Nuova Evangelizzazione
I militi romani amici del Messia Gesù di Nazareth
SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI
A cura di Fray Jesus Maria de Cabanaconde
S.O.S
Servo dell’Ordine dei Salvatori
ALESSANDRO
DELLA CENTURIA
DI
GERUSALMME
1. L’incontro con il milite Alessandro alla porta dei Pesci[1].
Dialogo col milite.
1Ancora un’aurora. Ancora le teorie di asinelli che si affollano presso la porta ancor chiusa. E ancora Gesù con Simone e Giovanni. Dei venditori lo riconoscono e gli si affollano intorno. Anche un milite di guardia accorre a Lui quando la porta viene aperta e lo vede. E lo saluta: «Salve, galileo. Di’ a questi irrequieti di esser meno ribelli. Si lamentano di noi. Ma non fanno che maledirci e disubbidire. E dicono che ciò è culto per loro. Che religione hanno se è fondata sulla disubbidienza?».
2«Compatiscili, soldato. Sono come coloro che hanno in casa un ospite non voluto e più forte di loro. E non possono che vendicarsi con la lingua e col ripicco».
3«Sì. Ma noi dobbiamo fare il nostro dovere. E allora li dobbiamo punire. E così sempre più diventiamo gli ospiti non voluti».
4«Hai ragione. Tu devi fare il tuo dovere. Ma fallo sempre con umanità. Pensa sempre: “Se fossi nel loro caso, che farei?”. Vedrai che allora ti verrà per i soggetti tanta pietà».
5«Mi piace sentirti parlare. Tu sei senza sprezzo, senza alterigia. Gli altri palestinesi ci sputano dietro, ci insultano, mostrano schifo di noi… a meno che non ci sia da spellarci a dovere per una donna o per degli acquisti. Allora l’oro di Roma non fa più schifo».
6«L’uomo è l’uomo, soldato».
«Sì. Ed è più bugiardo della scimmia. Non è piacevole però stare fra chi è come serpe in agguato… Anche noi abbiamo casa e madri e spose e figli, e la vita ci preme».
Per evitare i castighi di Dio (discorso).
7«Ecco, se ognuno ricordasse questo, non ci sarebbero più odii. Tu hai detto: “Che religione hanno?”. Ti rispondo: una religione santa che per primo comando ha l’amore verso Dio e verso il prossimo. Una religione che insegna ubbidienza alle leggi. Anche se di Stati nemici, perché, 8udite, o miei fratelli in Israele, nulla avviene senza che Dio lo permetta. Anche le dominazioni: sventure senza pari per un popolo. Ma che quasi sempre, se questo popolo con rettezza si esamina, possono dirsi volute dallo stesso, coi suoi modi di vivere contrari a Dio. Ricordatevi i Profeti. Quante volte hanno parlato su questo! Quante hanno mostrato coi fatti passati, presenti e futuri, che il dominatore è il castigo, la verga del castigo sulle spalle del figlio ingrato. E quante volte hanno insegnato il modo di non più averlo: tornare al Signore. Non è ribellione né guerra quella che sana ferite e lacrime e scioglie catene. É il vivere da giusti. Allora Dio interviene. E che possono le armi e le schiere di armati contro i fulgori delle coorti angeliche lottanti in favore dei buoni? Siamo colpiti? Meritiamo di non esserlo più col nostro vivere da figli di Dio. Non ribadite le vostre catene con dei peccati sempre novelli. Non permettete che i gentili vi credano senza religione o più pagani di loro per il vostro modo di vivere. Siete il popolo che ha avuto da Dio stesso la Legge. Osservatela. Fate che anche i dominatori si inchinino davanti alle vostre catene dicendo: “Sono soggetti, ma sono più grandi di noi, di una grandezza che non sta nel numero, nel denaro, nelle armi, nella potenza, ma che viene dal loro provenire da Dio. Qui brilla la divina paternità di un Dio perfetto, santo, potente. Qui è il segno di una vera Divinità. Traluce dai suoi figli”. E meditino su questo, e vengano alla verità del Dio vero, lasciando l’errore. Ognuno, anche il più povero, anche il più ignorante fra il popolo di Dio, può essere maestro ad un gentile, maestro con la sua maniera di vivere e predicare Dio ai pagani con gli atti di una vita santa.
Andate. La pace sia con voi».
Quesiti vari.
9«Tarda Giuda, e anche i pastori», osserva Simone.
10«Attendi qualcuno, galileo?», chiede il soldato che ha ascoltato attentamente.
«Degli amici».
11«Entra nel fresco dell’androne. Il sole scotta sin dalle prime ore. Vai in città?».
«No. Torno in Galilea».
12«A piedi?».
«Sono povero: a piedi».
13«Hai moglie?».
«Ho una Madre».
14«Anche io. Vieni… se di noi non hai lo schifo che gli altri hanno».
«Solo la colpa mi fa ribrezzo».
15Il soldato lo guarda ammirato e pensoso. «Con Te non avremo mai da intervenire. Il gladio non si alzerà mai su Te. Sei buono. Ma gli altri!…».
Gesù è nella penombra dell’androne. Giovanni è verso la città. Simone si è seduto su un masso che fa da panchina.
16«Come ti chiami?».
«Gesù».
17«Ah! sei quello che fa miracoli anche sui malati?! Io credevo che fossi solo un mago… Ne abbiamo anche noi. Un mago buono, però. Perché ce ne sono certuni… Ma i nostri non sanno guarire i malati. Come fai?».
Gesù sorride e tace.
18«Usi formule magiche? Hai unguenti di midollo di morti, serpenti disseccati e resi polvere, pietre magiche prese negli antri dei pitoni?».
«Nulla di questo. Ho solo il mio potere».
19«Allora sei proprio santo. Noi abbiamo gli arùspici e le vestali… e alcuni fra loro fanno prodigi… e dicono che sono i più santi. Ma ci credi Tu? Sono peggio degli altri».
20«E allora perché li venerate?».
«Perché… perché è la religione di Roma. E se un suddito non rispetta la religione del suo Stato, come può rispettare il Cesare e la patria, e giù, giù, tante cose?».
21Gesù guarda fissamente il soldato. «In verità tu sei avanti nella via della giustizia. Procedi, o milite, e giungerai a conoscere ciò che la tua anima sente avere in sé, senza saper dare a questa cosa un nome».
Quesiti sull’anima
22«L’anima? Cosa è?».
«Quando tu morrai, dove andrai?».
«Mah!… non so. Se morrò da eroe, sul rogo degli eroi… se sarò un povero vecchio, un niente, forse marcirò nella mia tana o sul bordo di una via».
23«Questo per il corpo. Ma l’anima dove andrà?».
«Non so se tutti gli uomini hanno l’anima o se l’hanno solo quelli che Giove destina ai Campi Elisi dopo una vita portentosa, seppure non li trae all’Olimpo come fu di Romolo».
24«Tutti gli uomini hanno un’anima. E questa è quella cosa che distingue l’uomo dall’animale. Vorresti essere simile ad un cavallo? ad un uccello? ad un pesce? Carne che, morendo, è solo marciume?».
«Oh! no. Io sono uomo e preferisco essere tale».
25«Ebbene, ciò che ti fa uomo è l’anima. Senza questa tu saresti nulla più che un animale parlante».
26«E dove è? Come è?».
«Non ha corpo. Ma è. E in te. Viene da Chi ha creato il mondo e a Lui ritorna dopo la morte del corpo».
27«Dal Dio d’Israele, secondo voi».
«Dal Dio solo, uno, eterno, supremo Signore e Creatore dell’universo».
28«E anche un povero soldato come me ha l’anima, e questa torna a Dio?».
«Sì. Anche un povero soldato, e la sua anima avrà Dio ad Amico se fu sempre buona, o Dio a Punitore se fu malvagia».
28«Maestro, ecco Giuda coi pastori e delle donne. Se vedo bene, vi è la fanciulla di ieri», dice Giovanni.
«Io vado, soldato. Sii buono».
29«Non ti vedrò più? Vorrei sapere ancora…».
«Io resto in Galilea sino al settembre. Se puoi, vieni. A Cafarnao o a Nazaret tutti ti diranno di Me. A Cafarnao chiedi di Simon-Pietro. A Nazaret, di Maria di Giuseppe. É mia Madre. Vieni. Ti parlerò del Dio vero».
30«Simon-Pietro… Maria di Giuseppe. Verrò, sol che possa. E, se Tu torni, ricordati di Alessandro. Sono della centuria di Gerusalemme».
2. Guarigione di un bambino colpito dal cavallo di Alessandro. Gesù
scacciato
dal Tempio[2].
Il Tempio.
1L’interno del Tempio. Gesù è coi suoi molto presso al Tempio vero e proprio, ossia al Luogo Santo dove solo entravano i sacerdoti. É un bellissimo cortilone al quale si accede per un atrio e dal quale per un altro, ancora più ricco, si passa all’alta terrazza su cui è il cubo del Santo. É inutile! Vedessi mille volte il Tempio e lo descrivessi duemila, sia per la complessità del luogo, sia per la mia ignoranza dei nomi e per l’incapacità di fare un grafico, sarò sempre incompleta nel descrivere questo pomposo e labirintico luogo…
Violazione del luogo sacro.
2Sembrano in preghiera. Anche molti altri israeliti, tutti uomini, sono lì e pregano ognuno per proprio conto. Scende la sera precoce di una plumbea giornata di novembre. Un vocìo, in cui è una stentorea e inquieta voce di uomo che bestemmia anche in latino, si mesce a stridule e acute voci ebraiche. Vi è come il tramestio di una lotta e una acuta voce femminile grida: «Oh! lasciatelo andare! Egli dice che Lui lo salverà».
3Il raccoglimento del suntuoso cortile è rotto. Molte teste si volgono verso il punto da cui vengono le voci. E si volge anche Giuda Iscariota, che è anche lui coi discepoli. Alto come è vede e dice: «Un soldato romano che lotta per entrare! Viola, ha già violato il luogo sacro! Orrore!». Molti fanno eco.
4«Lasciatemi passare, can di giudei! Qui è Gesù. Lo so! Voglio Lui! Delle vostre pietre stupide non so che fare. Il bambino muore e Lui lo salva. Via! Ipocrite iene…».
5Gesù, che quando ha capito che si voleva Lui si è subito diretto verso l’atrio sotto cui si agitava la mischia, giunge ad esso e grida: «Pace e rispetto al luogo e all’ora dell’offerta».
6«Oh! Gesù! Salve! Sono Alessandro. Fate largo, cani!».
7E Gesù pacato: «Sì, fate largo. Condurrò altrove il pagano che non sa che è per noi questo luogo».
Il romano chiede un miracolo.
8Il cerchio si fende e Gesù raggiunge il soldato, che ha la corazza insanguinata.
9«Sei ferito? Vieni. Qui non si può stare», e lo conduce per l’altro cortile e oltre.
10«Non sono ferito io. Un bambino… Il mio cavallo, presso l’Antonia, mi ha preso la mano e l’ha travolto. Gli zoccoli gli hanno aperto la testa. Procolo ha detto: “Nulla da fare!”. Io… non ne ho colpa… ma per me è successo e la madre è là disperata. Ti avevo visto passare… venire qui… Ho detto: “Procolo no, ma Lui sì”. Ho detto: “Donna, vieni. Gesù lo sanerà”. Mi hanno trattenuto quei dementi… e forse il bambino sarà morto».
11«Dove è?», chiede Gesù.
«Sotto quel portico, in grembo alla madre», risponde il milite già visto alla porta dei Pesci.
Il bambino miracolato.
12«Andiamo». E Gesù va lesto più ancora, seguito dai suoi e da un codazzo di gente. Sui gradini che limitano il portico, addossata ad una colonna, è una donna straziata che piange sul figlioletto morente. Il bambino è terreo, con le labbra violacee semiaperte nel rantolo caratteristico dei colpiti al cervello. Una benda lo stringe al capo, rossa di sangue sulla nuca e sulla fronte.
13«Ha aperta la testa davanti e dietro. Si vede il cervello. E’ tenero il capo a quell’età, e il cavallo era grosso e ferrato da poco», spiega Alessandro.
14Gesù è presso la donna che non parla neppure più, agonizzante sul figlio che muore. Le pone la mano sul capo. «Non piangere, donna», dice con tutta la soavità di cui è capace, ossia infinita. «Abbi fede. Dammi il tuo bambino».
15La donna lo guarda inebetita. La folla impreca ai romani e compiange il morente e la madre. Alessandro è fra il contrasto dell’ira per le accuse ingiuste, la pietà e la speranza.
16Gesù si siede presso la donna, poi che vede che ella non sa fare più nessun gesto. Si china. Prende fra le sue lunghe mani il piccolo capo ferito, si china più ancora, si piega sulla cerea faccina, alita sulla bocchina rantolante… Qualche attimo. Poi ha un sorriso che appena si vede fra le ciocche di capelli piovute in avanti. Si raddrizza. Il bimbo apre gli occhietti e fa un atto per sedersi. La madre teme sia l’estremo conato e urla tenendolo sul cuore.
17«Lascialo andare, donna. Bambino, vieni a Me», dice Gesù sempre seduto a fianco della donna e tendendo le braccia con un sorriso. E il bambino si getta sicuro in quelle braccia e piange col pianto non del dolore, ma della paura che torna con il tornare del pensiero.
18«Non c’è il cavallo, non c’è», rassicura Gesù. «Tutto è passato. Ti fa più male qui?».
«No. Ma ho paura, ho paura!».
19«Lo vedi, donna. Non è che la paura. Ora passa. Portatemi dell’acqua. Il sangue e la benda lo impressionano. Dammi una delle mele che hai, Giovanni… Prendi, piccino. Mangia. É buona…»
20Portano dell’acqua, anzi è il soldato Alessandro che la porta nel suo elmo. Gesù fa l’atto di sciogliere la benda. Alessandro e la madre dicono: «No! Risorge… ma la testa è aperta!…».
21Gesù sorride e scioglie la benda. Uno, due, tre, otto giri. Leva le pezze insanguinate. Dalla metà della fronte alla nuca, a destra, è un solo grumo di sangue ancora molle fra i capellucci del bambino. Gesù intinge una benda e lava.
22«Ma sotto è la ferita… se levi il grumo tornerà a sanguinare», insiste Alessandro.
23La madre si tappa gli occhi per non vedere.
24Gesù lava, lava, lava. Il grumo si scioglie… ecco i capellucci nettati. Sono umidi, ma sotto non vi è ferita. La fronte anche è sana. Solo ha un segnetto rosso dove la cicatrice è nata.
25La gente urla di stupore. La donna osa guardare, e quando vede non si trattiene più. Crolla tutta addosso a Gesù e lo abbraccia insieme al bambino e piange.
Gesù sopporta quell’espansione e quella pioggia di lacrime.
26«Io ti ringrazio, Gesù», dice Alessandro. «Mi dolevo di aver ucciso questo innocente».
27«Hai avuto bontà e fiducia. Addio, Alessandro. Va’ al tuo servizio».
Il Messia cacciato dal Tempio.
28Alessandro sta per andarsene quando arrivano come tanti cicloni degli ufficiali del Tempio e dei sacerdoti. «Il Sommo Sacerdote ti intima a mezzo nostro di uscire dal Tempio, Te e il pagano profanatore. Subito. Avete turbato l’offerta dell’incenso. Costui è penetrato dove è luogo di Israele. Non è la prima volta che per causa tua il Tempio è a rumore. Il Sommo Sacerdote, e con lui gli Anziani di turno, ti ordinano di non porre più piede qui dentro. Vai e stai coi tuoi pagani».
29«Non siamo dei cani neppure noi. Egli lo dice: “Vi è un Dio solo, Creatore dei giudei e dei romani”. Se questa è la sua Casa ed io sono creato da Lui, potrò entrarci io pure», risponde Alessandro, punto dallo sprezzo con cui i sacerdoti dicono «pagani».
30«Taci, Alessandro. Io parlo», interloquisce Gesù, che dopo avere baciato il piccolo lo ha reso alla madre e si è alzato in piedi. Dice al gruppo che lo scaccia: «Nessuno può vietare ad un fedele, ad un vero israelita che nessuno può provare reo di peccato, di pregare presso il Santo».
31«Ma di spiegare nel Tempio la Legge, sì. Te ne sei preso il diritto senza averlo e senza chiederlo. Chi sei? Chi ti conosce? Come usurpi un nome e un posto non tuo?».
Testimonianza dell’Iscariota.
32Gesù li guarda con certi occhi! Poi dice: «Giuda di Keriot. Vieni avanti».
33Giuda non pare entusiasta dell’invito. Aveva cercato di eclissarsi non appena erano venuti i sacerdoti e gli ufficiali del Tempio (che però non hanno veste militare: deve essere una carica civile). Ma deve ubbidire, perché Pietro e Giuda d’Alfeo lo spingono avanti.
34«Giuda, rispondi. E voi guardatelo. Lo conoscete. É del Tempio. Lo conoscete?».
Devono rispondere: «Sì».
35«Giuda, che ti feci fare quando parlai qui per la prima volta? E tu di che ti stupisti? Ed Io che ti dissi in risposta al tuo stupore? Parla, e sii schietto».
36«Mi disse: “Chiama l’ufficiale di turno, che Io gli possa chiedere permesso di istruire”. E si nominò e dette prove del suo essere e della sua tribù… ed io me ne stupii come di inutile formalità, dato che Egli si dice il Messia. E Lui mi disse: “É necessario, e quando sarà l’ora ricorda che Io non ho mancato di rispetto al Tempio e ai suoi ufficiali”. Sì. Ha detto così. Per la verità lo devo dire».
37Giuda in principio parlava un poco incerto, come seccato. Ma poi, con uno di quei trapassi bruschi suoi propri, si è fatto sicuro, fin quasi arrogante.
38«Mi fa stupore che tu lo difendi. Hai tradito la nostra fiducia in te», rimprovera un sacerdote a Giuda.
39«Non ho tradito nessuno. Quanti fra voi sono del Battista! E sono traditori perciò? Io sono di Cristo. Ecco».
40«Ebbene. Costui non deve parlare qui. Venga come fedele. É fin troppo per uno amico di pagani, meretrici, pubblicani…»
41«Rispondete a Me, ora», dice Gesù, severo ma calmo. «Chi sono gli Anziani di turno?».
«Doras e Felice, giudei. Gioacchino di Cafarnao e Giuseppe itureo».
42«Ho capito. Andiamo. Riportate ai tre accusatori, poiché l’itureo non ha potuto accusare, che il Tempio non è tutto Israele e Israele non è tutto il mondo, e che la bava dei rettili, per quanto sia tanta e velenosissima, non sommergerà la Voce di Dio, né il suo veleno paralizzerà il mio andare fra gli uomini finché non sarà l’ora. E dopo… oh! dite loro che dopo gli uomini faranno giustizia dei carnefici e solleveranno la Vittima facendo di Essa il loro unico amore. Andate. E noi andiamo».
E Gesù si ammantella nel suo pesante mantellone scuro ed esce in mezzo ai suoi.
Testimonianza del Romano.
43In coda è Alessandro, rimasto alla disputa. Fuori del recinto, presso la torre Antonia, dice: «Io ti saluto, Maestro. E ti chiedo perdono di esser stato causa di rampogna per Te».
44«Oh! non te ne dolere! Cercavano l’appiglio. Lo hanno trovato. Se non eri tu, era un altro… Voi, a Roma, fate i giuochi nel Circo con fiere e serpenti, non è vero? Ebbene, ti dico che nessuna belva è più feroce e subdola dell’uomo che vuol uccidere un altro uomo».
45«Ed io ti dico che al servizio di Cesare ho percorso tutte le regioni di Roma. Ma non ho mai, fra i mille e mille soggetti incontrati, trovato uno più divino di Te. No, che anche i nostri dèi non sono come Te divini! Sono vendicativi, crudeli, rissosi, bugiardi. Tu sei buono. Tu sei veramente un Uomo non uomo. Salute, Maestro».
46«Addio, Alessandro. Procedi nella Luce».
Tutto ha fine.
3. Il Maestro vuol sapere di Alessandro[3].
Epiteti e battibecchi tra i militi e la folla
1Deve essere la mattina del mercoledì perché la comitiva degli apostoli e delle donne, preceduta da Gesù e Maria col piccolo fra di loro, si avvicina alla porta dei Pesci. Con loro è anche Giuseppe d’Arimatea che, fedele alla parola data, è andato loro incontro. Gesù cerca con lo sguardo il milite Alessandro, ma non lo vede.
2«Neanche oggi vi è. Vorrei sapere che ne è stato…»
3Ma la folla è tanta che non c’è modo di rivolgersi ai soldati, e sarebbe forse anche imprudente, perché i giudei sono più intransigenti che mai nella imminenza della festa e con il rancore per la cattura del Battista, di cui fanno complice anche Pilato e i suoi satelliti. Comprendo tutto questo per gli epiteti e i battibecchi che continuamente si accendono alla porta fra i militi e i cittadini, e gli insulti… pittoreschi e non parlamentari che scoppiettano ad ogni momento come il fuoco di una girandola perpetua. Le donne di Galilea ne sono scandalizzate e si avvolgono più strette che mai nei loro veli e nei loro mantelli. Maria arrossisce, ma procede sicura, dritta come una palma, guardando suo Figlio, il quale, di suo, non tenta neppure di cercare di fare ragionare gli esaltati ebrei né di consigliare pietà ai soldati verso gli ebrei. E dato che qualche epiteto poco bello va anche al gruppo dei galilei, Giuseppe d’Arimatea viene avanti, presso Gesù, e la folla, che lo conosce, tace per rispetto di lui.
4La porta dei Pesci è finalmente superata e questo fiume di popolo che a ondate si riversa in città, mescolato ad asini e a mandre, si dilaga per le vie…
4. Il milite romano Publio[4].
82Gesù non mostra di udire. I discepoli sono costernati. Gesù si occupa solo di Giona. Cerca i sentieri più piani, più riparati, fino a che giunge ad un crocicchio presso i campi di Giocana. I quattro contadini corrono a salutare l’amico che parte e il Salvatore che benedice.
Ma lunga è la strada da Esdrelon a Nazaret, né si può procedere spediti con quel pietoso carico. Lungo la via maestra non vi è nessun carro o carretto. Nulla. Procedono in silenzio. Giona pare che dorma. Ma non abbandona la mano di Gesù.
83Verso sera, ecco un carro militare romano che li raggiunge.
«In nome di Dio, fermate», dice Gesù alzando il braccio. I due soldati fermano; dalla tenda tirata sul carro, poiché comincia a piovere, fa capolino un graduato tutto pomposo.
84«Che vuoi?», chiede a Gesù.
«Ho un amico morente. Vi chiedo posto per lui sul carro».
«Non si potrebbe… ma… sali. Non siamo cani neppure noi».
Viene issata la barella.
«Tuo amico? Chi sei?».
«Rabbi Gesù di Nazareth».
«Tu? Oh!…».
85Il graduato lo guarda curioso. «Se sei Tu allora… salite in quanti più potete. Basta non vi facciate vedere… È ordine così… ma sopra l’ordine c’è anche l’umanità, no? E Tu sei buono. Lo so. Eh! noi soldati sappiamo tutto… Come lo so? Anche le pietre parlano in bene e in male, e noi abbiamo orecchie ad udirle per servire Cesare. Tu non sei un falso Cristo come gli altri di prima, sediziosi e ribelli. Tu sei buono. Roma lo sa. Quest’uomo… è molto malato».
«Lo porto da mia Madre per questo».
«Umh! lo curerà per poco! Dagli un poco di vino. È in quella borraccia. Tu, Aquila, sferza i cavalli e tu, Quinto, dammi la razione di miele e burro. E, mia, ma gli farà bene. Ha molta tosse e il miele medica».
Una è la dottrina, per tutti.
86«Sei buono».
«No. Sono meno cattivo di molti. E sono contento di averti con me. Ricordati di Publio Quintilliano dell’Italica. Sto a Cesarea. Ma ora vado a Tolemaide. Ispezione d’ordine».
