GESÙ DI NAZARETH
Le discepole del Messia
La discepola dell’amore infinito
SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI
A cura di Fray Jesus Maria de Cabanaconde
S.O.S
Servo dell’Ordine dei Salvatori
LA DISCEPOLA DELL’AMORE INFINITO
1. A Cafarnao, Marta parla con Gesù della crisi che tormenta Maria di Magdala[1].
Motivo del pianto di Marta.
Marta cerca il Signore
1Accaldato e polveroso, Gesù, con Pietro e Giovanni, rientra nella casa di Cafarnao. Ha appena messo piede nell’orto, diretto alla cucina, quando il padrone di casa lo chiama famigliarmente dicendogli: «Gesù, è tornata quella dama di cui ti ho parlato a Betsaida, è tornata a cercarti. Le ho detto di aspettarti e l’ho condotta di sopra, nella stanza alta».
2«Grazie, Tommaso, vado subito. Se vengono gli altri trattienili qui». E Gesù sale lesto la scala senza neppure levarsi il mantello.
3Sulla terrazza dove la scala immette vi è ferma Marcella, l’ancella di Marta. «Oh! Maestro nostro! La mia padrona è là dentro. Ti aspetta da tanti giorni», dice la donna inginocchiandosi a venerare Gesù.
«Lo immaginavo. Vado subito da lei. Dio ti benedica, Marcella».
4Gesù alza la tenda messa a fare da riparo alla luce ancora violenta, nonostante che il tramonto sia avanzato e faccia di fuoco l’aria e pare accenda le case bianche di Cafarnao con il riverbero rosso di un enorme braciere. Nella stanza, tutta velata e avvolta in un mantello, seduta presso una finestra, è Marta. Forse guarda uno scorcio di lago in cui si tuffa il muso di un colle boscoso. Forse non guarda che i suoi pensieri. Certo è molto assorta, tanto da non sentire il lieve scalpiccio di Gesù che le si avvicina. E ha un sussulto quando Egli la chiama.
5«Oh! Maestro!», grida. E scivola in ginocchio a braccia tese, come invocando aiuto, e poi si curva fino a toccare con la fronte il pavimento e piange.
Motivo del pianto di Marta
6«Ma perché? Su, alzati! Perché questo grande pianto? Hai qualche sventura da dirmi? Sì? Quale dunque? Sono stato a Betania, lo sai? Sì? E là ho saputo che c’erano buone notizie. Ora tu piangi… Che cosa è avvenuto?», e la forza ad alzarsi facendola sedere sul sedile messo contro la parete e sedendosi di fronte a lei.
7«Andiamo, levati il velo e il mantello, come faccio Io. Devi soffocare lì sotto. E poi voglio vedere il viso di questa Marta turbata, per cacciare tutte le nuvole che l’oscurano».
8Marta ubbidisce piangendo sempre, e appare il suo viso arrossato, dagli occhi gonfi.
«Dunque? Ti aiuterò Io. Maria ti ha mandato a chiamare. Ha pianto molto, ha voluto sapere molto di Me, e tu hai pensato che ciò fosse buon segno, tanto che per compiere il miracolo hai desiderato Me. E Io sono venuto. E ora? …».
9«Ora più nulla, Maestro! Mi sono sbagliata. É la troppo viva speranza che fa vedere ciò che non c’è… Ti ho fatto venire per nulla… Maria è peggio di prima… No! Che dico! Calunnio, mento. Non è peggio, perché non vuole più uomini d’intorno. È diversa, ma è sempre tanto cattiva. Mi sembra pazza… Io non la capisco più. Prima, almeno, la capivo. Ma ora! Ora chi la capisce più?», e Marta piange desolatamente.
10«Su, mettiti calma e dimmi cosa fa. Perché è cattiva? Uomini, dunque, non ne vuole più intorno. Suppongo perciò che viva ritirata in casa. É così? Sì? Bene. Ciò è molto bene. L’averti desiderata vicina come per essere difesa dalla tentazione – sono le tue parole – e lo schivare la tentazione inibendosi le colpevoli relazioni, o anche semplicemente ciò che potrebbe indurre a colpevoli relazioni, è segno di volontà buona».
11«Dici di sì, Maestro? Proprio lo credi che è così?».
«Ma certo. In che allora ti sembra cattiva? Raccontami cosa fa…».
“Inferma per possesso demoniaco”.
Volontà di guarire
12«Ecco». Marta, un poco rianimata dalla certezza di Gesù, parla con più ordine. «Ecco. Maria da quando sono venuta non è più uscita dalla casa e dal giardino, neppure per andare sul lago con la barca. E mi ha detto la sua nutrice che anche prima non usciva quasi più. Dalla Pasqua pare che abbia avuto inizio questo mutamento. Però prima della mia venuta ancora venivano persone a trovarla e non sempre lei le respingeva. Delle volte dava l’ordine che nessuno fosse fatto passare. E pareva un ordine dato per sempre. Poi giungeva a percuotere i servi, presa da un’ira ingiusta se, accorrendo lei verso il vestibolo per avere sentito le voci dei visitatori, li trovava già partiti. Da quando sono venuta io, non lo ha fatto più. Mi ha detto la prima notte, e per questo io ho tanto sperato: “Tienimi, legami magari. Ma non mi lasciare più uscire, non lasciare più che io veda altri che te e la nutrice. Perché io sono una malata e voglio guarire. Ma quelli che vengono da me, o che vogliono che io vada da loro, sono come degli stagni di febbre. Mi fanno sempre più ammalare. Ma sono tanto belli, all’apparenza, sono tanto fioriti e pieni di canti, con frutta d’aspetto piacevole, che io non so resistere perché sono una disgraziata, una disgraziata sono. La tua sorella è una debole, Marta. E c’è chi si approfitta della sua debolezza per farle compiere cose infami alle quali un resto di me non consente. L’unico resto che ho ancora della mamma, della povera mamma mia…”, e piangeva, piangeva.
13E io l’ho fatto questo. Con dolcezza nelle ore che lei è più ragionevole; con fermezza nelle ore che mi sembra una fiera in gabbia. Non si è mai ribellata a me. Anzi, passati i momenti di maggiore tentazione, viene a piangere ai miei piedi, col capo sul grembo, e dice: “Perdonami, perdonami!”; e se io le chiedo: “Ma di che, sorella? Tu non mi hai dato dolore”, lei mi risponde: “Perché poco fa, o ieri sera, quando tu mi hai detto: ‘Tu non vai fuori di qui’, io nel mio cuore ti ho odiata, maledetta, e ti ho desiderato la morte”.
14Non fa pena, Signore? Ma è pazza forse? Il suo vizio l’ha resa pazza? Penso che qualche amante le abbia dato un filtro per rendersela schiava nella lussuria e ciò le sia salito al cervello…».
«No. Niente filtro. Niente pazzia. É un’altra cosa. Ma continua».
Incoerenze di una posseduta
15«Dunque con me è rispettosa e ubbidiente. Anche i servi non li ha più maltrattati. Ma però, dopo la prima sera, non ha più chiesto di sapere nulla di Te. Anzi, se io ne parlo, devia il discorso. Salvo poi stare ore e ore sullo scoglio dove è il belvedere a guardare il lago, fino ad esserne abbacinata, e a chiedermi, ad ogni barca che vede passare: “Ti pare quella dei pescatori galilei?”. Non dice mai il tuo Nome, né quello degli apostoli. Ma io so che pensa a loro e a Te nella barca di Pietro. E anche capisco che pensa a Te perché delle volte alla sera, mentre passeggiamo nel giardino oppure attendiamo l’ora del riposo, io cucendo, lei stando con le mani in mano, mi dice: “Così dunque bisogna vivere secondo la dottrina che segui?”. E delle volte piange, altre ride con una risata sarcastica, da pazza o da demonio.
16Altre volte invece si scioglie i capelli, sempre così artisticamente acconciati, e ne fa due trecce, e si mette una delle mie vesti e mi viene davanti con le trecce giù per le spalle o portate sul davanti, tutta accollata, pudica, fatta giovanetta dall’abito, dalle trecce e dall’espressione del volto, e dice ancora: “Così dunque dovrebbe divenire Maria?”, e anche lì delle volte piange baciandosi le sue splendide trecce grosse come braccia, lunghe fino ai ginocchi, tutto quell’oro vivo che era la gloria di mia madre, e alle volte invece fa quell’orrenda risata oppure mi dice: “Ma piuttosto, guarda, faccio così, e mi levo di mezzo”, e si annoda le trecce alla gola e stringe fino a divenire paonazza come per volersi strozzare. Altre volte, si capisce quando più forte sente la sua… la sua carne, ella si compassiona oppure si malmena. L’ho trovata che si percuoteva ferocemente il seno, il grembo, e si graffiava la faccia, picchiava la testa contro il muro, e se io le chiedevo: “Ma perché fai così?”, mi si voltava stravolta, feroce, dicendo: “Per spezzarmi. Me, le mie viscere e la mia testa. Le cose nocive, maledette, vanno distrutte. Mi distruggo”.
17E se io le parlo della misericordia divina, di Te – perché io ne parlo lo stesso di Te, come se lei fosse la più fedele delle tue discepole, e ti giuro che delle volte ho ribrezzo di parlarne davanti a lei – lei mi risponde: “Per me non ci può essere misericordia. Ho passato la misura”. E allora le prende una furia di disperazione, e grida, percuotendosi a sangue: “Ma perché? Perché a me questo mostro che mi dilania? Che non mi dà pace. Che mi porta al male con voci di canto e poi mi ci unisce le voci maledicenti del padre, della mamma, di voi, perché anche tu e Lazzaro mi maledite, e mi maledice Israele, me le porta per farmi impazzire…
18Io allora, quando così dice, rispondo: “Perché pensi a Israele, un popolo sempre, e non a Dio? Ma posto che non hai pensato prima a calpestare tutto, pensa ora a superare tutto, e a non curarti altro che di quello che non è mondo, ossia di Dio, del padre, della madre. Ed essi non ti maledicono se tu cambi vita, ma ti aprono le braccia…”. E lei mi ascolta, pensierosa, stupita come io dicessi una favola impossibile, e poi piange… Ma non risponde. Delle volte invece ordina ai servi vini e droghe, e beve e mangia questi cibi artificiosi e spiega: “Per non pensare.
20Ora, da quando sa che Tu sei sul lago, dice a me, tutte le volte che si accorge che vengo: “Qualche volta vengo anche io” e, ridendo di quel riso che è un insulto a sé stessa, termina: “Così almeno l’occhio di Dio cadrà anche sul letame”. Ma io non voglio che venga. E ora aspetto a venire quando lei, stanca di ira, di vini, di pianto, di tutto, dorme spossata. Anche oggi sono fuggita così, in modo da tornare a notte, prima che lei si ridesti. Questa è la mia vita… e io non spero più…»; e il pianto, non più frenato dal pensiero di dire tutto con ordine, riprende più forte di prima.
Inferma per possesso demoniaco.
21«Ti ricordi, Marta, cosa ti ho detto una volta? “Maria è una malata”. Tu non lo volevi credere. Ora lo vedi. Tu la chiami pazza. Lei stessa si dice malata di febbri peccaminose. Io dico: inferma per possesso demoniaco. É sempre una malattia. E queste incoerenze, queste furie, questi pianti, e desolazioni, e aneliti a Me sono le fasi del suo male che, giunto al momento della guarigione, ha le più violente crisi. Tu fai bene a essere buona con lei. Fai bene ad essere paziente. Fai bene a parlarle di Me. Non averne ribrezzo a dire il mio Nome in sua presenza. Povera anima della mia Maria! É pure essa uscita dal Padre Creatore, non dissimile dalle altre, dalla tua, da quella di Lazzaro, da quelle degli apostoli e discepoli. Pure essa è stata inclusa e contemplata fra le anime per cui Io mi sono fatto carne per essere Redentore. Anzi per lei più che per te, per Lazzaro, apostoli e discepoli, Io sono venuto. Povera, cara anima che soffre, della mia Maria! Della mia Maria avvelenata con sette veleni oltre che col veleno primogenito e universale! Della mia Maria prigioniera! Ma lascia che venga a Me! Lascia che respiri il mio respiro, che senta la mia voce, che incontri il mio sguardo!… Si dice “letame”… Oh! povera cara, che dei sette demoni ha in sé meno forte quello della superbia! Ma solo per questo si salverà!».
L’anima trovata Stella Polare e non devia più.
22«Ma se poi uscendo trova qualcuno che la devia di nuovo verso il vizio? Lei stessa lo teme…».
23«E sempre lo temerà, ora che è giunta ad avere nausea del vizio. Ma non temere. Quando un’anima ha già questo desiderio di venire al Bene, e ne è trattenuta solo dal Nemico diabolico, che sa di perdere la preda, e dal nemico personale dell’io, che ragiona ancora umanamente e giudica sé stesso umanamente, applicando a Dio il suo giudizio per impedire allo spirito di dominare l’io umano, allora quell’anima è già forte contro gli assalti del vizio e dei viziosi. Ha trovato la Stella Polare e non devia più. E ugualmente non dirle più: “E non hai pensato a Dio e invece pensi a Israele?”. É un rimprovero implicito. Non lo fare. É una uscita dalle fiamme. É tutta una piaga. Non la sfiorare altro che con balsami di dolcezza, di perdono, di speranza…
24Lasciala libera di venire. Anzi devi dirle quando conti di venire, ma non dirle: “Vieni con me”. Anzi, se riesci a capire che viene, tu non venire. Torna indietro. Attendila a casa. Ti verrà, spezzata dalla Misericordia. Perché Io le devo levare la malvagia forza che ora la tiene, e per qualche ora sarà come una svenata, una a cui un medico ha levato le ossa. Ma poi starà meglio. Sarà sbalordita.
25Avrà un grande bisogno di carezze e di silenzio. Assistila come fossi il suo secondo angelo custode: senza farti sentire. E se la vedrai piangere, lasciala piangere. E se la udrai farsi domande, lasciala fare. E se la vedrai sorridere, e poi farsi seria, e poi sorridere con un sorriso mutato, con un occhio mutato, con un volto mutato, non farle domande, non metterla in soggezione. Soffre più ora, nell’ascendere, che quando discese. E deve fare da sé, come da sé ha fatto quando è discesa. Non ha sopportato allora i vostri sguardi sulla sua discesa, perché nei vostri occhi era il rimprovero. Ma ora non può, nella sua vergogna finalmente risvegliata, sopportare il vostro sguardo. Allora era forte perché aveva in sé Satana, che era il padrone e la mala forza che la reggeva e poteva sfidare il mondo, eppure non ha potuto essere vista da voi nel suo peccare.
26Ora non ha più Satana per padrone. Egli è ospite in lei, ancora, ma è già tenuto alla gola dal volere di Maria. E non ha ancora Me. Perciò è troppo debole. Non può sostenere neppure la carezza dei tuoi occhi fraterni sulla sua confessione al suo Salvatore. Tutta la sua energia è volta e consumata a tenere alla gola il settemplice demone. Per tutto il resto ella è indifesa, nuda. Ma Io la rivestirò e la fortificherò.
27Va’ in pace, Marta. E domani, con tatto, dille che Io parlerò presso il torrente della Fonte, qui a Cafarnao, dopo il vespero. Va’ in pace! Va’ in pace! Ti benedico».
Utilità delle reliquie
28Marta è perplessa ancora. «Non cadere in incredulità, Marta», le dice Gesù che l’osserva.
29«No, Signore. Ma penso… Oh! dammi qualche cosa che io possa dare a Maria, per darle un poco di forza… Soffre tanto… e io ho tanta paura che non riesca a trionfare sul demonio!».
30«Sei una bambina! Ha Me e te, Maria. Può mai non riuscire? Però vieni e tieni. Dammi questa mano che non ha mai peccato, che ha saputo essere dolce, misericordiosa, attiva, pia. Ha sempre fatto gesti di amore e di preghiera. Non si è impoltrita nell’ozio. Non si è corrotta mai. Ecco, la tengo fra le mie per farla più santa ancora. Alzala contro il demonio ed esso non la sopporterà. E prendi questa mia cintura. Non te ne separare mai. E tutte le volte che la vedrai di’ a te stessa: “Più forte di questa cintura di Gesù è il potere di Gesù, e con esso tutto si vince: demoni e mostri. Non devo temere”. Sei contenta ora? La mia pace sia con te. Va’ tranquilla».
Marta lo venera ed esce.
31Gesù sorride mentre la vede riprendere posto nel carro, che Marcella ha fatto venire alla porta, e andare verso Magdala.
2. La parabola della pecorella smarrita, ascoltata anche da Maria di Magdala[2].
Parabola della pecorella smarrita.
Chiara sera di prima estate.
1Gesù parla alle folle. Montato sul margine arborato di un torrentello, parla a molta gente sparsa su un campo che ha il grano segato e mostra l’aspetto desolante delle stoppie arse.
2È sera. Il crespuscolo scende, ma già sale la luna. Una bella e chiara sera di prima estate. Dei greggi tornano all’ovile e il dindon dei campanacci si mescola ad un grande cantare di grilli o cicale, un grande gri, gri, gri…
Similitudine del pastore buono
3Gesù prende lo spunto dalle mandre che passano. Dice:
4«Il Padre vostro è come un pastore sollecito. Che fa il pastore buono? Cerca pascoli buoni per le sue pecorelle, quelli dove non sono cicute e tossici, ma dolci trifogli, aromatiche mentucce e amari ma salutiferi radicchi. Cerca là dove insieme al cibo sia fresco e puro ruscello e ombria di piante e non regnino aspidi fra il verde delle zolle. Non si cura di preferire i pascoli più grassi perché sa che in essi è facile trovare insidia di colubri e d’erbe nocive, ma dà le sue preferenze ai pascoli montani, dove le rugiade fan monda e fresca l’erbetta, ma il sole la pulisce dai rettili, là dove l’aria è mossa e buona e non pesante e malsana come quella di pianura. Il buon pastore osserva una per una le sue pecore. Le cura se sono malate, le medica se ferite. A quella che si ammalerebbe per troppa ingordigia di cibo dà la voce, all’altra che prenderebbe un male per rimanere troppo all’umido o troppo al sole dice di venire in altro luogo. E se una svogliata non mangia, egli le cerca gli steli aciduli e aromatici atti a risvegliarle l’appetito e glieli porge di sua mano parlandole come a persona amica.
5Così fa il Padre buono che è nei Cieli coi suoi figli erranti sulla Terra. Il suo amore è la verga che li raduna, la sua voce è la guida, i suoi pascoli la sua Legge, il suo ovile il Cielo.
Similitudine del tentatore
6Ma ecco che una pecorella lo lascia. Quanto Egli l’amava! Era giovane, pura, candida, come nuvola in cielo d’aprile. Il pastore la guardava con tanto amore, pensando a quanto bene poteva ad essa fare e quanto amore riceverne. Ed essa lo abbandona.
7È passato, lungo la via che costeggia il pascolo, un tentatore. Non ha la casacca austera, ma veste una veste di mille colori. Non ha cintura di pelle con l’ascia e il coltello pendenti, ma una cintura d’oro da cui pendono sonagli argentini, melodiosi come voce di usignolo, e fiale di essenze che inebriano… Non ha bordone come il pastore buono col quale radunare e difendere le pecore, e se non basta il bordone egli è pronto a difenderle con l’ascia e coltello e anche con la vita. Ma questo tentatore che passa ha fra le mani un turibolo brillante di gemme, da cui sale un fumo che è lezzo e profumo insieme, ma che sbalordisce così come lo sfaccettìo dei gioielli – oh! quanto falsi! – abbacina. Egli va cantando e lascia cadere manate di un sale che brilla sulla strada oscura…
Similitudine della pecorella smarrita (Mt 18,12-13; Lc 15,4)[3].
8Novantanove pecore guardano e stanno.
9La centesima, la più giovane e cara, fa un balzo e scompare dietro al tentatore. Il pastore la chiama. Ma lei non torna. Va più veloce del vento per raggiungere colui che è passato e, per sorreggersi nella corsa, gusta di quel sale che le scende dentro e la brucia di un delirio strano per cui anela ad acque fonde e verdi in un cupo di selve. E nelle selve, dietro il tentatore, si sprofonda e penetra e sale e scende e cade… una, due, tre volte. E una, due, tre volte sente intorno al suo collo l’abbraccio viscido dei rettili, e volendo bere beve acque inquinate, e volendo nutrirsi morde erbe lucide di bave schifose.
10Che fa intanto il pastore buono? Chiude al sicuro le novantanove fedeli e poi si pone in cammino, e non resta di andare sinché non trova tracce della perduta. Poiché ella non torna a lui, che pure affida ai venti le sue parole di richiamo, egli va a lei. E la vede da lungi, ebbra fra le spire dei rettili, tanto ebbra che non sente nostalgia del volto che l’ama; e lo deride. E la rivede, colpevole di esser penetrata, ladra, nell’altrui dimora, tanto colpevole che non osa più guardarlo… Eppure il pastore non si stanca… e va. La cerca, la cerca, la segue, l’incalza. Piangendo sulle tracce della perduta – lembi di vello: lembi d’anima; tracce di sangue: delitti diversi; lordure: prove della sua lussuria – egli va e la raggiunge.
11Ah! ti ho trovata, diletta. Ti ho raggiunta! Quanto cammino ho fatto per te. Per riportarti all’ovile. Non chinare la fronte avvilita. Il tuo peccato è sepolto nel mio cuore. Nessuno, fuorché Io che ti amo, lo conoscerà. Io ti difenderò dalle critiche altrui, ti coprirò con la mia persona per farti scudo contro le pietre degli accusatori. Vieni. Sei ferita? Oh! mostrami le tue ferite. Le conosco. Ma voglio che tu me le mostri con la confidenza che avevi quando eri pura e guardavi a me, tuo pastore e dio, con occhio innocente. Eccole. Hanno tutte un nome. Come sono profonde! Chi te le ha fatte tanto profonde queste nel fondo del cuore? Il Tentatore, lo so. È lui che non ha bordone né ascia, ma che colpisce più a fondo col suo morso avvelenato, e dietro a lui colpiscono i gioielli falsi del suo turibolo: coloro che ti hanno sedotta col loro brillare… e che erano zolfi d’inferno tratti alla luce per arderti il cuore. Guarda quante ferite! Quanto vello lacerato, quanto sangue, quanti rovi.
12O povera piccola anima illusa! Ma dimmi: se Io ti perdono, tu mi ami ancora? Ma dimmi: se Io ti tendo le braccia, tu vi accorri? Ma dimmi: hai sete dell’amore buono? E allora vieni e rinasci. Torna nei pascoli santi. Piangi. Il tuo col mio pianto lavano le tracce del tuo peccato, ed Io per nutrirti, poiché sei consumata dal male che ti ha arsa, mi apro il petto, le vene mi apro, e ti dico: “Pasciti, ma vivi!”. Vieni, che ti prendo sulle braccia. Andremo più solleciti ai pascoli santi e sicuri. Tutto dimenticherai di quest’ora disperata. E le novantanove sorelle, le buone, giubileranno per il tuo ritorno perché, Io te lo dico, mia pecorella smarrita che ho cercato venendo da tanto lontano, che ho raggiunto, che ho salvato, si fa più festa fra i buoni per uno smarrito che torna, che non per novantanove giusti che mai si sono allontanati dall’ovile».
13Gesù non si è mai voltato a guardare sulla via che ha alle spalle e sulla quale è sopraggiunta, fra le penombre della sera, Maria di Magdala, ancora elegantissima, ma vestita almeno, e ricoperta da un velo oscuro che ne confonde i tratti e le forme. Ma quando Gesù parla dal punto: «Io ti ho trovata, diletta», Maria porta le mani sotto al velo e piange, piano e continuamente.
14La gente non la vede perché ella è al di qua dell’argine che borda la via. La vede solo la luna ormai alta e lo spirito di Gesù…
15…il quale mi dice: «Il commento è nella visione. Ma te ne parlerò ancora. Ora riposa perché è ora. Ti benedico, Maria fedele».
3. A commento di tre episodi sulla conversione di Maria di Magdala[4].
Consigli ai pastori e agli evangelizzatori.
Consigli ai pastori d’anime
1Dice Gesù: «Dal gennaio, da quando ti ho fatto vedere la cena in casa di Simone il fariseo, tu e chi ti guida avete desiderato di conoscere di più di Maria di Magdala e quali parole ho avuto per lei. Sette mesi dopo vi scopro queste pagine di passato per fare contenti voi e per dare una norma a quelli che devono sapersi curvare su queste lebbrose di anima, e una voce che invita a queste infelici che soffocano nel loro sepolcro di vizio ad uscirne.
2Dio è buono. Con tutti è buono. Non misura con misure umane. Non fa differenze fra peccato e peccato mortale. Il peccato lo addolora, quale che sia. Il pentimento lo rende lieto e pronto al perdono. La resistenza alla Grazia lo rende inesorabilmente severo, perché la Giustizia non può perdonare all’impenitente che muore tale nonostante tutti gli aiuti avuti perché si convertisse.
3Ma delle mancate conversioni, se non la metà almeno i quattro decimi, sono causa prima la trascuranza dei preposti al convertire, un male inteso e bugiardo zelo che è tenda messa su un reale egoismo e orgoglio, per cui si sta tranquilli nel proprio asilo senza scendere fra il fango per strapparne un cuore. “Io sono puro, io sono degno di rispetto. Non vado là dove vi è marciume e dove mi si può mancare di riverenza”. Ma colui che così parla non ha letto il Vangelo, dove è detto che il Figlio di Dio andò per convertire pubblicani e meretrici, oltre a onesti che solo erano nella Legge antica[5]? Ma non pensa costui che l’orgoglio è impurità di mente, che l’anticarità è impurità di cuore? Sarai vilipeso? Io lo fui prima e più di te, ed ero il Figlio di Dio. Dovrai portare la tua veste sull’immondezze? Ed Io non la toccai con le mie mani, questa immondezza, per metterla in piedi e dirle: “Cammina su questa nuova via”?
Consigli agli evangelizzatori itineranti
4Non ricordate cosa ho detto ai vostri primi predecessori[6]? “In qualunque città o villaggio entrerete informatevi chi vi sia che lo meriti e dimorate presso lui”. Questo perché il mondo non mormori. Il mondo troppo facile a vedere il male in tutte le cose. Ma ho aggiunto: “Nell’entrare poi nelle case – ‘case’ ho detto, non ‘casa’ – salutatele dicendo: ‘Pace a questa casa’. Se la casa ne è degna la pace verrà sopra di essa, se non ne è degna tornerà a voi. Questo per insegnarvi che, sino a prova sicura di impenitenza, dovete avere per tutti uno stesso cuore. E ho completato l’insegnamento dicendo: “E se alcuno non vi riceve e non ascolta le vostre parole, uscendo da quelle case e da quelle città scuotete la polvere che vi è rimasta attaccata alle suole”. La fornicazione, sui buoni che la Bontà costantemente amata fa come cubo di cristallo liscio, non è che polvere. Polvere che basta scuotere o soffiarle sopra perché voli via senza lasciare lesione.
Potere della bontà
5Siate veramente buoni. Un blocco solo con la Bontà eterna al centro. E nessuna corruzione potrà salire a sporcarvi oltre le suole che poggiano al suolo. L’anima è tanto in alto! L’anima di chi è buono e di chi è tutta una cosa con Dio. L’anima è in Cielo. Là non giunge polvere e fango, neppure se è lanciato con astio contro lo spirito dell’apostolo.
6Può colpirvi la carne, ferirvi cioè materialmente e moralmente, perseguitandovi, perché il Male odia il Bene, o offendendovi. E che perciò? Non fui offeso Io? Non fui ferito? Ma incisero quelle percosse e quelle parole oscene sul mio spirito? Lo turbarono? No. Come sputo su uno specchio e come sasso lanciato contro la succosa polpa di un frutto, scivolarono senza penetrare, o penetrarono ma solo in superficie, senza ferire il germe chiuso nel nocciolo, anzi favorendone il germogliare, perché più facile è erompere da una massa socchiusa che non da una integra. É morendo che il grano germina e l’apostolo produce. Morendo materialmente talora, morendo quasi giornalmente, nel senso metaforico perché non ne è che frantumato l’io umano. E questa non è morte, è Vita. Trionfa lo spirito sulla morte dell’umanità.
Il perdono, natura e valore.
Valore del perdono
7Venuta a Me per capriccio di oziosa che non sa come empire le sue ore di ozio, alle sue orecchie rintronate dai bugiardi ossequi di chi la cullava cogli inni al senso per averla sua schiava, è suonata alle sue orecchie la voce limpida e severa della Verità. Della Verità che non ha paura d’esser schernita e incompresa e parla le sue parole guardando Dio. E come coro di campane a festa tutte le voci si sono fuse nella Parola. Le voci use a suonare nei cieli, nell’azzurro libero dell’aria, propagandosi per valli e colline, pianure e laghi, per ricordare le glorie del Signore e le sue festività.
8Non ricordate il doppio di festa che nei tempi di pace faceva tanto lieto il giorno dedicato al Signore? La campana maggiore dava, col maglio sonoro, il primo squillo in nome della Legge divina. Diceva: “Parlo in nome di Dio, Giudice e Re”. Ma poi le minori campane arpeggiavano: “che è buono, misericorde e paziente”, sinché la campana più argentina, con voce d’angelo, diceva: “la cui carità spinge a perdonare e a compatire per insegnarvi che il perdono è più utile del rancore, e il compatimento dell’inesorabilità. Venite a Chi perdona. Abbiate fede in Chi compatisce”.
Natura del perdono
9Anche Io, dopo aver ricordato la Legge, calpestata dalla peccatrice, ho fatto cantare la speranza del perdono. Come una serica fascia di verde e di azzurro l’ho scossa fra le tinte nere perché vi mettesse le sue confortevoli parole.
10Il perdono! La rugiada sull’arsione del colpevole. La rugiada non è grandine che saetta, colpisce, rimbalza e va, senza penetrare, uccidendo il fiore. La rugiada scende così lieve che il fiore anche più tenue non la sente posarsi sui petali di seta. Ma poi ne beve il fresco e si ristora. Essa si posa presso le radici, sull’arsa gleba, e va oltre… É un umidore di lacrime, pianto delle stelle, amoroso pianto di nutrici sui figli che hanno sete, e che scende, esso stesso ristoro, insieme al latte dolce e fecondo. Oh! i misteri degli elementi che operano anche quando l’uomo riposa o pecca!
La Sapienza richiama e scuote
11Il perdono è come questa rugiada. Porta seco non solo mondezza, ma succhi vitali rapiti non agli elementi, ma ai focolari divini. Poi, dopo la promessa di perdono, ecco la Sapienza che parla e dice ciò che è lecito o non lecito, e richiama e scuote. Non per durezza. Ma per sollecitudine materna di salvare.
12Quante volte la vostra selce non si fa ancora più impenetrabile e tagliente verso la Carità che su voi si curva… Quante volte fuggite mentre Essa vi parla!… Quante la deridete! Quante la odiate… Se la Carità usasse con voi i modi che voi usate con Lei, guai alle vostre anime! Invece, lo vedete? Essa è l’instancabile Camminatrice che viene alla ricerca vostra. Viene a raggiungervi anche se voi vi intanate in luride tane.
13Perché Io sono voluto andare in quella casa? Perché non ho operato in essa il miracolo? Per insegnare agli apostoli come agire, sfidando prevenzioni e critiche per compiere un dovere tanto alto che è esente da queste cosucce del mondo.
14Perché ho detto a Giuda quelle parole? Gli apostoli erano molto uomini. Tutti i cristiani sono molto uomini, anche i santi della Terra lo sono, sebbene in maniera minore. Qualcosa di umano sopravvive anche nei perfetti. Ma gli apostoli non erano ancora tali. I loro pensieri erano compenetrati di umano. Io li portavo in alto. Ma il peso della loro umanità li riportava in basso. Per farli scendere sempre meno, dovevo mettere sulla via dell’ascesa delle cose atte ad arrestarne la discesa, di modo che contro esse si fermassero meditando e riposando, per poi salire più oltre del limite di prima. Cose che fossero di un tenore atto a persuaderli che Io ero un Dio. Perciò introspezione d’anime, perciò vittoria sugli elementi, perciò miracoli, perciò trasfigurazione, risurrezione e ubiquità.
15Io fui sulla strada di Emmaus[7] mentre ero nel Cenacolo[8]; e l’ora delle due presenze, confrontate fra apostoli e discepoli, fu una delle ragioni che più li scosse, svellendoli dai loro lacci e scagliandoli nella via del Cristo.
