismi, le dottrine demagogiche, i partiti politici, le nuove forme di governo, e che culminerà nell’Anticristo, il quale al mio torrente di Grazia contrapporrà un torrente di ferocia e di sangue in cui sguazzerete e cadrete, e ben pochi cadranno da vittime sante invocando Cristo. La maggioranza cadrà da bruto sgozzato, satollo e pingue di vizi, turbato, avvelenato, insatanassato da dottrine maledette, demonio nella parola che bestemmia, nella mente che nega, nel cuore che abiura.
L’acqua della divina Grazia.
L’acqua che purifica[320].
8Oh! Acqua della divina Grazia che passando avresti portato la vita, che avresti purificato e nutrito le sabbie, che avresti levato salsedine e putridume alle onde in cui ti saresti mescolata, permettendo alle prime di esser cuna ai forti alberi carichi di frutti d’ogni specie, alle seconde d’esser dimora ai pesci d’ogni specie! O fiorito linguaggio del mio Profeta! L’acqua che purifica è quella che sgorga dal mio Cuore aperto per amore dell’umanità. Essa porta con sé l’essenza di questo amore divino al cui contatto ogni impurità cade come per un filtro benedetto.
9La vostra umanità filtrata attraverso la mia! E vi può esser poema più grande di amore di questo, di un Dio che si fa uomo per salvare attraverso Se stesso l’umanità intera?
Gli alberi da frutto[321].
10Le sabbie: le anime, numerose come i granelli di rena, che il mio contatto, la mia fusione, rende fertili, buone, atte a dare albero di vita.
11E ancora le piante: le anime ancora che, per essere viventi in un terreno irrigato dalla Grazia, divengono prosperose sino a toccare il Cielo ed a portare su di esse i frutti d’ogni specie, ossia tutte le virtù.
12Le acque che erano amare e che la Grazia fa sane di modo che vi possano allignare numerosi i pesci: le opere buone.
Le paludi putride[322].
13Comprendete il linguaggio del mio Profeta. È così limpido, quando lo si guardi con occhio che l’amore di Dio fa netto. E non vogliate oltre esser paludi putride e spiagge basse dove stagna l’acre del sale, ossia del male, dove regna la putredine, ossia il più grande male. Ché se il male della poca carità, della tiepidezza, della trascuranza, è sale che interdice la vita alle opere buone, la putredine del grande male, ossia dei sette vizi, dell’anticristianesimo, nega anche il rapido passare di un pensiero buono.
14Non discendete alla putredine. Cercate di risalire dalla vostra bassura. Rimontate verso la fonte di Dio. Mescolatevi ad essa. Fate che, avanzando sempre più verso di Me, essa vi sommerga, vi predomini, annulli il vostro povero io sotto il suo grande potere di Redenzione e vi faccia santi, vi faccia benedetti, vi faccia felici. Anche in questa vita, figli, dove già sono tante in felicità, dove non è necessario, per piangere, di aggiungervi quella di essere contro il Cristo, provocando tante rovine singole e collettive.
Apritevi alla Grazia.
15Ascoltate la Voce che vi chiama. Ascoltate la voce di Chi vi ama. Non vi è, no, non vi è altro che vi ami come il vostro Dio e non vi è chi vi dica parole più vere delle mie. Apritevi a riceverle. Apritevi alla Grazia. Essa viene per sanare i vostri mali, viene per asciugare il vostro pianto. Viene… e attende alla soglia che voi le diciate: “Entra”, per precipitarsi in voi con tutte le sue grazie di pace, di tranquillità, di salute, di vita eterna infine, poiché in quella è il compendio di ogni gioia.»
Nota del Portavoce.
16Noto che l’ho scritta dopo una giornata nera di desolazione, in cui mi pareva che cielo e terra non fossero per me che un unico castigo. Per chi soffro così? Gesù non me lo dice. Ma versa in me la sua parola per mettere un balsamo nel mio calice d’oggi.
319. Gesù e i bambini[323].
In viaggio con gli apostoli.
Panorama montano.
1La mia gioia d’oggi.
2Vedo un luogo di montagna. Dove sia non lo so. Vi è una gola di monti che entrano ed escono con le loro propaggini da una valle nel cui letto scorre un fiumiciattolo torrentizio tutto a balzi e spume. E’ stretto, ma come tutti i corsi d’acqua montani è rapido, tutto cascatelle sonanti. Va in direzione sud rispetto a me. Altri monti più lontani sono oltre un altro scoscendere di costa, oltre un’altra valle.
3Comprendo d’essere in un gruppo di monti, non eccessivamente alti, ma già monti, non colline. Così come è il nostro Appennino in tanti luoghi, come, per esempio, nella valle della Magra o verso Porretta. La vegetazione è più atta alla pastorizia che ad altre colture. Vedo prati verdi digradare o salire su e giù per i greppi che, nell’ora che mi sembra volgente al tramonto, sembrano farsi, nelle parti più basse, d’un viola indaco. La stagione deve essere di un principio d’estate perché l’erba è bella. Già alta ma non ancora arsa dal sole.
4Vedo, dal punto in cui mi trovo, una strada mulattiera salire verso un paese ed entrare fra le case dello stesso. Una caratteristica strada di montagna, ciottolosa e a dislivelli continui. Sale da sud a nord (sempre rispetto a me) di modo che io la vedo entrare in quella direzione nel paese e correre incontro al fiumiciattolo che va in direzione opposta, ma non nel paese: giù nella valle.
5Vi è anche un’altra stradetta che dalla valle si inerpica su questo sperone dove è annidato il paese. Una stradetta che è più un sentiero che una stradetta e che costeggia proprio il crinale del monte. Giù, oltre essa, la montagna degrada ripidamente con dei pascoli verdi fino al torrentello spumeggiante, oltre il quale sono altri pascoli che danno l’assalto ad altri monti che si aggruppano ad est.
6Dal sentiero sale Gesù insieme ai discepoli. Non tutti. Vedo Pietro e Andrea, Giovanni e Giuda Iscariota. Non vedo gli altri. Gesù è vestito di bianco ed è avvolto in un manto azzurro cupo, più blu mare che azzurro. E’ a testa nuda e sale agilmente, solo. Dietro, in gruppo, i quattro apostoli che parlano fra loro. Gesù, che li precede di qualche metro, non parla. Pensa. Si guarda intorno ma non parla mai.
7Ad un certo punto la stradina costeggia un muretto a secco che delimita (almeno mi pare) una proprietà, come per impedire che la terra di. questa frani a valle. Gesù entra in questa proprietà dai pascoli molto ben curati, sui quali sono sparsi alberi di melo e noci e fichi. Tutti molto ben tenuti e già pieni di frutti.
8Gesù si ferma un istante proprio sul punto dove lo sperone del monte forma come un triangolo pontuto, simile al tagliamare di una nave. Si appoggia al muretto e guarda giù, su, intorno a Sé. 11Attende gli apostoli che salgono, specie Pietro, piuttosto lentamente. Poi, quando sono insieme, dice loro qualche parola che non afferro. Lo vedo curvarsi lievemente per parlare, perché Egli è molto più alto di loro. Non capisco le parole ma intuisco il loro significato perché vedo l’Iscariota dirigersi sveltamente verso una casa che sorge al termine del muretto.
Una casa al ciglio della mulattiera.
9E’. una casa molto diversa da quella di Cana[324]. Questa non ha terrazza sul tetto, ma è sormontata da una specie ili cupola ricurva, forse per impedire alle nevi invernali di stagnare sul tetto perché, data la località, l’inverno deve essere certo nevoso, o per lo meno molto piovoso. In cambio della terrazza che manca, ha un’ala sporgente da un lato, ala in cui sbocca la scala, esterna sempre, ma riparata come da un tetto sporgente. Quest’ala ha al terreno un portico, e sopra un loggiato coperto. La casa è tutta bianca e spicca sul verde che la circonda. Ha sul davanti un largo spiazzo erboso con al centro un pozzo circondato da alberi da frutto messi già con pretesa di fare un giardino, perché dei fioretti sono seminati intorno ad essi formando tonde aiuole. Ho l’impressione sia casa di persone benestanti e più raffinate che non quelle della casa di Cana.
10La strada mulattiera passa sul davanti della casa, di modo che si può accedere a questa tanto dalla scorciatoia che dalla mulattiera. La siepe di rovi non è una barriera insormontabile, molto più che i due rustici cancelli che si aprono in essa sono appena accostati.
Esempio di accoglienza.
Una donna straniera.
11Giuda entra liberamente in casa, come se conoscesse molto bene chi vi abita. Ne esce subito una fiorente mamma circondata da tre bambini e con in braccio il più piccino. Essa va sorridendo incontro a Gesù che nel frattempo è venuto fin verso il pozzo.
12Noto che questa donna è molto bruna e formosa, sulla trentina. Ha i capelli, nerissimi e piuttosto ricci, stretti in due trecce che le circondano il capo. Anche gli occhi sono neri e grandi, naso aquilino, bocca dalle labbra piuttosto grosse e molto rosse. È alta e ben fatta. Noto anche che è vestita diversa da come vestono Maria e le altre donne viste a Cana. Ha anche lei una lunga veste di un azzurro quasi bianco, ma poi è tutta avvolta in una specie di scialle azzurro cupo che le si stringe addosso modellandola. Esso passa sotto le ascelle, da tutte e due le parti, e un lembo, quello superiore, gira poi dietro la spalla sinistra e sale sul capo che vela colla punta frangiata sino sulla fronte. Il tutto mi fa pensare che non sia galilea perché i caratteri somatici e la veste sono differenti da quelli notati nelle donne galilee.
13Il piccolino che ha in braccio, un morettino come lei, avrà un due anni al massimo. È un bel bambino vestito di una specie di camicina di lana bianca. Gli altri bambini sono una fanciullina di un sei anni circa, tutta riccia, di un biondo castano, vestita di un rosa pallido, e due maschietti più piccoli, anche loro con due tunichette di lana azzurrina come la mamma. Devono conoscere molto bene Gesù perché gli si affollano intorno ridenti.
Esempio di accoglienza.
14La giovane mamma lo saluta: ” Entra, Maestro, ché la mia casa è tua ” e sorride.
15Gesù le risponde: ” Il Signore ti compensi ” e poi allunga il braccio destro – il sinistro è piegato sul petto e tiene con la mano raccolto un lembo del manto – a carezzare il piccino. Vedo la bella mano del mio Gesù toccare la fronte del piccolino, che fa il vezzoso e che nasconde la testina, ridendo, contro il collo della mamma e da quel nido guarda Gesù e ride, ride per invitarlo a ripetere la carezza.
16Presso il pozzo, sotto un albero di melo, carico di frutta che cominciano a maturare, vi è un banco di pietra, un sedile. Gesù si siede lì mentre la donna entra in casa e ne esce con una brocca.
17Gesù le dice di dargli il piccino e se lo siede in grembo mentre la donna attinge l’acqua e poi torna con una coppa colma di acqua e una di latte, e le dà a Gesù e gli sceglie delle mele, mature, fra le altre ancora acerbe, e gli offre anche queste, mettendo tutto su un vassoio posto sul banco, a fianco di Gesù. Si capisce che già altre volte ha fatto così. Sa ciò che piace a Gesù.
18Gli apostoli hanno seguito Giuda e bevono loro pure sotto al porticato.
19Gesù beve prima l’acqua; ha sempre il piccino in grembo e ride perché questo gli prende i capelli e la barba. Gli altri tre sono intorno a Gesù. Gesù prende le mele e ne dà una per una ai tre più grandi e per ultimo ne prende e mangia una Lui pure. Al piccino dà invece da bere del latte che è nella coppa e poi beve Lui pure. E’ contento Gesù. Ride come non l’ho mai visto ridere.
20La bambina gli va fin contro i ginocchi e confidenzialmente gli mette la testolina in grembo. Gesù la carezza sui ricci. I due maschietti, che s’erano allontanati correndo, tornano uno con un colombino stretto sul petto, l’altro trascinando per un orecchio un agnellino di pochi giorni che bela disperatamente. Mostrano a Gesù i loro tesori.
21Gesù si interessa ma, impietosito della condizione delle due povere bestie, si fa dare il colombino e dopo averlo ammirato lo lascia volare al suo nido, e alza l’agnellino sul sedile carezzandolo e tenendolo al sicuro finché la mamma dei bambini torna e lo riporta al suo posto.
Simbolo di bontà.
22La bambina, che non possiede altro, si curva e fa un mazzetto di fiori e lo dà a Gesù.
23Il Maestro è maestro anche con questi piccini e, sempre tenendo in braccio il più piccolo, parla ai più grandi dei fiori ” tanto belli fatti dal Padre celeste, dai più grandi ai più piccoli, i fiori che sono agli occhi di Dio belli come i bambini quando sono buoni. E per essere buoni bisogna essere come i fiori che non fanno del male a nessuno, ma anzi a tutti danno profumo e letizia e fanno sempre la volontà del Signore nel nascere dove Egli vuole, nel fiorire quando Egli vuole, nel lasciarsi cogliere se a Lui così piace “
Simbolo di fedeltà.
24Parla dei colombi “così fedeli al loro nido e così puliti che non si posano mai sulle cose brutte, che ricordano sempre la loro casa e che Dio ama perché sono fedeli e puri. Anche i figli di Dio devono essere così: come tortorelle che amano la casa del Signore ed in essa fanno il loro nido d’amore e che per essere degni di essa sanno conservarsi puri “.
Simbolo di mitezza.
25Parla degli agnellini ” così miti, così pazienti, così rassegnati, che danno lana e latte e carne e si lasciano immolare per il nostro bene dandoci tanto esempio di amore e di mansuetudine. Gli agnellini così tanto amati da Dio che Egli chiamerà ” Agnello ” il Figlio suo[325]. Il buon Dio ama come figli prediletti coloro che sanno conservare anima d’agnello sino alla morte “.
26Mentre Gesù parla, altri bambini entrano nel recinto e si affollano. E non bambini soltanto. Ma anche adulti che ascoltano. 30Vi sono altre mamme che offrono i più piccini e alcuni sofferenti a Gesù perché li carezzi, li prenda in grembo un momento. I più grandicelli ci pensano da loro.
Simbolo di carità.
27Gesù è circondato da una nidiata di bambini. Ne ha davanti, ai fianchi, alle spalle, fra le gambe. Non può muoversi. Ma ride in mezzo a quella siepe irrequieta e anche un po’ rissosa. Tutti vorrebbero il primo posto e i padroncini di casa non intendono cederlo, cosa che dà modo a Gesù d’esser maestro una volta ancora: “Non bisogna essere egoisti neppure nel bene. Io lo so che mi amate e ne ho gioia. Anche Io vi amo, ma vi amerò di più se ora lascerete gli altri venire a Me. Un poco per uno. Da buoni fratelli. Siete tutti fratelli e uguali agli occhi di Dio e miei. Tutti uguali. Anzi, coloro che sono ubbidienti e amorosi verso i loro compagni, sono i più amati da Me e da Dio “.
28Lo sciame, per mostrare che… è ubbidiente e amoroso, si allontana di colpo. Sono tutti buoni (!). Gesù ride.
In mezzo di fiori vivi,
29Ma poi torna lo sciame innocente. Torna a dispetto delle mamme che non vorrebbero tanta invadenza irrispettosa, e soprattutto dei discepoli. L’Iscariota è il più intransigente, Giovanni il meno. Si è seduto sull’erba e ride anche lui, circondato di bambini. 37Ma Giuda fa gli occhiacci e, brontola. Anche Pietro si lamenta.
30Ma i bambini, stretti intorno a Gesù, non se ne curano. Guardano con sfida i brontoloni e solo il rispetto di Gesù li trattiene da fare qualche smorfia ai due. Si sentono protetti da Gesù che ha aperto le braccia e attratto a Sé quanti più bambini poteva un mazzo di fiori vivi.
La mano dell’Uomo-Dio.
Il fluido dell’amore nelle mani di Gesù.
31Vi sono dei bambini che mostrano a Gesù dei giocattoli… rotti. E Gesù con un pezzetto di ramo rimette l’asse alle ruote di un carrettino e aggiusta, con una cordicella e il rinforzo di un legno, la gamba ad un cavallino di legno che un morettino gli mostra. Vi sono pastorelli che, lasciato un momento il gregge sulla via – ormai la sera scende – si accostano a Gesù che li carezza e benedice. Uno gli porta una agnellina ferita e Gesù, che non vuole che il suo piccolo amico sia sgridato dal padrone, stagna il sangue dell’agnellina e la rende.
Un piccolo quasi morticino.
32Entra una mamma e si fa largo. Ha in braccio un bambino cereo, malato. E’ molto, ammalato. Sta tutto abbandonato sul petto della madre. Gesù, che ha già toccato altri bambini malaticci che le madri gli avevano presentato, apre le braccia e prende in grembo il quasi morticino. La madre si raccomanda piangendo.
33Gesù l’ascolta e la guarda. Poi guarda la povera creaturina scarna ed esangue. La carezza e la bacia ninnandola un poco perché piange. Il bambino, o bambina – non capisco che sia perché ha i cappellucci lunghi sino alle orecchie – apre gli occhi e guarda Gesù con un triste sorriso. Gesù gli parla piano. Non capisco ciò che gli dice perché è sussurrato. Il malatino sorride ancora.
34Gesù lo rende alla mamma piangente e la fissa coi suoi occhi dominatori: ” Donna, abbi fede. Domani mattina il tuo bambino giuocherà insieme a questi. Va in pace “. E traccia ancora un segno di benedizione sulla faccina cerea.
La mano di Gesù.
35E qui, o Padre[326]! E qui mi pare di accostarmi al mio Gesù e di dirgli: “Maestro, che c’è nella tua mano che tutto si aggiusta o guarisce o muta aspetto quando la tocchi? “.
36Domanda molto sciocca, in verità, ma alla quale il mio Gesù risponde con divina bontà: ” Nulla, figlia, fuorché il fluido del mio immenso amore. Guarda la mia mano; osservala “. E mi porge la destra.
37La prendo con venerazione, con la punta delle dita, sulla punta delle dita. Non oso di più mentre il cuore mi batte forte forte. Non ho mai toccato Gesù. Ne sono stata toccata, ma io non avevo mai osato. Ora lo tocco. Sento il tepore delle sue dita. Sento la sua epidermide liscia, le unghie molto lunghe (lunghe non in sporgenza, in forma sull’ultima falange). Vedo le lunghe dita sottili, la palma fortemente concava, noto che il metacarpo è molto più corto delle dita, osservo all’inizio del polso il ricamo delle vene.
38Gesù mi lascia la sua mano con benignità. Ora si è alzato in piedi ed io sono in ginocchio. Non lo vedo perciò in volto ma sento che sorride perché il sorriso è nella sua voce:
La mano dell’Uomo-Dio.
39«Lo vedi, anima che amo, che non vi è nulla. I miei anni di lavoro mi hanno lasciato capacità di aggiustare i giocattoli dei bambini, ed uso di questa mia capacità perché anche essa serve ad attirare a Me le creature che prediligo: i bambini. La mia umanità, che si ricorda d’esser stata operaia, opera in questo. La mia divinità opera in quest’altro, di guarire i bambini malati così come guarisco i giocattoli malati e gli agnellini.
40Non ho nulla fuorché il mio amore ed il mio potere di Dio. E su nessuno lo effondo con pari gioia come su questi innocenti che vi do a modello per entrare nel regno dei Cieli[327]. Mi riposo in mezzo ad essi. Sono semplici e schietti. Ed Io che sono[328] il Tradito, ed ho ribrezzo di chi tradisce, trovo pace presso questi che non sanno tradire; ed Io che sarò Colui di cui tanti diffideranno, trovo gioia presso questi che non sanno diffidare. Ed Io che sarò rinnegato da chi, con riflessione d’adulto, penserà a mettersi al sicuro in ore di burrasca, trovo conforto presso questi che credono in Me senza pensare se da questo credere può loro venire un bene o un male. Credono perché mi amano.
41Sii tu pure come una bambina. Come una di queste, e avrai il regno dei Cieli che si apre sotto la spinta impaziente di Gesù, che arde di avere presso di Sé quelli che più ha amati perché l’hanno più amato.
42Và in pace, ora. Ti carezzo come uno di questi piccini per farti felice. Va in pace.»
Il Consolatore del Portavoce[329].
43Noti che la visione è venuta mentre, disgustata da una risposta sgarbata – non la prima di oggi – piangevo sconfortata e desolata e piena di rimpianto e di disgusto per le constatazioni che faccio dell’altrui animo. La visione m’ha calmata sin dal suo inizio e poi m’ha rallegrata. Ma quando poi ho potuto avere la gioia di sentire le dita di Gesù, io ho sentito il dolce dell’estasi soverchiare ogni amarezza.
44Mi guardo la mano che scrive e che conserva la sensazione di aver toccato quella di Gesù e mi pare santa come cosa che ha toccato una reliquia[330]. Che il mio Gesù sia benedetto!
320. Potenza della fede[331].
I tre fanciulli che piacquero a Dio
Fede che procede dall’amare Dio.
Dice Gesù:
1«Vieni, piccolo Giovanni. Dopo aver gioito della visione del tuo Gesù che ama i fanciulli, e te con loro, andiamo insieme a leggere il mio e tuo Daniele là dove parla di tre fanciulli[332] che piacquero a Dio perché ebbero quella fede, fedeltà e fiducia, propria dei bambini, e credettero con tenacia, credettero senza titubanze, credettero anche in una prova tremenda perché amavano “con la mente, col cuore, con tutte le loro forze, con tutti se stessi, il Signore Iddio”.
Forza che è debolezza.
2I tiranni ci sono sempre stati. E nella loro tirannia, di cui Satana si serve per traviarli e per angosciare i loro sudditi portandoli a diffidare, oltre tutto, di Dio, si compiacciono di leggi inique, bandite per fomite di superbia e appoggiate alla forza della spada.
3Meschina forza da Me riprovata. Da Me maledetta. Forza che è debolezza. Forza di un prepotente che si rivolge in arma contro lo stesso. Forza che suscita altre forze, le quali o umanamente risolvono la situazione con un delitto, che è la conseguenza di tutti i delitti precedenti, oppure soprannaturalmente attirano l’aiuto divino il quale, ben più potente di tutte le armi e di tutte le parole, atterra la superbia del tiranno e la muta in benignità, liberando in maniera santa i suoi soggetti dalla sua tirannia sacrilega.
Amministratori di giustizia[333].
4Nabucodonosor, reso ebbro dalla sua potenza, credette lecito passare la misura anche verso Dio sostituendo, anche presso coloro che avevano adorazione al Dio vero, l’idolatria per una statua d’oro, simbolo della sua potenza da lui creduta divina.
5Di divino non c’è che Dio. Di vera potenza non c’è che quella divina. Le altre sono missioni di comando, perché ci deve essere chi è capo di un gruppo etnico, ma non sono superpotenze e tanto meno divine. Ho già spiegato[334]che esse sono finché Dio permette che siano. Che sono per la loro azione di aiuto o di punizione degli uomini meritevoli o immeritevoli della protezione celeste. Che cessano di essere quando passano la misura rendendo troppo aspro il giogo punitivo sugli uomini protervi. Per punire una colpa, Dio non permette se ne formi una maggiore, e allora colpisce colui che non è più amministratore di giustizia ma di colpevole potenza.
Il generatore delle “bestie” apocalittiche[335].
6Ai tiranni, anzi ai potenti, l’uomo piega la sua schiena e sempre più la piega quanto più questi sono tiranni nella loro potenza male intesa e male esercitata. Avviene quell’idolatria delle folle, di cui ho parlato più volte[336], verso uno della folla, divenuto più o meno lecitamente e santamente Capo-popolo ed esercitante più o meno giustamente la sua missione. E, dato che Satana è l’eterno creatore di inganni, colui che genera le sempre nuove “bestie” apocalittiche per trarre l’uomo in suo potere e le dota di tutte le potenze per sedurre; e dato che gli uomini hanno in loro il fomite del male più che quello del bene, perché sono più inclini al Male: Satana, che al Bene: Dio, e non controbilanciano e neutralizzano il fomite malefico con l’amore e l’unione col Cristo vincitore di Satana, avviene che sono tanto più idolatrati quanto più questi trionfatori di un’ora sono immeritevoli di esserlo.
7Nel regno di Babilonia i sudditi, sedotti dal luccichio della statua d’oro (profondo significato!) e dalle voci dei banditori tonanti la volontà del re, si affrettarono ad adorare l’idolo. L’idolo! Non il Dio. L’idolo d’oro! L’oro! L’eterno fascinatore!
Dio è Spirito e Carne.
8Dio non è idolo d’oro. Dio è uno Spirito infinito, eterno, perfetto, in Cielo; Dio è una Carne santissima pendente da una croce sulla Terra o vivente nel Sacramento sull’altare eucaristico. In Cielo cantano intorno al suo trono i nove cori angelici. Intorno alla sua Croce, dal Golgota ad oggi e sino alla fine del mondo, salgono le voci di chi prega e ama (pochi!) e gli urli di chi bestemmia (molti!). Intorno al suo Tabernacolo stanno come lampade i cuori che lo adorano e attendono da Lui vita e conforto.
9Questo è Dio. Spirito e Carne. Non oro. Metallo che voi avete rivestito di gran valore perché, eterni selvaggi, vi siete fatti sedurre dal suo luccichio, ma che è meno prezioso del ferro grigiastro che vi dà i vomeri, le falci, le vanghe, le uniche armi utili e sante perché dissodano le glebe, le aprono al seme, falciano la spiga, il grande dono di Dio all’uomo, la spiga che è il vostro pane quotidiano.
I tre che piacquero a Dio[337].
10I sudditi di Nabucodonosor, parte per seduzione dell’oro – i più – parte per paura dei castighi regi, adorarono l’idolo. Tutti, meno i tre giovanetti che, per cura del Profeta di Dio, non s’erano contaminati con cibi impuri.
11Osservate bene il grande insegnamento. Molte volte il fomite del peccato entra per la gola. In un corpo golosamente nutrito, anche gli altri appetiti sorgono. Viene la concupiscenza nella sua triplice veste, perché i fumi dell’eccesso di cibo svegliano la sensualità, eccitano la superbia e, conseguentemente, spingono l’uomo ad essere avido di denaro, perché per possedere la donna e il potere occorre molto denaro. Nel fermentare delle passioni muore la fede e l’anima si stacca da Dio, preparandosi così ad adorare il primo idolo che le venga presentato.
Fede e ringraziamento la loro forza.
Non resistere al malvagio[338].
12Sidrac, Misac e Abdenago erano vissuti castamente anche nella gola. Fedeli a Dio, al loro Dio, anche con questa. E Dio era cresciuto in loro col crescere di loro stessi. Dio dominava nel loro cuore, puro altare al quale essi davano ogni cura perché trono del loro Signore.
13Avendo Dio, vivo in loro e padrone di tutte le loro forze, più che padrone Padre e Regolatore delle loro forze, seppero resistere ad ogni minaccia e non temere, non temere, Maria. Non hanno neppur trovato utile discutere con il tiranno. È buona regola non entrare in discussioni coi malvagi, ma pregare Dio che discuta nel loro cuore per noi, meglio di quanto potremmo fare noi.
14Guarda che feci Io, che pure ero Dio, con i miei accusatori, inquisitori e giudici. Ho sempre troncato netto o non ho risposto affatto. Prima sono salito sulla Croce, pregando e soffrendo, poi dal Cielo ho agito. Si fa così, piccolo Giovanni, per quelli che si vogliono convertire. La prima conversione la si ottiene con la preghiera e il dolore. Dopo, nell’animo preparato a riceverla, scende la Luce di Dio e si fa Parola e Vita.
15Non discutono i tre giovanetti. Sanno che ogni discussione rimarrebbe senza frutto e che occorre un prodigio per snebbiare il cuore al re. Un prodigio ottenuto attraverso ad un atto di fede assoluta e di eroismo intrepido. Fede, eroismo: i due fiori dell’amore.
Preceduti dall’angelo nella fornace[339].
16E l’Amore risponde all’amore. Dio non delude mai. E Dio, che nella sua perfezione sa già come avrebbero agito i tre giovanetti, li fa precedere dal suo angelo nella fornace perché, quando i crudeli li avessero precipitati fra le fiamme, già fosse preparato il luogo fresco come prato rugiadoso al mattino, ventilato dall’ala angelica del più soave vento, rispetto al quale quella dolce d’aprile è corrotto respiro; li fa precedere perché le fiamme non possano neppure sfiorare il più lieve dei capelli dei loro capi innocenti, ma solo siano viva tenda di ardori, meno, oh! meno forti di quella della loro carità, stesa fra il mondo pagano e la dimora preparata da Dio.
17Dio è Padre, Maria. Dio precede sempre i suoi figli nei loro bisogni. Quando voi lo chiamate perché vi aiuti, Egli ha già provveduto. Ma occorre aver fede. Fede grande. E riconoscenza grande.
Potenza della fede e del ringraziamento[340].
18È così bello il grido che sale dalla terra, dal cuore di un uomo riconoscente, al trono di Dio! Esso risuona come arpeggio d’arpa nel Paradiso e tacciono per un istante tutte le armonie celesti, perché tutto l’Empireo si curva ascoltando quel grido di grazie che un figlio buono manda al Padre buono. E poi quel grido viene raccolto, ripetuto, amplificato da tutti i cori degli angeli e dei beati, e diviene il canto di quel giorno nel bel Paradiso, e la Trinità sfavilla nel suo contento e ride Maria col suo riso di Madre e Regina. Troppo pochi ringraziano, Maria. E lo sa unicamente Iddio se Egli continuamente vi fa dei doni! Voi non ve ne accorgete neppure. La sua Paternità ve li dà così dolcemente per non offendervi come con un obolo, che voi credete siano opera vostra. No. Da mattino a sera, da sera a mattino, Dio vi benefica. E voi non ringraziate. Non ringraziate neppure per le “grandi” grazie ottenute.
Amplificare la lode e il ringraziamento[341].
19Ma tu non sei più un uomo: tu sei il piccolo Giovanni. Sai cosa vuol dire “Giovanni”? Vuol dire: “Dio fa grazie”. In verità a pochi ho fatto e faccio tante grazie come a te. E, guarda, tu porti i due nomi a Me più cari: Maria – Giovanni. L’uno te l’hanno messo i tuoi parenti. Ma l’altro te l’ho messo Io: tuo Re e Sposo. Eri la Perla amara, il Mare amaro. Ma Io ti ho voluto far dolce: una perlina del mio Cuore che è dolcezza divina. E ti ho ribattezzato “Giovanni” perché sono il Dio che ti fa grazie.
20Ma tu dimmi “grazie” sempre, sempre, sempre, dall’alba al tramonto, dalla notte al di. Il tuo “grazie” empia il Cielo, continuamente, per te, e per gli infiniti che vivono e muoiono senza un “grazie” per il loro Dio. Amplifica il tuo “grazie”, come i tre giovanetti, chiamando tutte le cose create ad unirsi al tuo canto: le cose che, col loro linguaggio, sanno lodare Dio meglio degli uomini.
21Unisciti ai santi del Cielo ed ai santi della Terra per dire il tuo “grazie”. Unisciti a Me-Eucarestia, e con le labbra fatte dolci e profumate dal Pane di vita prega e ringrazia Dio Padre con il Cristo stesso vivente in te. E il prodigio avverrà come avvenne per i tre fanciulli e per il re crudele. Gli uomini “vedranno” Dio per mezzo del tuo orare. Non tutti. Ma anche fosse un solo, saresti da Me benedetta una volta di più.
Frutto della fede[342].
22Nabucodonosor vede Dio nel suo angelo e comprende che contro quel Dio non si lotta. Comprende che il suo idolo è materia inerte fatta peccato per colpa dell’uomo, e che uno solo è il vero Dio: quello di Sidrac, Misac e Abdenago e, tocco dalla Luce, riconosce l’errore e lo confessa e dà culto e onore al Dio santo, Signore del Cielo e della Terra.
23Lo vedi, piccolo Giovanni, quanto può fare la fede di tre fanciulli?
La possa degli amorosi.
24Ora confessa, tu che ieri dicevi di non volere più essere il mio piccolo discepolo sinché non ti avevo ascoltato, perché eri troppo ferita da ciò che è nel mondo e intorno a te. Non è tutto passato: il dolore, il disgusto, lo sconforto di ieri? Non è tutto annullato dall’onda di gaudio che ho versato su te? Come potresti fare senza di Me, povera anima che vivi di questo mio pane: della mia Parola, più che del pane di grano di cui ti sfami? Non sai che quando uno è preso nel mio gorgo d’amore non può più uscirne, non vuol più uscirne? Ma tu lo sai. E se come in cielo d’aprile sorgono delle nubi, esse non sono che acqua lustrale che fa più fulgido il sole e più bella la terra.
25Vieni, vieni come i piccolini di ieri.[343] Vieni a mettere il tuo capo sui miei ginocchi. È la posa dei bimbi e degli amorosi. Quella che ebbe Maria redenta[344] che beveva la Vita ascoltandomi. Vieni e non avere mai paura. Io sono con te.»
321. Quando arriva l’ora dell’olocausto[345].
Nell’ora dell’Olocausto.
Ritirarsi con Gesù[346].
1Mi si ripete più distintamente la visione delle prime ore di oggi. E Gesù mi dice di descriverla.[347]
2Gesù, in mezzo al gruppo dei suoi discepoli, si incammina per una viuzza sassosa rischiarata da un poco di luna. Uno dei suoi ha anche seco una torcia per illuminare meglio la strada. Giuda non c’è. Alla luce della torcia vedo che Gesù è vestito di rosso pallido con manto rosso più cupo.
3Il gruppo, alla testa del quale è Gesù, che si appoggia a Giovanni come fosse stanco, valica un torrentello poco ricco d’acque. Solo al centro vi è dell’acqua che scorre gorgogliando fra i sassi. Il resto del greto, che non è più largo d’un cinque o sei metri, è asciutto, ed i ciottoli del fondo biancheggiano al lume di luna che fa d’argento l’acqua ridarella del torrente. Un rustico ponticello è gettato su questo corso d’acqua e su quello passa il gruppo.
4Oltre ad esso prosegue per ancora qualche metro la viuzza, ma ai suoi margini già sono ulivi ed erba. Poi cessa in un vero uliveto. Questo è fatto così: il suo inizio è pianeggiante, con una specie di piazzola irregolare che fa come da valletta erbosa contornata e sparsa di ulivi. Poi il suolo monta e scende a scaglioni e a vallette che lo fanno parere un rustico anfiteatro. Gli ulivi fanno la guardia, come sentinelle sparse sui naturali contrafforti di questo luogo. Assomiglia molto ai nostri uliveti, che generalmente sono sempre disseminati a scaglioni, sui pendii delle nostre colline.
Vegliare con Gesù[348].
5Gesù dice ai discepoli di attenderlo nella piazzola erbosa, ma poi chiama Pietro, Giovanni e Giacomo come fosse pentito di inoltrarsi solo o temesse qualcosa; e si inoltra con essi inerpicandosi per la prima balza.
6Qui giunto dice ai tre: “Attendetemi qui voi, mentre Io prego. Ma non dormite. Potrei avere bisogno di voi. E, ve lo chiedo per carità, pregate. Il vostro Maestro è molto accasciato nello spirito…”. Calca molto sulla parola “molto” e dice le ultime due frasi con tono di profonda mestizia. Ha la voce come resa più profonda e afona da una pena interna. Una voce stanca. E triste.
7Pietro, che ha preso la torcia da uno degli altri lasciati prima, risponde: “Sta’ tranquillo, Maestro. Vigileremo e pregheremo. Non hai che chiamarci che verremo”.
Consacrarsi alla volontà di Dio-Padre[349].
8E Gesù li lascia. Cammina volgendo loro le spalle. Sale lentamente a testa china cercando il posto dove mettere i piedi al lume della luna che ora è più alta e chiara.
9Dopo aver fatto qualche metro, gira intorno ad uno scaglione che sporge in avanti, mettendo questo fra sé e i tre apostoli. Lo scaglione è alto, all’inizio, pochi centimetri, mezzo metro circa, ma poi si alza rapidamente perché il sentieruolo che ha preso Gesù scende invece e perciò il gradino del terreno si fa subito più alto. Dopo pochi metri vi è un dislivello di qualche centimetro più alto di Gesù. Lì vi è anche un masso che sembra essere stato collocato lì o dalla natura stessa o dall’uomo per sorreggere la costicella.
10Contro questo si ferma Gesù. Ha quasi sotto ai suoi piedi la chioma argentea di un ulivo del balzo sottostante, e sopra il capo ha i rami contorti di un ulivo tutto curvo che si protende nel vuoto dal balzo soprastante il sasso. La luna passa con tanti occhietti ed aghi di luce fra le fogliette che si muovono continuamente ad un lieve vento.
11Gesù prega. Ritto in piedi contro il sasso, col volto levato al cielo e le braccia aperte a croce. La sua preghiera è intensa. Lo odo sospirare e sussurrare le parole con pressante anelito.
12Poi si volge appoggiando le spalle al macigno e guarda… Oltre le chiome spettinate degli ulivi digradanti ai suoi piedi seguendo i dislivelli del luogo collinoso, si vede Gerusalemme. Tutta bianca nel chiaro di luna. Tutta calma, all’apparenza, tutta buona, tutta dormente. Gesù, con le braccia incrociate sul petto, la guarda intensamente. Sospira con maggiore affanno.
La prova del silenzio.
I discepoli dormono[350].
13Poi si incammina di nuovo. Torna ai tre discepoli. Questi hanno acceso un focherello, forse per sentire meno la frescura notturna, forse per resistere meglio al sonno. Ma in realtà dormicchiano già. Le teste, specie quella di Pietro, ciondolano sul petto.
14“Dormite? Non avete saputo vegliare un’ora sola? Ed Io ho tanto bisogno del vostro conforto e della vostra preghiera!”. I tre si scuotono e si sfregano gli occhi. “Pregate e vigilate. Anche per voi ne avete bisogno”. E li lascia nuovamente tornando al suo posto.
