Alfeo, Fratello di San Giuseppe

GESÙ DI NAZARETH

ALFEO FRATELLO DI SAN GIUSEPPE

 

Giacomo il Minore - Wikipedia

Nemico acerrimo di Gesù Messia

 

SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI.

 

A cura di Jesus Maria de Cabnaconde S.O.S

Servo dell’Ordine dei Salvatori

1.  Alfeo accoglie Gli sposi arrivati a Nazareth[1].

L’arrivo a casa.

12«Ecco la tua casa, Maria» dice Giuseppe, accennando con la frusta ad una casetta, che è proprio sotto lo scrimolo di una ondulazione della collina e che ha sul dietro un bello e vasto orto tutto in fiore, che termina con un piccolissimo uliveto. Oltre questo, la solita siepe di biancospino e actee segna il limite della proprietà. I campi, un tempo di Gioacchino, sono oltre…

13«Poco, vedi, ti è rimasto» dice Zaccaria. «La malattia del padre tuo fu lunga e costosa. E costose le spese per riparare il danno fatto da Roma. Vedi? La strada ha portato via i tre principali ambienti e la casa si è ridotta, e per farla più ampia, senza spese soverchie, fu presa una parte del monte che fa grotta. Gioacchino vi teneva le provviste e Anna i suoi telai. Tu farai ciò che credi».

14«Oh! che sia poca cosa non importa! Sempre mi basterà. Lavorerò…»

«No, Maria». È Giuseppe che parla. «Io lavorerò. Tu non farai che tessere e cucire le cose della casa. Sono giovane e forte, e sono il tuo sposo. Non mi mortificare col tuo lavoro».

«Farò come tu vuoi».

«Sì, in questo io voglio. Per ogni altra cosa ogni tuo desiderio è legge. Ma in questo no».

Sono arrivati. Il carro si ferma.

L’accoglienza dei parenti.

15Due donne e due uomini, rispettivamente sui quaranta e cinquant’anni, sono sull’uscio, e molti bambini e giovinetti sono con loro.

16«Dio ti dia pace, Maria» dice l’uomo più anziano, e una donna si accosta a Maria e l’abbraccia e bacia.

17«È mio fratello Alfeo e Maria sua moglie, e questi sono i figli loro. Sono venuti apposta per farti festa e dirti che la loro casa è tua, se tu vuoi» dice Giuseppe.

17«Sì, vieni, Maria, se ti è penoso vivere sola. La campagna è bella in primavera e la nostra casa è in mezzo a campi in fiore. Tu sarai il più bel fiore in essi» dice Maria di Alfeo.

18«Io ti ringrazio, Maria. Tanto volentieri verrei. E verrò qualche volta, verrò senza fallo per le nozze[2]. Ma ho tanto desiderio di vedere, di riconoscere la mia casa. L’ho lasciata piccina e ho perduto il suo volto… Ora lo ritrovo… e mi pare di ritrovare la mia madre perduta, il padre amato, di ritrovare l’eco delle loro parole… e il profumo del loro ultimo respiro. Mi pare non esser più orfana, poiché ho intorno di nuovo l’abbraccio di queste mura… Capiscimi, Maria». Maria ha un poco di pianto nella voce e sulle ciglia.

19Maria di Alfeo risponde: «Come tu vuoi, cara. Voglio che tu mi senta sorella e amica e un poco anche madre, perché di tanto sono più anziana di te».

2. Maria maestra di Gesù, Giuda
e Giacomo
[3].

Il piccolo gregge.

15Bussano alla porta. Giuseppe traversa lesto l’orto e la stanza e apre.

«Pace a te, Alfeo e Maria!».

16«E a voi pace e benedizione». È il fratello di Giuseppe con la moglie. Un rustico carro, tirato da un forte ciuchino, è fermo nella via.

17«Avete fatto buon viaggio?».

«Buono. I bambini?». Sono nell’orto con Maria».

18Ma i bambini accorrono già a salutare la mamma. Anche Maria viene, tenendo Gesù per mano. Le cognate si baciano. Sono stati buoni?».

«Molto buoni, e molto cari. Tutti bene i parenti?».

18«Tutti. Vi salutano e da Cana vi mandano tanti regali. Uva, mele, formaggi, uova, miele. E… Giuseppe! Ho proprio trovato quello che volevi per Gesù. È sul carro, in quella cesta rotonda».

19La moglie di Alfeo ride. Si china su Gesù che la guarda coi suoi occhi sgranati, lo bacia su quei due lembi di azzurro e dice: «Sai cosa ho per te? Indovina».

20Gesù pensa e non trova. Io dubito lo faccia di proposito, per dar la gioia a Giuseppe di fare la sorpresa. Infatti Giuseppe entra, portando un cestone rotondo. Lo posa al suolo davanti a Gesù, slega la fune che ne tiene a posto il coperchio, lo alza… e una pecorina tutta bianca, un vero fiocco di spuma, appare dormente fra il fieno ben mondo.

21Gesù ha un «Oh!» stupito e beato e fa per precipitarsi sulla bestiola, ma poi si volge e corre da Giuseppe, ancora curvo al suolo, e lo abbraccia e bacia ringraziandolo.

22I cuginetti guardano con ammirazione la bestiolina, che si è svegliata e che alza il musetto roseo e bela, cercando la mamma. La tirano fuori dal cesto, le offrono una manciata di trifoglio. Bruca guardandosi intorno coi miti occhi.

Gesù continua a dire: «Per Me! Per Me! Padre, grazie!».

23«Ti piace tanto?».

«Oh! tanto! Bianca, monda… un’agnella… oh!» e getta le braccine al collo della pecorina, pone il capo biondo sulla testolina bianca e sta così, felice.

«Anche a voi ne ho portate due» dice Alfeo ai figli.

24«Ma sono scure. Voi non siete ordinati come Gesù e avreste avuto pecore disordinate, se bianche. Saranno il vostro gregge, le terrete insieme e così non starete più a zonzo per le strade, voi due, monelli, a fare a sassate». I bambini corrono sul carro e guardano le due altre bestiole più nere che bianche.

25Gesù è rimasto con la sua. La porta nel giardino, le offre da bere, e la bestiolina lo segue come sempre l’avesse conosciuto. Gesù la chiama. Le mette nome «Neve» ed essa risponde belando festosa.

