Nuova Evangelizzazione
L’innamorata del suo Salvatore
SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI
A cura di Fray Jesus Maria de Cabanaconde
S.O.S
Servo dell’Ordine dei
Salvatori
S O M M A R I O
1. A Tiberiade nella casa di Cusa.
2. Guarigione di Giovanna di Cusa.
L’ex-pastore Giona adora il Messia.
L’Uomo biondo dagli occhi di cielo.
“Sii sanata. Sorgi!”(Lc 8,2-3).
3. Gesù e la Madre da Giovanna di Cusa.
Lode al Fiore della stirpe regale.
4. Sul lago di Genezaret con Giovanna di Cusa.
Chi ha fede nel Messia sarà sempre sollevato.
Giovanna legge il pensiero di Gesù.
Le preoccupazioni di Giovanna.
5. L’incontro con le romane nel giardino di Giovanna di Cusa.
Utilità della Fede nella vita eterna.
Il Messia Figlio del Dio vero.
L’anima e la divinità del Messia.
6. Un Eden di bellezza e di pace.
7. L’affidamento degli orfanelli Maria e Mattia a Giovanna di Cusa.
Una mamma, un padre e una casa.
8. L’incontro con la Madre e con le discepole.
Levare dal cuore ogni miseria per essere sapiente.
Cusa offre la sua casa per il convito di Gesù.
10. Giovedì avanti Pasqua. Al convito dei poveri nel palazzo di Cusa.
Pagina del Vangelo tradotta in azione.
La vedova che aveva fiducia nel Signore.
La discepola dell’ubbidienza ilare.
La discepola dell’anima pietosa.
La splendida e serena Maddalena.
Grande giorno per quattro vergini.
Uffici e glorie delle vergini cristiane.
“Ogni stato è buono se in esso si serve il Signore”.
“Procedete nella via del Signore”.
Il perdono di Gesù e penitenza ridanno la verginità.
Triste madre del futuro deicida.
Le Patrizie, serve degli infimi del mondo.
I fatti parlano con la loro evidenza.
11. A Bétèr da Giovanna di Cusa. Conseguenze deleterie di un incontro dell’Iscariota con Claudia.
Consapevolezza della discepola del Messia.
Il giardino a roseto di Giovanna.
I possessi fioriti della discepola.
12. Giuda Iscariota si sente scoperto nel discorso di commiato a Bétèr.
I partecipanti all’ incontro con l’Amore.
Il Re di un Regno spirituale. (discorso)
Satanismo ancora da compatire.
L’idea messianica, eredità dei Padri.
La santità di Mosè e d’Aronne.
Coloro che barattano l’idea messianica.
Fedeltà all’eredità del Padre.
13. Un complotto per l’elezione di Gesù a re.
Il Regno si fa con l’amore nei cuori.
Annunziare la venuta del Messia.
Chi semina venti, raccoglie tempeste.
Il Regno si fa con l’amore nei cuori.
Preghino i fanciulli per l’avvento del Regno.
Concetti sbagliati del Regno messianico.
Giovanna consacra al Messia i suoi averi.
Il cuore della discepola fedele.
Folle concetto del Regno messianico.
Pensiero dei gentili e dei subdoli farisei.
La Legge e il Regno sono nel cuore.
Nella casa di campagna di Cusa.
Il tentativo di eleggere re il Messia.
Intesa dei commensali e silenzio del Messia.
Il Messia boccia il potere temporale.
Il Messia corregge le idee storte .
Il Regno del Messia non è di questo mondo.
La più grande sventura di un popolo.
Nel turbine delle imposizioni.
La più grande sventura di un popolo.
Clamore di pareri e reciproci insulti.
16. Dopo la risurrezione di Lazzaro
Annotazioni di Cusa e Mannaen.
17. Giovanna lungo la via dolorosa.
Le pie donne e Niche.(la Veronica) (Lc 23,28-31).
18. Visita la Madre il sabato santo
19. Apparizione a Giovanna di Cusa.
Più forte della fede è l’amore
La Passione continua per Giovanna.
Ogni passione termina in una risurrezione.
1. A Tiberiade nella casa di Cusa[1].
Tiberiade.
1Vedo la bella e nuova città di Tiberiade. Che sia nuova e ricca me lo dice tutto il suo insieme, che ha un piano regolatore più ordinato di quello delle altre città palestinesi e presenta un insieme armonico e civile come neppure lo ha Gerusalemme. Bei viali e vie diritte, munite già di un sistema di fognature per cui non stagnano acque e immondezze per le strade, vaste piazze con fontane, fatte di larghi bacini di marmo le più belle. Palazzi già arieggianti allo stile di Roma con porticati ariosi. Da alcuni portoni aperti in quest’ora mattutina l’occhio vede ampi vestiboli, peristili di marmo decorati di tende preziose, di sedili, di tavolini; quasi tutti hanno al centro un cortile lastricato di marmo, con una fonte a zampillo, e vasche di marmo piene di piante in fiore. Insomma è una imitazione dell’architettura di Roma, abbastanza bene copiata e riccamente scimmiottata.
2Le case più belle sono nelle vie più prossime al lago. Le tre prime, parallele al medesimo, sono veramente signorili. La prima, lungo il viale che segue la dolce curva del lago, è addirittura splendida. L’ultima parte di essa è un seguito di ville che hanno la facciata principale sulla via posteriore, e verso il lago hanno degli opulenti giardini che scendono sino ad esser lambiti dalle onde. Quasi tutte hanno un piccolo porticciuolo, in cui sono barche da diporto con baldacchini preziosi e sedili purpurei.
3Gesù pare sia sceso dalla barca di Pietro non nel porto di Tiberiade, ma in qualche altro luogo, forse dei sobborghi, e viene avanti per il viale lungo lago.
4«Sei mai stato a Tiberiade, Maestro?», chiede Pietro.
«Mai».
«Eh! l’Antipa ha fatto le cose bene, e in grande, per adulare Tiberio! È un bel venduto, quello lì! …».
«Mi pare più città di riposo che di commerci».
«I commerci sono dall’altra parte. Ma ha anche molto commercio. È ricca».
5«Queste case? Palestinesi?».
«Sì e no. Molte sono di romani, ma molte… eh! sì! Per quanto piene di statue e simili fole, sono di ebrei». Pietro sospira e mormora: «…ci avessero levato solo l’indipendenza… ma ci hanno levato la fede… Più pagani di loro stiamo diventando! …».
6«Non per colpa loro, Pietro. Loro hanno le loro abitudini e non ci forzano a farle nostre. Ma siamo noi che ci vogliamo corrompere. Per utile, per moda, per servilismo…»
«Dici bene. Ma il primo è il Tetrarca…»
Assenza di Gionata.
7«Maestro, siamo giunti», dice il pastore Giuseppe.
«Questa è la casa dell’intendente d’Erode».
Sono fermi al limite del viale, dove questo presenta una biforcazione per cui il viale diviene la seconda delle vie, mentre le ville restano fra questa e il lago. La casa indicata è la prima, bellissima, tutta avvolta in un giardino fiorito. Fragranze e rami di gelsomini e rose si spargono fino sul lago.
8«E qui sta Gionata?».
«Qui, mi hanno detto. È l’intendente dell’intendente. Lui è capitato bene. Cusa non è cattivo, ed è giusto nel riconoscere i meriti del suo intendente. É uno dei pochi della corte che sia un onesto. Vado a chiamarlo?».
«Va’».
9Giuseppe va all’alto portone e bussa. Accorre il portinaio. Confabulano fra loro. Vedo che Giuseppe ha una mossa di disappunto e che il portinaio mette fuori la sua testa grigia e guarda Gesù, e poi chiede qualche cosa alla quale Giuseppe annuisce. Parlano ancora fra loro.
Poi Giuseppe viene verso Gesù, che ha atteso pazientemente all’ombra di un albero.
10«Gionata non c’è. È sull’Alto-Libano. È andato a portare in quell’aria fresca e pura Giovanna di Cusa, molto malata. Dice il servo che è andato lui perché Cusa è a corte e non può venire via dopo lo scandalo della fuga di Giovanni il Battezzatore, e la malata peggiorava e il medico diceva che qui sarebbe morta. Però il servo dice di entrare a riposarti. Gionata ha parlato del Messia bambino e anche qui sei, di nome, conosciuto e atteso».
«Andiamo».
11Il gruppo si muove. Il portinaio, che ha sbirciato, vede e chiama altri servi e spalanca il portone, fino allora socchiuso, e corre incontro a Gesù con vero rispetto. «Spargi, Signore, la tua benedizione su noi e su questa triste casa. Entra. Oh! come Gionata se ne dorrà di non esserci! Era la sua speranza: vederti. Entra, entra, e con Te i tuoi amici».
12Nell’atrio sono servi e serve di ogni età. Tutti rispettosamente proni nel saluto e pur curiosi. Una vecchietta piange in un angolo. Gesù entra e benedice col suo gesto e il suo saluto di pace. Gli offrono ristoro. Gesù siede su un sedile e tutti gli si fanno intorno.
13«Vedo che non vi sono ignoto», osserva Gesù.
«Oh! Gionata ci ha allevati col tuo racconto. È buono Gionata. Lui dice di esserlo solo perché il bacio che ti ha dato lo ha fatto buono. Ma è anche perché lo è».
14«Io ho dato e ho ricevuto baci… ma, come tu dici, solo nei buoni questi aumentarono la bontà. Ora è assente? Ero venuto per lui».
15«L’ho detto: è sul Libano. Là ha degli amici… É l’ultima speranza per la giovane padrona; se questo non giova…».
Malattia di Giovanna.
16La vecchierella nel suo angolo piange più forte. Gesù la guarda interrogativamente.
«É Ester, la nutrice della padrona. Piange perché non si può rassegnare a perderla».
17«Vieni, madre. Non piangere così», invita Gesù.
18«Vieni qui presso a Me. Non è detto che malattia voglia dire morte!».
«Oh! è morte! è morte! Da quando ebbe quell’unico parto infelice, ella mi muore! Le adultere hanno parti segreti e pur vivono, e lei, lei buona, onesta, cara, tanto cara, deve morire!».
19«Ma che ha, ora?».
«Febbre che la consuma… E come una lampada che arde a gran vento… ogni giorno più forte e lei più debole. Oh! io volevo andare con lei. Ma Gionata ha voluto serve giovani, perché ella è priva di forze e va mossa di peso ed io non sono più buona… Buona di quello, no… ma di amarla, sì… Io l’ho raccolta dal seno di sua madre… ero serva sposa io pure, e avevo da un mese avuto un figlio, ed io le ho dato latte, perché la madre, debole, non poteva… io da madre le ho fatto quando fu orfana e appena sapeva dir “mamma”. Mi sono fatta canuta e rugosa vegliandola nelle sue malattie… io l’ho vestita da sposa, io l’ho condotta nel talamo… io ho sorriso alle sue speranze di madre… io ho pianto con lei sul nato, morto… Tutti i sorrisi e lacrime della sua vita ho raccolto… Tutti i sorrisi e i conforti del mio amore le ho dato… e ora ella muore e non mi ha vicina…».
La vecchia fa pena. Gesù la accarezza, ma non giova.
Fede della nutrice.
20«Ascolta, madre. Hai fede?».
«In Te? Sì».
21«In Dio, donna. Puoi credere che Dio può tutto?».
«Lo credo, e credo che Tu, suo Messia, lo puoi. Oh! già si parla nella città del tuo potere! Quell’uomo lì (e accenna a Filippo) tempo fa parlava dei tuoi miracoli presso la sinagoga. E Gionata gli chiese: “Dove è il Messia?”, e lui ha detto: “Non so”. Gionata mi disse allora: “Fosse qui, io te lo giuro, ella si sanerebbe”. Ma Tu non eri qui… e lui è andato via con lei… e ora ella morirà…»
22«No. Abbi fede. Dimmi proprio quel che hai nel cuore: puoi credere che ella non morrà per la tua fede?».
«Per la mia fede? Oh! se vuoi quella, eccotela. Anche la vita prenditi, la mia vecchia vita… solo fammela veder sanata».
23«Io sono la Vita. Do vita e non morte. Tu le hai dato la vita, un giorno, col latte del tuo seno, ed era povera vita che poteva finire. Ora con la tua fede le dai una vita senza fine. Sorridi, madre».
«Ma lei non c’è…» la vecchia è fra la speranza e il timore. «Lei non c’è, e Tu sei qui…».
24«Abbi fede. Ascolta. Io ora vado a Nazareth per qualche giorno. Ho anche là degli amici malati… Poi andrò al Libano. Se Gionata torna entro sei giorni, mandalo a Nazareth, da Gesù di Giuseppe. Se non viene, andrò Io».
25«Come lo troverai?».
«Mi guiderà l’arcangelo di Tobia[2]. Tu fortificati nella fede. Non ti chiedo che questo. Non piangere più, madre».
26La vecchia, invece, piange più forte. É ai piedi di Gesù e tiene il capo sulle ginocchia divine, baciando e lacrimando sulla mano benedetta. Gesù, con l’altra, l’accarezza e, posto che altri servi dolcemente la rampognano di sfinirsi nel pianto, Egli dice: «Lasciatela fare. Ora è pianto di sollievo. Le fa bene. Siete contenti tutti che la padrona risani?».
27«Oh! è tanto buona! Quando uno è così, non è padrone, è un amico e lo si ama. Noi l’amiamo. Credilo».
«Vi leggo in cuore. Siate voi pure sempre più buoni. Io vado. Non posso attendere. Ho la barca. Vi benedico».
28«Torna, Maestro, torna ancora!».
«Tornerò. Più e più volte. Addio. La pace a questa casa e a voi tutti».
Gesù esce con i suoi, accompagnato dai servi che lo acclamano.
2. Guarigione di Giovanna di Cusa[3].
La fede merita premio.
L’ex-pastore Giona adora il Messia.
12Un grande suonare di zoccoli ferrati e un vocio di monelli si fa per la via. «Qui è! Qui è! Ferma, uomo». E, prima che Gesù e discepoli se ne rendano ragione, davanti al vano dell’uscio si presenta il corpo scuro di un cavallo fumante di sudore, e scende un cavaliere che si precipita dentro come un bolide e si prostra ai piedi di Gesù e glieli bacia con venerazione. Tutti guardano stupiti.
13«Chi sei? Che vuoi?».
«Gionata sono».
Un grido di Giuseppe, che per essere seduto dietro l’alto bancone e per la fulmineità dell’arrivo non ha potuto riconoscere l’amico, risponde. Il pastore corre presso al prostrato: «Tu, proprio tu! …».
14«Sì. Adoro il mio adorato Signore! Trent’anni di speranza, oh! lunga attesa! ecco: ora fioriti come fior di agave solitario, e fioriti in un colpo, in un’estasi beata, più beata ancora di quella lontana! Oh! il mio Salvatore!».
15Donne, bambini e qualche uomo, fra cui il buon Alfeo di Sara con ancora un pezzo di pane e cacio in mano, si affollano sull’uscio e fin dentro lo stanzone.
«Alzati, Gionata. Stavo per venire a cercarti, e con te Beniamino e Daniele…».
«Lo so…».
16«Alzati, che ti dia il bacio che ho dato ai tuoi compagni». Lo forza ad alzarsi e lo bacia.
La fede merita premio.
17«Lo so», ripete il robusto vecchio, ben portante e ben vestito. «Lo so. Ella aveva ragione. Non era delirio di morente! Oh! Signore Iddio! Come l’anima vede e come ti sente, quando Tu la chiami!». Gionata è commosso.
18Ma si riprende. Non perde il suo tempo. Adorante e pur attivo, va al suo scopo: «Gesù, Salvatore e Messia nostro, sono venuto a pregarti di venire con me. Ho parlato con Ester e mi ha detto… Ma prima, prima Giovanna ti aveva parlato e mi ha detto… oh! non deridete un uomo felice, voi che udite, felice e angosciato finché non avrò il tuo “Vengo”. Sai che ero in viaggio con la padrona morente. Che viaggio! Da Tiberiade a Betsaida fu buono. Ma poi, lasciata la barca e preso un carro, per quanto l’avessi attrezzato del mio meglio, fu una tortura. Si andava piano, di notte, ma ella soffriva. A Cesarea di Filippo fu per morire dai trabocchi sanguigni. Sostammo… La terza mattina, sette giorni or sono, mi manda a chiamare. Pareva già morta, tanto era bianca e sfinita. Ma, quando l’ho chiamata, ha aperto i suoi dolci occhi di gazzella morente e mi ha sorriso. Mi ha fatto cenno con la manina gelata di curvarmi, perché ha solo un filo di voce, e mi ha detto: “Gionata, riportami a casa. Ma subito”. Era così grande lo sforzo del suo comando, lei che è sempre più dolce di una pargola buona, che le si sono colorate le guance e tornati per un attimo fulgidi gli occhi. Ha continuato: “Ho sognato la mia casa di Tiberiade. Dentro c’era Uno dalla faccia di stella, alto, biondo, cogli occhi di cielo e una voce più dolce di suono d’arpa. Mi diceva: ‘Io sono la Vita. Vieni. Torna. Ti attendo per dartela’. Voglio andare”.
19Io dicevo: “Ma padrona! Non puoi! Stai male! Ora, quando starai meglio, vedremo”. Lo credevo delirio di morente. Ma lei ha pianto e poi… – oh! è la prima volta che l’ha detto in questi sei anni che m’è padrona, e si è fin seduta, lei che non può nulla, per l’ira – e poi mi ha detto: “Servo, lo voglio. Io sono la padrona tua. Ubbidisci!”, e poi si è rovesciata fra il sangue. Ho creduto morisse… e ho detto: “Facciamola contenta. Morire per morire!… Non avrò rimorso di averla scontentata alla fine, dopo avere sempre voluto farla contenta”. Che viaggio! Non voleva riposo fuorché nelle ore fra terza e sesta. Ho sfinito i cavalli per fare presto. Siamo arrivati a Tiberiade all’ora di nona, stamane… Ed Ester mi ha detto… Allora ho capito che eri Tu che l’avevi chiamata. Perché l’ora era quella e quello il giorno in cui Tu promettevi miracolo ad Ester e apparivi allo spirito della mia padrona. Ha voluto ripartire appena data l’ora di nona, e me mi ha mandato avanti… Oh! vieni, Salvatore mio!».
20«Subito vengo. La fede merita premio. Chi mi vuole mi ha. Andiamo».
Preparativi e partenza.
21«Attendi. Ho gettato una borsa ad un giovane dicendo: “Tre, cinque, quanti asini volete, se non avete cavalli, e presto, alla casa di Gesù”. Staranno per venire. Faremo più presto. Spero incontrarla presso Cana. Se almeno…».
«Cosa, Gionata?».
«Se almeno è viva…».
22«Viva è. Ma, anche fosse morta, Io sono Vita. Ecco mia Madre».
23La Vergine, certo avvertita da qualcuno, infatti sta accorrendo seguita da Maria d’Alfeo. «Figlio, Tu parti?».
24«Sì, Madre. Vado con Gionata. É venuto. Lo sapevo di potertelo mostrare. Ho atteso per questo un giorno di più».
25Gionata ha prima salutato profondamente con le braccia incrociate sul petto, ora si inginocchia e solleva appena la veste di Maria e ne bacia l’orlo dicendo: «Saluto la Madre del mio Signore!».
26Alfeo di Sara dice ai curiosi: «Eh! che ne dite? Non c’è da vergognarsi ad esser solo noi senza fede?».
27Uno zoccolio numeroso si ode nella via. Sono i ciuchini. Credo che siano tutti quelli di Nazareth, e sono tanti che basterebbero ad uno squadrone. Mentre Gionata sceglie i migliori e contratta, pagando senza lesinare, e prende due nazareni con altri ciuchini per tema che qualche animale per via si sferri, e perché possano riportare indietro tutta questa ragliante cavalleria asinina, Maria e l’altra Maria aiutano a chiudere sacchi e bisacce.
28Maria d’Alfeo dice ai figli: «Lascerò qui i vostri letti. E li carezzerò… Mi parrà di farvi carezze. Siate buoni, degni di Gesù, figli… ed io… io sarò felice…», e intanto piange a grossi goccioloni.
29Maria aiuta invece il suo Gesù e se lo carezza con amore, facendo mille raccomandazioni e incarichi per gli altri due pastori libanesi, perché Gesù dichiara che non tornerà prima di averli ritrovati.
L’Uomo biondo dagli occhi di cielo.
30Partono. La sera è scesa e il primo quarto di luna si alza ora. In testa è Gesù con Gionata, dietro tutti gli altri. Finché sono in città vanno al passo, perché la gente si affolla. Ma, appena fuori, vanno al trotto in una carovana sonante di zoccoli e bubboli.
«É nel carro con Ester», spiega Gionata.
31«Oh! mia padrona! Che gioia farti felice! Portarti Gesù! Oh! mio Signore! Averti qui, al mio fianco! Averti! Hai proprio il viso di stella che lei ti ha veduto, e sei biondo e dagli occhi di cielo e la tua voce è proprio un suono d’arpa… Oh! ma tua Madre! La porterai alla padrona, un giorno?».
32«Verrà la padrona a Lei. Saranno amiche».
«Sì? Oh!… Sì, lo può essere. É sposa e fu madre, Giovanna. Ma ha un’anima pura come una vergine. Può stare vicino a Maria benedetta».
Eventi nel viaggio.
33Gesù si volge per una fresca risata di Giovanni, imitato da tutti gli altri.
34«Sono io, Maestro, che faccio ridere. Sulla barca sono più sicuro di un gatto… ma qui sopra! Sembro una botte lasciata libera sul ponte di un naviglio preso dal libeccio!», dice Pietro.
35Gesù sorride e lo rincuora, promettendo di finire presto la trottata.
36«Oh! non è niente. Se i ragazzi ridono, niente di male. Andiamo, andiamo a far felice questa buona».
37Gesù si volge ancora per un altro scoppio di risa.
38Pietro esclama: «No. Questo non te lo dico, Maestro. Ma perché no? Sì, che lo dico. Dicevo: “Il nostro supremo ministro si roderà le mani sapendo che è mancato proprio quando c’era da “fare il pavone presso una dama”. E loro ridono. Ma è così. Sono sicuro che, se se lo fosse immaginato, non aveva più le vigne paterne da tutelare».
Gesù non ribatte.
39La via si fa presto su questi somarelli ben pasciuti. Nel chiaro di luna Cana è superata.
40«Se permetti, ti precedo. Fermo il carro. Le scosse la fanno tanto soffrire».
«Vai pure».
Gionata mette il cavallo al galoppo. Ancora via e via nel bianco della luna. E poi ecco la forma scura di un grande carro coperto, fermo al bordo della via. Gesù eccita il suo asino, che prende un piccolo galoppo sghimbescio. Eccolo al carro. Smonta.
“Sii felice. Dio ti ama”.
“Eccomi”.
41«Il Messia!», annuncia Gionata.
La vecchia nutrice si getta dal carro sulla via, dalla via nella polvere.
«Oh! salvala! Sta morendo».
42«Eccomi». E Gesù sale sul carro, dove è steso un mucchio di cuscini e su questi un esile corpo. Vi è un fanaletto in un angolo e coppe e anfore. Vi è una giovane serva che piange, asciugando il sudore gelato della morente.
Gionata accorre con uno dei fanali del carro.
43Gesù si china sulla donna abbandonata, veramente morente. Non vi è differenza fra il candore della veste di lino e il pallore fin lievemente azzurrino delle mani e del volto emaciati. Solo le folte sopracciglia e le lunghe ciglia nerissime mettono un colore su quel volto di neve. Non ha neppure più quel rosso infausto dei tisici sui pomelli smunti. Le labbra sono appena un’ombra di un rosa violaceo, semiaperte nel respiro difficile.
44Gesù le si inginocchia al fianco e l’osserva. La nutrice le prende una mano e la chiama. Ma l’anima, già alle soglie della vita, non sente più nulla.
Sono giunti i discepoli e i due giovani di Nazareth, e si affollano al carro.
“Sii sanata. Sorgi!”(Lc 8,2-3)[4].
45Gesù pone una mano sulla fronte della moribonda, che apre per un momento gli occhi annebbiati e vaghi e poi li richiude.
«Non sente più», geme la nutrice. E piange più forte.
46Gesù fa un gesto: «Madre, udrà. Abbi fede». E poi chiama: «Giovanna! Giovanna! Sono Io! Io che ti chiamo. Sono la Vita. Guardami, Giovanna».
47La morente apre con uno sguardo più vivo i suoi grandi occhi neri e guarda il volto su lei chinato. Ha un moto di gioia e un sorriso. Muove piano le labbra in una parola che però non prende suono.
48«Sì, Io sono. Sei venuta e Io son venuto. A salvarti. Puoi credere in Me?».
49La morente annuisce col capo. Tutta la vitalità è accumulata nello sguardo e tutta la parola che non può altrimenti esprimere.
50«Ebbene (Gesù, pur rimanendo in ginocchio e con la sinistra sulla fronte di lei, si raddrizza e prende l’aspetto di miracolo) ebbene, Io lo voglio. Sii sanata. Sorgi». Leva la mano e si alza in piedi.
51Una frazione di minuto e poi Giovanna di Cusa, senza aiuto di sorta, si siede, ha un grido e si butta ai piedi di Gesù, gridando con voce forte e felice: «Oh! amarti, o mia Vita! Per sempre! Tua! Per sempre tua! Nutrice! Gionata! Io sono guarita! Oh! presto! Correte a dirlo a Cusa. Che venga ad adorare il Signore! Oh! benedicimi, ancora, ancora, ancora! Oh! mio Salvatore». Piange e ride baciando le vesti e le mani di Gesù.
“Sii felice. Dio ti ama”.
52«Ti benedico, sì. Che altro vuoi che ti faccia?»
«Nulla, Signore. Fuorché amarmi e lasciare che io ti ami».
53«E un bambino non lo vorresti?».
«Oh! un bambino!… Ma fa’ Tu, Signore. Io ti abbandono tutto: il mio passato, il mio presente, il mio futuro. Tutto ti devo e tutto ti do. Dà Tu, alla tua serva, ciò che sai meglio».
54«La vita eterna, allora. Sii felice. Dio ti ama. Io vado. Ti benedico e vi benedico».
55«No, Signore. Sosta nella mia casa, che ora, oh! ora è realmente roseto fiorito. Permettimi di rientrarvi con Te… Oh! me felice!».
56«Vengo. Ma ho i miei discepoli».
«I miei fratelli, Signore. Giovanna avrà per loro, come per Te, cibo e bevanda ed ogni ristoro. Fammi felice!».
57«Andiamo. Rimandate i ciuchi e seguiteci a piedi. La strada è poca, ormai. Andremo lentamente perché ci possiate seguire. Addio, Ismaele e Aser. Salutate ancora mia Madre per Me e i miei amici».
58I due nazareni, sbalorditi, vanno coi loro raglianti somari, mentre il carro intraprende il ritorno con il suo carico di gioia, ora. Dietro vengono in gruppo i discepoli commentanti il fatto.
E tutto ha fine.
3. Gesù e la Madre da Giovanna
di Cusa[5].
Giovanna e Cusa.
1Vedo Gesù andare verso la casa di Giovanna di Cusa. Quando il servo portinaio vede Chi è colui che giunge, ha un tal grido di festa che tutta la casa è a rumore. Gesù entra sorridente, benedicendo.
2Giovanna accorre dal giardino tutto in fiore per precipitarsi a baciare i piedi del Maestro. E viene anche Cusa, che si inchina profondamente prima, e poi bacia l’orlo della veste di Gesù. Cusa è un bell’uomo sui quarant’anni. Non molto alto, ma ben costrutto, capelli neri che appena alle tempie hanno qualche filo d’argento, occhi vivi e scuri, colorito pallido e una barba quadrata, nera, ben curata.
3Giovanna è più alta del marito. Della passata infermità non conserva che una accentuata snellezza, che però è già meno scheletrica di allora. Pare una palma sottile e flessuosa terminante nella bella testolina dai profondi occhi neri e dolcissimi. Ha una massa di capelli corvini graziosamente pettinati. La fronte liscia e alta pare ancora più bianca sotto quel nero schietto, e la piccola bocca, ben disegnata, spicca col suo rosso sano fra le guance di un pallore delicato, come lo hanno i petali di certe camelie. É una bellissima donna… ed è quella che dà la borsa a Longino, sul Calvario. Allora è piangente, stravolta e tutta velata. Qui sorride ed è a capo scoperto. Ma è lei.
Gioia di ospitare Maria.
4«A che devo la gioia di averti mio ospite?», chiede Cusa.
«Al mio bisogno di una sosta in attesa di mia Madre. Vengo da Nazareth… e devo far venire con Me la Madre mia per qualche tempo. Andrò a Cafarnao con Lei».
5«Perché non da me? Io non ne sono degna, ma…», dice Giovanna.
6«Tu ne sei ben degna. Ma mia Madre ha seco la cognata, vedova da pochi giorni».
7«Grande è la casa per ospitare più d’uno. E Tu mi hai dato tanta gioia che non t’è precluso nessun punto di essa. Ordina, Signore, Tu che hai allontanato la morte da questa dimora e le hai reso la mia rosa fiorita e fiorente», dice Cusa in appoggio alla moglie, che deve molto amare. Lo capisco da come la guarda.
8«Non ordino. Ma accetto. Mia Madre è stanca e ha molto sofferto in questi ultimi tempi. Teme per Me, ed Io le voglio mostrare che vi è chi mi ama».
9«Oh! portala qui, allora! Io l’amerò come figlia e ancella», esclama Giovanna.
10Gesù acconsente. Cusa esce a dare subito ordini in merito e, mentre la visione si sdoppia lasciando Gesù nello splendido giardino di Cusa, intento a parlare con Cusa e la moglie, io seguo e vedo l’arrivo del carro comodo e veloce con cui Gionata è andato a rilevare Maria a Nazareth.
Motivo di riflessione.
11Naturalmente la città si mette in subbuglio per il fatto. E quando Maria e la cognata, ossequiate come due regine da Gionata, salgono sul carro, dopo avere affidato ad Alfeo di Sara le chiavi di casa, il subbuglio cresce. Il carro parte, mentre Alfeo si vendica dell’atto villano fatto a Gesù nella sinagoga, dicendo: «I samaritani sono meglio di noi! Vedete un di Erode come venera la Madre di Lui?… E noi! Mi vergogno d’essere nazareno».
