Alessandro Misace

GESÙ DI NAZARETH

Nuova Evangelizzazione

Alessandro Misace

ALESSANDRO MISACE
Amico del Re universale

 

SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI

 

A cura di Fray Jesus Maria de Cabanaconde S.O.S
Servo dell’Ordine dei Salvatori

 

S O M M A R I O

1. A Ramot con il mercante Alessandro Misace. Lezione a Sintica sul ricordo  delle anime.

Un uomo onesto ma infelice.

La carovana di un ricco mercante.

Solidarietà.

Un uomo onesto ma infelice.

Il ricordo delle anime.

La ricerca spirituale di Sintica.

Il ricordo delle anime.

2. Da Ramot a Gerasa con la carovana  del mercante.

Si snodala il cammino.

Ramot.

Strada penosa.

Panorama alpino.

Piccola sosta.

La sopravvivenza delle anime

Sogno ad occhi aperti.

Sopravvivenza e attività eterna dell’anima.

L’Amore mendicante d’amore.

3. Discorso ai cittadini di Gerasa e lode di una donna alla Madre di Gesù.

Il Regno di Dio. discorso in Gerasa.

La città di Gerasa.

La società dei cittadini.

La società degli spiriti.

L’Evangelizzatore del Regno(Mc 3,24-26;Lc 11,20)..

Fondazione del Regno di Dio.

La Legge, la conoscenza, l’applicazione

I dieci precetti santi e facili

Non nominare il nome di Dio invano.

Il riposo festivo.

L’amore ai genitori.

Non uccidere.

Non rubare.

Non adulterare.

Non mentire e non desiderare.

Gli spirituali cittadini.

Tutte le passioni vogliono la santità.

L’uomo più forte (Lc 11,21-22)..

L’uomo che disperde (Lc 11,23).

Beato chi ascolta e pratica la parola di Dio  (Lc 11,27-28)..

4. Il sabato a Gerasa. Lo svago di Marziam e il quesito di Sintica sulla salvezza dei pagani.

Occuparsi dei giochi di un bambino.

Ore di ozio.

Lo svago di Marziam.

Il cammelliere Calipio.

Il cammelliere Calipio.

Le anime e la salvezza dei pagani.

Le anime non sono separate dalla morte.

La salvezza dei pagani.

Una corona per ogni paese evangelizzato.

5. L’uomo dagli occhi ulcerati. Sosta alla “fonte del Cammelliere”. Ancora sul ricordo delle anime.

Condizione per aver il miracolo

Carovana va’.

Gesù esige pentimento e fede.

Guarigione degli occhi ulcerati.

Condizioni per aver il miracolo.

Importanza della cultura.

L’esperienza di Giovanni d’Endor.

Il bravo pedagogo.

La fonte del cammelliere.

Il coraggio delle discepole.

Origine e natura dell’anima.

Questione sulla reincarnazione.

Origine e natura dell’anima.

6. Marziam scopre perché Gesù prega ogni giorno all’ora nona.

Santificare la giornata.

Bella giornata.

Occorre santificare i momenti del giorno.

Come e perché prega un giusto.

Lode.

Terza.

Sesta.

Vespri.

Compieta.

Ufficio delle Letture.

All’ora di nona morì il Redentore.

L’unione con Dio.

Dio ama svelarsi ai piccoli.

L’unione con Dio.

7. A Bozra l’insidia di scribi e farisei.

Uomini-iene. Che bestie!

Bozra.

Incompatibilità regionale.

Le insidie delle iene.

Un discepolo e un amico.

Filippo di Arbela discepolo.

Fara l’oste di Bozra.

Le virtù di un discepolo.

Carità, mitezza e bontà.

L’ubbidienza è la virtù del giusto.

Onde d’amore e di fedeltà.

8. Il discorso e i miracoli a Bozra dopo l’irruzione di due farisei. Il dono della fede ad Alessandro Misace.

Mummie velenose. Che incubo!

Gente e gente in attesa di Gesù.

Frammenti di dolori.

Vecchie mummie velenose!

Ipocrisia farisaica.

Discorso messianico

Compimento delle promesse.

Il Redentore.

I servi della santa e dolce Legge

Gli schiavi dei comandi di Satana.

Seguire il Salvatore.

Preghiera di guarigione messianica.

Il dono della Fede.

Simultanea guarigione di tutti i malati.

Risonanze.

Il dono della Fede.

Ubbidienza e pace.

9. Il ricco obolo lasciato dal mercante. Commiato dalla Madre e dalle discepole.

L’ora del congedo.

Trottando sui cammelli

L’ora del commiato.

Luce che si fa materia.

Dono per i poveri.

1. A Ramot con il mercante Alessandro Misace. Lezione a Sintica sul ricordo
delle anime
[1].

Un uomo onesto ma infelice.

La carovana di un ricco mercante.

1Dopo una fertile pianura, seguita per molto spazio oltre il Giordano – ed è bello andare nella stagione serena e dolce che è questa di un morir d’ottobre – e dopo una sosta in un villaggetto accucciato ai piedi delle prime pendici di una catena montuosa non indifferente – e qualche cima può prendere il vero nome di montagna – Gesù si mette in cammino di nuovo, accodandosi ad una lunga carovana ricca di quadrupedi e di uomini bene armati, coi quali ha parlato prima, mentre questi facevano bere le loro bestie alle vasche della piazza.

2Sono uomini per lo più alti e molto bruni, già di apparenza asiatica. Su un fortissimo mulo è il capo della carovana, armato fino ai denti e con armi che ciondolano dalla sella. Pure è stato molto deferente con Gesù.

3Gli apostoli chiedono a Gesù: «Chi è?».

«Un ricco mercante d’Oltre Eufrate. Gli ho chiesto dove andava e fu cortese. Passa per le città dove conto andare. Ciò è provvidenza su questi monti, avendo donne con noi».

4«Temi qualche cosa?».

«Come furti nulla, perché non abbiamo nulla. Ma basterebbe la paura per le donne. Un pugno di ladroni non assalta mai una carovana così forte, e potrà esserci utile anche per conoscere i passi migliori e superare quelli difficili. Mi ha chiesto: “Sei il Messia?” e, saputo che sì, ha detto: “Ero nel cortile dei Pagani giorni or sono e ti ho sentito più che visto, perché io sono piccolo. Bene, io proteggerò Te e Tu proteggerai me. Ho un carico di molto valore”».

5«È proselite?».

«Non credo. Ma forse è ancora proveniente dal nostro popolo».

6La carovana va lenta, come non volesse esaurire le forze dei quadrupedi per fare molta marcia. Perciò è facile seguirla al passo, anzi sovente occorre fermarsi, perché i conducenti fanno passare gli animali carichi uno per uno, tenendoli a cavezza nei punti difficili.

7Per quanto sia montagna vera e propria, pure la zona è molto fertile e ben coltivata. Forse i monti sempre più alti, che sono a nord-est, fanno da riparo alle correnti fredde del nord o dannose dell’est, e questo favorisce le colture. La carovana costeggia un torrente che certo va a gettarsi nel Giordano, ben nutrito d’acque che scendono da chissà quale cima. La vista è bella, sempre più bella man mano che si sale, spaziando ad occidente sulla pianura del Giordano e avendo, oltre questa, i vaghi aspetti dei colli e monti della Giudea del nord, mentre a oriente e a settentrione è un continuo variare di panorami, quali aperti su lontananze e ampiezze, quali offrenti allo sguardo un accavallarsi di dossi e di cime verdi, o rocciose, che sembrano ostacolare la via come muro improvviso di labirinto.

Solidarietà.

8Il sole sta per calare dietro i monti della Giudea, arrossando vivamente cielo e coste, quando il ricco mercante, che si è fermato lasciando passare la carovana, interpella Gesù: «Occorre giungere al paese avanti notte. Ma molti di quelli che sono con Te paiono stanchi. È una tappa dura questa. Falli salire sui muletti di scorta. Sono bestie quiete. E avranno tutta la notte per il loro riposo, ne è fatica portare peso di donna».

9Gesù acconsente e l’uomo ordina l’alt per far salire sulle bestie le donne.

Gesù fa salire a cavallo anche Giovanni di Endor. E quelli a piedi, Gesù compreso, prendono le redini per rendere più sicuro l’andare alle donne.

10Marziam vuole fare… l’uomo e, benché caschi dalla fatica, non vuole assolutamente andare in sella con nessuno, ma anzi prende anche lui una redine del muletto di Maria SS., che così è fra Gesù e il bambino, e cammina bravamente.

11Il mercante è rimasto vicino a Gesù e dice a Maria: «Vedi, o Donna, quel paese? È Ramot. Là ci fermeremo. Sono conosciuto all’albergo perché faccio questa via due volte all’anno, mentre per altre due faccio la costa, per vendere o acquistare. La mia vita, dura vita. Ma ho dodici figli e piccini. Mi sono sposato tardi. Uno l’ho lasciato di nove giorni. E ora lo troverò coi primi denti».

12«Una bella famiglia…», commenta Maria e termina: «Te la conservi il Cielo».

«Non mi lamento infatti del suo aiuto, per quanto io sia molto poco meritevole del suo aiuto».

Un uomo onesto ma infelice.

13Gesù interroga: «Sei almeno proselite?».

«Dovrei esserlo… I miei antenati erano veri israeliti. Poi… ci siamo acclimatati là…».

14«L’anima si acclimata in un’unica aria, quella del Cielo».

«Hai ragione. Ma sai… Il bisavolo sposò una non d’Israele. I figli furono meno fedeli… I figli dei figli si risposarono con nuove donne non d’Israele, dando figli solo rispettosi del nome giudeo; perché, d’origine, siamo giudei. Ora io, nipote dei nipoti… più nulla. A contatto con tutti ho preso di tutti, finendo a essere più di nessuno».

15«Non è una buona ragione la tua, e te lo dimostro. Se tu, andando per questa via che conosci buona, trovassi cinque o sei persone le quali ti dicono: “Ma no, va’ di là”, “Torna indietro”, “Fermati”, “Prendi a oriente”, “Torci a occidente”, tu che diresti?».

«Direi: “So che questa è la via più breve e giusta, e non la lascio”».

16«Ancora: tu, dovendo fare un affare e sapendo il metodo da tenere per farlo, daresti retta a quelli che, o per sola spavalderia o per calcolata astuzia, ti consigliassero in modo diverso?».

«No. Seguirei ciò che la mia esperienza mi dice migliore».

17«Benissimo. Millenni di fede sono dietro a te, originario d’Israele. Stupido non sei, né incolto. Perché allora assorbi i contatti di tutti in materia di fede, mentre sai respingerli in materia di denaro o di sicurezza stradale? Non ti pare questa cosa disonorevole anche umanamente? Posporre Dio al denaro e alla via…».

18«Non pospongo Dio. Ma l’ho perso di vista…».

«Perché hai per dèi il commercio, il denaro, la vita. Ma è ancora Dio che ti permette di averle, queste cose… perché sei entrato allora nel Tempio?».

«Per curiosità. Per la strada, mentre uscivo da una casa dove avevo contrattato merce, ho visto un gruppo d’uomini venerarti e mi è riaffiorato un discorso sentito ad Ascalona da una fabbricatrice di tappeti. Ho chiesto chi eri, perché m’era venuto sospetto che fossi quello di cui parlava la donna. E, saputo che eri Tu, ti sono venuto dietro. Avevo finito i miei affari per quel giorno… Poi ti ho perso di vista. A Gerico ti ho rivisto. Ma un momento solo. Ora ti ho ritrovato… Ecco…».

19«Ecco dunque che Dio unisce e intreccia le nostre strade. Io non ho doni da farti per ringraziarti delle tue bontà. Ma prima di lasciarti spero poterti dare un dono, a meno che tu non mi abbandoni avanti».

20«No, che non lo farò! Alessandro Misace non si ritira quando si è offerto! Ecco. Dietro quella svolta ha inizio il paese. Vado avanti. Ci rivedremo nell’albergo», e sprona partendo quasi al galoppo sul bordo della via.

21«È un onesto e un infelice, Figlio mio», dice Maria.

«E tu lo vorresti felice secondo Sapienza, non è vero?».

Si sorridono dolcemente nelle prime ombre della sera.

Il ricordo delle anime.

La ricerca spirituale di Sintica.

22…Nella lunga sera ottobrina, tutti riuniti in una vasta stanza dell’albergo, i pellegrini attendono di coricarsi. In un angolo, tutto solo, è il mercante intento ai suoi conti. Nell’angolo opposto, Gesù con tutti i suoi. Non vi sono altri ospiti. Dalle stalle vengono ragli, nitriti e belati, il che fa supporre siano presenti nell’albergo altre persone. Ma forse sono già a letto.

23Marziam si è addormentato in braccio alla Madonna, dimenticandosi di colpo di essere “un uomo”. Pietro sonnecchia, e non è il solo a farlo. Anche le bisbiglianti donne anziane si sono mezze addormentate e tacciono. Sono ben desti Gesù, Maria, le sorelle di Lazzaro, Sintica, Simone Zelote, Giovanni e Giuda.

24Sintica sta frugando nel sacco di Giovanni di Endor come per cercarvi qualche cosa. Ma poi preferisce venire vicino agli altri e ascoltare Giuda d’Alfeo, che parla delle conseguenze dell’esilio di Babilonia[2] terminando: «… e forse quell’uomo è ancora una conseguenza di quello. Ogni esilio è una rovina…». Sintica fa un cenno involontario col capo ma non dice nulla, e Giuda d’Alfeo termina: «Però è strano che con tanta facilità uno si possa spogliare di ciò che è tesoro di secoli per divenire tutto nuovo, specie in queste cose di religione, e di religione quale è la nostra…».

25Gesù risponde: «Non ti deve stupire se in seno ad Israele contempli Samaria[3]».

Un silenzio… Gli occhi scuri di Sintica guardano fisso il profilo sereno di Gesù. Guarda con intensità. Ma non parla. Gesù sente quello sguardo e si volta a guardarla.

26«Non hai trovato nulla di tuo gusto?».

«No, Signore. Sono giunta al punto di non poter più conciliare il passato col presente, le idee di prima con quelle di ora. E mi pare quasi una defezione, perché le idee di prima mi hanno proprio aiutato ad avere quelle di ora. Diceva bene il tuo apostolo… Però la mia è una felice rovina».

27«Cosa ti si è rovinato?».

«Tutta la fede nell’Olimpo pagano, Signore. E sono però un poco turbata, perché leggendo la vostra Scrittura – me l’ha data Giovanni, e la leggo perché senza conoscenza non vi è possesso – ho trovato che anche nella vostra storia… degli inizi, dirò così, vi sono fatti non molto diversi dai nostri. Ora io vorrei sapere…».

«Ti ho detto: chiedi e Io risponderò».

28«È tutto errore nella religione degli dèi?».

«Sì, donna. Non vi è che un Dio, il quale non si genera da altri, non soggiace a ciò che sono le passioni e i bisogni umani, un Dio unico, eterno, perfetto, creatore».

29«Io lo credo. Ma voglio potere rispondere, non con una forma che non accetta discussione, ma con una che discute per convincere, alle domande che altri pagani potrebbero rivolgere a me. Io da me stessa, e per virtù di questo Dio benefico e paterno, mi sono data risposte informi ma sufficienti a dar pace al mio spirito. Ma in me c’era la volontà di raggiungere la Verità. Altri saranno meno ansiosi di me di questa. Eppure dovrebbe in tutti aversi questa ricerca. Io non intendo rimanere inerte presso le anime. Ciò che ho avuto vorrei dare. Per dare devo sapere. Dammi di sapere e ti servirò in nome dell’amore. Oggi, per via, mentre osservavo le montagne, e certi aspetti mi riportavano vive alla memoria le catene dell’Ellade e le storie della Patria, per associazione di idee mi si è presentato il mito di Prometeo, quello di Deucalione… Avete voi pure qualcosa di simile nella fulminazione di Lucifero[4], nell’infusione della vita nell’argilla[5] e nel diluvio di Noè[6]. Concomitanze lievi, ma che pure sono un ricordo… Ora dimmi: come potemmo noi saperle se nessun contatto fu tra noi e voi, se voi le aveste certo prima di noi, e noi le avemmo, ne vi è origine di come le avemmo? Ci ignoriamo ora, in tante cose. Come allora, millenni indietro, noi avemmo leggende che ricordano le vostre verità?».

Il ricordo delle anime.

30«Donna, tu meno di altri me lo dovresti chiedere. Perché tu hai letto opere che potrebbero da sole rispondere a questo tuo perché. Oggi tu, per associazione di idee, dal ricordo dei tuoi monti natii sei passata al ricordo dei miti natii ed a confronti. Non è vero? Perché ciò?».

«Perché il mio pensiero risvegliato si ricordò».

31«Benissimo. Anche le anime degli antichissimi, che hanno dato una religione alla tua terra, si sono ricordate. Confusamente, come può farlo un imperfetto, un separato dalla religione rivelata. Ma si sono sempre ricordate. Nel mondo sono molte religioni. Orbene, se noi avessimo qui, in un quadro chiaro, tutti i particolari di esse, vedremmo che vi è come un filo aureo sperso fra il molto fango, un filo che ha nodi nei quali sono chiusi brandelli della Verità vera».

32«Ma non veniamo tutti da un ceppo? Tu lo dici. Allora perché gli antichi degli antichi, venienti dal ceppo originario, non hanno saputo portare con sé la Verità? Non è ingiustizia questo averli privati?».

33«Hai letto la Genesi, non è vero? Che hai trovato? Un peccato complesso al suo inizio, un peccato abbracciante i tre stati dell’uomo: materia, pensiero e spirito[7]. Poi un fratricidio[8]. Poi un duplice omicidio[9] a controbilanciare l’opera di Enoc[10] di tenere luce nei cuori; poi corruzione, unendosi, per libidine di senso, i figli di Dio con le figlie del sangue[11]. E nonostante la purificazione del diluvio[12] e il rifacimento della razza da buon seme[13] – non da sassi come è detto nei vostri miti, così come non da rapimento di fuoco vitale per opera d’uomo, ma per infusione di Fuoco vitale per opera di Dio s’era animata la prima argilla modellata da Dio a sua immagine e a forma d’uomo – ecco di nuovo il fermento superbo, l’oltraggio a Dio: “Tocchiamo il Cielo”, e la maledizione divina: “Siano dispersi e non si comprendano più”… E l’unico ceppo, come acqua che urtando un sasso si disperde in rivoli né più si unisce, ecco che si divise, la razza si separò in razze. L’Umanità, messa in fuga dal suo peccato e dalla punizione divina, ecco spargersi e non più riunirsi, portando seco la confusione che superbia aveva creato[14]. Ma le anime ricordano. Qualcosa resta in loro sempre. E le più virtuose e sapienti intravvedono una luce, seppure debole, nelle tenebre dei miti: la luce della Verità. È questo ricordo della Luce, vista ante vita[15], quello che agita in loro delle verità in cui sono brandelli della Verità rivelata. Mi hai compreso?».