26Gli ospiti sono seduti a tavola, e Maria serve loro pane, ulive e formaggio. Mette anche un’anfora con sidro o acqua melata, non so, vedo che è di un biondo chiaro chiaro. Parlano fra loro mentre i bambini giuocano con le tre bestiole, che Gesù ha voluto unite per dare anche alle altre acqua e un nome.

27«La tua, Giuda, si chiamerà “Stella” perché ha quel segno sulla fronte. E la tua “Fiamma” perché ha colore di certe fiamme di eriche morenti». È accettato.

Madre e Maestra.

28I grandi dicono (è Alfeo che parla): «Spero avere risolto così la storia delle liti fra ragazzi. È stata la tua idea, Giuseppe, che mi ha illuminato. Ho detto: “Mio fratello vuole una pecorina per Gesù, perché giuochi un poco. Io ne prenderò due per quei ragazzacci, per farli stare un poco quieti e non avere sempre questioni con altri genitori per teste e ginocchia rotte. Un poco la scuola e un poco le pecore, riuscirò a tenerli quieti”. Ma quest’anno dovrai mandare anche tu Gesù alla scuola. È l’ora».

29«Io non manderò mai Gesù alla scuola» dice Maria decisamente. È difficile sentirla parlare così, e parlare prima di Giuseppe.

30«Perché? Il Bambino deve imparare per essere a suo tempo capace di subire l’esame di maggiorenne…»

31«Il Bambino saprà. Ma a scuola non andrà. È deciso».

«Saresti unica in Israele a fare così».

32«Sarò unica. Ma farò così. Non è vero, Giuseppe?».

«È vero. Non c’è bisogno per Gesù di andare ad una scuola. Maria è stata allevata nel Tempio ed è un vero dottore nella conoscenza della Legge. Sarà la sua maestra. Così voglio anche io».

33«Voi lo viziate il Ragazzo».

«Non lo puoi dire. È il più buono di Nazaret. Lo hai mai udito piangere, fare bizze, negare ubbidienza, non avere rispetto?».

«Questo no. Ma lo diverrà se continua ad esser viziato».

34«Non è viziare tenersi vicino i figli. È amarli con buon senso e buon cuore. Così lo amiamo il nostro Gesù e, dato che Maria è più istruita del maestro, sarà Lei la maestra di Gesù».

35«E quando sarà uomo il tuo Gesù sarà una donnetta paurosa anche di una mosca».

36«Non lo sarà. Maria è una donna forte e sa educarlo virilmente. Io non sono un vile e so dare esempi virili. Gesù è una creatura senza difetti fisici e morali. Crescerà perciò dritto e forte nel corpo e nello spirito. Sta’ sicuro, Alfeo. Non farà sfigurare la famiglia. E poi ho deciso e basta così».

«Avrà deciso Maria, e tu…»

37«E se fosse? Non è bello che due che si amano siano pronti ad avere lo stesso pensiero e lo stesso volere, perché a vicenda l’uno abbraccia il desiderio dell’altro e lo fa suo? Se Maria volesse cose stolte, le direi: “No”. Ma chiede cose piene di saggezza, ed io le approvo e faccio mie. Ci amiamo, noi, come nel primo giorno… e così faremo finché saremo in vita. Non è vero, Maria?».

«Sì, Giuseppe. E, mai sia, ma quando avesse uno a morire senza l’altro, ancora ci ameremo».

Giuseppe carezza sul capo Maria, come fosse una figlia fanciulla, e Lei lo guarda col suo occhio sereno e amoroso.

I primi tre discepoli di Maria.

38La cognata interviene: «Avete proprio ragione. Fossi buona io di insegnare! A scuola imparano il bene e il male, i nostri figli. In casa solo il bene. Ma io non so… Se Maria…».

39«Che vuoi, cognata? Di’ liberamente. Tu sai che ti amo e sono lieta quando ti posso far piacere».

40«Dicevo… Giacomo e Giuda sono di poco più vecchi di Gesù. Vanno già a scuola… ma per quel che sanno!… Invece Gesù sa già tanto bene la Legge… Io vorrei… ecco, se ti dicessi di tenere anche loro, quando insegni a Gesù? Io penso che diverrebbero più buoni e più istruiti. Sono cugini, infine, e che si amino come fratelli è giusto… Sarei così felice!».

41«Se Giuseppe vuole, e tuo marito pure, io sono pronta. Parlare per uno o per tre è uguale. Ripassare tutta la Scrittura è gioia. Che vengano».

42I tre bambini, che erano entrati piano piano, sentono e stanno in attesa del verdetto.

«Ti faranno disperare, Maria» dice Alfeo.

43«No! Con me sono sempre buoni. Non è vero che sarete buoni se io vi insegnerò?».

44I due le corrono vicini, uno a destra, uno a sinistra, le mettono le braccia intorno alle spalle, le testoline sulle spalle, e promettono tutto il bene possibile.

45«Lasciali provare, Alfeo, e lasciami provare. Io credo che non sarai malcontento della prova. Verranno ogni giorno dall’ora di sesta a sera. Basterà, credilo. Io so l’arte di insegnare senza stancare. I bambini vanno tenuti avvinti e distratti insieme. Bisogna capirli, amarli ed essere amati, per ottenere da loro. E voi mi amate, non è vero?».

Due grossi bacioni sono la risposta.

46«Lo vedi?».

«Lo vedo. Non ho che dirti: “Grazie”. E Gesù che dirà, vedendo la Mamma persa con altri? Che dici, Gesù?».

47«Io dico: “Beati quelli che stanno ad ascoltarla e drizzano la loro dimora presso la sua”[4]. Come per la Sapienza, beato chi è amico di mia Madre, ed Io sono felice che coloro che amo siano suoi amici».

48«Ma chi pone tali parole sulle labbra del Fanciullo?» chiede Alfeo stupito.

«Nessuno, fratello. Nessun che sia del mondo».

La visione cessa qui.

Relatività tra fede e miracolo[5].

Pianto di Maria d’Alfeo.

19Gesù ha finito. Se ne va senza neppure voltarsi verso Matteo, che è venuto presso il cerchio degli ascoltatori sin dalle prime parole. Quando sono presso la casa di Pietro, la moglie di lui corre incontro a dire al marito qualcosa. Pietro fa cenno a Gesù di venirgli vicino. «C’è la madre di Giuda e Giacomo. Vuol parlare con Te, ma non vuole esser vista. Come facciamo?».

