GESU’ DI NAZARETH
LA BUONA NOVELLA AI
PICCOLI
DEL GREGGE DI
GESU’
LIBRO 14
CAP. 549-588
Il Messia Gesù di Nazareth tradito dal suo popolo Israele.
SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI
A cura di Fray Jesus Maria de Cabnaconde S.O.S
(Servo dell’Ordine dei Salvatori)
PRESENTAZIONE
Studio liberamente tratto dalla fonte, L’Evangelo come mi è stato rivelato, (MARIA VALTORTA, Ed. CEV, Isola del Lire), per l’uso privato della scuola di Dio Uno e Trino y dedicato al Piccolo resto, col nuovo titolo: “La Buona novella ai piccoli del Gregge di Gesù”, titolo voluto da Gesù (Quadernetti N° 48,1). Nella scuola sarà usato col titolo biblico “il Vangelo eterno” (Ap 14,6). In questo Vangelo, Il Figlio dell’Uomo, si è rivelato, secondo la sua promessa (Mt 24, 3-40; Lc 17,26-30). Con questa rivelazione comincia la sua seconda Evangelizzazione, senza più far sentire la sua voce in pubblico, ma nel cuore di chi lo ascolta per audio o leggendolo nel libro (Is 42,2-4), per guidarlo alla conoscenza completa della sua persona e della sua dottrina mediante la luce dello Spirito Santo (Gv 14,26; 16,13) e prepararlo all’Evento della sua seconda venuta per l’Avvento del suo Regno (Mt 21,43).
Questa Buona Novella è il Vangelo eterno che dobbiamo annunciare agli abitanti della terra e ad ogni nazione, razza, lingua e paese. (Ap. 14,6-7)
Il Curatore
DICHIARAZIONE
Dopo approfondita e responsabile valutazione, dichiaro che questo studio comparato e approfondito del Vangelo rivelato a Maria Valtorta[1] e ora pubblicato col titolo voluto dal suo autore “La Buona Novella ai piccoli del gregge di Gesù”[2], contiene integralmente i quattro Vangeli[3] e dimostra che il Vangelo rivelato a Maria Valtorta è compimento della promessa di Gesù (Gv 14,26), è il Libro del Signore (Is 34,16), è il Libro di memorie scritto davanti al Signore (Ml 3,16-20), è la strada appianata chiamata Via santa (Is 35,8-10), è il libro delle parole miracolose (Is 29,18-24), è il Vangelo eterno (Ap 14,6-7), è Opera di Gesù suo autore divino. Quindi senza la fede in questo Vangelo non c’è salvezza: “Andate in tutto il mondo proclamate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi non crederà sarà dannato” (Mc 16,15-16)
Il curatore
AVERTIMENTO
LA RIVELAZIONE DI GESÙ A MARIA VALTORTA È PAROLA DI DIO
CHI LA RESPINGE COMETE PECCATO CONTRO LO SPIRITO SANTO
La maledizione del Re dei re, emessa da Gesù il 16 giugno di 1950, pende sulla gerarchia cattolico colpevole dal delitto più grande verso l’umanità.
Se la Gerarchia non si pente, lasciando ai fedeli libero apostolato, alla luce di questa rivelazione, la maledizione colpirà la cristianità globale, cosi come tutto l’Israele fu colpito per il peccato della sua gerarchia.
Non è lecito negare l’origine soprannaturale della rivelazione di Gesù a Maria Valtorta perché è delitto imperdonabile essendo peccato contro lo Spirito Santo.
Gesù il Messia ritornato[4]
Questo Libro è il Verbo di Dio
Dice Gesù:
«Vi è forse parola o atto scritto, nell’Opera che ho dettata e illustrata, che possa convincervi di peccato, di un solo peccato, del vostro Maestro?
Quell’opera sono Io. Non solo sono Io che la detto e la illustro, ma sono Io che la vivo, Io che mi vi presento quale ero ai miei giorni mortali, nell’ambiente che mi circondava, nel piccolo mondo santo della mia famiglia, in quello più vasto e diverso, a seconda degli esseri che lo componevano, dei miei discepoli, in quello più vasto – tutta la Palestina – e mutevole, agitato e corso da diverse correnti, simile ad un mare muoventesi intorno a Me, sotto un variabile cielo di marzo, talora tutto placido e sereno, subito dopo coperto di nembi e corso da venti di tempesta che sollevavano il mare in marosi rombanti il loro livore contro Me, minacciosi e anche assalitori, sino alla violenza finale del Venerdì pasquale.
Perché non mi volete riconoscere? Perché non capite il mio linguaggio? Perché volete essere simili a quelli che mi osteggiavano nel Tempio dicendo: “Noi non sappiamo chi Tu sia”? Siete anche voi come gli apostoli che nell’ultima Cena mostravano di non conoscermi ancora per ciò che Io ero: il Verbo Figliolo del Padre?”…
Gesù di Nazareth
549. Seduta del Sinedrio
e udienza da Pilato[5].
Annotazioni, parere, commenti.
La notizia riempie Gerusalemme.
1Se la notizia della morte di Lazzaro aveva scosso e agitato Gerusalemme e buona parte della Giudea, la notizia della sua risurrezione finisce di scuotere e di penetrare anche là dove non aveva dato agitazione la notizia della morte.
2Forse i pochi farisei e scribi, ossia i sinedristi presenti alla risurrezione, non ne avranno parlato al popolo. Ma certo i giudei ne hanno parlato, e la nuova s’è sparsa in un baleno, e da casa a casa, da terrazzo a terrazzo, voci di donne se la ripetono, mentre in basso il popolino la diffonde con un giubilo grande per il trionfo di Gesù e per Lazzaro. La gente ripopola le strade correndo qua e là, credendo di arrivare sempre prima a dare la notizia, ma resta delusa perché essa si sa in Ofel come in Bezeta, in Sion come al Sisto. Si sa nelle sinagoghe e negli empori, nel Tempio e nel palazzo di Erode. Si sa ad Antonia e da Antonia dilaga, o viceversa, ai posti di guardia alle porte. Empie i palazzi come i tuguri: «Il Rabbi di Nazareth ha risuscitato Lazzaro di Betania, che è morto il dì avanti il venerdì ed è stato messo nel sepolcro avanti l’inizio del sabato ed è risorto all’ora di sesta di oggi».
3Le acclamazioni ebraiche al Cristo e all’Altissimo si intrecciano agli svariati «Per Giove! Per Polluce! Per Libitina!» ecc. ecc. dei romani.
Annotazioni di Cusa e Mannaen.
4Gli unici che non vedo nella folla che parla nelle vie sono quelli del Sinedrio. Non ne vedo neppure uno, mentre vedo Cusa e Mannaen uscire da uno splendido palazzo, e sento Cusa dire: «Grande! Grande! Ho mandato subito la notizia a Giovanna. Egli è realmente Dio!»; e Mannaen gli risponde: «Erode, venuto da Gerico ad ossequiare… il padrone, Ponzio Pilato, pare pazzo nella reggia, mentre Erodiade è frenetica e lo incalza perché egli ordini l’arresto del Cristo. Essa trema del suo potere. Egli dai rimorsi. Batte i denti dicendo ai più fidi di difenderlo… dagli spettri. Si è ubriacato per darsi coraggio e il vino gli turbina nel capo illuminandogli fantasime. Urla dicendo che il Cristo ha risuscitato anche Giovanni, il quale ora gli urla vicino le maledizioni di Dio. Io sono fuggito da quella Geenna. M’è bastato di dirgli: “Lazzaro è risorto per opera di Gesù Nazareno. Bada a te di toccarlo, perché Egli è Dio”. Gli mantengo quella paura perché non ceda alle voglie omicide di lei».
5«Io ci dovrò andare, invece… Ci devo andare. Ma prima ho voluto passare da Eliel e Elcana. Vivono a sé, ma sono sempre grandi voci in Israele! E Giovanna è contenta che io li onori. E io…».
6«Una buona protezione per te. É vero. Ma non mai quale l’amore del Maestro. Quella è l’unica protezione che abbia valore…»
Cusa non ribatte parola. Pensa… Li perdo di vista.
Parere di Giuseppe d’Arimatea.
7Da Bezeta viene avanti Giuseppe d’Arimatea tutto frettoloso. Lo fermano. Sono un gruppo di cittadini, incerti ancora se la notizia è da credersi. E lo chiedono a lui.
8«Vera. Vera. Lazzaro è risorto ed è guarito anche. Ho visto coi miei occhi».
9«Ma allora… Egli è proprio il Messia!».
10«Le sue opere sono tali. La sua vita è perfetta. I tempi son quelli. Satana lo combatte. Ognuno concluda in cuor suo ciò che è il Nazareno», dice, prudente e nello stesso tempo giusto, Giuseppe. Saluta e se ne va.
Quelli discutono e finiscono per concludere: «Egli è proprio il Messia».
Commenti dei Legionari romani.
11Un gruppo di legionari parla: «Se domani posso, vado a Betania. Per Venere e Marte, i miei dèi preferiti! Potrò girare l’Orbe dai deserti ardenti alle gelate terre germaniche, ma trovarmi dove uno, morto da giorni, risuscita, non mi accadrà più. Lo voglio vedere come è uno che torna da morte. Sarà nero dell’onda dei fiumi d’oltre tomba…».
12«Se era virtuoso sarà livido, avendo bevuto all’onda cerula dei Campi Elisi. Non c’è soltanto lo Stige, là…».
«Ci dirà come sono i prati d’asfodelo dell’Ade[6]… Ci vengo io pure…».
«Se Ponzio vorrà…»
13«Oh! che vuole! Ha subito spedito un corriere a Claudia, ché venga. Claudia ama queste cose. L’ho sentita più di una volta, con le altre e coi suoi liberti greci, discutere d’anima e d’immortalità».
14«Claudia crede nel Nazareno. Per lei è maggiore a ogni altro uomo».
15«Sì. Ma per Valeria è più che uomo. Dio è. Una specie di Giove e di Apollo per potenza e bellezza, dicono, ed è più sapiente di Minerva. L’avete visto voi? Io sono venuto con Ponzio per la prima volta qui, e non so…».
16«Credo che sei giunto in tempo per vedere molte cose. Poco fa Ponzio urlava come Stentore[7] dicendo: “Qui si deve tutto cambiare. Devono comprendere che Roma comanda, e che essi, tutti, sono servi. E più grandi sono, più servi sono, perché più pericolosi”. Credo fosse per quella tavoletta che gli era stata portata dal servo di Anna…».
«Già. Non li vuole ascoltare… E ci cambia tutti perché… non vuole amicizie fra noi e loro».
17«Fra noi e loro? Ah! Ah! Ah! Con quei nasuti che san di becco? Ponzio digerisce male il troppo porco che mangia. Se mai… l’amicizia è con qualche donna che non disdegna il bacio di bocche rasate…», ride uno malizioso.
18«Il fatto è che, dopo le turbolenze dei Tabernacoli, ha chiesto e ottenuto il cambio di tutte le milizie, e che a noi ci tocca andare…».
19«Ciò è vero. Già era segnalato a Cesarea l’arrivo della galera che porta Longino e la sua centuria. Graduati nuovi, milizie nuove… e tutto per quei coccodrilli del Tempio. Io ci stavo bene qui».
20«Io stavo meglio a Brindisi… Ma mi abituerò», dice quello da poco arrivato in Palestina.
Si allontanano essi pure.
Riunione del Sinedrio.
Seduta del Sinedrio (Gv 11,46-47)[8].
21Delle guardie del Tempio passano con delle tavolette cerate. La gente li osserva e dice: «Il Sinedrio si raduna di urgenza. Che vorrà fare?».
Uno risponde: «Saliamo al Tempio e vediamo…». Si avviano verso la via che va al Moria.
22Il sole scompare dietro alle case di Sion e ai monti occidentali. Cala la sera, che presto sgombra le strade dai curiosi. Quelli che sono saliti al Tempio ne scendono inquieti, perché sono stati cacciati via anche dalle porte, dove si erano attardati per vedere passare i sinedristi.
23L’interno del Tempio, vuoto, deserto, avvolto nella luce della luna, pare immenso. I sinedristi si radunano lentamente nella sala del Sinedrio. Ci sono tutti, come per la condanna di Gesù, però non sono presenti quelli che allora facevano come da scrivani. Non ci sono che i sinedristi, parte ai loro posti, parte a crocchi presso le porte.
24Entra Caifa con la sua faccia e il suo corpo da rospo obeso e cattivo, e va al suo posto.
25Cominciano subito a discutere sui fatti avvenuti, e tanto li appassiona la cosa che presto la seduta diviene movimentata. Lasciano i seggi, scendono nello spazio vuoto gesticolando e parlando forte. Qualcuno consiglia la calma e di ben ponderare prima di prendere delle decisioni.
26Altri rimbeccano: «Ma non avete sentito quelli venuti qui dopo nona? Se perdiamo i giudei più importanti, che ci serve più accumulare le accuse? Più Egli vive e meno saremo creduti se lo accusiamo».
La forza della verità.
27«E questo fatto non lo si può negare. Non si può dire ai molti che erano là: “Avete visto male. É una finzione. Eravate ebbri”. Il morto era morto. Putrido. Sfatto. Il morto era deposto nel chiuso sepolcro, e il sepolcro era ben murato. Il morto era sotto le bende e i balsami da più giorni. Il morto era legato. Eppure è uscito dal suo posto, è venuto da solo senza camminare sino all’apertura. E liberato che fu, nel suo corpo non era più morte. Respirava. Non c’era più corruzione. Mentre prima, da vivo, era piagato, e da morto era tutto corrotto».
28«Avete sentito i più influenti giudei, quelli che avevamo spinto là per conquistarli a noi del tutto? Sono venuti a dirci: “Per noi è il Messia”. Quasi tutti sono venuti! Il popolo poi! …».
29«E questi maledetti romani pieni di fole! Dove li mettete? Per essi Egli è Giove Massimo. E se entrano in quell’idea! Ci hanno fatto conoscere le loro storie, e fu maledizione. Anatema su chi volle l’ellenismo in noi e per adulazione ci profanò con costumi non nostri! Ma però ciò serve anche a conoscere. E conosciamo che presto fa il romano ad abbattere e ad innalzare con congiure e colpi di stato. Ora, se alcuno, qui, di questi folli, si entusiasma del Nazareno e lo proclama Cesare, e perciò divino, chi più lo tocca?».
30«Ma no! Ma chi vuoi che faccia questo? Essi se ne ridono di Lui e di noi. Per grande che sia ciò che compie, per essi è sempre “un ebreo”. Perciò un miserabile. La paura ti fa stolto, o figlio di Anna!».
31«La paura? Hai sentito come ha risposto Ponzio all’invito di mio padre? Egli è scosso, ti dico. Egli è scosso da quest’ultimo fatto e teme il Nazareno. Miseri noi! Quell’uomo è venuto per nostra rovina!».
32«Almeno non fossimo andati là, e là non avessimo quasi comandato che andassero i più potenti giudei! Se Lazzaro fosse risorto senza testimoni…».
33«Ebbene? Che mutava? Non potevamo certo farlo sparire per far credere che fosse sempre morto!».
Sostenitori del Messia.
I difensori del Messia.
34«Questo no. Ma potevamo dire che era stata una falsa morte. Testimoni pagati per dire il falso se ne trovano sempre».
35«Ma perché tanto agitati? Non ne vedo la ragione! Egli ha forse fatto atto di eccitazione contro il Sinedrio e il Pontificato? No. Si è limitato a compiere un miracolo».
36«Si è limitato?! Ma sei stolto, o venduto a Lui, Eleazaro? Non ha eccitato contro il Sinedrio e il Pontificato? E che vuoi di più? La gente…».
38«La gente può dire ciò che vuole, ma le cose sono come le dice Eleazaro. Il Nazareno non ha che fatto un miracolo».
39«Ecco l’altro che lo difende! Non sei più un giusto, Nicodemo! Non sei più un giusto! Questo è un atto contro di noi. Contro di noi, capisci? Nessuna cosa più persuaderà la folla. Ah! miseri noi! Io oggi fui beffato da alcuni giudei. Io beffato! Io!».
40«E taci là, Doras! Tu non sei che un uomo. Ma è l’idea che è colpita! Le nostre leggi! Le nostre prerogative!».
41«Bene dici, Simone, e occorre difenderle».
«Ma come?».
«Offendendo, distruggendo le sue!».
42«Presto detto, Sadoc. Ma con che le distruggi se non sai, di tuo, far rivivere un moscerino? Qui ci vorrebbe un miracolo più grande del suo. Ma nessuno di noi lo può fare, perché…». Colui che parla non sa dire perché.
43Giuseppe d’Arimatea termina la frase: «Perché noi siamo uomini, soltanto uomini».
44Gli si avventano contro chiedendo: «Ed Egli chi è, allora?».
Il d’Arimatea risponde sicuro: «Egli è Dio. Se ne avessi avuto ancora dei dubbi…».
45«Ma non li avevi i dubbi. Lo sappiamo, Giuseppe. Lo sappiamo. Dillo pure apertamente che tu lo ami!».
Intervento di Gamaliele.
46«Nulla di male se Giuseppe lo ama. Io stesso lo riconosco come il più grande Rabbi d’Israele».
«Tu! Tu, Gamaliele, dici questo?».
47«Lo dico. E di essere… detronizzato da Lui mi onoro, perché sin qui io avevo conservato la tradizione dei grandi rabbi, l’ultimo dei quali fu Illele, ma dopo me non avrei saputo chi poteva raccogliere la sapienza dei secoli. Ora me ne vado contento, perché so che essa non morrà, ma anzi diventerà più grande, perché aumentata dalla sua, alla quale certo è presente lo Spirito di Dio».
«Ma che dici, Gamaliele?».
48«La verità. Non è chiudendosi gli occhi che si può ignorare ciò che noi siamo. Noi non siamo più sapienti, perché principio della sapienza è il timor di Dio, e noi siamo peccatori senza timore di Dio. Se avessimo questo timore, non conculcheremmo il giusto e non avremmo la stolta ingordigia per le ricchezze del mondo. Dio dà e Dio toglie. A seconda dei meriti e dei demeriti. E se Dio ora ci leva ciò che ci aveva dato, per darlo ad altri, sia benedetto, perché santo è il Signore e sante sono tutte le sue azioni».
49«Ma noi parlavamo di miracoli e volevamo dire che nessuno di noi li può fare perché con noi non è Satana».
50«No. Perché con noi non è Dio. Mosè separò le acque[9] e aprì la rupe[10], Giosuè fermò il sole[11], Elia risuscitò il fanciullo e fece cadere la pioggia[12], ma con essi era Dio. Vi ricordo che sei sono le cose che Dio odia, ed esecra la settima[13]: gli occhi superbi, la lingua bugiarda, le mani che spargono sangue innocente, il cuore che medita disegni malvagi, i piedi che corrono rapidi al male, il falso testimonio che dice menzogne e colui che mette discordie tra i fratelli. Noi facciamo tutte queste cose. Noi, dico. Ma voi solo le fate. Perché io me ne astengo dal gridare “Osanna” e dal gridare “Anatema”. Io attendo».
La tesi di Gamaliele.
51«Il segno! Già! Tu attendi il segno! Ma quale segno attendi da un povero folle, se proprio vogliamo dargli tutti i perdoni?».
52Gamaliele alza le mani e, le braccia in avanti, gli occhi chiusi, il capo lievemente chinato, ieratico quanto mai, parla lentamente e con voce lontana: «Ho interrogato ansiosamente il Signore perché mi indicasse la verità, ed Egli mi ha illuminato le parole di Gesù figlio di Sirac.
53Queste: “Il Creatore di tutte le cose mi parlò e mi diede i suoi ordini, e Colui che mi creò riposò nel mio Tabernacolo e mi disse: ‘Abita in Giacobbe, tuo retaggio sia in Israele, getta le tue radici tra i miei eletti’[14]…
54E ancora mi illuminò queste, e le ho riconosciute: “Venite a me, voi tutti che mi bramate, e saziatevi dei miei frutti, perché il mio spirito è più dolce del miele e il mio retaggio più del favo. Il ricordo di me durerà nelle generazioni dei secoli. Chi mi mangia avrà di me fame e chi beve di me avrà di me sete, e chi mi ascolta non avrà da arrossire e chi lavora per me non pecca, e chi mi illustra avrà la vita eterna”[15].
55E la luce di Dio crebbe sul mio spirito mentre leggevano i miei occhi queste parole: “Tutte queste cose contiene il libro della Vita, il testamento dell’Altissimo, la dottrina della Verità… Dio promise a Davide di far nascere da lui il Re potentissimo, che deve stare assiso in eterno sul trono della gloria. Egli ridonda di sapienza come il Fison e il Tigri al tempo dei nuovi frutti, come l’Eufrate ridonda d’intelligenza e cresce come il Giordano al tempo della messe. Egli diffonde la sapienza come la luce… Egli per primo l’ha perfettamente conosciuta”[16]. Questo mi ha fatto illuminare Dio!
56Ma, ahi! che dico, che la Sapienza che è fra noi è troppo grande perché noi la si comprenda e si accolga ciò che è pensiero più vasto dei mari e consiglio più profondo del grande abisso. E noi lo sentiamo gridare: “Io come canale d’acque immense sgorgai dal Paradiso e dissi: ‘Innaffierò il mio giardino”, ed ecco il mio canale divenire fiume, e il fiume mare. Come l’aurora io irraggio a tutti la mia dottrina, e la farò conoscere ai più lontani. Penetrerò nelle parti più basse, getterò lo sguardo sui dormenti, illuminerò quelli che sperano nel Signore. E ancor spanderò la mia dottrina come profezia e la lascerò a quelli che cercano la sapienza, non cesserò d’annunziarla sino al secolo santo. Non ho lavorato per me soltanto, ma per tutti quelli che cercano la verità”[17].
57Questo mi ha fatto leggere Jeovè, l’Altissimo», e riabbassa le braccia alzando il capo.
Il Messia è “Jahve”: Colui che è.
58«Ma allora per te è il Messia?! Dillo!».
«Non è il Messia».
59«Non è? E allora cosa è per te? Demonio, no. Angelo, no. Messia, no…».
60«É colui che è».
«Tu deliri! Dio è? Dio è per te, quel folle?».
61«É colui che è. Dio sa ciò che Egli è. Noi vediamo le sue opere. Dio vede anche i suoi pensieri. Ma non è il Messia, perché per noi Messia vuol dire Re. Egli non è non sarà re. Ma è santo. E le sue opere sono da santo. E noi non possiamo alzare la mano sull’innocente, a meno di non commettere peccato. Io non sottoscriverò al peccato».
«Ma con quelle parole tu quasi lo hai detto l’Atteso!».
62«L’ho detto. Finché durò la luce dell’Altissimo, io lo vidi tale. Poi… non tenendomi più la mano del Signore alto levato nella luce sua, io tornai uomo, l’uomo d’Israele, e le parole non furono più che parole alle quali l’uomo d’Israele, io, voi, quelli prima di noi e, Dio non lo permetta, quelli dopo di noi, danno il significato del loro, del nostro pensiero, non il significato che hanno nel Pensiero eterno che le ha dettate al suo servo».
L’appello a Roma.
Ricorso a Pilato.
63«Noi parliamo, divaghiamo, perdiamo tempo. Ed il popolo intanto si agita», gracchia Canania.
64«Bene dici! Occorre decidere e fare per salvarsi e trionfare».
65«Voi dite che Pilato non ci ha voluti ascoltare quando chiedevamo il suo aiuto contro il Nazareno. Ma se noi gli facessimo sapere… Avete detto prima che, se le milizie si esaltano, possono proclamarlo Cesare… Eh! Eh! Buona idea! Andiamo a prospettare al Proconsole questo pericolo. Avremo onori come a fedeli servi di Roma e.… se egli interverrà noi saremo sbarazzati del Rabbi. Andiamo, andiamo! Tu, Eleazaro di Anna, che gli sei più di tutti amico, sii nostro duce», ride serpentino Elchia.
66Vi è un poco di titubanza, ma poi un gruppo dei più fanatici esce per recarsi ad Antonia. Resta Caifa insieme agli altri.
67«A quest’ora! Non saranno ricevuti», obbietta uno.
68«No, anzi! É la migliore. Ponzio è sempre di buon umore quando ha bevuto e mangiato come beve e mangia un pagano…».
69Li lascio là a discutere e mi si illumina la scena di Antonia.
Lunga attesa nel palazzo di Ponzio.
70Il breve tragitto è presto fatto e senza difficoltà, tanto è limpida la luna che fa gran contrasto con la luce rossa dei lumi accesi nel vestibolo del palazzo pretorio.
71Eleazaro riesce a farsi annunciare a Pilato, e vengono fatti passare in una sala grande e vuota. Assolutamente vuota. Vi è soltanto una sedia pesante, bassa di spalliera, coperta di un drappo purpureo, che spicca vivamente nel candore assoluto della sala. Stanno raggruppati, un poco timorosi, infreddoliti, ritti sul marmo candido del pavimento. Non viene nessuno. Il silenzio è assoluto. Però, a intervalli, una musica lontana rompe questo silenzio.
72«Pilato è a mensa. Certo è con amici. Questa musica è suonata nel triclinio. Ci saranno danze in onore degli ospiti», dice Eleazaro di Anna.
73«Corrotti! Domani mi purificherò. La lussuria trasuda da queste pareti», dice con ribrezzo Elchia.
74«Perché ci sei venuto, allora? Tu lo hai proposto», gli ribatte Eleazaro.
75«Per l’onore di Dio e il bene della Patria so fare qualsiasi sacrificio. E questo è grande! Mi ero purificato per aver avvicinato Lazzaro… e ora!… Giornata tremenda, oggi!»
76Pilato non viene. Il tempo passa. Eleazaro, pratico del luogo, tenta le porte. Sono tutte chiuse. Lo spavento si impadronisce dei presenti. Paurose storie riaffiorano. Rimpiangono di essere venuti. Si sentono già perduti.
77Finalmente ecco, nel lato opposto al loro, che sono presso la porta dalla quale sono entrati, e perciò presso l’unica sedia dell’ambiente, ecco aprirsi una porta ed entrare Pilato, candido nella sua veste come è candida la sala. Entra parlando con dei convitati. Ride. Si volge ad ordinare ad uno schiavo, che tiene sollevata la tenda oltre l’uscio, di gettare essenze in un braciere e di portare profumi e acque per le mani, che uno schiavo venga con specchio e pettini. Degli ebrei non si cura, come non ci fossero. Quelli si arrovellano, ma non osano gesti…
Danze in onore degli ospiti.
78Laggiù, intanto, vengono portati i bracieri, sparse le resine sui fuochi e versate acque profumate sulle mani romane. E uno schiavo, con mosse esperte, ravvia i capelli secondo la moda dei ricchi romani del tempo. E gli ebrei si arrovellano.
79I romani ridono fra loro e scherzano, guardando ogni tanto il gruppo che attende là in fondo, e uno parla a Pilato che non si è mai voltato a guardare; ma Pilato scrolla le spalle facendo un gesto annoiato e batte le mani per chiamare uno schiavo, al quale ordina a voce alta di portare dolciumi e di far entrare le danzatrici. Gli ebrei fremono d’ira e di scandalo. Pensare ad un Elchia costretto a vedere delle danzatrici! Il suo volto è un poema di sofferenza e di odio.
80Vengono gli schiavi coi dolciumi in coppe preziose, e dietro essi le danzatrici incoronate di fiori e appena coperte da tele così leggere da parere veli. Le carni bianchissime traspaiono dalle vesti leggere, tinte di rosa e di azzurro, quando esse passano davanti ai bracieri ardenti e ai molti lumi messi là in fondo. I romani ammirano la grazia dei corpi e delle movenze, e Pilato chiede ancora un passo di danza che gli è particolarmente piaciuto.
81Elchia -e i suoi compari lo imitano- si volge sdegnato contro al muro per non vedere le danzatrici trasvolare come farfalle fra un ondeggiare di vesti scomposte. Finita la breve danza, Pilato le congeda, mettendo in mano di ognuna la coppa colma di dolciumi, nella quale getta con noncuranza un bracciale. E finalmente si degna di voltarsi a guardare gli ebrei, e dice agli amici con voce annoiata: «E ora… dovrò dal sogno passare alla realtà… dalla poesia alla… ipocrisia… dalla grazia alle laide cose della vita. Miserie dell’esser Proconsole!… Salve, amici, e abbiate compassione di me».
L’udienza del Proconsole di Roma.
Udienza ai buffoni sinedristi.
82Resta solo e lentamente si avvicina agli ebrei. Si siede, si osserva le mani ben curate e scopre qualche cosa che non va sotto un’unghia. Se ne occupa e preoccupa traendo fuor dalla veste un sottile e aureo bastoncino, col quale rimedia al gran danno di un’unghia imperfetta… Poi, bontà sua, gira il capo lentamente. Sogghigna vedendo gli ebrei ancora curvi in un inchino servile, e dice: «Voi! Qui! E siate brevi. Non ho tempo da sciupare in cose senza valore».
83Gli ebrei si avvicinano sempre servili nell’atto, finché un: «Basta! Non troppo vicini» li inchioda al suolo. «Parlate! E state diritti, ché solo degli animali è stare piegati verso il suolo», e ride.
84Gli ebrei si raddrizzano sotto lo scherno e stanno impettiti.
85«Dunque? Parlate! Avete voluto venire per forza. Ora che siete qui, parlate».
86«Volevamo dirti… Ci risulta… Noi siamo servi fedeli di Roma…».
87«Ah! Ah! Ah! Servi fedeli di Roma! Lo farò sapere al divo Cesare e ne sarà felice! Felice sarà! Parlate, buffoni! E svelti!».
88I sinedristi fremono, ma non reagiscono. Elchia prende la parola per tutti: «Devi sapere, o Ponzio, che oggi in Betania è stato risuscitato un uomo…».
89«Lo so. Per dirmi questo siete venuti? Lo sapevo già da molte ore. Felice lui, che già sa cosa è il morire e cosa è l’altro mondo! E che ci posso fare se Lazzaro di Teofilo è risorto? Forse mi ha portato un messaggio dall’Ade?». É ironico.
Via! Laidi servi dell’odio.
90«No. Ma la sua risurrezione è un pericolo…».
91«Per lui? Certo! Pericolo di dover morire di nuovo. Operazione poco gradevole. Ebbene? Che ci posso fare? Sono Giove io?».
92«Pericolo non per Lazzaro. Ma per Cesare».
93«Per?… Domine! Ma forse ho bevuto! Avete detto: per Cesare? E che può nuocere Lazzaro a Cesare? Forse temete che il puzzo del suo sepolcro possa corrompere l’aria che respira l’Imperatore? Datevi pace! Troppo lontano!».
94«Non questo. É che Lazzaro risorgendo può far detronizzare l’Imperatore».
95«Detronizzare? Ah! Ah! Ah! Questa è più grande del mondo! Ma allora l’ebbro non sono io, ma voi siete ebbri. Forse lo spavento vi ha sconvolto la mente. Vedere risorgere… Credo, credo che possa turbare. Andate, andate a letto. Un buon riposo. E un bagno caldo. Molto caldo. Salutare contro i deliri».
96«Non deliriamo, Ponzio. Ti diciamo che, se non provvedi, tu passerai ore tristi. Sarai punito certo, se anche non sarai ucciso dall’usurpatore. Fra poco il Nazareno sarà proclamato re, re del mondo, capisci? I tuoi legionari stessi lo faranno. Essi sono sedotti dal Nazareno, e il fatto di oggi li ha esaltati. Che servo sei di Roma se non ti preoccupi della sua pace? Vuoi dunque vedere l’Impero sconvolto e diviso in causa della tua inerzia? Vuoi vedere vinta Roma e abbattute le insegne, ucciso l’Imperatore, tutto distrutto…».
97«Silenzio! Parlo io. E vi dico: siete dei pazzi! Più ancora. Siete dei mentitori. Dei malandrini siete. Meritereste la morte. Uscite di qui, laidi servi del vostro interesse, del vostro odio, della vostra bassezza. Servi voi. Non io. Io sono cittadino romano, e i cittadini romani non sono servi a nessuno. Io sono il funzionario imperiale e lavoro per le patrie fortune. Voi… siete i soggetti. Voi… voi siete i dominati. Voi… voi siete i galeotti legati alle bancate e fremete inutilmente. La sferza del capo vi sta sopra.
98Il Nazareno!… Vorreste che io uccidessi il Nazareno? Vorreste che lo imprigionassi? Per Giove! Se per la salute di Roma e del divo Imperatore io dovessi imprigionare i soggetti pericolosi, o ucciderli qui dove io governo, il Nazareno e i suoi seguaci, solo essi, dovrei lasciare liberi e vivi.
Uscite! Serpi notturne! Vampiri!
99Andate. Sgombrate e non tornatemi mai più davanti. Turbolenti! Sobillatori! Ladri e manutengoli di ladri! Non uno dei vostri armeggii mi è ignoto. Sappiatelo. E sappiate anche che armi fresche e legionari novelli hanno servito a scoprire le vostre trappole e i vostri strumenti. Strillate per le imposte romane. Ma quanto vi è costato Melchia di Galaad, e Giona di Scitopoli, e Filippo di Soco, e Giovanni di Betaven e Giuseppe di Ramaot, e tutti gli altri che presto saranno presi? E non andate verso le grotte della valle, perché vi sono più legionari che pietre, e la legge e la galera sono uguali per tutti. Per tutti! Capite? Per tutti. E spero di vivere tanto da vedervi tutti in catene, schiavi fra schiavi sotto il tallone di Roma. Uscite! Andate e riferite -anche tu, Eleazar di Anna, che non desidero vedere più nella mia casa- che il tempo della clemenza è finito, e che io sono il Proconsole e voi i sudditi. I sudditi. E io comando. In nome di Roma. Uscite! Serpi notturne! Vampiri! E il Nazareno vi vuole redimere? Se Egli fosse Dio, fulminarvi dovrebbe! E dal mondo sarebbe sparita la macchia più schifosa. Via! E non osate fare congiure, o conoscerete il gladio e il flagello».
Cacciati come tanti cani.
100Si alza e se ne va sbatacchiando la porta davanti agli allibiti sinedristi, che non hanno tempo di rinvenire, perché entra un drappello armato che li caccia fuori dalla sala e dal palazzo come tanti cani.
101Ritornano all’aula del Sinedrio. Raccontano. L’agitazione è somma. La notizia dell’arresto di molti ladroni e delle battute nelle grotte per prendere gli altri turba fortemente tutti i rimasti. Perché molti, stanchi di attesa, se ne sono andati.
Il delitto perfetto.
Il sinedrio delibera la morte del Messia
(Gv 11,47-48)[18].
102«Eppure non possiamo lasciarlo vivere», urlano dei sacerdoti.
103«Non possiamo lasciarlo fare. Egli fa. Noi non facciamo. E giorno per giorno perdiamo terreno. Se lo lasciamo libero ancora, Egli continuerà a fare miracoli e tutti crederanno in Lui. E i romani finiranno a venirci contro e a distruggerci del tutto. Ponzio dice così. Ma se la folla lo acclamasse re, oh! allora Ponzio ha il dovere di punirci, tutti. Non lo dobbiamo permettere», strilla Sadoc.
104«Va bene. Ma come? La via… legale romana è fallita. Ponzio è sicuro sul Nazareno. La via… legale nostra è.… resa impossibile. Egli non pecca…», obbietta uno.
Il mandante del delitto (Gv 11,49-52)[19].
105«Si inventa la colpa, se colpa non c’è», insinua Caifa.
106«Ma è peccato fare questo! Giurare il falso! Far condannare un innocente! É.… troppo! …», dicono con orrore i più.
107«É un delitto, perché sarà la morte per Lui».
108«Ebbene? Ciò vi spaventa? Siete degli stolti e non vi intendete di nulla. Dopo ciò che è avvenuto, Gesù deve morire. Non riflettete voi tutti che è meglio per noi che muoia un uomo anziché molti uomini? Perciò Egli muoia per salvare il suo popolo, onde non perisca tutta la nostra nazione. Del resto… Egli lo dice di essere il Salvatore. Perciò si sacrifichi per salvare tutti», dice Caifa ributtante di odio freddo e astuto.
«Ma Caifa! Rifletti! Egli…».
109«Ho detto. Lo Spirito del Signore è su me, Sommo Sacerdote. Guai a chi non rispetta il Pontefice d’Israele. Le folgori di Dio su lui! Basta di attesa! Basta di orgasmi! Ordino e decreto che chiunque sappia dove si trova il Nazareno venga e ne denunci il luogo, e anatema su chi non ubbidirà alla mia parola».
«Ma Anna…», obbiettano alcuni.
110«Anna mi ha detto: “Tutto ciò che farai sarà santo”. Leviamo la seduta. Venerdì, fra terza e sesta, tutti qui per deliberare. Tutti, ho detto. Fatelo sapere agli assenti. E siano chiamati tutti i capi delle famiglie e delle classi, tutto il fior di Israele. Il Sinedrio ha parlato. Andate».
111E si ritira per il primo da dove è venuto, mentre gli altri se ne vanno da altre parti, e parlando a voce sommessa escono dal Tempio andando alle loro case.
550. Euforia tra gli apostoli. Missione d’amore per Lazzaro e di contemplazione assoluta per la sorella Maria. Gesù deve fuggire in Samaria[20].
Auto esaltazione dell’Iscariota.
La pace presso Betania.
1É bello stare così, in riposo, fra l’amore degli amici e presso il Maestro nelle giornate solari che già risentono di un primo precoce sorridere di primavera, guardando i campi che aprono le loro zolle ad un verzicare innocente di grani che spuntano, guardando i prati che rompono il verde uniforme dell’inverno con i primi fioretti multicolori, guardando le siepi che nei posti più solari hanno già dei sorrisi di gemme che si schiudono, guardando i mandorli che già spumano nelle cime per i primi fiori che sbocciano. E Gesù ne gode, e ne godono gli apostoli, e ne godono i tre amici di Betania. Sembra così lontano il malanimo, il dolore, la tristezza, la malattia, la morte, l’odio, l’invidia, tutto quanto è pena, tormento, preoccupazione sulla Terra.
2Gli apostoli, tutti, sono gongolanti e lo dicono. Dicono la loro persuasione – oh! così certa, così trionfante! – che ormai Gesù ha vinto tutti i nemici, che la sua missione procederà ormai senza ostacoli, che Egli sarà riconosciuto per Messia anche dai più tenaci a negarlo. E parlano, un poco esaltati, ringiovaniti tanto sono felici, facendo progetti per l’avvenire, sognando… sognando tanto… e umanamente.
Presuntuosa esaltazione dell’Iscariota.
3Il più esaltato, per la sua psiche che lo porta sempre agli estremi, è Giuda di Keriot. Si felicita di aver saputo attendere e di aver saputo fare, si felicita della sua lunga fede nel trionfo del Maestro, si felicita di avere sfidato le minacce del Sinedrio… É tanto esaltato che finisce col dire anche quello che ha sempre tenuto celato sin qui, fra lo stupore attonito dei compagni.
4«Sì. Mi volevano comperare, sedurre mi volevano con blandizie e, vedendo che non servivano queste, con minacce. Se sapeste! Ma io! Io li ho pagati con uguale moneta. Ho finto amore a loro come essi a me. Li ho lusingati come essi mi lusingavano e li ho traditi come essi mi volevano tradire…
5Perché questo volevano. Farmi credere che con spirito buono provavano il Maestro per poterlo proclamare solennemente il Santo di Dio. Ma io li conosco! Io li conosco. E in tutte le cose che essi mi dicevano di voler fare mi destreggiavo in modo che la santità di Gesù veramente apparisse più lucente del sole meridiano in un cielo senza nubi… Un giuoco pericoloso il mio! Se lo avessero capito! Ma ero pronto a tutto, anche alla morte, per servire Dio nel mio Maestro.
6E così sapevo tutto… Eh! delle volte vi sarò sembrato pazzo, cattivo, scontroso. Se aveste saputo! Io solo so le mie notti, le cure che dovevo avere per fare del bene senza dare nell’occhio a nessuno! Tutti sospettaste un poco di me. Lo so. Ma non ve ne ho rancore.
Furbizia infernale dell’Iscariota.
7Il mio modo di fare… sì… poteva dar luogo a sospetti. Ma il fine era buono, e io non mi preoccupavo che di quello. Gesù non sa nulla. Ossia credo che Egli pure sospetti di me. Ma saprò tacere senza esigere una sua lode. E tacete anche voi. Un giorno, ai primi tempi che ero con Lui -e tu, Simone Zelote, e tu, Giovanni di Zebedeo, eravate con me- Egli mi rimproverò perché mi ero vantato di avere il senso pratico. Da allora io… non gliel’ho mai fatta risaltare questa qualità, ma l’ho continuata ad usare, per suo bene. Ho fatto come una madre per il suo bambino inesperto. Ella gli leva gli ostacoli dal cammino, gli curva il ramo senza spine e alza quello che può ferire, o con atti avveduti lo porta a fare ciò che deve saper fare e a schivare ciò che è male senza che neppure il figlio se ne avveda. Anzi, il figlio crede di esserci arrivato da sé a camminare senza inciampare, a cogliere il bel fiore per la mamma, a fare questo e quello spontaneamente. Io ho fatto uguale col Maestro. Perché la santità non basta in un mondo di uomini e di satana. Bisogna anche combattere con armi pari, almeno da uomini… e qualche volta… anche un pizzico di furbizia d’inferno non è male mettercela fra le altre armi. É la mia idea. Ma Lui non la vuole sentire… È troppo buono… Bene. Io capisco tutto e tutti, e scuso tutti dei mali pensieri che potete aver avuto su di me. Ora sapete. Ora ci amiamo da buoni compagni, tutto per suo amore e a sua gloria», e accenna a Gesù che passeggia molto più lontano in un viale pieno di sole parlando con Lazzaro, che lo ascolta con un sorriso d’estasi sul viso.
Gli apostoli si allontanano verso la casa di Simone. Gesù si avvicina invece con l’amico. Li ascolto.
Missione d’amore per Lazzaro
Il risorto ha davanti il futuro.
8Dice Lazzaro: «Sì. Lo avevo capito che c’era un grande scopo, e certo di bontà, nel lasciarmi morire. Pensavo che fosse per risparmiarmi la vista della persecuzione che ti fanno. E, Tu sai se dico il vero, ero contento di morire per non vederla. Mi inasprisce. Mi turba. Vedi, Maestro. Io ho perdonato tante cose a quelli che sono i capi del nostro popolo. Ho dovuto perdonare sino agli ultimi giorni… Elchia… Ma la morte e la risurrezione hanno annullato ciò che era prima di esse. A che ricordare le loro ultime azioni per darmi dolore?
9Io ho perdonato tutto a Maria. Ella sembra dubitarne. Anzi, non so perché, da quando sono risorto ha preso con me un atteggiamento così… non so come definirlo. É di una dolcezza e di una sommissione così strana nella mia Maria… Neppure nei primi momenti in cui tornò qui, redenta da Te, era così… Anzi, forse Tu sai e me ne puoi dire qualcosa, perché Maria tutto ti dice… Sai se quelli che sono qui venuti l’hanno forse rimproverata troppo. Io ho sempre cercato di sminuire il ricordo del suo fallo, quando la vedevo assorta nel pensiero del passato, per medicare il suo soffrire. Non se ne sa dare pace. Sembra così… al di sopra di ciò che potrebbe essere avvilimento. A certuni potrà parere anche poco pentita… Ma io comprendo… Io so.
10Tutto fa per espiare. Io credo che faccia grandi penitenze, di ogni specie. Non mi stupirei che sotto le vesti avesse il cilicio e che le sue carni conoscessero il morso dei flagelli… Ma l’amore fraterno che ho io, e che la vuole sorreggere facendo velo fra il passato e il presente, non ce l’hanno gli altri… Sai se, forse, ella fu maltrattata da chi non sa perdonare… ed è così bisognevole di perdono?».
11«Non so, Lazzaro. Maria non me ne ha parlato. Mi ha detto solo di aver molto sofferto sentendo l’insinuazione dei farisei che Io non ero il Messia perché non ti guarivo o non ti risuscitavo».
12«E.… non ti ha detto nulla di me? Sai… Avevo tanto male… Ricordo che mia madre nelle ultime ore svelò cose che erano passate inosservate a Marta e a me. Fu come se il fondo della sua anima e del suo passato rigalleggiassero negli ultimi sommovimenti del cuore. Io non vorrei… Ha tanto sofferto il mio cuore per Maria… e ha fatto tanto sforzo per non darle mai la sensazione di ciò che per lei ho sofferto… Non vorrei averla colpita ora che è buona mentre, per amore di fratello prima, per tuo amore poi, non l’ho mai colpita nel tempo infame, quando era un obbrobrio. Che ti ha detto di me, Maestro?».
13«Il suo dolore di avere avuto troppo poco tempo per darti il suo santo amore di sorella e condiscepola. Nella tua perdita ha misurato tutta l’estensione dei tesori di affetto che ella aveva calpestato un tempo… ed ora è felice di poterti dare tutto l’amore che ella vuole darti, per dirti che tu per lei sei il santo, amato fratello».
14«Ah! ecco! Lo avevo intuito! Di questo ne godo. Ma temevo di averla offesa… Da ieri penso, penso… mi sforzo a ricordare… ma non ci riesco…».
15«Ma perché vuoi ricordare? Hai davanti il futuro. Il passato è rimasto nella tomba. Anzi, neppure è rimasto là. É stato bruciato insieme alle funebri bende. Ma se ti deve dar pace, ti dico le ultime parole che tu avesti per le sorelle. Per Maria in specie. Hai detto che per Maria Io sono venuto qui e ci vengo, perché Maria sa amare più di tutti. É vero. Le hai detto che ella ti ha amato più di tutti quelli che ti hanno amato. Anche questo è vero, perché ella ti ha amato rinnovandosi per amore di Dio e tuo. Le hai detto, giustamente, che tutta una vita di delizie non ti avrebbe dato la gioia che hai goduto per merito di lei. E le hai benedette, come un patriarca benediceva le sue più amate creature. Hai benedetto ugualmente Marta, che dicevi tua pace, e Maria, che dicevi tua gioia. Sei in pace, ora?».
«Ora sì, Maestro. Sono in pace».
Cosa avviene alla morte dell’uomo?
16«E allora, poiché la pace dà misericordia, perdona anche ai capi del popolo che mi perseguitano. Poiché questo volevi dire: che tu tutto puoi perdonare, ma non il male che fanno a Me».
«È Così, Maestro».
17«No, Lazzaro. Io li perdono. Tu li devi perdonare se vuoi essere simile a Me».
«Oh! Simile a Te! Non posso. Sono un semplice uomo!».
18«L’uomo e rimasto là sotto. L’uomo! Il tuo spirito… Tu sai che cosa avviene alla morte dell’uomo…».
«No, Signore. Non ricordo nulla di ciò che m’avvenne», interrompe veemente Lazzaro.
19Gesù sorride e risponde: «Non parlavo del tuo personale sapere, della tua particolare esperienza. Parlavo di ciò che ogni credente sa che gli avviene quando muore».
«Ah! Il giudizio particolare. So. Credo. L’anima si presenta a Dio, e Dio la giudica».
20«É così. E il giudizio di Dio è giusto e inviolabile. Ed ha un infinito valore. Se l’anima giudicata è colpevole mortalmente, diviene anima dannata[21]. Se essa è lievemente colpevole, è mandata al Purgatorio[22]. Se essa è giusta, va nella pace del Limbo[23] in attesa che Io apra le porte dei Cieli. Dunque, Io ti ho richiamato lo spirito dopo che esso era già giudicato da Dio.
Stati di purificazione.
21Se tu fossi stato un dannato, non ti avrei potuto richiamare alla vita, perché facendolo avrei annullato il giudizio del Padre mio. Per i dannati non ci sono mutazioni più. Sono giudicati in eterno. Dunque tu eri del numero di quelli che dannati non erano. Perciò, o della classe dei beati, o di quella che saranno beati dopo la purificazione.
22Ma rifletti, amico mio. Se la sincera volontà di pentimento che può avere l’uomo essendo ancora uomo, ossia carne e anima, ha valore di purificazione; se un simbolico rito di battesimo nelle acque, voluto per spirito di contrizione, dalle sozzure contratte nel mondo e per la carne, ha per noi ebrei valore di purificazione; che valore avrà il pentimento, più reale e perfetto, molto più perfetto, di un’anima liberata dalla carne, conscia di ciò che è Dio, illuminata sulla gravità dei suoi errori, illuminata sulla vastità della gioia che si è allontanata per ore, per anni, o per secoli: la gioia della pace limbale, che presto sarà la gioia del raggiunto possesso di Dio; che sarà la purificazione duplice, triplice, del pentimento perfetto, dell’amore perfetto, del bagno nell’ardore delle fiamme accese dall’amore di Dio e dall’amore degli spiriti, nel quale e dal quale gli spiriti si spogliano da ogni impurità ed emergono belli come serafini, coronati da ciò che non corona neppure i serafini: il loro martirio terreno e ultraterreno contro i vizi e per l’amore? Che sarà? Dillo, dunque, amico mio».
L’anima ricreata diventa simile a Gesù.
23«Ma… non so… una perfezione. Meglio… una ricreazione».
24«Ecco. Hai detto la giusta parola. L’anima ne viene come ricreata. L’anima diviene simile a quella di un infante. È nuova. Tutto il passato non è più. Il suo passato d’uomo. Quando cadrà la colpa d’origine, l’anima, senza più macchia e ombra di macchie, sarà super creata e sarà degna del Paradiso. Io ho richiamato la tua anima che già si era ricreata per la volontà al Bene, per l’espiazione della sofferenza e della morte, e per il tuo perfetto pentimento e perfetto amore raggiunti oltre la morte.
25Tu hai dunque l’anima tutt’affatto innocente di un pargolo nato da poche ore. E se sei un fanciullino neonato, perché vuoi indossare su questa fanciullezza spirituale le grevi, pesanti vesti dell’uomo adulto? I fanciulli hanno ali e non catene al loro spirito ilare. Essi mi imitano con facilità, perché non hanno ancora preso nessuna personalità. Si fanno come Io sono, perché sulla loro anima vergine di impronte si può imprimere senza confusione di linee la mia figura e la mia dottrina. Hanno l’anima priva di umani ricordi, di risentimenti, di preconcetti. Non c’è nulla.
26E ci posso essere Io, perfetto, assoluto come sono in Cielo. Tu, che sei come rinato, un nato novellamente, perché nella tua vecchia carne il potere motore è nuovo, senza passato, mondo, senza tracce di ciò che fu, tu che sei tornato per servirmi, solo per questo, devi essere come Io sono, più di tutti. Guardami. Guardami bene. Specchiati in Me, e in te riflettimi. Due specchi che si guardano per riflettere uno nell’altro la figura di ciò che amano. Tu sei uomo e sei bambino. Sei uomo per età, sei bambino per mondezza di cuore. Hai sui bambini il vantaggio di conoscere già il Bene e il Male, e di aver già saputo scegliere il Bene anche prima del battesimo nelle fiamme dell’amore.
La missione di essere perfetto come Dio.
27Ebbene, Io ti dico, a te, uomo dallo spirito mondo dalla purificazione avuta: “Sii perfetto come lo è il Padre nostro dei Cieli e come Io lo sono. Sii perfetto, ossia sii simile a Me, che ti ho amato tanto da andare contro a tutte le leggi della vita e della morte, del Cielo e della Terra, per riavere sulla Terra un servo di Dio e un vero amico mio, e in Cielo un beato, un grande beato”.
28Lo dico a tutti: “Siate perfetti”. Ed essi, i più, non hanno il cuore che tu avevi, degno del miracolo, degno di essere preso per strumento ad una glorificazione di Dio nel suo Figliuolo. Ed essi non hanno il tuo debito d’amore verso Dio… Lo posso dire, lo posso esigere da te. E per prima cosa lo esigo nel non avere rancore per chi ti ha offeso e mi offende. Perdona, perdona, Lazzaro. Sei stato immerso nelle fiamme accese dall’amore. Devi essere “amore” per non conoscere mai più altro che l’amplesso di Dio».
29«E così facendo compirò la missione per la quale Tu mi hai risuscitato?».
«Così facendo la compirai».
30«Basta così, Signore. Non ho bisogno di chiedere e di sapere di più. Servirti era il mio sogno. Se ti ho servito anche nel nulla che può fare il malato e il morto, e se potrò servirti nel molto che può fare il risanato, il mio sogno è compiuto e non chiedo di più. Che Tu sia benedetto, Gesù, Signore e Maestro mio! E con Te benedetto Colui che ti ha mandato».
«Benedetto sempre il Signore Iddio onnipotente».
31Vanno verso la casa, fermandosi ogni tanto ad osservare il risveglio degli alberi, e Gesù alza un braccio e coglie, alto come è, un ciuffettino di fiori da un mandorlo che si scalda al sole contro il muro meridionale della casa. Esce Maria, che li vede e si avvicina a sentire ciò che Gesù dice: «Vedi, Lazzaro? Anche a questi il Signore ha detto: “Venite fuori”. Ed essi hanno ubbidito per servire il Signore».
Il simbolo della vita che si perpetua.
32«Che mistero la germinazione! Pare impossibile che dal tronco duro o dal duro seme possano uscire petali così fragili e steli così teneri e mutarsi in frutta o piante. É sbagliato, Maestro, dire che la linfa o il germe è come l’anima della pianta o del seme?».
33«Non è sbagliato, poiché è la parte vitale. In essi non eterna, creata per ogni specie nel primo giorno che piante e biade furono. Nell’uomo eterna, somigliante al suo Creatore, creata di volta in volta per ogni novello uomo che è concepito. Ma è per essa che la materia vive. É per questo che Io dico che solo per l’anima l’uomo vive. Non soltanto qui vive. Ma oltre. Vive per la sua anima.
34Noi ebrei non facciamo disegni sui sepolcri come li fanno i gentili. Ma, se li facessimo, dovremmo sempre disegnare non la face spenta, la clessidra vuota o altro simbolo di fine, sibbene il seme gettato nel solco che fiorisce in spiga. Perché è la morte della carne che libera l’anima dalla scorza e la fa fruttificare nelle aiuole di Dio.
35Il seme. La scintilla vitale che Dio ha messo nella nostra polvere e che diviene spiga se noi sappiamo con la volontà, e anche col dolore, far fertile la zolla che la serra. Il seme. Il simbolo della vita che si perpetua… Ma Massimino ti chiama…».
36«Vado, Maestro. Saranno venuti degli intendenti. Tutto era fermo in questi ultimi mesi. Ora essi si affrettano a rendermi i conti…».
37«Che tu approvi in anticipo, perché sei un buon padrone».
«E perché essi sono dei buoni servi».
«Il buon padrone fa i buoni servi».
38«Allora certo io diventerò un buon servo, perché ho Te per perfetto Padrone», e se ne va sorridendo, agile, così diverso dal povero Lazzaro che era da anni.
Contemplazione assoluta per Maria.
L’opera del Messia è sempre totale.
Maria resta con Gesù.
39«E tu, Maria, diventerai una buona serva del tuo Signore?».
«Tu lo puoi sapere, Rabboni. Io… io so soltanto di essere stata una grande peccatrice».
40Gesù sorride: «Hai visto Lazzaro? Egli pure era un grande malato, eppure non ti sembra che ora sia ben sano?».
«Così è, Rabboni. Tu lo hai guarito. Ciò che Tu fai è sempre totale. Lazzaro non è mai stato così forte e allegro come da quando è uscito dal sepolcro».
41«Tu lo hai detto, Maria. Ciò che Io faccio è sempre totale. Perciò anche la tua redenzione è totale perché Io l’ho compiuta».
42«È vero, mio amato Salvatore, Redentore, Re, Dio. É vero. E se Tu lo vorrai, sarò io pure una buona serva del mio Signore. Io per la mia parte lo voglio, Signore. Non so se Tu lo vuoi».
43«Lo voglio, Maria. Una mia buona serva. Oggi più di ieri. Domani più di oggi. Sino a che Io ti dirò: “Basta, Maria. É l’ora del tuo riposo”».
Il Messia ama chi lo ama.
44«É detto, Signore. Io vorrei che Tu mi chiamassi, allora. Come hai chiamato mio fratello fuor dal sepolcro. Oh! chiamami Tu fuori dalla vita!».
45«No, fuori dalla vita no. Ti chiamerò alla Vita, alla vera Vita. Ti chiamerò fuori dal sepolcro che è la carne e la terra. Ti chiamerò alle nozze della tua anima col tuo Signore».
46«Le mie nozze! Tu ami i vergini, Signore…».
47«Io amo quelli che mi amano, Maria».
48«Tu sei divinamente buono, Rabboni! Per questo non sapevo darmi pace di sentirti dire cattivo perché non venivi. Era come se tutto crollasse. Che fatica dire a me stessa: “No. No! Non devi accettare questa evidenza. Questa che ti pare evidenza è un sogno. La realtà è la potenza, la bontà, la divinità del tuo Signore”. Ah! quanto ho sofferto! Tanto il dolore per la morte di Lazzaro e per le sue parole… Te ne ha detto nulla? Non ricorda? Dimmi il vero…».
49«Non mento mai, Maria. Egli teme di aver parlato e di aver detto ciò che era stato il dolore della sua vita. Ma Io l’ho rassicurato, senza mentire, ed egli ora è tranquillo».
50«Grazie, Signore. Quelle parole… mi hanno fatto bene. Sì. Come fa bene la cura di un medico che mette a nudo le radici di un male e le brucia. Esse hanno finito di distruggere la vecchia Maria. Avevo ancora un troppo alto concetto di me. Ora… misuro il fondo della mia abbiezione e so che devo fare molta strada per risalirlo. Ma la farò, se Tu mi aiuti».
A ognuno la sua natura.
51«Ti aiuterò, Maria. Anche quando me ne sarò andato, ti aiuterò».
«Come, mio Signore?».
52«Aumentando il tuo amore a misura incalcolabile. Per te non c’è altra via che questa».
53«Troppo dolce per quello che ho da espiare! Tutti si salvano con l’amore. Tutti acquistano il Cielo. Ma ciò che è sufficiente per i puri, i giusti, non è sufficiente per la grande colpevole».
54«Non c’è altra via per te, Maria. Perché, quale che sia la via che prenderai, essa sarà sempre amore. Amore se benefichi in mio Nome. Amore se evangelizzi. Amore se ti isoli. Amore se ti martirizzi. Amore se ti farai martirizzare. Tu non sai che amare, Maria. É la tua natura. Le fiamme non possono che ardere. Sia che striscino al suolo bruciando dello strame, sia che salgano come un abbraccio di splendori intorno ad un tronco, ad una casa, o ad un altare per lanciarsi al cielo.
55A ognuno la sua natura. La sapienza dei maestri di spirito sta nel saper sfruttare le tendenze dell’uomo indirizzandole alla via per la quale possono svilupparsi in bene. Anche nelle piante e negli animali è questa legge, e sarebbe stolto voler pretendere che una pianta da frutto desse soltanto fiori, o desse frutti diversi da ciò che la sua natura comporta, o un animale compisse funzioni che sono proprie di un’altra specie.
56Potresti tu pretendere che quell’ape destinata a fare del miele divenisse uccellino che canta fra le fronde delle siepi?
57O che questo rametto di mandorlo che ho fra le mani, insieme a tutto il mandorlo dal quale l’ho colto, in luogo di mandorle colasse dalla scorza resine odorifere?
58L’ape lavora, l’uccello canta, il mandorlo dà frutto, la pianta da resine dà aromi. E tutti servono per il loro ufficio. Così le anime. Tu hai l’ufficio di amare».
La grazia di morire d’amore per il Messia.
«Allora ardimi, Signore. Te lo chiedo in grazia».
59«Non ti basta la forza d’amore che possiedi?».
«É troppo poca, Signore. Poteva servire per amare degli uomini. Non per Te che sei il Signore infinito».
60«Ma, appunto perché sono tale, sarebbe allora necessario un amore senza limiti…».
61«Sì, mio Signore. Questo voglio. Che Tu metta in me un amore senza limiti».
62«Maria, l’Altissimo, che sa cosa è l’amore, ha detto all’uomo: “Mi amerai con tutte le tue forze”. Non esige di più. Perché sa che è già martirio amare con tutte le forze…».
63«Non importa, mio Signore. Dammi un amore infinito per amarti come vai amato, per amarti come non ho amato nessuno».
64«Mi chiedi una sofferenza simile ad un rogo che brucia e consuma, Maria. Brucia e consuma lentamente… Pensaci».
65«É tanto che lo penso, mio Signore. Ma non osavo chiedertelo. Ora so quanto mi ami. Proprio ora lo so in che misura mi ami, e oso chiedertelo. Dammi questo amore infinito, Signore».
66Gesù la guarda. Ella gli è davanti, ancora smagrita dalle veglie e dal dolore, dimessa e semplice nella veste e nell’acconciatura dei capelli, come una fanciulla senza malizie, col viso pallido che si accende dal desiderio, gli occhi supplici eppure già brillanti di amore, già più serafino che donna. È veramente la contemplatrice che chiede il martirio della contemplazione assoluta.
67Gesù dice una sola parola, dopo averla ben guardata quasi per misurarne la volontà: «Sì».
68«Ah! Mio signore! Che grazia morire d’amore per Te!» Cade in ginocchio baciando i piedi di Gesù.
I fiori delle nozze spirituali.
69«Alzati, Maria. Tieni questi fiori. Saranno quelli delle tue nozze spirituali. Sii dolce come il frutto del mandorlo, pura come il suo fiore e luminosa come l’olio, che da questi frutti si estrae, quando viene acceso, e profumata come quest’olio quando, saturo di essenze, lo si sparge nei conviti o sulle teste dei re, profumata dalle tue virtù. Allora veramente tu spargerai sul tuo Signore il balsamo che Egli gradirà infinitamente».
70Maria prende i fiori, ma non si alza da terra, e anticipa i balsami dell’amore coi suoi baci e le sue lacrime sparse sui piedi del suo Maestro.
Gesù deve fuggire in Samaria.
Giuseppe fa chiamare il Messia.
71Li raggiunge Lazzaro: «Maestro, c’è un fanciullino che ti vuole. Era andato nella casa di Simone a cercarti e ha trovato là soltanto Giovanni, che lo ha condotto qui. Ma non vuole parlare altro che con Te».
72«Va bene. Accompagnamelo. Io andrò sotto la pergola dei gelsomini».
73Maria rientra in casa con Lazzaro. Gesù va sotto la pergola. Torna Lazzaro avente per mano quel bambino che ho visto in casa di Giuseppe di Sefori. Gesù lo riconosce subito e lo saluta: «Tu, Marziale? La pace sia con te. Come qui?».
74«Mi mandano a dirti una cosa…», e guarda Lazzaro che capisce e fa per andar via.
75«Resta, Lazzaro. Questo è Lazzaro, amico mio. Puoi parlare davanti a lui, fanciullo, perché Io non ho altro amico più fedele di lui».
76Il fanciullo si rassicura. Dice: «Mi manda Giuseppe l’Anziano, perché ora io sto con lui, a dirti di andare subito, subito a Betfage presso la casa di Cleante. Ti deve parlare subito. Ma proprio subito. E ha detto di venire da solo. Perché ti deve parlare con gran segreto».
77«Maestro! Che avviene?», chiede Lazzaro impressionato.
78«Non so, Lazzaro. Non ci resta che andare. Vieni con Me».
79«Subito, Signore. Possiamo andare col fanciullo».
80«No, signore. Io vado via da solo. Giuseppe me lo ha raccomandato. Ha detto: “Se sai fare da solo e bene, ti amerò come un padre”, e io voglio essere amato come figlio da Giuseppe. Io vado via subito, e corro. Tu vieni dopo. Salve, Signore. Salve, uomo».
81«La pace a te, Marziale».
Il bimbo frulla via come una rondine.
82«Andiamo, Lazzaro. Portami il mantello. Io vado avanti perché, come vedi, il fanciullino non riesce ad aprire il cancello e certo non vuol chiamare nessuno».
Verso Betfage.
83Gesù va svelto al cancello, Lazzaro svelto in casa. Il primo apre le ferree chiusure al fanciullino, che va via veloce. Il secondo porta il mantello a Gesù e, al fianco di Gesù, cammina sulla via verso Betfage.
84«Che mai vorrà Giuseppe? Per mandare con tanto segreto un fanciullo…».
85«Un fanciullo sfugge a chi può sorvegliare», risponde Gesù.
«Tu credi che… sospetti che… Ti senti in pericolo, Signore?».
86«Ne sono certo, amico».
«Come? Anche ora? Ma prova più grande non potevi averla data! …».
87«L’odio cresce sotto il pungolo delle realtà».
«Oh! Per mia causa, allora! Io ti ho nuociuto!… La mia pena è senza pari!», dice Lazzaro veramente addolorato.
88«Non per causa tua. Non darti pene senza motivo. Tu sei stato il mezzo, ma la causa è stata la necessità, comprendi, la necessità di dare al mondo la prova della mia natura divina. Se non eri tu, un altro sarebbe stato, perché Io dovevo provare al mondo che, da Dio quale sono, posso tutto ciò che voglio. E rendere in vita uno morto da giorni e già corrotto non può essere opera che di Dio».
«Ah! Tu mi vuoi consolare. Ma per me la gioia, tutta la mia gioia è dileguata… Io soffro, Signore».
89Gesù fa un gesto come dire: «Mah!», e tacciono poi entrambi.
Vanno lesti. La distanza è breve fra Betania e Betfage, e presto vi giungono.
Il Messia messo al bando dal sinedrio (Gv 11,57)[24].
90Giuseppe passeggia avanti e indietro per la via all’inizio del paese. Ha le spalle voltate quando Gesù e Lazzaro sbucano da un viottolo nascosto da una siepe. Lazzaro lo chiama.
91«Oh! La pace a voi. Vieni, Maestro. Ti ho atteso qui per vederti subito, ma andiamo nell’uliveto. Non voglio che ci vedano…».
92Li conduce dietro le case in un folto d’ulivi, che con le loro fronde folte e scapigliate che velano le pendici è un comodo rifugio per parlare senza essere notati.
93«Maestro. Ho mandato il fanciullo, che è sveglio e ubbidiente e mi ama molto, perché dovevo parlarti e non dovevo essere visto. Ho fatto il Cedron per venire qui…
94Maestro, Tu devi andartene, subito, di qui. Il Sinedrio ha decretato la tua cattura e domani nelle sinagoghe sarà letto il bando. Chiunque sa dove Tu sei, ha il dovere di denunciarlo.
95Non occorre che ti dica, o Lazzaro, che la tua casa sarà la prima ad essere sorvegliata. Io sono uscito a sesta dal Tempio e ho subito fatto; perché, mentre essi parlavano, avevo già fatto il mio piano. Sono andato a casa, ho preso il fanciullo. Sono uscito a cavallo dalla porta di Erode come per lasciare la città. Poi ho traversato il Cedron e l’ho seguito. Ho lasciato l’asino al Getsemani, ho mandato di corsa il fanciullo, che già sapeva la via per essere venuto con me a Betania. Va’ via subito, Maestro. In luogo sicuro. Sai dove andare? Hai dove andare?».
«Ma non basta che si allontani di qui? Dalla Giudea al massimo?».
«Non basta, Lazzaro. Essi sono furenti. Bisogna che vada dove essi non vanno…».
96«Ma vanno da per tutto, loro! Non vorrai già che il Maestro lasci la Palestina! …», dice Lazzaro agitato.
«Mah! Che ti devo dire?! Il Sinedrio lo vuole…».
«Per causa mia, non è vero? Dillo!
97«Uhm! Sssì! Per causa tua… ossia per causa che tutti si convertono a Lui, e loro… non vogliono questo».
98«Ma è un delitto! É un sacrilegio… É… Gesù, pallido ma calmo, alza la mano imponendo silenzio e dice: «Taci, Lazzaro. Ognuno fa il suo lavoro. Tutto è scritto. Io ti ringrazio, Giuseppe, e ti assicuro che me ne vado. Va’, va’, Giuseppe. Che non notino la tua assenza… Dio ti benedica. Da Lazzaro ti farò sapere dove sono. Va’. Benedico te, Nicodemo e tutti i giusti di cuore».
Lo bacia e si separano, tornando Gesù con Lazzaro, per l’uliveto, verso Betania, mentre Giuseppe va verso la città.
Il piano dell’amico Lazzaro.
«Che farai, Maestro?», chiede angosciato Lazzaro.
99«Non so. A giorni vengono le discepole con mia Madre. Avrei voluto attenderle…»
100«Per questo… io le accoglierei in tuo nome e te le potrei condurre. Ma Tu intanto dove vai? In casa di Salomon non mi pare… E neppure in case di discepoli noti. Domani!… Devi andare via subito!».
101«Io avrei il posto. Ma vorrei attendere mia Madre. La sua angoscia avrebbe inizio troppo presto se non mi trovasse…».
102«Dove andresti, Maestro?».
103«A Efraim».
«In Samaria?».
104«In Samaria. I samaritani sono meno samaritani di molti altri e mi amano. Efraim è di confine…».
105«Oh! e per fare dispetto ai giudei ti faranno onore e difesa. Ma… attendi! Tua Madre non può che venire per la via di Samaria o per quella del Giordano. Andrò io coi servi da una e Massimino con altri servi dall’altra, e l’uno o l’altro la troverà. Non torneremo che con loro. Tu sai che nessuno della casa di Lazzaro può tradire. Tu andrai intanto a Efraim. Subito. Ah! era destino che non potessi godere di Te! Ma verrò. Per i monti di Adomin. Sono sano ora. Posso fare ciò che voglio. Anzi! Sì. Farò credere che per la via di Samaria vado a Tolemaide per prendere naviglio per Antiochia. Tutti sanno che là ho terre… Le sorelle resteranno a Betania… Tu… Sì. Ora farò preparare due carri e andrete a Gerico con essi. Poi, all’alba di domani, riprenderete a piedi il cammino. Oh! Maestro! Mio Maestro! Salvati! Salvati!». Dopo l’eccitazione del primo momento, Lazzaro cade in tristezza e piange.
Partenza affrettata.
106Gesù sospira, ma non dice nulla. Che deve dire?… Eccoli alla casa di Simone. Si separano. Gesù entra nella casa. Gli apostoli, già stupiti che il Maestro sia andato senza dir nulla, si stringono a Lui che dice: «Prendete le vesti. Fate le sacche. Dobbiamo subito partire di qui. Fate presto. E raggiungetemi in casa di Lazzaro».
107«Anche le vesti bagnate? Non possiamo riprenderle tornando?», chiede Tommaso.
«Non torneremo. Prendete tutto».
108Gli apostoli se ne vanno parlandosi con gli sguardi. Gesù va a prendere le sue cose nella casa di Lazzaro e saluta le sorelle costernate…
109I carri sono presto pronti. Carri pesanti, coperti, tirati da robusti cavalli. Gesù si accomiata da Lazzaro, da Massimino, dai servi che sono accorsi.
110Montano sui carri che attendono ad una uscita posteriore. I conducenti frustano le bestie, e il viaggio ha inizio per la stessa via per la quale Gesù è venuto a risuscitare Lazzaro solo pochi giorni avanti.
551. Gli apostoli
informati, dopo una sosta da Niche, del bando emesso
dal Sinedrio. L’arrivo ai confini
della Giudea[25].
Dopo una sosta da Niche.
Preparativi per la partenza.
1Nella fresca e limpida prima aurora, i campi intorno alla casa di Niche sono tutti un verdeggiare di grani novelli, alti pochi centimetri, delicati nel colore come un chiarissimo smeraldo. Più vicino alla casa, il frutteto, ancora spoglio, pare ancor più scuro e massiccio in confronto alla delicatezza degli steli e all’aereo cielo di una serenità paradisiaca. La casa bianca sotto al primo sole si incorona del volo dei colombi.
2Niche è già alzata e, solerte, provvede a che i partenti abbiano quanto può confortarli nel cammino. Licenzia per primi i due servi di Lazzaro, che ha trattenuto per quella notte e che, rifocillati, se ne vanno mettendo i loro cavalli al trotto. Poi rientra nella cucina, dove le serve preparano latte e vivande a dei grandi fuochi. E versa da una grande olla dell’olio in due olle più piccole, e del vino in piccoli otri di pelle. Sollecita una servente, che prepara forme di pane basse come focacce, perché le porti subito al forno già pronto. Sceglie da larghe tavole, sulle quali si essiccano i formaggi nel caldo della cucina, le forme più belle. Prende del miele e lo fa scendere in piccoli recipienti dal tappo sicuro. Poi forma degli involti con tutte queste cibarie, e uno è di un intero caprettino o agnellino, che la servente sfila dallo spiedo su cui si arrotolava. Un altro è di mele rosse come coralli. Un altro di ulive già pronte all’uso. Un terzo di uva seccata. Uno di orzo mondo. Sta chiudendo questo nel sacchetto quando entra in cucina Gesù e saluta tutte le presenti.
Non odiare per amore del Messia.
3«Maestro, la pace a Te. Già alzato?».
4«Avrei dovuto esserlo prima. Ma erano così stanchi i miei discepoli che li ho lasciati dormire ancora. Che fai, Niche?».
«Preparo… Non peseranno, vedi? Dodici carichi. E ho calcolato le forze dei portatori».
5«E Io?».
«Oh! Maestro! Tu hai già il tuo peso…», e negli occhi di Niche si forma un bagliore di pianto.
6«Vieni fuori, Niche. Parleremo con pace».
Escono e si allontanano dalla casa.
7«Il mio cuore piange, Maestro…».
8«Lo so. Ma bisogna essere forti. Forti, pensando che non mi si è dato dolore…».
«Oh! questo mai! Ma io mi ero creduta poterti stare vicino, e per questo ero venuta a Gerusalemme. Altrimenti sarei stata qui, dove ho le campagne…».
9«Anche Lazzaro, Maria e Marta credevano di potere stare con Me. E tu lo vedi! …».
«Lo vedo, sì, lo vedo. A Gerusalemme io non torno più, ora che Tu non ci sei. Sarò sempre più vicina a Te stando qui, e potrò aiutarti».
10«Hai già dato tanto…».
«Nulla ho dato. Vorrei poterti portare, dove vai, la mia casa. Ma verrò, certo che verrò a vedere di che manchi. Ora giusto è ciò che mi hai detto di fare. Starò qui sinché si sono persuasi che Tu qui non sei. Ma poi…».
11«É via lunga e penosa per una donna, e insicura».
«Oh! Non ho paura. Sono troppo vecchia per piacere come donna e non porto tesori per essere desiderata come preda.
I ladroni sono migliori di molti che si credono santi e che ladri sono e vogliono rubarti la pace e la libertà…».
12«Non li odiare, Niche».
«Questo è più faticoso per me di ogni altra cosa. Ma cercherò di non odiare per tuo amore… Ho pianto tutta la notte, Signore!».
13«Ti sentivo andare e venire per la casa, instancabile come un’ape. E mi parevi una mamma in pena per il figlio perseguitato… Non piangere. Piangere devono i colpevoli. Non tu. Dio è buono col suo Messia. Nelle ore più tristi mi fa sempre trovare vicino un cuore materno…».
«E come farai con tua Madre? Mi avevi detto che presto sarebbe venuta…».
14«Verrà ad Efraim… Lazzaro pensa ad avvertirla. Ecco Simone di Giona e i miei fratelli…».
«Sanno?».
15«Nulla ancora, Niche. Lo dirò quando saremo lontani…».
«E io dirò a Te, venendo, ciò che avviene qui e in Gerusalemme».
Colazione e partenza.
Si riuniscono agli apostoli, che escono uno dopo l’altro dalla casa alla ricerca di Gesù.
«Venite, fratelli. Rifocillatevi avanti di partire. É pronto tutto».
16«Niche per noi non ha dormito questa notte. Ringraziate la buona discepola», dice Gesù entrando nella vasta cucina dove su una tavola da refettorio, tanto è grande, fumano ciotole colme di latte e emanano fragranza le focacce appena sfornate, sulle quali Niche spalma burro e miele con generosità, dicendo che sono cibi fortificanti per chi deve fare lungo cammino in quelle ore ancor molto fresche.
17Presto il pasto è finito. Niche ha intanto fatto gli ultimi involti col pane sfornato, che crocchia e odora. Ogni apostolo prende il suo carico, legato in modo da essere portato senza soverchia noia.
Il Messia va in esilio.
18É l’ora di andare. Gesù saluta e benedice. Gli apostoli salutano. Ma Niche li vuole ancora accompagnare sino ai limiti dei suoi campi e poi torna lentamente indietro piangendo nel suo velo, mentre Gesù coi suoi si allontana per una strada secondaria che Niche gli ha indicato.
19Le campagne sono ancora deserte. La viottola passa per campi di grano novello e per vigneti spogli. Perciò mancano anche i pastori, perché essi non portano i greggi nei terreni coltivati. Il sole scalda un poco l’aria mattutina. I primi fioretti sulle prode brillano come gemme sotto il velo della rugiada che il sole accende. Gli uccelli cinguettano i primi canti d’amore. Viene la bella stagione. Tutto si abbella e rinasce, tutto ama… E Gesù va nell’esilio che precede la morte voluta dall’odio.
Curvati dal peso delle delusioni.
20Gli apostoli non parlano. Sono pensierosi. La subita partenza li ha disorientati. Erano così sicuri di essere a posto, ormai! Procedono più curvi di quello che il peso relativo delle loro sacche e delle provviste di Niche abbiano potere di farli curvare. Li curva la delusione, la constatazione di ciò che è il mondo e gli uomini.
21Gesù invece, sebbene non sia sorridente, non è né triste né accasciato. Va a testa alta, davanti a tutti, senza spavalderia, ma anche senza timore. Va come chi sa bene dove deve andare e cosa deve fare. Va da forte, da eroe che nulla scuote e sgomenta.
22La strada secondaria finisce nella via maestra. Gesù procede per la via maestra sempre in direzione di settentrione. E gli apostoli dietro, senza parlare. Questa essendo la strada che viene dalla Galilea, per la Decapoli e la Samaria, verso la Giudea, vi sono dei viandanti su essa. Più che altro, carovane di mercanti.
23L’ora passa e il sole ristora sempre di più, quando Gesù lascia la strada maestra per riprendere un’altra viottola che, per campi di grano, si dirige verso le prime colline.
24Gli apostoli si guardano fra di loro. Forse cominciano a capire che non vanno verso la Galilea per la via nella valle del Giordano, ma vanno verso la Samaria. Ma non parlano ancora.
25Gesù, giunto ai primi boschi sui colli, dice: «Sostiamo e riposiamo mangiando. Il sole segna la metà del giorno».
26Sono presso un torrentello che ha poche acque, perché da tempo non piove. Ma quelle che ha sono limpide sul greto sassoso, e le sue rive sono sparse di pietroni che possono fare da tavola e da sedile. Si siedono, dopo che Gesù ha benedetto e offerto il cibo, e mangiano in silenzio e come soprappensiero.
Gli apostoli consapevoli del loro destino.
Il Messia perseguitato legale[26].
27Gesù li scuote dicendo: «Non mi chiedete dove andiamo? La preoccupazione del domani vi fa muta la lingua, o non vi sembro più il vostro Maestro?».
28I dodici alzano il capo. Sono dodici volti afflitti, o almeno sbalorditi, che si volgono verso il volto tranquillo di Gesù, ed è un unico «Oh!» che esce dalle dodici bocche. E all’esclamazione di tutti fa seguito la risposta di Pietro, che parla per tutti: «Maestro, Tu lo sai che sei per noi sempre quello. Ma è che da ieri siamo come coloro che hanno ricevuto un grosso colpo sulla testa. E tutto ci sembra che sia un sogno. E Tu, lo vediamo e sappiamo che sei Tu, ma Tu ci sembri… già come lontano. Un poco ci è rimasta questa sensazione da quando hai parlato col Padre tuo prima di chiamare Lazzaro, e da quando Tu lo hai tratto di là, così legato, col solo mezzo del tuo volere, e l’hai fatto vivo con la sola forza del tuo potere. Quasi ci fai paura. Parlo per me… ma credo che sia così per tutti… Ora poi… Noi… Questa partenza… così pronta e così misteriosa!».
29«Avete doppia paura? Sentite più incombente il pericolo? Non avete, sentite di non avere forza di affrontare e superare le ultime prove? Ditelo con la massima libertà. Siamo ancora in Giudea. Siamo prossimi alle strade basse per la Galilea. Ognuno può andare, se vuole, e andare in tempo per non essere in odio al Sinedrio[27]…».
Gli apostoli si agitano a queste parole. Chi, da quasi sdraiato sull’erba tiepida di sole, si siede. Chi da seduto sorge in piedi.
30Gesù prosegue: «Perché da oggi Io sono il Perseguitato legale. Sappiatelo. A quest’ora sta per essere letto nelle cinquecento e più sinagoghe di Gerusalemme, e in quelle delle città che hanno potuto ricevere il bando emesso ieri a sesta, che Io sono il Grande Peccatore, e chiunque sa dove Io sono ha il dovere di denunciarmi al Sinedrio perché esso mi catturi…».
31Gli apostoli gridano come già lo vedessero preso. Giovanni gli si attacca al collo, gemendo: «Ah! L’ho sempre previsto!», e singhiozza forte. Chi impreca al Sinedrio, chi invoca la giustizia divina, chi piange, chi è come una statua.
Sciolti da ogni obbligo verso Dio e il suo il Messia.
32«Tacete. Ascoltate. Io non vi ho mai ingannati. Vi ho sempre detto la verità. Se ho potuto, vi ho difeso e tutelato. La vostra vicinanza mi è stata amabile come quella di figli. Non vi ho neppure nascosto la mia ultima ora… i miei pericoli… la mia passione. Ma quelle erano cose mie, esclusivamente mie.
33Ora sono i vostri pericoli, la vostra sicurezza, quella delle vostre famiglie che sono da considerarsi. Vi prego di farlo. Con libertà assoluta. Non considerateli attraverso l’amore che avete per Me, attraverso alla vostra elezione fatta da Me.
34Fate conto, poiché Io vi sciolgo da ogni obbligo verso Dio e il suo Cristo, fate conto di esserci incontrati qui, ora, per la prima volta, e che voi, dopo avermi ascoltato, vi misuriate se vi convenga o meno seguire lo Sconosciuto le cui parole vi hanno commossi. Fate conto di sentirmi e vedermi per la prima volta e che Io vi dica: “Badate che Io sono perseguitato e odiato, e che chi mi ama e segue è perseguitato e odiato come Me, nella persona, negli interessi, negli affetti. Badate che la persecuzione può finire anche nella morte e nella confisca dei beni di famiglia”.
35Pensate, decidete. E Io vi amerò ugualmente, anche se mi direte: “Maestro, io non posso più venire con Te”. Vi rattristate? No. Non dovete. Siamo buoni amici, che decidono con pace e con amore il da farsi, con compatimento reciproco. Io non posso lasciarvi andare incontro al futuro senza farvi riflettere. Non ho disistima di voi. Vi amo tutti. Ma Io sono il Maestro.
Misurarsi e misurare è saggia misura.
36Il Maestro è ovvio che conosca i discepoli. Io sono il Pastore, e il Pastore è ovvio che conosca i suoi agnelli. Io so che i miei discepoli, portati ad una prova senza esserne preparati sufficientemente, non soltanto nella sapienza che viene dal Maestro, e che perciò è buona e perfetta, ma anche nella riflessione che deve venire da loro, potrebbero fallire o quanto meno non trionfare come degli atleti in uno stadio.
37Misurarsi e misurare è saggia misura, sempre. Nelle piccole e nelle grandi cose. Io, Pastore, devo dire ai miei agnelli: “Ecco, ora Io mi inoltro in paese di lupi e di beccai. Avete voi forza per andare fra essi?”. Potrei anche già dirvi chi non avrà forza di sostenere la prova, per quanto vi possa rassicurare e assicurare che nessuno di voi cadrà per mano dei carnefici che sacrificheranno l’Agnello di Dio. La mia cattura è di tal valore che basterà ad essi… Pure vi dico: “Riflettete”.
Norme per dare la misura di ciò che è un discepolo.
38Un tempo vi dicevo: “Non temete quelli che uccidono”. Vi dicevo: “Colui che, messa la mano all’aratro, si volge a considerare il passato e ciò che può perdere o acquistare, non è atto alla mia missione. Ma erano norme per darvi la misura di ciò che era essere i discepoli, e norme per il futuro che verrà quando Io non sarò più il Maestro, ma saranno maestri i miei fedeli. Erano date a darvi un’anima forte. Ma anche questa fortezza, che è innegabile che abbiate raggiunta rispetto al nulla che eravate -parlo del vostro spirito- è ancora troppo poca rispetto alla grandezza della prova.
39Oh! non pensate in cuor vostro: “Il Maestro si fa scandalo di noi!”. Non mi faccio scandalo. Anzi vi dico che neppure voi dovete, e dovrete, scandalizzarvi della vostra debolezza.
Epoche di eclissi dello spirito di fede.
40In tutti i tempi avvenire, fra i membri della mia Chiesa, sia agnelli che pastori, vi saranno persone che saranno inferiori alla grandezza della loro missione.
41Vi saranno epoche in cui i pastori idoli e i fedeli idoli saranno più dei veri pastori e dei veri fedeli. Epoche di eclissi dello spirito di fede nel mondo[28]. Ma l’eclissi non è morte di un astro.
42É unicamente momentaneo oscuramento più o meno parziale dell’astro. Dopo, la sua bellezza riappare e sembra più luminosa. Così sarà del mio Ovile. Vi dico: “Riflettete”. Ve lo dico come Maestro, Pastore e Amico. Io vi lascio in piena libertà di discutere fra voi. Vado là, in quel folto, a pregare. Uno per uno mi verrete a dire il vostro pensiero. E Io benedirò la vostra onestà sincera, quale che sia. E vi amerò per quanto già sin qui mi avete dato. Addio».
Consapevolezza vocazionale degli Apostoli.
43Si alza e se ne va. Gli apostoli sono esterrefatti, perplessi, commossi. Sul principio non sanno neppure parlare. Poi Pietro per il primo dice: «Mi inghiotta l’inferno se io lo voglio lasciare! Io sono sicuro di me. Neanche se mi venissero contro tutti i demoni che sono nella Geenna, col Leviatan in testa, io mi scosterei da Lui per paura!».
44«Ed io neppure. Devo essere inferiore alle mie figlie, io?», dice Filippo.
45«Io sono sicuro che non gli faranno nulla. Il Sinedrio minaccia, ma lo fa per persuadersi di esistere ancora. Lo sa esso per il primo che nulla è se Roma non vuole. Le sue condanne! É Roma quella che condanna!», dice l’Iscariota spavaldo.
46«Ma per cose religiose è ancora il Sinedrio», osserva Andrea.
47«Hai forse paura, fratello? Bada che vigliacchi in famiglia non ce ne sono mai stati», ammonisce minaccioso Pietro, che si sente in cuore uno spirito molto bellicoso.
48«Non ho paura e spero di poterlo dimostrare. Ma dico il mio pensiero a Giuda».
49«Hai ragione. Ma lo sbaglio del Sinedrio è di voler usare l’arma politica per non voler dire e non volersi sentir dire che essi hanno alzato le mani sul Cristo. Lo so di sicuro. Vorrebbero, ossia avrebbero voluto fare cadere Cristo in peccato per renderlo oggetto di disprezzo alle folle. Ma ucciderlo! Loro! Eh! no! Hanno paura! Una paura senza confronti umani, perché è paura di anima. Lo sanno bene, loro, che Egli è il Messia! Lo sanno. Tanto lo sanno che sentono che per loro è finita, perché viene il tempo nuovo. E lo vogliono abbattere. Ma abbatterlo loro!? No. Perciò cercano la ragione politica perché sia il Preside, perché sia Roma che lo abbatte. Ma il Cristo non nuoce a Roma, e Roma non nuocerà a Lui, e il Sinedrio ulula invano».
50«Allora tu resti con Lui?».
«Ma certo. Più di tutti!».
«Io nulla ho da perdere o da guadagnare restando o andando. Ho solo il dovere di amarlo. E lo farò», dice lo Zelote.
51«Io lo riconosco per il Messia e perciò lo seguo», dice Natanaele.
52«Io pure. Lo credo tale dal momento che Giovanni il Battista me lo ha indicato per tale», dice Giacomo di Zebedeo.
53«Noi siamo i suoi fratelli. Alla fede uniamo l’amore del sangue. Non è vero, Giacomo?», dice il Taddeo.
54«Egli è il mio sole da anni. Ne seguo il corso. Se Egli cadrà nell’abisso scavato dai nemici, io lo seguirò», risponde Giacomo d’Alfeo.
55«Ed io? Posso dimenticarmi che mi ha redento?», chiede Matteo.
56«Mio padre mi maledirebbe sette volte e sette se io lo lasciassi. E, del resto, non fosse che solo per amor di Maria, io non mi separerò mai da Gesù», dice Tommaso.
Consapevolezza dell’Apostolo Giovanni.
57Giovanni non parla. Sta a capo chino, accasciato. Gli altri prendono il suo atteggiamento per debolezza e lo interrogano in molti.
58«E tu? Tu solo te ne vuoi andare?».
Giovanni alza il suo volto, così puro anche negli atteggiamenti e sguardi, e fissando quelli che lo interrogano coi suoi limpidi occhi azzurri dice: «Io pregavo per tutti noi. Perché noi vogliamo fare e dire e presumiamo di noi, e non ci accorgiamo, facendolo, di mettere in dubbio le parole del Maestro. Se Egli ci dice impreparati, segno è che lo siamo. Se non siamo in tre anni divenuti preparati, non lo diventeremo in pochi mesi…».
59«Che dici? In pochi mesi? E che sai tu? Sei forse profeta?».
Lo investono, quasi rimproverando.
«Nulla io sono».
60«E allora? Che sai? Egli te lo ha detto forse? Tu sai sempre i suoi segreti…», dice con invidia Giuda di Keriot.
«Non mi odiare, amico, se io so capire che il sereno è finito. Quando sarà? Non so. So che sarà. Egli lo dice. Quante volte lo ha detto! Noi non vogliamo credere. Ma l’odio degli altri è conferma alle sue parole… E allora io prego. Perché non c’è altro da fare. Pregare Dio che ci faccia forti. Non ti ricordi, o Giuda, quando ci disse che Egli pregò il Padre per avere forza nelle tentazioni? Ogni forza viene da Dio. Io imito il mio Maestro, come è giusto di fare…».
61«Ma insomma tu resti?», chiede Pietro.
«E dove vuoi che vada se non resto con Lui che è la mia vita e il mio bene? Ma poiché sono un povero fanciullo, il più misero di tutti, chiedo tutto a Dio, Padre di Gesù e nostro».
62«É detto. Tutti restiamo, dunque! Andiamo da Lui. Certo è triste. La nostra fedeltà lo farà contento», dice Pietro.
Gli apostoli segnano il loro destino.
63Gesù è prostrato in preghiera. Volto a terra, fra le erbe, certo supplica il Padre suo. Ma si alza al fruscio dei passi e guarda i suoi dodici. Li guarda con una serietà un po’ mesta.
64«Sii contento, Maestro. Nessuno di noi ti abbandona», dice Pietro.
65«Avete deciso troppo presto e.…».
66«Ore o secoli non muteranno il nostro pensiero», dice Pietro.
67«Né le minacce il nostro amore», professa l’Iscariota.
68Gesù cessa di guardarli in massa e li fissa uno per uno. Un lungo sguardo, sostenuto senza paura da tutti. Il suo sguardo si attarda specialmente sull’Iscariota, che lo guarda più sicuro di tutti. Apre le braccia con atto di rassegnazione e dice: «Andiamo. Voi, tutti, avete segnato il vostro destino». Torna al posto di prima, raccoglie la sua sacca. Ordina: «Prendiamo la via che va ad Efraim, quella che ci hanno insegnata».
«In Samaria?!!». Lo stupore è enorme.
69«In Samaria. Ai confini, per lo meno, della stessa. Anche Giovanni andò a quei luoghi per vivere sino all’ora segnata per la sua predicazione del Cristo».
«Ma non fu salvo per questo!», obbietta Giacomo di Zebedeo.
70«Non cerco di salvarmi. Ma di salvare. E salverò nell’ora segnata. Alle pecore più infelici va il Pastore perseguitato. Perché esse, le derelitte, abbiano la loro parte di sapienza a prepararle al tempo nuovo».
Luogo dell’esilio.
Provvidenza per Maria di Giacobbe.
71Va con passo svelto, dopo la sosta che ha servito a riposare e a rispettare il sabato, volendo arrivare prima che la notte renda impraticabili i sentieri. Quando giungono al torrentello che viene da Efraim e va verso il Giordano, Gesù chiama Pietro e Natanaele e dà loro una borsa dicendo: «Andate avanti. E cercate di Maria di Giacobbe. Ricordo che Malachia me lo disse la più povera del luogo, nonostante la sua grande casa, ora che non ha più in essa figli e figlie. Staremo da lei. Datele buona moneta, perché ci ospiti subito senza fare discorsi con mille. La casa la sapete. Quella grande, ombreggiata dai quattro melograni, che è quasi al ponte sul torrente».
«Lo sappiamo, Maestro. Faremo come dici». Se ne vanno solleciti e Gesù li segue con gli altri a passo lento.
72Dalla conca, che il torrente divide in due semiconche, si vede biancheggiare il paese alle estreme luci del giorno e ai primi candori lunari. Non c’è in giro un’anima quando giungono alla casa già tutta bianca di luna. Solo il torrente ha voce nel silenzio della sera. Volgendosi indietro e guardando l’orizzonte, si vede un grande spazio di cielo stellato curvarsi su una grande vastità di terreni, che divallano verso il piano deserto che scende al Giordano. Una pace profonda regna sulla terra.
Basta un cuore sincero per far felice il Messia.
73Bussano alla porta. Pietro apre: «Tutto fatto, Signore. La vecchia ha pianto vedendosi dare le monete. Non aveva un picciolo più. Le ho detto: “Non piangere, donna. Dove è Gesù di Nazareth non è più dolore”. Mi ha risposto: “Lo so. Ho sofferto per tutta la mia vita e ora ero proprio al limite del soffrire. Ma il Cielo si è aperto per me sulla mia sera e mi porta la Stella di Giacobbe[29] a darmi pace”. Ora è di là che prepara le stanze chiuse da tanto tempo. Uhm! C’è molto poco. Ma la donna pare molto buona. Eccola! Donna! Il Rabbi è qui!».
Viene avanti una vecchierella rinsecchita, dai miti occhi pieni di malinconia. Si ferma confusa a qualche passo da Gesù. É intimidita.
74«La pace a te, donna. Non ti darò molto disturbo».
75«Io… vorrei… vorrei che mi camminassi sul cuore per farti più dolce l’entrata nella mia povera casa. Entra, Signore, e Dio entri con Te». Ha ripreso fiato e ardimento sotto la luce dello sguardo di Gesù.
76Entrano tutti. Chiudono la porta. La casa è vasta come un albergo e vuota come un luogo di abbandono. Soltanto la cucina è allegra per un fuoco che fiammeggia sul focolare al centro della stanza. Bartolomeo, che stava alimentando il fuoco, si volge e sorride dicendo: «Conforta la donna, Maestro. É afflitta perché non ti può onorare».
77«Mi basta il tuo cuore, donna. Non ti preoccupare di nulla. Domani provvederemo. Sono un povero Io pure. Portate le provviste. Fra poveri si divide il pane e il sale senza vergogna e con amore fraterno. Per te è figliale, donna. Perché mi potresti essere madre. Ed Io ti onoro per tale…».
78La donna lacrima silenziose lacrime di vecchia afflitta, asciugandosi gli occhi, al suo velo, e mormora: «Avevo tre maschi e sette fanciulle. Un maschio me lo portò via il torrente e uno la febbre. Il terzo mi ha abbandonata. Le fanciulle presero in cinque il male del padre e morirono, la sesta morì di parto e la settima… Quel che non fece la morte fece il peccato. Nella mia vecchiaia io non ho onore dai figli e mi fa così… Nel paese sono buoni… Ma alla povera donna. Tu sei buono alla madre…»
79«Ho una madre anche io. E in ogni donna che è madre onoro la mia. Ma non piangere. Dio è buono. Abbi fede, e i figli che restano potranno tornarti ancora. Gli altri sono in pace…».
80«Io lo penso un castigo, perché sono di questi luoghi…».
81«Abbi fede. Dio è più giusto degli uomini…».
82Tornano gli apostoli che erano andati con Pietro nelle stanze. Portano le cibarie. Scaldano al fuoco l’agnellino arrostito da Niche. Lo portano in tavola. Gesù offre e benedice e vuole che la vecchietta stia con loro, non nel suo angolino a mangiare i poveri radicchi della sua cena…
83L’esilio ai confini di Giudea ha avuto inizio…
552. Preparativi e
accoglienze
ad Efraim[30].
Il primo giorno ad Efraim (Gv 11,54)[31].
La sosta.
1«Maestro, la pace a Te», dicono Pietro e Giacomo di Zebedeo che tornano in casa carichi di brocche piene d’acqua.
2«La pace a voi. Da dove venite?».
3«Dal torrente. Abbiamo preso l’acqua, e ancor ne prenderemo, per le nostre pulizie. Già che sostiamo… E non è giusto che la vecchia faccia fatiche per noi. É di là che fa una fiammata per scaldare le acque. Mio fratello è andato nel bosco a prendere legna. Non piove da tempo e arde come fosse erica», spiega Giacomo di Zebedeo.
4«Già. Ma è che, per quanto fosse appena giorno, ci hanno visti e al torrente e nel bosco. E pensare che ero andato al torrente per non andare alla fonte…», dice Pietro.
«E perché, Simone di Giona?».
5«Perché alla fonte c’è sempre gente e potevano riconoscerci e correre qui…».
6Mentre parlano, sono entrati nel lungo corridoio che divide la casa i due figli d’Alfeo, Giuda di Keriot e Tommaso. Perciò anche essi sentono le ultime parole di Pietro e la risposta di Gesù: «Ciò che non sarebbe avvenuto nelle prime ore di oggi, certo sarebbe avvenuto più tardi, domani al massimo, perché noi si rimane qui…».
«Qui? Ma… Io credevo che si sostasse soltanto…», dicono in diversi.
7«Non è una sosta di riposo. É la sosta. Di qui non partiremo che per tornare a Gerusalemme per la Pasqua».
La stoltezza degli apostoli.
8«Oh! io avevo creduto che Tu, parlando di paese di lupi e di beccai, volessi parlare di questa regione nella quale volevi passare, come già altre volte facesti, per andare in altri luoghi senza fare le vie più battute dai giudei e dai farisei…», dice Filippo che è sopraggiunto, e altri dicono: «Io pure ho creduto così».
9«Avete compreso male. Non è questo il paese di lupi e di beccai, per quanto sui suoi monti si annidino i veri lupi. Ma Io non parlo dei lupi animali…».
«Oh! questo si era capito!», esclama Giuda di Keriot alquanto ironico.
10«Per Te che ti chiami Agnello è da capirsi che sono lupi gli uomini. Non siamo stolti del tutto».
11«No. Non siete stolti altro che in quello che non volete capire. Ossia sulla mia natura[32] e missione[33], e sul dolore che mi date non lavorando assiduamente a prepararvi al futuro[34]. É per vostro bene che Io parlo e vi ammaestro con atti e con parole. Ma voi rigettate ciò che disturba la vostra umanità con presagi di dolore o con richiesta di sforzi contro il vostro io.
Prossimo il giorno del Signore.
12Ascoltate, prima che ci siano estranei. Ora Io vi dividerò in due gruppi di cinque e andrete sotto la guida del capo di ogni gruppo per le terre vicine, come nei primi tempi che vi mandavo.
13Ricordatevi tutto quanto ho detto allora e mettetelo in pratica. Unica eccezione è che ora passerete annunciando prossimo il giorno del Signore[35] anche ai samaritani, perché siano pronti quando esso sarà e più facile sia per voi la conversione di questi all’unico Dio.
14Siate pieni di carità e di prudenza, privi di prevenzioni. Voi vedete, e più vedrete, che ciò che ci è negato in altri luoghi qui ci è concesso. Perciò siate buoni con questi che scontano, innocenti, le colpe dei padri.
15Pietro sarà capo di Giuda d’Alfeo, Tommaso, Filippo e Matteo. Giacomo d’Alfeo sarà capo di Andrea, Bartolomeo, Simone Zelote e Giacomo di Zebedeo. Giuda di Keriot e Giovanni restano con Me. Così da domani.
16Oggi riposeremo, facendo ciò che è preparativo ai giorni futuri. Il sabato lo passeremo uniti. Fate perciò di essere qui avanti il sabato, per ripartire poi, trascorso quello. Sarà il giorno dell’amore fra noi, dopo aver amato il prossimo nel gregge uscito dal paterno ovile[36]. Andate ognuno alle vostre incombenze».
Resta solo e si ritira in una stanza in fondo al corridoio.
17La casa risuona di passi e di voci, sebbene tutti siano nelle stanze e non si veda alcuno fuor della vecchierella, che traversa più volte il corridoio andando alle sue faccende, delle quali certo una è il pane, perché ha farina sui capelli e le mani coperte di pasta.
Dolce deserto.
18Gesù esce dopo qualche tempo e sale sul terrazzo della casa. Passeggia meditando lassù e guarda ogni tanto ciò che lo circonda. Viene raggiunto da Pietro e da Giuda di Keriot, non molto allegri, veramente. Forse a Pietro è pena separarsi da Gesù. Forse all’Iscariota è pena non poterlo fare e non poter andare a mettersi in vista per le città. Certo è che sono molto seri quando salgono al terrazzo.
19«Venite qui. Guardate che bel panorama da qui». E indica l’orizzonte variato nei suoi aspetti. A nord-ovest monti alti, selvosi, che si allungano come una spina dorsale da nord a sud. Uno, alle spalle di Efraim, è proprio un gigante verde che domina sugli altri. A nord-est e a sud-est un ondulare di colli più dolci. Il paese è in una conca verde con sfondi lontani, pianeggianti fra le due catene più alte e più basse, che dal centro della regione scendono alla pianura giordanica. Per uno spacco fra i monticelli più bassi si intravede questa pianura verde oltre la quale è il Giordano azzurro. In primavera piena questo deve essere un luogo bellissimo, tutto verde e fertile. Per ora i vigneti e i frutteti interrompono del loro colore oscuro il verde dei campi a cereali, che gettano i teneri steli fuor dalle zolle, e dei pascoli nutriti dal suolo ferace.
20Se ciò che è oltre Efraim viene detto deserto da Giovanni, segno è che ben dolce era il deserto di Giudea, almeno in questa zona, o per lo meno era deserto unicamente perché privo di paesi, tutto boschi e pascoli fra lieti torrentelli, ben diverso dalle terre presso il mar Morto, che con giusto nome possono già essere dette «deserto», perché aride, nude di vegetazione, se si eccettuano i ciuffetti bassi, spinosi, contorti, sparsi di sale, delle poche piante desertiche nate fra i pietroni sparsi e le arene cariche di sali. Ma questo dolce deserto, che è oltre Efraim, per ancor lungo spazio si decora di vigneti e di ulivi e frutteti, e ora i mandorli sorridono al sole, sparsi a ciuffi bianco-rosa qua e là, sulle chine che presto saranno coperte dei festoni delle viti sbocciate a nuova fronda.
21«Sembra quasi di essere nella mia città», dice Giuda.
22«Anche a Jutta somiglia. Sol che là il torrente è in basso e la città in alto. Qui invece sembra che il paese sia in un’ampia conchiglia con al centro il fiume. Paese ricco di viti! Deve essere bello molto, e molto buono, per chi ne è padrone, avere di queste terre», osserva Pietro.
Il cuore è la Terra della Parola di Dio.
23«”La sua terra sia benedetta dal Signore con i frutti del cielo e colle rugiade, con le sorgenti che scaturiscono dall’abisso, coi frutti prodotti dal sole e dalla luna, coi frutti delle cime dei suoi monti antichi, coi frutti dei colli eterni e colle biade della terra nella sua abbondanza”[37] è detto. E su queste parole del Pentateuco essi fondano la loro orgogliosa pertinacia nel credersi superiori. Così è. Anche la parola di Dio e i doni di Dio, se cadono su cuori presi da superbia, divengono causa di rovina. Non per essi, ma per la superbia che altera il loro succo buono», dice Gesù.
“Amami nel prossimo, e ogni luogo ti sarà uguale”.
24«Già. Ed essi del giusto Giuseppe hanno tenuto solo la furia del toro e la cervice di rinoceronte. Non amo stare qui. Perché non mi lasci andare con gli altri?», dice l’Iscariota.
25«Non ami stare con Me?», chiede Gesù lasciando di osservare il paesaggio e volgendosi ad osservare Giuda.
26«Con Te, sì. Ma non con quelli di Efraim».
27«Che bella ragione! E noi, allora, che andremo per la Samaria o per la Decapoli -perché non potremo andare che in questi luoghi nel tempo prescritto da sabato a sabato- andremo forse fra i santi?», dice Pietro rimproverando Giuda, che non risponde.
28«Che ti importa di chi ti è vicino se sai amare tutto attraverso di Me? Amami nel prossimo, e ogni luogo ti sarà uguale», dice calmo Gesù.
Giuda non risponde neppure a Lui.
29«E pensare che io devo andare… Starei tanto volentieri qui, io! Tanto… per quel che so fare! Fa’ almeno capo Filippo o tuo fratello, Maestro. Io… finché c’è da dire: facciamo questo, andiamo in quel luogo, so ancora. Ma se devo parlare!… Sciuperò tutto».
30«L’ubbidienza ti farà fare bene tutto. Ciò che farai mi piacerà».
31«Allora… se piace a Te piace a me. Mi basta di farti contento. Ma ecco! L’ho detto! Ecco che viene mezza città… Guarda! Il sinagogo… i notabili… le donne loro… i bambini e il popolo! …».
32«Scendiamo loro incontro», ordina Gesù e si affretta giù dalla scala, gettando un richiamo agli altri apostoli perché escano con Lui fuor della casa.
Terra di pace e gloria.
33Gli abitanti di Efraim vengono avanti coi segni della più viva deferenza e, dopo i saluti di rito, uno, forse il sinagogo, parla per tutti: «Benedetto l’Altissimo per questo giorno, e benedetto il suo Profeta che è venuto a noi perché ama tutti gli uomini in nome del Dio Altissimo. Benedetto Te, Maestro e Signore, che ti sei ricordato del nostro cuore e delle nostre parole, e sei venuto a riposare fra noi. Noi ti apriamo il cuore e le case chiedendo la tua parola per la nostra salute. Benedetto questo giorno. Perché per esso vedrà fruttificare il deserto colui che lo sa accogliere con retto spirito».
34«Hai detto bene, Malachia. Chi sa accogliere con retto spirito Colui che è venuto in nome di Dio vedrà fruttificare il suo deserto e farsi domestiche le piante robuste ma selvagge che sono in esso. Io starò fra voi. E voi verrete a Me. Da buoni amici. E questi porteranno la mia parola a coloro che la sanno accogliere».
35«Non insegnerai Tu, Maestro?», chiede un po’ deluso Malachia.
36«Sono venuto qui per raccogliermi e pregare. Per prepararmi alle grandi cose future. Ve ne dispiace che abbia scelto il vostro luogo per la mia quiete?».
37«Oh! no. Vederti pregare sarà già farsi sapienti. Grazie di averci scelti per questo. Noi non turberemo le tue orazioni e non permetteremo che siano turbate dai tuoi nemici. Perché già si sa ciò che avvenne ed avviene in Giudea. Faremo buona guardia. E ci accontenteremo di una tua parola quando ti sarà lieve darla. Accetta intanto i doni dell’ospitalità».
38«Sono Gesù e non respingo alcuno. Accetto perciò ciò che mi offrite per mostrarvi che non vi respingo. Ma se mi volete amare, d’ora in poi date ciò che dareste a Me ai poveri del paese o a quelli di passaggio. Non abbisogno che di pace e di amore».
39«Lo sappiamo. Tutto sappiamo. E confidiamo di darti ciò che ti abbisogna, tanto da farti esclamare: “La terra che doveva essere per Me Egitto, ossia dolore, mi fu, come per Giuseppe di Giacobbe, terra di pace e gloria”».
40«Se voi mi amerete accettando la mia parola, così Io dirò».
41I cittadini passano i loro doni agli apostoli e si ritirano, meno Malachia e altri due che parlano sottovoce a Gesù. E restano i bambini, presi dal solito fascino che Gesù sprigiona per i bambini; restano, sordi alle voci delle madri che li chiamano, e non se ne vanno sinché Gesù non li ha accarezzati e benedetti. Allora, garruli come rondini, frullano via, seguiti dai tre uomini.
553. Inizio del sabato ad Efraim. I ladroni dell’Adomin e il soccorso a tre bambini[38].
Inizio del sabato ad Efraim.
Rientro degli evangelizzatori stanchi e polverosi.
1I dieci, stanchi e polverosi, rientrano nella casa. Alla donna che li saluta, aprendo loro la porta, chiedono subito: «Dove è il Maestro?».
2«Nel bosco, credo. A pregare come sempre. É uscito molto presto questa mattina e non è più tornato».
3«E nessuno è andato a cercarlo? Ma che fanno quei due?!», grida Pietro agitato.
4«Non ti inquietare, uomo. Fra noi è sicuro come in casa di sua Madre».
5«Sicuro! Sicuro! Ve lo ricordate il Battista? Fu sicuro?».
6«Non lo fu perché non seppe leggere il cuore di chi gli parlava. Ma se l’Altissimo permise questo per il Battista, certo non lo permetterà per il suo Messia. Tu lo devi credere più ancora di me, che sono donna e samaritana».
7«Maria ha ragione. Ma dove è andato di preciso?».
8«Non lo so. Ora va da un lato, ora dall’altro. Talvolta solo, talaltra con i bambini che lo amano tanto. Insegna loro a pregare vedendo Dio in tutte le cose. Ma forse oggi è solo, poiché non è venuto a sesta. Quando ha con Sé i bambini torna, perché essi sono uccellini che vogliono l’imbeccata alle ore giuste…» sorride la vecchietta, ricordando forse i suoi dieci figli, e poi sospira… anche, perché gioie e dolori sono in tutti i ricordi della vita.
9«E Giuda e Giovanni dove sono?».
10«Alla fonte Giuda. A far legna Giovanni. Le ho finite perché ho lavato le vesti di tutti per darvele pulite quando partite».
11«Dio ti compensi, madre. Molto lavoro per noi…», dice Tommaso posandole una mano sulla spalla magra e curva come per carezzarla.
12«Oh!… Non è fatica. É come riavessi i miei figli…», sorride ancora con un luccichio negli occhi infossati di vecchierella.
Il raggio di sole nella Famiglia.
13Rientra Giovanni sotto un gran fascio di legna, e pare che il corridoio piuttosto tetro si rischiari con la sua venuta. Ho sempre notato la luminosità che sembra accendersi dove è Giovanni. Il suo sorriso così dolce, franco, di fanciullo, il suo occhio limpido e ridente come un bel cielo d’aprile, la sua voce gioconda nel saluto affettuoso ai compagni, sono come un raggio di sole o un arcobaleno di pace. Tutti lo amano, meno Giuda di Keriot, che non so se lo ami o se lo odi, ma certo lo invidia e sovente lo prende in giro, talora lo offende. Ma per ora Giuda non c’è.
14Lo aiutano a posare il suo carico e gli chiedono dove può essere Gesù. Anche Giovanni si allarma un poco del ritardo. Ma, più fidente in Dio degli altri, dice: «Il Padre suo lo preserverà dal male. Dobbiamo credere nel Signore». E aggiunge: «Ma venite. Siete stanchi e polverosi. Vi abbiamo tenuti pronti cibi e acque calde. Venite, venite…».
Il brontolone della Famiglia.
15Rientra anche Giuda di Keriot con le sue brocche gocciolanti.
16«Pace a voi. Vi è stato facile il viaggio?», chiede, ma non è bontà nella sua voce. Essa è intrisa di scherno e di malcontento.
17«Sì. Abbiamo cominciato dalla Decapoli».
18«Per paura di essere presi a sassate, o per quella di contaminarvi?», chiede con ironia l’Iscariota.
19«Né l’una né l’altra cosa. Ma per prudenza di principianti. E l’ho proposta io che, non sia per rimproverarti di nulla, sono incanutito sulle pergamene», dice Bartolomeo.
20Giuda non ribatte nulla. Se ne va dalla cucina, dove i ritornati si ristorano con quanto è preparato.
21Pietro guarda l’Iscariota che se ne va e scrolla il capo. Ma non parla. Il Taddeo invece prende Giovanni per una manica e chiede: «Come è stato in questi giorni? Sempre così inquieto? Sii sincero…».
22«Sincero sempre, Giuda. Ma ti assicuro che non diede dolore. Il Maestro sta quasi sempre isolato. Io sto con la vecchia madre che è tanto buona, e ascolto chi viene per parlare al Maestro e poi glielo dico. Giuda invece va per il paese. Si è fatto delle amicizie… Che volete! Egli è così… Non sa stare quieto come sapremmo stare noi…».
23«Per me faccia ciò che vuole. Mi basta che non dia dolore».
24«No. Questo no. Si annoia certo. Ma… Ecco il Maestro! Ne sento la voce. Parla con qualcuno…».
Gesù Messia, il Salvatore.
25Corrono fuori e vedono Gesù che viene avanti, nel crepuscolo che scende, con due bambini in braccio e uno attaccato alla veste, e li rincuora perché piangono.
26«Dio ti benedica, Maestro! Ma da dove vieni così tardi?».
27Gesù, entrando in casa, risponde: «Dai ladroni vengo. E ho fatto preda Io pure. Ho camminato oltre il tramonto, ma il Padre mio me ne assolverà, perché ho compiuto un atto di misericordia… Prendi, Giovanni, e tu, Simone… Ho le braccia rotte… e sono proprio stanco». Si siede su uno sgabello presso il camino. Sorride, stanco ma felice.
28«Dai ladroni? Ma dove sei stato? Chi sono questi fanciulli? Ma hai mangiato? Dove eri? Non è prudente stare fuori così a buio e così lontano!… Eravamo in pensiero. Non eri nel bosco?», parlano tutti insieme.
29«Non ero nel bosco. Sono andato verso Gerico…»
30«Imprudente! Su quelle vie puoi trovare chi ti odia!», rimprovera il Taddeo.
31«Ho fatto il sentiero che ci hanno insegnato. Erano giorni che volevo andare là… Vi sono infelici da redimere. A Me nulla potevano farmi di male. E sono andato in tempo per questi fanciulli. Date loro da mangiare. Credo siano quasi digiuni, perché avevano paura dei ladroni. E Io non avevo cibo con Me. Avessi trovato un pastore almeno… Ma il prossimo sabato aveva già fatto deserti i pascoli…».
Applicare la legge con agilità di spirito.
32«Già! Soltanto noi non rispettiamo il sabato da qualche tempo…», osserva Giuda di Keriot, sempre tagliente.
«Come parli? Cosa insinui?», gli chiedono.
33«Dico che sono due sabati che noi lavoriamo dopo il tramonto».
34«Giuda, tu sai perché dovemmo camminare lo scorso sabato. Il peccato non è sempre di chi lo compie, ma anche di chi forza a compierlo. E oggi… Lo so. Tu vuoi dirmi che anche oggi ho violato il sabato. Ti rispondo che, se grande è la legge del riposo sabatico, grandissimo è il precetto dell’amore. Non sono tenuto a giustificarmi ai tuoi occhi. Ma lo faccio per insegnarti la mansuetudine, l’umiltà e la grande verità che davanti ad una necessità santa si deve saper applicare la legge con agilità di spirito. La nostra storia ha episodi di questa necessità.
La storia dei poveri bambini.
Anche nei più biechi vi può essere pietà.
35Sono andato all’aurora verso i monti Adonim, perché so che là ci sono dei disgraziati che hanno il delitto per lebbra sull’anima. Speravo incontrarli, parlare a loro, tornare avanti il tramonto. Li ho trovati. Ma non ho potuto fare loro il discorso prefisso, perché c’erano altre cose da dire…
36Essi avevano trovato questi tre fanciullini piangenti sulla soglia di un povero ovile della pianura. Erano scesi di notte per rubare gli agnelli e anche per uccidere, se il pastore avesse fatto resistenza. La fame è brutta sui monti nell’inverno… E quando è patita da cuori crudeli, fa gli uomini più feroci dei lupi.
37Questi bambini erano dunque là, insieme ad un pastorello di poco più grande di loro e spaurito come loro. Il padre dei fanciulli, non so per qual ragione, era morto nella notte. Forse era stato morso da qualche animale, o gli aveva fallito il cuore… Era freddo sulla paglia presso le pecore. Se ne accorse il figlio più grande che gli dormiva a lato. Cosicché i ladroni, in luogo di fare un eccidio, trovarono un morto e quattro fanciulli piangenti. Lasciarono il morto e spinsero avanti le pecore e il pastorello e, poiché anche nei più biechi vi può essere una pietà tenace a morire, raccolsero anche i bambini…
Un atto buono può essere principio di salvezza.
38Io li trovai che si consultavano sul da farsi. I più feroci volevano uccidere il decenne pastorello, pericoloso testimone del loro furto e del loro rifugio; i meno duri volevano rimandarlo con minacce, trattenendo il gregge. Tutti volevano, poi, tenersi i fanciullini».
39«Per farne che? Ma non hanno famiglia?».
40«La madre è morta. Per questo il padre se li era portati seco ai pascoli invernali, e ora risaliva, attraversando questi monti, alla sua casa deserta. Potevo lasciare i piccoli ai ladroni perché li facessero simili a loro? Ho parlato… In verità vi dico che mi hanno compreso più di molti altri. Compreso tanto che mi hanno rilasciato i fanciulli e domani accompagneranno il pastorello sulla via di Sichem. Perché in quelle campagne stanno i fratelli della madre di costoro. Intanto Io ho raccolto i fanciulli. Li terrò con noi sino all’arrivo dei parenti».
«E Tu ti illudi che i ladroni…», dice l’Iscariota e ride…
41«Io sono certo che essi non torceranno un capello al piccolo pastore. Sono dei disgraziati. Non dobbiamo giudicare il perché lo sono. Ma dobbiamo cercare di salvarli. Un atto buono può essere il principio della loro salvezza…». Gesù china il capo, assorto in chissà che pensiero.
42Gli apostoli e la vecchietta parlano e compassionano fra di loro e si danno da fare per confortare i fanciullini spauriti…
43Gesù alza il capo al pianto del più piccolo, un brunettino di sì e no tre anni, e dice a Giacomo che si affanna inutilmente a volergli dare del latte: «Dà a Me il fanciullo e va’ a prendere la mia sacca…», e sorride perché il bambino si quieta sulle sue ginocchia e beve il suo latte avidamente per quanto prima lo respingeva. Gli altri, più grandicelli, mangiano la zuppa che è loro posta davanti, ma lacrime scendono dai loro occhi.
Le ostie propiziatorie piacevoli al Signore.
44«Mah! Quante miserie! Ecco! Che noi si soffra è giusto, ma gli innocenti…», dice Pietro che non può vedere soffrire i bambini.
45«Sei un peccatore, Simone. Tu fai rimproveri a Dio», osserva l’Iscariota.
46«Sarò un peccatore. Ma non faccio rimprovero a Dio. Dico soltanto… Maestro, perché devono soffrire i bambini? Essi non hanno dei peccati».
47«Tutti ne hanno dei peccati, almeno quello originale», dice l’Iscariota.
48Pietro non gli risponde. Aspetta la risposta di Gesù. E Gesù, che ninna il bambino ormai sazio e assonnato, risponde: «Simone, il dolore è la conseguenza della colpa»[39].
49«Va bene. Allora… dopo che Tu avrai levato la colpa, i fanciulli non soffriranno più».
50«Soffriranno ancora. Non te ne fare scandalo, Simone. Il dolore e la morte saranno sempre sulla Terra. Anche i più puri soffrono e soffriranno. Anzi, saranno quelli che soffriranno per tutti. Le ostie propizievoli al Signore».
51«Ma perché? Non lo capisco…».
52«Molte sono le cose che non sono capite sulla Terra. Sappiate credere almeno che sono cose volute dall’Amore perfetto[40]. E quando la Grazia[41] restituita agli uomini farà, dei più santi fra gli uomini, i conoscitori delle verità nascoste, allora si vedrà che proprio i più santi vorranno essere vittime, perché avranno compreso la potenza del dolore[42]… Il fanciullino dorme. Maria, lo porti con te?».
53«Certamente, Maestro. Fanciullo spaurito, sonno breve e molto pianto, e a uccello senza nido è necessaria alla materna, noi si dice. É grande il mio letto, ora che è occupato da me sola. Io vi porterò i fanciulli e veglierò su loro. Anche questi stanno per dimenticare nel sonno il loro dolore. Venite, ché li portiamo al riposo».
54Raccoglie il piccolino dal grembo di Gesù e, seguita da Pietro e Filippo, se ne va, mentre torna Giacomo di Zebedeo con la borsa di Gesù.
55Gesù l’apre e vi fruga dentro. Estrae una veste pesante, la spiega, ne considera l’ampiezza. Non è soddisfatto. Cerca il mantello scuro come la veste. Li ripone da parte e chiude la borsa rendendola a Giacomo.
56Torna Pietro con Filippo. La vecchierella è rimasta coi tre bambini, e Pietro vede subito le vesti spiegate da una parte. Dice: «Vuoi cambiarti la veste, Maestro? Stanco come sei, un bagno caldo ti dovrebbe ristorare. Vi è acqua e ti scalderemo le vesti, e poi ceneremo e andremo al riposo. Questa storia dei poveri bambini mi ha tutto commosso…».
57Gesù sorride ma non risponde a tono. Dice soltanto: «Lodiamo il Signore che mi ha condotto in tempo per salvare gli innocenti». Poi tace, stanco…
58Rientra la vecchietta con le vesticciuole dei bambini. «Andrebbero cambiate… Sono rotte e fangose… Ma non ho più le vesti dei miei figli per sostituirle. Le laverò domani…».
59«No, madre. Finito il sabato, tu cucirai tre piccole vesti in queste mie…».
60«Ma Signore, sai che hai ormai solo tre vesti? Se ne dài via una, con che resti? Non c’è qui Lazzaro, come quella volta del mantello alla lebbrosa!», dice Pietro.
61«Lascia fare. Due ne restano, e sono già troppe per il Figlio dell’uomo. Prendi, Maria. Domani al tramonto comincerai il tuo lavoro, e il Perseguitato avrà la gioia di soccorrere il povero di cui comprende gli affanni».
554. Il sabato ad Efraim, su un’isoletta nel torrente. Il peccato originale spiegato in parabola ai tre bambini[43].
Andando a scuola di spiritualità.
Seguendo il torrente oltre il paese.
1«Alzatevi e andiamo lungo il torrente. Come gli ebrei fuori della loro patria e in luoghi dove non sono sinagoghe, celebreremo il sabato fra noi. Venite, fanciulli…», dice Gesù agli apostoli, oziosi nell’orto della casa, e tende la mano ai tre poveri bambini che stanno in gruppo in un angolo. Essi accorrono con una timida gioia sul visuccio precocemente pensoso di bambini che hanno visto cose troppo più grandi di loro, e i due più grandicelli mettono la loro manina in quella di Gesù, ma il più piccino vuole essere preso fra le braccia, e Gesù lo accontenta dicendo al più grande: «Tu mi starai al fianco ugualmente, mi terrai la veste come ieri. Ma Isacco è troppo stanco e piccino per fare da sé…». Il grandicello beve il sorriso di Gesù e accetta, contentandosi di camminare vicino a Gesù come un ometto.
2«Dà a me il fanciullo, Maestro. Tu devi essere ancora stanco di ieri, e Ruben ci soffre a non darti la mano…», dice Bartolomeo e fa per levargli il fanciullino, che si attacca al collo di Gesù.
3«É caparbio come tutta la razza!», esclama l’Iscariota.
4«No. É spaurito. Tu non capisci nulla di figli. I piccoli sono così. Quando sono afflitti o spaventati cercano rifugio nel primo che ha loro sorriso e dato conforto», ribatte Bartolomeo e, non potendo prendere in braccio il più piccolo, dà la mano al più grande dopo averlo accarezzato sui capelli e avergli sorriso paterno.
5Escono dalla casa, nella quale resta soltanto la donna, e vanno, seguendo il torrente oltre il paese. Sono belle le sue sponde che l’erba nuova ricopre e i fiori del prato costellano. L’acqua è limpida e chiacchierina fra i sassi e, sebbene sia poca, canta con note d’arpa e fruscia spezzandosi contro i sassi più grossi sparsi nel greto, o insinuandosi fra le frastagliature di qualche minuscola isola coperta di canne. Dalle piante presso le rive gli uccelli sfrecciano via con trilli di gioia, oppure si posano su qualche ramo in pieno sole e cantano le prime canzoni di primavera, o scendono, graziosi e vivaci, a cercare insetti e vermi nel suolo o a bere presso le rive.
Il pianto dei tre bambini.
6Due tortorine selvatiche fanno il loro bagno in una curva della riva e si sbeccuzzano tubando, poi se ne vanno a volo, tenendo nel becco un bioccolo di lana lasciato da qualche pecora contro una pianta di biancospino che comincia a fiorire nella cima.
7«Fanno così per fare il nido», dice il bambino più grande. «Hanno certo i tortorini…». China il capo basso basso e, dopo avere avuto una larva di sorriso alle prime parole, piange senza rumore asciugandosi gli occhi con la mano.
8Bartolomeo lo prende in braccio, comprendendo quale ferita hanno stuzzicato le due tortorelle con le loro cure. E sospira Bartolomeo, che ha l’animo buono di un buon padre di famiglia. Il bambino gli piange sulla spalla e l’altro, il secondo, vedendo quel pianto, si mette a piangere a sua volta, imitato dal terzo che chiama il padre con la sua vocina di piccolino che da poco sa parlare.
9«Oggi sarà questa la nostra orazione del sabato! Potevi lasciarli in casa! La donna è più adatta di noi in questi casi e.…», osserva l’Iscariota.
10«Ma se non fa che piangere essa pure! Come del resto ho gran voglia di farlo io… Perché sono cose… che fanno piangere…», gli risponde Pietro prendendo in braccio il secondo bambino.
L’Iscariota, uomo dell’amore disordinato.
11«Sì. Sono cose che fanno piangere. É vero. E Maria di Giacobbe, povera vecchia afflitta, non è molto capace di consolare…», conferma lo Zelote.
12«Anche a noi non sembra che ci riesca molto. L’unico che poteva consolare era il Maestro. E non lo ha fatto».
13«Non lo ha fatto? E che doveva fare di più? Ha persuaso i ladroni, ha fatto miglia coi bambini fra le braccia, ha provveduto ad avvertire i parenti loro…».
14«Tutte cose secondarie. Egli, che è Colui che comanda anche alla morte, poteva, anzi doveva scendere all’ovile e risuscitare il pastore. Lo ha pur fatto per Lazzaro, che non era utile a nessuno! Qui un padre, e vedovo per giunta, dei bambini che restano soli… Questa risurrezione era da farsi. Io non ti capisco, Maestro…».
