I discepoli del Messia
OPERATORI DEL REGNO MESSIANICO
SECONDO IL PICCOLO GIOVANNI.
A cura di Jesus Maria de Cabnaconde S.O.S
Servo dell’Ordine dei Salvatori
S O M M A R I O
1. Al convito dei poveri nel palazzo di Cusa.
I fatti parlano con la loro evidenza.
2. Nel palazzo di Lazzaro. Lo statuto del Regno.
Alla aurora delle future fraternità cristiane.
Regola per divenire discepolo perfetto.
Agite col fine di meritare la vita eterna.
Fate il vostro dovere di servi .
Siate tutti fratelli buoni e fedeli.
Titti siete utili nel Regno del Signore.
3. Le opere salvifiche dei giusti.
La comunione dei santi è per i santi.
4. Lezione sui doveri e sui servi inutili.
Similitudine del servo utile (Lc 17,7-10).
5. Pensieri di gloria e di martirio alla vista della costa mediterranea.
Vivere per ammaestrare altri all’amore.
OPERATORI DEL REGNO MESSIANICO
6. L’ex-lebbroso Giovanni diventa discepolo. Parabola dei dieci monumenti.
L’ex-lebbroso Giovanni diventa discepolo.
La luce non si attarda a guardare le tenebre.
Preparativi per un banchetto d’amore.
Condizioni per entrare nel regno dei Cieli.
Condizione prima: “Vivere senza macchia”.
Condizione seconda: Praticare la giustizia
7. La sosta presso gli anziani coniugi Giuda e Anna.
8. Istruzioni sul perdono ai peccatori. Congedo ai discepoli sulla via di Betania.
L’arte dei maestri spirituali.
Il Messia e i suoi incondizionati.
Quelli che fanno la parte del serpente.
L’arte dei maestri delle anime
Requisiti per essere veri maestri.
Per la causa del nostro Padre!
Umiltà, abnegazione e ubbidienza.
9. Arrivo a Gerico. L’amore terreno della folla e l’amore soprannaturale del convertito Zaccheo.
Volontà di raggiungere il Messia.
“Tu non vedrai più la sventura”.
Volontà di raggiungere il Messia.
L’ostacolo più difficile per raggiungere Gesù.
La prova d’amore al Messia. (Insegnamento)
Spogliarsi del io antico richiede sforzo.
Il Messia non ignoro le azioni degli uomini.
In che consiste amare il Messia?
Gli operatori del Regno di Dio.
Da luogo di corruzione a casa di preghiera.
L’esattore del Messia Gesù di Nazareth.
Niche, la donna aperta alla pietà universale.
I killer assoldati per uccidere il Messia.
10. A Gerico. In casa di Zaccheo con i peccatori convertiti.
La prima fraternità del Messia.
Il giovane che non si vendette contro il Messia.
Questioni sulla rincarnazione.
La rincarnazione è errore e offesa verso Dio.
Auto ricrearsi con moto di libera volontà.
11. Incontro con discepoli e uomini di valore condotti da Mannaen. Arrivo a Gerico.
Il tempio è divenuto cadavere di ciò che era.
Ogni eccesso è sempre dannoso.
1. Al convito dei poveri nel palazzo
di Cusa[1].
I servi dei poveri.
1Gesù va sul terrazzo a benedire i fanciulli. Molta curiosità destano le dame. Ma così vestite e pettinate all’ebrea, in vesti quasi povere, non destano sospetti. Gesù va al centro della terrazza, presso la tavola dei fanciulli, e prega, offrendo per tutti il cibo al Signore, benedice e dà ordine di iniziare il pasto.
2Apostoli, discepoli, discepole, dame, sono i servi dei poveri, e Gesù ne dà l’esempio rimboccandosi le larghe maniche della veste rossa e occupandosi dei suoi bambini, aiutato da Mirjam di Giairo e da Giovanni.
3Le bocche di tanti denutriti lavorano egregiamente, ma gli occhi sono tutti rivolti al Signore. La sera scende e viene levato il velano mentre lumi, ancora superflui, vengono portati dai servi.
4Gesù circola fra le tavole. Non lascia nessuno senza conforti di parole e di aiuto. Sfiora così più volte le regali Claudia e Plautina, che dimesse spezzano il pane o portano il vino alle labbra dei ciechi, dei paralitici, dei monchi; sorride alle sue vergini che si occupano delle donne, alle madri discepole tutte pietose presso gli infelici, a Maria di Magdala che si prodiga a una tavolata di vecchioni, la più triste di tutte, piena di tossi, di tremiti, di mascelle sdentate che biasciano e di bocche che sbavano; e aiuta Matteo che palleggia un infante, che si è fatto andare per traverso una mollica di focaccia che succhiava e mordeva coi dentini novelli; complimenta Cusa che, sopraggiunto al principio del pasto, scalca le carni e serve come un servo provetto.
5Il pasto ha termine. Nei volti coloriti, negli occhi più lieti, è palese la soddisfazione dei miseri.
L’ amore misericordioso.
Viva Gesù!
6Gesù si curva su un vecchione scosso da un tremito e dice: «Che pensi, o padre, che sorridi?».
«Penso che non è proprio un sogno. Fino a poco fa credevo di dormire e sognare. Ma ora sento che è proprio vero. Ma chi ti fa così buono, che fai buoni così i tuoi discepoli? Viva Gesù!», grida per ultimo.
E tutte le voci di questi miseri, e sono centinaia, gridano: «Viva Gesù!».
Gesù va di nuovo al centro e apre le braccia, facendo cenno di tacere e di stare fermi, e inizia a parlare stando seduto con un fanciullino sulle ginocchia.
Significati del nome di Gesù.
7«Viva, sì, viva Gesù, non perché Io sono Gesù. Ma perché Gesù vuol dire l’amore di Dio fatto carne e sceso fra gli uomini per essere conosciuto e per far conoscere l’amore che sarà il segno della nuova era. Viva Gesù perché Gesù vuol dire “Salvatore”. Ed Io vi salvo. Vi salvo tutti, ricchi e poveri, fanciulli e vegliardi, israeliti e pagani, tutti, purché voi vogliate darmi la volontà di essere salvati. Gesù è per tutti. Non è per questo o quello. Gesù è di tutti. Di tutti gli uomini e per tutti gli uomini. Per tutti sono l’Amore misericorde e la Salvezza sicura.
Requisiti per essere di Gesù.
8Cosa è necessario fare per essere di Gesù, e perciò per avere salvezza? Poche cose. Ma grandi cose. Non grandi perché cose difficili come quelle che fanno i re. Ma grandi perché vogliono che l’uomo si rinnovelli per farle e per divenire di Gesù. Perciò amore, umiltà, fede, rassegnazione, compassione. Ecco. Voi, che discepoli siete, cosa avete fatto oggi di grande? Direte: “Nulla. Abbiamo servito un pasto”. No. Avete servito l’amore. Vi siete umiliati. Avete trattato da fratelli gli sconosciuti di tutte le razze, senza chiedere chi sono, se sono sani, se sono buoni. E lo avete fatto in nome del Signore. Forse speravate grandi parole da Me, per la vostra istruzione. Vi ho fatto fare grandi fatti. Abbiamo iniziato il giorno con la preghiera, abbiamo sovvenuto lebbrosi e mendichi, abbiamo adorato l’Altissimo nella sua Casa, abbiamo iniziato le agapi fraterne e la cura dei pellegrini e dei poveri, abbiamo servito perché servire per amore è essere simile a Me che sono Servo dei servi di Dio, Servo fino ad annichilimento di morte per ministrare a voi salvezza…».
Re del Regno dell’amore
9Un vocio e uno scalpiccio interrompe Gesù. Un gruppo scalmanato di israeliti sale di corsa le scale. Le romane più note, ossia Plautina, Claudia, Valeria e Lidia, si ritirano nell’ombra calando il velo.
I disturbatori irrompono sul terrazzo e pare cerchino chissà che. Cusa, offeso, va loro davanti e chiede: «Che volete?».
«Nulla che ti riguardi. Cerchiamo Gesù di Nazareth e non te».
10«Eccomi. Non mi vedete?», chiede Gesù posando a terra il fanciullino e alzandosi imponente.
«Che fai qui?».
«Lo vedete. Faccio ciò che insegno e insegno ciò che va fatto: l’amore ai più poveri. Che vi era stato detto?».
«Furono uditi gridi sediziosi. E siccome dove sei Tu là è sedizione, siamo venuti a vedere».
11«Là dove Io sono è pace. Il grido era: “Viva Gesù”».
«Appunto. Fu pensato, tanto al Tempio che al palazzo d’Erode, che qui si congiurasse contro…».
«Chi? Contro chi? Chi è re in Israele? Non il Tempio, non Erode. Roma domina, e folle è chi pensa a farsi re là dove essa impera».
«Tu dici d’esser re».
«Re sono. Ma non di questo regno. Troppo meschino per Me! Troppo meschino è anche l’impero. Re Io sono del Regno santo dei Cieli, del Regno dell’Amore e dello Spirito. Andate in pace. O restate, se volete, e imparate come si accede a questo mio Regno. I miei sudditi eccoli: i poveri, gli infelici, gli oppressi, e poi i buoni, gli umili, i caritatevoli. Restate, unitevi ad essi».
«Però Tu sei sempre ai conviti in case fastose, fra belle donne e …».
«Basta! Non si insinua e non si offende il Rabbi in casa mia. Uscite!», tuona Cusa.
La serpe e l’Agnello.
12Ma dalla scala interna balza sul terrazzo una figuretta snella di fanciulla velata. Corre leggera come una farfalla fino a Gesù e là getta velo e manto, cadendogli ai piedi e tentando baciarglieli.
13«Salomè!», grida Cusa e con lui altri. Gesù si è ritirato così violentemente, per sfuggire il contatto, che il suo sedile si rovescia ed Egli ne approfitta per metterlo fra Sé e Salomè come separazione.
14I suoi occhi fanno paura tanto sono fosforescenti, terribili. Salomè, leggera e sfrontata, tutta moine, dice: «Sì, io. L’acclamazione è giunta al Palazzo. Erode manda ambasceria a dirti che ti vuol vedere. Ma io l’ho prevenuta. Vieni con me, Signore. Io ti amo tanto e ti desidero tanto! Sono io pure carne d’Israele».
«Va’ alla tua casa».
«La Corte ti attende per darti onore».
15«La mia Corte è questa. Non ne conosco altra né altri onori», e colla mano indica i poveri seduti alle tavole.
«Ti porto doni per essa. Ecco i miei monili».
«Non li voglio».
16«Perché li rifiuti?».
«Perché sono immondi e dati per immondo scopo. Va’ via!».
17Salomè si rialza interdetta. Guarda di sfuggita il Terribile, il Purissimo che la fulmina col braccio teso e lo sguardo di fuoco. Guarda furtiva tutti e vede beffa o nausea sui volti. I farisei sono pietrificati e osservano la scena potente. Le romane osano farsi avanti per vedere meglio. Salomè tenta un’ultima prova.
«Avvicini anche i lebbrosi…», dice sommessa e supplichevole.
18«Sono dei malati. Tu sei un’impudica. Va’ via!».
L’ultimo «va’ via!» è talmente potente che Salomè raccoglie velo e manto e, curva, strisciando, si dirige alle scale.
19«Bada, Signore!… Ella è potente… Potrebbe nuocerti», sussurra Cusa sottovoce.
20Ma Gesù risponde a voce fortissima, ché tutti possano sentire, la scacciata per prima: «Non importa. Preferisco essere ucciso ad avere alleanze con il vizio. Sudore di donna lasciva e oro di meretrice sono veleni d’inferno. Alleanza di viltà coi potenti è colpa. Io sono Verità, Purezza e Redenzione. E non muto. Va’. Accompagnala…»
«Punirò i servi che l’hanno lasciata passare».
86«Non punirai nessuno. Una sola va punita. Lei. E lo è. E sappia, e sappiate che il suo pensiero mi è noto e che ne ho ribrezzo. Torni la serpe nel suo covo. L’Agnello torna ai suoi giardini».
I fatti parlano con la loro evidenza.
21Si siede. Suda. Tace. Poi dice: «Giovanna, dà ad ognuno l’obolo perché meno triste sia per qualche giorno la vita… Che altro vi devo fare, figli del dolore? Che volete che Io vi possa dare? Leggo nei cuori. Ai malati che sanno credere, pace e salute!».
22Un attimo di sosta e poi un grido… e sono molti e molti che sorgono guariti. I giudei venuti a sorprendere se ne vanno sbalorditi e trascurati nel delirio generale di acclamazioni per il miracolo e per la purezza di Gesù.
23Gesù sorride baciando i bambini. Poi congeda gli ospiti trattenendo le vedove e parla con Giovanna in loro favore. Giovanna prende nota e le invita per il domani. Poi esse pure vanno. Ultimi vanno i vecchi… Restano apostoli, discepoli, discepole e le romane.
24Gesù dice: «Così è e deve essere l’unione futura. Non ci sono parole. I fatti parlino agli spiriti e alle menti colla loro evidenza. La pace sia con voi».
25Si dirige verso le scale interne e scompare seguito da Giovanna e poi dagli altri.
26Alla base delle scale scontra Giuda: «Maestro, non andare al Getsemani! Ti cercano là dei nemici. E tu, madre, che dici ora? Tu che mi accusi! Se non fossi andato, non avrei saputo l’insidia tesa al Maestro. In un’altra casa! In un’altra casa andiamo!».
27«Nella nostra, allora. In casa di Lazzaro non entra che chi è amico di Dio», dice Maria di Magdala.
28«Sì. Quelli che ieri erano al Getsemani vengano con le sorelle al palazzo di Lazzaro. Domani provvederemo».
2. Nel palazzo di Lazzaro. Lo statuto
del
Regno[2].
Alla aurora delle future fraternità cristiane.
1«Discepoli e discepole qui radunati in nome del Signore, o qui attratti per desiderio di Verità, desiderio che viene ancora da Dio che vuole luce e verità in tutti i cuori, udite. Questa sera ci è concesso, e proprio la nequizia che ci vuole dispersi la procura, di essere tutti uniti. Né, voi di sensi limitati, sapete quanto è profonda e vasta questa unione, vera aurora delle future che saranno quando il Maestro non sarà più fra voi, carnalmente, ma sarà in voi col suo spirito. Allora saprete amare. Allora saprete praticare. Per ora siete come bambini ancora al seno. Allora sarete come adulti che potrete gustare ogni cibo senza che vi nuoccia. Allora saprete, come Io dico, dire: “Venite a me voi tutti, perché tutti fratelli siamo, e per tutti Egli si è immolato”.
2Troppe prevenzioni in Israele! Queste sono tante frecce lesive alla carità. Parlo a voi, fedeli, apertamente, perché fra voi non sono i traditori, né i saturi di preconcetti che separano, che si mutano in incomprensione, in caparbietà, in odio per Me che vi indico le vie del futuro. Io non posso parlare diversamente.
Regola per divenire discepolo perfetto.
3E d’ora in poi parlerò più poco, perché vedo che inutili o quasi sono le parole. Ne avete avute da santificarvi e ammaestrarvi in maniera perfetta. Ma poco avete proceduto, specie voi, uomini fratelli, perché vi piace la parola ma non la mettete in atto. D’ora in poi, e con misura sempre più stringente, vi farò fare ciò che dovrete fare quando il Maestro sarà tornato al Cielo dal quale è venuto. Vi farò assistere a ciò che è il Sacerdote futuro. Più che le parole, osservate i miei atti, ripeteteli, imparateli[3], uniteli all’insegnamento. Allora diverrete discepoli perfetti.
Praticate la carità attiva[4]
4Che ha fatto e che vi ha fatto fare e praticare oggi il Maestro? La carità nelle sue multiformi forme. La carità verso Dio. Non la carità di preghiera, vocale, di rito soltanto. Ma la carità attiva[5], che rinnovella nel Signore[6],
che spoglia dallo spirito del mondo[7], dalle eresie del paganesimo[8], il quale non è solo nei pagani, ma che è anche in Israele con le mille consuetudini che si sono sostituite alla vera Religione, santa, aperta, semplice come tutto ciò’ che da Dio viene. Non atti buoni, o apparentemente tali, per essere lodati dagli uomini, ma azioni sante per meritare la lode di Dio.
Agite col fine di meritare la vita eterna.
5Chi è nato muore. Lo sapete. Ma non finisce la vita con la morte. Essa prosegue in altra forma e per l’eternità con un premio a chi fu giusto, con un castigo a chi fu malvagio. Questo pensiero di certo giudizio non sia paralisi durante il vivere e nell’ora del morire. Ma sia pungolo e freno, pungolo che sprona al bene, freno che trattiene da male passioni.
6Siate perciò veramente amanti del Dio vero, agendo nella vita sempre col fine di meritarlo nella vita futura. O voi che amate le grandezze, quale grandezza più grande di divenire figli di Dio, dèi perciò?
Siate santi.
7O voi che temete il dolore, quale sicurezza di non più soffrire, quale quella che vi attende nel Cielo? Siate santi[9]. Volete fondare un regno anche sulla Terra? Vi sentite insidiati e temete non riuscirvi? Se agirete da santi riuscirete. Perché la stessa autorità che ci domina non potrà impedirlo, nonostante le sue coorti, perché voi persuaderete le coorti a seguire la dottrina santa così come Io, senza violenza, ho persuaso le donne di Roma che qui è Verità…».
«Signore! …», esclamano le romane vedendosi scoperte.
27«Sì, donne. Ascoltate e ricordate. Io dico ai miei seguaci d’Israele, Io dico a voi, non d’Israele ma di animo giusto, lo statuto del Regno mio.
28Non rivolte. Non servono. Santificare l’autorità impregnandola della nostra santità[10]. Sarà un lungo lavoro, ma sarà vittorioso. Con mitezza e pazienza, senza frette stolte, senza deviazioni umane, senza rivolte inutili, ubbidendo là dove l’ubbidire non nuoce alla propria anima, voi perverrete a fare dell’autorità, che ora ci domina paganamente, una autorità protettrice e cristiana.
Fate il vostro dovere di servi.
29Fate il vostro dovere di sudditi verso l’autorità, come fate quello di fedeli verso Dio. Vogliate vedere in ogni autorità non un oppressore ma un elevatore, perché vi dà il modo di santificarlo e di santificarvi con l’esempio e l’eroismo.
Siate tutti fratelli buoni e fedeli.
