Nuova Evangelizzazione
AGLAE UN CENCIO LURIDO CHE VOLLE TORNARE FIORE.
SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI
A cura di Fray Jesus Maria de Cabanaconde
S.O.S
Servo dell’Ordine dei Salvatori
Introduzione
Incontro dell’anima morta con il Salvatore che dà la Vita.
L’impatto del primo incontro decide il futuro dell’anima che ha buona volontà di salvezza. Accetta le vie della virtù e la purezza e vuole il dolore, l’onore, il bene ad ogni costo.
5La donna, costeggiando una siepe che la ripara, lo ha raggiunto. “Signore!”.
“Donna”.
“Il tuo nome, Signore”.
“Gesù”.
“Non l’ho mai udito. Sono romana, mima e ballerina. Non sono esperta che in lascivie. Che vuol dire quel Nome? Il mio è Aglae e.… e vuol dire: vizio”.
“Il mio vuol dire: Salvatore”.
“Come salvi? Chi?”.
“Chi ha buona volontà di salvezza. Salvo insegnando ad esser puri, a volere il dolore ma l’onore, il bene ad ogni costo”. Gesù parla senza acredine, ma senza neppure voltarsi verso la donna.
“Io sono perduta…”.
“Io sono Colui che ricerca i perduti”.
“Io sono morta”.
“Io sono Colui che dà Vita”.
“Io sono sudiciume e menzogna”.
“Io sono Purezza e Verità”.
“Anche Bontà sei, Tu che non mi guardi, non mi tocchi e non mi calpesti. Pietà di me…”.
“Tu abbiti, per prima, pietà. Dell’anima tua”.
“Cosa è l’anima?”.
“È ciò che dell’uomo fa un dio e non un animale. Il vizio, il peccato l’uccide e, uccisa che sia, l’uomo torna animale repellente[4]”.
“Ti potrò vedere ancora?”.
“Chi mi cerca mi trova”.
“Dove stai?”.
“Dove i cuori hanno bisogno di medico e medicina per tornare onesti”.
“Allora… non ti vedrò più… Io sto dove non si vuole medico, medicina e onestà”.
“Nulla ti impedisce di venire dove sono. Il mio Nome sarà gridato per le vie e verrà fino a te. Addio”.
“Addio, Signore. Lascia che ti chiami ‘Gesù’. Oh! non per famigliarità!… Perché entri un poco di salvezza in me. Sono Aglae, ricordati di me”.
“Sì. Addio”.
1. Quel casamento fra tutto quel verde…
Gesù è nel Suo primo anno di vita pubblica e si reca a Ebron[1], con alcuni Apostoli e alcuni Pastori, per pregare sulla tomba di Zaccaria, il marito di Elisabetta e padre del Battista.
Ebron: la casa di Zaccaria
1“Si vedono delle case” [2] dice Giovanni, che precede di qualche passo gli altri.
“È Ebron. A cavaliere fra due fiumi col suo dorso. Vedi, Maestro? Quel casamento là, fra tutto quel verde, un poco più alto degli altri? È la casa di Zaccaria”.
“Affrettiamo il passo”.
Fanno svelti gli ultimi metri di strada, entrano in paese. Gli zoccoletti delle pecore paiono nacchere sulle pietre irregolari della via, qui selciata rudimentalmente così. Raggiungono la casa. La gente guarda quel gruppo di uomini di diverso aspetto, età e vestito, fra il bianco delle pecore.
“Oh! È diversa! Qui vi era il cancello!” dice Elia. Ora, invece del cancello, è un portone ferrato che preclude la vista, e anche il muretto di cinta è più alto di un uomo, e perciò nulla si vede.
“Forse sarà aperto sul dietro, andiamo”. Girano un vasto quadrilatero, meglio un vasto rettangolo, ma il muro è uguale da per tutto.
“Muro fatto da poco” dice Giovanni osservandolo. “È senza sfregi, e in terra sono ancora pietre calcinose”.
“Non vedo neppure il sepolcro… Era verso il bosco. Ora il bosco è fuori del muro e.… e pare di tutti. Vi fanno legna…”. Elia è perplesso.
Il sepolcro profanato.
2Un uomo, un taglialegna vecchietto, bassetto ma robusto, che osserva il gruppo, lascia di segare un tronco abbattuto e viene verso il gruppo. “Chi cercate?”.
“Volevamo entrare nella casa, per pregare al sepolcro di Zaccaria”.
“Non c’è più sepolcro. Non sapete? Chi siete?”.
“Io amico di Samuele il pastore, Lui…”.
“Non occorre, Elia” dice Gesù. Elia tace.
“Ah! Samuele!… Già! Ma da quando Giovanni, figlio di Zaccaria, è in prigione, la casa non è più sua. Ed è sventura, perché egli faceva dare ogni guadagno del suo avere ai poveri di Ebron. Una mattina è venuto un della corte di Erode, ha buttato fuori Gioele, ha messo i sigilli, poi è tornato con degli artieri e ha cominciato a fare alzare il muro…
Sull’angolo, là, era il sepolcro. Non lo ha voluto… e una mattina lo trovammo tutto sciupato, mezzo giù… le povere ossa mescolate… Le abbiamo raccolte come si è potuto… Ora sono in un’unica arca…
E nella casa del sacerdote Zaccaria quel sozzo ci tiene le sue amanti. Ora c’è una mima di Roma. Per questo ha alzato il muro. Non vuole che si veda… La casa del sacerdote, un lupanare! La casa del miracolo e del Precursore! Perché certo è lui, se pure non è lui il Messia.
E quante noie abbiamo avute per il Battista! Ma è il nostro grande! Veramente grande! Già quando nacque ci fu miracolo. Elisabetta, vecchia come un cardo secco, fu fertile come pomo in adar, primo miracolo.
Poi venne una cugina, che era santa, a servirla e a sciogliere la lingua al sacerdote. Si chiamava Maria. Me la ricordo. Per quanto non la si vedesse che molto di rado. Come fu, non so. Si dice che, per far felice Elisa, Ella facesse posare la bocca muta di Zaccaria sul suo seno gravido, o che gli mettesse le sue dita in bocca[2].
Non so bene. Certo è che, dopo nove mesi di silenzio, Zaccaria parlò lodando il Signore e dicendo che c’era il Messia. Non spiegò di più. Ma mia moglie assicura, lei c’era quel giorno, che Zaccaria disse, lodando il Signore, che suo figlio gli sarebbe andato avanti. Ora io dico: non è come la gente crede. Giovanni è il Messia e va avanti al Signore, come Abramo a Dio, ecco. Non ho ragione?”.
Fanatismo religioso.
3“Hai ragione per quanto riguarda lo spirito del Battista, che sempre procede davanti a Dio. Ma non hai ragione riguardo al Messia”.
“Allora quella, che si diceva Madre del Figlio di Dio – lo disse Samuele – non era vero che lo era? Non c’è ancora?”.
“Lo era. Il Messia è nato, preceduto da colui che nel deserto alzò la sua voce, come disse il Profeta[3] ”.
“Sei Tu il primo che lo assicuri. Giovanni, l’ultima volta che Gioele gli portò una pelle di pecora, come tutti gli anni faceva al venir dell’inverno, per quanto interrogato sul Messia non disse: ‘C’è’. Quando lui lo dirà…”.
“Uomo, io sono stato discepolo di Giovanni e l’ho udito dire: ‘Ecco l’Agnello di Dio’ indicando…” dice Giovanni.
“No, no. L’Agnello è lui. Vero Agnello che da sé si è cresciuto, senza bisogno di madre e padre quasi. Appena figlio della Legge, si è isolato nelle spelonche dei monti che guardano il deserto e lì si è cresciuto, parlando con Dio. Elisa e Zaccaria sono morti, ed egli non è venuto. Padre e madre per lui era Dio. Non vi è santo più grande di lui. Domandate a tutta Ebron. Samuele lo diceva, ma devono aver avuto ragione i betlemmiti. Il santo di Dio è Giovanni”.
“Se un ti dicesse: ‘Il Messia sono Io’, che diresti tu?” chiede Gesù.
“Lo chiamerei ‘bestemmiatore’ e lo caccerei a colpi di pietra”.
“E se facesse un miracolo per provare il suo essere?”.
“Lo direi ‘indemoniato’. Il Messia verrà quando Giovanni si rivelerà nel suo vero essere. Lo stesso odio di Erode è la prova. Egli, l’astuto, sa che Giovanni è il Messia”.
“Non è nato a Betlemme”.
“Ma quando sarà liberato, dopo essersi annunciato da sé stesso il suo prossimo avvento, si manifesterà a Betlemme. Anche Betlemme attende questo. Mentre… oh! vai, se hai fegato, a parlare ai betlemmiti di un altro Messia… e vedrai”.
“Avete una sinagoga?”.
“Sì. Dritto per duecento passi per questa via. Non puoi sbagliare. Vicino è l’arca dei resti violati”.
“Addio. E il Signore ti illumini”.
Se ne vanno. Girano sul davanti.
La mima e ballerina di Roma.
4Sul portone è una donna giovane e sfacciatamente vestita. Bellissima. “Signore, vuoi entrare nella casa? Entra”.
Gesù la fissa, severo come un giudice, e non parla.
Parla Giuda, in questo spalleggiato da tutti.
“Rientra, spudorata! Non profanarci col tuo alito, cagna famelica”.
La donna ha un vivo rossore e china il capo. Fa per scomparire confusa, beffata da monelli e passanti.
“Chi è tanto puro da dire: ‘Non ho mai desiderato il pomo offerto da Eva?’” dice Gesù severo, e aggiunge: “Indicatemi costui ed Io lo saluterò ‘santo’. Nessuno? E allora se, non per ribrezzo ma per debolezza, vi sentite incapaci di avvicinare costei, ritiratevi. Non obbligo i deboli a lotte impari. Donna, vorrei entrare. Questa casa era di un mio parente. Mi è cara”.
“Entra, Signore, se non hai schifo di me”.
“Lascia aperta la porta. Che il mondo veda e non mormori…”.
Gesù passa serio, solenne. La donna lo inchina soggiogata e non osa muoversi. Ma i lazzi della folla la pungono a sangue. Fugge di corsa sino in fondo al giardino, mentre Gesù va sino ai piedi della scala, sogguarda per le porte socchiuse, ma non entra. Poi va dove era il sepolcro, e dove ora è una specie di tempietto pagano.
“Le ossa dei giusti, anche se inaridite e disperse, gemono balsamo di purificazione e spargono semi di vita eterna. Pace ai morti vissuti nel bene! Pace ai puri che dormono nel Signore! Pace a coloro che soffersero, ma non vollero conoscere vizio! Pace ai veri grandi del mondo e del Cielo! Pace!”.
Aglae… vuol dire: vizio.
5La donna, costeggiando una siepe che la ripara, lo ha raggiunto. “Signore!”.
“Donna”.
“Il tuo nome, Signore”.
“Gesù”.
“Non l’ho mai udito. Sono romana, mima e ballerina. Non sono esperta che in lascivie. Che vuol dire quel Nome? Il mio è Aglae e.… e vuol dire: vizio”.
“Il mio vuol dire: Salvatore”.
“Come salvi? Chi?”.
“Chi ha buona volontà di salvezza. Salvo insegnando ad esser puri, a volere il dolore ma l’onore, il bene ad ogni costo”. Gesù parla senza acredine, ma senza neppure voltarsi verso la donna.
“Io sono perduta…”.
“Io sono Colui che ricerca i perduti”.
“Io sono morta”.
“Io sono Colui che dà Vita”.
“Io sono sudiciume e menzogna”.
“Io sono Purezza e Verità”.
“Anche Bontà sei, Tu che non mi guardi, non mi tocchi e non mi calpesti. Pietà di me…”.
“Tu abbiti, per prima, pietà. Dell’anima tua”.
“Cosa è l’anima?”.
“È ciò che dell’uomo fa un dio e non un animale. Il vizio, il peccato l’uccide e, uccisa che sia, l’uomo torna animale repellente[4]”.
“Ti potrò vedere ancora?”.
“Chi mi cerca mi trova”.
“Dove stai?”.
“Dove i cuori hanno bisogno di medico e medicina per tornare onesti”.
“Allora… non ti vedrò più… Io sto dove non si vuole medico, medicina e onestà”.
“Nulla ti impedisce di venire dove sono. Il mio Nome sarà gridato per le vie e verrà fino a te. Addio”.
“Addio, Signore. Lascia che ti chiami ‘Gesù’. Oh! non per famigliarità!… Perché entri un poco di salvezza in me. Sono Aglae, ricordati di me”.
“Sì. Addio”.
La donna resta nel fondo, Gesù esce severo. Guarda tutti. Vede perplessità nei discepoli, scherno negli ebroniti. Un servo chiude il portone.
La sinagoga interdetta all’Amore misericordioso.
6Gesù va dritto per la via. Bussa alla sinagoga. Si affaccia un vecchietto astioso. Non dà neppure tempo a Gesù di parlare.
“La sinagoga è interdetta, in questo luogo santo, per coloro che commerciano con le meretrici. Via!”.
Gesù si volta senza parlare e continua a camminare per la via. I suoi dietro. Finché sono fuori di Ebron. Allora parlano.
“Però l’hai voluto, Maestro” dice Giuda. “Una meretrice!”.
“Giuda, in verità ti dico che ella ti supererà. E ora, tu che mi rimproveri, che mi dici sui giudei? Nei luoghi più santi della Giudea siamo stati beffati e cacciati… Ma così è. Viene il tempo che Samaritani e Gentili adoreranno il vero Dio, e il popolo del Signore sarà sporco di sangue e di un delitto… di un delitto rispetto al quale quello delle meretrici che vendono la loro carne e la loro anima sarà poca cosa.
Non ho potuto pregare sulle ossa dei miei cugini e del giusto Samuele. Ma non importa. Riposate, ossa sante, giubilate o spiriti che abitavate in esse. La prima risurrezione è vicina. Poi verrà il giorno in cui sarete mostrati agli angeli come quelli dei servi del Signore”.
Gesù tace e tutto ha fine.
2. I gioielli di Aglae
Tre Pastori (fra quelli che furono i primi adoratori del Verbo incarnato e che erano nel frattempo diventati Discepoli del Battista – ormai prigioniero a Macheronte -) vanno da Gesù per informarlo che: “… facile sarebbe liberarlo se avessimo molto denaro…”
Oro di peccato diventa buono se usato dal santo.
1“Maestro” [3] dice Elia.[4] “Quella donna… quella donna che sta nella casa di Giovanni[5]… quando Tu eri via da tre giorni e noi pasturavamo le pecore sui prati di Ebron – ché son di tutti, i prati, e non ci potevano cacciare – ci mandò una servente con questa borsa e dicendo che ci voleva parlare… Non so se ho fatto bene… ma per la prima volta ho reso la borsa e ho detto: ‘Non ho nulla da udire’… Poi lei mi ha fatto dire: ‘Vieni in nome di Gesù’ e sono andato… Ha aspettato che non ci fosse il suo… insomma l’uomo che la tiene… Quante cose ha voluto… anzi, voleva sapere. Ma io… ho detto poco. Per prudenza. È una meretrice. Temevo fosse un tranello per Te. Mi ha chiesto chi sei, dove stai, che fai, se sei un signore… Io ho detto: “È Gesù di Nazareth, è dappertutto perché è un maestro e va insegnando per la Palestina”. Ho detto che sei un uomo povero, semplice, un operaio che la Sapienza ha fatto sapiente… Non di più”.
“Hai fatto bene” dice Gesù, e contemporaneamente Giuda esclama: “Hai fatto male! Perché non hai detto che è il Messia, che è il Re del mondo? Schiacciarla, la superba romana, sotto il fulgore di Dio!”.
“Non mi avrebbe capito… E poi? Ero certo se era sincera? L’hai detto tu, quando la vedesti, cosa è lei. Potevo gettare le cose sante – e tutto ciò che è Gesù è santo – in bocca a lei? Potevo mettere in pericolo Gesù dando troppe notizie? Da tutti gli venga male, ma non da me”.
“Andiamo noi, Giovanni, a dirle chi è il Maestro, a spiegarle la verità santa”.
“Io no. A meno che Gesù me lo ordini”.
“Hai paura? Che vuoi che ti faccia? Hai schifo? Non lo ha avuto il Maestro!”.
“Non paura e non schifo. Ho pietà di lei. Ma penso che, se Gesù voleva, poteva fermarsi ad istruirla. Non lo ha fatto… non è necessario farlo noi”.
“Allora non c’erano segni di conversione… Ora… Fai vedere, Elia, la borsa”.
E Giuda rovescia su un lembo del mantello, poiché si è seduto sull’erba, il contenuto della borsa. Anelli, armille, braccialetti, una collana rotolano: giallo oro sul giallo opaco della veste di Giuda.
“Tutti gioielli!… Che ce ne facciamo?”.
“Si possono vendere” dice Simone.
“Sono cose noiose” obbietta Giuda, che però li ammira.
“Gliel’ho detto anche io, nel prenderli; ho anche detto: ‘Il tuo signore ti batterà’. Mi ha risposto: ‘Non è roba sua. Mia è, ne faccio ciò che voglio. So che è oro di peccato… ma diventerà buono se usato per chi è povero e santo. Perché si ricordi di me’, e piangeva”.
“Vacci, Maestro”.
“No”.
“Mandaci Simone”.
“No”.
“Allora vado io”.
“No”.
“No” di Gesù sono secchi e imperiosi.
“Ho fatto male, Maestro, a parlare con lei, a prendere quell’oro?” chiede Elia, che vede Gesù serio.
“Non hai fatto male. Ma non c’è nulla di più da fare”.
Parabola della farina e del lievito.
2“Ma forse quella donna vuole redimersi ed ha bisogno di essere ammaestrata…” obbietta ancora Giuda.
“In lei sono già tante scintille atte a suscitare l’incendio in cui può ardersi il suo vizio e rimanere l’anima rinverginizzata dal pentimento. Poco fa vi ho parlato di lievito che si sparge per la farina e la fa santo pane.
Udite una breve parabola. Quella donna è farina. Una farina in cui il Maligno ha mescolato le sue polveri di inferno. Io sono il lievito. Ossia la mia parola è il lievito.
Ma se troppa pula è nella farina, o se sassi e rena vi è mescolata, e cenere con essa, può farsi il pane anche se il lievito è buono? Non può farsi. Occorre che pazientemente si levi dalla farina pula, cenere, sassi e rena.
La Misericordia passa e offre il crivello… Il primo: quello fatto da brevi verità fondamentali. Quali sono necessarie per esser comprese da uno che è nella rete della completa ignoranza, del vizio, del gentilesimo. Se l’anima lo accoglie, comincia la prima purificazione.
La seconda avviene col crivello dell’anima stessa, che confronta il suo essere con l’Essere che si è rivelato. E ne ha orrore. E inizia la sua opera. Per una operazione sempre più minuta, dopo i sassi, dopo la rena, dopo la cenere, giunge anche a levare quello che è già farina, ma con granelli ancor pesanti, troppo pesanti per dare ottimo pane.
Ora eccola tutta pronta. Ripassa allora la Misericordia e si immette in quella farina preparata – anche questa è preparazione, Giuda – e la solleva e la fa pane. Ma è operazione lunga e di ‘volontà’ dell’anima.
Quella donna… quella donna ha già in sé quel minimo che era giusto darle e che le può servire a compiere il suo lavoro. Lasciamo lo compia, se vorrà farlo, senza turbarla. Tutto turba un’anima che si lavora: la curiosità, gli zeli inconsulti, le intransigenze come le eccessive pietà”.
Il buon uso delle ricchezze.
3“Giuda, tu hai detto che quei gioielli sono molto belli”.
“Belli e preziosi”.
“Quanto potranno valere? Mi sembra che tu te ne intendi”.
“Sì, me ne intendo. Perché vuoi sapere il loro valore, Maestro? Li vuoi vendere? Perché?”.
“Forse… Di’: quanto potranno valere?”.
“Se ben venduti, almeno, almeno sei talenti”.
“Ne sei sicuro?”.
“Sì, Maestro. La collana sola, così grossa e pesante, d’oro purissimo, vale almeno tre talenti. L’ho guardata bene. E anche i bracciali… Non so neppure come i polsi sottili di Aglae li potessero sostenere”.
“Erano i suoi ceppi, Giuda”.
“È vero, Maestro… Ma molti vorrebbero avere di questi ceppi!”.
“Lo credi? Chi? “.
“Ma… molti!”.
“Sì, molti che di uomo han solo il nome… E conosceresti un possibile compratore?”.
“Li vuoi vendere, insomma? E per il Battista? Ma guarda, è oro maledetto!”.
“Oh! incoerenza umana! Finisci ora di dire, con palese desiderio, che molti vorrebbero avere quell’oro, e poi lo chiami maledetto?! Giuda, Giuda!… È maledetto, sì. È maledetto! Ma ella lo ha detto: ‘Si santificherà servendo per chi è povero e santo’, e lo ha dato per questo, perché il beneficato preghi per la sua povera anima che, come embrione di futura farfalla, si gonfia nel seme del cuore.
Chi più santo e povero del Battista? Egli è per missione pari a Elia, ma per santità più grande di Elia[4] . Egli è più povero di Me. Io ho una Madre e una casa…Quando si ha queste, e pure e sante come Io le ho, non si è mai derelitti.
Egli non ha più casa e non ha più neppure il sepolcro della madre. Tutto manomesso, profanato dalla nequizia umana. Chi è dunque il compratore?”.
“Ve ne è uno a Gerico e molti a Gerusalemme. Ma quello di Gerico!!! Ah! è un astuto levantino, battiloro usuraio, barattiere, mercante d’amore, certo ladro, forse omicida… di sicuro perseguitato da Roma. Si fa chiamare Isacco per parere ebreo. Ma il suo vero nome è Diomede. Lo conosco bene…”.
“Lo vediamo!», interrompe Simone Zelote che poco parla ma che tutto osserva. E chiede: «Come fai a conoscerlo tanto bene?”.
“Ma… sai… Per far piacere a degli amici potenti. Sono andato da lui… e ho fatto affari… Noi del Tempio… sai…”.
“Già!… fate tutti i mestieri”, termina Simone con fredda ironia.
Giuda avvampa, ma tace.
“Può comprare?”, chiede Gesù.
“Io credo. Non gli manca mai il denaro. Certo bisogna saper vendere, perché il greco è astuto, e se vede di avere a che fare con un onesto, un… colombo di nido, lo spenna a dovere. Ma se ha a che fare con un avvoltoio suo pari…”.
“Vacci tu, Giuda. Sei il tipo adatto. Hai l’astuzia della volpe e la rapacità dell’avvoltoio. Oh! perdona, Maestro. Ho parlato prima di Te!”, dice ancora Simone Zelote.
“La penso come tu pensi, e perciò dico a Giuda di andare. Giovanni, va’ con lui. Noi vi raggiungeremo al calar del sole. Il luogo di ritrovo sarà presso la piazza del mercato. Vai. E fa’ per il meglio”.