15«E noi non si capisce te, così irrispettoso…»
16«Pace, pace! Giuda non comprende. Non è solo a non comprendere le ragioni di Dio e le conseguenze del peccato. Tu pure, Simone di Giona, non comprendi perché gli innocenti devono soffrire. Non vogliate perciò giudicare Giuda di Simone, che non comprende perché l’uomo non è risuscitato. Se Giuda rifletterà, lui che sempre mi rimprovera di andare solo e lontano, comprenderà che non potevo andare così lontano… Perché l’ovile era nella pianura di Gerico, ma oltre la città, verso il guado. Che avreste detto se fossi stato lontano almeno tre giorni?».
17«Potevi comandare col tuo spirito al morto di risorgere».
18«Sei tu da più dei farisei e scribi, che vollero la prova di un morto già disfatto per poter dire che Io risuscito realmente i morti?».
«Ma essi la volevano perché ti odiano. Io la vorrei perché ti amo e vorrei vederti schiacciare tutti i tuoi nemici».
19«Il tuo vecchio sentimento e il tuo disordinato amore. Non hai saputo sbarbare dal tuo cuore le piante vecchie per sostituirle con le nuove; e le vecchie, fertilizzate dalla Luce alla quale ti sei accostato, sono diventate ancor più robuste. Il tuo è l’errore di molti, presenti e futuri. Di quelli che, nonostante gli aiuti di Dio, non si trasformano perché non rispondono con eroico volere al soccorso di Dio».
20«Forse che costoro, che sono come me tuoi discepoli, hanno distrutto le vecchie piante?».
«Le hanno almeno molto potate e molto innestate. Tu non lo hai fatto. Non hai nemmeno guardato con attenzione se esse meritavano innesti, potatura, o di essere levate. Sei un giardiniere improvvido, Giuda».
21«Solo per la mia anima, però. Perché per i giardini so fare».
«Sai fare. Per tutte le cose terrestri sai fare. Ti vorrei vedere ugualmente capace per le cose del Cielo».
22«Ma la tua luce dovrebbe fare da sé ogni prodigio in noi! Non è forse buona? Se rende fertile il male e lo irrobustisce, allora non è buona, ed è colpa sua se noi non si diviene buoni».
23«Parla per te, amico. Io non trovo che il Maestro mi abbia fatto più forti le cattive tendenze», dice Tommaso.
24«E neppure io», «E io», dicono Andrea e Giacomo di Zebedeo.
25«A me, poi, la sua potenza mi ha liberato dal male e fatto nuovo. Perché parli così? Non rifletti a ciò che dici?», chiede Matteo.
L’Iscariota, uomo del cuore malato.
26Pietro sta per parlare, ma preferisce andarsene, e si dà a camminare lesto col fanciullino in collo, imitando l’ondulare di una barca per farlo ridere, e nel passare prende per un braccio il Taddeo e grida: «Su, andiamo là, in quell’isola! É piena di fiori come un canestro. Venite, Natanaele, Filippo, Simone, Giovanni… Un bel salto e ci si è. Il torrente, così diviso, non è che due ruscelli al di qua e al di là dell’isola…». E salta per primo, posando piede su un’emergenza sabbiosa larga pochi metri, erbosa come un prato, fiorita dei primi fiori come un tappeto, al centro della quale è un solo pioppo alto e sottile che ondeggia la cima ad un venticello leggero. Lo raggiungono lentamente i chiamati, seguiti poi da quelli che erano più vicini a Gesù, che resta indietro parlando con l’Iscariota.
27«Ma non ha ancora finito quello là?», chiede Pietro a suo fratello.
«Il Maestro gli sta lavorando il cuore», risponde Andrea.
28«Eh! più facile che io riesca a far spuntare fichi su questa pianta che non nel cuore di Giuda venga giustizia».
29«E nel suo intelletto», rincara Matteo.
30«É stolto perché lo vuole essere, e in ciò che vuole», dice il Taddeo.
31«Soffre perché non è stato scelto per evangelizzare. Io lo so», spiega Giovanni.
32«Ma per me… Se vuole andare lui al mio posto… Non ci tengo proprio ad andare in giro!», esclama Pietro.
33«Nessuno di noi ci tiene. Ma lui sì. Invece mio fratello non lo vuole mandare. Questa mattina gliene ho parlato, perché avevo capito l’umore di Giuda e le cause di esso.
34Ma Gesù ha detto: “Proprio perché è un cuore così malato, lo tengo presso di Me. Sono i sofferenti e i deboli che hanno bisogno del medico e di chi li sorregge”».
Pietro, uomo della pazienza provata.
35«Già!… Bene!… Venite, fanciulli. Ora prendiamo queste belle canne e ne facciamo delle barchettine. Vedete che belle! E dentro, a far da pescatori, ci mettiamo questi fiorellini. Guardate qui se non sembrano teste, con un copricapo bianco e rosso… Qui facciamo il porto e qui, ecco, le casette dei pescatori… Ora leghiamo le barche con queste belle erbe fini, e voi le fate andare in acqua, così…, e poi le tirate sulla riva dopo la pesca… Potete anche fare il giro dell’isola… e attenti agli scogli, eh! …».
36Pietro è ammirabile di pazienza. Ha lavorato di coltello su pezzi di canna, tagliando da nodo a nodo e scoperchiando un lato per trasformare le canne in barchette, ha messo a fare da pescatori delle pratoline ancora in boccio, ha scavato nella rena un porto lillipuziano e creato delle casette con la sabbia umida e, ottenuto lo scopo di ricreare i bambini, si siede soddisfatto mormorando: «Povere creature…»
Alla scuola di spiritualità.
Orazione.
37Gesù pone piede sull’isola proprio quando i due fanciulletti iniziano il loro giuoco e li carezza deponendo a terra il più piccino, che si unisce al giuoco dei fratellini.
38«Eccomi a voi. E ora parliamo di Dio. Perché parlare di Dio e parlare a Dio è prepararsi alla missione. E dopo aver fatto orazione, ossia dopo aver parlato a Dio, parleremo di Dio che è presente in tutte le cose per istruire alle cose buone. Su, alzatevi e preghiamo», e intona dei salmi in ebraico, ai quali fanno coro gli apostoli.
39I fanciulli, che si erano allontanati con le loro barchettine, sospendono il cinguettio delle loro vocette e i loro giuochi, e si avvicinano sentendo cantare quegli uomini. Ascoltano attenti, con gli occhi fissi su Gesù che per loro è tutto, e poi, con lo spirito di imitazione dei bambini, prendono la stessa postura degli oranti e cercano di seguire il canto, con la sola voce, non sapendo le parole dei salmi. Gesù abbassa gli occhi e li guarda con un sorriso che aumenta il canto delle vocette innocenti. Si sentono approvati e si rincuorano…
Ascolto:
Chi vive nella carità sente la voce di Dio e la comprende.
40Il canto dei salmi ha fine. Gesù si siede sull’erba e inizia a parlare: «Quando i re d’Israele, di Edom e di Giuda si riunirono per combattere il re di Moab e si rivolsero per consiglio a Eliseo profeta, egli rispose al messo dei re: “Se non avessi rispetto a Giosafat, re di Giuda, neppure ti avrei guardato. Ma ora conducetemi un suonatore d’arpa”. E mentre l’arpista suonava, Dio parlò al suo profeta comandando di fare scavare fosse e fosse nel torrente arido, perché si empisse d’acqua per uomini e bestie. E all’ora del sacrificio del mattino il torrente, senza che fosse vento o pioggia, si empì come il Signore aveva detto. Quali, secondo voi, le lezioni di questo episodio? Parlate!».
41Gli apostoli si consultano fra loro. Chi dice: «Nel turbamento del cuore non parla Dio. Eliseo vuole placare il suo sdegno, sorto nel vedersi di fronte il re d’Israele, per potere sentire Dio».
42Chi invece dice: «É lezione di giustizia. Eliseo, per non punire l’innocente re di Giuda, salva anche il colpevole».
43Altri ancora: «É lezione di ubbidienza e di fede. Essi scavarono le fosse ubbidendo al comando in apparenza stolto e attesero con fede l’acqua benché fosse sereno e senza vento il cielo».
44«Avete risposto bene, ma non ampiamente bene. Nel turbamento del cuore non parla Iddio. É vero. Ma non necessitano arpe a calmare il cuore. Basta avere la carità, che è l’arpa spirituale che dà note di paradiso. Quando un’anima vive nella carità ha il cuore calmo e sente la voce di Dio e la comprende».
Pratica delle virtù.
45«Allora Eliseo non aveva carità, perché era turbato».
46«Eliseo è del tempo della Giustizia. Bisogna saper trasportare al tempo della Carità gli episodi antichi e vederli non alla luce delle folgori ma a quella degli astri. Voi siete del tempo nuovo. Perché dunque tanto sovente siete più iracondi e turbati di quelli del tempo antico? Spogliatevi del passato. Lo ripeto, anche se a Giuda non piace sentirlo ripetere. Estirpate, potate, innestate, mettete piante nuove. Rinnovatevi, scavate le fosse dell’umiltà, dell’ubbidienza, della fede. Quei re lo seppero fare ed erano, due contro uno, non di Giuda, e non sentirono Dio, ma il profeta di Dio ripetere i voleri dell’Altissimo. Sarebbero morti di sete nell’aridità se non avessero saputo ubbidire. Ubbidirono e l’acqua empì le fosse scavate, e non solo furono salvi dalla sete ma vinsero i nemici. Io sono l’Acqua della Vita. Scavate fosse nei vostri cuori per poter ricevere Me. E ora ascoltate. Non faccio lunghi discorsi. Vi do delle sentenze perché voi le meditiate. Sarete sempre come questi fanciulli, e anche meno di loro, perché essi sono innocenti e voi non lo siete e perciò è più fosca in voi la luce spirituale, se non vi abituate a meditare. Sempre ascoltate, mai non ritenete, perché la vostra intelligenza dorme in luogo di essere attiva. Dunque sentite. Quando alla Sunamite morì il figlio, ella volle andare dal profeta nonostante che il marito le dicesse che non era il primo del mese e non era sabato[44] . Ma ella sapeva di dover andare, perché per certe cose non sono ammesse dilazioni. E poiché seppe comprendere lo spirito delle cose, ebbe risuscitato il figlio. Che ne dite di questo fatto?».
47«Che esso è rimprovero a me per il sabato», dice l’Iscariota.
48«Vedi dunque, o Giuda, che quando vuoi sai capire? Apri dunque il tuo spirito alla giustizia».
Potere dell’intenzione.
49«Sì… ma Tu non hai violato il sabato per risuscitare l’uomo».
«Ho fatto di più. Ho impedito la rovina, la morte di questi, la vera morte. E ho ricordato ai ladroni che…».
50«Oh! attendi a consolarti di aver fatto qualcosa! Io non credo che essi ti abbiano ubbidito…»
«Se il Maestro lo dice…».
51«Anche Eliseo, nel racconto della Sunamite, dice: “Il Signore me lo ha tenuto nascosto”[45]. Dunque non sempre tutto si sa neanche da parte dei profeti», ribatte l’Iscariota.
52«Nostro fratello è da più di un profeta», osserva il Taddeo.
53«Lo so. É il Figlio di Dio. Ma è anche l’Uomo. Come tale può essere soggetto a non sapere cose secondarie, come questa di una conversione e di un ritorno… Maestro, sai proprio sempre, sempre tutto? Io me lo chiedo sovente…», incalza, tenace nel suo cuore, l’Iscariota.
54«E con quale spirito? Per darti pace, per darti consiglio, per darti turbamento?», chiede Gesù.
«Ma… Non saprei. Me lo chiedo e.…».
55«E sembri turbato anche nel chiedertelo», dice Tommaso.
«Io? Certo la perplessità turba sempre…».
56«Quante sottigliezze! Io non me ne propongo tante. Credo senza indagare, e non sono perplesso e turbato per niente. Ma lasciamo parlare il Maestro. A me non piace questa lezione. Di’ una bella parabola, Maestro. Piacerà anche ai fanciulli», dice Pietro.
Segreto per levare l’amore alle azioni.
57«Ho ancora da chiedere una cosa. Questa. Che significato ha per voi la farina che leva l’amaro alla minestra dei figli dei profeti?» [46].
Un profondo silenzio è la risposta alla domanda.
58«E che? Non sapete rispondere?».
59«Forse perché la farina assorbì l’amaro…», dice incerto Matteo.
60«Tutto sarebbe stato amaro, anche la farina».
61«Per un miracolo del profeta, che non voleva mortificato il servo», suggerisce Filippo.
«Anche. Ma non per questo soltanto».
62«Il Signore volle far brillare la potenza del profeta anche sulle materie comuni», dice lo Zelote.
63«Sì. Ma non è ancora il significato giusto. Le vite dei profeti anticipano ciò che poi sarà nel tempo pieno: il mio; rispecchiano il mio giorno terreno sotto simboli e figure. Dunque…».
64Silenzio. Si guardano. Poi Giovanni curva il capo, divenendo acceso nel volto, e sorride.
65«Perché non dici il tuo pensiero, Giovanni?», lo interroga Gesù.
66«Non è mancanza di amore parlare, perché non lo fai per mortificare alcuno».
67«Penso che voglia dire questo. Che nel tempo della fame della Verità e della carestia della Sapienza, questo nel quale Tu sei venuto, ogni albero si è inselvatichito ed ha dato frutti amari, immangiabili come tossico per i figli degli uomini, che in tal modo invano li colgono e se li preparano per nutrirsene. Ma la bontà dell’Eterno manda Te, farina di grano eletto, e Tu con la tua perfezione levi il tossico da ogni cibo, rendendo novellamente buoni e gli alberi delle Scritture, che i secoli hanno snaturato, e i palati degli uomini, che la concupiscenza ha corrotto. In questo caso, colui che ordina di portare la farina e la versa nell’amara caldaia è il Padre tuo, e Tu sei la farina che si sacrifica per farsi cibo agli uomini. E dopo la tua consumazione nulla più di amaro sarà nel mondo, perché Tu avrai ristabilito l’amicizia con Dio. Posso aver sbagliato».
Il segreto per rifugiarsi in Dio.
68«Non hai sbagliato. Questo è il simbolo».
69«Oh! e come hai fatto a pensarlo?», chiede stupito Pietro.
70Gli risponde Gesù: «Io te lo dico con le tue stesse parole di poc’anzi. Un bel salto e si è sull’isola pacifica e fiorita della spiritualità. Ma bisogna avere il coraggio di fare il salto, abbandonando la riva, il mondo. Saltare senza pensare se c’è chi può ridere per il nostro salto goffo o deridere per la nostra semplicità di preferire un isolotto solitario al mondo. Saltare senza paura di ferirsi o bagnarsi, o di essere delusi. Lasciare tutto per rifugiarsi in Dio. Mettersi sull’isola separata dal mondo e di là uscirne unicamente per distribuire, a quelli che sono rimasti sulle rive, i fiori e le acque pure raccolti nell’isola dello spirito, dove è un unico albero: quello della Sapienza. Standogli vicino, lontano dai fragori del mondo, se ne afferrano tutte le parole e si diviene maestri sapendo essere discepoli. Anche questo è un simbolo. Ma ora racconteremo una bella parabola ai fanciullini. Venite qui ben vicino».
La parabola dell’Eden, il serpente e i fiumi.
L’Eden.
71I tre bambini vanno tanto vicino che gli si siedono addirittura sulle gambe. Gesù li cinge con le braccia e incomincia a narrare: «Un giorno il Signore Iddio disse: “Farò l’uomo[47], e l’uomo vivrà nel Terrestre Paradiso dove è il gran fiume che poi si divide in quattro capi, che sono il Fison, il Geon, l’Eufrate e il Tigri, che scorrono la Terra. E l’uomo sarà felice, avendo tutte le bellezze e bontà del Creato e il mio amore per gaudio del suo spirito”[48]. E così fece. Era come se l’uomo fosse su una grande isola, ma ancor più fiorita di questa e con piante di ogni specie e con tutti gli animali. E sopra lui fosse l’amore di Dio a far da sole per l’anima, e la voce di Dio era nei venti, più melodiosa di canto d’uccello.
Il serpente.
72Ma ecco che in questa bell’isola fiorita, fra tutte le bestie e le piante, entrò strisciando un serpente diverso da quelli che erano stati creati da Dio e che erano buoni, senza veleno nei denti, senza ferocia nelle spire del corpo flessuoso. Anche questo serpente si era vestito della pelle dai colori di gemme che avevano gli altri, anzi si era fatto ancor più bello di questi, tanto che pareva un grande monile di re che andasse guizzando fra gli splendidi alberi del Giardino. Andò ad attorcigliarsi intorno ad un albero che sorgeva in mezzo al giardino, un albero bello, solitario, alto molto più di questo, coperto di foglie e frutti meravigliosi. E il serpente pareva un gioiello intorno al bell’albero, e scintillava al sole, e tutti gli animali lo guardavano perché nessuno si ricordava di averlo visto creare, né di averlo visto prima di allora. Ma nessuno gli si avvicinava, anzi tutti si allontanavano dall’albero, ora che aveva attorno al fusto il serpente.
Il peccato[49].
73Soltanto l’uomo e la donna si avvicinarono là, la donna prima dell’uomo, perché le piaceva quella cosa lucente che brillava al sole e muoveva il capo simile ad un fiore ancor semichiuso, e ascoltò quello che diceva il serpente, e disubbidì al Signore e fece disubbidire Adamo. Soltanto dopo avere disubbidito, videro il serpente per ciò che era e compresero il peccato, perché ormai avevano perduto l’innocenza del cuore. E si nascosero a Dio che li cercava, e poi mentirono a Dio che li interrogava.
74Allora Dio mise degli angeli a confine del Giardino e cacciò gli uomini da esso. Fu come se gli uomini fossero, dalla riva sicura dell’Eden, gettati nei fiumi terrestri colmi d’acque come quando vengono le piene di primavera. E Dio lasciò però nel cuore degli scacciati il ricordo del loro destino eterno, ossia del passaggio dal bel Giardino, dove sentivano la voce e l’amore di Dio, al Paradiso dove avrebbero goduto di Dio completamente. E col ricordo lasciò lo stimolo santo a risalire verso il luogo perduto con una vita di giustizia.
Risalire la corrente.
75Ma, fanciulli miei, voi lo avete provato poco fa che, finché la barca scende seguendo la corrente, è facile il suo cammino, mentre quando risale la corrente fatica a stare a galla, a non esser travolta dall’onda, a non naufragare fra le erbe e le sabbie o le pietre del fiume. Se Simon Pietro non avesse legato le vostre barchettine con i giunchi sottili della riva, le avreste perdute tutte, così come è accaduto a Isacco per aver lasciato andare il giunco.
76Lo stesso succede degli uomini gettati sulle correnti della Terra. Devono stare sempre nelle mani di Dio, affidando la loro volontà, che è come il giunco, alle mani del buon Padre che è nei Cieli e che è Padre di tutti e specie degli innocenti, e devono avere l’occhio vigilante ad evitare le erbe ed i falaschi, le pietre, i mulinelli e il fango che potrebbero trattenere, frantumare o inghiottire la barca della loro anima, strappando il filo della volontà che li tiene uniti a Dio. Perché il Serpente, che non è più nel Giardino, è ora sulla Terra, e cerca proprio di far naufragare le anime, cerca di non farle risalire, per l’Eufrate, il Tigri, il Geon e il Fison, al Gran Fiume che scorre nel Paradiso eterno e alimenta gli alberi della Vita e Salute, che portano perpetui frutti, di cui godranno tutti coloro che hanno saputo risalire la corrente per riunirsi a Dio e agli angeli suoi senza avere mai più a soffrire di nulla».
Dio è Padre di tutti.
Conversione del bambino.
77«Lo diceva anche la mamma», dice il più grandicello dei bambini.
78«Sì, lo diceva», cinguetta il più piccolo.
79«Tu non puoi sapere. Io sì, perché sono grande. Ma se dici le cose non vere, tu nel Paradiso non ci entri».
80«Il padre però diceva che non era vero niente», obbietta quello di mezzo.
«Perché lui non credeva nel Signore della mamma».
81«Non era samaritano tuo padre?», chiede Giacomo d’Alfeo.
«No. Era di altri luoghi. Ma la mamma lo era, e noi lo siamo perché lei ci voleva come lei. E ci raccontava del Paradiso e del Giardino, ma non bene come hai detto Tu. Io avevo paura del serpente e della morte, perché la mamma diceva che uno era il diavolo e perché il padre diceva che la morte finisce tutto. Per questo ero tanto infelice di essere solo, e anche dicevo che è inutile essere buoni ormai, perché, finché c’era la madre e il padre, si dava gioia a essere buoni, ma ora non c’era più nessuno da far godere con le nostre bontà. Invece ora so… E sarò buono. Non leverò mai il mio filo dalle mani di Dio per non essere portato via dalle acque della Terra».
Dio è il Padre di tutti.
82«Ma la mamma è andata in su o in giù?», chiede con perplessità il secondo fanciullo.
83«Che vuoi dire, fanciullo?», chiede Matteo.
«Dico: dove è? É andata al fiume del Paradiso eterno?».
«Speriamolo, fanciullo. Se era buona…».
84«Era samaritana…», dice con sprezzo l’Iscariota.
85«E allora non c’è Paradiso per noi, perché si è samaritani? Allora non avremo Dio, noi? Lui lo ha chiamato: “Padre di tutti”. A me orfano piaceva pensare che ho un Padre ancora… Ma se per noi non c’è…», china il capo afflitto.
86«Dio è il Padre di tutti, fanciullo mio. Ti ho forse amato meno Io, perché sei samaritano? Ti ho conteso ai ladroni, e ti contenderò al demonio, nello stesso modo con cui contenderei il piccolo figlio del Sommo Sacerdote del Tempio di Gerusalemme, se egli non riputasse obbrobrio che il Salvatore salvasse la sua creatura. Anzi, più ancora contendo te, perché sei solo e infelice. Non c’è differenza per Me fra lo spirito di un giudeo e quello di un samaritano. E fra poco non ci sarà più divisione fra Samaria e Giudea, perché il Messia avrà un unico popolo, che porterà il suo Nome e nel quale saranno tutti quelli che lo ameranno».
87«Io ti amo, Signore. Ma mi porti dalla mia mamma?», dice il più grande dei tre fanciulli.
88«Tu non sai dove è. Lo ha detto quell’uomo lì, che è solo da sperare…», dice il secondogenito.
89«Io non lo so, ma il Signore lo sa. Ha saputo anche dove eravamo noi, e noi invece non sappiamo neppure dove eravamo».
90«Coi ladroni… Ci volevano ammazzare…». Il terrore torna sul visetto del secondogenito.
91«I ladroni erano come i demoni. Ma Lui ci ha salvati, perché i nostri angeli lo hanno chiamato».
92«Anche la mamma l’hanno salvata gli angeli. Io lo so, perché me la sogno sempre».
93«Tu sei bugiardo, Isacco. Non puoi sognarla. Non la ricordi».
Il piccolino piange dicendo: «No. No. Io la sogno. La sogno io…».
94«Non dire bugiardo a tuo fratello, Ruben. La sua anima può ben vedere la mamma, perché il buon Padre dei Cieli può concedere che l’orfanello la sogni[50] e la conosca parzialmente, così come concede di conoscere Lui stesso. Perché da questa conoscenza limitata venga una buona volontà di conoscerlo perfettamente, cosa che si ottiene con l’essere sempre molto buoni. E ora andiamo. Abbiamo parlato di Dio, e il sabato si è santificato».
Un segno per ricordare la lezione.
95Si alza in piedi e intona altri salmi. Della gente di Efraim, sentendo il coro, viene a quella volta e attende con rispetto la fine del salmo per salutare, e dice a Gesù: «Hai preferito venire qui anziché da noi? Non ci ami dunque?».
96«Nessuno di voi mi aveva invitato. Sono perciò venuto qui coi miei apostoli e coi fanciulli».
97«E’ vero. Ma credevamo che il tuo discepolo ti avesse detto il nostro desiderio».
98Gesù guarda Giovanni e Giuda. E Giuda risponde: «Me ne sono dimenticato di dirlo ieri, e oggi, con questi fanciulli, me ne sono distratto».
99Gesù intanto lascia l’isoletta e passa il braccio minuscolo d’acqua, andando presso quelli di Efraim. Gli apostoli lo seguono, mentre i fanciulli si attardano per slegare le due superstiti barchettine di canna, e a Pietro che li sollecita spiegano: «Le vogliamo tenere per ricordarci la lezione».
100«E io? Io l’ho perduta! E non ricorderò. E non andrò in Paradiso», piange il più piccino.
101«Aspetta! Non piangere. Te la faccio subito la barchettina. Sicuro. Anche tu ti devi ricordare la lezione. Eh! Bisognerebbe farsela tutti una barchettina col suo giunco legato a prua per ricordare. Più noi, uomini, di voi fanciulli! Mah!», e Pietro taglia e forma la barchettina col suo giunco e prende in braccio, una bracciata sola, i tre fanciulli e salta il rio andando presso Gesù.
102«Sono questi?», interroga Malachia di Efraim.
«Questi».
«E son di Sichem?».
«Così diceva il pastorello: che i parenti erano delle campagne».
L’idea messianica: riunire tutti nell’amore.
103«Poveri fanciulli! Ma se i parenti non venissero, che faresti?».
«Li terrei meco. Ma verranno».
«Quei ladroni… Non verranno essi pure?».
104«Non verranno. Ma non temete per essi. Anche se venissero… Io sarei il loro predatore, e non essi i vostri predatori. Ho già strappato loro quattro prede e spero aver strappato un poco della loro anima al peccato, almeno in qualcuno».
105«Ti aiuteremo per questi fanciulli. Questo ce lo concederai».
106«Sì. E non perché sono della vostra regione, ma perché sono innocenti, e l’amore per gli innocenti è via che conduce rapidamente a Dio».
107«Ma Tu solo non fai distinzione fra innocenti e innocenti. Un giudeo non avrebbe raccolto questi piccoli samaritani, e neppure un galileo. Non siamo amati. E il disamore per noi lo hanno anche per quelli che neppur sanno ancora cosa è essere samaritani e giudei. E questa è cosa crudele».
108«Sì. Ma non sarà più così quando si seguirà la mia Legge. Lo vedi, Malachia? Essi sono fra le braccia di Simon Pietro, di mio fratello e di Simone Zelote. Nessuno di essi è samaritano, né padre. Eppure, neppure tu stringi sul cuore con tanto amore i tuoi figli come questi miei discepoli fanno con gli orfani di Samaria. L’idea messianica è questa: riunire tutti nell’amore. Questa è la verità dell’idea messianica. Un solo popolo sulla Terra sotto lo scettro del Messia. Un solo popolo in Cielo sotto lo sguardo di un Dio».
109Si allontanano, parlando, verso la casa di Maria di Giacobbe.
555. Lezione notturna a Simon Pietro sull’esame dei peccati e sul dolore dei buoni e degli innocenti[51].
Sul perdono dei peccati.
Parola oziosa e parola utile.
1Gesù è Solo in una piccola stanza. Seduto sul lettuccio, pensa o prega. Un lumicino ad olio su una scansia palpita con la sua fiammolina giallastra. Deve essere notte, perché non c’è rumore alcuno per la casa e nella via. Solo il torrente pare frusciare più forte, fuor della casa, nel silenzio della notte.
2Gesù alza il capo guardando l’uscio. Ascolta. Si alza e va ad aprire. Vede Pietro fuor dell’uscio. «Tu? Vieni. Che vuoi, Simone? Ancora alzato, tu che devi fare tanto cammino?». Lo ha preso per mano e tirato dentro, rinchiudendo l’uscio senza far rumore. Se lo fa sedere accanto sulla sponda del letto.
3«Volevo dirti, Maestro… Sì, volevo dirti che, lo hai visto anche oggi ciò che valgo. Sono capace soltanto di fare divertire dei poveri bambini, consolare una vecchierella, mettere pace fra due pastori che questionano per un’agnella risultata di petto cieco. Sono un povero uomo. Tanto povero che non capisco neppure ciò che Tu mi spieghi. Ma questa è un’altra cosa. Ora io volevo dirti che, proprio per questo, Tu mi tenessi qui. Io non ci tengo ad andare in giro quando Tu non sei con noi. E non sono capace di fare… Accontentami, Signore». Pietro parla con calore, ma tenendo gli occhi puntati sui rozzi mattoni sbocconcellati del pavimento.
4«Guardami, Simone», comanda Gesù. E poiché Pietro ubbidisce, Gesù lo fissa acutamente chiedendo: «E questo è tutto? Tutta la ragione del tuo vegliare? Tutta la ragione del tuo pregare di tenerti qui? Sii sincero, Simone. Non è mormorare dire al tuo Maestro l’altra parte del tuo pensiero. Bisogna saper distinguere fra parola oziosa e parola utile.
5É oziosa, e generalmente nell’ozio fiorisce il peccato, quando si parla delle manchevolezze altrui con chi non può nulla su esse. Allora è semplicemente mancanza di carità, anche se le cose dette sono vere.
6Come è mancanza di carità rimproverare più o meno acerbamente senza unire al rimprovero il consiglio. E parlo di rimproveri giusti. Gli altri sono ingiusti e sono peccato contro il prossimo.
7Ma quando uno vede un suo prossimo che pecca, e ne soffre perché peccando colui offende Dio e danneggia la sua anima, e da solo sente che non è capace di misurare l’entità dell’altrui peccato, né si sente sapiente a dire parole di conversione e allora si rivolge ad un giusto, ad un sapiente, e confida il suo affanno, allora non fa peccato, perché le sue confidenze sono volte a por fine ad uno scandalo e a salvare un’anima. È come uno che avesse un parente malato di una malattia che è vergognosa.
8È certo che egli cercherà di tenerla nascosta al popolo, ma in segreto andrà a dire al medico: “Il mio parente secondo me ha questo e questo, né io so consigliarlo e curarlo. Vieni tu o dimmi ciò che devo fare”. Manca forse costui di amore al parente? No. Anzi! Mancherebbe se fingesse di non accorgersi della malattia e la lasciasse progredire, portando alla morte, per un malinteso sentimento di prudenza e di amore.
Le sette condizioni dell’atto morale.
9Un giorno, e non passeranno anni, tu, e con te i tuoi compagni, dovrete ascoltare le confidenze dei cuori. Non così come le ascoltate ora, da uomini, ma come sacerdoti, ossia medici, maestri e pastori delle anime, così come Io sono Medico, Maestro e Pastore. Dovrete ascoltare e decidere e consigliare. Il vostro giudizio avrà valore come se Dio stesso lo avesse pronunciato[52]…».
10Pietro si svincola da Gesù, che lo teneva stretto al suo fianco, e dice alzandosi: «Ciò non è possibile, Signore. Non ce lo imporre mai. Come vuoi che si giudichi come Dio, se non sappiamo neppure giudicare come uomini?».
11«Allora saprete, perché lo Spirito di Dio si librerà su voi e vi penetrerà delle sue luci. Saprete giudicare, considerando le sette condizioni dei fatti che vi verranno proposti per avere consiglio o perdono. Ascolta bene e cerca di ricordare. A suo tempo lo Spirito di Dio ti ricorderà le mie parole[53]. Ma tu cerca ugualmente di ricordare con la tua intelligenza, perché Dio te l’ha data perché tu la adoperi senza infingardie e presunzioni spirituali, che portano ad attendere e pretendere tutto da Dio.
12Quando tu sarai maestro, medico e pastore al posto mio e in mia vece, e quando un fedele verrà a piangere ai tuoi piedi i suoi turbamenti per azioni proprie o azioni altrui, tu devi sempre aver presente questo settenario di interrogativi.
13Chi: chi ha peccato?
Cosa: quale è la materia del peccato?
Dove: in che luogo?
Come: in che circostanze?
Con che o con chi: lo strumento o la creatura che fu materia al peccato.
Perché: quali gli stimoli che hanno creato l’ambiente favorevole al peccato?
Quando: in che condizioni e reazioni, e se accidentalmente o per abitudine malsana.
14Perché vedi, Simone, la stessa colpa può avere infinite sfumature e gradi, a seconda di tutte le circostanze che l’hanno creata e degli individui che l’hanno compiuta. Ad esempio… Prendiamo in considerazione due peccati che sono i più diffusi: quello della concupiscenza carnale o della concupiscenza delle ricchezze.
15Una creatura ha peccato di lussuria, o crede aver peccato di lussuria. Perché talora l’uomo confonde il peccato con la tentazione, oppure giudica uguali lo stimolo creato artificiosamente per un malsano appetito, e uguali quei pensieri che sorgono per riflesso ad una sofferenza di malattia, o anche perché la carne e il sangue delle volte hanno delle improvvise voci che risuonano nella mente prima che essa abbia tempo dì mettersi in guardia per soffocarle. Viene da te e ti dice: “Io ho peccato di lussuria”. Un sacerdote imperfetto direbbe: “Anatema su te”.
16Ma tu, il mio Pietro, non devi dire così. Perché tu sei Pietro di Gesù, sei il successore della Misericordia. E allora, prima di condannare, devi considerare e toccare dolcemente e prudentemente il cuore che ti piange davanti per sapere tutti i lati della colpa o della supposta colpa, dello scrupolo.
Medico, maestro e padre.
17Ho detto dolcemente e prudentemente. Ricordare che, oltre che maestro e pastore, sei medico. Il medico non invelenisce le piaghe. Pronto a recidere se c’è della cancrena, sa però anche scoprire e medicare con mano leggera se vi è soltanto ferita con lacerazione di parti vive che vanno riunite, non strappate via. E ricordare che, oltre che medico e pastore, sei maestro.
18Un maestro regola le sue parole a seconda dell’età dei suoi discepoli. Sarebbe uno scandalo quel pedagogo che a fanciullini svelasse leggi animali che gli innocenti ignoravano, dando così cognizioni e malizie precoci. Anche nel trattare le anime bisogna avere prudenza nell’interrogare.
19Rispettarsi e rispettare. Ti sarà facile se in ogni anima tu vedrai un tuo figlio. Il padre è naturalmente maestro, medico e guida dei suoi figli. Perciò, quale che sia la creatura che ti è davanti turbata da colpa, o da timore di colpa, tu amala con paterno amore, e saprai giudicare senza ferire e senza scandalizzare. Mi segui?».
20«Sì, Maestro. Capisco molto bene. Dovrò essere cauto e paziente, persuadere a scoprire le ferite, ma guardarvi da me, senza attirare l’occhio altrui su esse, e soltanto quando vedessi che c’è proprio ferita allora dire: “Vedi? Qui ti sei fatto del male per questo e questo”. Ma, se vedo che la creatura ha soltanto paura di esser ferita per aver visto fantasmi, allora… soffiare via le nebbie senza dare delle luci, per zelo inutile, atte a illuminare vere fonti di colpa. Dico bene?».
21«Molto bene. Dunque. Se uno ti dice: “Ho peccato di lussuria”, tu considera chi hai di fronte. Vero è che il peccato può sorgere a tutte le età. Ma sarà più facile riscontrarlo in un adulto che non in un fanciullo, e diverse saranno perciò le interrogazioni e le risposte da fare e da dare ad un uomo o ad un fanciullo. Viene di conseguenza, dalla prima indagine, la seconda sulla materia del peccato, e poi la terza sul luogo del peccato, e la quarta sulle circostanze del peccato, e la quinta su chi fu complice al peccato, e la sesta sul perché del peccato, e la settima sul tempo e sul numero del peccato.
Applicazione della lezione sul perdono.
22Vedrai che, generalmente, mentre per un adulto, e adulto vivente nel mondo, ad ogni domanda ti apparirà corrispondente una circostanza di vera colpa, per creature fanciulle di età o di spirito, a molte domande dovrai risponderti: “Qui c’è un fumo, non sostanza di colpa”. Anzi, vedrai talora in luogo di fango esservi un giglio che trema di essere stato schizzato di fango, e confonde la goccia di rugiada scesa sul suo calice con lo spruzzo della mota.
23Anime tanto desiderose di Cielo che temono come macchia anche l’ombra di una nube, che le oscura per un momento frapponendosi fra loro e il sole, ma poi passa, e non vi è traccia di essa sulla candida corolla.
24Anime tanto innocenti e vogliose di restarlo, che Satana spaventa con tentazioni mentali o aizzando i fomiti della carne o la carne stessa, coll’approfittarsi di vere malattie della carne. Queste anime vanno consolate e sorrette, perché sono non già peccatrici, ma martiri. Ricordalo sempre.
25E ricorda sempre di giudicare anche chi peccò di avidità alle ricchezze o cose altrui con lo stesso metodo. Perché, se è colpa maledetta essere avidi senza bisogno e senza pietà, rubando al povero e contro giustizia vessando i cittadini, i servi, o i popoli, meno grave, molto meno grave è la colpa di chi, avendo avuto negato un pane dal suo prossimo, lo ruba per sfamare sé stesso e le sue creature.
26Ricorda che, se tanto per il lussurioso come il ladro è di misura nel giudicare: il numero, le circostanze e la gravità della colpa, è anche di misura nel giudicare la conoscenza, da parte del peccatore, del peccato che ha commesso e nel momento che lo commetteva.
27Perché, se uno fa con piena conoscenza, pecca più di chi fa per ignoranza. E chi fa con libero consenso della volontà pecca più di chi è forzato al peccato. In verità ti dico che talora vi saranno fatti dall’apparenza di peccato e che saranno martirio, e avranno il premio dato per un patito martirio.
28E ricorda soprattutto che in tutti i casi, prima di condannare, dovrai ricordarti che tu pure fosti uomo e che il Maestro tuo, che nessuno poté trovare in peccato, mai, non condannò mai alcuno che si fosse pentito di aver peccato.
29Perdona settanta volte sette, e anche settanta volte settanta, i peccati dei tuoi fratelli e dei figli tuoi. Perché chiudere le porte della Salute ad un malato, solo perché ricaduto nella malattia, è volerlo fare morire. Hai compreso?».
30«Ho compreso. Questo l’ho proprio compreso…».
Nulla è stato omesso per salvare l’Iscariota.
31«E allora dimmi ora tutto il tuo pensiero».
32«Eh! sì! Te lo dico perché vedo che proprio Tu sai tutte le cose, e capisco che non è mormorare dirti di mandare via Giuda, al mio posto, perché egli soffre di non andare. Io te lo dico non per dire che egli è invidioso e farmi scandalo di lui, ma per dargli pace e.… darti pace. Perché deve essere ben faticoso per Te avere sempre quel vento di temporale vicino…».
33«Giuda si è ancora lamentato?».
«Eh! sì! Ha detto che ogni tua parola è una ferita per lui. Anche quello che hai detto per i fanciulli. Dice che in verità fu per lui che Tu hai detto che Eva andò all’albero perché le piaceva quella cosa lucente come un serto di re. Io veramente non ci avevo trovato proprio un paragone. Ma io sono ignorante.
34Bartolmai e lo Zelote invece hanno detto che Giuda è stato proprio “toccato nel vivo più vivo, perché egli è stregato da tutto ciò che luccica e seduce la vanagloria. E avranno ragione, perché essi sono sapienti. Sii buono con i tuoi poveri apostoli, Maestro! Fa’ contento Giuda, e me con lui. Tanto! Lo vedi? So fare solo divertire i fanciulli… ed essere fanciullo fra le tue braccia», e si stringe al suo Gesù, che ama veramente con tutte le sue forze.
35«No. Non ti posso accontentare. Non insistere. Tu, proprio perché sei come sei, vai alla missione. Egli, proprio perché è come è, resta qui. Anche mio fratello me ne aveva parlato, e per quanto lo ami tanto ho risposto anche a lui “no”. Neppure se me ne pregasse mia Madre cederei. Non è un castigo, ma una medicina. E Giuda la deve prendere. Se non gioverà al suo spirito gioverà al mio, perché non potrò rimproverarmi di avere omesso cosa alcuna per santificarlo». Gesù è severo e imperioso nel dire questo.
36Pietro lascia ricadere le braccia e abbassa il capo sospirando.
Sul dolore di santi e di innocenti
Questione sulla sofferenza degli innocenti.
37«Non te ne affliggere, Simone. Noi avremo un’eternità per stare uniti e amarci. Ma tu avevi altre cose da dirmi…».
38«È tardi, Maestro. Tu devi dormire».
39«Tu più di Me, Simone, che all’alba devi metterti in cammino».
40«Oh! per me! Stare qui con Te è più riposo che stare sul letto».
41«Parla, dunque. Tu lo sai che poco Io dormo…».
42«Ecco! Io sono uno zuccone, lo so e lo dico senza vergogna. E se fosse per me non mi importerebbe molto di sapere, perché penso che la sapienza più grande sia amarti e seguirti e servirti con tutto il cuore. Ma Tu mi mandi qua e là. E la gente mi interroga e io devo rispondere. Penso che quello che io chiedo a Te, altri possono chiederlo a me. Perché gli uomini hanno gli stessi pensieri. Tu dicevi ieri che sempre gli innocenti e i santi soffriranno, anzi saranno quelli che soffrono per tutti. Questo è duro per il mio intelletto, anche che Tu dica che essi stessi lo desidereranno. E penso che, come è duro per me, possa esserlo per altri. Se me ne chiedono, che cosa devo rispondere? In questo primo viaggio una madre mi disse: “Non era giusto che la mia bambina morisse con tanto dolore, perché era buona e innocente”. E io, non sapendo che dire, le ho detto le parole dì Giobbe: “Il Signore ha dato. Il Signore ha tolto. Sia benedetto il Nome del Signore”[54]. Ma non sono rimasto persuaso neppure io. E non ho persuaso lei. Vorrei un’altra volta sapere che dire…».
43«È giusto. Ascolta. Pare un’ingiustizia, ed è una grande giustizia, che i migliori soffrano per tutti. Ma dimmi un poco, Simone. Cosa è la Terra? Tutta la Terra».
44«La Terra? Uno spazio grande, grandissimo, fatto di polvere e acque, di rocce, con piante, animali e creature umane».
«E poi?».
45«E poi basta… A meno che Tu non voglia che io dica che è il luogo di castigo dell’uomo e di esilio».
La terra per esistere deve amare.
46«La Terra è un altare, Simone. Un enorme altare. Doveva essere altare di lode perpetua al suo Creatore. Ma la Terra è piena di peccato. Perciò deve essere altare di perpetua espiazione, di sacrificio, su cui ardono le ostie. La Terra dovrebbe, come gli altri mondi sparsi nel Creato, cantare i salmi a Dio che l’ha fatta. Guarda!».
47Gesù apre le imposte di legno, e dalla finestra spalancata entra il fresco della notte, il rumore del torrente, il raggio di luna, e si vede il cielo trapunto di stelle.
48«Guarda quegli astri! Essi cantano con la voce loro, che è di luce e di moto negli spazi infiniti del firmamento, le lodi di Dio[55]. Da millenni dura il loro canto, che sale dagli azzurri campi del cielo al Cielo di Dio. Possiamo pensare astri e pianeti, stelle e comete come creature siderali che, come siderali sacerdoti, leviti, vergini e fedeli, devono cantare in un tempio sconfinato le laudi del Creatore[56].
49Ascolta, Simone. Senti il fruscio delle brezze fra le fronde e il rumore delle acque nella notte. Anche la Terra canta, come il cielo, coi venti, con le acque, con la voce degli uccelli e degli animali. Ma, se per il firmamento basta la luminosa lode degli astri che lo popolano, non basta il canto dei venti, acque e animali per il tempio che è la Terra.
50Perché in essa non sono solo venti, acque e animali, cantanti incoscientemente le lodi di Dio, ma in essa è anche l’uomo: la creatura perfetta sopra tutto ciò che è vivente nel tempo e nel mondo, dotata di materia come gli animali, i minerali e le piante, e di spirito come gli angeli del Cielo, e come essi destinata, se fedele nella prova, a conoscere e possedere Dio, con la grazia prima, col Paradiso poi.
51L’uomo, sintesi che abbraccia tutti gli stati[57], ha una missione che gli altri creati non hanno e che per lui dovrebbe essere, oltre che dovere, una gioia: amare Dio. Dare intelligentemente e volontariamente culto d’amore a Dio. Ripagare Dio dell’amore che Egli ha dato all’uomo dandogli la vita e dandogli il Cielo oltre la vita.
52Dare culto intelligente. Considera, Simone. Che bene ritrae Dio dalla Creazione? Che utile? Alcuno. La Creazione non aumenta Dio, non lo santifica, non lo arricchisce. Egli è infinito. Tale sarebbe stato anche se la Creazione non fosse stata. Ma Dio-Amore voleva avere dell’amore. Ed ha creato per avere amore. Unicamente amore può trarre dal Creato Iddio, e questo amore, che è intelligente e libero unicamente negli angeli e negli uomini, è la gloria di Dio, la gioia degli angeli, la religione per gli uomini.
53Quel giorno che il grande altare della Terra tacesse di lodi e di suppliche d’amore, la Terra cesserebbe di essere. Perché, spento l’amore, sarebbe spenta la riparazione, e l’ira di Dio annullerebbe l’inferno terrestre che sarebbe divenuta la Terra. La Terra, dunque, per esistere deve amare.
54E ancora: la Terra deve essere il Tempio che ama e prega con l’intelligenza degli uomini. Ma nel Tempio, in ogni tempio, quali vittime si offrono? Le vittime pure, senza macchia né tara. Solo queste sono gradite al Signore[58]. Esse e le primizie. Perché al padre della famiglia vanno date le cose migliori, e a Dio Padre dell’umana Famiglia va data la primizia di ogni cosa, e le cose elette.
Sacrificio di lode e di espiazione.
55Ma ho detto che la Terra ha un duplice dovere di sacrificio: quello di lode e quello di espiazione. Perché l’Umanità che la copre ha peccato nei primi uomini e pecca continuamente, aggiungendo al peccato di disamore a Dio quegli altri mille delle sue aderenze alle voci del mondo, della carne e di Satana. Colpevole, colpevole Umanità che, avendo somiglianza con Dio, avendo intelligenza propria e aiuti divini, è peccatrice sempre, e sempre più.
56Gli astri ubbidiscono, le piante ubbidiscono, gli elementi ubbidiscono, gli animali ubbidiscono e, così come sanno, lodano il Signore.
57Gli uomini non ubbidiscono e non lodano a sufficienza il Signore. Ecco allora la necessità di anime ostie che amino ed espiino per tutti. Sono i fanciulli che pagano, innocenti e ignari, l’amaro castigo del dolore per coloro che non sanno che peccare. Sono i santi che, volonterosi, si sacrificano per tutti.
Olocausto di anime vittime.
58Fra poco -un anno o un secolo è sempre “poco” rispetto all’eternità- non si celebreranno più altri olocausti sull’altare del gran Tempio della Terra fuor di questi delle vittime-uomo, consumate con il perpetuo sacrificio: ostie con l’Ostia perfetta[59]. Non ti scuotere, Simone. Non dico già che Io metterò un culto simile a quello di Moloc e di Baal e di Astarte[60]. Gli uomini stessi ci immoleranno. Intendi? Ci immoleranno. E noi andremo lieti alla morte per espiare e amare per tutti[61]. E poi verranno i tempi in cui gli uomini non immoleranno più gli uomini. Ma sempre vi saranno le vittime pure[62], che l’amore consuma insieme alla gran Vittima nel Sacrificio perpetuo.
59Dico l’amore di Dio e l’amore per Dio. Invero esse saranno le ostie del tempo e del Tempio futuro. Non agnelli e capri, vitelli e colombi, ma il sacrificio del cuore è ciò che Dio gradisce. Davide lo ha intuito. E nel tempo nuovo, tempo dello spirito e dell’amore, solo questo sacrificio sarà gradito.
La sapienza dell’amore eroico.
60Considera, Simone, che se un Dio ha dovuto incarnarsi per placare la Giustizia divina per il gran Peccato, per i molti peccati degli uomini, nel tempo della verità solo i sacrifici degli spiriti degli uomini possono placare il Signore. Tu pensi: “Ma perché allora Egli, l’Altissimo, dette ordine di immolargli i figli degli animali e i frutti delle piante”?
61Io te lo dico: perché, prima della mia venuta, l’uomo era un olocausto macchiato, e perché non era conosciuto l’Amore. Ora conosciuto sarà. E l’uomo, che conoscerà l’Amore, perché Io renderò la Grazia per la quale l’uomo conosce l’Amore, uscirà dal letargo, ricorderà, comprenderà, vivrà, si sostituirà ai capri e agli agnelli, ostia di amore e di espiazione, ad imitazione dell’Agnello di Dio, suo Maestro e Redentore. Il dolore, sin qui castigo, si muterà in amore perfetto, e beati quelli che lo abbracceranno per amore perfetto».
«Ma i bambini…».
62«Vuoi dire coloro che ancor non sanno offrirsi… E sai tu quando Dio parli in essi? Il linguaggio di Dio è linguaggio spirituale. L’anima lo intende e l’anima non ha età. Anzi ti dico che l’anima fanciulla, perché senza malizia, è, per capacità di intendere Dio, più adulta di quella di un vegliardo peccatore. Io ti dico, Simone, che tu vivrai tanto da vedere molti pargoli insegnare agli adulti, e anche a te stesso, la sapienza dell’amore eroico.
63Ma in quei piccoli che muoiono per ragioni naturali è Dio che opera direttamente, per ragioni di un così alto amore che non posso spiegarti, rientrando esse nelle sapienze che sono scritte nei libri della Vita[63] e che solo nel Cielo saranno letti dai beati. Letti, ho detto. Ma, in verità, basterà guardare Iddio per conoscere non solo Dio, ma anche la sua infinita sapienza… Abbiamo fatto venire il tramonto della luna, Simone… Presto è l’alba e tu non hai dormito…».
Il dolore è una grazia.
64«Non importa, Maestro. Ho perduto poche ore di sonno e acquistato tanta sapienza. E sono stato con Te. Ma se Tu lo permetti, ora vado. Non a dormire. Ma a ripensare alle tue parole».
65È già sulla porta e sta per uscire quando si ferma pensieroso e poi dice: «Ancora una cosa, Maestro. È giusto che io dica, a qualcuno che soffre, che il dolore non è un castigo ma è una… grazia, una cosa come… come la nostra chiamata, bella anche se faticosa, bella anche se, a chi non sa, può parere brutta e triste cosa?».
66«Lo puoi dire, Simone. È la verità. Il dolore non è un castigo, quando lo si sa accogliere e usare con giustizia. Il dolore è come un sacerdozio, Simone. Un sacerdozio aperto a tutti[64]. Un sacerdozio che dà un gran potere sul cuore di Dio. E un grande merito. Nato col peccato, sa placare la Giustizia. Perché Dio sa usare al Bene anche quanto l’Odio ha creato per dare del dolore. Io non ho voluto altro mezzo per annullare la Colpa. Perché non vi è mezzo più grande di questo[65]».
556. Un altro sabato ad Efraim. Discorso ai samaritani sul vero Tempio e sul tempo nuovo[66].
Insofferenze dell’Iscariota.
L’Iscariota sarcastico.
1Deve essere un altro sabato, perché gli apostoli sono di nuovo riuniti nella casa di Maria di Giacobbe.
2I fanciulli sono ancora fra di loro, vicini a Gesù, presso il focolare. Ed è proprio questo che fa dire a Giuda Iscariota: «Intanto una settimana è passata, né i parenti sono venuti», e ride scrollando il capo.
3Gesù non gli risponde. Carezza il secondogenito. Giuda interroga Pietro e Giacomo d’Alfeo: «E dite che avete fatto le due vie che conducono a Sichem?».
«Sì. Ma è stata una cosa inutile, a ben considerarla. Certo i ladroni non passano per le vie frequentate, specie ora che i drappelli romani le percorrono di continuo», risponde Giacomo d’Alfeo.
4«E allora perché le avete fatte?», incalza l’Iscariota.
«Così!… Andare qua o là per noi è uguale. E allora abbiamo fatto quelle».
5«E nessuno ha saputo dirvi nulla?».
«Nulla abbiamo chiesto».
6«E come volevate allora capire se erano passati o no? Portano forse le insegne, o lasciano le tracce le persone quando vanno per una via? Non credo. Ché allora noi saremmo già stati trovati almeno dagli amici. Invece non ne è venuto uno da quando siamo qui», e ride sarcastico.
7«Noi non sappiamo il motivo per il quale qui nessuno è venuto. Il Maestro sa. Noi non sappiamo. Le persone, non lasciando tracce del loro passaggio coloro che, come noi, si ritirano in luogo ignorato alla gente, non possono venire, se non è loro detto il luogo del rifugio. Ora noi non sappiamo se il fratello nostro ha detto questo agli amici», dice pazientemente Giacomo d’Alfeo.
8«Oh! e vorresti credere e far credere che Egli non lo disse almeno a Lazzaro e a Niche?».
Gesù non parla. Prende un fanciullo per mano ed esce…
9«Io non voglio credere a nulla. Ma, anche se è come tu vuoi dire, ancora non puoi giudicare, e nessuno di noi lo può, le ragioni dell’assenza degli amici…».
10«Sono facili a capirsi queste ragioni! Nessuno vuole avere noie col Sinedrio, e tanto meno ne vuole avere chi è ricco e potente. Ecco tutto! Soltanto noi sappiamo metterci nei pericoli».
L’Iscariota polemico.
11«Sii giusto, Giuda! Il Maestro non ha forzato nessuno di noi a stare con Lui. Perché sei rimasto, se ti spaura il Sinedrio?», gli osserva Giacomo d’Alfeo.
12«E puoi andartene ugualmente quando vuoi. Non sei in catene…», interrompe l’altro Giacomo, figlio di Zebedeo.
13«Questo poi no! Proprio no! Qui si è e qui si resta. Tutti. Chi voleva, doveva andarsene prima. Ora no. Mi ci oppongo io, se non se ne oppone il Maestro», dice lentamente ma decisamente Pietro, picchiando un pugno sulla tavola.
14«E perché? Chi sei tu per comandare in luogo del Maestro?», gli chiede con violenza l’Iscariota.
«Un uomo che ragiona non da Dio, come fa Lui, ma da uomo».
«Tu sospetti di me? Mi pensi un traditore?», dice Giuda agitato.
15«Tu lo hai detto. Non che io ti pensi tale per volontà; ma sei così… spensierato, Giuda, e così volubile! E hai troppi amici. E ti piace troppo grandeggiare, in tutto. Tu, oh! tu non sapresti tacere! O per ribattere a qualche perfido, o per mostrare che tu sei l’Apostolo, tu parleresti. Perciò qui sei e qui stai. Così non nuoci e non ti crei dei rimorsi».
«Dio non costringe la libertà dell’uomo, e tu lo vuoi fare?».
16«Lo voglio fare. Ma dimmi, insomma. Ti piove sul capo? Ti manca il pane? Ti nuoce l’aria? Ti offende il popolo? Nulla di questo. La casa è solida, anche se non è ricca, l’aria è buona, il cibo non è mai mancato, la popolazione ti onora. E allora perché stai qui così inquieto, come se fossi in una galera?».
17«”Due popoli non può soffrire l’anima mia, e il terzo da me odiato non è neppure un popolo: quelli del monte Seir, i filistei e il popolo stolto che abita in Sichem”. Ti rispondo con le parole del Sapiente[67]. E ho ragione di pensare così. Guarda se questi popoli ci amano!».
L’Iscariota aggressivo.
18«Uhm! In verità non mi pare che anche gli altri, il tuo e il mio, siano molto migliori. Abbiamo preso sassate in Giudea e in Galilea, in Giudea più ancor che in Galilea, e nel Tempio di Giudea più che in ogni altro luogo. Io non trovo che si sia stati maltrattati né sulle terre filistee, né qui, né altrove…».
19«Dove altrove? Non andammo altrove, per buona sorte. Ma, anche ci fosse stato da andare altrove, io non sarei venuto, e non verrò in futuro. Non voglio oltre contaminarmi».
20«Contaminarti? Non è questo ciò che ti impressiona, Giuda di Simone. Tu non vuoi inimicarti quelli del Tempio. Questo ti duole», dice pacato Simone Zelote che è rimasto nella cucina con Pietro, Giacomo d’Alfeo e Filippo. Gli altri se ne sono andati, uno dopo l’altro, insieme ai due bambini raggiungendo il Maestro. Fuga meritoria, perché è fatta per non mancare di carità.
21«No. Non per questo. Ma perché non mi piace perdere il mio tempo e dare la sapienza agli stolti. Guarda! Che è valso prendere con noi Ermasteo? Se ne è andato e non è più tornato. Giuseppe disse che si separò da lui dicendo che sarebbe tornato per le Capanne[68]. Lo hai forse visto? Un rinnegato…».
22«Io non so perché non è tornato e non giudico. Ma però ti chiedo: è forse il solo che ha abbandonato il Maestro e che gli si è fatto anzi nemico? Non ce ne sono di rinnegati fra noi giudei e fra i galilei? Puoi sostenerlo?».
23«No. È vero. Ma insomma io sono a disagio qui. Se si sapesse che ci siamo! Se si sapesse che trattiamo coi samaritani sino ad entrare nelle loro sinagoghe nel sabato! Egli lo vuol fare… Guai se si sapesse! L’accusa sarebbe giustificata…».
24«E il Maestro condannato, vuoi dire. Ma lo è già. Lo è già prima che si sappia. È stato condannato, anzi, dopo aver risuscitato un giudeo in Giudea. È odiato e accusato di essere samaritano e amico di pubblicani e meretrici. Lo è da… sempre. E tu più di tutti sai se Egli non lo è!».
25«Che vuoi dire, Natanaele? Che vuoi dire? Che c’entro io in questo? Che posso sapere più di voi?». È agitatissimo.
26«Mi hai l’aspetto di un topo circondato da nemici, ragazzo mio! Ma non sei un topo, né noi siamo qui armati di bastoni per catturarti e ucciderti. Perché ti sgomenti tanto? Se la tua coscienza è in pace, perché ti agiti per innocenti parole? Che disse Bartolmai da agitarti così? Non è forse verità che nessuno più di noi, suoi apostoli, che gli dormiamo vicino e seco Lui viviamo, possiamo sapere e testimoniare che Egli non ama l’uomo samaritano, l’uomo pubblicano, l’uomo peccatore, la donna meretrice, ma le loro anime, e di queste sole si preoccupa, e per queste sole -e solo l’Altissimo saprà quanto sia lo sforzo del Purissimo ad avvicinare ciò che noi uomini e peccatori chiamiamo “lordura”- va con samaritani, pubblicani e meretrici? Tu non capisci e non conosci ancora Gesù, ragazzo mio! Tu meno degli stessi samaritani, filistei, fenici e quanti altri vuoi», dice Pietro, con tristezza nelle ultime parole.
Giuda non parla più, e anche gli altri tacciono.
L’invito dei Samaritani.
27Rientra la vecchietta dicendo: «Sono nella via quelli della città. Dicono che è l’ora della preghiera del sabato e che il Maestro ha promesso di parlare…».
«Vado a dirlo, donna. E tu di’ a quelli di Efraim che ora verremo», le risponde Pietro ed esce nell’orto per avvisare Gesù.
28«Tu che fai? Vieni? Se non vuoi venire, va’ via, va’ fuori, prima che Egli abbia dolore per un tuo rifiuto», dice lo Zelote a Giuda.
«Io vengo con voi. Qui non si può parlare! Sembra che io sia il più grande peccatore. Ogni mia parola è male intesa».
29Gesù, che rientra nella cucina, impedisce ogni altra parola. Escono nella via unendosi a quelli di Efraim ed entrano con essi in città fermandosi soltanto quando sono davanti alla sinagoga, sulla cui porta è Malachia che saluta e invita ad entrare. Non rilevo differenza alcuna fra il luogo di preghiera samaritano e quelli che vidi in altre regioni. Sempre i soliti lumi, i soliti leggii o scaffali con sopra i rotoli, il posto del sinagogo o di chi ammaestra in sua vece. Se mai, qui i rotoli sono molti meno[69] che non siano in altre sinagoghe.
30«Abbiamo già fatto le nostre preghiere mentre ti attendevamo. Se vuoi parlare… Quale rotolo chiedi, Maestro?».
31«Non me ne abbisogna alcuno. Inoltre, tu non avresti ciò che Io voglio spiegare», risponde Gesù e poi si volta verso la gente e inizia il suo discorso:
Il tempo nuovo e il nuovo Tempio.
Riedificazione del Tempio di Salomone.
32«Quando gli ebrei furono rimandati in patria da Ciro re dei Persiani onde riedificassero il Tempio di Salomone, distrutto cinque decenni avanti, fu riedificato l’altare sulle sue basi, e su esso arse l’olocausto giornaliero sera e mattina, e quello straordinario del primo di ogni mese e delle solennità consacrate al Signore o gli olocausti delle offerte individuali[70].
33Poscia, dopo la primizia indispensabile e inderogabile del culto, posero mano, nel secondo anno del ritorno, a ciò che si potrebbe chiamare la cornice del culto, l’esteriorità di esso. Cosa non colpevole, perché sempre fatta per onorare l’Eterno, ma non indispensabile[71].
Il nuovo Tempio che Dio ama.
34Perché il culto a Dio è amore a Dio, e l’amore si sente e si consuma col cuore, non già con le pietre squadrate, i legni preziosi, gli ori e i profumi. Tutto ciò è esteriorità, data più a soddisfare il proprio orgoglio, nazionale o cittadino, che ad onorare il Signore.
35Dio vuole un Tempio di spirito. Non si soddisfa di un Tempio di mura e di marmi, che sia vuoto di spiriti pieni di amore. In verità vi dico che il tempio del cuore mondo e amoroso è l’unico che Dio ama e nel quale fa dimora con le sue luci, e che sono stolte contese quelle che tengono divise le regioni e le città circa le bellezze dei singoli luoghi di preghiera. A che rivaleggiare in ricchezza e ornamenti delle case dove si invoca Dio?
36Può forse il finito appagare l’Infinito, fosse anche un finito dieci volte più bello del Tempio di Salomone e delle regge unite insieme? Dio, l’Infinito che non può essere contenuto e onorato da nessuno spazio e da nessuno sfarzo materiale, trova l’unico luogo degno di onorarlo come si conviene e può essere, anzi vuole essere contenuto dal cuore dell’uomo, perché lo spirito del giusto è un tempio sul quale si libra, fra i profumi dell’amore, lo Spirito di Dio; e presto sarà un tempio nel quale lo Spirito farà reale dimora, Uno e Trino come è nel Cielo.
Cause che ritardano l’opera di Dio.
37Ed è scritto che, non appena i muratori ebbero gettato le fondamenta del Tempio, andarono i sacerdoti coi loro ornamenti e le trombe e i leviti coi cembali, secondo le ordinanze di Davide. E cantarono che “Dio va lodato perché è buono e la sua misericordia dura in eterno”[72]. E il popolo esultava.
38Ma molti sacerdoti, capi, leviti e anziani, piangevano dirottamente pensando al Tempio che era prima, e però non si potevano distinguere le voci di pianto da quelle di giubilo tanto erano confuse[73].
39E ancor si legge che però vi furono i popoli vicini che molestarono quelli che edificavano il Tempio, per vendicarsi che i costruttori li avessero respinti quando essi si erano offerti ad edificare con loro, perché essi pure cercavano il Dio d’Israele, il Dio unico e vero. E queste molestie interruppero il corso dei lavori sino a che a Dio non piacque di farli proseguire[74]. Questo si legge nel libro di Esdra[75].
Dio si trova nella carità.
40Quante e quali lezioni dà il brano che ho detto?
Queste, oltre quella già data sulla necessità che il culto sia sentito dal cuore e non fatto professare da pietre e legnami o anche da vesti e cembali e canti, dai quali è esule lo spirito.
41Che la mancanza di amore reciproco è sempre causa di ritardo e disturbo, anche se si tratta di uno scopo per sé buono. Dio non è dove non è carità. Inutile cercare Dio se prima non ci si pone nella condizione di poterlo trovare.
42Dio si trova nella carità. Colui o coloro che si stabiliscono nella carità trovano Dio anche senza doverne fare penosa ricerca[76]. E chi ha seco Dio, seco ha la riuscita di ogni sua impresa.
Dio edifica nella concordia.
43Nel salmo sgorgato dal cuore di un saggio, dopo la meditazione dei penosi eventi che accompagnarono la ricostruzione del Tempio e delle mura, è detto: “Se il Signore non edifica la casa, invano si affaticano intorno ad essa i costruttori. Se il Signore non veglia la città e la protegge, invano vegliano su essa i difensori”[77].
44Or come può essere Dio ad edificare la casa, se sa che gli abitatori di essa non lo hanno in cuore perché non hanno amore ai vicini? E come proteggerà le città e darà forza ai difensori, se non può essere in esse, essendo esse prive di Lui con l’odio che hanno per i vicini? È forse giovato, o popoli, esser divisi da barriere di odio? Vi ha fatto più grandi? Più ricchi? Più felici?
45Mai non giova l’odio né il rancore, mai è forte chi è solo, mai è amato chi non ama. E non serve, come dice il salmo, alzarsi avanti la luce per divenire grandi, ricchi e felici[78].
46Prenda ognuno il riposo a conforto del dolore della vita, perché il sonno è dono di Dio così come lo è la luce e ogni altra cosa di cui l’uomo gode; prenda ognuno il suo riposo ma abbia, nel sonno e nella veglia, compagna la carità, e le sue opere prospereranno, e prospereranno la sua famiglia e i suoi interessi, è soprattutto prospererà il suo spirito e conquisterà la regale corona di figli
L’ora del Tempio nuovo è arrivato.
47Si è detto che, mentre il popolo osannava, alcuni piangevano forte perché ripensavano e rimpiangevano il passato. Ma non era possibile distinguere le voci diverse nel tumulto delle grida.
48Figli di Samaria! E voi, miei apostoli, figli di Giudea e di Galilea! Anche oggi vi è chi osanna e chi piange mentre il nuovo Tempio di Dio sorge su fondamenta eterne. Anche ora c’è chi ostacola i lavori e chi cerca Dio là dove non è. Anche ora c’è chi vuole edificare secondo l’ordine di Ciro e non secondo l’ordine di Dio, secondo l’ordine cioè del mondo e non secondo le voci dello spirito. E anche ora c’è chi piange con stolto e umano rimpianto su un passato inferiore, su un passato che non fu buono e sapiente, tanto da provocare lo sdegno di Dio. Anche ora abbiamo tutte queste cose, come sempre fossimo nella nebulosità dei tempi remoti e non nella luce del tempo della Luce.
49Aprite il vostro cuore alla Luce, empitevi di Luce per vedere voi, almeno voi, ai quali Io-Luce parlo[79]. È il tempo nuovo. Tutto si riedifica in esso. Ma guai a coloro che non vorranno entrarvi e ostacoleranno quelli che edificano il Tempio della nuova fede, al quale Io sono Pietra angolare[80] e al quale anche darò tutto Me stesso per fare calcina alle pietre, onde l’edificio sorga santo e forte, mirabile nei secoli, vasto quanto la Terra che coprirà tutta della sua luce.
50Dico luce, non ombra, perché il mio Tempio sarà di spiriti e non di materie opache. Pietra ad esso Io col mio Spirito eterno, e pietre tutti coloro che seguiranno la mia parola e la nuova fede, pietre incorporee, pietre accese, pietre sante[81].
51E la luce si estenderà sulla Terra, la luce del nuovo Tempio, e la coprirà di sapienza e di santità. E fuori ne resteranno solo coloro che con impuro pianto piangeranno e rimpiangeranno il passato, perché esso era per loro sorgente di utili e di onori tutti umani.
Dio sente il gemito dell’anima.
52Apritevi al tempo e al Tempio nuovo, o uomini di Samaria! In essi tutto è novello, e le antiche separazioni e confini di materie, di pensiero e di spirito, non esistono più. Cantate, poiché l’esilio fuori dalla città di Dio sta per finire. Che forse godete di essere come esiliati, come lebbrosi per gli altri d’Israele? Che forse godete di sentirvi come degli espulsi dal seno di Dio? Perché questo voi lo sentite, le vostre anime lo sentono, le povere anime vostre, costrette in questi vostri corpi, sulle quali fate dominare il vostro pensiero protervo che non vuole dire ad altri uomini: Noi abbiamo errato, ma come pecore sperse ora torniamo all’Ovile”. Non lo volete dire ad altri uomini, e questo è già male. Ma almeno vogliate dirlo a Dio. Anche se voi soffocate il grido della vostra anima, Dio sente il gemito dell’anima vostra, che è infelice di essere esiliata dalla casa del Padre universale e santissimo.
Origine e meta di ogni anima.
53Ascoltate le parole del salmo graduale. Ben voi siete pellegrini che da secoli andate verso l’alta città, verso la vera Gerusalemme, quella celeste. Di là, dal Cielo, le vostre anime sono scese per animare una carne, e là è che sospirano di fare ritorno. Perché volete sacrificare le vostre anime, diseredarle del Regno? Quale colpa hanno esse di esser scese in carni concepite in Samaria? Esse vengono da un unico Padre.
Il Tempio della nuova fede.
54Esse hanno lo stesso Creatore che hanno le anime di Giudea e di Galilea, della Fenicia e della Decapoli. Dio è il fine di ogni spirito. Ogni spirito tende a questo Dio, anche se idolatrie di ogni specie, o eresie funeste, scismi, o non fede, lo mantengono in una ignoranza del Dio vero, che sarebbe assoluta se l’anima non avesse incancellabile in essa un embrionale ricordo della Verità e un anelito ad essa. Oh! fate crescere questo ricordo e questo anelito.
55Aprite le porte alla vostra anima. Che la Luce entri! Che entri la Vita! Che entri la Verità! Che sia aperta la Via! Che tutto entri a fiotti luminosi e vitali, come i raggi del sole e le onde e i venti degli equinozi, per far crescere dall’embrione la pianta che si lancia in alto, sempre più vicino al suo Signore.
Preghiera per l’unità dei cristiani.
56Uscite dall’esilio! Cantate con Me: “Quando il Signore fa tornare dalla cattività, l’anima pare sognare dalla gioia. Si riempie di sorrisi la nostra bocca, e la nostra lingua di giubilo[82]. Ora si dirà: “Il Signore ha fatto grandi cose per noi” [83]. Sì, il Signore ha fatto grandi cose per voi, e voi sarete inondati di letizia.
57Oh! Padre mio! Per essi Io ti prego come per tutti. Fa’ tornare, o Signore, questi nostri prigionieri, questi che, per Te e per Me, sono prigioni nelle catene del cocciuto errore. Riconducili, o Padre, come torrente che si getta nel gran fiume[84], nel gran mare della tua misericordia e della tua pace. Io ed i miei servi, con lacrime, seminiamo in essi la tua verità. Padre, fa’ che al tempo della gran messe noi si possa, noi tutti tuoi servi nell’insegnare il tuo Vero, mietere con gioia fra questi solchi[85], che ora sembrano solo sparsi di triboli e tossici, il grano eletto dei tuoi granai. Padre! Padre! Per le nostre fatiche, e lacrime, e dolori, e sudori, e morti, che furono e saranno compagni al nostro seminare, fa’ che si possa venire a Te portando, come manipoli[86], le primizie di questo popolo, le anime rinate alla Giustizia e Verità per tua gloria. Amen!».
Acclamazione.
58Il silenzio, che era addirittura impressionante tanto era assoluto in così gran folla che empiva la sinagoga e la piazza davanti ad essa, viene incrinato da un bisbiglio che sempre più cresce e si tramuta da bisbiglio a sussurro, da sussurro a rumore, da rumore ad osanna. La gente gesticola e commenta e acclama… Come è diverso qui dall’epilogo dei discorsi al Tempio! Malachia dice per tutti: «Tu solo puoi dire la verità così, senza offendere e mortificare! Tu sei veramente il Santo di Dio! Prega per la nostra pace. Noi siamo induriti da secoli di… credenze e da secoli di affronti. E dobbiamo rompere questa nostra dura corteccia. Compatisci».
59«Più ancora: amo. Abbiate la buona volontà, e la corteccia si fenderà da sé. La Luce venga a voi».
60Si fa largo ed esce, seguito dagli apostoli.
557. L’arrivo, da Sichem, dei parenti dei tre fanciulli strappati ai ladroni[87].
In attesa dei parenti.
Attesa in preghiera.
1Gesù è solo nell’isoletta in mezzo al torrente. Sulla sponda, oltre il torrentello, giuocano i tre fanciullini e bisbigliano sottovoce come per non turbare la meditazione di Gesù. Qualche volta il più piccolo ha un gridetto di gioia scoprendo un sassolino di bel colore, o un fiorellino novello; gli altri lo zittiscono dicendo: «Taci! Gesù prega…», e il bisbiglio riprende mentre le manine brunette costruiscono con la rena blocchetti e coni che, nell’immaginazione infantile, dovrebbero essere case e montagne.
2In alto il sole splende, gonfiando sempre più le gemme sugli alberi e aprendo bocci nei prati. Il pioppo tremula nelle sue foglie verdi grigie, e gli uccelli, lassù sulla vetta, hanno schermaglie d’amore e di rivalità che terminano talora in un canto, talaltra in uno strido di dolore.
3Gesù prega. Seduto sull’erba, con un ciuffo di falaschi a far da riparo fra Lui e il sentiero della riva, è assorto nella sua orazione mentale. Talvolta alza gli occhi ad osservare i piccoli che giuocano là sull’erba. Poi li riabbassa e si raccoglie nuovamente nei suoi pensieri.
4Un correre di passi fra le piante della riva e l’irrompere di Giovanni sulla isoletta mettono in fuga gli uccelli, che sfrecciano via dalla vetta del pioppo ponendo fine al loro carosello con uno stridio di paura.
Giovanni il mite.
5Giovanni non vede subito Gesù, che è celato dai falaschi, e un poco interdetto grida: «Dove sei, Maestro?».
6Gesù si alza in piedi, mentre i tre fanciulli gridano dall’opposta sponda: «Lì è! Dietro le alte erbe».
7Ma Giovanni ha già visto Gesù e va a Lui dicendo: «Maestro, sono venuti i parenti. I parenti dei fanciulli. E con molti di Sichem. Sono andati da Malachia. E Malachia li ha condotti alla casa. Io sono venuto a cercarti».
8«E Giuda dove è?».
«Non so, Maestro. È uscito subito dopo che Tu sei venuto qui e non è più tornato. Sarà per la città. Vuoi che lo cerchi?».
9«No, non occorre. Resta qui con i fanciulli. Voglio parlare prima ai parenti».
«Come vuoi Tu, Maestro».
L’Iscariota l’arrogante.
10Gesù se ne va, e Giovanni raggiunge i fanciulli e si mette ad aiutarli nella grande impresa di fare un ponte su un immaginario fiume fatto di lunghe foglie dì canna, messe sul suolo a simulare l’acqua…
11Gesù entra nella casa di Maria di Giacobbe, che è sulla porta ad attenderlo e che gli dice: «Sono saliti sulla terrazza. Li ho condotti là offrendo riposo. Ma ecco Giuda che accorre dal paese. Lo attenderò e poi preparerò ristoro per i pellegrini, che sono stanchi molto».
12Anche Gesù attende Giuda nell’andito un poco buio rispetto alla luce esterna. E Giuda subito non vede Gesù e con alterigia dice alla donna entrando: «Dove sono quei di Sichem? Già partiti forse? E il Maestro? Nessuno lo chiama? Giovanni…». Vede Gesù e cambia tono dicendo: «Maestro! Ho corso quando ho saputo, per puro caso… Eri già in casa?».
«Giovanni c’era, e mi ha cercato».
«Io… Ci sarei stato anche io. Ma alla fonte mi avevano invitato alcuni a spiegare loro alcune cose…».
L’amore dei sichemiti.
13Gesù non risponde niente. Non apre bocca altro che per salutare quelli che lo attendono, seduti parte sui muretti della terrazza e parte nella stanza che si apre su essa, e che come lo vedono si alzano ossequiandolo.
14Gesù, dopo il saluto collettivo, saluta alcuni a nome, fra lo stupore contento di questi che dicono: «Ti ricordi ancora dei nostri nomi?».
15Devono essere gli abitanti di Sichem. E Gesù risponde: «Dei vostri nomi, dei vostri volti e delle vostre anime. Avete accompagnato i parenti dei fanciulli? Sono quelli?».
16«Quelli sono. Essi sono venuti a prenderseli, e noi ci siamo uniti ad essi per ringraziarti della tua pietà per quei piccoli figli di donna di Samaria. Tu solo sai fare queste cose!… Tu sei sempre il Santo che non fa che opere sante. Noi pure ti abbiamo sempre ricordato. Ed or; sapendo che qui eri, siamo venuti. Per vederti e dirti che ti siamo grati di averci eletti a tuo rifugio e di averci amati nei figli del nostro sangue. Ma ora ascolta i parenti».
17Gesù, seguito da Giuda, si dirige ad essi e li saluta nuovamente, invitandoli a parlare.
18«Noi, non so se Tu lo sai, siamo i fratelli della madre dei fanciulli. E molto irati con lei eravamo, perché ella stoltamente, e contro il nostro consiglio, volle quelle nozze infelici. Nostro padre fu debole per l’unica fanciulla della sua molta prole, tanto che noi anche con lui ci adirammo, e per più anni fu silenzio fra noi e separazione. Poi, sapendo che la mano di Dio gravava sulla donna e miseria era nella sua casa, ché impura unione non ha difesa di benedizione divina, riprendemmo nella nostra casa il vecchio padre, perché avesse il solo dolore della miseria in cui languiva la donna. E poi lei è morta. E lo sapemmo. Tu eri passato da poco e di Te si parlava fra noi… E noi, vincendo lo sdegno, offrimmo all’uomo, attraverso costui e costui (due di Sichem), di ritirare i fanciulli. Erano, per metà, sangue nostro. Disse che piuttosto morti tutti di mala morte che vivere per il nostro pane. Non i fanciulli e non il corpo della sorella, neppur quello, perché avesse sepoltura secondo i nostri riti! E allora giurammo a lui odio e al suo seme. E l’odio lo colpì come maledizione, tanto che da libero lo fece servo e da servo… un morto come uno sciacallo in una fetida tana. Mai lo avremmo saputo, perché da molto tutto era morto fra noi. E grandemente tememmo, questo solo, quando, or sono otto notti, vedemmo apparire nella nostra aia quei ladroni. E poi, sapendo perché erano apparsi, lo sdegno, non il dolore, ci morse come un veleno e ci affrettammo a licenziare quei ladri, offrendo loro buona mercede per averli amici, e stupimmo sentendo che essi già si erano pagati e altro non volevano».
19Giuda rompe all’improvviso il silenzio attento di tutti con una ironica risata e grida: «La loro conversione! Totale! In verità!».
20Gesù lo guarda severo, gli altri lo guardano stupiti, e chi parlava riprende: «E che potevi pretendere di più da essi? Non è già molto esser venuti guidando il pastorello e sfidando i pericoli senza pretendere mercede? A disgraziata vita è necessaria disgraziata usanza. Non fu certo larga la preda fatta allo stolto, morto randagio! Non larga! E appena sufficiente a chi deve sospendere di predare per dieci giorni almeno. E la loro onestà tanto ci stupì, e tanto, che chiedemmo loro qual voce aveva loro parlato inculcando questa pietà. E seppimo così che un rabbi aveva loro parlato… Un rabbi! Tu solo. Perché nessun altro rabbi d’Israele potrebbe fare ciò che Tu hai fatto. E partiti che furono, interrogammo meglio lo spaurito fanciullo pastore e seppimo con più esattezza le cose. Sulle prime sapevamo soltanto che il marito di nostra sorella era morto e che i fanciulli erano ad Efraim presso un giusto, e poi che questo giusto, che rabbi era, aveva loro parlato, e subito pensammo che Tu eri. Ed entrati in Sichem all’aurora ci consultammo con questi, perché ancora non eravamo decisi se accogliere i fanciulli. Ma questi ci dissero: “E che? Vorreste che invano il Rabbi di Nazareth abbia amato i fanciulli? Poiché certo Egli è, non ne dubitate. Andiamo tutti a Lui, anzi, perché la sua benignità è grande verso i figli di Samaria”. E sistemati i nostri affari siamo venuti. Dove sono i fanciulli?».
21«Presso il torrente. Giuda, vai a dir loro che vengano».
Giuda se ne va.
La provvidenza e la misericordia di Dio.
22«Maestro, è un duro incontro per noi. Essi ci ricordano tutti i nostri affanni, e ancora siamo incerti se accoglierli. Sono figli del più fiero nemico che mai ebbimo al mondo…».
23«Sono figli di Dio. Innocenti sono. La morte annulla il passato e l’espiazione ottiene perdono, anche da Dio. Vorreste esser più severi di Dio? E più crudeli dei ladroni? E più ostinati di essi? I ladroni volevano uccidere il pastorello e tenere i fanciulli. Quello per prudente difesa, questi per umana pietà verso gli inermi. Il Rabbi ha parlato, ed essi non hanno ucciso e hanno consentito, sino a guidare a voi il piccolo pastore. Dovrò Io conoscere sconfitta con dei cuori retti, se vinsi il delitto? …».
24«È che… Siamo quattro fratelli, e trentasette fanciulli sono già nella nostra casa…».
25«E dove trovano cibo trentasette passerotti, perché il Padre dei Cieli fa trovare loro i granelli, non ne troveranno quaranta? Forse che la potenza del Padre non potrà procurare il cibo ad altri tre, anzi quattro, suoi figli? Ha un limite questa divina Provvidenza? Si sgomenterà l’Infinito di fecondare maggiormente i vostri semi, le vostre piante e le vostre pecore, perché sia sempre sufficiente il pane e l’olio e il vino e la lana e la carne ai vostri figli e a quattro altri poveri bambini rimasti soli?».
«Sono tre, Maestro!».
26«Quattro sono. Il pastorello è orfano egli pure. Potreste, se qui vi apparisse Iddio, sostenere che così misurato è il vostro pane da non poter sfamare un orfano? La pietà per l’orfano è ordinata dal Pentateuco…»
27«Non lo potremmo, Signore. È vero. Non saremo inferiori ai ladroni. Daremo pane, vesti e alloggio anche al fanciullo pastore. E per amor tuo».
28«Per amore. Per tutto l’amore. A Dio, al suo Messia, a vostra sorella, al prossimo vostro. Questo l’omaggio e il perdono da dare al vostro sangue! Non un freddo sepolcro per la sua polvere. Perdono è pace. Pace per lo spirito dell’uomo che peccò. Ma non sarebbe che bugiardo perdono, tutto esteriore, e nulla pace per lo spirito della morta, che è sorella e madre a voi e ai fanciulli, se all’espiazione giusta di Dio si unisse, a dare penoso tormento, la conoscenza che i figli suoi scontano, innocenti qual sono, il suo peccato. La misericordia di Dio è infinita. Ma unitevi la vostra a dar pace alla morta».
29«Oh! lo faremo! Lo faremo! A nessuno si sarebbe piegato il nostro cuore, ma a Te sì, o Rabbi, passato un giorno fra noi, seminando un seme che non è morto e che non morirà».
30«Amen! Ecco i fanciulli…». Gesù li indica sull’argine del torrente, diretti alla casa. E li chiama.
La pietà per gli orfani.
31Ed essi lasciano le mani degli apostoli e accorrono gridando: «Gesù! Gesù!». Entrano, salgono la scala, sono sul terrazzo e si arrestano intimoriti davanti a tanti estranei che li guardano.
32«Vieni Ruben, e tu, Eliseo, e tu, Isacco. Questi sono i fratelli della vostra mamma, e sono venuti a prendervi per unirvi ai loro figli. Vedete come è buono il Signore? Proprio come quel colombo di Maria di Giacobbe, che vedemmo imboccare ieri l’altro il figlio non suo ma del fratello morto. Egli vi raccoglie e vi dona a questi perché abbiano cura di voi e non siate più orfani. Su! Salutate i parenti».
33«Il Signore sia con voi, signori», dice timidamente il più grande, guardando il suolo. E i due più piccoli fanno eco.
34«Questo è molto simile alla madre, e anche questo, ma costui (il più grande) è tutto come il padre», osserva un parente.
35«Amico mio, non credo che tu sia tanto ingiusto da fare differenze d’amore per una somiglianza di volto», dice Gesù.
36«Oh! no. Questo no. Osservavo… e pensavo… Non vorrei che avesse del padre anche il cuore».
Il bisogno di essere buoni.
37«È un fanciullo tenero ancora. E le sue semplici parole tradiscono il suo amore per la madre ben più vivo di ogni altro amore».
38«Li teneva però meglio di quanto credevamo. Sono vestiti e calzati con decoro. Forse aveva fatto fortuna…».
39«Io ed i fratelli abbiamo la veste nuova perché Gesù ci ha vestiti. Non avevamo né calzari né mantello, in tutto eravamo come il pastore», dice il secondo che è meno timido del primo.
40«Ti compenseremo di tutto, Maestro», risponde un parente e aggiunge: «Gioacchino di Sichem aveva le offerte della città. Ma vi uniremo denaro ancora…».
41«No. Non voglio denaro. Voglio una promessa. La vostra di amore per questi che Io strappai ai ladroni. Le offerte… Malachia, prendile per i poveri che tu conosci e fanne parte a Maria di Giacobbe, perché ben misera è la sua casa».
42«Come Tu vuoi. Se essi saranno buoni, noi li ameremo».
43«Lo saremo, signore. Sappiamo che bisogna esserlo per ritrovare la madre nostra e risalire il fiume sino al seno di Abramo, e non levare il filo della nostra barca dalle mani di Dio per non essere portati via dalla corrente del demonio», dice Ruben tutto d’un fiato.
44«Ma che dice il fanciullo?».
«Una parabola udita da Me. L’ho detta per consolare il loro cuore e dare una guida al loro spirito. E i fanciulli l’hanno ritenuta e l’applicano ad ogni loro azione. Famigliarizzatevi con essi, mentre Io parlo a questi di Sichem…»
45«Maestro, ancora una parola. Ciò che ci stupì nei ladroni fu la preghiera di dire al Rabbi, che aveva seco i fanciulli, di perdonarli se lungo era stato il tempo preso per venire, considerando che a loro non è aperta ogni via e che la presenza fra loro di un fanciullo impediva lunghe marce per le gole selvagge».
46«Senti, Giuda?», dice Gesù all’Iscariota che non ribatte.
47E poi Gesù si isola con quelli di Sichem, che gli strappano la promessa di una visita anche breve, prima della calura estiva. E raccontano a Gesù, intanto, cose della città e come i guariti, d’anima o di corpo, di Lui si ricordino. Intanto Giuda e Giovanni si industriano ad affratellare i fanciulli coi parenti loro…
558. Con la comitiva
che fa ritorno a Sichem. Parabola della goccia
che
scava il masso[88].
Ritorno a Sichem.
Il branco asinino.
1Gesù sta camminando per una via solitaria. Sono davanti a Lui i parenti dei fanciulli e al suo fianco quei di Sichem. Sono in una zona deserta. Nessuna città è in vista. I fanciulli sono stati messi in sella ad alcuni asinelli, e un parente tiene le briglie sorvegliando il fanciullo. Gli altri asinelli, liberi di cavalieri perché quei di Sichem hanno preferito camminare a piedi per stare vicino a Gesù, precedono il gruppo degli uomini, andando in branco e ragliando ogni tanto di gioia per ritornare verso le stalle senza peso alcuno, in una splendida giornata, fra prode orlate di erba novella, nella quale ogni tanto tuffano le froge a gustarne una boccata, e poi, con un ambio scherzoso, caracollano raggiungendo i compagni cavalcati. Cosa che fa ridere i fanciulli.
L’offerta dei samaritani.
2Gesù parla con i sichemiti, o li ascolta nei loro discorsi. È palese che i samaritani sono orgogliosi di avere con loro il Maestro, e sognano più che non convenga. Tanto da dire a Gesù, accennando ai monti alti che sono alla sinistra di chi procede verso il nord: «Vedi? Brutta fama hanno l’Ebal e il Garizim[89]. Ma essi, per Te almeno, sono molto migliori di Sion. E lo sarebbero totalmente se Tu lo volessi, eleggendoli a tua dimora. Sion è sempre covo ai Jebusei[90]. E quelli di ora sono per Te ancor più nemici che non gli antichi per Davide. Egli, poiché usò violenza, prese la cittadella; ma Tu, che non usi violenza, non vi regnerai. Mai. Resta fra noi, Signore, e noi ti onoreremo».
3Gesù risponde: «Ditemi: mi avreste amato se con violenza vi avessi voluto conquistare?».
«Veramente… no. Ti amiamo proprio perché sei tutto amore».
4«Per questo dunque, per l’amore, Io regno nei vostri cuori?».
«Così è, Maestro. Ma è perché noi abbiamo accolto il tuo amore. Essi, quelli di Gerusalemme, non ti amano».
L’arte del commerciante.
5«É vero. Non mi amano. Ma, voi che siete tutti molto esperti nei commerci, ditemi: quando voi volete vendere, acquistare e guadagnare, vi perdete forse d’animo perché in certi luoghi non vi amano, oppure fate lo stesso i vostri affari, preoccupandovi unicamente di fare buoni acquisti e buone vendite, senza tener conto se al denaro che guadagnate è assente l’amore di chi con voi ha comperato o venduto?».
6«É solo dell’affare che ci preoccupiamo. Poco ci importa se ad esso manca l’amore di chi tratta con noi. Finito l’affare, finito il contatto. L’utile resta, il resto… non ha valore».
7«Ebbene, Io pure, Io che sono venuto a fare gli interessi del Padre mio, non mi devo che preoccupare di questo. Che poi, là dove Io li faccio, Io trovi amore o scherno o durezza, a Me non preoccupa. In una città di commerci non con tutti si fanno guadagni e si fanno compre e vendite. Ma, anche se si tratta con uno solo e si fa un buon guadagno, si dice che quel viaggio non fu inutile, e ci si torna e ritorna ancora. Perché ciò che non si ottiene che con uno la prima volta, si ottiene con tre la seconda, con sette la quarta, con dieci e dieci le altre.
8Non è così? Io pure, per le conquiste del Cielo, faccio come voi per i vostri mercati. Insisto, persevero, trovo sufficiente il piccolo, di numero, il grande, perché anche una sola anima salvata è grande cosa, il grande compenso ricavato dalla mia fatica.
9Ogni volta che vado là e supero tutto ciò che può essere reazione dell’Uomo pur di conquistare, come Re dello spirito, anche un suddito solo, no, non dico che è stato inutile il mio andare, inutili i dolori, inutili le fatiche. Ma dico santi, amabili e desiderabili gli scherni, le ingiurie, le accuse. Non sarei un buon conquistatore se mi arrestassi davanti agli ostacoli delle fortezze granitiche».
10«Ma ti occorrerebbero secoli per vincerli. Tu… sei un uomo. Non vivrai secoli. Perché perdere il tuo tempo dove non ti si vuole?».
11«Vivrò molto meno. Presto anzi non sarò più fra voi, non vedrò più albe e tramonti come pietre miliari di giorni che sorgono e di giorni che finiscono, ma li contemplerò unicamente come bellezze del creato e loderò per essi il Creatore che li fece e che mi è Padre; non vedrò più fiorire le piante e maturare i grani, né avrò bisogno dei frutti della terra per conservarmi in vita, poiché, tornato al mio Regno, mi nutrirò d’amore. Eppure Io abbatterò le molte fortezze serrate che sono i cuori degli uomini.
12Osservate quella pietra là, sotto quella sorgiva, sul fianco del monte. La sorgiva è esile molto, direi che non scorre, ma stilla: una goccia che cade, forse da secoli, su quella roccia che sporge dal fianco del monte.
13E la pietra è ben dura. Non è calcare friabile né morbido alabastro, è basalto durissimo. Eppure, guardate come al centro del masso convesso, e nonostante sia tale, si sia formato un minuscolo specchio d’acqua, non più largo del calice di un nenufaro, ma sufficiente a rispecchiare il cielo azzurro e a dissetare gli uccelli.
14Quella concavità sul masso convesso l’ha forse fatta l’uomo per mettere una gemma azzurra nel masso oscuro e una coppa refrigerante agli uccelli? No.
15L’uomo non se ne è occupato. Forse, nei molti secoli che gli uomini passano davanti a questo masso, che una stilla da secoli scava con inesorabile e sincopato lavorio, siamo noi i primi che l’osserviamo, questo basalto nero colla sua turchese liquida al centro, e ne ammiriamo la bellezza, e lodiamo l’Eterno di averla voluta a delizia dei nostri occhi e a refrigerio degli uccelli che nidificano qui presso.
I frutti della redenzione.
Parabola della goccia che scava il masso.
16Ma ditemi. É forse la prima stilla, che sgorgò da sotto il cornicione basaltico sovrapposto al masso e che cadde da quell’altezza su questa roccia, che ha scavato la coppa che specchia il cielo, il sole, le nuvole e le stelle? No.
17Milioni e milioni di gocce, una dopo l’altra, una dopo l’altra, si sono succedute, sgorgando come una lacrima là in alto, scendendo con uno scintillio a percuotere il masso, e con una nota d’arpa, nel morire su esso, hanno scalfito, per una profondità immisurabile tanto era nulla, la materia dura.
18E così per secoli, col movimento di una sabbia in una clessidra, segnando il tempo: tante gocce all’ora, tante nel corso di una vigilia, tante fra l’alba e il tramonto, e la notte e l’aurora, tante al dì, tante da sabato a sabato, tante da neomenia a neomenia[91], e da nisam a nisam, e da secolo a secolo. Resistente il masso, persistente la goccia.
19L’uomo, che è superbo e perciò impaziente e ozioso, avrebbe gettato il mazzuolo e la sgorbia dopo i primi colpi, dicendo: “É cosa che non si incava”. La goccia ha scavato. Era ciò che doveva fare. Ciò per cui fu creata. E ha gemuto, una goccia dopo l’altra, per secoli, sino a scavare il masso.
20E non si è fermata, poi, dicendo: “Ora ci penserà il cielo a nutrire la coppa, che io ho scavata, con le rugiade e le piogge, le brine e le nevi”. Ma ha continuato a cadere, ed essa sola empie la coppa minuscola nei calori estivi, nei rigori invernali, mentre le piogge violente o blande corrugano lo specchio ma non possono né abbellirlo né allargarlo, né approfondirlo perché esso è già colmo, utile, bello.
21La sorgiva sa che le figlie sue, le gocce, vanno a morire là nel piccolo bacino, ma non le trattiene. Le sospinge, anzi, verso il loro sacrificio, e perché non restino sole e cadano in tristezza manda loro nuove sorelle, onde chi muore non sia sola e veda sé perpetuata in altre.
L’azione che scava i cuori.
22Io pure, percuotendo per primo e cento e mille volte le fortezze dure dei duri cuori e perpetuandomi nei miei successori, che manderò sino alla fine dei secoli[92], aprirò in esse dei varchi, e la mia Legge entrerà come un sole dovunque sono creature.
23Ché, se poi esse non vorranno la Luce e chiuderanno i varchi che l’inesausto lavoro avrà aperto, Io e i miei successori non ne avremo colpa agli occhi del Padre nostro. Se quella sorgiva si fosse aperta altra via, vedendo la durezza del masso, e avesse gocciato più là, dove è terreno erboso, ditemi voi, avremmo avuto quella gemma lucente, e gli uccelli quel limpido ristoro?».
«Non si sarebbe neppur vista, Maestro»,
24«Al massimo… un poco d’erba più folta anche in estate avrebbe segnato il posto dove la sorgiva stillava»,
25«O anche… meno erba che altrove, essendosi marcite, in un continuo umidore, le radici di esse»,
26«E fanghiglia. Nulla più. Un inutile gocciare, perciò».
27«Lo avete detto. Un inutile, o almeno un ozioso gocciare. Io pure, se avessi a preferire unicamente i luoghi dove i cuori sono disposti ad accogliermi per giustizia o per simpatia, farei un imperfetto lavoro. Perché lavorerei, questo sì, ma senza fatica, anzi con molto soddisfacimento dell’io, con un compiacente compromesso fra il dovere e il piacere.
28Non pesa già lavorare dove l’amore circonda e dove l’amore rende duttili le anime da lavorare. Ma, se non vi è fatica, non vi è merito e non vi è molto guadagno, perché poche conquiste si fanno se ci si limita a quelli che già sono nella giustizia. Non sarei Io se non cercassi di redimere prima alla Verità, poi alla Grazia, tutti gli uomini».
29«E credi di riuscirvi? Che potrai mai fare, più di quanto abbia già fatto, per persuadere i tuoi avversari alla tua parola? Che? Se neppure la risurrezione dell’uomo di Betania è valsa a far dire ai giudei che Tu sei il Messia di Dio?».
30«Ho ancora qualcosa da fare, più grande, molto più grande del fatto».
«Quando, Signore?».
31«Quando la luna di nisam sarà piena. Ponete attenzione allora».
32«Avrà un segno il cielo? Si dice che quando Tu nascesti il cielo parlò con luci, canti e stelle strane».
33«E’ vero. Per dire che la Luce era venuta nel mondo. Allora, in nisam, avranno segni il cielo e la terra, e sembrerà la fine del mondo per le tenebre e lo scuotimento e il ruggire dei fulmini nei firmamenti e dei terremoti nelle viscere aperte della Terra. Ma non sarà la fine. Sarà il principio, anzi.
34Prima, alla mia venuta, il Cielo partorì agli uomini il Salvatore e, poiché era atto di Dio, pace era a compagna dell’evento.
35A nisam sarà la Terra che con propria volontà partorirà a sé stessa il Redentore, e poiché sarà atto di uomini non avrà pace a compagna. Ma vi sarà orrenda convulsione.
36E fra l’orrore dell’ora del secolo e dell’inferno, la Terra squarcerà il suo seno sotto le saette infuocate dell’ira divina, e urlerà il suo volere, troppo ebbra per comprenderne la portata, troppo insatanassata per impedirlo. Come una folle partoriente, crederà di distruggere il frutto ritenuto maledetto, e non comprenderà che invece lo innalzerà così in luoghi dove mai più il dolore e l’insidia lo raggiungeranno.
37La pianta, la nuova pianta, da allora allargherà i suoi rami per tutta la Terra, per tutti i secoli, e Colui che vi parla, con amore o con odio sarà riconosciuto per vero Figlio di Dio e Messia del Signore. E guai a quelli che lo riconosceranno senza volerlo confessare e senza convertirsi a Me».
I frutti della redenzione.
38«Dove avverrà questo, Signore?».
«A Gerusalemme. Essa è bene la città del Signore».
39«Allora noi non vi saremo, perché a nisam la Pasqua qui ci trattiene. Noi siamo fedeli al nostro Tempio».
40«Meglio sarebbe foste fedeli al Tempio vivo che non è né sul Moria[93] né sul Garizim, ma, essendo divino, è universale. Ma Io so attendere la vostra ora, quella nella quale amerete Dio e il suo Messia in spirito e verità».
41«Noi crediamo che Tu sei il Cristo. Per questo ti amiamo».
42«Amare è lasciare il passato per entrare nel mio presente. Voi non mi amate ancora con perfezione».
43I samaritani si guardano sottecchi tacendo. Poi uno dice: «Per Te, per venire a Te, lo faremmo. Ma non possiamo, anche se lo volessimo, entrare dove sono i giudei. Tu lo sai. Essi non ci vogliono…».
44«Né voi volete essi. Ma abbiate pace. Fra poco non ci saranno più due regioni, due Templi, due pensieri opposti. Ma un unico popolo, un unico Tempio, un’unica fede per tutti i desiderosi di Verità. Ma ora Io vi lascio. I fanciulli sono ormai consolati e distratti, e lunga è per Me la via del ritorno ad Efraim per giungervi avanti le tenebre. Non vi agitate. I vostri atti potrebbero attirare l’attenzione dei piccoli, e non conviene che essi avvertano la mia partenza. Proseguite. Io sosto qui. Il Signore vi guidi sui sentieri della Terra e sui sentieri della sua Via. Andate».
45Gesù si accosta al monte e li lascia allontanare. L’ultima cosa che si avverte, della carovana che torna a Sichem, è un’allegra risata di un fanciullo che si propaga per i silenzi della via montana.
559. Ad Efraim, pellegrini dalla Decapoli e missione segreta di Mannaen[94].
Pellegrini della Decapoli.
L’Apostolo superbo.
1La notizia che Gesù è a Efraim, forse per vanto degli stessi cittadini, o per altri motivi che ignoro, si deve essere diffusa, perché ormai molti sono quelli che vengono a cercare di Gesù: malati, la più parte, qualche afflitto e anche chi ha desiderio di vederlo. Comprendo questo perché sento l’Iscariota dire ad un gruppo di pellegrini venuti dalla Decapoli: «Il Maestro non c’è. Ma ci sono io e Giovanni ed è la stessa cosa. Dite dunque ciò che volete e noi faremo».
«Ma voi non potrete mai insegnare ciò che Egli insegna», obbietta uno.
2«Noi siamo altri Lui, uomo. Ricordalo sempre. Ma se proprio vuoi sentire il Maestro, torna prima del sabato e va’ via dopo di esso. Il Maestro è ora un vero maestro. Non parla più su tutte le vie, nei boschi o sulle rupi come un randagio e a tutte le ore come un servo. Parla qui il sabato, come a Lui si conviene. E bene fa! Per quello che gli è giovato sfinirsi di fatica e di amore!».
«Ma noi non abbiamo colpa se i giudei…».
3«Tutti! Tutti! Che giudei e non giudei! Tutti uguali siete stati e sarete. Egli tutto a voi. Voi nulla a Lui. Egli dare. Voi non dare; neppure l’obolo che si dà al mendico».
«Ma noi l’abbiamo l’offerta per Lui. Eccotela, se non ci credi».
L’Apostolo umile.
4Giovanni, che ha sempre taciuto ma con visibile sofferenza, guardando Giuda con occhi che supplicano e rimproverano, o meglio ammoniscono, non sa più tacere. E mentre Giuda già allunga la mano per prendere l’offerta, posa una mano sul braccio del compagno per trattenerlo e gli dice: «No, Giuda.
5Questo no. Tu sai l’ordine del Maestro», e si rivolge ai venuti dicendo: «Giuda si è male spiegato e voi avete male compreso. Non è questo che voleva dire il mio compagno. É soltanto offerta di sincera fede, di fedele amore che noi, io, i miei compagni, voi, tutti dobbiamo dare per il molto che il Maestro ci dà.
6Quando peregrinavamo per la Palestina, Egli accettava le vostre offerte, perché erano necessarie al nostro andare e perché molti mendichi trovavamo sul nostro cammino o venivamo a conoscenza di miserie nascoste. Ora, qui, non abbiamo bisogno di nulla -ne sia lodata la Provvidenza- e non incontriamo mendichi. Riprendete, riprendete la vostra offerta e datela in nome di Gesù agli infelici.
7Questi sono i desideri del Signore e Maestro nostro, e gli ordini a quelli fra noi che vanno evangelizzando per le diverse città. Se poi avete malati con voi, o qualcuno ha un vero bisogno di parlare col Maestro, ditelo. Ed io lo cercherò là dove Egli si isola in preghiera, avendo grande desiderio il suo spirito di raccogliersi nel Signore».
8Giuda brontola fra i denti qualcosa, ma non contraddice apertamente. Si siede presso il focolare acceso come per disinteressarsi della cosa.
L’Apostolo buono.
9«Veramente… un gran bisogno non lo abbiamo. Ma abbiamo saputo che era qui e abbiamo attraversato il fiume per venire a vederlo. Ma se abbiamo fatto male…».
10«No, fratelli. Non è male amarlo e cercarlo anche con disagio e fatica. E la vostra buona volontà avrà ricompensa. Io vado a dire al Signore della vostra venuta e certo Egli verrà. Ma, se proprio non venisse, vi porterò la sua benedizione». E Giovanni esce nell’orto per andare alla ricerca del Maestro.
11«Lascia! Ci vado io», dice Giuda imperiosamente e si alza correndo fuori.
12Giovanni lo guarda andare e non obbietta nulla. Rientra nella cucina dove sono accalcati i pellegrini. Ma quasi subito propone loro: «Vogliamo andare incontro al Maestro?».
«Ma se Egli non volesse…».
13«Oh! non date peso ad un malinteso, ve ne prego. Voi sapete certo le ragioni per le quali qui siamo. Sono gli altri che obbligano il Maestro a queste misure di riserbo, non è già la volontà del suo cuore. Esso ha sempre gli stessi affetti per voi tutti».
Apostoli falsi.
14«Sappiamo. I primi giorni dopo la lettura del bando fu tutto un cercarlo nell’Oltre-Giordano e nei luoghi dove potevano pensarlo. A Betabara come a Betania, e a Pella, e a Ramot Galaad e anche oltre. E sappiamo che così pure fu per la Giudea e la Galilea. Le case degli amici suoi sono state molto sorvegliate perché… se molti sono i suoi amici e discepoli, molti anche sono quelli che non sono tali, e credono servire l’Altissimo perseguitando il Maestro. Poi le ricerche sono subito cessate e si sparse voce che Egli era qui».
15«Ma voi da chi lo avete saputo?».
«Da discepoli suoi».
«I miei compagni? Dove?».
16«No. Nessuno di essi. Altri. Nuovi, perché non li vedemmo mai col Maestro né coi vecchi discepoli. Anzi ce ne stupimmo che Egli avesse mandato a dire dove era da sconosciuti, ma anche poi pensammo che lo avesse fatto perché i nuovi non erano conosciuti come discepoli dai giudei».
17«Io non so cosa vi dirà il Maestro. Ma per me vi dico che d’ora in poi non dovrete prestar fede che ai noti discepoli. Siate prudenti. Ognuno di questa nazione sa che avvenne al Battista…».
«Tu pensi che…».
18«Se Giovanni, odiato da una sola, fu preso e morto, che non sarà di Gesù, odiato del pari dalla Reggia e dal Tempio, e da farisei e scribi, sacerdoti ed erodiani? Siate dunque vigilanti onde non aver poi un rimorso… Ma eccolo che viene. Andiamogli incontro…».
Missione segreta di Manaen.
Chiaror d’alba che avanza.
19É notte fonda e senza luna, ma chiara di stelle. Non potrei dire l’ora, non vedendo la posizione della luna e la sua fase. Vedo unicamente che è una notte serena. Tutta Efraim è scomparsa nel velo nero della notte. Anche il torrente è una voce, non altro. Le sue spume e i suoi scintillii sono annullati totalmente sotto la volta verde delle piante delle rive, che interdicono anche quella luce non luce che viene dalle stelle.
20Un uccello notturno si lamenta in qualche luogo. Poi tace per un frascare di ramaglie e un rompersi di canne che si avvicina alla casa, seguendo il torrente e venendo dalla parte montana. Poi una forma alta e robusta emerge dalla riva sul sentiero che monta verso la casa. Si arresta un poco come per orientarsi. Rasenta il muro tastandolo con le mani. Trova la porta. La sfiora e va oltre. Gira, sempre tastando, l’angolo della casa sino a raggiungere l’usciolo dell’orto. Lo tenta, lo apre, lo spinge, entra. Rasenta adesso i muri che danno nell’orto. Resta perplesso alla porta della cucina. Poi prosegue sino alla scaletta esterna, la sale a tastoni e si siede sull’ultimo scalino, ombra scura nell’ombra. Ma là, ad oriente, il colore del cielo notturno -un velano cupo, che si avverte che è tale solo per le stelle che lo trapungono- comincia a mutare colore, ossia a prendere un colore che l’occhio riesce a percepire come tale: un bigio di ardesia, che pare nebbia folta e fumosa e non è che chiaror d’alba che si avanza. Ed è lentamente il giornaliero miracolo nuovo della luce che torna.
Manaen, una notte all’aperto.
21La persona, che era accoccolata al suolo, tutta in un groppo coperto dal mantello scuro, si muove, si disgroppa, alza il capo, getta il mantello un poco indietro. É Mannaen. Vestito come un uomo qualunque, di una pesante veste marrone e di un mantello uguale. Una stoffa rude, da lavoratore o da pellegrino, senza fregi né fibbie e cinture. Un cordone di lana attorcigliata tiene la veste alla vita. Si alza in piedi, si sgranchisce. Guarda il cielo, dove la luce avanza permettendo di vedere ciò che è d’intorno. Una porta in basso si apre cigolando. Mannaen si sporge senza far rumore per vedere chi esce di casa. É Gesù, che cautamente riaccosta la porta e si avvia alla scaletta. Mannaen si ritira un poco e si schiarisce la gola per attirare l’attenzione di Gesù, che alza il capo fermandosi a mezza scala.
22«Sono io, Maestro. Sono Mannaen. Vieni presto, ché ti devo parlare. Ti ho atteso…», bisbiglia Mannaen e si curva nel saluto.
23Gesù sale gli ultimi scalini: «La pace a te. Quando sei venuto? Come? Perché?», chiede.
24«Credo che appena fosse trascorso il gallicinio quando posi piede qui. Ma nei cespugli, là in fondo, ero da ieri alla seconda vigilia».
«Tutta la notte all’aperto!».
Missione segreta.
25«Non c’era altro modo di fare. Dovevo parlarti da solo. Dovevo conoscere la via per venire, la casa, e non essere visto. Perciò sono venuto a giorno e mi sono imboscato lassù. Ho visto calmarsi la vita nella città. Ho visto Giuda e Giovanni rientrare in casa. Anzi, Giovanni mi passò quasi al fianco col suo carico di legna. Ma non mi vide, perché ero ben nel folto. Ho visto, finché ci fu luce a vedere, una vecchia entrare e uscire, e il fuoco splendere nella cucina, e Te scendere di quassù che già era crepuscolo fondo. E chiudersi la casa. Allora sono venuto alla luce della luna novella e ho studiato la via. Sono anche entrato nell’orto. L’usciolo è più inutile che se non ci fosse. Ho sentito le vostre voci. Ma io dovevo parlare a Te solo. Sono tornato via per ritornare alla terza vigilia ed esser qui. So che Tu solitamente ti alzi avanti giorno per pregare. E ho sperato che oggi pure Tu lo facessi. Lodo l’Altissimo che così sia».
26«Ma quale il motivo di dovermi vedere con tanto disagio?».
«Maestro, Giuseppe e Nicodemo vogliono parlarti e hanno pensato di farlo in modo di eludere ogni sorveglianza. Hanno tentato altre volte, ma Belzebù deve aiutare molto i tuoi nemici. Dovettero sempre rinunciare a venire, perché non era lasciata senza sorveglianza la loro casa e così quella di Niche. Anzi la donna doveva venire prima di me.
27É una donna forte e si era da sola messa in cammino per l’Adonim. Ma fu seguita e fermata presso la Salita del Sangue[95], e lei, per non tradire la tua dimora e giustificare le cibarie che aveva sulla cavalcatura, disse: “Salgo da un mio fratello che è in una grotta sui monti. Se volete venire, voi, che insegnate di Dio, fareste opera santa, poiché egli è malato e ha bisogno di Dio”. E con questa audacia li persuase ad andarsene. Ma non osò più venire qui e andò veramente da uno che dice essere in una grotta e da Te a lei affidato».
Appuntamento con Giuseppe e Nicodemo.
28«É verità. Ma come poté, poi, Niche farlo sapere agli altri?».
29«Andando a Betania. Lazzaro non c’è. Ma ci sono le sorelle. C’è Maria. E Maria è forse donna da sgomentarsi di cosa alcuna? Si è vestita come forse non fece Giuditta per andare dal re, ed è andata al Tempio pubblicamente insieme a Sara e Noemi, e poi al suo palazzo di Sion. E da lì ha mandato Noemi a Giuseppe con le cose da dire. E mentre… astutamente i giudei andavano o mandavano da lei per… onorarla, e ognuno poteva vederla, signora nella sua casa, Noemi vecchierella, in vesti dimesse, andava a Bezeta dall’Anziano.
30Ci siamo allora accordati di mandare qui me, il nomade che non dà sospetto se lo si vede cavalcare a briglia sciolta dall’una all’altra residenza di Erode, qui a dirti che la notte fra il venerdì e il sabato Giuseppe e Nicodemo, venendo uno da Arimatea l’altro da Rama avanti il tramonto, si incontreranno a Gofenà e ti attenderanno là. Io so il luogo e la via, e verrò qui a sera per condurti. Di me ti puoi fidare. Ma fidati di me solo, Maestro. Giuseppe si raccomanda che nessuno sappia questo nostro incontro. Per il bene di tutti».
31«Anche il tuo, Mannaen?».
«Signore… io sono io. Ma non ho da tutelare beni e interessi di famiglia come Giuseppe».
32«E questo conferma il mio dire che le ricchezze materiali sono sempre un peso… Ma di’ pure a Giuseppe che nessuno saprà il nostro incontro».
33«Allora posso andare, Maestro. Il sole è sorto e potrebbero alzarsi i tuoi discepoli».
34«Va’ pure, e Dio sia con te. Anzi ti accompagno per farti vedere il punto dove ci troveremo la notte del sabato…».
35Scendono senza far rumore ed escono dall’orto, scendendo subito sulle rive del torrente.
560. Colloquio nella notte, presso Gofenà, con Giuseppe d’Arimatea, Nicodemo e Mannaen[96].
Incontro con Giuseppe e Nicodemo.
Lungo un sentiero scabroso
1É una via ben difficile quella presa da Mannaen per guidare Gesù al luogo dove è atteso. Tutta montana, stretta, sassosa, fra macchioni e boschi. La luce di una chiarissima luna, nella sua prima fase, a malapena si fa strada fra l’intrico dei rami e talora cessa affatto, e Mannaen sopperisce con torce preparate, che si è portato seco a tracolla come armi sotto il mantello. Egli avanti, Gesù dietro, procedono in silenzio nel grande silenzio della notte. Due o tre volte qualche animale selvatico, correndo per i boschi, simula un suon di passi che fa arrestare in sospetto Mannaen. Ma, tolto questo, null’altro turba il cammino già tanto faticoso.
2«Ecco, Maestro. Quella là è Gofenà. Ora pieghiamo di qui. Conterò trecento passi e sarò alle grotte dove essi attendono dal tramonto. Ti è parso lungo il cammino? Eppure siamo andati per scorciatoie che credo mantengano la distanza legale».
Gesù fa un gesto come dire: «Non si poteva fare altrimenti».
3Mannaen non parla più, intento a contare i suoi passi. Ora sono in un corridoio roccioso e nudo, simile ad uno speco in salita, fra le pareti del monte che quasi si toccano. Si direbbe la frattura prodotta da qualche cataclisma, tanto è strana. Un’enorme coltellata nel masso del monte, che l’avesse inciso per un buon terzo dalla cima. Al disopra, là in alto, oltre le pareti a perpendicolo, oltre il frascare agitato delle piante nate sull’orlo dell’enorme taglio, splendono le stelle, ma la luna non scende qui, in questo baratro. La luce fumosa della torcia risveglia degli uccelli da preda, che squittiscono agitando le ali sui bordi dei loro nidi fra i crepacci.
4Mannaen dice: «Ecco!», e getta dentro uno spacco della parete rocciosa un grido simile al lamento di un grosso gufo.
5Venendo dal fondo, una luce rossastra si avanza per un altro corridoio roccioso, che però è chiuso in alto come un androne. Giuseppe appare: «Il Maestro?», chiede non vedendo Gesù che è un poco indietro.
L’incontro con Giuseppe e Nicodemo.
6«Sono qui, Giuseppe. La pace a te».
«A Te, la pace. Vieni! Venite. Abbiamo fatto fuoco per vedere serpi e scorpioni e per fugare il freddo. Vi precedo».
Si rivolge e, per le ondulazioni del sentiero fra le viscere del monte, li guida verso un luogo luminoso di vampe. Là, presso al fuoco, è Nicodemo che getta frasche e ginepri sul fuoco.
7«La pace anche a te, Nicodemo. Eccomi fra voi. parlate».
«Maestro, nessuno si è accorto della tua venuta?».
«E chi mai, Nicodemo?».
8«Ma i tuoi discepoli non sono con Te?».
«Con Me sono Giovanni e Giuda di Simone. Gli altri evangelizzano dal di dopo il sabato al tramonto del venerdì. Ma Io ho lasciato la casa prima di sesta, dicendo che non mi si attendesse avanti l’alba del dì dopo il sabato. É ormai troppo abituale in Me l’assentarmi per più ore perché ciò desti sospetti in alcuno. State perciò tranquilli. Abbiamo tutto il tempo di parlare senza ansia alcuna di essere sorpresi. Qui… Il luogo è propizio».
9«Sì. Tane dei serpi e avvoltoi… e di ladroni nella stagione buona, quando questi monti sono pieni di greggi. Ma ora i ladroni preferiscono altri luoghi dove calare più rapidi sugli ovili e le carovaniere. Ci dispiace averti trascinato sin qui. Ma da qui noi potremo partire per vie diverse. Senza dare nell’occhio ad alcuno. Perché, Maestro, dove è sospetto di amore per Te, là è puntata l’attenzione del Sinedrio».
10«Ecco, in questo io dissento da Giuseppe. A me sembra che ormai siamo noi che vediamo ombre dove non sono. Sembra ancora a me che da qualche giorno molto si sia calmata la cosa…», dice Nicodemo.
11«Ti inganni, amico. Io te lo dico. É calmata in quanto non c’è più stimolo di ricerca del Maestro, perché sanno ormai dove è. Per questo Lui, e non noi, è sorvegliato. Per questo gli ho raccomandato di non dire ad alcuno che ci si sarebbe incontrati. Perché non ci fosse qualcuno pronto… a qualunque cosa», dice Giuseppe.
«Non credo che quelli di Efraim…», obbietta Mannaen.
«Non quelli di Efraim e nessun altro di Samaria. Solo per fare diverso di quanto facciamo noi dall’altra parte…».
L’astio divide.
12«No, Giuseppe. Non per questo. Ma perché essi non hanno nel cuore quella serpe maligna che voi avete. Essi non temono di essere spogliati di nessuna prerogativa. Non hanno da difendere interessi settari e di casta. Nulla hanno, fuorché un istintivo bisogno di sentirsi perdonati e amati da Colui che offesero i loro antenati e che essi continuano ad offendere rimanendo fuori dalla Religione perfetta. Fuori perché, orgogliosi essi, e orgogliosi voi, non si sa da ambe le parti deporre l’astio che divide e tendersi la mano in nome dell’unico Padre. Già, anche fosse in loro tanta volontà, voi la stronchereste. Perché voi non sapete perdonare. Non sapete dire, ponendo sotto i piedi ogni stoltezza: “Il passato è morto, perché è sorto il Principe del Secolo futuro che tutti ci raccoglie sotto il suo Segno”[97]. Io infatti sono venuto e raccolgo. Ma voi! Oh! per voi è sempre anatema anche ciò che Io ho ritenuto meritevole di essere raccolto!»
L’idea messianica.
Concetto sbagliato dell’idea messianica.
13«Sei severo con noi, Maestro».
14«Sono giusto. Potete forse dire che non mi fate rimprovero, in cuor vostro, per certe mie azioni? Potete dire che approvate la mia misericordia uguale per giudei e galilei come per samaritani e gentili, anzi ancor più vasta per questi e per i grandi peccatori, proprio perché essi ne hanno il maggior bisogno? Potete dire che non pretendereste da Me gesti di violenta maestà per manifestare la mia soprannaturale origine, e soprattutto, badate bene, e soprattutto la mia missione di Messia secondo il vostro concetto del Messia?
15Dite proprio il vero: a parte la gioia del vostro cuore per la risurrezione dell’amico, non avreste preferito a questa che Io giungessi a Betania bello e crudele, come i nostri antichi con gli Amorrei[98] e i Basaniti, e come Giosuè con quelli di Ai[99] e di Gerico o, meglio ancora, facendo crollare con la mia voce le pietre ed i muri sui nemici, come le trombe di Giosuè fecero per le mura di Gerico[100], o attirando sopra i nemici dal cielo grosse pietre, come avvenne nella discesa di Beteron ancora ai tempi di Giosuè[101], o, come in tempi più recenti, chiamando celesti cavalieri scorrenti nell’aria coperti d’oro, armati di lance come coorti, e uno scorrazzar di cavalli in ordinati squadroni e assalti da una parte e dall’altra, e un agitar di scudi ed eserciti con elmo e spada sguainata, e un lanciar di dardi a terrorizzare i miei nemici[102]?
Cause che impediscono l’ecumenismo.
16Sì, questo avreste preferito perché, nonostante che voi mi amiate molto, è ancora impuro il vostro amore, e ad esso dà esca, nel desiderare ciò che non è santo, il vostro pensiero di israeliti, il vostro vecchio pensiero.
17Quello che è in Gamaliele come nell’ultimo di Israele, quello che è nel Sommo Sacerdote, nel Tetrarca, nel contadino, nel pastore, nel nomade, nell’uomo della Diaspora[103].
18Il pensiero fisso del Messia conquistatore[104]. L’incubo di chi teme di essere reso nulla da Lui. La speranza di chi ama la Patria con violenza di umano amore. Il sospiro di chi è oppresso sotto altre potenze, in altre terre. Non è colpa vostra.
19Il pensiero puro, quale era stato dato da Dio su ciò che Io sono[105], si è andato stratificando nei secoli di scorie inutili. E pochi sanno, con sofferenza, riportare alla sua purezza iniziale l’idea messianica. Ora, poi, essendo vicini i tempi in cui verrà dato il segno che Gamaliele aspetta, e che con lui attende tutto Israele; ora, poi, venendo i tempi della mia perfetta manifestazione, a rendere più imperfetto il vostro amore e più alterato il vostro pensiero, lavora Satana.
20Viene la sua ora. Io ve lo dico. E in quell’ora di tenebre anche quelli che sono attualmente veggenti, o appena un poco orbi, saranno ciechi del tutto. Pochi, ben pochi, nell’Uomo abbattuto riconosceranno il Messia. Lo riconosceranno in pochi per vero Messia, proprio appunto perché sarà abbattuto come lo videro i Profeti[106].
21Io vorrei, per il bene dei miei amici, che mentre è ancora giorno essi sapessero vedermi e conoscermi per potermi riconoscere e vedere anche nello sfiguramento e nelle tenebre dell’ora del mondo… Ma ditemi ora ciò che volevate dirmi. L’ora avanza presto e verrà l’alba. Parlo per voi, perché Io non temo incontri pericolosi».
Attento alla talpa.
22«Ecco. Ti volevamo dunque dire che qualcuno deve aver detto dove Tu sei e che questo qualcuno non è certo né io, né Nicodemo, né Mannaen, né Lazzaro e le sorelle, né Niche. Con chi altro hai parlato del luogo prescelto per tuo rifugio?».
«Con nessuno, Giuseppe».
«Ne sei sicuro?».
«Sicuro».
23«E hai dato ordini ai tuoi discepoli di non parlarne?».
«Prima di partire non parlai a loro del luogo. Giunto in Efraim, detti ordine di andare evangelizzando e di operare in mia vece. E sono sicuro della loro ubbidienza».
24«E… Tu sei solo ad Efraim?».
«No. Sono con Giovanni e con Giuda di Simone. L’ho già detto. Egli, Giuda, poiché leggo il tuo pensiero, non può avermi nuociuto, con la sua irriflessione, perché mai si è allontanato dalla città, né, in questi tempi, passano da essa pellegrini di altri luoghi».
25«Allora… è proprio Belzebù che ha parlato. Perché al Sinedrio si sa che Tu sei lì».
I seguaci del Messia.
Chi ama il Messia non si turba per le apparenze.
26«Ebbene? Quali le reazioni di esso al mio atto?».
«Diverse, Maestro. Molto diverse fra loro. C’è chi dice che questo è logico. Posto che ti hanno messo al bando nei luoghi santi, a Te non rimaneva che rifugiarti in Samaria. Altri invece dicono che questo ti mostra per ciò che sei, un samaritano d’anima più ancor che di razza, e che ciò basta a condannarti. Tutti poi giubilano di poterti aver messo a tacere e di poterti additare alle turbe come amante dei samaritani. Dicono: “Abbiamo già vinto la battaglia. Il resto sarà un giuoco di fanciulli”. Ma, te ne preghiamo, fa’ che ciò non sia vero».
27«Non sarà vero. Lasciate che parlino. Quelli che mi amano non si turberanno per le apparenze. Lasciate che il vento cada del tutto. É vento di Terra. Poi verrà il vento del Cielo e si aprirà il velano apparendo la gloria di Dio. Avete altro da dirmi?».
28«No, al tuo riguardo. Vigila, sii cauto, non uscire da dove sei. E dirti ancora che noi ti faremo sapere…».
Chi segue il Messia non teme gli uomini.
29«No. Non occorre. Rimanete dove siete. Presto avrò con Me le discepole e, questo sì, dite ad Elisa e a Niche di raggiungere le altre, se vogliono. Ditelo anche alle due sorelle. Noto come è ormai il mio luogo, coloro che non temono il Sinedrio possono ormai venire per averne reciproco conforto».
30«Non possono venire le due sorelle sinché Lazzaro non torna. Egli è partito con gran pompa, e tutta Gerusalemme lo ha saputo che egli andava ai suoi possessi lontani, né si sa quando farà ritorno. Ma il suo servo è tornato già da Nazareth e ha detto, anche questo ti dobbiamo dire, che tua Madre sarà qui con le altre entro la fine di questa luna. Essa sta bene e bene sta Maria di Alfeo. Il servo le vide. Ma tardano un poco, perché Giovanna vuol venire con esse e non può sino alla fine di questa luna. E poi, ecco, se ce lo concedi, vorremmo sovvenirti… da amici fedeli anche se… imperfetti come Tu dici».
Chi serve il Messia non cerca il suo interesse.
31«No. I discepoli che vanno evangelizzando portano ogni vigilia di sabato quanto necessita per loro e per noi che stiamo in Efraim. Altro non occorre. L’operaio vive della sua mercede. Ciò è giusto. Il resto sarebbe superfluo. Datelo a qualche infelice. Così ho imposto anche a quelli di Efraim e agli stessi apostoli miei. Esigo che al loro ritorno non abbiano un picciolo di scorta e che ogni obolo sia dato per via, prendendone per noi solo quel tanto che basti al cibo frugalissimo di una settimana».
«Ma perché, Maestro?».
32«Per insegnare loro il distacco dalle ricchezze e la superiorità di spirito sulle preoccupazioni del domani. E per questo, e per altre mie buone ragioni di Maestro, vi prego di non fare insistenza».
L’amico del Messia non trasgredisce la Legge.
33«Come Tu vuoi. Ma ci spiace di non poter servirti».
«Verrà l’ora che lo farete… Non è quella una prima luce d’alba?», dice volgendosi verso oriente, dal lato, cioè, opposto a quello per cui è venuto, e accennando ad un timido chiarore che appare da un’apertura su sfondi lontani.
34«É. Ci dobbiamo lasciare. Io torno a Gofenà, dove ho lasciato la cavalcatura, e Nicodemo per quest’altra parte scenderà verso Berot e da lì a Rama, finito il sabato».
35«E tu, Mannaen?»
«Oh! Io andrò apertamente per le scoperte vie verso Gerico, dove ora è Erode. Ho il cavallo in una casa di povera gente, che per un obolo non hanno schifo di alcuna cosa, neppure di un samaritano come mi credono. Ma per ora resto con Te. Nella borsa ho viveri per due».
«Allora salutiamoci. A Pasqua ci ritroveremo».
36«No! Tu non vorrai già metterti a quel cimento!», dicono Giuseppe e Nicodemo.