Superare la prova del silenzio[351].
15Al lume della luna, che gli batte in volto facendogli parere bianca anche la veste mentre si dirige verso il sentiero, vedo che ha un volto stanchissimo. Un volto martirizzato da un dolore interno. Sembra invecchiato. Lo sguardo non ha fulgori. La bocca cade con piega triste.
16Torna al suo masso e si inginocchia con più intensa preghiera. Prega e medita. E nel meditare si abbatte. Lo vedo sussultare, lo odo gemere. Lo vedo che porta le mani congiunte oltre il capo e appoggia queste al masso e la fronte ai polsi e sta così, supplicando. Quando alza il volto, la luna, ora a perpendicolo su di Lui, mi fa vedere un volto lavato dal pianto.
17Si alza. Fa qualche passo avanti e indietro mormorando parole che non afferro, sollevando gli occhi al cielo e le mani, riabbassando queste e quelli con sconforto. Soffre. Piange. È agitato.
I discepoli dormono[352].
18Torna ai tre che dormono anche meglio di prima. Anche il fuocherello sonnecchia. “Ma dunque? Dormite ancora? Pregate. La carne non vi vinca. Non vinca la carne, in nessuno. Se lo spirito è pronto, la carne è debole. Aiutatemi”.
19I tre si scusano. Lasciano le pose comode che avevano preso, cercano dei rametti, e per farlo si alzano e si sgranchiscono, ravvivano il fuoco. La vampa mostra un volto così torturato che avrebbe dovuto tener desto anche un moribondo. Ma i tre hanno sonno…
La prova del sangue.
Superare la prova del sangue[353].
20Gesù li guarda, scuote il capo. Torna via. Torna al suo masso.
21Prega da capo. Prima a mani levate e aperte a croce, poi in ginocchio come prima a mani congiunte. Poi tace. Pensa. E deve soffrire atrocemente perché ora singhiozza apertamente, accasciandosi sulle calcagna. E invoca il Padre… Con tanto affanno. Sembra un bambino torturato che chiami l’unico che lo può salvare.
22Ma si riprende e, dopo aver gemuto: “No, no. Troppo amaro è questo calice. Padre, allontanalo dal tuo Figlio”, si riprende e dice: “Però non ascoltare la mia voce, Padre, se essa chiede cosa contraria alla tua volontà. Non ricordarti che ti son Figlio, ma solo servo tuo. Non la mia, ma la tua volontà sia fatta!”.
23E dopo questa preghiera la marea di tutto il dolore del mondo si rovescia su Lui, lo preme, lo schiaccia, lo abbatte. Materialmente è una povera cosa curvata al suolo, col volto contro terra, sull’erba fresca, unica pietosa alla sua febbre: sembra uno che muoia. Spiritualmente è un’anima torturata, un pensiero esterrefatto, un cuore schiacciato dall’abbandono del Padre, dal suo rigore, dalla cognizione della tortura che l’aspetta. Da tante, tante cose.
L’angelo consolatore[354].
24Sta così lungamente. Quando una gran luce si mostra sul suo capo – non vedo altro che una luce candidissima – Gesù alza il capo. La luce lunare e quella angelica mi mostrano un viso rosso di sangue. Le lacrime fanno due righe bianche nella maschera rossa. 37Anche le mani sono rosse, le braccia che Egli alza verso la luce. Si leva il mantello rosso scuro e si asciuga con esso il volto, le mani, il collo, le braccia. Ma il sudore sanguigno continua. Ogni poro ha la sua goccia che si forma, cresce e cade. L’erba appare più scura là dove Egli ha tenuto il volto, tinta come è di sangue.
25Gesù affanna come uno preso da malessere. Si pone seduto contro il masso. Si appoggia. Si abbandona, col capo chino in avanti, le braccia stese ai lati del corpo. La luce angelica è sopra di Lui. Poi scompare fondendosi al raggio lunare.
26Gesù è da capo solo. Ma è più confortato. Si asciuga nuovamente, accuratamente, volto e mani nel mantello, che ripiega poi, mettendolo contro il masso e appoggiando su questo il capo e le mani in un’ultima preghiera.
Arrendersi all’evidenza[355].
27Poi si alza e si avvia verso i discepoli lasciando il mantello là dove è. La sua tunica rosso pallido appare macchiata come fosse bagnata di un liquido scuro. Ma il volto ha ripreso il suo aspetto maestoso per quanto sia immensamente triste e pallido più del consueto.
28I tre, comodamente sdraiati, dormono, tutti avvolti nei loro mantelli, presso il fuoco definitivamente morto.
29Gesù li scuote: “Alzatevi. Andiamo. Chi mi tradisce è vicino”.
30I tre, confusi dal rimprovero e dal sonno, si alzano sbalorditi e si guardano intorno. Non vi è che la luna e gli ulivi…
31Ma mentre si sbirciano a vicenda e sbirciano il Maestro, quasi a chiedersi e chiedergli dove è chi tradisce, irrompono nella piazzuola, dove ormai sono giunti anche Gesù e i tre, riunendosi agli altri otto, Giuda e una masnada di brutti ceffi che del soldato non hanno nulla ma del delinquente molto.
Con Gesù Messia verso l’olocausto.
Il bacio del tradimento[356].
32Giuda si accosta a Gesù, che lo guarda con uno dei suoi sguardi dominatori pieno di quei lampi che per tutta la sera non gli ho visto. Giuda affronta quello sguardo. Gli resiste – non so come faccia – e con un sorriso melato si fa ancor più vicino e bacia il Maestro sulla gota destra.
33“Amico, che sei venuto a fare?”. Giuda abbassa per un solo attimo il capo. “Con un bacio mi tradisci?”. Se nella prima frase vi è ancora un rimprovero, un richiamo, un ultimo tentativo del Maestro e del Salvatore di ricondurre Giuda al pentimento, nella seconda, davanti alla sua anima tetragona ad ogni rimorso, non vi è che accorata constatazione del fatto.
La forza della mitezza[357].
34La turba viene avanti con funi e bastoni e cerca di catturare tutti, meno Giuda.
35“Chi cercate?” chiede Gesù con voce pacata.
36“Gesù Nazareno”.
37“Sono Io”. La voce è un tuono. La deve udire tutta la terra questa professione del suo essere. Quei manigoldi piombano al suolo come fulminati.
38“Chi cercate, vi dico”.
39“Gesù Nazareno”.
40“Ve l’ho detto che son Io. Lasciate dunque questi altri. Io vengo. Riponete spade e bastoni. Non sono un ladrone. Stavo sempre fra voi. Perché non m’avete preso allora? Ma questa è la vostra ora e quella di Satana. Andiamo. E tu, guarisci. Nell’anima per prima” e toccato l’orecchio fenduto lo risana.
L’arresto e l’abbandono di tutti[358].
41L’ultimo gesto che può fare con le mani, perché glie le legano con una fune atta a legare dei buoi, non un uomo. Glie ne passano una anche alla vita, e una squadra prende l’estremità di quella delle mani, l’altra di quella della vita.
42I dodici apostoli sono tutti fuggiti. Chi a destra e chi a sinistra. Gesù è solo fra i suoi aguzzini.
43E comincia il cammino. Chi lo tira a destra e chi a sinistra, in modo che Egli è sbatacchiato qua a là contro tronchi e muretti, e inciampa spesso.
44Quando sono al ponticello, un più forte strattone lo sbatte contro la ringhiera di legno. La sua bocca urtata violentemente sanguina. Mentre si rialza, portando le mani legate alla bocca per tergersi il sangue, dei manigoldi sono scesi sul greto a far provvista di sassi, e le pietre volano contro Gesù. E dato che colpiscono anche la scorta, si accende una zuffa, più o meno vera, la quale finisce in bastonate vere sulle spalle e sul capo di Gesù. Le torce illuminano la scena perché la luna è al tramonto.
Sotto la condanna del potere religioso.
A casa di Caifa[359].
45Si giunge, fra schiamazzi e sevizie, alla casa di Caifa, dove è interrogato da Anna che attendeva. Nel cortile che è sul davanti della casa vi sono già molte facce patibolari e dei sacerdoti.
46Giovanni, con Pietro riluttante, entra esso pure e si accosta al fuoco acceso in mezzo al cortile, perché la notte si è fatta fredda e ventosa come per inizio di temporale. Si capisce che, dopo essere fuggiti in un primo tempo, sono poi tornati accodandosi alla turba schiamazzante.
Condotto al Sinedrio[360].
47Gesù è condotto nell’aula, semicircolare, del Sinedrio. Degli scanni stanno nell’arco di essa, e sulla parete retta vi sono quelli più pomposi del Sommo Sacerdote e delle cariche più importanti. Al centro uno spazio vuoto, nel quale viene condotto Gesù per essere interrogato dalla muta astiosa e accusato dai falsi testimoni.
48Gesù tace. Guarda e tace. È mite, innocuo, paziente. Sta ritto nella sua veste maculata dal sudore sanguigno, ormai asciugato e che la fa appena più scura. Ha già due o tre lividure sulle mani e sul viso, frutto delle sassate e bastonate, e sulla fronte una riga di sangue scende da una ferita che par fatta da una pietra tagliente. La bocca ha il labbro lievemente enfiato. Ma è ancora tanto bello, tanto Dio. .
Interrogatorio[361].
49Alla supplica del Sacerdote: “io ti scongiuro per il Dio vivo di dire se sei il Cristo Figlio di Dio”, Gesù risponde: “Tu l’hai detto. Io lo sono. D’ora innanzi vedrete il Figliuol dell’uomo seduto alla destra della potenza di Dio venire sulle nubi del cielo. Del resto, a che mi interroghi? Ho parlato in pubblico per tre anni. Nulla ho detto d’occulto. Interroga quelli che m’hanno udito. Essi ti diranno che ho loro detto e fatto”.
Lo schiaffo e la benda sugli occhi[362].
50Una delle guardie gli dà un manrovescio che lo fa traballare colpendolo proprio sulla bocca enfiata e dicendo: “Così rispondi, o satana, al Sommo Sacerdote?”.
51Gesù lo guarda con pietà e risponde: “Se ho parlato male dimmi in che ho errato, se ho detto bene perché mi percuoti?”.
52Ma quello schiaffo è il segnale della sarabanda di lazzi e percosse.
53Mentre i sinedristi proclamano che non vi è bisogno d’altro per condannarlo, le guardie e altri brutti ceffi bendano Gesù e a turno lo percuotono e urtano dicendo: “Gran profeta, di’ chi t’ha percosso”.
54Ormai l’alba è venuta ed entra nella sala facendo più lividi i volti dei sinedristi e più cereo il volto di Gesù, su cui le percosse fanno segni violacei.
Lo sguardo a Pietro e il canto del gallo[363].
55Il Sinedrio prende le ultime decisioni e Gesù è condotto fuori. Mentre cammina sotto il portico che costeggia la sala, alto sul cortile di tre scalini, Gesù si volge a guardare Pietro che è rimasto solo. Giovanni non c’è più. Uno sguardo di così accorato dolore che mi squarcia il cuore già squarciato dall’agonia del Getsemani. Il canto del gallo fende la pura aria del primo mattino come uno squillo di luce. Pietro china il capo e barcollando esce.
Sotto il giudizio del potere politico.
Condotto al Pretorio[364].
56Anche Gesù esce. In mezzo alla sua turba di carnefici vociferanti. E si riprende il cammino fra sassate, bastonate, contumelie e immondezze lanciate su Gesù. La folla, che si avvia ai mercati, si unisce al corteo e ingrossa di metro in metro. La voce si propala e tutta Gerusalemme si precipita a vedere lo spettacolo. Le guardie romane escono a respingere la folla che si riversa contro il Pretorio e prendono in consegna Gesù.
Dichiarato innocente[365].
57Pilato lo interroga e non trovando in Gesù materia di condanna è disposto a rilasciarlo. Ma i Giudei, dal di fuori del Pretorio, imprecano e tumultuano. Allora Pilato, udito che Gesù è nazareno, lo manda da Erode dalla cui giurisdizione dipende la Galilea.
Giudicato da Erode e rimandato a Pilato[366].
58Altro cammino per le vie sempre più tumultuanti, e sempre maggiori percosse e bestemmie e sputi e immondezze.
59Erode, una grinta da galera, lo interroga promettendogli salva la vita se fa in sua presenza qualche prodigio. Ma Gesù tace mentre scribi e sacerdoti lo accusano. Allora Erode lo fa rivestire di una sopratunica bianca e, dopo averlo deriso, lo rimanda a Pilato.
60Io credo che nelle case di Gerusalemme non erano rimasti che i morti e gli agonizzanti. Tutto il resto, meno i bambini piccini, è fuori ad imprecare contro Gesù.
Dichiarato per seconda volta innocente[367].
61Pilato, molto seccato, torna ad interrogare Gesù. Ma per quanto non voglia scontentare il Sinedrio e sollevare la plebe, un resto di giustizia gli vieta di giudicare colpevole Gesù. Allora viene ad una via di mezzo. Decide di farlo flagellare e di liberarlo. E lo dice.
62Ma la folla urla: “Libera Barabba e condanna il Nazareno”. È una vera sedizione.
La flagellazione, l’incoronazione, la condanna.
Preparativi alla flagellazione[368].
63Pilato dà ordine ai soldati di portare Gesù ai flagelli. Lo vedo condurre in un cortile interno, lastricato di marmo variopinto e circondato di portici. Al centro vi è una colonna molto più alta di un uomo, dalla quale sporge un braccio di ferro con un anello pendente.
64Gesù viene fatto spogliare. Si leva la sopratunica di Erode, la veste rossa, una tunichella che aveva sotto la veste, e resta con quelle corte brache che ho già visto al Battesimo[369]e i sandali. Poi va, mite, presso la colonna. Gli legano le mani, che avevano dovuto slegare per farlo svestire, e passano il capo della fune nell’anello. Un soldato monta su uno sgabello per fare ciò. La fune è tirata in modo che Gesù sia appoggiato appena sulle punte dei piedi con le braccia alzate sul capo, ed è tanto alto che le mani quasi toccano l’anello. La corda viene assicurata e comincia la flagellazione.
La flagellazione[370].
65Un carnefice davanti ed uno di dietro – non sono soldati della coorte, ma due brutti ceffi di tipo orientale certo assoldati dal Preside per fare da boia – alzano ed abbassano lo strumento di tortura fatto come uno staffile a più corde di cuoio, annodate e armate all’apice di una specie di martelletto di ferro o piombo. Alternativamente un colpo dato dal boia che sta davanti a Gesù, e che colpisce il petto e il fianco sinistro, e un colpo dato dal boia che sta dietro a Gesù, e che colpisce il dorso e il fianco destro. È una ruota di colpi. Le cinghie fischiano per aria, i flagelli suonano sul corpo del Redentore, la pelle si solleva in vesciche bluastre e, siccome i colpi proseguono a cadere dove già’ sono caduti, esse si aprono e spiccia sangue.
66Se Gesù non fosse sospeso cadrebbe certo, ma non può cadere perché è tenuto dalla fune. Però pende come semisvenuto, col capo in avanti, di modo che qualche colpo lo percuote anche sulla testa. Non sul volto: sulla testa.
Dopo la flagellazione.
67Quando sono stanchi si fermano. Il corpo di Gesù è tutto zebrato di lividi e rigato di sangue. Molti lividi, aperti, sono piaghe che scoprono la carne viva.
68Quando lo slegano si accascia al suolo come morto. Lo lasciano là qualche tempo dandogli dentro per dentro[371]dei colpi col piede calzato dei sandali militari (calighe). Poi, vedendo che non si muove, un soldato lo tira su, seduto contro la colonna, e gli butta addosso un secchio d’acqua gelata, presa alla fontana che sta sotto al portico.
69Gesù sospira profondamente e fa per alzarsi. Ma non ci riesce. Allora per… ristoro un soldato, con l’asta della lancia, gli dà una bastonata sul viso e lo colpisce fra lo zigomo destro e il naso. Gesù gira gli occhi, lo guarda e, puntando le mani al suolo, si alza.
70Gli ordinano di rivestirsi. Ma mentre Egli curva il suo corpo straziato per raccogliere le vesti – e lo fa a fatica, barcollando e piegandosi malamente – un soldato dà un calcio alle vesti e le butta più là. Gesù va dove sono andate e si ricurva. Altro calcio d’altro soldato. E così via, facendolo girare più e più volte per il cortile fra lazzi osceni. Ogni volta che il Salvatore si piega, altre vesciche sanguigne si aprono, o si riaprono le già aperte, e nuovo sangue cola.
71Finalmente lo lasciano rivestire. E Gesù indossa la tunica, la veste e la veste bianca di Erode sopra questa, come per nascondere meglio le macchie lasciate dal sudore sanguigno o per ripararsi dal freddo, perché ha dei brividi che lo scuotono tutto. Gli legano di nuovo le mani.
L’incoronazione di spine[372].
72Ma Pilato mangia e i soldati non sanno cosa fare. Nell’attesa, dato che uno di essi dice che la folla insulta il falso re dei Giudei, “Quel re lì! …”, pensano di incoronarlo. Qualche soldato esce verso un cortile più interno e torna con un fascio di rami spinosi. Mi sembrano di biancospino selvatico. Levano con la daga tutte le foglie e i ciuffetti di fiori, piegano a serto i rami e li calcano sulla testa del Redentore.
73La prima volta è troppo larga la corona e cade sul collo; la sfilano, e così rigano le guance e arrischiano di accecarlo. La seconda è troppo stretta e, per quanto pigino, non sta sul capo. Via una seconda volta, strappando insieme molti capelli che si erano aggrovigliati alle spine. Finalmente va bene. Bene la misura, si intende, perché per il mio Gesù non deve andare per nulla bene. Una spina penetra proprio sulla tempia sinistra e tre riunite forano la fronte sopra il naso, ma verso i capelli.
74Poi i soldati prendono un pezzo di stoffa rossa, vecchia, brandello del mantello di qualche centurione, e glie lo mettono sulle spalle, e rotta una canna, dopo averlo percosso sulla testa con la stessa come per una investitura da burla, glie la mettono fra le mani legate, e lo fanno sedere su uno sgabello contro la colonna e lo sbeffeggiano in mille modi.
75Mi sono dimenticata di dire che, quando Gesù si curvava per riprendere le vesti, m’è parso vedergli alla vita una cinghia di cuoio o di crine, come un cilicio. Non sono sicura, perché sporgeva appena, nel curvarsi, dalle brache.
76Gesù non parla mai. Tace e lascia fare. Guarda soltanto, e con uno sguardo che non posso sopportare senza piangere, i suoi torturatori.
“Ecco l’Uomo[373]”.
77Viene un graduato e ordina che Gesù sia condotto al cospetto di Pilato.
78Questo si trova in una sala aperta sul davanti come un portico. È sopraelevata sulla via. Al centro vi è la sedia curule.
79Nella via, piena di un sole afoso che viene giù a perpendicolo da un cielo corso da nubi all’orizzonte, la folla tumultua. In prima fila i farisei e gli scribi.
80Pilato presenta Gesù alla folla: “Ecco l’Uomo. Il vostro re. Non basta ancora?”.
L’autorità si lava le mani[374].
81 “Barabba, Barabba. Libera Barabba. Uccidi costui. Non abbiamo altro re che Cesare”.
82Pilato alza le spalle mormorando fra i denti: “ipocriti!”, poi si volge a Gesù: “Lo senti? Che ti devo fare?”
83“Quello che ti dice la coscienza”.
84Pilato pensa, tentenna. Vorrebbe liberare Gesù. Ma i sacerdoti gli fanno giungere il loro grido: “Se liberi costui non sei amico di Cesare”.
85La paura del domani vince Pilato. Si lava le mani dicendo: “io sono netto del sangue di questo giusto. Voi lo volete sparso”.
86“Ricada su noi e sui nostri figli, ma sia crocifisso”.
Salita al Calvario carico della Croce.
Condotto alla crocifissione[375].
87Pilato chiama il centurione e uno schiavo. Da questi si fa portare una tavola su cui appoggia un cartello e vi fa scrivere dallo schiavo: “Gesù Nazareno, Re dei Giudei”. Al centurione dà ordine di prendere parte della coorte e di andare al Calvario con Gesù e due ladroni, già condannati alla crocifissione. Poi Pilato se ne va.
88Il corteo si forma. Prima un gruppo di soldati a cavallo col centurione davanti. Poi Gesù, e dietro i due ladri.
La Croce di Gesù[376].
89Non so capire come fanno a dire che la croce fu composta sul Calvario. Come avrebbero potuto fare a renderla solida là, se non fosse già ben fabbricata? È una pesante croce, molto più alta di Gesù, e ben connessa nei suoi bracci.
90Slegano a Gesù le mani e gli dicono di prenderla. Prima gli passano al collo – e la fune urta la corona e aumenta il tormento – il cartello con la scritta. Poi gli fanno prendere la croce. Questa sobbalza nello scendere gli scalini del Pretorio, sobbalza sulle pietre e le buche della via; ed ogni sobbalzo è una tortura per la spalla di Gesù, per la sua testa, perché la croce ondeggia e urta la corona. Non mancano le sassate e anche qualche bastonata, nonostante i soldati a piedi cerchino di proteggere Gesù.
Sotto il sole cocente.
91Gesù suda sotto il sole cocente della giornata temporalesca, la polvere si appiccica al volto già maculato di sangue, tumefatto, stravolto. Oh! non è più il mio Gesù! È un agonizzante dalla maschera tragica. È irriconoscibile! Procede curvo sotto il peso, barcollante, ansante. Sento l’ansito del suo petto contuso.
92Si ripassa un torrentello su un altro ponte, ed il greto serve a rifornire di sassi i crudeli. Si giunge a quella porta che ho visto nella visione della disputa[377]e si inizia la salita del monticiattolo nudo che ho visto allora. È il Calvario.
La prima caduta.
93Qui, sulle pietre ancor più sconnesse, la fatica di Gesù aumenta, anche per la salita. Cade una prima volta inciampando in una pietra sporgente. Cade col ginocchio destro e si sorregge con la mano sinistra. Si rialza. Anche il cartello è ostacolo nel vedere dove mette i piedi col suo ballonzolare avanti.
94Procede. Sempre più curvo e ansante. Ricade. Questa volta inciampa anche nella veste e si inginocchia con tutti e due i ginocchi. Anche la croce gli sfugge di mano e la deve rialzare e mettersela sulla spalla. La veste a destra, dove la croce appoggia, è tutta bagnata di sangue e sudore. Sotto deve essere tutta una piaga.
95Si riprende il cammino, con sempre maggiore fatica. Gesù va lentamente nonostante le piattonate dei soldati per farlo andare più rapido. Il centurione si volta e, mosso a pietà, ordina una sosta di qualche momento. Ma la plebe inveisce.
Lo stramazzo per sincope.
96Si torna ad andare. Dopo un dieci metri circa, Gesù stramazza, non per avere inciampato – perché nella sosta si è rialzata la tunica – ma per sincope, e cade per quanto è lungo, battendo il suo santo volto sulle pietre, e resta nella polvere con la croce addosso.
97La strada ormai si fa tanto ripida che non so come potrà salire ancora Gesù. Anche i soldati parlano fra di loro e vanno a riferire al centurione.
Nota del Portavoce.
98La visione mi si cristallizza qui[378]. Per ora non ho visto il cireneo, le pie donne, la Madre. Nulla più di quanto ho scritto e compreso. Ma questo non lo dico per due motivi. Il primo è che ne parlerà Gesù. Il secondo è che sono… anche io come Lui, con un cuore che fa paura. Mi sento morire (le 3 del 12-2).
Ore 15 del 12.
99E infatti ho sfiorato la morte poco dopo. Ora sono più di là che di qua. Ma quello che è il maggior dolore è il ricordo delle sofferenze di Gesù. Mi schiantano il cuore moralmente e fisicamente.
322. L’amore di compartecipazione[379].
Fusione e compartecipazione.
Come giglio fra i cardi[380].
Dice Gesù:
1«Povera stellina mia che è rimasta sommersa sotto la tempesta di dolore del suo Gesù, nascosta, eclissata, annullata dietro al mio infinito dolore come una stellina dietro il sole; povera violetta mia appesantita fino a piegare sotto il sangue del suo Gesù, come le erbe che hai visto intrise del mio rosso sudore nell’orto, sai che t’ho fatto? Ti ho portata all’ “amore di compartecipazione” il quale è la perfezione dell’amore di fusione, di cui ti ho parlato in autunno[381].
L’amore di fussione e di compartecipazione[382].
2Ora è primavera, non è più autunno. “L’inverno è cessato… I fiori sono apparsi nelle nostre contrade… Sorgi, amica mia!” [383]
3L’amore di fusione è alto. Altissimo, sul vertice di quell’altezza, è “l’amore di compartecipazione”. Nel primo ti annulli, con la tua personalità umana, nel tuo Amato. Nel secondo ti sostituisci al tuo Amato, lo circondi: Egli è l’anima, tu la veste dell’anima, e senti in questa tua veste le pene del tuo Amore mentre, nel tuo interno, Egli grida le sue torture spirituali e morali e te le fa note, così come il pensiero che fa note alla carne le impressioni della mente, e ricevi le impressioni materiali.
L’amore di compartecipazione[384].
4È l’amore di compassione. Di con-passione. Ossia è la Passione vissuta dal Cristo e dalla adoratrice del Cristo.
5Questo t’ho fatto. E se ti ho introdotta nella “stanza dei vini” e l’odore di essi ti ha talmente inebriata da farti cadere come morta, sappi, diletta, che quel vino è il mio Sangue. È desso che empie la stanza del suo divino profumo e ti scende con esso nel cuore, sospendendo la vita per una più alta Vita, e ti sale con esso al pensiero, dandoti intuizioni e luci non più terrene, ma soprannaturali, ma divine, perché Io sono che parlo nel tuo pensiero, e non v’è di Me parola più divina di quella che parlano le mie torture di Redentore.
L’albero della Croce[385].
6 “All’ombra di Lui che desideravo mi sono assisa”. Ma quell’albero non è il melo carico di pomi, ma la mia Croce da cui pende un unico frutto: il tuo Cristo. Ebbene Io ne scendo, ne sono sceso, per “sostenerti” coi fiori della carità, per “confortarti” con le mie carezze, perché “tu languivi” di amore compassionevole.
L’albero della Croce[386].
7Cara, che t’amo per il tuo amore! Le tue lacrime nell’assistere al mio pianto, le tue lacrime nel sentire il fischiare dei flagelli, le tue lacrime nel vedermi cadere contro le pietre, e le altre che spargerai davanti alla mia estrema tortura e alla mia estrema desolazione, Io le ho già gustate, e furono a Me, insieme a quelle delle anime a te sorelle nell’amore di compartecipazione, più dolci di un vino saturo di miele. Esse erano nel calice che l’angelo m’offerse per mitigare l’amarezza del calice paterno, per corroborare la mia Umanità languente in una agonia crudele.[387] Egli, l’angelo del mio dolore, a confortare il mio spirito abbattuto, mi ha enumerato tutti i nomi di quelli che m’avrebbero amato, totalmente amato, sino a dividere le mie torture, e fra essi era il tuo nome, violetta, stellina, piccolo Giovanni, Maria, Maria mia. Grazie, anima che amo!
Consigli per la nostra guida.
Pesantezza della mente carnale.
8Sarei andato e andrei più adagio nell’immetterti nel mio soffrire. Ma occorre accelerare i tempi. Io so. Devo perciò affrettare le cognizioni. Anche se queste ti fanno stare tanto male precipitando in te in massa.
9E se qualcuno dice le parole già dette nel Vangelo[388]: “E non potrebbe Costui, che ha guarito il cieco nato, impedire che questa soffra?”, Io rispondo: “Ho bisogno del suo dolore per una grande opera”. Mi si potrà anche dire: “Perché non hai cominciato dai dolori preparatori, quanto meno dalla Cena? Perché non hai terminato con la Crocifissione?” Io rispondo: “Avevo bisogno che quest’anima fosse già intrisa di questo pianto. Per renderla più atta, più snebbiata, più purificata a vedere il Mistero ineffabile del mio morire per redimervi”.
All’altare non salgono gli impuri.
10All’altare non salgono, non dovrebbero salire, gli impuri ed i materiali. Ma se ai vostri altari essi possono ancora salire perché voi siete dei ciechi ed Io sono longanime, al mio altare, assistente alla mia Messa, non può venire che chi si è purificato coll’incenso dell’amore e coll’acqua del pianto ed ha annullato la carne sul rogo del sacrificio lasciando vivere unicamente lo spirito.
11Seguo dunque il mio metodo, non il vostro, e vorrei da parte vostra meno pesantezza nel desiderare certe spiegazioni su particolari così insignificanti, che hanno valore di curiosità e non di rivelazioni.
Inutili curiosità.
12Lasciate in pace il mio Giovanni. Non può quest’anima, che vede torturare il suo Gesù, occuparsi e preoccuparsi di guardare per riferire se Caifa ha la barba quadrata o a punta, se Erode è vestito di rosso o di giallo, se Pilato è alto o basso e dire magari di quanti centimetri è più basso di Me, se la sala del Pretorio è lunga o corta, quadrata o rettangolare. Se voi vedeste torturare la persona che più amate, vi occupereste del primo che passa? No. Guardereste unicamente il vostro caro, o chiudereste gli occhi per non vedere nulla. Non guardereste il vestito di una donna, la statura di un passante, il naso di un altro.
13A posto, uomini, a posto, quando si svelano le torture di un Dio. E questo valga anche per le altre rivelazioni.
Le facoltà del “portavoce” di Gesù.
14Il mio piccolo Giovanni guarda Me, guarda Maria. Non ha occhi per altro. E se può, all’inizio di una visione, descrivere l’ambiente o la natura, una volta che Io o mia Madre cominciamo a svelarci perde la facoltà di vedere ciò che non è Noi. E solo Noi, per chiarezza vostra, lo richiamiamo su un episodio secondario, come una veste, un gesto, un mutamento di luce, di quanto è sfondo e contorno alla scena. Altrimenti il “portavoce” non vedrebbe più nulla, tolti il Cristo o Maria, o il Santo di cui si tratta.
15Questo per vostra guida e per tranquillità del mio piccolo Giovanni che è già fin troppo preso, preso oltre le sue forze, per potere, e d’altronde non potrebbe, averne altre per soddisfare alle inutili curiosità.
16Ed ora vieni, anima mia. Vieni con Me. Chiudi gli occhi al mondo ed aprili dove Io ti dico, e guarda. Guarda e riposa. Ora è beatitudine. Questa sera farò più lucida la visione e la scriverai. La mia benedizione è su te.»
Dolce lamento e soave consolazione.
17Oggi non è venuto chi doveva venire.
18Alle 12,30, quando sono stata certa che non sarebbe venuto, mi sono lamentata dolcemente con Gesù: “Ah! Signore! Oggi niente Messa alla radio e niente Pane alla mia fame spirituale. E lo attendevo tanto questo mattino per questo e per quella!”. E Lui: “Non importa. Bacia la mia Mano. L’Eucarestia è Carne ma è anche Sangue, e la mia Mano è rossa di sangue”.
19E ho fatto la Comunione così… e son beata.
[Seguono, dell’opera sul Vangelo, il primo brano del capitolo 106, l’intero capitolo 101, e i restanti brani 2-13 del capitolo 106.]
323. Gesù e la Madre[389].
La Madre del Messia Gesù.
Gesù avanza in cerca di un luogo solitario.
1E ancora una dolce visione, per quanto mescolata di lacrime.
2Vedo una conca erbosa appena lievemente ondulata. Delle colline salgono dietro ad essa, placide colline dai dossi erbosi e verdi che salgono dolcemente. In basso, alla destra di come io mi trovo, ossia con la fronte volta a nord, vedo il bel lago di Tiberiade così puramente azzurro. La conca in cui mi trovo sembra essere ai piedi di queste colline, non proprio a valle ma appena sopraelevata di qualche poco sulla pianura, prima ondulazione delle retrostanti colline.
3Che luogo sia non so. In Galilea certo. Qui non vi sono case. Il paese è più in basso e più prossimo al lago. Pare un posto di sufficiente importanza perché è piuttosto vasto e con case già pretenziose nel loro aspetto.
4Gesù è qui che avanza. Solo. Cerca un luogo fresco e solitario e vi si siede.
5Direi che è ancora estate sebbene volgente all’autunno, perché nelle coltivazioni sparse per la campagna le vigne hanno uva matura sui tralci e già le foglie della vite si accartocciano ed ingialliscono qua e là, bruciate dal sole estivo che ora è al tramonto e sta abbassandosi dietro alle creste delle colline. Il lago è già in ombra. Il posto dove è Gesù non ancora, perché più elevato.
6Gesù siede e pensa. È vestito come al solito di bianco col manto azzurro. Tiene le mani congiunte appoggiate coi gomiti sui ginocchi e sta lievemente curvo in avanti cogli occhi fissi sull’erba che ha ai piedi. Dentro per dentro[390]solleva lo sguardo e lo gira intorno: sul paese, sul lago, sull’arco delle colline. Ma è evidente che è una mossa macchinale. Egli segue il suo pensiero e non vede ciò che ha davanti.
La Madre dell’evangelizzatore.
7Dalla vietta, un largo sentiero fra il verde, per la quale è salito Gesù, salgono ora Maria con Giovanni. Il discepolo porta anche una bisaccia e aiuta Maria quando trovano qualche ostacolo di pietroni o di piccoli rii, quasi asciutti, da valicare.
8Quando sono vicini qualche metro, Giovanni chiama: “Maestro!”. Chiama due volte e, quando Gesù si volge, Giovanni col suo bel sorriso aggiunge: “Ecco tua Madre”. E la scorta sin presso Gesù deponendo la sacca sull’erba. Poi saluta e se ne va.
9Gesù rimane con la Madre. Si sorridono, si carezzano, si siedono sul ciglio scelto da Gesù per sedile, l’uno presso l’altra.
10Maria è vestita molto di scuro. Azzurro cupo e ammantata come nell’altra visione.[391] Direi che da quando è la Madre dell’Evangelizzatore Ella ha reso ancor più austero il suo abito.
11Maria, dopo le prime parole di mutuo affetto, apre la sacca e ne trae pane fresco, frutta e un favo di miele. E offre tutto al Figlio dicendo: “È delle nostre api, della nostra casa. Mangialo, Figlio”.
12Gesù sorride e spezza il pane croccante e lo mangia con un poco di miele.
13Intanto Maria estrae gli altri suoi tesori. Sono indumenti freschi per il suo Gesù. Li svolge dal telo in cui sono avvolti e li mostra al Figlio. Poi ripone tutto con cura e si assorbe a guardare Gesù.
La Madre dell’uomo-Dio.
14Lo guarda col suo sguardo così dolce, così adorante, così rispettoso. L’amore emana e tremola, come la luce su un mare al tramonto, da tutto il suo volto, le fa umidi gli occhi e sorridente il labbro. Ma un infinito rispetto lo contiene e, se non fosse Gesù che dopo aver mangiato le si siede ai piedi, sull’erba, e le appoggia il capo sui ginocchi, come un bambino, Ella quasi non oserebbe carezzarlo dopo il primo bacio di saluto.
15Ma Egli è lì, Figlio, per la sua Mamma, Figlio della sua Mamma, ed Ella lo carezza sul capo, sui capelli lunghi e morbidi. La manina di Maria indugia, bianca su quell’oro acceso, sfiora la bella fronte del Salvatore come un’ala o un petalo di fiore. Vedo che l’espressione assorta di Gesù si rischiara come se la mano della Mamma mettesse in fuga i crucci che lo rendevano pensoso e triste.
16Parlano poco, nulla. Riposano. Riposano il loro cuore nella vicinanza reciproca.
Reciproco amore.
17Poi Gesù si mette a parlare. Parla del suo ministero perché Maria vuole sapere. E interroga, perché anche Lui vuole sapere. Alla Mamma premono i particolari circa la missione del Figlio, per paragonarli al molto bene e al molto male che le è stato riportato. Al Figlio premono i particolari circa la vita che fa la Mamma ed al come la trattano parenti, amici, discepoli e popolo.
18Ma, a giudicare in base ai vangeli,[392] studio di Gesù è di velare l’astio pericoloso che lo circonda e lo raggiunge attraverso il baluardo dei discepoli fedeli, e ciò per non affliggere la Madre. E scopo di questa è di rassicurare il Figlio che Ella non manca di niente e che il rispetto e la pace la circondano. Sono due amori che vogliono risparmiare l’uno all’altro la cognizione del loro soffrire.
Il Figlio non ha segreti per la Madre.
Progetto di evangelizzazione.
19Ma Gesù mostra di sapere che a Nazareth gli si è sempre ostili e che non poche pressioni sono state fatte a Maria in tal senso. E conclude: “Ma non importa. Io, ora, non tornerò più in Galilea. Vado in Giudea. La festa dei Tabernacoli[393]è vicina. Salgo al Tempio. Poi resterò per quelle contrade, percorrerò ancora una volta la Samaria, lavorerò dove c’è più bisogno di lavorare. Per questo, Madre, ti consiglio a prepararti a raggiungermi al principio di primavera, a stabilirti presso Gerusalemme. Ci vedremo con più facilità. Io salirò sino alla Decapoli ancora qualche volta e ci vedremo ancora. Ma poi… resterò in Giudea. Gerusalemme è la pecora più bisognosa di cure perché in verità è più cocciuta di vecchio montone e più rissosa di capro inselvatichito. Vado ad effondervi la Parola come rugiada che non si stanca di cadere sulla sua aridità. Quando verrai in Giudea portami, Mamma, la mia veste più bella, quella rossa che m’hai tessuta per le feste solenni. A Gerusalemme devo essere ‘Maestro’ e nel senso più vasto, poiché quegli spiriti chiusi e ipocriti guardano l’esterno più che l’interno, la veste più che la dottrina”.
Gesù non ha segreti per Maria.
20Maria non si inganna sulla verità di questo desiderio. Si alza, poiché anche Gesù si è alzato, e con la sua mossa abituale appoggia le mani congiunte al braccio di Gesù ed esclama: “Figlio!” con tale accento che mi fa soffrire.