34«In parte. Ma ora ci penserò. La notte è amica di chi pensa e in sé si raccoglie».

35«Allora andiamo a raccoglierci ognuno in sé stesso. Andiamo, amici. La pace a voi donne, la pace a voi discepoli miei. La pace a te, Alessandro Misace».

36«Addio, Signore. Dio sia con Te», risponde il mercante inchinandosi…

2. Da Ramot a Gerasa con la carovana
del mercante
[16].

Si snodala il cammino.

Ramot.

1Nella luce un poco cruda del mattino alquanto ventoso, la singolarità di questo paese appoggiato su una piattaforma rocciosa, sollevata fra una corona di picchi, quali più alti, quali più bassi di esso, appare in tutta la sua caratteristica bellezza. Sembra un grande vassoio di granito con sopra appoggiate case, casette, ponti, fontane, per il divertimento di un bambino gigante. Le case sembrano intagliate nella roccia calcarea, che costituisce la materia base di questa zona. Squadrate a blocchi sovrapposti, quali senza intonaco, quali neppur sgrezzati, sembrano proprio casette di un paesello da presepio, costruito coi cubi da un grande bambino ingegnoso.

2E tutto intorno a questo paesello si contempla la sua fertile campagna alberata, variata nelle colture per cui dall’alto sembra un tappeto a quadri, a trapezi, a triangoli, quali bruni di terra zappata di fresco, quali verdi smeraldo per l’erba rinata alle piogge d’autunno, quali rosseggianti per le estreme foglie delle viti e dei frutteti, quali verde grigio per pioppi e salici, o verde smalto per querce e carrubi, o verde bronzo per cipressi e conifere. Molto, molto bello!

3E strade che vanno, come nastri da un nodo, dal paese alla pianura lontana, oppure verso monti anche più alti, e sprofondano sotto boschi, oppure dividono di un segno bigio il verde dei prati, il bruno dei campi arati.

4E vi è un ridente corso d’acqua, che è d’argento oltre il paese verso la sorgente, che è di azzurro sfumato in giada al lato opposto, nella discesa a valle fra gole e pendici, e che appare e dispare, scherzoso, sempre più robusto e sempre più azzurro man mano che, ingrossando le sue acque, non permette più alle canne del fondale e alle erbe nate nell’alveo nei mesi di secca di tingerlo di verde, ma riflette il cielo, avendo seppellito gli steli sotto un velo d’acque già fonde. Il cielo è di un azzurro irreale: una scaglia preziosa di smalto azzurro carico, senza una incrinatura impura nella sua compagine stupenda.

Strada penosa.

5E la carovana si rimette in moto così, con le donne a cavallo ancora perché, come dice il mercante, la strada è penosa oltre il paese e occorre farla presto per giungere a Gerasa entro notte. Imbacuccati, lesti perché riposati, vanno svelti per la strada che ascende fra boscaglie stupende, rasentando le pendici più alte di un monte solitario, che si alza come un enorme blocco sulle schiene degli altri monti sottoposti. Un vero gigante, quale se ne riscontrano nei punti più alti del nostro Appennino.

6«Galaad», dice accennandolo il mercante, che è rimasto presso a Gesù, conducente sempre per le briglie il muletto della Vergine. E aggiunge: «Dopo questo la strada è più buona. Sei mai stato qui?».

«Mai. Volevo farla a primavera. Ma a Galgala fui respinto».

«Respingere Te? Che errore!».

Gesù lo guarda e tace.

7Il mercante si è preso in sella Marziam, che proprio penava con le sue gambette corte a tenere dietro al passo sollecito dei cavalli. E lo sa Pietro se è sollecito! Viene avanti arrancando a tutta forza, imitato dagli altri, ma è sempre distanziato alquanto dalla carovana. Suda, ma è contento perché sente ridere Marziam, vede riposata la Madonna e lieto il Signore. Parla sbuffando con Matteo e con suo fratello Andrea, che sono quelli che restano in coda a tutti come lui, e li fa ridere dicendo che se come ha le gambe avesse le ali sarebbe felice in quella mattina. Si è sbarazzato da ogni peso, come gli altri, legando le sacche alle selle delle donne, ma la strada è proprio tremenda, su pietre che la guazza fa scivolose. I due Giacomi insieme a Giovanni e il Taddeo sono più bravi e tengono il passo presso le mule delle donne. Simone Zelote parla con Giovanni di Endor. Timoneo ed Ermasteo si occupano anche loro di guidare i muletti.

Panorama alpino.

8Finalmente il più brutto è superato e tutto un diverso scenario si apre alla vista stupita. La valle del Giordano è definitivamente sparita. Ora l’occhio spazia ad oriente su un altipiano di una estensione imponente, sul quale solo una crespatura di colli accenna appena ad elevarsi per interrompere la monotonia del paesaggio. Non avrei mai pensato che ci potesse essere in Palestina una simile cosa. Sembra che, dopo la tempesta rocciosa dei monti, questa si sia pietrificata e pacificata in un enorme flutto rimasto sospeso fra il livello del fondo e il cielo, con unico ricordo della sua furia originale in quelle rughettine di colli, la spuma delle creste solidificata qua e là, mentre l’acqua del flutto si è distesa in una piana superficie di una magnificenza meravigliosa. E a questa zona di pace luminosa si accede per l’ultima gola, selvaggia come è l’abisso fra due marosi che si cozzano, i due ultimi marosi di una mareggiata, nel cui fondo è un nuovo torrente spumeggiante che corre verso ovest venendo da est in un tormentato, iroso cammino fra rocce e cascate, così in contrasto con la pace lontana dell’enorme pianoro.

Piccola sosta.

9«Ora la via sarà buona. Se permetti ordino la sosta», dice il mercante.

«Io mi lascio guidare da te, uomo. Tu sai».

10Scendono tutti e si spargono per la pendice cercando legna per cuocere i cibi, acqua per i piedi stanchi, per le gole assetate. Le bestie, scaricate del carico, brucano l’erba folta o scendono all’abbeverata nelle acque limpide del torrente. Odor di resine e di carni arrostite si spargono dai piccoli roghi drizzati per cuocere gli agnelli.

11Gli apostoli si sono preparati il loro fuocherello e su questo scaldano del pesce salato, previa lavatura nell’acqua fresca del torrente. Ma il mercante vede, e viene portando un agnelletto scuoiato, o capretto che sia, e forza ad accettare. E Pietro si accinge ad arrostirlo dopo averlo stipato di mentucce fresche.

12Il pasto è presto preparato e presto consumato. E sotto il sole a perpendicolo del mezzodì la marcia è ripresa su una via migliore, che costeggia il torrente in direzione nord-est, in una zona di una fertilità meravigliosa e molto ben coltivata, ricca di pecore e di branchi di porci che fuggono grugnando davanti alla carovana.

La sopravvivenza delle anime

Sogno ad occhi aperti.

13«Quella città murata è Gerasa, Signore. Città di grande avvenire. Ora si sta formando, e credo di non errare dicendo che competerà presto con Joppe ed Ascalona, con Tiro e con molte altre città, per bellezza, commerci e ricchezza. I romani ne vedono l’importanza su questa via che dal mar Rosso, e perciò dall’Egitto, per Damasco va al mare Pontico. E aiutano i geraseni a costruire… Hanno occhio e fiuto buono. Per ora ha solo molti commerci, ma poi!… Oh! sarà bella e ricca! Una piccola Roma con templi e piscine, circhi e terme. Io vi avevo solo commerci. Ma ora vi ho già preso molto suolo, per farvi empori, per rivenderlo a caro prezzo fra poco, forse per costruirvi una casa da vero signore e venire a starvi in vecchiaia quando Baldassare, Nabor, Felice e Sidmia potranno rispettivamente tenere e guidare gli empori di Sinopo, Tiro, Joppe e Alessandria nella foce del Nilo. Intanto cresceranno gli altri tre figli maschi e darò loro gli empori di Gerasa, di Ascalona, di Gerusalemme forse. E le femmine, ricche e belle, saranno cercate e faranno buoni matrimoni e mi daranno molti nipoti…». Il mercante sogna ad occhi aperti il più roseo e aureo futuro.

Sopravvivenza e attività eterna dell’anima.

14Gesù chiede calmo: «E poi?»

Il mercante si scuote, lo guarda perplesso e poi dice: «E poi? Basta. Dopo verrà la morte… È triste. Ma è così».

15«E lascerai ogni attività? Ogni emporio? Ogni affetto?».

«Ma Signore! Io non lo vorrei. Ma, come sono nato, devo anche morire. E dovrò lasciare tutto», e tira un sospirone tale da far procedere la carovana col suo vento…

16«Ma chi ti dice che da morti si lascia tutto?».

«Chi? Ma i fatti! Morti che si è… Più nulla. Non più mani, non più occhi, non più orecchie…».

17«Non sei soltanto mani, occhi e orecchie».

«Sono un uomo. Lo so. Ho altre cose. Ma tutte finite con la morte. È come il tramonto del sole. Il tramonto lo annulla…».

18«Ma l’aurora lo ricrea, o meglio lo ripresenta. Tu sei un uomo, lo hai detto. Non sei un animale come quello che cavalchi. Lui, morto che sia, è realmente finito. Tu no. Tu hai l’anima. Non lo sai? Neppur questo sai più?».

19Il mercante sente il triste rimprovero, triste e dolce, e china la testa mormorando: «Questo lo so ancora…».

«E allora? Non sai che l’anima sopravvive? [17]».

«Lo so».

20«E allora? Non sai che ha sempre un’attività nell’oltre vita?[18] Santa, se ella è santa. Malvagia, se ella è malvagia[19]. Ha i suoi sentimenti[20]. Oh! Come li ha! Di amore, se santa. Di odio, se dannata. Odio per chi? Per le cause della sua dannazione. Nel tuo caso le attività, gli empori, gli affetti tutti umani. Di amore per chi? Per le stesse cose. E che benedizioni sui figli e sulle attività dei figli può portare un’anima che è nella pace del Signore!»[21].

L’uomo è pensieroso. Dice poi: «È tardi. Sono vecchio, ormai». E ferma il mulo.

21Gesù sorride e risponde: «Io non ti forzo. Ti consiglio», e poi si volge a guardare gli apostoli che, nella tappa prima di entrare in città, aiutano le donne a scendere e prendono le loro sacche.

L’Amore mendicante d’amore.

22La carovana riparte, entrando presto dalla porta vegliata dalle torri nella città piena di traffico.

Il mercante torna da Gesù: «Vuoi ancora stare con me?».

«Se tu non mi scacci, perché non dovrei volere?».

«Per quello che ti ho detto. A Te, santo, io devo fare schifo».

23«Oh! no! Sono venuto per quelli come te. Vi amo perché siete i più bisognosi. Tu non mi conosci ancora. Ma Io sono l’Amore che passa mendicando amore».

«Allora non mi odii?».

«Io ti amo».

24L’uomo ha un luccichio negli occhi fondi. Ma dice con un sorriso: «Allora staremo insieme. A Gerasa io mi fermo tre giorni per affari. Lì lascio i muli per i cammelli. Ho la posta delle carovane nei luoghi di tappa maggiore e ho un servo a badare le bestie che lascio nel luogo. E Tu che farai?».

25«Evangelizzerò nel sabato. Ti avrei lasciato se tu non avessi sostato, perché il sabato è sacro al Signore».

L’uomo aggrotta la fronte, pensa e, come a fatica, assente: Già… É vero. É sacro al Dio d’Israele. É sacro. É sacro».

26Guarda Gesù… «Te lo consacrerò, se permetti».

«A Dio. Non al suo Servo».

27«A Dio e a Te, ascoltandoti. Farò oggi gli affari e nella mattina di domani. E poi ti ascolterò. Vieni all’albergo ora?».

«Per forza. Ho le donne e qui sono sconosciuto».

28«Eccolo il mio. É mio perché ci stanno le mie scuderie di anno in anno. Ma ho vaste stanze per le mercanzie. Se credi…».

«Dio te ne compensi. Andiamo».

3. Discorso ai cittadini di Gerasa e lode di una donna alla Madre di Gesù[22].

Il Regno di Dio. discorso in Gerasa.

La città di Gerasa.

1Credeva di essere sconosciuto! Quando la mattina di poi pone piede fuori dal fabbricato di uso di Alessandro, trova già delle persone ad attenderlo. Gesù è con i soli apostoli. Donne e discepoli sono rimasti in casa, in riposo.

2La gente lo saluta e circonda dicendogli che lo conosce per quanto disse di Lui uno guarito dai demoni, che ora è assente perché andato avanti con due discepoli passati di lì qualche giorno prima. Gesù ascolta benignamente tutti questi discorsi e intanto cammina per la città, che mostra spesso delle zone dove infuria un vero fragore di cantieri. Muratori, sterratori, scalpellini, fabbri, falegnami lavorano a costruire, a spianare o a colmare dislivelli, a sbozzare pietre per le muraglie, a lavorare il ferro per questo o quell’uso, a segare, piallare, ridurre a pali dei tronchi robusti.

3Gesù passa e guarda, valica un ponte gettato su un torrentello chiacchierino che passa proprio al centro del paese; e le case si sono allineate al di qua e al di là di esso con pretese di formare un lungo-fiume. Sale poi verso la parte alta della città, che è un poco in dislivello nel suo piano, di modo che il lato sud-ovest è più alto del lato nord-est, ma ambedue sono più alti del centro cittadino tagliato in due dal piccolo corso d’acqua. La vista è bella dal punto dove si è fermato Gesù. Tutta la città, abbastanza vasta, si mostra a chi guarda, e dietro ad essa, dai lati d’oriente, meridione e occidente, vi è un ferro di cavallo di lievi colline tutte verdi, mentre a nord l’occhio spazia su una pianura aperta e vasta che all’orizzonte mostra un rilievo, tenue tanto da non poter essere chiamato neppur colle, tutto biondo di sole mattutino, che fa preziosi i pampini giallastri delle viti che coprono questa onda di terreno, quasi volesse mitigare la malinconia delle morenti foglie con il fasto di una pennellata d’oro.

La società dei cittadini.

4Gesù osserva e la gente di Gerasa lo sta a guardare. Gesù li conquista col dire: «Questa città è molto bella. Fatela bella anche di giustizia e santità. I colli, il ruscello, la verde pianura ve li ha dati Dio. Roma vi aiuta ora a darvi case e belle costruzioni. Ma sta in voi soli dare alla città vostra il nome di città santa e giusta. La città è quale la fanno i cittadini. Perché la città è una parte della società chiusa fra cerchia di mura, ma chi fa la città sono i cittadini. La città in sé stessa non pecca. Non può peccare il ruscello, il ponte, le case, le torri. Sono materia, non anima. Ma peccare possono coloro che sono chiusi nelle mura cittadine, nelle case, nelle botteghe, e passano sul ponte, e si bagnano nel rio. Si dice di una città faziosa e crudele: “É una città pessima”. Ma è mal detto. Non è la città, sono i cittadini pessimi.

5Questi singoli che diventano, unendosi, una cosa multipla, eppure anche una cosa sola, detta “la città”. Ora ascoltate. Se in una città diecimila abitanti sono buoni e solo mille non lo sono, potrebbe dirsi che quella città è malvagia? Non lo si potrebbe dire. Ugualmente: se in una città di diecimila abitanti ci sono molti partiti e ognuno tende a beneficare il suo, può dirsi più che quella città è unita? Non lo si può dire. E pensate voi che quella città sarà prospera? Non lo sarà.

6Voi di Gerasa ora siete tutti uniti nell’intento di fare della vostra città una grande cosa. E ci riuscirete perché tutti volete la stessa cosa e gareggiate l’uno con l’altro a raggiungere questo scopo. Ma se domani fra voi sorgessero partiti diversi e uno dicesse: “No, meglio è estendersi a occidente”, e un altro partito: “Niente affatto. Andremo a settentrione dove è la pianura”, e un terzo: “Né qua né là. Stretti tutti nel centro, presso il fiume vogliamo stare”, che accadrebbe? Accadrebbe che i lavori iniziati si fermerebbero, chi presta i capitali li ritirerebbe, chi ha intenzione di stabilirsi qui se ne andrebbe in altra città dai cittadini più concordi, e il già fatto cadrebbe a rovina perché esposto alle intemperie senza essere ultimato per le diatribe dei cittadini.

7É o non è così? Voi dite che così è, e dite bene. Dunque occorre concordia fra i cittadini per fare il bene della città e, di conseguenza, dei cittadini, perché nella società il bene della stessa è benessere di chi la compone.

La società degli spiriti.

8Ma non vi è solo la società quale voi la pensate, la società dei cittadini, o dei connazionali, o la piccola e cara società della famiglia. Vi è una società più vasta, infinita: quella degli spiriti. Noi tutti che viviamo abbiamo un’anima. Quest’anima non muore col corpo, ma sopravvive ad esso in eterno. Idea del Creatore Iddio, che ha dato all’uomo l’anima, era che tutte le anime degli uomini si riunissero in un unico luogo, il Cielo, costituendo il Regno dei Cieli, il cui monarca è Dio e i cui sudditi beati sarebbero stati gli uomini dopo una vita santa e una placida dormizione. Satana venne a dividere e a scompigliare, a distruggere e addolorare Dio e spiriti. E mise il peccato nei cuori, e con esso portò la morte al corpo al termine dell’esistenza, sperando di dare morte anche agli spiriti. La morte di essi è la dannazione, la quale è esistere ancora, sì, ma di una esistenza priva di ciò che è vita vera e giubilo eterno, ossia della visione beatifica di Dio e del suo eterno possesso nelle luci eterne. E l’Umanità si divise nei suoi voleri come una città divisa da contrari partiti. E così facendo andò in rovina.

L’Evangelizzatore del Regno(Mc 3,24-26;Lc 11,20).[23].

9Io l’ho detto altrove a chi mi accusava di cacciare i demoni con l’aiuto di Belzebù: “Ogni regno diviso in sé stesso andrà in rovina”. Infatti, se Satana cacciasse sé stesso, esso e il suo regno tenebroso rovinerebbe. Io, per l’amore che Dio ha per l’Umanità da Lui creata, sono venuto a ricordare che un Regno solo è santo: quello dei Cieli. E venuto sono a predicarlo perché i migliori accorrano ad esso. Oh! Io vorrei che tutti, anche i peggiori, venissero, convertendosi, liberandosi dal demonio che palesemente, nelle possessioni corporali oltre che spirituali, o segretamente, in quelle tutte spirituali, li tiene schiavi. Per questo Io vado guarendo i malati, cacciando i demoni dai corpi posseduti, convertendo i peccatori, perdonando in nome del Signore, istruendo al Regno, compiendo miracoli per farvi persuasi del mio potere e che Dio è con Me. Perché non si può fare miracolo se non si ha amico Iddio.