«Non lo fare, Maestro!».
37«In verità siete dei cattivi amici, perché mi consigliate il peccato e la viltà. Potreste poi amarmi, riflettendo sul mio atto? Ditelo. Siate sinceri. Dove dovrei andare ad adorare il Signore nella Pasqua d’Azzimi[107]? Forse sul monte Garizim[108]? O non dovrei comparire davanti al Signore nel Tempio di Gerusalemme, come deve ogni maschio d’Israele nelle tre grandi feste annuali[109]? Non ricordate che già mi si accusa di non rispettare il sabato, nonostante -qui Mannaen lo può anche testimoniare- anche oggi, per aderire al vostro desiderio, Io mi sia mosso a sera da un luogo che conciliasse il vostro desiderio con la legge sabatica?».
L’ora dell’immolazione.
38«Noi pure abbiamo sostato a Gofenà per questo… E faremo un sacrificio per espiare una involontaria trasgressione per un inderogabile motivo. Ma Tu, Maestro!… Essi ti vedranno subito…».
«Anche non mi vedessero, farò in modo di esser visto».
39«Tu ti vuoi rovinare! É come se Tu ti uccidessi…».
40«No. La vostra mente è molto fasciata di tenebre. Non è come un volermi uccidere, ma è unicamente ubbidire alla voce del Padre mio che mi dice: “Vai. É l’ora”. Ho sempre cercato di conciliare la Legge con le necessità, anche quel giorno che dovetti fuggire da Betania e ricoverarmi ad Efraim perché ancora non era l’ora di esser preso. L’Agnello di Salute non può essere immolato che per Pasqua d’Azzimi. E vorreste che, se così ho fatto per la Legge, non faccia così per l’ordine del Padre mio? Andate, andate! Non vi affliggete così. E per che sono venuto se non per essere proclamato Re di tutte le genti? Perché questo vuol dire “Messia”, non è vero? Sì. Lo vuoi dire. E anche questo vuol dire “Redentore”. Solo che la verità del dire di questi due nomi non corrisponde a quello che voi vi figurate.
Alziamo lo spirito.
41Ma Io vi benedico, implorando che un raggio celeste scenda in voi insieme alla mia benedizione. Perché vi amo e perché mi amate. Perché vorrei che la vostra giustizia fosse tutta luminosa. Perché non siete malvagi, ma siete voi pure “vecchio Israele”, e non avete eroica volontà di spogliarvi del passato e farvi nuovi. Addio, Giuseppe. Sii giusto. Giusto come colui che mi fu tutore per tanti anni e che fu capace di ogni rinnovazione per servire il Signore Iddio suo. Se egli fosse qui, fra noi, oh! come vi insegnerebbe a saper servire Dio perfettamente, ad essere giusti, giusti, giusti. Ma bene è che egli sia già nel seno di Abramo!… Per non vedere l’ingiustizia di Israele. Santo servo di Dio!… Novello Abramo egli, col cuore trafitto, ma con volontà perfetta, non mi avrebbe consigliato alla viltà, ma mi avrebbe detto la parola che usava quando qualche cosa penosa gravava su noi: “Alziamo lo spirito. Incontreremo lo sguardo di Dio e dimenticheremo che sono gli uomini a dare il dolore. E facciamo ogni cosa che ci è grave, come se l’Altissimo ce la presentasse. In tal modo santificheremo anche le più piccole cose, e Dio ci amerà”. Oh! così avrebbe detto anche nel confortarmi a subire i più grandi dolori… Ci avrebbe confortati… Oh! Madre mia! …».
È necessario rinascere nello spirito.
42Gesù lascia andare Giuseppe, che teneva abbracciato, e china il capo stando muto, in contemplazione certo del suo prossimo martirio e di quello della sua povera Madre… Poi alza il capo e abbraccia Nicodemo dicendo: «La prima volta che tu a Me venisti come discepolo segreto, Io ti ho detto che per entrare nel Regno di Dio e per avere il Regno di Dio in voi è necessario che voi rinasciate da spirito e amiate la Luce più che il mondo non l’ami. Oggi, e forse è l’ultima volta che ci incontriamo in segreto, ti ripeto le stesse parole. Rinasci nel tuo spirito, Nicodemo, per poter amare la Luce che Io sono ed Io abiti in te come Re e Salvatore. Andate. E Dio sia con voi».
I partiti dell’opposizione.
Impasti che lievitano adagio.
43I due sinedristi se ne vanno per la parte opposta a quella dalla quale è venuto Gesù. Quando il rumore dei loro passi si è allontanato, Mannaen, che si era fatto sull’ingresso della grotta per vederli allontanare, torna indietro, dicendo con faccia molto espressiva: «E per una volta tanto, quelli che violeranno la misura sabatica saranno loro! E non avranno pace sinché non avranno regolato il loro debito con l’Eterno col sacrificio di un animale! Non sarebbe meglio per loro sacrificare la loro tranquillità dicendosi “tuoi” apertamente? Non sarebbe ciò più gradito all’Altissimo?».
44«Lo sarebbe certamente. Ma non li giudicare. Sono impasti che lievitano adagio. Ma al momento giusto, quando tanti che si credono meglio di loro crolleranno, essi si drizzeranno contro tutto un mondo».
Venduti a Satana per abbattere il Messia.
45«Lo dici per me, Signore? Piuttosto levami la vita, ma non far che io ti rinneghi».
46«Tu non rinnegherai. Ma in te sono già elementi diversi dai loro ad aiutarti ad essere fedele».
47«Sì. Io sono… l’erodiano. Ossia, ero l’erodiano. Perché, come mi sono staccato dal Consiglio, così mi sono staccato dal partito da quando lo vedo vile e ingiusto come gli altri verso di Te. Essere erodiano[110]!…
48Per le altre caste è essere poco meno di pagano. Non dico che noi si sia dei santi. É vero. Per un fine impuro noi abbiamo commesso impurità. Parlo come fossi ancora l’erodiano di prima di esser tuo. Siamo perciò doppiamente impuri, secondo il giudizio umano, e perché ci siamo alleati ai romani e perché lo abbiamo fatto per utile nostro.
49Ma dimmi, Maestro, Tu che sempre dici il vero senza astenertene per tema di perdere un amico. Fra noi che ci siamo alleati con Roma per… avere ancora effimeri trionfi personali, e i farisei[111], i capi dei sacerdoti, gli scribi, i sadducei, che si alleano a Satana per abbattere Te, quali sono i più impuri? Io, lo vedi? ora che ho visto che il partito degli Erodei si schiera contro di Te, li ho lasciati. Non lo dico per averne la tua lode, ma per dirti il mio pensiero.
50E quelli, parlo dei farisei e sacerdoti, degli scribi[112] e dei sadducei[113], credono di avere un utile di questa improvvisa alleanza degli erodiani con loro! Infelici! Non sanno che gli erodiani lo fanno per aver più meriti e perciò più protezione dai romani, e dopo… definita e finita la causa e il movente che li unisce ora, abbattere quelli che ora prendono come alleati. Dall’una e dall’altra parte si giuocano così. Tutto è basato sull’inganno. E questo così mi ripugna che io mi sono reso indipendente del tutto.
Un pretesto per il losco giuoco degli interessi.
51Tu… Tu sei un grande fantasma di paura. Per tutti! E sei anche il pretesto per il losco giuoco degli interessi dei diversi partiti. Il movente religioso? Il sacro sdegno per “il bestemmiatore”, come ti chiamano? Tutte menzogne! L’unico movente è non la difesa della Religione, non il sacro zelo per l’Altissimo, ma i loro interessi, cupidi, insaziabili. Mi fanno schifo come cose immonde. E vorrei… Sì, vorrei più audaci i pochi che non sono immondezza. Ah! mi pesa ormai avere una duplice vita! Vorrei seguire Te solo. Ma ti servo così più che se ti seguissi. Mi pesa… Ma Tu dici che sarà presto… Come… Ma Tu realmente sarai immolato come l’Agnello? Non è linguaggio figurato? La vita d’Israele è tessuta di simboli e figure…»
Natura della regalità messianica.
Il Messia, unto da Dio a Re e Signore.
52«E tu vorresti che così fosse per Me… Ma non è una figura, la mia».
53«Non è? Ne sei proprio sicuro? Io potrei… Molti potremmo ripetere gesti antichi e farti ungere Messia e difenderti. Basterebbe una parola, e a mille e diecimila sorgerebbero i difensori del vero Pontefice santo e sapiente. Non parlo già di un re terreno, posto che ora so che il tuo Regno è tutto spirituale. Ma, dato che umanamente forti e liberi non lo saremo mai più, almeno che sia la tua santità a reggere e risanare il corrotto Israele. Nessuno, e Tu lo sai, ama l’attuale Sacerdozio e chi lo sostiene. Vuoi, Signore? Ordina e io farò».
54«Già molto hai camminato nel tuo pensiero, o Mannaen. Ma ancor sei tanto lontano dalla mèta come la Terra dal sole. Io sarò Sacerdote, e in eterno, Pontefice immortale[114] in un organismo che Io vivificherò sino alla fine dei secoli[115]. Ma non con olio di letizia sarò unto[116], né proclamato e difeso con violenza d’atti voluti da un pugno di fedeli per gettare la Patria in un più fiero scisma e farla più schiava di come mai fu. E credi tu che mano d’uomo possa ungere il Cristo? In verità ti dico che no. La vera Autorità che mi ungerà Pontefice e Messia è quella di Colui che mi ha mandato[117]. Nessun altro, che Dio non sia, non potrebbe ungere Dio a Re dei re e Signore dei signori, in eterno».
Il Messia è Dio e va amato come tale.
55«Allora nulla?! Nulla da fare!? Oh! mio dolore!».
56«Tutto. Amarmi. In questo è tutto. Amare non la creatura che ha nome Gesù, ma ciò che è Gesù[118]. Amarmi con l’umanità e con lo spirito, così come Io con lo Spirito e l’Umanità vi amo, per essere meco oltre l’Umanità.
L’amatore del Messia risplenderà come il sole.
Guarda che bell’aurora. La luce pacata delle stelle non giungeva qui dentro. Ma quella trionfante del sole[119], sì. Così avverrà nei cuori di quelli che giungeranno ad amarmi con giustizia. Vieni fuori. Nel silenzio del monte, puro di voci umane rauche di interessi.
Il volo e lo sguardo dell’aquila.
Guarda là quelle aquile come a larghi voli si allontanano in cerca di preda. Vediamo noi quella preda? No. Ma esse sì. Perché l’occhio dell’aquila è potente più del nostro, e dall’alto dove spazia vede un largo orizzonte e sa scegliere. Anche Io. Io vedo ciò che voi non vedete, e dall’alto dove si libra il mio spirito so scegliere le mie dolci prede. Non per sbranarle come fanno gli avvoltoi e le aquile, ma per portarle con Me. Saremo così felici là, nel Regno del Padre mio, noi che ci amammo! …».
57E Gesù, che parlando è uscito a sedersi al sole sulla soglia della caverna, avendo a fianco Mannaen, lo attira a Sé, tacendo, sorridendo a chissà quale visione…
561. Il saforim
Samuele, da sicario
a discepolo[120].
Il Messia incontra il suo sicario.
Crepuscolo burrascoso.
1Gesù è solo, ancora nella caverna. Un fuoco splende a dar luce e calore, e un forte odor di resine e di frasche si sparge, fra scoppiettii e scintille, per l’antro. Gesù si è ritirato nel fondo, in un’insenatura dove sono gettate frasche secche, e sta meditabondo. La fiamma ondeggia ogni tanto e si abbassa e si ravviva alternativamente per folate di vento, che scorrono per le selve e si insinuano mugolando nella caverna che ne risuona come una buccina. Non è un vento continuo. Cade, poi si rialza come i flutti di un mare in tempo d’onda lunga. Quando fischia forte, cenere e foglie secche sono sospinte verso lo stretto corridoio roccioso dal quale Gesù è venuto nella grotta più grande, e la fiamma si piega tutta a lambire il suolo da quella parte, poi, caduta l’onda del vento, si rialza, ancora guizzante, e riprende poi a splendere diritta. Gesù non se ne occupa. Medita.
2Poi al suono del vento si unisce quello della pioggia, che picchietta, prima rada e poi più fitta, sul frascame delle boscaglie. Un vero nubifragio muta presto i sentieri delle pendici in torrentelli scroscianti. Ed ora è la voce dell’acqua quella che predomina, poiché il vento lentamente tace. La luce molto relativa del crepuscolo burrascoso e quella del fuoco che, cessata la frasca, rosseggia ma non fiammeggia più, appena rischiarano la caverna, e negli angoli è già l’ombra assoluta. Gesù, vestito di scuro come è, non si distingue più; a malapena, se alza il volto che tiene chinato sui ginocchi rialzati, si vede un biancore contro la parete scura.
Il sicario Samuele.
3Un suono di passi e delle parole affannose, come di chi è stanco e affaticato, fuor della grotta, sul sentiero. E poi un’ombra scura, gocciante acqua da ogni parte, si profila nel vuoto dell’entrata.
4L’uomo, perché è un uomo dalla barba folta e nera, manda un «oh!» di sollievo e getta a terra il copricapo molle d’acqua, scuote il mantello e monologa: «Uhm! Hai un bello scuoterlo, Samuele! Sembra caduto nella fossa di un gualchieraio! E i sandali? Barche! Barche sul fondo del fiume! Bagnato sino alla pelle sono! Guarda qui che rivoli dai capelli! Sembro una grondaia rotta che lasci uscir l’acqua da mille buchi. Si comincia bene! Che abbia Belzebù dalla sua che lo difende? Uhm! La posta è bella… ma…».
5Si getta seduto su una pietra presso il fuoco che, cessata la fiamma, rosseggia nei tizzi con quei disegni strani che sono l’ultima vita delle legna arse, e cerca di ravvivarlo soffiandoci sopra. Si leva i sandali e cerca asciugarsi i piedi motosi con qualche lembo di mantello meno bagnato del resto. Ma si asciuga con l’acqua. La sua fatica non serve che a levare il fango dai piedi per metterlo sul mantello.
6Continua a monologare: «Maledetti loro, e lui, e tutti! E ho perduto anche la borsa. Certo! Molto è se non ho perduto la vita… “É la strada più sicura”, hanno detto. Già! Però loro non la fanno! Se non vedevo questa fiamma! Chi l’avrà accesa? Qualche disgraziato mio pari. Ma ora dove sarà? Là c’è un buco… Forse un’altra grotta… Non saranno ladroni, eh? Ma… che stolto! Che mi devono prendere se non ho un solo picciolo? Ma non importa. Questo fuoco è più di un tesoro. Potessi avere un po’ di frasche per ravvivarlo! Mi spoglierei, mi asciugherei le vesti. Ohé, dico! Non ho che queste sinché non torno! …».
Il Messia, amico e fratello
7«Se vuoi frasche, amico, qui ve ne sono», dice Gesù senza muoversi dal suo posto. L’uomo, che aveva le spalle voltate verso Gesù, sobbalza alla voce improvvisa e scatta in piedi volgendosi. Pare spaurito.
«Chi sei?», chiede sbarrando gli occhi per cercare di vedere.
8«Un viandante come te. Sono Io che ho acceso il fuoco e sono contento che ti sia stato di guida». Gesù si avvicina con un fascio di legna fra le braccia e le getta vicine al fuoco ordinando: «Ravviva la fiamma prima che la cenere copra tutto. Non ho esca né acciarino, perché chi me li prestò se ne è andato dopo il tramonto».
9Gesù parla amichevolmente, ma non si fa avanti in modo che il fuoco lo illumini. Anzi torna nel suo angolo, stando più che mai avvolto nel mantello. L’uomo, intanto, si curva a soffiare forte su delle foglie che ha gettato sul fuoco e sta così, occupato, sinché la fiamma risorge. Ride gettando frasche sempre più grosse che rifanno fiamma. Gesù si è tornato a sedere al suo posto e l’osserva.
10«Ora mi dovrei spogliare per fare asciugare la veste. Preferisco stare nudo che così bagnato. Ma neppur ci riesco. Ha franato una costa e mi sono trovato sotto una cascata di terriccio e acqua. Ah! ora sono a posto! Guarda! Ho lacerato la veste. Viaggio maledetto! Avessi almeno trasgredito il sabato! Ma no. Sino al tramonto sono stato fermo. Dopo… E ora come faccio? Per salvarmi ho lasciato andare la borsa, e ora essa sarà a valle, o impigliata in qualche cespuglio chissà dove…».
11«Ecco la mia veste. É asciutta e calda. A Me basta il mantello. Prendila. Sono sano. Non temere».
«E’ buono. Un buon amico. Come ringraziarti?».
12«Volendomi bene come a un fratello».
«Volendoti bene come a un fratello! Ma Tu non sai chi sono. E se fossi un malvagio, vorresti il mio amore?».
13«Lo vorrei per farti buono».
14L’uomo, che è giovane, su per giù dell’età di Gesù, china il capo meditando. Ha la veste di Gesù fra le mani, ma non la vede. Pensa. E macchinalmente se la infila sulla pelle nuda perché si è tutto spogliato, anche della sottoveste.
Il Messia personifica la “Pietà”.
15Gesù, che era tornato nel suo angolo, chiede: «Quando hai mangiato?».
«A sesta. Avrei dovuto mangiare all’arrivo nel paese, a valle. Ma ho perduto la strada, la borsa e i denari».
16«Ecco. Ho qui ancora degli avanzi di cibo. Dovevano servirmi domani. Ma prendili. A Me non pesa il digiuno».
«Ma… se devi camminare avrai bisogno di forze…».
17«Oh! non vado lontano. A Efraim soltanto…».
«A Efraim?! Sei samaritano?».
18«Ti sdegni? Non sono samaritano».
«Infatti… il tuo accento è galileo. Chi sei? Perché non scopri il tuo volto? Hai da celarti perché colpevole? Non ti denuncerò».
19«Sono un viandante, l’ho detto prima. Il mio Nome non ti direbbe nulla, o ti direbbe troppo. E del resto? Che è il nome? Quando Io ti porgo una veste per le tue membra gelide, un pane per la tua fame, e soprattutto la mia pietà per il tuo cuore, hai forse bisogno, per sentire ristoro di vesti asciutte, e di cibo e di affetto, di sapere il mio Nome? Ma se vuoi darmi un nome, chiamami “Pietà”. Non ho nulla di vergognoso che mi obblighi a celarmi. Ma non per questo tu lasceresti di denunciarmi. Perché il tuo cuore ha dentro un pensiero non buono. E i mali pensieri danno frutti di male azioni».
20L’uomo ha un sobbalzo e va vicino a Gesù. Ma di Gesù non si vedono che gli occhi, e anche questi velati dalle palpebre abbassate.
Il Messia penitente.
21«Mangia, mangia, amico. Non c’è altro da fare».
L’uomo torna vicino al fuoco e mangia lentamente, senza parlare. É pensieroso.
22Gesù è tutto un gomitolo nel suo cantuccio.
L’uomo si ristora mano a mano. Il calore delle fiamme, il pane e la carne arrostita che Gesù gli ha dato, lo fanno lieto. Si alza, si stira, tende il cordone, che era la sua cintura, da una scheggia di roccia a un arpione rugginoso, chissà da chi infisso là dentro e da quando, e sopra ci stende la veste, il mantello, il copricapo ad asciugare, scuote i sandali, li presenta alla fiamma che alimenta generosamente.
23Gesù sembra sonnecchiare. L’uomo si siede a sua volta e pensa. Poi si volge a guardare lo Sconosciuto. Chiede: «Dormi?».
Gesù risponde: «No. Penso e prego».
«Per chi?».
«Per tutti gli infelici. Di ogni specie. E sono tanti!».
«Sei un penitente?».
24«Sono un penitente. La Terra ha molto bisogno di penitenza, perché sia data forza ai deboli di essa a respingere Satana».
25«Hai detto bene. Parli come un rabbi. Io me ne intendo perché sono saforim[121]. Sono con rabbi Gionata ben Uziel. Il suo più caro discepolo. E ora, se l’Altissimo mi assiste, gli diventerò ancor più caro. Il mio nome sarà esaltato da tutto Israele».
Il Messia dialoga con il suo sicario.
Il Messia condanna il peccato, ma ama il peccatore.
26Gesù non ribatte niente. L’altro, dopo qualche momento, si alza e viene a sedersi presso Gesù. Dice, lisciandosi con la mano i capelli che si sono quasi asciugati e ravviandosi la barba: «Senti. Hai detto che vai ad Efraim. Ma ci vai per caso o ci stai?»
27«Abito ad Efraim».
«Ma non sei samaritano, hai detto!».
28«Lo ripeto. Non sono samaritano».
«E chi può abitare là se non… Senti. Si dice che ad Efraim si è rifugiato il Rabbi di Nazareth, il proscritto, il maledetto. È vero?».
29È vero. Gesù, il Cristo del Signore, è là».
«Non è il Cristo del Signore! É un mentitore! É un bestemmiatore! É un demonio! É la causa di ogni nostro male. E non sorge un vendicatore di tutto il popolo che lo abbatta!», esclama, fanatico nel suo odio.
30«Ti ha forse fatto del male che ne parli con tanto odio nella voce?».
«A me no. L’ho appena visto una volta per i Tabernacoli, e in un tale tumulto che stenterei a riconoscerlo. Perché, se sono discepolo del grande rabbi Gionata ben Uziel, è da poco che sono definitivamente al Tempio. Prima… non potevo per molte ragioni, e soltanto quando il rabbi era alla sua casa io ero ai suoi piedi a bere giustizia e dottrina. Ma tu… Mi hai chiesto se lo odio, ed ho sentito un rimprovero nascosto nelle tue parole. Sei forse un seguace del Nazareno?».
31«Non lo sono. Ma chiunque è un giusto condanna l’odio».
«L’odio è santo quando è contro un nemico di Dio e della Patria. Il Rabbi nazareno è tale. E santo è il combatterlo, l’odiarlo».
32«Combattere l’uomo, o l’idea che rappresenta e la dottrina che bandisce?».
«Tutto! Tutto! Non si può combattere una cosa se si risparmia l’altra. Nell’uomo è la sua dottrina e la sua idea. O si abbatte tutto, o non serve. Quando si abbraccia un’idea, si abbraccia l’uomo che la rappresenta e la sua dottrina insieme. Lo so perché lo provo col mio maestro. Le sue idee sono le mie. I suoi desideri, leggi per me».
Il Messia ama i suoi nemici.
33«Infatti un buon discepolo così fa. Però bisogna saper distinguere se è buono il maestro, e seguire soltanto un maestro buono. Perché non è lecito perdere la propria anima per amore di un uomo».
«Gionata ben Uziel è buono».
34«No. Non lo è».
«Che dici? E a me lo dici? Mentre siamo qui soli e potrei ucciderti per vendicare il mio maestro? Sono forte, sai?».
35«Non ho paura. Non ho paura della violenza. E non ho paura anche sapendo che, se tu mi percuoti, Io non reagirò».
«Ah! Ho capito! Sei un discepolo del Rabbi, un “apostolo”. Egli chiama così i suoi discepoli più fedeli. E vai a raggiungerlo. Forse chi era con te era un altro tuo simile. E aspetti qualcuno tuo simile».
36«Aspetto qualcuno. Sì».
«Il Rabbi forse?».
37«Non c’è bisogno che Io lo attenda. Egli non ha bisogno della mia parola per essere guarito dal suo male. Non ha l’anima malata e non ha il corpo malato. Io aspetto una povera anima avvelenata, delirante. Per guarirla».
«Sei un apostolo! Si sa infatti che Egli li manda ad evangelizzare, avendo paura ad andare Lui da quando è stato condannato dal Sinedrio. Ecco perché tu hai le sue dottrine! Non reagire a chi offende è una sua dottrina».
38«E’ una sua dottrina perché Egli insegna l’amore, il perdono, la giustizia, la mitezza. Egli ama i nemici come gli amici. Perché tutto vede in Dio».
«Oh! Se mi incontrasse, se, come spero, lo incontrerò, non credo che mi amerà! Sarebbe uno stolto! Ma non posso parlare con te, suo apostolo. E mi pento di aver detto ciò che ho detto. Tu lo riferirai a Lui».
39«Non ce n’è bisogno. Ma in verità ti dico che Egli ti amerà, anzi ti ama, nonostante tu vada ad Efraim per trarlo in un tranello e consegnarlo al Sinedrio, che ha promesso un gran premio a chi farà questo».
Delirio del Sicario Samuele.
40«Sei… profeta o hai lo spirito pitone? Egli ti ha comunicato il suo potere? Sei dunque un maledetto tu pure? Ed io ho accettato il tuo pane, la tua veste, mi sei stato amico! É detto: “Non alzerai la mano contro chi ti ha beneficato”. Tu lo hai fatto! Perché, se sapevi che io… Forse per impedirmi di agire? Ma se risparmierò te, perché tu mi hai dato pane e sale, fuoco e veste, e mancherei alla giustizia nuocendoti, non risparmierò il tuo Rabbi. Perché Egli non lo conosco e non mi ha fatto del bene ma del male».
Il Messia evangelizza il suo sicario
Non è lecito tradire un innocente
41«Oh! infelice! Non ti accorgi che deliri? Come può uno che non conosci averti fatto del male? Come puoi aver rispetto al sabato se non rispetti il precetto di non ammazzare? …».
«Io non uccido».
42«Materialmente no. Ma non c’è differenza fra chi uccide e chi dà la vittima in mano all’uccisore. Tu rispetti la parola di un uomo che dice di non nuocere a chi ti ha beneficato, e poi non rispetti quella di Dio, e con tranello, per un pugno di monete, per un poco di onore, sozzo onore di aver saputo tradire un innocente, ti appresti ad un delitto! …»
43«Io non lo faccio solo per le monete e l’onore. Ma per fare cosa gradita a Jeové e salutare alla Patria. Ripeto il gesto di Giaele[122] e Giuditta[123]». É più fanatico che mai.
Non è lecito nuocere al prossimo.
44«Sisara e Oloferne erano nemici della nostra Patria. Erano invasori. Erano crudeli. Ma che è il Rabbi di Nazareth? Che invade? Che usurpa? Egli è povero e non vuole ricchezze. Egli è umile e non vuole onori. Egli è buono. Con tutti. Sono a migliaia i suoi beneficati. Perché lo odiate? Tu perché lo odi? Non ti è lecito nuocere al prossimo tuo.
45Tu servi il Sinedrio. Ma sarà il Sinedrio che ti giudicherà nell’altra vita, o sarà Iddio? E come ti giudicherà? Non dico: come ti giudicherà perché uccisore del Cristo; ma ti dico: come ti giudicherà perché uccisore di un innocente.
46Tu non credi che il Rabbi di Nazareth sia il Cristo, e perciò, per la tua idea che non lo è, non sarai imputato di questo delitto. Dio è giusto e non giudica colpa l’atto compiuto senza piena avvertenza. Non ti giudicherà, dunque, per aver ucciso il Cristo, perché per te Gesù di Nazareth non è il Cristo. Ma di aver ucciso un innocente ti accuserà. Perché tu sai che è innocente. Ti hanno avvelenato, reso ebbro con parole di odio. Ma non lo sei tanto da non capire che Egli è innocente. Le sue opere parlano in suo favore.
Non è lecito odiare senza motivo
47La vostra paura, più quella dei maestri che la vostra di discepoli, teme e vede ciò che non è. La paura di chi teme che Egli li soppianti. Non temete. Egli vi apre le braccia per dirvi: “Fratelli”! Non vi manda contro milizie. Non vi maledice. Vorrebbe soltanto salvarvi. Voi, i grandi e i discepoli dei grandi, come vuole salvare l’ultimo di Israele. Voi più dell’infimo di Israele, più del fanciullo che ancor non sa che sia odio e amore. Perché voi ne avete bisogno più degli ignoranti e dei fanciulli, perché sapete, e peccate sapendo.
48La tua coscienza di uomo, se la spogli dalle idee che vi hanno messe, se la depuri dai tossici che ti fanno delirare, ti può dire che Egli è colpevole? Dillo! Sii sincero. Lo hai forse visto un giorno mancare alla Legge, o consigliare di mancare alla Legge? Lo hai visto rissoso, avido, lussurioso, calunniatore, duro di cuore? Parla! Lo hai forse visto irrispettoso al Sinedrio? Egli è come un proscritto per ubbidire al verdetto del Sinedrio.
49Potrebbe lanciare un grido, e tutta la Palestina lo seguirebbe per marciare contro i pochi che lo odiano. Ed Egli, invece, consiglia ai suoi discepoli pace e perdono.
50Potrebbe -come rende vita ai morti, vista ai ciechi, moto ai paralitici, udito ai sordi, liberazione agli indemoniati, perché né Cielo né Inferno sono insensibili al suo volere- potrebbe fulminarvi col fulmine divino e liberarsi così dai suoi nemici. Ed Egli invece prega per voi e vi guarisce i parenti, vi guarisce il cuore, vi dà pane, vesti, fuoco.
51Perché Io sono Gesù di Nazareth, il Cristo, Colui che tu cerchi per avere la taglia promessa a chi lo consegna al Sinedrio e gli onori del liberatore di Israele. Io sono Gesù di Nazareth, il Cristo. Eccomi. Prendimi, dunque. Come Maestro e come Figlio di Dio ti libero e assolvo dall’obbligo e dal peccato di non alzare o di aver alzato la mano su chi ti ha beneficato».
Il Messia si consegna al suo sicario.
L’Agnello si consegna al beccaio.
52Gesù si è alzato, liberandosi dal mantello il capo, e tende le mani come per esser preso, legato. Ma alto così -e pare anche più snello, essendo rimasto con la sola sottoveste corta e attillata, col mantello scuro che pende dalle spalle, ben eretto, gli occhi puntati in viso al suo persecutore, nel riflesso mobile delle fiamme che gli accendono punti luminosi nei capelli fluenti e fanno brillare le sue larghe pupille fra il cerchio zaffireo delle iridi- così maestoso, leale, senza paura, incute più rispetto che se fosse contornato da un esercito a sua difesa.
L’uomo è come affascinato… paralizzato di stupore.
Solo dopo qualche tempo riesce a mormorare: «Tu! Tu! Tu!». Pare che non sappia dire altro.
53Gesù insiste: «Prendimi, dunque! Leva quell’inutile cordone steso a sostenere una veste sporca e stracciata, e lega le mie mani. Ti seguirò come un agnello segue il beccaio. E non ti odierò perché mi porti a morire.
54Te l’ho detto. É il fine che giustifica l’azione e ne cambia la natura[124]. Per te Io sono la rovina di Israele e tu credi di salvare Israele uccidendomi. Per te Io sono colpevole di ogni delitto, e perciò servi la giustizia sopprimendo un malfattore. Non sei dunque più colpevole del carnefice che eseguisce un ordine ricevuto.
L’Amore si offre, si sacrifica, s’immola
55Vuoi immolarmi qui, sul posto? Lì, ai miei piedi, è il coltello col quale ti ho affettato il cibo. Prendilo. Da lama che ha servito all’amore per il mio prossimo, può mutarsi in coltello di sacrificatore. La mia carne non è più dura della carne dell’agnello arrostito, che il mio amico mi aveva lasciata per la mia fame e che Io ho data per sfamare te, mio nemico.
56Ma tu temi le pattuglie romane. Esse arrestano gli uccisori di un innocente. E non permettono che la giustizia sia amministrata da noi. Perché noi siamo i soggetti ed essi i dominatori. Per questo tu non osi uccidermi e poi andare a chi ti manda coll’Agnello sgozzato sulle spalle, come una merce che farà guadagnare denaro. Ebbene, lascia qui il mio cadavere e va’ ad avvertire i tuoi padroni. Perché tu non sei un discepolo, ma uno schiavo, tanto hai rinunciato a quella sovrana libertà di pensiero e di volere che lo stesso Iddio lascia agli uomini. E servi, supinamente servi, i tuoi padroni. Fino al delitto li servi.
Il Messia, uomo dei dolori.
57Ma non sei colpevole. Sei “avvelenato”. Sei tu l’anima avvelenata che attendevo. Su dunque! La notte e il luogo sono propizi al delitto. Dico male: alla redenzione di Israele! Oh! povero fanciullo! Dici parole profetiche senza saperlo! Veramente la mia morte sarà redenzione, e non di Israele soltanto, ma di tutta l’Umanità. E Io sono venuto per essere immolato. Ardo di esserlo per essere Salvatore. Di tutti.
58Tu, saforim del dotto Gionata ben Uziel, certo conosci Isaia. Ecco. L’Uomo dei dolori[125] ti è davanti. E se non sembro tale, se non sembro Colui che vide anche Davide, con le ossa scoperte e slogate[126], se non sono come il lebbroso visto da Isaia[127], è perché non vedete il mio cuore. Io sono tutto una ferita.
59Il disamore, l’odio, la durezza, l’ingiustizia vostra mi ha tutto ferito e spezzato. E non tenevo nascosto il volto, mentre tu mi vilipendevi per ciò che realmente sono: il Verbo di Dio, il Cristo? Ma Io sono l’uomo avvezzo al patire! E non mi giudicate voi come un percosso da Dio[128]? E non mi sacrifico perché voglio sacrificarmi per risanarvi col mio sacrificio[129]?
La Vittima si offre al carnefice.
60Su! Colpisci! Guarda: Io non ho paura e tu non devi aver paura. Io perché sono l’Innocente e non temo il giudizio di Dio, Io perché porgendo il mio collo al tuo coltello faccio che si compia la volontà di Dio, anticipando di qualche tempo la mia ora per vostro bene. Anche quando nacqui anticipai l’ora per amor vostro, per darvi prima del tempo la pace. Ma voi, di questa mia ansia d’amore, ne fate arma di negazione… Non temere! Non invoco su te il castigo di Caino[130], né le folgori di Dio. Prego per te. Amo te. Nulla di più.
Dio si inginocchia davanti al assassino
61Sono troppo alto per la tua mano d’uomo? Ecco, è vero! L’uomo infatti non potrebbe colpire Iddio se Iddio non si mettesse volontariamente nelle mani dell’uomo. Ebbene, Io mi inginocchio davanti a te. Il Figlio dell’uomo ti è davanti, ai piedi. Colpisci, dunque!».
62Gesù si inginocchia, infatti, e porge il coltello, tenendolo per la lama, al suo persecutore che arretra mormorando: «No! No!».
63«Su! Un momento di coraggio… e sarai più celebre di Giaele e Giuditta! Guarda. Io prego per te. Lo dice Isaia: “…e pregò per i peccatori”[131]. Non vieni ancora? Perché ti allontani? Ah! forse temi di non vedere come muore un Dio. Ecco, vengo lì, presso il fuoco. Il fuoco non manca mai nei sacrifici. Fa parte di essi. Ecco. Ora mi vedi bene». Si è inginocchiato vicino al fuoco.
Da sicario a discepolo di Dio.
Conversione dell’assassino.
64«Ma non mi guardare! Non mi guardare! Oh! dove fuggo per non vedere il tuo sguardo?», grida l’uomo.
65«Chi? Chi è che non vuoi vedere?».
«Te… e il mio delitto. Veramente il mio peccato mi è davanti! Dove, dove fuggire!». L’uomo è terrorizzato…
66«Sul mio cuore, figlio! Qui, fra queste braccia cessano gli incubi e le paure. Qui è pace. Vieni! Vieni! Fammi felice!». Gesù si è alzato e tende le braccia. Il fuoco è fra loro. Gesù sfavilla nel riflesso delle fiamme.
67L’uomo cade a ginocchi coprendosi il viso e gridando: «Pietà di me, o Dio! Pietà di me! Cancella il mio peccato! Io volevo colpire il tuo Cristo! Pietà! Ah! non può esservi pietà per tale delitto! Io sono dannato!». Piange col volto a terra, squassato dai singhiozzi, e geme: «Pietà», e impreca: «Maledetti!» …
68Gesù gira intorno alla fiamma e va da lui, si china, lo tocca sulla testa, gli dice: «Non maledire coloro che ti traviarono. Ti hanno ottenuto il più grande bene, quello che Io ti parlassi. Così. E ti tenessi così fra le mie braccia».
69Lo ha preso per le spalle e sollevato, e sedutosi per terra se lo attira sul cuore, e l’uomo gli si abbandona sui ginocchi in un pianto meno frenetico, ma così purificatore! Gesù lo carezza sul capo bruno, lasciandolo calmare.
70L’uomo infine alza il capo e col volto mutato geme: «Il tuo perdono!».
Da sicario del Messia a discepolo di Dio.
71Gesù si china e lo bacia in fronte. L’uomo gli getta le braccia al collo, e col capo reclinato sulla spalla di Gesù piange e racconta; vorrebbe raccontare come lo avevano suggestionato al delitto. Ma Gesù glielo vieta dicendogli: «Taci! Taci! Non ignoro nulla. Quando sei entrato ti ho conosciuto, e per quel che eri e per ciò che volevi fare. Avrei potuto allontanarmi di là e sfuggirti. Sono rimasto per salvarti. Lo sei. Il passato è morto. Non rievocarlo più».
72«Ma… così ti fidi? E se io peccassi di nuovo?».
«No. Tu non peccherai di nuovo. Io so. Sei guarito».
73«Sì. Lo sono. Ma essi sono tanto astuti. Non mi rimandare da loro».
73«E dove vuoi andare, che essi non ci siano?».
«Con Te. A Efraim. Se vedi nel mio cuore, vedrai che non è un tranello che ti tendo, ma solo preghiera di essere protetto».
74«Lo so. Vieni. Ma ti avverto che là è Giuda di Keriot, venduto al Sinedrio e traditore del Cristo».
«Divina Misericordia! Anche questo Tu sai?!».
Lo stupore è al colmo.
75«So tutto. Egli crede che Io non sappia. Ma so tutto. E so anche che tu sei tanto convertito che non parlerai a Giuda né ad alcun altro di questo. Ma, pensaci, se Giuda sa tradire il suo Maestro, che non saprà fare a tuo danno?».
76L’uomo pensa, a lungo. Poi dice: «Non importa! Se Tu non mi scacci, resto con Te. Almeno per qualche tempo. Sino alla Pasqua. Sino a che Tu ti riunisci coi tuoi discepoli. Io mi unirò ad essi. Oh! se è vero che mi hai perdonato, non mi cacciare!».
77«Non ti caccio. Ora andremo là, su quelle foglie ad attendere il mattino, e all’alba andremo ad Efraim. Diremo che il caso ci ha uniti e che tu sei venuto fra noi. É la verità».
«Sì. É la verità. All’alba saranno asciutte le mie vesti e ti renderò la tua…».
78«No. Lascia là quelle vesti. Un simbolo. L’uomo che si spoglia del suo passato e veste la nuova assisa. La madre di Samuele, l’antico, ha cantato nel suo giubilo: “Il Signore fa morire e fa vivere, conduce al soggiorno dei morti e ne fa ritornare”[132]. Tu sei morto e rinato. Vieni dal soggiorno dei morti alla vera Vita. Lascia le vesti che hanno subito il contatto dei sepolcri pieni di lordura. E vivi! Vivi per la tua vera gloria: servire Dio con giustizia, possederlo per l’eternità».
79Si siedono nell’insenatura dove sono accatastate le foglie e presto il silenzio scende, perché l’uomo, stanco, si addormenta col capo abbandonato sull’omero di Gesù che prega ancora.
Il sibilo del serpente.
80Ed è un bel mattino di primavera quando essi giungono, per il sentiero del torrente -che sta tornando limpido dopo l’acquata, e canta più forte per le acque cresciute, e brilla al sole fra il brillare delle sponde ancor lucide di pioggia- davanti alla casa di Maria di Giacobbe.
81Pietro, che è sull’uscio, dà un grido e corre loro incontro, precipitandosi ad abbracciare Gesù che è strettamente ammantellato, e dice: «Oh! Maestro mio benedetto! Che triste sabato mi hai fatto fare! Non mi decidevo a partire senza averti visto. Sarei stato stolto tutta la settimana a partire con l’incertezza in cuore e senza il tuo commiato!».
82Gesù lo bacia senza liberarsi dal mantello. Pietro è tanto preso nel contemplare il suo Maestro che non nota l’estraneo che è con Lui. Ma intanto anche gli altri sono accorsi e Giuda di Keriot ha un grido: «Tu, Samuele!».
83«Io. Il Regno di Dio è aperto a tutti in Israele. Vi sono entrato», risponde l’uomo, sicuro.
84Giuda ha una risatina strana, ma non ribatte niente. L’attenzione di tutti converge sul nuovo venuto, e Pietro chiede: «Chi è?».
85«Un nuovo discepolo. Il caso ci ha fatti incontrare. Ossia, Dio ci ha fatti incontrare, e come uno mandato a Me dal Padre mio Io l’ho accolto, e così dico a voi di fare. E dato che è gran festa quando uno entra a far parte del Regno dei Cieli, posate sacche e mantelli, voi che eravate per partire, e stiamo uniti sino a domani. E ora lasciami andare, Simone, perché ho dato la mia veste a costui, e l’aria del mattino morde le mie carni stando qui fermo».
«Ah! mi pareva! Ma ti ammalerai, Maestro, a fare in tal modo!».
«Io non volevo. Ma Egli volle», si scusa l’uomo.
86«Sì. Era stato travolto da una fiumana e si è salvato per la sua volontà. Perché nulla del penoso momento durasse su lui, e venisse a noi senza lordura, ho fatto che lasciasse là dove ci incontrammo la sua veste lacerata e sporca, e l’ho rivestito della mia», dice Gesù e guarda Giuda di Keriot, che ripete la sua risatina strana come all’inizio e come quando Gesù disse che si fa gran festa quando uno entra a fare parte del Regno dei Cieli. E poi entra in casa svelto, per andarsi a vestire.
87Gli altri si avvicinano al nuovo venuto, dandogli il saluto di pace.
562. Dicerie a Nazareth[133].
Errare è umano, voler errare è diabolico.
Eloquente difensore del Messia.
1«E io vi dico che siete tutti stolti a credere a certe cose. Stolti e ignoranti più di castrati che neppur sanno le regole dell’istinto, mutilati come sono. Girano le città degli uomini dicendo anatema del Maestro, e altri portando ordini che non possono, no, per il Dio vero, non possono venire da Lui! Voi non lo conoscete. Io lo conosco. E non posso credere che Egli sia così mutato! E girino! Voi dite che sono discepoli suoi? E chi li ha mai visti con Lui? Voi dite che dei rabbi e dei farisei hanno detto i suoi peccati? E chi li ha visti i suoi peccati? Avete mai sentito parlare di cose oscene Lui? Lo avete mai visto in peccato? E allora? E potete pensare che, se fosse peccatore, Dio gli farebbe fare quelle opere così grandi? Stolti, vi dico, stolti, tardi, ignoranti come bifolchi che vedono per la prima volta un istrione su un mercato e credono vero ciò che egli finge. Così siete voi. Guardate se quelli che sono sapienti e di aperto intelletto si lasciano sedurre dalle parole dei falsi discepoli, che sono i veri nemici dell’Innocente, del nostro Gesù che voi non siete degni di avere per figlio! Guardate se Giovanna di Cusa -ohé! dico! la moglie dell’intendente di Erode, la principessa Giovanna- si allontana da Maria! Guardate se… Faccio bene a dirlo? Ma sì! Faccio bene, perché non parlo per parlare ma per persuadervi tutti. Avete visto la scorsa luna quel carro così bello venuto in paese e andato a fermarsi davanti alla casa di Maria? Sapete? Quello che aveva quella tenda bella come una casa. Ebbene, sapete chi c’era dentro e chi ne è sceso per andare a prostrarsi davanti a Maria? Lazzaro di Teofilo, Lazzaro di Betania, capite? Il figlio del primo magistrato di Siria, il nobile Teofilo, sposato ad Eucheria della tribù di Giuda e della famiglia di Davide! Il grande amico di Gesù. Il più ricco e istruito uomo di Israele, sia nelle nostre storie che in quelle di tutto il mondo. L’amico dei romani. Il benefattore di tutti i poveri. E infine il risuscitato da morte dopo quattro dì che era nel sepolcro. Ha forse egli abbandonato Gesù per credere al Sinedrio? Voi dite che è perché lo ha risuscitato? No. É perché sa chi è il Cristo che è Gesù. E sapete che è venuto a dire a Maria? Di stare pronta, ché la riaccompagnerà in Giudea lui. Capite? Lui, Lazzaro, come fosse il servo di Maria!
2Io lo so, perché ero là quando entrò e la salutò prostrandosi a terra sui poveri mattoni della stanzetta, lui vestito come Salomone, uso ai tappeti, là, in terra, a baciare l’orlo della veste della Donna nostra e salutarla: “Ti saluto, o Maria, Madre del mio Signore. Io, tuo servo, l’ultimo dei servi di tuo Figlio, ti vengo a parlare di Lui e a mettermi ai tuoi ordini”. Capite? Io… mi ero così commosso… che quando salutò anche me chiamandomi “fratello nel Signore”, non ho più saputo dire una parola. Ma Lazzaro ha capito. Perché lui è intelligente. E ha dormito nel letto di Giuseppe, mandando avanti i servi ad attenderlo a Sefori. Perché andava nelle sue terre di Antiochia. E ha detto alle donne di tenersi pronte, ché per la fine di questa luna passerà a prenderle per evitare loro la fatica del viaggio. E Giovanna si unirà alla carovana col suo carro per condurre le discepole di Cafarnao e Betsaida. E tutto questo non vi dice nulla?».
Errare è umano, esser cocciuti è bestiale.
3Finalmente il buon Alfeo di Sara prende respiro in mezzo al crocchio che è in mezzo alla piazza. E Aser e Ismaele, e anche i due cugini di Gesù, Simone e Giuseppe -più apertamente Simone, più reticentemente Giuseppe- lo aiutano, approvando quanto ha detto.
4Giuseppe dice: «Non è un bastardo Gesù. Se ha bisogno di far sapere qualcosa, ha qui dei parenti pronti a farsi suoi ambasciatori. E ha dei discepoli fedeli e potenti, come Lazzaro. Lazzaro non ha parlato di quello che altri dicono».
5«E ha anche noi. Prima si era asinai, e asini come i nostri asini. Ma ora si è suoi discepoli, e per dire: “Fate questo o quello” si è capaci anche noi», dice Ismaele.
6«Ma la condanna che pende là, alla porta della sinagoga, l’ha portata un messo del Sinedrio e porta il timbro del Tempio», obbiettano alcuni.
7«Questo è vero. Ma che? Noi che abbiamo fama in tutto Israele di saper capire il Sinedrio per quel che veramente è, e perciò siamo sprezzati come poco di buono, solo in questo crederemo sapiente il Tempio? Non conosciamo più dunque scribi e farisei e i capi dei sacerdoti?», ribatte Alfeo.
8«E’ vero. Alfeo ha ragione. Io ho deciso di scendere a Gerusalemme per sapere da veri amici come stanno le cose. E lo farò domani stesso», dice Giuseppe d’Alfeo.
«E resti là?».
9«No. Ritorno. Per poi ritornare in giù per la Pasqua. Non posso stare lontano molto tempo da casa. É una fatica che mi impongo. Ma è dovere per me farla. Sono il capo famiglia e su me pesa la responsabilità dell’essere Gesù in Giudea. Io ho insistito che andasse là… L’uomo falla nel suo giudicare. Credevo che fosse un bene per Lui. Invece… Dio mi perdoni! Ma devo almeno seguire da vicino le conseguenze del mio consiglio per dare sollievo al Fratello mio», dice con la sua lenta e sussiegosa parlata Giuseppe d’Alfeo.
10«Un tempo non parlavi così. Ma anche tu sei sedotto dalle amicizie dei grandi. I tuoi occhi sono pieni di fumo», dice un nazareno.
11«Non le amicizie dei grandi mi seducono, o Eliachim. Ma mi persuade la condotta di mio Fratello. Se ho sbagliato e ora mi ravvedo, mostro di essere un uomo giusto. Perché errare è dell’uomo, ma esser cocciuti è della bestia».
Divisi in due campi.
12«E dici che proprio verrà Lazzaro? Oh! lo vogliamo vedere! Come è uno che torna da morte? Sarà trasognato, come spaventato. Che dice del suo soggiorno fra i morti?», chiedono in molti ad Alfeo di Sara.
13«Come me e voi è. Allegro, vivace, tranquillo. Non parla dell’altro mondo. Come se non ricordasse. Ma ricorda la sua agonia».
14«Perché non ci hai avvisati che era in paese?».
«Già! Perché invadeste la casa! Mi sono ritirato anche io. Un poco di finezza ci vuole, eh!?».
15«Ma quando torna non si potrà vedere? Avvertici. Tu certo sarai come sempre il custode della casa di Maria».
16«Certo! Ho la grazia di esserle vicino. Ma io non avverto nessuno. Fate da voi. Il carro si vede, e Nazareth non è Antiochia e neppur Gerusalemme perché passi inosservata una così grande mole. Montate la guardia e.… servitevi da voi. Ma questo è cosa vana. Fate piuttosto che almeno la sua città non abbia fama di stolta per credere alle parole dei nemici del nostro Gesù. Non credete, non credete! Né a chi lo dice un Satana, né a chi vi stuzzica ad insorgere in suo nome. Ne avreste rimorso un giorno. Ché se poi il resto della Galilea cadrà nel tranello e crederà al non vero, peggio per essa. Addio. Vado, perché la sera scende…». E se ne va, contento di aver difeso Gesù.
17Gli altri restano a discutere. Ma, sebbene divisi in due campi, e il più numeroso è purtroppo quello dei creduloni, finisce a prevalere la tesi proposta dai pochi amici del Cristo di attendere, ad agitarsi e ad accogliere calunnie o inviti a insorgere, quando lo faranno le altre città galilee, che «per ora, più furbe di Nazareth, ridono sul viso ai falsi ambasciatori», dice Aser il discepolo.
563. Falsi discepoli
a Sichem. Risanato
ad Efraim lo schiavo muto di
Claudia Procula[134].
Falsi discepoli a Sichem.
Discepoli finti.
1La piazza principale di Sichem. In essa mette una nota di primavera il fogliame novello degli alberi, che a doppia fila lungo il quadrato delle mura delle case la contornano formando come una galleria. Il sole scherza con le foglie tenere dei platani, facendo un ricamo di luci e ombre sul terreno. La vasca al centro della piazza è una lastra d’argento sotto al sole.
2Gente che parla in crocchi qua e là e che discute dei suoi affari. Alcuni, in apparenza forestieri, perché tutti si chiedono chi sono, entrano nella piazza, osservano e si accostano al primo gruppo che trovano. Salutano. Sono salutati. E con stupore. Ma quando dicono: «Siamo discepoli del Maestro di Nazareth», ogni diffidenza cade e c’è chi va ad avvisare gli altri gruppi, mentre i rimasti dicono: «É Lui che vi manda?».
3«Lui è. Una missione molto segreta. Il Rabbi è in grande pericolo. Nessuno più lo ama in Israele ed Egli, che è tanto buono, dice di rimanergli fedeli voi almeno».
Accuse non vere.
«Ma è ciò che vogliamo! Che dobbiamo fare? Che vuole da noi?».
4«Oh! Egli non vuole che amore. Perché si fida, troppo, nella protezione di Dio. E con quello che si dice in Israele! Ma non sapete che lo si accusa di satanismo e di insurrezione? Sapete ciò che vuol dire questo? Rappresaglie dei romani, su tutti. Noi, già tanto infelici, ancor più percossi! E di condanna da parte dei santi del nostro Tempio. Certo che i romani… Anche per il vostro bene dovreste agitarvi, persuaderlo a difendersi, difenderlo, metterlo quasi, senza quasi, nella impossibilità di esser preso e di nuocere così, non avendone la volontà. Persuadetelo a ritirarsi sul Garizim. Là dove è, è troppo esposto ancora, e non placa le ire del Sinedrio e i sospetti dei romani. Il Garizim ha ben il diritto d’asilo! Inutile dirlo a Lui. Se noi lo dicessimo, ci direbbe che siamo anatema perché lo consigliamo alla viltà. Ma non è così. É amore. É prudenza la nostra. Noi non possiamo parlare. Ma voi! Vi ama. Ha già preferito la vostra regione alle altre.
Consigli errati.
5Organizzatevi quindi ad accoglierlo. Perché almeno saprete di preciso se vi ama o non vi ama. Dovesse rifiutare un vostro soccorso, sarebbe segno che non vi ama, e perciò allora bene sarebbe che se ne andasse altrove. Perché, credetelo -con dolore lo diciamo perché lo amiamo- la sua presenza è un pericolo per chi l’ospita. Ma già voi siete migliori di tutti e non curate i pericoli. Però giusto è che, se rischiate le rappresaglie romane, almeno lo facciate per ricambio d’amore. Noi vi consigliamo per il bene di tutti». «
Dite bene. E faremo ciò che dite. Andremo da Lui…».
«Oh! siate cauti! Che non si avveda che vi abbiamo suggerito!».
6«Non temete! Non temete! Sapremo fare. Sicuro! Noi faremo vedere che gli spregiati samaritani valgono cento, mille giudei e galilei per difendere il Cristo. Venite. Entrate nelle nostre case, voi messi del Signore. Sarà come Egli entrasse! È tanto che Samaria attende di essere amata dai servi di Dio!».
7Si allontanano tenendo in mezzo, come in trionfo, questi che credo di non errare a definire emissari del Sinedrio, e dicono: «Vediamo che ci ama, perché in pochi giorni è il secondo gruppo di discepoli che manda. E abbiamo fatto bene a trattare con amore i primi. E bene ad essere con Lui così buoni per i piccoli figli di quella donna nostra morta! Egli ormai ci conosce…»
Si allontanano felici.
Claudia Procula
Corteo di carri romani.
8Tutta Efraim si riversa nelle strade a vedere l’insolito fatto di un corteo di carri romani che la traversano. Sono molti carri e lettighe coperte, fiancheggiate da schiavi, precedute e seguite da legionari. La gente si fa cenni di intesa e bisbiglia. Il corteo, giunto alla strada che devia per Betel e Rama, si separa in due parti. Restano fermi un carro e una lettiga con una scorta di armati, e il resto prosegue. Le tende della lettiga si scostano un attimo, e una mano gemmata e bianca di donna fa cenno al capo degli schiavi di accostarsi. L’uomo ubbidisce senza parlare. Ascolta. Si accosta ad un gruppo di donne curiose, chiede: «Dove è il Rabbi di Nazareth?».
9«A quella casa. Ma a quest’ora di solito è presso il torrente. Vi è un’isoletta, là, verso quei salci, là dove è quel pioppo. Egli sta là pregando a giornate intere».
10L’uomo torna e riferisce. La lettiga si rimette in moto. Il carro resta dove è. I militi seguono la lettiga sino alle rive del torrente e sbarrano la via. Solo la lettiga va lungo il corso d’acqua sino all’altezza dell’isoletta, che col procedere della stagione si è fatta selvosissima: un ciuffo impenetrabile di verde, sormontato dal fusto e dalla chioma argentea del pioppo.
11Un ordine, e la lettiga passa il piccolo corso d’acqua, entrando in essa i portatori dalle vesti succinte. Ne scende Claudia Procula con una liberta, e Claudia fa cenno ad uno schiavo nero, di scorta alla lettiga, di seguirla. Gli altri tornano sulla riva.
Il Messia non cerca onori né chiede protezione.
12Claudia, seguita dai due, inoltra nel breve isolotto, diretta verso il pioppo svettante là al centro. Le alte erbe soffocano il rumore dei passi. Giunge così là dove è Gesù assorto, seduto ai piedi dell’albero. Lo chiama inoltrandosi sola, mentre con un gesto imperioso inchioda i due suoi fidi là dove sono rimasti.
13Gesù alza il capo e subito si alza in piedi vedendo la donna. La saluta, stando però eretto contro il fusto del pioppo. Non mostra né stupore né noia o sdegno dell’intrusione.
14Claudia, dopo il saluto, entra spicciativa in argomento: «Maestro. Sono venuti da me, meglio, da Ponzio, alcuni… Io non faccio lunghi discorsi. Ma poiché ti ammiro, ti dico, come avrei detto a Socrate se fossi vissuta ai suoi giorni, o a qualunque altro virtuoso perseguitato ingiustamente: io non posso molto, ma ciò che posso farò. E per intanto scriverò dove posso per farti protetto e anche… potente. Vivono sui troni o negli alti posti tanti immeritevoli…»
15«Domina, Io non ti ho chiesto onori e protezione. Il vero Dio ti compensi per il tuo pensiero. Ma dà i tuoi onori e le tue protezioni a chi le desidera come cosa ambita. Io non vi appetisco».
16«Ah! ecco! Questo volevo! Tu sei allora proprio il Giusto che io presentivo! E gli altri, i tuoi indegni calunniatori! Sono venuti da noi e.…».
«Non occorre che tu parli, o domina. So».
Il Messia dimostra di essere Dio.
17«Sai anche che si dice che per i tuoi peccati hai perso ogni potere e che per questo vivi qui reietto?».
18«Anche questo so. E so che quest’ultima cosa ti è stata più facile a credersi della prima. Perché la tua mente pagana ha capacità di discernere la potenza umana o la bassezza umana di un uomo, ma non puoi ancora comprendere ciò che è potere dello spirito. Sei… disillusa dai tuoi dèi, che nelle vostre religioni appaiono in continue diatribe e con così labile potere, soggetto a facili interdizioni per contrasti fra loro. E credi così anche il Dio vero. Ma così non è. Tale ero quando mi vedesti la prima volta guarire un lebbroso, e tale sono ora. E tale sarò quando sembrerò tutt’affatto distrutto. Quello è il tuo schiavo muto, non è vero?».
«Sì, Maestro».
«Fallo avanzare».
19Claudia getta un grido, e l’uomo si avanza e si prostra al suolo fra Gesù e la sua padrona. Il suo povero cuore di selvaggio non sa chi venerare di più. Ha paura che a venerare più il Cristo della padrona lo faccia punire. Ma, ciononostante, gettando prima uno sguardo supplice a Claudia, ripete il gesto fatto a Cesarea: prende il piede nudo di Gesù fra le sue grosse mani nere e, gettandosi volto al suolo, si posa il piede sul capo.
20«Domina, ascolta. È, secondo te, più facile conquistare da soli un regno, o far rinascere una parte del corpo che non esiste più?».
«Un regno, Maestro. La fortuna aiuta gli audaci. Ma nessuno, ossia Tu solo puoi far rinascere un morto e ridare occhi a chi è cieco».
21«E perché?».
«Perché… Perché Dio può fare tutto».
«Allora per te Io sono Dio?».
«Sì… o, almeno, Dio è con Te».
22«Può Dio essere con un malvagio? Parlo del vero Dio, non dei vostri idoli, che sono deliri di chi cerca ciò che sente essere, senza sapere cosa è, e si crea fantasmi per appagare la sua anima».
«Non… direi. No. Non direi. I nostri stessi sacerdoti perdono il potere come cadono in colpa».
23«Quale potere?».
«Ma… quello di leggere nei segni del cielo e nei responsi delle vittime, nel volo, nel canto degli uccelli. Sai… Gli àuguri, gli aruspici…»
24«So. So. Ebbene? Guarda. E tu alza il capo e apri la bocca, o uomo che un crudele potere umano privò di un dono di Dio. E per volere del Dio vero, unico, Creatore di corpi perfetti, abbi ciò che l’uomo ti ha tolto».
25Ha messo il suo dito bianco nella bocca aperta del muto. La liberta, curiosa, non sa trattenersi là dove è, e viene avanti a guardare. Claudia è tutta curva ad osservare. Gesù leva il dito gridando: «Parla, e usa della parte rinata per lodare il Dio vero».
26E, improvviso come uno squillo di tromba da uno strumento sino allora muto, gutturale ma netto, risponde un grido: «Gesù!», e il nero cade a terra piangendo la sua gioia e lecca, veramente lecca i piedi nudi di Gesù, come potrebbe fare un cane riconoscente.
27«Ho perduto il mio potere, domina? A chi insinua questo dà loro questa risposta. E tu alzati e sii buono pensando quanto ti ho amato. Ti ho avuto in cuore dal giorno di Cesarea. E con te tutti i tuoi pari. Considerati merce, considerati men dei bruti, mentre siete uomini e uguali a Cesare per concepimento, forse migliori per volontà di cuore… Puoi ritirarti, domina. Non c’è altro da dire».
San Calisto.
28«Sì. C’è altro. C’è che io avevo dubitato… C’è che io, con dolore, quasi credevo a ciò che di Te si diceva. E non io sola. Perdona a tutte, meno Valeria che è sempre stata di un pensiero, anzi che sempre più procede in quel pensiero. E c’è da accettare il mio dono: l’uomo. Non mi potrebbe più servire ora che ha la parola, … e il mio denaro».
«No. Né questo, né quello».
«Non mi perdoni, allora!».
29«Perdono anche a quelli del mio popolo, doppiamente colpevoli di non conoscermi per quel che sono. E non dovrei perdonare a voi, vuoti come siete di ogni cognizione divina? Ecco. Ho detto che non accettavo denaro e uomo. Ora prendo questo e quello, e con quello affranco questo. Ti rendo il tuo denaro perché compero quest’uomo. E lo compero per renderlo alla libertà. Perché vada alle sue terre a dire che c’è sulla Terra Colui che ama tutti gli uomini, tanto più li ama più li vede infelici. Tieni la tua borsa».
30«No, Maestro. Essa è tua. L’uomo è libero ugualmente. È mio. Te l’ho donato. Tu lo liberi. Non occorre denaro per questo».
31«E allora… Hai un nome?», chiede all’uomo.
«Lo chiamavamo per scherno Callisto. Ma quando fu preso…».
32«Non importa. Serba quel nome. E fallo vero divenendo bellissimo nello spirito tuo[135]. Va’. Sii felice, poiché Dio ti ha salvato».
Andare! Il nero non si stanca di baciare e di dire: «Gesù! Gesù!», e si pone ancora il piede di Gesù sul capo dicendo: «Tu Mio solo Padrone».
33«Io. Tuo vero Padre. Domina. Ti incaricherai di lui perché torni ai suoi luoghi. Usa il denaro per questo, e il resto gli sia dato. Addio, domina. E non accogliere mai le voci delle tenebre. Sii giusta. E sappi conoscermi. Addio, Callisto. Addio, donna».
34E Gesù pone fine al colloquio passando in un sol salto oltre il torrente, dalla parte opposta a quella dove è ferma la lettiga, e si inselva fra i cespugli, i salici e i canneti.
35Claudia richiama i lettighieri e, pensosa, risale in lettiga. Ma se ella tace, la liberta e lo schiavo affrancato parlano per dieci e persino i legionari perdono la loro statuaria disciplina davanti al prodigio di una lingua rinata. Claudia è troppo pensierosa per ordinare il silenzio. Semisdraiata nella lettiga, il gomito puntato nei guanciali, la testa sorretta dalla mano, non sente nulla. É assorta. Neppure si accorge che la liberta non è con lei ma parla come una gazza con i lettighieri, mentre Callisto parla coi legionari che, se serbano le righe, non serbano il silenzio. Troppa è l’emozione per farlo!
36Rifacendo la via, sono al bivio per Betel e Rama; la lettiga lascia Efraim per riunirsi al resto del corteo.
564. L’uomo di Jabnia e la fine di Ermasteo.
Rimprovero ai samaritani
che mancano di
carità[136].
È primavera. La natura ama.
Risveglio di primavera.
1Devono essere passati dei giorni. Dico ciò perché vedo che i grani, che nelle ultime visioni erano alti appena una spanna, dopo l’ultima acquata e il bel sole che le è succeduto sono già alti e già accennano alla spiga. Un vento lieve fa ondulare le biade ancor tenere nei loro calami. E la brezza scherza con le fronde novelle dei più precoci alberi da frutto che, appena caduto il fiore, o mentre ancor sfarfalla e cade, hanno già aperto le fogliette di smeraldo chiaro, tenere, lucide, belle come tutto ciò che è vergine e nuovo. Più restie, le viti sono ancor nude e nodose, ma sui contorti cordoni dei tralci, che si intrecciano gli uni con gli altri, da tronco a tronco natio, le gemme hanno già rotta la buccia oscura che le serrava e, ancor chiuse, mostrano già la peluria grigio argento che è il nido ai futuri pampini e ai viticci novelli, e i legnosi e serpentini festoni dei vigneti paiono ammorbidirsi in una grazia nuova.
2Il sole, già caldo, comincia la sua opera di coloritore e di distillatore di vegetali aromi e, mentre pennella di tinte più vive ciò che solo ieri era più pallido, scalda, e perciò estrae dalle zolle, dai prati in fiore, dai campi di cereali, dagli orti e frutteti, dai boschi, dai muri, dalle tele stese ad asciugare, le diverse note di odori, a farne un’unica sinfonia olfattiva, che durerà per tutta l’estate sino a spegnersi in un violento afrore di mosti nei tini, dove le uve premute si mutano in vino. Un gran cantare di uccelli fra i rami, un bramoso belio di montoni ed arieti fra le greggi. E canti d’uomini per le pendici. E voci ridenti di bambini. E sorrisi di donne. É primavera. La natura ama. E l’uomo gode dell’amore della natura che domani lo farà più ricco, e gode dei suoi amori che si accendono più vivi in questo risveglio sereno, e più amata gli pare la sposa, più protettore pare l’uomo alla consorte, e più cari ad ambi i figli che, sorriso e lavoro ora, saran domani, nella vecchiezza, sorriso ancora e protezione ai vecchi che declinano.
I fiori di Tamar fruttano grazia.
3Gesù passa fra i campi, che salgono e scendono seguendo i dislivelli del monte. É solo. Vestito di lino, poiché l’ultima sua veste di lana l’ha donata a Samuele, ma con un leggero mantello, di un blu piuttosto vivo, gettato su una spalla sola, avvolto poi al corpo mollemente, tenuto raccolto da un braccio sul petto. Il lembo gettato sul braccio ondeggia lievemente al vento dolce che scorre la terra, e ondulano i capelli del capo scoperto scintillando al sole. Passa, e là dove sono bimbi si china a carezzare le testoline innocenti e ad ascoltare le loro piccole confidenze, ad ammirare ciò che essi corrono a mostrargli come fosse un tesoro.
4Una bambinella, che ancora inciampa nel correre tanto è piccina, e si impiglia nella sottanella troppo lunga per lei, ereditata forse dal fratellino che l’ha preceduta nel nascere, arriva, tutta un riso che le accende gli occhi e le scopre gli incisivi minuti fra le labbruzze rosate, tenendo un mazzo di margheritine, un grosso mazzo tenuto a due mani, quante ne possono tenere le manine così tenere e piccine, e alza il suo trofeo dicendo: «Teh! É tuo. A mamma dopo. Un bacio, qui!», e si batte le manine, ormai liberate dal suo mazzolino che Gesù ha preso con parole di ammirazione e ringraziamento, sulla bocchina, e sta a testa riversa, tendendosi sui piedini scalzi sin quasi a perdere l’equilibrio, nel vano tentativo di allungare la sua minuscola persona sino al volto di Gesù, che ride prendendola in braccio e andando con lei, accoccolata là in cima come un uccellino su un’alta pianta, verso un gruppo di donne che bagnano tele nuove nelle limpide acque di un rio per stenderle poi ad imbiancarle al sole.
5Le donne, curve sull’acqua, si alzano salutando, e una dice sorridendo: «Tamar ti ha disturbato… Ma è dall’aurora che qui coglie fiori con la segreta speranza di vederti passare. Né me ne ha dato uno, perché prima voleva darli a Te».
6«Li ho più cari dei tesori dei re. Perché sono innocenti come i pargoli e dati da una innocente come i fiori». Bacia la bambina deponendola al suolo e la saluta: «Venga a te la grazia del Signore». Saluta le donne e prosegue la sua via, salutando gli agricoltori o i pastori che lo salutano da campi o da prati.
Il Messia e l’uomo di Jabnia.
Un mucchio di cenci e di ossa.
7Sembra diretto verso il basso, verso il lato che porta verso Gerico. Ma poi torna indietro, prendendo un altro sentiero che sale di nuovo verso i monti a nord di Efraim. Qui il suolo, ben esposto e al riparo dai venti del nord, ha messi anche più belle. Il viottolo fra i due campi ha, da una parte, piante da frutto a distanze quasi regolari, e i bocci dei prossimi frutti sono già come tante perle lungo i rami.
8Una strada che scende dal nord verso mezzogiorno interseca il viottolo. Deve essere una strada abbastanza importante, perché al punto di incrocio ha una delle pietre miliari che usano i romani, con su scritto sulla faccia settentrionale: «Neapoli», e sotto a questo nome -scolpito ben grande coi caratteri lapidari dei latini, forti come loro stessi- molto più in piccolo, e appena graffito nel granito: «Sichem»; nella faccia occidentale: «Silo-Gerusalemme»; e in quella volta a mezzogiorno: «Gerico». Sul lato di levante non vi è nome alcuno. Ma potrebbesi dire che, se non c’è nome di città, c’è un nome di sventura umana. Perché in terra, fra la pietra miliare e il fossatello che costeggia la via, come in tutte le strade che i romani hanno in cura, scavato per lo scolo delle acque nei tempi di piogge, vi è un uomo, rattrappito, tutto un gruppo di cenci e di ossa, forse morto.
9Gesù si curva su lui, quando lo scopre là fra le erbacce della proda che le acquate primaverili hanno fatto rigogliose, e lo tocca chiamando: «Uomo? Che hai?».
10Un gemito è la risposta. Ma il viluppo si muove, si svolge, e un viso scheletrito, di un colore di morte, appare, e due occhi stanchi, sofferenti e languidi guardano stupefatti Colui che è curvo sulla sua miseria. Cerca di sedersi puntellandosi con le mani scheletrite al suolo, ma è tanto debole che senza l’aiuto di Gesù non potrebbe.
11Gesù lo aiuta, appoggiandolo con la schiena alla pietra miliare.
E lo interroga: «Che hai? Sei malato?».
«Sì». Un sì debolissimo.
12«Ma come mettersi in viaggio da solo, in questo stato? Non hai nessuno?».
L’uomo fa cenno di sì. Ma è troppo debole per rispondere.
13Gesù si guarda intorno. Non c’è nessuno nei campi. È un luogo proprio deserto. A nord, quasi in cima ad un poggio, un mucchietto di case; a ovest, fra il verde della pendice, che si muta, salendo altri dossi, da campi in prati e boschi, dei mandriani fra un gregge di capre irrequiete.
Non è mai perduto il tempo usato nell’amare i fratelli.
14Gesù riabbassa gli occhi sull’uomo. Chiede: «Se ti sorreggessi, senti di poter venire a quel paese?».
15L’uomo crolla il capo e due lacrime gli scendono sulle guance, tanto appassite da essere rugose come per vecchiezza, mentre la barba corvina lo dimostra giovane ancora. Raduna le forze per dire: «Mi hanno cacciato… Paura della lebbra… Non sono… E muoio… di fame». Affanna per debolezza. Si mette un dito in bocca ed estrae una poltiglia verdastra: «Guarda… Ho masticato grano… ma è erba ancora».
16«Vado da quel pastore. Ti porterò latte tiepido. Faccio presto». E quasi di corsa si dirige là dove è il gregge, a un duecento metri più in alto della via. Raggiunge il pastore, gli parla, accenna a dove è l’uomo. Il pastore si volta a guardare, pare incerto se aderire alla richiesta di Gesù. Poi si decide. Si stacca dalla cintura la scodella di legno, che porta appesa come tutti i pastori, e munge una capra dando la tazza colma a Gesù, che scende cauto la pendice, seguito da un fanciullo che era col pastore.
17Eccolo di nuovo presso l’affamato. Si mette a ginocchi vicino a lui, gli passa un braccio dietro le spalle per sorreggerlo e gli avvicina la tazza, dove il latte ancora schiuma, alle labbra. Gli fa bere piccoli sorsi. Poi posa la tazza al suolo dicendo: «Per ora così. Tutto in una volta ti farebbe male. Lascia che il tuo stomaco si rianimi assorbendo il latte che ti ho dato».
L’uomo non protesta. Chiude gli occhi e tace, osservato dal bambino con grande stupore. Dopo qualche tempo Gesù offre di nuovo la tazza per una più lunga bevuta e così fa, con pause sempre più brevi, finché il latte è finito. Rende la tazza al fanciullo e lo congeda.
18L’uomo si rianima lentamente. Cerca con mosse ancor incerte di ravviarsi un poco. Ha un sorriso di riconoscenza guardando Gesù che si è seduto sull’erba vicino a lui. Si scusa: «Io ti faccio perdere del tempo».
19«Non ti affliggere! Non è mai perduto il tempo usato nell’amare i fratelli. Quando starai meglio parleremo».
Cronistoria dell’uomo di Jabnia.
20«Sto meglio. Mi torna il calore nelle membra e la vista… Ho creduto di morire qui… Poveri i miei figli! Avevo perduto ogni speranza… E fino ad allora ne avevo avuta tanta!… Se non venivi Tu, sarei morto… così… su una via…».
21«Sarebbe stato molto triste. É vero. Ma l’Altissimo ha guardato suo figlio e lo ha soccorso. Riposati un poco».
22L’uomo ubbidisce per qualche tempo. Poi riapre gli occhi e dice: «Mi sento rivivere. Oh! se potessi andare ad Efraim!».
«Perché? Hai là qualcuno che ti attende? Sei di là?».
23«No. Sono delle campagne di Jabnia, presso il mare Grande. Ma sono andato in Galilea, lungo le rive, sino a Cesarea. Andato poi a Nazareth. Perché sono malato qui (si batte sullo stomaco). Di un male che nessuno sa guarire e che non mi lascia lavorare la terra. E sono vedovo. E con cinque bambini… Uno dei nostri luoghi, perché io sono nativo di Gaza, nato da padre filisteo e da madre siro-fenicia. Uno dei nostri, che era seguace del Rabbi galileo, è venuto con un altro fra noi, a parlare di questo Rabbi. Anche io l’ho sentito. E quando mi sono così ammalato ho detto: “Io sono siro e filisteo, lordura per Israele. Ma Ermasteo diceva che il Rabbi di Galilea è buono quanto potente. E io lo credo. E vado da Lui”. E appena venuto il tempo più buono, ho lasciato i figli alla madre di mia moglie, ho raccolto i miei pochi risparmi, perché molti erano già stati consumati nella malattia, e sono venuto a cercare il Rabbi. Ma i denari finiscono presto in viaggio. Specie quando non si può mangiare di ogni cosa… e si deve sostare negli alberghi, quando i dolori impediscono di andare. A Sefori ho venduto l’asino, perché non avevo più denaro per me e per dare il dovuto al Rabbi. Pensavo che, guarito che fossi, avrei potuto mangiare di tutto per via e tornare presto a casa. E là, col lavoro nei campi miei e d’altri, rifarmi… Ma il Rabbi non è a Nazareth, né a Cafarnao. Me lo disse sua Madre. Mi disse: “É in Giudea. Cercalo presso Giuseppe di Sefori in Bezeta, o al Getsemani. Ti sapranno dire dove è”. Sono tornato indietro, a piedi. E il male cresceva… e il denaro diminuiva. A Gerusalemme, là dove ero stato mandato, ho trovato gli uomini ma non il Rabbi. Mi hanno detto: “Oh! lo hanno cacciato da molto. É maledetto dal Sinedrio. É fuggito e non sappiamo dove”. Io… mi sono sentito morire… come oggi. Anzi più di oggi. Sono andato chiedendo a cento e cento per la città e le campagne. Nessuno sapeva. Qualcuno piangeva con me. Molti mi hanno percosso. Poi un giorno, che mi ero messo a mendicare fuor del muro del Tempio, ho sentito due farisei dire: “Ora che si sa che Gesù di Nazareth è a Efraim…” Non ho perso tempo e, languido come ero, sono venuto sin qui, elemosinando un pane, sempre più stracciato e di malato aspetto. E, non pratico, ho sbagliato via… Oggi vengo di là. Da quel paese. Erano due giorni che non succhiavo che finocchi selvatici, masticavo radicchi e grano in erba. Mi hanno creduto lebbroso per il mio pallore e mi hanno cacciato a sassate. Non chiedevo che un pane e l’indicazione della via di Efraim… Qui sono caduto… Ma vorrei andare a Efraim. Sono così vicino alla mèta! Può esser possibile che io non la tocchi? Io credo nel Rabbi. Non sono israelita. Ma neppur Ermasteo lo era, ed Egli lo amava ugualmente. Possibile che il Dio d’Israele appesantisca la mano su me per farsi vendetta delle colpe di chi mi ha generato?»
Il Messia è il salvatore di tutti.
24«Il Dio vero è Padre degli uomini. Giusto, ma buono. Premia chi ha fede e non fa pagare agli innocenti le colpe non loro. Ma perché hai detto che, quando hai sentito che era ignota la dimora del Rabbi, ti sei sentito morire più di oggi?»
«Eh! perché ho detto: “Io l’ho perduto prima ancora di averlo trovato”».
«Ah! per la tua salute!»
25«No. Non per questa soltanto. Ma perché Ermasteo diceva di Lui certe cose che mi pareva che, se lo avessi conosciuto, non sarei stato più una lordura».
26«Dunque tu credi che Egli è il Messia?».
«Lo credo. Io non so bene cosa sia il Messia, ma credo che il Rabbi di Nazareth è il Figlio di Dio».
27Gesù sorride luminosamente mentre chiede: «E sei certo che, se è tale, esaudisce te, incirconciso?».
«Ne sono certo, perché lo diceva Ermasteo. Diceva: “Egli è il Salvatore di tutti. Per Lui non ci sono ebrei o idolatri. Ma solo creature da salvare, perché il Signore Iddio lo ha mandato per questo”. Molti ridevano. Io ho creduto. Se io gli potrò dire: “Gesù, abbi pietà di me”, Egli mi esaudirà. Oh! se sei di Efraim, conducimi a Lui. Forse tu sei uno dei suoi discepoli…»
Il Redentore è Vita dell’anima.
28Gesù sorride sempre di più e consiglia: «Prova a chiedere a Me che Io ti guarisca…»
«Tu sei buono, uomo. Vicino a te è tanta pace. Sì, tu sei buono come… come il Rabbi stesso, e certo Egli ti avrà dato potere di miracolo, perché per essere buono come sei non puoi che essere un suo discepolo. Li ho trovati tutti buoni quelli che mi si son detti tali. Ma non ti sia offesa se ti dico che tu potrai anche guarire i corpi, ma non le anime. E io vorrei guarita anche quella, come è successo ad Ermasteo. Diventare un giusto… E questo lo può fare solo il Rabbi. Io sono peccatore oltre che malato. Non voglio guarire nel corpo per morire poi un giorno, e con l’anima anche. Voglio vivere. Ermasteo diceva che il Rabbi è Vita dell’anima e che l’anima che crede in Lui vive per sempre nel Regno di Dio. Conducimi dal Rabbi. Sii buono! Perché sorridi? Forse perché pensi che sono audace a voler guarigione senza poter dare un obolo? Ma guarito che io sia, potrò coltivare ancora la terra. Ho frutta bellissime. Che venga il Rabbi al tempo della frutta matura e lo pagherò con un’ospitalità lunga quanto Egli vuole».
La fede che ottiene il miracolo.
29«Chi ti ha detto che il Rabbi vuole denaro? Ermasteo?».
«No. Anzi egli diceva che il Rabbi ha pietà dei poveri e li soccorre per primi. Ma si usa con tutti i medici e.… e con tutti, insomma».
30«Ma non con Lui. Te lo assicuro. E ti dico che, se tu saprai spingere la tua fede a chiedere qui il miracolo, e a crederlo possibile, lo avrai».
31«Dici il vero?… Ne sei certo? Già, se sei un suo discepolo, non puoi mentire né errare. E, benché mi spiaccia non vedere il Rabbi…, voglio ubbidirti… Forse Egli, perseguitato come è.… non vuole esser visto… non si fida più di nessuno. Ha ragione. Ma non saremo noi che lo rovineremo. Saranno i veri ebrei… Però, ecco. Io dico qui (si mette a fatica in ginocchio): “Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me!”».
32«E ti sia fatto come la tua fede merita», dice Gesù col suo gesto di impero sui morbi. L’uomo ha come un abbagliamento, ossia come una luce improvvisa. Capisce -non so se per apertura di intelletto, o se per sensazione fisica, o se per tutte e due le cose- chi è Colui che ha davanti, e con un grido così acuto che il mandriano, sceso verso la via, forse per vedere, affretta il passo.
33L’uomo è a terra col viso fra l’erba. E il mandriano dice, accennandolo col vincastro: «É morto? Ci vuol altro che latte quando uno è finito!», e crolla il capo.
34L’uomo sente e sorge in piedi, forte, sano. Grida: «Morto? Guarito sono! Risorto sono. Egli mi ha fatto questo. Non ho più languore di fame né spasimo di malattia. Sono come ai miei dì di nozze! Oh! Gesù benedetto! E come non ti ho conosciuto prima?! La tua pietà doveva dirmi il tuo Nome! La pace che sentivo vicino a Te! Fui stolto. Perdona al tuo povero servo!», e si getta di nuovo al suolo adorando.
35Il mandriano lascia in asso le sue capre e corre via, a salti, verso il paesello.
Mandato e missione.
36Gesù si siede presso il guarito e dice: «Mi parlavi di Ermasteo come di un morto. Ne sai dunque la fine. Io non voglio che una cosa da te. Che tu venga meco ad Efraim e che tu dica la sua fine a chi è con Me. Poi ti manderò a Gerico, da una discepola, perché ti aiuti nel viaggio di ritorno».
37«Se Tu lo vuoi, andrò. Ma, ora che son sano, non ho più paura di morir per via. Anche l’erba mi può nutrire e non è vergogna stendere la mano, poiché non per le crapule ma per un giusto fine ho consumato il mio avere».
38«Lo voglio. Le dirai che mi hai visto e che l’attendo qui. Che ormai può venire. Non sarà importunata da alcuno. Saprai dire ciò?».
39«Lo saprò. Ah! perché ti odiano, Tu così buono?».
«Perché molti uomini hanno in sé uno spirito che li possiede. Andiamo».
Morte di Ermasteo.
Vita lunga e gloriosa dell’Evangelizzatore.
40Gesù si pone in cammino verso Efraim e l’uomo lo segue sicuro. Soltanto la grande magrezza resta a ricordo della malattia e degli stenti passati.
41Dal paesello scendono intanto gesticolando e urlando molte persone. Chiamano Gesù. Gli dicono di fermarsi. Gesù non li ascolta, anzi affretta il passo. E quelli dietro…
42Rieccolo nelle vicinanze di Efraim. I coltivatori che si accingono a tornare alle case, posto che il tramonto principia, lo salutano guardando l’uomo che è con Gesù.
43Da una viottola sbuca Giuda di Keriot. Ha un sussulto di sorpresa vedendo il Maestro. Ma Gesù non mostra alcuna sorpresa. Soltanto si rivolge all’uomo e dice: «Questo è un mio discepolo. Raccontagli di Ermasteo».
44«Eh! è presto detto. Era instancabile nel predicare il Cristo, anche dopo che volle separarsi dal compagno per rimanere da noi. Diceva che ne abbiamo bisogno più di tutti di conoscerti, o Rabbi, e che egli voleva dare la tua conoscenza alla sua patria, e che sarebbe tornato da Te quando in tutti i più piccoli paesi avesse bandito il tuo Nome. Viveva come un penitente. Se qualche pietoso gli dava un pane, lo benediceva in tuo nome. Se gli davano pietre, si ritirava benedicendoli ugualmente, e si nutriva di frutta selvatiche o di molluschi marini che strappava dagli scogli o scavava dalle arene. Molti lo dicevano “pazzo”. Ma nessuno in fondo lo odiava. Al massimo lo cacciavano come fosse un malaugurio. Un giorno lo trovarono morto per la via, proprio vicino ai miei luoghi, sulla strada che entra in Giudea, quasi ai confini. Non si è mai saputo di che è morto. Ma si sussurra che fu ucciso da uno che non voleva predicato il Messia. Aveva una grande ferita al capo. Si disse che fu travolto da un cavallo. Ma non ci credo. Sorrideva disteso nella polvere. Sì. Pareva proprio sorridere alle ultime stelle della più serena notte di elul[137] e al primo sole del mattino. Lo trovarono degli ortolani che andavano, alle prime luci, alla città con le verdure, e me lo dissero passando a ritirare i miei cetrioli. Corsi a vedere. Era molto in pace».
«Hai sentito?», chiede Gesù a Giuda.
45«Ho sentito. Ma Tu non gli avevi detto che ti avrebbe servito e avrebbe avuto lunga vita?». «Non precisamente così ho detto. Il tempo che è passato offusca il tuo pensiero. Ma non mi ha forse servito, evangelizzando in luoghi di missione, e non ha la vita lunga? Quale più lunga vita di quella conquistata da chi muore nel servizio di Dio? Lunga e gloriosa».
46Giuda ha quella risatina strana, che mi urta tanto, e non ribatte niente.
Allegoria della terra e il seme.
Il grano è migliore degli uomini.
47Intanto quelli del paesello si sono uniti a molti di Efraim e parlano con loro accennando verso Gesù.
48Gesù ordina a Giuda: «Accompagna l’uomo a casa e finisci di ristorarlo. Partirà dopo il sabato che già si inizia».
49Giuda ubbidisce e Gesù resta solo e cammina lentamente, chinandosi ad osservare degli steli di grano che cominciano ad avere un accenno di spiga. Degli uomini di Efraim lo interrogano: «Bello questo grano, non è vero?».
«Bello. Ma non diverso da quello delle altre regioni».
50«Certamente, Maestro. É tutto grano! Deve per forza essere uguale».
51«Voi dite? Allora il grano è migliore degli uomini. Perché, sol che sia seminato con arte, fa lo stesso frutto qui come in Giudea o in Galilea o, diciamo, nelle pianure lungo il mare Grande. Gli uomini, invece, non fanno lo stesso frutto. E anche la terra è migliore degli uomini. Perché, quando gli viene affidato un seme, gli è buona, senza far differenze se è seme di Samaria o di Giudea».
L’allegoria.
52«Così è. Ma perché dici la terra e il grano migliori degli uomini?».
53«Perché?… Poco fa un uomo chiese un pane, per pietà, alle porte di un paese. E fu cacciato credendolo, la gente di quel luogo, giudeo. Cacciato colle pietre e al grido di “lebbroso”, che egli credette applicato alla sua magrezza, ma che era detto per la sua provenienza. E quell’uomo fu per morir di fame lungo una via.
54Perciò la gente di quel paese, quella gente là che vi ha mandato ad interrogarmi e che vorrebbe accostarsi alla casa dove sto per vedere il miracolato, è più cattiva del grano e delle zolle.
55Perché non ha saputo, sebbene ben lavorata da Me che vede da tempo, dare lo stesso frutto che ha dato quell’uomo che non è né giudeo né samaritano, che non mi aveva visto né udito mai, ma che ha accolto le parole di un mio discepolo e ha creduto in Me senza conoscermi.
56E perché è più cattiva delle zolle, avendo respinto l’uomo perché era di altro seme. Ora vorrebbe venire per soddisfare la sua fame di curiosità, essa che non seppe soddisfare la fame di un languente. Dite a quella gente che il Maestro non la soddisferà questa curiosità inutile.
57E imparate tutti la grande legge dell’amore, senza il quale non potrete mai essere miei seguaci. Non è l’amore per Me, non è questo solo ciò che salverà le vostre anime. Ma l’amore alla mia dottrina. E la mia dottrina insegna l’amore fraterno senza distinzioni di razza e di censo. Vadano dunque, quei duri di cuore che hanno addolorato il mio Cuore, e si pentano se vogliono che Io li ami.
58Perché, ricordatelo tutti, se Io sono buono, sono anche giusto; se Io non faccio distinzioni e vi amo come gli altri di Galilea e Giudea, ciò non deve darvi orgoglio stolto di essere i preferiti e licenza di fare il male non temendo di avere il mio rimprovero.
59Io lodo o rimprovero, come giustizia vuole, i miei parenti e apostoli così come ogni altra creatura, e nel mio rimprovero è amore. Perché lo faccio perché voglio la giustizia nei cuori, per potere un giorno dare premio a chi l’ha praticata. Andate e riferite. E la lezione dia frutto in tutti».
60Gesù si ravvolge nel mantello e cammina svelto verso Efraim, lasciando in asso i suoi interlocutori che vanno, piuttosto mogi, a ripetere le parole del Maestro a quelli del paesello che non ebbe pietà.
565. Samuele turbato
da Giuda Iscariota, che non comprende la natura del dolore salvifico. Il modello delle api per
gli operai di Dio[138].
Il Messia conforta lo sfiduciato Samuele.
Luce del sole primaverile.
1E ancora è Gesù che, solo e assorto, va lentamente verso il fitto del bosco che è ad ovest di Efraim. Dal torrente sale frusciar d’acque e dalle piante scendono canti d’uccelli. La luce del sole primaverile e vivace è dolce sotto l’intrico dei rami, e silenzioso è il cammino sul tappeto erboso tutto in rigoglio. I raggi solari fanno un mobile tappeto di dischi o di striature dorate sul verde delle erbe, e qualche fiore ancor rugiadoso, colpito in pieno da un dischetto di luce mentre tutto all’intorno è ombra, splende come se i suoi petali fossero scaglie preziose.
Verso il luogo di preghiera.
2Gesù sale, sale verso un greppo che sporge come un balcone sul vuoto sottostante. Un balcone su cui erge una pianta colossale di quercia e dal quale pendono rami flessibili di more selvatiche o di rose canine, edere e vitalbe che, non trovando posto e appoggio sul luogo natio, troppo angusto per la loro esuberante vitalità, si rovesciano nel vuoto come una chioma scapigliata e disciolta, e si tendono sperando di potersi avvinghiare a qualcosa.
3Ecco Gesù all’altezza del greppo. Si dirige alla sua punta più protesa, scostando l’intrico dei cespugli. Uno stormo di uccellini fuggono via con un frullo e un cinguettio di paura. Gesù sosta osservando l’uomo che lo ha preceduto lassù e che, bocconi sull’erba, quasi al limite del greppo, i gomiti puntati al suolo, il volto puntellato sulle mani, guarda nel vuoto, verso Gerusalemme. L’uomo è Samuele, l’ex-allievo di Gionata ben Uziel. É pensieroso. Sospira. Crolla il capo…
4Gesù scuote dei rami per attirare la sua attenzione e, visto vano il suo tentativo, raccoglie un sasso fra l’erba e lo fa rotolare giù dal sentiero. Il rumore del sasso, rimbalzante giù per la china, scuote il giovane, che si volta sorpreso dicendo: «Chi è qui?».
5«Io, Samuele. Tu mi hai preceduto in uno dei miei luoghi preferiti di preghiera», dice Gesù mostrandosi da dietro il tronco possente della quercia messa al limite del sentierino che conduce là. E lo fa come se fosse arrivato in quel momento.
6«Oh! Maestro! Mi spiace… Ma ti lascerò libero subito il posto», dice alzandosi in fretta e raccogliendo il mantello che s’era levato e aveva steso al suolo sotto di sé.
7«No. Perché? C’è posto per due. É così bello il luogo! Così isolato, solitario, sospeso nel vuoto, con tanta luce e orizzonte davanti! Perché lo vuoi lasciare?».
«Ma… per lasciarti libero di pregare…».
8«E non possiamo farlo insieme, o anche meditare, parlando fra noi, elevando lo spirito in Dio… e dimenticando gli uomini e le loro manchevolezze pensando a Dio, nostro Padre e Padre buono di tutti coloro che lo cercano e amano con buona volontà?».
9Samuele ha un atto di sorpresa quando Gesù dice «dimenticare gli uomini e le loro manchevolezze…». Ma non ribatte parola. Si torna a sedere.
Per acquistare la vicinanza col divino.
10Gesù gli si siede accosto sull’erba e gli dice: «Siedi qui. E stiamo insieme. Guarda come è limpido l’orizzonte oggi. Se avessimo occhi d’aquila, potremmo vedere biancheggiare i paesi che sono sulle cime dei monti che fanno corona a Gerusalemme. E, chissà, forse vedremmo un punto splendente come una gemma nell’aria che ci farebbe battere il cuore: le cupole d’oro della Casa di Dio… Guarda. Là è Betel. Se ne vedono biancheggiare le case, e là, oltre Betel, è Berot. Che acuta furbizia quella degli antichi abitanti del luogo e di quelli vicini! Ma uscì in bene, per quanto l’inganno non sia mai arma buona. Uscì in bene perché li mise al servizio del vero Dio. Conviene sempre perdere gli onori umani per acquistare la vicinanza col divino. Anche se gli onori umani erano molti e di valore, e la vicinanza col divino è umile e sconosciuta. Non è vero?».
«Sì, Maestro, dici bene. Così è accaduto a me».
Meditare parlando di Dio.
11«Ma tu sei triste, nonostante che il cambio dovrebbe farti felice. Sei triste. Soffri. Ti isoli. Guardi verso i luoghi lasciati. Sembri un uccello captivo che, stretto contro i ferri della sua prigione, guarda con tanto rimpianto verso il luogo dei suoi amori. Io non ti dico di non fare questo. Sei libero. Puoi andare e.…».
«Signore, Giuda ti ha forse parlato male di me, che Tu parli così?».
12«No. Giuda non mi ha parlato. A Me non ha parlato. Ma a te, sì. E tu sei triste per questo. E ti isoli sconfortato per questo».
13«Signore, se Tu sai queste cose senza che nessuno te le abbia dette, saprai anche allora che non è per desiderio di lasciarti, per pentimento di essermi convertito, per nostalgia del passato… e neppure per paura degli uomini, di quella paura dei loro castighi che mi si vorrebbe insinuare, che sono triste. Guardavo là. É vero. Guardavo verso Gerusalemme. Ma non per ansia di tornarvi. Dico: tornarvi per quello che ero prima. Perché, di tornarvi come israelita che ama entrare nella Casa di Dio e adorare l’Altissimo, certo è in me ansia, come in tutti noi, né credo che Tu me ne possa rimproverare».
Il tempio spirituale.
Le due nature del Messia.
14«Io per primo, nella mia duplice Natura, ho desiderio di quell’altare, e vorrei vederlo circondato di santità come si conviene. Come Figlio di Dio, ogni cosa che è a Lui onore ha per Me voce soave, e come Figlio dell’uomo, come Israelita, e perciò Figlio della Legge, vedo il Tempio e l’altare come il luogo più sacro d’Israele, quello nel quale la nostra umanità può accostarsi al Divino e profumarsi dell’aura che circonda il trono di Dio.
15Io non annullo la Legge, Samuele. Mi è sacra perché data dal Padre mio. La perfeziono e vi metto le parti nuove. Come Figlio di Dio lo posso fare. A questo mi ha mandato il Padre.
16Vengo per fondare il Tempio spirituale della mia Chiesa, contro il qual Tempio né uomini né demoni non prevarranno.
17Ma le tavole della Legge non avranno che un posto d’onore in esso. Perché eterne sono, perfette, intoccabili. Il “non fare questo e quel peccato” contenuto in quelle tavole, che contengono nella loro lapidaria brevità quanto necessita per essere giusti agli occhi di Dio, non è annullato dalla mia parola. Anzi! Io pure vi dico quei dieci comandi. Solo vi dico di farli con perfezione, ossia non per paura dell’ira di Dio sui trasgressori, ma per amore al Dio vostro che è Padre.
18Io vengo a mettere la vostra mano di figli in quella del Padre vostro. Quanti secoli sono che quelle mani sono divise! Il castigo divideva. E la Colpa divideva. Venuto il Redentore, ecco che il peccato è per essere annullato. Cadono le barriere. Voi siete di nuovo i figli di Dio».
L’Apostolo alleato a Satana.
19«E’ vero. Tu sei buono e conforti. Sempre. E sai. Non ti dirò perciò il mio affanno. Ma ti chiedo: perché gli uomini sono così perversi e folli e stolti? Come, che arti hanno per poterci così diabolicamente suggestionare al male? E noi, come siamo così ciechi da non vedere la realtà e credere così alle menzogne? E come possiamo divenire così demoni? E persistere quando si è vicino a Te? Io guardavo là, e pensavo… Sì.
20Pensavo a quanti rivoli di tossico escono di là a turbare i figli di Israele. Pensavo come la sapienza dei rabbi può sposarsi a tanta nequizia che altera le cose per trarre in inganno. Pensavo, soprattutto questo, perché…». Samuele, che aveva parlato con foga, si arresta e china il capo.
Il traditore del figlio di Dio.
21Gesù termina la frase: «…perché Giuda, mio apostolo, è quale è, e dà dolore a Me e a chi mi circonda o viene a Me come tu sei venuto. Lo so. Giuda tenta di allontanarti di qui e ti fa insinuazioni e scherni…»
22«E non a me solo. Sì. Mi avvelena la mia gioia di essere entrato nella giustizia. Me la avvelena con tant’arte che io penso di essere qui come un traditore, di me stesso e di Te. Di me, perché mi illudo di essere migliore mentre sarò causa della tua rovina. Io infatti non mi conosco ancora… e potrei, incontrando quelli del Tempio, cedere nel mio proposito ed essere…
23Oh! lo avessi fatto allora, avrei avuto la scusante di non conoscerti per quel che sei, perché di Te sapevo ciò che mi si diceva per fare di me un maledetto. Ma se lo facessi ora! Quale maledizione sarà quella del traditore del Figlio di Dio! Io ero qui… Pensieroso, sì.
24Pensavo dove fuggire per mettermi al sicuro da me stesso e da loro. Pensavo fuggire in qualche luogo lontano, per unirmi a quelli della Diaspora… Via, via, per impedire al demonio di farmi peccare…
25Egli ha ragione, il tuo apostolo, di diffidare di me. Egli mi conosce. Poiché conosce noi tutti, conoscendo i Capi… E ha ragione di dubitare di me. Quando dice: “Ma non sai che Egli lo dice a noi, che noi saremo deboli?
26Pensa, noi che siamo gli apostoli e che siamo con Lui da tanto. E tu, appestato come sei del vecchio Israele, appena venuto, e venuto in momenti che fanno tremare noi, credi di avere forza di mantenerti giusto?”, ha ragione». L’uomo, sconfortato, abbassa il capo.
Dio non delude i “buoni” pensieri dell’uomo.
27«Quante tristezze sanno darsi i figli dell’uomo! In verità Satana sa usare di questa loro tendenza per terrorizzarli affatto e separarli dalla Gioia che viene loro incontro per salvarli.
28Perché la tristezza dello spirito, la paura del domani, le preoccupazioni sono sempre armi che l’uomo mette in mano del suo avversario. Il quale lo spaura con gli stessi fantasmi che l’uomo si crea. E vi sono altri uomini che, in verità, si alleano a Satana per aiutarlo a spaurire i fratelli.
29Ma, figlio mio, non c’è dunque un Padre in Cielo? Un Padre che, come provvede a questo filo d’erba in questa fessura nella roccia -questa fessura colma di terriccio, fatta in modo che l’umidore delle rugiade, scorrendo sul sasso liscio, si raccolga in quel solco sottile, perché il filo d’erba possa vivere e fiorire con questo fiorellino minuto, che è non meno mirabile di bellezza del gran sole che splende lassù: l’uno e l’altro opera perfetta del Creatore- un Padre che, come ha cura del filo d’erba nato su una roccia, non possa aver cura di un suo figlio che vuole fermamente servirlo?
30Oh! in verità Dio non delude i buoni desideri dell’uomo. Perché è Lui stesso che li accende nei vostri cuori. É Egli, provvido e sapiente, che crea le circostanze per favorire il desiderio dei suoi figli, non solo, ma per raddrizzare e perfezionare un desiderio di onorarlo, che va per vie imperfette, a desiderio di onorarlo per vie giuste.
31Tu eri fra questi. Credevi, volevi, eri convinto di onorare Dio perseguitando Me. Il Padre ha visto che nel tuo cuore non era odio a Dio, ma anelito a dar gloria a Dio levando dal mondo Colui che ti avevano detto essere nemico di Dio e corruttore di anime. Ed allora ha creato le circostanze per esaudire il tuo desiderio di dar gloria al tuo Signore. Ed ecco che tu sei ora fra noi. E puoi pensare che Dio ti abbandoni, ora che qui ti ha portato? Solo se tu lo abbandonerai potrà soverchiarti la forza del male».
32«Io non voglio questo. É sincera la mia volontà!», proclama l’uomo.
33«E allora di che ti preoccupi? Della parola di un uomo? Lascialo dire. Egli pensa col suo pensiero. Pensiero d’uomo e sempre imperfetto. Ma provvederò a questo».
34«Io non voglio che Tu lo rimproveri. Mi basta che Tu mi assicuri che io non peccherò».
Teologia della felicità.
Dottrina sulla sofferenza di Gesù
35«Te lo assicuro. Non ti accadrà perché tu non vuoi che ti accada. Perché vedi, figlio mio, non ti gioverebbe andare nella Diaspora e anche ai confini della Terra per preservare la tua anima dall’odio verso il Cristo e dal castigo per quest’odio. Molti in Israele materialmente non si macchieranno del Delitto, ma non saranno meno colpevoli di quelli che mi condanneranno ed eseguiranno la sentenza. Con te posso parlare di queste cose. Perché tu sai già che tutto è disposto per questo. Sai i nomi e i pensieri dei più accaniti contro di Me. Lo hai detto: “Giuda tutti ci conosce perché conosce tutti i Capi”. Ma se egli vi conosce, anche voi, minori, perché voi siete come stelle minori vicino ai pianeti maggiori, altrettanto voi sapete ciò che si lavora e come si lavora e chi lavora, e che complotti si fanno, e quali mezzi si studiano… Perciò posso parlare con te. Non lo potrei con gli altri… Ciò che Io so patire e compatire, altri non sanno…».
Questione sulla felicità del Messia
36«Maestro, ma come puoi, sapendo così, essere così… Chi sale dal sentiero?». Samuele si alza per vedere. Esclama: «Giuda!».
37«Sì. Sono io. Mi hanno detto che era passato di qui il Maestro e invece trovo te. Torno indietro allora, lasciandoti ai tuoi pensieri», e ride con la sua risatina che è più lugubre di un lamento di civetta, tanto è insincera.
38«Ci sono anche Io. Mi si vuole al paese?», dice Gesù apparendo dietro le spalle di Samuele.
«Oh! Tu! Allora eri in buona compagnia, Samuele! E anche Tu, Maestro…».
39«Sì. É sempre buona la compagnia di uno che abbraccia la giustizia. Volevi Me per stare con Me, allora. E vieni. C’è posto per te come anche per Giovanni, se fosse con te».
«Egli è giù, alle prese con degli altri pellegrini».
«Allora bisognerà che Io vada, se ci sono dei pellegrini».
40«No. Si fermano tutto domani. Giovanni li sta sistemando nei nostri letti per la sosta. Egli è felice di farlo. Già tutto lo fa felice. Proprio vi assomigliate. E non so come facciate ad esser felici sempre e di tutte le cose più… crucciose».
«La stessa domanda che stavo per fare io quando tu sei venuto!», esclama Samuele.
41«Ah! sì! Allora anche tu non ti senti felice e ti stupisci che altri, in condizioni ancor più… difficili delle nostre, possano esserlo».
La tesi del serpente.
42«Io non sono infelice. Non parlo per me. Ma penso da quali sorgenti venga la serenità del Maestro, che non ignora il suo futuro e che pure non si turba di cosa alcuna».
43«Ma dalle sorgenti celesti! É naturale! Egli è Dio! Lo dubiti forse? Può un Dio soffrire? Egli è al disopra del dolore. L’amore del Padre è per Lui come… come un vino inebriante. E un vino inebriante gli è la convinzione che le sue azioni… sono la salute del mondo. E poi… Può Egli avere le reazioni fisiche che noi, umili uomini, abbiamo? Ciò è contrario al buon senso. Se Adamo innocente non conosceva il dolore di nessuna specie, né lo avrebbe conosciuto mai se innocente fosse rimasto, Gesù il… Super innocente, la creatura… non so se dirla increata essendo un Dio, o creata perché ha dei parenti… oh! quanti “perché” insolubili ai futuri, Maestro mio! Se Adamo era esente dal dolore per la sua innocenza, può forse pensarsi che Gesù abbia a soffrire?».
44Gesù sta a capo chino. Si è tornato a sedere sull’erba. I capelli gli fanno velo al volto. Non vedo perciò la sua espressione. Samuele, in piedi, di fronte a Giuda pure in piedi, ribatte: «Ma se deve essere il Redentore, deve realmente soffrire. Non ricordi Davide e Isaia?».
45«Li ricordo! Li ricordo! Ma essi, pur vedendo la figura del Redentore, non vedevano l’immateriale ausilio che il Redentore avrebbe avuto per essere… diciamo pure: torturato, senza sentirne dolore».
46«E quale? Una creatura potrà amare il dolore, o subirlo con rassegnazione, a seconda della sua perfezione di giustizia. Ma lo sentirà sempre. Altrimenti… se non lo sentisse… non sarebbe dolore».
47«Gesù è Figlio di Dio».
48«Ma non è un fantasma! É vera Carne! La carne soffre se è torturata. É vero Uomo! Il pensiero dell’uomo soffre se è offeso e fatto oggetto di sprezzo».
49«L’unione sua con Dio elimina in Lui queste cose dell’uomo».
Risposta del Messia.
50Gesù alza la testa e parla: «In verità ti dico, o Giuda, che Io soffro e soffrirò come ogni uomo, e più di ogni uomo. Ma Io posso essere felice ugualmente, della santa e spirituale felicità di coloro che hanno ottenuto la liberazione dalle tristezze della Terra perché hanno abbracciato la volontà di Dio per loro unica sposa.
51Lo posso perché ho superato il concetto umano della felicità, l’inquietudine della felicità, così come gli uomini se la figurano. Io non inseguo ciò che secondo l’uomo costituisce la felicità; ma metto la mia gioia proprio in ciò che è all’opposto di quel che l’uomo insegue per tale.
52Quelle che sono cose fuggite e sprezzate dall’uomo, perché sono riputate peso e dolore, rappresentano per Me la cosa più dolce.
53Io non guardo l’ora. Guardo le conseguenze che l’ora può creare nell’eternità. Il mio episodio cessa, ma il suo frutto dura. Il mio dolore ha termine, ma i valori di quel mio dolore non terminano.
54E che me ne farei di un’ora del così detto “esser felici” sulla Terra, un’ora raggiunta dopo un inseguimento ad essa di anni e lustri, quando poi quell’ora non potrebbe venire con Me nell’eternità come gaudio, quando l’avessi dovuta godere da Me solo, senza farne parte a quelli che amo?».
Dibattito sul dolore e la “felicità”.
55«Ma se Tu trionfassi, noi, tuoi seguaci, avremmo parte della tua felicità!», esclama Giuda.
56«Voi? E chi siete voi, rispetto alle moltitudini passate, presenti, future, alle quali il mio dolore darà la gioia? Io vedo più in là della felicità terrena.
37Io spingo lo sguardo oltre essa nel soprannaturale. Vedo il mio dolore mutarsi in gaudio eterno per una moltitudine di creature. E abbraccio il dolore come la più grande forza per raggiungere la felicità perfetta, che è quella di amare il prossimo sino a soffrire per dargli la gioia. Sino a morire per esso».
38«Non capisco questa felicità», proclama Giuda.
«Non sei sapiente ancora. Altrimenti la capiresti».
«E Giovanni lo è? É più ignorante di me!».
«Umanamente, sì. Ma possiede la scienza dell’amore».
39«Va bene. Ma non credo che l’amore impedisca ai bastoni di essere bastoni e ai sassi di essere sassi e dar dolore alle carni che percuotono. Tu dici sempre che t’è caro il dolore perché è per Te amore. Ma quando realmente sarai preso e torturato, sempre che sia possibile ciò, non so se avrai ancora questo pensiero. Pensaci mentre puoi sfuggire al dolore. Sarà tremendo, sai? Se gli uomini ti potranno prendere… oh! non ti useranno riguardi!».
40Gesù lo guarda. É pallidissimo. I suoi occhi, bene aperti, sembrano vedere, oltre il volto di Giuda, tutte le torture che lo aspettano, eppure nella loro mestizia restano miti e dolci, e soprattutto sereni: due limpidi occhi di innocente in pace. Risponde: «Lo so. So anche quello che tu non sai. Ma spero nella misericordia di Dio. Egli, che è misericordioso ai peccatori, userà misericordia anche a Me. Non gli chiedo di non soffrire, ma di saper soffrire. Ed ora andiamo. Samuele, precedici di un poco e avverti Giovanni che presto sarò in paese».
Samuele si inchina e se ne va svelto.
La prerogativa del Serpente.
41Gesù comincia a scendere. Il sentiero è così stretto che devono procedere uno dietro l’altro. Ma questo non impedisce a Giuda di parlare: «Tu ti fidi troppo di quell’uomo, Maestro. Te l’ho detto chi è. É il più esaltato ed esaltabile dei discepoli di Gionata. Già, ormai, è tardi. Ti sei messo nelle sue mani. Egli è una spia ai tuoi fianchi. E Tu, che più di una volta, e più gli altri di Te, avete pensato lo fossi io! Io non sono una spia».
42Gesù si ferma e si volta. Dolore e maestà si fondono nel suo viso e nel suo sguardo che fissa l’apostolo. Dice: «No. Non una spia. Sei un demonio. Hai rubato al Serpente la sua prerogativa di sedurre e ingannare per staccare da Dio. Il tuo comportamento non è né sasso né bastone. Ma mi ferisce più di percossa di sasso o bastone. Oh! nel mio atroce patire non ci sarà cosa più grande del tuo comportamento, atta a dare martirio al Martire». Gesù si copre il volto con le mani, come per nascondersi l’orrore, e poi si dà a scendere a corsa per il sentiero.
43Giuda gli grida dietro: «Maestro! Maestro! Perché mi addolori? Quel falso ti ha detto certo delle calunnie… Ascoltami, Maestro!».
44Gesù non ascolta. Corre, vola giù dai pendii. Passa senza fermarsi presso i boscaioli o i pastori che lo salutano. Passa, saluta, ma non si arresta. Giuda si rassegna a tacere…
Allegoria delle api al lavoro.
Frutto del lavoro silenzioso delle api.
45Sono quasi in basso quando incrociano Giovanni che col suo limpido volto, luminoso del suo pacato sorriso, sta salendo verso di loro. Ha per mano un fanciullino che cinguetta succhiando un favo di miele.
46«Maestro, eccomi! Sono persone di Cesarea di Filippo. Hanno saputo che sei qui e sono venuti. Ma che strano! Nessuno ha parlato e tutti sanno dove Tu sei! Ora riposano. Sono molto stanchi. Sono andato a farmi dare da Dina latte e miele, perché c’è un malato. L’ho messo nel mio letto. Io non ho paura. E il piccolo Anna è voluto venire con me. Non lo toccare, Maestro: è tutto appiccicoso di miele», e ride il buon Giovanni che ha già numerose gocce e ditate di miele sulla veste. Ride cercando di tenere indietro il bambinello, che vorrebbe andare ad offrire a Gesù il suo favo mezzo succhiato e che strilla: «Vieni. Ce ne sono tanti per Te!».
47«Sì. Stanno prendendo i favi, là da Dina. Lo sapevo. Le sue api hanno sciamato da poco», spiega Giovanni.
48Si rimettono in cammino giungendo alla prima casa, dove ancora dura il tam tam che usano gli apicultori, non so per quale esatta ragione. Dei grappoli di api -paiono grosse Pigne di una strana uva- pendono da alcuni rami, e degli uomini li raccolgono per portarli ai nuovi alveari. Più là, da alveari già sistemati, escono ed entrano le api instancabili e ronzanti.
Lavoro per virtù e lavoro per lucro.
Gli uomini salutano e una donna accorre con dei bellissimi favi che offre a Gesù.
49«Perché te ne privi? Già ne hai dato a Giovanni…».
«Oh! le mie api hanno dato copioso frutto. Non mi scomoda offrirlo. Però Tu benedici i nuovi sciami. Guarda, stanno raccogliendo l’ultimo. Quest’anno abbiamo avuto un raddoppiar di alveari».
50Gesù va verso le minuscole città delle api e una per una le benedice, alzando la mano fra il ronzio delle operaie che non sostano nel loro lavoro.
«Sono tutte in festa e anche tutte in agitazione. Dimora nuova…», dice un uomo.
«E nuove nozze. Sembrano proprio donne che preparino la festa nuziale», dice un altro.
51«Sì, ma le donne fanno più chiacchiere che lavoro. Queste, invece, lavorano tacendo e lavorano anche in giorni di festino di nozze. Lavorano sempre per farsi il loro regno e le loro ricchezze», risponde un terzo.
52«Lavorare sempre nella virtù è lecito, anzi è doveroso. Lavorare sempre per lucro, no. Lo possono fare solo quelli che non sanno di avere un Dio che va onorato nel suo giorno. Lavorare in silenzio è un merito che si dovrebbe tutti imparare dalle api. Perché nel silenzio si fanno santamente le cose sante. Voi siate come le vostre api nella giustizia. Instancabili e silenziosi. Dio vede. Dio premia. La pace a voi», dice Gesù.
Modello degli operai di Dio.
53E rimasto solo coi suoi due apostoli dice: «E specie agli operai di Dio Io propongo a modello le api[139]. Esse depongono nel segreto dell’alveare il miele formato nel loro interno con l’indefesso lavoro su corolle sane. La loro fatica non pare neppur tale, tanto la fanno con buona volontà, volando, punti d’oro, da fiore a fiore, e poi, cariche di succhi, entrando ad elaborare il loro miele nell’intimo delle celluzze. Bisognerebbe saperle imitare.
54Scegliere insegnamenti, dottrine, amicizie sane, capaci di dare succhi di vera virtù, e poi sapersi isolare per elaborare, da ciò che si è alacremente raccolto, la virtù, la giustizia, che è come il miele tratto da molti elementi sani, non ultima la buona volontà, senza la quale i succhi presi qua e là non servono a nulla.
55Saper umilmente meditare, nell’interno del cuore, su ciò che abbiamo visto di buono e udito di buono, senza invidie se presso alle api operaie sono le regine, ossia se c’è chi è più giusto di quanto chi medita non sia.
56Necessarie tutte le api nell’alveare, sia le operaie che le regine. Guai se tutte fossero regine; guai se tutte fossero operaie. Morirebbero tanto queste che quelle. Perché le regine non avrebbero cibo per procreare se mancassero le operaie, e le operaie cesserebbero d’essere se le regine non procreassero.
57E non invidiare le regine. Hanno anche esse la loro fatica e la loro penitenza. Non vedono il sole che una volta, nell’unico volo nuziale. Prima e dopo, è solo e sempre la clausura fra le pareti ambrate dell’alveare.
58Ognuno ha il suo compito, e ogni compito è un’elezione, e ogni elezione è un onere oltre che un onore. E le operaie non perdono tempo in voli vani o in voli pericolosi su fiori malati e velenosi. Non tentano l’avventura. Non disubbidiscono alla loro missione, non si ribellano al fine per cui sono state create. Oh! mirabili piccoli esseri! Quanto insegnate agli uomini! …».
Allegoria della vela e il turbine.
Questione sulla malvagità dell’Iscariota
59Gesù tace perdendosi in un suo meditare. Giuda si sovviene di colpo di dover andare non so dove e va via quasi di corsa. Restano Gesù e Giovanni. E Giovanni guarda Gesù senza farsene scorgere. Uno sguardo attento, di amoroso affanno. Gesù alza il capo e si volge un poco incontrando lo sguardo del Prediletto che lo studia. Il suo volto si rischiara mentre lo attira a Sé. Giovanni, abbracciato così, nell’andare chiede: «Giuda ti ha dato dell’altro dolore, non è vero? E deve aver turbato anche Samuele».
«Perché? Te ne ha parlato?».
60«No. Ma ho capito. Ha detto soltanto: “Generalmente a convivere presso uno veramente buono si diventa buoni. Ma Giuda non lo è, nonostante viva con il Maestro da tre anni. É corrotto nel suo profondo, e la bontà del Cristo non penetra in lui tanto è pieno di malvagità”. Io non ho saputo che dire… perché è vero… Ma perché è così Giuda? Possibile che non cambi mai? Eppure… abbiamo tutti le stesse lezioni… e quando è venuto fra noi non era peggiore di noi…».
L’anima nel turbine delle passioni.
61«Mio Giovanni! Mio dolce fanciullo!». Gesù lo bacia sulla fronte, così aperta e pura, e gli mormora fra i capelli che si sollevano biondi e leggeri al sommo di essa: «Vi sono creature che paiono vivere per distruggere il bene che è in loro. Tu sei pescatore e sai come faccia la vela quando la preme il turbine. Tanto si abbassa verso l’acqua da rovesciare quasi la barca e divenir pericolo alla stessa, di modo che alle volte occorre calarla e non aver più ala verso il nido, perché la vela, presa dal turbine, non è più ala ma zavorra che conduce al fondo, alla morte anziché alla salvezza. Ma se il feroce soffio del turbine si placa, fosse pure per brevi istanti, ecco che la vela subito torna ala e corre veloce verso il porto portando a salvezza. Così di molte anime. Basta che il turbine delle passioni si plachi perché l’anima piegata, e quasi sommersa dal… da ciò che non è buono, torni ad avere aneliti verso il Bene».
La fogna della bruttura e la polla della pace.
62«Sì, Maestro. Ma con ciò… dimmi… giungerà mai, Giuda, al tuo porto?».
«Oh! non mi far guardare il futuro di uno fra i miei più cari! Ho davanti il futuro di milioni di anime per le quali sarà inutile il mio dolore… Ho davanti tutte le brutture del mondo… La nausea mi sconvolge. La nausea di tutto questo ribollire di cose immonde, che come un fiume copre la Terra e la coprirà, con aspetti diversi, ma sempre orrendi per la Perfezione, sino alla fine dei secoli. Non mi far guardare! Lascia che Io mi disseti e mi conforti ad una polla che non sa di corruzione, e che dimentichi il marciume verminoso di troppi guardando te solo, mia pace!», e lo bacia ancora fra ciglio e ciglio, sprofondando lo sguardo nel limpido occhio del vergine e amoroso…
Il Maestro buono.
63Entrano in casa. Nella cucina è Samuele che spezza le legna per risparmiare alla vecchia la fatica di accendere il fuoco.
64Gesù si volge alla donna: «Dormono i pellegrini?».
«Credo che sì. Non sento alcun rumore. Ora porto quest’acqua alle cavalcature. Sono sotto alla legnaia».
65«Faccio io, madre. Piuttosto tu va’ da Rachele. Mi ha promesso del formaggio fresco. Dille che lo pagherò il sabato», dice Giovanni caricandosi di due mastelli colmi d’acqua.
66Restano soli Gesù e Samuele. Gesù va vicino all’uomo, che curvo sul fuoco soffia per fare accendere la fiamma, e gli posa la mano sulla spalla dicendo: «Giuda ci ha interrotti lassù… Voglio dirti che ti manderò coi miei apostoli il dì dopo il sabato. Forse lo preferisci…».
67«Grazie, Maestro. Mi spiace perdere la tua vicinanza. Ma nei tuoi apostoli ritrovo ancora Te. E preferisco, sì, stare lontano da Giuda. Non osavo chiedertelo…»
68«Va bene. É stabilito. E abbi pietà, per lui. Come l’ho Io. E non dire a Pietro né ad alcuno…».
«So tacere, Maestro».
69«Dopo verranno i discepoli. Là c’è Erma e Stefano, e c’è Isacco, due sapienti e un giusto, e tanti altri. Ti troverai bene. Tra fratelli veri».
70«Sì, Maestro. Tu comprendi e soccorri. Tu sei veramente il Maestro buono», e si china a baciare la mano di Gesù.
566. Ad Efraim, il giorno dell’arrivo della Madre con Lazzaro e le discepole. Il carattere di Pilato[140].
Il giorno dell’arrivo.
Tutti felici.
1Nella casa di Maria di Giacobbe sono già alzati, nonostante il giorno spunti appena. Direi che è giorno di sabato, perché vedo presenti anche gli apostoli che di solito sono in missione. Vi è un grande preparare di fuochi e acque calde, e Maria è aiutata a setacciar farine e a intriderle per farne pane. La vecchietta è molto agitata, di un’agitazione di bimba, e mentre lavora solerte domanda a questo e a quello: «Sarà proprio per oggi? E gli altri luoghi sono pronti? Siete sicuri che non sono più di sette?».
2Le risponde per tutti Pietro, che sta scuoiando un agnello per prepararlo alla cottura: «Dovevano essere qui prima del sabato, ma forse le donne non erano pronte ancora e hanno perciò ritardato. Ma oggi certo verranno. Ah! io ne sono felice! Il Maestro è andato fuori? Forse è andato incontro a loro…».
3«Sì. É uscito con Giovanni e Samuele andando verso la via della Samaria centrale», risponde Bartolomeo uscendo con una brocca colma di acqua bollente.
4«Allora si può essere certi che arrivano. Egli sa sempre tutte le cose», professa Andrea.
5«Io vorrei sapere: perché tu ridi così? Che c’è da ridere quando parla mio fratello?», interroga Pietro che ha notato la risatina di Giuda, ozioso in un angolo.
«Non rido per tuo fratello. Siete tutti felici e lo posso essere anche io, e ridere anche senza ragione».
Pietro lo guarda con chiara espressione ma torna ad occuparsi del suo lavoro.
I fiori del Tadeo.
6«Ecco! Ce l’ho fatta a trovare un ramo di pianta in fiore. Non è mandorlo come volevo. Ma Ella, finito di fiorire il mandorlo, tiene altri rami e si accontenterà del mio», dice il Taddeo che rientra, gocciolante di guazza come fosse stato nei boschi e con un fascio di rami fioriti. Un miracolo di candore rugiadoso che pare rischiarare e abbellire la cucina.
7«Oh! belli! Dove li hai trovati?».
«Da Noemi. Sapevo che il suo frutteto è tardivo per la posizione di tramontana che lo tiene indietro. E sono salito là».
8«Per questo sembri anche tu una pianta del bosco! Le gocce delle rugiade ti brillano nei capelli e ti hanno bagnato la veste».
«Il sentiero era umido come per pioggia. Sono già le rugiade abbondanti dei mesi più belli». Il Taddeo se ne va coi suoi fiori, e dopo poco chiama suo fratello perché lo aiuti a disporre i fiori.
9«Vengo io. Me ne intendo. Donna, non hai qualche anfora dal collo slanciato, possibilmente di terra rossa?», dice Tommaso.
«Ho quel che cerchi e anche altri vasi… Quelli che usavo nei dì di festa… per le nozze dei figli miei o altro gran motivo. Se attendi che io metta queste focacce in forno, un attimo, vengo ad aprirti il cofano dove son riposte le cose belle… Ah! poche ormai, dopo tanta sventura! Ma alcune le ho serbate per… ricordare… e soffrire, perché, se anche sono ricordi di letizia, ora danno pianto perché ricordano ciò che è finito».
10«Allora era meglio che nessuno te le chiedesse. Tanto! Non vorrei che ci accadesse come a Nobe. Tanti preparativi per nulla…», dice l’Iscariota.
11«Se ti dico che ci ha avvertito un gruppo di discepoli?! Vuoi che abbiano sognato? Hanno parlato con Lazzaro. Li ha mandati avanti apposta. Venivano qui ad avvisare che avanti il sabato sarebbe stata qui la Madre col carro di Lazzaro, e Lazzaro e le discepole…»
«Intanto non sono venute…».
La paura di vedere un risorto.
12«Voi che lo avete visto quell’uomo, dite: non fa paura?», chiede la vecchietta asciugandosi le mani al grembiule dopo aver affidato le sue focacce a Giacomo di Zebedeo e ad Andrea, che le portano al forno.
«Paura? Perché?».
«Eh! un uomo che torna dai morti!». É tutta commossa.
«Sta’ calma, madre. É in tutto come noi», la conforta Giacomo d’Alfeo.
13«Piuttosto bada di non fare chiacchiere con le altre donne, tu. Che non si abbia tutta Efraim qui dentro a dare noia», dice imperiosamente l’Iscariota.
«Non ho mai fatto parole imprudenti da quando siete qui. Né con quelli della città né con pellegrini. Ho preferito passare da stolta invece di mostrarmi sapiente, per non dare disturbo al Maestro e fargli del male. E saprò tacere anche oggi. Vieni, Tommaso…», ed esce per andare a mettere fuori i suoi tesori nascosti.
14«La donna è spaventata pensando di vedere un risorto», dice l’Iscariota e ride ironico.
15«Non è la sola. Mi hanno detto i discepoli che a Nazareth erano tutti agitati, e così a Cana e a Tiberiade. Uno che torna da morte dopo quattro giorni di sepolcro non si trova facilmente come le margherite a primavera. Anche noi eravamo ben pallidi quando egli uscì dal sepolcro! Ma piuttosto che stare lì a far commenti inutili, non potresti lavorare? Si lavora tutti, e c’è ancor tanto da fare… Oggi che si può farlo, va’ al mercato e compera ciò che occorre. Quanto avevamo preso noi non è sufficiente, ora che esse vengono, né noi si faceva a tempo a tornare alla città a fare acquisti. Ci avrebbe bloccati, là dove si era, il tramonto».
16Giuda chiama Matteo, che rientra in cucina tutto in ordine, ed escono insieme.
Insolita tristezza di Giovanni.
17Rientra in cucina anche lo Zelote, lui pure tutto ben ordinato nelle vesti, e dice: «Quel Toma! É proprio un artista. Con un nulla ha addobbato la stanza come per un pranzo di nozze. Andate a vedere».
18Tutti, meno lo Zelote e Pietro, che sta finendo la sua operazione, corrono a vedere. Pietro dice: «Non vedo il momento che siano qui. Forse ci sarà anche Marziam. Fra un mese è Pasqua. Certo sarà già partito da Cafarnao o Betsaida».
«Io sono contento che venga Maria per il Maestro. Lo conforterà più di tutti. E ne ha bisogno», gli risponde lo Zelote.
19«Tanto. Ma hai notato come è triste anche Giovanni? Io l’ho interrogato. Ma inutilmente. Nella sua dolcezza è più fermo di tutti noi e, se non vuol dire, niente lo fa parlare. Ma io sono sicuro che egli sa qualche cosa. E pare l’ombra del Maestro. Lo segue sempre. Lo guarda sempre. E quando non sa di essere osservato -perché allora risponde al tuo sguardo con quel suo sorriso che farebbe dolce anche una tigre- quando non si sa osservato, dico, il suo volto si fa triste, triste. Prova ad interrogarlo tu. Egli ti vuole molto bene. E ti sa più prudente di me…».
Stato spirituale di Pietro e dell’Iscariota.
20«Oh! questo no. Tu ti sei fatto un esempio a tutti noi di prudenza. Non si riconosce più in te il vecchio Simone. Sei proprio la pietra che per la sua robusta e quadrata compattezza sorregge noi tutti».
21«Ma va’ là! Non lo dire! Sono un pover’uomo. Certo… a stare con Lui tanti anni si diventa un poco come Lui. Un poco… molto poco, ma già molto diversi da quanto si era prima. Tutti ci siamo… no, non tutti, purtroppo. Giuda è sempre uguale. Qui come all’Acqua Speciosa…»
«E voglia Dio che sia sempre uguale!».