«Non mi sei nemico tu».
87«Io? Nemico dei cattivi. Mai dei buoni. E vorrei essere buono anche io. Dimmi: per noi, uomini d’arme, quale dottrina Tu predichi?».
88«Una è la dottrina, per tutti. Giustizia, onestà, continenza, pietà. Esercitare il proprio ufficio senza abusi. Anche nella dura necessità delle armi, seguire l’umanità. E cercare di conoscere la Verità, ossia Dio uno ed eterno, senza la quale conoscenza ogni azione rimane priva di grazia e perciò di premio eterno».
«Ma quando sono morto, che me ne faccio del bene fatto?».
89«Chi viene al Dio vero trova quel bene nell’altra vita».
«Rinasco un’altra volta? Divento tribuno o anche imperatore?»
90«No. Diventi simile a Dio sposandoti alla sua eterna beatitudine nel Cielo».
«Come? Nell’Olimpo io? Fra gli dèi?».
91«Non vi sono dèi. Vi è il Dio vero. Quello che Io predico. Quello che ti ode e segna la tua bontà e il tuo desiderio di conoscere il Bene».
«Questo mi piace! Non sapevo che Dio si potesse occupare di un povero soldato pagano».
92«Egli ti ha creato, Publio. Perciò ti ama e ti vorrebbe con Lui».
«Eh! … perché no? Ma… nessuno ci parla di Dio… mai…».
«Io verrò a Cesarea e mi udrai».
«Oh! sì. Ed io verrò ad udirti. Ecco là Nazaret. Io ti vorrei servire ancora. Ma se sono visto…».
93«Scendo, e ti benedico per la tua bontà».
«Salve, Maestro».
«Il Signore vi si mostri, militi. Addio».
5. A Cesarea Marittima, discorso ai galeotti e incontro con Claudia Procula[5].
A Cesarea discorso messianico.
Cesarea Marittima.
1Gesù è al centro di una piazza, ampia e abbastanza bella, che continua con una strada molto larga, quasi un prolungamento della piazza, sino ad una riva di mare. Una galera deve avere lasciato da poco il porto e prende il largo sotto la spinta del vento e dei remi. Un’altra deve fare le manovre per entrare, perché le vele vengono ridotte e i remi vengono mossi da una sola banda per fare virare la nave in posizione conveniente. Il porto, dalla piazza, non si vede. Ma deve essere vicino. Sui lati della piazza sono allineate vaste dimore dai caratteristici muri esterni quasi privi di aperture. Nessuna bottega.
2«Dove andiamo, ora? Sei voluto venire qui invece che nel lato orientale, e qui è luogo di pagani. Chi vuoi che ti ascolti?», rimprovera Pietro.
«Andiamo là, su quell’angolo verso il mare. Là parlerò».
«Alle onde».
«Anche le onde sono create da Dio».
3Vanno. Ora sono proprio sull’angolo e vedono il porto in cui entra lenta la galera vista prima e viene legata al suo posto. Qualche marittimo ozia lungo le banchine. Qualche venditore di frutta si arrischia ad andare verso la nave romana a vendere la sua merce. Nient’altro.
4Gesù, con le spalle addossate al muro, pare proprio che parli alle onde. Gli apostoli, poco soddisfatti della situazione, gli stanno intorno, parte in piedi, parte seduti su dei massi sparsi qua e là, con la intenzione che facciano da panchine.
L’unione con Dio (discorso).
5«Stolto è quell’uomo che vedendosi potente, sano, felice, dice: “Di che ho mai bisogno? E di chi? Di nessuno. Nulla mi manca, basto a me stesso; perciò leggi e decreti di Dio o di morale mi sono nulli. La mia legge è quella di fare ciò che io posso, senza pensare se ciò è bene o male per gli altri”».
6Un venditore si volge udendo la voce sonora e viene verso Gesù, che continua: «Così parla l’uomo e così la donna senza sapienza e senza fede. Ma se con questo mostra di avere una potenza più o meno grande, ugualmente denuncia di avere una parentela col Male».
Degli uomini scendono dalla galera e da altre barche e vengono verso Gesù.
La vita è mutevole più do onda marina.
7«L’uomo mostra, non a parole ma a fatti, di avere parentela con Dio e con la virtù quando riflette che la vita è più mutevole di onda marina, che ora è placida e domani è furente. Ugualmente il benessere e la potenza di oggi può domani essere miseria e impotenza. E che farà allora l’uomo privo dell’unione con Dio?[6] Quanti su quella galera furono un giorno lieti e potenti, ed ora sono schiavi e considerati rei! Rei, perciò schiavi due volte: della legge umana che inutilmente viene derisa perché essa c’è e punisce i suoi trasgressori, e di Satana che in eterno si appropria del colpevole che non giunge ad odiare la sua colpa[7]».
Publio Quintilliano.
8«Salve, Maestro! Come qui? Mi conosci?».
«Dio venga a te, Publio Quintilliano. Lo vedi? Sono venuto».
«E proprio qui nel quartiere romano. Non speravo più di vederti. Ma ho piacere di udirti».
«Io pure. Su quella galera sono molti al remo?».
«Molti. Prigionieri di guerra per la più parte. Ti interessano?».
«Vorrei andare presso quella nave».
«Vieni. Sgomberate, voi», ordina ai pochi che si sono accostati e che si scansano subito borbottando improperi.
«Lasciali pure. Sono abituato ad essere serrato fra la gente».
«Sino a qui posso. Non oltre. Galera militare».
«Mi basta. Dio ti compensi».
Fecondità spirituale della schiavitù terrena.
9Gesù riprende a parlare mentre il romano pare monti la guardia al suo fianco, tutto splendido nella sua veste.
10«Schiavi per un doloroso evento, ossia schiavi una volta sola. Schiavi finché dura la vita. Ma ogni lacrima che cade sulle loro catene, ogni percossa che scende a scrivere un dolore sulle loro carni, assottiglia le manette, decora ciò che non muore, apre infine loro la pace di Dio che è amico dei suoi poveri figli infelici e che darà loro tanta gioia per quanto qui fu tanto il dolore».
11Dalle murate della galera si affacciano uomini della ciurma e ascoltano. I galeotti, naturalmente, non ci sono. Ma certo sentono giungere a loro da tutti i fori degli scalmi la voce potente di Gesù, che si sparge per l’aria quieta di quest’ora di bassa marea. Pubblio Quintilliano, chiamato da un soldato, è andato via.
12«Io voglio dire, a questi infelici che Dio ama, di essere rassegnati nel loro dolore, di non fare di esso altro che una fiamma che più presto sciolga le catene della galera e della vita, consumando in un desiderio di Dio questo povero giorno che è la vita, giorno buio, burrascoso, pieno di paure e di stenti, per entrare nel giorno di Dio, luminoso, sereno, senza più paure né languori. Nella grande pace, nella infinita libertà del Paradiso entrerete, o martiri di una penosa sorte, sol che sappiate esser buoni nel vostro soffrire e aspiriate a Dio».
13Torna Publio Quintilliano con altri soldati, e dopo di lui viene una lettiga portata da schiavi, alla quale i soldati fanno fare un posto.
Il Dio vero è amore e pietà.
14«Chi è Dio? Io parlo a gentili che non sanno chi è Dio. Parlo a figli di popoli sottomessi che non sanno chi è Dio. Nelle vostre foreste, o galli, o iberi, o traci, o germani, o celti, voi avete una parvenza di Dio. L’anima tende all’adorazione, spontaneamente, perché si ricorda del Cielo. Ma non sapete trovare il Dio vero che ha messo un’anima nei vostri corpi, un’anima uguale a quella di noi d’Israele, uguale a quella dei romani potenti che vi hanno soggiogato, un’anima che ha gli stessi doveri e gli stessi diritti verso il Bene e alla quale il Bene, ossia il Dio vero, sarà fedele. Siatelo ugualmente voi verso il Bene. Il dio, o gli dèi, che avete sin qui adorato, imparando il suo o il loro nome sulle ginocchia materne; il dio che ora forse non pensate più, perché da lui non sentite venire un conforto sul vostro soffrire, che forse giungete ad odiare e a maledire nella disperazione della vostra giornata, non è il Dio vero.
15Il Dio vero è Amore e Pietà. Erano forse così i vostri dèi? No. Essi pure erano durezza, ferocia, menzogna, ipocrisia, vizio, ladroneccio. E ora vi hanno lasciati senza quel minimo di conforto che è la speranza di essere amati e la certezza di un riposo dopo tanto soffrire. Così è perché i vostri dèi non sono. Ma Dio, il Dio vero che è Amore e Pietà, e del quale Io vi dico la sicura esistenza, è Colui che ha fatto i cieli, i mari, i monti, le foreste, le piante, i fiori, gli animali, l’uomo. E’ quello che all’uomo vittorioso inculca pietà e amore, come Egli è, verso i poveri della Terra. O potenti, o padroni, pensate che siete tutti di un’unica pianta. Non infierite su coloro che una sventura vi ha dato fra le mani, e siate umani anche verso quelli che un delitto ha legato al banco della galera.
Giustizia umana e giustizia divina.
16Molte volte l’uomo pecca. Nessuno è senza colpe più o meno segrete. Se questo pensaste, sareste ben buoni verso i fratelli che meno fortunati di voi sono stati puniti per colpe che voi pure avete fatte rimanendo impuniti. La giustizia umana è una cosa così incerta nel giudicare che guai se ugualmente lo fosse la divina. Vi sono rei che tali non sembrano, vi sono innocenti che sono giudicati rei. Non indaghiamo perché. Ciò sarebbe troppa accusa per l’uomo ingiusto e pieno di odio verso il suo simile! Vi sono rei che tali sono, ma portati al delitto da forze prepotenti che scusano in parte la colpa. Perciò voi, preposti alle galere, siate umani. Sopra la giustizia umana vi è una Giustizia divina ben più alta. Quella del Dio vero, del Creatore del re e dello schiavo, della rupe e del granello di rena. Egli vi guarda, voi del remo e voi preposti alla ciurma, e guai a voi se sarete crudeli senza ragione. Io, Gesù Cristo, il Messia del Dio vero, ve lo assicuro: Egli, alla vostra morte, vi legherà ad una galera eterna, affidando lo staffile macchiato di sangue ai demoni, e sarete torturati e percossi come torturaste. Perché, se è legge umana che il reo sia punito, occorre nella punizione non passare la misura. Sappiatelo ricordare. Il potente di oggi può essere il miserabile di domani. Dio solo è eterno.
Gesù Cristo il Salvatore, l’Amico.
17Io vorrei mutarvi il cuore e vorrei soprattutto sciogliere le catene, rendervi alle libertà e alle patrie perdute. Ma, fratelli galeotti che non vedete il mio volto e dei quali Io non ignoro il cuore con tutte le sue ferite, per la libertà e la patria della Terra che Io non vi posso dare, o poveri uomini schiavi dei potenti, Io vi darò una più alta libertà e patria. Per voi mi sono fatto prigioniero e senza la patria mia, per voi darò Me stesso a riscatto, per voi, anche per voi, non obbrobrio della Terra, come siete detti, ma vergogna dell’uomo che dimentica la misura nel rigore della guerra e della giustizia, Io farò una nuova legge sulla Terra e una dolce dimora in Cielo. Ricordate il mio Nome, figli di Dio che piangete. È il nome dell’Amico. Ditelo nelle vostre pene. Siate sicuri che se mi amerete mi avrete anche se sulla Terra mai ci vedremo. Sono Gesù Cristo, il Salvatore, l’Amico vostro.
18In nome del Dio vero Io vi conforto. Presto venga la pace su di voi».
Evangelizzazione.
Conforto ai fratelli galeotti.
19La folla, per la più parte romana, si è assiepata intorno a Gesù, i cui concetti nuovi hanno sbalordito tutti.
«Per Giove! Mi hai fatto pensare a cose nuove alle quali mai avevo pensato. Ma che sento vere…».
Pubblio Quintilliano guarda Gesù, pensieroso e trasportato insieme.
20«Così è, amico. Se l’uomo usasse il pensiero non giungerebbe a commettere delitto».
«Per Giove, per Giove! Che parole! Me le devo ricordare! Hai detto: “Se l’uomo usasse il pensiero… non giungerebbe a commettere delitto».
«Ma è vero! Per Giove! Ma sai che sei grande?!».
21«Ogni uomo che volesse potrebbe esserlo come Me, se fosse tutt’uno con Dio[8]».
22Il romano continua la sua sequela di «per Giove», uno più ammirativo dell’altro. Ma Gesù gli dice: «Potrei dare un conforto a quei galeotti? Ho del denaro… Un frutto, un sollievo, perché sappiano che li amo».
Claudia Procula.
23«Da’ qui. Lo posso fare. E del resto là vi è una dama che molto può. L’interrogo».
Pubblio va alla lettiga e parla presso le tendine appena aperte a fessura. Torna: «Ne ho pieno potere. Provvedo io alla distribuzione acciò gli aguzzini non se ne abusino. E sarà l’unica volta che un soldato imperiale userà pietà agli schiavi di guerra».
24«La prima. Non l’unica. Vi sarà un giorno in cui non vi saranno più schiavi; e prima ancora i miei discepoli saranno scesi fra i galeotti e gli schiavi a chiamarli fratelli».
25Un’altra serie di «per Giove» vanno per l’aria calma mentre Pubblio attende di avere sufficientemente frutta e vino per i galeotti. Poi, prima di salire sulla galera, dice, accostandosi all’orecchio di Gesù: «Là dentro vi è Claudia Procula. Vorrebbe udirti ancora. Ma intanto ti vuole chiedere qualcosa. Va’».
Gesù va verso la lettiga.
26«Salve, Maestro». La tendina si scosta appena, mostrando una bella donna sui trent’anni.
«Venga in te desiderio di sapienza».
L’anima è la vera nobiltà dell’uomo.
27«Hai detto che l’anima si ricorda dei Cieli. È dunque eterna questa cosa che voi dite essere in noi?».
«È eterna. Perciò si ricorda di Dio. Del Dio che l’ha creata».
28«Cosa è l’anima?».
«L’anima è la vera nobiltà dell’uomo. Tu sei gloriosa perché dei Claudi. L’uomo lo è di più perché è di Dio. In te è il sangue dei Claudi, la famiglia potente ma che ebbe un’origine e avrà una fine. Nell’uomo, per l’anima, è il sangue di Dio. Perché l’anima è il sangue spirituale – essendo Dio Spirito purissimo – del Creatore dell’uomo: di Dio eterno, potente, santo. L’uomo è dunque eterno, potente, santo, per l’anima che è in lui e che è viva finché è unita a Dio».
«Io sono pagana. Non ho dunque anima…».
29«L’hai. Ma è avvolta in letargo. Svegliala alla Verità e alla Vita…».
«Addio, Maestro».
30«La Giustizia ti conquisti. Addio».
Regola nell’apostolato.
31«Come vedete, anche qui ho avuto ascoltatori», dice Gesù ai discepoli.
«Sì. Ma, meno i romani, chi ti avrà capito? Sono barbari!».
32«Chi? Tutti. La pace è in loro e si ricorderanno di Me molto più che molti altri in Israele. Andiamo nella casa che ci ospita per il pasto».
33«Maestro, quella donna è la stessa che mi ha parlato quel giorno che Tu guaristi quel malato. Io l’ho vista e riconosciuta», dice Giovanni.
34«Vedete dunque che vi era chi anche qui ci attendeva. Ma non ne sembrate molto soddisfatti. Molto avrò fatto quel giorno che vi avrò fatti persuasi che non solo per gli ebrei ma per tutti i popoli Io sono venuto e per tutti Io vi ho preparati. Vi dico però: ricordate tutto del Maestro vostro. Non vi è fatto, per insignificante che sia, che non vi abbia a divenire un giorno regola nell’apostolato».
Nessuno risponde e Gesù ha un mesto sorriso di compatimento.
La stanchezza dell’ apostolato.(Nota del portavoce)
35Questa mattina ne ha avuto uno anche per me… Mi era preso un così completo sconforto che mi sono messa a piangere per tante cose, non ultima fra esse la stanchezza di scrivere e scrivere con la convinzione che tanta bontà di Dio e tanta fatica del piccolo Giovanni siano proprio inutili. E ho invocato piangendo il mio Maestro e, poi che per sua bontà è venuto tutto per me, gli ho detto il mio pensiero. Ha avuto un moto delle spalle equivalente ad un: «Lascia perdere il mondo e le sue storie», e poi mi ha accarezzata dicendo: «E che? Non vorresti aiutarmi ancora? Il mondo non vuole la conoscenza delle mie parole? Ebbene, raccontiamocele fra noi, per mia gioia nel ripeterle ad un cuore fedele, per la tua di udirle. Le stanchezze dell’apostolato!… Più accascianti di quelle di qualsiasi lavoro! Levano luce al giorno più sereno e dolcezza al più dolce cibo. Tutto diviene cenere e fango, nausea e fiele. Ma, anima mia, sono queste le ore in cui noi ci carichiamo della stanchezza, del dubbio, della miseria dei mondani che muoiono di non possedere ciò che noi abbiamo. E sono le ore in cui facciamo di più. Te l’ho detto anche lo scorso anno. “A che pro?” si chiede l’anima sommersa di ciò che sommerge il mondo, ossia delle onde mandate da Satana. E il mondo affoga. Ma l’anima inchiodata col suo Dio sulla croce non affoga. Perde per un attimo la luce e sprofonda sotto l’onda nauseante della stanchezza spirituale, e poi emerge più fresca e più bella.
36Il tuo dire: “Io non sono più buona a nulla” è una conseguenza di questa stanchezza. Tu non saresti mai buona a nulla. Ma Io sono sempre Io e perciò tu sarai sempre buona al tuo compito di portavoce. Certo che, se vedessi che, come pesante e preziosissima gemma, il mio dono venisse con avarizia nascosto, con imprudenza usato, o con ignavia non cercato di tutelare sotto quelle garanzie che la cattiveria umana impone di usare in questi casi per tutelare il dono e la creatura attraverso alla quale il dono viene dato, Io direi il mio “basta”. E questa volta senza ritorni. Basta per tutti, fuorché per la mia piccola anima che oggi sembra proprio un fiorellino sotto un acquazzone. E puoi, con queste carezze, dubitare che Io ti ami? Su! Mi hai aiutato nel tempo di guerra. Aiutami ora, ancora… C’è tanto da fare».
37E mi sono calmata sotto la carezza della lunga mano e del sorriso così dolce del mio Gesù, candido come sempre quando è tutto per me.
6. Publio Quintiliano. A Gerusalemme per la Pasqua[9].
30Sono già nei pressi di Engannim – che deve essere una bella cittadina, ben munita di acqua portata dai colli con un aereo acquedotto, probabilmente opera romana – quando li fa rifugiare sul bordo della via il rumore di un drappello militare che sopraggiunge. Gli zoccoli dei cavalli suonano sulla via che qui, nei pressi della città, mostra una larva di pavimentazione affiorante dalla polvere accumulata insieme a detriti sulla via, vergine di ogni scopa.
31«Salve, Maestro! Come qui?» grida Publio Quintilliano smontando da cavallo e avvicinandosi a Gesù con un aperto sorriso, tenendo per la briglia il cavallo. I suoi soldati si mettono al passo per secondare il superiore.
«Vado a Gerusalemme per la Pasqua».
32«Io pure. Si rinforza la guardia per le feste, anche perché Ponzio Pilato viene per esse in città, e vi è Claudia. Noi siamo a staffetta di lei. Sono vie così insicure! Le aquile fugano gli sciacalli» ride il soldato e guarda Gesù. Continua più piano: «Doppia guardia quest’anno, per proteggere le spalle del sozzo Antipa. Vi è molto malcontento per l’arresto del Profeta. Malcontento in Israele e… malcontento, per riflesso, fra noi. Ma… abbiamo già pensato a far giungere una… benigna suonata di… flauti al Sommo Sacerdote e compari» e a bassa voce termina: «Va’ sicuro. Tutti gli unghioni sono rientrati nelle zampe. Ah! Ah! Hanno paura di noi. Basta che ci si schiarisca la voce che lo prendono per un ruggito. Parlerai a Gerusalemme? Vieni presso il Pretorio. Claudia parla di Te come di un grande filosofo. E’ bene per Te perché… il proconsole è Claudia». Si guarda intorno e vede Pietro carico, rosso, sudato. «Quel bambino?».
«Un orfano che ho preso con Me».
33«Ma quel tuo uomo fatica troppo! Fanciullo, hai paura venire per qualche metro a cavallo? Ti metterò sotto la clamide e andrò piano. Ti renderò a… a questo uomo quando saremo alle porte».
34Il bambino non fa resistenza, deve essere dolce come un agnello, e Publio lo issa con sé in sella. E nel dare ordine ai soldati di andare adagio vede anche l’uomo di Endor. Lo fissa e dice: «Tu qui?».
35«Io. Ho cessato di vendere le uova ai romani. Ma i polli ci sono ancora. Ora sono col Maestro..»
36«Buon per te! Ne avrai più conforto. Addio! Salve, Maestro. Ti aspetto a quel ciuffo d’alberi». E sprona.
37«Lo conosci? E ti conosce?» chiedono in molti a Giovanni di Endor.
38«Sì, come fornitore di polli. Prima non mi conosceva. Ma una volta fui chiamato al comando a Naim, per fissare le quote, e c’era lui. D’allora, quando andavo a comperare libri o utensili a Cesarea, mi ha sempre salutato. Mi chiama Ciclope o Diogene. Non è cattivo, e per quanto io abbia odio ai romani pure non l’ho offeso, perché mi poteva essere utile».
39«Hai sentito, Maestro? Ha fatto bene il mio discorso al centurione di Cafarnao. Ora vado più quieto» dice Pietro.
40Raggiungono il folto di alberi alla cui ombra si è appiedata la pattuglia.
41«Ecco che rendo il fanciullo. Hai ordini, Maestro?».
«No, Publio. Dio ti si mostri».
42«Salve» e rimonta e sprona, seguito dai suoi con un grande sferragliar di zoccoli e corazze.
7. La fede e l’anima spiegate ai pagani con la parabola dei templi[10].
Come costruire la Fede
Attesa dei gentili
1Nella pace del sabato Gesù si riposa presso un campo di lino tutto in fiore appartenente a Lazzaro. Più che presso, direi che si è immerso nell’alto lino e, seduto sull’orlo di un solco, si assorbe nei suoi pensieri. Non c’è vicino a Lui che qualche silenziosa farfalla o qualche frusciante lucertola, che lo guarda con gli occhietti di giaietto, alzando il capino triangolare dalla gola chiara e palpitante. E null’altro. Nell’ora tarda del meriggio tace anche il minimo soffio di vento fra gli alti steli.
2Da lontano, forse dal giardino di Lazzaro, viene la canzone di una donna, e con essa i gridi festosi del bambino che giuoca con qualcuno. Poi una, due, tre voci che chiamano: «Maestro!», «Gesù!».
3Gesù si scuote e si alza. Per quanto il lino, al suo completo sviluppo, sia molto alto, Gesù emerge per un bel pezzo da questo mare verde e azzurro.
«Eccolo là, Giovanni!» grida lo Zelote.
E Giovanni a sua volta chiama: «Madre! Il Maestro è qui, nel lino».
E, mentre Gesù si avvicina al sentiero che porta verso le case, ecco giungere Maria.
4«Che vuoi, Madre?».
«Figlio mio, sono arrivati dei gentili con delle donne. Dicono di avere saputo da Giovanna che Tu sei qui. Dicono anche che ti hanno atteso per tutti questi giorni presso l’Antonia…».
5«Ah! ho capito! Vengo subito. Dove sono?».
«In casa di Lazzaro, nel suo giardino. Egli è amato dai romani e non ne ha il ribrezzo che ne abbiamo noi. Li ha fatti entrare, coi loro carri, nell’ampio giardino per non dare scandalo a nessuno».
«Va bene, Madre. Sono soldati e dame romane. Lo so».
Desiderio di luce
6«E che vogliono da Te?»
«Quello che molti in Israele non vogliono: Luce».