Giuda si alza subito. Giovanni ha gli occhi imploranti di un cagnolo scacciato. Ma Gesù parla di nuovo coi pastori e non vede questo sguardo implorante. E Giovanni si avvia dietro a Giuda.
“Vorrei farvi contenti”, dice Gesù ai pastori.
I gioielli di Aglae saranno venduti e la cifra ricavata (dieci talenti e mezzo ca.) aiuterà a liberare Giovanni Battista dalla sua prima prigionia.
Al mercato di Gerico.
4La piazza del mercato di Gerico[6], coi suoi alberi e i suoi venditori vocianti. In un angolo il gabelliere Zaccheo intento alle sue… estorsioni legali e illegali. Deve fare anche un poco il compra e vendi di preziosi, perché vedo che pesa e giudica monili e oggetti di metallo nobile, non so se dati in cambio di monete per impossibilità di pagare le gabelle altrimenti o se venduti per altre necessità.
Ora è la volta di una snella donna tutta coperta da un mantellone di un colore fra ruggine e bigio. Ha anche il viso coperto da un telo di bisso molto fitto e giallognolo che non permette di vederla in viso. Non si nota che la snellezza del corpo, che tale appare anche e nonostante tutto quel paludamento bigiognolo che l’avviluppa. Deve esser giovane, almeno a giudicare da quel minimo che si vede, ossia una mano che esce per un momento dal mantello e porge un braccialetto d’oro, e dai piedi calzati di sandali non tanto semplici, ma già muniti di tomaia e di un intreccio di strisce di cuoio per cui si vedono solo le dita, lisce e giovanili, ed un poco della caviglia snella e bianchissima. Tende il suo bracciale senza dire parola, riceve il denaro senza fare obbiezioni e si volta per andarsene.
Mi accorgo ora che ha alle spalle l’Iscariota che la osserva attentamente e, quando lei sta per andarsene, le dice una parola che non afferro bene. Ma lei, come fosse muta, non risponde e se ne va lesta nel suo fagotto di panni.
3. Pietro
nota “una velata” a Gerusalemme e ne informa Gesù.
Gesù è nella cucina della casetta dell’Uliveto, a cena fra i suoi Discepoli e parlano dei fatti della giornata. Quella stessa sera parlerà di nascosto con Nicodemo e poi lascerà Gerusalemme per l’astio dei dottori della Legge e dei Sinedristi.
La “velata”.
1[…] «A proposito di donne»,[7] dice Pietro che, forse perché è seduto presso Gesù, è talmente in solluchero che è buono buono. “È un poco di giorni, e anzi da quando hai parlato a Betania la prima volta dopo il ritorno in Giudea, che una donna, tutta velata, ci segue sempre. Non so come faccia a sapere le nostre intenzioni. So che, o in fondo alle ultime file di popolo che ascolta se Tu parli, o dietro al popolo che ti segue se cammini, o anche dietro a noi se andiamo ad annunciarti per le campagne, c’è quasi sempre. A Betania la prima volta mi ha sussurrato dietro al velo: ‘Quell’uomo che dici parlerà è proprio Gesù di Nazareth?’. Le ho risposto di sì, e la sera era dietro il tronco di un albero ad udirti. Poi l’avevo persa di vista. Ma ora, qui a Gerusalemme, l’ho già vista due o tre volte. Oggi le ho chiesto: ‘Hai bisogno di Lui? Sei malata? Vuoi l’obolo?’. Ha risposto sempre di no col capo, perché non parla mai con nessuno”.
“A me ha detto un giorno: ‘Dove abita Gesù?’, e le ho detto: ‘Al Get Semnì’” dice Giovanni.
“Bravo stolto! Non dovevi. Dovevi dirle: ‘Scopriti. Fatti conoscere e te lo dirò’” dice l’Iscariota iracondo.
“Ma quando mai chiediamo queste cose?!” esclama Giovanni, semplice e innocente.
“Gli altri si vedono. Questa sta tutta velata. O è una spia o è una lebbrosa. Non deve seguirci e sapere. Se è spia è per fare del male. Forse è pagata dal Sinedrio per questo…”.
“Ah! usa questi sistemi il Sinedrio?” chiede Pietro. “Ne sei sicuro?”.
“Sicurissimo. Sono stato del Tempio e so”.
“Bella roba! A questa si adatta come un cappuccio la ragione detta dal Maestro poco fa…” commenta Pietro.
“Quale ragione?”. Giuda è già rosso di stizza.
“Quella che anche fra i sacerdoti ci sono dei pagani”.
“Che c’entra questo col pagare una spia?”.
“C’entra, c’entra! È già dentro anzi! Perché pagano? Per abbattere il Messia e trionfare loro. Dunque si mettono sull’altare loro con le loro sudicie anime sotto le vesti monde” risponde, con il suo buon giudizio popolano, Pietro.
“Bene, insomma” abbrevia Giuda. “Quella donna è un pericolo per noi o per la folla. Per la folla se lebbrosa, per noi se spia”.
“Cioè: per Lui, se mai” ribatte Pietro.
“Ma cadendo Lui si cade anche noi…”
“Ah! Ah!” ride Pietro e termina: “E se si cade, l’idolo va in pezzi e ci si rimette tempo, stima e forse la pelle, e allora, ah! ah!… e allora è meglio cercare che non cada o.… scansarsi in tempo, vero? Io, invece, guarda. Lo abbraccio più stretto. Se cade, abbattuto dai traditori di Dio, voglio cadere con Lui” e Pietro abbraccia stretto, con le sue corte braccia, Gesù.
“Non credevo di aver fatto tanto male, Maestro” dice tutto triste Giovanni che è di fronte a Gesù. “Picchiami, maltrattami, ma salvati. Guai se fossi io la causa del tuo morire!… Oh! non me ne darei pace. Sento che il volto mi si scaverebbe per il continuo pianto e se ne brucerebbe la vista. Che ho fatto mai! Ha ragione Giuda: sono uno stolto!”.
“No, Giovanni. Non lo sei e hai fatto bene. Lasciatela venire. Sempre. E rispettate il suo velo. Può essere messo a difesa di una lotta fra il peccato e la sete di redimersi. Sapete voi che ferite si incidono su un essere quando questa lotta avviene? Sapete che pianto e che rossore? Tu hai detto, Giovanni, caro figlio dal cuor di fanciullo buono, che il tuo volto si scaverebbe per il continuo pianto se mi fossi causa di male. Ma sappi che, quando una coscienza ridestata incomincia a rodere una carne, che fu peccato, per distruggerla e trionfare con lo spirito, essa deve per forza consumare tutto quanto fu attrazione della carne, e la creatura invecchia, appassisce sotto la vampa di questo fuoco trivellatore. Solo dopo, a redenzione completa, si ricompone una seconda, santa e più perfetta bellezza, perché è il bello dell’anima che affiora dallo sguardo, dal sorriso, dalla voce, dall’onesta alterezza della fronte sulla quale è sceso e splende come diadema il perdono di Dio”.
“Allora non ho fatto male?”.
“No. E male non ha fatto Pietro. Lasciatela fare. Ed ora ognuno vada al suo riposo. Io resto con Giovanni e Simone ai quali devo parlare. Andate”.
4. Un ritiro presso l’Acqua Speciosa
Gesù ha lasciato Gerusalemme. Lazzaro gli ha infatti offerto una sua proprietà: “un semplice tetto su quattro mura” chiamata “Acqua Speciosa” dove Egli resterà tutto un inverno e farà una impareggiabile catechesi sui Dieci Comandamenti.
Sotto lo scroscio della pioggia
1[…] Gesù è ritto[8]. su un mucchio di tavole alzate come una tribuna in uno degli stanzoni, l’ultimo, e parla con voce tonante. presso la porta, per essere udito tanto da quelli che sono nella stanza come da quelli che sono sotto la tettoia e sino sull’aia allagata dalla pioggia. Sotto i loro mantelloni scuri e di lana non conciata, sulla quale l’acqua non ha presa, paiono tanti frati. Nella stanza sono i più deboli, sotto la tettoia le donne. nella corte, all’acqua, i robusti, uomini per lo più.
Pietro va e viene, scalzo e con la sola veste corta sotto un telo che si è messo sul capo, e non perde il buon umore anche se deve sguazzare nell’acqua e fare una doccia non richiesta. Con lui sono Giovanni, Andrea e Giacomo. Trasportano dall’altro stanzone con precauzione dei malati e guidano dei ciechi o sorreggono degli storpi.
Gesù attende con pazienza che tutti siano a posto. E solo si duole che i quattro discepoli siano bagnati come delle spugne messe in un secchio.
“Niente, niente! Siamo legno impeciato. Non te il prendere. Facciamo un altro battesimo, e il battezzatore è Dio stesso” risponde Pietro ai rammarichi di Gesù.
Generosità di Pietro
2Finalmente tutti sono a posto e Pietro pensa di potersi andare a mettere una veste asciutta. E lo fa cogli altri tre. Ma, quando ha raggiunto da capo il Maestro, vede sporgere dall’angolo della tettoia il mantellone bigio della velata e, senza più pensare che per andare da lei deve riattraversare la corte in diagonale sotto lo scroscio della pioggia che infittisce e nelle pozze che schizzano fino al ginocchio così percosse dai goccioloni, va da lei. La prende per un gomito, senza spostare il mantello, e la trascina bene in su, presso la parete dello stanzone, al riparo dall’acqua. E poi le si pianta vicino, duro e immobile come una sentinella.
Gesù ha visto. Ha sorriso chinando il capo per celare la luminosità del suo sorriso. Ora parla.
“Non fornicare”
3“Non dite, voi che siete venuti costanti a Me, che Io non parlo con ordine e salto via qualcuno dei dieci comandi. Voi udite. Io vedo. Voi ascoltate. Io applico ai dolori ed alle piaghe che vedo in voi. Io sono il Medico. Un medico va prima ai più malati, a quelli che sono più prossimi a morte. Poi si volge ai meno gravi. Io pure.
Oggi dico: ‘Non fornicate[9]’.”
Vizio legalizzato nel matrimonio.
4“Non volgete intorno lo sguardo cercando di leggere sul volto di uno la parola ‘lussurioso’. Abbiate carità reciproca. Amereste che uno la leggesse su voi? No. E allora non cercate leggerla nell’occhio turbato del vicino, sulla sua fronte che arrossa e si curva al suolo. E poi… Oh! dite, voi uomini in specie. Quale fra voi non ha mai messo i denti in questo pane di cenere e sterco che è la soddisfazione sessuale? Ed è lussuria solo quella che vi spinge per un’ora fra braccia meretrici? Non è lussuria anche il profanato connubio con la sposa, profanato perché è vizio legalizzato essendo reciproca soddisfazione de senso, evadendo alle conseguenze dello stesso?”
L’atto deve essere fecondazione
5“Matrimonio vuole dire procreazione, e l’atto vuol dire e deve essere fecondazione. Senza ciò è immoralità[10]. Non si deve del talamo fare un lupanare. E tale diventa se si sporca di libidine e non si consacra con delle maternità. La terra non respinge il seme. Lo accoglie e ne fa pianta. Il seme non fugge dalla zolla dopo esservi deposto. Ma subito genera radice e si abbranca per crescere e fare spiga, ossia la creatura vegetale nata dal connubio fra la zolla e il seme. L’uomo è il seme, la donna è la terra, la spiga è il figlio. Rifiutarsi a far la spiga e sperdere la forza in vizio è colpa. È meretricio commesso sul letto nuziale, ma per nulla dissimile dall’altro, anzi aggravato dalla disubbidienza al comando che dice: ‘Siate una sola carne e moltiplicatevi nei figli[11]’.
Il piacere è un tossico che crea dipendenza
6“Perciò vedete, o donne volutamente sterili, mogli legali e oneste non agli occhi di Dio ma del mondo, che ciononostante voi potete essere come prezzolate femmine e fornicare ugualmente pur essendo del solo marito, perché non alla maternità ma al piacere andate troppo e troppo spesso. E non riflettete che il piacere è un tossico che aspirato da qual che sia bocca contagia, fa arsi di un fuoco che credendo saziarsi si spinge fuor dal focolare e divora, sempre più insaziabile, lasciando acre sapor di cenere sotto la lingua e disgusto e nausea e sprezzo di sé e del compagno di piacere, perché quando la coscienza risorge — e fra l’una febbre e l’altra essa sorge — non può non nascere questo sprezzo di sé, avviliti fino a sotto la bestia?”
Le unioni da incubo che il Levitico condanna sono “scellerataggine”.
7‘Non fornicate’ è detto.
È fornicazione molta parte delle azioni carnali dell’uomo. E non contemplo neppure quelle inconcepibili unioni da incubo che il Levitico condanna con queste parole: “Uomo, non ti accosterai all’uomo come fosse una donna”, e: “Non ti accosterai ad alcuna bestia per non contaminarti con essa. E così farà la donna e non si unirà a bestia perché è scellerataggine[12]”. Ma dopo avere accennato al dovere degli sposi verso il matrimonio, che cessa d’esser santo quando, per malizia, diviene infecondo, vengo a parlare della vera e propria fornicazione fra uomo e donna per vizio reciproco e per compenso in denaro o in doni.”
Bestialità della fornicazione.
8“Il corpo umano è un magnifico tempio che racchiude un altare. Sull’altare dovrebbe essere Dio. Ma Dio non è dove è corruzione. Perciò il corpo dell’impuro ha l’altare sconsacrato e senza Dio. Pari a colui che si avvoltola ebbro nel fango e nei rigurgiti della propria ebbrezza, l’uomo avvilisce sé stesso nella bestialità della fornicazione e diviene peggio del verme e della bestia più immonda.
E ditemi, se fra voi è alcuno che ha depravato sé stesso sino a commerciare il suo corpo come si fa mercato di biade o di animali, quale bene ve ne è venuto? Prendetevi proprio il vostro cuore in mano, osservatelo, interrogatelo, ascoltatelo, vedete le sue ferite, i suoi brividi di dolore, e poi dite e rispondetemi: era così dolce quel frutto da meritare questo dolore di un cuore che era nato puro e che voi avete costretto a vivere in un corpo impuro, a battere per dare vita e calore alla lussuria, a logorarsi nel vizio?”
Piccole vite che gridano: “assassine!”
9“Ditemi: ma siete tanto depravate da non singhiozzare nel segreto, sentendo una voce di bimbo che chiama: “mamma” e pensando alla vostra madre, o donne di piacere, fuggite da casa, o cacciate da essa perché il frutto marcito non rovinasse col suo trasudante marciume gli altri fratelli? Pensando alla vostra madre che forse è morta dal dolore di doversi dire: “Ho partorito un obbrobrio”?
Ma non vi sentite cadere il cuore per terra, incontrando un vecchio solenne nella sua canizie e pensando che su quella del padre voi avete gettato il disonore come un fango preso a piene mani, e col disonore lo scherno del paese natio?
Ma non vi sentite torcere le viscere di rimpianto vedendo la felicità di una sposa o la innocenza di una vergine, e dovendo dire: ‘Io tutto questo l’ho rinunciato e non lo avrò mai più!”?
Ma non sentite come scotennarvi dalla vergogna il volto, incontrando lo sguardo degli uomini o bramoso o pieno di spregio?
Ma non sentite la vostra miseria quando avete sete di un bacio di bimbo e non osate più dire: ‘Dammelo’, perché avete ucciso delle vite all’inizio, respinte da voi come peso noioso e un inutile impiccio, staccate dall’albero che pur le aveva concepite, e gettate a far letame, e ora quelle piccole vite vi gridano: ‘assassine!’?
Ma non tremate, soprattutto, di quel Giudice che vi ha create e vi attende per chiedervi: “Che hai fatto di te stessa? Per questo, forse, ti ho dato la vita? Pullulante nido di vermi e putrefazione, come osi stare al mio cospetto? Tutto avesti di ciò che per te era il dio: il piacere. Va’ nella maledizione senza termine”?
“Ascolta: sei un cencio lurido. Ma puoi tornare fiore.”
10“Chi piange? Nessuno? Voi dite: nessuno? Eppure l’anima mia va incontro ad un’altra anima che piange. Perché le va incontro? Per lanciarle l’anatema perché meretrice? No. Perché mi fa pietà l’anima sua. Tutto in Me repelle per il suo corpo sozzo, sudato nella fatica lasciva. Ma la sua anima!
Oh! Padre! Padre! Anche per quest’anima Io ho preso carne ed ho lasciato il Cielo per essere il Redentore suo e di tante sue anime sorelle! Perché devo non raccogliere questa pecora errante e portarla all’ovile, mondarla, unirla al gregge, darle pascoli e un amore che sia perfetto come solo il mio può essere, così diverso da quelli che ebbero fin qui per lei nome di amore e non erano che odi, così pietoso, completo, soave che ella più non rimpianga il tempo passato, o lo rimpianga solo per dire: ‘Troppi giorni ho perduto lungi da Te, eterna Bellezza. Chi mi rende il tempo perduto? Come gustare nel poco che mi resta quanto avrei gustato se fossi sempre stata pura?
Eppure non piangere, anima calpestata da tutta la libidine del mondo. Ascolta: sei un cencio lurido. Ma puoi tornare fiore. Sei un letamaio. Ma puoi divenire aiuola. Sei animale immondo. Ma puoi tornare angelo. Un giorno lo fosti. Danzavi sui prati fioriti, rosa fra le rose, fresca come esse, olezzante di verginità. Cantavi serena le tue canzoni di bambina e poi correvi dalla madre, dal padre, e dicevi loro: ‘Voi siete i miei amori’. E l’invisibile custode che ogni creatura ha al fianco sorrideva della tua anima bianco-azzurra… E poi? Perché? Perché hai strappato le tue ali di piccolo innocente? Perché hai calpestato un cuore di padre e di madre per correre ad altri cuori insicuri? Perché hai piegato la voce pura a menzognere frasi di passione? Perché hai infranto lo stelo della rosa e violata te stessa?”
Il pentimento rinnova, purifica, sublima
11“Pentiti, figlia di Dio[13]. Il pentimento rinnova. Il pentimento purifica. Il pentimento sublima. L’uomo non ti può perdonare? Neppure tuo padre potrebbe più? Ma Dio può. Perché la bontà di Dio non ha paragone con la bontà umana e la sua misericordia è infinitamente più grande della umana miseria. Onora te stessa rendendo, con una vita onesta, onorevole la tua anima. Giustificati presso Iddio non peccando più contro la tua anima. Fatti un nome nuovo presso Dio. È quello che vale. Sei il vizio. Diventa l’onestà. Diventa il sacrificio. Diventa la martire del tuo pentimento. Sapesti bene martirizzare il tuo cuore per far godere la carne. Ora sappi martirizzare la carne per dare un’eterna pace al tuo cuore.
5. La Fraternità ospita la “velata”
Ambiente
1La giornata è talmente orrida che non c’è nessun pellegrino. [14] Piove a rovesci e l’aia si è mutata in un basso stagno su cui galleggiano foglie secche, venute da chissà dove e portate dal vento che fischia e scuote porte e impannate. Nella cucina, più che mai tetra, perché per impedire alla pioggia di entrare si deve tenere appena socchiusa la porta, ci si affumica e si lacrima e tossisce perché il vento respinge in giù il fumo.
“Aveva ragione Salomone” sentenzia Pietro. “Tre cose cacciano l’uomo: la donna litigiosa[15]… e quella l’ho lasciata a litigare a Cafarnao con gli altri generi, il camino che fa fumo e il tetto che fa acqua. E questi due ce li abbiamo… Ma domani ci penso io a questo camino. Vado sul tetto, e tu e tu e tu (Giacomo, Giovanni e Andrea) venite con me. E con delle lavagne faremo un rialzo e un tetto al comignolo”.
“E dove le trovi le lavagne?” chiede Tommaso.
“Sulla tettoia. Se piove là non è il finimondo. Ma qui… Ti duole che le tue vivande non si decorino più di lacrime fuligginose?”.
“Figurati! Magari ci riuscissi! Guarda come sono tinto. Mi piove in testa quando sto qui al fuoco”.
“Sembri un mostro egiziano” dice ridendo Giovanni.
E infatti Tommaso ha bizzarre virgole nere sul volto pienotto e bonario. Il primo a riderne è lui, sempre allegro, e ride anche Gesù perché, proprio mentre parla, una nuova goccia carica di fuligine gli piomba sul naso e ne fa la punta nera.
“Tu che sei esperto di tempo, che ne dici? Durerà molto così?” chiede a Pietro l’Iscariota, che è tutto cambiato da qualche giorno.
“Ora te lo so dire. Vado a fare l’astrologo” dice Pietro, e va alla porta e la socchiude un poco di più, mettendo fuori il capo e una mano. Poi sentenzia: “Vento basso e dal meridione. Caldo e caligine… Uhm! C’è poco da…”. Pietro tace, poi rientra piano e mette la porta a spiraglio e sbircia.
Costanza della “velata”.
2“Che c’è?” chiedono in tre o quattro.
Ma Pietro fa cenno con la mano di tacere. Guarda. Poi dice con un sussurro: “C’è quella donna. Ha bevuto dell’acqua del pozzo e ha preso una fascina rimasta nella corte. È tutta bagnata. Non brucia certo… Se ne va… Le vado dietro. Voglio vedere…”.
È uscito cauto.
“Ma dove può stare per essere qui vicino sempre?” chiede Tommaso.
“Ed essere qui con questo tempo!” dice Matteo.
“In paese ci va certo, perché anche ieri l’altro ci comprava del pane” dice Bartolomeo.
“Ha una bella costanza a stare così velata!” osserva Giacomo di Alfeo.
“O un grande motivo” finisce Tommaso.
“Ma sarà proprio quella che diceva ieri quel giudeo?” chiede Giovanni. “Sono sempre così falsi!”.
E Gesù sta sempre zitto come fosse sordo. Tutti lo guardano, certi che Lui sa. Ma Lui sta lavorando con un coltello tagliente intorno ad un pezzo di legno dolce, che piano piano si muta in un comodo forchettone per estrarre le verdure dall’acqua bollente. E quando ha finito offre il suo lavoro a Tommaso, che si è dedicato proprio tutto alla cucina.
“Siete tutti ‘anime’”
3“Sei proprio bravo, Maestro. Ma… ce lo dici chi è?”.
“Un’anima. Per Me siete tutti “anime”. Null’altro. Uomini, donne, vecchi, bambini: anime, anime, anime. Anime candide i pargoli, anime azzurre i fanciulli, anime rosee i giovani, anime d’oro i giusti, anime di pece i peccatori. Ma anime solo; solo anime. E sorrido alle anime candide perché mi sembra di sorridere agli angeli; e mi riposo fra i fiori rosei e azzurri degli adolescenti buoni; e mi rallegro delle anime preziose dei giusti; e mi affatico, soffrendo, per fare preziose e splendide le anime dei peccatori. I volti?… I corpi?… Nulla. Io vi conosco e riconosco per le vostre anime”.
“E lei che anima è?” chiede Tommaso.