«Che? Che vuoi dire?».
22«Nulla e tutto, Simone di Giona. Se il Maestro mi sentisse, mi direbbe: “Non giudicare”. Ma ciò non è giudicare. Questo è temere. Io temo che Giuda sia peggio che all’Acqua Speciosa».
23«Certo che lo è, anche se è ancora come era allora. Lo è perché doveva essere molto cambiato, cresciuto in giustizia, e invece è sempre uguale. Ha dunque il peccato di accidia spirituale sul cuore, che allora non aveva. Perché i primi tempi… matto sì, ma pieno di buona volontà… Di’: cosa ti fa pensare che il Maestro abbia deciso di mandare con noi Samuele e di radunare tutti i discepoli, quanti se ne possono radunare a Gerico, per la neomenia[141] di nisam[142]? Prima aveva detto che l’uomo sarebbe rimasto qui… e prima anche ci aveva vietato di dire dove Egli era. Io sono in sospetto…».
24«No. Vedo le cose chiare e logiche. Ormai, non si sa da chi e come propalata, la notizia che il Maestro è qui è nota a tutta la Palestina. Vedi che sono venuti qui pellegrini e discepoli da Cedes a Engaddi, da Joppe a Bozra. Ed è perciò inutile conservare più il segreto. Inoltre la Pasqua si avvicina ed è certo che il Maestro vuol avere i discepoli con Sé per il suo ritorno a Gerusalemme. Il Sinedrio dice, lo hai sentito, che Egli è un vinto e che ha perduto tutti i discepoli. Ed Egli gli risponde entrando in città alla testa di essi…».
25«Ho paura, Simone! Una grande paura… Hai sentito, eh? Tutti, anche gli erodiani, si sono uniti contro di Lui…».
«Eh! sì! Dio ci aiuti! …».
26«E Samuele perché lo manda con noi?».
«Per prepararlo certo alla sua missione. Non vedo motivo di agitazione… Bussano! Certo sono le discepole! …».
27Pietro getta via il suo grembiule insanguinato e segue di corsa lo Zelote, che si è precipitato alla porta di casa. Sbucano dai diversi usci gli altri che sono in casa e tutti gridano: «Eccole! Eccole!».
Le ultime novità.
Arrivo delle discepole Elisa e Niche.
28Ma, aperta la porta, restano così palesemente delusi davanti a Elisa e Niche, che le due discepole chiedono: «Ma è accaduto forse qualcosa?».
«No! No! Ma è che… credevamo fosse la Madre e le discepole galilee…», dice Pietro.
«Ah! e ci siete rimasti male. Ma noi siamo ben felici invece di vedervi e di sapere che sta per giungere Maria», dice Elisa.
«Male no… Delusi, ecco! Ma venite! Entrate! La pace sia alle buone sorelle», saluta per tutti il Taddeo.
«E a voi. Il Maestro non c’è?».
«É andato con Giovanni incontro a Maria. Si sa che viene per la strada di Sichem sul carro di Lazzaro», spiega lo Zelote.
Entrano in casa, mentre Andrea si occupa dell’asinello di Elisa. Niche è venuta a piedi. Parlano di quello che avviene a Gerusalemme, chiedono degli amici e discepoli, … di Annalia, di Maria e Marta, del vecchio Giovanni di Nobe, di Giuseppe, di Nicodemo, di tanti. L’assenza di Giuda Iscariota fa che si parli in pace e apertamente.
Novità su Pilato e il sinedrio.
29Elisa, donna anziana, esperta, e che è stata nei tempi di Nobe a contatto con l’Iscariota e lo conosce ormai molto bene e anche «non lo ama altro che per amor di Dio», come dice apertamente, si informa anzi se egli è in casa, non essendosi forse voluto unire agli altri per qualche capriccio, e solo dopo che sa che è fuori, alle spese, parla di ciò che sa: «che a Gerusalemme pare tutto calmato, anzi non sono neppur più interrogati i noti discepoli, che si sussurra che ciò sia avvenuto perché Pilato ha fatto la voce grossa con quelli del Sinedrio, ricordando loro che la giustizia solo lui in Palestina la esercita, e di farla finita perciò».
30«Anche però si dice», osserva Niche «-ed è proprio Mannaen che lo dice, e con lui altri, anzi altre, perché è Valeria l’altra voce- che Pilato sia veramente così stanco di queste sommosse che tengono agitato il Paese e che gli possono dare delle noie, e impressionato anche, per l’insistenza con cui i giudei gli insinuano che Gesù mira a proclamarsi re, che se non ci fossero i concordi rapporti favorevoli dei centurioni, e soprattutto le pressioni della moglie, finirebbe a punire il Cristo, magari con l’esilio, pur di non avere più noie».
Sconforto di Pietro.
31«Ci mancherebbe altro! Ed è capace di farlo! Capacissimo! É il più lieve castigo romano, e il più usato dopo la flagellazione. Ma ve lo pensate? Gesù solo chissà dove, e noi dispersi qua e là…», dice lo Zelote.
«Già! Dispersi! Lo dici tu. Me non mi disperdono. Gli vado dietro…», dice Pietro.
«Oh! Simone! Ti puoi illudere che te lo lascerebbero fare? Ti legano come un galeotto e ti portano dove piace a loro, magari sulle galere o dentro ad una prigione delle loro, e tu il tuo Maestro non lo puoi più seguire», gli dice Bartolomeo.
Pietro si arruffa i capelli perplesso, sconfortato.
32«Lo diremo a Lazzaro. Lazzaro andrà apertamente da Pilato. Certo Pilato lo vedrà volentieri, perché questi gentili amano vedere gli esseri straordinari…», dice lo Zelote.
«Ci sarà già stato prima di partire, e Pilato non desidererà più di vederlo!», dice Pietro con abbattimento.
«Allora ci andrà come figlio di Teofilo. Oppure accompagnerà sua sorella Maria dalle dame. Erano amiche quando… sì, insomma, quando Maria era peccatrice…».
Novità su Valeria e Claudia.
33«Sapete che Valeria, dopo che il marito si è divorziato da lei, si è fatta proselite? Quella ha fatto sul serio. Conduce una vita da giusta che è un esempio a molti di noi. Ha affrancato i suoi schiavi e li istruisce tutti nel vero Dio. Si era presa una casa in Sion. Ma ora che Claudia è venuta, è tornata da lei…».
«Allora! …».
34«No. A me ha detto: “Come viene Giovanna, vado con lei. Ma ora voglio persuadere Claudia”… Pare che Claudia non riesca a superare il limite del suo credere in Cristo. Per lei è un saggio. Nulla più… Anzi sembra che, prima di venire in città, si fosse alquanto disturbata per le voci fatte correre, e scettica, dicesse: “É un uomo come i nostri filosofi e non dei migliori, perché la sua parola non corrisponde alla sua vita”, e abbia avuto dei… delle… insomma si sia permesse cose che prima aveva abbandonate», dice Niche.
«C’era da aspettarselo. Anime pagane! Uhm! Una buona ci può essere… Ma le altre!… Lordure! Lordure!», sentenzia Bartolomeo.
Novità su Giuseppe di Sefori.
35«E Giuseppe?», chiede il Taddeo.
«Chi? Quel di Sefori? Ha una paura! Ah! c’è stato vostro fratello Giuseppe. Venuto e partito subito, ripassando però da Betania per dire alle sorelle che trattengano ad ogni costo il Maestro dall’andare in città e dal rimanervi. Io ero là e ho sentito. Così ho anche saputo che Giuseppe di Sefori ha avuto molte noie e ora ha molta paura. Vostro fratello lo ha incaricato di stare al corrente di ciò che si complotta nel Tempio. Quel di Sefori lo può sapere per mezzo di quel parente che è marito non so se della sorella o della figlia della sorella della moglie, e che ha uffici al Tempio», dice Elisa.
36«Quante paure! Adesso, quando si andrà a Gerusalemme, voglio mandare mio fratello da Anna. Potrei andarci anche io, perché anche io conosco bene quella vecchia volpe. Ma Giovanni sa più fare. E Anna gli voleva molto bene, allora, quando si ascoltava le parole di quel vecchio lupo credendolo un agnello! Manderò Giovanni. Egli saprà sopportare anche degli improperi senza reagire. Io… se mi dicesse anatema del Maestro, o anche solo che sono anatema io perché lo seguo, gli salterei al collo, lo abbrancherei e stringerei quel vecchio corpaccio come fosse una rete che deve perdere l’acqua. Gliela farei restituire io l’anima bieca che ha dentro! Anche avesse intorno tutti i soldati del Tempio e i sacerdoti!».
Il sangue degli apostoli entra in ebollizione.
37«Oh! se ti sentisse il Maestro a parlare così!», dice scandalizzato Andrea.
«É ben perché non c’è, che lo dico!».
«Hai ragione! Non sei solo ad avere certe voglie. Le ho anche io!», dice Pietro.
«E io pure, e non per Anna soltanto», dice il Taddeo.
38«Oh! per questo io ne… servirei diversi. Ho una nota lunga… Quelle tre carcasse di Cafarnao -escludo il fariseo Simone perché pare passabilmente buono- quei due lupi di Esdrelon e quel vecchio mucchio d’ossi di Canania, e poi… una strage, vi dico, una strage a Gerusalemme, con alla testa di tutti Elchia. Non ne posso più di tutti questi serpenti in agguato!».
39Pietro è furente. Il Taddeo, calmo nel dirlo, ma ancor più impressionante nella sua calma glaciale che se fosse furente come Pietro, dice: «E io ti aiuterei. Ma… forse comincerei a levare i serpenti che sono vicini».
«Chi? Samuele?».
«No, no! Non abbiamo vicino soltanto Samuele. Ci sono tanti che mostrano un viso e hanno un’anima diversa dal volto che mostrano! Io non li perdo di vista. Mai. Voglio essere sicuro prima di agire. Ma quando lo sarò! Il sangue di Davide è caldo, e caldo è quello di Galilea. Sono in me, per linea paterna e per linea materna, tutti e due».
«Oh! caso mai me lo dici, eh! Ti aiuto…», dice Pietro.
«No. La vendetta del sangue spetta ai parenti. A me spetta».
Abbiate i sentimenti che furono in Cristo.
40«Ma figli! Figli! Non parlate così! Non è questo ciò che insegna il Maestro! Sembrate leoncelli furenti in luogo di essere gli agnelli dell’Agnello! Deponete tanto spirito di vendetta. I tempi di Davide sono superati da un pezzo! La legge del sangue e del taglione sono annullate dal Cristo.
41Egli lascia i dieci comandi immutabili, ma le altre dure leggi mosaiche le abroga. Di Mosè restano i comandi di pietà, di umanità e giustizia, compendiati e perfezionati dal nostro Gesù nel suo più grande comando: “Amare Dio con tutti se stessi, amare il prossimo come noi stessi, perdonare a chi offende, dare amore a chi ci odia”. Oh! perdonate se io, donna, ho osato insegnare ai miei fratelli, e più grandi di me! Ma sono una vecchia madre. E una madre può sempre parlare.
42Credetelo, figli miei! Se voi stessi chiamate in voi Satana con l’odio per i nemici, col desiderio di vendetta, esso entrerà in voi corrompendovi. Non è una forza, Satana. Credetelo. Forza è Dio. Satana è debolezza, è peso, è torpore. Voi non sapreste più muovere un dito, non contro i nemici, ma neppure per dare una carezza all’afflitto nostro Gesù, se l’odio e la vendetta vi avessero messi in catene. Su, figli miei, tutti figli!
43Anche voi che avete i miei anni, e più, forse. Tutti figli per una donna che vi ama, per una madre che ha ritrovato la gioia d’esser madre amandovi come figli tutti. Non mi fate di nuovo angosciata per aver perduto novellamente i figli cari, e per sempre; perché se morite coll’odio, o col delitto, morti siete per l’eternità e non potremo più riunirci lassù, in giubilo, intorno al nostro comune amore: Gesù.
44Promettete qui, subito, a me che ve ne supplico, ad una povera donna, ad una povera mamma, di non avere mai più questi pensieri. Oh! vi sfigurano persino il volto. Mi parete sconosciuti, diversi! Come vi fa brutti il rancore! Così dolci eravate! Ma che avviene dunque? Ascoltatemi! Maria vi direbbe le mie stesse parole, con più potenza perché Essa è Maria; ma meglio è che Ella non sappia tutto il dolore…
45Oh! povera Madre! Ma che avviene? Devo dunque proprio credere che già sorge l’ora delle tenebre, l’ora che inghiottirà tutti, l’ora in cui Satana sarà re in tutti, meno che nel Santo, e travierà anche i santi, anche voi, facendovi vili, spergiuri, crudeli come esso è? Oh! finora ho sempre sperato! Sempre ho detto: “Gli uomini non prevarranno contro il Cristo”. Ma ora! Ora temo e tremo per la prima volta! Su questo sereno cielo di adar[143] io vedo allungarsi e invadere la gran Tenebra che ha nome Lucifero e oscurarvi tutti, e piovere tossici che vi fanno malati. Oh! ho paura!». Elisa, che già da qualche tempo piangeva senza scosse, si abbandona col capo sul tavolo presso il quale è seduta e singhiozza dolorosamente.
La promessa degli apostoli.
46Gli apostoli si guardano fra loro. Poi, afflitti, si danno a confortarla. Ma lei non vuole conforti e lo dice: «Uno, uno solo mi vale: la vostra promessa. Per il vostro bene! Perché Gesù non abbia nei suoi dolori il più grande: quello di vedervi dannati, voi, i suoi diletti».
47«Ma sì, Elisa. Se questo vuoi! Non piangere, donna! Te lo promettiamo. Ascolta. Non alzeremo un dito su nessuno. Non guarderemo neppure per non vedere. Non piangere! Non piangere! Perdoneremo a chi offende. Ameremo chi ci odia! Su! Non piangere».
48Elisa alza il volto rugoso, lucido di pianto, e dice: «Ricordate. Me lo avete promesso! Ripetetelo!».
«Te lo promettiamo, donna».
49«Cari i miei figli! Ora sì che mi piacete! Vi riconosco buoni. Adesso che si è calmato il mio affanno e che voi siete tornati puri da quel lievito amaro, prepariamo per ricevere Maria. Che c’è da fare?», dice finendo di asciugarsi gli occhi.
«Veramente… noi si era fatto. Da uomini.
50Ma Maria di Giacobbe ci ha aiutato. É una samaritana, ma è molto buona. Ora la vedrai. É al forno a sorvegliare il pane. É sola. I figli morti o dimentichi di lei, le ricchezze svanite, eppure non ha rancori…».
Novità sulla madre dell’Iscariota.
51«Ah! vedete! Vedete che c’è chi sa perdonare, anche presso i pagani, i samaritani? E deve essere terribile, sapete, dover perdonare ad un figlio!… Meglio morto che peccatore! Ah! Siete sicuri che Giuda non c’è?».
«Se non è diventato uccello, non ci può essere, essendo aperte le finestre ma chiuse le porte, tutte meno questa».
52«Allora… É stata a Gerusalemme Maria di Simone col suo parente. É venuta ad offrire sacrifici al Tempio. E poi è venuta da noi. Sembra una martire. Come è afflitta! Mi ha chiesto, a tutte ha chiesto se sapevamo nulla di suo figlio. Se era col Maestro. Se c’era sempre stato».
«Che ha quella donna?», chiede stupito Andrea.
«Ha suo figlio. Non ti pare che basti?», chiede il Taddeo.
53«Io l’ho riconfortata. Volle tornare con noi al Tempio. Ci andammo tutte unite a pregare… Poi è ripartita, sempre col suo affanno. Io le dissi: “Se resti con noi, fra poco si va dal Maestro. Là è tuo figlio”. Sapeva già che Gesù è qui. Lo si è saputo sino ai confini della Palestina. Ma ha detto: “No, no! Il Maestro mi ha detto di non essere a Gerusalemme a primavera. Io ubbidisco. Ma ho voluto, avanti il tempo del suo ritorno, salire al Tempio. Ho bisogno tanto di Dio”. E ha detto una strana parola… Ha detto: “Io sono incolpevole. Ma l’inferno è in me e io in esso, tanto sono torturata”… Molto l’abbiamo interrogata. Ma lei non ha voluto dire di più. Né le sue torture, né le ragioni del divieto di Gesù. Si è raccomandata di non dire nulla né a Gesù né a Giuda».
54«Povera donna! Dunque a Pasqua non ci sarà?», chiede Tommaso.
«Non ci sarà».
55«Mah! Se Gesù glielo ha imposto, avrà il suo motivo… Avete sentito, eh? Si sa proprio dovunque che Gesù è qui!», dice Pietro.
56«Sì. E chi lo diceva chiamava a raccolta in suo nome, per sollevarsi “contro i tiranni”, dicevano alcuni. E altri, che Egli è qui perché si sa smascherato…»
57«Sempre le stesse ragioni! Devono aver speso tutto l’oro del Tempio per mandare da per tutto questo… loro servi!», osserva Andrea.
Presenza dell’Iscariota.
Dei colpi alla porta.
58«Sono qui!», dicono e corrono ad aprire. Invece è Giuda con i suoi acquisti. Matteo lo segue. Giuda vede Elisa e Niche e le saluta, chiedendo: «Siete sole?».
«Sole. Maria non è ancora venuta».
59«Non viene dalle contrade del mezzogiorno Maria e non può perciò essere con voi. Io dicevo se non c’è Anastasica».
«No. É rimasta a Betsur».
«Perché? Essa pure è discepola. Non lo sai che da qui si andrà per la Pasqua a Gerusalemme? Doveva esserci. Se non sono perfette le discepole e i fedeli, chi lo sarà? Chi farà corteo al Maestro, a sfatare la leggenda che tutti lo hanno abbandonato?».
«Oh! per questo! Non sarà una povera donna colei che colmerà i vuoti! Le rose stanno bene fra le spine e negli orti chiusi. Le faccio da madre e ho imposto così».
«Allora per Pasqua non ci sarà?».
«Non ci sarà».
60«E due!», esclama Pietro.
«Che dici? Chi: due?», chiede Giuda sempre sospettoso.
«Niente, niente! Un calcolo mio. Si può contare tante cose, no? Anche le… mosche, ad esempio, che si posano sul mio agnello scuoiato».
Fra sorelle nel dolore.
61Rientra Maria di Giacobbe seguita da Samuele e Giovanni che portano i pani sfornati. Elisa saluta la donna e così Niche. Ed Elisa ha una dolce parola per mettere subito la donna a suo agio: «Sei fra sorelle nel dolore, Maria. Io sono sola, avendo perduto sposo e figli, e costei è vedova. Perciò ci ameremo, perché solo chi ha pianto sa capire».
Novità su Maria SS. E Lazzaro.
62Ma intanto Pietro dice a Giovanni: «Come qui? Il Maestro?».
«Sul carro. Con sua Madre».
«E non lo dicevi?».
«Non me ne hai dato il tempo. Ci sono tutte. Ma vedrete come è sciupata Maria di Nazareth! Sembra invecchiata di lustri. Dice Lazzaro che ebbe molto affanno quando egli le disse che Gesù era qui rifugiato».
63«Perché glielo ha detto quello stolto? Prima di morire era intelligente. Ma forse nel sepolcro si è spappolato il suo cervello e non si è ricostruito. Non si sta morti impunemente! …», dice ironico e sprezzante Giuda di Keriot.
64«Nulla di questo. Attendi, per parlare, di sapere. Lazzaro di Betania lo disse a Maria quando già erano per via, stupendosi Ella della strada che Lazzaro prendeva», dice severo Samuele. «Sì. Nel suo primo passaggio da Nazareth disse soltanto: “Ti condurrò da tuo Figlio fra un mese”. E neppur le disse: “Andiamo a Efraim” quando erano per partire, ma…», dice Giovanni.
«Tutti lo sanno che Gesù è qui. Solo Lei non sapeva?», chiede sempre villanamente Giuda interrompendo il compagno.
65«Maria lo sapeva, lo aveva sentito dire. Ma, posto che un fiume di menzogne diverse corre fangoso per la Palestina, Ella non accoglieva, per vera, notizia alcuna. Si consumava in silenzio, pregando. Ma una volta che furono in viaggio, avendo Lazzaro preso la via lungo il fiume, allo scopo di disorientare i nazareni e tutti quelli di Cana, Sefori, Betlemme di Galilea…».
66«Ah! c’è anche Noemi con Mirta e Aurea?», chiede Tommaso.
«No. Ne hanno avuto il divieto da parte di Gesù. Lo ha portato Isacco quando è tornato in Galilea, quest’ordine».
«Allora… anche queste donne non saranno con noi come lo scorso anno».
«Non saranno con noi».
67«E tre!».
68«Neppure le nostre donne e figlie. Il Maestro lo ha detto alle stesse prima di lasciare la Galilea. Anzi lo ha ripetuto. Perché mia figlia Marianna mi disse che Gesù lo aveva detto sin dalla passata Pasqua».
«Ma… benissimo! C’è almeno Giovanna? Salome? Maria d’Alfeo?».
«Sì. E Susanna».
«E certo Marziam… Ma cosa è questo rumore?».
L’arrivo della Madre.
Una folla osannante.
69«I carri! I carri! E tutti i nazareni che non si sono dati vinti e hanno seguito Lazzaro… e quei di Cana…», risponde Giovanni correndo via con gli altri. Aperta la porta, uno spettacolo tumultuoso si presenta alla vista. Oltre a Maria, seduta presso al Figlio e alle discepole, oltre a Lazzaro, oltre a Giovanna, sul suo carro insieme a Maria e Mattia, Ester e altre serventi e il fido Gionata, vi è una folla di gente: visi noti, visi ignoti. Di Nazareth, di Cana, Tiberiade, di Naim, di Endor. E samaritani di tutti i paesi toccati nel viaggio e di altri vicini. E si precipitano avanti ai carri, ostruendo il passaggio a chi vuole uscire e a chi vuole entrare.
70«Ma che vogliono costoro? Perché sono venuti? Come hanno saputo?».
«Eh! quelli di Nazareth erano all’erta, e venuto Lazzaro, la sera, per partire al mattino, nella notte sono corsi alle città vicine, e così quei di Cana, perché Lazzaro era passato a prendere Susanna e ad incontrarsi con Giovanna. E lo hanno seguito e preceduto. Per vedere Gesù e per vedere Lazzaro. E quelli della Samaria pure hanno saputo e si sono uniti. Ed eccoli tutti! …», spiega Giovanni.
71«Di’! Tu che avevi paura che il Maestro non avesse corteo, ti pare sufficiente questo?», dice Filippo all’Iscariota.
«Sono venuti per Lazzaro…».
«Visto che l’ebbero, avrebbero potuto andare. Ma invece sono rimasti sin qui. Segno che c’è anche chi viene per il Maestro».
72«Bene. Non facciamo parole inutili. Cerchiamo piuttosto di far largo per farli entrare. Forza, ragazzi! Per rimettersi in esercizio! É tanto che non si lavora di gomiti per far largo al Maestro!», e Pietro si dà per il primo ad aprire il solco fra la folla osannante, curiosa, devota, pettegola, a seconda dei casi. E fattolo, aiutato dagli altri e da molti discepoli che sparsi fra la folla cercano di riunirsi agli apostoli, mantiene vuoto uno spazio perché le donne possano rifugiarsi in casa, e così Gesù e Lazzaro, e poi chiude la porta ritirandosi per ultimo e spranga con catenacci e sbarre, e manda altri a chiudere dalla parte dell’orto.
Finalmente con la Mamma.
73«Oh! finalmente! La pace sia con te, Maria benedetta! Finalmente ti rivedo! Ora tutto è bello perché tu sei con noi!», saluta Pietro curvandosi fino a terra davanti a Maria. Una Maria dal volto mesto, pallido e stanco, un volto già di Addolorata.
74«Sì, ora tutto è meno doloroso perché sono qui vicino a Lui».
«Te lo avevo assicurato che non dicevo che il vero!», dice Lazzaro.
75«Hai ragione… Ma il sole si è oscurato per me e cessata è ogni pace quando ho saputo che mio Figlio era qui… Ho capito… Oh!». Altre lacrime scendono sulle gote pallide.
76«Non piangere, Mamma mia! Non piangere! Ero qui fra questa buona gente, presso un’altra Maria che è una madre…».
77Gesù la guida verso una stanza che si apre sull’orto quieto. Tutti li seguono.
Paziente umiltà di Lazzaro.
78Lazzaro si scusa: «Ho ben dovuto dire, perché Ella conosceva la strada e non capiva perché pigliassi quella. Lo credeva con me, a Betania… E a Sichem anche un uomo gridò: “Anche noi ad Efraim, dal Maestro”. Non mi fu più possibile alcuna scusa… Speravo anche distanziare quella gente, partendo a notte, per vie strane. Ma sì! Erano di guardia in ogni luogo, e mentre un nucleo mi seguiva l’altro andava all’intorno ad avvisare».
79Maria di Giacobbe porta latte, miele, burro e pane fresco, e li offre a Maria per prima, e sogguarda Lazzaro da sotto in su, metà curiosa, metà spaurita, e la sua mano ha una scossa quando, nel dare il latte a Lazzaro, gli sfiora la mano, e la sua bocca non trattiene un «oh!» quando lo vede mangiare la sua focaccia come tutti.
80Lazzaro ride per il primo dicendo, affabile, signorile e sicuro come tutti gli uomini di grande nascita: «Sì, donna. Mangio proprio come te, e mi piace il tuo pane e il tuo latte. E certo mi piacerà il tuo letto, perché sento la stanchezza come sento la fame». Si volge a tutti dicendo: «Molti sono che mi toccano con una scusa per sentire se sono carne e ossa, se ho calore e respiro. É una lieve noia. E finita la mia missione mi rinchiuderò in Betania. Vicino a Te, Maestro, creerei distrazioni troppe. Ho brillato, ho testimoniato della tua potenza fino in Siria. Ora mi eclisso. Tu solo devi splendere nel cielo del miracolo, nel cielo di Dio e al cospetto degli uomini».
Gratitudine di Maria.
81Maria, intanto, dice alla vecchietta: «Tu sei stata buona con mio Figlio. Egli mi ha detto quanto. Lascia che io ti baci per dirti che ti son grata. Non ho nulla per compensarti, fuorché il mio amore. Sono povera io pure… e anche io posso dire di non avere più figlio, perché Egli è di Dio e della sua missione… E così sia sempre, perché santo e giusto è tutto ciò che Dio vuole».
82Maria è dolce, ma come è spezzata già… Tutti gli apostoli la guardano con pietà, tanto da dimenticarsi di chi tumultua fuori e di chiedere notizie dei parenti lontani.
83Ma Gesù dice: «Salgo sul terrazzo per congedare e benedire la gente»; e allora Pietro si riscuote e dice: «Ma dove è Marziam? Ho visto tutti i discepoli e non lui».
84«Non c’è Marziam», risponde Salome, la madre di Giacomo e Giovanni.
85«Non c’è Marziam? Perché? É malato?».
86«No. Sta bene. E bene sta tua moglie. Ma non c’è Marziam. Porfirea non lo ha lasciato venire».
87«Stolta femmina! Fra un mese è Pasqua ed egli deve ben venire per la Pasqua! Poteva farlo venire con voi da ora, dare una gioia al figlio e una a me. Ma è più tarda di una pecora a capire le cose e.…».
Preconcetti e paura di Pietro.
Ordine del Signore.
88«Giovanni e Simone di Giona, e tu Lazzaro con Simone Zelote, venite con Me. Voi tutti state qui dove siete, sinché ho congedato la gente, separando da essa i discepoli», ordina Gesù ed esce coi quattro chiudendo la porta.
89Traversa il corridoio, la cucina, esce nell’orto seguito da Pietro che brontola e dagli altri. Ma prima di mettere piede sulla terrazza si ferma sulla scaletta, si volge posando una mano sulla spalla di Pietro che alza il volto scontento.
90«Ascoltami bene, Simon Pietro, e cessa di accusare e rimproverare Porfirea. Ella è innocente. Ella ubbidisce a un ordine mio. Sono Io che le ho comandato, avanti ai Tabernacoli, di non far venire Marziam in Giudea…»
91«Ma la Pasqua, Signore!».
92«Sono il Signore. Tu lo dici. E come Signore posso ordinare qualunque cosa, perché ogni mio ordine è giusto. Perciò non ti turbare con gli scrupoli. Ti ricordi ciò che è detto nei Numeri? “Se alcuno della vostra nazione è immondo per un morto o è in viaggio lontano, faccia la Pasqua del Signore nel quattordicesimo giorno del secondo mese, verso sera”».
93«Ma Marziam non è immondo, almeno spero che Porfirea non voglia proprio morire ora; e non è in viaggio…», obbietta Pietro.
94«Non importa. Io voglio così. Ci sono cose che rendono più immondi di un morto. Marziam… Non voglio che si contamini. Lasciami fare, Pietro. Io so. Sii capace di ubbidire come lo è tua moglie e Marziam stesso. Faremo con lui la seconda Pasqua, al quattordicesimo del secondo mese. E saremo così felici, allora. Te lo prometto».
Pietro fa una mossa come per dire: «Rassegniamoci», ma non obbietta nulla.
95Lo Zelote osserva: «Molto è che tu non continui il tuo conto di quanti non saranno a Pasqua in città!».
96«Non ho più voglia di contare. Tutto ciò mi dà un che addosso… Un gelo… Gli altri possono sapere?».
«No. Vi ho presi apposta in disparte»
Pietro vuole la protezione di Pilato.
97«Allora… ho anche io da dire qualcosa in disparte a Lazzaro».
«Dilla. Se posso ti risponderò», dice Lazzaro.
98«Oh! anche se non rispondi a me, non importa. Mi basta che tu vada da Pilato -l’idea è del tuo amico Simone- e che tu, così, fra una parola e l’altra, gli cavi fuori ciò che egli pensa di fare per Gesù, in bene o in male… Sai… con arte… Perché se ne dicono tante! …»
99«Lo farò. Subito che arrivo a Gerusalemme. Passerò da Betel e Rama invece che da Gerico per andare a Betania, e sosterò nel palazzo di Sion, e andrò da Pilato. Sta’ tranquillo, Pietro. Ché sarò esperto e sincero».
Il piccolo Cesare detto Pilato.
100«E perderai del tempo per niente, amico. Perché Pilato -tu lo sai come uomo, Io lo so come Dio- non è che una canna che piega dalla parte opposta all’uragano, tentando di sfuggire ad esso. Non è mai insincero. Perché sempre è convinto di voler fare, e fa, ciò che dice in quel momento. Ma il momento dopo, per un urlo di bufera che viene da un’altra parte, dimentica -oh! non è che manchi alle sue promesse e volontà- dimentica, questo solo, tutto ciò che voleva prima. Lo dimentica perché l’urlo di una volontà più forte della sua lo smemora, gli soffia via tutti i pensieri che un altro urlo vi aveva messi, e vi mette dentro i nuovi.
101E poi, su tutte le bufere che con mille voci, da quella della moglie che lo minaccia di separarsi se non fa ciò che ella vuole -e separato che sia da lei, addio ogni sua forza, ogni sua protezione presso il “divo” Cesare, come essi dicono, pur essendo convinti che questo Cesare è più abbietto di loro… Ma essi sanno vedere l’Idea nell’uomo, anzi l’Idea annulla l’uomo che la rappresenta, e l’Idea non si può dire che sia immonda: ogni cittadino ama, è giusto che ami la Patria, che voglia il suo trionfo… Cesare è la Patria… ed ecco… che anche un miserabile è… un grande per quello che rappresenta… Ma non volevo parlare di Cesare, ma di Pilato!-
102Dicevo, dunque, che su tutte le voci, da quella della moglie a quella delle folle, c’è la voce, ah! che voce! del suo io. Dell’io piccolo del piccolo uomo, dell’io avido dell’avido uomo, dell’io orgoglioso dell’orgoglioso uomo; questa piccolezza, quest’avidità, quest’orgoglio vogliono regnare per essere grandi, vogliono regnare per essere pieni di denaro, vogliono regnare per poter dominare su un mucchio di sudditi curvi in ossequio. L’odio cova sotto, ma non lo vede il piccolo Cesare detto Pilato, il nostro piccolo Cesare…
103Egli vede solo le schiene curve che fingono un ossequio e un tremore davanti a lui, o li sentono realmente l’uno e l’altro. E per questa voce procellosa dell’io egli è disposto a tutto. Dico: a tutto. Pur di continuare ad essere Ponzio Pilato, il Proconsole, il servo di Cesare, il dominatore di una delle tante regioni dell’Impero.
104E per tutto questo, se anche ora è mio difensore, domani sarà mio giudice, e inesorabile. Sempre incerto è il pensiero dell’uomo. Incertissimo, poi, quando quell’uomo si chiama Ponzio Pilato. Ma tu, Lazzaro, accontenta pure Pietro… Se ciò lo deve consolare…».
«Consolare no, ma… tenermi più calmo, sì…».
105«E allora accontenta il nostro buon Pietro e va’ da Pilato».
106«Andrò, Maestro. Ma Tu hai dipinto il Proconsole come nessun storico o filosofo avrebbe potuto fare. É perfetto!».
107«Potrei ugualmente dipingere ogni uomo nella sua vera effigie: il suo carattere. Ma andiamo da questi che tumultuano».
Raccomandazioni ai fedeli galilei e samaritani.
Non tumultuate!
108Sale gli ultimi scalini e si presenta. Alza le braccia e dice forte: «Uomini di Galilea e di Samaria, discepoli e seguaci. Il vostro amore, il desiderio di onorarmi e di onorare la Madre mia e l’amico mio facendo scorta al loro carro, mi dice quale è il vostro pensiero. Io non posso che benedirvi per questo vostro pensiero. Però ora tornate alle vostre case, ai vostri affari. Voi di Galilea andate e dite ai rimasti che Gesù di Nazareth li benedice. Uomini di Galilea, ci vedremo per la Pasqua in Gerusalemme, dove entrerò il dì dopo il sabato avanti la Pasqua. Uomini di Samaria, andate voi pure e sappiate non limitare il vostro amore per Me a seguirmi e cercarmi sulle vie della Terra, ma in quelle dello spirito. Andate e la Luce brilli in voi. Discepoli del Maestro, separatevi dai fedeli restando in Efraim a ricevere le mie istruzioni. Andate. Ubbidite».
109«Ha ragione! Noi lo disturbiamo. Egli vuole stare con la Madre!», gridano i discepoli e i nazareni.
«Ce ne andremo. Ma prima vogliamo la sua promessa di venire a Sichem prima di Pasqua. A Sichem! A Sichem!».
110«Verrò. Andate. Verrò prima di salire per la Pasqua a Gerusalemme».
«Non andare! Non andare! Resta con noi! Con noi! Ti difenderemo! Ti faremo Re e Pontefice! Essi ti odiano! Noi ti amiamo! Abbasso i giudei! Viva Gesù!».
111«Silenzio! Non tumultuate! La Madre mia soffre di queste grida che mi possono nuocere più di una voce di maledizione. Non è ancora la mia ora. Andate. Passerò da Sichem. Ma levate dal vostro cuore il pensiero che Io possa, per una bassa viltà umana e per una sacrilega ribellione alla volontà del Padre mio, non compiere il mio dovere di israelita adorando il vero Dio nell’unico Tempio in cui può essere adorato, e di Messia assumendo corona altrove che a Gerusalemme, dove sarò unto Re universale secondo la parola e la verità vista dai grandi profeti».
112«Abbasso! Non c’è altro profeta dopo Mosè! Sei un illuso».
Seguite la via dritta.
113«E voi pure. Siete forse liberi? No. Come si chiama Sichem? Quale il suo nuovo nome? E come per essa, per molte altre città di Samaria, Giudea, Galilea. Perché il mangano romano ci livella tutti ad un modo. Si chiama forse Sichem? No. Neapoli si chiama. Così come Betscan si chiama Scitopoli e molte altre città che, o per volere dei romani, o per quello degli adulatori vassalli, hanno preso il nome imposto dal dominio o dall’adulazione. E voi, singoli, vorreste essere da più di una città, da più dei nostri dominatori, da più di Dio? No. Nulla può mutare ciò che è destinato per salvezza di tutti. Io segno la via diritta. Seguitemi, se volete entrare con Me nel Regno eterno».
Giudicate da voi stessi i falsi discepoli.
114Fa per ritirarsi. Ma la gente samaritana tumultua tanto che i galilei reagiscono, e contemporaneamente accorrono fuor dalla casa, nell’orto, e poi su per la scala e sul terrazzo, quelli che erano in casa. Appare per primo il volto pallido e triste, angosciato di Maria da dietro le spalle di Gesù, e la Madre lo abbraccia e lo stringe come se volesse difenderlo dalle contumelie che salgono dal basso: «Tu ci hai traditi! Ti sei rifugiato da noi facendoci credere che ci amavi, mentre poi ci disprezzi! Disprezzati saremo più ancora per tua colpa!», e così via.
115Si appressano a Gesù anche le discepole, gli apostoli, ultima, spaurita, Maria di Giacobbe. Gli urli dal basso spiegano le origini del tumulto, origini lontane ma sicure: «Perché ci hai mandato, allora, i tuoi discepoli a dirci che sei perseguitato?».
116«Non ho mandato nessuno. Ecco là quelli di Sichem. Si facciano avanti. Che ho detto a loro un dì sulla montagna?».
117È vero. Egli ci ha detto che non può essere che adoratore nel Tempio sinché il tempo nuovo non sarà per tutti. Maestro, non noi colpevoli, credilo. Ma questi, illusi da tuoi falsi messi».
118«Lo so. Ma ora andate. Io a Sichem verrò ugualmente. Non ho paura di alcuno. Ma ora andate per non nuocere a voi stessi e a quelli del vostro sangue. Vedete là che, scendendo per la via, luccicano al sole le corazze dei legionari? Certo vi hanno seguiti a distanza, vedendo tanto corteo, rimanendo nel bosco in attesa. Le vostre urla ora li attirano qui. Andate, per vostro bene».
119Infatti, lontano sulla via maestra che si vede salire verso i monti, quella sulla quale Gesù trovò l’affamato, si vede un brillare di luci semoventi, avanzanti. La gente si disperde lentamente. Restano quelli di Efraim, i galilei, i discepoli.
Ironia dell’Iscariota
120«Andate voi pure alle vostre case, o Efraimiti. E partite voi di Galilea. Ubbidite a chi vi ama!».
121Anche questi vanno! Restano solo i discepoli che Gesù ordina di far entrare nella casa e nell’orto. Pietro con altri scende ad aprire.
122Giuda di Keriot non scende. Ride! Ride dicendo: «Ora vedrai i “buoni samaritani” come ti odieranno! Per costruire il Regno Tu disperdi le pietre. E pietre disperse da una costruzione divengono armi per colpire. Tu li hai sprezzati! Ed essi non dimenticheranno».
123«Mi odino. Non per paura del loro odio eviterò di fare il mio dovere.
Mandato ai discepoli.
124Vieni, Madre. Andiamo a dire ai discepoli ciò che devono fare prima di congedarli», e fra Maria e Lazzaro scende la scala entrando nella casa dove si pigiano i discepoli convenuti ad Efraim, ai quali impartisce ordine di spargersi per ogni dove ad avvisare tutti i compagni di essere a Gerico per la neomenia di nisam e di attenderlo sino al suo arrivo, e ai cittadini dei luoghi per dove passeranno che Egli lascia Efraim e di ricercarlo a Gerusalemme per la Pasqua.
125Poi li divide per gruppi di tre affidando a Isacco, Erma e Stefano il nuovo discepolo Samuele, che Stefano saluta così: «La gioia di vederti nella luce tempera il mio affanno di vedere che ogni cosa diviene pietra al Maestro», ed Erma invece saluta così: «Hai lasciato un uomo per un Dio. E Dio ora è veramente con te». Isacco, umile e schivo, dice solo: «La pace sia con te, fratello».
Raccomandazioni a Lazzaro.
L’amico del Messia.
126Offerto pane e latte, che gli Efraimiti con buon pensiero pensano di offrire, anche i discepoli partono ed è infine pace… Ma mentre si prepara l’agnello, Gesù ha ancora da fare. Va vicino a Lazzaro e gli dice: «Vieni con Me lungo il torrente».
127Lazzaro ubbidisce con la sua usuale prontezza.
128Si dilungano dalla casa un duecento metri. Lazzaro tace attendendo che Gesù parli. E Gesù parla: «Ti volevo dire questo. Mia Madre è molto abbattuta. Tu lo vedi. Manda qui le tue sorelle. Io realmente mi spingerò verso Sichem con tutti gli apostoli e le discepole. Ma le manderò poi avanti, a Betania, mentre Io mi fermerò a Gerico qualche tempo. Posso ancora osare di tenere meco delle donne qui in Samaria. Ma non altrove…».
129«Maestro! Temi proprio… Oh! se così è, perché mi hai risuscitato?».
130«Per avere un amico».
131«Oh!!! Se è per questo, allora, eccomi. Ogni dolore, se ti posso confortare della mia amicizia, mi è nulla».
L’amico perfetto
132«Lo so. Per questo ti uso e ti userò come il più perfetto amico».
«Devo realmente andare da Pilato?».
133«Se lo credi. Ma per Pietro. Non per Me».
«Maestro, io ti farò sapere… Quando lasci questo luogo?».
134«Fra otto giorni. Vi è appena tempo per andare dove voglio ed essere poi da te prima della Pasqua. Ritemprarmi in Betania, l’oasi di pace, prima di tuffarmi nel tumulto di Gerusalemme».
135«Lo sai, Maestro, che il Sinedrio è ben deciso a creare le accuse, posto che non ci sono, per costringerti a fuggire per sempre? Questo lo so dal sinedrista Giovanni, che ho incontrato per caso a Tolemaide, felice del nuovo figlio che gli sta per nascere. Mi ha detto: “Ne ho dolore che così deciso sia il Sinedrio. Perché avrei voluto il Maestro presente alla circoncisione del figlio mio, che spero maschio. Deve nascere ai primi di tamuz[144]. Ma sarà ancora fra noi il Maestro per quel tempo? E io vorrei… Perché il piccolo Emanuele, e quel nome ti dica come penso, lo avesse a benedirlo al suo primo atto nel mondo. Perché mio figlio, lui beato, non avrà da lottare per credere, così come noi dovemmo. Crescerà nel tempo messianico e gli sarà facile accettare l’idea”. Giovanni c’è arrivato a credere che Tu sei il Promesso».
136«E quest’uno su molti mi ripaga di ciò che gli altri non fanno. Lazzaro, salutiamoci qui, in pace. E grazie di tutto, amico mio. Tu lo sei un vero amico. Con dieci tuoi pari sarebbe ancor stato dolce vivere fra tanto odio…».
Sintica la discepola attiva e saggia.
137«Ora hai tua Madre, mio Signore. Ella vale dieci e cento Lazzari. Ma ricorda sempre che qualunque sia cosa che ti può abbisognare, sol che io possa, te la procurerò. Ordinami e io sarò tuo servo, in ogni cosa. Non sarò sapiente, né santo, come altri che ti amano, ma un altro più fedele di me, se escludi Giovanni, non lo potrai trovare. Non credo di essere superbo dicendo questo. E ora che abbiamo parlato di Te, ti dirò di Sintica. L’ho vista. É attiva e saggia come solo una greca, che ha potuto divenire tua seguace, può essere. Essa soffre di essere lontana. Ma dice che gode di preparare la tua via. Spera vederti prima di morire».
138«Mi vedrà certamente. Non deludo le speranze dei giusti».
139«Ha una piccola scuola, molto frequentata da fanciulle di ogni luogo. Ma la sera ha con sé qualche povera fanciullina di razza mista, e di nessuna religione perciò. E le istruisce su Te. Le ho detto: “Perché non ti fai proselite? Ti aiuterebbe molto”. Mi ha risposto: “Perché non voglio dedicare me stessa a quelli di Israele, ma agli altari vuoti che attendono un Dio. Li preparo a riceverlo il mio Signore. Poi, a suo Regno stabilito, andrò nella mia Patria, e sotto il cielo dell’Ellade consumerò la vita a preparare i cuori ai maestri. Questo io sogno. Ma se morirò prima, per malattia o persecuzione, me ne andrò ugualmente felice, perché segno sarà che ho compiuto il mio lavoro e che Egli chiama a Sé la sua serva che lo ha amato dal primo incontro”».
140«E’ vero. Sintica mi ha realmente amato dal primo incontro».
141«Io le volevo tacere come sei angustiato. Ma Antiochia risuona come una conchiglia di tutte le voci del vasto impero di Roma, e perciò anche di quanto qui avviene. E Sintica non ignora le tue pene. E ancor più le duole di essere lontana. Voleva darmi del denaro, che non volli, dicendole di usarlo per le sue bambine.
142Ma ho preso un copricapo da lei tessuto con bisso di due grandezze. Lo ha tua Madre. Sintica ha voluto, col filo, scrivere la tua e la sua storia e quella di Giovanni di Endor. E sai come? Tessendo tutt’intorno al quadrato una bordura in cui è raffigurato un agnello che difende da un branco di iene due colombe, delle quali una ha le ali spezzate e l’altra ha spezzata la catena che la teneva legata. E la storia procede, alternandosi, sino al volo verso l’alto della colomba dalle ali spezzate e la volontaria prigionia dell’altra ai piedi dell’agnello. Sembra una di quelle storie che col marmo fanno gli scultori greci sui festoni dei templi e sulle stele dei loro morti, o anche i pittori dipingono sui vasi. Voleva mandartelo dai miei servi. L’ho preso io».
143«Lo porterò perché viene da una buona discepola. Andiamo verso la casa. Quando conti di partire?»
144«Domani all’aurora. Per far riposare i cavalli. Poi non sosterò sino a Gerusalemme e andrò da Pilato. Se potrò parlargli ti manderò le sue risposte da Maria».
145Rientrano in casa lentamente, parlando di cose minori.
567. Parabola della
stoffa strappata e miracolo su una partoriente. Lungo discorso a Giuda di Keriot
sorpreso
a rubare[145].
Candore interiore di Gesù.
Taglio e cucito.
1Gesù è con le discepole e i due apostoli su una delle prime ondulazioni del monte alle spalle di Efraim. Giovanna non ha con sé né i bambini né Ester. Penso che essi siano stati già mandati a Gerusalemme insieme a Gionata. Vi sono perciò solamente, oltre la Madre di Gesù, Maria Cleofa, Maria Salome, Giovanna, Elisa, Niche e Susanna. Non sono ancora presenti le due sorelle di Lazzaro.
2Elisa e Niche stanno piegando delle vesti, che sono certo state lavate ad un rio che scintilla là in basso, o portate qui dal torrente e stese poi su questo pianoro solatio. E Niche, dopo averne osservata una, la porta a Maria Cleofa dicendo: «Anche a questa tuo figlio ha scucito l’orlo».
3Maria d’Alfeo prende la veste e la mette vicino alle altre che ha presso sé sull’erba. Tutte le discepole sono intente a cucire, a riparare i danni che si sono prodotti nei molti mesi che gli apostoli furono soli.
4Elisa, che si avvicina con altre vesti asciutte, dice: «Si vede che da tre mesi non avete avuto una donna esperta con voi! Non c’è una veste in ordine, eccettuate quelle del Maestro, che in compenso ne ha due sole. Quella che indossa e l’altra lavata oggi».
5«Le ha date via tutte. Pareva preso dalla frenesia di non avere più nulla. É vestito di lino già da molti giorni», dice Giuda.
Il candore interiore.
6«Meno male che tua Madre ci ha pensato a portartene di nuove. Quella tinta di porpora è proprio bellissima. Ti ci voleva, Gesù, per quanto Tu stia tanto bene vestito così di lino. Sembri proprio un giglio!», dice Maria d’Alfeo.
7«Un giglio molto alto, Maria!», satireggia Giuda.
8«Ma puro come certo tu non sei e neppure come lo è Giovanni. Sei vestito anche tu di lino, ma, credilo, tu l’aspetto del giglio non l’hai!», ribatte franca Maria d’Alfeo.
9«Io sono bruno di capelli e di carnagione. Per questo sono diverso».
10«No. Non dipende da questo. É che tu il candore lo hai addosso, ed Egli lo ha dentro e traspira dal suo sguardo, dal suo sorriso, dalla sua parola. Questo è! Ah! come si sta bene qui col mio Gesù!». E la buona Maria posa una delle sue mani sciupate di donna anziana e lavoratrice sul ginocchio di Gesù, che le accarezza questa mano onesta.
Un rammendo maldestro di Giovanni
11Maria Salome, che sta esaminando una veste, esclama: «Questo è peggio di uno strappo! Oh! figlio mio! Ma chi ti ha chiuso il buco in questo modo?», e mostra scandalizzata alle compagne una specie di… ombelico molto increspato, di modo che fa un anello rilevato sulla stoffa, tenuto insieme con certi puntaci da far inorridire una donna. La strana riparazione è epicentro ad una serie di crespe, che a raggiera si allargano sulla spalla della veste. Ridono tutti. Per primo Giovanni, l’autore del rammendo, che spiega: «Con lo strappo non ci potevo stare, e allora… l’ho chiuso!».
12«Lo vedo, misera me! Lo vedo! Ma non potevi fartelo aggiustare da Maria di Giacobbe?».
13«É quasi cieca, povera donna! E poi… il brutto era che non era uno strappo! Era un vero buco. La veste è rimasta attaccata alla fascina che portavo sulla spalla, e levando la fascina dalla spalla è venuto via anche il pezzo di veste. Allora ho riparato così!».
14«Hai guastato così, figlio mio. Mi ci vorrebbe…». Esamina la veste, ma scuote il capo. Dice: «Speravo di poter levare l’orlo. Ma non c’è già più…».
15«L’ho levato io a Nobe, perché reciso sulla piega. Ma avevo dato la parte levata a tuo figlio…», spiega Elisa.
16«Sì. Ma io l’ho usata per fare le corde alla mia sacca…».
17«Poveri figli! Come è necessario che noi vi si stia vicine!», dice Maria SS. che rammenda una veste non so di chi.
Parabola della stoffa strappata.
Lo spunto alla parabola.
18«Eppure qui ci vuole della stoffa. Guardate. I punti hanno finito di lacerare tutto all’intorno, e da un male già grande ne è venuto uno irreparabile; a meno che… si possa trovare alcunché che sostituisca la stoffa mancante. Allora… si vedrà ancora… ma sarà passabile».
19«Tu mi hai dato lo spunto ad una parabola…», dice Gesù, e contemporaneamente Giuda dice: «Io credo di avere in fondo alla borsa un pezzo di stoffa di quel colore, avanzo di una veste che, troppo stinta per essere portata, ho dato ad un ometto, tanto più basso di me che dovemmo tagliarne quasi due palmi. Se attendi, te la vado a cercare. Ma prima vorrei sentire la parabola».
20«Dio ti benedica. Ascolta pure. Io intanto rimetto i cordoni a questa di Giacomo. Sono tutti consunti questi».
21«Parla, Maestro. E poi farò felice Maria Salome».
Un paziente e lungo rammendo perfetto
22«Parlo. Paragono l’anima ad una stoffa. Quando viene infusa è nuova, senza strappi. Ha solo la macchia originale, ma non ha ferite nella sua compagine, né altre macchie, né consunzioni. Poi, col tempo e per l’accoglimento dei vizi, si logora talora sino a recidersi, per le imprudenze si macchia, per i disordini si lacera. Ora, quando è lacerata, non bisogna fare un rammendo maldestro, origine a più numerosi strappi, ma un paziente e lungo rammendo perfetto, per annullare il più che si può la rovina fatta.
Andare dal Sarto Dio Padre, Figlio, Amore
23E se troppo è lacerata la stoffa, anzi se è talmente lacerata da averne asportato un pezzo, non si deve superbamente pretendere di annullare la rovina da sé, ma andare da chi si sa che può rendere novellamente integra l’anima, perché tutto gli è concesso di fare e tutto Egli può fare. Parlo di Dio, mio Padre, e del Salvatore che Io sono.
Evitare i rimedi incompleti dei nemici
24Ma l’orgoglio dell’uomo è tale che, più grande è la rovina della sua anima, e più cerca di rabberciarla con rimedi incompleti che creano un malanno sempre più grande. Mi potrete obbiettare che uno strappo sempre si vedrà. Lo ha detto anche Salome. Sì, si vedranno sempre le ferite che un’anima ha subìto. Ma l’anima lotta la sua battaglia, e perciò è conseguente che venga colpita. Tanti sono i nemici che ha d’attorno.
Le ferite ricevute in battaglia sono gloriose
25Ma nessuno, vedendo un uomo coperto di cicatrici, segni di altrettante gloriose ferite ricevute in battaglia per conseguire vittoria, può dire: “Quest’uomo è immondo”. Dirà anzi: “Costui è un eroe. Ecco là i segni purpurei del suo valore”. Né mai si vedrà che un soldato eviti di farsi curare vergognandosi di una gloriosa ferita, ma anzi va dal medico e gli dice con santo orgoglio: “Ecco, ho combattuto e ho vinto. Non mi sono risparmiato. Tu lo vedi. Ora risarciscimi perché io sia pronto per altre battaglie e vittorie”.
Stolto chi nasconde piaghe causate da vizi indegni
26Invece colui che è piagato da malattie immonde, causate in lui da vizi indegni, colui si vergogna delle sue piaghe e davanti ai familiari e gli amici, e anche davanti ai medici, e talora è così assolutamente stolto che le tiene nascoste sinché il loro fetore non le disvela. Ma allora è troppo tardi per riparare.
L’umile vince, il superbo muore nel peccato
27Gli umili sono sempre sinceri, e anche sono dei valorosi che non hanno da vergognarsi delle ferite riportate nella lotta. I superbi sono sempre menzogneri e vili, e per il loro orgoglio giungono alla morte, non volendo andare da chi può guarirli e dirgli: “Padre, io ho peccato. Ma, se Tu vuoi, mi puoi guarire.
L’orgoglioso raggiunge la dannazione
28Molte sono le anime che, per l’orgoglio di non avere a confessare una colpa iniziale, giungono alla morte. E allora anche per esse è troppo tardi. Non riflettono che la misericordia divina è più potente e vasta di ogni cancrena, per potente e vasta che sia, e che tutto può risanare. Ma esse, le anime degli orgogliosi, quando si accorgono di aver sprezzato ogni salvezza, cadono in disperazione, poiché sono senza Dio, e dicendo “É troppo tardi”, si danno l’ultima morte, quella della dannazione. E ora va’ pure, Giuda, a prendere la tua stoffa…».
L’apostolo brontolone della testa sciupata.
29«Vado. Ma non mi è piaciuta questa parabola. Non l’ho capita».
30«Ma se è così limpida! L’ho capita io, povera donna!», dice Maria Salome.
31«E io no. Una volta le dicevi più belle. Ora… le api… la stoffa… le città che cambiano nome… le anime barche… Cose così povere e così confuse che non mi piacciono più e non le capisco… Ma ora vado a prendere la stoffa, perché praticamente dico che ci vuole quella, ma che sempre sarà una veste sciupata», e Giuda si alza e va via.
Commenti sull’apostolo della testa sciupata
32Maria ha sempre più chinato la testa sul suo lavoro mentre Giuda parlava, Giovanna invece l’ha alzata fissando con impero sdegnato l’imprudente. Anche Elisa l’ha alzata, ma poi ha imitato Maria, e così Niche. Susanna ha spalancato i suoi grandi occhi sbalordita e ha guardato Gesù invece dell’apostolo, come chiedendosi perché non reagisce. Nessuna però ha parlato o ha fatto gesti. Ma Maria Salome e Maria d’Alfeo, più popolane, si sono guardate crollando la testa e, appena partito Giuda, Salome dice: «É lui che ha la testa sciupata!».
33«Sì. E per questo non capisce niente, né so se neppur Tu potrai riaggiustargliela. Fosse mio figlio così, gliela romperei del tutto. Sì, così come gliel’ho fatta perché fosse testa di giusto, così gliela romperei. Meglio avere sfregiato il volto che il cuore!», dice Maria d’Alfeo.
L’orgoglio ereditario dell’Iscariota
34«Sii indulgente, Maria. Tu non puoi paragonare i tuoi figli, cresciuti in una famiglia onesta, in una città come Nazareth, con questo uomo», dice Gesù.
35«Sua madre è buona. Suo padre non era un malvagio, ho sentito dire», ribatte Maria d’Alfeo.
36«Sì. Ma l’orgoglio non gli mancava in cuore. Per questo ha allontanato il figlio dalla madre troppo presto e ha contribuito lui pure a sviluppare l’eredità morale, che egli aveva dato a suo figlio, col mandarlo a Gerusalemme. É doloroso dirlo, ma non è certo il Tempio il luogo dove l’orgoglio ereditario possa diminuire…», dice Gesù.
37«Nessun posto di Gerusalemme, che sia posto d’onore, è atto a diminuire l’orgoglio e ogni altro difetto», sospira Giovanna. E aggiunge: «E neppur ogni altro posto d’onore, sia che sia a Gerico o a Cesarea di Filippo, a Tiberiade come all’altra Cesarea…», e cuce svelta, curvando il viso sul suo lavoro più che non occorra.
Maria di Lazzaro era molto superba
38«Maria di Lazzaro è imperiosa ma non ha orgoglio», osserva Niche.
«Ora. Ma prima era molto superba, all’opposto dei suoi parenti che non furono mai tali», risponde Giovanna.
39«Quando verranno?», chiede Salome.
«Presto, se noi fra tre giorni dobbiamo partire».
40«Lavoriamo rapide, allora. Facciamo appena in tempo a finire tutto», incita Maria d’Alfeo.
«Si è tardato a venire per causa di Lazzaro. Ma fu bene, perché molta fatica fu risparmiata a Maria», dice Susanna.
L’amore è medicina per i dolori di Maria.
L’amore di Giovanni per Maria
41«Ma tu ti senti di far tanto cammino? Sei così pallida e stanca, o Maria!», domanda Maria d’Alfeo posando la mano nel grembo di Maria e guardandola con affanno.
42«Non sono ammalata, Maria, e certo posso camminare».
41«Ammalata no, ma afflitta tanto, Madre. Io darei dieci e dieci anni della mia vita, abbraccerei tutti i dolori pur di rivederti come ti vidi la prima volta», dice Giovanni che la guarda con pietà.
Causa del soffrire di Maria
43«Ma il tuo amore è già medicina, Giovanni. Io sento calmarsi il cuore a vedere come voi amate la mia Creatura. Perché non è altra la causa del mio soffrire. Altra, fuori dal vederlo non amato. Qui, vicina a Lui e fra voi, così fedeli, io rifiorisco già. Ma certo… questi mesi… sola a Nazareth… dopo averlo visto partire già angustiato tanto, già perseguitato tanto… e udendo tutte quelle voci… oh! Quanto! Quanto dolore! Vicino così, io vedo, io dico: “Almeno il mio Gesù ha sua Mamma che lo consola, che gli dice parole che coprono altre parole”, e vedo anche che non tutto è morto l’amore in Israele. E ho pace. Un poco di pace. Non molta… perché…».
44Maria non dice di più. China il viso che aveva alzato per parlare a Giovanni, e di esso non se ne vede più che il sommo della fronte che arrossa per una emozione muta… e poi due lacrime brillano sulla veste scura che Ella rammenda.
Gesù consola la Mamma
45Gesù sospira e si alza dal suo posto andando a sedersele ai piedi, davanti, e là abbandona il capo sui ginocchi di Lei, baciandole la mano che tiene la stoffa e restando poi così come un bambino che riposi. Maria leva dalla stoffa l’ago, per non ferire il Figlio, e poscia mette la destra sulla testa curva sui suoi ginocchi e alza il viso guardando il cielo, pregando certo, benché non muova le labbra; tutto il suo aspetto dice che Ella prega. Poi si china a baciare suo Figlio sui capelli, là, presso la tempia scoperta.
Ritardo dell’Iscariota
46Le altre non parlano sinché Salome dice: «Ma quanto sta Giuda? Cala il sole così! E non vedrò bene!».
47«Forse qualcuno lo ha fermato», risponde Giovanni e chiede alla madre sua: «Vuoi che vada io a sollecitarlo?».
48«Faresti bene. Ché, se non ha trovato la stoffa uguale, io ti raccorcerò le maniche, tanto viene l’estate e per l’autunno ti preparerò altra veste, ché questa non può più andare, e con la accorciatura ti aggiusterò qui. Per andare alla pesca sarà ancor buona. Perché certo, dopo la Pentecoste, tornerete in Galilea…»
49«Allora vado», dice Giovanni e sempre gentile chiede alle altre donne: «Avete vesti già aggiustate che io possa portare alle nostre case? Se sì, datemele. Sarete meno cariche al ritorno».
50Le donne raccolgono quanto hanno già rassettato e lo danno a Giovanni, che si volge per andarsene, ma si ferma subito vedendo accorrere verso di loro Maria di Giacobbe.
Miracolo sulla partoriente.
Dolori dell’undecimo parto.
51La buona vecchietta arranca svelta quanto lo consentono i suoi molti anni e grida a Giovanni: «É lì il Maestro?».
«Sì, madre. Che vuoi?».
52La donna risponde continuando a correre: «Ada sta male, male… E il marito vorrebbe consolarla chiamando Gesù… Ma dopo che quei samaritani sono stati… così cattivi, non osa… Io ho detto: “Non lo conosci ancora. Io vado e non… mi dirà di no”».
La vecchietta ansa per la corsa e la salita.
53«Non correre più oltre. Vengo con te. Anzi ti precedo. Tu seguici con passo pacato. Sei vecchia, madre, per queste corse», le dice Gesù. E poi, alla Madre e alle discepole: «Io resto in paese. La pace a voi».
54Prende Giovanni per un braccio e scende con lui rapidamente. La vecchietta, ripreso fiato, lo seguirebbe dopo aver risposto alle donne che l’interrogano: «Uhm! Solo il Rabbi la può salvare. Altrimenti morirà come Rachele. Raffredda e perde le forze e si stravolge già nelle convulsioni del dolore».
Consigli delle donne-madri
55Ma le donne la trattengono dicendole: «Ma non avete provato con mattoni caldi sotto le reni?»,
«No! Meglio avvolgerla in lane imbevute di vino con aromi, il più caldo che si possa»,
«A me per Giacomo fecero bene le unzioni d’olio e poi i mattoni caldi»,
«Fatela bere molto»,
«Se potesse stare ritta e far qualche passo e intanto una che le sfregasse molto le reni».
Le donne-madri, ossia tutte meno Niche e Susanna, e Maria che non soffrì delle pene di ogni donna nel dare alla luce il Figlio, consigliano questo o quello.
56«Tutto! Tutto si è provato. Ma troppo ha stanche le reni. È l’undecimo figlio! Ma ora vado. Ho ripreso fiato. Pregate per quella madre! Che l’Altissimo la tenga viva sinché non giunge da lei il Rabbi». E trotterella via, povera vecchia sola e buona.
La bontà del Messia.
57Gesù, intanto, scende svelto verso la città tutta calda di sole. Entra in città dal luogo opposto a quello dove è la loro casa, ossia dal nord-ovest di Efraim, mentre la casa di Maria di Giacobbe è al sud-est. Va lesto, senza fermarsi a parlare con chi lo vorrebbe fermare. Li saluta e va.
58Un uomo osserva: «É inquieto con noi. Quelli degli altri luoghi fecero male. Ha ragione».
«No. Va da Janoè. Gli muore la moglie al suo undecimo parto».
«Miseri figli! E il Rabbi va là? Tre volte buono. Offeso, benefica».
«Non l’ha offeso Janoè! Nessun di noi l’offese!».
«Ma sempre uomini di Samaria».
«Il Rabbi è giusto e sa distinguere. Andiamo a vedere il miracolo».
«Non potremo entrare. É una donna e sul parto».
«Ma sentiremo piangere la creatura novella e sarà voce di miracolo».
Vanno di corsa per raggiungere Gesù. Anche altri si uniscono per vedere.
La fede di Janoè.
59Gesù giunge alla casa desolata per l’imminente sventura. I dieci figli -la più grande è una giovinetta in lacrime, stretta dai fratellini più piccoli e piangenti- stanno in un angolo dell’andito presso la porta spalancata. Comari che vanno e vengono, sussurri di voci, scalpiccio di piedi scalzi correnti sull’ammattonato. Una donna vede Gesù e ha un grido: «Janoè! Spera! Egli è venuto!», e corre via con una brocca fumante. Un uomo accorre, si prostra. Non ha che un gesto e queste parole: «Io credo. Pietà. Per questi», e accenna i figli.
L’Altissimo aiuta chi ha fede
60«Alzati e fa’ cuore. L’Altissimo aiuta chi ha fede e ha pietà dei suoi figli afflitti».
61«Oh! vieni, Maestro! Vieni! É già nera. Strozzata dalle convulsioni. Quasi non respira. Vieni!». L’uomo, che ha perduto la testa -e finisce di perderla del tutto al grido di una comare che chiama: «Janoè, corri! Ada muore!», – spinge, tira Gesù per farlo andare presto, presto, presto, verso la stanza della morente, sordo alle parole di Gesù che dice: «Va’ e abbi fede!». Fede ne ha il pover’uomo; ma ciò che gli manca è la capacità di capire il senso di quelle parole, il senso riposto che è già sicurezza di miracolo. E Gesù, spinto e tirato, sale la scala per entrare nella stanza alta dove è la donna. Ma Gesù si ferma sul ripiano della scala, a un tre metri dalla porta aperta, che permette di vedere un viso esangue, anzi livido, già stirato nella maschera dell’agonia. Le comari non osano più nulla. Hanno ricoperto la donna sino al mento e guardano. Sono impietrite in attesa del trapasso.
L’amaro tributo del partorire
62Gesù stende le braccia e grida: «Voglio!», e si rivolge per andare. Il marito, le comari, i curiosi, che si sono affollati, restano delusi perché forse speravano che Gesù facesse cose più strabilianti, che il bambino nascesse istantaneamente. Ma Gesù, facendosi largo e fissandoli in volto mentre passa loro davanti, dice: «Non dubitate. Un poco ancora di fede. Un momento. La donna deve pagare l’amaro tributo del partorire. Ma è salva». E scende la scala lasciandoli interdetti. Ma quando sta per uscire nella via, dicendo nel passare ai dieci figli spauriti: «Non temete! La mamma è salva», -e nel dirlo sfiora con la mano i visetti spaventati- un urlo forte echeggia per la casa e si sparge sin sulla via, dove arriva in quel momento Maria di Giacobbe che grida: «Misericordia!», credendo quel grido segno di morte.
63«Non temere, Maria! E va’ svelta! Vedrai nascere il piccino. Sono tornate le forze e le doglie. Ma fra poco sarà gioia».
64Se ne va con Giovanni. Nessuno lo segue, perché tutti vogliono vedere se si compie il miracolo, anzi altri accorrono verso la casa, perché si è sparsa la notizia che il Rabbi è andato a salvare Ada.
Monito a Giuda di Keriot sorpreso a rubare.
L’apostolo ladro.
Cercando l’iscariota.
65E così Gesù, infilandosi per una vieta secondaria, può andare senza inciampi ad una casa dove entra chiamando: «Giuda! Giuda!». Nessuno risponde.
«É andato lassù, Maestro. Possiamo noi pure andare a casa. Metto qui le vesti di Giuda, Simone e tuo fratello Giacomo, e poi metterò le altre di Simon Pietro, Andrea, Toma e Filippo in casa di Anna».
Fanno infatti così e capisco che, per far posto alle discepole, gli apostoli si sono sparsi in altre case, se non tutti, almeno una parte di essi.
66Ormai liberi da ogni indumento, vanno parlando fra loro verso la casa di Maria di Giacobbe ed entrano in essa dall’usciolo dell’orto, che è semplicemente accostato. La casa è silenziosa e vuota. Giovanni vede posata a terra un’anfora colma d’acqua e, forse pensando che là l’abbia deposta la vecchietta prima di esser chiamata ad assistere la donna, la prende e si dirige verso una stanza chiusa. Gesù si attarda nel corridoio per levarsi il manto e a piegarlo con la solita cura prima di deporlo sulla cassapanca dell’andito.
L’Iscariota sorpreso a rubare.
67Giovanni apre la porta e ha un «ah!» quasi di terrore. Lascia cadere la brocca e si tappa gli occhi con le mani, curvandosi come per farsi piccino, per annullarsi, per non vedere. Dalla stanza viene un rumore di monete che si spargono al suolo tintinnando.
68Gesù è già alla porta. Ho tenuto più tempo io a descrivere che Lui ad arrivare. Scansa con impeto Giovanni, che geme: «Via! Va’ via!». Spalanca la porta socchiusa. Entra.
69É la stanza dove, ora che ci sono le donne, prendono i pasti. In essa sono due vecchi cofani ferrati, e davanti ad uno di essi, proprio di fronte alla porta, è Giuda, livido, con gli occhi pieni d’ira e di sgomento insieme, con una borsa nelle mani… Il forziere è aperto… e in terra sono monete e altre ne cadono a terra scivolando fuor da una borsa che è sul limite del cofano, a bocca aperta, mezza coricata. Tutto testimonia, in maniera che non si può avere dubbi, ciò che stava accadendo. Giuda è entrato in casa, ha aperto il cofano e ha rubato. Stava rubando.
70Nessuno parla. Nessuno si muove. Ma è peggio che se tutti urlassero o si avventassero l’un contro l’altro. Tre statue. Giuda il demonio, Gesù il Giudice, Giovanni il terrorizzato dalla rivelazione della bassezza del compagno.
71La mano di Giuda, che tiene la sua borsa, ha un tremito, e le monete messe in essa tintinnano soffocatamente.
72Giovanni è tutto un tremito e, per quanto sia rimasto con le mani strette sulla bocca, i suoi denti battono, mentre gli occhi spauriti guardano Gesù più di Giuda.
Giovanni ubbidisce esce.
73Gesù non ha un fremito. É dritto e glaciale, addirittura glaciale tanto è rigido.
74Finalmente fa un passo, un gesto, e ha una parola. Un passo verso Giuda; un gesto, quello di far segno a Giovanni di ritirarsi; una parola: «Va’!».
75Ma Giovanni ha paura e geme: «No! No! Non mi mandare via. Lasciami qui. Non dirò nulla… ma lasciami qui, con Te».
76«Va’ via! Non temere! Chiudi tutte le porte… e se viene qualcuno… chiunque sia, … anche mia Madre… non lasciare che vengano qui. Va’. Ubbidisci!».
«Signore! …».
77Sembra che il colpevole sia Giovanni, tanto è supplice e schiantato.
78«Va’, ti dico. Non accadrà nulla. Va’», e Gesù tempera il comando posando la mano sulla testa del Prediletto con gesto di carezza. E vedo che quella mano ora trema. E Giovanni la sente tremare e la prende e la bacia con un singhiozzo che dice tante cose. Esce.
Paura contagiosa.
79Gesù chiude la porta a chiavistello. Torna a girarsi per guardare Giuda, che deve essere ben annichilito se non osa, lui, così audace, una parola o un gesto. Gesù gli va direttamente davanti, girando intorno alla tavola che è al centro della stanza. Non so dire se va svelto o lento. Sono troppo spaventata dal suo volto per poter misurare il tempo. Vedo i suoi occhi e ho paura come Giovanni. Lo stesso Giuda ha paura, si arretra fra il cofano e una finestra spalancata la cui luce, rossa per il tramonto, si riversa tutta sopra Gesù.
Lordura di Satana! Sputo d’inferno!
80Che occhi ha Gesù! Non dice parola. Ma quando vede che dalla cintura della veste di Giuda sporge una specie di grimaldello, ha uno scatto pauroso. Alza il braccio col pugno chiuso come per colpire il ladro, e la sua bocca inizia la parola «mal…», o «maledizione». Ma si domina. Arresta il braccio che già stava calando e tronca la parola alle tre prime lettere. E si limita, con uno sforzo di dominio che lo fa tremare tutto, a disserrare il pugno chiuso, a calare il braccio levato sino all’altezza della borsa che Giuda ha in mano e a strapparla lanciandola al suolo, dicendo con voce soffocata, mentre calpesta borsa e monete e le sparge con un furore contenuto ma terribile: «Via! Lordura di Satana! Oro maledetto! Sputo d’inferno! Veleno del serpente! Via!».
Progressiva possessione diabolica
La demoniaca audacia prepara alla possessione .
81Giuda, che ha avuto un grido soffocato quando ha visto Gesù prossimo a maledirlo, non reagisce più. Ma da oltre la porta chiusa un altro grido risuona quando Gesù lancia al suolo la borsa. E questo grido di Giovanni esaspera il ladro. Gli rende la sua demoniaca audacia. Lo fa furente. Quasi si getta contro Gesù urlando: «Mi hai fatto spiare per disonorarmi. Spiare da un ragazzo stolto che non sa neppure tacere. Che mi svergognerà in faccia a tutti! Ma questo Tu volevi. E del resto… Sì! Questo voglio anche io. Io voglio questo! Portarti a cacciarmi! Portarti a maledirmi! A maledirmi! A maledirmi! Tutto ho tentato per farmi cacciare». É rauco d’ira e brutto come un demonio. Ansa come avesse qualcosa che lo strozza.
82Gesù gli ripete, sommesso ma terribile: «Ladro! Ladro! Ladro!», e termina dicendo: «Oggi ladro. Domani assassino. Come Barabba. Peggio di lui». Gli soffia quella parola sul volto, perché ora sono vicinissimi, ad ogni frase dell’altro.
L’odio accolto è possessione voluta
83Giuda, ripreso fiato, risponde: «Sì. Ladro. E per colpa tua. Tutto il male che io faccio è per colpa tua, e Tu non ti stanchi mai di rovinarmi. Tu salvi tutti. Dài amore e onori a tutti. Accogli i peccatori, non ti fanno schifo le prostitute, tratti da amico i ladri e gli strozzini e i lenoni di Zaccheo, accogli come fosse il Messia la spia del Tempio, o stolto che sei! E fai capo nostro un ignorante, tesoriere un gabelliere, confidente tuo uno stolto. E a me misuri il picciolo, non mi lasci una moneta, mi tieni vicino come un galeotto è tenuto vicino al banco del remo, non vuoi neppur che noi, dico noi ma sono io, io solo che non devo accettare oboli di pellegrini. É perché io non tocchi il denaro, che Tu hai ordinato che non si prendesse denaro da nessuno. Perché Tu mi odi. Ebbene: anche io ti odio! Tu non hai saputo percuotermi e maledirmi poco fa. La tua maledizione mi avrebbe incenerito. Perché non l’hai data? L’avrei preferita a vederti inetto così, svigorito così, un uomo finito, un uomo vinto…».
«Taci!».
Per bocca del posseduto parla Satana
84«No! Hai paura che Giovanni senta? Hai paura che egli finalmente capisca chi Tu sei e ti lasci? Ah! L’hai questa paura, Tu che fai l’eroe! Sì, che ce l’hai! E hai paura di me. Hai paura! Per questo non mi hai saputo maledire. Per questo mi fingi amore mentre mi odi! Per blandirmi! Per tenermi quieto. Lo sai che io sono una forza! Lo sai che io sono la forza. La forza che ti odia e che ti vincerà! Te l’ho promesso che ti seguirò sino alla morte offrendoti tutto, e tutto ti ho offerto, e ti starò vicino sino alla tua ora e alla mia ora. Magnifico re che non sa maledire e cacciare! Re-nuvola! Re idolo! Re stolto! Mentitore! Traditore del tuo stesso destino. Mi hai sempre sprezzato, dal nostro primo incontro. Non mi hai corrisposto. Ti credevi sapiente. Sei un ebete. Te la insegnavo la via buona. Ma Tu… Oh! Tu sei il puro! Sei la creatura che è uomo ma che è Dio, e sprezzi i consigli dell’Intelligente. Tu hai sbagliato dal primo momento e sbagli. Tu… Tu sei… Ah!».
Gesù attende in silenzio che la furia cada.
85Il fiume di parole cessa di botto e succede un silenzio lugubre dopo tanto clamore e una lugubre immobilità dopo tanti gesti. Perché, mentre io scrivevo senza poter dire ciò che accadeva, Giuda, curvo, simile, sì, proprio simile ad un cane feroce che guati la preda e gli si accosti pronto al balzo, si è sempre fatto più accosto a Gesù, con un viso da non potersi guardare, con le mani adunche, i gomiti stretti al corpo, proprio come fosse per assalire Gesù, il quale non dà segno della minima paura e si muove voltando anche le spalle all’altro, che potrebbe assalirlo e prenderlo per il collo, ma non lo fa, per aprire la porta e guardare nel corridoio se Giovanni se ne è proprio andato. Il corridoio è vuoto e semibuio, avendo Giovanni chiuso la porta che va nell’orto dopo essere uscito di là. Gesù allora rinchiude la porta a chiavistello e si addossa alla stessa, attendendo senza un gesto o una parola che la furia cada.
Il posseduto è istrumento di Satana
86Io non sono competente. Ma credo di non sbagliare dicendo che per bocca di Giuda ha parlato Satana stesso, che questo è un momento di possessione palese di Satana nell’apostolo pervertito, già alla soglia del Delitto, già dannato per propria volontà. Lo stesso modo come cessa il fiume di parole, lasciando come sbalordito l’apostolo, mi ricorda altre scene di possessione viste nei tre anni di vita pubblica di Gesù.
Comportamento di Gesù
87Gesù, addossato contro la porta, tutto bianco contro il legno scuro, non fa il minimo gesto. Soltanto i suoi occhi potenti di dolore e di fervore guardano l’apostolo. Se si potesse dire che gli occhi pregano, io direi che gli occhi di Gesù pregano mentre Egli guarda il disgraziato. Perché non è solo dominio che esce da quegli occhi così afflitti, ma è anche fervore di preghiera. Poi, verso la fine del parlare di Giuda, Gesù apre le braccia che aveva strette lungo il corpo, ma non le apre né per toccare Giuda, né per fare un gesto verso lo stesso o alzarle al cielo. Le apre orizzontalmente, assumendo la posa del Crocifisso, là, contro il legno scuro e la parete rossastra. É allora che dalla bocca di Giuda rallentano le ultime parole ed esce quell’«Ah!» che spezza il discorso.
88Gesù resta come è, con le braccia aperte, e guarda l’apostolo sempre con quello sguardo di dolore e preghiera. E Giuda, come uno che esce da un delirio, si passa la mano sulla fronte, sul volto sudato… pensa, ricorda e, sovvenendosi di tutto, crolla a terra non so se piangendo o meno. Certo va a terra, come gli fossero mancate le forze.
Tre verità che ogni salvatore deve sapere
La forza del Salvatore è l’amore.
89Gesù abbassa lo sguardo e le braccia, e con voce bassa ma chiara dice: «Ebbene? Ti odio? Potrei colpirti col piede, schiacciarti chiamandoti “verme”, potrei maledirti, così come ti ho liberato dalla forza che ti fa delirare. Tu l’hai creduta debolezza la mia impossibilità di maledirti. Oh! non è debolezza! É che Io sono il Salvatore. E il Salvatore non può maledire. Può salvare. Vuol salvare… Tu hai detto: “Io sono la forza. La forza che ti odia e che ti vincerà”. Io pure sono la Forza, anzi, sono l’unica Forza. Ma la mia forza non è odio. É amore. E l’amore non odia e non maledice, mai. La Forza potrebbe anche vincere le singole battaglie come questa fra Me e te, fra Me e Satana che è in te, e levarti il tuo padrone, per sempre, come ho fatto ora tramutandomi nel segno che salva, nel Tau che Lucifero non può vedere. Potrebbe anche vincere queste singole battaglie, come vincerà quella prossima contro Israele incredulo e uccisore, contro il mondo e contro Satana sconfitto dalla Redenzione. Potrebbe anche vincere queste singole battaglie come vincerà quella ultima, lontana per chi conta a secoli, vicina per chi misura il tempo colla misura dell’eternità.
La regola perfetta della salvezza.
90Ma che gioverebbe violare le regole perfette del Padre mio? Sarebbe giustizia? Sarebbe merito? No. Non sarebbe né giustizia né merito. Non giustizia verso gli altri uomini colpevoli, ai quali non è tolta la libertà di esserlo, i quali potrebbero nel dì finale chiedermi e rimproverarmi il perché della condanna e la parzialità fatta a te solo. Saranno dieci e centomila quelli, settanta volte dieci e centomila quelli che faranno i tuoi stessi peccati e si indemonieranno per volontà propria, e saranno offensori di Dio, torturatori della madre e del padre, assassini, ladri, mentitori, adulteri, lussuriosi, sacrileghi, e infine deicidi, uccidendo materialmente il Cristo un giorno vicino, uccidendolo spiritualmente nei loro cuori nei tempi futuri. E tutti potrebbero dirmi, quando Io verrò a separare gli agnelli dai becchi, a benedire i primi e a maledire, allora sì, a maledire i secondi, a maledire perché allora non ci sarà più redenzione, ma gloria o condanna, a rimaledirli dopo averli già maledetti singolarmente alla morte prima e al singolo giudizio. Perché l’uomo, tu lo sai perché me lo hai sentito dire cento e mille volte, perché l’uomo può salvarsi finché la vita dura, finché già è agli estremi aneliti. Basta un attimo, un millesimo di minuto perché tutto sia detto fra l’anima e Dio, sia chiesto perdono e ottenuta assoluzione… Tutti, dicevo, potrebbero dirmi, tutti questi dannati: “Perché noi non ci hai legati al Bene come facesti con Giuda?”. E avrebbero ragione.
L’anima è il libero arbitrio.
91Perché ogni uomo nasce con le stesse cose naturali e soprannaturali: un corpo, un’anima. E mentre il corpo, essendo generato da uomini, può essere più o meno robusto e sano dal nascere, l’anima, creata da Dio, è per tutti uguale, dotata delle stesse proprietà, degli stessi doni da Dio. Fra l’anima di Giovanni, dico il Battista, e la tua, non c’era differenza, quando furono infuse alla carne. Eppure Io ti dico che, anche se la Grazia non lo avesse presantificato[146], perché l’Araldo del Cristo fosse senza macchia, come si converrebbe che tutti coloro che mi annunciano lo fossero, almeno per quanto riguarda i peccati attuali, la sua anima sarebbe stata, divenuta, ben diversa dalla tua. Anzi la tua sarebbe divenuta diversa dalla sua. Perché egli avrebbe conservato la sua anima nella freschezza degli incolpevoli, l’avrebbe anzi sempre più ornata di giustizia, secondando il volere di Dio che vi desidera giusti, sviluppando i doni gratuiti ricevuti con sempre più eroica perfezione.
92Tu invece… Tu hai devastato e disperso la tua anima e i doni ad essa dati da Dio. Che ne hai fatto della tua libertà d’arbitrio? Che del tuo intelletto? Hai conservato al tuo spirito la libertà che era sua? Hai usato l’intelligenza della tua mente con intelligenza? No. Tu, tu che non vuoi ubbidire a Me, non dico a Me-Uomo, ma neppure a Me-Dio, tu hai ubbidito a Satana. Tu hai usato l’intelligenza della tua mente e la libertà del tuo spirito per comprendere le Tenebre. Volontariamente. Ti è stato posto davanti il Bene ed il Male. Hai scelto il Male. Anzi, ti è stato posto davanti soltanto il Bene: Io. L’Eterno tuo Creatore, che ha seguito l’evolversi della tua anima, che anzi conosceva questo evolversi perché nulla ignora l’eterno Pensiero di ciò che si agita da quando il Tempo è, ti ha posto davanti il Bene, solo il Bene, perché sa che tu sei debole più di un’alga di fossato.
Il capo stipite dei satanisti e degli eretici
Il volontario del male.
93Tu mi hai gridato che Io ti odio. Ora, essendo Io Uno col Padre e con l’Amore, Uno qui come Uno in Cielo -ché se in Me sono le due Nature, e il Cristo, per la natura umana e sinché la vittoria non lo libererà dalle limitazioni umane, è a Efraim e non può essere altrove in quest’istante, come Dio, Verbo di Dio, sono in Cielo come in Terra, essendo sempre onnipresente e onnipotente la mia Divinità- ora essendo Io Uno col Padre e lo Spirito Santo, l’accusa a Me fatta, tu a Dio Uno e Trino l’hai fatta.
94A quel Dio Padre che ti ha creato per amore, a quel Dio Figlio che s’è incarnato per salvarti per amore, a quel Dio Spirito che ti ha parlato tante volte per darti desideri buoni per amore. A questo Dio Uno e Trino, che ti ha tanto amato, che ti ha portato sulla mia via, facendoti cieco al mondo per darti tempo di vedere Me, sordo al mondo per darti modo di sentire Me. E tu!… E tu!… Dopo avermi visto e udito, dopo esser liberamente venuto al Bene, sentendo col tuo intelletto che quella era l’unica via della vera gloria, hai respinto il Bene e ti sei liberamente dato al Male.
Chi si d al oro diventa lussurioso e traditore
95Ma se tu, col tuo libero arbitrio, hai voluto questo, se hai sempre più rudemente respinto la mia mano che ti si offriva per trarti fuor dal gorgo, se tu sempre più ti sei allontanato dal porto per sprofondarti nell’infuriato mare delle passioni, del Male, puoi dire a Me, a Colui dal quale procedo, a Colui che mi ha formato Uomo per tentare la tua salute, puoi dire che ti abbiamo odiato? Mi hai rimproverato di volere il tuo male… Anche il fanciullo malato rimprovera il medico e la madre per le amare medicine che gli fanno bere e per le desiderate cose che gli negano per suo bene. Tanto ti ha fatto cieco e pazzo Satana, che tu non capisca più la vera natura dei provvedimenti che ho preso per te, e che tu possa giungere a dire: malanimo, desiderio di rovinarti, ciò che è previdente cura del tuo Maestro, del tuo Salvatore, del tuo Amico per guarirti? Ti ho tenuto vicino… Ti ho levato dalle mani il denaro. Ti ho impedito di toccare quel maledetto metallo che ti fa folle… Ma non sai, ma non senti che esso è come uno di quei beveraggi magici che destano una sete inestinguibile, che mettono dentro al sangue un ardore, un furore che porta alla morte? Tu, leggo il tuo pensiero, mi rimproveri: “E allora perché per tanto tempo mi hai lasciato essere colui che amministrava il denaro?”.
96Perché? Perché, se te lo avessi impedito prima, di toccare moneta, tu ti saresti venduto prima e avresti rubato prima. Ti sei venduto lo stesso perché poco potevi rubare… Ma Io dovevo cercare di impedirlo senza violentare la tua libertà. L’oro è la tua rovina. Per l’oro sei diventato lussurioso e traditore…».
Chi si dà a Satana diventa stolto.
97«Ecco! Tu hai creduto alle parole di Samuele! Io non sono…».
98Gesù, che si era andato sempre più animando nel parlare, ma senza mai assumere toni violenti o di castigo, ha un urlo di improvviso impero, direi di furore. Dardeggia i suoi sguardi sul volto che Giuda ha alzato per dire quella parola e gli impone un «Taci!» che sembra lo schianto di una folgore.
Giuda si riabbatte sui calcagni e non apre più bocca.
99Un silenzio nel quale Gesù, con visibile sforzo, ricompone la sua umanità in una compostezza, in un dominio così potente da testimoniare da solo il divino che è in Lui. Riprende a parlare con la sua voce usuale, calda, dolce anche quando è severa, persuasiva, conquistatrice… Solo i demoni possono resistere a quella voce.
100«Non ho bisogno che parli Samuele né chicchessia per sapere le tue azioni. Ma, o disgraziato! Sai tu a Chi sei davanti? È vero! Tu dici che non capisci più le mie parabole. Non capisci più le mie parole. Povero infelice! Non capisci più neppure te stesso. Non capisci più neppure il bene e il male. Satana al quale ti sei dato in molti modi, Satana che hai seguito in tutte le tentazioni che ti presentava, ti ha fatto stolto. Ma pure un tempo mi capivi! Lo credevi che Io son Chi sono! E questo ricordo non è spento in te. E puoi credere che il Figlio di Dio, che Dio abbia bisogno delle parole di un uomo per sapere il pensiero e le azioni di un altro uomo? Non sei pervertito ancora tanto da non credere che Io sia Dio, e in questo è la tua colpa più grande. Perché, che tu mi creda tale, lo dimostra la paura che hai della mia ira. Tu senti che non lotti contro un uomo, ma contro Dio stesso, e tremi. Tremi perché, Caino, tu non puoi vedere e pensare Dio altro che come Vendicatore di Sé stesso e degli innocenti. Tu hai paura che ti avvenga come a Core, Datan e Abiron e ai loro seguaci. Eppure tu, sapendo Chi Io sono, lotti contro di Me. Dovrei dirti: “Maledetto!”. Ma non sarei più il Salvatore…
Il capo stipite degli eretici.
101Tu vorresti che Io ti scacciassi. Fai di tutto, dici, per giungere a questo. Questa ragione non giustifica le tue azioni. Perché non c’è bisogno di peccare per separarsi da Me. Lo puoi fare, ti dico. Te lo dico da Nobe, quando mi sei tornato, in una pura mattina, sozzo di menzogna e lascivie, come fossi uscito dall’inferno per cadere nel brago dei porci o sulla lettiera delle scimmie libidinose, ed Io ho dovuto fare sforzo su Me stesso per non respingerti colla punta del sandalo come un cencio schifoso e per frenare la nausea che mi sconvolgeva, non solo lo spirito, ma anche le viscere. Te l’ho sempre detto. Anche prima di accettarti. Anche prima di venire qui. Allora, proprio per te, per te solo, ho fatto quel discorso. Ma tu sei sempre voluto rimanere. Per tua rovina.
102Tu! Il mio più grande dolore! Ma già tu pensi e dici, o eretico capostipite di molti che verranno, che Io sono superiore al dolore. No. Solo al peccato Io sono superiore. Solo all’ignoranza Io sono superiore. A quello, perché sono Dio. A questa, perché non può essere ignoranza nell’anima che non lede la Colpa d’origine. Ma ti parlo come Uomo, come l’Uomo, come l’Adamo Redentore venuto a riparare la Colpa dell’Adamo peccatore e a mostrare cosa sarebbe stato l’uomo se fosse rimasto quale fu creato: innocente. Fra i doni di Dio a quell’Adamo non era forse una intelligenza senza menomazioni e una scienza grandissima[147], perché l’unione con Dio infondeva le luci del Padre onnipotente nel figlio benedetto? Io, novello Adamo, sono superiore al peccato per volontà mia propria…
Ogniuno riceve secondo la propria capacità .
103Un giorno, in un tempo lontano, tu ti sei stupito che Io fossi stato tentato e mi hai chiesto se non avevo mai ceduto. Ricordi? E ti ho risposto. Sì. Come potevo risponderti… Perché tu, sino da allora, eri così… uomo decaduto, che era inutile aprire sotto i tuoi occhi le perle preziosissime delle virtù del Cristo. Non ne avresti capito il valore e.… le avresti scambiate per… sassi, tanto erano di grandezza eccezionale. Anche nel deserto ti ho risposto ripetendo le parole, il senso delle parole che ti avevo detto quella sera andando verso il Getsemani. Se fosse stato Giovanni, o anche Simone lo Zelote a ripetermi quella domanda, avrei risposto in un’altra maniera, perché Giovanni è un puro e non l’avrebbe fatta con la malizia con la quale tu la facevi, essendo tu pieno di malizia…, e perché Simone è un vecchio saggio e, pur non ignorando la vita come la ignora Giovanni, è giunto a quella saggezza che sa contemplare ogni episodio senza averne turbamento nell’io. Ma essi non mi hanno chiesto se avevo mai ceduto alle tentazioni, alla tentazione più comune, a quella tentazione. Perché nella purezza intemerata del primo non sono ricordi di lussuria e nella mente meditativa del secondo è tanta luce per vedere la purezza splendere in Me. Tu hai chiesto… e Io ti ho risposto. Come potevo. Con quella prudenza che non deve mai disgiungersi dalla sincerità, l’una e l’altra sante agli occhi di Dio. Quella prudenza che è come il triplice velo teso fra il Santo e il popolo, steso a celare il segreto del Re. Quella prudenza che regola le parole a seconda del soggetto che le ascolta, della sua capacità intellettiva di intendere, della sua purezza spirituale e della sua giustizia. Perché certe verità dette ai sozzi divengono per essi oggetto di riso, non di venerazione…
Per insegnare bisogna prima imparare.
Il figlio dell’uomo.
104Non so se ricordi tutte quelle parole. Io le ricordo. E te le ripeto qui, in quest’ora in cui Io e te siamo ambedue sulla sponda dell’Abisso. Perché… Ma non occorre dire questo. Io ho detto nel deserto, in risposta al “perché” che la mia prima spiegazione non ti aveva placato: “Il Maestro non si è mai sentito superiore all’uomo per essere ‘il Messia’, anzi, sapendo di essere l’Uomo, ha voluto esserlo in tutto fuorché nel peccato.
105Per essere maestri bisogna essere stati scolari. Io tutto sapevo come Dio. La mia intelligenza divina poteva farmi capire anche le lotte dell’uomo per potere intellettivo e intellettualmente. Ma un giorno qualche mio povero amico avrebbe potuto dire: ‘Tu non sai cosa vuol dire essere uomo e avere i sensi e le passioni’. Sarebbe stato un rimprovero giusto. Sono venuto qui per prepararmi non solo alla missione, ma anche alla tentazione. Tentazione satanica. Perché l’uomo non avrebbe potuto aver potere su Me. Satana è venuto quando è cessata la mia unione solitaria con Dio e ho sentito di essere l’Uomo con una vera carne soggetta alle debolezze della carne: fame, stanchezza, sete, freddo. Ho sentito la materia con le sue esigenze, il morale con le sue passioni. E se per mia volontà ho piegato sul nascere tutte le passioni non buone, ho lasciato che crescessero le sante passioni”.
106Ricordi queste parole? E ho detto ancora, la prima volta, a te, a te solo: “La vita è un dono santo, e allora va amata santamente. La vita è mezzo che serve al fine, che è l’eternità”. Ho detto: “Diamo allora alla vita quello che le serve per durare e per servire lo spirito nella sua conquista: continenza della carne nei suoi appetiti, continenza della mente nei suoi desideri, continenza del cuore in tutte le passioni che sanno di umano, slancio illimitato verso le passioni che sono del Cielo: amore a Dio e prossimo, volontà di servire Dio e prossimo, ubbidienza alla voce di Dio, eroismo nel bene e nella virtù”.
Il Messia insegna a vivere da dèi.
107E tu mi hai detto, allora, che Io potevo questo perché ero santo, ma non lo potevi tu perché eri uomo giovane, pieno di vitalità. Come se l’esser giovane e vigoroso fosse scusante al vizio, come se soltanto i vecchi o i malati, per età o debolezza, impotenti a ciò che tu pensavi, arso come sei di lussuria, fossero liberi dalle tentazioni del senso! Avrei potuto ribatterti tante cose, allora. Ma non eri in grado di capirle. Neanche ora lo sei, ma almeno ora non puoi sorridere del tuo sorriso incredulo se Io ti dico che l’uomo sano può esser casto, se da sé non accoglie le seduzioni del demonio e del senso.
108Castità è affetto spirituale. É movimento che si ripercuote sulla carne e tutta la pervade, eleva, profuma, preserva. Colui che è saturo di castità non ha posto per altri moti men buoni. Non entra in lui la corruzione. Non c’è posto per essa. E poi! La corruzione non entra dal di fuori. Non è un moto di penetrazione dall’esterno all’interno. Ma è moto che dall’interno, dal cuore, dal pensiero, esce a penetrare e pervadere l’involucro: la carne. Per questo Io ho detto che è dal cuore che escono le corruzioni. Ogni adulterio, ogni lussuria, ogni peccato sensuale, non è che abbia origine all’esterno. Ma viene dal lavorio del pensiero che, corrotto, veste di solleticante aspetto tutto ciò che vede. Tutti gli uomini hanno occhi a vedere. E come avviene allora che una donna che lascia indifferenti dieci, che la guardano come una creatura simile a loro, che anche la vedono come una bell’opera del Creato ma senza per questo sentirsi sollevare dentro stimoli e fantasmi osceni, turba l’undecimo uomo e lo porta a concupiscenze indegne? Perché quell’undecimo ha corrotto il suo cuore e il suo pensiero, e dove dieci vedono la sorella egli vede la femmina. Pure non dicendoti questo, allora, ti ho detto che Io ero venuto proprio per gli uomini, non per gli angeli. Sono venuto per rendere agli uomini la loro regalità di figli di Dio, insegnando loro a vivere da dèi. Dio è senza lussuria, o Giuda. Ma Io vi ho voluto mostrare che anche l’uomo può essere senza lussuria. Ma Io vi ho voluto mostrare che si può vivere come Io insegno. Per mostrarvi questo ho dovuto prendere una carne vera, per poter patire le tentazioni dell’uomo e dire all’uomo, dopo averlo istruito: “Fate come Me”.
Peccato è consenso alla tentazione.
109E tu mi hai chiesto se ho peccato essendo tentato. Lo ricordi? Ti ho risposto, poiché vedevo che tu non potevi capire che Io fossi stato tentato senza essere caduto, parendoti sconveniente la tentazione per il Verbo e impossibile il non peccare per l’Uomo, ti ho risposto che tutti possono essere tentati, ma peccatori sono solo quelli che vogliono esserlo. Il tuo stupore fu grande, incredulo, tanto che insistesti: “Hai mai peccato?”. Allora potevi essere incredulo. Ci conoscevamo da poco.
110La Palestina è piena di rabbi nei quali la dottrina che insegnano è l’antitesi della vita che conducono. Ma ora tu lo sai che Io non ho peccato, che non pecco. Tu lo sai che la tentazione, anche più fiera, volta all’uomo sano, virile, vivente fra gli uomini, circuito dagli stessi e da Satana, non mi turba sino al peccato. Ma anzi ogni tentazione, nonostante che il respingerla ne aumentasse la virulenza, perché il demonio la rendeva sempre più fiera per vincermi, era più grande vittoria. E non per la lussuria sola, turbine che mi ha roteato intorno senza poter scuotere né scalfire la mia volontà. Non è peccato là dove non è consenso alla tentazione, Giuda. É già peccato là dove, anche senza consumare l’atto, si accoglie la tentazione e la si contempla. Sarà peccato veniale, ma è già via al peccato mortale che prepara in voi. Perché accogliere la tentazione e soffermarvi sopra il pensiero, seguire mentalmente le fasi di un peccato, è indebolire sé stessi. Satana lo sa, e per questo avventa ripetute vampe, sempre sperando che una penetri e dentro lavori… Dopo… sarebbe facile fare che il tentato si muti in colpevole. Tu allora non hai capito. Non potevi capire. Ora puoi. Ora sei più immeritevole di allora di capire, eppure ti ripeto quelle parole dette a te, per te, perché tu, non Io, sei quello nel quale la tentazione respinta non si placa…
111Non si placa perché tu non la respingi totalmente. Non compi l’atto, ma covi il pensiero dello stesso. Oggi così, e domani… Domani cadi nel vero peccato. Per questo ti ho insegnato, allora, di chiedere l’aiuto del Padre contro la tentazione, ti ho insegnato a chiedere al Padre di non indurti in tentazione. Io, il Figlio di Dio, Io, il già vincitore di Satana, ho chiesto aiuto al Padre perché sono umile. Tu no. Tu non hai chiesto a Dio salvezza, preservazione. Tu sei superbo. E per questo sprofondi…
Al massimo della sopportazione.
Il Messia al massimo di sopportazione.
112Ti ricordi tutto questo? E puoi ora capire cosa è per Me, vero Uomo, con tutte le reazioni dell’uomo, e vero Dio, con tutte le reazioni di Dio, cosa è vederti così: lussurioso, mentitore, ladro, traditore, omicida? Sai quale sforzo mi imponi a subirti vicino? Sai quale fatica a dominarmi, come ora, per compiere sino in estremo la mia missione su te? Qualunque altro uomo ti avrebbe preso per la gola, vedendoti ladro intento a scassinare e prendere monete, sapendoti traditore, e più che traditore… Io ti ho parlato. Con pietà ancora. Guarda. Non è estate e dalla finestra entra la brezza fresca della sera. Eppure Io sudo come avessi faticato nel più rude lavoro. Ma non ti rendi conto di ciò che mi costi? Di ciò che sei? Vuoi che ti cacci? No. Mai. Quando uno affoga, è assassino colui che lo lascia andare. Tu sei fra due forze che ti attirano. Io e Satana. Ma se Io ti lascio, avrai lui solo. E come ti salverai? Eppure tu mi lascerai… Tu mi hai già lasciato col tuo spirito… Ebbene, Io trattengo lo stesso presso di Me la crisalide di Giuda. Il tuo corpo privo di volontà di amarmi, il tuo corpo inerte al Bene. Lo trattengo sinché tu non esiga anche questo niente, che è la tua spoglia, per riunirla allo spirito per peccare con tutto te stesso… Giuda!… Non mi parli, o Giuda!? Non hai una parola per il tuo Maestro? Non una preghiera da farmi? Non esigo che tu mi dica: “Perdono!”. Ti ho perdonato troppe volte senza risultato. So che quella parola è un suono sulle tue labbra. Non è un moto dello spirito contrito. Io vorrei un moto del tuo cuore. Così morto sei da non avere più un desiderio? Parla! Temi di Me?
L’apostolo impenitente.
113Oh! se tu temessi! Questo almeno! Ma non mi temi. Se tu mi temessi, Io ti direi le parole che ti ho dette in quel giorno lontano in cui parlavamo di tentazioni e di peccati: “Io ti dico che anche dopo il Delitto dei delitti, se il colpevole di esso corresse ai piedi di Dio con vero pentimento e piangendo lo supplicasse di perdonarlo offrendosi all’espiazione con fiducia, senza disperare, Dio lo perdonerebbe, e attraverso l’espiazione il colpevole salverebbe ancora il suo spirito”. Giuda! Ma se tu non mi temi, Io ti amo ancora. Al mio amore infinito non hai nulla da chiedere in quest’ora?».
114«No. O, per lo meno, una cosa sola. Di imporre a Giovanni di non parlare. Come vuoi che io possa riparare se sarò l’obbrobrio fra voi?». Lo dice con alterigia.
115E Gesù gli risponde: «E così lo dici? Giovanni non parlerà. Ma tu almeno, questo sono Io che te lo chiedo, agisci in modo che nulla trapeli della tua rovina. Raccogli quelle monete e rimettile nella borsa di Giovanna… Vedrò di chiudere il cofano… con il ferro che tu hai usato ad aprirlo…»
Solo Gesù redime
116E mentre Giuda con mal garbo raccoglie le monete rotolate da ogni parte, Gesù si appoggia come stanco al cofano aperto. La luce scema nella stanza, ma non tanto da non lasciare vedere che Gesù piange senza rumore guardando l’apostolo curvo a raccattare i denari sparsi.
117Giuda ha finito. Va al cofano. Prende la grossa, pesante borsa di Giovanna e ci mette le monete, la chiude, dice: «Ecco!». Si scansa.
118Gesù allunga la mano a prendere il rudimentale grimaldello fabbricato da Giuda e con mano che trema fa agire lo scatto e chiude il forziere. Poi appoggia il ferro al ginocchio e lo piega a V finisce col piede di calcarlo rendendolo inservibile e lo raccoglie nascondendoselo in petto. Nel farlo, delle lacrime cadono sul lino della veste.
119Giuda ha finalmente un movimento di resipiscenza. Si copre il volto con le mani e ha uno scoppio di pianto dicendo: «Me maledetto! Sono l’obbrobrio della Terra!».
120«Sei il disgraziato eterno! E pensare che, se volessi, potresti essere ancor felice!».
121«Giurami! Giurami che nessuno saprà nulla… e io ti giuro che mi redimerò», urla Giuda.
122«Non dire: “e io mi redimerò”. Tu non puoi. Io solo posso redimerti[148]. Colui che prima parlava dalle tue labbra, da Me solo può essere vinto. Dimmi la parola dell’umiltà: “Signore, salva-mi!”, ed Io ti libererò dal tuo dominatore. Non capisci che Io l’attendo questa tua parola più del bacio di mia Madre?».
123Giuda piange, piange, ma non dice questa parola.
124«Va’. Esci di qui. Sali sulla terrazza. Va’ dove vuoi, ma non fare scene clamorose. Va’. Va’. Nessuno ti scoprirà, perché Io veglierò. Da domani terrai i denari. Tutto è inutile ormai».
Giuda esce senza ribattere.
125Gesù, rimasto solo, si abbandona su un sedile presso la tavola e, con il capo appoggiato sulle braccia conserte sulla tavola, piange angosciosamente.
126Dopo qualche minuto entra piano Giovanni e resta un momento sulla soglia. É pallido come un morto. Poi corre da Gesù e lo abbraccia supplicando: «Non piangere, Maestro! Non piangere! Io ti amo anche per quell’infelice…». Lo rialza, lo bacia, beve il pianto del suo Dio e piange a sua volta. Gesù lo abbraccia e le due teste bionde, vicine, si scambiano le lacrime e baci.
Chi vive col bugiardo impara a mentire.
127Ma Gesù si domina presto e dice: «Giovanni, per amor mio dimentica tutto questo. Lo voglio».
«Sì, mio Signore. Cercherò di farlo.
128Ma Tu non soffrire più… Ah! Che dolore! E mi ha fatto peccare, mio Signore. Ho mentito. Ho dovuto mentire perché sono tornate le discepole. No. Prima quelli della donna. Ti volevano per benedirti. É nato un maschio felicemente. Ho detto che eri tornato sul monte… Poi sono venute le donne e ho mentito di nuovo dicendo che Tu eri via e che forse eri dove era nato il figlio… Non ho trovato altro. Ero così sbalordito! Tua Madre ha visto che avevo pianto e mi ha chiesto: “Che hai, Giovanni?”. Era agitata… Pareva sapesse. Ho mentito la terza volta dicendo: “Mi sono commosso per quella donna…”. A tanto può condurre la vicinanza col peccatore! Alla menzogna… Assolvimi, o mio Gesù».
129«Sta’ in pace. Cancella ogni ricordo di quest’ora. Nulla. Nulla è stato… Un sogno…».
Giuda non si è pentito.
130«Ma è il tuo dolore! Oh! come sei mutato, Maestro! Dimmi questo, questo solo: Giuda si è almeno pentito?».
131«E chi può capire Giuda, figlio mio?».
«Nessuno di noi. Ma Tu sì».
132Gesù non risponde che con nuove lacrime silenziose sul volto stanco.
«Ah! Non si è pentito…». Giovanni è esterrefatto.
133«Dove è ora? Lo hai visto?».
«Sì. Si è affacciato al terrazzo, ha guardato se c’era qualcuno e, visto me solo, che ero seduto in angoscia sotto al fico, è sceso di corsa ed è uscito dall’usciolo dell’orto. E allora sono venuto io…».
134«Hai fatto bene. Rimettiamo a posto, qui, i sedili smossi, e raccogli l’anfora, che non ci siano tracce…».
«Ha colluttato con Te?».
135«No, Giovanni. No».
«Sei troppo turbato, Maestro, per rimanere qui. Tua Madre capirebbe… e ne avrebbe dolore».
L’eterno più grande dolore di Gesù
136«E’ vero. Usciamo… Darai la chiave alla vicina. Io ti precedo sulle rive del torrente, verso il monte…».
137Gesù esce e Giovanni resta a mettere tutto in ordine. Poi esce a sua volta. Dà la chiave ad una donna che ha la casa lì vicino e di corsa si inselva fra i cespugli della riva per non esser visto.
138A un cento metri dalla casa è Gesù seduto su un masso. Si volge al suono dei passi dell’apostolo. Il suo viso biancheggia nella luce della sera. Giovanni si siede per terra vicino a Lui e gli posa la testa sul grembo, alzando il volto a guardarlo. Vede che il pianto è ancora sulle guance di Gesù.
«Oh! non soffrire più! Non soffrire più, Maestro! Non posso vederti soffrire!».
139«E posso non soffrire di ciò? Il mio più grande dolore! Ricordalo, Giovanni: questo sarà in eterno il mio più grande dolore! Tu ancora non puoi capire tutto… Il mio più grande dolore…».
140Gesù è accasciato. Giovanni lo tiene stretto, abbracciandolo alla vita, angosciato di non poterlo consolare.
141Gesù alza il capo, apre gli occhi che teneva chiusi per trattenere il pianto, e dice: «Ricorda che siamo in tre a sapere: il colpevole, Io e te. E che nessun altro deve sapere».
«Nessuno lo saprà dalla mia bocca. Ma come ha potuto? Finché prendeva dei denari alla borsa comune… Ma a questo… Ho creduto di esser folle quando ho visto… Orrore!».
142«Ti ho detto di dimenticare…».
«Mi sforzo, Maestro. Ma è troppo orribile…».
143«É orribile. Sì. Oh! Giovanni! Giovanni!».
144E Gesù, abbracciando il Prediletto, gli curva la testa sulla spalla e piange tutto il suo dolore. Le ombre, che scendono rapide in quel folto, annullano nelle loro tenebre i due abbracciati.
568. Inizio del viaggio per la Samaria partendo da Efraim alla volta di Silo[149].
Arrivederci in paradiso.
In assetto di viaggio.
1«Lascia che ti seguiamo, Maestro. Non ti daremo noia», supplicano molti di Efraim riuniti davanti alla casa di Maria di Giacobbe, che piange tutte le sue lacrime appoggiata allo stipite della porta spalancata.
2Gesù è in mezzo ai suoi dodici apostoli; più là, in gruppo intorno a sua Madre, sono Giovanna, Niche, Susanna, Elisa, Marta e Maria, Salome e Maria d’Alfeo. Tanto gli uomini che le donne sono in assetto di viaggio, con vesti cinte e un poco rimboccate alla vita, per lasciare più libero il piede, e con dei sandali nuovi molto legati, non solo alla caviglia ma anche al basso della gamba, con striscioline di cuoio intrecciate, come fanno quando devono fare strade piuttosto impervie. Gli uomini si sono caricati anche delle sacche delle discepole.
I minuscoli amici del Messia
3La gente supplica per ottenere da Gesù il consenso di seguirlo, mentre i piccoli stridono, coi visetti volti in su e le braccia alzate: «Un bacio! Prendimi in braccio! Torna, Gesù! Torna presto a dirci tante belle parabole! Ti conserverò le rose del mio giardino! Io non mangerò frutta per serbarle a Te! Torna, Gesù! La mia pecorina figlia e voglio regalarti l’agnellino, ti farai con la sua lana una veste come la mia… Se vieni presto, ti darò le focacce che la mamma mi fa col primo grano…». Pigolano come tanti uccellini intorno al loro grande Amico e gli tirano la veste, si appendono alla cintura per veder di arrampicarsi fra le sue braccia, amorosamente dispotici, tanto che Gesù è impedito di rispondere agli adulti perché c’è sempre una nuova faccina da baciare.
4«Ma via! Basta! Lasciate stare il Maestro! Donne! E riprendete i vostri bambini!», gridano gli apostoli ai quali preme iniziare il cammino in quelle prime ore del giorno. E allungano anche qualche bonario scappellotto ai bimbi più invadenti.
5«No. Lasciateli stare. Mi è più fresca dolcezza questa, di questa dell’aurora. Lasciateli fare e lasciatemi fare. Lasciate che Io mi conforti in questo amore puro da calcoli e da turbamenti», dice Gesù difendendo i suoi minuscoli amici sui quali, aprendo come fa le braccia, cade l’ampio manto di Gesù, e li accoglie sotto le sue azzurre ali protettrici. I piccoli si stringono sotto quel tepore e in quella penombra azzurra, tacendo felici come pulcini sotto le ali materne.
Desiderosi della Parola.
6Gesù può finalmente parlare agli adulti: «Venite pure, se credete di poterlo fare».
«E chi ce lo vieta, Maestro? Siamo nella nostra regione!».
7«I grani, le viti ed i frutteti esigono tutto il vostro lavoro, e le pecore sono in tempo di tosa e d’accoppiatura, e quelle già accoppiate nell’altra epoca stanno per figliare, ed è tempo di fieni…».
8«Non importa, Maestro. Alle tose e alle monte delle pecore bastano i vecchi ed i fanciulli, e le donne al loro figliare, e così pure ai fieni. I frutteti e i campi possono attendere. Ché se il grano indurisce già dentro la spiga, ancor tempo c’è alla falce, e ormai vigneti, ulivi e frutteti non han che da gonfiare al sole i frutti delle loro molte nozze. Noi non possiam nulla per essi sino al tempo del cogliere, così come fa la madre di famiglia che non può fare nulla al pane sinché il lievito non ha gonfiato nella farina. Il sole è il lievito dei frutti. É lui che fa ora, come prima ha fatto il vento nello sposare i fiori lungo i rami. E poi!… Si perdesse anche qualche grappolo e qualche frutto, o i vilucchi e i logli soffocassero qualche spiga, sarebbe sempre poco danno in confronto di perdere una tua parola!», dice un vecchio che ho sempre visto molto onorato in paese.
Arrivederci in paradiso.
9«Hai detto bene. Andiamo, allora. Maria di Giacobbe, Io ti ringrazio e benedico perché mi fosti madre buona. Non piangere! Non deve piangere chi ha fatto opera buona».
«Ah! io ti perdo e non ti vedrò più!».
10«Noi certamente ci vedremo ancora».
«Torni qui, Signore?», chiede con un sorriso fra le lacrime la donna.
«Quando?».
11«Qui non tornerò, così come ora…».
«E allora dove ci vedremo mai se io, povera e vecchia, non posso venire per le vie del mondo a cercarti?»
12«In Cielo, Maria. Nella Casa del Padre nostro. Là dove è posto per i giudei come per i samaritani, dove è un posto per quelli che mi ameranno in spirito e verità. Tu lo fai già, perché mi credi il Figlio di Dio vero…».
«Oh! se lo credo! Ma per noi non c’è speranza, perché Tu solo ci ami senza differenze».
13«Quando Io me ne sarò andato, questi (accenna agli apostoli) verranno in mia vece. E in ricordo di Me non chiederanno chi è colui che chiede di entrare nel gregge del vero e unico Pastore».
L’amaro mare in cui si disseta Maria.
La dolorosa Maria di Nazareth.
14«Io sono vecchia, Signore. Non vivrò tanto da vedere questo. Tu sei giovane e forte, e per lungo tempo ti avrà tua Madre, e ti avranno quelli che ti amano e sono del tuo popolo… Perché piangi, o Madre del Benedetto?», chiede stupita di veder cadere delle lacrime dagli occhi della Vergine Madre.
15«Nulla ho fuorché il mio dolore… Addio, Maria. Dio ti benedica per quanto facesti al Figlio mio. E ricorda che, se il tuo dolore è grande, un dolore più grande del mio non c’è e non ci sarà sulla Terra. Mai! Ricordati della dolorosa Maria di Nazareth… Addio!». E Maria si stacca piangendo, dopo aver baciato la vecchierella sull’uscio della casa, mettendosi in cammino fra le donne e con Giovanni a lato.
Gli addii sono sempre tristi.
16Giovanni che le dice, col suo solito atto di stare un po’ curvo e col volto alzato a guardare Colei alla quale parla: «Non piangere così, Maria. Se molti lo odiano, molti lo amano il tuo Gesù. Solleva il tuo spirito, o Madre, nel guardare questi che ora e nei secoli ameranno la tua Creatura con tutto loro stessi», e termina piano, quasi sussurrandolo a Maria sola, che guida e sorregge tenendola presso il gomito perché non incespichi nei sassi della viottola, accecata come è dalle lacrime: «Non tutte le madri potranno veder amata la loro creatura… Ve ne saranno alcune che grideranno angosciate: “Perché io l’ho concepita?”».
17Gesù li raggiunge, essendo Maria e Giovanni rimasti soli, un poco indietro dalle discepole. É con Gesù Giacomo d’Alfeo. Gli altri sono dietro in gruppo. Pensierosi e tristi così come lo sono le discepole, che sono avanti a tutti. Ultimi, in un mucchio, molti uomini di Efraim parlottanti fra loro.
18«Gli addii sono sempre tristi, Mamma. Soprattutto quando non si sa che una fine è principio a cosa più perfetta. É la triste conseguenza del peccato. E resterà anche oltre il perdono. Ma con più ardimento gli uomini la sopporteranno avendo amico Iddio».
Dio è buono.
19«Hai ragione, Gesù. Ma vi è un dolore che Dio lascia gustare pur essendo il più paterno Amico che possa essere. Per me è tale. Oh! Dio è buono! Buono tanto. Non vorrei che Giacomo e Giovanni né alcun altro traesse scandalo dal mio pianto. Dio è buono. Fu sempre buono con la povera Maria. Me lo sono detto ogni giorno da quando so pensare. Ed ora… ora lo dico ogni ora, ogni attimo d’ora. Sempre più me lo dico, più il dolore incombe… Dio è buono. Ti ha dato a me, Figlio amoroso e santo, e tale anche sol come creatura, da compensare ogni dolore di donna… Ti ha dato a me, povera fanciulla elevata a Madre del suo Verbo incarnato… E questa gioia di poterti dire “Figlio”, o mio adorato Signore, è tanta che non dovrebbe il pianto cader dal mio ciglio per martirio alcuno, se perfetta io fossi come Tu insegni.
L’amaro mare in cui si disseta Maria.
20Ma sono una povera donna, Figlio mio! E Tu sei la mia Creatura… E.… quale quella madre che possa non piangere quando sa odiata la sua creatura, e sa?… Figlio mio, soccorri la tua serva… Certo era ancora in me superbia quando pensavo di essere forte… Ma allora… era ancor lontano il tempo… Ora è qui… Lo sento… Soccorrimi, Gesù, mio Dio! Certo, se Dio mi lascia soffrire così, è per fine di bontà per me. Perché, se volesse, potrebbe non farmi soffrire di ciò che accade… Egli ti ha pur formato nel seno mio così!… Come… Non vi è paragone a dir come Tu ti sei fatto… Ma vuole che io soffra… e ne sia benedetto… sempre. Ma Tu aiutami, Gesù. Aiutatemi tutti… tutti… perché è un così amaro mare quello in cui io mi disseto…».
Fiducia del Messia in Dio Padre.
21«Diciamo la preghiera. Noi quattro. Noi che ti amiamo con tutto il cuore, Mamma. Qui, Io tuo Figlio, e Giovanni e Giacomo che ti amano come se tu fossi loro madre… Padre nostro che sei nei Cieli…», e Gesù, reggendo il piccolo coro delle tre voci che lo seguono in sordina, dice tutta l’orazione dominicale, calcando molto su certe frasi quali: «la tua volontà sia fatta» … «non ci indurre in tentazione». Poi dice: «Ecco. Il Padre ci aiuterà a fare la sua volontà, anche se essa è tale che la nostra debolezza di umani pensa non poterla compiere, e non ci indurrà nella tentazione di pensarlo men buono perché, mentre berremo il calice amarissimo, ci darà il suo angelo a tergerci le labbra amareggiate con un conforto celeste». Gesù tiene per mano la sua Mamma, che ha coraggiosamente lottato col pianto sino a respingerlo in fondo al cuore. Ai loro lati, vicino a Maria, Giovanni; vicino a Gesù, Giacomo d’Alfeo; i due apostoli li guardano commossi.
Pietà e benevolenza del Messia.
Le discepole sovvengono la Fraternità.
22Le discepole si sono voltate qualche volta, sentendo il pianto di Maria e la preghiera dei quattro. Ma si sono astenute dal riunirsi a loro. Dietro, gli apostoli si sono chiesti: «Ma perché piange così Maria?». Gli apostoli, ho detto, ma voglio dire tutti meno Giuda di Keriot, che procede un po’ isolato e pensieroso molto, quasi cupo, tanto che Tommaso lo nota e dice agli altri: «Ma che ha Giuda da essere così? Sembra uno che vada alla morte!».
«Mah! Avrà paura a tornare in Giudea», gli risponde Matteo.
«Io… Cosa ti ha detto il Maestro per i denari?», chiede lo Zelote.
23«Niente di speciale. Mi ha detto: “Ora torniamo nelle condizioni di prima. Giuda il tesoriere e voi i distributori delle elemosine. Per le spese le discepole vogliono sovvenirci”. Non mi è sembrato vero! Ne ho maneggiato tanto del denaro che l’ho in odio».
24«E sovvengono bene le discepole. Questi sandali così sicuri… Non sembra neppure di camminare in montagna. Chissà cosa costano!», dice Pietro guardando il suo piede, calzato di quei sandali nuovi che proteggono il calcagno e la punta e sorreggono la caviglia nelle sottili strisce di cuoio.
25«Ci ha pensato Marta. Si vede la sua mano ricca e previdente. Le altre volte si legavano anche noi così, ma quelle funicelle erano un supplizio. Non si perdeva la suola, ma si perdeva la pelle della gamba…», dice Andrea.
26«E ci si pungeva dita e calcagni… Ecco perché quello lì dietro li portava sempre così!», dice Pietro accennando a Giuda di Keriot.
Uno solo è buono: il Messia.
27La strada sale, sale verso la cresta del monte. Guardando indietro si vede Efraim tutta bianca nel sole, e pare già tanto in basso rispetto a loro che vanno…
28Poi gli apostoli si fondono con le discepole per aiutarle a superare il sentiero molto ripido in quel punto, e anzi Bartolomeo, rimasto indietro, dice a quelli di Efraim: «Avete insegnato un sentiero penoso, amici».
29«Sì. Ma passato quel bosco vi è una strada facile che in poco porta a Silo. Potrete allora riposare là più ore che non arrivandovi a notte da altra via», risponde uno.
30«Hai ragione. La via più è faticosa e più rapida porta alla mèta».
31«Il tuo Maestro lo sa. Perciò non si risparmia. Ah! noi non potremo dimenticare!… Soprattutto che Egli ci ha beneficato in questi ultimi giorni, dopo aver sentito alcuni della nostra regione che lo hanno insultato così ingiustamente. Solo Lui è buono e perciò benefica anche quelli che lo odiano».
«Voi non lo avete odiato».
32«Noi no. Ma anche tanti altri, noi non odiamo; eppure siamo odiati senza ragione».
«Fate anche voi come Egli fa, senza paura, e vedrete che…».
33«E voi perché non lo fate, allora? É la stessa cosa. Noi di qua, voi di là, in mezzo un monte: quello alzato da comuni errori. In alto il comune Dio. Ma perché allora né noi né voi saliamo l’erta per trovarci lassù, ai piedi di Dio, e vicini fra noi?».
34Bartolomeo capisce il rimprovero giusto, perché egli, nella sua innegabile virtù, ha ben forte il baco di essere israelita e inesorabile per tutto ciò che non è Israele, e gira il discorso senza rispondere direttamente. Dice: «Non c’è bisogno di salire. Dio è sceso fra noi. Basta seguirlo».
35«Seguirlo, sì. Vorremmo. Ma se entrassimo in Giudea con Lui non gli faremmo forse del male? Lo sai anche tu di che lo si accusa e di che ci si accusa: di essere samaritani, vale a dire demoni».
36Bartolomeo sospira e poi li lascia in asso dicendo: «Mi fanno cenno di andare…», e allunga il passo.
37Quelli di Efraim lo guardano andare e uno mormora: «Ah! non è come Lui! Che cosa perdiamo perdendolo!», e ha un gesto di sconforto.
Quesito sul tempo nuovo.
38«Lo sai, Elia, che Egli ieri sera portò una grossa somma al sinagogo perché la passi a Maria di Giacobbe acciò non soffra più la fame?».
39«Io no. E perché non l’ha data a lei?».
40«Per non essere ringraziato dalla vecchia. Ella non lo sa ancora. Io lo so, perché il sinagogo me lo ha detto per consigliarsi se sia bene comperarle i luoghi di Giovanni, che il fratello vuole vendere, o se passarle il denaro poco per volta. Io ho consigliato di comperare i luoghi di Giovanni. Per lei daranno grano, olio e vino a sufficienza per vivere senza fame. Mentre il denaro… Quel…».
41«Ma allora è proprio grossa la somma?!», dice un terzo.
42«Sì. Il nostro sinagogo ha avuto molto, anche per altri poveri della città e delle campagne. Perché “possano fare anche essi festa nella Pasqua d’Azzimi, per salutare il tempo nuovo”[150], ha detto il Maestro».
«Avrà detto l’anno nuovo».
43«No. Ha detto: “il tempo nuovo”. Tanto che il sinagogo non userà quei denari prima della festa d’Azzimi».
«Oh! e che avrà voluto dire?», chiedono in molti.
44«Che vorrà dire? Non so. Nessuno sa. Neppure Giovanni il suo diletto, né Simone di Giona che è il capo dei discepoli. Ne ho chiesto a loro e il primo si è fatto pallido, il secondo è rimasto assorto come chi cerca di indovinare[151]».
45«E Giuda di Keriot? Egli è molto fra loro. Forse più degli altri due. Egli sa tutto, dice. Saprà anche questo. Andiamolo ad interrogare. Gli piace dire ciò che sa».
Uno solo è pietoso: il Messia.
46Si danno a raggiungere Giuda, che è ancora isolato come all’inizio, solo ormai sul sentiero, perché gli altri hanno girato una svolta e sembra siano stati inghiottiti dal verde folto della pendice.
47«Giuda, ascoltaci. Il Maestro dice di volere una gran festa per Pasqua d’Azzimi, per salutare il tempo nuovo. Che vorrà dire?».
48«Io non so. Sono forse nel pensiero del Maestro, io? Chiedetelo a Lui che vi ama tanto», e affretta il passo lasciandoli delusi.
49«Anche lui non è il Maestro. Non c’è nessuno che abbia la sua pietà…», dicono scrollando il capo.
50«Ebbene, che forse noi seguiamo loro? Lui seguiamo! E bene facciamo a fare così. Andiamo. Chissà che dalle sue labbra non si possa, prima che Egli vada in Giudea, saper cosa volle dire».
51E affrettano il passo raggiungendo gli altri, seduti in riposo sotto un bosco di roveri centenari, avendo davanti agli sguardi uno dei più bei panorami della Palestina.
569. A Silo, la
parabola dei
cattivi consiglieri[152].
Responsabilità delle azioni.
1Gesù parla dal mezzo di una piazza alberata. Il sole, che appena inizia il tramonto, la fa luminosa di una luce giallo verde, filtrando dalle foglie novelle di platani giganteschi. Sembra che sulla vasta piazza sia steso un velano sottile e prezioso che filtra la luce solare senza ostacolarla.
Parabola dei cattivi consiglieri
Dice Gesù:
2«Udite. Un tempo un gran re mandò, nella parte del suo regno che voleva provare nella sua giustizia, il suo figlio diletto dicendogli: “Va’, percorri ogni luogo, benefica in mio nome, istruisci su di me, fammi conoscere e fammi amare. Ti do ogni potere, e tutto ciò che tu farai sarà ben fatto”.