12Vi è un vero tumulto fra i due partiti. Vi è chi defeziona dal partito avverso per venire verso Alfeo e chiedere mille cose.
«Ma certo!», risponde Alfeo.
13«Ospiti della casa del Procuratore. Avete sentito che ha detto il suo intendente: “Il mio padrone ti supplica di onorare la sua casa”. Onorare, capite? Ed è il ricco e potente Cusa, e la moglie è una principessa regale. Onorare! E noi, ossia voi, l’avete preso a sassate. Vergogna!».
I nazareni non ribattono e Alfeo prende più vigore.
14«Già, avendo Lui, si ha tutto! E non serve appoggio d’uomo. Ma vi pare inutile avere ad amico Cusa? Vi pare propizio che egli ci disprezzi? É il Procuratore del Tetrarca, sapete? Dite niente! Fate, fate i samaritani col Cristo! Vi attirerete l’odio dei grandi. E allora… oh! allora vi voglio vedere! Senza aiuti dal Cielo e senza aiuti dalla Terra! Stolti! Cattivi! Miscredenti!»
15La grandine degli improperi e dei rimproveri continua, mentre i nazareni se ne vanno mogi come cani frustati. Alfeo resta solo come un arcangelo vindice sull’uscio di casa di Maria…
Lode al Fiore della stirpe regale.
16…È tarda sera quando per la splendida via lungo lago giunge, al trotto dei robusti cavalli, il carro di Gionata. I servi di Cusa, già di sentinella alla porta, danno il segnale ed accorrono con lampade, aumentando il chiarore che sparge la luna.
17Giovanna e Cusa accorrono. Anche Gesù appare sorridente, e dietro è il gruppo apostolico.
18Quando Maria scende, Giovanna si prostra fino a terra e saluta: «Lode al Fiore della stirpe regale. Lode e benedizione alla Madre del Verbo Salvatore»; e Cusa fa un inchino che più profondo non lo può fare neppure davanti ad Erode, e dice: «Sia benedetta quest’ora che a me ti conduce. Benedetta tu, Madre di Gesù».
19Maria risponde soave ed umile: «Benedetto il nostro Salvatore e benedetti i buoni che amano il Figlio mio».
20Entrano tutti in casa, accolti dai più vivi segni di ossequio. Giovanna tiene per mano Maria e le sorride dicendo: «Mi permetterai che io ti serva, non è vero?».
21«Non me. Lui, sempre Lui servi ed ama. E mi avrai già dato tutto. Il mondo non l’ama… È il mio dolore».
22«So. Perché questo disamore di una parte del mondo, mentre altri per Lui darebbero la vita?».
23«Perché Egli è il segno di contraddizione per molti. Perché Egli è il fuoco che depura il metallo. L’oro si monda. Le scorie cadono al fondo e sono gettate via. Mi fu detto fin da quando era piccino… E giorno per giorno la profezia si compie…».
24«Non piangere, Maria. Noi l’ameremo e lo difenderemo», conforta Giovanna.
25Ma Maria continua il suo pianto silenzioso, che solo Giovanna vede, nell’angolo semioscuro dove sono sedute.
Tutto ha fine.
4. Sul lago di Genezaret con
Giovanna di Cusa[6].
Chi ha fede nel Messia sarà sempre sollevato.
Primavera palestinese.
1Gesù è sul lago, sulla barca di Pietro, dietro altre due barche: una, la comune barca da pesca, gemella a quella di Pietro; l’altra, una barca snella, ricca, da diporto. É la barca di Giovanna di Cusa. Ma la padrona della stessa non è nella sua barca. É ai piedi di Gesù, nella rustica barca di Pietro.
2Direi che il caso li ha riuniti in qualche punto della sponda fiorita di Genezaret, bellissima in questa prima apparizione della primavera palestinese, che sparge le sue nuvole di mandorli in fiore e mette perle di futuri fiori sui peri e meli, melograni, cotogni, tutti, tutti gli alberi più ricchi e gentili nel fiore e nel frutto. Quando la barca rasenta una sponda al sole, già si svelano i milioni di bocci che gonfiano sui rami, in attesa di fiorire, mentre sfarfallano per l’aria quieta, fino a posarsi sulle onde chiare, i petali dei mandorli precoci. Le sponde, fra l’erba nuova che pare una seta di un verde lieto, sono costellate degli occhi d’oro dei ranuncoli, delle stelle raggiate delle margheritine, e presso a queste, rigidi sul loro stelo come piccole regine incoronate, sorridono lievi, placidi come indi di bambini, i miosotis sottili, azzurrini, gentili tanto, e pare dicano «sì, sì» al sole, al lago, alle erbe sorelle, che sono felici di fiorire e di fiorire sotto gli occhi ceruli del loro Signore.
3In questo inizio di primavera il lago non ha ancora quell’opulenza che lo farà un trionfo nei mesi successivi, non ha ancora quella pompa sontuosa, direi sensuale, dei mille e mille rosai rigidi o flessuosi che fanno ciuffo nei giardini o velo ai muri, dei mille e mille corimbi dei citisi e delle acacie, delle mille e mille schiere delle tuberose in fiore, delle mille e mille stelle cerate degli agrumi, di tutto questo fondersi di colori, di profumi violenti, molli, inebrianti, che fanno quadro e sprone alla smania umana di godere che profana, troppo profana quest’angolo di terra, così puro, che è il lago di Tiberiade, il luogo scelto dai secoli per essere teatro del più gran numero di prodigi del Signore Gesù nostro.
Giovanna legge il pensiero di Gesù.
4Giovanna guarda Gesù assorto nella grazia del suo lago galileo e il volto di lei sorride ripetendo come specchio fedele il sorriso di Lui. Nelle altre barche si parla. Qui vi è silenzio. Unico rumore, il rumore sordo dei piedi nudi di Pietro e Andrea, che regolano le manovre della barca, e il sospiro dell’acqua rotta dalla prua e sussurrante il suo dolore ai fianchi della nave per poi mutarsi in riso a poppa, quando la ferita si rimargina in una argentea scia che il sole accende come fosse di polvere diamantina.
5Infine Gesù lascia la sua contemplazione e volge lo sguardo sulla discepola. Le sorride. Le chiede: «Siamo quasi giunti, non è vero? E tu dirai che il tuo Maestro è un compagno molto poco amabile. Non ti ho detto una parola».
6«Ma io le ho lette sul tuo viso, Maestro, e ho sentito tutto quanto Tu dicevi a queste cose che ci stanno intorno».
7«Che dicevo, allora?».
«Amate, siate puri, siate buoni. Perché venite da Dio, e dalla sua mano nulla è uscito di malvagio e di impuro».
«Hai letto bene».
8«Ma, Signor mio, le erbe ancora lo faranno. E lo faranno gli animali. L’uomo… Perché non lo fa, egli, il più perfetto?».
«Perché il dente di Satana è solo entrato nell’uomo. Ha preteso demolire il Creatore nel suo prodigio più grande, più simile a Lui».
Le preoccupazioni di Giovanna.
9Giovanna china il capo e pensa. Pare una che tergiversi e soppesi due opposte volontà. Gesù la osserva. Infine alza la testa e dice: «Signore, sdegneresti avvicinare delle amiche mie, pagane? Tu sai… Cusa è della Corte. E il Tetrarca – e più ancora la vera padrona della Corte, Erodiade, alla cui volontà si piega ogni desiderio d’Erode, per… moda, per mostrarsi più fini degli altri palestinesi, per essere protetti da Roma adorando Roma e tutto ciò che è romano – amoreggia con i romani della casa proconsolare… e quasi ce li impone. In vero devo dire che non sono donne peggiori di noi. Anche fra noi, e su queste stesse rive, ve ne sono alcune scese bene in basso. E che possiamo parlare se non parliamo per Erodiade?… Quando persi la mia creatura e fui malata, furono molto buone con me che non le avevo cercate. E, dopo, l’amicizia è rimasta. Ma se Tu mi dici che è male, la sciolgo. No? Grazie, Signore. Ieri l’altro io ero da una di queste amiche. Visita di amicizia la mia, di dovere da parte di Cusa. Era ordine del Tetrarca che… vorrebbe tornare qui e che non si sente sicuro troppo e allora… annoda più interessati vincoli con Roma per avere tutelate le spalle. Anzi… ti prego… Tu sei parente del Battista. Non è vero? Digli allora di non fidarsi troppo. Non esca mai dai confini della Samaria. Ma anzi, se non ne ha sdegno, vi si infoschi per qualche tempo. La serpe si fa vicina all’agnello e l’agnello ha molto da temere. Di tutto. Stia sull’avviso, Maestro. E che non si sappia che io l’ho detto. Sarebbe la rovina di Cusa».
10«Sta’ tranquilla, Giovanna. Avvertirò il Battista con un mezzo che servirà senza far danno».
11«Grazie, Signore. Io ti voglio servire… ma non vorrei con questo nuocere al mio sposo. Anzi… io… non potrò sempre venire con Te. Delle volte dovrò rimanere, perché egli lo vuole, ed è giusto…».
12«Vi starai, Giovanna. Capisco tutto. Non dire di più, ché non necessita».
13«Però nelle ore per Te più pericolose mi vorrai vicina?».
«Sì, Giovanna. Certamente».
«Oh! questa cosa come mi pesava a doverla dire e a dirla! Ma ora sono sollevata…».
14«Se avrai fede in Me sarai sempre sollevata. Ma tu parlavi di una tua amica romana…».
Commenti su Gesù.
15«Sì. Ella è molto intima di Claudia e credo debba essere sua parente. E vorrebbe parlare con Te, per lo meno sentirti parlare. E non è sola. Ora poi che Tu hai guarito la bambina di Valeria, e la notizia è venuta rapida come il baleno, in loro è ancora più vivo il desiderio. Nel banchetto dell’altra sera vi erano molte voci in pro e in contro a Te. Perché erano presenti anche degli erodiani e dei sadducei… per quanto, a chiederlo loro, lo negherebbero… e c’erano anche donne… ricche e … e non oneste. C’era… mi spiace dirlo perché so che Tu sei amico del fratello… ma c’era Maria di Magdala col suo nuovo amico e un’altra donna, greca io credo, e licenziosa quanto lei. Sai… presso i pagani le donne sono a tavola con gli uomini e ciò è molto… molto… Che disagio! La gentilezza dell’amica mia mi ha scelto a compagno il mio stesso sposo e ciò mi ha sollevata molto.
16Ma le altre… oh! … Ebbene… si parlava di Te perché il miracolo su Faustina ha fatto rumore e se i romani ammiravano in Te il grande medico o mago – perdona, Signore – gli erodiani e i sadducei gettavano veleno sul tuo Nome, e Maria, oh! Maria! che orrore!… Ha principiato con lo scherno e poi… No, questo non te lo voglio dire. Ne ho pianto tutta la notte…».
17«Lasciala fare. Guarirà».
«Ma sta bene, sai?».
«Nella carne. Il resto è tutto intossicato. Guarirà».
18«Tu lo dici… Le romane, sai come sono… hanno detto: “Noi non temiamo stregonerie, né crediamo alle fole. Vogliamo giudicare da noi”; e dopo, a me, hanno detto: “Non potremmo sentirlo?”».
Un mondo da rifare.
19«Di’ loro che alla fine della luna di scebat Io sarò in casa tua».
«Lo dirò, Signore. Credi che verranno a Te?».
20«Vi è un mondo da rifare in loro. Prima occorre distruggere e poi edificare. Ma non è cosa impossibile. Giovanna, ecco la tua casa, col suo giardino. In essa lavora per il Maestro tuo, come ti ho detto. Addio, Giovanna. Il Signore sia con te. Ti benedico in suo nome».
La barca accosta. Giovanna prega: «Non vieni proprio?».
21«Non ora. Ho da risvegliare le fiamme. In pochi mesi di assenza si sono quasi spente. E il tempo vola».
22La barca si ferma al piccolo seno che penetra nel giardino di Cusa. Servi accorrono per aiutare la padrona a scendere. La barca padronale succede a quella di Pietro al pontile, dopo che Giovanni, Matteo, l’Iscariota e Filippo ne sono usciti salendo su quella di Pietro, che poi lenta si stacca e riprende il suo navigare verso la sponda opposta.
5. L’incontro con le romane nel giardino di Giovanna di Cusa[7].
L’incontro con le romane
nel giardino di Cusa.
1Gesù, con l’aiuto di un barcaiolo che lo ha accolto nella sua barchetta, sbarca sul pontile del giardino di Cusa. Già lo ha visto un giardiniere ed accorre ad aprirgli il cancello che intercetta agli estranei l’entrata nella proprietà dalla parte del lago, un alto e forte cancello che però si nasconde in una siepe foltissima e alta di lauri e bossi dalla parte esterna, verso il lago, e di rose di ogni colore dalla parte interna, verso la casa. Gli splendidi rosai infiorano le fronde bronzee dei lauri e dei bossi, si insinuano fra le ramaglie, fanno capolino dall’altro lato, oppure sormontano del tutto la verde barriera e fanno cadere le loro chiome fiorite al di là. Solo ad un punto, all’altezza di un viale, il cancello si mostra nudo, ed è lì che si apre per dare passaggio a chi viene dal lago e a chi va al lago.
2«La pace a questa casa e a te, Joanna. Dove è la tua padrona?».
«Là con le sue amiche. Ora la chiamo. Ti attendono da tre giorni per paura di giungere in ritardo».
3Gesù sorride. Il servo va di corsa a chiamare Giovanna. Intanto Gesù cammina lentamente verso il luogo accennato dal servo, ammirando lo splendido giardino, si potrebbe dire lo splendido roseto, che Cusa ha fatto costruire per la moglie. Rose di tutti i colori, grandezze e forme, in questo seno riparato di lago, ridono già, precoci e splendide. Vi sono anche altre piante da fiore. Ma sono ancora senza fioritura e la loro presenza è minima di fronte alla quantità dei roseti.
Giovanna di Cusa.
4Accorre Giovanna. Non ha neppure posato un cestello pieno a metà di rose, né le forbici che aveva per coglierle, e corre così, a braccia tese, snella e gentile nella ricca veste di sottile lana di un rosa tenuissimo, le cui increspature sono tenute in sesto da borchie e fibbie di filigrana d’argento su cui splendono pallide granate.
5Sui capelli neri e ondulati, un diadema a
foggia di mitra, pure in argento e granate, trattiene un velo di bisso leggerissimo, tinto pure in rosa,
che ricade all’indietro, lasciando scoperte le piccole orecchie appesantite da orecchini simili al
diadema e il volto ridente, il collo sottile sulla cui radice brilla una collana uguale nel lavoro al
resto degli ornamenti preziosi. Lascia cadere il suo cesto davanti ai piedi di Gesù e si inginocchia a
baciargli la veste, fra le rose sparse.
6«Pace a te, Giovanna. Sono venuto».
«Ed io sono felice. Esse pure sono venute. Oh! ora mi pare di avere fatto male a fare questo! Come farete ad intendervi? Sono affatto pagane!».
7Giovanna è un poco agitata. Gesù sorride, le pone la mano sul capo: «Non avere paura. Ci intenderemo benissimo. E tu hai fatto benissimo a “fare questo”. L’incontro sarà fiorito di bene come il tuo giardino di rose. Raccogli ora queste povere rose che hai lasciato cadere e andiamo dalle tue amiche».
8«Oh! di rose ce ne sono tante! Lo facevo per passare il tempo, e poi le amiche sono così… così… voluttuose… Amano i fiori come fossero… non so…».
9«Ma li amo Io pure! Vedi che abbiamo già trovato un argomento per intenderci fra Me e loro? Su! Raccogliamo queste splendide rose…» e Gesù si china per dare l’esempio.
« Non Tu ! Non Tu, Signore ! Se proprio vuoi, ecco… è fatto».
Le amiche romane.
10Camminano fino ad un chiosco che è fatto di un intreccio multicolore di rose. Dalla soglia occhieggiano tre romane: Plautina, Valeria e Lidia. La prima e l’ultima stanno in sospeso, ma Valeria corre fuori e si inchina dicendo: «Salve, Salvatore della mia piccola Fausta!»
11«Pace e luce a te e alle tue amiche».
Le amiche si inchinano senza parlare.
12Plautina la conosciamo di già. Alta, imponente, dagli splendidi occhi neri, un poco imperiosi, sotto la fronte liscia e bianchissima, naso diritto, perfetto, bocca un poco tumida ma ben fatta, mento rotondetto e marcato, mi ricorda certe bellissime statue di imperatrici romane. Pesanti anelli splendono sulle bellissime mani e larghi bracciali d’oro fasciano le braccia, veramente statuarie, al polso e oltre il gomito, che appare di un bianco rosato, liscio e perfetto, fuori dalla corta manica drappeggiata.
13Lidia invece è bionda, più sottile e più giovane. La sua non è la bellezza imponente di Plautina, ma ha tutta la grazia di una gioventù femminea ancora un poco acerba. E posto che siamo in tema pagano potrei dire che, se Plautina pare la statua di una imperatrice, Lidia potrebbe essere una Diana o una Ninfa di gentile e pudico aspetto.
14Valeria, ora che non è nella disperazione di quando la vedemmo a Cesarea, appare nella sua bellezza di giovane madre, dalle forme piene ma ancora molto giovanili, dall’occhio quieto della madre felice di nutrire e vedere crescere del suo latte il suo nato. Rosea e castana, ha un sorriso pacato ma tanto dolce. Ho l’impressione che siano dame di grado inferiore a Plautina, che anche con lo sguardo esse venerano come una regina.
Dialogo col Messia.
Utilità della Fede nella vita eterna.
15«Vi occupavate di fiori? Continuate, continuate. Potremo parlare anche mentre cogliete queste splendide opere del Creatore che sono i fiori e mentre le disponete con l’abilità di cui Roma è maestra in queste coppe preziose, per allungarne la vita, ahimè! troppo breve… Se noi ammiriamo questo boccio, che appena apre il riso dei suoi petali giallo rosa, come non possiamo rimpiangere di vederlo morire? Ma, oh! come sarebbero stupiti gli ebrei di sentirmi dire questa cosa! Ma è perché anche nella creatura floreale noi sentiamo un che, che ha vita. E di vederne la fine ci duole. Però la pianta è più saggia di noi. Sa che su ogni ferita di stelo tagliato nasce un nuovo virgulto che sarà la nuova rosa. Ed ecco allora che la nostra mente deve cogliere l’insegnamento e farsi, dell’amore un poco sensuale per il fiore, uno sprone a pensiero più alto».
16«Quale, Maestro?» interroga Plautina, che ascolta attenta e sedotta dal pensiero elegante del Maestro ebreo.
17«Questo. Che come la pianta non muore finché la sua radice è nutrita dal suolo, non muore per morire di steli, così l’umanità non muore per chiudersi al vivere terreno di un essere. Ma sempre nuovi fiori rampolla. E – pensiero ancor più alto, atto a farci benedire il Creatore – e mentre il fiore, morto che sia, più non rivive, e ciò è tristezza, l’uomo, addormentato che sia nel sonno ultimo, non è morto, ma vivo di una più fulgida vita, traendo con la sua parte migliore eterna vita e splendore dal Creatore che lo ha formato. Per questo, Valeria, se la tua bambina fosse morta tu non avresti perduto la sua carezza. Sulla tua anima sarebbe sempre venuto il bacio della tua creatura, separata ma non dimentica del tuo amore. Vedi come è dolce avere una fede nella vita eterna? Dove è ora la tua piccina?».
Gli amichetti di Gesù.
18«In quella cuna coperta. Non me ne ero mai separata avanti, perché l’amore per il marito e per la figlia erano i due scopi della mia vita. Ma ora che so cosa è vederla morire, non la lascio neppure per un attimo».
19Gesù si dirige ad un sedile su cui è posata una specie di cunella di legno, tutta coperta da una ricca coltre. La scopre e guarda la piccina dormiente che l’aria più viva sveglia dolcemente. I suoi occhietti si aprono stupiti e un sorriso d’angelo schiude la bocchina mentre le manine, prima chiuse a pugnello, si aprono avide di afferrare gli ondeggianti capelli di Gesù, mentre un cinguettio di passerotto segna il procedere di un discorso nel suo pensiero. Infine trilla la grande, universale parola: «Mamma!».
«Prendila, prendila» dice Gesù, che si scosta per lasciare che Valeria si curvi sulla cuna. «Ma ti darà noia!… Ora chiamerò una schiava e la farò portare per il giardino».
«Noia? Oh! no! Mai noia i bambini. Sono sempre miei amici».
20«Hai figli o nipoti, Maestro?» chiede Plautina, che osserva con che sorrisi Gesù stuzzica la piccola per farla ridere.
«Non ho né figli né nipoti. Ma amo i bambini come amo i fiori. Perché sono puri e senza malizia. Anzi, dammi, o donna, la tua piccina. Stringermi al cuore un piccolo angelo mi è tanto dolce».
21E si siede con la piccolina, che l’osserva e che gli spettina la barba e poi trova da fare meglio con le frange del mantello e il cordone della veste, ai quali dedica un lungo e misterioso discorso.
L’idolatria.
22Plautina dice: «La nostra amica buona e saggia, una delle poche che non si sdegni di noi e non si corrompa con noi, ti avrà detto che abbiamo avuto desiderio di vederti ed udirti per giudicarti per quello che sei. Perché Roma non crede alle fole… Perché sorridi, Maestro?».
«Dopo te lo dirò. Prosegui».
23«Perché Roma non crede alle fole e vuole giudicare con scienza e coscienza prima di condannare e di esaltare. Il tuo popolo ti esalta e ti calunnia con uguale misura. Le tue opere porterebbero a farti esaltare. Le parole di molti ebrei a crederti poco meno di un delinquente. Le tue parole sono solenni e sagge come quelle di un filosofo. Roma ha molto amore alle dottrine filosofiche e … devo dirlo, i nostri filosofi attuali non hanno una dottrina che soddisfi, anche perché non corrisponde ad essa la loro forma di vita».
24«Non possono avere una forma di vita corrispondente alla loro dottrina».
25«Perché sono pagani, non è vero?».
«No. Perché sono atei».
«Atei? Hanno i loro dèi».
26«Non hanno più neppure quelli, donna. Io ti ricordo gli antichi filosofi, i più grandi. Erano pagani essi pure, ma ciononostante guarda che elevatezza di vita fu la loro! Mescolata all’errore, perché l’uomo è portato ad errare. Ma quando furono davanti ai misteri più grandi: la vita e la morte; ma quando furono messi davanti al dilemma dell’onestà o della disonestà, della virtù o del vizio, della eroicità o della vigliaccheria, e pensarono che dal loro volgere al male sarebbe venuto male alla patria e ai cittadini, ecco allora che con volontà gigante gettarono lungi da loro le branche dei mali polipi, e liberi e santi seppero volere il Bene, a qualunque costo. Questo Bene che altri non è che Dio».
L’artefice di ogni bellezza.
Il Messia Figlio del Dio vero.
27«Tu sei Dio, si dice. E vero?».
«Io sono il Figlio del Dio vero, fatto Carne restando Dio».
28«Ma che è Dio? Il più grande dei maestri, se guardiamo Te».
«Dio è ben più di un maestro. Non avvilite l’idea sublime della Divinità ad una limitazione di sapienza».
29«La sapienza è una deità. Noi abbiamo Minerva. É la dea del sapere».
30«Avete anche Venere, dea del piacere. Potete ammettere che un dio, ossia uno superiore ai mortali, abbia, portata alla perfezione, tutto quanto è bruttura nei mortali? Potete pensare che uno che è eterno abbia in eterno le piccole, meschine, avvilenti delizie di chi ha un’ora di tempo? E che ne faccia scopo del suo vivere? Non pensate che lurido Cielo è quello che voi chiamate Olimpo e dove fermentano i più acri succhi dell’umanità? Se guardate il vostro Cielo, che vedete? Lussurie, delitti, odi, guerre, furti, crapule, tranelli, vendette. Se volete celebrare le feste dei vostri dèi, che fate? Orgie. Che culto date ad essi? Dove è la vera castità delle sacrate a Vesta? Su quale divino codice si appoggiano per giudicare i vostri pontefici? Quali parole possono leggere nel volo degli uccelli o dal rombo d’un tuono i vostri àuguri? E le sanguinanti viscere degli animali sacrificati che risposte possono dare ai vostri aruspici? Hai detto: “Roma non crede alle fole”. E allora perché crede che dodici poveri uomini, col far fare il giro dei campi ad un porco, una pecora e un toro, e coll’averli immolati, possano propiziarsi Cerere, se avete infinite deità, in odio l’una verso le altre, e di cui credete alle vendette? No. Ben altra cosa è Dio. Esso è eterno, unico e spirituale».
Il Dio vero.
31«Ma Tu dici essere Dio e sei carne».
32«Vi è un altare senza dio nella patria degli dèi. La saggezza umana lo ha dedicato al Dio ignoto. Perché i saggi, i veri filosofi hanno intuito esservi qualcosa oltre lo scenario stonato creato per quegli eterni bambini che sono gli uomini dagli spiriti avvolti nelle bende dell’errore. Se ora questi saggi – che hanno intuito esservi qualcosa oltre lo scenario bugiardo, qualcosa di veramente sublime e divino che ha fatto quanto è, e dal quale viene quanto di buono vi è nel mondo – hanno voluto un altare al Dio ignoto, che essi sentivano il vero Iddio, come potete voi dare nome di dèi a ciò che dio non è, e dire di sapere ciò che in realtà non sapete? Sappiate dunque cosa è Dio per poterlo conoscere ed onorare. Dio è Quello che dal suo pensiero ha fatto dal Nulla il Tutto. Vi può persuadere e soddisfare la favola dei sassi che si mutano in uomini? In verità vi sono uomini più duri e malvagi del sasso, e sassi vi sono che sono più utili dell’uomo. Ma non ti è più dolce, Valeria, guardando questa tua piccolina, pensare: “E una vivente volontà di Dio, da Lui creata e formata, da Lui dotata di una seconda vita che non muore, di modo che io l’avrò ancora, la mia piccola Fausta, e per l’eternità, se credo nel Dio vero”; anziché dire: “Queste carni di rosa, questi capelli più sottili di filo di ragno, queste pupille serene vengono da un sasso”? Oppure dire: “Io sono in tutto simile alla lupa o alla cavalla e brutalmente mi accoppio, brutalmente genero, brutalmente allevo, e questa figlia è frutto del mio istinto bruto, è un bruto pari a me, e domani, morta lei, morta io, saremo due carogne che si disciolgono in fetore e che mai più si rivedranno”? Dimmi! Il tuo cuore di madre che vorrebbe delle due ragioni?».
33«La seconda no certo, Signore! Se avessi saputo che Fausta non era cosa che per sempre poteva essere dissolta, il mio dolore, nella sua agonia, sarebbe stato meno spietato. Perché avrei detto: “Ho smarrito una perla. Ma essa vi è ancora. Ed io la ritroverò.»
L’Artefice di ogni bellezza.
34«Lo hai detto. Quando Io sono venuto verso di voi la vostra amica mi disse che si stupiva della vostra passione per i fiori. E temeva che ciò mi potesse urtare. Ma Io l’ho rassicurata dicendo: “Io pure li amo, e perciò ci intenderemo veramente bene”. Ma voglio portarvi ad amare i fiori così come porto Valeria ad amare la sua creatura di cui, sono certo, avrà più grande cura ora che sa che ha l’anima, che è particella di Dio chiusa nella carne fattale da lei, mamma; una particella che non muore, e che la mamma ritroverà nel Cielo, se crederà nel Dio vero. Così voi. Guardate questa splendida rosa. La porpora che orna la veste imperiale è meno splendida di questo petalo, che non solo è gioia degli occhi per il colore ma è gioia del tatto per la sua morbidezza e dell’olfatto per il suo profumo. E guardate questa ancora, e questa, e questa. La prima è sangue sgorgato da un cuore, la seconda è neve testé caduta, la terza è pallido oro, l’ultima sembra fatta con questa dolce faccia infantile che mi sorride in grembo. Ancora: la prima è rigida su un grosso stelo quasi senza spine, rossastro nel fogliame come fosse spruzzato di sangue, la seconda ha rari uncini di spine e opache e pallide foglie lungo lo stelo, la terza è flessuosa come giunco ed ha un fogliame piccolo e lucido come una verde cera, l’ultima pare precluda la via ad ogni assalto alla rosea corolla tanto si è cosparsa di spine. Sembra una lima dalle acutissime punte. Ora pensate. Chi ha fatto questo? Come? Quando? Dove? Che era questo luogo nella notte dei tempi?
35Nulla era. Era informe agitarsi di elementi. Uno, Dio, disse: “Voglio” e gli elementi si separarono riunendosi per famiglie. E un altro “voglio” tuonò, e si ordinarono l’uno nell’altro: l’acqua fra le terre; l’uno sull’altro: l’aria e la luce sul pianeta composto. Ancora un “voglio” e furono le piante. E poi furono le stelle, e poi gli animali, e poi l’uomo. E perché l’uomo avesse diletto, come splendidi balocchi al suo prediletto, Dio elargì i fiori, gli astri, e per ultimo gli donò la gioia di procreare non ciò che muore, ma ciò che sopravvive alla morte per il dono di Dio che è l’anima. Queste rose sono altrettante volontà del Padre. L’infinita sua potenza si esplica in infinità di bellezze.
Il più esperto dei papà.
36Mi è inceppato il dire perché urta contro il bronzo serrato della vostra credenza. Ma spero che, per essere il primo incontro, ci si sia già un poco intesi. L’anima vostra lavori su quanto ho detto. Avete domande da fare? Fatele. Sono qui per chiarirle. Non è vergogna l’ignoranza. È vergogna il persistere nell’ignoranza quando c’è chi è pronto a chiarire i dubbi».