20«Così. Io entro in casa come per riposare e voi tutti andate a distribuire l’obolo ai poveri. Tieni anche le monete della tassa non voluta. Va’».

21Gesù fa un cenno di commiato a tutti, mentre Pietro li arringa per persuaderli ad andare con lui.

22«Dove è la madre, donna?», chiede Gesù alla moglie di Pietro.

«Sulla terrazza, Maestro. Vi è ombra ancora e fresco. Sali pure. Vi è anche più libertà che in casa».

23Gesù sale per la scaletta. In un angolo, sotto la folta pergola di vite, seduta su una panchetta messa presso il parapetto, tutta vestita di scuro, col velo molto calato sul volto, è Maria d’Alfeo. Piange piano, senza rumore. Gesù la chiama: «Maria! Zia cara!».

Lei alza un povero viso angosciato e tende le mani: «O Gesù! Quanto dolore è nel mio cuore!».

Gesù le è presso. La forza a stare seduta. Ma Lui resta in piedi col suo mantello ancor drappeggiato addosso, tenendo una mano sulle spalle della zia e l’altra fra le mani di lei.

24«Che hai? Perché tanto pianto?».

«Oh! Gesù! Sono scappata di casa dicendo: “Vado a Cana a cercare uova e vino per il malato”. Presso Alfeo è tua Madre che cura come Lei sa fare, e sono tranquilla. Ma in realtà sono venuta qui. Ho corso per tutte le notti per giungere qui più presto. E non ne posso più… Ma la fatica è nulla. É il dolore del cuore che mi fa male!… Il mio Alfeo… il mio Alfeo… i miei figli… oh! perché fra quelli di un sangue tanta differenza, e questa essere come le due pietre di una macina per stritolare il cuore di una madre? Sono con Te Giuda e Giacomo? Sì? Allora sai… Oh! Gesù! Il mio Alfeo perché non comprende? Perché muore? Perché vuol morire così? E Simone e Giuseppe? Perché, perché non con Te ma contro di Te?».

25«Non piangere, Maria. Io non ho rancore per loro. L’ho detto anche a Giuda. Io capisco e compatisco. Se è per questo che piangi, non piangere più».

26 «Per questo, sì, perché ti offendono. Per questo e poi, e poi, e poi… perché non voglio che lo sposo mio muoia a Te nemico. Dio non lo perdonerà… e io… oh! non lo avrò più neppur nell’altra vita…».

27Maria è proprio angosciata. Piange a grossi lacrimoni sulla mano sinistra che Gesù le ha abbandonata, ed ogni tanto la bacia, e alza il suo povero volto straziato.

28«No», dice Gesù. «No. Non dire così. Io perdono. E se perdono Io…».

L’incredulità vanifica il miracolo.

29«Oh! vieni, Gesù. Vieni a salvargli l’anima e il corpo. Vieni… Dicono anche, per accusarti, già dicono che hai levato due figli ad un padre che muore, e lo dicono per Nazaret, capisci? Ma dicono anche: “Fa da per tutto miracoli e nella sua casa non li sa fare”, e perché ti difendo dicendo: “Che può, se l’avete cacciato quasi coi vostri rimproveri, se non credete?”, mi contendono».

30«Hai detto bene: se non credete. Come posso fare dove non si crede?».

31«Oh! Tu puoi tutto! Io credo per tutti! Vieni. Fa’ un miracolo… per la tua povera zia…».

32«Non posso»[6]. Gesù è mestissimo nel dirlo. Ritto in piedi, stringendo al suo petto la testa della piangente, pare confessi la sua impotenza alla natura serena, pare chiamarla testimone della sua pena di non potere per decreto eterno.

La donna piange più forte.

Promesse di Gesù alle anime fedeli.

33«Ascolta, Maria. Sii buona. Io ti giuro che se potessi, se fosse bene farlo, lo farei. Oh! strapperei al Padre questa grazia, per te, per mia Madre, per Giuda e Giacomo e anche, sì, anche per Alfeo, Giuseppe e Simone. Ma non posso. Tu ora hai tanto male al cuore e non puoi capire la giustizia di questo mio non potere. Te la dico, ma non la capirai lo stesso. Quando fu l’ora del transito di mio padre, e tu sai se era giusto e se mia Madre lo amava, Io non lo trassi a vita ancora. Non è giusto che la famiglia in cui un santo vive sia esente dalle inevitabili sventure della vita. Se così fosse, Io dovrei essere eterno sulla Terra, eppure presto morrò, né Maria, la santa Madre mia, potrà strapparmi alla morte. Non posso. Quel che posso è questo. E lo farò».

34Gesù si è seduto e si è preso il capo della parente sulla spalla. «Questo farò. Prometterti, per questo dolore, la pace al tuo Alfeo, assicurarti che non ne sarai divisa, darti la mia parola che la nostra famiglia sarà riunita nel Cielo, ricomposta in eterno e che, fin che Io viva ed oltre, infonderò sempre alla mia cara parente tanta pace, tanta forza, sino a fare di lei una apostola presso tante povere donne che più facile sarà a te, donna, avvicinare. Sarai la mia diletta amica in questo tempo di evangelizzazione. La morte, non piangere, la morte di Alfeo ti libera dai doveri maritali e ti eleva a quelli più sublimi di un mistico sacerdozio[7] femminile, tanto necessario presso l’altare della gran Vittima e presso tanti pagani, che piegheranno più l’animo davanti all’eroismo santo delle donne discepole che non a quello dei discepoli. Oh! che il tuo nome, zia cara, sarà come una fiamma nel cielo cristiano… Non piangere più. Va’ in pace. Forte, rassegnata, santa. Mia Madre… fu vedova prima di te… e ti conforterà come Lei sa. Vieni. Non voglio tu parta sola sotto questo sole. Pietro ti accompagnerà con la barca sino al Giordano e di lì a Nazaret con un asinello. Sii buona».

35«Benedicimi, Gesù. Dammi forza Tu».

36«Sì, ti benedico e ti bacio, zia buona».

37E la bacia teneramente, tenendola ancora a lungo contro il suo cuore sinché la vede calmata.

3. A Nazareth sofferenza di Maria d’Alfeo
nel’infermità dello sposo Alfeo
[8].

A casa del vecchio iroso Alfeo.