“Un’anima meno curiosa di quella dei miei amici, perché non indaga, non chiede, va e viene senza parola e senza sguardo”.
Giuda confessa.
4“Io la credevo una di malaffare o una lebbrosa. Ma mi sono ricreduto perché… Maestro, se ti dico una cosa non mi rimproveri?6” chiede l’Iscariota andando a mettersi seduto per terra contro le ginocchia di Gesù, tutto diverso, umile, buono, fin più bello in questa sua aria dimessa di quanto non sia quando è il pomposo e borioso Giuda.
“Non ti rimprovererò. Parla”.
“Io so dove abita. L’ho seguita una sera… fingendo di uscire a prendere acqua, perché mi sono accorto che a buio viene sempre al pozzo… Una mattina ho trovato per terra una forcina d’argento… proprio sull’orlo del pozzo… e ho capito che l’aveva perduta lei. Ebbene, lei sta in una capannella di legno che è nel bosco. Forse serve ai contadini. È però mezza marcita. E lei le ha messo sopra delle frasche a fare da tetto. Forse quella fascina la vuole per quello. È una tana. Non so come ci possa stare. Basterebbe appena ad un grosso cane, o a un minuscolo asinello. Era una sera di luna e ho visto bene. È mezza sepolta fra i rovi, ma dentro… è vuota e non c’è porta. È per quello che mi sono ricreduto e ho capito che non è una di malaffare”.
“Non lo dovevi fare. Ma, sii sincero, non hai fatto di più?”.
“No, Maestro. Avrei voluto vederla, perché è da Gerico che la noto e mi pare di conoscerne il passo così lieve con cui va veloce dove vuole. Anche la sua persona deve essere flessuosa e.… bella. Sì. Lo si capisce, nonostante tutte quelle vesti… Ma non ho osato spiarla mentre si coricava sulla terra. Forse si è levata il velo. Ma l’ho rispettata…”.
Gesù lo guarda fisso fisso e poi dice: “E ne hai sofferto. Ma hai detto il vero. Ed Io ti dico che sono contento di te. Un’altra volta ti costerà meno ancora esser buono. Tutto sta a fare il primo passo. Bravo Giuda!” e lo carezza.
Un’anima coraggiosa
5Rientra Pietro: “Ma, Maestro! Quella donna è pazza! Ma sai dove sta? Quasi in riva al fiume, in un casottino di legno sotto un macchione. Forse un tempo serviva a qualche pescatore o boscaiolo… Chissà! Mai avrei pensato che in quel luogo umido, sprofondato in un fosso, sotto un groviglio di rovi, ci fosse una povera donna. E glie l’ho detto: “Parla e sii sincera. Sei lebbrosa?”. Mi ha risposto in un soffio: “No”. “Giuralo” ho detto. E lei: “Lo giuro”. “Guarda che, se lo sei e non lo dici e vieni vicino alla casa e io vengo a sapere che sei immonda, ti faccio lapidare. Ma se sei perseguitata, se sei ladra o assassina e stai qui per paura di noi, non temere alcun male. Ma ora esci di lì. Non vedi che sei nell’acqua? Hai fame? Hai freddo? Tremi. Sono vecchio, lo vedi? Non ti faccio la corte. Vecchio e onesto. Perciò ascoltami”. Ho detto così. Ma non ha voluto venire. La troveremo morta, perché è proprio nell’acqua”.
Accoglienza in nome della Misericordia.
6Gesù è pensoso. Guarda i dodici volti che lo guardano. Poi dice: “Che dite che si faccia?”.
“Ma, Maestro, decidi Tu!”.
“No. Voglio che giudichiate voi. È una cosa in cui è in causa anche la stima di voi. Ed Io non devo fare violenza sul vostro diritto di tutelarla”.
“In nome della misericordia io dico che non si può lasciarla là” dice Simone.
E Bartolomeo: “Direi per oggi di metterla nello stanzone. Ci vanno pure i pellegrini? Ci può andare lei pure”.
“È una creatura come tutte le altre, infine” commenta Andrea.
“E poi oggi non viene nessuno, e perciò…” osserva Matteo.
“Proporrei di ospitarla per oggi, e domani di dirlo al fattore. È un buon uomo” dice Giuda Taddeo.
“Hai ragione! Bravo! Ed ha tante stalle anche vuote. Una stalla è sempre una reggia rispetto a quel barchetto affondato!” esclama Pietro.
“Vaglielo a dire, allora” incita Tommaso.
“I giovani non hanno ancora parlato” osserva Gesù.
“Per me va bene quel che Tu fai” dice il cugino Giacomo. E l’altro Giacomo col fratello, a una voce: “E noi pure”.
“Io penso solo al malaugurato caso che capiti qualche fariseo” dice Filippo.
“Oh! anche se andassimo nelle nuvole credi che non ci manderebbero accuse? Non accusano Dio perché è lontano. Ma se potessero averlo vicino, come lo ebbero Abramo, Giacobbe e Mosè, gli farebbero rimproveri… Chi senza colpe per loro?” dice Giuda di Keriot.
“Allora andate a dirle di ricoverarsi nello stanzone. Va’ tu, Pietro, con Simone e Bartolomeo. Siete anziani e farete meno soggezione alla donna. E ditele che le daremo cibo caldo e una veste asciutta. È quella che ha lasciato Isacco. Vedete che tutto serve? Anche una veste da donna data a un uomo…
I giovani ridono perché sulla veste in parola ci deve essere stato qualche buffo retroscena.
I tre anziani vanno… e tornano dopo un poco.
“Ce ne è voluto… ma ha finito a venire. Le abbiamo giurato che non la disturberemo mai. Ora le porto della paglia e la veste. Dammi le verdure e un pane. Non ha neppure da mangiare oggi. Infatti… chi va in giro con questo diluvio?”. Il buon Pietro parte coi suoi tesori.
Far il bene per il bene.
7“E ora a tutti un ordine: per nessuna ragione si va allo stanzone. Domani provvederemo. Abituatevi a fare il bene per il bene, senza curiosità e desideri di avere da esso una distrazione o altro. Vedete? Vi rammaricavate che oggi non si sarebbe fatto nulla di utile. Abbiamo amato il prossimo. E che di più grande potevamo fare? Se, e lo è certo, costei è un’infelice, non può il nostro aiuto darle un ristoro, un calore, una protezione ben più profonda del poco cibo, della misera veste, del tetto solido che le abbiamo dato? Se è una colpevole, una peccatrice, una creatura che cerca Dio, il nostro amore non sarà la più bella lezione, la più potente parola, la più netta indicazione per metterla sulla strada di Dio?”.
Pietro entra piano piano e ascolta il suo Maestro.
Chi ama salva sé stesso e gli altri.
8“Vedete, amici. Molti maestri ha Israele e parlano, parlano… Ma le anime restano quali sono. Perché? Perché le anime odono le parole dei maestri ma vedono anche le loro azioni. E queste distruggono quelle. E le anime restano dove erano, se pure non retrocedono. Ma quando un maestro fa ciò che dice e agisce da santo in ogni sua azione, anche se fa solo delle azioni materiali come quella di dare un pane, una veste, un alloggio alla carne sofferente del prossimo, ottiene che le anime procedano e giungano a Dio, perché sono le sue stesse azioni che dicono ai fratelli: “Dio è; e qui è Dio”. Oh! l’amore! In verità vi dico che chi ama salva sé stesso e gli altri”.
“Dici bene, Maestro. Quella donna mi ha detto: “Sia benedetto il Salvatore e Colui che l’ha mandato, e tutti voi con Lui”, e a me, povero uomo, mi ha voluto baciare i piedi, e piangeva dietro il suo fitto velo… Mah!… Ora speriamo che non arrivi qualche nottolone da Gerusalemme… Se no! E chi ci salva?”.
“La nostra coscienza ci salva dal giudizio del Padre nostro. Basta così” dice Gesù. E si siede a tavola dopo aver benedetto e offerto il cibo.
6. Il Battista dice di lei: “Cadrà la lordura e
resterà solo fiamma.”
Gesù è ancora all’Acqua Speciosa e riceve la visita di alcuni discepoli del Battista (Simeone, Giovanni e Mattia – quello che diventerà il 12° Apostolo al posto di Giuda) e anche con loro viene fuori un ragionamento circa la misteriosa “velata” che da ormai diversi mesi segue Gesù e ascolta la sua predicazione. In questo momento il Battista, che è stato fatto fuggire da Macheronte con l’aiuto dei soldi di Aglae, è ancora libero e battezza a Ennòn, come ci narra il Vangelo di Giovanni 3,23-36.[16]
La visita dei Discepoli del Battista.
1Vengono verso la casa tre uomini [17], che camminano sicuri come chi sa dove si reca. Infine vedono Giovanni che traversa la corte carico di secchi d’acqua attinta al pozzo. E lo chiamano.
Giovanni si volge, posa le brocche e dice: “Voi qui? Benvenuti! Il Maestro vi vedrà con gioia. Venite, venite, prima che sia qui la gente. Ora ne viene tanta! …”
Sono i tre pastori discepoli di Giovanni Battista. Simeone, Giovanni e Mattia seguono contenti l’apostolo.
“Maestro, ci sono tre amici. Guarda”, dice Giovanni entrando nella cucina, dove arde allegro un grande fuoco di stipe spandendo un odore grato di bosco e di alloro bruciato.
“Oh! La pace a voi, amici miei. Come mai venite a Me? Sventura al Battista?”.
“No, Maestro. Con sua licenza siamo venuti. Egli ti saluta e dice di raccomandare a Dio il leone inseguito dagli arcieri. Non si illude sulla sua sorte. Ma per ora è libero. Ed è felice perché sa che Tu hai molti fedeli. Anche quelli che prima erano suoi. Maestro… noi pure ardiamo di esserlo, ma… non vogliamo abbandonarlo ora che è perseguitato. Comprendici…”, dice Simeone.
“Vi benedico perché lo fate, anzi. Il Battista merita ogni rispetto e amore”.
“Sì. Dici bene. È grande il Battista e sempre più giganteggia. Sembra l’agave che, quando è presso a morire, fa il grande candelabro del settiforme fiore e fiammeggia con esso e profuma. Così lui. E sempre dice: “Solo vorrei vederlo una volta ancora…”. Vedere Te. Noi abbiamo raccolto questo suo grido d’anima e, senza dirglielo, te lo portiamo. Egli è “il Penitente”, “l’Astinente” è. E si macera anche del desiderio santo di vederti e di udirti. Io sono Tobia, or Mattia. Ma penso che non diverso da lui doveva essere l’arcangelo dato a Tobiolo. Tutto in lui è saggezza”.
“Non è detto che Io non lo veda…[18] Ma per questo solo siete venuti? È penoso l’andare di questa stagione. Oggi è sereno. Ma, fino a tre giorni or sono, quanta pioggia sulle vie!”.
Il caso di Doras, il Giudeo.
2«Non per questo solo. Giorni fa è venuto Doras, il fariseo, a purificarsi. Ma il Battista gli ha negato il rito dicendo: “Non giunge l’acqua dove è sì grande crosta di peccato. Uno solo ti può perdonare. Il Messia”. E lui allora ha detto: “Andrò a Lui. Voglio guarire e penso che questo male sia il suo maleficio”. Allora il Battista lo ha cacciato come avrebbe cacciato Satana. E lui nell’andarsene ha incontrato Giovanni[19], che egli conosceva da quando andava da Giona di cui era un poco parente, e gli ha detto: “Io vado. Tutti vanno. Vi è stato anche Mannanen e fin le… (io dico meretrici, ma lui ha detto un più sozzo nome) vi vanno[20]. L’Acqua Speciosa è piena di illusi. Ora se mi guarisce e mi ritira l’anatema dalle terre, scavate come da macchine di guerra da eserciti di talpe e vermi e grillovampiri che scavano i grani e rodono le radici degli alberi da frutto e delle vigne, e non c’è nulla che li vinca, gli diverrò amico. Ma altrimenti… guai a Lui!”. Noi gli abbiamo risposto: “E con questo cuore vai là?”. E lui ha risposto: “E chi ci crede al satanasso? Del resto, come fa casa con le meretrici può fare alleanza anche con me. Noi abbiamo voluto venire a dirtelo, perché Tu ti possa regolare con Doras”[21].
La morte di Doras.
3“È già tutto fatto”.
“Già fatto? Ah! è vero! Lui ha carri e cavalli, noi le gambe soltanto. Quando è venuto?”.
“Ieri”.
“E che è avvenuto?”.
“Questo: che, se preferite occuparvi di Doras, potete andare nella sua casa di Gerusalemme e fare cordoglio per lui. Stanno preparandolo per il sepolcro”.
“Morto?!!”.
“Morto. Qui. Ma non parliamo di lui”.
“Cadrà la lordura e resterà solo fiamma.”
4“Sì, Maestro… Solo… dicci una cosa. È vero quanto ha detto di Mannanen?”.
“Sì. Ve ne spiace?”.
“Oh! ma è la nostra gioia! Tanto abbiamo parlato di Te a lui in Macheronte! E che vuole l’apostolo se non che sia amato il Maestro? Ciò vuole Giovanni, e noi con lui”.
“Bene parli, Mattia. La sapienza è con te”.
“E.… io non lo credo. Ma ora l’abbiamo incontrata…[22] Fu anche da noi a cercare Te avanti i Tabernacoli. E le dicemmo: “Ciò che tu cerchi non è qui. Ma presto sarà a Gerusalemme per i Tabernacoli”. Così dicemmo perché il Battista ci disse: “Vedete quella peccatrice: è una crosta di lordura, ma dentro ha una fiamma che va alimentata. Diverrà così forte che eromperà dalla crosta e tutto arderà. Cadrà la lordura e resterà solo la fiamma”. Così ha detto. Ma… è vero che dorme qui, come sono venuti a dirci due scribi potenti?”.
“No. É in una delle stalle del fattore, ad oltre uno stadio di qui”.
“Lingue d’inferno! Hai udito? E loro…”
“Lasciateli dire. I buoni non credono alle loro parole ma alle mie opere”.
Testimonianza del Battista.
5“Lo dice anche Giovanni. Giorni or sono alcuni discepoli suoi gli hanno detto, noi presenti: “Rabbi, Colui che era con te al di là del Giordano e al quale tu hai reso testimonianza, ora battezza. E tutti vanno da Lui. Resterai senza fedeli”. E Giovanni ha risposto: “Beato il mio orecchio che ode questo annuncio! Voi non sapete che gioia mi date. Sappiate che l’uomo non può prendere nulla se non gli è dato dal Cielo. Voi potete testimoniare che io ho detto: ‘Io non sono il Cristo, ma colui che sono stato mandato innanzi a Lui a preparargli la via’. L’uomo giusto non si appropria di un nome non suo e, anche se l’uomo vuol dargli lode col dirgli: ‘Sei quello’, ossia il santo, egli dice: ‘No. Per la verità, no. Io sono il suo servo’. E ne ha ugualmente grande gioia perché dice: ‘Ecco, un poco io gli somiglio se l’uomo può scambiarmi con Lui’. E che vuole colui che ama se non assomigliare all’amato suo? Solo la sposa gode dello sposo. Il paraninfo non potrebbe goderne, perché sarebbe immoralità e furto. Ma l’amico dello sposo, che gli sta vicino e ne ascolta la parola piena di gioia nuziale, prova una gioia tanto viva da essere quasi simile a quella che fa beata la vergine a lui sposata, che in essa pregusta il miele delle parole nuziali. Questa è la mia gioia, ed è completa.
Che fa ancora l’amico dello sposo, dopo avere per mesi servito l’amico ed avergli scortato alla casa la sposa? Si ritira e scompare. Così io! Così io! Uno solo resta, lo sposo con la sposa: ‘l’Uomo con l’Umanità. Oh! profonda parola! Bisogna che Egli cresca e che io diminuisca. Chi viene dal Cielo è al di sopra di tutti. Patriarchi e Profeti scompaiono al suo venire, perché Egli è pari al sole che tutto illumina e di così viva luce che gli astri e pianeti, spenti di luce, se ne vestono, e quelli che spenti non sono si annullano nel suo supremo splendore. Così avviene perché Egli viene dal Cielo, mentre i Patriarchi ed i Profeti andranno al Cielo, ma dal Cielo non vengono. Chi viene dal Cielo è superiore a tutti. E annunzia ciò che ha visto è udito. Ma nessuno può accettare la sua testimonianza fra quelli che al Cielo non tendono e perciò rinnegano Iddio. Chi accetta la testimonianza di Colui che dal Cielo è disceso, suggella, con questo suo credere, la sua fede che Dio è vero e non fola senza verità, e sente la Verità perché ha l’animo volonteroso di lei. Perché Colui che Dio ha inviato pronunzia parole di Dio, perché Dio gli dà lo Spirito con plenitudine, e lo Spirito dice: ‘Eccomi. Prendimi, ché voglio essere teco, Tu delizia del nostro amore. Perché il Padre ama il Figlio senza misura e tutte le cose ha messo in sua mano. Perciò chi crede nel Figlio ha la vita eterna. Ma chi rifiuta di credere nel Figlio non vedrà la Vita. E la collera di Dio resterà in lui e su lui”.
Così ha detto. Me le sono stampate nella mente per dirtele, queste parole”, dice Mattia…
“Ed Io te ne do lode e grazie. Il Profeta ultimo di Israele non è Colui che dal Cielo discende, ma, per essere stato beneficato dei divini doni dal ventre della madre – voi non lo sapete ma Io ve lo dico – è colui che più al Cielo si accosta». […]
7. Liberazione di un indemoniato romano.
Gesù[23] è oggi con i nove rimasti, perché gli altri tre sono partiti per Gerusalemme. Tommaso, sempre allegro, si divide perciò fra le sue verdure e le altre più spirituali incombenze, mentre Pietro con Filippo, Bartolomeo e Matteo si occupano dei pellegrini, e gli altri vanno al fiume per il battesimo. Veramente di penitenza con la sizza che tira!
Ambiente.
1Gesù è ancora nel suo angolo nella cucina, mentre Tommaso traffica e tace per lasciare in pace il Maestro, quando entra Andrea e dice: “Maestro, c’è un malato che io dico bene guarirlo subito perché… Dicono che è folle perché non sono israeliti. Ma noi diremmo che è posseduto. Urla, sbraita, si divincola. Vieni a vedere Tu”.
“Subito. Dove è?”.
“Ancora nel campo. Senti questo ululato? È lui. Pare una bestia ma è lui. Deve essere un ricco perché chi lo accompagna è ben vestito, ed il malato è stato tirato giù da un carro, molto di lusso, da molti servi. Deve essere pagano perché bestemmia gli dèi dell’Olimpo”.
“Andiamo”.
“Vengo anche io a vedere” dice Tommaso, più curioso di vedere che preoccupato delle sue verdure.
Escono e, in luogo di piegare verso il fiume, girano verso i campi che separano questo cascinale (noi lo diremmo così) dalla casa del fattore.
In mezzo ad un prato dove prima brucavano delle pecore, che ora spaurite si sono sparpagliate in ogni senso, invano radunate dai pastori e da un cane — è il secondo cane che vedo da quando vedo — vi è un uomo tenuto legato solidamente e che, ciò nonostante, fa dei balzi da forsennato, con urli atroci che sempre più crescono più Gesù si avvicina.
Pietro, Filippo, Matteo e Natanaele sono lì vicino, perplessi. E c’è anche della gente: uomini, perché le donne hanno paura.
“Sei venuto, Maestro? Vedi che furia?” dice Pietro.
“Ora passerà”.
“Ma… è pagano, sai?”.
“E che valore ha questo?”.
“Eh!… per via dell’anima! …”.
Gesù ha un breve sorriso e procede. Raggiunge il gruppo del matto, che sempre più si agita.
Sforzo che merita premio.
2Si stacca dal gruppo uno che l’abito e il volto rasato denunciano per romano, e saluta: “Salve, Maestro. Fama di Te mi è giunta. Sei più grande d’Ippocrate nel guarire e del simulacro di Esculapio per operare miracolo sui morbi. Lo so. Vengo per questo. Mio fratello, lo vedi? Folle per misterioso male. Nessun medico ne capisce. Sono andato con lui nel tempio di Esculapio. Ma ne uscì ancora più folle. A Tolemaide ho un parente. Mi mandò un messaggio con una galera. Diceva che qui è Uno che tutti guarisce. E sono venuto. Tremendo viaggio!”.
“Merita premio”.
“Ma, bada. Neppure proseliti siamo. Romani, fedeli agli dèi. Pagani, voi dite. Di Sibari, ora a Cipro”.
“È verità. Pagani siete”.
“Allora… nulla per noi? Il tuo Olimpo caccia il nostro od è cacciato”.
Cosa è l’anima?
3Il “mio Dio, Unico e Trino regna, unico e solo”.
“Sono venuto invano” dice il romano deluso.
“Perché?”.
“Perché io sono d’un altro dio”.
“L’anima è creata da Un solo”.
“L’anima? …”.
“L’anima. Quella cosa divina che da Dio viene creata per ogni uomo. Compagna nell’esistenza, superstite oltre l’esistenza”.
“E dove è?”.
“Nel profondo dell’io. Ma pure essendo, come cosa divina, nell’interno del delubro più sacro, si può dire di lei — e lei dico, non essa, perché non cosa è, ma ente vero e degno d’ogni rispetto — che non è contenuta ma contiene”.
“E che è filosofia?”
4“Per Giove! Ma sei filosofo?”.
“Sono la Ragione unita a Dio”.
“Credevo lo fossi per quanto dicevi…”.
“E che è filosofia, quando è vera e onesta, se non elevazione della umana ragione verso la Sapienza e la Potenza infinite, ossia verso Dio?”.
“Dio! Dio!… Ho quello sciagurato che mi disturba. Ma quasi dimentico il suo stato per ascoltare Te, divino”.
“Non come tu dici lo sono. Tu divino chiami chi è superiore all’umano. Io dico che tal nome va dato solo a chi è da Dio”.
“Che è Dio?”
5“Che è Dio? Chi mai l’ha visto?”.
“È stato scritto: ‘Tu che ci formasti, salve! Quando io descrivo la perfezione umana, le armonie del corpo nostro, io celebro la tua gloria’. Fu detto: ‘La tua bontà rifulge nell’avere distribuito i tuoi doni a tutti coloro che vivono, perché ogni uomo avesse ciò che gli è necessario. E la tua sapienza si testimonia per i tuoi doni, come la tua potenza nel compiersi dei tuoi voleri’. Riconosci queste parole?”.
“Se Minerva mi soccorre… sono di Galeno. Ma come le sai? Io strabilio! …”.
Gesù sorride e risponde: “Vieni al Dio vero ed il suo divino spirito ti farà dotto della ‘vera sapienza e pietà che è conoscere te stesso ed adorare la Verità’.
“Ma questo è sempre Galeno! Ora ne sono sicuro. Oltre che medico e mago, sei anche filosofo. Perché non vieni a Roma?”.
“Non medico, non mago, non filosofo, come tu dici. Ma testimonianza di Dio sulla terra. Portatemi vicino il malato”.