37E Gesù, come fosse il più esperto dei papà, esce dal chiosco sorreggendo la piccolina che fa i primi passetti e che vuole andare verso uno zampillo che ondeggia al sole. Le dame restano dove sono parlottando fra loro. E Giovanna, combattuta fra due desideri, sta sulla soglia del chiosco…
38Infine Lidia si decide, e dietro lei le altre, e va da Gesù che ride perché la piccola vuole afferrare lo spettro solare dell’acqua e non stringe che luce e insiste, insiste con tutto un pigolio di pulcino sulle labbruzze di rosa.
L’anima e la divinità del Messia.
Natura dell’anima.
39«Maestro… io non ho capito perché Tu hai detto che i nostri maestri non possono avere forme di vita buona essendo atei. Credono ad un Olimpo. Ma credono…».
40«Non hanno più che l’esteriorità del credere. Finché hanno veramente creduto, come i veri saggi credettero a quell’Ignoto di cui ti ho detto, a quel Dio che soddisfaceva la loro anima anche se senza nome, anche inavvertitamente dal volere, finché hanno volto il loro pensiero a questo Ente, ben superiore, ben superiore ai poveri dèi pieni di umanità, e bassa umanità, che il paganesimo si è dati, hanno, necessariamente, specchiato un poco di Dio. L’anima è uno specchio che riflette e un’eco che riporta».
41«Cosa, Maestro?».
«Dio».
«È grande parola!».
«È grande verità».
42Valeria, che è sedotta dal pensiero della immortalità, chiede: «Maestro, spiegami dove è l’anima della mia bambina. Bacerò quel posto come un sacrario e l’adorerò, poiché è parte di Dio».
43«L’anima[8]! È come questa luce che la tua Faustina vuole stringere e non può perché è incorporea. Ma c’è. Io, tu, le tue amiche la vediamo. Ugualmente l’anima è visibile in tutto quanto differenzia l’uomo dal bruto[9]. Quando la tua piccina ti dirà i primi suoi pensieri, pensa che quell’intelligenza è la sua anima che si disvela. Quando ti amerà non con l’istinto ma con la ragione, pensa che quell’amore è la sua anima. Quando ti crescerà al fianco bella, non tanto di corpo ma di virtù, pensa che quella bellezza è la sua anima. E non adorare l’anima, ma Dio Creatore della stessa, Dio che di ogni anima buona si vuole fare un trono».
44«Ma dove è questa cosa incorporea e sublime: nel cuore? nel cervello?».
«È nel tutto che è l’uomo. Vi contiene ed è in voi contenuta. Quando vi lascia siete cadaveri. Quando viene uccisa, da un delitto di uomo a sé stesso, siete dannati, separati per sempre da Dio».
45«Tu dunque ammetti che il filosofo che ci disse “immortali” aveva ragione benché pagano?» chiede Plautina.
46«Non lo ammetto. Faccio di più. Dico che ciò è articolo di fede. L’immortalità dell’anima[10], ossia l’immortalità della parte superiore dell’uomo è il mistero più certo e più consolante del credere. È quello che ci assicura di dove veniamo, di dove andiamo, di chi siamo, e ci leva l’amaro di ogni separazione».
Il Messia è Dio.
47Plautina pensa profondamente. Gesù l’osserva e tace. Infine chiede: «E Tu l’hai l’anima?».
Gesù risponde: «Sicuramente».
48«Ma sei o non sei Dio?».
49«Sono Dio. Te l’ho detto. Ma ora ho preso natura di Uomo. E sai per quale motivo? Perché solo con questo mio sacrificio Io potevo risolvere i punti insuperabili alla vostra ragione, e dopo aver abbattuto l’errore, liberando il pensiero, potevo liberare anche l’anima da una schiavitù che per ora non ti posso spiegare. Perciò ho chiuso la Sapienza in un corpo, la Santità in un corpo. La Sapienza la spargo come seme sul terreno e polline ai venti, la Santità come da preziosa anfora infranta fluirà sul mondo nell’ora della Grazia e santificherà gli uomini. Allora il Dio ignoto sarà noto».
50«Ma Tu sei già noto. Chi pone in dubbio la tua potenza e la tua sapienza è malvagio o mentitore».
51«Noto sono. Ma questa non è che un’alba. Il meriggio sarà pieno della cognizione di Me».
52«Quale sarà il tuo meriggio? Un trionfo? Lo vedrò io?».
«In verità sarà un trionfo. E tu vi sarai. Perché in te è nausea di ciò che sai e appetito di ciò che ignori. La tua anima ha fame».
«È vero! Ho fame di verità».
53«Io sono la Verità».
«Concediti allora all’affamata».
«Non hai che venire alla mia mensa. La mia parola è pane di verità».
Nebbie inutili.
54«Ma che diranno i nostri dèi se li abbandoniamo? Non si vendicheranno su noi?» chiede Lidia, paurosa.
55«Donna, hai mai visto un mattino nebbioso? I prati si perdono sotto un vapore che li nasconde. Viene il sole e il vapore si dissolve, i prati splendono più belli. Così i vostri dèi, nebbia di povero pensiero umano che, ignorando Dio e avendo bisogno di credere, perché la fede è lo stato permanente e necessario dell’uomo, si è creato questo Olimpo, vera fola insussistente. Così i vostri dèi al sorgere del Sole, Iddio vero, nei vostri cuori, si dissolveranno senza poter nuocere. Perché essi non sono».
56«Bisognerà ascoltarti ancora… molto… Siamo assolutamente davanti all’ignoto. Tutto quanto Tu dici è nuovo».
57«Ma ti ripugna? Non lo puoi accettare?».
Plautina risponde sicura: «No. Mi sento più orgogliosa di quel minimo che ora so, e che Cesare non sa, che del mio nome».
58«E allora persevera. vi lascio con la mia pace».
«Ma come? Non resti, mio Signore?». Giovanna è desolata.
«Non resto. Ho molto da fare…».
59«Oh! che ti volevo dire la mia pena!».
Gesù, che si incammina, dopo l’ossequio delle romane, si volge e dice: «Vieni sino alla barca. Mi dirai il tuo affanno».
60E Giovanna va. E dice: «Cusa mi vuole mandare per qualche tempo a Gerusalemme, e io ne ho dolore. Lo fa perché non vuole che io sia più relegata, ora che sono sana…»
61«Anche tu ti crei nebbie inutili!». Gesù ha già un piede sulla barca. «Se pensassi che così potrai ospitarmi o seguirmi con più facilità, saresti contenta e diresti: “La Bontà ci ha pensato”».
«Oh!… è vero, mio Signore! Non avevo riflettuto».
62«Vedi dunque! Ubbidisci, da brava moglie. L’ubbidienza ti darà il premio di avermi per la prossima Pasqua e l’onore di aiutarmi ad evangelizzare le tue amiche. La pace sia sempre con te!»
La barca si stacca e tutto ha fine.
6. Un Eden di bellezza e di pace[11].
I roseti di Giovanna
1Lo Zelote si studia di distrarre i compagni per avere tempo di parlare loro in disparte e certo consigliarli ancora a tacere. Ho l’impressione che lo Zelote abbia molto questo ministero nel gruppo apostolico. È il moderatore, il conciliatore, il consigliere dei compagni, oltre che essere colui che capisce tanto bene il Maestro. Ora dice: «Siamo già nelle terre di Giovanna. Quel paese in quella cuna è Bètér. Quel palazzo su quella cima è il suo castello natale. Sentite nell’aria questo profumo? Sono i roseti che cominciano a profumare al sole del mattino. A sera è una potenza di fragranze. Ma ora è tanto bello vederli, in questa freschezza del mattino, ancora spolverati di rugiada come di milioni di diamanti gettati su milioni di corolle che si aprono. Quando cade il sole vengono colti tutti i fiori giunti a completo sboccio. Venite. Vi voglio mostrare da un poggetto la vista dei roseti che dalla cima traboccano come da una cascata giù per le balze dell’altro versante. Una cascata di fiori che poi torna a salire come un’onda su per altre due colline. Un anfiteatro, un lago di fiori. È splendido. La via è più ripida. Ma merita di farla perché da quello scrimolo si domina tutto questo paradiso. E giungeremo presto anche al castello. Giovanna vi vive libera, in mezzo ai suoi contadini, unica guardia a tanta dovizia. Ma essi amano tanto la loro padrona, che fa di queste valli un eden di bellezza e di pace, che valgono meglio di tutte le guardie di Erode. Ecco, guarda, Maestro. Guardate, amici» e col gesto indica un semicerchio di colli invasi dai roseti.
2Da ogni parte l’occhio si posi, vede sotto altissimi alberi, dalle funzioni di riparo ai venti, ai raggi troppo cocenti e alle grandinate, roseti e roseti. Il sole circola e l’aria anche, sotto a questo tetto leggero che fa velo ma non opprime, tenuto nelle dovute regole dai giardinieri, e sotto vivono felici i più bei roseti del mondo. Sono migliaia e migliaia di piante d’ogni specie di rose. Roseti nani, bassi, alti, altissimi. Messi a ciuffi come cuscini trapunti di fiori ai piedi degli alberi, sui prati di erba verdissima, o a siepi lungo i sentieri, a lato dei rivi, in cerchio intorno alle vasche di irrigazione, sparse per questo parco che comprende colline, oppure attorcigliati ai fusti degli alberi, colle capigliature fiorite gettate da tronco a tronco a fare festoni e ghirlande. Una cosa veramente di sogno. Tutte le grossezze, le sfumature sono presenti e si intrecciano mettendo i colori di avorio delle tee presso il sanguinante ardore di altre corolle, e regnando sovrane, per numero, le vere rose dal colore di guancia infantile che sfuma nei contorni nel bianco sfumato di rosa.
Bellezza che stupisce.
3«Ma che se ne fa di tutto questo?» chiede Filippo.
«Se lo gode» risponde Tommaso.
4«No. Ne trae anche essenze dando lavoro a centinaia di servi giardinieri e addetti agli strettoi delle essenze. I romani ne sono avidi. Gionata me lo diceva mostrandomi i conti dell’ultimo raccolto. Ma ecco là Maria d’Alfeo col bambino. Ci hanno visti e chiamano le altre…».
Le discepole
5Infatti ecco che Giovanna e le due Marie, precedute da Marziam che scende di corsa, a braccia già pronte all’abbraccio, verso Gesù e Pietro, vengono svelte e si prostrano davanti a Gesù.
6«La pace a voi tutte. Mia Madre dove è?».
«Fra i roseti, Maestro. Con Elisa. Oh! è ben guarita! Può affrontare il mondo e seguire Te. Grazie di avermi usata per questo».
7«Grazie a te, Giovanna. Vedi che era utile venire in Giudea?
Ultima festa dei Tabernacoli[12]
Con me ha pianto Giovanna che ti pare tanto serena…».
8«Perché, Madre?».
«Perché Cusa… Ha una condotta… inesplicabile. Un poco la seconda in tutto. Un poco la respinge in tutto. Se sono soli, dove nessuno li vede, è il marito esemplare di sempre. Ma se con lui sono altre persone, della Corte, è naturale, ecco allora che egli diviene autoritario e sprezzante per la mite sua sposa. Ella non capisce perché…».
9«Io te lo dico. Cusa è servo di Erode. Comprendimi, Madre. “Servo”. Io non lo dico a Giovanna per non darle dolore. Ma così è. Quando non teme biasimo e derisione sovrana, è il buon Cusa. Quando li può temere, non è più tale».
10«È perché Erode è molto irritato per Mannaen e…».
«È perché Erode è folle del rimorso tardivo di aver ceduto ad Erodiade. Ma Giovanna ha già tanto bene nella vita. Deve, sotto il diadema, portare il suo cilizio».
7. L’affidamento degli orfanelli Maria e Mattia a Giovanna di Cusa[13].
Affidamento degli orfanelli.
Tristezza novembrina.
1Il lago di Tiberiade è tutto una scaglia bigia. Pare mercurio appannato, così pesante come è nella calmeria che appena permette un accenno di flutto stanco, che non riesce a fare spuma, e si ferma e placa dopo aver accennato di muoversi, uniformandosi alle altre acque senza splendore sotto un cielo senza splendore.
2Pietro e Andrea intorno alla loro barca, Giacomo e Giovanni presso la loro, preparano sulla breve spiaggetta di Betsaida la partenza. Odore di erbe e di zolle sature d’acqua, lievi nebbie sulle distese erbose verso Corozim. Tristezza di novembre su tutte le cose.
Amore per i bambini
3Gesù esce dalla casa di Pietro avendo per mano i piccoli Mattia e Maria, che la mano di Porfirea ha ravviati con cura materna sostituendo la vesticciuola di Maria con una di Marziam. Ma Mattia è troppo piccino per godere la stessa grazia e trema ancora nella sua sbiadita tunichella di cotone, tanto che Porfirea, pietosa, torna in casa e ne esce con un pezzo di coperta e vi avvolge il bambino come se la coperta fosse un mantello. Gesù la ringrazia mentre ella si inginocchia nel commiato e si ritira dopo un ultimo bacio ai due orfanelli.
4«Pur di avere dei bambini, quella lì avrebbe preso anche questi», commenta Pietro, che ha osservato la scena e che a sua volta si china ad offrire ai due bambini un pezzo di pane cosparso di miele che teneva in serbo sotto un sedile della barca, cosa che fa ridere Andrea che dice: «E tu no, eh? Hai persino rubato il miele a tua moglie per dare un poco di gioia a questi due».
«Rubato! Rubato! É miele mio!».
5«Sì, ma la cognata mia ne è gelosa perché è di Marziam. E tu, che lo sai, sei penetrato scalzo come un ladro in cucina questa notte a prenderne quel tanto da preparare quel pane. Ti ho visto, fratello, e ho riso perché ti guardavi intorno come un bambino che teme gli schiaffi materni».
6«Brutto spione», ride Pietro abbracciando suo fratello, che a sua volta lo bacia dicendo: «Caro fratellone mio!».
7Gesù osserva e sorride apertamente, stando fra i due bambini che divorano il loro pane.
8Dall’interno di Betsaida giungono gli altri otto apostoli. Forse erano ospiti di Filippo e Bartolomeo.
Una bella vogata!
9«Svelti!», urla Pietro e prende in un unico abbraccio i due bambini per portarli nella barca senza che si bagnino i piedini nudi. «Non avete paura, vero?», chiede mentre guazza nell’acqua con le sue gambe corte e robuste, nudo come è fino ad un buon palmo sopra il ginocchio.
10«No, signore», dice la bambina, ma si stringe convulsamente al collo di Pietro chiudendo gli occhi quando questo la mette nella barca, che ondeggia sotto il peso di Gesù che vi monta a sua volta. Il bambino, più coraggioso, o più stupito, non parla neppure. Gesù si siede attirandosi a Sé i due piccini, ricoprendoli col mantellone che sembra un’ala stesa a proteggere due pulcini.
11Sei in una barca, sei nell’altra, sono tutti a bordo. Pietro leva l’asse di approdo e dà un potente colpo di mano per spingere la barca più in acqua e con un ultimo salto ne scavalca il bordo, imitato da Giacomo per la sua barca. L’atto di Pietro ha fatto molto ondulare la barca, e la piccola geme: «Mamma!», nascondendo il viso sul grembo di Gesù e abbrancandone i ginocchi. Ma ormai l’andare è dolce, sebbene sia faticoso per Pietro, Andrea e il garzone, che devono remare aiutati da Filippo che fa da quarto. La vela pende fiacca nella calmeria pesante e umida, e non serve. Devono lavorare di remi.
12«Una bella vogata!», urla Pietro a quelli della barca gemella, nella quale fa da quarto l’Iscariota con una voga perfetta che Pietro loda.
«Forza, Simone!», risponde Giacomo.
«Forza o ti vinceremo. Giuda è forte come un delle galere. Bravo Giuda!».
13«Sì. Ti faremo capo ciurma», conferma Pietro che voga per due. E ride dicendo: «Però a Simone di Giona non ce la fate a strappare il primato. A venti anni ero già capo remo nelle scommesse fra i vari paesi», e allegro dà la voga alla sua ciurma: «Oh!… issa! Oh!… issa!». Le voci vanno sul silenzio del lago deserto nell’ora mattutina.
Nostalgia della mamma.
14I bambini si rinfrancano. Sempre da sotto il mantello alzano le faccine smunte, una di qua, l’altra di là del Maestro, che li tiene abbracciati, e hanno una larva di sorriso. Si interessano al lavoro dei rematori. Si scambiano commenti.
«Pare di andare su un carro senza ruote», dice il bambino.
15«No. Su un carro sulle nuvole. Guarda! Pare di camminare sul cielo. Ecco, ecco che montiamo su una nuvola!», dice Maria vedendo che la barca immerge la punta in un luogo che rispecchia un nuvolone bambagioso. E ride lievemente. Ma il sole rompe la foschia e, per quanto sia un pallido sole di novembre, le nuvole si fanno d’oro e il lago le specchia brillando.
«Oh! bello! Ora andiamo sul fuoco. Oh! bello! bello!». Il bambino batte le mani.
16Ma la bambina tace, e poi scoppia in pianto. Tutti le chiedono perché quel pianto. Fra i singhiozzi spiega: «La mamma diceva una poesia, un salmo, non so, per tenerci buoni, perché noi potessimo pregare ancora con tanto dolore… e diceva quella poesia di un Paradiso che sarà come un lago di luce, di dolce fuoco dove non ci sarà che Dio e gioia e dove andranno tutti quelli che sono buoni… dopo che sarà venuto il Salvatore… Questo lago d’oro me lo ha fatto ricordare… La mia mamma!».
Sognanti la nuova mamma
17Piange anche Mattia. E tutti compiangono. Ma si alza, sul mormorio delle voci diverse e sul lamento degli orfanelli, la dolce voce di Gesù: «Non piangete. La vostra mamma vi ha condotti da Me ed è qui con noi mentre vi porto da una mamma senza bambini. Sarà così contenta di avere due buoni bambini al posto del suo, che è dove è la vostra mamma. Perché anche lei ha pianto, sapete? Le è morto il piccolino come a voi è morta la mamma…».
18«Oh! allora noi andiamo da lei e il suo bambino andrà dalla mamma nostra!», dice Maria.
«Proprio così. E sarete tutti felici».
19«Come è questa donna? Che fa? É contadina? Ha un buon padrone?». I piccoli si interessano.
«Non è contadina, ma ha un giardino pieno di rose ed è buona come un angelo. Ha un buon marito. Vi vorrà bene anche lui».
20 «Lo credi, Maestro?», chiede un po’ incredulo Matteo.
«Ne sono certo. E ve ne persuaderete. Tempo fa Cusa voleva Marziam per farne un cavaliere».
«Ah! questo poi no!», urla Pietro.
«Marziam sarà un cavaliere di Cristo. Questo solo, Simone. Sta’ quieto».
Il porticciuolo di Cusa
21Il lago si rifà bigio. Si alza un poco di vento che corruga il lago. La vela si tende, la barca fila vibrando. Ma i bambini sono così sognanti la nuova mamma che non sentono paura. Passa Magdala con le sue case bianche fra il verde. Passa la campagna fra Magdala e Tiberiade. Si mostrano le prime case di Tiberiade.
22«Dove, Maestro?».
«Al porticciolo di Cusa».
Pietro vira e dà ordini al garzone. La vela cade mentre la barca accosta al piccolo porto e poi vi si addentra, fermandosi contro il moletto, seguita dall’altra. Sono ferme l’una presso l’altra come due anitrelle stanche. Scendono tutti e Giovanni corre avanti a dar voce ai giardinieri.
23I piccoli si stringono intimoriti a Gesù, e Maria chiede in un sospiro, tirando la veste di Gesù: «Ma sarà proprio buona?».
Torna Giovanni: «Maestro, un servo sta aprendo il cancello. Giovanna è già alzata».
«Va bene. Attendete tutti qui. Vado avanti».
24E Gesù si avvia solo. Gli altri lo guardano andare facendo commenti più o meno favorevoli al passo che tenta Gesù. Non mancano dubbi né critiche. Ma dal luogo dove sono essi non vedono che l’accorrere di Cusa, che si inchina fino a terra sulla soglia del cancello e che poi si inoltra nel giardino alla sinistra di Gesù. Poi non si vede altro.
L’anima è serva di Dio solo.
25Ma io vedo. Vedo Gesù che procede lento a fianco di Cusa, che mostra tutta la sua gioia di averlo ospite: «Giovanna mia ne sarà molto felice. E io pure. Sta sempre meglio. Mi ha detto del viaggio. Che trionfi, mio Signore!».
26«Non te ne sei doluto?».
«Giovanna è felice. Io sono felice di vederla tale. Potevo non averla più da mesi, Signore».
«Potevi… E Io te l’ho restituita. Sappi esserne grato a Dio».
Cusa lo guarda interdetto… poi mormora: «Un rimprovero, Signore?».
«No. Un consiglio. Sii buono, Cusa».
«Maestro, sono servo di Erode…»
«Lo so. Ma la tua anima non è serva di nessuno che Dio non sia, se tu lo vuoi».
«È vero, Signore. Mi emenderò. Talora mi prende il rispetto umano…».
27«Lo avresti avuto lo scorso anno quando volevi salvare Giovanna?».
«Oh! no. A costo di perdere ogni onore mi sarei rivolto a chi avessi pensato che la potesse salvare».
«Fa’ ugualmente per la tua anima. É più preziosa ancora di Giovanna. Eccola che viene».
Affrettano il passo verso lei che corre per il viale incontro a loro.
28«Maestro mio! Non speravo rivederti così presto. Quale tua bontà ti conduce alla discepola tua?».
«Un bisogno, Giovanna».
«Un bisogno? Quale? Parla e se potremo ti aiuteremo», dicono i due sposi insieme.
29«Ho trovato ieri sera su una via deserta due poveri bambini… una fanciullina e un bambinello… Scalzi, laceri, affamati, soli… e li ho visti scacciare come fossero lupi da un uomo dal cuore di lupo. Erano morenti di fame… A quell’uomo Io ho dato benessere lo scorso anno. Ed egli ha negato un pane a due orfani. Perché orfani sono. Orfani e per le vie del mondo crudele. Quell’uomo avrà la sua punizione. Volete voi avere la mia benedizione? Io vi tendo la mano, Mendico d’amore, per gli orfani senza casa, senza vesti, senza cibo, senza amore. Volete voi aiutarmi?».
30«Ma, Maestro, lo chiedi? Di’ che vuoi, quanto vuoi; tutto di’!», dice Cusa impetuoso.
E Giovanna non parla, ma con le mani strette sul cuore, una lacrima sulle lunghe ciglia, un sorriso di desiderio sulle rosse labbra, attende e parla più che se parlasse.
Una mamma, un padre e una casa.
31Gesù la guarda e sorride: «Vorrei che quei bambini avessero una mamma, un padre, una casa. E che la mamma avesse nome Giovanna…».
32Non fa a tempo a finire perché il grido di Giovanna è come quello di uno liberato da una prigione, mentre lei si prostra a baciare i piedi del suo Signore.
33«E tu, Cusa, che ne dici? Accogli in mio nome questi miei diletti, cari, oh! molto più cari di gioielli al mio cuore?».
34«Maestro, dove sono? Conducimi da loro e sul mio onore io ti giuro che dal momento che poserò la mano sul loro capo innocente li amerò da vero padre in tuo nome».
34«Venite, allora. Io lo sapevo di non venire per nulla. Venite. Sono rozzi, spauriti, ma buoni. Fidatevi di Me che vedo i cuori ed il futuro. Essi daranno pace e unione alla vostra unione, non tanto ora ma in futuro. Nel loro amore vi ritroverete. I loro innocenti abbracci saranno la miglior calcina per la vostra casa di sposi. E il Cielo sarà su voi benigno, misericordioso sempre per questa vostra carità. Sono fuori del cancello. Veniamo da Betsaida…»
35Giovanna non ascolta altro. Corre avanti, presa dalla smania di accarezzare bambini. E lo fa cadendo a ginocchi per stringersi sul seno i due orfanelli baciandoli sulle gotine smunte, mentre essi guardano stupiti la bella signora dalle vesti ingioiellate. E guardano Cusa che li carezza e prende in braccio Mattia. E guardano lo splendido giardino e i servi che accorrono… E guardano la casa che apre i suoi vestiboli pieni di ricchezze a Gesù e ai suoi apostoli. E guardano Ester che li copre di baci.
36Il mondo dei sogni si è aperto ai piccoli sperduti…
37Gesù osserva e sorride…
8. L’incontro con la Madre e con le discepole[14].
Il carro delle donne.
24Camminano ancora qualche tempo, poi Pietro, che guarda indietro per la strada carovaniera sulla quale ormai sono, esclama: «Misericordiosa Provvidenza! Ma quello è il carro delle donne!».
25Tutti si volgono. É realmente il pesante carro di Giovanna che viene avanti al trotto di due robusti cavalli. Si fermano ad attenderlo. La coperta di cuoio tutta calata non permette di vedere chi è dentro ad esso. Ma Gesù fa cenno di fermare, e il conducente ha una esclamazione gioiosa quando vede Gesù, ritto sul bordo della strada a braccio alzato.
26Mentre l’uomo ferma i due cavalli che sbuffano, si affaccia dall’apertura della tenda il viso magro di Isacco: «Il Maestro!», grida.
27«Madre, sii lieta! É qui!».
28Voci di donne, trapestio di passi, avvengono nel carro, ma prima che una sola di loro scenda sono già balzati a terra Mannaen, Marziam e Isacco, che accorrono a venerare il Maestro.
29«Ancora qui, Mannaen?».
30«Fedele alla consegna. E ora più che mai perché le donne avevano paura… Ma… Ti abbiamo ubbidito perché si deve ubbidire, ma credi che non c’era nulla di preoccupante. So di certo che Pilato ha richiamato all’ordine i turbolenti, dicendo che chiunque creerà sedizioni in questi giorni di festa sarà punito duramente. Credo non estranea a questa protezione di Pilato la moglie, e soprattutto le dame amiche della moglie. A Corte si sa tutto e nulla. Ma si sa abbastanza…», e Mannaen si scansa per cedere il posto a Maria, che è scesa dal carro ed ha fatto i pochi metri di strada, tutta trepida e commossa.
Incontro con la madre.
31Si baciano mentre le discepole, tutte, venerano il Maestro. Non ci sono però né Maria né Marta di Lazzaro.
32Maria mormora: «Quanto affanno da quella sera! Figlio, come ti odiano tutti!», e delle lacrime scendono lungo le righe rosse che segnano sul viso il segno di molte altre, fatte in quei giorni.
33«Ma tu vedi che il Padre provvede. Non piangere, dunque! Io sfido tutto l’odio del mondo con coraggio. Ma una sola tua lacrima mi accascia. Suvvia, Madre santa!!», e tenendola abbracciata con un braccio a Sé si volge alle discepole per salutarle, ed ha particolari parole per Giovanna che è voluta tornare indietro per accompagnare Maria.
34«Oh! Maestro! Non è una fatica stare con tua Madre. Maria è trattenuta a Betania dalle sofferenze del fratello. Sono venuta io. Ho lasciato i bambini alla moglie del custode del palazzo, che è buona e materna. Ma già c’è anche Cusa che veglia, e pensa Tu se mancherà nulla al caro Mattia che mio marito predilige! Però anche Cusa mi ha detto che la partenza era inutile. La remora del Proconsole ha spezzato le unghie anche ad Erodiade. Egli poi, il Tetrarca, trema di paura e non ha che un pensiero: vegliare acciò che Erodiade non lo rovini agli occhi di Roma. La morte di Giovanni ha distrutto molte cose in favore di Erodiade. Ed Erode sente anche, e molto bene, che il popolo è in rivolta contro di lui per l’uccisione di Giovanni. La volpe intuisce che il peggior castigo sarebbe perdere la protezione astiosa e deridente di Roma. Il popolo lo assalirebbe subito. Perciò, oh! non dubitare! Non farà nulla di sua iniziativa!».
9. Presso il palazzo di Cusa[15].
1Giovedì avanti Pasqua a Gerusalemme dopo l’incontro con Annalisa, la prima vergine consacrata al Messia se dirige al Tempio passando davanti all’Antonia. Insospettiti per la tensione del momento i discepoli si interrogano il perché.
Levare dal cuore ogni miseria per essere sapiente.
2«Perché entriamo di qui, Signore? Non era meglio entrare dall’altra parte?», chiede Giacomo di Zebedeo.
«Perché, passando di qui, passiamo davanti all’Antonia».
«E Tu speri… Sta’ attento, Maestro!… Il Sinedrio ti spia», dice Tommaso.
3«Come lo sai?», gli chiede Bartolomeo.
«Basta riflettere all’interessamento dei farisei per capire. Mi dite che con mille scuse vengono continuamente ad osservare ciò che facciamo!… Per che scopo, se non per trovare in colpa il Maestro?».
4«Hai ragione. Non passiamo allora dall’Antonia, Maestro. Se i romani non ti vedono, tanto di meglio».
5«E in questa ragione non tanto premura per Me quanto schifo per essi è contenuto, non è vero, Bartolmai? Come saresti sapiente se levassi dal tuo cuore queste miserie!», risponde Gesù, che procede però per la sua via senza ascoltare nessuno.
6Per andare all’Antonia devono passare per il Sisto, dove è il palazzo di Giovanna e quello di Erode, poco lontano l’uno dall’altro.
Cusa offre la sua casa per il convito di Gesù.
7E Gionata è sulla porta del palazzo di Cusa e, non appena vede Gesù, dà la voce a quelli di casa. Esce subito Cusa e si inchina. Lo segue Giovanna, già pronta per unirsi al gruppo delle discepole.
8Cusa parla: «Ho udito che oggi sei da Giovanna. Concedi al tuo servo di averti ospite in un convito».
9«Sì. Ma purché tu mi conceda di fare, di esso, convito di carità per i poveri e gli infelici».
«Come credi, Signore. Ordina e farò ciò che Tu vuoi».
«Grazie. La pace sia con te, Cusa».
10Giovanna chiede: «Hai ordini per Gionata? Egli è a tua disposizione».
«Li darò dopo essere stato al Tempio. Andiamo, perché siamo attesi».
Passano dopo poco presso il bello e crudele palazzo di Erode. Ma è chiuso come fosse senza abitanti. Passano presso l’Antonia. I militi osservano il piccolo corteo del Nazareno.