7«Ma come e cosa ti credono? Dio, forse?».
«A modo loro sì. Per loro è facile accogliere l’idea di una incarnazione di un dio in carne mortale, più che fra di noi».
8«Allora sono giunti a credere nella tua fede…»
«Non ancora, Mamma. Prima devo distruggere la loro. Per adesso Io sono per loro un sapiente, un filosofo, come loro dicono. Ma, sia questa brama di conoscere dottrine filosofiche, sia la loro tendenza a credere possibile la incarnazione di un dio, mi aiutano molto nel portarli alla vera fede. Credilo, sono più ingenui, nel loro pensiero, di molti d’Israele»
9«Ma saranno sinceri?».
«Si dice che il Battista…»
10«No. Fosse stato per loro, Giovanni sarebbe libero e sicuro. Chi non è ribelle è lasciato stare. Anzi, ti dico, presso di loro l’essere profeti – loro dicono filosofi, perché l’elevatezza della sapienza soprannaturale per loro è sempre filosofia – è una garanzia per essere rispettati. Non essere preoccupata, Mamma. Non mi verrà da lì il male…».
11«Ma i farisei… se sanno, che diranno anche di Lazzaro? Tu… sei Tu e devi portare la Parola al mondo. Ma Lazzaro!.. E’ già tanto offeso da loro…»
«Ma è intoccabile. Lo sanno protetto da Roma».
12«Ti lascio, Figlio mio. Ecco Massimino per condurti ai gentili» e Maria, che aveva camminato al fianco di Gesù per tutto questo tempo, si ritira svelta, andando verso la casa dello Zelote, mentre Gesù entra da una porticina di ferro, aperta nella cinta del giardino, in una parte remota di esso, là dove il giardino si muta in frutteto, presso cioè al luogo dove, in futuro, sarebbe stato sepolto Lazzaro.
13Là è anche Lazzaro e nessun altro: «Maestro, mi sono permesso di ospitarli…»
«Hai fatto bene. Dove sono?»
«Là in quell’ombra di bossi e lauri. Come vedi, sono lontani almeno cinquecento passi dalla casa».
«Va bene, va bene… La Luce venga a voi tutti».
14«Salve, Maestro!» saluta Quintilliano, vestito da cittadino.
15Le dame si alzano per salutare. Sono Plautina, Valeria e Lidia, più un’altra, anziana, che non so chi sia né che sia, se dello stesso grado o di grado inferiore. Sono tutte vestite molto semplicemente e nulla le distingue.
16«Abbiamo voluto sentirti. Tu non sei mai venuto. Ero di… guardia al tuo arrivo. Ma non ti ho mai visto».
17«Io pure non ho mai visto un milite, che mi era amico, alla porta dei Pesci. Aveva nome Alessandro…»
18«Alessandro? Non so di preciso se è quello. Ma so che tempo fa dovemmo levare, per calmare i giudei, un milite colpevole di… avere parlato con Te. Ora è ad Antiochia. Ma forse tornerà. Auf! come sono seccanti i… quelli che vogliono comandare anche ora che sono soggetti! E bisogna barcamenare per non andare a cose grosse… Ci fanno la vita difficile, credilo… Ma Tu sei buono e sapiente. Ci parli? Forse presto lascerò la Palestina. Vorrei avere qualcosa di Te da ricordare».
19«Vi parlerò. Sì. Non deludo mai. Che volete sapere?».
Quintilliano guarda le dame interrogativamente… Quello che vuoi, Maestro» dice Valeria.
Parabola dei templi
20Plautina si alza di nuovo e dice: «Ho molto pensato… avrei tanto da conoscere… tutto, per giudicare. Ma, se è lecito chiedere, vorrei sapere come si costruisce una fede, la tua, per esempio, su un terreno che Tu hai detto privo di fede vera. Hai detto che le nostre credenze sono vane. Allora rimaniamo senza nulla. Come giungere ad avere?».
21«Prenderò l’esempio da una cosa che voi avete. I templi. I vostri edifici sacri, veramente belli, la cui unica imperfezione è di essere dedicati al Nulla, vi possono insegnare come si può giungere ad avere una fede e dove collocare la fede. Osservate. Dove vengono costruiti? Quale luogo è possibilmente scelto per essi? Come sono costruiti? Il luogo generalmente è spazioso, libero ed elevato. E, se spazioso e libero non è, lo si fa tale demolendo quanto lo ingombra e stringe. Se non è elevato lo si sopraeleva su uno stereobate più elevato di quello usuale di tre gradini, usato per i templi posti già su una naturale elevazione. Chiusi in una cinta sacra, per lo più, e formata da colonnati e portici entro cui sono chiusi gli alberi sacri agli dèi, fontane e altari, statue e stele, sono preceduti solitamente dal propileo, oltre il quale è l’altare dove vengono fatte le preci al nume. Di fronte a questo vi è il luogo del sacrificio, perché il sacrificio precede la preghiera. Molte volte, e specie nei più grandiosi, il peristilio li cinge di una ghirlanda di marmi preziosi. Nell’interno vi è il vestibolo anteriore, esterno o interno al peristilio, la cella del nume, il vestibolo posteriore. Marmi, statue, frontoni, acrotèri e timpani, tutti politi, preziosi, decorati, fanno del tempio un edificio nobilissimo anche alla vista più rozza. Non è così?».
22«Così è, Maestro. Li hai visti e studiati molto bene» conferma e loda Plautina.
23«Ma se ci consta che non è mai uscito dalla Palestina!?» esclama Quintilliano.
24«Non sono mai uscito per andare a Roma o ad Atene. Ma non ignoro l’architettura di Grecia e di Roma, e nel genio dell’uomo che ha decorato il Partenone Io ero presente, perché Io sono dovunque è vita e manifestazione di vita. Là dove un saggio pensa, uno scultore scolpisce, un poeta compone, una madre canta su una cuna, un uomo fatica sui solchi, un medico lotta con i morbi, un vivente respira, un animale vive, un albero vegeta, là Io sono insieme a Colui da cui vengo. Nel boato del terremoto o nel fragore dei fulmini, nella luce delle stelle o nel flusso delle maree, nel volo dell’aquila o nel sibilo della zanzara, Io sono col Creatore altissimo»[11].
25«Sicché… Tu… Tu sai tutto? E il pensiero e le opere umane?» chiede ancora Quintilliano.
«Io so».
Come costruire la fede
26I romani si guardano stupiti. Un silenzio lungo e poi, timidamente, prega Valeria: «Svolgi il tuo pensiero, Maestro, perché noi si sappia cosa fare».
27«Sì. La fede si costruisce come si costruiscono i templi di cui siete tanto orgogliosi. Si fa spazio al tempio, si fa libertà intorno ad esso, si fa elevazione ad esso».
28«Ma il tempio dove mettere la fede, questa deità vera, dove è?» chiede Plautina.
«Non è deità, Plautina, la fede. È una virtù. Non vi sono deità nella fede vera. Ma vi è un unico e vero Dio».
29«Allora… Egli è lassù, solo, nel suo Olimpo? E che fa se è solo?».
30«Basta a Se stesso e si occupa di ogni cosa che è nel creato. Ti ho detto prima: anche al sibilo della zanzara è presente Dio. Non si annoia, non dubitare. Non è un povero uomo, padrone di un immenso impero in cui si sente odiato e in cui vive tremando. È l’Amore, e vive amando. La sua Vita è Amore continuo. Basta a Se stesso perché è infinito e potentissimo, è la Perfezione. Ma tante sono le cose create, che vivono per il suo continuo volere, che Egli non ha tempo di annoiarsi. La noia è frutto dell’ozio e del vizio. Nel Cielo del vero Dio non vi è ozio e non vi è vizio. Ma presto Egli avrà, oltre agli angeli che ora lo servono, un popolo di giusti giubilanti in Lui, e sempre più questo popolo si accrescerà per i credenti futuri nel vero Dio».
31«Gli angeli sarebbero i geni?» chiede Lidia.
«No. Sono esseri spirituali, come lo è Dio che li ha creati».
32«E i geni che sono allora?».
33«Quali voi li immaginate sono menzogna. Non esistono, così come voi li immaginate. Ma per quell’istintivo bisogno dell’uomo di cercare la verità – e questo per pungolo dell’anima che è viva e presente anche nei pagani, e sofferente in essi, perché è delusa nel suo desiderio, perché è affamata nella sua nostalgia del Dio vero che essa sola ricorda, in quel corpo in cui ella abita e che è retto da una mente pagana – anche voi avete sentito che l’uomo non è solo carne, e che al suo peribile corpo è unito un che di immortale. E così lo hanno le città e le nazioni. Ecco allora che credete, che sentite il bisogno di credere ai “geni”. E vi date il genio individuale, quello della famiglia, della città, delle nazioni. Voi avete il “genio di Roma”. Avete il “genio dell’imperatore” E li adorate come divinità minori. Entrate nella vera fede. Avrete conoscenza ed amicizia dell’angelo vostro, al quale darete venerazione, non adorazione. Solo Dio va adorato».
L’anima la sua natura la sua formazione
Origine e natura dell’anima
34«Hai detto: “Pungolo dell’anima che è viva e presente anche nei pagani, e sofferente in essi perché delusa. Ma l’anima da chi viene?» Domanda Publio Quintilliano.
«Da Dio. Egli è il Creatore»[12].
«Ma non nasciamo da donna per connubio con uomo? Anche i nostri dèi sono generati così».
35«I vostri dèi non sono. Sono i fantasmi del vostro pensiero che ha bisogno di credere. Perché questo bisogno è più imperioso di quello del respirare. Anche chi dice di non credere crede. A qualcosa crede. Il fatto solo di dire: “Io non credo in Dio” presuppone un’altra fede. In se stesso, magari, nella propria mente superba. Ma credere si crede sempre. E’ come il pensiero. Se voi dite: “Io non voglio pensare” oppure: “Io non credo a Dio”, solo per queste due frasi che dite mostrate di pensare che non volete credere a Quello che sapete esistere e che non volete pensare. Circa l’uomo, per essere esatti nell’esprimere il concetto, dovete dire: «L’uomo è generato come tutti gli animali da un connubio fra maschio e femmina. Ma l’anima, ossia quella cosa che differenzia l’animale-uomo dall’animale bruto, viene da Dio. Egli la crea di volta in volta che un uomo è generato, meglio, è concepito in un seno, e la innesta in questa carne che altrimenti sarebbe solamente animale”.»
36«E noi l’abbiamo? Noi pagani? A sentire i tuoi connazionali non parrebbe…» dice ironico Quintilliano.
«Ogni nato da donna l’ha».
37«Tu hai detto però che il peccato la uccide. Come allora in noi peccatori è viva?» chiede Plautina.
38«Voi non peccate nella fede, credendo di essere nel Vero. Quando conoscerete la Verità e persisterete nell’errore, allora peccherete. Ugualmente molte cose, che per gli israeliti sono peccato, per voi non lo sono. Perché nessuna legge divina ve le proibisce. Il peccato è quando uno scientemente si ribella all’ordine dato da Dio e dice: “So che ciò che faccio è male. Ma lo voglio fare ugualmente”. Dio è giusto. Non può punire uno che fa il male credendo di fare il bene. Punisce chi, avendo avuto modo di conoscere Bene e Male, sceglie quest’ultimo e vi persiste».
39«Allora in noi l’anima è, e viva e presente?».
«Sì».
40«E’ sofferente? Credi proprio che essa si ricordi di Dio? Noi non ci ricordiamo del seno che ci ha portati. Non potremmo dire come era fatto nel suo interno. L’anima, se ho ben capito, viene spiritualmente generata da Dio. Può mai ricordarsi di questo se il corpo non ricorda la lunga sosta nel seno?».
41«L’anima non è bruta, Plautina. Il feto sì. L’anima è, a somiglianza di Dio, eterna e spirituale. Eterna dal momento che viene creata, mentre Dio è il perfettissimo Eterno e perciò non ha principio nel tempo come non avrà fine. L’anima, lucida, intelligente, spirituale, opera di Dio, si ricorda. E soffre perché desidera Dio, il vero Dio da cui viene, e ha fame di Dio. Ecco perché pungola il corpo torpido a cercare di accostarsi a Dio».
Le tre fasi di formazione dell’anima
42«Allora noi abbiamo un’anima come l’hanno quelli che voi dite “giusti” del vostro popolo? Proprio uguale?».
43«No, Plautina. A seconda di quello che intendi dire, cambia. Se vuoi dire per l’origine e la natura, è in tutto uguale a quella dei nostri santi. Se dici per formazione, allora ti dico che è già diversa. Se poi vuoi dire per perfezione raggiunta avanti la morte, allora la diversità può essere assoluta. Ma questo non solo in voi pagani. Anche un figlio di questo popolo può essere assolutamente diverso, nella vita futura, da un santo.
44L’anima subisce tre fasi. La prima è di creazione[13]. La seconda di ricreazione[14]. La terza di perfezione[15]. La prima è comune a tutti gli uomini. La seconda è propria dei giusti che con la loro volontà portano l’anima ad una rinascita ancora più completa, unendo le loro buone azioni alla bontà dell’opera di Dio, e fanno perciò un’anima già spiritualmente più perfetta della prima; per cui fanno, fra la prima e la terza, da anello di congiunzione. La terza è propria dei beati, o santi se così vi piace, i quali hanno superato di mille e mille gradi l’iniziale anima loro, adatta all’uomo, e ne hanno fatto un che di adatto a riposare in Dio».
Applicazione della parabola
45«Come possiamo fare spazio, libertà, elevazione all’anima?».
«Con l’abbattere le inutili cose che avete nel vostro io. Liberarlo da tutte le idee sbagliate, e coi detriti di queste demolizioni fare l’elevazione per il tempio sovrano. L’anima va portata sempre più in alto, sui tre gradini.
46Oh! voi romani amate i simboli. Guardate i tre gradini alla luce del simbolo. Possono dirvi i loro nomi: penitenza, pazienza, costanza. Oppure: umiltà, purezza, giustizia. Oppure: sapienza, generosità, misericordia. O infine il trinomio splendido: fede, speranza, carità. Guardate ancora il simbolo della cinta che, ornata e robusta, cinge l’area del tempio. Occorre saper circondare l’anima, regina del corpo, tempio allo Spirito eterno, di una barriera che la difenda senza però impedirle la luce né opprimerla con la vista di brutture. Una cinta sicura, e scalpellata dal desiderio di amore, da ciò che è inferiore: la carne e il sangue, verso ciò che è superiore: lo spirito. Scalpellare con la volontà. Levare angoli, scheggiature, macchie, vene di debolezza dal marmo del nostro io perché sia perfetto intorno all’anima. E nello stesso tempo, della cinta messa a riparo del tempio, fare misericordioso rifugio ai più infelici che non conoscono ciò che è Carità.
47I portici: l’effondersi dell’amore, della pietà, del desiderio che altri vengano a Dio, simili ad amorose braccia che si stendono a far velo sulla cuna di un orfano. E oltre la cinta le piante più belle e più profumate, omaggio al Creatore. Seminate sul terreno prima nudo e poi coltivate le piante: le virtù d’ogni nome, la seconda cinta viva e fiorita intorno al sacrario; e fra le piante, fra le virtù, le fontane, altro amore, altra purificazione prima di accostarsi al propileo vicino al quale, e prima di salire all’altare, si deve compiere il sacrificio della carnalità, svenarsi delle lussurie. E poi passare oltre, all’altare, per deporvi l’offerta, e poi ancora accostarsi alla cella dove è Dio, superando il vestibolo. E la cella che sarà? Una dovizia di spirituali ricchezze perché nulla è mai troppo per fare cornice a Dio.
48Avete inteso? Mi avete chiesto come si costruisce la fede. Vi ho detto: “secondo il metodo con cui si alzano i templi”. Vedete che è vero. Avete altro da dirmi?».
49«No, Maestro. Credo che Flavia abbia scritto le cose che hai detto. Claudia le vuole sapere. Hai scritto?».
«Esattamente» dice la donna passando le tavolette cerate.
«Ci rimarrà per poterle rileggere» dice Plautina.
50«E’ cera. Si cancella. Scrivetevele nei cuori. Non si cancellerà più».
51«Maestro, sono ingombri di templi vani. Vi gettiamo contro la tua Parola per atterrarli. Ma è lavoro lungo» dice Plautina con un sospiro. E termina: «Ricordati di noi presso il tuo Cielo…».
52«Andate sicure che lo farò. Vi lascio. Sappiate che la vostra venuta mi è stata cara. Addio, Publio Quintilliano. Ricordati di Gesù di Nazaret».
53Le dame salutano e se ne vanno per prime. Poi, pensieroso, se ne va Quintilliano. Gesù li guarda andare in compagnia di Massimino, che li riconduce ai loro carri.
Commenti con Lazzaro
54«Che pensi, Maestro?» chiede Lazzaro.
«Che visono molti infelici al mondo».
«E io sono uno di quelli».
55«Perché, amico mio?».
«Perché tutti vengono a Te, e Maria no. È dunque la rovina più grande?».
56Gesù lo guarda e sorride. «Tu sorridi? Ma non ti duole che Maria sia inconvertibile? Non ti duole che io soffra? Marta non fa che piangere dalla sera del lunedì. Chi era quella donna? Non sai che per una intera giornata abbiamo sperato fosse lei?».
57«Sorrido perché sei un bambino impaziente… E sorrido perché penso che sprecate male energia e lacrime. Fosse stata lei, Io sarei corso a dirvelo».
58«Allora non era proprio?».
«Oh! Lazzaro!…».
58«Hai ragione. Pazienza! Ancora pazienza!… Ecco, Maestro, i gioielli che mi hai dato per la vendita. Sono divenuti denaro per i poveri. Erano molto belli. Di donna».
«Erano di “quella” donna».
59«Me lo sono immaginato. Ah! fossero stati di Maria… Ma lei, ma lei!… Perdo la speranza, mio Signore!…».
60Gesù lo abbraccia senza parlare per un poco. Poi dice: «Ti prego tacere di questi gioielli con chicchessia. Ella deve scomparire dalle ammirazioni e dagli appetiti, come una nuvola che il vento porta altrove senza che ne resti traccia sull’azzurro».
61«Sta’ sicuro, Maestro… e, in cambio, portami Maria, la nostra infelice Maria…».
62«La pace sia con te, Lazzaro. Quel che ho promesso farò».
8. Guarigione del servo del centurione[16].
Fede certa del Centurione.
Il Messia entra in Cafarnao (Lc 7,1)[17].
1Venendo dalla campagna Gesù entra in Cafarnao. Sono con Lui solo i dodici, anzi gli undici apostoli, perché non c’è Giovanni. I soliti saluti della gente su una gamma molto varia di espressioni, da quelli che sono tutta semplicità dei bambini, a quelli un poco timidi delle donne, a quelli estatici dei miracolati, fino a quelli curiosi o ironici. Ce ne sono per tutti i gusti.
Il centurione romano.
2E Gesù risponde a tutti, a seconda di come è salutato: con carezze ai piccoli, benedizioni alle donne, sorrisi ai miracolati, e rispetto profondo per gli altri. Ma questa volta alla serie si unisce il saluto del centurione del luogo, credo. Lo saluta col suo: «Salve, Maestro!» al quale Gesù risponde col suo: «Dio venga a te».
3Il romano prosegue, mentre la folla si accosta curiosa di vedere come va l’incontro: «Sono più giorni che ti aspetto. Tu non mi riconosci fra gli ascoltatori del Monte. Ero vestito da cittadino. Non mi chiedi perché ero venuto?».
«Non te lo chiedo. Che vuoi da Me?».
Il servo del Centurione (Mt 8,5-7; Lc 7,2-3)[18].
4«L’ordine è di seguire coloro che tendono assembramenti, perché troppe volte Roma dovette pentirsi di avere concesso riunioni di apparenza onesta. Ma, vedendo e udendo, ho pensato a Te come a… come a… Ho un servo malato, Signore. Egli giace nella mia casa, nel suo letto, paralizzato da un male nelle ossa, e soffre terribilmente. I nostri medici non lo guariscono. I vostri, che ho invitato a venire perché sono mali che vengono dalle arie corrotte di queste regioni, e voi li sapete curare con le erbe del suolo febbricoso della sponda dove stagnano le acque prima di esser bevute dalle arene del mare, si sono rifiutati di venire. Ne ho dolore perché è un servo fedele».
«Io verrò e te lo guarirò».
La fede del Centurione (Mt 8,8-9; Lc 7,6-8)[19].
5«No, Signore. Non chiedo che Tu faccia tanto. Sono pagano, sudiciume per voi. Se i medici ebrei temono contaminarsi col porre piede nella mia casa, con più ragione essa è contaminazione a Te che sei divino. Io non sono degno che Tu entri sotto il mio tetto. Ma se Tu dici da qui una sola parola il mio servo guarirà, perché Tu comandi a tutto quanto è. Ora se io che sono un uomo sottoposto a tante autorità, la prima delle quali è Cesare, per cui devo fare, pensare, agire come mi è comandato, posso a mia volta comandare ai soldati che ho sotto il mio comando, e se dico ad uno: “Va”, all’altro: “Vieni”, e al servo: “Fa’ questo”, uno va dove lo mando, l’altro viene perché lo chiamo, il terzo fa quello che dico, Tu, che sei Chi sei, sarai tosto ubbidito dalla malattia ed essa se ne andrà».
«Non è un uomo la malattia…» obbietta Gesù.
6«Neppur Tu sei un uomo, ma sei l’Uomo. Puoi dunque comandare anche agli elementi e alle febbri perché tutto è soggetto al tuo potere».
Le opere del Centurione (Lc 7,3-5)[20].
7Dei maggiorenti di Cafarnao prendono in disparte Gesù e gli dicono: «Egli è romano, ma Tu ascoltalo perché è uomo dabbene che ci rispetta e ci aiuta. Pensa che ha fatto fabbricare proprio lui la nostra sinagoga e tiene in rispetto i suoi soldati perché non ci sbeffeggino nei sabati. Fàgli dunque grazia per amore della tua città, acciò egli non resti deluso ed irritato ed il suo amore non si volga in odio per noi».
8E Gesù, ascoltati questi e quello, si volge sorridendo al centurione dicendo: «Va’ avanti che vengo». Ma il centurione torna a dire: «No, Signore, io l’ho detto: molto onore sarebbe se Tu entrassi sotto il mio tetto, ma non merito tanto; di’ solo una parola e il mio servo sarà guarito».
9«E sia. Va’ con fede. In questo istante la febbre lo lascia e la vita torna alle membra. Fa’ che alla tua anima pure venga la Vita. Va’».
La luce è spuntata (Mt 4,13-16)[21].
10Il centurione saluta militarmente, e poi si inchina e se ne va. Gesù lo guarda andare e poi si rivolge ai presenti e dice: «In verità vi dico che non ho trovato tanta fede in Israele. Oh! è pur vero! “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una gran luce. Sopra coloro che abitavano nell’oscura regione di morte la Luce è spuntata”[22], e ancora: “Il Messia, alzata la sua bandiera sulle nazioni, le riunirà”[23].
11Oh! Regno mio! Veramente a te affluiranno in numero sterminato! Più che tutti i cammelli e i dromedari di Madian e di Efa[24], e i portatori d’oro e incenso di Saba, più che tutti i greggi di Cedar e gli arieti di Nabaiot saranno numerosi coloro che verranno a te, ed il mio cuore si dilaterà di gioia vedendo venire a Me i popoli del mare e le potenze delle nazioni. Me aspettano le isole per adorarmi, e i figli degli stranieri edificheranno le mura della mia Chiesa della quale sempre staranno aperte le porte ad accogliere i re e la forza delle nazioni ed a santificarli in Me[25]. Questo che Isaia ha visto, ecco si compirà!
I Figli del Regno (Mt 8, 10-13; Lc 7,9-10)[26].
12Io vi dico che molti verranno da oriente e occidente e sederanno con Abramo, Isacco e Giacobbe nel Regno dei Cieli, mentre i figli del Regno saranno gettati nelle tenebre esteriori, dove sarà pianto e stridor di denti».