16Più che per Giuda, membro che covava in sé già la morte, Io parlai per gli altri undici. Che ero Dio dovevo necessariamente farlo loro brillare davanti, non per orgoglio ma per necessità di formazione. Ero Dio e Maestro. Quelle parole mi indicano tale. Mi rivelo in una facoltà extraumana e insegno una perfezione: non avere discorsi cattivi neppure col nostro interno. Poiché Dio vede, e Dio deve vedere un interno puro per potervi scendere e farvi dimora.
Condizioni per avere Dio con noi.
La presenza di Dio esige un ambiente puro.
17Perché non ho operato il miracolo in quella casa? Per fare capire a tutti che la presenza di Dio esige un ambiente puro. Per rispetto alla sua eccelsa maestà. Per parlare, senza parole di labbra ma con una parola ancor più profonda, allo spirito della peccatrice e dirle: “Lo vedi, infelice? Sei tanto sozza che tutto intorno a te si fa sozzo. Tanto sozzo che non vi può operare Dio. Tu sozza più di costui. Perché tu ripeti la colpa d’Eva e offri il frutto agli Adami[9],, tentandoli e levandoli al Dovere. Tu, ministra di Satana”.
Condizioni necessarie per avere Dio con noi.
18Perché però non voglio che sia chiamata “satana” dalla madre angosciata? Perché nessuna ragione giustifica l’insulto e l’odio. Necessità prima e condizione prima per avere Dio con noi è non aver rancore e sapere perdonare. Necessità seconda saper riconoscere che anche noi, o chi è nostro, è colpevole. Non vedere solo le colpe altrui. Necessità terza saper conservarsi grati e fedeli, dopo aver avuto grazia, per giustizia verso l’Eterno. Infelici quelli che, a grazia ottenuta, sono peggio dei cani e non si ricordano del loro Benefattore, mentre l’animale se ne ricorda[10]!
Divina pedagogia.
19Non ho detto parola alla Maddalena. Come fosse una statua l’ho guardata un attimo e poi l’ho lasciata. Sono tornato ai “vivi” che volevo salvare. Lei, materia morta come e più di un marmo scolpito, l’ho avvolta di noncuranza apparente. Ma non ho detto parola e fatto atto che non avesse a principale mira la sua povera anima che volevo redimere. E l’ultima parola: “Io non insulto. Non insultare. Prega per i peccatori. Null’altro”, come ghirlanda di fiori che si compie, si è andata a saldare con la prima detta sul monte: “Il perdono è più utile del rancore e il compatimento dell’inesorabilità”. E l’hanno chiusa, la povera infelice, in un cerchio vellutato, fresco, profumato di bontà, facendole sentire come è diversa la amorosa servitù a Dio dalla feroce schiavitù di Satana, come è soave il profumo celeste rispetto al lezzo della colpa e come riposa l’esser amati santamente rispetto all’esser posseduti satanicamente.
20Vedete come è misurato il Signore nel volere. Non esige conversioni fulminee. Non pretende l’assoluto da un cuore. Sa attendere. E sa accontentarsi. E mentre attende che la perduta ritrovi la via, la folle la ragione, si accontenta di quanto le può dare la madre sconvolta.
21Non le chiedo altro che: “Puoi perdonare?”. Quante altre cose avrei avuto a chiederle per renderla degna del miracolo, se avessi giudicato alla stregua umana! Ma Io misuro divinamente le forze vostre. Quella povera madre sconvolta era già molto se giungeva a perdonare. E le chiedo questo soltanto, in quell’ora. Dopo, resole il figlio, le dico: “Sii santa e fa’ santa la tua casa”. Ma mentre lo spasimo la sconvolge non le chiedo che perdono per la colpevole. Non si deve esigere tutto da chi poco prima era nel nulla delle Tenebre. Quella madre sarebbe poi venuta alla Luce totale, e con lei la sposa e i bambini. Sul momento, ai suoi occhi, ciechi di pianto, occorreva far giungere il primo crepuscolo della Luce: il perdono, l’alba del giorno di Dio.
Forza vincente dell’Apostolo.
Disfatte connesse alle vittorie dell’apostolato.
22Dei presenti uno solo – non conto Giuda, parlo dei cittadini ivi accolti, non dei miei discepoli – uno solo non sarebbe venuto alla Luce. Queste disfatte sono connesse alle vittorie dell’apostolato. Vi è sempre qualcuno per cui l’apostolo si affatica invano. Ma non devono, queste sconfitte, far perdere lena. L’apostolo non deve pretendere di ottenere tutto. Contro di lui sono forze avverse dai molti nomi, che come tentacoli di piovre riafferrano la preda che egli aveva loro strappato. Il merito dell’apostolo resta ugualmente. Infelice quell’apostolo che dice: “So che là non potrò convertire e perciò non vado”. Costui è apostolo di ben scarso valore.
23Occorre andare anche se uno solo su mille si salverà. La sua giornata apostolica sarà fruttuosa per quell’uno come per mille. Poiché egli avrà fatto tutto quanto poteva, e Dio premia questo. Occorre anche pensare che dove l’apostolo non può convertire, perché il convertendo è troppo abbrancato da Satana e le forze dell’apostolo sono inferiori allo sforzo richiesto, può intervenire Iddio. E allora? Chi più da Dio?
La forza vincente del cercatore di anime
24Altra cosa che deve assolutamente praticare l’apostolo è l’amore. Palese amore. Non solo l’amore segreto dei cuori dei fratelli. Quello basta ai fratelli buoni. Ma l’apostolo è operaio di Dio e non deve limitarsi a pregare, deve agire. Agisca con amore. Grande amore. Il rigore paralizza il lavoro dell’apostolo e il movimento delle anime verso la Luce. Non rigore ma amore.
25L’amore è la veste d’amianto che rende incorruttibile al morso delle vampe delle malvagie passioni. L’amore è saturazione di essenze preservatrici che impediscono alla putredine umano-satanica di penetrare in voi. Per conquistare un’anima occorre sapere amare. Per conquistare un’anima occorre portarla ad amare. Amare il Bene ripudiando i suoi poveri amori di peccato.
26Io volevo l’anima di Maria. E come per te, piccolo Giovanni, non mi sono limitato a parlare dalla mia cattedra di Maestro. Sono sceso a cercarla per le vie del peccato. L’ho inseguita e perseguitata col mio amore. Dolce persecuzione! Sono entrato, Io-Purezza, dove era ella-impurità.
27Non ho temuto scandalo né per Me né per gli altri. Scandalo in Me non poteva entrare perché ero la Misericordia; e questa piange sulle colpe ma non se ne scandalizza. Infelice quel pastore che si scandalizza e dietro questo paravento si trincera per abbandonare un’anima! Non sapete che le anime sono più soggette dei corpi a risorgere, e la parola pietosa e amorosa che dice: “Sorella, sorgi per tuo bene” opera sovente il miracolo? Non temevo lo scandalo altrui. Davanti all’occhio di Dio il mio operato era giustificato. Davanti all’occhio dei buoni era compreso. L’occhio malevolo in cui fermenta malizia, evaporando da un interno corrotto, non ha valore. Esso trova colpe anche in Dio. Non vede perfetto che sé. Perciò non lo curavo.
Le tre fasi della salvezza di un’anima.
28Le tre fasi della salvazione di un’anima sono:
Essere integerrimi per poter parlare senza timore d’esser posti a tacere. Parlare a tutta una folla, di modo che la nostra apostolica parola detta alle turbe che si affollano intorno alla mistica barca vada, per cerchi d’onda, sempre più lontano, sino alla riva motosa dove sono coricati coloro che stagnano nel fango e non si curano di conoscere la Verità.
29Questo è il primo lavoro per rompere la crosta della dura zolla e prepararla al seme. Il più severo per chi lo compie e per chi lo riceve, perché la parola deve, come vomere tagliente, ferire per aprire. E in verità vi dico che il cuore dell’apostolo buono si ferisce e sanguina per il dolore di dover ferire per aprire. Ma anche questo dolore è fecondo. Col sangue e il pianto dell’apostolo si fa fertile la zolla incolta.
30Seconda qualità: operare anche là dove uno, men compreso della sua missione, fuggirebbe. Spezzarsi nello sforzo di strappare zizzania, gramigna e spine per mettere a nudo il terreno arato e far balenare su esso, come sole, il potere di Dio e la sua bontà, e nello stesso tempo, con modo di giudice e di medico, esser severo e pur pietoso, fermo in una pausa di attesa per dare tempo alle anime di superare la crisi, meditare, decidere.
31Terzo punto: non appena l’anima che nel silenzio si è pentita, piangendo e pensando sui suoi trascorsi, osa venire timidamente, paurosa d’esser cacciata, verso l’apostolo, l’apostolo abbia un cuore più grande del mare, più dolce di un cuore di mamma, più innamorato di un cuore di sposo, e lo apra tutto per farne fluire onde di tenerezza.
Il segreto dell’apostolo.
32Se avrete Dio in voi – Dio che è Carità – troverete facilmente le parole di carità da dire alle anime. Dio parlerà in voi e per voi e, come miele che scola da un favo, come balsamo che fluisce da un’ampolla, l’amore andrà alle labbra arse e disgustate, andrà agli spiriti feriti e sarà sollievo e medicina. Fate che i peccatori vi amino, voi dottori delle anime. Fate che sentano il sapore della carità celeste e se ne rendano tanto ansiosi da non cercare più altro cibo. Fate che sentano nella vostra dolcezza un tale sollievo che lo cerchino per tutte le loro ferite.
33Bisogna che la vostra carità mandi via da loro ogni timore perché, come dice l’epistola che hai letto oggi: “Il timore suppone il castigo, chi teme non è perfetto nella carità”. Ma non lo è neppure chi fa temere. Non dite: “Che hai fatto?”. Non dite: “Va’ via”. Non dite: “Tu non puoi aver gusto all’amore buono”. Ma dite, dite in mio nome: “Ama ed io ti perdono”. Ma dite: “Vieni, le braccia di Gesù sono aperte”. Ma dite: “Gusta questo Pane angelico e questa Parola e dimentica la pece d’inferno e gli scherni di Satana”.
34Fatevi soma per le altrui debolezze. L’apostolo deve portare le sue e quelle altrui, insieme alle croci sue e altrui. E mentre venite a Me, carichi delle pecore ferite, rassicuratele, queste erranti, dite: “Tutto è dimenticato di quest’ora”; dite: “Non aver paura del Salvatore. Egli è venuto dal Cielo per te, proprio per te. Io non sono che il ponte per portarti a Lui che ti aspetta, oltre il rio della assoluzione penitenziale, per condurti ai suoi pascoli santi, i cui princìpi sono qui, sulla Terra, ma poi proseguono, con una bellezza eterna che nutre e bea, nei Cieli”.
35Ecco il commento. Voi poco vi tocca, voi pecore fedeli al Pastore buono. Ma se a te, piccola sposa, sarà aumento di fiducia, al Padre sarà ancor più luce nella sua luce di giudice, e per tanti sarà non pungolo a venire al Bene. Ma sarà la rugiada che penetra e nutre, di cui ho parlato, e che fa rialzare i fiori appassiti.
36Alzate il capo. Il Cielo è in alto. Va’ in pace, Maria. Il Signore è con te».
4. Marta ha avuto dalla sorella Maria la certezza della conversione[11].
Conversione di Maria Maddalena.
Chiara aurora estiva.
1Gesù sta per salire sulla barca, ed è una chiara aurora estiva che sfoglia rose sulla seta crespa del lago, quando sopraggiunge Marta con la sua ancella.
2«Oh! Maestro! Ascoltami per amore di Dio».
3Gesù scende di nuovo sulla riva e dice agli apostoli: «Andate ad attendermi vicino al torrente. Preparate intanto tutto per la missione verso Magedan. Anche la Decapoli aspetta la Parola. Andate».
4E mentre la barca si stacca e prende il largo, Gesù cammina a fianco di Marta, seguita rispettosamente da Marcella.
5Si dilungano così dal paese camminando sulla riva che subito dopo una striscia di rena, già sparsa di erbe selvagge e rade, si copre di vegetazione e perde la linea orizzontale per assumere quella verticale, dando l’assalto alle coste che si specchiano nel lago.
Sussulti di conversione.
6Quando raggiungono un luogo solitario, Gesù dice sorridendo: «Che mi vuoi dire?».
7«Oh! Maestro… questa notte, da poco era terminata la seconda vigilia, è tornata a casa Maria. Ah! ma mi dimenticavo di dirti che mi aveva detto mentre mangiavamo, a sesta: “Ti dispiacerebbe prestarmi un tuo abito e un mantello? Saranno un poco corti. Ma lascerò sciolta la veste e terrò basso il mantello…”. Le ho detto: “Prendi quello che vuoi, sorella mia” e il cuore mi batteva forte perché prima, nel giardino, avevo detto, parlando con Marcella: “A vespero bisogna essere a Cafarnao perché il Maestro parla alla folla questa sera” e avevo visto Maria sussultare, cambiare colore, non sapere più stare ferma, ma andava e veniva sola, come chi è in pena, in orgasmo, nel punto di decidere… e non sa ancora quale cosa accettare e quale respingere.
Preghiera di intercessione
8Dopo il pasto è andata nella mia stanza e ha preso la veste più oscura che avessi, la più modesta, se l’è provata e ha pregato la nutrice di abbassare tutto l’orlo perché era troppo corta. Ci si era provata lei, ma aveva confessato piangendo: “Non sono più capace di cucire. Ho dimenticato tutto ciò che è utile e buono…” e mi ha gettato le braccia al collo dicendo: “Prega per me”. É uscita sola verso il tramonto…
9Quanto ho pregato perché non incontrasse nessuno che la trattenesse dal venire qui, perché la tua parola fosse compresa da lei, perché ella riuscisse a strozzare definitivamente il mostro che la fa schiava… Guarda: ho messo alla mia cintura la tua cintura, bene stretta sotto le altre, e quando sentivo l’oppressione del cuoio duro alla mia vita, non usa a cinture rigide così, dicevo: “Egli è più forte di tutto”.
10Poi – col carro si fa presto – poi siamo venute io e Marcella. Non so se ci hai visto nella folla… Ma che dolore, che spina nel cuore non vedendo Maria! Pensavo: “Si è pentita. É tornata a casa. Oppure… oppure è fuggita non potendo più resistere alla dominazione mia, da lei richiesta”. Ti ascoltavo e piangevo sotto il mio velo. Quelle parole parevano proprio per lei… e non le sentiva! Così pensavo io che non la vedevo. Sono tornata a casa sconfortata. É vero. Ti ho disubbidito perché mi avevi detto: “Se lei viene, tu attendila a casa”. Ma considera il mio cuore, Maestro! Era mia sorella che veniva a Te! Potevo non esserci a vedere lei presso Te? E poi!… Tu mi avevi detto: “Sarà spezzata”. Io volevo esserle vicino subito, per sostenerla…
Conversione di Maria di Magdala.
11Ero inginocchiata in lacrime e preghiera nella mia stanza, e da molto era terminata la seconda vigilia, quando lei è entrata. Così piano che non l’ho sentita altro che quando mi si è rovesciata addosso abbracciandomi stretta e dicendo: “É vero tutto quanto tu dici, sorella benedetta. Anzi è molto più di quanto tu dici. La sua misericordia è molto più grande. Oh! Marta mia! Non hai più bisogno di tenermi! Non mi vedrai più cinica e disperata! Non mi sentirai più dire: ‘Per non pensare!’. Ora voglio pensare. So a che pensare. Alla Bontà fatta carne. Tu pregavi, sorella mia, certo pregavi per me. Ma tu hai la tua vittoria già in pugno. La tua Maria che non vuole più peccare, che rinasce ora. Eccola. Guardala bene in faccia. Perché è una Maria nuova, dal volto lavato dal pianto della speranza e del pentimento. Mi puoi baciare, pura sorella. Non c’è più traccia di vergognosi amori sul mio volto. Egli ha detto che ama l’anima mia. Perché ad essa parlava, e di essa. La pecorella smarrita ero io. Ha detto, ascolta se dico bene. Tu lo conosci il modo di parlare del Salvatore…”; e mi ha ripetuto, ma perfettamente, la tua parabola.
Vittoria di sorella Marta.
12É tanto intelligente Maria! Molto più di me. E sa ricordare. Così io ti ho sentito due volte; e se sul tuo labbro quelle parole erano sante e adorabili, sul suo erano per me sante, adorabili e amabili perché era un labbro di sorella, della mia sorella ritrovata, ritornata all’ovile famigliare, che me le diceva. Stavamo abbracciate insieme, sedute sulla stuoia del pavimento, come quando eravamo bambine e stavamo così nella camera della mamma o presso al telaio dove ella tesseva o ricamava le sue splendide stoffe, stavamo così, non più divise dal peccato, e mi pareva che anche la mamma fosse presente col suo spirito.
13Piangevamo senza dolore, ma anzi con tanta pace! Ci baciavamo felici… E poi Maria, stanca del cammino fatto a piedi, dell’emozione, di tante cose, mi si è addormentata fra le braccia, e con l’aiuto della nutrice l’ho coricata sul mio letto… e l’ho lasciata, correndo qui…»; e Marta bacia le mani di Gesù, beata.
14«Ti dico Io pure ciò che ha detto Maria: “Tu hai la tua vittoria in pugno”. Va’ e sii felice. Va’ in pace. Segui una condotta tutta dolcezza e prudenza con la rinata. Addio, Marta. Fallo sapere a Lazzaro che laggiù si angustia».
15«Sì, Maestro. Ma Maria quando verrà con noi discepole?».
Gesù sorride e dice: «Il Creatore fece il creato in sei giorni e il settimo riposò».
«Comprendo. Bisogna avere pazienza…».
16«Pazienza, sì. Non sospirare. É una virtù anche questa. La pace a voi, donne. Ci rivedremo presto», e Gesù le lascia andando verso il luogo dove la barca attende presso la riva.
Dice Gesù: «Qui metterete la visione della cena in casa del fariseo Simone, avuta il 21-1-44».
5. La cena in casa di Simone il fariseo e l’assoluzione a Maria di Magdala[12].
La testimone dell’amore misericordioso
La sala e i commensali
1A conforto del mio complesso soffrire, e per farmi dimenticare le cattiverie degli uomini, il mio Gesù mi concede questa soave contemplazione.
2Vedo una ricchissima sala. Un ricco lampadario a molti becchi pende nel centro ed è tutto acceso. Alle pareti tappeti bellissimi, sedili intarsiati ed incrostati di avorio e di laminature preziose e mobili pure molto belli.
3Nel centro una grande tavola quadrata ma
composta di quattro tavole unite così[13]
.
4La tavola è certo apparecchiata in tal modo per i molti convitati (tutti uomini) ed è ricoperta di bellissime tovaglie e di ricco vasellame. Vi sono anfore e coppe preziose e molti sono i servi che si muovono intorno ad essa portando pietanze e mescendo vini. Nel centro del quadrato non c’è nessuno. Vedo il pavimento molto bello su cui si riflette la luce del lampadario ad olio. Dal lato esterno, invece, ci sono molti letti-sedili, tutti occupati dai commensali.
5Mi pare d’essere nell’angolo semibuio posto in fondo alla sala, presso ad una porta che è spalancata dalla parte esterna, ma che è nello stesso tempo chiusa da un pesante tappeto o arazzo che pende dal suo architrave.
6Nel lato più lontano dalla porta, ossia
qui[14]
dove sono i due segni, è il padrone di casa con gli invitati più importanti. È un uomo vecchiotto,
vestito con un’ampia tunica bianca stretta alla vita da una cintura ricamata. La veste ha anche, al
collo e al fondo delle maniche e della veste stessa, dei bordi di ricamo applicato come fossero nastri
ricamati o galloni, se più le piace chiamarli così. Ma il volto di questo vecchiotto non mi piace. È un
volto maligno, freddo, superbo e avido.
7Nel lato opposto, di fronte a lui, sta il mio Gesù. Io lo vedo di fianco e direi quasi di dietro, alle spalle. Ha la sua solita veste bianca, i sandali, i capelli bipartiti sulla fronte e lunghi come sempre.
8Noto che tanto Lui come tutti i commensali non siedono, come io credevo si sedesse su quei letti-sedili, ossia perpendicolarmente alla tavola, ma parallelamente. Nella visione delle nozze di Cana non avevo fatto molto caso a questo particolare, avevo visto che mangiavano stando appoggiati sul gomito sinistro, ma mi pareva che fossero meno adagiati, forse perché i letti erano meno lussuosi e molto più corti. Questi sono dei veri letti, paiono i moderni divani alla turca.
9Gesù ha vicino Giovanni e, dato che Gesù sta
appoggiato col gomito sinistro (come tutti), risulta che la posizione dei due è così[15]:
.
Insomma Giovanni è incastrato fra la tavola e il corpo del Signore, giungendo col suo gomito verso
l’inguine del Maestro, di modo che non gli ostacola di mangiare, ma che gli permette anche, se vuole, di
appoggiarsi confidenzialmente al suo petto.
10Di donne non ce ne è nessuna. Tutti parlano, e il padrone di casa ogni tanto si rivolge, con affettata condiscendenza e con palese degnazione, a Gesù. È chiaro che vuol dimostrargli, e dimostrare a tutti i presenti, che gli ha fatto un grande onore ad invitarlo nella sua ricca casa, lui, povero profeta giudicato anche un poco esaltato…
11Vedo che Gesù risponde con cortesia, pacatamente. Sorride del suo lieve sorriso a chi lo interroga, sorride con un sorriso luminoso se chi gli parla, o anche solo lo guarda, è Giovanni.
La testimone dell’amore misericordioso
12Vedo alzarsi la ricca tenda che copre il vano della porta ed entrare una donna giovane, bellissima, riccamente vestita e accuratamente pettinata. La sua abbondantissima chioma bionda le fa sulla testa un vero ornamento di ciocche intrecciate con arte. Pare porti un elmo d’oro tutto a rilievi, tanto la chioma splende ed è abbondante. Ha una veste che, se la confronto con quella sempre vista alla Vergine Maria, direi che è molto eccentrica e complicata. Fibbie sulle spalle, gioielli per trattenere le increspature al sommo del petto, catenelle d’oro per delineare il petto stesso, cintura a borchie d’oro e gemme. Una veste procace che mette in rilievo le linee del bellissimo corpo. Sulla testa un velo così leggero che… non vela niente. È un’aggiunta ai suoi vezzi e basta. Ai piedi, sandali molto ricchi con fibbie d’oro, di pelle rossa e con lacci intrecciati sulla caviglia.
13Tutti, meno Gesù, si voltano a guardarla. Giovanni la osserva un attimo, poi si volge verso Gesù. Gli altri la fissano con apparente e maligna golosità. Ma la donna non li guarda per niente e non si cura del sussurrio che si è destato al suo entrare e dell’ammiccare di tutti i presenti, meno Gesù e il discepolo. Gesù mostra di non accorgersi di nulla. Continua a parlare terminando il discorso che aveva intavolato col padrone di casa.
14La donna va verso Gesù e si inginocchia presso i piedi del Maestro. Appoggia in terra un vasetto a forma di anfora molto panciuta, si leva il velo dal capo spuntando lo spillone prezioso che lo tratteneva puntato ai capelli, si sfila dalle dita gli anelli e posa tutto sul letto-sedile presso i piedi di Gesù, e poi prende fra le sue mani i piedi, prima il destro, poi il sinistro, e ne slaccia i sandali, li depone al suolo, poi bacia, con un gran scoppio di pianto, quei piedi, vi appoggia contro la fronte, se li carezza, e le lacrime cadono come una pioggia, che luccica alla fiamma del lampadario, che riga la pelle di quei piedi adorabili.
15Gesù volge lentamente il capo, appena appena, e il suo sguardo azzurro cupo si posa un istante sulla testa reclina. Uno sguardo che assolve. Poi torna a guardare verso il centro. La lascia libera nel suo sfogo.
16Ma gli altri no. Motteggiano fra loro, ammiccano, ghignano. E il fariseo si mette un momento seduto per vedere meglio, e ha uno sguardo fra desideroso, crucciato e ironico. Desideroso della donna. È palese questo sentimento. Crucciato che sia entrata tanto liberamente, cosa che potrebbe far pensare agli altri che la donna è.… ospite frequente della sua casa. Ironico riguardo a Gesù…
17Ma la donna non si accorge di niente. Continua a piangere dirottamente, senza gridi. Solo lacrimoni e rari singulti. Poi si spunta i capelli, traendone le forcine d’oro che sostenevano la complicata pettinatura, e pone anche queste forcine vicino agli anelli e allo spillone. Le matasse d’oro si srotolano per le spalle. Ella le prende a due mani, se le porta sul petto e le passa sui piedi bagnati di Gesù, finché li vede asciutti. Poi immerge le dita nel vasetto e ne trae una pomata lievemente giallina e odorosissima. Un profumo fra di giglio e tuberosa si spande per tutta la sala. La donna attinge senza avarizia e stende e spalma e bacia e carezza.
18Gesù di tanto in tanto la guarda con tanta amorosa pietà. Giovanni, che si è voltato stupito allo scoppio di pianto, non sa distaccare l’occhio dal gruppo di Gesù e della donna. Guarda l’Uno e l’altra alternativamente. Il volto del fariseo è sempre più arcigno.
19Odo qui le note parole del Vangelo, e le odo accompagnate da un tono e da uno sguardo che fanno abbassare il capo al vecchio astioso.
20Odo le parole di assoluzione alla donna, che se ne va lasciando ai piedi di Gesù i suoi gioielli. Ella si è arrotolato il velo intorno al capo serrando in esso alla bene meglio le chiome sfatte. Gesù, nel dirle: «Va’ in pace», le pone la mano sulla testa china, per un attimo. Ma con atto dolcissimo.
Parole rivolte al cuore del fariseo[16].
Gesù ora mi dice:
21«Quello che ha fatto chinare il capo al fariseo e ai suoi compagni, e che non è riportato nel Vangelo, sono le parole che il mio spirito, attraverso al mio sguardo, ha dardeggiato e confitto in quell’anima arida e avida. Ho risposto molto più di quanto non sia detto, perché nulla mi era occulto dei pensieri degli uomini. Ed egli mi ha capito nel mio muto linguaggio, che era ancor più denso di rimprovero di quanto non lo fossero le mie parole.
22Gli ho detto: “No. Non fare insinuazioni malvagie per giustificare te stesso a te stesso. Io non ho la tua libidine. Costei non viene a Me per attrazione di senso. Io non sono te e come sono i tuoi simili. Ella viene a Me perché il mio sguardo e la mia parola, udita per puro caso, le hanno illuminato l’anima in cui la lussuria aveva creato la tenebra. E viene perché vuol vincere il senso, e comprende, povera creatura, che da sola non vi riuscirebbe mai. Essa ama in Me lo spirito, nulla più che lo spirito che sente soprannaturalmente buono. Dopo tanto male che ha ricevuto da voi tutti, che avete sfruttato la sua debolezza per i vostri vizi ricambiandola poi con le staffilate dello sprezzo, ella viene a Me perché sente di aver trovato il Bene, la Gioia, la Pace, inutilmente cercate fra le pompe del mondo.
23Guarisci da questa tua lebbra di anima, fariseo ipocrita, sappi vedere giusto nelle cose. Deponi superbia di mente e lussuria di carne. Queste sono lebbre ben più fetide di quelle della vostra persona. Di quest’ultima il mio tocco vi può guarire perché per essa mi invocate, ma della lebbra dello spirito no, perché voi di questa non volete guarire perché vi piace. Costei lo vuole. Ed ecco che Io la mondo, ecco che Io la affranco dalle catene della sua schiavitù. La peccatrice è morta. Essa è là, in quegli ornamenti che ella si vergogna di offrirmi perché Io li santifichi usandoli per i bisogni miei e dei miei discepoli, per i poveri che Io soccorro con l’altrui superfluo perché Io, Padrone dell’universo, non possiedo nulla ora che sono il Salvatore dell’uomo. Essa è là in quel profumo sparso sui miei piedi, avvilito come i suoi capelli, su quella parte del corpo che tu hai spregiato di rinfrescare con l’acqua del tuo pozzo dopo che ho fatto tanto cammino per venire a portare luce anche a te.
24La peccatrice è morta. Ed è rinata Maria, rifatta bella come fanciulla pudica dal suo vivo dolore, dal suo retto amore. S’è lavata nel suo pianto. In verità ti dico, o fariseo, che fra costui che m’ama nella sua giovinezza pura e questa che m’ama nella sincera contrizione di un cuore rinato alla Grazia, Io non faccio differenza, e al puro e alla pentita commetto l’incarico di comprendere il mio pensiero come nessuno e quello di dare al mio Corpo le estreme onoranze ed il primo saluto (non conto quello particolare di mia Madre) quando Io sarò risorto”.
Per la nostra gioia.
25Ecco quanto volevo dire col mio sguardo al fariseo. 6Ma a te faccio notare un’altra cosa, a tua gioia e a gioia di molti.
26Anche a Betania Maria ripetè il gesto che segnò l’alba della sua redenzione. Vi sono gesti personali che si ripetono e denunciano una persona come lo stile della stessa. Gesti inconfondibili. Ma, poiché era giusto, a Betania il gesto è meno avvilito e più confidenziale nella sua riverente adorazione.
27Molto ha camminato Maria da quell’alba di sua redenzione. Molto. L’amore l’ha trascinata come rapido vento in alto e in avanti. L’amore l’ha arsa come un rogo distruggendo in lei la carne impura e facendo signore in lei uno spirito purificato. E Maria, diversa nella sua risorta dignità di donna come diversa nella veste, ora semplice come quella della Madre mia, nell’acconciatura, nello sguardo, nel contegno, nella parola, nuova, ha un nuovo modo di onorarmi con lo stesso gesto. Prende l’ultimo dei suoi vasi di profumo, serbato per Me, e me lo sparge sui piedi, senza pianto, con sguardo che l’amore e la sicurezza d’esser perdonata e salvata fa lieto, e sul capo. Può ben ungermi e toccarmi il capo, ora, Maria. Il pentimento e l’amore l’hanno mondata col fuoco dei serafini ed ella è un serafino.
28Dillo a te stessa, o Maria, mia piccola “voce”, dillo alle anime. Va’, dillo alle anime che non osano venire a Me perché si sentono colpevoli. Molto, molto, molto è perdonato a chi molto ama. A chi molto mi ama. Voi non sapete, povere anime, come vi ama il Salvatore! Non temete di Me. Venite. Con fiducia. Con coraggio. Io vi apro il Cuore e le braccia.
29Ricordatelo sempre: “Io non faccio differenza fra colui che mi ama con la sua purezza integra e colui che mi ama nella sincera contrizione d’un cuore rinato alla Grazia”. Sono il Salvatore. Ricordatevelo sempre.
Va’ in pace. Ti benedico».
Considerazioni sugli eventi accaduti[17]
Considerazioni sulle risposte di Gesù
30Quest’oggi ho sempre pensato al dettato di Gesù di ieri sera e a quanto vedevo e comprendevo anche se non detto.
31Intanto, per incidenza, le dico che i discorsi dei commensali, per quelli che capivo, ossia quelli particolarmente rivolti a Gesù, vertevano su fatti del giorno: i romani, la Legge contrastata da essi, e poi la missione di Gesù come Maestro di una nuova scuola. Ma sotto l’apparente benevolenza si capiva che erano domande viziose e capziose, fatte per trarlo in impiccio. Cosa non facile perché Gesù con poche parole poneva una risposta giusta e conclusiva ad ogni discorso.
32Alla domanda, per esempio, di quale particolare scuola o setta si fosse fatto maestro nuovo, rispose semplicemente: «Della scuola di Dio. È Lui che seguo nella sua santa Legge ed è di Lui che mi curo facendo sì che a questi piccoli (e guardava con amore Giovanni ed in Giovanni guardava tutti i retti di cuore) venga rinnovata in tutta la sua essenza così come era il giorno che il Signore Iddio la promulgò sul Sinai[18]. Riporto gli uomini alla Luce di Dio».
33All’altra su cosa pensasse dell’abuso di Cesare, che s’era fatto dominatore della Palestina, aveva risposto: «Cesare è ciò che è perché così vuole Iddio. Ricorda il profeta Isaia[19]. Non chiama egli, per ispirazione divina, Assur “bastone” della sua collera? La verga che punisce il popolo di Dio che troppo s’è staccato da Dio ed ha la finzione per sua veste e per suo spirito? E non dice che, dopo averlo usato per punizione, lo spezzerà perché esso del suo compito se ne sarà abusato, divenendo di troppo superbo e feroce?».
34Queste sono le due risposte che più mi hanno colpito.