La pazzia d’Alfeo.

Gli apostoli se ne vanno e Gesù resta con Alfeo.

16«Volevo dirti… Sono tuo vero amico… E quando uno è vero amico, ed è più vecchio, ed è del luogo, può parlare. Credo che debba parlare… Io… io non ti voglio consigliare. Tu sai meglio di me. Solo ti voglio avvertire che… oh! non voglio fare la spia, né metterti in cattiva luce i parenti. Ma io credo in Te, Messia, e.… e mi fa male, ecco, vedere che essi dicono che Tu non sei Tu, ossia il Messia, che Tu sei un malato, che Tu rovini la famiglia e i parenti. La città… Sai, Alfeo è molto stimato e perciò la città ascolta anche loro, e ora è malato e fa pena… Anche la pena delle volte serve a far fare cose ingiuste. Vedi, io c’ero quella sera che Giuda e Giacomo difesero Te e la loro libertà di seguirti… Oh! che scena! Io non so come tua Madre ci resista! E quella povera Maria d’Alfeo? Le donne sono sempre vittime in certe situazioni di famiglia».

«Ora i cugini sono dal padre…».

17«Dal padre? Oh! li compiango! Il vecchio è proprio fuori di sé e, se non fosse, mi farebbe ancora più pena perché… rovinerebbe l’anima sua».

18«Pensi che tratterà male i figli?»

«Ne sono certo. Mi spiace per loro e per le donne… Dove vai?».

«A casa d’Alfeo».

19«No, Gesù! Non ti fare mancare di rispetto!».

«I cugini mi amano al disopra di loro stessi ed è giusto Io li paghi di uguale amore… Là vi sono due donne a Me care… Vado. Non trattenermi».

Una barriera d’amore.

20E Gesù si affretta verso la casa di Alfeo, mentre l’altro resta pensieroso in mezzo alla via. Gesù va veloce. Eccolo sul limite dell’orto di Alfeo. Lo raggiunge un pianto di donna e urla scomposte di uomo. Gesù va ancor più veloce per quei pochi metri che separano la via dalla casa, attraverso l’orto tutto verde. É quasi sulla soglia della casa quando alla porta si affaccia la Mamma e vede il Figlio.

«Mamma!».

«Gesù!».

21Due gridi di amore. Gesù fa per entrare, ma Maria dice: «No, Figlio». E si mette sulla soglia a braccia aperte, le mani strette agli stipiti, una barriera di carne e d’amore, e ripete: «No, Figlio. Non lo fare».

22«Lascia, Mamma. Non accadrà nulla». Gesù è calmissimo, nonostante l’accentuato pallore di Maria certo lo turbi. Prende il polso sottile di Lei, stacca la mano dallo stipite e passa.

Collera senile del vecchio iroso Alfeo.

23Nella cucina sono sparse al suolo, e ridotte a viscida melma, le uova, i grappoli d’uva, il vaso del miele portati da Cana. Da un’altra stanza viene una voce querula di vecchio che impreca, che accusa, che si lamenta, in una di quelle collere senili così ingiuste, impotenti, penose a vedersi e dolorose a subirsi: «… ecco la mia casa distrutta, divenuta zimbello di tutta Nazaret, ed io qui, solo, senza aiuto, colpito nel cuore, nel rispetto, nei bisogni!… Ecco che ti resta, Alfeo, per aver agito da vero fedele! E perché? Perché? Per un folle. Un folle che fa folli i miei stolti figli. Ahi! Ahi! Che dolori!».

24E la voce di Maria d’Alfeo, lacrimosa, che supplica: «Buono, Alfeo, buono! Lo vedi che ti fai del male? Vieni, che ti aiuto a coricarti… Sempre buono tu, sempre giusto… Perché ora così con te? Con me? Con quei poveri figli? …».

25«Niente! Niente! Non mi toccare! Non voglio! Buoni i figli? Ah! sì! Davvero! Due ingrati! Mi portano miele dopo avermi fatto pieno d’assenzio. Mi portano uova e frutta, dopo essersi cibati del mio cuore! Va’ via, ti dico. Via! Non voglio te. Voglio Maria. Lei sa fare. Dove è ora quella debole femmina che non sa farsi ubbidire dal Figlio?».

26Maria d’Alfeo, cacciata, entra in cucina mentre Gesù sta per entrare nella stanza di Alfeo. Lo vede e gli crolla addosso singhiozzando disperata, mentre Maria, la Vergine, va umile e paziente dal vecchio iroso.

27«Non piangere, zia. Ora vado Io».

«Nooh! Non ti fare insultare! Pare pazzo. Ha il bastone. No, Gesù, no. Ha colpito anche i figli».

28«Non mi farà nulla», e Gesù fermamente, sebbene dolcemente, mette da parte la zia ed entra.

Il Messia è la Bontà, è l’Amore.

29«Pace a te, Alfeo».

Il vecchio, che sta per coricarsi fra mille querele e rimproveri a Maria, perché non sa fare (prima diceva che Lei sola sapeva fare), si volta di scatto. «Qui? Qui a beffarti di me? Anche questo?».

30«No. A portarti pace. Perché così inquieto? Ti peggiori. Mamma, lascia. Lo sollevo Io. Non ti farò male e non farai fatica. Mamma, solleva le coperture». E Gesù prende con cura quel mucchietto d’ossa rantolante, bolso, cattivo, piangente, misero, e lo appoggia con cura, come fosse un neonato, sul letto. «Ecco, così. Come facevo al padre mio. Più alto questo cuscino. Starai sollevato e respirerai meglio. Mamma, metti qui, sotto le reni, quello lì, piccolino. Starà più morbido. Ora così la luce, che non gli colpisca gli occhi pur lasciando entrare aria pura. Ecco fatto. Ora… ho visto un decotto sul fuoco. Portalo, Mamma. E ben dolce. Sei tutto sudato e stai raffreddando. Ti farà bene».

Maria esce ubbidiente.

31«Ma io… ma io… Perché sei buono con me?».

«Perché ti voglio bene, lo sai».

32«Io te ne volevo… ma ora…».

«Ora non me ne vuoi più. Lo so. Ma Io te ne voglio, e ciò mi basta. Poi mi amerai…».