10Perciò, se Io caccio i demoni col dito di Dio e guarisco i malati, mondo i lebbrosi, converto i peccatori, annuncio e istruisco al Regno e chiamo ad esso in nome di Dio, e la condiscendenza di Dio è con Me, chiara e indiscutibile, e solo i nemici sleali possono dire il contrario, segno è che il Regno di Dio è giunto fra voi e va costituito perché questa è l’ora della sua fondazione.

Fondazione del Regno di Dio.

La Legge, la conoscenza, l’applicazione

11Come si fonda il Regno di Dio nel mondo e nei cuori? [24] Col ritorno alla Legge mosaica o con la conoscenza esatta di essa se la si ignora, e, soprattutto, con l’applicazione totale della Legge in sé stessi, in ogni evento e momento della vita. Quale è questa Legge? Una cosa talmente severa da essere impraticabile? No. Essa è una serie di dieci precetti santi e facili, quali anche l’uomo moralmente buono, veramente buono, sente doversi dare, anche se è uno sepolto sotto l’intricato tetto vegetale delle foreste più impenetrabili dell’Africa misteriosa. Essa dice:

I dieci precetti santi e facili

12“Io sono il Signore Iddio tuo, né vi è altro Dio all’infuori di Me.

Non nominare il Nome di Dio inutilmente.

Rispetta il sabato secondo il comando di Dio e il bisogno della creatura.

Onora il padre e la madre se vuoi vivere lungamente e aver del bene in terra e in Cielo.

Non ammazzare.

Non rubare.

Non commettere adulterio.

Non dire false testimonianze contro il prossimo.

Non desiderare la moglie altrui.

Non invidiare la roba altrui”.

Non nominare il nome di Dio invano.

13Quale è quell’uomo, che sia di animo buono anche se è un selvaggio, che girando lo sguardo su quanto lo circonda non giunge a dirsi: “Tutto questo da sé stesso non si è potuto formare. Perciò vi è Uno, più potente della natura e dello stesso uomo, che ha fatto questo”? E adora questo Potente, di cui sa o non sa il Nome SS., ma che sente esistere? E ne ha tale riverenza che a pronunciare il nome che gli ha dato, o che gli fu insegnato a dire per nominarlo, trema di riverenza e sente di pregare sol col nominarlo con riverenza? Ché infatti è preghiera dire il Nome di Dio nell’intento di adorarlo o di farlo conoscere alla gente che lo ignora.

Il riposo festivo.

14Così pure, solo per prudenza morale ogni uomo sente di dover concedere riposo alle sue membra, perché resistano fino a che dura vita. Con più ragione questo riposo animale, l’uomo che non ignora il Dio d’Israele, il Creatore e Signore dell’universo, sente che lo deve consacrare al Signore, per non essere simile al giumento che stanco si riposa sulla lettiera frangendo biade fra i denti robusti.

L’amore ai genitori.

15Anche il sangue grida amore per quelli da cui è venuto, e lo vediamo anche in quel puledro d’asina che corre ora ragliando incontro alla madre che torna dai mercati. Giocava nel branco, l’ha vista, si ricorda d’esser stato allattato da essa e leccato con amore, difeso, scaldato dalla madre, e vedete? Con le froge tenere le strofina il collo e sgroppona di gioia, sfregando la giovane groppa contro il fianco che lo ha portato. Amare i genitori è dovere e diletto. Né vi è animale che non ami colei che lo ha generato. E che? L’uomo sarà più infimo del verme che vive nel fango della zolla?

Non uccidere.

16L’uomo moralmente buono non uccide. La violenza gli fa ribrezzo. Sente che non è lecito levare la vita a nessuno, che solo Dio che l’ha data ha il diritto di levarla. E rifugge dall’omicidio.

Non rubare.

17Ugualmente, il moralmente sano non si prevale delle cose altrui. Preferisce il pane mangiato con serena coscienza presso la fonte argentina, al succulento arrosto frutto di un furto. Preferisce dormire sul suolo col capo su una pietra e le stelle amiche sul capo, pioventi pace e conforti alla coscienza onesta, al sonno turbato su un letto carpito con furto.

Non adulterare.

18E, se è moralmente sano, non è avido di più donne che sue non siano, non entra, insozzatore e vile, nel talamo altrui. Ma nella donna dell’amico vede una sorella e non ha per lei sguardi e appetiti che per sorella non si hanno.

Non mentire e non desiderare.

19L’uomo di animo retto, anche se naturalmente retto, senza altra conoscenza del Bene che quella che gli viene dalla sua coscienza buona, non si permette mai di testimoniare ciò che non è vero, parendogli ciò uguale ad omicidio e furto, e così è. Ma ha labbra oneste come ha onesto il cuore, e con essi ha onesti sguardi per cui non appetisce alle mogli altrui. Neppure appetisce, perché sente che l’appetire è il primo stimolo al peccare. E non invidia. Perché è buono. Il buono non invidia mai. Sta sereno nella sua sorte.

20Vi pare, questa legge, così esigente da essere impraticabile? Non fatevi torto! Io sono certo che voi non ve lo farete. E, se non lo farete, fonderete il Regno di Dio in voi e nella vostra città. E vi ritroverete, un giorno, felici con coloro che amaste e che come voi conquistarono il Regno eterno nei gaudi senza fine del Cielo.

Gli spirituali cittadini.

Tutte le passioni vogliono la santità.

21Ma nel nostro stesso intimo sono le passioni come tanti cittadini chiusi fra la cerchia delle mura cittadine. Occorre che tutte le passioni dell’uomo vogliano la stessa cosa, ossia la santità. Altrimenti, inutilmente una parte tenderà al Cielo, se poi un’altra lascia incustodite le porte e vi lascia penetrare il seduttore, o neutralizza con dispute e pigrizie le azioni di una parte degli spirituali cittadini, facendo perire la città intima e abbandonandola al regno delle ortiche, dei tossici, delle gramigne, dei serpenti, scorpioni, topi e sciacalli, e gufi, ossia delle male passioni e degli angeli di Satana. Occorre vegliare senza mai smettere, come scolte messe alle mura, per impedire che il Maligno entri là dove noi vogliamo costruire il Regno di Dio.

L’uomo più forte (Lc 11,21-22).[25].

22In verità vi dico che, finché il forte guarda in armi l’atrio della sua casa, è sicuro di tutto quanto è in essa. Ma, se viene uno più forte di lui, o se egli lascia incustodita la porta, allora il più forte lo vince, lo disarma, ed egli, privo delle armi in cui confidava, si avvilisce e si arrende, e il forte lo fa prigioniero prendendosi le spoglie del vinto. Ma se l’uomo vive in Dio, mediante la fedeltà alla Legge e la giustizia santamente praticata, Dio è con lui, Io sono con lui, e nulla di male può accadergli. L’unione con Dio è l’arma che nessun forte può vincere. L’unione con Me è sicurezza di vittoria e di bottino di virtù eterne, per cui eternamente sarà dato posto nel Regno di Dio.

L’uomo che disperde (Lc 11,23)[26].

23Ma chi da Me si stacca o di Me si fa nemico respinge per conseguenza le armi e la sicurezza della mia parola. Chi respinge il Verbo respinge Dio. Chi respinge Dio chiama Satana. Chi chiama Satana distrugge quanto aveva per conquistare il Regno.

24Perciò, chi non è con Me è contro di Me. E chi non coltiva ciò che Io ho seminato raccoglie ciò che semina il Nemico. Chi meco non raccoglie disperde, e povero e nudo verrà al Giudice supremo, che lo manderà dal padrone al quale si è venduto preferendo Belzebù al Cristo.

25Cittadini di Gerasa, edificate in voi e nella vostra città il Regno di Dio».

Beato chi ascolta e pratica la parola di Dio
(Lc 11,27-28).
[27].

26Una trillante voce di donna si solleva limpida come un canto di allodola sul brusìo della folla ammirata, cantando la novella beatitudine, ossia la gloria di Maria: «Beato il seno che ti ha portato e le mammelle che hai succhiato».

27Gesù si volge verso la donna che esalta la Madre per ammirazione del Figlio. Sorride, perché dolce gli è la lode data alla Genitrice. Ma poi dice: «Più beati quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica. Fa’ tu questo, o donna».

28E poi benedice e si avvia verso la campagna, seguito dagli apostoli che gli chiedono: «Perché hai detto questo?».

29«Perché in verità vi dico che in Cielo non si misura con le misure della Terra. E mia Madre stessa sarà beata non tanto per la sua immacolata anima, quanto per avere ascoltato la parola di Dio ed averla messa in pratica con l’ubbidienza. Il “sia fatta l’anima di Maria senza colpa” è prodigio del Creatore. A Lui dunque ne va data lode. Ma il “sia fatto di me secondo la tua parola” è prodigio di mia Madre. Per questo, dunque, grande è il suo merito. Tanto grande che solo per quella sua capacità di ascoltare Dio, parlante per bocca di Gabriele, e per la sua volontà di mettere in pratica la parola di Dio, senza stare a soppesare le difficoltà e i dolori immediati e futuri che da essa adesione sarebbero venuti, è venuto il Salvatore nel mondo. Voi dunque vedete che Ella è la mia beata Madre non solo perché mi ha generato e allattato, ma perché ha ascoltato la parola di Dio e l’ha messa in pratica con l’ubbidienza. Ma ora torniamo a casa. Mia Madre sapeva che Io stavo fuori per poco tempo e potrebbe temere vedendomi ritardare. Siamo in paese semipagano. Ma in verità è più buono di altri. Pure andiamo. E giriamo dietro le mura per sfuggire alla folla che mi tratterrebbe ancora. Giù lesti, dietro questi boschetti folti…».

 

4. Il sabato a Gerasa. Lo svago di Marziam e il quesito di Sintica sulla salvezza dei pagani[28].

Occuparsi dei giochi di un bambino.

Ore di ozio.

1Sono lunghe le ore di un giorno quando non si sa cosa fare. E non sanno proprio cosa fare in quel sabato quelli che sono con Gesù, in paese dove non hanno conoscenze, in una casa dove diversità di lingua e di costumi li fa separati, quasi non bastassero i pregiudizi ebraici a tenerli separati dai carovanieri e servi di Alessandro Misace. Perciò molti sono rimasti a letto, oppure sonnecchiano al sole che scalda l’ampia corte quadrata della casa. Una corte proprio adatta ad accogliere carovane, con vasche e anelli infissi ai muri o alle colonne di un rustico portico che corre lungo i quattro lati, e scuderie numerose e fienili e pagliai su tre lati. Le donne sono ritirate nelle loro stanze. Non se ne vede una.

Lo svago di Marziam.

2Marziam trova dello svago anche nel chiuso cortile, osservando il lavoro degli stallieri che strigliano i muli, cambiano le lettiere, osservano gli zoccoli, ribattono i ferri smossi, oppure – e ciò è per lui di interesse ancor più grande perché è cosa nuova – osserva incantato come i cammellieri agiscano coi cammelli preparando da oggi il carico per ogni singolo animale, proporzionandolo alla bestia, equilibrandolo, e come facciano inginocchiare e alzare l’animale per poterlo caricare e scaricare, premiandolo poi con un pugno di legumi secchi che mi sembrano fave, terminato con una distribuzione di bacche di carrubo che anche gli uomini masticano con piacere.

3Marziam è proprio stupito e si guarda intorno per avere con chi condividere il suo stupore. Ma è deluso perché gli adulti non si occupano dei cammelli. O parlano fra loro o sonnecchiano. Va da Pietro, che se la dorme beato col capo appoggiato a del morbido fieno, e lo scuote per una manica. Pietro apre mezzo occhio e chiede: «Che c’è? Chi mi vuole?».

«Io. Vieni a vedere i cammelli».

«Lasciami dormire. Ne ho visti tanti… Brutte bestie».

4Il bambino va da Matteo che fa i conti di cassa, essendo lui in questo viaggio il tesoriere: «Sono stato dai cammelli, sai? Mangiano come le pecore, sai? E si inginocchiano come uomini e sembrano barche nell’andare su e giù. Li hai visti tu?».

Matteo, che ha perso il conto per l’interruzione, risponde un asciutto: «Sì», e torna alle sue monete.

5Altra delusione… Marziam si guarda intorno… Ecco là Simone Zelote e Giuda Taddeo che parlano… «Che belli i cammelli! E che buoni! Li hanno caricati e scaricati, e loro si sono messi a terra perché l’uomo non faticasse. Poi hanno mangiato le carrube. Anche gli uomini le hanno mangiate. Mi piacerebbe… Ma non so farmi intendere. Vieni tu…», e prende per mano Simone.

Questo, assorto nella pacifica discussione col Taddeo, risponde un distratto: «Sì, caro… Va’, va’, e sta’ attento di non farti male».

Marziam lo guarda stupito… Simone ha risposto non a tono. Quasi ci piange. Si allontana sconfortato, andando ad appoggiarsi ad una colonna…

6Gesù esce da una stanza e lo vede così imbronciato e solo. Va dal bambino e gli posa una mano sulla testa. «Che fai tutto solo e mesto?».

«Nessuno mi dà retta…».

«Che volevi dagli altri?».

«Niente… Parlavo dei cammelli… Sono belli… mi piacciono. Deve essere come stare sulla barca ad essere lassù… E mangiano delle carrube; anche gli uomini…».

Il cammelliere Calipio.

7«E tu hai voglia di andare lassù e di mangiare le carrube. Vieni, andiamo dai cammelli», e Gesù lo prende per mano e va col bambino, tutto rasserenato, in fondo al cortilone. Si dirige diritto ad un cammelliere e lo saluta con un sorriso. Quello si inchina e continua ad osservare il suo animale, al quale aggiusta la cavezza e regola le briglie.

8«Uomo, mi intendi?».

«Sì, Signore. Da venti anni conosco voi».

«Questo bambino ha una grande voglia. Salire su un cammello… E una piccola: mangiare una carruba», e Gesù sorride ancor più vivamente.

«Tuo figlio?».

«Non ho figli Io. Non ho sposa».

«Tu tanto bello e forte, non trovato donna?».

«Non l’ho cercata».

«Non sentito voglia di donna?».

«No. Mai».

9L’uomo lo guarda sbalordito. Poi dice: «Io nove figli a Ischilo… Vado: figlio. Vado: figlio. Sempre».

«Ci vuoi bene ai figli?».

«Sangue mio! Ma duro lavoro. Io qui, figli là. Lontani… Ma per pane loro. Capisci?».

10«Capisco. Allora puoi capire il bambino che vorrebbe montare sul cammello e mangiare le carrube».

«Sì. Vieni. Paura? No? Bravo. Bello bambino! Anche io. Uno così. Nero così. Qui. Prendi qui. Stretto», e gli mette in mano il bizzarro manico che è sul davanti della sella. «Tenere. Ora vengo io. E cammello su. Non paura, eh?».

11E l’uomo si inerpica sulla sella alta, si accomoda e incita il cammello, che si alza ubbidiente con un grande beccheggio. Marziam ride felice. Tanto più felice perché il cammelliere gli ha messo in bocca una magnifica carruba. L’uomo mette al passo il cammello lungo il cortile, poi al trotto; infine, vedendo che Marziam non ha paura, urla qualcosa ad un suo compagno, e questo apre la porta vastissima che è sul dietro del cortile, e il cammelliere sparisce col suo carico verso il verde della campagna.

Il cammelliere Calipio.

12Gesù torna verso la casa ed entra in uno stanzone dove sono le donne. Sorride tanto che Maria gli chiede: «Che hai, Figlio mio, che sei tanto felice?».

«Ho la felicità di Marziam che sta galoppando su un cammello. Venite fuori che lo vediamo ritornare».

13Escono tutti nel cortile, sedendosi su un muretto basso presso le vasche. Gli apostoli che non dormono vengono vicini. Quelli che erano alle finestre delle stanze alte guardano giù, vedono e vengono essi pure, e le loro voci alte e giovanili, perché sono quelle di Giovanni e dei due Giacomi, svegliano anche Pietro e Andrea e scuotono Matteo. Ora sono al completo, perché anche Giovanni di Endor viene coi due discepoli.

14«Ma dove è Marziam che non lo vedo?», chiede Pietro.

«A spasso sul cammello. Nessuno di voi lo ascoltava… Io l’ho visto triste ed ho provveduto».

15Pietro, Matteo e Simone si sovvengono: «Ah! già! Parlava di cammelli… e di carrube. Ma io avevo sonno!»; «Io avevo dei conti da fare per darti il rendiconto di quanto ho ricevuto dai geraseni e di quanto ho dato in elemosina»; «E io parlavo di fede con tuo fratello!».

16«Non importa. Ci ho pensato Io. Però, incidentalmente, vi dico che è amore anche occuparsi dei giuochi di un bambino… Ma ora parliamo d’altro. Fuori la città è tutta in festa. Del nostro sabato non c’è ricordo che in una allegria generale. Meglio stare qui dentro, allora. Molto più che, se vogliono, possono trovarci. Sanno dove siamo. Ecco Alessandro che ispeziona i suoi cammelli. Ora gli dico che uno non c’è per mia colpa».

Le anime e la salvezza dei pagani.

Le anime non sono separate dalla morte.

17E Gesù va lesto verso il mercante e gli parla. Tornano insieme. Il mercante dice: «Molto bene. Si divertirà e gli farà bene una corsa al sole. Puoi stare sicuro che l’uomo lo tratterà bene. Calipio è un brav’uomo. In cambio della corsa ti chiedo di dirmi qualche cosa. Questa notte pensavo alle tue parole… a quelle sentite a Ramot, dette fra Te e la donna, a quelle di ieri. Ieri mi pareva di salire su un alto monte come quelli della terra che abito, che hanno proprio la cima nelle nuvole. Tu portavi su, su, su. Mi pareva di essere uno preso da un’aquila. Una di quelle del nostro monte maggiore, il primo emerso dal Diluvio. Vedevo tutte cose nuove, mai pensate, tutte fatte di una luce… E le capivo. Poi mi si sono confuse. Di’ ancora».

18«Che devo dire?».

«Ma non so… Era tutto bello. Quello che dicevi di ritrovarsi in Cielo… Ho capito che là si amerà diversamente eppure uguale. Per esempio: non avremo più le ansie di ora, eppure saremo tutti per uno e uno per tutti, come fossimo una famiglia sola. Dico male?».

19«No. Anzi! Saremo una famiglia anche coi viventi. Le anime non sono separate dalla morte. Parlo dei giusti. Essi costituiscono una sola grande famiglia. Fa’ conto un grande tempio, dove siano quelli che adorano e pregano e quelli che si affaticano. I primi pregano anche per quelli che si affaticano, i secondi lavorano per questi oranti. Così è delle anime. Noi ci affatichiamo sulla Terra. Essi ci sovvengono delle loro preghiere. Ma noi dobbiamo offrire le nostre sofferenze per la loro pace. É una catena che non si rompe. É l’Amore che lega quelli che furono con quelli che sono. E quelli che sono devono essere buoni per potersi riunire a quelli che furono e che ci desiderano con loro».

La salvezza dei pagani.