Interventi di Gesù nella nostra vita
35Questa sera, poi, il mio Gesù mi dice sorridendo:
36«Ti dovrei chiamare come Daniele[20]. Sei quella dei desideri e quella che mi sei cara perché desideri tanto il tuo Dio. E potrei continuare a dirti ciò che fu detto a Daniele dall’angelo mio: “Non temere, perché, fin dal primo giorno in cui applicasti il tuo cuore a comprendere e ad affliggerti nel cospetto di Dio, sono state esaudite le tue preghiere ed Io sono venuto a causa di esse”. Ma qui non è l’angelo che parla. Io sono che ti parlo: Gesù.
37Sempre, o Maria, Io vengo quando uno “applica il suo cuore a comprendere”. Non sono un Dio duro e severo. Sono Misericordia viva. E più rapido del pensiero vengo a chi si volge a Me. 10Anche alla povera Maria di Magdala, così immersa nel suo peccare, sono andato veloce, con lo spirito mio, non appena ho sentito sorgere in lei il desiderio di comprendere. Comprendere la luce di Dio e comprendere il suo stato di tenebre. E mi sono fatto a lei Luce.
Gesù parlò per la Maddalena
38Parlavo a molti quel giorno, ma in verità parlavo per lei sola. Non vedevo che lei, che s’era accostata portata da un empito d’anima che si rivoltava alla carne che la teneva soggetta. Non vedevo che lei col suo povero volto in tempesta, col suo sforzato sorriso che nascondeva, sotto una veste di sicurezza e gioia mendace che era una sfida al mondo e a sé stessa, tanto interno pianto. Non vedevo che lei, ben più avvolta nei rovi della pecorella smarrita della parabola, lei che affogava nel disgusto della sua vita, venuto a galla come quelle ondate profonde che portano seco l’acqua del fondo.
39Non ho detto grandi parole, né ho toccato un argomento indicato per lei, peccatrice ben nota, per non mortificarla e per non costringerla a fuggire, a vergognarsi o a venire. L’ho lasciata in pace. Ho lasciato che la mia parola e il mio sguardo scendessero in lei e vi fermentassero per fare di quell’impulso di un momento il suo glorioso futuro di santa. Ho parlato con una delle più dolci parabole: un raggio di luce e di bontà effuso proprio per lei. 11E quella sera, mentre ponevo piede nella casa del ricco superbo, nel quale la mia parola non poteva fermentare in futura gloria perché uccisa dalla superbia farisaica, già sapevo che ella sarebbe venuta, dopo aver tanto pianto nella sua stanza di vizio e, alla luce di quel pianto, già deciso il suo futuro.
“Solo i puri vedono giusto”
40Gli uomini, arsi di lussuria, nel vederla entrare hanno trasalito nella carne e insinuato col pensiero. Tutti l’hanno desiderata, meno i due “puri” del convito: Io e Giovanni. Tutti hanno creduto che ella venisse per uno di quei facili capricci che, vera possessione demoniaca, la gettavano in improvvise avventure. Ma Satana era ormai vinto. E tutti hanno, con invidia, pensato, vedendo che ad essi non si volgeva, che venisse per Me.
41L’uomo sporca sempre anche le cose più pure, quando è solo uomo di carne e sangue. Solo i puri vedono giusto, perché il peccato non è in loro a fare turbamento al pensiero. 12Ma che l’uomo non comprenda, non deve sgomentare, Maria. Dio comprende. E basta per il Cielo. La gloria che viene dagli uomini non aumenta di un grammo la gloria che è sorte degli eletti in Paradiso. Ricordalo sempre.
42La povera Maria di Magdala è sempre stata mal giudicata nei suoi atti buoni. Non lo era stata nelle sue azioni malvagie perché esse erano bocconi di lussuria offerti all’insaziabile fame dei libidinosi. Criticata e mal giudicata a Cafarnao, in casa del fariseo, criticata e rimproverata a Betania, in casa sua. Ma Giovanni, che dice una grande parola, dà la chiave di quest’ultima critica: “Giuda… perché era ladro“. Io dico: “Il fariseo e i suoi amici perché erano lussuriosi“. Ecco, vedi? L’avidità del senso, l’avidità del denaro alzano la voce a critica dell’atto buono. I buoni non criticano. Mai. Comprendono.
43Ma, ripeto, non importa della critica del mondo. Importa del giudizio di Dio».
Consigli al Portavoce
Dice poi Gesù a me:
44«Quando Io ti vedo così attenta alle mie lezioni mi sembri una scolara diligente e affezionata del suo maestro che per essa è lo “scibile” intero. Quando invece da te scopri delle parti nuove, fai delle osservazioni (e questo nelle visioni) mi fai pensare ad un bambino buono che il suo padre tiene per la manina conducendolo davanti a ciò che vuole che il bambino veda per crescere nel l’intelligenza, ma che nel contempo non interviene, per dare al suo piccolo la gioia di scoprire qualche cosa di nuovo e di sentirsi crescere nel concetto di sé.
45Per fare questo tu devi essere sempre sgombra di sollecitudini umane. Devi essere sempre più sgombra. Devi essere sempre più sicura per camminar disinvolta per i sentieri della contemplazione e sempre più tranquilla e fiduciosa in Me che ti tengo per mano. Un papà non se ne fa accorgere, ma con mille arti amorose fa tanto finché la sua creatura vede quella data cosa che egli vuole che il bambino veda. Oh! Io sono il più amoroso dei padri e il più paziente dei maestri per i miei piccoli, e quando posso tenerne uno per mano, docile e attento, Io sono felice. Felice d’esser Maestro e Padre. È tanto difficile che le mie creature mi mettano con fiducia la mano nella mia mano per essere condotte, istruite da Me, e per dirmi: “Ti amo sopra tutte le cose e con tutta me stessa!” A quelle poche che sono così tutte “mie”, senza riserve, Io apro i tesori delle rivelazioni delle contemplazioni e mi dò senza riserva.
46Però, Maria, siccome vi eleggo al ruolo di divulgatrici della mia Divinità, nelle sue diverse manifestazioni, presso coloro che hanno bisogno d’esser risvegliati e condotti ad intravedere Dio, ricorda di essere scrupolosa al sommo nel ripetere quanto vedi. Anche una inezia ha un valore e non è tua, ma mia. Perciò non ti è lecito trattenerla. Sarebbe disonesto ed egoista. Ricordati che sei la cisterna dell’acqua divina alla quale essa acqua si versa perché tutti ne vengano ad attingere. Per i dettati sei giunta alla fedeltà più fedele. Nelle contemplazioni osservi molto, ma nella fretta di scrivere e per le tue speciali condizioni di salute e di ambiente ti avviene di omettere qualche particolare. Non lo devi fare. Mettili in calce, ma segnali tutti. Non è un rimprovero, è un dolce consiglio del tuo Maestro. Giorni sono mi hai detto: “Che gli uomini ti amino un poco di più attraverso a me giustifica e ripaga tutta la mia fatica e la mia vita; fosse anche un solo uomo che torna a Te per mezzo della tua violetta nascosta essa sarebbe felice”. Più sarai attenta ed esatta e più sarà numeroso il numero di coloro che vengono a Me e più grande la tua felicità spirituale presente e la tua felicità eterna futura.
47Va’ in pace. Il tuo Signore è con te».
6. La richiesta di
operai per la messe e la parabola del tesoro nascosto
nel campo[21].
Maria di Magdala è andata da Maria SS.
Per evangelizzare come Gesù.
Gli operai di Gesù
1Gesù si trova sulla via che dal lago di Meron viene verso quello di Galilea. Sono con Lui lo Zelote e Bartolomeo, e pare attendano presso un torrente, ridotto a un filo d’acqua che però nutre folte piante, gli altri che stanno giungendo da due parti diverse.
2La giornata è torrida, eppure molta gente ha seguito i tre gruppi che devono avere predicato per le campagne, convogliando i malati al gruppo di Gesù e riserbandosi di predicare di Lui ai sani. Molti miracolati fanno un gruppo felice, seduto fra le piante, e in loro la gioia è tale che non sentono neppure la stanchezza data dal calore, dalla polvere, dalla luce abbacinante, tutte cose che mortificano non poco tutti gli altri.
3Quando il gruppo capitanato da Giuda Taddeo giunge per primo presso a Gesù, appare evidente la stanchezza di tutti quelli che lo formano e che lo seguono. Ultimo viene il gruppo capitanato da Pietro, in cui sono molti di Corozim e di Betsaida.
4«Abbiamo fatto, Maestro. Ma bisognerebbe essere molti gruppi… Tu vedi. Camminare a lungo non si può, per il caldo. E allora come si fa? Sembra che il mondo si allarghi più noi si deve fare, per sparpagliare i paesi e accrescere le distanze. Non mi ero mai accorto che fosse così grande la Galilea. Siamo in un angolo di essa, proprio in un angolo, e non si riesce a evangelizzarla, tanto è vasta e tanto vasti sono i bisogni e i desideri di Te», sospira Pietro.
5«Non è che il mondo cresca, Simone. È che cresce la conoscenza del Maestro nostro», risponde il Taddeo.
6«Sì, è vero. Guarda quanta gente. Ci seguono da questa mattina, taluni. Nelle ore calde ci siamo rifugiati in un bosco. Ma anche ora che si avvicina la sera è una pena camminare. E questi poveretti sono molto più lontani da casa di noi. Se sempre tutto cresce così non so come faremo…», dice Giacomo di Zebedeo.
7«In ottobre verranno anche i pastori», conforta Andrea.
«Eh! sì! Pastori, discepoli, belle cose! Ma servono solo per dire: “Gesù è il Salvatore. È là”. Non di più», risponde Pietro.
8«Ma almeno la gente saprà dove trovarlo. Ora invece! Noi si va qui e loro corrono qui; intanto che loro vengono qui noi si va là, e loro devono correrci dietro. E con bambini e malati non è molto comodo».
“La messe è molta gli operai sono pochi” (Mt 9,35-38)[22].
9Gesù parla: «Hai ragione, Simon-Pietro. Ho anche Io compassione di queste anime e di queste turbe. Per molti non trovarmi in un dato momento può essere causa irreparabile di sventura. Guardate come sono stanchi e smarriti quelli che ancora non possiedono la certezza della mia Verità, e come sono affamati quelli che già hanno gustato la mia parola e non sanno più starne senza, né nessuna altra parola li accontenta più. Sembrano pecore senza pastore che vaghino non trovando chi li guida e chi li pasce. Io provvederò. Ma voi dovete aiutarmi. Con tutte le vostre forze spirituali, morali e fisiche. Non più a gruppi numerosi, ma a coppie dovete sapere andare. E manderemo a coppie i discepoli migliori. Perché la messe è veramente grande. Oh! in questa estate vi preparerò a questa grande missione. Per tamuz saremo raggiunti da Isacco coi migliori discepoli. E vi preparerò. Non basterete ancora. Perché se la messe è veramente grande gli operai in compenso sono pochi. Pregate dunque il Padrone della Terra che mandi molti operai alla sua messe».
Per evangelizzare come Gesù.
10«Sì, mio Signore. Ma non muterà molto la situazione di questi che ti cercano», dice Giacomo d’Alfeo.
«Perché, fratello?».
11«Perché essi cercano non solo dottrina e parola di Vita, ma anche guarigioni ai loro languori, alle loro malattie, ad ogni menomazione che la vita o Satana portino alla loro parte inferiore o superiore. E questo lo puoi fare Tu solo, perché in Te è il Potere».
12«Coloro che sono uni con Me giungeranno a fare ciò che Io faccio, e i poveri saranno soccorsi in tutte le loro miserie. Ma ancora non avete in voi quanto basti per fare questo. Sforzatevi a superare voi stessi, a calcare la vostra umanità per fare trionfare lo spirito. Assimilate non solo la mia parola, ma lo spirito di essa, ossia santificatevi per essa e poi tutto potrete. Ed ora andiamo a dire loro la mia parola, posto che non vogliono andarsene se Io non ho dato loro la parola di Dio. E poi ritorneremo a Cafarnao. Anche là ci sarà chi attende…».
L’anima e la verità.
Il prezzo di una anima.
13«Signore, ma è vero che Maria di Magdala ha chiesto perdono a Te, in casa del fariseo?».
«È vero, Tommaso».
14«E Tu glielo hai dato?», chiede Filippo.
«Gliel’ho dato».
«Ma hai fatto male!», esclama Bartolomeo.
15«Perché? Era un pentimento sincero e meritava perdono».
16«Ma non dovevi darlo in quella casa, pubblicamente…», rimprovera l’Iscariota.
«Ma non vedo in che ho errato».
17«In questo: Tu sai chi sono i farisei, quanti cavilli hanno nella testa, come ti sorvegliano, come ti calunniano, come ti odiano. Uno ne avevi a Cafarnao, di amico, ed era Simone. E Tu chiami in casa sua una prostituta per profanare la casa e dare scandalo all’amico Simone».
18«Non l’ho chiamata Io. Vi è venuta. Non era una prostituta. Era una pentita. Ciò cambia molto. Se non si aveva schifo ad avvicinarla prima e a desiderarla sempre, anche in mia presenza, anche ora che ella non è più una carne ma un’anima, non si deve avere schifo di vederla entrare per inginocchiarsi ai miei piedi e piangere accusandosi, avvilendosi nella pubblica umile confessione che è tutta in quel pianto. Simone fariseo ha avuto la casa santificata da un miracolo grande: la risurrezione di un’anima. Sulla piazza di Cafarnao, or sono cinque giorni, mi chiedeva: “Hai fatto quello solo di miracolo?”, e rispondeva da sé: “No certo”, avendo molto desiderio di vederne uno. Gliel’ho dato. L’ho scelto per essere il testimone, il paraninfo di questo fidanzamento dell’anima con la Grazia. Deve esserne fiero».
«Invece ne è scandalizzato. Forse hai perduto un amico».
Verità, onestà e condotta morale non transigono.
19«Ho trovato un’anima. Merita di perdere un uomo con la sua amicizia, la sua povera amicizia d’uomo, pur di rendere l’amicizia con Dio ad un’anima».
20«È inutile. Con Te non si può ottenere umana riflessione. Siamo sulla Terra, Maestro! Ricordatelo. E vigono le leggi e le idee della Terra. Tu agisci col metodo del Cielo, ti muovi nel tuo Cielo che hai in cuore, vedi tutto attraverso luci di Cielo. Povero Maestro mio! Come sei divinamente inetto a vivere fra noi perversi!». Giuda Iscariota lo abbraccia, ammirato e desolato, finendo: «E me ne dolgo perché Tu ti crei, per troppa perfezione, tanti nemici».
21«Non te ne dolere, Giuda. È scritto che così sia. Ma come sai che Simone è offeso?».
«Non ha detto che è offeso. Ma a me e Tommaso ha fatto capire che ciò non andava fatto. Non dovevi invitarla in casa sua, dove non entrano che persone oneste».
22«Bene! Sull’onestà di chi va da Simone piantiamola lì», dice Pietro.
E Matteo: «Io potrei dire che il sudore delle prostitute è colato più volte sui pavimenti, sulle mense, e oltre, di Simone il fariseo».
«Ma non pubblicamente», ribatte l’Iscariota.
«No. Con ipocrisia intesa a celarlo».
«Vedi che allora cambia».
23«Cambia anche l’entrata di una prostituta che entra per dire: “Lascio il mio peccato infame” da quella di una che entra per dire: “Eccomi a te per compiere il peccato insieme”».
«Matteo ha ragione», dicono tutti.
«Sì. Ha ragione. Ma loro non pensano come noi. E bisogna venire a transazioni con loro, adattarsi a loro per averli amici».
24«Questo mai, Giuda. Nella verità, nell’onestà, nella condotta morale, non ci sono adattamenti e transazioni», tuona Gesù. E termina: «Del resto Io so di avere agito bene e per il bene. E basta. Andiamo a congedare questi stanchi».
E va da quelli che, sparsi sotto gli alberi, guardano nella sua direzione con ansia di udirlo.
Il Regno di Dio in parabole (Discorso)
Lo spirito e il fratello corpo
25«La pace a voi tutti, che per stadi e solleoni siete venuti ad udire la Buona Novella.
26In verità vi dico che voi cominciate a comprendere realmente ciò che è il Regno di Dio, quanto sia prezioso il suo possesso e beato l’appartenervi. Ed ogni fatica perde per voi il valore che per altri conserva, perché l’animo comanda in voi e dice alla carne: “Giubila che io ti opprima. È per la tua beatitudine che lo faccio. Quando sarai riunita a me, dopo la finale risurrezione, tu mi amerai per quanto ti ho conculcata e vedrai in me il tuo secondo salvatore”. Non dice così lo spirito vostro? Ma sì che lo dice! Voi ora basate le vostre azioni sull’insegnamento delle mie parabole lontane. Ma ora Io vi do altre luci per sempre più farvi innamorati di questo Regno che vi aspetta e il cui valore non è misurabile.
Parabola del tesoro nascosto (Mt 13,44)[23].
27Udite: Un uomo, andato per caso in un campo per prendere terriccio per portarlo nel suo orticello, nello scavare faticosamente la terra dura trova, sotto qualche strato di terra, un filone di metallo prezioso. Che fa allora quell’uomo? Ricopre con la terra la scoperta fatta. Non gli importa di lavorare più ancora, perché la scoperta merita la fatica. E poi va a casa sua, raggranella tutte le sue ricchezze in denaro o in oggetti e queste ultime le vende per avere molto denaro. Poi va dal padrone del campo e gli dice: “Mi piace il tuo campo. Quanto vuoi per vendermelo?”. “Ma io non lo vendo”, dice l’altro. Ma l’uomo offre somme sempre più forti, sproporzionate al valore del campo, e finisce a sedurre il padrone di esso, il quale pensa: “Questo uomo è un pazzo! Ma, posto che lo è, io me ne avvantaggio. Prendo la somma che mi offre. Non è uno strozzinaggio perché è lui che me la vuole dare. Con essa mi comprerò almeno tre altri campi, e più belli”, e fa la vendita, convinto di avere fatto uno splendido affare. Ma invece è l’altro che fa l’affare splendido, perché si priva di oggetti che possono essere asportati dal ladro o perduti o consumati, e si procura un tesoro che per essere vero, naturale, è inesauribile. Merita dunque di sacrificare quanto ha per questo acquisto, rimanendo per qualche tempo col solo possesso del campo, ma in realtà possedendo per sempre il tesoro celato in esso.
28Voi questo lo avete capito e fate come l’uomo della parabola. Lasciate le effimere ricchezze per possedere il Regno dei Cieli. Le vendete agli stolti del mondo, le cedete ad essi, accettate di essere derisi per questo che agli occhi del mondo pare stolto modo di agire. Fate così, sempre così, e il Padre vostro che è nei Cieli, giubilando, vi darà un giorno il vostro posto nel Regno.
29Tornate alle vostre case prima che venga il sabato, e nel giorno del Signore pensate alla parabola del tesoro che è il Regno celeste. La pace sia con voi».
Maddalena ha superato Marta.
30La gente si sparge lentamente per le vie e i sentieri della campagna, mentre Gesù va alla volta di Cafarnao nella sera che scende.
31Vi giunge a notte fatta. Traversano in silenzio la città silenziosa sotto il lume della luna, che è l’unico lume esistente per le viette oscure e mal selciate. Entrano pure in silenzio nell’orticello a fianco della casa, credendo che tutti siano a letto. Ma invece un lume arde nella cucina e tre ombre, rese mobili per il muoversi della fiammella, si proiettano sul muretto bianco del forno lì vicino.
32«C’è gente che ti aspetta, Maestro. Ma così non può andare! Ora vado a dire che sei troppo stanco. Va’ sulla terrazza, intanto».
33«No, Simone. Vado in cucina. Se Tommaso ha trattenuto queste persone segno è che vi è un serio motivo».
34Ma intanto quelli di dentro hanno sentito il bisbiglio e Tommaso, padrone di casa, viene sulla soglia.
35«Maestro, vi è la solita dama. Ti attende da ieri al tramonto. È con un servo»; e poi, sottovoce: «È molto agitata. Piange senza sosta…».
36«Sta bene. Dille di venire di sopra. Dove ha dormito?».
«Non voleva dormire. Ma infine si è ritirata per qualche ora, verso l’alba, nella mia camera. Il servo l’ho fatto dormire in uno dei vostri letti».
37«Va bene. Dormirà anche questa notte. E tu dormirai nel mio».
«No, Maestro. Andrò sulla terrazza, su delle stuoie. Avrò buon sonno lo stesso».
Gesù sale sul terrazzo. Ecco Marta che sale lei pure.
38«La pace a te, Marta».
Un singhiozzo di risposta.
«Piangi ancora? Ma non sei felice?».
La testa di Marta fa cenno di no.
«Ma perché mai?» …
39Una lunga pausa piena di singhiozzi. Infine, in un gemito: «Da molte sere Maria non è più tornata. E non si trova. Non io, non Marcella, non la nutrice la troviamo… Era uscita ordinando il carro. Era tutta pomposa nelle vesti… Oh! non aveva voluto rimettere la mia!… Non era seminuda, ne ha anche di quelle, ma era molto procace in questa… E ori e profumi ha preso con sé… e non è più tornata. Ha licenziato il servo alle prime case di Cafarnao dicendo: “Tornerò con altra compagnia”. Ma non è più tornata. Ci ha ingannati! Oppure si è sentita sola, forse tentata… o le è accaduto del male… Non è tornata più…». E Marta scivola in ginocchio, piangendo col capo reclinato sull’avambraccio messo su un mucchio di sacchi vuoti.
40Gesù la guarda e dice lento e sicuro, dominatore: «Non piangere. Maria è venuta da Me tre sere or sono. Mi ha imbalsamato i piedi, mi ha messo ai piedi tutti i suoi gioielli. Si è consacrata così, e per sempre, prendendo posto fra le mie discepole. Non la denigrare nel tuo cuore. Ti ha superata».
41«Ma dove, dove è allora mia sorella?», grida Marta alzando un volto sconvolto. «Perché non è tornata a casa? È stata forse assalita? Ha preso forse una barca e si è affogata? Oppure qualche amante respinto l’ha rapita? Oh! Maria! La mia Maria! L’avevo ritrovata e subito l’ho perduta!». Marta è proprio fuori di sé. Non pensa più che quelli abbasso la possono sentire. Non pensa più che Gesù può dirle dove è la sorella. Si dispera senza riflettere a nulla.
42Gesù la prende per i polsi e la costringe a stare ferma, ad ascoltarlo, dominandola con la sua alta statura e col suo sguardo magnetico. «Basta! Voglio da te fede nelle mie parole. Voglio da te generosità. Hai capito?». Non la lascia andare altro che quando Marta si quieta un poco. «Tua sorella è andata a gustarsi la sua gioia, avvolgendosi di una solitudine santa perché è in lei il super sensibile pudore dei redenti. Te l’ho detto in anticipo. Non può sopportare lo sguardo dolce ma indagatore dei parenti sulla sua nuova veste di sposa della Grazia. E ciò che Io dico è sempre vero. Mi devi credere».
Presso la Madre universale.
43«Sì, Signore, sì. Ma la mia Maria è troppo, troppo stata del demonio. Egli l’ha ripresa subito, egli…».
44«Egli si vendica su te della preda perduta per sempre. Devo dunque vedere che tu, la forte, divieni sua preda per un folle sgomento senza ragione d’essere? Devo vedere che per lei, che ora crede in Me, tu perdi la tua bella fede che sempre ti ho conosciuta? Marta! Guardami bene. Ascolta Me. Non ascoltare Satana. Non sai che, quando è costretto ad abbandonare la preda per una vittoria di Dio su di lui, esso si dà subito da fare, questo instancabile torturatore degli esseri, questo instancabile ladro dei diritti di Dio, per trovare altre prede? Non sai che sono le torture di un terzo, che resiste agli assalti perché è buono e fedele, quelle che consolidano la guarigione di un altro spirito? Non sai che nulla è slegato di tutto quanto avviene ed esiste nel creato, ma tutto segue una legge eterna di dipendenze e di conseguenze, per cui l’atto di uno ha ripercussioni naturali e soprannaturali vastissime? 8Tu piangi qui, tu qui conosci il dubbio atroce, e resti fedele al tuo Cristo anche in quest’ora di tenebre. Là, in un punto vicino a te ignoto, Maria sente dissolversi l’ultimo dubbio sulla infinità del perdono avuto, e il suo pianto si muta in sorriso e le sue ombre in luce. È il tuo tormento che l’ha guidata là dove è pace, là dove si rigenerano le anime presso la Generatrice senza macchia, presso quella che è tanto Vita da avere ottenuto di avere dato al mondo il Cristo che è la Vita. Tua sorella è da mia Madre. Oh! non è la prima che raccoglie le vele in quel porto di pace dopo che il raggio soave della viva Stella, Maria, l’ha chiamata a quel seno d’amore per amore, muto e attivo, del Figlio suo! Tua sorella è a Nazareth».
45«Ma come vi è andata se non conosce tua Madre, la tua casa?… Sola… Di notte… Così… Senza mezzi… In quella veste… Tanta strada… Come?».
46«Come? Come va la rondine stanca al nido natio, traversando mari e monti, superando tempeste, nebbie e venti nemici. Come vanno le rondini nei luoghi di svernamento. Per istinto che le guida, per tepore che le invita, per sole che le chiama. Anche lei è corsa al raggio che chiama… alla Madre universale. E la vedremo tornare all’aurora, felice… uscita per sempre dalle tenebre, con una madre al fianco, la mia, e per non essere mai più orfana. Puoi credere questo?».
«Sì, mio Signore».
47Marta è come affascinata. Infatti Gesù è stato veramente dominatore. Alto, eretto, e pure lievemente curvato su Marta inginocchiata, ha parlato lentamente, ma incisivamente, quasi per trasfondere Sé stesso nella discepola sconvolta. Poche volte l’ho visto potente così, per persuadere con la parola un suo ascoltatore. Ma alla fine che luce, che sorriso è sul suo volto! Marta lo riflette con un sorriso e una luce più pacata nel suo stesso volto.
«E ora vai al riposo. Con pace».
E Marta gli bacia le mani e scende rasserenata… […].
7. L’arrivo a
Cafarnao, sotto un temporale, di Maria SS. con Maria
di Magdala[24].
Segno certo di bufera
1«Forse sarà tempesta oggi, Maestro. Vedi là quelle strisce di piombo avanzarsi di dietro all’Hermon? E vedi come si corruga il lago? E senti che soffi di tramontana alternati alle larghe onde calde dello scirocco? Vortice di vento: segno certo di bufera».
2«Fra quanto, Simone?».
«Prima che termini l’ora di prima. Guarda come i pescatori si affrettano a tornare. Sentono che il lago brontola. Fra poco sarà esso pure di piombo, e poi sarà di pece, e poi verrà la furia».
3«Ma se sembra così calmo!», dice Tommaso incredulo.
«Tu conosci l’oro e io l’acqua. Come dico sarà. Non è neppure una tempesta improvvisa. Si prepara con chiari segni. L’acqua è calma alla superficie, appena quel crespo che sembra uno scherzo. Ma se fossi in barca! Sentiresti come migliaia di nocche battere contro la carena e scuotere stranamente la barca. L’acqua bolle già, di sotto. Aspetta il segnale del cielo e poi vedrai… Lascia che il tramontano si annodi allo scirocco! E poi!… Ehi, donne! ritirate ciò che avete steso e riparate le vostre bestie. Fra poco piovono sassi e secchie d’acqua».
4Infatti il cielo si va facendo sempre più verdognolo, con venature di ardesia, per l’invasione continua di lame di nuvole che sembrano eruttate dal grande Hermon. Esse respingono l’aurora da dove è venuta, come se l’ora retrocedesse verso la notte anziché avanzare verso il meriggio. Solo una lama di sole persiste a sfuggire obliqua da dietro alla barricata dei nuvoli di pece, e getta una irreale pennellata di un giallo verde sulla vetta di un colle al sud ovest di Cafarnao. Il lago è già mutato da azzurro in un nero blu, e le prime spume, fra ondetta e ondetta, esili, spezzate, sembrano di un bianco irreale su quell’acqua scura. Sul lago non è più una barca. Gli uomini si affrettano a portare sul greto le barche, a riporre reti, ceste, vele e remi, oppure, se contadini, a ritirare derrate, ad assicurare pali e legami, a chiudere nelle stalle le bestie, e le donne si affrettano alla fonte prima che piova, oppure racimolano i bambini alzati al primo sole e li spingono in casa e chiudono le porte, sollecite come chiocce che sentano la grandine prossima.
Due donne sotto il temporale.
5«Simone, vieni con Me. Chiama anche il servo di Marta e chiama Giacomo, mio fratello. Prendi una grossa tela. Grossa e larga. Due donne sono sulla via e bisogna andare loro incontro».
6Pietro lo guarda, curioso, ma ubbidisce senza perdere tempo. É sulla via, mentre di corsa traversano il paese andando verso sud, che Simone chiede: «Ma chi sono?».
7«Mia Madre e Maria di Magdala».
8La sorpresa è tale che Pietro si arresta un momento, come inchiodato al suolo, e dice: «Tua Madre e Maria di Magdala?!!! Insieme?!!!». Poi riprende a correre perché Gesù non si ferma, e non si fermano Giacomo e il servo. Ma torna a dire: «Tua Madre e Maria di Magdala! Insieme!… Ma da quando?».
«Da quando non è più altro che Maria di Gesù. Fa’ presto, Simone. Vengono le prime gocce…».
9E Pietro si sforza a stare alla pari con questi suoi compagni, tutti più alti e svelti di lui. La polvere si alza ora a nuvoli dalla via arsa, per un vento che si fa più forte di attimo in attimo, un vento che rompe il lago e lo alza in creste d’onde che si frangono con un primo scroscio sul lido. Quando è possibile vedere il lago, lo si vede mutato in un enorme paiolo nel furore dell’ebollizione. Onde alte almeno un metro lo corrono in tutti i sensi, si urtano, crescono fondendosi, si separano correndo in direzioni opposte in cerca di un’altra onda con cui cozzarsi, tutto un duello di spume, di creste, di gobbe panciute, di scrosci, di muggiti, di schiaffi fin contro le case più prossime a riva. Quando le case parano la vista, il lago si tiene presente col suo fragore, che supera il fischio del vento che piega gli alberi strappandone foglie e facendo cadere frutti, e il boato dei tuoni lunghi, minacciosi, preceduti da lampi sempre più spessi e potenti.
10«Chissà che paura avranno quelle donne!», soffia Pietro col fiato grosso.
11«Mia Madre no. Non so l’altra. Ma certo se non facciamo presto si bagneranno forte».
12Cafarnao è superata di qualche centinaio di metri quando, fra nuvoli di polvere, in mezzo al primo scroscio di un acquazzone che scende obliquo e violento, rigando l’aria cupa, divenendo presto cataratta che si polverizza, che accieca, che mozza il fiato, si vede una coppia di donne correre, cercando riparo sotto qualche albero folto.
«Eccole! Corriamo!».
13Ma per quanto il suo amore per Maria dia ali a Pietro, egli, con le sue gambe corte e non certo da corridore, giunge quando Gesù e Giacomo hanno già raccolto le donne sotto un pesante pezzo di vela.
14«Qui non si può stare. C’è pericolo di folgori e fra poco la via sarà un torrente. Andiamo, Maestro. Almeno alla prima casa», dice Pietro affannato.
La Maddalena ha superato il suo temporale.
15Vanno con le donne al centro, tenendo il telo steso sulle loro teste e schiene. La prima parola che Gesù dice alla Maddalena, che è ancora nella veste della sera del convito in casa di Simone, ma con un mantello di Maria SS. sulle spalle, è questa: «Hai paura, Maria?».
16Questa, che è sempre stata a capo chino sotto il velo delle sue chiome, che nel correre si sono disfatte, avvampa, china ancora di più la testa e mormora: «No, Signore».
17Anche la Madonna ha perduto le forcine e pare una bambina con le trecce giù per le spalle. Ma sorride al Figlio che è al suo fianco e gli parla con quel suo sorriso.
18«Sei molto bagnata, Maria», dice Giacomo d’Alfeo toccando il velo e il mantello della Madonna.
19«Non fa nulla. E ora non ci bagniamo più. Non è vero, Maria? Egli ci ha salvato anche dalla pioggia», dice dolcemente Maria alla Maddalena, di cui sente il doloroso imbarazzo.
20Questa annuisce col capo. «Tua sorella sarà contenta di rivederti. É a Cafarnao. Ti cercava», dice Gesù.
