Abele di Betlemme

GESÙ DI NAZARETH

Nuova Evangelizzazione

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ABELE DI BETLEM DI GALILEA

L’amico che amò come Gesù amava

 

SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI

A cura di Fray Jesus Maria de Cabanaconde S.O.S
Servo dell’Ordine dei Salvatori

 

1. A Betlem di Galilea. Giudizio per un omicidio e parabola delle foreste pietrificate[1].

Abele trascinato alla morte.

“Venite adoriamo”

1É sera quando giungono a Betlem di Galilea. Si capisce che è destino delle città di questo nome essere adagiate su ondulate colline, fasciate di verde, di boschi, di prati, su cui pasturano greggi scendendo verso gli ovili per la notte. L’aria rossa, vestigio del potente tramonto appena compiuto, è piena di una pastorale musica di campani e di un tremolare di belati, ai quali si uniscono i gridi allegri dei bambini che giuocano e le voci delle madri che li chiamano.

2«Giuda di Simone, va’ con Simone a cercare alloggio per noi e le donne. Al centro del paese è l’albergo e là vi raggiungeremo».

3Mentre Giuda e lo Zelote ubbidiscono, Gesù si volge alla Madre e dice: «Questa volta non sarà come all’altra Betlemme. Troverai riposo, Madre mia. Pochi si muovono in questa stagione e non vi è nessun editto».

4«Con questa stagione sarebbe dolce anche dormire sui prati o in mezzo a questi pastori, fra gli agnellini», e Maria sorride al Figlio e sorride a dei pastorelli curiosi che la guardano fisso. Sorride in tal maniera che uno dà di gomito all’altro e gli dice sottovoce: «Non può che essere Lei», e si fa avanti, sicuro, dicendo: «Ti saluto, Maria piena di grazia. Il Signore è con Te?».

5Maria risponde con un ancor più dolce sorriso: «Eccolo il Signore», e accenna a Gesù, che si è voltato a parlare con i cugini dando loro incarico di dare oboli ai poveri che si avvicinano con lamentose richieste. E tocca leggermente suo Figlio, la Madre, dicendogli: «Figlio mio, questi pastorelli cercano di Te e mi hanno riconosciuta. Non so come…».

6«Certo di qui è passato Isacco lasciando il profumo della rivelazione. Giovinetto, vieni qui».

7Il pastorello, un brunetto sui dodici-quattordici anni, robusto sebbene magro, dagli occhi vivi e nerissimi, dai capelli spioventi con una zazzera d’ebano, avvolto nella sua pelle di pecora – e mi sembra una copia giovinetta del Precursore – si accosta con un sorriso beato, come affascinato, a Gesù.

8«La pace a te, fanciullo. Come hai riconosciuto Maria?».

«Perché solo la Madre del Salvatore poteva avere quel sorriso e quel volto. Mi fu detto: “Un volto di angelo, degli occhi di stella e un sorriso che è più dolce del bacio di una madre, dolce come il suo nome che è Maria, santo tanto da potersi curvare sul Dio neonato”. Ho visto questo in Lei e l’ho salutata perché ti cercavo. Ti cercavamo, Signore, e… non osavo salutare Te per primo».

9«Chi ti ha parlato di noi?».

«Isacco dell’altra Betlemme, promettendoci di condurci da Te come viene l’autunno».

10«Fu qui Isacco?».

«È ancora per queste contrade, con tanti discepoli. Ma a noi pastori fu lui che parlò. E noi abbiamo creduto alla sua parola. Signore, lascia che noi pure ti si adori come quei compagni nostri nella notte beata»; e, mentre si inginocchia nella polvere della via, getta un grido agli altri pastori che hanno fermato il gregge alle porte della città (porte per modo di dire, perché non è città murata) là dove anche Gesù si era fermato per attendere le donne ed entrare con esse in paese.

11Il pastorello grida: «Padre, fratelli e amici, abbiamo trovato il Signore. Venite e adoriamo».

12E i pastori vengono ad affollarsi col gregge intorno a Gesù e a pregarlo di non andare da altri ma di accettare la loro povera casa, poco lontana, per sua dimora e per quella dei suoi amici.

13«È un ampio ovile», spiegano, «poiché Dio ci protegge e vi sono stanze e portici colmi di fieno fragrante. Le stanze alla Madre e alle sue sorelle, perché donne sono. Ma anche per Te ve ne è una. Gli altri possono dormire con noi sotto i portici, sul fieno».

14«Io pure starò con voi. E mi sarà più dolce riposo che se dormissi nella stanza del re. Andiamo però prima ad avvisare Giuda e Simone».

15«Vado io, Maestro», dice Pietro e se ne va insieme a Giacomo di Zebedeo.

16Sostano sul margine della via attendendo il ritorno dei quattro apostoli.

L’amore di Maria per gli agnellini.

17I pastori guardano Gesù come fosse già Dio nella sua gloria. I più giovani poi sono proprio beati, e sembra vogliano stamparsi nella mente ogni particolare di Gesù e di Maria, che si è curvata ad accarezzare degli agnelli venuti a drizzare il musetto, belando, contro i suoi ginocchi.

18«Ce ne era uno, in casa di Elisabetta mia parente, che mi leccava le trecce ogni volta che mi vedeva. Lo chiamavo “amico” perché mi era proprio amico come un fanciullo e appena poteva correva da me. Questo me lo ricorda tutto, con questi occhi di due colori. Non lo uccidete! Anche l’altro fu lasciato vivere per questo suo amore per me».

19«É un’agnella, Donna, e la volevamo vendere perché ha gli occhi di due colori e credo che da uno poco ci veda. Ma la terremo se tu vuoi».

20«Oh! sì! Già io non vorrei mai che fosse ucciso nessun agnellino… Sono così innocenti e con una voce da bambino che chiama la mamma. Mi parrebbe di uccidere un bambino a uccidere uno di questi».

21«Ma allora, Donna, non ci sarebbe più posto per noi sulla terra se vivessero tutti gli agnellini», dice il pastore più anziano.

22«Lo so. Ma io penso al loro dolore e a quello delle pecore madri. Piangono tanto quando si levano a loro i figli. Sembrano proprio madri come noi. E io non posso vedere soffrire nessuno, ma ho strazio per una madre straziata. É un dolore diverso da ogni altro, perché a noi si lacerano non solo cuore e cervello per la percossa della morte di un figlio, ma fino le viscere stesse. Noi madri rimaniamo unite col figlio, sempre. Ed è lacerarci tutte il levarcelo».

23Non sorride più Maria, ma ha un luccichio di pianto nell’occhio azzurro e guarda il suo Gesù che l’ascolta e la guarda, e gli posa una mano sul braccio, come se temesse che Egli fosse per esserle strappato dal fianco.

Abele trascinato alla morte.

24Dalla via polverosa viene una piccola scorta di armati: sei uomini, unita a persone vocianti. I pastori guardano e parlano sottovoce fra di loro. Poi guardano Maria e Gesù. Il più vecchio parla: «Allora è stato bene che tu non entrassi in Betlem questa sera».

«Perché?».

«Perché quella gente, che ora è passata entrando in città, va per strappare un figlio a una madre».

«Oh! ma perché?».

«Per ucciderlo».

25«Oh! no! Che ha fatto?».

Anche Gesù lo chiede e gli apostoli si affollano per sentire.

26«É stato trovato ucciso per la via del monte il ricco Gioele. Tornava da Sicaminon, pieno di denaro. Ma ladroni non sono stati, perché il denaro era ancora sul morto. Il servo che lo accompagnava disse che il padrone gli aveva detto di correre avanti per avvisare del ritorno, e per la via, diretto verso il luogo dove fu commesso l’omicidio, vide solo il giovane che ora sarà ucciso. Due, poi, del paese, giurano di averlo visto aggredire Gioele. Ora i parenti del morto esigono la sua morte. E se omicida è…»

«Non lo credi?».

27«Non mi pare cosa possibile. Il giovane è poco più di un ragazzo, è buono, vive sempre con la madre di cui è l’unico figlio, e lei è vedova, e vedova santa. Non gli mancano i mezzi. Non pensa alle femmine. Non è rissoso. Non è folle. Perché allora ha ucciso?».

Coraggio di salvare

Il coraggio di parlare.

28«Ma ha forse dei nemici?».

«Chi? Gioele il morto o Abele l’accusato?».

«L’accusato».

«Ah! Non saprei… Ma… Non saprei».

«Sii schietto, uomo».

29«Signore, è una cosa che penso, e Isacco ci ha detto che non si deve pensare male del prossimo».

30«Ma si deve avere coraggio di parlare per salvare un innocente».

31«Se parlo, abbia io ragione o torto, dovrò fuggire di qua perché Aser e Giacobbe sono potenti».

«Parla senza temere. Non sarai costretto a fuggire».

32«Signore, la madre di Abele è giovane, bella e saggia. Aser saggio non è, e non lo è Giacobbe. Al primo piace la vedova e al secondo… il paese sa che il secondo è un cuculo nel talamo di Gioele. Io penso che…».

Il coraggio d’intervenire.

33«Ho capito. Andiamo, amici. Restate pure, voi donne, coi pastori. Tornerò presto».

«No, Figlio. Io vengo con Te».

34Gesù già cammina sollecito verso l’interno della città. I pastori restano indecisi, ma poi abbandonano il gregge ai più giovani che restano con tutte le donne, meno la Madre e Maria d’Alfeo che seguono Gesù, e si danno a raggiungere il gruppo apostolico. Alla terza strada che taglia la via principale di Betlem si incontrano con l’Iscariota, Simone, Pietro e Giacomo, che vengono in giù gestendo e vociando.

35«Che fatto, Maestro! Che fatto! e che pena!», dice Pietro sconvolto.

36«Un figlio preso a forza alla madre per essere ucciso, e lei lo difende come una iena. Ma è donna contro degli armati», aggiunge Simone Zelote.

37«Sanguina già da molte parti», dice l’Iscariota.

38«Le hanno sfondato la porta perché si era barricata in casa», termina Giacomo di Zebedeo.

«Vado da lei».

«Oh! sì! Tu solo puoi consolarla».

39Piegano a destra, poi a sinistra, verso il centro del paese. Già si vede l’affollamento tumultuoso che si agita e pressa vicino alla casa di Abele, e delle grida laceranti di donna, disumane, feroci e pietose insieme, giungono fin qui.

40Gesù affretta il passo giungendo ad una minuscola piazzetta – una curva della strada, che qui si allarga, più che una piazzetta – nella quale il tumulto è al colmo.

41La donna contende ancora il figlio alle guardie stando abbrancata con una mano, che è divenuta artiglio di ferro, al rudere della porta abbattuta, e con l’altra sta allacciata alla cintura del figlio, e se una cerca di staccarla di là morde ferocemente, incurante dei colpi che riceve né delle strappate ai capelli, che le danno in maniera così feroce che le rovesciano indietro il capo; e quando non morde urla: «Lasciatelo! Assassini! É innocente! La notte che fu ucciso Gioele egli era nel letto al mio fianco! Assassini! Assassini! Calunniatori! Immondi! Spergiuri!».

42E il giovanetto, afferrato per le spalle dai catturatori, trascinato per le braccia, si volge indietro col volto sconvolto e urla: «Mamma! Mamma! Perché devo morire se non ho fatto nulla?».

43É un bel giovinetto alto e snello, dagli occhi oscuri e dolci, i capelli morati un poco mossi.

44La veste lacerata mostra il corpo agile e giovanile, quasi ancora di fanciullo.