21Gesù la stringe al suo cuore. Ed Ella piange sul cuore del Figlio. Sente che è vicina l’ora del supremo dolore.
22Gesù le parla: “Mamma, ti ho voluto parlare di questo in quest’ora di pace. Ti affido il mio segreto. Nessuno dei discepoli sa che non torneremo più da queste parti sino a che tutto sarà compiuto. Ma tu… Ma per te Gesù non ha segreti, Mamma. Non piangere. Ancora molte ore abbiamo di essere insieme. Per questo ti dico: vieni in Giudea. L’averti vicina mi compenserà della fatica della più difficile evangelizzazione a quei duri di cuore che fanno ostacolo alla Parola di Dio. Vieni con le discepole. Mi sarete tanto utili. Giovanni provvederà all’asilo per te. Ora, prima che egli torni, preghiamo insieme. Poi tu vai al paese, ed Io pure verrò nella notte”.
23E rivedo la preghiera di Gesù a Maria, ritti l’una presso l’Altro, in vera comunione col Padre.
24Poi Gesù resta solo, perché Maria se ne va con Giovanni, e continua a pregare ed a pensare, nella stessa posa ed espressione dell’inizio di questa visione, mentre le ombre si fanno folte intorno a Lui.
La Trinità nel cuore dell’uomo giusto
Preghiera dei fedeli a Maria.
25Dice poi Maria, rispondendo ad una mia preghiera sgorgatami dal cuore dopo che avevo detto quella scritta sotto l’immagine del Cuore immacolato: “Nostra tenerissima Madre, svelateci i segreti del vostro Cuore immacolato. Fate che un vostro raggio dolcissimo e puro penetri i nostri cuori e li trasformi e li prepari alle divine visite dello Spirito Santo”. Io avevo aggiunto: “Sì, Mamma di Gesù e mia, svelami i segreti del tuo Cuore e prepara il mio con la tua luce”.
Abitazione della Trinità nei cuori.
26E Lei: «Ti ho immessa nel mio Cuore di cui ti ho fatto conoscere le gioie e le lacrime. Ti ho trapassata nel cuore con il raggio della mia carità per renderti atta a comprendere la voce del mio Figlio e le luci del divino Spirito. Poiché, senza le luci del Paraclito, buio e silenzio resta nei cuori. È sempre lo Spirito, di cui sono Sposa, Quello che vi fa comprendere la Verità e vi santifica a Dio. Il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo devono essere nei vostri cuori perché possiate comprendere i segreti di Dio nelle sue triplici manifestazioni di Potenza, Redenzione, Amore. Il Padre è sempre presente nei suoi figli veri con la sua Bontà, il Figlio con la sua Dottrina e lo Spirito con la sua Luce, perché mai Esso è assente dove è santificazione, e la parola del mio Gesù è santificazione permessa dal volere del Padre che vi ama.»
324. L’Ultima Cena[394].
La Pasqua ebraica.
Il tavolo aparechiato.
1Entra nel cenacolo, ora tutto preparato[395].
2Il tavolo è ricoperto di tovaglia e stoviglie. Presso i bacili e le anfore sono anche delle salviette per asciugarsi le mani. Sulla credenza sono posti i pani azzimi e le vivande. Ossia l’agnello arrostito, posto su un grande vassoio, e delle specie di insalatiere con dei radicchi. Il pane azzimo sembra una focaccia piuttosto pallida e pochissimo alta: due dita.
3Gli apostoli dànno gli ultimi tocchi ai preparativi. Portano delle anfore sulla tavola e una grande coppa la mettono davanti a Gesù insieme a dei pani che mettono qua e là. Uno è presso la coppa.
Il posto dei commensali.
4Gesù va al suo posto. Al centro della tavola, avente alla sua destra Giovanni, alla sinistra Giacomo. Dopo Giovanni viene Pietro. Dopo Giacomo, Andrea. Di fronte, Gesù ha l’iscariota, il quale ha vicino uno che non conosco. Dopo questo sconosciuto è Giuda Taddeo. Insomma, i commensali sono sette nel lato della tavola che volge le spalle alla porticina, e sei nel lato che la guarda. Gesù volge le spalle alla porticina.
Consumazione del cibo del rito pasquale ebraico.
5Prima di iniziare la Cena intonano una preghiera, che si potrebbe dire cantata perché è detta su un motivo corale. Poi Gesù prende il pane e, tenendolo sulle palme delle mani, lo offre al cielo. Versa il vino nella coppa e prende a due mani questo largo calice e lo alza, offrendolo come il pane. Poi taglia l’agnello e lo distribuisce.
6I primi bocconi li mangiano in piedi e a turno attingono dalle insalatiere i radicchi, li intingono in una specie di brodetto rossastro che è in piccole coppe e li mangiano. Poi si siedono e la cena continua dopo che hanno bevuto tutti un sorso alla grande coppa posta davanti a Gesù, che la fa circolare cominciando da Giovanni, poi Pietro e così via.
La Pasqua cristiana.
Discorso d’introduzione.
7Gesù, molto triste, dice: “Ho ardentemente desiderato di mangiare con voi questa Pasqua, perché mai più ne gusterò finché non sia venuto il regno di Dio. Allora nuovamente Io mi assiderò con gli eletti al banchetto dell’Agnello, per le nozze dei viventi col Vivente. Ma ad esso verranno solamente coloro che sono stati umili e mondi come Io sono. Venite, che Io vi purifichi. Sospendete il pasto. Vi è qualcosa di più alto e necessario del cibo dato al ventre perché si empia, anche se è cibo santo come questo del rito pasquale. Ed è uno spirito puro, pronto a ricevere il dono del Cielo, che già scende per farsi trono in voi e darvi la vita. Dare la Vita a chi è mondo”.
Lavanda dei piedi.
8E Gesù si alza in piedi, si leva la veste rossa; il manto se l’era già tolto, come tutti, a l’aveva collocato sul cassapanco. Va a questo, versa dell’acqua in un bacile, cinge sopra la tunica uno di quei purificatoi che erano là piegati, porta il bacile in mezzo alla stanza, sul davanti della tavola, a mette uno sgabello davanti ad esso.
9Gli apostoli, che hanno guardato stupiti i preparativi, sono perplessi e Pietro dice: “Maestro, ci siamo già purificati”.
10“Non importa. La mia purificazione servirà a chi è già puro ad esser più puro”.
11E comincia dall’iscariota a lavargli i piedi stando dietro al lettuccio-sedile e immergendo i piedi uno per uno nel bacile posto sullo sgabello. Gesù è in ginocchio. Giuda lo guarda con uno sguardo turbato, sbieco.
12Gesù fa il giro della tavola così, da destra. Quando arriva a Pietro questo scatta. Si ribella. Ma Gesù lo placa e gli lava con tanto amore i piedi dicendo: “Simone, Simone! Tu hai bisogno di quest’acqua per la tua anima e per il tanto cammino che devi fare. Se non ti lavo non puoi aver parte nel mio regno”.
13Pietro, sempre impulsivo, grida: “Ma lavami tutto, allora, Signore: i piedi, le mani, il capo!”.
14Giovanni si è già slacciato i sandali e mentre Gesù lo lava si curva e bacia il Maestro sui capelli.
15Il giro finisce infine, e Gesù mette in un angolo il bacile, si slega l’asciugatoio e lo pone presso il bacile, va al suo posto, prende la veste rossa e se la mette di nuovo aggiustandola alla vita con la cintura. Mentre sta per sedersi dice: “Ora siete puri, ma non tutti. Solo coloro che ebbero volontà d’esserlo”. E guarda per un attimo Giuda, il quale si dà un contegno parlando col vicino.
16La Cena continua. Naturalmente vedo che bevono ma non so se ciò rientri nel rito. Bevono, non so altro[396].L’agnello è consumato. Resta nel vassoio un poco di sugo.
Istituzione dell’Eucaristia.
17Gesù torna a versare vino nel calice, prende un pane. Benedice e offre questo e quello e spezza il pane in tredici parti, ne dà una per una agli apostoli, fa circolare il calice e dice: “Prendete e mangiate: questo è il mio Corpo. Fate questo in memoria di Me che me ne vado. Prendete e dividetelo fra voi: questo è il mio Sangue, questo è il calice del nuovo patto nel Sangue e per il Sangue mio che sarà sparso per voi, per la remissione dei vostri peccati e per darvi la Vita. Fate anche questo in memoria di Me”.
18La tristezza di Gesù è tanto palese che gli apostoli divengono tristi e silenziosi.
La comunione eucaristica a Maria.
19Gesù si alza facendo cenno a tutti di stare ai loro posti. Prende il calice e il 13° pezzetto di pane rimasto sul tavolo ed esce dal cenacolo. Porta alla Madre l’Eucarestia. La comunica con le sue mani. Quando Egli entra Maria è sola, in ginocchio, che prega. Il viso di Maria raggia nell’estasi eucaristica. Poi Gesù torna agli apostoli.
Discorso di addio.
Discorso eucaristico.
20 “Il nuovo rito è compiuto. Fate questo in memoria di Me” ripete. “Io vi ho lavato i piedi per insegnarvi ad essere umili e puri come il Maestro vostro, poiché vi dico in verità che come il Maestro tali devono essere i discepoli. Non vi è discepolo maggiore al Maestro, e se Io vi ho lavati voi dovete ugualmente farlo l’un l’altro, ossia amarvi come fratelli, aiutandovi l’un coll’altro, venerandovi a vicenda, essendo l’un l’altro d’esempio. E siate puri per essere degni di mangiare il Pane vivo disceso dal Cielo ed avere in voi e per Esso la forza d’essere miei discepoli nel mondo nemico che vi odierà per il mio Nome. Ma uno fra voi non è puro. La mano di chi mi tradisce è meco su questa tavola e non il mio amore, non il mio Corpo e Sangue, non le mie parole lo ravvedono e lo fanno pentito. Io lo perdonerei andando alla morte anche per lui”.
Il Traditore del Messia.
21Giuda con un sorriso dice: “Maestro, sono io quello?”
22“Tu lo dici, Giuda di Simone. Non Io. Tu lo dici. Io non t’ho nominato. Interroga l’interno ammonitore, la coscienza che Dio Padre t’ha data per condurti da uomo, e senti se t’accusa. Tu lo saprai prima di tutti”.
23Gesù parla con calma, quasi fosse una risposta accademica ad una questione propostagli. Ma gli altri sono in subbuglio. Si guardano l’un l’altro sospettosi.
24Pietro ha un viso poco raccomandabile. Guarda specialmente Giuda e Matteo; so che è quello perché l’iscariota lo ha chiamato, essi sono di fronte a Pietro che perciò li vede bene. Poi tira la veste a Giovanni, che udendo parlare di tradimento si è stretto al Maestro posando il capo sul suo petto per consolarlo facendogli sentire quanto l’ama, e gli dice piano, quando Giovanni si volge e si curva verso di lui: “Chiedigli chi è”.
25Giovanni riprende la sua posa amorosa e, volgendo lievemente il capo in su, chiede: “Maestro, chi è?”. Lo chiede in un sussurro impercettibile, e Gesù risponde ancor più piano parlandogli fra i capelli come glieli baciasse: “Quello a cui darò un pezzo di pane intinto”.
26E rotto da un pane ancora intero un boccone, lo tuffa nell’intingolo lasciato dall’agnello e, allungando il braccio attraverso al tavolo, lo offre a Giuda dicendo: “Prendi, Giuda. Questo a te piace”.
27Giuda, ignaro del significato di quel gesto che fa inorridire Giovanni, lo prende sorridendo come nulla fosse, un brutto sorriso ma sempre sorriso, e lo mangia.
28“Tutto è qui compiuto” dice Gesù. “Quello che resta ancora da fare altrove, fallo presto, Giuda di Simone”.
29Giuda si alza di scatto. Il suolo gli deve scottare sotto i piedi e lo sguardo di Gesù deve essergli insostenibile. O per lo meno, sostenerlo senza tradirsi deve essere faticosissimo. Saluta, si mette il manto, sale la scaletta, apre la porta ed esce.
Discorso d’addio[397].
30Gesù sospira come sollevato. Anche a Gesù doveva essere faticosissimo avere di fronte il traditore.
31E qui odo il resto delle diverse conversazioni e dell’ammaestramento finale del Maestro, così come lo porta Giovanni[398]. Vi sono unicamente diversità in qualche parola dovute ai traduttori, ma il senso è quello.
32Per quanto Gesù sia sempre mesto e solenne, è più sollevato di prima. Si muove con più spigliatezza, gira intorno uno sguardo più vivo, la voce è più forte. Quando dice la preghiera al Padre, in piedi, a braccia aperte, è trasfigurato. Gli apostoli lacrimano a capo chino.
33“Su, andiamo” dice Gesù. “Alzatevi”.
34Cantano un altro inno ed escono. Gesù in testa appoggiandosi a Giovanni. Dietro gli altri, fra cui uno con una torcia che ha acceso ad un becco della lumiera. La scena mi cessa qui.
325. Sulla via del Calvario[399].
Salita al Calvario (continuazione)
Gesù steso sotto la Croce.
1Mi ritrovo sulla via del Calvario, là dove Gesù è caduto. Al punto dove è finita l’altra contemplazione di venerdì 11.[400] Sono le 11 di oggi. Credo perciò d’essere nell’ora giusta del cammino di Gesù verso la vetta del Golgota.
2Gesù è ancora steso sotto la sua croce col volto nella polvere. I soldati parlano col Centurione. Questo decide di fare svoltare il corteo per una via più stretta, non selciata, che sembra girare il monte dall’altro lato, forse per rendere meno aspra la salita. È una strada formata dal piede dell’uomo più che dalla mano dell’uomo. Sale a elissi. È più lunga, ma meno ripida di questa che è rettilinea e che assale la cima con rapido dislivello.
3Rialzano Gesù e lentamente il corteo si mette in moto sempre seguito dalla plebe vociferante. Altra ne sale e si accoda da altri sentieri che partono dalla base del Calvario, provenienti da Gerusalemme o dalle campagne vicine.
Il lino della Veronica.
4Ad un certo punto, pochi metri dopo che Gesù ha ripreso il cammino, vi è fermo un numeroso gruppo di pie donne. Una ha in mano un’anfora. L’altra, e la riconosco per questo, ha presso una piccola servente con uno scrignetto sulle braccia e ne trae un morbido lino candidissimo di un metro quadro circa. Comprendo dalle vesti che sono ricche matrone di Gerusalemme, certo seguaci del Nazareno di cui hanno tanta pietà.
5La Veronica si accosta piangendo e offre il suo lino. Aiuta anzi il Redentore a stenderselo sul volto polveroso, sudato e sanguigno, cosa che con una mano sola, perché l’altra trattiene la croce, Egli potrebbe fare malamente.
6Le guardie romane vorrebbero respingere quel gruppo, ma poi lo lasciano passare attraverso il quadrato armato e giungere presso Gesù.
7Egli trova la forza di sorridere ancora. Si preme con la mano sinistra, libera, il lino sul volto e lo rende a Veronica; poi, con pause di affanno a voce afona, dice: “Non piangete su Me, figlie di Gerusalemme, ma sui peccati vostri e su quelli della vostra città. Piangete sui figli vostri, perché quest’ora non passerà senza castigo e rimpiangerete d’aver concepito e allattato, e piangeranno le madri di quel tempo, perché in verità vi dico che sarà fortunato allora chi cadrà sotto le macerie per primo”.
8Il corteo fa ancora qualche metro. Con sempre maggiore difficoltà, nonostante la salita sia da questo lato più dolce.
Prossimo a stramazzare.
9Il sole scottante del quasi mezzogiorno, e di un mezzogiorno temporalesco, deve fare soffrire molto Gesù battendogli sul capo scoperto e febbrile, esasperando le piaghe sotto la tunica di lana, aumentando la sua sete. Ma Egli tace. Barcolla come ubriaco e pare sempre prossimo a stramazzare, tanto che i soldati, per fare più presto e impedirgli di cadere, lo legano alla vita e per i due capi della corda lo tengono su, tirandolo a destra e a manca. Ma con poco utile e meno sollievo che mai, perché Gesù continua a barcollare e la fune gli sega la vita dove sono tante piaghe e urta nella croce, la quale per rimbalzo si sposta continuamente sulla spalla piagata e picchia nella corona spostandola continuamente e aumentando sgraffi a sgraffi e punture a punture. La fronte di Gesù ha un vero tatuaggio di ferite gementi sangue. Pare un lavoro di filigrana sparsa di scaglie di rubini. I capelli, là dove sono cinti dalla corona, sono appiccicati di sangue, crostosi; in essi si impiglia la corona e strappa. Tutto un tormento.
L’incontro con la Madre.
10Più oltre ecco Maria. È ferma contro il monte, addossata al terriccio della costa appena velata di erba corta e rada. Ma sta in piedi. Ha un volto di agonizzante, ma non manca di fortezza. Giovanni la sorregge per un braccio. Due o tre passi indietro è il gruppo delle Marie e di altre donne che non conosco.
11Maria va verso Gesù. I soldati la vorrebbero respingere per fare più in fretta a giungere alla cima. Ma in quel mentre il Centurione dall’alto del suo cavallo vede salire verso di lui, da una traversa, un uomo con un carretto tirato da un ciuco, carico di ortaggi. Sul carretto sono sdraiati due monelli. Si ferma e ordina che gli sia condotto, e quando l’ha vicino gli ordina di caricarsi della croce del Condannato e si volge per indicarglielo. Vede perciò Maria respinta dai soldati e ne ha pietà. Ordina sia lasciata avvicinare.
12Il Cireneo nicchia ma ha anche paura delle guardie romane e si rassegna a malincuore. Giunge presso Gesù proprio nel momento che Egli, curvo sotto il peso della croce, si volge vedendo la Madre a grida: “Mamma!”. È la prima parola che gli odo e che esprime invocazione, lamento, confessione di dolore. Vi è tutto in quel “Mamma!”.
13Maria vacilla, quasi quel grido l’avesse colpita al cuore come una pugnalata. Risponde con voce straziata: “Figlio!”. Niente altro. Ma quel lamento fende l’aria e i cuori meno crudeli. Vorrebbe anche – ne ha l’impulso ma si frena come temesse un più vivo scherno della folla che già insulta e deride – vorrebbe anche abbracciare il Figlio. Ma dopo aver teso le braccia le lascia ricadere e lo guarda soltanto.
14Ed Egli, torcendo il capo sotto il giogo della croce che lo schiaccia, guarda Lei. Due torture che si intrecciano, due amori che si parlano, due pietà che si compatiscono attraverso gli occhi lavati di pianto dell’Una e velati di spasimo dell’Altro.
Il Cireneo.
15Il Cireneo sente qualcosa che si muove nel suo cuore di padre, e senza più esitare solleva con delicatezza la pesante croce e se la mette sulla spalla. E il corteo si rimette in moto.
16Maria con le pie donne non lo segue. Attende che passi e, sorretta da Giovanni, prende una scorciatoia per giungere alla cima prima che giunga il corteo.
17La contemplazione mi cessa qui.
326. La crocifissione e la deposizione[401].
L’arrivo alla cima del Calvario.
La cima del calvario.
1Fra generali e fortissime sofferenze termino di descrivere la contemplazione che è stata ed è la mia tortura di oggi.
2Quando il corteo dei soldati e dei condannati giunge sulla cima del Calvario, essa è già invasa dalla folla che vi si è riversata dalle scorciatoie per avere un buon posto per l’ultimo atto della tragedia. Ma i soldati respingono la folla usando di piatto le daghe e rendono libera la vetta.
3Questa ha la forma di un trapezio molto irregolare ed è lievemente in salita, di modo che il lato più alto e stretto strapiomba poi per la pendice. Non riesco a capire il punto cardinale perché il sole cade a perpendicolo, dato che è mezzogiorno, e non mi oriento.
4La piccola piazza che è destinata ai supplizi è fatta dunque così:
5Il lato A il più alto ed è verso questo che ci sono i buchi delle croci. Questi non sono scavati al momento, ma sono come costruiti: buchi fondi un buon metro e tappezzati di mattoni, se non erro, o di ardesie per renderli più resistenti. Vicino ad ognuno vi sono pietre e terra, non so per che uso. Vi sono altri buchi, ma in questi sono ancora pietre nel buco; forse servono per quando i condannati sono molti.
Le strade che conducono alla cima.
6Le due strade che conducono alla cima sono dove ho fatto la freccia: f, e la linea quadrettata: e. La linea quadrettata èè la strada lastricata e più ripida che hanno dovuto abbandonare per la debolezza di Gesù, e si capisce che è quella solitamente usata per condurre i suppliziandi al posto dell’esecuzione. La strada f è invece quella ad uso della folla che va ad assistere alle esecuzioni. Ma questa volta è stato invertito l’ordine solito.
7Lungo il lato D del trapezio, e più basso di questo di circa due metri, vi è come un largo bastione naturale: una seconda piazzuola più bassa e digradante dolcemente, molto comoda agli spettatori macabri. Vi si accede tanto dalla strada e come dalla strada f. Anche ai lati C e B vi è una specie di largo marciapiede, di modo che il trapezio della cima è come un palcoscenico visibile da tre lati. Solo sul lato A scende ripido senza gradini.
8È su questa piazzuola che i soldati respingono la folla che ha invaso la cima. Sono i soldati a piedi quelli che fanno questo servizio. Quelli a cavallo circondano i condannati e aspettano che la cima sia liberata.
Il gruppo delle pie donne.
9Sullo spiazzo più basso, presso il punto che segno con la lettera h, sono in gruppo Maria, Giovanni e le Marie. Vicine, ma un poco più là, il gruppo delle donne di Gerusalemme ridotto a 5 donne. Non c’è più la Veronica con la sua ancella.
10I giudei che sono sulla cima scoprono il gruppo dei galilei e si dànno ad insolentire: “Galilei! Galilei! A morte i galilei! Morte al Nazareno bestemmiatore!”. Non hanno pietà neppure della Madre. Giovanni la sostiene circondandola di un braccio come per difenderla e lancia qua a là, egli, il mite Giovanni, degli sguardi in cui al dolore si mescola la minaccia verso i vili insultatori. Poi arrivano i soldati e respingono tutti giù dalla cima.
Gesù arriva alla cima del calvario.
11Il Centurione smonta da cavallo e smontano gli altri. Un soldato prende le briglie dei cavalli, le annoda e porta il gruppo delle bestie dietro il costolone del monte, lato B, all’ombra del medesimo. Gli altri si avviano verso la piazzuola superiore. Mentre il Centurione sta per passare, le donne di Gerusalemme si avvicinano e la più influente gli dà l’anfora che ha seco e, mi pare, anche una borsa con del denaro, forse perché sia mite verso il Morente. Non so.
12Gesù passa ancora una volta sotto lo sguardo angosciato della Madre e sale sulla piazzuola più alta, che i soldati circondano subito di un quadrato di milizia messo lungo l’orlo della stessa. Al centro sono i tre condannati e il Cireneo con la croce di Gesù. Il Centurione dà ordine allo stesso di deporre la croce e di andarsene. I due ladroni hanno già scaraventato al suolo le loro.
13Non so da dove sbucati, appaiono quattro nerboruti ceffi vestiti di corte tuniche, armati di funi e di chiodi che me li significano per essere i boia destinati alla bisogna.
14Il Centurione offre a Gesù l’anfora perché beva prima d’essere crocifisso. Ma Gesù scuote il capo. Non ne vuole. Bevono invece i due ladroni.
15Viene dato l’ordine ai condannati di levarsi le vesti. I due ladroni lo fanno liberamente, imprecando. I boia dànno ad ognuno un sudicio straccio perché se lo leghino all’inguine.
16Lo offrono anche a Gesù che si spoglia con mosse lente, per lo spasimo delle ferite e del suo pudore offeso. Ma la Madre ha già prevenuto il gesto dei carnefici e, levatosi il velo bianco, sfilandoselo da sotto il manto senza levare questo dal capo, lo fa dare da Giovanni al Centurione perché lo passi a Gesù. Cosa che Longino fa senza recalcitrare.
Il velo di Maria a Gesù.
17Gesù, dopo essersi slacciato i sandali e sfilato le vesti, quando giunge a doversi denudare del tutto si volge verso il lato A del trapezio, dove sono unicamente i soldati, per non mostrarsi nudo alla folla. Appare così la schiena tutta rigata di lividi e vesciche bluastre e di piaghe aperte o dalle croste sanguinose. Quella sulla spalla destra è larga quanto una mano ed è tutta viva di sangue. Ma nel chinarsi per mettere le vesti al suolo, anche altre piaghe dalla crosta appena saldata si riaprono e, caduto il coagulo che le copriva, sangue fresco ne sgorga di nuovo.
18Il Centurione offre il velo di Maria a Gesù. Ed Egli, che lo riconosce, se lo avvolge, questo lungo e sottile velo di Maria, a più riprese intorno al bacino assicurandolo bene perché non possa cascare. Poi si volge verso la folla e si dirige alla croce.
19Ora si vede che anche il petto, le braccia, le gambe, sono segnati dai colpi dei flagelli. Le ginocchia sono sanguinanti per le cadute. È tutto una ferita. E mancano ancora le più crudeli.
La Crocifissione.
Inchiodato sulla Croce.
20Egli è l’ultimo ad essere messo sulla croce. Prima vengono legati alle rispettive i due ladri, fra bestemmie e ribellioni oscene. Poi è la volta di Gesù. Egli si stende mite sul suo legno. Mette il capo dove gli dicono di metterlo, apre le braccia come gli dicono di farlo, stende le gambe come gli ordinano. Ora è una lunghezza bianca sul marrone chiaro della croce e sul giallastro del suolo.
21I carnefici vengono a Lui. Due gli premono sul petto per impedirgli di reagire. Uno gli prende il braccio destro: una mano sul principio dell’avambraccio e una che tiene le dita. Osservano se corrisponde il carpo al buco fatto nella croce. Va bene. L’altro appoggia il lungo chiodo, lungo e molto grosso, dalla punta acuminata e dalla testa larga come un soldone dei tempi passati, sull’inizio del palmo, alza il pesante martello e dà il primo colpo. La punta del chiodo penetra nella carne viva, perfora l’osso, lede i nervi.
22Gesù ha un grido e una contrazione. Non si aspettava quel colpo così immediato, o non ha saputo frenare lo spasimo. Risponde un gemito di creatura torturata. È Maria, che si porta le mani al viso e si curva come piegata da un peso inumano. Gesù non grida più. Si sentono solo i colpi del ferro contro il ferro. La mano destra è inchiodata.
23Passano alla sinistra. Non corrisponde col suo carpo al foro. Allora dànno di piglio alle funi, legano il polso e tirano fino a strappare i tendini e i muscoli ed a slogare le giunture. Ma non arriva ancora. Si rassegnano ad inchiodare dove possono. Il chiodo entra nel metacarpo con più facilità ma con maggiore spasimo perché recide i nervi. Pure Gesù non grida più. Per non torturare col suo grido la Madre. Ha soltanto un lamento soffocato dalla bocca fortemente serrata.
24Ora è la volta dei piedi. Alla croce è stato fissato da prima un piccolo cuneo che è destinato ad essere di puntello ai piedi e di maggior presa al chiodo, che è ancora più lungo di quello delle mani e più grosso. Gesù, che non grida ma è tutto una contrazione di spasimo, ha il moto istintivo di ritirare le gambe quando comprende che stanno per essere inchiodate. Ma poi si abbandona ai carnefici. Sotto il piede sinistro e sopra il destro. Uno dei boia preme sui malleoli per tenerli fermi e preme verso le dita per tenere appoggiati i piedi, bene aderenti al cuneo. E il chiodo entra faticosamente nell’uno e l’altro piede dove ha inizio il tarso.
25Gesù vibra di spasimo. Maria ad ogni colpo del martello ha un soffocato gemere di colomba torturata e sta tutta curva, come fosse fra doglie di morte. Ne ha ragione, perché la crocifissione è tremenda. Ogni colpo sembra che entri col suo chiodo nel cuore.
26Ora è terminata. Viene per prima issata la croce di Gesù. Nelle scosse impresse per alzarla Egli deve soffrire atrocemente, perché esse smuovono gli arti perforati intorno al ferro del chiodo; le ferite devono bruciare come fuoco vivo. Anche la corona ha urti e si sposta e preme in nuovi posti.
27Ma quando poi la croce viene alzata, trascinata sino al buco e lasciata cadere in esso, la sofferenza di Gesù cresce in atrocità. Tutto il peso del corpo gravita ora in avanti e verso terra e quando vi è l’urto del legno contro il fondo del buco le mani si squarciano, specie la sinistra, e si allarga anche il foro dei piedi e sangue cola da tutti i lati, mentre tutto il corpo riceve una forte scossa che lo rintrona.
28Con la terra e le pietre messe al fianco del foro i carnefici assicurano la croce, la rincalzano per bene, premono il suolo. Poi issano i ladroni. E l’agonia finale comincia.
29La folla urla e impreca, non tanto ai ladri quanto a Gesù. Mostra i pugni, lo maledice, lo schernisce. In basso, i soldati si dividono le spoglie dei condannati e per ingannare il tempo giuocano a dadi la tunica. Poi continuano a giocare come niente fosse.
Maria e Giovanni ai piedi della Croce.
30Longinono. Guarda. Nel guardare intorno vede Maria nel suo cantuccio del balzo sottostante e dà ordine che sia fatta salire, se lo desidera, “col figlio che l’accompagna” – dice così Longino – presso la Croce. Crede che Giovanni sia un secondo figlio e fa il profeta senza saperlo. E Maria valica con Giovanni il cordone dei soldati. Lei sola e Giovanni. Maria Maddalena, Maria di Cleofa, Maria di Zebedeo e le altre restano dove sono.
31La Mamma, sorretta da Giovanni, va alla sua gloriosa berlina. Il popolo non la risparmia, e non la risparmia il ladro cattivo. Disma no. La Grazia comincia ad operare in lui. Non impreca più. Dalla sua croce guarda, osserva Gesù, riflette.
Le croci sono messe così:
32Maria è fra la croce del Figlio e quella di Disma, volta verso Gesù di cui nota ogni fremito e ne muore.
Le torture delle membra.
33Gesù parla ben poco. Anela. Il suo corpo cerca trovare una posizione di sollievo, alleggerendo il peso che grava sui piedi sospendendosi alle mani e facendo forza di braccia. Ma dopo pochi minuti le ferite alle mani ed il peso del corpo lo obbligano a riabbandonarsi sui piedi.
34Vedo le gambe scosse da quel tremito che prende i muscoli quando sono tenuti in una posizione scomoda, sforzata, ed obbligati ad una fatica superiore alle loro possibilità. Le dita dei piedi si arcuano alternativamente verso il dorso e la pianta, si divaricano, si riuniscono, parlano, con le loro mosse, del loro spasimo.
35Le mani e le braccia pure hanno dei tremiti, specie la destra. La sinistra è ripiegata su se stessa, come se tutti i nervi delle dita fossero spezzati. Ogni volta che Gesù si lascia ricadere sui piedi, la lacerazione del metacarpo sinistro si allarga verso il pollice.
36Ma quello che è straziante a vedersi è il moto del torace, del tronco. Le coste, molto alte per conformazione e per la posizione assunta sulla croce, si disegnano sotto la pelle maculata dai flagelli e tesa nello sforzo della posizione e nell’ansito affannoso. Ma non si dilatano ancora abbastanza per dare sollievo alla pletora di sangue dei polmoni e del cuore. E anche l’addome stirato, incavato, di quel povero corpo snello e piuttosto magro, va su e giù come un velo che sbatte.
37Il diaframma ha fremiti che si ripercuotono a tutto il tronco e sono visibili sotto l’arco costale, fortemente più alto della linea diaframmatica. Si vede l’urto della punta del cuore propagarsi da sotto la mammella sinistra sin verso la milza e la linea mediana del petto.
38Le reni sono fortemente incavate nello sforzo della posizione e la schiena aderisce perciò fortemente colle ossa del bacino e con le scapole.
39Il collo dal giugulo sprofondato ha per compenso le carotidi gonfie e bluastre, e rossore di congestione monta al capo su cui il sole picchia liberamente, inietta gli occhi di sangue, fa le labbra tumide e fin violacee tanto sono accese sotto le loro sanguinanti screpolature. Il labbro superiore ha la crosta della ferita, avuta appena catturato, e dallo zigomo destro al naso è una grande lividura ed enfiagione che fa parere fin deviato il naso e semichiuso l’occhio.
40La corona di spine deve essere torturante. Ogni tanto Gesù si appoggia col capo al legno, specie quando cerca di far forza sui piedi per sollevare lo spasimo delle mani. E allora le spine penetrano nella nuca.
41Oh! non si può vedere tutto ciò!…
42La sete deve essere fortissima. Il Salvatore, che per l’ansito respira con la bocca socchiusa, ogni tanto tenta umettarsi le labbra arse con la lingua. Ma è asciutta anche questa.
Agonia e morte del Salvatore.
L’agonia della Grande Vittima.
43Pure trova il modo di pregare il Padre che perdoni a tutti: “Padre, perdona loro”.
44Questa preghiera, detta fra tanto martirio per chi lo martirizza, scuote Disma. È il colpo finale della Grazia. Egli non può più neppure sentire le bestemmie dell’altro ladro e lo rimprovera, e si raccomanda a Gesù che riconosce Signore. E Gesù, volgendo a fatica il capo stanco, trova ancora un sorriso per confortarlo e promettergli il Cielo: “Oggi sarai meco in Paradiso”.
45Il cielo si incupisce sempre più. Ora nel caldo afoso vengono ventate fredde che passano rapide, ad intervalli, portandosi dietro un codazzo di nubi livide. Gesù appare ancora più livido nella luce verdognola che precede il temporale. La testa gli si china sul petto, le forze vanno mancando rapidamente.
46Vede sua Madre ai piedi della Croce con Giovanni. “Donna, ecco tuo figlio. Figlio, ecco tua Madre”.
47Maria raccoglie questa eredità del suo Gesù con un volto di martire. Ma si sforza di non piangere, di resistere, per dare coraggio al suo Gesù e non straziarlo col suo pianto.
48Le sofferenze crescono di minuto in minuto. La soffocazione si fa più intensa e più vivo l’affanno cardiaco. Il tetano comincia la sua opera paralizzante e spasmodica. Gesù muove la bocca con maggior fatica; le mascelle si induriscono. La schiena si curva più ancora. Il moto respiratorio è sempre più inceppato e il torace resta dilatato senza riuscire a ridursi nell’espirazione.
49La luce decresce rapidamente dando difficoltà di seguire gli spasimi del Morente. Solo chi è presso la Croce, come Maria, Giovanni e il Centurione, li vedono bene.
50A gran fatica, puntandosi ancora una volta sui piedi, tendendosi quasi per offrirsi, per muovere a compassione il Padre con l’esposizione di tutte le sue piaghe e della sua angoscia, lottando contro le mascelle contratte, le fauci arse, la lingua enfiata, le labbra indurite dalla secchezza, Egli grida: “Dio mio, Dio mio (Eloi, Eloi), perché mi hai Tu abbandonato?”.
51Ma nessuna luce viene dal Cielo. È l’agonia senza conforto soprannaturale. L’agonia della vittima, della Grande Vittima.
52Ora c’è un’oscurità come di prima notte. Gerusalemme scompare avvolta in nubi di polvere sollevata dal vento e nelle tenebre di una notte precoce. Il sole non c’è più. Pare morto. Mi sembra d’essere nella luce vista nella contemplazione della risurrezione finale[402]: una luce di astri spenti, una non luce.
53Gesù geme: “Ho sete”. Anche il vento lo tortura asciugandogli più ancora la bocca e impedendogli il respiro col suo violento soffio che gonfia i polmoni incapaci di reagire.
54Un soldato va ad un vaso, una specie di mortaio, dove è l’aceto col fiele, inzuppa una spugna e la alza su una canna sino al Morente, il quale apre avidamente la bocca, per quanto può, si tende in avanti, sporge la lingua, per avere un refrigerio. Trova il mordente dell’aceto per la bocca ferita e l’amaro del fiele per ultimo disgusto. Si ritrae ripugnato, accasciato. Si abbandona.
55Ora tutto il peso del corpo gravita sui piedi e in avanti. Solo le anche aderiscono alla croce. Dal bacino in su è tutto staccato dal legno. La testa pende in avanti e anela, anela con ansiti sempre più profondi, ma sempre più staccati, L’addome è già fermo. Solo il torace ha ancora dei sollevamenti. La paralisi polmonare si estende.
56Egli sente la morte e dice: “Tutto è compiuto!”. Lo dice con infinita rassegnazione.
57Un attimo di silenzio e poi, mormorata come intima preghiera: “Padre, nelle tue mani raccomando lo spirito mio”. Ancora un silenzio.
58Poi, alla luce crepuscolare, si vede l’ultimo spasimo di Gesù. Una convulsione che sale per tre volte dai piedi e corre per tutti i poveri nervi torturati, che alza per 3 volte l’addome, poi lo lascia, ed esso si affloscia come svuotato, contrae e gonfia per tre volte, smisuratamente, il torace, scuote le braccia, fa rovesciare indietro il capo che percuote un’ultima volta contro il legno la nuca coronata, contrae i muscoli del volto, fa dilatare le palpebre sotto la loro crosta di polvere e sangue.
La morte del Redentore.
59Resta per un buon minuto così: teso, tremante, arcuato; poi, con un grido che lacera l’aria, un grande grido, in cui è l’inizio di una parola: “Mamma”, Egli muore. La testa ricade sul petto, il corpo in avanti, il fremito cessa e cessa il respiro. È spirato.
60La terra risponde al grido dell’Ucciso col suo boato mentre il vento fischia, i fulmini rigano il cielo, il terremoto scuote il suolo. Pare che sia la fine del mondo. La gente urla di terrore e si abbranca l’una all’altra.
61Maria, finito il suo compito santo, cede Essa pure, e Giovanni la adagia ai piedi della Croce.