30Vogliate essere, come siete buoni fedeli e buoni cittadini, dei buoni mariti, delle buone mogli, santi, casti, ubbidienti, amorosi l’un dell’altro, uniti per allevare i figli nel Signore, per essere paterni e materni anche coi servi e con gli schiavi, che essi pure hanno anima e carne, sentimenti e affetti come voi li avete. Se la morte vi leva il compagno o la compagna, non siate, potendolo, vogliosi di nuove nozze. Amate gli orfani anche per il compagno scomparso. E voi, servi, siate sommessi ai padroni, e se sono imperfetti santificateli col vostro esempio. Grande merito ne avrete agli occhi del Signore. In futuro nel mio Nome non saranno più padroni e servi, ma fratelli. Non saranno più razze, ma fratelli. Non saranno più oppressi e oppressori che si odiano, perché gli oppressi chiameranno fratelli i loro oppressori.
Amatevi come Dio vi ama.
31Amatevi voi di una fede, dando l’un l’altro aiuto così come oggi vi ho fatto fare. Ma non limitate l’aiuto ai poveri, ai pellegrini, ai malati della vostra razza. Aprite le braccia a tutti, così come la Misericordia le apre a voi.
32Chi più ha, dia a chi non ha o ha poco. Chi più sa, insegni a chi non sa o sa poco, e insegni con pazienza e umiltà, ricordando che, in verità, prima della mia istruzione nulla sapevate. Ricercate la Sapienza non per lustro, ma per aiuto nel procedere nelle vie del Signore.
Titti siete utili nel Regno del Signore.
33Le donne maritate amino le vergini, e queste le coniugate, e ambe diano affetto alle vedove. Tutte siete utili nel Regno del Signore.
34I poveri non invidino, i ricchi non creino odi con la mostra di ricchezze e la durezza di cuore.
35Abbiate cura degli orfani, dei malati, dei senza dimora. Aprite il cuore prima ancora della borsa e della casa, perché se anche date, ma con mal garbo, non fate onore ma offesa a Dio che è presente in ogni infelice.
36In verità, in verità vi dico che non è difficile servire il Signore. Basta amare. Amare il Dio vero, amare il prossimo quale che sia. In ogni ferita o febbre che curerete Io sarò. In ogni sventura che soccorrerete Io sarò. E tutto quello che farete a Me nel prossimo, se è bene, sarà a Me fatto; se male, anche a Me sarà fatto. Volete farmi soffrire? Volete perdere il Regno di pace, il divenire dèi, soltanto per non esser buoni col prossimo vostro?
Ultime raccomandazioni.
37Mai più saremo tutti così uniti. Verranno altre Pasque… e non potremo essere insieme per molte cause; le prime: quelle di una prudenza santa in parte e in parte eccessiva, ed ogni eccesso è colpa, per cui dovremo stare divisi; le altre Pasque ancora perché Io non sarò più fra voi… Ma ricordate questa giornata. Fate in futuro, e non per la sola Pasqua ma per sempre, ciò che vi ho fatto fare.
38Non vi ho mai lusingato sulla facilità di appartenermi. Appartenermi vuol dire vivere nella Luce e Verità, ma mangiare anche il pane della lotta e delle persecuzioni. Ora, però, più voi sarete forti nell’amore e più sarete forti nella lotta e nella persecuzione.
39Credete in Me. Per quello che sono realmente: Gesù Cristo, il Salvatore, il cui Regno non è di questo mondo, la cui venuta indica pace ai buoni, il cui possesso vuol dire conoscere e possedere Dio, perché veramente chi ha Me in sé ed ha sé stesso in Me è in Dio, e possiede Dio nel suo spirito per averlo poi nel Regno celeste in eterno.
40La notte è discesa. Domani è Parasceve. Andate. Purificatevi, meditate, compite una Pasqua santa.
41Donne di altra razza, ma di retto spirito, andate. La buona volontà che vi anima vi sia via per venire alla Luce. In nome dei poveri che sono Me stesso, Io vi benedico per l’obolo generoso e vi benedico per le vostre buone intenzioni verso l’Uomo che è venuto a portare amore e pace sulla Terra. Andate! E tu, Giovanna, e quanti altri non temono più insidie, andate pure».
3. Le opere salvifiche dei giusti[11].
La comunione dei santi è per i santi.
I discepoli.
1Molti discepoli e discepole si sono congedati, tornando alle case ospitali o riprendendo le vie dalle quali erano venuti.
2Nel pomeriggio splendido di questo inoltrato aprile restano nella casa di Lazzaro i discepoli veri e propri, e particolarmente i più votati alla predicazione. Ossia i pastori, Erma e Stefano, il sacerdote Giovanni, Timoneo, Ermasteo, Giuseppe d’Emmaus, Salomon, Abele di Betlemme di Galilea, Samuele e Abele di Corozim, Agapo, Aser e Ismaele di Nazareth, Elia di Corozim, Filippo d’Arbela, Giuseppe barcaiolo di Tiberiade, Giovanni d’Efeso, Nicolai d’Antiochia. Delle donne restano, oltre le note discepole, Annalia, Dorca, la madre di Giuda, Mirta, Anastasica, le figlie di Filippo. Non vedo più Miryam di Giairo, né Giairo stesso. Forse è tornato dove era ospitato.
3Passeggiano lentamente nei cortili, oppure sul terrazzo della casa, mentre intorno a Gesù, che è seduto presso il lettuccio di Lazzaro, sono quasi tutte le donne e tutte le vecchie discepole. Ascoltano Gesù che parla con Lazzaro, descrivendo paesi attraversati nelle ultime settimane avanti il viaggio pasquale.
Il Salvatore.
4«Sei arrivato proprio in tempo per salvare il piccolino», commenta Lazzaro dopo il racconto del castello di Cesarea di Filippo, accennando al poppante che dorme beato fra le braccia materne. E Lazzaro aggiunge: «É un bel bambino! Donna, me lo fai vedere da vicino?».
5Dorca si alza e silenziosamente, ma trionfalmente, porge il suo nato all’ammirazione del malato.
6«Un bel bambino! Proprio bello! Il Signore te lo protegga e lo faccia crescere sano e santo».
7«E fedele al suo Salvatore. Così non avesse a divenire, lo vorrei morto, anche ora. Tutto, ma non che il salvato sia ingrato al Signore!», dice Dorca fermamente, tornando al suo posto.
8«Il Signore giunge sempre in tempo per salvare», dice Mirta, madre di Abele di Betlemme. «Il mio non era meno prossimo a morte, e a che morte! del piccolo di Dorca. Ma Egli è giunto… ha salvato. Che ora tremenda! …». Mirta impallidisce ancora nel ricordo…
L’ amore perfetto.
9«Allora verrai in tempo anche per me, non è vero? Per darmi pace…», dice Lazzaro carezzando la mano di Gesù.
10«Ma non stai un poco meglio, fratello mio?», chiede Marta.
«Da ieri mi sembri più sollevato…».
«Sì. E me ne stupisco io stesso. Forse Gesù…».
11«No, amico. É che Io verso in te la mia pace. La tua anima ne è satura, e ciò sopisce il soffrire delle membra. É decreto di Dio che tu soffra».
12«E muoia. Dillo pure. Ebbene… sia fatta la sua volontà, come Tu insegni. Da questo momento non chiederò più guarigione né sollievo. Ho tanto avuto da Dio (e guarda involontariamente Maria, sua sorella) che è giusto che ricambi il tanto avuto con la mia sommissione…»
13«Fa’ di più, amico mio. Già molto è essere rassegnati e subire il dolore. Ma tu dà ad esso un valore maggiore».
«Quale, mio Signore?».
14«Offrilo per la redenzione degli uomini».
15«Sono un povero uomo io pure, Maestro. Non posso aspirare ad essere un redentore».
16«Tu lo dici. Ma sei in errore. Dio si è fatto Uomo per aiutare gli uomini. Ma gli uomini possono aiutare Dio. Le opere dei giusti saranno unite alle mie nell’ora della Redenzione. Dei giusti, morti da secoli, viventi, o futuri. Tu unisciti le tue, da ora. È così bello fondersi alla Bontà infinita, aggiungervi ciò che possiamo dare della nostra bontà limitata e dire: “Io pure coopero, o Padre, al bene dei fratelli”. Non ci può essere amore più grande, per il Signore e per il prossimo, di questo di saper patire e morire per dare gloria al Signore e salvezza eterna ai fratelli nostri. Salvarsi per sé stessi? É poco. É un “minimo” di santità. Bello è salvare. Darsi per salvare. Spingere l’amore fino a farsi rogo immolatore per salvare. Allora l’amore è perfetto. E grandissima sarà la santità del generoso».
17«Come è bello tutto ciò, non è vero, sorelle mie?», dice Lazzaro con un sorriso sognante nel volto affilato.
Marta annuisce col capo, commossa.
Eroismo perfetto.
18Maria, che è seduta su un cuscino, ai piedi di Gesù, nella sua posa abituale di umile e ardente adoratrice, dice: «Forse che io costo queste sofferenze al fratello mio? Dimmelo, Signore, perché la mia ambascia sia completa! …».
19Lazzaro esclama: «No, Maria, …dovevo morire di ciò. Non metterti frecce nel cuore».
20Ma Gesù, sincero fino all’estremo, dice: «Certo che sì! Io l’ho sentito il buon fratello nelle sue preghiere, nei suoi palpiti. Ma questo non ti deve dare ambascia che appesantisce. Bensì volontà di divenire perfetta, per ciò che costi. E giubila! Giubila perché Lazzaro, per averti strappata al demonio…».
«Non io! Tu, Maestro»
21«…per averti strappata al demonio, ha meritato da Dio un premio futuro, per cui di lui parleranno le genti e gli angeli. E come per Lazzaro, di altri, e specie di altre, che hanno strappato a Satana la preda col loro eroismo».
I Salvatori.
22«Chi sono? Chi sono?», chiedono curiose le donne, e forse tutte sperano di essere loro, una per una. Maria di Giuda non parla. Ma guarda, guarda il Maestro…
23Gesù pure la guarda. Potrebbe illuderla. Non lo fa. Non la mortifica, ma non la illude. Risponde a tutte: «Lo saprete in Cielo».
24La sempre angosciata madre di Giuda chiede: «E se una non riuscisse, pur volendo? Quale la sua sorte?».
«Quale la sua anima buona la merita».
25«Il Cielo? Ma, o Signore, una moglie, una sorella, od una madre che… che non riuscisse a salvare quelli che ama e li vedesse dannati, potrebbe avere il Paradiso, pur essendo nel Paradiso? Non credi Tu che ella non avrà mai gioia perché… la carne della sua carne e il sangue del suo sangue avranno meritato condanna eterna? Io penso che non potrà godere vedendo l’amato in atroce pena…».
26«Sei in errore, Maria. La vista di Dio, il possesso di Dio sono fonti di una beatitudine così infinita che non sussiste pena per i beati. Operosi e attenti per aiutare ancora coloro che possono essere salvati, non soffrono più per i recisi da Dio, e perciò da loro stessi, che sono in Dio. La comunione dei santi è per i santi».
27«Ma se aiutano coloro che possono ancora essere salvati è segno che questi aiutati non sono ancora santi», obbietta Pietro.
28«Ma hanno volontà, almeno passiva, di esserlo. I santi in Dio aiutano anche nei bisogni materiali per fare passare costoro da una volontà passiva ad una attiva. Mi comprendi?».
29«Sì e no. Ecco, per esempio, se io fossi in Cielo e vedessi, per un supposto, un movimento fuggevole di bontà in… Eli il fariseo, diciamo, che farei?».
30«Coglieresti tutti i mezzi per aumentare i suoi movimenti buoni».
31«E se non giovasse a nulla? Dopo?».
32«Dopo, quando egli fosse dannato, te ne disinteresseresti».
33«E se, come lo è ora, fosse tutt’affatto degno di dannazione, ma mi fosse caro – cosa che non sarà mai – che dovrei fare?».
34«Anzitutto sappi che pericoli di dannarti tu col dire che non lo hai né avrai caro; poi sappi che se fossi in Cielo, tutt’uno con la Carità, pregheresti per lui, per la sua salvezza, fino al momento del suo giudizio. Ci saranno spiriti salvati nell’ultimo momento dopo tutta una vita di preghiere per loro».
4. Lezione sui doveri e sui servi inutili[12].
Il dovere dei servi.
1Udite. In verità vi dico che nessuno deve vantarsi di fare il proprio dovere ed esigere per questo, che è un obbligo, speciali favori.
2Giuda ha ricordato che tutto mi avete dato. E mi ha detto che per questo Io ho il dovere di accontentarvi per quello che fate. Ma sentite un po’. Fra voi sono dei pescatori, dei possidenti di terra, più d’uno che ha un’officina, e lo Zelote che aveva un servo. Orbene. Quando i garzoni della barca, o gli uomini che come servi vi aiutavano nell’uliveto, vigneto, o fra i campi, o gli apprendisti dell’officina, o semplicemente il servo fedele che curava la casa e la mensa, finivano i loro lavori, voi vi mettevate forse a servirli? E così non è in tutte le case e le incombenze?
Similitudine del servo utile (Lc 17,7-10)[13].
3Chi degli uomini, avendo un servo ad arare o a pascere, o un operaio nell’officina, gli dice quando finisce il lavoro: “Va’ subito a tavola”? Nessuno. Ma, sia che torni dai campi, come che abbia deposto gli arnesi del lavoro, ogni padrone dice: “Fammi da mangiare, ripulisciti e con veste pulita e cinta servimi mentre io mangio e bevo. Dopo mangerai e berrai tu”. Né si può dire che ciò sia durezza di cuore. Perché il servo deve servire il padrone, né il padrone gli resta obbligato perché il servo ha fatto ciò che al mattino il padrone aveva ordinato. Perché, se è vero che il padrone ha il dovere di essere umano col proprio servo, così il servo ha il dovere di non essere infingardo e dilapidatore, ma di cooperare al benessere del padrone che lo veste e lo sfama. Sopportereste voi che i vostri garzoni di barca, i contadini, gli operai, il servo di casa, vi dicessero: “Servimi perché io ho lavorato”? Non credo.
4Così anche voi, guardando ciò che avete fatto e che fate per Me – e, in futuro, guardando ciò che farete per continuare la mia opera e continuare a servire il Maestro vostro – dovete sempre dire, perché vedrete anche che avete sempre fatto molto meno di quanto era giusto fare per essere a pari col molto avuto da Dio: “Siamo servi inutili, perché non abbiamo fatto che il nostro dovere”. Se così ragionerete, vedrete che non sentirete più pretese e malumori sorgere in voi, e agirete con giustizia».
Gesù tace. Tutti riflettono.
5Pietro urta col gomito Giovanni, che riflette tenendo gli occhi celesti fissi sulle acque che dal color indaco passano ad un argento azzurro per la luna che le tocca, e gli dice: «Chiedigli quando è che uno fa più che il suo dovere. Vorrei giungere a fare di più del mio dovere, io…».
6«Io pure, Simone. Pensavo proprio a questo», gli risponde Giovanni col suo bel sorriso sulle labbra, e chiede forte: «Maestro, dimmi: l’uomo tuo servo non potrà mai fare più del suo dovere, per dirti con questo “più” che ti ama completamente?».
7«Fanciullo, Dio ti ha dato tanto che, per giustizia, ogni tuo eroismo sarebbe sempre poco. Ma il Signore è così buono che misura ciò che gli date non con la sua misura infinita. Lo misura con la misura limitata della capacità umana. E quando vede che avete dato senza parsimonia, con una misura colma, traboccante, generosa, allora dice: “Questo mio servo mi ha dato più di quanto era suo dovere. Perciò Io gli darò la superabbondanza dei miei premi”».
8«Oh! come sono contento! Io allora ti darò misura straripante per avere questa sovrabbondanza!», esclama Pietro.
9«Sì. Tu me la darai. Voi me la darete. Tutti quelli che sono amanti della Verità, della Luce, me la daranno. E con Me saranno soprannaturalmente felici».
5. Pensieri di gloria e di martirio alla vista della costa mediterranea[14].
Vivere per ammaestrare altri all’amore.
Panorama suggestivo.
1Dalla cresta delle ultime elevazioni, che già non è proprio chiamare colline, tanto è relativa la loro altezza, la costa mediterranea appare per un largo raggio limitato al nord dal promontorio del Carmelo, libero a sud sino alle estreme lontananze raggiungibili dalla vista umana. Una placida costa, quasi diritta, avente alle spalle la pianura ubertosa, appena rotta da ondulazioni lievissime. Le città marittime sono visibili con il biancore delle case messo fra il verde dell’interno e l’azzurro del mare, che è placido, sereno, di un azzurro splendido, rispecchiante l’azzurro puro del cielo.
2Cesarea è un poco a nord dal luogo in cui sono gli apostoli con Gesù e con alcuni discepoli, incontrati forse nei paesi traversati a sera o all’alba. Perché ora l’alba è superata, e superata l’aurora, pur essendo ancora il giorno alle sue prime ore. In quelle ore così belle delle mattine estive nelle quali il cielo, dopo il rosar dell’aurora, torna azzurro, e fresca è l’aria nitida, fresche le campagne, intatto di vele il mare, ore verginali del giorno in cui si schiudono i nuovi fiori, e le rugiade, asciugandosi al primo sole, seco esalano gli aromi delle erbe, affidando freschezza e profumo al respiro lieve della brezza mattutina, che muove appena le foglie sugli steli e increspa appena la superficie piana del mare.
3La città appare stesa sulle rive, bella come ogni luogo dove la raffinatezza romana ha sede. Terme e palazzi marmorei biancheggiano come blocchi di neve rappresa nei quartieri più prossimi al mare, vegliati da una torre pure bianca, alta, quadrata, presso il porto. Forse un castro o un luogo di vedetta. Poi le casette più modeste, periferiche, in stile ebraico, e dovunque verdeggiar di pergole, di giardini pensili elevati più o meno fastosamente sulle terrazze sopra le case, e svettare di alberi.
4Gli apostoli ammirano, sostando al rezzo di un ciuffo di platani posto quasi sulla cresta del colle.
5«Si allarga il respiro a vedere questa immensità!», esclama Filippo.
6«E sembra già di sentire tutta la frescura di quelle belle acque azzurre», dice Pietro.
7«Davvero! Dopo tanta polvere, sassi, pruni… guarda che nitore! Che freschezza! Che pace! Il mare dà sempre pace…», commenta Giacomo d’Alfeo.
8«Uhm! Meno quando… ti prende a schiaffi e fa girare te e la nave come birilli in mano ai ragazzi…», gli risponde Matteo che probabilmente ricorda il suo mal di mare.
Pensieri di gloria eterna.