33«E allora… ahi, ahi… che dolori! e allora, se è vero che mi vuoi bene, perché fai offesa ai miei capelli bianchi?».

34«Non ti offendo, Alfeo, in nessun modo. Ti onoro».

«Onoro? Sono lo zimbello di Nazaret, ecco».

35«Perché, Alfeo, dici così? Zimbello in che ti faccio?».

«Nei figli. Perché ribelli? Per Te. Perché deriso? Per Te».

Il rancore ostacola la guarigione.

36«Dimmi: se Nazaret ti lodasse per la sorte dei tuoi figli, sentiresti lo stesso dolore?».

«Allora no! Ma Nazaret non mi loda. Mi loderebbe se davvero Tu fossi un che va a conquista. Ma di lasciarmi per un poco men che demente, che va per il mondo attirandosi odi e beffe, povero, in mezzo a poveri! Ah! chi non riderebbe! Povera mia casa! Povera casa di Davide, come finisci! Ed io dovevo vivere tanto per vedere questa sventura? Vedere Te, tralcio ultimo della gloriosa stirpe, corromperti in demenza per troppa servilità! Ah! sventura su noi dal giorno che il mio imbelle fratello si lasciò unire a quella insipida e pur prepotente donna, che su lui ebbe ogni imperio. L’ho detto, allora: “Giuseppe non è per le nozze. Sarà infelice!”. E lo fu. Lui lo sapeva come era, e di nozze non ne aveva mai voluto sapere. Maledizione alla legge delle orfane eredi![9] Maledizione al destino. Maledizione a quegli sponsali».

37La “Vergine erede” è tornata col decotto, in tempo per sentire le geremiadi del cognato. É ancor più pallida. Ma la sua grazia paziente non è turbata. Va da Alfeo e con un dolce sorriso lo aiuta a bere.

38«Sei ingiusto, Alfeo. Ma hai tanto male che tutto ti è perdonato», dice Gesù che gli sorregge il capo.

39«Oh! sì! Tanto male! Dici che sei il Messia! Fai prodigi. Così dicono. Almeno, per pagarmi dei figli che hai preso, mi guarissi. Guariscimi… e ti perdonerò».

40«Tu perdona ai figli. Comprendi la loro anima, ed Io ti darò sollievo. Se hai rancore, non posso fare nulla[10]».

41«Perdonare?». Il vecchio fa uno scatto che naturalmente acutizza tutti gli spasimi, e ciò lo inferocisce di nuovo. «Perdonare? Mai! Va’ via! Via, se devi dirmi questo! Via! Voglio morire senza essere oltre turbato».

42Gesù ha un gesto rassegnato. «Addio, Alfeo. Me ne vado… Devo proprio andare? Zio… devo proprio andare?».

43«Se non mi accontenti, si, vattene. E di’ a quei due serpenti che il vecchio padre muore in rancore con loro».

44«No. Questo no. Non perdere l’anima tua. Non amarmi, se vuoi. Non credermi il Messia. Ma non odiare. Non odiare, Alfeo. Deridimi. Dimmi folle. Ma non odiare».

45«Ma perché mi vuoi bene, se io ti insulto?».

«Perché son Quello che tu non vuoi riconoscere. Sono l’Amore. Mamma, Io vado alla casa».

«Sì, Figlio mio. Fra poco verrò».

46«Ti lascio la mia pace, Alfeo. Se mi vuoi, mandami a chiamare, a qualunque ora, e verrò».

47Gesù esce, calmo come niente fosse accaduto. Solo è più pallido.

«Oh! Gesù, Gesù, perdonalo», geme Maria d’Alfeo.

48«Ma sì, Maria. Non ce n’è neppure bisogno di farlo. Ad uno che soffre tutto si perdona. Ora è più calmo già. La Grazia lavora anche all’insaputa dei cuori. E poi c’è il tuo pianto, e certo il dolore di Giuda e Giacomo e la loro fedeltà alla vocazione. La pace nel tuo ambasciato cuore, zia». La bacia ed esce nell’orto per andare a casa.

49Quando sta per porre piede nella via, ecco entrare Pietro e, dietro a questo, Giovanni, anelanti come chi ha corso.

50«Oh! Maestro! Ma che è stato? Giacomo mi ha detto: “Corri a casa mia. Chissà come è trattato Gesù”. Ma no, sbaglio. É entrato Alfeo, quello della fontana, e ha detto a Giuda: “Gesù è a casa tua”, e allora Giacomo ha detto così… I tuoi cugini sono atterrati. Io non ci capisco nulla. Ma ti vedo… e mi rassicuro».

51«Niente, Pietro. Un povero malato che i dolori rendono insofferente. Ora è tutto finito».

4. Notizie sulla morte di Alfeo
e sul riscatto di Giona
[11].

C’è posta per il Messia.

Il postino

Entra il pastore Giuseppe. É tutto impolverato come chi ha molto camminato.

«Tu? Come mai?», chiede Gesù dopo il bacio di saluto.

«Ho lettere per Te. Tua Madre me le ha date, e una è sua. Eccole».

70E Giuseppe porge tre piccoli rotoli di una specie di pergamena sottile, legati da un nastrino. Quella più voluminosa ha anche un sigillo che la chiude. Un’altra ha solo il nodo, la terza mostra un sigillo spezzato.

Lettera della “Mamma”.

 71«Questa è di tua Madre», dice Giuseppe indicando quella col nodo. Gesù la svolge e la legge. Prima piano e poi forte. «”Al mio amato Figlio pace e benedizione. Mi è giunto all’ora prima delle calende della luna di elul un messo da Betania. Egli era Isacco pastore, al quale detti bacio di pace e ristoro in tuo nome ed in mia riconoscenza. Mi ha portato queste due lettere che ti mando, dicendomi a voce che l’amico Lazzaro di Betania ti sollecita ad accondiscendere alla sua preghiera. Amato Gesù, mio benedetto Figlio e Signore, io pure avrei da pregarti di due cose. L’una di ricordarti che mi hai promesso di chiamare la tua povera Mamma per istruirla nella Parola. La seconda di non venire a Nazaret senza avermi prima parlato”».