20Sintica fa un gesto involontario che frena subito. Ma Gesù lo vede e la invita ad uscire dal riserbo che la donna sempre osserva.

21«Pensavo… É più giorni che lo penso e, se devo dire il vero, ciò mi turba, perché mi pare che credere al tuo Paradiso sia perdere per sempre mia madre e le sorelle…». Un singhiozzo incrina la voce di Sintica, che si arresta per non piangere.

«Cosa è questo pensiero che ti turba tanto?».

22«Ora io credo in Te. Mia madre io non so pensarla altro che pagana. Era buona… Oh! tanto! E tanto le sorelle! La piccola Ismene era la più buona creatura che la Terra abbia portato. Ma erano pagane… Ora io, finché lo ero come loro, pensavo all’Ade e dicevo: “Ci riuniremo”. Ora non c’è più l’Ade. C’è il tuo Paradiso, il Regno dei Cieli per quelli che hanno servito con giustizia il Dio vero. E quelle povere anime? Non hanno colpa loro di essere nate greche! Nessuno dei sacerdoti d’Israele venne a dire: “Il Dio vero è il nostro”. E allora? Le loro virtù, nulla? Le loro sofferenze, nulla? E buio eterno e eterna separazione da me? Ti dico: un tormento! Mi pare quasi di averle rinnegate. Perdona, Signore… Io piango…», e si inginocchia proprio piangendo desolata.

23Alessandro Misace dice: «Ecco! Anche io pensavo se, divenendo un giusto, ritroverò mai il padre, la madre, i fratelli, gli amici…».

24Gesù posa le dita sulla testa bruna di Sintica e dice: «Colpa diviene quando, conoscendo il Vero, si persiste nell’Errore. Non quando si è convinti di essere nella verità, né nessuna voce è mai venuta a dire: “Questa che io porto è verità. Lasciate le vostre chimere per questo Vero e avrete il Cielo”. Dio è giusto. Vuoi tu che non premi la virtù perché si è formata tutta sola fra la corruzione di un mondo pagano? Datti pace, figlia».

25«Ma la colpa d’origine? Ma il culto nefando? Ma…». Verrebbe fuori dell’altro dagli israeliti a far da macia all’anima afflitta di Sintica, se Gesù con un gesto non imponesse silenzio.

26Egli dice: «La colpa d’origine è comune a tutti, d’Israele e non d’Israele. Non è prerogativa dei pagani. Il culto pagano sarà colpa dal momento che sarà diffusa nel mondo la Legge di Cristo. La virtù sarà sempre virtù agli occhi di Dio. E per l’unione mia col Padre Io dico, e dico in suo Nome, traducendo in parola il Pensiero SS., che le vie del potere misericordioso di Dio sono tante, e così tutte intese a dar gioia ai virtuosi, che saranno sollevate le barriere da anima ad anima, e pace sarà per coloro che meritarono pace. Non solo. Dico che in futuro coloro che, convinti di essere nella Verità, seguiranno la religione dei padri con giustizia e santità, non saranno invisi e puniti da Dio. É la malizia, la malavoglia, il respingere deliberatamente la Verità conosciuta, è soprattutto l’impugnare la Verità rivelata e combatterla, è il vivere vizioso quello che realmente separerà in eterno le anime dei giusti da quelle dei peccatori. Alza lo spirito abbattuto, Sintica. Queste malinconie sono un assalto infernale per l’ira che Satana ha per te, preda per sempre perduta. L’Ade non c’è. C’è il mio Paradiso. Ma esso non è cagione di dolore, bensì di gioia. Nulla della Verità deve essere cagione di abbattimento o dubbio, ma anzi forza a sempre più credere e con ilare sicurezza. Ma tu dimmele sempre le tue ragioni. Io voglio in te luce sicura e ferma come quella del sole».

27Sintica, stando ancora in ginocchio, gli prende la mano e la bacia…

Una corona per ogni paese evangelizzato.

28Il crr crr del cammelliere fa capire che il cammello sta per rientrare al passo, senza far rumore sull’erba folta che è fuori del portone posteriore, che un servo apre subito.

29E Marziam torna felice, arrossato dalla corsa – un minuscolo ometto issato sull’alta groppa – e ride agitando le braccia, mentre il cammello si inginocchia, e scivola giù dalla bizzarra sella carezzando il bruno cammelliere. E poi corre da Gesù gridando: «Che bello! Sono venuti su quelle bestie lì per adorarti i Savi d’Oriente? E io andrò con quelli a predicarti da per tutto! Il mondo sembra più grande, visto di lassù, e dice: “Venite, venite, voi che sapete la Buona Novella!”. Oh! Sai?… Anche quell’uomo ne ha bisogno… E anche tu, mercante, e tutti i tuoi servi… Quanta gente che aspetta, e che muore senza poterla avere… Più gente che rena del fiume. Tutti senza Te, Gesù! Oh! ma fa presto a dirla a tutti!», e gli si attacca ai fianchi a capo in su.

30E Gesù si china e lo bacia, promettendo: «Tu vedrai il Regno di Dio evangelizzato nei confini più lontani di Roma. Sei contento?».

31«Io sì. E poi verrò a dirti: “Ecco: questo, quello e quell’altro paese ti conoscono”. Allora saprò i nomi di quelle terre lontane. E Tu che mi dirai?».

32«Ti dirò: “Vieni, piccolo Marziam. Abbiti una corona per ogni paese in cui mi hai predicato e poi vieni qui al mio fianco, come quel giorno a Gerasa, e riposati dalle tue fatiche, perché sei stato un servo fedele ed ora è giusto che tu sia beato nel mio Regno”».

5. L’uomo dagli occhi ulcerati. Sosta alla “fonte del Cammelliere”. Ancora sul ricordo delle anime[29].

Condizione per aver il miracolo

Carovana va’.

1La carovana esce dal cortilone di Alessandro. Ordinata come per una parata militare. In coda Gesù con tutti i suoi. I cammelli vanno, dondolando nel passo ritmico il loro carico potente, e le teste, sul collo arcuato, paiono chiedere ad ogni passo: «Perché? Perché?», in una mossa muta ma tipica, come quella dei colombi che ad ogni passo sembrano dire: «sì, sì», a tutto quanto vedono. Deve attraversare la città, la carovana. E lo fa nell’aria nitida del mattino. Sono tutti imbacuccati perché fa fresco. Il sonaglio dei cammelli, il crrr crrr dei cammellieri, il versaccio di un cammello che rimpiange la stalla oziosa, fanno avvisati i geraseni della partenza di Gesù.

Gesù esige pentimento e fede.

2La nuova si diffonde rapida come il baleno, e dei geraseni vengono a salutarlo e a portare offerte di frutta e altri cibi. Corre anche un uomo con un piccolino malato: «Benedicilo, che guarisca. Abbi pietà!».

3Gesù alza la mano e benedice, aggiungendo: «Vai sicuro. Abbi fede».

4E l’uomo risponde un “sì” così pieno di fiducia che una donna chiede: «Il mio uomo malato di ulceri agli occhi lo guariresti?».

«Se siete capaci di credere, sì».

5«Allora vado a prenderlo. Attendimi, Signore», e vola via come una rondine.

Attendere! É una parola! I cammelli vanno avanti. Alessandro, in testa alla colonna, non sa ciò che si vuole in coda. Non c’è che mandare un avviso all’uomo.

6«Corri, Marziam. Va’ a dire al mercante che si fermi prima di uscire dalle mura», dice Gesù. E Marziam sfreccia via, a fare la sua missione.

La carovana sosta mentre il mercante viene verso Gesù.

«Che accade?».

«Resta e vedrai».

Guarigione degli occhi ulcerati.

7Presto è di ritorno la donna di Gerasa col marito malato d’occhi. Altro che ulceri! Quelle sono due tane di marciume aperte in mezzo al viso. L’occhio appare là in mezzo, appannato, arrossato, semicieco, fra scoli di lacrime ripugnanti. Non appena l’uomo solleva la benda scura che fa velo alla luce, il pianto aumenta perché la luce aumenta il dolore dell’occhio malato.

L’uomo geme: «Pietà! Soffro tanto!».

8«Hai anche molto peccato. Di quello non ti lamenti? Solo della povera vista del mondo ti affliggi di poterla perdere? Non sai nulla di Dio? Non ti fa paura una tenebra eterna? Perché hai mancato?».

L’uomo piange e si curva senza parlare. La moglie anche piange e geme: «Io ho perdonato…».

9«E Io pure perdonerò se egli qui mi giura di non ricadere più nel suo peccato».

«Sì, sì! Perdono. Ora so cosa il peccato porta con sé. Perdono. Come la donna perdonami. Tu sei il Buono».

«Io ti perdono. Va’ a quel rio e lavati nell’acqua il volto e guarirai».

«L’acqua fredda gli fa peggio, Signore», geme la donna.

10Ma l’uomo non pensa altro che ad andare, e va brancolando finché l’apostolo Giovanni, pietoso, non lo prende per mano e lo guida da solo finché la moglie non lo sorregge per l’altra mano. L’uomo scende fino al limite della gelida acqua che borbotta fra i sassi, si curva, prende l’acqua nella coppa delle mani unite e si lava e rilava il viso. Non dà segno di dolore. Pare anzi trovarne sollievo.

11Poi, col volto ancora bagnato, risale la sponda, torna da Gesù che gli chiede: «Ebbene? Sei guarito?».

«No, Signore. Non per ora. Ma Tu lo hai detto e io guarirò».

12«Allora resta nella tua speranza. Addio».

La donna si accascia piangendo… E delusa.

13Gesù fa cenno al mercante che si può andare. E il mercante, deluso lui pure, fa passare la voce. I cammelli si rimettono in marcia col loro moto di barca che alzi e abbassi la prora e il tagliamare sull’onda, escono dalle mura, prendono la carovaniera ampia e polverosa che si dilunga in direzione sud-ovest.

14L’ultima coppia del gruppo apostolico, ossia Giovanni di Endor e Simone Zelote, ha superato di un venti metri le mura, quando un grido taglia l’aria silenziosa, pare empire di sé il mondo, si ripete, sempre più alto, lieto, osannante: «Io vedo! Gesù! Benedetto mio! Io vedo! Io vedo! Ho creduto! Io vedo! Gesù, Gesù! Benedetto mio!», e l’uomo, dal volto completamente risanato, dagli occhi tornati belli – due carbonchi pieni di luce e di vita – fende le file apostoliche e piomba ai piedi di Gesù, finendo quasi sotto le zampe del cammello del mercante, che fa appena a tempo a scansare la bestia dal prostrato.

15L’uomo bacia la veste di Gesù ripetendo: «Ho creduto! Ho creduto e vedo. Benedetto mio!».

16«Alzati e sii felice. E buono, soprattutto. Di’ a tua moglie che sappia credere completamente. Addio». E Gesù si libera dalla stretta del miracolato e riprende ad andare.

Condizioni per aver il miracolo.

17Il mercante si liscia la barba pensieroso… Infine chiede: «E se non avesse saputo persistere a credere dopo la delusione del lavaggio?».

«Sarebbe rimasto quale era».

18«Perché esigi tanta fede per fare miracolo?».

«Perché la fede testimonia presenza di speranza e di amore in Dio».

19«E perché prima hai voluto il pentimento?».

«Perché il pentimento fa amico Dio».

20«Io che non ho malattie, che dovrei fare per testimoniare che ho fede?».

«Venire alla Verità».

21«E potrei venirci senza amicizia di Dio?».

«Non ci potresti venire senza la bontà di Dio. Il Signore permette che chi, ancora senza pentimento, lo cerca, lo trovi; perché il pentimento generalmente viene quando l’uomo, scientemente o con appena una larva di coscienza di ciò che vuole la sua anima, conosce Iddio. Prima è come un ebete guidato dal solo istinto. Tu non hai mai sentito il bisogno di credere?».

22«Molte volte. Non ero soddisfatto, ecco, di ciò che avevo. Sentivo che c’era dell’altro. Più forte del denaro e dei figli, speranze mie… Ma non mi davo poi la cura di cercare di sapere ciò che senza sapere cercavo».

23«La tua anima cercava Dio. La bontà di Dio ha permesso che tu trovassi Dio. Il pentimento per il tuo inerte passato lontano da Dio ti darà l’amicizia di Dio».

24«Allora per… per avere il miracolo di vedere con l’anima la Verità, dovrei pentirmi del passato?».

«Certamente. Pentirti e risolverti ad un completo mutamento di vita…».

Importanza della cultura.

L’esperienza di Giovanni d’Endor.

25L’uomo si torna a lisciare la barba, e pare che stia studiando e contando i peli del collo del cammello, tanto sta a occhi fissi. Senza volere, urta col tallone la bestia, e questa prende l’urto per un incitamento ad accelerare il passo, e lo fa portando oltre il mercante, verso la testa della carovana. Gesù non lo trattiene. Anzi si ferma lasciandosi sorpassare dalle donne e dagli apostoli, finché lo raggiungono Simone Zelote e Giovanni di Endor. Gesù si unisce a loro.

26«Di che parlate?», chiede.

«Parlavamo dello sconforto che deve provare chi non crede a nulla o chi perde una fede che aveva. Ieri Sintica era proprio angosciata, pur essendo passata ad una fede perfetta», risponde lo Zelote.

27«Io dicevo a Simone che, se è penoso passare dal Bene al Male, è anche sconcertante passare dal Male al Bene. Nel primo caso si è torturati dalla coscienza che rampogna. Nel secondo si è.… straziati… Come deve esserlo uno che si trova portato in paese straniero, assolutamente ignoto… Oppure è lo sgomento di chi, essendo un miserabile e incolto, si trovasse messo in mezzo ad una Corte di re, fra dotti e signori. É una sofferenza… Io so… Tanta sofferenza… Non si può credere che ciò sia vero, che possa durare… che lo si possa meritare… specie quando si ha l’anima macchiata… come era la mia…».

28«E ora, Giovanni?», chiede Gesù.

Il viso estenuato di Giovanni di Endor, estenuato e triste, si illumina di un sorriso che lo fa meno scarno. Dice: «E ora non più. Resta la gratitudine, anzi essa cresce, per il Signore che ha voluto questo. Resta il ricordo del passato a tenermi umile. Ma c’è la sicurezza. Mi sento acclimatato, non più straniero in questo dolce mondo che è il tuo, di perdono e di amore. E sono pacificato, sereno, felice».

29«Giudichi buona la tua esperienza?».

«Sì. Se non fosse che mi dolgo di aver peccato, perché con esso peccato ho contristato Iddio, direi che sento che è stato bene questo mio passato. Mi può molto servire a sostenere anime, volonterose ma smarrite, nei primi momenti del loro nuovo credere».

30«Simone, va’ a dire al ragazzo di non saltare tanto. Questa sera sarà sfinito».

31Simone guarda Gesù, ma capisce la verità del comando. Ha un sorriso intelligente e se ne va lasciando soli i due.

Il bravo pedagogo.

32«Ora che siamo soli, Giovanni, ascolta questo mio desiderio. Tu, per molte ragioni, hai l’ampiezza di giudizio e di pensiero che nessun altro ha fra i miei seguaci. E hai una cultura più vasta di quella comune fra gli israeliti. Perciò Io ti prego di aiutarmi…» [30].

«Io aiutare Te? In che?».

33«Per Sintica. Tu sei tanto un bravo pedagogo! Marziam impara presto e bene con te. Tanto che Io conto lasciarvi insieme per qualche mese, perché voglio in Marziam una conoscenza più vasta di quella del piccolo mondo d’Israele. A te dà gioia occuparti di lui. Anche a Me dà gioia vedere voi uniti, tu a insegnare, lui ad apprendere[31]; tu a ringiovanire, egli a maturare nell’occupazione. Ma anche Sintica dovresti curare. Come una sorella smarrita. Tu l’hai detto: è uno smarrimento… Aiutala ad acclimatarsi nell’atmosfera mia. Mi fai questo favore?».

34«Ma è grazia per me farlo, mio Signore! Io non l’avvicinavo perché mi pareva di essere un superfluo. Ma se Tu vuoi. Ella legge i miei rotoli. Ce ne sono di sacri e di unicamente colti: libri di Roma e di Atene. Vedo che medita e compulsa. Ma non mi ero mai intromesso ad aiutarla. Se Tu lo vuoi…».

35«Sì, lo voglio. Voglio vedervi amici. Anche lei, come Marziam e come te, sosterete a Nazareth qualche tempo. Sarà bello. Mia Madre e tu maestri di due anime che si aprono a Dio. Mia Madre, l’angelica Maestra della scienza di Dio; tu, l’esperto maestro dell’umano sapere, che però ora puoi spiegare con riferimenti soprannaturali[32]. Sarà bello. E buono».

36«Sì, mio benedetto Signore! Troppo bello per il povero Giovanni…», e l’uomo sorride al pensiero di questi prossimi giorni di pace presso Maria, nella casa di Gesù…

La fonte del cammelliere.

37E la strada si snoda, in un tepore di sole sempre più sensibile, in una vaghezza di campagna ormai tutta piana dopo aver costeggiato quelle piccole elevazioni che sono subito dopo Gerasa. Una strada anche ben tenuta, su cui è comodo l’andare. E riprendere ad andare dopo la sosta del mezzodì.  É quasi sera quando sento ridere per la prima volta di gusto Sintica, alla quale Marziam ha raccontato non so che, che fa ridere tutte le donne. Vedo che la greca si china ad accarezzare il bambino e a sfiorargli la fronte con un bacio. Dopo di che il fanciullo riprende a saltellare come non sentisse stanchezza.

38Ma stanchi sono tutti gli altri, e con gioia è appresa la decisione di pernottare alla fonte del Cammelliere. Il mercante dice: «Io vi pernotto sempre. Troppo lunga è la tappa da Gerasa a Bozra. Per uomini e per bestie».

39«È umano questo mercante», osservano fra loro gli apostoli, confrontandolo con Doras…

40La “fonte del Cammelliere” non è che un pugno di case intorno a pozzi numerosi. Una specie di oasi non nell’arido del deserto, perché qui non c’è aridità. Ma è un’oasi nella vastità disabitata dei campi e dei frutteti, che si seguono gli uni agli altri per delle miglia e che, nel venire della sera ottobrina, emanano la stessa tristezza del mare al crepuscolo. Perciò vedere case, udire rumori di voci, pianti di bimbi, sentire l’odore dei camini che fumano e vedere le prime lucerne accese, è dolce come l’arrivo alla propria casa.

41Mentre i cammellieri sostano per una prima abbeverata ai cammelli, gli apostoli e le donne seguono Gesù, che col mercante entrano nel… molto preistorico albergo che li ospiterà per la notte…

Il coraggio delle discepole.

42…Nella fumosa stanzaccia dove hanno preso il pasto, dove dormiranno gli uomini, e mentre già i servi preparano i giacigli di fieno ammucchiato su graticci, si radunano tutti presso un ampio focolare che tiene tutta la parete stretta dello stanzone.

Il fuoco è acceso perché la sera ha portato umido e freddo.