13«Tu dunque profetizzi che i gentili saranno pari ai figli d’Abramo?».
«Non pari: superiori. Non vi rincresca che perché ciò è vostra colpa. Non Io, ma i Profeti lo dicono, ed i segni già lo confermano. Ora alcuno di voi vada verso la casa del centurione per constatare che il suo servo è guarito come la fede del romano lo meritava. Venite. Forse nella casa vi sono malati che attendono la mia venuta».
14E Gesù, con gli apostoli e qualche altro, perche i più si precipitano curiosi e schiamazzanti verso la casa del centurione, si dirige alla solita casa dove sosta nei giorni che è a Cafarnao.
9. Sorveglianza romana[27].
20Il tumulto di chi vuol vedere, o che ha visto e commenta, è al colmo. Nel fondo androne, che dalla piazza conduce al cortile, le voci risuonano con sonorità di pozzo e fanno eco contro le muraglie del Castro.
21Le milizie devono temere sia accaduta una rissa – deve essere facile in questi luoghi, con tanti contrasti di razze e fedi – e accorre un drappello che si fa largo rudemente chiedendo che avviene.
22«Un miracolo, un miracolo! Giona, lo storpio, è stato guarito. Eccolo là, vicino all’Uomo galileo».
23I soldati si guardano fra loro. Non parlano finché la folla non è tutta passata e dietro ad essa se ne è accatastata altra di quella che era nei magazzini o sulla piazza, nella quale si vedono rimasti solo i venditori pieni di stizza per l’impensato diversivo che fa fallire il mercato di quel giorno. Poi, vedendo passare uno dei tre fratelli, chiedono: «Filippo, sai cosa faccia ora il Rabbi?».
24«Parla, ammaestra, e nel mio cortile!», dice Filippo tutto gongolante.
I soldati si consultano. Rimanere? Andare via?
25«L’alfiere ci ha detto di sorvegliare…».
«Chi? L’Uomo? Ma per Lui potremmo andare a giocare ai dadi un’anfora di vino di Cipro», dice Scipione, il milite che prima difendeva Gesù presso il compagno.
26«Io direi che è Lui che ha bisogno di essere protetto, non il diritto di Roma! Lo vedete là? Fra i nostri dèi non c’è alcuno di così mite e pur di così virile aspetto. Non è degna la marmaglia di averlo. E gli indegni sempre cattivi sono. Rimaniamo a tutelarlo. All’occorrenza gli salveremo le spalle e le carezzeremo a questi galeotti», dice, mezzo sarcastico, mezzo ammirato, un altro.
27«Bene dici, Pudente. Anzi, acciò Procoro, l’alfiere, che sempre sogna complotti contro Roma e… promozioni per sé, in grazia e merito del suo acuto vegliare alla salute del divo Cesare e della dea Roma, madre e signora del mondo, si persuada che qui non acquisterà bracciale o corona, vallo a chiamare, Azio».
Il triario Aquila.
28Un giovane milite parte di corsa e di corsa torna dicendo: «Procoro non viene. Manda il triario Aquila…».
29«Bene! Bene! Meglio lui dello stesso Cecilio Massimo. Aquila ha servito in Africa, in Gallia, e fu nelle foreste crudeli che ci tolsero Varo e le sue legioni. Conosce greci e britanni e ha fiuto buono a distinguere… Oh! Salve! Ecco qua il glorioso Aquila! Vieni, insegna a noi miserelli a comprendere il valore degli esseri!».
30«Viva Aquila, maestro delle milizie!», gridano tutti dando affettuose scrollate al vecchio soldato dal volto segnato di cicatrici, e come ha il volto così ha le braccia nude e i polpacci nudi.
31Egli sorride bonario ed esclama: «Viva Roma, maestra del mondo! Non io, povero soldato. Che c’è dunque?».
«Da sorvegliare quell’uomo alto e biondo come il rame più chiaro».
32«Bene. Ma chi è?».
«Lo dicono il Messia. Si chiama Gesù ed è di Nazaret. È quello, sai, per cui fu diramato l’ordine…».
«Uhm! Sarà… Ma mi sembra che corriamo dietro alle nuvole».
33«Dicono che vuol farsi re e soppiantare Roma. Lo hanno denunciato il Sinedrio e i farisei, sadducei, erodiani, a Ponzio. Tu lo sai che hanno questo baco nella testa gli ebrei, e ogni tanto salta fuori un re…».
34«Sì, sì… Ma se è per questo!… Ad ogni modo ascoltiamo ciò che dice. Mi pare che si appresti a parlare».
35«Ho saputo dal milite che sta col centurione che Pubblio Quintilliano gliene ha parlato come di un filosofo divino… Le donne imperiali ne sono entusiaste…», dice un altro soldato, giovane.
«Lo credo! Ne sarei entusiasta anche io se fossi una donna e lo vorrei nel mio letto…», dice ridendo di gusto un altro giovane milite.
«Taci, impudico! La lussuria ti mangia!», scherza un altro.
«E tu no, Fabio? Anna, Sira, Alba, Maria…».
«Silenzio, Sabino. Egli parla e voglio ascoltare», ordina il triario. E tutti tacciono.
Il tempo della Grazia. (discorso)
Figli di un unico Creatore.
36Gesù è salito su una cassa messa contro una parete. È perciò ben visibile a tutti. Il suo dolce saluto si è già sparso nell’aria ed è stato seguito dalle parole: «Figli di un unico Creatore, udite»; poi prosegue nel silenzio attento della gente.
37«Il tempo della Grazia per tutti è venuto non solo ad Israele ma per tutto il mondo. Uomini ebrei, qui per ragioni diverse, proseliti, fenici, gentili, tutti, udite la Parola di Dio, comprendete la Giustizia, conoscete la Carità. Avendo Sapienza, Giustizia e Carità, avrete i mezzi di giungere al Regno di Dio, a quel Regno che non è esclusività dei figli di Israele, ma è di tutti coloro che ameranno d’ora in poi il vero, unico Dio, e crederanno nella parola del suo Verbo.
Il Salvatore delle anime.
38Udite. Io sono venuto da tanto lontano non con mire di usurpatore né con violenza da conquistatore. Sono venuto solamente per essere il Salvatore delle anime vostre. I domìni, le ricchezze, le cariche non mi seducono. Sono nulla per Me e non le guardo neppure. Ossia le guardo per commiserarle, perché mi fanno compassione, essendo tante catene per tenere prigioniero il vostro spirito impedendogli di venire al Signore eterno, unico, universale, santo e benedetto. Le guardo e le avvicino come le più grandi miserie. E cerco di guarirle del loro affascinante e crudele inganno che seduce i figli dell’uomo, perché essi possano usarle con giustizia e santità, non come armi crudeli che feriscono e uccidono l’uomo, e per primo sempre lo spirito di chi non santamente le usa.
39Ma, in verità vi dico, mi è più facile guarire un corpo deforme che un’anima deforme; mi è più facile dare luce alle pupille spente, sanità ad un corpo morente, che non luce agli spiriti e salute alle anime malate. Perché ciò? Perché l’uomo ha perso di vista il vero fine della sua vita e si occupa di ciò che è transitorio.
Fare il Bene è legge universale.
40L’uomo non sa o non ricorda o, ricordando, non vuole ubbidire a questa santa ingiunzione del Signore e – dico anche per i gentili che mi ascoltano – del fare il bene, che è bene in Roma come in Atene, in Gallia come in Africa, perché la legge morale esiste sotto ogni cielo e in ogni religione, in ogni retto cuore. E le religioni, da quella di Dio a quella della morale singola, dicono che la parte migliore di noi sopravvive, e a seconda di come ha agito sulla Terra avrà sorte dall’altra parte.
Fine dell’uomo è la vita eterna.
41Fine dunque dell’uomo è la conquista della pace nell’altra vita, non la gozzoviglia, l’usura, la prepotenza, il piacere, qui, per poco tempo, scontabili per una eternità con tormenti ben duri. Ebbene l’uomo non sa, o non ricorda, o non vuole ricordare questa verità. Se non la sa, è meno colpevole. Se non la ricorda, è colpevole alquanto, perché la verità deve essere tenuta accesa come fiaccola santa nelle menti e nei cuori. Ma, se non la vuole ricordare, e quando essa fiammeggia egli chiude gli occhi per non vederla, avendola odiosa come la voce di un retore pedante, allora la sua colpa è grave, molto grave.
Il miracolo che infonde Sapienza nell’uomo.
42Eppure Dio la perdona, se l’anima ripudia il suo male agire e propone di perseguire, per il resto della vita, il fine vero dell’uomo, che è conquistarsi la pace eterna nel Regno del Dio vero. Avete fino ad ora seguito una mala strada? Avviliti, pensate che è tardi per prendere la via giusta? Desolati, dite: “Io non sapevo nulla di questo! Ed ora sono ignorante e non so fare”? No. Non pensate che sia come delle cose materiali e che occorra molto tempo e molta fatica per rifare il già fatto ma con santità. La bontà dell’eterno, vero Signore Iddio, è tale che non vi fa certo ripercorrere a ritroso la via fatta, per rimettervi al bivio dove voi, errando, avete lasciato il giusto sentiero per l’ingiusto. È tanta che, dal momento che voi dite: “Io voglio essere della Verità”, ossia di Dio perché Dio è Verità, Dio, per un miracolo tutto spirituale, infonde in voi la Sapienza, per cui voi da ignoranti divenite possessori della scienza soprannaturale, ugualmente a quelli che da anni la possiedono.
Sapienza è…
43Sapienza è volere Dio, amare Dio, coltivare lo spirito, tendere al Regno di Dio ripudiando tutto ciò che è carne, mondo e Satana. Sapienza è ubbidire alla legge di Dio che è legge di carità, di ubbidienza, di continenza, di onestà. Sapienza è amare Dio con tutti sé stessi, amare il prossimo come noi stessi. Questi sono i due indispensabili elementi per essere sapienti della Sapienza di Dio. E nel prossimo sono non solo quelli del nostro sangue o della nostra razza e religione, ma tutti gli uomini, ricchi o poveri, sapienti o ignoranti, ebrei, proseliti, fenici, greci, romani…».
Sapienza è amare Dio e il prossimo.
44Gesù è interrotto da un minaccioso urlo di certi scalmanati. Li guarda e dice: «Sì. Questo è l’amore. Io non sono un maestro servile. Io dico la verità perché così devo fare per seminare in voi il necessario alla Vita eterna. Vi piaccia o non vi piaccia, ve lo devo dire, per fare il mio dovere di Redentore. A voi fare il vostro di bisognosi di Redenzione. Amare il prossimo, dunque. Tutto il prossimo. Di un amore santo. Non di un losco concubinaggio di interessi, per cui è “anatema” il romano, il fenicio o il proselite, o viceversa, finché non c’è di mezzo il senso o il denaro, mentre, se brama di senso o utile di denaro sorgono in voi, “anatema” più non è…».
45Altro rumoreggiare della folla, mentre i romani, dal loro posto nell’atrio, esclamano: «Per Giove! Parla bene costui!».
Gesù lascia calmare il rumore e riprende:
46«Amare il prossimo come vorremmo essere amati. Perché a noi non fa piacere essere maltrattati, vessati, derubati, oppressi, calunniati, insolentiti.
47La stessa suscettibilità nazionale o singola hanno gli altri. Non facciamoci dunque a vicenda il male che non vorremmo ci fosse fatto.
Sapienza è ubbidienza ai comandi di Dio.
48Sapienza è ubbidire ai dieci comandi di Dio:
1“Io sono il Signore Iddio tuo. Non avere altro dio all’infuori di Me. Non avere idoli, non dare loro culto.
2Non usare il Nome di Dio invano. È il Nome del Signore Iddio tuo, e Dio punirà chi lo usa senza ragione o per imprecazione o per convalida ad un peccato.
3Ricordati di santificare le feste. Il sabato è sacro al Signore che in esso si riposò della Creazione e lo ha benedetto e santificato.
4Onora il padre e la madre affinché tu viva in pace lungamente sulla terra ed eternamente in Cielo.
5Non ammazzare.
6Non fare adulterio.
7Non rubare.
8Non dire il falso contro il tuo prossimo.
9-10Non desiderare la casa, la moglie, il servo, la serva, il bue, l’asino, né altra cosa che appartenga al tuo prossimo”.
49Questa è la Sapienza. Chi fa ciò è sapiente e conquista la Vita e il Regno senza fine. Da oggi, dunque, proponete di vivere secondo Sapienza, anteponendo questa alle povere cose della Terra.
Parabola degli operai della vigna.
Dio cerca operai (Mt 20,1-7)[28].
50Che dite? Parlate. Dite che è tardi? No. Udite una parabola. Un padrone, allo spuntare di un giorno, uscì per assoldare degli operai per la sua vigna e pattuì con loro un denaro al giorno.
51Uscito all’ora di terza nuovamente e pensando che i lavoratori presi ad opera erano pochi, vedendo sulla piazza altri sfaccendati in attesa di chi li prendesse, li prese e disse: “Andate nella mia vigna e vi darò quello che ho promesso agli altri”. E quelli andarono.
52Uscito a sesta e a nona, ne vide altri ancora e disse loro: “Volete lavorare alle mie dipendenze? Io do un denaro al giorno ai miei lavoratori”. Quelli accettarono e andarono.
53Uscito infine verso l’undecima ora, vide altri stare dimessi all’ultimo sole. “Che fate qui, così oziosi? Non vi fa vergogna stare senza fare nulla per tutto il giorno?”, chiese loro.
54“Nessuno ci ha presi a giornata. Avremmo voluto lavorare e guadagnarci il cibo. Ma nessuno ci chiamò alla sua vigna”.
55“Ebbene, io vi chiamo alla mia vigna. Andate e avrete la mercede degli altri”. Così disse, perché era un buon padrone ed aveva pietà dell’avvilimento del suo prossimo.
Dio paga con giustizia (Mt 20,8-10)[29].
56Venuta la sera e finiti i lavori, l’uomo chiamò il suo fattore e disse: “Chiama i lavoratori e paga la loro mercede, secondo che ho fissato, cominciando dagli ultimi, che sono i più bisognosi non avendo avuto nel giorno il cibo che gli altri hanno una o più volte avuto e che, anche, sono quelli che per riconoscenza verso la mia pietà hanno più di tutti lavorato; io li osservavo, e licenziali, che vadano al riposo meritato, godendo con i famigliari i frutti del loro lavoro”. E il fattore fece come il padrone ordinava, dando ad ognuno un denaro.
Dio premia con bontà. (Mt 20,11-15)[30].
57Venuti per ultimi quelli che lavoravano dalla prima ora del giorno, rimasero stupiti di avere essi pure un solo denaro e fecero delle lagnanze fra di loro e col fattore, il quale disse: “Ho avuto quest’ordine. Andate a lagnarvi dal padrone e non da me”. E quelli andarono e dissero: “Ecco, tu non sei giusto! Noi abbiamo lavorato dodici ore, prima fra la guazza e poi al sole cocente e poi da capo nell’umido della sera, e tu ci hai dato come a quei poltroni che hanno lavorato una sola ora!… Perché ciò?”. E uno specialmente alzava la voce, dicendosi tradito e sfruttato indegnamente.
58“Amico, e in che ti faccio torto? Cosa ho pattuito con te all’alba? Una giornata di continuo lavoro e per mercede di un denaro. Non è vero?”.
59“Sì. È vero. Ma tu lo stesso hai dato a quelli, per tanto lavoro di meno…”.
“Tu hai acconsentito a quella mercede parendoti buona?”.
“Sì. Ho acconsentito perché gli altri davano anche meno”.
“Fosti seviziato qui da me?”.
“No, in coscienza no”.
“Ti ho concesso riposo lungo il giorno e cibo, non è vero? Tre pasti ti ho dato. E cibo e riposo non erano pattuiti. Non è vero?”.
“Sì, non erano pattuiti”.
“Perché allora li hai accettati?”.
“Ma… Tu hai detto: ‘Preferisco così per non farvi stancare tornando alle case’. E a noi non parve vero… Il tuo cibo era buono, era un risparmio, era…”.
“Era una grazia che vi davo gratuitamente e che nessuno poteva pretendere. Non è vero?”.
“È vero”.
60“Dunque vi ho beneficati. Perché allora vi lamentate? Io dovrei lamentarmi di voi che, comprendendo di avere a che fare con un padrone buono, lavoravate pigramente, mentre costoro, venuti dopo di voi, con beneficio di un solo pasto, e gli ultimi di nessun pasto, lavorarono con più lena, facendo in meno tempo lo stesso lavoro fatto da voi in dodici ore. Traditi vi avrei se vi avessi dimezzata la mercede per pagare anche questi. Non così. Perciò piglia il tuo e vattene. Vorresti in casa mia venirmi ad imporre ciò che ti pare? Io faccio ciò che voglio e ciò che è giusto. Non volere essere maligno e tentarmi all’ingiustizia. Buono io sono”.
Dio asegna i posti ai suoi servitori (Mt 20,16)[31].
61O voi tutti che mi ascoltate, in verità vi dico che il Padre Iddio a tutti gli uomini fa lo stesso patto e promette l’uguale mercede. Chi con solerzia si mette a servire il Signore sarà trattato da Lui con giustizia, anche se poco sarà il suo lavoro per prossima morte. In verità vi dico che non sempre i primi saranno i primi nel Regno dei Cieli, e che là vedremo degli ultimi essere primi e dei primi essere ultimi. Là vedremo uomini, non di Israele, santi più di molti di Israele. Io sono venuto a chiamare tutti, in nome di Dio. Ma se molti sono i chiamati pochi sono gli eletti, perché pochi sono coloro che vogliono la Sapienza. Non è sapiente chi vive del mondo e della carne e non di Dio. Non è sapiente né per la Terra, né per il Cielo. Perché sulla Terra si crea nemici, punizioni, rimorsi. E per il Cielo perde lo stesso in eterno.
62Ripeto: siate buoni col prossimo quale esso sia. Siate ubbidienti, rimettendo a Dio il compito di punire chi non è giusto nel comandare. Siate continenti nel sapere resistere al senso e onesti nel sapere resistere all’oro, e coerenti nel dire anatema a ciò che merita, non anatema quando vi pare, salvo poi stringere contatti con l’oggetto prima maledetto come idea. Non fate agli altri ciò che per voi non vorreste, e allora…».
Ferite che danno dolore!
Il Messia deriso e maledetto!.
63«Ma va’ via, noioso profeta! Ci hai danneggiato il mercato!… Ci hai levato i clienti!…», urlano i venditori irrompendo nel cortile… E quelli che avevano rumoreggiato nel cortile, ai primi insegnamenti di Gesù – e non sono tutti fenici, ma anche ebrei, presenti per non so che motivo in questa città – si uniscono ai venditori per insultare e minacciare, e soprattutto per cacciare… Gesù non piace perché non consiglia al male…
64Egli incrocia le braccia e guarda. Mesto. Solenne.
65La gente, divisa in due partiti, si azzuffa, in difesa e in offesa del Nazareno. Improperi, lodi, maledizioni, benedizioni, grida di: «Hanno ragione i farisei. Sei un venduto a Roma, un amante dei pubblicani e meretrici», o di: «Tacete, lingue blasfeme! Voi venduti a Roma, fenici d’inferno!», «Satana siete!», «Vi inghiotta l’inferno!», «Via! Via!», «Via voi, ladri che venite a far mercato qui, usurai», e così via.
66Intervengono i soldati dicendo: «Altro che sobillatore! È sobillato!». E colle aste cacciano fuori tutti dal cortile e chiudono il portone.
Il Messia cacciato!.
67Restano i tre fratelli proseliti e i sei apostoli con Gesù. «Ma come vi è venuto in mente di farlo parlare?», chiede il triario ai tre fratelli.
«Parlano in tanti!», risponde Elia.
«Sì. E non succede nulla perché insegnano ciò che piace all’uomo. Ma questo ciò non insegna. Ed è indigesto…». Il vecchio soldato guarda attento Gesù che è sceso dal suo posto e che sta zitto, come astratto.
68Di fuori la folla continua ad azzuffarsi. Tanto che dalla caserma escono altre milizie e con esse lo stesso centurione. Bussano e si fanno aprire, mentre altri restano a respingere tanto chi grida: «Viva il Re d’Israele!», come chi lo maledice.
69Il centurione viene avanti, inquieto. Assale con la sua collera il vecchio Aquila: «Così tuteli Roma, tu? Lasciando acclamare un re straniero nella terra soggetta?».
70Il vecchio saluta con rigidezza e risponde: «Egli insegnava rispetto e ubbidienza e parlava di un regno non di questa Terra. Per quello lo odiano. Perché è buono e rispettoso. Non ho trovato motivo di imporre il silenzio a chi non offendeva la nostra legge».
71Il centurione si calma e borbotta: «Allora è una nuova sedizione di queste fetide marmaglie… Bene. Date ordine all’uomo di andarsene subito. Non voglio noie, qui. Eseguite e scortate fuori città non appena sarà sgombra la via. Vada dove gli pare. Agli ìnferi, se vuole. Ma mi esca dalla giurisdizione. Compreso?».
«Sì. Faremo».
Il centurione volta le spalle con un gran splendere di corazza e ondeggiare di mantello porporino, e se ne va senza neppur guardare Gesù.
72I tre fratelli dicono al Maestro: «Ci spiace…».
73«Non ne avete colpa. E non temete. Non ve ne verrà male. Io ve lo dico…».
74I tre mutano colore… Filippo dice: «Come sai questa nostra paura?».
75Gesù sorride dolcemente, un raggio di sole sul viso mesto: «Io so ciò che è nei cuori e nel futuro».
Il desiderio della carne.
76I soldati si sono messi al sole, in attesa, e sbirciano, commentando…
«Possono mai amare noi, se odiano anche quello lì che non li opprime?».
«E che fa miracoli, devi dire…».
«Per Ercole! Chi era quello di noi che era venuto ad avvisare che c’era l’indiziato da sorvegliare?».
«Caio fu!».
«Lo zelante! Intanto abbiamo perduto il rancio e prevedo che perderò il bacio di una fanciulla!… Ah!».
«Epicureo! Dove è la bella?».
«Non lo dirò certo a te, amico!».
«Sta dietro al cocciaio, alle Fondamenta. Lo so. Ti ho visto sere or sono…», dice un altro.
Il desiderio dello spirito.
77Il triario, come passeggiando, va verso Gesù e gli gira intorno, lo guarda, lo guarda. Non sa che dire… Gesù gli sorride per incoraggiarlo. L’uomo non sa che fare… Ma si accosta di più.
Gesù accenna alle cicatrici: «Tutte ferite? Sei un prode e un fedele, allora…».
Il vecchio milite si fa di porpora per l’elogio.
«Hai sofferto molto per amore della tua patria e del tuo imperatore… Non vorresti soffrire qualcosa per una più grande patria: il Cielo? Per un eterno imperatore: Dio?».
Il soldato scuote il capo e dice: «Sono un povero pagano. Ma non è detto che non arrivi anche io all’undecima ora. Ma chi mi intruisce? Tu vedi!… Ti cacciano. E queste sì che sono ferite che fanno male, non le mie!… Almeno io le ho rese ai nemici. Ma Tu, a chi ti ferisce, che dai?».
«Perdono, soldato. Perdono e amore».
«Ho ragione io. Il sospetto su Te è stolto. Addio, galileo».
«Addio, romano».
Il Messia inquadrato fra i soldati.
78Gesù resta solo finché tornano i tre fratelli e i discepoli con delle cibarie. Che offrono, i fratelli, ai soldati, mentre i discepoli le offrono a Gesù. Mangiano svogliatamente, al sole, mentre i militi mangiano e bevono allegramente.
Poi un soldato esce a sbirciare sulla piazza silenziosa.
«Possiamo andare», urla. «Sono tutti andati via. Non ci sono che le pattuglie».
79Gesù si alza docilmente, benedice e conforta i tre fratelli, ai quali dà appuntamento per la Pasqua al Getsemani, ed esce, inquadrato fra i soldati coi suoi discepoli mortificati che gli vengono dietro. E percorrono le strade vuote, fino alla campagna.