Liberazione.
6Fra urla e divincolii lo trascinano lì.
“Vedi? Tu lo dici folle. Dici che nessun medico poté guarirlo. È vero. Nessun medico, perché folle non è. Ma un degli inferi, così dico per te, pagano, è entrato in lui”.
“Ma non ha lo spirito pitone[24]. Anzi dice solo errori”.
“Noi lo chiamiamo ‘demonio’, non pitone. Vi è il parlante e il muto. Colui che inganna con ragioni intinte di vero, e quello che è solo disordine mentale. Il primo di questi due è il più completo e pericoloso. Tuo fratello ha il secondo. Ma ora ne uscirà”.
“Come?”.
“Esso stesso te lo dirà”.
Gesù ordina: “Lascia l’uomo! Torna al tuo abisso”.
“Vado. Contro Te troppo debole è il mio potere. Mi cacci e mi imbavagli. Perché sempre ci vinci? …”.
Lo spirito ha parlato per bocca dell’uomo, che poi si accascia come spossato.
“È guarito. Scioglietelo senza paura”.
“Guarito? Ne sei certo? Ma… Ma io ti adoro!”.
Il romano fa per prostrarsi. Ma Gesù non vuole. “Alza lo spirito. In Cielo è Dio. Lui adora, e va’ verso di Lui. Addio”.
“No. Così no. Almeno prendi. Permettimi ti tratti come i sacerdoti di Esculapio. Permettimi di udirti parlare… Permettimi di parlare di Te nella mia patria…”.
“Fallo. E vieni col fratello”. Il quale fratello si guarda intorno stupito e chiede: “Ma dove sono? Questa non è Cintium! Il mare dove è?”.
“Eri…”. Gesù fa un cenno per imporre silenzio e dice: “Eri sofferente per grande febbre e ti hanno condotto in altro clima. Ora stai meglio. Vieni”.
Vanno tutti — e non tutti ugualmente commossi, perché vi è chi ammira e chi critica la guarigione del pagano — nello stanzone. E Gesù va al suo posto, avendo sul davanti dell’assemblea proprio i romani.
8. Discorso del Salvatore universale
“Non vi spiaccia[25] se Io cito un brano dei Re. È detto in esso che, essendo il re di Siria in procinto di guerra contro Israele, aveva nella sua corte un uomo grande ed onorato di nome Naaman, che era lebbroso. E che una fanciulla d’Israele, predata dai siri, divenuta sua schiava, gli disse: ‘Se il mio signore fosse stato dal profeta che è in Samaria, certamente egli lo avrebbe guarito dalla lebbra’. Al che Naaman, chiestane licenza al re, seguì il consiglio della fanciullina. Ma il re d’Israele fortemente si agitò dicendo: ‘Son forse io Dio che il re di Siria mi manda i malati? Questo è un tranello per giungere alla guerra’.
Il Profeta Eliseo.
1Ma il profeta Eliseo, saputo del fatto, disse: ‘Venga da me il lebbroso ed io lo guarirò ed egli saprà che vi è un profeta in Israele’. Naaman andò allora da Eliseo. Ma Eliseo non lo ricevette. Solo gli mandò a dire: ‘Lavati per sette volte nel Giordano e sarai mondato’. Naaman se ne sdegnò, parendogli aver fatto per nulla tanta strada, e fece per ripartire sdegnato. Ma i servi gli dissero: ‘Non ti ha chiesto che di lavarti sette volte, e anche ti avesse ordinato molto di più avresti dovuto farlo, perché egli è il profeta’. Allora Naaman si arrese. Andò, si lavò e tornò sano. Giubilante, fece ritorno dal servo di Dio e gli disse: ‘Ora so la verità: non vi è altro Dio su tutta la terra. Ma vi è solo il Dio d’Israele’. E, poi che Eliseo non voleva doni, gli chiese di poter prendere almeno tanta terra da poter sacrificare, su terra d’Israele, al Dio vero.”
Il Salvatore misericordioso, Gesù di Nazareth.
2“So che voi non tutti approvate quanto Io ho fatto. So anche che non sono tenuto a giustificarmi a voi. Ma, posto che vi amo di amor vero, voglio che voi comprendiate il mio gesto e da esso impariate, e cada dal vostro animo ogni senso di critica e di scandalo.
Qui abbiamo due sudditi di uno stato pagano. Uno era malato, e loro fu detto per tramite di un parente, ma certo per bocca d’Israele: ‘Se andaste dal Messia d’Israele, Egli sanerebbe il malato’. Ed essi da molto lontano sono venuti a Me. Più grande ancora la loro fiducia di quella di Naaman, perché nulla sapevano di Israele e di Messia, mentre il siro, per vicinanza di nazione e continuo contatto con schiavi d’Israele, già sapeva che in Israele è Dio. Il vero Dio. Non è bene che ora un uomo pagano possa tornare in patria dicendo: ‘Veramente in Israele è un uomo di Dio, e in Israele adorano il vero Dio’?
Io non ho detto: ‘Lavati sette volte’. Ma ho parlato di Dio e dell’anima, due cose da essi ignorate e che, come le bocche di una inesausta sorgente, portano con sé i sette doni. Perché dove è concetto di Dio e di spirito, e desiderio di pervenire ad essi, nascono le piante della fede, speranza, carità, giustizia, temperanza, fortezza, prudenza. Virtù ignote a coloro che dai loro dèi non possono che copiare le comuni passioni umane, aumentate in licenza perché compiute da supposti eccelsi. Ora essi tornano in patria. Ma più della gioia di essere esauditi c’è quella di dire: ‘Sappiamo che bruti non siamo, che oltre la vita è ancora un futuro. Sappiamo che il vero Dio è Bontà e perciò ama pure noi e ci benefica per persuaderci ad andare a Lui’. E che credete? Che essi solo ignorino il vero? Poco fa un mio discepolo credeva Io non potessi guarire il malato perché aveva un’anima pagana.”
L’anima è l’essenza spirituale dell’uomo.
3“Ma l’anima che è? E da chi viene? L’anima è l’essenza spirituale dell’uomo. È quella che, creata di età perfetta, investe, accompagna, avviva tutta la vita della carne e continua a vivere dopo che la carne non è più, essendo immortale come Colui che la crea: Iddio[26]. Essendo un solo Dio, non vi sono anime di pagani o anime di non pagani create da diversi dèi. Vi è una sola Forza che crea le anime, ed è quella del Creatore, del Dio nostro, unico, potente, santo, buono, senza altra passione che non sia l’amore, la carità perfetta, tutta spirituale, e, per essere inteso da questi romani, come ho detto: carità, dico anche: carità tutta morale. Perché il concetto: spirito, non è compreso da questi pargoli che non sanno nulla delle parole sante.”
Il Salvatore universale
4“E che credete? Che solo per Israele Io sia venuto? Sono Colui che radunerà le stirpi sotto un solo pastorale: quello del Cielo. E in verità vi dico che presto verrà il tempo che molti pagani diranno: ‘Lasciateci avere quel tanto da potere nel nostro suolo pagano consumare sacrifici al Dio vero, al Dio uno e trino di cui Io sono la Parola.
Ora essi vanno. Convinti più che se Io li avessi schiacciati con lo sdegno. Essi e nel miracolo e nelle mie parole sentono Dio, e questo diranno dove essi tornano.
Inoltre vi dico: non era giusto premiare tanta fede? Disorientati dai responsi dei medici, delusi dagli inutili viaggi nei templi, hanno saputo avere ancora fede per venire allo sconosciuto, al grande Sconosciuto del mondo, al deriso, al grande Deriso e Calunniato d’Israele, e dirgli: ‘Credo che Tu possa’. Il primo crisma alla loro nuova mentalità viene loro da questo avere saputo credere. Non tanto della malattia quanto della errata fede Io li ho sanati, perché ho messo le loro labbra su un calice la cui sete cresce più se ne beve: la sete di conoscere il Dio vero.
Ho finito. Dico a voi di Israele: sappiate avere fede come questi seppero”.
Sete del Dio vero.
5Il romano si accosta col guarito: “Ma… Non oso più dire: per Giove. Dico: ma sul mio onore di cittadino romano io ti giuro che avrò questa sete! Ma ora io devo andare. Chi mi darà più da bere?”.
“Il tuo spirito, l’anima che ora sai di avere, fino al giorno che un mio messo verrà a te”.
“E Tu no?”.
“Io… Io no. Ma non sarò assente pur non essendo presente. E non passeranno che poco più di due anni che Io ti farò un dono più grande della guarigione di costui che ti era caro. Addio ad ambedue. Sappiate perseverare in questo sentimento di fede”.
“Salve, Maestro. Il Dio vero ti salvi”.
I due romani se ne vanno e si ode che chiamano i servi col carro.
“E neppure sapevano di avere un’anima!” mormora un vecchio.
“Sì, padre. Ed hanno saputo accettare la parola mia meglio di tanti in Israele. Ora, posto che hanno dato tanto obolo, benefichiamo i poveri di Dio con doppia e tripla misura. E i poveri preghino per questi benefattori, più poveri di loro stessi, perché giungano alla vera, unica ricchezza che è conoscere Iddio”.
Le patrie passano. Ma il Cielo resta.
6La velata piange sotto il suo velo che impedisce di vederne le lacrime, ma non di udirne i singhiozzi.
“Quella donna piange” dice Pietro. “Forse non ha più denaro. Gliene diamo?”.
“Non piange per questo. Ma va’ a dirle così: ‘Le patrie passano. Ma il Cielo resta. Esso è di chi sa avere fede. Dio è Bontà e perciò ama anche i peccatori. E ti benefica per persuaderti di andare a Lui’. Va’. Dille così e poi lasciala piangere. È veleno che esce”.
Pietro se ne va dalla donna già incamminata verso i campi. Le parla e torna. “Si è messa a piangere più forte” dice.
“Credevo di consolarla…” e guarda Gesù.
“È consolata, infatti. Anche la gioia fa piangere”.
L’unica cosa utile
7“Uhm!… Mah!… Ecco, io sarò contento quando la vedrò in volto. La vedrò?”.
“Al giorno del Giudizio”.
“Divina Misericordia! Ma allora sarò morto! E che me ne farò di sapere questo? Avrò da guardare l’Eterno allora!”.
“Fallo sin da questo momento. È l’unica cosa utile”.
“Sì… ma… Maestro, chi è?”.
Ridono tutti.
“Se lo chiedi un’altra volta partiamo subito; così la dimentichi”.
“No. Maestro. Però… basta che resti Tu…”.
Gesù sorride. “Quella donna” dice “è un avanzo e una primizia”.
“Che vuoi dire? Io non capisco”.
Ma Gesù lo lascia in asso per andare verso il paese.
“Va da Zaccaria. Ha la donna morente” spiega Andrea. “Ha mandato me a dirlo al Maestro”.
“Tu mi fai stizza! Sai tutto, fai tutto e non dici mai nulla. Peggio di un pesce sei”.
Pietro si sfoga sul fratello della sua delusione.
“Fratello, non te la prendere. Parli tu anche per me. Andiamo a ripescare le nostre reti. Vieni”.
Chi va a destra e chi a sinistra e tutto ha fine.
9. Discorso conclusivo. La purificazione dell’uomo
Base dell’edificio della perfezione
1. “Figli miei nel Signore, [27].la festa della Purificazione[28] è ormai imminente e ad essa Io, Luce del mondo, vi mando preparati con quel minimo necessario a ben compierla. Il primo lume della festa da cui trarrete fiamma per tutti gli altri. Perché ben stolto sarebbe colui che pretendesse accendere molti lumi non avendo come accendere il primo. E ancora più stolto sarebbe colui che pretendesse iniziare la sua santificazione dalle cose più ardue, trascurando ciò che è la base dell’edificio immutabile della perfezione: il Decalogo.
La festa della purificazione.
2Si legge nei Maccabei[29] che Giuda ed i suoi, avendo con la protezione del Signore ripreso il Tempio e la Città, distrussero gli altari agli dèi stranieri e i tempietti e purificarono il Tempio. Poi alzarono un altro altare e con le pietre focaie suscitarono il fuoco, offersero i sacrifizi, fecero ardere l’incenso, posero i lumi e i pani della proposizione e poi, prostrati tutti a terra, supplicarono il Signore a non farli più peccare o, se per loro debolezza venissero di nuovo al peccato, che venissero trattati con divina misericordia. E questo avveniva il venticinque del mese di casleu.
Consideriamo e applichiamo il racconto a noi stessi, perché ogni parola della storia d’Israele, essendo di popolo eletto, ha un significato spirituale. La vita è sempre insegnamento. La vita d’Israele è insegnamento non solo per i giorni terreni, ma per la conquista dei giorni eterni.
Distruggere gli dei individuali.
3‘Distrussero gli altari e i tempietti pagani’.
Ecco la prima operazione. Quella che Io vi ho indicato di fare col nominarvi gli dèi individuali che sostituiscono il Dio vero: le idolatrie del senso, dell’oro, dell’orgoglio, i vizi capitali che portano alla profanazione e morte dell’anima e del corpo e al castigo di Dio.
Io non vi ho schiacciati sotto le innumerabili formole che ora opprimono i fedeli, e sono di baluardo alla vera Legge, oppressa, nascosta da cumuli e cumuli di proibizioni tutte esteriori, che con la loro oppressione conducono il fedele a perdere di vista la lineare, chiara, santa voce del Signore che dice: ‘Non bestemmiare. Non idolatrare. Non profanare le feste. Non disonorare i genitori. Non uccidere. Non fornicare. Non rubare. Non mentire. Non invidiare le cose altrui. Non appetire la moglie altrui’. Dieci ‘non’. E non uno di più. E sono le dieci colonne del tempio dell’anima. Sopra splende l’oro del precetto santo fra i santi: ‘Ama il tuo Dio. Ama il tuo prossimo’. È il coronamento del tempio. È la protezione delle fondamenta. È la gloria del costruttore. Senza l’amore uno non potrebbe ubbidire alle dieci regole e cadrebbero le colonne, tutte od alcuna, e il tempio rovinerebbe o totalmente o parzialmente. Ma sempre sarebbe rovinato e non più atto ad accogliere il Santissimo.”
Abbattere le concupiscenze.
4“Fate ciò che vi ho detto, abbattendo le tre concupiscenze. Dando un nome schietto al vostro vizio, così come schietto è Dio nel dirvi: ‘Non fare questo e quello’. Inutile sottilizzare sulle forme. Chi ha un amore più forte di quello che dà a Dio, quale che sia questo amore, è un idolatra. Chi nomina Dio professandosi suo servo e poi lo disubbidisce, è un ribelle. Chi per avidità lavora in sabato è un profanatore ed è un diffidente e presuntuoso. Chi nega un soccorso ai genitori adducendo pretesti, anche se dice che sono opere date a Dio, è uno in odio a Dio, che ha messo i padri e le madri a sua figura sulla terra. Chi uccide è sempre assassino. Chi fornica è sempre lussurioso. Chi ruba è sempre ladro. Chi mente è sempre un abbietto. Chi vuole ciò che non è suo, è sempre un ingordo della più esecrata fame. Chi profana un talamo è sempre un immondo.
Così è. E vi ricordo che dopo l’erezione al vitello d’oro venne l’ira del Signore[30], dopo l’idolatria di Salomone lo scisma che divise e indebolì Israele[31], dopo l’ellenismo accettato, e anzi ben accolto e introdotto da giudei indegni sotto Antioco Epifane, vennero le nostre attuali sventure di spirito, di fortuna e di nazionalità[32]. Vi ricordo che Nabal e Abiù, falsi servi di Dio, furono percossi da Geovè[33]. Vi ricordo che non era santa la manna del sabato[34]. Vi ricordo Cam[35] e Assalonne. Vi ricordo il peccato di Davide su Uria[36] e quello di Assalonne su Amnon. Vi ricordo la fine di Assalonne e quella di Amnon[37]. Vi ricordo la sorte di Eliodoro ladro[38], e Simone e Menelao[39]. Vi ricordo la ignobile fine dei due rettori falsi che avevano testimoniato con menzogna su Susanna[40]. E potrei continuare senza trovare fine agli esempi. Ma torniamo ai Maccabei.
‘E purificarono il Tempio’.
Purificare col pentimento, costruire con la fede.
5“Non basta dire: ‘Distruggo’. Occorre dire: ‘Purifico’. Vi ho detto come si purifica l’uomo: col pentimento umile e sincero. Non vi è peccato che Dio non perdoni se il peccatore è realmente pentito. Abbiate fede nella Bontà divina. Se voi poteste giungere a capire cosa è questa Bontà, anche fossero su voi tutti i peccati del mondo, non fuggireste da Dio, ma anzi correreste ai suoi piedi, perché solo il Buonissimo può perdonare ciò che l’uomo non perdona.
‘E alzarono un altro altare’.
Oh! non tentate inganno col Signore. Non siate falsi nel vostro agire. Non mescolate Dio a Mammona. Avreste un altare vuoto: quello di Dio. Perché inutile alzare un altare nuovo se permangono anche resti dell’altro. O Dio o l’idolo. Scegliete.
‘E suscitarono il fuoco con la pietra e l’esca’.
Pietra è la ferma volontà di essere di Dio. Esca è il desiderio di annullare con tutto il restante della vita anche il ricordo del vostro peccato dal cuore di Dio. Ecco allora che si suscita il fuoco: l’amore. Perché il figlio che cerca di riconfortare l’offeso genitore con tutta una vita onorata, che fa se non amare il padre, volendolo lieto del figlio suo, già lacrima e ora gioia? Ora, giunti a questo, potete offrire i sacrifici, ardere gli incensi, porre i lumi e i pani. Non saranno invisi a Dio i sacrifici, e grate saranno le preghiere, veramente illuminato l’altare, ricco del cibo della vostra offerta giornaliera. Potrete pregare dicendo: ‘Siici protettore’, perché Egli amico vi sarà.”
Il nuovo altare.
6“Ma la Sua misericordia non ha atteso che voi chiamaste pietà. Ha precorso il vostro desiderio. E vi ha mandato la Misericordia a dirvi: ‘Sperate. Io ve lo dico: Dio vi perdona. Venite al Signore’. Un altare è già fra voi: il nuovo altare. Da esso sgorgano fiumi di luce e di perdono. Come un olio si spandono, medicano, rinforzano. Credete nella Parola che da esso viene. Piangete con Me sui vostri peccati. Come il levita che guida il coro, Io dirigo le vostre voci a Dio, e non sarà respinto il vostro gemito se è unito alla mia voce. Con voi mi annichilo, Fratello agli uomini nella carne, Figlio al Padre nello spirito, e dico per voi, con voi.”
De profundis.
7‘Da questo profondo abisso, [41] dove Io-Umanità sono caduto, grido a Te, Signore.
Ascolta la voce di chi si guarda e sospira, e non chiudere il tuo udito alle mie parole. Orrore è il vedermi, o Dio. Orrore io sono anche agli occhi miei! E che sarò agli occhi tuoi? Non guardare alle mie colpe, o Signore, perché altrimenti io non potrò resistere innanzi a Te, ma usa su me la tua misericordia. Tu l’hai detto: ‘Io Misericordia sono’. Ed io credo alla tua parola. L’anima mia, ferita ed abbattuta, confida in Te, nella tua promessa, e dall’alba a notte, dalla giovinezza alla vecchiaia io spererò in Tè.”
Miserere
8“Colpevole di omicidio e di adulterio, riprovato da Dio, ben ottiene Davide perdono, dopo aver gridato al Signore: ‘Abbi pietà non per mio rispetto ma per onore della tua misericordia, che è infinita. E per essa cancella il mio peccato. [42].
Non vi è acqua che possa lavare il mio cuore se non è presa nelle acque profonde della tua santa bontà. Con essa lavami della iniquità mia e purificami dalla mia sozzura.
Non nego d’aver peccato. Ma anzi io confesso il mio delitto e come un testimonio accusatore la colpa mi è sempre davanti.
Ho offeso l’uomo nel prossimo e in me stesso, ma di avere peccato contro Te particolarmente mi dolgo. E questo ti dica che riconosco che Tu sei giusto nelle tue parole e temo il tuo giudizio che trionfa su ogni potenza umana.
Ma considera, o Eterno, che in colpa sono nato e che peccatrice fu chi mi ha concepito, e che pure Tu tanto mi hai amato da giungere a svelarmi la tua sapienza ed a darmela per maestra nel comprendere i misteri delle tue sublimi verità. E se tanto hai fatto, devo temere di Te? No. Non temo.
Aspergimi coll’amaro del dolore e sarò purificato. Lavami col pianto e diverrò come neve alpina.
Fammi sentire la tua voce ed esulterà il tuo servo umiliato, perché la tua voce è gioia e letizia anche se rampogna.
Volgi il tuo volto ai miei peccati. Il tuo sguardo cancellerà le mie iniquità.
Il cuore che Tu mi hai dato mi fu profanato da Satana e dalla mia debole umanità. Creami un nuovo cuore che sia puro, e distruggi ciò che è corruzione nelle viscere del tuo servo, perché regni solo in lui uno spirito retto.
Ma non mi scacciare dalla tua presenza e non mi levare l’amicizia tua, perché solo la salute che da Te viene è gioia per l’anima mia, e il tuo spirito sovrano è conforto dell’umiliato.
Fa’ che io divenga colui che va fra gli uomini dicendo: ‘Osservate quanto è buono il Signore. Andate sulle sue vie e sarete benedetti come io lo sono, io aborto dell’uomo e che ora torno figlio di Dio per la grazia che rinasce in me’. E a Te si convertiranno gli empi.
Il sangue e la carne ribollono e urlano in me. Liberami da essi, o Signore, salvezza dell’anima mia, ed io canterò le tue lodi.
Non sapevo. Ma ora ho compreso. Non un sacrifizio d’arieti Tu vuoi, ma l’olocausto d’un cuore contrito. Un cuore contrito e umiliato ti è più gradito di arieti e montoni, perché Tu per Te ci hai creati, e vuoi che noi di ciò ci ricordiamo e ti rendiamo ciò che è tuo.
Sii a me benigno per la tua grande bontà e riedifica la mia e tua Gerusalemme: quella di uno spirito purificato e perdonato sul quale possa venire offerto il sacrificio, l’oblazione e l’olocausto per il peccato, per il grazie e per la lode.
Ed ogni mio nuovo giorno sia un’ostia di santità consumata sul tuo altare per salire coll’odore del mio amore sino a Te.”
L’anno di grazia.
9“Venite! Andiamo al Signore. Io avanti, voi dietro. Andiamo alle acque di salute, andiamo nei pascoli santi, andiamo nelle terre di Dio. Dimenticate il passato. Sorridete al futuro. Non pensate al fango, ma guardate le stelle. Non dite: ‘Son tenebra’; dite: ‘Dio è Luce’. Io sono venuto ad annunziarvi la pace, a dire ai mansueti la Buona Novella[43], a curare quelli che hanno il cuore infranto da troppe cose, a predicare la libertà a tutti gli schiavi, primi fra tutti quelli di Mammona, a liberare i prigionieri dalle concupiscenze.