45Gesù, con l’aiuto di chi l’accompagna, spezza la folla compatta come un masso e si fa strada fino al gruppo pietoso, proprio nel momento in cui la donna, spossata, viene strappata dalla porta e trascinata, come un sacco legato al corpo del figlio, per la strada sassosa. Ma ciò dura per pochi metri. Un più fiero strattone divelle la mano materna dalla cintura del figlio, e la donna cade prona battendo duramente il viso al suolo, sanguinando più ancora. Ma subito si rialza stando in ginocchio, tendendo le braccia, mentre il figlio, portato via velocemente, per quanto lo concede la folla che si apre a fatica, si libera il braccio sinistro e lo agita, storcendosi indietro e gridando: «Mamma! Addio! Ricorda, tu almeno, che io sono innocente!».

Il coraggio di smascherare.

46La donna lo guarda con occhi da pazza e poi piomba a terra svenuta. Gesù si para davanti al gruppo dei catturatori.

«Fermatevi un momento. Ve lo ordino!».

E il suo viso non ammette replica.

«Chi sei?», dice aggressivo un cittadino che è nel gruppo.

47«Non ti conosciamo. Scansati e lasciaci andare perché sia ucciso prima che la notte venga».

48«Un Rabbi sono. Il più grande. In nome di Jeovè fermatevi, o Egli vi fulminerà». Intanto pare che fulmini Lui.

49«Chi è testimonio contro costui?».

«Io, lui e lui», risponde quello che ha parlato prima.

50«La vostra testimonianza non è valida perché non è vera».

«E perché lo puoi dire? Noi siamo pronti a giurarlo».

51«Il vostro giuramento è peccato».

«Noi peccare? Noi?».

52«Voi. Come covate lussuria, come nutrite odio, come avete avidità di ricchezze, come siete omicidi, così siete anche spergiuri. Vi siete venduti alla Immondezza. Potete compiere qualunque lordura».

«Guarda come parli! Io sono Aser…»

53«Ed Io sono Gesù».

«Non sei di qui, non sei sacerdote né giudice. Nulla sei. Sei lo straniero».

54«Sì, sono lo Straniero perché la Terra non è il mio Regno. Ma sono Giudice e Sacerdote. Non solo di questa piccola parte d’Israele, ma di tutto Israele e di tutto il mondo».

«Andiamo, andiamo! Abbiamo a che fare con un pazzo», dice l’altro testimone e dà uno spintone a Gesù per scansarlo.

Il Messia applica la legge mosaica

Giudizio secondo la legge mosaica.

55«Tu non farai nessun altro passo», tuona Gesù guardandolo con uno sguardo di miracolo che soggioga e paralizza, così come rende vita e letizia, quando vuole.

56«Tu non fai nessun altro passo. Non credi a ciò che Io dico? Ebbene, allora guarda. Qui non c’è la polvere del Tempio, né l’acqua di esso, e non ci sono parole scritte con l’inchiostro per fare l’acqua amarissima che è giudizio alla gelosia e all’adulterio[2]. Ma qui sono Io. E Io faccio giudizio».

La voce di Gesù è uno squillo di tromba tanto è penetrante.

La gente si pigia per vedere. Solo Maria SS. e Maria d’Alfeo sono rimaste a soccorrere la madre svenuta.

57«E Io faccio giudizio così. Datemi un pizzico di polvere della via e un goccio d’acqua in un orciolo. E, mentre mi vengono date, voi che accusate e tu che sei accusato rispondete a Me. Sei tu innocente, figlio? Dillo con sincerità a Colui che ti è Salvatore».

«Lo sono, Signore».

58«Aser, puoi giurare di non avere detto che il vero?».

«Lo giuro. Non avrei motivo di mentire. Lo giuro per l’altare. Scenda dal Cielo una fiamma che mi bruci se io non dico il vero».

59«Giacobbe, puoi tu giurare di essere sincero nell’accusa e senza un movente segreto che ti spinga a mentire?».

 «Lo giuro per Geové. Solo l’amore per l’amico ucciso mi spinge a parlare. Con costui io non ho nulla di personale».

60«E tu, servo, puoi giurare di aver detto la verità?».

«Mille volte lo giuro se occorre! Il mio padrone, il mio povero padrone!», e piange velandosi il capo col mantello.

61«Sta bene. Ecco l’acqua ed ecco la polvere. E la parola è questa: “Tu, Padre santo e Dio altissimo, compi giudizio di verità per mio mezzo, acciò vita e onore siano resi all’innocente e alla madre desolata, e degno castigo a chi innocente non è. Ma per la grazia che ho agli occhi tuoi, non fiamma né morte, ma lunga espiazione venga a coloro che hanno commesso peccato”».

62Dice queste parole tenendo le mani stese sull’orciolo come fa il sacerdote all’altare durante la Messa, all’offertorio. Poi tuffa la destra nell’orciolo e con la mano inzuppata d’acqua spruzza i quattro sotto giudizio e fa loro bere un sorso di quell’acqua.

63 Prima al giovanetto, poi ai tre altri. Indi incrocia le braccia sul petto e li guarda. Anche la folla guarda, e dopo pochi momenti ha un urlo e si getta col volto al suolo. Allora i quattro che erano in fila si guardano fra loro e urlano alla loro volta: il primo, il giovanetto, di stupore, gli altri di orrore. Perché si vedono coperti nel volto di subita lebbra, mentre il giovanetto ne è immune. Il servo si getta ai piedi di Gesù che si scansa come tutti, soldati compresi, e si scansa prendendo per mano il giovanetto Abele perché non si contamini presso i tre lebbrosi. E grida, questo servo: «No! No! Perdono! Lebbroso no! Sono stati loro che mi hanno pagato perché facessi ritardare fino a sera il padrone, per colpirlo sulla via deserta. Mi hanno fatto sferrare la mula apposta. Mi hanno insegnato a mentire dicendo che ero venuto avanti. Invece ero con loro ad ucciderlo. E dico anche perché l’hanno fatto. Perché Gioele si era accorto che Giacobbe amava la giovane sua moglie e perché Aser voleva la madre di costui ed essa lo respingeva. Si sono accordati per liberarsi di Gioele e di Abele insieme e godersi le donne. Ho detto. Levami la lebbra, levamela! Abele, tu sei buono, prega tu per me!».

64«Tu va’ da tua madre. Che uscendo dal suo languore veda il tuo viso e torni alla vita serena. E voi… A voi dovrei dire: “Vi sia fatto ciò che fatto avete”. E sarebbe umana giustizia. Ma Io vi affido ad una espiazione sovrumana. La lebbra di cui inorridite vi salva dall’essere afferrati e uccisi come meritate. Popolo di Betlem, scansati, apriti come le acque del mare per lasciare andare costoro alla loro lunga galera. Tremenda galera! Più atroce della rapida morte. Ed è pietà divina per dare loro modo di ravvedersi se vogliono. Andate!».

65La folla si addossa ai muri lasciando libero il centro della via, e i tre, ricoperti di lebbra come fossero malati da anni, vanno l’uno dietro l’altro verso la montagna. Nel silenzio e nel crepuscolo che scende, e che ha fatto tacere ogni voce di uccelli e di quadrupedi, non si sente che il loro pianto.

66«Purificate la via con acque abbondanti dopo avervi arso del fuoco. E voi, soldati, andate e riferite che giustizia è fatta secondo la più perfetta legge mosaica».

67E Gesù fa per andare dove sua Madre e Maria Cleofe continuano a soccorrere la donna, che rinviene lentamente mentre il figlio ne carezza le mani gelate e le bacia.

Mirta e Abele si consacrano al Messia.

68Ma la gente di Betlem, con un rispetto quasi esterrefatto, prega: «Parlaci, Signore. Tu sei realmente potente. Tu sei certo quello di cui parlò l’uomo che di qui è passato annunciando il Messia».

«Parlerò a notte, presso l’ovile dei pastori. Per ora vado a ristorare la madre».

69E va dalla donna che, seduta sul grembo di Maria d’Alfeo, rinviene sempre più, guardando il viso amoroso di Maria che le sorride, non raccapezzandosi, finché china lo sguardo sulla testa morata del figlio curvo sulle sue mani vacillanti e chiede: «Sono morta io pure? É questo il Limbo?».

70«No, donna. Questa è la Terra, questo è tuo figlio, salvato da morte. E questo è Gesù, mio Figlio, il Salvatore».

71La donna ha un moto tutto umano, per prima cosa. Raduna le forze e si protende a prendere il capo chino del suo figliolo, e lo vede vivo e sano, lo bacia frenetica, piangendo, ridendo, ritrovando tutti i nomi della cuna per dirgli la sua gioia.

«Sì, mamma, sì. Ma ora, guarda, non a me. A Lui. A Lui che mi ha salvato. Benedici il Signore».

72La donna, ancora troppo debole per alzarsi o per porsi in ginocchio, stende le mani che tremano e sanguinano ancora, e prende la mano di Gesù coprendola di baci e di lacrime.

Gesù le posa la mano sinistra sulla testa dicendole: «Sii felice. In pace. E sii sempre buona. E tu pure, Abele».

73«No, Signore mio. La vita mia e di mio figlio è tua perché Tu le hai salvate. Lascia che egli vada coi discepoli come già desiderava da quando furono qui. Io te lo dono con tanta gioia e ti prego di lasciare che io lo segua per servirlo e servire i servi di Dio».

«E la tua casa?».

74«Oh! Signore! Può uno risorto da morte avere più gli affetti che aveva prima di morire? Mirta è uscita da morte e da inferno per Te. In questo paese potrei giungere ad odiare coloro che mi hanno torturata nella mia creatura. E Tu predichi l’amore. Lo so. Lascia dunque che la povera Mirta ami il Solo che meriti amore, la sua missione, i suoi servi. Ora sono ancora sfinita e non potrei seguirti. Ma non appena potrò, permettimelo, Signore. Sarò al tuo seguito e presso il mio Abele…»

75«Seguirai tuo figlio e Me con lui. Sii felice. Sta’ in pace, ora. Con la mia pace. Addio».

E mentre la donna sorretta dal figlio e da alcuni pietosi rientra in casa, Gesù, coi pastori, gli apostoli, la Madre e Maria d’Alfeo, torna fuori del paese andando poi all’ovile sito all’estremità di una via che finisce nei campi…

76Un grande falò è acceso per illuminare la riunione. Seduti a semicerchi sui campi, molti attendono che Gesù venga a parlare. Intanto parlano loro degli avvenimenti del giorno. È presente anche Abele, col quale molti si congratulano dicendo che tutti credevano nella sua innocenza.

77«Ma eravate pronti a uccidermi, però! Anche tu che mi avevi salutato sulla porta di casa proprio nell’ora in cui veniva ucciso Gioele», non può trattenersi da rispondere il giovanetto. E aggiunge: «Ma io ti perdono in nome di Gesù».

78Ecco che Gesù viene dall’ovile verso di loro. Alto, biancovestito, contornato dagli apostoli, seguito dai pastori e dalle donne.

La Legge in Israele. (Discorso)

La Legge è morta

«La pace a voi tutti.

79Se l’essere venuto è valso ad instaurare il Regno di Dio fra di voi, sia benedetto il Signore. Se l’essere venuto è valso a far brillare una innocenza, sia benedetto il Signore. Se l’essere giunto in tempo per impedire un delitto serve anche a dare a tre colpevoli modo di redimersi, sia benedetto il Signore. Ora, di tutte le molte cose che porta a meditare questa giornata, e che mediteremo mentre la notte scende a fasciare di tenebre la gioia di due cuori e il rimorso di altri tre – e nelle sue tenebre nasconde come in velo pudico le lacrime gioiose dei primi e quelle brucianti degli altri, che però Dio vede – vi è quella che indica come nulla è inutile di quanto Dio ha dato per Legge. La Legge data da Dio, nominalmente è molto osservata in Israele. Ma in realtà non lo è. La Legge è là, analizzata, sviscerata, spezzettata, fino a farla morire per torture di sottigliezze piccine. É là. Ma come un cadavere mummificato non ha vita, respiro, circolazione di sangue nonostante abbia l’apparenza di uno che sia immobile per sonno, così la Legge non ha vita, respiro, sangue in troppi, troppi, troppi cuori.