«Purché il tempo non si metta all’acqua», sospira Pietro.

43Il mercante lo rassicura: «Vi è ancora da finire questa luna prima che venga il maltempo. Qui fa così a sera. Ma domani avremo sole».

44«È per le donne, sai? Non per me. Io sono pescatore e nell’acqua ci vivo. E ti assicuro che preferisco l’acqua alle montagne e alla polvere».

45Gesù parla con le donne e coi due cugini. Lo ascoltano anche Giovanni di Endor e lo Zelote. Invece Timoneo ed Ermasteo con Matteo leggono uno dei rotoli di Giovanni, e i due israeliti spiegano ad Ermasteo i passi biblici più oscuri per lui.

46Marziam li ascolta incantato, ma con un visetto che si vela di sonno. Lo vede Maria d’Alfeo e dice: «Quel bambino è stanco. Vieni, caro, ché andiamo a dormire noi. Vieni, Elisa. Vieni, Salome. Vecchi e bambini stanno meglio a letto. E fareste bene andarci tutti. Siete stanchi».

47Ma oltre le anziane, eccettuate Marcella e Giovanna di Cusa, nessuno si muove.

48Quando, dopo esser state benedette, esse se ne sono andate, Matteo mormora: «Chi lo avesse detto a queste donne di avere a dormire sulla paglia, tanto lontane da casa, solo poco tempo fa!».

49 «Non ho mai dormito tanto bene», afferma recisa Maria di Magdala. E Marta conferma la stessa cosa. Però Pietro dà ragione al compagno: «Matteo ha ragione. E io mi chiedo, senza capire, perché il Maestro vi ha portate qui».

«Ma perché siamo le discepole!».

50«Allora se andasse… dove stanno i leoni, ci andreste?».

«Ma sicuro, Simon Pietro! Gran che fare qualche passo! E con Lui vicino!».

«Ecco, veramente sono molti passi. E per delle donne disabituate a questo…».

51Ma le donne protestano, tanto che Pietro si stringe nelle spalle e tace. Giacomo d’Alfeo, alzando la testa, vede un sorriso così luminoso sul volto di Gesù che gli chiede: «Ci vuoi dire il vero scopo di questo viaggio, fra di noi, con le donne e… con poco frutto rispetto alla fatica?».

52«Tu potresti pretendere di vedere ora il frutto del seme sepolto nei campi che abbiamo traversato?».

«Io no. Lo vedrò in primavera».

«Io pure ti dico: “Lo vedrai a suo tempo”».

Origine e natura dell’anima.

Questione sulla reincarnazione.

53Gli apostoli non ribattono nulla. Si alza la voce argentina di Maria: «Figlio mio, oggi fra noi parlavamo di quanto hai detto a Ramot. E ognuna di noi aveva sensazioni e riflessioni diverse. Vorresti dirci il tuo pensiero? Io dicevo che era meglio chiamarti subito. Ma Tu parlavi con Giovanni di Endor».

54«Veramente ero io quella che aveva suscitato la questione. Perché sono una povera pagana, io, e non ho le luci splendide della vostra fede. Bisogna compatirmi».

55«Ma vorrei avere la tua anima, sorella mia!», dice impulsiva la Maddalena. E, sempre esuberante, l’abbraccia tenendola stretta a sé con un braccio. Splendida nella sua bellezza, pare da sola illuminare la misera stamberga e mettervi l’opulenza della sua casa sontuosa. Stretta a lei, la greca, tutt’affatto diversa, eppure singolare nella sua persona, mette una nota di pensiero presso il grido d’amore che pare sprigionarsi sempre dalla passionale Maria; mentre, seduta col dolce viso alzato verso il Figlio, le mani intrecciate quasi pregasse, il profilo purissimo in risalto contro la parete nera, la Vergine è la perpetua Adorante.

56Susanna sta nella penombra dell’angolo e sonnecchia, mentre Marta approfitta della luce del focolare per assicurare delle fibbie alla vesticciola di Marziam, attiva anche nonostante la stanchezza e le insistenze altrui.

Gesù dice a Sintica: «Ma non era pensiero penoso. Ti ho sentita ridere».

57«Sì, per il bambino, che risolveva la questione agilmente, dicendo: “Io non voglio ritornare altro che se torna Gesù. Ma se tu vuoi sapere tutto, va’ di là e poi torna a dirci se ti ricordi”». Ridono tutte ancora e dicono che Sintica domandava a Maria spiegazioni sulla non ben capita spiegazione del ricordo che le anime conservano, e che spiega certa possibilità nei pagani di avere ricordi vaghi della Verità.

58«Io dicevo: “Forse che questo conferma la teoria della rincarnazione creduta da molti pagani?”; e tua Madre, Maestro, mi spiegava che altra cosa è quello che Tu dici. Ora voglimi spiegare anche questo, mio Signore».

Origine e natura dell’anima.

59«Ascolta. Non devi credere che, perché gli spiriti hanno spontanei ricordi di Verità, sia dimostrato che noi si vive più vite. Ormai sai già abbastanza per sapere come fu creato l’uomo, come l’uomo peccò, come fu punito. Ti è stato spiegato come nell’animale-uomo da Dio sia incorporata un’anima singola. Questa è creata di volta in volta e non mai più usata per successive incarnazioni. Questa certezza dovrebbe annullare la mia asserzione sui ricordi delle anime. Dovrebbe per qualunque altro essere che non fosse l’uomo, dotato di un’anima fatta da Dio. L’animale non può ricordare nulla, nascendo una volta sola. L’uomo può ricordare, pur nascendo una volta sola. Ricordare con la sua parte migliore: l’anima. Da dove viene l’anima? Ogni anima d’uomo? Da Dio[33]. Chi è Dio? Lo Spirito intelligentissimo, potentissimo, perfetto. Questa mirabile cosa che è l’anima, cosa da Dio creata per dare all’uomo la sua immagine e somiglianza come segno indiscutibile della sua Paternità SS. [34], risente delle doti proprie di Colui che la crea. É dunque intelligente[35], spirituale[36], libera[37], immortale[38], come il Padre che l’ha creata. Essa esce perfetta dal Pensiero divino e nell’attimo della sua creazione essa è uguale, per un millesimo di attimo, a quella del primo uomo: una perfezione che comprende la Verità per dono gratis dato. Un millesimo di attimo. Poi, formata che sia, è lesionata dalla colpa d’origine. Per farti capire meglio dirò che è come se Dio fosse gravido dell’anima che crea e che il creato, nel nascere, venisse ferito da un segno incancellabile. Mi comprendi?».

60«Si. Finché è pensata, è perfetta. Un millesimo d’attimo, questo pensiero creante. Poi, il pensiero tradotto in fatto, il fatto è soggetto alla legge provocata dalla Colpa».

61«Bene hai risposto. L’anima si incarna perciò così nel corpo umano, portando seco, quale gemma segreta nel mistero del suo essere spirituale, il ricordo dell’Essere Creatore, ossia della Verità. Il bimbo nasce. Può essere un buono, un ottimo come un perfido. Tutto può divenire, perché è libero di volere. Sui suoi ”ricordi” getta le luci il ministero angelico e le tenebre l’insidiatore. A seconda che l’uomo appetisce alle luci, e perciò anche a virtù sempre più grande, facendo l’anima signora del suo essere, ecco che si aumenta in lei la facoltà di ricordare, come se sempre più la virtù assottigliasse la parete che si frappone fra l’anima e Dio. Ecco perché i virtuosi di ogni paese sentono la Verità, non perfettamente, perché ottusi da contrarie dottrine o da ignoranze letali, ma sufficientemente per dare pagine di formazione morale ai popoli ai quali appartengono. Hai compreso? Sei persuasa?».

62«Sì. Concludendo: la religione delle virtù praticate eroicamente predispone l’anima alla Religione vera e alla conoscenza di Dio».

63«Proprio così. E ora vai al riposo e sii benedetta. E tu pure, Mamma; e voi, sorelle e discepole. La pace di Dio sul vostro riposo».

6. Marziam scopre perché Gesù prega ogni giorno all’ora nona[39].

Santificare la giornata.

Bella giornata.

1Ha avuto ragione il mercante. Giornata più bella non poteva concedere ottobre ai pellegrini. Dissipate le nebbie leggere che velavano la campagna, come se la natura avesse voluto stendere un velo sul sonno delle piante nella notte, la campagna appare nella sua maestosa distesa di colture che il sole scalda. Pare che le nebbie si siano raccolte a infiocchettare di una spuma trasparente delle cime lontane, facendole ancor più sfumate nel cielo sereno.

2«Che sono quelle? Montagne che dobbiamo salire?», chiede impensierito Pietro.

3«No, no. Sono i monti di Auran. Noi restiamo nella pianura, al di qua di essi. Entro sera saremo a Bozra di Auranite. Bella e buona città. Molti commerci», conforta il mercante e loda, lui che a base di bellezza di un luogo mette sempre la prosperità commerciale.

Occorre santificare i momenti del giorno[40].

4Gesù è tutto solo, indietro, come talora fa quando vuole isolarsi. Marziam si volta a guardarlo più volte. Poi non resiste più, lascia Pietro e Giovanni di Zebedeo, si siede sul bordo della via, su un cippo che deve essere un segno militare romano, e aspetta. Quando Gesù è alla sua altezza, il bambino si alza e senza parlare si mette al fianco di Gesù, stando un poco indietro per non dargli noia neppure con la vista, e osserva, osserva…

5E continua ad osservare finché Gesù esce dalla sua meditazione e si volge, sentendo la pedata leggera alle sue spalle, e sorride tendendo la mano al bambino, dicendo: «Oh! Marziam! Che fai qui tutto solo?».

6«Ti guardavo. Sono dei giorni che ti guardo. Tutti hanno gli occhi, ma non tutti vedono le stesse cose. Io ho visto che Tu ogni tanto ti metti solo, solo… I primi giorni pensavo che fossi offeso da qualche cosa. Ma poi ho visto che Tu lo fai sempre alle stesse ore e che la Mamma, che sempre ti consola quando sei triste, non ti dice nulla quando Tu prendi quel viso. Ma anzi, se parla, tace anche Lei e si raccoglie tutta. Io vedo, sai? Perché guardo sempre Te e Lei, per fare ciò che voi fate. L’ho chiesto agli apostoli che fai, perché certo fai qualcosa. Mi hanno detto: “Prega”. E io ho chiesto: “Che dice?”. Nessuno mi ha risposto perché non lo sanno. Sono con Te da anni e non lo sanno. Oggi ti sono venuto dietro tutte le volte che ho visto che Tu facevi quel viso e ti ho guardato quando pregavi. Ma non è sempre lo stesso viso. Questa mattina all’aurora parevi un angelo di luce. Guardavi le cose con certi occhi che io credo che più del sole levassero loro dalle tenebre. Le cose e le persone. E poi guardavi il cielo e avevi il viso che hai quando offri il pane, alla mensa. Più tardi, quando traversavamo quel paesino, Tu ti sei messo solo, in ultimo, e mi parevi un padre tanto eri affannoso di dire, passando, parole buone ai poveri di quel paese. A uno hai detto: “Sopporta con pazienza, ché presto Io ti solleverò e solleverò altri tuoi pari”. Era lo schiavo di quel brutto uomo che ci ha lanciato contro i suoi cani. Poi, mentre si preparava il cibo, Tu ci guardavi con occhi di una bontà tutt’amore. Parevi una mamma… Ma ora il tuo viso è stato di dolore… Che pensi, Gesù, in quest’ora, che sei sempre così?… Però anche a sera delle volte, se non dormo, ti vedo molto serio. Mi dici come preghi, perché preghi?».

7«Certamente te lo dirò. Così tu pregherai con Me. La giornata ce la dà Iddio. Tutta, quella luminosa come quella oscura, il giorno e la notte. É un dono vivere e avere la luce. E un modo di santificazione quello come si vive. Non è vero? Allora occorre santificare i momenti del giorno intero, per conservarsi in santità e tenere presente al cuore l’Altissimo e le sue bontà, e nel contempo tenere lontano il Demonio.

Come e perché prega un giusto.

Lode[41].

8Osserva gli uccellini. Al primo raggio di sole cantano. Benedicono la luce. Anche noi dobbiamo benedire la luce che è un dono di Dio, e benedire Dio che ce la concede e che Luce è. Avere desiderio di Lui fin dalla prima luce del mattino quasi per mettere un sigillo di luce, una nota di luce su tutto il giorno che viene avanti, che sia tutto luminoso e santo. E unirsi a tutto il creato per osannare il Creatore.

Terza[42].

9Poi, come le ore passano, e col passare ci portano la constatazione di quanto dolore e ignoranza è nel mondo, ancora pregare perché il dolore sia sollevato e l’ignoranza cada e Dio sia conosciuto, amato, pregato da tutti gli uomini, che se conoscessero Dio sarebbero sempre consolati anche nel loro soffrire.

Sesta[43].

10E nell’ora di sesta pregare per amore della famiglia. Gustare di questo dono di essere uniti con chi ci ama. Anche questo è un dono di Dio. E pregare che il cibo non si muti, da utilità, in peccato.

Vespri[44].

11E al tramonto pregare pensando che la morte è il tramonto che ci aspetta tutti. Pregare perché sia, il nostro tramonto, giornaliero o vitale, sempre compiuto con l’anima in grazia.

Compieta[45].

12E quando si accendono i lumi pregare per dire grazie del giorno finito e per chiedere protezione e perdono, onde distenderci nel sonno senza paure di improvviso giudizio, di assalti demoniaci.

Ufficio delle Letture[46].

13Pregare, infine, nella notte – ma questo è per coloro che non sono bambini – per riparare ai peccati della notte, per allontanare dai deboli Satana, perché nei colpevoli sorgano riflessione e contrizione e buoni propositi che diverranno realtà al primo sole. Ecco come prega e perché prega un giusto durante il giorno tutto».

All’ora di nona morì il Redentore[47].

14«Ma non mi hai detto perché ti astrai, così serio e imponente, all’ora di nona…».

15«Perché… Io dico: “Per il sacrificio di quest’ora venga il tuo Regno nel mondo e siano redenti tutti coloro che credono nel tuo Verbo”. Di’ così anche tu…».

16«Che sacrificio è? L’incenso, Tu lo hai detto, si offre mattina e sera. Le vittime alle stesse ore, ogni giorno, sull’altare del Tempio. Le vittime, poi, per voti e espiazioni, si offrono a tutte le ore. Non c’è l’ora di nona indicata con rito speciale».

17Gesù si ferma e prende il bambino a due mani, e lo alza tenendolo fermo di fronte a Sé, e come se recitasse un salmo, a viso alzato, dice: «E fra sesta e nona Colui che è venuto Salvatore e Redentore, Colui di cui parlano i profeti, consumerà il suo sacrificio, dopo aver mangiato il pane amaro del tradimento e dato il dolce Pane della Vita, dopo aver spremuto Se stesso come grappolo nel tino e dissetato di Sé uomini ed erbe, e fatto a Sé porpora di re col suo sangue, e cinto serto, e preso scettro, e portato il suo trono sull’alto luogo, perché lo vedesse Sionne, Israele e il mondo. Alzato nella purpurea veste delle sue piaghe infinite, nelle tenebre per dare Luce, nella morte per dare Vita, morrà all’ora di nona e sarà redento il mondo».

L’unione con Dio.

Dio ama svelarsi ai piccoli.

18Marziam lo guarda spaventato, impallidito, con una gran voglia di piangere sulle labbra e negli occhi sgomenti. Con voce insicura dice: «Ma il Salvatore sei Tu! E allora sarai Tu che morirai a quell’ora?». Le lacrime cominciano a scendere lungo le gote e la piccola bocca le beve mentre, socchiusa, attende una smentita.

19Ma Gesù dice: «Io sarò, piccolo discepolo. E anche per te». E poiché il bambino rompe in singhiozzi convulsi, Egli se lo raccoglie sul cuore e dice: «Ti duole dunque che Io muoia?».

«Oh! mia unica gioia! Io non voglio questo! Io… Fammi morire al tuo posto…».

20«Tu devi predicarmi per tutto il mondo. É detto. Ma ascolta. Io morirò contento perché so che tu mi ami. E poi risusciterò. Ti ricordi di Giona? Uscì più bello dal ventre della balena, riposato, forte. Anche Io, e verrò subito da te e ti dirò: “Piccolo Marziam, il tuo pianto mi ha levato la sete. Il tuo amore mi ha fatto compagnia nel sepolcro. Ora vengo a dirti: ‘Sii mio sacerdote’, e ti bacerò con ancora l’odore del Paradiso su Me».

«Ma io dove sarò? Non con Pietro? Non con la Madre?».

21«Io ti salverò dalle onde infernali di quei giorni. I più deboli e i più innocenti Io li salverò. Meno uno… Marziam, piccolo apostolo, vuoi tu aiutarmi a pregare per quell’ora?».

«Oh! sì, Signore! E gli altri?».

22«Questo è segreto fra Me e te. Un grande segreto. Perché Dio ama svelarsi ai piccoli… Non piangere più. Sorridi pensando che dopo Io non soffrirò mai più e ricorderò solo tutto l’amore degli uomini, il tuo per primo. Vieni, vieni. Guarda come sono lontani gli altri. Facciamo una corsa per raggiungerli», e lo mette a terra e, tenendolo per mano, si danno a correre finché si riuniscono al gruppo.

L’unione con Dio.

23«Maestro, che hai fatto?».

«Spiegavo a Marziam le ore del giorno».

«E il ragazzo ha pianto? Sarà stato cattivo e Tu lo scusi per bontà», dice Pietro.

24«No, Simone. Mi ha osservato pregare. Voi non lo avete fatto. Me ne ha chiesto ragione. Gliel’ho data. Il bambino si è commosso per le mie parole. Ora lasciatelo stare. Va’ da mia Madre, Marziam. E voi udite tutti. Non farà male neppure a voi la lezione».

25E Gesù spiega di nuovo l’utilità della preghiera nelle ore principali del giorno, omettendo la spiegazione dell’ora di nona e terminando: «L’unione con Dio è questo averlo presente in ogni momento per lodarlo o invocarlo[48].. Fatelo e progredirete nella vita dello spirito».

26Bozra ormai è vicina. Stesa nella pianura, appare vasta e sembra bella, con mura e torri. La sera che scende smorza i toni delle case e delle campagne in un lilla grigiognolo pieno di languore, nel quale si confondono i contorni, mentre belati e grugniti delle pecore e dei porci, chiusi nei recinti fuori le mura, rompono il silenzio della campagna. Silenzio che cessa non appena, varcata la porta, la carovana entra in un dedalo di stradette che deludono chi dall’esterno giudicava bella la città. Voci, odori e… fetori stagnano nelle viuzze contorte e accompagnano i pellegrini fino ad una piazza, certo un mercato, nella quale è l’albergo.

27E l’arrivo a Bozra è avvenuto.

7. A Bozra l’insidia di scribi e farisei[49].

Uomini-iene. Che bestie!