Io vi dico: l’anno di grazia è venuto. Non piangete voi tristi della tristezza di chi si sente peccatore, non lacrimate, esuli dal Regno di Dio. Io sostituisco la cenere con l’oro, l’olio alle lacrime.”
Preghiera del Pastore Misericordioso.
10“A festa vi vesto per presentarvi al Signore e dire:
‘Ecco le pecorelle che Tu mi mandasti a cercare[44]. Io le ho visitate e radunate, le ho contate, ho cercato le disperse e te le ho portate sottraendole ai nuvoli e alle caligini.
Le ho prese frammezzo a tutti i popoli, le ho riunite da tutte le regioni per condurle alla Terra non più terra[45] che per esse Tu hai preparato, o Padre santo, per portarle sulle cime paradisiache dei tuoi monti opimi dove tutto è luce e bellezza, lungo i rivi delle celesti beatitudini dove si satollano di Te gli spiriti da Te amati.
Sono andato in cerca anche delle ferite, ho guarito le fratturate, ho ristorato le deboli, non ne ho trascurato una sola.
E la più sbranata[46] dagli avidi lupi dei sensi me la sono messa come un giogo d’amore sulle spalle e te la poso ai piedi, Padre benigno e santo, perché ella non può più camminare, non sa le tue parole, è una povera anima inseguita dai rimorsi e dagli uomini, è uno spirito che rimpiange e trema, è come un’onda spinta e respinta dal flutto sul lido.
Viene col desiderio, la respinge la cognizione di sé… Aprile il tuo seno, Padre tutto amore, perché in esso trovi pace questa creatura smarrita. Dille: ‘Vieni’. Dille: ‘Sei mia’. Fu di tutto un mondo. Ma ne ha nausea e paura. Dice: ‘Ogni padrone è uno sgherro lurido’. Fa’ che possa dire: ‘Questo mio Re mi ha dato la gioia d’esser presa!’.
Non sa cosa sia l’amore. Ma se Tu l’accogli saprà cosa è questo amore celeste che è l’amore nuziale fra Dio e lo spirito umano, e come un uccello liberato dalle gabbie dei crudeli salirà, salirà, sempre più in alto, sino a Te, al Cielo, alla gioia, alla gloria, cantando: ‘Ho trovato Colui che cercavo. Non ha altro desiderio il mio cuore. In Te mi poso e giubilo, Signore eterno, nei secoli dei secoli beata!’.
Andate. Con spirito nuovo celebrate la festa della Purificazione. E la luce di Dio si accenda in voi”.
Gesù è stato travolgente nella chiusa del suo discorso. Un volto luminoso dagli occhi raggianti, un sorriso e delle note che sono di una dolcezza non conosciuta.
“È una povera donna senza casa propria”.
11La gente ne è quasi affascinata e non si muove sinché Egli ripete: “Andate. La pace sia con voi”. Allora si inizia la partenza dei pellegrini che parlano fitto fitto fra di loro.
La velata se ne va svelta come sempre col suo passo agile e lievemente ondulante. Pare che abbia le ali per il vento che le gonfia il mantello alle spalle.
“Adesso capirò se è d’Israele” dice Pietro.
“Perché?”.
“Perché se sta qui è segno che…”.
“…è una povera donna senza casa propria. Nulla di più, ricordatelo, Pietro”.
Gesù cammina verso il paese.
“Carità.”
12Cammin facendo dice Gesù a Pietro: “Oggi sono tutto tuo. Andiamo per il paese. Da quella vedova. Ho un obolo segreto. Un anello da vendere. Sai come l’ho avuto? M’è arrivato un sasso ai piedi, mentre pregavo ai piedi di questo salice. Al sasso era unito un fagottino con una strisciolina di pergamena. Dentro il fagottino, l’anello. Sul cartiglio la parola “carità”.
“Fai vedere? Oh! bello! Da donna. Che dito piccino! Ma quanto metallo! …”.
“Ora tu lo vendi. Io non so fare. L’albergatore compera oro. Lo so. Io ti aspetto presso il forno. Va’, Pietro”.
“Ma… se non so fare? Io l’oro… Non so di oro, io!”.
“Pensa che è pane per chi ha fame e fai del meglio che puoi. Addio”.
E Pietro va verso destra mentre Gesù, più lentamente, va verso sinistra, verso il paese che appare in lontananza relativa da dietro un boschetto che è oltre la casa del fattore.
10. L’apostolo dal
silenzioso e
attivo amore.
Ambiente
1L’Acqua Speciosa è senza pellegrini.[47]. E pare strano vederla così, senza bivacchi di chi sosta una notte o almeno consuma il suo pasto sull’aia o sotto la tettoia. Non vi è che zaffollamento lascia di sé.
I discepoli occupano il loro tempo in lavori manuali, chi intrecciando vimini per farne nuove trappole ai pesci, e chi lavorando intorno a piccoli lavori di sterro e di incanalamento delle acque dei tetti perché non stagnino sull’aia. Gesù è ritto in mezzo ad un prato e sbriciola del pane ai passerotti. A perdita d’occhio non un vivente, nonostante la giornata sia serena.
L’amicizia di Dio deve farci audaci.
2Viene verso Gesù Andrea, di ritorno da qualche incombenza: “Pace a Te, Maestro”.
“E a te, Andrea. Vieni qui un poco con Me. Tu puoi stare vicino agli uccellini. Sei come loro. Ma vedi? Quando essi sanno che chi li avvicina li ama, non temono più. Guarda come sono fiduciosi, sicuri, lieti. Prima erano quasi ai miei piedi. Ora ci sei tu e stanno all’erta… Ma guarda, guarda… Ecco quel passero più audace che viene avanti. Ha capito che non c’è nessun pericolo. E dietro lui gli altri. Vedi come si satollano? Non è uguale di noi, figli del Padre? Egli ci satolla del suo amore. E quando siamo sicuri di essere amati e di essere invitati alla sua amicizia, perché temere di Lui e di noi? La sua amicizia deve farci audaci anche presso gli uomini. Credi: solo il malvivente deve avere paura del suo simile. Non il giusto come tu sei”.
Andrea, l’apostolo giusto.
3Gesù lo attira a Sé e dice ridendo: “Bisognerebbe unire te e Simone in un solo filtro, sciogliervi e poi riformarvi. Sareste perfetti. Eppure… Se ti dico che, tanto dissimile in principio, sarai perfettamente uguale a Pietro alla fine della tua missione, lo crederesti?”.
“Tu lo dici e certo è. Non mi chiedo neppure come ciò possa essere. Perché tutto quello che Tu dici è vero. E sarò contento di essere come Simone, fratello mio, perché lui è un giusto e ti fa felice. È bravo Simone! Io sono tanto contento che egli sia bravo. Coraggioso, forte. Ma anche gli altri! …”.
“E tu no?”.
“Oh! io!… Solo Tu puoi essere contento di me…”.
I Sacerdoti maestri e i Sacerdoti mimi.
4“E accorgermi che lavori senza rumore e più profondamente degli altri. Perché nei dodici c’è chi fa tanto rumore per quanto lavora. C’è chi fa molto più rumore di quanto non faccia lavoro, e c’è chi non fa altro che lavoro. Un lavoro umile, attivo, ignorato… Gli altri possono credere che egli non faccia nulla. Ma Colui che vede sa.
Queste differenze sono perché ancora non siete perfetti. E ci saranno sempre fra i futuri discepoli, fra quelli che verranno dopo di voi, sino al momento che l’angelo tuonerà: ‘Il tempo non è più’.
Sempre ci saranno i ministri del Cristo che saranno pari nell’opera e nell’attirare su di loro lo sguardo del mondo: i maestri.
E vi saranno, purtroppo, quelli che saranno solo rumore e gesto esteriori, solo esteriori, i falsi pastori dalle pose istrioniche… Sacerdoti? No: mimi. Nulla di più.”
I santi Sacerdoti
5“Non è il gesto che fa il sacerdote e non lo è l’abito. Non è la sua mondana cultura né le relazioni mondane e potenti che fanno il sacerdote. È la sua anima. Un’anima tanto grande da annullare la carne. Tutto spirito il mio sacerdote… Così lo sogno. Così saranno i miei santi sacerdoti. Lo spirito non ha voce né ha pose da tragedo. È inconsistente perché spirituale, e perciò non può mettere pepli e maschere. È ciò che è: spirito, fiamma, luce, amore. Parla agli spiriti. Parla con la castità degli sguardi, degli atti, delle parole, delle opere.
L’uomo guarda. E vede un suo simile. Ma oltre e sopra la carne che vede? Qualcosa che lo fa arrestare dal suo andare frettoloso, meditare e concludere: ‘Quest’uomo, a me simile, ha di uomo solo l’aspetto. L’anima è di angelo’.
E, se miscredente, conclude: ‘Per lui credo che ci sia un Dio e un Cielo’. E, se lussurioso, dice: ‘Questo mio uguale ha occhi di Cielo. Freno il mio senso per non profanarli’. E se è un avaro decide: ‘Per l’esempio di costui che non ha attacco alle ricchezze, io cesso di essere avaro’. E se è un iracondo, un feroce, davanti al mite si muta in più pacato essere.”
Gli eroi del silenzio e dell’operosità
6“Tanto può fare un sacerdote santo. E, credilo, sempre ci saranno fra i sacerdoti santi quelli che sapranno anche morire per amore di Dio e di prossimo, e sapranno farlo così pianamente, dopo avere esercitato la perfezione per tutta la vita ugualmente pianamente, che il mondo neppure si accorgerà di loro.
Ma se il mondo non diverrà tutto un lupanare e una idolatria, sarà per questi: gli eroi del silenzio e della operosità fedele. E avranno il tuo sorriso: puro e timido. Perché ci saranno sempre degli Andrea. Per grazia di Dio e per fortuna del mondo ci saranno!”.
L’apostolo dal silenzioso e attivo amore.
7“Io non credevo di meritare queste parole… Non avevo fatto nulla per suscitarle…”.
“Mi hai aiutato ad attirare a Dio un cuore. Ed è il secondo che tu conduci verso la Luce”.
“Oh! perché ha parlato? Mi aveva promesso…”.
“Nessuno ha parlato. Ma Io so. Quando i compagni riposano stanchi, tre sono gli insonni all’Acqua Speciosa. L’apostolo dal silenzioso e attivo amore verso i fratelli peccatori. La creatura che l’anima pungola verso la salvezza. E il Salvatore che prega e veglia, che attende e spera… La mia speranza: che un’anima trovi la sua salute… Grazie, Andrea. Continua e siine benedetto”.
“Oh! Maestro!… Ma non dire nulla agli altri… Da solo a sola, parlando ad una lebbrosa in una spiaggia deserta, parlando qui ad una di cui non vedo il volto, io ancora so fare un pochino. Ma se gli altri lo sanno, Simone più di tutti, e vuole venire… io non so fare più nulla… Non venire neppure Te… Perché di parlare davanti a Te mi vergogno”.
“Non verrò. Gesù non verrà. Ma lo Spirito di Dio è sempre venuto con te. Andiamo a casa. Ci chiamano per il pasto”.
E tutto ha fine fra Gesù e il mite discepolo.
11. Nei vortici dell’antimisericordia.
Gesù[48] traversa insieme ai suoi apostoli i campi piatti dell’Acqua Speciosa. La giornata è piovosa e il luogo deserto. Deve essere verso mezzogiorno, perché quella larva di sole che esce ogni tanto da dietro il sipario bigio delle nuvole scende a perpendicolo.
Gesù parla con l’Iscariota, al quale dà l’incarico di andare al paese per gli acquisti più urgenti.
Il dono del vero apostolo.
1Quando resta solo lo raggiunge Andrea e, sempre timido, dice piano: “Mi ascolti, Maestro?”.
“Sì. Vieni con Me, avanti” e allunga il passo, seguito dall’apostolo, dilungandosi di qualche metro dagli altri.
“La donna non c’è più, Maestro!” dice accorato Andrea. E spiega: “L’hanno percossa ed è fuggita. Era ferita e sanguinava. Il fattore l’ha vista. Sono andato avanti dicendo che andavo a vedere se non c’erano insidie, ma era perché volevo andare subito da lei. Speravo tanto di portarla alla Luce! Ho tanto pregato in questi giorni per questo!… Ora è fuggita! Si perderà. Sapessi dove è, la raggiungerei… Non direi questo agli altri, ma a Te sì, perché mi capisci. Sai che non c’è senso in questa ricerca, ma solo desiderio — oh! tanto grande da essere un tormento — di portare in salvo una mia sorella…”.
“Lo so, Andrea, e ti dico: anche così come sono andate le cose, il tuo desiderio si compirà. Non è mai perduta la preghiera fatta in tal senso. Dio la usa ed ella si salverà”.
“Tu lo dici? Oh! il mio dolore si fa più dolce!”.
“Non vorresti sapere che ne è di lei? Non ti importa neppure di non essere tu quello che me la condurrai? Non chiedi come farà?”. Gesù sorride dolcemente, con tutto un brillare di luce nelle pupille azzurre chinate sull’apostolo che gli cammina al fianco. Uno di quei sorrisi e di quegli sguardi che costituiscono uno dei segreti di Gesù per conquistare i cuori.
Andrea coi suoi dolci occhi castani lo guarda e dice: “Mi basta di sapere che venga a Te. Poi, io o un altro, che fa? Come farà? Questo Tu lo sai e a me non necessita di saperlo. Ho tutto nella tua assicurazione e sono felice”.
Gesù gli passa il braccio dietro le spalle e se lo attira a Sé in un abbraccio affettuoso che porta all’estasi il buon Andrea. E parla tenendolo così: “Questo è il dono del vero apostolo. Vedi, amico mio, la tua vita e quella degli apostoli futuri sarà sempre fatta così.”
I “salvatori”.
2“Qualche volta saprete di essere i “salvatori”. Ma il più delle volte salverete senza sapere di avere salvato le persone che più vorreste salvare. Solo in Cielo vedrete venirvi incontro, o salire al Regno eterno, i vostri salvati. E il vostro giubilo di beati aumenterà per ogni salvato. Qualche volta lo saprete dalla terra. Sono le gioie che vi do per infondervi un vigore ancor maggiore per nuove conquiste.
Ma beato quel sacerdote che non necessiterà di questi sproni per fare il proprio dovere! Beato quello che non si accascia per non vedere trionfi e dice: ‘Non faccio più nulla perché non ho soddisfazione’.
La soddisfazione apostolica, tenuta come unico incentivo al lavoro, mostra non formazione apostolica, avvilisce l’apostolato, cosa spirituale, a livello di un comune lavoro umano. Non bisogna mai cadere nell’idolatria del ministero. Non siete voi quelli che devono essere adorati. Ma il Signore Iddio vostro. A Lui solo la gloria dei salvati. A voi l’opera di salvazione, rimettendo al tempo del Cielo la gloria di essere stati dei “salvatori”.
Vedi, amico mio, la tua vita e quella degli apostoli futuri sarà sempre fatta così.”
Salita sul monte della redenzione.
3“Qualche volta saprete di essere i “salvatori”. Ma il più delle volte salverete senza sapere Ma mi dicevi che il fattore l’ha vista. Racconta”.
“Tre giorni dopo che eravamo partiti, sono venuti dei farisei a cercarti. Non ci hanno trovato, è naturale. Hanno girato il paese e le case della campagna mostrandosi ansiosi di Te. Ma nessuno lo ha creduto. Si sono messi all’albergo, sbrattandolo superbamente da tutti quelli che c’erano perché, dicevano, non volevano contatti con estranei ignoti che potevano anche profanarli. E tutti i giorni andavano alla casa. Dopo qualche giorno hanno trovato la poverina, che andava sempre là perché forse sperava trovarti e avere la sua pace. E l’hanno fatta fuggire inseguendola fino al suo ricovero nella stalla del fattore. Subito non l’hanno aggredita, perché egli era venuto fuori coi figli, e armati di randelli. Ma poi, a sera, quando lei è uscita, sono tornati ed erano insieme ad altri e, quando ella fu alla fonte, a sassate l’hanno presa chiamandola ‘meretrice’ e additandola all’obbrobrio del paese. E poiché lei fuggiva, l’hanno raggiunta, malmenata, le hanno strappato il velo e il mantello perché tutti la vedessero e ancora l’hanno picchiata, imponendosi con la loro autorità al sinagogo perché la maledicesse per farla lapidare e maledicesse Te che l’avevi portata in paese. Ma lui non lo ha voluto fare e ora attende l’anatema del Sinedrio. Il fattore l’ha strappata alle mani di quei manigoldi e l’ha soccorsa. Ma nella notte lei se ne è andata lasciando un bracciale con una parola scritta su un brandello di pergamena. Ha scritto: ‘Grazie. Prega per me’. Il fattore dice che è giovane e bellissima, benché molto pallida e magra. L’ha cercata per le campagne perché era molto ferita. Ma non l’ha trovata. E non sa come possa essere andata lontano. Forse è morta così, in qualche posto… e non si è salvata…”.
“No”.
“No? Non è morta? O non si è perduta?”.
“La volontà di redenzione è già assoluzione. Anche fosse morta, sarebbe perdonata, perché ha cercato la Verità mettendosi sotto i piedi l’Errore. Ma non è morta. Sale le prime pendici del monte della redenzione. Io la vedo… Curva sotto il suo pianto di pentimento; ma il pianto la fa sempre più forte, mentre il peso decresce. Io la vedo. Procede incontro al Sole. Quando avrà salito tutta la china, ella sarà nella gloria del Sole-Dio. Sale… Aiutala col tuo pregare”.
“Oh! mio Signore!”. Andrea è quasi esterrefatto di potere aiutare un’anima alla sua santificazione.
Gesù sorride più dolce ancora. Dice: “Bisognerà aprire le braccia e il cuore al perseguitato sinagogo e andare a benedire il buon fattore. Andiamo dai compagni. A dirlo loro”.
Il Maestro condanna la violenza.
4Ma mentre, rifacendo il cammino già fatto, raggiungono i dieci che si sono fermati in disparte comprendendo che Andrea è in colloquio segreto col Maestro, viene di corsa l’Iscariota. Pare un farfallone che scorra sul prato, tanto corre veloce col mantello che gli svolazza dietro e facendo con le braccia una vera giostra di segni.
“Ma che ha?” chiede Pietro. “È diventato matto?”.
Prima che nessuno possa rispondergli l’Iscariota, giunto vicino, può gridare, col fiato mozzo: “Fermo, Maestro. Ascoltami prima di andare alla casa… Insidia c’è. Oh! che vigliacchi! …” e corre. Eccolo giunto: “O Maestro! Non si può più andare là! I farisei sono in paese e tutti i giorni vanno alla casa. Ti aspettano per nuocerti. Mandano via chi viene a cercarti. Con anatemi orrendi li spauriscono. Che vuoi fare? Qui saresti perseguitato e la tua opera resa nulla… Uno di loro mi ha visto e mi ha aggredito. Un brutto vecchio nasuto che mi conosce, perché è uno degli scribi del Tempio. Perché ci sono anche degli scribi. Mi ha aggredito afferrandomi con le sue zampe unghiute e insultandomi con la sua voce di falco. Finché ha insultato me e mi ha graffiato, guarda… (e mostra un polso e una guancia decorati di chiari segni di unghie) l’ho lasciato fare. Ma quando ha sbavato su Te, l’ho preso per il collo…”.
“Ma Giuda!” urla Gesù.
“No, Maestro. Non l’ho strozzato. Gli ho solo impedito di bestemmiarti e poi l’ho lasciato andare. Ora è là che muore di paura per il pericolo corso… Ma noi andiamo via, te ne prego. Tanto, nessuno potrebbe più venire a Te…”.
“Maestro!”.
“Ma è un orrore!”.
“Giuda ha ragione”.
“Come iene all’agguato sono!”.
“Fuoco del cielo che scendesti su Sodoma[49], a che non torni?”.
“Ma sai che sei stato bravo, ragazzo? Peccato che non c’ero anche io; ti avrei aiutato”.
“Oh! Pietro! se c’eri anche tu, quel falchetto aveva per sempre perduto le penne e la voce”.
“Ma come hai fatto a.… a non andare fino in fondo?”.
“Mah!… Un lampo nella mente, il pensiero venuto da chissà qual fondo di cuore: ‘Il Maestro condanna la violenza’, e mi sono fermato, avendone un urto ancor più profondo di quello che avevo ricevuto dal muro contro cui mi aveva gettato lo scriba quando mi aveva aggredito. Ne ho avuto i nervi come spezzati… tanto che dopo non avrei avuto più forza di infierire. Che fatica vincersi! …”.
“Sei proprio stato bravo! Vero, Maestro? Non esprimi il tuo pensiero?”.
Pietro è tanto felice dell’atto di Giuda che non vede come Gesù sia passato dal luminoso viso di prima ad un volto severo, che gli scurisce lo sguardo e gli serra la bocca che pare farsi più sottile.
La apre per dire: “Io dico che sono più disgustato del vostro modo di pensare che della condotta dei giudei. Loro sono dei disgraziati nelle tenebre. Voi, che siete con la Luce, siete duri, vendicativi, mormoratori, violenti, approvatori dell’atto brutale come loro. Vi dico che mi date la prova di essere sempre quelli che eravate quando mi vedeste per la prima volta. E ne ho dolore. Riguardo ai farisei sappiate che Gesù Cristo non fugge. Voi ritiratevi. Io li affronto. Non sono un vile. Quando avrò parlato con loro e non li avrò persuasi, mi ritirerò. Non si deve dire che Io non ho cercato con ogni mezzo di attirarli a Me. Sono essi pure figli di Abramo. Io faccio il mio dovere fino in fondo. La loro condanna deve essere causata unicamente dalla loro mala volontà e non da una mia trascuranza verso loro”.
E Gesù va verso la casa, che mostra il suo tetto basso oltre una riga di alberi spogli. Gli apostoli lo seguono a capo basso, parlando piano fra loro.
Peccato contro lo Spirito Santo.
5Eccoli alla casa. Entrano nella cucina in silenzio. E si dànno da fare intorno al focolare. Gesù si assorbe nel suo pensiero.
Stanno per prendere il cibo quando un gruppo di persone si mostra alla porta. “Eccoli” bisbiglia l’Iscariota.
Gesù si alza subito e va verso di loro. È imponente tanto che il gruppetto arretra per un attimo. Ma il saluto di Gesù li rassicura: “La pace sia con voi. Che volete?”.
Allora i vili credono di poter tutto osare e arrogantemente intimano: “In nome della Legge santa ti ordiniamo di lasciare questo luogo, Tu, turbatore delle coscienze, violatore della Legge, corruttore delle tranquille città di Giuda. Non temi la punizione del Cielo, Tu scimmiottatore del Giusto che battezza al Giordano, Tu che proteggi le meretrici? Via dalla terra santa di Giuda! Che il tuo alito non giunga da qui entro la cinta della città sacra”.