62I soldati si interrogano. Possibile sia già morto? Non si muore così presto, di solito.
63Mentre la folla fugge presa da terrore, rimanendo sul monte solo i soldati, Maria, Giovanni e le Marie, Longino dà la lanciata a Gesù, da sotto in su, da destra verso sinistra. Ma Egli è ben spirato. Non si muove. Geme solo siero e sangue. Geme. Non sgorga a fiotti, a nappo, come avrebbe dovuto accadere se si fosse ferito un cuore vivo. Manca il respiro e il battito per dare impulso al sangue ed esso, già separato, scola lentamente dalle carni che si raffreddano rapidamente.
64Sta col capo profondamente piegato sul petto, ed i capelli piovono in avanti velandolo. Lividore di carni su cui ondeggia il velo di Maria, alzato contro un cielo di pece sull’altare del Golgota a cui fanno da candelieri le croci dei due ladri ancora vivi. È una visione uguale a quella che per più mesi mi fu presente nella primavera del 1942.
Deposizione e sepoltura.
La deposizione dalla Croce.
65Vengono due giudei a parlamentare col Centurione. Gli chiedono il corpo. Longino chiama un soldato e lo manda a cavallo da Pilato per essere ben sicuro che il permesso è stato dato dal Pretore ai due giudei. Il soldato torna rapidamente. È vero.
66I carnefici fanno per salire sulle scale a schiodare il Cadavere. Ma Giuseppe e Nicodemo non permettono. Si levano i mantelli e salgono loro sulle scale con tenaglie e leve.
67Schiodano prima il palmo sinistro. Il braccio cade lungo il Corpo che pende ora semi-staccato. Chiamano Giovanni perché aiuti.
68I soldati sono andati via. I due ladroni, con le gambe spezzate, moriranno da loro. Non c’è più nulla da fare per le milizie. Esse si rimettono in drappello e si allontanano mentre i discepoli depongono Gesù dal suo patibolo.
69Dopo il braccio sinistro, mentre Giovanni montato su una scala sorregge il Corpo abbandonato di cui ha passato il braccio schiodato intorno al suo collo – e perciò vedo benissimo l’orrenda lacerazione della mano sinistra che sembra colpita da una pallottola esplosiva tanto è lacerata irregolarmente – e lo tiene così puntellato fra la croce e la sua spalla, e Gesù ha la testa curva sul capo del Prediletto come gli parlasse ancora fra i capelli, Giuseppe e Nicodemo schiodano i piedi.
70Maria è circondata dalle donne fedeli e, seduta al suolo, appoggia sé stessa alla Croce.
71Schiodati i piedi, passano al braccio destro. È molto faticoso perché il Corpo[403]semi-staccato, nonostante gli sforzi di Giovanni, gravita in avanti, e la testa del chiodo quasi scompare fra i margini della ferita che si è enfiata, in quelle tre ore, facendo orlo. Finalmente ci riescono e con cura, Giovanni abbracciando fortemente Gesù verso le ascelle, e Giuseppe e Nicodemo sorreggendolo per le cosce, calano il Corpo.
L’Addolorata.
72Giunti a terra, cercano dove adagiarlo. Ma la Madre lo vuole. Il suo grembo è pronto a riceverlo. Ha aperto il manto e sta con le ginocchia piuttosto aperte perché siano sedile più ampio al Figlio suo. La testa di Gesù spenzola mentre i discepoli si muovono e le braccia pendono verso terra.
73Eccolo dato alla Madre. Maria se lo appoggia contro la spalla, tenendolo col braccio destro contro il petto e col sinistro sorreggendolo alle anche. La testa di Gesù ora appoggia come se Egli fosse dormente sulla spalla della Madre, fra la spalla e il collo. Pare un bambino che si sia rifugiato in collo alla Madre. E Lei lo chiama, lo chiama… Poi lo stacca dalla sua spalla e, sorreggendolo sempre con il braccio destro, lo carezza con la sinistra, ne raccoglie le mani, glie le stende in grembo, le prende, le bacia e geme sulle ferite. Carezza le guance, lo bacia sui poveri occhi, sulla bocca socchiusa e enfiata, sulla fronte, e incontra le spine.
74I discepoli e le discepole vorrebbero aiutarla. Ma Lei non vuole. Geme: “No, no. Io, io!…” e si punge nel districare le spine dai capelli e singhiozza sentendo quelle spine che da almeno sette ore martirizzano il capo di Gesù. La corona è levata finalmente.
75La mano di Maria, che trema come presa da febbre, ravvia le ciocche sanguinose. Il pianto cade sul Volto, sul Corpo del mio Signore. E Maria, con un lembo del suo velo, che è ancora ai lombi di Gesù, lo deterge e asciuga levando così la polvere e le macchie che deturpano quel Viso e quel Corpo adorabile.
76Ma nel fare quella pietosa bisogna, la mano di Maria incontra lo squarcio del costato. Le sue dita entrano insieme al lino sottile in quella ferita. Maria, nella semiluce che appena sta tornando, si china a guardare e vede… Vede il petto aperto e il cuore del suo Figlio attraverso il taglio crudele. E urla ora la Madre. Un urlo di creatura sgozzata. È l’Agnella anche Lei e la spada le ha dato il colpo finale. Si abbatte sul corpo del Figlio e sembra morta Lei pure.
Trasporto verso il sepolcro.
77Poi le levano il Morto divino e lo avvolgono in un telo prendendolo per le spalle e per i piedi e, mentre le donne sorreggono Maria – portando anche la corona, i chiodi, la spugna e la canna, tutto quanto hanno potuto prendere seco – Giovanni, Nicodemo e Giuseppe scendono trasportando Gesù verso il suo sepolcro.
78Sul monte restano le tre croci, di cui una è ormai nuda.
79La visione mi cessa qui.
327. Ritorno al Cenacolo[404].
La Corredentrice.
Gesù rimane solo nel suo sepolcro.
1Giuseppe[405] spegne una delle torce che aveva acceso per vedere meglio nel sepolcro, dove già è molto scuro, e si avvia alla porta, all’apertura, tenendo accesa una sola torcia, con la quale si fa lume mentre insieme a Nicodemo fa scorrere la pesante pietra del sepolcro al suo posto[406].
2Maria, sorretta da Giovanni, singhiozza più forte. Ora Gesù è solo nel suo sepolcro, in mezzo all’ortaglia silenziosa e già un poco scura.
3Il gruppo si riunisce. E per poca via giunge alla casa da cui solo ieri sera erano partiti gli apostoli con Gesù vivo e bello. Entrano Maria, Giovanni e le donne. Mi ricordo ora di aver sempre dimenticato di dire che una delle donne del gruppo pietoso era la padrona di casa. Giuseppe e Nicodemo si ritirano.
Maria sola col suo ricordo di strazio.
4Maria entra nella stanza dove ventiquattr’ore prima era con Gesù. E piange. Le donne la confortano e Giovanni anche. Ma non c’è nulla che la conforti. Ha nelle mani il suo velo bruttato di sangue, e di quel Sangue, e lo bacia. Ha di fronte, su un tavolo, la corona di spine ed i chiodi e pochi altri oggetti appartenuti alla Passione, fra cui i batuffoli con cui furono strofinate le membra nel sepolcro e il lenzuolo su cui fu portato al sepolcro. È tutto quanto le resta del Figlio.
5Le donne la lasciano sola, e così Giovanni, poiché Ella lo chiede.
6Maria, in ginocchio, piange e prega col capo appoggiato contro quei pochi oggetti. Ogni tanto la tortura del dolore, del ricordo, della solitudine, deve farsi più acuta, perché Ella chiama il suo Gesù e gli parla come fosse presente, rievoca i tempi passati quando Egli era il suo Bambino, il suo conforto, la sua compagnia. È tutta la vita familiare di Gesù che scorre fra i frammenti rievocati dalla Madre.
7Ella lo sa bene che risorgerà, lo crede poiché Egli l’ha detto ed Ella lo ha compreso. Ma intanto Egli è morto, Egli non c’è. Ella è sola col suo ricordo di strazio.
Ricordi e rievocazioni.
8 “L’avessero lasciata nel sepolcro con Lui, si sarebbe sentita meno desolata. Avrebbe atteso di vederlo risorgere vegliandolo come quando era bambino. Più pesante questo sonno di morte e diverso il letto. Ma per Lei sarebbe stato ripetere un gesto fatto tante volte presso la cuna e l’avrebbe ninnato, non con la dolce ninna-nanna di allora, ma colle sue preghiere perché il Sacrificio fosse fruttuoso a tutti gli uomini, e colle sue parole d’amore e col suo perdono per gli uccisori. L’avessero lasciata! Si sarebbe seduta là, vicina a Lui, e le sarebbe sembrato di vederlo ancora nelle fasce, come allora”.
9E lo strazio, dopo una pausa di ricordo velata di sorriso, ritorna più forte “perché si ricorda in che fasce è stretto il Figlio suo, perché si ricorda di che ferite esse son velo”.
10E torna a rievocare “quando era piccino e cadeva, quando cominciò a lavorare e si feriva, che Lei tremava nel vedere il suo sangue, le sue piccole lividure, le sue lievi lacerazioni, e le medicava col suo bacio e non si quietava che quando capiva che il piccolo dolore era passato. Ed ora, ed ora… Ora lo hanno ferito così, percosso così, trafitto, pestato, punto, scorticato così. E nessuno ha avuto pietà, e nessuno l’ha medicato, e nessuno gli era vicino a carezzare là dove altri colpiva! Oh! se ci fosse stata Lei, Lei almeno sempre vicina! Lei che, anche prima di saperlo da Giovanni, aveva già saputo della cattura, delle prime percosse, delle sassate, degli urti, degli sputi, dei ceffoni, delle funi, Lei che, nonostante il pietoso velo gettato da Giovanni sulla verità dei tormenti, sapeva, sapeva cosa succedeva al Pretorio. Non aveva il cuore rigato, punto, percosso dai flagelli, dalle spine, dai calci, dai pugni dei crudeli che avevano flagellato, coronato, colpito il suo Gesù? Ma sì che lo aveva! E se il cuore della sua Creatura si era spezzato per la sofferenza patita dalle carni, le sue carni erano spezzate dalla sofferenza patita dal suo cuore materno”.
La Corredentrice.
11Tutto ha condiviso la Madre: la sete, la febbre, i flagelli, le spine. E le accuse e le offese, e le bestemmie. E poi, e poi… “sul Calvario… non poterlo aiutare non potergli dare una goccia d’acqua, Lei che gli aveva dato tanto latte, non poterlo sorreggere nell’estreme ore, Ella che l’aveva sorretto ai suoi primi giorni, non potergli tenere il capo perché non urtasse contro quel legno, ma trovasse il cuore della Mamma per guanciale, per spirarvi sopra meno atrocemente”.
12È un’agonia spirituale non meno penosa di quella fisica del Cristo. Io ne sono spezzata. Come farà a vivere anche poche ore senza di Lui? Maria lo chiede a se stessa, alle cose che hanno toccato il suo Gesù, che son bagnate del suo sangue e del suo sudore di morte, lo chiede a Dio…
13“Come ha potuto permettere tante sevizie lasciandolo solo, solo, solo sulla sua croce? Lui, il Padre, così santo e buono, come ha potuto resistere al grido di quel cuore, che moriva anche del dolore di non sentirsi più aiutato dal Padre? il ricordo del cuore la riporta alla ferita del costato. Ne cerca il segno sul suo velo. Ecco l’impronta delle sue dita, penetrate col lino nello squarcio tremendo. Eccole qui. Lei ha toccato senza volere il Cuore della sua Creatura! il Cuore del suo Dio! Ma quel Cuore era morto! Morto! Morto!”.
14Maria grida quella parola in un parossismo di dolore. E chiama Dio: “Padre, Padre, pietà! Io ti amo! Noi ti abbiamo amato e Tu ci hai tanto amato. Come hai permesso fosse ferito il cuore del nostro Figlio?”.
15Ma si sovviene che ormai Egli era morto e che perciò non ha sofferto di quella ferita. E allora benedice la bontà di Dio che l’ha risparmiata al suo Gesù. “Questa, questa almeno non l’hai sentita, Figlio mio. Io sola l’ho sentita, nel mio, quando ho visto il tuo cuore aperto. Ora è nel mio la tua lancia e fruga e strazia. Ma meglio così! Tu non la senti. Ma Gesù, pietà! Un segno di Te, una carezza, una parola per la tua Mamma dal cuore straziato! Un segno, un segno, Gesù, se vuoi trovarmi viva al tuo ritorno!”
Veronica dà alla Madre il sudario.
16Un picchio alla porta di casa empie il silenzio della casa dove solo grida il dolore di Maria. E un altro picchio più tenue all’uscio della stanza.
17Entra Giovanni. Parla a Maria, sottovoce. Ella annuisce. Si ricompone. Si volge verso la porta.
18Entra Veronica con la sua ancella. Si inginocchia di fronte a Maria che è seduta, ora. Nel vano della porta si affollano le donne fedeli. Giovanni è in piedi dietro il sedile di Maria e le tiene una mano sulla spalla, passandole il braccio sinistro dietro la schiena, come per sorreggerla. Veronica, dal cofanetto che l’ancella, pure inginocchiata, tiene fra le mani, estrae il lino e lo spiega.
19Il Volto vivente del Cristo è sulla tela. Un volto doloroso, ma ancora vivo nell’espressione, negli occhi aperti, nella bocca lievemente sorridente con dolore. Maria stende le braccia con un grido a cui fanno eco quelli delle donne.
20Veronica dà alla Madre il sudario. È giusto sia della Madre. E, delicata, si ritira con la sua ancella.
21Il segno è venuto. Un nulla nel mare di dolore che la sommerge, ma quel tanto che basti a non farla morire.
22La contemplazione mi lascia così, col volto di Maria appoggiato sul Volto del Cristo impresso nel sudario.
328. Contemplazione del Crocifisso[407].
Gesù sul suo patibolo.
1Come le ho detto, oggi non ho avuto altra contemplazione che quella della Croce col mio Gesù che guarda in basso, ai piedi del suo patibolo; guarda a Maria e a Giovanni che, stando quasi voltati di schiena rispetto a me, guardano in alto, a Gesù.
2Mi si è illuminata mentre ascoltavo la Messa trasmessa per radio dalla Francia, e precisamente al Sanctus. Così nitida e così parlante allo spirito, che mi sono detta che la Messa vista così è cosa di Cielo.
3Poi è venuto l’inferno delle bombe… Ma neppure questo terrore è valso ad annullare la visione che avevo. M’è durata e dura per tutto il giorno.
Particolari su Maria Ss. E S. Giovanni.
4Così le posso dire che Maria ha il solito abito blu scurissimo nel quale si ammanta tutta, e che Giovanni è vestito di un viola pallido con manto nocciola chiaro.
5Vedo di sbieco il viso pallidissimo di Maria, pallido persino nelle labbra della bocca piegata a curva dolorosa. Sembra vecchia di oltre sessant’anni tanto il dolore la sfigura, Lei che non ne ha ancora cinquanta alla morte del Figlio.
6Vedo pure di sbieco Giovanni dal bel viso giovanile velato di dolore profondo, pallido lui pure e come invecchiato in poche ore. Solo i capelli lunghi e biondi, appena un poco più chiari di quelli di Gesù, sono sempre uguali e lucono con riflessi d’oro, ravviati l e soffici.
Particolari del Crocifisso.
7Vedo, invece, di fronte Gesù in tutta la sua esposizione di lividi e ferite, dal volto già segnato dalla morte che si avvicina, completamente sfigurato rispetto a quello che era avanti la Passione. Noto che la Croce è molto alta. I piedi di Gesù non sono alti meno di un due metri da terra.
8Non vedo altro che questo. Sembra il punto in cui Gesù affida Giovanni alla Madre.
329. L’Ordine dei Salvatori[408].
Missione riparatrice.
Il Modello.
1Ora, è già notte, dice Gesù:
2«Tu lo hai visto quanto costi essere Salvatori. Lo hai visto in Me ed in Maria[409]. Le nostre torture le hai tutte, conosciute ed hai visto con che generosità, con che eroismo, con che pazienza, con che mitezza, con che costanza, con che fortezza le abbiamo subite per la carità di salvarvi.
3Tutti coloro che vogliono, che chiedono al Signore Iddio di fare di essi dei “salvatori “, devono ben pensare che Io e Maria siamo il modello e che quelle sono le torture da condividere per salvare. Non saranno la croce, le spine, i chiodi, i flagelli materiali. Saranno altri, di altra forma e natura. Ma ugualmente dolorosi e ugualmente consumanti. Ed è solo consumando il sacrificio fra quei dolori che si può divenire salvatori.
4E’ una missione austera. La più austera di tutte. Quella rispetto alla quale la vita del monaco o della monaca della più severa regola è un fiore rispetto ad un mucchio di spine. Perché questa è non regola di Ordine umano. Ma Regola di un sacerdozio, di una monacazione divina, il cui Fondatore sono Io, Io che consacro e accolgo nella m i a Regola, nel m i o Ordine, gli eletti ad essa, e impongo loro il mio abito: il Dolore totale, sino al sacrificio.
La missione austera.
5Tu hai visto le mie sofferenze. Esse sono state volte a riparare le vostre colpe. Niente nel mio corpo è stato escluso da esse, perché niente nell’uomo è esente da colpe e tutte le parti del vostro io fisico e morale – quell’io che Dio vi ha dato con una perfezione di opera divina e che voi avete avvilito con la colpa del progenitore e con le vostre tendenze al male, con la vostra volontà cattiva – sono strumenti di cui vi servite per compiere il peccato.
6Ma Io sono venuto per annullare gli effetti del peccato col mio Sangue e il mio dolore, lavando le vostre singole parti. fisiche e morali in essi per mondarle e per renderle forti contro le tendenze colpevoli.
Riparare i delitti fatti con le mani.
7Le mie Mani sono state ferite e imprigionate, dopo essersi stancate a portare la Croce, per riparare a tutti i delitti fatti dalla mano dell’uomo. Da quelli veri e propri di reggere e manovrare un’arma contro un fratello, facendo di voi dei Caini, a quelli di rubare, di scrivere false accuse, di fare atti contro il rispetto del vostro e dell’altrui corpo e di oziare in un’infingardia che è terreno propizio ai vostri vizi. Per le vostre illecite libertà delle mani, ho fatto crocifiggere le mie, inchiodandole al legno, privandole d’ogni moto più che lecito e necessario.
Riparare i delitti fatti coi piedi.
8I Piedi del vostro Salvatore, dopo essersi affaticati e contusi sulle pietre del mio cammino di Passione, sono stati trafitti, immobilizzati per riparare a tutto il male che voi fate coi piedi, facendo di essi il mezzo per andare ai vostri delitti, furti, fornicazioni. Ho segnato le vie, le piazze, le case, le scale di Gerusalemme, per purificare. tutte le vie, le piazze, le scale, le case della terra da tutto il male che vi era nato sopra e dentro, seminato nei secoli passati e nei secoli avvenire dal vostro mal volere, ubbidiente alle istigazioni di Satana.
Riparare i delitti di idolatria date alla carne.
9Le mie Carni si sono maculate, contuse, lacerate per punire in Me tutto il culto esagerato, l’idolatria che voi date alla carne vostra e di chi amate per capriccio di. senso o anche per affetto che in sé non è riprovevole ma che rendete tale amando un genitore, un coniuge, un figlio, un fratello più di quanto non amiate Dio.
10No. Sopra ogni amore ed ogni vincolo della terra vi è, vi deve essere, l’amore per il Signore Iddio vostro. Nessuno, nessuno altro affetto deve essere superiore a questo. Amate i vostri in Dio, non sopra a Dio. Amate con tutti voi stessi Dio. Ciò non assorbirà il vostro amore, al punto di rendervi indifferenti ai congiunti, ma anzi alimenterà- il vostro amore per essi della perfezione attinta da Dio, perché chi ama Dio ha Dio in sé e avendo Dio ha la Perfezione.
11Io ho fatto delle mie Carni una piaga per levare alle vostre il veleno del senso, del non pudore, del non rispetto, dell’ambizione e ammirazione per la carne destinata a tornare polvere. Non è col culto alla carne che si porta la carne alla bellezza. E’ con il distacco da essa che si dà ad essa la Bellezza eterna nel Cielo di Dio.
Riparare alle colpe della mente.
12La mia Testa fu torturata da mille torture: delle percosse, del sole, delle urla, delle spine, per riparare alle colpe della vostra mente. Superbia, impazienza, insopportabilità, insofferenza pullulano come un fungaio nel vostro cervello. Io ho fatto di esso un organo torturato, chiuso in uno scrigno decorato di sangue, per riparare a tutto ciò che sgorga dal vostro pensiero.
13L’unica corona che ho voluto, tu l’hai vista. La corona che solo un pazzo o un suppliziato può portare. Nessuno che sia sano di mente (umanamente parlando) e libero di sé, se la impone. Ma Io ero giudicato pazzo, e pazzo, soprannaturalmente, divinamente pazzo ero, volendo morire per voi che non mi amate o mi amate così poco, volendo morire per vincere il Male in voi sapendo che lo amate più di Dio, ed ero in balìa dell’uomo, suo prigioniero, suo condannato. Io, Dio, condannato dall’uomo.
14Quante impazienze voi, avete per dei nonnulla, quante incompatibilità per delle inezie, quante insoffribilità per dei semplici malesseri! Ma guardate il vostro Salvatore. Meditate cosa doveva essere di eccitante quel pungere continuo in nuovi posti, quell’impigliarsi nelle ciocche dei capelli, quello spostarsi continuo senza dar modo di muovere il capo, di appoggiarlo in, nessun modo che non desse tormento! Ma pensate cosa erano per la mia Testa torturata, dolente, febbrile, le urla della folla, le percosse sul capo, il sole cocente! Ma riflettete quale dolore dovevo avere nel mio povero cervello, andato all’agonia del Venerdì già. tutto un dolore per lo sforzo subìto nella sera del Giovedì, nel mio povero cervello al quale saliva la febbre di tutto il Corpo straziato e delle intossicazioni provocate dalle torture!
Riparare le colpe dei sensi.
15E nel Capo gli occhi ebbero la loro, e la sua ebbe la bocca, e la sua il naso, e la sua la lingua. Per riparare ai vostri sguardi così amanti di vedere ciò che è male e così dimentichi di cercare Dio, per riparare alle troppe e troppo bugiarde e sporche e lussuriose parole che dite invece di usare le labbra per pregare, per insegnare, per confortare; ebbe la sua tortura il naso e la lingua per riparare alle vostre golosità e alla vostra sensualità d’olfatto, per cui pure commettete delle imperfezioni che sono terreno a più gravi colpe, e delle colpe con l’avidità di cibi superflui, senza pietà di chi ha fame, di cibi che vi potete permettere molte volte ricorrendo a mezzi illeciti di guadagno.
Riparare i delitti del culto alle forme del corpo.
16I miei organi non furono esenti dal soffrire. Non uno di essi. Soffocazioni e tosse per i polmoni contusi dalla barbara flagellazione e resi edematici dalla posizione sulla. croce. Affanno e dolore al cuore spostato e reso infermo dalla crudele flagellazione, dal dolore morale che l’aveva preceduta, dalla fatica della salita sotto il grave peso del legno, dall’anemia consecutiva a tutto il sangue che già aveva sparso. Fegato congesto; milza congesta, reni contuse e congeste.
17Tu l’hai vista la corona di lividi che stava intorno ai miei reni. I vostri scienziati, per dare una prova alla vostra incredulità rispetto a quella prova del mio patire che è la Sindone, spiegano come il sangue, il sudore cadaverico e l’urea di un corpo sopra affaticato abbiano potuto, mescolandosi agli aromi, produrre quella naturale pittura del mio Corpo estinto e torturato.
18Meglio sarebbe credere senza aver bisogno di tante prove per credere. Meglio sarebbe dire: ” Ciò è opera di Dio ” e benedire Iddio che vi ha concesso di avere la prova irrefragabile della mia Crocifissione e delle precedenti torture!
19Ma poiché, ora, non sapete più credere con la semplicità dei bambini, ma avete bisogno di prove scientifiche – povera fede, la vostra, che senza il puntello e il pungolo della scienza non sa star ritta e camminare – sappiate che le contusioni feroci delle mie reni sono state l’agente chimico più potente nel miracolo della Sindone. Le mie reni, quasi frante dai flagelli, non hanno più potuto lavorare. Come quelle degli arsi in una vampa, sono state incapaci di filtrare, e l’urea si è accumulata e sparsa nel mio sangue, nel mio corpo, dando le sofferenze della intossicazione uremica e il reagente che trasudando dal mio cadavere fissò l’impronta sulla tela. Ma chi è medico fra voi, o chi fra voi è malato di uremìa, può capire quali sofferenze dovettero darmi le tossine uremiche, tanto abbondanti da esser capaci di produrre un’impronta indelebile.
Missione di vittima
La sorte delle vittime.
20La sete. Quale tortura la sete! Eppure lo hai visto. Non ci fu uno, fra tanti, che in quelle ore mi seppe dare una goccia d’acqua. Dalla Cena in poi, Io non ebbi più nessun conforto. E febbre, sole, calore, polvere, dissanguamento, davano tanta sete al vostro Salvatore.
21Tu l’hai visto che ho respinto il vino mirrato. Non volevo addolcimenti al mio patire. Quando ci si è offerti vittime, bisogna essere vittime senza transazioni pietose, senza compromessi, senza addolcimenti. Occorre bere il calice così come esso è dato. Gustare l’aceto e il fiele sino in fondo. Non il vino drogato che produce intontimento del dolore.
22Oh! la sorte di vittima è ben severa! Ma beato chi la elegge per sua sorte.
23Questo il soffrire del tuo Gesù nel suo Corpo innocente. E non ti parlo delle torture dell’affetto per mia Madre e per il suo dolore. Ci voleva quel dolore. Ma per Me è stato lo strazio più crudele. Solo il Padre sa cosa ha sofferto il suo Verbo nello spirito, nel morale, nel fisico! Anche la presenza della Madre, se è stata la cosa più desiderata dal mio cuore che aveva bisogno di avere quel conforto nella solitudine infinita che lo circondava, infinita, solitudine veniente da Dio e dagli uomini, è stata tortura.
24Ella doveva esser là, angelo di carne per impedire alla disperazione di assalirmi come l’angelo spirituale l’aveva impedito nel Getsemani, doveva esser là per unire il mio Dolore al suo per la vostra Redenzione, doveva esser là per ricevere l’investitura di Madre del genere umano. Ma vederla morire ad ogni mio fremito è stato il mio più grande dolore. Neppure il tradimento, neppure la cognizione che il mio Sacrificio sarebbe stato inutile per tanti, questi due dolori che poche ore prima mi erano parsi tanto grandi da farmi sudare sangue, erano paragonabili a questo.
La Madre dei Salvatori.
25Ma tu lo hai visto come è stata grande Maria in quell’ora. Lo strazio non le ha impedito d’esser forte ben più di Giuditta[410]. Questa ha ucciso. Quella si è fatta uccidere attraverso la sua Creatura. E non ha imprecato, e non ha odiato. Ha pregato, ha amato, ha ubbidito. Madre sempre, sino a pensare, fra quelle torture, che il suo Gesù aveva bisogno del suo velo verginale sulle sue carni innocenti, per difesa del suo pudore, Ella ha saputo essere nel contempo Figlia del Padre dei Cieli e ubbidire alla sua tremenda volontà di quell’ora. Non ha imprecato, non si è ribellata. Né a Dio, né agli uomini. Ha perdonato a questi. Ha detto ” Fiat ” a Quello.
26Anche dopo l’hai udita: ” Padre, io ti amo e Tu ci hai amati! ” Se lo ricorda e lo proclama che Dio l’ha amata e gli rinnova il suo atto di amore. In quell’ora! Dopo che il Padre l’ha trafitta e orbata della sua ragione d’essere. Lo ama. Non dice: ” Non ti amo più perché Tu m’hai colpita “. Lo ama. E non si affligge per il suo dolore. Ma per quello subito dal Figlio. Non urla per il suo cuore spezzato, ma per il mio trafitto. Di questo chiede ragione al Padre, non del suo dolore. Chiede ragione al Padre in nome del loro Figlio.
27Ella è ben la Sposa di Dio. Ella e ben Colei che ha concepito per coniugio con Dio. Ella lo sa che contatto umano non ha generato la sua Creatura, ma solo Fuoco sceso dal Cielo a penetrare nel suo seno immacolato e a deporvi il Germe divino, la Carne dell’Uomo-Dio, del Dio-Uomo, del Redentore del mondo. Ella lo sa, e come sposa e madre chiede ragione di quella ferita. Le altre dovevano essere date. Ma questa, quando tutto era stato compiuto, perché?
28Povera Mamma! Vi è stato un perché, che il tuo dolore non ti ha permesso di leggere sulla mia ferita. Ed è stato che gli uomini vedessero il Cuore di Dio. Tu lo hai visto, Maria. E non lo dimenticherai mai più.
29Ma, lo vedi? Maria, nonostante non veda in quel momento le soprannaturali ragioni di quella ferita, pensa subito che essa non m’ha fatto male e ne benedice Iddio. Che quella ferita faccia tanto male a Lei, povera Mamma, Ella non se ne cura. Non ha fatto male a Me, e ciò le basta e le serve per benedire Iddio che l’immola.
30Chiede unicamente un poco di conforto per non morire. E’ necessaria alla Chiesa nascente, di cui è stata creata Madre poche ore innanzi. La Chiesa, come un neonato, ha bisogno di cure e di latte materno. Maria lo darà alla Chiesa sorreggendo gli apostoli, parlando ad essi del Salvatore, pregando per essa. Ma come lo potrebbe se spirasse questa sera? La Chiesa, che ha pochi più giorni per rimanere senza il suo Capo fra essa, rimarrebbe orfana del tutto se anche la Madre spirasse. E la sorte dei neonati orfani è sempre precaria.
31Dio non delude mai una giusta preghiera e conforta i suoi figli che sperano in Lui. Maria lo prova nel conforto della Veronica. Ella, la povera Mamma, ha stampato negli occhi l’effigie del mio Volto spento. Non può resistere a quella vista. Non è più il suo Gesù quello, invecchiato, enfiato, con gli occhi chiusi che non la guardano, con la bocca contorta che non le parla e sorride. Ma ecco un volto che è di Gesù vivo. Doloroso, ferito, ma vivo ancora. Ecco il suo sguardo che la guarda, la sua bocca che par dica: ” Mamma! “. Ecco il suo sorriso che la saluta ancora.
Amore di compartecipazione.
32Oh! Maria! Cercalo il tuo Gesù nel tuo dolore. Egli verrà sempre e ti guarderà, ti chiamerà, ti sorriderà: Divideremo il dolore, ma saremo uniti!
33Giovanni, o piccolo Giovanni, ha diviso cori Maria e con Gesù il dolore. Sii come Giovanni, sempre. Anche in questo. Già te l’ho detto[411]: ” Non sarai grande per le contemplazioni e i dettati. Questi sono miei. Ma per il tuo amore. E l’amore più alto è nella compartecipazione al dolore “. Questo dà modo di intuire i minimi desideri di Dio e di renderli realtà nonostante tutti gli ostacoli.
34Guarda con che viva e delicata sensibilità Giovanni si conduce dalla notte del Giovedì alla notte del Venerdì. E oltre. Ma osserviamolo in quelle ore.
35Un attimo di smarrimento. Un’ora di pesantezza. Ma, superato il sonno con l’orgasmo della cattura, e l’orgasmo con l’amore, egli viene, trascinandosi seco Pietro, perché il Maestro abbia un conforto vedendo il Capo degli apostoli e il Prediletto fra gli apostoli.
36E poi pensa alla Madre alla quale qualche crudele può urlare l’avvenuta cattura. E va da Lei. Egli non sa che Maria già vive gli strazi del Figlio e che, mentre gli apostoli dormivano, Ella vegliava e pregava, agonizzando col Figlio. Egli non lo sa. E va a Lei e la prepara alla notizia.
37E poi fa la spola fra la casa e il Pretorio, la casa e la reggia d’Erode, e da capo dalla casa al Pretorio[412]. E fare ciò quella mattina, traversando la folla ubbriaca di odio, con le vesti che lo accusano per galileo, non è comoda cosa. Ma l’amore lo sostiene ed egli non pensa a sé, ma ai dolori di Gesù e di sua Madre. Potrebbe esser lapidato perché seguace del Nazareno. Non importa. Egli sfida tutto. Gli altri sono fuggiti, stanno nascosti, la prudenza e la paura li conducono. Lui lo conduce l’amore e resta e si mostra. E’ un puro. L’amore prospera nella purezza.
38E se la sua pietà ed il suo buon senso di popolano lo inducono a tenere Maria lontana dalla folla e dal Pretorio – egli non sa che Maria condivide tutte le torture del Figlio patendole spiritualmente – quando giudica essere l’ora che Gesù ha bisogno della Madre e che non è lecito tenere oltre la Madre separata dal Figlio, egli la conduce a Lui, la sostiene, la difende.
39Cosa è quel pugno di persone fedeli: un uomo solo, inerme, giovane, senza autorità, a capo di poche donne, contro tutta una folla imbestialita? Nulla. Un mucchietto di foglie che il vento può disperdere. Una piccola barca su un oceano in tempesta che la può sommergere. Non importa. L’amore è la sua forza e la sua vela. Egli va armato di questo, e con questo protegge la Donna e le donne fino alla fine.
40Giovanni ha posseduto l’amore di compassione[413] come nessun altro al mondo, eccettuata mia Madre. Egli è il capostipite degli amorosi di questo amore. È il tuo maestro in questo. Seguilo nell’esempio che ti dà di purezza e carità e sarai grande.
41Va’ in pace, ora. Ti benedico.»
330. La risurrezione[414]
Preparativi degli aromi.
Locuzione di una voce nuova.
1Per tutto il giorno ho la vista di Gesù crocifisso e di Maria e Giovanni ai piedi della croce.
2Questa mattina, quando facevo la S. Comunione, mi pareva d’essere davanti ad un vivo altare perché Essi erano lì e mi guardavano col loro sguardo di soprannaturale amore. Cosa sia una Comunione fatta così è cosa indescrivibile.
3Verso sera, poi, ho cominciato a sentire in me questa frase: “Non era questa l’unzione che speravo doverti preparare”. Detta da una voce di donna. Una voce piena, calda, dai toni di contralto, una voce appassionata. Non è la dolce voce di Maria, giovanile, pura, verginale nei suoi toni bianchi di soprano.
4Comprendo che è un nuovo essere che parla, ma non gli so dare un nome e un volto sinché non mi si presenta la visione.
Le pie donne preparano gli aromi
5Vedo ancora la stanza dove Maria piange nella casa ospitali. Ella è ancora là, sul suo sedile, accasciata, sfinita, sfigurata dal gran piangere.
6Anche le donne sono là. E alla luce di lucerne ad olio preparano degli aromi, mescolandoli, dopo averli presi da diverse anfore, in un mortaio e poi rimettendoli in vasi dalla bocca ampia, facile ad essere frugata dalle dita per estrarne i balsami.
7Le donne lavorano piangendo. E Maria Maddalena, che ha il viso segnato dal pianto come da una bruciatura, dice quelle parole che fanno piangere più forte tutte le donne.
La Madre non va al Sepolcro.
8Poi, quando hanno finito di preparare tutto, si avvolgono negli scialli o nei manti. Anche Maria si alza. Ma esse le si affollano d’intorno persuadendola a non venire. Sarebbe troppo crudele farle rivedere il Figlio che certo, all’alba del terzo giorno di morte, è già tutto nero di putrefazione, contuso come era. E poi Ella è troppo sfinita per poter camminare. Non ha fatto chi piangere e pregare. Mai cibo, mai riposo. Che resti quieta e si affidi a loro. Esse faranno con amore di discepole la parte della Madre dando a quel Corpo santo tutte le cure che si richiedono per una definitiva composizione per la sepoltura.
9Maria si arrende. La Maddalena, inginocchiata ai suoi piedi, ma rilassata sui calcagni, nella sua posa abituale, le abbraccia le ginocchia e la guarda col suo volto bruciato dal pianto e le promette che dirà a Gesù tutto l’amore della Madre mentre lo imbalsamerà ancora. Ella sa cosa è amore. È passata dal vile amore all’amore santo per la Misericordia vivente che gli uomini hanno ucciso, e sa amare. Gesù glielo ha detto sin dalla sera che fu il mattino della sua nuova vita, che ella sa molto amare. Si fidi di lei, la Madre. Ella, la redenta che ha saputo accarezzare allora i piedi di Gesù così dolcemente, saprà ora accarezzarne le ferite e imbalsamarle, più con l’amore che coll’unguento, perché la Morte non possa intaccare quelle Carni che tanto amore hanno dato e che tanto ne ricevono.
10La voce della Maddalena è piena di passione. Pare un velluto che avvolga un organo, tanto ha voce d’organo ammorbidita da tonalità calde e passionali. Vi si sente un’anima che freme. Che ha saputo fremere. Che doveva fremere e amare. E che, ora che Gesù l’ha salvata, sa fremere e amare per l’Amore divino. Non dimenticherò questa voce di donna che è una confessione della psiche di questa donna. Non la dimenticherò più.
Le donne partono.
11Le donne escono portando una lucerna. La casa è tutta buia anche la via è buia. Vi è appena un accenno di luce, là, in fondo, ad oriente. La luce freddina e pura di un’alba d’aprile. La via è silenziosa e deserta. Le donne, tutte avvolte nei loro mantelli, vanno senza parlare verso il Sepolcro di Gesù.
12Io non vado con loro. Torno da Maria. Gesù mi fa tornare da Lei.
13Ella, ora che è sola, si è rimessa a pregare, in ginocchio contro il velo della Veronica che è steso lungo il lato di una scansia, tenuto fermo dal lenzuolo funebre e dai chiodi. Ella prega e parla al suo Figlio. É sempre e ancora lo stesso affanno. Mescolato o ad una speranza che la fa ansiosa.