80Su una mummia ci si siede come su uno sgabello. Su una mummia si possono appoggiare oggetti, vesti, anche lordure, se si vuole, ed essa non si ribella perché non ha vita. Così troppi fanno della Legge uno sgabello, un appoggio, uno scarico per le loro lordure, certi che essa non si ribella nella loro coscienza perché essa per loro è morta.

Similitudine delle foreste pietrificate.

81Potrei paragonare molta parte di Israele alle foreste pietrificate che si vedono sparse per la valle del Nilo e nel deserto egiziano. Erano boschi e boschi di piante vive, nutrite da linfe, fruscianti al sole, belle di fronde, di fiori, di frutti. Facevano, del punto dove sorgevano, un piccolo paradiso terrestre, caro a uomini e animali che dimenticavano l’aridità desolata del deserto, la sete rovente che le sabbie danno all’uomo penetrando con la loro polvere ardente nelle fauci. Dimenticavano il sole spietato che calcifica i cadaveri in poco tempo, scarnendoli, consumandone in polvere le carni e lasciando coricati fra le curve delle sabbie scheletri e scheletri puliti come da un attento operaio. Dimenticavano tutto in quest’ombra verde, frusciante, ricca d’acque e di frutti che ristoravano, consolavano, rendevano ardimento a nuovi percorsi.

82Poi, per una ignota causa, come cose maledette, esse si sono non solo disseccate, come fanno le piante che, morte che siano, servono ancora per fare fuochi nei focolari dell’uomo, o dei roghi per illuminare la notte, tenere lontano fiere e cacciare l’umido della notte ai pellegrini lontani dai paesi. Ma queste non hanno servito come legna. Pietra sono divenute. Pietra. La silice del suolo sembra essere salita per un sortilegio dalle radici al tronco, ai rami, alle fronde. I venti hanno poi spezzato i rametti più esili divenuti simili ad alabastro che è duro e molle insieme. Ma i rami più robusti sono là, sui loro tronchi poderosi a fare inganno alle carovane stanche, che nel riflesso abbacinante del sole, o nella luce spettrale della luna, vedono profilarsi le ombre dei tronchi ritti sui loro pianori, o nel fondo delle valli che conoscono l’acqua solo nel tempo delle piene feconde e che, e per l’ansia di un rifugio, di un ristoro, di un pozzo, di frutti freschi, e per la stanchezza degli occhi abbacinati dal sole sulle sabbie senza riparo, si precipitano verso le foreste fantasma. Veramente fantasma! Illusorie apparenze di corpi vivi. Reali presenze di cose morte.

83Io le ho viste. Mi sono rimaste impresse, per quanto fossi poco più che un pargolo, come una delle più tristi cose della Terra. Così mi erano parse finché non ho toccato, misurato, pesato le cose totalmente tristi della Terra perché sono le cose completamente morte. Le cose immateriali, ossia le virtù e le anime morte. Morte le prime nelle anime, morte le anime perché si sono uccise.

84La Legge è in Israele. Ma vi è come le piante pietrificate sono nel deserto: divenute silice. Morte. Oggetto di inganno. Oggetto destinato a corrodersi senza servire. Anzi nuocendo perché creano miraggi che allettano allontanando dalle oasi vere, facendo morire di sete, di fame, di desolazione, col loro attirare alla loro morte. Morte che attira altri a morte, come si legge in certe favole di miti pagani.

Fate rivivere la Legge.

85Voi oggi ne avete avuto un esempio di cosa è una Legge ridotta a pietra in un’anima pure divenuta pietra. É peccato di ogni genere e creatore di sventura. Questo vi serva a saper vivere e a saper far rivivere la Legge in voi, nella sua integrità che Io illumino con luci di misericordia.

86La notte è alta. Le stelle ci guardano e con esse Dio. Alzate lo sguardo al cielo stellato ed elevate lo spirito a Dio. E senza critiche verso gli infelici già da Dio puniti, e senza orgogli per essere senza il loro peccato, promettete a Dio e a voi stessi di non cadere nella aridità delle piante maledette dei deserti e delle valli d’Egitto.

87La pace sia con voi».

88Li benedice e poi si ritira nell’ampio recinto dell’ovile, cinto da rustici portici, sotto cui i pastori hanno steso molto fieno a fare da letto ai servi del Signore.

2. Fratello nello spirito e nell’affetto[3].

Un nuovo sabato a Nazareth.

1Un nuovo sabato a Nazareth. Ossia un nuovo inizio di sabato, perché appena il tramonto del venerdì ha inizio quando, accaldate ma liete, giungono Mirta e Noemi insieme al giovane Abele. Smontano dai loro somarelli, che Abele conduce altrove, certo a qualche stalla amica, forse a quella dei due asinai di Nazareth divenuti discepoli, ed entrano dalla porta del laboratorio, aperta per dare ventilazione nello stanzone, dove fino a poco prima il calore del rustico camino si è messo a complice del gran calore estivo.

2Tommaso sta riponendo i suoi strumenti e Simone spazza le segature, mentre Gesù sta nettando pentole e pentolini da colle e vernici.

3«La pace a Te, Maestro, e a voi discepoli», salutano le donne inchinandosi molto sin dal primo entrare e finendo di prostrarsi ai piedi di Gesù dopo aver traversato il laboratorio.

4«La pace a voi. Siete molto fedeli! Venire con questo caldo!».

5«Oh! nulla! Si sta tanto bene qui, che si dimentica tutto. Tua Madre dove è?».

«É di là che finisce una veste di Aurea. Andate pure».

6Le due vanno via leste con le loro bisacce e si sentono le loro voci tonate, piuttosto basse, fondersi alla vocetta ancora asprigna di Aurea e alla voce argentina di Maria.

«Ora saranno felici!», dice Tommaso.

«Sì. Sono buone donne», risponde Gesù.

7«Maestro, Mirta, oltre a conservare il figlio che aveva, ha acquistato una nuova creatura. E in poco più di un anno…», dice lo Zelote.

8«Già! In poco più di un anno! É già più di un anno che Maria di Lazzaro s’è convertita. Come passa il tempo! Mi par ieri… Quante cose anche lo scorso anno! Quel bel ritiro prima dell’elezione! Poi Giovanni di Endor! Poi Marziam! Poi Daniele di Naim e poi Maria di Lazzaro e poi Sintica… Ma dove sarà Sintica? Io ci penso sovente e non so capire perché…».

Tommaso finisce a monologare fra sé, perché Gesù e Simone non gli rispondono, ma anzi escono a lavarsi nell’orto per poi raggiungere le discepole.

Risposta ai neoisraeliti increduli.

9La visione resta interrotta dalla lettera che mi arriva da Roma, dal Padre Migliorini, e che Gesù mi dice: « Aprila e leggila». Lo faccio. E francamente non saprei che rispondere… Mentre ci penso rileggendola per una seconda volta la Voce amatissima del mio Signore mi fa sussultare tanto è vicina, alle mie spalle. Dice:

10«A mio nome rispondigli cosi: Dice la Sapienza e dice il Vangelo, onde non potete negare queste parole per sante: “Gesù insegnava nella sua pa­tria Nazareth e nelle loro sinagoghe… E si scandalizzarono di Lui… E a Ca­gione della loro incredulità non vi fece molti miracoli”[4]… “E Gesù andò a Nazareth dove era stato allevato ed entrò nella sinagoga e si alzò per leggere… E disse: ‘…Nessun profeta è accetto nella sua patria…’ E quei di Nazareth pieni di sdegno lo spinsero sulla cima del monte e lo vo­levano gettare di sotto”[5] . “Allora Egli cominciò a rimproverare le città nelle quali aveva fatto molti miracoli e che non s’erano ravvedute di­cendo: ‘Guai a te, Corozim; guai a te, Betsaida, …e tu Cafarnao… perché non vi siete convertite al Signore’ ”[6]. “E Gesù disse: ‘Gerusalem­me che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, …ecco ti sarà lasciata deserta vostra casa e non mi vedrete più finché non venga il giorno in cui diciate: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore’”[7]. “E Gesù vedendo Gerusalemme pianse su lei, dicendo: ‘Oh! se tu cono­scessi… Non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata dal Signo­re’”[8].

11Ecco. E’ detto. Betlem non volle il Signore. Nazareth non volle il Si­gnore. Cafarnao non meritò il Signore e non Betsaida e non Corozim, E Gerusalemme odiò il Signore perché “non lo riconobbe nella sua Parola”. Molti sono i “cristi” e molti sono coloro che ai cristi e alle loro missioni oppongono ciò che opposero le città di Palestina allora Salvatore e Mae­stro. Di’ questo e di’: Chi ha orecchio da intendere intenda e chi ha In­telletto rifletta, e chi carità agisca.

12Il resto resta lezione fra Me e te, o mio portavoce, e la mia pace, la mia grazia, il mio amore e quello del Padre e dello Spirito siano con te. »

E riprendiamo a vedere…

Tirocinio di Tommaso.

13Ritorna Abele di Betlemme di Galilea e trova ancora Tommaso che pensa, davanti al posto dove generalmente lavora, smuovendo sopra pensiero i suoi minuti capolavori di orafo.

14«Hai trovato lavoro?», chiede il discepolo curvandosi su quegli oggetti minuti.

15«Oh! ho fatto felici tutte le donne di Nazareth. Non avrei mai supposto che ci fossero tante fibbie, tanti bracciali e collane e gigli da aggiustare. Ho persino dovuto pregare Matteo di portarmi del metallo da Tiberiade. Mi sono fatto una clientela… ah! ah! (ride allegro) come neppure mio padre ce l’ha. Vero è che non chiedo denaro…».

16«Ci rimetti tutto?».

«No. Prendo solo il valore del metallo. Il lavoro lo regalo».

«Sei generoso».

17«No. Sono saggio. Non ozio. Do esempio di operosità e di distacco dal denaro e… predico… Taci! Credo di avere più predicato facendo così, senza dire una parabola, senza aver detto una parola nella sinagoga, che se avessi parlato di continuo. E poi… Faccio tirocinio. Mi sono promesso che col lavoro farò propaganda quando dovrò andare a predicare Gesù fra gli infedeli. E mi ci addestro».

Fratelli nello Spirito e nell’ Affetto.

18«Sei sapiente come orafo e come apostolo».

19«Mi sforzo d’esserlo per amore a Gesù… Sicché tu hai acquistato una sorella? Trattala bene, sai? É come una colombina di nido, te lo dico io che sono uso per il mio mestiere a trattare con le donne. Una ingenua colombina che ha avuto una gran paura dello sparviero e che cerca delle ali materne e fraterne a difesa. Se tua madre non l’avesse voluta l’avrei chiesta io, per la mia gemella. Figlio più, figlio meno! É tanto buona mia sorella, sai?».

20«Anche mia madre. Le è morta una bambina quando restò vedova. Forse il latte s’era fatto cattivo nel dolor della morte dello sposo… Io me la ricordo appena, questa sorellina… e forse non me la ricorderei neppure se mia madre non la piangesse sovente e se ogni fanciullina povera di Betlem non avesse avuto diritto a cibo e vesti dalla nostra casa, in ricordo della piccola morta… Ma cresciuto come sono con la mamma soltanto, ho finito per avere anche io un grande amore alle fanciulline… Questa sento che non è più una pargola… ma la vedrò come tale, per il suo cuore, e è come mia madre e Noemi e tu dite…».