3Il figlio del re, presa la paterna benedizione, andò dove il padre lo aveva mandato, e con qualche suo scudiero e amico si dette instancabile a percorrere quella parte del regno del padre suo. Ora questa regione, per un succedersi di sventurati avvenimenti, si era moralmente suddivisa in parti l’una all’altra contrarie, le quali, ognuna per proprio conto, facevano grandi grida e inviavano pressanti suppliche al re per dire che ognuna era la migliore, la più fedele, e che le vicine erano perfide e meritavano castigo. Perciò il figlio del re si trovò di fronte a cittadini i cui umori variavano a seconda della città alla quale appartenevano, uguali in due cose: la prima nel credersi ognuno migliore degli altri, e la seconda nel voler rovinare la città vicina e nemica, facendola decadere nel concetto del re. Giusto e sapiente come egli era, il figlio del re tentò allora di istruire, con molta misericordia, alla giustizia ogni parte di quella regione, per farla tutta amica e beneamata del padre suo. E, poiché era buono, vi perveniva sebbene lentamente perché, come sempre avviene, solo i retti di cuore, di ognuna delle diverse province della regione, seguivano i suoi consigli. Anzi, è giusto dirlo, proprio là dove con sprezzo si diceva che meno era sapienza e volontà, egli trovò più volontà di ascoltarlo e divenire sapienti nella verità.
4Allora quelli delle province vicine dissero: “Se non ci diamo da fare, la grazia del re andrà tutta a questi che noi sprezziamo. Andiamo a sovvertire coloro che noi odiamo, e andiamoci fingendo di essere noi stessi convertiti e disposti a deporre gli odi per fare onore al figlio del re”.
5E andarono. Si sparsero in veste di amici fra le città della provincia rivale, consigliando, con falsa bontà, le cose da farsi per onorare sempre più e sempre meglio il figlio del re, e perciò il re suo padre. Perché onore dato al figlio, messo di suo padre, è anche sempre onore dato a colui che lo ha mandato. Ma quelli non onoravano il figlio del re, anzi lo odiavano fortemente sino a volerlo rendere odioso ai sudditi e al re stesso. Tanto furono astuti nella loro falsa bonomia, tanto bene seppero presentare per ottimi i loro consigli, che molti della regione vicina accolsero per buono ciò che era malvagio e lasciarono la via giusta che seguivano per prenderne una ingiusta, e il figlio del re constatò che la sua missione in molti falliva.
Applicazione: Responsabilità delle azioni.
6Ora ditemi voi: quale fu il maggior peccatore agli occhi del re? Quale il peccato di coloro che consigliavano e di coloro che accettarono il consiglio? E ancor vi chiedo: con chi, quel re buono, sarà stato più severo? Non sapete rispondermi? Io ve lo dirò.
7Il più grande peccatore agli occhi del re fu colui che sobillò al male il proprio prossimo, per odio allo stesso che voleva ricacciare in tenebre di ignoranza ancor più fonde, per odio verso il figlio del re che voleva sconfiggere nella sua missione facendolo apparire incapace agli occhi del re e dei sudditi, per odio verso il re stesso perché, se l’amore dato al figlio è amore dato al padre, ugualmente l’odio dato al figlio è odio dato al padre.
8Dunque, il peccato di coloro che consigliavano male, con piena intelligenza di consigliare il male, era peccato di odio oltre che di menzogna, di odio premeditato, e quello di coloro che accettarono il consiglio credendolo buono era unicamente peccato di stoltezza. Ma voi ben sapete che è responsabile delle sue azioni chi è intelligente, mentre chi, per malattia o altra causa, è stolto, non è responsabile in proprio, ma sono i suoi parenti responsabili per lui.
9Per questo, sinché un fanciullo non è maggiorenne, è ritenuto irresponsabile, ed è il padre che risponde delle azioni del figlio. Perciò il re, che era buono, fu severo con i mali consiglieri intelligenti e benigno con gli ingannati da essi, ai quali mosse soltanto un rimprovero, quello di aver creduto a questo o a quel suddito prima di interrogare direttamente il figlio del re e sapere da lui quali erano veramente le cose da fare. Perché è soltanto il figlio del padre colui che sa realmente le volontà del padre suo.
Capacità d’intendere e volere.
10Questa la parabola, o popolo di Silo. Di Silo in cui più volte nel corso dei secoli furono dati da Dio, dagli uomini, o da Satana, consigli di diversa natura, i quali fiorirono in bene se seguiti come consigli di bene, o respinti avendoli riconosciuti per consigli di male, e fiorirono in male se non furono accolti quando erano santi, o accolti quando erano malvagi.
11Perché l’uomo ha questa magnifica libertà di volere, e può volere liberamente il bene o il male, ed ha l’altro magnifico dono di un intelletto capace di discernere il bene e il male, e perciò non tanto il consiglio in sé stesso, ma il modo con cui può venire accolto può dare premio o castigo. Ché se nessuno può proibire ai malvagi di tentare il loro prossimo per rovinarlo, nulla può interdire ai buoni di respingere la tentazione e di rimanere fedeli al bene.
12Lo stesso consiglio può nuocere a dieci e giovare ad altri dieci. Perché, se chi lo segue si nuoce, chi non lo segue giova alla sua anima. Perciò nessuno dica: “Ci dissero di fare”. Ma ognuno dica sinceramente: “Io ho voluto fare”. Avrete allora almeno il perdono che si dà ai sinceri. E se siete incerti sulla bontà del consiglio che ricevete, meditate prima di accettarlo e metterlo in pratica. Meditate invocando l’Altissimo, il quale non rifiuta mai le sue luci agli spiriti di buona volontà. E se la vostra coscienza, illuminata da Dio, vede anche un punto solo, piccolo, impercettibile, ma tale che non può essere in un’opera di giustizia, allora dite: “Io non farò questo, perché è giustizia impura”.
Elementi che sostituiscono l’atto morale.
13Oh! in verità vi dico che chi farà buon uso del suo intelletto e della sua libertà d’arbitrio e invocherà il Signore per vedere la verità delle cose, non sarà rovinato dalla tentazione, perché il Padre dei Cieli lo aiuterà a fare il bene contro tutte le insidie del mondo e di Satana.
14Ricordatevi di Anna d’Elcana e ricordatevi i figli di Eli. L’angelo luminoso della prima aveva consigliato ad Anna di fare voto al Signore se l’avesse resa feconda. Il sacerdote Eli consiglia ai suoi figli di rientrare nella giustizia e di non peccare oltre contro il Signore. Eppure, sebbene alla pesantezza dell’uomo sia più facile comprendere la voce di un altro uomo che non lo spirituale e insensibile eloquio (ai sensi fisici) dell’angelo del Signore parlante allo spirito, Anna d’Elcana accoglie il consiglio, perché è buona e si tiene ritta al cospetto di Dio, e partorisce un profeta, mentre i figli di Eli, perché malvagi e lontani da Dio, non accolgono il consiglio del padre e muoiono puniti da Dio per morte violenta.
15consigli hanno due valori: quello della fonte dalla quale provengono, ed è già grande perché può avere conseguenze incalcolabili, e quello del cuore al quale sono dati. Il valore che dà ad essi il cuore, al quale vengono proposti, è valore non solo incalcolabile ma immutabile. Perché, se il cuore è buono e segue consiglio buono, dà al consiglio valore di opera giusta, e se non lo fa leva la seconda parte di valore allo stesso, che resta consiglio ma non opera, ossia merito solo per chi lo dà. E se il consiglio è malvagio e non viene accolto dal cuore buono, invano tentato con blandizie o con terrori a metterlo in pratica, acquista valore di vittoria sul Male e di martirio per fedeltà al Bene, e perciò prepara gran tesoro nel Regno dei Cieli.
Sotto la luce di Dio.
16Quando perciò il vostro cuore è tentato da altri, meditate, mettendovi sotto la luce di Dio, se ciò può essere parola buona, e se, con l’aiuto divino che permette le tentazioni ma non vuole la vostra rovina, vedete che esso non è buona cosa, sappiate dire a voi stessi e a chi vi tenta: “No. Io resto fedele al mio Signore, e questa fedeltà mi assolva dai miei passati peccati e mi riammetta non fuori, presso le porte del Regno, ma dentro ai confini di esso, perché anche per me l’Altissimo ha mandato il Figlio suo per condurmi alla salvezza eterna”.
17Andate. Se alcuno ha bisogno di Me, voi sapete dove sono a riposo per la notte. Il Signore vi illumini».
570. A Lebona, la
parabola
dei mal consigliati[153].
La logica delle opere buone.
Lebona nodo di strade carovaniere.
1Stanno per entrare in Lebona, città che non mi pare molto importante né bella, ma che in compenso è molto affollata, dato che già sono in moto le carovane che scendono per la Pasqua a Gerusalemme venendo dalla Galilea e dall’Iturea, Gaulanite, Traconite, Auranite e Decapoli. Direi che Lebona fosse su una strada carovaniera, anzi fosse nodo di strade carovaniere venienti da queste regioni, dal Mediterraneo ai monti ad est della Palestina e dal nord della stessa, per riunirsi in questo luogo sulla grande strada che conduce a Gerusalemme. Probabilmente questa preferenza della gente viene dal fatto che questa strada è molto presidiata dai romani e perciò la gente si sente di più sicura dal pericolo di cattivi incontri con ladroni. Penso così. Ma forse questa preferenza viene da altre cause, da ricordi storici o sacri, non so.
2Le carovane, data l’ora propizia – giudicherei dal sole che sono circa le otto del mattino – stanno mettendosi in moto fra un gran baccano di voci, di strilli, di ragli, di sonagli, di ruote. Donne che chiamano i bambini, uomini che incitano le bestie, venditori che offrono mercanzie, contrattazioni fra i venditori samaritani e quelli… meno ebrei, ossia quelli della Decapoli e di altre regioni, poco intransigenti perché più fuse all’elemento pagano, ripulse sdegnose sino all’improperio quando un disgraziato venditore di Samaria si avvicina ad offrire i suoi generi a qualche campione di giudaismo. Sembra che siano avvicinati dal diavolo in persona tanto gridano all’anatema… suscitando reazioni vivissime dei samaritani offesi. E qualche parapiglia succederebbe se non ci fossero i militi romani a fare buona guardia.
Fiera di insulti.
3Gesù avanza fra questa confusione. Intorno a Lui gli apostoli, dietro le discepole, dietro queste il codazzo di quelli di Efraim aumentati da molti di quelli di Silo.
4Un sussurro precede il Maestro. Si propaga da quelli che lo vedono a quelli che sono più là e ancor non lo vedono. Uno, più forte, lo segue. E molti sospendono la partenza per vedere ciò che accade.
5Si chiedono: «Come? Egli si allontana dalla Giudea sempre più? Che? Predica, ora, in Samaria?».
6Una voce cantante di Galilea: «Lo hanno respinto i santi, ed Egli si rivolge ai non santi per santificarli, a scorno dei giudei».
7Una risposta acre più di un acido velenoso: «Ha ritrovato il suo nido e chi intende la sua parola di demonio».
8Un’altra voce: «Tacete, assassini del Giusto! Questa persecuzione vi marcherà nei secoli col nome più brutto. Voi corrotti tre volte più di noi della Decapoli».
9Un’altra di vecchio, tagliente: «Tanto giusto che fugge dal Tempio per la Festa delle feste. Eh! Eh! Eh!».
10Uno di Efraim, rosso d’ira: «Non è vero. Tu menti, vecchia serpe! Egli va ora alla sua Pasqua».
11Un barbuto scriba, con sprezzo: «Per la via del Garizim».
12«No. Del Moria. Viene a benedirci perché Egli sa amare, poi sale al vostro odio, maledetti!».
«Taci, samaritano!».
«Taci tu, demonio!».
13«Chi fa sommossa avrà le galere. Ponzio Pilato così ordina. Ricordate. E scioglietevi», impone un graduato romano facendo manovrare i suoi dipendenti per separare quelli che stanno già per azzuffarsi in una delle tante dispute regionali e religiose, sempre pronte a sorgere nella Palestina dei tempi di Cristo.
14La gente si scioglie. Ma nessuno parte più. Gli asini vengono riportati agli stallaggi, oppure avviati verso il luogo dove si è diretto Gesù. Donne e bambini scendono di sella e seguono i mariti e padri, oppure restano in gruppo cicaleggiante, se l’umor maritale o paterno così ordina, «perché non sentano parlare il demonio». Ma gli uomini amici, nemici, o semplicemente curiosi, corrono verso il luogo dove è andato Gesù. E correndo si guardano male, o si confortano di questa insperata gioia, o fanno domande, a seconda che sono amici con nemici, o amici fra loro, o curiosi.
Guarigione di un bimbo gobbo.
15Gesù si è fermato in una piazza, presso l’inevitabile fonte ombreggiata da qualche albero. É là, contro il muro umido della fonte, che qui è come ricoperta da un piccolo portico, aperto soltanto da un lato. Forse è più un pozzo che una fonte. Assomiglia al pozzo di En Rogel.
16Sta parlando con una donna che gli presenta il figliolino che ha fra le braccia. Vedo che Gesù assente e pone sul capo del fanciullo la sua mano. E subito dopo vedo che la madre alza il fanciullo e grida: «Malachia, Malachia, dove sei? Il nostro maschio non è più deforme», e la donna trilla il suo osanna, al quale si unisce quello della folla, mentre un uomo si fa largo e va a curvarsi davanti al Signore.
17La gente commenta. Le donne, madri per lo più, si felicitano con la donna che ha avuto grazia. I più lontani allungano il collo e chiedono: «Ma che è stato?», dopo aver gridato «osanna», per unirsi a quelli che sanno cosa è avvenuto.
18«Un bimbo gobbo, gobbo tanto da non potersi reggere sulle gambe che a fatica. Era lungo così, vi dico, proprio così, tanto era curvo. Pareva di tre anni, e sette ne aveva. Ora guardatelo! É alto come tutti, dritto come una palma, svelto. Vedetelo là come si arrampica sul muretto della fonte per essere visto e per vedere. E come ride felice!».
La logica delle opere buone.
19Un galileo si volge ad uno che, dai larghi fiocchi della cintura, credo di indovinare se lo dico rabbi, e gli chiede: «Eh? Che ne dici? Opera di demonio anche questa? In verità, se così fa il demonio, levando tante sventure per far felici gli uomini e lodato Iddio, occorrerà dire che esso è il miglior servo di Dio!».
«Bestemmiatore, taci!».
20«Non bestemmio, rabbi. Commento ciò che vedo. Perché la vostra santità ci porta addosso soltanto pesi e sventure, e improperi sul labbro, e pensieri di sfiducia nell’Altissimo, mentre le opere del Rabbi di Nazareth ci dànno pace e certezza che Dio è buono?».
La parola non è incatenata.
21Il rabbi non risponde, si scosta e va a parlottare con altri suoi amici. E uno di essi si stacca e si fa largo andando di fronte a Gesù che interpella, senza salutarlo prima, così: «Che conti di fare?».
22«Parlare a quelli che chiedono la mia parola», risponde Gesù guardandolo negli occhi senza sprezzo, ma anche senza paura.
«Non ti è lecito. Il Sinedrio non vuole».
23«Vuole l’Altissimo, del quale il Sinedrio dovrebbe esser servo».
«Sei condannato, lo sai. Taci, o.…».
24«Il mio nome è Parola. E la Parola parla».
«Ai samaritani. Se fosse vero che Tu sei Chi dici d’essere, non daresti ai samaritani la tua parola».
25«L’ho data e la darò a galilei, come a giudei, come a samaritani, perché non c’è differenza agli occhi di Gesù».
«Provati a darla in Giudea, se osi! …»
Dopo 21 anni anche Gamaliele avrà la su risposta.
26«In verità Io la darò. Attendetemi. Non sei tu Eleazar ben Parta? Sì? Allora certo tu vedrai, prima di Me, Gamaliele. Digli a mio nome che anche a lui darò, dopo ventuno anni, la risposta che attende. Hai capito? Ricorda bene: anche a lui darò, dopo ventuno anni, la risposta che attende. Addio».
27«Dove? Dove vuoi parlare, dove rispondere al grande Gamaliele? Egli certo ha già lasciato Gamala di Giudea per entrare in Gerusalemme. Ma anche fosse ancora in Gamala, Tu non potresti parlargli».
«Dove? E dove si adunano gli scribi e i rabbi d’Israele?».
«Nel Tempio? Tu, nel Tempio? E oseresti? Ma non sai…».
28«Che mi odiate? Lo so. Mi basta di non essere odiato dal Padre mio. Fra poco il Tempio fremerà per la mia parola». E senza più curarsi del suo interlocutore, apre le braccia per imporre silenzio alla gente, che si agita in opposte correnti e tumultua contro i disturbatori. Si fa subito silenzio, e nel silenzio Gesù parla.
La parabola dei mal consigliati
Diversità di caratteri.
29«A Silo ho parlato dei cattivi consiglieri e di quanto può realmente fare, di un consiglio, un bene o un male. A voi, non più di Lebona soltanto, ma di ogni parte della Palestina, propongo ora questa parabola. La chiameremo: “La parabola dei mal consigliati”.
30Udite. Un tempo vi era una famiglia numerosissima tanto da essere una tribù. Figli numerosi si erano sposati, formando, intorno alla prima famiglia, molte altre famiglie ricche di figli, i quali alla loro volta, sposandosi, avevano formato altre famiglie. Cosicché il vecchio padre si era come trovato a capo di un piccolo regno del quale egli era re. Come sempre avviene nelle famiglie, fra i molti figli, e i figli dei figli, erano diversi i caratteri. Chi buono e giusto, e chi prepotente e ingiusto. Chi contento del suo stato e chi invidioso, parendogli minore la sua parte a quella del fratello o del parente. E vi era, presso il più malvagio, il più buono di tutti. E naturale era che questo buono fosse il più teneramente amato dal padre di tutta la grande famiglia.
La grande famiglia divisa in parti.
31E, come sempre avviene, il malvagio, e quelli più simili a lui, odiavano il buono, perché era il più amato, non riflettendo che essi pure avrebbero potuto essere amati, se fossero stati buoni come lui. E il buono, al quale il padre confidava i suoi pensieri perché li dicesse a tutti, era seguito dagli altri buoni. Cosicché, dopo anni e anni, la grande famiglia si era divisa in tre parti. Quella dei buoni e quella dei malvagi. E fra questa e quella era la terza parte, fatta degli incerti, i quali si sentivano attirati verso il figlio buono, ma temevano il figlio malvagio e quelli del suo partito. Questa terza parte barcamenava fra l’una e l’altra delle due prime, né sapeva decidersi per l’una o per l’altra con fermezza. Allora il vecchio padre, vedendo questa incertezza, disse al figlio suo diletto: “Sinora tu hai speso la tua parola specialmente per quelli che l’amano e per quelli che non l’amano, perché i primi te la chiedono per amarmi sempre più con giustizia, e gli altri sono degli stolti che devono essere richiamati alla giustizia. Ma tu vedi che questi stolti non solo non l’accolgono, restando ciò che erano, ma alla loro prima ingiustizia verso te, portatore del mio desiderio, uniscono quella di corrompere con mali consigli quelli che ancora non sanno volere fortemente prendere la via migliore. Va’ dunque da essi e parla loro di ciò che io sono, e di ciò che tu sei, e di ciò che devono fare per essere con me e con te”.
32Il figlio, sempre ubbidiente, andò come voleva il padre e ogni giorno conquistava qualche cuore. E il padre vide così chiaramente chi erano i veri suoi figli ribelli e li guardava con severità senza però rimproverarli, perché era padre e voleva attirarli a sé con la pazienza, l’amore e l’esempio dei buoni.
Astuzia dei figli malvagi.
33Ma i malvagi dissero, vedendosi soli: “Così troppo chiaramente appare che noi siamo i ribelli. Prima ci confondevamo fra quelli che non erano né buoni né cattivi. Ora vedeteli là! Vanno tutti dietro al figlio diletto. Occorre fare. Distruggere la sua opera. Andiamo, fingendoci ravveduti, fra quelli appena convertiti e anche presso i più semplici dei migliori, e spargiamo voce che il figlio diletto finge di servire il padre ma in verità si fa dei seguaci per poi rivoltarsi a lui, o anche diciamo che il padre ha intenzione di eliminare il figlio e i suoi seguaci perché troppo trionfano e offuscano la sua gloria di padre-re, e che perciò, per difendere il figlio diletto e tradito, bisogna trattenerlo fra noi, lontano dalla casa paterna dove lo attende il tradimento”.
34E andarono, così astutamente sottili nel suggerire e spargere voci e consigli, che molti caddero nel tranello, specie quelli che erano da poco convertiti, ai quali i cattivi consiglieri davano questo cattivo consiglio: “Vedete quanto egli vi ha amato? Ha preferito venire fra voi che stare presso il padre, o quanto meno presso i buoni fratelli. Tanto ha fatto che al cospetto del mondo vi ha rialzato dalla vostra abiezione di esseri che non sapevano ciò che volevano ed erano perciò derisi da tutti. Per questa sua predilezione per voi, voi avete il dovere di difenderlo, anche di trattenerlo con la forza, se non bastano le vostre parole di persuasione, a rimanere nei vostri campi. Oppure sollevatevi, proclamandolo vostro duce e re, e marciate contro il padre iniquo e i suoi figli come lui iniqui”.
35Dicevano ancora, a chi titubava osservando: “Ma egli vuole, ha voluto che noi si andasse con lui ad onorare il padre, e ci ha ottenuto benedizioni e perdono”, dicevano a questi: “Non credete! Non tutto il vero egli vi ha detto, né tutto il vero il padre vi ha mostrato. Egli ha fatto così perché sente che il padre sta per tradirlo e ha voluto provare i vostri cuori per sapere dove trovare protezione e rifugio. Ma forse… è tanto buono! forse poi si pentirà di aver dubitato del padre e vorrà tornare a lui. Non glielo permettete”. E molti promisero: “Non lo permetteremo”, e si infervorarono in disegni atti a trattenere il figlio diletto, senza accorgersi che mentre i cattivi consiglieri dicevano: “Noi vi aiuteremo a salvare il benedetto”, i loro occhi erano pieni di luci di menzogna e crudeltà, né che essi si ammiccavano fregandosi le mani e bisbigliando: “Cascano nel tranello! Noi trionferemo!” ogni volta che qualcuno aderiva alle loro subdole parole. Poi se ne andarono, i cattivi consiglieri. Se ne andarono spargendo in altri luoghi la voce che presto si sarebbe visto il tradimento del figlio diletto, uscito dalle terre del padre per creare un regno, 6avverso al padre, con coloro che erano in odio al padre o per lo meno di incerto amore. E i suggestionati dai cattivi consigli intanto complottavano come fare ad indurre il figlio diletto al peccato di ribellione che avrebbe scandalizzato il mondo.
Fedeltà dei più sapienti.
36Solo i più sapienti fra loro, quelli nei quali era penetrata più in fondo la parola del giusto e vi aveva messo radice perché caduta in terreno avido di accoglierla, dissero, dopo aver riflettuto: “No. Ciò non è bene fare. É atto di malvagità verso il padre, il figlio e anche verso di noi. Noi conosciamo la giustizia e sapienza dell’uno e dell’altro. La conosciamo anche se sventuratamente non l’abbiamo sempre seguita. E non dobbiamo pensare che i consigli di quelli che sono sempre stati apertamente contro il padre e la giustizia, e anche contro il figlio diletto del padre, possano essere più giusti di quelli che ci ha dato il figlio benedetto”. E non li seguirono. Anzi, con amore e con dolore, lasciarono andare il figlio là dove doveva, limitandosi ad accompagnarlo con segni di amore sino ai confini dei loro campi ed a promettergli, nel commiato: “Tu vai. Noi restiamo. Ma le tue parole sono in noi, e d’ora innanzi noi faremo ciò che il padre vuole. Va’ tranquillo. Tu ci hai levato per sempre dallo stato in cui ci trovasti. Ora, messi sulla via buona, noi sapremo progredire in essa sino a giungere alla casa paterna in modo da essere benedetti dal padre”.
37All’opposto, alcuni aderirono ai cattivi consigli e peccarono, tentando al peccato il figlio diletto e beffeggiandolo come stolto perché ostinato nel fare il suo dovere.
Fedeltà dei più sapienti.
38Ora Io vi chiedo: “Perché lo stesso consiglio operò in diverso modo?”. Non rispondete? Io ve lo dirò, come lo dissi a Silo. Perché i consigli acquistano valore o divengono nulli a seconda che sono o non sono accolti. Inutilmente uno è tentato con mali consigli. Se non vuol peccare, non peccherà. E non sarà punito per aver dovuto sentire le insinuazioni dei malvagi. Non sarà punito, perché Dio è giusto e non punisce di colpe non fatte. Sarà solo punito se, dopo aver dovuto ascoltare il Male che tenta, senza usare dell’intelletto per meditare la natura del consiglio né l’origine dello stesso, lo mette in pratica. Né avrà scusa dicendo: “Lo credetti buono”. Buono è ciò che è gradito a Dio. Può forse Dio approvare e gradire una disubbidienza, o cosa che induce a disubbidienza? Può Dio benedire cosa in contrasto con la sua Legge, ossia con la sua Parola? In verità vi dico che no. E ancora in verità vi dico che bisogna saper morire anziché trasgredire alla Legge divina. A Sichem parlerò ancora per farvi giusti nel saper volere o non volere praticare il consiglio che vi viene dato. Andate».
La gente se ne va commentando.
Commenti.
39«Hai sentito? Egli sa ciò che ci hanno detto! E ci ha richiamati alla giustizia del volere», dice un samaritano.
«Sì. E tu hai visto come si sono turbati i giudei e gli scribi che erano presenti?».
«Sì. Neppure hanno atteso la fine per andarsene».
40«Male vipere! Però… Egli dice ciò che vuol fare. Fa male. Potrebbe causarsi delle noie. Quelli dell’Ebal e del Garizim si sono ben esaltati! …».
41«Io… non mi sono mai illuso. Il Rabbi è il Rabbi. E in questo dire c’è tutto. Può il Rabbi peccare, non salendo al Tempio di Gerusalemme?».
«Troverà la morte. Vedrai!… E sarà finita! …»
«Per chi? Per Lui? Per noi? O.… per i giudei?».
«Per Lui. Se muore!».
42«Tu sei stolto, o uomo. Io sono di Efraim. Lo conosco bene. Ho vissuto vicino a Lui due lune intere, più ancora. Sempre parlava con noi. Sarà un dolore… Ma non una fine. Né per Lui, né per noi. Non può morire, finire, il Santo dei santi. Né può finire così per… un ignorante sono, ma io sento che il Regno verrà quando i giudei lo crederanno finito… E i finiti saranno loro…».
«Tu pensi che i discepoli vendichino il Maestro? Una ribellione? Un eccidio? E i romani? …».
43«Oh! non c’è bisogno di discepoli, di vendette d’uomini, di eccidi. Sarà l’Altissimo che li vincerà. Ci ha ben puniti noi, per secoli, e per molto meno! Vuoi che non punisca loro, per il loro peccato di tormentare il suo Cristo?».
«Vederli vinti! Ah!».
44«Tu hai cuore che il Maestro non vorrebbe. Egli prega per i suoi nemici…».
45«Io… gli vado dietro domani. Voglio sentire ciò che dice a Sichem».
«Io pure».
«Ed io anche…».
46Molti di Lebona hanno lo stesso pensiero e, fraternizzando con quelli di Efraim e Silo, si vanno a preparare per la partenza di domani.
571. Arrivo a Sichem e accoglienze[154].
I mietitori spirituali.
Sichem.
1Ecco Sichem bella e ornata. Piena di gente della Samaria diretta al tempio samaritano. Piena di pellegrini di ogni luogo diretti al Tempio di Gerusalemme. Il sole la inonda tutta, stesa come è sulle pendici est del Garizim che la sovrasta dal lato ovest, tutto verde quanto essa è bianca. Al suo nord-est l’Ebal, ancor più selvaggio nel suo aspetto, pare vegliarla contro i venti del nord. La fertilità del luogo, ricco delle acque che scendono dal displuvio dei monti e che si avviano in due fiumiciattoli ridenti, nutriti da cento rivi, verso il Giordano, è magnifica, e trabocca fuor dalle mura dei giardini e dalle siepi degli orti. Ogni casa si inghirlanda di verde, di fiori, di rami, che gonfiano i frutticini, e l’occhio, girando sui dintorni ben visibili, data la configurazione del suolo, non vede che verde di uliveti, di vigneti, di frutteti e biondeggiar di campi che lasciano ogni dì più il glauco del grano in erba per farsi di un giallo delicato di paglia, di spighe mature, che il sole e il vento, piegando e investendo, fanno quasi di un bianco d’oro bianco. Veramente i grani «biondeggiano», come dice Gesù, ora veramente biondi, dopo esser stati «biancheggianti» nel nascere, poi di un verde di prezioso gioiello mentre crescevano e spighivano. Ora il sole li prepara al morire dopo averli preparati al vivere. Né si sa se benedirlo di più ora che li conduce al sacrificio, o se quando, paterno, scaldava le zolle per far germinare il grano e dipingeva il pallore dello stelo, pur mo’ spuntato, del bel verde, pieno di vigoria e di promesse.
I mietitori spirituali.
2Gesù, che ha parlato di questo entrando in città ed accennando al luogo dell’incontro con la Samaritana e a quel discorso lontano, dice ai suoi apostoli, a tutti meno Giovanni che ha già preso il suo posto di consolatore presso Maria, tanto afflitta: «E non si compie ora ciò che allora ho detto? Entrammo qui ignoti e soli. Seminammo. Ora, guardate! Molta messe è nata da quel seme. E crescerà ancora e voi mieterete. E altri più di voi mieteranno…».
«E Tu no, Signore?», domanda Filippo.
3«Io ho mietuto dove aveva seminato il mio Precursore. E poi ho seminato perché voi mieteste e seminaste col seme che vi avevo dato. Ma come Giovanni non mieté il seminato, così Io non mieterò questa messe. Noi siamo…».
«Che, Signore?», chiede turbato Giuda d’Alfeo.
4«Le vittime, fratello mio. Ci vuole del sudore per rendere fertili i campi. Ma ci vuol sacrificio per rendere fertili i cuori. Noi si sorge, si lavora, si muore. Uno, dopo di noi, subentra, sorge, lavora, muore… E c’è chi miete ciò che noi abbeverammo col nostro morire».
Morire per far vivere.
5«Oh! no! Non lo dire, Signor mio!», esclama Giacomo di Zebedeo.
6«E tu, discepolo di Giovanni prima che mio, dici questo? Non ricordi le parole del tuo primo maestro? “Bisogna che Egli cresca ed io diminuisca”. Egli capiva la bellezza e giustizia del morire per dare ad altri la giustizia. Io non gli sarò inferiore».
7«Ma Tu, Maestro, sei Tu: Dio! Egli era un uomo».
8«Io sono il Salvatore. Come Dio devo essere più perfetto dell’uomo. Se Giovanni, uomo, seppe diminuire per far sorgere il vero Sole, Io non devo offuscare la luce del mio sole con nebbie di viltà. Devo lasciarvi limpido ricordo di Me. Perché voi procediate. Perché il mondo cresca nell’Idea cristiana. Il Cristo se ne andrà, tornerà donde è venuto, e di là vi amerà seguendovi nel vostro lavoro, preparandovi il posto che sarà il vostro premio. Ma il Cristianesimo resta. Il Cristianesimo crescerà per il mio andare… e per quello di tutti coloro che, senza attaccamenti al mondo e alla vita terrena, sapranno, come Giovanni e come Gesù, andarsene… morire per far vivere».
9«Allora Tu trovi giusto che ti sia data la morte? …», chiede quasi con affanno l’Iscariota.
10«Non trovo giusto che mi sia data la morte. Trovo giusto il morire per ciò che porterà il mio sacrificio. L’omicidio sarà sempre omicidio per chi lo compie, anche se ha valore e aspetto diverso per colui che è ucciso».
«Che vuoi dire?».
11«Voglio dire che, se colui che è omicida comandato o forzato, quale un soldato in battaglia o un carnefice che deve ubbidire al magistrato o uno che si difende da un ladrone, non ha affatto sull’anima il crimine o ha un relativo crimine di uccisione di un suo simile, colui che senza ordine e necessità uccide un innocente, o coopera alla sua uccisione, va davanti a Dio col volto orrendo del Caino».
12«Ma non potremmo parlare d’altro? Il Maestro ne soffre, tu fai gli occhi di un tormentato, noi si sembra all’agonia, se la Madre sente piange. Già ne fa del pianto dietro il suo velo! C’è tanto da parlare!… Oh! ecco! Vengono i notabili. Questo vi farà tacere.
I notabili, notizie sulla Samaritana.
13La pace a voi! La pace a voi!». Pietro, che era un poco avanti e si era voltato per parlare, si inchina in saluti verso un folto gruppo di sichemiti pomposi che vengono verso Gesù.
14«La pace a Te, Maestro. Le case che ti hanno ospitato l’altra volta sono pronte a riceverti, e molte altre con queste, per le discepole e chi è con Te. Verranno quelli che Tu hai beneficato di recente e la prima volta. Una sola mancherà, perché si è allontanata dal luogo per condurre vita di espiazione. Così disse, ed io lo credo, perché quando una donna si spoglia di tutto ciò che amava e respinge il peccato e dà i suoi beni ai poveri, è segno che veramente vuole seguire una vita nuova. Ma non saprei dirti dove è. Nessuno più la vide da quando lasciò Sichem. A un di noi sembrò vederla in veste di serva in un paese presso il Fialé. Un altro giura di averla riconosciuta vestita miseramente a Bersabea. Ma non è sicuro il loro dire. Chiamata col suo nome, non rispose, e fu sentita chiamar la donna Giovanna in un luogo, nell’altro Agar».
15«Non è necessario sapere di più, fuorché che ella si è redenta. Ogni altra cognizione è vana e ogni ricerca indiscreta curiosità. Lasciate la vostra concittadina nella sua pace segreta, paghi solo che ella non sia più scandalo. Gli angeli del Signore sanno dove è per darle l’unico soccorso di che ella abbisogna, l’unico che non possa farle male all’anima… Usate carità alle donne, ché stanche sono, di condurle alle case. Domani Io vi parlerò. Oggi ascolterò voi tutti e accoglierò i malati».
16«Non resti molto con noi? Non farai qui il sabato?».
«No. Il sabato lo farò altrove, in preghiera».
«Speravamo averti a lungo con noi…».
17«Appena ho il tempo di tornare in Giudea per le feste. Vi lascerò gli apostoli e le donne, se vorranno rimanere, sino alla sera del sabato. Non guardatevi così. Voi lo sapete che Io devo onorare il Signore Iddio nostro più di ogni altro, perché l’essere ciò che Io sono non mi è esenzione dall’essere fedele alla Legge dell’Altissimo».
Accoglienza.
18Si dirigono alle case, dove in ognuna entrano due discepole e un apostolo: Maria d’Alfeo e Susanna con Giacomo d’Alfeo, Marta e Maria con lo Zelote, Elisa e Niche con Bartolomeo, Salome e Giovanna con Giacomo di Zebedeo. Poi, in gruppo, vanno insieme Tommaso, Filippo, Giuda di Keriot e Matteo in un’altra casa; e Pietro, Andrea in un’altra; e Gesù con Giuda d’Alfeo e Giovanni entra con Maria, sua Madre, in quella dell’uomo che ha sempre parlato a nome dei cittadini. I seguaci e quelli di Efraim, Silo e Lebona, oltre altri che, pellegrini già diretti a Gerusalemme, si sono messi al seguito di Gesù, troncando il viaggio iniziato, si spargono in cerca di alloggio.
572. A Sichem, l’ultima parabola sui consigli dati e ricevuti[155].
Invito a crescere nella giustizia.
Il Messia è un padre per le anime.
1La maggior piazza di Sichem è gremita inverosimilmente. Credo che tutta la città sia lì e siano convenuti lì anche gli abitanti delle campagne e dei paesi vicini. Quelli di Sichem, nel pomeriggio del primo giorno, si devono essere sparsi a dar l’avviso in ogni luogo e tutti sono accorsi: sani e malati, peccatori e innocenti. Empita la piazza, gremite le terrazze sui tetti, la gente si è appollaiata persino sulle piante che ombreggiano la piazza.
2In prima fila, verso il luogo tenuto sgombro per Gesù, contro una casa che è sopraelevata su quattro scalini, sono i tre bambinelli che Gesù ha levato ai ladroni e i loro parenti. Come sono ansiosi di vedere il loro Salvatore i tre piccoli! Ogni grido li fa volgere cercando Lui. E quando si apre la porta della casa e appare nel vano di essa Gesù, i tre fanciullini volano avanti con un grido: «Gesù! Gesù! Gesù!», e salgono gli alti scalini senza neppur aspettare che Egli scenda ad abbracciarli. E Gesù si china e li abbraccia alzandoli poi -un vivo mazzo di fiori innocenti- e li bacia sui visucci e ne è baciato.
3La gente ha un mormorio commosso e qualche voce dice: «Non c’è che Lui che sappia baciare i nostri innocenti». E altre voci: «Vedete come li ama? Li ha salvati dai ladroni, ha dato loro una casa dopo averli sfamati e vestiti, ed ora li bacia come fossero i figli delle sue viscere».
Il Messia chiama tutti alla vita.
4Gesù, che ha posato i bimbi a terra, sul più alto scalino, vicino al suo corpo, risponde a tutti rispondendo a quest’ultime anonime parole: «In verità, più che figli delle mie viscere essi sono per Me. Perché Io sono a loro padre per l’anima e questa è mia, non per il tempo che passa, ma per l’eternità che resta. Così potessi dire di ogni uomo che da Me, Vita, traesse vita ad uscir dalla sua morte! Io vi ho invitato a questo quando venni per la prima volta fra voi, e voi pensaste che vi era molto tempo per decidersi a far questo. Una sola fu sollecita a seguir la chiamata e ad andare sulla via della Vita: la creatura più peccatrice fra voi. Forse, appunto perché si sentì morta, si vide morta, putrida nel suo peccato, ella ebbe fretta ad uscir dalla morte. Voi non vi sentite e vedete morti, e quella sua fretta non l’avete. Ma quale è quel malato che attende di esser morto per prendere i farmaci di vita? Il morto ha sol bisogno di sindone e aromi e di un sepolcro in cui giacere per tornare polvere dopo esser stato marciume. Ché se, per suoi sapienti fini, la putredine di Lazzaro, da voi guardato con occhi dilatati dal timore e dallo stupore, fu dall’Eterno ricomposta in salute, ciò non deve tentare alcuno a giungere alla morte dello spirito dicendo: “L’Altissimo mi renderà alla vita dell’anima”.
5Non tentate il Signore Dio vostro. Venite voi alla Vita. Non c’è più tempo di attendere. La Vite sta per esser colta e premuta. Preparate lo spirito vostro al Vino della Grazia che sta per esservi dato. Non fate voi così quando dovete prender parte ad un gran convito? Non preparate il vostro ventre ad accogliere i cibi e i vini prelibati, facendo precedere al banchetto una prudente astinenza che fa netto il gusto e gagliardo lo stomaco per gustare e desiderare il cibo e le bevande? E non fa anche così il vignaiuolo per assaggiare il vino testé formato? Non corrompe il suo palato, in quel giorno che vuol assaggiare il nuovo vino. Non lo fa, perché vuol sentirne con esattezza i pregi e i difetti, per correggere questi e vantare quelli e vender bene la sua merce. Ma se ciò sa fare l’invitato al convito per gustare con maggior piacere le vivande e i vini, e così fa il vignaiuolo per poter vendere bene il suo vino, o rendere vendibile quello che, dato con difetto, verrebbe respinto dal compratore, non dovrebbe saperlo fare l’uomo per il suo spirito, per gustare il Cielo, per guadagnare il tesoro per poter entrare in Cielo?
6Ascoltate il mio consiglio. Questo sì, ascoltatelo. É consiglio buono. É consiglio giusto del Giusto, che invano è mal consigliato e che vuol salvarvi dai frutti dei cattivi consigli che avete avuti. Siate giusti come Io sono. E sappiate dare giusto valore ai consigli che vi sono dati. Se saprete farvi giusti, darete giusto valore.
Parabola sui consigli dati e ricevuti.
7Udite una parabola. Essa chiude il ciclo di quelle dette a Silo e a Lebona, e sempre parla sui consigli che vengono dati e ricevuti.
8Un re mandò il suo figlio diletto a visitare il suo regno. Il regno di questo re era diviso in molte province, essendo vastissimo. Queste province avevano diversa conoscenza del loro re. Alcune lo conoscevano tanto da ritenersi le predilette e da andare in superbia per questo. Secondo queste, esse solo erano perfette e a conoscenza del re e di ciò che il re voleva. Altre lo conoscevano ma, senza pensarsi sapienti per questo, si industriavano di conoscerlo sempre più. Altre avevano la conoscenza del re ma lo amavano a modo loro, essendosi date un codice speciale che non era il vero codice del regno. Del vero codice avevano preso ciò che ad esse piaceva e sin dove piaceva, e poi avevano lesionato anche quel poco con mescolanze di altre leggi prese da altri reami, o datesi da loro stesse, e non buone. No. Non buone. Altre ancora erano ancor più ignoranti del loro re, e alcune sapevano solo che c’era un re. Non più di questo. Ma credevano anche questo poco una favola.
Preparare lo spirito alla vita delle grazie.
9Il figlio del re venne a visitare il regno del padre suo per dare a tutte le diverse regioni una esatta conoscenza del re, qui correggendo le superbie, là rialzando gli avvilimenti, altrove raddrizzando concetti sbagliati, più oltre persuadendo a levare gli elementi impuri dalla legge pura, qui insegnando per colmar le lacune, là istruendo per dare un minimo di cognizione e di fede in questo re reale di cui ogni uomo era suddito. Questo figlio del re pensava però che, prima lezione per tutti, era l’esempio di una giustizia conforme al codice sia nelle parti gravi che nelle cose minori. Ed era perfetto. Tanto che la gente di buona volontà migliorava sé stessa perché seguiva sia le azioni che le parole del figlio del re, essendo le sue parole e le sue azioni un’unica cosa, tanto le une corrispondevano alle altre senza dissonanza.
10Quelli però delle province che si sentivano perfette, solo perché sapevano alla lettera le lettere del codice, ma non ne possedevano lo spirito, vedevano che dall’osservanza di ciò che faceva il figlio del re e di ciò che egli esortava a fare, troppo chiaramente risultava che essi conoscevano le lettere del codice ma non possedevano lo spirito della legge del re, e che perciò veniva smascherata la loro ipocrisia. Allora pensarono di levare di mezzo ciò che li faceva apparire quali erano. E per far questo usarono due vie. Una contro il figlio del re, l’altra contro i suoi seguaci. Al primo, mali consigli e persecuzioni.
Mali consigli e intimidamenti.
11Ai secondi, mali consigli e intimidamenti. Sono mali consigli tante cose. È mal consiglio il dire: “Non fare questo che ti può nuocere”, fingendo interessamento buono, ed è mal consiglio il perseguitare, per persuadere colui che si vuol traviare a mancare alla sua missione. È mal consiglio il dire ai seguaci: “Difendete ad ogni costo e con ogni mezzo il giusto perseguitato”, ed è mal consiglio il dire ai seguaci: “Se voi lo proteggete, incontrerete il nostro sdegno”.
12Ma non parlo qui dei consigli dati ai seguaci. Parlo dei consigli dati al figlio del re e fatti dare. Con falsa bonomia, con livido odio, o per la bocca di ignari strumenti, mossi a nuocere credendo di esser mossi a giovare.
Mali consigli e persecuzioni
13Il figlio del re li ascoltò questi consigli. Aveva orecchi, occhi, intelletto e cuore. Non poteva perciò non sentirli, non vederli, non intenderli e misurarli. Ma il figlio del re aveva soprattutto uno spirito retto di vero giusto e ad ogni consiglio, dato scientemente o incoscientemente per farlo peccare dando cattivo esempio ai sudditi del padre suo e infinito dolore al padre suo, rispose: “No. Io faccio ciò che vuole il padre mio. Io seguo il suo codice. L’esser figlio del re non mi esime dall’essere il più fedele dei suoi sudditi nell’osservanza della legge. Voi che mi odiate e mi volete impaurire, sappiate che nulla mi farà violare la legge. Voi che mi amate e mi volete salvare, sappiate che io vi benedico per questo vostro pensiero, ma sappiate anche che il vostro amore e l’amore che vi voglio, perché a me più fedeli di quelli che si dicono ‘sapienti’, non mi deve fare ingiusto nel mio dovere verso il più grande amore, che è quello che va dato al padre mio”.
Figli dello spirito di Cristo.
14Questa la parabola, figli miei. E la stessa è così chiara che ognun di voi può averla compresa. E negli spiriti retti non può sorgere che una voce: “Egli è realmente il Giusto, perché nessun consiglio umano lo può trarre su via di errore”.
15Sì, figli di Sichem. Nulla mi può trarre nell’errore. Guai se andassi nell’errore! Guai a Me e guai a voi. In luogo di essere il vostro Salvatore, sarei il vostro traditore, e avreste ragione di odiarmi. Ma non lo farò. Non vi rimprovero per avere accettato suggestioni e pensato provvedimenti contro la giustizia. Non siete colpevoli, posto che lo avete fatto per spirito d’amore. Ma vi dico ciò che ho detto al principio e alla fine, a voi lo dico: voi mi siete più cari che se foste figli delle mie viscere, perché siete i figli del mio spirito. Il vostro spirito Io l’ho portato alla Vita e ancor più lo farò. Sappiate, e sia il ricordo di Me, sappiate che Io vi benedico per il pensiero che avete avuto in cuore. Ma crescete nella giustizia, volendo soltanto quello che è onore al Dio vero, verso il quale bisogna avere un amore assoluto quale a nessun’altra creatura va dato. Venite a questa perfetta giustizia che Io vi do ad esempio, giustizia che calpesta gli egoismi del proprio benessere, le paure dei nemici e della morte, tutto calpesta, per fare la volontà di Dio.
Invito a crescere nella giustizia.
16Preparate lo spirito vostro. L’alba della Grazia sorge. Il banchetto della Grazia si appresta. Le vostre anime, le anime di quelli che vogliono venire alla Verità, sono alla vigilia delle loro nozze, della loro liberazione, della loro redenzione. Preparatevi in giustizia alla festa della Giustizia».
17Gesù fa un cenno ai parenti dei bambini, prossimi ad essi, di entrare nella casa con Lui, e si ritira dopo aver preso fra le braccia i tre fanciulli come all’inizio.
«Egli sarà pietra di contraddizione».
18Sulla piazza si incrociano i commenti. Molto diversi. I migliori dicono: «Egli ha ragione. Noi fummo traditi da quei falsi messi».
19I meno buoni dicono: «Però allora non doveva lusingarci. Ci fa odiare ancora di più. Ci ha beffati. È un vero giudeo».
20«Non lo potete dire. I nostri poveri conoscono i suoi soccorsi. I nostri malati la sua potenza. I nostri orfani la sua bontà. Non possiamo pretendere che Egli pecchi per fare contenti noi».
21«Ha già peccato, perché ci ha odiati facendoci odiare…».
22«E da chi?».
«Da tutti. E ci ha beffati. Sì. Ci ha beffati».
23I diversi pareri empiono la piazza. Ma non turbano l’interno della casa dove è Gesù insieme ai notabili e ai fanciulli coi loro parenti.
24Una volta di più si conferma la parola profetica: «Egli sarà pietra di contraddizione».
573. Partenza per
Enon dopo un battibecco tra l’Iscariota ed Elisa,
che
restano a Sichem[156].
I Pellegrinaggi ai luoghi santi.
L’orizzonte s’apre vasto.
1Gesù, solo, medita seduto sotto un elce gigantesco, nato su una pendice del monte che sovrasta Sichem. La città, bianco rosata nel primo sole, è giù, in basso, stesa sulle chine più basse del monte. Sembra, vista dall’alto, una manciata di grandi cubi bianchi rovesciati da un grande bambino su un verde prato in declivio. I due corsi d’acqua presso i quali sorge fanno un semicerchio blu-argento intorno alla città, poi uno vi penetra e mette il suo canto e il suo luccicare fra le case bianche per poi uscirne e correre fra il verde, apparendo e sparendo da sotto uliveti e frutteti rigogliosi, verso il Giordano. L’altro, più modesto, sta fuor delle mura, le lambe quasi, irrigando le fertili ortaglie, e poi corre via ad abbeverare greggi di pecore bianche pascolanti su dei prati, che il fiore del trifoglio insanguina dei suoi capolini rossi. L’orizzonte s’apre vasto di fronte a Gesù.
2Dopo un ondular di colli sempre più bassi, si vede, per uno scorcio, la valle verde del Giordano, e oltre ad essa i monti dell’Oltre Giordano, finenti a nord-est nelle vette caratteristiche dell’Auranite. Il sole, che è sorto da dietro ad essi, ha colpito tre bizzarre nubi simili a tre nastri di garza lieve, messi orizzontalmente sul velo turchese del firmamento, e la garza lieve delle tre nubi lunghe e strette si è fatta tutta di un rosa arancione come certi preziosi coralli. Il cielo sembra sbarrato da questa cancellata aerea, bellissima. Gesù la fissa, ossia guarda in quella direzione, assorto. Chissà se neppure la vede. Col gomito puntato sul ginocchio, la mano sorreggente il mento poggiato nell’incavo della palma, guarda, pensa, medita. Sopra di Lui, gli uccelli fanno gazzarra stridendo in una gioiosa giostra di voli.
3Gesù abbassa gli occhi su Sichem, che si desta sempre più nel sole del mattino. Ora ai pastori e ai greggi, che prima erano gli unici ad animare il panorama, si uniscono i gruppi dei pellegrini, e al tinnulare dei campani degli armenti si fondono quello delle sonagliere dei ciuchi, e voci, e brusìo di passi e parole. Il vento porta a ondate sino a Gesù il rumore della città che si ridesta, della gente che lascia il riposo notturno.
Ogni povero abbia un sollievo.
4Gesù si alza in piedi. Con un sospiro lascia il posto quieto e scende svelto, per una scorciatoia, verso la città. Vi entra fra carovane di ortolani e di pellegrini che si affrettano, i primi, a scaricare le loro derrate, i secondi a comperarne prima di mettersi in cammino. In un angolo della piazza del mercato sono già, in gruppo e in attesa, gli apostoli e le discepole, e intorno a loro quelli di Efraim, Silo e Lebona e molti di Sichem.
5Gesù va da loro. Li saluta. Poi dice a quelli di Samaria: «Ed ora lasciamoci. Tornate alle vostre case. Ricordatevi le mie parole. Crescete nella giustizia».
6Si volge a Giuda di Keriot: «Hai dato, come ho detto, per i poveri di ogni luogo?».
«Ho dato. Meno che a quelli di Efraim, perché essi hanno già avuto».
«Allora andate. Fate che ogni povero abbia un sollievo».
«Noi ti benediciamo per essi».
7«Benedite le discepole. Sono esse che mi hanno dato il denaro. Andate. La pace sia con voi».
Quelli se ne vanno a stento, con pena. Ma ubbidiscono.
8Gesù resta con gli apostoli e le discepole. Dice loro: «Io vado a Enon. Voglio salutare il luogo del Battista. Poi scenderò alla via della valle. È più comoda per le donne».
«Non sarebbe meglio fare la via di Samaria, invece?», chiede l’Iscariota.
Il serpente ferisce Pietro.
8«Noi non abbiamo a temere ladroni, anche se siamo su strada vicina alle loro spelonche. Chi vuol venire con Me venga. Chi non si sente di venire sino ad Enon resti qui sino al dì dopo il sabato. In quel giorno Io andrò a Tersa, e chi resta qui mi raggiunga in quel luogo».
«Io veramente… preferirei rimanere. Non sono molto sano… Stanco sono…», dice l’Iscariota.
9«Lo si vede. Sei come chi è malato. Cupo e di sguardi e d’umore e di pelle. Ti guardo da qualche tempo…», dice Pietro.
«Ma nessuno mi chiede se soffro, però…».
10«Ti avrebbe fatto piacere? Io non so mai ciò che ti piace. Ma se ti fa piacere te lo chiedo ora, e son disposto a rimanere con te per curarti…», gli risponde pazientemente Pietro.
«No, no! Solo stanchezza. Vai, vai. Io resto dove sono».
Il serpente morde Elisa
11«Resto anche io. Sono vecchia. Riposerò facendoti da madre», dice all’improvviso Elisa.
«Tu resti? Avevi detto…», interrompe Salome.
«Se tutti andavamo venivo io pure, per non rimanere qui sola. Ma già che Giuda resta…».
«Ma allora vengo. Non ti voglio sacrificare, donna. Certo tu vai volentieri a vedere il rifugio del Battista…».
12«Sono di Betsur e non ho mai sentito il bisogno di andare a Betlemme a vedere la grotta dove il Maestro è nato. Cose che farò quando non avrò più il Maestro. Pensa tu se ardo di vedere dove fu Giovanni… Preferisco esercitare la carità, sicura che essa ha più valore di un pellegrinaggio».
«Tu fai rimprovero al Maestro. Non te ne accorgi?».
13«Io parlo per me. Egli va là e fa bene. Egli è il Maestro. Io sono una vecchia alla quale i dolori hanno levato ogni curiosità e alla quale l’amore per il Cristo ha levato desiderio di ogni altra cosa che non sia servirlo».
«Per te è servizio spiarmi, allora».
14«Fai cose riprovevoli? Si sorveglia chi fa cose dannose. Ma io non ho mai spiato alcuno, uomo. Non appartengo alla famiglia delle serpi. E non tradisco».
«Neppur io».
«Dio lo voglia per il tuo bene. Ma non riesco a capire perché tu abbia così odioso che io resti in riposo qui…».
15Gesù, sino allora muto, in ascolto, in mezzo agli altri stupiti del battibecco, alza il capo che teneva un poco chino e dice: «Basta. Il desiderio che tu hai lo può, con più ragione, avere una donna, vecchia per di più. Voi resterete qui sino all’aurora del dì dopo il sabato. Poi mi raggiungerete. Intanto tu va’ a comperare quanto ci può necessitare per questi giorni. Va’ e sii sollecito».
16Giuda se ne va di mala voglia ad acquistare le cibarie. Andrea fa per seguirlo, ma Gesù lo prende per un braccio dicendo: «Resta. Può fare da sé».
I Pellegrinaggi ai luoghi santi.
17Gesù è molto severo. Elisa lo guarda e poi gli va vicino dicendo: «Perdona, Maestro, se ti ho dispiaciuto».
18«Non ho nulla da perdonarti, donna. E tu, piuttosto, perdona a quell’uomo. Come ti fosse un figlio».
«Con questo sentimento gli resto vicina… anche se egli crede il contrario… Tu mi comprendi…».
19«Sì. E ti benedico. E ti dico che hai detto bene dicendo che i pellegrinaggi ai luoghi miei saranno una necessità che verrà dopo che Io non sarò più fra voi… una necessità di conforto per lo spirito vostro. Per ora è soltanto servire i desideri del vostro Gesù. E tu hai compreso un mio desiderio, poiché ti sacrifichi per tutelare uno spirito imprudente…».
20Gli apostoli si guardano fra di loro… Le discepole anche. Soltanto Maria sta tutta velata e non alza il capo per scambiare sguardi con nessuno. E Maria di Magdala, eretta come una regina che giudichi, non ha mai perso d’occhio Giuda che si aggira fra i venditori, ed ha un corruccio negli occhi e una punta di sprezzo sulla bocca serrata. Parla con la sua espressione più che se parlasse…
Beneficare senza prevenzioni e con carità.
21Giuda torna. Dà ciò che ha comperato ai compagni. Si riassetta il mantello, che aveva usato per portare gli acquisti fatti, e fa l’atto di dare la borsa a Gesù.
22Gesù la respinge con la mano: «Non occorre. Per le elemosine c’è ancora Maria. Tu provvedi ad essere benefico qui. Molti sono i mendichi che da ogni luogo scendono per andare verso Gerusalemme in questi giorni. Dà, senza prevenzioni e con carità, ricordando che tutti siamo mendichi a Dio della sua misericordia e del suo pane… Addio. Addio, Elisa. La pace sia con voi». E si volta rapidamente, dandosi a camminare svelto per la strada che aveva vicina, senza dar tempo a Giuda di salutarlo…
23Tutti lo seguono in silenzio. Escono dalla città dirigendosi a nord-est per la bellissima campagna…
574. Andando da Enon a Tersa, Gesù riscatta e
accoglie un pastorello dopo aver dato la cecità ad un crudele
e la vista ad un cieco[157].
Da servo ad amico del Messia.
La capretta intelligente.
1Enon, un pugno di case, è più su, verso nord. Qui è il luogo dove era il Battista: una grotta fra un rigoglio di vegetazione. Poco lungi, delle sorgive chioccolano, formando poi un rio ben nutrito d’acque che vanno verso il Giordano.
2Gesù è seduto fuor della grotta. Là dove era quando salutò il cugino. È solo. L’aurora tinge appena di roseo l’oriente e le selve si ridestano con i cinguettii degli uccelli che si svegliano. Dei belati vengono dagli ovili di Enon. Un raglio squarcia l’aria cheta. Un trepestio di passetti sul sentiero. Passa un gregge di capre guidate da un adolescente, che si ferma per un attimo, incerto, a guardare Gesù. Poi se ne va. Ma dopo poco ritorna, perché una capretta si è impuntata di stare lì, ad osservare l’uomo che non era solita a vedere in quel luogo e che stende la sua lunga mano per offrirle uno stelo di maggiorana e la carezza sulla testa intelligente. Il pastorello resta interdetto. Non sa se allontanare la bestia o lasciare che Gesù la carezzi sorridendo, come fosse contento che essa senza timore venga ad accosciarsi ai suoi piedi, posandogli la testa sui ginocchi. Anche le altre capre tornano indietro, brucando l’erba sparsa di fioretti.
Beniamino il pastorello che vive di nulla.
3Il pastorello chiede: «Vuoi del latte? Non ho ancora munto due capre restie, che se non sono satolle cozzano chi le preme nel petto. Uguali al loro padrone, che se non è satollo di guadagno ci bastona».
4«Sei servo pastore?».
«Sono orfano. Solo sono. E sono servo. Egli mi è parente perché è marito della sorella della madre di mia madre. E sinché ci fu Rachele… Ma è morta da molti mesi… Ed io sono molto infelice… Prendimi con Te! Sono abituato a vivere di nulla… Ti sarò servo… un poco di pane mi basta per paga. Anche qui non ho nulla… Se mi pagasse, me ne andrei. Ma dice: “Questi i denari tuoi? Ma li tengo perché ti vesto e sfamo”. Mi veste!… Lo vedi? Mi sfama!… Guardami… E queste sono percosse… Il mio pane di ieri, questo…». Mostra delle lividure sulle braccia e spalle magrissime.
5«Che avevi fatto?».
«Nulla. I tuoi compagni, i discepoli voglio dire, parlavano del Regno dei Cieli e io li ascoltavo… Era sabato. Anche se non lavoravo, non ero ozioso perché era sabato… Mi picchiò forte, tanto che… che io non voglio più stare con lui. Prendimi. O io fuggirò… Sono venuto apposta qui, questa mattina. Avevo paura a parlare. Ma sei buono. Parlo».
6«E il gregge? Non vorrai certo fuggire con esso…».
«… Lo riporterò all’ovile… L’uomo fra poco andrà al bosco per segare legna… Io riporterò il gregge e fuggirò. Oh! prendimi!».
Beniamino vuole il Regno dei cieli.
7«Ma tu sai chi sono?».
«Sei il Cristo! Il Re del Regno dei Cieli. Chi ti segue è beato nell’altra vita. Non ho mai avuto gioia qui… ma, non mi respingere… che io l’abbia di là…». Piange gettato ai piedi di Gesù, vicino alla capretta.
7«Come mi conosci così bene? Mi hai forse sentito parlare?».
«No. So da ieri che qui, dove era il Battista, sei Tu. Ma da Enon qualche volta passavano dei tuoi discepoli. Ho sentito loro. Si chiamano Mattia, Giovanni, Simeone, ed erano spesso qui, perché il Battista era il loro maestro prima di Te. E poi Isacco… In Isacco io ritrovavo padre e madre. Isacco mi voleva anche levare al padrone e dette denaro. Ma lui! Lo prese, sì, il denaro, ma poi non mi dette, schernendo il tuo discepolo».
8«Tu sai molto. Ma sai dove Io vado?».
«A Gerusalemme. Ma non porto scritto sul volto che sono di Enon».
Vado più lontano. Presto me ne vado. Non ti posso prendere».
«Prendimi per questo poco che puoi».
9«E poi?».
«E poi… Piangerò, ma andrò con quelli di Giovanni, che per primi hanno detto al povero fanciullo che la gioia che gli uomini non danno in Terra, la dà Dio nel Cielo a chi ha avuto buona volontà. Io, per averla, ho preso tante percosse e fatta tanta fame, chiedendo a Dio di darmi questa pace. Vedi che ho avuto buona volontà… Ma ora, se mi respingi, io… non potrò più sperare…». Piange chetamente, supplicando Gesù con gli occhi piangenti più che con le labbra.
Da servo ad amico di Messia.
10«Non ho denaro per il tuo riscatto. Né so se il tuo padrone consentirebbe, anche, ad esso».
«Ma io sono già stato pagato. Ho testimoni. Eli, Levi e Giona hanno visto e rimproverato l’uomo. E sono i più grandi di Enon, sai, loro!».
11«Se è così… Andiamo. Alzati e vieni».
«Dove?».
12«Dal tuo padrone».
«Ho paura! Va’ solo. È là su quel monte, fra le piante che sega. Io aspetto qui».
13«Non temere. Guarda, vengono qui i miei discepoli. Saremo in tanti contro di lui. Non ti farà male. Alzati. Andremo a Enon a cercare dei tre testimoni e andremo dal tuo padrone. Dammi la mano. Dopo ti consegnerò ai discepoli che conosci. Come ti chiami?».
«Beniamino».
14«Ho due altri piccoli amici di questo nome. Tu sarai il terzo».
«Amico? Troppo! Servo sono».
15«Del Signore altissimo. Di Gesù di Nazareth tu sei l’amico. Vieni. Raccogli il gregge e andiamo».
16Gesù si alza e, mentre il pastorello raduna e spinge le capre restie sulla via del ritorno, Gesù fa cenno agli apostoli, che avanzano sul sentiero e guardano verso Gesù, di venire presto. Quelli affrettano il passo. Ma il gregge è ormai in cammino e Gesù col pastorello per mano va verso di loro…
Il coraggio di testimoniare la verità.
Il Messia muta i capretti in agnelli.
17«Signore! Pastore di capretti ti sei fatto? Veramente la Samaria può essere chiamata la capra… Ma Tu…».
18«Ma Io sono il Buon Pastore e muto anche i capretti in agnelli. I fanciulli poi sono tutti agnelli, e costui poco più che fanciullo è.»
19«Non è forse il fanciullo che ieri quell’uomo portò via con così mal modo?», dice Matteo osservandolo.
«Io credo che sia lui. Sei quello?».
«Lo sono».
«Oh! povero ragazzo! Tuo padre non ti ama certo!», dice Pietro.
«Il mio padrone. Non ho altro padre che Dio».
20«Sì. I discepoli di Giovanni istruirono la sua ignoranza e confortarono il suo cuore, e all’ora giusta il Padre di tutti ci fece incontrare. Andiamo ad Enon per prendere con noi tre testimoni e poi andiamo dal suo padrone…», dice Gesù.
21«Per farsi dare il fanciullo? E dove sono i denari? Maria ha distribuito gli ultimi che aveva…», osserva Pietro.
22«Non c’è bisogno di denaro. Non è schiavo ed è già stato dato denaro per averlo dal padrone. Lo ha dato Isacco, al quale il fanciullo fece pena».
«E perché non l’ebbe?».
23«Perché molti sono gli schernitori di Dio e del prossimo. Ecco mia Madre con le donne. Andate a dir loro che non vengano oltre».
24Giacomo di Zebedeo e Andrea corrono via svelti come gazzelle. Gesù si affretta verso la Madre e le discepole, e le raggiunge quando già sanno e osservano impietosite il giovinetto.
25Ritornano svelti verso Enon. Vi entrano. Vanno, guidati dal ragazzo, alla casa di Eli, che è un vecchione dagli occhi appannati dagli anni ma ancor vigoroso. Da giovane deve essere stato robusto come una quercia di questi luoghi.
Levi l’anziano del luogo.
26«Eli, il Rabbi di Nazareth mi prende se…».
27«Ti prende? Bontà più grande non potrebbe fare. Tu finiresti a divenir malvagio stando qui. Il cuore si indura quando l’ingiustizia troppo dura. E troppo è dura. Lo hai trovato? L’Altissimo ascolta dunque il tuo pianto, anche se è di fanciullo samaritano. Te felice, allora, che per l’età sei spoglio di ogni catena e puoi seguire la Verità senza che nulla ti trattenga dal seguirla, neppur il volere di un padre o d’una madre. Provvidenza appare ora ciò che per tanti anni sembrò castigo. Dio è buono. Ma che vuoi da me che sei qui venuto? La mia benedizione? Te la do come l’Anziano del luogo».
28«La tua benedizione voglio. Perché sei buono. E poi sono venuto perché tu con Levi e Giona andaste, insieme al Rabbi, dal mio padrone perché non richieda altro denaro».
29«Ma dove è il Rabbi? Io son vecchio e non vedo che poco, e non riconosco che coloro che molto conosco. Io non conosco il Rabbi».
«Qui è. Ti è davanti».
30«Qui? Potenza eterna!». Il vecchio si alza e si inchina a Gesù dicendo: «Perdona al vecchio dagli occhi ottenebrati. Io ti saluto, perché uno solo è giusto in tutto Israele. E Tu sei quello. Andiamo. Levi è nel suo orto intorno a un tino, e Giona è ai suoi formaggi». Il vecchione si rialza -è alto come Gesù, nonostante che l’età lo curvi- e si avvia costeggiando il muro, schivando con l’aiuto del suo bastone gli inciampi della via.
31Gesù, che lo ha salutato con la sua pace, lo soccorre in un punto in cui tre rudimentali scalini rendono pericoloso ad un semicieco l’andare. Prima di mettersi in cammino, Gesù aveva detto alle discepole di attenderlo in quel luogo. Beniamino intanto va al suo ovile.
Informazione sulla belva umana. .
32Il vecchione dice: «Tu sei buono. Ma Alessandro è una belva. Un lupo è. Non so se… Ma io sono ricco quel tanto che basti a darti denaro per Beniamino, se Alessandro ne vorrà ancora. I miei figli non hanno bisogno dei denari miei. Io sono vicino al secolo, e il denaro non serve per l’altra vita. Un’azione di umanità sì, ha valore…».
33«Perché non l’hai fatto prima?».
34«Non mi rimproverare, Rabbi. Io sfamavo il fanciullo e lo confortavo perché non divenisse malfattore. Alessandro è tale da far diventare feroce una tortorina. Ma non potevo, nessuno poteva levargli il fanciullo. Tu… te ne vai lontano. Ma noi… qui si resta, e le sue vendette sono temute. Un giorno uno di Enon si interpose perché, ubriaco, batteva a morte il fanciullo, ed egli, non so come fece, riuscì ad avvelenargli il gregge».
35«Non è mal pensiero?».
36«No. Attese molti mesi. L’inverno. Quando le pecore stanno nel chiuso, e avvelenò le acque della vasca. Bevvero. Gonfiarono. Morirono. Tutte. Siamo tutti pastori qui, e si comprese… Per sicurezza fu fatto mangiare di quelle carni ad un cane, e il cane morì. E ci fu chi vide Alessandro entrar furtivo nel chiuso… Oh! egli è un malfattore! Noi lo temiamo… Crudele, sempre ebbro la sera. Spietato con tutti i suoi. Ora, morti tutti, tortura il ragazzo».
In cielo non ci sono confini per i giusti.
37«E allora non venire se…».
38«Oh! no. Io vengo. La verità va detta. Ecco. Sento battere il martello. Questo è Levi». E chiama forte presso una siepe: «Levi! Levi!».
39Viene fuori un vecchio meno vecchio del primo, in veste succinta, un mazzuolo in mano. Saluta Eli e gli chiede: «Che vuoi, amico?».
40«Al mio fianco è il Rabbi di Galilea. È venuto a prendere Beniamino. Vieni, che nel bosco c’è Alessandro. A testimoniare che già per lui egli ebbe, da quel discepolo, quei denari».
41«Vengo. Mi dissero sempre che il Rabbi era buono. Ora lo credo. La pace a Te!». Depone il mazzuolo, grida a non so chi di attenderlo e se ne va con Eli e Gesù.
Presto arrivano all’ovile di Giona. Lo chiamano, spiegano…
42«Vengo. Tu», ordina ad un garzone, «va avanti col lavoro». Si asciuga le mani in un panno, che getta poi su un piolo, e segue Gesù, dopo averlo salutato, insieme a Levi ed Eli.
43Gesù parla intanto col vecchione. Gli dice: «Sei un giusto. Dio ti darà pace».
«Lo spero. È giusto il Signore! Io non ne ho colpa d’esser nato in Samaria…».
44«Non ne hai colpa. Nell’altra vita non ci sono confini per i giusti. Solo la colpa drizza confine fra il Cielo e l’Abisso».
45«È vero. Come ti vedrei volentieri! La tua voce è dolce, e dolce è la tua mano nel guidare il vecchio cieco. Dolce e forte. Sembra quella del figlio mio prediletto, Eli come me, figlio di Giuseppe mio figlio. Se il tuo aspetto è come la tua mano, beato chi ti vede».
46«Meglio è sentirmi che vedermi. Fa più santo lo spirito».
47«È vero. Io ascolto quelli che parlano di Te. Ma passano di rado…
48Ma non è rumore di scure su dei tronchi questo?».
«Lo è».
Giustizia messianica.
La belva bugiarda.
«Allora… Qui vicino è Alessandro… Chiamalo».
49«Sì. Voi rimanete qui. Se potrò fare da Me non vi chiamerò. Non vi mostrate se non vi chiamo». Va avanti e chiama forte.
«Chi mi vuole? Chi sei?», dice un uomo anziano, robustissimo, dal profilo duro e dal torace e le membra di lottatore. Un colpo di quelle mani deve essere come un colpo di clava: brutale.
50«Sono Io. Uno sconosciuto che ti conosce. Vengo a prendere ciò che è mio».
«Tuo? Ah! Ah! Cosa è tuo in questo bosco mio?».
51«Nel bosco nulla. Nella tua casa, mio è Beniamino».
«Tu sei pazzo! Beniamino è il mio servo».
52«E parente. E tu sei il suo aguzzino. E un mio messo ti dette il denaro che chiedevi per avere il fanciullo. E tu prendesti il denaro e negasti il fanciullo. Il mio messo, uomo di pace, non reagì. Io vengo per la giustizia».
«Il tuo messo si sarà bevuto il denaro. Io non ho avuto nulla. E mi tengo Beniamino. Gli voglio bene».
53«No. Lo odi. Vuoi bene alla mercede che non gli dai. Non mentire. Dio punisce i mentitori».
«Io non ho avuto denaro. Se Tu hai parlato con il mio servo, sappi che egli è un astuto mentitore. E io lo percuoterò perché mi calunnia. Addio!», gli volta le spalle e fa per andarsene.
La belva inferocita.
54«Bada, Alessandro, che Dio è presente. Non sfidare la sua bontà».
«Dio! Ha forse da tutelare i miei interessi Dio? Io solo li devo tutelare e li tutelo».
55«Bada!».
«Ma chi sei, miserabile galileo? Come ti permetti di rimproverarmi? Io non ti conosco».
56«Tu mi conosci. Sono il Rabbi di Galilea e.…».
«Ah! sì! E credi di farmi paura. Non temo né Dio né Belzebù, io. E vuoi che io tema Te? Un pazzo? Va’, va’! Lasciami al lavoro. Va’, ti dico. Non mi guardare. Credi che i tuoi occhi mi possano far paura? Cosa vuoi vedere?».
57«I tuoi delitti no, perché li conosco tutti. Tutti. Anche quelli che nessuno conosce. Ma voglio vedere se neppur comprendi che questa è l’ultima ora di misericordia che Dio ti dà per pentirti. Voglio vedere se il rimorso non sorge a fenderti il cuore di pietra, se…».
58L’uomo, che ha in mano la scure, la lancia verso Gesù, che si china rapido. La scure fa un arco sopra il suo capo e va a percuotere un giovane leccio, che viene spezzato di netto e che cade con gran fruscio di fogliame e frullo di uccelli spaventati.
59I tre, nascosti poco lontano, balzano fuori urlando, paurosi che anche Gesù sia stato colpito, e colui che non vede grida: «Oh! vedere! Vedere se Egli è realmente senza ferita! Per questo solo la vista, o Dio eterno!». E, sordo a tutte le assicurazioni altrui, si avanza brancolando, perché ha perso il bastone e vuole toccare Gesù per sentire se non sanguina in alcun posto del corpo, e geme: «Un raggio di luce chiara, e poi le tenebre. Ma vedere, vedere, senza questo velo che appena mi concede di indovinare gli ostacoli…».
60«Non ho nulla, padre, sentimi», dice Gesù toccandolo e facendosi toccare.
61Intanto gli altri due hanno parole dure per il violento e gli rinfacciano colpe e menzogne, ed egli, privo della sua scure, trae fuori un coltello e si avventa per colpire, bestemmiando Dio, schernendo il cieco, minacciando gli altri, veramente simile ad una belva infuriata. Ma barcolla, si arresta, lascia cadere il pugnale, si strofina gli occhi, li apre, li chiude, poi ha un urlo tremendo: «Non ci vedo più! Aiuto! I miei occhi… Le tenebre… Chi mi salva?».
62Gridano anche gli altri. Di stupore. E anche lo irridono dicendo: «Dio ti ha ascoltato».
63Infatti, fra le sue bestemmie, erano queste: «Che Dio mi acciechi se mento e se ho peccato. E che io mi acciechi piuttosto di adorare un pazzo nazareno! Riguardo a voi, farò le vendette e spezzerò Beniamino come quella pianta…».
E lo irridono anche, dicendo: «Or fa le vendette…».
Al violento le tenebre, al giusto la luce.
64«Non siate come lui. Non odiate», consiglia Gesù e carezza il vecchione, che non si preoccupa di nulla che non sia la incolumità di Gesù, e per rassicurarlo dice: «Alza il volto! Guarda!».
65Il miracolo si compie. Come là, al violento, le tenebre, così qui al giusto la luce. Ed è un grido, diverso, beato, che si alza sotto le piante robuste: «Io vedo! I miei occhi! La luce! Te benedetto!», e il vecchio fissa Gesù con occhi ben lucenti di nuova vita, e poi si prostra a baciarne i piedi.
66«Andiamo noi due. Voi ricondurrete in Enon quel disgraziato. E siate pietosi, perché già Dio lo ha punito. E basta Dio. L’uomo sia buono con ogni sciagura».
67«Prenditi il fanciullo, le pecore, il bosco, la casa, i denari. Ma rendimi la vista. Non posso rimanere così».
68«Non posso. Ti lascio tutto ciò per cui divenisti peccatore. Mi prendo l’innocente perché ha già patito il martirio. Nelle tenebre possa la tua anima aprirsi alla Luce».
69Gesù saluta Levi e Giona e scende svelto col vecchione, che pare ringiovanito e che, giunto alle prime case, grida la sua gioia… Tutta Enon si sommuove…
La gioia della libertà
L’agnellino di Dio.
70Gesù si fa largo, va dal pastorello che è presso gli apostoli e dice: «Vieni! Andiamo, che a Tersa ci attendono».
71«Libero? Libero? Con Te? Oh! Non credevo! Saluto Eli. E gli altri?». Il ragazzo è agitato…
72Eli lo bacia e benedice e gli dice: «E perdona all’infelice».
«Perché? Perdonare sì. Ma perché infelice?».
73«Perché bestemmiò il Signore e la luce si spense nei suoi occhi. Nessuno di noi lo potrà più temere. Egli è nelle tenebre e nell’infermità. Tremenda potenza di Dio! …». Il vecchio pare profeta ispirato, così a braccia alte, volto al cielo, meditabondo su ciò che ha visto.
74Gesù lo saluta e fende la piccola folla agitata; se ne va, e dietro Lui se ne vanno apostoli e discepole, e se ne va Beniamino, salutato dalle donne, le quali vogliono dare un pegno al prediletto dal Signore: un frutto, una borsa, un pane, una veste, ciò che trovano lì per lì. Ed egli, felice, le saluta, le ringrazia, dice: «Sempre buone con me! Lo ricorderò. Pregherò per voi. Mandate i vostri figli al Signore. È bello stare con Lui. È la Vita. Addio! Addio! …».
75Enon è superata. Scendono verso il Giordano, verso la pianura della valle giordanica, verso i nuovi avvenimenti, sconosciuti ancora…
76Ma il fanciullo non si volge a guardare. Non commenta. Non pensa. Non sospira. Sorride. Guarda Gesù, là, avanti a tutti, vero Pastore seguito dal suo gregge. Dal gregge nel quale ora è anche lui, il povero fanciullo… e d’improvviso canta. A voce spiegata…
77Sorridono gli apostoli dicendo: «Il ragazzo è felice».
78Sorridono le donne dicendo: «L’uccello prigioniero ha ritrovato libertà e nido».
79Sorride Gesù, volgendosi a guardarlo, e il suo sorriso, come sempre, pare far più luminoso tutto, e lo chiama dicendo: «Vieni qui, agnellino di Dio. Ti voglio insegnare un bel canto». E intona, seguito dagli altri, il salmo: “Il Signore è il mio Pastore. Non mi mancherà di nulla. Egli mi ha posto in luogo di abbondanti pascoli”, ecc. (22° salmo) … La bellissima voce di Gesù si sparge per la campagna ubertosa, primeggia sulle altre, anche sulle migliori, tanto è potente nella sua gioia.
Il perdono alla luce del cuore di Maria.
80«È felice tuo Figlio, Maria», dice Maria d’Alfeo.
81«Sì. È felice. Ha ancora qualche cosa di gioia…».
82«Nessun viaggio è senza frutto. Egli passa spargendo le grazie, e sempre vi è qualcuno che veramente incontra il Salvatore. Ti ricordi di quella sera a Betlemme di Galilea?», chiede Maria di Magdala.
83«Sì. Ma non vorrei ricordare quei lebbrosi e questo cieco…».
84«Tu perdoneresti sempre. Sei tanto buona! Ma è anche necessaria la giustizia», osserva Maria Salome.
85«È necessaria. Ma buon per noi che è più grande la misericordia», dice ancora Maria Maddalena.
«Tu lo puoi dire. Ma Maria…», risponde Giovanna.
86«Maria non vuole che perdono, anche se Essa di perdono non ha bisogno. Non è vero, Maria?», dice Susanna.
87«Non vorrei che perdono. Sì. Quello solo. Esser cattivi deve essere già un terribile soffrire…». Sospira nel dirlo.
«Tu perdoneresti a tutti, proprio a tutti? Sarebbe giusto, poi, farlo? Vi sono gli ostinati nel male, che sciupano ogni perdono col deriderlo come debolezza», dice Marta.
88«Io perdonerei. Per me perdonerei. Non per stoltezza. Ma perché vedo ogni anima come un pargolo più o meno buono. Come un figlio… Una madre sempre perdona… anche se dice: “Giustizia vuole un giusto castigo”. Oh! se una madre potesse morire per generare un cuor nuovo, buono, al figlio malvagio, credete voi che non lo farebbe? Ma non si può. Vi sono cuori che respingono ogni aiuto… E io penso che anche ad essi la pietà deve dare perdono. Perché già tanto è il peso che hanno sul cuore: delle loro colpe, del rigore di Dio… Oh! perdoniamo, perdoniamo ai colpevoli… E volesse Iddio accogliere il nostro assoluto[158] perdono per diminuire il loro debito…».
89«Ma perché sempre piangi, Maria? Anche ora che tuo Figlio ebbe un’ora di gioia!», si lamenta Maria d’Alfeo.
90«Non fu tutta gioia, poiché il colpevole non si pentì. Gesù è in completa gioia quando può redimere…».
91Chissà perché Niche, che non ha mai parlato, dice all’improvviso: «Fra poco saremo di nuovo con Giuda di Keriot».
92Le donne si guardano, come se la semplice frase fosse una cosa straordinaria, come dietro essa si celasse chissà quale grande cosa. Ma nessuna risponde parola.
Beniamino, felice dei suoi tesori.
93Gesù si è fermato in un uliveto bellissimo. Si fermano tutti. Gesù benedice e spezza il cibo e lo spartisce.
94Beniamino guarda e ordina ciò che gli hanno dato: vesti troppo lunghe o troppo larghe, sandali non adatti al suo piede, mandorle ancora nel mallo, le ultime noci, una formaggella, qualche mela rugosa, un coltelluccio. È felice dei suoi tesori. Vuole offrire le cibarie. E piega le vesti dicendo: «Metterò la più bella per Pasqua».
95Maria d’Alfeo promette: «A Betania te la riordinerò tutta. Lascia intanto fuori questa. A Tersa ci sarà acqua per rinfrescarla, e più là ci sarà filo per aggiustarla. Per i sandali poi… non so come fare».
96«Si danno questi al primo povero che si incontra e che abbia sì capace piede, e se ne compra a Tersa un paio di nuovi», dice Maria di Magdala tranquillamente.
«Con che denari, sorella?», le chiede Marta.
97«Ah! è vero! Non abbiamo più un picciolo… Ma Giuda ha denaro… Così Beniamino non può far lunga strada. E poi, povero fanciullo! La sua anima ha avuto la grande gioia, ma anche la sua umanità deve avere un sorriso… Fanno piacere certe cose».
98Susanna, giovane e allegra, ride dicendo: «Parli come se tu conoscessi per esperienza che un paio di sandali nuovi fanno la gioia di chi non ne ha mai posseduti di tali!».
99«È vero. Ma è perché infatti so come può far piacere una veste asciutta quando si è bagnati ed una fresca quando non se ne ha che una. Io ricordo…». E curva la sua testa sulla spalla di Maria Ss. dicendo: «Ti ricordi, o Madre?», e la bacia con tenerezza.
Verso Gerusalemme per tersa (Lc 9,51-52)[159].
100Gesù dà l’ordine di andare, per essere a Tersa prima di sera: «Saranno in pensiero quei due che non sanno…».
101«Vuoi che si vada avanti, a dir loro che Tu stai per venire?», propone Giacomo d’Alfeo.
102«Sì. Andate tutti, meno Giovanni e Giacomo e mio fratello Giuda. Tersa non è lontana, ormai… Andate, dunque. Cercate di Giuda e di Elisa e preparate intanto i posti per noi perché, avendo tardato tanto e avendo con noi le donne, bene è sostare nella notte… Noi vi seguiremo intanto. Fatevi trovare presso le prime case…».
103Gli otto apostoli se ne vanno svelti, e Gesù più lentamente li segue.
575. Cattive accoglienze a Tersa. Estremo tentativo di redimere Giuda Iscariota[160].
I figli del tuono.
Cattiva accoglienza.
1Tersa è talmente circondata da uliveti rigogliosi che occorre esserle ben vicino per accorgersi che la città è lì. Una cinta di ortaglie di una fertilità splendida fa da ultimo paravento alle case. Negli orti radicchi, insalate, legumi, giovani piante di cucurbitacee, alberi da frutto, pergole, fondono e intrecciano i loro verdi diversi e i loro fiori promettenti frutto, o i frutticoli promettenti delizie. Il piccolo fior della vite e quello degli ulivi più precoci piovono, sotto il passar di un venticello piuttosto vibrato, a spruzzar di una neve bianco-verde il suolo.
2Da dietro un velario di canne e di salci, cresciuti presso una gora priva d’acqua ma dal fondo umido ancora, udendo lo scalpiccio dei sopravvenuti emergono gli otto apostoli mandati avanti prima. Sono visibilmente inquieti e addolorati, e fanno cenno di fermarsi. Intanto corrono avanti. Quando sono vicini tanto da poter essere sentiti senza aver bisogno di urlare, dicono: «Via! Via! Indietro, per la campagna. Non si può entrare nella città. Per poco ci lapidano. Venite via. Là, in quel folto, e parleremo…». Spingono indietro, giù per la gora asciutta, Gesù, i tre apostoli, il ragazzo, le donne, smaniosi di allontanarsi senza esser visti, e dicono: «Che non ci vedano qui. Andiamo! Andiamo».
3Inutilmente Gesù, Giuda e i due figli di Zebedeo cercano di sapere cosa è accaduto. Inutilmente dicono: «Ma Giuda di Simone? Ma Elisa?».
4Gli otto sono inesorabili. Camminando fra l’intrico di steli e di piante acquatiche, segati nei piedi dai falaschi, urtati nel viso dai salci e dalle canne, scivolando sulla moticcia del fondo, aggrappandosi alle erbe, puntellandosi ai margini e infangandosi a dovere, si allontanano così, premuti alle spalle dagli otto, che camminano con il capo quasi all’indietro per vedere se da Tersa esce qualcuno ad inseguirli. Ma sulla via non c’è che il sole, che inizia il tramonto, e un magro cane vagante.
La rivolta dei Samaritani.
5Finalmente sono presso un macchione di rovi che delimitano una proprietà. Dietro al macchione, un campo di lino ondula al vento i suoi alti steli che si incielano dei primi fiori.
6«Qui, qui dentro. Stando seduti nessuno ci vedrà, e quando sarà sera andremo…», dice Pietro asciugandosi il sudore…
«Dove?», chiede Giuda d’Alfeo. «Abbiamo le donne».
7«In qualche luogo andremo. Del resto i prati sono pieni di fieni segati. Sarà un letto anche questo. Faremo tende alle donne coi nostri mantelli e noi veglieremo».
8«Sì. Basta non esser visti e all’alba scendere al Giordano. Avevi ragione, Maestro, a non volere la strada di Samaria. Meglio i ladroni, per noi poveri, ai samaritani! …», dice Bartolomeo affannato ancora.
9«Ma che è successo insomma? È Giuda che ha fatto qualche…», dice il Taddeo.
Lo interrompe Tommaso: «Giuda le ha prese di certo. Mi spiace per Elisa…».
«Hai visto Giuda?».
«Io no. Ma è facile esser profeti. Se si è detto tuo apostolo, certo è stato picchiato. 3Maestro, non ti vogliono».
10«Sì. Sono tutti rivoltati contro Te».
«Veri samaritani sono».
Parlano tutti insieme.
Versione degli apostoli (Lc 9,53) [161].
11Gesù impone silenzio a tutti e dice: «Uno solo parli. Tu, Simone Zelote, che sei il più calmo».
12«Signore, è presto detto. Noi entrammo in città e nessuno ci disturbò sinché non seppero chi siamo, sinché ci credettero pellegrini di passaggio. Ma quando chiedemmo -lo dovevamo pur fare! – se un uomo giovane, alto, bruno, vestito di rosso e con un talet a righe rosse e bianche, e una donna anziana, magra, coi capelli più bianchi che neri e una veste bigia molto scura, erano entrati in città e avevano cercato del Maestro galileo e dei suoi compagni, allora si inquietarono subito… Forse non dovevamo parlare di Te. Abbiamo certo sbagliato… Ma negli altri luoghi fummo accolti sempre così bene che… Non si capisce cosa è accaduto!… Sembrano vipere, quelli che soltanto tre giorni fa erano verso Te deferenti! …».
Lo interrompe il Taddeo: «Lavoro di giudei…».
13«Non credo. Non lo credo per i rimproveri che ci fecero e per le minacce. Io credo… Anzi sono, siamo sicuri che è causa dell’ira samaritana Gesù che ha respinto la loro offerta di protezione. Urlavano: “Via! Via! Voi e il vostro Maestro! Vuole andare ad adorare sul Moria. E vada, e muoia Lui e tutti i suoi. Non c’è posto fra noi per quelli che non ci tengono per amici, ma soltanto per servi. Non vogliamo altre noie se non c’è compenso di utili. Pietre e non pane per il Galileo. I cani ad assalirlo, non le case ad accoglierlo”. Così, e più di così, dicevano. E poiché noi insistevamo per sapere almeno che era stato di Giuda, hanno preso pietre per colpirci e veramente hanno lanciato i cani. E urlavano fra loro: “Mettiamoci presso a tutte le entrate. Se Egli viene ci vendicheremo”. Noi siamo fuggiti. Una donna -c’è sempre chi è buono anche fra i malvagi- ci spinse nel suo orto e da lì ci condusse per una viottola fra gli orti sino alla gora che era senza l’acqua, avendo irrigato avanti il sabato. E ci nascose lì. E poi ci promise di farci sapere di Giuda. Ma non è più venuta. Attendiamola però qui. Perché ha detto che, se non ci troverà nella gora, qui verrà».
14I commenti sono molti. Chi continua ad accusare i giudei. Chi fa un lieve rimprovero a Gesù, un rimprovero nascosto nelle parole: «Tu hai parlato troppo chiaramente a Sichem e poi ti sei allontanato. In questi tre giorni essi hanno deciso che è inutile illudersi e danneggiarsi per uno che non li accontenta… e ti cacciano…».
15Gesù risponde: «Non mi pento di aver detto la verità e di fare il mio dovere. Ora non comprendono. Fra poco comprenderanno la giustizia mia e mi venereranno più che se non l’avessi avuta, e più grande dell’amore per loro».
Versione della Samaritana.
16«Ecco! Ecco la donna là sulla strada. Osa farsi vedere…», dice Andrea.
«Non ci tradirà, eh?», dice sospettoso Bartolomeo.
«È sola!».
«Potrebbe esser seguita da gente nascosta nella gora…».
17Ma la donna, che avanza con un cesto sul capo, prosegue superando i campi di lino, dove sono in attesa Gesù e gli apostoli, e poi prende un sentierino e sparisce dalla vista… riapparendo improvvisa alle spalle degli attendenti, che si voltano quasi impauriti sentendo frusciare gli steli.
18La donna parla agli otto che conosce: «Ecco! Perdonate se ho fatto attendere molto… Non volevo essere seguita. Ho detto che andavo da mia madre… So… E qui ho portato ristoro per voi. Il Maestro… Quale è? Vorrei venerarlo».
«Quello è il Maestro».
19La donna, che ha deposto il suo cesto, si prostra dicendo: «Perdona alla colpa dei miei concittadini. Se non ci fosse stato chi ha aizzato… Ma sul tuo rifiuto hanno lavorato in molti…».
20«Non ho rancore, donna. Alzati e parla. Sai del mio apostolo e della donna che era con lui?».
21«Sì. Cacciati come cani, sono fuor dalla città, dall’altro lato, in attesa della notte. Volevano tornare indietro, verso Enon, a cercarti. Volevano venire qui, sapendo che qui erano i compagni. Ho detto che no, non lo facessero. Che stessero quieti, che io vi condurrò a loro. E lo farò, sol che cali il crepuscolo. Per buona sorte lo sposo mio è assente e sono libera di lasciar la casa. Vi condurrò da una mia sorella sposata nelle terre del piano. Dormirete là, senza dire chi siete, non per Merod ma per gli uomini che sono con lei. Non sono samaritani, della Decapoli sono, qui stabiliti. Ma è sempre bene…».
22«Dio ti compensi. I due discepoli hanno avuto ferite?».
23«Un poco l’uomo. Nulla la donna. E certo l’Altissimo la protesse perché ella, fiera, protesse suo figlio della sua persona quando i cittadini dettero mano alle pietre. Oh! che forte donna! Gridava: “Così colpite un che non vi ha offeso? E non rispettate me, che lo difendo e che madre sono? Non avete madri voi tutti, che non rispettate chi ha generato? Siete nati da una lupa o vi siete fatti col fango ed il letame?”, e guardava gli assalitori tenendo aperto il mantello a difesa dell’uomo, e intanto arretrava, spingendolo fuor dalla città… E anche ora lo conforta dicendo: “Voglia l’Altissimo, o mio Giuda, di questo tuo sangue sparso per il Maestro farne il balsamo del tuo cuore”. Ma è poca ferita. Forse l’uomo è più spaurito che dolente. Ma ora prendete e mangiate. Qui è latte munto da poco, per le donne, e pane con formaggi e frutta. Non ho potuto cuocere carni. Avrei tardato troppo. E qui è vino per gli uomini. Mangiate mentre scende la sera. Poi andremo per vie sicure dai due, e poi da Merod».
24«Dio ti compensi ancora», dice Gesù e offre e spartisce il cibo mettendone da parte per i due lontani.
25«No. No. Ad essi ho pensato io, portando uova e pane sotto le vesti e un poco di vino e olio per le ferite. Questo è per voi. Mangiate, ché io veglio la via…».
Dominio di sé.
26Mangiano, ma lo sdegno divora gli uomini e l’accasciamento fa svogliate le donne. Tutte, meno Maria di Magdala, alla quale ciò che per le altre è paura o avvilimento fa sempre l’effetto di un liquore sferzante i nervi e il coraggio. I suoi occhi lampeggiano verso la città ostile. Solo la presenza di Gesù, che ha già detto di non aver rancore, la trattiene da parole fiere. E non potendo parlare né agire, scarica la sua ira sull’innocente pane, che addenta in maniera così significativa che lo Zelote non può trattenersi dal dirle sorridendo: «Buon per quei di Tersa che non possano cader fra le tue mani! Sembri una fiera tenuta in catene, Maria!».
27«Lo sono. Hai visto giusto. E davanti agli occhi di Dio ha più valore questo mio trattenermi dall’entrare là, come essi meritano, che non quanto feci sin qui per espiare».
28«Buona, Maria! Dio ti ha perdonato colpe più grandi della loro».
29«È vero. Essi hanno offeso Te, mio Dio, una volta e per suggestione altrui. Io molte… e per volontà mia propria… e non posso essere intransigente e superba…». Riabbassa gli occhi sul suo pane e due lacrime cadono sul suo pane.
30Marta le posa la mano in grembo dicendole sottovoce: «Dio ti ha perdonata. Non ti avvilire più… Ricorda ciò che avesti: Lazzaro nostro…».
31«Non è avvilimento. È riconoscenza. È emozione… Ed è anche constatazione che io sono ancor priva di quella misericordia che pur ricevetti così ampia… Perdonami, Rabboni!», dice alzando i suoi splendidi occhi, che l’umiltà rifà dolci.
32«Il perdono mai è negato a chi è umile di cuore, Maria».
33La sera scende, tingendo l’aria di un delicato sfumar di viola. Le cose un poco lontane si confondono. Gli steli del lino, prima visibili nella loro grazia, ora si unificano in un’unica massa scura. Tacciono gli uccelli fra le fronde. Si accende la prima stella. Frinisce il primo grillo fra l’erba. È sera.
I figli del tuono (Lc 9,54)[162].
34«Possiamo andare. Qui, fra i campi, non saremo visti. Venite sicuri. Non tradisco. Non faccio per compenso. Chiedo solo pietà dal Cielo, ché tutti di pietà abbiamo bisogno», dice la donna sospirando.
35Si alzano. Si avviano dietro di lei. Passano al largo di Tersa, fra campi e ortaglie semioscure, ma non tanto da non vedere uomini all’imbocco delle strade, intorno a dei fuochi…
«Sono in agguato di noi…», dice Matteo.
«Maledetti!», fischia fra i denti Filippo.
Pietro non parla, ma agita le braccia verso il cielo in una muta invocazione o protesta.
36Ma Giacomo e Giovanni di Zebedeo, che si sono parlati fitto fitto, là, un poco avanti degli altri, tornano indietro e dicono: «Maestro, se Tu per la tua perfezione d’amore non vuoi ricorrere al castigo, vuoi che noi lo si faccia? Vuoi che diciamo al fuoco del Cielo di discendere e consumarli questi peccatori[163]? Tu ci hai detto che tutto possiamo di ciò che chiediamo con fede e.…».
Il giorno di Dio e di Satana (Lc 9,55-56)[164].
37Gesù, che camminava un poco curvo, come stanco, si raddrizza di scatto e li fulmina con due sguardi che balenano alla luce della luna. I due arretrano, tacendo impauriti davanti a quello sguardo. Gesù, sempre fissandoli così, dice: «Voi non sapete di quale spirito siete. Il Figlio dell’uomo non è venuto a perdere le anime, ma a salvarle. Non ricordate ciò che vi ho detto? Ho detto nella parabola del grano e del loglio: “Lasciate per ora che il grano e il loglio crescano insieme. Perché, a volerli separare ora, rischiereste di sbarbare col loglio anche il grano. Lasciateli perciò sino alla mietitura. Al tempo della messe dirò ai mietitori: raccogliete ora il loglio e legatelo in fasci per bruciarlo, e riponete il buon grano nel mio granaio”».
38Gesù ha già temperato il suo sdegno verso i due che, per una ira suscitata da amore per Lui, chiedevano di punire quelli di Tersa e che ora stanno a capo basso davanti a Lui. Li prende, uno a destra, uno a sinistra, per i gomiti, e si rimette in cammino guidandoli così e parlando a tutti, che si sono stretti intorno a Lui che si era fermato. «In verità vi dico che il tempo del mietere è vicino. La mia prima mietitura. E per molti non ci sarà la seconda. Ma -lode diamone all’Altissimo- qualcuno che non seppe divenire nel mio tempo spiga di buon grano, dopo la purificazione del Sacrificio pasquale rinascerà con un’anima nuova. Sino a quel giorno Io non infierirò su alcuno… Dopo sarà la giustizia…»,
«Dopo la Pasqua?», chiede Pietro.
39«No. Dopo il tempo. Non parlo di questi uomini, di ora. Io guardo i secoli futuri. L’uomo sempre si rinnova come le messi sui campi. E le raccolte si susseguono. E Io lascerò quel che abbisogna perché i futuri possano farsi grano buono. Se non lo vorranno, alla fine del mondo i miei angeli separeranno i logli dai grani buoni. Allora sarà l’eterno Giorno di Dio solo. Per ora, nel mondo è il giorno di Dio e di Satana. Il Primo seminante il Bene, il secondo gettando fra i semi di Dio i suoi dannati logli, i suoi scandali, le sue iniquità, i suoi semi suscitatori di iniquità e scandali. Perché sempre vi saranno quelli che eccitano contro Dio, come qui, con questi che, in verità, sono meno colpevoli di coloro che li eccitano al male».
40«Maestro, ogni anno ci si purifica a Pasqua d’Azzimi, ma sempre si resta ciò che si era. Sarà forse diverso quest’anno?», chiede Matteo.
«Molto diverso».
«Perché? Spiegacelo».
41«Domani… Domani, o quando saremo per la strada e con noi sarà anche Giuda di Simone, ve lo dirò».
42«Oh! sì. Ce lo dirai e noi ci faremo più buoni… Intanto perdonaci, Gesù», dice Giovanni.
43«Ben vi ho chiamati col giusto nome. Ma il tuono non fa male. La saetta, sì, può uccidere. Però il tuono molte volte preannuncia le saette. Così avviene a chi non leva ogni disordine contro l’amore dal suo spirito. Oggi domanda di poter punire. Domani punisce senza chiedere. Dopo domani punisce anche senza ragione. Il discendere è facile… Perciò vi dico di spogliarvi di ogni durezza verso il prossimo vostro. Fate come Io faccio e sarete sicuri di non sbagliare mai. Avete forse mai visto che Io mi vendichi di chi mi addolora?».
«No, Maestro. Tu…».
Sicut vita, finis ita[165]
La paura di morire.
44«Maestro! Maestro! Siamo qui. Io ed Elisa. Oh! Maestro, quanto affanno per Te! E quanta paura di morire…», dice Giuda di Keriot sbucando da dietro dei filari di vite e correndo a Gesù. Una benda gli fascia la fronte. Elisa lo segue più calma.
45«Hai patito? Hai temuto di morire? Tanto ti è cara la vita?», chiede Gesù liberandosi da Giuda che lo abbraccia e piange.
46«Non la vita. Temevo Dio. Morire senza il tuo perdono… Io ti offendo sempre. Tutti offendo. Anche questa… E lei mi ha risposto facendomi da madre. Colpevole mi sentivo e temevo la morte…».
47«Oh! salutare timore se può farti santo! Ma Io ti perdono, sempre, tu lo sai, sol che tu abbia volontà di pentimento. E tu, Elisa? Hai perdonato?».
«È un grande fanciullo sfrenato. So compatire».
48«Sei stata forte, Elisa. Lo so».
«Se essa non c’era! Non so se ti avrei rivisto, Maestro!».
49«Tu vedi dunque che non per odio ma per amore ella era rimasta al tuo fianco… Non hai patito ferita, Elisa?».
«No, Maestro. Le pietre mi cadevano intorno senza farmi danno. Ma il cuore ha avuto molta ambascia pensando a Te…».
50«Tutto è finito ormai. Seguiamo la donna che ci vuole condurre in una casa sicura».
Si rimettono in cammino, prendendo una stradetta bianca di luna che va verso oriente.
Vivere da giusti per avere un placido morire.
51Gesù ha preso per un braccio l’Iscariota ed è avanti con lui. Dolcemente gli parla. Cerca di lavorare sul cuore scosso dalla passata paura del giudizio di Dio: «Tu vedi, Giuda, come è facile il morire. Sempre in agguato la morte intorno a noi. Tu vedi come ciò che pare trascurabile cosa quando siamo pieni di vita divenga grande, paurosamente grande cosa quando la morte ci sfiora. Ma perché voler avere queste paure, crearsele per trovarsele di fronte nel momento del morire, quando con una vita santa si può ignorare lo spavento del prossimo giudizio divino? Non ti pare che meriti vivere da giusti per avere un placido morire? Giuda, amico mio. La divina, paterna misericordia ha permesso questo avvenimento perché fosse un richiamo al tuo cuore. Sei ancora in tempo, Giuda… Perché non vuoi dare al tuo Maestro che sta per morire la gioia grande, grandissima di saperti tornato al Bene?».
Non c’è possessione senza libera adesione.
«Ma mi puoi ancora perdonare, Gesù?».
52«E così ti parlerei se non lo potessi? Come mi conosci ancora poco! Io ti conosco. So che sei come chi è abbrancato da una piovra gigante. Ma, se tu volessi, potresti liberarti ancora. Oh! soffriresti, certo. Strapparsi di dosso quelle catene che ti mordono e ti avvelenano, sarebbe dolore. Ma, dopo, quanta gioia, Giuda! Temi di non aver forza di reagire ai tuoi suggestionatori? Io posso assolverti in anticipo del peccato di trasgressione al rito pasquale… Tu sei un malato. Per i malati la Pasqua non è obbligatoria. Nessuno è più malato di te. Tu sei come un lebbroso. I lebbrosi non salgono a Gerusalemme, sinché sono tali. Credi, Giuda, che il comparire davanti al Signore con lo spirito immondo, quale lo hai tu, non è onorarlo, ma offenderlo. Bisogna prima…».
Ultimo tentativo per salvar l’Iscariota.
Linguaggio di Satana.
53«Perché allora non mi purifichi e guarisci?», chiede già duro, riottoso, Giuda.
54«Non ti guarisco! Quando uno è malato cerca da sé la guarigione. A meno che non sia un fanciullino o uno stolto, che non sanno volere…».
«Trattami come tali persone. Trattami da stolto e provvedi Tu, a mia stessa insaputa».
55«Non sarebbe giustizia, perché tu puoi volere. Tu sai ciò che è bene e ciò che è male per te. E non gioverebbe il mio guarirti senza la tua volontà di rimanere guarito».
«Dammi anche questa».
56«Dartela? Importela, allora, una volontà buona? E il tuo libero arbitrio? Che diverrebbe, allora? Che sarebbe il tuo io di uomo, creatura libera? Succube?».
«Come sono succube di Satana, potrei esserlo di Dio!».
57«Come mi ferisci, Giuda! Come mi trapassi il cuore! Ma per quello che mi fai, Io ti perdono… Succube di Satana, hai detto. Io non dicevo questa tremenda cosa…».
«Ma la pensavi, perché è vera e perché Tu la conosci, se è vero che Tu leggi nei cuori degli uomini. Se così è, Tu sai che io non sono più libero di me… Esso mi ha preso e.…».
La possessione suppone adesione alla tentazione
58«No. Esso si è a te accostato, tentandoti, assaggiandoti, e tu lo hai accolto. Non c’è possessione se non c’è all’inizio un’adesione a qualche tentazione satanica. Il serpente insinua il capo fra le sbarre fitte messe a difesa dei cuori, ma non entrerebbe se l’uomo non gli allargasse un varco per ammirarne l’aspetto seduttore, per ascoltarlo, per seguirlo… Solo allora l’uomo diviene succube, posseduto, ma perché lo vuole. Anche Dio saetta dai Cieli le luci dolcissime del suo paterno amore, e le sue luci penetrano in noi. Meglio: Dio, a cui tutto è possibile, scende nel cuore degli uomini. È il suo diritto. Perché allora l’uomo, che sa divenire schiavo, succube dell’Orrendo, non sa farsi servo di Dio, anzi figlio di Dio, e scaccia il Padre suo Santissimo? Non mi rispondi? Non mi dici perché hai preferito, voluto Satana a Dio? Ma pure saresti ancora in tempo a salvarti! Tu lo sai che Io vado a morire. Nessuno come te lo sa… Io non mi rifiuto dal morire… Vado. Vado alla morte perché la mia morte sarà la Vita per tanti. Perché non vuoi essere fra questi? Solo per te, amico mio, mio povero, malato amico, sarà inutile il mio morire?».
59«Sarà inutile per tanti, non ti illudere. Faresti meglio a fuggire e a vivere lontano di qui, godere la vita, insegnare la tua dottrina, perché è buona, ma non sacrificarti».
60«Insegnare la mia dottrina! Ma cosa insegnerei più di vero, se facessi il contrario di ciò che insegno? Che Maestro sarei se predicassi l’ubbidienza alla volontà di Dio e non la facessi, l’amore per gli uomini e poi non li amassi, la rinuncia alla carne e al mondo e poi amassi la carne mia e gli onori del mondo, il non dare scandalo e poi scandalizzassi non solo gli uomini ma gli angeli, e così via? Per te parla Satana in questo momento. Come ha parlato a Efraim. Come tante volte ha parlato e agito, attraverso a te, per turbare Me. Io le ho riconosciute tutte queste azioni di Satana, compiute con tuo mezzo, e non ti ho odiato, non ho avuto stanchezza di te, ma soltanto pena, infinita pena.
Linguaggio del redentore.
61Come una madre che sorvegli i progressi di un male che porta alla morte suo figlio, Io ho guardato il progredire del male in te. Come un padre che non si fa rincrescere cosa alcuna pur di trovare i farmaci al suo figlio malato, Io non mi sono fatto rincrescere nulla per salvarti, ho superato ripugnanze, sdegni, amarezze, sconforti… Come un padre e una madre desolati, disillusi su ogni potere terreno, si volgono al Cielo per ottenere la vita del figlio, così Io ho gemuto e gemo implorando un miracolo che ti salvi, ti salvi, ti salvi sull’orlo dell’abisso che già frana sotto i tuoi piedi. 13Giuda, guardami! Fra poco il mio Sangue sarà sparso per i peccati degli uomini. Non me ne resterà goccia. Lo beveranno le zolle, le pietre, le erbe, le vesti dei miei persecutori e le mie…, il legno, il ferro, le funi, le spine del nabacà… e lo beveranno gli spiriti che attendono salute… Solo tu non ne vuoi bere? Io, per te soltanto, lo darei tutto questo mio Sangue. Tu sei l’amico mio. Come si muore volentieri per l’amico! Per salvarlo! Si dice: “Io muoio. Ma io continuerò a vivere nell’amico al quale ho dato la vita”. Come una madre, come un padre che continuano a vivere nella loro prole anche dopo che sono spenti. Giuda, Io te ne supplico! Non chiedo altro in questa mia vigilia di morte. Al condannato anche i giudici, anche i nemici concedono un’ultima grazia, esaudiscono l’ultimo desiderio. Io ti chiedo di non dannarti. Non lo chiedo tanto al Cielo quanto a te, alla tua volontà… Pensa a tua madre, Giuda. Che sarà tua madre, dopo? Che, il nome della tua famiglia? Invoco al tuo orgoglio, questo è più che mai fiero, di difenderti contro il tuo disonore. Non disonorarti, Giuda. Pensa. Passeranno gli anni e i secoli, cadranno i regni e gli imperi, si illanguidiranno le stelle, muterà la configurazione della Terra, e tu sarai sempre Giuda, come Caino è sempre Caino, se tu persisti nel tuo peccato. Finiranno i secoli. E resterà soltanto Paradiso e Inferno, e in Paradiso e nell’Inferno, per gli uomini risorti e accolti con anima e corpo, in eterno, là dove è giusto che siano, tu sarai sempre Giuda, il maledetto, il colpevole più grande, se non ti ravvedi. Io scenderò a liberare gli spiriti dal Limbo[166], li trarrò a schiere dal Purgatorio[167], e tu… non ti potrò trarre dove Io sono… Giuda, Io vado a morire, felice vado, perché è venuta l’ora che da millenni attendevo, l’ora di riunire gli uomini al Padre loro. Molti non li riunirò. Ma il numero dei salvati che contemplerò nel morire mi consolerà dello strazio del morire inutilmente per tanti. Ma, Io te lo dico, sarà tremendo vederti fra questi, tu, mio apostolo, amico mio. Non mi dare l’inumano dolore!… Ti voglio salvare, Giuda! Salvare.
Ultimo tentativo rifiutato per superbia.
62Guarda. Noi scendiamo al fiume. Domani all’alba, quando ancora tutti dormono, noi lo passeremo, noi due, e tu andrai a Bozra, ad Arbela, ad Aera, dove vuoi. Tu sai le case dei discepoli. A Bozra cerca di Gioacchino e di Maria, la lebbrosa da Me guarita. Ti darò uno scritto per loro. Dirò che per la tua salute si esige un riposo quieto in aria diversa. È la verità, purtroppo, poiché tu sei malato nello spirito e l’aria di Gerusalemme ti sarebbe letale. Ma essi crederanno che tu lo sia nel corpo. Starai là sinché Io non te ne venga a trarre. Ai tuoi compagni penserò Io… Ma non venire a Gerusalemme. Vedi? Non ho voluto le donne, meno le più forti fra esse, e quelle che per diritto di madri devono essere presso i figli loro».
«Anche la mia?».
63«No. Maria non sarà a Gerusalemme…».
«È madre di un apostolo essa pure e ti ha sempre onorato».
64«Sì. E avrebbe diritto come le altre di stare vicino a Me, che ama con perfetta giustizia. Ma appunto per questo non ci sarà. Perché Io le ho detto di non esserci, ed ella sa ubbidire».
«Perché non deve esserci? Cosa in lei di diverso dalla madre dei tuoi fratelli e dei figli di Zebedeo?».
65«Tu. E tu lo sai perché dico questo. Ma se tu mi ascolti, se vai a Bozra, Io manderò ad avvisare tua madre e te la farò accompagnare, perché ella, che è tanto buona, ti aiuti a guarire.
66Credilo, noi soli ti amiamo così, senza misura. Tre sono che ti amano in Cielo: il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, che ti hanno contemplato e che attendono il tuo volere per fare di te la gemma della Redenzione, la preda più grande strappata all’Abisso; e tre in Terra: Io, tua madre e mia Madre. Facci felici, Giuda! Noi del Cielo, noi della Terra, questi che ti amano di vero amore».
Nella superbia è ancora Satana.
«Tu lo dici: tre soli sono che mi amano; gli altri… no».
67«Non come noi. Ma tanto ti amano. Elisa ti ha difeso. Gli altri erano in affanno per te. Quando tu ci sei lontano, tutti ti hanno in cuore e il tuo nome è sulle labbra. Tu non conosci tutto l’amore che ti circonda. Il tuo oppressore te lo nasconde. Ma credi alla mia parola».
«Ti credo. E cercherò di farti contento. Ma voglio fare da me. Da me ho sbagliato, da me devo sapermi guarire dal male».
68«Unicamente Dio può fare da Sé. Questo tuo pensiero è di superbia. Nella superbia è ancora Satana. Sii umile, Giuda. Afferra questa mano che ti si offre amica. Rifugiati su questo cuore che ti si apre protettore. Qui, con Me, non ti potrebbe far del male Satana».
«Ho provato a stare con Te… Sono sempre più disceso… È inutile!».
69«Non lo dire! Non lo dire! Respingi lo sconforto. Dio può tutto. Stringiti a Dio. Giuda! Giuda!».
«Taci! Che gli altri non sentano…».
70«E ti preoccupi degli altri e non del tuo spirito? Misero Giuda! …».
Veglia del Redentore e la corredentrice per l’Iscariota.
71Gesù non parla più. Ma continua a stare al fianco dell’apostolo sinché la donna, che era avanti qualche metro, entra in una casa emersa da un folto d’ulivi. Allora dice Gesù al suo discepolo: «Io non dormirò questa notte. Pregherò per te e ti attenderò… Dio parli al tuo cuore. E tu ascoltalo… Resterò qui, dove sono ora, a pregare. Sino all’alba… Ricordalo».
72Giuda non gli risponde. Sono sopraggiunti gli altri e le donne, e sostano tutti insieme in attesa che la samaritana ritorni. Non sta molto a tornare. È insieme ad un’altra donna che le somiglia e che li saluta dicendo: «Non ho molte stanze, perché già sono qui i segatori che per ora lavorano agli ulivi. Ma ho grande il granaio e molta paglia è in esso. Per le donne ho posto. Venite».
73«Andate! Io resto qui in preghiera. La pace a voi tutti», dice Gesù. E mentre gli altri se ne vanno, Egli trattiene sua Madre dicendole: «Io resto a pregare per Giuda, Madre mia. Aiutami tu pure…».
74«Ti aiuterò, Figlio mio. Rinasce forse in lui il volere?».
75«No, Mamma. Ma noi dobbiamo fare come se… Il Cielo può tutto, Mamma!».
76«Sì. E io posso ancora illudermi. Non Tu, Figlio mio. Tu sai. Santo Figlio mio! Ma io ti imiterò sempre. Va’ tranquillo, amor mio! Anche quando Tu non potrai più parlargli, perché egli ti fuggirà, io cercherò di condurtelo. E sol che il Padre Santissimo ascolti il mio dolore… Mi lasci stare con Te, Gesù? Pregheremo insieme… e saranno tante ore da averti per me sola…».
77«Resta, Mamma. Ti attendo qui».
78Maria va lesta e lesta torna. 17Si siedono sulle loro sacche, ai piedi degli ulivi. Nel gran silenzio si sente il fruscio del fiume poco lontano, e il canto dei grilli sembra forte nel gran tacere della notte. Poi cantano gli usignoli. E ride una civetta. E piange un assiolo. E le stelle trasmigrano lente nel firmamento, regine, ora che la luna più non le offusca essendo già tramontata. E poi un gallo rompe l’aria cheta col suo squillante richiamo. Molto più lontano, appena percepibile, un altro gallo risponde. Poi di nuovo il silenzio, rotto da un arpeggiar di guazze, che cadono dalle tegole della prossima casa sul selciato che la contorna. E poi un fruscio nuovo fra le fronde, come perché scuotano l’umido notturno, e un isolato pispolio di uccello che si ridesta, e contemporaneamente un mutar del cielo, un ridestarsi della luce. È l’alba. E Giuda non è venuto…
79Gesù guarda la Madre, bianca come un giglio contro l’ulivo scuro, e le dice: «Abbiamo pregato, Madre. La preghiera nostra Dio la userà[168]…».
80«Sì, Figlio mio. Sei pallido come la morte. Veramente la tua vitalità si è esalata tutta in questa notte per premere sulle porte dei Cieli e sui decreti di Dio!».
81«Tu pure sei pallida, Madre. Grande è la tua fatica».
82«Grande è il mio dolore per il tuo dolore».
Il Messia muta i cuori dei volontari.
83La porta della casa si apre cauta… Gesù trassale. Ma non è che la donna che li ha condotti, quella che esce senza fare rumore. Gesù sospira: «Ho sperato di essermi potuto sbagliare[169]!».
84La donna viene avanti col suo cesto vuoto. Vede Gesù. Lo saluta e proseguirebbe. Ma Egli la chiama. Le dice: «Il Signore di tutto ti compensi. Io pur vorrei, ma non ho nulla con Me».
85«Nulla vorrei, Rabbi. Nessun compenso. Ma una cosa vorrei, pur non volendo denaro. E questa me la puoi dare!».
86«Che, donna?».
87«Che il cuore del mio sposo mutasse. E questo Tu lo puoi fare, perché Tu sei veramente il Santo di Dio».
88«Va’ in pace. Ti sarà fatto come tu chiedi. Addio».
La donna se ne va lesta verso la sua casa, che deve essere ben triste.
89Maria commenta: «Un’altra infelice. Per questo è buona! …».
90Si affaccia dal granaio la testa arruffata di Pietro e, dietro la sua, quella luminosa di Giovanni, e poi il profilo severo del Taddeo, e il volto brunastro dello Zelote, e il viso magro del giovinetto Beniamino… Tutti sono desti. Ecco dalla casa uscire prima di tutte Maria di Magdala, e dietro lei Niche, e poi le altre. Quando tutti sono riuniti e la donna che li ha ospitati ha già portato un secchiello di latte ancor schiumoso, appare l’Iscariota. Non ha più la benda. Ma il livido della percossa gli tinge metà della fronte, e l’occhio è ancor più cupo nel cerchio violaceo.
91Gesù lo guarda. Giuda guarda Gesù e poi volge il capo altrove. Gesù gli dice: «Acquista dalla donna quanto può darci. Noi andiamo avanti. Raggiungici».
92E veramente Gesù, salutata la donna, si avvia. Tutti lo seguono.
576. Verso Doco
l’incontro con
il giovane ricco[170].
Viaggio di esperienza.
Primaverile bellezza.
1È un’altra mattina bellissima d’aprile. La terra e il firmamento spiegano tutte le loro primaverili bellezze. Si respira luce, canto, profumo, tanto l’aria è satura di luminosità, di voci di festa e d’amore, di fragranze. Deve esser scesa nella notte una breve pioggia che ha reso scure e senza polvere le strade, senza con ciò farle fangose, ed ha pulito steli e foglie che ora tremolano, tutte scintillanti e monde, ad una dolce brezza che scende dai monti verso questa fertile piana, che preannuncia Gerico. Dalle rive del Giordano salgono continuamente persone che hanno traghettato dall’altra sponda, oppure hanno seguito la strada che costeggia il fiume, venendo su questa che punta direttamente su Gerico e su Doco, come indicano i segnali stradali. E ai molti ebrei, che si dirigono da ogni parte a Gerusalemme per il rito, si mescolano mercanti di altri luoghi, e pastori e pastori con gli agnelli dei sacrifici, belanti ignari.
2Molti riconoscono e salutano Gesù. Sono, questi, ebrei della Perea e Decapoli e di luoghi anche più lontani. Ve ne è un gruppo di Cesarea Paneade. E sono pastori che, per essere piuttosto nomadi dietro i greggi, hanno conoscenza del Maestro, incontrato o annunciato a loro dai discepoli.
L’agnello donato al Messia.
3Uno si prostra e gli dice: «Posso offrirti l’agnello?».
4«Non te lo levare, uomo. È il tuo guadagno questo».
5«Oh! è la mia riconoscenza. Tu non ti ricordi di me. Io sì. Sono uno che Tu hai guarito guarendo tanti. Mi hai rinsaldato l’osso della coscia che nessuno guariva e mi teneva infermo. Te lo do volentieri l’agnello. Il più bello. Questo. Per il banchetto di letizia. Lo so che per l’olocausto sei tenuto alla spesa. Ma per la letizia! Tanta ne hai data a me. Prendilo, Maestro».
6«Ma sì, prendilo. Saranno denari che risparmieremo. O meglio, sarà possibilità di mangiare, perché con tutte le prodigalità che si fanno io non ho più denaro», dice l’Iscariota.
7«Prodigalità? Ma se da Sichem non si è più speso uno spicciolo!», dice Matteo.
8«Insomma, io non ho più denaro. Gli ultimi li detti a Merode».
10«Uomo, ascolta», dice Gesù al pastore per porre fine alle parole di Giuda. «Io non vado per ora a Gerusalemme e non posso portare con Me l’agnello. Altrimenti lo accetterei per mostrarti che gradisco il tuo dono».
11«Ma poi andrai in città. Ti fermerai per le feste. Avrai un ricovero. Dimmi dove ed io consegnerò ai tuoi amici…».
12«Non ho nulla di questo… Ma a Nobe ho un vecchio e povero amico. Ascoltami bene: il dì dopo il sabato pasquale tu andrai all’alba a Nobe e dirai a Giovanni, l’anziano di Nobe (tutti te lo indicheranno): “Questo agnello te lo manda Gesù di Nazareth, tuo amico, perché tu festeggi questo giorno con banchetto di letizia, perché più grande letizia di oggi non c’è per i veri amici del Cristo”. Lo farai?».
«Se così vuoi, lo farò».
13«E mi farai felice. Non prima del dì dopo il sabato. Ricorda bene. E ricorda le parole che ti ho detto. Ora va’ e la pace sia con te. E serba il tuo cuore stabile in essa pace nei giorni futuri. Ricorda anche questo e continua a credere nella mia Verità. Addio».
Parole che vanno da bocca a bocca.
14Della gente si è accostata ad ascoltare il dialogo e si dirada solo quando il pastore, rimettendo in moto il suo gregge, la obbliga a sparpagliarsi. Gesù segue il gregge, approfittando della scia aperta da esso.
15La gente bisbiglia: «Ma allora va proprio a Gerusalemme? Ma non sa che c’è il bando per Lui?».
16«Eh! ma nessuno può vietare ad un figlio della Legge di presentarsi al Signore per la Pasqua. È colpevole forse di pubblico reato? No. Perché, se lo fosse, il Preside lo avrebbe fatto imprigionare come Barabba».
17E altri: «Hai sentito? Non ha ricovero né amici a Gerusalemme. Che tutti lo abbiano abbandonato? Anche il risorto? Bella riconoscenza!».
18«Taci là! Quelle due sono le sorelle di Lazzaro. Io sono delle campagne di Magdala e le conosco bene. Se le sorelle sono con Lui, segno è che la famiglia di Lazzaro gli è fedele».
«Forse non osa entrare in città».
«Ha ragione».
«Dio lo perdonerà se sta fuori di essa».
«Non è colpa sua se non può salire al Tempio».
19«La sua prudenza è saggia. Se venisse preso, tutto sarebbe finito prima della sua ora».
«Certo non è ancor pronto per la sua proclamazione a re nostro, ed Egli non vuole essere preso».
20«Si dice che, mentre lo si sapeva ad Efraim, Egli sia andato in ogni luogo, sin presso le tribù nomadi, per prepararsi i seguaci e le milizie e cercare protezioni».
«Chi te lo ha detto?».
21«Sono le solite menzogne. Egli è il Re santo e non il re da milizie».
22«Forse farà la Pasqua supplementare. Allora è più facile passare inosservato. Il Sinedrio è sciolto dopo le feste, e tutti i sinedristi vanno alle loro case per la mietitura. Sino a Pentecoste non si raduna di nuovo».
«E, via che siano i sinedristi, chi volete che gli faccia del male? Sono loro gli sciacalli!».
23«Uhm! che Egli si usi tanta prudenza? Cosa troppo da uomo! Egli è da più che un uomo e non avrà prudenza vile».
«Vile? Perché? Nessuno può dir vile chi si risparmia per la sua missione».
«Vile sempre, perché ogni missione è sempre inferiore a Dio. Perciò il culto a Dio deve avere la precedenza su ogni altra cosa».
Queste le parole che vanno da bocca a bocca. Gesù mostra di non sentire.
Viaggio di esperienza per la Maddalena.
24Giuda d’Alfeo si ferma per attendere le donne e, sopraggiunte che siano -esse erano col ragazzo, indietro una trentina di passi- dice a Elisa: «Avete dato molto a Sichem dopo che partimmo!».
«Perché?».
25«Perché Giuda non ha più un picciolo. I tuoi sandali, o Beniamino, non verranno. È destino così. A Tersa non si poté entrare e, anche avessimo potuto, il non aver denaro avrebbe impedito ogni acquisto… Dovrai entrare a Gerusalemme così…».
26«Prima c’è Betania», dice Marta con un sorriso.
«E prima c’è Gerico e la mia casa», dice Niche pure sorridendo.
27«E prima di tutto ci sono io. Io ho promesso e io farò. Viaggio di esperienze questo! Ho provato cosa è non avere un didramma. E ora proverò cosa è dover vendere un oggetto per bisogno», dice Maria di Magdala.
28«E che vuoi vendere, Maria, se non porti più gioielli?», chiede Marta alla sorella.
29«Le mie grosse forcine d’argento. Sono tante. Ma per tenere a posto questo inutile peso possono bastare quelle di ferro. Le venderò. Gerico è piena di gente che compra queste cose. E oggi è giorno di mercato, e così domani e sempre per queste ricorrenze».
«Ma sorella!».
30«Che? Ti scandalizzi pensando che mi si possa credere povera tanto da dover vendere le forcine d’argento? Oh! vorrei averti dato sempre di questi scandali! Peggio era quando, senza bisogno, vendevo me stessa al vizio altrui e mio».
«Ma taci! C’è il ragazzo, che non sa!».
31«Non sa ancora. Forse non sa ancora che io ero la peccatrice. Domani lo saprebbe da chi mi odia perché non sono più tale, e certo con particolari quali il mio peccato non ebbe pur essendo tanto grande. Meglio dunque che lo sappia da me e veda quanto può il Signore che lo ha accolto: fare di una peccatrice una pentita, di un morto un risorto, di me morta nello spirito, di Lazzaro morto nel corpo, due viventi. Perché questo ha fatto a noi il Rabbi, o Beniamino. Ricordalo sempre e amalo con tutto il tuo cuore, perché Egli è veramente il Figlio di Dio».
I discepoli al lavoro.
32Un intoppo lungo la via ha fermato Gesù e gli apostoli, e le donne li raggiungono. Gesù dice: «Andate avanti voi, verso Gerico, ed anche entrateci, se volete. Io vado a Doco con questi. Al tramonto sarò con voi».
«Oh! perché ci allontani? Non siamo stanche», protestano tutte.
33«Perché vorrei che voi intanto, almeno alcune, avvisaste i discepoli che Io sarò da Niche domani».
34«Se è così, Signore, noi andiamo. Vieni Elisa, e tu Giovanna, e tu Susanna e Marta. Prepareremo ogni cosa», dice Niche.
35«E io e il ragazzo. Faremo i nostri acquisti. Benedicici, Maestro. E vieni presto. Tu, Madre, resti?», dice Maria di Magdala.
«Sì. Col Figlio mio».
36Si separano. Con Gesù restano soltanto le tre Marie: la Madre, sua cognata Maria Cleofe e Maria Salome. E Gesù lascia la via di Gerico per una via secondaria che va a Doco.
L’incontro con il giovane ricco.
Desiderio di vita eterna (Mt 19,16-17; Mc 10,17-18; Lc 18,18)[171].
37E da poco è per essa quando, da una carovana che viene non so da dove -una ricca carovana che certo viene da lontano perché ha le donne montate sui cammelli, chiuse nelle tremolanti berline o palanchini legati sulle schiene gibbute, e gli uomini a cavallo di focosi cavalli o di altri cammelli- si stacca un giovane e facendo inginocchiare il suo cammello scivola giù di sella, andando verso Gesù. Un servo, accorso, gli tiene la bestia per le briglie.