«Salve, galileo», dice il triario.
80«Addio, Aquila. Ti prego, non fate del male a Daniele, Elia e Filippo. Io solo sono il colpevole. Dillo al centurione».
«Non dico nulla. A quest’ora non se lo ricorda neanche più, e i tre fratelli ci forniscono bene, specie di quel vino di Cipro che il centurione ama più della vita. Sta’ in pace. Addio».
81Si separano. Tornando i soldati oltre le porte, Gesù e i suoi avviandosi per la campagna silenziosa, in direzione est.
Militi romani. Orgie e bestialità.
10. Militi romani gaudenti[32]
Ozio dei militi romani.
3Un romano, preceduto da una decina di schiavi carichi di sacche e fagotti, si scontra con due altri suoi pari. Saluti reciproci.
«Salve, o Ennio!».
«Salute, o Floro Tullio Cornelio! Salute, o Marco Eracleo Flavio!»
«Quando tornasti?».
«Affaticato, all’alba del dì avanti ieri».
«Tu affaticato? Quando mai sudi?», motteggia il giovane chiamato Floro.
«Non deridere, Floro Tullio Cornelio. Anche ora sto sudando per gli amici!».
«Per gli amici? Non ti abbiamo chiesto fatiche», obbietta l’altro, più anziano, chiamato Marco Eracleo Flavio.
«Ma il mio amore a voi pensa. O crudeli che mi schernite, vedete questa teoria di schiavi carichi di pesi? Altri li hanno preceduti con altri pesi. E tutto per voi. Ad onorarvi».
«Questo allora è il tuo lavoro? Un banchetto?»,
«E perché?», gridano rumorosamente i due amici.
«Ssst! Un simile baccano fra nobili patrizi! Sembrate la plebe di questo paese dove ci logoriamo in…».
4«Orge e ozio. Ché altro non facciamo noi. Ancor mi chiedo: perché qui siamo? Quali compiti abbiamo?».
«Morire di noia è uno».
«Insegnare a vivere a queste prèfiche lamentose è un altro».
«E… seminare Roma nei sacri bacini delle donne ebree è un’ altro ancora».
«E godere, qui come altrove, il nostro censo e la nostra potenza, alla quale tutto è concesso, è un altro».
5I tre si alternano come per una litania e ridono. Però il giovane Floro si arresta e si fa cupo dicendo: «Ma da qualche tempo una caligine incombe sull’allegra corte di Pilato. Le più belle dame sembrano caste vestali ed i mariti le secondano nel capriccio. Ciò leva molto alle usate feste…». «Già! Il capriccio per quel rozzo Galileo… Ma passerà presto…».
6«Ti sbagli, o Ennio. So che anche Claudia ne è conquisa, e perciò una… strana morigeratezza di costumi si è insediata nel suo palazzo. Sembra che là riviva l’austera Roma repubblicana…»
«Uhh!! Che muffa! Ma da quando?».
«Dal dolce aprile propizio agli amori. Tu non sai… Eri assente. Ma le nostre dame sono tornate funeree come le piangenti delle urne cinerarie, e noi poveri uomini dobbiamo cercare altrove molti sollazzi. Neppure concessi ci sono, in presenza delle pudiche!».
Orge e bestialità.
7«Una ragione di più perché io vi soccorra. Questa sera grande cena… e più grande orgia, nella mia casa. A Cintium, dove fui, ho trovato delizie che questi fetenti considerano immonde: pavoni, pernici, e gralle d’ogni specie, e cinghialetti sottratti vivi alla madre uccisa ed allevati per le nostre cene.
E vini… Ah! dolci, preziosi vini dei colli romani, delle mie calde coste literniche e delle tue assolate spiagge presso l’Aciri!… E profumati vini di Chio e dell’isola dove Cintium è gemma. E inebrianti vini di Iberia, propizi ad accendere il senso per il godimento finale. Oh! deve esser gran festa! Per fugare la noia di questo esilio. Per persuaderci che siamo ancora virili…».
«Anche donne?».
«Anche… E belle più di rose. D’ogni colore e… sapore. Un tesoro mi è costato l’acquisto di tutte le merci, fra cui le femmine… Ma io sono generoso agli amici!… Ora qui terminavo gli ultimi acquisti. Quelli che nel viaggio potevano guastarsi. Dopo il convito, a noi l’amore!…»
«Avesti buona navigazione?».
«Ottima. Venere marina mi fu amica. Del resto a lei dedico il rito di questa notte…».
I tre ridono grassamente, pregustando le prossime indegne gioie…
Ma Floro domanda: «Perché questa straordinaria festa? Un motivo per essa?…».
«Tre motivi: il mio diletto nipote riveste in questi giorni la toga virile. Devo solennizzare l’evento. Un’ubbidienza al presagio che mi diceva che Cesarea si mutava in affliggente dimora, e occorreva sfatare la sorte con un rito a Venere. Il terzo… piano piano ve lo dico: sono di nozze…».
«Tu? Bugiardo!».
«Son di nozze. È “nozze” ogni qualvolta uno deliba il primo sorso da un’anfora chiusa. Io questa sera lo farò. Ventimila sesterzi o, se più vi piace, duecento aurei – ché in realtà così ho finito a sborsare fra sensali e… simili – l’ho pagata. Ma neppur se Venere l’avesse partorita in un’aurora d’aprile, e fatta di spume e di raggi d’oro, più bella e pura l’avrei trovata! Un boccio, un boccio serrato… Ah! E io ne sono il padrone!».
«Profanatore!», dice celiando Marco Eracleo.
«Non fare il censore, che mi equivali!… Partito Valeriano, qui si languiva di noia. Ma io gli subentro… I tesori degli antenati ci sono per questo. Né sarò come lui stolto da attendere che la più bionda del miele Galla Ciprina – l’ho chiamata così – sia corrotta dalle mestizie e dalle filosofie degli evirati che non sanno godere la vita…».
«Bravo!!! Ma però… la schiava di Valeriano era dotta e…»
«…e folle col suo leggere i filosofi… Macché anima! Macché seconda vita! Macché virtù!… Vivere è godere! E qui si vive. Ieri ho dato al rogo ogni rotolo funesto e, pena la morte, ho comandato agli schiavi di non ricordare miserie di filosofi e di galilei. E la fanciulla conoscerà me soltanto…».
«Ma dove l’hai trovata?».
«Eh! ci fu chi fu sagace e acquistò schiavi dopo le guerre galliche e non li usò che come riproduttori, tenendoli bene, solo soggetti a procreare per dare fiori novelli di bellezza… E Galla è un di questi. Ora è pubere, e il padrone l’ha venduta… e io l’ho comperata… ah! ah! ah!».
«Libidinoso!».
«Se non ero io, era un altro… Perciò… Non doveva nascere femmina…».
«Se ti udisse… Oh! eccolo!».
«Chi?».
«Il Nazareno che ha stregato le nostre dame. È alle tue spalle…».
Ennio si volta come avesse alle spalle un aspide. Guarda Gesù che avanza lentamente fra la gente che gli si accalca intorno, povera gente del popolo e anche schiavi di romani, e ghigna: «Quello straccione?! Le donne sono delle depravate. Ma fuggiamo, che non streghi noi pure! Voi», dice finalmente ai poveri suoi schiavi, rimasti tutto il tempo sotto i loro carichi, simili a cariatidi per le quali non c’è pietà, «voi andate a casa e lesti, ché avete perso tempo fino ad ora e i preparatori attendono le spezie, i profumi. Di corsa! E ricordate che c’è la sferza se tutto non è pronto al tramonto».
Gli schiavi vanno via di corsa, e più lentamente li segue il romano coi due amici…
Solidarietà messianica.
8Gesù si avanza. Mesto, perché ha sentito la finale della conversazione di Ennio, e dall’alto della sua statura guarda con infinita compassione gli schiavi correnti sotto il loro peso. Si volge intorno, cerca altri volti di schiavi di romani… Ne vede alcuni, trepidanti fra la paura di esser sorpresi dagli intendenti o scacciati dagli ebrei, mescolati fra la turba che lo stringe, e dice fermandosi: «Non vi è alcuno di quella casa fra voi?».
«No, Signore. Ma li conosciamo», rispondono gli schiavi presenti.
9«Matteo, da’ loro abbondante obolo. Lo spartiranno coi compagni perché sappiano che c’è chi li ama. E voi sappiate, e ditelo agli altri, che con la vita cessa soltanto il dolore per quelli che furono buoni e onesti nelle loro catene, e col dolore la differenza fra ricchi e poveri, fra liberi e schiavi. Dopo c’è un unico e giusto Iddio per tutti, il Quale, senza tener conto di censo o di catene, darà premio ai buoni e castigo ai non buoni. Ricordatevelo».
10«Sì, o Signore. Ma noi delle case di Claudia e Plautina siamo abbastanza felici, come quelli di Livia e Valeria, e ti benediciamo perché Tu ci hai migliorato la sorte», dice un vecchio che da tutti è ascoltato come un capo.
11«Per mostrarmi che mi avete gratitudine, siate sempre più buoni, e avrete il vero Dio a vostro eterno Amico». E Gesù alza la mano come per licenziare e benedire, e poi si addossa ad una colonna e inizia a parlare fra l’attento silenzio della folla. Né già gli schiavi si allontanano, ma restano, ascoltando le parole uscenti dalla bocca divina.
Parabola delle due monete.
Le due monete.
12«Udite. Un padre di molti figli dette ad ognuno di essi, divenuti adulti, due monete di molto valore e disse loro: “Io non intendo più lavorare per ognuno di voi. Ormai siete in età di guadagnarvi la vita. Perciò do ad ognuno uguale misura di denaro, perché la impieghiate come più vi piace e a vostro utile. Io resterò qui in attesa, pronto a consigliarvi, pronto anche ad aiutarvi se per involontaria sciagura perdeste in tutto o in parte il denaro che ora vi do. Però ricordatevi bene che sarò inesorabile per chi lo disperde con malizia volontaria e per i fannulloni che lo consumano o lo lasciano quale è con l’ozio o coi vizi. A tutti ho insegnato il Bene e il Male. Non potete perciò dire che andate ignoranti incontro alla vita. A tutti ho dato esempio di operosità saggia e giusta e di vita onesta. Perciò non potete dire che vi ho corrotto lo spirito col mio mal esempio. Io ho fatto il mio dovere. Ora voi fate il vostro, ché scemi non siete, né impreparati, né analfabeti. Andate”, e li licenziò rimanendo solo, in attesa, nella sua casa.
L’ uso delle monete.
13I figli si sparsero per il mondo. Avevano tutti le stesse cose: due monete di gran valore, di cui potevano liberamente disporre, e un più grande tesoro di salute, energia, cognizioni ed esempi paterni. Perciò avrebbero dovuto riuscire tutti ad un modo. Ma che avvenne? Che fra i figli, chi bene usò delle monete e si fece presto un grande e onesto tesoro con il lavoro indefesso e onesto e una vita morigerata, regolata sugli insegnamenti paterni; e chi sulle prime fece onestamente fortuna, ma poi la disperse con l’ozio e le crapule; e chi fece denaro con usure o commerci indegni; e chi non fece nulla perché fu inerte, pigro, incerto, e finì le monete di molto valore senza aver ancora potuto trovare un’occupazione qualsiasi.
L’ ora del rendiconto.
14Dopo qualche tempo, il padre di famiglia mandò servi in ogni dove, là dove sapeva essere i suoi figli, e disse ai servi: “Direte ai miei figli di radunarsi nella mia casa. Voglio mi rendano conto di cosa hanno fatto in questo tempo, e rendermi conto da me stesso delle loro condizioni”. E i servi andarono per ogni dove e raggiunsero i figli del loro padrone, fecero l’ambasciata, e ognuno tornò indietro col figlio del padrone che aveva raggiunto.
15Il padre di famiglia li accolse con molta solennità. Da padre, ma anche da giudice. E tutti i parenti della famiglia erano presenti, e coi parenti gli amici, i conoscenti, i servi, i compaesani e quelli dei luoghi limitrofi. Una solenne adunanza. Il padre era sul suo scanno di capo famiglia, intorno a semicerchio tutti i parenti, amici, conoscenti, servi, compaesani e limitrofi. Di fronte, schierati, i figli.
16Anche senza interrogazioni, il loro aspetto diverso dava risposta sulla verità. Coloro che erano stati operosi, onesti, morigerati e avevano fatto santa fortuna, avevano l’aspetto florido, pacifico e benestante di chi ha larghi mezzi, buona salute e serenità di coscienza. Guardavano il padre con un sorriso buono, riconoscente, umile ma insieme trionfante, splendente della gioia di avere onorato il padre e la famiglia e di essere stati buoni figli, buoni cittadini e buoni fedeli. Quelli che avevano sciupato nell’ignavia o nel vizio i loro averi stavano mortificati, mogi, sparuti nell’aspetto e nelle vesti, coi segni delle crapule o della fame chiaramente impressi su tutti loro. Quelli che avevano fatto fortuna con delittuose manovre avevano l’aggressività, la durezza sul volto, lo sguardo crudele e turbato di belve che temono il domatore e che si preparano a reagire…
L’ interrogatorio.
17Il padre iniziò l’interrogatorio da questi ultimi: “Come mai, voi che eravate di così sereno aspetto quando partiste, ora parete fiere pronte a sbranare? Da dove vi viene quell’aspetto?”.
“La vita ce lo ha dato. E la tua durezza di mandarci fuori di casa. Tu ci hai messo a contatto col mondo”.
“Sta bene. E che avete fatto nel mondo?”.
“Ciò che potemmo per ubbidire al tuo comando di guadagnarci la vita col niente che ci hai dato”.
18“Sta bene. Mettetevi in quell’angolo… E ora a voi, magri, malati e malvestiti. Che faceste per ridurvi così? Eravate pure sani e ben vestiti quando partiste”.
“In dieci anni gli abiti si logorano…”, obbiettarono i fannulloni.
“Non ci sono dunque più telai nel mondo che facciano stoffe per le vesti degli uomini?”.
“Sì… Ma ci vogliono denari per comperarle…”.
“Li avevate”.
“In dieci anni… si sono più che finiti. Tutto ciò che ha principio ha fine”.
“Sì, se se ne leva senza mettervene. Ma perché voi avete soltanto levato? Se aveste lavorato, potevate mettere e levare senza che il denaro finisse, ma anzi ottenendo che aumentasse. Siete stati forse malati?”.
“No, padre”.
“E allora?”.
“Ci sentimmo spersi… Non sapevamo che cosa fare, che fosse buono… Temevamo di far male. E per non fare male non facemmo nulla”.
“E non c’era il padre vostro a cui rivolgervi per consiglio? Sono forse stato mai padre intransigente, pauroso?”.
“Oh, no! Ma ci vergognavamo di dirti: ‘Non siamo capaci di prendere iniziative’. Tu sei sempre stato così attivo… Ci siamo nascosti per vergogna”.
19“Sta bene. Andate nel mezzo della stanza. A voi! E che mi dite voi? Voi che all’aspetto della fame unite quello della malattia? Forse che il troppo lavoro vi ha resi malati? Siate sinceri e non vi sgriderò”.
Alcuni degli interpellati si gettarono in ginocchio battendosi il petto e dicendo: “Perdonaci, o padre! Già Dio ci ha castigati e ce lo meritiamo. Ma tu, che sei padre nostro, perdonaci!… Abbiamo iniziato bene; ma non abbiamo perseverato. Trovandoci facilmente ricchi, dicemmo: ‘Orbene, ora godiamo un po’, come ci suggeriscono gli amici, e poi torneremo al lavoro e rifaremo il disperso’. E volevamo fare così, in verità. Tornare alle due monete e poi rifarle fruttare, come per giuoco. E per due volte (dicono due) per tre (dice uno) ci riuscimmo. Ma poi la fortuna ci abbandonò… e consumammo tutto il denaro”.
“Ma perché non vi siete ripresi dopo la prima volta?”.
“Perché il pane speziato del vizio corrompe il palato, e non si può più farne senza…”
“C’era vostro padre…”.
“E’ vero. E a te sospiravamo con rimpianto e nostalgia. Ma noi ti abbiamo offeso… Supplicavamo il Cielo di ispirarti di chiamarci per ricevere il tuo rimprovero e il tuo perdono; questo chiedevamo e chiediamo, più delle ricchezze che non vogliamo più, perché ci hanno traviati”.
20“Sta bene. Mettetevi voi pure presso quelli di prima, al centro della stanza. E voi, malati e poveri come questi, ma che tacete e non mostrate dolore, che dite?”.
“Ciò che dissero i primi. Che ti odiamo perché col tuo imprudente agire ci hai rovinati. Tu che ci conoscevi non dovevi lanciarci nelle tentazioni. Ci hai odiato e ti odiamo. Ci hai fatto questo tranello per liberarti di noi. Sii maledetto”.
21“Sta bene. Andate coi primi in quell’angolo. Ed ora a voi, floridi, sereni, ricchi figli miei. Dite. Come siete giunti a questo?”
“Mettendo in pratica i tuoi insegnamenti, esempi, consigli, ordini, tutto. Resistendo ai tentatori per amore di te, padre benedetto che ci hai dato la vita e la sapienza”.
22“Sta bene. Venite alla mia destra e udite tutti il mio giudizio e la mia difesa. Io ho dato a tutti ad un modo di denaro e di esempio e sapienza. I miei figli hanno risposto in maniere diverse. Da un padre lavoratore, onesto, morigerato, sono usciti dei simili a lui, poi degli oziosi, dei deboli facili a cadere in tentazione e dei crudeli che odiano il padre, i fratelli e il prossimo su cui, anche se non lo dicono lo so, hanno esercitato usura e delitto.
23E nei deboli e negli oziosi ci sono i pentiti e gli impenitenti. Ora io giudico. I perfetti già sono alla mia destra, pari a me nella gloria come nelle opere; i pentiti staranno di nuovo, come fanciulli ancora da istruirsi, soggetti fino a che non avranno raggiunto il grado di capacità che li faccia di nuovo adulti; gli impenitenti e colpevoli siano gettati fuori dei miei confini e perseguitati dalla maledizione di chi non è più loro padre, perché il loro odio per me annulla i rapporti della paternità e della figliolanza fra noi. Però ricordo a tutti che ognuno si è fatto la sua sorte, perché io ho dato a tutti le stesse cose che, nei riceventi, hanno prodotto quattro diverse sorti, e non posso essere accusato di aver voluto il loro male”.
24La parabola è finita, o voi che avete ascoltato. Ed ora vi do i paragoni di essa. Il Padre dei Cieli è adombrato dal padre di numerosa famiglia. Le due monete date dal padre a tutti i figli prima di mandarli nel mondo sono il tempo e la libera volontà che Dio dà ad ogni uomo, perché li usi come meglio crede, dopo essere stato ammaestrato ed edificato con la Legge e gli esempi dei giusti. A tutti, uguali doni. Ma ogni uomo li usa come la sua volontà vuole. Chi tesorizza il tempo, i mezzi, l’educazione, il censo, tutto, nel bene e si mantiene sano e santo, ricco di moltiplicata ricchezza. Chi comincia bene e poi si stanca e disperde. Chi non fa nulla pretendendo che gli altri facciano. Chi accusa il Padre dei suoi errori; chi si pente, disposto a riparare; chi non si pente e accusa e maledice come se la sua rovina fosse stata forzata da altri.
25E Dio ai giusti dà subito premio; ai pentiti misericordia e tempo di espiare per giungere al premio per il loro pentimento ed espiazione; e dà maledizione e castigo a chi calpesta l’amore con l’impenitenza conseguente al peccato. A ognuno dà il suo. Non disperdete dunque le due monete – il tempo e il libero arbitrio – ma usateli con giustizia per essere alla destra del Padre e, se avete mancato, pentitevi e abbiate fede nel misericordioso Amore.
Andate. La pace sia con voi!».
26Li benedice e li guarda allontanarsi sotto il sole che innonda piazza e vie. Ma gli schiavi sono ancora là…
27«Ancor qui, poveri amici? E non sarete puniti?».
«No, Signore, se diremo che abbiamo udito Te. Le nostre padrone ti venerano. Dove andrai ora, Signore? Ti desiderano da tanto…».
28«Presso il cordaio del porto. Ma parto questa sera, e le vostre padrone saranno alla festa…».
29«Lo diremo ugualmente. Ce lo hanno ordinato di segnalare ogni tuo passaggio, da mesi e mesi».
30«Va bene. Andate. E voi pure fate buon uso del tempo e del pensiero, che è sempre libero anche se l’uomo è in catene».
31Gli schiavi si curvano fino a terra e se ne vanno verso i quartieri romani. Gesù e i suoi, per una vietta modesta, verso il porto.
Il legionario Quinto Felice[33]
Aria di tentativo criminoso.
Gesù torna verso la porta per attendere i due, e anzi esce nella strada e piega verso l’Antonia.
7Dei legionari, fermi presso la fortezza, se lo additano e confabulano tra loro. Sembra ci sia come un poco di discussione, poi uno dice forte: «Io glielo chiedo», e si stacca venendo verso Gesù.
«Salve, Maestro. Parli anche oggi là dentro?».
«La Luce ti illumini. Sì. Parlerò».
«Allora… guardati. Uno che sa ci ha avvertito. E una che ti ammira ha ordinato di vegliare. Noi saremo presso il sotterraneo d’oriente. Ne sai l’entrata?».
«Non l’ignoro. Ma è chiusa dall’una e l’altra parte».
«Lo credi?». Il legionario ride di un riso breve, e nell’ombra del suo elmo gli occhi e i denti brillano facendolo più giovane. Poi saluta irrigidendosi: «Salve, Maestro. Ricordati di Quinto Felice».
«Ricorderò. La Luce ti illumini».
Gesù torna a camminare e il legionario torna al posto di prima e parla coi suoi commilitoni.
Guarigione di Camilo soldato romano.
11. Un milite romano
incontra
il vero Dio[34]
Un milite romano cerca il Nazareno.
31Il servo sta per rispondere quando arriva, correndo per la discesa, il capo del manipolo romano. Si ferma davanti a Gesù.
«Salve! Tu sei il Nazareno?».
«Lo sono. Che vuoi da Me?».
I seguaci di Gesù accorrono credendo chissà che…
32«Un giorno un nostro cavallo colpì un fanciullo ebreo e Tu lo guaristi per impedire che gli ebrei schiamazzassero contro di noi. Ora le pietre ebree hanno fatto cadere un soldato ed egli giace con la gamba rotta. Non posso fermarmi. Sono di servizio. Nessuno in paese lo vuole. Camminare non può. Non posso trascinarmelo dietro con la gamba rotta. So che non ci disprezzi come fanno tutti gli ebrei».
33«Tu vuoi che Io guarisca il soldato?».
«Sì. Hai guarito anche il servo del Centurione e la bambina di Valeria. Hai salvato Alessandro dall’ira dei tuoi compatrioti. Queste cose si sanno, in alto e in basso».
«Andiamo dal soldato».
34«E la mia padrona?», chiede il servo malcontento.
«Dopo».
Il Nazareno è il vero Dio.
35E Gesù cammina dietro al graduato, che divora la via con le sue lunghe gambe nerborute e libere da impacci di vesti. Ma, anche camminando così, davanti a tutti, trova il modo di dire qualche parola a chi lo segue per primo, e che è Gesù, e dice: «Ero con Alessandro un tempo. Egli ti… Parlava di Te. Il caso mette Te presso me in questo momento».
36«Il caso? Perché non dire Dio? Il vero Dio?».
Il soldato tace qualche momento e poi dice, in modo che Gesù solo senta: «Il vero Dio sarebbe quello ebreo… Ma non si fa amare. Se è come gli ebrei! Neanche di uno ferito hanno pietà…».
37«Il vero Dio è il Dio degli ebrei come dei romani, dei greci, degli arabi, dei parti, sciti, iberi, galli, celti, libici ed iperborei. Non vi è che un Dio. Ma molti non lo conoscono, altri lo conoscono male. Se lo conoscessero bene, sarebbero tutti fra loro come fratelli e non vi sarebbero soprusi, odi, calunnie, vendette, lussurie, furti e omicidi, adulterii e menzogne. Io conosco il vero Dio e sono venuto per farlo conoscere».