Vista della resurrezione concessa al Portavoce.
14Come lei può capire, mentre Gesù faceva il commento alla visione dell’incontro con la Madre dopo la Risurrezione, mi dava nel contempo la vista della sua Risurrezione nella luce del Cristo risorto, gioiosa, pacifica luce!
14Potrei darle il quaderno, perché a vista umana “tutto è compiuto”. Ma il Maestro mi dice che vi è ancora una cosa da unire. E aspetto.
Il pane di dolore per il Portavoce.
16Poco più tardi dico a Gesù: “Che gioia, Signore, non vederti più soffrire in quel modo e vedere sorridere la Mamma!”.
17Ed Egli:
18«Ma non ti abbandonare a questa dolcezza. Non è questo pane che devi mangiare. Ma quello del dolore del tuo Dio e delle lacrime di Maria. Ho dovuto anticipare questa vista per fare il regalo promesso. Ma è tempo di dolore e devi contemplare il Dolore. Il Padre Migliorini ha desiderato avere tutto questo per Pasqua. Ma Io voglio sia preparazione alla Pasqua per lui e per molti. Perciò digli che quando Io avrò completato con l’ultimo punto, questo mio dono, egli deve lasciare in tronco qualunque altra cosa che abbia per le mani e dedicarsi a questo. Perché sia distribuito in tempo. Così Io voglio.»
Illustrazione della visione della Risurrezione.
L’alba della risurrezione
19Ubbidisco al suo desiderio di aver illustrata la visione della Risurrezione. Umanamente preferivo risparmiarmi questa fatica, dato che Gesù ne aveva parlato. Ma l’ubbidienza è una virtù e ubbidisco senza discutere.[415]
20Dunque: Mi pareva d’essere portata dalla volontà di Dio nella fresca ortaglia dove sorge il Sepolcro. Davanti ad esso, la cui pesante pietra era stata murata e sulla calcina apposti i sigilli – parevano larghi rosoni impressi nell’intonaco e non avrebbero potuto esser rimossi senza che apparisse l’effrazione – stavano le guardie del Tempio, semi-addormentate, parte sedute, parte in piedi appoggiate al masso del Sepolcro.
21Il cielo comincia appena a schiarire, di modo che ci si vede in una luce verdolina e incerta che pare rabbrividire al venticello fresco dell’alba. Tutto è silenzioso. Gli uccelli non si sono ancora svegliati.
Lo Spirito del Cristo.
22Dal cielo, dove ancora è il ricordo di qualche stella – un cielo che pare di seta azzurra, più chiara a oriente, più cupa a occidente – parte come un razzo di fuoco simile a saetta terminante in un globo rutilante luce. Scende velocissimo tagliando l’aria e guizzando per gli spazi sereni.
23La fulgida meteora suscita, nel piombare, un boato come di terremoto, ma non è un boato discorde, ma simile a quello che le canne maggiori di un gigantesco organo possono suscitare sotto le volte di una cattedrale ad un “Gloria” solenne. È potente e armonico ed empie della sua voce l’aria mattutina.
Le guardie, un fascio di burattini.
24Le guardie sorgono spaventate e si guardano intorno. Ma il fulmine di splendore è già su loro e si abbatte sulla pesante pietra, rinforzata nel suo serrame dal contrafforte di calcina con cui è stata assicurata, e questo pietrone, come fosse fragile schermo di carta velina, si abbatte ribaltato al suolo, in un fragore e in uno scuotìo di terremoto che rovescia le guardie, chi prone e chi supine al suolo, dove giacciono poi come svenute. Assenti. Esse non tornano in sé. Stanno là come un fascio di burattini ai quali siano stati spezzati i fili che li tenevano ritti. Sono ridicole.
La risurrezione dell’Uomo-Dio
25Il razzo di fuoco, molto più rapido di quanto io non sia nel descriverlo – perché dalla sua apparizione nel cielo al suo giungere al Sepolcro ha messo pochi attimi, non minuti prima, ma frazione di minuto: attimo – penetra nel buio sepolcro e lo illumina di una luce fantasmagorica che pare decorare di tutte le gemme la pietra delle pareti, della volta, del suolo. E mentre il suo fulgore permane, sospeso nell’aria come essenza di quella luce, essa luce penetra nel Corpo steso sotto le sue bende funebri.
26La forma immobile ha un lungo sospiro. Vedo alzarsi i lini sul petto e poi riabbassarsi. Un minuto di sosta e poi con moto repentino Cristo risorge. Disserra, deve disserrare sotto i suoi lini le mani incrociate sul basso ventre, aprire le braccia, scattare seduto, poi in piedi, perché sudario e pannilini e sindone si scompongono violentemente, e i primi cadono al suolo e la sindone scivola sulla pietra dell’unzione e resta là semi pendente, come guscio afflosciato e vuoto.
27Gesù è già rivestito della sua splendente veste di candore, senza più sangue né ferite, la divina Testa tutta ravviata e sfolgorante, senz’altro segno della sua tremenda Passione che i raggi che escono dalle Ferite e che, come cinque fuochi, riflettono la loro luce sulla divina Persona e la aureolano di una raggera di raggi incrociati che salgono, scendono dalle Mani e dai Piedi e raggiano a cerchio dal centro del Petto. La Ferita al Costato non si vede. La veste la copre. Ma una luminosità più viva di tutte è, come sole nascosto dietro una seta, sul Petto suo.
Adorazione degli angeli.
28Meno luminosi, ma tanto belli, due esseri angelici, certo penetrati con la luce nel Sepolcro e che io, presa nella contemplazione di Gesù, non ho visto prima, stanno ai due lati dell’apertura schiantata, in ginocchio, e adorano. Sono esseri incorporei, dalla forma umana ma fatta di luce, di quella “luce” beatissima che ho visto essere, nella contemplazione del Paradiso[416], proprietà dei suoi spirituali abitanti.
Venerazione della natura.
29Gesù, dopo l’adorazione degli angeli, esce dal Sepolcro, passa fra le guardie accecate dallo svenimento, passa per l’ortaglia. Al suo inoltrarsi per essa, emanando sulle cose il suo divino fulgore, le erbe rugiadose splendono accese da un Sole più bello del sole testé apparso in cielo e, sotto il bacio di un venticello tepido e profumato, si inchinano e si rialzano dolcemente come per venerare il Salvatore che passa sorridendo e benedicendo; i meli, che pochi fiori spruzzavano di candore, aprono le loro miriadi di corolle, e sul capo di Gesù si forma una nuvola lieve, profumata, spumosa, di migliaia e migliaia di fiori sbocciati, d’un bianco appena rosato, ai quali fa riscontro nel cielo azzurro una piccola nube che pare di velo roseo, e gli uccelli risvegliati da tanta luce cantano con tutti i loro trilli nel giardino in fiore.
Esperienza del Portavoce.
30Gesù si ferma a parlarmi sotto un melo che è tutto una palla di fiori dei quali qualche petalo scende, più innamorato degli altri, a carezzare le gote del suo Signore e si posa ai suoi piedi, fiore fra i fiori del suolo.
31Io non vedo la Maddalena altro che quando Gesù me la indica. Come, assorta in Lui, non vedo più ciò che succede delle guardie, né m’accorgo quando se la sgattaiolano. Non vedo più neppure gli angeli, ma comprendo che sono nel Sepolcro perché il suo buiore è fatto bianco dall’angelica luce.
Un grido di sconfinato, adorante amore.
32La Maddalena piange sconsolata. Non so come faccia a non riconoscere Gesù. Forse Egli le offusca la vista per poterla chiamare per primo. Ma quando la chiama ella lo “vede” per quello che è, e come è: trionfante, e getta il suo grido di sconfinato, adorante amore, che empie tutto il giardino fiorito, e si prostra col viso nell’erba rugiadosa ai piedi di Gesù.
33La visione mi cessa qui.
331. Lavoro per necessità spirituale[417].
Un balzo indietro del tempo[418].
Dice Gesù:
1«Piccolo Giovanni, abbi pazienza. Vi è dell’altro. E facciamo anche quest’altro per fare contento il tuo Direttore a compiere l’opera[419]. Voglio che questo lavoro sia consegnato domani: mercoledì delle Ceneri. Voglio che tu abbia finito questa fatica perché… ti voglio far soffrire con Me.
Fascicolo sui dolori della vita di Gesù[420]
2«Ora fate bene attenzione a ciò che dico.
3Voglio che questo fascicolo sia fatto così:
4l dolore: La presentazione al Tempio.
5II dolore: La sosta in terra d’Egitto.
6III dolore: Lo smarrimento mio nel Tempio.
7IV dolore: La morte di S. Giuseppe.
8V dolore: Il mio commiato a Nazaret. Poi il dettato del 10244.
9VI dolore: La descrizione della visione del 132 (4 punti: la sinagoga, la casa di Nazareth, la predica di Gesù nella sinagoga, il colloquio con la Madre dopo esser fuggito da Nazareth).
10VII dolore: Visione del 142. Poi dettato del 152. Poi dettato del 16-2.
11VIII dolore: La Cena di Pasqua.
12IX dolore: La Passione, prendendo la visione dell’11244 e collegandola con quella del 18-2.
13X dolore: La Sepoltura di Gesù (192). Poi visione e dettato del 202. Visione e dettato del 212. Visione e dettato del 222 sino al punto segnato così[421]. L’altro dettato sul ritrovamento di Gesù nel Tempio va messo al suo. posto al III dolore.
14Il Padre farà prima il fascicolo solito per lui e per te, e tu lo correggerai perché non ci sia neppure un errore. Poi farà quelle copie che vuole per gli altri. Naturalmente ogni visione va accompagnata dal suo dettato.
Benedizione a chi accetta il dono.
15Il Padre farà prima il fascicolo solito per lui e per te, e tu lo correggerai perché non ci sia neppure un errore. Poi farà quelle copie che vuole per gli altri. Naturalmente ogni visione va accompagnata dal suo dettato.
16Il Padre voleva tutto ciò per Pasqua. Io la volevo per preparazione alla Pasqua e te la faccio consegnare oggi, poiché sono già le 4,30 del Mercoledì delle Ceneri, primo giorno di Quaresima.
17Al lavoro, figli. E siate benedetti. E benedetti coloro che accetteranno il dono con semplicità di cuore e fede. In essi si accenderà quel fuoco che il Padre oggi auspicava. Il mondo non muterà nella sua ferocia. È troppo corrotto. Ma essi ne saranno consolati e sentiranno crescere in loro la sete di Dio che è fomite di santità.
18Va’ in pace, piccolo Giovanni. Il tuo Gesù ti ringrazia e benedice.»
332. Popolo amorale[422].
I peccati accumulati[423].
Dice Gesù:
1«Quante volte l’uomo, specie in questi momenti, non dice: “Ma, Signore, perché non intervieni a punire? Dà ai superbi, ai cattivi, quanto si meritano. Se sei giusto, come puoi lasciare che i malvagi trionfino i tuoi fedeli soffrano?”.
2Figli, vi ricordo una parola del Vangelo: “Prima di levare la pagliuzza all’occhio del fratello, levate la trave dal vostro”.[424]
3È vero che siete tormentati dai “grandi peccatori”. Ma non siete neppure voi senza peccato. I vostri peccati, molto minori rispetto a quelli enormi delle corruzioni del mondo, si sono andati accumulando continuamente fino a che hanno provocato lo sdegno di Dio.
4Dovete pensare che Dio, Perfezione e Giustizia, giudica i grandi ed i piccini, ed è ripugnato del peccato grande del grande e del peccato minore del piccolo. Se dunque dovesse intervenire a punire i grandi, come invocate, perché non gli è lecito punirvi dei vostri ripetuti e numerosi peccati?
5Sono peccati di nazioni intere. I cittadini di esse hanno dimenticato, sostituito Dio con infiniti altri dèi, che vanno da un “uomo” fra loro ad un’idea, da un’idea a un complesso di abitudini morali, ossia amorali, delle quali non ve ne è una che sia da Dio approvata.
La frana di rena.
6Che è avvenuto, perciò? Quello che avviene di una frana di rena. Vi sono posti sulla terra nei quali, per una speciale configurazione del suolo e per una sua speciale composizione, si accumulano sabbie trasportate lentamente ma continuamente dai venti in quel dato posto. Ci vogliono dei secoli, ma viene il momento che l’accumulo è tale che non può più essere sopportato da quella ruga della terra, ed essa lo scrolla da sé provocando catastrofi che inghiottono paesi e talora città intere.
7Se l’uomo fosse attento, provvederebbe a bilanciare l’opera dei venti con l’opera sua e spazzerebbe questi accumuli con tenacia pari a quella degli elementi. Invece non fa attenzione, ma anzi si rallegra che questi portino strati di terra dove prima era roccia o insabbino un estuario aumentando l’area coltivabile; e sfrutta il pseudo-dono del vento infido e della subdola corrente facendone fonte di lucro per godere e trionfare di più, magari a detrimento del vicino paese.
8Guardare a quel granello di polvere? Ma no! Cosa può fare di male? Tanto male nella sua piccolezza, che diviene grande per la cooperazione di infinite altre piccolezze, da provocare una catastrofe. Nulla di più piccino di un granello di rena. Ma mettetene milioni e miliardi insieme e poi fateli precipitare, e vedete che orribile morte vi provocano.
Cristiani amorali[425].
9Cosa è quel difetto? Quell’abitudine amorale? Niente: una piccolezza. Peccato grave? Ma no! Peccato veniale? Neanche! Una sola imperfezione dovuta alla fretta della vita di oggi, alle imposizioni di un complesso di circostanze. Vi dite: “Non siamo più nel medioevo. Bisogna essere all’altezza dei tempi. Vedute più larghe. Non pensare che Dio è sempre lì con foglio e penna a segnare le mie omissioni, le mie soddisfazioni, le mie transazioni. Oggi ho preferito trattare un affare che andare alla messa domenicale, o anche avere quel dieci minuti di colloquio con Dio che è la preghiera mattinale o serale. Ma se non approfittavo di stamane, quel cliente, quel professionista, non lo trovavo più; ma se perdevo quei dieci minuti, perdevo la possibilità di giungere in tempo. Domani…”.
10Dieci minuti! Siete stati mezz’ora a crogiolarvi nel letto, un’altra mezz’ora a questionare con la moglie ed i domestici, quasi un’ora a lisciarvi come degli effeminati. E poi non trovate dieci minuti per il vostro Dio. Avete sei giorni per trattare gli affari e ciondolate senza concludere nulla. Solo la mattina di domenica trovate che è urgentemente necessario fare quella cosa. Ma quel professionista, quel cliente, è libero solo alla domenica! Perché? Se nessuno si facesse trovare per i suoi malvezzi, egli dovrebbe decidersi a dedicarsi ai suoi affari negli altri sei giorni.
11Siete amorali l’uno e l’altro e non vi curate di Dio. Ecco tutto.
Cristiani ladri[426].
12E così: cosa è di male la mia piccola calunnia? Non è neanche calunnia, è mormorazione. Neppure: è una barzelletta detta alle spalle di Tizio e Caio, per ridere, per farsi vedere bene informati, per entrare nelle grazie dei superiori e dei potenti. Ma in fondo quella persona la stimate. Si sa… I superiori bisogna accarezzarli per carpire loro protezione e posti buoni. Si sa… morte tua vita mia, e se al tuo posto ci vado io, che ho famiglia piena di esigenze, meglio. Tanto tu, collega, sai vivere più modestamente.
13E così commettete un furto di reputazione e di posto. Siete dei ladri, o ipocriti, per soddisfare alle esigenze, ai capricci dell’epicureismo familiare, della vanità sociale o femminile.
Cristiani adulteri[427].
14E così: cosa è di male fare un poco di corte a quella signora e questa farsela fare? È levare alla vita la monotonia. Dopo torniamo semplici amici come prima. Cose senza conseguenze. Non bisogna essere dei puritani.
15Siete degli adulteri, o ipocriti. E lo siete talora sotto gli occhi dei vostri figli che sembra non vedano, ma vedono tutto, e che scandalizzate e obbligate a giudicarvi.
Cristiani assassini[428].
16Cosa è di male emanciparsi dai genitori, dal marito, essere indipendenti, farsi la propria vita come più ci piace? Cosa è fare del matrimonio un utile di avere una infermiera e una serva nella moglie o uno che fatica nel marito per i nostri bisogni e capricci, ma non una missione di procreazione e di allevamento? i figli è bene non vengano o vengano poco numerosi. Sono crucci, sono spese, sono ragioni di rancori fra i parenti A o B, fra i figli stessi che li hanno preceduti. Niente più figli dopo quell’uno o due che, non si sa come, hanno proprio voluto nascere. E nati che siano, niente logorarsi per essi. Nutrice, bambinaie, istitutrice, collegio. Dite così voi.
17Siete degli assassini, o ipocriti. Sopprimete delle vite o delle anime. Perché, sappiatelo, per quanto un collegio sia buono e perfetta una istitutrice, non è mai la mamma, il padre, la famiglia. Quei figli, che sono stati di tutti fuorché vostri, come vi possono amare di quell’amore grande che continua a stare unito al vostro interno come avesse radici in voi? Come possono quei figli capirvi se voi siete degli estranei a loro e viceversa? Che società deve venire da popoli in cui la prima forma della società: la famiglia, è cosa arida, morta, scissa? Un’anarchia in cui ognuno pensa a sé, se pure non pensa a nuocere agli altri?
18E quelle monete che risparmiate negando ad un figlio di nascere, cosa credete che siano nel vostro portafoglio? Tarlo che distrugge la sostanza, perché ciò che non spendete per un figlio, spendete tre volte aumentato per divertimenti e lussi inutili e nocivi. E perché vi sposate allora se non volete avere dei figli? A cosa riducete il talamo? il rispetto per il mio “portavoce” mi fa tacere la risposta. Ditevela da voi, indegni. Sono tante piccole cose, se confrontate ai delitti dei grandi peccatori. Ma provocano la valanga. Quella che vi sommerge.
Dio non protegge i malvagi[429].
19L’ho già detto[430]: Se i grandi avessero avuto di fronte – non dico contro, dico di fronte – un popolo moralmente, cristianamente sano, compatto nell’ubbidienza alla legge di Dio e della morale anche umana, non avrebbero potuto giungere ai loro delitti. Il loro satanismo si sarebbe spezzato come spada di vetro contro un blocco di granito, si sarebbe polverizzato. E Dio vi avrebbe benedetti e protetti.
20Voi invece avete ammirato i delinquenti maggiori, nei quali vedevate quella perfezione di delinquenza che non potevate raggiungere voi, quella perfezione di amoralità che vi piaceva perché giustificava la vostra. Dicevate: “Se così fa lui che ammiriamo, posso fare così io pure”. Dicevate: “Se Dio protegge lui che è così, proteggerà anche me che sono molto meno”.
21O stolti! Ma credete realmente che Io protegga chi, per trionfare e giungere a farsi di un altro un complice per trionfare con qualunque mezzo, “ha trucidato la vedova e l’ospite e assassinato gli orfani”? (v. 6-15-21 del salmo 94). Chi ha tradito la fiducia altrui? Chi ha mentito a popoli interi? Chi non si è peritato di spingere al macello intere nazioni? Ma Io vedo e sento e noto. Ed è il mio dolore non potere intervenire, perché quando intervengo voi mi frustrate l’intervento con la vostra malvagità. Siete tanto avvelenati che del bene ne fate un male.
Appello alla conversione[431].
22Ora Io parlo a voi come foste retti di cuore, tutti, anche quelli che retti non sono. Vi voglio invitare ancora una volta.
23Popolo mio, vieni al Signore. Io, il Signore, non rigetterò il popolo che viene a Me e, se mi starà vicino, provvederò ad esso “finché la giustizia non diventi giudizio, ossia finché il tempo non avrà termine e comincerà l’eternità” (v.15). Aprirò le mie braccia a far scudo a chi in Me crede e mi invoca con cuore contrito e fiducioso della mia misericordia, e “li difenderò da coloro che vanno a caccia del giusto e condannano il sangue innocente” (v. 21). Poco ve ne è sulla terra, ma per quel poco darò ancora la grazia.
24Ma, ed è il vostro Dio che ve ne scongiura, ma tornate a Me. Vogliate tornare a Me. Liberatevi singolarmente dalle vostre colpe, di non fede, di disubbidienza morale, di vizio settemplice, e poi Io libererò la collettività dai suoi flagelli.»
333. Gli eroi della verità[432].
Condotta dei Salvatori.
Dice Gesù:
1«Ti ho fatto vedere ed udire da capo la mia sofferenza, il mio spasimo, il mio grido al Padre.[433]
2Voi dite: “Ma perché il Padre Eterno non ci ascolta?”. Prima di non ascoltare voi, ha non ascoltato Me nell’ora dell’espiazione. Ed Io ero innocente. Anche di quei compromessi con le colpe altrui che piacciono tanto a voi.
3Io, come tutti gli onesti, non avevo in cuor mio disapprovato e poi apertamente approvato, o criticato apertamente ma applaudito internamente. No. Io avevo avuto un contegno, un giudizio, una parola sola, nell’interno come nell’esterno, e l’avevo insegnato, questo mio metodo, ai miei discepoli e, attraverso ad essi, a voi: “il vostro linguaggio sia: sì, sì; no, no”.[434]Perché è colpa, sapete, anche il compromesso con la coscienza propria e altrui. Io non avevo neppure questa colpa e per non averla, anche per questo, ero ucciso. La mia giustizia mi aveva fatto parlare contro le colpe dei più potenti (umanamente parlando) e mi aveva attirato la loro ira. Giovanni Battista aveva già pagato la sua rettezza con la perdita della vita.[435] Ora Io perdevo la mia per uguale motivo, sempre umanamente parlando.
Esperienza dell’abbandono.
4Chi mi uccideva non credeva che Io fossi il Figlio di Dio; al massimo mi credeva un profeta. Non pensava che Io fossi il Messia. Solo i semplici di cuore, i puri, gli umili vedevano la verità sotto l’apparenza. I grandi no. Essi erano gonfi di superbia e questa è fumo che nasconde il vero, che corrompe il cuore.
5Ma se non vedevano e non potevano credere che l’atteso Messia fosse un povero galileo – loro che se lo sognavano nato in una reggia – un mite che predicava rinuncia – loro che lo pensavano un conquistatore di popoli, un restauratore della potenza di Giuda – giudicavano però che Io ero un pericoloso denunciatore delle loro maleazioni e mi uccidevano per questo. Compivano il Sacrificio atteso e decretato da secoli e secoli, ma non sapevano di fare tanto. Credevano unicamente di fare cosa utile a loro. Ai loro interessi. E quella volpe astuta di Caifa disse, per giustificare il delitto che preparava per levare di mezzo Colui che temeva per le sue parole sincere e per la tema che, divenendo re, purificasse anche il Tempio dei suoi abusi: “È bene che un uomo muoia per il popolo”[436].
6Era bene. Un bene diverso da quello che Caifa pensava. Un bene più grande. Ma per darvelo ho conosciuto il rigore del Padre. Il suo abbandono. E tu mi hai sentito gridare il mio desolato: “Eloi, Eloi, lamma sabactani”.[437] Ma il Padre non è intervenuto. Eppure non ho perduto fede in Lui, non ho perduto rassegnazione nel dolore. Sono rimasto attaccato al Cielo, anche se il Cielo in quel momento mi respingeva.
Gli eroi della verità.
7E prima di Me era rimasto fedele a Dio e alla Verità, fedele e forte, il mio Precursore.
8Arrestato una prima volta da quel maestro del compromesso che era Erode – il quale barcamenava fra l’ammirazione per il profeta che teneva in gran conto e che consultava e ascoltava sapendolo giusto, l’astio della moglie che odiava il Battista che ne sferzava la lussuria, e la tema dell’ira del popolo che venerava il suo profeta – egli era stato poi rilasciato, anche per le pressioni di influenti giudei, discepoli del Battista, con l’ingiunzione di allontanarsi e di tacere. Ecco che perciò si legge[438]che Giovanni Battista, lasciato il posto di guado del Giordano dove Io fui battezzato, quasi all’inizio del Mar Morto, e perciò più vicino alla dimora di Erode, si era portato a Enon, quasi ai confini della Samaria, dove rimase finché non fu preso una seconda volta, poiché tacere sul vizio vivente nella reggia non volle, e tenuto prigione sino alla morte.
9Io e il Battista siamo stati gli eroi della verità, della rettezza. Erode, un campione di frode e di compromesso. Prima aveva frodato la moglie al fratello e fatto un compromesso con la coscienza propria pur di saziare la carne. E su questa base di putridume aveva poi innalzato i suoi castelli di delitti diversi, di cui uno è passato alla storia con la decollazione del Battista.
Le Vittime del sacrificio.
10Pensatelo bene: la colpa è radice alla colpa. Una nasce sull’altra. E la marea del male cresce. E Dio non può piegarsi là dove vede affezione alla colpa. E se è penoso che gli innocenti soffrano per una espiazione generale, è giusto che coloro che non sanno svellere dal loro cuore la colpa provino l’abbandono di Dio con tutto il suo tossico che morde le viscere e fa urlare di spasimo, così come Io ho urlato, Io che non ho gridato per essere torturato dai flagelli, dalle spine, dai chiodi.
11E ancora e sempre vi dico[439]: “State uniti a Me. Io ero solo a pregare il Padre. Ma voi soli non siete. Voi avete con voi il Salvatore, il Figlio dell’Altissimo. Pregate il Padre con Me, nel mio Nome”.
12E a te, piccolo Giovanni, dico che tu mi vedi così perché realmente Io grido per voi, facendo mie le vostre presenti torture per vincere la Giustizia del Padre, che è talmente offesa che non si vuole piegare a misericordia. L’amore che ho per voi e la pietà che provo per voi mi dànno dolore di mistica crocifissione e grido, grido in nome vostro, per persuadere il Padre e non lasciarvi più oltre nell’abbandono.
13È l’ora di Satana. Ma voi che siete la mia corte della Terra, voi, anime vittime, portate al culmine il vostro sacrificio, portatelo al tormento dell’ora di nona e rimanete fedeli anche in quell’oceano di desolazione che è quell’ora e dite con Me: “Dio mio, Dio mio”. Empiamo del nostro pregare il Cielo, o anime che mi imitate nel farvi salvatori dei fratelli attraverso il sacrificio vostro. Che il Padre senta fondersi in pietà il suo sdegno, e la sua Giustizia si plachi. Una volta ancora.»
L’adorazione dei Magi[440].
Parola di introduzione ai “Vangeli della fede.
14Il mio interno ammonitore mi dice:
15«Chiama queste contemplazioni che avrai, e che ti dirò: “I Vangeli della Fede”, perché a te e agli altri verranno ad illustrare la potenza della fede e dei suoi frutti e a confermarvi nella fede in Dio.»
334. Martirio di Castulo[441].
Piccoli grandi martiri.
Il carcere Tullianum.
1Vedo un buio stanzone. Lo dico stanzone tanto per dire ambiente vasto e in muratura. Ma è un sotterraneo nel quale la luce entra a malapena da due feritoie a livello del suolo che servono anche per l’areazione. Molto insufficiente, d’altronde, rispetto alla quantità di gente che è nell’ambiente e all’umidità dello stesso che trasuda dalle muraglie fatte di blocchi quasi quadrati di pietra connessa con calcina, ma senza alcun intonaco, e dal suolo di terreno battuto.
2So che è il carcere Tullianum. Me lo dice il mio indicatore. So anche, per la stessa fonte, che quella folla accatastata in così poco spazio è data da cristiani imprigionati per la loro fede e in attesa d’esser martirizzati. È tempo di persecuzione, e precisamente una delle prime persecuzioni, perché sento parlare di Pietro e Paolo e so che questi sono stati uccisi sotto Nerone.
3Non può credere con che vivezza di particolari io “veda” questo carcere e chi vi è accolto. Potrei di ogni singolo descrivere età, fisionomia e vestito. Ma allora non la finirei più. Mi limito perciò a dire le cose, i punti e i personaggi che più mi colpiscono.
4Vi sono persone di tutte le età e condizione sociale. Dai vecchi che sarebbe pietoso lasciar spegnere dalla morte, ai bambini di pochi anni che sarebbe giusto lasciar liberi e giocondi ai loro giuochi innocenti e che invece languono, poveri fiori che non vedranno mai più i fiori della terra, nella penombra malsana di questo carcere.
5Vi sono i ricchi dalle vesti curate ed i poveri dalle povere vesti. E anche il linguaggio ha variazioni di pronuncia e di stile a seconda che esce da labbra istruite di signori o da bocche di popolani. Si sentono anche, mescolate al latino di Roma, parole e pronunce straniere di greci, di iberi, di traci, ecc. ecc. Ma se diversi sono gli abiti e gli eloqui, uguale è to spirito guidato da carità. Essi si amano senza distinzione di razza e di censo. Si amano e cercano d’esser l’un l’altro di aiuto.
6I più forti cedono i posti più asciutti e più comodi – se comodo si può chiamare qualche pietrone sparso qua e là a far da sedile e guanciale – ai più deboli. E riparano questi con le loro vesti, rimanendo senza altra cosa che una tunica per la pudicizia, usando toghe e mantelli a far da materasso e guanciale e da coperta ai malati che tremano di febbre o ai feriti da già subite torture. I più sani sovvengono i più malati dando loro da bere con amore: un poco d’acqua mesciuta da un orcio in un rustico recipiente, intridendo, nella stessa, strisce di tela strappate alle loro vesti per fare da bende sulle membra slogate o lacerate e alle fronti arse da febbre.
7E cantano di tanto in tanto. Un canto soave che è certo un salmo o più salmi, perché si alternano. Non sento il bel canto che accompagnò la sepoltura di Agnese.[442] Questi sono salmi. Li riconosco.
8Uno di essi incomincia così: “Amo, perché il Signore ascolta la voce della mia preghiera” (S. 94).[443]
9Un altro dice: “O Dio, Dio mio, per Te veglio dalla prima luce. Ha sete di Te l’anima mia e molto più la mia carne. In una terra deserta, impraticabile e senz’acqua…” (S. 62).
Castulo.
10Un bambino geme nella semi oscurità. Il canto sospende. “Chi piange?” si chiede.
11“È Castulo” si risponde. “La febbre e la bruciatura non gli dànno tregua. Ha sete e non può bere perché l’acqua brucia sulle sue labbra arse dal fuoco”.
12“Qui vi è una madre che non può più dare il latte al suo piccino” dice una imponente matrona dall’aspetto signorile. “Mi si porti Castulo. Il latte brucia meno dell’acqua”.
13“Castulo a Plautina” si ordina.
14Si avanza uno che dalla veste giudicherei o un servo di famiglia cristiana, che condivide la sorte dei padroni, o un lavoratore del popolo. È tarchiato, bruno, robusto, coi capelli quasi rasati e una corta veste scura stretta alla vita da una cinghia. Porta con cura sulle braccia, come su una barellina, un povero bambino di sì e no otto anni. Le sue vesti, per quanto ormai sporche di terra e di macchie, sono ricche, di lana bianca e fina, e ornate al collo, alle maniche e al fondo, da una ricca greca ricamata. Anche i sandali sono ricchi e belli.
15Plautina si siede su un sasso che un vecchio le cede. Plautina pure è tutta vestita di lana bianca. Non ricordo il nome delle vesti romane con esattezza, ma mi pare che questa lunga veste si chiami clamide e il manto palla. Però non garantisco della mia memoria. So che questa di Plautina è molto bella e ampia e l’avvolge con grazia facendo di lei una bellissima statua viva.
16Ella si siede sul masso addossato alla muraglia. Vedo distintamente i pietroni che la sovrastano, sui quali ella spicca col suo volto lievemente olivastro, dagli occhi grandi e neri e dalle trecce corvine, e con la sua candida veste.
17“Dàmmi, Restituto, e che Dio ti compensi” ella dice al pietoso portatore del piccolo martire. E divarica un poco le ginocchia per accogliere, come su un letto, il bambino.
18Quando Restituto lo posa, vedo uno scempio che mi fa raccapricciare. Il viso del povero bambino è tutto una bruciatura. Sarà stato bello forse. Ora è mostruoso. Non più che pochi capelli sul dietro del capo; davanti la cute è nuda e mangiata dal fuoco. Non più fronte né guance né naso come noi li pensiamo, ma una tumefazione rosso-viva, rosa dalla vampa come da un acido. Al posto degli occhi, due piaghe da cui colano rare lacrime che devono essere tormento alle sue carni bruciate. Al posto delle labbra, un’altra piaga orrenda a vedersi. Si direbbe che lo hanno tenuto curvo sulla fiamma col solo viso, perché l’arsione cessa sotto il mento.
19Plautina si apre la tunica e, parlando con amore di vera madre, spreme la sua tonda mammella piena di latte e ne fa stillare le gocce fra le labbra del bambino, che non può sorridere, ma che le carezza la mano per mostrarle il suo sollievo. E poi, dopo averlo dissetato, fa cadere altro latte sul povero viso per medicarlo con questo balsamo, che è un sangue di madre divenuto nutrimento e che è amore di una senza più figli per uno senza più mamma.
20Il bambino non geme più. Dissetato, calmato nel suo spasimo, ninnato dalla matrona, si assopisce respirando affannosamente.
Transito di Fabio.
21Plautina sembra una madre dei dolori per la posa e per l’espressione. Guarda il poverino e certo vede in lui la sua creatura o le sue creature, e delle lacrime rotolano sulle sue guance, e lei getta indietro il capo per impedire che cadano sulle piaghe del piccolo.
22Il canto riprende: “Ho aspettato ansiosamente il Signore ed Egli a me si è rivolto ed ha ascoltato il mio grido”.[444]
23“Il Signore è il mio Pastore, non mi mancherà nulla. Egli mi ha posto in luogo di abbondanti pascoli, m’ha condotto ad acqua ristoratrice” (S. 22).
24“Fabio è spirato” dice una voce nel fondo del sotterraneo. “Preghiamo”, e tutti dicono il Pater ed un’altra preghiera che si inizia così: “Sia lode all’Altissimo che ha pietà dei suoi servi e schiude il suo Regno all’indegnità nostra senza chiedere alla nostra debolezza altro che pazienza e buona volontà. Sia lode al Cristo che ha patito la tortura per coloro che la sua misericordia poteva conoscere troppo deboli per subirla, e non ha loro richiesto che amore e fede. Sia lode allo Spirito che ha dato i suoi fuochi per martirio ai non chiamati alla consumazione del martirio e li fa santi della sua Santità. Così sia “(Maran atà) (non so se scrivo giusto).
25“Fabio felice!” esclama un vegliardo. “Egli già vede Cristo!”
26“Noi pure lo vedremo, Felice, e andremo a Lui con la doppia corona della fede e del martirio. Saremo come rinati, senza ombra di macchia, poiché i peccati della nostra passata vita saranno lavati nel sangue nostro prima d’esser lavati nel Sangue dell’Agnello. Molto peccammo, noi che fummo per lunghi anni pagani, ed è grande grazia che a noi venga il giubileo del martirio a farci nuovi, degni del Regno”.
Paolo di Tarso.
Piccolo, bruttino, ma focoso.
27“Pace a voi, miei fratelli” tuona una voce che mi par subito di avere già udito.
28“Paolo! Paolo! Benedici!”
29Molto movimento avviene fra la folla. Solo Plautina resta immobile col suo pietoso peso sul grembo.
30“Pace a voi” ripete l’apostolo. E si inoltra sin nel centro dell’androne. “Eccomi a voi con Diomede e Valente per portarvi la Vita”.
31“E il Pontefice?” chiedono in molti.
32“Egli vi manda il suo saluto e la sua benedizione. È vivo, per ora, e in salvo nelle catacombe. Fanno buona guardia i fossores. Egli verrebbe, ma Alessandro e Caio Giulio ci hanno avvisati che egli è troppo conosciuto dai custodi. Non sempre sono di guardia Rufo e gli altri cristiani. Vengo io, meno noto e cittadino romano. Fratelli, che nuove mi date?”
33“Fabio è morto”.
34“Castulo ha subìto il primo martirio”.
35“Sista è stata condotta ora alla tortura”.
36“Lino lo hanno trasportato con Urbano e i figli di questo al Mamertino o al Circo, non sappiamo”.
37“Preghiamo per loro: vivi e morti. Che il Cristo dia a tutti la sua Pace”.
38E Paolo, con le braccia aperte a croce, prega – basso, bruttino anziché no, ma un tipo che colpisce – in mezzo al sotterraneo. È vestito, come fosse un servo lui pure, di una veste corta e scura, ed ha un piccolo mantelletto con cappuccio che per pregare si è buttato indietro. Alle sue spalle sono i due che ha nominato, vestiti come lui, ma molto più giovani.
Dialogo con Castulo.
39Finita la preghiera, Paolo chiede: “Dove è Castulo?”
40“In grembo a Plautina, là in fondo”.
41Paolo fende la folla e si accosta al gruppo. Si curva a osserva. Benedice. Benedice il bambino e la matrona. Si direbbe che il bambino si sia risvegliato ai gridi salutanti l’apostolo, perché alza una manina cercando toccare Paolo, il quale gli prende allora la mano fra le sue e parla: “Castulo, mi senti?”
42“Sì” dice il piccino muovendo a fatica le labbra.
43“Sii forte, Castulo. Gesù è con te”.
44“Oh! perché non me l’avete dato? Ora non posso più!” E una lacrima scende a invelenire le piaghe.
45“Non piangere, Castulo. Puoi inghiottire una briciola sola? Si? Ebbene, ti darò il Corpo del Signore. Poi andrò dalla tua mamma a dirle che Castulo è un fiore del Cielo. Che devo dire alla tua mamma?”
46“Che io son felice. Che ho trovato una mamma. Che mi dà il suo latte. Che gli occhi non fanno più male. (Non è bugia dirlo, non è vero? per consolare la mamma?). E che io ‘vedo’ il Paradiso ed il posto mio e suo meglio che se avessi questi occhi ancora vivi. Dille che il fuoco non fa male quando gli angeli sono con noi, e che non tema. Né per lei, né per me. Il Salvatore ci darà forza”.