38Il giovane si prostra davanti a Gesù e, dopo il profondo saluto, gli dice: «Filippo di Canata, figlio di veri israeliti e rimasto tale, io sono. Discepolo di Gamaliele sinché la morte del padre mio non mi fece capo dei suoi commerci. Ti ho sentito più di una volta. So le tue azioni. Aspiro ad una vita migliore per avere quella vita eterna che Tu assicuri possesso di chi crea il tuo Regno in sé. Dimmi dunque, Maestro buono, che dovrò fare per avere la vita eterna?».
39«Perché mi chiami buono? Solo Dio è buono».
«Tu sei il Figlio di Dio, buono come il Padre tuo. Oh! dimmi, che devo fare?».
40«Per entrare nella vita eterna osserva i comandamenti».
«Quali, mio Signore? Gli antichi o i tuoi?».
41«Negli antichi sono già i miei, i miei non mutano gli antichi. Essi sono sempre: adorare di amor vero l’unico vero Dio e rispettare le leggi del culto, non uccidere, non rubare, non commettere adulterio, non attestare il falso, onorare padre e madre, non danneggiare il prossimo ma anzi amarlo come ami te stesso. Facendo così, avrai la vita eterna».
La via perfetta (Mt 19,21-22; Mc 10,21; Lc 18,22)[172].
42«Maestro, tutte queste cose le ho osservate dalla mia fanciullezza».
43Gesù lo guarda con occhio d’amore e dolcemente gli chiede: «E non ti paiono sufficienti ancora?».
44«No, Maestro. Cosa grande è il Regno di Dio in noi e nell’altra vita. Infinito dono è Dio che a noi si dona. Io sento che tutto è poco, di ciò che è dovere, rispetto al Tutto, all’Infinito perfetto che si dona e che penso si debba ottenere con cose più grandi di quelle che sono comandate per non dannarsi ed essergli graditi».
45«Tu dici bene. Per essere perfetto ti manca ancora una cosa. Se vuoi essere perfetto come vuole il Padre nostro dei Cieli, va’, vendi quanto hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in Cielo che ti farà diletto al Padre, che ha dato il suo Tesoro per i poveri della Terra. Poi vieni e seguimi».
L’ostacolo delle ricchezze (Mt 19,23-24; Mc 10,21-25: Lc 18,24-25 [173].
46Il giovane si rattrista, si fa pensieroso. Poi si alza in piedi dicendo: «Ricorderò il tuo consiglio…», e si allontana tristemente.
47Giuda ha un sorrisetto ironico e mormora: «Non sono io solo ad amare il denaro!».
48Gesù si volge e lo guarda… e poi guarda gli altri undici visi che gli sono intorno, poi sospira: «Come difficilmente un ricco entrerà nel Regno dei Cieli, la cui porta è stretta, ed erta è la via, e non possono percorrerla ed entrare coloro che sono caricati dei pesi voluminosi delle ricchezze! Per entrare lassù non ci vogliono che tesori di virtù, immateriali, e sapersi separare da tutto quanto è attaccamento alle cose del mondo e vanità». Gesù è molto triste…
Gli apostoli si sogguardano fra loro…
49Gesù riprende, guardando la carovana del giovane ricco che si allontana: «In verità vi dico che è più facile che un cammello passi per una cruna d’ago che non per un ricco di entrare nel Regno di Dio».
Occorre libertà per seguire Dio (Mt 19,23-24; Mc 10,21-25: Lc 18,24-25[174].
50«Ma allora chi mai potrà salvarsi? La miseria fa sovente peccatori, per invidie e poco rispetto a ciò che è d’altri, e per sfiducia verso la Provvidenza… La ricchezza è di ostacolo alla perfezione… E allora? Chi potrà salvarsi?».
51Gesù li guarda e dice loro: «Quello che è impossibile agli uomini è possibile a Dio, perché a Dio tutto è possibile. Basta che l’uomo lo aiuti, il suo Signore, con la sua buona volontà. È buona volontà accettare il consiglio avuto e sforzarsi di giungere alla libertà dalle ricchezze. Ad ogni libertà, per seguire Dio. Perché la vera libertà dell’uomo è questa: seguire le voci che Dio gli sussurra al cuore e i suoi comandi, non essere schiavo né di sé stesso, né del mondo, né del rispetto umano, e perciò non schiavi di Satana. Usare della splendida libertà di arbitrio che Dio ha dato all’uomo per volere liberamente e solamente il Bene, e conseguire così la vita eterna luminosissima, libera, beata. Neppur della propria vita bisogna essere schiavi, se per secondare la stessa noi si deve fare resistenza a Dio. Ve l’ho detto: “Colui che perderà la sua vita per amor mio e per servire Iddio, costui la salverà in eterno”».
Con il Messia nel suo regno (Mt 19,27-28; Mc 10,28; Lc 18,28)[175].
52«Ecco! Noi abbiamo lasciato ogni cosa per seguirti, anche le più lecite. Che ce ne verrà dunque? Entreremo allora nel tuo Regno?», chiede Pietro.
52«In verità, in verità vi dico che coloro che mi avranno seguito in tal modo e che mi seguiranno -perché c’è sempre tempo a riparare alle accidie e alle colpe sin qui fatte, sempre tempo sinché si è sulla Terra e si hanno davanti dei giorni nei quali poter riparare al mal fatto- costoro saranno con Me nel Regno mio. In verità vi dico che voi, che mi avete seguito nella rigenerazione, siederete sopra i troni a giudicare le tribù della Terra insieme al Figlio dell’uomo seduto sul trono della sua gloria.
Il centuplo e la vita eterna (Mt 19,29-30; Mc 10,29-31; Lc 18,29-30)[176].
53In verità ancora vi dico che non vi sarà nessuno che, avendo per amor del mio Nome lasciato casa, campi, padre, madre, fratelli, sposa, figli e sorelle, per spargere la Buona Novella e continuarmi, non riceva il centuplo in questo tempo e la vita eterna nel secolo futuro».
54«Ma se perdiamo tutto, come possiamo centuplicare il nostro avere?», chiede Giuda di Keriot.
55«Torno a dire: ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio. E Dio darà il centuplo di gaudio spirituale a coloro che da uomini del mondo seppero farsi figli di Dio, ossia uomini spirituali. Essi godranno il vero gaudio, qui e oltre la Terra. E ancor vi dico che non tutti quelli che sembrano i primi, e primi dovrebbero essere avendo più di tutti ricevuto, saranno tali. E non tutti quelli che sembrano ultimi, e men che ultimi, non essendo in apparenza miei discepoli e neppur del Popolo eletto, saranno gli ultimi. In verità molti da primi diverranno ultimi, e molti ultimi, infimi, diverranno primi… “Ma ecco là Doco. Andate avanti tutti, meno Giuda di Keriot e Simone Zelote. Andate ad annunciarmi a quelli che possono aver bisogno di Me».
56E Gesù attende con i due trattenuti di unirsi alle tre Marie, che li seguono a qualche metro di distanza.
577. Terzo annuncio della Passione. Maria d’Alfeo
rievoca la figura di Giuseppe. L’insensata richiesta
dei figli di Zebedeo[177].
Prova che darà la misura dell’apostolo.
L’uomo violento parla da ebbro.
1L’alba appena schiarisce il cielo e rende ancora difficile il cammino quando Gesù lascia Doco ancora dormente. Lo scalpiccio dei passi non è certo udito da alcuno, perché è cauto e perché la gente dorme ancora nelle case chiuse. Nessuno parla sinché sono fuori della città, nella campagna che si ridesta lentamente nella parca luce tutta fresca dopo il lavacro delle rugiade.
2Allora l’Iscariota dice: «Strada inutile, riposo negato. Era meglio non venire sin qui».
3«Non ci hanno trattato male quei pochi che abbiamo trovato! Hanno perso la notte per ascoltarci e per andare a prendere i malati delle campagne. È stato proprio bene, anzi, di essere venuti. Perché coloro che, per malattia o altra causa, non potevano sperare di vedere il Signore a Gerusalemme, lo hanno visto qui e sono stati consolati con la salute o con altre grazie. Gli altri, si sa, sono andati già alla città… È uso di noi tutti andarvi, sol che si possa, qualche giorno prima della festa», dice Giacomo di Alfeo dolcemente, perché egli è sempre mite, tutto all’opposto di Giuda di Keriot, che anche nelle ore buone è sempre violento e imperioso.
4«Appunto perché si va anche noi a Gerusalemme, era inutile venire qui. Ci avrebbero sentiti e visti là…».
«Ma non le donne e i malati», ribatte interrompendolo Bartolomeo, in aiuto di Giacomo d’Alfeo.
5Giuda finge di non sentire e dice, come continuando il discorso: «Almeno credo che noi si vada a Gerusalemme, benché ora non ne sono più sicuro dopo il discorso fatto a quel pastore…».
«E dove vuoi che si vada se non là?», chiede Pietro.
6«Mah! Non so. È tutto così irreale ciò che facciamo da qualche mese, tutto così contrario al prevedibile, al buon senso, alla giustizia anche, che…».
7«Ohé! Ma io ti ho visto bere del latte a Doco, eppure tu parli da ebbro! Dove le vedi le cose contrarie alla giustizia?», chiede Giacomo di Zebedeo con occhi che promettono poco bene. E rincara: «Basta di rimproveri al Giusto! Hai capito che basta? Non hai il diritto, tu, di rimproverarlo. Nessuno ha questo diritto, perché Egli è perfetto, e noi… Nessuno di noi lo è, e tu meno di tutti».
8«Ma sì! Se sei malato curati, ma non affliggerci con le tue querele. Se sei lunatico, là è il Maestro. Fatti guarire e smettila!», dice Tommaso che perde la pazienza.
L’irrequieto diventa insopportabile.
9Infatti Gesù è dietro, insieme a Giuda d’Alfeo e Giovanni, e aiutano le donne che, meno use al camminare in penombra, fanno fatica a procedere per il sentiero non buono e anche più oscuro dei campi, perché tagliato in un folto uliveto. E Gesù parla fitto con le donne, estraniandosi da ciò che succede più avanti e che pure è sentito da chi è con Lui, perché, se le parole giungono male, il tono di esse denota che non sono parole piane, ma che già hanno sapore di disputa.
10I due apostoli, il Taddeo e Giovanni, si guardano… ma non parlano. Guardano Gesù e Maria. Ma Maria è tanto velata dal suo manto che quasi non se ne vede il volto, e Gesù sembra non aver sentito. Però, finito il suo discorso -parlavano di Beniamino e del suo futuro, e parlano della vedova Sara di Afeca, che si è stabilita a Cafarnao ed è madre amorosa non soltanto dell’infante di Giscala ma anche dei piccoli figli della donna di Cafarnao che, passata a seconde nozze, non amava più i figli del primo letto e che è morta poi «così male che veramente si è vista la mano di Dio nella sua morte», dice Salome- Gesù va avanti insieme con Giuda Taddeo e si unisce agli apostoli dicendo nell’andarsene: «Resta pure, Giovanni, se vuoi farlo. Io vado a rispondere all’inquieto e a metter pace».
11Ma Giovanni, fatti ancor pochi passi con le donne, visto che ormai il sentiero si fa più aperto e luminoso, raggiunge di corsa Gesù proprio mentre dice: «Rassicurati, dunque, Giuda. Nulla faremo, come nulla abbiamo mai fatto, di irreale. Anche ora non facciamo cosa contro il prevedibile. Questo è il tempo in cui è prevedibile che ogni vero israelita, non impedito da malattie o cause gravissime, salga al Tempio. E noi al Tempio saliamo».
12«Non tutti però. Marziam ho sentito che non ci sarà. È forse malato? Per qual motivo non viene? Ti pare di poterlo sostituire col samaritano?». Il tono di Giuda è insopportabile…
13Pietro mormora: «O prudenza, incatena la lingua a me che sono uomo!», e stringe fortemente le labbra per non dire di più. I suoi occhi, un poco bovini, hanno uno sguardo che commuove, tanto sono visibili in essi lo sforzo che fa l’uomo per frenare il suo sdegno e l’afflizione di sentire Giuda parlare a quel modo.
La prova del nove (Mt 20,17; Mc 10,32)[178].
14La presenza di Gesù tiene ferma ogni lingua. È solo Lui che parla, dicendo con una calma veramente divina:
15«Venite avanti un poco. Che le donne non sentano. Ho da dirvi una cosa da qualche giorno. Ve l’ho promessa nelle campagne di Tersa. Ma volevo ci foste tutti a sentirla. Tutti voi. Non le donne. Lasciamole nella loro umile pace… In quello che vi dirò sarà anche la ragione per la quale Marziam non sarà con noi, e non tua madre, Giuda di Keriot, e non le tue figlie, Filippo, e non le discepole di Betlemme di Galilea con la fanciulla. Vi sono cose che non tutti possono sopportare. Io, Maestro, so cosa è bene per i miei discepoli e quanto essi possono o non possono sopportare. Neppur voi siete forti per sopportare la prova. E grazia sarebbe per voi esserne esclusi. Ma voi dovrete continuarmi e dovete sapere quanto siete deboli per essere in seguito misericordiosi con i deboli. Perciò voi non potete essere esclusi da questa tremenda prova, che vi darà la misura di ciò che siete, di ciò che siete restati dopo tre anni che siete con Me e di ciò che siete divenuti dopo tre anni che siete con Me. Siete dodici. Siete venuti a Me quasi contemporaneamente. Non sono i pochi giorni che vanno dal mio incontro con Giacomo, Giovanni e Andrea, al giorno nel quale anche tu sei stato accolto fra noi, Giuda di Keriot, né a quello che tu, Giacomo fratello mio, e tu, Matteo, siete venuti con Me, quelli che possano giustificare tanta differenza di formazione fra voi. Eravate tutti, anche tu, dotto Bartolmai, anche voi, fratelli miei, molto informi, assolutamente informi rispetto a quanto è formazione nella mia dottrina. Anzi, la vostra formazione, migliore a quella di altri fra voi nella dottrina del vecchio Israele, vi era di ostacolo al formarvi in Me. Eppure, nessuno di voi ha percorso tanta strada quale sarebbe stata sufficiente a portarvi tutti ad un unico punto. Uno lo ha raggiunto, altri vi sono vicini, altri più lontani, altri molto indietro, altri… sì, devo dire anche questo, in luogo di venire avanti sono arretrati. Non vi guardate! Non cercate fra voi chi è il primo e chi è l’ultimo. Colui che, forse, si crede il primo ed è creduto primo, ha ancora da saggiare sé stesso. Colui che si crede ultimo sta per risplendere nella sua formazione come una stella del cielo. Perciò, una volta di più, vi dico: non giudicate. I fatti giudicheranno con la loro evidenza. Per ora non potete capire. Ma presto, molto presto ricorderete queste mie parole e le capirete».
Profezia sulla morte e la risurrezione del Messia.
Terzo annunzio della passione (Lc 18,31).[179].
16«Quando? Ci hai promesso di dirci, di spiegarci anche perché la purificazione pasquale sarà diversa quest’anno, e non ce lo dici mai», si lamenta Andrea.
17«È di questo che vi ho voluto parlare. Perché tanto quelle parole che questa sono un’unica cosa, avendo radice in un’unica cosa. Noi, ecco, stiamo ascendendo a Gerusalemme per la Pasqua[180]. E là si compiranno tutte le cose dette dai profeti riguardo al Figlio dell’uomo[181]. In verità, così come videro i profeti, come già è detto nell’ordine dato agli ebrei di Egitto, come fu ordinato a Mosè nel deserto, l’Agnello di Dio sta per essere immolato e il suo Sangue sta per bagnare gli stipiti dei cuori, e l’angelo di Dio passerà senza percuotere coloro che avranno su di loro, e con amore, il Sangue dell’Agnello immolato, che sta per essere innalzato come il serpente di prezioso metallo sulla barra trasversa, ad essere segno ai feriti dal serpente infernale, per essere salute a coloro che lo guarderanno con amore.
Profezia sulla morte e la risurrezione del Messia (Mt 20,18-19; Mc 10,33-34; Lc 18,31-34)[182].
18Il Figlio dell’uomo, il vostro Maestro Gesù, sta per essere dato nelle mani dei principi dei sacerdoti, degli scribi e degli anziani, che lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai gentili perché venga schernito. E sarà schiaffeggiato, percosso, sputacchiato, trascinato per le vie come un cencio immondo, e poi i gentili, dopo averlo flagellato e coronato di spine, lo condanneranno alla morte di croce propria dei malfattori, volendo il popolo ebreo, radunato in Gerusalemme, la sua morte al posto di quella di un ladrone, ed Egli sarà così ucciso. Ma, così come è detto nei segni delle profezie, dopo tre giorni risorgerà. Questa la prova che vi attende. Quella che mostrerà la vostra formazione. In verità vi dico, a voi tutti che vi credete tanto perfetti da sprezzare quelli che non sono d’Israele, e anche da sprezzare molti dello stesso popolo nostro, in verità vi dico che voi, mia parte eletta del gregge, preso il Pastore, sarete percossi da paura e vi sbanderete fuggendo, quasi che i lupi, che mi azzanneranno da ogni parte, fossero contro di voi rivolti. Ma, ve lo dico: non temete. Non vi sarà torto un capello. Basterò Io a saziare i lupi feroci…».
Gli apostoli, tardi ad intendere le Scritture.
(Lc 18,34).[183].
19Gli apostoli, man mano che Gesù parla, sembrano creature sotto un grandinare di pietre. Si curvano persino, sempre più mano a mano che Gesù parla. E quando Egli termina: «E quanto vi dico è ormai imminente. Non è come le altre volte, che del tempo era davanti all’ora. Adesso l’ora è venuta. Io vado per essere dato ai miei nemici e immolato per la salute di tutti. E questo bocciolo di fiore non avrà ancora perduto i suoi petali, dopo esser fiorito, che Io sarò già morto», chi si ripara il volto con le mani e chi geme come se venisse ferito. L’Iscariota è livido, letteralmente livido…
20Il primo a riprendersi è Tommaso, che proclama: «Questo non ti accadrà, perché noi ti difenderemo o moriremo insieme a Te, e così dimostreremo che ti avevamo raggiunto nella tua perfezione e che eravamo perfetti nell’amore di Te».
21Gesù lo guarda senza parlare.
22Bartolomeo, dopo un lungo silenzio meditabondo, dice: «Hai detto che sarai dato… Ma chi, chi può darti in mano ai tuoi nemici? Ciò non è detto nelle profezie. No. Non è detto. Sarebbe troppo orribile se un tuo amico, un tuo discepolo, un tuo seguace, anche l’ultimo di tutti, ti desse a quelli che ti odiano. No! Chi ti ha udito con amore, anche una volta sola, non può commettere questo delitto. Sono uomini, non belve, non satana… No, mio Signore. E neppure quelli che ti odiano potranno… Hanno paura del popolo, e il popolo sarà tutto intorno a Te!».
23Gesù guarda anche Natanaele e non parla.
24Pietro e lo Zelote parlano fitto fitto fra loro. Giacomo di Zebedeo malmena, a parole, il fratello perché lo vede calmo, e Giovanni risponde: «È perché da tre mesi io so questo», e due lacrime gli scendono sul volto. I figli di Alfeo parlano con Matteo, che scrolla il capo sconfortato.
Andrea si volge all’Iscariota: «Tu che hai tanti amici nel Tempio…».
25«Giovanni conosce lo stesso Anna», ribatte Giuda e termina: «Ma che ci vuoi fare? Che vuoi che possa parola d’uomo se così è segnato?».
«Tu credi proprio?», domandano insieme Tommaso e Andrea.
26«No. Io non credo niente. Sono allarmi inutili. Dice bene Bartolomeo. Tutto il popolo sarà intorno a Gesù. Già lo si vede da questi che si incontrano. E sarà un trionfo. Vedrete che sarà così», dice Giuda di Keriot.
27«Ma allora perché Egli…», dice Andrea accennando a Gesù che si è fermato per attendere le donne.
28«Perché lo dice? Perché è impressionato… e perché ci vuole provare. Ma non accadrà nulla. Del resto io andrò…».
«Oh! sì. Va’ a sentire!», supplica Andrea.
29Tacciono perché Gesù li segue di nuovo, stando fra la Madre e Maria d’Alfeo.
Rievocazione della figura di Giuseppe.
Il fior di Gioacchino.
30Maria ha un pallido sorriso perché la cognata le mostra dei semi, presi non so dove, e le dice che vuol seminarli a Nazareth dopo la Pasqua, proprio presso la grotticella a Maria tanto cara: «Quando eri bambina io ti ricordo sempre con questi fiori nelle manine. Li chiamavi i fiori della tua venuta. Infatti, quando nascesti, il tuo orto ne era pieno, e quella sera, quando tutta Nazareth corse a vedere la figlia di Gioacchino, i ciuffi di queste stelline erano tutti un diamante per l’acqua che era scesa dal cielo e per l’ultimo raggio di sole che da ponente li colpiva, e posto che ti chiamavi “Stella”, tutti dicevano, guardando quelle tante piccole stelle brillanti: “I fiori si sono ornati a far festa al fior di Gioacchino e le stelle hanno lasciato il cielo per venir dalla Stella”, e sorridevano tutti, felici del presagio e della gioia di padre.
“A grande elezione grande preparazione”.
31E Giuseppe, il fratello del mio sposo, disse: “Stelle e stille. È veramente Maria!”. Chi glielo avrebbe detto allora che la sua stella avresti dovuto divenire? Quando tornò da Gerusalemme eletto a tuo sposo! Tutta Nazareth gli voleva far festa, perché era grande il suo onore venuto dal Cielo e venuto dagli sponsali con te, figlia di Gioacchino e Anna, e tutti lo volevano a festino. Ma egli con il suo dolce ma fermo volere respinse ogni festa, stupendo tutti, perché quale è quell’uomo, destinato a onorevoli nozze e con tal decreto dell’Altissimo, che non festeggi la sua felicità d’anima e di carne e sangue? Ma egli diceva: “A grande elezione grande preparazione”. E con continenza anche di parole e di cibo, che ogni altra continenza era sempre stata in lui, passò quel tempo lavorando e pregando, perché credo che ogni colpo di martello, ogni segno di scalpello divenisse orazione, se orare si può col lavoro. Il suo viso era come estatico. Io andavo a riordinare la casa, imbiancare lenzuoli e ogni altro lasciati da tua madre e divenuti gialli nel tempo, e lo guardavo mentre lavorava nell’orto e nella casa a rifarli belli come mai fossero rimasti in abbandono, e gli parlavo anche… ma era come assorto.
Sorriso angelico.
32Sorrideva. Ma non a me o ad altri, ad un suo pensiero che non era, no, il pensiero di ogni uomo prossimo a nozze. Quello è sorriso di letizia maliziosa e carnale… Lui… pareva sorridesse agli invisibili angeli di Dio, e con essi parlasse e si consigliasse… Oh! che io ne sono certa che essi lo istruissero sul come trattare te! Perché dopo, altro stupore di tutta Nazareth, e quasi sdegno del mio Alfeo, procrastinò le nozze a quanto più poté, e non si capì mai come d’improvviso si decidesse prima del tempo fissato.
Uno che gli assomiglia.
33E anche quando ti si seppe madre, come stupì Nazareth della sua gioia assorta!… Ma anche il mio Giacomo è un poco così. E sempre più lo diventa. Ora che lo osservo bene -non so perché, ma da quando venimmo ad Efraim mi pare tutto nuovo- lo vedo così… proprio come Giuseppe. Guardalo anche ora, Maria, or che si volge di nuovo a guardarci. Non ha l’aspetto assorto, tanto abituale in Giuseppe, tuo sposo? Sorride di quel sorriso che non so dire se mesto o lontano. Guarda e ha lo sguardo lungo, oltre noi, che aveva Giuseppe tante volte.
O con Maria o al suo lavoro.
34Ti ricordi come lo stuzzicava Alfeo? Diceva: “Fratello, vedi ancor le piramidi?”. Ed egli scoteva il capo senza parlare, paziente e segreto sui suoi pensieri. Poco ciarliero sempre. Ma da quando tornasti da Ebron! Neppur più veniva solo alla fontana, come prima faceva e come tutti fanno. O con te o al suo lavoro. E men che il sabato alla sinagoga o quando si recava per affari altrove, nessuno può dire di aver visto Giuseppe a zonzo in quei mesi.
“Partiti”.
35Poi partiste… Che affanno non saper più nulla di voi dopo la strage! Alfeo si spinse sino a Betlemme… “Partiti”, dissero. Ma come credere se vi odiavano a morte nella città dove ancora rosseggiava il sangue innocente e fumavano le rovine e vi si faceva accusa che per voi quel sangue era scorso? Andò a Ebron e poi al Tempio, perché Zaccaria aveva il suo turno. Elisabetta non gli dette che lacrime, Zaccaria parole di conforto. L’una e l’altro, in affanno per Giovanni, temendo nuove ferocie, l’avevano nascosto e trepidavano per lui. Di voi nulla sapevano, e Zaccaria disse ad Alfeo: “Se sono morti, il loro sangue è su me, perché io li persuasi a rimanere a Betlemme”. 8La mia Maria! Il mio Gesù visto così bello alla Pasqua che seguì la sua nascita! E non saperne nulla. Per tanto! Ma perché mai una notizia? …».
Ma non scomparsi.
36«Perché bene era tacere. Là dove eravamo, molte erano le Marie e i Giuseppe, e bene era passar per una coppia qualunque di sposi», risponde quieta Maria e sospira: «Ed erano, nella loro tristezza, giorni ancor felici. Il male era così lontano ancora! Se tanto mancava alle nostre persone umane, lo spirito si saziava della gioia di averti, Figlio mio!».
37«Anche ora ce l’hai, Maria, il Figlio tuo. Manca Giuseppe, è vero! Ma Gesù è qui e col suo completo amore di adulto», osserva Maria d’Alfeo.
38Maria alza il capo a guardare il suo Gesù. E lo strazio è nel suo sguardo anche se la bocca sorride lievemente. Ma non aggiunge parola.
La madre di Giacomo e Giovanni si avvicina a Gesù
39Gli apostoli si sono fermati ad attenderli e si riuniscono tutti, anche Giacomo e Giovanni che erano indietro a tutti con la madre loro. E mentre riposano dal cammino fatto e alcuni mangiano un poco di pane, la madre di Giacomo e Giovanni si avvicina a Gesù e si prostra davanti a Lui che non si è neppur seduto, frettoloso di riprendere il cammino.
40Gesù la interroga, perché è palese in lei il desiderio di chiedere qualcosa: «Che vuoi, donna? Parla».
«Concedimi una grazia, prima che Tu te ne vada così come dici».
«E quale?».
41«Quella di ordinare che questi miei due figlioli, che per Te tutto hanno lasciato, seggano uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra quando Tu sarai seduto, nella tua gloria, nel tuo Regno».
Il crepuscolo mefitico delle tenebre.
Avida e stolta richiesta (Mt 20,20-21; Mc 10,35-37)[184].
42Gesù guarda la donna e poi guarda i due apostoli e dice: «Voi avete suggerito questo pensiero a vostra madre, interpretando molto male le mie promesse di ieri. Il centuplo per ciò che avete lasciato non lo avrete in un regno della Terra. Anche voi dunque divenite avidi e stolti? Ma non voi. È già il crepuscolo mefitico delle tenebre che avanza e l’aria inquinata di Gerusalemme che si avvicina e vi corrompe e accieca… Io vi dico che voi non sapete ciò che chiedete! Potete voi forse bere il calice che berrò Io?».
43«Noi lo possiamo, Signore».
44«Come potete dirlo se ancor non avete compreso di quale amaritudine sarà il mio calice? Non sarà solamente l’amarezza che vi descrissi ieri, la mia di Uomo di tutti i dolori. Vi saranno torture che, anche se Io ve le descrivessi, voi non sareste in condizioni di capire… Eppure, sì, poiché -per quanto ancor come due bambini che non conoscono il valore di ciò che chiedono- poiché voi siete due spiriti giusti e amanti di Me, voi certo berrete al mio calice. Però sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a Me di concedervelo. Essa è cosa concessa a quelli ai quali è stato preparato dal Padre mio».
Gli apostoli acerbi nel criticare (Mt 20,24; Mc 10,41)[185].
45Gli altri apostoli, mentre ancora Gesù parla, sono acerbi nel criticare la richiesta dei figli di Zebedeo e della loro madre.
46Pietro dice a Giovanni: «Tu poi! Non ti riconosco più per quel che eri!».
47E l’Iscariota, con il suo sorriso da demonio: «Veramente i primi sono gli ultimi! Tempo di sorprese e di cognizioni…», e ride verde.
48«Abbiamo forse seguito per gli onori il Maestro nostro?», rimprovera Filippo.
49Tommaso, invece che ai due, si volge a Salome dicendo: «Perché far mortificare i tuoi figli? Se non loro, tu dovevi riflettere e impedire questo».
«È vero. Nostra madre non lo avrebbe fatto», dice il Taddeo.
Bartolomeo non parla, ma il suo volto è tutto una disapprovazione.
50Simone Zelote dice, a calmare lo sdegno: «Tutti possiamo errare…».
Matteo, Andrea e Giacomo di Alfeo non parlano, anzi visibilmente soffrono dell’incidente che incrina la bella perfezione di Giovanni.
Regola per conquistare il primato in cielo (Mt 20,25-28; Mc 10,42-45)[186].
51Gesù fa un gesto per imporre silenzio e dice: «E che? Da un errore ne verranno molti? Voi, che rimproverate indignati, non vi accorgete di peccare voi pure? Lasciate stare questi vostri fratelli. Il mio rimprovero è sufficiente. Il loro avvilimento è palese, il loro pentimento umile e sincero. Dovete amarvi fra voi, sorreggervi a vicenda. Perché, in verità, nessuno di voi è perfetto ancora. Voi non dovete imitare il mondo e gli uomini di esso. Nel mondo, voi lo sapete, i principi delle nazioni le signoreggiano e i loro grandi esercitano su di esse il potere in nome dei principi. Ma tra voi così non deve essere. Non deve essere in voi smania di signoreggiare sugli uomini, né sui compagni. Anzi, chi tra voi vorrà diventare maggiore si faccia vostro ministro e chi vuol essere primo si faccia servo di tutti. Così come ha fatto il Maestro vostro. Son forse venuto per opprimere e signoreggiare? Per essere servito? No, in verità, no. Io sono venuto per servire. E così, come il Figlio dell’uomo non è venuto ad essere servito, ma per servire e per dare la vita sua in redenzione di molti, così voi dovrete saper fare, se vorrete essere come Io sono e dove Io sono. Ora andate. E siate in pace fra voi come Io lo sono con voi».
Gli imitatori del redentore bevono al “suo calice”
Mi dice Gesù:
52«Segna molto il punto: «”…voi certo berrete al mio calice”. Nelle traduzioni si legge[187]: “il mio calice”. Ho detto “al mio”, non “il mio”. Nessun uomo avrebbe potuto bere il mio calice. Io solo, Redentore, l’ho dovuto bere tutto il mio calice. Ai miei discepoli, ai miei imitatori e amanti, certo è concesso bere a quel calice dove Io bevvi, per quella stilla, quel sorso, o quei sorsi, che la predilezione di Dio concede loro di bere. Ma mai nessuno lo berrà tutto il calice come Io lo bevvi. Dunque è giusto dire “al mio calice” e non “il mio calice”».
578. Incontro con
discepoli e uomini di valore condotti da Mannaen.
Arrivo a Gerico[188].
Uomini di valore.
La nuova scorta del Messia.
1Già le bianche mura delle case di Gerico e i suoi palmizi si stagliano contro il cielo, di un azzurro intenso di ceramica o di smalto, quando, presso un boschetto di tamerici scapigliate, di mimose sensitive, di biancospini dalle lunghissime spine, di altre piante per lo più spinose, che sembrano essere state rovesciate là dalla montagna aspra che è alle spalle di Gerico, Gesù si incontra con un folto gruppo di discepoli capitanati da Mannaen. Sembrano in attesa. Lo sono, infatti, e lo dicono dopo aver salutato il Maestro, aggiungendo che altri si sono spinti su altre strade per sapere, dato che il ritardo di tutta una notte nel giungere a Gerico li aveva impressionati.
2«Io sono venuto qui con questi. E non ti lascerò più sinché non ti saprò in salvo presso Lazzaro», dice Mannaen.
3«Perché? C’è pericolo di qualche cosa? …», chiede Giuda Taddeo.
4«Siete in Giudea… Il decreto lo conoscete. E l’odio anche. Tutto perciò è da temersi», risponde Mannaen e, rivolto a Gesù, spiega: «Ho preso con me i più forti, perché era presumibile che, se non ti avevano preso, di qua saresti passato. E come valor di discepoli e di uomini confidiamo poter impressionare i malvagi e farti rispettare».
5Infatti sono con lui gli ex discepoli di Gamaliele, il sacerdote Giovanni, Nicolai d’Antiochia, Giovanni d’Efeso e altri vigorosi uomini nel fior della vita, di aspetto signorile più del comune, che non conosco. Di alcuni di questi Mannaen fa le presentazioni velocemente, mentre altri non li presenta. Uomini di tutte le regioni palestinesi, fra questi due della corte di Erode Filippo. Nomi delle più antiche famiglie di Israele risuonano così sulla via presso il boschetto scapigliato, nel quale il vento fa tremolare le fogliuzze delle mimose e curva i virgulti novelli dei biancospini.
6«Andiamo. Non è nessuno con le donne, da Niche?», chiede Gesù.
Il tempio è divenuto cadavere di ciò che era.
7«I pastori. Tutti meno Gionata, che attende Giovanna nel palazzo di Gerusalemme. Ma sono cresciuti a dismisura i tuoi discepoli. Ieri erano circa cinquecento in tua attesa in Gerico. Tanto che se ne erano impressionati i servi di Erode e lo avevano riferito a lui. Ed egli non sapeva se tremare o infierire. Ma è ossessionato dal ricordo di Giovanni e non osa più alzare la mano su alcun profeta…».
8«Bene! Questo non ti farà male!», esclama Pietro e si sfrega le mani contento.
9«É quello che ha meno valore, però. É un idolo che ognuno può muovere a suo piacere, e chi lo tiene in mano sa muoverlo».
«E chi lo tiene? Pilato forse?», domanda Bartolomeo.
10«Pilato per fare non ha bisogno di Erode. É un servo, Erode. Ai servi non ci si rivolgono i potenti», risponde Mannaen.
«E chi allora?», interroga Bartolomeo.
11«Il Tempio», dice sicuro uno che è con Mannaen.
«Ma per il Tempio Erode è anatema. Il suo peccato…».
12«Sei molto ingenuo con tutto il tuo sapere e i tuoi anni, o Bartolomeo! Non sai dunque che molte, troppe cose sa superare il Tempio pur di raggiungere i suoi scopi? Per questo esso non è più degno di essere», dice con atto di severo sprezzo Mannaen.
«Tu sei israelita. Non devi parlare così. Il Tempio è sempre il Tempio per noi», ammonisce Bartolomeo.
13«No. É il cadavere di ciò che era. E un cadavere si muta in carogna immonda quando da tempo è morto. Per questo Dio ha mandato il Tempio vivo. Perché potessimo prostrarci al Signore senza che fosse una pantomima immonda».
Ogni eccesso è sempre dannoso.
14«Taci!», sussurra a Mannaen un altro che è con lui, perché parla troppo chiaramente. É uno di quelli non presentati e che sta tutto coperto.
15«E perché dovrei tacere se così parla il mio cuore? Pensi che il mio parlare possa nuocere al Maestro? Se così è, io tacerò. Non per altra ragione. Anche mi condannassero, saprò dire: “Questo è mio pensiero, e non castigate altri che me”».
16«Mannaen ha ragione. Basta di tacere per paura. É l’ora che ognuno prenda il suo posto pro o contro e dica ciò che ha in cuore. Io penso come te, fratello in Gesù. E se ciò può causarci la morte, morremo insieme confessando ancora la verità», dice Stefano con impeto.
«Siate prudenti! Prudenti siate!», esorta Bartolomeo.
17«Il Tempio è sempre il Tempio. Fallirà, certo non è perfetto, ma e.… e… Dopo Dio non vi sono persone più grandi e forze più grandi del Sommo Sacerdote e del Sinedrio… Rappresentano Dio, e dobbiamo vedere ciò che rappresentano, non ciò che sono. Sbaglio forse, Maestro?».
18«Non sbaglia. In ogni costituzione occorre saper vedere l’origine di essa. In questo caso l’Eterno Padre, che ha costituito il Tempio e le gerarchie, i riti e l’autorità degli uomini preposti a rappresentarlo. Occorre saper deferire al Padre il giudizio. Egli sa quando e come intervenire. Come provvedere perché la corruzione, dilagando, non corrompa tutti gli uomini e li faccia dubitosi di Dio… E in questo ha saputo veder giusto Mannaen, vedendo la ragione della mia venuta in quest’ora. Occorre infine temperare la staticità tua, Bartolmai, con lo spirito innovatore di Mannaen, acciò sia giusta la misura e perciò perfetto il sentire. Ogni eccesso è sempre dannoso. A chi lo compie, a chi lo subisce, o a chi lo nota scandalizzandosene e, se non è anima onesta, servendosene per denunce contro i fratelli. Ma questa è azione da Caino. E non sarà fatta dai figli della Luce, essendo opera di Tenebre».
Non è mai troppo tardi per l’ora di Dio.
19Quello che, tutto ammantellato, di modo che se ne vedono appena gli occhi neri, vivissimi, ha ammonito Mannaen a non parlare troppo, si inginocchia e prende la mano di Gesù dicendo: «Tu sei buono, Maestro. Troppo tardi ti ho conosciuto, o Parola di Dio! Ma ancora in tempo per amarti come meriti, se non per servirti a lungo come avrei voluto, come ora vorrei».
20«Non è mai troppo tardi per l’ora di Dio. Essa viene al giusto momento. E concede tanto di tempo per servire, come volontà vuole, la Verità».
«Ma chi è?», bisbigliano fra loro gli apostoli, e lo chiedono ai discepoli. Inutilmente. Nessuno sa chi è o, sapendolo, vuol dirlo.
21«Chi è, Maestro?», chiede Pietro quando può accostarsi a Gesù, che cammina al centro del gruppo, avendo dietro le donne, davanti i discepoli, ai fianchi i cugini e intorno gli apostoli.
22«Un’anima, Simone. Nulla più di questo».
«Ma… te ne fidi anche se non sai chi sia?».
23«Io so chi è. E so il suo cuore».
24«Ah! ho capito! É come per la Velata dell’Acqua Speciosa… Non chiederò più altro…», e Pietro è felice perché Gesù, scostandosi da Giacomo, se lo prende vicino.
Preludio della entrata in Gerusalemme.
25Gerico è ormai raggiunta. Dalla porta delle mura erompe la gente osannante, e a fatica Gesù può procedere per traversare la città andando da Niche, che è fuori Gerico dal lato opposto. Suppliche perché parli. Bimbi alzati in alto, quasi per farne siepe viva e invalicabile, calcolando sull’amore di Gesù ai piccoli. Grida di: «Puoi parlare. Colui è già fuggito a Gerusalemme», e cenni con queste parole verso lo splendido e chiuso palazzo di Erode.
26Mannaen conferma: «É vero. Se ne è andato nella notte, silenziosamente. Ha paura».
27Ma niente ferma Gesù. Egli va dicendo: «Pace! Pace! Chi ha pene o dolori venga da Niche. Chi mi vuole udire venga a Gerusalemme. Qui sono il Pellegrino. Come voi tutti. Nella casa del Padre Io parlerò. Pace! Pace e benedizione! Pace!».
28É già un piccolo trionfo, un preludio della entrata in Gerusalemme, ormai prossima tanto. Mi stupisce l’assenza di Zaccheo sinché non lo vedo, ritto sul limitare del podere di Niche, in mezzo ai suoi amici e coi pastori e le discepole.
29Tutti corrono incontro a Gesù e si prostrano e fanno ala mentre Egli, benedicendo, inoltra sotto il frutteto, verso la casa ospitale.
579. Sconosciuti giudei riferiscono sulle accuse raccolte dal Sinedrio. Allegoria per Gerusalemme[189].
Meditazione sotto il sole.
Partenza delle discepole.
1Grande numero di persone sono affollate sui prati di Niche, dove i fieni si asciugano al sole. E due carri pesanti e coperti sono presso questi prati, in attesa. E comprendo la ragione dell’attesa quando vedo condurre ad essi tutte le discepole e salirvi dopo che il Maestro le licenzia e benedice. Anche Maria Santissima se ne va con le altre discepole, se ne va anche il giovanetto di Enon, e molti discepoli si pongono ai lati dei carri e, quando questi si muovono al passo lento dei bovi, anche i discepoli si incamminano. Sui prati restano gli apostoli, Zaccheo e i suoi amici, e un gruppetto di personaggi molto ammantellati, quasi non volessero esser molto riconosciuti.
Meditazione sotto il sole.
2Gesù torna lentamente sui suoi passi, al centro del prato, e si siede su un mucchio di fieno già semisecco che presto sarà portato al fienile. É assorto, e tutti rispettano questa sua concentrazione in Sé stesso, stando, in tre gruppi distinti, un poco scosti da Lui e l’un dall’altro.
3La meditazione si prolunga. E si prolunga l’attesa. Il sole si fa sempre più forte e picchia sul prato, che odora forte di steli che asciugano. Chi attende si rifugia ai margini del prato, là dove le ultime piante del frutteto gettano un’ombra refrigerante.
4Gesù resta solo. Solo sotto al sole già forte, tutto bianco nella veste di lino e nel copricapo di bisso leggero, che si smuove leggermente al passar della brezza. Forse è quello tessuto da Sintica. Da qualche stalla vicina viene un mugghiar lento, lamentoso di vaccine, e un pigolio di nidiaci viene dai rami del frutteto e dalle aie. Uccelli implumi e pulcini petulanti.
5La vita che continua, rinnovandosi ad ogni primavera. I colombi roteano alti, prima di tornare ai nidi sotto la gronda con un volo fermo e sicuro. Non so se nella vicina casa di Niche, o se da qualche campo, una voce di donna canta una cullante ninnananna, e la vocina dell’infante, prima alta e tremula come un belar di agnellino, si abbassa e poi tace…
Resistenza ai rigori delle stagioni.
6Gesù pensa. Pensa ancora. Sempre. Insensibile al sole. L’ho notata più volte la resistenza superiore di Gesù benedetto ai rigori delle stagioni. Non ho mai capito se Egli sentisse caldo e freddo fortemente, e li sopportasse senza lamentarsene per spirito di mortificazione, oppure se, come signoreggiava sugli elementi scatenati, così signoreggiasse il freddo o il caldo eccessivo. Non so. So che, pur vedendolo bagnato a dovere sotto gli acquazzoni, sudato a dovere sotto i solleoni, mai ho notato in Lui atti di disagio per freddo o caldo, né gli ho visto prendere quelle misure preventive che l’uomo solitamente prende contro gli eccessi del sole o del gelo.
7Mi fu osservato un giorno che in Palestina non si sta a capo scoperto e che perciò io dicevo male dicendo che la testa bionda di Gesù splende scoperta sotto al sole. Sarà benissimo che in Palestina non si possa andare a capo scoperto. Io non ci sono stata e non so. Ciò che so è che Gesù solitamente andava senza nulla in capo. E, se ha il copricapo all’inizio dell’andare, presto se lo leva, come insofferente di impicci, e lo porta in mano, usandolo più che altro per levarsi dal volto la polvere e il sudore. Se piove, alza un lembo del mantello sul capo. Se c’è il sole, specie se è in cammino, cerca un filare d’ombra, anche intermittente, a riparo dai raggi solari. Ma difficilmente ha, come oggi, un velo leggero sul capo. É questa una osservazione che a taluni potrà sembrare inutile. Ma anche questa fa parte di ciò che vedo, e la dico mentre Gesù pensa…
8«Ma gli farà male a stare là tanto!», esclama uno del gruppo, che non è il gruppo apostolico e non quello di Zaccheo.
«Andiamolo a dire ai suoi discepoli… Inoltre… io vorrei… Vorrei non attardarmi troppo», risponde un altro.
«Eh! sì. I monti Adomin sono poco sicuri la notte…». Vanno presso gli apostoli e parlano con loro.
«Va bene. Andrò a dir loro che ve ne volete andare», dice l’Iscariota.
9«No. Non così. Vorremmo essere almeno ad Ensemes avanti la sera».
10Giuda se ne va sorridendo ironico. Si curva sul Maestro e gli dice: «Dicono che è perché ti può far male il sole -ma il vero è che a loro può far male esser troppo visti- ma i giudei vogliono essere licenziati».
11«Vengo… Pensavo… Hanno ragione», e Gesù si alza.
«Tutti, meno che io…», borbotta l’Iscariota.
12Gesù lo guarda e tace. Vanno insieme presso questi uomini che Giuda ha chiamato giudei. «Vi avevo già congedati tutti. L’ho detto da ieri. Non parlerò che a Gerusalemme…».
I prodi e le accuse del Sinedrio.
I discendenti dei prodi di David.
13«E’ vero. Ma è che noi ti vorremmo parlare, noi che… Possiamo parlarti in disparte?».
14«Accontentali. Hanno paura di noi, o di me più propriamente», dice ancora Giuda di Keriot con quel sorriso da serpente.
15«Non abbiamo paura di alcuno. Se volevamo, sapevamo come fare per tutelare la nostra tranquillità. Ma ancora tutti non sono vili in Palestina. Siamo discendenti dei prodi di Davide[190] e, se tu sei non schiavo e sprezzato ancora, alle nostre stirpi devi fare omaggio. Prime al fianco del re santo, prime al fianco dei Maccabei[191]. E prime anche ora, quando c’è da dare onore al Figlio di Davide e consiglio. Perché grande Egli è. Ma ogni creatura, per grande che sia, può aver bisogno di un amico nelle ore decisive della vita», risponde con veemenza uno tutto vestito di lino anche nel manto e nel copricapo, che poco lascia scoperto del suo volto severo.
«Ha noi per amici. Lo siamo da tre anni, da quando voi…».
16«Non lo conoscevamo. Troppe volte fummo ingannati coi falsi Messia per credere facilmente ad ogni asserzione. Ma gli ultimi eventi ci hanno illuminati. Le sue opere sono da Dio, e noi lo diciamo Figlio di Dio».
«E pensate che abbia bisogno di voi?».
17«Come Figlio di Dio, no. Ma come Uomo, sì. Egli è venuto per essere l’Uomo. E l’Uomo ha sempre bisogno di uomini suoi fratelli. Del resto, perché temi? Perché non vuoi che noi si parli? Te lo chiediamo».
«Io? Parlate! Parlate! I peccatori sono più ascoltati dei giusti».
18«Giuda! Io credevo che tali parole dovessero parerti fuoco alle labbra! Come osi giudicare là dove non giudica il tuo Maestro? É detto: “Se i vostri peccati fossero come scarlatto diventeranno bianchi come la neve e se fossero vermigli come la cocciniglia diverranno bianchi come la lana“[192]».
«Ma non sai Tu che fra questi…».
Le accuse raccolte del sinedrio.
19«Silenzio! parlate voi».
20«Signore, noi lo sappiamo. É pronta per Te l’accusa. Ti si accusa di violare la Legge e i sabati, di amare più quelli di Samaria che noi, di difendere pubblicani e meretrici, di ricorrere a Belzebù e ad altre forze tenebrose, di magia nera, di odiare il Tempio e volerne la distruzione, di…».
21«Basta. Accusare ognuno può. Provare l’accusa è più difficile».
22«Ma essi hanno fra loro chi la sostiene. Credi forse che giusti siano là dentro?».
23«Vi risponderò con le parole di Giobbe, che è una figura del Paziente che Io sono: “Lungi da me il pensiero di stimarvi giusti tutti. Ma fino all’ultimo sosterrò la mia innocenza, non rinuncerò alla mia giustificazione che ho cominciata, perché il mio cuore non mi rimprovera nulla in tutta la mia vita“[193]. Ecco, tutto Israele può testimoniare, perché da Me non mi giustifico, con le parole che anche il mentitore può dire, tutto Israele può testimoniare che Io ho sempre insegnato il rispetto alla Legge, anzi più, che ho perfezionato l’ubbidienza alla Legge, e i sabati non sono stati violati da Me… Che vuoi dire? Parla! Hai fatto un gesto e poi ti sei trattenuto. Parla!».
24Uno del gruppetto… misterioso dice: «Signore, all’ultima seduta del Sinedrio fu letta una denuncia contro di Te. Veniva dalla Samaria, da Efraim dove Tu eri, e diceva che più e più volte era provato che Tu violavi il sabato e.…».
25«E ancor ti rispondo con Giobbe: “E quale è la speranza dell’ipocrita, se rapisce per avarizia e Dio non libera l’anima di lui?” [194]. Questo infelice, che finge un volto e sotto ha un altro cuore e vuole commettere la grande rapina per avarizia del mio bene, già cammina sulla strada d’Inferno, e vano gli sarà aver denaro, e sperare onori, e sognare di salire là dove Io non volli per non tradire il decreto santo. Ma ci occuperemo forse di lui, se non per pregare per lui?».
26«Il Sinedrio però ti ha deriso dicendo: “Ecco l’amor dei samaritani per Lui! Lo accusano per ingraziarsi noi tutti”».
27«E siete voi certi che fosse mano samaritana che scrisse quelle parole?».
28«No. Ma Samaria in questi giorni ti fu dura…».
29«Perché i messi del Sinedrio l’hanno sovvertita ed eccitata con falsi consigli, suscitando speranze folli che Io ho dovuto stroncare. Del resto è detto, e di Efraim e di Giuda, e dir si può di ogni luogo, perché volubile è il cuor dell’uomo che scorda i benefizi e si piega alle minacce: “La vostra bontà è come nuvola mattutina, come rugiada che al mattino sparisce“[195]. Ma questo non prova che essi, i samaritani, sono gli accusatori dell’Innocente. Uno sbagliato amore me li gettò contro feroci, ma è amore che delira. Quale altra prova, prova l’accusa di preferenza per i samaritani?».
Il regno messianico e fine d’Israele.
Il regno sarà del Cristo.
30«Ti si accusa che tanto li ami da sempre dire: “Ascolta, Israele”, anziché dire: “Ascolta, Giuda”. E che non puoi rimproverare Giuda…».
31«In verità? La sapienza dei rabbi qui si perde? E non sono Io il Germe di giustizia spuntato da Davide per il quale, come dice Geremia, Giuda sarà salvato? Allora il Profeta prevede che Giuda, soprattutto Giuda, avrà bisogno di salvezza.
32E questo Germe, dice sempre il Profeta, sarà chiamato il Signore, il nostro Giusto, “perché, dice il Signore, non mancherà mai a Davide un discendente assiso sul trono della casa di Israele“. E che? Ha errato il Profeta? Era ebbro forse? Di che? Certo di penitenza e non d’altro. Perché, per accusare Me, nessuno potrà sostenere che Geremia fosse uomo di crapula.
33Eppure egli dice che il Germe di Davide salverà Giuda e siederà sul trono di Israele. Dunque si direbbe che, per i suoi lumi, il Profeta vede che più che Giuda sarà eletto Israele, che il Re andrà ad Israele, e già grazia sarà se Giuda avrà unicamente salvezza.
34Il Regno sarà dunque detto di Israele? No. Di Cristo sarà detto. Di Colui che unisce le parti disperse e ricostruisce nel Signore dopo avere, secondo l’altro Profeta[196], in un mese – che dico in un mese? – in men di un giorno, giudicato e condannato i tre falsi pastori e chiusa a loro la mia anima, perché la loro restò chiusa a Me e, desiderandomi in figura, non seppero amarmi in natura.
35Or dunque, Colui che mi manda e che mi ha dato le due verghe spezzerà l’una e l’altra, perché la Grazia sia persa per i crudeli, perché il Flagello non più dal Cielo ma dal mondo venga. E nulla è più duro dei flagelli che gli uomini dànno agli uomini. Così sarà. Oh! così! Io sarò percosso e le pecore saran disperse per due terzi. Solo un terzo, sempre solo un terzo[197] se ne salveranno e persevereranno sino alla fine. E questa terza parte passerà per il fuoco per il quale Io passo per primo, e sarà purificata e provata come argento e oro, e ad essa verrà detto: “Tu sei il mio popolo” ed essa mi dirà: “Tu sei il mio Signore“.
36E ci sarà chi avrà pesato i trenta denari, prezzo dell’orrenda opera, infame mercede. E là da dove uscirono non potranno più entrare, perché griderebbero d’orrore anche le pietre vedendo quelle monete, lorde di sangue dell’Innocente e del sudore del perseguitato dalla disperazione più atroce, e serviranno, così come è detto, a comperare, dagli schiavi di Babilonia, il campo per gli stranieri.
37Oh! il campo per gli stranieri! Sapete chi sono essi? Quei di Giuda e Israele, quelli che presto, in secoli e secoli, non avranno più patria. E neppur la terra del loro antico suolo li vorrà accogliere. Li vomiterà da sé anche morti, posto che essi vollero rigettare la Vita. Orrore infinito…»
Il tempio perirà per non più risorgere.
38Gesù tace come oppresso, a capo chino. Poi lo alza e gira lo sguardo, vede i presenti: gli apostoli, i discepoli occulti, Zaccheo con i suoi. Sospira come chi si desta da un incubo. Dice: «Che altro dicevate? Ah! che mi si accusa di amare pubblicani e meretrici. É vero. Sono i malati, i morenti. Io, Vita, mi do ad essi come vita. Venite, redenti del mio gregge», ordina a Zaccheo e ai suoi. «Venite e ascoltate il mio comando. A molti, ed erano più bianchi di voi, ho detto: “Non venite a Gerusalemme”. A voi dico: “Venite”. Potrà parere ingiustizia questa…».
«Lo è, infatti», interrompe l’Iscariota.
39Gesù è come non udisse. Continua parlando a Zaccheo e ai suoi compagni: «Ma vi dico: venite, appunto perché voi siete piante più bisognose d’altre di rugiada, perché la vostra buona volontà sia sovvenuta dal Potente e voi cresciate ormai liberamente nella Grazia.
40Sulle altre cose… risponderà il Cielo stesso con segni inconfondibili. In verità potrà essere distrutto il Tempio vivo e in tre giorni essere riedificato, ed in eterno. Ma il Tempio morto, che sarà soltanto scosso e crederà di aver vinto, perirà per non più risorgere.
41Andate! E non temete. In penitenza attendete il mio Giorno e l’aurora di esso vi porterà definitivamente alla Luce», dice rivolto a quelli ammantellati.
42E poi a Zaccheo: «E anche voi andate. Ma non ora. Siate in Gerusalemme per l’aurora del dì dopo il sabato. A fianco dei giusti voglio i risorti, perché nel Regno del Cristo infiniti sono i posti. Quanti sono gli uomini di buona volontà». E si avvia verso la casa di Niche attraverso il folto frutteto ombroso.
Allegoria della chioccia.
43Un piccolo sentiero getta un nastro gialliccio fra il verde del suolo, e una chioccia croccolante lo traversa, seguita dai suoi pulcini color dell’oro, e davanti a tanti ignoti la madre trepida, si accovaccia e stende le ali a difesa, croccolando più forte, timorosa di insidie ai suoi nati. Ed essi, con un pigolio che si spegne al sicuro, accorrono e si nascondono nella piuma materna, e sembra non siano più…
44Gesù si ferma a contemplarla… e delle lacrime scendono dai suoi occhi.
45«Piange! Perché piange? Egli piange!», mormorano tutti: apostoli, discepoli, peccatori redenti. E Pietro dice a Giovanni: «Chiedigli il perché del suo pianto…».
46E Giovanni, nel suo atto solito, un poco curvo in ossequio, il volto levato da sotto in su a guardarlo nel volto, chiede: «Perché piangi, Signor mio? Forse per quanto ti fu detto e dicesti prima?».
47Gesù si scuote, ha un mesto sorriso e, accennando la chioccia che continua a tutelare amorosamente la sua prole, dice: «Io pure, Uno col Padre mio, vidi Gerusalemme, così come è detto da Ezechiele, nuda e piena di vergogna. E vidi e le passai vicino e, venuto il tempo, il tempo del mio amore, stesi il mio manto sopra di lei e copersi la sua nudità. Volevo farla regina dopo esserle stato padre e proteggerla, così come quella chioccia i suoi nati… Ma, mentre dei piccoli figli della gallina hanno riconoscenza per le premure della madre e si rifugiano sotto le sue ali, Gerusalemme respinge il mio manto… Ma Io manterrò il mio disegno d’amore… Io… Il Padre mio, poi, farà secondo la sua volontà». E Gesù scende fra l’erba per non turbare la chioccia, e passa, e lacrime scendono ancora sul volto affilato e pallido.
48Tutti lo imitano, seguendolo e bisbigliando, sino al limite della casa di Niche. E là Gesù solo entra con gli apostoli in casa, e gli altri proseguono verso le loro mete…
580. Delazioni
dell’Iscariota e profezie su Israele. Miracoli sulla via da
Gerico a Betania[198].
Delazioni dell’Iscariota.
Quattro amici del Messia.
1È un’alba che appena sfuma il suo candore in un primo roseo d’aurora. Il silenzio fresco della campagna si rompe sempre più, ornandosi dei trilli degli uccelli ridesti.
2Gesù esce per il primo dalla casa di Niche, accosta silenziosamente la porta e si dirige al verde frutteto, dove si sgranano le note limpide dei capineri e flautano i merli il loro canto.
3Ma non vi è ancora giunto quando da esso vengono avanti quattro persone. Quattro di quelli che erano ieri nel gruppo sconosciuto e che non si erano mai scoperti il volto. Si prostrano sino a terra e, al comando e alla domanda che Gesù fa loro dopo averli salutati col suo saluto di pace: «Alzatevi! Che volete da Me?», si alzano e gettano indietro i mantelli e i copricapi di lino, nei quali avevano tenuto celato il volto come tanti beduini.
4Riconosco il viso pallido e magro dello scriba Gioele di Abia, visto nella visione di Sabea. Gli altri mi sono sconosciuti, sinché non si nominano: «Io, Giuda di Beteron, ultimo dei veri Assidei, amici di Matatia Asmoneo»; «Io, Eliei, e mio fratello Elcana di Betlem di Giuda, fratelli di Giovanna, la tua discepola, e non c’è per noi titolo più grande di questo. Assenti quando eri forte, presenti ora che sei perseguitato»; «Io, Gioele di Abia, dagli occhi ciechi per tanto tempo, ma ora aperti alla Luce».
5«Vi avevo già congedati. Che volete da Me?».
«Dirti che… se stiamo coperti non è per Te, ma…», dice Eliei.
Non con la spada ma con lo spirito trionferà il Messia.
6«Avanti! Parlate!».
7«Ma… Parla tu, Gioele. Perché tu sei quello che più di tutti sai…».
8«Signore… Ciò che io so è così… orrendo… Vorrei che neppure le zolle sapessero, sentissero ciò che sto per dire…».
9«Le zolle in verità trasaliranno. Non Io. Perché so ciò che vuoi dire. Ma parla ugualmente…».
10«Se lo sai… lascia che le mie labbra non fremano nel dire questa orrenda cosa. Non che io pensi che Tu menti dicendo che sai e che vuoi che io dica per sapere, ma proprio perché…».
11«Sì. Perché è cosa che grida al Signore. Ma la dirò per persuadere tutti che Io conosco il cuore degli uomini. Tu, membro del Sinedrio e conquistato alla Verità, hai scoperto cosa che non hai saputo portare da te solo. Perché è troppo grande. E sei andato da questi, veri giudei nei quali è unicamente spirito buono, per consigliarti con essi. Bene hai fatto, anche se a nulla giova ciò che hai fatto.
12L’ultimo degli Assidei[199] sarebbe pronto a ripetere il gesto dei suoi padri per servire il Liberatore vero. E non è solo. Anche suo parente Barzelai lo farebbe e molti con lui. E i fratelli di Giovanna, per amore di Me e della sorella loro, oltre che della Patria, sarebbero con lui. Ma Io non trionferò per lance né per spade. Entrate del tutto nella Verità. Io trionferò con trionfo celeste.
Delazione dell’Iscariota, versione del Messia.
13Tu, ecco ciò che ti fa ancor più pallido e smunto del consueto, sai chi è che ha presentato i testi di accusa contro di Me, i testi che, se falsi sono nel loro spirito, veri sono nella realtà delle loro parole, perché Io in verità ho violato il sabato quando dovetti fuggire, non essendo ancor venuta la mia ora, e quando strappai due innocenti ai ladroni, e potrei dire che la necessità giustifica l’atto così come necessità giustificò Davide per essersi nutrito dei pani della proposizione.
14In verità Io mi sono rifugiato in Samaria, anche se, venuta la mia ora e propostomi dai samaritani di star presso loro come Pontefice, ho rifiutato onori e sicurezza per rimanere fedele alla Legge, anche se questo vuol dire consegnarmi ai nemici. E vero è che amo i peccatori e le peccatrici sino a strapparli al peccato.
15E vero è che predico la rovina del Tempio, anche se queste mie parole non sono che conferma del Messia alle parole dei suoi profeti.
16Colui che fornisce queste e altre accuse, e anche i miracoli li volge ad atto di accusa, e di ogni cosa della Terra si è servito per cercare di trarmi in peccato e poter unire altre accuse alle prime, è un mio amico. Anche questo è detto dal re profeta da cui, per Madre, Io discendo: “Colui che mangiava il mio pane alzò contro di Me il suo calcagno“[200]. Lo so. Morirei due volte, se potessi non impedire che egli compia il delitto -ormai… la sua volontà si è data alla Morte, e Dio non violenta la libertà dell’uomo- ma che almeno… oh! che almeno lo schianto dell’orrore compiuto lo gettasse pentito ai piedi di Dio…
17Per questo tu, Giuda di Beteron, ammonivi ieri Mannaen di tacere. Perché il serpente era presente e poteva danneggiare il discepolo, oltre il Maestro. No. Solo il Maestro sarà colpito.
Profezie su Israele.
Misero Israele che non volle il Messia.
18Non temete. Non sarà per Me che avrete pene e sventure. Ma per il delitto di tutto un popolo avrete tutti ciò che hanno detto i profeti[201].
19“Misera, misera Patria mia! Misera terra che conoscerà il castigo di Dio! [202]
20Miseri abitanti, e fanciulli che ora Io benedico e vorrei salvi e che, pur innocenti, conosceranno da adulti il morso della più grande sventura[203].
21Guardatela questa vostra terra florida, bella, verde e fiorita come un tappeto mirabile, fertile come un Eden… Imprimetevene la bellezza nel cuore, e poi… quando Io sarò tornato onde venni… fuggite. Fuggite sinché potete farlo, prima che, come rapace d’inferno, la desolazione della rovina si spanda qui e abbatta e distrugga e sterilisca, bruci, più che a Gomorra, più che a Sodoma… Sì. Più che là, che non fu che rapida morte. Qui… Gioele, ricordi Sabea? Ella ha profetato un’ultima volta il futuro del Popolo di Dio che non volle il Figlio di Dio».
22I quattro sono sbalorditi. La paura del futuro li fa muti. Infine parla Eliei: «Tu ci consigli? …».
23«Sì. Andate. Nulla sarà più, qui, che valga a trattenere i figli del popolo di Abramo. E d’altronde, specie voi, notabili di esso, non sareste lasciati… I potenti fatti prigionieri abbellano il trionfo del vincitore. Il Tempio nuovo e immortale empirà di sé la Terra, e ognun che mi cerchi mi avrà, perché Io sarò dovunque un cuore mi ami. Andate. Portate via le vostre donne, i figli, i vecchi… Voi mi offrite salvezza e aiuto. Io vi consiglio salvezza e vi aiuto con questo consiglio… Non lo sprezzate».
24«Ma ormai… che più deve nuocerci Roma? Dominati siamo. E se dura è la sua legge, vero è anche che Roma ha riedificato case e città e.…».
25«In verità, sappiatelo, in verità non una pietra di Gerusalemme rimarrà intatta[204].
26Fuoco, ariete, frombole e giavellotti atterreranno, morderanno, sconvolgeranno ogni casa[205], e spelonca diverrà la Città sacra, e non essa sola…
27Spelonca questa Patria nostra. Posto di onagri e di lamie, come dicono i profeti[206].
28E non per uno o più anni, o per secoli, ma per sempre[207].
29Il deserto, l’arsione, la sterilità… Ecco la sorte di queste terre! Campo di contese[208], luogo di torture[209], sogno di ricostruzione sempre distrutto da una condanna inesorabile, tentativi di risurrezione spenti in sul nascere[210]. La sorte della Terra che respinse il Salvatore e volle una rugiada che è fuoco sui colpevoli».
La pianta annosa dal midollo distrutto.
30«Non… non ci sarà dunque più, mai più un Regno d’Israele? Non saremo mai più ciò che sognammo?», chiedono con voce affannosa i tre notabili giudei. Lo scriba Gioele piange…
31«Avete mai osservato una pianta annosa dal midollo distrutto dalla malattia? Per anni vegeta stentatamente, tanto stentatamente che non fiorisce né fa frutto. Solo qualche rara foglia sui rami esausti dice che ancor vi è un poco di linfa che sale… Poi, ad un aprile, eccola fiorire miracolosamente e coprirsi di foglie numerose, e se ne rallegra il padrone che per tanti anni la curò senza frutti, se ne rallegra pensando che la pianta è guarita e torna ad essere rigogliosa dopo tanto squallore… Oh! inganno! Dopo tanto esuberante esplodere di vita, ecco la subita morte. Cadono fiori, foglie e i frutticini che parevano già allegare sui rami e promettevano pingue raccolto, e con un improvviso scroscio la pianta crolla al suolo marcita alla base. Così farà Israele. Dopo secoli di sterile vegetare sparso, si riunirà sull’annoso tronco e avrà una parvenza di ricostruzione. Riunito alfine il Popolo disperso. Riunito e perdonato. Sì. Dio attenderà quell’ora per recidere i secoli. Non vi saranno più secoli, ma eternità allora. Beati quelli che, essendo perdonati, costituiranno la fioritura fugace dell’ultimo Israele, divenuto, dopo tanti secoli, del Cristo, e moriranno redenti, insieme con tutti i popoli della Terra, beati con quelli che, fra essi, hanno non solo conosciuto l’esistenza mia, ma abbracciata la mia Legge come legge di Salute e Vita. “Sento le voci dei miei apostoli. Andate prima che vengano…».
Ignoti per servire.
32«Non è per viltà, Signore, che cerchiamo di rimanere ignoti. Ma per servirti. Per poterti servire. Se si sapesse che noi, che io soprattutto, siamo venuti a Te, saremmo esclusi dalle deliberazioni…», dice Gioele.
33«Comprendo. Ma badate che il serpente è astuto. Tu in specie sii cauto, Gioele…».
34«Oh! mi uccidessero! Preferirei la mia alla tua morte! E non vedere i giorni che dici! Benedicimi, Signore, per fortificarmi…».
35«Vi benedico tutti nel Nome di Dio uno e trino e nel Nome del Verbo incarnato per essere salute agli uomini di buona volontà». Li benedice collettivamente con un largo gesto e poi posa la mano, singolarmente, sulle quattro teste chine ai suoi piedi.
36Essi poi si alzano, si coprono di nuovo il volto e si imboscano fra le piante del frutteto e le siepi di more, che dividono i peri dai meli e questi da altri alberi. In tempo, perché in gruppo escono dalla casa i dodici apostoli, cercando il Maestro per mettersi in cammino.
Miseri malati che non chiedono miracolo.
37E Pietro dice: «Sul davanti della casa, verso la città, è una turba di popolo che a stento abbiamo trattenuta per lasciarti pregare. Vogliono seguirti. Nessuno di quelli che hai congedato è partito. Anzi, molti sono tornati indietro e molti sono sopraggiunti. Li abbiamo sgridati…».
38«Perché? Lasciate che mi seguano! Così fosse di tutti! Andiamo!».
39E Gesù, aggiustatosi il manto che Giovanni gli porge, si mette alla testa dei suoi, raggiunge la casa, la costeggia, mette piede sulla via che va a Betania e intona a gran voce un salmo. La gente, una vera folla, prima tutti gli uomini, poi le donne e i fanciulli, lo seguono, cantando con Lui…
40La città si allontana fra la sua cinta di verde. La strada è percorsa da molti pellegrini. E ai margini molti mendichi alzano i loro lagni per impietosire la folla e fare così questue fruttuose. Storpi, monchi, ciechi… La solita miseria che in ogni era e in ogni regione costuma adunarsi là dove una festività convoglia le folle. E se i ciechi non vedono chi passa, gli altri vedono e, conoscendo la bontà del Maestro verso i poveri, gettano il loro grido più forte del solito per attirare l’attenzione di Gesù. Però non chiedono miracolo. Soltanto obolo. E Giuda dà l’obolo.
Miracoli sulla via da Gerico a Betania.
Miracoli sulla via.
41Una donna di civile condizione ferma il ciuchino, sul quale è in sella, presso un robusto albero che ombreggia un bivio, e attende Gesù. Quando Egli è vicino, scivola dalla sua cavalcatura e si prostra, a fatica, perché ha fra le braccia una creaturina molto inerte. La solleva senza dire una parola. I suoi occhi pregano nel volto afflitto. Ma Gesù è fra una siepe di gente e non vede la povera madre inginocchiata ai margini della via.
42Un uomo e una donna, che sembrano in compagnia della madre afflitta, le parlano. «Non c’è nulla per noi», dice scuotendo il capo l’uomo. E la donna: «Padrona, Egli non ti ha vista. Chiamalo con fede ed Egli ti esaudirà».
43La madre le dà ascolto e grida, forte, per vincere il rumore dei canti e dei passi: «Signore! Pietà di me!».
44Gesù, che è già avanti qualche metro, si arresta e si volge cercando chi ha gridato, e la servente dice: «Padrona, ti cerca. Alzati, dunque, e va’ da Lui, e Fabia sarà guarita», e l’aiuta ad alzarsi guidandola verso il Signore, che dice: «Chi mi ha invocato venga a Me. È tempo di misericordia per chi sa sperare in essa».
45Le due donne si fanno largo, prima la servente per preparare la strada alla madre, poi la stessa, e stanno per raggiungere Gesù quando una voce grida: «Il mio braccio perduto! Guardate! Benedetto il Figlio di Davide! Il sempre potente e santo nostro vero Messia!».
46Succede un trambusto, perché molti si girano e la folla ha un rimescolio, un movimento di onde contrarie intorno a Gesù. Tutti vogliono sapere, vedere… Interrogano un vecchio, che agita il suo braccio destro come fosse una bandiera e che risponde: «Egli si era fermato. Io sono riuscito a prendere un lembo del suo manto e a coprirmi di esso, e come un fuoco mi è corso per il braccio morto e una vita, ed ecco, il destro è come il sinistro, solo perché fu toccato dalla sua veste».
47Gesù intanto chiede alla donna: «Che vuoi?».
48La donna tende la sua creatura e dice: «Anche essa ha diritto alla vita. Innocente essa. Non chiese d’essere di un o dell’altro luogo, di un o dell’altro sangue. Io colpevole. Io punita. Non lei».
49«Speri tu che la misericordia di Dio sia più grande di quella degli uomini?».
50«Lo spero, Signore. Io credo. Per me e per la mia creatura, alla quale spero Tu renda pensiero e moto. Si dice che Tu sei la Vita…», e piange.
51«Io sono la Vita, e chi crede in Me avrà vita dello spirito e delle membra. Voglio!».
52Gesù ha gridato queste parole con voce forte e ora abbassa la mano sulla creatura inerte, e questa ha un fremito, un sorriso, una parola: «Mamma!».
53«Si scuote! Sorride! Ha parlato! Fabio! Padrone!». Le due donne hanno seguito le fasi del miracolo e le hanno proclamate forte. E hanno chiamato il padre, che si fa largo fra la gente e giunge alle donne quando già esse sono ai piedi di Gesù piangendo, e mentre la servente dice: «Io te lo avevo detto che Egli ha pietà di tutti!», la madre dice: «E ora perdonami anche il mio peccato».
54«Non te lo mostra il Cielo, colla grazia concessa, che il tuo errore è perdonato? Sorgi e cammina. Nella via nuova, con tua figlia e coll’uomo che hai scelto. Va’. La pace a te. E a te, fanciullina. E a te, fedele israelita. Molta pace a te, per la tua fedeltà a Dio e alla figlia della famiglia che servivi e che col tuo cuore hai tenuto vicina alla Legge. E pace anche a te, uomo, che sei stato più rispettoso, per il Figlio dell’uomo, di molti altri di Israele».
55Si congeda mentre la folla, lasciato il vecchio, si interessa del nuovo miracolo sulla fanciullina paralizzata ed ebete, forse per una meningite, e che ora saltella felice, dicendo le uniche parole che sa, quelle che forse sapeva quando si era ammalata e che ritrova intatte nella mente risorta: «Padre, mamma, Elisa. Il bel sole! I fiori! …».
Guarigione dei ciechi Bartimeo e Uriel (Mt 20,29-34; Mc 10,46-52; Lc 18,35-43)[211].
56Gesù fa per andare, ma dal bivio ormai superato, da presso gli asinelli lasciati in asso dai miracolati, altri due gridi, lamentosi, dalla caratteristica cadenza ebrea: «Gesù, Signore! Figlio di Davide, abbi pietà di me!». E di nuovo, più forte, per superare i gridi della folla che dice: «Tacete. Lasciate andare il Maestro. Lunga è la via e si alza il sole sempre più forte. Che Egli possa essere sui colli prima del calore», gridano di nuovo: «Gesù, Signore, Figlio di Davide, abbi di me pietà».
57Gesù si ferma di nuovo dicendo: «Andate a prendere quelli che gridano e conducetemeli qui».
58Alcuni volonterosi vanno. Raggiungono i due ciechi e dicono: «Venite. Egli ha pietà di voi. Alzatevi, che vi vuole esaudire. Ha mandato noi a chiamarvi in suo nome», e cercano di guidare i due ciechi fra la folla.
59Ma se uno si fa condurre, l’altro, più giovane e forse più credente, precorre il desiderio dei volonterosi e si fa avanti da solo, col suo bastoncello puntato in avanti, il caratteristico sorriso e atteggiamento dei ciechi sul volto alzato a cercare la luce… e sembra che il suo angelo lo guidi, tanto va svelto e sicuro. Se non avesse gli occhi bianchi, non parrebbe cieco.
60Giunge per primo davanti a Gesù, che lo ferma dicendo: «Che vuoi che ti faccia?».
61«Che io veda, Maestro. Fa’, o Signore, che i miei occhi e quelli del mio compagno si aprano».
62È sopraggiunto l’altro cieco e lo fanno inginocchiare presso il compagno.
63Gesù posa le mani sulle loro facce alzate e dice: «Sia fatto come chiedete. Andate! La vostra fede vi ha salvati!».
Da mendicante cieco a ministro del Re santo.
64Leva le mani e due gridi escono dalle labbra dei ciechi: «Io vedo, Uriel!», «Io vedo, Bartimeo!», e poi insieme: «Benedetto Colui che viene nel nome del Signore! Benedetto Colui che lo ha mandato! Gloria a Dio! Osanna al Figlio di Davide», e due volti al suolo a baciare i piedi di Gesù, e poi si alzano, i due già ciechi, e quello detto Uriel dice: «Vado a mostrarmi ai parenti e poi torno a seguirti, o Signore». Ma Bartimeo dice invece: «Io non ti lascio. Manderò ad avvisarli. Sarà sempre gioia. Ma separarmi da Te, no. Mi hai dato la vista. Io ti consacro la vita. Abbi pietà del desiderio del tuo infimo servo».
65«Vieni e seguimi. La buona volontà uguaglia ogni condizione, e solo è grande chi meglio sa servire il Signore».
66E Gesù riprende il cammino fra gli osanna della folla, e Bartimeo si mette fra essa e va, osannando con gli altri, dicendo: «Ero venuto per un pane e ho trovato il Signore. Ero povero, ora sono ministro del Re santo. Gloria al Signore e al suo Messia» …
581. A Betania nella casa di Lazzaro[212].
Nella casa di Lazzaro.
Le prime mandorle.
1Devono avere sostato a metà della via fra Gerico e Betania perché, quando arrivano alle prime case di Betania, l’ultima rugiada evapora sulle foglie e gli steli dei prati, e il sole sale ancora la volta del cielo.
2Gli agricoltori della zona gettano i loro arnesi e accorrono intorno a Gesù, che passa benedicendo uomini e piante, come gli agricoltori chiedono con insistenza. E delle donne e dei fanciulli accorrono con le prime mandorle, ancor avvolte nella lieve felpa verde-argento del mallo, e con gli ultimi fiori delle piante da frutto più tardive al fiorire. Osservo però che qui, nella zona di Gerusalemme, forse per l’altitudine, forse per i venti che vengono dalle cime più alte della Giudea, o non so per quale altra ragione, forse anche per diversità di piante, molti sono gli alberi da frutto che ancor fioriscono in gradazioni bianco rosate, sospese come nuvole leggere sul verde dei prati. Palpitano sotto agli alti tronchi le foglie tenere delle viti, come grandi farfalle di un prezioso smeraldo, tenute legate da un filo ai ruvidi tralci.
Verso la casa di accoglienza (Gv 12,1)[213].
3Mentre Gesù sosta alla fonte, che è dove la campagna si tramuta già in cittadina, e riceve là gli omaggi di quasi tutta Betania, accorrono Lazzaro con le sorelle e si prostrano davanti al loro Signore. Benché sia poco più di due giorni che Maria ha lasciato il suo Maestro, sembra siano secoli che non lo vede, tanto non si stanca di baciargli i piedi polverosi nei sandali.
4«Vieni, Signor mio. La casa ti attende per aver gioia dalla tua presenza», dice Lazzaro mettendosi a lato di Gesù mentre procedono lentamente, per quanto lo consentono la gente che si affolla intorno ed i bambini che si attaccano alle vesti di Gesù e gli camminano davanti, rivolti verso di Lui a capo alzato, di modo che incespicano e fanno incespicare, tanto che Gesù per il primo, e poi Lazzaro e gli apostoli, prendono in braccio i più piccini per poter andare più svelti.
Maria Ss. con le discepole del Messia.
5Al luogo dove una stradella conduce alla casa di Simone Zelote, sono Maria con la cognata, Salome e Susanna. Gesù si ferma per salutare la Madre e poi prosegue sino al grande cancello spalancato, dove sono Massimino, Sara, Marcella e, dietro loro, tutti i numerosi servi della casa, cominciando da quelli di casa per finire ai servi contadini. Tutti in ordine, tutti lieti, irrequieti nella loro gioia, che prorompe in un osanna e in un agitare di copricapi e veli e in un gettar di fiori e fronde di mirto e d’alloro e di rose e gelsomini, che splendono al sole con le loro pompose corolle o si spargono come candide stelle sul bruno del terreno. Un odor di fiori sfogliati e di foglie aromatiche calpestate si alza dal suolo che il sole scalda. Gesù passa su quel tappeto di fragranze.
6Maria di Magdala, che lo segue guardando il suolo, si china, passo per passo, e sembra una spigolatrice che segua colui che lega i covoni, a raccogliere fronde e corolle e anche petali sfogliati, che sono stati premuti dal piede di Gesù. Massimino, per poter chiudere il cancello e dare pace agli ospiti, ordina che siano dati ai bambini dei dolci già preparati. Pratico modo di distrarre i fanciulli dal Signore e di poterli mandare via senza suscitare dei cori di pianti. E i servi eseguiscono portando fuori, nella via, cesti colmi di piccole focacce, sulle quali riposa una mandorla bianco-bruna.
Incarichi di fiducia.
Ai fratelli di Giovanna.
7E mentre i piccoli si affollano là, altri servi respingono gli adulti, fra i quali è ancora Zaccheo e i quattro dell’episodio di Gerico, ossia Gioele, Giuda, Eliel e Elcana, con altri che non so chi siano, perché, anche a protezione della polvere, che un vento piuttosto vibrato solleva dalla via, e del sole già forte, stanno tutti velati.
8Ma Gesù, già molto avanti, si volge e dice: «Attendete! Devo dire qualcosa a qualcuno». E si dirige ai fratelli di Giovanna e li prende in disparte dicendo: «Vi prego di andare da Giovanna e di dirle che venga a Me con quante donne sono con lei e con Annalia, la discepola di Ofel. Venga. Domani. Perché al tramonto di domani inizia il sabato ed Io voglio farlo con gli amici di Betania. In pace».
9«Lo diremo, Signore. E Giovanna verrà».
A Gioele.
10Gesù li congeda e passa a Gioele: «Dirai a Giuseppe e Nicodemo che sono venuto e che il dì dopo il sabato entrerò in città».
«Oh! Bada, Signore!», dice con affanno lo scriba che è buono.
11«Va’. E sii forte. Non deve tremare uno che segue la giustizia e crede nella mia verità. Ma gioire deve, perché è venuto il compimento della Promessa antica».
12«Ah! io fuggirò da Gerusalemme, Signore. Io sono un uomo di debole costituzione, lo vedi, e lo sai, e di questo sono schernito. Non potrei veder dei… delle…».
13«Il tuo angelo ti guiderà. Va’ in pace».
«Ti… Ti vedrò ancora, Signore?».
14«Certo che mi vedrai ancora. Ma, sinché non mi rivedrai, pensa che il tuo amore mi ha dato tanta gioia nelle ore del dolore».
15Gioele gli prende la mano, che Gesù gli aveva posato sulla spalla, e se la preme sulle labbra; attraverso il velo sottile del copricapo baci e lacrime scendono sulla mano di Gesù.
A Zaccheo.
16Poi si allontana, e Gesù va da Zaccheo: «Dove sono i tuoi?».
«Sono rimasti alla fonte, Signore. Io ho detto a loro di rimanere là».
17«Raggiungili e vai con essi a Betfage, dove sono i miei discepoli più antichi e fedeli. Di’ a Isacco, loro capo, che si spargano per la città ad avvisare tutti i gruppi dei discepoli che la mattina dopo il sabato, verso l’ora di terza, Io, passando da Betfage, entrerò in Gerusalemme salendo solennemente al Tempio. Dirai a Isacco che è avviso per i soli discepoli. Egli comprenderà ciò che voglio dire».
18«Lo comprendo io pure, Maestro. Tu vuoi sorprendere i giudei perché non possano fare ostacolo alla tua entrata».
19«Così. Eseguisci. Ricorda che è incarico di fiducia quello che ti do. Mi servo di te e non di Lazzaro».
20«E questo mi dice come la tua bontà per me è senza misura. Io ti ringrazio, Signore». Bacia la mano al Maestro e se ne va.
A Giuseppe detto Barnaba.
21Gesù fa per ritornare presso i suoi ospiti. Ma dal cancello dove gli ultimi stanno uscendo, sospinti fuori dai servi, un giovane si stacca e corre a gettarsi ai piedi di Gesù gridando: «Una benedizione, Maestro! Mi riconosci?», dice alzando il volto libero da ogni velo.
22«Sì. Sei Giuseppe detto Barnaba, il discepolo di Gamaliele che mi venne incontro presso Giscala».
23«E che ti vengo dietro da molti giorni. Ero a Silo, venendo da Giscala, dove ero andato col rabbi in questi tempi che Tu eri assente e dove ero rimasto studiando i rotoli sino alla luna di nisam[214]. Ero a Silo quando Tu parlasti e ti sono venuto dietro a Lebona e a Sichem, e ti ho atteso a Gerico perché avevo saputo che Tu…». Si arresta all’improvviso, come accorgendosi di dire ciò che doveva tacere.
24Gesù ha un sorriso mite e dice: «La verità sgorga impetuosa dalle labbra veritiere e molte volte supera le dighe che la prudenza mette davanti alle bocche. Ma Io finirò il tuo pensiero… “perché avevi saputo da Giuda di Keriot, rimasto a Sichem, che Io andavo a Gerico per riunirmi ai discepoli e dar loro i miei ordini”. E tu sei andato là ad attendermi senza preoccuparti di essere visto, di perdere tempo e di mancare al fianco del tuo maestro Gamaliele».
25«Egli non mi rimprovererà quando saprà che ho tardato per seguirti. Gli porterò in dono le tue parole…».
26«Oh! Rabbi Gamaliele non ha bisogno di parole. É il rabbi sapiente di Israele!».
27«Sì. Nessun altro rabbi può insegnargli nulla di ciò che è antico, nulla, perché tutto egli sa dell’antico. Ma Tu sì. Perché Tu hai parole nuove, piene della fresca vita di ciò che è nuovo. É come una linfa di primavera la tua parola. É rabbi Gamaliele che dice questo, aggiungendo che le sapienze ormai coperte dalla polvere dei secoli, e perciò disseccate e opache, tornano vive e luminose quando la tua parola le spiega. Oh! io gli porterò le tue parole!».
28«E il mio saluto. Digli che apra il suo cuore, il suo intelletto, la sua vista, il suo udito; e la sua più che due volte decenne domanda avrà risposta. Va’. Dio sia con te».
Il giovane si curva di nuovo a baciare i piedi al Maestro e se ne va.
Nella sola intimità degli amici.
L’amico Lazzaro.
29I servi possono chiudere definitivamente il cancello, e Gesù può riunirsi ai suoi amici.
30«Mi sono permesso di invitare qui, per domani, le discepole», dice Gesù mettendosi al fianco di Lazzaro sulle cui spalle posa il braccio.
31«Hai fatto bene, Signore. La mia casa è la tua, lo sai. Tua Madre ha preferito abitare nella casa di Simone. Ed io ho rispettato il suo desiderio. Ma spero che Tu starai sotto il mio tetto».
32«Sì. Per quanto… è tuo tetto anche l’altra casa. Una delle prime tue generosità per Me e per i miei amici. Quante me ne hai usate, amico mio!».
33«E spero potertene ancora usare per molto tempo. Per quanto questa parola sia errata, Maestro sapiente. Io non uso generosità a Te. Io le ricevo da Te. Sono io il debitore. E se davanti ai tesori che Tu mi hai dato io depongo un picciolo per Te, che è mai il mio misero dono rispetto ai tuoi tesori? “Date e vi sarà dato”, Tu hai detto. “Misura scossa e premuta vi sarà versata in seno, e voi avrete il centuplo di quanto avete dato”, Tu dici. Io ho avuto il centuplo del centuplo sin da quando ancor nulla ti avevo dato. Oh! ricordo il nostro primo incontro! Tu, Signore e Dio che sono indegni di accostare i serafini, sei venuto a me, solo e afflitto… chiuso qui, nelle mie tristezze, all’uomo che era Lazzaro, sfuggito da tutti, se eccettuo Giuseppe e Nicodemo e il mio fedele amico Simone, che dalla sua tomba di vivo non cessava di amarmi… Non hai voluto che io avessi turbata la gioia di vederti dagli spruzzi corrosivi dello sprezzo del mondo… Il nostro primo incontro! Potrei dirti tutte le tue parole di allora… Che ti avevo dato, allora, se mai ti avevo visto, per avere da Te, subito, il cento di cento?».
34«Le tue orazioni all’Altissimo nostro Padre. Nostro, Lazzaro. Mio. Tuo. Mio come Verbo e come Uomo. Tuo come uomo. Quando tu pregavi con tanta fede, non mi davi già tutto te stesso? Tu dunque vedi che Io ti ho dato il centuplo, come è giusto, di ciò che tu mi davi».
35«La tua bontà è infinita, Maestro e Signore. Tu dai premio in anticipo, e con divina generosità, a coloro che il tuo pensiero conosce per tuoi servi prima ancora che essi sappiano di esser tali».
36«I miei amici, non servi. Perché in verità coloro che fanno la volontà del Padre mio e seguono la Verità che Egli ha mandato sono miei amici, non già miei servi. Più ancora, sono fratelli miei[215], essendo che Io faccio per primo la volontà del Padre. Chi dunque fa ciò che Io faccio è mio amico, perché solo l’amico fa spontaneamente ciò che fa il suo amico».
Nella sola intimità dei discepoli (Mc 14,3)[216].
37«Così sia sempre fra Te e me, Signore. Quando vai in città?».
38«La mattina dopo il sabato».
39«Io pure verrò».
40«No. Tu non verrai con Me. Ti dirò. Ho altre cose da chiederti…»
«Ai tuoi ordini, Maestro. Anche io ho da parlarti…».
41«Parleremo».
«Preferisci che il sabato lo si faccia fra noi, o posso invitare i comuni amici?».
42«Ti pregherei di no. Ho vivo desiderio di passare queste ore nell’amicizia prudente e pacifica di voi soli. Senza costrizioni di pensiero o di forme. Nella dolce libertà di chi è fra amici tanto cari da sentirsi fra essi come fosse nella sua casa».
43«Come vuoi, Signore. Anzi… Io desideravo questo. Ma mi pareva egoismo verso i miei amici. Tutti inferiori in amicizia a Te, Amico solo, ma sempre cari. Ma se così Tu vuoi… Forse sei stanco, Signore. O pensieroso…». Lazzaro interroga più con lo sguardo che con le parole il suo Amico e Maestro, che non gli risponde altro che con la luce dei suoi occhi un poco mesti, un poco assorti, e col parco sorriso della bocca.
44Sono rimasti soli presso la vasca che canta col suo zampillo… Gli altri, tutti, sono entrati in casa e si sentono voci e rumore di stoviglie…
45Maria di Magdala due o tre volte sporge la sua testa bionda fuor dalla porta velata da una tenda pesante, che ondeggia lievemente al vento che cresce mentre il cielo si copre di nubi scapigliate, sempre più cupe.
Puerilità degli eterni bambini.
46Lazzaro alza il capo a scrutare il cielo. «Forse avremo temporale», dice. E aggiunge: «Servirà ad aprire le gemme ribelli che stentano molto quest’anno… Forse sono stati i rigori tardivi che hanno ritardato i germogli. Anche i miei mandorli hanno sofferto, e molto frutto si è perso. Mi diceva Giuseppe che un suo orto fuor della Giudiziaria sembra affatto sterile quest’anno. Gli alberi vi trattengono le gemme, come per un sortilegio gettato su esse. Tanto che è incerto se lasciarle o venderle come legna. Nulla. Non un fiore. Come erano a tebet[217], così ora. Capolini di gemme duri, serrati, che non gonfiano mai. Vero è che il vento di settentrione picchia forte in quel luogo, e molto se ne ebbe nell’inverno. Anche il mio orto oltre il Cedron fu danneggiato nei suoi frutti. Ma è così strano il fenomeno dell’orto di Giuseppe che molti vanno a vedere quel luogo che non vuole ridestarsi a primavera».
47Gesù sorride… «Sorridi? Perché?».
48«Per la puerilità di quegli eterni bambini che sono gli uomini. Tutto ciò che ha apparenza di strano li affascina… Ma il frutteto fiorirà. Al giusto tempo».
49«É già passato il giusto tempo, Signore. Quando mai a luna di nisam più e più alberi, raccolti in un luogo, non mostrano di aver fiorito? Quando deve attendere a farlo quel luogo perché sia giusto il momento?».
50«Quando sarà da dare gloria a Dio col loro fiorire».
51«Ah! ho capito! Tu andrai là, a benedire quel luogo, per amor di Giuseppe, ed esso fiorirà dando nuova gloria a Dio e al suo Messia con un nuovo miracolo! É così! Tu vai là. Se vedo Giuseppe glielo posso dire?».
52«Se credi doverlo dire… Sì. Io andrò là…».
«In che giorno, Signore? Vorrei esserci io pure».
53«Anche tu sei un eterno bambino?». Gesù sorride più vivamente, crollando il capo con bonomia davanti alla curiosità dell’amico che esclama: «Oh! sono lieto di averti rallegrato, Signore. Rivedo il tuo viso luminoso di un sorriso che da tempo non vedevo più! Allora… vengo?».
54«No, Lazzaro. Per Parasceve tu mi sarai necessario qui».
«Oh! ma per Parasceve solo della Pasqua ci si occupa! Tu… Maestro, perché vuoi far cosa che ti sarà rimproverata? Va’ in altro giorno là dentro…».
55«Sarò costretto ad andare proprio in Parasceve là dentro. Ma non sarò solo Io a fare cose che non sono preparazione alla Pasqua antica. Anche i più rigorosi d’Israele, un Elchia, un Doras, Simone, Sadoc, Ismaele e perfino Caifa ed Anna faranno cose del tutto nuove…».
«Impazza dunque Israele?!».
56«Lo hai detto».
«Ma Tu… Oh! ecco che piove. Entriamo in casa, Maestro… Io… sono pensieroso… Non mi spiegherai…».
57«Sì. Prima di lasciarti ti dirò… Ecco tua sorella che teme l’acqua per noi e accorre con un panno pesante… Oh! Marta! Sempre previdente e attiva tu. Ma non è molta la pioggia».
Le sorelle cristiane.
38«La mia sorella cara! Anzi, le mie sorelle. Ora sono tutte e due come due tenere fanciulle ignare di ogni malizia, Maria come questa. E quando venne Maria da Gerico, ieri l’altro, proprio una fanciulla pareva, con le trecce giù per la persona, avendo venduto le sue forcine per i sandali di un fanciullo ed essendo insufficienti le sottili forcine di ferro a sorreggere la sua capigliatura. Rise, dicendomi nello scendere dal carro: “Fratello mio, ho conosciuto cosa è dover vendere per comperare e come sono difficili al povero anche le cose più semplici, come tenere a posto i capelli con forcine di venti a un didramma. Me lo ricorderò per essere ancor più misericordiosa ai miseri in avvenire”. Come l’hai cambiata, Signore!».
39Quella di cui stanno parlando, mentre mettono piede nella casa, è già lì pronta con anfore e catini per servire il suo Signore. Non cede a nessuno l’onore di servirlo, e non è paga sinché non ha dato tutti i ristori alle membra e alle viscere del suo Maestro, e lo vede andare con sandali freschi verso la stanza che gli è destinata e dove lo attende sua Madre con una fresca veste di lino, ancor fragrante di sole…
582. Vigilia del sabato avanti l’entrata in Gerusalemme. Offerta estrema per la salvezza di Giuda Iscariota[218].
Tentativo di salvare l’Iscariota dai suoi amici.
L’Iscariota deve rimanere col Messia.
1«Potete andare, se credete, dove desiderate. Io oggi resto qui con Giuda e Giacomo. Devono venire le discepole», dice Gesù ai suoi apostoli, radunati intorno a Lui sotto il portico della casa. E aggiunge: «Fate però di essere qui tutti avanti il tramonto. E siate prudenti. Cercate di passare inosservati per evitare rappresaglie su voi».
«Oh! io resto proprio. Che devo fare a Gerusalemme?», dice Pietro.
2«Io invece andrò. Mio padre certo mi attende. Vuole offrire il vino. Vecchia promessa, ma mantenuta come sempre, perché un onesto è mio padre. Sentirete che vino al banchetto pasquale! I vigneti di mio padre a Rama! Celebri nella zona», dice Tommaso.
3«Anche questi di Lazzaro sono ottimi vini. Mi è rimasto impresso il banchetto delle Encenie…», dice, involontariamente goloso, Matteo.
4«E allora domani più che mai ti si rinfrescherà il ricordo, perché credo che domani Lazzaro ordini una gran cena. Ho visto certi preparativi…», dice Giacomo di Zebedeo.
«Sì? Verranno anche altri?», chiede Andrea.
«No. Ne ho chiesto a Massimino. Mi ha risposto che no».
5«Ah! Altrimenti mi mettevo la veste nuova che mia moglie mi ha mandato», dice Filippo.
6«Io lo farò. Volevo metterla per la Pasqua. Ma la metterò domani. Certo saremo più tranquilli qui, domani, che non fra qualche giorno…», dice Bartolomeo e si interrompe pensando.
L’iscariota mortifica i poveri pescatori.
7«Io mi orno a nuovo per l’entrata in città. E Tu, Maestro?», chiede Giovanni.
8«Io pure. Metterò la veste tinta di porpora».
9«Sembrerai un re!», dice ammirato il Prediletto che lo vede già, col pensiero, nella veste splendida…
10«Ma se non fossi stato io a pensarci! Quella porpora io l’ho procurata, da anni…», si vanta l’Iscariota.
11«Davvero? Oh! non si era pensato… Sempre cosi umile il Maestro…».
12«Troppo. Ora è il momento che sia re. Bastano le attese! Se non sarà re di troni, almeno che per la sua dignità abbia vesti conformi al suo grado. Io penso a tutto».
13«Hai ragione, Giuda. Tu sai del mondo. Noi… poveri pescatori siamo…», dicono umilmente quei del lago… E, come sempre avviene nella luce del mondo -nella falsa, crepuscolare luce del mondo- la lega bassa del metallo di Giuda sembra metallo più nobile del grezzo ma puro, sincero, onesto oro dei cuori galilei…
14Gesù, che parlava con lo Zelote e coi figli di Alfeo, si volta e guarda l’Iscariota e guarda quegli onesti, così umili e mortificati di essere così… deficienti rispetto a Giuda… e crolla il capo senza parlare. Ma vedendo che l’Iscariota si stringe i lacci dei sandali e si aggiusta il mantello come se fosse per mettersi in cammino, gli dice:
15«Dove vai?».
«In città».
L’Iscariota si sente prigioniero.
16«Io ho detto che ti trattengo con Giacomo…».
17«Ah! io credevo che dicessi di Giuda tuo fratello… Allora… io… sono come un prigioniero… Ah! Ah!», ride male.
18«Betania non ha catene né sbarre, io credo. Solo ha il desiderio del tuo Maestro. E io sarei lieto di esser prigioniero di quello», osserva lo Zelote.
19«Oh! certo! Scherzavo… È che… vorrei avere notizie di mia madre. Certo a Gerusalemme sono giunti pellegrini da Keriot e.…».
20«No. Fra due giorni saremo tutti a Gerusalemme. Ora tu resti qui», dice autoritario Gesù.
21Giuda non insiste. Si leva il mantello dicendo: «E allora? Chi va in città? Sarebbe bene anche sapere gli umori… Ciò che fanno i discepoli… Volevo anche andare a sentire presso amici… Lo avevo promesso a Pietro…».
22«Non importa. Tu resti. Non è necessario nulla di quanto dici. Non è strettamente necessario…».
«Ma se ci va Toma…»
23«Maestro, io pure vorrei andare. Perché l’ho promesso io pure. Ho amici in casa di Anna e.…», dice Giovanni.
L’Iscariota intimorisce il leoncello spavaldo.
24«E andresti là, figlio mio? E se ti prendono?», chiede Salome che si è avvicinata.
25«Se mi prendono? Che ho fatto di male? Nulla. Non devo dunque temere il Signore. Perciò, anche se mi prendono, non tremerò».
26«Oh! il leoncello spavaldo! Non tremerai? Ma non sai come ci odiano? É la morte, sai, se ci prendono», spaventa l’Iscariota.
27«E tu, allora, perché ci vuoi andare? Hai forse l’impunità tu? Che hai fatto per averla? Dimmelo, e io lo farò».
28Giuda ha un moto di spavento e di ira, ma è così limpido il volto di Giovanni che il traditore si rassicura. Capisce che non è un’insidia né un sospetto in quelle parole, e dice: «Nulla ho fatto. Ma ho alcuni amici buoni presso il Proconsole e perciò…».
29«Bene! Chi vuol venire venga, giacché non piove più. Qui si perde del tempo e forse a sesta tornerà la pioggia. Chi vuol venire si spicci», esorta Tommaso.
«Vado, Maestro?», chiede Giovanni.
30«Va’».
L’Iscariota odia avere due maestri.
31«Ecco! Sempre così! Lui sì, gli altri sì. Io no. Sempre no!».
«Cercherò io di sapere di tua madre», dice Giovanni per calmarlo.
32«E anche io. Vengo con te e Toma», dice lo Zelote e aggiunge: «La mia età frenerà i giovani, Maestro. E conosco bene quei di Keriot. Se ne vedo alcuno, vado a lui. Ti porterò notizie di tua madre, Giuda. Sii buono! Sii quieto! É Pasqua, Giuda. Tutti sentiamo la pace di questa festa, la gioia di questa solennità. Perché vuoi essere tu solo sempre così inquieto, così cupo, malcontento, senza pace? Pasqua è passaggio di Dio… Pasqua è festa di liberazione, per noi ebrei, da un duro giogo.
33Ce ne ha tratti Dio altissimo. Ora, non potendo ripetere l’avvenimento antico, resta il simbolo di esso, individuale… Pasqua: liberazione dei cuori, purificazione, battesimo, se vuoi, col sangue dell’agnello, perché le forze nemiche non facciano più male a chi è segnato di esso. Così bello iniziare l’anno novello con questa festa di purificazione, di liberazione, di adorazione a Dio Salvator nostro… Oh! scusa, Maestro! Ho parlato quando avrei dovuto tacere, perché ci sei Tu per correggere i nostri cuori…».
34«Quello che pensavo anche io, Simone. Proprio la stessa cosa: che ora ho due maestri in luogo di uno, e mi parevano troppi», dice iroso l’Iscariota.
L’Iscariota turba la fraternità apostolica.
35Pietro… oh! Pietro questa volta non si può frenare e scatta: «E che se non smetti presto ne hai un terzo, e sarò io. E ti giuro che avrò argomenti più persuasivi delle parole».
36«Alzeresti la mano su un compagno? Dopo tanto sforzo, per tenere nel fondo il vecchio galileo, la tua vera natura riaffiora, dunque?».
37«Non riaffiora. É sempre stata, chiara, alla superficie. Non uso finzioni io. Ma è che, per gli asini selvatici, quale tu sei, non c’è che un argomento per domarli: le nerbate. Vergognati di abusare della sua bontà e della nostra pazienza! Vieni, Simone! Vieni, Giovanni! Vieni, Toma. Addio, Maestro. Vado via anche io, perché se resto… no, viva Dio, che non mi freno più», e Pietro afferra il suo mantello, che era lì su un sedile, e se lo mette in fretta e furia, così inquieto che non vede di metterlo con l’alto in basso, e deve Giovanni avvertirlo dell’errore e aiutarlo a vestirsi a dovere, e va via, a precipizio, battendo forte il piede sul suolo per scaricare un poco della sua ira così. Pare un torello imbizzarrito.
38Gli altri… oh! gli altri sono come libri aperti sui quali si può leggere ciò che è scritto.
39Bartolomeo alza il volto affilato di vecchio verso il cielo burrascoso ancora e sembra studiare i venti per non avere a studiare i volti: troppo addolorato quello di Cristo, troppo perfido quello dell’Iscariota. Matteo e Filippo guardano il Taddeo, il quale ha fosforescenze d’ira negli occhi così simili a quelli di Gesù, e uno stesso pensiero li prende: se lo mettono in mezzo e lo spingono via, verso il viale interno che conduce alla casa di Simone, dicendo: «Tua madre ci voleva, per quel lavoro. Vieni anche tu, Giacomo di Zebedeo», e trascinano via anche il figlio di Salome. Andrea guarda Giacomo d’Alfeo e Giacomo guarda lui -due visi che riflettono la stessa contenuta sofferenza- e che, non sapendo che dire, si prendono per mano come due bambini allontanandosi tristemente. Delle discepole non c’è che Salome, che non osa muoversi né parlare, ma che anche non sa decidersi ad allontanarsi, quasi voglia con la sua presenza frenare altre parole dell’apostolo indegno. Fortunatamente non è presente nessuno della famiglia di Lazzaro. È assente è anche Maria Santissima.
Offerta estrema per la salvezza dell’Iscariota.
L’Iscariota volta le spalle al Messia.
40Giuda si vede solo con Gesù e con Salome. Non vuole essere con loro e volta loro le spalle, allontanandosi verso il chiosco di gelsomini.
41Gesù lo guarda andare. Lo sorveglia. Vede che, dopo aver finto di sedersi in quello, Giuda scivola via quatto dalla parte posteriore e si inselva fra le siepi di rose, lauri e bossi, che separano il vero giardino dalle aiuole degli aromi, là dove sono gli alveari. Di là si può uscire da una delle porte secondarie, aperte nei muri del vasto giardino, un vero parco che da due lati termina in siepi altissime, doppie come un viale -aperte su cancelli qua e là per dare adito ai prati, campi, frutteti e uliveti, nonché alla casa di Simone, che continuano il giardino nei poderi, tenendoli uniti e separati insieme- e da altri due ha muraglioni potenti, aperti su due vie, una secondaria e una maestra, nella quale via maestra sbocca la secondaria, che tagliando Betania prosegue verso Betlemme.
42Gli occhi di Gesù, che si erige quanto può e si sposta quanto necessita per vedere ciò che fa l’Iscariota, fiammeggiano.
Il Messia vuole salvare l’Iscariota.
43Maria Salome li vede e intuisce, benché per la sua statura poco alta non possa vedere, intuisce ciò che accade verso il limite del parco, e mormora: «Misericordia di noi, Signore!».
44Gesù sente quel sospiro e si volta per un attimo a guardarla questa buona, semplice discepola, che può avere avuto un pensiero di superbia materna chiedendo il posto d’onore per i suoi figli, ma che almeno lo poteva fare perché essi sono buoni apostoli, e che si è presa umilmente la correzione del Maestro e non se ne è offesa, non si è allontanata da Lui, ma anzi si è fatta più umile, più servizievole presso il Maestro che segue come un’ombra, sol che lo possa fare, che studia nelle più piccole espressioni per potere, se può, prevenire i suoi desideri e dargli gioia. E anche ora cerca, la buona e umile Salome, di consolare il Maestro, di placare il sospetto che lo fa soffrire, dicendo: «Vedi? Non va lontano. Ha gettato là il suo mantello e non lo ha ripreso. Andrà per i prati a sfogare il suo umore… Mai andrebbe Giuda in città senza essere in ordine perfetto…».
45«Vi andrebbe anche nudo se volesse andarvi. E infatti… Guarda! Vieni qui!».
«Oh!! Cerca di aprire il cancello! Ma è chiuso! Chiama un servo degli alveari!».
46Gesù grida forte: «Giuda! Attendimi! Ti devo parlare», e fa per avviarsi.
47«Per carità, Signore!! Io vado a chiamare Lazzaro, tua Madre… Non andar solo!».
48Gesù, pur camminando velocemente, si volge un poco e dice: «Ti ordino di non farlo. Taci, anzi. Con tutti. Se chiedono di Me, sono uscito con Giuda per un breve cammino. Se vengono le discepole, che attendano. Verrò presto».
49Salome non reagisce, come non reagisce l’Iscariota. L’una presso la casa, l’altro presso la cinta, restano là dove il volere di Gesù li ha fermati e lo guardano: l’una andare, l’altro venire.
L’agricoltore saggio.
50«Apri la porta, Giona. Esco un poco col mio discepolo. E se resti in questo luogo, non occorre che tu la rinchiuda dietro di noi. Sarò presto di ritorno», dice con bontà al servo agricoltore, che era rimasto interdetto con la grossa chiave in mano.
La portella, di ferro pesante, cigola nell’aprirsi, così come stride la chiave per far giuocare il congegno.
51«Porta che si apre di rado», dice il servo sorridendo.
«Eh! ti sei arrugginita! Quando si sta in ozio ci si guasta… La ruggine, la polvere, … i monelli… É come per noi… Se non si lavora sempre intorno alla nostra anima!».
52«Bravo Giona! Tu hai avuto un pensiero sapiente. Molti rabbi te lo invidierebbero».
53«Oh! sono le mie api che me li suggeriscono… e le tue parole. Veramente sono le tue parole. Ma poi anche le api me le fanno capire. Perché niente è senza voce, se si sa intendere. E io dico: se esse, api, ubbidiscono all’ordine di chi le ha create e sono bestioline che non so dove possano avere cervello e cuore, io, che ho cuore, cervello e spirito, e che sento il Maestro, non devo saper fare ciò che fanno esse, e lavorare sempre, sempre per fare ciò che il Maestro dice di fare, e fare così bello il mio spirito, lucido, senza ruggine, polvere, fango e senza paglie, messi nei congegni dai nemici infernali, e sassi e altre insidie?».
54«Dici proprio bene. Imita le tue api, e la tua anima diverrà un ricco alveare pieno di preziose virtù, e Dio verrà a godersi in esso. Addio, Giona. La pace sia con te». Posa la mano sulla testa brizzolata del servo, che gli sta curvo davanti, ed esce sulla via andando verso dei prati di trifoglio rosso, belli come tappeti folti e alti, verde e cremisi. Su essi le api mettono scintille e ronzii, volando da fiore a fiore.
Ultimo mezzo di salvezza.
55Quando sono lontani dalla cinta tanto che nessuno, che fosse nel giardino di Lazzaro, possa sentire parola, Gesù dice: «Hai sentito quel servo? É un contadino. Molto è se sa leggere qualche parola… Eppure… Le sue parole avrebbero potuto stare sulle mie labbra senza che il mio dire di Maestro paresse o stolto. Egli sente che bisogna vegliare perché i nemici dello spirito non guastino lo spirito… Io… Per questi ti trattengo presso di Me, e tu mi odii per questo! Io ti voglio difendere da essi e da te stesso, e tu mi odii. Io ti porgo il mezzo di salvarti, lo puoi ancora fare, e tu mi odii. Te lo dico ancora una volta: va’ via, Giuda. Va’ lontano. Non entrare in Gerusalemme. Sei malato. Non è bugia dire che tu sei tanto malato che non puoi partecipare alla Pasqua. Farai quella supplementare. É concesso dalla Legge fare la Pasqua supplementare quando malattia o altra grave ragione impediscono di fare la Pasqua solenne. Pregherò Lazzaro -è un amico prudente e nulla chiederà- di condurti oggi stesso oltre il Giordano».
56«No. Ti ho detto molte volte di cacciarmi. Non hai voluto. Adesso sono io che non voglio».
57«Non vuoi? Non vuoi salvarti? Non hai pietà di te stesso? Non di tua madre?».
58«Dovresti dirmi: “Non hai pietà di Me”. Saresti più sincero».
Ultimo momento di grazia.
59«Giuda, infelice amico mio, per Me Io non ti prego. Per te, per te ti prego. Guarda! Siamo soli. Io e te soli. Tu sai chi Io sono, Io so chi tu sei. É l’ultimo momento di grazia che ancora ci è concesso per impedire la tua rovina…
60Oh! non ghignare così satanicamente, amico mio. Non deridermi come fossi pazzo perché Io dico: “la tua rovina e non la mia. La mia non è rovina. La tua sì… Siamo soli, Io e te, e sopra noi è Dio[219]…
61Dio che non ti odia ancora, Dio che assiste a questa lotta suprema fra il Bene e il Male che si contendono la tua anima. Sopra noi è l’Empireo[220] che ci osserva. Quell’Empireo che presto si empirà di santi. Già essi trasalgono là, nel loro luogo d’attesa, perché sentono venire la gioia… Giuda, fra essi è tuo padre…».
62«Era un peccatore. Non vi è».
63«Era un peccatore, ma non un dannato
Perciò la gioia si approssima anche per lui. Perché vuoi dargli un dolore nella sua gioia?».
64«É fuori dal dolore. É morto».
«No. Non è fuori dal dolore di vedere te colpevole, te… oh! non mi strappare quella parola! …».
L’Iscariota rifiuta la grazia del perdono.
65«Ma sì! Ma sì! Dilla! Io me la dico da mesi! Io dannato. Lo so. Nulla più si può mutare»[221].
66«Tutto! Giuda, Io piango. Le estreme lacrime dell’Uomo le vuoi dunque fare gemere tu?… Giuda, Io te ne prego. Pensa, amico: al mio pregare annuisce il Cielo, e tu, e tu… Mi lascerai pregare invano? Pensa chi ti è davanti, pregante: il Messia d’Israele, il Figlio del Padre… Giuda, ascoltami!… Fermati, sinché lo puoi! …».
67«No!».
68Gesù si copre il volto con le mani e si lascia cadere ai limiti del prato. Piange senza clamore. Ma piange molto. Le sue spalle sussultano nei singhiozzi profondi…
69Giuda lo guarda, là, ai suoi piedi, spezzato, piangente, e per il desiderio di salvarlo… e ha un momento di pietà. Dice, deponendo il tono duro, da vero demonio, che aveva prima: «Non posso andare… Ho dato la mia parola…».
70Gesù alza il viso straziato, interrompendolo: «A chi? A chi? A dei poveri uomini! E di essi, di apparire senza onore ad essi, ti preoccupi? E a Me non avevi dato te stesso da tre anni? E pensi ai commenti di un pugno di malfattori e non al giudizio di Dio? Oh! Ma che devo fare, o Padre, per risuscitare in lui la volontà di non peccare?». Riabbassa il capo sconfortato, straziato… Sembra già il penante Gesù dell’agonia del Getsemani.
71Giuda ne ha pietà e dice: «Resto. Non soffrire così! Resto… Aiutami a rimanere! Difendimi!».
72«Sempre! Sempre, sol che tu voglia. Vieni. Non c’è colpa che Io non compatisca e non perdoni. Di’: “Voglio”. E Io ti avrò redento…».
73Lo ha preso fra le braccia, sorgendo in piedi. Ma se il pianto di Gesù-Dio cade fra i capelli di Giuda, la bocca di Giuda resta chiusa. Non dice la parola richiesta. Non dice neppure «perdono» quando Gesù gli sussurra fra i capelli: «Senti se ti amo! Avrei dovuto rimproverarti! Ti bacio. Avrei diritto di dirti: “Chiedi perdono al tuo Dio”, e ti chiedo soltanto che tu abbia la volontà di perdono. Sei così malato! Non si può chiedere molto ad uno malato molto. A tutti i peccatori che sono venuti a Me ho chiesto l’assoluto pentimento per poterli perdonare. A te, amico mio, chiedo solo la volontà di pentirti e poi… farò Io».
74Giuda tace… Gesù lo lascia andare, dice: «Resta almeno qui sino al dì dopo il sabato».
75«Resterò… Torniamo in casa. Noteranno la nostra assenza. Forse ti attendono le donne. Esse sono migliori di me e non devi trascurarle per me».
76«Non ricordi la parabola della pecorella smarrita? Tu sei quella… Esse, le discepole, sono le pecore buone chiuse nell’ovile. Non pericolano, anche se Io cerco l’anima tua per tutto il giorno per riportarla all’ovile…».
77«Ma sì! Ma sì! Ecco! Torno all’ovile! E mi chiuderò nella biblioteca di Lazzaro, a leggere. Non voglio essere disturbato. Non voglio vedere, sapere nulla. Così… non sospetterai sempre di me. E se qualche cosa di ciò che avviene andrà riferito al Sinedrio, dovrai ricercare le serpi fra i tuoi prediletti. Addio! Entro dal cancello principale. Non temere. Non fuggo. Puoi venire a verificare quando vuoi», e voltate le spalle se ne va a grandi passi.
L’infinito soffrire del Salvatore.
Il più grande dolore del Messia.
78Gesù, altezza bianca nella veste di lino al limitare del prato verde-rosso, alza le braccia al cielo sereno e alza il volto afflittissimo, e alza l’anima al Padre suo gemendo: «Oh! Padre mio! E mi potrai forse accusare di aver lasciato cosa atta a salvarlo? Tu sai che per la sua anima, non per la mia vita, Io lotto per impedire il suo delitto… Padre! Padre mio! Io te ne supplico! Affretta l’ora delle tenebre, l’ora del Sacrificio, perché troppo mi è atroce vivere presso l’amico che non vuole esser redento… Il più grande dolore!», e Gesù si siede nel trifoglio folto, alto, bellissimo, china il capo sui ginocchi sollevati e stretti dalle braccia e piange…
79Oh! non posso vedere quel pianto! É già troppo simile -in desolazione, in solitudine, in… persuasione che nulla il Cielo farà per consolarlo, e che Egli deve patire quel dolore– a quello del Getsemani. E mi fa troppo male…
80Gesù piange a lungo, nel luogo solitario, silenzioso. Testimoni del suo pianto, le api d’oro, il trifoglio che odora e si muove lentamente sotto soffi di vento temporalesco, e le nubi che all’inizio del mattino erano come leggera rete sul cielo azzurro e che ora si sono affittite, scurite, accavallate, promettendo nuova pioggia.
L’infinito soffrire del Salvatore.
81Gesù cessa di piangere. Alza il capo in ascolto… Un rumore di ruote e di sonagli viene dalla via maestra, e poi cessa il rumore delle ruote ma non quello dei sonagli.
82Gesù dice: «Andiamo! Le discepole… Esse sono fedeli… Padre mio, sia fatto come Tu vuoi! Ti offro il sacrificio di questo mio desiderio di Salvatore e di Amico. É scritto[222]! Egli lo ha voluto[223]. É vero. Lascia però, o Padre mio, che Io continui la mia opera per lui sino a che tutto sarà finito. E sin da ora ti dico: Padre, quando pregherò per i peccatori, vittima impotente[224] ormai ad ogni diretta azione, Padre, prendi Tu il mio soffrire e forza con quello sull’anima di Giuda. So che ti chiedo ciò che la Giustizia non può concedere.
83Ma da Te la Misericordia e l’Amore sono venuti, e Tu li ami questi che da Te vengono e che sono una sola cosa con Te, Dio uno e trino, santo e benedetto.
84Io darò Me stesso ai miei diletti in cibo e bevanda. Padre, il mio Sangue e la mia Carne dovranno dunque essere condanna per uno di loro[225]?
85Padre, aiutami! Un germe di pentimento in quel cuore!… Padre, perché ti allontani? Già ti allontani dal tuo Verbo che prega? Padre, è l’ora. Lo so. Sia fatta la tua volontà benedetta! Ma lascia al Figlio tuo, al tuo Cristo, nel quale per tuo imperscrutabile decreto diminuisce in quest’ora la veggenza sicura del futuro -né ti dico che questa è crudeltà, ma pietà tua per Me- lascia in Me la speranza di salvarlo ancora.
86Oh! Padre mio. Lo so. L’ho saputo da quando Io sono. L’ho saputo da quando non solo Verbo, ma Uomo, qui in Terra sono venuto. L’ho saputo da quando ho incontrato l’uomo nel Tempio… Sempre l’ho saputo… Ma ora… Oh! che mi pare -grande pietà tua, santissimo Padre! – mi pare che non sia che un orrido sogno, suscitato dal suo comportamento, ma che non sia l’ineluttabile… e che Io possa sperare ancora, ancora, sempre, perché infinito è il mio soffrire e infinito sarà il Sacrificio e possa, anche per lui, qualche cosa…
87Ah! Io deliro! É l’Uomo che vuole sperare questo! Il Dio che è nell’Uomo, il Dio fatto Uomo non può lusingarsi! Si fugano le leggere nebbie che mi nascondevano per un momento l’abisso, l’abisso già aperto a prendere colui che preferì le Tenebre alla Luce… Pietà il tuo nascondermelo! Pietà il tuo mostrarmelo, ora che Tu mi hai riconfortato. Sì, Padre. Anche questo! Tutto! E sarò Misericordia sino alla fine, perché tale è la mia Essenza».
Il volto di Cristo redentore.
88Prega ancora, mutamente, a braccia aperte a croce, e il viso straziato si placa sempre più in un aspetto di pace augusta. Si fa quasi luminoso di una luce di gioia interiore, benché non ci sia sorriso sulle labbra serrate.
89É la gioia del suo spirito, in comunione col Padre, che trapela fuor dai veli della carne e cancella i segni che il dolore ha scavato e dipinto sul volto smagrito e spiritualizzato, che sempre più è venuto al Maestro più Egli si è inoltrato nel dolore e verso il Sacrificio.
90Non è già più un volto della Terra il volto di Cristo in questi suoi ultimi tempi mortali, e nessun artista sarà mai capace di darci, anche se il Redentore all’artista si mostrasse, quel volto di Uomo Dio scalpellato in bellezza soprannaturale dall’amore e dal dolore perfetti e completi.
L’arrivo delle discepole.
91Gesù è di nuovo alla porta di cinta, entra, la chiude col chiavistello e si inoltra verso la casa. Il servo di prima lo vede e corre a prendergli la grossa chiave che Gesù ha fra le mani. Procede. Incontra Lazzaro: «Maestro, sono venute le donne. Le ho fatte entrare nella sala bianca, perché in biblioteca c’è Giuda che legge e che è sofferente».
92«Lo so. Grazie per le donne. Sono molte?».
93«Giovanna, Niche, Elisa e Valeria con Plautina e un’altra loro amica o liberta, non so, di nome Marcella, e una vecchia che dice di conoscerti: Anna di Meron, e poi Annalia e con lei un’altra giovinetta di nome Sara. Sono con le discepole tua Madre e le sorelle».
94«E queste voci di bambini?».
95«Anna ha portato i figli del figlio, Giovanna i suoi, Valeria la sua. Li ho condotti nel cortile interno…».
583. Vigilia del sabato avanti l’entrata in Gerusalemme. Commiato alle discepole. L’infelice nipote di Nahum[226].
Professione di fede delle discepole.
Sorelle in un’unica fede in Cristo.
1La bella sala -una di quelle adibite ai banchetti, bianca nelle pareti e nei soffitti, bianca nelle tende pesanti, nelle tappezzerie che coprono i sedili, nelle lastre di mica o alabastro che fungono da vetri alle finestre e da lumiere- è piena del cicaleccio delle donne. Una quindicina di donne che parlano fra loro non è cosa da poco. Ma appena Gesù appare sulla soglia, spostando la tenda pesante, si fa un silenzio assoluto, mentre tutte si alzano e si inchinano col massimo rispetto.
2«La pace a voi tutte», dice Gesù con un dolce sorriso… Della appena cessata bufera di dolore nessuna traccia è sul suo volto, che è sereno, luminoso, pacifico come nulla di penoso fosse accaduto o stesse per accadere con piena conoscenza da parte di Lui.
3«La pace a Te, Maestro. Siamo venute. Tu hai mandato a dire: “con quante donne sono con Giovanna”, e io ti ho ubbidito. Era da me Elisa. Con me la tengo in questi giorni. E da me era costei che si dice tua seguace. Era venuta a cercare di Te, perché non si ignora che io sono la tua felice discepola. E anche Valeria è con me, nella mia casa da quando sono nel mio palazzo. Con Valeria era Plautina, venuta a visitarla. Con loro era questa. Valeria ti dirà di lei. Più tardi è venuta Annalia, avvisata del tuo desiderio, e questa giovinetta, sua parente, credo. Ci combinammo per venire, né trascurammo Niche. É così bello sentirsi sorelle in un’unica fede in Te… Sperare che anche quelle che ancora sono ad un amor naturale per il Maestro salgano più oltre, come ha fatto Valeria», dice Giovanna sogguardando Plautina che… è rimasta all’amor naturale…
4«I diamanti si formano con lentezza, Giovanna. Occorrono secoli di fuoco sepolto… Non occorre aver fretta, mai… E non sconfortarsi mai, Giovanna…».
5«E quando un diamante torna… cenere?».
«Segno è che ancor non era diamante perfetto. Ci vuole ancora pazienza e fuoco. Ricominciare da capo, sperando nel Signore. Ciò che sembra un fallimento la prima volta, sovente si muta in trionfo la seconda[227]».
La donna forte.
6«O la terza, o la quarta e anche più. Io sono stata un fallimento molte volte, ma infine Tu hai trionfato, Rabboni!», dice Maria di Magdala con la sua voce d’organo dal fondo della sala.
7«Maria è contenta ogni volta che può avvilirsi ricordando il passato…», sospira Marta che lo vorrebbe cancellato dal ricordo di ogni cuore.
8«In verità, sorella, che è così! Sono contenta di ricordare il passato. Ma non per avvilirmi come tu dici. Per salire ancora, spinta dal ricordo del male commesso e dalla riconoscenza per Colui che mi ha salvata. E anche perché chi tituba per sé stesso, o per qualche essere a lui caro, possa rincuorarsi e giungere a quella fede che il mio Maestro dice che sarebbe atta a far muovere le montagne».
9«E tu la possiedi. Te beata! Tu non conosci il timore…», sospira Giovanna, così mite e timida, e pare ancor più tale se la si confronta alla Maddalena.
10«Non lo conosco. Non è mai stato nella mia natura umana. Ora, da quando sono del mio Salvatore, non lo conosco più neppure nella mia natura spirituale. Tutto ha servito per aumentare la mia fede. Può forse una, che è risorta come io e che vide risorgere il fratello suo, dubitare più di nulla? No. Nessuna cosa mi farà più dubitare».
La donna credente.
11«Sinché Dio è con te, ossia teco è il Rabbi… Ma Egli dice che presto ci lascerà. Che sarà allora la nostra fede? Ossia la vostra fede, perché io ancora non sono penetrata al di là dei confini umani…», dice Plautina.
12«La sua presenza materiale o la sua materiale assenza non lederà la mia fede. Non temerò. Non è superbia la mia. É conoscenza di me. Se le minacce del Sinedrio si dovessero avverare… ecco, io non temerò…».
13«Ma che non temerai? Che il Giusto sia giusto? Questo temere anche io non lo avrò. Lo crediamo di molti saggi dei quali gustiamo la sapienza, direi dei quali ci nutriamo con la vita del loro pensiero, dopo che da secoli sono scomparsi. Ma se tu…», insiste Plautina.
14«Io non temerò neppur per la sua morte. La Vita non può morire. É risorto Lazzaro che era un misero uomo…».
15«Non per sé è risorto. Ma perché il Maestro gli ha evocato lo spirito dall’oltre tomba. Opera che solo il Maestro può fare. Ma chi evocherà lo spirito del Maestro, se il Maestro sarà ucciso?».
16«Chi? Egli. Ossia Dio. Dio da Sé stesso si è fatto, Dio da Sé stesso si può risuscitare».
17«Dio… sì… nella vostra fede Dio da Sé si è fatto. É già arduo ammetterlo per noi, che sappiamo gli dèi venire l’un dall’altro, per divini amori».
18«Per sconci, irreali amori, devi dire», la interrompe irruenta Maria di Magdala.
19«Come vuoi…», concilia Plautina e sta per finire la frase, ma Maria di Magdala ancora la precede e dice: «”Ma l’Uomo”, vuoi dire, “non può da sé risuscitarsi”. Ma Egli, come da Sé si è fatto Uomo, perché nulla è impossibile al Santo dei santi, così Egli da Sé darà a Sé comando di risorgere. Tu non puoi capire. Tu non conosci le figure della nostra storia d’Israele. Egli e i suoi prodigi sono in quelle[228]. E ogni cosa si compirà così come è detto. Io credo in anticipo, Signore.
Professione di fede.
20Tutto credo. Che Tu sei il Figlio di Dio e il Figlio della Vergine, che Tu sei l’Agnello di salute, che Tu sei il Messia santissimo, che Tu il Liberatore e Re universale, che il tuo Regno non avrà fine e confine, e infine che la morte non prevarrà su Te, perché la vita e la morte Dio le ha create e gli sono soggette come tutte le cose.
21Io credo. E se grande sarà il dolore di vedere Te sconosciuto e vilipeso, più grande sarà la mia fede nel tuo Essere eterno.
22Io credo. In tutto quanto è detto di Te, credo. In tutto quanto Tu dici, credo. Ho saputo credere anche per Lazzaro, unica che sapessi ubbidire e credere, unica che sapessi reagire a quegli uomini e a quelle cose che mi volevano persuadere a non credere. Solo al limite, presso la fine della prova, ho avuto uno smarrimento… Ma essa durava da tanto… e non pensavo più che neppur Tu, Maestro benedetto, potessi accostarti al golal dopo tanti giorni dalla morte… Ora… non dubiterei più neppure se, in luogo di giorni, un sepolcro dovesse essere riaperto per restituire la sua preda dopo mesi che essa è nel suo ventre. Oh! mio Signore! Io so chi Tu sei! Il fango ha conosciuto la Stella!».