21Maria alza per un momento il capo e fissa i suoi splendidi occhi in volto a Gesù, che le parla con la naturalezza che usa con le altre discepole. Ma non dice niente. É strozzata da troppe emozioni.
22Gesù termina: «Sono contento di averla trattenuta. Vi lascerò andare dopo avervi benedette».
La parola si perde nello schianto secco di un fulmine vicino. La Maddalena ha un atto di spavento. Si porta le mani al viso e si curva con uno scoppio di pianto.
23«Niente paura!», conforta Pietro. «Ormai è passato. E con Gesù non c’è mai da avere paura».
Anche Giacomo, che è al fianco della Maddalena, dice: «Non piangere. Ormai le case sono vicine».
24«Non piango di paura… Piango perché Egli mi ha detto che mi benedirà… Io… io…», e non può dire altro.
25La Vergine interviene a calmarla dicendo: «Tu Maria, hai già superato il tuo temporale. Non ci pensare più. Ora tutto è sereno e pace. Non è vero, Figlio mio?».
26«Sì, Madre. É tutto vero. Fra poco tornerà il sole e tutto sarà più bello, mondo, fresco di ieri. Così per te, Maria».
27La Madre riprende, stringendo la mano della Maddalena: «Dirò a Marta le tue parole. Sono contenta di poterla vedere subito e dirle quanto la sua Maria sia piena di buona volontà».
28Pietro, sguazzando nella fanghiglia e prendendo il diluvio con pazienza, esce da sotto il riparo per andare verso una casa a chiedere ricovero.
«No, Simone. Preferiamo tutti ritornare nella nostra. Non è vero?», dice Gesù.
Tutti approvano e Pietro torna sotto il telo.
29Cafarnao è un deserto. Vi regnano padroni il vento, la pioggia, i tuoni, i lampi, e ora la grandine che suona e rimbalza su terrazzi e facciate. Il lago è di una terribilità imponente. Le case vicine ad esso sono schiaffeggiate dalle onde, perché la spiaggetta non esiste più e le barche, assicurate presso le case, sembrano naufragate tanto sono colme d’acqua, che ogni maroso aumenta facendone traboccare quella già esistente in esse.
30Entrano correndo nell’orto, divenuto un’enorme pozzanghera in cui galleggiano detriti sull’acqua motosa, e da questo nella cucina dove tutti sono radunati.
La discepola e la sorella.
31Il grido di Marta, quando vede la sorella tenuta per mano da Maria, è acuto. Le si stringe al collo, senza sentire quanto si bagna nel farlo, la bacia, la chiama: «Miri, Miri, gioia mia!». Forse è il vezzeggiativo che usavano per la Maddalena piccina.
32Maria piange, curva, col capo sulla spalla fraterna, rivestendo la veste scura di Marta di un pesante velo d’oro, unica cosa che splenda nella cucina buia, dove solo è un fuocherello di stipe per rompere la tenebra che non è sufficiente a vincere una lampadetta accesa.
33Gli apostoli sono di stucco, e così lo è il padrone di casa e la padrona che si sono affacciati per lo strillo di Marta, ma che dopo un momento di curiosità comprensibile si ritirano discreti.
34Quando la furia degli abbracci si è un poco sedata, Marta si ricorda di Gesù, di Maria, della stranezza della loro venuta tutti insieme, e chiede alla sorella, alla Madonna, a Gesù, e non saprei dire a chi con più insistenza: «Ma come? Come tutti insieme?».
35«Il temporale, Marta, si faceva vicino. Sono andato con Simone, Giacomo e il tuo servo incontro alle due pellegrine».
36Marta è tanto stupita che non riflette al fatto che Gesù andasse così sicuro incontro a loro e non chiede: «Ma Tu sapevi?».
37É Tommaso che lo chiede a Gesù. Ma non ne ha risposta perché Marta dice alla sorella: «Ma come eri con Maria?».
38La Maddalena china il capo. La soccorre la Madonna prendendola per mano e dicendo: «É venuta da me come una pellegrina che vada al luogo dove può esserle detto il cammino da fare per raggiungere la mèta. E mi ha detto: “Insegnami come devo fare per essere di Gesù”. Oh! poiché in lei è volontà vera e totale, ha subito compreso e appreso questa sapienza! Ed io l’ho trovata subito pronta per prenderla per mano, così, e condurla a Te, Figlio mio, a te Marta buona, a voi, fratelli discepoli, e dirvi: “Ecco la discepola e la sorella che non darà che soprannaturali gioie al suo Signore e ai fratelli suoi”. Vogliatemi credere e amarla tutti come Gesù ed io l’amiamo».
39Allora gli apostoli si avvicinano salutando la nuova sorella. Non è escluso che ci sia della curiosità… Ma come si fa?! Si è ancora uomini…
40É il buon senso di Pietro che dice: «Va bene tutto. Voi le assicurate aiuto e amicizia santa. Ma bisognerebbe pensare che la Madre e la sorella sono molto bagnate… Lo siamo anche noi, veramente… Ma per esse è peggio. I loro capelli stillano acqua come salici dopo l’uragano, le vesti sono fangose e bagnate. Facciamo fuoco, chiediamo vesti, prepariamo del cibo caldo…».
41Tutti si danno da fare e Marta conduce nella stanza le due inzuppate viaggiatrici, mentre viene riattivato il fuoco e stesi davanti alla fiamma i mantelli, i veli, le vesti inzuppate. Non so come provvedano di là… So che Marta, ritrovata la sua energia di ottima donna di casa, va e viene sollecita, con catini e acqua calda, con tazze di latte fumante, con vesti prestate dalla padrona, per soccorrere le due Marie…
8. Parabola dei pesci e parabola della perla. Il tesoro degli insegnamenti antichi e nuovi[25].
Un segno indicatore per i colpevoli.
Passato il temporale
1Sono tutti riuniti nella vasta stanza superiore. Il temporale violento si è risolto in una pioggia persistente, che ora si fa lieve fin quasi a sospendere e ora infittisce con improvvisa furia. Il lago non è certo azzurro oggi, ma giallastro, con strie di spume nei momenti di vento e acquazzone, grigio plumbeo con spume bianche nelle soste dell’acquazzone. Le colline, tutte grondanti d’acqua, con le fronde ancora piegate per tanto che sono molli di pioggia, con qualche ramo che pende spezzato dal vento e molte foglie strappate dalla grandine, mostrano righe di ruscelli da ogni parte, acque giallognole che riversano nel lago foglie, sassi, terra rapita alle chine. La luce è rimasta offuscata, verdognola.
2Nella stanza sono, sedute presso una finestra che guarda le colline, Maria con Marta e la Maddalena, più due altre donne che non so di preciso chi siano. Ma ho l’impressione che siano già conosciute da Gesù e Maria e dagli apostoli, perché sono a loro agio. Certo più della Maddalena, che sta ferma ferma, a capo chino, fra la Vergine e Marta.
3Gli abiti riasciugati alla fiamma, spazzolati dal fango, sono stati rimessi. Ma dico male. È stato indossato dalla Vergine il suo di lana azzurro cupo. Ma la Maddalena ha una veste di imprestito, corta e stretta per lei alta e formosa, e cerca di riparare alle manchevolezze della veste stando avvolta nel mantello della sorella. Si è raccolta i capelli in due grosse trecce annodandosele sulla nuca in qualche modo, perché per sostenere quel peso ci vuole ben più delle poche forcine racimolate lì per lì. Infatti, dopo, io ho sempre visto che la Maddalena aiuta le forcine con un nastrino che le fa quasi un diadema sottile, perdendosi col suo colore paglia nell’oro dei capelli.
Il Tadeo chiede per sua mamma.
4Nell’altro lato della stanza, seduti chi su sgabelli, chi sui davanzali delle finestre, sono Gesù con gli apostoli e il padrone di casa. Manca il servo di Marta. Pietro e gli altri pescatori studiano il tempo, facendo pronostici per il domani. Gesù ascolta, oppure risponde a questo e a quello.
5«Ad averlo saputo, di questo, avrei detto a mia madre di venire. È bene che la donna sia messa subito a suo agio con le compagne», dice Giacomo di Zebedeo sbirciando verso le donne.
6«Eh! ad averlo saputo!… 2Ma perché poi la mamma non è venuta con Maria?», chiede il Taddeo al fratello Giacomo.
«Non lo so. Me lo chiedo anche io».
«Non si sentirà male?».
«Maria lo avrebbe detto».
«Io glielo chiedo», e il Taddeo va dalle donne.
7Si sente la voce limpida di Maria rispondere: «Sta bene. Sono stata io che le ho evitato uno strapazzo con questo caldo. Siamo scappate come due bambine, non è vero, Maria? Maria è venuta a sera oscura e all’alba siamo partite. Non ho che detto ad Alfeo: “Ecco la chiave. Tornerò presto. Dillo a Maria”. E sono venuta».
8«Torneremo insieme, Madre. Non appena il tempo sarà buono e Maria avrà una veste, noi andremo, tutti insieme, per la Galilea, accompagnando le sorelle fino alla via più sicura. Così saranno conosciute anche da Porfirea, da Susanna, dalle vostre mogli e figlie, Filippo e Bartolomeo».
10È squisito quel dire: «saranno conosciute», per non dire: «Maria sarà conosciuta»! È forte, anche. E abbatte tutte le prevenzioni e restrizioni mentali degli apostoli verso la redenta. La impone, vincendo le riluttanze di loro, le vergogne di lei, tutto. Marta splende nel viso, Maria Maddalena avvampa e ha uno sguardo supplice, riconoscente, turbato, che so?… Maria Ss. ha il suo sorriso soave.
La Maddalena è un segno indicatore per i colpevoli.
11«Dove andremo per primo luogo, Maestro?».
«A Betsaida. Poi per Magdala, Tiberiade, Cana, a Nazareth. Di lì, per Jafia e Semeron, andremo a Betlem di Galilea e poi a Sicaminom e a Cesarea…».
12Gesù è interrotto da uno scoppio di pianto della Maddalena. Alza il capo, la guarda e poi riprende come nulla fosse: «A Cesarea troverete il vostro carro. Ho ordinato così al servo, e andrete a Betania. Ci rivedremo poi, ai Tabernacoli».
13Maddalena si riprende presto e non risponde alle domande della sorella, ma esce dalla stanza ritirandosi forse in cucina per qualche tempo.
14«Maria soffre, Gesù, nel sentire che deve venire in certe città. Bisogna capirla… Lo dico più per i discepoli che per Te, Maestro», dice umile e affannata Marta.
15«È vero, Marta. Ma così deve avvenire. Se ella non affronta subito il mondo e non strozza quell’orrendo aguzzino del rispetto umano, rimane paralizzata la sua eroica conversione. Subito e con noi».
16«Con noi nessuno le dirà nulla. Te lo assicuro, Marta, anche per tutti i compagni miei», promette Pietro.
17«Ma certo! La circonderemo come una sorella. Così ha detto Maria che ella è, e così sarà per noi», conferma il Taddeo.
18«E poi!… Siamo tutti peccatori e il mondo non ci ha risparmiato neppure noi. Comprendiamo perciò le sue lotte», dice lo Zelote.
19«Io più di tutti la capisco. Nei posti dove peccammo è molto meritorio vivere. Le persone sanno chi siamo!… È una tortura. Ma è anche una giustizia e una gloria resistere lì. Appunto perché è palese in noi la potenza di Dio, noi siamo oggetto di conversioni anche senza usare parole», dice Matteo.
20«Tu vedi, Marta, che tua sorella è compresa da tutti e amata da tutti. E lo sarà sempre più. Lei diverrà un segno indicatore per tante anime colpevoli e pavide. E una grande forza anche per i buoni. Perché Maria, quando avrà frantumato le ultime catene della sua umanità, sarà un fuoco di amore. Non ha che cambiato direzione all’esuberanza del suo sentimento. Ha riportato questa sua potente facoltà di amare in un piano soprannaturale. E ivi compierà prodigi. Ve lo assicuro. Ora è ancora turbata. Ma la vedrete giorno per giorno pacificarsi e irrobustirsi nella sua nuova vita. In casa di Simone ho detto: “Molto le è perdonato perché molto ella ama”. Ora vi dico che in verità tutto le sarà perdonato perché ella amerà con tutta la sua forza, la sua anima, il suo pensiero, il suo sangue, la sua carne, fino all’olocausto, il suo Dio».
21«Lei beata che merita queste parole! Vorrei meritarle anche io», sospira Andrea.
22«Tu? Ma tu le meriti già! 5Vieni qui, mio pescatore. Ti voglio raccontare una parabola che pare pensata proprio per te».
22«Maestro, attendi. Vado a prendere Maria. Desidera tanto di sapere la tua dottrina! …».
23Mentre Marta esce, gli altri dispongono i sedili in modo da fare un semicerchio intorno a quello di Gesù. Tornano le due sorelle e riprendono posto vicino a Maria Ss.
Gesù inizia a parlare:
La rete e la perla preziosa.
La parabola dei pescatori (Mt 13,47-48)[26].
24«Dei pescatori uscirono al largo e gettarono nel mare la loro rete, e dopo il tempo dovuto la tirarono a bordo. Con molta fatica compivano così il loro lavoro per ordine di un padrone che li aveva incaricati di fornire di pesce prelibato la sua città, dicendo loro anche: “Però quei pesci che sono nocivi o scadenti non state neppure a trasportarli a terra. Ributtateli in mare. Altri pescatori li pescheranno e, poiché sono pescatori di un altro padrone, li porteranno alla città dello stesso, perché là si consuma ciò che è nocivo e che rende sempre più orrida la città del mio nemico. Nella mia, bella, luminosa, santa, non deve entrare nulla di malsano”.
25Tirata perciò a bordo la rete, i pescatori iniziarono il lavoro di cernita. I pesci erano molti, di diverso aspetto, grossezza e colore. Ve ne erano di bell’aspetto, ma con una carne piena di spine, dal cattivo sapore, dal grosso buzzo pieno di fanghiglia, di vermi, di erbe marce che aumentavano il sapore cattivo della carne del pesce. Altri invece erano di brutto aspetto, un muso che pareva il ceffo del delinquente o di un mostro da incubo, ma i pescatori sapevano che la loro carne è squisita. Altri, per essere insignificanti, passavano inavvertiti. I pescatori lavoravano, lavoravano. Le ceste erano colme di pesce squisito ormai e nella rete erano i pesci insignificanti. “Ormai basta. Le ceste sono colme. Gettiamo tutto il resto a mare”, dissero molti pescatori.
26Ma uno, che poco aveva parlato, mentre gli altri avevano magnificato o deriso ogni pesce che capitava loro fra le mani, rimase a frugare nella rete e tra la minutaglia insignificante scoperse ancora due o tre pesci, che mise al disopra di tutti nelle ceste. “Ma che fai?”, chiesero gli altri. “Le ceste sono complete, belle. Tu le sciupi mettendovi sopra per traverso quel povero pesce lì. Sembra che tu lo voglia celebrare come il più bello”. “Lasciatemi fare. Io conosco questa razza di pesci e so che rendimento e che piacere danno”.
27Questa è la parabola, che finisce con la benedizione del padrone al pescatore paziente, esperto e silenzioso, che ha saputo discernere fra la massa i migliori pesci.
Applicazione della parabola (Mt 13,49-50)[27].
28Ora udite l’applicazione di essa.
29Il padrone della città bella, luminosa e santa, è il Signore. La città è il Regno dei Cieli. I pescatori, i miei apostoli. I pesci del mare, l’umanità nella quale è presente ogni categoria di persone. I pesci buoni, i santi.
30Il padrone della città orrida è Satana. La città orrida, l’Inferno. I suoi pescatori, il mondo, la carne, le passioni malvagie incarnate nei servi di Satana sia spirituali, ossia demoni, sia umani, ossia uomini che sono i corruttori dei loro simili. I pesci cattivi, l’umanità non degna del Regno dei Cieli: i dannati.
31Fra i pescatori delle anime per la Città di Dio ci saranno sempre quelli che emuleranno la capacità paziente del pescatore che sa perseverare nella ricerca, proprio negli strati dell’umanità, dove altri suoi compagni, più impazienti, hanno levato solo le bontà che appaiono tali a prima vista. E vi saranno purtroppo anche pescatori che, per essere troppo svagati e ciarlieri, mentre il lavoro di cernita esige attenzione e silenzio per udire le voci delle anime e le indicazioni soprannaturali, non vedranno pesci buoni e li perderanno. E vi saranno quelli che per troppa intransigenza respingono anche anime che non sono perfette nell’aspetto esteriore ma ottime per tutto il resto.
32Che vi importa se uno dei pesci che catturate per Me mostra i segni di lotte passate, presenta mutilazioni prodotte da tante cause, se poi queste non ledono il suo spirito? Che vi importa se uno di questi, per liberarsi dal Nemico, si è ferito e si presenta con queste ferite, se il suo interno mostra la sua chiara volontà di voler essere di Dio? Anime provate, anime sicure. Più di quelle che sono come infanti salvaguardati dalle fasce, dalla cuna e dalla mamma, e che dormono sazi e buoni, o sorridono tranquilli, ma che però possono in seguito, con la ragione e l’età, e le vicende della vita che avanzano, dare dolorose sorprese di deviazioni morali.
33Vi ricordo la parabola del figliuol prodigo. Altre ne udrete, perché sempre Io mi studierò a infondervi un retto discernimento nel modo di vagliare le coscienze e di scegliere il modo con cui guidare le coscienze, che sono singole, ed ognuna, perciò, ha il suo speciale modo di sentire e di reagire alle tentazioni e agli insegnamenti.
34Non crediate facile l’essere cernitore di animi. Tutt’altro. Ci vuole occhio spirituale tutto luminoso di luce divina, ci vuole intelletto infuso di divina sapienza, ci vuole possesso delle virtù in forma eroica, prima fra tutte la carità. Ci vuole capacità di concentrarsi nella meditazione, perché ogni anima è un testo oscuro che va letto e meditato. Ci vuole unione continua con Dio, dimenticando tutti gli interessi egoisti. Vivere per le anime e per Dio. Superare prevenzioni, risentimenti, antipatie. Essere dolci come padri e ferrei come guerrieri. Dolci per consigliare e rincuorare. Ferrei per dire: “Ciò non è lecito e non lo farai“. Oppure: “Ciò è bene si faccia e tu lo farai“. Perché, pensatelo bene, molte anime saranno gettate negli stagni infernali. Ma non saranno solo anime di peccatori. Anche anime di pescatori evangelici vi saranno: quelle di coloro che avranno mancato al loro ministero, contribuendo alla perdita di molti spiriti.
35Verrà il giorno — l’ultimo giorno della Terra, il primo della Gerusalemme completata e eterna — in cui gli angeli, come i pescatori della parabola, separeranno i giusti dai malvagi, perché al comando inesorabile del Giudice i buoni passino al Cielo e i cattivi nel fuoco eterno. E allora sarà resa nota la verità circa i pescatori ed i pescati, cadranno le ipocrisie e apparirà il popolo di Dio quale è, coi suoi duci e i salvati dai duci. Vedremo allora che tanti, fra i più insignificanti all’esterno o i più malmenati all’esterno, sono gli splendori del Cielo, e che i pescatori quieti e pazienti sono quelli che più hanno fatto, splendendo ora di gemme per quanti sono i loro salvati.
La parabola è detta e spiegata».
36«E mio fratello?!… Oh! ma! …». Pietro lo guarda, lo guarda… poi guarda la Maddalena…
«No, Simone. In quella io non ci ho merito. Il Maestro solo ha fatto», dice schietto Andrea.
37«Ma gli altri pescatori, quelli di Satana, prendono dunque gli avanzi?», chiede Filippo.
«Tentano prendere i migliori, gli animi capaci di maggior prodigio di Grazia, ed usano degli stessi uomini per farlo, oltre che delle loro tentazioni. Ce ne sono tanti nel mondo che per un piatto di lenticchie rinunciano alla primogenitura!».
Parabola della perla preziosa (Mt 13,45-46)[28].
38«Maestro, l’altro giorno Tu dicevi che molti sono quelli che si lasciano sedurre da cose del mondo. Sarebbero ancora quelli che pescano per Satana?», chiede Giacomo d’Alfeo.
39«Sì, fratello mio. In quella parabola l’uomo si lasciò sedurre dal molto denaro che poteva dare molto godimento, perdendo ogni diritto al Tesoro del Regno. Ma in verità vi dico che su cento uomini solo un terzo sa resistere alla tentazione dell’oro o ad altre seduzioni, e di questo terzo solo la metà sa farlo in maniera eroica. Il mondo muore asfissiato per aggravarsi volontariamente dei lacci del peccato. Vale meglio essere spogli di tutto anziché avere ricchezze irrisorie e illusorie. Sappiate fare come i saggi gioiellieri, i quali, saputo che in un luogo è stata pescata una perla rarissima, non si preoccupano di trattenere tante piccole gioie nei loro forzieri, ma di tutto si liberano per acquistare quella perla meravigliosa».
40«Ma allora perché Tu stesso metti delle differenze nelle missioni che dai alle persone che ti seguono, e dici che noi le missioni le dobbiamo tenere come dono di Dio? Allora bisognerebbe rinunciare anche a queste, perché anche queste sono briciole rispetto al Regno dei Cieli», dice Bartolomeo.
41«Non briciole: mezzi sono. Briciole sarebbero, meglio ancora, sarebbero festuche di paglia sudicia, se divenissero scopo umano nella vita. Quelli che armeggiano per avere un posto a scopo di utile umano fanno di quel posto, anche se santo, una festuca di paglia sudicia. Ma fatene una ubbidiente accettazione, un gioioso dovere, un totale olocausto, e ne farete una perla rarissima. La missione è un olocausto, se compiuta senza riserva, è un martirio, è una gloria. Gronda lacrime, sudore, sangue. Ma forma corona di eterna regalità».
«Tu sai proprio rispondere a tutto!».
32«Ma mi avete capito? Comprendete ciò che Io dico con paragoni trovati nelle cose di ogni giorno, illuminate però da una luce soprannaturale che ne fa spiegazione a cose eterne?».
«Sì, Maestro».
Il discepolo del Regno (Mt 13,51-52)[29].
33«Ricordatevi allora il metodo per istruire le turbe. Perché questo è uno dei segreti degli scribi e dei rabbi: ricordare. In verità vi dico che ognuno di voi, istruito nella sapienza di possedere il Regno dei Cieli, è simile ad un padre di famiglia che trae fuori dal suo tesoro ciò che serve alla famiglia, usando cose antiche o cose nuove, ma tutte per l’unico scopo di procurare il benessere ai propri figli.
34L’acqua è cessata. Lasciamo in pace le donne e andiamo dal vecchio Tobia che sta per aprire i suoi occhi spirituali sulle albe dell’al di là. La pace a voi, donne».
9. A Betsaida da
Porfirea e Marziam, che insegna alla Maddalena
la preghiera di Gesù[30].
All’aurora verso Betsaida.
1E’ tornato il sereno sul mare di Galilea. Tutto anzi è più bello di prima della tempesta perché si è ripulito dalla polvere. L’atmosfera è di un nitore assoluto e l’occhio, guardando il firmamento, ha l’impressione che si sia alzato, fatto più leggero… un velano quasi trasparente steso fra la Terra e i fulgori del Paradiso. Il lago rispecchia questo azzurro perfetto e ride quieto con le sue acque di turchese.
2È un inizio d’aurora. Gesù con Maria, Marta e Maddalena, sale sulla barca di Pietro. Con Lui sono, oltre che Pietro e Andrea, anche lo Zelote, Filippo, Bartolomeo. Matteo, Tommaso, i cugini di Gesù, l’Iscariota sono invece nell’altra barca di Giacomo e Giovanni. Puntano diritti verso Betsaida. Un breve tragitto che il vento favorisce. Il percorso è fatto in pochi minuti.
I due apostoli inseparabili.
3Quando stanno per giungere, Gesù dice a Bartolomeo e all’inseparabile Filippo: «Andrete ad avvisare le vostre donne. Oggi verrò in casa vostra». E fissa i due in maniera eloquente.
«Sarà fatto, Maestro. Non concedi né a me né a Filippo di averti?».
«Non ci tratteniamo che fino al tramonto e non voglio privare Simon Pietro della gioia di godersi Marziam».
4La barca striscia sulla riva e si ferma. Scendono, e Filippo e Bartolomeo si staccano dai compagni per andare in paese.
«Dove vanno quei due?», chiede Pietro al Maestro, che è sceso per primo ed è al suo fianco.
«Ad avvisare le loro donne».
Porfirea, la discepola buona e silenziosa.
5«Vado anche io ad avvisare Porfirea, allora».
«Non occorre. Porfirea è tanto buona che non occorre prepararla a nulla. Il suo cuore non sa che dare dolcezza».
6Simon Pietro splende sentendo la lode della sua sposa e non dice altro. Sono intanto scese le donne, per le quali è stata messa una tavola a fare da barcarizzo, e vanno a casa di Simone.
7Li vede per primo Marziam, che sta uscendo con le sue pecorelle per portarle a brucare l’erba fresca sulle prime pendici di Betsaida, e con uno strillo di gioia dà l’annuncio, correndo a rifugiarsi sul petto di Gesù che si è curvato per baciarlo. Poi va da Pietro. Accorre, con le mani infarinate, Porfirea, e si curva nel saluto.
8«Pace a te, Porfirea. Non ci attendevi tanto presto, non è vero? Ma ti ho voluto portare mia Madre e due discepole, oltre che la mia benedizione. Mia Madre desiderava rivedere il bambino… Eccolo là fra le sue braccia. E le discepole desideravano conoscerti… Questa è la moglie di Simone. La discepola buona e silenziosa, attiva nella sua ubbidienza più di molti altri. Queste sono Marta e Maria di Betania. Due sorelle. Vogliatevi bene».
9«Quelli che Tu mi conduci mi sono più cari del sangue mio, Maestro. Vieni. La mia casa si fa più bella ogni volta che Tu vi metti piede».
10Maria si avvicina sorridente e abbraccia Porfirea dicendole: «Vedo che in te è veramente viva la madre. Il bambino ha già prosperato ed è felice. Grazie».
11«Oh! Donna più di ogni altra benedetta! So che per te io ho avuto la gioia di essere chiamata mamma. E tu sappi che non ti darò il dolore di non esserlo con tutto il migliore che è in me. Entra, entra con le sorelle…».
Il piccolo confortatore.
12Marziam guarda curiosamente la Maddalena. Tutto un lavoro di pensieri si forma nella sua testa. Infine dice: «Però… a Betania tu non c’eri…».
13«Non c’ero. Ma ora ci sarò sempre», dice la Maddalena con un rossore e un accenno di sorriso. E carezza il bambino dicendo: «Anche se ci conosciamo solo ora, mi vuoi bene?».
14«Sì perché sei buona. Hai pianto, non è vero? È per quello che sei buona. E ti chiami Maria, non è vero? Anche la mia mamma si chiamava così ed era buona. Tutte le donne che si chiamano Maria sono buone. Però», termina per non addolorare Porfirea e Marta, «però ce ne sono di buone anche in quelle di un altro nome. Tua mamma come si chiamava?».
15«Eucheria… ed era tanto buona», e due lacrimoni cadono dagli occhi di Maria di Magdala. «Piangi perché è morta?», chiede il bambino e l’accarezza sulle bellissime mani incrociate sulla veste scura, certo una di Marta adattata a lei perché mostra l’orlo abbassato. E aggiunge: «Ma non devi piangere. Non siamo soli, sai? Le nostre mamme ci sono sempre vicine. Lo dice Gesù. E sono come angeli custodi. Anche questo lo dice Gesù. E se si è buoni ci vengono incontro quando si muore, e si sale a Dio in braccio alla mamma. Ma è vero, sai? Lo ha detto Lui!».
Maria di Magdala abbraccia stretto il piccolo confortatore e lo bacia dicendo: «Prega allora che io diventi buona così».
L’innocenza conforta sempre.
16«Ma non lo sei? Con Gesù vanno solo quelli che sono buoni… E se non lo si è del tutto lo si diventa, per potere essere i discepoli di Gesù, perché non si può insegnare se non si sa. Non si può dire: “Perdona”, se prima non perdoniamo noi. Non si può dire: “Devi amare il tuo prossimo” se prima non lo si ama noi. La sai la preghiera di Gesù?».
«No».
17«Ah! già! sei da poco con Lui. È tanto bella, sai? Dice tutte queste cose. Senti come è bella». E Marziam dice lentamente il Pater noster, con sentimento e fede.
«Come la sai bene!», dice ammirata Maria di Magdala.
18«Me l’hanno insegnata la mia mamma di notte e la Mamma di Gesù di giorno. Ma se vuoi te la insegno. Vuoi venire con me? Le pecorelle belano. Hanno fame. Ora le porto al pascolo. Vieni con me. Ti insegnerò a pregare e diventerai buona del tutto», e le prende la mano.
«Ma non so se il Maestro vuole…».
19«Vai, vai, Maria. Hai un innocente per amico e degli agnelli… Vai pure. Serenamente…»
20Maria di Magdala esce col bambino e la si vede allontanare preceduta dalle tre pecorelle. Gesù guarda… e guardano gli altri.
21«Povera sorella mia!», dice Marta.
22«Non la compassionare. È un fiore che raddrizza lo stelo dopo l’uragano. Senti?… Ride… L’innocenza conforta sempre».
10. Vocazione della
figlia di Filippo. L’arrivo a Magdala e la parabola
della dramma
perduta[31].
Divino sposo delle anime.
Maddalena nella sua posa di convertita.
1La barca bordeggia il tratto da Cafarnao a Magdala.
2Maria di Magdala è per la prima volta nella sua posa abituale di convertita: seduta sul fondo della barca ai piedi di Gesù, che è invece austeramente seduto su una delle panchette della stessa barca. Il viso della Maddalena è oggi molto diverso da quello di ieri; non è ancora il viso radioso della Maddalena che corre incontro al suo Gesù ogni volta che Egli va a Betania, ma è già un viso sgombro da timori e da tormenti, e l’occhio, che prima era avvilito per quanto prima ancora era sfrontato, ora è serio ma sicuro, e nella sua dignitosa serietà brilla ogni tanto una scintilla di letizia ascoltando Gesù che parla con gli apostoli o con sua Madre e Marta.
L’Amatore più potente
3Parlano della bontà di Porfirea, così semplice e così amorosa, parlano dell’accoglienza affettuosa di Salome e delle donne di Bartolomeo e Filippo, e il medesimo dice: «Se non fosse che sono ancora molto fanciulle, e la madre è contraria a saperle per le vie, esse pure ti seguirebbero, Maestro».
4«Mi segue l’anima loro. Ed è ugualmente santo amore. 2Filippo, ascoltami. La tua maggiore sta per essere promessa, non è vero?».
«Sì, Maestro. Un degno sponsale e un buono sposo. Non è vero, Bartolomeo?».
5«È vero. Ne sono garante perché conosco la famiglia. Non ho potuto accettare di essere io chi propone l’affare, ma lo avrei fatto, se non fossi trattenuto presso il Maestro, con piena pace di creare una santa famiglia».
«Ma la fanciulla mi ha pregato di dirti di non farne nulla».
6«Non le piace lo sposo? È in errore. Ma la gioventù è folle. Spero si persuaderà. Non c’è motivo di respingere un ottimo sposo. A meno che… No, non può essere!», dice Filippo.
«A meno che? Termina, Filippo», sprona Gesù.
«A meno che non ami un altro. Ma non è possibile! Non esce mai di casa e in casa vive molto ritirata. Non è possibile!».
7«Filippo, ci sono amatori che penetrano anche nelle case più chiuse; che sanno parlare a quelle che amano nonostante tutte le barriere e le sorveglianze; quelli che abbattono ogni ostacolo di vedovanze, o di fanciullezze ben custodite, o.… di altro ancora, e che prendono quelle che vogliono. E ci sono anche amatori che non possono essere rifiutati. Perché sono prepotenti nel volere. Perché sono seducenti nel convincere ogni resistenza, fosse anche quella del demonio. Tua figlia ama uno di questi. E il più potente».
8«Ma chi? Uno della corte di Erode?».
«Quella non è potenza!».
9«Uno… uno della casa del Proconsole, un patrizio romano? Non lo permetterò a nessun costo. Il puro sangue d’Israele non avrà contatti col sangue impuro. A costo di uccidere mia figlia. 3Non sorridere, Maestro! Io soffro!».
10«Perché sei come un cavallo imbizzarrito. Vedi ombre dove è solo luce. Ma sta’ quieto. Non è che un servo anche il Proconsole, e servi sono i suoi patrizi amici, e servo è Cesare».