Bozra.

1Bozra, sia per la stagione, sia per essere così chiusa nelle sue stradette, si mostra al mattino opaca di nebbia. Opaca e molto sporca. Gli apostoli, tornati dalle compere sul mercato, ne parlano fra di loro. Perché l’industria alberghiera di quei tempi e di questi luoghi è talmente preistorica, che ognuno deve pensare ai suoi vettovagliamenti. Si capisce che gli osti non ci vogliono rimettere una briciola. Si limitano a cucinare ciò che gli avventori portano, e speriamo che non rubino sul portato. O al massimo a comperare per l’avventore o a vendere direttamente all’avventore le vettovaglie di cui hanno scorte, facendo da macellai, all’occorrenza, sui poveri agnelli destinati ad essere arrostiti.

Incompatibilità regionale.

2Questo di comperare dall’oste non è garbato a Pietro, e ora continua il battibecco fra l’apostolo e l’oste – una faccia malandrina alquanto – il quale non manca di insolentire l’apostolo dandogli del «galileo», mentre quello rimbecca, accennando ad un porcellino sgozzato or ora dall’oste per conto di avventori di passaggio: «Io galileo, tu porco, pagano che sei. Nel tuo fetido albergo non ci starei un’ora se fossi padrone di me. Ladro e…» (e qui aggiunge un altro termine molto… esplicativo, che lascio nella penna).

3Deduco che fra questi di Bozra e i galilei ci sia una delle tante incompatibilità regionali e religiose di cui era pieno Israele, o meglio la Palestina. L’oste urla più forte: «Se non fosse perché tu sei col Nazareno, e io sono meglio dei vostri lerci farisei che lo odiano senza ragione, ti laverei il muso col sangue del porco, così dovresti sgombrare di qui per correre a purificarti. Ma rispetto Lui, di cui è certa la potenza. E ti dico che con tutte le vostre storie siete dei peccatori. Siamo meglio noi di voi. Noi non insidiamo, noi non tradiamo. Voi, puah! Razza di traditori ingiusti e ribaldi che non rispettate neppure i pochi santi che avete fra voi».

4«A chi traditori? A noi? Ah! viva il Cielo che ora…». Pietro è inviperito e sta per scagliarsi, mentre suo fratello e Giacomo lo trattengono e Simone Zelote si interpone con Matteo. Ma, più che la loro opera, vale a far cadere l’ira la voce di Gesù, che si affaccia da una porta e dice: «Che ora tu, Simone, taci. E tu, uomo, taci ugualmente».

«Signore, quest’oste ha insinuato e minacciato per il primo».

«Nazareno, io sono stato offeso per il primo».

Io, lui. Lui e io. Si rimbalzano a vicenda la colpa i due colpevoli.   

Le insidie delle iene.

Gesù si fa avanti serio e calmo.

5«Avete torto tutti e due. E tu, Simone, più di lui. Perché tu conosci la dottrina dell’amore, del perdono, della mansuetudine, della pazienza, della fratellanza. Per non essere maltrattati come galilei occorre farsi rispettare come santi. E tu, uomo, se ti senti migliore degli altri, benedicine Iddio e sii degno di divenire sempre di più buono. E soprattutto non sporcare la tua anima con accuse bugiarde. I miei discepoli non tradiscono e non insidiano».

6«Ne sei certo, Nazareno? E allora perché quei quattro sono venuti a farmi domande se eri venuto, con chi eri e tante belle cose?».

«Cosa? Cosa? Chi sono? Dove sono?».

Gli apostoli si affollano, dimenticando che si accostano ad uno bagnato di sangue di porco, cosa che prima li faceva stare alla larga inorriditi.

«Andate voi ai vostri affari. Resta pure, tu, Misace».

7Gli apostoli se ne vanno nella stanza dalla quale è uscito Gesù, e nel cortile restano solo, uno di fronte all’altro, Gesù e l’oste. A qualche passo da Gesù è il mercante che sta osservando la scena, stupito.

8«Rispondi, uomo. Con sincerità. E perdona se il sangue ha inviperito la lingua di un mio discepolo. Chi sono questi quattro e che hanno detto?».

9«Chi siano non so di preciso. Ma certo scribi e farisei dell’altra parte. Chi li abbia portati qui non so. Non li ho mai visti. Ma loro sono bene al corrente di Te. Sanno da dove vieni, dove vai, con chi sei. Ma ne volevano conferma da me. No. Io sarò ribaldo. Ma so il mio mestiere. Io non conosco nessuno, non vedo nulla, non so niente. Per gli altri, si capisce. Perché per me so tutto. Ma perché devo dire agli altri ciò che so, e specie a quegli ipocriti? Ribaldo io? Sì. All’occorrenza sostengo anche i ladroni. Tanto Tu lo sai… Ma non saprei rubare o tentare di rubare a Te libertà, onore, vita. E quelli – non sono più Fara di Tolomeo se non è vero ciò che dico – e quelli ti posteggiano per farti del male. E chi ce li manda? Forse un della Perea o della Decapoli? Forse uno della Traconite o della Gaulanite o dell’Auranite? No. Noi, o non ti conosciamo o, se di Te sappiamo, ti rispettiamo come un giusto se non crediamo in Te come un santo. Chi allora li ha mandati? Uno della tua parte e forse uno dei tuoi amici, perché sanno troppe cose…».

Un discepolo e un amico.

Filippo di Arbela discepolo.

«Sapere della mia carovana è facile…», dice Misace.

10«No, mercante. Non di te. Ma di altri che sono con Gesù. Io non so e non voglio sapere. Non vedo e non voglio vedere. Però ti dico: se sai di essere colpevole ripara, se sai d’essere tradito provvedi».

11«Non colpevole, uomo. E non tradito. Solo è che Israele non comprende Me. Ma tu come sai di Me?».

«Per un ragazzo. Un discolo che faceva parlare di sé Bozra e Arbela. Qui perché veniva a consumare i suoi peccati, là perché disonorava la sua famiglia. E poi si è convertito. E più onesto di un giusto si è fatto. E ora è passato coi tuoi discepoli, discepolo esso pure, e ti attende ad Arbela per onorarti col padre e la madre. E narra a tutti che Tu gli hai mutato il cuore per le preghiere di sua madre. Filippo di Giacobbe, se santa diverrà mai questa regione, avrà merito di esserne il santificatore. E se in Bozra c’è chi ti crede, è per lui».

Fara l’oste di Bozra.

12«Dove sono ora gli scribi qui venuti?».

«Non lo so. Se ne sono andati, perché ho detto che non avevo posto per loro. Ce l’avevo. Ma non ho voluto ospitare i serpenti vicino alla colomba. Nella zona sono di certo. Sta’ attento».

13«Io ti ringrazio, uomo. Come ti chiami?».

«Fara. Ho fatto il mio dovere. Ricordati di me».

«Sì. E tu di Dio. E perdona al mio Simone. Il molto amore che mi porta lo acceca talora».

«Niente di male. L’ho offeso anche io… Ma fa male sentirsi insultare. Tu non insulti…».

14Gesù sospira… Poi dice: «Vuoi aiutare il Nazareno?».

«Se posso…».

«Io parlerei volentieri da questo cortile…».

«E io ti lascerò parlare. Quando?».

«Fra sesta e nona».

«Va’ tranquillo dove vuoi. Bozra saprà che parli. Ci penso io».

15«Dio te ne compensi», e Gesù gli dà un sorriso che è già un compenso. Poi si avvia verso la stanza dove era prima.

16Alessandro Misace dice: «Maestro, sorridi anche a me così… Vado anche io a dire ai cittadini di venire a sentire la Bontà che parla. Ne conosco molti. Addio».

«Anche a te Dio dia compenso», e Gesù gli sorride.

Le virtù di un discepolo.

Carità, mitezza e bontà.

17Entra nella stanza. Le donne sono intorno a Maria che ha il viso addolorato e che si alza subito andando dal Figlio. Non parla. Ma tutto in Lei è domanda. Gesù le sorride e le risponde dicendo a tutti: «Fate di essere liberi per l’ora di sesta. Dopo qui Io parlerò a molti. Intanto andate, tutti meno Simon Pietro, Giovanni ed Ermasteo. Annunciatemi e fate molte elemosine».

Gli apostoli se ne vanno.

Pietro si accosta lentamente a Gesù, che è presso le donne, e chiede: «Perché non anche io?».

18 «Quando si è troppo impulsivi si sta in casa. Simone, Simone! Quando mai saprai piegare la tua carità verso il prossimo? Per ora è una fiamma accesa, ma tutta per Me, è una lama diritta e rigida, ma solo per Me. Sii mite, Simone di Giona».

«Hai ragione, Signore. Mi ha già rimproverato tua Madre, come Lei sa, senza far male. Ma fin di dentro mi ha penetrato. Però… rimproverami anche Tu, ma… poi non mi guardare più così triste».

L’ubbidienza è la virtù del giusto.

19«Sii buono. Sii buono… Sintica, vorrei parlarti in disparte. Sali sulla terrazza. Vieni tu pure, Madre mia…».

20E sul rustico terrazzo che copre un’ala del fabbricato, nel sole tepido che scalda l’aria, Gesù, passeggiando lentamente fra Maria e la greca, dice: «Domani ci separeremo per qualche tempo. Presso Arbela voi donne, insieme a Giovanni di Endor, andrete verso il mar di Galilea, proseguendo fino a Nazareth insieme. Ma, per non mandarvi sole con un uomo quasi inabile, vi farò accompagnare dai miei fratelli e da Simon Pietro. Prevedo che ci saranno delle ripugnanze per questa separazione. Ma l’ubbidienza è la virtù del giusto. Passando dalle terre che Cusa sorveglia in nome di Erode, Giovanna può avere scorta per il resto della via. Allora rimanderete i figli di Alfeo e Simon Pietro. Ma quello per cui ti ho chiesto di salire qui è questo. Io ti voglio dire, o Sintica, che ho deciso per te una sosta in casa di mia Madre. Ella sa già. Con te sarà Giovanni di Endor e Marziam. Statevi di cuore, formandovi sempre più alla Sapienza. Io voglio che tu abbia molta cura del povero Giovanni. A mia Madre non dico questo perché Ella non occorre di consigli. Tu puoi capire e compatire Giovanni, ed egli può farti tanto bene perché è un esperto maestro. Poi verrò Io. Oh! presto! E ci vedremo sovente. Spero trovarti sempre più sapiente nella Verità. Io ti benedico, Sintica, in particolare. Questo è il mio addio per te, per questa volta. A Nazareth troverai amore e odio come dovunque. Ma nella mia casa troverai pace. Sempre».

Onde d’amore e di fedeltà.

21«Nazaret mi ignorerà e io la ignorerò. Vivrò nutrendomi della Verità e il mondo sarà nulla per me, Signore».

22«Sta bene. Vai pure, Sintica. E silenzio per ora. Madre, tu sai… Ti affido queste mie perle più care. Mentre siamo in pace, fra noi, Mamma, fa’ che il tuo Gesù si ristori nelle tue carezze…»

23 «Quanto odio, Figlio mio!».

«Quanto amore!».

«Quanta amarezza, Gesù caro!».

«Quanta dolcezza!».

«Quanta incomprensione, Creatura mia!».

«Quanta comprensione, Mamma!».

«Oh! mio Tesoro, Figlio caro!».

«Mamma! Gioia di Dio e mia! Mamma!».

24Si baciano restando poi vicini, sulla panchina di pietra che costeggia il muretto del terrazzo, Gesù tenendo abbracciata la Madre, protettore e amoroso, Lei stando col capo sulla spalla del Figlio, le mani nella sua mano: beati… Il mondo è tanto lontano… sepolto da onde di amore e di fedeltà…

8. Il discorso e i miracoli a Bozra dopo l’irruzione di due farisei. Il dono della fede ad Alessandro Misace[50].

Mummie velenose. Che incubo!

Gente e gente in attesa di Gesù.

1E il mondo è anche tanto vicino con le sue onde di odio, di tradimento, di dolore, di bisogno, di curiosità. E le onde vengono, come quelle del mare in un porto, a morire qui, dentro il cortile dell’albergo di Bozra, che il rispetto dell’oste, migliore di cuore di quanto non lo faccia supporre la sua faccia, ha nettato da escrementi e brutture. Gente e gente, del luogo e non del luogo, ma ancora della regione. E gente che dai discorsi comprendo venire da lontano, dalle rive del lago o da oltre lago. Nomi di paesi, frammenti di dolori si afferrano fra i discorsi che si intrecciano in attesa di Gesù. Gadara, Ippo, Gerghesa, Gamala, Afeca, e Naim, Endor, Jezrael, Magdala e Corozim passano da bocca a bocca, e con essi i racconti dei motivi per cui da tanto lontano sono venuti fino qui.

Frammenti di dolori.

2«Quando ho saputo che Egli era venuto per l’Oltre Giordano mi sono sconfortato. Ma mentre stavo per tornare a Jezrael sono venuti dei discepoli e hanno detto, a noi che aspettavamo a Cafarnao: “A quest’ora Egli è certo oltre Gerasa. Non perdete tempo ad andare a Bozra o ad Arbela”, e sono venuto con questi…».

3«Io invece da Gadara ho visto passare dei farisei. E chiedevano se c’era Gesù di Nazareth che era nella regione. Ho la moglie malata. Mi sono unito a loro. Poi, ieri ad Arbela, ho saputo che prima veniva a Bozra e sono venuto qui».

4«Io da Gamala vengo, per questo bambino. L’ha colpito una vacca furente. M’è rimasto così…», e mostra il figlio tutto rattrappito, incapace di muovere anche le braccia liberamente.

5«Io non ho potuto portare il mio. Vengo da Mageddo. Che dite? Me lo guarirà anche da qui?», geme una donna dal volto arrossato dal pianto.

6«Ma ci vuole il malato!».

«No. Basta aver fede».

«No. Se non impone le mani non si guarisce. Fanno così anche i discepoli suoi».

«Hai fatto tanta strada per nulla, donna!».

La donna si dà a piangere dicendo: «O me misera! E l’ho lasciato quasi moribondo, sperando… Non lo guarirà, e io non lo consolerò nella morte…».

7Un’altra donna la consola: «Non credere, donna. Io vengo a dirgli grazie perché mi ha fatto un grande miracolo senza lasciare il monte su cui parlava».

«Che male aveva tuo figlio?».

«Non era il figlio. Era il marito che era divenuto folle…», e le due continuano a parlare sottovoce.

«È vero. Anche la madre d’Arbela ebbe redento il figlio senza che il Maestro lo vedesse…», dice uno di Arbela e continua a parlare con dei vicini…

8«Largo, per pietà! Largo!», urlano dei portatori di una lettiga tutta coperta.

 

 

 

 

9La folla si fende e la lettiga passa col suo carico di dolore, andando a porsi là in fondo, quasi dietro ad un pagliaio. Uomo o donna colui che è steso sul lettuccio? Chissà!

Vecchie mummie velenose!

10Entrano due farisei tronfi e ben portanti, superbi più che mai. Assalgono il povero albergatore come due matti, urlando: «Maledetto mentitore! Perché ci hai detto che non c’era? Complice sei di Lui? Schernirti così di noi, i santi di Israele, per favorire… Chi poi? Che ne sai tu chi è? Che è per te?».

11«Che è? Ciò che voi non siete. Ma non ho mentito. É venuto poche ore dopo la vostra venuta. E non si è nascosto, né io lo nascondo. Ma siccome il padrone qui sono io, sull’istante vi dico: “Uscite da casa mia!”. Non si fa ingiuria qui al Nazareno. Capite? E se non capite le parole potrei parlarvi coi fatti, sciacalli che siete!».

12Il nerboruto alberghiere sembra così deciso di passare all’azione che i due farisei cambiano tono e si fanno striscianti come cagnoli minacciati dallo scudiscio.

13«Ma noi lo cerchiamo per venerarlo! Che credi? Ci ha fatto inferocire il pensiero di non poterlo vedere per tua colpa. Noi lo sappiamo chi è Egli. Il Messia, santo e benedetto, al quale noi non siamo degni di alzare lo sguardo. Noi polvere, Egli gloria di Israele. Conducici da Lui. La nostra anima brucia dalla voglia di udire la sua parola».

14L’oste rifà loro il verso a meraviglia, rispondendo: «Oh! guarda! E come ho potuto pensare che così non fosse, io che so di fama la giustizia dei farisei?! Ma certo. Voi siete venuti per adorarlo! Voi bruciate di questo desiderio! Vado a dirglielo. Vado… No, per Satana! Tu non mi segui! E neppur tu, o vi sbatacchio tanto, vecchie mummie velenose, da farvi entrare l’uno nell’altro. Qui state. Tu qui, dove ti pianto. E tu qui. E mi spiace di non potervi conficcare nella terra fino al collo per servirmi di voi come di piolo per legarvi i porci da scannare»; e unisce le parole all’azione, prendendo prima il più striminzito fariseo per le ascelle, alzandolo e poi ripiantandolo a terra così violentemente che per davvero che, se non era terreno ben duro, il disgraziato sarebbe entrato almeno fino alla caviglia nel suolo. Ma il terreno è duro e il fariseo resta ritto, dopo un grande scuotìo, come fosse un pupazzo. Poi l’oste prende l’altro e, per quanto sia piuttosto obeso, lo alza e lo riabbassa con la stessa furia e, posto che l’altro reagisce e si divincola, finisce che invece di metterlo ritto lo butta giù, seduto: un fagotto di carne e di stoffa… E se ne va poi, dicendo una brutta parola che si sperde fra i lamenti dei due e le risate di molti altri.

15Entra in un corridoio, passa in una corticella, prende una scaletta, pone piede su un ballatoio porticato e da questo in una stanza vasta, nella quale stanno finendo il pasto Gesù con tutti i suoi, più il mercante.

16«Sono arrivati due dei quattro farisei. Regolati. Per ora li ho regolati io. Volevano venire dietro a me. Non ho voluto. Sono ora giù nel cortile fra molti, molti malati, e altri ancora».

«Vengo subito. Grazie, Fara. Vai pure».

Ipocrisia farisaica.

17Si alzano tutti. Ma Gesù ordina che i discepoli restino dove sono, e così le donne, meno sua Madre, Maria Cleofa, Susanna e Salome. E visto il dolore che si dipinge sui volti degli esclusi, dice: «Andate sul terrazzo. Mi udrete ugualmente».

18Esce con gli apostoli e le quattro donne. Rifà la strada fatta dall’oste, entra nel cortile grande. La folla allunga il collo per vedere, e chi è furbo monta sui pagliai, sui carri fermi contro un lato, sull’orlo delle vasche…

19I due farisei gli vanno incontro tutti ossequiosi. Gesù li saluta col suo solito saluto, come fossero i suoi più fedeli amici. Però non si ferma a rispondere alle loro domande untuose: «Così in pochi siete? E senza discepoli? Ti hanno dunque abbandonato?».