“Io nulla faccio di male. Insegno come rabbi, guarisco come taumaturgo, caccio i demoni come esorcista. Queste categorie sono pure in Giuda. E Dio, che le vuole, le fa rispettare e venerare da voi. Io non chiedo venerazione. Chiedo solo di lasciarmi fare del bene a coloro che hanno infermità nella carne, nella mente o nello spirito. Perché me lo vietate?”.
“Tu sei un posseduto. Vattene”.
“L’insulto non è una risposta. Io vi ho chiesto perché me lo vietate, mentre agli altri lo permettete”.
“Perché sei un posseduto e scacci i demoni e fai miracoli con l’aiuto dei demoni”.
“E i vostri esorcisti allora? Con l’aiuto di chi lo fanno?”.
“Con la loro vita santa. Tu sei un peccatore. E per aumentare la tua potenza ti servi delle peccatrici, perché nel connubio si aumenta il possesso della forza demoniaca. La nostra santità ha purificato la zona dalla tua complice. Ma non per mettiamo che Tu resti qui, per non attirare altre femmine”.
“Ma è casa vostra questa?” chiede Pietro che è venuto vicino al Maestro con aspetto poco raccomandabile.
“Non è casa nostra. Ma tutto Giuda e tutto Israele è nelle mani sante dei puri di Israele”.
“Che sareste voi!” termina l’Iscariota, venuto anche lui sull’uscio e che termina con una risata beffarda. E poi chiede: “E l’altro amico vostro dove è? Trema ancora? O vergognosi, andatevene! E subito. Altrimenti vi farò pentire di…”.
Gesù piange per le anime.
6“Silenzio, Giuda. E tu, Pietro, torna al tuo posto. Udite voi, farisei e scribi. Per il vostro bene, per pietà dell’anima vostra, Io vi prego di non combattere il Verbo di Dio. Venite a Me. Io non vi odio. Capisco la vostra mentalità e la compatisco. Ma vi voglio portare ad una mentalità nuova, santa, capace di santificarvi e darvi il Cielo. Ma credete che Io sia venuto per combattervi? Oh! no! Io sono venuto per salvarvi. Sono venuto per questo. Vi prendo sul cuore. Vi chiedo amore e intelletto. Appunto perché siete i più sapienti in Israele, dovete comprendere più di tutti la verità. Siate anima e non corpo. Volete che Io ve ne supplichi in ginocchio? La posta è tale — l’anima vostra — che sotto i piedi mi metterei per conquistarla al Cielo, sicuro che il Padre non reputerebbe errore il mio umiliarmi. Dite! Dite una parola a Me che attendo!”.
“Maledizione, diciamo”.
“Va bene. È detto. Andate pure. Io pure andrò”.
E Gesù volge le spalle tornando al suo posto. Curva il capo sul tavolo e piange.
Bartolomeo chiude la porta perché nessuno dei crudeli che lo hanno insultato, e che se ne stanno andando con minacce e bestemmie al Cristo, veda questo pianto.
Un lungo silenzio, poi Giacomo d’Alfeo carezza sul capo il suo Gesù e dice: “Non piangere. Noi ti amiamo. Anche per loro”.
Gesù alza il volto e dice: “Non piango per Me. Piango per loro che si uccidono, sordi ad ogni invito”.
“Che faremo ora, Signore?” chiede l’altro Giacomo.
“Andremo in Galilea. Domani mattina partiremo”.
“Non oggi, Signore?”.
“No. Devo salutare i buoni del luogo. E voi verrete con Me”.
La “velata” è divenuta donna onesta.[50]
7“Signore, io non ho fatto che il mio dovere verso Dio, verso il mio padrone e verso l’onestà di coscienza. Quella donna io l’ho sorvegliata in questo tempo che era mia ospite e l’ho vista sempre onesta. Sarà anche stata una peccatrice. Ora non lo è. Perché devo indagare su un passato sul quale ella ha messo una cancellatura per annullarlo? Io ho figli giovanotti e non brutti. Lei non ha mai mostrato il suo volto, veramente bello, né fatto udire la sua parola. Posso dire che ho sentito il tono della sua voce d’argento quando urlò per la ferita. Altrimenti ella, quel poco che chiedeva, e sempre a me o alla moglie mia, lo sussurrava dietro il velo, e così piano che quasi non si capiva. Vedi anche come fu prudente. Quando temette che la sua presenza potesse nuocere, se ne andò… Io le avevo promesso difesa e aiuto. Ma lei non se ne valse. No. Così non fanno le donne perdute! Io pregherò per lei, come lei ha chiesto, e anche senza questo ricordo. Tienilo, Signore. Fanne elemosina, e a suo bene. Fatta da Te, le varrà certo pace”.
Commiato dal fattore
8Il fattore parla rispettosamente a Gesù. È un bell’uomo dal volto onesto e dal corpo tarchiato. Dietro lui sono sei giovanottoni simili al padre, sei volti schietti e intelligenti, e vi è la moglie, una donnina sottile e tutta dolcezza, che ascolta il suo uomo come ascolterebbe un dio, annuendo di continuo col capo.
Gesù prende il bracciale d’oro e lo passa a Pietro dicendo: “Per i poveri”. Poi si rivolge al fattore: “Non tutti hanno la tua rettezza in Israele. Tu sei sapiente, perché distingui il bene dal male e segui il bene senza valutare l’utilità umana di farlo. In nome dell’eterno Padre Io benedico te, i tuoi figli, la tua sposa, la tua casa. Conservatevi sempre in queste disposizioni di spirito e il Signore sarà sempre con voi, e avrete la vita eterna. Io ora vado. Ma non è detto che mai più ci si riveda. Io tornerò e voi potrete sempre venire a Me. Per quanto avete fatto per Me e per quella povera creatura, Dio vi dia la sua pace”.
12. Una “sconosciuta” va alla Madre della Misericordia.
1Maria[51] lavora quieta ad una tela. È sera, tutte le porte sono chiuse, una lucerna a tre becchi illumina la piccola stanza di Nazareth e specie la tavola presso cui è seduta la Vergine. La tela, forse un lenzuolo, ricade dal cassapanco e dai ginocchi fino a terra e Maria, vestita di azzurro cupo, pare emergere da un mucchio di neve. È sola. Cuce lesta, col capo chino verso il suo lavoro, e il lume accende il sommo del suo capo con riflessi di pallido oro. Il resto del volto è in penombra.
Nella stanza ben ordinata regna il massimo silenzio. Anche dalla via, deserta nella notte, non viene rumore. E dall’orto neppure. La pesante porta che dalla stanza dove Maria lavora, quella dove Ella è solita prendere i suoi pasti e ricevere gli amici, conduce all’orto, è chiusa e impedisce anche al rumore della fontanella, che spiccia nella vasca, di penetrare. È proprio il silenzio più profondo. Vorrei sapere dove è il pensiero della Vergine mentre le sue mani lavorano leste…
La sconosciuta.
2Un bussare discreto all’uscio che dà sulla via. Maria alza il capo, ascolta… È stato così lieve il bussare che Maria deve pensare che è causato da qualche animale notturno o da un poco di vento che abbia scosso la porta, e torna a chinare la testa sul lavoro. Ma il busso si ripete più distinto. Maria si alza e va verso la porta. Chiede, prima di aprire: “Chi bussa?”.
Risponde una voce sottile: “Una donna. In nome di Gesù, pietà di me”.
Maria apre subito, tenendo sollevata la lampada per conoscere questa pellegrina. Vede un ammasso di stoffa, un viluppo da cui nulla traspare. Un povero viluppo che sta curvo in profondo inchino dicendo: “Ave! Domina!” e ripete ancora: “In nome di Gesù, pietà di me”.
“Entra e dimmi che vuoi. Io non ti conosco”.
“Nessuno e molti mi conoscono, Domina. Mi conosce il Vizio. E mi conosce la Santità. Ma ho bisogno che ora la Pietà mi apra le braccia. E la Pietà sei tu…” e piange.
“Ma entra dunque… E dimmi… Hai detto abbastanza perché io comprenda che sei una infelice… Ma chi sei non lo so ancora. Il tuo nome, sorella…”.
“Oh! no! Non sorella! Io non ti posso essere sorella… Tu sei la Madre del Bene… io… io sono il Male…” e piange sempre più forte sotto il suo manto calato a nasconderla tutta.
Maria posa la lucerna su un sedile, prende la mano della sconosciuta inginocchiata sulla soglia, la obbliga ad alzarsi.
Maria non la conosce… io sì. È la velata dell’Acqua Speciosa.
L’ora della redenzione.
3Si alza, avvilita, tremante, scossa dal suo pianto, e ancora resiste ad entrare dicendo: “Sono pagana, Domina. Per voi ebrei: lordura, anche se fossi santa. Doppia lordura perché sono una meretrice”.
“Se vieni a me, se cerchi il Figlio mio attraverso me, non puoi più che essere un cuore che si pente. Questa casa accoglie chi ha nome Dolore” e la attira dentro, chiudendo la porta, rimettendo il lume sul tavolo, offrendole un sedile, dicendole: “Parla”.
Ma la velata non vuole sedere; un poco curva, continua il suo pianto. Maria è davanti a lei dolce e maestosa. Attende, pregando, che il pianto si calmi. La vedo pregare con tutto il suo aspetto, per quanto nulla prenda in Lei forma di preghiera. Né le mani, che sempre tengono fra le sue la piccola mano della velata, né le labbra che sono chiuse.
Infine il pianto si calma. La velata si asciuga il volto col suo velo e poi dice: “Eppure, non sono venuta da tanto lontano per rimanere ignota. È l’ora della mia redenzione e mi devo denudare per… per mostrarti di quante piaghe è coperto il mio cuore. E.… e tu sei una madre… e la sua Madre… Avrai dunque pietà di me”.
“Sì, figlia”.
“Oh! sì! Dimmi figlia!… Avevo una madre… e l’ho abbandonata… Mi hanno detto poi che è morta di dolore… Avevo un padre… mi ha maledetta… e dice a quelli della città: ‘Non ho più figlia ’” … (il pianto riprende violento. Maria impallidisce di pena. Ma le pone una mano sul capo per confortarla). La velata riprende: “Non avrò più nessuno che mi chiami figlia!… Sì, così, carezzami così, come faceva la mamma mia… quando ero pura e buona… Lascia che io ti baci questa mano e mi asciughi con essa il pianto. Il mio pianto solo non mi lava. Quanto ho pianto da quando ho capito!… Prima anche avevo pianto, perché è orrore essere soltanto una carne sfruttata, insultata dall’uomo. Ma erano pianti di bestia malmenata che odia e si rivolta a chi la tortura, e sporcavano sempre più perché… cambiavo padrone ma non cambiavo bestialità… Da otto mesi io piango… perché ho capito… Ho capito la mia miseria, il mio marciume. Ne sono coperta e satura e ne ho nausea… Ma il mio pianto sempre più cosciente non mi lava ancora. Si mescola al mio marciume e non lo leva. Oh! Madre! Asciugami tu dal pianto, ed io sarò mondata in modo di poter avvicinare il mio Salvatore!”.
“Sì, figlia, sì. Siedi. Qui, con me. E parla con pace. Lascia tutto il tuo peso, qui, su questi miei ginocchi di Madre” e Maria si siede.
La bella di Siracusa.
4Ma la velata le scivola ai piedi volendo parlarle così. Comincia piano: “Sono di Siracusa… Ho ventisei anni… Ero figlia di un intendente, direste voi, noi diciamo del procuratore di un grande signore romano. Ero figlia unica. Vivevo felice. Abitavamo presso la marina nella villa bellissima di cui mio padre era intendente. Ogni tanto veniva il padrone della villa, o sua moglie, e i figli… Ci trattavano bene ed erano buoni con me. Le fanciulle giocavano con me… Mia mamma era felice… era orgogliosa di me. Ero bella… ero intelligente… tutto mi riusciva facile… Ma amavo più le cose frivole delle cose buone. A Siracusa vi è un grande teatro. Un grande teatro… Bello… vasto… Serve ai giuochi e alle commedie… Nelle commedie e tragedie che in esso si danno sono molto usate le mime. Esse sottolineano con le loro mute danze il significato del coro. Tu non sai… ma anche con le mani, con le mosse del corpo possiamo esprimere i sentimenti dell’uomo agitato da qualche passione… Giovanetti e fanciulle vengono istruiti ad esser mimi in un’apposita palestra. Devono essere belli come dèi e agili come farfalle… A me piaceva molto andare su una specie d’altura da cui si dominava questo luogo e vedere le danze delle mime. E poi le rifacevo sui prati fioriti, sulle sabbie bionde della mia terra, nel giardino della villa. Parevo una statua d’arte, oppure un vento che trasvola, tanto sapevo fissarmi in pose statuarie o trasvolare quasi non toccando il suolo. Le mie ricche amiche mi ammiravano… e la mamma mia ne era orgogliosa…”.
La velata parla, ricorda, rivede, sogna il passato e piange. I singhiozzi sono le virgole nel suo dire.
“Un giorno… era maggio… tutta Siracusa era in fiore. Da poco erano finite le feste ed io ero rimasta entusiasta di una danza eseguita nel teatro… Mi ci avevano portato, con le loro figlie, i padroni. Avevo quattordici anni… In quella danza le mime, che dovevano rappresentare le ninfe di primavera accorrenti ad adorare Cerere, danzavano incoronate di rose, vestite di rose… Di quelle sole, perché la veste era un velo leggerissimo, una rete di fili di ragno su cui erano sparse rose… Nella danza parevano alate Ebi tanto scorrevano leggere, gli splendidi corpi apparendo dalle scomposte sciarpe di velo fiorito che facevano ali dietro di loro… Studiai la danza… e un giorno… un giorno…”.
La velata piange ancor più forte… Poi si riprende.
La malizia uccide l’anima.
5“Ero bella. Lo sono. Guarda”. Sorge in piedi gettando rapida indietro il velo e lasciando ricadere il mantellone. E resto di stucco io, perché vedo emergere dalle stoffe respinte Aglae, bellissima pur nella dimessa veste, nella semplice acconciatura a trecce, senza gioielli, senza pompose stoffe, un vero fiore di carne, snello e pur perfetto, dal volto bellissimo, di un bruno pallido e dagli occhi di velluto ma pieni di fuoco.
Si torna a inginocchiare davanti a Maria: “Ero bella, per mia sventura. Ed ero folle. Quel giorno mi vestii di veli, mi aiutarono le fanciulle mie signore che amavano vedermi danzare… Mi vestii su un lembo di spiaggia bionda, in faccia all’azzurro mare. Sulla spiaggia, in quel luogo deserta, erano selvaggi fiori bianchi e gialli dal profumo acuto di mandorla, di vaniglia, di carne appena monda. Anche dagli agrumeti venivano ondate di profumo acuto, e odoravano i roseti siracusani, anche il mare, anche la rena odoravano; il sole traeva odore da tutte le cose… un che di panico che mi andava al capo. Mi sentivo ninfa io pure e adoravo… chi? La Terra feconda? Il Sole fecondatore? Non so. Pagana fra i pagani credo adorassi il Senso, il mio dispotico re che non sapevo di avere ma che era potente più di un dio… Mi incoronai delle rose prese nel giardino… e danzai… Ero ebbra di luce, di profumi, del piacere di essere giovane, agile e bella. Danzai… e fui vista. Vidi di essere guardata. Ma non mi vergognai di apparire nuda al cospetto di due occhi avidi di uomo. Anzi mi compiacqui di aumentare i miei voli… Il compiacimento di essere ammirata mi metteva veramente le ali… E fu la mia rovina. Tre giorni dopo rimasi sola perché i padroni erano partiti per tornare nella loro patrizia dimora di Roma. Ma non rimasi in casa… Quei due occhi ammiratori mi avevano svelato un’altra cosa oltre la danza… Mi avevano svelato il senso e il sesso”.
Maria ha un atto di disgusto involontario che Aglae avverte. “Oh! ma tu sei pura! E forse io ti ripugno…”.
“Parla, parla, figlia. Meglio a Maria che a Lui. Maria è mare che lava…”.
“Sì. Meglio a te. Me lo dissi io pure quando seppi che Egli aveva una madre… Perché prima, vedendolo tanto diverso da ogni uomo, l’unico tutto spirito — ora so che lo spirito c’è, e cosa è — prima non avrei potuto dire di che era fatto il tuo Figlio, così senza sensualità pur essendo uomo, e dentro di me pensavo non avesse madre, ma fosse sceso così, sulla terra, per salvare le orrende miserie di cui io sono la più grande…
Tutti i giorni tornai in quel luogo sperando rivedere quell’uomo giovane, bruno, bello… E dopo qualche tempo lo rividi… Mi parlò. Mi disse: “Vieni con me a Roma. Ti porterò alla corte imperiale, sarai la perla di Roma”. Dissi: “Sì. Sarò la tua moglie fedele. Vieni dal padre mio”. Rise beffardo e mi baciò. Disse: “Non moglie. Ma tu dea ed io tuo sacerdote che svelerò a te stessa i segreti della vita e del piacere”. Ero folle, ero fanciulla. Ma per quanto fanciulla non ignoravo cosa è la vita… ero scaltra. Ero folle, ma non depravata ancora… e ne ebbi schifo della sua proposta. Gli sfuggii dalle braccia correndo a casa… Ma non parlai alla madre… e non seppi resistere al desiderio di rivederlo… I suoi baci mi avevano resa ancor più folle… E tornai… Non ero che appena tornata nella spiaggia solitaria che egli mi abbracciò baciandomi con frenesia, una pioggia di baci, di parole di amore, di domande: “Non è tutto in questo amore? Non è più dolce di un legame? Che altro vuoi? Puoi vivere senza di questo?”.
La fuga verso la morte.
6Oh! Madre!… Fuggii la stessa sera con il lurido patrizio… e fui il cencio che si calpesta sotto la sua animalità… Non dea: fango. Non perla: sterco. Non mi si rivelò la vita, ma la lordura della vita, l’infamia, lo schifo, il dolore, la vergogna, l’infinita miseria di non essere più neanche mia… E poi… la caduta totale. Dopo sei mesi di orgia, stanco di me, egli passò a nuovi amori e io fui della strada. Sfruttai la mia capacità di danzatrice… Sapevo ormai che mia madre era morta di dolore e che non avevo più casa, più padre… Mi accolse nel suo ginnasio un maestro di danze. Mi perfezionò… mi godette… e mi lanciò come un fiore esperto di ogni arte del senso in mezzo al corrotto patriziato di Roma. Il fiore, già sporco, cadde in una cloaca. Sono dieci anni di discesa nell’abisso. Sempre più in basso. Poi fui portata qui per rallegrare gli ozi di Erode e qui venni presa dal nuovo padrone. Oh! non c’è cane tenuto a catena più cane incatenato di una di noi! E non c’è padrone di canizza più brutale dell’uomo che possiede una donna! Madre… tu tremi! Ti faccio orrore!”.
Maria si è portata la mano al cuore come ne avesse ferita. Ma risponde: “No. Non tu. Mi fa orrore il Male che è tanto signore sulla terra. Continua, povera creatura”.
“Mi portò a Ebron… Ero libera? Ero ricca? Sì, poiché non ero nel carcere e poiché affogavo nei gioielli. No, perché non potevo vedere che chi egli voleva e non possedevo neppure più il diritto su me stessa.
Il Salvatore Misericordioso.
7Un giorno è venuto a Ebron un uomo: l’Uomo, tuo Figlio. Quella casa gli era cara. Lo seppi e lo invitai ad entrare. Sciammai non c’era… e dalla finestra io avevo già udito parole e visto un aspetto che mi avevano sconvolto il cuore. Ma ti giuro, o Madre, che non fu la carne quella che mi spinse al tuo Gesù. Fu quella cosa che Egli mi rivelò che mi spinse sulla soglia, sfidando i lazzi del volgo, per dirgli: “Entra”. Fu l’anima che seppi allora di avere. Mi disse: “Il mio Nome vuol dire: Salvatore. Salvo chi ha buona volontà di salvezza. Salvo insegnando ad essere puri, a volere il dolore ma l’onore, il Bene ad ogni costo. Io sono Colui che cerca i perduti, che dà la Vita. Io sono Purezza e Verità”. Mi disse che anche io avevo un’anima e che l’avevo uccisa col mio modo di vivere. Ma non mi maledì, non mi derise. E non mi guardò mai! Il primo uomo che non mi succhiò con lo sguardo avido, perché ho con me la tremenda maledizione di attirare l’uomo… Mi disse che chi lo cerca lo trova perché Egli è dove è bisogno di medico e di medicina. E se ne andò. Ma le sue parole erano qui. E non sono più uscite. Mi dicevo: “Il suo Nome vuole dire Salvatore” come per cominciare a guarire. Mi erano rimaste le sue parole e i suoi amici pastori. E feci il primo passo dando obolo ad essi e chiedendo preghiera… E poi… fuggii…”
La fuga verso la Vita.
8“Oh! santa fuga questa! Fuggii il peccato in cerca del Salvatore. Andai cercando. Certa di trovarlo perché Egli me lo aveva promesso. Mi mandarono da un uomo di nome Giovanni come fosse Lui. Ma non era. Un ebreo mi indirizzò all’Acqua Speciosa. Vivevo vendendo il molto oro che avevo. Nei mesi che ero stata vagante avevo dovuto tener coperto il mio volto per non essere ripresa e perché, realmente, Aglae era sepolta sotto quel velo. Morta la antica Aglae. Vi era sotto la sua anima ferita e dissanguata che cercava il suo medico. Molte volte dovetti sfuggire al senso del maschio che mi perseguiva anche così annullata nella mia veste. Anche uno degli amici di tuo Figlio…[52]”
La penitente.
9“All’Acqua Speciosa vivevo come una bestia, povera ma felice. E le rugiade e il fiume mi mondarono meno delle sue parole. Oh! non una si è persa! Una volta perdonò ad un uomo assassino. Udii… e fui per dire: ‘Perdona a me purè. Un’altra parlò dell’innocenza perduta… Oh! che pianto di rimpianto! Un’altra guarì un lebbroso… e fui per gridare: ‘Monda me dal mio peccato…’. Un’altra guarì un folle, e romano era… e piansi… e mi fece dire che le patrie passano ma il Cielo resta. Una sera di tempesta mi accolse nella casa… e poi mi fece ospitare dal fattore… e da un bambino mi fece dire: ‘Non piangere’… Oh! sua bontà! Oh! mia miseria! Tanto grandi ambedue che non osai portare la mia miseria ai suoi piedi… nonostante uno dei suoi mi istruisse nella notte sulla infinita misericordia del tuo Figlio. E poi, insidiato da chi vedeva peccato nel desiderio di un’anima rinata, il mio Salvatore è partito… ed io l’ho atteso… Ma lo attendeva anche la vendetta di chi è ben ancora più indegno di me di guardarlo. Perché io ho peccato da pagana contro me stessa, mentre essi peccano, già conoscendo Dio, contro il Figlio di Dio… e mi hanno percossa… e più che con le pietre mi hanno ferita con l’accusa, e più che nella carne mi hanno ferita nella povera anima mia, portandola alla disperazione.