38«Si dice… Noi dobbiamo aver sempre le orecchie in ascolto per riferire ai centurioni e questi al Proconsole. Si dice che Tu sei Dio. É vero?».
Il milite è molto… preoccupato nel dire questo. Guarda Gesù da sotto l’ombra del suo elmo, e pare quasi pauroso.
«Lo sono».
39«Per Giove! É dunque vero che gli dèi scendono a conversare con gli uomini? Aver girato tutto il mondo dietro le insegne e venire qui, già vecchio, a trovare un dio!».
40«Il Dio. Unico. Non un dio», corregge Gesù.
Guarigione di Camillo, soldato romano.
41Ma il soldato è annichilito dall’idea di precedere un dio… Non parla più… Pensa. Pensa finché proprio all’ingresso del paese trovano fermo il drappello intorno al ferito che geme per terra.
«Ecco!», dice molto concisamente il graduato. Gesù si fa largo e si appressa. La gamba, spezzata malamente, sta col piede girato all’interno ed è già gonfia e livida. L’uomo deve soffrire molto e, vedendo che Gesù stende una mano, supplica: «Fammi poco male!».
Gesù sorride. Tocca appena con la punta delle dita là dove il cerchio livido del trauma indica la frattura. E poi dice: «Alzati!».
«Ma ha una seconda rottura più su, nell’anca», spiega il graduato volendo certo dire: «Non tocchi quella?».
42In quel mentre ecco un cittadino di Beteron: «Maestro, Maestro! Ti perdi con dei pagani, e mia moglie muore!».
«Va’ e conducimela».
«Non posso. Édissennata!».
«Va’ e conducimela, se hai fede in Me».
«Maestro, non la si tiene. É nuda e non si può vestire. É folle e si lacera le vesti. É morente e non si regge».
«Va’ e conducimela, se non sei inferiore nella fede a questi gentili».
L’uomo va via malcontento.
43Gesù guarda il romano steso ai suoi piedi: «E tu sai aver fede?».
«Io sì. Che devo fare?».
«Alzarti».
«Bada, Camillo, che…», sta dicendo il graduato. Ma il soldato è già in piedi, agile, risanato.
44Gli israeliti non gridano osanna.
Non è un ebreo il guarito. Anzi sembrano malcontenti, o per lo meno con un viso che esprime critica all’atto di Gesù. Ma i soldati non lo sono. E snudano le corte e larghe daghe e le alzano nell’aria bigia dopo averle battute sugli scudi come per fare un rumore di festa. Gesù è in mezzo al cerchio di lame.
45Il graduato lo guarda. Non sa come esprimersi, cosa fare, lui, uomo presso un dio, lui, pagano presso Dio… Pensa e trova che almeno deve fare a Dio ciò che farebbe al Cesare. E ordina il saluto militare all’imperatore (almeno credo che sia così, perché sento risuonare un «Ave!» potente, mentre le lame balenano mettendosi quasi orizzontali in cima al braccio teso). E, non contento ancora, il graduato dice sottovoce: «Va’ tranquillo anche di notte. Le strade… tutte sorvegliate. Servizio contro i ladroni. Sarai sicuro. Io…». Si arresta. Non sa che dire più.
46Gesù gli sorride dicendo: «Grazie. Va’ e sii buono. Anche coi ladroni sii umano. Fedele al tuo servizio ma senza crudeltà. Sono degli infelici. E dovranno rendere conto del loro operato a Dio».
«Lo sarò. Salve! Vorrei vederti ancora…».
47Gesù lo guarda fisso fisso. Poi dice: «Ci rivedremo. Su un altro monte». E torna a ripetere: «Siate buoni. Addio».
Commenti dei Legionari romani.
12. Dopo la risurrezione di Lazzaro[35]
10Un gruppo di legionari parla: «Se domani posso, vado a Betania. Per Venere e Marte, i miei dèi preferiti! Potrò girare l’Orbe dai deserti ardenti alle gelate terre germaniche, ma trovarmi dove uno, morto da giorni, risuscita, non mi accadrà più. Lo voglio vedere come è uno che torna da morte. Sarà nero dell’onda dei fiumi d’oltre tomba…».
11«Se era virtuoso sarà livido, avendo bevuto all’onda cerula dei Campi Elisi. Non c’è soltanto lo Stige, là…».
«Ci dirà come sono i prati d’asfodelo dell’Ade[36]… Ci vengo io pure…».
«Se Ponzio vorrà…»
12«Oh! che vuole! Ha subito spedito un corriere a Claudia, ché venga. Claudia ama queste cose. L’ho sentita più di una volta, con le altre e coi suoi liberti greci, discutere d’anima e d’immortalità».
«Claudia crede nel Nazareno. Per lei è maggiore a ogni altro uomo».
13«Sì. Ma per Valeria è più che uomo. Dio è. Una specie di Giove e di Apollo per potenza e bellezza, dicono, ed è più sapiente di Minerva. L’avete visto voi? Io sono venuto con Ponzio per la prima volta qui, e non so…».
14«Credo che sei giunto in tempo per vedere molte cose. Poco fa Ponzio urlava come Stentore[37] dicendo: “Qui si deve tutto cambiare. Devono comprendere che Roma comanda, e che essi, tutti, sono servi. E più grandi sono, più servi sono, perché più pericolosi”. Credo fosse per quella tavoletta che gli era stata portata dal servo di Anna…».
«Già. Non li vuole ascoltare… E ci cambia tutti perché… non vuole amicizie fra noi e loro».
«Fra noi e loro? Ah! Ah! Ah! Con quei nasuti che san di becco? Ponzio digerisce male il troppo porco che mangia. Se mai… l’amicizia è con qualche donna che non disdegna il bacio di bocche rasate…», ride uno malizioso.
15«Il fatto è che, dopo le turbolenze dei Tabernacoli, ha chiesto e ottenuto il cambio di tutte le milizie, e che a noi ci tocca andare…».
«Ciò è vero. Già era segnalato a Cesarea l’arrivo della galera che porta Longino e la sua centuria. Graduati nuovi, milizie nuove… e tutto per quei coccodrilli del Tempio. Io ci stavo bene qui».
«Io stavo meglio a Brindisi… Ma mi abituerò», dice quello da poco arrivato in Palestina.
Si allontanano essi pure.
13. Incontro coi militi.
1Gesù esce presto dalla tenda di un galileo, là sul pianoro dell’Uliveto, dove molti galilei si radunano in occasione delle solennità. Il campo dorme tutto, sotto il chiarore di una luna che tramonta lentamente fasciando di candore argenteo tende, alberi e pendici, e la città dormente là in basso…
2Gesù passa sicuro e senza rumore fra tenda e tenda e, uscito dal campo, scende velocemente per ripidi sentieri verso il Getsemani, lo traversa, ne esce, supera il ponticello sul Cedron, nastro d’argento arpeggiante alla luna, giunge alla porta sorvegliata dai legionari. Forse una misura precauzionale del Proconsole è questa scolta notturna alle porte chiuse. I militi, quattro, parlano seduti su delle grosse pietre, messe a far da sedili contro il muro potente, e si scaldano ad un fuocherello di sterpi che getta una luce rossastra sulle loriche lucenti e sugli elmi severi, da sotto i quali emergono i visi così diversi, nella loro fisionomia italica, da quelli degli ebrei.
3«Chi va là!», dice il primo, che vede apparire l’alta figura di Gesù da dietro l’angolo di una casupola vicina alla porta, e imbraccia l’asta, terminante in lancia puntuta, che teneva appoggiata al muro lì presso, mettendosi in posizione regolamentare, imitato dagli altri. E senza dar tempo a Gesù di rispondere, dice: «Non si entra. Non sai che la seconda vigilia è già al termine?».
4«Sono Gesù di Nazaret. Ho la Madre in città. Vado a Lei».
«Oh! l’uomo che ha risuscitato il morto di Betania! Per Giove! Lo vedrò finalmente!». E gli va vicino guardandolo curioso, girandogli intorno come per sincerarsi che non è qualcosa di irreale, di strano, ma proprio un uomo come tutti. E lo dice: «Oh! Numi! È bello come Apollo, ma fatto in tutto come noi! E non ha né bastone, né berretta, né alcun segno del suo potere!». È perplesso.
5Gesù lo guarda pazientemente, sorridendogli con dolcezza.
Gli altri, che sono meno curiosi -forse hanno visto già Gesù altre volte- dicono: «Sarebbe stata buona cosa che fosse stato qui a metà della prima vigilia, quando fu portata al sepolcro la bella fanciulla morta al mattino. Avremmo visto risorgere…».
6Gesù dolcemente ripete: «Posso andar da mia Madre?».
I quattro militi si riscuotono. Il più anziano parla: «Veramente l’ordine sarebbe di non lasciar passare. Ma Tu passeresti ugualmente. Colui che forza le porte dell’Ade può ben forzare le porte di una città chiusa. Né Tu sei uomo da suscitare sommosse. Cade dunque il divieto per Te. Fa’ di non essere scorto dalle ronde interne. Apri, Marco Grato. E Tu passa senza rumore. Siamo soldati e dobbiamo ubbidire…».
7«Non temere. La vostra bontà non vi si muterà in castigo».
Un legionario apre cautamente lo sportello aperto nel portone colossale e dice: «Passa presto. Fra poco scade la vigilia e noi siamo cambiati dai sopravvenienti».
8«La pace a voi».
«Siamo uomini di guerra…».
9«Anche nella guerra la pace che Io do permane, perché è pace dell’anima».
10E Gesù si ingolfa nel buio dell’arco aperto nello spessore delle mura. Passa silenzioso davanti al corpo di guardia che dall’uscio aperto lascia uscire la luce tremolante di un lume ad olio, una comune lucerna, sospeso ad un gancio del basso soffitto, che permette di vedere dei corpi di militi dormenti su stuoie gettate al suolo, tutti avvolti nei loro mantelli, le armi al fianco.
I soldati questionano sugli dei.
11Gesù è in città ormai… e lo perdo di vista, mentre osservo rientrare due dei soldati di prima, che osservano se Egli si è allontanato, prima di entrare a svegliare i dormenti per avere il cambio.
«Non lo si vede già più… Che avrà voluto dire con quelle parole? Avrei voluto saperlo», dice il più giovane.
12«Dovevi chiederglielo. Non ci disprezza. L’unico ebreo che non ci disprezzi e che non ci strozzi in alcun modo», gli risponde l’altro, già nel pieno della virilità.
«Non ho osato. Io, contadino beneventano, parlare a uno che dicono dio?».
13«Un dio su un asino? Ah! Ah! Fosse ebbro come Bacco, potrebbe. Ma ebbro non è. Credo non beva neppure il mulsium[39]. Non vedi come è pallido e magro?».
«Eppure gli ebrei…».
14«Loro sì che bevono, benché mostrino di non farlo! Ed ebbri dei forti vini di queste terre e della loro sicera[40], hanno visto il dio in un uomo. Credi a me. Gli dèi sono fole. L’Olimpo è vuoto e la Terra ne è priva».
«Se ti sentissero!…».
«Sei ancora tanto fanciullo da non esser candidato e non sapere che lo stesso Cesare non crede agli dèi, né vi credono i pontefici, gli àuguri, gli arùspici, gli arvali, le vestali[41] né alcuno?».
Significato dei riti pagani.
«E allora perché…».
15«Perché i riti? Perché piacciono al popolo e sono utili ai sacerdoti e servono a Cesare per farsi ubbidire come fosse un dio terreno tenuto per mano dagli dèi olimpici. Ma i primi a non credere sono quelli che noi veneriamo come ministri degli dèi. Io sono pirroniano. Ho girato l’Orbe. Ho fatto molte esperienze. I miei capelli biancheggiano alle tempie e si è maturato il mio pensiero. Ho per codice personale tre sentenze. Amare Roma, unica dèa e unica certezza, sino al sacrificio della vita. Nulla credere, poiché tutto è illusione di ciò che ci circonda, eccettuata la Patria sacra e immortale. Anche di noi stessi dobbiamo dubitare, perché incerto è anche se noi viviamo. Il senso e la ragione non bastano a dare certezza di giungere a conoscere il Vero, e il vivere e il morire hanno lo stesso valore, perché non sappiamo cosa è vivere e non sappiamo cosa è morire», dice affettando uno scetticismo filosofico di creatura superiore…
16L’altro lo guarda incerto. Poi dice: «Io invece credo. E mi piacerebbe sapere… Sapere da quell’uomo che è passato poco fa. Egli certo sa il Vero. Una cosa strana esce da Lui. È come una luce che entra dentro!».
17«Esculapio ti salvi! Tu sei malato! Da poco sei salito alla città dalla valle, e le febbri sorgono facilmente in chi compie questo viaggio né ancor è acclimatato a questa regione. Tu deliri. Vieni. Non c’è che vin caldo ed aromi per fare uscire in sudore il veleno della febbre giordanica…», e lo spinge verso il corpo di guardia.
18Ma l’altro si libera dicendo: «Non sono malato. Non voglio vin caldo drogato. Voglio vegliare là, fuori le mura (accenna il lato interno del bastione) e attendere l’uomo che si è detto Gesù».
«Se l’attendere non ti rincresce… Io vado a svegliare questi per il cambio. Addio…».
19Ed entra rumorosamente nel corpo di guardia, svegliando i compagni e gridando: «Già è scoccata l’ora. Su, fannulloni svogliati! Stanco sono!…». Sbadiglia rumorosamente e impreca perché hanno lasciato spegnere il fuoco e hanno bevuto tutto il vin caldo, «così necessario ad asciugare la guazza palestinese…».
L’altro, il giovane legionario, addossato alla muraglia che la luna sfiora da ponente, attende che Gesù torni sui suoi passi. Le stelle vegliano la sua speranza…
14. Longino, incaricato di presiedere all’esecuzione[42]
«Gesù Nazareno, Re dei Giudei»
66Ponzio Pilato torna sul tronetto, chiama il centurione Longino e uno schiavo. Dallo schiavo si fa portare una tavola su cui appoggia un cartello e vi fa scrivere: «Gesù Nazareno, Re dei Giudei». E lo mostra al popolo.
«No. Non così. Non re dei Giudei. Ma che ha detto che sarebbe re dei Giudei», così urlano in molti.
«Ciò che ho scritto, ho scritto», dice duro Pilato e, dritto in piedi, stende la mano a palma in avanti e volta in basso e ordina: «Vada alla croce. Soldato, va’. Prepara la croce». (Ibis ad crucem! I, miles, expedi crucem). E scende senza neppure più voltarsi verso la folla in tumulto, né verso il pallido Condannato. Esce dall’atrio…
Gesù resta al centro di esso, sotto la guardia dei soldati, in attesa della croce.
La pietà di un pagano
1Passa qualche tempo così, non più di una mezz’ora, forse anche meno. Poi Longino, incaricato di presiedere all’esecuzione, dà i suoi ordini.
2Ma prima che Gesù sia condotto fuori, nella via, per ricevere la croce e mettersi in moto, Longino, che lo ha guardato due o tre volte, con una curiosità che si tinge già di compassione e con l’occhio pratico di chi non è nuovo a certe cose, si accosta a Gesù con un soldato e gli offre un ristoro: una coppa di vino, credo. Perché mesce da una vera borraccia militare un liquido di un biondo-roseo chiaro. «Ti farà bene. Devi avere sete. E fuori c’è sole. E lunga è la via».
3Ma Gesù risponde: «Dio ti compensi della tua pietà. Ma non te ne privare».
«Ma io sono sano e forte… Tu… Non mi privo… E poi… volentieri lo farei, se fosse, per darti un conforto… Un sorso… per mostrarmi che non odi i pagani».
4Gesù non ricusa più e beve un sorso della bevanda. Ha le mani già slegate, come non ha più canna né clamide, e lo può fare da Sé. E poi rifiuta, nonostante la bevanda fresca e buona dovrebbe essere di un grande ristoro alla febbre che già si manifesta nelle striature rosse che si accendono sulle sue guance pallide e nelle labbra asciutte, screpolate.
«Prendi, prendi. È acqua e miele. Sostiene. Disseta… Mi fai pietà… sì… pietà… Non eri Tu da uccidere fra gli ebrei… Mah!… Io non ti odio… e cercherò di farti soffrire solo il necessario».
Ma Gesù non torna a bere… Ha veramente sete… La tremenda sete degli svenati e dei febbrili… Sache non è bevanda narcotizzata e berrebbe volentieri. Ma non vuole soffrire meno. Ma io comprendo, come comprendo questo che dico per luce interna, che ancora più che l’acqua melata gli è di ristoro la pietà del romano.
5«Dio ti renda in benedizione questo sollievo», dice poi. E ha ancora un sorriso… uno straziante sorriso con la bocca enfiata, ferita, che si piega a fatica, anche perché fra il naso e lo zigomo destro sta enfiando fortemente la forte contusione della bastonata presa nel cortile interno dopo la flagellazione.
La croce del redentore (Mt 27,32; Mc 15,21; Lc 23,26; Gv 19,17)[43].
6Sopraggiungono i due ladroni, inquadrati da una decuria per uno di armati.
È l’ora di andare. Longino dà gli ultimi ordini.
7Una centuria si dispone in due file distanti un tre metri l’una dall’altra ed esce così nella piazza, su cui un’altra centuria ha formato un quadrato per respingere la folla acciò non ostacoli il corteo. Sulla piazzetta sono già degli uomini a cavallo: una decuria di cavalleria con un giovane graduato che la comanda e con le insegne. Un soldato a piedi tiene per la briglia il morello del centurione. Longino monta in sella e va al suo posto, davanti un due metri dagli undici a cavallo.
8Portano le croci. Quelle dei due ladroni sono più corte. Quella di Gesù molto più lunga. Io dico che l’asta verticale non lo è meno di un quattro metri.
Io la vedo portata già formata.
9Ho letto su questo, quando leggevo… ossia anni fa, che la croce fu composta sulla cima del Golgota e che lungo il cammino i condannati portavano solo i due pali a fascio sulle spalle. Tutto può essere. Ma io vedo una vera croce, ben contesta, solida, perfettamente incastrata nell’incrocio dei due bracci e ben rinforzata con chiodi e bulloni negli stessi. E infatti, se si pensa che era destinata a sostenere un peso non indifferente, quale è il corpo di un adulto, e sostenerlo anche nelle convulsioni finali, non indifferenti, si comprende che non poteva essere fabbricata lì per lì sulla stretta e scomoda cima del Calvario.
10Prima di dare la croce a Gesù, gli passano al collo la tavola con la scritta Gesù Nazzareno Re dei Giudei. E la fune che la sostiene si impiglia nella corona, che si sposta e sgraffia dove non è già sgraffiato e penetra in nuovi posti dando nuovo dolore e facendo sgorgare nuovo sangue. La gente ride di sadica gioia, insulta, bestemmia.
11Ora sono pronti. E Longino dà l’ordine di marcia. «Per primo il Nazzareno, dietro i due ladroni; una decuria intorno ad ognuno, le altre sette decurie a fare da ala e rinforzo, e sarà responsabile il soldato che fa ferire a morte i condannati».
Gesù carico della croce (Gv 19,17)[44].
12Gesù scende i tre scalini che dal vestibolo portano sulla piazza. E appare subito evidente che Gesù è in condizioni di forte debolezza. Vacilla nello scendere i tre scalini, impicciato dalla croce che preme sulla spalla tutta piagata, dalla tabella della scritta che ballonzola sul davanti e sega sul collo, dagli ondeggiamenti che imprime al corpo la lunga asta della croce, che sobbalza sugli scalini e sulle asperità del suolo.
I giudei ridono, nel vederlo come ubbriaco tentennare, e gridano ai soldati: «Urtatelo. Fatelo cadere. Nella polvere il bestemmiatore!».
13Ma i soldati fanno soltanto ciò che devono, ossia ordinano al Condannato di mettersi in mezzo alla via e di camminare. Longino sprona il cavallo, e il corteo si mette in moto lentamente.
14E Longino vorrebbe anche fare presto, prendendo la via più breve per andare al Golgota, perché non è sicuro della resistenza del Condannato. Ma la teppa scatenata, e chiamarla teppa è ancora un onore, non vuole così. Quelli che sono stati più furbi sono già corsi in avanti, al bivio dove la strada si biforca per andare da una parte verso le mura, dall’altra verso la città, e tumultuano, urlando, quando vedono che Longino tenta pigliare quella delle mura. «Non devi! Non devi! È illegale! La Legge dice che i condannati devono essere visti dalla città dove peccarono!». I giudei in coda al corteo comprendono che là davanti si tenta defraudarli di un diritto e uniscono le loro urla a quelle dei colleghi.
15Per amor di pace, Longino piega per la via che va verso la città e ne fa un pezzo. Ma fa anche cenno ad un decurione di venirgli accosto (dico decurione perché è il graduato, ma forse è quello che noi diremmo il suo ufficiale di ordinanza) e gli dice qualche cosa piano. Costui torna indietro al trotto e, man mano che raggiunge ogni capo decuria, trasmette l’ordine. Poi ritorna presso Longino a riferire che è fatto. E infine raggiunge il posto di prima, nella fila dietro a Longino
27Longino incita a spicciarsi, e i soldati, con colpi di piatto dati con le daghe, sollecitano il povero Gesù a procedere. Si riprende il cammino con una lentezza sempre maggiore, nonostante ogni sollecitazione.
28Gesù sembra tutt’affatto ebbro, tanto va barcollando, urtando or l’una or l’altra delle file dei soldati, tenendo tutta la via. E la gente lo nota e urla: «Gli è andata al capo la sua dottrina. Ve’, ve’ come traballa!». E altri, e non sono popolo questi, ma sacerdoti e scribi, sogghignano: «No. Sono i festini in casa di Lazzaro che ancora fanno fumo. Erano buoni? Ora mangia il nostro cibo… », e simili altre frasi.
La terza completa caduta[45].
29Longino, che si volta ogni tanto, ha pietà e ordina una sosta di qualche minuto. Ed è insultato tanto dalla plebaglia che il centurione ordina alle milizie di caricare. E la folla vile, davanti alle lance che luccicano e minacciano, si allontana urlando e gettandosi qua e là giù per il monte.
30È qui che rivedo, fra i pochi rimasti, emergere da dietro una maceria, forse di qualche muretto franato, il gruppetto dei pastori. Desolati, stravolti, polverosi, stracciati, essi chiamano a loro, con la forza degli sguardi, il loro Maestro. Ed Egli gira il capo, li vede… li fissa come fossero volti di angeli, pare dissetarsi e fortificarsi col loro pianto, e sorride… Viene ridato l’ordine di marcia e Gesù passa proprio davanti a loro e ne ode il pianto angoscioso. Torce a fatica il capo da sotto il giogo della croce e ha un nuovo sorriso… I suoi conforti… Dieci volti… una sosta sotto al cocente sole…
31E poi subito il dolore della terza completa caduta. E questa volta non è che inciampi. Ma è che cade per subita flessione delle forze, per sincope. Va lungo disteso, battendo il volto sulle pietre sconnesse, rimanendo nella polvere sotto la croce che gli si piega addosso. I soldati cercano rialzarlo. Ma, poiché pare morto, vanno a riferire al centurione. Mentre vanno e vengono, Gesù rinviene, e lentamente, con l’aiuto di due soldati, di cui uno rialza la croce e l’altro aiuta il Condannato a porsi in piedi, si rimette al suo posto. Ma è proprio sfinito.
«Fate che non muoia che sulla croce!», urla la folla,
32«Se lo fate morire avanti, ne risponderete al Proconsole, ricordatelo. Il reo deve giungere vivo al supplizio», dicono i capi degli scribi ai soldati.
Questi li fulminano con sguardi feroci, ma per disciplina non parlano.
Per la via più lunga[46].