10. Giovedì avanti Pasqua. Al convito dei poveri nel palazzo di Cusa[16].
Nel palazzo di Cusa.
Un palazzo principesco.
1«La pace sia a questa casa e su tutti i presenti», saluta Gesù entrando nell’ampio vestibolo molto fastoso, tutto illuminato nonostante sia giorno. Né sono superflue le lampade. Perché, se è vero che è giorno, è anche vero che fuori il sole è abbacinante nelle vie e sulle facciate bianche di calcina, mentre qui, nell’ampio ma soprattutto lungo corridoio vestibolo, che deve tagliare tutta la casa, dal portone massiccio al giardino il cui verde pieno di sole appare là in fondo – e pare lontano per un giuoco di prospettiva – vi deve essere abitualmente una penombra che è ombra del tutto per chi viene da fuori, con gli occhi abbacinati dal gran sole.
2Perciò Cusa ha provveduto acciò le ampie e numerose padelle di rame sbalzato, infisse a distanze regolari sulle due pareti del vestibolo, siano tutte accese, e così pure il lampadario centrale, un’ampia conca di alabastro rosa con incastrati, nella levità carnea dell’alabastro, dei diaspri e altre scaglie preziose e multicolori che, per la luce accesa nell’interno, splendono come tante stelle, gettando arcobaleni sulle pareti tinte in azzurro cupo, sui volti, sul pavimento di marmo cipollino. E sembra che minute stelle si posino sulle pareti, sui volti, sul suolo, minute e mobili stelline multicolori, perché il lampadario ondeggia lievemente per la corrente d’aria che percorre il vestibolo, e perciò lo sfaccettìo delle scaglie preziose si sposta di continuo.
3«La pace a questa casa», ripete Gesù inoltrandosi, mentre senza sosta benedice i servi curvi fino a terra, gli ospiti stupiti di essere lì raccolti, a contatto con il Rabbi, in un palazzo principesco…
Pagina del Vangelo tradotta in azione.
4Gli ospiti! Il pensiero di Gesù si delinea chiaramente. Il convito d’amore che ha voluto in casa della buona discepola è una pagina del Vangelo tradotta in azione. Sono mendicanti, storpi, ciechi, orfani, vecchi, giovani vedove con i piccoli attaccati alle vesti o succhianti lo scarso latte della madre denutrita. La ricchezza di Giovanna ha già provveduto a sostituire le vesti cenciose con vesti modeste ma pulite e nuove. Ma se le chiome ravviate, in provvidenziale misura di pulizia, e se le vesti monde dànno a questi infelici, che i servi allineano o sorreggono per portarli al posto, un aspetto meno miserabile certo di quello che avevano quando Giovanna li mandò a raccogliere negli angiporti, ai crocicchi, sulle carraie che conducono a Gerusalemme, là dove la loro miseria si celava vergognosa oppure si esponeva per avere elemosina, in compenso restano visibili gli stenti sui volti, le infermità nelle membra, le sventure, le solitudini negli sguardi…
5Gesù passa e benedice. Ogni infelice riceve la sua benedizione e, se la destra è alzata a benedire, la sinistra si abbassa ad accarezzare tremule e canute teste di vegliardi o innocenti testoline di bimbi. Percorre così in su e in giù il vestibolo, per benedire tutti, anche quelli che entrano mentre Egli già benedice e, ancora cenciosi, si nascondono con timore e soggezione in un angolo finché i servi, con atti gentili, li portano altrove per essere, come coloro che li hanno preceduti, lavati e vestiti di vesti monde.
La vedova che aveva fiducia nel Signore.
6Passa una giovane vedova con la sua chiocciata di bambini… Che miseria! Il più piccolo nudo affatto, stretto nello stracciato velo della madre… i più grandicelli con appena quel tanto da salvare la decenza. Solo il maggiore, un allampanato fanciullo, ha un abito che può dirsi tale, ma in compenso è scalzo. Gesù osserva e chiama la donna dicendo: «Da dove vieni?».
7«Dal piano di Saron, Signore. Levi mi è divenuto maggiorenne… E l’ho dovuto accompagnare al Tempio… io… posto che non ha più padre», e la donna piange senza rumore, il pianto muto di chi ha troppo pianto.
8«Quando ti è morto l’uomo?».
«Fu un anno a scebat. Ero incinta di due lune…», e inghiotte i singhiozzi per non turbare, curvandosi tutta sul piccolino.
9«Il pargolo ha dunque otto mesi?».
«Sì, Signore».
10«Che faceva tuo marito?». La donna mormora così piano che Gesù non capisce. Si curva per sentire dicendo: «Ripeti senza timore».
«Faceva il fabbro in una mascalcia… Ma fu malato molto… perché aveva ferite che marcivano». E termina pianissimo: «Era un soldato di Roma».
11«Ma tu sei d’Israele?».
«Sì, Signore. Non mi scacciare per immonda come fecero i miei fratelli quando sono andata ad implorare pietà dopo la morte di Cornelio…».
12«Non avere paure di tal genere! Che fai ora di lavoro?».
«La serva, se mi vogliono, la spigolatrice, la follatrice di panni, batto la canapa… di tutto… per sfamare questi. Levi ora farà il contadino… se lo vorranno, perché… bastardo nella razza».
13«Confida nel Signore!».
«Non avessi confidato, mi sarei uccisa con tutti loro, Signore».
«Va’, donna. Ci vedremo ancora», e la congeda.
Le discepole incontro a Gesù.
La discepola dell’ubbidienza ilare.
14Giovanna intanto è accorsa e sta in ginocchio in attesa che il Maestro la veda. Egli si volge, infatti, e la vede.
«Pace a te, Giovanna. Mi hai ubbidito a perfezione».
15«Ubbidirti è la mia gioia. Ma non sono stata la sola a procurarti “la corte” come Tu volevi. Cusa mi ha aiutata in ogni maniera, e Marta e Maria anche. Ed Elisa con loro. Chi mandando i servi loro a prendere ciò che occorreva e ad aiutare i servi miei a radunare gli ospiti, chi aiutando le ancelle e i servi dei bagni a rendere mondi i “beneamati”, come Tu li chiami. Ora, con tua licenza, darò a tutti un po’ di cibo, perché non siano esausti in attesa delle mense».
16«Fa’, fa’ pure. Dove sono le discepole?».
«Sulla terrazza superiore dove faccio preparare le mense. Ho pensato giusto?».
«Sì, Giovanna. Lassù staranno quieti, e noi con loro».
La discepola dell’anima pietosa.
17«Sì, ho pensato io pure così. D’altronde in nessuna sala avrei potuto allestire per così tanti… E non volevo fare separazioni per non creare gelosie e dolore. Gli infelici hanno una sensibilità così acuta, una dolorabilità, anzi!… Sono tutti una ferita, e basta uno sguardo a farli soffrire».
18«Sì, Giovanna. Tu hai l’anima pietosa e comprendi. Dio ti dia bene per la tua pietà. Ci sono molte discepole?».
«Oh! Tutte quelle presenti in Gerusalemme!… Ma… Signore… io forse ho peccato… Vorrei dirti una cosa in segreto».
19«Conducimi in luogo solitario».
Vanno loro due soli in una stanza che, per i balocchi sparsi dovunque, si intuisce luogo di giuochi di Maria e Mattia.
20«Ebbene, Giovanna?».
«O mio Signore, io certo sono stata imprudente… Ma mi è venuto così spontaneo l’atto, così impetuoso! Cusa me ne ha rimproverata. Ma ormai… Al Tempio venne uno schiavo di Plautina con una tavoletta. Ella e le compagne chiedevano se era possibile vederti. Ho risposto: “Sì. Nel pomeriggio a casa mia”. E verranno… Ho fatto male? Oh! non per Te!… Ma per gli altri, per quelli che sono tutti Israele… e non sono amore come Te. Se ho mancato, provvederò a riparare… Ma desidero tanto che il mondo, tutto il mondo, ti ami, che… che non ho riflettuto che nel mondo Tu solo sei Perfezione e troppo pochi cercano di assomigliarti».
21«Hai fatto bene. Oggi Io predico a voi tutti con le opere. E la presenza dei gentili fra i credenti in Gesù Salvatore sarà una delle cose da farsi in futuro dai miei credenti. I bambini dove sono?».
22«Da per tutto, Signore», sorride Giovanna tranquillizzata, e termina: «La festa li esalta e corrono qua e là come uccellini felici».
23Gesù la lascia, torna nel vestibolo, fa un cenno agli uomini che erano con Lui, e si avvia verso il giardino per poi salire alla vasta terrazza. Una lieta operosità empie la casa dalle cantine al tetto. Chi va, chi viene con cibi e suppellettili, con fasci di vesti, con sedili, accompagnando ospiti, rispondendo a chi interroga, tutti con letizia e amore.
24Gionata, solenne nella sua funzione di intendente, dirige, sorveglia, consiglia instancabile.
La vecchia Ester.
25La vecchia Ester; felice di vedere Giovanna così animata e prospera, ride in mezzo ad un cerchio di poveri bambini, ai quali distribuisce focacce mentre narra novelle meravigliose.
26Gesù si ferma un momento ad ascoltare la conclusione splendida di una di esse, in cui è detto che «alla buona Alba di maggio, che mai si ribellava al Signore per i dolori che erano venuti alla sua casa, Dio concesse molti aiuti, per cui Alba di maggio fu salvezza e bene anche dei fratellini suoi. Gli angeli empivano la piccola madia, finivano il lavoro sul telaio per aiutare la buona fanciulla dicendo: “É nostra sorella perché ama il Signore e il suo prossimo. Va aiutata da noi».
27«Dio ti benedica, Ester! Quasi mi fermo Io pure ad ascoltare le tue parabole! Mi vuoi?», dice Gesù sorridendo.
«Oh! mio Signore! Io devo ascoltare Te! Ma per i piccoli basto anche io, povera vecchia stolta!».
28«La tua anima giusta serve anche agli adulti. Continua, continua, Ester…», e le sorride andandosene.
29Per il vasto giardino ormai sono sparsi gli ospiti e consumano il loro primo spuntino guardandosi intorno e guardandosi l’un l’altro con stupefazione. Parlano scambiandosi commenti sulla insperata fortuna. Ma vedendo passare Gesù si alzano, solo che possano farlo, e si curvano adorando.
30«Mangiate, mangiate. State in libertà e benedite il Signore», dice Gesù passando, diretto alle stanze dei giardinieri, dalle quali ha inizio la scala che per un’aerea rampa conduce alla vasta terrazza.
La splendida e serena Maddalena.
31«Oh! Rabbonì mio!», grida la Maddalena che corre fuori da una stanza con le braccia cariche di fasce e camiciole per i pargoli. E la sua voce vellutata d’organo d’oro empie il viale ombroso sotto cui sono festoni di rose.
32«Maria, Dio sia con te. Dove vai così di fretta?».
«Oh! ho dieci pargoli da vestire! Li ho lavati e ora li vesto, e poi te li porterò, freschi come fiori. Fuggo, Maestro, perché… li senti? sembrano dieci agnellini belanti…», e corre via ridendo, splendida e serena nella sua semplice e signorile veste di candido lino, stretta alla vita da una cintura sottile d’argento, coi capelli stretti in un semplice nodo sulla nuca, sorretti da un nastro bianco che si annoda alla fronte.
33«Come è diversa da quella che era sul monte delle Beatitudini!», esclama Simone Zelote.
Grande giorno per quattro vergini.
34Nella prima rampa di scale incrociano la figlia di Giairo e Annalia, che scendono così svelte che sembra che volino.
«Maestro!», «Signore!», esclamano.
«Dio sia con voi. Dove andate?».
«A prendere tovaglie. Ci manda l’ancella di Giovanna. Parli, Maestro?».
«Certamente!».
«Oh! allora corri, Mirjam! Facciamo presto!», dice Annalia.
35«Avete tutto il tempo di fare ciò che dovete. Attendo altre persone. Ma da quando, fanciulla, ti chiami Mirjam?», dice guardando la figlia di Giairo.
«Da oggi. Da ora. Me lo ha dato tua Madre il nome. Perché… vero, Annalia? Oggi è un grande giorno per quattro vergini…».
«Oh! sì. Lo diremo al Signore o lasciamo a Maria di dirlo?».
36«A Maria, a Maria. Va’, va’, Signore. La Madre ti parlerà», e corrono via leggere, nel primo fiorire della gioventù, umane nelle belle forme, angeliche nello sguardo radioso…
Elisa di Betsur.
37Sono alla terza rampa quando incrociano Elisa di Betsur, che scende gravemente insieme alla moglie di Filippo.
«Ah! Signore!», grida quest’ultima. «A chi togli, a chi dai… Ma che Tu sia benedetto lo stesso!».
38«Di che parli, donna?».
«Ora lo saprai… Che pena e che gloria, Signore! Tu mi mutili e mi incoroni».
39Filippo, che è vicino a Gesù, dice: «Che dici? Di che parli? Tu mi sei moglie e ciò che ti avviene mi tocca…».
«Oh! lo saprai, Filippo. Va’, va’ col Maestro».
40Gesù intanto chiede a Elisa se è ben guarita. E la donna, alla quale il grande dolore dei tempi passati ha dato una maestà di regina dolente, dice: «Sì, mio Signore. Ma soffrire con la pace nel cuore non è spasimo. Ed io ora ho la pace in cuore».
«E presto avrai più ancora».
«Che, Signore?».
«Va’ e torna, e lo saprai».
Le discepole incontro a Gesù.
41«C’è Gesù! C’è Gesù!», trillano i due bambini che hanno il visetto appoggiato contro la rabescata ringhiera, che limita la terrazza dai due lati che guardano sul giardino, e dalla quale scendono rami in fiore di rose e gelsomini, perché il terrazzo è un vasto giardino pensile sul quale, in quest’ora di sole, è steso un velano multicolore. Tutte le persone che si agitano in preparativi sulla terrazza si volgono al grido di Maria e Mattia e, lasciando in tronco ciò che facevano, vengono incontro a Gesù, alle cui ginocchia già sono avviticchiati i due fanciulli.
42Gesù saluta le donne; numerose, che si affollano. Fra le vere e proprie discepole o mogli, figlie, sorelle di apostoli e discepoli, sono mescolate altre meno note, meno intime, quali la moglie del cugino Simone, le madri degli asinai di Nazareth, la madre di Abele di Betlemme di Galilea, Anna di Giuda (casa presso il lago Meron), Maria di Simone madre di Giuda di Keriot, Noemi di Efeso, Sara e Marcella da Betania (Sara è la donna che Gesù guarì sul monte delle Beatitudini e mandò da Lazzaro col vecchio Ismaele. Ora sembra ancella di Maria di Lazzaro); poi la madre di Jaia, la madre di Filippo d’Arbela, Dorca la giovane madre di Cesarea di Filippo e sua suocera, la madre di Annalia, Maria di Bozra la miracolata di lebbra venuta col marito a Gerusalemme, e altre, altre, non nuove allo sguardo ma non menzionabili dalla mente con nome proprio.
43Gesù si inoltra sulla vasta terrazza rettangolare, che da un lato si affaccia sul Sisto, e va a mettersi presso la stanza che è sbocco alla scala interna, credo, e che è simile ad un cubo basso messo nell’angolo settentrionale della terrazza. Gerusalemme si mostra tutta, e con essa i suoi immediati dintorni. Una vista stupenda. Tutte le discepole, tutte le donne anzi, lasciano di occuparsi delle mense per stringersi intorno a Lui. I servi proseguono il loro lavoro.
Le vergini cristiane.
Le primizie per Gesù.
44Maria è presso al Figlio. Nella luce dorata che filtra dal grande velano steso su buona parte della terrazza, e che poi diviene luce delicatamente smeraldina là dove, per giungere ai visi, deve filtrare da un intrico di gelsomini e rosai messi a fare pergola, Ella pare ancor più giovane e snella; una sorella delle più giovani discepole, appena di poco maggiore, e bella, bella come la più splendida delle rose fiorite nel giardino pensile, nelle capaci vasche messe tutt’intorno ad esso a contenere rosai, gelsomini, mughetti, gigli e altre piante gentili.
45«Madre, mia moglie ha parlato in un certo modo… Che è avvenuto perché mia moglie possa dirsi mutilata e incoronata insieme?», chiede Filippo che brucia nella voglia di sapere.
46Maria sorride dolcemente mentre lo guarda e, Lei così restia a confidenze, gli prende la mano dicendo: «Saresti capace tu di dare al mio Gesù la cosa a te più cara? Veramente dovresti… perché Egli a te dà il Cielo e la via per andarvi».
«Ma certo, Madre, che saprei… specie se ciò che darei avesse potere di farlo felice».
47«Lo ha. Filippo, anche la tua altra figlia si consacra al Signore. Lo ha detto poco fa a me e alla madre, alla presenza di molte discepole…»
48«Tu!? Tu?!», chiede Filippo sbalordito, puntando l’indice sulla gentile fanciulla che si stringe a Maria quasi per esserne protetta. L’apostolo inghiotte male questo secondo colpo che lo priva per sempre da speranza di nipoti. Si asciuga il sudore improvviso che la notizia gli ha dato… gira lo sguardo sui volti che gli sono intorno. Lotta… Soffre. La figlia geme: «Padre… il tuo perdono… e la tua benedizione…», e gli scivola ai piedi. Filippo la carezza macchinalmente sui capelli castani e si schiarisce la gola stretta in un nodo. Infine parla: «Si perdonano i figli che peccano… Tu non pecchi consacrandoti al Maestro… e… e… e il tuo povero padre non può che dirti… che dirti: “che tu sia benedetta”… Ah! figlia! figlia mia… Come è soave e tremendo il volere di Dio!», e si china, la alza, l’abbraccia, la bacia sulla fronte, sui capelli, piangendo… e poi, tenendola ancora fra le braccia, va verso Gesù e gli dice: «Ecco. Io l’ho generata, ma Tu sei il suo Dio… Il tuo diritto è più del mio… Grazie… grazie, Signore, della… della gioia che…»; non può più proseguire. Cade a ginocchi ai piedi di Gesù e si curva a baciarne i piedi gemendo: «Mai, mai più nipoti!… Il mio sogno!… Il sorriso della mia vecchiaia!… Perdona questo pianto, mio Signore… Sono un povero uomo…».
Uffici e glorie delle vergini cristiane.
49«Alzati, amico mio. E sii lieto di dare le primizie alle aiuole angeliche. Vieni. Vieni qui fra Me e mia Madre. Sentiamo da Lei come avvenne la cosa, perché, te lo assicuro, per la mia parte Io non ne ho né colpa né merito».
50Maria spiega: «Poco so io pure. Parlavamo fra noi donne e, come spesso avviene, mi interrogavano sul mio voto verginale. Mi interrogavano ancora sul come saranno le vergini future, quali uffici, quali glorie prevedevo per esse. Io rispondevo come so… E per il futuro prevedevo per esse vita di orazione e di consolazione alle sofferenze che il mondo darà a Gesù mio. Dicevo: “Saranno le vergini quelle che sostengono gli apostoli, quelle che laveranno il mondo insozzato vestendolo della loro purezza, di essa profumandolo, saranno gli angeli che canteranno le laudi per coprire le bestemmie. E Gesù ne sarà felice, e grazie darà al mondo, e darà misericordia per queste agnelle sparse fra i lupi…”, e altre cose dicevo. Fu allora che la figlia di Giairo mi disse: “Dammi un nome, o Madre, per il mio futuro di vergine, perché io non posso concedere che un uomo goda il corpo che fu rianimato da Gesù. Di Lui solo è questo mio corpo fino a che sarà la carne del sepolcro e l’anima del Cielo”; e Annalia disse: “Io pure così ho sentito di fare. E oggi sono più allegra di rondine perché ogni legame è spezzato”. E fu anche allora che tua figlia, o Filippo, disse: “Anche io sarò come voi. Vergine in eterno!”. La madre, ecco che viene, le fece considerare che così non si può prendere tanta decisione. Ma ella non mutò parere. E a chi le chiedeva se era antico pensiero diceva “no”, e a chi le chiedeva come le era venuto diceva: “Non so. Come una freccia di luce mi ha squarciato il cuore e ho capito di che amore amo Gesù”».
51La moglie di Filippo chiede al marito: «Udisti?».
«Sì, donna. La carne geme… e dovrebbe cantare perché è la sua glorificazione questa. Essa, la nostra pesante carne, ha generato due angeli. Non piangere, donna. Tu l’hai detto avanti: Egli ti ha incoronata… La regina non piange quando riceve il serto…»
“Ogni stato è buono se in esso si serve il Signore”.
52Ma piange anche Filippo, e piangono in molti, sia uomini che donne, ora che tutti sono raccolti quassù. Maria di Simone piange a dirotto in un angolo… Maria di Magdala piange in un altro, tormentando il lino della sua veste alla quale strappa macchinalmente i fili della bordura che l’orna. Anastasica lacrima tentando celare con la mano il volto lacrimoso.
53«Perché piangete?», chiede Gesù.
Nessuno risponde. Gesù chiama Anastasica e l’interroga di nuovo, e lei: «Perché, Signore, per una gioia nauseabonda, avuta per una notte sola, ho perduto d’essere una tua vergine».
54«Ogni stato è buono, se in esso si serve il Signore. Nella Chiesa futura occorreranno vergini e matrone. Tutte utili al trionfo del Regno di Dio nel mondo e al lavoro dei fratelli sacerdoti. Elisa di Betsur; vieni qua. Consola questa quasi fanciulla…».
“Procedete nella via del Signore”.
55E mette di sua mano Anastasica fra le braccia di Elisa. Le osserva mentre Elisa la carezza e l’altra si abbandona fra quelle braccia di madre, e poi chiede: «Elisa, conosci la sua storia?».
«Sì, Signore. E mi fa tanta pena, povera colomba senza nido».
56«Elisa, ami tu questa sorella?».
«Amarla? Tanto. Ma non come sorella. Ella mi può essere figlia. E ora che la tengo fra le braccia mi pare di tornare ad essere la madre felice del tempo passato. A chi affiderai questa dolce gazzella?».
37«A te, Elisa».
«A me?». La donna slega il cerchio delle braccia per guardare il Signore, incredula…
«A te. Non la vuoi?».
38«Oh! Signore! Signore! Signore!» … Elisa in ginocchio striscia da Gesù e non sa, non sa come, cosa dire, cosa fare per esprimere la sua gioia.
39«Alzati e siile santamente madre, ed ella ti sia santamente figlia, e ambedue procedete nella via del Signore. Maria di Lazzaro, perché piangi, tu, tanto ilare poc’anzi? Dove sono i dieci fiori che mi volevi portare? …».
Il perdono di Gesù e penitenza ridanno la verginità.
39«Dormono sazi nel nitore, Maestro… E io piango perché mai più avrò il nitore delle vergini, e l’anima mia sempre piangerà, mai sazia perché… perché ho peccato…».
40«Il mio perdono e il pianto tuo ti fanno più monda di essi. Vieni qui. Non piangere più. Lascia il pianto a chi ha da vergognarsi di qualcosa. Su. Va’ a prendere i tuoi fiori; andate anche voi, spose e vergini. Andate a dire agli ospiti di Dio di salire. Occorre congedarli avanti la chiusura delle porte, perché molti di essi stanno sparsi per la campagna».
41Vanno ubbidienti, rimanendo solo sul terrazzo Gesù, al suo posto, che carezza Maria e Mattia; Elisa e Anastasica che poco più là si tengono per mano guardandosi negli occhi con un sorriso intriso di un pianto felice; Maria di Simone sulla quale si curva pietosa Maria SS.; e Giovanna che sulla porta della stanza guarda incerta un poco dentro, un poco fuori, verso Gesù.
42Gli apostoli e discepoli sono scesi insieme alle donne per aiutare i servi a trasportare gli storpi, ciechi, zoppi, rattratti, vecchi, per la lunga scala.
I servi dei poveri.
Triste madre del futuro deicida.
43Gesù alza il capo che aveva chino sui due fanciulli e vede Maria curva sulla madre di Giuda. Si alza e va da loro. Posa la mano sulla testa brizzolata di Maria di Simone: «Perché piangi, donna?».
44«Oh! Signore! Signore! Io ho partorito un demonio! Nessuna madre in Israele sarà pari a me nel dolore!».
45«Maria, un’altra madre, e per lo stesso motivo che è tuo, mi ha detto e dice queste parole. Povere madri! …».
46«O mio Signore, vi è dunque un altro che come Giuda mio sia un perfido e scellerato verso di Te? Oh! non può essere! Egli, che ha Te, si è dato a pratiche immonde. Egli, che respira il tuo alito, è libidinoso e ladro, forse diverrà omicida. Egli… oh! Menzogna è il suo pensiero! Febbre la sua vita. Fallo morire, Signore! Per pietà! Fallo morire!».
47«Maria, il tuo cuore te lo mostra peggio che non sia. La paura ti fa folle. Ma calmati e ragiona. Che prove hai del suo agire?»
48«Verso Te nulla. Ma è una valanga che scende. L’ho sorpreso, e non ha potuto nascondere le prove che… Eccolo… Per pietà, taci! Mi guarda. Sospetta. É il mio dolore. Nessuna madre più infelice di me in Israele! …»
49Maria sussurra: «Io… Perché al mio unisco il dolore di tutte le madri infelici… Perché il mio dolore è dato dall’odio non di uno, ma di tutto un mondo».
50Gesù, chiamato da Giovanna, va da lei; intanto Giuda viene verso la madre, che è ancora confortata da Maria, e l’apostrofa: «Hai potuto dire i tuoi deliri? Calunniarmi? Sei lieta ora?».
51«Giuda! Così parli a tua madre?», chiede severa Maria. È la prima volta che la vedo così…
52«Sì. Perché sono stanco della sua persecuzione».
53«Oh! figlio mio, non è una persecuzione! É amore. Tu mi dici malata. Ma tu sei il malato! Tu dici che io ti calunnio e che ascolto tuoi nemici. Ma tu ti fai torto, ma tu segui e coltivi esseri nefasti che ti travolgeranno. Perché tu sei debole, figlio mio, ed essi se ne sono accorti… Dà retta a tua madre. Ascolta Anania, vecchio e saggio. Giuda! Giuda! Pietà di te, di me! Giuda!!! Dove vai, Giuda?!».
54Giuda, che traversa quasi di corsa la terrazza, si volta e grida: «Dove sono utile e venerato», e scende a precipizio la scala mentre l’infelice madre, sporgendosi dal parapetto, gli grida: «Non andare! Non andare! Essi vogliono la tua rovina! Figlio! Figlio! Figlio mio! …».
55Giuda è giunto in basso e gli alberi lo nascondono alla vista della madre. Riappare per un momento in uno spazio vuoto prima di entrare nel vestibolo.
«É andato… La superbia lo divora!», geme sua madre.
56«Preghiamo per lui, Maria. Preghiamo noi due insieme…», dice la Vergine tenendo per mano la triste madre del futuro deicida. Intanto cominciano a salire gli ospiti… e Gesù parla con Giovanna.
Le Patrizie, serve degli infimi del mondo.
57«Va bene. Vengano pure. Molto meglio se si sono messe vesti ebree per non urtare le prevenzioni di molti. Le attendo qui. Va’ a chiamarle», e addossato allo stipite osserva l’afflusso dei convitati, che apostoli, discepoli e discepole guidano con amorevolezza alle tavole secondo un ordine prestabilito. Al centro è la tavola bassa dei fanciulli, poi, di qua e di là, tutte le altre, parallele. Ma mentre ciechi, zoppi, rattratti, storpi, vecchi, vedove, mendichi si dispongono con le loro storie di dolori impresse sui volti, ecco che, gentili come cesti di fiori, vengono portati dei cestoni mutati in cuna, persino dei piccoli cofani, nei quali, adagiati su cuscini, dormono sazi i poppanti presi alle madri mendiche. E Maria di Madgala, rasserenata, corre da Gesù dicendo: «Sono giunti i fiori. Vieni a benedirli, mio Signore».
58Ma nello stesso tempo Giovanna emerge dalle scale interne dicendo: «Maestro, ecco le discepole pagane». Sono sette donne, vestite di oscure e dimesse vesti simili a quelle delle ebree. Un velo è sul volto di tutte e un mantello le copre fino ai piedi.
59Due sono alte e maestose, le altre di media statura. Ma quando, dopo aver venerato il Maestro, si levano il mantello è facile riconoscere Plautina, Lidia, Valeria; la liberta Flavia, quella che ha scritto le parole di Gesù nel giardino di Lazzaro; e poi vi sono tre sconosciute. Una dallo sguardo uso al comando e che pure si inginocchia dicendo al Signore: «E con me Roma si prostri ai tuoi piedi», e poi una formosa matrona sui cinquant’anni, e infine una giovinetta esile e serena come un fior di campo.
60Maria di Magdala riconosce le romane, nonostante le loro vesti ebree, e mormora: «Claudia!!!», e resta ad occhi sgranati.
«Io. Basta di udire per altrui parola! La Verità e la Sapienza vanno attinte alla fonte diretta».
61«Credi che ci riconosceranno?», chiede Valeria a Maria di Magdala.
«Se non vi tradite col nominarvi, non credo. Del resto vi metterò in luogo sicuro».
62«No, Maria. Alle tavole, a servire i mendichi. Nessuno potrà pensare che le patrizie siano serve ai poveri, agli infimi del mondo ebraico», dice Gesù.
«Bene sentenzi, o Maestro. Perché la superbia è innata in noi».
63«E l’umiltà è il segno più netto della mia dottrina. Chi mi vuole seguire deve amare la Verità, la Purezza e l’Umiltà, avere carità per tutti ed eroismo per sfidare l’opinione degli uomini e le pressioni dei tiranni. Andiamo».
64«Perdona, o Rabbi. Questa fanciulla è una schiava figlia di schiavi. L’ho riscattata perché di origine israelita e Plautina con sé la tiene. Ma io te l’offro, pensando che bene è farlo. Il suo nome è Egla. Ti appartiene».
«Maria, accoglila. Poi penseremo… Grazie, donna».
I servi dei poveri.