Discorso di incoraggiamento.
47“Bravo Castulo! Dirò alla mamma le tue parole. Dio aiuta sempre, o fratelli. E lo vedete. Questo è un bambino. Ha l’età in cui non si sa sopportare il dolore di un piccolo male. E voi lo vedete e l’udite. Egli è in pace. Egli è pronto a tutto subire, dopo aver già tanto subito, pur di andare da Colui che egli ama e che lo ama perché è uno di quelli che Egli amava: un fanciullo, ed è un eroe della Fede. Prendete coraggio da questi piccoli, o fratelli. Torno dall’aver portato al cimitero Lucina, figlia di Fausto e Cecilia. Non aveva che quattordici anni, e voi lo sapete se era amata dai suoi e debole di salute. Eppure fu una gigante di fronte ai tiranni. Voi lo sapete che io mi faccio passare, con questi, per fosso, per potere raccogliere quanti più corpi posso e deporli in suolo santo. Vivo perciò presso i tribunali e vedo, come vivo presso i circhi e osservo. E m’è conforto pensare che io pure nella mia ora – faccia Iddio sollecita – sarò da Lui sorretto come i santi che ci hanno preceduto.
48Lucina fu torturata con mille torture. Battuta, sospesa, stirata, attanagliata. E sempre guariva per opera di Dio. E sempre resisteva a tutte le minacce. L’ultima delle torture, avanti il supplizio, fu volta al suo spirito. Il tiranno, vedendola presa di amore per il Cristo, vergine che aveva legata se stessa al Signore Iddio nostro, volle ferirla in questo suo amore. E la condannò ad esser di un uomo. Ma uno, due, dieci che si accostarono e dieci che perirono, percossi da folgore celeste. Allora, non potendo in nessun modo spezzare e distruggere il suo giglio, il tiranno ordinò fosse legata e sospesa in modo da rimanere come seduta e poi calata precipitosamente su un cuneo pontuto che le squarciò le viscere. Credette così il barbaro di averle levato la verginità tanto amata. Ma mai tanto, come sotto quel bagno di sangue, il suo giglio fiori più bello e dalle viscere squarciate si espanse per esser colto dall’angelo di Dio. Ora ella è in pace. Coraggio, fratelli. Ieri l’avevo nutrita del Pane celeste e col sapore di quel Pane ella andò all’ultimo martirio. Ora darò anche a voi quel Pane perché domani è giorno di festa sovrumana per voi. Il Circo vi attende. E non temete. Nelle fiere e nei serpenti voi vedrete aspetti celesti poiché Dio compierà per voi questo miracolo, e le fauci e le spire vi parranno abbracci d’amore, i ruggiti e i sibili voci celesti, e come Castulo vedrete il Paradiso che già scende per accogliervi nella sua beatitudine”.
Preghiere e messa dei martiri.
Salmi 41.
49I cristiani, meno Plautina, sono tutti in ginocchio e cantano: “Come il cervo anela al rivo così l’anima mia anela a Te. L’anima mia ha sete di Dio. Del Dio forte e vivente. Quando potrò venire a Te, Signore? Perché sei triste, anima mia? Spera in Dio e ti sarà dato di lodarlo. Nel giorno Dio manda la sua grazia e nella notte ha il cantico di ringraziamento. La preghiera a Dio è la mia vita. Dirò a Lui: ‘Tu sei la mia difesa’ (S. 4l).
Salmo 94.
50Venite, cantiamo giulivi al Signore; alziamo gridi di gioia al Dio nostro Salvatore. Presentiamoci a Lui con gridi di giubilo. Perché il Signore è il gran Dio. Venite, prostriamoci ed adoriamo Colui che ci ha creati. Perché Egli è il Signore Dio nostro e noi il popolo da Lui nutrito, il gregge da Lui guidato” (S. 94).
51Mentre essi cantano sono entrati anche dei soldati romani e dei carcerieri, i quali montano anche la guardia perché non entrino persone nemiche.
La Messa dei Martiri.
52Paolo si appresta al rito. “Tu sarai il nostro altare” dice a Castulo. “Puoi tenere il calice sul tuo petto?”
53“Sì”.
54Viene steso un lino sul corpicino del bimbo e sul lino sono appoggiati il calice e il pane.
55E assisto alla Messa dei martiri che viene celebrata da Paolo e servita dai due preti che l’accompagnano. Però non è la Messa come è ora.[445] Mi pare che abbia parti che ora non ha e non abbia parti che ora ha. Non ha epistola, per esempio, e dopo la benedizione: “Vi benedica il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo” (dice così) non ha altro.[446] Però dal Vangelo alla Consacrazione sono uguali a ora. Il Vangelo letto è quello delle Beatitudini.[447]
Pace al Martire di Cristo.
56Vedo il lino palpitare sul petto di Castulo il quale, per ordine di Paolo, tiene fra le dita la base del calice perché non cada. Vedo anche che quando Paolo dice: “Questa consacrazione del Corpo…” un fremito di sorriso scorre sul volto piagato del piccolino e poi la testolina si abbatte subito con una pesantezza di morte che sempre cresce.
57Plautina ha come un sussulto ma si domina. Paolo procede come non notasse nulla. Ma quando, franta l’Ostia, sta per curvarsi sul piccolo martire per comunicarlo per primo con un minuscolo frammento, Plautina dice: “E’ morto”, e Paolo sosta un attimo, dando poi alla matrona il frammento destinato al bambino, che è rimasto con le ditine serrate sul piede del calice nell’ultima contrazione, e gliele devono sciogliere per poter prendere il calice e darlo agli altri.
58Poi, distribuita la Comunione, la Messa ha termine. Paolo si spoglia delle vesti e ripone queste e il lino e il calice e la teca delle ostie in una sacca che porta sotto il mantello. Poi dice: “Pace al martire di Cristo. Pace a Castulo santo”.
59E tutti rispondono: “Pace!”
60“Ora lo porterò altrove. Datemi un manto, ché ve lo avvolga. Lo porterò senza attendere la sera. Questa sera verremo per Fabio. Ma questo… lo porterò come un bambino addormentato. Addormentato nel Signore”.
61Uno dei soldati dà il suo mantello rosso; e vi depongono il piccolo martire e ve lo avvolgono, e Paolo se lo prende in braccio (a sinistra) come fosse un padre che trasporta altrove il figlioletto dormiente, col capo curvo sulla spalla paterna. “Fratelli, la pace sia con voi, e ricordatevi di me quando sarete nel Regno”. Ed esce benedicendo.
I martiri sconosciuti[448].
Gli eroi sconosciuti.
Dice Gesù:
62«Non è Vangelo, ma voglio che sia considerato uno dei “vangeli della fede”[449] per voi che temete.
63Anche delle persecuzioni temete. Non avete più la tempra antica. È vero. Ma Io sono sempre Io, figli. Non dovete pensare che Io non possa darvi un cuore intrepido nell’ora della prova. Senza il mio aiuto nessuno, anche allora, avrebbe potuto rimanere fermo davanti a tanto supplizio. Eppure vecchi e bambini, giovinette e madri, coniugi e genitori, seppero morire, incuorando a morire, come andassero a festa. E festa era. Eterna festa!
64Morivano, e il loro morire era breccia nella diga del paganesimo. Come acqua che scava e scava e scava e rompe lentamente ma inesorabilmente le più forti opere dell’uomo, il loro sangue, sgorgando da migliaia di ferite, ha sgretolato la muraglia pagana e come tanti rivoli si è sparso nelle milizie di Cesare, nella reggia di Cesare, nei circhi e nelle terme, fra i gladiatori e i bestiari, fra gli addetti ai pubblici bagni, fra i colti e i popolani, dovunque, incessabile e invincibile.
65Il suolo di Roma è imbibito di questo sangue e la città sorge, potrei dire che è cementata col sangue e la polvere dei miei martiri. Le poche centinaia di martiri che voi conoscete sono un nulla rispetto ai mille e mille ancora sepolti nelle viscere di Roma e agli altri mille e mille che bruciati sui pali nei circhi divennero cenere sparsa dal vento, o sbranati e inghiottiti da fiere e da rettili divennero escremento che fu spazzato e gettato come concime.
Gli atleti della fede.
66Ma se voi non li conoscete, questi miei eroici sconosciuti, Io li conosco tutti, e il loro annichilimento totale, sin dello scheletro, è stato quello che ha fecondato più di qualunque concime il suolo selvaggio del mondo pagano e lo ha fatto divenire capace di portare il Grano celeste.
67Ora questo suolo del mondo cristiano sta ritornando pagano e germina tossico e non pane. È perciò che voi temete. Troppo vi siete staccati da Dio per avere in voi la fortezza antica.
68Le virtù teologali sono morenti là dove già non sono morte. E quelle cardinali neppure le ricordate. Non avendo la carità, è logico non possiate amare Dio sino all’eroismo. Non amandolo, non sperate in Lui, non avete in Lui fede. Non avendo fede, speranza e carità, non siete forti, prudenti, giusti. Non essendo forti, non siete temperanti. E non essendo temperanti, amate la carne più dell’anima e tremate per la vostra carne.
69Ma Io so ancora fare il miracolo. Credete pure che in ogni persecuzione i martiri sanno esser tali per aiuto mio. I martiri: ossia coloro che mi amano ancora.
70Io, poi, porto il loro amore alla perfezione e ne faccio degli atleti della fede. Io soccorro chi spera e crede in Me. Sempre. In qualunque evenienza.
71Il piccolo martire che resta con le manine strette al calice, anche oltre la morte, vi insegna dove è la forza. Nell’Eucarestia. Quando uno si nutre di Me, secondo il detto di Paolo[450], non vive più per sé ma vive in lui Gesù. E Gesù ha saputo sopportare tutti i tormenti, senza flettere. Perciò chi vive di Me sarà come Me. Forte.
72Abbiate fede.»
335. Martirio di Perpetua, Felicita
e compagni[451].
Fede di Perpetua.
Fra spasmi e dolori.
Mi dice Gesù:
1«Non era mia intenzione darti questa visione questa sera. Avevo intenzione di farti vivere un altro episodio dei “vangeli della fede” l. Ma è stato espresso un desiderio da chi merita d’esser accontentato. E Io accontento. Nonostante i tuoi dolori, vedi, osserva e descrivi. I tuoi dolori li dai a Me e la descrizione ai fratelli.»
2E nonostante i miei dolori, tanto forti – per cui mi pare di avere il capo stretto in una morsa che parte dalla nuca e si congiunge sulla fronte e scende verso la spina dorsale, un male terribile per cui ho pensato mi stesse per scoppiare una meningite e poi mi sono svenuta – scrivo. È tanto forte anche ora. Ma Gesù permette che riesca a scrivere per ubbidire. Dopo… dopo sarà quel che sarà.
Una fortezza adibita a carcere.
3Le assicuro, intanto, che passo di sorpresa in sorpresa; perché per prima cosa mi trovo di fronte a degli africani, arabi per lo meno, mentre ho sempre creduto che questi santi fossero europei. Ché non avevo la minima nozione della loro condizione sociale e fisica e del loro martirio. Di Agnese sapevo vita e morte.[452] Ma di questi! È come se leggessi un racconto sconosciuto.
4Per prima illustrazione, avanti di svenirmi, ho visto un anfiteatro su per giù come il Colosseo (ma non rovinato), vuoto per allora di popolo. Solo una bellissima e giovane mora è ritta là in mezzo e sollevata dal suolo, raggiante per una luce beatifica che si sprigiona dal suo corpo bruno e dalla scura veste che lo copre. Sembra l’angelo del luogo. Mi guarda e sorride. Poi mi svengo e non vedo più nulla.
5Ora la visione si completa. Sono in un fabbricato che, per la mancanza di ogni e qualsiasi comodità e per la sua arcigna apparenza, mi si rivela come una fortezza adibita a carcere. Non è il sotterraneo del Tullianum visto ieri. Qui sono stanzette e corridoi sopraelevati. Ma così scarsi di spazio e di luce e così muniti di sbarre e di porte ferrate e piene di chiavistelli, che quel “che” di migliore che hanno in posizione viene annullato dal loro rigore che annulla la benché più piccola idea di libertà.
Perpetua.
6In una di queste tane è seduta su un tavolaccio, che fa da letto, sedile e tavola, la giovane mora che ho visto nell’anfiteatro. Ora non emana luce. Ma unicamente tanta pace. Ha in grembo un piccino di pochi mesi al quale dà il latte. Lo ninna, lo vezzeggia con atto di amore. Il bambino scherza con la giovane madre e strofina la sua faccetta molto olivastra contro la bruna mammella materna, e vi si attacca e stacca con avidità e con subite risatine piene di latte.
7La giovane è molto bella. Un viso regolare piuttosto tondo, con bellissimi occhi grandi e di un nero vellutato, bocca tumida e piccina piena di denti candidissimi e regolari, capelli neri e piuttosto crespi ma tenuti a posto da strette trecce che le si avvolgono intorno al capo. Ha il colorito di un bruno olivastro non eccessivo. Anche fra noi italiani, e specie del meridione d’Italia, si vede quel colore, appena un poco più chiaro di questo. Quando si alza per addormentare il piccino andando su e giù per la cella, vedo che è alta e formosa con grazia. Non eccessivamente formosa, ma già ben modellata nelle sue forme. Sembra una regina per il portamento dignitoso. È vestita di una veste semplice e scura, quasi quanto la sua pelle, che le ricade in pieghe morbide lungo il bel corpo.
L’autorità paterna.
8Entra un vecchio, moro lui pure. Il carceriere lo fa entrare aprendo la pesante porta. E poi si ritira. La giovane si volge e sorride. Il vecchio la guarda e piange. Per qualche minuto restano così.
9Poi la pena del vecchio prorompe. Con affanno supplica la figlia di aver pietà del suo soffrire: “Non è per questo” le dice “che ti ho generato. Fra tutti i figli ti ho amata, gioia e luce della mia casa. Ed ora tu ti vuoi perdere e perdere il povero padre tuo che sente morirsi il cuore per il dolore che gli dài. Figlia, sono mesi che ti prego. Hai voluto resistere ed hai conosciuto il carcere, tu nata fra gli agi. Curvando la mia schiena davanti ai potenti t’avevo ottenuto di esser ancora nella tua casa per quanto come prigioniera. Avevo promesso al giudice che ti avrei piegata con la mia autorità paterna. Ora egli mi schernisce perché vede che di essa tu non ti sei curata. Non è questo quel che dovrebbe insegnarti la dottrina che dici perfetta. Quale Dio è dunque quello che segui, che ti inculca di non rispettare chi ti ha generato, di non amarlo, perché se mi amassi non mi daresti tanto dolore? La tua ostinazione, che neppure la pietà per quell’innocente ha vinto, ti ha valso di esser strappata alla casa e chiusa in questa prigione. Ma ora non più di prigione si parla, ma di morte. E atroce. Perché? Per chi? Per chi vuoi morire? Ha bisogno del tuo, del nostro sacrificio – il mio e quello della tua creatura che non avrà più madre – il tuo Dio? il suo trionfo ha bisogno del tuo sangue e del mio pianto per compiersi? Ma come? La belva ama i suoi nati e tanto più li ama quanto più li ha tenuti al seno. Anche in questo speravo e per questo ti avevo ottenuto di poter nutrire il tuo bambino. Ma tu non muti. E dopo averlo nutrito, scaldato, fatto di te guanciale al suo sonno, ora lo respingi, lo abbandoni senza rimpianto. Non ti prego per me. Ma in nome di lui. Non hai il diritto di farne un orfano. Non ha diritto il tuo Dio di fare questo. Come posso crederlo buono più dei nostri se vuole questi sacrifici crudeli? Tu me lo fai disamare, maledire sempre più. Ma no, ma no! Che dico? Oh! Perpetua, perdona! Perdona al tuo vecchio padre che il dolore dissenna. Vuoi che lo ami il tuo Dio? Lo amerò più di me stesso, ma resta fra noi. Di’ al giudice che ti pieghi. Poi amerai chi vuoi degli dèi della terra. Poi farai del padre tuo ciò che vuoi. Non ti chiamo più figlia, non son più tuo padre. Ma il tuo servo, il tuo schiavo, e tu la mia signora. Domina, ordina ed io ti ubbidirò. Ma pietà, pietà. Salvati mentre ancora lo puoi. Non è più tempo di attendere. La tua compagna ha dato alla luce la sua creatura, lo sai, e nulla più arresta la sentenza. Ti verrà strappato il figlio; non lo vedrai più. Forse domani, forse oggi stesso. Pietà, figlia! Pietà di me e di lui che non sa parlare ancora, ma lo vedi come ti guarda e sorride! Come invoca il tuo amore! Oh! Signora, mia signora, luce e regina del cuor mio, luce e gioia del tuo nato, pietà, pietà!”
Il dovere di Figlia.
10Il vecchio è ginocchioni e bacia l’orlo della veste della figlia e le abbraccia i ginocchi e cerca prenderle la mano che ella si posa sul cuore per reprimerne lo strazio umano. Ma nulla la piega.
11“È per l’amore che ho per te e per lui che rimango fedele al mio Signore” ella risponde. “Nessuna gloria della terra darà al tuo capo bianco e a questo innocente tanto decoro quanto ve ne darà il mio morire. Voi giungerete alla Fede. E che direste allora di me se avessi per viltà di un momento rinunciato alla Fede? il mio Dio non ha bisogno del mio sangue e del tuo pianto per trionfare. Ma tu ne hai bisogno per giungere alla Vita. E questo innocente per rimanervi. Per la vita che mi desti e per la gioia che egli mi ha dato, io vi ottengo la Vita che è vera, eterna, beata. No, il mio Dio non insegna il disamore per i padri e per i figli. Ma il vero amore. Ora il dolore ti fa delirare, padre. Ma poi la luce si farà in te e mi benedirai. Io te la porterò dal cielo. E questo innocente non è che io l’ami meno, ora che mi sono fatta svuotare dal sangue per nutrirlo. Se la ferocia pagana non fosse contro noi cristiani, gli sarei stata madre amantissima ed egli sarebbe stato lo scopo della mia vita. Ma più della carne nata da me è grande Iddio, e l’amore che gli va dato infinitamente più grande. Non posso neppure in nome della maternità posporre il suo amore a quello di una creatura. No. Non sei lo schiavo della figlia tua. Io ti son sempre figlia e in tutto ubbidiente fuorché in questo: di rinunciare al vero Dio per te. Lascia che il volere degli uomini si compia. E se mi ami, seguimi nella Fede. Là troverai la figlia tua, e per sempre, perché la vera Fede dà il Paradiso, ed a me il mio Pastore santo ha già dato il benvenuto nel suo Regno”.
Martirio di Perpetua e Felicita.
Fede di Felicita.
12E qui la visione ha un mutamento, perché vedo entrare nella cella altri personaggi: tre uomini ed una giovanissima donna. Si baciano e si abbracciano a vicenda. Entrano anche i carcerieri per levare il figlio a Perpetua. Ella vacilla come colpita da un colpo. Ma si riprende.
13La compagna la conforta: “Io pure, ho già perduto la mia creatura. Ma essa non è perduta. Dio fu meco buono. Mi ha concesso di generarla per Lui e il suo battesimo si ingemma del mio sangue. Era una bambina… e bella come un fiore. Anche il tuo è bello, Perpetua. Ma per farli vivere in Cristo questi fiori hanno bisogno del nostro sangue. Duplice vita daremo loro così”.
14Perpetua prende il piccino, che aveva posato sul giaciglio che dorme sazio e contento, e lo dà al padre dopo averlo baciato lievemente per non destarlo. Lo benedice anche e gli traccia una croce sulla fronte ed una sulle manine, sui piedini, sul petto, intridendo le dita nel pianto che le cola dagli occhi. Fa tutto così dolcemente che il bambino sorride nel sonno come sotto una carezza.
In attesa del martirio.
15Poi i condannati escono e vengono, in mezzo a soldati, portati in una oscura cavea dell’anfiteatro in attesa del martirio. Passano le ore pregando e cantando inni sacri, esortandosi a vicenda all’eroismo.
16Ora mi pare di essere io pure nell’anfiteatro che ho già visto. È pieno di folla per la maggior parte di pelle abbronzata. Però vi sono anche molti romani. La folla rumoreggia sulle gradinate e si agita. La luce è intensa nonostante il velario steso dalla parte del sole.
17Vengono fatti entrare nell’arena, dove mi pare siano stati già eseguiti dei giuochi crudeli perché è macchiata di sangue, i sei martiri in fila. La folla fischia e impreca. Essi, Perpetua in testa, entrano cantando. Si fermano in mezzo all’arena e uno dei sei si volge alla folla.
Un martire invita alla Fede.
18 “Fareste meglio a mostrare il vostro coraggio seguendoci nella Fede e non insultando degli inermi che vi ripagano del vostro odio pregando per voi e amandovi. Le verghe con cui ci avete fustigato, il carcere, le torture, l’aver strappato a due madri i figli – voi bugiardi che dite d’esser civili e attendete che una donna partorisca per poi ucciderla e nel corpo e nel cuore separandola dalla sua creatura, voi crudeli che mentite per uccidere perché sapete che nessuno di noi vi nuoce, e men che mai delle madri che altro pensiero non hanno che la loro creatura – non ci mutano il cuore. Né per quanto è amore di Dio né per quanto è amore di prossimo. E tre, e sette, e cento volte daremmo la vita per il nostro Dio e per voi. Perché voi giungiate ad amarlo, e per voi preghiamo mentre già il Cielo su noi si apre: Padre nostro che sei nei cieli…”. In ginocchio i sei santi martiri pregano.
Gloria ai martiri di Cristo.
19Si apre un basso portone e irrompono le fiere che, per quanto sembrano bolidi tanto sono veloci nella corsa, mi paiono tori o bufali selvaggi. Come una catapulta ornata di corna pontute, investono il gruppo inerme. Lo alzano sulle corna, lo sbattono per aria come fossero tanti cenci, lo riabbattono al suolo, lo calpestano. Tornano a fuggire come pazzi di luce e di rumore e tornano a investire.
20Perpetua, presa come un fuscello dalle corna di un toro, viene scaraventata molti metri più là. Ma per quanto ferita, si rialza e sua prima cura è di ricomporsi le vesti strappate sul seno. Tenendosele con la destra, si trascina verso Felicita caduta supina e mezza sventrata, e la copre e sorregge facendo di sé appoggio alla ferita. Le bestie tornano a ferire finché i cinque malvivi sono stesi al suolo. Allora i bestiari le fanno rientrare e i gladiatori compiono l’opera.
21Ma, fosse pietà o inesperienza, quello di Perpetua non sa uccidere. La ferisce, ma non prende il punto giusto. “Fratello, qua, che io ti aiuti” dice ella con un filo di voce e un dolcissimo sorriso. E, appoggiata la punta della spada contro la carotide destra, dice: “Gesù, a Te mi raccomando! Spingi, fratello. Io ti benedico” e sposta il capo verso la spada per aiutare l’inesperto e turbato gladiatore.
La fede non muore. Insegnamento
Dice Gesù:
22«Questo è il martirio della mia martire Perpetua, della sua compagna Felicita e dei suoi compagni. Rea di esser cristiana. Catecumena ancora. Ma come intrepida nel suo amore per Me! Al martirio della carne ella ha unito quello del cuore, e con lei Felicita. Se sapevano amare i loro carnefici, come avranno saputo amare i figli loro?
23Erano giovani e felici nell’amore dello sposo e dei genitori. Nell’amore della loro creatura. Ma Dio va amato sopra ogni cosa. Ed esse lo amano così. Si strappano le loro viscere separandosi dal loro piccino, ma la Fede non muore. Esse credono nell’altra vita. Fermamente. Sanno che essa è di chi fu fedele e visse secondo la Legge di Dio.
24Legge nella legge è l’amore. Per il Signore Iddio, per il prossimo loro. Quale amore più grande di dare la vita per coloro che si ama, così come l’ha data il Salvatore per l’umanità che Egli amava? Esse dànno la vita per amarmi e per portare altri ad amarmi e possedere perciò l’eterna Vita. Esse vogliono che i figli e i genitori, gli sposi, i fratelli e tutti coloro che esse amano di amore di sangue o di amore di spirito – i carnefici fra questi poiché Io ho detto: “Amate coloro che vi perseguitano”[453] – abbiano la Vita del mio Regno. E, per guidarli a questo mio Regno, tracciano col loro sangue un segno che va dalla Terra al Cielo, che splende, che chiama.
25Soffrire? Morire? Cosa è? È l’attimo che fugge. Mentre la vita eterna resta. Nulla è quell’attimo di dolore rispetto al futuro di gioia che le attende. Le fiere? Le spade? Che sono? Benedette siano esse che dànno la Vita.
26Unica preoccupazione – poiché chi è santo lo è in tutto – di conservare la pudicizia. In quel momento, non della ferita ma delle vesti scomposte hanno cura.
27Poiché, se vergini non sono, sono sempre delle pudiche. Il vero cristianesimo dà sempre verginità di spirito. La mantiene, questa bella purezza, anche là dove il matrimonio e la prole han levato quel sigillo che fa dei vergini degli angeli.
28Il corpo umano lavato dal Battesimo è tempio dello Spirito di Dio. Non va dunque violato con invereconde mode e inverecondi costumi. 49Dalla donna, specie dalla donna che non rispetta sé stessa, non può che venire una prole viziosa e una società corrotta, dalla quale Dio si ritira e nella quale Satana ara e semina i suoi triboli che vi fanno disperare.»
[1]Scritto lo stesso 27 dicembre 1943, alle ore 6 antimeridiane. Sommario: Gesù celebra la missione dei suoi quattro evangelisti, che ripresentano il Cristo al mondo in una continua indispensabile evangelizzazione. Il Portavoce, Maria Valtorta, è destinata a ripetere gli insegnamenti del Verbo
[2]tuono potrebbe leggersi anche trono
[3]Maria Valtorta scriverà la monumentale opera, di natura evangelica, sulla vita di Gesù.
[4]Scritto il 28 dicembre 1943.
[5]Gn 17,10-13; Lv 12,1-3.
[6]Per la circoncisione di Gesù, che senza dubbio fu dolorosa: Lc 2,21; per la presentazione di Lui al tempio di Gerusalemme: Lc 2,22-24.
[7]vi è lettura incerta; potrebbe leggersi anche si
[8]Gv 12,12-15.
[9]Mt 2,16-18.
[10]Mt 14,1-12; Mr 6,17-29.
[11]Scritto il 29 dicembre 1943.
[12]At 17,22-23.
[13]Gv 1,3; Col 1,15-17.
[14]1 Re 8,19. La citazione valtortiana (3 Re 8,19) è esatta secondo la nomenclatura del testo biblico di cui si serviva Maria Valtorta.
[15]Mt 27,45; Mc 15,33; Lc 23,44.
[16]Scritto lo stesso 29 dicembre 1943.
[17]ho è aggiunto da noi.
[18]Ez 7,10.
[19]Gn 6,17.
[20]Gn 19,23-25.
[21]Pietro novello, Cristo in terra: Al Papa viene ripetuto l’invito a vigilare e a pregare, non essendo questo il momento di morire per il Cristo, bensì di difendere e di istruire. La piaga già rode e molte luci sacerdotali sono spente o languono. Il Papa supplisca a tutte le deficienze, faccia risentire la dottrina del Cristo e riporti la pace alla terra.
[22]torni sono aggiunti da noi.
[23]Avuta lo stesso 29 dicembre 1943.
[24]Padre Migliorini.
[25]Richiamo a: Gv 1,46.
[26]Allusioni a: Mt 8,22.
[27]A questo punto la scrittrice mette di nuovo la data: 29‑12, che aggiunge come annotandola
[28]e è ripetuto all’inizio della pagina 1328.
[29]dentro per dentro significa ogni tanto, di tanto in tanto
[30]Negli scritti del 28 giugno e del 2 agosto.
[31]Paola Belfanti.
[32]Si rivolge al Padre Migliorini.
[33]illeggibile è nostra correzione da illegibile.
[34]Scritto lo stesso 29 dicembre 1943.
[35]Nella monumentale opera sulla vita del Signore.
[36]Scritto il 30 dicembre 1943. Tobia 3,7-15. I Quaderni del 1944.
[37]La prova: Capitò a Sara figlia di Raguele, abitante di Ecbàtana, nella Media, di sentire insulti da parte di una serva di suo padre. Bisogna sapere che essa era stata data in moglie a sette uomini e che Asmodeo, il cattivo demonio, glieli aveva uccisi, prima che potessero unirsi con lei come si fa con le mogli. A lei appunto disse la serva: “Sei proprio tu che uccidi i tuoi mariti. Ecco, sei già stata data a sette mariti e neppure di uno hai potuto godere. Perché vuoi battere noi, se i tuoi mariti sono morti? Vattene con loro e che da te non abbiamo mai a vedere né figlio né figlia”.
La tentazione: In quel giorno dunque essa soffrì molto, pianse e salì nella stanza del padre con l’intenzione di impiccarsi. Ma tornando a riflettere pensava: “Che non abbiano ad insultare mio padre e non gli dicano: La sola figlia che avevi, a te assai cara, si è impiccata per le sue sventure. Così farei precipitare la vecchiaia di mio padre con angoscia negli inferi. Farò meglio a non impiccarmi e a supplicare il Signore che mi sia concesso di morire, in modo da non sentire più insulti nella mia vita”.
La preghiera: In quel momento stese le mani verso la finestra e pregò: “Benedetto si tu, Dio misericordioso, e benedetto è il tuo nome nei secoli. Ti benedicano tutte le tue opere per sempre. Ora a te alzo la faccia e gli occhi. Di’ che io sia tolta dalla terra, perché non abbia a sentire più insulti. Tu sai, Signore, che sono pura da ogni disonestà con uomo e che non ho disonorato il mio nome, né quello di mio padre nella terra dell’esilio. Io sono l’unica figlia di mio padre. Egli non ha altri figli che posano ereditare né un fratello vicino, né un parente, per il quale io possa serbarmi come sposa. Già sette mariti ho perduto: perché dovrei vivere ancora? Se tu non vuoi che io muoia, guardami con benevolenza: che io non senta più insulti”. (Tobia 3,7-15).
[38]Scritto il 31 dicembre 1943, I Quaderni del 1944. Riflessioni sul modo di comportarsi per ottenere. A Nazareth, tanto amata, Gesù non poté operare miracoli a causa dell’incredulità dei suoi compaesani. Anche fra noi Egli è spesso straniero, perché dubitiamo della potenza di Colui che tutto ha fatto e tutto regola. Ma se a Dio è possibile tutto, Egli esige la nostra fede per agire. Gli apostoli usavano dei mezzi, come l’olio, per guarire, allo scopo di non essere accusati come indemoniati e di essere creduti come empirici. Il potere di Dio è diminuito in voi perché non siamo all’altezza del nostro compito di ministri.
[39]Già detto, ad esempio, il 22 luglio.
[40]dalla è nostra correzione da dal
[41]profusi dovunque è nostra costruzione da dovunque profusi
[42]e di non è nostra correzione da ed
[43]Genesi 1, 1-31.
[44]fenomeni è nostra correzione da fenomini
[45]ponderose è nostra correzione da ponderosi
[46]Matteo 12, 24.
[47]Scritto il 1° gennaio 1944.
[48]Valga per tutto il volume l’avvertenza che la scrittrice si rivolge spesso al suo direttore spirituale, il padre Romualdo M. Migliorini, dei Servi di Maria, i cui cenni biografici sono stati esposti ne «i quaderni del 1943»
[49]Scritto il 2 gennaio 1944, ore 8 ant, pag. 13.
[50]Scritto il lo stesso 2 gennaio 1944, ore 23.
[51]Giovanni 1, 45-51.
[52]Matteo 9, 9; Marco 2, 13-14; Luca 5, 27-28.
[53]Il Portavoce riferisce come ha visto i singoli apostoli. Accenno a un sogno di Paola Belfanti.
[54]Figlia di Giuseppe Belfanti, cugino della mamma della scrittrice. Sarà nominata spesso nel corso del volume.
[55]Scritto il 3 gennaio 1944.
[56]Luca 10, 29-37.
[57]Scritto il 4 gennaio 1944.
[58]Mistero nascosto: Daniele, davanti al re, rispose: “Il mistero di cui il re chiede la spiegazione non può essere spiegato né da saggi, né da astrologi, né da maghi, né da indovini (Dn 2,27).
[59]Solo Dio rivela i misteri: C’è un Dio nel cielo che svela i misteri ed egli ha rivelato al re Nabucodònosor quel che avverrà al finire dei giorni (Dn 2,28).
[60]Matteo 11, 25-27; Luca 10, 21-22.
[61]Se a me è stato svelato questo mistero, non è perché io possieda una sapienza superiore a tutti i viventi, ma perché ne sia data la spiegazione al re e tu possa conoscere i pensieri del tuo cuore (Dn 2,30).
[62]A questo riguardo ci è stato fornito il seguente scritto, ritenuto di P. Migliorini: «Viareggio, 5 gennaio 1944. Da quando assistevo Antonia, avevo interessato il “Portavoce” [Maria Valtorta] su di essa. Egli non cessava di pregare, tanto più perché, essendo ambedue delle vittime offerte a Dio per ottenere misericordia dal Signore per molti e specie per questa nostra Italia, si sentivano anime sorelle senza conoscersi. Dal 3 corrente il “Portavoce” vedeva come in lontananza un Calvario dove vi erano erette 3 croci. Due erano erette e ben piantate, ma quella del centro appariva fortemente inclinata come per cadere. La visione rimase un’incognita fino a che ieri il Salvatore fece conoscere che la croce del centro era Antonia che oramai era caduta». Si tratta di Antonia Dal Bo, di cui diamo notizie a pag. 68 nota 3 (Quaderni del 1944).
[63]A questo riguardo ci è stato fornito il seguente scritto, ritenuto di P. Migliorini: «Viareggio, 5 gennaio 1944. Da quando assistevo Antonia, avevo interessato il “Portavoce” [Maria Valtorta] su di essa. Egli non cessava di pregare, tanto più perché, essendo ambedue delle vittime offerte a Dio per ottenere misericordia dal Signore per molti e specie per questa nostra Italia, si sentivano anime sorelle senza conoscersi. Dal 3 corrente il “Portavoce” vedeva come in lontananza un Calvario dove vi erano erette 3 croci. Due erano erette e ben piantate, ma quella del centro appariva fortemente inclinata come per cadere. La visione rimase un’incognita fino a che ieri il Salvatore fece conoscere che la croce del centro era Antonia che oramai era caduta». Si tratta di Antonia Dal Bo.
[64]Scritto il 5 gennaio 1944.
[65]Lo dirà alla fine.
[66]Forse il 18 dicembre 1943, ne «i quaderni del 1943»
[67]A partire da questo punto, il dettato si ritroverà copiato dalla scrittrice, quasi fedelmente e con qualche aggiunta, sul quaderno n. 100, tra le ” Considerazioni e spiegazioni sull’assunzione e transito di Maria Ss. “, del ciclo della ” Glorificazione ” della grande opera sul Vangelo.
[68]Il Portavoce spiega come ha visto il sonno della Vergine.
[69]Scritto il 6 gennaio 1944.
[70]La vittoria è del Signore: Seron, comandante delle forze di Siria, si spinse fino alla salita di Bet-Coròn e Giuda gli andò incontro con piccola schiera. Ma come videro lo schieramento avanzare contro di loro, dissero a Giuda: “Come faremo noi così pochi ad attaccare battaglia contro una moltitudine così forte? Oltre tutto, siamo rimasti oggi senza mangiare”. Giuda rispose: “Non è impossibile che molti cadano in mano a pochi e non c’è differenza per il Cielo tra il salvare per mezzo di molti e il salvare per mezzo di pochi; perché la vittoria in guerra non dipende dalla moltitudine delle forze, ma è dal Cielo che viene l’aiuto. Costoro vengono contro di noi pieni d’insolenza e di empietà per eliminare noi, le nostre mogli e i nostri figli e saccheggiarci; noi combattiamo per la nostra vita e le nostre leggi. Sarà lui a stritolarli davanti a noi. Voi dunque non temeteli”. (1 Maccabei 3,16-22).
[71]O Epifania, che si celebra il 6 gennaio e che ricorda il fatto riferito in Matteo 2,1-12. Accanto alla data, la scrittrice mette il rinvio a I° dei Maccabei cap. 3° v. 18-19-21.
[72]Scritto il 7 gennaio 1944.
[73]Matteo 22, 32.
[74]Scritto l’8 gennaio 1944.
[75]Il 19 giugno e il 22 agosto 1943, ne «i quaderni del 1943».
[76]Il vostro nemico il diavolo: Contro di me si sono aperte la bocca dell’empio e dell’uomo di frode; parlano di me con lingua di menzogna. Mi investono con parole di odio, mi combattono senza motivo. In cambio del mio amore mi muovono accuse, mentre io sono in preghiera. Mi rendono male per bene e odio in cambio di amore (Sal 109). Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi (1 Pt 5,8-9).
[77]Salmo 109,6; 1 Pietro 5, 8.
[78]Fanno esperienza del serpente coloro che gli appartengono: Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli (Ap 12,9). La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono (Sap 2,24).
[79]Perché non potete dare ascolto alle mie parole; voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna” (Gv 8,44).
[80]Matteo 4, 1-11; Marco 1, 12-13; Luca 4, 1-13.
[81]Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche. Rispose la donna: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato” (Gn 3,1.13).
[82]Gn 3,1‑5.
[83]Scritto il 9 gennaio 1944.
[84]Vanità, nullità, vacuità; I fabbricatori di idoli sono tutti vanità e le loro opere preziose non giovano a nulla; ma i loro devoti non vedono né capiscono affatto e perciò saranno coperti di vergogna (Is 44,9).
[85]Invece è l’Eterno Padre, come è scritto al termine del dettato.
[86]Come nel dettato del 7 gennaio, pag. 26.