«Siine certo. Andiamo di là…».

21Di là, ossia nella stanzetta dei pasti, sono le donne, Gesù e lo Zelote. E Mirta, venuta già con una grande speranza, sta conquistando Aurea provandole una veste di lino che ha cucito per la fanciulla.

22«Va proprio bene», dice sfilandogliela e carezzandola, mentre le raggiusta la veste che si è scomposta mettendo l’altra nuova.

23«Va proprio bene. Ma tutto andrà bene. Vedrai, figlia mia… Oh! ecco il mio Abele. Vieni avanti, figlio. Ecco Aurea. Ora sarà nostra, lo sai?».

«Lo so, madre, e sono contento con te».

24Guarda la fanciulla… la studia… i suoi occhi scuri si fissano e perdono nelle larghe iridi di pallido cielo. L’esame lo soddisfa. Le sorride. Le dice: «Ci ameremo nel Signore che ci ha salvati e lo ameremo e faremo amare. E ti sarò fratello nello spirito e nell’affetto. Lo prometto davanti al Maestro e a mia madre», e con un bel sorriso limpido di giovane puro, già avviato all’alta spiritualità, le tende la mano forte e bruna.

 25Aurea resta esitante e poi, arrossendo, mette la sua mano sinistra nella destra che le viene porta e dice: «Così faremo. Nel Signore».

Gli adulti sorridono fra di loro…

3. Un dono di Tommaso alla Vergine e partenza da Nazareth. Miracolo su un incendio che diventa il tema di due parabole[9].

Doni dell’apostolo Tommaso.

Da Tommaso per Maria.

1É la sera del vero sabato e la vita riprende dopo il riposo sabatico. Qui, nella casetta di Nazareth, riprende dopo il riposo con i preparativi della partenza. Provviste che si ripongono, vesti stipate nelle bisacce, bisacce alle quali si stringono saldamente i lacci, sandali osservati se sono ben sicuri nelle corregge di cuoio e nelle fibbie, asinelli abbeverati e pasciuti presso la siepe dell’orto… e saluti, e qualche lacrima fra i sorrisi e benedizioni, e promesse di ritrovarsi presto… E, inaspettata, l’offerta di Tommaso a Maria: una fibbia, noi diremmo spilla, per tenere raccolta la veste allo scollo, fatta di tre esili, aerei, perfetti steli di mughetto, raccolti in due foglie la cui esattezza con le vere è data dal metallo trattato da mano maestra.

2«Tu non la porterai, Madre, lo so, ma accettala ugualmente. Mi è venuta voglia di farti questo da quando un giorno il mio Signore parlò di te paragonandoti ai gigli delle convalli… Io non ho fatto nulla per la tua casa… ma ho fatto questo per te, perché la lode del tuo Figlio fosse tradotta in simbolo per te che la meriti più di ogni donna. E se non ho potuto dare al metallo la morbidezza dello stelo vivo e la fragranza del fiore, il mio sincero, venerabondo amore per te lo ammorbidiscano come una carezza e lo profumino della mia devozione per te, Madre del mio Signore».

3«Oh! Toma! É vero. Io non porto gioielli, parendomi cosa vana. Ma questo non è tale. Questo è amore del mio Gesù e del suo apostolo, e caro mi è. Lo guarderò ogni giorno e penserò al buon Toma, che tanto ama il suo Maestro da ritenere non solo la Dottrina sua, ma anche le sue più umili parole sulle cose più umili e sulle più umili, insignificanti persone. Grazie, Toma. Non per il valore, ma per il tuo amore, grazie!».

Da Tommaso per Aurea.

4Tutti ammirano il lavoro perfetto, e Toma, tutto felice, tira fuori un più piccolo lavoretto: tre stelline di gelsomino con una minuscola fronda, legate in un cerchio sottile, e lo dà ad Aurea. «Perché non sei stata civetta a volerlo, perché sei stata qui mentre il gelsomino è in fiore, e perché queste stelline ti ricordino la Stella nostra. Però, bada! Tu, con le tue virtù, devi profumare i fiori ed essere un fiore tu pure, candido, bello, puro, che profuma verso il Cielo. Se non fai così, mi faccio rendere il fermaglio. Su, non piangere… ché tutto passa… e… e presto torneremo da Maria o Lei verrà da noi… e…».

5Ma Tommaso, davanti alle lacrime che aumentano in Aurea, sente che è meglio non proseguire, ed esce mortificato dicendo a Pietro: «Se avessi pensato che… si metteva a piangere di più, non le davo nulla… L’ho proprio fatto quel fermaglio per consolarla in quest’ora… Non l’ho indovinata…».

Umiltà e sincerità perfetta di Pietro.

6E Pietro, nella confusione del momento, perde il controllo e dice: «Ma è sempre così negli addii… Avessi visto Sintica allor…». Si accorge di aver parlato, vuole riprendersi, diventa paonazzo… ma ormai è fatta… Tommaso capisce e, bonario, gli getta un braccio intorno al collo dicendo: «Non ti affliggere, Simone. So tacere. E capisco perché avete taciuto… Per Giuda di Simone. Io, sul Dio dei nostri padri, ti giuro che ciò che involontariamente ho saputo è dimenticato. Non soffrire, Simone!…» 

7«É che il Maestro non voleva…».

«E certo aveva tutte le ragioni per farlo. Io non me ne ho a male».

«Lo so. Ma che dirà?…».

«Nulla, perché nulla saprà. Fidati di me».

8«Ah! no! Un sotterfugio al Maestro non lo faccio. Ho sbagliato. Merito il rimprovero. E subito. Non avrò pace se non confesso a Lui il mio errore. Toma, sii buono. Va’ a chiamarlo… Io vado nel laboratorio. Va’, torna con Lui. Io sono troppo turbato per farlo e gli altri se ne accorgerebbero».

9Tommaso lo guarda con ammirata compassione e rientra in casa per chiamare Gesù: «Maestro, vieni un momento. Ti devo dire una cosa».

Gesù, che stava salutando Maria d’Alfeo, lo segue subito. «Che vuoi?», chiede mentre cammina al suo fianco.

«Io nulla. É Simone che ti deve parlare. Eccolo…»

10«Simone! Che hai, che sei così turbato?».

Pietro si getta ai piedi di Gesù gemendo: «Ho peccato! Assolvimi!»

«Peccato? In che? Eri lì con noi, lieto, quieto…».

«Ah! Maestro, ti ho disubbidito. Ho detto a Toma di Sintica… Mi ero turbato per le lacrime e lui lo era più di me; credeva di averle aumentate lui… per consolarlo ho detto: “É sempre così negli addii… Avessi visto Sintica…”, e lui ha capito!…». Pietro alza un volto sconvolto, il suo sguardo è proprio umiliato, desolato.

11«Sia lode a Dio, mio Simone! Credevo[10]  avessi fatto cose ben più gravi di questa. E la tua sincerità annulla anche questa. Hai parlato senza malizia, hai parlato ad un tuo compagno. Toma è buono e non propalerà…».

«Me lo ha giurato infatti… Ma vedi? Ora io ho paura di essere troppo stolto e di non saper custodire un segreto».

«Lo hai fatto fino ad ora».

«Sì. Ma pensa! Mai una parola a Filippo e Natanaele! E ora…».

12«Su, alzati! L’uomo è sempre imperfetto. Ma quando lo è senza malizia non fa peccato. Sorvegliati. Ma non ti affliggere più. Il tuo Gesù non ha che un bacio per te. Tommaso, vieni qui».

13Tommaso accorre. «Tu certo hai compreso le ragioni del silenzio».

«Sì, Maestro. E ho giurato di rispettarlo per la mia parte e per la mia capacità. L’ho già detto a Simone…».

«Allo stolto Simone», sospira Pietro.

14«No, amico. Tu mi hai edificato per la tua umiltà e sincerità perfette. Mi hai dato una grande lezione e la ricorderò. Non potrò farla conoscere per prudenza, e di ciò ho dolore, perché pochi fra noi hanno e avrebbero la giustizia che tu hai avuto… Ma ci chiamano! Andiamo».

Regole da osservare.

Il dolore che segue a una partenza.

15Infatti molti sono già sulla via e le tre donne – Noemi, Mirta e Aurea – sono sui ciuchini. Maria è insieme alla cognata presso Aurea e la baciano ancora e, quando vedono venire Gesù, baciano le due condiscepole e per ultimo salutano Gesù, che le benedice prima di mettersi in cammino…

E Maria e Maria Cleofe rientrano in casa… Nella casa dove restano, a ricordo di ciò che vi era poco prima, seggiole smosse, stoviglie ancora sparse… il disordine che segue ad una partenza.

16Maria carezza sopra pensiero il piccolo telaio sul quale insegnava ad Aurea a lavorare… Ha gli occhi lucidi di pianto trattenuto.

«Tu soffri, Maria!», le dice Maria Cleofe che piange senza far sforzo per non farlo.

«Ti eri affezionata!… Qui vengono… poi vanno… e noi si soffre…».

Regola di ospitalità.

17«La nostra vita di discepole. Lo hai sentito oggi cosa diceva Gesù: “Così farete in futuro; vedendo in tutte le creature delle anime fraterne sarete ospitali, soprannaturalmente ospitali, sentendovi pellegrine voi che accogliete come pellegrini gli accolti. Darete aiuto, ristoro, consiglio, e poi lascerete che i fratelli vadano ai loro destini senza trattenerli con amori gelosi, sicure che oltre la morte vi ritroverete con essi.

Regola di distacco sino all’eroismo.

18Verranno le persecuzioni e molti vi lasceranno per andare al martirio. Non siate vili e non consigliate a viltà. Rimanete oranti nelle case vuote per sostenere il coraggio dei martiri, serene per fortificare i più deboli, forti per essere pronte ad imitare gli eroi. Avvezzatevi ai distacchi, agli eroismi, all’apostolato della carità fraterna da ora…”. E noi lo facciamo. Soffrendo, …è certo! Siamo creature di carne… Ma lo spirito gode di una sua spirituale letizia, che è fare la volontà del Signore e cooperare alla sua gloria. D’altronde… Io sono la Madre di tutti… e non devo esserlo di uno solo. Non lo sono esclusivamente neppure di Gesù… Tu vedi come lo lascio andare senza trattenerlo… Vorrei essere con Lui, questo sì. Ma Egli giudica che io devo restare qui finché Egli non dica: “Vieni”. Ed io resto. Le sue soste qui? Le mie gioie di mamma. Le mie peregrinazioni con Lui? Le mie gioie di discepola. Le mie solitudini qui? Le mie gioie di fedele che fa la volontà del suo Signore».

«Quel Signore ti è Figlio, Maria…».

«Sì. Ma è sempre il mio Signore… ?».

Regola d’ amore materno.

19«Resti con me, Maria?».

«Sì, se mi ci lasci… É così triste la mia casa nelle prime ore che è vuota dei miei figli!… Domani è già un’altra cosa… E questa volta, poi, piangerei più ancora…».

«Perché, Maria?».

«Perché è da ieri che sono piena di pianto… Una cisterna sono… Una cisterna nel tempo delle piogge».

«Ma perché, cara?».

20«Per Giuseppe… ieri… Oh! Io non so se andare e rimproverarlo acerbamente, perché infine egli è mio figlio perché questo seno lo ha portato e queste mammelle lo hanno allattato, e non c’è primogenitura che sia superiore ad una madre, …oppure se non parlargli più, mai più a questo bastardo che mi è nato e che offende il mio Gesù e te e…».