65Gesù va sul terrazzo a benedire i fanciulli. Molta curiosità destano le dame. Ma così vestite e pettinate all’ebrea, in vesti quasi povere, non destano sospetti. Gesù va al centro della terrazza, presso la tavola dei fanciulli, e prega, offrendo per tutti il cibo al Signore, benedice e dà ordine di iniziare il pasto.
66Apostoli, discepoli, discepole, dame, sono i servi dei poveri, e Gesù ne dà l’esempio rimboccandosi le larghe maniche della veste rossa e occupandosi dei suoi bambini, aiutato da Mirjam di Giairo e da Giovanni.
67Le bocche di tanti denutriti lavorano egregiamente, ma gli occhi sono tutti rivolti al Signore. La sera scende e viene levato il velano mentre lumi, ancora superflui, vengono portati dai servi.
68Gesù circola fra le tavole. Non lascia nessuno senza conforti di parole e di aiuto. Sfiora così più volte le regali Claudia e Plautina, che dimesse spezzano il pane o portano il vino alle labbra dei ciechi, dei paralitici, dei monchi; sorride alle sue vergini che si occupano delle donne, alle madri discepole tutte pietose presso gli infelici, a Maria di Magdala che si prodiga a una tavolata di vecchioni, la più triste di tutte, piena di tossi, di tremiti, di mascelle sdentate che biasciano e di bocche che sbavano; e aiuta Matteo che palleggia un infante, che si è fatto andare per traverso una mollica di focaccia che succhiava e mordeva coi dentini novelli; complimenta Cusa che, sopraggiunto al principio del pasto, scalca le carni e serve come un servo provetto.
69Il pasto ha termine. Nei volti coloriti, negli occhi più lieti, è palese la soddisfazione dei miseri.
L’ amore misericordioso.
Viva Gesù!
70Gesù si curva su un vecchione scosso da un tremito e dice: «Che pensi, o padre, che sorridi?».
«Penso che non è proprio un sogno. Fino a poco fa credevo di dormire e sognare. Ma ora sento che è proprio vero. Ma chi ti fa così buono, che fai buoni così i tuoi discepoli? Viva Gesù!», grida per ultimo.
E tutte le voci di questi miseri, e sono centinaia, gridano: «Viva Gesù!».
Gesù va di nuovo al centro e apre le braccia, facendo cenno di tacere e di stare fermi, e inizia a parlare stando seduto con un fanciullino sulle ginocchia.
Significati del nome di Gesù.
71«Viva, sì, viva Gesù, non perché Io sono Gesù. Ma perché Gesù vuol dire l’amore di Dio fatto carne e sceso fra gli uomini per essere conosciuto e per far conoscere l’amore che sarà il segno della nuova èra. Viva Gesù perché Gesù vuol dire “Salvatore”. Ed Io vi salvo. Vi salvo tutti, ricchi e poveri, fanciulli e vegliardi, israeliti e pagani, tutti, purché voi vogliate darmi la volontà di essere salvati. Gesù è per tutti. Non è per questo o quello. Gesù è di tutti. Di tutti gli uomini e per tutti gli uomini. Per tutti sono l’Amore misericorde e la Salvezza sicura.
Requisiti per essere di Gesù.
72Cosa è necessario fare per essere di Gesù, e perciò per avere salvezza? Poche cose. Ma grandi cose. Non grandi perché cose difficili come quelle che fanno i re. Ma grandi perché vogliono che l’uomo si rinnovelli per farle e per divenire di Gesù. Perciò amore, umiltà, fede, rassegnazione, compassione. Ecco. Voi, che discepoli siete, cosa avete fatto oggi di grande? Direte: “Nulla. Abbiamo servito un pasto”. No. Avete servito l’amore. Vi siete umiliati. Avete trattato da fratelli gli sconosciuti di tutte le razze, senza chiedere chi sono, se sono sani, se sono buoni. E lo avete fatto in nome del Signore. Forse speravate grandi parole da Me, per la vostra istruzione. Vi ho fatto fare grandi fatti. Abbiamo iniziato il giorno con la preghiera, abbiamo sovvenuto lebbrosi e mendichi, abbiamo adorato l’Altissimo nella sua Casa, abbiamo iniziato le agapi fraterne e la cura dei pellegrini e dei poveri, abbiamo servito perché servire per amore è essere simile a Me che sono Servo dei servi di Dio, Servo fino ad annichilimento di morte per ministrare a voi salvezza…».
Re del Regno dell’amore
73Un vocio e uno scalpiccio interrompe Gesù. Un gruppo scalmanato di israeliti sale di corsa le scale. Le romane più note, ossia Plautina, Claudia, Valeria e Lidia, si ritirano nell’ombra calando il velo.
I disturbatori irrompono sul terrazzo e pare cerchino chissà che. Cusa, offeso, va loro davanti e chiede: «Che volete?».
«Nulla che ti riguardi. Cerchiamo Gesù di Nazareth e non te».
74«Eccomi. Non mi vedete?», chiede Gesù posando a terra il fanciullino e alzandosi imponente.
«Che fai qui?».
«Lo vedete. Faccio ciò che insegno e insegno ciò che va fatto: l’amore ai più poveri. Che vi era stato detto?».
«Furono uditi gridi sediziosi. E siccome dove sei Tu là è sedizione, siamo venuti a vedere».
75«Là dove Io sono è pace. Il grido era: “Viva Gesù”».
«Appunto. Fu pensato, tanto al Tempio che al palazzo d’Erode, che qui si congiurasse contro…».
«Chi? Contro chi? Chi è re in Israele? Non il Tempio, non Erode. Roma domina, e folle è chi pensa a farsi re là dove essa impera».
«Tu dici d’esser re».
76«Re sono. Ma non di questo regno. Troppo meschino per Me! Troppo meschino è anche l’impero. Re Io sono del Regno santo dei Cieli, del Regno dell’Amore e dello Spirito. Andate in pace. O restate, se volete, e imparate come si accede a questo mio Regno. I miei sudditi eccoli: i poveri, gli infelici, gli oppressi, e poi i buoni, gli umili, i caritatevoli. Restate, unitevi ad essi».
«Però Tu sei sempre ai conviti in case fastose, fra belle donne e…».
«Basta! Non si insinua e non si offende il Rabbi in casa mia. Uscite!», tuona Cusa.
La serpe e l’Agnello.
77Ma dalla scala interna balza sul terrazzo una figuretta snella di fanciulla velata. Corre leggera come una farfalla fino a Gesù e là getta velo e manto, cadendogli ai piedi e tentando baciarglieli.
78«Salomè!», grida Cusa e con lui altri. Gesù si è ritirato così violentemente, per sfuggire il contatto, che il suo sedile si rovescia ed Egli ne approfitta per metterlo fra Sé e Salomè come separazione.
79I suoi occhi fanno paura tanto sono fosforescenti, terribili. Salomè, leggera e sfrontata, tutta moine, dice: «Sì, io. L’acclamazione è giunta al Palazzo. Erode manda ambasceria a dirti che ti vuol vedere. Ma io l’ho prevenuta. Vieni con me, Signore. Io ti amo tanto e ti desidero tanto! Sono io pure carne d’Israele».
«Va’ alla tua casa».
«La Corte ti attende per darti onore».
80«La mia Corte è questa. Non ne conosco altra né altri onori», e colla mano indica i poveri seduti alle tavole.
«Ti porto doni per essa. Ecco i miei monili».
«Non li voglio».
81«Perché li rifiuti?».
«Perché sono immondi e dati per immondo scopo. Va’ via!».
82Salomè si rialza interdetta. Guarda di sfuggita il Terribile, il Purissimo che la fulmina col braccio teso e lo sguardo di fuoco. Guarda furtiva tutti e vede beffa o nausea sui volti. I farisei sono pietrificati e osservano la scena potente. Le romane osano farsi avanti per vedere meglio. Salomè tenta un’ultima prova.
«Avvicini anche i lebbrosi…», dice sommessa e supplichevole.
83«Sono dei malati. Tu sei un’impudica. Va’ via!».
L’ultimo «va’ via!» è talmente potente che Salomè raccoglie velo e manto e, curva, strisciando, si dirige alle scale.
84«Bada, Signore!… Ella è potente… Potrebbe nuocerti», sussurra Cusa sottovoce.
85Ma Gesù risponde a voce fortissima, ché tutti possano sentire, la scacciata per prima: «Non importa. Preferisco essere ucciso ad avere alleanze con il vizio. Sudore di donna lasciva e oro di meretrice sono veleni d’inferno. Alleanza di viltà coi potenti è colpa. Io sono Verità, Purezza e Redenzione. E non muto. Va’. Accompagnala…»
«Punirò i servi che l’hanno lasciata passare».
86«Non punirai nessuno. Una sola va punita. Lei. E lo è. E sappia, e sappiate che il suo pensiero mi è noto e che ne ho ribrezzo. Torni la serpe nel suo covo. L’Agnello torna ai suoi giardini».
I fatti parlano con la loro evidenza.
87Si siede. Suda. Tace. Poi dice: «Giovanna, dà ad ognuno l’obolo perché meno triste sia per qualche giorno la vita… Che altro vi devo fare, figli del dolore? Che volete che Io vi possa dare? Leggo nei cuori. Ai malati che sanno credere, pace e salute!».
88Un attimo di sosta e poi un grido… e sono molti e molti che sorgono guariti. I giudei venuti a sorprendere se ne vanno sbalorditi e trascurati nel delirio generale di acclamazioni per il miracolo e per la purezza di Gesù.
89Gesù sorride baciando i bambini. Poi congeda gli ospiti trattenendo le vedove e parla con Giovanna in loro favore. Giovanna prende nota e le invita per il domani. Poi esse pure vanno. Ultimi vanno i vecchi… Restano apostoli, discepoli, discepole e le romane.
90Gesù dice: «Così è e deve essere l’unione futura. Non ci sono parole. I fatti parlino agli spiriti e alle menti colla loro evidenza. La pace sia con voi».
91Si dirige verso le scale interne e scompare seguito da Giovanna e poi dagli altri.
92Alla base delle scale scontra Giuda: «Maestro, non andare al Getsemani! Ti cercano là dei nemici. E tu, madre, che dici ora? Tu che mi accusi! Se non fossi andato, non avrei saputo l’insidia tesa al Maestro. In un’altra casa! In un’altra casa andiamo!».
93«Nella nostra, allora. In casa di Lazzaro non entra che chi è amico di Dio», dice Maria di Magdala.
94«Sì. Quelli che ieri erano al Getsemani vengano con le sorelle al palazzo di Lazzaro. Domani provvederemo».
11. A Bétèr da Giovanna di Cusa. Conseguenze deleterie di un incontro dell’Iscariota con Claudia[17].
Consapevolezza della discepola del Messia.
Il giardino a roseto di Giovanna.
1Gesù, seguito dallo Zelote che conduce per la briglia l’asinello cavalcato da Elisa, batte alla porta del guardiano di Bétèr. Non hanno fatto la strada dell’altra volta e sono giunti ai possedimenti di Giovanna dal paesello sparso per le chine occidentali del monte su cui sorge il castello.
2Il guardiano, che riconosce il Signore, si affretta a spalancare il cancello che è a fianco della sua casetta e che immette nel giardino che precede l’abitazione, e che costituisce il principio di quel luogo di sogno che sono i giardini a roseto di Giovanna. Un intenso odore di rose fresche e di essenza di rose stagna nell’aria calda del crepuscolo, e quando il primo vento della sera, venendo da oriente, passa facendo ondulare i roseti in fiore, più acuto si fa il profumo, più fresco, più vero, perché veniente dai poggi messi a roseto e vincente il pesante profumo dell’essenza, che esce da una bassa e larga tettoia posta contro il muraglione occidentale del possesso.
La padrona buona.
3Il guardiano spiega: «La mia padrona è là. Ogni sera va là, dove a quest’ora si raccolgono i coglitori e gli essenzieri, e parla loro, li interroga, li medica, li conforta. Oh! è buona la nostra padrona. Lo è sempre stata. Ma da quando poi è tua discepola!… Ora la chiamo… Sono tempi di molto lavoro questi, e i coglitori abituali non bastano, benché siano da Pasqua aumentati coi nuovi servi e serve che ella ha preso. Attendimi, o Signore…».
4«No, vado Io da lei. Dio ti benedica e ti dia pace», dice Gesù alzando la mano a benedire il vecchio guardiano, che fino allora ha ascoltato parlare pazientemente. E, lasciatolo, se ne va verso la bassa e larga tettoia.
La discepola adorante.
5Ma il rumore dei passi sulla terra dura del sentiero fa sporgere il capo a Mattia, curiosetto alquanto, e con uno strillo il bambino si precipita fuori, a braccia già aperte e alte, in invito e desiderio di abbraccio. «C’è Gesù! C’è Gesù!», grida correndo. E quando egli è già fra le braccia del Signore che lo bacia, si affaccia Giovanna in mezzo ai suoi servi.
6«Il Signore!», grida a sua volta e cade in ginocchio, per venerarlo subito dal luogo dove si trova. Si prostra e poi si alza, con un volto che l’emozione tinge di un porporino simile a petalo di rosa accesa. E poi viene verso Gesù. E si prostra ancora a baciarne i piedi.
La discepola prudente.
7«La pace a te, Giovanna. Mi volevi? Sono venuto».
«Ti volevo… Sì, Signore…». Giovanna torna pallida e seria.
Gesù lo nota. «Alzati, Giovanna. Cusa sta bene?».
«Sì, mio Signore».
8«E la piccola Maria, che non vedo qui?».
«Anche, Signore… É andata con Ester a portare medicamenti ad un servo malato».
9«Per questo servo mi hai chiamato?».
«No, Signore… Per… Te». Giovanna, è ben visibile, non vuole parlare alla presenza di tutti, che si sono affollati intorno.
Gesù lo comprende e dice: «Va bene. Andiamo a vedere i tuoi roseti…».
10«Sarai stanco, Signore. Dovrai mangiare… Avrai sete…».
«No. Abbiamo sostato nelle ore calde in una casa di discepoli dei pastori. Non sono stanco…».
11«Allora andiamo… Gionata, preparerai tutto per il Signore e per chi è con Lui… Scendi, Mattia…», ordina all’intendente che le sta presso rispettoso e al piccolo che si è fatto un nido fra le braccia di Gesù e, carezzoso, tiene la testolina bruna nell’incavo del collo di Gesù come un tortorino sotto l’ala paterna. Il bambino ha un sospirone di pena, però si appresta a ubbidire.
12Ma Gesù dice: «No. Verrà con noi e non darà noia. Sarà il piccolo angelo davanti al quale non può esser fatto atto o parola scandalosa, e che impedirà che il più lieve sospetto sorga nei cuori. Andiamo…».
«Maestro, io ed Elisa entriamo in casa, o ci vuoi vicini?», chiede lo Zelote.
«Andate pure».
I possessi fioriti della discepola.
13Giovanna conduce Gesù per il largo viale che divide il giardino, dirigendosi ai roseti che scendono e risalgono le chine opposte che costituiscono i possessi fioriti della discepola. E prosegue, Giovanna. Quasi voglia proprio isolarsi là dove soltanto sono roseti e piante, e uccellini fra i rami, nelle ultime risse per trovare un posto per il sonno, o nelle ultime cure ai nidiaci.
14Le rose, questa sera ancora in boccio socchiuso, e che domani, sbocciate, cadranno sotto le cesoie, olezzano fortemente prima di riposare sotto le rugiade. Si fermano in una valletta fra due rughe di terreno, su cui a festoni ridono da una parte rose carnicine, dall’altra rose rosse come macchie di sangue che stia rapprendendo. Vi è lì un masso a far da sedile, o da appoggio ai cesti dei coglitori. Rose e petali sgualciti sono fra l’erba e sul masso, testimonianza del lavoro del giorno.
15Giovanna, con la mano inanellata, spazza via quegli scarti dal sedile e dice: «Siedi, Maestro. Ti devo parlare… a lungo».
Gesù si siede e Mattia si pone a correre qua e là sull’erbetta, finché trova un grande interesse nell’inseguire un grosso rospo venuto a prendere il fresco della sera, e si allontana con gridi e salti di gioia, andando, venendo, dietro al povero rospo, finché lo distrae la tana di un grillo dentro la quale si pone a frugare con uno steccolino.
La discepola fedele.
16«Giovanna, Io sono qui per ascoltarti… Non parli?», chiede Gesù dopo qualche tempo di silenzio, e lascia di osservare il bambino per guardare la discepola che gli sta ritta davanti seria e silenziosa.
«Sì, Maestro. Ma… e molto difficile… e credo sia penoso ad udirsi…».
«Parla con semplicità e fiducia…».
17Giovanna si lascia scivolare sull’erba e, semi seduta sui calcagni, in basso rispetto a Gesù che è seduto più in alto, sul suo sedile, austero e rigido nella posa, distante come uomo più che se fosse separato da metri e metri e da ostacoli e ostacoli, vicino come Dio e Amico per la bontà dello sguardo e del sorriso. E lo guarda, lo guarda Giovanna, nel crepuscolo dolce della sera di maggio. Infine parla: «Mio Signore… prima di parlare… io ho bisogno di interrogarti… di conoscere il tuo pensiero… di comprendere se io mi sono sempre sbagliata nel comprendere le tue parole… Sono donna, una stolta donna… forse ho sognato… e solo ora io so realmente le cose… le cose come le hai dette, come le hai preparate, come le vuoi per il tuo Regno… Forse ha ragione Cusa… e io torto…».
18«Cusa ti ha rimproverata?».
«Sì e no, Signore. Soltanto mi ha detto, con possanza di marito, che se è come i fatti ultimi lo fanno pensare, io devo lasciarti perché egli, dignitario di Erode, non può permettere che sua moglie cospiri contro Erode».
19«E quando mai fosti cospiratrice? Chi pensa di danneggiare Erode? Il suo povero trono, così sozzo, è inferiore a questo sedile fra i roseti. Qui mi siedo, là non mi sederei. Si rassicuri Cusa! Non il trono di Erode, ma neppur quello di Cesare mi suscitano voglia. Non sono questi i miei troni, né questi i miei regni».
20«Oh! Sì, Signore?! Te benedetto! Quanta pace mi dài! Sono giorni che soffro per questo! Maestro mio, santo e divino, il mio caro Maestro, il mio Maestro di sempre quale ti ho capito, visto, amato, quale ti ho creduto, così alto, così alto sopra la terra, così… così divino, o mio Signore e Re celeste!», e Giovanna, presa la mano di Gesù, ne bacia rispettosamente il dorso stando a ginocchi, come in adorazione.
La discepola saggia.
21«Ma che, dunque, è avvenuto? Cosa, che Io ignoro, capace di turbarti così, di offuscare in te la limpidità della mia figura morale e spirituale? Parla!».
22«Che? Maestro, i fumi dell’errore, della superbia, della avidità, della cocciutaggine si sono elevati come da fetidi crateri e ti hanno offuscato nel concetto di alcuni, di alcune… e tentavano fare lo stesso in me. Ma io sono la tua Giovanna, la tua grazia, o Dio. E non mi sarei perduta. Almeno lo spero, conoscendo quanto è buono Iddio. Ma chi non è che un embrione di anima che lotta per formarsi può ben morire per un disinganno. Ma chi non è che uno che da mare fangoso, turbato da correnti violente, tenta raggiungere il lido, il porto, purificarsi, conoscere altri luoghi di pace, di giustizia, può ben essere sopraffatto da stanchezza, se perde la fiducia in questo lido, in questi luoghi, e lasciarsi riprendere dalle correnti, dal fango. Ed io di questa rovina di anime, per le quali impetro la tua luce, mi dolevo, mi torturavo. Le anime che formiamo alla Luce eterna ci sono ancor più care dei corpi che diamo alla luce terrena. Ora lo comprendo cosa è essere madri di una carne e madri di un’anima. Si piange per la creaturina nostra che muore. Ma è solo nostro dolore. Per uno spirito che abbiamo cercato di crescere nella tua luce e che muore, si soffre non per noi sole. Ma con Te, con Dio… perché nel nostro dolore per la morte spirituale di un’anima è anche il tuo dolore, infinito dolore di Dio… Non so se mi spiego bene…».
La discepola confidente.
23«Oh! molto bene. Ma racconta con ordine, se vuoi che Io ti consoli».
24«Sì, Maestro. Tu hai mandato Simone Zelote e Giuda di Keriot a Betania, non è vero? Per quella fanciulla ebrea che le romane ti hanno dato e che Tu hai mandata a Niche…».
«Sì. Ebbene? …».
25«Ed essa volle salutare le buone padrone, e Simone e Giuda l’accompagnarono all’Antonia. Lo sai?».
«Lo so. Ebbene?»
26«Maestro… ti devo dare un dolore… Maestro, Tu proprio non sei che un Re dello spirito? Non pensi a regni terreni?».
«Ma no, Giovanna! Come lo puoi ancora pensare?»
27«Maestro, per riavere la gioia di vederti divino, solo divino. Ma a Te, proprio perché sei tale, devo dare un dolore… Maestro, l’uomo di Keriot non ti capisce, e non capisce chi ti rispetta come sapiente, come grande filosofo, come Virtù sulla Terra, ma solo per questo ti ammira e ti si professa protettrice. É strano che delle pagane comprendano ciò che un tuo apostolo non comprende, dopo essere con Te da tanto…».
28«Lo acceca l’umanità, l’amore umano».
29«Tu lo scusi… Ma ti nuoce, Maestro. Mentre Simone parlava con Plautina, Lidia e Valeria, Giuda ha parlato con Claudia, in tuo nome, come tuo ambasciatore. Le voleva strappare promesse per una restaurazione del regno d’Israele. Claudia lo ha molto interrogato… Egli molto ha parlato. Certo pensa di essere alle soglie del suo folle sogno, là dove il sogno si muta in realtà. Maestro, Claudia si è sdegnata di questo. É figlia di Roma… Ha l’impero nel sangue… Vuoi mai che ella, proprio lei, figlia dei Claudi, vada contro Roma? Ne ha avuto un urto così profondo che ha dubitato di Te e della santità della tua dottrina. Ella ancora non può concepire, capire la santità della tua origine… Ma vi perverrà, perché in lei è la buona volontà. Vi perverrà quando si sarà rassicurata su di Te. Per ora le appari come ribelle, usurpatore, avido, falso… Plautina e le altre hanno cercato di rassicurarla… Ma lei vuole una risposta immediata, da Te».
30«Dille che non tema. Io sono il Re dei re, Colui che li creo e li giudico, ma non avrò altro trono che non sia quello di Agnello, immolato prima e poi trionfante in Cielo. Faglielo sapere subito».
31«Sì, Maestro. Andrò io, personalmente. Prima che lascino Gerusalemme, perché Claudia è tanto sdegnata che non resta oltre all’Antonia… per non… vedere i nemici di Roma, dice».
«Chi ti ha detto ciò?».
32«Plautina e Lidia. Sono venute… e Cusa era presente… e dopo… mi ha posto il dilemma. O Tu sei il Messia spirituale o lasciarti per sempre».
33Gesù ha un sorriso stanco sul volto, che è impallidito di dolore per il racconto di Giovanna, e dice: «Cusa non viene qui?».
«Domani è sabato e vi sarà».
34«Ed Io lo rassicurerò. Non temere. Nessuno tema. Non Cusa per il suo posto a Corte, non Erode per eventuali usurpazioni, non Claudia per amore di Roma, non tu per tema di esserti ingannata, di poter essere separata… Nessuno tema… Io solo devo temere… e soffrire…».
La discepola amante.
35«Maestro, questo dolore non te lo avrei voluto dare. Ma tacere sarebbe stato inganno… Maestro, come ti comporterai con Giuda?… Io ho paura delle sue reazioni… per Te, sempre per Te…».
«Con verità. Facendogli capire che so e che disapprovo il suo atto e la sua caparbietà».
«Mi odierà perché capirà che per me Tu sai…».
«Te ne duoli?».
36«Il tuo odio mi darebbe dolore. Non il suo. Sono donna. Ma più virile di lui nel servirti. Ti servo perché t’amo, non per avere onori da Te. Se domani per Te perdessi ricchezze, amore di sposo e anche libertà e vita, ti amerei più ancora. Perché allora non avrei che Te da amare e ad amarmi», dice Giovanna con impeto, alzandosi in piedi.
37Anche Gesù si alza, e dice: «Sii benedetta, Giovanna, per questa parola. E sta’ in pace. Né l’odio né l’amore di Giuda possono alterare ciò che è scritto in Cielo. La mia missione sarà compiuta come è deciso. Non avere rimorsi, mai. Sii tranquilla come il piccolo Mattia, che dopo aver lavorato a fare una casa, secondo lui più bella, al suo grillo, si è addormentato con la fronte contro dei petali di rosa e sorride… credendo averla sulle rose. Perché bella è la vita quando si è innocenti. Anche Io sorrido, anche se la mia vita umana non ha fiori, ma petali sfogliati, appassiti. Ma in Cielo avrò tutte le rose dei salvati… Vieni. La notte scende. Fra poco non vedremmo più il sentiero».
Giovanna fa per prendere il bimbo in braccio.
38«Lascia… Lo prendo Io. Guarda come sorride! Certo sogna il Cielo. La mamma. E te… Anche Io, nelle mie pene di ogni ora, sogno il Cielo, la Mamma e le buone discepole».
E lentamente si avviano verso la casa…
12. Giuda Iscariota si sente scoperto nel discorso di commiato a Bétèr[18].
Convegno nel piccolo Eden.
Verso il tramonto.
1Non so come farò a scrivere, sfinita come sono dai continui attacchi cardiaci diurni e notturni…
Ma vedo e devo scrivere.
2Vedo Gesù sul davanti del palazzo di Giovanna a Bétèr. Lì, il giardino che precede la casa si allarga, facendo come due ali verdi a tenaglia, formando così un piazzaletto semicircolare, nudo di piante nel centro, limitato ai contorni da alberi molto alti e annosi, fronzuti, che frusciano lievemente alla brezza che scorre su questa cima di colle e che gettano una propizia ombra a riparo del sole quando è ad occidente. Sotto gli alberi, una siepe di rose mette un semicerchio di colori e fragranze a confine del piazzale. É verso il tramonto perché il sole, che si vede nitidamente scendere per un buon arco di orizzonte, essendo questo castello su un luogo elevato, sta per nascondersi dietro ai monti che sono ad occidente e che Andrea accenna a Filippo ricordando la loro paura, là a Betginna, di dover annunziare il Signore. Si capisce che su quei monti è Betginna dove il Signore, or è un anno, guarì la figlia dell’alberghiere, all’inizio della sua peregrinazione verso le sponde mediterranee, se ricordo bene. Sono sola, non posso farmi dare i fascicoli di mesi fa per confrontare, e la mia testa non riesce a ricordare.
I partecipanti all’ incontro con l’Amore.
3Gli apostoli sono tutti presenti. Non so come si è svolto l’incontro di Gesù con Giuda. In apparenza pare nel migliore dei modi, perché non noto sostenutezze né alterazioni nelle fisionomie, e Giuda è disinvolto, allegro, come nulla fosse. Tanto che è tutto gentilezza anche coi servi più umili, cosa non molto facile in lui e che scompare del tutto quando è inquieto.
4Vi è ancora Elisa e, certo venuta con gli apostoli e la servente di Elisa, c’è Anastasica. E vi è Cusa, tutto ossequioso, con Mattia per mano; e Giovanna presso Elisa con la piccola Maria al fianco. E Gionata è dietro alla sua padrona.
5Di fronte a Gesù – al quale fa da riparo al sole, che ancora batte sulla facciata d’occidente, questa, una tenda tesa su delle corde e dei pali, come un baldacchino – sono tutti i servi e giardinieri di Bétèr e certo non solo quelli abituali, ma anche gli avventizi, presi nel paese che dipende dal castello. Stanno al rezzo del semicerchio fronzuto, riparati dal sole, silenziosi, allineati, aspettando la benedizione di Gesù che pare prossimo a partire, in attesa solo che il tramonto segni la fine del sabato.
Quanti volti indagatori.
6Gesù ora sta parlando con Cusa un poco in disparte. Non so cosa gli dice, perché parlano sottovoce. Ma vedo che Cusa si profonde in inchini e in assicurazioni, mettendosi la mano destra sul petto come per dire: «In parola mia, sta’ sicuro che per mio conto», ecc. ecc.
7Gli apostoli, discreti, si sono radunati in un angolo. Ma nessuno può impedire loro di osservare e, se sul viso di Pietro e Bartolomeo è semplice sguardo di chi sà già un poco di che si tratta, sul volto degli altri, meno Giuda, vi è apprensione, una mesta espressione, specie nei volti di Giacomo d’Alfeo, Giovanni e Simone e Andrea, mentre Giuda d’Alfeo pare quasi inquieto e severo, e l’altro Giuda, che vuol essere disinvolto, guarda più di tutti e sembra voglia decifrare dai segni delle mani, delle labbra, ciò che Gesù e Cusa dicono.
8Le discepole, zitte, rispettose, osservano pure loro, e Giovanna ha un involontario sorriso, un poco ironico nella sua mestizia, e sembra compassionare lo sposo quando Cusa, alzando la voce al termine del colloquio, proclama: «Il mio debito di riconoscenza è tale che in nessun modo me ne potrò mai disobbligare. Perciò ti concedo quanto ho di più caro: Giovanna mia… Ma devi comprendere il mio previdente amore per lei… Lo sdegno di Erode… la sua legittima difesa… si sarebbero sfogati in rappresaglie sui beni nostri, su… sulla nostra potenza… e Giovanna è abituata a queste cose, è delicata… ne ha bisogno… Io tutelo i suoi interessi. Ma ti giuro che, ora che sono sicuro che Erode non avrà a sdegnarsi verso di me come di un suo servo complice di un suo nemico, non farò che servirti con assoluta gioia, concedendo a Giovanna ogni libertà…».
9«Sta bene. Ma ricorda che barattare i beni eterni per un breve onore umano è come barattare la primogenitura con un piatto di lenticchie. E molto peggio ancora…».