9«Maestro… io penso… Penso a tutte le parole dei nostri salmisti, al libro di Giobbe, alle parole dei libri sapienziali, là dove è celebrata la potenza di Dio[15]. E, non so perché, questo pensare, che mi viene da ciò che io vedo, mi fa sorgere il pensiero che, sublimati a bellezza perfetta su una purità azzurra e luminosa, così saremo, se giusti saremo fino alla fine nella grande rassegna, nel tuo trionfo eterno, in quello che Tu ci descrivi e che sarà la fine del Male… E mi pare vedere popolata questa immensità celeste di luminosi corpi risorti e Te, fulgente più di mille soli, al centro dei beati, e non più dolore, lacrime, insulti, denigrazioni come quelle di ieri sera… e pace, pace, pace… Ma quando finirà il Male di nuocere? Forse che spunterà le sue saette contro il tuo Sacrificio? Si persuaderà d’esser vinto?», dice Giovanni che, se sul principio sorrideva, ora è angosciato.
10«Mai. Sempre crederà d’essere trionfatore, nonostante tutte le smentite che i giusti gli daranno. E il mio Sacrificio non spunterà le sue saette. Ma l’ora verrà, l’ora finale, in cui il Male sarà vinto e, in una bellezza ancor più infinita di quale il tuo spirito la prevede, gli eletti saranno l’unico Popolo, eterno, santo, il Popolo vero del Dio vero».
11«E noi ci saremo tutti?», chiedono gli apostoli.
«Tutti»[16].
12«E noi?», chiede il gruppo più numeroso dei discepoli.
«Voi pure vi sarete tutti».
13«Tutti i presenti, o tutti quanti siamo discepoli? Siamo molti ormai, nonostante quelli che si sono separati».
14«E sempre più sarete. Ma non tutti sarete fedeli sino alla fine. Però molti saranno con Me in Paradiso. Taluni avranno premio dopo espiazione, altri dal primo momento dopo la morte, ma il premio sarà tale che, come dimenticherete la Terra e i suoi dolori, così dimenticherete il Purgatorio colle sue penitenziali nostalgie d’amore[17]».
Natura e frutti del martirio.
15«Maestro, Tu ci hai detto che subiremo persecuzioni e martini. Potremo allora esser presi e uccisi senza aver tempo di pentirci, oppure la nostra debolezza ci farà mancare di rassegnazione alla morte cruenta… E allora?», chiede Nicolai d’Antiochia che è fra i discepoli.
16«Non te lo credere. Per la vostra debolezza di uomini non potreste infatti subire rassegnati il martirio. Ma ai grandi spiriti, che devono testimoniare il Signore, viene dal Signore infuso un aiuto soprannaturale…».
«Quale? L’insensibilità forse?».
17«No, Nicolai. L’amore perfetto. Essi giungeranno ad un amore tanto completo che strazio di tortura, che strazio di accuse, di separazioni dai parenti, dalla vita, da tutto, cesseranno di essere cosa che deprime, ma anzi tutto si muterà in base per alzarsi al Cielo, accoglierlo, vederlo, e perciò tendere le braccia e il cuore alle torture per andare là dove già sarà il loro cuore: nel Cielo».
Il dono del martirio.
18«Uno che muore così sarà, allora, molto perdonato», dice un vecchio[18] discepolo di cui non so il nome.
19«Non molto, ma del tutto perdonato, Papia. Perché l’amore è assoluzione, e sacrificio è assoluzione, e confessione eroica di fede è assoluzione. Vedi perciò che un triplice lavacro sarà sui martiri».
20«Oh! allora… Io ho molto peccato, Maestro, ed ho seguito questi per avere perdono, e Tu ieri me lo hai dato e perciò sei stato insultato da chi non perdona ed è colpevole. Io credo che il tuo perdono è valido. Ma per i miei lunghi anni di colpa dammi l’assolvente martirio».
21«Molto chiedi, uomo!».
22«Mai quanto devo dare per avere la beatitudine che Giovanni di Zebedeo ha descritta e Tu hai confermata. Te ne supplico, Signore. Fa’ che io muoia per Te, per la tua dottrina…».
23«Molto chiedi, uomo! La vita dell’uomo e in mano del Padre mio…».
24«Ma ogni tua preghiera è accolta come è accolto ogni tuo giudizio. Chiedi all’Eterno questo perdono per me…».
25L’uomo è in ginocchio ai piedi di Gesù, che lo guarda negli occhi e poi dice: «E non ti pare martirio vivere quando il mondo ha perduto ogni attrattiva e il cuore anela al Cielo, e vivere per ammaestrare altri all’amore e conoscere le delusioni del Maestro e perseverare senza stanchezze per dare al Maestro delle anime? Fa’ la volontà di Dio, sempre, anche se la tua ti parrebbe più eroica, e sarai santo… Ma ecco i compagni che vengono con le provviste. Avviamoci per giungere alla città prima delle ore torride».
26E si avvia per il primo per la dolce discesa, che presto tocca la pianura tagliata dal nastro bianco della strada che conduce a Cesarea Marittima.
OPERATORI DEL REGNO MESSIANICO
6. L’ex-lebbroso Giovanni diventa discepolo. Parabola dei dieci monumenti[19].
L’ex-lebbroso Giovanni diventa discepolo.
L’uomo sacro al Signore.
1«Il mio Signore!», grida l’ex lebbroso gettandosi in ginocchio appena vede apparire Gesù nella sodaglia che precede il luogo roccioso, dove egli visse per tanti anni. E poi, rialzandosi, grida ancora: «Come ritorni a me?».
2«Per darti il viatico della parola dopo quello della salute».
3«Il viatico si dà a chi parte, ed io infatti parto questa sera per le purificazioni. Ma parto per ritornare e unirmi ai discepoli, se mi vuoi accogliere. Non ho più casa né parenti, Signore. Sono vecchio per riprendere attività e vita. Mi reintegreranno nei beni. Ma come sarà la casa dopo quindici anni che è di nessuno? Che vi troverò? Forse mura diroccate… Sono un uccello senza nido. Lascia che mi unisca alla schiera di chi ti segue. Del resto… io non appartengo più a me stesso perché, per quel che mi hai dato, io sono tuo, non appartengo più al mondo che mi ha reciso da sé, giustamente perché impuro, per tanto tempo. Ora sono io che trovo impuro il mondo, dopo aver conosciuto Te, e fuggo il mondo per venire a Te».
L’evangelizzatore.
4«Né Io ti respingo. Però ti dico che vorrei da te una sosta in questa regione. Aera e Arbela hanno il loro figlio discepolo che evangelizza. Tu siilo di Ippo, Gamala, Afeca e paesi vicini. Io fra poco scendo nella Giudea e non tornerò più da queste parti. Voglio in esse degli evangelizzatori».
5«La tua volontà mi fa cara ogni rinuncia. Farò ciò che Tu vuoi. Lo farò appena compiute le purificazioni. Avevo pensato di non curarmi più della mia casa. Ora invece dico che la riatterò in modo da poterla abitare per accogliere durante l’inverno in essa anime vogliose di sapere di Te, e pregherò qualche discepolo che ti segue da anni di venire con me, perché, se Tu mi vuoi piccolo maestro, io ho bisogno di essere istruito da chi lo è più di me. E a primavera andrò come gli altri predicando il tuo Nome».
«Va bene il tuo pensiero. Dio ti aiuterà a compierlo».
Il passato è morto.
6«L’ho già iniziato distruggendo col fuoco tutto quanto mi apparteneva: ossia il povero giaciglio e le suppellettili che usavo, la veste portata sino a ieri, tutto quanto avevo toccato con il mio corpo malato. La grotta dove vivevo è nera del fuoco che vi ho fatto per distruggere e purificare. Nessuno si contagerà entrandovi a rifugio in una notte di tempesta. E poi… (la voce dell’uomo si fa debole, quasi si incrina, rallenta il discorso…) e poi… avevo un vecchio cofano ormai cadente… tarlato… pareva che la lebbra avesse corroso esso pure… Ma per me… era più prezioso delle ricchezze del mondo… Dentro c’erano le cose care… ricordi di mia madre… il velo di nozze della mia Anna… Ah! quando glielo levai, beato, nella sera delle nozze, e contemplai quel volto di gigli così bello e puro, chi me lo avesse detto che pochi anni dopo lo avrei visto tutto una piaga! E.… le vesti dei miei bambini… i loro giocattoli… tenuti fra le piccole mani finché poterono stringere… qualcosa… e… oh! È tanto il dolore… perdona il mio pianto… La piaga duole forte ora che li ho arsi per giustizia… senza più poterli baciare… perché erano dei lebbrosi… Sono ingiusto, Signore… Ti mostro delle lacrime… Ma compatisci… Ho distrutto l’ultimo ricordo di loro… e ora sono come uno sperduto in un deserto…». L’uomo si accascia piangendo presso il mucchio di cenere che è il ricordo del suo passato…
La luce non si attarda a guardare le tenebre.
7«Non sei sperduto, Giovanni, e non sei solo. Io sono con te. E i tuoi presto saranno con Me, in Cielo, ad attenderti. Quei resti te li ricordavano sfigurati dalla malattia, oppure belli di salute avanti la sciagura. Tutti ricordi di dolore. Lasciali fra le ceneri del rogo. Annientali nella certezza che Io ti do di un ritrovamento di essi felici, belli della gioia del Cielo. Il passato è morto, Giovanni. Non piangere più su quello. La luce non si attarda a guardare le tenebre della notte, ma è gioiosa di separarsene e di splendere, salendo nel cielo dietro al sole ad ogni mattino. E il sole non si attarda all’oriente ma s’alza, balza e scorre sino a raggiare dall’alto del firmamento. La tua notte è finita. Non la ricordare più. Sali con lo spirito là dove Io Luce ti porto. Là, per la dolce speranza e la bella fede, già troverai la gioia, perché la tua carità potrà effondersi in Dio e nei diletti che attendono. Non è che un rapido salire… e presto sarai nell’alto, con loro. La vita è un soffio… l’eternità è l’eterno presente».
8«Hai ragione, Signore. Tu mi conforti e mi insegni come superare quest’ora con giustizia… Ma Tu sei al sole per starmi vicino il più che ti è concesso. Ritirati, Maestro. Mi hai dato abbastanza. Potrebbe nuocerti il sole, che è forte già».
9«Sono venuto per stare con te. Tutti siamo venuti per questo. Ma spostati tu pure verso le piante e saremo vicini senza pericolo».
10L’uomo ubbidisce lasciando il masso al cui piede è il mucchio di cenere, il passato, e va verso il luogo dove si dirige Gesù, dove sono, commossi, gli apostoli e le donne e gli abitanti del borgo e quelli venuti dalle città ad ascoltare il Maestro.
Preparativi per un banchetto d’amore.
11«Accendete i fuochi per cuocere il pesce. Spartiremo il cibo in banchetto d’amore», ordina Gesù. E mentre gli apostoli eseguiscono, Egli gira sotto le piante nate alla rinfusa in questo luogo sfuggito da tutti per la vicinanza del lebbroso. Un intrico folto, selvaggio, di piante che non conoscono roncole o scuri da quando sono nate. Dei sofferenti o degli afflitti sono sotto all’ombra propizia di questa boscaglia e raccontano a Gesù le loro angosce, e Gesù sana, consiglia o conforta, paziente e potente. Più là, in un breve prato, il bambino di Cafarnao giuoca felice coi bambini del paese, e i loro gridi di gioia gareggiano col canto di molti uccelli che sono sulle piante folte, mentre le loro vesti variopinte, agitate nella corsa sul verde dell’erba, li fanno sembrare grosse farfalle scorrenti da fiore a fiore.
Il banchetto di Dio.
12Il cibo è pronto. Chiamano Gesù. Egli chiede in grazia un cesto ad un contadino che aveva portato fichi e uva e lo empie di pane, dei pesci più belli, di frutta saporose, unendovi la sua borraccia di acqua melata, e si dirige verso l’ex lebbroso.
«Resti senza borraccia, Maestro», lo avverte Bartolomeo.
«Egli non te la può più rendere».
13E Gesù sorridendo: «C’è tanta acqua ancora per la sete del Figlio dell’uomo! C’è l’acqua messa dal Padre nei pozzi profondi. E il Figlio dell’uomo ha ancora le sue mani libere per farsi di esse giumella… Un giorno verrà che non avrò né queste né quella… e non avrò più neppur l’acqua dell’amore a dar refrigerio all’Assetato… Ora ho tanto amore intorno a Me…», e prosegue portando a due mani il paniere largo, tondo e basso, e deponendolo sull’erba a qualche metro da Giovanni dicendogli: «Prendi e mangia. É il banchetto di Dio». Poi torna al suo posto. Offre e benedice il cibo e lo fa distribuire ai presenti che vi hanno unito quanto avevano.
14Tutti mangiano con gusto e con una pacifica letizia, e Maria si occupa del piccolo Alfeo con materna dolcezza. Poi, finita la refezione, Gesù si mette fra la gente e l’ex lebbroso iniziando a parlare, mentre le madri accolgono in grembo i bambini sazi di cibo e di giuochi, e li ninnano per addormentarli perché non disturbino.
Condizioni per entrare nel regno dei Cieli.
Salmo 15.
«Udite tutti.
15In un salmo di David il salmista si chiede: “Chi abiterà nel Tabernacolo di Dio? Chi riposerà sul monte di Dio?”[20]. E passa ad enumerare chi saranno i fortunati e per quali motivi lo saranno. Dice: “Colui che vive senza macchia e pratica giustizia. Colui che parla dal cuore con verità e non ordisce inganni con la sua lingua, che non danneggia il prossimo, che non accoglie parola infamante il suo simile”[21]. E con poche righe, dopo aver detto chi entrerà nei dominii di Dio, dice cosa questi benedetti fanno di bene dopo non aver fatto il male. Ecco: “Agli occhi suoi un niente è il malvagio. Egli onora quelli che temono Dio. Giurando al suo prossimo non inganna. Non dà il suo denaro ad usura, non riceve regali a danno dell’innocente”[22]. E termina: “Chi fa queste cose non vacillerà in eterno”[23].
Condizione prima: “Vivere senza macchia”.
16In verità, in verità vi dico che il salmista ha detto la verità e confermo con la mia sapienza che chi fa queste cose non vacillerà in eterno. Condizione prima per entrare nel Regno dei Cieli: “Vivere senza macchia”.
17Ma può l’uomo, creatura debole, vivere senza macchia? La carne, il mondo e Satana, in un continuo ribollire di passioni, tendenze e di odio, schizzano i loro spruzzi a macchiare gli spiriti e, se il Cielo fosse aperto solo a quelli che hanno vissuto senza macchia dall’uso della ragione in poi, pochissimi di tutta l’Umanità entrerebbero in Cielo, così come pochissimi sono gli uomini che giungono alla morte senza aver conosciuto malattie più o meno gravi durante l’esistenza.
18E allora? Così è precluso il Cielo ai figli di Dio? E questi dovranno dirsi: “Io l’ho perduto” quando un assalto di Satana o una bufera della carne li fanno cadere e si vedono macchiati nell’anima? Non ci sarà più perdono per chi ha peccato? Nulla cancellerà la macchia che deturpa lo spirito?
19Non temete di un timore ingiusto il vostro Dio. Egli è Padre, e un padre tende sempre una mano ai figli vacillanti, offre aiuto perché si rialzino, conforta con mezzi soavi perché il loro avvilimento non degeneri in disperazione, ma fiorisca in umiltà vogliosa di riparare per tornare diletti al Padre.
20Ecco. Il pentimento del peccatore, la buona volontà di riparare, ambedue nati da un vero amore per il Signore, detergono la macchia della colpa e rendono degni del perdono divino. E quando Colui che vi parla avrà compiuto la sua missione sulla Terra, alle assoluzioni dell’amore, del pentimento e della buona volontà si unirà, potentissima, l’assoluzione che il Cristo vi avrà ottenuta a prezzo del suo sacrificio. Più candidi nell’anima di bambini da poco nati, molto più candidi perché a chi crederà in Me scaturiranno dal seno fiumi d’acqua viva detergenti anche la colpa d’origine, causa prima di ogni debolezza dell’uomo, potrete aspirare al Cielo, al Regno di Dio, ai suoi Tabernacoli. Perché la Grazia che Io sto per rendervi vi aiuterà a praticare la giustizia, la quale aumenta, tanto più quanto più è praticata, il diritto che vi dà uno spirito senza macchia di entrare nella gioia del Regno dei Cieli.
21Vi entreranno i pargoli e godranno, per la beatitudine data gratuitamente, godranno, perché il Cielo è gioia. Ma vi entreranno gli adulti, i vecchi, coloro che hanno vissuto, lottato, vinto e che alla candida corona della Grazia uniranno quella multicolore delle loro opere sante, delle loro vittorie su Satana, il mondo e la carne, e grande, grandissima sarà la loro beatitudine di vincitori, grande, quale l’uomo non può immaginare.
Condizione seconda: Praticare la giustizia
22Come si pratica la giustizia? Come si conquista la vittoria? Con onestà di parole e di azioni, con carità di prossimo. Riconoscendo che Dio è Dio e non mettendo gli idoli delle creature, del denaro, del potere, al posto del Dio Santissimo. Con dare ad ognuno il posto che gli spetta senza cercare di dare più o di dare meno di ciò che è doveroso. Colui che, perché uno gli è amico o parente potente, lo onora e serve anche nelle opere non buone, non è giusto. Colui, all’opposto, che danneggia il suo prossimo perché da esso non può sperare utile di sorta e giura contro di lui, o si fa comperare con regali per deporre contro l’innocente o giudicare con partigianeria, non secondo giustizia ma secondo il calcolo di ciò che quell’ingiusto giudizio gli può ottenere da chi è il più potente fra i contendenti, non è giusto, e vane sono le sue orazioni, le sue offerte, perché macchiate di ingiustizia agli occhi di Dio.
23Voi vedete che ciò che dico è ancora Decalogo. Sempre è Decalogo la parola del Rabbi. Perché il bene, la giustizia, la gloria è nel compiere ciò che il Decalogo insegna e ordina di fare. Non c’è altra dottrina. Allora data fra le folgori del Sinai[24], ora data fra i fulgori della Misericordia[25], ma la Dottrina è quella. E non muta. E non può mutare. Molti, a loro scusa, diranno in Israele, per giustificare di non essere santi anche dopo il passaggio sulla Terra del Salvatore: “Io non ho avuto modo di seguirlo e ascoltarlo”. Ma la loro scusa non ha nessun valore. Perché il Salvatore non è venuto a mettere una nuova Legge, ma a riconfermare la prima, l’unica Legge. Anzi, a riconfermarla proprio nella sua nudità santa, nella sua semplicità perfetta. A riconfermare con amore, e con promesse di certo amore di Dio, ciò che prima era stato detto con rigore da una parte e ascoltato con timore dall’altra.
Parabola dei dieci monumenti.
I dieci monumenti.
24Per farvi ben capire ciò che sono i dieci comandamenti e quale importanza ha il seguirli, vi dico questa parabola.