21«Non farai nulla di questo. Tu sarai per lui sempre “la mamma”. La mamma che compatisce il figlio ostinato, malato, sviato, e lo ammansisce con la bontà, e lo porta a Dio con la preghiera e la pazienza… Suvvia, non piangere!… Vieni piuttosto con me. Pregheremo nella mia stanza per lui, per quelli che vanno, per la fanciulla, che soffra poco e cresca santa… Vieni, vieni, Maria mia», e la porta con sé…

Consolare gli afflitti.

22Intanto i pellegrini vanno per la loro via verso sud ovest. Sul davanti sono le donne sui ciuchini che, ben pasciuti e riposati, trotterellano allegri, obbligando Marziam e Abele, che per prudenza stanno ai lati di Aurea che è in sella per la prima volta, ad andare quasi di corsa. E, se la cosa è faticosa, serve a distrarre la fanciulla dal dolore per il distacco da Maria.

23Ogni tanto, per dare fiato ai due giovinetti, Mirta arresta il suo ciuchino dando l’alt, e non si rimette in moto altro che quando sono raggiunte dal gruppo apostolico. E nelle soste, non più distratta dalle peripezie dell’equitazione, Aurea torna triste… Marziam, esperto delle sue traversie di orfanello raccolto per carità da una madre adottiva dopo aver conosciuto Maria, la consola dicendole come poi ci si affeziona alla madre adottiva «proprio come fosse la nostra mamma», e racconta le sue impressioni, e racconta come Maria e Mattia sono felici da Giovanna, e Anastasica da Elisa. Aurea ascolta queste narrazioni e, quando Marziam termina dicendo: «Credilo, le discepole sono tutte buone, e Gesù sa a chi dare noi poverini», e Abele incalza: «E tu non devi diffidare della mia mamma, che è tanto felice di averti e ha pregato tanto in questi giorni per averti da Dio», Aurea dice: «Lo credo. E le voglio bene… Ma Maria è Maria… e dovete compatire…».

«Sì. Ma ci spiace di vederti triste…».

24«Oh! ma non sono già triste come in casa del romano e nelle prime ore dopo la liberazione… Sono soltanto… sperduta. Io non ho mai avuto, da anni, carezze… Solo Maria me le ha ridate, dopo tanti anni di padroni…».

25«Anima mia! Ma io sono qui per dartele! Sarò una seconda Maria per te. Vieni qui, vicino… Fossi più piccola, ti prenderei in sella con me, come facevo col mio Abele quando era bambino… Ma sei già una donna…», dice Mirta accostandosi e prendendole la mano.

26«Sei la mia piccola donna e ti insegnerò tante cose, e quando Abele andrà lontano, ad evangelizzare, io e te accoglieremo i pellegrini come dice il Signore, faremo tanto bene in suo Nome. Tu sei giovane e mi aiuterai…».

La Dottrina messianica è fuoco d’amore.

Miracolo sul fuoco.

27«Ma guardate che luce là, oltre quel monticello! », esclama Giacomo di Zebedeo che le ha raggiunte.

«Brucia un bosco?».

«O un paese?».

«Corriamo a vedere…».

Nessuno più è stanco, perché la curiosità annulla ogni altra sensazione. Gesù li segue benevolo, lasciando la via per una viottola che sale su un poggetto.

28La cima è presto raggiunta… Non è né un bosco né un paese quello che arde, ma una vasta conca fra due poggi, tutta a scopeti. Le eriche, arse dall’estate, hanno preso fuoco forse per qualche scintilla sfuggita ai boscaioli che hanno lavorato più su, al taglio delle piante, e ora arde: un tappeto di fiamme basse ma vivaci che si sposta, dopo aver consumato là dove si è appreso per primo, cercando nuove eriche da ardere. I boscaioli tentano il contro-fuoco percuotendo le fiamme. Ma è inutile. Sono pochi e, se lavorano da un lato, il fuoco si estende da un altro.

29«Se giunge al bosco è un disastro. Vi sono alberi da resine», sentenzia Filippo.

30Gesù, con le braccia conserte, ritto sullo scrimolo del poggetto, guarda e sorride pensando…

31Il contrasto fra la luce bianca della luna a oriente e quella rossa delle fiamme ad occidente è vivo, e questi che guardano sono tutti bianchi di raggi lunari nella schiena e rossi del riverbero delle fiamme sul volto. E le fiamme corrono, corrono, come un’acqua che straripa e monta e dilaga… E’ a pochi metri dal bosco l’incendio, e già illumina le cataste di legna messe al suo limite, e il sempre più vivo chiarore mostra le casette di un paesello messo in cima al poggio su cui sale il fuoco.

32«Misera gente! Perderanno tutto!», dicono in molti. E guardano Gesù che non parla e sorride…

33Ma poi… ecco che disserra le braccia e grida: «Arrestati! Muori! Lo voglio».

34E, come se un grande moggio si abbassasse a soffocare le fiamme, ecco che prodigiosamente il fuoco cessa di fiammeggiare, la vivida, agile danza delle lingue di fiamma si muta in rosso di carboni accesi ma senza fiamme, poi il rosso si fa violaceo, grigio rosso… qualche guizzo serpeggia ancora fra la cenere… e poi non resta che la luna col suo argento a dar luce alle selve.

35Al nitido chiarore si vedono i boscaioli radunarsi gesticolando, guardandosi intorno, in alto… cercando l’angelo del miracolo…

36«Scendiamo. Lavorerò quelle anime coll’impensato motivo che mi hanno dato e sosteremo al paesello anziché alla città. Partiremo all’alba. Un posto per le donne lo avranno. Per noi basta il bosco», dice Gesù e scende svelto seguito dagli altri.

«Ma perché sorridevi così? Parevi beato!», chiede Pietro.

«Lo saprai dalle mie parole».

Fede nel Messia.

37Sono già dove la sodaglia si è mutata in ceneri ancora calde e scricchiolanti sotto i sandali. La traversano. Giunti al centro, là dove la luna picchia in pieno, vengono visti dai boscaioli.

38«Oh! l’ho detto io! Egli solo poteva aver fatto questo! Corriamo a venerarlo», grida un boscaiolo, e lo fa gettandosi fra la cenere ai piedi di Gesù.

39«Come credi che Io abbia potuto?».

«Perché soltanto il Messia può questo».

40«E come sai che Io sia il Messia? Mi conosci forse?».

41«No. Ma solo il Buono che ama i poveri può avere avuto pietà, e solo il Santo di Dio può avere comandato al fuoco ed essere ubbidito. Sia benedetto l’Altissimo che ci ha mandato il suo Messia! E il Messia che è venuto in tempo per salvarci le case!».

42«Dovreste aver più premura di salvarvi l’anima».

«Quella si salva credendo in Te e cercando di fare ciò che Tu insegni. Ma Tu comprendi, o Signore, che la desolazione di esser spogliati di tutto può rendere deboli le nostre deboli anime… e portarle a dubitare della Provvidenza».

43«Chi vi ha istruiti su Me?».

«Dei tuoi discepoli… Ecco le nostre famiglie… Avevamo mandato a svegliarle, temendo che tutto il colle incendiasse… Venite avanti… E poi mandammo un altro uomo a dire che c’era un miracolo e di venire a vedere. Eccole, Signore. La mia. Quella di Giacobbe, questa è quella di Gionata, questa quella di Marco, questa quella di mio fratello Tobia, questa è di mio cognato Melchia, questa è quella di Filippo e questa quella di Eleazaro. E poi le altre di quelli che sono pastori e ora sono sugli alti monti ai pascoli…».

44È un gruppo di un duecentocinquanta persone al massimo, piagnucolano risvegliati a metà oppure dormono, ignari del pericolo corso.

Fede e Provvidenza

45«La pace a voi tutti. L’angelo di Dio[11] vi ha salvati. Lodiamo insieme il Signore».

46«Tu ci hai salvati! Tu sempre presente dove dei fedeli credono in Te!», dicono in molte donne… E gli uomini assentono gravi.

47«Sì. Dove è fede in Me è presente la Provvidenza. Però, così nelle cose dello spirito come in quelle della materia, bisogna agire con continua prudenza. Cosa è che ha dato fuoco alle stipe? Probabilmente la scintilla sfuggita dai vostri fuochi, oppure un rametto che uno dei fanciulli ha voluto accendere al fuoco per divertirsi ad agitarlo e lanciarlo, con la spensieratezza dell’età, giù in basso. È bello infatti vedere una freccia di fuoco solcare l’aria che imbruna. Ma vedete ciò che può un’imprudenza! Può fare gravi rovine. Una scintilla, o un ramoscello caduto sulle eriche secche, è bastato a dar fuoco ad una convalle e, se l’Eterno non mi mandava, tutto il bosco sarebbe divenuto un braciere che avrebbe consunto in una morsa di fuoco i vostri beni e le vostre vite.

48Così è delle cose dello spirito. Occorre fare continua, prudente attenzione, acciò una freccia di fuoco, una scintilla, non si apprenda alla vostra fede e la distrugga, dopo aver covato inavvertita nel cuore, in un incendio voluto da quelli che mi odiano e provocato per farmi povero di fedeli. Qui il fuoco, fermato in tempo, si è mutato da malefico in benefico, distruggendo la sodaglia inutile, che avevate lasciato prosperare nella convalle, e preparandovi, con la sua distruzione e con la concimazione delle ceneri, del terreno che, se sarete volonterosi, potrete sfruttare con utili colture. Ma nei cuori ben diverso succede! E quando tutto il Bene vi è distrutto, nulla più, fuorché i rovi per lo strame dei demoni, vi può sorgere.

La dottrina è come il fuoco.

49Ricordatelo e vegliate contro le insinuazioni dei miei nemici che, come scintille infernali, verranno gettate nei vostri cuori. State pronti allora al contro fuoco. E quale è questo contro fuoco? È una fede sempre più forte, una volontà incrollabile di essere di Dio. È un appartenere al Fuoco santo. Perché il fuoco non mangia il fuoco. Ora, se voi sarete fuoco di amore al Dio vero, il fuoco dell’Odio a Dio non vi potrà nuocere. Il Fuoco dell’amore vince ogni altro fuoco. La mia Dottrina è amore e chi la raccoglie entra nel Fuoco della Carità, e non può più essere torturato dal fuoco del Demonio.

Il fuoco dell’ Amore.

50Dall’alto di quel poggio, mentre guardavo ardere le stipe e sentivo le parole dei vostri spiriti al Signore Iddio loro, più ancor che non vedessi le vostre azioni, tese a spegnere le fiamme, Io sorridevo. E un mio apostolo mi ha detto: “Perché sorridi?”. Gli ho promesso: “Te lo dirò parlando ai salvati”. Lo faccio. Io sorridevo pensando che, così come le fiamme dilagavano fra le eriche della convalle, invano mortificate dalle vostre manovre, così la mia Dottrina dilagherà nel mondo, invano perseguitata da chi non vuole la Luce. E sarà luce. E sarà purificazione. E sarà bonifica. Quante serpicine sono perite fra queste ceneri, e con esse altri esseri dannosi! Voi temevate questa convalle perché troppi aspidi erano in essa. Ecco che non ne sopravvive uno solo. Ugualmente il mondo sarà liberato da tante eresie, da tanti peccati, da tanti dolori, quando mi avrà conosciuto e sarà stato mondato dal fuoco della mia Dottrina. Mondato e liberato dalle inutili vegetazioni, fatto atto al seme, fatto ricco di frutti santi.

51Ecco perché sorridevo… Vedevo nel fuoco avanzante un simbolo del dilagare della mia Dottrina nel mondo… Poi la carità del prossimo, che non va mai disgiunta da quella per il Signore, mi ha riportato il pensiero alle vostre necessità. Ed ho abbassato lo sguardo mentale dalla contemplazione degli interessi di Dio a quella degli interessi dei fratelli, e ho fermato il fuoco perché, nel vostro giubilo, voi lodaste il Signore. Vedete perciò che il mio pensiero è salito a Dio, ne è disceso, fatto ancor più potente perché l’immedesimazione con Dio aumenta sempre le nostre facoltà, e poi è risalito, insieme al vostro, a Dio. In tal modo, per la carità, Io ho fatto insieme gli interessi del Padre e dei fratelli miei. Fate anche voi il somigliante nella vita futura.