11«Ma Tu scherzi, Maestro! Mi hai voluto fare paura. Non c’è nessuno più grande di Cesare e più padrone di lui».
Divino sposo delle anime.
12«Ci sono Io, Filippo».
13«Tu? Tu vuoi sposare mia figlia?!».
14«No. La sua anima. Sono Io l’amatore che penetra nelle case più chiuse e nei cuori ancor più serrati da sette e sette chiavi. Sono Io che so parlare nonostante tutte le barriere e sorveglianze. Sono Io che abbatto tutti gli ostacoli e prendo ciò che voglio prendere: puri e peccatori, vergini e vedovi, liberi da vizi e schiavi di essi. E a tutti dò un’unica e nuova anima, rigenerata, beatificata, eternamente giovane. Gli sponsali miei. E nessuno può rifiutare di darmi le mie dolci prede. Non padre, non madre, non figli e neppure Satana. Sia che Io parli all’anima di una fanciulla come è la tua figlia, o di un peccatore immerso nel peccato e tenuto da Satana con sette catene, l’anima viene a Me. E nulla e nessuno me la strappa più. Né nessuna ricchezza, potenza, gioia del mondo, comunica la letizia perfetta che è di quelli che si coniugano con la mia povertà, con la mia mortificazione. Nudi di ogni povero bene, rivestiti di ogni celeste bene. Ilari della serenità di essere di Dio, solo di Dio… Essi sono i padroni della Terra e del Cielo. La prima perché la signoreggiano, il secondo perché lo conquistano».
15«Ma nella nostra Legge ciò non è mai stato!», esclama Bartolomeo.
16«Spogliati dell’uomo vecchio, Natanaele. Quando ti ho visto per la prima volta ti ho salutato dicendoti perfetto israelita senza frode. Ma ora tu sii di Cristo, non di Israele. Siilo senza frode e senza lacci. Rivestiti di questa nuova mentalità. Altrimenti non potrai capire tante bellezze della redenzione che Io sono venuto a portare alla Umanità tutta».
17Filippo interviene dicendo: «E mia figlia dici che è stata chiamata da Te? E che farà ora? Io non te la contrasto di certo. Ma voglio sapere, anche per aiutarla, in che è la sua chiamata…».
18«Nel portare i gigli di un amore verginale nel giardino di Cristo. Ce ne saranno tante nei secoli avvenire!… Tante! Aiuole di incensi per controbilanciare le sentine dei vizi. Anime oranti per controbilanciare i bestemmiatori e gli atei. Aiuto a tutte le infelicità umane e gioia di Dio».
Maria Maddalena vergine e martire.
19Maria di Magdala apre le labbra per chiedere, e lo fa arrossendo ancora ma con più spigliatezza degli altri giorni: «E noi, le rovine che Tu edifichi, che diventiamo?».
«Quello che sono le sorelle vergini…».
20«Oh! non può essere! Abbiamo calpestato troppo fango e.… e.… e non può essere».
21«Maria, Maria! Gesù non perdona mai a metà. Ti ha detto che ti ha perdonato. E così è. Tu e tutti coloro che come te peccarono, e che il mio amore perdona e disposa, profumerete, pregherete, amerete, conforterete, rese conscie del male e atte a curarlo dove è, anime che per gli occhi di Dio sono martiri. Care perciò come le vergini».
22«Martiri? In che, Maestro?».
«Contro voi stesse e i ricordi del passato e per sete di amore e di espiazione».
23«Lo devo credere? …». La Maddalena guarda tutti quelli che sono nella barca, chiedendo conferma alla sua speranza che si accende.
24«Chiedilo a Simone. Parlai di te e di voi peccatori in genere, in una sera stellata, nel tuo giardino. E i tuoi fratelli tutti ti possono dire se la mia parola non ha cantato per tutti i redenti i prodigi della Misericordia e della conversione».
25«Me ne ha parlato, con voce di angelo, anche il bambino. Sono tornata con l’anima rinfrescata da quella sua lezione. Mi ha fatto conoscere Te meglio ancora di mia sorella, tanto che oggi mi sentivo più forte per affrontare Magdala. Ora che Tu mi dici questo, io sento crescere la mia fortezza. Ho dato scandalo al mondo. Ma, te lo giuro, mio Signore, ora il mondo guardando me giungerà a comprendere cosa è il tuo potere».
26Gesù le posa per un momento la mano sul capo, mentre Maria Ss. le sorride come Lei sa fare: paradisiacamente.
Ogni anima è un tesoro.
Gli incontri con l’amore.
27Ecco Magdala stesa al bordo del lago, con il sole sorgente di fronte, la montagna d’Arbela alle spalle che la protegge dai venti, e la stretta valle dirupata e selvaggia, da cui sbocca un torrentello nel lago, che si inoltra verso l’occidente con le sue coste a picco, piene di una bellezza fascinosa e severa.
28«Maestro», grida Giovanni dall’altra barca, «ecco la valle del nostro ritiro…», e splende in volto come gli si fosse acceso un sole nell’interno.
«La nostra valle, sì. L’hai ben riconosciuta».
29«Non si può non ricordare i luoghi dove si è conosciuto Iddio», risponde Giovanni.
30«Allora io ricorderò sempre questo lago. Perché su esso ti ho conosciuto. Lo sai, Marta, che qui ho visto il Maestro, una mattina? …».
31«Sì, e per poco si va tutti a fondo, noi e voi. Donna, credi pure che i tuoi rematori non valevano uno spicciolo», dice Pietro che sta facendo la manovra di approdo.
32«Non valevano nulla né i rematori né chi era con essi… Ma è sempre stato il primo incontro, e questo ha un grande valore. E poi ti ho visto sul monte, e poi a Magdala, e poi a Cafarnao… Tanti incontri, tante catene spezzate… Ma Cafarnao è stato il luogo più bello. Lì mi hai liberata…».
L’umile e casta Maddalena.
36Scendono a terra dove già sono scesi quelli dell’altra barca. Entrano in città.
37La curiosità semplice o.… non semplice dei magdaliti deve essere come una tortura per la Maddalena. Ma la sopporta eroicamente, seguendo il Maestro che è avanti, framezzo a tutti i suoi apostoli, mentre le tre donne sono dopo di loro. Il bisbiglio è forte. L’ironia non manca. Tutti quelli che, finché Maria era la signora prepotente di Magdala, la rispettavano in apparenza per tema di rappresaglie, ora che la vedono e la sanno staccata per sempre dai suoi amici potenti, umile e casta, si permettono di mostrarle anche disprezzo e lanciarle epiteti poco lusinghieri.
Marta, che soffre quanto lei di questo, le chiede: «Vuoi ritirarti in casa?».
38«No. Non lascio il Maestro. E Lui, prima che la casa sia purificata da ogni traccia del passato, non lo invito là dentro».
«Ma tu soffri, sorella!».
39«Me lo sono meritato». E, soffrire, deve soffrire. Il sudore che le imperla la faccia, il rossore che la copre fin sul collo non sono solo dovuti al caldo.
40Traversano tutta Magdala andando nei quartieri poveri, fino alla casa dove sostarono l’altra volta. La donna rimane di stucco quando, alzando il capo dal lavatoio per vedere chi la saluta, si trova di fronte Gesù e la ben nota signora di Magdala, non più pomposa, non più ingioiellata, ma con la testa velata da un lino leggero, vestita di viola pervinca, un abito accollato, stretto, certo non suo nonostante che si sia lavorato a farlo tale, fasciata in un mantello pesante che deve essere un supplizio con quel calore.
41«Mi permetti di sostare nella tua casa e parlare di qui a chi mi segue?». Ossia a tutta Magdala, perché tutta la popolazione ha fatto coda al gruppo apostolico.
42«E me lo chiedi, Signore? Ma la mia casa è tua». E si dà da fare a portare sedie e panche alle donne e agli apostoli.
Passando presso la Maddalena ha un inchino da schiava.
43«Pace a te, sorella», risponde questa. E la sorpresa della donna è tale che lascia cadere il panchetto che ha fra le mani. Ma non dice niente. L’atto però mi fa pensare che Maria trattasse i suoi sudditi piuttosto superbamente. E finisce di strabiliare, la donna, quando si sente chiedere come stanno i bambini, dove sono, e se la pesca ha dato buoni frutti.
44«Bene stanno… Sono a scuola o dalla madre mia. Solo il piccolo dorme nella cuna… La pesca è buona. Mio marito ti porterà le decime…».
45«Non occorre più. Usale per i tuoi bambini. Mi lasci vedere il pargolo?».
«Vieni» …
La gente si è affollata sulla via.
Parabola della dramma perduta (Lc 15,8-10)[32].
Gesù inizia a parlare:
46«Una donna aveva dieci dramme nella sua borsa. Ma in un movimento la borsa le cadde dal seno, aprendosi, e le monete ruzzolarono per terra. Ella le raccolse con l’aiuto delle vicine presenti e le contò. Erano nove. La decima era introvabile. Dato che era prossima la sera e la luce mancava, la donna accese la lampada, la posò al suolo e presa una scopa si dette a scopare attentamente per vedere se era ruzzolata lontano dal luogo dove era caduta. Ma la dramma non si trovava. Le amiche se ne andarono stanche di ricerche. La donna spostò allora il cassapanco, la scansia, il cofano pesante, smosse le anfore e gli orcioli posati nella nicchia del muro. Ma la dramma non si trovava. Allora si pose carponi e cercò nel mucchio delle spazzature, messo contro la porta di casa, per vedere se la dramma era rotolata fuori di casa mescolandosi agli avanzi delle verdure. E trovò infine la dramma tutta sporca, sepolta quasi dalle spazzature ricadute su di essa.
47La donna giubilante la prese, la lavò, l’asciugò. Era più bella di prima, ora. E la mostrò alle vicine che chiamò di nuovo a gran voce, e che si erano ritirate dopo averla aiutata nelle prime ricerche, dicendo: “Ecco! Vedete? Voi mi consigliavate di non faticare più. Ma io ho insistito e ho ritrovato la dramma perduta. Rallegratevi perciò con me che non ho avuto il dolore di perdere uno solo dei miei tesori”.
Ogni anima è un tesoro.
48Anche il Maestro vostro, e con Lui i suoi apostoli, fa come la donna della parabola. Egli sa che un movimento può far cadere un tesoro. Ogni anima è un tesoro e Satana, che è astioso di Dio, provoca i mal movimenti per fare cadere le povere anime. C’è chi nella caduta si ferma presso la borsa, ossia va poco lontano dalla Legge di Dio che raccoglie le anime nella salvaguardia dei comandamenti. È c’è chi va più lontano, ossia si allontana più ancora da Dio e dalla sua Legge. C’è infine chi rotola fino nelle spazzature, nelle lordure, nel fango. E là finirebbe a perire con l’essere arso nei fuochi eterni, così come le immondezze vengono arse in luoghi acconci.
49Il Maestro lo sa e cerca instancabile le monete perdute. Le cerca in ogni luogo, con amore. Sono i suoi tesori. E non si stanca e non si ripugna di nulla. Ma fruga, fruga, smuove, spazza, finché trova. E trovato che abbia, lava l’anima ritrovata col suo perdono e chiama gli amici, tutto il Paradiso e tutti i buoni della Terra, e dice: “Rallegratevi con Me perché ho trovato ciò che si era smarrito, ed è più bello di prima perché il mio perdono lo fa nuovo”.
50In verità vi dico che si fa molta festa in Cielo e giubilano gli angeli di Dio e i buoni della Terra per un peccatore che si converte. In verità vi dico che non c’è cosa più bella delle lacrime del pentimento. In verità vi dico che solo i demoni non sanno, non possono giubilare per questa conversione che è un trionfo di Dio. E anche vi dico che il modo come un uomo accoglie la conversione di un peccatore è misura della sua bontà e della sua unione con Dio.
La pace sia con voi».
51La gente capisce la lezione e guarda la Maddalena, venuta a sedersi sulla porta con il poppante fra le braccia, forse per darsi un contegno, e sfolla lentamente rimanendo solo la padrona della casetta e la madre sua sopraggiunta coi bambini. Manca Beniamino, ancora a scuola.
11. A Tiberiade con Maria di Magdala. Il romano Crispo e la ricerca della Verità[33].
Eroica testimonianza.
Folla elegante e oziosa.
1Quando la barca si ferma nel porticciolo di Tiberiade, accorrono a vedere chi giunge alcuni sfaccendati che passeggiavano presso il moletto. Vi sono persone di ogni ceto e di ogni nazionalità. Perciò le lunghe vesti ebraiche di tutti i colori, le zazzere e le barbe imponenti degli israeliti, si mescolano alle vesti di lana candida, più corte e sbracciate, e ai visi glabri, dai capelli corti, dei romani robusti, e a quelle ancor più ridotte che coprono i corpi snelli ed effeminati dei greci, che sembra abbiano assimilato fin nelle pose l’arte della loro nazione lontana, come statue di dèi scese sulla Terra in corpi di uomini avvolti in tuniche molli, volti classici sotto chiome arricciate e profumate, braccia cariche di braccialetti che scintillano nelle movenze studiate.
2Molte donne di piacere sono mescolate a questi due ultimi generi di persone, perché i romani e gli elleni non si peritano di esporre i loro amori sulle piazze e per le vie, mentre i palestinesi se ne astengono, salvo poi praticare allegramente il libero amore con donne di piacere dentro le loro case. Ciò appare nettamente perché le cortigiane, nonostante gli occhiacci che fanno loro gli interpellati, chiamano famigliarmente per nome diversi ebrei fra i quali non manca un infiocchettato fariseo.
3Gesù si dirige verso la città, proprio là dove la folla più elegante si raduna più fitta. La folla elegante, ossia romana e greca per lo più, con qualche pizzico di cortigiani di Erode e di altri che credo ricchi mercanti della costa fenicia, verso Sidone e Tiro, perché parlano di quelle città e di empori e navi.
4Le terme hanno i portici esterni pieni di questa folla elegante e oziosa, che perde così il suo tempo discutendo su argomenti molto piccini, quali il favorito discobolo o l’atleta più agile e armonico nella lotta greco-romana. Oppure cicaleggiano di mode e di banchetti, e prendono appuntamenti per gite allegre andando ad invitare le più belle cortigiane o le dame che escono profumate e arricciate dalle terme o dai palazzi, riversandosi in questo centro di Tiberiade, marmoreo, artistico come un salone.
Curiosità intensa e morbosa.
5Naturalmente il passaggio del gruppo suscita curiosità intensa, e questa diventa addirittura morbosa quando vi è chi riconosce Gesù per averlo visto a Cesarea, e vi è chi riconosce la Maddalena per quanto proceda tutta ammantellata e col velo bianco molto calato sulla fronte e sulle guance, di modo che per essere così velata, e a capo chino per giunta, ben poco del suo viso si vede.
6«È il Nazzareno che ha guarito la bambina di Valeria», dice un romano.
«Mi piacerebbe vedere un miracolo», gli risponde un altro romano.
«Io lo vorrei sentire parlare. Dicono che è un gran filosofo. Gli diciamo che parli?», chiede un greco.
«Non te ne impicciare, Teodate. Predica nuvole. Sarebbe piaciuto al tragedo per una satira», risponde un altro greco.
«Non inquietarti, Aristobulo. Pare che ora scenda dalle nuvole e vada al solido. Vedi che ha scorta di femmine giovani e belle?», scherza un romano.
7«Ma quella è Maria di Magdala!», urla un greco e poi chiama: «Lucio! Cornelio! Tito! Ma guardate là Maria!».
«Ma non è lei! Maria così! Sei ebbro?».
«È lei, ti dico. Non posso ingannarmi anche se è così mascherata».
8Romani e greci si affollano verso il gruppo apostolico che taglia per sbieco la piazza piena di portici e fontane. Anche donne si uniscono a questi curiosi, ed è proprio una donna che va quasi sotto il volto di Maria per vederla meglio e resta di sasso vedendo che è proprio lei.
Eroica testimonianza della Maddalena.
9Chiede: «Che fai in questa guisa?», e ride di scherno.
Maria si ferma, si raddrizza, alza una mano e si scopre il volto gettando indietro il velo. È la Maria di Magdala signora potente su tutto ciò che è spregevole e padrona, già padrona delle sue impressioni, che appare. «Sono io, sì», dice con la sua splendida voce e con dei lampi negli occhi bellissimi. «Sono io. E mi disvelo perché non abbiate a pensare che mi vergogno di essere con questi santi».
10«Oh! Oh! Maria coi santi! Ma vieni via! Non avvilire te stessa!», dice la donna.
«Avvilita fui fino ad ora. Adesso non più».
«Ma sei folle? O è un capriccio?», dice.
11Un romano dice scherzando e ammiccando con gli occhi: «Vieni con me. Sono più bello e più allegro di quella prefica coi baffi che mortifica la vita e ne fa un funerale».
12«Bella è la vita! Un trionfo! Un’orgia di gioia. Vieni. Io saprò superare tutti per farti felice», dice un giovane brunetto dal volto volpino, pur essendo bello, e fa per toccarla.
13«Indietro! Non mi toccare. Hai detto bene: la vita che voi fate è un’orgia. E delle più vergognose. Ne ho nausea».
«Oh! Oh! Fino a poco fa era la tua vita, però», risponde il greco.
«Ora fa la vergine!», ghigna un erodiano.
«Tu rovini i santi! Il tuo Nazzareno perderà l’aureola con te. Vieni con noi», insiste un romano.
14«Venite voi con me dietro a Lui. Cessate di essere animali e divenite almeno uomini».
Un coro di risate e di beffe le risponde.
Il romano Crispo.
15Solo un vecchio romano dice: «Rispettate una donna. È libera di fare ciò che vuole. Io la difendo».
«Il demagogo! Sentilo! Ti ha fatto male il vino di ieri sera?», chiede un giovane.
«No. È ipocondriaco perché gli duole la schiena», gli risponde un altro.
«Vai dal Nazzareno che te la gratti».
16«Vado perché mi gratti il fango che ho preso in contatto con voi», risponde l’anziano.
«Oh! Crispo che si è corrotto a sessant’anni!», ridono in molti facendogli cerchio intorno.
17Ma l’uomo detto Crispo non si preoccupa di essere beffato e si dà a camminare dietro alla Maddalena, che raggiunge il Maestro messosi all’ombra di un edificio bellissimo che si stende in forma di esedra su due lati di una piazza.
Sofferenza corredentrice.
Uno scriba senza amore.
18E Gesù è già alle prese con uno scriba che lo rimprovera di essere in Tiberiade e con quella compagnia.
19«E tu perché vi sei? Questo per essere a Tiberiade. E anche ti dico che pure a Tiberiade, anzi più qui che altrove, vi sono anime da salvare», gli risponde Gesù.
«Non sono salvabili: sono gentili, pagani, peccatori».
20«Per i peccatori Io sono venuto. Per far conoscere il Dio vero. A tutti. Anche per te sono venuto».
«Non ho bisogno di maestri né di redentori. Io sono puro e dotto».
21«Almeno lo fossi tanto da conoscere il tuo stato!».
«E Tu da sapere quanto ti pregiudichi con la compagnia di una meretrice».
22«Ti perdono anche in suo nome. Ella, nella sua umiltà, annulla il suo peccato. Tu, per la tua superbia, raddoppi le tue colpe».
«Non ho colpe».
23«Hai la capitale. Sei senza amore».
Lo scriba dice: «Raca!», e volge le spalle.
24«Per mia colpa, Maestro!», dice la Maddalena. E vedendo il pallore di Maria Vergine geme: «Perdonami. Io faccio insultare tuo Figlio. Mi ritirerò…»
25«No. Tu resti dove sei. Lo voglio Io», dice Gesù con voce incisiva e un balenare tale negli occhi, un che di dominio in tutta la sua persona che lo fa quasi inguardabile. E poi più dolcemente: «Tu resti dove sei. E se qualcuno non sopporta la tua vicinanza, questo qualcuno se ne va, lui soltanto».
E Gesù si riavvia dirigendosi verso la parte occidentale della città.
A seguire la perfezione si fatica sempre.
26«Maestro!», chiama il romano corpulento e vecchiotto che ha difeso la Maddalena.
Gesù si volge.
27«Ti chiamano Maestro, e io pure ti chiamo così. Desideravo sentirti parlare. Sono un mezzo filosofo e un mezzo gaudente. Ma forse Tu potresti fare di me un onesto uomo».
28Gesù lo guarda fisso e dice: «Io lascio la città dove regna la bassezza della animalità umana ed è sovrano lo scherno». E riprende a camminare.
L’uomo dietro, sudando e faticando perché il passo di Gesù è sollecito e lui è grosso e vecchiotto, appesantito anche dai vizi.
Pietro, che si volta indietro, ne avverte Gesù.
29«Lascialo camminare. Non te ne occupare».
Dopo poco è l’Iscariota che dice: «Ma quell’uomo ci segue. Non va bene!».
30«Perché? Per pietà o per altro motivo?».
«Pietà di lui? No. Perché più in distanza ci segue lo scriba di prima con altri giudei».
31«Lasciali fare. Ma era meglio se avevi pietà di lui che di te».
«Di Te, Maestro».
32«No: di te, Giuda. Sii schietto nel capire i tuoi sentimenti e nel confessarli».
«Io veramente ho pietà anche del vecchio. Si fatica, sai, a starti dietro», dice Pietro che suda.
33«A seguire la Perfezione si fatica sempre, Simone».
L’uomo li segue instancabile, cercando di stare vicino alle donne, alle quali però non rivolge mai la parola.
Ostinatamente chiusi alla luce.
34La Maddalena piange silenziosamente sotto al suo velo.
«Non piangere, Maria», conforta la Madonna prendendole la mano.
«Dopo il mondo ti rispetterà. Sono i primi giorni quelli più penosi».
«Oh! non per me! Ma per Lui. Se gli dovessi fare del male non me lo perdonerei. Hai sentito lo scriba che cosa ha detto? Io lo pregiudico».
35«Povera figlia! Ma non sai che queste parole fischiano come tanti serpenti intorno a Lui da quando tu ancora non pensavi di venire a Lui? Mi ha detto Simone che lo accusarono di questo fino dallo scorso anno, per avere guarito una lebbrosa, un tempo peccatrice, vista nel momento del miracolo e poi mai più, vecchia più di me che gli sono madre. Ma non sai che dovette fuggire dall’Acqua Speciosa perché una tua disgraziata sorella era andata là per redimersi? Come vuoi che l’accusino se Egli è senza peccato? Con menzogne. E in che trovarle? Nella sua missione fra gli uomini. L’atto buono viene agitato come prova di colpa. E qualunque cosa facesse mio Figlio, sarebbe sempre colpa per loro. Se si chiudesse in un eremo sarebbe colpevole di trascurare il popolo di Dio. Scende fra il popolo di Dio ed è colpevole di farlo. Per loro è sempre colpevole».
«Sono odiosamente cattivi, allora!».
36«No. Sono ostinatamente chiusi alla Luce. Egli, il mio Gesù, è l’eterno Incompreso. E sempre, e sempre più lo sarà».
Sofferenza corredentrice di Maria Ss.
«E non ne soffri? Mi sembri tanto serena».
37«Taci. È come se il mio cuore fosse fasciato di spine roventi. Ad ogni respiro io ne sono punta. Ma che Egli non lo sappia! Mi faccio vedere così per sostenerlo con la mia serenità. Se non lo conforta la sua Mamma, dove potrà trovare conforto il mio Gesù? Su quale seno potrà curvare il capo senza trovare ferita o calunnia per farlo? È dunque ben giusto che io, al disopra delle spine che già mi lacerano il cuore, e delle lacrime che bevo nelle ore di solitudine, posi un morbido manto di amore, metta un sorriso, a qualunque costo, per lasciarlo più quieto, più quieto finché… finché l’onda dell’odio sarà tale che nulla più gioverà. Neanche l’amore della Mamma…». Maria ha due righe di pianto sul volto pallido.
Le due sorelle la guardano commosse.
38«Ma Egli ha noi che lo amiamo. Gli apostoli poi…», dice Marta per consolarla.
39«Ha voi, sì. Ha gli apostoli… Ancora molto inferiori al loro compito… E il mio dolore è più forte perché so che Egli nulla ignora…».
40«Allora saprà anche che io lo voglio ubbidire fino all’immolazione se occorre?», chiede la Maddalena.
40«Lo sa. Sei una grande gioia sul suo duro cammino».
41«Oh! Madre!», e la Maddalena prende la mano di Maria e la bacia con espansione.
La mente si ristora nella verità.
42Tiberiade finisce nelle ortaglie del suburbio. Oltre è la via polverosa che conduce a Cana, limitata da un lato da frutteti, dall’altro da una serie di prati e di campi arsi dall’estate.
43Gesù si inoltra in un frutteto e sosta all’ombra delle piante folte. Lo raggiungono le donne e poi il trafelato romano, che proprio non ne può più. Si mette un poco scosto, non parla, ma guarda.
44«Mentre riposiamo, prendiamo il cibo», dice Gesù.
«Là vi è un pozzo e presso un contadino. Andate a chiedergli acqua».
45Va Giovanni e il Taddeo. Tornano con una brocca gocciolante d’acqua, seguiti dal contadino che offre degli splendidi fichi.
«Dio te ne compensi nella salute e nel raccolto».
46«Dio ti protegga. Sei il Maestro, vero?».
«Lo sono».
«Parli qui?».
«Non c’è chi lo desidera».
47«Io, Maestro. Più dell’acqua che è così buona per chi ha sete», grida il romano.
48«Hai sete?».
«Tanto. Ti sono venuto dietro dalla città».
«Non mancano in Tiberiade fontane d’acqua fresca».
«Non fraintendermi, Maestro, o fare mostra di fraintendermi. Ti sono venuto dietro per sentirti parlare».
«Ma perché?».
«Non so perché e come. È stato vedendo lei (e accenna la Maddalena). Non so. Qualche cosa che mi ha detto: “Quello ti dirà ciò che ancora non sai”. E sono venuto».
«Date all’uomo acqua e fichi. Che si ristori il corpo».
«E la mente?».
49«La mente ha ristoro nella Verità».
«È per quello che ti sono venuto dietro. Ho cercato la Verità nello scibile. Ho trovato la corruzione. Nelle dottrine anche migliori c’è sempre un che di non buono. Io mi sono avvilito fino a divenire un nauseato e nauseante uomo senza altro futuro che l’ora che vivo».
50Gesù lo guarda fissamente mentre mangia pane e fichi che gli hanno portato gli apostoli. Il pasto è presto finito. Gesù, rimanendo seduto, principia a parlare come se facesse una semplice lezione ai suoi apostoli. Rimane vicino anche il contadino.
La vera sapienza (Discorso)
Segreto per trovare la Verità.
51«Molti sono quelli che cercano la Verità per tutta la vita senza giungere a trovarla. Sembrano folli che vogliano vedere pur tenendo una cavezza di bronzo sui loro occhi e annaspano cercando convulsamente, tanto che sempre più si allontanano dalla Verità, oppure la nascondono rovesciando su essa cose che la loro ricerca folle smuove e fa precipitare. Non può che accadere loro così, perché cercano là dove la Verità non può essere. Per trovare la Verità bisogna unire l’intelletto con l’amore e guardare le cose non solo con occhi sapienti, ma con occhi buoni. Perché vale più la bontà della sapienza. Colui che ama giunge sempre ad avere una traccia verso la Verità.
Amare vuol dire…
52Amare non vuole dire godere di una carne e per la carne. Quello non è amore. È sensualità. Amore è l’affetto da animo ad animo, da parte superiore a parte superiore, per cui nella compagna non si vede la schiava ma la generatrice dei figli, solo quello, ossia la metà che forma con l’uomo un tutto che è capace di creare una vita, più vite; ossia la compagna che è madre e sorella e figlia dell’uomo, che è debole più di un neonato o più forte di un leone a seconda dei casi, e che come madre, sorella, figlia, va amata con rispetto confidente e protettore. Ciò che non è quanto Io dico, non è amore. È vizio. Non conduce all’alto ma al basso. Non alla Luce ma alle Tenebre. Non alle stelle ma al fango. Amare la donna per sapere amare il prossimo. Amare il prossimo per sapere amare Dio.
La Verità è Dio.
53Ecco trovata la via della Verità. La Verità è qui, uomini che la cercate. La Verità è Dio. La chiave per comprendere lo scibile è qui.
54La dottrina che è senza difetto non è che quella di Dio. Come può l’uomo dare risposta ai suoi “perché”, se non ha Dio che gli risponde? Chi può svelare i misteri del creato, anche solo e semplicemente quelli, se non il Fattore supremo che ha fatto questo creato? Come comprendere il prodigio vivente che è l’uomo, essere in cui si fonde la perfezione animale con quella perfezione immortale che è l’anima, per cui dèi siamo se abbiamo in noi viva l’anima, ossia libera da quelle colpe che avvilirebbero il bruto e che pure l’uomo compie, e si vanta di compierle?
Il sapere non è corruzione se è religione.
55Io vi dico le parole di Giobbe, o cercatori della Verità: “Interroga i giumenti e ti istruiranno, gli uccelli e te lo indicheranno. Parla alla terra e ti risponderà, ai pesci e te lo faranno sapere”[34].
56Sì, la terra, questa terra verdeggiante e fiorita, queste frutta che si gonfiano sulle piante, questi uccelli che prolificano, queste correnti di venti che distribuiscono le nubi, questo sole che non erra il suo sorgere da secoli e millenni, tutto parla di Dio, tutto spiega Dio, tutto svela e disvela Iddio.
57Se la scienza non si appoggia su Dio diviene errore che non eleva ma avvilisce. Il sapere non è corruzione se è religione. Chi sa in Dio non cade perché sente la sua dignità, perché crede nel suo futuro eterno. Ma bisogna cercare il Dio reale. Non le fantasie che dèi non sono ma solo deliri di uomini ancora avvolti nelle fasce della ignoranza spirituale, per cui non c’è ombra di sapienza nelle loro religioni e ombra di verità nelle loro fedi.
Buona volontà e coerenza.
58Ogni età è buona per divenire sapienti. Anzi, ancora in Giobbe questo è detto: “Sul far della sera ti sorgerà una specie di luce meridiana, e quando ti crederai finito sorgerai come la stella del mattino. Sarai pieno di fiducia per la speranza che ti attende”[35].
59Basta la buona volontà di trovare la Verità, e prima o poi essa si lascerà trovare. Ma una volta che trovata sia, guai a chi non la segue, imitando i cocciuti di Israele che, avendo già in mano il filo conduttore per trovare Dio – tutte le cose che di Me sono dette nel Libro – non vogliono arrendersi alla Verità e la odiano, accumulando sul loro intelletto e sul loro cuore le macie dell’odio e delle formule, e non sanno che per troppo peso la terra si aprirà sotto il loro passo che crede essere di trionfatore e non è che passo di schiavo dei formalismi, dell’astio, degli egoismi, ed essi saranno ingoiati, precipitando là dove vanno i colpevoli coscienti di un paganesimo più colpevole ancora di quello che dei popoli si sono dati, da se stessi, per avere una religione su cui regolare se stessi.
60No, che Io, così come non respingo chi si pente fra i figli di Israele, così non respingo neppure questi idolatri che credono in ciò che fu loro dato da credere, e che dentro, nell’interno, gemono: “Dateci la Verità!”.
61Ho detto. Ora riposiamo in questo verde, se l’uomo lo concede. A sera andremo a Cana».
62«Signore, io ti lascio. Ma poiché non voglio profanare la scienza che Tu mi hai dato, partirò questa sera da Tiberiade. Lascio questa terra. Mi ritiro col mio servo sulle coste della Lucania. Ho là una casa. Molto mi hai dato. Di più comprendo che Tu non possa dare al vecchio epicureo. Ma in quello che mi hai dato ho già tanto da ricostruire un pensiero. E… Tu prega il tuo Dio per il vecchio Crispo. L’unico tuo ascoltatore di Tiberiade. Prega perché prima della stretta di Libitina io possa riudirti e, con la capacità che credo poter creare in me sulle tue parole, capirti meglio e capire meglio la Verità. Salve, Maestro».
63E saluta alla romana. Ma poi, passando presso le donne sedute un poco in disparte, si inchina a Maria di Magdala e le dice: «Grazie, Maria. Bene fu che ti conoscessi. Al tuo vecchio compagno di festini tu hai dato il tesoro cercato. Se giungerò dove tu già sei, lo dovrò a te. Addio».
E se ne va.
64La Maddalena si stringe le mani sul cuore, con un viso stupito e radioso. Poi a ginocchi si trascina davanti a Gesù.