25Un padre di famiglia aveva due figli, ugualmente amati e dei quali egli voleva essere in uguale misura il benefattore. Questo padre aveva, oltre alla dimora dove erano i figli, dei possessi dove erano grandi tesori nascosti. I figli sapevano di questi tesori ma non sapevano la via per andarvi, perché il padre, per motivi suoi propri, non aveva rivelato ai figli la via per giungervi, e ciò per molti e molti anni. Però, ad un certo momento, chiamò i suoi due figli e disse: “É bene che ormai voi conosciate dove sono i tesori che il padre vostro ha messo da parte per voi, per poterli raggiungere quando io ve lo dirò. Intanto conoscetene la strada e i segnali che ho messo in essa, perché voi non smarriate la via giusta. Sentitemi dunque. I tesori non sono in pianura dove stagnano le acque, arde il solleone, sciupa la polvere, soffocano gli spini e i triboli, e dove facilmente i ladri possono giungere per derubarvi. I tesori sono in cima a quell’alto monte, alto e scabro. Io li ho collocati là in cima e là vi attendono. Il monte ha più di un sentiero, anzi ha molti sentieri. Ma uno solo è buono. Gli altri, quali finiscono in precipizi, quali in caverne senza uscita, quali in fosse di acqua melmosa, quali in serpai di vipere, quali in crateri di zolfo acceso, quali contro muraglie insuperabili. Quello buono, invece, è faticoso, ma giunge alla vetta senza interruzione di precipizi o altri ostacoli. Perché voi lo possiate riconoscere, io ho messo lungo di esso a distanze regolari dieci monumenti di pietra con sopra incise queste tre parole di riconoscimento: amore, ubbidienza, vittoria. Andate seguendo questo sentiero e raggiungete il luogo del tesoro. Io, poi, per altra via, nota a me solo, verrò e ve ne aprirò le porte perché siate felici”.
Egoismo, disubbidienza.
26I due figli salutarono il padre che, finché poté essere udito da loro, ripeté: “Seguite la via che vi ho detto. É per vostro bene. Non lasciatevi tentare dalle altre, anche se vi sembrano migliori. Perdereste il tesoro e me con esso…
27Eccoli giunti ai piedi del monte. Un primo monumento era alla base, proprio all’inizio del sentiero che era al centro di una raggiera di sentieri che salivano alla conquista del monte in ogni senso. I due fratelli iniziarono la salita sul sentiero buono. Era ancora molto buono nel primo tempo, benché senza un filo d’ombra. Dall’alto del cielo il sole vi scendeva a picco inondandolo di luce e di calore. La candida roccia in cui era tagliato, il terso cielo sul loro capo, il caldo sole ad abbraccio delle loro membra: ecco ciò che vedevano e sentivano i fratelli. Ma, ancora animati da buona volontà, dal ricordo del padre e delle sue raccomandazioni, salivano gioiosi verso la cima. Ecco un secondo monumento… e poi ecco il terzo. Il sentiero era sempre più faticoso, solitario, ardente. Non si vedevano neppur più gli altri sentieri, nei quali erano erbe e piante o acque chiare e soprattutto salita più dolce, perché meno ripida e tracciata nel suolo, non già sulla roccia.
28“Nostro padre ci vuol far giungere morti”, disse un figlio giungendo al quarto monumento. E cominciò a rallentare il passo. L’altro lo confortò a proseguire dicendo: “Egli ci ama come altri se stessi e più ancora, perché ci ha salvato il tesoro così meravigliosamente. Questo sentiero nella roccia, che senza smarrimenti sale dal basso alla cima, lo ha scavato lui. Questi monumenti li ha fatti lui per guida nostra. Pensa, fratello mio! Lui, da solo, ha fatto tutto questo, per amore! Per darlo a noi! Per fare che vi giungiamo senza sbaglio possibile e senza pericolo”.
29Camminarono ancora. Ma i sentieri lasciati a valle ogni tanto si riaccostavano al sentiero nella roccia, e sempre più lo facevano più il monte, avvicinandosi alla cima, si faceva più stretto nel suo cono. E come erano belli, ombrosi, invitanti!…
30“Io quasi prendo uno di quelli”, disse il malcontento giungendo al sesto monumento. “Tanto, anche quello va alla cima”.
Tu non lo puoi dire… Non vedi se sale o se scende…”.
“Eccolo lassù!”.
“Non sai se è questo. E poi il padre lo ha detto di non lasciare l’onesto sentiero…”.
Di mala voglia lo svogliato proseguì.
31Ecco il settimo monumento: “Oh! io me ne vado proprio”.
“Non lo fare, fratello!”.
Su per il sentiero veramente difficilissimo, ormai. Ma la cima era ormai prossima…
32Ecco l’ottavo monumento e vicino, proprio rasente il sentiero fiorito. “Oh! lo vedi che, se non in linea retta, va proprio su anche questo?”.
“Non sai se è quello”.
“Sì. Lo riconosco”.
“Ti inganni”.
“No. Vado”.
“Non lo fare. Pensa al padre, ai pericoli, al tesoro”.
33“Ma vadano in perdita tutti! Che me ne faccio del tesoro se giungo in cima morente? Quale pericolo più grande di questa via? E quale odio più grande di questo del padre che ci ha beffati con questo sentiero per farci morire? Addio. Giungerò prima di te, e vivo…”, e si gettò nel sentiero attiguo scomparendo con una esclamazione di gioia dietro i tronchi che l’ombreggiavano.
Amore, ubbidienza.
34L’altro proseguì tristamente… Oh! la via nel suo ultimo tratto era proprio tremenda! Il viandante non ne poteva più. Era come ubriaco di fatica, di sole! Al nono monumento si fermò ansante, appoggiandosi alla pietra scolpita e leggendo macchinalmente le parole incise. Vicino era un sentiero d’ombra, d’acque, di fiori… “Quasi quasi… Ma no! No. Lì è scritto, e l’ha scritto mio padre: amore, ubbidienza, vittoria. Devo credere. Al suo amore, alla sua verità, e devo ubbidire per mostrare il mio amore… Andiamo… L’amore mi sorregga…”. Ecco il decimo monumento… Il viandante esausto, arso dal sole, camminava curvo come sotto un giogo… Era l’amoroso e santo giogo della fedeltà che è amore, ubbidienza, fortezza, speranza, giustizia, prudenza, tutto… Invece di appoggiarsi, si gettò seduto a quella larva d’ombra che il monumento faceva al suolo. Si sentiva morire… Dal sentiero accosto veniva un rumore di ruscelli e odor di bosco… “Padre, padre, aiutami col tuo spirito, nella tentazione…, aiutami a essere fedele sino alla fine…”.
35Da lontano, ridente, la voce del fratello: “Vieni, ti aspetto. Qui è un eden… Vieni…”.
“Se andassi? …”, e gridando forte: “Si sale proprio alla vetta?”.
“Sì, vieni. C’è una galleria fresca che porta su. Vieni! La vedo già, la vetta, oltre la galleria nel masso…”
36“Vado? Non vado?… Chi mi soccorre?… Vado…”. Puntò le mani per rialzarsi e, mentre lo faceva, notò che le parole scolpite non erano più sicure come quelle del primo monumento: “Ogni monumento, le parole erano più leggere… come se il padre mio, spossato, avesse faticato a inciderle. E… guarda!… Anche qui quel segno rosso bruno che già era visibile dal quinto monumento… Solo che qui esso empie il cavo di ogni parola ed è scolato fuori, rigando il masso come di lacrime scure, come… di sangue…”. Grattò col dito là dove era una macchia vasta quanto due mani. E la macchia si sfarinò lasciando scoperte, fresche, queste parole: “Così vi ho amato. Sino a spargere il sangue per condurvi al Tesoro”.
37“Oh! oh! Padre mio! E io potevo pensare a non fare il tuo comando?! Perdono, padre mio! Perdono”. Il figlio pianse contro il masso, e il sangue che empiva le parole si rifece fresco splendendo come rubino, e le lacrime furono cibo e bevanda al figlio buono, e forza…. Si alzò… per amore chiamò il fratello, forte, forte… Voleva dirgli la sua scoperta… l’amore del padre, dirgli: “Torna”. Nessuno rispose…
38Il giovane riprese l’andare, quasi a ginocchi sulla pietra rovente, perché era proprio sfinito nella carne dalla fatica, ma lo spirito era sereno. Ecco la vetta… E là, ecco il padre.
“Padre mio!”,
“Figlio diletto!”.
Il giovane si abbandonò sul petto paterno, il padre lo accolse coprendolo di baci.
39“Sei solo?”.
“Sì… Ma presto giungerà il fratello…”.
“No. Non giungerà più. Ha lasciato la via dei dieci monumenti. Non vi è tornato dopo i primi disinganni ammonitori. Vuoi vederlo? Eccolo là. Nel baratro di fuoco… É stato pertinace nella colpa. Lo avrei ancora perdonato e atteso se, dopo aver conosciuto l’errore, fosse tornato sui suoi passi e, sebbene con ritardo, fosse passato per dove l’amore è passato per primo, soffrendo sino a spargere il suo sangue migliore, la parte più cara di sé stesso, per voi”
40“Egli non sapeva….”
“Se egli avesse guardato con amore le parole scolpite nei dieci monumenti avrebbe letto il loro vero significato. Tu lo hai letto sin dal quinto monumento e lo hai fatto notare all’altro dicendo: ‘Il padre qui deve essersi ferito!’, e lo hai letto nel sesto, settimo, ottavo, nono… sempre più chiaro, sinché hai avuto l’istinto di scoprire ciò che era sotto il sangue mio. Sai il nome di quell’istinto? ‘Tua vera unione con me’. Le fibre del tuo cuore, fuse alle mie fibre, hanno trasalito e ti hanno detto: ‘Qui avrai la misura di come ti ama il padre’. Ora entra nel possesso del Tesoro e di me stesso, tu, amoroso, ubbidiente, vittorioso in eterno”.
Questa la parabola.
Vittoria.
41I dieci monumenti sono i dieci comandamenti. Il vostro Dio li ha scolpiti e messi sul sentiero che porta al Tesoro eterno, e ha sofferto per condurvi a quel sentiero. Voi soffrite? Anche Dio.
42Voi dovete forzare voi stessi? Anche Dio. Sapete sino a che punto? Soffrendo di separarsi da Sé stesso e di forzarsi a conoscere l’essere Uomo con tutte le miserie che l’umanità porta seco: il nascere, il patire freddo, fame, fatica e sarcasmi, affronti, odii, insidie e infine la morte dando tutto il Sangue per darvi il Tesoro. Questo soffre Dio sceso a salvarvi. Questo soffre Dio nell’alto del Cielo permettendo a Se stesso di soffrirlo[26].
43In verità vi dico che nessun uomo, per faticoso che sia il suo sentiero per giungere al Cielo, non farà mai un sentiero più faticoso e doloroso di quello che il Figlio dell’uomo percorre per venire dal Cielo alla Terra e dalla Terra al Sacrificio per aprirvi le porte del Tesoro.
44Nelle tavole della Legge è già il mio Sangue. Nella Via che vi traccio è il mio Sangue. La porta del Tesoro si apre sotto l’onda del mio Sangue. La vostra anima si fa candida e forte per il lavacro e il nutrimento del mio Sangue. Ma voi, perché non sia sparso invano, dovete battere la via immutabile dei dieci comandamenti.
45Ora riposiamo. Al tramonto Io andrò verso Ippo, Giovanni alla purificazione, voi alle vostre case. La pace del Signore sia con voi».
7. La sosta presso gli anziani coniugi Giuda e Anna[27].
Informazioni.
1Vi giungono accaldati, nonostante abbiano camminato fra i frutteti folti che piegano sotto il peso delle frutta mature. Dai vigneti, numerosi e bellissimi, viene il caratteristico odore delle viti quando i grappoli già sono maturi e le foglie cominciano il loro appassimento autunnale.
2Si vedono giungere per primi due contadini che tornano dai frutteti carichi di cesti di mele bellissime, e danno l’avviso ad un servo che passa la voce. Intanto i due contadini salutano Gesù e annunciano che «molti discepoli sono a sosta nella casa, venendo dai monti della Gaulanite e dall’Iturea diretti a Gerusalemme» e che «i loro padroni hanno deciso di andare con essi ai Tabernacoli[28] per la Decapoli e la Perea». Ma non fanno a tempo a finire le loro informazioni che già i padroni, preceduti e seguiti da molti discepoli, accorrono fuor della casa incontro al Maestro.
3Fra i discepoli sono quasi tutti quelli che erano i pastori a Betlemme, e con loro sono altri, come il primo lebbroso guarito e lo storpio risanato, suo amico e altri ancora, ossia quelli dell’Oltre-Giordano, meno Timoneo. Non vedo Isacco, non Stefano né Erma, non Ermasteo e Giuseppe di Emmaus, non Abele di Betlemme né Nicolai di Antiochia, e neppure Giovanni d’Efeso. Ad essi si mescolano servi e contadini, fra i quali il fanciullo miracolato dalla paralisi nell’altra vendemmia e sua madre.
Dio aiuta i suoi servi.
4«La pace sia con tutti voi e a questa casa», dice Gesù alzando la mano a benedire.
«Entra, Maestro, e riposa sotto il nostro tetto. É ancor calda la stagione per camminare in queste ore. Ma ti daremo ristoro, e fresche sono le stanze per la notte».
«Non sosterò qui che poche ore. A sera vado via. Poco c’è ai Tabernacoli e devo ancora andare in più luoghi».
5I padroni sono delusi, ma non insistono. Dicono soltanto: «Speravamo che ci attendessi. Domani ha luogo la vendemmia, e la raccolta delle frutta è già iniziata. E dopo la pigiatura saremmo tutti partiti con questi tuoi discepoli. Siamo vecchi e molto insicure sono le strade da quando delle bande di ladroni sono venuti, non sappiamo da dove, a infestare questa riva del Giordano. Si annidano nei monti di Rabatamon e di Galaad, lungo la valle del Jaboc, e piombano sulle carovaniere. I legionari di Roma danno loro caccia… Ma… Sono forse buoni gli incontri con loro? Preferiamo essere con questi. Sono i tuoi discepoli e Dio li protegge certo».
6Gesù ha un sorriso arguto ma non dice nulla in merito. Entra nella casa gradendo i rinfreschi che gli ospiti offrono alle membra e alle gole assetate, e dopo ascolta i discepoli che raccontano del lavoro fatto sui monti: «Ma con poco frutto, Maestro. Poco anche a Cesarea di Filippo, dove, però, non fummo molestati. Ma ci torneremo con Te. E allora!».
Compito dei discepoli.
7Gesù li guarda, non li disillude, risponde: «Perseverando, certo li convertirete. Dio aiuta sempre i suoi servi». E poi Gesù li lascia, raggiungendo la padrona di casa che personalmente prepara le mense, e l’invita ad uscire con Lui perché le deve parlare. La buona vecchietta non se lo fa dire due volte e, per non andare nel caldo, fuori di casa, conduce Gesù in una stanza lunga, fresca, a settentrione.
8«Anna, tu sempre dici che vorresti servirmi in tutti i modi…».
«Sì, mio Signore. Io e Giuda. Ma Tu non ricorri mai a noi. È gran festa ora per noi, perché i tuoi discepoli sono un poco di Te e averli in casa ci sembra servirti».
9«Lo è infatti, perché ciò che è fatto ad un discepolo è fatto al Maestro, e anche un solo calice d’acqua o un pane dato in soccorso di chi si affatica per Me troverà compenso da Dio stesso. I discepoli curano lo spirito dei fedeli, e i fedeli devono aver amore ai discepoli e sovvenirli, pensando che essi hanno rinunciato a tutto, pronti anche a rinunciare alla vita pur di dare ai fedeli la Via, la Vita e la Verità, che il loro Maestro ha dato loro col comando di darla ai fedeli».
10«Oh! Signore, lascia che io chiami il mio Giuda. É così santa la tua parola! …».
«Chiama il tuo Giuda», consente sorridendo Gesù.
E la donna esce per tornare col marito, al quale sta ripetendo le parole del Maestro.
11«Noi, credilo, lo faremmo volentieri. Ma siamo fuori strada e, certo è per questo, i tuoi discepoli poco vengono qui», dice il vecchio e si sente un rimpianto per questo essere lasciato in disparte.
Solidarietà.
12«Dirò loro di venire sovente. E intanto Io vi chiedo una grazia…».
«Tu? Ma è grazia per noi servirti! Ordina, Signore. Siamo vecchi e non possiamo seguirti come molti fanno. Ma di servirti abbiamo desiderio. Che vuoi? Fossero, anche questi vigneti e questa casa, tanto cari perché del padre mio e perché qui sono nati i figli nostri, di tuo gradimento, se Tu li vuoi te li diamo. Promettici soltanto la misericordia divina sui nostri spiriti».
13«Non dubitate che essa vi possa mancare. Ma non chiedo tanto sacrificio. Udite. Io vado in Giudea e l’inverno viene. A Corozim è una vedova con molti figli, e il maggiore è poco più che fanciullo. Suo padre era falegname…».
14«Ah! Il falegname! Oh! tutti ne hanno parlato del tuo atto… Ma Corozim non si è convertita, benché più che la parola il tuo atto doveva farlo. La madre ha lavorato ai grani… Ma è di poca salute… Sappiamo, sappiamo».
15«Ebbene, Io non vi chiedo di farne degli oziosi, ma di aiutarli. Non vi mancherà bisogno di aggiustare questo o quello. Pensate a Giuseppe e il compenso doveroso sia completato dalla pietà amorosa».
16«Oh! Maestro! Così poco? Io direi, che dici, donna? Io direi di prendere le due fanciulline che spigolarono da noi. La casa è grande, e tu sei vecchia, e vecchie sono Maria e Noemi… Per le piccole cose…».
17«Così faremo, Giuda. In ricordo della piccola nostra… Dell’unica figlia, Signore… Fiorì tre primavere… e poi… Tanti gli anni passati… ma il dolore è qui… Se Tu eri già fra noi, ella non sarebbe morta… Io non l’avrei perduta… Una figlia è sempre un sorriso…». La vecchia è commossa e il vecchio sospira.
18«Non è perduta… Vi attende… È uno spirito innocente e siate certi di ritrovarlo. Più bisogna temere per quei figli che sono adulti e che non sono completamente nelle vie del Signore…».
19«É vero! É vero!… Tu sai, Signore… Tutto Tu sai. In questa casa così quieta c’è questo dolore… Maestro, il sacrificio può ottenere grazia talora?».
«Non talora. Sempre».
20«Ah! questo è dolce sentirselo dire. Va’ in pace, Maestro. La vedova di Corozim sarà aiutata e Tu li troverai contenti a primavera. Perché, se li raccomandi per l’inverno, segno è che non torni sino a primavera».