72Gesù ha una brusca sosta e si alza andando fra Giacomo e Giuda. Li abbraccia stretti e finisce ripetendo a mente le parole: «”Alfeo è tornato nel seno di Abramo alla passata luna piena, e grande fu il cordoglio della città…”». I due figli piangono sul petto di Gesù, che termina: «” … All’ultima ora ti avrebbe voluto. Ma Tu eri lontano. Questo però è conforto per Maria, che vede in questo un perdono di Dio, e deve dare pace anche ai nipoti”. Udite? Ella lo dice. Ed Ella sa quello che dice».

73«Dammi la lettera», supplica Giacomo.

«No, ti farebbe male».

«Perché? Che può dire di più penoso della morte di un padre?…

«Che ci ha maledetti», sospira Giuda.

«No. Non questo», dice Gesù.

«Tu lo dici… per non trafiggerci. Ma così è».

«Leggi, allora».

74E Giuda legge: «”Gesù, ti prego, e te ne prega anche Maria: non venire a Nazaret finché il cordoglio non è finito. L’amore per Alfeo rende ingiusti i nazareni verso Te, e tua Madre piange perciò. Il buon amico Alfeo mi consola e calma il paese. Molto rumore ha fatto il racconto di Aser e Ismaele per la moglie di Cusa. Ma Nazaret è ora mare agitato da venti diversi.

75Ti benedico, Figlio mio, e ti chiedo pace e benedizione sull’anima mia. Pace ai nipoti.

5. A Nazareth per la morte di Alfeo. Lenta conversione del cugino Simone[12].

Primazia dello spirito.

Venti diversi (Lc 4.14-15)[13].

1La sera scende fra un gran rosso di tramonto che, come un fuoco che si spegne, diventa sempre più cupo sino ad assumere quasi il colore di un viola rubinato. Una tinta splendida, rara, che pennella, sfumandosi lentamente, l’occidente, fino a svanire nel cobalto scuro del cielo, là dove l’oriente sempre più avanza con le sue stelle e il suo arco di luna crescente, già volgente alla seconda fase. Gli agricoltori si affrettano alle case, che già mostrano i focolari accesi per le volute di fumo che escono dalle basse casette di Nazaret.

2Gesù sta per tornare in città e, contrariamente a quanto vorrebbero gli altri, non vuole che alcuno vada ad avvisare la Madre. «Non accadrà nulla. Perché agitarla avanti?», dice.

3Eccolo già fra le case. Qualche saluto, qualche bisbiglio dietro le spalle, qualche villana voltata di spalle e sbatacchiata d’usci quando il gruppo apostolico passa.

4La mimica di Pietro è un vero poema. Ma anche gli altri sono un poco inquieti. I figli di Alfeo sembrano due condannati. Procedono a capo basso ai fianchi di Gesù, ma pure osservano tutto e ogni tanto hanno sguardi sgomenti fra loro e di apprensione per Gesù. Il quale, come niente fosse, risponde con la consueta affabilità ai saluti e si curva ad accarezzare i bambini, che nella loro semplicità non prendono parte con questo o con quello e sono sempre amici del loro Gesù, che è sempre così affettuoso con loro.

5Uno – un tombolino grasso grasso che avrà al massimo quattro anni – gli corre incontro staccandosi dalla veste materna e gli tende le braccine dicendo: «Prendimi!» e, poi che Gesù lo accontenta e lo prende, lo bacia con la sua bocchina tutta impiastricciata del fico che succhia, e poi spinge il suo amore sino ad… offrire un pezzetto di fico a Gesù, dicendo: Prendi! É buono!». Gesù accetta l’offerta e ride di essere imboccato da quell’omino in erba.

Gesù cede alla volontà di tutti.

6Isacco, carico di brocche, viene dalla fonte. Vede Gesù, posa le brocche e grida: «Oh! il mio Signore!» correndo incontro a Lui. «Tua Madre è tornata ora a casa. Era dalla cognata. Ma… hai ricevuto la lettera?», chiede.

7«Sono qui per questo. Non dire nulla alla Mamma, per ora. Prima vado a casa di Alfeo».

8Isacco, prudente, non dice altro che: «Ti ubbidirò» e prende le sue anfore, diretto a casa.

«Ora noi andremo. Voi, amici, ci attenderete qui. Starò poco».

«No davvero! Non entreremo nella casa del lutto, ma staremo lì fuori. Non è vero?», dice Pietro.

«Pietro ha ragione. Staremo nella via. Ma a Te vicino».

9Gesù cede alla volontà di tutti. Ma sorride e dice: «Non mi faranno nulla. Credete. Non sono cattivi. Sono solamente appassionati umanamente. Andiamo».

L’Amore non è amato.

10Eccoli nella via della casa, eccoli sulla soglia dell’orto. Gesù va avanti. Dietro Giuda e Giacomo. Ecco Gesù sulla soglia della cucina. In essa, presso il focolare, è Maria d’Alfeo che cucina e piange. In un angolo Simone e Giuseppe, con altri uomini, sono seduti a crocchio. Fra gli uomini è Alfeo di Sara. Stanno li, zitti come tante statue. Sarà sistema? Non so.

11«Pace a questa casa e pace allo spirito che l’ha lasciata».

La vedova ha un grido ed una mossa istintiva di respingere Gesù, di porsi fra Lui e gli altri. Simone e Giuseppe si alzano foschi e interdetti. Ma Gesù non mostra accorgersi del loro atteggiamento ostile. Va ai due uomini – Simone ha già i suoi cinquant’anni e forse più, a giudicare l’aspetto – e tende loro le mani in atto di amoroso invito. I due sono più interdetti che mai. Ma non osano fare un atto villano. Alfeo di Sara trepida e soffre visibilmente. Gli altri uomini sono chiusi, in attesa di una indicazione.

12«Simone, tu, capo famiglia ormai, perché non mi accogli? Io vengo a piangere con te. Quanto avrei voluto esser con voi nell’ora del duolo! Ma non per mia colpa fui lontano. Sei giusto, Simone. E lo devi dire».

L’uomo sta sempre sostenuto.

13«E tu, Giuseppe, dal nome a Me caro, perché non accogli il mio bacio? Non mi permettete di piangere con voi? La morte è laccio per i veri affetti. E noi ci amammo. Perché ora deve essere disunione?».

«Per Te il nostro padre morì crucciato», dice duro Giuseppe.

14E Simone: «Dovevi rimanere. Lo sapevi che egli era morente. Perché non sei rimasto? Ti voleva…»

«Non avrei potuto fare per lui più di quanto abbia già fatto[14]. E voi lo sapete…».