[87]Negare Dio e farsi un dio è delitto: Chi fabbrica un dio e fonde un idolo senza cercarne un vantaggio? Ecco, tutti i suoi seguaci saranno svergognati; gli stessi artefici non sono che uomini. Si radunino pure e si presentino tutti; saranno spaventati e confusi insieme. Il fabbro lavora il ferro di una scure, lo elabora sulle braci e gli dà forma con martelli, lo rifinisce con braccio vigoroso; soffre persino la fame, la forza gli viene meno; non beve acqua ed è spossato. Si fa un dio (Is 44,10-12).
[88]Orgie sataniche: Il falegname stende il regolo, disegna l’immagine con il gesso; la lavora con scalpelli, misura con il compasso, riproduce do una forma umana, una bella figura d’uomo da mettere in un tempio. Egli si taglia cedri, prende un cipresso o una quercia che lascia crescere robusta nella selva; pianta un frassino che la pioggia farà crescere. Tutto ciò diventa per l’uomo legna da bruciare; ne prende una parte e si riscalda o anche accende il forno per cuocervi il pane (i satanisti cuociono i bambini) o ne fa persino un idolo e lo adora (ora adorano Satana), ne forma una statua e la venera. Una metà la brucia al fuoco, sulla brace arrostisce la carne, poi mangia l’arrosto e si sazia (orgie sataniche dove i mostri mangiano la vittima). Ugualmente si scalda e dice: “Mi riscaldo; mi godo il fuoco”. Con il resto fa un dio, il suo idolo; lo venera, lo adora e lo prega: “Salvami, perché sei il mio dio!” (Is 44,12-17).
[89]I misteri dell’occulto: Non sanno né comprendono; una patina impedisce agli occhi loro di vedere e al loro cuore di capire. Essi non riflettono, non hanno scienza e intelligenza per dire:” Ho bruciato nel fuoco una parte, sulle sue braci ho cotto perfino il pane arrostito la carne che ho mangiato; col residuo farò un idolo abominevole? Mi prostrerò dinanzi ad un pezzo di legno?”. (il sacerdote di Satana) Si pasce di cenere, ha un cuore illuso che lo travia; egli non sa liberarsene e dire: “Ciò che tengo in mano non è forse falso?” ( Is 44,18-20).
[90]Inaridiranno le idolatrie, le scienze e il satanismo: Io svento i presagi degli indovini, dimostro folli i maghi, costringo i sapienti a ritrattarsi e trasformo in follia la loro scienza. Io dico all’oceano: Prosciugati! Faccio inaridire i tuoi fiumi (Is 44, 25.27).
[91]Scritto lo stesso 9 gennaio 1944.
[92]Lo stolto pensa: “Non c’è Dio”. Sono corrotti, fanno cose abominevoli: nessuno più agisce bene. Il Signore dal cielo si china sugli uomini per vedere se esista un saggio: se c’è uno che cerchi Dio. Tutti hanno traviato, sono tutti corrotti; più nessuno fa il bene, neppure uno. Non comprendono nulla tutti i malvagi, che divorano il mio popolo come il pane? Non invocano Dio: tremeranno di spavento, perché Dio è con la stirpe del giusto. Volete confondere le speranze del misero, ma il Signore è il suo rifugio. Venga da Sion la salvezza d’Israele! Quando il Signore ricondurrà il suo popolo, esulterà Giacobbe gioirà Israele (Sal 14,1-7).
[93]Salmo 14 (volgata: 13); Salmo 53 (volgata: 52).
[94]Hanno tremato di spavento, là dove non c’era da temere. Dio ha disperso le ossa degli aggressori, sono confusi perché Dio li ha respinti. Chi manderà da Sion la salvezza di Israele? Quando Dio farà tornare i deportati del suo popolo, esulterà Giacobbe, gioirà Israele (Sal 53,6-7).
[95]Gv 3,11‑22; 4, ll‑l6.
[96]Forse della mamma della scrittrice, Iside Fioravanzi, morta il 4 ottobre 1943. Vedi gli scritti e i dettati di quei giorni ne «i quaderni del 1943».
[97]Terribile attesa del giudizio e fuoco che divorerà i ribelli: Infatti, se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati, ma soltanto una terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco che dovrà divorare i ribelli. Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni. Di quanto maggior castigo allora pensate che sarà ritenuto degno chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell’alleanza dal quale è stato un giorno sacrificato e avrà disprezzato lo Spirito della grazia? Conosciamo infatti colui che ha detto: A me la vendetta! Io darò la retribuzione! E ancora: Il Signore giudicherà il suo popolo. E’ terribile cadere nelle mani del Dio vivente! (Eb 10,26-31).
[98]Ebrei 10, 29.
[99]Scritto il 10 gennaio 1944.
[100]“Io l’ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, per aprire davanti a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso. Io marcerò davanti a te; spianerò le asperità del terreno, spezzerò le porte di bronzo, romperò le spranghe di ferro” (Is 45,1-2). Isaia Cap. 45 v. 11-16-18-19-21-23.
[101]Giovanni 16, 13.
[102]Depositario di ricchezze ben celate: “Ti consegnerò tesori nascosti e le ricchezze ben celate, perché tu sappia che io sono il Signore, Dio di Israele, che ti chiamo per nome. Per amore di Giacobbe mio servo e di Israele mio eletto io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo sebbene tu non mi conosca” (Is 45,3-4).
[103]Ti renderò spedito nell’agire: “Io sono il Signore e non v’è alcun altro; fuori di me non c’è dio; ti renderò spedito nell’agire, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall’oriente fino all’occidente che non esiste dio fuori di me. Io sono il Signore e non v’è alcun altro. Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura; io, il Signore, compio tutto questo” (Is 45, 5-7).
[104]Lo Spirito viene dall’alto: “Stillate, cieli, dall’alto e le nubi facciano piovere la giustizia; si apra la terra e germogli la salvezza e germogli insieme la giustizia. Io, il Signore, ho creato tutto questo”. Potrà forse discutere con chi lo ha plasmato un vaso fra altri vasi di argilla? Dirà forse la creta al vasaio: “Che fai?” oppure: “La tua opera non ha manichi”? Chi oserà dire a un padre: “Che cosa generi? o a una donna: “Che cosa partorisci?” (Is 45,8-10).
[105]“Volete interrogarmi sul futuro dei miei figli e darmi ordini sul lavoro delle mie mani? Io ho fatto la terra e su di essa ho creato l’uomo; io con le mie mani ho disteso i cieli e do ordini a tutte le loro schiere. Io l’ho stimolato per la giustizia; spianerò tutte le sue vie. Egli ricostruirà la mia città e rimanderà i miei deportati, senza denaro e senza regali” (Is 45,11-13).
[106]Ecclesiastico 24,3.
[107]“Le ricchezze d’Egitto e le merci dell’Etiopia e i Sabei dall’alta statura passeranno a te, saranno tuoi; ti seguiranno in catene, si prostreranno davanti a te, ti diranno supplicanti: Solo in te è Dio; non ce n’è altri; non esistono altri dèi (Is 45,14).
[108]Dio presente e nascosto nei sacramenti: Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio di Israele, salvatore. Saranno confusi e svergognati quanti s’infuriano contro di lui; se ne andranno con ignominia i fabbricanti di idoli. Israele sarà salvato dal Signore con salvezza perenne. Non partirete confusione o vergogna per i secoli eterni”. “Io sono il Signore; non ce n’è altri. Io non ho parlato in segreto, in un luogo d’una terra tenebrosa. Non ho detto alla discendenza di Giacobbe: Cercatemi in un’orrida regione! Io sono il Signore, che parlo con giustizia, che annunzio cose rette” (Is 45,15-19).
[109]Davanti al Signore si pieghi ogni ginocchio: “Radunatevi e venite, avvicinatevi tutti insieme, superstiti delle nazioni! Non hanno intelligenza coloro che portano un loro legno scolpito e pregano un dio che non può salvare. Manifestate e portate le prove, consigliatevi pure insieme! Chi ha fatto sentire quelle cose da molto tempo e predetto ciò fin da allora? Non sono forse io, il Signore? Fuori di me non c’è altro Dio; Dio giusto e salvatore non c’è fuori di me. Volgetevi a me e sarete salvi, paesi tutti della terra. Lo giuro su me stesso, dalla mia bocca esce la verità, una parola irrevocabile: davanti a me si piegherà ogni ginocchio, per me giurerà ogni lingua”. Si dirà: “Solo nel Signore si trovano vittoria e potenza!”. Verso di lui verranno, coperti di vergogna, quanti fremevano d’ira contro di lui. Nel Signore saranno vittoriosi e si glorieranno tutti i discendenti di Israele (Is 45,20-25).
[110]Esodo 19-20.
[111]Scritto lo stesso 10 gennaio 1944.
[112]Luca 23, 34.
[113]Matteo 12, 32; Marco 3, 29; Luca 12, 10.
[114]Scritto lo stesso 10 gennaio 1944.
[115]Analogo accenno alle visioni della Grotta si trova ne « I quaderni dei 1943 »,pag. 713.
[116]Qui M.V disegna una croce latina molto allungata.
[117]Qui M.V disegna, rozzamente, una specie di scudo crociato.
[118]Qui M.V disegna un piccolo cerchio ellittico e allungato a punta verso destra.
[119]Nel “Dies irae, dies illa” della liturgia romana
[120]Valga per tutto il volume l’avvertenza che, quando la scrittrice nomina Marta, si riferisce a Marta Diciotti, i cui cenni biografici sono stati esposti ne «i quaderni del 1943».
[121]Apocalisse 7.
[122]Scritto l’11 gennaio 1944, ore 0,15.
[123]Infatti Maria Valtorta era chiamata “piccolo Giovanni”.
[124]Luca 11, 28; Giovanni 6, 22-59.
[125]Giovanni 5, 17-47.
[126]Scritto lo stesso giorno 11 gennaio 1944, ore 7.
[127]Luca 1, 26-38.
[128]Matteo 26, 39-44; Marco 14, 35-36; Luca 22, 41-42.
[129]Matteo 1, 18-19.
[130]Del giorno avanti.
[131]Infatti il quaderno finirebbe qui se la scrittrice non vi avesse aggiunto, cucendoli con filo di cotone, altri fogli (8 facciate) sui quali figurano il dettato che segue e la sua nota di commento.
[132]Scritto lo stesso 11 gennaio 1944, ore 10.
[133]Per le allusioni nel dettato che segue, vedi: Atti 17, 22-34; l Corinti 15.
[134]Atti 9, l-22.
[135]Matteo 22, 23-33; Marco 12, 18-27; Luca 20, 27-40.
[136]Nota sul travolgente dettato di S. Paolo e sul ciclo di dettati, ben sette, sulla rincarnazione o metempsicosi.
[137]Le parentesi con i puntini sono anche sul quaderno autografo. In particolare la scrittrice allude persona di sua conoscenza; ma in generale si riferisce ai cultori della dottrina della rincarnazione o metempsicosi, ai quali sono dedicati quasi tutti i precedenti dettati a cominciare da quello del 7 gennaio.
[138]Scritto il 12 gennaio 1944.
[139]Chi ama Dio, ami anche suo fratello: Amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. E chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui. Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello (1 Gv 4,7-8.16.20-21).
[140]1 Giovanni 4, 8-21.
[141]L’umanità è stata purificata dal sangue di Gesù: Pietro salì verso mezzogiorno sulla terrazza a pregare. Gli venne fame e voleva prendere cibo. Ma mentre glielo preparavano, fu rapito in estasi. Vide il cielo aperto e un oggetto che discendeva come una tovaglia grande, calata a terra per i quattro capi. In essa c’era ogni sorta di quadrupedi e rettili della terra e uccelli del cielo. Allora risuonò una voce che gli diceva: “Alzati, Pietro, uccidi e mangia!”. Ma Pietro rispose: “No davvero, Signore, poiché io non ho mai mangiato nulla di profano e di immondo”. E la voce di nuovo a lui: “Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano” (Atti 10,9-15).
[142]Matteo 5, 48.
[143]Non si deve dire profano o immondo nessun uomo: Pietro disse a Cornelio, centurione romano, e ai suoi amici pagani: “Voi sapete che non è lecito per un Giudeo unirsi o incontrarsi con persone di altra razza; ma Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo” (Atti 10,28).
[144]Matteo 7, 1-5; Luca 6, 37-38 e 41-42.
[145]Matteo 9, 9; Luca 8, 2; 10, 38-42.
[146]Dio non fa preferenze di persone: Pietro prese la parola e disse: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto. Questa è la parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, recando la buona novella della pace, per mezzo di Gesù Cristo, che è il Signore di tutti” (Att.10,34-36).
[147]Atti 10, 34-35
[148]Giovanni 11, 41-43
[149]Matteo 25, 34
[150]Scritto il 13 gennaio 1944.
[151]Richiamando in calce con una crocetta, la scrittrice così annota: Giovanni cap. 13° v. l°. (Me lo fa vedere S. Giovanni)
[152]Il 14 ottobre 1943, ne «i quaderni del 1943»
[153]Scritto dopo la mezza notte de 13 gennaio 1944
[154]Il testo compreso nei cinque capoversi che precedono si trova così condensato sul quaderno autografo: “Ed io neppure. Sorrido a te perché tu sei il pronubo delle mie eterne nozze e te ne sono grata”. “Sacrifica agli dèi. Così vuole la legge”. “Ho un unico vero Dio, e ad Esso sacrifico volentieri”. Ma poi la scrittrice ha cassato con tratti di penna tutto il brano, vi ha scritto sopra di traverso: corretto per dettato di Agnese, e su un foglietto volante, che ha inserito nel quaderno, ha scritto: Mentre faccio il ringraziamento della Comunione, la martire Agnese mi ha detto: “Hai riferito con esattezza. Ma hai dimenticato un punto. Correggi così e fa’ scrivere così”… [segue il brano da noi riportato nel testo, in sostituzione di quello cancellato dalla scrittrice] Ecc., ecc… infatti, con tutte le chiacchiere che avevo intorno e il tempo (6 ore) intercorso fra la visione e la descrizione della stessa, per quanto io abbia buona memoria, mi era sfuggita quella parte di dialogo che, sentendomi ripetere dalla martire, ricordo ora benissimo di avere udito. Sono contenta di potere, per bontà della Santa, correggere questa mia omissione e dare l’esatta versione del dialogo.
[155]Con il dettato che precede.
[156]Scritto il 14 gennaio 1944.
[157]At 10,15.
[158]Nel dettato del 12 gennaio, pag. 40.
[159]Antonia Dal Bo Terruzzi, nata a Como nel 1907, morta a Viareggio il 4 gennaio 1944. Negli ultimi nove mesi della sua vita fu gravemente inferma e si offri a Dio per la salvezza dell’Italia. La sua agonia, nei tre giorni che precedettero la morte, ebbe delle manifestazioni che turbarono i parenti, ai quali giunse, per interessamento del P. Migliorini, il conforto della rassicurante epigrafe scritta da Maria Valtorta e fatta poi stampare sui ricordini: «Poi che carità la prese, se stessa offerse come fiore sull’altare, ostia per le nazionali sventure. Conobbe la notte di Cristo nel Getsemani e l’amaritudine dell’ora di nona sulla Croce. Ma ancora prima dalla [della?] resurrezione in Gesù-Vita ebbe svelato ciò che è beatitudine degli eletti, e con anticipato possesso dell’Amore esalò lo spirito santificato dal suo eroismo guardando Maria, Stella del suo eterno mattino».
[160]Scritto 1l 15 gennaio 1944.
[161]Il 20 (ma fin dalla sera del 18) luglio 1943, ne «i quaderni del 1943»
[162]L’inferno è quello stato in cui sono tormentate, subito dopo la morte, le anime di coloro che lasciano la terra in peccato mortale. E’ verità di fede definita: “Le anime, poi, di quelli che muoiono col peccato mortale o solo con quello originale crediamo che vadano subito all’inferno, dove saranno però tormentate con pene diverse” (Concilio II di Lione; Con. di Firenze). Mosè, in occasione della rivolta contro Dio, disse al popolo: “se il Signore farà qualche cosa di nuovo, che cioè la terra aprendo la sua bocca l’ingoi con tutte le loro cose, sicché scendano vivi nell’inferno, voi conoscerete che essi hanno bestemmiato il Signore. Appena ebbe finito di parlare, la terra si squarciò sotto i loro piedi, e spalancata la sua bocca li inghiottì con le loro tende e con tutte le loro cose, e discessero vivi nell’inferno, coperti dalla terra, e scomparvero di mezzo al popolo” (Num 16,30-33).
[163]Giovanni 12, 4-6.
[164]Matteo 26, 14-16 e 47-50; Marco 14, 10-11 e 43-46; Luca 22, 3-6 e 47-48; Giovanni 18, 1-3.
[165]“Cristo in uno stesso luogo e in una stessa frase ha detto, comprendendo tutte e due le cose: questi andranno al supplizio eterno e i giusti alla vita eterna (Mt 25,46). Dire poi nello stesso unico e identico senso: la vita eterna è senza fine, la pena eterna avrà fine, è cosa molto assurda” (S. Agostino). “Per i miseri avviene una morte senza morte, una fine senza fine, un venir meno senza mai mancare, perché la morte vive e la fine incomincia sempre e il venire meno non viene mai meno”. “Temo il verme che divora e la morte duratura. Temo di cadere nelle mani della morte che vive e della vita che muore. Questa seconda morte che non colpisce mai e fa sempre morire” (S. Bernardo).
[166]Il 7 gennaio, pag. 27.
[167]Il Purgatorio è lo stato ultraterreno, che durerà fino al giorno del giudizio, ove le anime di coloro che sono morti in grazia ma con imperfezioni e pene temporali da scontare per i peccati gravi perdonati, espiano e si purificano prima di salire in Paradiso.
[168]Il 10 gennaio 1944, pag. 41.
[169]Gli adoratori di Satana: “Se alcuno adorerà la bestia e la sua immagine, e riceverà l’impronta sulla sua fronte o sulla sua mano, anch’egli berrà del vino dell’ira di Dio, versato schietto nel calice della sua ira e sarà tormentato con fuoco e zolfo al cospetto dei Santi angeli, davanti all’Agnello; e il fumo dei loro tormenti si alzerà nei secoli dei secoli: e non avranno riposo né giorno né notte” (Ap 14,9-10).Gli adoratori dell’uomo: “Non sapete voi che gli ingiusti non possederanno il regno di Dio? Badate a non errare: né i fornicatori, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né quelli che peccano contro natura, né i ladri, né gli avari, né i dediti all’ubriachezza, né i maledicenti, né i rapaci, avranno l’eredità del regno di Dio” (1 Cor 6,9-10). Gli adoratori di se stessi: “Se la tua mano ti scandalizza, troncala; è meglio per te entrare monco nella vita, che, avendo due mani, andare all’inferno in un fuoco inestinguibile, dove il loro verme non muore e il fuoco non si spegne” (Mc 9,42-43).
[170]“Come si raccoglie la zizzania e si brucia, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi Angeli e toglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti coloro che esercitano l’iniquità, e li getteranno nella fornace di fuoco. Ivi sarà pianto e stridor di denti” (Mt 13,40-42). “Allora dirà anche a color che saranno alla sinistra: Via da me, maledetti, al fuoco eterno, che fu preparato per il diavolo e per i suoi angeli… E andranno questi all’eterno supplizio” (Mt 25,41. 46).
[171]Il tormento del fuoco: “Avete concepito fieno, partorirete paglia; il mio soffio vi divorerà come fuoco. I popoli saranno fornaci per calce, spini tagliati da bruciare nel fuoco. Sentiranno i lontani quanto ho fatto, sapranno i vicini qual è la mia forza”. Hanno paura in Sion i peccatori, lo spavento si è impadronito degli empi. “Chi di voi potrà stare col fuoco divoratore? Chi di voi potrà stare nelle fiamme eterne?” (Is 33,11-14). “Usciranno e vedranno i cadaveri dei vivi che hanno prevaricato contro di me; il loro verme non morrà, il loro fuoco non si estinguerà” (Is 66,24). “Ricordati dell’ira divina, poiché non sarà lenta a venire. Umilia profondamente il tuo spirito, perché il fuoco e il verme saranno il castigo della carne dell’empio” (Sir 7,18-19).
[172]memento è parola latina, ripresa dalla liturgia, a sta per ricordo
[173]Il tomento del gelo: Getta come briciole la grandine, di fronte al suo gelo chi resiste? (Sal 147,17); Arma le mani di folgori e le scaglia contro il bersaglio. Lo annunzia il suo fragore, riserva d’ira contro l’iniquità. Per questo mi batte forte il cuore e mi balza fuori dal petto. Rinchiude ogni uomo in casa sotto sigillo, perché tutti riconoscano la sua opera. Al soffio di Dio si forma il ghiaccio e la distesa dell’acqua si congela (Giobbe 36,32-33; 37,1.7.10). Noi non abbiamo dato ascolto alla tua voce, perciò tu hai eseguito la minaccia, fatta per mezzo dei tuoi servi i profeti, che le ossa dei nostri re e dei nostri padri sarebbero rimosse dalla loro tomba. Ed eccole abbandonate al calore del giorno e al gelo della notte, per la malvagità della casa d’Israele e di Giuda (Baruc 2,24-25)
[174]Il tormento delle tenebre: Lasciami, sì ch’io possa respirare un poco prima che me ne vada, senza ritornare, verso la terra delle tenebre e dell’ombra di morte, terra di caligine e di disordine, dove la luce è come le tenebre (Giobbe 10,20-22). “Ma questi, come animali irragionevoli, da natura fatti per essere catturati e perire, bestemmiando ciò che ignorano, periranno nella propria corruzione, ricevendo la mercede dell’iniquità, essi che stimano come grande soddisfazione i piaceri effimeri. Questi sono fontane senz’acqua e nebbie sbattute dai turbini, ad essi è riservata la caligine tenebrosa” (2 Pt 2,12-17). I figli, che non saranno degni del regno, saranno gettati nelle tenebre esteriori; ivi sarà pianto e stridor di denti (Mt 8,12). “Guai a loro! Perché sono la sozzura dei vostri banchetti sedendo insieme a mensa senza ritegno, pascendo sé stessi, nuvole senza acqua portate qua e là dai venti, alberi di fine stagione senza frutto, due volte morti, sradicati, onde infuriate del mare, che schiumano le proprie turpitudini, stelle erranti, ai quali è riservata una tenebrosa tempesta per l’eternità” (Giuda 12-13).
[175]Non preso alla lettera, tale concetto si trova spesso nella Bibbia, soprattutto in Apocalisse.
[176]Scritto lo stesso 15 gennaio 1944. Sommario: Conforto di S. Giovanni al Portavoce, il cui sacrificio è di lenta consumazione, come fu quello dell’apostolo ed evangelista.
[177]Matteo 20, 1-16.
[178]Matteo 26, 39-44; Marco 14, 35-39; Luca 22, 41-42.
[179]Giovanni 21, 23.
[180]Valga per tutto il volume l’avvertenza che la scrittrice viene spesso chiamata “piccolo Giovanni” perché viene avvicinata, per spiritualità e missione, al grande Giovanni, apostolo ed evangelista. Vedi i dettati dell’8 febbraio, del 6 marzo, del 15 giugno, del 20 ottobre.
[181]Scritto il 16 gennaio 1944.
[182]Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima d’ogni creatura (Colossesi 1,15).
[183]Il 16 a 17 agosto 1943, ne «i quaderni del 1943».
[184]Apocalisse 1, 5.
[185]L’erede di tutte le cose: Poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui (Col 1,16-17).
[186]Giovanni 1, 3; Ebrei 1, 2
[187]Il primo risuscitato dalla morte: Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose. (Col 1,18).
[188]Rappacificatore di tutto il creato: Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli (Col 1,19-20).
[189]Scritto il 17 gennaio 1944, dalle 23,30 del 17 alle prime ore del 18.
[190]Camminate dunque nel Signore Gesù Cristo, come l’avete ricevuto, ben radicati e fondati in lui, saldi nella fede come vi è stato insegnato, abbondando nell’azione di grazie. Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo. È in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi avete in lui parte alla sua pienezza. Con lui infatti siete stati sepolti insieme nel battesimo, in lui anche siete stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti. Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti per i vostri peccati, perdonandoci tutti i peccati (Col 2,6-13).
[191]Sulla rincarnazione o metempsicosi, come è scritto nel brano finale dell’11 gennaio, pag. 38.
[192]credute è correzione non di mano della scrittrice, su copia dattiloscritta, da create
[193]Nessuno v’impedisca di conseguire il premio, compiacendosi in pratiche di poco conto e nella venerazione degli angeli, seguendo le proprie pretese visioni, gonfio di vano orgoglio nella sua mente carnale, senza essere stretto invece al capo, dal quale tutto il corpo riceve sostentamento e coesione per mezzo di giunture e legami, realizzando così la crescita secondo il volere di Dio. Se pertanto siete morti con Cristo agli elementi del mondo, perché lasciarvi imporre, come se viveste ancora nel mondo, dei precetti quali “Non prendere, non gustare, non toccare”? Tutte cose destinate a scomparire con l’uso: sono infatti prescrizioni e insegnamenti di uomini! Queste cose hanno una parvenza di sapienza, con la loro affettata religiosità e umiltà e austerità riguardo al corpo, ma in realtà non servono che per soddisfare la carne. (Col 2,16-23).
[194]Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete crocefissi con Cristo e morti al peccato e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria (Col 3,1-4).
[195]Numeri 21, 4-9; Giovanni 3, 14-15.
[196]Cose che ci ottengono condanna e maledizioni eterne: Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni; desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria, cose tutte che attirano l’ira di Dio su coloro che disobbediscono (Col 3,5-6).
[197]Deponete anche voi tutte queste cose: Anche voi un tempo eravate così, quando la vostra vita era immersa in questi vizi. Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca (Col 3,7-8).
[198]Isaia 14, 9-15.
[199]Cristo è tutto in tutti: Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore. Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti (Col 3,9-11).
[200]Rivestirsi di misericordia, bontà, umiltà, mansuetudine, pazienza: Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi (Col 3,12-13).
[201]Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti! (Col 3,14-15).
[202]Matteo 6, 9-13; Luca 11, 2-4.
[203]La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre (Col 3,16-17).
[204]Servite a Cristo Signore: Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come si conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non inaspritevi con esse. Voi figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino. Voi, servi, siate docili in tutto con i vostri padroni terreni; non servendo solo quando vi vedono, come si fa per piacere agli uomini, ma con cuore semplice e nel timore del Signore. Qualunque cosa facciate, fatela di cuore come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che come ricompensa riceverete dal Signore l’eredità. Servite a Cristo Signore. Chi commette ingiustizia infatti subirà le conseguenze del torto commesso, e non v’è parzialità per nessuno. (Col 3,18-25)
[205]Matteo 5, 3-12; Luca 6, 20-23
[206]Servite a Cristo Signore: Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come si conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non inaspritevi con esse. Voi figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino. Voi, servi, siate docili in tutto con i vostri padroni terreni; non servendo solo quando vi vedono, come si fa per piacere agli uomini, ma con cuore semplice e nel timore del Signore. Qualunque cosa facciate, fatela di cuore come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che come ricompensa riceverete dal Signore l’eredità. Servite a Cristo Signore. Chi commette ingiustizia infatti subirà le conseguenze del torto commesso, e non v’è parzialità per nessuno. (Col 3,18-25)
[207]La seguente nota della scrittrice si trova su un foglietto incollato all’inizio del quaderno, ma noi la inseriamo qui perché sembra riferirsi al dettato del 17 gennaio, riportato sopra.
[208]fra le quali dovrebbe omettersi per una corretta lettura.
[209]Scritto il 19 gennaio 1944.
[210]Matteo 5, 7, 10, 42. Marco 9, 41.
[211]Luca 10, 29-37.
[212]Luca 10, 38-42.
[213]Giovanni 4, 13-16
[214]Scritto il 20 gennaio 1944.
[215]Il mio giusto vivrà mediante la fede: Avete solo bisogno di costanza, perché dopo aver fatto la volontà di Dio possiate raggiungere la promessa. Ancora un poco, infatti, un poco appena, e colui che deve venire, verrà e non tarderà. Il mio giusto vivrà mediante la fede; ma se indietreggia, la mia anima non si compiace in lui. Noi però non siamo di quelli che indietreggiano a loro perdizione, bensì uomini di fede per la salvezza della nostra anima (Eb 10,36-39).
[216]Matteo 10, 22; 24, 13.
[217]Ebrei 10, 35-38.
[218]Luca 23, 34.
[219]La presente annotazione, qui inserita dalla scrittrice, precede il dettato che noi riporteremo a pag. 95. Facciamo ora seguire la ” visione ” cui essa si riferisce e che è scritta due volte, con aggiunte nella seconda stesura, su due fascicoletti di otto pagine‑ di quaderno ciascuno, staccati ma inseriti proprio a questo punto del quaderno autografo.
[220]Scritto lo stesso 20 gennaio 1944 alle ore 16.
[221]Può essere considerata il seguito del martirio di Agnese, scritto il 13 gennaio
[222]Apocalisse 14, 1-5.
[223]Non vi sono errori nella trascrizione del testo latino, che segue.
[224]Scritta nuovamente la mattina del 23, per paura di smarrimento di quei fogli staccati.
[225]il corsivo del testo indica, come sempre, le parole che nel testo autografo sono sottolineate. Ma nella presente descrizione tutte le sottolineature sono fatte con inchiostro diverso (e perciò, forse, sono successive alla scrittura) e vengono giustificate dalla seguente annotazione che la scrittrice pone sul margine superiore della pagina: I punti sottolineati corrispondono a quelli detti a lei a voce e che, dovendo tornare a descrivere la visione, ho, secondo Il suo desiderio, Inseriti nel racconto.
[226]mentre sta qui per momento, frattempo
[227]Apocalisse 14, 4.
[228]Scritto sempre il 20‑1‑44 alle 23,30, da scriversi dopo la narrazione della visione.
[229]Nella visione del 10 gennaio, pag. 41.
[230]Scritto il 21 ‑ 1 – 44, pag. 96.
[231]Scritto il 22 ‑ 1 – 44, pag. 96
[232]Daniele 10, 18-19.
[233]Scritto il 23 ‑ 1 – 1944.
[234]Israel si convertirà: Or quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo chienque si troverà scritto nel libro (Dn 12,1). Mt 25,31‑46.
[235]Daniele 12, 1-13; Matteo 25, 31-46.
[236]I morti risorgeranno: Mmolti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia etrerna. Dn 12,2
[237]Un tempo, tempi e la metà di un tempo: Io, Daniele, stavo guardando ed ecco altri due che stavano in piedi, uno di qua sulla sponda del fiume, l’altro di là sull’altra sponda. Uno disse all’uomo vestito di lino, che era sule acque del fiume: “Quando si compiranno queste cose meravigliose?”. Udii l’uomo vestito di lino, che era sulle acque del fiume, il quale, alzate la destra e la sinistra al cielo, giurò per colui che vive in eterno che tutte queste cose si sarebbero compiute fra un tempo, tempi e la metà di un tempo, quando sarebbe finito colui che dissipa le forze del popolo (Dn 12,5-7).
[238]I saggi risplenderanno, seguiranno il bene: I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre. Ora tu, Daniele, chiudi queste parole e sigilla questo libro, fino al tempo della fine: allora molti lo scorreranno e la loro conoscenza sarà accresciuta. Io udii bene, ma non compresi, e dissi: Mio Signore, quale sarà la fine di queste cose?”. Egli mi rispose: “Va’, Daniele, queste parole sono nascoste e sigillate fino al tempo della fine. Molti saranno purificati, resi candidi, integri, ma gli empi agiranno empiamente: nessuno degli empi intenderà queste cose, ma i saggi le intenderanno. (Dn 12,3-4.8-10).
[239]Ora, dal tempo in cui sarà abolito il sacrificio mille duecentonovanta giorni (Dn 12,11). Alla bestia fu data una bocca per proferire parole d’orgoglio e bestemmie, con il potere di agire per quarantadue messi (Ap 13,5). Ma farò in modo che i miei due Testimoni, vestiti di sacco, compiano la loro missione di profeti per mille duecentosessanta giorni (Ap 11,3)
[240]Beato chi aspetterà con pazienza e giungerà a milletrecento- trentacinque giorni. Tu, va’ pure alla tua fine e riposa: ti alzerai per la tua sorte alla fine dei gironi (Dn 12,12).
[241]Daniele 12, 11-12.
[242]Matteo 10, 22.
[243]Daniele 12, 13.
[244]Scritto il 25 gennaio 1944, pag. 98
[245]Isaia 2, 1-5; 7, 10-17; 9, 1-6; 11, 1-9.
[246]Daniele: Io, Daniele, guardavo nella mia visione notturna ed ecco, i quattro venti del cielo si abbattevano impetuosamente sul Mar Mediterraneo e quattro grandi bestie, differenti l’una dell’altra, salivano dal mare (Dn 7,2-3). Giovanni: “Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo: La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e la sua potestà grande. Una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita (Ap 13,1-3).
[247]2 Daniele 7, 1-8 e 11-12 e 15-25.
[248]Apocalisse 13; 17; da 19, 11 a 20, 10.
[249]Leone: La prima era simile ad un leone e aveva ali di aquila. Mentre io stavo guardando, le furono tolte le ali e fu sollevata da terra e fatta stare su due piedi come un uomo e le fu dato un cuore d’uomo (Dn 7,4). La bestia che io vidi aveva la bocca come quella di un leone (Ap 13,2).
[250]Orso: Poi ecco una seconda bestia, simile ad un orso, la quale stava alzata da un lato e aveva tre costole in bocca, fra i denti, e le fu detto: “Su, divora molta carne”. La bestia che io vidi aveva le zampe come quelle di un orso (Ap 13,2).
[251]Leopardo: Mentre stavo guardando, eccone un’altra simile a un leopardo, la quale aveva quattro ali d’uccello sul dorso; quella bestia aveva quattro teste e le fu dato il dominio (Dan 7,6). La bestia che io vidi era simile a una pantera (Ap 13,2).
[252]L’8 gennaio, pag. 17.
[253]Anticristo: Stavo ancora guardando nelle visioni notturne ed ecco una quarta bestia, spaventosa, terribile, d’una forza eccezionale, con denti di ferro; divorava, stritolava e il rimanente se lo metteva sotto i piedi e lo calpestava: era diversa da tutte le altre bestie precedenti e aveva dieci corna (Dn 7,7). Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e la sua potestà grande. Una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita. Allora la terra intera presa d’ammirazione, andò dietro alla bestia e gli uomini adorarono il drago perché aveva dato il potere alla bestia e adorarono la bestia dicendo: “Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?” (Ap 13,1.3-4).
[254]Il piccolo corno: Stavo osservando queste corna, quand’ecco spuntare in mezzo a quelle un altro corno più piccolo, davanti al quale tre delle prime corna furono divelte: vidi che quel corno aveva occhi simili a quali di un uomo e una bocca che parlava con alterigia (Dn 7,8).
[255]Luca 2, 40.
[256]Il potere dell’Anticristo: Alla bestia fu data una bocca per proferire parole d’orgoglio e bestemmie, con il potere di agire per quarantadue mesi. Essa aprì la bocca per proferire bestemmie contro Dio, per bestemmiare il suo nome e la sua dimora, contro tutti quelli che abitano in cielo. Le fu permesso di far guerra contro i santi e di vincerli; le fu dato potere sopra ogni stirpe, popolo, lingua e nazione. L’adorarono tutti gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto fin dalla fondazione del mondo nel libro della vita dell’Agnello immolato. Chi ha orecchi, ascolti: Colui che deve andare in prigionia, andrà in prigionia; colui che deve essere ucciso di spada di spada sia ucciso. In questo sta la costanza e la fede dei santi (Ap 13,5-10).
[257]I redenti della Terra: Poi guardai ed ecco l’Agnello ritto sul monte Sion e insieme cento quarantaquattromila persone che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo. Udii una voce che veniva dal cielo, come un fragore di grandi acque e come un rimbombo di forte tuono. La voce che udii era come quella di suonatori di arpa che si accompagnano nel canto con le loro arpe. Essi cantavano un cantico nuovo davanti al trono e davanti ai quattro esseri viventi e ai vegliardi. E nessuno poteva comprendere quel cantico se non i cento quarantaquattromila, i redenti della terra. Questi non si sono contaminati con donne, sono infatti vergini e seguono l’Agnello dovunque va. Essi sono stati redenti tra gli uomini come primizie per Dio e per l’Agnello. Non fu trovata menzogna sulla loro bocca; sono senza macchia (Ap 14
[258]Scritto lo stesso 25 gennaio 1944.
[259]Nel dettato del 21 giugno 1943 e in due dettati dell’11 dicembre 1943,
nei «Quaderni del 1943», pag. 186, 652 e 653.
[260]Nella visione descritta la sera del giovedì santo 1943, ne «I quaderni dei 1943», pag. 81.
[261]Scritto il 27 gennaio 1944.
[262]Matteo 5, 14-16.
[263]Luca 10, 29-37.
[264]Giovanni 10, 1-21.
[265]Visione di Ezechiele: Mentre mi trovavo in casa e dinanzi a me sedevano gli anziani di Giuda, la mano del Signore Dio si posò su di me e vidi qualcosa dall’aspetto d’uomo: da ciò che sembravano i suoi fianchi in giù, appariva come di fuoco e dai fianchi in su appariva come uno splendore simile all’elettro. Stese come una mano e mi afferrò per i capelli: uno spirito mi sollevò fra terra e cielo e mi portò in visioni divine a Gerusalemme, all’ingresso del cortile interno, che guarda a settentrione, dove era collocato l’idolo della gelosia, che provocava la gelosia (Ez 8,1-5).
[266]L’idolo della gelosia: Ed ecco là era la gloria del Dio d’Israele. Mi disse: “Figlio dell’uomo, alza gli occhi verso settentrione!”. Ed ecco a settentrione della porta dell’altare l’idolo della gelosia, proprio all’ingresso. Mi disse: “Figlio dell’uomo, vedi che fanno costoro? Guarda i grandi abomini che la casa d’Israele commette qui per allontanarmi dal mio santuario! Ne vedrai altri ancora peggiori” (Ez 8,5-6).