10Le parole le hanno sentite le discepole. Ma anche gli apostoli. E mentre ai più fanno l’effetto di un discorso accademico, Giuda di Keriot vi sente un sapore speciale e cambia colore e fisionomia, gettando uno sguardo fra spaventato e irritato su Giovanna… Intuisco che fino ad ora Gesù non abbia parlato di quanto è avvenuto, e che solo adesso Giuda abbia il primo sospetto che il suo giuoco è scoperto.
11Gesù si volge a Giovanna dicendole: «Ebbene, ora facciamo contenta la buona discepola. Parlerò, come lo hai desiderato, ai tuoi servi prima di partire».
12Viene avanti, fino al limite d’ombra che sempre più si allunga per il sole che cala, cala lentamente, e che pare già una arancia mutilata nella base, e sempre più si fa larga la mutilazione mentre l’astro scende dietro i monti di Betginna lasciando un rossore di fuoco sul cielo terso.
Il Re di un Regno spirituale. (discorso)
L’ Eden.
13«Amici diletti Cusa e Giovanna, e voi, buoni servi di essa, che già conoscete il Signore per la bocca del mio discepolo Gionata, da molti anni, e per bocca di Giovanna da quando m’è discepola fedele, udite.
14Mi sono accomiatato da tutti i paesi giudei dove più numerosi ho discepoli per opera dei discepoli primi, i pastori, e per loro rispondenza al Verbo che è passato istruendo per salvare. Ora mi accomiato da voi perché mai più Io tornerò in questo Eden, bello tanto, ma non bello solo per i roseti e la pace che vi regnano, non solo per la buona padrona che vi è regina, ma quanto perché qui si crede nel Signore e si vive secondo la sua Parola. Un paradiso! Sì. Che era il paradiso di Adamo ed Eva? Uno splendido giardino dove si viveva senza peccato e dove risuonava la voce di Dio, amata, accolta con gioia dai suoi primi due figli…[19]
Satana va scacciato subito
15Orbene, Io vi esorto a vegliare acciò non vi accada ciò che avvenne nell’Eden: che si insinui il serpente della menzogna, della calunnia, del peccato[20], e vi morda nel cuore separandovi da Dio. Vegliate e state fermi nella Fede… Non vi agitate. Non fate atti di incredulità. Ciò potrebbe avvenire perché il Maledetto entrerà, cercherà entrare dovunque, come già è entrato in molti luoghi, per distruggere l’opera di Dio. E finché entra nei luoghi, il Sottile, l’Astuto, l’Instancabile, e scruta, origlia, insidia, sbava, tenta sedurre, poco male ancora è. Nulla e nessuno può impedirgli di farlo. Lo ha fatto nel Paradiso terrestre… Ma male più grande è lasciarvelo sostare senza scacciarlo. Il nemico che non si scaccia finisce a divenire padrone del luogo, perché vi si insedia e vi si costruisce i suoi ripari e le sue offese. Dategli subito la caccia, mettetelo in fuga usando l’arma della fede, della carità, della speranza nel Signore.
Satanismo ancora da compatire.
16Male sommo, malissimo, poi, è quando non solo viene lasciato vivere indisturbato fra gli uomini, ma quando viene lasciato penetrare dall’esterno all’interno, e lasciato a farsi nido nel cuore dell’uomo. Oh! allora!! Eppure già molti uomini lo hanno accolto nel loro cuore, contro il Cristo.
17Hanno accolto Satana con le sue malvagie passioni cacciando il Cristo. E se non avessero conosciuto ancora Cristo nella sua verità, se la loro conoscenza fosse stata superficiale, così come ci si conosce fra viandanti, incontrandosi per caso su una via, molte volte solo guardandosi per un momento, sconosciuti che si vedono per la prima e ultima volta, altre volte scambiandosi soltanto qualche parola per chiedere la via giusta, per chiedere un pizzico di sale, per chiedere l’esca per accendere il fuoco o il coltello per preparare le carni, se così fosse stata la conoscenza del Cristo in questi cuori che ora, e più domani, sempre più, scacciano il Cristo per far posto a Satana, ancora potrebbero essere compatiti e trattati con misericordia, perché ignoranti sul Cristo.
Satanismo imperdonabile.
18Ma guai a coloro che mi conoscono per quello che sono, realmente, che della mia parola e del mio amore si sono nutriti, e adesso mi scacciano, accogliendo Satana che li seduce con bugiarde promesse di trionfi umani la cui realtà sarà l’eterna dannazione.
19Voi, voi che siete umili e non sognate troni e corone, voi che non cercate le glorie umane, ma la pace e il trionfo di Dio, il suo Regno, il suo amore, la vita eterna, e questo solo, non imitateli mai. Vegliate! Vegliate! Serbatevi puri da corruzioni, forti contro le insinuazioni, contro le minacce, contro tutto».
20Giuda, che ha capito che Gesù sà qualcosa, è divenuto una maschera terrea di bile. I suoi occhi saettano lampi cattivi sul Maestro e su Giovanna… Si ritira dietro alle spalle dei compagni, come per appoggiarsi al muro. In realtà lo fa per non essere visto nel suo disappunto.
21Gesù prosegue dopo una breve interruzione, messa come per dividere la prima parte del discorso dalla seconda.
La vigna di Nabot
22Dice: «Vi fu un tempo in cui il jezraelita Nabot aveva una vigna presso la reggia di Acab, re di Samaria. Una vigna dei suoi padri, carissima perciò al suo cuore, quasi sacra per lui perché era l’eredità che il padre gli aveva lasciato dopo averla ereditata a sua volta dal suo padre, e questo dal suo, e così via. Generazioni di parenti avevano sudato in quella vigna per farla sempre più florida e bella. Nabot l’amava molto. Acab gli disse: “Cedimi la tua vigna, che è vicina alla mia casa e perciò molto mi servirà a farne un orto per me e chi è con me. In cambio io ti darò una vigna migliore o del denaro, se lo preferisci”. Ma Nabot rispose: “Mi spiace disgustare te, re. Ma non posso accontentarti. Quella vigna mi viene in eredità dai miei padri e sacra mi è. Dio mi guardi dal darti l’eredità dei miei padri”[21].
L’idea messianica, eredità dei Padri.
23Meditiamo questa risposta. Troppo poco è meditata da troppo pochi in Israele. Gli altri, i più, quelli che ho detto prima, facili a scacciare il Cristo per accogliere Satana, non hanno molto riguardo all’eredità dei padri e, pur di avere molto denaro o molto terreno, ossia onori e sicurezza di non essere soppiantati, con facilità aderiscono a cedere l’eredità dei padri. Ossia l’idea messianica per quello che essa è, in verità, così come è stata rivelata ai santi d’Israele e che sacra dovrebbe essere nei suoi minimi particolari, non manomessa, non alterata, non avvilita con limitazioni umane. Quanti, quanti, quanti barattano la luminosa idea messianica, tutta santa e spirituale, con un fantoccio di regalità umana, agitata a spauracchio, a danno, a bestemmia contro le autorità e contro la verità!
La santità di Mosè e d’Aronne.
24Io, Misericordia, non giungo a maledire questi con le tremende maledizioni di Mosè ai trasgressori della Legge[22]. Ma dietro alla Misericordia è la Giustizia. Ognun lo ricordi!
25Io, per mio conto, ricordo a questi – e, se fra i presenti ve ne è alcuno, prenda con cuore buono l’ammonimento – Io ricordo altre parole di Mosè, dette a coloro che volevano essere più che Dio non avesse per loro stabilito. Disse Mosè a Core, Datan e Abiron, che si dicevano santi come Mosè e Aronne e si ribellavano ad esser solo figli di Levi nel popolo di Israele: “Domani il Signore farà conoscere chi gli appartenga e farà accostare a Sé i santi, quelli che avrà eletti si appresseranno a Lui. Mettete fuoco nel vostro incensiere e, sul fuoco, incenso davanti al Signore, e venite voi e i vostri con Aronne. E vedremo chi elegge il Signore. Vi innalzate un po’ troppo, o figli di Levi!”[23].
26Voi, buoni israeliti, conoscete quale fu la risposta di Dio a coloro che si volevano innalzare un po’ troppo, dimenticando che solo Dio è Colui che destina i posti dei suoi figli[24], ed elegge, ed elegge con giustizia, ed elegge fino al punto giusto. Anche Io devo dire: “Vi sono alcuni che si vogliono innalzare un po’ troppo, e saranno puniti in modo che i buoni comprenderanno che essi hanno bestemmiato il Signore”.
Coloro che barattano l’idea messianica.
27Coloro che barattano l’idea messianica, come l’ha rivelata l’Altissimo, con la povera idea loro, umana, pesante, limitata, vendicativa, non sono forse simili a quelli che volevano giudicare il santo che era in Mosè e Aronne? Coloro che, pur di raggiungere il loro scopo, l’attuazione della povera loro idea, vogliono prendere iniziative loro, da loro, superbamente dicendole più giuste di quelle di Dio, non vi pare che vogliano innalzarsi troppo e, da stirpe di Levi, divenire stirpe d’Aronne, illegalmente? Coloro che sognano un povero re d’Israele e lo preferiscono al Re dei re spirituale, coloro ai quali fan da malate pupille la superbia e l’avidità, per cui vedono deformate le verità eterne scritte nei libri santi, e ai quali la febbre di una umanità concupiscente rende incomprensibili le parole chiarissime della Verità rivelata, non sono forse coloro che barattano per un nulla senza valore la eredità di tutta la stirpe? La più sacra eredità?
Fedeltà all’eredità del Padre.
28Ma, se essi lo fanno, Io non baratterò la eredità del Padre e dei padri, e morirò fedele a questa promessa che vive da quando fu necessità di redimere, a quest’ubbidienza che è da sempre, perché Io non ho deluso mai il Padre mio e mai lo deluderò per timore di morte, per orrenda che sia. Procurino i nemici i falsi testimoni, fingano zelo e pratiche perfette. Non muterà questo il loro delitto e la mia santità. Ma colui e quelli che, suoi complici dopo esserne stati corruttori, crederanno poter stendere la mano su ciò che è mio, troveranno i cani e gli avvoltoi a pascersi del loro sangue, del loro corpo sulla Terra, e i demoni a pascersi del loro sacrilego spirito, sacrilego e deicida, nell’Inferno.
29Questo vi ho detto perché sappiate. Perché ognuno sappia. E chi è malvagio possa pentirsi, mentre ancora lo può fare, imitando Acab, e chi è buono non sia turbato nell’ora delle tenebre.
30O figli di Bétèr; addio. Il Dio d’Israele sia sempre con voi e la Redenzione faccia scendere le sue rugiade su un campo mondo, perché si aprano in esso tutti i semi sparsi nei vostri cuori dal Maestro che vi ha amato fino alla morte».
31Gesù li benedice e li guarda andare, lentamente. Il tramonto è avvenuto. Solo un rosso, che si smorza lentamente in violaceo, resta a ricordo del sole. Il riposo sabatico è finito. Gesù può partire. Bacia i piccoli, saluta le discepole, saluta Cusa. E sulla soglia del cancello si volge ancora e dice forte, perché tutti odano: «Io parlerò, quando potrò farlo, a quelle creature. Ma tu, o Giovanna, provvedi a far loro sapere che in Me non c’è che il nemico della colpa e il re dello spirito. E ricordalo tu pure, o Cusa. E non tremare. Nessuno deve tremare di Me. Neppure i peccatori, perché Io sono la Salute. Solo gli impenitenti fino alla morte dovranno tremare del Cristo, Giudice dopo essere stato il Tutto Amore… La pace sia con voi».
Ed esce per primo, iniziando la discesa…
13. Un complotto per
l’elezione
di Gesù a re[25].
Il Regno si fa con l’amore nei cuori.
Sulle rive del lago.
1Tiberiade ha riversato tutti i suoi abitanti sulle rive del lago o sul lago stesso per trovare refrigerio nella brezza, che scorre sulle acque e scuote le piante dei giardini lungo la sponda. Mentre i ricchi di questa città, in cui si mescolano molte razze per molti motivi lì riunite, si danno conforto su comode barche da diporto, o dalle ombre verdi dei giardini guardano le evoluzioni delle barche sulle acque di turchese, già depurate dal giallore che vi aveva messo l’acquazzone della sera avanti; i poveri, specie i bambini, ruzzano sulla spiaggia, là dove le ondette vengono a morire, e i loro stridetti per il freddo dell’acqua, che li colpisce più su che non vogliano, sembrano gridi di rondine.
Annunziare la venuta del Messia.
2Le barche di Pietro e di Giacomo si accostano a riva e dirigono verso il moletto.
3«No. Al giardino di Giovanna», ordina Gesù.
Pietro ubbidisce senza parlare e la barca, seguita dalla gemella, con una virata perfetta che fa una scia spumeggiante in forma di interrogativo ripiega verso l’approdo del giardino di Cusa e vi si accosta e ferma. Gesù scende per primo e dà la mano alle due Marie per aiutarle a scendere sul piccolo moletto.
4«Ora voi andate al molo grande e mettetevi a predicare il Signore. Vedrete un uomo che si avvicinerà chiedendovi dove sono. É l’uomo di Antiochia. Conducetemelo dopo avere licenziato la folla».
5«Sì… ma… Che dobbiamo dire alla gente? Predicare la tua venuta o predicare la tua dottrina?».
«La mia venuta. Dire che all’aurora Io parlerò a Tarichea e curerò i malati. Uno di voi sorvegli le barche, o mettete qualche discepolo a farlo, perché siano pronte alla partenza. Andate e la pace sia con voi». E si avvia verso il cancello che si chiude sul pontile.
Gli orfanelli Maria e Mattia.
6Le due Marie lo seguono silenziose. Nell’ampio giardino, dove delle pertinaci rose fioriscono ancora sebbene molto rade, non si vede nessuno. Ma si sentono i gridi felici dei due piccoli che giuocano. Gesù cerca con la mano passata fra i rabeschi del cancello di far scorrere il paletto. Ma non vi riesce. Cerca se c’è qualcosa che possa far rumore e richiamare l’attenzione. Ma non c’è.
7Allora, sentendo più vicine le vocette dei due bambini, chiama forte: «Maria!». Le due voci si ammutoliscono di colpo… Gesù ripete: «Maria!» …
8Ecco là, in mezzo al prato, tenuto rasato come un tappeto dal quale si alzino i cespi ben tenuti dei roseti, spunta a passetti brevi, circospetti, un ditino sulle labbra, gli occhi indagatori scrutanti in ogni senso, la fanciullina, e poi, qualche passo indietro, seguito da un agnellino bianco come una spuma, ecco Mattia.
9«Maria! Mattia!», grida forte Gesù.
La voce guida gli sguardi innocenti. I due fanciulli volgono gli occhi verso il cancello e vedono Gesù col viso contro le sbarre che sorride loro.
«Il Signore! Corri, Mattia, dalla mamma… Chiama Elia o Michea… Che vengano ad aprire…».
10«Va’ te. Io vado dal Signore…», e corrono tutti e due a braccia tese, due farfalle, una bianca, una rosata dal capino bruno. Ma per fortuna, nel correre, chiamano i servi e questi, armati di innaffiatoi e rastrelli, accorrono, di modo che finalmente il cancello si apre e i due bambini si rifugiano nelle braccia di Gesù, che li bacia e varca la soglia tenendoli per mano.
Chi semina venti, raccoglie tempeste.
11«La mamma è in casa con le sue amiche. Noi ci mandano via, allora, perché non ci vogliono», spiega spicciativo Mattia.
12«Non dire così male. Ci manda via la mamma perché quelle dame sono romane e parlano ancora dei loro dèi e noi, i salvati di Gesù, dobbiamo conoscere Lui solo. É per questo, Signore. Mattia è troppo piccolo e non capisce», dice, graziosa nella sua assennatezza di creatura che ha sofferto e che perciò è più matura, più adulta che non l’età comporti.
13«Ci manda via anche il padre quando vengono quelli della Corte. E mi piacerebbe perché sono quasi tutti soldati… guerrieri… La guerra! É bella la guerra! Fa vincere! Manda via i romani. Abbasso Roma! Viva il regno d’Israele», grida fieramente il piccolo.
14«Non è bella la guerra, Mattia, e tante volte non si vince la guerra, e allora da soggetti si diventa schiavi».
«Ma il tuo Regno deve venire. E per farlo venire si farà la guerra. E si manderà via tutti, anche Erode, e Tu sarai re».
15«Ma taci, stolto. Lo sai che non devi ripetere ciò che senti. Fanno bene a cacciarti. Non sai che puoi fare del male al padre, alla madre e anche a Gesù dicendo così?», dice Maria. E poi spiega: «É venuto un giorno quello che è come un principe e parente di Erode e che è tuo discepolo, a parlare col padre. E gridavano tanto, non erano soli ma con molti altri…».
16«Tutti belli, con belle spade e parlavano di guerra…», interrompe Mattia.
17«Taci, dico! E gridavano tanto che si è sentito, e questo stolto da allora non fa che parlare di ciò. Diglielo Tu che non deve… La mamma lo ha detto e il padre ha minacciato di portarlo in cima al grande Ermon, in una grotta, con uno schiavo sordo e muto, finché non ha imparato a tacere. E là dovrebbe tacere perché, se parla con lo schiavo, quello non sente e non risponde, se urla vengono le aquile e i lupi a mangiarlo…».
18«Un castigo veramente terribile», dice Gesù sorridendo, e carezza il fanciullo che ha perduto la baldanza e si stringe a Gesù, come se già vedesse le aquile e i lupi pronti a divorarlo tutt’intero, compresa la linguetta imprudente. «Un castigo veramente terribile!», ripete.
19«Eh! sì, e io ho paura che gli tocchi e di rimanere senza Mattia, e piango… Ma lui non ha pietà né di me né della mamma e ci farà morire di dolore…».
20«Non lo faccio apposta… Ho sentito… e dico… É tanto bello… pensare che i romani siano vinti e cacciato Erode e Filippo, e Gesù sia Re d’Israele», termina in un sussurro, nascondendo il viso contro le vesti di Gesù per smorzare ancor più il suono della sua voce.
Il Regno si fa con l’amore nei cuori.
21«Mattia non dirà queste cose mai più. A Me lo promette e lo manterrà. Non è vero? Così lui non sarà divorato, Giovanna e Maria non moriranno di dolore, Cusa non sarà inquieto e Io non sarò odiato. Perché, vedi, Mattia, tu mi fai odiare dicendo queste cose. Hai piacere che Gesù sia perseguitato? Pensa che rimorso se un giorno dovessi dire a te stesso: “Io ho fatto perseguitare Gesù che mi ha salvato, e tutto per aver ripetuto quanto ho sentito per caso”. Quelli erano uomini. E gli uomini perdono sovente la vista di Dio perché sono peccatori. Non vedendo Dio, non vedono la Sapienza e fanno degli errori anche a scopo buono, o che credono tale.
Preghino i fanciulli per l’avvento del Regno.
22Ma i fanciulli sono buoni. I loro spiriti vedono Dio e Dio riposa nel loro cuore. Perciò devono capire le cose con sapienza e dire che il mio Regno non si farà con la violenza, sulla Terra, ma con l’amore, nei cuori. E devono pregare perché gli uomini capiscano questo mio Regno come lo capiscono i fanciulli. Le preghiere dei bambini vengono portate dai loro angeli in Cielo e l’Altissimo le converte in grazie. E Gesù ha bisogno di queste grazie per fare, degli uomini che pensano alla guerra e al regno temporale, degli apostoli che comprendono che Gesù è pace e che il suo Regno è spirituale e celeste. Vedi questo agnelletto? Potrebbe mai sbranare?».
«Eh! no! Se potesse farlo, il padre non ce lo avrebbe regalato per non farci sbranare».
23«Ecco, hai detto bene. Anche il Padre che è nei Cieli non mi avrebbe mai mandato se Io avessi avuto potenza e volontà di sbranare. Io sono l’Agnello e il Pastore. E sono mite e mansueto come l’agnello e sono Colui che riunisce con amore, con verga di Pastore buono e non con lancia e spada di guerriero. Hai capito? E prometti a Me, proprio a Me, di non parlare mai più di queste cose?».
«Sì, Gesù. Ma… aiutami Tu… perché da solo…».
«Ti aiuterò. Guarda, ti carezzo le labbra e così sapranno stare chiuse».
Fedeltà del pastore Gionata.
24«Maestro mio. Santa questa sera che mi concede di vederti!», dice Gionata accorrendo dalla casa e prostrandosi ai piedi di Gesù.
«Pace a te, Gionata. Posso vedere Giovanna?».
«Ella sta venendo. Ha licenziato le romane per venire da Te».
Gesù lo guarda interrogativamente, ma non chiede nulla. Cammina in direzione della casa, ascoltando Gionata che parla di Cusa «molto disgustato con Erode» e che dice: «Per amore della mia padrona ti prego di frenarlo, perché vuole fare cose che… non farebbero bene né a Te né a lui, ma a Te soprattutto».
Concetti sbagliati del Regno messianico.
Giovanna consacra al Messia i suoi averi.
25Giovanna, in una splendida veste bianca, sulla quale scende dal capo un velo che pare una filigrana d’argento tanto è trapunto in argento – e non so come la leggerezza della stoffa regga quel ricamo a broccato d’argento – cinta del diadema sottile fatto un poco a punta sul davanti, come una mitria tempestata di perle, perle agli orecchi in pesanti orecchini, perle alla base del collo, perle ai polsi e alle dita – un’apparizione di bellezza, purezza e grazia – viene lesta verso il Signore e, incurante della sua bella veste, si prostra sulla polvere del vialetto e bacia i piedi di Gesù.
«La pace a te, Giovanna».
26«Quando Tu sei con me sempre è pace in me e nella mia casa… Madre! …», e fa per baciare i piedi di Maria, ma questa l’accoglie fra le braccia baciandola. Il bacio viene scambiato anche con Maria di Alfeo.
Gesù, dopo i saluti, dice: «Devo parlarti, Giovanna».
«Eccomi, Maestro. Maria, la mia casa è tua. Ordina ciò che vi occorre. Io vado col Maestro…».
Il cuore della discepola fedele.
27Gesù si e già spostato andando nel prato, ben in vista di tutti, ma isolato tanto che nessuno lo possa ascoltare. Giovanna lo raggiunge.
«Giovanna, devo accogliere un messo da Antiochia, da Sintica certo. Ho pensato di farlo nella tua casa. Qui, nel tuo giardino…».
«Tu sei il padrone di tutto quanto è di Giovanna».
28«Anche del tuo cuore?». Gesù la fissa acutamente.
«Tu sai già, Maestro! Ne ero quasi certa. Ora lo sono del tutto. Cusa… l’incoerenza degli uomini è ben grande! Il loro spirito di interesse è ben forte! E la loro pietà per le mogli è tanto poca! Noi siamo… Che siamo mai, anche noi mogli dei migliori? Un gioiello che si ostenta o si nasconde a seconda che può fare utile… Una mima che deve ridere o piangere, attirare o respingere, parlare o tacere, mostrarsi o stare nascosta secondo che l’uomo vuole… sempre per suo interesse… É triste la nostra sorte, Signore! E degradante, anche!».
29«In compenso vi è dato di saper salire più in alto nello spirito».
«Questo è vero. Hai saputo da Te o te ne hanno parlato? Hai visto Mannaen? Ti cercava…».
«No. Non ho visto alcuno. É qui?».
30«Sì. Tutti siamo qui… Voglio dire: tutti i cortigiani di Erode… e molti per odiarlo. Fra questi anche Cusa da quando, per volere di Erodiade, Erode si compiace di mortificare il suo intendente… Signore, ti ricordi che a Bétèr ti dissi che egli mi voleva separare da Te perché temeva lo sfavore di Erode? Non sono passati che pochi mesi… E già egli vuole ora che io… che io… Sì, Signore. Egli vorrebbe che io ti persuadessi ad accettare il suo aiuto per diventare re al posto del Tetrarca… Io lo devo dire perché sono donna, soggetta perciò all’uomo, e donna ebrea per giunta, perciò più che mai soggetta al volere dello sposo. E lo dico… E non ti consiglio… perché spero di conoscere già che Tu… oh! Tu non ti farai re col favore delle lance prezzolate. Oh!… che ho detto! Non dovevo parlare così… Dovevo lasciarti prima ascoltare Cusa e Mannaen e altri… E se tacevo, non facevo male?… Signore, aiutami a vedere il giusto…».
Folle concetto del Regno messianico.
31«Il giusto è nel tuo cuore, Giovanna. Né con le coorti romane, né con le lance israelite, Io mi farò re, anche se Roma e Israele volessero pacificare questa regione col mio mezzo. Ho già capito abbastanza per ricostruire le cose. Mattia ha avuto imprudenti parole. Gionata ha accennato a disgusti. Tu dici il resto. Io completo così: una folle idea del regno mio spinge i buoni, non ancora giusti, come Mannaen, a creare moti capaci di instaurare il regno d’Israele secondo l’idea fissa dei più. Un pungente, ardente bisogno di vendicarsi di un affronto spinge altri, fra i quali il tuo sposo, alla stessa cosa. Su questi due motivi fa leva l’astuzia farisaica, sadducea, scriba e anche erodiana, per riuscire a disfarsi di Me facendomi apparire agli occhi di chi ci domina quale non sono. Tu hai licenziato le romane per dirmi questo, per non tradire Cusa, né Mannaen, né altri.
Pensiero dei gentili e dei subdoli farisei.
32Ma ti dico in verità che chi mi ha capito più di tutti sono i gentili. Mi chiamano il filosofo, forse mi giudicano un sognatore, un irrealista, un infelice, secondo loro per i quali tutto è nella violenza. Ma hanno capito, almeno essi lo hanno capito, che Io non sono di questa Terra e che il mio Regno non è di questa Terra. Non temono di Me, ma dei miei seguaci. Hanno ragione. Essi, chi per amore, chi per orgoglio, sarebbero capaci di qualunque atto pur di raggiungere la loro idea: fare di Me – il Re dei re, il Re universale – un povero re di un piccolo stato… E in verità Io devo più guardarmi da questa insidia che lavora nell’ombra, aizzata dai miei veri nemici, che non sono nel palazzo proconsolare di Cesarea, né in quello del Legato in Antiochia, e neppure nell’Antonia, ma sono sotto i tefilim, le fimbrie e gli zizit delle vesti ebraiche e specie sotto gli ampi tefilim ed i fioccosi zizit messi alle ampie vesti dei farisei e scribi per dimostrare ancor più ampia aderenza alla Legge La Legge e il Regno sono nel cuore[26].
La Legge e il Regno sono nel cuore.
33Ma la Legge è nel cuore, non sulle vesti… Se fosse nel cuore, costoro che si odiano, ma che ora si riuniscono dimenticando l’odio per nuocere – l’odio che scavava profondi burroni fra l’una e l’altra casta d’Israele e che ora non è separato più ma è livellato, perché i burroni sono colmi dell’odio per Me – se fosse nel cuore di costoro la Legge, e non appesa e legata alle vesti, alla fronte, alla mano, così come un selvaggio si attacca amuleti, conchiglie, ossa, rostri d’avvoltoi per superstizione e ornamento, se fosse nel cuore questa Legge, se la Sapienza non fosse scritta dentro i tefilim ma sulle fibre del cuore, essi comprenderebbero chi Io sono e che contro di Me, per distruggermi come Verbo e come Uomo, non possono andare. Io devo perciò difendermi dagli amici e dai nemici, ingiusti ugualmente nei loro odi come nei loro amori. Io devo cercare di guidare gli amori e sopire gli odi. Io lo faccio, per fare il mio dovere. E lo farò sinché avrò edificato il Regno, bagnando le pietre col mio Sangue perché si cementino. Quando vi avrò aspersi del mio Sangue, i vostri cuori non vacilleranno più. Parlo dei cuori a Me fedeli. Del tuo, Giovanna, così in lotta fra le due forze e i due amori che sono su te e in te: Io – Cusa».
34«Ma vincerai Tu, Signore».
«Vincerò Io. Sì».
«Cerca però di salvare anche Cusa… Ama chi amo».
«Amo chi ti ama».
«Ama Cusa che ti ama…».
35«La menzogna non è per quella fronte, pura come le perle che la cingono e che ora arrossa nello sforzo di volersi e volermi persuadere di un amore di Cusa».
«Eppure egli ti ama».
36«Sì. Per il suo interesse. Come per il suo interesse non mi amava a Zio e a Siram… Ma ecco Simone di Giona con lo straniero. Andiamo da loro…».
14. Invito di Cusa a Gesù[27].
Volontà di Cusa.
24Tenta avviarsi ancora verso la scaletta, ma gli si pone di fronte Cusa, sceso, si capisce, da qualche barca, e lo saluta profondamente. «Ti cerco da molti giorni. Ho fatto il giro del lago sempre inseguendoti, Maestro. Urge che io ti parli. Sii mio ospite. Ho molti amici con me».
«Ieri ero a Tiberiade».
«Me lo hanno detto. Ma non sono solo. Vedi quelle barche dirette all’altra riva? Là sono molti che ti vogliono. Fra questi anche dei tuoi discepoli. Vieni, ti prego, nella mia casa oltre il Giordano».
25«É inutile, Cusa. So ciò che vuoi dirmi».
«Vieni, Signore».
«Malati e peccatori mi attendono; lasciami…».
«Anche noi ti attendiamo, malati di ansia per il tuo bene. E vi sono anche dei malati nella carne, anche…».
26«Hai sentito le mie parole? A che insisti dunque?».
«Signore, non ci respingere, noi…».
Volontà di Pietro.
37Cusa insiste di nuovo mentre vanno verso l’approdo, mentre sulla diga succede una gazzarra fra romani e greci da un lato e israeliti dall’altro.
38«Vieni! Per poche ore soltanto. E’ necessario. Ti riaccompagnerò io stesso. Sei benigno alle meretrici e vuoi esser inesorabile con noi?».
39«Va bene. Verrò. É necessario, infatti…». Si volge agli apostoli già nelle barche: «Andate avanti. Io vi raggiungerò…»
40«Vai solo?», chiede Pietro poco contento.
«Sono con Cusa…»
40«Uhm! E noi non si può venire? Per cosa ti vuole coi suoi amici? Perché non è venuto a Cafarnao?».
«Ci siamo venuti. Non c ‘eravate».