Oh! lotta tremenda con me stessa! Lacera, sanguinante, ferita, febbrile, senza più il mio Medico, senza tetto, né pane, ho guardato indietro, avanti… Il passato mi diceva: ‘Torna’, il presente mi diceva: ‘Ucciditi’, il futuro mi diceva: ‘Spera’. Ho sperato… Non mi sono uccisa. Lo farei se Egli mi cacciasse, perché non voglio più essere ciò che ero!… Mi sono trascinata in un paese chiedendo ricovero… Ma sono stata riconosciuta. Come una bestia ho dovuto fuggire, qua, là, sempre inseguita, sempre schernita, sempre maledetta, perché volevo essere onesta e perché avevo deluso coloro che, col mio mezzo, volevano colpire tuo Figlio. Seguendo il fiume sono risalita fino alla Galilea e sono venuta qui… Tu non c’eri… Sono andata a Cafarnao. Ne eri appena partita. Ma mi vide un vecchio. Uno dei suoi nemici, e mi ha fatto testo d’accusa per Lui, tuo Figlio, e poiché io piangevo senza reagire mi ha detto… mi ha detto… ‘Tutto potrebbe cambiare per te se volessi essere mia amante e mia complice nell’accusare il Rabbi nazareno. Basta che tu dica, davanti ai miei amici, che Egli era il tuo amante…’. Sono fuggita come colui che vede aprirsi un cespuglio di fiori sotto lo snodarsi del serpe.”
La martire.
10Io ho compreso così che non posso più andare ai suoi piedi… e vengo ai tuoi. Ecco, calpestami, io sono fango. Ecco, scacciami, io sono la peccatrice. Ecco, dimmi il mio nome: meretrice. Tutto accetterò da te. Ma abbi pietà, tu, Madre. Prendi la mia povera anima sporca e portala a Lui. Nelle tue mani è delitto mettere la mia lussuria. Ma solo lì sarà protetta dal mondo che la vuole, e diverrà penitenza. Dimmi come devo fare. Dimmi cosa devo fare. Dimmi quale mezzo devo usare per non essere più Aglae. Cosa devo mutilare in me? Cosa devo strappare da me per non essere più peccato, più seduzione, per non avere più a temere di me stessa e dell’uomo? Mi devo strappare gli occhi? Mi devo bruciare le labbra? Mi devo tagliare la lingua? Occhi, labbra, lingua mi hanno servito nel male. Non voglio più il male e sono disposta a punire me e loro col sacrificarli. O vuoi che mi strappi questi lombi avidi che mi hanno spinta ai pravi amori? Queste viscere insaziabili di cui temo sempre un risveglio? Dimmi, dimmi come si fa a dimenticarsi di essere femmine e come si fa a far dimenticare che si è femmine!”.
Maria è sconvolta. Piange, soffre, ma del suo dolore non sono segno che le lacrime che cadono sulla pentita.
“Io voglio morire perdonata. Io voglio morire non ricordando altro che il Salvatore. Io voglio morire con la sua Sapienza a mia amica… e non posso più andargli vicino perché il mondo guata Lui e me per accusarci…”.
Aglae piange gettata del tutto a terra, come uno straccio.
Figlia della Misericordia.
11Maria si alza in piedi mormorando: “Come è difficile essere Redentori!”. Affanna quasi.
Aglae, che sente il mormorio e intuisce l’atto, geme: “Lo vedi? Lo vedi che anche tu hai ribrezzo? Ora me ne vado. È finita per me!”.
“No, figlia. Non è finita. Ora per te ha inizio. Ascolta, povera anima. Non gemo per te. Ma per il mondo crudele. Non ti lascio andare, ma ti raccolgo, povera rondine sbattuta dalla bufera contro le mie pareti. Io ti porterò da Gesù ed Egli ti dirà la tua via di redenzione…”.
“Non spero più… Il mondo ha ragione. Non posso essere perdonata”.
“Dal mondo no. Ma da Dio sì. Lascia che io ti parli in nome del supremo Amore che mi ha dato un Figlio perché io lo doni al mondo. Mi ha tratto dalla beata ignoranza della mia verginità consacrata perché il mondo avesse il Perdono. Mi ha tratto non sangue dal parto ma dal cuore col rivelarmi che la mia Creatura è la Gran Vittima. Guardami, figlia. In questo cuore è una grande ferita. Geme da trenta e più anni e sempre più si allarga e mi consuma. Sai che nome ha?”.
“Dolore”.
“No. Amore. È amore questo che mi svena per fare che non sia solo il Figlio nel salvare. È amore che mi dà fuoco perché io purifichi coloro che non osano andare al Figlio mio. È amore che mi dà pianto perché io lavi i peccatori. Tu volevi la mia carezza. Ti do le mie lacrime che ti fanno già bianca per potere guardare il mio Signore. Non piangere così! Non sei la sola peccatrice che viene al Signore e ne parte redenta. Altre ce ne furono, altre ce ne saranno.
Dubiti che Egli ti possa perdonare? Ma non vedi in ogni cosa che ti è avvenuta un misterioso volere della Bontà divina? Chi ti ha condotta in Giudea? Chi nella casa di Giovanni? Chi ti mise alla finestra quella mattina? Chi ti accese una luce per illuminarti le sue parole? Chi ti diede la capacità di comprendere che la carità, unita alla preghiera del beneficato, ottengono aiuto divino? Chi ti diede forza di fuggire dalla casa di Sciammai? Chi di perseverare nelle prime giornate fino al suo arrivo? Chi ti portò sulla sua via? Chi ti fece capace di vivere da penitente per mondare sempre più l’anima tua? Chi ti rese anima di martire, anima di credente, anima di perseverante, anima di pura?…
Sì, non scuotere il capo. Credi tu che sia puro solo chi non ha conosciuto il senso? Credi tu che l’anima non possa tornare mai più vergine e bella? Oh! figlia! Ma fra la mia purezza che è tutta grazia del Signore e la tua eroica ascesa a ritroso verso la vetta della tua purezza perduta, credi che è più grande la tua. Tu la costruisci: contro il senso, il bisogno e l’abitudine. Per me è la dote naturale come il respiro. Tu devi stroncare il pensiero, gli affetti, la carne, per non ricordare, per non appetire, per non secondare. Io… oh! può mai una creaturina di poche ore desiderare la carne? E ne ha merito di non farlo? Così io. Io non so che sia questa tragica fame che ha fatto dell’umanità una vittima. Io non so altro che la santissima fame di Dio. Ma tu questa non la conoscevi e da te l’hai appresa. Ma tu l’altra, tragica e orrenda, l’hai domata per amore di Dio, tuo unico amore ora. Sorridi, figlia della Misericordia divina! Mio Figlio fa in te ciò che ti ha detto ad Ebron. Lo ha già fatto. Tu sei già salvata perché hai avuto buona volontà di salvarti, perché hai appreso la purezza, il dolore, il Bene. L’anima è rinata. Sì. Ti occorre la sua parola per dirti in nome di Dio: ‘Sei perdonata’. Io questo non lo posso dire. Ma ti do il mio bacio a promessa, a principio di perdono…
O Spirito eterno, un poco di Te è sempre nella tua Maria! Lascia che Ella ti effonda, Spirito santificatore, sulla creatura che piange e che spera. Per il nostro Figlio, o Dio d’amore, salva costei che da Dio attende salvezza. La Grazia, di cui disse l’Angelo che Dio mi ha colmata, si posi per un miracolo su costei e la sorregga sinché Gesù, il Salvatore benedetto, il supremo Sacerdote, l’assolverà nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito…”
La nuova creatura.
12“È notte, figlia. Sei stanca e lacera. Vieni. Riposa. Domani partirai… Ti manderò presso una famiglia di onesti. Perché qui troppi vengono ormai. E ti darò una veste in tutto simile alla mia. Sembrerai un’ebrea. E poiché rivedrò mio Figlio solo in Giudea, perché la Pasqua si approssima e al novilunio di aprile saremo a Betania, parlerò allora di te. Vieni alla casa di Simone lo Zelote. Mi troverai e ti porterò a Lui”.
Aglae piange ancora. Ma ora con pace. Si è seduta per terra. Anche Maria si è tornata a sedere. E Aglae le posa la testa sui ginocchi e bacia la mano di Maria… Poi geme: “Mi riconosceranno…”.
“Oh! no. Non temere. Il tuo abito era ormai troppo noto. Ma io ti preparerò per questo tuo viaggio verso il Perdono e sarai come la vergine che va a nozze: diversa e ignota per la folla ignara del rito. Vieni. Ho una piccola camera presso la mia. Vi hanno alloggiato santi e pellegrini desiderosi di andare a Dio. Ospiterà anche te”.
Aglae fa per raccogliere il mantellone e il velo.
“Lascia. Sono le vesti della povera Aglae sperduta. Essa non è più… e neppure più deve di lei rimanere la veste. Ha sentito troppo odio… e fa male l’odio quanto il peccato”.
Escono nell’orto oscuro, entrano nella cameretta di Giuseppe. Maria accende la lucernetta che è su una mensola, carezza ancora la pentita, chiude la porta e colla sua triplice fiammella si illumina per vedere dove portare il mantello sdruscito di Aglae acciò nessun visitatore domani lo veda.
13. Il colloquio di Gesù e Maria.
Un po’ di giorni sono passati da quando Maria ha parlato con Aglae e finalmente Gesù può essere messo al corrente di quanto è successo e del desiderio della redenta di potergli parlare e chiedere perdono.
1È notte fatta[53] quando Gesù può parlare in pace con la Madre. Sono saliti sulla terrazza e, seduti su un sedile, l’uno presso l’altra, con la mano nella mano, si parlano e si ascoltano.
Prima è Gesù che narra le cose avvenute. Poi è Maria che dice: “Figlio, dopo la tua partenza, subito dopo, è venuta da me una donna…Ti cercava. Una grande miseria. E una grande redenzione. Ma questa creatura ha bisogno del tuo perdono per essere tenace nella sua risoluzione. L’ho affidata a Susanna[54] dicendo che era una tua guarita. È vero. L’avrei potuta tenere con me se la nostra casa non fosse un mare ormai, dove tutti fanno vela… e molti con malvagi intenti. E la donna ha ribrezzo del mondo, ormai. Vuoi sapere chi è?”.
“Un’anima è. Ma dimmi il nome, perché Io la possa accogliere senza errore”[55].
Aglae è una grande redenzione
2“Aglae è. La romana, mima e peccatrice, che Tu hai cominciato a salvare ad Ebron, che ti ha cercato e trovato all’Acqua Speciosa, che per la sua rinata onestà ha già sofferto. Quanto!… Mi ha detto tutto…Che orrore!
“Il suo peccato?”.
“Questo e… direi più ancora: che orrore è il mondo! Oh! Figlio mio! Diffida dei farisei di Cafarnao! Di questa infelice si volevano servire per nuocerti. Anche di questa…”.
“Lo so, Madre… Dove è Aglae?”.
“Giungerà con Susanna avanti la Pasqua”.
“Va bene. Io le parlerò. Sarò qui ogni sera e, meno quella pasquale che consacrerò alla famiglia, l’attenderò. Non hai che da trattenerla, se viene. È una grande redenzione, lo hai detto. E così spontanea! In verità ti dico che in pochi cuori il mio seme attecchì con la forza con cui attecchì su questo terreno infelice. E dopo ne aiutò la crescita, fino a completa formazione, Andrea”.
“Me lo ha detto”.
“Madre, che hai provato avvicinando quella rovina?”.
“Ribrezzo e gioia. Mi pareva di essere sull’orlo di un abisso d’inferno, ma insieme mi sentivo trasportare nell’azzurro. Come sei Dio, mio Gesù, quando compi di questi miracoli!”.
Restano zitti, sotto le stelle luminosissime e nel biancore di un quarto di luna già tendente ad essere piena. Zitti, amandosi e riposandosi l’uno nell’amore dell’altra.
14. Aglae a colloquio con il Salvatore1.
Gesù è a Gerusalemme per la Pasqua e si reca a dormire a Betania presso la casa amica del Suo Apostolo, Simone lo Zelote.
Gesù[56]. rientra solo nella casa dello Zelote. La sera sta scendendo, placida e serena dopo tanto sole. Gesù si affaccia alla porta della cucina, saluta e poi sale a meditare nella stanza superiore, già preparata per la cena.
Non pare molto lieto il Signore. Sospira spesso e passeggia avanti e indietro per lo stanzone, gettando ogni tanto uno sguardo sulla campagna circostante, che è visibile dalle molte porte di questa ampia stanza che fa da cubo sopra il piano terreno. Esce anche a passeggiare sulla terrazza, facendo il giro della casa, e si immobilizza sul lato posteriore a guardare Giovanni di Endor[57], che cortesemente attinge acqua ad un pozzo per offrirla alla indaffarata Salome.[58] Guarda, scrolla il capo, sospira.
La potenza del suo sguardo attira Giovanni, che si volge a guardare e che chiede: “Maestro, mi vuoi?”.
“No, ti guardavo solamente”.
La Madre di ogni anima redenta.
2“E buono Giovanni. Mi aiuta” dice Salome.
“Anche di questo aiuto Dio gliene darà compenso”.
Gesù, dopo queste parole, rientra nella stanza e si siede. È tanto assorto che non avverte il brusio di molte voci e lo scalpiccio di molti passi entro il corridoio di entrata, e poi due pedate leggere che salgono la scaletta esterna e si avvicinano allo stanzone. Solo quando Maria lo chiama alza il capo.
“Figlio, è giunta a Gerusalemme Susanna con la famiglia e mi ha subito accompagnato Aglae. La vuoi udire mentre siamo soli?”.
“Sì, Madre. Subito. E che non salga nessuno finché tutto è finito. Spero avere tutto finito prima del ritorno degli altri. Ma ti prego di vegliare acciò non ci siano curiosità indiscrete… in nessuno… e specie in Giuda di Simone”.
“Sorveglierò con cura”.
Maria esce per tornare dopo poco tenendo per mano Aglae, non più infagottata nel suo mantellone grigio e nel suo velo calato sul davanti, non più con i sandali alti e complicati di fibbie e di strisce che aveva prima, ma resa il tutto simile ad una ebrea per i sandali piatti e bassi, semplicissimi come quelli di Maria, per la veste di un azzurro cupo sulla quale è drappeggiato il manto, e per il velo bianco messo come lo usano le donne ebree popolane, ossia semplicemente sul capo con un lembo gettato sulle spalle di modo che il viso ne è velato ma non totalmente. L’abito comune a quello di infinite altre donne, e l’essere in un gruppo di galilei, hanno risparmiato ad Aglae di essere riconosciuta. Entra a capo chino, divenendo di porpora ad ogni passo che fa, e credo che, se Maria non la tirasse dolcemente verso Gesù, si sarebbe inginocchiata sulla soglia.
7«Ecco, Figlio, colei che ti cerca da tanto tempo. Ascoltala» dice Maria quando è presso a Gesù e poi si ritira, abbassando le tende sulle porte spalancate e chiudendo quella che è più prossima alla scaletta.
Aglae a colloquio col Salvatore
8Aglae si libera del sacchetto che ha sulle spalle e poi si inginocchia ai piedi di Gesù con un grande scoppio di pianto. Scivola fino a terra e piange col capo appoggiato sulle braccia incrociate al suolo.
9«Non piangere così. Non è più tempo. Piangere dovevi quando eri in odio a Dio. Non ora che lo ami e ne sei amata».
Ma Aglae continua a piangere…
“Non credi che così è?”.
La voce si fa strada fra i singhiozzi: “Io lo amo, è vero, come so, come posso…Ma, per quanto io sappia e creda che Dio è Bontà grande, non posso osare di sperare di avere il suo amore. Ho troppo peccato… Lo avrò, forse, un giorno… Ma devo piangere sempre ancora…Per ora sono sola nel mio amore. Sono sola … Non è la disperata solitudine degli anni passati. È una solitudine piena del desiderio di Dio, perciò non più disperata… ma così triste, così triste…”.
“Aglae, come male ancora conosci il Signore! Questo desiderio di Lui ti è prova che Dio risponde al tuo amore, che ti è amico, che ti chiama, che ti invita, che ti vuole. Dio è incapace di rimanere inerte davanti al desiderio della creatura, perché quel desiderio lo ha acceso Lui, Creatore e Signore di ogni creatura, in quel cuore. Lo ha acceso Lui perché ha amato di privilegiato amore l’anima che ora lo desidera. Il desiderio di Dio sempre precede il desiderio della creatura, perché Egli è il Perfettissimo e perciò il suo amore è ben più solerte e acceso dell’amore della creatura”.
“Ma come, come può Dio amare il mio fango?”.
“Non cercare di comprendere con la tua intelligenza. È un abisso di misericordia, incomprensibile a mente umana. Ma là dove l’intelligenza dell’uomo non può comprendere, comprende invece l’intelligenza dell’amore, l’amore dello spirito. Questo comprende ed entra sicuro nel mistero che è Dio e nel mistero dei rapporti dell’anima con Dio. Entra, Io te lo dico. Entra poiché Dio vuole”.
“Oh! Salvatore mio! Ma allora io sono proprio perdonata? Amata proprio io sono? Lo devo credere?”:
“Ti ho mai mentito?”:
“Oh! no, Signore! Tutto quanto mi hai detto ad Ebron si è avverato. Tu mi hai salvato come è detto nel tuo Nome. Tu mi hai cercata, povera anima perduta. Tu mi hai dato alla vita di quest’anima che io portavo in me morta. Tu mi hai detto che se ti avessi cercato ti avrei trovato. E fu vero. Tu mi hai detto che sei dovunque l’uomo ha bisogno di medico e di medicina. Ed è vero. Tutto, tutto quanto hai detto alla povera Aglae, da quelle parole del mattino di giugno, alle altre dell’Acqua Speciosa…”.
“Devi allora credere anche a queste”.
“Si, credo, credo! Ma Tu dimmi: ‘Io ti perdono!’”.
“Io ti perdono in nome di Dio e di Gesù”[59].
La prima eremita cristiana
4“Grazie …Ma ora… Ora che devo fare? Dimmi Salvatore mio, che cosa devo fare per avere la Vita eterna? L’uomo si corrompe solo nel guardarmi…Io non posso vivere con il tremito continuo di essere scoperta e circuita…In questo viaggio io tremavo ad ogni sguardo d’uomo… Io non voglio più peccare né fare peccare. Dammi la via da seguire. Qual che sia la seguirò. Tu vedi che sono forte anche negli stenti…E anche se per troppo stento incontrassi la morte non ne ho paura. La chiamerò ‘amica mia’ perché mi leverà dai pericoli della terra, e per sempre. Parla, mio Salvatore”.
“Va’ in luogo deserto”.
“Dove, Signore”.
“Dove vuoi. Dove ti porterà il tuo spirito”.
“Sarà capace di tanto il mio spirito appena formato?”.
“Si, perché Dio ti conduce”
“E chi mi parlerà più di Dio?”.
“La tua anima risorta, per ora…”.
“Ti vedrò mai più?”.
“Mai più sulla terra. Ma fra poco ti avrò redenta del tutto e allora verrò al tuo spirito per prepararti all’ascesa a Dio”.
“Come avverrà la mia completa redenzione se non ti vedrò più? Come me la darai?”.
“Morendo per tutti i peccatori”.
“Oh! no! Tu no, morire!”.
“Per darvi la Vita devo darmi la morte. Sono venuto per questo in veste umana. Non piangere… Mi raggiungerai presto dove Io sarò dopo il sacrificio mio e tuo”.
“Mio, Signore? Io pure morrò per Te?”.
“Sì. Ma in altra maniera. Morirà ora per ora la tua carne e per volere della tua volontà. È quasi un anno che sta morendo. Quando essa sarà tutta morta, Io ti chiamerò”.
“Avrò la forza di distruggere la mia carne colpevole?”.
“Nella solitudine dove sarai e dove Satana ti assalirà con livida violenza quanto più tu diverrai dei Cieli, troverai un mio apostolo, già peccatore e poi redento”.
“Allora non il benedetto che mi parlava di Te? Egli è troppo onesto per essere stato peccatore”
“Non quello. Un altro. Ti raggiungerà all’ora giusta. Ti dirà quanto ancora non puoi sapere. Va’ in pace. La benedizione di Dio sia su di te”.
Aglae si ritira in luogo remoto
5Aglae, che è sempre stata in ginocchio, si curva a baciare i piedi del Signore. Non osa di più. Poi afferra il suo sacco, lo capovolge. Ne cadono semplici vesti, un piccolo sacchetto che risuona e un’anfora di un delicato alabastro rosa.
Aglae ripone le vesti, raccoglie il sacchetto e dice: “Questo per i tuoi poveri. E il resto dei miei gioielli. Non ho serbato che delle monete per viatico durante il viaggio… perché, se anche Tu non lo avessi detto, sarei andata in luogo remoto. E questo è per Te. Meno soave del profumo della tua santità. Ma è tutto quello che può dare di meglio la terra. E mi serviva per fare il peggio… Ecco. Dio mi conceda di odorare almeno come questo, al tuo cospetto, in Cielo” e stappa l’anfora dal tappo prezioso spargendone il contenuto al suolo. Un odore acuto di rose sale a ondate dai mattoni che si impregnano dell’essenza preziosa.
Aglae ritira l’anfora vuota. “Per ricordo di quest’ora” dice, e poi si curva ancora a baciare i piedi di Gesù e si rialza, si ritira a ritroso, esce, chiude la porta…
Si sente il suo passo allontanarsi verso la scala, la sua voce scambiare poche parole con Maria, e poi il rumore dei sandali che scendono la scala, e poi più nulla. Di Aglae non resta che il sacchettino ai piedi di Gesù e l’aroma acutissimo per tutta la stanza.
Gesù si alza… raccoglie il sacchetto e se lo pone in seno, va ad una apertura che guarda sulla via, sorride vedendo la donna sola che si allontana nel suo mantello ebraico verso Betlemme. Fa un gesto di benedizione e poi va sulla terrazza e chiama: “Mamma”.
Maria sale lesta la scala: “L’hai fatta felice, Figlio mio. E andata, con fortezza e con pace”.
“Sì, Madre. Quando tornerà Andrea mandamelo per primo”
L’invisibile ma dolce paternità
6Passa del tempo, poi si sentono le voci degli apostoli che ritornano …
Accorre Andrea: “Maestro, mi vuoi?”.
“Sì, vieni qui. Nessuno lo saprà, ma per te è giustizia dirlo. Andrea, grazie in nome di Dio e di un’anima”.
“Grazie? Di che?”.
“Non senti questo profumo? È il ricordo della Velata. E venuta. È salvata”.
Andrea diviene rosso come una fragola, scivola in ginocchio e non trova una parola… Infine dice: “Ora sono contento. Sia benedetto il Signore!”.
“Sì. Alzati. Non dire agli altri che è venuta”.
“Tacerò, Signore”.
“Vai pure. Ascolta, c’è ancora Giuda di Simone?”.