23Maria gli si è accosciata ai piedi, sul suolo marmoreo, non più veemente, ma mite, adorante nell’espressione del volto alzato verso Gesù.
24«Chi sono?».
25«Colui che è. Questo sei. L’altra cosa, la persona umana, è la veste, la necessaria veste messa sul tuo splendore e sulla tua santità, perché Essa potesse venire fra noi e salvarci. Ma Tu sei Dio, il mio Dio». E si getta giù, a baciare i piedi di Cristo, e sembra non possa staccare le labbra dalle dita sporgenti dalla lunga veste di lino.
26«Alzati, Maria. Tieni sempre forte a questa tua fede. E alzala come una stella nelle ore della burrasca, perché i cuori vi si affissino e sappiano sperare, quello almeno…».
Lezione alle discepole.
Fior di Israele e del nuovo regno.
27Poi si volge a tutte e dice: «Vi ho chiamate perché nei giorni futuri poco potremo vederci e con pace. Il mondo ci sarà intorno. E i segreti dei cuori hanno un pudore più grande di quello dei corpi. Non sono il Maestro, oggi. Sono l’Amico. Non tutte fra voi avete speranze o timori da dirmi. Ma a tutte piaceva vedermi con pace ancora una volta.
28Ed Io vi ho chiamate, voi, fior di Israele e del nuovo Regno, e voi, fior dei gentili che lasciano il luogo delle ombre per entrare nella Vita. Tenete questo nel cuore, per i giorni futuri: che il vostro onore al perseguitato Re d’Israele, all’Innocente accusato, al Maestro non ascoltato, tempera il mio dolore.
Le une soccorrano le altre.
29Io vi chiedo di stare molto unite, voi di Israele, voi che siete venute in Israele, voi che venite verso Israele. Le une soccorrano le altre. Le più forti di spirito soccorrano le più deboli. Le più sapienti quelle che poco sanno o non sanno affatto e solo hanno desiderio di saggezze nuove, di modo che il loro desiderio umano, per la cura delle sorelle più progredite, evolva in desiderio soprannaturale di Verità.
Siate pietose le une alle altre.
30Siate pietose le une alle altre. Quelle che secoli di legge divina hanno formate in giustizia compatiscano a quelle che il gentilesimo fa… diverse. Non si muta l’abito morale dall’oggi al domani altro che in casi eccezionali, nei quali interviene una potenza divina ad operare il mutamento per secondare una volontà molto buona. Non fatevi stupore se in quelle che vengono da altre religioni vedete arresti nel progredire e talora anche ritorni sulle vecchie vie. Abbiate presente lo stesso Israele nel suo comportamento verso di Me, e non pretendete dalle gentili la arrendevolezza e la virtù che Israele non ha saputo, non ha voluto avere verso il Maestro.
Sentitevi sorelle le une alle altre.
31Sentitevi sorelle le une alle altre. Sorelle che il destino ha riunite intorno a Me, in questo ultimo tempo della mia vita mortale… Non piangete! E che vi ha riunite prendendovi da luoghi diversi. Perciò con idiomi e costumi diversi, che rendono un poco difficile il comprendersi umanamente. Ma, in verità, l’amore ha un unico linguaggio, ed è questo: fare ciò che l’amato insegna e farlo per dargli onore e gioia. Ecco che in questo potete comprendervi tutte, e quelle che più capiscono aiutino le altre a capire.
La vera Patria è il Cielo.
32Poi… in futuro, in un futuro più o meno lontano, in circostanze diverse, tornerete a dividervi per le regioni della Terra, parte tornando alle regioni natie e parte andando in un esilio che non peserà, perché quelle che lo subiranno saranno già giunte a quella perfezione di verità, che farà loro comprendere che non è l’esser condotte qui o là che costituisce esilio dalla Patria vera. Perché la vera Patria è il Cielo.
33Perché chi è nella verità è in Dio e ha Dio in sé. É dunque già nel Regno di Dio, e il Regno di Dio non conosce frontiere, né esce da quel Regno chi da Gerusalemme verrà, per un esempio, portato in Iberia, o in Pannonia, o in Gallia, o in Illiria. Sempre sarete nel Regno se resterete sempre in Gesù, o se in Gesù verrete.
La missione cristiana.
34Io sono venuto a radunare tutte le pecore. Quelle del gregge paterno, quelle di altri, e anche quelle senza pastore, selvatiche, selvagge più ancor di selvatiche, sprofondate in tenebre così oscure da non permettere loro di vedere neppure un iota, non di legge divina ma anche di legge morale.
35Genti sconosciute che attendono di divenire note all’ora che Dio destina per questo e che poi entreranno a far parte del gregge di Cristo. Quando? Oh! anni o secoli sono pari rispetto all’Eterno[229]! Ma voi sarete le anticipatrici di quelle che andranno, coi Pastori futuri, a raccogliere nell’amore cristiano pecore e agnelli selvaggi per condurli nei pascoli divini. E vostro primo campo di prova siano questi luoghi.
Allegoria del rondinino.
36Il rondinino che leva l’ala per il volo non si getta subito alla grande avventura. Tenta il primo volo dalla gronda alla vite che ombreggia la terrazza. Poi torna al nido e nuovamente si lancia alla terrazza oltre la sua, e ritorna. E poi di nuovo più lontano… sinché sente farsi forte il nervo dell’ala e sicuro il suo orientamento, e allora giuoca coi venti e gli spazi e va e viene garrendo, inseguendo gli insetti, sfiorando le acque, risalendo verso il sole, sinché all’epoca giusta apre sicuro le ali al lungo volo per le zone più calde e ricche di nuovo cibo, né teme di valicare i mari, esso tanto piccolo, un punto di acciaio brunito sperso fra le due immensità azzurre del mare e del cielo, un punto che va, senza paura, mentre prima temeva il breve voletto dalla gronda al tralcio fronzuto, un corpo nervoso, perfetto, che fende l’aria come una freccia e non si sa se sia l’aria che lo trasporta con amore, questo piccolo re dell’aria, o se sia esso, il piccolo re dell’aria, che con amore solchi i suoi domini.
Dio aiuta le buone volontà.
37Chi pensa, vedendo il suo volo sicuro che sfrutta venti e densità d’atmosfera per andar più veloce, al suo primo, goffo, starnazzante volo, pieno di paura?
38Così sarà di voi. Così di voi sia. Di voi e di tutte le anime che vi imiteranno. Non si diviene capaci d’improvviso. Non sconforti per le prime sconfitte. Non superbie per le prime vittorie. Le prime sconfitte servono a far meglio un’altra volta. Le prime vittorie servono ad esser sprone a far ancor meglio in futuro e a persuadersi che Dio aiuta le buone volontà.
Siate sempre soggette ai Pastori
39Siate sempre soggette ai Pastori in quel che è ubbidienza ai loro consigli e ordini. Siate sempre a loro sorelle in quello che è aiuto nella missione e sostegno alle loro fatiche. Dite questo anche a quelle che oggi non sono qui presenti. Ditelo a quelle che verranno in futuro.
Siate come figlie per mia Madre.
40E ora e sempre siate come figlie per mia Madre. Ella vi guiderà in ogni cosa. Può guidare le fanciulle come le vedove, le mogli come le madri, avendo Ella conosciuto tutte le conseguenze di tutti gli stati per esperienza propria, oltre che per sapienza soprannaturale. Amatevi e amatemi in Maria. Non fallirete mai, perché Ella è l’Albero della Vita[230], la vivente Arca di Dio[231], la Forma di Dio[232] in cui la Sapienza si fece una Sede e la Grazia si fece Carne.
Il Messia desidera ascoltare le sue discepole.
41Ed ora che ho parlato in generale, ora che vi ho vedute, desidero ascoltare le mie discepole e quelle che sono le speranze delle discepole future. Andate. Io resto qui. Quelle fra voi che hanno da parlarmi vengano. Perché non avremo mai più un momento di intima pace simile a questo».
42Le donne si consultano fra loro. Elisa esce insieme a Maria e Maria Cleofe. Maria di Lazzaro ascolta Plautina che la vuole persuadere a qualche cosa, ma pare che Maria non voglia, perché ha recisi cenni di diniego col capo e poi se ne va lasciando in asso la sua interlocutrice, e nel passare prende con sé sua sorella e Susanna dicendo: «Noi avremo tempo di parlargli. Lasciamo queste, che devono tornare via, qui con Lui».
43«Vieni, Sara. Noi verremo per ultime», dice Annalia.
L’udienza alle discepole.
Maria Salome: un posto per tutta la famiglia.
44Escono lentamente tutte, meno Maria Salome che sta incerta sulla porta.
45«Vieni qui, Maria. Chiudi e vieni qui. Che temi?», le dice Gesù.
«É che io… io sono sempre con Te. Hai sentito Maria di Lazzaro?».
46«Ho sentito. Ma vieni qui. Tu sei madre dei miei primi apostoli. Che vuoi dirmi?».
47La donna si avvicina con la lentezza di chi deve chiedere una grande cosa e non sa se poterlo fare. Gesù l’incoraggia con un sorriso e con le parole: «Che? Vuoi forse chiedermi un terzo posto per Zebedeo? Ma egli è saggio. Certo non ti ha mandata a dire questo! Parla, dunque…».
48«Ah! Signore! Proprio di quel posto io ti volevo parlare. Tu… parli in un modo… Come fossi per lasciarci. E io vorrei che prima Tu mi dicessi che mi hai proprio perdonata. Io non ho pace pensando che ti ho disgustato».
49«Ci pensi ancora? Non ti pare che Io ti ami come prima e più di prima?».
50«Oh! questo sì, Signore. Ma dimmela proprio la parola di perdono. Perché io possa dire al mio sposo quanto Tu sei stato buono con me».
51«Ma non c’è bisogno che tu racconti una colpa perdonata, donna!».
52«Sì che la racconterò! Perché, vedi? Zebedeo, vedendo come Tu ami i suoi figli, potrebbe cadere nello stesso mio peccato e.… se Tu ci lasci, chi lo assolverebbe più? Io vorrei che tutti noi si entrasse nel tuo Regno. Anche il mio uomo. Né credo di essere fuori della giustizia volendo questo. Io sono una povera donna e non so di libri. Ma quando tua Madre ci legge, o ci dice brani della Scrittura, a noi donne, parla sovente delle donne elette di Israele e dei punti che parlano di noi. E nei Proverbi, che mi piacciono tanto, è detto che nella donna forte confida il cuore del suo sposo[233]. Io penso che è giusto che questa fiducia la donna la dia al proprio uomo, anche per ciò che è commercio celeste. Se io compero per lui un posto sicuro nel Cielo, impedendogli di peccare, io penso di fare cosa buona».
53«Sì, Salome. Veramente tu hai aperto ora la bocca alla sapienza e hai legge di bontà sulla tua lingua[234]. Va’ in pace. Hai più che il mio perdono. I tuoi figli, secondo il libro che tanto ti piace, ti proclameranno felice, e ti darà lode tuo marito nella Patria dei giusti[235]. Va’ tranquilla. Va’ in pace. Sii felice». La benedice e congeda.
Salome se ne va tutta lieta.
Anna di Meron: raccomanda i figli.
54Entra la vecchia Anna della casa presso il Meron, e ha per mano due maschietti e dietro una fanciullina timida e pallidina che cammina a capo basso, già mammina nell’atto di guidare un bambinello che appena sa camminare bene.
55«Oh! Anna! Anche tu mi vuoi dunque parlare? E tuo marito?».
56«Malato, Signore. Malato. Molto malato. Forse non lo ritroverò vivo…». Delle lacrime scendono fra le rughe del volto senile.
57«E tu sei qui?».
58«Qui sono. Egli ha detto: “Io non posso. Va’ tu per la Pasqua e vedi che i nostri figli…”» Il pianto cresce. Impedisce le parole.
59«Perché piangi così, donna? Tuo marito ha detto bene: “Vedi che i nostri figli non siano contro il Cristo per la loro eterna pace”. Giuda è un giusto. Più che della sua vita e del conforto che essa avrebbe dalle tue cure, si preoccupa del bene dei suoi figli. I veli si alzano, nelle ore che precedono la morte dei giusti, e gli occhi dello spirito vedono la Verità. Ma i tuoi figli non ti ascoltano, donna. E Io che posso fare se essi mi respingono?».
«Non li odiare, Signore!».
60«E perché dovrei farlo? Pregherò per loro. E a questi, che sono innocenti, imporrò le mani per tenere lungi da loro l’odio che uccide. Venite a Me. Tu chi sei?».
«Giuda, come il padre di mio padre», dice il maschietto più grande, e il più piccino per mano alla sorella saltella e strilla: «Io, io Giuda!».
«Sì. Hanno onorato il padre nel nome da mettere ai figli. Ma non in altre cose…», dice la vecchia.
61«Le sue virtù risorgeranno in questi. Vieni tu pure, fanciulla. Sii buona e saggia come quella che qui ti ha condotta».
«Oh! Maria lo è! Per non essere sola la condurrò con me in Galilea».
62Gesù benedice i bambini, sostando con la mano sulla testa della fanciullina che è buona. Poi chiede: «E per te non chiedi nulla, Anna?».
«Di ritrovare vivo il mio Giuda e di avere la forza di mentire dicendo che i suoi figli…».
63«No. Mentire no. Mai. Neppure per far morire in pace un morente. Dirai questo a Giuda: “Ha detto il Maestro che ti benedice, e con te benedice il tuo sangue”. É suo sangue anche questa fanciullezza innocente, ed Io l’ho benedetta».
«Ma se chiede se i figli nostri…».
64«Dirai: “Il Maestro ha pregato per loro”. Giuda riposerà nella certezza che la mia preghiera è potente, e sarà detto il vero senza sconfortare chi muore. Perché Io pregherò anche per i tuoi figli. Va’ tu pure in pace, Anna. Quando lasci la città?».
«Il giorno dopo il sabato, per non essere fermata per via dal sabato».
65«Va bene. Ho gioia che tu sia qui dopo il sabato. Resta molto unita a Elisa e Niche. Va’. E sii forte e fedele».
66La donna è già quasi alla porta quando Gesù la richiama: «Ascolta. I tuoi piccoli figli stanno molto con te, non è vero?».
«Sempre, mentre io sono in città».
67«In questi giorni… lasciali nella casa, se tu ne esci per seguirmi».
«Perché, Signore? Temi persecuzione?».
68«Sì. Ed è bene che l’innocenza non veda e non senta…».
«Ma… cosa pensi che avvenga?».
69«Va’, Anna. Va’».
«Signore, se… se ti avessero a fare quello che si dice, certo i miei figli… e allora la casa sarà peggio della strada…».
70«Non piangere. Dio provvederà. La pace a te».
La vecchia se ne va in lacrime.
Giovanna e Valeria
71Per un poco nessuno entra; poi, insieme, entrano Giovanna e Valeria. Sono affannate. Specie Giovanna. L’altra è pallida e sospira, ma con più fortezza.
72«Maestro, Anna ci ha spaventate. Tu le hai detto… Oh! ma non è vero! Cusa sarà incerto, sarà… calcolatore. Ma menzognero non è! Egli mi assicura che Erode non ha voglia alcuna di nuocerti… Io non so di Ponzio…», e guarda Valeria che tace. Riprende: «Speravo capire qualcosa da Plautina, ma non ho capito molto…».
73«Nulla, devi dire, fuorché che ella non ha proseguito di un passo dal limite dove era. A me pure non ha parlato. Ma, se bene ho capito, l’indifferenza romana, che è sempre tanto forte quando un fatto non può aver ripercussioni sulla Patria o sul proprio io, ha ottuso forte quelle che parevano così disposte a scuotersi un tempo. Più ancora che l’essermi accostata alla sinagoga ci separa, come un crepaccio separa due zolle prima unite, questa indifferenza, quest’ozio del loro spirito, così… diverso ormai dal mio. Ma esse sono felici. A loro modo sono felici… E la felicità umana non è un aiuto a tener desto il pensiero».
Valeria: il coraggio di essere cristiana.
74«E a svegliare lo spirito, Valeria», dice Gesù.
75«Così, Maestro. Io… è un’altra cosa… Hai visto quella donna che era con noi? É una della mia famiglia. Vedova e sola, mi viene mandata dai parenti per persuadermi a tornare in Italia. Oh! molte promesse di gioie future! Sono gioie che io non apprezzo più e che perciò non mi sembrano più tali, e le calpesto. Non andrò in Italia. Qui ho Te e ho la mia bambina, che Tu mi hai salvata e che Tu mi hai insegnato ad amare per la sua anima. Non lascerò questi luoghi… Marcella… L’ho portata con me perché ti vedesse e comprendesse che non resto qui per un disonorevole amore verso un ebreo -per noi è disonorevole-ma perché in Te ho trovato il conforto in questo mio dolore di moglie ripudiata. Marcella non è cattiva. Ha sofferto. Capisce. Ma è però ancora incapace di capire la mia nuova religione. E un poco mi rampogna, parendole la mia una chimera… Non importa. Se vorrà, verrà dove io sono ormai. Se no, resterò qui con Tusnilde. Sono libera. Sono ricca. Posso fare ciò che voglio. E, non facendo del male, farò ciò che voglio».
76«E quando il Maestro non ci sarà più?».
77«Resteranno i suoi discepoli. Plautina, Lidia, la stessa Claudia che, dopo me, è quella che più ti segue nella dottrina e più ti onora, non hanno ancora capito che io non sono più la donna che esse conoscevano e credono conoscere ancora. Ma io sono sicura di conoscermi ormai. Tanto che dico che, se molto perderò perdendo il Maestro, non perderò tutto, perché la fede resterà. E io resterò dove essa è nata. Non voglio portare Fausta dove nulla parla di Te. Qui… Tutto parla di Te, e certo Tu non ci lascerai senza guida, noi che abbiamo voluto seguirti. Perché devo essere io, la gentile, ad avere questi pensieri, mentre molte di voi, tu stessa, siete come smarrite pensando al giorno in cui il Maestro non sarà fra noi?».
Giovanna: l’eredità del Messia.
78 «Perché esse si sono abituate a secoli di staticità, Valeria. È loro pensiero che l’Altissimo sia là, nella sua Casa, sopra l’altare invisibile che solo il Sommo Sacerdote vede in occasioni solenni[236]. Questo le ha aiutate a venire a Me. Potevano finalmente avvicinarsi anche esse al Signore. Ma ora tremano di non aver più né l’Altissimo sulla sua gloria né il Verbo del Padre fra loro. Bisogna compatire… E alzare lo spirito, Giovanna. Io sarò in voi[237]. Ricordalo. Io me ne andrò. Ma non vi lascerò orfani. Vi lascerò una casa mia: la mia Chiesa. La mia parola: la Buona Novella. Il mio amore abiterà nei vostri cuori. E infine vi lascerò un dono più grande, che vi nutrirà di Me e farà, non solo spiritualmente, che Io sia fra voi e in voi. Lo farò per darvi conforto e forza. Ma ora… Anna è molto afflitta per i bambini…».
Il Messia le discepole le vuole unite.
79«Ce ne ha parlato, con angoscia…».
80«Sì. Le ho detto di tenerli lontano dalla gente. Dico lo stesso a te, Giovanna, e a te, Valeria».
81«Manderò Fausta con Tusnilde a Bétèr prima del tempo fissato. Dovevano andarvi dopo la Festa».
82«Io no. Non mi separo dai fanciulli. Li terrò nella casa. Ma dirò ad Anna di lasciare andar là i suoi. Quella donna ha dei tristi figli, ma essi saranno onorati del mio invito e non contraddiranno la madre. E io…».
83«lo vorrei…».
«Che, Maestro?».
84«Che steste tutte molto unite in questi giorni. Terrò con Me la sorella di mia Madre, Salome e Susanna e le sorelle di Lazzaro. Ma voi vi vorrei unite, molto unite».
«Ma non potremo venire dove Tu sei?».
85«Io sarò come un lampo che splende rapido e scompare, in questi giorni. Salirò al Tempio nella mattina e poi lascerò la città. Fuor che al Tempio, ogni mattina non potreste incontrarmi».
«L’anno passato fosti da me…».
86«Quest’anno non sarò in nessuna casa. Sarò un lampo che scorre…».
«Ma la Pasqua…».
87«Desidero consumarla con i miei apostoli, Giovanna. Se così vuole il tuo Maestro, certo lo vuole per giusta ragione».
88«É vero… Sarò dunque sola… Perché i miei fratelli mi hanno detto di voler essere liberi in questi giorni, e Cusa…»
«Maestro, io mi ritiro. Piove forte. Vado dai bambini che sento raccolti sotto il portico», dice Valeria e si ritira prudentemente.
Il posto di Giovanna: la famiglia.
89«Anche nel tuo cuore piove forte, Giovanna».
È vero, Maestro. Cusa è così… strano. Io non lo capisco più. Una contraddizione continua. Forse ha degli amici che premono sul suo pensiero… o ha avuto qualche minaccia… o teme per il suo domani».
90«Non è il solo. Anzi, posso dire che sono pochi e solitari sparsi qua e là quelli che, come Me, non temono del domani, e sempre più pochi saranno. Sii molto dolce e paziente con lui. Egli non è che un uomo…».
«Ma ha avuto tanto da Dio, da Te, che dovrebbe…».
91«Che dovrebbe! Sì. Ma chi non ha avuto da Me in Israele? Ho beneficato amici e nemici, ho perdonato, guarito, consolato, istruito… Tu vedi, e più vedrai, come solo Dio è immutabile, come sono diverse le reazioni degli uomini, e come sovente colui che più ha avuto è colui che più è pronto a percuotere il suo benefattore. Veramente si potrà dire che colui che ha mangiato con Me il mio pane ha alzato contro Me il suo piede».
«Io non lo farò, Maestro».
92«Tu no. Ma molti sì».
«Il mio sposo è forse fra questi? Se così fosse, io non tornerei alla mia casa questa sera».
93«No. Non è fra questi, in questa sera. Ma, anche lo fosse, il tuo posto è là. Perché, se egli pecca, tu non devi peccare. Se egli vacilla, tu lo devi sorreggere. Se egli ti calpesta, tu devi perdonare».
94«Oh! calpestare, no! Egli mi ama. Ma io lo vorrei più sicuro. Egli può tanto su Erode. Io vorrei che egli strappasse al Tetrarca una promessa per Te. Così come Claudia tenta strapparla a Pilato. Ma Cusa mi ha saputo solo riportare delle frasi vaghe di Erode… e assicurarmi che Erode non ha che il desiderio di vederti compiere qualche prodigio e non ti perseguiterà… Spera con ciò di far tacere i suoi rimorsi per Giovanni. Cusa dice: “Il mio re dice sempre: ‘Me lo comandasse il Cielo, io non alzerei la mano. Ho troppa paura”!».
95«Dice il vero. Non alzerà la mano su Me. Molti in Israele non lo faranno perché molti hanno paura a condannarmi materialmente. Ma chiederanno sia fatto da altri. Come se vi fosse differenza agli occhi di Dio tra chi colpisce, premuto da un volere di popolo, e chi fa colpire».
96«Oh! ma il popolo ti ama! Gran feste si preparano per Te. E Pilato non vuole tumulti. Ha rinforzato le milizie in questi giorni. Io spero tanto che… Non so cosa spero, Signore. Spero e dispero. Il mio pensiero è mutevole come questi giorni in cui il sole si alterna alla pioggia…».
97«Prega, Giovanna, e sta’ in pace. Pensa sempre che tu non hai mai dato dolore al Maestro e che Egli se lo ricorda. Va’».
Giovanna, che si è fatta pallida e smagrita in questi pochi giorni, esce pensierosa.
Annalia presenta Sara al Messia.
98Ed è il volto gentile di Annalia che si affaccia.
99«Vieni avanti. La tua compagna dove è?».
«Di là, Signore. Vuole tornare via, stanno per partire. Marta ha compreso il mio desiderio e mi trattiene sino al tramonto di domani. Sara torna a casa, a dire che resto. Vorrebbe la tua benedizione perché… Ma ti dirò dopo».
100«Che venga. La benedirò».
La giovane esce per tornare con la compagna, che si prostra al Signore.
Sara: una volontaria del Messia.
101«La pace sia con te e la grazia del Signore ti conduca sui sentieri dove ti ha condotta costei che ti ha preceduta. Sii amorosa alla madre di questa e benedici il Cielo che ti ha risparmiata da legami e da dolori per averti tutta per Sé. Un giorno, più di ora, benedirai di esser stata sterile per volontà tua. Va’».
La giovane se ne va commossa.
102«Tu le hai detto tutto quello che ella sperava. Queste parole erano il suo sogno. Sara diceva sempre: “Mi piace la tua sorte, benché sia tanto nuova in Israele. E la voglio io pure. Non avendo più un padre ed essendo mia madre dolce come una colomba, non temo di non poterla seguire. Ma per essere certa di poterla compire, e che santa sia per me, come lo è per te, lo vorrei sentire dalla sua bocca”. Ora Tu glielo hai detto. E anche io ho pace. Perché temevo talora di aver esaltato un cuore…».
Annalia: la prima vittima dell’amore.
103«Da quando è con te?».
«Da… Venuto l’ordine del Sinedrio, io mi sono detta: “L’ora del Signore è venuta, e io devo prepararmi a morire. Perché io te l’ho chiesto, Signore… Oggi te lo rammento… Se Tu vai al Sacrificio, io, ostia, con Te».
104«Vuoi ancora fermamente la stessa cosa?».
«Sì, Maestro. Io non potrei vivere in un mondo dove Tu non fossi… e non potrei sopravvivere alla tua tortura. Ho tanta paura per Te! Molte fra noi si illudono… Non io! Io sento che l’ora è venuta. Troppo è l’odio… E spero che Tu accoglierai la mia offerta. Non ho che la mia vita da darti, perché sono povera, lo sai. La mia vita e la mia purezza. Per questo ho persuaso la mamma a chiamare sua sorella presso di sé. Perché non resti sola… Sara le sarà figlia in mia vece, e la madre di Sara le sarà di conforto. Non deludere il mio cuore, Signore! Nessuna attrattiva ha il mondo per me. Mi è come un carcere dove molte cose mi ripugnano forte. Forse è perché chi fu sulle soglie della morte ha compreso come ciò che per molti rappresenta la gioia non è che un vuoto che non sazia. Certo è che io non desidero che il sacrificio… e precederti, … per non vedere l’odio del mondo gettato come arma di tortura sul mio Signore, e per somigliarti nel dolore…».
105«Deporremo allora il giglio reciso sull’altare dove si immola l’Agnello. Ed esso diverrà rosso del Sangue redentivo. E solo gli angeli sapranno che l’Amore fu il sacrificatore di un’agnella tutta bianca e segneranno il nome della prima vittima dell’Amore, della prima continuatrice del Cristo».
«Quando, Signore?».
106«Tieni pronta la lampada e sta’ in veste di nozze. Lo Sposo è alle porte. Tu ne vedrai il trionfo e non la morte, ma trionferai con Lui entrando nel suo Regno».
107«Ah! io sono la donna più felice di Israele! Io sono regina incoronata del tuo serto! Posso, come tale, chiederti una grazia?».
108«Quale?».
«Ho amato un uomo, lo sai. Non l’ho più amato come sposo perché un amore più grande è entrato in me, ed egli non mi ha più amata perché… Ma non voglio ricordare il suo passato. Ti chiedo di redimere quel cuore. Posso? Non è peccare volermi ricordare, mentre sono sulle soglie della Vita, di chi amai per dargli la Vita eterna, non è vero?».
109«Non è peccare. É portare l’amore al termine santo del sacrificio per il bene dell’amato».
110«Benedicimi, allora, Maestro. Assolvimi da ogni mio peccato. Fammi pronta alle nozze e alla tua venuta. Perché sei Tu che vieni, mio Dio, a prendere la tua povera serva e a farla tua sposa».
111La giovinetta, radiosa di gioia e di salute, si curva a baciare i piedi del Maestro, mentre Egli la benedice pregando su lei. E veramente la sala, bianca come fosse tutta di gigli, è degno ambiente per questo rito e ben si intona con i due protagonisti di esso, giovani, belli, biancovestiti, splendenti di amore angelico e divino.
Partenza delle donne e dei bambini.
112Gesù lascia là la giovanetta, assorta nella sua gioia, ed esce quietamente per andare a benedire i fanciulli, che con strilli di gioia si precipitano verso il carro e vi salgono lieti insieme alle donne che se ne vanno. Restano Elisa e Niche per riaccompagnare il giorno seguente Annalia in città. Ha smesso di piovere e il cielo, rotte le nubi, mostra il suo azzurro, e il sole fa scendere i suoi raggi ad accendere di luce le gocce della pioggia. Un arcobaleno vaghissimo si incurva da Betania a Gerusalemme. Il carro se ne va stridendo ed esce dal cancello. Scompare.
Conclusine delle udienze.
113Lazzaro, che è vicino a Gesù, sul limitare del portico, chiede: «Ti hanno dato gioia le discepole?», e osserva il Maestro.
114«No, Lazzaro. Mi hanno dato, tutte meno una, i loro dolori e anche delle delusioni, se potessi illudermi».
«Le romane, vuoi dire, ti hanno deluso? Ti hanno parlato di Pilato?».
«No».
115«Allora lo devo fare io. Speravo che esse te ne parlassero. Avevo atteso per questo. Entriamo in questa stanza solitaria. Le donne sono andate ai loro lavori con Marta. Maria è invece con tua Madre, nell’altra casa. Tua Madre è stata tanto con Giuda, ed ora se lo è condotto con sé… Siedi, Maestro…
Con gli uomini non si è mai sicuri.
Pilato si lava le mani.
116Sono stato dal Proconsole… Lo avevo promesso e l’ho fatto. Ma Simone di Giona non sarebbe molto soddisfatto della mia missione!… Fortunatamente non ci pensa più, Simone. Il Proconsole mi ha ascoltato e mi ha risposto queste parole: “Io? Occuparmene io? Ma neanche l’ombra del più lontano pensiero di farlo è in me! Questo soltanto dico: che non per l’Uomo -Tu, Maestro- ma per tutte le noie che mi vengono per suo riflesso, io sono ben deciso a non occuparmene più, né in bene né in male. Me ne lavo le mani. Rinforzerò la guardia, perché non voglio disordini. In tal modo accontenterò Cesare, mia moglie e me stesso. Ossia gli unici dei quali ho sacra cura. E per il resto non muovo un dito. Beghe di questi eterni malcontenti. Loro se le creano, loro se le godono. Io l’Uomo, come malfattore lo ignoro, come virtuoso lo ignoro, come sapiente lo ignoro. E lo voglio ignorare. Continuare a ignorare. Purtroppo, anche volendolo, non ci riesco che male, perché i capi di Israele me ne parlano con le loro lamentele, Claudia con i suoi elogi, i seguaci del Galileo con i loro lamenti verso il Sinedrio. Se non fosse per Claudia, lo farei prendere e lo darei loro, perché definissero la faccenda e non ne sentissi più parlare. L’Uomo è il suddito più quieto di tutto l’Impero. Ma, ciò nonostante, mi ha dato tante noie che vorrei una soluzione…”. Con questo umore, Maestro…».
118«Vuoi dire che non c’è da essere sicuri. Con gli uomini non si è mai sicuri…».
119«Ma però mi risulta che il Sinedrio è più calmo. Non è stato ricordato il bando, non si sono importunati i discepoli. Fra poco torneranno quelli andati in città. E sentiremo… Contraddirti, sempre. Ma procedere?… Le folle ti amano troppo per poterle sfidare imprudentemente».
L’infelice nipote di Nahum.
Il fanciullo che vuole morire
120«Andiamo verso la via, incontro a quelli che tornano?», propone Gesù.
«Andiamo».
121Escono nel giardino, e sono a mezza via quando Lazzaro chiede: «Ma Tu quando hai mangiato? E dove?».
122«A prima».
«Ma è quasi il tramonto. Torniamo indietro».
123«No. Non ne sento bisogno. Preferisco andare. Là al cancello vedo aggrappato un povero bambino. Forse ha fame. É lacero e smunto. Lo osservo da qualche tempo. Era già là quando uscì il carro, e fuggì per non essere visto e forse scacciato. Poi è tornato e guarda con insistenza verso la casa e verso di noi».
124«Se ha fame, sarà bene che io vada a prendere del cibo. Va avanti, Maestro. Io ti raggiungerò subito», e Lazzaro corre indietro mentre Gesù affretta il passo verso il cancello.
Un fanciullo cerca il Signore Gesù.
125Il fanciullo, un viso patito e irregolare dove solo gli occhi splendono belli e vivi, lo guarda.
126Gesù gli sorride e dolcemente gli dice, mentre fa agire il congegno della chiusura: «Chi cerchi, fanciullo?».
«Sei Tu il Signore Gesù?».
127«Lo sono».
«Te cerco».
128«Chi ti manda?».
«Nessuno. Ma voglio parlarti. Tanti vengono a parlarti. Anche io. Tanti esaudisci. Anche io».
129Gesù ha fatto scattare la chiusura e prega il bambino di lasciare andare le sbarre, che tiene con le mani scarne, per poter aprire. Il fanciullo si scansa e nel farlo, movendosi la vesticciuola stinta sul corpo sbilenco, si vede che è un povero bambino rachitico, con la testa incassata nelle spalle per un principio di gobba, le gambe divaricate dal passo insicuro. Proprio un piccolo infelice. Forse ha più anni di quanto non faccia pensare la statura, che è quella di un fanciullo di sei anni circa, mentre il visetto è già quello di un uomo, un poco vizzo, con il mento pronunciato, un viso quasi di vecchietto.
Chiede la grazia di morire.
130Gesù si curva a carezzarlo e gli dice: «Dimmi dunque che vuoi. Ti sono amico. Sono amico di tutti i fanciulli». Con che amorosa dolcezza Gesù prende la faccina smunta nelle sue mani e lo bacia in fronte!
131«Lo so. Per questo sono venuto. Lo vedi come sono? Vorrei morire per non soffrire più. E per non essere più di nessuno… Tu che guarisci tanti e fai risuscitare i morti, fa’ morire me che nessuno ama e che non potrò mai lavorare».
132«Non hai parenti? Sei orfano?».
«Il padre ce l’ho. Ma non mi ama perché sono così. Ha cacciato via la mamma, le ha dato libello di divorzio, e me con lei ha cacciato, e la mamma è morta. Per colpa mia che sono storto così».
133«Ma con chi vivi?».
«Quando è morta la mamma, i servi mi hanno ricondotto al padre. Ma egli, che si è sposato di nuovo e ha figli belli, mi ha cacciato. Mi ha dato a dei contadini suoi. Ma essi fanno ciò che fa il padrone per entrargli nel favore… e mi fanno soffrire».
134«Ti picchiano?».
«No. Ma più cura hanno delle bestie che di me, e mi scherniscono, e perché sono sovente malato mi hanno a noia. Io divento sempre più storto, e i loro figli mi beffano e mi fanno cadere. Nessuno mi ama. E questo inverno, quando ebbi tanta tosse e occorrevano le medicine, mio padre non volle spendere, dicendo che l’unica cosa che potevo fare di bene era morire. Da allora io ti ho aspettato per dirti: “Fammi morire”».
135Gesù lo prende in collo, sordo alle parole del fanciullo che gli dice: «Ho i piedi fangosi e fangosa la veste, perché mi sono seduto per via. Ti sporcherò la veste».
136«Vieni da lontano?».
«Da presso la città, perché chi mi tiene è là che sta. Ho visto passare i tuoi apostoli. So che sono loro, perché i contadini hanno detto: “Eccoli i discepoli del Rabbi galileo. Ma Egli non c’è”. E sono venuto».
137«Sei bagnato, fanciullo. Povero fanciullo! Ti ammalerai di nuovo».
«Se Tu non mi ascolti, mi facesse almeno morire la malattia! Dove mi porti?».
138«In casa. Non puoi stare così».
Gesù rientra nel giardino col bambino deforme fra le braccia e grida a Lazzaro, che sta venendo: «Chiudi il cancello tu. Io ho questo piccolo tutto bagnato fra le braccia».
Meno triste la sorte di un cane.
«Ma chi è, Maestro?».
139«Non so. Neppure il suo nome so».
«E neppure lo dico. Non voglio essere conosciuto. Voglio ciò che ti ho detto. La mamma mi diceva: “Figlio mio, mio povero figlio, io muoio, ma vorrei che tu morissi con me, perché là non saresti più deforme tanto da soffrire nelle ossa e nel cuore. Là non hanno nome di scherno quelli che nascono infelici. Perché Dio è buono con gli innocenti e gli infelici”. Mi mandi a Dio?».
140«Vuol morire il fanciullo. É una storia triste…».
Lazzaro, che guarda fisso il ragazzino, dice ad un tratto: «Ma tu non sei figlio del figlio di Nahum? Non sei quello che stai seduto al sole presso il sicomoro che è al limite degli ulivi di Nahum, e che il padre ha affidato a Giosia suo contadino?».
«Lo sono. Ma perché lo hai detto?».
141«Povero bambino! Non per schernirti. Credi, Maestro, che è meno triste la sorte di un cane in Israele che questa di questo fanciullo. Se egli non tornasse più alla casa di dove è venuto, non uno lo cercherebbe. I servi come i padroni. Iene dal cuore feroce. Giuseppe sa bene la storia… Fece molto rumore. Ma io allora ero tanto afflitto per Maria… Però, morta la sposa infelice e venuto costui da Giosia, lo vedevo passando… Dimenticato al sole o al vento sull’aia, perché camminò molto tardi… e sempre poco. Non so come oggi è potuto venire sin qui. Chissà da quanto è per via!».
«Da quando Pietro passò da quel luogo».
«E ora? Che ne facciamo?».
«Io a casa non torno. Io voglio morire. Andarmene via. Grazia e pietà di me, Signore!».
Dieci anni di dolore.
142Sono entrati in casa, e Lazzaro chiama un servo perché porti una coperta e mandi Noemi per curare il fanciullo, che è livido di freddo nelle sue vesti bagnate.
143«Il figlio di uno dei più accaniti fra i tuoi nemici! Uno dei più cattivi in Israele. Quanti anni hai, fanciullo?».
«Dieci».
«Dieci! Dieci anni di dolore!».
144«E bastano!», dice forte Gesù posando a terra il fanciullo.
145É ben storto! La spalla destra più alta della sinistra, il petto eccessivamente sporgente, il collo esile sprofondato fra le clavicole alte, le gambe sbilenche!… Gesù lo guarda con pietà, mentre Noemi lo sveste e lo asciuga prima di avvolgerlo in una calda coperta.
Lazzaro pure lo guarda con pietà.
146«Lo coricherò nel mio letto, Signore, dopo avergli dato del latte caldo», dice Noemi.
147«Ma non mi fai morire? Abbi pietà! Perché farmi vivere per essere così e soffrire tanto?», e termina: «Io ho sperato in Te, Signore». Un rimprovero, una delusione è nella sua voce.
148«Sii buono. Ubbidisci e il Cielo ti consolerà», dice Gesù e si curva a carezzarlo ancora, passando la sua mano sulle povere membra contorte.
149«Portalo a letto e veglialo. Poi… si provvederà».
Il bambino viene portato via piangente.
150«E sono coloro che si credono santi!», esclama Lazzaro pensando a Nahum…
Ritorno di Pietro.
La voce di Pietro che chiama il suo Maestro…
151«Oh! Maestro! Sei qui? Tutto bene. Nessuna noia. Uh! molta calma, anzi. Al Tempio nessuno ci ha disturbato. Giovanni ha avuto buone notizie. I discepoli lasciati in pace. La gente che ti attende festosa. Io sono contento. E Tu che hai fatto, Maestro?».
Si allontanano insieme parlando, mentre Lazzaro va dove lo chiama Massimino.
584. Il sabato avanti l’entrata in Gerusalemme. Parabola dei due lumi e parabola vivente del piccolo deforme risanato. Il dolore nel futuro dell’Umanità[238].
Un sabato in pace.
Contemplare Dio nelle bellezze del creato.
1Il tempo, ristabilito dopo le piogge dei giorni passati, mostra un cielo tersissimo e un fulgido sole. La terra, mondata dalle piogge, è tersa come l’atmosfera. Sembra creata da poche ore, tanto è fresca e monda. Tutto splende e tutto canta nel mattino sereno.
2Gesù passeggia lentamente lungo i sentieri più remoti del giardino. Solo qualche servo giardiniere osserva questa solitaria passeggiata nelle prime ore del mattino. Ma nessuno disturba il Maestro. Anzi si ritirano silenziosamente per lasciarlo in pace.
3Del resto è sabato, giorno di riposo, e i servi giardinieri non sono al lavoro. Ma, per consuetudine lunga quanto la loro vita, sono fuori, ad osservare le piante, gli alveari, i fiori per i quali non c’è il sabato e che odorano, frusciano e ronzano al sole e al venticello d’aprile. Poi il giardino si anima lentamente. Prima i servi di casa e le ancelle, poi gli apostoli e le discepole, ultimo Lazzaro. Gesù li raggiunge salutandoli col suo saluto.
4«Da quando sei qui, Maestro?», chiede Lazzaro scuotendo dalle ciocche dei capelli di Gesù delle gocce di rugiada.
5«Dall’aurora. Mi hanno chiamato a lodare Iddio i tuoi uccelli. E sono venuto qui fuori. Contemplare Dio nelle bellezze del creato è onorarlo e pregare con commosso spirito. É bella la Terra. E in queste prime ore del giorno, in un giorno pari a questo, ci appare fresca come lo era nei primi dì del suo vivere».
6«Proprio tempo di Pasqua. E si è aggiustato. Durerà perché si è aggiustato alla prima epoca lunare con vento propizio», sentenzia Pietro.
«Ne sono ben lieto. La Pasqua con l’acqua è triste».
«Più ancora, è dannosa alle messi. Richiede sole il grano, ora che si avvia alla mietitura», dice Bartolomeo.
Il piccolo ospite.
7«Io sono felice di essere qui in pace, oggi è sabato e non verrà nessuno. Nessun estraneo fra noi», dice Andrea.
8«Ti sbagli. C’è un ospite, un piccolo ospite. Dorme ancora, Maestro. Il letto morbido e lo stomaco sazio gli danno lungo sonno. Sono passato a vederlo. Noemi lo veglia», dice Lazzaro.
9«Ma chi è? Quando è venuto? Chi lo ha portato? Perché tu parli come fosse un fanciullo», chiedono uomini e donne.
10«È un fanciullo. Un povero fanciullo. Lo ha portato qui il suo dolore. Era là, contro le sbarre del cancello a guardare verso la casa. E il Maestro lo ha accolto».
«Non si sapeva nulla… Perché?».
11«Perché la creatura aveva bisogno di pace», risponde Gesù e il suo viso si assorbe in un pensiero profondo mentre termina: «E in casa di Lazzaro si sa tacere».
12Un servo viene a dire qualcosa a Marta e poi si ritira per tornare con altri che portano vassoi con anfore di latte e tazze, e pane con burro e miele. Si servono tutti, sedendo qua e là sugli sparsi sedili. Ma poi vogliono riunirsi di nuovo intorno al Maestro e chiedono una parabola, «una bella parabola», dicono, «serena come questo giorno di nisam».
«Non una, ma due ve ne darò. Udite.
Due belle parabole.
Parabola dei due lumi.
13Un uomo volle un giorno accendere due lumi per onorare il Signore in una sua festa. Prese dunque due vasi di uguale larghezza, vi mise la stessa quantità e qualità d’olio, uno stoppino uguale, e li accese alla stessa ora, perché pregassero per lui mentre egli lavorava come era concesso.
14Tornò dopo qualche tempo e vide che un lume fiammeggiava fortemente, mentre l’altro aveva una fiammolina quieta quieta, che appena metteva un punto di luce nell’angolo dove ardevano i lumi. L’uomo pensò che fosse malfatto lo stoppino. Lo osservò. No, andava bene. Ma non voleva ardere così giocondamente come l’altro lume, che vibrava la sua fiamma come fosse una lingua e pareva proprio mormorasse parole tanto era gioconda e tanto, nell’agitarsi divampando, aveva persino un lieve mormorio.
15“Questo lume veramente canta le lodi del Signore Altissimo!”, disse fra sé. “Mentre questo! Guardalo, anima mia! Sembra che gli pesi dover onorare il Signore, tanto lo fa con poco ardore!”, e se ne tornò ai suoi lavori.
16Tornò dopo qualche tempo. Una fiamma si era ancor più alzata e l’altra si era ancor più abbassata, e ardeva sempre più ferma e quieta quanto più l’altra vibrava splendendo. Tornò una seconda volta. La stessa cosa. Una terza, la stessa cosa.
17Ma, venendo la quarta volta, vide la stanza piena di fumo maleolente e scuro, e una sola fiammolina splendere attraverso i veli del fumo spesso. Andò alla mensola dove erano i lumi e vide che quello che tanto fiammeggiava prima si era totalmente consumato e annerito, e aveva anche sporcato, con la sua lingua, la parete bianca. L’altro, invece, continuava con la sua costante luce ad onorare il Signore.
18Stava per riparare all’accaduto quando una voce gli risuonò vicino: “Non mutare le cose di come stanno. Ma medita su esse che sono un simbolo. Io sono il Signore”.
19L’uomo si gettò col volto al suolo adorando, e con grande tremore osò dire: “Io sono stolto. Spiegami, o Sapienza, il simbolo dei lumi, dei quali quello che pareva il più attivo nell’onorarti ha fatto danno e l’altro dura nella sua luce”.
20“Sì che lo farò. Così è dei cuori degli uomini come di questi due lumi. Vi sono quelli che al principio ardono e splendono e sono di ammirazione agli uomini, tanto sembra perfetta e costante la loro fiamma. E vi sono quelli che hanno uno splendere mite, che non attira l’attenzione e può parere tiepidezza nell’onorare il Signore. Ma, passata la prima fiammata, o la seconda o la terza, fra la terza e la quarta fanno danno, e poi si spengono, con rovina, perché il loro non era un lume sicuro. Hanno voluto splendere più per gli uomini che per il Signore, e la superbia li ha consumati in breve ora, fra un fumo nero e pesante che ha ottenebrato anche l’aria.
21Gli altri hanno avuto una volontà unica e costante: onorare Dio solo; e, senza curarsi se l’uomo li lodava, hanno consumato sé stessi con lunga, nitida fiamma, priva di fumo e fetore. Sappi imitare il lume costante, perché esso solo è gradito al Signore”.
22L’uomo rialzò il capo… L’aria si era mondata dal fumo e la stella del lume fedele splendeva ora da sola, pura, ferma, in onore di Dio, facendo lucere il metallo del lume come fosse d’oro puro. E lo guardò splendere, sempre uguale, per ore e ore, sinché dolcemente, senza fumo o fetore, senza sporcare la sua veste, la fiamma si esalò in un guizzo, parendo salire al cielo a fissarsi fra le stelle, avendo degnamente onorato il Signore sino all’ultimo umore e all’ultimo stame della sua vita.
23In verità, in verità vi dico che molti sono coloro che dànno grande fiamma all’inizio e attirano l’ammirazione del mondo, che non vede che la superficie delle azioni umane, ma poscia periscono carbonizzandosi e affumicando dei loro acri fumi. E in 7verità vi dico che il loro fiammeggiare non è osservato da Dio, perché Egli vede che è orgoglioso ardere per fine umano.
24Beati quelli che sanno imitare il secondo lume e non carbonizzarsi, ma salire al Cielo con l’ultimo palpito del loro costante amore».
Il morso della belva.
25«Che parabola strana! Ma vera! Bella! Mi piace! Io vorrei sapere se noi siamo i lumi che salgono al Cielo».
26Gli apostoli si scambiano le loro espressioni. Giuda trova modo di mordere. E il suo morso va a Maria di Magdala e Giovanni di Zebedeo: «Attenta Maria e tu, Giovanni. Voi siete i fiammeggianti lumi fra noi… Che non vi avvenga male!».
27Maria di Magdala sta per rispondere, ma si morde le labbra per non dire le parole che le erano salite dal cuore. Guarda Giuda. Si limita a guardarlo. Ma quello sguardo è così ardente che Giuda cessa di ridere e di fissarla.
28Giovanni, mite di cuore sebbene ardente di carità, risponde dolcemente: «E per la mia capacità ciò potrebbe avvenire. Ma io confido nell’aiuto del Signore e spero di potermi consumare sino all’ultima stilla e all’ultimo stame per onorare il Signore Dio nostro».
Il piccolo infelice guarito.
29«E l’altra parabola? Ne hai promesse due», ricorda Giacomo di Alfeo.
30«Eccola, la mia seconda parabola. Sta per venire…», e accenna la porta della casa, velata dalla tenda che si smuove lentamente al vento e che poi si scosta, spostata dalla mano di un servo per dare il passo alla vecchia Noemi, che si precipita ai piedi di Gesù dicendo: «Ma il fanciullo è sano! Non è più deforme! Tu lo hai guarito nella notte. Si era svegliato e io preparavo il bagno per lavarlo prima di mettergli la tunica e la veste, che avevo cucita nella notte prendendo una veste smessa da Lazzaro. Ma quando gli ho detto: “Vieni, fanciullo” e ho scostate le coperte, ho visto che il suo piccolo corpo, così storto ieri, non era più tale. E ho gridato. Sono accorse Sara e Marcella, che neppure sapevano del fanciullo dormente nel mio letto, e le ho lasciate là per correre a dirti…».
31La curiosità prende tutti. Domande, ansia di vedere. Gesù placa il brusio con un gesto. Ordina a Noemi: «Torna dal fanciullo. Lavalo, vestilo e conducimelo qui».
Parabola della vera giustizia.
32E poi si volge ai suoi discepoli: «Ecco la seconda parabola, e può essere detta: “La vera giustizia non fa vendette e distinzioni”.
33Un uomo, anzi, l’Uomo, il Figlio dell’uomo, ha nemici e amici. Pochi amici, molti nemici. E nemici dei quali non ignora l’odio, né i pensieri, e dei quali conosce la volontà, che non fletterà davanti a nessuna azione, per orrenda che sia. In questo più forti dei suoi amici, nei quali lo sgomento o la delusione o un’eccessiva fiducia fanno da arieti sgretolatori della loro fortezza.
34Questo Figlio dell’uomo dai molti nemici, e al quale si rimproverano tante cose non vere, incontrò ieri un povero fanciullo, il più desolato dei fanciulli, figlio di uno che gli è nemico. E il fanciullo era deforme e storpio, e chiedeva una grazia strana, quella di morire. Tutti chiedono onori e gioie al Figlio dell’uomo, chiedono salute, chiedono vita. Questo povero bambino chiedeva di morire per non soffrire più. Ha già conosciuto tutto il dolore della carne e del cuore, perché colui che lo ha generato, e che mi odia senza ragione, odia pure l’innocente infelice che ha generato. E Io l’ho guarito perché non soffra più, perché oltre che la salute fisica possa raggiungere la salute spirituale. Anche la sua piccola anima è malata. L’odio del padre e lo scherno degli uomini gliel’hanno piagata e fatta spoglia d’amore. Solo gli è rimasta la fede nel Cielo e nel Figlio dell’uomo, al quale, anzi ai quali, chiede di morire. Eccolo. Ora lo sentirete parlare».
Il serpente cattivo morde ancora.
35Il fanciullo, ravviato e pulito nella vesticciuola di lana bianca che Noemi gli ha cucito svelta nella notte, viene avanti per mano della vecchia nutrice. É piccolo, per quanto, non essendo più curvato e sciancato, sembri già più alto di ieri. Ha il visetto irregolare e un poco vizzo di creatura che il dolore ha fatto precocemente adulto. Ma non è più deforme. I piedini scalzi calpestano sicuri il suolo, con un passo che non ha più quel claudicare degli sciancati, e le spalle magre sono ben diritte nella loro magrezza.
36Il collo esile le sovrasta e sembra lungo rispetto a ieri, quando gli sprofondava fra le clavicole asimmetriche.
37«Ma… ma questo è il figlio di Anna di Nahum! Che miracolo sciupato! Credi con questo di renderti amico suo padre e Nahum? Più astiosi li farai! Perché essi si auguravano soltanto la morte di questo fanciullo, frutto di un infelice matrimonio», esclama Giuda di Keriot.
38«Non opero miracoli per farmi degli amici, ma per pietà delle creature e per dare onore al Padre mio. Non faccio distinzione e calcolo, mai, quando mi curvo pietoso su una miseria umana. Non mi vendico di chi mi perseguita…».
«Nahum prenderà questo tuo atto per una vendetta».
39«Io non sapevo neppure di questo fanciullo. Ne ignoro ancora il nome».
40«Matusala, o Matusalem, è detto per spregio».
41«La mamma mi chiamava Scialem. Mi amava la mamma. Non era cattiva come tu sei e come sono quelli che mi odiano», dice il bambino con una luce negli occhi, la luce di impotente ira che hanno uomini e animali troppo a lungo seviziati.
La iena ridacchia.
42«Vieni qui, Salem. Qui con Me. Sei contento di essere sano?».
43«Sì… ma preferivo morire. Non sarò amato lo stesso. Se c’era ancora la mamma sarebbe stato bello. Ma così!… Sarò sempre infelice».
44«Ha ragione. Ieri incontrammo questo bambino. Ci chiese se Tu eri a Betania, da Lazzaro. Volevamo dargli un obolo perché lo credemmo un mendico. Ma non lo volle. Era al limitare di un campo…», dice lo Zelote.
45«Neppur tu lo conoscevi? É strano», dice Giuda di Keriot.
46«Più strano è che tu sappia tanto bene queste cose. Ti dimentichi che sono stato fra i perseguitati e poi fra i lebbrosi, sinché non venni col Maestro?».
47«E tu dimentichi che sono amico di Nahum, che è il fiduciario di Anna? Non ve l’ho mai nascosto».
48«Bene! Bene! Questo non ha importanza. Importanza ha sapere che ne facciamo adesso di questo fanciullo. Suo padre non lo ama, è vero. Ma ha sempre dei diritti su di lui. Non possiamo levargli il figlio, così, senza dirglielo. Bisogna essere cauti e non urtarli, giacché sembrano migliori verso di noi», dice Natanaele.
49Giuda ride forte, sarcastico, né dà spiegazione del suo ridere.
Un problema difficile, grave a risolversi.
Un cuore di madre.
50Gesù, che si è messo fra i ginocchi il bambino, dice lentamente: «Affronterò Nahum… Non sarò odiato di più per questo. Non può crescere il suo odio. Non può. É già completo».
51Annalia, che non ha mai parlato, tutta assorta in un suo pensiero che la fa beata, apre la bocca per dire: «Se fossi rimasta, mi sarebbe piaciuto prenderlo con me. Sono giovane, ma ho cuore di madre…».
«Vai via? Quando?», chiedono le donne.
«Presto».
«Per sempre? E dove vai? Fuor di Giudea?».
«Sì. Lontano. Molto lontano. Per sempre. E sono tanto felice».
«Quello che tu non puoi fare, altre potranno, se il padre lo cede».
52«Lo dirò io a Nahum, se ci tenete. É lui che conta. Più del padre vero. Domani lo dirò», promette Giuda di Keriot.
«Se non era sabato… andavo da quel Giosia che lo aveva in consegna», dice Andrea.
«Per vedere se sono afflitti di averlo perduto?», chiede Matteo.
53«Credo che, se si smarrisse una delle loro api, avrebbero più affanno…», brontola fra i denti Massimino che si è avvicinato da qualche tempo. Il fanciullo non parla. Sta stretto a Gesù, studiando i volti che ha dintorno con quell’acutezza di sguardi che hanno sovente le creature malaticce e vissute nel dolore. Sembra che scruti gli animi più che i volti e, quando Pietro gli chiede: «Che ti pare di noi?», il bambino risponde, mettendogli la mano nella mano, dicendo: «Tu sei buono», poi corregge: «Tutti buoni. Ma… vorrei non essere stato riconosciuto. Ho paura…», e guarda Giuda di Keriot.
54«Di me, non è vero? Che io parli a tuo padre? Certo che lo dovrò fare, se devo chiedergli se ti lascia a noi. Ma non ti leverà!».
55«Lo so. Ma è un’altra cosa… Vorrei essere lontano, lontano, come va quella donna… Nel paese di mia madre. C’è un mare azzurro in mezzo ai monti tutti verdi. Lo si vede giù in basso, con tante vele bianche che gli volano sopra e belle città intorno. E sui monti ci sono tante grotte dove le api selvatiche fanno il miele dolce dolce. Non ho più mangiato miele da quando è morta la mamma e sono stato dato a Giosia. Filippo, Giuseppe, Elisa e gli altri bambini, loro sì che lo mangiavano. Ma io no. Se avessero tenuto il vaso del miele in basso lo avrei rubato, tanto ne avevo voglia. Ma lo tenevano sulle assi alte, e io non potevo salire sui tavoli come faceva Filippo. Ho tanta voglia di miele io!».
56«Oh! povero figlio! Te ne vado a prendere quanto vuoi!», dice Marta commossa e se ne corre via lesta.
La madre di Scialem.
57«Ma di dove era sua madre?», chiede Pietro.
58«Aveva case e possessi presso Sefet. Unica figlia orfana e erede, vecchia già, brutta e lievemente sciancata. Ma ricca tanto. Pronubo il vecchio Sadoc, il figlio del beneamato di Anna la ottenne in moglie… Un contratto che fu un vero mercato indegno, tutto calcolo, nulla amore. Venduto l’avere della donna dicendolo troppo lontano da qui, meno una casetta che prima era del fattore e che lo stesso aveva avuta in dono dal vecchio padrone per tutta la vita sua e dei suoi eredi sino alla quarta generazione, consumò tutto in speculazioni sfortunate. Però… io non ci credo. Perché so che ha belle terre verso la sponda… che prima non aveva… Poi, dopo qualche anno di matrimonio, la donna essendo già al limitare del suo declino, nacque questo figlio… e fu pretesto per cacciare la donna e prenderne un’altra della pianura di Saron, giovane, bella e ricca… La divorziata si rifugiò presso il vecchio fattore e vi morì. Non so perché non tennero questo fanciullo. Il padre lo calcolava morto», spiega l’Iscariota.
59«Perché Giovanni era morto e morta Maria, e i figli andarono servi altrove. E chi mi doveva tenere, se figlio non ero e non ero buono al lavoro? Erano buoni, però, Micael e Isacco, e buona Ester e Giuditta. E sono buoni. Quando vengono per le feste mi portano roba, ma Giosia me la leva per i suoi figli».
«Però non ti vogliono», gli ribatte Giuda.
60«Ora che sono diritto e forte mi vorranno. Sono servi loro! Non potevano, l’ho detto, dire al padrone: “Prendi questo storpio malato”. Ma ora possono».
Un problema difficile, grave a risolversi.
61«Ma se tu sei fuggito da Giosia, come ti possono trovare?», lo fa riflettere Bartolomeo.
62Il bambino è colpito dalla giusta osservazione e riflette, perché l’infermità lo ha fatto precocemente riflessivo nel pensiero come precocemente adulto nel volto, e dice sconfortato: «É vero! Non ci avevo pensato».
«Torna là. In questi giorni verranno…».
63«Là? No. Non torno là. Non voglio tornare là. Piuttosto mi uccido!». É selvaggio nella sua furia che lo stravolge, ma poi si rovescia in pianto sui ginocchi di Gesù dicendo: «Perché non mi hai fatto morire?».
64Marta, che sta tornando con un vaso di miele, resta stupita di quella desolazione, e Bartolomeo è afflitto di averla provocata e si scusa: «Credevo di dare un buon consiglio. Buono per tutti. Per il fanciullo, per Te, Maestro, per Lazzaro… Nessuno di voi, e di noi, ha bisogno di nuovo odio…».
65«É vero! Un vero guaio!», esclama Pietro e meditando sul caso ne tira interne conclusioni, che conclude con la sua caratteristica fischiatina, che è l’esponente per lui del suo stato d’animo davanti a problemi difficili, gravi a risolvere.
66Chi propone questo, chi quello. Andare da Nahum. Andare da Giosia e dirgli di mandare questi Micael e Isacco da Lazzaro, o altrove, dove sarà il fanciullo, perché è prudente non fare odiare Lazzaro più di quanto già non sia per la sua amicizia con Gesù. Non dire nulla a nessuno e far sparire il fanciullo, dandolo a qualche discepolo sicuro.
67Giuda di Keriot non parla. Sembra anzi estraneo alla discussione. Giocherella coi fiocchi della sua veste, pettinandoli e spettinandoli con le dita.
68Anche Gesù non parla. Carezza e calma il fanciullo e gli rialza il viso, mettendogli nelle mani il vasetto di miele.
Ringraziamento del derelitto.
69Scialem è un bambino, un povero bambino decenne che ha sempre sofferto, ma è sempre un bambino, anche se il dolore lo ha maturato, e davanti a tanto tesoro di miele cambia le ultime lacrime in uno stupore estatico. Chiede, alzando gli occhi, l’unica sua bellezza, così castani, grandi, intelligenti, e fissando Gesù e Marta alternativamente, chiede: «Quanto ne posso prendere? Uno di questi mestoli o due?», e accenna al tondo cucchiaio d’argento che sprofonda lentamente nel biondo miele.
70«Quanto ne vuoi, fanciullo. Quanto ti piace. Il resto te lo prenderai domani, e dopo. É tutto tuo!», dice Marta accarezzandolo.
71«Tutto mio!!! Oh! Non ho mai avuto tanto miele, io!! Tutto mio! Oh!». E si stringe con riverenza il vaso al petto come fosse un tesoro. Ma poi sente che, più che il vaso, è prezioso l’amore che glielo dona e depone il vasetto sulle ginocchia di Gesù, alzando poi le braccia per voler allacciare il collo di Marta curva su lui e baciarla. É tutto quello che può la sua riconoscenza, tutto quanto può dare, egli, il derelitto che non ha nulla da dare. Gli altri sospendono di far piani per osservare la scena. E Pietro dice: «Questo è ancora più infelice di Marziam, che aveva almeno l’amore del nonno e degli altri contadini! É proprio vero che ci sono sempre dei dolori più grandi di quelli che abbiamo giudicato grandissimi!».
L’abisso del dolore umano.
72«Sì. L’abisso del dolore umano non ha avuto ancora scandagliato il suo fondo. Chissà quanti segreti cela ancora… E che celerà per i secoli futuri?», dice Bartolomeo pensieroso.
73«Tu non hai fede nella Buona Novella, allora? Tu non credi che essa muterà il mondo? É detto dai profeti. E il Maestro lo ripete. Tu sei un incredulo, Bartolmai», dice l’Iscariota con lieve ironia.
74Lo Zelote gli risponde: «Non vedo in che sia l’incredulità di Bartolomeo. La dottrina del Maestro darà conforti a tutte le sventure, modificherà anche la ferocia degli usi e costumi, ma non eliminerà il dolore. Lo renderà sopportabile con le sue divine promesse di gioie future. Per essere abolito il dolore, o quanto meno molta parte di dolore, perché sempre resterebbero le malattie e le morti e i cataclismi naturali, necessiterebbe che tutti avessero il cuore che ha il Cristo, ma…».
75Lo interrompe l’Iscariota: «Così infatti deve avvenire. Altrimenti che sarebbe giovato che il Messia venisse sulla Terra?».
76«Così dovrebbe avvenire, diciamo. Ma dimmi, o Giuda, è forse questo avvenuto fra noi? Siamo dodici e da tre anni viviamo con Lui, assorbiamo la sua dottrina come l’aria che respiriamo. Ebbene? Siamo tutti santi, noi dodici? Che facciamo di diverso da quello che fa Lazzaro, da quello che fanno Stefano, Nicolai, Isacco, Mannaen, e Giuseppe e Nicodemo, e le donne, e i fanciulli? Parlo dei giusti di questa nostra Patria. Tutti questi, sia che siano sapienti e ricchi, o poveri e ignoranti, fanno ciò che noi facciamo: un po’ bene, un po’ male, ma senza rinnovarsi totalmente. Anzi ti dico che molti, molti ci superano. Sì. Molti seguaci superano noi, apostoli… E pretenderesti che tutto il mondo prenda il cuore che ha il Cristo, se noi, noi gli apostoli, non lo abbiamo preso? Siamo più o meno migliorati… almeno speriamo che ciò sia, perché difficilmente l’uomo si conosce e conosce il fratello che vive al suo fianco. È troppo opaco e spesso il velo della carne, e troppo attento il pensiero dell’uomo a non esser penetrato, perché l’uomo capisca l’uomo. Sempre, osservandosi oppure osservando, si resta alla superficie. Quando è per esame nostro, perché non ci vogliamo conoscere per non soffrire nell’orgoglio o della necessità di modificarsi. Quando è esame d’altri, perché il nostro orgoglio di esaminatori ci fa giudici ingiusti e l’orgoglio dell’esaminato si serra, come un’ostrica fa con le sue valve, su quanto ha nel suo interno», dice lo Zelote.
77«Ben detto! Simone, tu veramente hai detto parole di sapienza!», approva Giuda Taddeo.
Il futuro dell’umanità.
78E gli altri gli fanno coro. «E allora a che è venuto, se nulla deve mutare?», ribatte l’Iscariota.
79Gesù prende la parola: «Molto si muterà. Non tutto. Perché contro la mia Dottrina sarà in futuro ciò che già è in atto: l’odio di coloro che non amano la Luce. Perché contro la forza dei miei seguaci sarà quella dei seguaci di Satana. Quanti! Di quanti aspetti! Alla mia immutabile, perché perfetta, Dottrina, quante dottrine di eresie sempre nuove saranno opposte! Quanto dolore germinerà da esse! Voi non conoscete il futuro. A voi sembra molto il dolore che è ora nel mondo… Ma Colui che sa, vede orrori che non sarebbero neppure compresi se ve li spiegassi… Guai se non fossi venuto! Venuto per dare ai futuri un codice, che frena gli istinti nei migliori, e una promessa di pace futura! Guai se l’uomo non avesse, per la mia venuta, degli elementi spirituali atti a tenerlo “vivo” nella vita dello spirito, a tenerlo sicuro di un premio!… Se non fossi venuto, con l’andare dei secoli la Terra sarebbe divenuta un vasto inferno terrestre, e la razza umana si sarebbe sbranata e sarebbe perita maledicendo il Creatore…».
80«L’Altissimo ha promesso di non mandare più castighi universali come il diluvio. Promessa di Dio non falla», dice Giuda.
81«Sì, Giuda di Simone. É vero. E l’Altissimo non manderà più flagelli universali come il diluvio[239]. Ma gli uomini se li creeranno da loro dei flagelli sempre più atroci, rispetto ai quali il diluvio e la pioggia di fuoco che sterilì Sodoma e Gomorra saranno aspetti di castighi ancora pietosi. Oh! …»
82Gesù si alza in piedi con un gesto di angosciosa pietà per le genti avvenire.
Ad ogni giorno il suo affanno.
83«Va bene! Tu sai… Ma intanto che facciamo per costui?», chiede l’Iscariota accennando il fanciullo che gusteggia a piccole dosi il suo miele ed è beato.
84«Ad ogni giorno il suo affanno[240]. Il domani dirà. Preoccuparsi del domani è vano se non sappiamo neppure chi sarà ancor vivo domani».
85«Io non penso come Te. E dico che bisognerebbe sapere dove andremo ad abitare, dove consumeremo la Cena. Tante cose. Se attendiamo, attendiamo, la città si empie. E dove andremo noi? Al Getsemani, no. Da Giuseppe di Sefori, no. Da Giovanna, no. Da Niche, no. Da Lazzaro, no. E dove allora?».
86«Dove il Padre preparerà un rifugio per il suo Verbo».
87«Credi che io voglia sapere per riferire?».
88«Tu lo dici. Io non ho detto nulla. Vieni, Scialem. Mia Madre sa di te, ma ancora non ti ha visto. Vieni, che ti conduco a Lei».
89«Ma è malata tua Madre?», chiede Tommaso.
«No. Prega. Ha molto bisogno di preghiera».
90«Sì. Soffre molto. Piange molto. E Maria non ha che la preghiera che la consoli. Sempre l’ho vista molto pregare. Nei momenti di maggior dolore vive di preghiera, potrei dire…», spiega Maria d’Alfeo, mentre Gesù si allontana tenendo per mano il fanciullo e avendo dall’altro lato Annalia, che ha invitata ad andare con Lui da Maria.
585. Il sabato avanti l’entrata in Gerusalemme. Giudei e pellegrini a Betania. Il Sinedrio ha deciso[241].
Giudei e pellegrini a Betania.
Visita dei farisei (Gv 12,9)[242].
1Amore e livore spingono molti dei pellegrini riuniti a Gerusalemme, e degli stessi gerosolimitani, a venire a Betania senza neppure attendere che il tramonto sia compiuto. Anzi! Il sole ha appena cominciato il suo tramonto quando i primi di essi vengono alla casa di Lazzaro. E a Lazzaro, che chiamato dai servi si stupisce di questa violazione del sabato, perché i primi venuti sono proprio i più noti fra i più intransigenti giudei, essi dànno questa risposta veramente farisaica: «Dalla porta del Gregge non si vedeva già più la palla del sole, e allora abbiamo iniziato il cammino, pensando che certo non avremmo passato la misura prescritta prima che il sole calasse dietro le cupole del Tempio».
2Lazzaro ha un sorrisetto ironico sul volto asciutto. Perché è sano, di bell’aspetto, ma grasso non è certo. E risponde loro, con garbo ma anche con un lieve sarcasmo: «E che volete vedere? Il Maestro rispetta il suo sabato. E riposa. Egli non si limita a non vedere la palla del sole per considerare cessato il riposo. Ma attende che sia spento l’ultimo raggio per dire: “Il sabato è finito”».
3«Lo sappiamo che è perfetto! Lo sappiamo! Ma se abbiamo sbagliato, ragion di più per vederlo. Un poco solo, tanto da essere da Lui assolti».
«Mi spiace. Ma non posso. Il Maestro è stanco e riposa. Io non lo disturberò».
Visita dei pellegrini.
4Ma altra gente viene, e questa è fatta di pellegrini di ogni luogo, che pregano, che insistono per vedere Gesù. Con gli ebrei sono mescolati dei gentili, con questi dei proseliti. E osservano, e sbirciano Lazzaro come fosse un essere irreale. E Lazzaro sopporta la noia di questa celebrità non cercata, rispondendo paziente a chi lo interroga. Ma non dà ordine ai servi di aprire il cancello.
5«Sei tu l’uomo risuscitato da morte?», chiede uno che, all’aspetto, è certo un sangue misto, perché di ebraico non ha che il caratteristico naso piuttosto grosso e spiovente, mentre l’accento e la foggia del vestire lo denunciano come straniero.
«Lo sono, per dare gloria a Dio che mi trasse da morte per farmi servo del suo Messia».
6«Ma fu vera morte?», chiedono altri.
«Domandatelo a quei notabili giudei. Essi vennero ai miei funerali e molti furono presenti alla mia risurrezione».
7«Ma che provasti? Dove eri? Che ricordi? Quando tornasti vivo, che accadde in te? Come ti risuscitò?… Non si può vedere il sepolcro dove eri? Di che moristi? Stai proprio bene ora? Neppure i segni delle piaghe hai più?».
8Lazzaro, paziente, cerca di rispondere a tutti. Ma, se gli è facile dire che sta proprio bene e che anche i segni delle piaghe si sono cancellati ormai, nei mesi che sono trascorsi da quando è risorto, non può dire ciò che provò e come lo risuscitò. E risponde: «Non so. Mi trovai vivo nel mio giardino, fra i servi e le sorelle. Liberato dal sudario, vidi il sole, la luce, ebbi fame, mangiai, gioii della vita e del grande amore del Rabbi per me. Il resto, più di me, lo sanno coloro che erano presenti. Eccone là tre che parlano. E là due che sopraggiungono». (Sono, questi ultimi, Giovanni e Eleazaro sinedristi, mentre i tre che parlano fra loro sono due scribi e un fariseo che ho visto infatti alla risurrezione di Lazzaro, ma dei quali non ricordo il nome).
I pellegrini vogliono vedere il sepolcro.
9«Essi non parlano a noi gentili! Andate voi che siete giudei ad interrogarli… Ma tu facci vedere il sepolcro dove eri».
Sono insistenti come più non potrebbero. Lazzaro si decide. Dice qualcosa ai servi e poi si rivolge alla gente: «Andate su quella strada che è fra questa e l’altra mia casa. Vi verrò incontro per condurvi al sepolcro, per quanto non vi sia da vedere che un foro aperto in uno strato di roccia».
«Non importa! Andiamo! Andiamo!».
10«Lazzaro! Fermati! Possiamo venire noi pure? O per noi è vietato ciò che si concede a stranieri?», dice uno scriba.
«No, Archelao. Vieni pure, se non ti è contaminazione avvicinarti ad un sepolcro».
«Non è tale, poiché non contiene la morte».
11«Ma la contenne per quattro giorni. Per molto meno si è reputati immondi in Israele! Colui che sfiora con la veste uno che toccò un cadavere, voi dite che è immondo. E il mio sepolcro manda ancora zaffate di morte, nonostante sia aperto da tanto».
«Non importa. Ci purificheremo».
12Lazzaro guarda i due farisei Giovanni e Eleazaro, e dice loro: «Anche voi venite?».
«Sì, veniamo».
Lazzaro va svelto verso il lato limitato dalle siepi, alte e compatte come muri, e apre un cancello inserito in una di esse e si affaccia sulla strada che conduce alla casa di Simone, facendo cenno a chi attende di venire avanti.
Il branco di iene morde ancora.
13Li conduce verso il sepolcro. Un rosaio in fiore ne contorna l’entrata, ma non è valido ad annullare l’orrore che emana una tomba aperta. Sulla roccia inclinata sotto l’arco fiorito si leggono le parole: «Lazzaro, vieni fuori!».
14I malevoli le vedono subito e dicono subito: «Perché hai fatto scolpire là quelle parole? Non dovevi!».
«Perché? Nella mia casa posso fare ciò che voglio, e nessuno può accusarmi di peccato se ho voluto fissare sulla roccia, perché fossero incancellabili, le parole del grido divino che mi rese la vita. Quando io sarò là dentro e non potrò più celebrare la potenza misericordiosa del Rabbi, voglio che il sole le legga ancora sulla pietra e che le imparino le piante dai venti, le carezzino gli uccelli e i fiori, continuando per me a benedire il grido del Cristo che mi trasse da morte».
15«Sei un pagano! Un sacrilego, sei! Tu bestemmi il nostro Dio. Tu celebri il sortilegio del figlio di Belzebù. Bada, Lazzaro!».
«Vi ricordo che sono nella mia casa e che siete nella mia casa, venuti non chiamati e per scopi indegni. Siete peggio di questi, che sono pagani ma riconoscono un Dio nel risuscitatore».
«Anatema! Tale il Maestro, tale il discepolo. Orrore! Andiamo! Via da questa cloaca impura. Corruttore d’Israele, il Sinedrio ricorderà le tue parole».
«E Roma i vostri complotti. Uscite!».
Lazzaro, sempre mite, si ricorda di esser figlio di Teofilo e li scaccia come un branco di cani.
Con la morte del Messia fiammeggerà la fede.
Fede e speranza di Lazzaro.
16Restano i pellegrini di ogni paese e chiedono, e guardano, e implorano di vedere il Cristo. «Lo vedrete in città. Ora no. Non posso».
«Ah! ma viene in città? Proprio? Non menti? Viene anche se lo odiano tanto?».
17«Viene. Andate ora, tranquilli. Vedete come riposa la casa? Non si vede persona né si sente una voce. Avete visto quanto volevate: il risorto e il luogo della sua sepoltura. Ora andate. Ma non fate che la curiosità sia sterile. Possa l’avermi visto, io, vivente prova del potere di Gesù Cristo, l’Agnello di Dio e il Messia SS., portarvi tutti sulla sua via. Per questa speranza io sono contento d’esser risorto, perché spero che il miracolo possa scuotere i dubbiosi e convertire i pagani, facendoli persuasi tutti che uno solo è il vero Dio e uno solo è il vero Messia: Gesù di Nazareth, Maestro santo».
18La gente sfolla malvolentieri, e se uno va dieci vengono, perché nuova gente continua a venire. Ma Lazzaro riesce, con l’aiuto di alcuni servi, a spingere fuori tutti e a chiudere i cancelli.
Gli scagnozzi di Lucifero uccideranno il Messia (Gv 12,110-11)[243].
19Fa per ritirarsi ordinando: «Sorvegliate che non forzino le chiusure o le scavalchino. Presto scenderà la sera e se ne andranno ai loro ricoveri», quando vede uscire da dietro una macchia di mirti Eleazaro e Giovanni.
«Che? Non vi avevo visto e credevo…».
20«Non ci cacciare. Siamo penetrati in un folto per non esser visti. Dobbiamo parlare al Maestro. Siamo venuti noi perché meno sospettati di Giuseppe e Nicodemo. Ma non vorremmo essere visti da nessuno fuorché da te e dal Maestro… Sono fidati i tuoi servi?».
21«In casa di Lazzaro usa il costume di vedere e sentire solo ciò che piace al padrone e di non sapere per gli estranei. Ma venite. Per questo sentiero, fra queste due pareti di verzura più opache di un muro». Li conduce nel viottolo che è fra la duplice barriera impenetrabile dei bossoli e degli allori.
«State. Vi condurrò Gesù».
«Che nessuno se ne accorga…»
«Non temete».
22L’attesa dura poco. Presto sul sentiero, semi-oscuro per l’intreccio dei rami, appare Gesù, tutto bianco nella veste di lino, e Lazzaro resta al limite del sentiero come fosse di guardia o per prudenza. Ma Eleazaro gli dice, e più che dire gli fa cenno: «Vieni qui».
Lazzaro si avvicina mentre Gesù saluta i due, che lo ossequiano profondamente.
23«Maestro, e tu Lazzaro, ascoltate. Non appena s’è sparsa la voce che Tu sei venuto e che qui sei, il Sinedrio si è riunito in casa di Caifa. Tutto è abuso di quanto si fa… E ha deciso… Non ti lusingare, Maestro! Stai guardingo, Lazzaro! Non vi seduca la finta pace, l’apparente sonnolenza del Sinedrio. É una finta, Maestro. Una finta per attirarti e prenderti senza che la folla si agiti e si prepari a difenderti. É segnata la tua sorte e il decreto non si muta. Che sia domani o fra un anno, si compirà. Il Sinedrio non dimentica mai le sue vendette. Attende, sa attendere l’occasione propizia, ma poi!…
24E anche tu, Lazzaro. Vogliono levarti di mezzo, prenderti, sopprimerti, perché per tua causa troppi li abbandonano per seguire il Maestro. Tu, lo hai detto con giusta parola, sei la testimonianza del suo potere. E la vogliono distruggere. Le folle presto dimenticano, essi lo sanno. Scomparsi tu e il Rabbi, si spegneranno molti ardori».
Con la morte del Messia fiammeggerà la fede.
25«No, Eleazaro! Fiammeggeranno!», dice Gesù.
26«Oh! Maestro! Ma che sarà se Tu sarai morto? Che ci farà che la fede in Te fiammeggi, anche che ciò sia, se Tu sarai spento? Io speravo poterti dire soltanto una cosa lieta e farti un invito: la mia sposa presto darà alla luce il figlio che la tua giustizia ha fatto fiorire rimettendo pace fra due cuori in tempesta. Nascerà per Pentecoste. Io ti vorrei dire di venire a benedirlo. Se Tu entri sotto il mio tetto, ogni sciagura sarà per sempre lontana da esso», dice il fariseo Giovanni.
27«Ti do sin da ora la mia benedizione…».
«Ah! Tu non vuoi venire da me! Non mi credi leale! Lo sono, Maestro! Dio mi vede!».
28«Lo so. É che… non sarò più fra voi per Pentecoste».
«Ma il bambino nascerà nella casa di campagna…».
29«Lo so. Ma Io non ci sarò. Eppure tu, la tua sposa, il nascituro e i figli che già hai, hanno la mia benedizione. Grazie di essere venuti. Ora andate. Conducili per il sentiero oltre la casa di Simone. Che non siano visti… Io torno in casa. La pace a voi…».
586. Il sabato avanti l’entrata in Gerusalemme.
La cena di Betania.
Giuda di Keriot ha
deciso[244].
Pranzo di nozze allo stile galileo.
I commensali.
1La cena è stata preparata nella sala tutta bianca dove Gesù parlò alle discepole. Ed è tutto uno splendore di bianco e di argento, nel quale mettono una sfumatura meno nivea e fredda dei fasci di rami di melo o di pero, o altra pianta da frutto, candidi come la neve, ma con un così lieve ricordo di rosa che fa pensare a neve sfiorata da un bacio di lontana aurora. Si ergono, da vasi panciuti o da esili anfore d’argento, sulle mense e sugli scrigni e le credenze che sono lungo le pareti della sala. I fiori spargono per la sala il caratteristico odore dei fiori di pianta da frutto, di fresco, di amarognolo, di primavera pura…
2Lazzaro entra nella sala al fianco di Gesù. Dietro, due a due, o a gruppi più folti, gli apostoli. Ultime, le due sorelle di Lazzaro con Massimino.
3Non vedo le discepole. Neppure Maria vedo. Forse hanno preferito rimanere nella casa di Simone intorno alla Madre afflitta.
4Il giorno volge al crepuscolo. Ma un superstite ricordo di sole colpisce ancora la chioma frusciante di alcune palme, riunite in gruppo a pochi metri dalla sala, e la vetta di un lauro gigantesco in cui rissano i passeri prima di porsi a riposo. Oltre le palme e il lauro, oltre le siepi di rose, di gelsomini, e le aiuole di mughetti, di altri fiori e pianticine odorifere, la macchia candida, spruzzata del verde tenero delle prime foglie, di un gruppo di meli o di peri tardivi nel frutteto. Sembra una nuvola rimasta impigliata fra i rami.
Omaggio al Re di tutte le cose.
5Gesù, nel passare vicino ad un’anfora piena di rami, osserva: «Avevano già i primi frutticini. Guarda! Sulla cima fiori, mentre più in basso è già caduto il fiore e gonfia l’ovario».
6«É Maria che li ha voluti cogliere. Ne ha portato fasci anche a tua Madre. Si è alzata all’alba, io credo, per paura che un giorno di più di sole consumasse queste fragili corolle. Io ho saputo da poco di questa strage. Ma non ne ho avuto lo sdegno che ne ebbero i servi agricoltori. Ho pensato, anzi, che era giusto offrirti tutte le bellezze del creato, a Te, Re di tutte le cose».
Le ancelle del Signore (Mt 26,6; Mc 14,3; Gv 12,2).[245].
7Gesù si siede sorridendo al suo posto e guarda Maria, che insieme alla sorella si appresta a servire come fosse un’ancella, porgendo le coppe della purificazione e gli asciugatoi, e poi versando il vino nei calici e posando i vassoi di vivande sulla tavola man mano che i servi li portano dalle cucine o li porgono, dopo averli scalcati sulle credenze.
8Naturalmente, se le sorelle servono con cortesia tutti i commensali, la loro premura è specialmente concentrata sui due commensali che sono a loro dilettissimi: Gesù e Lazzaro.
9Ad un certo punto Pietro, che mangia di gusto, osserva: «Guarda! Mi accorgo ora! Tutti piatti come si usa in Galilea. Mi sembra… Ma sì! Mi sembra di essere ad un pranzo di nozze. Però qui non manca il vino come mancò a Cana».
10Maria sorride mescendo all’apostolo un nuovo calice di vino ambrato e limpidissimo. Ma non parla.
11É ancora Lazzaro che spiega: «Questo fu infatti il pensiero delle sorelle, e specie di Maria: dare una cena in cui il Maestro avesse l’impressione di essere nella sua Galilea, certo migliore, molto migliore, sebbene essa pure imperfetta, di ciò che non siano questi luoghi…».
12«Ma per fargli pensare questo ci sarebbe voluta Maria a questa tavola. A Cana c’era. Per Lei avvenne il miracolo», osserva Giacomo d’Alfeo.
«Doveva essere un gran vino quello!».
13«Vino è simbolo di allegria e dovrebbe esserlo anche di fecondità, essendo il vino succo della feconda vite. Ma non mi sembra che abbia fecondato molto. Susanna non ha un figlio», dice l’Iscariota.
La verginità infonde purezza.
14«Oh! se era un vino! Ci ha fecondati nello spirito…», dice Giovanni sognante un poco, come è sempre quando contempla nel suo interno i miracoli operati da Dio. E termina: «Per una vergine è stato fatto… e influsso di purezza scese in chi lo gustò».
15«Ma credi Susanna vergine?», chiede ridendo l’Iscariota.
16«Non ho detto questo. Vergine è la Madre del Signore. Verginità si emana da tutto ciò che per Lei si è compiuto. Sempre io penso come sono verginizzanti tutte le cose che per Maria si fanno…», e sogna di nuovo, sorridendo a chissà che visione.
17«Beato quel ragazzo! Io credo che non ricorda più neppure il mondo, ora. Osservatelo», dice Pietro indicando Giovanni che, sdraiato sul suo lettuccio, smuove sopra pensiero dei pezzetti di pane dimenticandosi di mangiare.
18Anche Gesù si curva un poco per guardare Giovanni, che è a un angolo del lato della tavola messa a U, e perciò un poco dietro alle spalle del Signore, che è al centro del lato centrale, avendo suo cugino Giacomo a sinistra e Lazzaro a destra, e dopo Lazzaro è lo Zelote e Massimino, come dopo Giacomo è l’altro Giacomo e Pietro. Giovanni, invece, è fra Andrea e Bartolomeo, poi è Tommaso, avendo di fronte Giuda, Filippo e Matteo e il Taddeo, che è proprio all’angolo dove la tavola lunga, centrale, incomincia.
Vassoio colmi di frutti esotici.
19Maria di Lazzaro esce dalla sala, mentre Marta mette sulla tavola dei vassoi colmi di fiori di fichi novelli, di verdi steli di finocchio e mandorle fresche sgusciate, fragoloni o lamponi, che so io, che sembrano ancor più rossi in mezzo agli smeraldi pallidi dei finocchi e del fiore e al latteo delle mandorle, dei piccoli poponi o altro frutto del genere… mi sembrano quei poponi verdi della bassa Italia, e aranci dorati.
20«Già di questi frutti? Non ne ho visti in nessun luogo di maturi», dice sgranando gli occhi Pietro, accennando le fragole e i poponi.
21«Sono venuti in parte dalle sponde oltre Gaza, dove ho un orto di questi prodotti, e parte dalle terrazze solari che ho sopra la casa, i vivai delle pianticine più delicate che occorre proteggere dal gelo. Me ne insegnò l’uso un amico romano… Non mi insegnò che questo di buono…». Lazzaro si incupisce. Marta sospira… Ma Lazzaro torna subito il perfetto ospite che non dà tristezze ai suoi invitati: «Molto si usa, nelle ville di Baia e Siracusa e lungo l’arco di Sibari, coltivare di queste delizie con questo metodo per averle precocemente. Mangiate: gli ultimi frutti negli aranci libici, i primi nei poponi d’Egitto cresciuti nei solari e in queste frutta latine, e le mandorle bianche della nostra patria, le fave tenere, i digestivi steli che sanno d’anaci… Marta, hai pensato al bambino?».
22«A tutti ho pensato. Maria si è commossa ricordando l’Egitto…».
A ogni tempo il suo affanno.
23«Ne avevamo qualche pianta nel povero orto. Nei grandi caldi era una festa immergere i poponi nel pozzo del vicino, che era fondo e freddo, e mangiarne la sera… Ricordo… E avevo una capretta golosa che bisognava guardare, perché era ghiotta delle piante e delle frutta tenerelle…». Gesù, che parlava a capo un po’ chino, alza la testa e guarda le palme stormenti nel vento della sera che cala: «Quando vedo quelle palme… Sempre che vedo le palme, vedo l’Egitto, la sua terra gialla e sabbiosa che il vento smuoveva così facilmente, e lontano tremolavano nell’aria rarefatta le piramidi… e i fusti alti dei palmizi… e la casa dove… Ma è inutile dire. A ogni tempo il suo affanno… E con il suo affanno la sua gioia… Lazzaro, mi daresti qualcuno di questi frutti? Li vorrei portare a Maria e Mattia. Non credo che Giovanna ne abbia».
24«Non ne ha. Lo diceva ieri proponendosi di metterne a Bétèr, facendo costruire i solari. Ma non te li do ora. Ho colto quanti ne avevo e per qualche giorno mancano dei frutti maturi.
25Te li manderò, oppure mandali a prendere entro giovedì. Ne prepareremo un grazioso canestro per quei fanciulli. Non è vero, Marta?».
26«Sì, fratello mio. E vi metteremo i piccoli gigli delle convallarie, che a Giovanna piacciono tanto».
Unzione doverosa e buona verso il Messia.
Unzione d’amore (Mt 26,7; Mc 14,3; Gv 12,3).[246].
27Rientra Maria Maddalena. Ha nelle mani un’anfora dall’esile collo, terminante in un beccuccio, aggraziato come gola di uccello. L’alabastro è di un prezioso colore giallo rosato, come certe carni di bionde. Gli apostoli la guardano, forse credendo che porti qualche ghiottoneria rara.
28Ma Maria non va al centro, fra l’U della tavola, dove è la sorella. Passa dietro i sedili-lettucci, va a collocarsi fra quello di Gesù e Lazzaro e quello dove sono i due Giacomi. Stura il vaso d’alabastro e pone la mano sotto il beccuccio, raccogliendo alcune gocce di un liquido filante che geme lentamente dall’anfora aperta. Un acuto odore di tuberose e altre essenze, un profumo intenso e buonissimo, si sparge per la sala. Ma Maria non è contenta di quel poco che viene. Si china e infrange con un colpo sicuro il collo dell’anfora contro lo spigolo del lettuccio di Gesù. Il collo esile cade a terra spargendo sui marmi del pavimento gocce profumate. Ora l’anfora ha un’ampia bocca e l’esuberanza dell’unguento ne trabocca in righe pesanti.
29Maria si pone alle spalle di Gesù e sparge l’olio spesso sul capo del suo Gesù, ne cosparge tutte le ciocche, le stende e poi le ravvia col pettine che si leva dai capelli, le ricompone in ordine sul capo adorato. La testa biondo-rossa di Gesù splende come un oro cupo, lucidissimo dopo quest’unzione. La luce del lampadario, che i servi hanno acceso, si riflette sul capo biondo di Cristo come su un casco di un bronzo ramato bellissimo. Il profumo è inebriante. Penetra nelle nari, sale al capo, quasi è stuzzicante come una polvere starnutatoria tanto è acuto, sparso così senza misura.
30Lazzaro, col capo girato all’indietro, sorride vedendo con qual cura Maria unge e ravvia le ciocche di Gesù perché il suo capo appaia ordinato dopo l’odorosa frizione, mentre non si cura che le sue trecce, non più sorrette dal largo pettine che aiuta le forcine nel loro compito, stanno abbassandosi sempre più sul collo, prossime ad allentarsi del tutto giù per le spalle.
31Anche Marta guarda e sorride. Gli altri parlano fra loro a bassa voce e con diverse espressioni sul viso.
32Ma Maria non è sazia ancora. Vi è ancora molto unguento nel vaso spezzato, e i capelli di Gesù, per quanto siano folti, ne sono già saturi. Allora Maria ripete il gesto d’amore di una sera lontana. Si inginocchia ai piedi del lettuccio, scioglie le fibbie dei sandali di Gesù e scalza i piedi di Lui e, tuffando le lunghe dita della bellissima mano nel vaso, ne trae quanto più unguento può, e lo stende, lo sparge sui piedi nudi, dito per dito, poi la pianta e il calcagno e su, al malleolo, che scopre gettando indietro la veste di lino, per ultimo sul dorso dei piedi, indugia là sui metatarsi dove entreranno i chiodi tremendi, insiste sinché non trova più balsamo nel cavo del vasello, e allora lo infrange al suolo e, libere le mani, si spunta le grosse forcine, si scioglie svelta le trecce pesanti e asporta, con quella matassa d’oro, viva, morbida, fluente, quanto supera dell’unzione dai piedi, stillanti balsamo, di Gesù.
Belato lamentoso della pecora nera (Mt 26,8-9; Mc 14,4-5; Gv 12,4-6)[247].
33Giuda -fin qui aveva taciuto, osservando con sguardo impuro di lussuria e di invidia la bellissima donna e il Maestro che ella ungeva sul capo e sui piedi- alza la voce, unica voce di aperto rimprovero; gli altri, non tutti ma alcuni, avevano avuto qualche mormorio o gesto di disapprovazione stupita ma anche pacata. Ma Giuda, che si è alzato anche in piedi per vedere meglio l’unzione sparsa sui piedi di Cristo, dice con mal garbo: «Quale inutile e pagano sciupio! Perché farlo? E poi non si vuole che i Capi del Sinedrio mormorino di peccato! Codesti sono atti di cortigiana lasciva e non si addicono alla nuova vita che tu conduci, o donna. Troppo ricordano il tuo passato!».
34L’insulto è tale che tutti restano sbalorditi. É tale che tutti si agitano, chi sedendosi sui lettucci, chi balzando in piedi, tutti guardando Giuda come fosse uno impazzito d’improvviso.
35Marta avvampa. Lazzaro si alza di scatto picchiando un pugno sul tavolo e dice: «In casa mia…», ma poi guarda Gesù e si frena.
36«Sì. Mi guardate? Tutti avete mormorato in cuor vostro. Ma ora, perché io mi sono fatto vostra eco e ho detto apertamente ciò che pensavate, ecco che siete pronti a darmi torto. Ripeto ciò che ho detto. Non voglio già dire che Maria sia l’amante del Maestro. Ma dico che certi atti non si convengono né a Lui né a lei. É un’azione imprudente. E ingiusta, anche. Sì. Perché questo spreco? Se ella voleva distruggere i ricordi del suo passato, poteva dare a me quel vaso e quell’unguento. Almeno una libbra di nardo puro era! E di gran pregio. Lo avrei venduto per trecento denari al minimo, ché un nardo di tal pregio va su quel prezzo. E potevo vendere il vaso che era bello e prezioso. Avrei dato ai poveri, che ci assediano, questi denari. Non bastano mai. E domani, a Gerusalemme, senza numero saranno quelli che chiedono un obolo».
«Questo è vero!», assentono gli altri.
«Potevi usarne un poco per il Maestro e l’altro…».
Unzione doverosa e buona verso il Messia (Mt 226,10-13; Mc 14,6-9; Gv 12,7-8).[248].
37Maria di Magdala è come fosse sorda. Continua a detergere i piedi di Cristo con i suoi capelli sciolti, che ora, giù nel basso, sono pesanti di unguento essi pure e più scuri che sull’alto del capo. I piedi di Gesù sono lisci e morbidi nel loro color di avorio vecchio, come fossero coperti di un’epidermide novella.
38E Maria calza di nuovo i sandali al Cristo e bacia ogni piede prima e dopo di averlo calzato, sorda ad ogni cosa che non sia il suo amore per Gesù.
39Il quale la difende posandole una mano sulla testa, curva nell’ultimo bacio, e dicendo: «Lasciatela fare. Perché le date pena e molestia? Voi non sapete ciò che ella ha fatto. Maria ha compiuto un’azione doverosa e buona verso di Me.
40I poveri saranno sempre fra voi. Io sto per andarmene. Essi li avrete sempre, ma Me presto non mi avrete più. Ai poveri potrete dare sempre un obolo. A Me fra poco, al Figlio dell’uomo fra gli uomini, non sarà più possibile dare onore alcuno, per volere di uomini e perché l’ora è venuta.
41L’amore le è luce. Ella sente che Io sto per morire e ha voluto anticipare al mio corpo le unzioni per la sepoltura. In verità vi dico che là dove sarà predicata la Buona Novella sarà fatta ricordanza di questo suo atto d’amore profetico. In tutto il mondo. In tutti i secoli.
42Volesse Iddio far di ogni creatura un’altra Maria, che non calcola valore, che non nutre attaccamento, che non serba un ricordo anche minimo del passato, ma distrugge e calpesta ogni cosa della carne e del mondo, e si infrange e si sparge, come fece del nardo e dell’alabastro, sul suo Signore, e per amore di Lui.
43Non piangere, Maria. Io te le ripeto in quest’ora le parole dette a Simone fariseo e a Marta tua sorella: “Tutto ti è perdonato perché tu hai saputo amare totalmente”. “Tu hai scelto la parte migliore. E non ti verrà tolta”. Va’ in pace, mia dolce pecorella ritrovata. Va’ in pace.
44I pascoli dell’amore saranno il tuo cibo in eterno. Alzati. Bacia anche le mie mani che ti hanno assolta e benedetta… Quanti hanno assolto, benedetto, guarito, beneficato, queste mie mani! Eppure Io vi dico che il popolo che Io ho beneficato sta apprestando a queste mani la tortura…».
Volti del Traditore.
Purificazione dopo il pranzo.
45Si fa un silenzio pesante, nell’aria pesante dell’acuto profumo. Maria, i capelli sciolti sulle spalle a farle manto e sul volto a farle velo, bacia la destra che Gesù le porge e non sa staccare da essa le labbra…
46Marta, commossa, le viene vicino e le raccoglie i capelli disciolti, li intreccia carezzandola poi e stendendole il pianto sulle gote nel tentativo di asciugarlo…
47Nessuno ha più voglia di mangiare… Le parole di Cristo fanno pensosi.
48Il primo ad alzarsi è Giuda d’Alfeo. Chiede licenza di ritirarsi. Giacomo suo fratello lo imita e così fanno Andrea e Giovanni. Restano gli altri, ma già in piedi, intenti a purificarsi le mani ai bacili d’argento che i servi porgono loro. Maria e Marta lo fanno col Maestro e con Lazzaro.
Il traditore mente spudoratamente.
Entra un servo e si china a parlare a Massimino.
49«Maestro», dice questo dopo averlo ascoltato, «ci sono delle persone che vorrebbero vederti. Vengono di lontano, dicono. Che facciamo?».
50Gesù chiama Filippo, Giacomo di Zebedeo e Tommaso, e ordina: «Andate, evangelizzate, guarite, fate in mio Nome. Annunciate che domani salirò al Tempio».
52«Sarà bene dirlo, questo, Signore?», chiede Simone Zelote.
«È inutile tacerlo poiché già è detto, dai nemici più che dagli amici, nella Città santa. Andate!».
53«Uhm! Finché lo sanno gli amici… si sa. Ma essi non tradiscono. Io non so come possano saperlo gli altri».
54«Fra i molti amici è sempre qualche nemico, Simone di Giona. Troppi ormai sono… gli amici, e con troppa facilità vengono accolti per tali. Se penso quanto dovetti pregare e attendere io… Ma erano i primi tempi e si era guardinghi. Poi i trionfi abbagliarono e non si fu più guardinghi. E fu male. Ma ciò avviene a tutti i vincitori. Le vittorie offuscano la limpidezza del vedere e indeboliscono la prudenza nell’agire. Parlo di noi discepoli, naturalmente. Non del Maestro. Egli è perfetto. Fossimo rimasti noi dodici, non si dovrebbe tremare per tema di tradimenti!», mente spudoratamente Giuda di Keriot.
Il traditore abbandona la Fraternità.
55È indescrivibile lo sguardo che Cristo posa sull’apostolo traditore. Uno sguardo di richiamo e di dolore infiniti. Ma Giuda non lo raccoglie. Passando davanti alla tavola, si avvia per uscire… Gesù lo segue con lo sguardo e, quando lo vede proprio uscire, gli chiede: «Dove vai?».
«Fuori…», risponde evasivamente Giuda.
56«Fuori da questa stanza, o fuori da questa casa?».
«Fuori… Così… A camminare un poco».
57«Non andare, Giuda. Resta con Me, con noi…».
«Sono andati via i tuoi fratelli e Giovanni con Andrea. Perché non devo andare io?».
«Tu non vai a riposare come loro…».
58Giuda non risponde, ma esce caparbio. Le parole si sono taciute nella sala. Gli ospiti e i quattro apostoli rimasti -Pietro, Simone, Matteo e Bartolomeo- si guardano fra loro.
59Gesù guarda fuori. Si è alzato andando ad una finestra per seguire le mosse di Giuda e, quando lo vede uscire dalla casa col mantello già indossato e avviarsi verso il cancello che da qui non si vede, lo chiama forte: «Giuda! Attendimi. Ti devo dire una cosa», e respinge dolcemente Lazzaro che, intuendo un dolore nel suo Maestro, lo aveva cinto con un braccio alla vita; ed esce dalla sala, raggiungendo Giuda che ha continuato a camminare sebbene più lentamente.
Volontà di commettere il delitto.
60Lo raggiunge a un buon terzo della distanza tra la casa e la cinta del giardino, presso un boschetto di piante dalle spesse foglie, che sembrano di ceramica verde cupa tutta spruzzata di piccoli fiori a ciocche, e ogni fiore è una crocetta con petali pesanti come fossero fatti di cera appena ingiallita, dal profumo intenso. Non ne so il nome.
61Lo attira dietro quel folto e, sempre tenendogli la mano stretta sull’avambraccio, gli torna a chiedere: «Dove vai, Giuda? Te ne prego, resta qui!».
62«Tu che sai tutto perché me lo chiedi? Che bisogno hai di chiedere, Tu che leggi nel cuore degli uomini? Lo sai che vado dai miei amici. Non mi concedi di andarvi. Essi mi sollecitano. Vado».
63«I tuoi amici! La tua rovina, devi dire! Tu vai a quella. Vai ai tuoi veri assassini. Non andare, Giuda! Non andare! Tu vai a commettere un delitto… Tu…»
64«Ah! hai paura?! Hai finalmente paura?! Ti senti uomo, finalmente! Sei un uomo! Nulla più di un uomo! Perché solo l’uomo ha paura della morte. Dio sa che non può morire. Se ti sentissi Dio, sapresti che non potresti morire e non avresti paura.
65Perché Tu, ora, ora che ti senti vicina la morte, l’hai questa paura comune a tutti gli uomini, e cerchi, con tutti i mezzi, di allontanarla, e vedi da per tutto e in ogni cosa un pericolo. Dove sono le tue belle audacie? Dove le proteste sicure di esser contento, di essere sitibondo di compiere il Sacrificio? Non ne hai più neppure un eco in cuore! Credevi che non venisse mai quest’ora, e allora facevi il forte, il generoso, dicevi le frasi solenni. Va’!
66Non sei da meno di quelli che Tu rimproveri come ipocriti! Ci hai lusingati e traditi. E noi che avevamo per Te lasciato ogni cosa! Noi che per causa tua siamo odiati! Tu sei la causa della nostra rovina…».
67«Basta. Va’! Va’! Non sono passate molte ore che tu mi hai detto: “Aiutami a rimanere. Difendimi!”. L’ho fatto. A che è giovato? Dimmi ancora una cosa, e rifletti prima di dirla. È questa la tua pura volontà? Questa di andare dai tuoi amici, di preferirli a Me?».
«Sì. È questa. Non ho bisogno di riflettere, perché da tempo non ho che questa volontà».
68«E allora va’. Dio non violenta la volontà dell’uomo», e Gesù gli volge le spalle tornando lentamente verso la casa. Quando è prossimo ad essa, alza il capo attirato dallo sguardo che Lazzaro, ritto al posto di prima, tiene puntato su Lui. Ed è un ben pallido viso quello che si sforza di sorridere all’amico fedele.
Lo Spirito del Messia.
Pensieri affidati al rotolo.
69Rientra nella sala dove i quattro apostoli parlano con Massimino, mentre Marta e Maria dirigono il lavoro dei servi, che riordinano la sala levando le stoviglie e le biancherie usate nel convito.
70Lazzaro è andato sulla soglia e ha cinto di nuovo Gesù alla cintura e, passando presso un servo, gli dice: «Portami quel rotolo che è sul tavolo della mia stanza di lavoro».
71Conduce Gesù su uno di quegli ampi sedili che sono nell’incassatura delle finestre, perché si sieda. Ma Gesù resta in piedi, sforzandosi di prestare attenzione a quanto gli dice Lazzaro… ma è visibile che il suo pensiero è altrove e che il suo cuore è molto afflitto benché, quando si accorge di essere osservato dagli apostoli, sorrida per dissipare il sospetto che è nel cuore di chi lo ha avvicinato circondandolo e che bisbiglia col vicino e ammicca accennando al Maestro.
72Il servo torna col rotolo e Pietro, visto che quelle pergamene contengono cose più alte di quanto la sua testa possa capire, si ritira dicendo: «I pesci non abboccano a certi cibi. Meglio parlare con Massimino di piante e colture».
73Marta continua il suo lavoro. Maria, anche tacendo, prende parte ai discorsi di Lazzaro, che segnala al Maestro alcuni punti scritti sulle pergamene, dicendo: «Non ha una preveggenza singolare questo pagano? Più che molti fra noi. Forse… se fosse stato qui, mentre Tu sei il Maestro nostro, sarebbe stato fra i tuoi discepoli, e uno dei migliori. E ti avrebbe capito come molti fra noi non sanno. E quale poema avrebbe tratto al suo genio l’ammirazione per Te!
74Le tue parole raccolte e conservate da uno spirito che è luminoso pur essendo di pagano! La tua vita descritta da questo intelletto aperto e limpido! Noi non abbiamo più scrittori e poeti. Tu sei nato tardi. Quando l’egoismo della vita e la corruzione religioso-sociale hanno estinto in noi poesia e genio.
75Ciò che senza conoscerti hanno scritto di Te i nostri sapienti e profeti non ha trovato riscontro nella voce viva di un tuo seguace. I tuoi prediletti, i tuoi fedeli sono, per la più parte, gente senza istruzione.
76E gli altri… No. Non abbiamo più degli scioelet[249] (dico come è pronunciato) per tramandare alle folle le tue sapienze e la tua figura. Non li abbiamo più, perché manca lo spirito e la volontà più che la capacità di farlo.
77La parte umanamente più eletta di Israele è sorda come una tromba guastata e non sa più cantare le glorie e meraviglie di Dio. Il mio timore è che tutto si perda o venga alterato, parte per incapacità, parte per malvolere…»
Il Messia affida la sua dottrina allo Spirito Santo.
78«Non accadrà. Lo Spirito del Signore, quando sarà stabilito nell’interno dei cuori, ripeterà le mie parole e ne spiegherà il significato. É lo Spirito di Dio Colui che parla sulle labbra del Cristo. Poi… Poi parlerà direttamente agli spiriti e ricorderà le mie parole».
79«Oh! fosse presto! Presto, poiché le tue parole sono così poco ascoltate e meno capite.
80Io penso che violento come fuoco che divampi sarà il ruggire dello Spirito di Dio per scolpire nelle menti, con la violenza, ciò che non vollero accogliere perché era dolce e mite.
81Io penso che il fiammeggiante Spirito brucerà con le sue fiamme le tiepide o torpide coscienze, scrivendo su esse le tue parole. Il mondo dovrà amarti. L’Altissimo lo vuole! Ma quando sarà?», dice la Maddalena col suo solito impeto.
82«Quando Io mi sarò consumato nel Sacrificio d’amore[250]. Allora l’Amore verrà[251]. Sarà come la fiamma bella che si alza dalla Vittima immolata. E non si spegnerà questa fiamma, perché non cesserà il Sacrificio. Stabilito che sia, durerà per tutto il tempo della Terra[252]».
83«Ma allora… Tu dovresti proprio essere immolato perché ciò avvenisse!».
84«Così è». Gesù ha il suo gesto solito di adesione alla propria sorte. Allarga le braccia con le mani rivolte in fuori e china il capo. Poi lo rialza per sorridere a Lazzaro afflitto e dice: «Però non sarà violenta come un ruggito la voce immateriale dello Spirito di Amore, ma sarà dolce come l’amore, il quale è soave come vento di nisam eppure è forte come la morte.
85L’ineffabile ministero dell’Amore! Il complemento, il completamento del mio ministero. La perfezione del mio ministero di Maestro… Io non temo, come tu temi, o Maria, che nulla si perda di quanto ho dato.
86Anzi, in verità ti dico che raggi di luce saranno gettati sulle mie parole e ne vedrete lo spirito. Io me ne vado serenamente, perché affido la mia dottrina allo Spirito Santo[253] e il mio spirito al Padre mio[254]».
Lazzaro vieni fuori.
87Curva il capo pensando e poi, posato il rotolo, che ha originato la conversazione, su una specie di alta credenza o cofano d’ebano o di altro legno scuro, tutta a intarsi di avorio giallastro, che quattro servi hanno portato dalla stanza vicina e nella quale Marta sta ordinando la disposizione delle stoviglie più preziose, dice: «Lazzaro, vieni fuori. Ho bisogno di parlarti!».
88«Subito, Signore», e Lazzaro si alza dal sedile su cui si era seduto e segue Gesù nel giardino che imbruna, morendo in cielo l’ultima luce del giorno ed essendo ancor troppo tenue il primo albore lunare che si manifesta appena.
587. L’addio a Lazzaro[255].
Gesù di Nazareth è il Redentore[256].
Il Messia affida e confida a Lazzaro le sue volontà.
1Gesù è a Betania. É sera. Una placida sera di aprile. Dalle ampie finestre della sala del convito si vede il giardino di Lazzaro tutto in fiore e, oltre, il frutteto che pare tutta una nuvola di petali lievi. Un profumo di verde novello, di un dolce amaro di fiori fruttiferi, di rose e altri fiori, si mescola, entrando col placido vento della sera che fa ondeggiare lievemente le tende stese sulle porte e tremolare le luci del lampadario del centro, ad un acuto profumo di tuberose, di mughetti, di gelsomini, mescolato in essenza rara, sopravvivenza del balsamo con cui Maria di Magdala ha profumato il suo Gesù, che ne ha ancora i capelli resi più scuri dall’unzione.
2Nella sala sono ancora Simone, Pietro, Matteo e Bartolomeo. Gli altri mancano come fossero già usciti per incombenze.
3Gesù si è alzato da tavola e osserva un rotolo di pergamena che Lazzaro gli ha mostrato. Maria di Magdala gira per la sala… pare una farfalla attratta dalla luce. Non sa che volteggiare intorno al suo Gesù. Marta sorveglia i servi che levano le splendide stoviglie preziose, sparse sulla mensa.
4Gesù posa il rotolo su un’alta credenza, a intarsi d’avorio nel nero del legno lucido, e dice: «Lazzaro, vieni fuori. Ho bisogno di parlarti».
5«Subito, Signore», e Lazzaro si alza dal suo sedile presso la finestra e segue Gesù nel giardino, in cui l’ultima luce del giorno si mesce al primo chiarissimo chiarore di luna. Gesù cammina dirigendosi oltre il giardino, là dove è il sepolcro che fu di Lazzaro e che ora mostra una grande cornice di rose tutte in fiore sulla sua bocca vuota. In alto di essa, sulla roccia lievemente inclinata, è scolpito: «Lazzaro, vieni fuori!». Gesù si ferma lì. La casa non si vede più, nascosta come è da alberi e siepi. Vi è un silenzio assoluto e assoluta solitudine.
6«Lazzaro, amico mio», chiede Gesù rimanendo in piedi, di fronte al suo amico, e fissandolo con un’ombra di sorriso nel volto molto smagrito e pallido più del consueto. «Lazzaro, amico mio, sai tu chi sono Io?».
7«Tu? Ma sei Gesù di Nazareth, il mio dolce Gesù, il mio santo Gesù, il mio potente Gesù!».
8«Questo per te. Ma per il mondo, chi sono Io?».
«Sei il Messia d’Israele».
9«E poi?».
«Sei il Promesso, l’Atteso… Ma perché mi chiedi questo? Dubiti della mia fede?».
10«No, Lazzaro. Ma Io ti voglio confidare una verità. Nessuno, fuorché mia Madre e uno dei miei, la sa. Mia Madre, perché Ella non ignora nulla. Uno, perché è compartecipe in questa cosa. Agli altri l’ho detta, in questi tre anni che sono con Me, molte e molte volte. Ma il loro amore ha fatto da nepente[257] e da riparo alla verità annunciata. Non hanno potuto tutto capire… Ed è bene non abbiano capito, altrimenti, per impedire un delitto, ne avrebbero commesso un altro. Inutile. Perché ciò che deve avvenire avverrebbe, nonostante ogni uccisione. Ma a te la voglio dire».
11«Dubiti che io ti ami meno di loro? Di quale delitto parli? Quale delitto deve avvenire? Parla, in nome di Dio!». Lazzaro è agitato.
12«Parlo, sì. Non dubito del tuo amore. Tanto poco ne dubito che ad esso affido e confido le mie volontà…».
13«Oh! mio Gesù! Ma questo lo fa chi è prossimo a morte! Io l’ho fatto quando ho compreso che Tu non venivi e che io dovevo morire».
«Ed Io devo morire».
«Noooh!». Lazzaro ha un alto gemito.
Il prezzo dell’Agnello.
14«Non gridare. Che nessuno senta. Ho bisogno di parlare a te solo. Lazzaro, amico mio, sai tu che avviene in questo momento in cui tu sei presso a Me, nell’amicizia fedele che mi desti fin dal primo momento e che non fu mai turbata da nessun motivo? Un uomo, insieme ad altri uomini, sta contrattando il prezzo dell’Agnello. Sai che nome ha quell’Agnello? Ha nome Gesù di Nazareth».
15«Nooh! I nemici ci sono, è vero. Ma non può uno venderti! Chi? Chi è?».
16«È uno dei miei. Non poteva che essere uno di quelli che Io ho più fortemente deluso e che, stanco di attendere, vuole liberarsi di Colui che ormai non è più che un pericolo personale. Crede di rifarsi una stima, secondo il pensiero suo, presso i grandi del mondo. Sarà invece disprezzato dal mondo dei buoni e da quello dei delinquenti. É arrivato a questa stanchezza di Me, dell’attesa di ciò che con ogni mezzo ha cercato di raggiungere: la grandezza umana, perseguita prima nel Tempio, creduta di raggiungere col Re di Israele, ed ora cercata nuovamente nel Tempio e presso i romani… Spera… Ma Roma, se sa anche premiare i suoi servi fedeli, … sa calpestare sotto il suo sprezzo i vili delatori. Egli è stanco di Me, dell’attesa, della soma che è l’esser buoni. Per chi è malvagio, l’essere, il dovere fingere di essere buono, è una soma di un peso schiacciante. Può essere sostenuta per qualche tempo… e poi… non si può più… e ci si libera di essa per tornare liberi. Liberi? Così credono i malvagi. Così lui crede. Ma libertà non è. L’essere di Dio è libertà. L’essere contro Dio è una prigionia di ceppi e catene, di pesi e sferzate, quale nessun galeotto al remo, quale nessuno schiavo alle costruzioni la sopporta sotto la sferza dell’aguzzino».
«Chi è? Dimmelo. Chi è?».
«Non serve».
17«Sì che serve… Ah! … Non può essere che lui: l’uomo che è sempre stato una macchia nella tua schiera, l’uomo che anche poco fa ha offeso mia sorella. É Giuda di Keriot!».
La possessione e l’incarnazione.
18«No. É Satana. Dio ha preso carne in Me: Gesù. Satana ha preso carne in lui: Giuda di Keriot[258].
19Un giorno… molto lontano… qui, in questo tuo giardino, Io ho consolato un pianto ed ho scusato uno spirito caduto nel fango.
20Ho detto che la possessione è il contagio di Satana che inocula i suoi succhi nell’essere e lo snatura. Ho detto che è il connubio, con Satana e con l’animalità, di uno spirito.
21Ma la possessione è ancor poca cosa rispetto all’incarnazione. Io sarò posseduto dai miei santi[259] ed essi saranno da Me posseduti. Ma solo in Gesù Cristo è Dio quale è in Cielo, perché Io sono il Dio fatto Carne. Una sola è l’Incarnazione divina.
22Così ugualmente in uno solo sarà Satana, Lucifero, così come è nel suo regno, perché solo nell’uccisore del Figlio di Dio è Satana incarnato. Egli, mentre Io qui ti parlo, è davanti al Sinedrio e tratta e si impegna per la mia uccisione. Ma non è lui, è Satana.
La gioia di Lazzaro era occuparsi del Messia.
23Ora ascolta, Lazzaro, amico fedele. Io ti chiedo alcuni piaceri. Tu non mi hai mai nulla negato. Il tuo amore fu tanto grande che, senza mai oltrepassare il rispetto, fu sempre attivo al mio fianco, con mille aiuti, con tanti previdenti aiuti e saggi consigli che Io ho sempre accettato, perché vedevo nel tuo cuore un vero desiderio del mio bene».
24«Oh! Signor mio! Ma era la mia gioia occuparmi di Te! Che farò più ora, se non avrò da occuparmi del mio Maestro e Signore? Troppo! Troppo poco mi hai permesso di fare! Il mio debito verso Te, che hai reso Maria al mio amore e all’onore, e me alla vita, è tale che… Oh! perché mi hai richiamato da morte per farmi vivere quest’ora? Ormai tutto l’orrore della morte e tutta l’angoscia dello spirito, tentato di paura da Satana nel momento di presentarsi al Giudice eterno, io l’avevo superato, ed era buio…
25Che hai, Gesù? Perché fremi e impallidisci ancor più di quanto Tu non sia? Il tuo volto è pallido più di questa rosa di neve che languisce sotto la luna. Oh! Maestro! Sembra che il sangue e la vita ti abbandonino…»
26«Sono infatti come uno che muore con le vene aperte. Tutta Gerusalemme, e voglio dire con ciò “tutti i nemici fra i potenti di Israele”, è attaccata a Me con avide bocche e mi aspira la vita e il sangue.
27Vogliono fare silenzio della Voce che per tre anni li ha tormentati anche amandoli, … perché ogni mia parola, anche se era parola d’amore, era scossa che richiamava al risveglio la loro anima, e loro non volevano sentire questa loro anima, loro che l’hanno legata con la loro sensualità triplice.
28E non solo i grandi… Ma tutta, tutta Gerusalemme sta per accanirsi sull’Innocente e volerne la morte… e con Gerusalemme la Giudea… e con la Giudea la Perea, l’Idumea, la Decapoli, la Galilea, la Sirofenicia… tutto, tutto Israele convenuto a Sionne per il “Passaggio”[260] del Cristo da vita a morte… Lazzaro, tu che sei morto e che sei risorto, dimmi: cosa è il morire? Che provasti? che ricordi?».
Volontà di essere Redentore.
Il Messia va’ cosciente alla morte.
29«Il morire?… Non ricordo esattamente che fu. Dopo la grande sofferenza successe un grande languore… Mi pareva di non soffrire più e di avere solo un grande sonno… Luce e rumore divenivano sempre più fiochi e lontani… Dicono le sorelle e Massimino che io davo segno di aspra sofferenza… Ma io non la ricordo…».
30«Già. La pietà del Padre ottunde ai morenti il sensorio intellettuale, di modo che essi soffrono unicamente con la carne, che è quella che deve essere purificata da questo prepurgatorio che è l’agonia. Ma Io… E della morte che ricordi?».
31«Nulla, Maestro. Ho uno spazio buio nello spirito. Una zona vuota. Ho una interruzione nel corso della mia vita che non so come riempire. Non ho ricordi. Se io guardassi nel fondo di quel buco nero che mi tenne per quattro giorni, pur essendo notte ed essendo in esso ombra, sentirei, se non vedrei, il gelo umido salire dalle sue viscere e ventarmi in faccia. É già una sensazione. Ma io, se penso a quei quattro giorni, non ho nulla. Nulla. É la parola».
32«Già. Coloro che tornano non possono dire… Il mistero si svela volta per volta a colui che vi entra. Ma Io, Lazzaro, Io so cosa soffrirò. Io so che soffrirò in piena coscienza. Non vi sarà nessun addolcimento di bevande e di languore per cui meno atroce mi diventi l’agonia. Io mi sentirò morire. Già lo sento… Muoio già, Lazzaro. Come uno malato di incurabile malattia, ho continuato a morire in questi trentatré anni. E sempre più il morire si è accelerato man mano che il tempo mi avvicinava a quest’ora.
33Prima era solo il morire del sapere dell’esser nato per essere Redentore. Poi fu il morire di chi si vede combattuto, accusato, deriso, perseguitato, ostacolato… Che stanchezza! Poi… il morire di avere di fianco, sempre più vicino, fino ad averlo abbrancato a Me come una piovra al naufrago, colui che è il mio Traditore. Che nausea! Ora muoio nello strazio del dovere dire “addio” agli amici più cari, e alla Madre…».
La tortura dello spirito e del sentimento.
34«Oh! Maestro! Tu piangi?! So che hai pianto anche davanti al mio sepolcro perché mi amavi. Ma ora… Tu piangi di nuovo. Sei tutto di gelo. Hai le mani già fredde come un cadavere. Tu soffri… Troppo Tu soffri!…».
35«Sono l’Uomo, Lazzaro. Non sono solo il Dio. Dell’uomo ho la sensibilità e gli affetti. E l’anima mi si angoscia pensando alla Madre…
36Eppure, Io te lo dico, è divenuta tanto mostruosa questa mia tortura di subire la vicinanza del Traditore, l’odio satanico di tutto un mondo, la sordità di coloro che, se non odiano, neppure sanno amare attivamente, perché amare attivamente è giungere ad essere quale l’Amato vuole e insegna, e invece qui!…
37Sì, molti mi amano. Ma sono rimasti “loro”. Non hanno preso un altro io per amore mio. Sai chi ha saputo, fra i miei più intimi, snaturarsi per divenire di Cristo, come Cristo vuole? Una sola: tua sorella Maria. Lei è partita da una animalità completa e pervertita per giungere ad una spiritualità angelica. E questo per unica forza d’amore».
«Tu l’hai redenta».
38«Tutti li ho redenti con la parola. Ma solo lei si è mutata totalmente per attività d’amore. Ma dicevo: e tanto è mostruosa la mia sofferenza di tutte queste cose, che non sospiro altro che tutto sia compiuto. Le mie forze piegano… Sarà meno pesante la croce di questa tortura dello spirito e del sentimento…».
39«La croce?! Nooh! Oh! no! É troppo atroce! É troppo infamante! No!». Lazzaro, che ha tenuto da qualche tempo fra le sue le mani gelate di Gesù, ritto di fronte al suo Maestro, le lascia andare e si accascia sul sedile di pietra che è lì presso, si chiude il viso fra le mani e piange desolatamente.
40Gesù gli si accosta, gli pone la mano sulle spalle scosse dai singhiozzi e dice: «E che? Devo essere Io, che muoio, colui che consola te che vivi? Amico, Io ho bisogno di forza e di aiuto. E te lo chiedo. Non ho che te che me lo possa dare. Gli altri è bene che non sappiano. Perché se sapessero… Correrebbe del sangue. E Io non voglio che gli agnelli divengano lupi, neppure per amore dell’Innocente. La Madre… oh! che trafittura parlare di Lei…
Il conforto della Madre.
41La Madre ha già tanta angoscia! Anche Lei è una moritura esausta… Sono trentatré anni che muore Lei pure, ed ora è tutta una piaga, come la vittima di un atroce supplizio.
42Ti giuro che ho combattuto fra la mente e il cuore, fra l’amore e la ragione, per decidere se era giusto allontanarla, rimandarla nella sua casa dove Ella sempre sogna l’Amore che l’ha resa Madre, gusta il sapore del suo bacio di fuoco, trassale nell’estasi di quel ricordo e con occhi d’anima sempre vede alitare l’aria percossa e smossa da un bagliore angelico.
43In Galilea la notizia della Morte giungerà quasi al momento in cui Io potrò dirle: “Madre, Io sono il Vincitore!”. Ma non posso, no, non posso fare questo. Il povero Gesù, carico dei peccati del mondo, ha bisogno di un conforto. E la Madre me lo darà.
44L’ancora più povero mondo ha bisogno di due Vittime. Perché l’uomo peccò con la donna; e la Donna deve redimere, come l’Uomo redime. Ma, fino a che l’ora non sarà suonata, Io do alla Madre un sorriso sicuro… Ella trema… lo so.
45Ella sente avvicinarsi la Tortura. Lo so. E ne repelle per naturale ribrezzo e per santo amore, così come Io repello alla Morte perché sono un “vivo” che deve morire. Ma guai se sapesse che fra cinque giorni… Non giungerebbe viva a quell’ora, ed Io la voglio viva per trarre dalle sue labbra forza come trassi vita dal suo seno.
46E Dio la vuole sul mio Calvario per mescolare l’acqua del pianto verginale al vino del Sangue divino e celebrare la prima Messa. Sai che sarà la Messa? Non sai. Non puoi sapere. Sarà la mia morte applicata in perpetuo al genere umano vivente o penante. Non piangere, Lazzaro. Ella è forte.
47Non piange. Ha pianto per tutta la sua vita di Madre. Ora non piange più. Si è crocifissa il sorriso sul volto… Hai visto che volto le è venuto in questi ultimi tempi? Si è crocifissa il sorriso sul volto per confortare Me. Ti chiedo di imitare mia Madre.
I segreti affidati a Lazzaro.
Betania sarà sempre Betania.
48Non potevo più tenere da Me solo il mio segreto. Mi sono guardato intorno cercando un amico sincero e sicuro. Ho incontrato il tuo sguardo leale. Ho detto: “A Lazzaro”. Io, quando tu avevi un macigno sul cuore, ho rispettato il tuo segreto e l’ho difeso contro la anche naturale curiosità del cuore.
49Ti chiedo lo stesso rispetto per il mio. Dopo… dopo la mia morte tu lo dirai. Dirai questo colloquio. Perché si sappia che Gesù andò cosciente alla morte e alle note torture unì anche questa di non avere nulla ignorato, né sulle persone, né sul suo destino. Perché si sappia che, mentre ancora poteva salvarsi, non volle, perché l’amore suo infinito per gli uomini non ardeva che di consumare il sacrificio per essi».
50«Oh! salvati, Maestro! Salvati! Io ti posso far fuggire. Questa notte stessa. Una volta sei pur fuggito in Egitto! Fuggi anche ora. Vieni, andiamo. Prendiamo Maria con noi e le sorelle, e andiamo. Nessuna delle mie ricchezze mi attrae, lo sai. La ricchezza mia e di Maria e di Marta sei Tu. Andiamo».
51«Lazzaro, allora sono fuggito perché non era l’ora. Ora è l’ora. E resto».
52«E allora io vengo con Te. Non ti lascio».
53«No. Tu resti qui. Posto che una licenza concede che chi è dentro la passeggiata di un sabato possa consumare l’agnello nella sua casa, ecco che tu, come sempre, consumerai qui il tuo agnello.
54Però lasciami venire le sorelle… Per la Mamma… Oh! cosa ti celavano, o Martire, le rose dell’amore divino! L’abisso! L’abisso! E da esso ora salgono e s’avventano le fiamme dell’Odio a morderti il cuore! Le sorelle, sì. Sono forti e attive… e la Mamma sarà un essere agonizzante, curvo sulla mia spoglia.