65«Oh! Signore! Signore! È dunque vero che io posso portare al bene? Oh! mio Signore! Ciò è troppa bontà!».
66E curvandosi col viso fra l’erba bacia i piedi di Gesù bagnandoli di nuovo col pianto, ora riconoscente, della grande amorosa di Magdala.
12. A Cana nella casa di Susanna. L’aspetto, i modi e la voce di Gesù. Una disputa sulle possessioni[36].
Festa per l’Ospite Maestro e Signore.
1Nella casa di Cana la festa per la venuta di Gesù è di poco minore di quanto lo fu per le nozze di miracolo. Mancano i suonatori, non ci sono gli invitati, la casa non è inghirlandata di fiori e rami verdi, non ci sono le tavole per i molti ospiti né il maestro di tavola presso le credenze e le idrie colme di vini. Ma tutto è superato dall’amore che ora è dato nella sua giusta forma e misura, ossia non all’ospite, forse anche un poco parente, ma che è sempre un uomo, ma all’Ospite Maestro di cui si conosce e riconosce la vera Natura e si venera la Parola come cosa divina. Perciò i cuori di Cana amano con tutti se stessi il Grande Amico che si è affacciato con la sua veste di lino all’apertura dell’orto, fra il verde della terra e il rosso del tramonto, abbellendo le cose tutte colla sua presenza, comunicando la sua pace non solo agli animi a cui rivolge il suo saluto, ma financo alle cose.
2Veramente sembra che, dovunque si volga il suo occhio azzurro, si stenda un velo di pace solenne e pur lieta. Purezza e pace fluiscono dalle sue pupille, così come la sapienza dalla sua bocca e l’amore dal suo cuore.
Gesti e sentimenti di Gesù (la Cronista).
Le espressioni di Gesù.
3A chi leggerà queste pagine parrà forse impossibile quanto io dico. Eppure lo stesso luogo, che prima della venuta di Gesù era un luogo comune, oppure era un luogo di movimento indaffarato che esclude la pace che si presuppone priva di orgasmi di lavoro, non appena Egli si presenta, si nobilita, e il lavoro stesso prende un che di ordinato che non esclude la presenza di un pensiero soprannaturale fuso al lavoro manuale. Non so se mi spiego bene. Gesù non è mai arcigno, neppure nelle ore di maggior disgusto per qualche azione che gli accade, ma è sempre maestosamente dignitoso, e comunica questa dignità soprannaturale al luogo in cui si muove. Gesù non è mai allegrone né piagnucolone, con faccia squarciata dal riso né ipocondriaca, neppure nei momenti di maggiore letizia o di maggiore sconforto.
Il sorriso di Gesù.
4Il suo sorriso è inimitabile. Nessun pittore lo potrà mai ripetere. Sembra sia una luce che gli si emani dal cuore, una luce radiosa nelle ore di maggior letizia per qualche anima che si redime o per qualche altra che si avvicina alla perfezione; un sorriso direi roseo, quando approva le azioni spontanee dei suoi amici o discepoli e gode della loro vicinanza; un sorriso, sempre per stare nei colori, azzurro, angelico, quando si curva sui bambini per ascoltarli, per ammaestrarli, per benedirli; un sorriso temperato di pietà quando guarda qualche miseria della carne o dello spirito; infine un sorriso divino quando parla del Padre o della Madre sua, o guarda e ascolta questa Madre purissima.
L’allegria e i gesti di Gesù.
5Non posso dire di averlo visto ipocondriaco neppure nelle ore di maggiore strazio. Fra le torture dell’essere tradito, fra le angosce del sudore di sangue, fra gli spasimi della Passione, se la mestizia sommerge il fulgore dolcissimo del suo sorriso, non è sufficiente a cancellare quella pace che pare un diadema di paradisiache gemme fulgente sulla sua fronte liscia e illuminante, della sua luce, tutta la divina persona. E così non posso dire di averlo mai visto abbandonarsi a smodate allegrie. Non alieno ad una schietta risata se il caso lo richiede, riprende subito dopo la sua dignitosa serenità. Ma quando ride, ringiovanisce prodigiosamente, fino ad assumere un volto di giovane ventenne, e pare che il mondo ringiovanisca per la sua bella risata, schietta, sonora, tonata.
6Non posso ugualmente dire di avergli visto fare affrettatamente le cose. Sia che parli o che si muova, lo fa sempre con pacatezza pur non essendo mai lento o svogliato. Sarà forse perché, alto come è, può fare passi lunghi senza per questo mettersi a correre per fare molta strada, e ugualmente può raggiungere con facilità oggetti lontani senza avere bisogno di alzarsi per raggiungerli. Certo è che, fin nel suo modo di muoversi, è signorile e maestoso.
La voce di Gesù.
7E la voce? Ecco, io sono a momenti due anni che lo sento parlare, eppure delle volte quasi perdo il filo del suo dire tanto mi sprofondo nello studio della sua voce. E il buon Gesù, paziente, ripete ciò che ha detto e mi guarda col suo sorriso di Maestro buono per non fare che nei dettati risultino mutilazioni dovute alla mia beatitudine di ascoltarne la voce, gustarla e studiarne il tono e il fascino. Ma dopo due anni ancora non so dire di preciso che tono abbia. Escludo assolutamente il tono di basso, come escludo quello di tenore leggero. Ma sono sempre incerta se sia una potente voce tenorile o quella di un perfetto baritono dalla gamma vocale amplissima. Direi che è questo, perché la sua voce prende delle volte delle note bronzee, fin quasi ovattate tanto sono profonde, specie quando parla a tu per tu con un peccatore per riportarlo alla Grazia o indica le deviazioni umane alle turbe; mentre poi, quando si tratta di analizzare e mettere all’indice le cose proibite e scoprire le ipocrisie, il bronzo si fa più chiaro; e diviene tagliente come schianto di fulmine quando impone la Verità e la sua volontà, fino a giungere a cantare come lastra d’oro percossa con martello di cristallo quando si eleva inneggiando alla Misericordia o magnificando le opere di Dio; oppure fascia questo timbro di amore per parlare alla Madre e della Madre. Veramente allora è fasciata di amore questa sua voce, di un amore riverenziale di figlio e di un amore di Dio che loda la sua opera migliore. E questo tono, sebbene meno marcato, usa per parlare ai prediletti, ai convertiti o ai bambini. E non stanca mai, neppure nel più lungo discorso, perché è voce che riveste e completa il pensiero e la parola, rendendone la potenza o la dolcezza a seconda del bisogno.
8E io resto talora con la penna in mano, ad ascoltare, e poi trovo il pensiero andato troppo avanti, impossibile ad afferrarsi… e lì resto, finché il buon Gesù non lo ripete, come fa quando sono interrotta per insegnarmi a sopportare pazientemente le cose o le persone moleste, che glielo lascio pensare quanto mi sono moleste quando mi levano dalla beatitudine di ascoltare Gesù…
Il discepolo fa ciò che fa il Maestro.
Sorella Aglae conquista la felicità.
9Ora, a Cana, sta ringraziando Susanna dell’ospitalità data ad Aglae. Sono in disparte, sotto una folta pergola carica di grappoli che già invaiano, mentre tutti gli altri prendono ristoro nella vasta cucina.
10«La donna era molto buona, Maestro. Non ci fu certo un peso. Volle aiutarmi in tutti i bucati, nella pulitura della casa per la Pasqua, come fosse una serva, e lavorò, te lo assicuro, come una schiava per aiutarmi a terminare le vesti pasquali. Prudente, si ritirava ad ogni persona che venisse, e fino con mio marito cercava non rimanere. Poco parlava alla presenza della famiglia, poco si cibava. Si alzava avanti giorno per ravviarsi prima che fossero desti gli uomini, ed io trovavo sempre il fuoco già acceso e scopata la casa. Ma quando eravamo sole mi chiedeva di Te e di insegnarle i salmi della nostra religione. Diceva: “Per saper pregare come prega il Maestro”. E ora ha finito di penare? Perché penare penava molto. Di tutto aveva paura e molto sospirava e piangeva. È ora felice?».
11«Sì. Soprannaturalmente felice. Libera dalle paure. In pace. Io ancora ti ringrazio del bene che le hai fatto».
12«Oh! mio Signore! Che bene mai? Non le ho dato che amore in nome tuo, perché altro non so fare. Era una povera sorella. Lo capivo. E io, per riconoscenza all’Altissimo che mi ha tenuta nella sua grazia, l’ho amata».
Il discepolo deve fare ciò che fa il Maestro.
13«E hai fatto più che se avessi predicato nel Bel Nisdrasc. Ora ne hai qui un’altra. L’hai riconosciuta?».
«E chi la ignora per queste contrade?».
14«Nessuno, è vero. Ma ancora ignorate, voi e le contrade, la seconda Maria, quella che sarà sempre della sua vocazione. Sempre. Ti prego crederlo».
«Tu lo dici. Tu sai. Io credo».
15«Di’ anche: “Io amo”. So che è più difficile compatire e perdonare uno che ha mancato, essendo dei nostri, che non uno che ha la scusa di essere pagano. Ma se il dolore di vedere apostasie famigliari fu forte, più forte sia il compatimento e il perdono. Io ho perdonato per tutto Israele», termina Gesù marcando le parole.
«Ed io perdonerò per la mia parte. Perché penso che un discepolo debba fare ciò che fa il Maestro».
16«Sei nella verità, e Dio ne giubila. Andiamo dagli altri. La sera scende. Sarà dolce il riposo nel silenzio della sera».
17«Non ci dirai nulla, Maestro?».
«Non so ancora».
La donna dello spirito indomito.
18Entrano nella cucina dove sono preparate pietanze e bevande per la cena prossima. Susanna si fa avanti, dicendo con un lieve rossore sul viso giovanile: «Vogliono le mie sorelle venire con me nella stanza alta? Dobbiamo preparare presto le mense, perché poi dobbiamo stendere i giacigli per gli uomini. Potrei fare da sola. Ma ci terrei più tempo».
19«Vengo anche io, Susanna», dice la Vergine.
«No. Bastiamo noi e servirà a conoscerci, perché il lavoro affratella».
20Escono insieme mentre Gesù, dopo avere bevuto dell’acqua corretta con non so che sciroppo, va a sedersi con la Madre, gli apostoli e gli uomini di casa, al fresco della pergola, lasciando libere le serventi e la padrona anziana di ultimare le vivande.
21Si sentono venire dalla stanza alta le voci delle tre discepole che preparano le tavole. Susanna racconta il miracolo avvenuto per le sue nozze, e Maria di Magdala risponde: «Cambiare l’acqua in vino è forte. Ma cambiare una peccatrice in discepola è ancora più forte. Voglia Iddio che io faccia come quel vino: che io diventi del migliore».
22«Non ne avere dubbio. Egli muta tutto in modo perfetto. Ci fu qui una, e per giunta pagana, da Lui convertita nel sentimento e nella fede. Puoi dubitare che ciò non avvenga per te che già sei d’Israele?».
23«Una? Giovane?».
«Giovane. Bellissima».
«E dove è ora?», chiede Marta.
«Solo il Maestro lo sa».
24«Ah! allora è quella di cui ti ho parlato. Lazzaro era da Gesù quella sera e ha sentito le parole dette per lei. Che profumo c’era in quella stanza! Lazzaro lo portò nelle vesti per più giorni. Eppure Gesù disse superiore ancora il cuore della convertita col suo profumo di pentimento. Chissà dove è andata? Io credo in solitudine…»
25«Lei in solitudine, ed era straniera. Io qui, e sono nota. La sua espiazione nella solitudine, la mia nel vivere fra il mondo che mi conosce. Non invidio la sua sorte perché sono con il Maestro. Ma spero poterla imitare un giorno per essere senza nulla che mi distragga da Lui».
25«Lo lasceresti?».
«No. Ma Egli dice che se ne va. E allora il mio spirito lo seguirà. Con Lui posso sfidare il mondo. Senza Lui avrei paura del mondo. Metterò il deserto fra me e il mondo».
26«E io e Lazzaro? Come faremo?».
«Come avete fatto nel dolore. Vi amerete e mi amerete. E senza rossori. Perché allora sarete soli, ma saprete che sono con il Signore. E che nel Signore vi amerò».
27«È forte e netta, Maria, nelle sue decisioni», commenta Pietro che ha sentito.
28E lo Zelote risponde: «Una lama diritta come il padre suo. Della madre ha le fattezze. Ma del padre ha lo spirito indomito».
29E colei che ha lo spirito indomito scende ora svelta venendo verso i compagni per dire che le mense sono pronte…
Il potere di Satana sull’anima.
L’uomo pipistrello.
30La campagna si annulla nella notte serena ma per ora illune. Solo un tenue chiarore di astri serve a mostrare gli ammassi oscuri delle piante e quelli bianchi delle case. Null’altro. Degli uccelli notturni svolazzano col loro volo muto intorno alla casa di Susanna, in cerca di mosche, rasentando anche le persone sedute sulla terrazza intorno ad una lampada che getta una lieve luce giallognola sui volti raccolti intorno a Gesù. Marta, che deve avere una gran paura dei pipistrelli, getta uno strillo ogni qualvolta un nottolone la sfiora. Invece Gesù si preoccupa delle farfalle che la lampada attira e con la lunga mano cerca di allontanarle dalla fiamma.
31«Sono bestie molto stupide tanto le une che gli altri», dice Tommaso.
32«I primi ci scambiano per mosconi, le seconde prendono la fiamma per un sole e si bruciano. Non hanno neppure l’ombra di un cervello».
33«Sono animali. Vuoi che ragionino?», chiede l’Iscariota.
«No. Vorrei che avessero almeno l’istinto».
34«Non fanno a tempo ad averlo. Parlo delle farfalle. Perché dopo la prima prova sono belle e morte. L’istinto si sveglia e si fa forte dopo le prime penose sorprese», commenta Giacomo d’Alfeo.
35«E i pipistrelli? Quelli dovrebbero averlo perché vivono per degli anni. Sono stupidi, ecco», ribatte Tommaso.
36«No, Tommaso. Non più degli uomini. Anche gli uomini sembrano pipistrelli stupidi, molte volte. Volano, o meglio, svolazzano come ubriachi intorno a cose che non servono che a dare dolore. Ecco qua: mio fratello, con una buona sventolata del manto, ne ha abbattuto uno. Datemelo», dice Gesù.
37Giacomo di Zebedeo, ai cui piedi è caduto il pipistrello che ora, sbalordito, si dimena sul pavimento con mosse goffe, lo prende con due dita per una delle ali membranose e, tenendolo sospeso come fosse un cencio sporco, lo depone in grembo a Gesù. «Eccolo qui l’imprudente. Lasciamolo fare e vedrete che si riprende, ma non si corregge».
38«Un singolare salvataggio, Maestro. Io lo uccidevo del tutto», dice l’Iscariota.
39«No. Perché? Anche esso ha una vita e ci tiene», gli risponde Gesù.
«Non mi pare. O non sa di averla, oppure non ci tiene. La mette in pericolo!».
L’uomo severo ed intransigente.
40«Oh! Giuda! Giuda! Come saresti severo con i peccatori, con gli uomini! Anche gli uomini sanno che hanno una e una vita, e non si peritano di mettere in pericolo questa e quella».
41«Due vite abbiamo?».
«Quella del corpo e quella dello spirito, lo sai».
«Ah! credevo alludessi a rincarnazioni. C’è chi ci crede».
42«Non c’è rincarnazione. Ma due vite ci sono. Eppure l’uomo mette in pericolo tutte e due le sue vite. Se tu fossi Dio, come giudicheresti gli uomini che sono dotati di ragione oltre che d’istinto?».
43«Severamente. A meno che non fosse un uomo menomato nella mente».
«Non considereresti le circostanze che rendono folli moralmente?».
«Non le considererei».
44«Sicché tu, di uno che sa di Dio e della Legge, e che pure pecca, non avresti pietà».
«Non avrei pietà. Perché l’uomo deve sapersi reggere».
«Dovrebbe».
45«Deve, Maestro. È una vergogna imperdonabile che un adulto cada in certi peccati, soprattutto, tanto più se nessuna forza ve lo spinge».
46«Quali peccati secondo te?».
«Quelli del senso per i primi. È un degradarsi senza rimedio…».
47Maria di Magdala china la testa… Giuda prosegue: … è un corrompere anche gli altri, perché dal corpo degli impuri esala come un fermento che turba anche i più puri e li porta a imitarli…».
48Mentre la Maddalena curva sempre più il capo, Pietro dice: «Oh! là, là! Non essere così severo! La prima a commettere questa imperdonabile vergogna è stata Eva. E non mi vorrai dire che è stata corrotta dal fermento impuro esalante da un lussurioso. Intanto sappi che, per conto mio, proprio niente si agita anche se siedo a lato di un lussurioso. Affari suoi…».
49«La vicinanza sporca sempre. Se non la carne, l’anima, ed è peggio ancora».
«Mi sembri un fariseo! Ma scusa, allora a questo modo bisognerebbe chiudersi dentro una torre di cristallo e starsene là, sigillati».
50«E non ti credere, Simone, che ti gioverebbe. Nella solitudine sono più tremende le tentazioni», dice lo Zelote.
«Oh! bene! Rimarrebbero sogni. Nulla di male», risponde Pietro.
51«Nulla di male? Ma non sai che la tentazione porta alla cogitazione, questa alla ricerca di un mezzo termine per soddisfare in qualche modo l’istinto che urla, e il mezzo termine spiana la via ad un raffinamento di peccato nel quale è unito il senso al pensiero?», interroga l’Iscariota.
52«Non so niente di questo, caro Giuda. Forse perché non sono mai stato cogitabondo, come tu dici, su certe cose. So che mi pare che siamo andati molto lontani dai pipistrelli e che è bene che tu non sia Dio. Altrimenti in Paradiso ci resteresti da solo, con tutta la tua severità. Che ne dici, Maestro?».
Satana può impossessarsi di un’anima.
53«Dico che è bene non essere troppo assoluti, perché gli angeli del Signore ascoltano le parole degli uomini e le segnano sui libri eterni[37], e potrebbe dispiacere un giorno sentirsi dire: “Ti sia fatto come tu hai giudicato”. Dico che se Dio mi ha mandato è perché vuole perdonare tutte le colpe di cui un uomo si pente, sapendo quanto l’uomo è debole per causa di Satana. Giuda, rispondi a Me: ammetti tu che Satana possa impossessarsi di un’anima di modo da esercitare su di essa una coercizione che le diminuisce il peccato agli occhi di Dio?».
«Non lo ammetto. Satana non può intaccare che la parte inferiore».
54«Ma tu bestemmi, Giuda di Simone!», dicono quasi insieme lo Zelote e Bartolomeo.
«Perché? In che?».
55«Smentendo Dio e il Libro. In esso si legge che Lucifero intaccò anche la parte superiore[38], e Dio, per bocca del suo Verbo, ce lo ha detto infinite volte», risponde Bartolomeo.
56«È detto anche che l’uomo ha il libero arbitrio[39]. Ciò significa che sulla libertà umana del pensiero e del sentimento Satana non può fare violenza. Non la fa neppure Dio».
«Dio no, perché è Ordine e Lealtà. Ma Satana sì, perché esso è Disordine e Odio», ribatte lo Zelote.
«L’odio non è il sentimento opposto alla lealtà. Dici male».
57«Dico bene perché, se Dio è Lealtà e perciò non manca alla parola data di lasciare l’uomo libero delle sue azioni, il demonio non può a questa parola mentire, non avendo promesso all’uomo libertà di arbitrio. Ma è pur vero che esso è Odio e che perciò si avventa contro Dio e l’uomo, e ci si avventa assalendo la libertà intellettiva dell’uomo, oltre che la sua carne, e portando questa libertà di pensiero a schiavitù, a possessi per cui l’uomo fa cose che, se libero da Satana, non farebbe», sostiene Simone Zelote.
«Non lo ammetto».
58«Ma gli indemoniati, allora? Tu neghi l’evidenza», urla Giuda Taddeo.
«Gli indemoniati sono sordi, o muti, o folli. Non lussuriosi».
59«Hai solo questo vizio presente?», chiede ironico Tommaso.
«Perché è il più diffuso e il più basso».
60«Ah! credevo che fosse quello che conoscevi meglio», dice Tommaso ridendo.
61Ma Giuda scatta in piedi come volesse reagire. Poi si domina e scende la scaletta allontanandosi per i campi.
I posseduti nello spirito.
62Un silenzio… Poi Andrea dice: «In tutto la sua idea non è sbagliata. Si direbbe che infatti Satana ha possessi solo sui sensi: occhi, udito, favella, e sul cervello. Ma allora, Maestro, come si spiegano certe cattiverie? Quelle non sono forse possessioni? Un Doras, ad esempio? …».
63«Un Doras, come tu dici per non mancare di carità a nessuno, e di ciò Dio ti doni compenso, oppure una Maria, come tutti, lei per prima, pensiamo dopo le chiare e anti caritatevoli allusioni di Giuda, sono i posseduti più completamente da Satana, che estende il suo potere sui tre gradi dell’uomo. Le possessioni più tiranniche e sottili, dalle quali si liberano solo coloro che sono sempre tanto poco degradati nello spirito da sapere ancora comprendere l’invito della Luce. Doras non fu un lussurioso. Ma con tutto questo non seppe venire al Liberatore.
64In questo sta la differenza. Che mentre nei lunatici, e nei muti, sordi, o ciechi, per opera demoniaca, cercano e pensano i parenti a portarli a Me, in questi, posseduti nello spirito, è solo il loro spirito che provvede a cercare la libertà. Per questo essi sono perdonati oltre che liberati. Perché il loro volere ha per primo iniziato la spossessione dal Demonio. E ora andiamo al riposo. Maria, tu che sai cosa è l’esser presi, prega per quelli che prestano sé stessi ad intermittenze al Nemico, facendo peccato e dando dolore».
«Sì, Maestro mio. E senza rancore».
65«La pace a tutti. Lasciamo qui la causa di tanta discussione. Tenebra con tenebra fuori nella notte. E noi rientriamo per dormire sotto lo sguardo degli angeli».
66E depone il pipistrello, che fa i primi tentativi di volo, su una panca, ritirandosi con gli apostoli nella stanza alta, mentre le donne con i padroni di casa scendono al terreno.
ORAZIONE E MATERNITA’ SPIRITUALE
13. Maria SS. ammaestra la Maddalena sull’orazione mentale[40].
Panorami splendidi.
Sospinte dall’amore.
1«Dove faremo tappa, mio Signore?», chiede Giacomo di Zebedeo, mentre camminano per una gola fra due colline tutte coltivate e verdi dalla base alle vette.
2«A Betlem di Galilea. Ma nelle ore calde sosteremo sul monte che sovrasta Meraba. Così tuo fratello sarà beato un’altra volta vedendo il mare», e Gesù sorride. Poi termina: «Noi uomini avremmo potuto fare più strada, ma abbiamo dietro di noi le discepole, che non si lamentano mai, ma che non dobbiamo stancare eccessivamente».
3«Non si lamentano mai. È vero. Siamo più facili a lamentarci noi», ammette Bartolomeo.
4«Eppure sono meno abituate di noi a questa vita…», dice Pietro.
5«Forse lo fanno volentieri per questo», dice Tommaso.
6«No, Toma. Lo fanno volentieri per amore. Credi pure che mia Madre e neppure le altre donne di casa, come Maria d’Alfeo, Salome e Susanna, lasciano volentieri la casa per venire per le vie del mondo e fra la gente. E Marta e Giovanna, quando anche ella verrà, non use alle fatiche, non lo farebbero volentieri se l’amore non le spronasse.
L’amore egoista dell’Iscariota.
7Riguardo a Maria di Magdala, solo un potente amore le può dare la forza di subire questa tortura», dice Gesù.
8«Perché gliel’hai imposta, allora, se sai che è tortura?», chiede l’Iscariota.
9«Non è buona cosa per lei e non lo è per noi».
10«Null’altro che la dimostrazione palese, indubitabile del suo mutamento poteva persuadere il mondo. Maria vuole persuadere il mondo di questo. La sua separazione dal passato è stata completa. È completa».
11«Ciò è da vedersi. È presto ora per dirlo. Quando si è fatto abitudine ad un genere di vita, difficilmente ci se ne stacca del tutto. Amicizie e nostalgie ci riportano ad esso», dice l’Iscariota.
12«Tu hai nostalgie, allora, per la vita di prima?», chiede Matteo.
«Io… no. Ma faccio per dire. Io sono io: uomo, amante del Maestro e… Insomma io ho in me elementi che mi servono a resistere nel proposito. Ma lei è una donna, e che donna! E poi, anche fosse ben ferma, è sempre poco piacevole averla con noi. Se si avesse ad incontrare dei rabbi, sacerdoti o grandi farisei, credete che non sarebbe piacevole il loro commento. Io ci penso con anticipato rossore».
13«Non ti contraddire, Giuda. Se tu hai realmente tagliato i ponti col passato, come vuoi dire, perché tanto ti duoli che una povera anima ci segua per completare la sua trasformazione nel Bene?».
14«Ma per amore, Maestro. Io pure faccio tutto per amore. Verso di Te».
15«Allora perfezionati in questo tuo amore. Non deve un amore, per essere veramente tale, essere mai esclusivista. Quando uno sa amare solo un oggetto e non sa amarne nessun altro, anche se amato dall’oggetto che egli ama, dimostra di non essere nel vero amore. L’amore perfetto ama, con le dovute gradazioni, tutto il genere umano, e anche animali e vegetali, stelle e acque, perché tutto vede in Dio. Ama Dio come si conviene e ama tutto in Dio. Guarda che l’amore esclusivista è spesso egoismo. Sappi perciò giungere ad amare anche gli altri per amore».
«Sì, Maestro».
16L’oggetto della discussione procede intanto con le altre donne vicino a Maria, senza pensare di essere causa di tanta discussione.
Panorami splendidi.
17L’agglomerato di Jafia viene raggiunto, attraversato, superato senza che nessun cittadino mostri desiderio di seguire il Maestro o di trattenerlo. Proseguono, gli apostoli inquieti per l’indifferenza del luogo, Gesù che cerca di calmarli.
18La valle prosegue in direzione ovest e mostra al suo estremo un altro paese che si adagia alla base di un altro monte. Anche questo paese, che sento chiamare Meraba, è indifferente. Solo dei bambini si avvicinano agli apostoli mentre attingono acqua ad una limpida fontana addossata ad una casa. Gesù li accarezza chiedendo il loro nome, e i bambini chiedono il suo e chi è, dove va, cosa fa. Si avvicina anche un mendicante semicieco, vecchio, curvo, e stende la mano per ricevere l’obolo che infatti riceve.
19La marcia ricomincia con la salita di un colle, quello che sbarra la valle nella quale riversa le acque dei suoi fiumicelli, ora ridotti a un filo d’acqua o a sole pietre arse dal sole.
20Ma la strada è buona, aperta fra i boschi di ulivi prima, di altre piante poi, che intrecciano i rami facendo galleria verde sopra la strada. Raggiungono la vetta, che è coronata da uno stormente bosco di frassini, se non erro. E là si siedono per prendere riposo e cibo. E, col cibo e il riposo, diletto anche alla vista, perché il panorama è bellissimo, con la catena del Carmelo alla sinistra di chi guarda verso ovest; e là dove la catena del Carmelo – una verdissima catena in cui sono presenti tutti i toni più belli del verde – finisce, scintilla il mare, aperto, sconfinato, stendendosi, col suo drappo mosso da lievi ondette, verso il nord, a bagnare le sponde che dalla punta del promontorio, formato dall’estrema propaggine del Carmelo, salgono verso Tolemaide e le altre città fino a perdersi in una lieve nebbia verso la Siro Fenicia. Non si vede invece il mare al sud del promontorio del Carmelo, perché la catena, più alta del colle dove ci si trova, ne cela la vista.
21Passano le ore nell’ombra frusciante del bosco arioso. Chi dorme, chi parla sottovoce, chi guarda. Giovanni si dilunga dai compagni andando il più in alto possibile per vedere di più. Gesù si isola in un folto per pregare e meditare. Le donne si sono a loro volta ritirate dietro una cortina di ondulante caprifoglio tutto in fiore, e là si sono rinfrescate ad una minuscola sorgente che, ridotta ad un filo, forma in terra una pozzanghera che non riesce a mutarsi in rio.
22Poi le più anziane si sono addormentate, stanche, mentre Maria SS. con Marta e Susanna parlano della loro casa lontana, e Maria dice che vorrebbe avere quel bel cespuglio tutto in fiore a veste della sua grotticella.
23La Maddalena, che si era sciolti i capelli non potendo resistere al loro peso, se li raccoglie di nuovo e dice: «Vado da Giovanni, ora che è con Simone, a guardare con loro il mare».
24«Vengo io pure», risponde Maria SS.
25Marta e Susanna restano presso le compagne dormenti.
Il segreto della vita spirituale.
Necessità e utilità dalla meditazione.
26Per raggiungere i due apostoli devono passare presso il roveto in cui si è isolato Gesù per pregare.
27«Mio Figlio trova riposo nella preghiera», dice piano Maria.
28La Maddalena le risponde: «Credo che gli sia anche indispensabile l’isolarsi per mantenere il meraviglioso dominio che ha e che il mondo mette a dura prova. Sai, Madre? Ho fatto quanto tu mi hai detto. Ogni notte mi isolo per un tempo più o meno lungo per potere ristabilire in me stessa la calma che molte cose turbano. Mi sento molto più forte dopo».
29«Per ora forte, più tardi ti sentirai beata. Credi pure, Maria, che sia nella gioia come nel dolore, sia nella pace come nella lotta, lo spirito nostro ha bisogno di tuffarsi tutto dentro all’oceano della meditazione, per ricostruire ciò che il mondo e le vicende abbattono e per creare nuove forze per sempre più salire. In Israele noi usiamo e abusiamo della preghiera vocale. Non voglio già dire che essa sia inutile e invisa a Dio. Ma dico però che è sempre molto più utile allo spirito l’elevazione mentale a Dio, la meditazione, in cui, contemplando la sua divina perfezione e la nostra miseria, o quella di tante povere anime, non già per criticarle ma per compatirle e capirle, e per avere riconoscenza al Signore che ci ha sorrette per non farci peccare, o ci ha perdonate per non lasciarci cadute, noi giungiamo a pregare realmente, ossia ad amare. Perché l’orazione, per essere realmente tale, deve essere amore. Altrimenti è borbottio di labbra dal quale l’anima è assente».
30«Ma parlare con Dio è lecito quando si hanno le labbra ancora sporche di tante parole profane? Io, nelle mie ore di raccoglimento, che faccio come tu mi hai insegnato, tu, mio apostolo dolcissimo, faccio violenza al mio cuore che vorrebbe dire a Dio: “Io ti amo”…»
«Nooh! Perché?».
31«Perché mi pare che farei sacrilega offerta a offrirgli il mio cuore…».
32«Non lo fare, figlia. Non lo fare. Il tuo cuore è, prima di tutto, riconsacrato dal perdono del Figlio, e il Padre non vede che questo perdono. Ma se anche Gesù non ti avesse ancora perdonata, e tu, in una solitudine ignorata, che tanto può essere materiale come morale, gridassi a Dio: “Io ti amo. Padre, perdona le mie miserie. Perché io di esse me ne spiaccio per il dolore che ti danno”, credi pure, o Maria, che il Padre Iddio ti assolverebbe di suo, e caro gli sarebbe il tuo grido di amore. Abbandonati, abbandonati all’amore. Non fare violenza ad esso. Lascia anzi che esso divenga violento come incendio avvampante. L’incendio consuma tutto ciò che è materiale, ma non distrugge una molecola di aria. Perché l’aria è incorporea. Anzi la purifica dai detriti minuscoli che i venti vi seminano, la fa più leggera. Così l’amore allo spirito. Consumerà più presto la materia dell’uomo, se Dio lo permette, ma non distrugge lo spirito. Anzi ne accresce la vitalità e lo fa puro e agile per le ascensioni a Dio.
Il segreto della vita spirituale.
33Vedi là Giovanni? É proprio un ragazzo. Ma pure è un’aquila. É il più forte di tutti gli apostoli. Perché ha compreso il segreto della fortezza, della formazione spirituale: la amorosa meditazione».
34«Ma lui è puro. Io… Lui è un ragazzo. Io…».