52Ed ora, per queste donne vi chiedo un ricovero per la notte. La luna cala e l’incendio ci ha ritardato il cammino. Non possiamo proseguire, perciò, sino alla città vicina».

53«Vieni! Venite! C’è posto per tutti. Potevamo esser noi senza tetto! Le nostre case sono vostre. Da poveri sono, ma pulite. Venite! Venite e saranno benedette», gridano tutti.

54E lentamente risalgono la china piuttosto erta sino al paesetto miracolosamente sfuggito alla distruzione, scomparendo poi ognuno con chi l’ospita…

4. La pietà di Abele di Betlemme per i propri nemici[12].

Abele specchio dei sentimenti di Gesù.

Intercessione di Abele per i suoi nemici.

24E lavora finché ad un incrocio di via un gruppo di discepoli non vede il Maestro e gli si affolla intorno. Fra essi è Abele di Betlemme, che si getta subito ai piedi di Gesù dicendo: «Maestro, ho tanto pregato l’Altissimo perché mi facesse incontrare con Te. E non lo speravo più. Ma Egli mi ha esaudito. Ora Tu esaudisci il tuo discepolo».

25«Che vuoi, Abele? Vieni là, al limitare del campo. Qui vi è troppa gente e diamo noia».

Vanno in massa dove Gesù indica, e là Abele dice ciò che vuole.

26«Maestro, Tu mi hai salvato da morte e da calunnia e hai fatto di me un tuo discepolo. Dunque Tu mi ami molto?».

27«Lo puoi chiedere?».

«Lo chiedo per essere certo che Tu esaudisci la mia preghiera. Quando Tu mi hai salvato, hai castigato i miei nemici con orribile castigo. Tu lo hai dato, giusto è certo. Ma, oh! Signore! è molto orribile! Io ho cercato quei tre. Ogni volta che venivo da mia madre li cercavo. Sui monti, nelle caverne presso la mia città. E non li trovavo mai».

28«Perché li cercavi?».

«Per parlare loro di Te, Signore. Perché, credendo in Te, ti invocassero e ottenessero perdono e guarigione. Solo nell’estate li ho trovati, e non insieme. Uno, quello che mi odiava per causa di mia madre, si è separato dagli altri che sono andati più su, verso i monti più alti di Jiftael. Loro mi hanno detto dove egli è… E di loro mi hanno dato la traccia dei pastori di Betlemme, quelli che ti hanno ospitato quella sera. I pastori coi loro greggi girano tanto e sanno tante cose. Loro sapevano che nel monte della Bella Sorgente erano i due lebbrosi che cercavo. Sono andato. Oh!…». L’orrore si dipinge sul viso del giovane uomo, quasi ancor giovinetto.

«Continua».

29«Essi mi hanno riconosciuto. Io non potevo riconoscere in quei due mostri i miei concittadini… Mi hanno chiamato… e mi hanno pregato, come fossi un dio… Il servo più di tutti mi ha fatto pietà. Per il suo puro pentimento. Non vuole che il tuo perdono, Signore… Aser vuole anche la guarigione. Ha una vecchia madre, Signore, una vecchia madre che muore di dolore in città…».

30«E l’altro? Perché si è diviso?».

«Perché è un demonio. Principale colpevole, adultero già quando divenne omicida, eccitatore di Aser, corruttore del servo di Gioele, che è un poco stolto e facilmente dominabile, continua ad essere un demonio. Dalla sua bocca odio e bestemmie, dal suo cuore odio e crudeltà. Ho visto anche lui… Volevo farlo buono. Rovinò su me come un avvoltoio e solo nella fuga, in me rapida e resistente perché giovane e sano, ebbi salvezza. Ma non dispero di salvarlo. Tornerò… Una, due, tante volte con soccorsi, con amore. Mi farò amare. Egli crede che io vada a schernire la sua rovina. Io vado per riedificarla. Se può giungere ad amarmi, mi ascolterà; se mi ascolterà, finirà per credere in Te. Questo voglio. Gli altri, oh!, fu facile perché da loro hanno meditato e compreso. E il servo è divenuto il semplice maestro dell’altro, perché nel servo è tanta fede, tanto desiderio di perdono. Vieni, Signore! Io ho promesso loro di condurti a loro quando ti avessi incontrato».

Abele offre la vita per i suoi nemici.

31«Abele, il loro delitto era grande, molti delitti in uno. Poco è il tempo che hanno espiato…».

«Grande è stato il tormento e il pentimento loro. Vieni».

32«Abele, essi ti volevano morto».

«Non importa, Signore. Io voglio per loro la vita».

33«Quale vita?».

«Quella che Tu dài, quella dello spirito, il perdono, la redenzione».

34«Abele, erano i tuoi Caini e ti hanno odiato come più non si può. Ti volevano levare tutto: vita, onore e madre…».

35«Sono stati i miei benefattori, perché per essi ho avuto Te. Io li amo per questo loro dono e ti chiedo che siano dove io sono, al tuo seguito. Voglio la loro salvezza come la mia, più della mia, perché più grande è il loro peccato».

36«Cosa offriresti a Dio in cambio della loro salvezza, se ti chiedesse un’offerta?».

37Abele pensa un momento… poi dice sicuro: «Anche me stesso. La mia vita. Perderei un pugno di fango per possedere il Cielo. Una perdita felice. Un acquisto grande, infinito: Dio, il Cielo. E due peccatori salvati: i primogeniti del gregge che spero condurti e offrirti, o Signore».

Il bacio del Messia.

38Gesù fa un atto che non fa mai così in pubblico. Si china, perché è molto più alto di Abele, e prendendogli il capo fra le mani lo bacia sulla bocca dicendo: «Così sia», almeno credo che così voglia dire il suo «Maranata»[13]. E aggiunge: «Per i tuoi sentimenti ti sia fatto secondo che chiedono le tue parole. Vieni con Me. Mi condurrai. Giovanni, vieni con Me. E voi andate avanti. Per la via di Mageddo ad Engannim. Là mi attenderete, se ancora non mi avrete incontrato».

39«E predicheremo Te e la tua dottrina», dice l’Iscariota.

40«No. Mi attenderete. Semplicemente. Tenendo condotta di giusti e umili pellegrini e nulla più. Essendo fra voi come fratelli. E passerete, nell’andare, dai contadini di Giocana, dando loro ciò che avete e dicendo che il Maestro, se potrà, passerà da Jezrael all’aurora di due giorni da oggi. Andate. La pace sia con voi».

5. Lezione sul modo di curare le anime e il perdono ai due peccatori divenuti lebbrosi[14].

Lezione sulla cura delle anime.

La salute non è accolta.

1L’aspro nodo di Jiftael domina a nord precludendo l’orizzonte. Ma là dove le coste dirute di questo gruppo montano hanno inizio, e si mostrano quasi a picco sulla via carovaniera che da Tolemaide va verso Sefori e Nazareth, sono molte caverne fra blocchi rocciosi sporgenti dal monte, sospesi sugli abissi, messi a far da tetto e da base a questi antri.

2Come sempre presso le strade più importanti, isolati ma nello stesso tempo prossimi tanto da essere visti e soccorsi dai viandanti, stanno dei lebbrosi. Una piccola colonia di lebbrosi, i quali gettano il loro grido di avviso e quello di invocazione, vedendo passare Gesù con Giovanni e Abele. E Abele alza il viso verso di loro dicendo: «Questo è Colui del quale vi ho parlato. Lo conduco dai due che sapete. Non avete nulla da chiedere al Figliol di Davide?».

3«Ciò che a tutti chiediamo: pane, acqua, a satollarci mentre i pellegrini passano. Dopo, nell’inverno, è fame…».

«Non ho cibo, oggi. Ma ho con me la Salute…».

4Ma il suggestionante invito a ricorrere alla Salute non viene accolto. I lebbrosi si ritirano dal balzo, volgendo le spalle e girando lo sperone del monte per vedere se altri pellegrini vengono dall’altra via.

5«Credo siano dei marinai gentili o idolatri affatto. Sono venuti da poco, cacciati da Tolemaide. Venivano dall’Africa. Non so come si siano ammalati. So che, partiti sani dai loro paesi e dopo lungo giro intorno alle coste africane per prendere avorio, e credo anche perle per venderle ai mercanti latini, sono arrivati qui malati. E i magistrati del porto li hanno isolati e hanno bruciato persino la nave. Chi è andato verso le vie della Siro-Fenicia e chi qui. I più malati questi, perché quasi non camminano più. Ma hanno l’anima più malata ancora. Ho cercato di dare un poco di fede… Non chiedono che cibo…».

Costanza nelle conversioni.

6«Nelle conversioni bisogna avere costanza. Ciò che non riesce in un anno riesce in due o più. Insistere a parlare di Dio, anche se paiono come le rocce che li ricoverano».

7«Faccio male allora a pensare al loro cibo?…

Mi ero messo a portare prima del sabato sempre del cibo, perché di sabato gli ebrei non viaggiano e nessuno pensa a loro…».

8«Hai fatto bene. Tu lo hai detto. Sono pagani. Perciò più premurosi della carne e del sangue che dell’anima. L’amorosa premura che tu hai per la loro fame risveglia la loro affezione verso lo sconosciuto che pensa a loro. E quando ti ameranno ti ascolteranno anche se parli di altro che non sia cibo. L’amore prelude sempre ad un seguire colui che si è imparato ad amare. Essi ti seguiranno un giorno nelle vie dello spirito.

9Le opere di misericordia corporale spianano la via a quelle spirituali, le quali la fanno tanto libera e piana che l’entrata di Dio in un uomo, preparato in tal modo al divino incontro, avviene ad insaputa dello stesso individuo. Egli si trova in sé Dio e non sa da dove è entrato. Da dove! Talora dietro un sorriso, dietro una parola di pietà, dietro un pane, si è iniziata l’apertura della porta di un cuore chiuso alla Grazia e si è iniziato il cammino di Dio per entrare in quel cuore. Le anime! Esse sono la cosa più varia che ci sia. Nessuna  materia, e sono tante le materie che sono sulla Terra, è così variata nei suoi aspetti quanto lo sono le anime nelle loro tendenze e reazioni.

Le anime e il bosco di Terebinti.

10Vedete questo potente terebinto? É in mezzo a tutto un bosco di terebinti, simili ad esso nella specie. Quanti sono? Cento e cento, mille forse, forse più. Coprono questo aspro fianco di monte, soverchiando col loro profumo aspro e salutare di resine ogni altro odore della valle e del monte. Ma guardate. Mille e più, e non uno in grossezza, altezza, potenza, pendenza, disposizione, che sia uguale all’altro, se si osserva bene. Chi dritto come una lama, chi volto a settentrione o mezzogiorno, a oriente od occidente. Chi nato in piena terra, chi là su uno scrimolo che non si sa come possa reggerlo e come possa esso sostenersi così proteso nel vuoto, quasi a far ponte con l’altro versante, alto sopra quel torrente, ora asciutto ma così turbinoso nelle epoche di pioggia. Chi contorto come se un crudele lo avesse oppresso mentre era tenera pianta, chi senza difetti. Chi chiomato sino quasi alla base, chi schiomato e avente appena un ciuffetto sulla cima. Quello con rami solo a destra. L’altro là fronzuto in basso e arso nella vetta bruciata da un fulmine. Questo morto che sopravvive in un ostinato ramo, unico, che è sorto quasi alla radice, raccogliendo la superstite linfa che era morta nell’alto. E questo che vi ho indicato per primo, bello come più non potrebbe, ha forse un ramo, un rametto, una foglia – che dico dicendo una foglia sulle migliaia che porta? – che sia simile all’altra? Sembra che lo siano. Ma non lo sono. Guardate questo ramo, il più basso. Osservate in esso la cima, solo la cima del ramo. Quante foglie saranno su quella cima? Forse duecento aghetti verdi e sottili. Eppure, guardate! Ve ne è una simile all’altra in colore, robustezza, freschezza, flessibilità, portamento, età? Non vi è.