33Longino, però, ha la stessa paura dei giudei che il Cristo muoia per via, e non vuole noie. Senza bisogno che nessuno glielo ricordi, sa quale è il suo dovere di preposto alla esecuzione, e provvede. Provvede disorientando i giudei che sono già corsi avanti per la via, raggiunta da tutte le parti del monte, sudando, graffiandosi per passare fra i rari e spinosi cespugli del monte brullo e arso, cadendo sulle macerie che lo ingombrano come fosse un luogo di sbratto per Gerusalemme, senza sentire altra pena fuorché quella di perdere un ansito del Martire, un suo sguardo di dolore, un atto anche involontario di sofferenza, e senza altra paura che non sia quella di non giungere ad avere un buon posto.
34Longino dà, dunque, ordine di prendere la via più lunga, che sale a spirale lungo il monte e che perciò è molto meno ripida. Sembra questa un sentiero che a forza di essere percorso si sia mutato in via abbastanza comoda. Questo incrocio di una via con l’altra avviene ad una metà circa del monte. Ma vedo che più su, per quattro volte, la strada diretta viene tagliata da questa, che va su con molto meno pendenza e molto più lunghezza in compenso. E su questa strada sono persone che salgono, ma che non partecipano all’indegna gazzarra degli ossessi che seguono Gesù per godere dei suoi tormenti. Donne, per la più parte, e piangenti e velate, e qualche gruppetto di uomini, molto sparuto in verità, che, più avanti di molto delle donne, sta per scomparire alla vista quando, nel proseguire, la strada gira il monte.
Vocazione del Cireneo (Lc 23,28-31)[47].
51Longino si stanca e sprona il cavallo, seguito dai dieci lancieri, contro la canea insultante, che fugge una seconda volta. Ed è nel fare questo che vede fermo un carretto, certo salito lì dalle ortaglie che sono ai piedi del monte, e che attende col suo carico di insalate che la turba sia passata per scendere verso la città. Penso che un poco di curiosità nel Cireneo e nei suoi figli lo abbia fatto salire fin lì, perché non era proprio necessario per lui di farlo. I due figli, sdraiati sull’alto del mucchio verdolino delle verdure, guardano e ridono dietro i giudei fuggenti. L’uomo invece, un robustissimo uomo sui quaranta-cinquant’anni, ritto presso il ciuchino che spaventato cerca di rinculare, guarda attentamente verso il corteo.
52Longino lo squadra. Pensa gli possa far comodo e ordina: «Uomo, vieni qui».
53Il Cireneo finge di non sentire. Ma con Longino non si scherza. Ripete l’ordine in un modo tale che l’uomo getta la redine ad un figlio e viene vicino al centurione.
54«Vedi quell’uomo?», chiede. E nel dire così si volge per indicare Gesù e vede a sua volta Maria, che supplica i soldati di farla passare. Ne ha pietà e urla: «Fate passare la Donna». Poi torna a parlare al Cireneo: «Non può più procedere così carico. Tu sei forte. Prendi la sua croce e portala per Lui sino alla cima».
«Non posso… Ho l’asino… è riottoso… i ragazzi non sanno tenerlo… ».
55Ma Longino dice: «Vai, se non vuoi perdere l’asino e acquistare venti colpi di castigo».
Il Cireneo non osa più reagire. Urla ai ragazzi: «Andate a casa e presto. E dite che vengo subito», e poi va da Gesù.
66Longino si ferma e dà ordine che tutti, inesorabilmente, siano respinti più in basso, perché la cima, luogo di esecuzione, sia libera. E metà centuria eseguisce l’ordine, accorrendo sul posto e respingendo senza pietà chiunque là si trova, usando daghe e aste per questo. Sotto la grandine delle piattonate e delle bastonate, i giudei della cima fuggono. E vorrebbero collocarsi nella sottostante spianata. Ma quelli che già sono in essa non cedono, e fra la gente si accendono risse feroci. Sembrano tutti pazzi.
La Madre schernita.
73Mentre gli uomini preposti all’esecuzione preparano i loro strumenti finendo di svuotare le buche, e i condannati aspettano al centro del loro quadrato, i giudei, rifugiati nell’angolo opposto alle Marie, le insultano. Anche la Madre insultano: «A morte i galilei. A morte! Galilei! Galilei! Maledetti! A morte il Bestemmiatore galileo. Inchiodate sulla croce anche il seno che lo ha portato! Via le vipere che partoriscono i demoni! A morte! Mondate Israele dalle femmine congiunte col capro!…».
74Longino, che è smontato da cavallo, si volta e vede la Madre… Ordina di far cessare quella gazzarra… La mezza centuria, che era alle spalle dei condannati, carica la marmaglia e sgombera del tutto la seconda piazzuola, mentre i giudei scappano per il monte pestandosi gli uni con gli altri. Smontano anche gli altri soldati, e uno prende gli undici cavalli, oltre quello del centurione, e li porta all’ombra, dietro il costolone B del monte.
75Il centurione si avvia verso la vetta. Giovanna di Cusa si fa avanti, lo ferma. Gli dà l’anfora e una borsa. E poi si ritira piangendo, andando contro lo spigolo del monte con le altre.
79Il centurione dà ordine al Cireneo di andarsene. E questi se ne va, a malincuore ora, e non direi per sadismo, ma per amore. Tanto che si ferma presso i galilei, dividendo con essi gli insulti che la folla elargisce a questi sparuti fedeli del Cristo.
80I due ladroni gettano al suolo le loro croci bestemmiando. Gesù tace.
La via dolorosa è terminata.
Lo spogliamento[48].
3Viene dato l’ordine ai condannati di spogliarsi. I due ladroni lo fanno senza nessun pudore. Anzi si divertono a fare atti osceni verso la folla e specie verso il gruppo sacerdotale, tutto candido nelle sue vesti di lino e che è piano piano tornato sulla piazzetta più bassa, usando della sua qualità per insinuarsi lì. Ai sacerdoti si sono uniti due o tre farisei e altri prepotenti personaggi, che l’odio fa amici. E vedo persone di conoscenza, come il fariseo Giocana e Ismaele, lo scriba Sadoch, Eli di Cafarnao…
4I carnefici offrono tre stracci ai condannati perché se li leghino all’inguine. E i ladroni li pigliano con più orrende bestemmie. Gesù, che si spoglia lentamente per lo spasimo delle ferite, lo ricusa. Forse pensa conservare le corte brache che ha tenute anche nella flagellazione. Ma, quando gli viene detto di levarsi anche le stesse, Egli tende la mano per mendicare lo straccio dei boia a difesa della sua nudità. È proprio l’Annichilito fino a dover chiedere uno straccio ai delinquenti.
Il velo[49] di Maria.
5Ma Maria ha visto e si è sfilata il lungo e sottile telo bianco, che le vela il capo sotto al manto oscuro e nel quale Ella ha già versato tanto pianto. Se lo leva senza far cadere il manto, lo dà a Giovanni perché lo porga a Longino per il Figlio. Il centurione prende il velo senza fare ostacolo e, quando vede che Gesù sta per denudarsi del tutto, stando voltato non verso la folla ma verso la parte vuota di popolo, mostrando così la sua schiena rigata di lividi e di vesciche, sanguinante di ferite aperte o dalle croste oscure, gli porge il lino materno. E Gesù lo riconosce. Se ne avvolge a più riprese il bacino, assicurandoselo per bene perché non caschi… E sul lino, fino allora solo bagnato di pianto, cadono le prime gocce di sangue, perché molte delle ferite, appena coperte di coagulo, nel chinarsi per levarsi i sandali e deporre le vesti si sono riaperte e il sangue riprende a sgorgare.
Longino monta la guardia d’onore al Re (Mt 27,35-36; Mc 15,24; Lc 23,34; Gv 19,23-24)[50].
21Ora la cima del Golgota ha il suo trofeo e la sua guardia d’onore. Al limite più alto (lato A) la croce di Gesù. Al lato B e C le altre due. Mezza centuria di soldati, con le armi al piede, tutto intorno alla vetta; dentro a questo cerchio d’armati, i dieci appiedati, che giocano a dadi le vesti dei condannati. Ritto in piedi, fra la croce di Gesù e quella di destra, Longino. E pare monti la guardia d’onore al Re Martire. L’altra mezza centuria, in riposo, è agli ordini dell’aiutante di Longino sul sentiero di sinistra e sulla piazzuola più bassa, in attesa di essere adoperata se ce ne sarà bisogno. Nei soldati c’è l’indifferenza quasi totale. Solo qualcuno alza ogni tanto il volto ai crocifissi.
Maria al piede della croce (Gv 19,25)[51].
22Longino invece osserva tutto con curiosità e interesse, confronta e mentalmente giudica. Confronta i crocifissi, e specie il Cristo, e gli spettatori. Il suo occhio penetrante non perde un particolare. E per vedere meglio fa solecchio con la mano, perché il sole gli deve dare noia.
23È infatti un sole strano. Di un giallo rosso d’incendio. E poi pare che l’incendio si spenga di colpo per un nuvolone di pece che sorge da dietro le catene giudee e che corre veloce per il cielo, scomparendo dietro ad altri monti. E quando il sole ritorna fuori è così vivo che l’occhio non lo sopporta che male.
24Nel guardare vede Maria, proprio sotto il balzo, che tiene alzato verso il Figlio il suo volto straziato. Chiama uno dei soldati che giuocano a dadi e gli dice: «Se la Madre vuole salire col figlio che l’accompagna, venga. Scortala e aiutala».
26E Maria con Giovanni, creduto «figlio», sale per la scaletta incisa nella roccia tufacea, credo, e penetra oltre il cordone dei soldati andando ai piedi della croce, ma un poco scosta per essere vista e per vedere il suo Gesù.
28La folla le propina subito i più obbrobriosi insulti. Accomunandola nelle bestemmie al Figlio. Ma Ella, con le labbra tremanti e sbiancate, cerca solo di dargli conforto, con un sorriso straziato su cui si asciugano le lacrime che nessuna forza di volontà riesce a trattenere negli occhi.
Cambio della natura.
93Il cielo si fa sempre più fosco. Ora difficilmente le nubi si aprono per fare passare il sole. Ma anzi si accavallano a più e più strati plumbei, bianchi, verdognoli, si sormontano, si dipanano secondo i giuochi di un vento freddo, che a intervalli scorre il cielo e poi scende sulla terra e poi tace di nuovo, ed è quasi più sinistra l’aria quando tace, afosa e morta, di quando fischia tagliente e veloce.
94La luce, prima viva fin oltre misura, si va facendo verdastra. E i volti prendono bizzarri aspetti. I soldati, sotto i loro elmi e nelle loro corazze, prima lucenti ed ora divenute come appannate nella luce verdastra e sotto il cielo di cenere, mostrano i duri profili come scalpellati. I giudei, per la maggioranza bruni di pelle e capelli e barba, paiono degli annegati, tanto il loro volto si fa terreo. Le donne sembrano statue di neve azzurrastra per il pallore esangue che la luce accentua.
Longino è rigido sull’attenti
117Longino -che inavvertitamente ha lasciato la sua posa di riposo, con le mani conserte sul petto e una gamba accavallata, ora una, ora l’altra, per dare sollievo alla lunga attesa in piedi, e ora invece è rigido sull’attenti, la mano sinistra sulla spada, la destra regolarmente tesa lungo il fianco, come fosse sui gradini del trono imperiale- non vuole commuoversi. Ma il suo volto si altera nello sforzo di vincere l’emozione, e gli occhi hanno un luccicore di pianto che solo la sua ferrea disciplina trattiene.
118Gli altri soldati, che giocavano a dadi, hanno smesso e si sono drizzati in piedi, rimettendosi gli elmi che avevano servito ad agitare i dadi, e stanno in gruppo presso la scaletta scavata nel tufo, silenziosi, attenti. Gli altri sono di servizio e non possono mutare posizione. Sembrano statue. Ma qualcuno dei più prossimi, e che sente le parole di Maria, mugola qualcosa fra le labbra e scrolla il capo.
Apocalittico castigo ai bestemmiatori (Mt 27,51; Lc 23,44)[52].
123La Terra risponde al grido dell’Ucciso con un boato pauroso. Sembra che da mille buccine dei giganti traggano un unico suono e su questo tremendo accordo ecco le note isolate, laceranti dei fulmini che rigano il cielo in tutti i sensi, cadendo sulla città, sul Tempio, sulla folla… Credo che ci saranno stati dei fulminati, perché la folla è colpita direttamente. I fulmini sono l’unica luce saltuaria che permetta di vedere. E poi subito, e mentre durano ancora le scariche delle saette, la terra si scuote in un turbine di vento ciclonico. Il terremoto e l’aeromoto si fondono per dare un apocalittico castigo ai bestemmiatori. La vetta del Golgota ondeggia e balla come un piatto in mano di un pazzo, nelle scosse sussultorie e ondulatorie che scuotono talmente le tre croci che sembra le debbano ribaltare.
124Longino, Giovanni, i soldati si abbrancano dove possono, come possono, per non cadere. Ma Giovanni, mentre con un braccio afferra la croce, con l’altro sostiene Maria che, e per il dolore e per il traballio, gli si è abbandonata sul cuore. Gli altri soldati, e specie quelli del lato che scoscende, si sono dovuti rifugiare al centro per non essere gettati giù dai dirupi. I ladroni urlano di terrore, la folla urla ancora di più e vorrebbe scappare. Ma non può. Cadono le persone l’una sull’altra, si pestano, precipitano nelle spaccature del suolo, si feriscono, rotolano giù per la china, impazziti.
125Per tre volte si ripete il terremoto e l’aeromoto, e poi si fa l’immobilità assoluta di un mondo morto. Solo dei lampi, ma senza tuono, rigano ancora il cielo e illuminano la scena dei giudei fuggenti in ogni senso, con le mani fra i capelli, o tese in avanti, o alzate al cielo, schernito fino allora e di cui ora hanno paura. La oscurità si tempera di un barlume di luce che, aiutato dal lampeggio silenzioso e magnetico, permette di vedere che molti restano al suolo, morti o svenuti, non so. Una casa arde nell’interno delle mura e le fiamme si alzano dritte nell’aria ferma, mettendo un punto di rosso fuoco sul verde cenere dell’atmosfera.
Commenti vari.
130I soldati parlottano fra di loro.
«Hai visto i giudei? Ora avevano paura».
«E si battevano il petto».
«I più terrorizzati erano i sacerdoti!».
«Che paura! Ho sentito altri terremoti. Ma come questo mai. Guarda: la terra è rimasta piena di fessure».
«E lì è franato tutto un pezzo della via lunga».
«E sotto ci sono dei corpi».
«Lasciali! Tanti serpenti di meno».
«Oh! un altro incendio! Nella campagna…».
«Ma è morto proprio?».
«E non vedi? Ne hai dubbi?».
Coraggio degli amici (M27,57; Mc 15,42-43; Lc 23,50-51)[53].
131Spuntano da dietro la roccia Giuseppe e Nicodemo. Certo si erano rifugiati lì, dietro il riparo del monte, per salvarsi dai fulmini. Vanno da Longino. «Vogliamo il Cadavere».
«Solo il Proconsole lo concede. Andate, e presto, perché ho sentito che i giudei vogliono andare al Pretorio ed ottenere il crucifragio. Non vorrei facessero sfregio».
«Come lo sai?».
«Rapporto dell’alfiere. Andate. Io attendo».
I due si precipitano giù per la strada ripida e scompaiono.
La lanciata al costato(Gv 19,34-37)[54].
132È qui che Longino si accosta a Giovanni e gli dice piano qualche parola che non afferro. Poi si fa dare da un soldato una lancia. Guarda le donne tutte intente a Maria, che riprende lentamente le forze. Esse hanno, tutte, le spalle alla croce.
133Longino si pone di fronte al Crocifisso, studia bene il colpo e poi lo vibra. La larga lancia penetra profondamente da sotto in su, da destra a sinistra.
Giovanni, combattuto fra il desiderio di vedere e l’orrore di vedere, torce per un attimo il viso.
134«È fatto, amico», dice Longino e termina: «Meglio così. Come a un cavaliere. E senza spezzare ossa… Era veramente un Giusto!».
135Dalla ferita geme molt’acqua e un filino appena di sangue già tendente a raggrumarsi. Geme, ho detto. Non esce che filtrando dal taglio netto che rimane inerte, mentre, se vi fosse stato del respiro, si sarebbe aperto e chiuso nel moto toracico addominale…
La salma del Messia concessa a Giuseppe (Mc 15,44-45)[55].
149Tornano in corsa Nicodemo e Giuseppe, dicendo che hanno il permesso di Pilato. Ma Longino, che non si fida troppo, manda un soldato a cavallo dal Proconsole per sapere come deve fare anche coi due ladroni. Il soldato va e torna al galoppo con l’ordine di consegnare Gesù e di compiere il crucifragio sugli altri, per volere dei giudei.
Il crucifragio (Gv 19,31-33)[56].
150Longino chiama i quattro boia, che sono vigliaccamente accoccolati sotto la rupe, ancora terrorizzati dell’accaduto, e ordina che i due ladroni siano finiti a colpi di clava. Cosa che avviene senza proteste per Disma, al quale il colpo di clava, sferrato al cuore dopo aver già percosso i ginocchi, spezza a metà fra le labbra, in un rantolo, il nome di Gesù. E con maledizioni orrende da parte dell’altro ladrone. Il loro rantolo è lugubre.
La deposizione (Mt 27,59; Mc 15,46; Lc 23,53-54; Gv 19,38-40)[57].
151I quattro carnefici vorrebbero anche occuparsi di Gesù, staccandolo dalla croce. Ma Giuseppe e Nicodemo non lo permettono. Anche Giuseppe si leva il mantello e dice a Giovanni di imitarlo e di tenere le scale mentre loro salgono con leve e tenaglie.
Maria si alza tremante, sorretta dalle donne, e si accosta alla croce.
152Intanto i soldati, finito il loro compito, se ne vanno. E Longino, prima di scendere oltre la piazzuola inferiore, si volta dall’alto del suo morello a guardare Maria e il Crocifisso. Poi il rumore degli zoccoli suona sulle pietre e quello delle armi contro le corazze, e si allontana sempre più.
Una spada di dolore trafigge il cuore della Madre.
161Con la mano tremante divide i capelli scomposti, li ravvia e piange, e parla piano piano, e asciuga con le dita le lacrime che cadono sulle povere carni gelide e sanguinose, e pensa di pulirle col pianto e col suo velo, che è ancora ai lombi di Gesù. E ne tira a sé una estremità, e con quella si dà a detergere ed asciugare le membra sante. E sempre torna in carezze sul volto, e poi sulle mani, e poi carezza le ginocchia contuse, e poi risale ad asciugare il Corpo, su cui cadono lacrime e lacrime.
162È nel fare questo che la sua mano incontra lo squarcio del costato. La piccola mano, coperta dal lino sottile, entra quasi tutta nell’ampia bocca della ferita. Maria si curva per vedere, nella semiluce che si è formata, e vede. Vede il petto aperto e il cuore di suo Figlio. Urla, allora. Sembra che una spada apra a Lei il cuore. Urla, e poi si rovescia sul Figlio e pare morta Lei pure.
Sulla lancia che ha aperto il cuore del figlio[58].
38Quelle lance! Una ha aperto il cuore del Figlio mio! Quale fra esse? Vederle mi è freccia al cuore… Eppure vorrei averle tutte fra queste mani che tremano, per vedere quale è quella che ancora ha tracce di sangue, e dire: “È questa! Dammela, o soldato! Dàlla ad una madre in ricordo della tua madre lontana, ed io pregherò per lei e per te”.
39E nessun soldato me la negherebbe. Perché essi, gli uomini di guerra, furono i più buoni davanti all’agonia del Figlio e della Madre. Oh! perché lassù non pensai a questo? Ero come una che ha avuto colpito il capo. Già l’avevo intontito da quei colpi… Oh! quei colpi! Chi mi dà di non sentirli più, qui, nella mia povera testa? La lancia… Come la vorrei!…».
40«La possiamo cercare, Maria. Il centurione mi parve molto buono con noi. Credo non me la negherà. Andrò domani».
41«Sì, sì, Giovanni. Sono povera. Non ho che poco denaro. Ma me ne spoglio fino all’ultimo picciolo per avere quel ferro… Oh! come ho potuto non chiederlo allora?».
42«Maria, cara, nessuno di noi sapeva di quella ferita… Quando la vedesti, i soldati erano lontani».
43«È vero… Sono ebete dal dolore. E le vesti? Non ho nulla di suo! Darei il mio sangue per averle…». Maria piange di nuovo desolatamente.
Longino consegna la lancia alla Madre[59].
Longino il dono della lancia.
8Silenzio di nuovo. Sino ad un nuovo picchiare al portone.
Posto che la città è quieta, le donne sono meno paurose. Ma, quando dall’uscio socchiuso vedono spuntare il volto glabro di Longino, fuggono tutte come avessero visto un morto nel suo lenzuolo funebre o il Demonio in persona. Il padrone di casa, che per curiosità ciondola nel vestibolo, è il primo a scappare.
Accorre la Maddalena, che era con Maria. Longino, con un involontario sorrisetto canzonatorio sulle labbra, è entrato ed ha chiuso da sé il pesante portone. Non è in divisa. Ma ha una veste grigia e corta sotto un mantello pure oscuro.
Maria Maddalena lo guarda e lui guarda lei. Poi, rimanendo sempre addossato alla porta, Longino chiede: «Posso entrare senza contaminare nessuno? E senza fare terrore a nessuno? Ho visto stamane all’aurora il cittadino Giuseppe e mi ha detto del desiderio della Madre. Chiedo perdono se non giunsi di mio a pensarlo. Ecco la lancia. L’avevo tenuta per ricordo di un… del Santo dei Santi. Oh! questo sì che lo è! Ma è giusto l’abbia la Madre. Per le vesti… è più difficile. Non glielo dite… ma forse sono già state vendute per pochi denari… E diritto dei soldati. Ma cercherò di trovarle…»
«Vieni. Ella è là».
«Ma io sono pagano!».
«Non importa. Glielo vado a dire. Se lo desideri».
«Oh! non… non pensavo di meritarlo».
Maria Maddalena va dalla Vergine.
«Madre, Longino è lì fuori… Ti offre la lancia».
«Fàllo passare». Il padrone di casa, che è sull’uscio, brontola: «Ma è un pagano».
«Sono Madre di tutti, uomo. Come Egli di tutti è il Redentore».
Longino entra e sulla soglia saluta romanamente col gesto, col braccio (si è levato il mantello) e poi con la voce: «Ave, Domina. Un romano ti saluta: Madre dell’umano genere. La vera Madre. Non avrei voluto essere io a… a… a quella cosa. Ma era ordine. Però, se servo a darti quanto desideri, perdono al destino di avermi scelto per quella orrenda cosa. Ecco», e le dà la lancia avvolta in un drappo rosso. Il solo ferro. Non l’asta. Maria la prende divenendo ancora più pallida. Si annullano persino le labbra nel pallore. Pare che la lancia la sveni. E trema fin con le labbra mentre dice: «Egli ti conduca a Sé. Per la tua bontà».
«Era l’unico Giusto che io abbia incontrato nel vasto impero di Roma. Mi pento di non averlo conosciuto che per le parole dei compagni. Ora… è tardi!».
«No, figlio. Egli ha finito l’evangelizzare. Ma il suo Vangelo resta. Nella sua Chiesa»[60].
«Dove è la sua Chiesa?». Longino è lievemente ironico.
«Qui è. Oggi è percossa e dispersa. Ma domani si riunirà come un albero che ravvia la chioma dopo la tempesta. E, anche non ci fosse più alcuno, io ci sono. E il Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio e mio, è tutto scritto nel mio cuore[61]. Non ho che guardarmi il cuore per potervelo ripetere».
«Verrò. Una religione che ha per capo un tale eroe non può essere che divina[62]. Ave, Domina!».
E anche Longino se ne va.
Maria bacia la lancia, dove ancora è il Sangue del Figlio… Né vuole levarlo quel Sangue. Ma lo lascia, «rubino di Dio, sulla lancia crudele», dice…
Dopo la risurrezione[63]
Le primizie di Roma.