“Sì, ci ha voluto accompagnare… dicendo… tante menzogne. Perché fa così, Signore?”.
“Perché è un ragazzo viziato. Dimmi la verità: vi siete litigati?”.
“No. Mio fratello è troppo felice col suo bambino per avere voglia di farlo, e gli altri… lo sai… sono più prudenti. Ma certo, in cuor nostro, siamo tutti disgustati. Ma dopo cena torna via… Altri amici… dice lui. Oh! e sprezza le meretrici! …”.
“Sii buono, Andrea. Anche tu devi essere felice questa sera…”.
“Sì, Maestro. Ho anche io la mia invisibile ma dolce paternità. Vado”.
L’amore di una redenta.
7Ancora qualche tempo, poi salgono in gruppo gli apostoli col bambino e Giovanni di Endor. Li seguono le donne con le pietanze e i lumi. Ultimo viene Lazzaro con Simone.
Appena entrano nella stanza esclamano: “Ah! ma veniva di qui!!!” e fiutano l’aria satura di profumo di rose, satura nonostante le porte spalancate. “Ma chi ha profumato così questa stanza? Marta forse?” chiedono in molti.
“Mia sorella non si è mossa di casa, oggi, dopo le mense” risponde Lazzaro.
“E chi allora? Qualche satrapo assiro?” scherza Pietro.
“L’amore di una redenta” dice serio Gesù.
“Poteva risparmiarsi questo inutile sfoggio di redenzione e dare quanto ha speso per i poveri. Sono tanti e sanno che noi diamo. Io non ho più un picciolo” dice irritato l’Iscariota. “E dobbiamo comperare l’agnello, affittare la stanza per il Cenacolo e.…”.
“Ma vi ho offerto tutto io…” dice Lazzaro.
“Non è giusto. Perde il bello, il rito. La Legge dice: “Prenderai l’agnello per te e la tua casa”[60]. Non dice: ‘Accetterai l’agnello’.”
Bartolomeo si volta di scatto, apre la bocca, ma poi la chiude. Pietro diviene cremisi nello sforzo di tacere. Ma lo Zelote, che è in casa sua, sente di poter parlare e dice: “Queste sono sottigliezze rabbiniche… Ti prego di lasciarle perdere e di conservare, in cambio, rispetto al mio amico Lazzaro”.
“Bravo, Simone!”. Pietro scoppia se non parla. “Bravo! Mi pare anche che ci si dimentichi un poco troppo che solo il Maestro ha diritto di insegnare…”. Pietro dice quel “ci si dimentichi” con uno sforzo eroico per non dire: “che Giuda dimentica”.
“E vero… ma… sono nervoso, ecco. Scusa, Maestro”.
“Sì. E anche ti rispondo. La gratitudine è una grande virtù. Io sono grato a Lazzaro. Come quella redenta fu grata a Me. Io spargo su Lazzaro il profumo della mia benedizione, anche per quelli, fra i miei apostoli, che non lo sanno fare, Io, capo di voi tutti. La donna ha sparso ai miei piedi il profumo della sua gioia di salvata. Ha riconosciuto il Re, ed è venuta al Re, prima di molti altri sui quali il Re ha effuso molto più amore che non su di lei. Lasciatela fare senza criticarla. Non potrà essere presente alla mia acclamazione, né alla mia unzione. La sua croce è già sulla sua spalla. Pietro, tu hai detto se era venuto qui un satrapo assiro. In verità ti dico che neppure l’incenso dei Magi, tanto puro e prezioso, era più soave di questo, più prezioso di questo. L’essenza è stemperata nel pianto, è per questo è così acuta: l’umiltà sostiene l’amore e lo rende perfetto. Sediamo a mensa, amici…”.
E con l’offerta del cibo cessa la visione.
15. Aglae fu di aiuto e conforto spirituale a Gesù nell’Ultima Cena.
Gesù è arrivato alla Sua ultima Pasqua e alla Sua Ultima Cena. Durante il lunghissimo discorso che terrà agli Apostoli dopo che Giuda sarà uscito per andare al Sinedrio per tradirlo, Gesù ricorderà Aglae, anche senza nominarla espressamente, perché nessuno mai oltre a Maria, saprà il vero nome della “velata” dell’Acqua speciosa.
1“[…] Io voglio che dove Io sarò voi siate. E voi sapete dove Io vado e ne conoscete la via».
«Ma Signore! Noi non sappiamo nulla. Tu non ci dici dove vai. Come possiamo noi sapere la via da prendere per venire verso Te e abbreviare l’attesa?», chiede Tommaso.
«Io sono la Via, la Verità, la Vita. Me lo avete sentito dire e spiegare più volte, ed in verità alcuni, che neppure sapevano esservi un Dio, si sono incamminati avanti, per la mia via, e sono già avanti di voi. Oh! dove sei tu, pecora spersa di Dio che Io ho ricondotta all’ovile? E dove tu, risorta d’anima?».
«Chi? Di chi parli? Di Maria di Lazzaro? È di là, con tua Madre. La vuoi? O vuoi Giovanna? Certo è nel suo palazzo. Ma, se vuoi, te l’andiamo a chiamare…».
Aglae e Fotinai
(due prostitute) hanno preceduto gli Apostoli sulla via della ‘Croce’.
2«No. Non loro… Penso a quella che sarà disvelata[61]solo in Cielo… e a Fotinai… Esse mi hanno trovato. E non hanno più lasciato la mia via. Ad una ho indicato il Padre come Dio vero e lo spirito come levita in questa individuale adorazione. All’altra, che neppur sapeva di avere uno spirito, ho detto: ‘Il mio nome è Salvatore, salvo chi ha buona volontà di salvarsi. Io sono Colui che cerca i perduti, che dà la Vita, la Verità e la Purezza. Chi mi cerca mi trova’.[62] E ambedue hanno trovato Iddio… Vi benedico, deboli Ève divenute più forti di Giuditta… Vengo, dove voi siete[63] vengo… Voi mi consolate… Siate benedette! …».
16. L’antico fango divenuto luce.
1Una voce[64] lieve, dolcissima, come stanca, come spossata di chi ha molto sofferto, in una luminosità candidissima che ha forma di corpo spiritualizzato. Dice:
“Sono io. Non mi riconosci? Aglae sono. L’antico fango divenuto luce. Vengo per parlare ad una mia sorella[65], di me sempre meno infelice, ma che soffre le mie pene di un tempo, il purgatorio della carne che è avida… Le parlo attraverso a te che mi hai visto nell’abiezione e nella redenzione e che, d’ora in poi, potrai dire di avermi visto nella gloria. Oh! testimonia come è buono il Signore per le figlie di Eva, attossicate, ma che vogliono levarsi il bruciante ardore dal sangue per amare Lui.
La purificazione in terra.
2Dille di amarlo, il suo purgatorio, col sopportarlo con pazienza e costanza e spirito di sacrificio per le peccatrici ostinate. Nella mia epoca penitenziale ho sofferto le sue pene. E so. Ma non mi scoraggiavo. Come uno malato di una piaga che fette, e che la deve sopportare perché meglio è che il marciume esca anziché rimanere nel sangue a corromperlo, ho sopportato con lo spirito le reminiscenze della carne, i suoi urli di follia… L’anima era più in alto, e non consentiva. La carne, come una lupa, ululava in basso. Talora l’ululo mi impediva anche di pregare. Offrivo al Signore l’orazione della sopportazione. E con gli occhi dello spirito guardavo il Salvatore e mi ripetevo con lo spirito le sue parole. Quando sono morta!… Un angelo, il mio, il mio che non mi aveva lasciata neppure quando ero un mostro di libidine, mi disse, raccogliendomi l’anima nelle sue mani purissime: ‘Più che questo martirio, ti ha fatta bianca ostia l’altro, quello ignoto, incruento, in cui t’era torturatore e carnefice il senso. Godi perché hai trionfato. Il senso non è più. È la pace’. Ho sparso oli di rose nel commiato; ma l’olio della mia lotta contro il senso è stato più odoroso e gradito.
“Non si fermi… Sorvoli…”
3Dillo alla sorella che è in pena. Dille che il Maestro lo ha detto, ci ha giustificate, noi che la parte inferiore tormenta: ‘Non è ciò che è materiale e estraneo ciò che corrompe l’uomo, ma ciò che esce dalla volontà del suo cuore’[66]. Si distragga con ogni mezzo. Non si fermi, dopo la tentazione, a considerare se ha peccato. Sorvoli. Riguardare vuol dire aizzare di nuovo il fuoco. Baci il Redentore sul suo segno di salute. Un bacio per ogni morso della carne, e fra le fiamme del suo purgatorio terreno guardi al Cielo, al Cielo che è aperto anche a noi, dopo la cruda battaglia.
Addio. La luce dei Cieli sia sempre su te.”
E scompare in una luce che l’avvolge.
S O
M M A R I O
Incontro dell’anima morta con il Salvatore che dà la Vita.
1. Quel casamento fra tutto quel verde…
La sinagoga interdetta all’Amore misericordioso.
Oro di peccato diventa buono se usato dal santo.
Parabola della farina e del lievito.
3. Pietro nota “una velata” a Gerusalemme e ne informa Gesù.
4. Un ritiro presso l’Acqua Speciosa
Sotto lo scroscio della pioggia
Vizio legalizzato nel matrimonio.
L’atto deve essere fecondazione
Il piacere è un tossico che crea dipendenza
Le unioni da incubo che il Levitico condanna sono “scellerataggine”.
Bestialità della fornicazione.
Piccole vite che gridano: “assassine!”
“Ascolta: sei un cencio lurido. Ma puoi tornare fiore.”
Il pentimento rinnova, purifica, sublima
5. La Fraternità ospita la “velata”
Accoglienza in nome della Misericordia.
Chi ama salva sé stesso e gli altri.
6. Il Battista dice di lei: “Cadrà la lordura e resterà solo fiamma.”
La visita dei Discepoli del Battista.
“Cadrà la lordura e resterà solo fiamma.”
7. Liberazione di un indemoniato romano.
8. Discorso del Salvatore universale
Il Salvatore misericordioso, Gesù di Nazaret.
L’anima è l’essenza spirituale dell’uomo.
Le patrie passano. Ma il Cielo resta.
9. Discorso conclusivo. La purificazione dell’uomo
Base dell’edificio della perfezione
Distruggere gli dei individuali.
Purificare col pentimento, costruire con la fede.
Preghiera del Pastore Misericordioso.
“È una povera donna senza casa propria”.
10. L’apostolo dal silenzioso e attivo amore.
L’amicizia di Dio deve farci audaci.
I Sacerdoti maestri e i Sacerdoti mimi.
Gli eroi del silenzio e dell’operosità
L’apostolo dal silenzioso e attivo amore.
11. Nei vortici dell’antimisericordia.
Salita sul monte della redenzione.
Il Maestro condanna la violenza.
Peccato contro lo Spirito Santo.
La “velata” è divenuta donna onesta.
12. Una “sconosciuta” va alla Madre della Misericordia.
13. Il colloquio di Gesù e Maria.
14. Aglae a colloquio con il Salvatore1.
La Madre di ogni anima redenta.
Aglae a colloquio col Salvatore
Aglae si ritira in luogo remoto
L’invisibile ma dolce paternità
15. Aglae fu di aiuto e conforto spirituale a Gesù nell’Ultima Cena.
(due prostitute) hanno preceduto gli Apostoli sulla via della ‘Croce’.
16. L’antico fango divenuto luce.
[4] Espressione popolare per far capire ad una pagana e peccatrice la sublimità della virtù e la degradante bassezza del vizio.
[1] Ebron risulta essere in tutti gli scritti della mistica Maria Valtorta, la cittadina dove vivevano Zaccaria ed Elisabetta e dove vide i natali anche Giovanni Battista. Fu là che si recò la Vergine Santa quando avvisata dall’arcangelo Gabriele andò in “una città di Giuda” per servire la cugina incinta.
[2] Scritto il 13 gennaio 1945. Maria Valtorta, L’Evangelo come mi è stato rivelato, vol. I, cap. 77, ed. CEV.
[2] (In calce) I soliti fronzoli sovrapposti alla verità (nota). Fronzoli che alterano il vero, sperando farlo più bello, mentre lo sciupano.
[3] Malachia (Ml)3,1; Is 40,3.
[4] Espressione popolare per far capire ad una pagana e peccatrice la sublimità della virtù e la degradante bassezza del vizio.
[3] Scritto il 15 gennaio 1945, op. cit., vol. I, cap. 79, ed. CEV.
[4] Il Pastore che offrì a Maria in viaggio Betlemme una ciotola di latte munto dalle sue pecore e che diventerà uno dei primi adoratori del Verbo-Incarnato.
[5] A Ebron, nella casa che fu del Battista.
[4] 1 Re 17,1 ; 2 Re 2,18 ; Mt 17,9-13 ; Mc 9,9-13 ; Lc 1,13-17
[6] Scritto il 19 febbraio 1945, op. cit., vol. II, cap. 112, ed. CEV.
[7] Scritto il 24 febbraio 1945, op. cit., vol. II, cap. 116, ed. CEV.
[8] Scritto il 4 marzo 1945, op. cit., vol. II, cap. 123, ed. CEV.
[9] “Fuggite la fornicazione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà alla fornicazione, pecca contro il proprio corpo. O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!” (1 Cor 6,18-20)
[10] Vi si afferma unicamente che matrimonio peccaminoso è quello infecondo per prava volontà, cioè per malizia. Onde, nel contesto, figurano parole come le seguenti: “lupanare, libidine, respinge, fugge, rifiutarsi, sperdere, meretricio, volutamente sterili, prezzolate femmine, avviliti fino a sotto la bestia, inconcepibili unioni”. E con tutta esattezza si conclude: “… il matrimonio… cessa d’esser santo quando, per malizia, diviene infecondo…”
[11] “L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Gen 2,24). “Dio li benedisse e disse loro: ‘Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra’” (Gen 1,28)
[12] “Non avrai con maschio relazioni come si hanno con donna: è abominio. Non ti abbrutirai con alcuna bestia per contaminarti con essa; la donna non si abbrutirà con una bestia; è una perversione. Non vi contaminate con nessuna di tali nefandezze. Perché quanti commetteranno qualcuna di queste pratiche abominevoli saranno eliminati dal loro popolo” (Lv 18,22-30).
[13] Gesù sta parlando alla “velata” della quale Lui tutto conosce.
[14] Scritto il 5 marzo 1945, vol. II, cap. 124, ed. CEV.
[15] “Il gocciolar continuo in tempo di pioggia e una moglie litigiosa, si rassomigliano” (Pr 27,15) “I litigi della moglie sono come stillicidio incessante” (Pr. 19,13). “Prima del fuoco vapore e fumo nel camino, così prima dello spargimento del sangue le ingiurie” (Sir 22,24).
[16] Cfr. Gv 3,23Anche Giovanni battezzava a Ennòn, vicino a Salìm, perché là c’era molta
acqua; e la gente andava a farsi battezzare. 24Giovanni, infatti, non era ancora stato gettato in prigione.25Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo
riguardo alla purificazione rituale. 26Andarono da Giovanni e gli dissero: «Rabbì, colui che era con te dall’altra
parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui».
27Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data
dal cielo. 28Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: “Non sono io il Cristo”, ma:
“Sono stato mandato avanti a lui”. 29Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che
è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena.
30Lui deve crescere; io, invece, diminuire».
31Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra,
appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. 32Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua
testimonianza. 33Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. 34Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli
dà lo Spirito. 35Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. 36Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non
vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui.»
[17] Scritto l’11 marzo 1945, vol. II, cap. 127, ed. CEV.
[18] Gesù andrà infatti a trovarlo nel suo speco ed avrà un ultimo meraviglioso colloquio con lui.
[19] Il discepolo-pastore che è fra i tre presenti al colloquio con Gesù.
[20] Chiaro riferimento alla “velata”.
[21] Il Giudeo al quale fa riferimento il Vangelo di Giovanni.
[22] La “velata” che era fra gli ascoltatori del sermone di Gesù.
[23] Scritto l’13 marzo 1945, vol. II, cap. 129, ed. CEV.
[24] Lo spirito pitone è il demonio che esercita la divinazione, il sortilegio, l’augurio, la magia, l’incantesimo, lo spiritismo, la negromanzia e attira l’ira di Dio dovunque operi: “Non praticherete alcuna sorta di divinazione o di magia” (Lv 19,26) “Non vi rivolgete ai negromanti né agli indovini; non li consultate per non contaminarvi per mezzo loro” (Lv 19,31). “Se un uomo si rivolge ai negromanti e agli indovini per darsi alle superstizioni dietro a loro, io volgerò la faccia contro quella persona e la eliminerò dal suo popolo” (Lv 20,6). “Non si trovi in mezzo a te chi esercita la divinazione o il sortilegio o l’augurio o la magia; né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore” (Dt 18,10-12). Una giovane aveva uno spirito di divinazione. Paolo si volse e disse allo spirito: “In nome di Gesù Cristo ti ordino di partire da lei”. E lo spirito partì all’istante” (Atti 16,16-24).
[25] Scritto il 13 marzo 1945, op. cit., vol. II, cap. 129, ed. CEV.
[26] L’anima qui viene detta immortale come il suo Creatore, nel senso che essendo spirituale e non avendo perciò in se stessa un principio di corruzione, una volta creata da Dio, mai cesserà di esistere.
[27] Scritto il 17 marzo 1945, op. cit., vol. II, cap. 132, ed. CEV.
[28] Festività ebraica. Nota anche come “Festa delle luci”, “Festa della Dedicazione” o “dei Maccabei”, Hanukkah (in ebraico “dedicazione”) comincia il 25 Kisleu (3° mese del calendario ebraico, dicembre), dura otto giorni, e commemora la ridedicazione del tempio di Gerusalemme da parte di Giuda Maccabeo nel 165 a.C., seguita alla profanazione compiuta da Antioco IV Epifane, re di Siria e signore di Palestina. Quest’ultimo nel 168 a.C. aveva fatto dedicare il tempio al culto di Zeus Olimpio, disponendo nel tempio un altare dedicato al dio. Tre anni dopo, quando Giuda Maccabeo riconquistò Gerusalemme, fece purificare il tempio e collocare un nuovo altare nel luogo di quello preesistente, sconsacrato. Il tempio fu dedicato nuovamente a Dio, e le feste durarono otto giorni. Secondo la tradizionale fonte della storia di Hanukkah, il Talmud, nel tempio si poté trovare soltanto un’ampolla di olio vergine di oliva, sigillata dal sommo sacerdote e necessaria per il rito di ridedicazione; miracolosamente, la piccola quantità di olio bruciò per otto giorni. Una delle caratteristiche principali della celebrazione attuale, che commemora questo miracolo, è l’accensione delle candele, una la prima notte, due la seconda e così via, finché è completamente illuminato uno speciale candelabro a otto bracci.
[29] 1 Maccabei 4,36-52
[30] Esodo Cap. 32.
[31] 1 Re Capp. dal 11 al 13; 2 Cronache 10,1-11.
[32] 1 Maccabei Cap. 1; 2 Maccabei Capp. dal 4 al 7.
[33] Levitico 10,1-3.
[34] Esodo Cap. 16; Numeri 11,7-9.
[35] Genesi 9,18-27.
[36] 2 Samuele 11,1-12.
[37] 2 Samuele 13,1-38; 18.1-18.
[38] 2 Maccabei 3,1-34.
[39] 2 Maccabei Capp. 4 e 5; 13,1-8.
[40] Daniele Cap. 13.
[41] Salmo 130 (129).
[42] Salmo 51 (50).
[43] “Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare la Buona Novella ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore” (Isaia 61,1-2).
[44] “Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine. Le ritirerò dai popoli e le radunerò da tutte le regioni… Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia” (Ezechiele34,11-16).
[45] Cioè la Chiesa, che è la Terra viva, la Gerusalemme terrena e poi il Cielo, la Gerusalemme celeste; vedi Isaia 65,17; 66,22; Apocalisse 21.
[46] Chiaro riferimento alla “velata” che ascolta e beve la parola misericordiose di Gesù.
[47] Scritto il 18 marzo 1945, op. cit., vol. II, cap. 133, ed. CEV.
[48] Scritto il 15 aprile 1945, op. cit., vol. II, cap. 137, ed. CEV.
[49] Genesi 19,1-29.
[50] Scritto il 16 aprile 1945, op. cit., vol. II, cap. 138, ed. CEV.
[51] Scritto il 20 maggio 1945, op. cit., vol. III, cap. 168, ed. CEV.
[52] Chiara allusione a Giuda Iscariota.
[53] Scritto il 23 giugno 1945, op. cit., vol. III, cap. 198, ed. CEV
[54] Susanna è la sposa delle Nozze di Cana.
[55] In tutta quest’Opera Gesù viene presentato e si comporta come vero Dio, che tutto sa, e come vero Uomo, che può non conoscere qualche cosa, persona o avvenimento: o perché e nel senso che l’Eterno suo Padre (fonte suprema di ogni verità e manifestazione) vuole tenerli nascosti all’Umanità del Figlio suo; o perché e nel senso che l’Umanità di Gesù non li conosce “per esperienza umana” fino a che non cadono sotto i suoi sensi. Perciò si legge nel 2° volume, a pag. 172 del Poema: “Quanto potrei ignorare come uomo, e mal giudicare, conosco e giudico come Figlio di Dio”. Inoltre si consideri che Gesù soltanto quando lo riteneva necessario e giovevole faceva manifestamente apparire e sentire la sua Divinità, mentre ordinariamente non la faceva pesare ma la teneva occultata o volontariamente la occultava dietro i veli della sua Umanità, comportandosi, interrogando, parlando, facendosi trattare o accettando di venir trattato come se fosse soltanto uomo. In altre parole: come e più di qualsiasi personalità, spesso amava l’incognito (Lc 2,39-52; Gv 7,10). E perciò usava o poteva usare certe frasi che rispecchiano il modo consueto del parlare umano: ogni uomo infatti che non abbia mai visto una persona, ha bisogno di preavviso o di presentazione per sapere con sicurezza chi essa sia: altrimenti può errare, affibbiando ad una il nome o i titoli di un’altra persona.
[56] Scritto il 25 giugno 1945, op. cit., vol. III, cap. 200, ed. CEV.
[57] Ex-assassino e galeotto evaso, ora grande amico e discepolo del Cristo. Dovrà essere allontanato e rifugiarsi ad Antiochia perché denunciato al Sinedrio per opera di Giuda Iscariota.
[58] La madre di Giacomo e Giovanni di Zebedeo.
[59] Giovanni 17,3.
[60] Esodo 12,3.
[61] Chiara allusione ad Aglae, visto che parla di “disvelamento”.
[62] Con queste parole che Lui usò proprio per Aglae, siamo ora certi dell’identità di quest’anima.
[63] Cioè sulla via del Calvario dove loro lo hanno preceduto con grande coraggio.
[64] Ore 17.00.
[65] A chi si sta riferendo Aglae? Probabilmente non lo spremo mai.
[66] Matteo 15, 18-20; Marco 7, 20-23; Luca 6, 45.