L’arte dei Maestri e Medici di anime.

11Così le anime. Tante quante sono, tante le loro diversità di tendenze e reazioni. E non è buon maestro e medico di anime chi non le sa conoscere e lavorare a seconda delle diverse loro tendenze e reazioni. Non è un lavoro facile, amici miei. Ci vuole studio continuo, abitudine alla meditazione che illumina più di ogni lunga lettura su testi fissi. Il libro che deve studiare un maestro e medico di anime sono le anime stesse. Tanti fogli quante anime, e in ogni foglio molti sentimenti e passioni passate, presenti e in embrione. Perciò studio continuo, attento, meditativo, pazienza costante, sopportazione, fortezza nel saper medicare le piaghe più putride per risanarle senza mostrare schifo, che avvilisce il piagato, e senza una falsa pietà che, per non mortificare collo scoprire il marciume e non nettare per tema di far soffrire la parte marcia, lascia incancrenire il male corrompendo tutto l’essere; prudenza, nel contempo, per non esacerbare con modi troppo rudi le ferite dei cuori e per non infettarsi al loro contatto, volendo fare i sicuri che non temono di infettarsi trattando coi peccatori.

Il segreto è l’ amore.

12E tutte queste virtù, necessarie al maestro e medico di anime, dove trovano la loro luce per vedere e capire, la loro pazienza, talora eroica, per perseverare ricevendo freddezze, qualche volta offese, la loro fortezza per medicare saggiamente, la loro prudenza per non nuocere al malato e a se stessi? Nell’amore. Sempre nell’amore. Esso dà luce a tutto, dà saggezza, dà fortezza e prudenza. Preserva dalle curiosità, che sono via ad assumere le colpe che si sono curate. Quando uno è tutto amore, non può entrare in lui altro desiderio e altra scienza che non quella d’amore. Vedete? I medici dicono che, quando uno fu morente per una malattia, difficilmente di essa si ammala mai più, perché ormai il suo sangue l’ha ricevuta e l’ha vinta. Il concetto non è perfetto, ma non è neppure in tutto errato. Ma l’amore, che è salute invece che malattia, fa ciò che dicono i medici e per tutte le passioni non buone. Chi ama fortemente Dio e i fratelli non fa cosa che possa dare dolore a Dio e ai fratelli; perciò, anche avvicinando i malati dello spirito e venendo a conoscenza di cose che l’amore aveva sino allora velate, non se ne corrompe, perché resta fedele all’amore e il peccato non entra. Che volete che sia il senso per uno che ha vinto il senso con la carità? Che le ricchezze per chi nell’amore di Dio e delle anime trova ogni tesoro? Che la gola, che l’avarizia, che l’incredulità, che l’accidia, che la superbia per chi non appetisce che a Dio, per chi dà se stesso, anche se stesso per servire Dio, per chi nella sua Fede trova ogni suo bene, per chi è pungolato dalla fiamma instancabile della carità e opera instancabilmente per dare gioia a Dio, per chi conosce Dio -amarlo è conoscerlo- e non può più insuperbire perché si vede quale è rispetto a Dio?

L’ amore vi consacra al ministero delle anime.

13Un giorno voi sarete sacerdoti della mia Chiesa. Sarete perciò i medici e maestri di spiriti. Ricordate queste mie parole. Non sarà il nome che porterete, né la veste, né le funzioni che eserciterete che vi faranno sacerdoti, ossia ministri di Cristo, maestri e medici di anime, ma sarà l’amore che possederete che vi farà tali. Esso vi darà tutto quanto occorre per esserlo, e le anime, tutte diverse fra loro, giungeranno ad un ‘unica somiglianza: quella del Padre, se voi le saprete lavorare con l’amore».

14«Oh! che bella lezione, Maestro!», dice Giovanni.

15«Ma ci riusciremo mai noi ad essere così?», aggiunge Abele.

16Gesù guarda l’uno e l’altro, e poi passa un braccio sul collo di entrambi e se li attira a Sé, l’uno a destra, l’altro a sinistra, e li bacia sui capelli dicendo: «Voi ci riuscirete perché avete compreso l’amore».

Perdono ai due peccatori divenuti lebbrosi.

Fede nel Messia misericordioso.

17Camminano ancora per qualche tempo, sempre più difficilmente per l’asperità del sentiero inciso quasi sul ciglio del monte. Sotto, lontana, è una via, e si vede la gente in cammino su essa.

18«Fermiamoci, Maestro. Là, vedi, da quella piattaforma di roccia, i due calano con una fune un cesto ai passanti, e oltre quella piattaforma è la loro grotta. Ora li chiamo». E getta un grido facendosi avanti, mentre Gesù e Giovanni restano indietro, nascosti da arbusti folti.

19Pochi istanti e poi un volto… chiamiamolo volto perché è messo al sommo di un corpo, ma potrebbe chiamarsi anche muso, mostro, incubo… si affaccia da sopra un macchione di more.

19«Tu? Ma non eri partito per i Tabernacoli?».

«Ho trovato il Maestro e sono tornato indietro. Egli è qui!».

20Se Abele avesse detto: «Jeové si libra sul vostro capo», io credo che sarebbe stato meno subitaneo e reverente il grido, l’atto, lo slancio dei due lebbrosi -perché mentre Abele parlava si era affacciato anche l’altro- nel gettarsi fuori, sulla piattaforma, in pieno sole, e nel prostrarsi viso a terra gridando: «Signore, noi abbiamo peccato. Ma la tua misericordia è più grande del nostro peccato!». Lo gridano senza neppure assicurarsi se Gesù è veramente lì, o se è ancora lontano, in cammino verso di loro. La loro fede è tale che fa vedere anche ciò che gli occhi, per le piaghe delle palpebre e la rapidità del gettarsi a terra, non hanno certo visto.

21Gesù avanza mentre essi ripetono: «Signore, il nostro peccato non merita perdono, ma Tu sei la Misericordia! Signore Gesù, per il tuo Nome salvaci. Tu sei l’Amore che può vincere la Giustizia».

22«Io sono l’Amore. E’ vero. Ma su Me è il Padre. Ed Egli è la Giustizia», dice severo Gesù facendosi con Giovanni in avanti sul sentiero.

Pentimento di Aser e del servo.

23I due alzano gli sfigurati volti e lo guardano fra le lacrime che scorrono unite a sostanze marciose. Orribili a vedersi quei volti! Vecchi? Giovani? Chi il servo? Chi Aser? Impossibile dirlo. La malattia li ha uguagliati, facendone due forme di orrore e nausea. Come deve loro apparire Gesù, ritto in mezzo al sentiero, col sole che lo fascia di raggi e ne accende il biondo dei capelli, non so. So che lo guardano e poi si coprono il volto gemendo: «Jeové! La Luce!». Ma poi gridano ancora: «Il Padre ti ha mandato per salvare. Egli ti chiama la sua dilezione. Egli in Te si compiace. Egli non ti negherà di darci il perdono».

24«Il perdono o la salute?».

«Il perdono», grida uno. E l’altro: «.. e poi la salute. Mia madre muore di dolore per me».

25«Se Io vi perdono resta sempre la giustizia degli uomini, per te soprattutto. Che vale allora il mio perdono per fare felice tua madre?», tenta Gesù per fare dire le parole che attende per operare il miracolo.

26«Vale. Ella è una vera israelita. Vuole per me il seno d’Abramo. E per me non vi è quel luogo in attesa del Cielo, perché io ho peccato troppo».

«Troppo. Lo hai detto».

27«Troppo!… É vero… Ma Tu… Oh! quel giorno c’era tua Madre… Dove è tua Madre ora? Ella aveva pietà della madre di Abele. L’ho visto. E se ora sentisse avrebbe pietà della mia. Gesù, Figlio di Dio, pietà in nome di tua Madre!…»

28«E che fareste dopo?».

«Dopo?». Si guardano sgomenti. Il «dopo» è la condanna degli uomini, è lo sprezzo, o la fuga, l’esilio. Davanti alla prospettiva della guarigione essi tremano come della perdita di una salvezza.

29Come ci tiene l’uomo alla vita! I due, presi nel dilemma di guarire ed essere condannati dalla legge degli uomini, o vivere lebbrosi, quasi preferiscono vivere lebbrosi. Lo dicono, lo confessano con queste parole: «Il supplizio è orrendo!». Lo dice soprattutto quello che capisco essere Aser, uno dei due omicidi…

30«É orrendo. Ma almeno è giustizia. Voi lo davate a questo innocente, per loschi fini tu, per un pugno di monete tu».

31«É vero! O Dio mio! Ma egli ci ha perdonato. Perdona Tu pure. Vuol dire che moriremo. Ma l’anima sarà salva».

32«La donna di Gioele fu lapidata perché adultera. I quattro figli stentano la vita con la madre di lei, perché i fratelli di Gioele li hanno scacciati come bastardi impadronendosi dei beni del fratello. Lo sapete?».

«Ce lo disse Abele…»

33«E chi ripara alla loro sventura?». La voce di Gesù è un tuono, veramente è voce di Dio Giudice e fa paura. Solo nel sole, dritto e rigido, è figura di spavento. I due lo guardano con paura. Benché il sole debba inviperire le loro piaghe, non si muovono, come non si muove Gesù che ne è tutto avvolto. Gli elementi perdono valore in queste ore di anime…

Penitenza proporzionata al peccato.

34Aser dice dopo qualche tempo: «Se Abele vuole amarmi sino in fondo, vada da mia madre e le dica che Dio mi ha perdonato e…».

«Io non ti ho perdonato ancora».

35«Ma lo farai perché vedi il mio cuore… E le dirà che tutto quanto è mio vada ai figli di Gioele per mio volere. Sia che io muoia, sia che io viva, rinuncio alla ricchezza che mi ha fatto vizioso».

36Gesù sorride. Si trasfigura nel sorriso passando dal volto severo al volto pietoso, e con voce mutata dice: «Vedo il vostro cuore. Alzatevi. E alzate il vostro spirito a Dio benedicendolo. Recisi come siete dal mondo, potete andarvene senza che il mondo sappia di voi. E il mondo vi attende per darvi modo di soffrire e di espiare».

37«Ci salvi, Signore?! Ci perdoni?! Ci guarisci?!».

«Sì. Vi lascio la vita, perché la vita è sofferenza specie per chi ha dei ricordi come i vostri. Ma ora non potete uscire di qui. Abele deve venire con Me, deve andare come tutti gli ebrei a Gerusalemme. Attendete il suo ritorno. Esso coinciderà con la vostra guarigione. Egli penserà a portarvi al sacerdote e ad avvisare tua madre. Io dirò ad Abele ciò che deve e come deve fare. Potete credere alle mie parole, anche se me ne vado senza guarirvi?».

38«Sì. Signore. Però ripetici che perdoni allo spirito nostro. Questo sì. Poi tutto verrà quando vorrai».