«Ci aspettavate. Ecco tutto!».
«Invece siamo venuti sulle vostre tracce».
41«Venite adesso a Cafarnao. Deve essere il Maestro che viene da voi?»
«Simone ha ragione», dicono gli altri apostoli.
42«Ma perché non volete che venga con me? É forse la prima volta che viene in casa mia? Non mi conoscete forse?».
«Sì che ti conosciamo. Ma non conosciamo gli altri, ecco».
43«E di che temete? Che io sia amico dei nemici del Maestro?».
«Non so niente io! Mi ricordo la fine di Giovanni profeta, io!».
44«Simone! Tu mi fai offesa. Sono uomo d’onore. Ti giuro che prima che venisse torto un capello al Maestro mi farei trafiggere. Mi devi credere! La mia spada è al suo servizio…».
«Eh!… Che trafiggano te… Che servirebbe? Dopo… Sì, lo credo, ti credo… Ma, tu morto, sarebbe la sua volta. Preferisco il mio remo alla tua spada, la mia povera barca e soprattutto i nostri semplici cuori a suo servizio».
45«Ma con me è Mannaen. Credi a Mannaen? E c’è anche il fariseo Eleazar; quello che tu conosci, e il sinagogo Timoneo, e Natanael ben Fada. Tu non lo conosci questo. Ma è un capo importante e vuole parlare col Maestro. E c’è Giovanni detto l’Antipa di Antipatride, favorito da Erode il Grande, ora vecchio e potente, padrone di tutta la valle del Gahas, e…».
«Basta, basta! Tu fai dei gran nomi, a me nulla dicono, meno due… e vengo anche io…».
«No. Vogliono parlare col Maestro…».
46«Vogliono! E chi sono? Vogliono?! Ed io non voglio. Sali qui, Maestro, e andiamo. Non voglio sapere di nessuno io, non mi fido che di me stesso io. Su, Maestro. E tu va’ in pace a dire a costoro che non siamo randagi. Sanno dove trovarci», e spinge Gesù senza tanti riguardi, mentre Cusa protesta a gran voce.
Volontà di Gesù.
47Gesù interviene definitivamente: «Non temere, Simone. Nulla mi accadrà di male. Lo so. Ed è bene che Io vada. Bene per Me. Intendimi… », e lo fissa con i suoi occhi splendidi come per dirgli: «Non insistere. Capiscimi. Vi sono ragioni che consigliano che Io vada».
48Simone cede a malincuore. Ma cede, come dominato… Però borbotta fra i denti malcontento.
49«Va’ tranquillo, Simone. Io stesso ti riaccompagnerò il Signore mio e tuo», promette Cusa.
«Quando?».
«Domani».
50«Domani?! Tanto ci vuole per dire due parole? Siamo fra terza e sesta… Prima di sera, se non è con noi, veniamo noi da te, ricordalo. E non noi soli…», e lo dice con un tono che non lascia dubbi sull’intenzione.
51Gesù posa la mano sulla spalla di Pietro. «Ti dico, Simone, che non mi faranno male. Mostra che credi nella mia vera natura. Io te lo dico. Io so. Non mi faranno nulla. Vogliono soltanto spiegarsi con Me… Va’… Conduci la donna a Tiberiade, sosta pure da Giovanna, potrai vedere che non mi rapiscono con barche e armati…».
52«Già, ma la sua casa (e accenna a Cusa) la conosco. So che dietro c’è la terra, non è un’isola, c’è dietro Galgala e Gamala, Aera, Arbela, Gerasa, Bozra, e Pella e Ramot e quante mai città».
53«Ma non temere, dico! Ubbidisci. Dammi un bacio, Simone. Va’! Anche a voi». Li bacia e li benedice. Quando vede la barca andare grida loro: «Non è la mia ora. E finché non è, nulla e nessuno potrà alzare la mano su Me. Addio, amici».
54Si volge a Giovanna, che appare visibilmente turbata e pensierosa, e dice anche a lei: «Non temere. É bene che ciò avvenga. Va’ in pace». E a Cusa: «Andiamo. Per mostrarti che non ho paura. E per guarirti…».
«Non sono malato, Signore…».
55«Tu lo sei. Io te lo dico. E molti con te. Andiamo».
56Sale sulla barca snella e ricca e si siede. I rematori iniziano la voga sulle acque chete, facendo un arco per sfuggire alla corrente sensibile là verso il termine del lago, presso lo sbocco di esso nel fiume.
15. Nella casa di campagna di Cusa la tentata elezione di Gesù a re. La testimonianza del Prediletto[28].
Nella casa di campagna di Cusa.
Il Messia non è un vile.
1Sull’altra sponda, presso al passaggio costituito dal ponte, attende già un carro coperto.
2«Sali, Maestro. Non ti affaticherai per quanto sia lungo il tragitto, non tanto per lunghezza di via quanto perché ho ordinato di tenere qui sempre delle coppie di buoi, per non dare ombra agli ospiti più ligi alla Legge… Vanno compatiti…».
3«Ma dove sono essi?».
«Ci hanno preceduti su altri carri. Tobiolo?».
«Padrone!», dice il conducente che sta aggiogando i buoi.
«Gli altri ospiti dove sono?».
«Oh! molto avanti. Staranno per arrivare alla casa».
«Lo senti, Maestro?».
«Ma se non fossi venuto?».
4«Oh! Eravamo certi che saresti venuto. Perché non avresti dovuto venire?».
«Perché!! Cusa, Io sono venuto per mostrarti che non sono un vile. Vili sono unicamente i malvagi, coloro che hanno delle colpe per cui temono la giustizia… La giustizia degli uomini, purtroppo. Mentre dovrebbero temere per prima, per unica, quella di Dio. Ma Io non ho colpe e non ho paura degli uomini».
5«Ma Signore! Quelli che sono con me ti venerano tutti! Come me. E non ti dobbiamo fare paura per niente! Ti vogliamo dare onore, non insulto!». Cusa è addolorato e quasi sdegnato.
6Gesù, seduto di fronte a lui, mentre il carro procede lento, cigolando, fra le verdi campagne, risponde: «Più che l’aperta guerra dei nemici Io devo temere quella subdola dei falsi amici, o l’ingiusto zelo di amici veri ma che ancora non mi hanno capito. E tu sei di questi. Non ricordi ciò che dissi a Bétèr?».
«Io ti ho capito, Signore», mormora Cusa, ma non molto sicuro e senza rispondere direttamente alla domanda.
7«Sì. Mi hai capito. Sotto la ventata del dolore e della gioia, il tuo cuore si era fatto limpido come, dopo un temporale e un arcobaleno, è limpido l’orizzonte. E vedevi giusto. Poi… Volgiti, Cusa, a guardare il nostro mar di Galilea. Pareva così limpido all’aurora! Nella notte le guazze avevano deterso l’atmosfera e il fresco notturno aveva calmato l’evaporar delle acque. Cielo e lago erano due specchi di zaffiro chiaro che si riflettevano le singole bellezze, e i colli, intorno, erano freschi e mondi come li avesse creati Dio nella notte. Ora guarda. La polvere delle strade costiere, percorse da persone e animali, l’ardore del sole che fa fumare i boschi e i giardini come caldaie sopra un focolare e incendia il lago facendone evaporar le acque, guarda come hanno turbato l’orizzonte. Prima le sponde parevano vicine, nitide come erano nel gran nitore dell’aria; ora, guarda… Paiono tremolare offuscate, confuse, simili a cose che si vedono attraverso un velo d’acque impure. Così è successo in te. Polvere: umanità. Sole: orgoglio. Cusa, non turbare te stesso…».
Cusa china il capo, giocherellando macchinalmente con gli ornamenti della sua veste e la fibbia della ricca cintura che sorregge la spada.
Gesù tace, stando quasi ad occhi chiusi come preso da sonno. Cusa ne rispetta il riposo, o ciò che egli crede tale.
L’arrivo.
8Il carro va lento in direzione sud-est, verso delle lievi ondulazioni che sono, almeno credo, il primo scaglione dell’altipiano che limita la valle del Giordano da questo lato orientale. Certo per ricchezza di acque sotterranee, o di qualche corso d’acqua, le campagne sono fertilissime e belle; grappoli e frutti appaiono da ogni fronda.
Il carro devia su una strada privata, lasciando quella maestra, e si interna sotto un viale foltissimo, sotto il quale è ombra e frescura, almeno relativa, rispetto alla fornace che è l’assolata via maestra.
9Una casa bassa, bianca, di signorile aspetto, è in fondo al viale. Casette più umili sono sparse qua e là per i campi e i vigneti.
Il carro supera un ponticello e un limite oltre il quale il frutteto si muta in giardino dal viale sparso di ghiaia. Al rumore diverso delle ruote sul ghiaino Gesù apre gli occhi.
10«Siamo arrivati, Maestro. Ecco gli ospiti che ci hanno sentiti e accorrono», dice Cusa.
E infatti molti, tutti di ricca condizione, si affollano all’inizio del viale e salutano con pomposi inchini il Maestro che giunge. Vedo e riconosco Mannaen, Timoneo, Eleazaro, e mi pare di vedere altri non nuovi ma dei quali non so dire il nome. E poi molti e molti mai visti, o per lo meno mai notati particolarmente. Vi sono molti con spade, e vi sono altri che in luogo delle spade ostentano gli abbondanti fronzoli farisaici e sacerdotali o rabbinici.
Rito di presentazione.
11Il carro si arresta e Gesù scende per il primo, inchinandosi in un saluto cumulativo. I discepoli Mannaen e Timoneo si fanno avanti scambiando un saluto particolare. E poi si avanza Eleazaro (il fariseo buono del convito in casa di Ismael) e con lui si fanno largo due scribi che ci tengono a farsi riconoscere. Sono quello che a Tarichea ebbe guarito il figlioletto il giorno della prima moltiplicazione dei pani, e l’altro che ai piedi del monte delle Beatitudini dette cibo a tutti. E un altro ancora si fa largo: il fariseo che in casa di Giuseppe, al tempo dei grani, fu istruito da Gesù sul vero movente della sua ingiusta gelosia.
12Cusa procede alle presentazioni e le risparmio a tutti. Perché c’è da perdere la testa fra i molti Simone, Giovanni, Levi, Eleazar; Natanaele, Giuseppe, Filippo, ecc. ecc.; sadducei, scribi, sacerdoti, erodiani per la più parte, anzi dovrei dire che gli ultimi sono i più, e qualche pizzico di proseliti e di farisei, due sinedristi e quattro sinagoghi e, sperduto non so come qui dentro, un esseno.
13Gesù si inchina ad ogni nome, dando un acuto sguardo ad ogni viso e talora avendo un lieve sorriso, come quando qualcuno, a rendere più chiara la sua identità, specifica qualche fatto che lo mise in rapporto con Gesù.
14Così un certo Gioacchino di Bozra dice: «Mia moglie Maria fu da Te guarita dalla lebbra. Te benedetto».
15E l’esseno: «Ti udii quando parlasti presso Gerico e un fratello nostro lasciò le rive del mar Salato per seguirti. E ancora seppi di Te per il miracolo di Eliseo di Engaddi. In quelle terre noi puri viviamo attendendo…».
16Cosa attendano non so. So che, dicendolo, costui guarda con un aria di superiorità un po’ esaltata gli altri, che non posano certo a mistici ma, per la più parte, paiono usufruire allegramente dei benesseri che la loro posizione concede loro.
Appuntamento al banchetto.
17Cusa sottrae il suo Ospite alle cerimonie dei saluti e lo conduce in una comoda stanza da bagno, dove lo lascia alle abluzioni d’uso, certo gradite con quel caldo, e torna dai suoi ospiti, coi quali confabula animatamente, e giungono quasi ad una disputa perché i presenti sono di pareri diversi. Chi vuole intavolare subito il discorso. Quale? Chi invece propone di non assalire subito il Maestro, ma di persuaderlo avanti del loro rispetto profondo. Vince quest’ultima parte che è la più numerosa, e Cusa, da padrone di casa, chiama i servi per ordinare un banchetto da farsi verso sera, lasciando tempo a Gesù, «che è stanco e lo si vede, di riposare», cosa che viene accettata da tutti, tanto che, quando Gesù riappare, gli ospiti si accomiatano con grandi inchini lasciandolo con Cusa, che lo conduce in una stanza ombrosa dove è un basso giaciglio coperto di ricchi tappeti.
Meditazione distensiva.
18Ma Gesù, rimasto solo dopo aver consegnato ad un servo i sandali e la veste, perché fossero ripuliti dalla polvere e dai segni delle peregrinazioni del giorno avanti, non dorme. Seduto sulla sponda del lettuccio, i piedi scalzi sulla stuoia del pavimento, la corta tunica o sottoveste che gli copre il corpo sino ai gomiti e ai ginocchi, pensa intensamente. E se l’abbigliamento così ridotto lo fa apparire più giovane nella splendida e perfetta armonia del corpo virile, l’intensità del pensiero, che non è certo lieto, gli incide rughe e gli appesantisce il viso in una espressione di stanchezza dolorosa che lo invecchia.
19Nessun rumore nella casa, nessuno nella campagna dove maturano i grappoli nel calore pesante. Le tende oscure che cadono davanti alle porte e alle finestre non hanno il minimo ondulare.
Passano le ore così…
20La penombra cresce col decrescere del sole. Ma il caldo persiste. E persiste la meditazione di Gesù.
Infine la casa dà segni di risveglio. Si sentono delle voci, degli scalpiccii, degli ordini.
21Cusa muove piano la tenda per vedere senza disturbare.
«Entra! Non dormo», dice Gesù.
Cusa entra: è già nella veste ornata del banchetto. Guarda e vede che il lettuccio non mostra segno di aver accolto un corpo.
22«Non hai dormito? Perché? Sei stanco…».
«Ho riposato nel silenzio e nell’ombra. Mi basta».
23«Ti farò portare una veste…».
«No. La mia certo è asciugata. Preferisco quella. Intendo partire non appena ha termine il banchetto. Ti prego provvedere acciò Io abbia il carro e la barca».
«Come vuoi, Signore… Avrei voluto trattenerti sino a domani all’aurora…».
«Non posso. Devo andare…». Cusa esce con un inchino…
Si sente un gran parlottio…
24Passa dell’altro tempo. Torna il servo con la veste di lino fresca di lavatura, odorosa di sole, e coi sandali nettati dalla polvere e ammorbiditi con dell’olio o del grasso che li fa lucidi e flessuosi. Un altro lo segue con un catino, un’anfora e degli asciugamani, e depone tutto su un basso tavolo. Escono…
Il tentativo di eleggere re il Messia.
Abluzioni e bizzarro convito.
25… Gesù raggiunge gli ospiti nell’atrio che divide la casa da nord a sud, creando un luogo ventilato e gradevole, sparso di sedili e ornato di tende leggere, variegate, che modificano la luce senza ostacolare l’aria. Ora, tirate da parte, lasciano vedere la verde cornice che circonda la casa.
26Gesù è imponente. Nonostante non abbia dormito, sembra essersi nutrito di forza ed è regale nell’incesso. Il lino della veste appena indossata è candidissimo e i capelli, fatti lucidi dal bagno del mattino, splendono dolcemente incorniciando il volto del loro color dorato.
«Vieni, Maestro. Attendevamo Te soltanto», dice Cusa e lo conduce per il primo nella stanza dove sono le mense.
Si siedono dopo la preghiera e una supplementare abluzione alle mani, e il pranzo ha inizio, pomposo come sempre e silenzioso sul principio. Poi il ghiaccio si rompe.
27Gesù è vicino a Cusa, e Mannaen è dall’altro suo lato avendo per compagno Timoneo. Gli altri sono distribuiti da Cusa, con esperienza di cortigiano, sui lati della tavola fatta a U. Soltanto l’esseno si è ostinatamente rifiutato di prendere parte al banchetto e di sedersi alla tavola con gli altri, e soltanto quando un servo, per ordine di Cusa, gli offre un cestello prezioso colmo di frutta, accetta di sedere davanti ad una bassa tavola, dopo non so quante abluzioni e dopo essersi rialzate le larghe maniche della sua veste candida per tema di macchiarle o per rito, non so.
28É un bizzarro convito, dove si procede più per sguardi che per discorsi. Appena brevi frasi di cortesia e uno studiarsi reciprocamente, ossia Gesù studia i presenti e questi studiano Lui.
Infine Cusa fa cenno ai servi di ritirarsi dopo aver posato larghi vassoi di frutta fresche, per essere state tenute forse nel pozzo, bellissime, direi quasi ghiacciate tanto mostrano quella brinatura caratteristica delle frutta tenute in ghiacciaia.
I servi escono dopo avere acceso anche le lampade, per ora inutili, perché ancora il giorno è luminoso nel lungo tramonto estivo.
Eloquente discorso di Cusa.
29«Maestro», inizia Cusa, «Tu ti devi essere chiesto il perché di questo ritrovo e di questo nostro silenzio. Ma ciò che ti dobbiamo dire è molto grave, e orecchie imprudenti non lo devono sentire. Ora siamo soli e possiamo parlare. Tu lo vedi. Il massimo rispetto è in tutti i presenti verso di Te. Sei fra uomini che ti venerano come Uomo e come Messia. La tua giustizia, la tua sapienza, i doni dei quali Dio ti ha fatto padrone, sono noti e ammirati fra noi. Tu per noi sei il Messia d’Israele. Messia secondo l’idea spirituale e secondo quella politica. Sei l’Atteso a por fine al dolore, all’avvilimento di tutto un popolo. E non solo di questo popolo rinchiuso nei confini d’Israele, meglio, della Palestina, ma al popolo di tutto Israele, delle mille e mille colonie della Diaspora, sparse per tutta la Terra e facenti echeggiare il Nome di Jeovè sotto ogni cielo e facenti conoscere le promesse e le speranze, che ora si compiono, di un Messia restauratore, di un Vendicatore, di un Liberatore e creatore della vera indipendenza e della patria d’Israele, ossia della Patria più grande che sia nel mondo, la Patria, regina e dominatrice, annullatrice di ogni passato ricordo e di ogni segno vivente di servaggio, l’Ebraismo trionfante su tutto e su tutti, e per sempre, perché così è stato detto e così si compie. Signore, qui, davanti a Te, Tu hai tutto Israele nei rappresentanti delle diverse classi di questo popolo eterno, castigato ma beneamato dall’Altissimo che lo proclama “suo”. Hai il cuore pulsante e sacro d’Israele coi membri del Sinedrio ed i sacerdoti, hai la potenza e la santità con i farisei e i sadducei, hai la sapienza con gli scribi e i rabbi, hai la politica e il valore con gli erodiani, hai il censo con i ricchi, il popolo coi mercanti e possidenti, hai la Diaspora coi proseliti, hai persino i separati che ora si sentono di riunirsi perché vedono in Te l’Atteso: gli esseni, gli irraggiungibili esseni. Guarda, o Signore, questo primo prodigio, questo grande segno della tua missione, della tua verità. Tu, senza violenza, senza mezzi, senza ministri, senza milizie, senza spade, raduni tutto il tuo popolo come un serbatoio raduna le acque di mille sorgenti. Tu, quasi senza parole, senza, assolutamente senza imposizioni, ci riunisci, noi popolo diviso da sventure, da odi, da idee politiche e religiose, e ci pacifichi. O Principe della pace, giubila di aver redento e restaurato prima ancora di aver preso scettro e corona. Il tuo Regno, l’atteso Regno d’Israele è sorto. Le nostre ricchezze, le nostre potenze, le nostre spade, sono ai tuoi piedi. Parla! Ordina! L’ora è venuta».
Intesa dei commensali e silenzio del Messia.
30Tutti approvano il discorso di Cusa. Gesù, le braccia conserte sul petto, tace.
31«Non parli? Non rispondi, o Signore? Forse ti ha stupito la cosa… Forse ti senti impreparato e dubiti soprattutto che sia impreparato Israele. Ma non è. Ascolta le nostre voci. Io parlo, e con me Mannaen, per la Reggia. Essa non merita più di esistere. É l’obbrobrio marcioso d’Israele. É la tirannia vergognosa che opprime il popolo e si curva servile ad adulare l’usurpatore. La sua ora è venuta. Sorgi, o Stella di Giacobbe[29], e fuga le tenebre di quel coro di delitti e di vergogne. Qui sono quelli che, detti erodiani, sono i nemici dei profanatori del nome per loro sacro degli Erodei. Parlate, voi».
32«Maestro. Io sono vecchio e mi ricordo ciò che era lo splendore di un tempo. Come nome di eroe messo ad una sitente carogna, tale è il nome di Erode portato dai degeneri discendenti, avvilenti il nostro popolo. É l’ora di ripetere il gesto più volte fatto da Israele, quando degli indegni monarchi si sedevano sui dolori del popolo[30]. Tu solo sei degno di fare questo gesto».
Gesù tace.
33«Maestro, ti pare che noi si possa dubitare? Abbiamo scrutato le Scritture. Tu sei quello. Tu devi regnare», dice uno scriba.
34«Tu devi essere Re e Sacerdote. Novello Nehemia[31], più grande di questo devi venire e purificare. L’altare è profanato. Lo zelo dell’Altissimo ti sproni», dice un sacerdote.
35«Molti di noi ti hanno combattuto. Quelli che temono il tuo regnare sapiente. Ma il popolo è con Te e i migliori di noi col popolo. Abbiamo bisogno di un sapiente».
36«Di un puro abbisogniamo».
«Di un vero re».
«Di un santo».
37«Di un redentore. Sempre più siamo schiavi, e di tutto e di tutti. Difendici, Signore!».
38«Nel mondo siamo calpestati perché, nonostante il numero e la ricchezza, siamo come pecore senza pastore. Chiama a raccolta col vecchio grido: “Alle tue tende, o Israele!”[32], e da ogni punto della Diaspora come leva sorgeranno i tuoi sudditi, ribaltando i vacillanti troni dei potenti che non sono amati da Dio».
39Gesù tace sempre. Unico seduto, calmo, come non si trattasse di Lui, in mezzo a questa quarantina di scalmanati, dei quali raccolgo appena un decimo delle ragioni perché parlano tutti insieme in una confusione da mercato, Egli conserva la sua posa e il silenzio.
Tutti urlano: «Di’ una parola! Rispondi!».
Il Regno del Messia.
Il Messia boccia il potere temporale.
40Gesù si alza in piedi lentamente, puntando le mani sull’orlo della tavola. Si fa un silenzio profondo. Bruciato dal fuoco di ottanta pupille. Egli apre le labbra e gli altri l’aprono come per aspirare la sua risposta. E la risposta è breve, ma netta: «No».
41«Ma come? Ma perché? Ci tradisci? Tradisci il tuo popolo! Rinnega la sua missione! Ripudia l’ordine di Dio!…». Un baccano! Un tumulto! Visi che si fanno cremisi, occhi che si accendono, mani che quasi minacciano… Più che dei fedeli sembrano dei nemici. Ma così è: quando un’idea politica domina i cuori, anche i miti divengono fiere per chi contrasta quella loro idea.
42Al tumulto succede un silenzio strano. Sembra che, esaurite le forze, tutti si sentano esausti, sopraffatti. Si guardano interrogativamente, desolati i più… alcuni inquieti…
Il Messia corregge le idee storte .
43Gesù volge lo sguardo intorno. Dice: «Sapevo che per questo mi volevate qui. E sapevo l’inutilità del vostro passo. Cusa può dire che l’ho detto a Tarichea. Sono venuto per mostrarvi che non temo insidia alcuna, perché non è l’ora. E non la temerò quando l’ora dell’insidia sarà su Me, perché per questo sono venuto. E sono venuto per persuadervi. Voi, non tutti, ma molti fra voi, siete in buona fede. Ma Io devo correggere l’errore nel quale in buona fede siete caduti. Vedete? Io non vi rimprovero. Non rimprovero nessuno, neppure quelli che, per essere miei discepoli fedeli, dovrebbero sapere con giustizia e regolare le proprie passioni con giustizia. Non rimprovero te, giusto Timoneo, ma ti dico che in fondo al tuo amore che mi vuole onorare è ancora il tuo io, che si agita e sogna un tempo migliore in cui tu possa vedere colpiti coloro che ti colpirono. Non rimprovero te, Mannaen, per quanto tu mostri di avere dimenticato la sapienza e l’esempio tutti spirituali che avesti da Me, e dal Battista prima di Me; ma ti dico che anche in te è una radice di umanità che risorge dopo l’incendio del mio amore. Non rimprovero te, Eleazaro, uomo giusto tanto per la vecchia che ti fu lasciata, giusto sempre, e ora non giusto; e non rimprovero te, Cusa, benché lo dovrei perché in te più che in tutti quelli che mi volete re in buona fede è vivo il tuo io. Re, sì, mi vuoi. Non c’è insidia nel tuo dire. Non vieni per cogliermi in fallo, per denunciarmi al Sinedrio, al re, a Roma. Ma più che l’amore – tu credi che sia tutto amore e non è – più che l’amore tu operi per vendicarti di offese che la reggia ti ha date. Io sono tuo ospite. Dovrei tacere la verità sui tuoi sentimenti. Ma Io sono la Verità in tutte le cose. E parlo. Per tuo bene. E così è di te, Gioacchino di Bozra, e di te, scriba Giovanni, e di te pure, e di te, e di te, e di te». Indica questo, quello, senza rancore, ma con tristezza… e prosegue: «Non vi rimprovero. Perché so che non siete voi che volete questo, spontaneamente.
Il Regno del Messia non è di questo mondo.
44É l’Insidia, è l’Avversario che lavora, e voi… voi siete, senza saperlo, dei succubi nelle sue mani. Anche l’amore, anche del vostro amore, o Timoneo, o Mannaen, o Gioacchino, o voi che realmente mi amate, anche della vostra venerazione, o voi che in Me sentite il Rabbi perfetto, anche di questo egli, il Maledetto, si serve per nuocere e nuocermi. Ma Io dico a voi, come a chi non è nei vostri sentimenti e con scopi che scendono sempre più in basso, fino ad essere tradimenti e delitti, vorrebbe che Io accettassi d’esser re, Io dico: “No. Il mio Regno non è di questo mondo. Venite a Me, ché Io instauri il mio Regno in voi, non altro”. Ed ora lasciatemi andare».
La più grande sventura di un popolo.
Una bugiarda proposta.
45«No, Signore. Noi siamo ben decisi. Noi abbiamo già messo in moto ricchezze, preparato piani, deciso di uscire da questa incertezza che tiene inquieto Israele e della quale se ne approfittano gli altri per nuocere a Israele. Tu sei insidiato. É vero. Hai nemici nel Tempio stesso. Io, uno degli Anziani, non lo nego. Ma per porre fine a questo c’è questo: la tua unzione. E noi siamo pronti a dartela. Non è la prima volta che in Israele uno è proclamato re così, per porre fine a sciagure nazionali e a discordie[33]. Qui c’è chi in nome di Dio lo può fare. Lasciaci fare», dice uno dei sacerdoti.
46«No. Non vi è lecito. Non ne avete l’autorità».
47«Il Sommo Sacerdote è il primo a volere questo, anche se non appare. Non può più permettere lo stato attuale di dominazione romana e di scandalo regale».
48«Non mentire, sacerdote. Sulle tue labbra è doppiamente impura la bestemmia. Tu forse non sai e sei ingannato. Ma nel Tempio ciò non si vuole».
49«La credi dunque una menzogna la nostra asserzione?».
«Sì. Se non di tutti voi, di molti fra voi. Non mentite. Io sono la Luce e illumino i cuori…».
50«A noi ci puoi credere», gridano gli erodiani.
«Noi non amiamo Erode Antipa né alcun altro».
51«No. Voi amate voi soli. É vero. E non potete amare Me. Vi farei da leva per ribaltare il trono per aprirvi la via ad un più potente potere e per aggravare il popolo di peggiore oppressione. Un inganno a Me, al popolo e a voi stessi. Roma schiaccerebbe tutti, dopo che voi aveste schiacciato».
Nel turbine delle imposizioni.
52«Signore, fra le colonie della Diaspora vi sono uomini pronti a insorgere… le nostre sostanze per questo», dicono i proseliti.
53«E le mie e tutto l’appoggio della Auranite e Traconite», urla quello di Bozra.
54«So ciò che mi dico. I nostri monti possono coltivare un esercito, e salvo da insidie, per lanciarlo poi come stormo d’aquile al tuo servizio».
55«Anche la Perea».
«Anche la Gaulanite».
«La valle del Gahas con Te!».
56«E con Te le rive del mar Salato coi nomadi che ci credono dèi, se Tu consenti di unirti a noi», urla l’esseno e prosegue con uno sproloquio da esaltato che si perde nel clamore.
57«I montanari della Giudea sono della razza dei re forti».
58«E quelli dell’Alta Galilea sono eroi della tempra di Debora[34]. Anche le donne, anche i bambini eroi!».
59«Ci credi pochi? Siamo schiere e schiere. Il popolo è tutto con Te. Tu sei il re della stirpe di Davide, il Messia! Questo il grido sulle labbra di sapienti e di ignoranti, perché questo è il grido dei cuori. I tuoi miracoli… le tue parole… I segni…». Una confusione che non riesco a seguire.
60Gesù, come roccia ben salda avvolta da un turbine, non si muove, neppure reagisce.
É impassibile. E la ridda delle preghiere, imposizioni, ragioni, continua.
61«Tu ci deludi! Perché vuoi la nostra rovina? Vuoi fare da Te? Non puoi. Matatia Maccabeo non rifiutò l’aiuto degli Assidei e Giuda liberò Israele con l’aiuto di questi… Accetta!!! »[35]. Ogni tanto l’urlo si accomuna su questa parola.
Il Messia Redentore.
62Gesù non cede. Uno degli Anziani, molto anziano anche d’età, parlotta con un sacerdote e uno scriba più vecchi di lui. Si fanno avanti. Impongono silenzio. Parla il vecchio scriba, che ha chiamato a sé anche Eleazaro e i due scribi Giovanni: «Signore, perché non vuoi cingere il serto di Israele?».
63«Perché non è mio. Non sono figlio di principe ebreo».