«Non torno… Scendo in Giudea e non torno».
Ubbidienza lieta.
21«E viene in Giudea anche il piccolo discepolo?».
«Sì. Marziam viene in Giudea…»
«Lungo viaggio, Maestro. É molto patito…».
«Ha perso l’ultimo parente. Voi sapete la sua storia… e questo nuovo dolore lo ha indebolito».
22«É anche l’età e la crescita… Ma sappiamo… e sappiamo anche il bene che fa. Un piccolo maestro, proprio un piccolo maestro… Il parente stava nella piana di Esdrelon, non è vero? Ed è morto là? E lui là ha sofferto?».
23«Sì, donna. Perché lo chiedi?».
«Perché… Maestro, non dovrei dirlo io a Te che sei Maestro. Ma io sono donna e madre, e ho pianto… Ti dico: perché lo vuoi portare verso quei luoghi? Lascialo a me sino a Gerusalemme… Mi sembrerà di scendere alla Città santa ancora con i figli giovinetti… ed egli non si affaticherà né soffrirà più ancora. Vengono anche gli altri discepoli…».
24Gesù pensa. Obbietta: «Marziam è felice di esser con Me, ed Io con lui».
«Sì. Ma, se Tu glielo dici, egli ubbidirà contento. Non saranno che pochi giorni di separazione. Cosa sono poco più di due settimane per chi è giovane tanto? Ha tempo di goderti…»
25Gesù la guarda, guarda il vecchio, così ignari che non sia molto il tempo che resta da godere il Salvatore. Ma non dice nulla. Apre le braccia come dire: «Sia fatto come volete», e dice soltanto: «Allora chiamate Marziam e Simone».
26Il vecchio esce e torna coi due. Simone ha lo sguardo indagatore. Sembra in sospetto di chissà che. Ma quando sente il motivo si calma e dice: «Dio vi dia bene! Il figlio è molto sciupato e, dico il vero, mi pareva imprudenza farlo camminare tanto…».
27«Ma io venivo volentieri! Ero col Maestro e, se il Maestro mi portava seco, segno era che potevo andare… Lui fa tutto bene…», e quasi Marziam ha le lacrime nella voce.
28«È vero, Marziam. Ma bisogna essere anche condiscendenti. Questi sono due buoni amici. Per Me e per i miei amici tutti. Io acconsento a questo loro desiderio e tu…».
29«Come Tu vuoi, Maestro mio. Ma a Gerusalemme però…»
«A Gerusalemme vieni con Me», promette Gesù.
E Marziam, buono, non ribatte nulla.
30Escono dalla stanza e Gesù si riunisce ai discepoli, che sono felici di quest’incontro impensato.
Il vecchio padrone ronza intorno al gruppo. Gesù lo nota. Lo interroga.
«Ecco, è che vorrei una tua parola. Sei stanco. Lo vedo. Ma avanti le mense, prima del riposo, perché almeno fino a sera riposerai, non dirai nulla?».
31«Parlerò avanti di partire. Così anche i servi della casa e dei campi potranno sentirmi. Ora tua moglie ci chiama. Lo vedi? …».
32E Gesù si alza entrando nella stanza dove sono preparate le tavole per gli ospiti benedetti.
8. Istruzioni sul
perdono ai peccatori. Congedo ai discepoli sulla via
di Betania[29].
L’arte dei maestri spirituali.
Il Messia e i suoi incondizionati.
1Gesù ha raggiunto i dieci apostoli e i principali discepoli alle falde del monte Uliveto, vicino alla fontana di Siloan. Quando essi vedono venire a passo sollecito Gesù fra Pietro e Giovanni, gli vanno incontro, ed è proprio vicino alla fonte che si riuniscono.
2«Saliamo alla via di Betania. Lascio la città per qualche tempo. Andando vi dirò ciò che dovete fare» ordina Gesù.
3Fra i discepoli vi sono anche Mannaen e Timoneo che, rasserenati, hanno ripreso il loro posto. E vi sono Stefano ed Erma, Nicolai, Giovanni d’Efeso, il sacerdote Giovanni e tutti, insomma, i più notabili per sapienza oltre gli altri, semplici, ma tanto attivi per grazia di Dio e volere proprio.
Quelli che fanno la parte del serpente.
4«Lasci la città? Ti è accaduto qualcosa?», chiedono in molti.
«No. Ma vi sono luoghi che attendono…».
5«Che hai fatto questa mattina?».
«Ho parlato… I profeti… Ancora una volta. Ma essi non intendono…».
6«Nessun miracolo, Maestro?», chiede Matteo.
«Nessuno. Un perdono. E una difesa».
7«Chi era? Chi offendeva?».
«Coloro che si credono senza peccato accusavano una peccatrice. Io l’ho salvata».
«Ma se era peccatrice avevano ragione essi».
8«La sua carne era certamente peccatrice. La sua anima… Molto avrei da dire sulle anime. E non direi peccatrici solo quelle la cui colpa è palese. Sono peccatrici anche quelle che spingono altri a peccare. E di un peccato più astuto. Fanno insieme la parte del serpente e del peccatore»[30].
Pazienza misericordiosa.
9«Ma che aveva fatto la donna?».
«Adulterio».
10«Adulterio?! E Tu l’hai salvata?! Non dovevi!!», esclama l’Iscariota.
11Gesù lo guarda fissamente, poi chiede: «Perché non dovevo?».
«Ma perché… ti può nuocere. Tu lo sai come ti odiano e cercano accuse contro Te! E certo… Salvare un’adultera è andare contro la Legge».
12«Io non ho detto che la salvavo. Ho detto loro che soltanto chi era senza peccato la colpisse. E nessuno l’ha colpita perché nessuno era senza peccato. Ho dunque confermato la Legge che commina la lapidazione agli adulteri, ma ho anche salvato la donna perché non si è più trovato un lapidatore».
«Ma Tu…».
13«Volevi che la lapidassi Io? Sarebbe stata giustizia, perché Io l’avrei potuta lapidare. Ma non sarebbe stata misericordia».
«Ah! era pentita! Ti ha supplicato e Tu…»
«No. Non era neppure pentita. Era soltanto avvilita e paurosa».
14«Ma allora!… Perché?… Non ti capisco più! Prima riuscivo ancora a capire i tuoi perdoni a Maria di Magdala, a Giovanni di Endor, a… insomma a molti pec…»
15«Di’ pure: a Matteo. Non me ne ho a male. Anzi, ti sono grato se tu mi aiuti a ricordare il mio debito di riconoscenza al mio Maestro», dice Matteo calmo e dignitoso.
16«Sì, ebbene, anche a Matteo… Ma essi erano pentiti del loro peccato, della loro vita licenziosa. Ma questa!… Non ti capisco più! E non sono solo io a non capirti…»
«Lo so. Non mi capisci… Mi hai sempre capito poco. E non tu solo. Ma ciò non muta il mio modo di agire».
«Il perdono va dato a chi lo chiede».
17«Oh! Se Iddio dovesse dare il perdono soltanto a chi lo chiede! E colpire subito chi alla colpa non fa seguire il pentimento! Tu non ti sei mai sentito perdonato prima di esserti pentito? Puoi proprio dire che ti sei pentito, e per questo sei stato perdonato?».
«Maestro, io…».
L’arte dei maestri delle anime
18«Uditemi tutti, perché molti fra voi trovano che Io ho sbagliato e che Giuda ha ragione. Qui è Pietro e Giovanni. Essi hanno sentito ciò che Io ho detto alla donna e ve lo possono ripetere. Non sono stato stolto nel perdonare. Non ho detto ciò che dissi ad altre anime, alle quali perdonavo perché erano completamente pentite[31]. Ma ho dato modo e tempo a quell’anima di giungere al pentimento e alla santità, se vorrà raggiungerli. Ricordatevelo per quando sarete i maestri delle anime.
Requisiti per essere veri maestri.
19Due cose è essenziale avere per poter essere veri maestri e degni di essere maestri. Prima cosa: una vita austera per sé stessi, di modo da poter giudicare senza le ipocrisie di condannare negli altri ciò che a noi si perdona. Seconda: una paziente misericordia per dare modo alle anime di guarire e di fortificarsi.
L’arte del medico spirituale.
20Non, tutte le anime guariscono istantaneamente dalle loro ferite. Alcune lo fanno per successive fasi, e talora lente e soggette a ricadute. Cacciarle, condannarle, impaurirle non è arte di medico spirituale.
Se le cacciate da voi, torneranno per rimbalzo a gettarsi fra le braccia dei falsi amici e maestri. Aprite le vostre braccia e il vostro cuore, sempre, alle povere anime. Che esse sentano in voi un vero e santo confidente, sulle cui ginocchia non si vergognano di piangere. Se voi le condannate privandole degli aiuti spirituali, sempre più le farete malate e deboli.
L’uomo spirituale.
21Se voi le impaurite di voi e di Dio, come potranno alzare gli occhi a voi e a Dio? L’uomo incontra per primo giudice l’uomo. Solo l’essere che vive spiritualmente sa incontrare per primo Iddio. Ma la creatura che è già giunta a vivere spiritualmente non cade in colpa grave[32]. La sua parte umana può ancora avere debolezze, ma lo spirito forte veglia e le debolezze non divengono colpe gravi. Mentre l’uomo, che ancora è molto carne e sangue, pecca e incontra l’uomo. Ora, se l’uomo, che gli deve indicare Dio e formare lo spirito, gli incute paura, come può il colpevole abbandonarsi a lui? E come può dire: “Mi umilio perché credo che Dio è buono e che perdona”, se vede che un suo simile non è buono?
22Voi dovete essere il termine di paragone, la misura di ciò che è Dio, così come un picciolo è la parte che fa capire la ricchezza di un talento. Ma se voi siete crudeli con le anime, voi piccioli che siete una parte dell’Infinito[33] e lo rappresentate, cosa crederanno allora esse che sia Dio? Quale durezza intransigente penseranno in Lui? Giuda, tu che giudichi con severità, se in questo momento Io ti dicessi: “Io ti denuncerò al Sinedrio per pratiche magiche…”»
Per la causa di Dio-Padre
Il camaleonte cambia colore
«Signore! Non lo farai! Sarebbe… sarebbe… Tu sai che è…»
23«So e non so. Ma tu vedi come subito invochi pietà per te… e tu sai che non saresti condannato da essi perché…».
«Che vuoi dire, Maestro? Perché dici questo?», dice molto agitato Giuda interrompendo Gesù.
24Il quale, molto calmo ma con uno sguardo che trivella il cuore a Giuda, e nello stesso tempo frena il suo turbato apostolo sul quale convergono gli sguardi degli altri undici apostoli e di molti discepoli, dice: «Ma perché essi ti amano. Hai buoni amici, tu, là dentro. Lo hai detto più volte».
25Giuda tira un sospiro di sollievo, si asciuga un sudore strano in quel giorno freddo e ventoso, e dice: «É vero. Amici vecchi. Ma non credo che se peccassi…».
26«E chiedi pietà perciò?».
«Certamente. Sono ancora imperfetto e voglio divenire perfetto».
27«Lo hai detto. Anche quella creatura è molto imperfetta. Gli ho dato tempo a divenire buona, se vuole».
Giuda non ribatte più.
Per la causa del nostro Padre!
28Sono ormai sulla via di Betania, già lontani da Gerusalemme.
Gesù si ferma e dice: «E voi, avete dato ai poveri ciò che vi ho dato? Avete fatto tutto ciò che vi avevo detto?».
«Tutto, Maestro», dicono apostoli e discepoli.
29«Allora sentite. Ora Io vi benedirò e vi congederò. Vi spargerete, come sempre, per la Palestina. Vi radunerete di nuovo qui per la Pasqua. Non mancate allora… e in questi mesi fortificate il vostro cuore e quello di chi crede in Me. Siate sempre più giusti, disinteressati, pazienti. Siate ciò che vi ho insegnato di essere. Girate per città, paesi, case sperdute. Non evitate nessuno. Sopportate tutto. Non è il vostro io ciò che servite, così come Io non servo l’io di Gesù di Nazareth, ma servo il Padre mio. Voi pure servite il Padre vostro. Perciò i suoi interessi, non i vostri, devono esservi sacri, anche se possono procurare dolore o lesione ai vostri interessi umani.
Umiltà, abnegazione e ubbidienza.
30Abbiate spirito di abnegazione e di ubbidienza. Potrà accadere che Io vi chiami o vi ordini di stare dove siete. Non giudicate il mio ordine. Quale che sia, ubbidite, credendo fermamente che esso è buono ed è dato per vostro bene.
31E non abbiate invidia se alcuni saranno chiamati e altri no da Me. Voi vedete… Alcuni si sono staccati da Me… e Io ne ho sofferto. Erano quelli che ancora volevano regolarsi con la loro mente. La superbia è la leva che ribalta gli spiriti e la calamita che me li strappa. Non maledite chi mi ha lasciato. Pregate perché torni… I miei pastori staranno due a due nelle immediate vicinanze di Gerusalemme. Isacco per ora viene con Me insieme a Marziam. Amatevi molto fra voi. Aiutatevi a vicenda. Amici miei, tutto il resto ve lo dica il vostro spirito, ricordandovi ciò che ho insegnato, e ve lo dicano i vostri angeli[34]. Io vi benedico».
32Tutti si prostrano, mentre Gesù dice la benedizione mosaica[35].
Poi si affollano a salutare Gesù. Infine si separano da Lui, che coi dodici, Isacco e Marziam, procede sulla via di Betania.
33«Ora sosteremo il tempo di salutare Lazzaro e poi proseguiremo verso il Giordano».
34«Andiamo a Gerico?», chiede interessato Giuda di Keriot.
«No. A Betabara».
«Ma… la notte…».
«Non mancano case e paesi da qui al fiume…».
35Nessuno parla più e, tolto il frusciare degli ulivi e lo scalpiccio dei passi, non resta altro rumore.
9. Arrivo a Gerico. L’amore terreno della folla e l’amore soprannaturale del convertito Zaccheo[36].
Volontà di raggiungere il Messia.
“Tu non vedrai più la sventura”.
1Gesù vi è molto atteso. Gente e gente sosta nelle campagne prossime alla città in attesa, e non appena una vedetta, arrampicata su un alto noce, getta il grido: «Eccolo l’Agnello di Dio!», la gente si alza in piedi e accorre verso Gesù, che viene avanti nelle prime nebbie crepuscolari.
2«Maestro! Maestro! Noi ti attendiamo da tanto! I nostri malati! I nostri bambini! La tua benedizione! I vecchi ti attendono per spegnersi in pace! Se Tu ci benedici, Signore, noi saremo preservati dalla sventura![37]», parlano tutti insieme mentre Gesù alza la mano in ripetuti gesti di benedizione e ripete: «Pace, pace, pace a voi tutti!».
Gli apostoli che sono ancora con Lui sono presi e travolti fra la folla, separati da Gesù che è quasi impedito di camminare da quelli stessi che si lamentano dolcemente di tanta attesa.
Un mare di gente.
3Il povero Zaccheo lotta convulsamente per giungere a Gesù, per farsi sentire da Lui, per farsi almeno vedere. Ma, così basso come è, e non molto agile né forte, viene sempre respinto da nuove ondate di folla, e il suo grido si perde nel clamore, e nella confusione di teste, di braccia, di vesti che si agitano, si perde la sua persona. Inutilmente supplica e qualche volta rimprovera per ottenere un poco di pietà. La gente è sempre egoista per quello che le dà godimento ed è crudele coi più deboli. Il povero Zaccheo, sfinito per gli sforzi fatti, convinto dell’inutilità di essi, perde la volontà di lottare e si rassegna mortificato. Infatti, come poter riuscire più se da ogni via sbuca altra gente e le vie sembrano tanti rivoli che sfocino tutti ad un unico fiume: la strada percorsa da Gesù? E ogni nuovo affluente, con una nuova ondata che fa sempre più fitta la folla sino a rendere pauroso il trovarcisi, respinge indietro il povero Zaccheo.
Una muraglia umana.
4Il Taddeo lo vede e cerca di farsi largo per strapparlo dall’angolo di via in cui lo ha respinto e inchiodato la folla. Ma a sua volta Giuda d’Alfeo viene sospinto da chi lo preme alle spalle, e il tentativo fallisce. Tommaso, facendo arma della sua robusta persona, lavora di gomiti e urla col suo vocione potente: «Fate largo!», nello stesso tentativo… Macché! La gente è una muraglia salda più di roccia, e nello stesso tempo pieghevole come il caucciù. Si piega ma non si spezza. Il suo non è più un abbraccio: è una catena infrangibile. Anche Tommaso si rassegna.
5E Zaccheo perde ogni speranza, perché Didimo è l’ultimo degli apostoli presi dalla fiumana. E questa passa finalmente… È passata… Lembi di stoffe, fiocchi, frange, forcine da donna, fermagli di vesti, restano al suolo a testimoniare della sua violenza. C’è persino un piccolo sandalo di bambino, tutto calpestato, e pare aspetti tristemente il piccolo piede che lo ha perduto… Zaccheo si mette in coda a tutti, triste lui pure come quel piccolo calzare strappato dalla folla al suo piccolo proprietario.
Volontà di raggiungere il Messia.
6Gesù non si vede neanche più. Una svolta di via lo ha nascosto agli occhi del povero Zaccheo… Ma quando, ultimo della folla, egli giunge sulla piazza dove un tempo aveva il suo banco, vede che la gente si è fermata vociando, pregando, supplicando. E vede che Gesù, montato sulla piccola gradinata di una casa, fa con le braccia e col capo cenno di no. E dice qualcosa che non si può comprendere nel muggito della folla. E infine vede che Gesù, scendendo a fatica dal suo piedestallo, riprende ad andare e svolta, sì, svolta proprio per la parte dove è la sua casa. Allora Zaccheo riprende ogni ardire. La gente è molta, ma la piazza è larga, e perciò la gente è meno compatta e può essere… forata come una siepe non molto folta da uno che abbia volontà di farlo e non abbia paura di rimanere ferito. E Zaccheo, divenuto un cuneo, una catapulta, un ariete, dà di cozzo, urta, si insinua, distribuisce e riceve pugni in viso e gomitate nello stomaco e calci negli stinchi, ma si fa largo, avanza… Eccolo al lato opposto… Ma qui il largo cessa, ed ecco di nuovo la muraglia impenetrabile. Pochi passi lo separano da Gesù già fermo presso la sua casa. Ma, se lo separassero deserti e fiumi, potrebbe sperare di più di riuscire a raggiungerlo. Si inquieta, sbraita, impone: «Devo andare a casa mia! Lasciatemi passare! Non vedete che Egli vuol venire da me?».