39«Io vi perdono. Rinascete con uno spirito nuovo e non vogliate più peccare. Ricordate che, oltre all’astenervi dal peccare, dovete compiere atti di giustizia volti ad annullare completamente il vostro debito agli occhi di Dio, e che perciò la vostra penitenza deve essere continua perché grande è il debito vostro, ben grande! Il tuo in specie coinvolge tutti i comandamenti del Signore. Pensaci e vedrai che non uno ne è escluso. Ti sei dimenticato di Dio, hai messo il senso a tuo idolo, hai fatto delle feste giorni di deliri oziosi, hai offeso e disonorato tua madre, hai contribuito a uccidere e a voler uccidere, hai rubato l’esistenza e volevi rubare un figlio a una madre e hai privato di padre e madre quattro fanciulli, sei stato lussurioso, hai detto falsa testimonianza, desideravi impudicamente la donna che era fedele allo sposo defunto, hai desiderato ciò che era di Abele tanto da voler sopprimere Abele per impadronirti del suo».

Aser geme ad ogni proposizione: «E’ vero, è vero!».

40«Come vedi, Dio avrebbe potuto incenerirti senza ricorrere ai castighi degli uomini. Ti ha risparmiato perché Io potessi salvare uno di più. Ma l’occhio di Dio ti sorveglia e la sua intelligenza ricorda. Andate», e si volge tornando nel folto presso Abele e Giovanni, che si erano messi al riparo sotto le piante della costa. E i due, ancor sfigurati, forse sorridenti -ma chi può dire quando sorride un lebbroso?- con la voce caratteristica dei lebbrosi, stridula, metallica, mancante di continuità, con brusche disuguaglianze, intonano, mentre Egli scende il monte per il sentiero pauroso, il salmo 140…[15]

Missione per Abel.

41«Essi sono felici!», dice Giovanni.

«Io pure», dice Abele.

42«Credevo che li guarissi subito», dice ancora Giovanni.

«Io pure, come sempre fai».

43«Sono stati grandi peccatori. Questa attesa è giusta per chi ha tanto peccato. Ora ascolta, Anania…»

44«Mi chiamo Abele, Signore», dice stupito il giovane e guarda Gesù come per chiedersi: «Perché si sbaglia?».

45Gesù sorride: «Per Me sei Anania, perché veramente sembri nato dalla bontà del Signore[16]. Siilo sempre più. E ascolta. Al ritorno dai Tabernacoli andrai nella tua città dicendo alla madre di Aser di fare ciò che il figlio vuole e che col più sollecito dei modi sia eseguito, dando tutto in riparazione meno un decimo. E ciò per pietà della vecchia madre, la quale insieme a te lasci Betlemme di Galilea e vada a Tolemaide, ad attendere il figlio che con te la raggiungerà col compagno. Tu, sistemata la donna presso qualche discepolo della città, andrai a prendere quanto occorre per la purificazione dei lebbrosi e non li lascerai altro che quando sarà tutto fatto. Il sacerdote non sia di quelli che sanno del passato, ma uno di altri luoghi».

46«E dopo?».

«Dopo tu torni alla tua casa o ti riunisci ai discepoli. Ed essi, i guariti, prenderanno le vie dell’espiazione. Io dico l’indispensabile. E lascio l’uomo libero di agire in seguito…».

Non è mai difficile ciò che si fa con gioia.

47E scendono, scendono, instancabili, nonostante le asperità della via e del calore del sole… Instancabili, ma silenziosi per molto tempo.

48Poi Abele rompe il silenzio dicendo: «Signore, ti posso chiedere una grazia?».

49«Quale?».

«Di lasciarmi andare nella mia città. Mi spiace di lasciarti. Ma quella madre…».

50«Vai. Ma non ti attardare. Farai appena in tempo a raggiungere Gerusalemme».

51«Grazie, Signore! Non troverò che lei, povera vecchia, vergognosa di tutto da quando Aser peccò. Ma ora sorriderà ancora. Che le devo dire in tuo nome?».

52«Che le sue lacrime e le sue preghiere hanno ottenuto grazia e che Dio la conforta a sperare sempre più e la benedice. Ma prima di lasciarci sostiamo per un’ora. Non di più. Non è tempo di sostare. E poi tu andrai per la tua parte, Io e Giovanni per la mia, e per scorciatoie. E tu, Giovanni, andrai avanti. Da mia Madre. Le porterai questa sacca con le vesti di lino e verrai con quelle di lana. Andrai a dirle che la voglio vedere e che l’attendo nel bosco di Matatia, quello della moglie. Lo sai. Parla con Lei sola e vieni presto».

53«Lo so dove è il bosco. E Tu? Solo? Resti solo?».

«Resto col Padre mio. Non temere», dice Gesù alzando la mano e posandola sulla testa del discepolo prediletto, seduto sull’erba al suo fianco. E gli sorride dicendo: «Ma dovremmo esserci a sera…».

54«Maestro, quando ti devo far contento non sento stanchezza, lo sai. E andare dalla Madre!… É come se gli angeli portassero. Non è poi molto lontano».

«Non è mai lontano ciò che si fa con gioia… Ma tu sosterai la notte a Nazareth».

«E Tu?».

55«E Io… Starò col Padre mio dopo esser stato con mia Madre un poco. E poi mi incamminerò all’alba, prendendo la strada del Tabor senza entrare a Nazareth. Lo sai che devo essere a Jezrael all’aurora di dopodomani».

«Ti stancherai molto, Maestro. Lo sei già».

56«Avremo tempo di riposarci nell’inverno. Non temere. E non sperare di poter andare, con pace come qui, sempre evangelizzando. Conosceremo molte soste…». Gesù china il capo pensoso, sbocconcellando il suo pane più per fare compagnia ai due che, giovani e lieti di essere col Maestro, mangiano di gusto, che per voglia di cibo. Tanto che smette di farlo e si assorbe in uno dei suoi silenzi, che i due rispettano tacendo, riposando al rezzo del monte, i piedi scalzi a cercar frescura sull’erba nata ai piedi dei tronchi potenti. E sonnecchierebbero anche, ma Gesù alza il capo e dice: «Andiamo. Al bivio ci lasceremo».

57E, riallacciati i sandali, si mettono in cammino. L’ombra del bosco e il vento che viene da settentrione li aiuta a sopportare la pesantezza dell’ora ancora calda, sebbene non più torrida come nei mesi di piena estate.

 

 

 

 

 

 

 

S O M M A R I O

1. A Betlem di Galilea. Giudizio per un omicidio e parabola delle foreste pietrificate.

Abele trascinato alla morte.

“Venite adoriamo”

L’amore di Maria per gli agnellini.

Abele trascinato alla morte.

Coraggio di salvare

Il coraggio di parlare.

Il coraggio d’intervenire.

Il coraggio di smascherare.

Il Messia applica la legge mosaica

Giudizio secondo la legge mosaica.

Mirta e Abele si consacrano al Messia.

La Legge in Israele. (Discorso)

La Legge è morta

Similitudine delle foreste pietrificate.

Fate rivivere la Legge.

2. Fratello nello spirito e nell’affetto.

Un nuovo sabato a Nazareth.

Risposta ai neoisraeliti increduli.

Tirocinio di Tommaso.

Fratelli nello Spirito e nell’ Affetto.

3. Un dono di Tommaso alla Vergine e partenza da Nazareth. Miracolo su un incendio che diventa il tema di due parabole.

Doni dell’apostolo Tommaso.

Da Tommaso per Maria.

Da Tommaso per Aurea.

Umiltà e sincerità perfetta di Pietro.

Regole da osservare.

Il dolore che segue a una partenza.

Regola di ospitalità.

Regola di distacco sino all’eroismo.

Regola d’ amore materno.

Consolare gli afflitti.

La Dottrina messianica è fuoco d’amore.

Miracolo sul fuoco.

Fede nel Messia.

Fede e Provvidenza

La dottrina è come il fuoco.

Il fuoco dell’ Amore.

4. La pietà di Abele di Betlemme per i propri nemici.

Abele specchio dei sentimenti di Gesù.

Intercessione di Abele per i suoi nemici.

Abele offre la vita per i suoi nemici.

Il bacio del Messia.

5. Lezione sul modo di curare le anime e il perdono ai due peccatori divenuti lebbrosi.

Lezione sulla cura delle anime.

La salute non è accolta.

Costanza nelle conversioni.

Le anime e il bosco di Terebinti.

L’arte dei Maestri e Medici di anime.

Il segreto è l’ amore.

L’ amore vi consacra al ministero delle anime.

Perdono ai due peccatori divenuti lebbrosi.

Fede nel Messia misericordioso.

Pentimento di Aser e del servo.

Penitenza proporzionata al peccato.

Missione per Abel.

Non è mai difficile ciò che si fa con gioia.

 

 

 


[1] 9 agosto 1945. GESU’ DI NZARETH, La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù, inedito. Vol. 4. N° 248. Poema: IV, 111 

 

[2] “Qualora lo spirito di gelosia si impadronisca del marito… quel uomo condurrà la moglie al sacerdote e porterà una offerta per lei: un decimo di efa di farina d’orzo; è un’oblazione di gelosia… Il sacerdote prenderà acqua santa in un vaso di terra; prenderà anche polvere che è sul pavimento della Dimora e la metterà nell’acqua. … Il sacerdote farà giurare quella donna con una imprecazione… Poi il sacerdote scriverà queste imprecazioni su un rotolo e le cancellerà con l’acqua amara. Farà bere alla donna quell’acqua amara che porta maledizione e l’acqua che porta maledizione entrerà in lei per produrle amarezza…” (cfr. Numeri 5,11-31). Se l’acqua entrando in lei avrebbe prodotto amarezza, la donna sarebbe stata colpevole; altrimenti sarebbe stata innocente.

[3] 21 maggio 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 7. N° 440

 

[4] Mt 13,53-58; Mc 6,1-6.

[5] Lc 4,16-30.

[6] Mt 11,20-24.

[7] Lc 13,34-35.

[8] Lc 19,41-44.

[9] 22 maggio 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 7. N° 441

[10]< cioè: Se giudicassi in base alle tue parole e al tuo sconvolgimento, e quindi secondo le apparenze umane, sarei indotto a credere che tu avessi fatto cose ben più gravi… >

[11] Nella scrittura quando si parla di angeli si tratta o dell’angelo del Signore, in quanto non è distinto da Lui, ma ne è la sua manifestazione visibile, come il caso di Mose nell’Oreb: “L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Mosè guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava… e Dio lo chiamò dal roveto” (Es 3,1ss), o si tratta di esseri spirituali purissimi creati da Dio, distinti da Lui, che vengono inviati da Lui sulla terra, generalmente ad annunciare e beneficare, insegnare, guidare, salvare, a volte a punire. Nel caso presente l’Angelo salvatore è Gesù, come affermano le donne: «Tu ci hai salvati! Tu sempre presente dove dei fedeli credo­no in Te!»

[12] 17 agosto 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 7. N° 475

 

[13]< L’espressione aramaica, liturgica, “Maranata”, per la verità, non significa “Così sia” ma indica la vicinanza del Signore. Se infatti si divide: “Marana tha”, significa “Il Signore viene”; se invece si divide: “Marana tha”, significa “Signore, vieni”! In questi due ultimi sensi lega bene con il presente contesto >

[14] 19 agosto 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 7. N° 476

[15] Nella bibbia di Gerusalemme corrisponde al salmo 116: “Amo il Signore perché ascolta il grido della mia preghiera. Verso di me ha teso l’orecchio nel giorno in cui lo invocavo.

Mi stringevano funi di morte, ero preso nei lacci degli inferi. Mi opprimevano tristezza e angoscia e ho invocato il nome del Signore: “Ti prego, Signore, salvami”. Buono e giusto è il signore, il nostro Dio è misericordioso” (Sal.116,1-5).

[16]< Anania, infatti, secondo l’etimologia ebraica, significa: “Colui che il Signore ha graziosamente dato” >

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