35«Guarda allora Io Zelote. Non è un ragazzo. Ha vissuto, ha lottato, ha odiato. Egli lo confessa sinceramente. Ma ha imparato a meditare. E lui pure, credimi, è bene in alto. Vedi? Si cercano quei due. Poiché si sentono uguali. Hanno raggiunto la stessa età perfetta dello spirito e con lo stesso mezzo: la orazione mentale. Per essa il ragazzo è divenuto virile nello spirito, e per essa il già vecchio e stanco è ritornato ad una virilità forte. E sai un altro che, senza essere apostolo, sarà, anzi è molto avanti per la sua tendenza naturale alla meditazione, che da quando è amico di Gesù è divenuta in lui necessità spirituale? Tuo fratello».
“Sorella diletta”.
36«Lazzaro mio?… Oh! Madre! Dimmelo, tu che sai tante cose perché Dio te le mostra, come mi tratterà Lazzaro al primo incontro? Prima taceva sdegnoso. Ma lo faceva perché io non sopportavo osservazioni. Sono stata molto crudele coi fratelli… Ora lo comprendo. Ora che sa che può parlare, che mi dirà? Temo il suo aperto rimprovero. Oh! certo mi ricorderà tutte le pene di cui sono causa. Io vorrei volare da Lazzaro. Ma ne ho paura. Prima ci andavo, e neppure i ricordi della mamma morta, le sue lacrime ancora vive sugli oggetti da lei usati, lacrime per me, per mia colpa, mi turbavano. Il mio cuore era cinico, sfrontato, chiuso ad ogni voce che non fosse “male”. Ma ora io non ho più la malvagia forza del Male e tremo… Che mi farà Lazzaro?»
37«Ti aprirà le braccia e ti chiamerà, più col cuore che con le labbra, “sorella diletta”. É tanto formato in Dio che non può che usare questo modo. Non temere. Non ti dirà una parola sul passato. Egli, è come se io lo vedessi, è là, a Betania, e gli sono ben lunghi i giorni dell’attesa. Attende te, per stringerti sul cuore. Per saziare il suo amore di fratello. Tu non hai che amarlo come ti ama lui per gustare la dolcezza di essere nati da un seno».
«Lo amerei anche se mi rimproverasse. Me lo merito».
«Ma egli ti amerà soltanto. Questo solo».
Flash sulla fuga in Egitto.
38Hanno raggiunto Giovanni e Simone, che parlano dei viaggi futuri e che si alzano riverenti quando giunge la Madre del Signore.
«Veniamo anche noi a lodare il Signore per le belle opere della sua creazione».
39«Hai mai visto il mare, Madre?».
«Oh! l’ho visto. Ed era allora meno turbato esso, nella sua tempesta, del mio cuore, e meno salato del mio pianto, mentre fuggivo lungo il litorale da Gaza verso il Mar Rosso, col mio Bambino fra le braccia e la paura di Erode alle spalle. E l’ho visto al ritorno. Ma allora era primavera sulla terra e nel mio cuore. La primavera del ritorno in patria. E Gesù batteva le manine, felice di vedere cose nuove… E io e Giuseppe pure eravamo felici. Per quanto la bontà del Signore ci avesse fatto men duro l’esilio a Matarea, in mille modi».
40La loro conversazione dura mentre a me cessa la capacità di vedere e di udire.
14. Maria d’Alfeo e la maternità spiritualizzata La Maddalena deve temprarsi soffrendo[41].
Il martirio redentivo delle madri.
Tacita partenza.
1È ancora notte, una bellissima notte di luna calante, quando silenziosamente Gesù, con gli apostoli e le donne, più Giovanni di Endor e Ermasteo, si accomiatano da Isacco, unico che sia desto, e iniziano il cammino lungo la riva. Il rumore dei passi è solo uno scricchiolio leggero di ghiaietta premuta dai sandali, e nessuno parla fintanto che l’ultima casetta è sorpassata da qualche metro. Certo, chi dorme in essa, o nelle altre che la precedono, non ha avvertito la tacita partenza del Signore e dei suoi amici. Il silenzio è profondo. Solo il mare parla alla luna che volge a ponente, iniziando il tramonto, e racconta alle arene le storie del profondo colla sua onda lunga di alta marea che si inizia lasciando un sempre più stretto margine asciutto sulla sponda.
2Questa volta le donne sono avanti, insieme a Giovanni, lo Zelote, Giuda Taddeo e Giacomo d’Alfeo, che aiutano le discepole a superare piccole scogliere sparse qua e là, umide di salmastro e scivolose. Lo Zelote è con la Maddalena, Giovanni con Marta, mentre Giacomo di Alfeo si occupa della madre e di Susanna, e il Taddeo non cede a nessuno l’onore di prendere nella sua robusta e lunga mano – un’altra parte in cui egli assomiglia a Gesù – la mano piccina di Maria per sostenerla nei passi difficili. Ognuno parla sottovoce con la propria compagna. Sembra che tutti vogliano rispettare il sonno della terra.
3Lo Zelote parla fitto fitto con Maria di Magdala e vedo che più di una volta Simone apre le braccia in atto di chi dice: «così è e non c’è da fare altro», ma non sento ciò che dicono essendo i più in avanti.
4Giovanni parla solo di tanto in tanto con la sua compagna, accennandole il mare e il Carmelo la cui pendice volta a ponente è ancora bianca di luna. Forse parla della via fatta l’altra volta costeggiando il Carmelo dall’altra parte.
La curiosità è difetto, cosa inutile, e pericolosa.
5Anche Giacomo, in mezzo a Maria d’Alfeo e Susanna, parla del Carmelo. Dice a sua madre: «Gesù mi ha promesso di salire lassù solo con me e di dirmi una cosa, a me soltanto».
6«Che ti vorrà dire, figlio? Me la ripeti poi?».
«Mamma, se è un segreto non te lo posso dire», risponde sorridendo del suo sorriso così affettuoso Giacomo, la cui somiglianza con Giuseppe sposo di Maria è molto sensibile nei tratti e ancora più nella pacata dolcezza.
6«Per la mamma non ci sono segreti».
«Non ne ho infatti. Ma se Gesù mi vuole lassù solo, e solo per parlarmi, è segno che vuole che nessuno sappia ciò che vuole dirmi. E tu, mamma, sei la mia cara mamma che amo tanto, ma Gesù è sopra di te, e la sua volontà anche. Però glielo domanderò, quando sarà il momento, se posso dire a te le sue parole. Sei contenta?».
7«Te lo dimenticherai di chiederlo…».
«No, mamma. Io non ti dimentico mai, anche se mi sei lontana. Quando sento o vedo qualche cosa bella penso sempre: “Se ci fosse la mia mamma!”».
8«Caro! Dammi un bacio, figlio mio». Maria d’Alfeo è commossa. Ma la commozione non uccide la curiosità. Torna all’assalto dopo aver taciuto qualche momento: «Hai detto: la sua volontà. Allora hai capito che ti vuol dire qualche sua volontà. Su, almeno questo lo puoi dire. Questo te lo ha detto presenti gli altri».
«Veramente ero avanti con Lui solo», dice sorridendo Giacomo.
«Ma gli altri potevano sentire».
9«Non mi ha detto molto, mamma. Mi ha ricordato le parole e la preghiera di Elia sul Carmelo: “Dei profeti del Signore sono rimasto io solo”. “Esaudiscimi affinché questo popolo riconosca che Tu sei il Signore Iddio”».
10«E che voleva dire?».
«Quante cose, mamma, vuoi sapere! Vai da Gesù, allora, e te le dirà», si schermisce Giacomo.
«Avrà voluto dire che, posto che il Battista è preso, Lui solo resta profeta in Israele, e che Iddio lo deve conservare a lungo perché il popolo sia ammaestrato», dice Susanna.
«Umh! Ci credo poco che Gesù chieda di essere conservato a lungo. Per Sé non chiede nulla… Su, Giacomo mio! Dillo a tua madre».
11«La curiosità è un difetto, mamma; è una cosa inutile, pericolosa, talora è dolorosa. Fai un bell’atto di mortificazione…».
«Ohimè! Non avrà certo voluto dire che tuo fratello mi sarà imprigionato, ucciso forse?!», chiede tutta sconvolta Maria d’Alfeo.
«Giuda non è “tutti i profeti”, mamma, anche se per il tuo amore ogni tuo figlio rappresenta il mondo…».
«Penso anche agli altri perché… perché nei profeti futuri siete certo voi. Allora… allora se resti tu solo… Se resti tu solo è segno che gli altri, che il mio Giuda… oh! … ».
Tutto si compatisce a un cuore di Madre.
12Maria d’Alfeo pianta in asso Giacomo e Susanna e, svelta come fosse una giovinetta, corre indietro, incurante della domanda che le fa il Taddeo. Arriva, come una che è inseguita, nel gruppo di Gesù.
13«Gesù mio, parlavo con mio figlio… di quanto Tu gli hai detto… del Carmelo… di Elia… dei profeti… Tu hai detto… che Giacomo resterà solo… E di Giuda che avverrà? È mio figlio, sai?», dice tutta affannata per l’angoscia e per la corsa fatta.
14«Lo so, Maria. E so anche che tu sei felice che sia il mio apostolo. Vedi che tu hai tutti i diritti come madre, ed Io li ho come Maestro e Signore».
«È vero… è vero… ma Giuda è il mio bambino! …», e Maria, in un intravvedere di futuro, piange di gusto.
15«Oh! che lacrime mal spese! Ma tutto si compatisce ad un cuore di madre. Vieni qui, Maria. Non piangere. Ti ho già confortata un’altra volta. Anche allora ti ho promesso che quel tuo dolore ti avrebbe dato grandi grazie da Dio, per te, per il tuo Alfeo, per i tuoi figli…». Gesù ha passato il braccio sulla spalla della zia, attirandosela ben vicina… Ordina a quelli che erano con Lui: «Andate avanti voi…».
16Poi, solo con Maria Cleofa, riprende a parlare. «E non ho mentito. Alfeo è morto invocandomi. Perciò ogni suo debito verso Dio è stato annullato. Questa conversione verso il parente incompreso, verso il Messia non voluto riconoscere prima, l’ha ottenuta il tuo dolore, Maria. Ora questo otterrà che l’incerto Simone e il tenace Giuseppe imitino il tuo Alfeo».
«Sì, ma… che gli farai a Giuda, al mio Giuda?».
«Lo amerò ancora più che non lo ami ora».
«No, no. C’è una minaccia in quelle parole. Oh! Gesù! Oh! Gesù! …».
Il martirio redentivo delle madri.
17Maria Vergine torna indietro Ella pure, per consolare la cognata del dolore di cui ancora non conosce la natura, e quando la sa – perché la cognata, vedendola al suo fianco, piange ancora più forte dicendoglielo – diviene più pallida della stessa luna. Maria d’Alfeo geme: «Diglielo tu, che no, che no, la morte per il mio Giuda…»
18Maria Vergine, ancor più esangue, le dice: «E posso chiedere questo per te, se neppur per la mia Creatura io chiedo salvezza dalla morte? Maria, di’ con me: “Sia fatta la tua volontà, Padre, in Cielo, in Terra e nel cuore delle madri”. Fare la volontà di Dio attraverso la sorte dei figli è il martirio redentivo di noi madri… E d’altronde… Non è detto che Giuda debba essere ucciso, o ucciso prima che tu muoia. La tua preghiera di ora, perché egli campi fino alla più longeva età, come ti peserebbe allora, quando, in un Regno di Verità e Amore, tu vedrai le cose, tutte, attraverso le luci di Dio e attraverso la tua maternità spiritualizzata. Allora, io ne sono certa, e come beata e come madre, tu vorresti che Giuda fosse simile al mio Gesù nella sorte di redentore e arderesti di averlo presto con te, di nuovo, per sempre. Perché il tormento delle mamme è di essere separate dai figli. Un tormento così grande che credo perduri, come ansia d’amore, anche nel Cielo che ci accoglierà».
19Il pianto di Maria, così forte nel silenzio di un primo annuncio d’alba, ha fatto sì che tutti tornassero indietro per sapere che è accaduto, e così sentono le parole di Maria Vergine e la commozione dilaga.
Il martirio redentivo delle madri.
20Lacrima Maria di Magdala sussurrando: «E io quel tormento l’ho dato a mia madre già dalla Terra».
Lacrima Marta dicendo: «È reciproco dolore l’essere separati fra figli e madre».
21Non sono senza luccichio gli occhi di Pietro, e lo Zelote dice a Bartolomeo: «Che parole di sapienza per spiegare ciò che sarà la maternità di una beata!».
22«E come da una madre beata saranno valutate le cose: attraverso le luci di Dio e la maternità spiritualizzata… Fa restare senza respiro come davanti ad un luminoso mistero», gli risponde Natanaele.
23L’Iscariota dice ad Andrea: «La maternità si spoglia di ogni pesantezza del senso e diventa tutt’ala, detta così. Sembra di vedere già tramutate in un’inconcepibile bellezza le nostre madri».
24«È vero. La nostra, Giacomo, ci amerà così. Lo immagini come sarà allora perfetto il suo amore?», dice Giovanni al fratello, ed è l’unico che abbia una luce di sorriso, tanto il pensiero che la madre sua giunga ad amare in modo perfetto lo commuove gioiosamente.
25«Mi spiace di aver causato tanto dolore», si scusa Giacomo D’Alfeo.
«Ma ha intuito più di quanto io non abbia detto… Credimi, Gesù».
26«Lo so, lo so. Ma Maria si sta lavorando da sé stessa, e questo è un colpo più forte di scalpello. Però le leva tanto peso morto», dice Gesù.
27«Suvvia, madre. Basta di piangere! Questo mi duole. Che tu soffra come una povera femminetta che non conosce le certezze del Regno di Dio. Non assomigli per nulla alla madre dei fanciulli Maccabei», rimprovera severo il Taddeo pur abbracciando sua madre, e finisce, baciandola sulla testa, fra i capelli brizzolati: «Sembri una bambina che ha paura delle ombre e delle favole che le raccontano per spaventarla. Eppure lo sai dove trovarmi: in Gesù. Che mamma! Che mamma! Piangere dovresti se ti fosse stato detto che io, in futuro, divenissi un traditore di Gesù, un che lo abbandona, un dannato. Allora sì. Dovresti piangere anche sangue. Ma, se Dio mi aiuta, questo dolore non te lo darò mai, madre mia. Voglio stare con te per tutta l’eternità…».
28Il rimprovero prima, le carezze poi, finiscono per far cessare il pianto di Maria d’Alfeo, che ora è tutta vergognosa della sua debolezza.
Breve intermezzo crepuscolare.
29La luce, nel trapasso dalla notte al giorno, è diminuita, essendo tramontata la luna e non ancora iniziato il giorno.
30Ma è un breve intermezzo crepuscolare. Subito dopo la luce, prima plumbea, poi grigiolina, poi verdognola, poi lattea con infusioni di azzurro, infine chiara, quasi di un incorporeo argento, si afferma sempre più, rendendo facile il cammino sul greto umido lasciato scoperto dalle onde, mentre l’occhio si rallegra nella vista del mare che si fa di un azzurro più chiaro, pronto ad accendersi di sfaccettìo gemmei. E poi l’aria intride il suo argento di un rosa sempre più sicuro, finché questo rosa oro dell’aurora si fa pioggia di rosa rosso sul mare, sui volti, sulle campagne, con contrasti di tinte sempre più vivi, che raggiungono il punto perfetto, per me sempre il più bello del giorno, quando il sole, balzando fuori dai limiti d’oriente, getta il suo primo raggio sui monti e pendici, boschi, prati e ampie distese marine e celesti, accentuando ogni colore, sia candore di nevi o di lontananze montane di un indaco che svaria nel verde diaspro, o sia cobalto del cielo che si impallidisce per accogliere il rosa, o sia zaffiro venato di giada e filettato di perle del mare. E oggi il mare è un vero miracolo di bellezza. Non morto nella calmeria pesante, non sconvolto nella lotta dei venti, ma maestosamente vivo in un ridere di ondette sottili, appena segnalate da un’increspatura che si incorona di una crestina di spuma.
“Ti lavorerò col fuoco e sull’incudine”.
31«Arriveremo a Dora prima che il sole bruci. E ripartiremo al tramonto. Domani a Cesarea sarà finita la vostra fatica, sorelle. E noi pure riposeremo. Il vostro carro vi aspetta certo. Ci separeremo… Perché piangi, Maria? Dovrò dunque vedere oggi piangere tutte le Marie?», dice Gesù alla Maddalena.
«Le duole lasciarti», la scusa la sorella.
«Non è detto che non ci si riveda e presto».
Maria fa cenno di no col capo. Non piange per questo.
32Lo Zelote spiega: «Teme di non saper essere buona senza la tua vicinanza. Teme di… di essere tentata troppo fortemente quando Tu non sia vicino a tenere lontano il demonio. Me ne parlava poco fa».
33«Non avere questa tema. Io non ritiro mai una grazia che ho concessa. Vuoi tu peccare? No? E allora sta’ tranquilla. Vigila, questo sì, ma non temere».
34«Signore… piango anche perché a Cesarea… Cesarea è piena dei miei peccati. Ora li vedo tutti… Avrò molto da soffrire nella mia umanità…».
35«Ne ho piacere. Più soffrirai e meglio sarà. Perché dopo non soffrirai più di queste inutili pene. Maria di Teofilo, ti ricordo che sei figlia di un forte e che sei un’anima forte e che Io ti voglio fare fortissima. Compatisco le debolezze nelle altre perché esse sono sempre state donne miti e timide, tua sorella compresa. In te non lo sopporto. Ti lavorerò col fuoco e sull’incudine. Perché sei tempra che va lavorata così per non guastare il miracolo della tua e della mia volontà. Questo sappilo tu e chi fra i presenti o fra gli assenti può pensare che Io per il tanto che ti ho amata possa divenire debole con te. Ti concedo di piangere per pentimento e per amore. Non per altro. Hai capito?». Gesù è suggestionante e severo.
36Maria di Magdala si sforza ad inghiottire lacrime e singulti e scivola in ginocchio, bacia i piedi di Gesù e, cercando di fare sicura la voce, dice: «Sì, mio Signore. Farò ciò che Tu vuoi».
37«Alzati, allora, e sii serena».
LA DISCEPOLA CHE LASCIA LA SCHIAVITU’ UMANA PER LA LIBERTA’ DIVINA
15. L’incontro con Sintica, il
primo
fiore della Grecia di Cristo, e l’arrivo a Cesarea Marittima[42].
Dignità spirituale e morale di una donna.
Bestie di acqua nocive.
1Non vedo la città di Dora. Il sole è al tramonto, i pellegrini sono diretti a Cesarea. Ma la sosta di Dora non l’ho vista. Forse è stata solo una sosta senza nulla di notevole da segnalare. Il mare sembra infuocato, tanto riflette nella sua calma il rosso del cielo, un rosso quasi irreale tanto è violento. Sembra che sia stato versato sangue sulla volta del firmamento.
2Fa ancora caldo, nonostante l’aria marina renda sopportabile questo calore. Camminano sempre lungo mare, per fuggire l’ardore del terreno asciutto, e molti si sono addirittura levati i sandali e rialzate le vesti per entrare nell’acqua. Pietro dichiara: «Se non c’erano le discepole mi mettevo nudo e andavo lì dentro fino al collo».
3Ma deve uscire anche di lì perché la Maddalena, che era avanti con le altre, torna indietro e dice: «Maestro, io sono pratica di questa zona. Vedi là dove il mare ha quel filo giallo nel suo azzurro? Là si butta un fiume, perenne anche in questi tempi di estate. E bisogna saperlo varcare…».
4«Ne abbiamo varcati tanti! Non sarà il Nilo! Varcheremo anche questo», dice Pietro.
«Non è il Nilo. Ma nelle sue acque e sulle sue rive ci sono bestie d’acqua nocive. Occorre non passare con leggerezza e scalzi per non essere feriti».
«Oh! Chi sono mai? Dei Leviatan?».
«Hai detto bene, Simone. Sono proprio dei coccodrilli. Piccoli, è vero, ma sufficienti a non farti camminare per un pezzo».
«E che ci stanno a fare?».
5«Ci sono stati portati per culto, credo, fin da quando qui regnavano i fenici. E ci sono rimasti, diventando sempre più piccoli, ma non meno aggressivi perciò, passando dai templi alla fanghiglia del fiume. Ora sono grossi lucertoloni, ma con certi denti! I romani vengono qui per partite di caccia e per divertimenti vari… Ci sono venuta anche io con loro. Tutto serve per… occupare il tempo. E poi le pelli sono belle e si usano per molte cose. Lasciate perciò che per la mia esperienza vi guidi».
«Va bene. Mi piacerebbe vederli…», dice Pietro.
«Forse ne vedremo qualcuno, benché siano quasi sterminati tanto sono cacciati».
La paura di Marta.
6Lasciano la riva e piegano verso l’interno, fino a trovare una strada maestra a metà spazio tra le colline e il mare, e giungono presto ad un ponte molto arcuato, gettato su un fiumicello di letto piuttosto grande, ma ora povero d’acque, ridotte al centro dell’alveo che, dove non ha acqua, mostra falaschi e canne, ora semiarsi dall’estate, in altre stagioni formanti certo minuscole isole fra le acque. Le sponde invece hanno cespugli e alberi folti.
7Per quanto aguzzino lo sguardo, non vedono nessun animale e molti ne sono delusi. Ma quando stanno per finire il valico del ponte, il cui unico arco è molto alto, forse per non essere invaso dalle acque in tempo di piena – una robusta costruzione forse romana – Marta dà uno strillo acutissimo e scappa indietro terrorizzata. Un grossissimo lucertolone – non sembra più di così – avente però la testa classica del coccodrillo, sta per traverso sulla via, fingendosi dormente.
8«Ma non avere paura!», grida la Maddalena.
«Quando sono lì non sono pericolosi. Il brutto è quando sono nascosti e ci si va sopra senza vederli».
9Ma Marta sta prudentemente indietro. Anche Susanna non scherza… Maria d’Alfeo è più coraggiosa nella sua prudenza e stando vicino ai suoi figli va avanti e guarda. Gli apostoli poi non hanno proprio paura e guardano facendo commenti sulla brutta bestia, la quale si degna di girare lentamente la testa per farsi vedere anche di fronte e poi accenna a muoversi, e sembra voglia venire in direzione dei suoi disturbatori. Altro strillo di Marta che fugge più indietro, imitata ora anche da Susanna e Maria Cleofe. Ma Maria di Magdala raccoglie un sasso e lo tira alla bestia e questa, colpita al fianco, scappa giù per il greto e si immelma nell’acqua.
10«Vieni avanti, paurosa. Non c’è più», dice alla sorella. Le donne tornano vicine.
«Però è proprio brutto», commenta Pietro.
«É vero, Maestro, che una volta davano loro per cibo delle vittime umane?», chiede l’Iscariota.
11«Era riputato animale sacro, rappresentava un dio e, come noi consumiamo il sacrificio al nostro Dio, essi, i poveri idolatri, lo facevano con i modi e gli errori che la loro condizione portava».
12«Ma ora più?», chiede Susanna.
«Io credo che non è escluso che ancora si faccia in luoghi idolatri», dice Giovanni di Endor.
13«Mio Dio! Ma li daranno morti, eh?».
«No. Li danno vivi, se li danno. Fanciulle, bambini, in genere. Le primizie del popolo. Almeno così ho letto», risponde sempre Giovanni alle donne che si guardano intorno spaurite.
14«Io morirei di paura se dovessi andargli vicino», dice Marta.
«Davvero? Ma questo è nulla, donna, rispetto al vero coccodrillo. É lungo e largo almeno tre volte tanto».
«E affamato anche. Questo era certo sazio di bisce o conigli selvatici».
«Misericordia! Anche bisce! Ma dove ci hai portato, Signore!», geme Marta così spaurita che l’ilarità prende irresistibilmente tutti.
15Ermasteo, che ha sempre taciuto, dice: «Non avere alcuna paura. Basta fare molto rumore e scappano tutti. Sono pratico. Sono stato nel basso Egitto più volte».
Si mettono in marcia battendo le mani o picchiando sui tronchi. E il punto pericoloso è sorpassato. Marta si è messa vicino a Gesù e chiede spesso: «Ma non ce ne saranno proprio più?».
16Gesù la guarda e scrolla il capo sorridendo, ma la rassicura: «La pianura di Saron non è che bellezza, e ormai ci siamo. Ma in verità oggi le discepole mi hanno serbato delle sorprese! Non so proprio perché tu sia così paurosa».
17«Non lo so neanche io. Ma tutto ciò che striscia mi terrorizza. Mi pare di sentire il freddo di quei corpi, certo freddi e viscidi, su di me. E mi chiedo anche perché ci sono. Sono forse necessari?».
18«Questo andrebbe chiesto a Colui che li fece. Ma credi che se li ha fatti è segno che sono utili. Non foss’altro che per fare brillare l’eroismo di Marta», dice Gesù con un brillio arguto negli occhi.
19«Oh! Signore! Tu scherzi e hai ragione. Ma io ho paura e non mi vincerò mai».
Sintica, la schiava greca.
20«Lo vedremo questo… Cosa si muove là, fra quei cespugli?», dice Gesù drizzando il capo e spingendo lo sguardo in avanti, verso un groviglio di rovi e altre piante dai lunghi rami portati all’assalto di un muraglione di fichi d’India, che sono più indietro con le loro palette dure quanto i rami assalitori sono flessibili.
21«Un altro coccodrillo, Signore?!…», geme Marta terrorizzata.
22Ma il frascare aumenta e ne sporge un volto umano, di donna. Guarda. Vede tutti questi uomini, è incerta se fuggire per la campagna o imbucarsi nella galleria selvaggia. Ma vince la prima cosa e fugge con uno strido.
«Lebbrosa?»,
«Pazza?»,
23«Indemoniata?», si chiedono restando perplessi. Ma la donna torna indietro, perché da Cesarea già prossima si avanza un carro romano. La donna è come un topo in trappola. Non sa dove andare, perché Gesù e i suoi sono ora presso il cespuglio che le era di rifugio e non vi può tornare, verso il carro non vuole andare… Nelle prime caligini della sera, perché la notte cade rapida dopo il tramonto potente, si vede che è giovane e graziosa, malgrado sia lacera nelle vesti e spettinata.
24«Donna! Vieni qui!», ordina Gesù imperiosamente. La donna tende le braccia supplicando: «Non mi fare del male!».
25«Vieni qui. Chi sei? Non ti faccio del male», e lo dice così dolcemente che la persuade. La donna viene avanti curva e si getta al suolo dicendo: «Chiunque tu sia, abbi pietà. Uccidimi ma non mi consegnare al padrone. Sono una schiava scappata…».
26 «Chi era il tuo padrone? E tu di dove sei? Ebrea no di certo. Il tuo modo di parlare lo dice. E anche la tua veste».
27«Sono greca. La schiava greca di… Oh! pietà! Nascondetemi! Il carro sta per arrivare…».
28Fanno tutti gruppo intorno all’infelice raggomitolata al suolo. La veste lacerata dai pruni mostra le spalle solcate di colpi e decorate di sgraffi. Il carro passa senza che nessuno di chi è in esso mostri interesse al gruppo fermo presso la siepe.
29«Sono andati avanti, parla. Se possiamo, ti aiutiamo», dice Gesù mettendole la punta delle dita sulle chiome disfatte.
30«Sono Sintica, la schiava greca di un nobile romano al seguito del Proconsole».
31«Ma allora sei la schiava di Valeriano!», esclama Maria di Magdala.
«Ah! pietà, pietà! Non mi denunciare a lui», supplica l’infelice.
32«Non temere. Io non parlerò mai più con Valeriano», risponde la Maddalena. E spiega a Gesù: «É uno fra i più ricchi e sozzi romani che qui abbiamo. E come è sozzo, è crudele».
Natura e dignità dell’anima.
33«Perché sei fuggita?», domanda Gesù.
«Perché ho un’anima. Non sono una mercanzia… (la donna si rinfranca vedendo di avere trovato dei pietosi). Non sono una mercanzia. Egli mi ha comperata. É vero. Ma potrà avere comperato la mia persona per abbellire la sua casa, perché io gli rallegri le ore con la lettura, perché lo serva. Ma non altro. L’anima è mia! Non è cosa che si compra. Egli voleva anche quella».
34«Come sai tu di anima?».
35«Non sono illetterata, Signore. Preda di guerra fin dalla più giovane età. Ma non plebea. Questo è il mio terzo padrone ed è un lurido fauno. Ma in me restano le parole dei nostri filosofi. E so che non è solo carne in noi. Vi è qualche cosa di immortale chiuso in noi. Qualcosa che non ha esatto nome per noi. Ma di recente il suo nome lo so. É passato, un giorno, un uomo da Cesarea, facendo prodigi e parlando meglio di Socrate e Platone. Molto se ne è parlato, nelle terme e nei triclini, o nei peristili dorati, sporcando il suo augusto nome col dirlo nelle sale delle orge immonde. E il mio padrone, a me, proprio a me che già sentivo di avere qualcosa di immortale che solo a Dio spetta e non si compera come merce su un mercato di schiavi, ha fatto rileggere le opere dei filosofi per confrontare e cercare se questa cosa ignorata, che l’uomo venuto a Cesarea ha nominato “anima”, vi fosse descritta. A me, a me ha fatto leggere questo! A me che voleva asservire al suo senso! Ho così saputo che questa cosa immortale è l’anima. E mentre Valeriano con altri suoi pari ascoltava la mia voce, e fra un’eruttazione e uno sbadiglio tentava comprendere, paragonare e discutere, io univo i loro discorsi, riportanti quelli dello Sconosciuto, alle parole dei filosofi, e me le mettevo qui, e me ne facevo una dignità sempre più forte, per respingere la sua libidine… Mi ha battuta a morte, sere or sono, perché l’ho respinto a colpi di denti… e sono fuggita il giorno dopo… Sono cinque giorni che vivo in quel folto, cogliendo di notte more e fichi d’India. Ma finirò per essere presa. Mi cerca certo. Costo molto denaro e piaccio troppo al suo senso perché mi lasci stare… Abbi pietà! Ti chiedo, tu sei ebreo e certo sai dove si trova, ti chiedo di condurmi dallo Sconosciuto che parla agli schiavi e che parla dell’anima. Mi hanno detto che è povero. Farò la fame, ma voglio stargli vicino perché mi istruisca e mi rialzi. Vivere con i bruti abbrutisce, anche se ad essi si fa resistenza. Voglio ritornare a possedere la mia dignità morale».
Le discepole accolgono Sintica.
36«Quell’uomo, lo Sconosciuto che cerchi, ti è davanti».
«Tu? O ignoto Dio dell’Acropoli, ave!», e si curva fino con la fronte al suolo.
«Qui non puoi stare. Ma Io vado a Cesarea…».
«Non mi lasciare, Signore!».
«Non ti lascio… Penso…».
37«Maestro, il nostro carro è certo al luogo convenuto, in attesa. Manda ad avvertire. Sul carro sarà sicura come in casa nostra», consiglia Maria di Magdala.
«Oh! sì, Signore. A noi, al posto del vecchio Ismaele. La istruiremo di Te. Sarà una strappata al paganesimo», supplica Marta.
38«Vuoi venire con noi?», chiede Gesù.
«Con chiunque dei tuoi purché non sia più con quell’uomo. Ma… ma qui una donna ha detto che lo conosce? Non mi tradirà? Non verranno nella sua casa dei romani? Non…».
«Non avere paura. A Betania non vengono romani, e di quel genere soprattutto», rassicura la Maddalena.
39«Simone e Simon Pietro, andate a cercare del carro. Noi vi attendiamo qui. Entreremo in città dopo», ordina Gesù.
Saggezza della Maddalena.
La nutrice di Maddalena.
40…Quando il pesante carro coperto si annuncia col rumore degli zoccoli e delle ruote e col lume penzolante dal suo tetto, quelli che attendevano si alzano dalla proda, dove certo hanno cenato, e si fanno sulla via. Il carro si ferma traballando sul margine della via sconquassata e ne scendono Pietro e Simone, subito seguiti da una donna anziana che corre ad abbracciare la Maddalena dicendo: «Non un momento, non un momento di ritardo a dirti che io sono felice, a dirti che tua madre giubila con me, a dirti che tu sei tornata la bionda rosa della nostra casa, come quando dormivi nella cuna dopo avermi succhiato il seno», e la bacia e ribacia.
Maria piange fra le sue braccia.
41«Donna, ti affido questa giovane e ti chiedo il sacrificio di attendere qui tutta la notte. Domani potrai andare al primo villaggio sulla via consolare e attendere lì. Verremo entro l’ora di terza», dice Gesù alla nutrice.