7Mai l’avesse detto! Ciò rinfocola la folla nella sua volontà di avere in altre case il Maestro. Chi ride burlandosi del povero Zaccheo, chi gli risponde malamente. Non c’è uno che abbia pietà. Anzi si danno a urlare e ad agitarsi perché il Maestro non veda e non senta Zaccheo. E alcuni gridano: «Hai avuto già fin troppo da Lui, vecchio peccatore!». Credo che a tanto malanimo non sia esente il ricordo delle antiche esazioni e vessazioni… L’uomo anche maggiormente disposto al soprannaturale serba quasi sempre un cantuccino in cui è vivo l’amore per il suo peculio e nel quale è ancor più vivo il ricordo di chi ha leso questo peculio…
L’ostacolo più difficile per raggiungere Gesù.
8Ma l’ora della prova per Zaccheo è passata, e Gesù lo premia della sua costanza. Grida Gesù con tutta la forza della sua voce: «Zaccheo! Vieni a Me. Lasciatelo passare, ché voglio entrare nella sua casa».
9È giocoforza ubbidire. La folla si pigia per aprirsi e Zaccheo si fa avanti, rosso di fatica, rosso di gioia, e cerca ravviarsi i capelli spettinati, la veste sbottonata, la cintura andata coi fiocchi sulle reni anziché sul davanti. Cerca il mantello… Il mantello chissà dove è!… Non importa. Egli è davanti a Gesù ormai, semicurvo per ossequiarlo. Non può far di più perché ha appena spazio per curvarsi un poco.
10«Pace a te, Zaccheo. Vieni, dunque, che ti dia il bacio di pace. Lo hai ben meritato», dice Gesù sorridendo di un sorriso veramente allegro, giovanile, che lo fa infatti apparire ringiovanito.
11«Oh! sì, Signore. L’ho ben meritato. Come è difficile raggiungerti, Signore», dice Zaccheo alzandosi più che può per mettersi a livello di Gesù, che si curva per baciarlo, e nel fare così mette in luce un viso che sanguina per uno sgraffio sulla guancia destra, e che ha livido un occhio per qualche gomitata presa nell’orbita.
La prova d’amore al Messia. (Insegnamento)
Spogliarsi del io antico richiede sforzo.
12Gesù lo bacia, poi dice: «Ma Io non ti premio per questa fatica. Ma per le altre, segrete a tanti, ma a Me note. Sì, è vero. Raggiungermi è difficile, e non è la folla l’ostacolo unico, non è neppure l’ostacolo più difficile che si trova per raggiungermi. Ma, o popolo che mi hai quasi portato in trionfo, l’ostacolo più difficile, il più composto, il sempre ricomposto dopo che si è tentato di romperlo o superarlo, è il proprio io. Io pareva che non vedessi, ma tutto ho visto. E tutto ho valutato. E che ho visto? Ho visto un peccatore convertito, uno che era duro di cuore, che era amante dei comodi, che era superbo, vanitoso, lussurioso e avaro. E l’ho visto spogliarsi del suo io antico anche nelle cose minori, e mutarsi nei modi e affetti come in quelli, per accorrere dal suo Salvatore, di lottare per raggiungerlo, e supplicare umilmente, e ricevere frizzi e rimproveri pazientemente, e soffrire nel corpo per gli urti della folla e nel cuore per vedersi respinto in coda a tutti, senza poter neppure raccogliere un mio sguardo. E ho visto altre cose in lui. Cose che voi pure conoscete, ma delle quali non volete tenere conto per quanto da esse abbiate avuto sollievo.
Il Messia non ignoro le azioni degli uomini.
13Voi direte: “E come le conosci Tu che non abiti fra noi?”. Vi rispondo: come leggo nel cuore degli uomini, così non ignoro le azioni degli uomini, e so essere giusto e premiare in proporzione del cammino fatto per raggiungermi, degli sforzi fatti per sbarbare la foresta selvaggia che copriva lo spirito, bonificarlo, cacciarne tutto che non fosse l’albero vitale, e metterlo re nell’io, circondandolo di piante di virtù perché sia onorato, vegliando acciò nessun animale immondo, perché strisciante, perché ingordo di corruzione, o lascivo, o ozioso -le diverse passioni malvagie- si annidasse nel folto, ma solo lo abitasse, questo spirito vostro, ciò che è buono e capace di lodare il Signore, ossia gli affetti soprannaturali, altrettanti uccelli canori e miti agnelli, disposti ad essere immolati, disposti alla lode perfetta per amore di Dio.
14E come non ho ignorato le opere di Zaccheo, i suoi pensieri, le sue fatiche, così non ho ignorato che in molti di questa città, che mi hanno acclamato, è più un amore sensibile che uno spirituale. Se mi amaste in giustizia sareste stati pietosi al vostro concittadino, non lo avreste mortificato ricordandogli il passato. Quel passato che egli ha annullato e che Dio non ricorda, perché su perdono concesso non si ritorna sopra altro che se la creatura torna a peccare. E si ritorna a giudicarlo per il peccato nuovo, non già per quello che è stato perdonato.
In che consiste amare il Messia?
15Ora Io vi dico, e ve lo do per vostro compagno nelle meditazioni della notte, che non consiste nell’acclamarmi l’amarmi in verità, ma nel fare ciò che Io faccio e insegno, nel praticare l’amore reciproco, nell’essere umili e misericordiosi, ricordando che un unico fango vi ha composti per la parte materiale, e che il fango ha sempre attrattiva per il pantano, e che perciò, se fino ad ora ciò che in voi è forza che vi ha tenuti sollevati sul pantano, lo spirito, non ha mai conosciuto disfatte -ed è cosa impossibile, perché l’uomo è peccatore e solo Dio è senza peccato- domani il vostro spirito potrebbe conoscerle, e in numero e portata ancor maggiore di quelle del vecchio peccatore ormai rinato alla Grazia, rifatto da essa giovanile e nuovo come un fanciullo testé nato, con in suo favore l’umiltà che gli viene dal ricordo di essere stato peccatore, e la volontà accesa di fare, nel resto di vita, tanto bene quanto sia sufficiente ad empire una vita longeva e tutta consacrata al bene, tanto da riparare, e con misura piena e traboccante, ogni male che possa aver fatto.
16Domani vi parlerò. Per questa sera ho detto. Andate col mio monito e benedite Dio, che vi manda il Medico che recide le vostre sensualità celate sotto un velo di sanità spirituale, come malattie nascoste che rodano la vita sotto un velo di apparente salute. Vieni, Zaccheo».
Gli operatori del Regno di Dio.
L’amato servo di Zaccheo.
17«Sì, mio Signore. Non ho più che un vecchio servo e io stesso apro la mia porta, e con essa il mio cuore commosso, oh! quanto! per la tua infinita bontà».
18E aperto il cancello fa entrare Gesù e gli apostoli, e lo guida verso la casa, per il giardino mutato in ortaglia… Anche la casa è spoglia di ogni superfluo. Zaccheo accende un lume e chiama il servo.
19«Ecco. Il Maestro è qui. Dorme qui coi suoi e cena qui. Hai preparato come ho detto?».
«Sì. Meno le verdure, che getterò ora nell’acqua bollente, è tutto pronto».
«Allora mutati veste e va’ a dire a quelli che sai che Egli è qui, e che vengano».
«Vado, padrone. Benedetto Te, Maestro, che mi fai morire contento!». Se ne va.
20«È il servo di mio padre, rimasto con me. Gli altri li ho licenziati tutti. Ma egli mi è caro. È stata la voce che non taceva mai quando peccavo. E lo maltrattavo perciò. Ora, dopo Te, è quello che amo più di ogni altro… Venite, amici. Là vi è fuoco e quanto può dare ristoro a membra stanche e gelate. Tu, Maestro, nella mia stessa stanza…», e lo guida verso una camera in fondo ad un corridoio.
Da luogo di corruzione a casa di preghiera.
21Entra, chiude la porta, mesce acqua fumante in una brocca, scalza Gesù, lo serve. Prima di ricalzargli i sandali, bacia il piede nudo e se lo mette sul collo dicendo: «Così! Perché schiacci i residui del vecchio Zaccheo!». Si alza. Guarda Gesù con un sorriso che trema sul labbro, un sorriso umile, fatto un poco di pianto. Ha un gesto per indicare tutto l’ambiente. Dice: «Ho tanto peccato qui dentro! Ma ho tutto mutato. Perché ciò che sapeva quel sapore non mi fosse più presente… I ricordi… Io sono debole… Ho lasciato soltanto che vivesse il ricordo della conversione in queste pareti spoglie, in questo letto duro… Il resto… Ne ho fatto denaro, perché ne ero rimasto privo e volevo fare del bene. Siedi, Maestro…».
L’ operatore del Regno.
22Gesù siede su un sedile di legno e Zaccheo si mette per terra, ai suoi piedi, mezzo seduto, mezzo inginocchiato. Riprende a parlare. «Non so se ho fatto bene. Se Tu puoi approvare il mio operato. Forse ho principiato da dove dovevo finire. Ma anche essi ci sono. E solo un vecchio pubblicano può non avere ribrezzo di essi in Israele. No. Ho detto male. Non soltanto un vecchio pubblicano, ma anche Tu, anzi sei Tu che mi hai insegnato ad amarli veramente. Prima erano i miei complici nel vizio, ma non li amavo. Ora li reprimo ma li amo. Tu e io. Il tutto Santo, il peccatore convertito. Tu perché non hai mai peccato e vuoi darci la gioia che è tua, di Uomo senza colpa. E io perché ho tanto peccato, e so come è dolce la pace che viene dall’esser perdonati, redenti, rinnovati… L’ho voluta per loro. Li ho cercati. Oh! È stato duro da principio! Volevo fare buoni loro e avevo me da fare buono… Che fatica! Sorvegliarmi perché sentivo che mi sorvegliavano. Sarebbe bastato un niente per farli allontanare… E poi… Molti peccavano per bisogno, per necessità di mestiere. Ho venduto tutto per avere denaro a mantenerli, sinché non trovavano altri mestieri meno fruttuosi, più faticosi, ma onesti. E c’è sempre qualcuno di essi che viene, per metà curioso, per metà volonteroso di essere un uomo e non soltanto un animale. E li devo ospitare, questi, finché non si fanno mansi al nuovo giogo. Molti si sono circoncisi. Il primo passo verso il vero Dio. Ma non lo impongo. Ho larghe le braccia nell’abbracciare le miserie, io che non posso averne schifo. Vorrei dare io pure a questi ciò che Tu vorresti dare a tutti: la gioia di essere senza più rimorsi, dato che non possiamo come Te essere senza colpa. Ora dimmi, o mio Signore, se ho troppo osato».
L’esattore del Messia Gesù di Nazareth.
23«Hai bene operato, Zaccheo. Tu dài ad essi più di ciò che speri e di ciò che pensi che Io voglia dare agli uomini. Non soltanto la gioia di essere perdonati, senza rimorsi, ma quella di essere presto cittadini del mio Regno celeste. Io non ignoravo queste tue opere. Ti seguivo nel tuo procedere per la via ardua ma gloriosa della carità; perché questa è carità, e della più schietta. Tu hai compreso la parola del Regno. Pochi l’hanno compresa, perché sopravvive in loro la concezione antica e la convinzione di essere già santi e dotti. Tu, levato dal cuore il passato, sei rimasto vuoto, e hai potuto, hai voluto, anzi, mettere dentro di te le parole nuove, il futuro, l’eterno. Continua così, Zaccheo, e sarai l’esattore del Signor tuo Gesù», termina Gesù sorridendo e posando la sua mano sul capo di Zaccheo.
Niche, la donna aperta alla pietà universale.
24«Tu mi approvi, Signore? In tutto?»
«In tutto, Zaccheo. L’ho detto anche a Niche che di te mi parlava. Niche ti capisce. È aperta alla pietà universale».
25«Niche mi aiutava molto. Ma ora la vedo soltanto ad ogni nuova luna… Avrei voluto seguirla. Ma Gerico è propizia al mio nuovo lavoro…».
«Non starà a lungo a Gerusalemme… Ti sposteresti per nulla. Dopo Niche tornerà qui…».
26«Dopo quando, Signore?».
«Dopo che il mio Regno sarà proclamato».
I killer assoldati per uccidere il Messia.
27«Il tuo Regno… Ho paura di quel momento. Quelli che ora si dicono tuoi fedeli lo sapranno essere allora? Perché certo ci saranno delle sommosse e lotte fra chi ti ama e chi ti odia… Lo sai, Signore, che i tuoi nemici assoldano persino dei ladroni, la feccia del popolo, per avere dei seguaci pronti a far grosso per imporsi agli altri? Io l’ho saputo da uno dei miei poveri fratelli… Oh! fra chi ruba legalmente, fra chi ruba l’onore e chi spoglia un viandante, c’è molta differenza forse? Ho rubato anche io legalmente finché Tu non mi hai salvato, ma non avrei, neppur allora, secondato chi ti odia… Questo è un giovane. Un ladro. Sì. Un ladro. Una sera che mi ero spinto verso l’Adomin in attesa di tre miei pari, che venivano da Efraim con del bestiame comperato a meno prezzo, l’ho trovato appostato in una gola. Gli ho parlato… Non ho mai avuto famiglia, eppure credo che se avessi avuto dei figli avrei parlato loro così per persuaderli a cambiare vita. Mi ha spiegato il come e il perché era divenuto ladro… Éh! quante volte i veri colpevoli sono quelli che sembra non facciano nulla di male!… Gli ho detto: “Non rubare più. Se hai fame, un pane c’è anche per te. Ti troverò lavoro onesto. Giacché ancora non sei divenuto omicida, fermati, salvati”. E l’ho persuaso. Egli mi ha detto di essere rimasto solo perché gli altri erano stati comperati con molto denaro da chi ti odia, e ora stanno pronti a fomentare sommosse e a dirsi tuoi per scandalizzare il popolo, nascosti nelle grotte del Cedron, nei sepolcri, verso il Faselo, nelle caverne a settentrione della città, fra le tombe dei Re e dei Giudici, dovunque… Che vogliono fare, o Signore?».
28«Giosuè poté fermare il sole[38], ma essi, nonostante ogni mezzo, non potranno arrestare il volere di Dio».
29«Hanno il denaro, Signore! Il Tempio è ricco, e non è corban[39] per essi l’oro offerto al Tempio se serve loro per trionfare».
30«Nulla hanno. La forza è mia. Il loro edificio cadrà come fosse di foglie seccate dai venti di autunno e composte a castello da un bambino. Non temere, Zaccheo. Il tuo Gesù sarà Gesù[40]».
31«Dio lo voglia, Signore!… Ci chiamano. Andiamo» …
10. A Gerico. In casa di Zaccheo con i peccatori convertiti[41].
La prima fraternità del Messia.
Le sante opere dell’uomo.
1Sono tutti raccolti in una stanza vasta e spoglia. Un tempo era certo bella. Ora non è più che un grande ambiente. Vi hanno portato i sedili e i lettucci presi nelle altre stanze dei pasti o da letto e si sono seduti tutti intorno al Maestro, che hanno fatto sedere su una specie di poltrona tutta di legno scolpito, coperta di un tappeto ad alto liccio. Il mobile più lussuoso della casa.
2Zaccheo parla di un podere preso con i denari raccolti fra di loro: «Qualche cosa dovevamo pur fare! L’ozio non è una buona medicina per non peccare. É un luogo poco fertile ancora, perché era trascurato, come noi, e come noi pieno di triboli, pietre, aridume ed erbe nocive. Niche ci ha prestato i suoi servi contadini per insegnarci come fare ad aprire i pozzi trascurati, a mondare i campi, a potare i pochi alberi che c’erano e a piantarne di nuovi. Noi sapevamo tante cose… ma non le sante opere dell’uomo. Ma in questo lavoro, così nuovo per noi, noi troviamo proprio una vita nuova. Niente ricorda il passato intorno a noi. Solo la coscienza lo ricorda. Ma ciò è bene… Siamo dei peccatori… Verrai a vederlo?».
3«Usciremo insieme di qui per dirigerci verso il Giordano e mi fermerò in quel luogo. Mi dici che è proprio sulla via che va al fiume…».
Primizie di redenti.
4«Sì, Maestro. Ma è brutto. La casa è cadente. E vuota di mobili. Non avevamo denaro per tutto… dopo che abbiamo, sol che lo si sia potuto fare, riparato ai nostri delitti verso il prossimo. Costoro, meno Demete, Valente e Levi, troppo vecchi per certe privazioni, i quali dormono qui, si adattano su del fieno, Signore».
5«Molte volte Io non ho neppure quello. Dormirò sul fieno Io pure, Zaccheo. Vi ho dormito i primi sonni, ed erano dolci perché vegliati dall’amore. Posso dormirvi anche questo e non sarà tormentato, perché preso fra uomini nei quali è risorta la buona volontà».
6E guarda con uno sguardo che è una carezza queste primizie di redenti d’ogni paese. Ed essi lo guardano… Non sono uomini dal pianto facile. Chissà mai, anzi, quanto pianto hanno fatto versare. I loro volti sono altrettanti libri sui quali è scritto il loro sciagurato passato e, se ora la nuova vita vela la brutalità di quelle parole, esse sono però ancora decifrabili tanto da permettere di intuire da quali baratri risorgono verso la Luce. Eppure il loro viso si schiarisce, si illumina, si fa rinfrancato il loro sguardo, una luce di speranza soprannaturale, di soddisfazione morale vi splende, sentendo che il Maestro li dice risorti alla buona volontà.
Un profumo dopo tanti fetori.
7Zaccheo dice: «Allora Tu approvi tutto quanto ho fatto? Vedi, Maestro. Avevo detto quel giorno: “Io ti seguirò”, e volevo seguirti proprio materialmente. Ma anche proprio quella sera venne da me Demete per una di quelle… per uno di quegli infami suoi mercati… e aveva bisogno di denaro. Veniva da Gerusalemme… perché è detta santa, ma ogni vergogna è in essa e i primi a volerle queste vergogne sono quelli che poi lapidano noi come fossimo lebbrosi… Ma io devo dire i nostri peccati, non i loro. Io non avevo più denaro. Te lo avevo dato. Tutto. Anche quello che era ancora in casa era già come dato, perché ne avevo già fatto le parti da rendere a quelli ai quali lo avevo carpito con usura. Gli ho detto: “Non ho denaro. Ma ho più di ogni tesoro”. E gli ho narrato la mia conversione, le tue parole, la pace che era in me… Ho parlato tanto che la luce del nuovo giorno è entrata a far bianchi i volti e inutili le lampade mentre parlavo ancora. Cosa ho detto di preciso non so. So che lui ha dato un gran pugno sul tavolo al quale eravamo seduti ed ha esclamato: “Mercurio ha perduto un seguace e i satiri un compagno. Prendi anche queste monete, insufficienti al delitto, ma buone per un pane al mendico, e prendimi con te. Voglio conoscere un profumo dopo tanti fetori”. Ed è rimasto.