20Gesù, continuando a camminare, risponde serio: «Nessun abbandono. Voi venite da Arbela dove avete incontrato chi mi precede, e in Giudea avete incontrato Giuda di Simone, Tommaso, Natanaele e Filippo».

21Il fariseo corpulento non osa più seguirlo e si ferma di colpo, arrossendo come una bragia.

22L’altro, più sfacciato, insiste: «È vero. Ma appunto sapevamo che Tu eri con dei discepoli fedeli e con le donne, e ci stupivamo di vederti con così pochi. Volevamo vedere le tue nuove conquiste per felicitarci con Te», e ride falso.

23«Le mie conquiste nuove? Eccole!», e Gesù fa un gesto a semicerchio, indicando la folla per lo più dell’Oltre Giordano, ossia di questa regione dove è Bozra. E poi, senza lasciare tempo al fariseo di replicare, inizia a parlare.

Discorso messianico

Compimento delle promesse.

24«”Mi han cercato quelli che prima non domandavano di Me. Mi han trovato quelli che prima non mi cercavano. Ed Io ho detto: ‘Eccomi, eccomi’ ad una nazione che non invocava il mio Nome”[51]. Gloria al Signore che parla la verità sulla bocca dei Profeti! Veramente Io, guardando questa folla che mi si stringe intorno, esulto nel Signore, perché vedo compite le promesse che l’Eterno mi ha fatte quando mi mandò nel mondo. Quelle promesse che Io stesso ho accese, col Padre e col Paraclito, nel pensiero, nella bocca, nel cuore dei Profeti[52], quelle promesse che Io ho conosciute prima di esser Carne[53] e che mi hanno confortato a vestire una carne. E mi confortano. Sì. Mi confortano da ogni odio, rancore, dubbio e menzogna. Mi hanno cercato quelli che prima non domandavano di Me. E mi hanno trovato coloro che non mi cercavano. Perché questo se invece coloro, ai quali Io ho teso le mani dicendo: “Eccomi”, mi hanno respinto? Eppure essi mi conoscevano, mentre questi non mi conoscevano. E allora?

25Ecco la chiave del mistero. Non è colpa l’ignorare, ma è colpa il rinnegare. E troppi di quelli che sanno di Me, e ai quali ho teso le mani, mi hanno rinnegato come fossi un bastardo o un ladrone, un satana corruttore, perché nella loro superbia hanno spento la fede e si sono smarriti per vie non buone, contorte, peccaminose, lasciando la via che la mia voce indica loro. Il peccato è nel cuore, nei piatti, nei letti, nei cuori, nelle menti di questo popolo che mi respinge e che, vedendo riflessa ovunque la sua propria immondezza, sopra Me pure la vede, e il suo astio più ancor la concentra, e allora mi dice: “Allontanati, ché sei immondo”[54].

Il Redentore.

26E che allora dirà Colui che viene con le vesti tinte di rosso, bello nel suo vestito, e cammina nella grandezza della sua forza? [55] Già compirà ciò che dice Isaia, e non tacerà, ma verserà quanto si meritano nel loro seno? No. Prima ha da pigiare nel suo strettoio, tutto solo, da tutti abbandonato, per fare il vino della Redenzione[56]. Il vino che inebria i giusti per farne dei beati, il vino che inebria i colpevoli della gran colpa per farne in bricioli la loro sacrilega potenza. Sì. Il mio vino, quello che si matura ora per ora al sole dell’eterno Amore, sarà rovina e salvezza di molti, come è detto in una profezia ancor non scritta, ma depositata nella roccia senza fenditura da cui è sgorgata la Vite che dà il Vino di Vita eterna[57].

27Voi capite? No, non capite, o dottori di Israele. Ma non importa che voi comprendiate. Sta scendendo su voi la tenebra di cui parla Isaia: “Hanno occhi e non vedono. Hanno orecchie e non odono”. Fate schermo alla Luce col vostro livore, onde si possa dire che la Luce è stata respinta dalle tenebre e il mondo non l’ha voluta conoscere[58]. Ma voi, voi esultate! Voi che essendo nelle tenebre avete saputo credere alla Luce che vi veniva annunciata, voi che l’avete desiderata, cercata, trovata[59]. Esulta, o popolo dei fedeli che per monti, fiumi, valli e laghi sei venuto alla Salute, senza contare il peso del lungo cammino[60]. Così si fa anche per l’altro spirituale cammino che è quello che dalle tenebre dell’ignoranza condurrà te, o popolo di Bozra, alla luce della Sapienza.

I servi della santa e dolce Legge

28Esulta, o popolo dell’Auranite! Esulta nella gioia della conoscenza. Veramente anche di te è detto, e dei popoli tuoi limitrofi, quando canta il Profeta che i vostri cammelli e dromedari si accalcheranno per le vie di Neftali e di Zabulon per portare adorazione al vero Dio[61] e per essere suoi servi[62] nella santa e dolce legge, che non impone altre cose, per dare paternità divina e beatitudine eterna, che di osservare i dieci comandi del Signore: amare il vero Dio con tutti se stessi, amare il prossimo come se stessi, rispettare i sabati senza profanarli, onorare i genitori, non uccidere, non rubare, non fare adulterio, non essere falso nelle testimonianze, non desiderare la donna e la roba d’altri. 

Gli schiavi dei comandi di Satana.

29Oh! voi beati se, venendo da più lontano; sorpasserete quelli che erano della casa del Signore e che ne sono usciti pungolati dai dieci comandi di Satana del disamore a Dio, dell’amore a se stessi, della corruzione del culto, della durezza ai parenti, del desiderio omicida, del tentato furto dell’altrui santità, della fornicazione con Satana, delle testimonianze false, dell’invidia per la natura e missione del Verbo, e del peccato orrendo che lievita e matura nel fondo dei cuori, di troppi cuori.

Seguire il Salvatore.

30Esultate, o sitibondi! Esultate, o affamati! Esultate, o afflitti! Eravate i reietti? Eravate i proscritti? Eravate gli spregiati? Eravate gli stranieri? Venite! Esultate! Ora non più. Io vi do casa, beni, paternità, patria. Il Cielo vi do. Seguitemi, ché sono il Salvatore! Seguitemi, ché sono il Redentore! Seguitemi, ché sono la Vita! Seguitemi, ché sono Colui al quale il Padre non nega grazie! Esultate nel mio amore! Esultate! E, perché vediate che Io vi amo, o voi che mi avete cercato coi vostri dolori, o voi che avete creduto in Me prima ancora di avermi conosciuto; perché questo giorno sia di vera esultanza, Io prego così:

Preghiera di guarigione messianica.

31“Padre, Padre santo! Su tutte le ferite, le malattie, le piaghe dei corpi, le angosce, i tormenti, i rimorsi dei cuori, su tutte le fedi che nascono, su quelle che vacillano, su quelle che si rafforzano, scenda, oh! scenda salute, grazia, pace! Pace in mio Nome! Grazia in tuo Nome! Salute per il nostro reciproco amore! Benedici, o Padre santissimo! Raccogli e fondi in un solo gregge questi tuoi e miei figli dispersi! Fa’ che dove Io sarò essi siano, una sola cosa con Te, Padre santo, con Te, con Me e col divinissimo Spirito”».

32Gesù, a braccia aperte in forma di croce, le palme alte verso il cielo, il volto alzato, la voce squillante come una tuba d’argento, è travolgente nel suo dire… Resta così, in silenzio, per qualche minuto. Poi i suoi occhi di zaffiro lasciano di guardare il cielo per guardare l’ampio cortile pieno di folla, che sospira commossa o freme di speranza; le mani si riuniscono quasi portandosi in avanti e, con un sorriso che lo trasfigura, Egli getta l’ultimo grido: «Esultate, o voi che credete e sperate! Popolo dei sofferenti, sorgi e ama il Signore Iddio tuo!».

Il dono della Fede.

Simultanea guarigione di tutti i malati.

33É simultanea e complessiva la guarigione di tutti i malati. Un trillìo di grida, un tuonare di voci osanna il Salvatore. E dal fondo del cortile, ancor trascinando il lenzuolo che la copriva, una donna fende la folla cadendo ai piedi del Signore. La folla ha un urlo diverso, di terrore: «Maria, la lebbrosa moglie di Gioacchino!», e fugge in tutte le direzioni.

34«Non temete! Ella è guarita. Né il suo contatto può farvi più male», rassicura Gesù. E poi alla prostrata: «Alzati, donna. La tua grande speranza ti ha premiata e ti fa perdonare di aver calpestato la prudenza verso i fratelli. Torna alla tua casa dopo le purificazioni salutari».

35La donna, giovane e passabilmente bella, piange alzandosi in piedi. Gesù la mostra alla folla, che si accosta un poco e ammira il miracolo urlando le sue meraviglie.

«Il marito che l’adorava le aveva costruito un rifugio in fondo alle sue terre, e ogni sera andava al limite di esso e piangendo le dava cibo…».

«Ella si era ammalata per la sua pietà, curando un mendico che non s’era detto lebbroso».

36«Ma come è venuta Maria, la buona?».

«Con quella barella. Come non ci abbiamo pensato che erano due servi di Gioacchino?».

«Hanno sfidato di esser lapidati per questo».

«La loro padrona! L’amano, sa farsi amare, più di sé stessi…»

37Gesù fa un gesto e tutti tacciono: «Voi vedete che amore e bontà provocano miracolo e gioia. Sappiate esser buoni, perciò. Vai, donna. Nessuno ti farà del male. La pace sia con te e nella tua casa».

La donna, seguita dai servi, che hanno incendiato la barella in mezzo al cortile, esce seguita da molti.

Risonanze.

38Gesù congeda la folla dopo aver ascoltato qualcuno e si ritira in casa, seguito da chi era con Lui.

«Che parole, Maestro!».

«Come eri trasfigurato!».

«Che voce!».

«E che miracoli!».

39«Hai visto quando sono fuggiti i farisei?».

«Se ne sono andati strisciando come due ramarri dopo le prime parole».

40«Quelli di Bozra e di tutti questi paesi hanno di Te un ricordo di sole…».

41«Madre, e tu che dici?».

«Io ti benedico, Figlio. Per me e per loro».

«Ebbene, la tua benedizione mi seguirà fino a che ci ritroveremo».

42«Perché dici così, Signore? Le donne ci lasciano, dunque?».

«Sì, Simone. Domani alla prima luce Alessandro parte per Aera. Andremo con lui fino alla strada di Arbela e poi lo lasceremo. E con dolore, credilo, Alessandro Misace, che sei stato una guida cortese del Pellegrino. Mi ricorderò di te sempre, Alessandro…».

Il dono della Fede.

43Il vecchio è commosso. Sta con le braccia incrociate sul petto nel profondo saluto orientale, un poco curvo, di fronte a Gesù. Ma sentendo queste parole dice: «Soprattutto ricordati di me quando sarai nel tuo Regno».

«Lo desideri, Misace?».

«Sì, mio Signore».

44«Io pure desidero una cosa da te».

«Quale, Signore? Sol che io possa, te la darò. Fosse la più preziosa delle cose che posseggo».

45«É la più preziosa. La tua anima voglio. Vieni a Me. Ti ho detto, in principio del viaggio, che speravo di darti un dono alla fine. Il dono è la Fede. Credi tu in Me, Misace?».

46«Io credo, Signore».

«Allora santifica la tua anima, onde la Fede non sia per te dono non solo inerte, ma dannoso».

47«É vecchia la mia anima. Ma mi sforzerò di farla nuova. Signore, io sono un vecchio peccatore. Ma Tu assolvimi e benedicimi perché da qui io cominci una vita nuova. Porterò con me la tua benedizione come la migliore scorta nel mio cammino verso il tuo Regno… Ci vedremo mai più, Signore?».

48«Mai più su questa Terra. Ma saprai di Me e crederai ancora di più, perché non ti lascerò senza evangelizzazione. Addio, Misace. Domani poco tempo avremo di salutarci. Facciamolo ora, prima di consumare per l’ultima volta il cibo insieme».

49Lo abbraccia e lo bacia. Anche gli apostoli e i discepoli lo fanno. Le donne salutano in un unico saluto. Ma Misace si inginocchia quasi davanti a Maria dicendo: «La tua luce di pura stella mattutina splenda nel mio pensiero fino alla morte».

50«Alla Vita, Alessandro. Ama mio Figlio e me amerai, ed io ti amerò».

Ubbidienza e pace.

51Simon Pietro chiede: «Ma da Arbela andremo ad Aera? Io ho paura che ci colga il mal tempo. Tanta nebbia… Sono tre giorni che c’è all’alba e al tramonto…».

52«Perché qui siamo discesi. Non ti pare di esser disceso molto? Ma così è. Da domani risalirai verso i monti della Decapoli e non avrai più nebbie», spiega Misace.

 «Discesi? Quando? Era strada piana…».

«Sì, ma in continua discesa. Oh! così lenta che non si avverte. Ma su miglia e miglia! …».

53«Ad Arbela quanto ci stiamo?»

«Tu Giacomo e Giuda neppure un’ora», dice reciso Gesù.

«Io… Giacomo e Giuda… neppur un’ora? E dove vado se non resto con voi tutti?».

54«Via. Fino alle terre di cui è custode Cusa. Accompagnerai con gli altri mia Madre e le donne fin lì. Poi andranno sole con i servi di Giovanna, e voi tornerete, raggiungendomi ad Aera».

«Oh! Signore! Tu sei in collera con me e mi punisci… Quanto dolore mi dai, Signore!».

55«Simone, si sente punito chi si sa in colpa. Questo essere in colpa deve dare dolore, non la punizione in sé. Ma non credo che sia punizione accompagnare mia Madre e le discepole sulla via del ritorno».

56«Ma non era meglio venissi anche Tu con noi? Lascia perdere Aera e questi luoghi, e vieni con noi».

«Ho promesso di andarvi e ci vado».

«Allora ci vengo anche io».

«Tu ubbidisci come senza proteste fanno i fratelli miei».

«E se trovi i farisei?».

57«Non sei certo tu il più indicato a convertirli. Ma è appunto perché li troverò che voglio che tu, con Giacomo e Giuda, andiate via prima di Arbela con le donne e con Giovanni di Endor e Marziam».

«Ah!… ho capito! Va bene».

58Gesù si volge alle donne e le benedice una per una dando ad ognuna consigli adatti. La Maddalena, nel chinarsi a baciare i piedi del suo Salvatore, chiede: «Ti vedrò ancora prima di ritornare a Betania?».

59«Senza dubbio, Maria. A etanim sarò sul lago».

9. Il ricco obolo lasciato dal mercante. Commiato dalla Madre e dalle discepole[63].

L’ora del congedo.

Trottando sui cammelli

1La venerazione di Misace si rivela al mattino di poi col far fare i primi chilometri di strada sui cammelli, di cui ha fatto aggiustare il carico in modo che sia comoda cuna agli inesperti cavalieri. Ed è discretamente buffo vedere emergere da fagotti e casse le teste brune o bionde, dai capelli lunghi fino alle orecchie degli uomini, o dalle trecce che si rivelano dal mazzocchio nascosto sotto al velo delle donne. Ogni tanto il vento della corsa, perché i cammelli vanno celermente, butta indietro questi veli e brillano al sole i capelli d’oro acceso di Maria di Magdala o quelli più dolcemente biondi di Maria SS., mentre le teste scure o dolcemente morate di Giovanna, Sintica, Marta, Marcella, Susanna e Sara prendono riflessi di indaco o bronzature cupe, e le teste canute di Elisa, Salome e Maria Cleofe sembrano spolverate d’argento sotto al nitido sole che le scalda.

2Gli uomini procedono bravamente sul nuovo mezzo di trasporto, e Marziam ride felice. Ci si accorge che l’asserzione del mercante è vera quando, volgendosi, si vede là in basso Bozra con le sue torri e le sue alte case fra il dedalo di vie strette. Delle lievi colline si presentano a nord-ovest. É alla loro base che scorre la via diretta ad Aera; e lì si ferma la carovana per far scendere i pellegrini e separarsi. I cammelli si inginocchiano col loro beccheggio molto sensibile che fa strillare più di una donna. Mi accorgo ora che le donne erano state prudentemente assicurate con lacci alle selle. Scendono un poco sbalordite da tanto rollio, ma riposate.

L’ora del commiato.

3Scende anche Misace, che si era tenuto in sella Marziam, e mentre i cammellieri riformano il carico nella maniera abituale si accosta a Gesù per un nuovo saluto.

«Io ti ringrazio, Misace. Ci hai risparmiato molta fatica e molto tempo».

4«Sì. Oltre venti miglia si sono fatte in breve ora. Hanno lunghe gambe i cammelli, se anche non hanno dolce ambio. Voglio sperare che le donne non abbiano troppo sofferto di esso».

Le donne rassicurano tutte di essere riposate e senza sofferenze.

5«Ormai siete a sei miglia da Arbela. Vi accompagni il Cielo e vi dia leggero cammino. Addio, mio Signore. Permetti che io baci i tuoi piedi santi. Felice di averti incontrato, Signore. Ricordati di me». Misace bacia i piedi di Gesù e poi rimonta in sella, e il suo crrr crrr fa alzare i cammelli… E la carovana parte di galoppo sulla strada piana, fra nuvoli di polvere.

6«Buon uomo! Sono tutto ammaccato, ma in compenso si sono riposati i piedi. Ma che scosse! Altro che tempesta di borea sul lago! Ridete? Non avevo cuscini io come le donne. Viva la mia barca! É ancora la cosa più pulita e più sicura. E ora mettiamoci addosso le sacche e andiamo pure».

7C’è una gara per caricarsi di più. Ma la vincono quelli che resteranno con Gesù, ossia Matteo, lo Zelote, Giacomo e Giovanni, Ermasteo e Timoneo, che prendono tutto per risparmiare i tre che andranno con le donne, anzi i quattro, perché c’è anche Giovanni di Endor; ma il suo aiuto sarà molto relativo, così in mal arnese come è.

8Vanno lesti per qualche chilometro. Raggiunta la cima del placido colle che faceva da paravento a occidente, riappare una pianura fertile, cinta da un anello di colli più alti del primo incontrato, aventi al centro un colle lungo e isolato. Nella pianura una città: Arbela.

9Scendono e presto sono in pianura. Vanno ancora per qualche tempo, poi Gesù si ferma dicendo: «Ecco l’ora della separazione. Prendiamo insieme il cibo e poi separiamoci. Questo è il bivio per Gadara. Prenderete quella via. É il più breve cammino, e avanti sera potrete essere nelle terre che Cusa ha in consegna».

Luce che si fa materia.

10Non c’è molto entusiasmo… Ma insomma si ubbidisce. Mentre mangiano, Marziam dice: «Allora è anche il momento di darti questa borsa. Me l’ha data il mercante mentre ero in sella con lui. Mi ha detto: “La darai a Gesù prima di separarti da Lui e gli dirai che mi ami come ama te”. Eccola. Mi pesava qui nella veste. Sembra piena di sassi».