Simone, più giusto, dice: «È vero. Lo so che sei venuto e che ti ha cacciato. Ma era un malato e un afflitto».

15«Lo so ed ho detto a tua madre e ai tuoi fratelli: “Non ho rancore perché comprendo il suo cuore”. Ma sopra tutti è Dio. E Dio questo dolore voleva per tutti. Per Me che, credete, ne ho sofferto come di uno strappo di carne viva; per il padre vostro, che in questa pena ha compreso una grande verità che per tutta la vita gli era rimasta oscura; per voi, che per questo dolore avete modo di fare un sacrifizio salutare più del giovenco immolato; e per Giacomo e Giuda, che ora non sono di te meno formati, o mio Simone, perché tanto dolore (per loro è la soma maggiore e li opprime come pietra di macina) li ha resi adulti e di perfetta età agli occhi di Dio».

Più che il sangue è lo spirito.

16«Che verità ha visto il padre? Una sola: che il suo sangue, nell’ultima ora, gli fu nemico», ribatte duro Giuseppe.

17«No. Che più che il sangue è lo spirito. Ha compreso il dolore di Abramo e per questo ebbe Abramo[15]  a suo aiuto», risponde Gesù.

18«Fosse vero! Ma chi lo assicura?».

«Io, Simone. E, più che Io, la morte di tuo padre. Non mi ha cercato? Tu l’hai detto».

19«L’ho detto. È vero. Voleva Gesù. E diceva: “Almeno lo spirito non morto! Lui lo può fare. Io l’ho respinto e non verrà più. Oh! morte senza Gesù! Che orrore che sei! Perché l’ho cacciato?”. Sì, questo diceva. E diceva ancora: “Egli mi chiese tante volte: ‘Devo andare?’ ed io l’ho mandato… Ora non viene più”. Ti voleva, ti voleva. Tua Madre ti mandò a cercare, ma non ti trovarono a Cafarnao e lui pianse tanto, e con le ultime forze prese la mano di tua Madre e la volle vicina. Non parlava che a stento. Ma diceva: “La Madre è un poco il Figlio. Io tengo la Madre per avere qualcosa di Lui, perché ho paura della morte”. Povero padre mio!».

“Non mancate alla legge d’amore”.

20Vi è una scena orientale di urla e atti di dolore, alla quale tutti prendono parte. Anche Giacomo e Giuda, che hanno osato entrare. Il più pacato è Gesù, che piange soltanto.

21«Tu piangi? Lo amavi allora?», chiede Simone.

«Oh! Simone! Lo chiedi? Ma, se avessi potuto, credi che avrei permesso questo suo dolore? Ma Io sono col Padre, ma non da più del Padre».

22«Guarisci i morenti, ma lui non lo hai guarito», dice aspro Giuseppe.

«Non credeva in Me».

«Questo è vero, Giuseppe», osserva il fratello Simone.

23«Non credeva e non deponeva il rancore. Io non posso nulla dove è incredulità e odio. Perciò vi dico: non odiate oltre i fratelli vostri. Eccoli. Il loro strazio non abbia gravame dal vostro rancore. Vostra madre è straziata più da quest’odio che vive, che dalla morte che ha termine in sé stessa e, nel padre vostro, ha termine nella pace perché il suo desiderio di Me gli fu perdono di Dio. Di Me, per Me, non vi parlo e non chiedo. Io sono nel mondo, ma non sono del mondo. Quel che dentro a Me vive mi ripaga di ciò che il mondo mi nega. Soffro con la mia umanità, ma elevo lo spirito oltre la Terra e giubilo nelle cose celesti. Ma essi!… Non mancate alla legge d’amore e di sangue. Amatevi. Non vi è offesa verso il sangue in Giacomo e Giuda. Ma, se anche vi fosse, perdonate. Guardate con occhio giusto le cose e vedrete che i più offesi sono loro, non compresi nelle necessità dell’anima rapita da Dio. Eppure in loro non vi è rancore. Ma solo desiderio di amore. Non è vero, cugini?».

Giuda e Giacomo, che la madre tiene stretti a sé, annuiscono fra il pianto.

24«Simone, sei il maggiore. Dai l’esempio…».

«Io… per me… Ma il mondo… ma…»

25«Oh! il mondo! Esso dimentica e cambia ad ogni alba che sorge… Ed Io! Vieni, dammi il tuo bacio di fratello. Io ti amo. Lo sai. Spogliati da queste scaglie che ti fanno duro e che tue non sono, ma sono imposte da chi t’è estraneo e meno giusto di te. Tu giudica col tuo retto cuore, sempre».

26Simone, ancora un poco con ritrosia, apre le braccia. Gesù lo bacia e poi lo porta ai fratelli. Si baciano fra pianti e lamenti.

«Ora tu, Giuseppe».

«No. Non insistere. Io ricordo il dolore del padre».

«In verità tu lo perpetui con questo tuo rancore».

«Non importa. Io sono fedele».

Venerare le spoglie dei defunti.

27Gesù non insiste. Si volge a Simone: «La sera è tarda. Ma se tu volessi… Il nostro cuore arde di venerare le sue spoglie. Dove è Alfeo? Dove l’avete posto?».

«Dietro la casa. Dove l’uliveto cessa contro la balza. Un sepolcro dignitoso».

28«Ti prego. Conducimi ad esso. Maria, fa’ cuore. Lo sposo giubila perché ti vede sul seno i figli. Rimanete. Io vado con Simone. Siate in pace! Siate in pace! Giuseppe, a te dico quanto dissi al padre tuo: “Non ho rancore. Ti amo. Quando mi vuoi, chiamami. Verrò a piangere con te”. Addio».

E Gesù esce con Simone… Gli apostoli sbirciano curiosi. Ma vedono i due di buon accordo e sono contenti.

29«Venite voi pure», dice Gesù. «Sono i miei discepoli, Simone. Loro pure desiderano onorare tuo padre. Andiamo».

Vanno per l’uliveto e tutto ha fine.

La Grazia e la volontà (Insegnamento)[16].