La nuova famiglia di Gesù.
8Siamo andati insieme a Gerusalemme, io per vendere oggetti, lui per liberarsi da ogni… impegno. E nel ritorno ho detto… -avevo pregato al Tempio, dopo tanto, col cuore puro e pacificato di un fanciullo- ho detto a me stesso: “Non è seguire anche questo il Maestro, e forse seguirlo meglio, restando a Gerico dove i miei disgraziati amici pubblicani come me, biscazzieri, lenoni, usurai, dopo essere stati sopraintendenti di galeotti e forzati, di schiavi, torturatori d’ogni miseria, soldati senza legge né pietà, gozzovigliatori per dimenticare i rimorsi nelle ubriachezze, vengono a trovarmi per impiegare i loro denari maledetti, o propormi affari, o invitarmi a conviti e ad altre sozzure infami?
9La città mi sprezza. Gli ebrei mi terranno sempre come un peccatore. Ma essi no. Essi sono come me. Essi sono immondezza, ma possono avere qualcosa in loro che li spinge al bene e non trovano chi dia loro una mano per aiutarli. Io li ho aiutati nel male. Forse hanno peccato anche per i miei consigli, per ciò che ho loro chiesto talora. Ho il dovere di aiutarli per venire al bene. Così come ho reso a quelli che avevo danneggiato, così come ho riparato per i miei concittadini, altrettanto devo cercare di riparare con essi”. E sono rimasto qui. Ora uno, ora l’altro, sono venuti da questa e quella città, e ho parlato. Non tutti furono come Demete. Alcuni sono fuggiti dopo avermi schernito. Altri hanno tergiversato. Altri si sono fermati, ma dopo qualche tempo sono tornati al loro inferno. Questi sono rimasti. E ormai sento che devo seguirti così, che dobbiamo seguirti così, lottando con noi stessi, sopportando gli sprezzi del mondo che non ci sa perdonare. Non mancano le lacrime del cuore quando vediamo che il mondo non perdona, quando i ricordi tornano… e sono tanti e penosi… In alcuni sono…».
Memorie di due aspiranti.
L’urlo della coscienza.
10«La Nemesi orrenda che rinfaccia i nostri delitti e che ci promette la vendetta oltre tomba», dice uno.
11«Sono i lamenti di quelli che, sfiniti, ho percosso per farli lavorare».
12«Sono le maledizioni di quelli che ho fatto schiavi dopo aver preso con usura tutto il loro».
13«Sono le suppliche di vedove e orfani che non potevano pagare e ai quali ho sequestrato in nome della legge gli ultimi averi».
14«Sono le ferocie compiute nei paesi di conquista su inermi terrorizzati dalla sconfitta».
15«Sono le lacrime di mia madre, di mia moglie, di mia figlia, morte di stenti mentre io sprecavo tutto nei festini».
Un delitto senza nome!
16«Sono… oh! il mio è il delitto senza nome! Signore, io non ho sangue sulle mani, non ho rubato monete, non ho imposto gabelle esose, non interessi strozzatori, non ho percosso i vinti, ma ho sfruttato tutte le miserie, e su fanciulle innocenti di vinti, su orfane, su vendute come merce per un pane, ho fatto denaro. Ho girato il mondo cogliendo queste occasioni, dietro gli eserciti, là dove era una carestia, là dove lo straripare di un fiume aveva levato ogni cibo, là dove una moria aveva lasciato giovani vite senza protezione, e ne ho fatto merce, infame e pur innocente merce. Infame per me che ne traevo denaro, innocente perché ancor non sapeva l’orrore. Signore, sulle mie mani sono le verginità di fanciulle disonorate e l’onore di giovani spose prese in città di conquista. I miei empori… e i miei lupanari erano celebri, Signore… Non mi maledire, ora che sai! …»
Misericordia senza confini.
17Gli apostoli si sono involontariamente scansati dall’ultimo che ha parlato. Gesù si alza e gli va vicino. Gli pone la mano sulla spalla e dice: «É vero! Il tuo è un grande delitto. Hai molto da riparare. Ma Io, la Misericordia, ti dico che, anche fossi lo stesso demonio e avessi su di te tutti i delitti della Terra, se tu vuoi, puoi riparare a tutto ed essere perdonato da Dio, dal vero, grande, paterno Iddio. Se tu vuoi. Unisci la tua volontà alla mia. Io pure voglio che tu sia perdonato. Unisciti a Me. Dammi il tuo povero spirito infamato, rovinato, rimasto pieno di cicatrici e di avvilimento dopo che hai lasciato il peccato. Io lo metterò nel mio cuore, là dove metto i più grandi peccatori, e lo porterò con Me nel sacrificio redentore. Il Sangue più santo, quello del mio cuore, l’ultimo Sangue del Consumato per gli uomini, si spargerà sulle più grandi rovine e le rigenererà. Per ora abbi speranza. Una speranza più grande del tuo immenso delitto, nella misericordia di Dio, perché essa è senza confine, o uomo, per chi sa confidare in essa».
18L’uomo quasi vorrebbe prendere e baciare quella mano posata sulla sua spalla, così pallida e scarna sulla sua veste bruna e sulla spalla robusta. Ma non osa. Gesù comprende e gli porge la mano dicendo: «Baciane il palmo, uomo. Ritroverò quel bacio a medicarmi una tortura. Mano baciata, mano ferita. Baciata per amore. Ferita per l’amore. Oh! se tutti sapessero baciare la gran Vittima, ed Essa morisse nella sua veste di piaghe sapendo che in ognuna sono i baci, gli amori di tutti gli uomini redenti!», e tiene premuta la sua palma sulle labbra rasate dell’uomo, che dal tutto insieme direi romano. Ve la tiene finché l’uomo se ne stacca come sazio, dopo aver estinto l’arsura dei suoi rimorsi bevendo la misericordia del Signore nel cavo della mano divina.
Il giovane che non si vendette contro il Messia.
19Gesù torna al suo posto e, nel passare, posa la mano sul capo ricciuto di uno molto giovane. Direi che ha appena vent’anni, se pure li ha. Uno che non ha mai parlato. Uno certo di razza ebrea.
20Gesù lo interroga: «E tu, figlio mio, non dici nulla al tuo Salvatore?».
21Il giovane alza il capo e lo guarda… Tutto un discorso è in quello sguardo. Una storia di dolore, di odio, di pentimento, di amore.
22Gesù, un poco curvo su lui, gli occhi fissi negli occhi, legge qualche storia muta e poi dice: «É per questo che ti chiamo “figlio”. Non sei più solo. Perdona a tutti del tuo sangue ed estranei, come Dio ti perdona. E ama l’Amore che ti ha salvato. Vieni un momento con Me. Ti voglio dire una parola in disparte».
Il giovane si alza e lo segue.
23Quando sono soli, Gesù dice: «Voglio dirti questo, figlio. Il Signore ti ha molto amato, benché così non sembri ad un giudizio superficiale. La vita ti ha molto provato. Gli uomini ti hanno molto nuociuto. L’una e gli altri potevano fare di te una rovina irreparabile. Dietro ad essi era Satana, invidioso della tua anima. Ma sopra te era l’occhio di Dio. E quell’occhio benedetto ha arrestato i tuoi nemici. Il suo amore ha mandato per il tuo sentiero Zaccheo. E, con Zaccheo, Io che ti parlo. Ora Io che ti parlo ti dico che devi in questo amore trovare tutto quanto non hai avuto, devi dimenticare tutto quanto ti ha inasprito, e perdonare, perdonare a tua madre, perdonare al padrone infame, perdonare a te stesso. Non ti odiare malamente, figlio. Odia il tuo tempo di peccato, ma non il tuo spirito che ha saputo lasciarlo questo peccato. Il tuo pensiero sia buon amico del tuo spirito, e insieme raggiungano la perfezione».
«Perfetto, io!».
24«Hai sentito cosa ho detto a quell’uomo? Eppure egli è stato nel fondo dell’abisso… E grazie, figlio!».
25«Di che, mio Signore? Sono io che ti devo dire grazie…».
«Di non essere voluto andare da chi compera uomini per tradirmi».
26«Oh! Signore! E potevo farlo se sapevo che Tu non disprezzi neppure noi ladroni? Ero anche io fra quelli che ti hanno portato l’agnello al Carit. E uno di noi, che ora è stato preso dai romani -almeno così si dice, certo è che dapprima dei Tabernacoli non si è più visto nei rifugi dei ladroni- mi ha detto le tue parole in una valle presso Modin… Perché io allora non ero ancora coi ladroni. Vi sono andato alla fine dell’ultimo adar e li ho lasciati all’inizio di etanim. Ma non ho fatto nulla che meriti il tuo grazie. Tu eri buono. Ho voluto essere buono. E avvertire un tuo amico… posso dire così di Zaccheo?».
27«Sì, lo puoi dire. Tutti quelli che mi amano sono miei amici. Anche tu lo sei».
28«Oh!… Ho voluto avvertire perché Tu ti guardassi. Ma un avvertimento non merita grazie…».
29«Ti ripeto: è perché non ti sei venduto contro di Me che ti ringrazio. Questo ha valore».
«E l’avvertimento no?».
30«Figlio mio, nulla potrà impedire all’Odio di assalirmi. Hai mai visto un torrente che straripa?».
«Sì. Ero presso Jabes Galaad e ho visto la rovina del fiume uscito di letto prima del Giordano».
31«E che, ha potuto alcuna cosa fermare le acque?».
«No. Esse hanno tutto coperto e rovinato. Persino delle case hanno travolto».
32«Così è l’Odio. Ma non mi travolgerà. Ne sarò sommerso, ma non distrutto. E nell’ora amarissima l’amore di chi non volle odiare l’Innocente sarà il mio conforto, la mia luce nelle tenebre di quell’ora di Tenebre, la mia dolcezza nel calice del vino col fiele e la mirra».
33«Tu?… Tu parli di Te come se… È per i ladroni quel calice, per chi va alla morte di croce. Ma Tu non sei un ladro! Tu non sei colpevole! Tu sei…».
34«Il Redentore. Dammi un bacio, figlio».
35Gli prende il capo fra le mani e lo bacia in fronte e poi si china per ricevere il bacio del giovane. Un bacio timido, sfiorante appena la guancia scarna… E poi il giovane si abbatte piangendo sul petto di Gesù.
36«Non piangere, figlio mio! Io sono sacrificato dall’amore. Ed è sempre dolce sacrificio, anche se è tormentoso alla natura umana».
37Lo tiene fra le braccia finché il pianto cessa, e poi torna di là tenendolo per mano, vicino, al posto che aveva prima Pietro.
Natura e dignità dell’anima.
Questione sull’anima.
38Riprende a parlare: «Mentre prendevamo il cibo, uno di voi, non d’Israele, disse di volermi chiedere una spiegazione. Lo faccia ora, perché presto dovremo tornare fra la gente e poi lasciarci».
39«Sono io che ho detto questo. Ma in molti lo desiderano di sapere. Zaccheo non sa spiegare bene questo, e neppure altri fra noi della tua religione. Abbiamo chiesto ai tuoi discepoli, quando sono passati di qui. Ma non ci hanno detto con chiarezza».
«Cosa vuoi sapere, dunque?».
40«Noi non sapevamo neppur di averla l’anima. Ossia… noi almeno avremmo dovuto saperlo, perché gli antichi nostri… Ma noi non leggevamo gli antichi. Eravamo bestie… E non sapevamo più cosa è quest’anima. Neppur ora lo sappiamo. Cosa è l’anima? La ragione nostra, forse? Non crediamo, perché in tal caso noi saremmo stati senza di lei e abbiamo sentito dire che senza anima non c’è vita. Che è dunque l’anima che ci dicono incorporea, che ci dicono immortale, se non è la ragione? Il pensiero è incorporeo. Ma non è immortale, perché cessa con la vita nostra. Anche il più sapiente non pensa più dopo la morte».
Natura immortale dell’anima.
41«L’anima non è il pensiero, uomo. L’anima è lo spirito, è il principio immateriale della vita, il principio impalpabile, ma vero, che anima tutto l’uomo e che dura dopo l’uomo. Perciò è detta immortale. È tanto sublime cosa che il pensiero anche più potente è un nulla rispetto ad essa. Il pensiero ha fine. Mentre l’anima ha bensì un principio, ma non ha più fine. Beata o dannata, continua ad essere. Beati quelli che sanno conservarla pura, o ritornarla pura dopo averla resa impura, per renderla al suo Creatore così come Egli la diede all’uomo per animare la sua umanità».
42«Ma è essa in noi, o sopra noi, come l’occhio di Dio?».
«In noi».
43«Prigione in noi sino alla morte, allora? Schiava?».
«No. Regina. Nel pensiero eterno l’anima, lo spirito, è la cosa che regna nell’uomo, nell’animale creato detto uomo. Essa, venuta dal Re e Padre di tutti i re e padri, sua parte e sua immagine, suo dono e suo diritto, avente per missione quella di fare della creatura detta uomo un re del gran regno eterno, di fare della creatura detta uomo un dio oltre la vita, un “vivente” nella Dimora del sublimissimo, unico Dio, è creata regina, e con autorità e destino di regina. Sue ancelle tutte le virtù e le facoltà dell’uomo, sua ministra la buona volontà dell’uomo, suo servo il pensiero, servo e alunno il pensiero dell’uomo. È dallo spirito che il pensiero acquista potenza e verità, acquista giustizia e sapienza, e può assurgere a perfezione regale. Un pensiero privo della luce dello spirito sarà sempre con lacune e tenebre, non potrà mai darsi ragione di verità che, per chi è scisso da Dio avendo perduto la regalità dell’anima, sono più incomprensibili di misteri. Sarà cieco il pensiero dell’uomo, ebete sarà, se mancherà del punto base, della leva indispensabile per comprendere, per alzarsi lasciando la terra e lanciandosi all’alto, incontro all’Intelligenza, alla Potenza, alla Divinità in una parola. Parlo così a te, Demete, perché tu non sei sempre stato solamente un cambiavalute, e puoi capire e spiegare agli altri».
Perché l’anima non regna?
44«Sei veramente un veggente, Maestro. No, non sono stato soltanto un cambiavalute… Anzi questo è stato l’ultimo scalino della mia discesa… Dimmi, Maestro. Ma se l’anima è regina, perché allora non regna e non doma il mal pensiero e la mala carne dell’uomo?».
45«Domare non sarebbe né libertà né merito; sarebbe oppressione».
46«Ma il pensiero e la carne sopraffanno pure l’anima, parlo di me, di noi, e la fanno schiava troppe volte. Per questo dicevo se era in noi in forma di schiava. Come può Dio permettere che cosa tanto sublime -Tu l’hai definita “parte di Dio e sua immagine”- sia avvilita da ciò che è inferiore?».
47«Nel Pensiero divino era che l’anima non conoscesse schiavitù. Ma dimentichi tu il nemico di Dio e dell’uomo? Gli spiriti inferi sono noti a voi pure».
48«Sì, e tutti con voglie crudeli. E io posso dire che, ricordando il fanciullo che ero, soltanto a questi spiriti inferi posso attribuire l’uomo che divenni e fui sino alle soglie della vecchiezza. Ora ritrovo il fanciullino smarrito di allora. Ma potrò farmi tanto fanciullo da ritornare alla purezza di allora? Il cammino a ritroso nel tempo è forse concesso?».
Questioni sulla rincarnazione.
La rincarnazione è errore e offesa verso Dio.
49«Non occorre camminare a ritroso. Non lo potresti fare. Tempo passato non torna più, non si può farlo tornare, né si può ritornare in esso. Ma non è necessario. Alcuni fra voi sono di luoghi dove è nota la teoria della scuola pitagorica. Teoria di errore. Le anime, superata la sosta sulla Terra, non tornano mai più sulla Terra in nessun corpo. Non di animale, non essendo conveniente che cosa tanto soprannaturale, quale è, abiti entro un bruto. Non di uomo, perché come sarebbe dato premio al corpo riunito all’anima nell’estremo Giudizio se quell’anima avesse avuto molti corpi per veste? Si dice, da chi crede nella teoria suddetta, che è l’ultimo corpo che gode perché, per successive purificazioni, in successive vite, l’anima soltanto nell’ultima reincarnazione raggiunge la perfezione degna di premio. Errore e offesa! Errore e offesa verso Dio, ammettendo che Egli non abbia potuto creare che un numero limitato di anime. Errore e offesa verso l’uomo, giudicandolo così corrotto che difficilmente meriti premio. Non sarà subito premio, dovrà subire una purificazione oltre vita il novantanove volte su cento. Ma purificazione è preparazione a gaudio. Perciò chi si purifica è già uno che si è salvato. E salvato che sia, godrà, dopo l’ultimo Giorno, col suo corpo. Non potrà avere altro che un corpo per la sua anima, che una vita qui, e con il corpo che gli fecero i suoi procreatori, e con l’anima che il Creatore gli ha creata per vivificare la carne, godrà il premio.
Auto ricrearsi con moto di libera volontà.
50Rincarnarsi non è concesso, come non è concesso retrocedere nel tempo. Ma ricrearsi con moto di libera volontà sì, è concesso, e Dio benedice a queste volontà e le aiuta. Voi tutti le avete avute. Ecco allora l’uomo peccatore, vizioso, sozzo, delinquente, ladro, corrotto, corruttore, omicida, sacrilego, adultero, sotto il lavacro del pentimento rinascere spiritualmente, distruggere la polpa corrotta del vecchio uomo[42], disperdere l’io mentale ancor più corrotto, quasi che la volontà di redimersi sia un acido che attacca e distrugge l’involucro malsano dove si cela un tesoro e, messo a nudo il proprio spirito, purificatolo, risanatolo, rivestirlo di un nuovo pensiero, di una nuova veste pura, buona, fanciulla. Oh! una veste che può accostarsi a Dio, che può coprire degnamente l’anima ricreata, e custodirla e aiutarla sino alla supercreazione di essa che è la santità compiuta che domani -in un domani forse lontano, se visto con mente e misura di tempo umane; vicinissimo, se contemplato con pensiero di eternità- sarà gloriosa nel Regno di Dio.