55Giovanni non basta. É l’amore, Giovanni. Ma è ancora immaturo. Oh! maturerà divenendo uomo nello strazio di questi prossimi giorni. Ma la Donna ha bisogno delle donne sulle sue tremende ferite. Me le concedi?».
56«Ma tutto, tutto sempre ti ho dato con gioia, e solo mi dolevo che Tu volessi così poco! …».
57«Lo vedi. Da nessun altro ho accettato quanto dagli amici di Betania. Questa è stata una delle accuse che l’ingiusto mi ha fatto più di una volta. Ma Io trovavo qui, fra voi, tanto da consolare l’Uomo da tutte le sue amarezze d’uomo.
58A Nazareth era il Dio che si racconsolava presso l’unica Delizia di Dio. Qui era l’Uomo. Ed Io, prima di salire alla morte, ti ringrazio, amico fedele, amoroso, gentile, premuroso, riservato, dotto, discreto e generoso. Di tutto ti ringrazio. Il Padre mio, poi, ti darà compenso…».
59«Tutto ho già avuto col tuo amore e con la redenzione di Maria».
Gerusalemme sarà corrotta.
60«Oh! no. Molto ancora devi avere. Ed avrai. Ascolta. Non disperarti così. Dammi la tua intelligenza perché Io possa dirti ciò che ancora ti chiedo. Tu resterai qui ad attendere…».
61«No, questo no. Perché Maria e Marta, e non io?».
62«Perché non voglio che tu ti corrompa come tutti i maschi si corromperanno. Gerusalemme nei giorni futuri sarà corrotta come lo è l’aria intorno ad una carogna putrida, crepata all’improvviso per l’imprudente colpo di tallone di un passante. Ammorbata e ammorbante.
63I suoi miasmi renderanno folli anche i meno crudeli, anche i miei discepoli stessi. Essi fuggiranno. E dove verranno nello sbigottimento loro? Da Lazzaro. Quante volte, in questi tre anni, essi sono venuti per cercare pane, letto, difesa, ricovero, e il Maestro… Ora torneranno.
64Come pecore sbandate dal lupo che ha rapito il pastore, correranno ad un ovile. Radunale. Rincuorale. Di’ loro che Io le perdono. Ti affido il mio perdono per loro. Non avranno pace per essere fuggiti. Di’ loro di non cadere in un più grande peccato col disperare del mio perdono».
65«Tutti fuggiranno?».
«Tutti, meno Giovanni».
L’Iscariota sarà da Satana.
66«Maestro. Non mi chiederai di accogliere Giuda? Fammi morire di tortura, ma questo non me lo chiedere. Più volte la mia mano ha fremuto sulla mia spada, ansiosa di uccidere l’obbrobrio della famiglia. E non l’ho mai fatto perché non sono un violento. Fui solo tentato di farlo. Ma ti giuro che, se rivedo Giuda, come un capro di delitto io lo sgozzo».
67«Non lo vedrai mai più. Te lo giuro».
«Fuggirà? Non importa. Ho detto: “Se lo vedrò”. Ora dico: “Io lo raggiungerò, fosse ai confini del mondo, e lo ucciderò”».
68«Non lo devi desiderare».
«Lo farò».
69«Non lo farai, perché dove egli sarà tu non potrai andare».
«In seno al Sinedrio? Nel Santo? Anche là lo raggiungerò e ucciderò».
«Non sarà là».
«Da Erode? Sarò ucciso, ma prima lo ucciderò».
70«Sarà da Satana. E tu non sarai mai da Satana. Ma deponi subito questo pensiero omicida, perché altrimenti Io ti lascio».
71«Oh! oh!… Ma… Sì, per Te… Oh! Maestro! Maestro! Maestro!».
Consapevolezza di essere Redentore.
Consapevolezza del della sua immolazione.
72«Sì. Il tuo Maestro… Accoglierai i discepoli, li conforterai. Li ricondurrai verso la Pace. Io sono la Pace. E anche dopo… Dopo tu li aiuterai. Betania sarà sempre Betania, finché l’Odio non frugherà in questo focolare d’amore credendo disperderne le fiamme, ed invece spargendole sul mondo per accenderlo tutto. Io ti benedico, Lazzaro, per tutto quanto hai fatto e per tutto quello che farai…».
73«Nulla, nulla. Tu mi hai tratto dalla morte e non mi permetti di difenderti. Che ho fatto allora?».
74«Mi hai dato le tue case. Vedi? Era destino. Il primo alloggio in Sionne in una terra che è tua. L’ultimo ancora in una di esse. Era destino che Io fossi il tuo Ospite. Ma dalla morte non mi potresti difendere. Ti ho chiesto in principio di questo colloquio: “Sai tu chi sono?”. Ora rispondo: “Sono il Redentore”. Il Redentore deve consumare il sacrificio sino all’ultima immolazione. Del resto, credilo. Colui che salirà sulla croce e sarà esposto agli sguardi e agli scherni del mondo non sarà un vivo. Ma un morto. Io sono già un morto. Ucciso dal non amore più e prima che dalla tortura.
75E ancora una cosa, amico. Io domani all’aurora vado a Gerusalemme. E tu sentirai dire che Sionne ha acclamato come un trionfatore il suo Re mansueto, che entrerà in essa cavalcando un asinello.
76Non ti illuda questo trionfo e non ti faccia giudicare che la Sapienza che ti parla fu non sapiente in questa placida sera. Più ratto di astro che riga il cielo e scompare per spazi sconosciuti, dileguerà il favore popolare, ed Io fra cinque sere, a questa stessa ora, inizierò la tortura con un bacio d’inganno che aprirà le bocche, domani osannanti, in un coro di atroci bestemmie e di feroci voci di condanna.
La “Vittima” consapevole del suo sacrificio.
77Sì. Lo avrai finalmente, o città di Sionne, o popolo d’Israele, l’Agnello pasquale! Lo avrai in questo prossimo rito. Eccolo. É la Vittima preparata dai secoli. L’Amore l’ha generata[261], preparandosi per talamo un seno in cui non fu macchia[262]. E l’Amore la consuma[263]. Ecco. È la Vittima conscia[264]. Non come l’agnello che, mentre il beccaio affila il coltello per sgozzarlo, ancor bruca l’erbetta del prato, o ignaro urta col muso rosato contro il tondo capezzolo materno.
78Ma Io sono l’Agnello[265] che cosciente dice: “Addio!” alla vita, alla Madre, agli amici, e va al sacrificatore e dice: “Eccomi!”. Io sono il Cibo dell’uomo.
79Satana ha messo una fame che mai si è saziata. Che non si può saziare. Solo un cibo la sazia, perché leva quella fame. E quel Cibo, eccolo. Ecco, uomo, il tuo Pane[266]. Ecco il tuo Vino[267].
80Consuma la tua Pasqua, o Umanità! Passa il tuo mare, rosso delle fiamme sataniche. Tinta del mio Sangue tu passerai, razza dell’Uomo, preservata dal fuoco infernale. Puoi passare.
81I Cieli, premuti dal mio desiderio, già socchiudono le eterne porte. Guardate, o spiriti dei morti! Guardate, o uomini viventi! Guardate, o anime che sarete incorporate nei futuri! Guardate, angeli del Paradiso! Guardate, demoni dell’Inferno! Guarda, o Padre; guarda, o Paraclito! La Vittima sorride. Non piange più…
“Era ed è la verità e la vita”.
82Tutto è detto. Addio, amico. Te pure non ti vedrò più prima della morte. Diamoci il bacio di addio. E non dubitare. Ti diranno: “Era un folle! Era un demonio! Un mentitore! É morto mentre diceva che era la Vita”.
83A loro, e specie a te stesso, rispondi: “Era ed è la Verità e la Vita. É il Vincitore della morte. Io lo so. E non può essere l’eterno Morto. Io lo attendo. E non sarà consumato tutto l’olio nella lampada, che l’amico tiene pronta per far luce al mondo, convitato alle nozze del Trionfatore, che Egli, lo Sposo, tornerà. E la luce, questa volta, non potrà mai più essere spenta”.
84Credi questo, Lazzaro. Ubbidisci al mio desiderio. Senti questo usignolo come canta dopo essersi taciuto per lo scoppio del tuo pianto? Così fa’ tu. La tua anima, dopo l’inevitabile pianto sull’Ucciso, canti l’inno sicuro della tua fede. Sii benedetto. Dal Padre, dal Figlio, dallo Spirito Santo».
Nota del Portavoce.
85Quanto ho sofferto! Per tutta la notte, dalle 23 di giovedì l° marzo alle 5 della mattina del venerdì. Ho visto Gesù in un’angoscia di poco inferiore a quella del Getsemani, specie quando parla della Madre, del traditore, e mostra il ribrezzo della morte. Ho ubbidito al comando di Gesù di scrivere questo su un quaderno a parte per farne una Passione più particolareggiata. Lei ha visto il mio viso questa mattina… debole immagine della sofferenza patita… E non dico di più, perché ci sono pudori insormontabili.
588. Giuda Iscariota
dai Capi
del Sinedrio[268].
Il segnale convenzionale (Lc 22,3-4)[269].
1Giuda giunge a notte alla casa di campagna di Caifa. Ma c’è la luna che fa da complice all’assassino illuminandogli la strada. Deve essere ben sicuro di trovare là, in quella casa fuori le mura, coloro che egli cercava, perché altrimenti penso che avrebbe cercato di entrare in città e sarebbe andato nel Tempio. Invece sale sicuro fra gli ulivi del piccolo colle. È più sicuro questa volta dell’altra. Perché ora è notte, e le ombre e l’ora lo proteggono da ogni possibile sorpresa. Le vie della campagna sono deserte, ormai, dopo essere state percorse per tutto il giorno dalle turbe dei pellegrini che vanno a Gerusalemme per la Pasqua. Persino i poveri lebbrosi sono nei loro spechi e dormono i loro sonni di infelici, smemorati per qualche ora dalla loro sorte.
2Ecco Giuda alla porta della casa biancheggiante al lume della luna. Bussa. Tre colpi, un colpo, tre colpi, due colpi… Persino il segnale convenzionale sa a meraviglia! E deve essere proprio un segnale sicuro, perché la porta si socchiude senza il preventivo sbirciare del portinaio dallo spioncino aperto nella porta.
Adunanza d’assassini (Mt 26,3-5; Mc 14,1-2; Lc22, 1-2)[270].
3Giuda sguscia dentro e al servo portinaio, che l’ossequia, chiede: «L’adunanza è raccolta?».
«Sì, Giuda di Keriot. Al completo, potrei dire».
4«Conducimi ad essa. Devo parlare di importanti cose. Svelto!».
5L’uomo chiude con tutti i chiavistelli la porta e lo precede per l’andito semibuio, fermandosi davanti ad un uscio pesante al quale bussa. Il brusio delle voci cessa nella stanza chiusa e lo sostituisce il rumore della serratura e il cigolio della porta, che si apre gettando un cono di luce viva nel corridoio buio.
6«Tu? Entra!», dice quello che ha aperto la porta e che non so chi sia. E Giuda entra nella sala, mentre chi gli ha aperto chiude a chiave di nuovo.
Vi è un movimento di stupore o, per lo meno, di agitazione, vedendo entrare Giuda. Ma lo salutano in coro: «La pace a te, Giuda di Simone».
7«La pace a voi, membri del Sinedrio santo», saluta Giuda.
«Vieni avanti. Che vuoi?», gli chiedono.
8«Parlarvi… Parlarvi del Cristo. Non è più possibile che si vada avanti così. Io non vi posso più essere di aiuto se voi non vi decidete a prendere decisioni estreme. L’uomo è in sospetto, ormai».
«Ti sei fatto scoprire, stolto?», lo interrompono.
9«No. Ma voi stolti, voi che per una stupida fretta avete fatto delle mosse sbagliate. Lo sapevate bene che io vi avrei servito! Non vi siete fidati di me».
10«Hai memoria labile, Giuda di Simone! Non ti ricordi come ci lasciasti l’ultima volta? Chi poteva pensare che tu ci eri fedele, a noi, quando proclamasti a quel modo che non potevi tradire Lui?», dice Elchia ironico, serpentino più che mai.
11«E credete che sia facile giungere ad ingannare un amico, l’unico che veramente mi ami, l’Innocente? Credete che sia facile giungere al delitto?». Giuda è già agitato.
Seducente sibilo dei serpenti.
12Cercano di calmarlo. E lo blandiscono. E lo seducono, o almeno tentano di farlo, facendogli osservare che il suo non è un delitto, «ma un’opera santa verso la Patria, alla quale egli evita rappresaglie dai dominatori, che già danno segni di intolleranza per queste continue agitazioni e divisioni di partiti e di folle in una provincia romana, e verso l’Umanità, se proprio egli è convinto della natura divina del Messia e della sua missione spirituale».
13«Se è vero ciò che Egli dice -lungi da noi il crederlo- non sei tu il collaboratore della Redenzione? Il tuo nome andrà associato al suo nei secoli, e la Patria ti annovererà fra i suoi prodi e ti onorerà delle più alte cariche. Un seggio è pronto per te fra noi. Salirai, Giuda. Darai leggi ad Israele. Oh! non dimenticheremo ciò che tu hai fatto per il bene del sacro Tempio, del sacro Sacerdozio, per la difesa della Legge santissima, per il bene di tutta la Nazione! Fai solo di aiutarci e poi, noi te lo giuriamo, io te lo giuro a nome del potente padre mio e di Caifa portante l’efod[271], tu sarai l’uomo più grande di Israele. Più dei tetrarchi[272], più dello stesso mio padre, ormai Pontefice deposto. Come un re, come un profeta sarai servito e ascoltato. Che se poi Gesù di Nazareth non fosse che un falso Messia, anche se in realtà non sarebbe passibile di morte perché le sue azioni non sono da ladrone, ma da folle, ecco che ti ricordiamo le parole ispirate di Caifa pontefice -tu sai che colui che porta l’efod e il razionale parla per suggerimento divino e profetizza il bene e il da farsi per il bene- Caifa, ricordi? Caifa ha detto: “È bene che un uomo muoia per il popolo e non perisca tutta la Nazione”. Fu parola di profezia».
14«In verità fu tale. L’Altissimo parlò per bocca del Sommo Sacerdote. Sia ubbidito!», dicono in coro, già teatrali e simili ad automi che devono fare quei dati gesti, quei laidi burattini che sono i membri del gran consiglio del Sinedrio.
La coscienza di un serpente.
15Giuda è suggestionato, sedotto… ma una radichetta di buon senso, se non di bontà, sussiste ancora in lui e lo trattiene dal pronunciare le parole fatali.
16Circondandolo con deferenza, con simulato affetto, lo incalzano: «Non credi a noi? Guarda: siamo i capi delle ventiquattro famiglie sacerdotali[273], gli Anziani del popolo, gli scribi, i più grandi farisei[274] d’Israele, i rabbi[275] sapienti, i magistrati[276] del Tempio. Il fior di Israele è qui, intorno a te, pronto ad acclamarti, e ad una voce ti dice: “Fa’ questo, ché è santo”».
17«E Gamaliele dove è? E Giuseppe e Nicodemo dove sono? E dove Eleazaro l’amico di Giuseppe, e dove Giovanni di Gasa? Io non li vedo».
18«Gamaliele è in grande penitenza, Giovanni presso la moglie incinta e sofferente questa sera, Eleazaro… non sappiamo perché non sia venuto. Ma un malore può colpire chiunque e all’improvviso, non ti pare? Riguardo a Giuseppe e Nicodemo, non li abbiamo avvisati di questa seduta segreta, e per tuo amore, per cura del tuo onore… Perché, nello sfortunato caso che la cosa fallisse, il tuo nome non andasse riportato al Maestro… Noi tuteliamo il tuo nome. Noi ti amiamo, Giuda, novello Maccabeo salvatore della Patria».
19«Il Maccabeo combatté la buona battaglia. Io… commetto un tradimento».
L’ululo degli sciacalli.
20«Non osservare le particolarità dell’atto, ma la giustizia del fine. Parla tu, o Sadoc, scriba d’oro. La tua bocca fluisce preziose parole. Se Gamaliele è dotto, tu sapiente sei, perché sulle tue labbra è la sapienza di Dio. Parla tu a costui che tituba ancora».
21Quella buona pelle di Sadoc si fa avanti e con lui il decrepito Canania: una volpe scheletrita e morente al fianco di un astuto sciacallo robusto e feroce.
22«Ascolta, o uomo di Dio!», comincia pomposamente Sadoc prendendo una posa ispirata e oratoria, il braccio destro messo ciceronianamente in avanti, il sinistro occupato a sorreggere tutto quell’ingombro di pieghe che costituisce la sua veste di scriba. E poi alza anche il sinistro braccio, lasciando che il suo monumento di vesti si scomponga e si disordini, e così, a volto e braccia levate verso il soffitto della stanza, tuona: «Io te lo dico! Te lo dico davanti all’altissima Presenza di Dio!».
23«Maran-Atà!», fanno eco tutti curvandosi, come se un soffio supremo li curvasse, e poi rialzandosi con le braccia incrociate sul petto.
24«Io te lo dico. È scritto nelle pagine della nostra storia e del nostro destino! È scritto nei segni e nelle figure lasciate dai secoli! È scritto nel rito che non ha sosta dalla notte fatale agli egizi! È scritto nella figura di Isacco! È scritto nella figura di Abele. E ciò che è scritto si avveri».
25«Maran Atà!», dicono gli altri con un coro basso e lugubre, suggestionante, con i gesti di prima, i volti bizzarramente colpiti dalla luce dei due lampadari accesi agli estremi della sala, di mica pallidamente violacea, emananti una luce fantasmagorica. E veramente questa accolta di uomini, quasi tutti biancovestiti, coi coloriti pallidi od olivastri della loro razza, resi ancor più pallidi e olivastri dalla luce diffusa, sembrano proprio un’adunanza di spettri.
26«La parola di Dio è scesa sulle labbra dei profeti per segnare questo decreto. Egli deve morire! È detto!».
«È detto! Maran Atà!».
27«Egli deve morire, e segnata è la sua sorte!».
«Egli deve morire. Maran Atà!».
28«Nei più minuti particolari è descritto il suo destino fatale, e fatalità non si infrange!».
«Maran Atà!».
29«Persino è segnato il prezzo[277] simbolico che sarà versato a colui che si fa strumento di Dio per la consumazione della promessa».
«È segnato! Maran Atà!».
30«Come Redentore, o come falso profeta, Egli deve morire!».
«Deve morire! Maran Atà!».
31«L’ora è venuta! Jeové lo vuole! Io sento la sua voce! Essa grida: “Si compia”!».
32«L’Altissimo ha parlato! Si compia! Si compia! Maran Atà!».
33«Ti fortifichi il Cielo come fortificò Giaele[278] e Giuditta[279], che donne erano e seppero essere eroi; come fortificò Jefte[280] che, padre, seppe alla Patria sacrificare la figlia; come fortificò David contro il Golia; e compì il gesto che farà eterno Israele nella memoria dei popoli! [281]».
«Ti fortifichi il Cielo. Maran Atà!».
34«Sii vincitore!».
«Sii vincitore! Maran Atà!».
Le maledizioni degli spettri.
35Si alza la chioccia voce senile di Canania: «Colui che tituba all’ordine sacro è dannato al disonore e alla morte!».
«È dannato. Maran Atà!».
36«Se non vorrai ascoltare la voce del Signore Iddio tuo e non metterai in atto il suo comando e ciò che Egli per nostra bocca ti ordina, tutte le maledizioni su te!».
«Tutte le maledizioni! Maran Atà!».
37«Ti percuota il Signore con tutte le maledizioni mosaiche e ti disperda di fra le genti».
«Ti percuota e disperda! Maran Atà!».
38Un silenzio di morte segue a questa scena suggestionante… Tutto si immobilizza in una immobilità paurosa.
Il grido di un demone vittorioso.
39Finalmente ecco la voce di Giuda che si alza, e quasi faccio fatica a riconoscerla tanto è mutata: «Sì. Io lo farò. Lo devo fare. E lo farò. Già l’ultima parte delle maledizioni mosaiche è la mia parte, e ne devo uscire perché troppo ho tardato già. E folle divento non avendo tregua e riposo, e cuore pauroso, e occhi smarriti, e anima consumata dalla tristezza. Tremante di essere scoperto e fulminato da Lui nel mio duplice giuoco -che io non so, io non so sino a che punto Egli sa il mio pensiero- vedo la mia vita sospesa a un filo, e mattina e sera invoco di finire quest’ora per lo spavento che sbigottisce il mio cuore. Per l’orrore che compiere devo. Oh! affrettate quest’ora! Traetemi da queste mie angosce! Tutto sia compiuto. Subito! Ora! E io sia liberato! Andiamo!».
40La voce di Giuda si è affermata e fatta forte mano a mano che ha parlato. Il gesto, prima automatico e insicuro, come di sonnambulo, si è fatto libero, volontario. Egli si raddrizza in tutta la sua altezza, satanicamente bello, e grida: «Cadano i lacci di un folle terrore! Io sono libero da una soggezione paurosa. Cristo! Non ti temo più e ti consegno ai tuoi nemici! Andiamo!». Un grido di demone vittorioso, e veramente si avvia con baldanza alla porta.
La furbizia dei volponi.
41Ma lo fermano: «Piano! Rispondi a noi: dove è Gesù di Nazareth?».
42«Nella casa di Lazzaro. A Betania».
«Noi non possiamo entrare in quella casa ben munita di servi fedeli. Casa di un favorito di Roma. Andremmo incontro a noie sicure».
43«All’aurora noi veniamo in città. Mettete le guardie sulla via di Betfage, fate tumulto e prendetelo».
«Come sai che viene per quella via? Potrebbe prendere anche l’altra…».
44«No. Ha detto ai seguaci che per essa entrerà in città, dalla porta di Efraim, e di essere ad attenderlo presso En Rogel. Se voi lo prendete prima…».
«Non possiamo. Dovremmo entrare in città con Lui fra le guardie, e ogni via che conduce alle porte e ogni via cittadina sono piene di folla dall’alba a notte. Accadrebbe tumulto. E non deve accadere».
45«Salirà al Tempio. Chiamatelo per interrogarlo in una sala. Chiamatelo a nome del Sommo Sacerdote. Egli verrà, perché ha più rispetto di voi che della sua vita. Una volta che è solo con voi… non vi mancherà il modo di portarlo in luogo sicuro e condannarlo nell’ora propizia».
46«Avverrebbe ugualmente tumulto. Te ne dovresti essere accorto che la folla è fanatica per Lui. E non il popolo solo, ma anche i grandi e le speranze di Israele. Gamaliele perde i suoi discepoli, e così Gionata ben Uziel e altri fra noi, e tutti ci lasciano, sedotti da Lui. E persino i gentili lo venerano, o lo temono, il che è già venerare, e sono pronti a rivoltarsi a noi se lo malmeniamo. Fra l’altro, alcuni dei ladroni, che avevamo assoldati per fare i falsi discepoli e suscitare risse, sono stati arrestati e hanno parlato sperando clemenza per la delazione, e il Pretore sa… Tutto il mondo gli va dietro, mentre noi non concludiamo nulla. Ma bisogna agire con sottigliezza, perché non se ne avvedano le turbe».
47«Sì. Così bisogna fare! Anche Anna se ne raccomanda. Dice: “Che non accada durante la festa e non nasca tumulto fra il popolo fanatico”. Così ha ordinato, dando ordini anche perché sia trattato con rispetto nel Tempio e altrove e non sia molestato, onde poterlo trarre in inganno».
Il prezzo di un comune agnello (Mt 26,14-16; Mc 14,10-11; Lc 22,3-6)[282].
48«E allora che volete fare? Io ero ben disposto questa notte, ma voi esitate…», dice Giuda.
49«Ecco, tu dovresti condurci a Lui in un’ora che è solo. Tu sai le sue abitudini. Ci hai scritto che Egli ti tiene vicino più che tutti. Perciò tu devi sapere ciò che Egli vuol fare. Noi staremo sempre pronti. Quando tu giudichi propizia l’ora e il luogo, vieni, e noi verremo».
50«È detto. E che compenso ne avrò?». Ormai Giuda parla freddamente, come si trattasse di un commercio qualunque.
«Ciò che è detto dai profeti, per essere fedeli alla parola ispirata: trenta denari…».
51«Trenta denari per uccidere un uomo, e quell’Uomo? Il prezzo di un comune agnello in questi giorni di festa?! Siete folli! Non che io abbia bisogno di denaro. Ne ho buone scorte. Non pensate perciò di persuadermi per ansia di denaro. Ma è troppo poco per pagare il mio dolore di tradire Colui che mi ha sempre amato».
52«Ma te lo abbiamo detto ciò che ti faremo. Gloria, onori! Ciò che tu speravi da Lui e che non hai avuto. Noi medicheremo la tua delusione. Ma il prezzo è fissato dai profeti! Oh! una formalità! Un simbolo e nulla più. Il resto verrà poi…».
53«E il denaro quando?».
«Il momento che tu ci dirai: “Venite”. Non prima. Nessuno paga prima di aver già le mani sulla merce. Non ti pare giusto, forse?».
Veri cachinni di demoni.
54«Giusto è. Ma almeno triplicate la somma…».
55«No. Così è detto dai profeti. Così si deve fare. Oh! sapremo ubbidire ai profeti! Non tralasceremo un iota di quanto hanno scritto di Lui. Eh! Eh! Eh! Noi siamo fedeli alla parola ispirata! Eh! Eh! Eh!», ride quel ributtante scheletro di Canania.
56E molti gli fanno coro con delle risate lugubri, basse, insincere, veri cachinni di demoni che non sanno che ghignare. Perché il riso è proprio dell’animo sereno e amante, e il ghigno dei cuori turbati e saturi di livore.
57«Tutto è detto. Puoi andare. Noi attendiamo l’alba per rientrare in città per diverse vie. Addio. La pace sia con te, pecora spersa che ritorni al gregge di Abramo. La pace a te! La pace a te! E la riconoscenza di tutto Israele! Conta su noi! Un tuo desiderio ci è legge. Dio sia con te, come lo fu con tutti i suoi servi più fedeli! Tutte le benedizioni su te!».
58Lo accompagnano con abbracci e proteste di amore sino all’uscio… lo guardano allontanarsi per il corridoio semibuio… ascoltano lo sferragliare dei chiavistelli del portone che si apre e chiude…
Serpenti figli di Lucifero.
Rientrano nella sala, giubilanti.
59Solo due o tre voci si levano, quelle dei meno demoniaci: «E ora? Come faremo con Giuda di Simone? Ben lo sappiamo che non potremo dargli ciò che gli abbiamo promesso, fuorché quei poveri trenta denari!… Che dirà egli, quando si vedrà da noi tradito? Non avremo fatto un danno maggiore? Non andrà egli dicendo al popolo ciò che facemmo? Che sia uomo di non fermo pensiero noi lo sappiamo».
60«Siete ben ingenui e stolti nell’avere questi pensieri e nel darvi questi affanni! È già stabilito ciò che faremo a Giuda. Stabilito dall’altra volta. Non ricordate? E noi non cambiamo pensiero. Dopo che tutto sarà finito, del Cristo, Giuda morrà. È detto».
61«Ma se parlasse prima?».
«A chi? Ai discepoli e al popolo, per essere lapidato? Egli non parlerà. L’orrore della sua azione gli è bavaglio…».
62«Ma potrebbe pentirsi in futuro, avere rimorsi, divenire folle anche… Perché il suo rimorso, se avesse a destarsi, non potrebbe che fare di lui un pazzo…».
63«Non ne avrà tempo. Provvederemo prima. Ogni cosa a suo tempo. Prima il Nazareno e poi colui che lo ha tradito», dice lentamente, terribilmente, Elchia.
64«Sì. E badate! Non una parola agli assenti. Già troppo hanno conosciuto del nostro pensiero. Non mi fido di Giuseppe e Nicodemo. E poco degli altri».
65«Dubiti di Gamaliele?».
66«Egli si è astratto da noi da molti mesi. Senza un diretto ordine pontificale non prenderà parte alle nostre sedute. Dice che scrive la sua opera con l’aiuto del figlio. Ma parlo di Eleazaro e Giovanni».
67«Oh! non ci hanno mai contraddetti», dice pronto un sinedrista che ho visto altre volte con Giuseppe d’Arimatea, ma del quale non ricordo il nome.
68«Anzi! Ci hanno contraddetti troppo poco. Eh! Eh! Eh! E bisognerà sorvegliarli! Molte serpi hanno preso covo nel Sinedrio, io credo… Eh! Eh! Eh! Ma saranno snidate… Eh! Eh! Eh!», dice Canania andando curvo e tremolante, appoggiato al suo bastone, a cercarsi un comodo posto su uno dei larghi e bassi sedili coperti di pesanti tappeti che sono lungo le pareti della sala, e soddisfatto si stende e si addormenta presto, la bocca aperta, brutto nella sua vecchiezza cattiva.
69Lo osservano. E Doras, figlio di Doras, dice: «Egli ha la soddisfazione di veder questo giorno. Mio padre lo sognò, ma non l’ebbe. Ma porterò nel cuore il suo spirito, perché sia presente nel giorno della vendetta sul Nazareno e abbia la sua gioia…».
70«Ricordatevi che dovremo a turno, e turno numeroso, essere costantemente nel Tempio».
«Lo saremo».
71«Dovremo ordinare che a qualunque ora Giuda di Simone sia introdotto dal Sommo Sacerdote».
«Lo faremo».
72«Ed ora prepariamoci il cuore al compito finale».
«È già pronto! È già pronto!».
73«Con astuzia».
«Con astuzia».
74«Con finezza».
«Con finezza».
75«Per calmare ogni sospetto».
76«Per sedurre ogni cuore».
77«Qualunque cosa dica o faccia, nessuna reazione. Ci vendicheremo di tutto in una volta sola».
78«Così faremo. E sarà feroce vendetta».
79«Completa!».
80«Tremenda!».
81E si siedono, cercando riposo in attesa dell’alba.
S O M M A R I O
549. Seduta del Sinedrio e udienza da Pilato.
Annotazioni, parere, commenti.
La notizia riempie Gerusalemme.
Annotazioni di Cusa e Mannaen.
Parere di Giuseppe d’Arimatea.
Commenti dei Legionari romani.
Seduta del Sinedrio (Gv 11,46-47).
Il Messia è “Jahve”: Colui che è.
Lunga attesa nel palazzo di Ponzio.
L’udienza del Proconsole di Roma.
Udienza ai buffoni sinedristi.
Uscite! Serpi notturne! Vampiri!
Il sinedrio delibera la morte del Messia
Il mandante del delitto (Gv 11,49-52).
Auto esaltazione dell’Iscariota.
Presuntuosa esaltazione dell’Iscariota.
Furbizia infernale dell’Iscariota.
Il risorto ha davanti il futuro.
Cosa avviene alla morte dell’uomo?
L’anima ricreata diventa simile a Gesù.
La missione di essere perfetto come Dio.
Il simbolo della vita che si perpetua.
Contemplazione assoluta per Maria.
L’opera del Messia è sempre totale.
La grazia di morire d’amore per il Messia.
I fiori delle nozze spirituali.
Giuseppe fa chiamare il Messia.
Il Messia messo al bando dal sinedrio (Gv 11,57).
Non odiare per amore del Messia.
Curvati dal peso delle delusioni.
Gli apostoli consapevoli del loro destino.
Il Messia perseguitato legale.
Sciolti da ogni obbligo verso Dio e il suo il Messia.
Misurarsi e misurare è saggia misura.
Norme per dare la misura di ciò che è un discepolo.
Epoche di eclissi dello spirito di fede.
Consapevolezza vocazionale degli Apostoli.
Consapevolezza dell’Apostolo Giovanni.
Gli apostoli segnano il loro destino.
Provvidenza per Maria di Giacobbe.
Basta un cuore sincero per far felice il Messia.
552. Preparativi e accoglienze ad Efraim.
Il primo giorno ad Efraim (Gv 11,54).
Prossimo il giorno del Signore.
Il cuore è la Terra della Parola di Dio.
“Amami nel prossimo, e ogni luogo ti sarà uguale”.
553. Inizio del sabato ad Efraim. I ladroni dell’Adomin e il soccorso a tre bambini.
Rientro degli evangelizzatori stanchi e polverosi.
Il raggio di sole nella Famiglia.
Applicare la legge con agilità di spirito.
Anche nei più biechi vi può essere pietà.
Un atto buono può essere principio di salvezza.
Le ostie propiziatorie piacevoli al Signore.
Andando a scuola di spiritualità.
Seguendo il torrente oltre il paese.
L’Iscariota, uomo dell’amore disordinato.
L’Iscariota, uomo del cuore malato.
Pietro, uomo della pazienza provata.
Chi vive nella carità sente la voce di Dio e la comprende.
Segreto per levare l’amore alle azioni.
Il segreto per rifugiarsi in Dio.
La parabola dell’Eden, il serpente e i fiumi.
Un segno per ricordare la lezione.
L’idea messianica: riunire tutti nell’amore.
Le sette condizioni dell’atto morale.
Applicazione della lezione sul perdono.
Nulla è stato omesso per salvare l’Iscariota.
Sul dolore di santi e di innocenti
Questione sulla sofferenza degli innocenti.
La terra per esistere deve amare.
Sacrificio di lode e di espiazione.
La sapienza dell’amore eroico.
556. Un altro sabato ad Efraim. Discorso ai samaritani sul vero Tempio e sul tempo nuovo.
Il tempo nuovo e il nuovo Tempio.
Riedificazione del Tempio di Salomone.
Cause che ritardano l’opera di Dio.
L’ora del Tempio nuovo è arrivato.
Dio sente il gemito dell’anima.
Preghiera per l’unità dei cristiani.
557. L’arrivo, da Sichem, dei parenti dei tre fanciulli strappati ai ladroni.
La provvidenza e la misericordia di Dio.
558. Con la comitiva che fa ritorno a Sichem. Parabola della goccia che scava il masso.
Parabola della goccia che scava il masso.
559. Ad Efraim, pellegrini dalla Decapoli e missione segreta di Mannaen.
Appuntamento con Giuseppe e Nicodemo.
560. Colloquio nella notte, presso Gofenà, con Giuseppe d’Arimatea, Nicodemo e Mannaen.
Incontro con Giuseppe e Nicodemo.
L’incontro con Giuseppe e Nicodemo.
Concetto sbagliato dell’idea messianica.
Cause che impediscono l’ecumenismo.
Chi ama il Messia non si turba per le apparenze.
Chi segue il Messia non teme gli uomini.
Chi serve il Messia non cerca il suo interesse.
L’amico del Messia non trasgredisce la Legge.
È necessario rinascere nello spirito.
Venduti a Satana per abbattere il Messia.
Un pretesto per il losco giuoco degli interessi.
Natura della regalità messianica.
Il Messia, unto da Dio a Re e Signore.
Il Messia è Dio e va amato come tale.
L’amatore del Messia risplenderà come il sole.
Il volo e lo sguardo dell’aquila.
561. Il saforim Samuele, da sicario a discepolo.
Il Messia incontra il suo sicario.
Il Messia personifica la “Pietà”.
Il Messia dialoga con il suo sicario.
Il Messia condanna il peccato, ma ama il peccatore.
Il Messia evangelizza il suo sicario
Non è lecito tradire un innocente
Non è lecito nuocere al prossimo.
Non è lecito odiare senza motivo
Il Messia si consegna al suo sicario.
L’Agnello si consegna al beccaio.
L’Amore si offre, si sacrifica, s’immola
La Vittima si offre al carnefice.
Dio si inginocchia davanti al assassino
Da sicario a discepolo di Dio.
Da sicario del Messia a discepolo di Dio.
Errare è umano, voler errare è diabolico.
Eloquente difensore del Messia.
Errare è umano, esser cocciuti è bestiale.
563. Falsi discepoli a Sichem. Risanato ad Efraim lo schiavo muto di Claudia Procula.
Il Messia non cerca onori né chiede protezione.
Il Messia dimostra di essere Dio.
564. L’uomo di Jabnia e la fine di Ermasteo. Rimprovero ai samaritani che mancano di carità.
I fiori di Tamar fruttano grazia.
Un mucchio di cenci e di ossa.
Non è mai perduto il tempo usato nell’amare i fratelli.
Cronistoria dell’uomo di Jabnia.
Il Messia è il salvatore di tutti.
Il Redentore è Vita dell’anima.
La fede che ottiene il miracolo.
Vita lunga e gloriosa dell’Evangelizzatore.
Allegoria della terra e il seme.
Il grano è migliore degli uomini.
Il Messia conforta lo sfiduciato Samuele.
Per acquistare la vicinanza col divino.
Il traditore del figlio di Dio.
Dio non delude i “buoni” pensieri dell’uomo.
Dottrina sulla sofferenza di Gesù
Questione sulla felicità del Messia
Dibattito sul dolore e la “felicità”.
Allegoria delle api al lavoro.
Frutto del lavoro silenzioso delle api.
Lavoro per virtù e lavoro per lucro.
Allegoria della vela e il turbine.
Questione sulla malvagità dell’Iscariota
L’anima nel turbine delle passioni.
La fogna della bruttura e la polla della pace.
La paura di vedere un risorto.
Insolita tristezza di Giovanni.
Stato spirituale di Pietro e dell’Iscariota.
Arrivo delle discepole Elisa e Niche.
Novità su Pilato e il sinedrio.
Il sangue degli apostoli entra in ebollizione.
Abbiate i sentimenti che furono in Cristo.
Novità sulla madre dell’Iscariota.
Novità su Maria SS. E Lazzaro.
Preconcetti e paura di Pietro.
Pietro vuole la protezione di Pilato.
Il piccolo Cesare detto Pilato.
Raccomandazioni ai fedeli galilei e samaritani.
Giudicate da voi stessi i falsi discepoli.
Sintica la discepola attiva e saggia.
Un rammendo maldestro di Giovanni
Parabola della stoffa strappata.
Un paziente e lungo rammendo perfetto
Andare dal Sarto Dio Padre, Figlio, Amore
Evitare i rimedi incompleti dei nemici
Le ferite ricevute in battaglia sono gloriose
Stolto chi nasconde piaghe causate da vizi indegni
L’umile vince, il superbo muore nel peccato
L’orgoglioso raggiunge la dannazione
L’apostolo brontolone della testa sciupata.
Commenti sull’apostolo della testa sciupata
L’orgoglio ereditario dell’Iscariota
Maria di Lazzaro era molto superba
L’amore è medicina per i dolori di Maria.
Monito a Giuda di Keriot sorpreso a rubare.
L’Iscariota sorpreso a rubare.
Lordura di Satana! Sputo d’inferno!
Progressiva possessione diabolica
La demoniaca audacia prepara alla possessione .
L’odio accolto è possessione voluta
Per bocca del posseduto parla Satana
Gesù attende in silenzio che la furia cada.
Il posseduto è istrumento di Satana
Tre verità che ogni salvatore deve sapere
La forza del Salvatore è l’amore.
La regola perfetta della salvezza.
Il capo stipite dei satanisti e degli eretici
Chi si d al oro diventa lussurioso e traditore
Chi si dà a Satana diventa stolto.
Il capo stipite degli eretici.
Ogniuno riceve secondo la propria capacità .
Per insegnare bisogna prima imparare.
Il Messia insegna a vivere da dèi.
Peccato è consenso alla tentazione.
Al massimo della sopportazione.
Il Messia al massimo di sopportazione.
Chi vive col bugiardo impara a mentire.
L’eterno più grande dolore di Gesù
568. Inizio del viaggio per la Samaria partendo da Efraim alla volta di Silo.
L’amaro mare in cui si disseta Maria.
La dolorosa Maria di Nazareth.
L’amaro mare in cui si disseta Maria.
Fiducia del Messia in Dio Padre.
Pietà e benevolenza del Messia.
Le discepole sovvengono la Fraternità.
Uno solo è pietoso: il Messia.
569. A Silo, la parabola dei cattivi consiglieri.
Parabola dei cattivi consiglieri
Applicazione: Responsabilità delle azioni.
Capacità d’intendere e volere.
Elementi che sostituiscono l’atto morale.
570. A Lebona, la parabola dei mal consigliati.
Lebona nodo di strade carovaniere.
Dopo 21 anni anche Gamaliele avrà la su risposta.
La parabola dei mal consigliati
La grande famiglia divisa in parti.
571. Arrivo a Sichem e accoglienze.
I notabili, notizie sulla Samaritana.
572. A Sichem, l’ultima parabola sui consigli dati e ricevuti.
Invito a crescere nella giustizia.
Il Messia è un padre per le anime.
Il Messia chiama tutti alla vita.
Parabola sui consigli dati e ricevuti.
Preparare lo spirito alla vita delle grazie.
Mali consigli e intimidamenti.
Figli dello spirito di Cristo.
Invito a crescere nella giustizia.
«Egli sarà pietra di contraddizione».
573. Partenza per Enon dopo un battibecco tra l’Iscariota ed Elisa, che restano a Sichem.
I Pellegrinaggi ai luoghi santi.
Ogni povero abbia un sollievo.
I Pellegrinaggi ai luoghi santi.
Beneficare senza prevenzioni e con carità.
Beniamino il pastorello che vive di nulla.
Beniamino vuole il Regno dei cieli.
Il coraggio di testimoniare la verità.
Il Messia muta i capretti in agnelli.
Informazione sulla belva umana. .
In cielo non ci sono confini per i giusti.
Al violento le tenebre, al giusto la luce.
Il perdono alla luce del cuore di Maria.
Beniamino, felice dei suoi tesori.
Verso Gerusalemme per tersa (Lc 9,51-52).
575. Cattive accoglienze a Tersa. Estremo tentativo di redimere Giuda Iscariota.
Versione degli apostoli (Lc 9,53) .
Il giorno di Dio e di Satana (Lc 9,55-56).
Vivere da giusti per avere un placido morire.
Non c’è possessione senza libera adesione.
Ultimo tentativo per salvar l’Iscariota.
La possessione suppone adesione alla tentazione
Ultimo tentativo rifiutato per superbia.
Nella superbia è ancora Satana.
Veglia del Redentore e la corredentrice per l’Iscariota.
Il Messia muta i cuori dei volontari.
576. Verso Doco l’incontro con il giovane ricco.
Parole che vanno da bocca a bocca.
Viaggio di esperienza per la Maddalena.
L’incontro con il giovane ricco.
Desiderio di vita eterna (Mt 19,16-17; Mc 10,17-18; Lc 18,18).
La via perfetta (Mt 19,21-22; Mc 10,21; Lc 18,22).
L’ostacolo delle ricchezze (Mt 19,23-24; Mc 10,21-25: Lc 18,24-25 .
Occorre libertà per seguire Dio (Mt 19,23-24; Mc 10,21-25: Lc 18,24-25.
Con il Messia nel suo regno (Mt 19,27-28; Mc 10,28; Lc 18,28).
Il centuplo e la vita eterna (Mt 19,29-30; Mc 10,29-31; Lc 18,29-30).
Prova che darà la misura dell’apostolo.
L’uomo violento parla da ebbro.
L’irrequieto diventa insopportabile.
La prova del nove (Mt 20,17; Mc 10,32).
Profezia sulla morte e la risurrezione del Messia.
Terzo annunzio della passione (Lc 18,31)..
Profezia sulla morte e la risurrezione del Messia (Mt 20,18-19; Mc 10,33-34; Lc 18,31-34).
Gli apostoli, tardi ad intendere le Scritture. (Lc 18,34)..
Rievocazione della figura di Giuseppe.
“A grande elezione grande preparazione”.
La madre di Giacomo e Giovanni si avvicina a Gesù
Il crepuscolo mefitico delle tenebre.
Avida e stolta richiesta (Mt 20,20-21; Mc 10,35-37).
Gli apostoli acerbi nel criticare (Mt 20,24; Mc 10,41).
Regola per conquistare il primato in cielo (Mt 20,25-28; Mc 10,42-45).
Gli imitatori del redentore bevono al “suo calice”
578. Incontro con discepoli e uomini di valore condotti da Mannaen. Arrivo a Gerico.
Il tempio è divenuto cadavere di ciò che era.
Ogni eccesso è sempre dannoso.
Non è mai troppo tardi per l’ora di Dio.
Preludio della entrata in Gerusalemme.
579. Sconosciuti giudei riferiscono sulle accuse raccolte dal Sinedrio. Allegoria per Gerusalemme.
Resistenza ai rigori delle stagioni.
I prodi e le accuse del Sinedrio.
I discendenti dei prodi di David.
Le accuse raccolte del sinedrio.
Il regno messianico e fine d’Israele.
Il tempio perirà per non più risorgere.
580. Delazioni dell’Iscariota e profezie su Israele. Miracoli sulla via da Gerico a Betania.
Non con la spada ma con lo spirito trionferà il Messia.
Delazione dell’Iscariota, versione del Messia.
Misero Israele che non volle il Messia.
La pianta annosa dal midollo distrutto.
Miseri malati che non chiedono miracolo.
Miracoli sulla via da Gerico a Betania.
Guarigione dei ciechi Bartimeo e Uriel (Mt 20,29-34; Mc 10,46-52; Lc 18,35-43).
Da mendicante cieco a ministro del Re santo.
581. A Betania nella casa di Lazzaro.
Verso la casa di accoglienza (Gv 12,1).
Maria Ss. con le discepole del Messia.
Nella sola intimità degli amici.
Nella sola intimità dei discepoli (Mc 14,3).
Puerilità degli eterni bambini.
Tentativo di salvare l’Iscariota dai suoi amici.
L’Iscariota deve rimanere col Messia.
L’iscariota mortifica i poveri pescatori.
L’Iscariota si sente prigioniero.
L’Iscariota intimorisce il leoncello spavaldo.
L’Iscariota odia avere due maestri.
L’Iscariota turba la fraternità apostolica.
Offerta estrema per la salvezza dell’Iscariota.
L’Iscariota volta le spalle al Messia.
Il Messia vuole salvare l’Iscariota.
L’Iscariota rifiuta la grazia del perdono.
L’infinito soffrire del Salvatore.
Il più grande dolore del Messia.
L’infinito soffrire del Salvatore.
Professione di fede delle discepole.
Sorelle in un’unica fede in Cristo.
Fior di Israele e del nuovo regno.
Siate pietose le une alle altre.
Sentitevi sorelle le une alle altre.
Siate sempre soggette ai Pastori
Siate come figlie per mia Madre.
Il Messia desidera ascoltare le sue discepole.
Maria Salome: un posto per tutta la famiglia.
Anna di Meron: raccomanda i figli.
Valeria: il coraggio di essere cristiana.
Giovanna: l’eredità del Messia.
Il Messia le discepole le vuole unite.
Il posto di Giovanna: la famiglia.
Annalia presenta Sara al Messia.
Sara: una volontaria del Messia.
Annalia: la prima vittima dell’amore.
Partenza delle donne e dei bambini.
Con gli uomini non si è mai sicuri.
Un fanciullo cerca il Signore Gesù.
Meno triste la sorte di un cane.
Contemplare Dio nelle bellezze del creato.
Parabola della vera giustizia.
Il serpente cattivo morde ancora.
Un problema difficile, grave a risolversi.
Un problema difficile, grave a risolversi.
Ad ogni giorno il suo affanno.
Giudei e pellegrini a Betania.
I pellegrini vogliono vedere il sepolcro.
Il branco di iene morde ancora.
Con la morte del Messia fiammeggerà la fede.
Gli scagnozzi di Lucifero uccideranno il Messia (Gv 12,110-11.
Con la morte del Messia fiammeggerà la fede.
586. Il sabato avanti l’entrata in Gerusalemme. La cena di Betania. Giuda di Keriot ha deciso.
Pranzo di nozze allo stile galileo.
Omaggio al Re di tutte le cose.
Le ancelle del Signore (Mt 26,6; Mc 14,3; Gv 12,2)..
Vassoio colmi di frutti esotici.
Unzione doverosa e buona verso il Messia.
Unzione d’amore (Mt 26,7; Mc 14,3; Gv 12,3)..
Belato lamentoso della pecora nera (Mt 26,8-9; Mc 14,4-5; Gv 12,4-6).
Unzione doverosa e buona verso il Messia (Mt 226,10-13; Mc 14,6-9; Gv 12,7-8)..
Il traditore mente spudoratamente.
Il traditore abbandona la Fraternità.
Volontà di commettere il delitto.
Il Messia affida la sua dottrina allo Spirito Santo.
Gesù di Nazareth è il Redentore.
Il Messia affida e confida a Lazzaro le sue volontà.
La possessione e l’incarnazione.
La gioia di Lazzaro era occuparsi del Messia.
Il Messia va’ cosciente alla morte.
La tortura dello spirito e del sentimento.
Consapevolezza di essere Redentore.
Consapevolezza del della sua immolazione.
La “Vittima” consapevole del suo sacrificio.
“Era ed è la verità e la vita”.
588. Giuda Iscariota dai Capi del Sinedrio.
Il segnale convenzionale (Lc 22,3-4).
Adunanza d’assassini (Mt 26,3-5; Mc 14,1-2; Lc22, 1-2).
Seducente sibilo dei serpenti.
Il grido di un demone vittorioso.
Il prezzo di un comune agnello (Mt 26,14-16; Mc 14,10-11; Lc 22,3-6).
[1] MARIA VALTORTA, L’Evangelo come mi è stato rivelato, Ed. CEV, Isola del Lire
[2] Titolo voluto da Gesù, MARIA VALTORTA, Quadernetti N° 48,1).
[3] Matteo, Marco, Luca, Giovanni.
[4] Quest’Opera è manifestazione, è rivelazione, è venuta del FIGLIO DELL’UOMO, in compimento della Sua profezia: “La venuta del Figlio dell’Uomo sarà come nei giorni di Noè e di Lot. Così sarà il tempo in cui il Figlio dell’Uomo si rivelerà” (Mt 24,37-40; Lc 17,26-30). La Malvagità di oggi ha superato la Malizia di quei tempi, fedelmente Gesù ha compiuto la sua promessa. Gesù si è rivelato in quest’Opera? Quindi Gesù è venuto. Come il Verbo venne a Nazareth fatto Uomo, per redimere; rimasse con noi fatto Pane, per nutrirci; Ora il Verbo è tornato a noi fatto Libro, per guidarci nella Nuova Evangelizzazione del mondo.
[5] 27 dicembre 1946. Poema: VIII, 10
[6] < Espressioni di mitologia pagana. Campi Elisi: parco delizioso destinato ai virtuosi; Stige: palude infernale riservata ai viziosi; asfodèlo: erba sacra già a Prosepina; prati d’asfodèlo dell’ade: dove se ne stavano passeggiando le ombre degli eroi nei Campi Elisi >
[7] < Personaggio dell’Ellade (circa 757 avanti Cristo) la cui voce equivaleva a quella di 50 uomini messi insieme! >
[8] VANGELO SECONDO GIOVANI: Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio (Gv 11,46-47).
[9] Il Signore disse a Mosè: “… alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all’asciutto” (Es 14,15). “Divise il mare e li fece passare e fermò le acque come un argine” (Sal 77,13). “Fece loro attraversare il Mar Rosso, guidandoli attraverso molte acque; sommerse invece i loro nemici e li rigettò dal fondo dell’abisso” (Sap 10,18-19).
[10] Es 17,1-7; “Spaccò le rocce nel deserto e diede loro da bere come dal grande abisso. Fece sgorgare ruscelli dalla rupe e scorrere l’acqua a torrenti” (Sal 77,15-16). “Quando ebbero sete, ti invocarono e fu data loro acqua da una rupe scoscesa, rimedio contro la sete da una dura roccia” (Sap 11,4).
[11] Giosuè disse al Signore: “Sole, fermati in Gàbaon e tu, luna, sulla valle di Aialon”. Si fermò il sole e la luna rimase immobile finché il popolo non si vendicò dei nemici”. Non è forse scritto nel libro del Giusto: “Stette fermo il sole in mezzo al cielo e non si affrettò a calare quasi un giorno intero. Non ci fu giorno come quello, né prima né dopo, perché aveva ascoltato il Signore la voce d’un uomo, perché il Signore combatteva per Israele”? (Giosuè 10,12-15;). “Al suo comando non si arrestò forse il sole e un giorno divenne lungo come due?” (Sir 46,1-4).
[12] La resurrezione del figlio della vedova (1 Re 17,17-24). La fine della siccità (1 Re 18,41-46). Insegnamento dell’Apostolo Giacomo sul potere della preghiera (Gc 5,16-18).
[13] “Sei cose odia il Signore, anzi sette gli sono in abominio: occhi alteri, lingua bugiarda, mani che versano sangue innocente, cuore che trama iniqui progetti, piedi che corrono rapidi verso il male, falso testimone che diffonde menzogne e chi provoca litigi tra fratelli” (Pro 6,16-19).
[14] “Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, il mio creatore mi fece posare la tenda e mi disse: Fissa la tenda in Giacobbe e prendi in eredità Israele” (Sir 24,8). “Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore, sua eredità” (Sir 24,12).
[15] “Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate, e saziatevi dei miei prodotti. Poiché il ricordo di me è più dolce del miele, il possedermi è più dolce del favo di miele. Quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti devono di me, avranno ancora sete. Chi mi obbedisce non si vergognerà, chi compie le mie opere non peccherà” (Sir 24,18-21).
[16] “Tutto questo è il libro dell’alleanza del Dio altissimo, la legge che ci ha imposto Mosè, l’eredità delle assemblee di Giacobbe. Essa trabocca di sapienza come il Fison e come il Tigri nella stagione dei frutti nuovi; fa traboccare l’intelligenza come l’Eufrate e come il Giordano nei giorni della mietitura; espande la dottrina come il Nilo, come il Ghicon nei giorni della vendemmia. Il primo non ne esaurisce la conoscenza né l’ultimo la può pienamente indagare. Il suo pensiero infatti è più vasto del mare e il suo consiglio più del grande abisso. (Sir Cap. 24,22-27).
[17] “Io sono come un canale derivante da un fiume e come un corso d’acqua sono uscita verso un giardino. Ho detto: “Innaffierò il mio giardino e irrigherò la mia aiuola”. Ed ecco il mio canale è diventato un fiume, il mio fiume è diventato un mare. Farò ancora splendere la mia dottrina come l’aurora; la farò brillare molto lontano. Riverserò ancora l’insegnamento come una profezia lo lascerò per le generazioni future. Vedete, non ho lavorato solo per me, ma per quanti cercano la dottrina” (Sir 24,28-32).
[18]VANGELO SECONDO GIOVANI: E dicevano: “che facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in Lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione” (Gv 11,47-48).
[19]VANGELO SECONDO GIOVANI: Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote di quell’anno, disse loro: “Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. Questo però non lo disse da sé stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi (Gv 11,49-52).
[20] 30 dicembre 1946. Poema: VIII, 11
[21] Inferno: “La tua destra raggiungerà chiunque ti odia. Ne farai una fornace ardente, nel giorno in cui ti mostrerai: il Signore li consumerà nella sua ira, li divorerà il fuoco” (Sal 21,9-10). “Non unirti alla moltitudine dei peccatori, ricordati che la collera divina non tarderà. Umilia profondamente la tua anima, perché castigo dell’empio sono fuoco e vermi” (Sir 7,16-17). “Vedranno i cadaveri degli uomini che si sono ribellati contro di me; poiché il loro verme non morirà, il loro fuoco non si spegnerà e saranno un abominio per tutti” (Is 66,24).
[22] Purgatorio: “Ciascuno stia attento come costruisce. E se si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco” (! Cor 3,10-15). In Purgatorio ci purifica il fuoco dell’amore.
[23] Limbo o Luogo di attesa: Espressioni bibliche per riflettere sul limbo.
“Egli mi offre un luogo di rifugio nel giorno della sventura. Mi nasconde nel segreto della sua dimora, mi solleva sulla rupe”. (Salmi 26:5 2).
“Chi mi darà ali come di colomba. Ecco fuggirei lontano. Riposerei in un luogo di riparo dalla furia del vento e dell’uragano” Salmi 54:9
“Poiché così parla l’Alto e l’Eccelso: “In un luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche con gli oppressi e gli umiliati, per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi”. (Isaia 57:15).
“E avverrà che nel luogo stesso dove fu detto loro: «Voi non siete mio popolo», là saranno chiamati figli del Dio vivente. (Romani 9:26)
“Voi infatti non vi siete accostati a un luogo tangibile e a un fuoco ardente, né a oscurità, tenebra e tempesta” (Eb 12,18).
“E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori. (2 Pt 1,19).
[24] VANGELO SECONDO GIOVANI: Intanto i sommi sacerdoti e i farisei avevano detto che chiunque sapesse dove si trovava lo denunziasse, perché essi potessero prenderlo (Gv 11,57).
[25] 2 gennaio 1947. Poema: VIII, 12
[26] “Lo hanno esasperato e colpito, lo hanno perseguitato i tiratori di frecce” (Gen 49,23) “Dalla giovinezza molto mi hanno perseguitato, ma non hanno prevalso” (Salmi 129,2).
[27] Il Sinedrio era l’assemblea giudaica suprema, investita del potere di amministrare la giustizia e di decidere in campo religioso-politico. Constava del Sommo Sacerdote e di altri settanta membri, distribuiti in tre categorie: Sommi Sacerdoti: quello in carica, i suoi predecessori, ecc. Anziani: rappresentanti dell’aristocrazia laica. Scribi: dottori della Legge.
[28] “Lo Spirito dichiara apertamente che negli ultimi tempi alcuni si allontaneranno dalla fede, dando retta a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche” (1Timoteo 4,1). “E si attirano così un giudizio di condanna per aver trascurato la loro prima fede” (1Tim 5,12). “Sull’esempio di Iannes e di Iambres che si opposero a Mosè, anche costoro si oppongono alla verità: uomini dalla mente corrotta e riprovati in materia di fede (2Tim 3,8). Senza la fede è impossibile essergli graditi (Eb 11,6). Chi indietreggia nella fede viene tagliato fuori dal progetto di salvezza, come dice l’Apostolo: “Il mio giusto vivrà mediante la fede; ma se indietreggia, la mia anima non si compiace in lui” (Eb 10,38).
[29] “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (Nm 24,17). “Al vincitore darò la stella del mattino” (Ap 2,28). “Io sono la stella radiosa del mattino” (Ap 22,1116).
[30] 8 gennaio 1947. Poema: VIII, 13
[31]VANGELO SECONDO GIOVANI: Gesù pertanto non si faceva vedere più in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli (Gv 11,54).
[32] Natura del Messia: “Un bambino è nato per noi. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente” (Is 9:5). “E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; questi è il Signore in cui abbiamo sperato, rallegriamoci ed esultiamo per la sua salvezza» (Is 25,9). “Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi» (Isaia 35,4). “Il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio” (Fil 2:6).
Missione: Evangelizzare: “Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti” (Isaia 61,1-2). Salvare: “Ecco, la mia infermità si è cambiata in salute! Tu hai preservato la mia vita dalla fossa della distruzione, perché ti sei gettato dietro le spalle tutti i miei peccati (Is 38,17). Redimere: “Ho dissipato come nube le tue iniquità e i tuoi peccati come una nuvola. Ritorna a me, poiché io ti ho redento (Is 44,22). È Redentore perché “è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione (Rm 4,25). Egli “ha dato sé stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro (Galati 1,4).
[34] “Per tali cose io piango, dal mio occhio scorrono lacrime, perché lontano da me è chi consola, chi potrebbe ridarmi la vita; i miei figli sono desolati,
perché il nemico ha prevalso” (Lamentazioni 1:16).
[35] Tre volte l’umanità conoscerà l’ira del giorno del Signore: la prima l’ha già subita. dopo il deicidio d’Israele. La seconda volta sarà dopo l’apostasia del cristianesimo, durante la manifestazione dell’Anticristo. La terza sarà dopo il peccato contro lo Spirito Santo, commesso dal Popolo di Dio reso perfetto. Questo peccato provocare la manifestazione di satana. Allora verrà la fine del mondo. Giorno d’intervento divino: “Guai a coloro che attendono il giorno del Signore! Che sarà per voi il giorno del Signore? Sarà tenebre e non luce, oscurità senza splendore alcuno” (Am 5, 18.20). “Giorno d’ira quel giorno, giorno di angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità” (Sof 1,15). Giorno di Giustizia divina: “Ecco il giorno, eccolo che arriva. È giunta la tua sorte. L’ingiustizia fiorisce, germoglia l’orgoglio” (Ez 7:10). “Quindi per voi sarà notte invece di visioni, tenebre per voi invece di responsi. Il sole tramonterà su questi profeti e oscuro si farà il giorno su di essi” (Mi 3:6). Giorno apocalittico di ripercuzioni cosmiche: “Il sole si cambierà in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il giorno del Signore, grande e terribile” (Gl 3,4 Il). Giorno fatale di terrore e fuga: “Allora nemmeno l’uomo agile potrà più fuggire, né l’uomo forte usare la sua forza; il prode non potrà salvare la sua vita né l’arciere resisterà; non scamperà il corridore, né si salverà il cavaliere. Il più coraggioso fra i prodi fuggirà nudo in quel giorno!” (Am 2:15). Giorno di consapevolezza: Dopo tutto, il popolo apostata, prenderà coscienza del suo peccato e allora conoscerà Dio: “Pertanto il mio popolo conoscerà il mio nome, comprenderà in quel giorno che io dicevo: Eccomi qua” (Is 52,6). Ricostruzione del popolo di Dio: Dopo la passione del Cristo Israele diventa mondiale, senza frontiere sulla terra: “In quel giorno rialzerò la capanna di Davide, che è caduta; ne riparerò le brecce, ne rialzerò le rovine, la ricostruirò come ai tempi antichi” (Am 9,11). Dopo la passione di tutta la Chiesa cristiana, il cristianesimo diventerà universale senza frontiere nel cosmo: “È il giorno in cui le tue mura saranno riedificate; in quel giorno più ampi saranno i tuoi confini” (Mi 7,11). Giorno di abbondanza di ogni bene: “In quel giorno le montagne stilleranno vino nuovo e latte scorrerà per le colline; in tutti i ruscelli di Giuda scorreranno le acque. Una fonte zampillerà dalla casa del Signore e irrigherà la valle di Sittìm” (Gl 4,18).
[36] Gregge uscito dal paterno ovile è una delle espressioni che nell’opera valtortiana ricordano frequentemente lo scisma dei samaritani, invisi perciò ai giudei. Per tutte valga il riferimento a 1 Re 12-13; 2 Re 17.
[37] “Benedetta dal Signore la sua terra! Dalla rugiada abbia il meglio dei cieli, e dall’abisso disteso al di sotto; il meglio dei prodotti del sole e il meglio di ciò che germoglia ogni luna; la primizia dei monti antichi, il meglio dei colli eterni e il meglio della terra e di ciò che contiene” (Dt 33,13-16).
[38] 11 gennaio 1947. Poema: VIII, 14
[39] “Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini” (Rm 5, 12). “Perché il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore” (Rm 6,23). “Molti saranno i dolori dell’empio, ma la grazia circonda chi confida nel Signore” (Sal 31,10)
[40] Se l’amor imperfetto non fa mai male a nessuno, possiamo credere che l’amore perfetto ci risparmia non solo del male in atto, ma anche delle cause del male, per esempio se non fossimo stati smemorati della visione del volto di Dio nostro Padre, sicuro che moriremmo di nostalgia. E se nello stato attuale non ci avesse nascosto l’ora della nostra morte, molti di noi morirebbero della disperazione. Perciò crediamo che molte cose che non capiamo sia voluto dal Signore per il nostro bene.
[41] “Quanti confidano in lui comprenderanno la verità; coloro che gli sono fedeli vivranno presso di lui nell’amore, perché grazia e misericordia sono riservate ai suoi eletti” (Sap 3,9). “Quando dicevo: «Il mio piede vacilla»,
la tua grazia, Signore, mi ha sostenuto” (Sal 93,18). “Prima del tuono viene la folgore, la grazia precede l’uomo modesto (Sir 32,10). “Saziaci al mattino con la tua grazia: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni” (Sal 89,14).
[42] “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1).
[43] 12 gennaio 1947. Poema: VIII, 15
[44] Il bambino morì sulle ginocchia della Sunamita. Essa disse a suo marito “voglio correre dall’uomo di Dio”. Quegli domandò: “Perché vuoi andare oggi? Non è il novilunio né sabato”. Ma essa rispose: “Addio”. Giunta presso l’uomo di Dio, gli afferrò le ginocchia. Ghecazi (il servo di Eliseo) si avvicinò per tirarla indietro, ma l’uomo di Dio disse: “Lasciala stare, perché la sua anima è amareggiata e il Signore me ne ha nascosto il motivo; non me l’ha rivelato” (2 Re 4,8-37).
[45] 2 Re 4,27
[46] Eliseo disse al suo servo: “Cuoci una minestra per i figli dei profeti”. Uno dei servi raccolse zucche agresti e gettò i frutti a pezzi nella pentola della minestra, non sapendo cosa fossero. Gli uomini appena assaggiata la minestra gridarono: “Nella pentola c’è la morte, uomo di Dio!”. Allora Eliseo ordinò: “Portatemi della farina”. Versatala nella pentola, disse: “Danne da mangiare alla gente”. Non c’era più nulla di cattivo nella pentola. (2 Re 4,38-41
[47] “Il Signore creò l’uomo dalla terra e ad essa lo fa tornare di nuovo. Egli assegnò agli uomini giorni contati e un tempo fissato, diede loro il dominio di quanto è sulla terra. Secondo la sua natura li rivestì di forza, e a sua immagine li formò. Discernimento, lingua, occhi, orecchi e cuore diede loro perché ragionassero. Li riempì di dottrina e d’intelligenza, e indicò loro anche il bene e il male. Pose lo sguardo nei loro cuori per mostrar loro la grandezza delle sue opere” (Sir 17,1-7).
[48] “Che cosa è l’uomo perché te ne curi? L’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi” (Sal 8,5.8).
[49] Sì, Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono (Sap 2,23-24).
[50] Nella Bibbia si parla non di rado di sogni accordati da Dio per illuminare o premonire: Gen 20; 28,10-22; 37,2-11; Dan 2; 4; 7; Mt 1,18; 2,23
[51] 15 gennaio 1947. Poema: VIII, 16
[52] “Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio” (1Cor 4,1). “Chi parla, lo faccia come con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo” (1Pt 4,11). “Non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi” (Mt 10,20).
[53] “Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14:26)
[54] Entro servo e disse a Giobbe: “I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del loro fratello maggiore, quand’ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto: ha investito i quattro lati della casa, che è rovinata sui giovani e sono morti”. Allora Giobbe si alzò e si stracciò le vesti, si rase il capo, cadde a terra, si prostrò e disse: “Nudo uscii dal seno di mia madre, E nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!”. In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto (Gb 1,20-22).
[55] “I cieli narrano la gloria di Dio, e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette notizia” (Sal 18,2-3). “Benedite opere tutte del Signore, il Signore: benedite, cieli, sole e luna, stele, luce, folgori e nubi il Signore” (Dn 3,57-73).
[56] < Una specie, dunque, di liturgia cosmica >
[57] “Anche gli uomini provengono tutti dalla polvere e dalla terra fu creato Adamo” (Sir 33:10). Polvere e terra in questo contesto significa la sintesi di tutte le sostanze che compongono la creazione; nell’uomo è presente la natura animale, vegetale e minerale e in più la natura spirituale. “Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gn 2,7).
[58] “Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (1 Pt 2,4-5).
[59] Dio ci ha dato un corpo per offrirlo in olocausto, come sta scritto: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,5-7). “Ogni giorno tu offrirai in olocausto al Signore un agnello di un anno, senza difetti; l’offrirai ogni mattina” (Ez 46,13). “Su di esso farai ogni mattina un’oblazione di un sesto di efa; di olio offrirai un terzo di hin per intridere il fior di farina: è un’oblazione al Signore, la legge dell’olocausto quotidiano” (Ez 46,14).
[60] Moloc, (Molek, cioè Melek, il re, titolo divino) Gaal e Astarte erano le divinità dei cananei. In onore a Moloc venivano bruciati dei bambini: Lv 18,21; 20,2-5; Dt 7,1-6; 12,29-32; 1 Re 11; 2 Re 23,4-14; Ger 32,26-35. Per Baal (il signore), divinità maschile fecondante: Giudici 6,25-32; 1 Re 18; 2 Re 10. Per Astarte, dea dell’amore e della fecondità: Giudici 2,11-15; 1 Re 11. Baal e astante, i cui nomi a volte figurano al plurale, erano due divinità formanti una coppia.
[61] Parla dei martiri di tutti i tempi.
[62] Profezia sull’avvento delle anime vittime. Corredentori che con l’arrivo della rivelazione del Vangelo del Regno di Dio daranno origine all’Ordine più fecondo della storia: “L’Ordine dei Salvatori”, perché il Fondatore è Gesù stesso.
[63] “Poi vidi i morti, grandi e piccoli, ritti davanti al trono. Furono aperti dei libri. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere” (Ap 20,12).
[64] “Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (1 Pt 2,5). “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1).
[65] “La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per la pagina per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Cor 1, 18.22-24). Dio, apparso in forma umana, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce” Fil 2, 8
[66] 17 gennaio 1947. Poema: VIII, 17
[67] Sir 50,27-28
[68] Es 23,14-17
[69] < Appunto perché i samaritani non ammettevano altri libri di Scrittura Sacra se non i cinque di Mosè, detti Pentateuco: Genesi, Esodo, Levitino, Numeri, Deuteronomio >
[70] Ristabilimento dell’altare: “Ristabilirono l’altare al suo posto e vi offrirono sopra olocausti al Signore, gli olocausti del mattino e della sera. Celebrarono la festa delle capanne secondo il rituale e offrirono olocausti quotidiani nel numero stabilito dal regolamento per ogni giorno. In seguito continuarono ad offrire l’olocausto perenne e i sacrifici dei giorni di novilunio e di tutte le solennità consacrate al Signore, più tutte le offerte volontarie al Signore” (Esdra3,1-5)
[71] “Nel secondo anno dal loro arrivo al tempio, nel secondo mese, diedero inizio ai lavori. Incaricarono i leviti dai vent’anni in su di dirigere i lavori del tempio” (Esd 3,8).
[72] I giubilanti: “Quando i costruttori ebbero gettato i fondamenti del tempio, invitarono a presenziare i sacerdoti con i loro paramenti e le trombe e i leviti con i cembali per lodare il Signore con i canti di Davide. Essi cantavano a cori alterni lodi e ringraziamenti al Signore perché è buono, perché la sua grazia dura sempre verso Israele. Tutto il popolo faceva risuonare il grido della grande acclamazione, lodando così il Signore perché erano state gettate le fondamenta del tempio” (Esd 3,10-11).
[73] I piangenti: “Tuttavia molti tra i sacerdoti e i leviti e i capifamiglia anziani, che avevano visto il tempio di prima, mentre si gettavano le nuove fondamenta di questo tempio sotto i loro occhi piangevano ad alta voce, ma i più continuavano ad alzare la voce con il grado dell’acclamazione e della gioia. Così non si poteva distinguere il grido dell’acclamazione di gioia del grido del pianto del popolo” (Esd 3,12-13).
[74] I turbatori: “Quando i nemici di Giuda e di Beniamino vennero a sapere che gli esuli rimpatriati stavano ricostruendo il tempio del Signore, si presentarono e dissero: “Vogliamo costruire anche noi insieme con voi, perché anche noi, come voi, cerchiamo il vostro Dio…”. Ma i capi risposero loro: “Non conviene che costruiamo insieme la casa del nostro Dio; ma noi soltanto la ricostruiremo, come Ciro re di Persia ci ha ordinato. Allora la popolazione indigena si mise scoraggiare il popolo dei Giudei e a molestarlo per impedirgli di costruire. Inoltre sobillarono contro di loro alcuni funzionari per mandar fallito il loro piano”” (Esd 4,1-5).
[75] Esdra cap. 4 e 5
[76] “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1 Gv 4,7-8).
[77] “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città invano veglia il custode” (Sal 126,1).
[78] “Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore: il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno” (Sal 127,2).
[79] La Luce del mondo: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9). “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12). “La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio” (Gv 3,19-21).
[80] La pietra angolare: “Ecco io pongo una pietra in Sion, una pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata: chi crede non vacillerà” (Is 28,16). “Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo” (1 Cor 3,11). “In Lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in Lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito” (Ef 2,21-22).
[81] “La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo; ecco l’opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi” (Sal,118,22). “Stringendovi a Lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale” (1 Pt 2,4-5;
[82] “Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare. Allora la nostra bocca si aprì al sorriso, la nostra lingua si sciolse in canti di gioia” (Sal 126,1-2).
[83] “Allora si diceva tra i popoli: “Il Signore ha fatto grandi cose per loro, Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmati di gioia” (Sal 126,2-3)
[84] “Riconduci, Signore, i nostri prigionieri, come i torrenti del Negheb” (Sal 126,4).
[85] “Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo” (Sal 26,5)
[86] “Nell’andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni” (Sal 126,6).
[87] 18 gennaio 1947. Poema: VIII, 18
[88] 21 gennaio 1947. Poema: VIII, 19
[89] l’Ebal e il Garizim: Come l’Ebal a nord, il monte Garizim a sud (oggi Gebel El-Tor, 881 metri) dominava Sichem, che sorgeva nei pressi dell’attuale Nablus. La Scrittura cita per la prima volta queste due cime del massiccio montuoso della Samaria nei testi che descrivono la cerimonia con la quale Israele rinnovò il suo impegno nei confronti di Dio e della sua Legge dopo l’ingresso nella Terra promessa: dal Garizim, le tribù di Simeone, Levi, Giuda, Issacar, Giuseppe e Beniamino proclamarono le benedizioni procurate al popolo dalla fedeltà al Signore mentre dall’Ebal le altre sei tribù pronunciarono le maledizioni che avrebbe meritato l’infedeltà.
[90] I Jebusei: Popolazione insediata in Canaan intorno al 2000 a. C. Ai tempi dell’Esodo gli esploratori che Mosè inviò, dal deserto, a perlustrare la terra promessa identificarono i Gebusei con gli abitanti delle “Montagne” che sarebbero diventate “le montagne di Giuda”. I Gebusei non poterono essere scacciati degli Israeliti nemmeno dopo la conquista della loro roccaforte da parte di Davide: L’Araunà da cui questi acquistò l’aia per innalzarvi “l’altare del Signore” era un Gebuseo.
[91] Novilunio o Neomenia: Primo giorno del mese, segnato dalla comparsa del primo quarto di luna, celebrato con sacrifici e oblazioni: secondo la Legge mosaica venivano offerti in olocausto due giovani tori, un ariete e sette agnelli accompagnati da oblazioni di fior di farina e libagioni e dall’offerta di un capro espiatorio in sacrificio “per il peccato”. Come nel sabato e nelle altre feste, in quel giorno ci si doveva astenere dal lavoro. La solennità era annunciata dal suono della tromba. Ai tempi di Saul, il re in una neomenia diede un banchetto e l’assenza di Davide vi fu notata. Quello era anche un momento favorevole per recarsi presso un “uomo di Dio”. Il marito della Sunamita si stupì di vederla correre da Eliseo dato che non era “né il novilunio né il sabato”. Questa festa era un elemento importante del culto ancora ai tempi di Davide e di Salomone e anche dopo l’Esilio. Ezechiele ne regolamentò i sacrifici nella Terra santa rigenerata. Ma secondo i Profeti ai noviluni come alle altre solennità il Signore preferiva un cuore puro, se questi riti erano contaminati da idolatria: se era così Egli li “detesta[va]” ed era “stanco di sopportarli”. La Nuova Alleanza abrogò sia il novilunio che il sabato; Paolo lo ricordò ai Colosesi e rimproverò ai Galati di continuare a osservarli.
[92] “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato” (Mt 10,40). “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
[93] Il monte Moria: Regione in cui il Signore ordinò ad Abramo di recarsi con il figlio Isacco per offrirglielo in olocausto nel punto che gli sarebbe stato indicato. Secondo le CRONACHE ivi fu edificato il Tempio di Salomone; il luogo viene così confuso con “l’aia di Ornan il Gebuseo” che Davide aveva scelto per innalzarvi la Dimora del Signore. Questa identificazione, dovuta al Cronista, è stata accolta dalla tradizione ebraica.
[94] 22 gennaio 1947. Poema: VIII, 20
[95] Salita del Sangue: Chiamavano “Salita del Sangue” – annota MV su una copia dattiloscritta – un punto del monte Adonim per i delitti che ivi i ladroni compivano.
[96] 23 gennaio 1947. Poema: VIII, 21
[97] Is 9,6-7; 11,10-16; Rm 15,7-13
[98] Amorrei: Popolo semitico, discendenti di Cam attraverso Canaan. tutti i “Cananei” erano discendenti di Canaan figlio di Cam che era stato maledetto, lui e la sua discendenza, dal suo stesso padre Noè. gli Amorrei risultano il popolo preisraelita più rilevante insediato sulla Terra promessa e il loro solo nome finì per designarli tutti: cinque furono i “re amorrei”, di Gerusalemme, di Iarmut, di Lachis, di Eglon, di Ebron che Giosue dovette battere in una campagna decisiva (Giosuè 10:1-17). Il profeta Amos attribuisce al Signore parole che fanno di questo popolo il simbolo stesso di tutti gli occupanti che Israele dovette scacciare: “Eppure io ho sterminato davanti a loro l’Amorreo, la cui statura era come quella dei cedri, e la forza come quella della quercia; ho strappato i suoi frutti in alto e le sue radici di sotto, per darvi in possesso il paese dell’Amorreo” (Amos 2,9-10). (Nm 21, 21.35)
[99] Ai: Città di Canaan quindici chilometri a nord di Gerusalemme e ad almeno tre chilometri da Beitlin, l’antica Betel biblica; il luogo si chiama oggi Khirbet Et-Tell, cioè “la rovina”, che è il significato esatto dell’espressione ebraica ha Ai. L’esercito di Israele guidato da Giosuè conquistò Ai: “la rovina”.
[100] Il crollo di Gerico: Non fu un attacco militare a consegnare agli uomini di Giosuè la città, ma un assedio di preghiera, condotto secondo la liturgia che essi ritennero conforme alla volontà divina. Sette giorni furono dedicati alle processioni solenni, aperte dal grosso dell’esercito in armi seguito da sette sacerdoti che recavano sette trombe ricavate da un corno d’ariete, seguiti dall’Arca dall’Alleanza protetta da una retroguardia armata. Nei primi sette giorni il corteo fece una sola volta il giro della città chiusa nella sua corazza di mattoni e pietre, facendo poi ritorno all’accampamento. Il settimo giorno, sfilò sette volte, poi i sacerdoti diedero fiato alle trombe e, su ordine di Giosuè, il popolo fino allora silenzioso lanciò un grido terribile… e le mura crollarono; la città, così catturata, fu votata allo sterminio “con quanto vi è in essa”. A quella maledizione sfuggirono solo Raab e la sua famiglia (Giosuè 6,1-27).
[101] Grandine di pietre: Mentre i nemici fuggivano dinanzi ad Israele ed erano alla discesa di Bet-Coron, il Signore lanciò dal cielo su di essi come grosse pietre fino ad Azeka e molti morirono. Coloro che morirono per le pietre della grandine furono più di quanti ne uccidessero gli Israeliti con la spada (Giosuè 10,10-11).
[102] Apparizioni terrificanti: “Sopra tutta la città per circa quaranta giorni apparivano cavalieri che correvano per l’aria con auree vesti, armati di lance rotanti e di spade sguainate, e schiere di cavalieri disposti a battaglia e attacchi e scontri vicendevoli e trambusto di scudi e selve di aste e lanci di frecce e bagliori di bardature d’oro e corazze d’ogni specie. Per questo tutti pregarono che l’apparizione fosse di buon augurio” (2 Maccabei 5,1-4).
[103] Diaspora: Il termine derivante dal greco diaspora che significa “disseminazione, dispersione”, indica le comunità israelitiche insediate fuori dalla Palestina. Dopo Cristo la diaspora divenne cattività perché gli israeliti furono dispersi fra i pagani. Questa dispersione fra i pagani che i testi ebraici chiamano Gola (nel senso originario di “cattività” o “deportazione”) fu fonte di amarezza per il popolo “santo” che veniva così disperso fuori della “Terra santa” ma anche di una certa fierezza giustificata dal dato rilevato da 0 di cui Giuseppe Flavio cita con compiacimento l’ironica riflessione: “non c’è angolo della terra abitata che non abbia dato asilo a questa nazione e che non sia stato occupato da essa”.
[104] Messia conquistatore: Chi è costui che viene con le vesti tinte di rosso, nella pienezza della sua forza? “Io, che parlo con giustizia. Nel tino ho pigiato da solo. Li ho pigiati con sdegno, li ho calpestati con ira, poiché il giorno della vendetta era nel mio cuore e l’anno del mio riscatto è giunto. Guardai stupito: nessuno aiutava; nessuno mi sosteneva. Allora mi prestò soccorso il mio braccio, mi sostenne la mi ira. Calpestai i popoli con sdegno, li stritolai con ira, feci scorrere per terra il loro sangue” (Is 63,1-6).
[105] Messia liberatore: “Ecco il mio servo che io sostengo, Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderò né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta. Ti ho stabilito perché tu apra gli occhi ai ciechi (liberare dalla ignoranza); e faccia uscire dal carcere i prigionieri (liberare dal peccato); dall’oppressione coloro che abitano nelle tenebre (liberare dal potere satanico) (Is 42,1-4.6-7).
[106] “Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia. Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità” (Is 53,3-5).
[107] Azimi: Il termine “azimo” (o azzimo) tratto dal greco zymé (lievito) con l’alfa privativo indica il pane senza lievito, come poteva essere preparato in gran fretta per ospiti inattesi o in vista di un viaggio impreveduto quando non c’era il tempo di aspettare la lievitazione della pasta. I pani azimi sono elemento essenziale del pranzo della festa ebraica della Pasqua (Pesah) perché la Scrittura ricorda che gli Ebrei mangiarono pane non lievitato, preparato in gran fretta alla vigilia della partenza dall’Egitto. Secondo la legislazione mosaica ogni anno il rito pasquale avrebbe ripetuto quest’uso la sera di Pesah; l’ESODO prolunghe la prescrizione per i sette giorni successivi alla Pasqua: è la festa degli Azimi.
[108] Garizim: Alto monte della Samaria, nella tribù di Efraim, presso la città di Sichem, sul quale il Signore fece porre le benedizioni, come dice nel Deuteronomio: “Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso, tu porrai la benedizione sul monte Garizim e la maledizione sul monte Ebal” (Dt 11,29). Volontà fatta compiere da Giosuè 8,32-34. I samaritani poi edificarono un tempio (scismatico) simile a quello di Gerusalemme.
[109]Feste: Il calendario liturgico dell’Israele biblico prevedeva sei feste annuali principali. Tre erano di istituzione relativamente recente: il Giorno delle Espiazioni o Grande Perdono, la festa della Dedicazione o Hanukkà e quella delle Sorti o Purim che sono oggetto di rituali, scritturali o rabbinici, risalenti agli ultimi secoli prima della nostra era. Le altre tre, molto antiche, segnano il ritmo delle stagioni: in primavera la festa degli Azimi, tempestivamente collegata a quella della Pasqua che inizialmente ne era distinta; in estate la festa della mietitura detta delle Settimane o Pentecoste; in autunno la festa del raccolto detta “delle Capanne” e nei testi greci “delle Tende”, termine reso in latino con “Tabernacoli”. Questa festa autunnale viene indicata anche come “festa del Signore” e talvolta semplicemente “festa” senza aggettivi, accezione usuale anche ai tempi del Cristo.
[110]Erodiani: Erano gli Ebrei seguaci di Erode il Grande quando questi, era tetrarca e poi “re” nominato da Roma. Nell’epoca della predicazione di Gesù, il loro partito, che accettava la dominazione romana, sosteneva Erode Antipa e avrebbe auspicato che questi potesse regnare come il padre su tutta la Palestina e in particolare sulla Giudea e la Samaria, poste sotto il diretto dominio di Roma. Gli erodiani erano soprattutto sadducei ma si allearono con i farisei per tentare di far cadere Gesù in varie provocazioni politiche e così screditarlo o causarne l’arresto.
[111] I Farisei: Appartenenti a una setta religiosa che vediamo attiva durante la vita pubblica di Gesù, e che svolse un ruolo importante nel complotto che lo portò alla croce. Il nome che i farisei si davano, perushim, significava “separati”. Tra di loro si chiamavano haberim, “compagni”. Gli adepti di questa setta pretendevano di “separarsi” dall’ignoranza religiosa del loro stesso popolo con la loro conoscenza approfondita della Legge. Si consideravano i kedushim, i santi, che evoca la separazione: “Sarete santi per me poiché io, il Signore, sono santo e vi ho separato dagli altri popoli perché siate miei”. La loro santità era solo esterna, perciò Gesù li accusò di essere “sepolcri imbiancati”, all’esterno giusti, all’interno null’altro che marciume perché avevano trascurato ciò che più contava “della Legge, il giudizio, la misericordia e la fede”. Da quel momento i farisei, almeno episodicamente, fecero parte di coloro che cercavano di farlo morire.
[112] Lo Scriba. In origine lo scriba era colui che, sapendo leggere e scrivere, svolgeva la funzione di segretario nell’amministrazione reale. Dopo il ritorno dall’Esilio, la funzione degli scribi assunse maggiore importanza. Essi cominciarono a fornire le interpretazioni della Legge e soprattutto a insegnarla. A poco a poco, divennero delle guide spirituali. La loro corporazione era rappresentata nel Sinedrio accanto ai sommi sacerdoti e agli Anziani insieme ai quali costituivano il gran consiglio supremo della comunità. Erano onorati e stimati; ma Gesù rimproverò loro il formalismo e l’ipocrisia per la quale li assimila ai farisei e talvolta la condotta indegna. Ben presto essi si unirono a coloro che cercavano di mettere Gesù in difficoltà ponendogli domande imbarazzanti su questioni centrali. Le folle erano colpite dalla differenza fra l’insegnamento degli scribi, che riproduceva con scrupolo e rigore la lettera della Legge, e quello di Gesù.
[113] I Sadducei: Gruppo politico e religioso formato da ricche famiglie sacerdotali che derivava il nome da Zadok, il personaggio che Salomone aveva elevato alla carica di sommo sacerdote. I discendenti di Zadok da quel momento furono addetti al servizio del Tempio. Erano dei privilegiati. Detti “i ricchi” e come tali conservatori. Gesù, come già aveva fatto il Battista, li accomuna ai farisei nella stessa accusa di lassismo: “Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente?”, e di ipocrisia: “guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei”, cioè dal loro insegnamento. Furono soprattutto sadducei – gli anziani e sommi sacerdoti che costituivano la maggioranza del Sinedrio – a operare per la condanna di Gesù. Dopo la Pentecoste i sadducei, “irritati per il fatto che essi insegnavano al popolo e annunziavano in Gesù la resurrezione dei morti” e “pieni di livore”, fecero incarcerare gli apostoli due volte.
[114] “Perciò, fratelli santi, partecipi di una vocazione celeste, fissate bene lo sguardo in Gesù, l’Apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo, il quale è fedele a colui che l’ha costituito, come figlio, sopra la sua propria casa. E la sua casa siamo noi, se conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo” (Eb 3,1-6).
[115] L’organismo cui allude, è la sua Chiesa: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16,18).
[116] “Il tuo trono, Dio, dura per sempre; è scettro giusto lo scettro del tuo regno. Ami la giustizia e l’impietà detesti: Dio, il tuo Dio ti ha consacrato con olio di letizia, a preferenza dei tuoi eguali” (Sal 45,7-8).
[117] “Dio, il tuo Dio ti ha consacrato” (Sal 45,8). “Il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri” (Is 61,1).
[118] “Tu sei mio figlio; oggi ti ho generato? Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio. Lo adorino tutti gli angeli di Dio. Il tuo trono, Dio, sta in eterno e Scettro giusto è lo Scettro del tuo regno” (Eb 1,5-8).
[119] I giusti risplenderanno come il sole nel Regno del Padre
[120] 5 febbraio 1947. Poema: VIII, 22
[121] Questa parola si scrive sopherim, è un plurale e significa scribi, cioè dottori della Legge anticotestamentaria, ma qui potrebbe stare per allievo che aspira a diventarlo. Infatti egli si dichiara “discepolo” di un rabbi e più sotto dice che durante l’insegnamento si pone “ai suoi piedi” proprio come usavano fare gli allievi.
[122] Un momento di coraggio e Giaele uccise Sisara (Giudici 4,17-24).
[123] Con lo stile della donna forte Giuditta uccise Oloferne (Giuditta 12,10ss).
[124] < Non si formula, qui, un principio o una legge generale, che in vari casi particolari risulterebbe falsa, poiché, per esempio, l’apostasia o la bestemmia sono azioni talmente disoneste in sé stesse da non poter divenire buone se poste per fine lodevole, come potrebbe esser quello di liberare sé od altri. Qui, perciò, si annunzia un giudizio particolare che, in questo speciale caso, è esatto, come si rileva dal contesto >
[125] Disprezzato: e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima” (Isaia 53,3).
[126] Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo… sono slogate tutte le mie ossa. Il mio cuore è come cera, si fonde in mezzo alle mie viscere. È arido come un coccio il mio palato, la mia lingua si è incollata alla gola, su polvere di morte mi hai deposto” (Sal 22,7.15-16).
[127] “Ecco, il mio servo, non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto. Come molti si stupirono di lui – tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quelle dei figli dell’uomo – così si meraviglieranno di lui molte genti” (52,14-15; 53,3)
[128] “Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato” (Is 53,4).
[129] “Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,5). “Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità” (Is 53,11).
[130] “Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra” (Gen 4,11-12).
[131] “Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato sé stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori” (Is 53,12).
[132] “Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire. Il Signore rende povero e arricchisce, abbassa ed esalta” (1 Samuele 2,6-7). “Signore, mi hai fatto risalire dagli inferi, mi hai dato vita perché non scendessi nella tomba” (Sal 30,4). “Tu infatti hai potere sulla vita e sulla morte; conduci giù alle porte degli inferi e fai risalire” (Sap. 16,13).
[133] 6 febbraio 1947. Poema: VIII, 22
[134] 7 febbraio 1947. Poema: VIII, 24
[135] Callisto, infatti, è parola greca che significa “bellissimo”.
[136] 7 febbraio 1947. Poema: VIII, 25
[137] Elul: Nome babilonese del sesto mese dell’anno, corrispondente ad agosto settembre e adottato dagli Israeliti dopo l’Esilio.
[138] 10 febbraio 1947. Poema: VIII, 26
[139] L’ape è piccola tra gli esseri alati, ma il suo prodotto ha il primato fra i dolci sapori (Siracide 11,3).
[140] 12 febbraio 1947. Poema: VIII, 27
[141] Novilunio o Neomenia: Primo giorno del mese, segnato dalla comparsa del primo quarto di luna, celebrato con sacrifici e oblazioni: secondo la Legge mosaica venivano offerti in olocausto due giovani tori, un ariete e sette agnelli accompagnati da oblazioni di fior di farina e libagioni e dall’offerta di un capro espiatorio in sacrificio “per il peccato”. Come nel sabato e nelle altre feste, in quel giorno ci si doveva astenere dal lavoro.
[142] Nisan: Primo mese del calendario babilonese adottato dagli Israeliti dopo l’Esilio, che sostituì la denominazione di Abib, che era diventato il primo mese dell’anno nel momento dell’uscita dall’Egitto e corrispondeva al marzo-aprile.
[143] Adar: Nome babilonese del dodicesimo mese dell’anno corrispondente a febbraio-marzo e adottato dagli Israeliti dopo l’esilio in Babilonia.
[144] Tammuz: Dio della vegetazione sumero e accadico, adorato in tutto l’antico Oriente. Veniva chiamato “mio Signore” in lingua siro-fenicia e in ebraico “Adoni”: è l’Adone dei Greci. Nel mese di luglio, quando la vegetazione era arsa dal sole, Tammuz scendeva negli inferi per far ritorno la primavera successiva. Il mese della sua scomparsa gli era dedicato con il nome di Dumuzi in lingua sumerica, di Duzu in accadico, e il quarto mese dell’anno si chiamava Tammuz anche nel calendario ebraico almeno dopo l’Esilio durante il quale gli Ebrei avevano adottato i nomi babilonesi dei mesi.
[145] 15 febbraio 1947. Poema: VIII, 28
[146] Lc 1,39-45
[147] Una delle prerogative dell’uomo prima del peccato di origine era la scienza infusa cioè un’intelligenza capace di conoscere l’essenza stessa delle cose, quindi assenza d’ignoranza, come dimostra la Scrittura, dove dice: “Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche” (Gen 2,20). E il Siracide conferma quando dice: “Discernimento, lingua, occhi, orecchi e cuore diede loro perché ragionassero” (Sir 17,5).
[148] In nessun altro nome c’è salvezza. Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo
[149] 24 febbraio 1947. Poema: VIII, 29
[150] Profezia sul tempo nuovo: “Ecco infatti io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, poiché si godrà e si gioirà sempre di quello che sto per creare, e farò di Gerusalemme una gioia, del suo popolo un gaudio. Io esulterò di Gerusalemme, godrò del mio popolo. Non si udranno più in essa voci di pianto, grida di angoscia. Non ci sarà più un bimbo che viva solo pochi giorni, né un vecchio che dei suoi giorni non giunga alla pienezza; poiché il più giovane morirà a cento anni e chi non raggiunge i cento anni sarà considerato maledetto” (Is 65,17-20)
[151] Avvento del tempo nuovo: Come chi cerca di capire, perché proprio lui, nella seconda lettera farà capire che con Gesù ha inizio il tempo nuovo ma che il suo compimento resterà ancora una promessa, dice infatti: “E poi, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2 Pt 3,13). Se le profezie del tempo nuovo fossero compiute con l’avvento del Messia, l’Apostolo non direbbe “noi aspettiamo”. Quindi il tempo nuovo iniziato col Messia è ancora una promessa che attendiamo, come dice l’Apostolo amato: “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più (infatti il regno che viene è cosmico). Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo (risurrezione dei giusti e glorificazione del loro corpo). Udii allora una voce potente che usciva dal trono: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”. E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”; e soggiunse: “Soggiunse: “Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci. Ecco sono compiute! Io sono l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita. Chi sarà vittorioso erediterà questi beni; Io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio” (Ap 21,1-7).
[152] 27 febbraio 1947. Poema: VIII, 30
[153] 28 febbraio 1947. Poema: VIII, 31
[154] 1° marzo 1947. Poema: VIII, 32
[155] 2 marzo 1947. Poema: VIII, 33
[156] 3 marzo 1947. Poema: VIII, 34
[157] 4 marzo 1947. Poema: VIII, 35
[158] Maria Santissima è “la martire del perdono”: Essa, infatti, con cuore soprannaturalmente ed eroicamente materno, ha perdonato a tutti ogni delitto, perfino a Giuda Iscariota il supremo misfatto del deicidio, cioè dell’uccisione, secondo la carne, di Colui che, per Maria, era e suo Dio e suo Figlio.
[159] IL VANGELO ETERNO: Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti dei messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per lui (Lc 9,51-52).
[160] 5 marzo 1947. Poema: VIII, 36
[161]VANGELO SECONDO LUCA: Me essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme (Lc 9,53).
[162]VANGELO SECONDO LUCA: Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?” (Lc 9,54)
[163] Gli apostoli vogliono usare l’autorità del profeta Elia il quale veramente fece scendere fuoco sui suoi nemici: “Se sono uomo di Dio, scenda il fuoco dal cielo e divori te e i tuoi cinquanta”. Scese un fuoco dal cielo e divorò quello con i suoi cinquanta (2 Re 1,10).
[164]VANGELO SECONDO LUCA: Ma Gesù si voltò e li rimproverò. E si avviarono verso un altro villaggio (Lc 9,55-56).
[165] Come è la tua vita così è anche la tua morte.
[166] Limbo: è il soggiorno dei giusti che attendono il Salvatore, per entrare al suo seguito nella “santa città” escatologica, come sta scritto: “Eppure, tutti costoro, pur avendo ricevuto per la loro fede una buona testimonianza, non conseguirono la promessa” (Eb 11,39).
[167] Purgatorio: è il soggiorno dei purganti che attendono il perdono dei peccati, per entrare nel regno dei Cieli, come dice l’apostolo: “Cristo, in spirito, andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione; essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè” (1 Pt 3,19-20).
[168] L’umanità, ed ancor più perfettamente la Chiesa, è una famiglia, un corpo: la preghiera che non giova ad un membro, il quale resiste allo Spirito Santo chiesto e ottenuto mediante la prece, giova ad altro membro e certamente va a vantaggio dell’intera famiglia, dell’intero corpo, dome dice il Signore parlando del servo malvagio e infingardo: “Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (Mt 25,28-29).
[169] Gesù non di rado occultava la sua onnisciente ed onnipotente Divinità sotto espressioni e atteggiamenti di limitatezza e debolezza umana. Come lo vediamo per esempio alla morte di Lazzaro. Lui sa tutto eppure domanda: “Dove l’avete posto?”. Lui è forte eppure piange a dirotto: “Gesù scoppiò in pianto” (Gv 11,34-35).
[170] 7 marzo 1947. Poema: VIII, 37
[171]VANGELI ARMONIZZATI: Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale, un notabile gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a Lui, gli domandò: “Maestro buono, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo” (Mt 19,16-17; Mc 10,17-18; Lc 18,18).
[172]VANGELI ARMONIZZATI: Egli allora gli disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza. Che mi manca ancora?”. Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi”. (Mt 19,21-22; Mc 10,21; Lc 18,22).
[173]VANGELI ARMONIZZATI: Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. Quando Gesù lo vide, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: “in verità vi dico: “quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel Regno di Dio!”. I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: “Figlioli, com’è difficile entrare nel Regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio” (Mt 19,23-24; Mc 10,21-25: Lc 18,24-25
[174]VANGELI ARMONIZZATI: Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: “E chi mai si può salvare?”. Ma Gesù, guardandoli, disse: “impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio”. (Mt 19,25.26; Mc 10,26-27; Lc 18,28-30).
[175]VANGELI ARMONIZZATI: Allora Pietro prendendo la parola disse: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?”. E Gesù disse loro: “In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele (Mt 19,27-28; Mc 10,28; Lc 18,28).
[176]VANGELI ARMONIZZATI: Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o moglie, o figli o campi per il mio nome, per il Regno di Dio, e a causa del Vangelo, riceverà già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi; insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna. E molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi”. (Mt 19,29-30; Mc 10,29-31; Lc 18,29-30).
[177] 8 marzo 1947. Poema: VIII, 38
[178]VANGELI ARMONIZZATI: Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti; coloro che venivano dietro erano pieni di timore. Prendendo di nuovo in disparte i Dodici, e lungo la via, cominciò a dir loro quello che gli sarebbe accaduto (Mt 20,17; Mc 10,32).
[179] VANGELO SECONDO LUCA: “Ecco, noi andiamo a Gerusalemme, e tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell’uomo si compirà (Lc 18,31).
[180] Pasqua: “È la pasqua del Signore! In quella notte io passerò per il paese e colpirò ogni primogenito. Il sangue sulle vostre case sarà il segno che voi siete dentro: io vedrò il sangue e passerò oltre, non risarà per voi flagello di sterminio” (Es 12,11-13). “Il Signore passerà per colpire l’Egitto, vedrà il sangue sull’architrave e sugli stipiti: allora il Signore passerà oltre la porta e non permetterà allo sterminatore di entrare nelle vostre casa per colpire” (Es 12,23). Che significa il culto pasquale? “Voi direte loro: È il sacrificio della pasqua per il Signore, il quale è passato oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l’Egitto e salvò le nostre case” (Es 12,27).
[181] Profezie: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte…” (Is 53,7-8).
[182]VANGELI ARMONIZZATI: “E il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, sarà schernito, oltraggiato, coperto di sputi e dopo averlo flagellato, sarà crocifisso; ma il terzo giorno risusciterà” (Mt 20,18-19; Mc 10,33-34; Lc 18,31-34).
[183] VANGELO SECONDO LUCA: Ma non compresero nulla di tutto questo; quel parlare restava oscuro per loro e non capivano ciò che egli aveva detto (Lc 18,34).
[184]VANGELI ARMONIZZATI: Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli, e si prostrò per chiedergli qualcosa: Egli le disse: “Che cosa vuoi?”. Gli rispose: “Di’ che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo Regno”. (Mt 20,20-21; Mc 10,35-37)
[185]VANGELI ARMONIZZATI: All’udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni (Mt 20,24; Mc 10,41).
[186]VANGELI ARMONIZZATI: Ma Gesù, chiamatili a sé, disse: “I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo, lo schiavo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mt 20,25-28; Mc 10,42-45).
[187] < Nel testo greco, sia di Matteo che di Marco, si legge: “bere il calice” (Mc 10,38-39); ma nell’aramaico, cioè nella lingua con cui Gesù si espresse, non vi è distinzione di dativo (“bere al calice”) o di accusativo (“bere il calice”): perciò il Maestro potette benissimo voler dire “bere al calice” (cioè partecipare alle sue sofferenze) e non “bere il calice” (cioè soffrire quanto Lui >
[188] 11 marzo 1947. Poema: VIII, 39
[189] 15 marzo 1947. Poema: VIII, 40
[190] I nomi dei trentasette prodi di Davide e le loro gesta si leggono in 2 Samuele 23,8-39.
[191] Sorse Giuda, chiamato Maccabeo; lo aiutavano tutti i fratelli e quanti si erano legati al padre e conducevano la battaglia d’Israele con entusiasmo (1 Maccabei 3,1-2).
[192] Isaia 1,18
[193] “Lungi da me che io mai vi dia ragione; fino alla morte non rinunzierò alla mia integrità. Mi terrò saldo nella mia giustizia senza cedere, la mia coscienza non mi rimprovera nessuno dei miei giorni. Sia trattato come reo il mio nemico e il mio avversario come un ingiusto. (Giobbe 27,5-7).
[194] “Che cosa infatti può sperare l’empio, quando finirà, quando Dio gli toglierà la vita? Ascolterà forse Dio il suo grido, quando la sventura piomberà su di lui?” (Giobbe 227,8-9)
[195] “Perciò saranno come nube del mattino, come rugiada che all’alba svanisce, come pula lanciata lontano dall’aia, come fumo che esce dalla finestra” (Osea 13,3). “Che dovrò fare per te, Efraim, che dovrò fare per te, Giuda? Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce” (Osea 6,4)
[196] Israele non ama il Messia: “Io dunque mi misi a pascolare le pecore da macello da parte dei mercanti di pecore. Presi due bastoni: uno lo chiamai Benevolenza e l’altro Unione e condussi al pascolo le pecore. Nel volgere d’un sol mese eliminai tre pastori. Ma io mi irritai contro di esse, perché anch’esse si erano tediate di me. Perciò io dissi: “Non sarò più il vostro pastore. Chi vuol morire, muoia; chi vuol perire, perisca; quelle che rimangono si divorino pure fra di loro!” (Zaccaria 11,7-9).
[197] Israele uccide il Messia: “Insorgi, spada, contro il mio pastore, contro colui che è mio compagno. Percuoti il pastore e sia disperso il gregge, allora volgerò la mano sopra i deboli. In tutto il paese due terzi saranno sterminati e periranno” (Zc 13,-8).
[198] 17 marzo 1947. Poema: VIII, 41
[199] Gli Assidei erano i Giudei fedeli: “I Giudei che si dicono Assidei, a capo dei quali sta Giuda il Maccabeo” (2 Maccabei 14,6). Erano uomini pii e veri servitori di Dio: “Beato l’uomo che spera nel Signore e non si mette dalla parte dei superbi, né si volge a chi segue la menzogna” (Sal 40,5). “Davanti a me riunite i miei fedeli, che hanno sancito con me l’alleanza offrendo un sacrificio” (Sal 50,5). Contrapposti perciò ai Giudei infedeli, empi, avversari o trasgressori della Legge.
[200] “Anche l’amico in cui confidavo, anche lui, che mangiava il mio pane alza contro di me il suo calcagno” (Sal 41,10). “Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato; se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto. Ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa” (Sal 55,13-14); Gv 13,18
[201] Avvertimento: “Io mi accamperò contro di te, Gerusalemme. Allora prostrata parlerai da terra. Sembrerà di un fantasma la tua voce. Sarà come polvere fine la massa dei tuoi oppressori e come pula dispersa la massa dei tuoi tiranni. Dal Signore sarai visitata con tuoni, rimbombi e rumore assordante, con uragano e tempesta e fiamma di fuoco divoratore. E sarà come un incubo notturno la massa di tutte le nazioni che marciano su Gerusalemme, di quanti la attaccano e delle macchine poste contro di essa (Is 29,1-7).
[202] Figura del castigo: “E tu, figlio dell’uomo, prendi una spada affilata, usala come un rasoio da barbiere e raditi i capelli e la barba; poi prendi una bilancia e dividi i peli tagliati. Un terzo lo brucerai sul fuoco in mezzo alla città al termine dei giorni dell’assedio; prenderai un altro terzo e lo taglierai con la spada intorno alla città e l’altro terzo lo disperderai al vento, mentre io sguainerò la spada dietro ad essi. Di questi ne prenderai un piccolo numero e li legherai al lembo del tuo mantello; ne prenderai ancora una piccola parte e li getterai sul fuoco e li brucerai e da essi si sprigionerà il fuoco” Ez 5,1-4
Le cause del castigo: Colpe abominevoli, nefandezze, infedeltà (Ez 5,5-9).
[203] Il castigo: “Perciò in mezzo a te i padri divoreranno i figli e i figli divoreranno i padri. Compirò in te i miei giudizi e disperderò ad ogni vento quel che resterà di te. Un terzo dei tuoi morirà di peste e perirà di fame in mezzo a te; un terzo cadrà di spada nei tuoi dintorni e l’altro terzo lo disperderò a tutti i venti e sguainerò la spada dietro di essi. Ti ridurrò a un deserto, a un obbrobrio in mezzo alle nazioni. Sarai un vituperio, un esempio e un orrore per le genti, quando scoccherò contro di voi le terribili saette della faretra. Allora manderò contro di voi le belve che ti distruggeranno i figli; in mezzo a te passeranno la peste e la strage, mentre farò piombare sopra di te la spada. Io, il Signore, ho parlato” (Ez 5,10-17).
[204] Caduta di Gerusalemme: “Il Signore ha distrutto senza pietà tutte le dimore di Giacobbe; ha abbattuto con ira le fortezze della figlia di Giuda; ha prostrato a terra, ha profanato il suo regno e i suoi capi. Ha infranto tutta la potenza di Israele; ha distrutto tutti i suoi palazzi, ha abbattuto le sue fortezze. Ha consegnato in balia del nemico le mura delle sue fortezze. Il Signore ha deciso di demolire le mura della figlia di Sion. Non ritrarrà la mano dalla distruzione; ha reso desolati bastione e baluardo. Sono affondate nella terra le sue porte; egli ne ha rovinato e spezzato le sbarre” (Lam 2,2-9).
[205] Colpita da Dio: “Dall’alto egli ha scagliato un fuoco e nelle mie ossa lo ha fatto penetrare” (Lam 1,13). “Il Signore ha esaurito la sua collera, ha rovesciato l’ira ardente; ha acceso in Sion un fuoco, che ha divorato le sue fondamenta” (Lam 4,11). “Io preparerò contro di te i distruttori, ognuno con le armi” (Ger 22,7). “L’avversario ha steso la mano su tutte le sue cose più preziose (Lam 1,10).” Ha ripudiato tutti i miei prodi. Egli ha chiamato a raccolta contro di me per fiaccare i miei giovani” (Lam 1,15). “Di fuori la spada mi priva dei figli, dentro c’è la morte” (Lam 1,20). “I miei occhi grondano lacrime notte e giorno, senza cessare, perché da grande calamità è stata colpita la figlia del mio popolo, da una ferita mortale. Se esco in aperta campagna, ecco i trafitti di spada; se percorro la città, ecco gli orrori della fame” (Ger 14,117-18).
[206] Rifugio di sciacalli: Lamie = sciacalli. “Si ode un rumore che avanza e un grande frastuono giunge da settentrione, per ridurre le città di Giuda un deserto, un rifugio di sciacalli” (Ger 10,22). “Io ti ridurrò a deserto, a città disabitata” (Ger 22,7). “Sion sarà arata come un campo e Gerusalemme sarà un mucchio di rovine, il monte del tempio un’altura selvosa” (Mi 3,12).
[207] Per sempre: “Battetevi il petto per le campagne amene, per i fertili vigneti, per la terra del mio popolo, nella quale cresceranno spine e pruni, per tutte le case in gioia, per la città gaudente; poiché il palazzo sarà abbandonato, la città rumorosa sarà deserta, l’Ofel e il torrione diventeranno caverne per sempre, gioia degli asini selvatici, pascolo di mandrie” (Is 32,12)
[208] Campo di contese: “Tutti stanno in agguato per spargere sangue; ognuno dà la caccia con la rete al fratello. Il principe avanza pretese, il giudice si lascia comprare, il grande manifesta la cupidigia e così distorcono tutto. Il figlio insulta suo padre, la figlia si rivolta contro la madre, la nuora contro la suocera e i nemici dell’uomo sono quelli di casa sua” (Mi 7,2-3.6).
[209] Luogo di torture: “Le donne divorano i loro piccoli, i bimbi che si portano in braccio! Sono trucidati nel santuario del Signore sacerdoti e profeti! Giacciono a terra per le strade ragazzi e vecchi” (Lamentazioni 2,20). “Sono più fortunati gli uccisi di spada che i morti per fame, che son caduti estenuati per mancanza dei prodotti del campo. Mani di donne, già inclini a pietà, hanno cotto i loro bambini, che sono serviti loro di cibo nel disastro della figlia del mio popolo” (Lam 4,9).
[210] Tempo di ricostruzione: “Siamo stati distrutti, ma ci rialzeremo dalle nostre rovine! il Signore degli eserciti dichiara: Essi ricostruiranno: ma io demolirò” (Ml 1,4). “Ti renderò simile a un arido scoglio. Tu non sarai più ricostruita, poiché io, il Signore, ho parlato” (Ez 26,14).
[211]VANGELI ARMONIZZATI: Mentre uscivano da Gerico, una gran folla seguiva Gesù. Ed ecco che due ciechi, seduti lungo la strada, sentendo che passava, si misero a gridare: “Signore, abbi pietà di noi, figlio di Davide!”. La folla li sgridava perché tacessero; ma essi gridavano ancora più forte: “Signore, figlio di Davide, abbi pietà di noi”! Gesù, fermatosi, li chiamò e disse: “Che volete che io vi faccia?”. Gli risposero: “Signore, che i nostri occhi si aprano!”. Gesù si commosse, toccò loro gli occhi e subito ricuperarono la vista e lo seguirono. (Mt 20,29-34; Mc 10,46-52; Lc 18,35-43).
[212] 18 marzo 1947. Poema: VIII, 42
[213] VANGEO SECONDO GIOVANNI: Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betania dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti (Gv 12,1).
[214] Nisan: primo mese dell’anno ebraico e corrispondeva al marzo-aprile.
[215] Questa elevazione da servi ad amici, e da amici a fratelli, è attestata anche nella Bibbia:
Servi: “Ma tu, Israele mio servo, sei tu che io ho preso dall’estremità della terra e ho chiamato dalle regioni più lontane e ti ho detto: “Mio servo tu sei ti ho scelto, non ti ho rigettato” (Is 41,8-9).
Amici: “La Sapienza Sebbene unica, essa può tutto; pur rimanendo in sé stessa, tutto rinnova e attraverso le età entrando nelle anime sante, forma amici di Dio e profeti. Nulla infatti Dio ama se non chi vive con la sapienza” (Sap 7,27-28). “Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,14-15).
Fratelli: “Quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29).” Chi sono i miei fratelli?”. Stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: “Ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,48-50).
[216] VANGELO SECONDO MARCO: Gesù si trovava a Betania nella casa di Simone il lebbroso (Mc 14,3)
[217] Tebet: Decimo mese del calendario dell’anno babilonese secondo il calendario adottato dagli Ebrei dopo l’Esilio. Corrisponde a gennaio-febbraio.
[218] 19 marzo 1947. Poema: VIII, 43
[219] Dio Padre: Se il Messia è Dio che sta parlando con Giuda, com’è che dice “sopra noi è Dio? Perché sta parlando del Padre che è Dio, come disse agli ebrei: “Colui che voi chiamate: ‘nostro Dio’, È mio Padre. E Dio, come è detto della Sapienza, sebbene unico, può tutto e pur rimanendo in sé stesso, tutto riempie e tutto rinnova (Cfr Sap 7,27).
[220] Abitanti del cielo: Si tratta dei cieli abitati dagli angeli e sono tanti cieli come dice l’Apostolo: “Conosco un uomo in Cristo che fu rapito fino al terzo cielo” (2 Cor 12,2). E non si tratta dei luminari, ma di abitanti del cielo che osservano e quando Dio vuole intervengono nella storia dell’uomo terreno, come sta scritto nel Libro dei Maccabei: “Mentre si trovavano ancora vicino a Gerusalemme, apparve come condottiero davanti a loro un cavaliere in sella, vestito di bianco, in atto di agitare un’armatura d’oro. Tutti insieme benedissero Dio misericordioso e si sentirono così rafforzati in cuore, che erano pronti ad assalire non solo gli uomini ma anche le bestie più feroci e mura di ferro. Procedevano in ordine, con un alleato venuto dal cielo, per la misericordia che il Signore aveva avuto di loro” (2 Mac 11,8-10).
[221] È eresia in bocca al padre degli eretici. La verità è che tutto può mutare sempre, specialmente per il malvagio, perché dice il Signore: “Forse che io ho piacere della morte del malvagio o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?” (Ez 18,23). Altrove dice l’Apostolo: “Dio, nostro salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4). Perciò non si salva se non colui che non vuole salvarsi e si salva colui che vuole salvarsi.
[222] Volontà di tradire il Messia: “Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato; se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto. Ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa” Sal 55,13-14). “Anche l’amico in cui confidavo, anche lui, che mangiava il mio pane, alza contro di me il suo calcagno” (Sal 41,10).
[223] Rifiuto di conoscere il Messia: “Hanno abituato la lingua a dire menzogne, operano l’iniquità, incapaci di convertirsi. Angheria sopra angheria, inganno su inganno; rifiutano di conoscere il Signore” (Ger 9,4-5).
[224] < dal punto di vista fisico, perché vittima inchiodata, immobilizzata, agonizzante: sempre però in virtù di un sacrificio volontariamente abbracciato >
[225] Vuol dire che la comunione eucaristica fu condanna per l’Iscariota. Infatti secondo Luca l’istituzione dell’Eucaristia avvenne prima che il Traditore esca dal Cenacolo (Lc 22,19-20). Subito dopo dice il Signore: “Ma ecco, la mano di chi mi tradisce è’ con me, sulla tavola… Allora essi cominciarono a domandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò” (Lc 22,21-23). La risposta è in Giovanni, quando dice: “Ed egli (Giovanni) reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: “Signore, chi è?”. Rispose allora Gesù: “È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò”. E intinto il boccone, lo porse e lo diede a Giuda Iscariota. E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui (Gv 13,25-27). “Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini sé stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1 Cor 11,27-29). Quindi, per l’Iscariota la comunione fu condanna.
[226] 22 marzo 1947. Poema: VIII, 44
[227] < Quanta sapienza prudente e quanto amore illuminato, in questa pazienza e perseveranza! >
[228] Cristo è la realtà contenuta nelle figure della storia di Israele, come afferma l’Apostolo, quando dice: “I nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo” (1 Cor 10,1-5).
[229] “Ai tuoi occhi, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte” (Sal 90,4). “Una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo” (2 Pt 3,8).
[230] L’albero della vita: “Il Signore Dio piantò un giardino in Eden e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male…” (Gen2,8-9). Il Signore Dio disse allora: “Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!”. Il Signor scacciò l’uomo e pose i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita” (Gen 3,22-24). “In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni” (Ap 22,2).
[231] L’arca dell’alleanza: Nel Santo dei Santi c’era “l’Arca dell’alleanza tutta ricoperta d’oro, nella quale si trovavano un’urna d’oro contenente la manna, la verga di Aronne che aveva fiorito e le tavole dell’alleanza” (Eb 9,3-4).
[232] La Forma di Dio è un’espressione che MV corregge, su una copia dattiloscritta, in forma di Dio e forma a Dio, spiegandola con la seguente nota: “Forma di Dio” perché il Creatore, che l’aveva predestinata a tal sorte, di essere la Madre di Dio, così come le aveva dato un’anima preservata per singolar privilegio dalla Colpa originale, così le aveva dato un corpo in ogni maniera perfetto, perché Maria fosse realmente fatta ad immagine e somiglianza spirituale di Dio e corporale del Figlio di Dio fattosi Uomo, il più bello tra i figli degli uomini. ‘Torma a Dio”, perché il Verbo si modellò nel suo seno prendendo dalla Madre, l’unica che aveva servito a dargli un corpo e quindi l’unica a trasmettergli la somiglianza col generante – qui: con la generatrice -, la forma umana. Quindi Ella fu “forma” alla seconda Persona che s’incarnava per farsi Uomo.
[233] “Una donna perfetta chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto. Essa gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita” (Pr 31,10-12).
[234] La donna perfetta “apre la bocca con saggezza e sulla sua lingua c’è dottrina di bontà” (Pr 31,26).
[235] I suoi figli sorgono a proclamarla beata e suo marito a farne l’elogio: “Molte figlie hanno compiuto cose eccellenti, ma tu le hai superate tutte!”. Fallace è la grazia e vana è la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare (Pr 3128-30).
[236] Il Santo dei Santi: Nel Tempio di Salomone il Debir era il Santo dei Santi, letteralmente il
“luogo più santo”, cioè la parte più sacra che ospitava l’Arca dell’Alleanza. Il Cronista lo chiama “la
Cella del Santo dei Santi” o anche “[luogo della] parola”. Solo il sommo sacerdote vi aveva accesso una
volta l’anno, il giorno dell’Espiazione.
Il Debir era una
sala cubica di circa 10 metri (20 cubiti) di lato, rivestita di legno ricoperto di foglie d’oro. In
mezzo alla stanza sorgeva l’Arca con le Tavole della Legge sulla quale vegliavano due cherubini di legno
d’olivo ricoperti d’oro con le ali spiegate di 5 metri di apertura ciascuna. Insieme all’Arca,
attestavano, nella tenebra di quella stanza senza finestre, la presenza della
divinità.
Pompeo nel 63 a.C. e Tito nel 70 d.C. violarono
il segreto del Santo dei Santi nel tempio di Erode e un soldato di Tito gettandovi una torcia accesa
diede fuoco all’edificio.
[237] “la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me” (Gv 17,22-23).
[238] 26 marzo 1947. Poema: VIII, 45
[239] L’acqua del diluvio che purificò l’umanità e il fuoco che sterili Sodoma e Gomorra sono preferibile alle armi atomiche, chimiche e batteriologiche finalizzate alle distruzioni di masse perché questi sono flagelli più atroci in quanto rimangono a lungo le loro conseguenze micidiali.
[240] “Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena” (Mt 6,34).
[241] 27 marzo 1947. Poema: VIII, 46
[242] VANGELO SECONDO GIOVANNI: Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti (Gv 12,9).
[243] VANGELO SECONDO GIOVANNI: I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù (Gv 12,110-11).
[244] 28 marzo 1947. Poema: VIII, 47
[245]VANGELI CONCONRDATI: E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali (Mt 26,6; Mc 14,3; Gv 12,2).
[246]VANGELI ARMONIZZATI: Mentre stava a mensa Maria, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, e di gran valore, gli si avvicinò e ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul capo e cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempii del profumo dell’unguento (Mt 26,7; Mc 14,3; Gv 12,3).
[247] VANGELI ARMONIZZATI Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro. Ed erano infuriati contro di lei. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darlo ai poveri?”. Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro, e siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro (Mt 26,8-9; Mc 14,4-5; Gv 12,4-6).
[248]VANGELI ARMONIZZATI: Ma Gesù, accortosene, disse loro: “Perché infastidite questa donna? Lasciatela stare. Lasciatela fare! Essa ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficiarli quando volete, me invece non mi avete sempre. Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, versando questo olio sul mio corpo, lo ha fatto in vista della mia sepoltura, In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo sarà annunciato il Vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto” (Mt 226,10-13; Mc 14,6-9; Gv 12,7-8).
[249] Gli ebrei chiamavano così coloro che parlavano alle adunanze. I libri sapienziali sono composti delle parole delle sciolte raccolti nei rotoli delle Scritture. A parte la differente grafia e pronunzia, Qoèlet o Qoèlet è nome che la Bibbia ebraica attribuisce all’autore del libro noto anche come ECCLESIASTE. Qoèlet deriva dal verbo qahal che significa “parlare in pubblico”. Il Qoèlet è colui che parla nelle assemblee, il predicatore. Il testo sacro dichiara che egli fu un saggio che “insegnò la scienza al popolo, ascoltò, indagò e compose un grande numero di massime […] e scrisse con esattezza parole di verità”.
[250] Il suo sacrificio d’amore si consumò sul calvario: Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo spirò (Lc 23,46). È impossibile eliminare i peccati con il sangue di tori e di capri. Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,4-7).
[251] La Pentecoste: Effettivamente 50 giorni dopo la consumazione del suo sacrificio venne l’Amore: “Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi” (At 2,1-4).
[252] Il Sacrificio perenne: preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi” (Lc 22,19-20). “Cristo, venuto come sommo sacerdote di beni futuri, attraverso una Tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo, cioè non appartenente a questa creazione, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì sé stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalla opera morte, per servire il Dio vivente?” (Eb 9,11-14).
[253] “Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26). “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà” (16,12-14).
[254] “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46); “Mi affido alle tue mani; tu mi riscatti, Signore, Dio fedele” (Sal 30,6).
[255] 2 marzo 1945. Poema: IX, 6 «Qui», dice Gesù, «metterai la visione del 2 marzo 1945: “L’addio a Lazzaro”. Dal punto: “Gesù cammina dirigendosi oltre il giardino, là dove è il sepolcro che fu di Lazzaro”».
[256] Gesù di Nazareth è il Messia d’Israele, il Promesso, l’Atteso, ma soprattutto è il Redentore.
[257] < Medicina mitologica che, immessa nel vino, avrebbe eliminato ogni tristezza >
[258] “Allora Satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici” (Lc 22,3). “Non ho forse scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un demonio!”. Egli parlava di Giuda Iscariota: questi infatti stava per tradirlo (Gv 6,70-71).
[259] Perché i santi, i giusti vivono uniti a Dio e chi si unisce a Dio forma un solo spirito con Lui.
[260] Es 12,11
[261] “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio” Lc 1,35
[262] All’annunzio dell’angelo: “Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù…”. Maria rispose: “Come è possibile? Non conosco uomo” (Lc 1,31-32). “Ecco: la v e r g i n e concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà ‘ Dio con noi ’” (Is 7,14).
[263] “Un fuoco uscì dalla presenza del Signore e consumò sull’altare l’olocausto e i grassi” (Lv 9,24). “Salì dalla roccia un fuoco che consumò la carne e le focacce azzime” (Giudici 6,21). “Cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del cataletto” (1 Re 18,38).
[264] “Dopo aver detto prima non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose tutte che vengono offerte secondo la legge, soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio per stabilirne uno nuovo. Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre” (Eb 10,8-10).
[265] Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!” (Gv 1,29).
[266] “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». (Gv 6,51)
[267] Preso un pane, dicendo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi. Allo stesso modo, prese il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi” (Lc 22,19-20). “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,54-56).
[268] 29 marzo 1947. Poema: IX, 7
[269] VANGELO SECONDO LUCA: Allora Satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici. Ed egli andò a discutere con i sommi sacerdoti e i capi delle guardie sul modo di consegnarlo nelle loro mani (Lc 22,3-4)
[270]VANGELI ARMONIZZATI: Allora i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo si riunirono nel palazzo del sommo sacerdote, che si chiamava Caifa, e tennero consiglio per arrestare con un inganno Gesù e farlo morire. Ma dice anche: “Non durante la festa, perché non a vengano tumulti fra il popolo”. Infatti, temevano il popolo (Mt 26,3-5; Mc 14,1-2; Lc22, 1-2).
[271] Efod: L’efod attribuito ad Aronne, nell’ESODO, come insegna del suo pontificato. Il testo descrive l’efod che portava il sommo sacerdote nel Tempio di Gerusalemme nel periodo successivo all’Esilio: una specie di ampio scapolare di tessuto prezioso, ricamato d’oro e dipinto di varie sfumature di porpora, tenuto a posto da una sciarpa e munito di spalline adorne di due pietre d’onice su ognuna delle quali erano incisi i nomi di sei tribù d’Israele; all’efod era sospeso, con catenelle infilate in anelli, il pettorale che conteneva gli Urim e Tummim. Perciò l’efod era collegato anche alla consultazione del Signore praticata, almeno nelle epoche più antiche, attraverso l’estrazione a sorte. (Cfr. Es 28,6-14).
[272] Tetrarca: Letteralmente: signore di un quarto di territorio. In epoca romana indicava il governatore di una piccola regione dalla popolazione composita, in contrapposizione all’etnarca che era alla testa di un territorio omogeneo. Ai tempi in cui Giovanni Battista cominciò a predicare nel deserto, Erode Antipa, figlio di Erode il Grande, era tetrarca della Galilea e lo restò fino all’anno 39 d.C.; Erode Filippo, suo fratellastro, lo era dell’Iturea e della Traconìtide e conservò questa carica, che comprendeva anche le regioni che si estendevano a est del Giordano dall’Antilibano alla Perea, fino al 34 d.C. Lisania, indicato come tetrarca dell’Abilene, è invece attestato solo da due iscrizioni (Cfr Lc 3,1).
[273] 24 classi sacerdotali secondo il loro servizio; a turno entravano nel tempio secondo la regola stabilita da Aronne, come gli aveva ordinato il Signore, Dio di Israele (1 Cr 24,1-19).
[274] Farisei: I più eminenti membri di quella setta di Giudei, che si distinguevano per lo zelo verso la Legge e soprattutto per l’attaccamento eccessivo alla tradizione orale dei loro dottori, perdendosi in una esagerata e minuziosa, spesso vana e ridicola, casistica, a tale punto che l’Apostolo scrive: “guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno circoncidere!” (Fil 3,11-2).
[275] Rabbi: è parola aramaica, che significa “maestro mio”. Tale appellativo era abitualmente attribuito ai dottori della Legge; e Gesù sgesso veniva così chiamato dai suoi discepoli.
[276] I Magistrati del Tempio erano Leviti eletti ad essere ufficiali di polizia del Tempio stesso (Lc 22,4; At 4,1).
[277] Ger 32; Zc 11,12-13
[278] Giudici cap. 4 e 5
[279] Giuditta Cap 8 al 16
[280] Giudici 10,6-12
[281] 1 Re Cap 17 e 18
[282]VANGELI ARMONIZZATI: Giuda, detto Iscariota, disse: “Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?”. Essi si rallegrarono e si accordarono di dargli del denaro, e gli fissarono trenta monete d’argento. Egli fu d’accordo e cercava l’occasione propizia per consegnarlo loro di nascosto dalla folla (Mt 26,14-16; Mc 14,10-11; Lc 22,3-6).