[267]Ezechiele 8, 11.
[268]L’idolo del senso: Mi condusse all’ingresso del portico della casa del Signore che guarda a settentrione e vidi donne sedute che piangevano Tammuz. Mi disse: “Hai visto, figlio dell’uomo? Vedrai abomini peggiori di questi” (Ez 8,14-15).
[269]Gli adoratori del sole: Mi condusse nell’atrio interno del tempio; ed ecco all’ingresso del tempio, fra il vestibolo e l’altare, circa venticinque uomini, con le spalle voltate al tempio e la faccia a oriente che, prostrati, adoravano il sole. Mi disse: “Hai visto, figlio dell’uomo? Come se fosse piccola cosa per la casa di Giuda, commettere simili nefandezze in questo luogo, hanno riempito il paese di violenze, per provocare la mia collera. Eccoli, vedi, che si portano il ramoscello sacro alle narici. Ebbene anch’io agirò con furore. Il mio occhi non s’impietosirà; non avrò compassione: manderanno alte grida ai miei orecchi, ma non li ascolterò” (Ez 8,16-18).
[270]Matteo 23, l-32; Luca 11, 37-54.
[271]Scritto il 29 gennaio 1944.
[272]Nota del Portavoce: Avrei qui da dirle due cose che la interessano certo e che avevo deciso di scrivere non appena tornata dal sopore. Ma siccome c’è dell’altro più pressante, scriverò poi.
[273]Genesi 1, 1-2.
[274]L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte: Come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. Bisogna infatti che egli regni finchè non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte (1 Cr 15,23-26).
[275]Le ossa inaridite: Il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi vece passare tutt’intorno accanto ad esse. Vidi che erano in grandissima quantità sulla distesa della valle e tutte inaridite. Mi disse: «Profetizza su queste ossa e annunzia loro: Ossa inaridite, udite la parola del Signore. Dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete. Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete: Saprete che io sono il Signore». (Ez 37,1‑6).
[276]Ricomposizione delle ossa: Io profetizzai come mi era stato ordinato; mentre io profetizzavo sentii un rumore e vidi un movimento fra le ossa, che si accostavano l’uno all’altro, ciascuno al suo corrispondente (Ez 37,7).
[277]Ricomposizione della carne: Guardai ed ecco sopra di esse i nervi, la carne cresceva e la pelle le ricopriva, ma non c’era spirito in loro (Ez 37,8).
[278]I corpi risorti: Egli aggiunse: “Profetizza allo spirito, profetizza figlio dell’uomo e annunzia allo spirito: Dice il Signore Dio: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano”. Io profetizzai come mi aveva comandato e lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi; erano un esercito grande, sterminato (Ez 37,9-10).
[279]Tutti risorgeranno: Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre (Dn 12,2-3). Non vi meravigliate di questo, poiché verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna (Gv 5,28-29).
[280]1 Corinzi 15, 35-58.
[281]Si riferisce all’episodio da noi indicato a pag. 112.
[282]A pag. 113, primo capoverso.
[283]Ad esempio, il 13 maggio 1943. nei “quaderni dei 1943 “, pag. 90.
[284]L’umanità espierà: Io ti distruggerò, Israele, e chi potrà venirti in aiuto? L’iniquità di Èfraim è chiusa in luogo sicuro, il suo peccato è ben custodito. Dolori di partoriente lo sorprenderanno, ma egli è figlio privo di senno (Os 13,9.12-13). Samaria espierà, perché si è ribellata al suo Dio Os 14,1
[285]Il firmamento vuoto dei suoi luminari: Verrà il vento d’oriente, si alzerà dal deserto il soffio del Signore e farà inaridire le sue sorgenti, farà seccare le sue fonti (Os 13,15).
[286]Eliminerà la morte per sempre: Li strapperò di mano agli inferi, li riscatterò dalla morte? Dov’è, o morte, la tua peste? Dov’è, o inferi il vostro sterminio (Os 13,14); La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? (1 Cor 15,55); Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti. Eliminerà la morte per sempre (Is 25,7-8); Poi la morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco. E chi non era scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco (Ap 20,14); Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate (Ap 21,4).
[287]Ti consiglio di comperare da me vesti bianche per coprirti e nascondere, la vergognosa tua nudità (Ap 3,18). I corpi risorgeranno nudi, ma velati o meglio trasformati in corpo luce dall’emanazione dello spirito interno.
[288]Scritto il 30 gennaio 1944, pag.117. Sommario: Il Portavoce narra la sua gioia, che le è rimasta impressa sul volto, nel ricevere la visione dell’episodio evangelico della “Tempesta sedata”.
[289]Espressione che sarà spiegata e rettificata nel dettato del 3 febbraio
[290]L’episodio della tempesta sedata: Mt 8,23‑27; Mc 4,35‑40; Lc 8,22‑25.
[291]< Saltiamo poco più di 8 pagine del quaderno autografo, che portano l’episodio della Tempesta sedata e il successivo dettato di comento, appartenenti al ciclo del Secondo anno di vita pubblica della grande opera sul Vangelo del Regno di Dio >
[292]Esodo 34, 29-35.
[293]Scritto il 31 gennaio 1944.
[294]Matteo 27, 37; Marco 15, 26; Luca 23, 38; Giovanni 19, 19-22.
[295]Necessità del Tau: Il Signore disse all’uomo vestito di lino: “Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un t a u sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono” (Ez 9,4).Vidi poi un altro angelo che saliva dall’oriente e aveva il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli ai quali era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare: “Non devastate né la terra, né il mare, né le piante, finchè non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi” (Ap 7,2-3).
Simbolo di salvezza sicura: Agli altri disse: “Colpite! Il vostro occhio non perdoni, non abbiate misericordia. Vecchi, giovani, ragazze, bambini e donne, ammazzate fino allo sterminio: solo non toccate chi abbia il tau in fronte; cominciate dal mio tempio. Disse loro: “Profanate pure il santuario, riempite di cadaveri i cortili. Uscite! Quelli uscirono e fecero strage nella città (Ez 9,5-7). Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio. Inciderò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, insieme con il mio nome nuovo (Ap 3,12). Porteranno il suo nome sulla fronte (Ap 22,4).
[296]Carboni accesi: Io guardavo ed ecco sul firmamento che stava sopra il capo dei cherubini vidi come una pietra di Zaffiro e al di sopra appariva qualcosa che aveva la forma di un trono. Disse all’uomo vestito di lino: “Va’ fra le ruote che sono sotto il cherubino e riempi il cavo delle mani dei carboni accesi che sono fra i cherubini e spargili sulla città” (Ez 10,1-2).
[297]Esodo 20, 1- 17; Deuteronomio 5, 1-22.
[298]Farò ricadere sul loro capo le loro opere: Mentre essi facevano strage, io ero rimasto solo: mi gettai con la faccia a terra e gridai: “Ah! Signore Dio, sterminerai tu, quanto è rimasto di Israele, rovesciando il tuo furore sopra Gerusalemme”? Mi disse: “L’iniquità di Israele e di Giuda è enorme, la terra è coperta di sangue, la città è piena di violenza. Infatti vanno dicendo: Il Signore ha abbandonato il paese: il Signore non vede. Ebbene, neppure il mio occhio avrà compassione e non userò misericordia: farò ricadere sul loro capo le loro opere” (Ez 9,8-11).
[299]Nel dettato del 15 gennaio
[300]Ciascuno sarà giudicato secondo le sue opere: Vidi poi un grande trono bianco e Colui che sedeva su di esso. Dalla sua presenza erano scomparsi la terra e il cielo senza lasciar traccia di sé. Poi vidi i morti, grandi e piccoli, ritti davanti al trono. Furono aperti dei libri. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere. Il mare restituì i mori che esso custodiva e la morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere (Ap 20,11-13).
[301]I quattro esseri viventi:
Versione di Giovanni: In mezzo al trono e intorno al trono vi erano quattro esseri viventi pieni d’occhi davanti e di dietro. Il primo vivente era simile a un leone, il secondo a un vitello, il terzo vivente aveva l’aspetto d’uomo, il quarto vivente era simile a un’aquila mentre vola. I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, interno e dentro sono costellati di occhi (Ap 4,6-8).
Versione di Ezechiele: Guardai ancora ed ecco che al fianco dei cherubini vi erano quattro ruote, una ruota al fianco di ciascun cherubino. Quelle ruote avevano l’aspetto del topazio. Sembrava che tutte e quattro fossero di una medesima forma, come se una ruota fosse in mezzo all’altra. Muovendosi, potevano andare nelle quattro direzioni senza voltarsi, perché si muovevano verso il lato dove era rivolta la testa, senza voltarsi durante il movimento. Tutto il loro corpo, il dorso, le mani, le ali e le ruote erano pieni di occhi tutt’interno; ognuno dei quattro aveva la propria ruota. Io sentii che le ruote venivano chiamate “Turbine”. Ogni cherubino aveva quattro sembianze: la prima quella di cherubino, la seconda quella di uomo, la terza quella di leone e la quarta quella di aquila. Quando i cherubini si muovevano, anche le ruote avanzavano al loro fianco: quando i cherubini spiegavano le ali per sollevarsi da terra, le ruote non si allontanavano dal loro fianco; quando si fermavano, anche le ruote si fermavano; quando si alzavano, anche le ruote si alzavano con lore perché lo spirito di quegli esseri era in loro (Ez 10,9-17).
[302]Matteo 25, 31-46.
[303]I corruttori della città: Uno spirito mi sollevò e mi trasportò alla porta orientale del tempio che guarda a oriente; ed ecco davanti alla porta vi erano venticinque uomini e in mezzo a loro vidi Iazanià figlio d’Azzùr, e Pelatìa figlio di Benaià, capi del popolo. Il Signore mi disse: “Figlio dell’uomo, questi sono gli uomini che tramano il male e danno consigli cattivi in questa città; sono coloro che dicono: Non in breve tempo si costruiscono le case: questa città è la pentola e noi siamo la carne (per capire, leggere Is 24,1-14).
Il giudizio ai confini della vita: Per questo profetizza contro di loro, profetizza, figlio dell’uomo”. Lo spirito del Signore venne su di me e mi disse: “Parla, dice il Signore: Così avete detto, o Israeliti, e io conosco ciò che vi passa per la mente. Boi avete moltiplicato i morti in questa città, avete riempito di cadaveri le sue strade. Per questo così dice il Signore Dio: I cadaveri che avete gettati in mezzo a essa sono la carne, e la città è la pentola. Ma io vi scaccerò dalla città (vuota la pentola sulla brace Is 24,11) e vi metterò in mano agli stranieri e farò giustizia su di voi. Cadrete di spada: sulla frontiera d’Israele (al confine della vita terrena) io vi giudicherò e saprete che io sono il Signore. Nell’inferno cuoceranno i dannati: La città non sarà per voi la pentola (ma l’inferno) e voi non ne sarete la carne! (ma i dannati, come la carne cuoce nella pentola, così i dannati cuoceranno nell’inferno). Sulla frontiera di Israele vi giudicherò: allora saprete che io sono il Signore, di cui non avete eseguito i comandi né osservate le leggi, mentre avete agito secondo i costumi delle genti vicine”. Parola di Dio: Non avevo finito di profetizzare quando Pelatìa figlio di Benaià cadde morto. Io mi gettai con la faccia a terra e gridai con tutta la voce: “Ah! Signore Dio, vuoi proprio distruggere quanto resta d’Israele?” (Ez 11,1-13).
[304]Nella visione del 29 gennaio
[305]Scritto il 3 febbraio 1944.
[306]Quaderni del 1944, Pag. 117. Nel testo presente, al n. 177,2.
[307]Teresa Neumann, allora vivente (1898-1962) e Gemma Galgani, santa (1878-1903).
[308]Scritto il 4 febbraio 1944.
[309]Si riferisce ad alcune postille che la scrittrice ha inserito nell’episodio del 3 febbraio, da noi indicato nella pagina precedente.
[310]Deve trattarsi dei fascicoli dattiloscritti da Padre Migliorini, copiati dai quaderni autografi di Maria Valtorta ai quali noi direttamente attingiamo.
[311]Al termine del secondo dettato del 25 gennaio,
[312]Quello da noi indicato sotto la data del 4 febbraio.
[313]Nella visione del 10 gennaio
[314]Nella stessa visione del 10 gennaio
[315]Luca 1, 38.
[316]Scritto il 6 febbraio 1944.
[317]Grazia sgorga dal Cuore di Gesù: Mi condusse poi all’ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio, usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell’acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell’altare. E vidi che l’acqua scaturiva dal lato destro. (Ez 47,1-2).
[318]Giovanni 4, 13-14
[319]Il torrente di Grazia: Quell’uomo avanzò verso oriente e con una cordicella in mano misurò mille cubiti, poi mi fece attraversare quell’acqua: mi giungeva alla caviglia. Misurò altri mille cubiti, poi mi fece attraversare quell’acqua: mi giungeva al ginocchio. Misurò altri mille cubiti, poi mi fece attraversare l’acqua: mi giungeva ai fianchi. Ne misurò altri mille: era un fiume che non potevo attraversare, perché le acque erano cresciute, erano acque navigabili, un fiume da non potersi passare a guado. Allora egli mi disse: “Hai visto, figlio dell’uomo?” (Ez 47,3-6).
[320]Acqua della divina Grazia: Poi mi fece ritornare sulla sponda del fiume; voltandomi, vidi che sulla sponda del fiume vi era una grandissima quantità di alberi da una parte e dall’altra. Mi disse: “Queste acque escono di nuovo nella regione orientale, scendono nell’Araba ed entrano nel mare: sboccate in mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché quelle acque dove giungono, risanano e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà. Sulle sue rive vi saranno pescatori: da Engaddi e En-Eglàim vi sarà una distesa di reti. I pesci , secondo le loro specie, saranno abbondanti come i pesci del Mar Mediterraneo (Ez 47,6-10).
[321]Le anime sante e le opere buone: Lungo il fiume, su una riva e sull’altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui fronde non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina” (Ez 47,12-)
[322]Il male e l’anticarità: Però le sue paludi e le sue lagune non saranno risanate: saranno abbandonate al sale (Ez 47,11).
[323]Scritto il 7 febbraio 1944, ore 18.
[324]Descritta nell’episodio delle ” Nozze di Cana “, del 16 gennaio, da noi indicato a pag. 77.
[325]Gv 1, 29.
[326]Si rivolge al Padre Migliorini.
[327]Mt 19, 14; Mc 10, 14-15; Lc 18, 16-17.
[328]Richiamando con una crocetta, la scrittrice così annota in calce alla pagina: qui quella intuizione interna mi fa capire che Gesù dice s o n o e più oltre s a r ò, perché il tradimento di Giuda fermentava già dagli inizi e Cristo lo sapeva.
[329]Il Portavoce nota che la visione è venuta dopo lo sconforto di una risposta sgarbata, ed è estasiata perché la sua mano che scrive ha toccato la mano di Gesù.
[330]Quella mano, la destra, resterà candida alla morte della scrittrice, mentre la sinistra era illividita.
[331]Scritto l’8 febbraio 1944.
[332]Daniele 3, 8-97.
[333]L’idolo d’oro: Il re Nabucodònosor aveva fatto costruire una statua d’oro, quindi aveva convocato tutte le alte autorità perché presenziassero all’inaugurazione della statua. Fece bandire questo proclama: “Quando udirete il suono d’ogni specie di strumenti musicali, vi prostrerete e adorerete la statua d’oro. Chiunque non si prostrerà alla statua, sarà gettato in mezzo ad una fornace di fuoco ardente” (Dan 3,1-6).
[334]Il 30 giugno, il 23 e il 30 ottobre 1943, ne «i quaderni del 1943», pag. 70, 328, e 344.
[335]Gli adoratori dell’idolo d’oro: Perciò tutti i popoli, nazioni e lingue, in quell’istante che ebbero udito il suono di ogni specie di strumenti musicali, si prostrarono e adorarono la statua d’oro, che il re Nabucodònosor aveva fatto innalzare (Dn 3,7).
[336]Il 21 e 28 luglio, il 5 e 10 novembre, e il 29 dicembre 1943, ne «i quaderni del 1943»,
[337]I tre incontaminati: Alcuni Caldei dissero al re: “Ci sono alcuni Giudei, ai quali hai affidato gli affari della provincia di Babilonia, cioè Sadràch, Mesàch e Abdènego, che non ti obbediscono, re: non servono i tuoi dèi e non adorano la statua d’oro che tu hai fatto innalzare”. (Dan 3,12).
[338]Il coraggio della Fede: Ma Sadràch, Mesàch e Abdènego risposero al re Nabucodònosor: “Re, noi non abbiamo bisogno di darti alcuna risposta in proposito; sappi però che il nostro Dio, che serviamo, può liberarci dalla fornace con il fuoco acceso e dalla tua mano, o re. Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai eretto”. Il re, acceso d’ira, ordinò che si aumentasse il fuoco della fornace sette volte più del solito. (Dan 3,16-19).
[339]L’angelo nella fornace: I servi del re, che li avevano gettati dentro, non cessarono di aumentare il fuoco nella fornace, con bitume, stoppa, pece e sarmenti. La fiamma si alzava quarantanove cubiti sopra la fornace e uscendo bruciò quei Caldei che si trovavano vicino alla fornace. Ma l’angelo del Signore, che era sceso con Azaria e con i suoi compagni nella fornace, allontanò da loro la fiamma del fuoco e rese l’interno della fornace come un luogo dove soffiasse un vento pieno di rugiada. Così il fuoco non li toccò affatto, non fece loro alcun male, non diede loro alcuna molestia (Dan 3,46-50).
[340]Lode e ringraziamento: Allora quei tre giovani, a una sola voce, si misero a lodare, a glorificare, a benedire Dio nella fornace dicendo: “Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri, degno di lode e di gloria nei secoli…” (Dan 3,51-52).
[341]Lode amplificata: Benedite, opere tutte del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, angeli, cieli, acque tutte, che siete sopra i cieli, potenze tutte del Signore, sole e luna, stelle del cielo, piogge e rugiade, venti tutti, fuoco e calore, freddo e caldo, rugiada e brina, gelo e freddo, ghiacci e nevi, notti e giorni, luce e tenebre, folgori e nubi, monti e colline, mari e fiumi, mostri marini, uccelli tutti dell’aria, animali tutti, selvaggi e domestici, il Signore lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, figli dell’uomo, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite, sacerdoti del Signore, o servi del Signore, spiriti e anime dei giusti, pii e umili di cuore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli (Dan 3,52-90).
[342]Contro Dio non si lotta: Allora il re Nabucodonosor rimase stupito e alzatosi in fretta si rivolse ai suoi ministri: “Non abbiamo noi gettato tre uomini legati in mezzo al fuoco?”. “Certo, o re”, risposero. Egli soggiunse: “Ecco, io vedo quattro uomini sciolti, i quali camminano in mezzo al fuoco, senza subirne alcun danno; anzi il quarto è simile nell’aspetto a un figlio di dèi”.
Nabucodonosor prese a dire: “Benedetto il Dio di Sadràch, mesàch e Abdenago, il quale ha mandato il suo angelo e ha liberato i servi che hanno confidato in lui; hanno trasgredito il comando del re e hanno esposto i loro corpi per non servire e per non adorare alcun altro dio che il loro Dio. Perciò io decreto che chiunque, a qualsiasi popolo, nazione o lingua appartenga, proferirà offesa contro il Dio di Sadràch, Mesàch e Abdènego, sia tagliato a pezzi e la sua casa sia ridotta a un mucchio di rovine, poiché nessun altro dio può in tal maniera liberare” (Dan 3,91-96).
[343]Della visione del 7 febbraio
[344]Luca 10, 38-42.
[345]Scritto il Venerdì 11 febbraio 1944, ore 23,30.
[346]Vangelo eterno: Detto questo, e dopo aver cantato l’inno, Gesù uscì con i suoi discepoli, come al solito, verso il monte degli Ulivi e andò di là del torrente Cèdron, dove c’era un giardino chiamato Getsèmani nel quale entrò con i suoi discepoli (Mt 26,30; Mc 14,26; Lc 22,39; Gv 18,1)
[347]La riportiamo perché, pur trattando episodi della Passione (Matteo da 26, 36 a 27, 32; Marco da 14, 32 a 15, 20; Luca da 22, 39 a 23, 25; Giovanni da 18, l a 19, 22), non appartiene all’opera sul Vangelo, per la quale gli stessi episodi saranno nuovamente scritti nel 1945, con maggiore ampiezza e cura.
[348]Vangelo eterno: Disse ai discepoli: “Sedetevi qui, mentre Io vado là a pregare”. Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura, angoscia e tristezza. Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte: restate qui e vegliate con me. Pregate per non entrare in tentazione” (Mt 26,36-38; Mc 14,32-34; Lc 22,40)..
[349]Vangelo eterno: Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e inginocchiatosi, si prostrò con la faccia a terra e pregava che , se fosse possibile, passase da Lui quell’ora. E diceva: “Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che Io voglio, ma ciò che vuoi tu” (Mt 26,39-41; Mc 14,35-38; Lc 22 41).
[350]Vangelo eterno: Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola? Vegliate e pregate per non cadere in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mt 26,40-41; Mc 14,37).
[351]Vangelo eterno: Di nuovo, per la seconda volta, allontanatosi, pregava dicendo le medesime parole: “Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che Io lo beva, sia fatta la tua volontà”
[352]Vangelo eterno: E tornato di nuovo trovò i suoi che dormivano, perché gli occhi loro si erano appesantiti. E disse loro: “Perché dormite? E non sapevano che cosa rispondergli. “Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione” (Mt 26,43; Mc 14,40; Lc 22,46).
[353]Vangelo eterno: E lasciatili, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà!”. In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra (Mt 26,44; Lc 22,42-44).
[354]Vangelo eterno: Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo (Lc 22,44).
[355]Vangelo eterno: Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza, e disse loro: “Dormite ormai e riposatevi! Basta, è venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori” (Lc 22,45; Mc 14,41). “Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce si avvicina” (Mt 26,46).
[356]Vangelo eterno: E subito, mentre ancora parlava, arrivò Giuda, si avvicinò a Gesù e lo baciò. Gesù gli disse: “Amico, ti rendi conto di quello che fai? Con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?” (Mc 14,43; Mt 26,49-50; Lc 22,48)
[357]Vangelo eterno: Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: “Chi cercate?”. Gli risposero: “Gesù, il Nazareno”. Disse loro Gesù: “Sono Io!”. Appena disse: “Sono Io”, indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: “Chi cercate?”. Risposero: “Gesù il Nazareno”. Gesù replicò: “Vi ho detto che sono Io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano” (Gv 18,4-9).
[358]Vangelo eterno: Allora si fecero avanti e misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono (Mt 26,50; Mc 14,50).
[359]Vangelo eterno: Or quelli che avevano arrestato Gesù, lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale già si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme con un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote e perciò entrò con Gesù nel cortile del so mio sacerdote; Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare anche Pietro (Mt 26,57-58; Gv 18,15-16).
[360]Vangelo eterno: Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i sommi sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al sinedrio (Lc22,66).
[361]Vangelo eterno: Gli dissero: “Se tu sei il Cristo, diccelo”. Gesù rispose: “Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete. Ma da questo momento starà il figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza di Dio” (Lc 22,66-69).
[362]Vangelo eterno: Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo schernivano e lo percuotevano, lo sputavano in faccia. Alcuni cominciarono a coprirgli il volto, a schiaffeggiarlo. Altri lo bastonavano, dicendo: “Indovina, Cristo! Fa il profeta, chi ti ha percosso? E molti altri insulti dicevano contro di Lui (Mt 26,67-68; Mc 14,65; Lc 22, 63-65)
[363]Vangelo eterno: (Dopo le tre negazioni) Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: “Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte”. E uscito, pianse amaramente (Lc 22,61)
[364]Vangelo eterno: Misero in catene Gesù, lo condussero dalla casa di Caifa nel pretorio e lo consegnarono a Pilato, il governatore. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua (Mt 27, 1-2; Mc 15,1; Lc 23,1-3; Gv 18,28).
[365]Vangelo eterno: Pilato disse ai sommi sacerdoti e alla folla: “Non trovo nessuna colpa in quest’uomo”. Ma essi insistevano: “Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea fino a qui”. Udito ciò, Pilato domandò se era Galileo e, saputo che apparteneva alla giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme (Lc 23,4-7).
[366]Vangelo eterno: Erode lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. C’erano là anche i sommi sacerdoti e gli scribi, e lo accusavano con insistenza. Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì di una splendida veste e lo rimandò a Pilato (Lc 23,8-11).
[367]Vangelo eterno: Pilato, riuniti i sommi sacerdoti, le autorità e il popolo, disse: “Mi avete portato quest’uomo come sobillatore del popolo; ecco, l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in Lui nessuna colpa di quella di cui lo accusate; neanche Erode, infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò dopo averlo severamente castigato, lo rilascerò”. Essi si misero a gridare tutti insieme: “A morte costui! Dacci libero Barabba!” (Lc 23,13-18).
[368]Vangelo eterno: I soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la coorte (Mt 27,27).
[369]Nella visione del 3 febbraio.
[370]Vangelo eterno: Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare (Gv 19,1).
[371]dentro per dentro è espressione ricorrente nella scrittrice e significa ogni tanto, di tanto in tanto
[372]Vangelo eterno: Gli misero addosso un manto scarlato. E intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, con una canna nella sua destra; poi mentre gli si inginocchiavano davanti, lo schernivano. E sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo (Mt 27,28-29; Mc 15,17-18; Gv 19,2-3)
[373]Vangelo eterno: Pilato infanto uscì, di nuovo e disse loro: “Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in Lui nessuna colpa”. Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: “Ecco l’uomo”. (Gv 19,4-5).
[374]Vangelo eterno: Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie, gridarono: “Crocifiggilo, crocifiggilo!”. Disse loro Pilato: “Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in Lui nessuna colpa. Ma i Giudei gridarono: “Se liberi costui, non sei amico di Cesare”. Pilato visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell’acqua, si lavò le mani davanti alla folla: “Nono sono responsabile”, disse “di questo sangue; vedetevela voi!”. E tutto il popolo rispose: “Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli” (Gv 19,6.12; Mt 27,24-25).
[375]Vangelo eterno: Essi allora presero Gesù, dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce: vi era scritto: “Gesù il Nazareno, il Re dei Giudei” (Gv 19, 17.19; Mc 15,20).
[376]Vangelo eterno: Egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Golgota (Gv 19,17).
[377]Del 28 gennaio, inserita nell’opera maggiore.
[378]Sarà ripresa il 18 febbraio, pag. 159.
[379]Scritto l’Alba del 13-2-1944, domenica.
[380]La stellina dietro il sole: Io sono un narciso di Saron, un giglio delle valli. Come un giglio fra i cardi, così la mia amata tra le fanciulle. Una voce! Il mio diletto! Eccolo, viene saltando per le monte, balzando per le colline. Somiglia il mio diletto a un capriolo o ad un cerbiatto. Eccolo, egli sta dietro il nostro muro; guarda dalla finestra, spia attraverso le inferriate (Cantico dei Cantici 2,1-2. 8-9).
[381]Viene aggiunta, con grafia che non sembra della scrittrice, a matita e tra parentesi, la data dell’11-10-42. Ma l’anno va corretto in 1943, perché è evidente il riferimento al dettato che si trova ne «i quaderni del 1943»,
[382]La primavera dell’anima: Ora parla il mio diletto e mi dice: “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. Il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza. Alzati, amica mia, mia bella, e vieni!” (Cc 2,10-13).
[383]Cantico dei Cantici 2, 11-13.
[384]L’anima malata d’amore: Mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore. Sostenetemi con focacce d’uva passa, rinfrancatemi con pomi, perché io sono malata d’amore. La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia. Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, per le gazzelle o per le cerve dei campi: non destate, non scuotete dal sonno l’amata, finchè essa non lo voglia (Cc 2,4-7)
[385]All’ombra della Croce: Come un melo tra gli alberi del bosco, il mio diletto fra i giovani. Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo e dolce è il suo frutto al mio palato (Cat 2,3).
[386]All’ombra della Croce: Come un melo tra gli alberi del bosco, il mio diletto fra i giovani. Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo e dolce è il suo frutto al mio palato (Cat 2,3).
[387]Luca 22, 43
[388]In Giovanni 11, 37.
[389]Scritto il 14 febbraio 1944.
[390]Dentro per dentro è espressione ricorrente nella scrittrice e significa Ogni tanto, Di tanto in tanto
[391]Del 13 febbraio, da noi indicata nella pagina precedente
[392]Valga, come esempio: Giovanni 13, 21-32.
[393]Esodo 23, 14-17; Deuteronomio 16, 13-17
[394]Scritto il 17 febbraio 1944.
[395]Il testo che facciamo qui iniziare è la continuazione immediata di quello da noi indicato sopra “É riferisce la visione dell’Ultima Cena (Mt 26, 17-35; Mc 14, 12-31; Lc 22, 7-38; Gv 13-17). Lo riportiamo perché non appartiene all’opera sul Vangelo, per la quale l’episodio della Cena pasquale sarà scritto di nuovo nel 1945, con maggior cura e più ampiamente.
[396]Le due frasi che vanno da Naturalmente a altro sono state aggiunte dopo dalla scrittrice, che ha inserito Naturalmente vedo che bevono su una parte di rigo rimasta in bianco, e tutto il resto in calce richiamando con una crocetta. Al primo periodo si sovrappongono delle parole scritte a matita, delle quali si riesce a leggere ma non so se siano i calici di rito al posto di ma non so se ciò rientri nel rito
[397]Gv dal capitolo 14 al cap. 17.
[398]Giovanni da 13, 31 a 17, 26.
[399]Scritto il 18 febbraio 1944.
[400]Al punto che abbiamo indicato con la nota 19 di pag. 100. Riportiamo anche il presente testo perché, pur trattando episodi della Passione (Matteo 27, 3l-60; Marco 15, 20-47; Luca 23, 26-54; Giovanni 19, 17-40), non appartiene all’opera sul Vangelo, per la quale gli stessi episodi saranno scritti di nuovo nel 1945, con più cura e ampiezza, e distinti con i rispettivi titoli.
[401]Scritto la sera dello stesso venerdì 18 febbraio 1944. Sommario: La descrizione riprende a sera tra fortissime sofferenze e si conclude con la crocifissione, la deposizione dalla croce e il trasporto del corpo di Gesù verso il sepolcro.
[402]Del 29 gennaio
[403]Corpo potrebbe leggersi anche Capo
[404]Scritto il 19 febbraio 1944.
[405]È Giuseppe d’Arimatea. Il testo che facciamo qui iniziare è la continuazione immediata di quello da noi indicato sopra. Di esso si incontrerà una nuova stesura del 1945, più curata e ampliata, che con il titolo de “il ritorno al Cenacolo” andrà ad inserirsi nel ciclo della “Passione” dell’opera sul Vangelo.
[406]Il testo che facciamo qui iniziare è la continuazione immediata di quello da noi indicato sopra. Di esso si incontrerà una nuova stesura del 1945, più curata e ampliata, che con il titolo de ” Il ritorno al Cenacolo ” andrà ad inserirsi nel ciclo della ” Passione ” dell’opera sul Vangelo.
[407]Scritto il 20 febbraio 1944.
[408]Scritto lo stesso 20 febbraio 1944, notte.
[409]Nelle visioni che immediatamente precedono, sia quelle che abbiamo solo indicate (perché appartenenti all’opera sul Vangelo) sia quelle che abbiamo riportate (perché di esse la scrittrice ci darà una nuova stesura per l’opera sul Vangelo).
[410]Gt 10-13.
[411]Nel secondo dettato del 26 dicembre 1943, ne « 1 quaderni del 1943 », pag. 699.
[412]La frase sarà rettificata nel dettato del 12-13 maggio, pag.
[413]Di cui si parla nel dettato del 13 febbraio, pag. 144.
[414]Scritto il 21 febbraio del 1944
[415]Riportiamo la descrizione che segue perché, pur trattando la risurrezione di Gesù (Matteo 28, 1-11; Marco 16, 1-9; Luca 24, 1l-7; Giovanni 20, 1-18), non appartiene all’opera sul Vangelo, per la quale sarà scritta di nuovo nel 1945, con maggior cura e più ampiamente.
[416]Del 10 gennaio
[417]Scritto il 22 febbraio 1944.
[418]Con un balzo indietro nella narrazione evangelica, il Portavoce viene introdotta ad un dettato sull’episodio dello smarrimento di Gesù dodicenne
[419]Più sotto sarà evidente che si tratta di un lavoro per necessità spirituali del momento, a prescindere dalla composizione organica della grande opera sul Vangelo. Tener presenti i richiami della nota 1 di pag.185.
[420]Istruzioni di Gesù sulla composizione di un fascicolo sui dolori della sua vita, e benedizioni per coloro che accetteranno il dono con semplicità e con fede.
[421]Segue una specie di grosso asterisco, che si trova anche al termine del dettato successivo all’episodio dell’” Apparizione alla Madre… ” da noi indicato nella pagina precedente, sotto la data.
[422]Scritto il 26 febbraio 1944. Commentando il Salmo 94.
[423]Tormentati dai “grandi peccatori”: Dio che fai giustizia, o Signore, Dio che fai giustizia: mostrati! Alzati, giudice della terra, rendi la ricompensa ai superbi. Fino a quando gli empi, Signore, fino a quando gli empi trionferanno? Sparleranno, diranno insolenze, si vanteranno tutti i malfattori? (Sal 94,1-4).
[424]Matteo 7, 3-5; Luca 6, 41-42.
[425]Oppressori dell’eredità del Signore: Signore, calpestano il tuo popolo, opprimono la tua eredità. Uccidono la vedova e il forestiero, danno la morte agli orfani. Dicono: “Il Signore non vede, il Dio di Giacobbe non se ne cura”. (Sal 93,5-7)
[426]Gli insensati tra il popolo: Comprendete, insensati tra il popolo, stolti, quando diventerete saggi? Chi ha formato l’orecchio, forse non sente? Chi ha plasmato l’occhio, forse non guarda? Chi regge i popoli forse non castiga, lui che insegna all’uomo il sapere?? Il Signore conosce i pensieri dell’uomo: non sono che un soffio (Sal 93,8-11).
[427]Per l’adultero e per l’empio è già scavata la fossa: Beato l’uomo che tu istruisci, Signore, e che ammaestri nella tua legge, per dargli riposo nei giorni di sventura, finchè all’empio sia scavata la fossa. Perché il Signore non respinge il suo popolo, la sua eredità non la può abbandonare, ma il giudizio si volgerà a giustizia, la seguiranno tutti i retti di cuore. Sal 93,12-15
[428]Chi sorgerà per me contro i malvagi? Chi starà con me contro i malfattori? Se il Signore non fosse il mio aiuto, in breve io abiterei nel regno del silenzio. Quando dicevo: “Il mio piede vacilla”. La tua grazia, Signore, mi ha sostenuto. Quand’ero oppresso dall’angoscia, il tuo conforto mi ha consolato (Sal 93,16-19).
[429]Dio non è alleato dell’uomo iniquo: Può essere tuo alleato un tribunale iniquo, che fa angherie contro la legge? Si avventano contro la vita del giusto, e condannano il sangue innocente. Mas il Signore è la mia difesa, roccia del mio rifugio è il mio Dio; egli ritorcerà contro di essi la loro malizia, per la loro perfidia li farà perire, li farà perire il Signore, nostro Dio (Sal 93,20-23).
[430]Il 28 luglio 1943, ne «i quaderni del 1943»
[431]Venite, applaudiamo al Signore, acclamiamo alla roccia della nostra salvezza. Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia. Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati. Egli è il nostro Dio, e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce (Sal 95,1-2.6-7).
[432]Scritto il 27 febbraio 1944.
[433]Il 18 febbraio, pag. 110. Ma qui sembra riferirsi ad una rinnovata visione, forse non registrata dalla scrittrice.
[434]Matteo 5, 37.
[435]Matteo 14, 1-12; Marco 6, 14-29; Luca 9, 7-9.
[436]Giovanni 11, 49-50; 18, 14.
[437]Matteo 27, 46; Marco 15, 34,
[438]Giovanni 3, 23-24.
[439]Già, per esempio, il 17 gennaio
[440]Scritto il 28 febbraio 1944, pag. 218. Saltiamo circa 34 pagine del quaderno autografo, che portano l’episodio dell’Adorazione dei Magi e il successivo dettato d’insegnamento appartenenti al ciclo della Preparazione della grande opera sul Vangelo.
[441]Scritto il 29 febbraio 1944.
[442]Nella visione del 20 gennaio
[443]Ma sembra il Salmo 116 A (volgata: 114), 1. Le indicazioni dei Salmi, che nel testo poniamo tra parentesi, sono aggiunte a matita dalla scrittrice.
[444]Salmo 40 (volgata: 39), 2.
[445]Secondo il messale in vigore ai tempi della scrittrice, poi riformato dal Concilio Vaticano II.
[446]L’intero ultimo periodo è aggiunto dopo dalla scrittrice, che ha inserito Non ha epistola, per esempio su una parte di rigo rimasta in bianco, ed ha messo tutto il resto in calce alla pagina richiamando con una crocetta.
[447]Matteo 5, 1-12; Luca 6, 20-23.
[448]Sommario: A commento della scena precedente, Gesù sprona a non temere le persecuzioni. Il sangue dei martiri ha fecondato il suolo del mondo pagano, ma ora noi siamo deboli perché ci siamo staccati da Dio ridiventando pagani. Ma Gesù sa ancora fare il miracolo, dando la fortezza ai martiri che lo amano L’esempio del piccolo Castulo insegna che la forza è nell’Eucarestia.
[449]Vedi il brano del 28 febbraio
[450]Galati 2, 20.
[451]Scritto il 1° marzo 1944, verso le 17.
[452]Nelle visioni del 13 e del 20 gennaio,
[453] Matteo 5, 43-44; Luca 6, 27.