64«Signore, Tu forse non sai. Io, con questo e questo, fummo chiamati un giorno perché tre Sapienti vennero chiedendo dove era Colui che era nato re degli ebrei. Capisci? “Nato re”. Fummo riuniti noi, principi dei sacerdoti e scribi del popolo, da Erode il Grande, per la risposta. E con noi era Hillele il Giusto. La risposta nostra fu: “A Betlem di Giuda”. Tu, ci consta, là sei nato e grandi segni accompagnarono la tua nascita. Fra i tuoi discepoli sono dei testimoni di essa. Puoi Tu negare che fosti adorato Re dai tre Sapienti?».
«Non nego».
65«Puoi negare che il miracolo ti precede e ti accompagna e ti segue come segno del Cielo?».
«Non nego».
66«Puoi negare di essere il Messia promesso?».
«Non nego».
67«E allora, in nome del Dio vivo, perché vuoi defraudare le speranze di un popolo?».
«Io vengo a compire le speranze di Dio».
«Quali?».
68«Quelle della redenzione del mondo, della formazione del Regno di Dio. Il mio Regno non è di questo mondo. Riponete le vostre sostanze e le vostre armi. Aprite gli occhi e lo spirito a leggere le Scritture e i Profeti e ad accogliere la mia Verità, e avrete il Regno di Dio in voi».
La più grande sventura di un popolo.
69«No. Le Scritture parlano di un re liberatore».
70«Dalla schiavitù satanica, dal peccato, dall’errore, dalla carne, dal gentilesimo, dall’idolatria. Oh! che vi ha fatto Satana, o ebrei, popolo sapiente, per farvi così cadere in errore sulle verità profetiche? Che vi fa, o ebrei, fratelli miei, per farvi così ciechi? Che, che vi fa, o miei discepoli, perché anche voi più non comprendiate? La più grande sventura di un popolo e di un credente è quella di cadere in una falsa interpretazione dei segni. E qui si compie questa sventura. Interessi personali, preconcetti, esaltazioni, malo amore di patria, tutto serve a creare il baratro… il baratro dell’errore in cui un popolo perirà misconoscendo il suo Re».
«Tu ti misconosci».
71«Voi vi misconoscete e mi misconoscete. Io non sono il re umano. E voi… Voi, tre quarti di voi qui adunati lo sapete e volete il mio male, non il mio bene. Fate per astio, non per amore. Vi perdono. Dico ai retti di cuore: “Tornate in voi, non siate i servi inconsci del male”. Lasciatemi andare. Non c’è altro da dire».
Un silenzio pieno di stupore…
Gli amici buoni del Messia.
72Eleazaro dice: «Io non ti sono nemico. Credevo fare bene. E non sono solo… Amici buoni pensano come me».
73«Lo so. Ma dimmi, tu, e sii sincero: che dice Gamaliele?».
«Il rabbi?… Dice… Sì, dice: “L’Altissimo darà il segno se questo è il suo Cristo”».
74«Dice bene. E che Giuseppe l’Anziano?».
«Che Tu sei il Figlio di Dio e regnerai da Dio».
75«Giuseppe è un giusto. E Lazzaro di Betania?».
«Soffre… Poco parla… Ma dice… che Tu regnerai soltanto quando i nostri spiriti ti accoglieranno».
76«Lazzaro è saggio. Quando i vostri spiriti mi accoglieranno. Per ora voi, anche quelli che credevo spiriti accoglienti, non accogliete il Re e il Regno, e in ciò è il mio dolore».
Peccato noto al Messia.
77«Insomma Tu rifiuti?», urlano in tanti.
«L’avete detto».
78«Ci hai fatto compromettere, ci danneggi, ci…», urlano altri: erodiani, scribi, farisei, sadducei, sacerdoti…
79Gesù lascia la tavola e va verso questo gruppo, dardeggiandolo con i suoi sguardi. Che occhi! Essi, involontariamente, si ammutoliscono, si restringono al muro…
Gesù va proprio viso a viso, e dice, piano, ma con un ‘incisività che taglia come una sciabolata: «É detto: “Maledetto chi colpisce di nascosto il suo prossimo e accetta doni per condannare a morte un innocente”[36]. Io a voi dico: vi perdono. Ma il vostro peccato è noto al Figlio dell’uomo. Se non vi perdonassi Io… Per molto meno furono inceneriti da Jeovè molti d’Israele». Ma è tanto terribile nel dire questo che nessuno osa muoversi, e Gesù alza la pesante doppia cortina ed esce nell’atrio senza che nessuno osi un gesto.
Clamore di pareri e reciproci insulti.
80Solo quando la tenda cessa di agitarsi, ossia dopo qualche minuto, essi si riscuotono.
«Bisogna raggiungerlo… Bisogna tenerlo…», dicono i più inferociti.
81«Bisogna farsi perdonare», sospirano i migliori, ossia Mannaen, Timoneo, dei proseliti, quello di Bozra, i retti di cuore, insomma. Si affollano fuori della sala. Cercano, interrogano i servi: «Il Maestro? Dove è?».
82Il Maestro? Nessuno lo ha visto, neppure quelli che erano alle due porte dell’atrio. Non c’è… Con torce e fanali lo cercano fra le ombre del giardino, nella stanza dove aveva riposato. Non c’è, e non c’è il suo mantello lasciato sul letto, la sua borsa lasciata nell’atrio…
83«Ci è sfuggito! É un satana! No. È Dio. Fa ciò che vuole. Ci tradirà! No. Ci conoscerà per quello che siamo». Un clamore di pareri e di reciproci insulti. I buoni gridano: «Voi ci avete sedotti. Traditori! Dovevamo immaginarlo!». I malvagi, ossia i più, minacciano, e la zuffa, perduto il capro espiatorio su cui volgersi, volge le sue due parti in se stesse…
16. Dopo la risurrezione di Lazzaro[37]
Annotazioni di Cusa e Mannaen.
4Gli unici che non vedo nella folla che parla nelle vie sono quelli del Sinedrio. Non ne vedo neppure uno, mentre vedo Cusa e Mannaen uscire da uno splendido palazzo, e sento Cusa dire: «Grande! Grande! Ho mandato subito la notizia a Giovanna. Egli è realmente Dio!»; e Mannaen gli risponde: «Erode, venuto da Gerico ad ossequiare… il padrone, Ponzio Pilato, pare pazzo nella reggia, mentre Erodiade è frenetica e lo incalza perché egli ordini l’arresto del Cristo. Essa trema del suo potere. Egli dai rimorsi. Batte i denti dicendo ai più fidi di difenderlo… dagli spettri. Si è ubriacato per darsi coraggio e il vino gli turbina nel capo illuminandogli fantasime. Urla dicendo che il Cristo ha risuscitato anche Giovanni, il quale ora gli urla vicino le maledizioni di Dio. Io sono fuggito da quella Geenna. M’è bastato di dirgli: “Lazzaro è risorto per opera di Gesù Nazareno. Bada a te di toccarlo, perché Egli è Dio”. Gli mantengo quella paura perché non ceda alle voglie omicide di lei».
5«Io ci dovrò andare, invece… Ci devo andare. Ma prima ho voluto passare da Eliel e Elcana. Vivono a sé, ma sono sempre grandi voci in Israele! E Giovanna è contenta che io li onori. E io…».
6«Una buona protezione per te. É vero. Ma non mai quale l’amore del Maestro. Quella è l’unica protezione che abbia valore…»
Cusa non ribatte parola. Pensa… Li perdo di vista.
Incarichi di fiducia[38].
Ai fratelli di Giovanna.
7E mentre i piccoli si affollano là, altri servi respingono gli adulti, fra i quali è ancora Zaccheo e i quattro dell’episodio di Gerico, ossia Gioele, Giuda, Eliel e Elcana, con altri che non so chi siano, perché, anche a protezione della polvere, che un vento piuttosto vibrato solleva dalla via, e del sole già forte, stanno tutti velati.
8Ma Gesù, già molto avanti, si volge e dice: «Attendete! Devo dire qualcosa a qualcuno». E si dirige ai fratelli di Giovanna e li prende in disparte dicendo: «Vi prego di andare da Giovanna e di dirle che venga a Me con quante donne sono con lei e con Annalia, la discepola di Ofel. Venga. Domani. Perché al tramonto di domani inizia il sabato ed Io voglio farlo con gli amici di Betania. In pace».
«Lo diremo, Signore. E Giovanna verrà».
17. Giovanna lungo la via dolorosa[39].
Le pie donne e Niche.(la Veronica) (Lc 23,28-31)[40].
40Si accostano a Gesù piangendo e si inginocchiano ai suoi piedi mentre Egli si ferma ansante… e pure sa ancora sorridere a quelle pietose e all’uomo che le scorta, che si scopre per mostrare che è Gionata. Ma questo le guardie non lo fanno passare. Solo le donne.
41Una è Giovanna di Cusa. Ed è più disfatta di quando era morente. Di rosso non ha che le righe del pianto, e poi è tutta una faccia di neve con i dolci occhi neri che, così offuscati come sono, sembrano divenuti di un viola scurissimo come certi fiori. Ha in mano un’anfora d’argento e l’offre a Gesù. Ma Egli ricusa. D’altronde, è tanto il suo affanno che non potrebbe neppur bere. Con la mano sinistra si asciuga il sudore e il sangue che gli cade negli occhi e che, scorrendo lungo le guance paonazze e il collo, dalle vene turgide nel battito affannoso del cuore, bagna tutta la veste sul petto.
42Un’altra donna, che ha preso una fanciulla servente con uno scrignetto fra le braccia, apre lo scrignetto, ne trae un lino finissimo[41], quadrato, e lo offre al Redentore. Questo lo accetta. E poiché non può con una mano sola fare da Sé, la pietosa lo aiuta, badando di non urtargli la corona, a posarselo sul volto. E Gesù preme il fresco lino sulla sua povera faccia e ve lo tiene, come ne trovasse un grande ristoro.
43Poi rende il lino e parla: «Grazie Giovanna, grazie Niche,… Sara,… Marcella,… Elisa,… Lidia,… Anna,… Valeria,… e tu… Ma… non piangete… su Me… figlie di… Gerusalemme… Ma sui peccati… vostri e su quelli… della vostra città… Benedici… Giovanna… di non avere… più figli… Vedi… è pietà di Dio… non… non avere figli… perché… soffrano di… questo. E anche… tu, Elisabetta… Meglio… come fu… che fra i deicidi… E voi… madri… piangete sui… figli vostri, perché… quest’ora non passerà… senza castigo… E che castigo, se così è per… l’Innocente… Piangerete allora… di avere concepito… allattato e di… avere ancora… i figli… Le madri… di allora… piangeranno perché… in verità vi dico… che sarà fortunato… chi allora… cadrà… sotto le macerie… per primo. Vi benedico… Andate… a casa… pregate… per Me. Addio, Gionata… conducile via… ».
18. Visita la Madre il sabato santo[42]
Giovanna di Cusa.
10E viene, con Gionata, Giovanna di Cusa. E una maschera dal gran pianto. E appena vede Maria dice: «Mi ha salvata! Mi ha salvata e Lui è morto. Ora non vorrei più essere stata salvata!».
É la Madre Dolorosa che deve consolare questa creatura guarita, ma rimasta di una sensibilità morbosa. E la consola e la fortifica dicendole: «Non lo avresti conosciuto e amato e non lo potresti servire ora. Quanto ci sarà da fare, in futuro! E noi dovremo fare perché, lo vedi… Noi siamo rimaste, e gli uomini sono fuggiti. É sempre la donna la generatrice vera. Nel Bene. Nel Male. Noi genereremo la nuova Fede. Di essa siamo ripiene, deposta in noi dallo Sposo Iddio. Ed essa genereremo alla Terra. Per il bene del mondo. Guardalo come è bello! Come sorride e mendica questo nostro santo lavoro! Giovanna, io ti amo, lo sai. Non piangere più».
«Ma Egli è morto! Sì. Lì sopra è ancora simile ad un vivo. Ma ora vivo non è più. Che è il mondo privo di Lui?».
«Egli tornerà. Va’. Prega. Attendi. Più crederai, più presto risorgerà. É la mia forza questo credere… E solo io, Dio e Satana sappiamo quanti assalti sono dati a questa mia fede nella sua Risurrezione».
Anche Giovanna va via, esile e piegata come un giglio troppo saturo d’acqua. Ma, uscita lei, Maria ricade nel tormento.
«A tutti! A tutti devo dare la forza. E a me chi la dà?». E piange, accarezzando il Volto dell’effigie, perché ora si è seduta presso il cofano su cui il Sudario è steso.
19. Apparizione a Giovanna di Cusa[43].
Più forte della fede è l’amore
La Passione continua per Giovanna.
1In una ricca stanza, dove a mala pena filtra la luce esterna, piange Giovanna tutta abbandonata su un sedile presso il basso letto coperto di splendide coperture. Piange con un braccio appoggiato alla sponda e la fronte sul braccio, tutta scossa dai singhiozzi che le devono rompere il petto. Quando, nell’affanno del piangere, solleva per un momento il viso, cercando aria, si vede una larga macchia d’umido sulla coperta preziosa, ed il suo viso è letteralmente inondato di lacrime. Poi torna a curvarlo sul braccio e torna a vedersi di lei solo il collo sottile e bianchissimo, la massa dei bruni capelli, le spalle e il sommo del tronco molto snelli. Il resto si perde nella penombra che annulla il corpo, fasciato nell’abito viola scuro.
2Senza spostare tenda o socchiudere porta, entra Gesù, e senza rumore le va vicino. Le sfiora i capelli con la Mano e chiede in un sussurro: «Perché piangi, Giovanna?»
3E Giovanna, che deve credere che sia il suo angelo che l’interroga, e che non vede nulla perché non alza il capo dalla sponda del letto, con un pianto più desolato dice il suo tormento: «Perché non ho più neppure il Sepolcro del Signore per andare a versare il mio pianto e non essere sola…».
4«Ma è risorto. Non ne sei felice?».
5«Oh! sì! Ma tutte lo hanno visto, meno io e Marta. E Marta certo lo vedrà a Betania… perché là è casa amica. La mia… la mia non è più casa amica… Tutto ho perduto con la sua Passione… E il mio Maestro e l’amore dello sposo… e la sua anima… perché non crede… non crede… e mi deride… e mi impone di non venerare neppure la memoria del mio Salvatore… per non rovinare lui… Per lui è più importante l’interesse umano… Io… io… io non so se continuare ad amarlo o ad averne ribrezzo. Non so se ubbidirlo come moglie o disubbidirlo, come l’anima vorrebbe, per il più grande sponsale dello spirito col Cristo a cui resto fedele… Io… io vorrei sapere… E chi mi dà consiglio se Lui non è più raggiungibile dalla povera Giovanna? Oh!… per il mio Signore la Passione è finita!… Ma per me è cominciata il Venerdì, e dura… Oh! che tanto debole sono e non ho forza di portare questa croce!…»
6«Ma se Egli ti aiutasse, la vorresti portare per Lui?».
«Oh! sì! Purché Egli mi aiuti… Egli sa cosa è portare da solo la croce… Oh! pietà della mia sventura!..»
Ogni passione termina in una risurrezione.
7«Sì. Io lo so cosa è portare da solo la croce. Per questo sono venuto e ti sono al fianco. Giovanna, comprendi Chi è che ti parla? La tua casa non è più amica del Cristo? Perché? Se egli, lo sposo terreno, è come astro coperto da una nube di miasmi umani, tu sei sempre Giovanna di Gesù. Non ti ha lasciata il Maestro. Gesù non lascia mai le anime a Lui sposate. É sempre il Maestro, l’Amico, lo Sposo, anche ora che è il Risorto. Alza il capo, Giovanna. Guardami. In quest’ora di ammaestramento segreto, e più dolce che se ti fossi apparso come alle altre, Io ti dico quale deve essere la tua condotta futura. Quella che dovrà essere di tante tue sorelle. Ama con pazienza e sommissione il turbato sposo. Aumenta la tua dolcezza più egli fermenta in sé amarezza di umane paure. Aumenta la tua luminosità spirituale più egli genera da sé ombre di terreni interessi. Sii fedele per due. E sii forte nel tuo sponsale dello spirito. Quante, in futuro, dovranno scegliere fra il volere di Dio e quello del consorte! Ma saranno grandi quando, sopra l’amore e la maternità, seguiranno Iddio. La tua passione incomincia. Sì. Ma tu vedi che ogni passione termina in una risurrezione…».
8Giovanna è andata piano piano alzando il capo. I suoi singhiozzi si sono diradati. Ora guarda e vede, e scivola in ginocchio, adorando e mormorando: «Il Signore!».
9«Sì. Il Signore. Tu vedi che, come con te, con nessuna Io sono stato. Ma Io vedo le necessità particolari e graduo il soccorso da dare alle anime che da Me aspettano aiuto. Sali il tuo calvario di sposa coll’aiuto della mia carezza e di quella del tuo innocente. É entrato con Me in Cielo e mi ha dato la sua carezza per te. Io ti benedico, Giovanna. Abbi fede. Io ti ho salvata. Tu salverai se avrai fede».
“Nulla si perde di quanto è mio”.
10Giovanna ora sorride e osa chiedere: «Dai bambini non vai?».
11«Li ho baciati all’aurora mentre ancora dormivano nel loro lettino, e mi hanno creduto un angelo del Signore. Gli innocenti li posso baciare quando voglio. Ma non li ho destati per non turbarli troppo. La loro anima conserva il ricordo del mio bacio… e lo trasmetterà, a suo tempo, alla mente. Nulla si perde di quanto è mio. Tu sii sempre una madre per essi. E sempre sii figlia di mia Madre. Non ti staccare mai totalmente da Lei. Ella ti perpetuerà, con soavità materna, ciò che fu la nostra amicizia. E portale i bambini. Ella ha bisogno di bambini per sentirsi meno sola della sua Creatura…».
«Cusa non vorrà…»
«Cusa ti lascerà fare».
12«Mi ripudierà, Signore?», è un grido di nuovo strazio.
«È un astro offuscato. Riportalo alla luce col tuo eroismo di sposa e di cristiana. Addio. Fuorché alla Madre mia, non dire ad altri questa mia venuta. Anche le rivelazioni vanno dette a chi e quando è giusto farlo».
Gesù le sorride sfolgorando, e nel fulgore scompare.
Conferma dei bambini.
13Giovanna si alza, trasognata, combattuta fra la gioia e la pena, fra il timore di aver sognato e la certezza di avere visto. Ma quanto sente in sé la rassicura. Va dai piccoli, che giuocano quieti sulla terrazza superiore, e li bacia.
14 «Non piangi più, mamma?», chiede timidamente Maria, non più la povera bambina miserella, ma una gracile e gentile fanciullina dalla veste ben curata ed i capellucci ravviati; e Mattia, bruno e snello con la sua esuberanza di maschietto, dice: «Dimmi chi ti fa piangere ed io lo punirò».
15Giovanna li raccoglie in un solo abbraccio sul cuore e dice, parlando sulla testolina castana di Maria, sui capelli bruni di Mattia: «Non piango più. Gesù è risorto e ci benedice».
16«Oh! allora non sanguina più? Non ha più male?», chiede Maria.
«Stolta! Di’ piuttosto: non è più morto! Ora è felice, allora!… Perché essere morti deve essere brutto…», dice Mattia.
17«Allora non c’è più da piangere, mamma?», torna a chiedere Maria.
«No. Voi innocenti, no. Cogli angeli giubilate».
18«Gli angeli!… Questa notte, non so che vigilia fosse, ho sentito una carezza e mi sono svegliata dicendo: “Mamma!”, ma non chiamavo te. Chiamavo la mamma morta, perché quella carezza era più leggera e più dolce delle tue, e ho aperto un momento gli occhi. Ma ho visto solo una grande luce e ho detto: “Il mio angelo mi ha baciata per consolarmi del gran dolore che ho per la morte del Signore”», dice Maria.
19«Anche io. Ma io avevo sonno molto e ho detto: “Sei tu?”. Pensavo al mio Custode e volevo dirgli: “Va’ a baciare Gesù e Giovanna, perché non abbiano più paura”, ma non ci sono riuscito. Ho ripreso a dormire e a sognare, e mi pareva di essere in Cielo con te e Maria. Poi è venuto quel terremoto e mi sono svegliato spaventato. Ma Ester mi ha detto: “Non avere paura. É già passato”, e io ho dormito ancora».
20Giovanna li bacia di nuovo e poi li lascia ai loro giuochi sereni e va alla casa del Cenacolo. Chiede di Maria. Entra da Lei. Chiude l’uscio e dice la sua grande parola: «Io l’ho veduto. A te lo dico. Io sono confortata e felice. Amami, perché Egli lo ha detto che ti devo stare unita».
21La Madre risponde: «Te l’ho già detto, che ti amo, nella giornata del sabato. Ieri. Poiché è ieri… E pare tanto lontana, quella giornata di pianto e tenebre, da questa di luce e sorriso!».
22«Sì… Tu hai già detto, ora ricordo, ciò che Egli ora mi ha ripetuto. Tu hai detto: “Noi donne dovremo fare perché noi siamo rimaste e gli uomini sono fuggiti… É sempre la donna la generatrice…”. Oh! Madre, aiutami a generare Cusa! Egli è fuggito dalla Fede!…». Giovanna piange di nuovo.
23Maria la prende fra le braccia: «Più forte della fede è l’amore. E’ la più attiva virtù. Con essa creerai l’anima novella di Cusa. Non temere. Ma io ti aiuterò».
[1] 6 febbraio 1945. GESU’ DI NAZRET, La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù, inedito Vol. 2 N° 99,1-28
[2] Uscì Tobia in cerca di uno pratico della strada che lo accompagnasse nella Media. Uscì e si trovò davanti l’angelo Raffaele, non sospettando minimamente che fosse un angelo di Dio. Il giovane partì insieme con l’angelo. Al ritorno del viaggio, Tobia fece venire l’accompagnatore e gli disse: “Prendi come tuo salario la metà di tutti i beni che tu hai portato e va’ in pace”, ma l’accompagnatore disse loro: Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore. Quando ero con voi, io non stavo con voi per mia iniziativa ma per la volontà di Dio: lui dovete benedire sempre, a lui cantate inni. A voi sembrava di vedermi mangiare, ma io non mangiavo nulla: ciò che vedevate era solo apparenza. Ora benedite il Signore sulla terra e rendete grazie a Dio. Io ritorno a colui che mi ha mandato” Tobia (Tb) Capi. dal 5 al 12.
[3] 8 febbraio 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 2 N° 102, 1-58
[4]IL VANGELO ETERNO: Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di erode, era stata guarita da infermità (Lc 8,2-3)
[5] 13 febbraio 1945. La Buona Novella. Op. Cit Vol. 2. N° 107,1-25
[6] 8 maggio 1945. La Buona Novella. Op. Cit Vol. 2. N° 158,1-29
[7] 19 maggio 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 3 N°167,1-62
[8] “Anima” significa il principio spirituale dell’uomo.
[9] L’uomo percepisce segni della propria anima spirituale. “Germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile alla sola materia” la sua anima non può avere la propria origine che in Dio solo (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 33).
[10] L’uomo è dotato di “un’anima spirituale ed immortale” (Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 14).
[11] 20 luglio 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 3 N°224,27-33
[12] 20 settembre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 4. N°281
[13] 11 ottobre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 5. N°299
[14] 16 dicembre 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 5. N° 362
[15]La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 6 N° 368
[16] 26 gennaio 1946.La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 6 N° 370
[17] 12 marzo 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 6 N° 400
[18] 16 marzo 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 6 N° 402
[19] Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò (gen. 1,27). Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. (Gen 2,8-9). Poi Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra” (Gen 1,28). Il Signore Dio passeggiava nel giardino alla brezza del giorno (Gen 3,8).
[20] “La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo, e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono” (Sap. 2,24; Gen cap. 3)
[21] Nabot di Izreèl possedeva una vigna vicino al palazzo di Acab re di Samaria. Acab disse a Nabot: “Cedimi la tua vigna; siccome è vicina alla mia casa, ne farei un orto. In cambio ti darà una vigna migliore oppure, se preferisci, te la pagherò in denaro al prezzo che vale” Nabot rispose ad Acab: “Mi guardi il Signore dal cederti l’eredità dei miei padri” (1 Re 21,1-3).
[22] “Ma se non mi ascolterete e se non metterete in pratica tutti questi comandi, ecco che cosa farò a voi a mia volta: manderò contro di voi il terrore, la consunzione e la febbre, che vi faranno languire gli occhi e vi consumeranno la vita. Seminerete invano il vostro seme: se lo mangeranno i vostri nemici… Spezzerò la vostra forza superba. Le vostre forze si consumeranno invano…Manderò contro di voi le bestie selvatiche, che vi rapiranno i figli… Manderò contro di voi la spada, vindice della mia alleanza… Mangerete perfino la carne dei vostri figli e mangerete la carne delle vostre figle. Butterò i vostri cadaveri sui cadaveri dei vostri idoli e io vi avrò in abominio… (Levitico 26,14-46); Deuteronomio 27; 28,15-46
[23]; Numeri 16,4-7; Levitico 10,1-3
[24] Mosè disse alla comunità: “Da questo saprete che il Signore mi ha mandato per fare tutte queste opere e che io non ho agito di mia iniziativa…Allontanatevi dalle tende di questi uomini empi …” Quelli si ritirarono dal luogo dove stavano Core, Datan e abiron… La terra spalancò la bocca e li inghiottì: essi e le loro famiglie, con tutta la gente che apparteneva a Core e tutta la loro roba. Scesero vivi agli inferi essi e quanto loro apparteneva; la terra li ricoprì ed essi scomparvero dall’assemblea… un fuoco uscì dalla presenza del Signore e divorò i duecentocinquanta uomini, che offrivano l’incenso. (Num 16,28-35).
[25] 23 luglio 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 7 N° 461
[26] Sarà per te segno sulla tua mano e ricordo fra i tuoi occhi, perché la legge del Signore sia sulla tua bocca (Es 13,9). “Ordina agli Israeliti che si facciano, di generazione in generazione, fiocchi agli angoli delle loro vesti e che mettano al fiocco di ogni angolo un cordone di porpora viola. Avrete tali fiocchi e, quando li guarderete, vi ricorderete di tutti i comandi del Signore per metterli in pratica” (Nm15,37-39). “Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Dt 6,8-9).
[27] 27 luglio 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 7 N° 463
[28] 30 luglio 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 7 N° 464
[29] Numero 24,17
[30] Così dice il Signore vostro Redentore, il Santo di Israele: “Per amor vostro l’ho mandato contro Babilonia e farò scendere tutte le loro spranghe, e quanto ai Caldei muterò i loro clamori in lutto. Io sono il signore, il vostro Santo, il creatore di Israele, il vostro re” (Is 43,14-15). “Il Signore avanza come un prode, come un guerriero eccita il suo ardore; grida, lancia urla di guerra, si mostra forte contro i suoi nemici. Per molto tempo ho taciuto, ho fatto silenzio, mi sono contenuto; ora griderò come una partoriente, mi affannerò e sbufferò insieme” (Is 42,13-14).
[31] Neemia disse agli uomini: Voi vedete la miseria nella quale ci troviamo; Gerusalemme è in rovina e le sue porte sono consumate dal fuoco. Venite, ricostruiamo le mura di Gerusalemme e non saremo più insultati! … Il Dio del cielo ci darà successo. Noi, suoi servi, ci metteremo a costruire” (Neemia 2,17-18).
[32] Quando compresero che il re di Giuda non dava loro ascolto, tutti gli Israeliti risposero al re: “Che parte abbiamo con Davide? Nulla in comune con il figlio di Iesse. Alle tue tende, Israele! Ora pensa alla tua casa, Davide” (1 Re 12,16)
[33] E il signore disse a Samuele: “fino a quando piangerai su Saul, mentre io l’ho rigettato perché non regni su Israele? Riempi di olio il tuo corno e parti. Ti ordino di andare da Iesse il Betlemmita, perché tra i suoi figli mi sono scelto un re” (i Sam 16,1)
[34] Giudici capitoli 4 e 5
[35] 1 Maccabei cap. 2
[36] Deuteronomio 27,24
[37] 27 dicembre 1946. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 8, N° 549
[38] 18 marzo 1947. La Buona Novella. Op. Cit. Vol. 9. N° 181
[39] 26 marzo 1945. La Buona Novella. Op. Cit. Vol 10 N° 608
[40]IL VANGELO ETERNO: Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! E ai colli: Copriteli! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?” (Lc 23,28-31).
[41]Il Velo della Veronica, detto anche Volto Santo o Santo Sudario si conserva a S. Pietro in Vaticano. Si ha di esso la seguente descrizione: “Trovasi in esso, non senza tenerissima compunzione, il capo tutto trafitto di spine, la fronte insanguinata, gli occhi pieni di lividure di sangue, tutta impallidita la faccia; nella guancia destra mirasi ivi crudelmente stampata la guanciata della mano ferrata di Malco, e nella sinistra i segni degli sputi dei giudei, e loro macchie; il naso alquanto schiacciato e insanguinato, la bocca aperta e sparsa di sangue, i denti scossi, la barba pelata in qualche parte, e i capelli da un lato svelti; e tutta la santissima faccia mischiata, così contraffatta com’ella è, di maestà e di compassione, di amore e di mestizia; onde quando nelle prescritte solennità si mostra nella basilica Vaticana all’infinito popolo, che vi concorre con celebrità di funzione, cagiona un sagro orrore, una mestissima confidenza, una dolorosa penitenza, e tocca quel beatissimo sembiante, vivo testimonio dell’ingratitudine del genere umano, fin dentro il cuore dei fedeli riguardanti, e risveglia un generoso profluvio di lagrime penitenti, e fiamme d’amore al nostro benignissimo Redentore”. Una copia dipinta, fedele riproduzione di quella custodita a S. Pietro in Vaticano, si conserva nella Chiesa del Gesù, dei Padri Gesuiti, a Roma. M.V disse che se avvicinassimo Volto Santo della Sindone di Torino e Volto Santo del Velo della Veronica, li vedremmo combaciare quanto a caratteristiche e quanto a misure.
[42] 30 marzo 1945. Vol 10. N° 614
[43] 4 aprile 1945. Vol 10. N° 622