4Un battere risoluto al portone fa troncare tutte le parole e rimanere sospesi.
5Io credo che i cuori battono tutti a gran corsa. Guardano dallo spiraglio e aprono con un «Oh!» di stupore, vedendo il gruppo inaspettato delle dame romane scortate da Longino e un altro che è, come Longino, vestito di scuro. Anche le dame sono tutte avvolte in mantelli scuri, che le coprono anche sul capo. E si sono levati tutti i gioielli per dare meno nell’occhio.
6«Possiamo entrare un momento per dire la nostra gioia alla Madre del Salvatore?», dice la più ossequiata di tutte, Plautina.
«Venite pure. Là è».
7Entrano in gruppo insieme a Giovanna e Maria di Magdala, che ho l’impressione le conosca molto bene.
8Longino con l’altro romano restano isolati, perché sono guardati un poco di storto, in un angolo del vestibolo.
9Le donne salutano con il loro: «Ave, Domina!», e poi si inginocchiano dicendo: «Se prima ammiravamo la Sapienza, ora vogliamo essere figlie del Cristo. E a te lo diciamo. Tu sola puoi vincere la diffidenza ebraica verso di noi. A te verremo per essere istruite finché essi (e accennano agli apostoli fermi in gruppo sull’uscio) ci permetteranno di dirci di Gesù». È Plautina che ha parlato per tutte.
10Maria sorride beata e dice: «Chiedo al Signore di mondarmi le labbra come al Profeta[64] per potere degnamente parlare del mio Signore. Siate benedette, primizie di Roma!».
L’amore del Cristo tutti uguaglia e affratella.
11«Anche Longino vorrebbe… e l’astato, che si è sentito un fuoco nel cuore quando… quando si aprì terra e cielo al grido di Dio. Ma se noi poco sappiamo, essi nulla sanno. Se non che, che Egli era il Santo di Dio e che più non vogliono essere dell’Errore».
12«Dirai loro di venire agli apostoli».
13«Là sono. Ma gli apostoli di essi diffidano». Maria si alza e va verso i soldati.
14Gli apostoli la guardano andare, cercando di intuire il suo pensiero.
15«Dio vi conduca alla sua Luce, figli! Venite! Per conoscere i servi del Signore. Questo è Giovanni. E lo conoscete. E questo è Simon Pietro, l’eletto a capo dei fratelli dal Figlio mio e mio Signore. Questo è Giacomo e questo Giuda, cugini del Signore. Questo Simone, e questo Andrea fratello di Pietro. E questo Giacomo, fratello di Giovanni. E costoro Filippo, Bartolomeo e Matteo. Manca Tommaso, ancora lontano. Ma come fosse presente lo nomino. Questi gli eletti a speciale missione. Ma questi, che umili stanno nell’ombra, sono i primi nell’eroismo dell’amore. Da più di sei lustri predicano il Cristo. Né persecuzioni su loro né condanna sull’Innocente hanno leso la loro fede. Pescatori e pastori, e voi patrizi. Ma nel nome di Gesù non ci sono più distinzioni. L’amore nel Cristo tutti uguaglia e affratella. E il mio amore vi chiama figli, anche voi di altra nazione. Anzi io dico che vi ritrovo dopo avervi smarriti, perché, nel momento del dolore, presso il Morente eravate. E non dimentico la tua pietà, Longino. Non le tue parole, soldato. Parevo uccisa. Ma tutto vedevo. Io non ho come darvi ricompensa. E, veramente, per cose sante non c’è moneta. Ma solo amore e preghiera. E questa vi darò, pregando il nostro Signore Gesù di darvi Lui compenso».
Compenso del Signore: un dono pasquale.
16«Lo avemmo, Domina. Per questo tutti insieme abbiamo osato venire. Ci riunì un comune impulso. Già la fede ha gettato il suo laccio da cuore a cuore», dice Longino.
17Tutti si accostano incuriositi. E c’è chi, vincendo il ritegno e forse il ribrezzo del contatto pagano, dice: «Che aveste?».
18«Io una voce, la sua. E diceva: “Vieni a Me”», dice Longino.
19«Ed io udii: “Se Santo mi credi, credi in Me”», dice l’altro soldato.
20«E noi», dice Plautina, «mentre stamattina stavamo parlando di Lui, vedemmo una luce, una luce! Si formò in volto. Oh! di’ tu il suo splendore. Era il suo. E ci sorrise così dolcemente che non avemmo più che una volontà, venire a dirvi: “Non ci respingete”».
21Vi è del brusio e dei commenti. Tutti parlano, ripetendo come lo videro.
22I dieci apostoli tacciono mortificati. Per rifarsi e non apparire come gli unici rimasti senza il suo saluto, chiedono alle donne ebree se furono senza dono pasquale.
23Elisa dice: «Mi ha levato la spada del dolore del mio figlio morto».
24E Anna: «Ho sentito la sua promessa sulla eterna salute dei miei».
25E Sira: «Io una carezza».
26E Marcella: «Io un lampo e la sua Voce che diceva: “Persevera”».
27«E tu, Niche?», interrogano perché questa tace.
28«Lei ha già avuto», rispondono altri.
29«No. Ho visto il suo Volto, e mi ha detto: “Perché sul cuore ti si imprima questo”. Come era bello!».
30Marta va e viene, tacita e svelta, e tace.
31«E tu, sorella? Nulla a te? Tu taci e sorridi. Troppo dolcemente sorridi per non avere la tua gioia», dice la Maddalena.
32«E’ vero. Tieni le palpebre calate e muta è la tua lingua, ma è come cantassi una canzone d’amore, tanto il tuo occhio scintilla oltre il velo delle ciglia».
33«Oh! parla dunque! Madre, ti ha detto?».
34La Madre sorride e tace.
35Marta, che è intenta a disporre le stoviglie sulla tavola, vuole tenere calato il velo sul suo felice segreto. Ma la sorella non le dà tregua. Allora Marta, beata, dice arrossendo: «Mi ha dato appuntamento per l’ora della morte e degli sponsali compiuti…» e il viso le si accende in un rossore più vivo e in un riso di anima.
La pietà di longino[65].
Di chi la pietà che porse acqua alla Vittima?.
75Avevo sete. Sì. Sappi anche questo. Morivo di sete. Non avevo più che febbre e dolore. Il sangue era già scorso nel Getsemani, tratto dal dolore di essere tradito, abbandonato, rinnegato, percosso, sommerso dalle colpe infinite e dal rigore di Dio. Ed ero corso nel Pretorio… Chi mi volle dare una stilla per le fauci arse? Una mano d’Israele? No. La pietà di un pagano. La stessa mano che, per decreto eterno, mi aprì il petto per mostrare che il Cuore aveva già una ferita mortale, ed era quella che il non amore, la viltà, il tradimento, vi avevano fatta. Un pagano. Vi ricordo: “Ebbi sete e mi desti da bere”. Non uno che mi desse un conforto in tutto Israele. O per impossibilità di farlo, come la Madre e le donne fedeli, o per mala volontà di farlo. E un pagano trovò per lo Sconosciuto la pietà che il mio popolo mi aveva negata. Troverà in Cielo il sorso a Me dato.
76In verità vi dico che, se Io ho rifiutato ogni conforto, perché quando si è Vittima non bisogna temperare la sorte, non ho voluto respingere il pagano, nella cui offerta ho sentito il miele di tutto l’amore che dai Gentili mi verrà dato a compenso dell’amarezza che mi dette Israele. Non mi ha levato la sete. Ma lo sconforto, sì. Per questo ho preso quel sorso ignorato.Per attirare a Me colui che già verso il Bene piegava. Sia benedetto dal Padre per la sua pietà!
S O M M A R I O
ALESSANDRO DELLA CENTURIA DI GERUSALMME
1. L’incontro con il milite Alessandro alla porta dei Pesci.
Per evitare i castighi di Dio (discorso).
2. Guarigione di un bambino colpito dal cavallo di Alessandro. Gesù scacciato dal Tempio.
Il Messia cacciato dal Tempio.
3. Il Maestro vuol sapere di Alessandro.
Epiteti e battibecchi tra i militi e la folla
5. A Cesarea Marittima, discorso ai galeotti e incontro con Claudia Procula.
A Cesarea discorso messianico.
La vita è mutevole più do onda marina.
Fecondità spirituale della schiavitù terrena.
Giustizia umana e giustizia divina.
Gesù Cristo il Salvatore, l’Amico.
Conforto ai fratelli galeotti.
L’anima è la vera nobiltà dell’uomo.
La stanchezza dell’ apostolato.(Nota del portavoce)
6. Publio Quintiliano. A Gerusalemme per la Pasqua.
7. La fede e l’anima spiegate ai pagani con la parabola dei templi.
L’anima la sua natura la sua formazione
Le tre fasi di formazione dell’anima
8. Guarigione del servo del centurione.
Il Messia entra in Cafarnao (Lc 7,1).
Il servo del Centurione (Mt 8,5-7; Lc 7,2-3).
La fede del Centurione (Mt 8,8-9; Lc 7,6-8).
Le opere del Centurione (Lc 7,3-5).
La luce è spuntata (Mt 4,13-16).
I Figli del Regno (Mt 8, 10-13; Lc 7,9-10).
Il tempo della Grazia. (discorso)
Fare il Bene è legge universale.
Fine dell’uomo è la vita eterna.
Il miracolo che infonde Sapienza nell’uomo.
Sapienza è amare Dio e il prossimo.
Sapienza è ubbidienza ai comandi di Dio.
Parabola degli operai della vigna.
Dio cerca operai (Mt 20,1-7) .
Dio paga con giustizia (Mt 20,8-10).
Dio premia con bontà. (Mt 20,11-15).
Dio asegna i posti ai suoi servitori (Mt 20,16) .
Il Messia deriso e maledetto!.
Il Messia inquadrato fra i soldati.
Militi romani. Orgie e bestialità.
Guarigione di Camilo soldato romano.
11. Un milite romano incontra il vero Dio
Un milite romano cerca il Nazareno.
Guarigione di Camillo, soldato romano.
Commenti dei Legionari romani.
12. Dopo la risurrezione di Lazzaro
I soldati questionano sugli dei.
14. Longino, incaricato di presiedere all’esecuzione
«Gesù Nazareno, Re dei Giudei»
La croce del redentore (Mt 27,32; Mc 15,21; Lc 23,26; Gv 19,17).
Gesù carico della croce (Gv 19,17) .
Vocazione del Cireneo (Lc 23,28-31) .
Longino monta la guardia d’onore al Re (Mt 27,35-36; Mc 15,24; Lc 23,34; Gv 19,23-24).
Maria al piede della croce (Gv 19,25).
Apocalittico castigo ai bestemmiatori (Mt 27,51; Lc 23,44).
Coraggio degli amici (M27,57; Mc 15,42-43; Lc 23,50-51).
La lanciata al costato(Gv 19,34-37).
La salma del Messia concessa a Giuseppe (Mc 15,44-45).
La deposizione (Mt 27,59; Mc 15,46; Lc 23,53-54; Gv 19,38-40).
Una spada di dolore trafigge il cuore della Madre.
Sulla lancia che ha aperto il cuore del figlio.
Longino consegna la lancia alla Madre.
L’amore del Cristo tutti uguaglia e affratella.
Compenso del Signore: un dono pasquale.
Di chi la pietà che porse acqua alla Vittima?.
[1] 24 gennaio 1945. GESU’ DI NAZARET, La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù, Inedito. Vol. 2 N°86,1-30
[2] 22 febbraio 1945. GESU DI NAZARETH, La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù, Vol. 2. N° 115, 1-46
[3] 26 giugno 1945. Buona Novella. Op. Cit, Vol. 3. N° 201,1-4
[4] 15 febbraio 1945. Gesù di Nazareth, La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù. Vol.2 N° 109,82-93
[5] 4 maggio 1945. Vol 2 N° 154
[6] Come la notte è assenza del sole, come l’oscurità è assenza della luce, come le morte è assenza della vita, così l’esistenza, per l’uomo privo dell’unione con Dio, è notte, oscurità e morte.
[7]Quando uno dunque si sarà reso colpevole d’una di queste cose, confesserà il peccato commesso (Levitico 5,5). Non arrossire di confessare i tuoi peccati, non opporti alla corrente di un fiume (Siracide 4,26).
[8] “Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito” (1 Cor 6,17).
[9] 17 giugno 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol.3 N° 192
[10] 29 giugno 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol3 N° 204
[11] Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio: il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa… non è lontano di ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, poiché di lui stirpe noi siamo” (Att. 17,23-28). “Dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità” (Rm 1,20).
[12] “Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita (anima spirituale) e l’uomo divenne un essere vivente” (Genesi2,7). “E ritorni la polvere alla terra, com’era prima, e lo spirito torni a Dio che lo ha dato” (Qoèlet 12,7). Dio inspirò nell’uomo un’anima attiva e gli infuse uno spirito vitale e poi sarà richiesto all’uomo l’uso fatto di quest’anima (cf. Sap.15, 8.11)
[13]Fase di creazione: “Avevo avuto in sorte un’anima buona” (Sap 8,19) Tutte le anime vengono dalla stessa sorgente di bontà che è Dio perciò tutti abbiamo ricevuto in sorte un’anima buona è il corpo corruttibile che appesantisce l’anima (Sap 9,15) e sono i desideri della carne quelle che fanno guerra all’anima (1Pt 2,11). Quindi non conviene vivere secondo la carne. “poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete” (Rm 8,12-13)
[14]Ricreazione: “Se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio” (Gv 3,3). Rinascere, convertirsi, rinnovarsi è impegno giornaliero dell’anima che vuole progredire: “l’uomo interiore si rinnova di giorno in giorno” (2 Cor 4,16). “Dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente, e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Efesini 4,22-24). “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono” (Rm 12,2).
[15]Di perfezione: “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). “Per il resto, fratelli, state lieti, tendete alla perfezione” (2Cor 13,11). “Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza: Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è vincolo di perfezione” (Colossesi (3,12-14)
[16] 2 giugno 1945. Gesù di Nazareth, La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù. Vol.3 N° 177,1-14
[17]IL VANGELO ETERNO: Quando ebbe terminato di rivolgere tutte queste parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafàrnao (Lc 7,1).
[18]IL VANGELO ETERNO:Il servo del centurione: “ Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli venne incontro e lo scongiurava: “Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente”. Gesù gli rispose: “Io verrò e lo curerò” (Mt 8,5-7; Lc 7,2-3).
[19]IL VANGELO ETERNO:La fede del centurione: Ma il centurione riprese: “Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va’, ed egli va; e a un altro: Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa” (Mt 8,8-9; Lc 7,6-8).
[20]IL VANGELO ETERNO:Le opere del centurione:Alcuni anziani dei Giudei lo pregavano con insistenza: “Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano, perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga” (Lc 7,3-5).
[21]IL VANGELO ETERNO: Gesù venne ad abitare a Cafàrnao, presso il mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Il paese di Zàbulon e il paese di Nèftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti; il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata (Mt 4,13-16).
[22] Isaia 9,2
[23] Isaia 11,12
[24] Isaia 60
[25] Isaia 60,11
[26]IL VANGELO ETERNO:I figli del Regno:All’udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: “In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti”. E Gesù disse al centurione: “Va’, e sia fatto secondo la tua fede”. In quell’istante il servo guarì. E quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito (Mt 8, 10-13; Lc 7,9-10).
[27] 13 novembre 1945. La Buona Novella Vol. 5 N°329
[28]IL VANGELO ETERNO: “il Regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro:Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perchè nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna” (Mt 20,1-7)
[29]IL VANGELO ETERNO: “Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno” (Mt 20,8-10).
[30]IL VANGELO ETERNO: “Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?” (Mt 20,11-15).
[31]IL VANGELO ETERNO: “Così gli ultimi saranno i primi, e i primi ultimi” (Mt 20,16)
[32] 30 aprile 1946. Gesù di Nazareth, La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù. Vol.7 N° 425
[33] 30 settembre 1946.La Buona Novella . Op. Cit. Vol 8. N° 507
[34] 17 ottobre 1946. GESU DI NAZARETH, La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù, Vol. 8 N° 514
[35] 27 dicembre 1946. Gesù di Nazareth, La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù. Vol.8 N° 549
[36]< Espressioni di mitologia pagana. Campi Elisi: parco delizioso destinato ai virtuosi; Stige: palude infernale riservata ai viziosi; asfodèlo: erba sacra già a Prosepina; prati d’asfodèlo dell’ade: dove se ne stavano passeggiando le ombre degli eroi nei Campi Elisi >
[37]< Personaggio dell’Ellade (circa 757 avanti Cristo) la cui voce equivaleva a quella di 50 uomini messi insieme! >
[38] GESU DI NAZARETH, La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù, Vol. 9 N°592
[39]< Veramente, secondo il classico Lessico latino del Forcellini, come pure secondo altri vocabolari latini, non si scrive mulsium ma mulsum. Comunque, significa bevanda composta di vino mescolato a miele: era una pozione, per gli Antichi, riservata piuttosto alle persone ricche e delicate >
[40] Bevanda inebriante, quantunque non fosse vino, era sconsigliato dai saggi: “Non conviene ai principi bramare bevande inebrianti, per paura che, bevendo, dimentichino i loro decreti e tradiscano il diritto di tutti gli afflitti” (Pr 31,4-5).
[41]< Gli Auguri e gli Aruspici, come è noto, erano indovini; gli Arvali e le Vestali, sacerdoti e sacerdotesse dei culti pagani >
[42] 22-25 marzo 1945. Vol 10. N° 604
[43]IL VANGELO ETERNO: “Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a prender su la croce di Lui” (Mt 27,32). “Costrinsero Simone di Cirene a portare la croce” (Mc 15,21). “Gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù” (Lc 23,26). “Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio” (Gv 19,17). Contro tutte le opinioni contrarie, sosteniamo che Gesù portò l’intera croce
[44]IL VANGELO ETERNO: Egli, portando la croce(Gv 19,17). “Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato” (Is 53,4). “Quanto a me, non sia mai che mi glorii d’altro se non della croce del Signore nostro Gesù Cristo, sulla quale il mondo per me fu crocifisso, ed io per il mondo” (Gal 6,14).
[45] “Pietà di me, o Dio, perché l’uomo mi calpesta, un aggressore sempre mi opprime. Mi calpestano sempre i miei nemici, molti sono quelli che mi combattono. Osservano i miei passi, per attentare alla mia vita” (Sal 56,2-3.7). “Ha sbarrato le mie vie con blocchi di pietra, ha ostruito i miei sentieri. Egli era per me un orso in agguato, un leone in luoghi nascosti. Seminando di spine la mia via, mi ha lacerato, mi ha reso desolato” (Lam 3,9-11). “Il ricordo della mia miseria e del mio vagare è come assenzio e veleno. Ben se ne ricorda e si accascia dentro di me la mia anima. Questo intendo richiamarle alla mia mente, e per questo voglio riprendere speranza. Le misericordie del Signore non sono finite, non è esaurita la sua compassione” (Lm 3,19-22).
[46]“Gli è nascosta per terra una fune e gli è tesa una trappola sul sentiero” (Giobbe 18,10). “Mi ha sbarrato la strada perché non passi e sul mio sentiero ha disteso le tenebre” (Giobbe 19,8).
[47]IL VANGELO ETERNO: Mentre lo conducevano via, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, (Mt 27,32; Mc 15,21; Lc 23,26).
[48] “Sarà spogliato come vigna della sua uva ancor acerba e getterà via come ulivo i suoi fiori” (Giobbe 15,33) “Mi ha spogliato della mia gloria e mi ha tolto dal capo la corona. Mi ha disfatto da ogni parte e io sparisco, mi ha strappato, come un albero, la speranza. Ha acceso contro di me la sua ira e mi considera come suo nemico” (Gb 19,9-11) “Avvicinati a me, riscattami, salvami dai miei nemici. Tu conosci la mia infamia, la mia vergogna e il mio disonore; davanti a te sono tutti i miei nemici. L’insulto ha spezzato il mio cuore e vengo meno. Ho atteso compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati” (Sal 69,19-21).
[49] Il Velo dato da Maria a Gesù e con cui si cinse Gesù ai fianchi prima di essere crocifisso si conserva nella Chiesa di S. Giovanni in Laterano a Roma.
[50]IL VANGELO ETERNO: I soldati, poi, quando ebbero crocifisso Gesù presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: “Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca”. Così si adempiva la Scrittura: Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica han gettato la sorte. E sedutisi, gli facevano la guardia. (Mt 27,35-36; Mc 15,24; Lc 23,34; Gv 19,23-24). “Essi mi guardano, mi osservano: si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte” (Sal 22,18-19).
[51]IL VANGELO ETERNO: Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. (Gv 19,25). “Chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere a vessilli spiegati?” (Cc 6,10).
[52]IL VANGELO ETERNO: “Il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. La terra scosse, le rocce si spezzarono” (Mt 27,51; Lc 23,44). “La terra tremò e si scosse; vacillarono le fondamenta dei monti, si scossero perché egli era sdegnato” (Sal 18,8). “Dio viene da Teman, bagliori di folgore escono dalle sue mani. Si arresta e scuote la terra. I monti ti vedono e tremano, fuggono al bagliore delle tue saette. Sdegnato attraversi la terra, adirato calpesti le genti. Sei uscito per salvare il tuo popolo, per salvare il tuo consacrato. Hai demolito la cima della casa dell’empio, l’hai scalzata fino alle fondamenta” (Ab 3,3-6.8-13). “Il sole e la luna si oscurano e le stelle perdono lo splendore” Gl 4:15. “Davanti a me i monti franeranno, le rocce cadranno e ogni muro rovinerà al suolo” (Ez 38,20). “Non ucciderli, perché il mio popolo non dimentichi, disperdili con la tua potenza e abbattili. Peccato è la parola delle loro labbra, cadano nel laccio del loro orgoglio per le bestemmie e le menzogne che pronunziano” (Sal 59,12-13).
[53]IL VANGELO ETERNO: Un uomo ricco, Giuseppe d’Arimatèa, persona buona e giusta, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, che non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri, il quale era diventato anche lui discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù (M27,57; Mc 15,42-43; Lc 23,50-51).
[54]IL VANGELO ETERNO: Uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. E un altro passo della Scrittura dice ancora: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19,34-37). “Io sono povero e infelice e il mio cuore è ferito nell’intimo. Scompaio comel’ombra che declina” (Sal 109,22).“Io l’ho costituito mio sovrano sul Sion mio santo monte” (Sal 2,6).
[55]IL VANGELO ETERNO: Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo, Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppa (Mc 15,44-45).
[56]IL VANGELO ETERNO: Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati, e spezzarono le gambe al primo e poi all’altro che era stato crocifisso insieme con Lui. Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe (Gv 19,31-33).
[57]IL VANGELO ETERNO: Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce. Vi andò anche Nicodèmo, quello che in precedenza era andato da Lui di notte, e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libre. Essi presero allora il corpo di Gesù, e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com’è usanza seppellire per i Giudei (Mt 27,59; Mc 15,46; Lc 23,53-54; Gv 19,38-40).
[58] 28 marzo 1945. Vol 10. N° 611
[59] 30 marzo 1945. Vol 10 N° 614
[60]< Esattissimo. Gesù ha affidato il suo Vangelo alla Chiesa, figlia, discepola, sposa, madre e maestra nel senso più sublime, affinché lo custodisca fedelmente, lo spieghi infallibilmente, lo diffonda largamente, di generazione in generazione, fino al ritorno del Signore >
[61] “Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo” (Ger 31,33).
[62]<Difatti, il primo dei fondamenti della divinità, santità e indistruttibilità della Religione Cristiana risiede appunto nel suo fondatore e capo Gesù, Dio Umanato >
[63] 5 aprile 1945. Vol 10. N° 626
[64] “Ohimè! Io sono perduto, perchè un uomo dalle labbra impuri io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto io il re, il Signore degli eserciti”. Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse: “Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato” (Is 6,4-7)
[65] 6 aprile 1945. Vol 10. N° 627