«Fa’ vedere! Fa’ vedere! Il denaro pesa!». Sono tutti curiosi.

11Gesù slega le cordicelle di cuoio ritorto che tengono stretta la borsa di pelle di gazzella, credo, perché sembra pelle di camoscio, e rovescia il contenuto sul suo grembo. Monete rotolano fuori. Ma sono il meno. Rotolano fuori tanti sacchettini di sottilissimo bisso: fagottini legati con un filo. Vaghi colori traspaiono dal lino leggerissimo, e il sole pare accendere un fuocherello in quei fagottini, come fossero brage sotto una velatura di cenere.

«Che è? Che è? Slega, Maestro».

12Sono tutti curvi su di Lui che, molto calmo, scioglie il nodo di un primo fagottello dal fuoco biondo: topazi di diverse grandezze, ancora grezzi, splendono liberi al sole. Un altro fagottello: rubini, gocce di sangue rappreso. Un altro: prezioso rider di verde per schegge di smeraldi. Un altro: scaglie di cielo con zaffiri puri. Un altro: languide ametiste. Un altro: indaco viola di berilli. Un altro: splendore nero d’onici… E così via per dodici fagottini. Nell’ultimo, il più pesante e tutto un brillio d’oro di crisoliti, una piccola pergamena: «Per il tuo razionale di vero Pontefice e Re».

13Il grembo di Gesù è un praticello su cui sono sfogliati petali luminosi… Gli apostoli tuffano le mani in questa luce che si è fatta materia multicolore. Sono sbalorditi… Pietro mormora: «Se ci fosse Giuda di Keriot! …»

«Taci! É meglio che non ci sia», dice reciso il Taddeo.

Dono per i poveri.

14Gesù chiede un pezzo di tela per fare un unico fagottino delle pietre e, mentre durano i commenti, pensa.

15Gli apostoli dicono: «Ma era ben ricco quell’uomo!»; e Pietro fa ridere dicendo: «Abbiamo trottato su un trono di gemme. Non credevo di esser su simile splendore. Ma fosse stato più morbido! Che ne fai adesso?».

«Lo vendo per i poveri». Alza gli occhi e con un sorriso guarda le donne.

«E dove trovi, qui, il gioielliere che ti compra questa roba?».

16«Dove? Qui. Giovanna, Marta e Maria, acquistate il mio tesoro?».

Le tre donne, senza consultarsi neppure, dicono: «Sì», impetuosamente. Ma Marta aggiunge: «Qui abbiamo poco denaro».

«Me lo farete trovare a Magdala per la nuova luna».

17«Quanto vuoi, Signore?».

«Per Me nulla. Per i miei poveri molto».

«Dà qui. Molto avrai», dice la Maddalena e prende la borsa mettendosela in seno.

18Gesù trattiene solo le monete. Si alza. Bacia sua Madre, bacia la zia, bacia i cugini, Pietro, Giovanni di Endor e Marziam. Benedice le donne e le congeda. E loro se ne vanno, volgendosi indietro ancora, ancora finché una curva li nasconde.

19Gesù con i superstiti va verso Arbela. Una molto esile comitiva ormai, fatta di sole otto persone. Vanno solleciti e silenziosi verso la città sempre più vicina.

 

 

 


 

 

 


[1] 25 settembre 1945. GESU’ DI NAZARET, La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù, Inedito. Vol 4 N° 286 Poema: IV, 150 

[2] L’esilio degli Ebrei in Babilonia, predetto da Geremia ed Ezechiele, realizzato da Nabucodonosor re di Babilonia, terminato per opera di Ciro re di Persia, si estese dall’anno 538 avanti Cristo. Comportò varie deportazioni, l’assedio e la distruzione di Gerusalemme e del Tempio, la incarcerazione del profeta Geremia e del re di Giuda Sedecia ecc.

[3] Contro due popoli sono irritato, il terzo non è neppure un popolo: quanti abitano sul monte Seir e i Filistei e lo stolto popolo che abita in Sichem (Samaria) (Siracide 5025-28).

[4] “Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell’aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore di popoli? Eppure tu pensavi: Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell’assemblea, nelle parti più remote del settentrione. Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò uguale all’Altissimo. E invece sei stato precipitato negli inferi, nelle profondità dell’abisso!” (Isaia 14,12-15).

[5] “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gn 2,7).

[6] “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gn 2,7).

[7]Genesi Cap. 3

[8] Genesi 4,1-16

[9] Lamech discende da Caino nella quinta generazione. “Lamech disse alle mogli: “Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino ma Lamech settantasette” (Genesi .4,23-24).

[10] Enoch si distingue dagli altri patriarchi per parecchie caratteristiche: la sua vita raggiunge una cifra perfetta, il numero dei giorni di un anno solare, trecentosessantacinque anni; “camminò con Dio” come Noè (6,9), scomparve misteriosamente rapito da Dio come Elia (2 Re 2,11s): “Enoch piacque al Signore e fu rapito, esempio istruttivo per tutte le generazioni” (Siracide 44,16). Diventò una grande figura della tradizione giudaica, che propose a esempio la sua fede e la sua pietà: “Per fede Enoch fu trasportato via, in modo da non vedere la morte; e non lo si trovò più, perché Dio lo aveva portato via. Prima infatti di essere trasportato via, ricevette la testimonianza di essere stato gradito a Dio” (Ebrei 11,5)

[11] Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie, i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero. Allora il Signore disse: “Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni” (Genesi 6,2-3).

[12] Il diluvio durò sulla terra quaranta giorni. Le acque coprirono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo. Così fu sterminato ogni essere vivente. Le acque restarono alte sopra la terra centocinquanta giorni (Gn 7,17-24).

[13] I figli di Noè che uscirono dall’arca furono Sem, Cam e Iafet. E da questi fu popolata tutta la terra (Genesi 9,17).

[14] Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Si dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra. (Gn 11,1-9).

[15] Cioè nell’attimo fulmineo in cui l’anima viene creata da Dio.

[16] 26 settembre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N° 287

[17] Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità. Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé: li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto. (Sapienza 2,23; 3,1-6).

[18] Nel giorno del loro giudizio risplenderanno; come scintille nella stoppia, correranno qua e là. Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro (Sap. 3,7-8). Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi (Sal. 27,13).

[19] L’anima del malvagio desidera far il male (Proverbi 21,10)

[20] Vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. E gridarono a gran voce: “Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?” (Ap.6,9-10).

[21] Il frutto del giusto è un albero di vita (Proverbi 11,30).

[22] 27 settembre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N° 288

[23]IL VANGELO ETERNO: “Se un regno è diviso in sé stesso quel regno non può reggersi; se una casa è divisa in sé stessa, quella casa non può reggersi. Alla stessa maniera, se satana si ribella contro sé stesso ed è diviso, non può resistere, ma sta per finire. Se invece Io scaccio i demoni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il Regno di Dio” (Mc 3,24-26; Lc 11,20).

[24] “Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo” (Geremia 31,33). Darò loro un cuore capace di conoscermi (Ger. 24,7). Darò loro un solo cuore e un solo modo di comportarsi perché mi temano tutti i giorni per il loro bene e per quello dei loro figli dopo di essi (Ger. 32,39).

[25]IL VANGELO ETERNO: “Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via l’armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino”. (Lc 11,21-22).

[26]IL VANGELO ETERNO: Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde” (Lc 11,23).

[27]IL VANGELO ETERNO: Mentre diceva questo, una donna alza la voce di mezzo alla folla e disse: “Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte! Ma egli disse: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!” (Lc 11,27-28).

[28] 28 settembre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N° 289

[29] 29 settembre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N° 290

[30] “Tutto ciò che compone l’ordine temporale, cioè i beni della vita e della famiglia, la cultura, l’economia, le arti e le professioni, le istituzioni della comunità politica, le relazioni internazionali e così via, la loro evoluzione e il loro progresso, non sono soltanto mezzi con cui l’uomo può raggiungere il suo fine ultimo, ma hanno un valore proprio, riposto in essi da Dio, sia considerati in se stessi, sia considerati come parti di tutto l’ordine temporale: “E Dio vide tutte le cose che aveva fatto, ed erano assai buone” (Gen 1,31)… Perciò, è compito di tutta la Chiesa aiutare gli uomini affinché siano resi capaci di ben costruire tutto l’ordine temporale e di ordinarlo a Dio per mezzo di Cristo. È compito dei pastori annunciare con chiarezza i principi circa il fine della creazione e l’uso del mondo, dare gli aiuti morali e spirituali affinché l’ordine temporale venga istaurato in Cristo. (Decreto, sull’apostolato dei Laici, n.7)

[31] “I seminari maggiori sono necessari per la formazione sacerdotale. In essi tutta l’educazione degli alunni deve tendere allo scopo di formarne veri pastori di anime, sull’esempio di nostro Signore Gesù Cristo maestro, sacerdote e pastore. Gli alunni perciò vengano preparati al ministero della parola, in modo da penetrare sempre meglio la parola di Dio rivelata, rendersela propria con la meditazione e saperla esprimere con la parola e con la vita; al ministero del culto e della santificazione, in modo che pregando e celebrando le azioni liturgiche sappiano esercitare il ministero della salvezza per mezzo del sacrificio eucaristico e dei sacramenti; all’ufficio di pastore, per essere in grado di rappresentare in mezzo agli uomini Cristo, il quale non “venne per essere servito, ma per servire e dare la sua vita a redenzione delle moltitudini” e di guadagnare molti, facendosi servi di tutti” (Decreto sulla formazione sacerdotale, n.4).

[32] “Pertanto tutti gli aspetti della formazione, spirituale, intellettuale, disciplinare, siano con piena armonia indirizzati a questo fine pastorale, disciplinare, e tutti i superiori e i maestri si applicheranno a raggiungere questo fine con zelo e con azione concorde” (Decreto sulla formazione sacerdotale, n. 4).

[33] “Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gn 2,7). “È più spregevole del fango, colui che disconosce il suo creatore, colui che gli inspirò un’anima attiva e gli infuse uno spirito vitale” (Sap. 15,11).

[34] “Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani” (Is. 64,7). “Così ripaghi il Signore, o popolo stolto e insipiente? Non è lui il padre che ti ha creato, che ti ha fatto e ti ha costituito?” (Dt. 32,6). “Quanto siete perversi! Forse che il vasaio è stimato pari alla creta? Un oggetto può dire del suo autore: “Non mi ha fatto lui”? (Is.29,16).

[35]L’anima è intelligente in quanto ha la facoltà di conoscere penetrando nella natura e nell’essenza stessa delle cose e ha la capacità di comprendere pervadendo l’intelligenza stessa di tutti gli spiriti intelligenti. 

[36]L’anima è spirituale: Dio è spirito, l’anima è spirituale in quanto è la somiglianza genuina della natura stessa di Dio, è un riflesso della sua luce, è uno specchio terso della sua attività, è una immagine della sua bontà. Per l’anima spirituale noi partecipiamo della natura di Dio. Così sta scritto: Natura Dei sumus: “Noi siamo della natura di Dio” (Atti 17,28). Perciò Gesù disse: “voi siete dèi” (Gv 10,34).

[37]L’anima è libera: “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3,8). “Dio da principio creò l’uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere. Se vuoi, osserverai i comandamenti; l’essere fedele dipenderà dal tuo buon volere. Egli ti ha posto davanti il fuoco e l’acqua; là dove vuoi stenderai la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà” (Siracide 15,14-17).

[38] “Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli. Perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste” (2Cor 5,1-2). La rivelazione dell’immortalità dell’anima è esistita sempre, in quanto Dio si nomina Iddio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe (Es 3,6). Dio infatti non è Iddio dei morti, ma è Dio dei vivi (Mc 12,26).

[39] 30 settembre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N° 291

[40] Cristo ha comandato: “Bisogna pregare sempre senza stancarsi” (Lc 18,1). Perciò la Chiesa, obbedendo fedelmente a questo comando, non cessa mai d’innalzare preghiere e ci esorta con queste parole: “Per mezzo di lui (Gesù) offriamo continuamente un sacrificio di lode a Dio” (Eb 13,15).

A questo precetto la Chiesa ottempera con la Liturgia delle Ore, la quale, tra le altre azioni liturgiche, ha come sua caratteristica per antica tradizione cristiana di santificare tutto il corso del giorno e della notte (Sacrosanctum Concilium, n.12).

Perciò “sia per santificare veramente il giorno sia per recitare con frutto spirituale le stesse Ore, conviene che nella recita delle Ore si osservi il tempo, che corrisponde più da vicino al tempo vero di ciascuna Ora canonica” (Sacrosanctum Concilium, n. 94).

Nella Liturgia delle Ore la Chiesa, esercitando l’ufficio sacerdotale del suo Capo, offre a Dio “incessantemente” il sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome (Eb 13,15). Questa preghiera è “la voce della stessa Sposa che parla allo Sposo, anzi è la preghiera che Cristo, unito al suo Corpo, eleva al Padre” (Sacrosanctum Concilium, n. 84).

“Tutti color, pertanto, che compiono questa preghiera, adempiono da una parte l’obbligo proprio della Chiesa e dall’altra partecipano al sommo onore della Sposa di Cristo perché, celebrando le lodi di Dio, stanno dinanzi al suo trono a nome della Madre Chiesa” (Sacrosanctum Concilium, n.85).

[41]Ore 6 del mattino: “Le Lodi, come preghiera del mattino, e i Vespri, come preghiera della sera, che secondo la venerabile tradizione di tutta la Chiesa, sono il duplice cardine dell’Ufficio quotidiano, devono essere ritenute le Ore principali e come tali celebrate” (Sacrosanctum Concilium, n. 89).

Dice S. Basilio: “Il Mattutino è fatto per consacrare a Dio i primi moti della nostra mente e del nostro spirito in modo da non intraprendere nulla prima di esserci rinfrancati col pensiero di Dio, come sta scritto: “Mi sono ricordato di Dio e ne ho avuto letizia” (Sal 76,4); né il corpo si applichi al lavoro prima di aver fatto ciò che è stato detto: “Ti prego, Signore. Al mattino ascolta la mia voce; fin dal mattino t’invoco e sto in attesa” (Sal 5,4-5)

Quest’ora inoltre, che si celebra allo spuntar della nuova luce del giorno, ricorda la risurrezione del Signore Gesù, “luce vera che illumina ogni uomo” èsole di giustizia”, “che sorge dall’alto”. Perciò ben si comprende la raccomandazione di S. Cipriano: “Bisogna pregare al mattino, per celebrare con la preghiera mattutina la risurrezione del Signore”.

[42]Ore nove del mattino: “Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme in preghiera nello stesso luogo. Erano le nove del mattino. (At 2,1-3.15). Secondo una tradizione antichissima i cristiani erano soliti pregare per devozione privata in diversi momenti nel corso della giornata, anche durante il lavoro, per imitare la chiesa apostolica. Questa tradizione si è espressa in modi diversi e, con l’andare del tempo, si è concretata in celebrazioni liturgiche.

[43]Ore mezzo giorno: “Pietro salì verso mezzogiorno sulla terrazza a pregare” (Atti 10,9).

[44] I Vespri si celebrano quando si fa sera e il giorno ormai declina, “per rendere grazie di ciò che nel medesimo giorno ci è stato donato o con rettitudine abbiamo compiuto” (S. Basilio). Con l’orazione che innalziamo, “come incenso davanti al Signore”, e nella quale “l’elevarsi delle nostre mani” diventa “sacrificio della sera” ricordiamo anche la nostra redenzione.

E questo “si può anche intendere con un significato più spirituale, dell’autentico sacrificio vespertino: sia di quello che il Signore e Salvatore affidò, nell’ora serale, agli apostoli durante la Cena, quando inaugurò i santi misteri della Chiesa, sia di quello stesso del giorno dopo, quando, con l’elevazione delle sue mani in croce, offrì al Padre per la salvezza del mondo intero sé stesso, quale sacrificio della sera, cioè come sacrificio della fine dei secoli” (Cassiano).

[45] Compieta è l’ultima preghiera del giorno, da recitarsi prima del riposo notturno.

[46] L’Ufficio delle letture: “pur conservando il carattere di preghiera notturna per il coro, deve essere adattato in modo che si possa recitare in qualsiasi ora del giorno, e avere un minor numero di salmi e letture più lunghe” (Sacrosanctum Concilium, n. 89).

[47]Nona, ore 15. L’uso liturgico, tanto dell’Oriente che dell’Occidente, ha conservato Terza, Sesta e Nona, specialmente perché a queste Ore si collegava il ricordo degli eventi della Passione del Signore e della prima propagazione del Vangelo.

[48] “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità” (Gv 17,21-23)

[49] 1 ottobre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N° 292

[50] 2 ottobre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N°293

[51] “Mi feci ricercare da chi non mi interrogava, mi feci trovare da chi non mi cercava. Dissi: “Eccomi, eccomi” a gente che non invocava il mio nome. Ho teso la mano ogni giorno a un popolo ribelle; essi andavano per una strada non buona, seguendo i loro capricci, un popolo che mi provocava sempre, con sfacciataggine” (Isaia 65,1-3)

[52] “Non vogliamo infatti che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri… tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo” (1 Cor 10,1.4)

[53] “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,1.14). Gli dissero allora i Giudei: “Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?”. Rispose loro Gesù: “In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono” (Gv 8,57-58).

[54] “Essi sacrificavano nei giardini, offrivano incenso sui mattoni, abitavano nei sepolcri, passavano la notte in nascondigli, mangiavano carne suina e cibi immondi nei loro piatti. Essi dicono: “Sta’ lontano! Non accostarti a me, che per te sono sacro” (Is. 65,3-5).

[55] “Chi è costui che viene da Edom, da Bozra con le vesti tinte di rosso? Costui, splendido nella sua veste, che avanza nella pienezza della sua forza? – “Io, che parlo con giustizia, sono grande nel soccorrere” (Is 63,1).

[56] – “Perché rossa è la tua veste e i tuoi abiti come quelli di chi pigia nel tino?”  – “Nel tino ho pigiato da solo e del mio popolo nessuno era con me. Li ho pigiati con sdegno, li ho calpestati con ira. Il loro sangue è sprizzato sulle mie vesti e mi sono macchiato tutti gli abiti, poiché il giorno della vendetta era nel mio cuore e l’anno del mio riscatto è giunto” (Is 63,2-4).

[57] Allusione alla profezia di Simeone conservata nel cuore di Maria: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri in molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2,34-35).

[58] “Ascolta pure, ma senza comprendere, osservate pure, ma senza conoscere. Rendi insensibile il cuore di questo popolo, fallo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da esser guarito” (Is 6,9-10).

[59] “Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere” (Is 60,1-3).

[60] “Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. A quella vista sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore” (Is 60,4-5).

[61] “Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore” (Is 60,6)

[62] “Tutti i greggi di Kedàr si raduneranno da te, i montoni dei Nabaei saranno a tuo servizio, saliranno come offerta gradita sul mio altare; renderò splendido il tempio della mia gloria” (Is 60,7).

[63] 3 ottobre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N°294

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