51E tutti possono, volendo, ricreare in sé il puro fanciullo dei giorni infantili, il fanciullo amoroso, umile, schietto, buono, che la madre serrava sul seno, che il padre guardava gloriandosene, che l’angelo di Dio amava e che Dio mirava con amore. Le vostre madri! Forse erano donne di grande virtù… Dio non lascerà senza premio la loro virtù. Fate dunque di averne una uguale, per riunirvi ad esse quando sarà per tutti i virtuosi una sola cosa: il Regno di Dio per i buoni. Forse non erano buone e hanno contribuito alla vostra rovina. Ma se esse non vi hanno amato, se voi non conoscete l’amore, se questa mancanza vi ha fatto cattivi, ora che un Amore divino vi ha raccolti siate santi per potere in un gaudio celeste godere dell’Amore che ogni amore supera.
Per arte di conquista.
52Avete altro da chiedere?».
«No, Signore. Tutto abbiamo da imparare. Ma al momento non troviamo altro…».
53«Vi lascerò Giovanni e Andrea per qualche giorno. Dopo manderò qui dei discepoli buoni e sapienti. Voglio che i puledri selvaggi sappiano le vie del Signore e i suoi pascoli così come quelli d’Israele, perché sono venuto per tutti e amo tutti ad un modo. Alzatevi e andiamo».
54E per primo esce nel mutato giardino, seguito alle calcagna dai suoi che si lamentano dolcemente: «Maestro, hai parlato a questi come poche volte parli ai tuoi eletti…».
55«E ve ne dolete? Non sapete che così si fa anche nel mondo quando si vuole conquistare uno che si ama? Ma con quelli che sappiamo che ci amano con tutti loro stessi e sono ormai della nostra famiglia, non c’è bisogno di arte di conquista. Basta il vederci per essere gli uni negli altri con gaudio e pace», dice Gesù con un sorriso divino, veramente divino tanto è comunicante gioia. E gli apostoli non si lamentano più, anzi beati lo guardano perdendosi nel tripudio dell’amarsi.
11. Incontro con
discepoli e uomini di valore condotti da Mannaen.
Arrivo a Gerico[43].
Uomini di valore.
La nuova scorta del Messia.
1Già le bianche mura delle case di Gerico e i suoi palmizi si stagliano contro il cielo, di un azzurro intenso di ceramica o di smalto, quando, presso un boschetto di tamerici scapigliate, di mimose sensitive, di biancospini dalle lunghissime spine, di altre piante per lo più spinose, che sembrano essere state rovesciate là dalla montagna aspra che è alle spalle di Gerico, Gesù si incontra con un folto gruppo di discepoli capitanati da Mannaen. Sembrano in attesa. Lo sono, infatti, e lo dicono dopo aver salutato il Maestro, aggiungendo che altri si sono spinti su altre strade per sapere, dato che il ritardo di tutta una notte nel giungere a Gerico li aveva impressionati.
«Io sono venuto qui con questi. E non ti lascerò più sinché non ti saprò in salvo presso Lazzaro», dice Mannaen.
«Perché? C’è pericolo di qualche cosa? …», chiede Giuda Taddeo.
2«Siete in Giudea… Il decreto lo conoscete. E l’odio anche. Tutto perciò è da temersi», risponde Mannaen e, rivolto a Gesù, spiega: «Ho preso con me i più forti, perché era presumibile che, se non ti avevano preso, di qua saresti passato. E come valor di discepoli e di uomini confidiamo poter impressionare i malvagi e farti rispettare».
3Infatti sono con lui gli ex discepoli di Gamaliele, il sacerdote Giovanni, Nicolai d’Antiochia, Giovanni d’Efeso e altri vigorosi uomini nel fior della vita, di aspetto signorile più del comune, che non conosco. Di alcuni di questi Mannaen fa le presentazioni velocemente, mentre altri non li presenta. Uomini di tutte le regioni palestinesi, fra questi due della corte di Erode Filippo. Nomi delle più antiche famiglie di Israele risuonano così sulla via presso il boschetto scapigliato, nel quale il vento fa tremolare le fogliuzze delle mimose e curva i virgulti novelli dei biancospini.
«Andiamo. Non è nessuno con le donne, da Niche?», chiede Gesù.
Il tempio è divenuto cadavere di ciò che era.
4«I pastori. Tutti meno Gionata, che attende Giovanna nel palazzo di Gerusalemme. Ma sono cresciuti a dismisura i tuoi discepoli. Ieri erano circa cinquecento in tua attesa in Gerico. Tanto che se ne erano impressionati i servi di Erode e lo avevano riferito a lui. Ed egli non sapeva se tremare o infierire. Ma è ossessionato dal ricordo di Giovanni e non osa più alzare la mano su alcun profeta…».
«Bene! Questo non ti farà male!», esclama Pietro e si sfrega le mani contento.
5«Équello che ha meno valore, però. É un idolo che ognuno può muovere a suo piacere, e chi lo tiene in mano sa muoverlo».
«E chi lo tiene? Pilato forse?», domanda Bartolomeo.
«Pilato per fare non ha bisogno di Erode. È un servo, Erode. Ai servi non ci si rivolgono i potenti», risponde Mannaen.
«E chi allora?», interroga Bartolomeo.
6«Il Tempio», dice sicuro uno che è con Mannaen.
«Ma per il Tempio Erode è anatema. Il suo peccato…».
7«Sei molto ingenuo con tutto il tuo sapere e i tuoi anni, o Bartolomeo! Non sai dunque che molte, troppe cose sa superare il Tempio pur di raggiungere i suoi scopi? Per questo esso non è più degno di essere», dice con atto di severo sprezzo Mannaen.
«Tu sei israelita. Non devi parlare così. Il Tempio è sempre il Tempio per noi», ammonisce Bartolomeo.
8«No. È il cadavere di ciò che era. E un cadavere si muta in carogna immonda quando da tempo è morto. Per questo Dio ha mandato il Tempio vivo. Perché potessimo prostrarci al Signore senza che fosse una pantomima immonda».
Ogni eccesso è sempre dannoso.
9«Taci!», sussurra a Mannaen un altro che è con lui, perché parla troppo chiaramente. È uno di quelli non presentati e che sta tutto coperto.
«E perché dovrei tacere se così parla il mio cuore? Pensi che il mio parlare possa nuocere al Maestro? Se così è, io tacerò. Non per altra ragione. Anche mi condannassero, saprò dire: “Questo è mio pensiero, e non castigate altri che me”».
10«Mannaen ha ragione. Basta di tacere per paura. É l’ora che ognuno prenda il suo posto pro o contro e dica ciò che ha in cuore. Io penso come te, fratello in Gesù. E se ciò può causarci la morte, morremo insieme confessando ancora la verità», dice Stefano con impeto.
«Siate prudenti! Prudenti siate!», esorta Bartolomeo.
«Il Tempio è sempre il Tempio. Fallirà, certo non è perfetto, ma e… e… Dopo Dio non vi sono persone più grandi e forze più grandi del Sommo Sacerdote e del Sinedrio… Rappresentano Dio, e dobbiamo vedere ciò che rappresentano, non ciò che sono. Sbaglio forse, Maestro?».
11«Non sbagli. In ogni costituzione occorre saper vedere l’origine di essa. In questo caso l’Eterno Padre, che ha costituito il Tempio e le gerarchie, i riti e l’autorità degli uomini preposti a rappresentarlo. Occorre saper deferire al Padre il giudizio. Egli sa quando e come intervenire. Come provvedere perché la corruzione, dilagando, non corrompa tutti gli uomini e li faccia dubitosi di Dio… E in questo ha saputo veder giusto Mannaen, vedendo la ragione della mia venuta in quest’ora. Occorre infine temperare la staticità tua, Bartolmai, con lo spirito innovatore di Mannaen, acciò sia giusta la misura e perciò perfetto il sentire. Ogni eccesso è sempre dannoso. A chi lo compie, a chi lo subisce, o a chi lo nota scandalizzandosene e, se non è anima onesta, servendosene per denunce contro i fratelli. Ma questa è azione da Caino. E non sarà fatta dai figli della Luce, essendo opera di Tenebre».
Non è mai troppo tardi per l’ora di Dio.
12Quello che, tutto ammantellato, di modo che se ne vedono appena gli occhi neri, vivissimi, ha ammonito Mannaen a non parlare troppo, si inginocchia e prende la mano di Gesù dicendo: «Tu sei buono, Maestro. Troppo tardi ti ho conosciuto, o Parola di Dio! Ma ancora in tempo per amarti come meriti, se non per servirti a lungo come avrei voluto, come ora vorrei».
13«Non è mai troppo tardi per l’ora di Dio. Essa viene al giusto momento. E concede tanto di tempo per servire, come volontà vuole, la Verità».
«Ma chi è?», bisbigliano fra loro gli apostoli, e lo chiedono ai discepoli. Inutilmente. Nessuno sa chi è o, sapendolo, vuol dirlo.
14«Chi è, Maestro?», chiede Pietro quando può accostarsi a Gesù, che cammina al centro del gruppo, avendo dietro le donne, davanti i discepoli, ai fianchi i cugini e intorno gli apostoli.
«Un’anima, Simone. Nulla più di questo».
«Ma… te ne fidi anche se non sai chi sia?».
«Io so chi è. E so il suo cuore».
«Ah! ho capito! É come per la Velata dell’Acqua Speciosa… Non chiederò più altro…», e Pietro è felice perché Gesù, scostandosi da Giacomo, se lo prende vicino.
Preludio della entrata in Gerusalemme.
15Gerico è ormai raggiunta. Dalla porta delle mura erompe la gente osannante, e a fatica Gesù può procedere per traversare la città andando da Niche, che è fuori Gerico dal lato opposto. Suppliche perché parli. Bimbi alzati in alto, quasi per farne siepe viva e invalicabile, calcolando sull’amore di Gesù ai piccoli. Grida di: «Puoi parlare. Colui è già fuggito a Gerusalemme», e cenni con queste parole verso lo splendido e chiuso palazzo di Erode.
Mannaen conferma: «É vero. Se ne è andato nella notte, silenziosamente. Ha paura».
Ma niente ferma Gesù. Egli va dicendo: «Pace! Pace! Chi ha pene o dolori venga da Niche. Chi mi vuole udire venga a Gerusalemme. Qui sono il Pellegrino. Come voi tutti. Nella casa del Padre Io parlerò. Pace! Pace e benedizione! Pace!».
16É già un piccolo trionfo, un preludio della entrata in Gerusalemme, ormai prossima tanto. Mi stupisce l’assenza di Zaccheo sinché non lo vedo, ritto sul limitare del podere di Niche, in mezzo ai suoi amici e coi pastori e le discepole.
17Tutti corrono incontro a Gesù e si prostrano e fanno ala mentre Egli, benedicendo, inoltra sotto il frutteto, verso la casa ospitale.
[1] 26 gennaio 1946. L’Evangelo Op. Cit. Vol 6. Cap. 370
[2] 27 gennaio 1946. L’Evangelo Op. Cit. Vol 6. Cap. 371
[3] “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5); “Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà di mansuetudine, di pazienza” (Col 3,12); “E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù” (Rm 15,5).
[4] “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità; niente mi giova.” (1 Cor 13,1-3).
[5] La carità attiva “è paziente, è benigna; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor 13,4-7). Perciò siate solleciti per le necessità dei fratelli (Rm 12,9-21); siate a servi- zio gli uni degli altri (Gal 5,13); portate i pesi gli uni degli altri (Gal 6,2).
[6] Chi fa la carità al povero fa un prestito al Signore (Pr 19,17). “Sconta i tuoi peccati con l’elemosina e le tue iniquità con atti di misericordia verso gli afflitti, perché tu possa godere lunga prosperità” (Dn 4,24). “L’acqua spegne un fuoco acceso, l’elemosina espia i peccati. Chi ricambia il bene provvede all’avvenire, al momento della sua caduta troverà un sostegno” (Sir. 3,29-30). “Soprattutto conservate tra voi una grande carità, perché la carità copre una moltitudine di peccati” (1Pt 4,8). “L’elemosina salva dalla morte e purifica da ogni peccato. Coloro che fanno elemosina godranno lunga vita” (Tb12,9).
[7] “Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare l’utile mio ma quello di molti, perché giungano alla salvezza” (1Cor 10,24.33). “Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri” (Fil 2,3-4).
[8] La scienza gonfia, la carità edifica. Se alcuno crede di sapere qualche cosa, non ha ancora imparato come bisogna sapere. Chi invece ama Dio, è da lui conosciuto” (1 Cor 8,2-3).
[9] “Colui che il Signore avrà scelto sarà santo” (Nm 16,7). Dio ci ha chiamati con una vocazione santa (2 Tm 1,9). Per essere santi nel corpo e nello spirito (1Cor 7,34). Il santo si preoccupa delle cose del Signore e come possa piacere al Signore sempre.
[10] “Perciò, dopo aver preparato la vostra mente all’azione, siate vigilanti, fissate ogni speranza in quella grazia che vi sarà data quando Gesù Cristo si rivelerà (Gesù Cristo si è rivelato in questo Vangelo). Come figli obbedienti, non conformatevi ai desideri d’un tempo, quando eravate nell’ignoranza, ma ad immagine del Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta; poiché sta scritto: Voi sarete santi, perché io sono santo”. (1 Pt 1,13-16).
[11] 4 febbraio 1946. L’Evangelo Op. Cit. Vol 6. Cap. 376
[12] 24 aprile 1946. La Buona Novella, op. cit. Vol 6 N° 422
[13]IL VANGELO ETERNO: “Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17,7-10).
[14] 27 aprile 1946. L’Evangelo Op. Cit. Vol 6. Cap. 424
[15] “V’è forse dominio e paura presso Colui che mantiene la pace nell’alto dei cieli? Si possono forse contare le sue schiere? E sopra chi non sorge la sua luce? (Giobbe 252-4); “O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra” (Sal 8,10); “Con te mi lancerò contro le schiere, con il mio Dio scavalcherò le mura” (18,30); 92; 103; 146-147; Pro. 8,22-31; Sir 42,15-43,37
[16]< in calce > Nota. Può dire “tutti” perché l’Iscariota non è presente, e degli apostoli solo l’uomo di Keriot si dannò >, come disse il Signore: “… Ma per uno nullo sarà il Sangue e nullo il Fuoco. Poiché il Sangue avrà avuto per lui potere di dannazione e in eterno conoscerà un altro fuoco in cui arderà eruttando sangue e inghiottendo sangue, chè sangue vedrà ovunque poserà il suo occhio mortale o il suo occhio spirituale dal momento che avrà tradito il sangue di un Dio” (VdRD Vol 14 n.361,41).
[17] Disse Gesù: “L’altra vita è attesa beata per i giusti, attesa paziente per i penanti, attesa orrenda per i dannati. Per i primi nel Limbo, per i secondi nel Purgatorio, per gli ultimi nell’Inferno” (VdRD. Vol 9 suplemento.N.223,30). 2 Maccabei 12,38-46: Le precisazioni per i defunti, ricordate in questi libri suppongono l’esistenza di anime non proprio e soltanto in attesa della apertura della porta del Cielo ma capaci e bisognose di purificazione.
[18] Vecchio per età ma che si vede tra i discepoli per la prima volta.
[19] 29 giugno 1946. L’Evangelo Op. Cit. Vol 6. Cap. 452
[20] “Signore, chi abiterà nella tua tenda? Chi dimorerà sul tuo santo monte? (Salmo 15,1)
[21] “Colui che cammina senza colpa, agisce con giustizia e parla lealmente, non dice calunnia con la lingua, non fa danno al suo prossimo e non lancia insulto al suo vicino” (Sal 15,2-3)
[22] “Ai suoi occhi è spregevole il malvagio, ma onora chi teme il Signore. Giurando al suo prossimo non inganna; presta denaro senza fare usura, e non accetta doni contro l’innocente” (Sal 15,4-5)
[23] “Colui che agisce in questo modo resterà saldo per sempre” (Sal 15,5).
[24] Sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba: tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore… Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono (Es 19,16-19).
[25] “Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,13). “Non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo” (Gv 12,47).
[26]< Quel Dio che discese dal Cielo per salvarci, divenendo l’Uomo dei dolori, non cessò infatti di esser uno col Padre ch’è nei Cieli >
[27] 3 agosto 1946. L’Evangelo Op. Cit. Vol 7. Cap. 466
[28] Esodo 23,14-17
[29] 17 settembre 1946. L’Evangelo Op. Cit. Vol 7. Cap. 495
[30] Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche (Lucifero).
Rispose l’uomo: “La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”. Rispose la donna: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato” (Gn 31.12-13).
[31] Signore disse, parlando dell’adultera: “Non le do pace e benedizione perché non era in lei quella completa recisione dal suo peccato che è richiesta per esser perdonati. Nella sua carne, e purtroppo nel suo cuore, non era la nausea per il peccato”. Quindi l’adultera non ebbe l’assoluzione, la remissione, il perdono dei suoi peccati in attesa di un vero pentimento.
[32] “Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca: chi è nato da Dio preserva sé stesso e il maligno non lo tocca. Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del maligno” (1Gv 5,18).
[33] “Come un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri” (Rm 12,4-5). “Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!” (1 Cor 6,12-20).
[34] “Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato. Abbi rispetto della sua presenza, ascolta la sua voce e non ribellarti a lui; egli infatti non perdonerebbe la vostra trasgressione, perché il mio nome è in lui. Se tu ascolti la sua voce, Io sarò l’avversario dei tuoi avversari” (Es 23,20-22).
[35] “Il Signore ti benedica e ti custodisca. Il Signore ti mostri il suo volto e abbia di te misericordia. Il Signore volgo su di te il suo sguardo e ti dia pace” (Numeri 6,24-26).
[36] 1 novembre 1946. L’Evangelo Op. Cit. Vol 8. Cap. 522
[37] “Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura. In quel giorno si dirà a Gerusalemme: “Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa” (Sofonia 3,14-18).
[38] Giosuè valoroso in guerra Giosuè figlio di Nun, successore di Mosè nell’ufficio profetico; egli, secondo il significato del suo nome, fu grande per la salvezza degli eletti di Dio, compiendo la vendetta contro i nemici insorti, per assegnare il possesso a Israele. Come era glorioso quando alzava le braccia e brandiva la spada contro le città! Chi prima di lui era stato così saldo? Egli guidava le guerre del Signore. Al suo comando non si arrestò forse il sole e un giorno divenne lungo come due?” (Sir 46,1-8; Gios 10,10-15)
[39]< Parola aramaica, che significa offerta, e specialmente offerta presentata a Dio. Vedi: (Mt 15,5-6; Mc 7,11) >
[40]< Cioè: Salvatore. Gesù, infatti, significa in ebraico “Jahvé salva” (Jehoshua). Vedi: Mt 1,20-21; Atti 4,12 >
[41] 3 novembre 1946. L’Evangelo Op. Cit. Vol 8. Cap. 524
[42] Rm 6,1-11; Ef 4,17 Col 3,5-17
[43] 11 marzo 1947. L’Evangelo Op. Cit. Vol 9. Cap. 578