42«Tutto sia come Tu vuoi, benedetto Tu sia! Solo lascia che io dia a Maria le vesti che le ho portate». E risale sul carro con Maria SS. e Maria e Marta. Quando ne tornano fuori, la Maddalena è quale la vedremo in seguito, sempre: con una semplice veste, un ampio lino sottile per velo e un mantello senza ornamenti.
43«Vai pure tranquilla, Sintica. Domani verremo noi pure. Addio», saluta Gesù. E riprende il cammino verso Cesarea…
Il lungomare.
44Il lungomare è molto popolato di gente che vi passeggia al lume di torce o fanali portati da schiavi, respirando l’aria che viene dal mare, un grande refrigerio ai polmoni stanchi dell’afa estiva. E chi passeggia è proprio la classe dei ricchi romani. Gli ebrei sono chiusi nelle loro case e godono il fresco dall’alto delle stesse. Il lungomare sembra un lunghissimo salotto in ora di visite. Passarvi vuol dire essere letteralmente analizzati in ogni particolare. Eppure Gesù passa proprio di lì… per quanto è lungo il lungomare, incurante di chi lo osserva, commenta e deride.
45«Maestro, Tu qui? A quest’ora?», domanda Lidia seduta su una specie di poltrona, o lettuccio, portatole dagli schiavi sul limite della via. E si alza in piedi.
«Vengo da Dora e ho fatto tardi. Vado in cerca di alloggio».
«Ti direi: ecco la mia casa», e accenna ad un bell’edificio alle sue spalle. «Ma non so se…».
«No. Ti ringrazio. Ma non accetto. Ho con Me molti e già sono andati avanti due ad avvertire persone che conosco. Credo mi ospiteranno».
L’unica saggezza della Maddalena.
46L’occhio di Lidia si posa anche sulle donne che Gesù ha indicato insieme ai discepoli e subito ravvisa la Maddalena.
«Maria? Tu? Ma allora è vero?».
Maria di Magdala ha uno sguardo di gazzella accerchiata: torturato. E ne ha ragione perché non è Lidia da sola da affrontare, ma molti e molti che la guardano… Ma guarda anche Gesù e si rinfranca. È vero».
47«Allora ti abbiamo perduta!».
«No. Mi avete trovata. Almeno spero di ritrovarvi un giorno, e con un’amicizia migliore, sulla via che ho finalmente trovata. Dillo, ti prego, a tutti quelli che mi conoscono. Addio, Lidia. Dimentica tutto il male che mi hai visto fare, te ne chiedo perdono…».
«Ma Maria! Perché ti avvilisci? Abbiamo fatto la stessa vita, dei ricchi e sfaccendati, e non c’è…».
«No. Io ho fatto una vita peggiore. Ma ne sono uscita. E per sempre».
48«Ti saluto, Lidia», abbrevia il Signore e si avvia verso il cugino Giuda, che con Tommaso viene verso di Lui. Lidia trattiene ancora un attimo la Maddalena.
49«Ma dimmi il vero, ora che siamo fra noi: sei tu veramente convinta?».
«Non convinta: felice di essere la discepola. Ho solo un rimpianto, di non avere conosciuto prima la Luce e di avere mangiato il fango invece di nutrirmi di Essa. Addio, Lidia».
50La risposta suona netta nel silenzio che si è fatto intorno alle due donne. Nessuno dei molti presenti parla più… Maria si volge e, rapida, cerca di raggiungere il Maestro. Un giovane le si para davanti: «É la tua ultima pazzia?», dice e fa per abbracciarla. Ma, mezzo ubriaco come è non ci riesce, e Maria gli sfugge gridandogli: «No, è la mia unica saggezza».
Raggiunge le compagne, velate come maomettane tanto hanno ribrezzo di esser viste da quei viziosi.
51«Maria», dice trepida Marta, «hai molto sofferto?».
52«No. E, ha ragione, e ora non soffrirò mai più per questo. Ha ragione Lui…».
53Svoltano tutti in una vietta oscura per entrare poi in una casa vasta, certo un albergo, per la notte.
16. Partenza di Marta e Maria con Sintica. Una lezione a Giuda Iscariota. Applicazione della legge sullo schiavo[43].
La piccola famiglia del Messia.
Gli apostoli stanchi, sconfortati, imbronciati.
1E di nuovo in cammino, piegando a oriente, diretti verso la campagna.
2Ora gli apostoli e i due discepoli sono con Maria Cleofe e Susanna dietro di qualche metro a Gesù, che è con sua Madre e le due sorelle di Lazzaro. Gesù parla fitto fitto. Gli apostoli invece non parlano. Sembrano stanchi o sconfortati. Non li attira neppure la bellezza della campagna che è veramente splendida, nelle sue lievi ondulazioni gettate sulla pianura come tanti cuscini verdi sotto i piedi di un re gigante, coi suoi colli di pochi metri messi qua e là a preludere le catene del Carmelo e della Samaria. Sia nel piano, che è il sovrano del luogo, sia sulle decorazioni di questi piccoli colli e onde di terra, è tutto un fiorire di erbe e un maturare di frutta. Deve essere un luogo irriguo nonostante la regione e la stagione, perché è troppo florido per essere senza dovizia d’acque. Comprendo adesso perché la pianura di Saron sia tante volte nominata con entusiasmo nella sacra Scrittura. Ma questo entusiasmo non è per nulla condiviso dagli apostoli, che procedono come un poco imbronciati, unici che abbiano dei bronci in questa giornata serena e in questa plaga ridente.
3La strada consolare, molto ben tenuta, taglia col suo nastro bianco questa campagna fertilissima e, data l’ora mattutina, ancora è facile incontrare contadini carichi di derrate, oppure viaggiatori diretti a Cesarea. Uno, che raggiunge con una fila di asini carichi di sacchi gli apostoli e li costringe a scansarsi per fare posto alla carovana asinina, chiede con arroganza: «Il Kison è qui?».
4«Più indietro», risponde secco Tommaso e brontola fra i denti: «Pezzo di tanghero!».
«È un samaritano, e basta questo a dire tutto!», risponde Filippo.
L’Iscariota giudica le opere del Messia.
5Ricadono nel silenzio. Dopo qualche metro, così, come terminando un interno discorso, Pietro dice: «Per quello che è giovato! Valeva la pena di fare tanta strada?».
6«Ma già! Perché poi siamo andati a Cesarea se non ha detto una parola? Io credevo volesse fare qualche stupefacente miracolo per persuadere i romani. Invece…», dice Giacomo di Zebedeo.
7«Ci ha portati alla berlina e basta», commenta Tommaso.
8E l’Iscariota rincara: «E ci ha fatto soffrire. Ma a Lui piacciono le offese e crede che piacciano a noi pure».
9«Veramente chi ha sofferto in questo caso è Maria di Teofilo», osserva pacato lo Zelote.
10«Maria! Maria! É diventata il centro dell’universo Maria? Non soffre che lei, non è eroica che lei, non è da formarsi che lei. Se sapevo, divenivo ladrone e omicida per essere poi oggetto di tante premure», scatta l’Iscariota.
11«Veramente, l’altra volta che venimmo a Cesarea e Lui fece miracolo ed evangelizzò, noi lo affliggemmo dei nostri malcontenti per averlo fatto», osserva il cugino del Signore.
12«É che noi non sappiamo ciò che vogliamo… Fa così e brontoliamo, fa l’opposto e brontoliamo. Siamo difettosi», dice serio Giovanni.
13«Oh! ecco l’altro sapiente che parla! Certo è che non si fa nulla di buono da tempo».
14«Nulla, Giuda? Ma quella greca, ma Ermasteo, ma Abele, ma Maria, ma…».
15«Non è con queste nullità che Egli fonderà il Regno», ribatte l’Iscariota, ossessionato dall’idea di un trionfo terreno.
16«Giuda, ti prego di non giudicare le opere di mio Fratello. È una pretesa ridicola. Un bambino che vuole giudicare il maestro, per non dire: una nullità che vuole mettersi in alto», dice il Taddeo che, se ha in comune il nome, ha però una invincibile antipatia per il suo omonimo.
17«Ti ringrazio di esserti limitato a dirmi bambino. Veramente, dopo avere tanto vissuto nel Tempio, credevo di essere giudicato almeno maggiorenne», risponde sarcastico l’Iscariota.
18«Oh! come sono pesanti queste dispute!», sospira Andrea. Davvero! Invece di fonderci, più si vive insieme, ci si separa. E pensare che a Sicaminom Egli ha detto che noi bisogna essere uniti al gregge. Come lo saremo, se fra pastori non lo siamo?», osserva Matteo.
19«Non si deve allora parlare? Mai dire il nostro pensiero? Non siamo schiavi, credo».
20«No, Giuda. Non siamo schiavi. Ma siamo degli indegni di seguirlo perché non lo comprendiamo», dice calmo lo Zelote.
21«Io lo comprendo benissimo».
22«No. Non lo comprendi, e con te non lo comprendono, più o meno, tutti quelli che lo criticano. Comprendere è ubbidire senza discutere perché si è persuasi della santità di chi guida», dice ancora lo Zelote.
23«Ah! ma tu alludi a comprendere la sua santità! Io dicevo le sue parole. La santità è indiscussa e indiscutibile», si affretta a dire l’Iscariota.
24«E puoi scindere questa da quelle? Un santo avrà sempre a possesso la Sapienza, e le sue parole saranno sapienti».
25«È vero. Ma fa degli atti nocivi. Certo per troppa santità. Lo concedo. Ma il mondo non è santo, e Lui si crea delle noie. Ora, per esempio, questo filisteo e questa greca credi tu che ci giovino?».
26«Ma se io devo nuocere mi ritiro», dice mortificato Ermasteo. «Io ero venuto con l’idea di dargli onore e di fare cosa giusta».
«Gli daresti un dolore andandotene per questo motivo», gli risponde Giacomo d’Alfeo.
«Lascerò credere che ho cambiato idea. Ora lo saluterò e.… me ne andrò».
«No davvero! Tu non te ne vai. Non è giusto che per i nervosismi altrui il Maestro perda un discepolo buono», scatta Pietro.
27«Ma se se ne vuole andare così per poco, è segno che non è sicuro della sua volontà. Lascialo perciò andare», risponde l’Iscariota.
28Pietro perde la pazienza: «Ho promesso a Lui, quando mi ha dato Marziam, di diventare paterno con tutti, e mi dispiace di mancare alla promessa. Ma tu mi ci porti. Ermasteo è qui e qui resta. Sai cosa ti devo dire? Che sei tu quello che turbi le volontà degli altri e le fai incerte. Sei uno che separa e disordina. Ecco quello che sei. E vergognatene».
«Cosa sei? Il protettore dei…».
29«Sissignore. Hai detto bene. So ciò che vuoi dire. Protettore della Velata, protettore di Giovanni di Endor; protettore di Ermasteo, protettore di quella schiava, protettore di quanti altri sono trovati da Gesù e non sono gli splendidi esemplari pavoneschi del Tempio, i fabbricati con la sacra calcina e le ragnatele del Tempio, gli stoppini fragranti di morchia dei lumi del Tempio, i come te, insomma, per rendere più chiara la parabola, perché se il Tempio è molto, a men che io non sia divenuto scemo, il Maestro è da più del Tempio e tu gli manchi…». Urla tanto che Gesù si ferma e si volta e accenna a tornare indietro, lasciando le donne.
Non scandalizzare a chi nasce alla Luce
30«Ha sentito! Ora sarà afflitto!», dice l’apostolo Giovanni.
«No, Maestro. Non venire. Discutevamo… per ingannare la noia del cammino», dice pronto Tommaso.
Ma Gesù sta fermo in modo da essere raggiunto.
31«Che discutevate? Ancora una volta devo dirvi che le donne vi superano?». Il dolce rimprovero tocca il cuore di tutti. Tacciono abbassando il capo.
32«Amici, amici! Non siate oggetto di scandalo a coloro che solo ora nascono alla Luce! Non sapete che nuoce più un’imperfezione in voi che tutti gli errori che sono nel paganesimo, alla redenzione di un pagano o di un peccatore?».
33Nessuno risponde perché non sanno cosa dire per giustificarsi o per non accusare.
La Vergine impara ad usare la porpora.
34Presso un ponte su un torrente secco è fermo il carro delle sorelle di Lazzaro. I due cavalli pasturano coll’erba folta delle rive del torrente, forse secco da poco e perciò con sponde ben nutrite di erba. Il servo di Marta e uno, forse il conducente, sono pure sul greto, mentre le donne sono chiuse nel carro, che è tutto coperto da una pesante coperta fatta di pelli conciate che scendono a modo di cortine pesanti fino sul piano del carro. Le donne discepole si affrettano ad esso e il servo che le vede per primo dà l’allarme alla nutrice, mentre l’altro si affretta a condurre i cavalli alle stanghe.
35Il servo intanto corre dalle padrone inchinandosi fino a terra. La anziana nutrice, una bella donna di colorito olivastro, ma piacente, scende lesta e va dalle sue padrone. Ma Maria di Magdala le dice qualche cosa e lei si dirige subito alla Vergine dicendo: «Perdona… Ma è tanta la gioia di vederla che non vedo che lei. Vieni, benedetta. Il sole brucia. Sul carro è ombra».
36E salgono tutte in attesa degli uomini rimasti molto indietro. Mentre attendono e mentre Sintica, rivestita della veste che ieri aveva la Maddalena, bacia i piedi delle sue padrone – come si ostina a dirle lei, nonostante che esse le dicano che non è per loro né serva né schiava, ma solo ospite in nome di Gesù – la Vergine mostra il prezioso fagottello della porpora, chiedendo come si può filare quella cortissima barbetta il cui stame rifiuta umidore e torcitura.
37«Non si usa così, Donna. Va ridotta in polvere e usata come qualunque altra tintura. Questa è la bava della conchiglia, non è un capello né un pelo. Vedi come è friabile ora che è secca? Tu la riduci in polvere fina, la setacci perché non rimanga nessun pezzo lungo che macchierebbe il filato o la stoffa. Meglio se tingi il filato in matasse. Quando sei sicura che è tutta in polvere, la sciogli come si fa con la cocciniglia, o lo zafferano, o la polvere dell’indaco, o altre di altre cortecce, o radici, o frutti, e la usi. Ferma la tinta con dell’aceto forte per ultima sciacquatura».
L’addio della Vergine alle discepole del Cristo.
38«Grazie, Noemi. Farò come tu insegni. Ho ricamato con fili porporini, ma me li avevano dati già pronti all’uso… Ecco Gesù ormai vicino. É ora di salutarci, figlie. Vi benedico tutte nel nome del Signore. Andate in pace portando pace e gioia a Lazzaro.
39Addio, Maria. Ricordati che hai pianto sul mio petto il tuo primo felice pianto. Perciò ti sono madre, perché una creatura piange il suo primo pianto sul petto della sua mamma. Ti sono madre e tale ti sarò sempre. Quello che ti può pesare di dire anche alla più dolce delle sorelle, alla più amorosa delle nutrici, vieni a dirlo a me. Ti comprenderò sempre. Quello che non oseresti dire al mio Gesù perché ancora intriso di una umanità che Egli in te non vuole, vieni a dirlo a me. Ti compatirò sempre. E se poi vorrai dirmi anche i tuoi trionfi – ma questi preferisco tu li dia a Lui, come fragranti fiori, perché Lui e non io è il tuo Salvatore – io giubilerò con te.
40Addio, Marta. Ora tu te ne vai felice, e in questa felicità soprannaturale perdurerai. Non hai dunque altro bisogno fuor di quello di progredire nella giustizia fra mezzo alla pace che nulla più turba in te. Fallo per amor di Gesù, che ti ha amata tanto da amare questa che tu ami completamente.
41Addio, Noemi. Va’ col tuo tesoro ritrovato. Come per il latte con cui la sfamavi, ora sfamati tu alle parole che essa e Marta ti diranno, e giungi a vedere nel Figlio mio molto più dell’esorcista che libera i cuori dal Male.
42Addio, Sintica, fiore di Grecia, che hai saputo sentire da te sola che c’è qualcosa più della carne. Ora fiorisci in Dio e sii la prima dei nuovi fiori della Grecia di Cristo. Io sono molto contenta di lasciarvi unite così. Vi benedico con amore».
La piccola famiglia del Messia.
43Lo scalpiccio dei passi è ormai vicino. Alzano la tenda pesante e vedono che Gesù è a un due metri dal carro. Scendono sotto al sole cocente che invade la via. Maria di Magdala si inginocchia ai piedi di Gesù dicendo: «Io ti ringrazio, di tutto. E anche molto di avermi fatto fare questo pellegrinaggio. Tu solo hai sapienza. Ora parto spogliata dei resti della Maria di un tempo. Benedicimi, Signore, per fortificarmi sempre più».
44«Sì. Ti benedico. Godi dei fratelli, e coi fratelli sempre più formati in Me. Addio, Maria. Addio, Marta. Dirai a Lazzaro che Io lo benedico. Vi affido questa donna. Non ve la dono. È mia discepola. Ma voglio che voi le diate un minimo di capacità di intendere la mia dottrina. Poi verrò Io. Noemi, ti benedico, e anche voi due».
L’apostolo veleno.
45Marta e Maria hanno le lacrime agli occhi. Lo Zelote le saluta in particolare dando loro uno scritto per il suo servo. Gli altri hanno un saluto cumulativo. Poi il carro si mette in moto.
46«E ora andiamo in cerca di ombra. Dio le accompagni… Tanto ti spiace, Maria, che esse se ne siano andate?», chiede a Maria d’Alfeo che piange zitta zitta.
«Sì. Erano molto buone…».
47«Le ritroveremo presto. E accresciute di numero. Avrai molte sorelle… o figlie, se più ti piace. É tutto amore, sia il materno che il fraterno», la conforta Gesù.
48«Purché ciò non crei delle noie…», mormora l’Iscariota.
«Noie l’amarsi?».
«No. Noie avere persone di altra razza e di altra appartenenza».
49«Sintica, vuoi dire?».
«Sì, Maestro. Infine essa era oggetto del romano e appropriarsene è male. Lo inquieterà verso di noi e ci attireremo addosso Ponzio Pilato coi suoi rigori».
50«Ma cosa vuoi che gli prema a Pilato se un suo dipendente perde una schiava? Lo conoscerà quello che vale! E se è un poco onesto, come si dice lo sia, in famiglia almeno, dirà che quella donna ha fatto bene a fuggire. Se poi è un disonesto dirà: “Ti sta bene. Così forse la trovo io”. I disonesti non sono sensibili ai dolori altrui. E poi! Oh! povero Ponzio! Con tutti i fastidi che gli diamo, ha ben altro che perder tempo per le querimonie di uno che si fa scappare una schiava!», dice Pietro. E gli danno ragione in molti, deridendo le rabbie del lubrico romano.
Ma Gesù porta la questione su un piano più alto.
Il Deuteronomio è intoccabile
51«Giuda, lo conosci il Deuteronomio?».
«Certamente, Maestro. E, non esito a dirlo, come pochi lo sanno».
52«Come lo giudichi?».
«Come portavoce di Dio».
53«Portavoce. Dunque ripetente la parola di Dio?».
«Proprio così».
34«Hai ben giudicato. Ma allora perché non giudichi che è bene fare ciò che esso ordina?».
«Io non l’ho mai detto questo. Anzi! Io trovo che proprio noi lo trascuriamo troppo seguendo la nuova Legge».
35«La nuova Legge è il frutto dell’antica, ossia è la perfezione raggiunta dall’albero della Fede. Ma nessuno fra noi lo trascura, per quanto mi risulta, perché sono Io il primo a rispettarlo e a impedire che altri lo trascurino». Gesù è molto incisivo nel dire queste parole. Riprende: «Il Deuteronomio è intoccabile. Anche quando trionferà il mio Regno, e col mio Regno la nuova Legge coi suoi nuovi codici e paragrafi, esso sarà sempre applicato ai nuovi dettami, così come le pietre squadrate di antiche costruzioni vengono usate per le nuove perché sono pietre perfette che danno robuste muraglie. Ma ora non c’è ancora il mio Regno, ed Io, da fedele israelita, non faccio offesa né trascuranza al libro mosaico. Esso è base del mio modo di agire e del mio insegnamento. Sopra la base dell’Uomo e del Maestro, il Figlio del Padre mette la celeste costruzione della sua Natura e Sapienza.
36Nel Deuteronomio è detto: “Non consegnerai al padrone lo schiavo che si è rifugiato presso di te. Egli abiterà con te nel luogo che gli parrà, starà tranquillo in una delle tue città e tu non lo contristerai”[44]. Questo nel caso che uno sia costretto a fuggire da una schiavitù inumana. Nel mio caso, in quello di Sintica, vi è la fuga non verso una libertà limitata, ma verso la libertà illimitata del Figlio di Dio. E vuoi tu che Io, a questa allodola fuggita al laccio dei cacciatori, metta di nuovo il filetto, e la renda alla sua prigione per levarle anche la speranza dopo la libertà? No, mai! Benedico Iddio che, come l’andata ad Endor ha portato questo figlio al Padre, l’andata a Cesarea ha portato questa creatura a Me perché Io la porti al Padre. A Sicaminon vi ho parlato della potenza della Fede. Oggi vi parlerò della luce della Speranza. Ma ora, in questo folto frutteto, sostiamo a mangiare e a riposare. Perché il sole arde come se l’inferno fosse aperto».
S O M M A R I O
LA DISCEPOLA DELL’AMORE INFINITO
1. A Cafarnao, Marta parla con Gesù della crisi che tormenta Maria di Magdala.
“Inferma per possesso demoniaco”.
Inferma per possesso demoniaco.
L’anima trovata Stella Polare e non devia più.
2. La parabola della pecorella smarrita, ascoltata anche da Maria di Magdala.
Parabola della pecorella smarrita.
Similitudine del pastore buono
Similitudine della pecorella smarrita (Mt 18,12-13; Lc 15,4).
3. A commento di tre episodi sulla conversione di Maria di Magdala.
Consigli ai pastori e agli evangelizzatori.
Consigli agli evangelizzatori itineranti
Condizioni per avere Dio con noi.
La presenza di Dio esige un ambiente puro.
Condizioni necessarie per avere Dio con noi.
Disfatte connesse alle vittorie dell’apostolato.
La forza vincente del cercatore di anime
Le tre fasi della salvezza di un’anima.
4. Marta ha avuto dalla sorella Maria la certezza della conversione.
Conversione di Maria Maddalena.
Conversione di Maria di Magdala.
5. La cena in casa di Simone il fariseo e l’assoluzione a Maria di Magdala.
La testimone dell’amore misericordioso
La testimone dell’amore misericordioso
Parole rivolte al cuore del fariseo.
Considerazioni sugli eventi accaduti
Considerazioni sulle risposte di Gesù
Interventi di Gesù nella nostra vita
6. La richiesta di operai per la messe e la parabola del tesoro nascosto nel campo.
Maria di Magdala è andata da Maria SS.
“La messe è molta gli operai sono pochi” (Mt 9,35-38).
Verità, onestà e condotta morale non transigono.
Il Regno di Dio in parabole (Discorso)
Lo spirito e il fratello corpo
Parabola del tesoro nascosto (Mt 13,44).
7. L’arrivo a Cafarnao, sotto un temporale, di Maria SS. con Maria di Magdala.
La Maddalena ha superato il suo temporale.
8. Parabola dei pesci e parabola della perla. Il tesoro degli insegnamenti antichi e nuovi.
Un segno indicatore per i colpevoli.
Il Tadeo chiede per sua mamma.
La Maddalena è un segno indicatore per i colpevoli.
La parabola dei pescatori (Mt 13,47-48).
Applicazione della parabola (Mt 13,49-50).
Parabola della perla preziosa (Mt 13,45-46).
Il discepolo del Regno (Mt 13,51-52).
9. A Betsaida da Porfirea e Marziam, che insegna alla Maddalena la preghiera di Gesù.
Porfirea, la discepola buona e silenziosa.
10. Vocazione della figlia di Filippo. L’arrivo a Magdala e la parabola della dramma perduta.
Maddalena nella sua posa di convertita.
Maria Maddalena vergine e martire.
Parabola della dramma perduta (Lc 15,8-10).
11. A Tiberiade con Maria di Magdala. Il romano Crispo e la ricerca della Verità.
Eroica testimonianza della Maddalena.
A seguire la perfezione si fatica sempre.
Ostinatamente chiusi alla luce.
Sofferenza corredentrice di Maria Ss.
La mente si ristora nella verità.
Segreto per trovare la Verità.
Il sapere non è corruzione se è religione.
Festa per l’Ospite Maestro e Signore.
Gesti e sentimenti di Gesù (la Cronista).
Il discepolo fa ciò che fa il Maestro.
Sorella Aglae conquista la felicità.
Il discepolo deve fare ciò che fa il Maestro.
La donna dello spirito indomito.
Il potere di Satana sull’anima.
L’uomo severo ed intransigente.
Satana può impossessarsi di un’anima.
ORAZIONE E MATERNITA’ SPIRITUALE
13. Maria SS. ammaestra la Maddalena sull’orazione mentale.
L’amore egoista dell’Iscariota.
Il segreto della vita spirituale.
Necessità e utilità dalla meditazione.
Il segreto della vita spirituale.
14. Maria d’Alfeo e la maternità spiritualizzata La Maddalena deve temprarsi soffrendo.
Il martirio redentivo delle madri.
La curiosità è difetto, cosa inutile, e pericolosa.
Tutto si compatisce a un cuore di Madre.
Il martirio redentivo delle madri.
Il martirio redentivo delle madri.
Breve intermezzo crepuscolare.
“Ti lavorerò col fuoco e sull’incudine”.
LA DISCEPOLA CHE LASCIA LA SCHIAVITU’ UMANA PER LA LIBERTA’ DIVINA
15. L’incontro con Sintica, il primo fiore della Grecia di Cristo, e l’arrivo a Cesarea Marittima.
Dignità spirituale e morale di una donna.
Le discepole accolgono Sintica.
L’unica saggezza della Maddalena.
La piccola famiglia del Messia.
Gli apostoli stanchi, sconfortati, imbronciati.
L’Iscariota giudica le opere del Messia.
Non scandalizzare a chi nasce alla Luce
La Vergine impara ad usare la porpora.
L’addio della Vergine alle discepole del Cristo.
La piccola famiglia del Messia.
[1] 27 luglio 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 4 Cap. 231. Poema: IV, 92
[2] [12 agosto 1944.] L’Evangelo, Op. Cit. Vol 4 Cap. 233 Poema: IV, 94 […] Dice Gesù: «Qui metterete la parabola della pecorella smarrita, avuta il 12-8-1944».
[3]IL VANGELO ETERNO: La pecorella smarrita: Che ve ne pare? Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto o sui monti e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite (Mt 18,12-13; Lc 15,4).
[4] 13 agosto 1944. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 4 Cap. 234. Poema: IV, 95
[5] Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli, Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: “Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori? Gesù li udì e disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9.10-13)
[6] Mt 10,11-16; Mc 6,10-11; Lc 9, 4-5; 10,5-12
[7] “…Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”. (Luca 24,28-29)
[8] “La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro” (Gv 20,19)
[9] Genesi 3,6
[10] “Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende”. (Isaia 1,3).
[11] 29 luglio 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 4 Cap. 235. Poema: IV, 96
[12] 21 gennaio 1944. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 4 Cap. 236. Poema: IV, 97
[13] Nel testo originale, il Portavoce ha disegnato, semplicemente, un quadrato
[14] il Portavoce ha segnato due piccole linee parallele sulla riga superiore del quadrato per indicare dove era seduto il padrone.
[15] Il Portavoce traccia uno schizzo per far capire il modo come erano seduti il Signore e il suo discepolo Giovanni
[16] Poema: IV, 98
[17] SCRITTO IL 22 GENNAIO 1944. Poema: IV, 99
[18] Esodo 19,16-20; Deuteronomio 5,1-22
[19] Isaia 10,5
[20] Daniele 9,23; 10,11
[21] 29 luglio 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 4 Cap. 237. Poema: IV, 100
[22]Vangelo Eterno: Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il Vangelo del Regno e curando ogni malattia e infermità. Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!”. (Mt 9,35-38)
[23]IL VANGELO ETERNO: “Il Regno dei Cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo” (Mt 13,44)
[24] 30 luglio 1945 L’Evangelo, Op. Cit. Vol 4 Cap. 238. Poema: IV, 101
[25] 31 luglio 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 4 Cap. 239. Poema: IV, 102
[26]IL VANGELO ETERNO: La rete gettata nel mare: “Il Regno dei Cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi.” (Mt 13,47-48)
[27]IL VANGELO ETERNO: Mèta finale dei buoni e dei cattivi: “Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 13,49-50).
[28]IL VANGELO ETERNO: La perla preziosa: “Il Regno dei Cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; Trovata un perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra” (Mt 13,45-46)
[29]IL VANGELO ETERNO: I discepoli del Regno: “Avete capito tutte queste cose?”. Gli risposero: Sì”. Ed egli disse loro: “Per questo ogni scriba divenuto discepolo del Regno dei Cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,51-52)
[30] 1 agosto 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 4 Cap. 240. Poema: IV, 103
[31] 2 agosto 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 4 Cap. 241 Poema: IV, 104
[32]IL VANGELO ETERNO: La dramma perduta: “Quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. Così vi dico, c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”. (Lc 15,8-10)
[33] 3 agosto 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 4 Cap. 242. Poema: IV, 105
[34] La nuova versione della Bibbia di Gerusalemme, traduce così: “Interroga pure le bestie, perché ti ammaestrino, gli uccelli del cielo perché ti informino, o i rettili della terra, perché ti istruiscano, o i pesci del mare perché te lo faccian sapere. Chi non sa, fra tutti questi esseri, che la mano del Signore ha fatto questo?” (Giobbe 12,7-9)
[35] Bibbia di Gerusalemme: “Se tu a Dio dirigerai il cuore e tenderai a lui le tue palme, se allontanerai l’iniquità che è nella tua mano e non farai abitare l’ingiustizia nelle tue tende, allora più del sole meridiano splenderà la tua vita, l’oscurità sarà per te come l’aurora. Ti terrai sicuro per ciò che ti attende e, guardandoti attorno, riposerai tranquillo” (Giobbe 11,17-18).
[36] 4 agosto 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 4 Cap. 243. Poema: IV, 106
[37] “Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno” (Sal 139,16). “Io continuavo a guardare, quand’ecco furono collocati troni e un vegliardo si assise… La corte sedette e i libri furono aperti” (Dn 7,9-10). “Poi vidi i morti, grandi e piccoli, ritti davanti al trono. Furono aperti dei libri. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere” (Ap. 20,12). “Io cancellerò dal mio libro colui che ha peccato contro di me” (Es 32,30-35). Siano cancellati dal libro dei viventi e tra i giusti non siano iscritti” (Sal 69,29). “In quel tempo sarà salvato il tuo popolo chiunque si troverà scritto nel libro” (Dn 12,1). “Allora parlarono tra di loro i timorati di Dio. Il Signore porse l’orecchio e li ascoltò: un libro di memorie fu scritto davanti a Lui per coloro che lo temono e che onorano il suo nome” (Mal 3,16). “Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli” (Lc 10,20 “Non cancellerò il nome del vincitore dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli” (Ap 3,5)
[38] Vedi: Nota 5 a pag. 598 2° volume del “IL Poema dell’Uomo-Dio”
[39] “Io pongo oggi davanti a voi una benedizione e una maledizione: la benedizione, se obbedite ai comandi del Signore vostro Dio; la maledizione, se non obbedite ai comandi del Signore vostro Dio” (Deuteronomio 11,26). “Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza” (Dt. 30,19).
“Il Signore da principio creò l’uomo e lo lasciò in balia del suo proprio volere. Se vuoi, osserverai i comandamenti; l’essere fedele dipenderà dal tuo buon volere. Egli ti ha posto davanti il fuoco e l’acqua; là dove vuoi stenderai la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà. Egli non ha comandato a nessuno di essere empio e non ha dato a nessuno il permesso di peccare” (Siracide 15,11-20). “La tua immondezza è esecrabile: ho cercato di purificarti, ma tu non ti sei lasciata purificare. Perciò dalla tua immondezza non sarai purificata finché non avrò sfogato su di te la mia collera. Ti giudicherò secondo la tua condotta e i tuoi misfatti” (Ezechiele 24,13-14).
[40] 8 agosto 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 4 Cap. 247. Poema: IV, 110
[41] 14 agosto 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 4 Cap. 253. Poema: IV, 116
[42] 15 agosto 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 4 Cap. 254. Poema: IV, 117
[43] 17 agosto 1945. L’Evangelo, Op. Cit. Vol 4 Cap. 255. Poema: IV, 118
[44] Deuteronomio 23,15-26