La Grazia è relativa alla giustizia

Dice Gesù:

30«Come vedi, Simone, meno cocciuto, si è piegato, se non completamente almeno in parte, alla giustizia con santa prontezza. E non mio discepolo subito, né tanto meno apostolo, come nella tua ignoranza lo chiamasti ora è un anno, ma almeno spettatore non nemico divenne dopo quest’incontro per la morte di Alfeo. Tutore anche della madre sua e mia, quando un uomo doveva scortarle e difenderle dalle satire della gente. Non forte al punto di imporsi contro chi mi diceva “folle”; ancora tanto uomo da vergognarsi un poco di Me e da avere preoccupazioni per i pericoli della famiglia tutta, per il mio apostolato contrario alle sètte. Ma già sulla via del Bene. Su cui poi, dopo il Sacrificio, seppe procedere sempre più sicuro sino a confessarmi col sangue. La Grazia opera talora fulmineamente, talaltra lentamente. Ma sempre opera dove c’è volontà di esser giusti.

31Va’ in pace. Sta’ in pace fra i tuoi dolori. Il tempo preparatorio alla Pasqua ha inizio e tu porta per Me la Croce. Ti benedico, Maria della Croce di Gesù».

S O M A R I O

1. Alfeo accoglie Gli sposi arrivati a Nazareth.

L’arrivo a casa.

L’accoglienza dei parenti.

2. Maria maestra di Gesù, Giuda  e Giacomo.

Il piccolo gregge.

Madre e Maestra.

I primi tre discepoli di Maria.

Relatività tra fede e miracolo.

Pianto di Maria d’Alfeo.

L’incredulità vanifica il miracolo.

Promesse di Gesù alle anime fedeli.

3. A Nazareth sofferenza di Maria d’Alfeo  nel’infermità dello sposo Alfeo.

A casa del vecchio iroso Alfeo.

La pazzia d’Alfeo.

Una barriera d’amore.

Collera senile del vecchio iroso Alfeo.

Il Messia è la Bontà, è l’Amore.

Il rancore ostacola la guarigione.

4. Notizie sulla morte di Alfeo  e sul riscatto di Giona.

C’è posta per il Messia.

Il postino

Lettera della “Mamma”.

5. A Nazareth per la morte di Alfeo. Lenta conversione del cugino Simone.

Primazia dello spirito.

Venti diversi (Lc 4.14-15).

Gesù cede alla volontà di tutti..

L’Amore non è amato.

Più che il sangue è lo spirito.

“Non mancate alla legge d’amore”.

Venerare le spoglie dei defunti.

La Grazia e la volontà (Insegnamento).

 

 

 


[1] 6 settembre 1944. MARIA VALTORTA, L’Evangelo come mi è strato rivelato, CEV, Isola del Lire (FR). Vol 1 N° 14

[2] In Israele, anche al tempo della Madonna, il matrimonio comprendeva due fasi: fidanzamento e nozze. Il rito del fidanzamento, con cui il matrimonio veniva essenzialmente costituito, comportava: che gli sposi si dessero la mano destra e ricevessero la benedizione sacerdotale; che si redigesse una scrittura o contratto giuridico con cui venivano conferiti al fidanzato tutti i diritti sulla fidanzata; che il fidanzato fosse detto “sposo” e la fidanzata “sposa”; che il fidanzato – sposo non potesse liberarsi della fidanzata – sposa  se non con il ripudio concesso dalla Legge mosaica in determinate circostanze; che la fidanzata – sposa non era più libera di disporre di sé: tuttavia, durante questa prima fase del matrimonio, i fidanzati – sposi ordinariamente rimanevano ciascuno a casa propria. Il rito delle nozze non era se non il completamento solenne del contratto. Da questo momento gli sposi cominciavano a coabitare: con un solenne corteo si andava a prendere la sposa a casa sua per condurla a casa dello sposo, che la introduceva nella sua abitazione. Secondo quest’opera, invece non Maria andò ad abitare in casa di Giuseppe, ma Giuseppe in casa di Maria, cioè nel luogo consacrato dall’Annunzio angelico e dal Mistero dell’Incarnazione. A questo proposito, vedi per esempio: Gen 1,28; Tb 7; Is 61,10; Mt 25, 1-11; Gv 3,29

 

[3] 29 ottobre 1944. L’Evangelo Op. Cit. Vol 1 Cap. 38

[4] Proverbi 8,34

[5] 2 febbraio 1945. L’Evangelo Op. Cit. Vol 2 Cap. ° 95

[6] Questa espressione e le altre uguali o simili che figurano nei seguenti capoversi del presente paragrafo sono da interpretarsi alla luce di Mc 6,1-6: “…E non vi poté operare nessun prodigio… E si meravigliava della loro incredulità”. E alla luce di Lc 22,42: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. E alla luce di Filippesi 2,6-8: “… spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo… umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”. La fede, la necessità della sofferenza, il decreto di Dio condizionano il miracolo.

[7] “Dio ha salvato tutto il suo popolo e ha concesso a tutti l’eredità, nonché il regno, il sacerdozio e la santificazione” (2Mc 2,17). “Se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19,5-6). “Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio sarete detti” (Is 61,6). “Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio vi è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce” (1Pt 2,9). “Cristo ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre” (Ap 1,6). Il sacerdozio comune è sacerdozio mistico e appartiene a tutti i Redenti: “Tu hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra” (Ap 5,9-10). Regola nell’agire: “Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1). Evangelizzate: “A Dio rendo culto nel mio spirito annunziando il Vangelo del Figlio suo” (Rm 1,9). Pregate e lodate: “Per mezzo di Lui dunque offriamo continuamente un sacrificio di lode a Dio, cioè, il frutto di labbra che confessano il suo nome” (Eb 13,15).

[8] 7 febbraio 1945. L’Evangelo Op. Cit. Vol 2 Cap. 100

[9] Numeri (Nm) 26,33; 27,1-11; Giosuè (Gs) 17,3-4

[10] Mt 5,43-48; Mc 6,1-6; Lc 6,27-35

[11] 11 febbraio 1945. L’Evangelo Op. Cit. Vol 2 Cap. 104

[12] 12 febbraio 1945. L’Evangelo Op. Cit. Vol 2 Cap. 105

[13]IL VANGELO ETERNO: Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi (Lc 4.14-15).

[14] Vedi: Numero 95, brano 38, nota 4

[15] Gen 22,1-19

[16]Poema: II, 72 Dice Gesù: “Qui metterete la terza visione e la quarta avute il giorno 13 febbraio 1944”

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